GRICE ITALO A-Z G
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Giamboni: la ragione conversazionale (Roma) Abstract. Grice: “When I referred,
informally, at my Oxford seminars and elsewhere – notably at the Aristotelian
Society symposium at Cambridge – to the ‘principles of rational discourse,’ I
was having Giamboni in mind.” Keywords: principio del discorso – principii del
discorso, H. P. Grice. C Filosofo italiano. C PRINCIPII DEL DISCORSO ACCOMODATI
ALLA LINGUA ITALIANA HI D I — — / PRINCIPII DEL DISCORSO ACCOMODATI ALLA LINGUA
ITALIANA -- Per uso del Collegio Pio di Perugm. 6* H* JlCCOMODATI ALLA LINGUA
ITALIANA fg||p} " IjV,; 33* doveste apprendere co W attenzione e coli'
uso a sovrapporre i denti superiori al labbro inferiore j in modo da dare f
adito all'aria, perchè uscisse attraverso de gV interstizi dei denti, quasi
vento fremente. Piacendovi esaminare forte che si richiede per pronunziare la R
, comprenderete guai difficoltà voi sormontaste per proferire esattamente l’ultima
delle lettere che ordinariamente impara a ben pronunziare. Le unioni di vocali
e consonanti per formare le sillabe: V infinite combinazioni delle sillabe per
farne risultare i vocaboli: V associare i vocaboli alle COSE che essi RAPPRRESENTANO:
il leggerli insieme in modo tale da divenire un quadro fedele del pensiero;
guai vasto campo non fu alle vostre riflessioni alle quali insensibilmente vi
guidò la natura! La lingua materna che voi allora apprendeste, cioè quel cumulo
immenso di parole } ad ognuna delle quali ò annesso singolarmente un concetto,
è prova bastante dello sforzo prodigioso ad un tempo e della vostra
riflessione, e della vostra memoria conservatrice fedele dei SEGNI e delle cose
SIGNIFICATE, che furono a lei affidate dalla vostra attenzione y e dalla vostra
riflessione. Tutte queste considerazioni applicate a quegli estesi primordj
dello sviluppo delle vostre facoltà riflessive ed enunciative, ed altre che
potrebbero farsi dipendere dalle riflessioni che faceste sugli urti, e sulle
percosse esperimentate, e salii stimoli di una prudente educazione primitiva,
sarebbero valevoli ancora queste a convincervi che ne' primi tre anni di vostra
esistenza furono forse da voi fatti maggiori progressi nella somma delle reali
cognizioni di quelli che sarete per fare in tutto il resto di vostra vita. Con
profonda verità asserisce d’Alembert, che lo stato cV infanzia creduto corso d?
ingnoranza è forse molto più utile di quello che chiamasi corso di scenza delle
nostre scuole. Tuttociò servirà a persuadervi che una GRAMMATICA RAGIONATA, che
esiga da voi attenzione, riflessione, e memoria, coincide perfettamente con il
magistero della natura, e colla vostra capacità, purché sia ben diretta. Se la
grammatica che vi presento sia in qualche modo atta a guidarvi, ed a farvi
riprendere il corso di quella logica appresa dalla natura, dalla quale vi fece
deviare una donniciuola insulsa, od uno sciocco pedante, potrà ciò decidersi
dagl’esperimenti, che dai saggi precettori si faranno sulla vostra curiosità di
fare scoperte, e sulla vostra avida compiacenza di apprendere ragionando
Trentamila forse, di quarantamila padri di famiglia della nazione italiana, che
indirizzano i figli alle pubbliche scuole, non richiedono già che vengano
questi istruiti per la carriera ecclesiastica, nè per la toga, nè per il foro,
nè per le maggistrature, nè per e scenze elevate; ma solo propongonsi che le
facoltà intellettuali di queste tenere menti ricevano sviluppo tale da
derivarne fecondi e permanenti risultati per il regime domestico, per le arti
cui dovranno dedicarsi, pel commercio, per una industria qualunque. A questo
loro voto mal corrisponde il fatto pur troppo notissimo. In tutte o quasi tutte
e scuole d' Italia la lingua latina è l’unica, o almeno la principale
occupazione di tutta [I diversi mestieri, le arti meccaniche, la nautica,
l'agricoltura, vogliono metodi, disegni, processi, macchine, misure,
proporzioni. Tuttociò non può ottenersi senza cognizioni fisiche, chimiche,
matematiche. È stato detto con profonda verità: che non pi può essere una
fabbrica di panni ridotta a perfezione presso un popolo che ignori l'
astronomia. 8 la scolaresca, senza distinguere quella classe che forma.il minor
numero dallo scopo che ha in mira quel massimo numero di giovanetti cui rcndesi
talmente INUTILE LO STUDIO DELLA LINGUA LATINA – H. P. Grice: “Not at Oxford:
indeed the proficiency of a classical education should be encouraged even
further!” -- che P ohliano per sempre, e senza alcun danno, ne IP atto stesso
che esultando fuggono dalle scuole, e dai precettori. Questa esultanza non
potrà mai condannarsi, nò da chi vorrà consultare le impressioni spiacevoli e
triste che si ridestano sempre ali idea di lingua latina, di grammatica, di
concordanze, e degi'insulsissimi latinucci; nò da chi darà un occhiata
retrograda a quelle catene che trascinò per cinque anni almeno nella polvere
delle scuole, straziando la sua mente, violentando la sua ragione. Furono
queste catene che incepparono l’avidità di conoscere, che costrinsero
l'attenzione a finger di attendere, che violentarono la memoria ad impinguarsi
con meccanico sforzo di declinazioni, conjugazioni, e di un ammasso di fredde
regole grammaticali, e di vocaboli troppo astratti per essere comprensibili col
mero loro nome. Precluso così l'ingresso ad utili verità, se una qualche
dovizia acquistò la memoria, è sempre a danno della calcolatrice ragione. Non è
nostro scopo di seguire in questo laberinto quella minima classe che continua
ad errarvi per apprendere le lingue delle repubbliche, le istorie delle repubbliche,
i costumi delle repubbliche, gli csempj delle repubbliche, con inutili
tristezze dei più begli anni della vita, troppo da se inchinevoli al raffronto
dei casr attuali coi passatici. Ma lasciando questo scarso numero, e volgendo
le considerazioni unicamente al numero maggiore, saremmo costretti a dirigerci
coi padri di famiglia ai sapienti e virtuosi moderatori e promotori della
pubblica istruzione – H. P. Grice: “As Clifton was not!” -- , interrogandoli se
convenga di dileguare una volta quello spettro funesto che con barbaro metodo
strazia da più secoli ed istupi- [Su di ciò potrebbe consultarsi il parere del
soavissimo Plusch certamente non sospetto, perchò scevro per natura da ogni
spirito di partito. I giovani, Plusch dice, possono ben chiamarsi sventurati
per non dire traditi. Attesi con tanta aspettativa dalle case paterne per
riempire le speranze dei genitori vi ritornano essi dopo più di dieci anni di
applicazione, di fatica, e di dispendj, tutti boriosi e contenti perchè HANNO
APPRESO AD ACOZZARE QUATRO FRASI DI CICERONE, e qualche greca paroluzza, e
perchè credousi capaci di fare un epigramma, un sonetto, un disegno, una
suonata comunque. Se poi loro domandate cosa sia il mondo in cui vivono, cosa
vi sia accaduto, cosa siano essi stessi, e quali i loro doveri, saranno quasi
tutti incapaci a rispondere perchò privi di ogni cognizione fisica, istorica,
morale, e perchè sono istruiti con un metodo che fa veramente pietà. S'insegna la
lingua latina colla lingua latina, devono apprendersi LE PAROLE prima di sapere
le cose, ed il modo di PARLARE ELOQUENTEMENTE prima di esser giunti a
rettamente pensare. Si fa ad essi studiare LA FILOSOFIA senza metodo, senza
fisica, e senza matematica. Insomma non s'insegnano che parole latine e
precetti, cioè parole e poi parole. Jì cosi quel giovane delle migliori
disposizioui, che pur credevasi assai bene istruito, è ritornato vuoto di utili
idee, senza armi contro le sue passioni, senza lumi contro l’errore. Converrà
che egli col suo genio, e con una volontà veramente efficace apprenda nel suo
gabinetto a dis-imparare il male imparato per poi rifare quel vero studio che
atto sia a consolàrio e guidarlo retUmeute in tutto il corso di sua vita.
• io disce i tanto varj, pronti, e
fecondi ingegni delle scuole d'Italia: ed istituire, colla stessa forza che
abbatte, quei metodo voluto dalla ragion pubblica e dall'amor santo della
verace grandezza d’Italia. Questo metodo se si volgerà primieramente a quella
lingua a cui dovranno ricorrere i giovanetti in tutti i periodi della lor vita
parlando, o scrivendo, s' imiteranno allora le celebri e sagge nazioni antiche
e moderne. Ognun sa con quanto impegno venisse istruita la greca gioventù nel
pretto atticismo; e con quale ardore inculcasse CICERONE alla gioventù di Roma
d’apprendere il parlare cittadinesco, chiamato urbanitas, che consiste nel dire
le cose bene, naturalmente, e con grazia – “or grace” -- GRICE. E di fatti esso
CICERONE sospingeva i teneri fanciulli a formarsi nella purità dei loro sermone
sugli esenipj epistolari della gran Cornelia dei Gracchi, la quale, come altra
Madama Sevignè di quei tempi, ferma nelle sue epistole il nitore dell'idioma
latino. 1/ istruzione è la sorgente
della pubblica prosperità. La popolazione delle carceri sarà sempre in ragione
inversa della popolazione delle scuole sistemate opportunamente. Questa verità
è stata dimostrata ancora da Dupin che ha voluto calcolare i fatti. Se vi fu
mai monarca che in odio avesse e scenze e scenziati, questi al certo col
dichiararsi 1' inimico di ogni incivilimento spiuto avrebbe i sudditi a gran
passi verso Ja de- gradazione. Alfonso che fu V onore di Aragona e della
Sovranità, e che apprezzava Filippo di Macedonia ancor più perchè credette
render degno' il figlio del Trono col farlo ammaestrare da un grand' uomo, dir
soleva: amo meglio di perder tutto quanto posseggo , piuttosto che una parte di
ciò che so. Ma perchè questo metodo abbia spirilo e vita, e favorisca io
sviluppo della ragione, senza aberrare in licenze, sarà di mestieri che si
attenda ad un certo rigore quasi matematico: analizzando l’indole, e V iificio
di ciascuna parte del discorso: esponendo il come ed il PERCHÈ – H. P. Grice:
“‘rationalism’, ‘reason why’, even applied to the lingo!” -- debbano usarsi
queste parti: mostrandogli anelli chele congiungono: distinguendo i vocaboli
radicali dai derivati, i semplici dai composti, gl’originar] dai sostituiti, i
proprj dai traslati: discoprendo quelle delicate varietà per cui NIUN VOCABOLO è
TOTALMENTE SINONIMO: determinando con esattezza e limpidezza il significato dei
vocaboli di ciascuna espressione prima della sua applicazione. Queste esatte
distinzioni; questi ingegnosi sviluppi; questi sottili confronti; questa
precisione e chiarezza; in somma questo metodo ragionatore che collega
esattamente le idee -- nel ebe consiste il vero segreto dell'analisi -- eccitando
la curiosità, l'attenzione, la riflessione degl’appagati giovanetti , darebbe
uno sviluppo efficace al loro ingegno, e quasi dolce pioggia feconderebbe in
modo queste tenere pianticelle da darci con prontezza quei frutti preziosi, che
attendonst con tanto ardore dai genitori, e della nazione. Una grammatica di
tal natura, che atta fosse a sparger la luce sul maggior numero, potrebbe forse
riguardarsi come libro il più interessante; se è vero quanto fu detto da uno
scrittore: ebe il primo libro di una nazione è il dizionario della sua lingua –
H. P. Grice: “Except I don’t give a hoot what the dictionary says!” -- - Ci accingeremo adunque a dare almeno un'idea
di qucsia grammatica intellettuale finche uomini di più acuto senno, di più
chiaro metodo si determinino a perfezionarla; essendo sempre vero che i difetti
stessi di un primo esperimento servono spesso a condurre un progetto alla
perfezione. Chiunque però ne assumerà l’incarico temer non dee l’onorevole
rimprovero di scrivere ria Filosofo, cioè di scrivere con senno per farsi
intendere utilmente. Crediamo nondimeno che non sia da dipartirsi dalla
nomenclatura, e da certo andamento consacrato dall'inveterato uso grammaticale.
Mentre una grammatica Condilacchiana – o GRICEIANA – che H. P. Grice chiama la
grammatica del pirotese --, o modellata su quella di Tracy, forse non si
comprenderebbe agevolmente da gran parte dei precettori attuali, non
addomesticati per anco col- V analisi , e molto meno si accomoderebbe a chi la
penetrasse; giacche, superbi delle loro cognizioni, sdegnerebbero cosa che, già
effet- tuata da uomini grandi , non offrirebbe che una imitazione inferiore. E
siccome siamo convinti con il Signor Perigord che uno de' mezzi più potenti per
migliorare la publica istruzione debba consi- stere nello spirito d'analisi, e
nell' applicare a tutti gli oggetti d'insegnamento, per quanto è possibile, il
metodo de' matematici; perciò abbiamo azzardato di provarci a darne un qualche
saggio in queste nostre lezioni grammaticali. Sappiamo bene che appunto perciò,
presentandosi queste con aspetto di novità, incontrar dovranno l'opposizione
principalmente di alcuni stabilimenti scolastici. Ma al pensare che altri e
cospicui corpi di publico insegnamento già si sono aggiustati alle nostre idee
con risultamcnto maravi^lioso; ed al riflettere che alcuni altri stabilimenti
di publica educazione già si volgono a coincidere colle nostre MASSIME – come
le chiama H. P. Grice --, e già danno ordine per il collocamento di una scuola
di lingua nazionale; arditi e franchi ci poniamo da uno de' lati ogni tema, ed
animosamente proseguiamo nel nostro proposto. E perchè tutte le grammatiche
coincidono nei loro principj, fissati quelli dell'italiana potrà facilmente
farsi dipender da questi la grammatica latina, che diverrà allora chiara,
utile, e compendiosa. DELLE PARTI DEL DISCORSO Per parti del discorso
intendiamo quegli elementi cherendonsi indispensabili per formare un discorso
completo, onde COMUNICARE – o significare – H. P. Grice su C. L. Stevenson -- ad
altri i nostri bisogni, i desiderii, e i pensieri $ e ciò o con suoni
articolati e fugaci, che diconsi voci (1)5 o con segni visibili e permanenti,
denominati scrittura. Tanto gli uni, che gli altri, si chiamano parole, o
vocaboli. Alcuni fra questi ricevono una varietà di modificazioni finali per
esprimere SENSI diversi 5 e declinando, per dir così, dalla semplicità del
primitivo significato, diconsi perciò parti declinabili} mentre gl’altri,
conservandosi giusta la loro origine inalterabili, vengono chiamati parti Indeclinabili
– H. P. Grice: Fido is shaggy; Fido and Rufus ARE shaggy. Le voci sono segni
convenzionali – o meglio, arbitrari, ma nota l’etimologia di ‘convenzione’ –
venire giunto -- che vestono le idee spirituali quasi con veli sensibili per
trasmetterle nello spirito degl’uomini e così legarli in comunanza fra loro.
Per segni visibili e permanenti intendiamo le lettere alfabetiche, le quali
conservando le parole e ridonando ad esse quei pensieri che quasi in deposito
furongli affidati, ci fauno conversare insieme in distanze enormi, anzi serrono
perfino a far parlare gl’uomini morti mille e più anni aranti. Dall'esatta
combinazione delle parole, scritte, o pronunziate, risulta il discorso
espositore fedele de’nostri pensieri. La scenza delle parole atte a dipingere
fedelmente quasi in copia il quadro originale delle idee concepite già dalla
mente, è là grammatica delle lingue – H. P. Grice: “Austin loved Chomsky
because he set GRAMMATICA higher than PHILOSOPHIA!” --. Fra i principii di
questa scenza, altri sono universali ed immutabili, come provenienti dalla
natura del nostro intelletto, seguendone le leggi, e questi sono comuni a tutte
le lingue – cf. L’universalità dell’implicatura conversazionale e il ‘cunning’
della ragione conversazionale --, altri sono esclusivamente proprii di ciascuna
lingua particolare, perchè derivano da libere convenzioni. Questi secondi,
ridotti a regole dedotte da sensate osservazioni sulle parti declinabili e
sulle indeclinabili della lingua italiana, costituiscono la grammatica di
questa lingua. Dunque dagl’elementi della grammatica GENERALE o RAZIONALE, che
sarà la prima parte dei nostri principii del discorso, conoscerete voi la
maniera di parlare in qualunque lingua; e dalla grammatica particolare che riguarda
la lingua italiana, e che forma per noi la seconda parte, dovrete apprendere ad
esprimere con questa lingua i vostri concètti esattamente. Gli uni e gli altri
principii verranno compresi Il vocabolo “discorso” – “as I have often mention”
– H. P. Grice -- deriva forse dal latino discurrere [ scor- rere ) quasiché si
volesse fare intendere quella rapidità con cui il discorso quasi alato mercurio
scorrendo per le vie intellettuali fa passare rapidamente nelle altrui menti il
maggior numero d'idee e di rapporti col minor numero di vocaboli. Il vocabolo “scenza”
– cf. H. P. Grice, the devil of sicentism -- deriva da scire (sapere) dei
latini. E siccome una scenza è un complesso di verità connesse con esattezza
dipendentemente dall'esame e sviluppo del soggetto di che si tratta, perciò dir
dovremo che la scenza delle parole – studies in the way of words -- si associa
intimamente con quella delle idee – the way of ideas, the way of things -- e
viceversa, senza forse poter fissare quale delle due debba precedere. J 7 dalle regole della nostra grammatica, la
quale, non volendo insegnar parole e solamente parole, per non avvilire la
ragione de’giovanetti, e coltivare unicamente la loro memoria 5 perciò vorrebbe
discendere piuttosto a far conoscere il carattere delle parole atte a vestire
le idee di queir abito che ad esse conviensi, acciò il discorso proceda con
ordine – H. P. Grice, “Be orderly” --, e soddisfi T altrui attenzione. DEL NOME
SOSTANTIVO. Interroghiamo uno dei nostri piccoli allievi, dicendogli: mi
sentite voi parlarci dunque provate una sensazione 5 dunque siete sensitivo;
dunque avete F essere 7 e siete. Codesta sensazione non si sperimenterebbe da
voi se qualche essere, esistente fuori di voi, non vi facesse sentire la sua
esistenza, con una impressione fatta nell’organo del vostro udito. Ora quanto
sperimentate esistere fuori di voi in una maniera indeterminata, è appunto ciò
che voi denominate COSA – non oggetto. Se la vostra sensazione è piacevole, voi
dite: la cosa e buona 5 se la sensazione è molesta , voi dite: la cosa è
cattiva. ÌSk an- cor contento V inoltrate a dare un' azione alla cosa, dicendo:
questa cosa mi ha fatto bene, quest' altra cosa mi ha fatto male: Dunque avete
patito, ossia siete stato paziente. Che se vi riguardate passivo, sotto la
impressione molesta o piacevole che fa la cosa in alcuno ■ * (0 Quando si parta
da un punto ben cognito, cioè dall'esatta osservazione sui fatti, e si batta
dritto la strada dell’evidente connessione delle idee si giungerà ovunque con
sicurezza ìoogle i8 dei vostri sensi, non j>otete non riconoscervi attivo
allora che siete in azione, osservando codeste sensazioni) quando le
distinguete, quando le paragonate fra loro, quando insomma pensate. Ciò che voi
pensate lo chiamate OGGETTO 5 onde dite: oggetto – NON SOGGETTO -- del
pensiere. – Il soggetto del pensiero sei tu. Dunque LA COSA ha una esistenza
sensibile; e l’OGGETTO una esistenza intellettuale. Bl V una che V altro
chiamasi ente, a essere, vale a dire isolata esistenza, o quasi sola stante,
che perciò dicesi SOSTANZA – H. P. Grice and P. F. Strawson: “As when we say
that ‘Socrates,’ which cannot be a predicate, is a substantial.” Quei caratteri
da voi concepiti inerenti, ed essenzialmente proprii alla sostanza, perchè
senza alcuno di essi cesserebbe di esistere, si chiamano proprietà' essenziali
della sostanza 5 tali sono, per esempio, riguardo al vostro essere, la
sensazione, ed il pensiere – cf. H. P. Grice, “Descartes on clear and distinct
perception” --; e riguardo alla cosa la sua estensione (res extensa, non
cogitans). Mentre che a quelle modificazioni della sostanza, dalle quali vi
viene manifestato quale essa è riguardo a voi, daremo la denominazione di
qualità 1 accidentali. Saranno dunque qualità della sostanza il colore, l’odore,
il sapore, ec. da voi CREDUTE – per istinto -- inerenti nella sostanza
medesima. Ma non contenti di aver conosciute le sostanze colle loro proprietà,
e qualità, vi piace di comunicare ad altri queste vostre cognizioni. È allora
che vi prevalete di quella moltiplicità di vocaboli che, servendo a dare il
nome alle sostanze, furono chiamati NOMI sostantivi $ mentrechè quei vocaboli
Eppure ci dice Tracy che il nome molto male a proposito si chiama sostantivo; e
che per dare ad esso un nome tratto dalla sua funzione dovrebbe denominarsi ASSOLUTO
o SOGGETTIVO. Lasciamo al lettore il giudicare se sia soddisfacente la ragione
che esso ne adduce -- Milano, ovvero se debba conservarsi la voce sostantivo
comechè proprissima. DinitÌ7 C-nc 19 che servono ad esprimere le proprietà, e
le qualità quasi aggiunte alle sostanze, dicousi nomi aggettivi – H. P. Grice:
“My example: ‘shaggy’, meaning ‘hairy-coated.’”. U nome sostantivo serve di
base e di nucleo a cui si legano e s' innestano le varie proprietà, e qualità
che può avere; per es. (2) Lunghezza-f- larghezza -f- profondità=estensione.
Ente 4- esteso -j- sensibile 4- divisibile 4. . . , *orpo. Corpo -(- elastico
-f acuto + tagliente + ri- splendente -f- • • s= Spada. Corpo -f pesante -f-
duttile -f- giallo-splendente + solubile + . . . = Oro. Cosa -f- animale, o
vegetale, o minerale -f- di qualunque sapore -f- di grave o mortai danno -f- .
. . = Veleno. Questo vocabolo si usa ancora, in senso traslato (3J per indicare
ciò che desta una profonda [La voce “aggettivo” – H. P. Grice, “adjectival” –
shaggy -- deriva dalla latina adjicere (aggiun-gere), e ci fa quasi intendere
che i vocaboli aggettivi servono ad esprimere le proprietà, e qualità aggiunte
ai sostantivi. Per più breve ed evidente metodo di esporre le nostre idee ci
siamo valsi di due segni algebraici +, =. Sappiano i giovanetti che il segno “+”
suona lo stesso che la voce “più,” ovvero con j e che l 1 altro “=” (eguale) ci
dice che esiste la relazione di eguaglianza fra IL SIGNIFICATO – SEGNATO dell’espressione
che lo precede, e dell'altro che lo segue. La voce traslato, che deriva dalla
latina transferre (trasportare) significa che ciò che appartiene a cose fisiche
– “the cream in my coffee” – Grice -- vieti trasportato agli oggetti
intellettuali – “my addressee” – Grice --, od anche morali , o viceversa che le
passioni dell' animo, e le azioni della mente vengono appropriate a cose
fisiche. Di qui è che diciamo . 'Occhio severo: lume della ragione: passione
ardente: Cuore infuocato: Mare furioso: Prato ridente: benefica Natura ec.
Diciamo ancora di un mordace scrittore: la sua penna avvelenata: in questa ed
altre simili espressioni viene attribuito ad un'ente ciò die NON – Grice:
category mitake -- gli conviene se non che avuto riguardo all'effetto che
produce; od anche ciò che è proprio di un tutto ad una sua parte dicendo per
cs. mano stanca j e viceversa. 4» 0U0 ^
é smania nell' animo; p. é. la calunnia, il sarcasmo t la satira sono
quei lenti veleni della società sempre detestati, sebben sempre accolti. Cosa +
vegetale o minerale + amara -f. vene- fica + * . . = Tossico, p. e. attossicato
avea sempre il coltello. Questa voce non suole usarsi in senso traslato. Pure
abbiamo da Alfieri : Or versa — Il mortai tòsco che in tuo cor rinserri. Cosa
-j- di forte splendore -(-...= Luce. Onde dicesi luce del giorno: luce
risplendente, ec. Cosa -f- di debole splendore . . s= Lume. Quindi è che si
dice lume di luna; lume chiaro ec. Diremo similmente in senso traslato: dar lume
alla materia di un soggetto coli' ordinarla \ ridotta poi che sia allo stato di
evidenza, avrà allora ricevuto luce completa. Oggetto -f buuno o cattivo +
bramato o sfuggito -f di evento probabile -f contro il desiderio -{-...=
timore. Timore + immediato + forte + danno fisico o morale -{-•••= paura- Paura
+ terribile + improvvisa massima •J- . . . ==± spavento. Onde diremo; lo
spavento del fulmine che striscia sul capo. Anche un sol vocabolo aggettivo può
avere il carattere di esprimere la riunione di altri aggettivi spettanti al
sostantivo cui appartiene 3 per es. diremo di un Uomo: Scarseggiante -f di
vitto -f- di vestito -f- vicino alla necessità + . . . e=s povero» Povero -f-
privo del necessario -{- avvilito -f- servile + dispregiato compassionevole + .
. = meschino. Smisurata idea del proprio merito + dispregio pegli altri -{*•,•
= Orgoglio. t 21 Impulso ad agire -f-
proveniente da sentimento morale = dovere. Per es. è un dovere il rispettarsi
reciprocamente. Impulso ad agire -J- proveniente da leggi positive = obbligazione
; onde diremo: in Grecia ed in Roma i giovani erano obbligali a cedere il posto
ai vecchi ne' pubblici spettacoli, in segno di venerazione, dovuta ali 1
esperto senno. Opinioni e desiderii identici -f- stima fiducia recìproca
-(-...= Amicizia. Gli addotti vocaboli e tutti gli altri composti potranno da
voi riguardarsi come la somma che risulta dall'addizionare, o concretare una
varietà di vocaboli per formarne un sol gruppo ed esprimerlo con un solo
vocabolo concreto che è una vera somrna. Per comprendere in qualche modo quale
immenso gruppo d'idee possa venir compreso da un sol vocabolo che ne è la somma
vi basti dare un occhicata a quelle che sono racchiuse nella parola dritto –
cf. H. P. Grice: ‘different priorities of ‘right’ – moral right, legal right --.
Dritto naturale che guida l'uomo colle ispirazioni della natura, e col
sentimento de' suoi doveri -f- Dritto politico che costituisce la forma di
governo di ciascuno stato -f- Dritto civile che regola gì' interessi privati di
ciascun membro -f- Dritto delle genti che pone tutti i popoli in comunicazione
fra loro + Dritto divino che lega con forza sopranaturale le istituzioni della
sapienza uma- na -f ... = Dritto. Questo brevissimo cenno sulla composizione
dei (1) Se l'idea di un Legislatore Supremo non conservasse i dritti degli
uomini, le loro passioni indipendenti spezzerebbero continuamente come una
fragil rete tutte le leggi stabilite per contenerle. 22 vocaboli servirà a
farvi comprendere fin :ia Iure completa sulle operazioni aritmetiche ) : ono
poi astenuti diminutivi , benché abbiano la terminazione in “-otto,” le voci “signorotto,”
“aquilotto” y le- pi otto 9 ed infinite di questa fatta. Sono ancora diminutive
quelle voci colle finali in -ino, -itto, -elio y uccia > ina , ec. che
servono ad esprimere piccolezza dell’individuo, come fanciullino, ca- scttina y
bambinello, verginella ? giovanetto, casuccia y ec. I vezzeggiativi vanno a
finire in etto, elio , • 35 uccio , uzzo
, ino ec. es. semplicetto , vecchiardi lo, contadinuccio, vecchiuzzo,
fratellino ec. I dispregiativi finiscono in accio, astro , aglia, uppola , affo
, attolo ; es. popolaccio, femminac- eia , giovanastro, plebaglia, otniciatto,
libriciattolo, casuppola. cap. m. Dell accompagna nome. Se il nome, tanto
individuale , che personale, serve pei* se stesso a farci distinguere l’individuo
in modo da presentarcelo separalo non solo da tutti gl’altri di diversa natura,
ma da quelli ancora della sua specie, non oltiensi lo stesso uficio nè dal nome
collettivo, nè dal qualificativo. Si ebbe perciò ricorso alla terminazione
finale per indicare uno, o più di tali individui, dicendo j colonnA – H. P.
Grice, “ox”, in Oxford --, colonnE –
“oxen”, as in “Oxenford” – H. P. Grice -- ec. Oguun sente che da queste due
terminazioni diverse ci viene indicato soltanto che l’individuo per es. Colonna
(“ox” – H. P. Grice – “but cf. ‘grice/grouse’” --, non deve confondersi con una
moltiplicità d' individui colonnE – “oxen,” chicken”. Quando però diciamo:
convien prendere una colonnA, veniamo a significare la scelta da farsi d’UNA colonnA
fra questa moltiplicità d' individui della medesima specie. Finalmente se
diremo fu presa la colonnA, è allora che verrà da noi precisata la colonnA
prescelta far le altre tutte. Un Poetastro stampò contro Benedetto XIV una
sutì- raccìa» H Pontefice la lesse, la corresse, e scrisse all' autore S ve la
rinvio corretta acciò la vendiate meglio. Di qui è che si rende a noi manifesto
che le voci “uno,” “il,” servono a ristringere sempre più il significato dei
nome – H. P. Grice: “He’s meeting a woman tonight” – “a tortoise” – “broke a
finger”. Infatti chi dice : V uomo è opera del Creatore, viene ad accennare
quest' opera, senza indicare però se vi sono altre sue opere, senza presentarci
questa distinta dalle altre, e senza precisarcela in un modo particolare. Che
se dirò l'Uomo è UN’opera – H. P. Grice: mass-noun, non-mass noun -- del
Creatore, farò intendere – IMPLICARE, SUGGERIRE – SIGNIFICARE, INDICARE --, e
che vi sono ALTRE sue opere, e che questa è una combinata colle altre.
Finalmente quando dico: Y Uomo è L’opera dei Creatore | è allora soltanto che
vengo a presentarla staccata, e distinta da tutte le altre sue opere, come che
per noi la più portentosa. Così, veuendo interrogato uno di voi: avete veduto
Persona? se risponderà: “Non ho veduto persona,” “Ho veduto UNA persona,” ovvero
“Ho veduto LA persona.” La risposta nel primo caso indicherà – IMPIEGATURA,
suggerire, implicare, indicare, significare -- persona in un modo indeterminato.
Nel secondo, determinerà il suo numero. Nel terzo preciserà il numero, e farà
comprendere .incora la specie individuale della persona. Così dirassi: un forte
volere, un alto imaginare, un maturo pensare; adoperando “un” – Grice: “the
uses of ‘a’” -- in luogo di “il,” perchè così al volere, all'imaginare, al
pensare, vien dato quell'estesa ed illimitato significato che si vuole appunto
che abbiano tali voci. Ma, se ben si attende, potrà scorgersi facilmente non
competere soltanto alle voci “il,” “uno,” – H. P. Grice on ‘a’ -- il carattere
d'individuare il nome con minore, o maggior precisione \ ma esser proprio
ancora un tale uficio de' vocaboli – H. P. Grice, ‘demonstratives, and
quasi-demonstratives, proximal, medial, distal --, esso, desso, questo, stesso,
medesimo – Grice, “Sameness and substance,” “Someone is hearing a noise”. Anzi
la loro indole è tale da precisarci in modo il nome, quasi mostrandolo a dito
con più, o meno energia. Tutto ciò può sentirsi dalle seguenti espressioni: “padre,”
“un padre,” “il padre,” “padre,” “desso padre”, “questo padre,” “questo stesso
padre,” “questo medesimo padre.” – cf. H. P. Grice: “He is meeting a woman – he
is meeting his woman.” Ed è perciò che i sette addotti vocaboli, attesoché si
associano con il nome per dare ad esso una maggiore o minore determinazione,
potranno denominarsi accompagaanomi, od anche voci determinanti. Dal loro
uficio stesso di precisare l’individuo che vien RAPPRESENTATO dal sostantivo,
cui si associano, si comprende perchè NON debbano unirsi nè con i nomi
individuali e personali – “Scorates” cannot be a predicate, it’s a substantial”
– H. P. Grice and P. F. Strawson --5 non dicendosi: “uno Pietro”: “uno Arno”: “il
Pietro” – ma “la Callas” -- ec. nè cogl’aggettivi imperfetti od incompleti) il
carattere oe quali consiste appunto nel voler denotare in un modo indeterminato
tanto il numero degl’individui, come la specie, o particolar carattere di
ciascuno 5 onde NON può dirsi: “uno alcuno” – “one someone” – H. P. Grice on
(Ex) as ‘some (at least one) --, “il qualche,” “il certuno” ec. S' intende
dunque il perchè, nominando persona , o cosa ignota a coloro ai quali è diretto
il discorso, si adoperi la voce (“uno”), per es. venne un amico 5 ed in seguito
del discorso si faccia uso della voce (“il”), dicendo: “venne l'amico”; atteso
che in questo secondo caso si suppone l’individuo amico *già noto*. È vero che
talora anche con i vocaboli indeterminati “qualche,” “tale,” “certo,” ec.
sogliamo unire la voce “uno,” dicendo: “un qualche,” “un tale,” [Questa maggior
forza significativa [H. P. Grice, STRENGTH, vis] che ha la desso sopra r altra
esso, si rileva ancora dall’ETIMOLOGIA di queste due voci. “Esso” è tratto dalla
lingua latina “ipso,” mentre “desso” viene da “de ipso,” quasi di “esso,” servendo
appuntò la dì ad asseverare, o confermare con più viva efficacia. Presso i
latini ancora il pro-nome die serve bene spessa ad estendere la determinazione
di un nome. un certo; ma ciò proviene dai SOTTINTENDERSI [H. P. GRICE
CONVERSATIONAL IMPLICATURE] alla voce uno, qualche altra voce collettiva;
cosichè veniamo a dire: “un qualche uomo,” “un certo individuo,” ec. Talora
associamo la voce “uno” con i sostituiti vocaboli personali, od individu;ili ,
dicendo: “è una babilonia” 5 “è un Nerone,” – cf. H. P. Grice and P. F.
Strawson, “”Socrates” cannot be predicates, but we can say that Josepth was A
SOCRATES” – “è un Tito,” intendendo però che debbano esservi sostituiti altri
vocaboli collettivi del significato analogo: “e UNA babilonia” +> è una
confusione; “e un Nerone” +> “è un imperante crudele” 5 “e un Tito” +> “è
un sovrano adorabile.” Così potrebbe dirsi: “è un Leopoldo” per indicare un
benefattore nel trono, che vuole efficacemente la felicità de’sudditi. Che se
ai nomi individuali, Cairo, Roccella, Mirandola, vanno unite le voci – “il,” “la”
-- ciò deriva dall'essere SOTTINTESA [H.P. Grice: conversational implicature] in
origine a codesti vocaboli la voce collettiva “provincia,” cioè, “Cairo” =>
“la provincia del Cairo;” “Roccella,” +> “la provincia della Rocella;” “la
Mirandola” => “la provincia della Mirandola”\ come diciamo anche in oggi “la
Marca,” “la Romagna,” “la Francia,” “la Toscana, “l’Italia,” ec. col SOTTINTENDERE
[H. P. Grice: conversational implicature] i rispettivi nomi collettivi. IV
accompagna nome i7, che non si associa che con il sostantivo, unendosi con
qualche aggettivo darà a questo il carattere di sostantivo \ quindi [Pietro
Leopoldo più Magistrato che Sovrano dette una prova di fatto che il suo gran
tuore era ripieuo tutto del sentimemto della felicità de’suoi sudditi. Nella
maestà e filantropia delle sue leggi liberamente concesse al popolo toscano,
racchiuse quella sapienza ed umanità che regge felicemente questa bella,
industre, frugale, e saggia parte d’Italia, che prospera sempre più, per il
regime sapiente, benefico, e soave di Leopoldo IL Questo Principe tu lo vedi
inoltrarsi tutto solo a traverso di folto popolo geloso custode della
inviolabilità u» tua sacra persona, perche sa dominare soavemeute nel cuore dei
sudditi che lo adorano. » hi farà dire a
Tilo : o sia giudica . Dunque un
giudizio è la cognizione di un rapporto, ossia è l’asserzione dell’esistenza di
un rapporto. L’oggetto che si prefigge la nostra grammatica esigendo una certa
classificazione di giudizi, secondo il diverso uficio che ci prestano 5 sarà
perciò : [Ci è affatto incomprensibile la maniera con cui acquistiamo le
sensazioni e le idee tanto dirette che riflesse, vale a. dire le nozioni. [Ci
prevarremo alle volte dei simboli generici degl’algebristi per il motivo
addotto. Piacendo al Precettore di adottare il metodo cT istruzione, simultanea
in luogo della individuale, e di render sensibile l’astrazione dei simboli con
molti esempi, vedrà egli allora dissiparsi ogni apparente difficoltà di
rendersi intelligibile. [La voce rapporto potrebbe supporsi derivata dati* alto
della mente di portare, per dir così, un idea al confronto di un altra, onde
conoscere la loro relazione. Il vocabolo giudicare forse deriva àaìjut dicere
(dire il giusto) dei latini. 48 i.* Classe. Giudizi di rapporto d'inclusione.
Consistono questi nell’asserzione della mente che un idea B è inclusa in un
altra idea A. a. a Classe. Giudizi di rapporto di uguaglianza, ed anche d'
identità. Quando la vostra mente, confrontando l'idea C colla idea/?, giunge a
conoscere che una è uguale all'altra, come er es. che /' idea d' una colonna è
eguale ai- idea a" un altra colonna; allora asserisce l’esistenza di
eguaglianza fra queste due idee, o sia, giudica del loro rapporto di
eguaglianza. Qualora il giudizio si raggiri su due idee misurabili astratte,
come 2 + 1 = [\ , allora lo diremo giudizio di rapporto d'identità , perchè si
asserisce dalla mente che è ciò che è; infatti , chi dice 2 + 2 = 4 dice che 4
= 4 5 c *°è cne 4 è 4- (2) 3.* Classe. Giudizi di rapporto di differenza.
Confrontando due idee G ed M , e scorgendo fra esse una qualche differenza in
più o in meno, come per esempio fra l’idea di un tutto, e l' idea di una sua
parte, allora asserisce la mente l’esistenza di differenza fra due idee. £d
ecco un giudizio di rapporto di differenza. Prima che discendiamo alle altre
tre classi di giudizi, immaginatevi una linea retta, che con [Identità è
l'aggettivo sostantivato della voce “identico,” che deriva dall'”idem,” stesso,
dei latini; e ci fa intendere che l'identità consiste nel ravvisare un'idea
eguale a se stessa ( v. I»aij. 53 ). (•/) I giudizi d' uguaglianza, e quelli
d'identità vengono espressi dalle voci: “egualmente,” “tanto,” “quanto,” “cosi,”
“al pari,” ec. Questi giudizi si esprimono colle voci “maggiore,” “minore,” “più,”
“meno,” ec. una sua estremità si trovi al principio, e coir altra al fine della
fisica esistenza della natura -A-B-C-D H- N-O-P-Q. Supponete che un suo punto h
indichi' il momento attuale in cui la osservate; che i suoi punti . . . a 9 b ,
c , d , . . . che precedono il punto di tempo h indichino i tempi- passati; e
che dai suoi punti . .../ì, o, p , q, che succedono al momento k , vengano
indicati i tempi futuri. Sotto questa linea, suppongasi da voi esisterne un
altra dalla quale vengano indicati i pensieri o le azioni umane che si sono
succedute f e che- si succederanno. In questa seconda linea di pensieri o d'
azioni, che potrete riguardare identica colla prima linea del tempo, supponete
notati in correspettività dei tempi i pensieri od azioni./. A, B , C 9 D . . .
che hanno preceduto l'azione attuale H 9 ed inoltre i pensieri od azioni . . .
N , O 3 P , Q . . . che saranno per succedere ad H. Il rapporto fra l’azione
attuale H con il punto di tempo h, lo diremo di tempo presente: i rapporti fra
le azioni passate .. .tA, B , C , D . . . , ed i punti di tempo che ad esse
corrispondono li diremo di tempo passato. Finalmente i rapporti delle azioni N
, O , P , Q . . . con i respettivi punti di tempo n, o , p , q ... ili cui
devono effettuarsi -9 li diremo di tempo futuro. Si comprende da ciò quali
sieno i giudizi della 4.* Classe. / giudizi di rapporto delle azioni con i
tempi; come, per es. dicendo: “passeggiai ieri;” “scrivo adesso;” “studierò
domani,” asseriscono 3 5o 1' esistenza di rapporto delle azioni con i
respettivi tempi passato, presente e futuro. Riguardate ora i punti . . . a ,
/; , c ...//.. . // , o , . . . ridotti quasi a tante diverse sedi ove si trovino
situati i respettivi corpi . . . A, B, C. . . il ... N , O , P .... L 1 attuale
supposizione ci farà scorgere nella 5. " Classe. Primieramente rapporti di
situazione fra l’oggetto A , e la sede a ; fra l’oggetto B , e ia sede b, ec.
come per es. “io sto quà” — “io sono esistente” -f- “la mia esistenza è in
questo loco”: “tu stai là” y “quello sta dentro,” “l’altro sta fuori,” “uno
abita sujpra;” “l’altro abita sotto” ec. Questa specie di proposizioni serve ad
esprimere i giudizi di rapporto di situazione. Classe. Secondariamente potremo
scorgere dei rapporti di distanza fra la sede del corpo A , e quella del corpo
B ; fra la sede del corpo D , e quella del corpo fi , ce. Direte esser questi
giudizi di rapporti di distanza, perchè asseriscono una relazione di distanza
fra la sede di un oggetto, e la sede di un altro oggetto; e si esprimeranno
dicendo: “io sto lontano dalla piazza” = “io sono esistente” -J- “la mia
esistenza è distante dalla piazza;” lo stesso significalo ineludono le seguenti
espressioni: “io sto vicino a te”; “un luogo è /untano dall' ald o \ “una cosa
è prossima all'altra,’ ec. Queste classi di giudizi dipendenti dai rapporti d 1
inclusione, di eguaglianza, di differenza, di tempo, di situazione, di distanza
formeranno la parte fondamentale e principale della nostra grammatica,
qualunque >iasi l’opinione in contrario di alcuni valenti ideologisti ^i). r
1 _ Non ci sembra di poter convenire con
Tracy die 5i Vi piaccia ancora di dare una rapida occhiata a certe diverse
forme che prenderanno i vostri giudizi dipendentemente dalla varietà delle
circostanze in cui dovrete giudicare, cioè: o in un modo indefinito, o in un
modo definito ed insieme dipendente da comando, o in una maniera indicativa ed
isolata, ovvero accompagnata da qualche particolar sentimento dell’animo; o in
un modo congiunto con una particolare determinazione o dipendente da qualche
condizione. Queste diverse forme che prender può il vostro giudizio le
chiameremo maniere, o modi del giudizio, onde avrete i modi indefinito,
imperati- asserisce -- Milano -- » che l’atto di giudicare consiste sempre, ed
unicamente nei vedere che un' idea è compresa in un’altra e che fa parte di
questa. Questo celebre autore sembra tanto sicuro di questa sua definizione del
giudizio da dirci con piena fiducia » io ardisco affermare che fino al giorno
d'oggi niuno fra 1 grammatici ha conosciuto in che precisamente consiste l’operazione
di giudicare, ed è questa la primaria cagione per cui i più belli indegni, e le
teste più forti non ci hanno dato finora che cattive teoriche intorno alla
lingua. £ debbo confessar francamente che tutte quelle che sono a mia
cognizione le trovo non solo imperfette, ma false eziandio: ed è ciò appunto
che mi ha posto in disperazione quando ho preso a scrivere il presente
trattato. L'asserzione di Tracy che tutti i nostri giudizi consistono sempre ed
unicamente nel vedere^He un’idea è indussi in un 1’altra, o che fa parte di
questa non ci sembra conciliabile in modo alcuno con quanto crediamo di avere
dimostrato sulla diversa indole dei giudizi, mediante ripetute osservazioni sui
nostri stessi fatti interni. Se in ciò non ci siamo ingannati potranno allora
le verità stabilite servire non solo di base per la completa teoria del
discorso, ma ci apriranno l'adito ancora a sciogliere agevolmente un gran
numero di complicate ed oscurissime questioni che hanno tanto imbarazzato i
grammatici e gl’ideologisti, perchè appuuto non avevano analizzato abbastanza
1'atto intellettuale che chiamiamo giudizio.
fo, indicativo, congiuntivo, ottativo, condizionato. Basti per ora un
sol cenno di questi diversi modi di giudicare, perchè dovremo trattarne con
qualche estenzione, nell’applicare la grammatica intellettuale alla grammatica
italiana. Passiamo invece a trattare della facoltà della mente denominata
raziocinio. La ragione è la facoltà della mente di combinare le idee.
Esercitare questa facoltà è ciò che dicesi ragionare, ragion- dare , del
rapporto che la mente non può discoprire a primo aspetto fra una idea A ? ed
una idea B. Infatti allora diciamo esser essa costretta di ricorrere ad una
terza idea G r ragion dare del rapporto fra le due idee A , Dal vocabolo “ragionare”
è derivata la voce “raziocinio.” Dunque il raziocinio è la combinazione di una
terza idea C [CONCLUSIONE – e termine mezzo] colla idea A [PREMESSA MAGGIORE],
e poi colla idea B [PREMESSA MINORE], per potere effettuare la combinazione di
A [SOGGETTO termine minore] con B [PREDICATO termine maggiore]. E perciò diciamo
che la mente ragiona quando rintraccia mediante la riflessione tanto nella idea
A, come nell’idea B una TERZA idea C, la quale per il suo rapporto cognito
tanto coll’una che coll’altra delle due prime, dà luogo a proferire due noti
giudizi, dai quali discende necessariamente il discoprimento del giudizio
ignoto, vale a dire l l’evidenza del ricercato rapporto fra l'idea A e T idea B
5 ed è ciò appunto in che consiste il raziocinio. Per es. riguardo ai giudizi
d'inclusione, per accertarvi die Y idea B, è inclusa nell’idea A, trovata che
avrete la TERZA idea C, cosi ragionerete. L'
idea A INCLUDE l’idea C y Y idea C iu-
cldde l' idea B , dùn ec. Nè si creda perciò che simili rapporti d'identità
richiedano l’ajuto del raziocinio per farsi comprendere. Questi si scorgono
veri intuitivamente ossia si presentano a primo aspetto evidenti. Evidenza.
Giunta che sia la mente a vedere che e ciò che è come p. e. che 2 + 2 = 4 >
eioè che 4 = 4 – cf. H. P. Grice on Kant 7 + 5 = 12; 12 = 12 5 « ... M , M I I
Per servire all' intelligenza de’giovanetti su di una materia che a primo
aspetto sembra alquanto astratta, potrà ricorrere il precettore a qualche
confronto sensibilissimo, come sarebbe, se la scatola A include la scatola C, e
se nella scatola C è inclusa la scatola B, ile s^ue necessariamente chela
scatola A include la scatola B. 54 ossia che 4 è 4 ? od anche che un tutto =
alla totale unione delle sue parti, cioè che la colle/ione totale delle parti
di una cosa eguaglia tutte le sue parti, ossia che il tutto è tutto; allora, a
quest'ultimo grado si arresta la niente, appagata alla vista del vero, cioè
alla vista che è ciò che è, vista denominata evidenza. L'evidenza dipendente
dal rapporto d'identità, od anche dalla differenza fra due idee astratte
misurabili, si chiama evidenza di ragione. L' evidenza dipendente dai rapporti
di eguaglianza, d'inclusione, di differenza, di tempo, di distanza, di
situazione, si denomina EVIDENZA DI FATTO. Finalmente vien distinta una terza
evidenza sul rapporto fra la nostra esistenza e qualche sua esperimentata ed
intima modificazione j come per es. “io sento” y “io penso,” ec. Questa
evidenza vien chiamata di SENSO intimo. Non è nostro scopo il tener qui
discorso della MEMORIA riflessa della quale solo intende parlar ALIGHIERI
(vedasi) quando ci dice che non fu scenza sen^a ritenerlo inteso, poiché non
avrebbe fatto uso dei vocaboli scenza, inteso, se avesse voluto parlare di
quella memoria che suol essere lo strazio della gioventù, perchè appunto ne fà
essa uso della facoltà d'intendere, nè ci fa fare acquisto di ciò che veramente
intendesi per scenza. Pervenuta la mente all'evidente cognizione della verità
nasce nell'animo una certa tranquillità e sodisfazione quasiché giunta fosse al
punto bramato. La cognizione della dipendenza di questa tranquillità dello
spirito dalla verità evidente è ciò che dicesi coscenza – con-scenza -- per
esprimere la scenza che abbiamo di noi stessi riguardo all'indicato rapporto;
ond'à che la coscenza può riguardarsi quasi il sigillo della verità. Questo
breve cenno da noi dato sulle idee, sulla loro combinazione, e sull'indole
delle principali facoltà intellettuali vi farà intendere bastantemente la
maniera esatta di esprimere col discorso i concetti della mente e potrà
supplire a quanto dovrebbe forse restringersi in una logica chiara, utile, e
compendiosa. In qualunque circostanza di vostra vita in cui dovrete giudicare o
pronunziare una decisione qualunque converrà che vi cauteliate attentamente da
ogni illusione riguardo alla vostra coscenza determinante, potendo accadere che
i sentimenti di tranquilità di vostra coscenza, senza avvedervene, vengano m »-
cliticati dalla vostra posizione, dai vostri interessi, dai vostri pregiudizi,
dalle vostre stesse passioni, anziché venir determinati dall' intima
convinzione della cognita verità. Certamente se v’andasse del nostro interesse,
dubiteressìmo perfino delle dimostrazioni di Euclide -- Sentenza di un profondo
filosofo. Alembert facendo l'elogio della grammatica di Dumarsais e
specialmente della parte logica di questa grammatica cosi s’esprime: questo /
ruttato contiene sopra .a metafisica tuttociò che è permesso sapere; il che
vuol dire essere l’opera brevissima. DEL VERBO E DEGLI ASSERTIVI. Non V La
discorso propriamente detto se non abbia un senso compito 5 ed il SENSO [avant
Frege – Grice --] compito consiste nell’enunciare un qualunque giudizio, nell’affermare
l'esistenza eia maniera d’esistere di un soggetto, nell'esprimere qualsiasi
rapporto. Questo servigio ci vien reso da ciò che dicesi VERBO [cf. H. P.
Grice: la dichotomia del Cratilo: onoma/rhema -- vocabolo che deriva dalla
latina verbum -- parola. Fra una gran moltiplicità di verbi basterebbe il solo
verbo “essere” per esprimere qualunque rapporto – H. P. Grice, “Aristotle on
being and good,” “Aristotle on the multiplicity of being”. La forza asserente
di questo verbo “essere” viene ad abbracciare con una voce *due* giudizi; i.°
cioè riguarda l’esistenza di *due* idee j ed il 2. 0 quella del loro rapporto.
Infatti proferendo voi il vocabolo “pera” non asserite né _che_ la pera esiste,
né come esiste – cf. hicocervo -- ; ma dicendo “Questa pera è buona,” allora
voi venite ad asserire non solo l’esistenza della pera e della bontà, ma
insieme affermate l’esistenza del rapporto fra queste due idee, “pera” e “bontà.”
H.P. Grice: “My exmple is “Smith’s dog is shaggy” -- Ora l’affermare l’esistenza
delle idee e della loro maniera di esistere sarà ciò che chiameremo stato \ e
diremo che il carattere essenziale del verbo “essere” consiste nclf asserire LO
STATO – H. P. Grice: “I’m not sure what Teutonism Witters used, but Pears calls
it ‘state of affairs’ --, ossia nell’enunziare due giudizi con una sola vr*?e.
Lo stesso discorso ha luogo riguardo all'enunciazione delle altre classi di
giudizi già da noi fissate 5 come per es., “La colonna A è uguale alla colonna
B,” ec. Ma il verbo “essere” oltreché basta per se solo colla sua intrinseca
forza asserente ad esprimere qualunque giudizio, ha ancora l’altra proprietà
singolare d'incorporarci per dir così con 1 uno, ^7 o coir altro aggettivo per
dare ad esso e fórma e vita in un tutto cognito sotto il nome di VERBO COMPOSTO,
o come altri vogliono di aggettivo verbale. Così per es. “leggo” =def “io sono
leggente” 5 “leggere” =def “esser leggente” =def “persona essente leggente.” Queste
due proprietà eminenti del verbo “essere” lo banno fatto chiamare a buon dritto
verbo, cioè “parola” per eccellenza – cf. Plato, RHEMA. Ma perciò appunto
crediamo che questa caratteristica denominazione non debbi da voi confondersi
con quella di tutti gli altri verbi composti, i quali d'ora in poi verranno da
noi indicati col nome di assertivi, e ciò per fare intendere che il loro uficio
primario consiste nell’esprimere l’asserzione della mente non solo riguardo
allo stato del soggetto, ma riguardo ancora alla di lui azione. Questo duplice
uficio essenzialmente proprio degl’assertivi -- o verbi composti -- ci viene da
essi manifestato o in un modo detcrminato ed esplicito -- cioè manifesto – H.
P. GRICE EXPLICATO --, come “leggo” =def “io sono leggente” 50 in un modo
indefinito ed implicito -- cioè occulto – H. P. Grice: VELATO, IMPLICATO e
CANCELLABLE --, come “leggere” =def “essere leggente” =def “persona essente
leggente.” Ed è perciò che questa seconda voce deir assertivo è chiamata “infinito,”
benché dovesse chiamarsi con più proprietà indefinito. L’indefinito in tutte le
lingue è quella voce che pronunciasi prima di qualunque altra dell 1 assertivo
tanto dai fanciulli, come da quelli che in* ( rapporto di passaggio, od anche d
1 avanzamento ; a indica rapporto di concessione o di tendenza: le altre,
adesso, presto, tardi 9 oggi, domani, ieri, ec. esprimono i rapporti di tempo.
Quelle : insino , Jino , si* no y ec. denotano rapporti di estenzione di
spazio, ec. Diremo perciò che l’uficio delle preposizioni consiste nel legare
vocaboli, asserendo l'esistenza de'rapporti in un modo più o meno conciso,
sempre però analogo a quello dell'assertivo, quantunque con involute forme
riguardo al servigio che ci prestano, il quale, non avendo quella generica estensione
che abbiam veduto a vere, gl’assertivi che in se racchiudono ancora rapporti di
tempo, di numero e di persona, perciò le preposizioni sono parole indeclinabili
e gl’assertivi parole declinabili. Sempre però sarà vero esser proprio delle
preposizioni il primario carattere degl’assertivi, che consiste nell’esprimere
rapporti, nel legar vocaboli, nel formare proposizioni. E sotto questo aspetto
riguardandosi da noi le preposizioni, potremo perciò denominarle vice-assertivi
– dalla lingua latina, vice-roy. Etymology From Latin vice
(“in place of”), ablative form of vicis. Compare viscount. Prefix vice-
Taking the place or rank of (another person); deputy. Usage notes Not to
be confused with numerical terms beginning with vice- as a variation of Latin vigenti
and intending the number 20. Derived
terms air vice-marshal English terms prefixed with vice- vice-captain vice
chair vice-chair vice-chairman vice-champion vice-chancellor vicecomital
vice-consul vice-director vicegerency vice-presidency vice president
vice-president vice-principal viceregal viceregency viceregent viceroyalty
vice-skip Translations ±deputy Anagrams – H. P. Grice: “The prefix ‘vice-‘
should be preferred to ‘pro-‘ as in ‘pro-verb’! It’s more Latin and less
Hellenic and ambiguous!” Avverbi. avverbio è cosi chiamato dai latini, perchè,
secondo il loro parere, è una parola che vién posta avanti al verbo -- ad
verburn. Ma ancorché si potesse da noi convenire su di tal carattere dell'
avverbio, pure ciò non si verificherebbe in tutta l’estensione, unendosi l’avverbio
talvolta coli' aggettivo, come: “molto dotto” – H. P.Grice: “We spent quite a
few Saturday mornings analysing the implicatures of ‘VERY’ and ‘HIGHLY’ as
preceding +-valued, ‘highly intelligent’ – and –valued ‘highly stupid’ – We
concluded: How CLEVER language is!” --, talvolta con altro avverbio, come: “molto
spesso.” Abbandonate però simili indagini, rintracciamo piuttosto la natura
dell'avverbio. Potremo in esso conoscere l'indicazione abbreviata di un
rapporto, la quale in sè comprende altrettante parole corrispondenti ad una
proposizione, di cui è una espressione compendiosa – o ‘entimetatica’ – H. P.
Grice. Infatti dallo sviluppo dei maggior numero degl’avverbi ci vien presentato
senza equivoco un sostantivo, un aggettivo, e la preposizione colla quale,
legando il sostantivo coll’aggettivo, asserisce il loro rapporto d’unione, e
viene a formare una vera proposizione, come si rende manifesto dalle qui
annesse maniere avverbiali con gl’avverbi, e colle corrispondenti proposizioni.
Questo nostro opinare sull’indole delle preposizioni non è uniforme in modo
alcuno a quello di Tracy. Ci dice quest'autore -- Milano -- che in tutti i casi
le preposizioni non sono altro che aggettivi dito venuti indeclinabili. Poi
soggiunge nel paragrato che segue: a il primo effetto delle preposizioni
consiste nel morto vare certe relazioni fra un nome ed un’altro nome. Lasciamo
al lettore l'impegno di rintracciare la verità della prima asserzione, e poi di
conciliarla colla seconda. Di bel nuovo
s=s novellamente ssa con menta nuova = la mente fu ss V idea fu = la maniera fu
nuova “Di concordia” =def. “concorde-mente ssa con mente concorde = la mente fu
concoi de. “Di fatto” =def. “effettiva-mente” =def. “con mente effettiva.” “Di
furto” =def. “furtivamente” =def eoa mente furtiva. “Di gran lunga” =def. :grande-mente”
ssa in maniera grande =def. la maniera fu grande. “Di mano in mano” ssa
successivamente ssa in maniera successiva. Di per sè — separatamente ssa in
maniera separata. “Di proposito” =def. “attenta-mente” ss “con mente attenta”
ssa la mente fu attenta. Ciò che si rende manifesto ancora in questi versi del TASSO
(vedasi). A me che le fui servo, e con sincera mente l'amai, ti die non
battezzata; ove con sincera mente =def. “sincera mente” ssa la mente fu sincera
= l'idea fu sincera. Dunque la maggior parte degl’avverbi si presentano
chiaramente formati dall'assertivo, dall'aggettivo e dal sostantivo “mente” se
il suo aggettivo è riferibile ad oggetto intellettuale, o dal sostantivo
maniera se riguarda oggetto sensibile – H. P. Grice: “I implicate otherwise
when I choose ‘mean’ as in ‘Those thirteen spots ‘mean’ measles – seing that
‘mean’ is cognate with ‘mind,’ and gives all sorts of complications to the
Italian language!” L 1’avverbio fa da proposizione o per dare una maggior
determinazione al significato di un' altra proposizione, od anche per aumentare
o scemare a fòrza di altro avverbio. Valgauo i seguenti esempi. Il timore fu SEMPRE
un consigliere fallace ssa il timore fu consigliere + fu fallace + IN TUTTI I
TEMPI fu fallace. La Religione Cristiana vuole che gl'uomini si riguardino come
fratelli; che si amino SINCERA-MENTE; promette premj in proporzione del Lene ,
e minac- cia castighi CORRISPONDENTE-MENTE al male che essi si faranno
reciprocamente = la Religione Cristiana vuole -f che l'uomo veda V uomo eguale
ad un suo fratello -|- che l'uomo ami f uomo -f- che l'amore sia SINCERO;
promette premj + eguali ai servigi buoni -f~ minaccia castighi -^-eguali al
male -f- fatto dall'uno all'altro. Tito, PIÙ clemente di Cesare, fu obbedito
per amore = Cesare fu clemente -f- la clemenza di Tito fu SUPERIORE a quella di
Cesare. Qui l’aggettivo più modifica l'aggettivo “clemente” della prima
proposizione, oltreché forma la proposizione: la clemenza di Tito fu superiore
a quella di Cesare. Alessandro, assai PIÙ fortunato di Serse , abusò molto di
sua grandezza = Serse fu fortunato + la fortuna di Alessandro superò quella di
Serse -f- questa superiorità fu grande + Alessandro abusò di sua grandezza + f
abuso fu esteso. Si vede in quest'esempio che l'avverbio “assai” modifica l”altro
avverbio “più” – H. P. Grice: “Highly stupid” – “Exceedingly hihgly stupid” --;
che tutti due insieme modificano l’aggettivo “fortunato” \ che 1'avverbio “molto”
modifica r assertivo abusò. Per sentire ancor più la forza di modificare che
hanno le incluse proposizioni, basta esporre la medesima frase, senza gl’avverbi
“assai” e “molto” – H. P. Grice: He is stupid. Austin: He is HIGHLY stupid” --,
dicendo, Alessandro, più fortunato di Serse'j abusò di sua grandezza. IT
avverbio, non avendo mai alcun rapporto col sostantivo, ed escludendo perciò
ogni rapporto di numero e di persona, sopra i quali ancora si estende la forza
dell'assertivo, non è da maravigliarsi se resti indeclinabile. Tuttavia ci sarà
sempre lecito di chiamarlo “vice assertivo,” – H. P. Grice: “I love that
prefixal use of that very Latin ‘vice-‘! -- avuto riguardo all'uficio che esso
ci presta, coll’asserire 1'esistenza dei rapporti, col legare vocaboli é col formare proposizioni, che servono a
modificarne delle altre. È piaciuto ai grammatici di farci distinguere gl’avverbi
col classificarli, facendo dipendere ciascuna classe dal carattere del rapporto
determinato dall'aggettivo che vi si trova incluso: e perciò avremo rapporti di
certezza, di probabilità, di tempo, di luogo, di numero, di similitudine, di
quantità, di qualità, d’ordine, ec. Riporteremo qui alcune di tali classi Colle
rispettive forme avverbiali. Rapporti di certezza affermativa e negativa. “Per
certo” =def “certa-mente” 5 senza fafcj = infallante-mente 5 per appunto =x
esatta-mente; affè= in fede mia = sulla mia fede 5 per niente ±=s mica =± nò
sicura-mente ; oibò = per nulla = no certa- mente; sì, nò, non ì sono
proposizioni clittichc -- compendiose; per es. “State bene?” “Sì” =def. +>
“Stò bene.” Così: rada. . . A morte? — No. Peggio. — E dove ? — “A Roma?”— “SI.”
Rapporti di probabilità' e di dubbio “Con probabilità” =def verisimil-mente.
Come è facile = natural-mente. Forse — può darsi sa ciò è facile sas facil-mente.
A un dipresso = circa = approssimativa-mente. Rapporti di tempo. “In questo
punto” =def. “ora”. In prima — dianzi. In appresso = poscia. A beli' agio =
lentamente. “Di quando in quando” =def. “interrotta-mente. “Allora” =def. “in
queir ora”. Fin d* ora =ss fino da questo momento. Rapporti di numero. Spesse
volte= soventemente. Qualche volta — talvolta. Assai volte ss spesso. “Con
frequenza” =def. “frequente-mente. Rapporti di quantità'. Olire misura =
soverchiamente. Quanto &z,?ta = Lastantemente. In minor quantità = meno. In
maggior quan- tità = “più”. Tanto, cotanto, quanto, molto, troppo; con
iscarsezza = scarsamente ec. Rapporti di qualità e modo. Senza errore =def.
bene. A modo di =def. come. Di buon gra- do =def. volentieri =def. con buona
volontà. A bello studio =def. avvedutamente. A capriccio =def.
capricciosa-mente. Di soppiatto =5= nascostamente. Alla scoperta =def.
scopertamente. Con prontezza sa pronta-mente ec. 7Rapporti cT ordine. A vicenda
= gradatamente. In primo luogo =def. primieramente. A poco a poco =def.
gradatamente = per gradi ec. Rapporti fra interrogazioni e risposte. Per qual
ragione =def. perchè ec. Da questa nostra analisi soli l’indole delle
preposizioni e degl’avverbi potrete comprendere con quanta verità ci dica Tracy
che abbiamo parole in gran numero le quali non esprimono una idea intera, ma un
solo FRAMMENTO d J idei* -- H. P. Grice: “I found myself saying the same thing
when I wondered if it makes SENSE to speak of the SENSE of ‘to’ or or’! --; e
tali sono le preposizioni egli avverhj -- Milano. E dovete notare puranche
essere cosi accetta a Tracy questa vista tutta sua, che ci va ripetendo più e
più volte Cile certe parole non esprimono una idea intera compita – H. P.
Grice, UTTERANCE-PART, UTTERANCE-WHOLE -- ed unica (371, e che non sono che
espressioni di porzioni df idee. In quanto a noi contesseremo ingenuamente che
la nostra insufficienza ci rende incapaci di comprendere questa nuovissima
metafisica trascendinte di Tracy sulle frazioni delle idee. Bramiamo bensì che
altri di più acuto senno si occupi a renderla accesibile col dimostrarne la
yerità. Altrimenti potrebbe accadere che taluno applicasse a questo autore
quanto esso stesso ci dice riguardo al metafisico Harris – H. P. Grice: “...
whom Chomsky, of all people, encouraged me to read more closely – ‘and none of
your redneck behaviourists!”: il merito di questo scrittore è stato pur v un
istante presso noi vantato furiosamente, quantunque non ne avesse gran titolo.
Congiunzioni La congiunzione veste non solo il carattere che è proprio di
qualunque assertivo, di legare cioè lue vocaboli, e formar così una
proposizione; ma inoltre questa proposizione serve di legame per unire una
proposizione secondaria, che diremo di senso relativo con Un altra primaria che
denomineremo di senso ASSOLUTO. Il doppio uficio di legare di un tal vocabolo
lo fa chiamare con giusto titolo congiuntivo: perciò denomineremo proposizione
congiuntiva quella che dalla congiunzione viene a formarsi. Accertiamoci di
tutto ciò cogli esempi. 10 “Non veggo come voi siete qui venuto” =def. “io non
veggo una cosa questa consiste nella maniera con cui ec. Questa seconda
proposizione racchiusa nella congiunzione “come” serve a congiungere la prima
proposizione ASSOLUTA, “io non veggo” con la seconda relativa ‘voi siete qui
venuto,” la quale dà compimento al SENSO della prima. “Cesare fu eloquente E
guerriero” =def. Cesare fu eloquente + Cesare combinò l'eloquenza coli'esser
guerriero. La verità è utile E bella, benché non ci lusinghi = la verità è
utile “+” la verità è bella que» sti
suoi caratteri si conservano immutabili -{- nel tempo stesso che non ci
lusingano. Fu detto ad un Imperante: Voi dar potete la cittadinanza ad un uomo,
MA – cf. H. P. Grice: ‘the colour of ‘but’ -- non già ad una parola” =def. “Voi
dar potete la cittadinanza a un uomo “+” questo vostro potere non si estende +
a far cittadina una parola. Il governo di Solone fu popolare E torbido \ quello
di Licurgo fu popolare e ruvido \ quello
7 1 di Romolo fu soldatesco E conquistatore =def. il governo di Solone
fu popolare -|- fu torbido -, quello di Licurgo fu popolare -f- fu ruvido ;
quello di Romolo fu soldatesco -f- fu conquistatore. Questo principio è vero O
–- H. P. Grice: my second truth-functional connective – falso” =def. “Questo
principio è vero” + “se non è vero -f questo principio è falso.” Qui la
congiunzione – o DIS-giunzione “o” forma la proposizione IMPLICITAMENTE condizionale:
SE non e vero, la quale è il legame della relativa colla PRINCIPALE. “Veggo CHE
applicate allo studio” =def. “veggo una cosa” -\- questa cosa è -f- il vostro
applicare allo studio. “Io non dico che questa cosa” =def. “Io non dico altra
cosa -j" i° dico questa sola cosa. Non sempre però una delle proposizioni
congiunte, cioè la PRINCIPALE, è espressa – O EXPLICATA H. P. GRICE --,
specialmente quando si fa uso di congiunzioni per interrogare; per es. “Perche
siete voi entrato? “Come ne usciste? =def. “Io domando una cosa -f- questa c la
ragione per cui -j- voi siete entrato? IO DESIDERO SAPERE una cosa + questa è
la maniera con cui -f- voi De usciste ? si vede qui che le congiunzioni per-
chè , e come contengono e la proposizione principale, e la proposizione
congiuntiva. Potremo dunque concludere i.° essere la congiunzione e uua frase
compendiosa, che equivale sostanzialmente ad una proposizione congiuntiva, la
quale lega sempre DUE altre proposizioni, espresse ambedue, o espressa la
relazione soltanto, venendo inclusa la principale nella congiunzione
medesima, -- Tracy parlando del
carattere delle coogiuuzioiù cosi sì esprime: s il carattere distintivo delle
congiunzioni consiste nel legare una proposizioi.e con un'altra le congiunzioni
sono parole elittiche, che l'anno le veci di un' intera proposizione. darebbe
fo;sc dui- Poter riguardarsi la voce “che” – cf. H. P. Grice on J. L. Austin on
the ‘that’-clause, significa che -- “questa
cosa la quale” è quasi congiunzione per eccellenza, atteso che allora i
vocaboli hanno il carattere congiuntivo quando possono risolversi in qualche
modo in preposizioni esplicite mediante la congiuntone che, capace ancor essa
di ulterior determinazione, sempre però analoga al fissato carattere delle
congiunzioni. Vediamolo ancora coli' addurre il valore di parecchie altre
congiunzioni. “Così” =def. “essendo la cosa nella maniera che ho detto, ne
segue che”. – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson on ‘so’ (or therefore) as
asserted, and ‘if’ as unasserted. “Ora” =def. “a quanto si è detto aggiungete
che.” “Dunque” [cf. H. P. Grice: “Jack is an Englishman; he is, therefore,
brave” =def. :da quanto si è detto, devesi – ground-floor -- concludere che” --
Conciosiachè , imperciocché, perchè, giacché, ec. equivalgono alle espressioni:
una delle ragioni, uno dei motivi, di ciò che si è detto si è che. “Pertanto,”
– “if p, THEN q” -- intanto, ciò non ostante, però – cf. “ma” – SHE WAS POOR
BUT SHE WAS HONEST” – H. P. Grice --, e simili, impiegate come congiunzioni,
tengono luogo delle frasi seguenti: per le cose che si sono dette, o fatte, si
vede, succede, si può dire, viene opposto, che; Ad (in vece), nello stesso
tempo che queste cose si sono dette, o fatte y viene opposto, si può dire, che
-, Eppure 5= malgrado di ciò che si è detto, o fatto, viene opposto, si può
dire, che* Acciocché =def. a questa cosa la quale è. Affinchè =def. a questo
fine il quale è. Perchè =± per questo fine che è. Purché = pure che =def. se
condizionale. derabile che Y tutore si fosse data la pena di conciliare queste
due eipressioui. UIQ 73 , “Se” – cf. H. P. Grice on P. F. Strawson, “if and >” -- =def.
“nella
supposizione che,” “ciò posto che,” “verificata la condizione che.” “Ma”
– H. P. Grice, She was poor but she was honest” =def. “a ciò che si è detto,
bisogna aggiungere, per correttivo, per restrizione, per eccezione, ec. che.” Essendo
adunque di tanta importanza le preposizioni e le congiunzioni, e prestandosi
nel discorso ad ufici sì nobili, non è meraviglia che i sommi grammatici
abbiano caldamente raccomandato ai giovani lo studio il più profondo del
giacimento di esse particelle nel discorso. Ma su di ciò ne parleremo a suo
luogo. Le interjezioni sono vocaboli formati da una certa emissione SPONTANEA –
H. P. Grice: Non arbitraria – if he hollers, he is in pain” -- di voce, che io
chiamerei la primitiva favella del cuore con la quale furono espressi dall'uomo
i suoi sentimenti, i bisogni, i desiderii in quel momento in cui tutto per esso
era meraviglia, o piacere, o DOLORE – “MY choice!” – H. P. Grice. Ciascuna di
queste voci è il compendio di una o due proposizioni. Servono le interjezioni
per esternare: i.o Sentimento di dolore fisico o morale 5 tali sono le
seguenti: “ah,” “ahi,” “ohi” =def. “io sono infelice”; “io sono addolorato”. “Ahimè”
=def. “io soffro” -f- +> “soccorrete me”. ■Ahi dura terra perchè non t'
apristi ! 2.0 Esortazione , o preghiera, come: deh =2 io vi prego f fate ciò ;
di grazia fatelo. 3.o Indisposizione contro alcuno; come eh ! 4-° Amarezza di
spirito, come ; lasso— io so:io misero, infelice me. 5.° Ammirazione, come: “oh!”
=def. “può esser que-‘ y4 . sto ? ovvero gioja , come “oh!” =def. “quale
ineffabile dolcezza!” Eccitamento di collera; come: “deh” — vi pre*» go +
lasciatemi stare. Disprezzo, o disgusto, come, oiiò=^va via + ciò non può
essere , ec. Brama di avere alcuno , come : o/ó = chi sta là -f- bramo che
venga qua. Dunque le iuterjezioni fanno ancor esse le veci degl’assertivi. E
siccome sono espressioni generis che di chi le proferisce – H. P. Grice: il
proferitore – the utterer -- , perciò , escludendo il numero e le persone,
restano indeclinabili, LT analisi da noi istituita in questa prima parte del
comune linguaggio, sembra che ci abbia condotti a poter concludere: Che lo
studio delle lingue consister deve in un analisi che si approssimi per quanto è
possibile al metodo analitico dei matematici. Infatti abbiamo avuto luogo di
osservare che un vocabolo composto non è che il risultato di un' addizione 5
ona' è che nella totalità delle parole costituenti una lingua possiamo scorgere
quasi tante formole risultate dal calcolo. Che sei sono le parti che si rendono
indispensabili per il discorso in qualunque lingua, vale a dire: il nome
sostantivo, il nome aggettivo, l’accompagnanome, il vice-nome, l’assertivo, il
vice assertivo, Vedremo poi nella se- ti) La voce “calcolo” deriva dalla latina
mietili – sassolini --, attesoché con i sassolini, o colle dita si effettuavano
in origine le composizioni e le decomposizioni di un'ammasso di unità, ed anche
delle parti eguali della unità, nel che appnnlo anche adesso il calcolare
consiste. Vi piaccia confrontare i nostri sei elementi del discorso con quelli
che vengono fissati da Tracy. Abbiamo, egli dice, u undici elementi delle
proposizioni delle lingue parlate; cioè: nomi, pro-nomi, aggettivi, articoli,
verbi, participi, prepo- ni conda parte,
parlando della lingua italiana, che il segnacaso può annoverarsi anch'esso fra
gl’elementi del discorso; o si riguardi come vocabolo separato, ciò che accade
nella lingua italiana, ed in altre lingue, ovvero come una varietà di
modificazioni finali, o desinenze del nome, che servono ad indicare appunto la
varietà de'suoi rapporti; ciò che si verifica nella lingua latina. In quanto
poi a codesti variati rapporti d'identità, d’eguaglianza, di differenza, d’inclusione,
di situazione, di tempo, osserveremo che quelli delle prime quattro classi
furono denominati espliciti , mentrè furono chiamati impliciti i rapporti delle
altre due classi.] sizioni, avverbj, congiunzioni, interjezioni, e particelle.
Effettuato che abbiate il confronto potrete accorgervi se siano elementi del
discorso le preposizioni, le interjezioni, le particelle, o piuttosto elittiche
proposizioni. Per es. sceglieste ? Sì. Enon ? Nò. Voi ben vedete due compendiose
proposizioni nelle due particelle “si,” “nò.” jYOME E PRONOME DELLA LINGUA ITALIANA, ^- •
3N"ei nomi e nei pronomi della lingua italiana distingueremo tre caratteri
principali : i. p II Genere mascolino o femminino: Il Numero: singolare, [duale],
o plurale. Il Caso che varia col variare del rapporto del nome e del pronome.
Genere Gli oggetti che più interessano l’uomo, dopo i suoi simili, sono al
certo sii animali. Perciò dir ridendosi le prime osservazioni umane 9 e sopra
gl’uomini, e sopra gl’animali, poterono scorgervi DUE SESSI distinti: maschio l’uno,
femmina l'altro. Da questa distinzione di DUE SESSI derivarono due
classificazioni por genere riguardo ai nomi \ vennero distinti I NOMI MASCOLINI
ed i nomi femminili in due generi. Quei nomi che non appartengono nè all’una,
nò air altra di queste due classi furono detti neutri e questi costituiscono
una terza classe, la più numerosa dei nomi degli esseri. b^oogle Se fra i greci,
e fra i romani furono i nomi maschili ed i femminili introdotti indistintamente
dall' uso nella classe dei loro nomi neutri 5 vice-versa un gran numero di
neutri furono collocati ad arbitrio nell'una, o nell'altra delle due prime
classi. Nella lingua dell’ANGLIA trovansi classificati i nomi come si voleva
dalla natura degli esseri, e perciò i nomi maschili e femminili non si usano
che per gli esseri animati -, appartenendo alla classe de'neutri i nomi tutti
degl’esseri inanimali. Ma la nostra lingua, rigettando affitto il genere neutro,
fa dei nomi di tutti gl’esseri due sole classi, la mascolina cioè, e la
femminina; facendo intendere, colla variata terminazione del nome, se esso
aveva il carattere del genere mascolino ovvero del genere femminino. I maschili
si fanno terminare per lo più in “-o” nel singolare, ed in “-i” nel plurale; ed
i femminili in “-a” nel singolare, ed in “-e” nel plurale. E vero bensì che i
nomi: “papA,” “monarcA,” “podestÀ,: ed altri simili, indicanti Sovranità, sono MASCOLINI
terminanti in “-a” ma se ben si attende potrebbe supporsi che questi, nel
cambiar genere, abbiano conservata la desinenza femminina del nome sovranità,
dal quale derivano. Lo stesso potrebbe intendersi dei nomi maschili, “poetA,” “GeometrA,”
ec. Non riesce però egualmente agevole il far conoscere il genere dei nomi
terminanti in “-e” nel sin- golare ed in “-i” nel plurale, spettando questi
indistintamente all'uno, e all’altro genere. Ci contenteremo dunque di dire,
che SAREBBE STATO DESIDERABILE che ciascuno dei due generi avesse avuta una
desinenza sua propria, per. es. in “-o” i maschili tutti, in “-a” 1 femminili.
Ma , oltreché NON PUÒ SUPPORSI ESSERE STATI FILOSOFI TUTTI I PRIMI FORMATORI DI
UNA LINGUA COME L’ITALIANA, deve ancora osservarsi clic nelle lingue, formate a
poco, a poco, e quasi senza accorgersene e senza premeditato divisamente, non
poteva ottenersi che venisse, da una regola fissa e costante, collocato ciascun
nome nella sua classe convenevole, facendo terminare in una stessa maniera
tutti quelli che spettavano ad un medesimo genere. Ed ecco il perchè ahhiamo in
femminino, “imagO,” “manO -i, ed altre consimili terminazioni. Che se il
bisogno e la curiosità portò sempre gì’uomini all' osservazione, ali 1 esame,
alla distinzione delle cose, s’intende perchè alcune terminazioni maschili o
femminili, restate in origine comuni ai due sessi di parecchi animali poco
accessibili o poco utili all'uomo, continuino ad esserlo anche al presente,
dicendosi: serpentE, tordO, lucciO, corvO, aquilA, trotA, panterA, ec. senza
alcuna distinzione di maschio, o di femmina. Vi sono poi certi nomi che nell’uno
e nell’al- [Saremmo bramosi di conoscere perchè da un sommo scrittore moderno
siasi prescelto di applicare alla mano sinistra, l'aggettivo stanca piuttosto
che l'altro manca? Se alla mano dritta venne forse associato l'aggettivo destra
attesa la sua maggior destrezza nell' agire in confronto dell'altra mano
mancante di una eguale attitudine, per cui fu forse denominata mano manca;
allora l'aggettivo qualitativo stanca parrebbe dirci che codesta mano, meno
attiva in confronto dell'altra, è, quasi fosse il corno, già lassa di agire. Ma
questo significato, anziché proprio, sembrerebbe doppiamente figurato, e perciò
conforme piuttosto alla lingua poetica. Potrà qui notarsi che presso noi la
mano sinistra, cioè di sinistro augurio, non ha più quel significato simbolico,
che annettevano gl’antichi a questa mano. Il vocabolo mancina, si adopera senza
il sostantivo mano perchè fa da aggettivo sostantivato di manca. Uigitizeo by
tro genere promiscua me a te si adoperano, e che perciò gli diremo di genere
comune, come, fonte, fune, fine, arbore, grande, sapiente, illustre, con molti
altri. È noto pure che dicesi: forte guerriero, donna forte \ illustre
letterato, famiglia illustre , ec. Altri ve ne sono che variano genere colla
variazione del significato dell 1 individuo cosi; oste è maschile se indica
albergante; e diviene femminile se addila esercito nemico \ similmente diremo
che tema -- colla è stretta -- per timore è femminile 5 mentre è maschile tèma --
colla è larga -- che esprime argomento. Cf. Grice CONtent, conTENT. Non mancano
di quei nomi che variano genere e non già significato col variare la vocale
finale; cosicché se sono maschili i nomi orecchio, briciolo , ec. sono poi
femminili i corrispondenti orecchia y briciola , ec. Molti maschili che
terminano nel singolare in “-o,” benché conservino nel plurale lo stesso
genere, prendendo la terminazione in “-i” j pure se , per eleganza, si varierà
la “-i” in “-a,” diverranno allora femminili; come: dito, diti, dita; membrO,
membrI > membrA } cigliO > ciglI, cigliA; ossO, ossI, ossA; fruttO, fruttI,
fruitA 1 cervellO, cervellI, cervellA 5 ec. Vi sono di quei nomi che, essendo
maschili nel singolare, passano ad essere femminili nel plurale, coll’unica
variazione dell’ “-o” in (?) $ come: moggiO, moggiA; centinaO, centinaiA j paiO,
paiA ] migliaiO, migliaiA, ec. Osserveremo qui: i.° Esser costume, per
distinguere gli alberi dai respettivi frutti, cT indicare i primi con la
desinenza in “-o” mascolina, dicendo, “un perO”, “un castagnO,” ed i secondi
con desinenza femminile in “-a” come: “una perA,” “una castagnA,” Bo
eccettuando però le voci Jico , cedrO, aranciO -, ec. che hanno un sol genere
mascolino, ed una sola terminazione tanto pell’albero , che pel frutto. Che
quelli in “-tore” hanno per lo più il femminino in “-trice,” p. e. “attore,” “attrice.”
Che i mascolini leone, cane, barone, principe, conte, marchese; ec. fanno nel
femminile “leonessa,” “cagna,” “baronessa,” “principessa,” contessa,” “marchesa”
-- od anche “marchese al femminile – cf. Elizabeth II who was the Duke of
Lancaster -- )^, ec. Passiamo ora al secondo carattere. Numero. Il numero, nel
senso grammaticale, è la differenza che passa fra il nome di un individuo, ed
il nome di più individui. Si è già osservalo che l’elemento uno è quel numero
singolare che forma tutti i numeri. È di qui che dir poi remo, ci le il nome
individuale, che indica unità d’individuo, associandosi sempre con il numero
singolare uno o espresso, o sottinteso, venne chiamato di numeio singolare, ed
il nome che indica pluralità d'individui , fu detto di numero plurale – cf.
DUALE. Come nella lingua italiana si vede distinto il carattere mascolino dal
femminino colla terminazione dei nomi; cosi vi si scorge distinto il carattere
del numero colla variata terminazione dei nomi medesimi. Onde fissar potremo,
Che tutti i nomi mascolini, di qualunque terminazione nel singolare, finiscono
in “-i” nel plurale. Che i nomi femminili che terminano in “-a” nel singolare,
finiscono in “-e” nel plurale. Che i nomi femminili che nel singolare terminano
in -e od in -o, nel plurale finiscono ia Ci). ( - ' Sarà qui opportuno di
osservare non essere compatibili le terminazioni di ambedue i numeri con tutti
i nomi, essendo alcuni di natura singolare j ed altri d'indole plurale. I primi
sono tutti nomi individuali – DANTE ALIGHIERI --, siano personali, siano propri
– DANTE ALIGHIERI --, siano astratti – SPERANZA -- perchè non possono
riguardarsi che come isolati 5 onde diremo unicamente in singolare: A/e-
tastasio, Goldoni, Alfieri, Nota, Niccolini, ec. Oro, argento, carità,
prudenza, speranza – cf. speranza --, fame, sete, ec. Benché per dare una
maggior dignità ad uomini celebri diciamo: “I Cincinnati ed i Washington
collocarono la patria fuori di loro; mentre Cesare la collocò tutta in sè”; e
ciò per fare intendere che ciascuno dei primi due – CINCINNATO, WASHINGTON -- fu
di animo tanto grande da non potersi concepire ristretto in un solo individuo }
e perciò codesti nomi al plurale – THE GRICES ARE RIGHT -- non vengono in
realtà impiegati come nomi proprj, ma come nomi generali, come nomi di classi.
Nomi irregolari od anomali. Rigirirdo ad alcuni nomi che escono di regola, e
che con greca voce diconsi anomali – cioè, privi di regola -- fisseremo le
seguenti leggi. I nomi specie, superficie, serie, progenie, ritengono nel
plurale la stessa terminazione. Dee dirsi lo stesso elei nomi: virtù, servitù,
schiavitù, di quelli in somma che nel singolare terminano coll’ “-ù” accentato
– “Come la virtu, la filosofia e entiera – Grice --, i cui intieri sarebbero
virtude, servitude, schiavitude ec. e terminerebbero perciò nel plurale in -i.
a. a I nomi città, bontà, nobiltà, Bassà } ec. 8-2 non cangiano terminazione
nel plurale. GÌ 1 interi di tali nomi termi nereLbero in -e nel singolare, in -i
nel plurale. Lo stesso deve dirsi del monosillabo “rè,” il cui intero è JRègc.
Parecchi maschili hanno nel singolare doppia terminazione v per es. mocchierO,
NocchierE; ConsolO y ConsolE; ScolarO, ScolarE, ec. Nel plurale però non ne
ammettono che una, cioè la -i che è comune a tutti quelli che terminano in -o,
od in -e nel singolare. Altri all'opposto hanno una semplice terminazione nel
singolare, e due nel plurale, una delle quali in -a j per es. dito, diti, ditA,
ec. come si osservò altrove. Parecchi femminili hanno doppia terminazione
nell'uno e nell'altro numero, per es. vestA e vestE, vestE e vestI \ frondA e
frondE, frondE e fiondi \ ec. E ben vero però che nel plurale usasi con più
eleganza la terminazione in -i)j non servendo quella in -e che per il discorso
famigliare. Ed eccoci a dover tratiare del terzo carattere. Caso. Se la
terminazione fi naie del nome bastò a farci distinguere nell'individuo tanto il
carattere del suo genere, quanto quello del suo numero 5 resta ancora a
desiderarsi che codesta variata terminazione – I me mine -- o desinenza (iì
servisse, come nella lingua latina a farci agevolmente comprendere le diverse
maniere di esistere di ciascuno individuo, i variati aspetti sotto i quali ce
lo rappresentiamo $ i differenti suoi rapporti; in una parola i diversi casi in
cui può esso trovarsi o da noi concepirsi. Desinenza vocabolo derivante dal
latino “desinare,” finire, A queste variate desinenze, mancanti nella lingua
italiana, è stato supplito con certi vocaboli i quali, pre-posti al nome tanto
nel singolare come nel plurale – Hardie “of” – H. P. Grice --, servono appunto
a farci distinguere i sei diversi casi del numero singolare, ed i sei del
plurale. Codesti vocaboli, si denominano segnacasi. Incominceremo dal fissare:
Che nella lingua italiana l’accompagna-nome “il,” ed anche “lo” peri i
mascolino singolare, si trasforma in la per il femminino parimente singolare.
Nel plurale poi prende F una delle forme i , //, gli , per il mascolino, e “le”
per il femminino. Che per distinguere i diversi usi del nome e del pronome
tanto singolare che plurale, le sette indicate forme dell' accompagn-anome “il”
s’associano coll’una o coll’altra delle tre proposizioni di> a, da , secondo
il rapporto del nome, o sia il suo caso" diverso. Che il primo dei sei casi
è chiamato nominativo, il 2.° genitivo, il 3.° dativo, il 4.° accusativo o
CAUSATIVO, il 5.° vocativo, il 6.° ablativo. Che nel singolare, le voci iZ, /o,
associandosi col nominativo per farcelo concepire in una situazione distinta,
individuale, indipendente, le diremo segna-nominativo. Queste stesse tre voci
vediamole in combinazione. Presso i latini il genitivo singolare è il caso
primitivo o radicale da cui, col variare la sua desinenza con altro desinenze,
si fecero derivare tutti i casi, tanto del singolare, che del plurale di un
nome. Ed è forse perciò che questo caso quasi GENERATORE di tutti gì' altri che
da quello derivano, è chiamato “genitivo” – H. P. GRICE: ERRONEO: L’ETIMOLOGIA
E LA STIRPE DI ENEA ENEIDA D’ENEA -- i.
u Colla voce di , per avere di- il— del; di la ideilo; di-la-=. della-, cioè il
segna-genitivo, che esprime il rapporto di questo caso. Colla voce a per
formare a~il = al ; a-lo=z allo ; a-la = alla ; che sono il segna- dativo.
Colla voce da per ottenere da-il = dal 5 da-la—dalla ; da-lo=.dallo; cioè il
segna ablativo. Le voci i7, /o, /a, isolate, servono non solo per il
nominativo, ma pell’accusativo pur anche. Il vocativo è distinto colla semplice
vocale “o” pre-messa al nome – cf. SEBASTIANUS SEBASTIANE Le vociai, a, da,
ancora nel loro stato semplice si associano con i loro casi respettivi. Nel
plurale le voci 1 , lì y gli sono i diversi segna-casi del nominativo, e
accusativo mascolino, e la voce “le” serve al femminino dell'uno e dell'altro
caso. Con questi stessi monosillabi i , li , gli , le si composero: Pel
genitivo, le voci di-i = dei, di-li = dclli, di- gli = degli, di le — delle :
Pel dativo, le voli a-i = ai, a-li ~ alli, agli — &gfà > &-le =
alle. Pell’ablativo, da-i = dai-, da-le = dalle , da- gli = dagli , da-le =
dalle. Il vocativo ritenne la vocale “o” come nel singolare. Ai nomi maschili,
che incominciano da consonante, si uniscono i segnacasi il , del , al, dal nel
singolare , e nel plurale i o li , dei o detti , ai o alli, dai o dalli. Ai
nomi maschili, che incominciano da vocale, o dalla s seguita da altra
consonante, si associano i segnacasi lo, dello, allo, dallo, nel singolare j e
nel plurale gli, degli, agli dagli. Ai nomi femminili, senza distinzione d'
inco- oy nuiiciamcnto, vanno ad
unirsi" i segnacasi la, della, alla, dalla nel singolare, e nel plurale
le, delle, alle, dalle. Che il nominativo si chiama anche reggente atteso che
regge il discorso – retto/obliquo. E siccome il nominativo è indipendente, e
sostiensi per se stesso, perciò è denominalo ancora caso retto, assomigliandolo
ad una linea retta perpendicolare, cioè situata verticalmente senza alcuna
inclinazione; e per 1'opposta ragione sono denominati obliqui tutti gli altri
cinque casi, abbisognando, per dir così, del caso retto che sostenga la loro
inclinazione, o dipendenza. Premesso tutto ciò / vediamo la forma che prende
ciascun segna-caso per esprimere i sei casi diversi del singolare, ed i sei del
plurale del nome con cui si associano. La voce “de-clinare,” da cui deriva il
vocabolo “de-clinazione,” vuol significare, nella sua etimologia, quel nostro
recedere dalla desinenza radicale d’un nome per passare ad altre desinenze
successive dipendenti da quella, siccome accade nei nomi greci e latini. In
queste due lingue spinti gl'uomini dall'impeto dell'immaginazione nel concepire
felicemente una riunione di rapporti, e nell’esprimerli riuniti in un sol
vocabolo, formarono dei composti colla voce radicale, e con certe variate
desinenze come mezzo opportuno per significare la varietà de'casi in cui può
trovarsi un'oggetto riguardo ad altri oggetti: per es. nella voce “ama-ba-mus”
troviamo la combinazione di sette rapporti, come vedremo. Nella lingua
italiana, mancante di una eguale energia riguardo alle desinenze dei nomi, è supplito
coll’associare al nome certe voci denominate segnacasi che, facendo le veci
delle variate desinenze dei nomi latini, ci procurassero il medesimo
risultamento. Tre classi di declinazioni si sono formate dei nomi italiani,
dipendenti da tre desinenze in -a, -e, -o del nominativo singolare, e da due in
-e ed -i del nominativo plurale \ desinenze di tutti i nomi italiani, a riserva
di pochi tronchi, come “virtù” in luogo di “virtude,” ove vien troncato il “-de”
finale. Di queste tre classi daremo tre esemplari da servire come modelli ai
quali dovrà riferirsi la maniera di declinare tutti i nomi italiani.
Denominazione dei nomi maschili. I. Declinazione che termina in “a” nel
singolare ed in “i” nel plurale - Singolare Plurale. i II » Li i Del dif Delli
dei 3 Al a> “profetA” Alli ai, o a'}Profeti 4 II 6 Dal da I II Li t Dalli,
dai, oda') II. Declinazione. Questa nel singolare ha la desinenza in e, nel
plurale in i. Singolare Plurale i II •> Li 1 a Del dif Delli dei/ 3 Al
a>Genitore Alli ai, a' >Genitori 4H ( Li ( 6 Dal daj Dalli, dai, da') Declinazione. Questa finisce in o nel
singolare, ed in t nel plurale i. Singolare Plurale 1 Lo il) Gli, li, i \ 2
Dello di/ Degli, delli, dei/ i Allo, al, a /Scherzo Agli, alli, ai >Scherzi
4 Lo (Pianto Gli, li, i (Pianti 6 Dallo,dal,daj Dagli, dalli, dai) te
Declinazioni dei nomi femminini L Declinazione. ALbraccia questa tutti I
femminili che terminano in a nel singolare , ed in e nel plurale (2). ■ v
Singolare Plurale 1 La } Le ' \ 3 Della di/ Delle di/ 3 Alla a^Terra, Alle
a^Terre 4 La l Le t 6 Dalla da) Dalle da) II. Declinazione. In e nel singolare,
ed in i nel plurale. I nomi colle desinenze del singolare in -co, -go , se
hanno avanti a tali sillabe la consonante finiscono nel plurale in -chi, -ghi ,
p. e palco, palchi / albergo, alberghi. Si eccettui il vocabolo porco che fa
porci. Quando poi hanno la vocale avanti , terminano d'ordinario in ci , gi ;
p. e. medico, medici j teologo , teologi; dico d' ordinario perchè vi sono
molte eccezioni ; p. e. fichi , fuochi, cuochi, luoghi, dialoghi , ec. I nomi
che nel femminino finiscono in -ca , -ga , hanno il plurale in -che, -ghe ; p.
e, monaca, verga; monache , verghe- 88 Singolare Plurale i La ì Le a Della di/
# Delle dil 3 Alla a >Genitrice Alle a>Genitrici 4 La 1 - Le 6 Dalla da)
Dalle da III. Declinazione. In o nel singolare , ed In i nel plurale. Singolare
Plurale i La "\ Le a Della dil Delle di 3 Alla a>Mano Alle a>Mani 4
La l Le 6 Dalla daj Dalle da Gli aggettivi maschili nel plurale finiscono tutti
in i \ ed i femminili in e , qualora abbiano il singolare in a ; perchè se lo
avranno in e fini- ranno ancor essi in i: per es fedeli , ce. Declinazioni dei
vice-nomi personali ( o pronomi ), che indicano la persona , o le persone. I
vice-nomi personali si declinano per casi , co- i i nomi. Daremo qui le
declinazioni di quelli che , attesi i loro cangiamenti c sostituzioni di certi
monosillabi , mentano di essere esposti di- stesamente. Digitized by Google «9
Io Singolare Plurale x Io ' Noi a Di me Di noi 3 A me , mi , me ne A noi , ci ,
ce ne 4 Me , mi Noi , ci , ce ne 6 Da me Da noi I monosillabi sostituiti : mi ,
me ; ci f ce ; me ne, ce ne, pongonsi e prima, e dopo il verbo \ ma, in questo
secondo caso vogliono essere uni- ti alt assertivo. Es. mi rispetta ,
ascolta/wz , me lo permetti , me ne diede porzione , diemmene parte , ec. Tu
Singolare Plurale 1 Tu Voi 2 Di te Di voi 3 A te , ti , te ne A voi, vi , ve ,
ve ne 4 Te , ti Voi , vi (5 Da te Da voi r Egli ed Esso Singolare ' t Plurale 1
Egli,ei,e, Esso Eglino, ei , e\ Essi 2 Di lui Di loro , loro 3 A lui , gli ,
lui , A loro , loro 4 Lui , il , lo Loro , li , gli 6 Da lui Da loro Digitized
by Google 9° Ella , ed Èssa Singolare Plurale 1 Ella , Essa (i) Elle, elleno,
Esse 2 Di lei Di loro , loro 3 A lei , le , lei A loro , loro 4 Lei , la Loro ,
le 6 Da lei Da loro Se . - Singolare , e plurale. • 2 Di se 3 A se, si 4 Se ,
si ti Da se Avvertenze sopra i Segnacasi Qualora debbano congiungersi più
sostantivi , o preponessi ad ognuno il segnacaso 5 come : Tener- gia , la
virtù, il valore, e le vittorie dei romani trionfatori ; ovvero a veruno j come
: sorgevano da ogni lato grida , pianti e lamenti. La stessa (1) Vi sono non
pochi grammatici che ascrivono a grave er- rore il dire lei invece di egli , od
fila ; come anche il premet- tere al vice nome lei il segnacaso il seguito dalla
preposizione di ; dicendo per es. il di lei sapere. Benché da noi si opini che
nel caso retto debba sempre farsi uso scrivendo di egli , ed ella ; affine di
distinguerlo dai casi obliqui ; e che meglio sia detto : il sapere di Ui \ pure
vedendo ciò, che si condanna come errore, venire usato da qualche classico
scrittore j ed ascoltando simili espressioni in corso pubblico an- dar vagando
perle bocche delle colte ed eleganti persone, che hanno il diritto di ammettere
, o di rigettare una maniera di dire ; perciò ci sembra che desse non
dovrebbero poi straziar tanto le orecchie delicate. regola ha luogo per gli
aggettivi ; onde diremo: //dotto, V accreditato , e futile scrittore; ovvero:
fu giusta, onorevole, e conveniente la presa ri- soluzione. In somma questa
regola dipende dalla maggiore o minor forza , dal senso più o meno esteso
generico e determinato , che si vuole che ahLia quel sostantivo principale cui
sono riferibili gli altri nomi. Si avverta però che , associato che siasi il
se- gnacaso al primo nome , non saremo più liberi di trascurarlo negli altri.
Non potrà poi omettersi in verun conto il se- gnacaso , riguardo a due
aggettivi , riferibile Timo ad alcuni , e l'altro ad altri individui del mede-
simo sostantivo plurale; come: li buoni eli mal- va ggi uomini. Similmente
converrà porre il segnacaso a cia- scuno dei sostantivi che si riferiscono a
rapporti diversi ; onde diremo: Gli scenziali che solleva- no ; ed i letterati
che abbelliscono la vita incre- sciosa e trista (1). Avvertenze siili* uso dei
vice-nomi personali. Benché i vicenomi Egli\ Ella non si usino che in luogo di
persone , pure si trovano riferiti anche a cosa ( v. Albert, diz. t. 2, p. 36
). Questi stessi vicenomi si trovano usati qualche volta per puro vezzo di
lingua , senza aver forza {1) Vi accorgerete meglio del servigio prestato dagli
arti- coli alla lingua italiana se contenterete una delle espressioni dei
latini ( che non avevano a rigore articoli ) , p. e. il loro vimini libere con
i nostri tre significati diversi: bere vino, bere il vino , bere del vino ,
cioè *.° non essere alieno dal vino: 2. 0 beverlo assolutamente ; 5.° beverlo
con moderazione. 9* di pronome ; per es. egli non mi riesce nuovo il • vostro
valore. Ciò deve intendersi ancora della voce csso\ p e. venne con esso loro,
con esso lei, ec. Nel dativo femminino non dovrà mai usarsi gli invece di /e,
dicendo, gli diedi , ma bensì le diedi , o diedi a lei. In tutti i casi si usa
Essoj e desso soltanto nel primo e nel quarto , es. egli è quel desso. Con
qualunque verbo si associa esso ; ma desso coi verbi soltanto essere , parere ,
sembrare. Esso , preceduto dalla proposizione con ^se- guito immediatamente da
un nome, o vice nome personale , resta indeclinabile in ambedue i ge- neri , e
dicesi : con esso meco , con esso teco ; con esso voi , con esso lei \ mentre
che non può impiegarsi desso in composizione di altra parola. I vicenomi mi,
fi, vi si associano bene spesso coli 1 assertivo che afferma cader V azione 5 o
ter- minare nel soggetto che la fa; come mi ricordo, ti sdegni, vi
maravigliate. Servono anche talora a pura eleganza \ come : io mi vivo
tranquillo , tu te ne vai lieto. Vicenomi comuni a persone, a cose, ad oggetti.
Questo (1) , questa Quello , quella Costui , costei Colui , colei Codesto ,
codesta questi , queste quelli , quelle costoro , costoro coloro , coloro ,
codeste (1) Si usa questi al singolare iatendendo un uomo, benché *i trova
usata tal voce anche rapporto ad un'animale: Dante , indicando un Leone , dice
: Questi parea che contro me venisse. 8lessa medesima sua mia qualcuna voslra
niuna nissuna stessi medesimi suoi ' miei qualcun! ì ? 5 slesse medesime sue
mie qualcune vostre vostri Escludendosi assolutamente da questi pronomi 1'
esistenza di uno; perciò la moltiplicità, vale nessuna (l)la dire il loro
plurale, non può aver luogo in verun mqdo. veruna Stesso Medesimo Suo Mio
Qualcuno Vostro Niuno Nissuno Nessuno Veruno Chi = quello il quale ; è un
vicenome invariabile. » ■ Avvertenze. • Qual siasi vicenome è sempre di terza
persona. Indicar persona ragguardevole con i vicenomi costui , costei , colui ,
colei , ec. invece di questo, Suesta , ec. sarebbe un mancar di rispetto, aven-
o T uso annesso a tali pronomi una certa idea di dispregio. Mcdemo è termine da
volgo, e medesmo da verso. È errore il dire mii , in luogo di miei. Neanche può
dirsi sui invece di suoi ; alle volte bensì trovasi usata la voce sui in grazia
della rima» Col pronome quale , quali , va sempre associa- to il segnacaso
mentre non ha luogo giammai con che ( il quale, la quale ). Quando però prenda
il che il carattere di aggettivo sostantivato, come per es. il che ( la qual
cosa ) ben s'intende, in 1 ■ ■ . Se
questi pronomi negativi verranno preceduti dalV as- sertivo . allora dovrà a
questo premettersi la voce negativa non , o nè > la quale si* om mette se
essi lo precederanno j per- chè in questo secondo caso, lo stesso vicenome ci
fa abbastanza comprendere il carattere negativo dell' assertivo : per es, non V
é niuno ; niuno y' è. Digitized by LaOOQle tal 9 caso non può ommetlersi la
voce il Quando il che fa da pronome di cosa al caso obbliquo , non può
omettersi il segnacaso. m Altri , esprimente altr uomo , ha per obliqui la voce
altrui , per es. la cupidigia di prendere quel d' altrui. Talora può restar
privo di segnacaso ; per es. : non fare altrui ciò che patir non vuoi. Prende
però' il segnacaso quando veste la natura di sostantivo-, come dilapidare
l'altrui. Un tal di- scorso si estende ancora ai vicenomi mio , tuo , suo , per
es. consumare il suo ( avere ) ; vedere i suoi ( parenti ); ec. J ' # . . .
Nulla , niente , sono vicenomi sostantivi di niu* no , veruno , ed equivalgono
a nessuna, cosa. Con queste voci si associa spesso il monosillabo non , còme
semplice ripieno , non producendo negazio- ne nel sentimento , come la produce
nel latino} e perciò sono altrettante negazioni : non v è niu- no ; non vi
veggo nulla , ec. Onde (perla qual cosa ) è un vicenome so- stantivo cbe
supplisce a tutti i casi , e ad ambi- due i generi. Fa bene spesso le veci di
che, di cui, a cui, con cui, ec. l'anima gloriosa onde ( di cui ) si parla. I
\icenomi lo , la , gli, le , quando prendono le voci 9 me , te , ve, ce, fan
cangiare in queste la (e) in (i) ; dicendosi : la mi strinsi al collo : gli ti
presenterò , ec. (i). All'incontro, alle voci mi, ti, vi, ci , succe- dendo
immediatamente i vicenomi indicati , dovrà la i cangiarsi in e, e dirassi : me
lo permise, ve lo spedirò , ec. * ' (1} Parlandosi a taluno in terza persona si
usa la, le (in senso' femminino ) , invece di lo , gli ; p. e. la prego , le
rac- comando i cioè prego la Signoria sua , ec. Digitized by Googl $5 Ancora il
monosillabo se , nel dativo , e accu- sativo, quando preceda immediatamente al
verbo, si cangia in si: Es. si die a credere. Quando vien dopo il verbo,
cangiasi in si , associandosi al ver- bo e raddoppiando la (s) nei monosillabi
, e nelle voci accentate: damasi a credere } diessi a crede- re : darassi a
credere. Invece del pronome singolare suo , sua signi- ficante, cosa spettante
al soggetto della proposizio- ne principale può usarsi di lui , di lei ,
qualora non abbia luogo equivoco alcuno. Es, autorità di lui, cioè la sua
autorità- Ma non diremo : il dotto autore, e le di lui produzioni , dovendo
dirsi : e le sue produzioni , perchè sue non pnò rife- rirsi ali 1 autore ma
alle produzioni. In plurale all'incontro se la cosa appartenga al soggetto
della proposizione , si adopera loro piuttosto che i suoi. Invece di colui ,
colei si usa ancora lui , lei ; per es. Pur lei cercando ebe fuggir dovria
(Petr,), cioè cercando colei che dovrei fuggire. 9 CAP. X. CARATTERI ESSENZIALI
DELL* ASSERTIVO ( o verbo ) italiano. Fu già avvertito ( p. 56. ) Che il i.°
carattere essenziale degl' assertivi consiste nel farci intende- re P esistenza
del soggetto , o cosa nominata : Che il 2.° consiste nelP affermare una qualche
ma- niera di esistere del soggetto medesimo, ed espri- mere un giudizio ; e che
questi due caratteri di- consi stato. Che il 3.° carattere che compete a tutti
gl'assertivi , fuorché al verbo essere, consiste nel- F esprimere azione»
L'azione fatta dal soggetto, ossia caso retto ,o Digitized by Google 96 passa
fuori di lui, cioè néV oggetto o caso obli- quo , come per es. chiama , grida ,
ordina , ec. ovvero T azione s' indirizza verso il soggetto me- desimo ove ha il
suo termine ; cjome: dorme, pian- gc y imbcvcsi , ec. E benché i primi
assertivi si chiamino transitivi ed i secondi intransitivi , sem- pre però
resta vero che gli assertivi italiani posso- no riguardarsi tutti come
essenzialmente attivi (i). GÌ intrasitivi o sono tali per loro natura, co- me :
cammina, soffre , piange , ec. ovvero dall'es- sere transitivi , assumono T
indole degli intransi- tivi mediante il monosillabo si che li precede iso- lato
, o che li segue incorporandovisi ; per es. si gloria , si diletta > si
discioglie , si dissipa, si di- verte , si rattrista ec. gloriarti , dUetUWz,
discRh gliem , dissipar.?/ , divertim , rattristare* , per es* la vita dell'
uomo si compone più di rimembran- ze e di previdenze che di sensazioni attuali;
anzi per portare lo sguardo nelle tenebre del futuro conviene servirsi della
face del passato. Distinguerete ancora gl'intransitivi accidentali dalla loro
capacità di associarsi colle vocic/u, che cosa, per es. diletta ( chi ),
discioglie ( cosa), dissipa ( che ) ] mentre queste stesse voci non po- trete
concordarle con gl intransitivi dormo, pian- I grammatici distinguono ancora
gli assertivi in verbi dì azione, e di PASSIONE – LEIBNIZ (‘the inventor of the
analytic/syntehtic distinction” – H. P. GRICE – HELEN WAS LOVED BY PARIS --; di
cessazione di azione – H. P. GRICE: HAVE YOU STOPPED BEATING YOUR WIFE?
Cessasti edere ferrum? Non cessasti edere ferrum, e di stato ec. eie azioni in
transitive – H. P. GRICE A HAZZES B, A IZZES B – “to be is, to me, transitive”
– H. P. Grice, intransitive , e permanenti ; in azioni che consistono in
far&, o patire, in produrre o ricevere ec. Riflettendo però su tutte queste
distiate significazioni, non ▼i si troverà mai altro che afférmazione di una
maniera di essere , ossia di uno stato. Per esempio le frasi : io vinco , io
sono vinto : io dormo : io batto: io sono battuto; tutte signi- ficano in
sostanza : io sono ; tutte asseriscono , affermano tutte una esistenza in tale
, o tale altra maniera ; tutte esprimono uno stato , un* esistenza modificata
dal sonno , dalle batti- ture ec. D 97 go y passeggio , riposo y ec. perchè
essendo per essenza intransitivi non può la loro azione riferirsi a cosa o
persona fuori del soggetto medesimo per con cordarvi si. Non dovete però
confondere gli assertivi intran- sitivi con quelli di significato passivo. Il
linguag- gio italiano arricchito dall'arbitrio potè ricevere il significato
passivo degli assertivi attivi col porre per casa retto F aggettivo dell'
azione , associan- dolo col verbo essere ( ed alle volte colP asserti- vo
venire ) coir aggettivo verbale trasformato in participio, e con il soggetto da
dove parte l'azio- ne ché diviene caso obliquo , e prende avanti di se la
proposizione per o da ; p. e. : Pietro ama la giustizia = la giustizia «è amata
da Pietro 5 così: i soldati ottimi per la disciplina , ottimi pel va- lore ,
terribili per la rabbia furono sempre temuti da ...=... vennero sempre temuti
da. . • (1). Per distinguere gli assertivi attivi dai passivi , e dagl'
intransitivi osserverete : se il nominativo è il soggetto che agisce , e che fa
passare F azione fuori di se , cioè nell* oggetto di caso obliquo , F assertivo
sarà attivo 5 se F oggetto fa da nomi- nativo paziente , ove termina P azione
del sogget- to che fa da caso obliquo , e allora sarà passivo 5 finalmente se
il nominativo che regge F assertivo è nel tempo stesso soggetto che agisce, ed
oggetto che patisce , e allora sarà intransitivo. La nostra lingua riguardo ai
passivi manca di un pregio che ha la madre latina, che con una sola voce fa
comprendere ciò che per la nostra ve ne occorrono due; per es.: “amatur” = “e
amato.” E ben vero però che ci siamo procacciati una seconda espressione di cui
manca la latina, prevalendoci dello stesso attivo, e formando l* in transitivo
coli aggiunta di un«i, per e.s. sì racconta, “si scrive”, ec queste maniere non
hanno corso ch« per le terxe persone. 5 98 Per caratteri accidentali dell'
assertivo dovete intendere , o giovanetti , quelle sue modificazioni variabili
colle quali ci manifesta i suoi rapporti al modo di esistere , al tempo , alle
persone , al loro numero. Osservaste già che il tempo presente è un istan- te
un puntò indivisibile, che separa una 6erie d 1 i- stanti o tempi passati da
una serie d" istanti , o tempi futuri * e cne lo stato , e T azione che
viene significata dall' assertivo , avendo rap- porto coli' uno , o coli 1
altro di questi tempi , fa che air assertivo stesso , riguardato sotto questo
punto di vista , non possa competere che il tempo presente , passato , e
futuro. Modo indefinito. Fu avvertito che 1* assertivo incomincia a farsi
conoscere a noi con una voce verbale che indica stato ed azione in una maniera
astratta ed illimi- tata , in somma che in un modo indefinito enun- cia un
giudizio. Questo modo , chiamato dai latini infinito , si conserva in realtà
sempre indetermi- nato anche riguardo al tempo. Pure, piacendovi di dare alle
voci verbali indefinite una qualche determinazione di tempo indipendentemente
da qualunque altro giudizio espresso da un' altro as- sertivo che vi si associ
, potrete riguardarle di tempo presente ; come : portare , temere , parti- re =
port-are , tem-ere , part-ire , ec. (i) (i) l& voce verbale indefinita vien
riguardata da taluni coma emplice denominazione , ossia puro nome dell'assertivo.
Le voci poi che ollengonsi coli' associare alla parte radicale o signiGcativa
degl'indefiniti i bis- sillabi ante , ente ,* ato ed atto > uto ed utto ,
i/o ed itto , atto ec. , come : portalo , portante ; te- muto > temente \
ec. (voci che diconsi participii) potrete supporre che abbraccino il tempo
presente e passato con significato attivo le une , e passivo le altre.
Finalmente le voci verbali che risultano dair unire al radicale degli assertivi
i bissillabi andò , endo , come ; portando , temendo , ec ( voci che furono
denominate gerondi ) , potranno da voi riguardarsi di un tempo che si estende
dal presente al futuro : e tutto ciò per comodo di classificazione delle voci
verbali medesime cioè del- l' indefinito , participio e gerondio , delle quali
addurremo qui un succinto prospetto colle indica- zioni dei supposti loro
tempi. Voci verbali indeterminate. Indefinito Presente Avere Essere Portare
Temere Partire Amare Affliggere Vivere Participio Gerondio Presente-passato
Presente-futuro avente , avuto essente ( antiquato) portante , portato temente
, temuto partente , partito amante , amato affliggente , afflitto vivente,
vivutoo vissuto vivendo avendo essendo portando temendo partendo amando
affliggendo Avvertenze. Fra le voci verbali , che sono un composto del verbo
essere e di un aggettivo puro o sostantivato 100 devono comprendersi ancora gì
1 indefiniti > i par- ticipi , i gerondi , perchè queste voci sono ancor
esse implicite proposizioni indeterminate per eg. amare = essere amoroso \ temente
= colui che te- me ; temuto = essendo temibile 5 temendo — aven- do timore.
L'indeterminazione di simili proposizioni ri* guardo al tempo vterrà tolta da
qualche altro as- sortivo che vi si associ. Se questo sarà qualche voce di
avere , allora il participio dovrà accordarsi col soggetto piuttosto- chè coli'
oggetto della proposizione principale ; per es. « Cercato ho sempre solitaria
via ( Petr. ) È vero bensì che abbiamo da Dante : « Un altro che furata avea la
gola » Il participio fu così denominato perchè, secondo il parere dei latini,
partecipa dèi nome e del ver- bo ; ma questo carattere compete a tutte le voci
verbali ; determinate ancora riguardo al tempo che le rende conjugabili. Questa
determinazione di tempo mancando in realtà al participio, fa che non venga
conjugato , benché si declini al modo de nomi aggettivi prendendo le respettive
modi- ficazioni finali mascoline , femminine , e comuni , p. e. amato _ f amata
, amante ; amati , amate f amanti» Il significato però attivo o passivo del
partici- pio non è talmente indeterminato da non farci scorgere , in qualche
modo un significato attivo p. e. nelle- voci amante 5=5 colui che ama , leg-
gente » colui che legge , ec. ed un significato passivo nelle voci ammirando =
essendo ammira- bile 9 venerando = essendo venerabile , ec. e fi- nalmente un
significato comune, cioè tanto attivo come passivo nelle voci amato = avendo
amato 9 essendo amato, ec. 101 Il gerondio esprìme un azione secondaria che
viene eseguita dal soggetto principale nell' atto che esso- stesso sta
effettuando l'azione principale ; p. e. non da alleato , ma da padrone
procedendo , s'im- padroniva . . . mentre colle chimere andava pa- scendo » Modo imperativo Potrete incontrarvi
primieramente coli' assertiv 0 che, con modo imperante , esige effettuata un*
rlche operazione ; primo , per forza di coman- ; p. e. Va , non ti vegga il sol
novello in Argo 5 2.° di preghiera : parla , dimmi che fu? salva te stesso: 3.°
per forza di consiglio od esor- tazione : ascolta la verità sempre bella ed
utile , sebbene non ti lusinghi. Le voci imperative non riguardando il passato,
sul cpiale non ha luogo il comando , si riferiscono soltanto al presente ed al
futuro ; per es. lasciami in pace ; ed anche : preferirai tu al bene tuo quello
della patria ; ed il bene della patria lo po~ sporrai tu ^ quello del genere
umano* Modo indicativo. » * . Le voci verbali di modo indicativo esprimendo un
giudizio completo senza concorso di altro giu- dizio escludono ogni idea di
comando, di condi- zione , ed indicano nudamente lo stato e V azio- ne , colla
dipendenza dal tempo , dalle persone , e dal numero solamente» E benché il
tempo non possa essere che presente, passato, e futuro, pure, prendendosi per
oggetto di confronto uno stato od azione H, che ioa ha luogo nel momento
attuale h, potrà l’assertivo farci intendere tanto le maggiori o minori
distanze dei passati tempi a, b, c, d, . dall' istante presente h, come ancora
certe maggiori o minori determinazioni degli stati ed azioni A, B, C, D, ... .
che ebbero luogo nei respettivi tempi a, b . . . Lo stesso deve intendersi
detto dei tempi futuri », o , V , . .rapporto all' attuai momento h, e delle
corrispondenti azioni N, O, P. Dai riflessi fatti sul tempo potrebbe dedursi
che all'assertivo di modo indicativo competono otto tempi diversi fra loro;
cioè 1/ 11 presente che denota lo stato, e l'azione H, che si effettua nelT
attuai momento h \ p. e. “SENTO”, penso, cammino. a.° Il passato pendente, p.
e.: “Curvo Archimede sulla polvere descrìveva delle figure geometriche, quando
da soldato romano fu barbaramente ucciso”. L’azione d’Archimede è di tempo
passato pendente non già riguardo al tempo, nel quale non ha luogo pendenza
alcuna, ma bensì Il tempo presente in cui si asserisce lo stato o 1'azione
consistendo in un'istante unico e indivisibile, anzi in un istante passeggiero
e fuggevole, non potrebbe racchiudere una varietà di pensieri e d’azioni che
esigono una certa estensione di tempo; pare in pratica un epoca qualunque
costituita di parti che si succedono fra loro, vien riguardata quasi un tutto
indivisibile di tempo presente per es. “Léggi , natura , Dei , tutto in • non
cale sempre quell'empio tiene. Queste enunciazioni rappresentano un tutto di
tempo presente che abbraccia un illimitata estensione di azione e di tempi.
Dicasi lo stesso delle espressioni : V attuai mese, quesf anno, if presente
secolo. Questo riflesso, applicato all'assertivo indefinito, incapace di
distinzione di tempo, potrà farci ravvisare; in esso ancora delle distinzioni
di tempi, dipendenti però da altri assertivi finiti con cui si trova congiunto,
come si osservò anche altrove. Lo stesso deve intendersi riguardo al participio
ed al gerondio. r io3 riguardo ali 1
azione che era ancora pendente, ossia non ultimata, quando IL SOLDATO UCCISE Archimede
in azione. Così : la rabbia , l 1 indignazione, il furore agitavano il Consesso
mentre Egli così parlava. Ed è perciò che questo tempo fu chiamato dai latini PASATTO
IMPERFETTO (ASCOLTAVO UN RUMORE – ASCOLTAVA UN RUMORE), acciò s 1 in- tendesse
che quantunque lo stato ed azione avesse avuto luogo in tempo già passato, pure
non si offriva come passato del tutto , non avendo ricevuto an- cora un compimento
perfetto. Ed ecco perchè dai grammatici attuali questo tempo vien chia- mato
ancora passato pendente. 3.° Passato prossimo incompleto , o indelermi* nato.
Questo accenna stato ed azione passata da Srualche tempo senza farcela
concepire ultimata af- atto ; p. es. temei che il male , ec. così mi sentii
quasi dividere , e lacerare in due dentro me stesso. 4«° Passato prossimo
determinato : questo espri- me stato ed azione effettuata nella sua totalità da
tempo non molto remoto ? per es. ho sentilo, ho veduto ec. Le voci di questo
tempo composte col- r indicativo di avere > e col participio dell** asser-
tivo, furono chiamate dai latini di tempo passato perfetto per indicare
l'azione ultimata in un tem- po passato. Tra-passato imperfetto od incompleto.
Questo indica stato ed azione passata da gran tem- po , lasciando però nel
nostro concetto una certa pendenza riguardo al totale compimento; per es. io
era stato ascoltato quando venne, ec. aveva già scoperto nel suo aspetto un
qualche timore, quando si manifestò ec. Questi due tempi sono dai latini
riuniti in uno denominandolo “più-che-perfetto” -- Trapassato perfetto o
completo. Viene in- dicato da questo tempo uno stato ed azione com- io4 pietà e
passata , ed insieme più remola dal mo- mento presente in confronto di altra
azione pas- sata : pei* es. Iddio aveva già crealo e Cielo e Terra allorché
formò X Uomo \ qui formò è pas- sato , ed aveva creato trapassato perfetto j
cosi , quando io ebbi udito me ne partii. 7. 0 Futuro semplice. Uno stato , o
azione da effettuarsi in un modo assoluto e indipendente da qualunque
condizione j p. e. andrò domani , scri- verò fra poco ; si dice di tempo futuro
semplice. 8.° Futuro anteriore composto. È quello che suppone che uno stato, o
azione futura sarà ef- fettuata avanti un 1 assegnato tempo od azione fu- tura
; p. e. domani a quest' ora sarà effettuato quanto bramate ; Chi è che in
questo esempio non rilevi due tempi futuri ? X uno meno remoto dal tempo
presente, cioè sarà effettuato , e l'al- tro più lontano , cioè domani a quest'
ora. Modo Congiuntivo. Per mòdo congiuntivo dell' assertivo deve in- tendersi
una certa sua dipendenza dalla congiun- zione di altro assertivo espresso o
sottinteso nel quale s'include un atto della volontà , che espri- ma comando o
preghiera , o desiderio , o per' missione, o proibizione, o condizione , o
ipote- si , o ec. ; p. e. : regnerebbe fra gì' uomini la pace ? se si
compatissero reciprocamente , qui re- Énerebbe è voce verbale di modo
congiuntivo , l quale forma la proposizione subalterna dipen- dente dalla
principale se si compatissero , che è la voluta condizione \ od anche :
risolvette viver- sene umile ed ignoto là dove ancora virtù si pre- giasse.
Cosi : sia pur egli stato nostro nemico , noi dobbiamo graziosamente riceverlo.
io5 Ora osservando che un atto dipendente dal co- mando e dalla volontà non è
riferibile che o a cose future, che sono le sole che possono otte- nersi , o a
cose passate in quanto che può bra- marsi di averle effettuate ; perciò al modo
con- giuntivo , rigorosamente parlando , non dovrebbe assegnarsi il tempo
presente. Ma avendo riguardo non già air azione, ma alla volontà esternata da
un assertivo di tempo presente , perciò accordano i grammatici anche al
congiuntivo il tempo pre- sente p. e. io pensi , io tema , io parta , ec. La
divisione de* tempi di modo indicativo , è analoga a quella del modo
congiuntivo ; a riser- va de' due futuri , avendo qui luogo soltanto il futuro
anteriore composto dell 1 indicativo. Modo ottativo, o desiderativo Crediamo
che un tal modo sia lo stesso modo congiuntivo , quando con esso , in luogo di
ciò che indica comando , o volontà esternata venga associata una qualche frase
esprimente desiderio, come , bramo che , desidero che , Dio voglia che, ec.
colle rispettive variazioni verbali esprimenti brama , desio ec. per. es. Per
te cl eterni allori— Germogli il suol Romano — De 1 Numi il mondo adori — Il
più bel dono in te. Persone degli assertivi, e loro numero singolare e plurale*
Le accidentali modificazioni delle voci dell' as- sertivo non dipendono
unicamente dal modo e dal tempo , ma dalle persone ancora e dal loro nu- mero.
Queste due modificazioni non sarebbero pro- prie iu realtà che del nome. Quindi
è che potrà da noi supporsi che dopo che fu fissato doversi riguardare la persona
che parla , cioè io per per- sona prima , la persona a cui si parla, cioè per
persona seconda j e la persona di cui si par- fa , cioè egli per persona terza]
e che inoltre alle persone , io , tu , egli di numero singolare doves- sero
corrispondere nel numero plurale le rispetti- ve voci personali noi , voi ,
eglino ( o quelli ), fu ancor convenuto doversi estendere -queste stesse
denominazioni di persone a quelle voci verbali che dipendono dall una o
dall'altra di queste tre persone , tanto singolari che plurali. Ed ecco per-
chè abbiamo pel singolare (ioì leggo persona pri- ma : (tu) leggi persona
seconda : (egli) jMS e P er ~ sana terza ; e pel V X ^ 1 ^¥4p^¥ r ^^ f l™)
leggete: (quelli) leg^^T^ ™ Conjugazione degli assertivi. m Coniugare un'assertivo
significa congiungere op- guito quei
della dai basso per un paio di violato rispettò , che niuno osasse dirigersi a
lui ii mente, ma beasi come ad una terza Persona non presente a chi parla ,
dandole del Leù I soli Poeti , per non essere in perpetua con tradizione colle
regole della grammatica e del buon senso, ritennero il primitivo linguaggio ,
dicendo : . . Signor che pensi ? In quel silenzio Riconosco Caton. Se il Poeta
avesse detto : che pensate o signor ? V espres- sione sarebbe divenuta men
sostenuta ; e si sarebbe poi resa ri- dicolissinia , se, sul gusto attuale ,
detto avesse: che pensa l'Ec- cellenza vostra Signor D. Catone. 1 Quacqueri
usano il tu dei poeti con qualunque, persona. Digitized by Google S orfanamente
colla parte radicale o significativa el suo indefinito , già fissato per
elemento pri- mitivo dell'assertivo, una varietà di modificazioni finali
dipendenti dagli accidentali rapporti di mo- do , tetnpo , persona , e numero.
La totalità delle 5l variate forme o desinenze , che risultano da tali
congiunzioni per un asserti- vo , costituiscono la sua conjugazione , dipenden-
temente dal suo stesso indefinito. Dunque in cia- scuna delle variate voci
dalle quali risulta la con- jugazione di un assertivo , possiamo distinguere
tre elementi : il primo radicale ed invariabile , significante la cosa , e
questo potrà dirsi signifi- cativo : gli altri due che variano colle persone ,
e coi tempi , li denomineremo rispettivamente per" sonatilo e temporativo
, E siccome le desinenze degli infiniti di tutti i verbi italiani ci presentano
una triplice varietà , perciò si sono fissati tre esemplari o modelli di con-
jugazioni , all' uno o all' altro de' quali devono' riferirsi tutti gli
assertivi per conjugarli convene- volmente* Dal primo di questi modelli si
comprenderanno tutti i verbi terminanti nelP infinito in (are) pen- sare ,
parlare , sgridare ec. ; dal secondo tutti quelli che hanno la desinenza in
(ere) lunga o bre- ve , come temere , sedére , lèggere, frèmere ec. ; dal ferzo
tutti quelli che finiscono in {ire) come: partire, sentire, nutrire ec* Prima
però di esporre questi tre modelli per conjugare gli assertivi regolari dell'
idioma italiano sari opportuno che voi conosciate la conjugazio- ne del verbo
essere , e quella dell 1 assertivo averci attesoché questo si associa con tutti
gli assertivi di significato attivo , mentre quello si congiunge con quei di
significata passivo 7 ed anche con glV/i- io8 transitivi. Ed è appunto perciò
che vengono de- nominati ambedue ausiliari dalla voce latina a«* xiUum ( ajuto
) , servendo appunto di ajuto per formare una varietà di significazioni di
tutti gli assertivi. COffJUGAZIOBE DEL
VERBO IRREGOLARE ESSERE. MODO INDEFINITO. Indefinito Participio Gerundio
Presente Presente- Passato Presente- Futuro Essere Essente (i) Essendo Passato
- Essendo stato. Futuro Essendo per essere MODO IMPERATIVO. Tempo presente.
Sing. Sii tu, o sia tu; Sia colui. Plur.
Siamo noi; siate voi; Siano, osieno coloro. Tempo futuro. Sing. Sarai tu , Sarà colui Plur. Saremo noi,
Sarete voi , Saranno coloro. (r) Essente è voce antiquata. La yoce staio
b»ncliè faccia ria particip-o passivo del verlo e ssere , pure non è che il
par- ticipio dell' assertivo stare. Con la voce essendo , e coli* altra stato
si (orma il gerundio composto essendo stato.
Siccome niuno comanda a se stesso , perciò non ha luogo la prima persona
in questo tempo , per il quale si prendono le voci da quelle del congiuntivo,
avvertendo di qui porre sotto ciascuna voce il suo pronome. (3) Questo tempo,
cui manca la prima persona per l'addotto motivo del presente , è lo stesso che
il futuro dell' indicativo del verbo essere, colla sola posposizione de'
pronomi. 20? MODO INDICJTirO* Tempo presente» Sing. Sono Sci È Piar. Siamo
Siete Sono Passato pendente ( Imperfetto ). Sing. Era ,
o Ero Eri Era Plur. Eravamo Eravate
Erano Passato prossimo indeterminato. Sing. Fui Fòrti (8) Fu. (lì La voce sono
sembrava 1' unica della prima persona del- l' indicativo presente cui la
dolcezza e T armonia avessero ac- cordato il mancamento , quando scrisse il
Tasso « Amico hai vinto io ti / erdon , perdona » questa sua ardita licenza gli
tirò addosso la più clamorosa e iuesorabil censura. Non potendo egli più
reggere .a tanti strazi , si risolvette, forse per far trionfare il suo
orecchio con un verso di confronto , di scrivere nella sua " Gerusalemme
conquistata « Amico hai vinto e perdono io, per- dona. Abbiamo anche dal
Poliziano, a S' io 1 abhandon , sia allor la fine mia ». Se , antiquato. (3) Ene , antiquato. Senio , Sterno , voci antiquate. (5) Sete , antiquato.
Siate vocabolo erroneo. Avvertite qui che erronei sono quei vocaboli che ,
quasi monete false , niente hanro che legittimi il loro corso. Enno ,
antiquato. Ero , pensavo , amavo , e simili deainenae della prima persona del
passato pendente dell' indicativo , usate invece di era , pensava, amava, ec.
benché disapprovate da alcuni gram- matici , pure sembrano reclamate dal
bisogno di distinguere la 1 »« dalla 3.* persona ' 9 ed approvate dall' uso
comune. E se ciò non bastasse non mancherebbe nè 1' autorità del Buonmattei «
del Pistoiesi, del Mastrofini , ne V esempio di purga tissimi aeriti tori , e
specialmente quello dei Drammi di Metastasio appro- vati dalla Crusca dovrebbe
dissipare ogni acrupolo gramma- ticale.
Fatti antiquato. Digitized by Google ITO Plur. Fummo Foste
Furono Passato prossimo composto
e determinato. Le voci di questo tempo si formano in ambe- due i numeri con
quelle del presente dell' indi* cativo, e con il participio passato stato;
cioè: sono stato , sei stato , ec. , 4 Trapassato imperfetto. Colle voci del
passato pendente , e colla . voce stato si compongono i numeri di questo tempo
f cioè: era stato , eri stato , ec. Il trapassato perfetto ( fui stato ec. ) è
poco in uso. Futuro semplice* Sing. Sarò
Sarai Sarà Plur. Saremo Sarete Saranno^). Futuro anteriore composto.
Questo si forma con i vocaboli del futuro sen> plicee colla voce stato;
cioè: sarò stato, sarai stato, ec. MODO CONGIUNTIVO'. Presente* Sing. Sia Sii,
o sia Sia. Plur. Siamo Siate Siano (8).
Fusti mo , fossimo erronei. f?) antiquato. Fosti , fusti, vocaboli
arronei. Furo , fur , furtw , foto sono
voci poetiche. Fulvo er- ronea • M Sflfì W« 0 '*' » antiquate. Fia voce
poetica. Sawo (5) &raz* antiquata. .
erronea. Ftano , yie«o ,
poetiche. [fi) Steno vocabolo poetico. Siine erroneo.. « Passato pendente
(imperfetto). Sing. Fossi Fossi Fosse Plur. Fossimo Foste (i) Fossero (a). «
Passato prossimo condizionale* Sing. Sarei (3) Saresti Sarebbe (§. Plur.
Saremmo Sareste Sarebbero. Il passato pendente ed il condizionale
sono cor- relativi fra loro ; poiché mentre il secondo espri* me la condizione
, indica il primo ciò che acca* diebbe , verificata che fosse la condizione.
Es. Se noi fossimo più fàcili a compatirci , sarebbe ricom- pensata la nostra
indulgenza dalle dolcezze di un'a- michevole fratellanza. Anche i due tempi
trapassati che sieguono sono correlativi fra loro. Passato prossimo determinato
e composto. Si compone col presente del congiuntivo e col participio stato ;
per es. io sia stato , tu sit sta- to ec. ' t * ' Trapassato imperfetto
composto. Si compone col passato pendente , e colla voce stato , p. e. io fossi
stato, tu fossi staio , ec. ( 1) Fusti , fosti , voci erronee. (a) Fòsscno ,
fusseno , voci erronee. (3J Fora e saria voci poetiche. Sare 9 erronea. l't)
Fora e sarta voci poetiche. Sare' erronea.
Sarèbbamo , sariamo , voci erronee.
Saresti vocabolo erroneo.
Sarebbono , antiq. Forano , sariano , aleno : voci poe- tiche . .... K
. zia Trapassato condizionale composto.
Si compone col passalo condizionale , e colla voce stato ; p. e. sarei stato ,
saresti stato , ec. 1/ unico futuro di questo modo è il futuro an- teriore ,
composto dell' indicativo , e della voce essere , p. e. che io sia per essere ,
che tu sii per essere , ec. ; COWJUG AZIONE DELL* ASSERTIVO IRREGOLARE AVERE.
MODO INDEFINITO. w * Presente Participio Pres. pass. GerondioPres.fut. Avere
Avente Avuto (i) Avendo Passato. Avere avuto. Futuro. Avere ad avere, o essere
per avere. MODO IMPERATIVO. Tempo presente. Sing. Abbi tu Abbia quegli Plur.
Abiamonoi, Abbiate voi, abbiano eglino (3) Tempo futuro. Sin g* m Avrai tu Avrà
quegli Plur, Avremo noi , Avrete voi , Avranno eglino. (1) Auto h erroneo* L'assertivo avere si giova qui dell'infinito
del rerbo essere. * (^) Aggiano, antiquato} abbino t erroneo. Digitized by
CjOOQie 1,3 *0 INDICATIVO» Tempo presente. , - • t Sing. Ho(i) Hai Ha (a) P/tvr. Abbiamo
Avete Hanno renilo postato pendente (imperfetto). Sing. Aveva Avevi (4; Aveva P/ar. Avevamo
Avevate Avevano Tempo passato prossimo indeterminato. » Sing. Ebbi
Averti Ebbe (io) Plur. Avemmo (n) Aveste (ti) Ebbero (i 3) t i ' ^tegio. Questa voce antiquata riguardo ai
buoni scrittori attuali è in uso al presente in qualche parte d' Italia , e
spe- cialmente fra il popolo del regno di Napoli e quello della Marca di
Ancona. (2) Queste tre voci del singolare colla terza del plurale Si scrivono
anche senza la h accentando bensì ò , à , ài , anno , - per distinguere il loro
SIGNIFICATO da quello di o avverbio , di ai intoriez one , di a segna-caso, di
anno nome di tempo. Avevo antiquato, e da discorso familiare. Avea poetico. 'A
va va erroneo. Avei antiquato. Avea ,
avia , poetiche. Avèamo antiquato.
Avàvamo erroneo. Avavàte : avevi , voci
erronee. Avìeno : aveano poetiche. Avàvano , avèvono, erronee. 9) Eii hei:
antiquate. Avei, ovetti, erronee. (\o) Avè : avette erronee. Ebbimo antiquato. Èbbamo, erroneo. Avesti erronea. . Èbbono: avèttono ; èbbeno antiquate, Mbbano
tnoW» u4 Tempi passati e trapassati
composti. Ho , Aveva , Ebbi (avuto), ec. Tempo futuro semplice. Sing. Avrò Avrai
Avrà Plur. Avremo Avrete (5) AvraDno (6) Tempo futuro anteriore
composto. Avrò ad avere , o sarò per avere 5 Avrai ad avere , o sarai per avere
} ec. MODO CONGIUNTIVO. Tempo presente. Sing. Abbia (7) Abbi, 0 Abbia (8) Abbia
(9) Plur. Abbiamo Abbiate àbbiano(io) Tempo passato pendente ( imperfetto )•
Sing. Avessi Avessi Avesse Plur.
Avessimo Aveste Avessero Tempo passato
prossimo condizionale. Sing. Avrei (i3) Avresti Avrebbe ^4) 1 ; JO Arerò, arò
antiq. A r eroe erronea. k 2) A verai , arai antiq. . Arerà, ara antiq. Auerae
erroneo. Areremo : aremo antiq. Arerete , arete antiq. Areranno :, aranno ,
antiquate. màggia antiquata. p) Aggi f
autiq. 9) Abbi erron. Aggiano antiL , „ Aressi TOcabt lo erroneo. (12) Aressono
; a vessino antiquati. Arerei : averla:
arei: aria vocaboli antiq. Avrìa poet. (14) Arerebbe; averta : arebbe
antiquati. Avita poetico. *t. ^to^ Digitized by n5 Plur. Avremmo Avreste • Avrebbero (a) Tempi passati
composti. Abbia , od avessi (avuto) ec. PROSPETTO COMPARATIVO. Degl’assertivi
normali delle tre conjugazioni regolari della lingua italiana. poiir-órca
CRÉD-ere. part-Ih?» MODI INDEFINITI.
Tempi indefiniti 0 Presenti Presenti-passati Presenti futuri Indefiniti
Participii-attivi-passivi Gerondi Port-are Port-ante, Port-ato Port-ando
Cred-e.. Cred-e..., Cred-u.. Cred-e... Part-i.. Part-e..., Part- i.. Part-e... Tempo passato
indefinito. Aver ( Portato , creduto ), esser Partito. Si noti qui : i.° Che se
le voci portare , cre- (1) Avrebbamo : apriamo: avriemo vocaboli erronei. Sverebbero : arebbero : avrieno , arieno :
Avrtbbono an- tiq. sfuriano poet. Avrebbano erron. (3) Fu già avvertito che gì'
indefiniti sono i vocaboli pri- mitivi dai quali discendono tutte le voci
verbali associando alle loro respettive parti radicali invariabili port , cred
, part , che marcano V azione t alcune variate modificazioni finali , chia-
mate desinenze , le quali servono a modificare l'azione secon- do i diversi
rapporti di modo , di tempo , di persona, di nu- mero. 1x6 dere , partire
servono ad indicare e presente ed imperfetto del modo indefinito. 2.° Che se le
voci aver portato , aver creduto , ec. rappresentano e passato e trapassato del
modo stesso; ciò accade perchè le voci dell 1 indefinito non determinando con
precisione alcun tempo perciò sono indifferenti ad associarsi a qualunque tempo
di altro assertivo da cui viene il loro tempo ad essere determinato. Infatti :
andare è presente , dicendo ora debbo andare ; ma se dicessi : ho dovuto andare
; non sarebbe forse Y andare un passato ? siccome è un futuro il dire dovrò andare.
MODI IMPERATIVI. Tempii presenti. . Sing. Port-a , i. Piar, iamo , ate , ino
(i) Cred i , a. » . . , e . , a Part-i ,
a. » • . . , i . , a * ... Tempi futuri.
Sing. Port-erai, erà. Plur. eremo, erete, eranno Cred- .. » . 4 . ParUi . . , i . . » i.,.,i..,i,.. (1) In
questo tempo le terse persone sono eguali alle terze dei rispettivi presenti
del congiuntivo. Le desinente delle prime persone del plurale corrispondono
alle prime persone del plu- rale del presente dt 11' indicativo e del
congiuntivo respettivo. E le seconde persone del singolare e del plurale sono
eguali a quelle del presente dell' indicativo. (z) Credino è erroneo. ?3ì
Partino , erroneo. (4) Portanti : por torà ; porteremo : portante : por faranno
tono voci erronee, II 7 MODI INDICATIVI.
Tempi presenti. Sia S: J 01 "* 0 » i > a - plur - ia n» CO > a»e,
ano fa) W Part - . • , e. . » .. , i. . , o. .
Ti empi passati pendenti ( imperfetti ). Port-ava( 7 ) avi ava, Avarao,.
arate , , avallo {«). Cred-e..(io),e.. (n), e., (il). K ... ,, e ... e....
(Vò). • f »••• ' I...., i.... , i.... rew/^i f ^tf prossimi indeterminati.
Sing. Plur. Port-ai, asti , ò (16). Aramo (17) , aste (18), aroao (19). (lì
Portàmo erroneo. Partono erroneo. & osservi che la ter» persona del plu-
rale degli assertivi in are si forma sempre dalla tersa del sin- golare
aggiungendovi no. Credemo antiq.
Frediano errofl. Credano erron. Parti/no antiq. Partano : patiscano erron. È ben detto ancora
park* *cono. Si osservi che le terze persone del plurale degli asser- tivi in
ere ed in ire si formano dalla prima persola del singo- lare aggiungendovi no \
e ciò anche negli irregolare Portavo antiq, Voi portavi erron. Portavono erron. Credevo: credìe antiq. j 1 1 ) Tu credei
vocabolo erron. ^Credea poet. (i3) Credavamo : eredeate antiq. (>4)
Credayate : eredeate antiquati. Voi credavi erroneo. 05) Credìéno antiquato.
Credéano poet. Crede vono erroneo. (16) Por the : Por tao antiquati. Portassimo
erroneo. Portasti erroneo. Portaro: portar poetici. Porlonno : portarono : perfora-
no j portorno , portarno , vocaboli erronei. Cred-eifO, estima), è f 3). Emmo.
1 ««te.. , erono. t-ii , > U 8 )- Il8 Part-i!'^ 1 (9)*' i...('ioV, Tempi
passati e trapassati composti Ho , Aveva , Ebbi ( portato , creduto ) Sono, Ero
, Fui ( partito ) Tempi futuri semplici. . Sing. Plur. Port-erò , erai, era.
eremo , erete , eranno Cred-. .,...,...« . r ..Part-i, • . i , i « i .
, i . i . Tempi futuri anteriori
composti. Io Avrò o, sarò per (Portare,
Credere^ Partire). Tu Avrai o, sarai per (Portare, Credere, Partire) jec. (1)
Credetti è in corso come credei. Cresi antiq. Cretti er- roneo. Crese antiq. [3ì Credette è in corso. Credéo
poetico. [4) Credéitamo : erisamo : credessimo erronei vocaboli. Credesti erroneo. Crédettero è in corso. Crédettono : crédetteno
: crésero antiq. Crederò poet. Creettero erroneo. (7) Parti antiq. fé) Partìe
antiq. Parilo poet Partitte erroneo.
Partissimo erroneo, 'io) Voi partisti erroneo. Partirò : partir,
antiquati. Partinno: Partirno erronei.
Partirne antiquato. Due sono le forme per esprimere le epoche non per
an- co verificate : assoluta V una , relativa V altra ; semplice la prima,
composta la seconda. Eccone gli esempi : 1.0 Domani verrò da voi 5 2. 0 Domani
a quest' ora sarà effettuato quanto sfora. È di qui che il futuro composto fu
da noi chiamato pas- sato futuro , riferendosi ad epoca futura , al giunger
però della quale deve esser verificato quanto si annunzia dall' assertivo. MODI
CONGIUNTIVI. Tempi presenti. s ing* Plur. Port-i , i f i » i amo p j ate jrari
a, a, a (4; »... , a e che gli assertivi * ? • I k hanno sem P^e in a ; fuorché
nella a.« che può farsi terminare ancora in *. Si osservi inoltre che se alla
terza persona delsinaoUre ai aggiunge no , ottiensi allora la terza del
plurale. ^ U4 * reil Ondiate erroneo.
(3j Credino erroneo. Tu parti , Egli
parti erron. Par tino erroneo. In questo tempo gl' indefiniti Porta-re ,
Crede-re Parti r* conservano la loro vocale rispettiva : e da questa d.W?
inatte tre le conjugazioni le" forme' finali VZa^SStu Io por tot se erroneo. Quegli portassi erroneo. Portassemo erroneo. Voi portassi, e portassivo erronei, il)
Partassono: Portassino antiqu. Portasseno erroneo. lo credesse erroneo. ( i3i
Quegli credessi erroneo. '14) Voi credessi erroneo. (45) Credessono :
credessino antiquati. ji6ì lo partisse erroneo. Voi partisti : partissi antiqu.
[•8; Partissono ; pari issino antiqu. no l»ort-crei(i}, ercsti, crebbe. Hremmo,
ereste(5),ercbbero(6) Cred-...., ,
J»%****( 1 *X* Part-i...(u),i » i C 12 )* 1 C* 3 )» 1 * > l Io Abbia
, ec. ( Portato , Creduto , Sentito) Io Avessi , ec. ( Portato , Creduto ,
Sentito ) Io Avrei , ec. (Portato , Creduto , Sentito) alla distribuzione dei
modi. a.' IN egli assertivi in are per il futuro dell' in- dicativo , ed il
passato pendente del congiuntivo conviene mutare la a in e. fi) Porterìa, poet
Portarci erron. ìi) Portare iti erron. ( ) Porterìa poetico. Portarebbe :
portarla erronei. (4) Portaremmo : portano mo : portariemo : porterebbamo :
portaressimo tutti vocaboli erronei. Voi
portarceli erroneo. (6) Portarebbono antiq. Porteriono Poet. Portèrtbbono er.
W) Crederla poetico. Creder ebbi erroneo. Crederla poetico. ÌoJ Crede rebbarn o
: crederessimo erron. io) Crederesti: crederessi erronei. (la) Partirti
poetico. Partirtbbumo : partiriamo:
partiressimo vocaboli erron. Tempi passati composti. % » Osservazióni sugli
assertivi regolari. poetico. i Digitized by Google 121 3.* Gli assertivi della
terza conjueazione non hanno tutti nella prima persona dell' indicativo la
medesima desinenza. In alcuni V ire si cam- bia in o $ per es. da sent-ire ,
dorm-ire , copr- ire , abbiamo sento , dormo , copro. In altri l 1 ire si
trasforma in isco ^ avendosi a bborrisco, in* ghiottisco , ec. da abborr-/rc ,
inghiott-i're. 4- a Quegli assertivi che terminano in care , e {^arc , prendono
un l in tutti i tempi ed in tutte e persone in cui il c ed il g sono seguiti
dal- l' una o dall' altra delle vocali e , 0,1, affine di conservare una certa
uniformità di suono in tutta la conjugazione. 5. a Le avvertenze che hanno
avuto luogo nelle note riguardo alle voci verbali antiquate, poeti- che ,
erronee 9 devono estendersi a tutte le voci analoghe degli assertivi che si
riferiscono all'uno o air altro dei tre modelli di conjugazioni. Coniugazione
dell'assertivo finire. MODO INDEFINITO. Tempo Presente, Presente-passato,
Presente-futuro Indefinito, Partici pio- Attivo, passivo , Gerondio Fin-ire,
Fin-ente , Fin-ito , , Fin-endo. Futuro composto. Essere per finire. MODO
IMPERATIVO. " ' i * Tempo presente. Sìng. Finisci tu , Finisca quegli 6
Digitized by Google Plur. biniamo noi, Finite voi, Finiscano eglino (i). Tempo
futuro. Le sue voci sono quelle del futuro indicativo . col posponi i pronomi.
MODO IND1CAT1VO. Tempo presente. Sine. Finisco Finisci Finisce pS. Finiamo (a)
Finite Finiscono (3) Tempo passato pendente, (imperfetto). Sing. Finiva, ec.
come partiva. Tempo passalo prossimo indeterminato. Sing. finii , ec. come
partii (4)- Tempi passati composti. Ho , aveva, ebbi (Finito); ec. Tempo futuro
semplice. Sing. Finirò , ec. come partirò. Tempo futuro composto. Sing. Avrò
finito , ec. MOVO CONGIUNTIVO. Finisca Finisca , (,} Fìnischiiw eglino erroneo.
(2) Fmimo antiquato, ' * a 123 Plur.
Finiamo Finiate Finiscano (i). Tempo passato pendente (imperfetto). Sing.
Finissi , ec. come partissi. (2) Tempo passato prossimo condizionale. Sing.
Finirei , ec. , come partirci. Assertivi in ire che conjugansi come finire.
Ammonire , Brandire , Insanire , Arguire , Incattivire , Incodardire ,
Indolentire , Intimidire , Instolidire , Insolentire , Intimidire , Insanire ,
Sbandire , m altire , Tramortire , Impoltronire , Impadronire , Immalinconire
Incaparbire , Ingagliardire , In fingardire , Inferocire , Instttpidire ,
Insospettire , Inttrannire , Insignorire , Involpire , Sbigottire , Stupidire ,
Statuire , Asserire , Garrire , ?, Colpire , Incallire , , Indolcire , Inori re
, Ingelosire , Inorridire , Insordire , Insipidire » Invaghire , Largire ,
Schernire , Stordire, ec. Bandire , Imbandire , Incallire , Incanutire »
Incrudelire , Infievolire , Ingentilire » Instruire , Instenlire , Intimorire ,
Invanire , Pulire , Scolpire , Stupire , Assertivi coli 9 indefinito in ire ed
are Abbrividlre Ammorbidire Arrugginire Attristire Immaltire Inagrire
Incarognire Ingiallire Intiepidire Sbalordire Spaurire {are). Ammansire (are).
Ammutire (are). A rruvidire [ave). Colorire 'are). Impazzire ave). Inaridire
(are) . Incoraggire (are) . Insozzire (are). Intirizzire (are). Scolorire
(are). Stizzire fare) . Ammollire (are). Arrossire are). Assordire are).
Dichiarire are). Impaurire (are). Inasprire (are). Infracidare (are).
Insuperbire (are). Intorpidire Sare). Smagrire are), ec. are) are)
(are) (are} (are] (are] are are are] are il Pinischino , erroneo. 2) Tu Finisti , erroneo. »
124 Assertivi senza la \.*pcrs. plur. nei tre presenti. Ambire y Ardire ,
Fiorire , Gioire , Marcire , Svanire , Sparire, Stupire, ec. La mancanza di tal
persona , proveniente da una certa sua as- prezza nella enunciazione, \ien
supplita coli' ajuto dell'assertivo avere $ onde diremo: aLLiamo am- bito t
ardito, gioito, ec. Osservazioni. i.° Modo Indicativo. È per se manifesto che,
trovandosi 1' assertivo al modo indicativo , havvi sempre giudizio espresso, come
io sono grande: voi passeggiate: egli balla bene. Ed anche quando sembra che F
assertivo non esprima che un sen- timento , un atto della volontà , come nelle
se- guenti frasi : Io voglio : quegli desidera , pure esse non esprimono
soltanto un sentimento , una modificazione dell 1 animo , o della mente , come
le parole : volontà, desiderio ec. , ma asseriscono die ciascuna di queste
affezioni esiste in un sog- getto /o, Quegli. Dunque l'assertivo al modo in-
dicativo afferma, enuncia un giudizio , e perciò si chiama ancora enunziativo ,
giudicativo. MODO IMPERATIVO. Con questo modo si afferma sempre, s’esprime un
giudizio; infatti quando si dice “fate la tal cosa: Sta attento al mio
discorso; riflettendo air indole del pensiero espresso, e alla forma dell'
espressione, vuoisi dire: “IO VOGLIO: IO COMANDO: IO DESIDERO con feiv mezza
che voi facciate la tal cosa ; o che tu stii attento al mio discorso. Modo
Ottativo. Questo modo è stato già da noi considerato in complesso col
congiuntivo), L'assertivo é al modo
Ottativo quando esprime desiderio, augurio, ec. Es. Faccia Dio ; oppure: Dio
voglia che otteniatc lintcnto! Perchè non pos- so seguirvi! Le quali frasi
signiGcando : Io arden- temente desidero > die voi otteniatc V intento: ho
dispiacere di non potervi seguire; e perciò espo- nendo chiaramente una
affermazione , un giudi- zio , sono proposizioni* 4«° Modo Soggiuntivo o
Congiuntivo. L'asser- tivo a questo modo succede ad un altro assertivo ad
esprimere un giudizio soggiuntivo, dipendente cioè dal giudizio espresso
dall'assertivo precedente. Esempj : Fa duopo che io sia ascoltato : il sog-
giuntivo , io sia ascoltato , esprime un giudi/io, che suppone la proposizione
precedente espressa dal primo assertivo fa duopo, e alla quale si uni- sce
mediante il vocabolo che. Similmente, dicendo: io penso che colui sarebbe stato
condannato : il soggiuntivo colia sarebbe stato condannato è una proposizione
dipendente dall'altra che precede , io penso, mediante la parola che. Inoltre ,
quando dicesi : conciossiacosaché io ami , e' si vuol dire: quando, o come ciò
sia che io ami; od anche: posto che io arai \ la soggiuntiva , io ami , è una
vera proposizione, ma dipendente dall'altra an- tecedente : (piando > o come
ciò sia , mediante la voce che. 5.° L'assertivo è conjugabile. Infatti, veduto
avendo che 1' oficio dell' assertivo è di esprimere la maniera di esistere, o
lo stalo di un soggetto espresso dal nome ; è facile il concludere , che 1'
assertivo deve essere una parola declinabile per modi, tempi, numeri , e persone,
e se voghisi anche per riguardo ai generi. A vero dir-' I. La esistenza potendo
essere positiva ( od as- soluta ) , condizionale, dipendente , ec. perciò ab-
Liamo i diversi modi di esistenza. Dunque l'as- sertivo , per esprimere la
significazione ai questi modi diversi , assumerà forme diverse con oppor- tune
variazioni , cioè sarà variabile o sia con- jugabile riguardo ai modi. II. La
esistenza sola può avere durala ( o sia tempo ) j di più la esistenza ha
naturalmente cer- te epoche relative alla durata, come di presente , di passato
, e 'di futuro. Dunque gli assertivi , esprimenti per oficio loro attributivo
il tempo del- l' esistenza delle cose , e persone , aver deggiono tempi) ed
essere variabili anche per questo rispet- to. Quindi è per es. che Y assertivo
legg ere , colle diverse terminazioni : leggo, leggera, lessi, leg- gerò $
esprime i diversi tempi dell' esistere leg- gente o leggeri. III. Esprimendo Y
assertivo una maniera di esi- stere propria, e relativa ad un soggetto, che
vie- ne rappresentato sempre da un nome, espresso o sottinteso , ne segue per
necessità che Y assertivo dee conformarsi al soggetto nel numero , nella
persona f e se si vuole anche nel genere ) : e per- ciò deve essere variabile ,
o declinabile per nu- meri , persone e generi *, come abbiamo veduto intomo
alle declinazioni ( o conjugazioni ) dei nomi. Ed ecco spiegate le ragioni per
cui gli assertivi ( o verbi ) sono parole declinabili per modi , tem- pi ,
numeri, e persone; le quali ragioni risultano dalla natura , ed uficio proprio
degli assertivi. Assertivi anomali ( o irregolari ). • Molti assertivi nelle
loro terminazioni si allon- tanano totalmente dall' andamento dei modelli re-
golari delle coniugazioni , come accade nel verbo f 37 essere. Altri se ne
allontanano in parte , come T assertivo avere. Vi sono di quelli i quali ben-
ché irregolari riguardo ali 1 una o all'altra coniu- l; 1 z io ne pure volendo
riferire la loro conjugazionc ii tre modelli in complesso , cesserebbe la loro
irregolarità, finalmente vi sono di quelli che non si modellano dipendentemente
dal loro indeg- ni to cJk è in uso attualmente , ma bensì dati 1 in* definito
originario , che è ora andato in disuso. Ed è perciò che gli assertivi fare, e
dire , che nel loro indefinito si pronunziavano faccre , e diccre , si
coniugano dipendentemente dal loro antiquato indefinito*, seguendo il secondo
modello per ambidue invece d• tie- ni tu, tenga, tengano. Lo stesso dicasi di
rimanere. (1) A rideremo antiq. Andaremo erron. (ai Andtrete. antiq. A ridarete
erroneo. Ì5) Anderanno antiq. Andaranno erroneo. Vadia erroneo. Andi antiq. Podi poet. (6) Ea antiq. Padia :
Vadi erron. (7) Andino antiq. Tadino erroneo.
Andrìa : Anderìa poet. Volere. Le sue irregola riti consistono in pren-
dere in luogo della semplice i il gli , accompa- gnalo ove occorra da un o,
ovvero un a\ es. vo- glio , vogliamo, vogliono. Anomalo è pure nelle due voci ,
vuoi y vuole. ( Non deve dirsi vanno per vogliono , ne* volsi e volse per volli
e volle ). Dolere. Voci anomale : dolgo , dolgano y do- gliamo , dog Hate» !
Giacere , piacere , tacere. Raddoppiano la c innanzi ad io e ia. Es. giaccio y
tacciamo , piacciano. Potére. Le sue anomalie sono : posso , puoi , può ,
poss/i 9 possiamo ; possono , possano. Si schivi potiamo , per possiamo , e
puole per può. Sciogliere , cogliere , togliere. Trasportano la g dopo la /
perdendo Y i a- vanti o ed a. Es. Sciolgono , sciolga. Sàpére. Sa pei , sape ,
per seppi e seppe sono voci erronee. Valére. Valerono per valsero è voce
barbara. Volére. Volsuto per voluto è voce erronea. Addurre. Sono voci erronee:
adducei, addu- ce , addussi mo , adducerono } per addussi , ad- dusse y
adducemmo , addussero. Porre. Sono voci barbare : ponei, pone , po- nette per
posi , e pose. Scegliere. Sono voci erronee : sceglici \ sce- gliete invece di
scelsi. Sciògliere e Sciorre. È voce erronea : scio- glici invece di sciolsi.
Apparire. Sono erronee le voci: appari per ap- parisci , apparsimo per
apparimmo. Venire. É erronea la voce
vénnimo per venimmo. Osservazioni sugli irregolari colla desinenza della
seconda coniugazione. 1. a GII assertivi di questa classe eolla desinenza dell
1 indefinito breve , come reggere, ehièdere ec. se sono irregolari , cadrà sul
participio passivo , e sul passato prossimo indeterminato la loro ir-
regolarità. E riguardo a questo tempo cadono le irregolarità sulla prima e
terza persona del sin- golare , ed anche sulla terza del plurale, facendo
seguire la e dell'indefinito*, ove cade V accento , da ssi o si , come p. e.
rèssi , chiesi , e qui , dal cambiare in e la i finale , ottiensi rèsse , chiè-
se , cioè le terze persone del singolare, dalle qua- li , aggiungendo ro ,
risultano le terze del plu- rale , cioè rèssero , chiesero. 2. a Gli assertivi
colla vocale antipenultima lun- ga seguita dalle lettere ggere , vere , ttere ,
tere , mere, cangiano queste desinenze in ito, sso per il participio passivo ,
ed in ssi per il passato pros- simo ; come : lèggere (lètto, lèssi): scrivere
(scrit- to, scrissi): discùtere (discusso, di sussi) : imprimere ( impresso ,
impressi ) ec. 3. a Gli assertivi colla vocale antipenultima lun- ga , seguita
da due consonanti differenti hanno la desinenza del participio passivo in so ,
o io \ e quel- la del passato prossimo indeterminato in si \ avver- tendo Densi
di far seguire la vocale lunga dalla sua prossima consonante per formar sillaba
, co- me : spàrgere , sparsi , spar so : distin-gaere T distinsi , distin-to :
svél-ìere , svelsi , svel-to , convincere , convinsi, convin-to; nVoZ-gere ,
ri* volsi, riyoUto ; accingere , accinsi 7 accin-to : i33 scòr- gere , scorsi , scor-to : fran-gere
1 fransi, franato , ec. Qualora poi la vocale suddetta seguita fosse da nd , o
dalla sola d , allora alla vocale lunga suc- cederà immediatamente so per il
participio passi- vo 5 e si per il passato prossimo indeterminato , come :
accc-ndere , acceso , accesi : /c-ndere , fèsso , fessi : sorprè-ndere ;
sorpreso , sorpre- si : arre-ndere . arreso, arresi; sottintè-ndere ,
sottintéso , sottintesi : ro-dere , roso , rosi : decadere , deciso , decisi ,
ec. Se sarà seguita da gliere, allora alla vocale lun- ga succederà Ito per il
participio passivo , ed Isi per il passato , come : togliere , to-llo , to-lsi
: co-gliere , cò-lto , co- Isi , ec. Alla stessa vocale lunga , se fosse
seguita da sce- re > succederà invece sciato ed bbi , come : cresce- re ,
cre sciuto , crè-bbi : sconoscere , sconosciu- to , sco nobbi , ec. 4. a JL'
assertivo mettere e suoi composti cangia- no ettere in esso per il participio
passivo , ed in isi per il passato indeterminato ; come : n'amm- ettere ,
riamrn-csso \ riam isi : manom-eXieve , ma- nom-esso, manom-isi. 5. a La
desinenza ere degli assertivi giac-ore: tac-ere: nube-ere: piacere, e loro
composti si cangia per il participio passato in itilo, e per il passato
indeterminato in qui. Bensì 11 eli' assertivo nàscere, e suoi composti, si
forma il passato col sopprimere la s, come nacqui, ed bassi per participio
nato. Anche nuòcere perde L'ititi varii tempi; come: nocqui, nociuto, nociva,
noe essi, ec. Alcuni altri assertivi benché siano totalmente regolari, pure
hanno per passato indeterminato una doppia uscita ? la seconda cioè irregolare
j i34 tali sono: assòlvere, risolvere, spandere, riprèmere, presumere, perdere,
persuadére, rèndere, cèdere, fendere, reprìmere, dissòlvere, da i quali abbiamo:
assolvei, assolsi: risolvei, risolsi: spandéi, sparisi: reprime!, repressi:
presumetti, presunsi: perdei, perdetti: persuatletti, persuasi: rendei, resi:
cedetti ? cessi: fendei, fèssi: repriméi, reprèssi ec. Gli assertivi che hanno
qualche altra irre- golarità , oltre quella dei due tempi participio passivo e
passato indeterminato , sono in picco- lissimo numero ; come : porre , tenére ,
rimané- re , godere > bèvere , parére , trarre , va/ere , volere , dolére 9
vedére , cèdere , potére , sapere , dovére , sciògliere, injlàere. Assertivi
irregolari della terza Coniugazione. * Sàlìre Sai- ire • Salente o cagliente
Salito, Salendo. Salgo o Salisco , sali o salisci , sale 0 saliscc « Saliamo o
sogliamo, salite j salgono o saliscono.
Queste voci benché siano in corso ambedue, pure do- rrete o giovanetti essere
avveduti nel non prevaletene ad ar- bitrio, per es. direte acconciamente : gli
angoli saghenti : la turba salente ci riucuora ; ma non già dir potrete : gli
angoli salenti , la turba fagliente , ec.
Saglio antiq. Saggio erroneo.
Sagli : sai, antiq. Saghe : sae,
antiq. Salimo antiq. Salghiamo : sagghiamo antiq. Saglite antiq. 17) Sàgliono poet. Sagrano:
Salgano, erron. Saliva (1) , .Salivamo
Salivate, salivano . Salii ...
Sali. Salimmo Saliste Salirono
... Salirò ... Salga 0 salisca (il) j salga o salisca. Salianio o
sagliamo, saliate o sagliate 7 sàlgano o
saliscano. Salissi, ec. Salirèi, Saliremmo, Salireste, Salirebbero. Collo
stesso andamento si conjugberanno gli assertivi' , assalire , soprassalire ,
risalire , ed anche abborrirc. • * Cucire — Cuc-ìre. Cucito , cucèndo. Cuci^ tu
, cucia quegli 5 cuciamo noi , cucite voi , cuciano. Salivo antiq. Salia poet. (2) Salavamo:
Salimio erron. Salivi erron. (4Ì Salieno
antiq. Saliano poet. Salivono erron. Ì[5\ Sagli antiq. Salsi poet. Soletti
erron. Salute antiy. Safce ; Saiio poet. Salette, Saline erron . Salissimo
erron. Salisti erron. Sàlsono antiq. Sàlsero : salirò : salir, poetiche.
Solette- To erroneo, fioì Saglirò , «arra antiq. Saliròe erroneo. (111 Soglia
poet. Sagga erron. Salghi : saliseli
antiq. Sagga erron. Salghiamo, sagghiamo
erron. Salghiate erron. Sogliono antiq. Salgano: salghino erron. J
Saglirei : sarrei antiq. Salirla poet. SaUrebbi erron. fi Salirébbamo : salire ss imo erron. (18Ì
Saliresti erron. SaUrebbono antiq.
Salirìano poet. Salirébbano erron. Càcio
, cuci, cuce. Cuciamo, cucite, cuciono . Cuciva ... Cucivamo, Cucivate, Cu-
civano. Cucii , cucisti , cuci . Cucimmo ,^ Cuciste (, Cucirono. Cucirò, ec.
Cucia , cucici^ cucia , cuciamo, cuciate , cuciano* Cucis- si , ec. cucissero
(ia). Al modo stesso si coniugano scucire , sdrucire y riuscire. Dire D-ire . Diccnte , detto , dicendo, Dì tu,
dica egli ^4). Diciamo (i5)noi, di- te voi (i6>. Dicano Eglino. Dico, dici,
dice; Diciamo , ZWfe , Dicono . Oro
e'rron. Cucirno antiq. Cuchiamo
erron. Cuciano erron . Cucivo antiq. Cacìa poet. Cuciamo erron. Cucivi erron. l-j) Cucieno antiq. Cuciano
poet. Cucivano erron. Cucitte erron. Cucissimo erron. (10Ì Cucisti erron. (
Cucirò: cucir poet. Cucirno: cuciano : cucitlono, erron. ?i2j Cucissino erron. Ii3) Viceré antiq. (14)
Z>*c/u erron. fi5) Dichiamo erron. ir6) Dicete erron. (17J Dichino erron.
(18) Di* è in corso. Dii : die antiq. Dichi erron, Dicemo antiq. Dichiamo: dtmo erron. Z>/c«?te antiq. (ai) Dica/io erron.
Diceva, Dicevi, Diceva Dicevamo, Dicevate, Dicevano Z?ìm'' , Dicesti , Dicemmo Diceste, Dissero (n)- Z^i'ca (12),
Dica Dica. Diciamo (i.fì, Diciate (i5), Dicano. Dicessi ec, Direi 5 ec. Invece di cfcco *o non dovrà mai farsi
uso né di diV io , né di die/*' io , espressioni affatto in- grate alle
orecclàe armoniose dei scrittori. Nella stessa maniera devono conjugarsi : con-
traddire , ridire , maledire , predire , sopraddi- re , soprabbenedire. Fra gP
irregolari di questa classe devono an- noverarsi ancora : Morire , premorire ,
rimorire : udire , disudi- re : uscire , riuscire : empire , seguire, prose-
guire , perseguire , inseguire , conseguire : Venire, invenire, antivenire ,
svenire, avvenire, sopravvenire , provenire , prevenire , pervenire , avvenirsi
: Aprire, coprire: e tutti i loro composti. Dicevo antiq. Dicei erron. Dici a
antiq. Dicea poet. Dicémio errori. Dicevi: di davate erron. Dice ano : dicién
poet. Dicevono erron. Dicéi erron. Dice
: dicette erron. Dissenna : dicessimo
erron. '10) Dicesti erron. 11) Dissono: disseno anliq. D issano erron. [il.) D
ga : dighi ; erron. (i5j Die hi erron.
Dichiamo erron. i5) Dichiate erron . Ji6j Dichino erron. 17) Dlerei
antiq. Dina poet. Direbbi errore i38 Udire. Questa verbo prende la (*/) nelle
voci accentate nella prima sillaba ; come ode , odi , òdono. Dunque non si dirà
odiamo, ma udiamo. Uscire. "Esco, esci, esce, escono; esca, escano. Venire.
Vengo, vieni, viene; venni, venne, vennero ; venga , ventiliamo , venghiate ,
venga* no, verrò , verrai , ec G'/wo
antiq. Già poet. (3ì Giano : gieno poet.
G/0 poet. («*)) Gissimo erron. Giro girno , gir , irò , ir t poet. Girno
erron. Gwjì erron. Gisti erron. Gissono anticj. fio) Gir ebbi erron. (nj Girla
poet. Gircbbamo errori. Giresti erron. Girtbbono antiq. Girluno iriano ,
girieno poet. Assertivi uni-persoxali cioè colla terza persona del singolare ,
ed anche con qualche altra per- sona , chiamati impropriamente impersonali
Qpi'i- vi di persona J. Piovere. Piovente , piovuto , piovendo. Piove. Piovèva.
Piovvi o piovei(i), piovesti, piovve o piove (a). Piovemmo , pioveste ,
piòvvero o piover ano. la simil guisa procedono : tonare, lampeggiare ,
balenare , nevicare , grandinare > ec» Dolere. ( soffrir dolore in qualche
parte del corpo ). Dolente, Doluto, Dolendo* Dolgo i duoli, Dolsero Dorrò
ec. Dorrai ec. Dolessi ec. Dorrei ec. Essersi addolorato. Essere per
dolersi , arere a dolersi. 1) Piovetti antiq. Piobbi poet. 9) Piove t te antiq.
Piobbe poet. Ptòuvono, piuvettcro , piovettono antiq. Piòbboro, piòb- bono
poet. ,4) Dàgt*° P°et. Doggu erron. SJ Dotrìi , duoi erron. 2}o7o/c« erron. .Dove antiq. Z)o/e erron. x3) Dòisamo ,
dolessimo erron. Dolesti erron. iSj Dolsono antiq. Dolerono erron. 6) Ztokrò
antiq. Xfor/àe erron. s Alcuni assertivi hanno il participio passivo con loppia
uscita, sopprimendo cioè at , come Acconciato acconcio. Adornato m adorno.
Avvezzato avvézzo. Jaricàto carico. Cfì ITO Cornerà to (Conciato - concio W IU|
( 'ansato casso. Crespato ^1 WwIfU • Dpstuto desto. Fermato férmo. Gonfiato
gonfio. Guastato guasto. Ingombrato ingombro. Lacerato làcero. Liberato libero.
Macerato màcero. Manifestato manifesto. Mozzato Nettàto mozzo. nétto. Pagato
Privato — pago. — - privo. Scemato scémo. Sconciato sconcio. Seccato secco.
Sgomberato «— sgombero. Sgombrato sgombro. Stancato Toccato Troncato Voltato
Vuotato Scaricato Stampato Saziato Salvato Sporcato Straccato Pestato — stanco
mmm tÒCCO. — trónco. volto, ^-
vuoto. scarico. stampo»
salvo, spòrco. stracco» » pésto.
Il gerondio (i) ecpiivale all' indefinito accompa Tra l’altre maniere d’esprimersi,
che dai latini sono a noi passate, vi è ancora quella che, a loro imitazione,
viene chiamata gerondio, della quale i latini hanno fatto un uso più esteso di
noi; poiché: mentre noi abbiamo terminai tutti i gerondi in “o,” essi ne
avevano in “o,” in “j”, ed in “um.” I latini, per evitare la ripetizione
dell'indefinito, e per avere una maniera di più per esprimersi, pensarono
d'introdurre nell'indefinito alcune inflessioni analoghe a quelle dei l loro
casi del nome, sebbene non egualmente variate, restringendole a tre j per
esempio coli' indefinito “amare” fanno le tre desidenze “amandi”, di amare, “amando”,
dall' amare, “amandum”, ad amare, i e queste maniere le dissero “gerundi” dalla
voce gerere che vuol dire fare le veci degl'indefiniti. Di queste TRE maniere
noi non ne abbiamo ritenuta che una, e questa è in “do”; per es. “fallando”,
che equivale all' “errando discitur” dei latini, ed al nostro “col fallar” s J
impara. Ma a questo stesso nostro unico gerondio abbiamo noi data t44 gnato
dalla preposizione “con”, e forma proposizione : p. e.: “con lo studiare
apprenderete” = “studiando apprenderete.” Così: “Se volessi applicare potresti
ec. = “applicando potresti” ec. Qui il gerondio supplisce ad una PROPOSIZIONE
CONDIZIONALE, o CAUSALE. Dunque il gerondio, oltre la sua SIGNIFICAZIONE
CONDIZIONALE, include in un modo occulto – IMPLICATURA di H. P. GRICE -- affermazione
ed azione. E poiché in se stesso è indifferente a qualunque tempo, perciò
prende i tempi dell'assertivo principale con cui si associa. P. e.: “studiando
apprendi” sarà presente: “studiando apprendeste” sarà passato: “studiando
apprenderai” sarà futuro. Inoltre i gerondi, come che capaci d’associarsi a
qualunque persona, prendono quella dell'assertivo reggitore. P. e.: “amando i
nostri simili saremo da essi amati”. Qui
“amando” è di persona prima e plurale \ sarà poi persona terza plurale:
dicendo: “Gl’uomini beneficando i loro simili ne vengono compensati,
sperimentando essi una soave compiacenza. Alle volte il gerondio ama di
accompagnarsi con la preposizione “in.” Per es.” in gareggiando”, ec. Conviene però usarne a proposito, e senza
aria di ricercatezza, anzi con molta sobrietà, come vedremo. Il gerondio non si
usa coi pronomi me , te in caso bbliquo NON potendo dirsi : “facendo te il tuo
dovere” – cf. H. P. Grice on “Socrates whatted in Athens”. Ma dovrà sempre ado
orarsi in caso retto , io y tu. Cogl’altri pronomi però potrà il gerondio
unirsi tanto in caso retto, come in caso ur.a estensione maggiore di quella che
NON ha presso i latini, poiché, non solo lo preferiamo spesso ai participi, col
dire: yeggeudo il pericolo j invece di “veggente il pericolo”; ma lo facciamo
bene spesso supplire a ll J espressioni dell'assertivo di modo soggiuntivo,
come in qualche esempio già addotto. obbliquo, secondo l’esigenza, e dirassi,
per es. vedendo egli il pericolo, se ne fuggi; siccome pure: non curando egli il
pericolo, non verrà compatita la sua disgrazia. Le preposizioni – H. P. Grice:
“The sense of “to” – the sense of ‘BETWEEN’ -- di, a, da (i) chiamate
segnacasi, servendo, come si è veduto, ad esprimere con concisione il rapporto
tra due idee formano delle vere proposizioni. I latini spiegano i rapporti
espressi da queste preposizioni dando al nome certe particolari cadenze le quali
dobbiamo riguardare come vice assertivi formanti proposizioni, come si è già
osservato riguardo alle cadenze delle voci verbali. È opportuno d’esporre una
varietà di In vece della preposizione a si odopera anche da, dicendosi
egualmente “bene venne a lui” e “venne da lui”; ed a si pone anche in luogo di
con; per esempio: “nutrito a latte, cioè “CON latte.” Cosi invece delta stessa
da si pone per, ma in senso passivo, dicendosi: “farò PER me quello che si
potrà”, cioè si farà DA me. La preposizione “con”, seguita dall'articolo il, od
ì ama di essere combinata coll'articolo; come ne' seguenti esempi: “col figlio”
j co* figli, “cogli studenti” -- in vece di “con il figlio”, “con i figli”, “con
i studenti”. Suolò anche la preposizione con posporsi, e combinarsi con pronomi
personali, sottraendo la “n”. Esempi “meco”, teco” ec. anzi non di rado si RADDOPPIA
dicendosi: “con meco”, “con teco” ec. Osserveremo ancora in questo luogo: che
non sono concordi fra loro i grammatici, sul numero delle preposizioni. Alcuni
fra essi le moltiplicano assai – cf. H. P. GRICE: PREPOSITIONES NON SUNT
MULTIPLICANDA PRAETER NECESSITATEM, ponendo fra le preposizioni molti avverbi
ed anche nomi, cui si sottintende – IMPLICA intende – sottintende – soprintende
-- qualche cosa; come prima, verso, sopra, disotto, dentro, fuori ec, hanno
queste voci 1'uno o l'altro significato, secondo l'uso che se ne fa. La
preposizione “in” unita agli add iettivi dà loro il SIGNIFICATO NEGATIVE:
infelice, infausto , incomodo ec. – H. P. GRICE: QUESTO E ERRONEO! ETIMOLOGIA
DIFFERENTE! Rapporti espressi mediante le preposizioni. Rapporto di luogo =
Ivi: colà: quassù: altrove: dovunque: ec. Rapporti di azione con tempo limitato
= finché: fino a tanto che: fino: in ultimo: ec. Di modo di agire = a senno: a
capriccio: a talento: a dispetto: a posta: di nascosto: volentieri: ec. Di
qualità sss Lene: meglio: ottimamente; male; peggio: ec. Di preferenza =:
piuttosto: prima: ec. Di similitudine = siccome: come: cosi: a guisa di:
similmente: parimente: ec. Di quantità o numero = molto: assai: troppo: quanto:
pòco: alquanto: meno: solo: soltanto, abbastanza : ec. Di probabilità = forse:
circa: presso a poco: quasi: ec. Di diversità e contrarietà = altrimenti:
diversaniente: al contrario: ali 1 opposto; nondimeno; tuttavia: ec. Di tempo
presente =r oggi: adesso: ora : ec. Di tempo passato ssa ieri: dianzi: innanzi:
prima: poco ùl; or ora; per ¥ addietro; per lo passato: ec. Di tempo futuro =
domani: in avvenire: per l’avvenire: fra poco: in breve: ec. Di continuazione
dell’azione con il tempo — tuttora: ancora: sempre; ec. Di durata fino al
momento presente --finora, fino ad ora: ec. Di successione di una cosa ad un
altra: di w tempo ad un altro = dopo: dipoi: appresso: quin ili; d'allora in
poi ec. Di due cose od azioni ad un medesimo tempo = intanto: frattanto: mentre
: ec. Di tempo indeterminato = quando: qualora: ogni qual volta: ec. Di azioni
ripetute con i tempi corrispondenti ss ogni volta; spesso, spesse volte:
sovente: di rado: alle volte: tal volta : ec. Di azione con brevità di tempo =
subito; presto: tosto : immantinente: ec. Di azione con lentezza di tempo =
tardi: a da* gio: a bell'agio: piano: a poco a poco: ec. Di approssimazione =
quasi, incirca ? a un di presso , ec. Di esclusione — senza, nè , neppure 5
soltanto 9 solamente 9 ec. ec Dopo tutto ciò, si domanda: se le parole che i
grammatici chiamano preposizioni, aver dovrebbero questo nome? Nò certamente,
se si riguardi l’officio loro nel discorso. Dovrebbero piuttosto avere due
denominazioni, e chiamarsi “inter-posizioni” e “com-posizioni.” “Inter-posizioni”,
perchè distinte stanno FRA DUE VOCABOLI } ed, a guisa di anelli di connessione,
fanno 1'officio di legame, sì per il vocabolo che precede 9 come per quello che
segue \ si dovrebbero poi nominare “composizioni”, perchè, incorporate ad altre
parole, formano, come abbiamo accennato, delle vere pro-posizioni.
Congiunzioni, La “e” – H. P. GRICE: “AND” “BUT” -- non fa sempre l’uficio di
copulativa, a dopandosi talvolta per dare non so qual enfasi al discorso, per
es.: “And did those feet...” “E fino a quando avrò a soffrire?” Pure posta al
principio della frase vale lo stesso che “nonaimeno,” o “ciò nonstante”. Quando
s’adopra i48 per ancora vuol essere preceduta da altra parola. Ma significa per
lo più contrarietà – cf. Grice: She was poor AND honest.” Quando fa intendere –
IMPLICATE SOTTINTESO -- accrescimento viene allora in seguito di non solo. Nè
si replica d 1 ordinario e si associa a quelle voci cui conviensi la stessa
negazione per dar compimento ad uua frase. Se i o è condizionale, o dubitativo.
La “se” ipotattica subbordinante condizionale regge il soggiuntivo quando l’altro
assertivo è soggiuntivo 5 come, “se potessi ajutarti”; pure al MODO INDICATIVO
– cf. H. P. GRICE: “INDICATIVE CONDITIONALS”; come: “spero, se vieni, che sarai
soddisfatto.” La
se” dubitativa regge SEMPRE il soggiuntivo^ come: “Non so, se io possa
abbracciare il partito.” L’altre congiunzioni condizionali, purché, qualora,
quando, sòl che ec. vogliono SEMPRE il congiuntivo; per esempio: ti servirò,
purché 10 possa. Le congiunzioni affinchè, acciocché, perchè ec. vogliono SEMPRE
il soggiuntivo. Lo stesso dicasi in generale delle congiunzioni quantunque,
sebbene, bencfiè , avvegnaché, co* mechè ec. Vi sono dei casi nei quali queste
congiunzioni possono reggere ANCHE L’INDICATIVO. Per es.: “si può cercare,
sebbene io sono -- o sia -- certo che t conciosiackè , conciotiacosackè, -- If
you were the only girl in the world and I were – was – the only boy -- ec.
reggono il congiuntivo. Che serve sempre di legame per unire un concetto ad un
altro, benché prenda mille forme nel discorso per es.: Che fai? che pensi? che
pur dietro guardi; ànima sventurata che pur vai. Cosa è: auello che fai, cosa
pensi? perchè pur guardi indietro, o anima sventurata, la quale pur vai ec. Qui
la parola che ora fa le veci di una completa proposizione, ora fa da avverbio,
ed ora da pronome congiuntivo. Ma il che
oltre fare le veci di pronome congiuntivo indeclinabile per tutti i generi >
numeri e casi; come: Quel Dio che atterra e susciti che affanna e che consola;
serve anche a formare delle proposizioni o suibordinate, o incidenti, come per
es. “Coloro, che amano gl’uomini virtuosi, desiderano che voi siate felici.” Questo
è un pensiero espresso con TRE proposizioni collegate fra loro; cioè: “Coloro
desiderano” – “che amano gli uomini virtuosi” – “voi siate felice”. Ma la
proposizione: “che amano gli uomini virtuosi” potrebbe essere tolta giacché,
senza d’essa, si avrebbe un SENSO FREGEANO COMPITO COMPIUTO; e questo sarebbe: “Coloro
desiderano che voi siate felice”. Or bene la suddetta proposizione seconda è
incidente tra le altre due proposizioni: “Coloro desiderano, che voi 6Ìate
felice.” E la proposizione “che voi siate felice”, essendo dipendente dalla
antecedente: “coloro desiderano”, e con questa essendo legata in modo, da
determinarne IL SENSO FREGEANO; perciò chiamasi proposizione subordinata – cf.
H. P. Grice on ‘if’ and Cook Wilson --, ed equivale il secondo che alla
proposizione una cosa e questa è. Riteniamo adunque: essere proposizione
incidente quella senza la quale il discorso avrebbe tuttavia SENSO FREGEANO
COMPITO O COMPIUTO; bene inteso – sottinteso -- però che NON AVREBBE ESSRESSO per
tal mancanza completamente il pensiero – H. P. Grice: “Ah, for a cooler
spring!” --; così nell’esempio addotto, togliendo la proposizione incidente, “che
amano gl’uomini virtuosi”, resterebbe:
“Coloro desiderano che v possiate scrivermi come Francesco I. a sua madre dopo
la battaglia di Pavia: “Tutto è perDUTO FUORCHÉ ONORE.” Diamo termine a questo
articolo fissando-, con- venire; Il
celebre Pascal così termina una sua lettera: “Perdonami se sono stato sì lungo:
mi è mancato il tempo per essere più corto. H. P. GRICE: “A geniality:
cf. ‘be brief: avoid unnecessary prolixity [sic].” Apprendete da ciò che
dovete molto riflettere per nou negligentare lo stile delle vostre lettere
famigliari» Questa negligenza vi esporrebbe ai! a censura di chi le legge. Se
la forza dell'AMOR PROPRIO – H. P. GRICE BUTLER -- trattiene l'uomo dall'
accordare ad altri se non che difficilmente la sua stima, lo spinge ancora ad
abbracciare con piacere uu motivo qualunque per toglierla, o diminuirla. i64
i.o Che nella tela delle parole tutte siano escluse le oziose – H. P. GRICE:
“BE BRIEF (AVOID UNNECESSARY PROLIXITY) [SIC]”, perchè oltre il risparmio della
scrittura e del tempo 9 la sentenza verrà più forte, più sentita, e più atta a
ritenersi. Che si usi temperanza nelle descrizioni d’ogni maniera, volendo il
dir nostro direttamente con pesati sensi procedere. Che le similitudini siano
strette in modo che talora, anche in una sola voce si fondino. Che evitinsi
possibilmente i gerondi, che sempre obbligano f iucominciamento della sentenza
con troppa pompa, e con suono monotono e lento. Che de' traslati (vedi p. ig)
sia parsimonia purché il discorso non prender debba impeto guerriero e
sdegnoso. Armonia del discorso. L' arte di formar bello il discorso ed armonico
dipende ancora da certi giacimenti, come quas meccanici, di voci che ne
compiano l’armonia dote che tanto
procacciò di seguire lo stesso divin Tullio CICERONE (vedasi), che ogni gran
cosa avrebbe quasi preter- messo anziché tradire quello che egli dicea suprema
giudizio dell’orecchio. La bellezza ed armonia del discorso italiani) già fu da
noi avvertito derivare precipuamente dalla avveduta disposizione delle
cougiunzioni e dalla scaltra posizione delle preposizioni. Non vogliamo però
lasciare d’osservare eli nuovo che il collocamento dell’indefinito prenderà una
gran parie nell’eleganza ed armonia del discorso medesimo. Per servire all’armonia
si adducono dai grammatici specialmente tre figure denominate pleonasmo ?
enallage 7 iperbato. IL PLEONASMO aggiunge in più casi ciò che non è di
assoluta necessità, ma che pur serve a conciliare al discorso spirito e grazia.
L’ENALLAGE significa sostituzione, figura più frequente presso noi che presso i
latini, e consiste nell’usare di una qualche parte del discorso in luogo di
un'altra sua parte i come per es. l'aggettivo invece dell'avverbio; un modo
invece di altro modo; un tempo per un tempo f indefiniti per sostantivi,
assertivi per assertivi; ec. L’IPERABATO, greca voce che significa
trasposizione, consiste nella posizione di una parola piuttosto prima che dopo
di un 1 altra parola. Riguardo all'armonia ci limiteremo a fare avvertire: che
fra le congiunzioni, segnacasi, avverbi, e preposizioni deve porsi 6empre uno
stretto rapporto, o richiamo, viziose essendo le sentenze che procedono per
copulativi. Che si preferisca la desinenza dell' indefinito dell' assertivo,
ove accrescasi l’armonia, SENSA PREGIUDIZIO DELLA CHIAREZZA – H. P. GRICE:
CLARITY AIN’T ENOUGH! “Be perspicuous [sic]”. Del resto non solo dai sterili e
freddi PRECETTI apprender dovete a far procedere il vostro discorso con chiari,
armonici, dolci, variati, ed eleganti modi, e che spedito e rapido scorra e
saetti con tanta forza come strale al bersaglio; ma molto più dalla pratica
acquistata sui migliori e principali scrittori che fanno servire primieramente
ai pensieri le parole, e poi anche alle parole i pensieri – cf. H. P. GRICE:
“MODELS OF IMPLICATURE: STUDIES IN THE WAY OF WORDS, NOT IN THE WAY OF IDEAS,
NOT IN THE WAY OF THINGS!. Non dovete però obliare l’avvertimento sanzionato
anche da MONTI (vedasi), che gl’ornamenti nella favella non istanno bene ad
ogni ora. li mostrar negligenza in alcuna leggiera cosa, col non dir sempre nel
miglior modo, spesse volte merita commendazione # perchè codesta negligenza,
quasi disso- i66 Certamente i dotti autori che scrivono per farsi intender dal
popolo, e non già i grammatici sono i veri maestri delle lingue. hi parlò Lene,
e bene si scrisse anche prima che vi fossero teorie grammaticali, le quali non
sono giuste se non siano dedotte da sensate osservazioni su de 1 buoni
scrittori, e sulle migliori maniere di parlare della nazione vivente; quem
penes ARBITRIVM est, et IVS, et NORMA LOQUENDI. ORAZIO (vedasi) APPENDICE * i
Ortografia. I Grammatici si estendono ancora a parlare della ortografia, che
insegna: i.° a scrivere i voca- boli correttamente , componendoli cioè con un
esatto numero di vocali (2) e di consonanti (3) : 2,0 A frapporre nel discorso
scritto certi segni nanza musicale , può servire a dare un maggior risalto a\\c
principali bellezze della favella. Che anzi col troppo calcare la lima potrebbe
anche accadere di mordere spesso sul vivo, e di portar via colla parte viziosa
la sana ; e allora , per sover- chio desiderio del meglio , si andrebbe a
cadere nel peggio. (1) Chi avesse consumato tutta la sua vita nell' apprendere
le lingue senzachè col loro mezzo fosse pervenuto alia cono- scenza delle utili
verità per mancanza di tempo, a questo po- liglotta si converrebbe torse meno
il titolo di sapiente che ad un buon'artista che sapesse bene la sua propria
lingua. (a) Due vocali che formano sillaba e pronunciansi con una soia missione
di voce che si appoggia in modo su di nna delle due vocali quasiché assorbisse
1 altra dicesi dittongo , voce greca che significa dui-sono ( due suoni ) : per
es. au-ra , pìe-no , chia-TO , buo-xxo , fia to , cie-\o, ec. Le consonanti si
distinguono in mute e liquide. Le mute hanno l'appoggio di una vocale dopo di
loro, e le liquide avanti onde sono mute le b, c, d, g, p, q, t, sono poi le ,
f, 1 , m , n \ r , s. chiamati interpunzioni per far distinguere i sensi
diversi delle frasi, e le pause del discorso. E benché abbiate voi già appreso
nel compilare la maniera di pronunziare le parole e l'esatta combinazione delle
vocali e consonanti che servono a comporle, e le pause ed i variati suoni da
darsi ai periodi; pure vi saranno opportuni gli avvertimenti che sieguono.
Alcune voci indifferentemente si scrivono con c o con z, come: “ufficio” t sa “uffizio”,
“beneficio” = “benefizio”, “indicio” = “indizio”, “annunciare” = “annunziare”, “pronunciare”
= “pronunziare”, ec. La h si scrive nelle interiezioni oh! ahi! deh! ah! ahimè
o ohimè, ec. dando una qualche aspirazione al suono delia h \ aspirazione che
NON ha luogo nelle voci “ho”, “hai”, “ha”, “hanno”, le quali, volendosi ora mettere
la k , dovrebbero accentarsi per distinguerle da altre voci diverse, come si è
già osservato, ed è perciò che potrete scrivere avvi, avvene, piuttosto che “havvi”,
“havvene” y ec» non avendo luogo equivoco alcuno in simili combinazioni di
voci. La j lunga, tanto al principio della parola quanto frapposta a due vocali
, fa l’uficio di consonante; come “Jacopo”, jattante , jattura ; Ajo ,
strettojo , gioja , librajo, ajuto, voci che ci danno nel plurale, strettoi ,
librai , ec. In fine di vocabolo la “j” ora equivale ad 1, ed ora aa ii , cioè
può scriversi con il solo i in quei vocaboli che terminano nel nominativo con
io ed hanno l’accento nell’antipenultima vocale, come: prèmio, òzio, scòglio
figlio, occhio, frégio, ec. voci che ci danno nel plurale: “prèmi”, “ozi”, “scògli”,
“Jigli”, “occhi”, “fregi”, ec. Che se l'accento cadrà nella i dell' io allora
alla j del plurale si sosti tui- 1 i68 ranno due li , onde da pio , resilo ,
natio , ec. avremo pii , restii, natii,' ec. Similmente richiedono due ii tutte
quelle voci che scritte con una sola i avrebbero un diverso si- gnificato ,
come , adempii , per distinguerla da adempi , desiderii , per non confonderla
con de- sideri , principii ben diversa dalla voce Princi- pi i ec * Prendono la
sola i finale nel plurale quelle voci che nel singolare hanno la desinenza in
ciò , gio, glio ; onde diremo: agi , indugiagli, ec. Così le voci in aio, eio,
oio, uio, finiscono in i; per es. fornai, pompei , rasoi , bui , ec. Le voci
che terminano in mio, mo, prendono due 115 per es. dominio, domi ni ì , ec.
cosi le voci in bio , i = evvi, dà-Wi=: dammi , và-ne = vanne , Sta ti = statti
ec. 4«° Che quando la prima voce componente sia uno dei monosiliahi : a , e , i
, o , eo , so, j« , da , fra , ad, allora dovrà raddoppiarsi la con- sonante ,
e scriversi accorrere, eccedere, irrigare, opporre, commovere, sollevare,
accedere, dabbene, rammettere, raddrizzare, ec. Deve però eccettuarsi la voce
comandare, e quelle nelle quali la seconda voce componente incomincia con la s impura
} come aspirare , istillare , ec. All'opposto non si raddopppia la consonante
se la prima delle voci componenti o è di più sillabe, o non finisce con vocale
accentata 5 come: portami, vedilo, godesi, sottoposto, oltremodo, ec. Devesi
però accettuare eo/*/rapporre, soprattutto, a/frettanto, o//racciò, ec. Se la
prima voce componente è uno dei mo- nosiliahi de, re, prc; come: deridere,
relegare, premettere ec. Il monosillaho di fa raddoppiare la /*, e la s, come
dift idere, dissimili, ec. fuorché alle voci diletto, d/fendere; ed anche il
monosillaho in, se r altra voce componente incomincia con la n, come /anato ,
z/inumerahile; e qualche volta ancora, henché la seconda voce componente
incominci con vocale, pure si raddoppia la n del monosillaho in, come , ìnn
ibbissftre , innalzare , /anamorarc, in- nanzi, e c. Il monosillabo ri
raddoppia soltanto in 170 rinnegare, rinnovare , nnnestare: se in sebbene,
neppure: prò in ^roccurare, ^rofElare, provvede- re , benché queste tre voci si
scrivano ancora sen- za raddoppiamento. Gli assertivi taccio, piaccio , giaccio
, i quali fuorché in taccia, piaccia, giaccia, tacciano, piaccano , giacciano ,
hanno tutto il resto con una sola c; pure nei loro passati, invece di raddop-
piare la c , prendono la q , scrivendosi tacqui, giac- qui ? piacqui, tacque,
giacque, piacque, tacque- ro , giacquero , piacquero. Lo stesso si dica del- le
voci nacqui, acqua, acquisto, e di altre si- mili. Le voci aquila , aquario
scrivonsi senza c. 8.° IVon si raddoppiano quasi mai le conso- nanti d, m, n, r
, v , z innanzi la 1; comete- dia , premio , gloria , savio , ec. eccettuate le
vo- ci mummia, bestemmia, pazzìa e qualche altra. q.° La z non si raddoppia
innanzi alla 1 se- guita da vocale, onde scriverete : azione , vizio , letizia,
ec. £ quando deve raddoppiarsi è seguita da una vocale diversa dalla i$ come
bellezza, *>ez- zo , pazzo , ec. Lettere maiuscole. Maiuscola sarà la
lettera nel principio del vo- stro discorso, e de' suoi periodi; nei nomi pro-
pri , nazionali, ec. Nei nomi di ceto rispettabile come Senato, Magistrato^
Collegio, ec. Potranno essere tutte maiuscole lenètture di un intero vo- cabolo
degno di particolare osservazione , ed an- che quelle di una forte sentenza.
Potrà ancora essere maiuscola la prima lettera di un qualche concetto
sentenzioso posto dopo due punti. Sillabe Più di una vocale non può entrare in
una sillaba , salvo i dittonghi. Anzi talora una sillaba è formata da una sola
vocale come in a-mo-re. Possono però concorrere più consonanti per for- mare
una sillaba*, come p. e. nella parola strappa re. Per sillabare con esattezza
bastino le seguenti avvertenze. La consonante raddoppiata deve dividersi per
formare due sillabe \ per es. yen-dct-ta 7 fra-Jc/- loj stesso, ec. Se tre
consonanti insieme si troveranno entro un vocabolo, la prima dovrà unirsi conia
vocale che la precede, e le altre due faranno sillaba con la vocale che siegue;
per es. orn-bra , scrn-pre, in- cli-to. Deve però eccettuarsi la la quale ben-
ché sia la prima delle tre consonanti, pure si as- socia colle altre due e
forma una sola sillaba con la vocale che viene appresso:, p. e, disastro, con-
stru*zio-ne. Devono però eccettuasi i vocaboli com- posti 5 come : dis-por-re }
dis giungc-re, dis- fa-re ^ instrui-re, ec. Lo stesso discorso ha luogo per la
/ in eguali combinazioni. Alla fine di riga, se si deve spezzarla parola, non
deve spezzarsi la sillaba ; e dovendo terminarla in consonante apostrofata ,
conviene porre la conso- nante a far sillaba ^co 1 ' i vocale della voce che
segu*. * Interpunzione, i. L' interpunzione consiste nel frapporre certi se-
ti) Per meglio comprendere l'utilità della interpunzione bagni convenzionali
alle nostre scritture per rappresentare per così dire in rilievo i diversi
significati delle sue proposizioni, frasi, periodi, sentenze, domande enfatiche
ec. per avvertire il lettore delle pause e tuoni variati che devono
accompagnare la sua lettura. Il punto fermo, “.”, ponendosi alla fine di un
periodo, che presenta il senso interamente compito – il CLISTICO di R. M. HARE,
CITATO DA H. P. GRICE – PARTICOLLE SUB-ATOMICHE --, serve a segnare il termine
del periodo. Li due punti, ;, servivano a far distinguere i diversi membri del
periodo. Ma ora vengono riserbati per indicare un esempio, o una sentenza, che
vuole addursi , od anche un concetto di par- ticolar significato. Il punto e
virgola (;) è stato sostituito ai due punti per marcare i membri , e partì del
periodo. La virgola (,) ci fa distinguere le parti mi- nime deì periodo, cioè
una frase dall'altra, le proposizioni incidenti, e !e subalterne dalle
princifoli. Il punto interrogativo, ?, si pone dopo una proposizione o frase ,
o membro che include interrogazione 5 o domanda j p. e. parla , dimmi che fu?
II punto ammirativo, !, ha luogo dopo una qualche proposizione che merita
ammirazione perchè sterebbe dare un'occhiata ai codici anteriori all'ottocento;
ed anche a quei scritti posteriori al mille, ove restano ancora i vestigi della
confusa maniera di scrivere di quei tempi senza punteggiatura. II discorso
parlato esige punti, ossia riposi per il riguardo dovuto ai polmoni di chi
parla, e agli orecchi di chi ascolta. Per ben proferire le interrogazioni
enfatiche è necessario di sentir vivamente nell'animo l'odio, o l' insulto o la
disapprovazione, o l'orrore, o ec. che esse racchiudono, onde pie- garvi la
pronunzia opportunamente. espone o cosa che sorprende, o cosa strana 5 od anche
un grave errore. U punto sospensivo, ..., serve ad indicare una lacuna nel
discorso, essendosi sospeso il prosegui- mento o perchè è per se stesso
patente, o per- ché conviene immaginarlo anziché esprimerlo. Il punto unitivo, -,
si pone fra due parole per indicare che ne formano una composta $ p. e. al- to-
tonante. Nella parentesi ( ) viene inserita una proposizio- ne che sembra così
estranea al senso del periodo da interromperne quasi il significato, benché vi
tro- vi a rigore una sede opportuna. Capoverso. Quando in realtà ciò che siegue
non ha col discorso primitivo ne una immediata ne una prossima connessione ,
allora sarà opportuna una certa fermata, andando a capo per evitare un tal qual
fastidio prodotto da una successione di parole giammai interrotta. Tornar
faticoso a chi egge, dice Aristotele, quel non veder mai il line di una
scrittura. Dovete poi assolutamente andare a capo quando cangiasi argomento nel
discorso. Apostrofe, ' . Questo segno che indica soppressione di vocale alla
fine di una parola , od an- che avanti il, pure non sempre si esprime, ben- ché
venga soppressa la vocale , per es v : nel man- dar ad effetto 1 unico
progetto. La dolcezza della pronuncia, ed una maggiore speditezza èia forte ragione
che esige elisione di vocale , indicando (1) Tanto il punto interrogativo ,
come l' ammirativo dovreb- bero, pors. ancora nell' incominciamento delle frasi
o periodi da' quali vengono richiesti. Allora il lettore verrebbe avvertito in
tempo a variar tono per fare spiccare meglio il variar dti pensieri. Questa
interpunzione viene seguila dai spagnoli. per lo più con un’apostrofe Y ommessa
vocale, li perciò il suo retto uso non potrà regolarsi che con qualche
avvertenza. Questa elisione ha luogo più comunemente nell’incontro d’un
vocabolo che termina in vocale, mentre l’altro con vocale incomincia; tanto più
se le due vocali sono le stesse; p. e. quest' insulto io 1 / sento nel più vivo
del cor. Peli doppiamente apostrofato, fa le veci di per il quando il vocabolo
incomincia con altra consonante; come pel tempo avvenire, pel bisogno; che se
dopo la consonante seguirà la co y allora si scrive piuttosto per lo contrario
vento, ovvero “pello contrario vento”; così dirassi per lo stupore ovvero “pello
stupore”, invece di per il stupore, attesoché la / muta fa asprezza quando è
seguila dalla s impura. Per lo stesso motivo invece di per li studi; ec.
convien dire per gli studi; fi questa avvertenza si estende ancora ad altri
aspri incontri di vocali, come per li uomini, dicendosi per gli uomini. Quelli
plurale fa quegli quando siegue la x impura o la z. 4-° Le voci una ed i suoi
composti veruna ♦ nessuna , niuna, ec. quando sono seguite da nomi femminini
che incomincino con vocale sogliono apostrofarsi , scrivendo un 1 anima , un*
eccellente persona, ec. Mentre alla voce uno ed ai suoi com- posti seguiti da
nomi mascolini che principiano con vocale , si sopprime la o senza apostrofe 5
per es. un uomo , ver un amico. " sT ^ I • * L avverbio ora preceduto dalle
voci, alla^ tale, Jino | ec. si accoppia colla voce apostrofata: come alla-ora
= a//ora , tale- ora = talora , fino a ora '= finora , ec. GH, incontrandosi
con un altro i , si eliderà; ma Digitized by Google in altri casi si renderebbe
il suono impedito ed aspro. In generale vi guarderete da quelle elisioni che
produrrebbero equivoco ; come: eh' onora il sag- gio y potendo intendersi : chi
onora , ovvero ciò che onora. Accento. Gl'italiani in confronto de' francesi
sono parchissimi nell’uso dell' accento che faccia distinguere il suono largo
dallo stretto delle vocali, benché talora si renderebbe ciò necessario per ben
distinguere il significato di un vocabolo da quello d’un altro – H. P. GRICE:
CONtent, conTENT; ed anche per rendere uniforme in tutta l'Italia la
pronunciazione dei vocaboli. Infatti in alcune parti, la e finale degl’avverbi
si pronuncia larga, pronunciandosi stretta in Toscana e nella Italia
meridionale: tali sono le voci perchè, giacché ec. e per tal motivo abbiamo
credulo di segnar tali voci con accento grave nella nostra grammatica. Già s'
intende che r accento largo, che si pronuncia con maggiore apertura di voce, ha
il vertice inclinato a sinistra; e che l’accento stretto, ', ha il vertice
piegalo a destra, i. Voci di diverso significato dipendenti DalC accento
ommesso, Dall'accento largo o posto. o stretto Balia, s. Balìa , s. Tèma, s.
Téma , v. Terra, s. Terrà, v. Vóto, s. Vòto> ag. Giovanetti studiosi siate
ben persuasi che ogni rostra scrittura nelle altrui m ni diviene quasi un
processo ultimata della vostra ìncultezza; venendovi notati non solo gl’errori
ili concetti! e di lingua ma quelli ancoia d’ortografia Faro, s. Farò, V. Merce,
s. Mercè, s. Porto, s. Portò, v. Rende, s. Rendè, v. Péro, s. Però, av. Tèste,
s. Testé , av. Già , v. Già , av. Di , pre. Dì , s. La , ac. Là , av. Me , rip.
Nè. neg. Mèta , s. Metà , s. Céra , s. C* èra Légge , s. Lègge , v. Córre, v.
Córre , v. Cólto, ag. Còlto, v. Dècade, s. Decade, v. Lède , s. Lède ,
v. Tòsco, ag. Tòsco, s. Vólto, s. Vòlto, ag. Frégi , s. Frégi ,. v. Fèssi , ag.
Féssi , v. Tórsi, s. Tòrsi, v. Pèste , s. Péste , ag. Sóle , s. Sòie , v. Sède
, s. Sède , v. Ésca 4 s. Ésca , v. Empito, s. Empito , Mézzo, ag. Mèzzo, s. Mèle , s. Mele ,
s. Pòrci , s. Porci, ( por- re qui ). Tèmi(Dea), Temi , v. Tórre , v. Tórre ,
s. O Grammatica delle lingue. Parti del discorso. Del nome sostantivo.
Distinzione dei vocaboli. Del nome aggettivo. Gi^adi degli aggettivi. Dell' accompagna
nome. Cap. IV. Del vice- nome , o pronome. Delle primarie facoltà della mente.
Sensazioni e sentimento. Percezione. Attenzione. Idee. Inflessione. Giudizio.
Raziocinio. Evidenza. Memoria. Cosccnza.
VI, fe/io e r/rg/* assertivi. Proposizione. Argomentazione . » ho Del
vice-assertivo (o vice- verbo). Preposizioni. Avverbi. Congiunzioni.
Interiezioni. a_ ?3 » Z . » » )> » 2
ru« 3 » Grammatica italiana. Nome e pronome. Genere Numero Nomi irregolari ed
anomali Caso Segnacasi. Declinazioni Avvertente importanti Curatteri essenziali
dell'assertivo o verbo italiano. Caratteri accidentali dell’assertivo. Modo
indefinito. Voci verbali indeterminate. Modo imperativo. Modo indicativo Modo
congiuntivo Modo ottativo o desiderativo Persone degl’assertivi e loro numero Conjugazione
degli assertivi Conjugazione del verbo irregolare essere Conjugazione dell'
assertivo irregolare avere. Prospetto comparativo degl’assertivi normali delle
tre conjugazioni regolari. Conjugazione dell’assertivo sfinire.Osservazioni
importanti Assertivi anomali o irregolari Conjugazione delt assertivo andare Analisi
della seconda conjugazione Osservazioni sugl’irregolari colla desinenza della
seconda conjugazione Assertivi che escono di regola. Assertivi difettosi.
Gerondio. Preposizioni esprimenti rapporti. Congiunzioni. Ripieni o riempitivi.
PARTE TERZA. Cap. XI. Costruzione del discorso o sin - Chiarezza del discorso.
Forza del discorso. Armonia del discorso. Ortografia. Della h,j, consonanti
raddoppiate ce. Lettere majuscolc. Sillabe. Interpunzione. » LÌ2 » liiS » i3g » i4Ì » r£5 » »
» » ^ » »
» » <i ~IYÌ i Napoli PRESENZA DALLA. GIUNTA PER LA PUBBLICA
ISTRUZIONE. Vista la dimanda del Tipografo Giovanni Martin con la quale chiede
di voler stampare 1* opera intitolata Principi del discono accomodati al
linguaggio italiano del Professore E. Visto il favorevole parere del Tteglo
Iieróore Signor D. Girolamo Canonico Pi rozzi; Si permette che P indicata Opera
si stampi , però non si pubblichi senza un secondo permesso , che non si darà
se pri- ma lo stesso Regio Revisore non avrà attestato di aver iico- nomata Mi
confronto uniforme la impressione all' originale, approvato. i » Il Presidente,
M. COLANGKLO. Pel Segretario Generale , e Membro della Giunta. U Aggiunto
Antonio Coppola. 4fC Nome compiuto: Enrico Gambioni. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Giamboni,” The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza --
Grice e Giametta: la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale --
il volo d’Icaro e l’implicatura di Sanctis – filosofia napoletana – la scuola
di Frattamaggiore -- scuola di Napoli – filosofia campanese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Frattamaggiore).
Abstract: Grice:
“At Oxford, we had ordinary-language philosophy; at Bologna, only
EXTRA-ordinary language philosophy counts!” -- Keywords: ordinary-language
philosophy. Filosofo italiano. Frattamaggiore, Napoli, Campania. Grice:
“Giammetta is a good’un, but you gotta be an Italian to appreciate him fully,
or at least have gone to Clifton, as I did!” --
Grice: Giametta’s philosophy is full of Italianateness: ‘il volo
d’Icaro,’ and then there’s his ‘Croceian heterodoxies,’ and most Italianate of
all, the Dantean reference to Nisso, Chiron, and Folo in the “Inferno”! Sublime!” Cura Nietzsche a Firenze. Ha scritto saggi
di critica "eterodossa" su Croce. Cura Cesare. È anche romanziere,
estraneo a scuole o correnti, con storie dalla forte valenza filosofica e
morale; attitudine stilistica: la prosa
di Giametta pare quella di un centauro: sorprendente incontro di letteratura e
filosofia. Nella "Trilogia dell'essenzialismo"
(composta da “Il Bue squartato” -- L'oro
prezioso dell'essere e Cortocircuiti), elabora un proprio sistema di filosofia erede
del naturalismo rinascimentale. L’Essenzialismo è una nuova filosofia, fondata
esclusivamente sulla natura, intesa nei suoi due aspetti, sia come “naturans”
(cf. Grice, implicans, implicaturus) sia
come “naturata” (cf. Grice implicatum, implicatura, implicaturus, implicata).
Grice: “The problem: ‘is ‘naturare’ a good verb?’ --. L’essenzialismo descrive
la condizione umana come determinata dalla combinazione di due elementi
eterogenei: dall’essenza di tutto ciò che esiste, che è divina, e dalle
condizioni di esistenza, che sono spesso fin troppo diaboliche, a cui sono
sottoposte tutte le creature. Il con-temperamento di questi due elementi
(essenza ed esistenza), diverso in ogni individuo, spiega le ragioni per cui si
afferma o si nega la vita, si è ottimisti o pessimisti...". Alter opera: “Oltre il nichilismo” (Tempi
moderni, Napoli); “Poeta e filosofo” (Garzanti, Milano); Palomar, Han, Candaule
e altri. Scritti di critica letteraria, Palomar, Bari Nietzsche e i suoi
interpreti. – cfr. ‘Grice interprete di se stesso” – “Erminio; o, della fede.
Dialogo con Nietzsche di un suo interprete. Spirali, Milano); “Saggi
nietzschiani” (La Città del Sole, Napoli); “Croce” (Bibliopolis, Napoli); “Il mondo”
(Palomar, Bari); “Madonna con bambina e altri racconti morali, BUR, Milano);
“Commento allo Zarathustra” Mondadori Bruno, Milano); “Filosofia come dinamita”
BUR, Milano), “Croce, il pazzo” (La Città del Sole, Napoli); “Eterodossie
crociane” (Bibliopolis, Napoli); “La caduta di Icaro” (Il Prato, Padova); Introduzione
a Nietzsche. Opera per opera, BUR, Milano, Il bue squartato e altri macelli. La
dolce filosofia, Mursia, Milano. L'oro dell'essere. Saggi filosofici, Mursia,
Milano. Cortocircuito e implicatura -- Mursia, Milano. Adelphoe, Unicopli,
Milano. Il dio lontano, Castelvecchi, Roma); “Tre centauri, Saletta dell'Uva,
Napoli. Filosofi, Saletta dell'Uva, Napoli. Una vacanza attiva, Olio Officina,
Milano. Grandi problemi risolti in piccoli spazi. Codicillo dell'essenzialismo;
Bompiani, Milano. Colli, Montinari e Nietzsche, BookTime, Milano. Capricci
napoletani. Pagine di diario (Marco Lanterna), Olio Officina, Milano; “Il colpo
di timpano, Saletta dell'Uva, Napoli); “Dio impassibile” (Babbomorto, Imola.
Contromano, BookTime, Milano. Il bue squartato e altri macelli, Mursia, Milano. La passione della conoscenza. Pensa
Multimedia, Lecce,. Marco Lanterna, Le grandi oscurità della filosofia risolte
in lampeggianti parole. Lanterna, Contributo alla critica di Sossio (in
Giametta, Capricci napoletani, OlioOfficina, Milano ). Nietzsche Schopenhauer
Colli Mazzino Montinari. SANCTIS nacque a Morra Irpina (oggi Morra De
Sanctis, in prov. di Avellino), al centro di. una zona che fino a dieci anni
prima era stata tutta feudale e di cui gli antichi feudatari ancora sfruttavano
la scarsa ricchezza boschiva, mentre il potere era gestito direttamente dal
clero e dai piccoli o medi proprietari terrieri, anch'essi strettamente legati
alla Chiesa sul piano economico -, sociale e Politico. In questo ambiente D.
trascorse solo i primi nove anni, ma esso costituì sempre per lui un punto di
riferimento, perché sempre egli lo ebbe presente come "polo reale" e,
insieme, come "polo negativo" della storia: la realtà da cui partire
e rispetto alla quale operare per tutte le conquiste del progresso (morale,
culturale, civile). La famiglia De Sanctis apparteneva a quel ceto di
piccoli proprietari del Sud che produceva i preti, gli avvocati e i pochi
medici. Avvocato era il padre di D., Alessandro, che però viveva del reddito
della sua piccola proprietà, prima ampliata attraverso un "buon
matrimonio" locale con Maria Agnese Manzi, poi progressivamente sempre più
dissestata; preti i due zii Carlo e Giuseppe; medico lo zio Pietro (ed anche
per costui la qualifica professionale servì soltanto a sostenere l'orgoglio del
ceto dei "galantuomini"). Come molti esponenti del
"galantomismo" meridionale, don Giuseppe e Pietro Sanctis avevano
aderito alla carboneria (in funzione patriottica e antifeudale): dopo aver
partecipato ai moti carbonari, vissero in esilio per dieci anni, serbando
intatto lo spirito antiborbonico, ma non il patrimonio. L'altro prete, invece,
don Carlo, fece fortuna in Napoli come titolare di una stimata "scuola di
lettere" (un ginnasio privato). D. è trasferito come ospite ed
allievo presso lo zio Carlo. Dai "ricordi" di D. (La vita) si
può ricavare l'elenco delle discipline da lui studiate, con fortissimo impegno,
per tutta la durata del corso quinquennale tenuto dallo zio ("Grammatica,
Rettorica, Poetica, Storia, Cronologia, Mitologia, Antichità greche e
romane" e inoltre "l'Aritmetica, la Storia Sacra, il Disegno"),
nonché una serie di notazioni sul metodo d'insegnamento tutt'altro che critico
e innovativo ("Un grande esercizio di mernoria era in quella scuola,
dovendo ficcarsi in mente i versetti del Portoreale, la grammatica di Soave, le
Storie di Goldsmith, la Gerusalemme del Tasso, le ariette del Metastasio; tutti
i sabati si recitavano centinaia di versi latini a memoria"). Poiché
i cinque anni di studi "letterari" avevano un completamento canonico
in due anni di studi "filosofici" è iscritto alla scuola di Fazzini,
matematico e fisico illustre, di dichiarate convinzioni sensistiche. Per due
anni, perciò, egli visse immerso nello studio di Locke, Condillac, Tracy,
Elvezio, Bonnet, Lamettrie", o del Genovesi, ma (e questo è un tratto molto
importante, destinato a rimanere come atteggiamento mentale) nell'ottica
"moderata" che era propria sia dell'ambiente familiare sia del
maestro (Il professore diceva che il sensismo en una cosa buona sino a
Condillac, ma non bisognava andare sino a Lamettrie e ad Elvezio Voltaire,
Diderot, Rousseau mi parevano bestemmiatori, avevo quasi paura di
leggerli"). Lo stesso amalgama di aperture progressiste e di scarsa
chiarezza ideologica fu nell'esperienza successiva (quella degli studi
giuridici), in un'altra scuola privata, dove (con l'abate Garzia) D. impara ad
apprezzare soprattutto i codici napoleonici, aprendosi così alla dialettica
giuridica liberale. Questi studi avrebbero dovuto rappresentare il punto
d'arrivo di tutto il lavoro precedente (poiché, scartata una primitiva ipotesi
di carriera ecclesiastica, si pensava di far di lui un avvocato), ma a
determinare una diversa scelta di vita intervenne una grave malattia dello zio
Carlo, in seguito alla quale il peso della scuola cadde sulle fragili spalle
del D. diciottenne, ed egli divenne fonte di sostegno economico per la sua
numerosa famiglia (dopo la morte della primogenita Genoviefa, restavano ben
cinque tra fratelli e sorelle, che sempre in qualche modo gravarono su di lui,
con molte preoccupazioni e ben poche gratificazioni affettive o sociali).
Un altro avvenimento, questo di qualche anno prima, aveva preparato in D. tale
mutamento di interessi e di scelte: il suo ingresso nella "scuola di
lingua italiana" del marchese Basilio Puoti: di un "maestro",
cioè, che rappresentava in quel momento uno dei punti di riferimento più vivi
della cultura napoletana e che presto prese a stimarlo, ad amarlo e a guidarlo.
Ed è in ambito puotiano che nascono i primi scritti a stampa di D.: la sua
volgarizzazione di un brano dell'Eudemia di Giano Nicio Eritreo (Discorso
contro gl'ippocriti), apparsa sul Tesoretto, e la Dedicatoria (sua e del cugino
Giovannino) al Puoti dell'edizione (da entrambi curata) del Volgarizzamento
delle Vite de' santi Padri di D. Cavalca e del Prato spirituale di Feo
Belcari. Non è da qui però che si può ricavare l'immagine complessiva di
ciò che egli era alla fine del suo corso ufficiale di studi e all'inizio del
suo primo magistero. Certo, la competenza grammaticale e testuale e la sensibilità
alle cose della lingua (alla lingua come sistema formale in cui penetrare con
il rigore dell'intelligenza, della scienza e del gusto) erano allora e
restarono per sempre una componente molto importante del D. studioso e maestro
(questo va ribadito, anche per opporsi a una troppo lunga sottovalutazione
critica dell'eredità puristica attiva all'interno della metodologia critica
desanctisiana); ma dalla sua precedente esperienza culturale egli aveva
ricavato anche un complessivo eclettismo nozionistico e ideologico, un evidente
taglio "settecentesco" nell'impostazione del sapere e in più una
vastissima pratica di letture, che egli sottolinea con forza nella Vita e che
si riverbera in tutta la sua opera. Ricostruendo dai suoi ricordi, risulta che
D. Legge con profondo coinvolgimento (oltre a tanti latini, greci, filosofi,
storici e giureconsulti) un'incredibile quantità di classici italiani maggiori
e minori, dai trecentisti a Metastasio, e poi Parini, Alfieri, Verri, Monti,
Foscolo, Manzoni, Berchet, Leopardi, e Fénelon e Voltaire, Young e Scott (ma la
zona moderna ed europea andava rapidamente allargandosi: a poco più di venti
anni, il suo patrimonio di lettura spaziava con sicurezza da Shakespeare a
Richardson, da Milton e Klopstock a Chateaubriand, Lamartine e Hugo. La
professione dell'insegnamento diventò per D. definitiva (grazie all'intervento
del marchese Puoti), più o meno contemporaneamente nel settore della scuola
pubblica (prima alla scuola dei sottufficiali; poi, al Collegio militare della
Nunziatella, prestigiosa accademia militare borbonica) e in quello privato (con
la scuola di Vico Bisi, che Puoti apre per lui, affidandogli all'inizio i suoi
allievi, poi di fatto - a grado a grado - la sua stessa funzione docente). A
quest'ultima esperienza (di cui restano importanti documenti nei Quaderni
discuola e una vasta rievocazione nella Giovinezza) si attribuisce, per
tradizione ormai consolidata, la definizione di "prima scuola" del De
Sanctis. Ma sarebbe forse più giusto comprendere nella definizione l'esperienza
didattica complessiva del decennio 1838-48: il decennio che consacrò il
successo indiscusso del D. maestro, il quale intanto (nelle diverse fasi della
sua frenetica attività) metteva a punto il suo metodo e il suo atteggiamento
critico, mentre andava costruendo intorno a sé rapporti affettivi e
intellettuali che sarebbero rimasti centrali in tutta la sua vita, e mentre
andava maturando fondamentali scelte ideologiche, filosofiche,
politiche. I numerosi Quaderni di scuola, che documentano il primo insegnamento
desanctisiano, furono in massima parte scritti dagli alunni sotto dettatura del
maestro e finalizzati a raccogliere il "succo" dei diversi corsi di
lezioni, rispetto ai quali si configuravano come veri e propri libri di testo
costruiti in parallelo con l'esperienza scolastica. Si tratta, perciò, di una
testimonianza ampia e diretta del suo progressivo evolversi (a stretto contatto
con la cultura del proprio tempo) dal purismo e dall'illuminismo moderato fino
all'hegelismo, attraverso l'eclettismo, il neocattolicesimo, la partecipazione
alla temperie vichiana e a quella dello storicismo romantico. In vista della
loro funzione manualistica, i quaderni sono divisi secondo le "materie
d'insegnamento" della scuola (alcune presenti fin dall'inizio, altre
introdotte successivamente, come lo stesso D. testimonia nella Vita). La
grammatica è l'insegnamento originario della scuola, ma i quaderni
"grammaticali" più importanti che ci restano appartengono agli ultimi
anni e si configurano perciò come approdo della ricerca desanctisiana in
materia (con l'acquisizione dello storicismo romantico, del giobertismo, di
Hegel). I più antichi tra i quaderni in nostro possesso sono quelli di Lingua e
stile, dove, dopo una serie di precetti di radice puristico-illuministica (con
forte incidenza della grande Enciclopedia e in particolare d’Alembert),
troviamo documentato il primo impatto con il pensiero romantico tedesco (in
particolare con F. Schlegel) e tracciata la prima sintesi di storia della
letteratura italiana ("Sviluppo della letteratura italiana"). Questa
ha già alcune caratteristiche che resteranno immutate in D. maggiore (si muove
in ambito postilluministico, con grande attenzione all'Europa e al presente
letterario, ma presenta come modello privilegiato di scrittore
"contemporaneo" il Manzoni, con un'accentuazione del punto di vista
neocattolico, che andrà attenuandosi in seguito). Una lunga storia della poesia
è nei quaderni dedicati alla Lirica, in cui l'approdo è rappresentato dal
Leopardi; i quaderni sul Genere narrativo hanno le loro fonti in Villemain,
Sismondi, Voltaire, F. e Schlegel. Un salto di qualità notevolissimo si avverte
nei corsi d’Estetica e Estetica applicata, in cui l'esigenza di definire
teoricamente i problemi dell'arte trova un sicuro sostegno nelle teorie
estetiche di Gioberti, mentre Hegel fa la sua apparizione nel corso di Storia
della critica, che introduce una più stimolante rivisitazione della lirica. Nei
due anni successivi egli presenta ai suoi allievi l'Estetica di Hegel nella
traduzione francese di Bénard. Alla luce dei nuovi principî affronta inoltre
l'esame della Letteratura drammatica, soffermandosi a lungo sulle opere di
Shakespeare. Dell'ultimo anno di scuola ci resta anche un quadernetto di Storia
e filosofia della storia, che ha come punti di riferimento costanti Vico,
Sismondi, Hegel e che aiuta a chiarire il senso dei "compendi"
(autografi) della Storia d'Inghilterra di Hume e della Storia civile del Regno
di Napoli di Giannone. Questo blocco di materiali storiografici conferma il
livello criticamente e ideologicamente molto avanzato della ricerca
desanctisiana alla fine della "prima scuola", attestando una visione
laica della storia, un rigoroso rifiuto di ogni astrattismo e una forte
rivendicazione della concretezza in ogni ambito d'analisi, nonché una chiara
assunzione di metodo hegeliano in direzione progressista. Negli entourages di
Puoti, della Nunziatella, della sua stessa scuola (e delle altre che fiorirono
a Napoli, inaugurando il clima "filosofico" vichiano-hegeliano), D.
aveva finito per trovarsi al centro dell'intellettualità progressista
napoletana, non si sa fino a che punto compromettendosi con le frange
estremistiche di essa. Fatto sta che molti giovani della sua scuola si
schierarono a combattere sulle barricate (dove fu ucciso quello che era
certamente il più colto e il più ideologizzato fra tutti: Vista) e che dopo
quella data D. fu in qualche modo implicato in una setta segreta rivoluzionaria
di ascendenza musoliniana, l'Unità italiana, e in un attentato per il quale,
tra gli altri, furono condannati a morte L. Settembrini e C. Poerio ("Si
facevano i più matti deliri: porre una mina sotto Palazzo Reale pareva un gioco
... Fu la prima volta e sola che fui in convegni segreti). Espulso, perciò,
dalla Nunziatella e da "ogni altra scuola anche privata" (come
recitano i rapporti della polizia borbonica, che cominciava ad interessarsi di
lui), D. si rifugia in Calabria presso un noto e attivo "patriota",
il barone Guzolini, in casa del quale è arrestato con l'accusa di essere uno
dei principali agenti della setta diretta da Mazzini e da Ledru-Rollin.
Trasferito a Napoli e rinchiuso in Castel dell'Ovo, subì due anni e mezzo di
"carcere duro", e fu infine giudicato politicamente molto pericoloso
("attendibilissimo") e perciò bandito dal Regno e imbarcato per gli
Stati Uniti. 1 suoi allievi-amici napoletani (in particolare Meis e Marvasi, a
quel tempo già in esilio) lo aiutarono a sbarcare a Malta, per raggiungere il
Piemonte, inserendosi nell'allora foltissima schiera degli illustri esuli
politici ivi rifugiatisi (tra i meridionali, sono da ricordare: Spaventa,
Bonghi, Mancini, Tommasi, Ayala, Nicotera, Cosenz). Gli scritti del
periodo calabrese e della prigionia rappresentano la punta massima della
"spinta a sinistra" che segna il pensiero desanctisiano. In Calabria sono
elaborati due saggi (Introduzione all'Epistolario di Leopardi e Sulle opere
drammatiche di Schiller), in cui l'interpretazione dei testi esita in senso
fortemente politico (sia Leopardi sia Schiller segnano la fine di un'epoca,
quella dell'individualismo, dalla quale va nascendo un'epoca nuova -
dell'Umanità - impegnata in senso sociale). In Calabria fu probabilmente
impostato anche un dramma in prosa, il Torquato Tasso, terminato negli anni di
prigionia (il modello più vicino è quello goethiano; il linguaggio è
leopardiano; evidente è l'identificazione personale-politica dell'autore con
l'intellettuale perseguitato. D. studia la lingua tedesca e se ne servì sia per
tradurre il Manuale di una storia generale della poesia di K. Rosenkranz, sia
per leggere in lingua originale la Logica di Hegel, che ridisegnò in una serie
di Quadri sinottici (praticamente una sintesi completa dell'intera opera). Ma
il testo più interessante elaborato in Castel dell'Ovo è certamente La
prigione: un carme di 256 endecasillabi sciolti (l'unica prova poetica, se si
esclude qualche poesia d'occasione), che rappresenta il punto massimo di
"giacobinismo" realizzato da D., con il rifiuto e la denuncia di ogni
metafisica (un'inversione fortissima rispetto al neocattolicesimo degli anni
della prima scuola), e con una proposta politico-ideologica chiaramente
ispirata all'interpretazione di sinistra della filosofia di Hegel. Fortissima è
anche la svolta di atteggiamento nei confronti di Leopardi: all'immagine
sentimentalistica e scettica divulgata nel clima del primo romanticismo
napoletano si sostituisce un'immagine combattiva e materialistica del poeta di
Recanati (che offre, del resto, il modello stilistico e strutturale all'intero carme.
costruito come storia metaforica del pensiero umano, in rivolta per la libertà,
contro la tirannia, l'oscurantismo, l'ingiustizia sociale). A Torino D.
rimase in un vitale rapporto d'amicizia
con Meis e Marvasi e con Spaventa, ma molto isolato rispetto al potere politico
e culturale. Il suo unico lavoro fisso fu, allora, l'insegnamento dell'italiano
nell'istituto femminile della signora Eliott (dove si verificò un episodio
d'innamoramento - per la giovanissima Teresa De Amicis - che riempirà
d'illusioni e di malinconie gli anni successivi); ma ebbe anche alunni privati
dal nome prestigioso (come Virgina Basco - futura destinataria del Viaggio
elettorale -, Ainardo di Cavour, Larissé). L'esperienza centrale del periodo
torinese si realizzò, tuttavia, attraverso due corsi di "lezioni
pubbliche" su Dante: conferenze organizzate dai suoi amici per soccorrerlo
"nella dignitosa povertà dell'esilio" e che di fatto lo rivelarono
alla cultura italiana. Egli prese a collaborare alle appendici
letterarie: sul Cimento di Torino pubblicò alcuni saggi fondamentali, vero e
proprio punto d'arrivo della sua critica militante. E allo stesso anno risale
anche il primo episodio di giornalismo politico della sua vita: la
pubblicazione, sul Diritto di Torino, di una serie di interventi contro il
"murattismo" (cioè contro l'ipotesi di una sostituzione
"diplomatica" della dinastia borbonica di Napoli con la discendenza
di Murat), che rappresenta la prima fase di avvicinamento di D. alla monarchia
sabauda (questa viene proposta come unico possibile strumento di unificazione
della nazione, in un'ottica di "patriottismo costituzionale" cui, in
seguito, egli resterà sempre sostanzialmente fedele). Sempre per
interessamento dei suoi compagni d'esilio, fu finalmente gratificato di un
importante incarico professionale: l'insegnamento della letteratura italiana
presso l'Istituto universitario politecnico federale di Zurigo. Gli anni di
Zurigo sono anni di nostalgia e di isolamento (anni di réve, com'egli stesso
diceva), ma produssero almeno due conseguenze molto importanti: l'elaborazione
di lezioni che sarebbero rimaste come una pietra miliare della sua ricerca
critica (soprattutto su Dante, Petrarca e la poesia cavalleresca) e il contatto
con ambienti culturali e politici di vera e propria avanguardia in Europa
(Wagner e Matilde Wesendonck, Moleschott, gli Herwegh, Burckhardt, Vischer,
ecc.) che egli ebbe modo di conoscere e di valutare criticamente (per esempio,
prendendo le distanze dall'irrazionalismo di Wagner e di Schopenhauer molto prima
che le mode irrazionalistiche toccassero l'Italia, o cercando di capire i
limiti concreti del ribellismo dei mazziniani quando Mazzini è ancora un mito
in Italia. Dei corsi danteschi di Torino non restano manoscritti, ma
ciascuna lezione fu ricostruita su appunti di allievi (Marvasi, D'Ancona), in
vista di una non mai realizzata pubblicazione in volume. Le conferenze torinesi
(undici di argomento teorico, diciannove dedicate all'Inferno, cinque al
Purgatorio) sviluppano presupposti romantico-hegeliani, con particolare
riguardo ai problemi dell'unità e della forma del poema di Dante.
Nell'esaltazione "passionale" dell'Inferno, emergono le grandi figure
alla cui analisi è legata la fama popolare del D. dantista (Farinata,
Francesca, Ugolino) e si afferma il taglio monografico che sarà proprio dei
maggiori saggi desanctisiani. Semplificando la materia dei corsi, e
prolungandola fino a percorrere tutta la Divina Commedia, D. insegna Dante a
Zurigo (anche di queste lezioni ci resta la ricostruzione da appunti). Da tale
lavoro deriva tutto ciò che egli pubblicò successivamente su Dante e sul suo
tempo (ivi compresi i capitoli della Storia, che ne tesaurizzano le
idee-forza), ma i risultati metodologici più avanzati da lui raggiunti negli
anni d'esilio sono testimoniati dai contemporanei scritti giornalistici (che
furono poi pubblicati tra i Saggi critici). Il Pier delle Vigne è addirittura
una lezione torinese trascritta, per LaNazione di Firenze, da A. D'Ancona: la
celebre lettura del canto esalta i grandi caratteri e le grandi passioni dei
personaggi e ne analizza le sfumature, le situazioni, i contrasti; il saggio La
Divina Commedia (versione di Lamennais) dichiara la fine dell'antico metodo
retorico e il rifiuto del metodo "storico" di oscuola francese";
quello intitolato Carattere di Dante e sua utopia individua il centro della
grandezza poetica di Dante nella sua "anima di fuoco" in cui "si
riverbera l'esistenza in tutta la sua ampiezza". Il punto d'arrivo della
ricerca zurighese (molto più problematica di quanto appare nelle lezioni) è
suggerito nel saggio Dell'argomento della Divina Commedia, che afferma da una
parte il rifiuto del sistema e dall'altra la validità degli strumenti d'analisi
hegeliani, a stretto contatto col testo letterario (un approdo, in sostanza,
per D. definitivo). Negli scritti letterari d'argomento contemporaneo o
d'occasione (destinati a giornali torinesi e anch'essi in massima parte
raccolti poi nei Saggi), D. esplica, negli anni d'esilio, il suo impegno militante,
ma sempre a stretto contatto con i problemi di metodo critico che sono al
centro dell'insegnamento dantesco. Il più esplicitamente politico di questi
saggi è L'ebreo di Verona, che consacra, a livello nazionale, la sua fama di
polemista laico e liberale (l'autore del romanzo, il gesuita Bresciani,
ignorando le conquiste del cattolicesimo manzoniano, ripropone la religione in
funzione antiliberale e antiprogressista: il suo ruolo storico, dopo la
sconfitta, è "aggiungere i suoi colpi codardi alle mannaie del carnefice.
La militanza critica passa sempre attraverso una precisa idea
(romantico-hegeliana o posthegeliana) della letteratura. In Satana e le Grazie
essa è espressa con molta chiarezza: di fronte al poemetto di Prati la fantasia
rimane inerte: il cuore riman freddo, perché "in questo lavoro non vi è
creazione e quindi non vi è fantasia Prati ha una viva immaginazione, e per
questa facoltà è forse il primo poeta di second'ordine che sia oggi in
Italia"; del resto, i suoi testi poetici hanno tutti i limiti e i difetti
della "declamazione rettorica". E questa non è un difetto esclusivo
degli scrittori moderati: essa è condannabile anche quando sia posta al
servizio delle più ardite analisi politiche, come nella Cenci di Guerrazzi,
avvolta nel vecchio repertorio delle metafore e dei luoghi comuni. C'è un solo
poeta italiano che abbia attinto i livelli della "grande poesia" nel
mondo moderno, dice in un importantissimo saggio, e questo è Leopardi. Il
saggio s'intitola Alla sua donna. Poesia di Leopardi ed è, probabilmente, lo scritto
leopardiano più importante del D., che, con parametri schilleriani e byroniani,
traccia qui una straordinaria immagine di poeta laico, interprete della civiltà
contemporanea perché capace di farsi critico e filosofo e di far scintillare la
poesia dalla "meditazione". Ma, a parte l'eccezione leopardiana, il
clima del presente letterario fa temere un ritorno alla identificazione tra
poesia e retorica (Sulla mitologia - Sermone di Monti. A questa pericolosa
tendenza D. oppone la difesa d’Alfieri contro i critici francesi contemporanei
(Veuillot e la Mirra, Janin, Janin e Alfieri, Vanin e la Mirra), ed
evidentemente questa polemica ha un profondo retroterra politico: la
rivalutazione della fase "eroica" del classicismo settecentesco,
nella cultura "rivoluzionaria" dell'intera Europa. Perciò questa
rivalutazione riguarda anche Foscolo (Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e
Foscolo e Storia di Gervinus, e la polemica colpisce anche un critico come A.
de Lamartine ("Cours familier de littérature par Lamartine). Nello stesso
ambito il modello di Hugo viene proposto come sostanzialmente positivo
(Triboulet e "Le contemplazioni" di Hugo) ed è possibile perfino il
recupero di un classico manierato come Racine, perché capace di creare dei
grandi personaggi drammatici (La Fedra di Racine). In questo ambito, infine, si
configura una delle prime, ma già precise professioni di realismo di D. critico
(Saint-Marc Girardin).Il sentimento astratto non è poesia, non è cosa vivente
... La poesia dee riprodurre la realtà vivente. Il poeta dee rappresentarci un
uomo vivo, perché questo, in quanto tale, è già un perfettissimo personaggio
poetico. La progressiva conquista di un punto di vista
"realistico" con cui guardare al testo letterario è registrata dai
ricchi appunti che ci restano (a cura di V. Imbriani) delle lezioni zurighesi
sul Poema epico. Proprio in questa sede D. usa per la prima volta il termine
"realismo" (ancora nuovo nella critica francese più avanzata da cui
lo deriva), mentre ribadisce il rifiuto del "sistema" hegeliano come
strumento di critica letteraria e conferma la validità degli strumenti
d'approccio al testo ricavabili dall'estetica hegeliana. Il messaggio
filosofico più complessivo, nell'ultima fase del suo esilio e del suo vitale
contatto con le avanguardie europee, fu affidato da D. al dialogo Schopenhauer
e Leopardi. Anche questo testo ha una struttura leopardiana (ispirata alla
provocatoria ironia delle Operette morali), ma s'interessa a Leopardi solo
nell'ultima parte, dedicando molto spazio all'illustrazione del pensiero di
Schopenhauer, indicato come il liquidatore di un'epoca (quella
dell'Ottantanove, del Trenta, del Quarantotto) che egli considera
"un'illusione, o piuttosto ... una imbecillità generale". La
filosofia di Schopenhauer è, perciò, "nemica della libertà, nemica
dell'idee, nemica del progresso"; in politica, egli ripropone "lo
Stato monarchico, la nobiltà, il clero, i privilegi", nega la libertà di
stampa e odia Hegel come "corrompiteste" (la moda di Schopenhauer in
Europa è, in sostanza, un grave sintomo di regresso storico: la sua tardiva
riscoperta equivale a un'abiura di tutto il progressismo europeo. A prima
vista, il rifiuto dell'ottimismo ideologico accosta Leopardi a Schopenhauer;
ma, in realtà, c'è tra i due una vera e propria opposizione, e Leopardi è tanto
interno alla fase eroica (progressista e rivoluzionaria) dell'umanità, quanto
ad essa è estraneo e ostile Schopenhauer. La differenza non è solo nel
materialismo di Leopardi (opposto allo spiritualismo di Schopenhauer) o nelle
sue scelte di stile inamabile (mentre Schopenhauer si affida al fascino della
retorica), ma anche e soprattutto nell'effetto di lettura che Leopardi produce
come uomo e poeta veramente grande (egli non crede al progresso, e te lo fa
desiderare non crede alla libertà, e te la fa amare, è scettico, e ti fa
credente). Dopo le speranze e le delusioni della seconda guerra
d'indipendenza, sulla scia dell'impresa dei Mille, D. lascia improvvisamente
Zurigo e il politecnico e ritornò a Napoli, dove svolse un ruolo, probabilmente
importante, nella mediazione che portò il partito garibaldino (e lo stesso
Garibaldi) ad accettare il plebiscito piemontese. Per nomina di Garibaldi,
appunto in fase di preparazione del plebiscito annessionistico, è governatore
della provincia di Avellino e si mostrò attivissimo organizzatore del consenso
politico, della guardia nazionale locale, della lotta al banditismo (che è già
esploso violento in Alta Irpinia, recuperando antiche radici sanfediste).
Subito dopo, è direttore dell'Istruzione a Napoli e, in quindici giorni,
tesaurizzando tutte le precedenti esperienze di riforme liberali degli studi,
impostò una vera e propria rifondazione della scuola napoletana. All'università
chiamò ad insegnare illustri rappresentanti della cultura liberale (da Spaventa
a Ranieri, a Bonghi, a Imbriani, a Villari, a Mancini); in sostituzione del
liceo gesuitico istituì un ginnasio-liceo statale; per la formazione dei
maestri elementari (sua grande preoccupazione di progressista ottocentesco)
deliberò l'istituzione di scuole "normali" in tutte le province della
luogotenenza (non senza ragione, il 1860 resta per sempre nei suoi ricordi come
il periodo eroico della sua vita). Eletto deputato al primo Parlamento
nazionale unitario, fu ministro della Istruzione pubblica con Cavour e con
Ricasoli, continuando sulla linea già tracciata a Napoli, ma senza ripetere
l'exploit, nell'ambito della troppo vasta e ibrida realtà nazionale (in
pratica, rinunciando .all'ambizione di produrre una legge di riforma della
scuola italiana, si limitò ad estendere con decreti all'Italia unita la legge
Casati). Ciò che resta di più indicativo del primo periodo di attività come ministro
è proprio la linea di tendenza teorizzata nel programma iniziale e vanificata
dall'opposizione dei gruppi reazionari (Noi abbiamo decretato la libertà in
carta. Sapete, o signori, quando questa libertà cesserà di essere una menzogna?
Quando noi avremo effettivamente uomini liberi; quando della plebe avremo fatto
un popolo libero. Provvedere all'istruzione popolare sarà la mia prima cura).
In questo ambito si pone anche la battaglia per istituire una rete capillare di
"scuole tecniche" e "istituti professionali", nonché
l'impegno per la qualificazione degli studi scientifici (ma molto avversate
furono anche in questo campo le più importanti scelte progressiste, come quella
che portò il materialista e rivoluzionario Moleschott ad insegnare fisiologia
nell'università di Torino). Dopo questo incarico ministeriale, pur sempre
rieletto in Parlamento (con la sola parentesi di un anno), D. rimase estraneo e
in forte opposizione rispetto ai nuovi gruppi di potere (le
"consorterie", che vedeva via via riavvicinarsi ai "retrivi"
e ai "codini"), su una linea mediana di progressismo monarchico e
antirivoluzionario. Su questa linea si pose il giornale L'Italia (che egli
diresse, in appoggio al gruppo emergente della Sinistra costituzionale, che nel
1865 ottenne proprio nel Sud il suo primo successo elettorale.
L'appassionamento garibaldino ai tempi di Mentana, la firma del manifesto di
opposizione crispina e un importante discorso di denuncia contro il riemergere
del clericalismo (in campo ideologico, politico ed economico) segnarono i punti
più alti della sua partecipazione politica. Sposa, a Napoli, Maria Testa
dei baroni Arenaprimo, ma il matrimonio agiato, da cui non nacquero figli, non è
sufficiente a sconfiggere la precarietà economica in cui tutta la sua vita si
svolse, né fornì uno stabile nutrimento al suo complesso bisogno di réve e di
comunicazione sentimentale. All'interno di una sempre meno inconfessata
delusione politica e personale, egli tornò, quindi, agli studi che gradualmente
ridivennero protagonisti della sua vita: pubblica in volume i Saggi critici
(dove raccolse gli scritti giornalistici dell'esilio), il Saggio critico sul
Petrarca, la Storia dellaletteratura italiana, i Nuovi saggi critici. Il
Saggio critico sul Petrarca ripropone un corso di conferenze tenuto a Zurigo,
con pochi mutamenti e con una "introduzione. Esso si articola in dodici
capitoli (tre dedicati alla personalità del poeta e al suo mondo culturale; gli
altri strutturati come lettura tematica e analisi del Canzoniere) ed è finalizzato
a fornire un preciso punto di vista per l'interpretazione del testo
petrarchesco, sulla base della teoria elaborata da D. a partire dalla
"prima scuola" e consolidata appunto negli anni dell'esilio
(tesaurizzazione dell'illuminismo, del romanticismo, dell'hegelismo; rifiuto
del metodo sistematico e dei suoi esiti panlogistici; rivendicazione della
poesia come forma uscita dal più profondo della vita reale e come sostanza
vivente, secondo i grandi modelli di Omero, Dante, Ariosto, Shakespeare). In
quest'ottica, Petrarca va riscoperto, pur con i limiti che la cultura romantica
ne aveva segnalato, e va rivalutato per quel che lo separa dal petrarchismo
(cioè dalla sua riduzione a modello rettorico e platonico). La poesia di
Petrarca va, quindi, individuata in particolari "situazioni" liriche
(soprattutto nella malinconia e nei momenti d’abbandono sentimentale), pur tra
gli ostacoli frapposti dall'educazione "rettorica" e da una visione
"spiritualistica" della vita. Particolare interesse è rivolto alla
figura di Laura (cui sono intitolati quattro capitoli): Laura è "la
creatura più reale ... che il Medioevo poteva produrre", e la sua
"realtà", tutta interiorizzata nella poesia del Canzoniere, non si
spegne, ma si ravviva dopo la morte del personaggio (proprio in questa
"situazione" Petrarca tocca le sue rare punte di "poesia
sublime"). La Storia della letteratura italiana nacque come testo
scolastico ed è, infatti, una sintesi didattico-pedagogica di materiali in gran
parte preelaborati secondo una precisa metodologia critica (quella appena
illustrata a proposito del saggio petrarchesco) e utilizzati per un progetto
complessivo di informazione-formazione (il progetto dell'educazione nazionale)
nel quale convergono tutte le attese (ed anche i timori) di D. letterato e
politico. Divisa in venti capitoli, la Storia disegna una linea di svolgimento
della letteratura italiana secondo il principio direttivo (ufficialmente
dichiarato da D. in uno dei suoi saggi) della "successiva riabilitazione
della materia (d’un graduale avvicinarsi alla natura e al reale, in parallelo
con i progressi della scienza, della cultura, del costume, della vita politica,
della stessa morale). Ma la finea risulta tutt'altro che retta e univoca: sia
perché l'ipotesi del graduale svolgimento della storia letteraria verso mete
progressive è fortemente contraddetta dalle fasi di stasi, d'involuzione, di
"ritorno"; sia perché continuamente emergono distanze o divaricazioni
tra livello storico e livello letterario (e qui s'innesta la forte rivendicazione
della forma come valore specifico del testo letterario); sia, infine, perché
(in base alla predilezione per il metodo monografico e per l'analisi testuale)
il racconto della Storia alterna lunghe soste con rapidissimi voli, grandi
indugi analitici con improvvise e fortissime elisioni. La Storia procede,
perciò, per grandi nodi tematici e testuali, muovendosi in un sistema "a
spirale" di allusioni e richiami tra fenomeni, autori, epoche, con un
disinibito oscillare del linguaggio dal familiare e dal basso all'oratorio e al
patetico, non senza momenti di carattere mimetico a ciascun livello di
scrittura (sono queste, del resto, le caratteristiche peculiari del suo
composito stile). Seguendo il cammino della Storia a partire dai primi
capitoli, troviamo anzitutto ISiciliani come scuola poetica feudale e
cortigiana, legata alla potenza della corte sveva e destinata a spegnersi prima
che "venisse a maturità", radicandosi nelle "classi
inferiori". Proprio questo processo di radicamento si analizza nel ben più
complesso capitolo intitolato I Toscani, ma centrato soprattutto sulla cultura
bolognese (e sulla scienza che si sviluppò in senso antifeudale presso
l'università di Bologna). Il punto d'arrivo di questa storia del mondo lirico
medievale è ALIGHIERI. Il breve capitolo dedicato a La lirica d’ALIGHIERI la
definisce come la voce dell'umanità a quel tempo: ALIGHIERI rappresenta
(vichianamente) l'epoca della fantasia, ed è la prima fantasia del mondo
moderno". Il discorso ritorna alle origini, per esaminare La Prosa e I
Misteri e le Visioni, che esprimono l'idea religiosa penetrata ne' costumi e
nelle istituzioni, ma che restano a livello di fase letteraria preparatoria
dell'aureo Trecento. A questo secolo è dedicato un capitolo molto puotiano
(attento ai Fioretti, a Cavalca e a Passavanti. ai testi di s. Caterina da
Siena e alla "maravigliosa cronaca" di D. Compagni), che però
anch'esso converge, romanticamente, verso la grande figura protagonistica di
Dante. La trecentesca "commedia dell'anima" esprime, infatti,
l'ordito culturale da cui nasce La Commedia, con la sua "base
ascetica" e la sua radicata abitudine alla "allegoria". Ma tutto
ciò rappresenta (secondo l'ottica tipica del D. dantista) la "falsa
poetica" attraverso e nonostante la quale Dante crea un'opera somma di
poesia (una vasta analisi del poema tende proprio a mostrare come, per virtù di
passione e di poesia, esso possa esprimere, "ancora pregno di misteri,
quel mondo che, sottoposto all'analisi, umanizzato e realizzato, si chiama oggi
letteratura moderna"). Il capitolo defficato al Petrarca (Il Canzoniere) è
breve, ma fondamentale: Petrarca non è solo un artista pieno di grazia e di
"malinconia", ma è il rappresentante di una nuova generazione
culturale che, dopo Dante, "volgeva le spalle al Medio Evo e si afferma popolo
romano e latino. In questa scelta, secondo D., c'è una profonda ambivalenza (da
una parte c'è il "rinnovamento" inteso come nascita della coscienza
laica; dall'altra la letterarietà come "erudizione", imitazione,
abito retorico), in cui si muoverà, per lunghi secoli, la storia della
letteratura italiana. E in un'ottica così conflittuale il Decamerone appare
come "l'apoteosi dell'ingegno e della dottrina" in dimensione laica,
ma anche come espressione di un "niondo borghese" che, liberatosi dai
vincoli dello spiritualismo, non riesce ad innalzarsi, al di là del comico,
fino alle "alte regioni dello spirito". Il Cinquecento è il secolo
che vede l'arte assoldata al mecenatismo, pur quando potrebbero porsi le
condizioni storiche per un avvicinamento tra cultura e "popolo" (ad
esempio, nella Firenze medicea) e pur quando sono già stati raggiunti grandi
vertici di raffinatezza letteraria (ad es., nelle Stanze del Poliziano). Infine
il Seicento, simboleggiato da Marino, produce in letteratura idilli ed elegie,
voluttà e musica, mentre l'intellettuale italiano si fa "estraneo al
movimento della cultura europea e a tutte le lotte del pensiero",
stagnando "in un classicismo e in un cattolicesimo di seconda mano".
Nell'arco, e sempre in chiave antifrastica, sono tanti gli episodi letterari
che il D. analizza, e ad alcuni, comunemente ritenuti minori, dedica interi
capitoli: a Sacchetti, a La Maccaronea, ad Aretino. L'opera d’Ariosto
(L'Orlando furioso) è esaminata secondo i parametri zurighesi: inserita nella
serialità storica, essa si propone come "sintesi dell'intero
Rinascimento", mentre l'"ironia" e il "riso scettico"
di Ariosto si manifestano espressione di un secolo adulto"(cioè divenuto
capace di critica e ormai maturo per la libertà borghese, pur nell'accettazione
di fatto della realtà cortigiana). Tasso, autore-simbolo dell'ambivalenza
ideologica e sentimentale, offre l'occasione per un discorso altrettanto
ambivalente sulla Contro-riforma e sul suo significato storico-culturale. Il
poema del Tasso è lo specchio della "ipocrita" cultura
controriformistica italiana e i suoi valori letterari vanno individuati in
senso opposto rispetto a quello programmatico e ufficiale: non nella
falsa" religiosità, ma nell'idillio, nell'elegia, nella voluttà (Tasso è,
perciò, accostato al Petrarca, nella tradizione di storiografia politica
risalente a Sismondi e Ginguené). Ma proprio al centro dell'arco storico c'è
una punta alta, un grande ritratto in positivo: quello di Machiavelli, che
riesce a costruire una valida ipotesi di rinnovamento, sia opponendo alla
teocrazia l'autonomia e l'indipendenza dello stato (un presentimento dei nostri
ordinamenti costituzionali"), sia rinnovando il "metodo" della
conoscenza, col rifiuto della teologia e del principio d’autorità (per lui
"la verità è la cosa effettuale, e perciò il modo di cercarla è
l'esperienza accompagnata con l'osservazione, lo studio intelligente dei
fatti"). Evidentemente, il ritratto di Machiavelli (liberato da tutte le
riserve moralistiche precedentemente espresse su di lui) è un caso-limite
d'interpretazione "tendenziosa" di un autore: se è scelto a
simboleggiare la politica e la scienza moderna, è perché il D.-maestro che
scrive la Storia (l'anno della presa di Roma, a cui esplicitamente egli fa
riferimento) vuol proporre ai giovani un preciso progetto di produzione
letteraria che leghi indissolubilmente letteratura, "scienza" e
politica laica (e che indichi anche lo strumento di una lingua letteraria
"precisa e concisa", antiretorica e antimusicale, che pure a Machiavelli
viene attribuita con qualche forzatura). Nel nome di Machiavelli, dunque (anche
se a distanza di 4 capitoli), si apre la parte moderna e propositiva della
Storia, che consiste nei due ultimi lunghissimi capitoli, intitolati La nuova
scienza e La nuova letteratura. Il rapporto tra essi è derivativo: la
"nuova letteratura" non potrà nascere se non dalla scienza, che ha
come obiettivo il progresso e il miglioramento dell'uomo, e che ha come
principale strumento la libertà intellettuale e politica. Perciò, "i primi
santi del mondo moderno" (i primi intellettuali capaci di "lottare,
poetare, vivere, morire per la fede nel progresso) sono Bruno, Telesio,
Campanella, Galilei; e poi Sarpi, Vico, Giannone; infine Beccaria e Filangieri,
con alle spalle il pensiero laico europeo, da Bacone alla Rivoluzione francese.
Come s'innesta in questo clima la nuova letteratura? Dopo l'affascinante ma superficiale
opera di Metastasio, l'innesto si realizza con la scelta illuministica di
utilizzare cose e non parole. Il primo autore vero della nuova letteratura è
Goldoni (ma con dei limiti di superficialità). Il primo "uomo nuovo"
è Parini, e poi vengono Alfieri e Foscolo (col Monti personaggio negativo), ma
con dei limiti negli eccessi e nelle scelte di stile retorico. L'Ottocento (pur
con la sua tensione d'impegno e di sperimentazione) non ha ancora offerto, in
Italia, modelli attendibili per il cammino da percorrere. Il nostro futuro
letterario è, perciò, incerto ma la direzione da seguire è chiara: "convertire
il mondo moderno in mondo nostro, studiandolo, assimilandocelo e
trasformandolo, esplorare il proprio petto secondo il motto testamentario di
Leopardi, questa è la propedeutica alla letteratura nazionale
moderna". Nella seconda edizione dei Saggi critici e poi nei Nuovi
saggi critici D. inserì alcuni saggi (in gran parte composti per la Nuova
Antologia) che precedono o accompagnano la stesura della Storia e che nei
confronti di essa risultano in diverso modo illuminanti. Il più antico è Una
Storia della letteratura italiana di Cantù, che, recensendo l'opera appena
pubblicata, la denuncia come fondata su pregiudizi e superficiale dottrina e su
valori che nulla hanno a che fare col letterario (perciò l'inevitabile
sottovalutazione di autori come Machiavelli, Ariosto, Leopardi, Alfieri,
Giusti, Berchet, cui si contrapporrà, appunto, la Storia desanctisiana).
Fondamentale, per chi indaghi sulla genesi della Storia, è il saggio
Settembrini e i suoi critici, in cui D. condanna il grave limite del
contenutismo radicale settembriniano, così come aveva condannato il
contenutismo cattolico-moderato di Cantù, ed afferma che una vera storia della
letteratura dovrebbe essere un lavoro interdisciplinare (con contributi di
filosofia, critica, arte, storia, filologia") al quale la cultura italiana
non è ancora attrezzata (risalendo queste considerazioni al periodo iniziale di
stesura della Storia, esse dimostrano la problematicità di D. nei confronti
della sua opera maggiore, e la profonda consapevolezza della
"parzialità" di essa). Più collegati alla componente ideologica
"positiva" della Storia risultano L'Armando di Prati e L'ultimo dei
puristi. Nel primo si denuncia la fine dei "tempi sentimentali" e si
afferma, per il presente, la necessità di un impegno tutto reale e concreto (il
materialismo è uscito trionfante dal seno stesso del mondo hegeliano" e
impone la "serietà della vita terrestre"); nel secondo, la
stroncatura di un purista attardato (Ranalli) dà luogo a una attenta e
intelligente rievocazione del Puoti e della sua scuola, che fu bandiera di
libertà, scienza, progresso, emancipazione, ma che (a parte il valore sempre
vivo del "metodo" puotiano) esaurì il suo ruolo storico alla vigilia
della fase rivoluzionaria (al presente, ogni nostalgia puristica risulta
storicamente e politicamente ingiustificata). Anche i grandi saggi danteschi
(Francesca da Rimini, Il Farinata di Dante, L'Ugolino di Dante) nacquero in
margine alla Storia, sia come ripresa del tema-Dante (e, in particolare, delle
riflessioni zurighesi), sia come esempio di quel lavoro di monografia che D.,
all'epoca, considerava storicamente e scientificamente più valido delle
"sintesi". I personaggi danteschi prediletti dalla cultura romantica
ed hegeliana sono letti rispettivamente in chiave di amore e pietà femminile
(Francesca), orgoglio politico (Farinata), complessità e profondità di
sentimenti antinomici (Ugolino), nell'ambito di un'attenta, colta, sensibile
lettura testuale (era in questo, appunto, che D. voleva proporsi come modello
di critica attuale, paziente e costruttiva, ed è appunto questo l'aspetto dei
Saggi che va ancor oggi rivendicato). Il saggio L'uomo del Guicciardini ripropone
l'antitesi (presente anche nella Storia) fra Machiavelli, precursore del
nazionalismo moderno, e Guicciardini, il cui particulare rifiuta ogni vincolo
religioso, morale, politico (ma la vera funzione del saggio si esplicita
nell'ultima frase, di amara denuncia della situazione politica presente: L'uomo
del Guicciardini vivit, immo in Senatum venit, e lo incontri ad ogni
passo. Venne affidata a D. la cattedra di letteratura comparata
nell'università di Napoli, dove egli tenne quattro corsi (è questa l'esperienza
nota come seconda scuola napoletana, che produce quattro gruppi di lezioni,
rispettivamente su Manzoni, Scuola cattolico-liberale, Scuola democratica,
Leopardi). Contemporaneamente pubblicò una seconda raccolta di saggi (Nuovi
saggi critici, Napoli) e inaugurò quella serie di conferenze e articoli sugli
orientamenti della letteratura contemporanea in chiave realistica che sarebbe
continuata, per dieci anni, fino alla vigilia della morte. Realizza un nuovo
momento d'impegno politico attivo, in occasione delle elezioni che prepararono
l'avvento al potere della Sinistra costituzionale (in particolare, appoggia,
con un'avventurosa campagna elettorale, la propria candidatura - difficile e
piuttosto equivoca - nella provincia d'origine, e ne rivisse il ricordo in una
serie di cronache giornalistiche pubblicate prima sulla Gazzetta di Torino e
subito dopo in volume, col titolo Un viaggio elettorale. Data il terzo e
ultimo episodio importante di giornalismo politico desanctisiano: ancora un
impegno battagliero, ma interno alla Sinistra (contro la gestione
trasformistica e antidemocratica del potere da parte di Depretis e Nicotera),
condotto soprattutto sulle colonne del Diritto di Roma. Cairoli riaffida a D.
il ministero della Pubblica Istruzione che egli tenne fino al 1880,
riproponendo i problemi della scuola di tutti (la scuola per l'infanzia, la
scuola primaria, la formazione dei maestri) e quelli dell'istruzione tecnica,
in un'ipotesi di cultura "scientifica" da sostituire alla
"cultura retorica"; ma ancora una volta fu sconfitto nei punti più
qualificanti del suo programma (la traccia più concreta che ne rimase fu
l'inserimento dell'educazione fisica tra le materie d'insegnamento: un omaggio
alla rivalutazione positivistica dell'uomo fisico). Colpito da una grave
malattia agli occhi, lasciò l'incarico ministeriale e dedicò i suoi ultimi anni
di vita a un lavoro di riflessione autobiografica (le Memorie che andò dettando
alla nipote Agnese) e critica (soprattutto ripresa e riorganizzazione della
riflessione petrarchesca e leopardiana). Muore a Napoli, lasciando incompiuti i
suoi ultimi lavori, cui, pur tra le sofferenze della malattia, si dedicò sino
alla fine. Come tutti i principali episodi dell'insegnamento
desanctisiano, anche le lezioni della "seconda scuola napoletana"
sono documentate da riassunti (redatti in genere da Torraca), rivisti e
ufficialmente accettati dall'autore. Il corso è dedicato a Manzoni e
rappresenta il punto d'arrivo di una riflessione iniziata all'epoca della
"prima scuola", sviluppata a Zurigo e rimasta sempre centrale nella
ricerca di D., pur senza trovare una sistemazione editoriale. In queste lezioni
le posizioni ideologiche e gli strumenti di ricerca sono molto cambiati
rispetto agli anni della "prima scuola", ma non cambia il giudizio di
valore. La grandezza del Manzoni è identificata ora nella sua capacità di
"calare l'ideale nel reale": da lui escono tre "grandi idee
critiche che hanno importanza universale": la "misura
dell'ideale", il "vero" positivo e storico, la "forma"
diretta e "popolare". Manzoni rappresenta la massima realizzazione
della letteratura "moderna" in Italia e le "scuole
letterarie" non segnano alcun progresso né sul piano dell'arte né su
quello dell'ideologia. Negli anni successivi. D. analizzò, appunto, lo
svolgimento della letteratura in Italia a partire dal Manzoni, dividendola
(secondo una traccia già seguita da Giudici, da Settembrini e da altri) nei due
filoni cattolico e laico, definiti rispettivamente "scuola liberale"
e scuola democratica. Alla Scuola liberale è dedicato l’anno di lezioni
universitarie, con risultati di giudizio fortemente militanti: l'impegno dei
cattolici per l'"educazione popolare" non offre risultati validi in
arte e svolge un ruolo (più o meno esplicito) d'insegnamento reazionario (nuovi
Arcadi sono Grossi, Carcano, Tommaseo, Cantú; Gioberti e Rosmini ripropongono
una dimensione metafisica della storia e della politica; D'Azeglio resta
attardato su una vecchia e superata immagine di letteratura retorica). Un
interessante excursus riguarda, però, la letteratura meridionale
dell'Ottocento: poeti poco noti (come Mauro, Padula, Parzanese, Sole) vengono
esaminati con interesse e simpatia. Il corso è dedicato alla scuola
democratica, e anche in quest'ambito il giudizio globale è negativo: Mazzini,
Rossetti, Berchet, Niccolini non possono fornire il modello della "nuova
letteratura". Si conferma così l'esito perplesso e sostanzialmente
pessimistico che caratterizza le ultime pagine della Storia e l'affermazione
del principio del realismo. I saggi più importanti elaborati da D. nell'ultimo
decennio di vita riguardano, appunto, le tematiche del realismo (alcuni di essi
furono raccolti nei Nuovi saggi critici). Dopo la prolusione universitaria La
scienza e la vita, sono da ricordare: Ilprincipio del realismo, Studio sopra
Emilio Zola, Zola e l'Assommoir, Il darwinismo nell'arte. L'assunto complessivo
è che il "realismo" auspicato da D. non si può confondere né col
materialismo, né col positivismo, né col naturalismo di Zola (il quale, però, è
molto valido come scrittore: lo studio a lui dedicato è particolarmente vasto e
attento). La letteratura del "reale" dev'essere (cfr. Manzoni)
"l'ideale calato nel reale", e cioè una costruzione "eticac
forza morale impegnata per rinnovare la società, contro l'individualismo, la
reazione, l'autoritarismo sempre in agguato. Nell'ultima fase della sua
vita D. non si limitò a teorizzare l'importanza e la "modernità" del
realismo in letteratura, né ad inserirsi con diversi strumenti critici
all'interno del problema per farne emergere i pericoli (o quelli che a lui
sembravano tali sul piano morale e politico), ma volle fornire delle prove
concrete di narrativa realistica, utilizzando un registro di linguaggio
"familiare", che già aveva usato nelle sue lettere alla moglie (con
estrema semplificazione sintattica e con frequenti coloriture dialettali) e
che, del resto, non era ignoto ai momenti più colloquiali della sua critica.
L'operetta narrativa che elaborò in funzione di esempio e modello fu Un viaggio
elettorale (1876): una serie di cronache del tragicomico attraversamento della
provincia natia da lui compiuto a sostegno di una candidatura politica poco
chiara e poco fortunata. Nella cronaca, il bozzettismo locale si alterna col
patetico dei ricordi d'infanzia o delle esortazioni politiche; ma il senso del
testo va ricercato più nella sua funzione che nei suoi esiti, né si può
dimenticare che nella storia del realismo italiano esso si colloca quasi in
contemporanea con Nedda, quattro anni prima di Giacinta, sei anni prima dei
Malavoglia. Alla vigilia della morte (sempre su materiali autobiografici
e sempre in ambito di racconto dal vero in linguaggio familiare), il D.
perseguì un progetto molto più ambizioso: la stesura di un'autobiografia, della
quale, però, non riuscì a portare a termine che la prima parte (egli l'aveva
intitolata Memorie; Villari ne pubblicò il frammento realizzato col titolo La
giovinezza). Così come ci resta, il frammento narra l'esperienza di D. dalla
nascita e consta di due nuclei narrativi essenziali. Il primo è legato ai
personaggi bozzettistici della famiglia paesana e degli ambienti napoletani
alti e bassi (preti, professori, avvocati, ragazze da marito, giovani
avventurieri, vecchie serventi) e, al centro di essi, l'autore pone il
personaggio "comico" di se stesso, pieno di tic, di timidezze, di
chiusure, di sogni. Il secondo nucleo è legato, invece, alla formazione culturale
e all'esperienza della prima scuola. Qui il tessuto è molto serio e
impegnativo: D. (utilizzando ricordi, ma soprattutto vecchi "quaderni di
scuola") vuole offrire un importante contributo alla critica di se stesso,
mostrando come siano andate formandosi le linee di forza del suo metodo. In ciò
la vita non è del tutto veritiera (molti sono gli imprestiti ideologici e
teorici che D. fa al se stesso maestro di Vico Bisi), ma resta, comunque, il
fascino di un clima in cui rivivono Puoti e Leopardi, la scoperta del
romanticismo, di VICO (vedasi) e di Hegel, l'autoritarismo borbonico e le
utopie libertarie del primo '800 napoletano. Nell'ultimo anno
d'insegnamento all'università di Napoli, argomento delle lezioni era stato
Leopardi: dagli appunti delle lezioni D. ricavò, negli ultimi mesi di vita, uno
Studio su Leopardi, che segue il poeta nelle diverse tappe della vita,
dell'opera, del pensiero, secondo lo schema della biografia critica di taglio
positivistico. La biografia rimane, però, incompiuta, chiudendosi al livello
dei "nuovi idilli" (come D. definisce i grandi canti), e proprio in
questo tentativo di riduzione di Leopardi alla misura dell'idillio lo Studio è
stato foriero di gravi equivoci e fraintendimenti nella successiva critica
leopardiana, mentre in D. si giustifica come tentativo di leggere Leopardi in
quella stessa chiave di realismo che si era rivelata funzionale per il Manzoni
e il suo romanzo. Celebri, proprio in quest'ambito, le riflessioni sulle figure
femminili dell'"idillio" leopardiano ("Silvia non è questa o
quella donna; è il primo apparire della giovinezza in un cuore femminile",
ecc.); ma, a parte questo, lo Studio non aggiunge molto né alla conoscenza del
Leopardi né alla critica di Sanctis. In sostanza, il meglio su Leopardi era
stato detto nel saggio (ma non vanno dimenticate certe importanti
considerazioni della "prima scuola", né il ruolo interessantissimo,
problematico e antidogmatico, che Leopardi ha nelle ultime pagine della
Storia). Altri saggi leopardiani appartengono alla fase e al clima di ricerca
della Storia (La prima canzone di Leopardi; Le nuove canzoni; La Nerina). In
quest'ultimo, ancora un esame (forse uno dei più importanti) della donna nella
poesia leopardiana: "La vita è tutta e solo in terra... La morte è l'altro
motivo tragico di questa concezione. Il motivo della Silvia è lo sparire. Il
motivo della Nerina è il riapparire". Lasciando da parte la fortuna
del D.-maestro (un vero e proprio appassionamento suscitato nei giovani allievi
di Napoli, Torino e Zurigo), per ricostruire la storia del dibattito su D.
bisogna muovere da un dato obiettivo di iniziale sfortuna critica: lo scarto
fra i tempi della genesi dei testi maggiori e quelli della loro pubblicazione.
A causa di questo scarto, egli apparve subito come un idealista attardato (e
perciò più meritevole di giudizi sommari che di attenzione testuale), nel clima
di positivismo dominante in cui i suoi scritti si offrivano ad
un'interpretazione globale (per es. F. D'Ovidio era convinto che D. ignorasse
la pazienza della ricerca e dello studio, e Carducci gli attribuiva difetto di
cognizione dei fatti e dei documenti"). A sintomatico che, in un dibattito
così fortemente pregiudiziale, venisse del tutto ignorato non solo il tipo di
formazione di D., ma anche l'ultimo decennio della sua produzione, con la
dichiarata opzione "realistica" e con la forte propensione per lo
scientismo. Ma proprio a causa della pregiudizialità del dibattito di fine
secolo (rilevata, fin d'allora, da qualche attento osservatore straniero, come
Gaspary), D. poté divenire, attraverso l'elaborazione crociana, lo strumento
chiave per il rilancio di un metodo critico antipositivistico e per la
progressiva riaffermazione culturale e ideologica dell'idealismo. A Croce
spetta, certo, il merito di aver costretto la cultura italiana a riconoscere in
D. un protagonista (la sua appassionata cura di editore e di studioso di D.
durò per oltre mezzo secolo); ma, contemporaneamente, Croce prese a
"rielaborare" il pensiero di D., fino a propome la riduzione a teoria
del "puro" gusto estetico (Borgese, che presentò D. come punto di
arrivo di "tutte le esperienze della critica romantica in Italia",
fu, in realtà, uno dei primi e più autorevoli interpreti di questa tendenza
riduttiva; scarsa fortuna ebbe, d'altra parte, una proposta di Gentile per un
"ritorno al De Sanctis di SEGNO FASCISTA. Proprio dall'interno della
scuola crociana dai cosiddetti crociani di sinistra") è prospettata,
tuttavia, l'esigenza di un dibattito diversamente impostato, volto al recupero
della complessità della figura di D.: mentre Russo rivendicava "il
significato pedagogico ed etico" dell'opera e la sua intelligenza
dell'arte come notalità, Muscetta sottolineava l'importanza della sua poetica
realistica, la sua "serietà" culturale, la sua visione della
letteratura come vita morale. Importanti, in questa fase, furono anche gli
studi di W. Binni sull'"amore del concreto" che nutrì tutta la
ricerca desanetisiana e che problematizzò i suoi rapporti con l'hegelismo e di
Getto sulla Storia, "in cui la letteratura era studiata nel suo autonomo
valore e insieme nel suo necessario legame con tutta la vita e la cultura.
Infine, presentando una importante antologia di scritti desanctisiani, Contini
dichiara, a nome di un'intera generazione di studiosi, l'uscita
dall'"equivoco formalistico" della riduzione crociana di D. e la
necessità di tentare finalmente una comprensione filologica dei testi
desanctisiani, con tutta la loro problematicità anche irrisolta. Ma lo
spostamento ideologico dell'intero dibattito critico mosse dalla pubblicazione
dei Quaderni di Gramsci (Letteratura e vita nazionale, Torino) e dalla sua
celebre affermazione che il tipo di critica letteraria proprio della filosofia
della prassi è offerto da Sanctis. Da qui appunto si partì per un'ampia
verifica dell'"impegno" di D., del carattere militante della sua
critica, dei "saldi convincimenti morali e politici" che, secondo
Granisci, la sostanziavano: era una verifica, evidentemente, molto correlata al
bisogno della cultura d'incidere sul presente storico, dopo e contro il
"disimpegno" teorizzato, nel ventennio fascista, da crociani e non
crociani. Questo momento di dibattito produsse, fra l'altro, le iniziative
editoriali, cui si deve, oggi, la possibilità di leggere D. su testi di alto
livello scientifico: le due collane avviate da Einaudi e Laterza (e dirette
rispettivamente da Muscetta e L. Russo) per la pubblicazione delle "opere
complete". E non a caso, negli stessi anni, apparivano fuori d'Italia
(dove la letteratura desanctisiana è scarsissima) due importanti interventi
critici: quello di R. Wellek (che nella sua grande Storia della critica moderna
presenta D. come autore della "più bella storia che sia stata mai scritta
di una letteratura") e quello di Antonetti (che ne pubblicò in Francia una
documentata e intelligente biografia culturale). Né a caso sono condotte
indagini nuove e approfondite sui legami tra D. e la cultura (Mirri, Landucci,
Oldrini). In un clima culturale ancora una volta mutato, e ormai
insofferente dell'insistenza sull'"impegno politico del letterato",
si affermò l'esigenza di uscire dall'ottica di un D. modello per il presente, e
di sottolineare (accanto ai "valori" ormai definitivamente affermati)
la distanza storica e le diversità culturali che ci separano da lui. Tra gli
interpreti di questa esigenza ricordiamo A. Asor Rosa e parecchi dei
partecipanti al convegno napoletano su "De Sanctis e il realismo".
Con maggiore cautela, le più recenti occasioni offerte dal centenario desanctisiano
(F. D. nella storia della cultura, a cura di Muscetta, Bari e F. D.: un secolo
dopo, a cura di A. Marinari) si sono mosse su una linea di attenzione ai testi,
di chiarificazione e approfondimento della vasta ancora aperta e interessanteproblematica
desanctisiana, di tricollocazione storico-culturale nel mutevole orizzonte di
cultura europea in cui tutta la sua ricerca si mosse. Il materiale
manoscritto, ormai quasi tutto edito, si trova (tranne una parte di quello
epistolare, sparso un po' in tutta Italia) a Napoli (Bibl. nazionale, bibl. di
casa Croce e bibl. del dott. F. De Sanctis Jr.) e ad Avellino (Bibl. prov. S. e
G. Capone). Restano inediti quasi solo i voll. dell'Epistolario. Le
raccolte degli scritti, dopo le incomplete ediz. Cortese e Barion (sono oggi
quella laterziana (Bari, negli "Scrittori d'Italia", a cura di L.
Russo, incompleta) e quella einaudiana (Torino, Opere di F. De Sanctis, a cura
di C. Muscetta, priva soltanto degli ultimi due voll. dell'Epistolario). La
raccolta laterziana comprende i seguenti voll.: La letteratura italiana, I (A.
Manzoni, a cura di Blasucci); (La scuola liberale e la scuola democratica, cur.
Catalano); (Leopardi, a cura di Binni); Storia della letteratura italiana, a
cura di Croce; Memorie, lezioni e scritti giovanili, I, a cura di F. Brunetti;
Saggio critico sul Petrarca, a cura di E. Bonora; Saggi critici, cur. Russo; La
poesia cavalleresca, a cura di Petrini. La raccolta einaudiana, invece,
comprende: Lagiovinezza (memorie postume seguite da testimonianze biografiche
di amici e discepoli), cur. G. Savarese; Purismo illuminismo storicismo
(scritti giovanili, frammenti di scuola e lezioni), cur. Marinari; La crisi del
romanticismo (scritti del carcere e primi saggi critici), a cura di Nicastro e
Lanza; Lezioni e saggi su Dante, a cura di S. Romagnoli, Saggio sul Petrarca, a
cura di Sapegno e Gallo; Verso il realismo (prolusioni e lezioni zurighesi
sulla poesia cavalleresca, frammenti di estetica, saggi di metodo critico), a
cura di N. Borsellino; Storia della letteratura italiana, a cura di Sapegno e
Gallo; La letteratura italiana, Manzoni (a cura di C. Muscetta e D. Puccini, La
scuola cattolico-liberale e il romanticismo a Napoli (cur. Muscetta e G.
Candeloro, Mazzini e la scuola democratica (a cura di Muscetta e Candeloro),
Leopardi (cur. Muscetta e Perna); L'arte la scienza e la vita (nuovi saggi
critici, conferenze e scritti vari), a cura di Lanza; Il Mezzogiorno e lo Stato
unitario (scritti e discorsi politici a cura di F. Ferri,; I partiti e
l'educazione della nuova Italia (scritti e discorsi), a cura di N. Cortese; Un
viaggio elettorale(seguito da discorsi biografici, dal taccuino parlamentare e
da scritti politici vari), a cura di Cortese; Epistolario (cur. Ferretti e M.
Mazzocchi Alemanni); (a cura degli stessi, (a cura di Talamo, (a cura dello
stesso, (a cura di Marinari, Paoloni e Talamo). Ottime antologie degli scritti
del D. sono quelle curate da G. Contini (Torino) e da Sapegno e Gallo
(Milano-Napoli). Per la bibl. delle opere e della critica, cfr. Croce, Gli
scritti di F. D. e la loro varia fortuna, Bari (con integrazioni di C.
Muscetta, in F. De Sanetis, Pagine sparse, Bari ed E. Pesce, Supplemento alla
bibliografia desanctisiana Napoli. Sono da tener presenti inoltre le rassegne:
M. Tondo, La lezione di D. Rassegna degli studi dell'ultimo venticinquennio,
Bari; P. Tuscano, F. D. a cento anni dalla morte, in Cultura e scuola; Oldrini,
La storiografia desanctisiana dell'ultimo decennio, nel miscellaneo F. D. Un
secolo dopo, a cura di A. Marinari, Bari. Per la biografia, vanno
ricordati anzitutto i seguenti saggi d'insieme: Cione, F. D., Messina-Milano e
Milano Montanari, F. D., Brescia; Antonetti, F. D. Son évolution
intellectuelle, son esthétique et sa critique, Aix-en-Provence; E. Croce-A. Croce,
D., Torino. Per gli anni della formazione, sono da tener presenti i seguenti
scritti: Croce, Introd. a F. De Sanctis, Teoria e storia della letteratura,
Bari; A. Marinari, Introd. a Purismo illuminismo storicismo cit., nonché Le
correzioni del Puoti ai primi due discorsi di scuola del D., in Belfagor, Id.,
Alcuni problemi di cronologia desanctisiana, Firenze e Il giovane D. lettore di
P. Giannone, in Letteratura e critica, Studi in onoredi Sapegno, II, Roma;
Savarese, Primo tempo del D. e altri saggi, Bologna; Luciani, L'estetica
applicata di F. D., Firenze Muscetta, D. e i generi letterari in F. D. nella
storia della cultura, a cura di C. Muscetta, Bari. Per gli anni della prigionia
e dell'esilio, sono indispensabili: E. Cione, F. D. dallaNunziatella a Castel
dell'Ovo, Napoli; Croce, Il soggiorno in Calabria, l'arresto e la prigionia di
F. D., Napoli ora in Aneddoti di varia letteratura, Bari); F. D. a Torino, a
cura di C. Vernizzi, Torino; Guglielminetti-G. Zaccaria, F. D. e la cultura
torinese e R. Martinoni, Gli anni zurighesi, entrambi in F. D. nella storia
della cultura cit. (dello stesso Martinoni, cfr. anche La puzza della birra e
del tabacco. Gli anni zurighesi di F. D., in L'Almanacco Bellinzona Besomi, D.
"in partibus transalpinis", ma non "infidelium": letture
zurighesi, in Per F. D., Bellinzona. Per gli anni sono da tener presenti i
voll. dell'Epistolario con le rispettive introduzioni. Lo stesso vale per gli
anni successivi. Per il soggiorno del D. a Firenze, cfr. G. Spadolini, D. e
Firenze capitale, in F. D. Un secolodopo. Per il D. ministro, cfr.: G. Talamo,
F. D. politico e altri saggi, Roma Soldani, Scuola e lavoro: D. e l'istruzione
tecnico-professionale, inF. D. nella storia della cultura Ciampi, Il governo
della scuola nello Stato postunitario, Milano ad Indicem; A. Santoni Rugiu,
Aspetti dell'ideologia formativa di F. D., nonché S. Valitutti, Il pensiero e
l'azione scolastica di D. ed Bottasso, D. ministro e la formazione delle prime
tre biblioteche nazionali (tutti in F. D. - Un secolo dopo cit.). Per la morte
e le onoranze funebri, cfr. In memoria di F. D., a cura di M. Mandalari, Napoli
a cura della Comunità montana Alta Irpinia). Tra gli studi critici di
carattere generale, cfr.: B. Croce, F. D., in Letteratura della nuova Italia,
I, Bari (per gli altri scritti desanctisiani del Croce, cfr. G. Savarese, Croce
e D., in Rassegna della letteratura italiana, Russo, F. D. e la cultura
napoletana, Venezia(poi Firenze, ora Roma Muscetta, F. D., inLetteratura
italiana. I minori, IV, Milano e in
Letteratura italiana. Storia e testi, VIII, 1, Bari, ibid 19854; Fubini, F. D.
e la critica letteraria, in Romanticismo italiano, Bari Mirri, F. D. politico e
storico della civiltà moderna, Messina-Firenze; Landucci, Cultura e ideologia
di F. D., Milano (sul quale cfr. M. Mirri in Critica storica, e la risposta di
S. Landucci, in Belfagor); A. Asor Rosa, L'idea e la cosa: D. e l'hegelismo, in
Storia d'Italia (Einaudi), Torino e Il diagramma Sanctis e il nostro, in
Letteratura italiana (Einaudi), Torino Utilissime sono anche tutte le
introduzioni ai singoli volumi delle edizioni cinaudiana e laterziana. Sono da
tenere inoltre in grande considerazione le osservazioni di I. Svevo (in
Racconti. Saggi. Pagine sparse, Milano e Debenedetti (Commemorazione del D.), (ora in Saggi critici, Milano), nonché quelle
di Binni (L'amore del concreto e la "situazione" nella prima critica
desanctisiana, ora in Critici e poeti dal Cinquecento al Novecento, Firenze),
G. Contini (Introd. a Sanctis, Scelta di scritti critici, cit.); G. Getto
(Storia delle storie letterarie, Milano ad Indicem), C. Dionisotti (Geografia e
storia della letteratura italiana, Torino, ad Indicem) e Wellek (Storia della
critica moderna, IV, Bologna. Molto ricche sono le miscellanee: F. D. e il
realismo, con Introd. di G. Cuomo, Napoli 1978; F. D. nella storia della
cultura, a cura di C. Muscetta, Bari; F. D. tra etica e cultura
("Riscontri"), a cura di Giordano, Avellino; D. - Un secolo dopo, a
cura di A. Marinari, Bari; Per F. D., Bellinzona; F. D.: recenti ricerche, a
cura dell'Ist. per gli studi filosofici, Napoli 1989. Per i rapporti fra
il D. e la cultura napoletana dell'800, cfr. gli scritti di G. Oldrini (in
particolare, La cultura filosofica napoletana, Bari e gli interventi apparsi
nelle varie miscellanee già citate). Per quelli con l'hegelismo, oltre allo
scritto già cit. del Binni, cfr.: N. Giordano Orsini, D., Hegel e la situazione
poetica, in Civiltà moderna, Rossi, Sviluppi dello hegelismo in Italia (F. D.,
S. Tommasi, A. Labriola), Torino; Il primo hegelismo italiano, a cura di
Oldrini, Firenze; M. T. Lanza, D. e Hegel, in F. D. nella storia della cultura,
Landucci, cit. Tra i tanti altri saggi, cfr. pure: M. Aurigemma, Lingua e
stile nella critica di F. D., Ravenna Battaglia, Parva desanctisiana, Bologna
Moretti, La lingua di F. D., Firenze Prete, Il realismo di D., Bologna
Malcangi, F. D. deputato di Trani, con Introd. di A. Lapenna e A. Marinari,
Bari 1972; A. Marinari, Il "viaggio elettorale" di F. D. Il dossier
Capozzi e altri inediti, Firenze Ghilardi, Il superamento del kantismo e
l'esperienza politica di F. D., Napoli Guglielmi, Da D. a Gramsci: il
linguaggio della critica, Bologna Celli Bellucci-N. Longo, F. D. e G. Leopardi tra
coinvolgimento e ideologia, Roma; M. Dell'Aquila, Giannone, D., Scotellaro.
Ideologia e passione in tre scrittori del Sud, Napoli 1981; G. Nencioni, F.D. e
la questione della lingua, Napoli. Per i rapporti con le altre
letterature europee: per la Francia cfr. F. Neri, Il D. e la critica francese
(ora in Saggi, Milano); P. Antonetti, F. D. et la culturefrançaise,
Firenze-Parigi Piscopo, D. e la culturafrancese, in F. D. - Un secolo dopo
cit.; per la Germania, cfr.: G. Bach, La cultura tedesca in F. D., in Studi e
ricordi desanctisiani, Avellino 1935; F. Matarrese, Goethe e D., Bari Westhoff,
Schiller e D., Roma Mazzocchi Alemanni, La "fortuna" di D. in
Germania, in F. D. nella storia della cultura; per il mondo angloamericano,
cfr.: A. Lombardo, Shakespeare e la letteratura inglese, in F. D. - Un secolo
dopo cit., Della Terza, D. e la cultura anglosassone, in F. D. nella storia
della cultura cit., e D. negli Stati Uniti d'America, in F. D. - Un secolo
dopo. Per la fortuna critica dell'opera del D., cfr. Biscardi, F. D.,
Palermo Romagnoli, F. D., in Iclassici italiani nella storia della critica, a
cura di W. Binni, II, Firenze; Castro, F. D. nella critica italiana del secondo
dopoguerra, in Problemi, Longo, Il "ritorno" di D. Storia, ideologia,
mistificazione, Roma Cfr. pure, al riguardo, le rassegne di G. Oldrini, M.
Tondo e P. Tuscano citate a proposito degli scritti bibliografici. Nome
compiuto: Sossio Giametta. Giametta. Keywords: il volo d’Icaro, l’implicatura
di Croce – eterodossie crociane – Cosi parlo Zoroaster; cosi
implico!”—cortocircuito e implicature, la pazzia di Croce, il pazzo di Croce –
la caduta di Icaro? No, il vuolo di Icaro! – Colli e Montanari! -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Giametta: cortocircuito ed implicatura” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Giandomenico: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- l’apertura semantica e
l’implicatura di Galilei – la scuola di Carunchio -- filosofia chietese –
filosofia abruzzese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Carunchio). Abstract. Grice: My attempt at Pirotese was inspired
by Russell, rather than Carnap!” Keywords: Tealy pirots karulise elatically. Filosofo
italiano. Carunchio, Chieti, Abruzzo. Grice: “I like Giandomenico; he makes
excellent commentary on Bernard’s controversial, deterministic idea of life –
from amoeba to man, in Russell’s words --.” Grice: “Surely this has connections
with my method in philosophical psychology, from the banal to the bizarre,
which actually starts with philosophical BIO-logy!” Grice: “Giandomenico shows
that while Bernard never thought he had to provide a ‘conceptual analysis’ of
‘vivente,’ he does propose this or that criterio: for one he tries to prove
that self-nourishment cannot be the criterion – but I’m not sure what the
positive he poes, if any!” Si
laurea con Corsano all’istituto di filosofia di Bari.Insegna a Brindis, Lecce,
Foggia, e Bari. Studia l'insegnamento di Filosofia nei Licei. Studia filosofia della
comunicazione. Fonda il Laboratorio di Epistemologia Informatica e il Centro per
la Metodologia della Sperimentazione. Studia pragmatica computazionale e
Informatica umanistica. Membro della Società Filosofica Italiana. Si occupato della
storia della fisiologia, la storia sdell’informatica, l’informatica pragmatica,
teoria della comunicazione, teoria dell’implicatura conversazionale, e teoria
del segno. Pubblicato uno studio su Tommasi, che aderì alla sperimentazione. Ha
trattato il contributo scientifico di Pende. Analizza i fondamenti
dell'informatica nei suoi rapporti con le teorie filosofiche, mettendo in
evidenza le strutture epistemiche reciprocamente significative. “Filosofia ed
informatica”, Inoltre, ha sperimentato applicazioni delle tecnologie informatiche
nella ricerca umanistica. Le ricerche condotte nell'ambito
dell'informatica linguistica si sono proposte l'analisi
linguistico-computazionale. L'obiettivo è stato quello di andare al di là del
livello “lessicografico” – il filosofese – o terminologia filosofica, como
‘implicatura’ -- e di implementare una rete sintattica automatica con l'ausilio
di software dedicati. Il primo progetto ha riguardato l'analisi della
conversazione nel “Dialogo sopra i due massimi sistemi” di GALILEI. Usando un
software, creato dal Laboratorio di Epistemologia Informatica di Bari, ricava
un “vocabolario” (filosofese, terminologia filosofica, vocabolario filosofico)
galileiano, procedere ad una prima valutazione dello stile ed avviare l'analisi
“semantica” di un “concetto” utilizzato da Galileo. Ha raccolto, infine, questi
spunti in una riflessione sui linguaggi dell'artificiale, intersecati con
quelli della vita, sulle nuove tecnologie della comunicazione e sull'etica.
Altre opera: “Tommasi, filosofo, Bari, Adriatica; “Filosofia e sperimento”
Bari, Adriatica; “Scienza, filosofia, letteratura, Verona, Bertani; “
Introduzione a Charcot, Fasano, Schena); “Epistemologia informatica, Bologna,
Transeuropa); “ Filosofia e informatica. Bari: Laterza); “L'uomo e la macchina
trent'anni dopo: Filosofia e informatica, Società Filosofica Italiana, Bari,
Laterza); “Dall'offerta formativa alla creazione di un nuovo lavoro: la laurea
umanistica” in Convegno per il corso "Informatica umanistica” BARI: G.
Laterza); “Laboratori di psicologia tra passato e futuro, Lecce, Pensa
Multimedia); “La prosa di Galileo: la lingua la retorica la storia, Lecce, Argo);
“La filosofia come strumento di dialogo tra le culture, Bari, Mario Adda Editore);
La Società Filosofica Italiana, Roma, Armando. Triggiani, Cultura, un fronte
unico. Università e Comune per una rete dei contenitori, in Gazzetta del
Mezzogiorno, A.L., Dopo la laurea faccio il master in orecchiette, in Specchio.
Supplemento di La Stampa, F. Di Trocchio, Dall'archivio al futuro, in
L'Espresso,de Ceglia, l. Dibattista, Semi di storia della scienza. Milano, Angeli. L’esperire immediato e
l’esperienza mediata Affronteremo in questa lezione il difficile rapporto che
s’instaura tra il mondo-della-vita e quello della scienza, tra esperienza
diretta ed immediata ed organizzazione razionale. Husserl ritiene che le
scienze moderne (matematiche e naturali) hanno bisogno di un nuovo fondamento,
diverso e ben più solido di quello che vien loro solitamente attribuito dalla
comunità degli scienziati, dei logici e dei metodologi. Per trovare questo
nuovo fondamento, egli si rivolge direttamente al mondo-della -vita, cioè al
mondo dell’esperienza concreta, nel quale le intuizioni si presentano al loro
stato originario, non ancora elaborate in concetti: in una parola, si rivolge
al mondo del precategoriale. A questo proposito egli mette in guardia gli
scienziati, i quali ritengono di considerare la natura come è realmente e non
si accorgono dell’astrazione attraverso la quale essa è diventata per loro un
tema scientifico, non si accorgono cioè che le cose cui fanno riferimento -
perfino quando parlano di oggetti empirici, di risultati dell’osservazione e
della sperimentazione - sono in realtà il frutto di un precedente, assai
complesso e artificioso, lavoro categoriale. Possiamo ricordare, a questo
proposito, le procedure operative che oggi (in maniera più evidente di quanto
si poteva percepire ai tempi di Husserl) le scienze sperimentali adottano. Ecco
un esempio. Vedere, nella scienza del nostro tempo, vuol dire, quasi esclusivamente,
interpretare segni generati da strumenti: tra la vista di un astronomo del
nostro tempo che fa uso del telescopio spaziale Kepler e una di quelle lontane
galassie che appassionano gli astrofisici ed accendono la fantasia di tutti gli
esseri umani sono interposti oltre una dozzina di complicati apparati mediatori
del tipo: un satellite, un sistema di specchi, una lente telescopica, un
sistema fotografico, un apparecchio a scansione che digitalizza le immagini,
vari computer che governano riprese fotografiche e processi di scansione e
memorizzazione delle immagini digitalizzate, un apparecchio che trasmette a
terra queste immagini in forma di impulsi radio, un apparecchio a terra che
ritrasforma gli impulsi radio in linguaggio per un computer, il software che
ricostruisce l’immagine e le conferisce i necessari colori, il video, una
stampante a colori e così via. Questo esempio evidenzia che la scienza ha due
attività fondamentali: la teoria e gli esperimenti. Le teorie cercano di
immaginare come il mondo è; gli esperimenti servono a controllare la validità
delle teorie e la tecnologia che ne consegue cambia il mondo. L’intero iter
della ricerca scientifica si può sintetizzare con una affermazione netta:
rappresentiamo e interveniamo. Rappresentiamo al fine di intervenire e
interveniamo alla luce delle rappresentazioni. Dall’epoca della rivoluzione
scientifica ha preso vita una sorta di “artefatto collettivo” che dà campo
libero a tre fondamentali interessi umani: la speculazione, il calcolo,
l’esperimento. La collaborazione fra ciascuno di questi tre ambiti porta a
ciascuno di essi un arricchimento che sarebbe altrimenti impossibile. Per
questo, come aveva insegnato già il filosofo inglese Francesco Bacone (ritenuto
con Galilei il padre della scienza moderna), la scienza non è osservazione
della natura allo stato grezzo. I sensi dell’uomo vanno ampliati mediante
strumenti. I raggi dell’ottica di Newton, così come le particelle della fisica
contemporanea, non sono dati in natura, sono i dati di una natura sollecitata
da strumenti. Di fronte alla natura - come aveva affermato con una delle sue
barocche metafore il Lord Cancelliere inglese - dobbiamo imparare a “torcere la
coda al leone”. Da questo punto di vista la storia degli strumenti non è
esterna alla scienza, ma ne è parte costitutiva e integrante. Attenzione!
Questo materiale didattico è per uso personale dello studente ed è coperto da
copyright. Ne è severamente vietata la riproduzione o il riutilizzo anche
parziale, ai sensi e per gli effetti della legge sul diritto d’autore. La
rivincita della conoscenza comune In altre parole: la definizione operativa
accolta usualmente dagli scienziati tende sì a ricondurre i concetti ad un
contenuto empirico, ma questo contenuto in realtà è quello filtrato da teorie e
strumenti, come dall’esempio che abbiamo sopra riportato.La tesi di Husserl è,
invece, che il fondamento di tutte le scienze - anche di quelle cosiddette
empiriche - possa venire fornito soltanto dal «fiume eracliteo» delle
intuizioni che precedono qualsiasi tipo di concettualizzazione e che ci
coinvolgono nell’immediatezza della vita, personale e professionale, vissuta,
la quale presuppone “il mondo circostante quotidiano della vita, in cui tutti
noi, e anch’io in quanto filosofo, esistiamo coscienzialmente: non meno le
scienze, in quanto fatti culturali inclusi in questo mondo, e gli scienziati e
le loro teorie. Nei termini del mondo-della-vita: noi siamo oggetti tra gli
oggetti; siamo qui o là, nella certezza diretta dell’esperienza, prima di qualsiasi
constatazione scientifica, fisiologica, psicologica, sociologica, ecc. D’altra
parte siamo soggetti per questo mondo, soggetti egologici che lo esperiscono,
che lo considerano, che lo valutano, che vi si riferiscono attraverso
un’attività conforme a scopi, soggetti per i quali il mondo circostante ha il
senso d'essere che gli è stato attribuito dalle nostre esperienze, dai nostri
pensieri, dalle nostre valutazioni, ecc., e nei modi di validità (della
certezza, della possibilità, eventualmente dell’apparenza, ecc.) che noi
realizziamo attualmente, in quanto soggetti di validità o che già possediamo da
prima e che portiamo in noi in quanto abitualmente acquisiti, in quanto
validità di questo o di quel contenuto che possono essere attualizzate a
piacimento. Naturalmente tutto ciò soggiace a una molteplice evoluzione, mentre
”il” mondo continua a essere un mondo unitario, e si corregge soltanto nella
sua struttura di contenuto. Ora, se consideriamo noi stessi in quanto
scienziati, nella funzione di scienziati in cui ora di fatto ci troviamo, al
nostro particolare modo d’essere, di essere scienziati, corrisponde il nostro
fungere attuale nel modo del pensiero scientifico, del nostro porre problemi e
del nostro ricavare soluzioni teoretiche in relazione alla natura e al mondo
dello spirito; ciò a cui ci riferiamo non è dapprima altro che uno degli
aspetti del mondo-della-vita già precedentemente sperimentato o, comunque, già
presente alla coscienza e già valido scientificamente o pre-scientificamente.
Fungono con noi gli altri scienziati, che vivono con noi in una comunità
teoretica, che attingono o già possiedono le stesse verità, oppure che, grazie
all’accomunamento di questi atti, stanno con noi nell’unità di operazioni
critiche e nel proposito di un accordo critico. D’altra parte noi possiamo
essere per gli altri, e gli altri per noi, meri oggetti; invece che nella
comunità dell’unità di un interesse teoretico attuale, possiamo conoscerci
reciprocamente attraverso l’osservazione; possiamo conoscere gli atti del
pensiero, gli atti dell’esperienza e, eventualmente, altri atti, come fatti
obiettivi, ma “senza interesse”, senza partecipazione, senza un’adesione o un
rifiuto critico” (Husserl, La crisi delle scienze europee). Ogni pensiero
scientifico e qualsiasi problematica filosofica, secondo Husserl, implicano
sempre certe ovvietà, per esempio la certezza che il mondo esiste, che è già
sempre preliminarmente, e che qualsiasi rettifica di un’opinione di qualsiasi
tipo, presuppone sempre il mondo in quanto orizzonte di ciò che senza dubbio è
e vale. Anche la scienza oggettiva pone i suoi problemi sul terreno di questo
mondo, il quale, però, è sempre già da prima, che è già a partire dalla vita
prescientifica. Essa, come qualsiasi prassi, presuppone il suo essere; ma,
insieme, si pone come fine la trasformazione del sapere prescientifico (che è
imperfetto sia nella sua portata che nella sua consistenza), in un sapere
compiuto, conformemente all’idea della correlazione tra mondo, che in sé è ben
determinato, e verità scientifiche che lo spiegano, presentandosi come delle
verità in sé. In altri termini, il suo compito è quello di attuare questa
esplicazione attraverso un processo sistematico, attraverso gradi di
compiutezza, utilizzando un metodo che permetta un costante progresso. In
realtà Husserl tende a realizzare una descrizione dello strato precategoriale
(o antepredicativo) posto a fondamento dell’edificio logico-categoriale. Questo
strato può presentarsi sia come un piano autonomo d’esperienza che ignora la destinazione
predicativa, sia come un’anteriorità funzionale, cioè come un precategoriale
non autonomo in quanto indirizzato verso il piano predicativo (o categoriale).
In questo secondo caso, il predicativo assume il valore di interpretazione ed
esposizione linguistica dell’antepredicativo cioè dell’originario d’esperienza.
Il criterio che egli assume, peraltro, richiede che ogni fondazione e
chiarificazione conoscitiva acquisisca, dal punto di vista fenomenologico, la
forma del rinvio all’intuizione fondante. In tal modo il rapporto tra
sensibilità ed intelletto (è evidente qui il richiamo critico alle due “fonti
della conoscenza”, di kantiana memoria) si traduce nel rapporto tra sensibile e
“categoriale”: il non-categoriale, il precategoriale è collocato nella sfera
del sensibile con tutta la sua valenza fondativa per gli atti logici
superiori. La rivincita della conoscenza comune Agrimensura empirica e
geometria scientifica Tra le pagine più note, nelle quali Husserl analizza il
rapporto fondativo del precategoriale incarnato nel mondo-della-vita ed il
categoriale consacrato nei paradigmi scientifici, quelle dedicate alla genesi
della geomertia e della geometrizzazione della natura sono particolarmente
idonee per le tematiche che stiamo analizzando. Husserl precisa subito che la
sua indagine genealogica non mira ad una ricostruzione “storiograficamente
corretta” delle origini della geometria (emblematicamente assurta a simbolo
della scienza “esatta”, ma non rigorosa) bensì vuole rintracciare il senso
profondo, originario della sua collocazione categoriale. Il problema
dell'origine della geometria (e sotto il titolo di geometria raccogliamo qui, a
fine di concisione, tutte quelle discipline che si occupano delle forme
esistenti matematicamente nella spazio-temporalità) non è qui un problema
storico-filologico; non si tratta quindi di reperire i primi geometri
che·abbiano formulato proposizioni, dimostrazioni, teorie geometriche, né
quelle determinate proposizioni che essi possono aver scoperto, ecc. Il nostro
interesse mira invece a risalire al senso più originario in cui la geometria si
è costituita, in cui si è sviluppata attraverso millenni, in cui è ancora viva
per noi e in cui continua a evolvere; noi indaghiamo cioè il senso in cui si è
presentata per la prima volta nella storia - il senso in cui dev’essersi
presentata, anche se nulla sappiamo, né cerchiamo di sapere, sui suoi creatori.
Partendo da ciò che sappiamo della nostra geometria, oppure dalle sue forme più
antiche tramandateci (per es. dalla geometria euclidea), cerchiamo di risalire
agli inizi originari e ormai sommersi della geometria, a quegli inizi
“originariamente fondanti” così come devono necessariamente essersi prodotti.
Questo tentativo di risalire al senso originario si mantiene necessariamente nell’ambito
delle generalità, ma, come La rivincita della conoscenza comune risulterà tra
breve, si tratta di generalità ricchissime, la cui esplicitazione offre la
possibilità di attingere problemi particolari e constatazioni evidenti che a
loro volta si configurano come problemi. La geometria, per così dire, compiuta,
a cui occorre rifarsi per risalire al suo senso, è una tradizione. La nostra
esistenza umana si muove nell’ambito di un numero enorme di tradizioni. Tutto
il mondo culturale, in tutte le sue forme, è per noi in base alla tradizione.
Perciò le forme culturali non sono soltanto divenute causalmente: noi sappiamo
anche che la tradizione è appunto una tradizione che si è costituita nel nostro
spazio umano e in base all’attività umana, sappiamo che è spiritualmente
divenuta - anche se in generale noi non sappiamo nulla della sua precisa
provenienza e della spiritualità che l’ha di fatto determinata. E tuttavia,
anche questo non-sapere include sempre, per essenza e implicitamente, un sapere
che può essere esplicitato, un sapere di un’evidenza incontestabile. (Husserl).
Questo sapere, continua Husserl, affonda le radici, nell’esempio specifico che
egli illustra, nell’impiego empirico dei concetti geometrici. A questo livello
possiamo certo accontentarci di determinazioni piuttosto vaghe, di una vaga
tipicità; e dunque di confronti sommari, a occhio e croce. Ci possiamo
contentare, ma beninteso secondo i casi. Vi sono situazioni in cui non ci
contentiamo affatto. Se, ad esempio, dobbiamo vendere il nostro campicello o
scambiare il nostro con quello di un altro, presumibilmente non saremo affatto
soddisfatti da determinazioni tra il più e il meno. Cercheremo di escogitare
metodi più precisi di confronto, dunque metodi di misurazione. Si vede subito
allora in che senso la pratica della misurazione abbia a che fare con la
geometria, e in particolare con la sua origine. Pur essendo motivati da
interessi pratici, cominciamo tuttavia ora a porci problemi teorici, continua
Husserl, sia pure in una forma relativamente disorganica. Per escogitare metodi
di misurazione abbiamo bisogno di operare una certa classificazione delle
forme, scoprire certe relazioni tra esse o inventare dei ben determinati
congegni per stabilire tra esse una relazione. In tutto ciò sono implicite
numerose riflessioni teoriche che preparano la riflessione propriamente
geometrica. Lo stesso problema di una classificazione tenderà, ad esempio, ad
un certo ordinamento che prefigura la distinzione tra forme elementari e forme
derivate e che non solo richiede un preciso intervento teorico, ma configura
altrsì un possibile campo di indagine con fini propriamente ed esclusivamente
conoscitivi. Questa origine della problematica geometrica non ha evidentemente
un carattere “storiografico” nel senso consueto del termine. In altri termini,
non ci sono documenti che mostrino che le cose siano andate proprio così, e
questo è un altro elemento di notevole interesse che emerge dalle riflessioni
di Husserl e che riguarda il concetto della storicità. È innegabile infatti che
siamo comunque di fronte ad una descrizione storica, ma essa è condotta sul
filo di una logica interna ai concetti, non è un racconto più o meno
leggendario. E persino l’origine della riflessione geometrica dall’agrimensura
ha forse queste caratteristiche di una connessione genetica non
storiograficamente documentata in senso stretto, ma che rientra tuttavia, in un
certo senso, nel pensiero di una storia della geometria alle sue origini.
Scrive Husserl: La metodica geometrica della determinazione operativa di alcune
e poi di tutte le forme ideali a partire da forme fondamentali, in quanto mezzi
elementari di determinazione, rimanda alla metodica esercitata già nel mondo
circostante pre-scentifico-intuitivo, dapprima in modo rudimentale poi secondo
regole d’arte, alla metodica della misurazione e in generale della
determinazione misurativa. Le sue finalità hanno un’origine, che è rivelatrice,
nella forma essenziale di questo mondo-della-vita. Le sue forme sensibilmente
esperibili e sensibilmente- intuitivamente pensabili in esso e tutti i tipi
pensabili, a qualsiasi grado di generalità, si connettono continuamente le une
con gli altri. In questa continuità essi riempiono la spazio- temporalità
(sensibilmente intuitiva) che è la loro forma (Form). Ogni forma che rientra in
questa aperta infinità, anche quando è data come un fatto nella realtà, è priva
di “obiettività”, perciò non è determinabile intersoggettivamente da chiunque -
per es. da un altro che non la veda di fatto -, né comunicabile nella sua
determinatezza. Evidentemente a costui serve la misurazione. La misurazione è
qualcosa di molto differenziato, il misurare vero e proprio non è che il suo
momento conclusivo: da un lato si tratta di produrre concetti adatti per le
forme corporee dei fiumi, dei monti, degli edifici, ecc. che di regola devono
rinunciare a concetti e a nomi rigorosamente determinanti; innanzitutto per le
loro “forme” (nell’ambito della somiglianza visiva), e poi per le loro
grandezze e per i loro rapporti di grandezza e; ancora, per l’ubicazione,
mediante la determinazione delle distanze e degli angoli che vengono riportati
a luoghi e a direzioni presupposti noti e immobili. La misurazione scopre
praticamente la possibilità di scegliere come misura certe forme fondamentali
empiriche, che sono concretamente definite su corpi che di fatto sono
generalmente disponibili ed empirico-rigidi, e, mediante i rapporti che
esistono (e che devono essere scoperti) tra queste misure e le altre forme
corporee, cerca di determinare intersoggettivamente e in modo praticamente
univoco queste forme - dapprima in sfere ridotte (ad es. nell’ agrimensura) poi
per nuove sfere di forme. Si capisce così come, in seguito all’esigenza, ormai
desta, di una conoscenza filosofica, di una conoscenza che determinasse il vero
essere, l’essere obiettivo del mondo, la misurazione empirica e la sua funzione
empiricamente- praticamente obiettivante, attraverso la trasformazione
dell’interesse pratico in un interesse puramente teoretico, potesse venir
idealizzata e trapassare così in un pensiero puramente geometrico. La
misurazione prepara così la geometria universale e il suo mondo di pure forme-
limite. (Husserl). Naturalmente la fenomenologia rappresenta in certo senso la
guida di questo pensiero. Benché l’istante della transizione non possa essere
documentato, è tuttavia chiaro che molte conoscenze geometriche siano state
anticipate e presupposte nella tecnica degli agrimensori. Anzi in generale i
problemi che sorgono nell’ambito della soluzione di difficoltà pratiche
stimolano la ricerca sul piano teoretico–conoscitivo: la prassi tecnica genera
motivi di riflessione teorica. E inversamente la riflessione teorica diventa un
mezzo della tecnica; una volta che una scienza come la geometria si è
costituita, quando cioè esiste un lavoro scientifico diretto in modo autonomo
ad un universo di oggetti concettualmente definito, questo lavoro si ripercuote
a sua volta sul terreno dei problemi tecnici suggerendo nuove idee e nuovi
progetti. Logica trascendentale e mondo-della-vita Questa interconnessione
tra precategoriale e categoriale non riguarda soltanto le scienze naturali e
sociali, ma investono ovviamente anche le scienze formali e, tra queste, la
logica, verso la quale Husserl, fin dall’inizio della sua attività filosofica,
ha sempre mostrato particolare interesse. Dalle Ricerche logiche a Logica
formale e trascendentale a Esperienza e giudizio, egli traccia la via di una
genealogia della logica, in polemica con il logicismo e lo psicologismo, Nello
sviluppo del suo pensiero si impone a Husserl anche l’esigenza di chiarire che
genere di rapporto sussiste tra la logica antepredicativa e la logica
predicativa. La percezione sensibile, per quanto consista nel tendere da parte
dell’io verso l’oggetto intenzionato, è sempre una conoscenza instabile,
insicura, che non consente mai di possedere l’oggetto conosciuto in maniera
definitiva. Questo è possibile soltanto mediante una conoscenza predicativa,
cioè attraverso la logica, la quale ha la capacità di fissare l’oggetto e di
conservarlo anche quando non è presente nella percezione. La conoscenza
antepredicativa e quella predicativa, perciò, si differenziano nettamente e
ciascuna si caratterizza per una propria specificità. Se però si analizza la
genesi della logica, ci si rende conto che bisogna rifarsi alla percezione
sensibile per spiegare la logica predicativa. Questo significa che la
conoscenza predicativa, di cui appunto la logica è l’espressione più compiuta,
riposa fenomenologicamente, cioè dal punto di vista della sua fondazione, sulla
conoscenza antepredicativa, cioè si esplicita in logica trascendentale. Scrive
Husserl: Chiarito il contrasto tra scienza obiettiva e mondo-della- vita,
occorre tuttavia localizzare la loro essenziale connessione: la teoria
obiettiva nel suo senso logico (in termini universali, la scienza come totalità
delle teorie predicative, dei sistemi logici in quanto sistemi di proposizioni
in sé, di verità in sé e, in questo senso, di enunciati logicamente connessi) è
radicata e fondata nel mondo-della-vita, nelle sue evidenze originarie. Proprio
per questo la scienza obiettiva ha una costante relazione di senso col mondo in
cui sempre viviamo, e in cui, quindi, viviamo anche nella nostra qualità di
scienziati accomunati a tutti gli altri scienziati - si tratta cioè di una
relazione col comune mondo-della-vita. Ma così la scienza obiettiva è
un’operazione di persone pre-scientifiche, di persone singole e di persone
accomunate nell’attività scientifica, di persone quindi che appartengono al
mondo-della-vita. Le loro teorie, le formazioni logiche, non sono naturalmente
cose del mondo-della-vita nel senso in cui lo sono i sassi, le cose, gli
alberi. Sono totalità logiche e parti logiche costituite da elementi logici
ultimi. Per parlare con Bolzano: sono rappresentazioni in sé, proposizioni in
sé, conclusioni e dimostrazioni in sé, unità ideali di significato, la cui
idealità logica è determinata dal loro telos “verità in sé”. Ma anche questa
idealità, come qualsiasi altra, non muta nulla al fatto che sono formazioni
umane connesse per essenza alle attualità e alle potenzialità umane, e che
quindi rientrano nella concreta unità del mondo-della-vita, la cui concrezione
dunque ha una portata maggiore di quella delle cose. Ciò vale,
correlativamente, anche per le attività scientifiche, sperimentali, per le
attività che in base all’esperienza plasmano le formazioni logiche, in cui esse
compaiono in forma originaria e in modi originari di evoluzione, nei singoli
scienziati e nella comunità degli scienziati: quale originarietà delle
proposizioni, delle dimostrazioni, ecc. che sono state elaborate in comune
(Husserl). Come potete notare, si tratta di un’ampia riflessione sul come le
strutture logiche siano o meno adeguate alla dimensione della realtà oggettiva.
In questo senso la logica trascendentale si presenta come logica dei
fondamenti, ed è in seno ad essa che si costituisce la logica come scienza
formale. La logica formale tradizionale, invece, ha ignorato la propria genesi,
presupponendo come ovvia la validità delle proprie leggi. Al contrario, un
giudizio logico deve essere valutato come un atto soggettivo di conoscenza che
si impadronisce del suo contenuto. Per questo motivo le leggi logiche formali,
che siano normative del giudizio, ma che non tengono conto del fatto che sono
normative anche del suo contenuto, fanno sorgere interrogativi sulla validità
dei loro giudizi sul mondo naturale e sulla verità ed evidenza dei loro
contenuti. Seguendo questo punto di vista, Husserl sviluppa pienamente il tema
della logica trascendentale in rapporto alle categorie di verità e di
significato. Conseguentemente, la logica si configura qui come teoria delle
teorie: essa non è solo un discorso logico sulla logica, condotto con i mezzi
della logica, ma un metadiscorso sulla logica, che tuttavia non si presenta né
come una sovrastruttura né come una forma speculativa. E’, a tutti gli effetti,
una regressione, un ritorno ai fondamenti che l’hanno costituita nelle sue
operazioni originarie, anche storiche, nonché nelle sue operazioni attuali. Le
ricerche fenomenologiche, ribadisce Husserl, risultano necessarie alla logica
pura, trascendentale. Ne rappresentano la sua fondazione intuitiva e
precategoriale: in quanto la logica è da ricercare nelle operazioni
costitutive, diventa logica filosofica, filosofia prima, teoria della teoria.
Ma, badate bene, ciò non è in contraddizione con la fondazione precategoriale:
è solo l’altra faccia della questione, poiché la fondazione deve sempre essere
ristabilita nella presenza e nelle modalità temporali e quindi genetiche e
storiche. Le scienze, invece, che non prendono in considerazione ciò che
costituisce il loro fondamento trascendentale, cioè le condizioni per cui si
danno, si risolvono in pure tecniche di manipolazione di simboli linguistici. Nome
compiuto: Mauro Di Giandomenico. Giandomenico. Keywords: l’apertura semantica, “How
Pirots Karulise Elatically” – pirots karulise elatically – pirots karulise –
‘implicazione’ – aperture semantica, Galileo, la retorica di Galilei, Galilei,
lo stile di Galilei, Vinci, I corpi, la filosofia positivistica italiana -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Giandomenico: l’implicatura conversazionale: ‘Pirots karulise elatically;
therefore, pirots karulise!” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Giani: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- implicatura mistica –
l’implicatura di Catone – la scuola di Muggia -- filosofia muggiana – filosofia
triestina – filosofia friulese – filosofia veneta. filosofia italiana – Luigi
Speranza (Muggia). Abstract. Grice: “At Oxford, we had Chamberlain, and I
was forced to leave Oxford and join the Navy – at Bologna, they had Mussolini,
who rather created a school of mysiticism to entertain the philosophical minds
amongt them!” Keywords: fascism. Filosofo muggiano. Filosofo
trestino . Filosofo italiano. Muggia, Trieste, Friuli-Venezia Giulia. Grice: “It’s hard for me to
judge Giani’s philosophy because I fought against the Italians during the
so-called ‘second world war,’ so-called!” Grice: “But I would be willing to
expand: if Giani developed what he aptly called a ‘mystique’ – so did we at
Oxford – Churchill surely held his ‘mystique.’ Of course the Italian, being
more scholastic, had to call it ‘scuola di mistica,’ – and the idea was that of
an all-male chivalry order – aptly set at Milan!” Fonda la corrente filosofica nota come "Mistica".
Partì come volontario di guerra e morì sul fronte. Frequentato il Liceo
ginnasio di Trieste. Si trasfere a Milano, dove si iscrive a Milano e quindi ai
Gruppi Universitari, laureandosi. Anticipa l'imminente apertura della scuola
sul foglio dei Gruppi Universitari, "Libro e moschetto" della scuola
di mistica. Ne divenne direttore, carica che lasciò alla fine dell'anno
seguente dopo aver scritto il suo ampio discorso da tenersi a Roma in occasione
dellaI iunione della Società Italiana per il Progresso delle Scienze che
coincide anche con il decennale della Marcia su Roma in cui enuncia i principi
della nuova scuola. Su impulso di G. si comincia inoltre a pubblicare i
Quaderni della scuola di mistica. Poche settimane dopo la riunionesi
dimise da direttore con una lettera inviata a MUSSOLINI, per contrasti interni
con il segretario politico dei Gruppi Universitari. Imputa le dimissioni al
mancato trasferimento della scuola nella vecchia sede de Il Popolo d'Italia
chiamato anche "Il covo" La richiesta di entrare in possesso de
"Il covo" punta ad ottenere il possesso di uno degl’ambienti più
importanti dell'immaginario fascista. Continua quindi a collaborare con diversi
quotidiani come "Il Popolo d'Italia" e "Gerarchia". "Lineamenti
sull'ordinamento sociale dello stato" gli fa ottenere la libera docenza e e
quindi la cattedra a Pavia ma parte volontario per la guerra arruolandosi col
grado di capomanipolo della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale nel Battaglione"Vercelli".
Rientrato in Italia, riassunse la guida della scuola, qui in occasione della
chiusura dell'anno scolastico nell'aula della casa del Fascio di Milano.
Rientrato in Italia riassunse la carica di direttore della "Scuola di
Mistica" lanciando due importanti iniziative, rilancia la pubblicazione
della serie di "Quaderni" che affrontavano differenti problematiche e
sempre per sua iniziativa fu creata nell'ambito della scuola la rivista
mensile, Dottrina che divenne l'organo ufficiale della Scuola, in cui pubblica il "Decalogo dell'italiano nuovo”. Si
dedica inoltre al giornalismo diventando direttore a Varese di "Cronaca
prealpina" e collaborando a diverse testate, tra cui Tempo (Direttore:
Acito). Dalle pagine di "Cronaca prealpina" prese parte alla campagna
fondata sui propri convincimenti del ‘spirito’ contrapposto al
"biologico" La Cronaca
prealpina dopo la nomina di G. a direttore arriva a quadruplicare la tiratura.
L'incontro a Roma con Mussolini in cui si decise la cessione del covo ai
"mistici" della Scuola. Su impulso di G., con una cerimonia
presieduta di Starace, la sede ufficiale della scuola di mistica si sposta nel
medesimo edificio che ospitò ai suoi primordi il giornale Il Popolo d'Italia,
chiamato il covo. Il covo negli anni e stato trasformato in una galleria. La
palazzina e proclamata monumento nazionale con tanto di guardia d'onore svolta da squadristi e combattenti. Per
esplicita decisione di Mussolini, e ufficialmente consegnata ai mistici della
scuola. L'evento e vissuto come una autentica consacrazione dei insegnanti
riuniti intorno a G.. In realtà la consegna e già stata disposta come risulta
da un foglio d'ordini del PNF e in quell'occasione il consiglio direttivo e ricevuto
a Roma da MUSSOLINI. Mussolini li aveva spronati continuare nella loro
attività. A Milano, in occasione del decennale dalla fondazione della
scuola, organizza il convegno di mistica che nelle sue intenzioni dove essere
il primo della serie. Obiettivo che sfuma a causa dell'entrata in guerra.
L'incontro vide oltre 500 partecipanti ed ha l'adesione della maggior parte dei
filosofi dell'epoca. Come gran parte dei mistici, partecipa nuovamente come
volontario alla seconda guerra mondiale, conflitto nel quale vede il presagio
di una rivoluzione in vista di una nuova era. Inquadrato nel reggimento alpini prende parte alla battaglia
delle Alpi Occidentali contro la Francia venendo decorato con la medaglia
d’argento al valor militare.Terminata la campagna di Francia in seguito
all'armistizio torna alla vita civile ma incominciata nel frattempo la guerra
in nord Africa richiese più volte di partire volontario senza ottenere
soddisfazione. Alla fine ottenne di partire
come corrispondente di guerra de Il Popolo d'Italia, della Cronaca
prealpina e de L'Illustrazione Italiana presso i reparti della regia
aeronautica. Per quest'ultima realizza anche diversi servizi fotografici. All'attività
di giornalista affiance anche quella di militare prendendo parte ad alcune
azioni e ottenendo una medaglia di bronzo al valor militare. E richiamato in
Italia dove riassunge la guida de "La cronaca prealpina".Nuovamente
incorporato nel reggimento alpini riparte infine come volontario per la
campagna di Grecia, dove cadde sul fronte greco-albanese nella battaglia per la
conquista della Punta Nord del Mali Scindeli. Si offre volontario per una pericolosa
missione che prevede la conquista di una munita postazione greca. L'attacco
ebbe inizialmente successo con la conquista della posizione ma riorganizzatisi
i greci condussero un contrattacco. Nello scontro cadde. Il periodico
L'Illustrazione Italiana scrive, senza riportare dove o come avrebbe potuto
registrare tali parole, che l'ufficiale greco che lo aveva colpito a morte
avrebbe raccontato che nello scontro G. gli si era parato davanti "come un
dio o un demone". Il corpo di G. anda disperso e gl’altri
assaltatori che prendono parte
all'attacco dovettero ritirarsi rapidamente incalzati dai soldati greci. E
pochi giorni dopo incaricato delle ricerche Carati che e anche vice-direttore
della scuola di mistica. Le ricerche a causa della perdurante situazione di
guerra sono nulle, e riuscì solo ad individuare il luogo in cui e caduto.
In quell'occasione, richiesta un'udienza al duce, chiede che puo partire per
l'Albania il cognato Guido G. e il fratello Sampietro. Questi ultimi rinvennero
la salma sepolta in maniera anonima in territorio greco. Di qui la salma e
translata nel piccolo cimitero militare di Klisura. MUSSOLINI e preso
come principale punto di riferimento dalla scuola di mistica. Elabora un discorso
programmatico in cui enuncia i principi fondanti della Scuola e della Mistica
fascista. Compito nostro deve essere soltanto quello di coordinare,
interpretare ed elaborare il pensiero del Duce. Ecco perché è sorta una Scuola
di mistica ed ecco il suo compito: elaborare e precisare i nuovi valori che sono nell'opera del Duce. (G. in La marcia sul mondo). Inizialmente i
principi esposti da G. fanno parte di un discorso più ampio da tenersi a Roma
in occasione di una riunione della Società Italiana per il Progresso delle
Scienze. L'ampio discorsoe poi pubblicato nella serie dei "Quaderni"
voluti da G. con il titolo "La marcia sul mondo della civiltà". Si
impone un ritorno alle origini, ovvero al movimentismo rivoluzionario, riallacciandosi
idealmente all'esperienza delle prime squadre d'azione e degli arditi della
Grande Guerra quindi, secondo Veneziani "una più radicale rivoluzione
coniugata al recupero di una più integralistica tradizione. Ma più che legati
agli enunciati politici del manifesto di sansepolcro i mistici di quella
esperienza esaltavano soprattutto la lotta contro la borghesia affaristica del
primo dopoguerra. La mistica si considera rappresentante proprio di questo
mondo ispirato dall'amore di patria e posta a guardia della rivoluzione
permanente e in contrasto con gli opportunisti e i trasformisti. Individuava
nell'epoca contemporanea *quattro* principali mistiche, destinate ad apportare
in un primo tempo dei benefici ma poi a fallire: liberale, democratica,
socialista e comunista. Liberalismo, democrazia, socialismo e comunismo
sono le quattro mistiche dominanti nella societa. Il bilanciolo abbiamo già
visto è per tutte negativo. Il liberalismo porta all'anarchia. La democrazia porta
all'instabilità politica e sociale. Il socialism porta alla otta civile. Il
comunismo porta alla vita primitiva. Queste quattro mistiche sono pertanto anti-storiche.
A fronte di esse l'unica mistica in grado di superare tali crisi era quella come
sviluppato nel capitolo intitolato "La marcia ideale" la cui
conoscenza e diffusione presso le masse era compito della élite. Medaglia
d'argento al valor militarenastrino per uniforme ordinariaMedaglia d'argento al
valor militare «Volontario nella guerra d'Africa ove prese parte volontario a
diverse pattuglie esploratori, chiese ed ottenne di essere anche in quest
guerra assegnato ad un reparto combattente. Destinato all'11º alpini volontario
a due azioni del battaglione Bolzano chiese di partecipare alla ardita discesa
di due compagnie del battaglione Trento effettuata in una valle occupata dal
nemico e avanzò con la prima pattuglia sotto intenso bombardamento, sprezzante
del grave pericolo di sorprese e di accerchiamento nemico, esempio trascinante
a ufficiali e soldati, e prova di dedizione alla patria, di alta fede e di
valore. Medaglia di bronzo al valor militarenastrino per uniforme ordinariaMedaglia
di bronzo al valor militare «Corrispondente di guerra presso una squadra aerea
disimpegnava il suo particolare e delicato servizio con alto senso di
responsabilità. Spesso presente sugli aeroporti più avanzati e maggiormente
battuti dall'offesa nemica allo scopo di rendersi conto di ogni particolare,
partecipava volontariamente a difficili e rischiose missioni di guerra, dando
sicura prova anche nelle più critiche circostanze di sereno sprezzo del
pericolo e completa dedizione al dovere.» Medaglia d'oro al valor militarenastrino
per uniforme ordinaria medaglia d'oro al valor militare. Volontariamente, come
aveva fatto altre volte, assumeva il comando di una forte pattuglia ardita,
alla quale era stato affidato il compimento di una rischiosa impresa.
Affrontato da forze superiori, con grande ardimento le assaltava a bombe a
mano, facendo prigioniero un ufficiale. Accerchiato, disponeva con calma e
superba decisione gli uomini alla resistenza. Rimasto privo di munizioni, si
lanciava alla testa dei pochi superstiti, alla baionetta, per svincolarsi.
Mentre in piedi lanciava l'ultima bomba a mano ed incitava gli arditi col suo
eroico esempio, al grido di: «Avanti Bolzano! Viva l'Italia», veniva
mortalmente ferito. Magnifico esempio di dedizione al dovere, di altissimo
valore e di amor di Patria. Punta NordMali Scindeli (Fronte greco) Saggi: “La
via della gloria, anni 20 La marcia sul mondo della Civiltà Fascista, Lineamenti
su l'ordinamento sociale dello Stato, Giuffré ed. La mistica come dottrina. Perché
siamo, A. Nicola. Perché siamo mistici. Mistica della rivoluzione. Antologia di
scritti, Il Cinabro, Longo, “I vincitori
della guerra perduta” (sezione su G.),
Settimo sigillo, Roma.Carini, G. e la scuola di mistica fascista, Mursia, Antonellis, Come doveva essere il
perfetto, su storia illustrate, Antonellis, Come dove essere il perfetto, su
storia illustrate, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini,
G. e la scuola di mistica, Mursia,Carini,
G. e la scuola di mistica, Mursia, Carini, G. e la scuola di mistica fascista,
Mursia, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico,
Pinerolo, Grandi, Gli eroi, G. e la Scuola di mistica, Cfr. a tale proposito le
ricerche di Laforgia, una cui sommaria sintesi è nel sito varesenews Archiviato.
Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Il
saggio, edito da Dottrina Fascista, riporta in forma integra la conferenza inaugurale
tenuta da G. per l'inaugurazione del corso per maestri della scuola di mistica.
Cfr. a tale proposito le ricerche di Laforgia in Grandi, Gl’eroi di Mussolini,
BUR, Milano, Antonellis, Come doveva essere il perfetto, su storia illustrate, Veneziani,
La rivoluzione conservatrice in Italia, Sugarco, Varese, Longo, Gl’eroi della
guerra perduta, Settimo sigillo, Roma,
L'Illustrazione italiana, Grandi, Gli eroi di Mussolini. G. e la Scuola
di mistica fascista, Grandi, Gl’eroi di Mussolini. G. e la Scuola di mistica
fascista, G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Carini nella prefazione
su G., La marcia sul mondo, Novantico, Pinerolo, Marcello Veneziani, La
rivoluzione conservatrice in Italia, Sugarco, Varese, G., La marcia sul mondo,
Novantico, Pinerolo, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico,
Pinerolo, Carini nella prefazione su G., La marcia sul mondo, Novantico,
Pinerolo, Carini, G. e la Scuola di mistica, prefazione di Veneziani, Mursia,
Milano, Grandi, Gli eroi di Mussolini. G. e la Scuola di mistica, BUR
Biblioteca Rizzoli, Raido Speciale Scuola di Mistica, Raido, Roma, Arnaldo M.,
Coscienza e dovere. G. MISTICA DELLA RIVOLUZIONE FASCISTA Antologia di scritti. In breve: Siamo mistici perchè siamo degli
arrabbiati, cioè dei faziosi, se così si può dire, del Fascismo, uomini
partigiani per eccellenza e quindi anche assurdi Del resto nell’impossibile e
nell’assurdo non credono gli spiriti mediocri. Ma quando c’è la fede e la
volontà, niente è assurdo». (Niccolò Giani) Un’antologia che raccoglie i più
significati testi di G., tra i massimi esponenti della corrente più radicale,
oltranzista e universale del Fascismo, la Scuola di Mistica
Fascista. Questa antologia rappresenta la prima raccolta organica dei più
significativi scritti di G. È, a nostro
giudizio, il modo migliore per illustrare senza filtri la sua persona, la sua
filosofia, e la sua azione. È un omaggio doveroso al testimone di quello che e
il Fascismo universale e intransigente che mai scese a compromessi con la vita
comoda, al rinnovatore spirituale e politico di una intera generazione. Esempio
di eroismo che, al di là della contingenza storica, seppe essere coerente con i
propri principî vivendo l’ideale sino all’estremo sacrificio; quasi innalzando
il Fascismo ad una categoria universale dell’essere, come fonte inesauribile di
spiritualità cui innestarsi per fare la rivoluzione dell’uomo e del mondo. G.,
nato a Muggia, cadde sul fronte greco nello slancio del combattimento,
trasfigurato ormai nell’eroismo muto. Dimostra con la vita affermata oltre la
morte, l’armonia tra pensiero e fede, la continuità tra filosofia ed azione, e
della autentica rivoluzione rimane il puro rappresentante del nuovo italiano:
per questo il suo esempio e il seme fecondo dell’aspro cammino di domani. Seppe
con l’azione indicare la strada, con l’intransigenza insegnare l’esempio. I
tesserati sono i suoi avversari. Contro di essi combatté, contro cioè i falsi,
i presuntuosi, gli esibizionisti, i retorici, gli arrivisti; contro coloro,
insomma, che considerarono la rivoluzione come atto di ordinaria
amministrazione, sfruttabile per fini personali. Il Cinabro Ufficio stampa
Rimbotti: Mistica Fascista. L’ordine della Milizia sacra; Rossi: La Mistica
Fascista dell’Uomo Nuovo. Tra milizia politica e meta-politica la scuola
rivoluzionaria del Fascismo; Mezzasoma: G., discepolo di Arnaldo. Decalogo
dell’Uomo Nuovo La marcia ideale sul mondo della Civiltà fascista Generazioni
di Mussolini sul piano dell’Impero Civiltà fascista civiltà dello spirito Aver
Coraggio A difesa dell’Europa Fuori La mistica come dottrina del fascismo Le
due Europe Mistica del fascismo, Corporativismo e Autarchia Il Centro di
preparazione politica per i giovani. Fucina di Campioni della Rivoluzione
Valore primordiale del covo I soliti imbecilli L’equivoco Perché siamo dei
mistici Il volto della guerra Testamento spirituale al figlio G.:
Presente!Mistica Della Rivoluzione Fascista E questo diritto alla prima linea,
ad essere i disperati del Fascismo, è l’unica pretesa che, oggi, domani,
sempre, i mistici del Fascismo accamperanno di fronte alla Rivoluzione, come,
con vena veramente squadrista, ha detto PALLOTTA (si veda) nella sua relazione
che ha avuto lo spirito e la mordenza del «menefreghismo» più autenticamente
fascista. Prima linea, sul fronte esterno ed interno, contro il nemico di fuori
e di dentro. Contro gli attentatori della nostra integrità territoriale, ma
anche, e con uguale decisione e durezza, contro gli attentatori della nostra
integrità spirituale (G.) Le conseguenze derivate dalla fine del primo
conflitto mondiale e l’immediatarossi 5 crisi strutturale delle istituzioni e
dei valori che investì, con una forza che non aveva avuto precedenti nella
storia, le società europee, vennero allora giudicate come l’annuncio di un
radicale mutamento di tutte le forme della vita politica e civile fino ad
allora conosciute e complessivamente accettate. Una deflagrazione interna dei
costumi, di certezze consolidate e di mentalità che modificò in maniera
irreversibile l’immaginario collettivo di popoli e nazioni. Niente sarebbe
più stato come prima. Uno Spirito nuovo si affacciava con ruvida decisione e
realismo eroico reclamando il proprio posto nella Storia. L’alba delle grandi
rivoluzioni si affacciava sul continente europeo e i popoli si sarebbero messi
in marcia affascinati da nuove e esaltanti Weltanschauung. Per Bruck, uno
dei primi e tra i più significativi esponenti della Rivoluzione Conservatrice
tedesca, si tratta di una presa di posizione a carattere diffuso più che
evidente. Assistiamo all’evento per cui tutto quel che non è liberale si unisce
contro quel che è liberale. Noi viviamo i tempi di questa agitazione mondiale,
che si produce per una estrema consequenzialità, e che si esplica in una
rivoluzione radicale che prospetta la perdita da parte del nemico della sua
posizione di potere: tale nuova situazione mondiale esordisce con un
allontanamento dall’Illuminismo.” Il periodo che immediatamente fece
seguito al termine di un conflitto di così immensa portata, venne visto dai più
attenti e acuti osservatori incredibilmente saturo di una genuina e
stupefacente valenza rivoluzionaria e innovatrice, ciò significò l’inizio di
una nuova stagione di entusiastiche mobilitazioni che avrebbero alla fine
tonificato la fibra morale e politica del continente fino ad allora logorata ed
estenuata da sovrastrutture ipocrite e corrose nel loro intimo che erano
riuscite, attraverso innumerevoli sotterfugi, a sopravvivere a se stesse,
sempre più annichilite da un pervasivo decadentismo culturale e morale e dal
predominio di una mentalità borghese e oligarchica connotata dalle sue più
perniciose vedute utilitaristiche e mercantilistiche. Le conseguenze
della fine della grande guerra significarono soprattutto una presa di coscienza
collettiva e un’accelerazione formidabile dei fenomeni sociali, accompagnate
entrambe da una esigenza totalmente nuova di considerare l’esistenza e i
rapporti umani, esigenza che venne principalmente percepita prima dai
combattenti e poi dai reduci come il frutto maturo della traumatica e allo
stesso tempo travolgente esperienza della guerra di trincea, insomma un insieme
di condizioni imprescindibili che prepararono il terreno e l’atmosfera per l’avvento
delle ondate rivoluzionarie nazionalpopolari che misero in crisi valori e
regole consolidate da tempo, assestando colpi mortali alle strutture politiche,
sociali e culturali delle società borghesi liberal-democratiche. Dalle
forme statiche si passava alle forme dinamiche, nel senso jungeriano del
termine. Il Fascismo è la matrice principale che inaugurò la feconda ed
entusiasmante stagione delle insurrezioni nazional-rivoluzionarie e il primo
laboratorio culturale delle ancor più affascinanti sintesi nazionali e
sociali. Furono infatti i reduci del fronte, gli ex-combattenti che
avevano creduto fino in fondo ad una particolare visione eroica della vita
propria di una ideologia della guerra sviluppatasi nell’interiorizzazione del
sacrificio bellico e del sangue versato – subendo poi la frustrazione di una
vittoria conseguita sul campo di battaglia a duro prezzo che videro mutilata
negli accordi di pace internazionali – a rappresentare la spina dorsale di una
innovativa e volontaristica visione politica che pretendeva di coniugare un
nazionalismo intransigente e guerriero partorito nelle trincee con le più
avanzate e spregiudicate chiavi di lettura sociali. La grande guerra di
popolo aveva travasato nei combattenti il senso della tensione nazionale e
sociale verso scopi e missioni comuni, una nuova coscienza collettiva che
sarebbe stata cementata da un formidabile sentimento di fraterno e virile
cameratismo, il culto della differenza e del radicamento nella specificità
etnica della Stirpe italica. Gli squadristi fascisti non fecero altro che
travasare tutti questi motivi nelle battaglie di piazza. Sorti dalla
guerra di popolo, divennero avanguardia di popolo. E il 28 Ottobre 1922 sarà il
coronamento dei loro sacrifici, la loro apoteosi. D’altronde era stato lo
stesso Mussolini a dire che l’esperienza della guerra avrebbe generato le
migliori condizioni per la rivoluzione sociale e politica. Anzi, ne sarebbe
stata la prefazione. Era il novembre 1916 e Mussolini combatteva sul fronte del
Carso, nei ranghi del 11° Reggimento Bersaglieri: “Noi vinceremo la guerra: ma
poi dovremo vincere la pace. Sarà duro; ma ci arriveremo. La società italiana
deve assolutamente mutare. Sugl’italiani bisogna contare. Questa guerra che noi
combattiamo e che con tragica definizione viene detta di logoramento, porterà
alla ribalta delle lotte civili una generazione che riuscirà a fare quello che
la nostra non è riuscita a fare: il riscatto sociale e politico del mondo del
lavoro, al di sopra e al di fuori dei dottrinarismi che oggi lo incatenano. A
ciò non saremmo mai arrivati se non avessimo voluto la guerra, rovesciato i
vecchi feticci sostituendo alle vuote ideologie i fatti e le loro naturali
conseguenze. Questo non sarà solo di noi, ma anche di altri popoli.” Una
lucida e profetica anticipazione di quanto sarebbe poi accaduto in tutta l’Europa. Tutto
questo si pose, in maniera del tutto naturale, in totale opposizione al
principio democratico in politica e a quello liberale nel campo economico,
all’insegna di una rivoluzionaria concezione elitaria, fortemente gerarchica e
anti-egualitaria che reclamava la valorizzazione delle minoranze attivistiche e
carismatiche con la conseguente affermazione del principio guida del Capo, con
il mito dello Stato totalitario come asse formante e legittimante della
Comunità nazionale e non ultimo la funzione pedagogica del Partito unico,
soprattutto mediante una costante mobilitazione politica delle masse, una
sacralizzazione della politica attraverso il ricorso a liturgie collettive,
miti e simbologie, e una crescente militarizzazione della vita sociale e civile,
l’intervento statale attraverso gli istituti del Corporativismo per una
razionale direzione disciplinata dell’economia che ponesse termine all’epoca
del predominio delle oligarchie mercantilistiche e parassitarie e riportasse la
vita economica al servizio dell’interesse collettivo subordinandola alle
necessità politiche nazionali. Infine, l’affermazione sovrana di una
particolare e severa tipologia umana di nuova impronta che avrebbe
rappresentato lo spirito del nuovo tempo: l’Uomo Nuovo, l’Uomo integrale come
manifestazione vivente di una Tradizione atemporale che ebbe la volontà e la
capacità di tradursi in Rivoluzione. Proprio nel senso di
quell’interpretazione che G. sa dare, facendosi portavoce di quegli ambienti
del Fascismo intransigente e rivoluzionario che vollero interpretare al meglio
gli insegnamenti mussoliniani: “Il Fascismo è un richiamo violento alla
Tradizione, non un ritorno o una ripetizione. Per noi fascisti la Tradizione
come lo dice il significato etimologico del termine e come Evola ha
documentato, è e non può essere che dinamica. Altrimenti si parlerebbe di
conservatorismo o di reazione. Invece, la Tradizione è continua coniugazione,
attraverso il presente, del passato e dell’avvenire; è processo inesausto di
superamento, è una fiaccola accesa con la quale ogni popolo illumina la propria
strada e corre nel tempo verso l’avvenire. Ecco perché, oggi, Rivoluzione e
Tradizione non si escludono, ma anzi si identificano e questo spiega il culto
che noi abbiamo pel passato e dice ai soliti uomini dai paraocchi che
l’italiano non può che essere fascista. Questa nuova visione della politica
rappresentata dal Fascismo rappresentò inequivocabilmente la radicale negazione
dei principi emersi dalla rivoluzione francese, una evidente antitesi storica e
culturale di quanto fu incarnato dall’illuminismo, che costituì l’essenza di
tutte le manifestazioni materialistiche ed economicistiche della decadenza
moderna: da quelle individualistiche, liberali e democratiche a quelle
cosmopolite, genericamente progressiste e marxiste. Il Fascismo, anche
nella sua più vasta comprensione europea, intese proporre in maniera concreta
ed efficace un discorso radicalmente alternativo alla politica borghese e alla
società borghese richiamandosi al concetto di avanguardia delle idee,
un’avanguardia rivoluzionaria che fosse in grado, senza contraddizioni, di
saldare assieme passato e presente vincendo così la sfida della modernità,
sostituendo il vigore giovanile della passione idealistica e volontaristica
alla decadente dissolutezza del conservatorismo borghese e il cameratismo
militante radicato nella coscienza popolare alla società atomizzata e
polverizzata delle democrazie liberali. Un discorso ambizioso per
un’avanguardia che ambiva ad essere al contempo simbolo della genuinità
politica e della resurrezione spirituale, una speranza che venne riposta nel
mito capacitante dell’Uomo Nuovo creatore di nuovi valori, l’esemplare di una
specifica specie umana lanciata alla conquista del futuro senza per questo
dover recidere le radici culturali e spirituali che lo mantenevano legato alla
propria dimensione storica, etnica e popolare; nei confronti della quale si
espresse il Duce parlando all’Assemblea delle Corporazioni: “L’uomo economico
non esiste, esiste l’uomo integrale che è politico, che è economico, che è
religioso, che è santo, che è guerriero. Quindi questa figura particolare
dell’Uomo Nuovo, capace di raccogliere in sé tutte le sue forze creative, che
la cultura rivoluzionaria del Fascismo propone e che non mancava costantemente
di ricollegare alla stagione dello squadrismo, così intrisa di eroicità e di
sacrificio, riconduceva alla stessa definizione dell’Uomo integrale di
mussoliniana memoria, ovvero un uomo che non esistesse unicamente perché
cartesianamente pensante, ma perché arricchito di tutte quelle virtù
“romanamente” intese, eroiche, civiche e politiche, sia nella ragione come nei
sentimenti. Spesso e volentieri nell’immaginario intellettuale il
discorso sull’Uomo Nuovo si andava a concretizzare poi nell’ideale della
gioventù, una gioventù non solamente intesa in senso spirituale ma anche come
dato anagrafico, poiché il concetto di gioventù rimandava all’ansia del
cambiamento e all’impeto rivoluzionario, racchiudendo in se stessa gli ideali
della forza e della bellezza, di una esuberante virilità aggressiva, l’anelito
vitale di un futuro tutto da conquistare, proprio l’opposto di quanto ancora
proponevano i rappresentanti delle democrazie borghesi con tutte le loro
desuete convenzioni e i loro logori formalismi, con tutta la loro boriosa
rispettabilità e lasciva ipocrisia. Il Fascismo fu quindi profondamente
giovane e irruento, meravigliosamente violento e lo fu sia spiritualmente che
anagraficamente. Il comune denominatore della più intransigente e
autentica cultura fascista, quella derivata appunto dalla passionale ed eroica
stagione dello squadrismo, si trovava nell’aspirazione alla realizzazione di un
originale disegno politico ed esistenziale da esplicarsi mediante cambiamenti
radicali frutto di una ferma volontà rivoluzionaria che armonizzava i
riferimenti alla rivolta romantica dell’interventismo e alla mistica eroica
evocata dalla guerra di trincea con i nuovi miti palingenetici di
trasformazione della società e dello Stato. Questa cultura dell’azione che si
nutriva dello spirito barricadiero di rivolta contro l’ordinamento borghese in
nome di un rivoluzionario e fascista Ordine Nuovo era la caratteristica di
quell’ambiente fascista che si riconosceva, anche per esperienza diretta, nel
mito capacitante delle aristocrazie del combattentismo – quella trincerocrazia
più volte evocata da Mussolini – e nella scuola di vita e di coraggio
rappresentata dalla militanza squadristica che venne vissuta, letta ed
interpretata non solamente come una reazione organizzata e armata volta
all’annientamento dei focolai dell’insurrezionalismo marxista, ma soprattutto
come militanza rivoluzionaria e idealistica volta alla rigenerazione della
Nazione e alla creazione di uno Stato nuovo. Una specifica rilettura che si
svolgeva anche in aperta polemica con coloro che ritenevano che la nascita del
governo presieduto da Mussolini, all’indomani della marcia su Roma,
rappresentasse la fase risolutiva del Fascismo. In questo modo, il
Fascismo, doveva e poteva assumere una superiore valenza metafisica affermando
il suo essere come un completamento naturale e organico della storia della
Nazione italiana, andando ben oltre la semplice insorgenza anti-sovversiva e
anti-modernista – non a caso lo stesso G. volle mettere l’accento sul fatto che
la Rivoluzione Fascista infatti non è stata reazione come qualcuno ha creduto
in origine e come tuttora si crede da molti all’estero; è stata invece
l’ostetrica della nuova storia. E sorta una nuova civiltà capace di risolvere
tutti i problemi della società contemporanea. Per costoro, che in fondo
rappresentavano la vasta base della militanza fascista e anche quella
intellettualmente più viva, l’agire politico del Fascismo non doveva
assolutamente compromettersi con i residui della vecchia classe dirigente, che
in virtù del processo di normalizzazione e di pacificazione avviato dal Duce si
adoperavano nell’inserimento all’interno dei gangli del regime, doveva invece
mantenere e tonificare una assoluta intransigenza dottrinaria senza incorrere
in alcun cedimento politico e morale, perché se il Fascismo era una
rivoluzione, doveva necessariamente procedere nei suoi obiettivi con mentalità
e metodi rivoluzionari, come perentoriamente affermò un autorevole esponente
dell’epopea squadristica della statura di FARINACCI (si veda). Bisogna insomma
che la bestia proteiforme del vecchio conservatorismo sornione sia liquidata
bruscamente; che le vecchie clientele d’interessi e d’ambizioni fiorite ai
margini della vita politica italiana siano messe in mora, vigilate, controllate,
sopra tutto tenute lontane, bisogna che sia impedito a chiunque di rifarsi,
attraverso il fascismo, una qualsivoglia verginità e continuare, sotto mentite
spoglie, le abitudini peccaminose del passato. La vittoria deve essere
integrale. Tra gli oppositori più accaniti della deriva moderata si
evidenziarono gli ideatori della Scuola di Mistica Fascista, costituitasi a
Milano, tutti provenienti da quella generazione dei GUF che era cresciuta
respirando l’atmosfera del Fascismo, maturando così una profonda convinzione
nei miti fondatori del regime e una fedeltà assoluta nella persona del
Duce. Al loro fianco si schierarono altre personalità di spicco del
Fascismo rivoluzionario: RICCI (si veda) con il suo universalismo fascista, PAVOLINI
(si veda) e l’esaltazione della primavera squadristica, ROSSONI (si veda) con
tutte le aspettative del sindacalismo rivoluzionario. La Scuola di
Mistica Fascista verrà intitolata a Mussolini, il figlio prematuramente
scomparso di Mussolini. G., PALLOTTA (si veda), MEZZASOMA (si veda) e
molti altri entusiasti, avvalendosi della guida orientatrice di Arnaldo
Mussolini, seppero rappresentare, attraverso l’opera che fu sviluppata dalla
Scuola, una autentica e intransigente avanguardia intellettuale e morale posta
a difesa dei valori espressi dalla Rivoluzione Fascista, che sempre più doveva
farsi rivoluzione culturale e antropologica per meglio adempiere alla consegna
rivoluzionaria che il Duce del Fascismo aveva dato alle nuove
generazioni. È G. a spiegare gli scopi dell’istituzione: “Poiché una
mistica è un postulato di tanti credo, e un valore assoluto non lo si può
derivare che da una fonte indiscutibile, questa fonte non può essere che il
Duce. Ecco perché la fonte deve essere quella, esclusivamente quella. Compito
nostro deve essere soltanto quello di coordinare, interpretare ed elaborare il
pensiero del Duce. Ecco perché è sorta una Scuola di Mistica fascista ed ecco
il suo compito: elaborare e precisare i nuovi valori del Fascismo che sono
nell’opera del Duce. Quindi una rivoluzione culturale, del carattere e dello
Spirito che, attraverso interessanti rievocazioni del mito della romanità e
della sacralità della Stirpe – rappresentazioni metastoriche e metafisiche
della migliore tradizione aryo-romana – sarebbe approdata ad una coesione
organica della Stirpe italica costituitasi in Comunità nazionale e avrebbe dato
all’Italia fascista il diritto-dovere di adempiere ad una missione universale
facendo del Fascismo il crocevia della storia europea del ventesimo secolo e il
riformatore dei tratti essenziali della Civiltà contemporanea in ogni suo
aspetto, la ripresa e il rinnovamento dell’Europa all’indomani del fallimento
della democrazia liberale e delle utopiche promesse marxiste. Aprire la strada
al secolo fascista. Certamente nella visione della Mistica fascista
elaborata dalla Scuola vi era la ferma consapevolezza che il Fascismo fosse una
autentica rivoluzione totale della società italiana: spirituale ed etica,
sociale e politica, ma al contempo anche una ripresa di tutte le tradizioni
essenziali, però la memoria storica proposta non si sarebbe dovuta risolvere in
un ripiegamento nel passato, l’immagine del passato non finì mai per
schiacciare la dimensione del presente e tanto meno si configurò come un
richiamo intensamente nostalgico, bensì le potenzialità ideologizzanti della
rimemorazione storica vennero fatte espandere fino a provocare una vera e
propria occupazione del cosiddetto campo dei ricordi – una lotta spirituale e
rivoluzionaria per il dominio del ricordo e della memoria che conduce ad una
riscrittura della cronologia nazionale che rispecchiasse le concezioni del
pensiero irrazionalista, anti-intellettualista e pragmatista dei decenni
trascorsi, un pensiero profondamente permeato di sfumature di matrice nietzschiana
e soreliana. Anche i richiami alla Mistica insita nel Fascismo erano
animati dallo spirito di rivolta, contro le mentalità borghesi ancora
sussistenti, delle nuove generazioni cresciute ed allevate nelle organizzazioni
totalitarie giovanili e universitarie, una rivolta che si manifesta con i forti
caratteri di un idealismo morale ed etico qualitativamente aristocratico
esprimente l’esaltazione di una giovinezza istintiva, disinteressata e piena di
spirito vitale, aggressiva, pura e decisa a dare battaglia a qualsiasi forma di
conservatorismo e di borghese buon senso pur di affermare il carattere
intransigente e le finalità rivoluzionarie sociali e spirituali del
Fascismo. Non vi era nessun punto di convergenza con eventuali nostalgie
reazionarie, mentre invece era presente una totale e coerente aderenza alle
istanze di trasformazione rivoluzionaria che il Fascismo esigeva e che ancor di
più il Duce imponeva. Per questi giovani attivisti non vi era altra
strada per uscire definitivamente dalla crisi della modernità, esplosa alla
fine del primo conflitto mondiale, che con un mutamento radicale del popolo
italiano e una tale mutazione antropologica poteva provenire solamente da una
fede ben salda che aveva iniziato a germinare in un primo tempo con l’esperienza
della guerra nel mito della Nazione in armi, della guerra di popolo,
proseguendo poi con l’esaltante epopea della lotta squadristica, per approdare
infine nella costruzione dello Stato fascista di popolo, corporativo e
totalitario, il compimento finale del rinnovamento sociale e spirituale della
Stirpe e della grandezza politica della nazione. Nel corso degli anni che
trascorsero fino all’entrata in guerra dell’Italia la scuola di mistica fascista
assolse in maniera esemplare ai compiti che si era prefissata, ovvero
l’ambizione di voler rappresentare l’infrangibile scudo morale, etico e
dottrinario contro il quale si sarebbero dovute infrangere le velleità dei
nemici del duce e del fascismo, soprattutto i nemici interni, i più pericolosi,
quelli che si annidavano tra le pieghe del regime per minarlo alla
base. Affinché lo scudo della rivoluzione fosse solido i mistici della scuola,
i soldati politici dell’Idea, vollero essere loro stessi esempio di virtù
civiche, morali e politiche, di fedeltà indiscussa nei confronti della guida
della rivoluzione, il duce, spesso descritto come il genio della stirpe, l’Eroe
che con la sua instancabile opera dava quotidianamente prova di rappresentare
pienamente la coscienza e la voce dell’anima del popolo, soprattutto di un
popolo a cui il Fascismo aveva restituito la dignità politica e sociale e
un’unità spirituale che attingeva dalla viva coscienza di appartenere
integralmente all’organismo della nazione. Da questa chiave di lettura
emergeva, quindi, una superiore comunione mistica che legava il Duce al suo
popolo, cementata dalla comune fede fascista, una fede intensa che a sua volta
veniva elevata al rango di una sorta di religione mistico-popolare sacralizzata
dal sangue offerto in sacrificio dai martiri dello squadrismo sull’altare della
rivoluzione, una rivoluzione continua che, come affermava un giovane esponente
della Scuola, procedeva impetuosamente la sua marcia: Gl’italiani della mistica
si sono irradiati tra le file delle generazioni vecchie e nuove e hanno dato il
goccio d’acqua, il pezzo di pane del conforto, hanno sorretto i deboli, hanno
convinto i pusillanimi. La Rivoluzione ha attraversato le ubertose valli della
sua fase politica, ora sale. Guai a chi volesse tentare di derogare alle
direttive di marcia per evitare le asprezze della salita e impedire che dalla
politicità si torni alla rivoluzione piena e travolgente delle ore di audacia e
di lotta. Per queste nobili motivazioni gli esponenti della Mistica fascista
chiesero e ottennero che la scuola divenisse la custode del famoso covo
milanese di via Paolo da Cannobio, il sacrario della rivoluzione delle camicie
nere, appunto il covo del fascio primogenito dove la fede fascista aveva mosso
i primi passi e dove il Duce chiama all’adunata.rossi Un luogo simbolico
carico di suggestivi richiami emozionali, ben presente nell’immaginario
collettivo della militanza squadristica, che avrebbe dovuto essere la fonte di
irradiamento della Mistica fascista verso tutta la Nazione. Il cosiddetto
covo del fascio primogenito rivestì sempre per i mistici fascisti un ruolo
centrale nel loro immaginario dottrinario, rappresentava la fonte mitica della
fede mussoliniana, il principio fondante del Fascismo, era come trascendere il
tempo profano per riapprodare al tempo mitico della purezza dell’idea, un
riaccostamento di ordine metafisico a cui si poteva accedere soltanto
attraverso i miti e i simboli, e la mistica fascista era satura di richiami, di
miti e di simboli: “Qui è tutta l’attualità e la contemporaneità del covo.
Attualità e contemporaneità che non dovranno mai tramontare. Non solo per noi,
infatti, ma per i nostri figli e per i figli dei nostri figli il covo deve e
dovrà essere l’Arca dei valori della Rivoluzione, la bussola cui guardare nei
momenti di indecisione, la guida cui ispirarsi, la stella polare che il
navigante dello Spirito deve vedere sempre alta e lucente davanti a se. E ad
esso oggi, domani, sempre gli italiani dovranno salire in pellegrinaggio, per
meditare, per ispirarsi. Ad esso le generazioni si accosteranno sempre con
stupore religioso per imparare che nulla allo Spirito è impossibile. Il
Fascismo, come spesso ripeteva il Duce, era una fede coltivata nella lotta che
aveva avuto i suoi caduti, i suoi martiri che immortalatisi vestendo la
gloriosa camicia nera la avevano rafforzata e sacralizzata. Se ogni secolo ha
una sua dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il fascismo.
Che sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha suscitato una fede: che
la fede abbia conquistato le anime, lo dimostra il fatto che il Fascismo ha
avuto i suoi caduti e i suoi martiri. Il Fascismo ha oramai nel mondo l’universalità
di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia
dello spirito umano. Adesso, questa fede, attraverso i mistici fascisti
della Scuola aveva trovato i suoi intransigenti custodi e i suoi più
appassionati apostoli. Anche loro si stano preparando al combattimento –
nella sua duplice veste fisica e spirituale – aspirando di potere affrontare
degnamente il supremo sacrificio per il fascismo e onorare così la loro scelta
di vita versando il proprio sangue per la causa rivoluzionaria. Morire
all’ombra dei gagliardetti neri: Mistica dell’azione. Mistica del realismo
eroico. Mistica della fede. Fedeltà che era più forte del fuoco, come narravano
antiche saghe. Che l’intensa e interessante attività svolta dalla Scuola
nell’approfondimento e nell’arricchimento della Dottrina fascista fosse il
risultato di un grande impegno contrassegnato da un’altrettanto grande serietà
venne comprovato dai numerosi riconoscimenti che ricevette, non ultimo
l’apprezzamento e la manifesta simpatia avuta da parte di Julius Evola, ma il
riconoscimento più importante, i mistici, lo ricevettero dal Duce che li
encomiò pubblicamente, incontrando i quadri della Scuola a Palazzo Venezia,
incitandoli a proseguire nel cammino intrapreso quali custodi della purezza
dell’Idea e del mito rivoluzionario: Io vi ho seguito in tutti questi anni da
vicino e con vivissima simpatia perché considero la mistica in primo piano.
Ogni rivoluzione ha infatti tre momenti: si comincia con la mistica, si
continua con la politica, si finisce nell’amministrazione. Quando una
rivoluzione diventa amministrazione si può dire che è terminata, liquidata.
Potrei dimostrarvi che tutte le rivoluzioni sono passate attraverso questo
ciclo: noi che conosciamo la storia dobbiamo impedire che la politica scivoli
nell’amministrazione. Alle origini di ogni rivoluzione c’è la mistica: se la
politica è il contingente, la mistica è l’immanente, essa rappresenta i valori
eterni, essenziali, primordiali. Voi dovete lavorare per l’avvenire. Per far questo
occorre la fede. È facile ad un certo momento deviare nella politica: voi
dovete essere al di fuori e al di sopra delle necessità della politica. Di
queste cose ho parlato in modo molto sommario; ma tutte erano presenti in voi.
Avete tempo di riflettere.” Il secondo conflitto mondiale era però già
iniziato e l’Italia sarebbe entrata in guerra l’anno successivo. I
mistici fascisti volendo essere, fino alle estreme conseguenze, la prima linea
del Fascismo accolsero con felicità ed entusiasmo la notizia, chiedendo
ufficialmente che gli venisse concesso l’Onore dell’arruolamento volontario
“nei più rischiosi reparti di terra, di mare o di cielo”. Subito, ben 169
quadri dirigenti della Scuola partiranno per il fronte, convinti che il
processo rivoluzionario fascista avrebbe avuto una formidabile accelerazione
proprio per effetto della guerra. Molti altri mistici seguiranno a ruota
l’esempio dei loro capi. La loro esemplare condotta evidenzierà una
magnifica esplicazione degli insegnamenti della Tradizione: se hai di fronte
due strade, scegli sempre la più difficile. Poiché c’è sempre una strada per
chi vuole percorrerla. Sia G., sia un’altra figura di eccezionale valore
come Ricci, testimonieranno la loro intransigente coerenza esistenziale e
politica con la scelta del combattimento. Il primo volontario sul fronte
greco-albanese dove troverà eroicamente la morte, il secondo, sempre
volontario, sul fronte africano dove coronerà la propria esistenza di credente
nella fede fascista incontrando, altrettanto eroicamente, la morte a Bir
Gandula sul Gebel cirenaico. Nell’arco di un solo mese il Fascismo perse due
tra i suoi migliori campioni. Le vicende belliche decimarono di fatto il
gruppo dirigente della Scuola che sarà costretta a cessare le sue attività. I
pochi sopravvissuti di quell’esperienza raccolsero di nuovo la chiamata del
Duce aderendo alla Repubblica Sociale Italiana, tra questi Fernando Mezzasoma
che era stato il vicepresidente della Scuola e che ricoprì il dicastero della
propaganda nella RSI, trasportando con il proprio esempio le intime motivazioni
della Mistica fascista nell’esperienza repubblicana: “È questa nostra
intransigenza nei confronti della Dottrina che abbiamo sposato, delle battaglie
che combattemmo, delle realizzazioni che abbiamo attuate, che, se ci consente
di accettare la collaborazione di qualsiasi Italiano in buona fede e di buona
volontà che voglia aiutare la titanica fatica del Duce, ci obbliga tuttavia a
respingere sdegnosamente qualunque patteggiamento con coloro che agiscono al
servizio del nemico, uccidendo a tradimento i nostri migliori compagni di
marcia e di battaglia, con coloro che nell’Italia invasa perseguitano i
fascisti che a migliaia risorgono e insorgono per rendere dura la vita agli
invasori e aprire la strada al nostro ritorno. Questa deve essere oggi la
nostra missione di fascisti. Questo è il comandamento di G.. Questo è il suo
insegnamento. Nel suo nome, e nel nome degli altri caduti, i superstiti della
Scuola di Mistica fascista chiamano a raccolta l’autentici italiani. Anche lui
muore poi assassinato dai partigiani. Andarono tutti volontariamente
incontro alla morte per onorare un patto di fedeltà e di fede che li lega al
Duce e al Fascismo, così facendo coronarono una vita degna e ben vissuta, il
loro abbraccio mistico con il Fascismo si consuma eroicamente in combattimento
e di fronte ai plotoni di esecuzione. Se ancora oggi, dopo i tanti decenni
trascorsi, la loro memoria, la memoria delle tante battaglie ideali e materiali
affrontate, viene nonostante tutto ancora sentita come viva, se il ricordo di
questi uomini caduti con onore non in nome di una passione generica, ma per il
Fascismo, per il compimento di una Rivoluzione che è rimasta scolpita nella
Storia, torna ancora ad emergere non deve assolutamente avvenire perché i vivi
di oggi debbano morire nel loro cuore, struggendosi nella nostalgia del
ricordo, ma deve invece impetuosamente emergere affinché i morti di ieri
possano tornare a vivere tra di noi. Quella marcia, iniziata il 28 Ottobre
1922, non è ancora terminata. Non ci consta che esistessero specifiche
istituzioni pubbliclie, ma in proposito possiamo ricordare numerosi
provvedimenti e diverse associazioni private. Fra quelli, le leggi agrarie, le
disposizioni a favore dei debitori, le distri buzioni semigratuite o gratuite
dì grano, fatte dagli edili; i congiari imperiali (che erano copiose
elargizioni di farina, olio e carne disposte dagli imperatori). Provvidenze che
mi ravano tutte a combattere, direttamente e indirettamente, le cause dell’indigenza
o almeno a paralizzarne gli effetti, ben ché nella loro essenza e origine
avessero carattere politico, cioè fossero prese sopratutto per cattivarsi il
favore e la simpatia della plebe o evitare tumulti e sommosse. Fra le
associazioni, sopratutto bisogna ricordare quelle costituite a scopo mutualistico
; e tale è il carattere dei collegia funeraticia, dei collegia termiorum, delle
casse di soccorso istituite da GIULIO (si veda) Cesare fra i suoi legionari.
Anche nel campo dell’istruzione si devono ricordare istituti privati i quali
istruivano la classe dirigente romana. E’ invece nelle opere pubbliche ohe
specialmente i romani ai distinsero legando ai posteri terme e acquedotti,
palestre e strade, circhi e palazzi olle ancora oggi, in parte, almeno, durano
e sono efficienti. L’ORDINAMENTO SOCIALE DELLO STATO SECONDO LA CONCEZIONE
FASCISTA. LA TEORICA FASCISTA SULLA NATURA E SULLE FUNZIONI DELLO STATO. LA
FUNZIONE SOCIALE DELLO STATO. PRECEDENTI STORICI DELLA FUNZIONE
SOCIALE DELLO STATO NELLA POLITICA E
NELLA LEGISLAZIONE SOCIALE. In Roma sino all’editto di Costantino. Durante il
medioevo.Dopo la riforma protestante. Ordinamento sociale dello Stato fascista.
In Italia. L’evoluzione e la trasformazione della legislazione sociale. La
legislazione sulla beneficenza e sulla assistenza pubblica e privata. La
legislazione sulla mutualità e sulla previdenza. La legislazione del lavoro. La
legislazione sull’istruzione pubblica. La legislazione sull’igiene e sulla
sanità pubblica. La legislazione sui servizi e sulle opere pubbliche. GLI
ELEMENTI DELL’ORDINAMENTO SOCIALE DELLO STATO FASCISTA. I soggetti. Gli
obiettivi . Gli obiettivi relativi ai cittadini in genere. Gli obiettivi
inerenti alle condizioni generali di vita. Gli obiettivi inerenti in
particolare alla fase di formazione e di preparazione del cittadino, a quella
di produttività e a quella di riposo.
Gli obiettivi relativi ai cittadini benemeriti. Gli obiettivi relativi ai
cittadini non risanabili e non
rieducabili. Gli strumenti . Il criterio, profondamente corporativo,
adottato dal legislatore fascista per la scelta degli strumenti attuanti
la politica sociale. La famiglia.
L’associazione professionale. Le istituzioni promananti, singolarmente o
pariteticamente, dalle associazioni professionali. Gli enti locali. Le opere
nazionali parastatali. I limiti. LE ISTITUZIONI DEL NUOVO ORDINAMENTO SOCIALE
DELLO STATO FASCISTA. Di alcune considerazioni preliminari. LE ISTITUZIONI
SOCIALI RELATIVE ALLE CONDIZIONI GENERALI DI VITA DEL CITTADINO. La- legislazione
inerente alla sicurezza, all’igiene e
alla sanità pubblica . Per garantire la sicurezza. Per assicurare
l’igiene e la sanità. La legislazione inerente alla previdenza . Per
incrementare il risparmio. Per potenziare la mutualità. Per favorire la
cooperazione. Per diffondere le assicurazioni Ubere. La legislazione inerente
alla assistenza di soccorso. Per l soccorsi in natura e in contanti. Per i
soccorsi medico-sanitario-ospitalieri. La legislazione inerente alla
propaganda, all'integrazione culturale e al perfezionamento scientìfico . Per
favorire il perfezionamento scientifico. Per la propaganda e l’integrazione
culturale. La legislazione inerente all’integrazione della formazione e
dell’educazione fisica e sportiva. La legislazione inerente alla costituzione e
all’incremento del nucleo familiare . Per favorire la costituzione della
famiglia. Per facilitare l’esistenza e lo sviluppo delia famiglia . La
legislazione inerente a particolari servizi pubblici.Per garantire il
soddisfacimento di bisogni primari. Per assicurare i rapporti e i contatti
economico-sociali. Per valorizzare il patrimonio nazionale. Ordinamento sociale
dello Stato fascista. La legislazione inerente al controlla, <UVadeguamento
e al collegamento ielle istituzioni dell’ordinamento sociale e alla selezione dei suoi soggetti.
Per assicurare il controllo e l’adeguamento delle istituzioni sociali. Per
ottenere il collegamento nell'ambito dell’ordinamento sociale. Per assicurare
la formazione della classe dirigente mediante la selezione totalitaria del
cittadini. IL PARTITO NAZIONALE FASCISTA E LE ORGANIZZAZIONI DIPENDENTI.
Origine, natura e funzione sociale del P. N. F . I Fasci di Combattimento. I
compiti. I soggetti. L’ordinamento. L’Associazione nazionale famiglie Caduti
fascisti e Mutilati e Invalidi per la Causa Nazionale. I compiti. I soggetti.
L’ordinamento. L’Unione nazionale ufficiali in congedo d’Italia I compiti I soggetti . L’ordinamento. L’Unione
nazionale fascista del senato. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. Gruppi
Universitari Fascisti. I compiti. I soggetti.
L’ordinamento. I Fasci di Combattimento. I compiti. I soggetti.
L’ordinamento. I compiti. I soggetti.
L’ordinamento. L’Opera Nazionale Dopolavoro. I compiti. I soggetti. L’ordmamento. Le Associazioni fasciste. I
compiti I soggetti L’ordinamento. Il Comitato intersindacale . I compiti. I soggetti. L'ordinamento.
Gl’Uffici di Collocamento. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. L'Ente Opere
Assistenziali. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. L'Opera Universitaria. I compiti. I soggetti. L’ordinamento. Il Comitato
olimpionico nazionale italiano. I compiti.
I soggetti. L’ordinamento. Di
alcune considerazioni sul P. N. E. La legislazione richiamata. DI ALCUNE
CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLE CONDIZIONI GENERALI DI VITA DEL CITTADINO. Ordinamento sodale
dello Stato fascista. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FORMAZIONE
FISICO-MILITARE E ALLA PREPARAZIONE
PROFESSONALE NAZIONALE DEL CITTADINO. La legislazione inerente al nucleo
familiare per la formazione fisico-militare del cittadino. Per sopperire alla
insufficienza relativa dei mezzi economici della famìglia e sostituirla nella
vacanza di alcune sue funzioni. Per
integrare l’inadeguatezza assoluta di alcuni mezzi della famiglia. L’OPERA NAZIONALE PER LA PROTEZIONE
DELL’INFANZIA. L’origine, la natura e la funzione sociale deU’.O.N.M.I. I
compiti. Per l’integrazione e il coordinamento dell’azione svolta da altri enti o istituti o da privati. Per
la vigilanza e il controllo delle singole istituzioni di assistenza. Per la propaganda e la
vigilanza suU’applieazione delle leggi e
dei regolamenti riguardanti l'assistenza
materna e infantile. I soggetti.
L’ordinamento . Dì alcune considerazioni suli’O. N. M. 1 La legislazione
richiamata. La legislazione inerente all’istruzione e alla formazione
professionale del cittadino. Per garantire l’istruzione professionale del
cittadino sino al 14° anno di età. Per favorire e incrementare l’istruzione
professionale La legislazione inerente all’educazione e alla formazione fisica,
premilitare, morale e nazionale del cittadino.
L’OPERA NAZIONALE BALILLA PER L’ASSISTENZA E L’EDUCAZIONE FISICA E MORALE DEGL’ITALIANI.
L’origine, la natura e la funzione somale dell’O.N.B. I compiti . I soggetti.
L’ordinamento. Di alcune considerazioni sull’O.N.B. La legislazione richiamata.
DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FORMAZIONE
FISICO-MILITARE E ALLA PREPARAZIONE PROFESSIONALE NAZIONALE DEL CITTADINO. LE
ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FASE DI
PRODUTTIVITÀ’ DEL CITTADINO. La legislazione inerente all’azione sociale
attuata dalle associazioni
professionali . Per garantire l’azione sociale da attuarsi direttamente dai sindacati. Per assicurare l’azione
sociale da attuarsi dai sindacati a
mezzo di speciali istituzioni. IL
PATRONATO NAZIONALE PER L’ASSISTENZA SOCIALE. L'origine, la natura e la
funzione sociale del P.N.A.S. I compiti . I soggetti. L’ordinamento. Di alcune
considerazioni sul P.N.A.S. La legislazione richiamata. La legislazione
inerente all’azione sociale attuata dalle corporazioni. Per garantire il
produttore obiettivamente e subiettivamente di fronte alle condizioni del
lavoro. Per tutelare i reciproci rapporti fra i produttori nella loro dualità
di datori di lavoro e di prestatori d’opera . Per favorire ii perfezionamento e
l'elevazione professionale del produttore. Ordinamento sociale dello Stato
fascista. La legislazione inerente alla conservazione dello spirito nazionale e
della preparazione fisico-militare del
produttore. DI ALCUNE
CONSIDERAZIONI SULL’ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE ALLA FASE DI PRODUTTIVITÀ DEL
CITTADINO. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AL PERIODO DI RIPOSO-VECCHIAIA DEL CITTADINO. La
legislazione inerente all’obbligo delle garanzie previdenziali per la fase di
riposo-vecchiaia. La legislazione inerente a speciali interventi statuali a
favore del vecchio bisognoso. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL’ISTITUZIONI
'SOCIALI RELATIVE AL PERIODO DI RIPOSO-VECCHIAIA DEL CITTADINO. LE ISTITUZIONI
RELATIVE AI CITTADINI CHE HANNO BENEMERITATO DALLO STATO. La legislazione
inerente alle benemerenze collettive. La legislazione inerente alle benemerenze
individuali. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AI
CITTADINI BENEMERITI. LE ISTITUZIONI SOCIALI RELATIVE AI CITTADINI MINORATI NON RISANABILI E NON RIEDUCABILI. La
legislazione inerente ai minorati assolutamente non produttori. La legislazione inerente ni minorati
relativamente non produttori. DI ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE ISTITUZIONI
RELATIVE AI CITTADINI MINORATI NON RISANABILI E NON INEDUCABILI.LA POSIZIONE E
I RAPPORTI DI RELAZIONE DEL CITTADINO
NEL NUOVO ORDINAMENTO SOCIALE. Di alcune considerazioni preliminari. LA
POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO DALLA NASCITA ALLA MAGGIORE ETÀ. L’anione
previdenziale e assistenziale dello Stato sino al quinto anno. Per la
costituzione della famiglia.Per la esistenza e l’incremento della famiglia. Per
li cittadino neonato. Per Viilegittimo e l’esposto. Per l’orfano. Per iì
cittadino infante. Di alcune considerazioni sull’azione previdenziale e
assistenziale dello Stato sino al quinto anno. L’azione previdenziale e
assistenziale dello stato dal sesto al quattordicesimo anno. Per la formazione
e lo sviluppo fisico, militare, morale e nazionale. Per la formazione
intellettuale e professionale. Di alcune considerazioni sull’azione
previdenziale e assistenziale dello Stato dal sesto al quattordicesimo anno.
L’azione previdenziale e assistenziale dello stato dal quindicesimo al
ventunesimo anno. Ordinamento sociale dello stato fascista. Per il cittadino
che studia. Per il cittadino che lavora. Di alcune considerazioni sull’azione
previdenziale e assistenziale dello Stato dal quindicesimo al ventunesimo anno.
DA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO PRODUTTORE. L’anione previdenziale e
assistenziale dello Stato per il
cittadino ohe è produttore. L’azione previdenziale e assistenziale dello
Stato per la famiglia e i suoi membri
. LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO A
RIPOSO . LA POLITICA SOCIALE PER IL CITTADINO BENEMERITO. LA POLITICA SOCIALE
PER IL CITTADINO MINORATO NON RISANABILE E NON RIEDUCABILE. LA POLITICA SOCIALE
DELLO STATO FASCISTA. DELL’AZIONE SVOLTA DIRETTAMENTE DALLO STATO ATTRAVERSO AI
SUOI ORGANI. Per la riorganizzazione, il potenziamento e l’estensione della
rete consolare . DELL’AZIONE SVOLTA MEDIANTE LA STIPULAZIONE DI CONVENZIONI BILATERALI E PLURILATERALI E
MEDIANTE L'OPERA DELL’O.I.L. Le convenzioni bilaterali e plurilaterali ..Le
convenzioni intemazionali, le raccomandazioni e le risoluzioni dell'O.I.L . La legislazione
richiamata. Appartene alla categoria dei
mistici per i quali è bello vivere se la vita è nobilmente spesa ma è più bello
morire se la vita è donata all'Idea. Arnaldo Mussolini fu il suo Maestro: da
Arnaldo im parò che prima di agire e costruire è necessario ele varsi,
purificare il proprio spirito, temprare il proprio carattere; allora soltanto
si potrà essere certi che l'azione sarà feconda e l'edificio sicuro. Da Arnaldo
imparò che per conoscere, giudicare e guidare gli al tri è prima
indispensabile conoscere bene se stessi, punire inesorabilmente i propri
difetti, affinare inces santemente le proprie virtù: allora soltanto si potrà
aspirare all'onore del comando. Da Arnaldo impara che solo il sacrificio può
suscitare le opere grandi e buone e distruggere le cose piccole e vili. Ciò
che non costa non vale; ciò che non procura fatica e sof ferenza non
dura; quanto è al di fuori di noi non conta; gli onori, le cariche, le
ricchezze sono effimere e ca duche cose. Quello che importa è quanto è dentro
di noi, perchè è nostro e nessuno potrà mai portarcelo via, neanche a
strapparci la carne viva di dosso. Es sere se stessi in ogni momento, rimanere
se stessi sempre: ecco la più grande conquista degli uomini. Uomo di fede Un
uomo di fede fu G.. E la sua fede era di quelle che non vacillano mai, di
quelle che restano intatte nella buona e nella cattiva sorte e che traggono
anzi dalle difficoltà e dalle sfortune un più profondo contenuto e sempre nuovi
motivi. La sua fede era di quelle alte cui fonti cristalline attingono le
intelligenze chiare e gli animi trasparenti degli uomini puri i quali sanno che
se si vuole raggiungere l'ultima cima, mol te vette bisogna scalare e talvolta
anche scendere da alcune per risalire su aifre vette più alte ancora. In 8
i G. la fede nasceva da un inesausto tormento spi rituale, da
un'ansia incontenibile di elevazione e di conquista per divenire, come dice il poeta,
«cara gioia sopra ia quale ogni virtù sì fonda. Egli credeva in Dio, nel Dio di
noi Italiani fascisti e cattoiici a cui dobbiamo non soltanto il dono
misterioso della vita ma anche il privilegio di averci chiamati a continuare la
missione di civiltà e di giustizia che la gente nostra svolge nel mondo da più
di due millenni. Egli credeva nella dottrina politica enunciata da Mussolini,
scaturita dall'azione, alimentata dalla fede, consacrata dal sa crificio e
nella sua possibilità di instaurare un nuovo sistema di vita, di educare gli
uomini a una visione vasta ed umana delle cose, di creare un nuovo tipo di
civiltà italiana, ed europea. Crede in Mussolini perchè lo considera l'uomo
della provvidenza, l'e sponente di una razza eletta, il fondatore di una ci
viltà universale, il protagonista e l'artefice di una nuòva storia, il
condottiero di giovani generazioni, il DUCE, a cui non occorre chiedere prima
di iniziare la marcia dove ci porta e quando si arriverà perchè dal giorno in
cui un destino fortunato (o pose alla testa —9 ‘1 del suo popolo,
la meta era già nei suoi occhi e la vittoria nel suo pugno. Crede negl’italiani
nati e cresciuti col sorgere del Fascismo, educati alla severa scuola del
Partito e li voleva rivoluzionari nello spirito e nel sangue, gene rosi ed
audaci, pronti alla lotta e alla rinunzia. Sogna va una classe dirigente che
sapesse dimostrare con l'esempio, nelle opere e nel sacrificio, di essere de
gna del nostro grande popolo e del nostro grande Capo; una classe dirigente
fatta di uomini integrali, forti della loro indipendenza morale — la sola ric
chezza umana che non abbia un valore misurabile in denaro — e dotati di tutte
le virtù spirituali, intellet tuali e fisiche che sono indispensabili per
poter eser citare con dignità e con efficacia la missione dei co mando.
Concepiva la famiglia nel senso più tradizio nalmente nostro; amava cioè la
sana numerosa fami glia italiana, ricca di onestà e prodiga di figli, sboc
ciata dall'amore tra l'uomo che vive lavorando o com battendo-per la Patria e
la donna che nel piccolo gran de regno della casa vive nella serena ed operosa
attesa del ritorno di lui; e se l'uomo non tornerà la donna lo piangerà senza
lacrime perchè egli sopravvi va nella fierezza dei figli, I quali
continueranno, nella luce del suo esempio, l'opera sua. Crede nella Patria come
ne « la più pura, la più grande, la più umana delle realtà », amava la Patria
più della propria anima. Tutto per la Patria: fu la sua consegna. Niente per
lui valeva qualche cosa se non serviva alla Patria. Perchè la Patria è tutto e
tutti; sè e gli altri; le generazioni che furono, che sono e saran no; la
storia di ieri, di oggi e di domani. La Patria è la sintesi di tutte le più
nobili aspirazioni. Essa è fatta di uomini da rendere sempre più degni e di
territori da fare sempre più vasti. Per essa si lavora, si soffre, si spera;
per essa si combatte, si vince o si muore. Giornalista della Rivoluzione e
Maestro dei giovani Niccolò Giani fu un giornalista della Rivoluzione. Egli
intendeva il giornalismo come una scuola di vita, come uno strumento di
educazione e di formazione. Dalle agili colonne del suo giornale, la Cronaca
Prealpina, e da quelle della sua rivista DOTTRINA FASCISTA si battè
accanitamente per la creazione di un giornalismo rivoluzionario, dinamico,
coraggioso, un giornalismo che fosse in grado di svolgere una fun zione costruttiva
di divulgazione, di propulsione e di controllo, un giornalismo che fosse degno
di essere considerato un'arma affilata della Rivoluzione. Ma soprattutto
maestro dei giovani egli fu. All'Insegnamento si consacra con il religioso
fervore con il quale sole dedicarsi a tutte le attività rivolte agl’italiani.
All'ateneo di Pavia, al centro di preparazione politica, alla scuola di MISTICA
FASCISTA egli porta il contributo della sua beila cultura fatta di conoscenza
e di azione, illuminata dalla fede, riscaldata dal sentimento, Alla Scuola di
Mistica da la parte migliore di se stesso. Tutto quello che di buono e di
meritevole è stato fatto dalla scuola — ha detto Mussolini, nostro Presidente —
proviene unicamente da lui. Bisogna ricordarlo sempre e presentarlo come un
mirabile esempio agl’italiani che in lui potranno vedere l'espressione più
sublime di obbedienza ai comandamenti del Duce. È il migliore tra noi: il
più limpido, ii più generoso, ii più puro. Delia nostra mistica fede è
l'aifiere più ardilo e i'apostolo più acceso. Egli voieva che dalia nostra
Scuoia uscissero ì missionari, i portatori del no stro credo politico ed è
egli stesso il più tenace e il più convinto assertore dei principi che sono a
fondamento della nostra dottrina. La scuola sorge con lui per la volontà di un
manipoio di credenti che egli chiama i disperati del FASCISMO, così come gli
squadristi un tempo amano chiamarsi FASCISTI arrabbiati. All'inizio la scuola è
un'attività de! Guf milanese. Divenne quindi un'attività di tutti i gruppi fascisti
universitari. Oggi si è imposta al rispetto e ail'attenzione di tutti i
fascisti. La sua opera è rivolta agl’italiani, ma la sua azione è seguita ed
amata anche dai camerati della vecchia guardia che vedono con intima gioia
esaltate e rinnovate ogni giorno, dagl’allievi della scuola, le due più
preziose virtù dello squa drismo: la fedeltà e la intransigenza. I camerati
della vecchia guardia milanese sanno che il, nome di Niccolò Giani è legato
alla riapertura del Covo di Via Paolo da Cannobio, prima sede del « Popolo
d'Italia », prima trincea del Fascismo, che il Duce ha voluto affidare in
gelosa custodia ai giovani della Scuola di Mistica perchè le giovani
generazioni, accostandosi alle sorgenti genuine delia nostra Ri voluzione,
cogliessero, dall'umile grandezza delle ori gini, la poesia e il fermento
delia vigilia. G. è soprattutto un fedele ed un in transigente. Taluni
potrebbero chiamarlo un fanatico, ma solo I fanatici sanno dare movimento col
sangue «alla ruota sonante della storia». Il suo spirito si ribellava a
qualunque forma di com promesso; sul terreno della fede non ammetteva pat
teggiamenti; il bello, il buono, il vero sono da un lato della barricata;
dall'altra parte c'è il brutto, il male, la meschinità. Mi piace di ricordarlo
ai Convegno di Mistica: eravamo alla vigilia delia nostra guer ra di
liberazione e c'era in tutti noi una febbrile im pazienza di decisione. Il
tema del Convegno era bru ciante: «Perchè siamo dei mistici?». I problemi
dell'inteiligenza e deila cultura furono esaminati al lume della fede; i poveri
dì fede furono sbaragliati e G. dichiarò guerra a viso aperto a tutti gli
spiriti troppo raziocinanti, agli innamorati della ricerca fredda e del
ragionamento calcolatore. La dottrina che conquista è quella che sorge dalla
fede e non quella che discende dalla indagine arida ed oziosa; la cultura che
costruisce è quella che pene tra e trasforma e non quella che resta gelida ed
inerte. li Convegno si svolse in un'atmosfera di fuoco e la risposta al tema
che fu oggetto dei nostri appassionati dibattiti fu data dallo stesso G.:
Fascismo uguale a spirito, uguale a mistica, uguale a combattimento, uguale a
vittoria. Perchè credere non si può se non si è mistici, combattere non si può
se non si crede, e vincere non si può se non si combatte. Fu in quel Convegno,
ò giovani camerati della Scuola di Mistica, che i giovani della generazione del
Littorio affermarono solennemente il loro diritto al combat
timento, Soldato dì Mussolini G. è tra i primi a partire. C'èin lui la
preoccupazione morbosa di stabilire coi fatti una coe renza perfetta tra il
pensiero e l'azione. Aveva già partecipalo come volontario alla guerra per la
con quista dell'Impero, aveva chiesto ripetutamente di partire per la Spagna e
non gli era stato concesso; finalmente sopraggiungeva la nuova prova lungamente
attesa. Chi lo vide tenente degli alpini al fronte occidentale lo ricorda come
un esempio di disciplina e di ardi mento. Ma la parentesi fu troppo breve:
tornò insod disfatto, Andò in Africa settentrionale come corrispon dente di
guerra del popolo d'Italia. Ma quando sa che il suo reggimento è già sul fronte
greco chiede di raggiungerlo. Non puo vivere lontano dai suoi alpini, gli
sembra un tradimento. Parte per non tornare. Tre volte si offre per azioni
rischiose, tre volte è appagato, la terza volta è l'ultima. I suoi uomini lo
adorano. Con lui sarebbero andati dovunque: potenza insuperabile dell'esempio!
Anda con un manipolo d’alpini a raggiungere una vetta lontana per compiere una
ricognizione sulle posizioni del nemico. Assolge il suo compito felicemente e
rapidamente, ma prosegue oltre. Il suo programma è un altro. Incontra poco
prima, lungo il cammino, un camerata di Milano e gli affida l'incarico di
salutare per lui tutti gli amici di mistica e di comunicare loro che egli è
partito per un'impresa della quale si sarebbe dovuto parlare. Mantenne la
promessa. Alla testa dei suoi alpini raggiunge un'altra vetta, sulla quale alta
sfolgora la luce della gloria, e a bombe a mano assalì un presidio greco.
Circondato, lotta eroicamente, fino a quando una pallottola gli recise la
gola, gli spezza la vita, soffoca il suo canto.. Così cadde G. Egli è morto
come è vissuto, non per sè ma per gl’altri. È triste non potergli più vivere
accanto, non poter più rinfrescare il nostro spirito alia polla purissima della
sua fede. Ma egli chiuse la sua vita terrena in modo degno di luì, Arnaldo gli
insegna che il segreto della vita è tutto qui; saper vivere, saper morire, nel
modo più degno. G. vuole insegnare agl’italiani come deve vìvere e come sa
morire un italiano di Mussolini. La nostra scuola, o camerati di mistica, non
lo onora col pianto che egli non approva. Il nostro ciglio è asciutto anche se
il cuore in questo momento acce lera il ritmo dei suoi palpiti. Ma noi
sentiamo che non un vuoto egli ha lasciato nelle nostre file, li suo spirito
inquieto è con noi, dinanzi a noi, oggi come non mai, ad additarci la strada
che conduce alla vittoria, ad ammonirci che il suo tormento deve essere anche
il nostro tormento, la sua ansia anche la nostra ansia, il suo amore anche il
nostro amore, oggi, domani, sempre. E noi sentiamo che Arnaldo, il suo ed il
nostro maestro, lo ha accolto nell'altra esistenza, accanto al suo figlio
prediletto e agli altri martiri delia nostra scuola, come il migliore dei suoi
discepoli. Il mito di Roma contro Si guardi Ro- il mito di Jehova in ma
repubblicana. Catone, Cicerone, Quale è il suo Tacito, Giovenale ideale? Ce lo
di- e negli Imperatori ce Marco Porcio Cato rie CATONE nel suo De Agri cultura
laddove scrive che i romani quando lodavano un uomo dabbene, lo chiamavano buon
agricoltore, buon colono. E con ciò si ritene di dare la maggiore lode a colui
che così veniva chiamato. E ciò per chè dalla classe degli agricoltori nascono
gli uomini più forti e i soldati più valorosi e coloro che si dedicano a tale
occupazione non concepiscono cattivi propositi. Queste parole, questo saggio
romano le scrive esattamente, nello stesso periodo in cui Roma combatte
l’ultima e definitiva partita con la semita Cartagine. Ma, a questo proposito,
ci si è mai chiesto perchè poi Cartagine è delendam, perchè Roma s’è fissata
ili questo mito della distruzione totale della città di Annibaie? La risposta è
una sola. La lotta tra le due rivali infatti non è solo politica ed economica.
È ben di più. È lotta di civiltà, di sistema di vita. Roma rurale, Roma
gerarchica, Roma guerriera ed eroica combatte anche la Cartagine dei mercanti
e della demagogia. Ecco perchè non è strano, ma, anzi, logico, necessario
addirittura, che l’uomo che in senato termina i suoi discorsi col noto ceterum
censeo Carthaginem delendam esse è lo stesso che nel suo De Agri cultura pone
l’ideale romano nella gente nata dai campi, cresciuta in mezzo alle bellezze e
alle forze della terra, temprata nelle lotte aperte e solari della natura. Più
di un secolo dopo, un altro grande romano, che gli ebrei aveva conosciuto
perchè uno di 16 essi, Apollonio Molone, come ci dice il giudeo
Lazare, aveva avuto per maestro: CICERONE, tuo nerà anche lui contro la loro
mentalità. Il tenere testa alla turba giudaica che spesso schiamazza nelle
riunioni popolari e farlo nel l’interesse della Repubblica è prova di saldi
principi, dice infatti CICERONE rivolto a LELIO nella sua orazione Pro
Fiacco. E nel suo De Officiis si legge questo aneddoto che dice anche ai sordi
in quale dispregio avessero i romani i trafficanti di denaro. Ecco infatti
come Cicerone racconta che Catone risponde a chi lo interroga va sul miglior
modo di amministrare i propri beni. Bene pascere. E in quale altro modo? è
richiesto a Catone. Salis bene pascere, è la risposta. E poi? Arare, egli dice
ancora. £ che ne pensi del prestare ad usura?cioè del prestare denaro a
interesse. Risponde Catone. E tu che ne pensi dell’uccidere un uomo? Come,
quindi, i romani, con mentalità siffatta, avrebbero potuto, non dico
apprezzare, ma solo riconoscere la mentalità ebraica? E se è vero che con
l’Ambasciata di Giuda Maccabeo si iniziano i primi rapporti diplomatici tra
Roma e Gerusalemme, se è vero che seguono altre ambasciate, se è vero che GIULIO
(si veda) Cesare e OTTAVIANO (si veda) li tollerano, è altrettanto vero che gl’ebrei
anziché essere grati e devoti allo stato romano ricambiario con disordini e con
tradimenti la generosità dei Cesari, al punto che Claudio, da un decreto di
tolleranza passa alla loro espulsione e ciò per chè, come testimoniano
numerosi scrittori latini — da Persio a Ovidio, da Svetonio a Plinio, da
Tacito a Giovenale — gli Ebrei conside rano come profano tutto ciò che da noi
è consi derato sacro (cfr. Tacito, Hist.); per chè essi hanno un culto
particolare, leggi par ticolari, disprezzano le leggi romane (cfr. Giovenale,
Im. Lat.). Colle generazioni questo contrasto di civiltà e questa antitesi di
istituzioni si acuiscono. È così che si arriva alla spedizione di Tito:
all’assedio e alla distruzione di Gerusalemme. E in tal mo do, due secoli dopo
Cartagine, anche sull’or goglioso regno di Giudea passa l’aratro romano e
viene cosparso il sale. Così quei giudei che pretendevano di essere il popolo
eletto e che per invidia di capi e per in comprensione ingenerosa di popolo
avevano tra dito e condannato nostro Signore Gesù Cristo; quegli eredi del
Profeta che smentirono la profe zia compiuta, furono dispersi per il mondo. La
profezia del Golgota ebbe in tal modo realizza zione per mano di Tito, di quel
Tito, il cui arco, forse per imperscrutabile volontà di quel Dio che egli
inconsciamente servì, s’aderge ancora intatto contro il cielo eterno di Roma,
quasi a testimonia re e ammonire le genti e il mondo intero della giustizia e
della verità che promanano dai sette colli sacrati all’Impero del Littorio e
alla Chiesa di Cristo. Nome compiuto: Niccolò Giani. Giani. Keywords: implicature
mistica, mistico, il mistico – la mistica del liberalismo – la mistica del
comunismo – la mistica della democrazia – la mistica del socialismo – filosofia
politica – dottrina liberale – dottrina comunista – dottrina democratica –
dottrina socialista, fascismo --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giani” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza -- Grice e Giani: la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale della radice italica del
melodramma – filosofia torinese – la scuola di Torino – filosofia piemontese --
filosofia italiana – Luigi Speranza (Torino).
Filosofo
torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Torino, Piemonte. Grice: “I
love Giani; for one, he was less fanatic than Nietzsche, even if it is
Nietzsche’s fanaticism that attracts Strawson! For one Giani is more careful:
if ‘music’ comes from the muses, which are Apollonian, why has Nietzsche to
emphasise in a piece of bad rhetoric, that tragedy has its birth in the
‘spirit’ of “music” – surely Nietzsche means ‘Dionysian,’ but there’s no
‘music’ in Dionysus, only noise! Trust
an Italian to correct Nietzsche on that point!” -- Appartene ad una famiglia dell'alta
borghesia torinese con spiccate inclinazioni per la musica e per l'arte: lo
zio Giuseppe (Cerano d'Intelvi) e pittore piuttosto noto, docente
all'Accademia Albertina, così come il figlio di lui Giovanni (Torino). Si
dedica al violino e condusse contemporaneamente gli studi fino alla laurea. Si interessa inoltre al
fermento filosofico di fine Ottocento, a Spencer, ma soprattutto Nietzsche: di
Così parla Zarathustra eavrebbe in seguito dato una traduzione, a partire dalla
seconda edizione italiana (Torino, Bocca). Si appassiona, inoltre, al teatro
musicale di Wagner, così come altri intellettuali torinesi, e lo
difende. Risale la fondazione, per opera sua e dell'amico editore Bocca,
della Rivista musicale italiana, in cui inizialmente hanno parte preponderante
gli scritti di G., soprattutto recensioni sul teatro musicale contemporaneo e
note sui testi poetici da musicare, anche se va probabilmente ascritto a Giani
anche l'editoriale programmatico del primo numero, all'interno di una rivista
che si propone di ospitare scritti musicologici ispirati al metodo
positivistico diffuso tra i due secoli, pur restando aperta all'apporto di
altre correnti filosofiche quali quelle dell'idealismo. In “Per l'arte
aristocratica”, dimostra le doti di polemista che lo avrebbero accompagnato per
tutta la vita: in esso si confuta un giudizio di Torchi e si afferma che la
cosiddetta "arte per l'arte" non solo non è immorale, ma è anzi la
naturale evoluzione e conclusione dello sviluppo storico di questa
manifestazione dello spirito umano. Dedica un saggio al “Nerone” di Boito,
che egli da allora considera incondizionatamente un maestro: al tempo Boito
aveva reso pubblico il solo testo del Nerone, che venne accolto molto
vivacemente e con alterna fortuna dall'ambiente letterario italiano. La
posizione intorno al Nerone è singolare e indicativa di quali fossero i
requisiti che la cerchia di G. e Bocca ricercava nell'opera musicale. Questa
tragedia farebbe parte del novero delle tragedie vere, quelle in cui ritmo,
suono della parola, gesto, musica concorrono alla creazione di un che di
superiore. Tuttavia, quando la musica del Nerone fu resa nota postuma, dichiara
una certa delusione. Uomo dalla cultura enciclopedica, versato con competenza
anche negli studi di letteratura, G. cura L'estetica di Leopardi. Vede in Leopardi
il luogo in cui le immagini della sua poesia si comporrebbero in un universo
etico ed estetico coerente. All'interno della storia della critica leopardiana,
pare avvicinabile ora alla posizione di Croce, di distinzione tra il momento
della poesia e il momento della riflessione, ora a quelle positivistiche.
Singolarmente,parla di musica e dell'analogia tra il ruolo del coro greco e il
ruolo del coro nelle Operette morali solo nella conclusione, benché in termini
acuti. Avrebbe contribuito ad un ulteriore campo degli studi letterari,
quello della musica nel mondo antico. Apparve “Gli spiriti della musica nella
tragedia” -- Fin dal saggio, si richiama alla nota opera di Nietzsche, “La
nascita della tragedia dallo spirito della musica”. G. non condivide l'opinione
di Nietzsche secondo cui il razionalismo del teatro di Euripide avrebbe spento
la portata dionisiaca della tragedia. La tragedia di Euripide permane ad un
livello musicale altissimo. Per affermare questo ricostruisce il ruolo della
musica nei testi tragici sulla base delle fonti antiche, dedicandosi alle
singole parti e forme musicali dei drammi, sempre attento a sottolineare la
valenza estetica complessiva della tragedia o melodramma, ma nel contempo senza
trascurare le posizioni metodologiche della scuola filologica. Fino ad
allora non aveva stretto profondi legami con i musicisti coevi (eccettuato Boito),
si avvicina sempre più alle compositori. Saluta con favore Bastianelli e Pizzetti,
approvandone principalmente le posizioni estetiche e la ricerca di una certa
spiritualità nella music, tipica dei due esponenti del circolo fiorentino della
Voce, ma prese le distanze ben presto dalle loro prove compositive, in
particolare dai drammi musicali di Pizzetti, che non parvero a opere d'arte
totalmente compiute. Un legame creativo e biografico molto più stretto
strinse con Ghedini, anche per via delle comuni frequentazioni torinesi: per
Ghedini, che sta ancora cercando una personale posizione estetica e anda
raggiungendo progressivamente le conquiste di stile e di linguaggio che lo
avrebbero reso famoso, Giani valse come una sorta di pigmalione, suggerendo
testi da musicare per le liriche e esaminando con occhio critico le
composizioni di Ghedini. G. stesso è librettista. Ridusse L'Intrusa di Maeterlinck,
musicata da Ghedini ma mai rappresentata, e scrive Esther per Pannain. Divenne
molto noto in tutta Italia per i suoi saggi di radicale confutazione di Croce.
Non è particolarmente ostile all'idealismo di Croce, anzi considera la teoria
dell'arte come intuizione una delle chiavi per la valutazione della creatività
anche musicale e teatrale. Tuttavia, a mano a mano che l'estetica di Croce viene
sistematizzata dal suo stesso autore, ma soprattutto da alcuni suoi pedestri
seguaci mal tollerati dal nostro, attacca tale concezione con il bellicoso
pseudonimo di Luigi Pagano in La fionda di Davide, criticando che in essa non
vi fosse posto per il lato tecnico e materiale della creazione e che
addirittura la stessa musica non fosse stata debitamente considerata da Croce
al medesimo livello delle altre arti che diedero lustro al passato
italiano. Il posto di G. nella storia della musicografia è tutto
particolare. Pestalozza vi ha addirittura visto un predecessore della
“fenomenologia musicale.”In realtà, ad un attento esame quantitativo dei suoi
scritti, pare essersi dedicato assai poco a questa o quella musica in
particolare, mentre il suo contributo fu assolutamente preponderante nei temi
di estetica musicale.Fu una voce originale, fuori dal coro, che inizialmente
difese il dramma di Wagner, quindi auspice fermamente all'interno dei testi
musicati dai compositori qualità come la purezza e la letterarietà, infine spronò,
pur da lontano, i compositori ad una libertà adogmatica e ad una ricerca continua
di stile e di linguaggio, rendendoli attenti alla peculiarità della musica, che
doveva essere cosa che egli ripete spessissimo nei suoi scrittila figuratrice
dell'invisibile, cioè l'elemento che dà corpo alle sensazioni, alle
suggestioni, alle fantasie suscitate dai testi musicati e non immediatamente in
essi esplicate. Una posizione la sua che può essere paragonata a quella del
"critico-artista" teorizzata da Wilde, che G. ben conosce: un
"critico-artista" nel senso di ri-creatore dei percorsi attraverso
cui la composizione è venuta alla luce, e ignoti al compositore stesso, ma nei
quali quest'ultimo riesce a identificarsi una volta che il critico li rivela a
lui e al mondo. Dispose per testamento che i suoi libri venissero donati
"ad una biblioteca di piccola Città preferibilmente Pinerolo" e
proprio presso la Biblioteca Civica "Camillo Alliaudi" di Pinerolo
ora si trovano, presso il Fondo che prese il suo nome. Altre saggi: “Per
l'arte aristocratica (in proposito di uno studio di Luigi Torchi), in “Rivista
Musicale Italiana”, -- aristocrazia, democrazia, crazia – kratos – il concetto
di potere -- Il “Nerone” di Arrigo
Boito, in “Rivista Musicale Italiana”, L'estetica di Leopardi, Torino, Bocca, con
lo pseudonimo di Anticlo: Gli spiriti della musica nella tragedia greca,
Rivista Musicale Italiana, Milano, Bottega di Poesia, L'amore nel Canzoniere di
Francesco Petrarca, Torino, Bocca, con lo pseudonimo di Luigi Pagano: La
fionda di Davide. Saggi critici (Boito, Pizzetti, Croce), Torino, Bocca. Dizionario
Biografico degli Italiani Cesare Botto Micca, in morte di Romualdo Giani, in
“Rivista Musicale Italiana”, Annibale Pastore, In memoria, Rivista Musicale
Italiana, Vajro, Rivista Musicale Italiana, Pestalozza, Introduzione a «La
Rassegna Musicale». Antologia, Luigi Pestalozza, Milano, Feltrinelli, Guido M.
Gatti, Torino musicale del passato, in «Nuova Rivista Musicale Italiana».
Guglielmo Berutto, Il Piemonte e la musica, Torino, in proprio, ad vocem.
Baldi, “Fotografare l'anima” -- Romualdo Giani e Giorgio Federico Ghedini, in
“Bollettino della Società Storica Pinerolese”, Cavallo,La vita, il fondo
musicale, le collaborazioni musicologiche e gli interessi letterari, Pinerolo,
Società Storica Pinerolese,. Con contributi di Casagrande, Baldi, Betta, Cavallo, Balbo, Fenoglio. GIANI,
Romualdo. Nasce a Torino da Francesco e da Clementina Guidoni, originari della
Valle d'Intelvi. Laureatosi in giurisprudenza non ancora ventenne,
esercita l'avvocatura patrocinando esclusivamente cause civili nel settore
commerciale. Allo stesso tempo si occupò con continuità di arte e letteratura.
Creativo e versatile, ebbe profonde conoscenze della storia e della tecnica
delle diverse arti, ampliate dai numerosi viaggi effettuati nelle principali
città d'arte europee. È tra i fondatori, con l'amico editore Bocca, della
Rivista musicale italiana, alla quale collaborò ininterrottamente per
trentasette anni, spesso valendosi di pseudonimi. Esordì sul primo numero
della rivista con la critica "I Medici". Parole e musica di
Leoncavallo. Il dramma (Riv. mus. italiana); sullo stesso numero diede il via
alla rubrica Note sulla poesia per musica(ibid.), ove poneva in luce difetti e
pregi dei testi inviati da autori sconosciuti per dimostrare che la poesia del
melodramma era forma d'arte. In Per l'arte aristocratica, sostenne una
vivace polemica con Torchi sull'autonomia dell'arte, alla quale parteciparono
Pilo, Garoglio, Foulliée e altri; G. volle dimostrare che la formula
"l'arte per l'arte" o "l'arte aristocratica" non era cosa
assurda e immorale, come sostenuto dal Torchi, ma l'ultimo effetto di
un'evoluzione. Pubblica il saggio critico Il "Nerone"di Boito
(Torino; cfr. Riv. mus. ital.), che gli procurò l'amicizia dell'autore, il
quale gli inviò numerose lettere in cui si dichiarava suo grande ammiratore.
Nel volume L'estetica nei Pensieri di Leopardi (Torino; cfr. Riv. musicale italiana)
G. oltre a ricostruire il pensiero estetico del poeta di Recanati, ne esaminò
anche le teorie sull'arte musicale. Per la Biblioteca di scienze moderne del
Bocca, è stato pubblicato Così parlò Zaratustra di Nietzsche, tradotto da
Weisel; G., ritenendo la traduzione non fedele all'originale, ne appronta una
nuova versione d'accordo con Weisel, pubblicata, sempre dal Bocca. Con lo
pseudonimo di Anticlo, da alle stampe lo studio Gli spiriti della musica nella
tragedia greca (Milano; Riv. musicale italiana). Durante il primo conflitto
mondiale usce L'amore nel Canzoniere di Petrarca (Torino; in appendice Nota sul
suono e sul ritmo), considerata dalla critica, forse, la sua opera più
riuscita. G. inoltre traduce per diletto dal latino, soprattutto TIBULLO
(si veda) ed ORAZIO (si veda), e dal francese; come poeta pubblicò nel 1920
soltanto due libretti d'opera: Esther (Riv. musicale italiana), tragedia lirica
in tre atti ispirata dal testo biblico, mai musicata, sebbene offerta dal G. a
Pizzetti, e L'Intrusa, un atto per musica, tratto dal dramma in prosa di
Maeterlinck, musicato dapprima da Ghedini (non rappresentato), e poi da G.
Pannain, che la rappresenta a Genova. La pubblicazione dell'articolo Il
Vangelo e il Breviario,celebrazione dell'estetica crociana (Riv. musicale
italiana), apparso sotto lo pseudonimo di Luigi Pagano, rappresentò un attacco
all'estetica crociana che diede origine a una polemica col Croce stesso. G.,
con logica inflessibile, dimostrò infondati alcuni concetti del filosofo, come
l'eccessivo idealismo che considerava la musica estranea ai fenomeni fisici che
la originano e alla tecnica, espressi in Estetica come scienza dell'espressione
e linguistica generale (1902) e nel Breviario di estetica, opere che G.
ironicamente chiama Vangelo e Breviario. Con Socrate e la pulce (ibid.)
rispondeva allo scritto La musica e l'estetica dell'idealismo, in cui Pannain
assume la difesa delle tesi crociane. Questi saggi, compreso quello del
Pannain, furono raccolti in seguito nel volume La fionda di Davide Torino
insieme con uno studio sul Boito, e la critica a Debora e Jaele di Pizzetti,
giudicata un'opera mancata. Contemporaneamente G. pubblica il Sillabario di
estetica (Riv. musicale italiana), e a conclusione della polemica aggiungeva
una Nota crociana, nel capitolo terzo de La fionda di Davide, in cui
evidenziava ancora altre contraddizioni nella teoria di Croce. La polemica si
riaprì con lo scritto La favola dell'aridità con il quale G. insorgeva, in
difesa del Seicento musicale italiano, contro un'affermazione del Croce che
definiva "età di aridità creativa" il secolo; la rettifica crociana
Obiettanti e seccatori non soddisfece G., che replica con Il parto
settimello. G. scrive inoltre numerose recensioni e articoli sulla
Rivista musicale italiana e sulla Rassegna musicale, a cui collabora, spesso
sotto gli altri pseudonimi di H. Giraud e A. Cannella. G. muore a Torino. Oltre
agli saggi citati si ricordano: Savitri"Idillio drammatico indiano in tre
atti di L.A. Villanis. Musica di N. Canti. La poesia, in Rivista musicale
italiana; Note marginali agl’Intermezzi critici di Pizzetti; Note Leopardiane,
in Campo Torino; Estetica nuova; Per una biografia di Berlioz; Melodramma e
dramma musicale, Adler, G., Gli spiriti della musica nella tragedia greca, Riv.
mus. ital., Ronga, In morte di G., ibid., Botto Micca, G. (Lo scrittore e il
critico), in Il pensiero di Bergamo, Pastore, In memoria di G., Riv. musicale
italiana, Vajro, G., Angelis, Diz. dei musicisti, Roma; Diz. encicl. univ.
della musica e dei musicisti, Le biografie. Nome compiuto: Romualdo Giani. Giani.
Keywords: implicatura. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Giani” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannantoni:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della dialettica – filosofia
perugiana – la scuola di Perugia – filosofia umbra -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Perugia). Abstract. Grice: “I realised
that my attacks on the philosophismata so frequent at Oxford at the time relied
on a theory of ‘significaio’ that took cooperative conversation as basic – what
G. calls the ‘principio dialogo’!” Keywords: principio dialogo. Filosofo
perugiano. Filosofo umbro. Filosofo italiano. Perugia, Umbria. Grice: “I love
Giannantoni; for one, he believes, with me, that there is Athenian dialectic,
Roman dialectic, Florentine dialectic and Oxonian dialectic; like me, he has
explored mostly ‘Athenian dialectic,’ and he has noted that its birth
(‘nascita’) is in the ‘dialogo socratico,’ so it should surprise nobody that I
have based my philosophy on the facts of conversation!” Si laurea a Roma sotto Calogero. In “Il dialogo di
Socrate e la dialettica di Platone” attribuisce a Socrate una concezione molto
laica della del divino e della religione (Religiosità, che Socrate, il quale
era certamente una personalità religiosa, intendeva in modo del tutto diverso
da come comunemente era sentita a quell'epoca»). La sua dottrina
storico-filosofica si fonda sul principio che ogni seria riflessione filosofica
si debba basare su un'accurata e rigorosa ricerca filologica delle fonti.Questo
spiega l'enorme dispiego di tempo dedicato all'elaborare la sua opera
monumentale, Reliche di Socrate” (Socratis et Socraticorum reliquiæ). G. ha
sempre seguito il criterio di Croce e Gramsci, secondo cui l'esposizione di un
filosofo debba avvenire tramite l'esame storico cronologico (unita
longitudinale) delle sue opere, allo scopo di prendere consapevolezza
dell'evoluzione della dottrina e di separare da questa ogni sovrapposizione
interpretativa personale non adeguatamente basata sulle fonti. Convinto dell'onestà intellettuale come
valore fondamentale cui deve rifarsi ogni interprete della storia della
filosofia, capace perciò di rinunciare di fronte alla ricostruzione filologica
dei testi anche alle proprie più profonde convinzioni personali. Traccia un
profilo ideale dello storico autentico della filosofia, che ha il dovere di
farsi filologo rigoroso per avvicinarsi il più possibile al mondo del filosofo
da lui studiato», ben sapendo che ciò non basta ancora se non è accompagnato da
una sensibilità filosofica e da una consapevolezza teoretica e storica insieme.
Di qui conclude il fascino di una ricerca che, rendendoci consapevoli di una
grande quantità di problemi altrimenti inavvertiti, termina in un autentico
arricchimento spirituale. Il suo insegnamento è stato caratterizzato dalla
volontà di essere semplice e chiaro nell'espressione del pensiero considerando
questo un dovere morale dell'intellettuale nei confronti degli altri studiosi.
Anche allo scopo di realizzare una scrittura filosofica quanto più scientificamente
precisa, ha compiuto studi approfonditi sulla logica di Aristotele e sulla
storia della semantica filosofica (teoria del segno). Nella sua vita e nella
dottrina si è sempre impegnato nel mettere in pratica l'insegnamento socratico,
così come fece il suo maestro Calogero: insegnando la conversazione basatio
sulla regola d’oro: il rispetto verso il co-conversazionalista. Cura I Presocratici
di Diels e Kranz. Altre saggi: La metafisica dei lizii (Roma, Rai); “Che cosa
ha veramente detto Socrate” (Roma, Ubaldini); Cirenaici (Firenze: Sansoni);
“Filosofia romana” (Napoli: Bibliopolis); “Filosofia italica in eta antica” (Milano:
Vallardi); Le filosofie e le scienze contemporanee, Torino: Loescher, I fondamenti
della logica de’ lizii” (Firenze: La nuova Italia); Le forme classiche Torino:
Loescher, Volpe Roma: Riuniti, Socrate. Tutte le testimonianze: Da Aristotfane
e Senofonte ai Padri cristiani; Bari: Laterza, Aristotele. Opere; introduzione
e indice dei nomi, Roma; Bari: Laterza, Epicuro. Opere, frammenti, testimonianze
sulla sua vita; Bignone; Bari: Laterza, I presocratici: testimonianze e
frammenti Bari: Laterza, Profilo di storia della filosofia, Torino: Loescher.
La razionalitàmTorino: Loescher, Socratis et Socraticorum Reliquiæ. Collegit,
disposuit, apparatibus notisque instruxit G.,
Bibliopolis. Anthropine Sophia. Studi di filologia e storiografia
filosofica in memoria di Gabriele Giannantoni; Introduzione di Adorno: per G.:
un dialogo, Bibliopolis (collana Elenchos). Deputati della legislatura. Op.cit. Centrone, ed. Bibliopolis, Enciclopedia
Treccani, Centrone, Bibliopolis, Edizioni di filosofia, ILIESI CNR La traduzione dei Presocratici da parte di G.
è stata criticata da Reale nell'introduzione alla sua nuova traduzione dei
Presocratici, critiche riportate in due articoli-intervista comparsi sul
Corriere della Sera nei quali G., di
formazione gramsciana veniva accusato come curatore della "vecchia"
edizione laterziana di avervi perpetrato «una certa manomissione del sapere
filosofico», in ossequio all'ideologia e all’egemonia culturale marxista. Interpretazioni
del pensiero di Socrate#Socrate: l'interpretazione di G. Calogero La teoria sul
pensiero greco arcaico. Per chi abbia svolto la propria attività di
ricerca o abbia compiuto la propria formazione scientifica nell’ambito della
storiografia filosofica, il nome di G. (Perugia – Roma) è legato anche al
Centro di Studio del Pensiero Antico, dal Consiglio Nazionale delle Ricerche
Roma,1 su richiesta, appunto, di G.– in sostituzione del precedente Centro di
Studio per la Storia della Storiografia Filosofica –, il Centro di Studio del
Pensiero Antico si inserì nel panorama nazionale e internazionale della ricerca
storica come una realtà innovativa e contribuì allo sviluppo di una disciplina,
la storia della filosofia antica, appartenente al duplice contesto della
storiografia filosofica e delle scienze dell’antichità. Il Centro fu attivo in
modo autonomo fino al 2001, quando, a seguito di una riforma che ridisegnò la
rete scientifica del Consiglio Nazionale delle Ricerche, esso fu accorpato con
il Centro di Studio per il Lessico Intellettuale Europeo per dar vita all’
Istituto per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee, sotto la
direzione di Gregory. L’attività del Centro di Studio del Pensiero Antico fu
inevitabilmente legata al percorso intellettuale e di ricerca del suo
fondatore, benché in modo non esclusivo. In questo breve profilo si cercherà di
rievocare, in primo luogo, i motivi culturali che furono alla base della
costituzione di questa realtà, nonché alcuni modelli scientifici di riferimento
che ne hanno determinato in certa misura la configurazione e l’attività; in
secondo luogo, i contributi originali che il Centro è stato in grado di fornire
all’area disciplinare di propria competenza, in termini di pubblicazioni,
progetti e formazione, sotto la guida di Giannantoni e di coloro che ne
coadiuvarono la direzione. 1 Decreto del Presidente del CNR. n. 6303,
ratificato successivamente da una convenzione tra il CNR e “La Sapienza”,
stipulata e confermata dal Presidente del CNR. Per il testo della convenzione
si veda “Elenchos”, Sull’iter di riforma che portò alla nascita dell’Istituto
per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle Idee e per i riferimenti
normativi, si veda Liburdi Istituito presso la Facoltà di Filosofia
dell’Università “La Sapienza” di MOTIVI CULTURALI E MODELLI ISPIRATORI
Come accennato, l’attività scientifica del Centro di Studio del Pensiero Antico
fu comprensibilmente orientata da precise scelte critiche e metodologiche di
colui che ne aveva voluto l’istituzione. Per dare ordine a questo sintetico
profilo, credo sia opportuno riassumere i motivi che ispirarono la promozione
di un organo di ricerca mirato agli studi storici sul pensiero antico, in tre
principali indirizzi: in primo luogo, la possibilità di considerare la storia
della filosofia antica come una disciplina dotata di un proprio specifico (e in
certa misura autonomo) profilo quanto a materia di indagine, arco storico e
metodologia; in secondo luogo, la nascita, o rinascita, dell’interesse verso
scuole filosofiche dell’antichità greca e romana tradizionalmente classificate
come minori, in particolare, le cosiddette scuole socratiche e le scuole
ellenistiche, che dalle socratiche discendono direttamente sotto l’aspetto
storico e dottrinale; infine, la rivisitazione del patrimonio dossografico –
cioè del complesso della tradizione indiretta che ha conservato, per estratti,
parafrasi o compendi, il pensiero di quei filosofi antichi di cui non è giunto
a noi né il corpus né una singola opera completa –. Quest’ultimo indirizzo si
inseriva in una tendenza di studi continentale che fece della dossografia
antica una vera e propria categoria storiografica con risultati particolarmente
innovativi. L’interesse portato alla dossografia, oltre a sostenere gli studi
nell’ambito delle filosofie di derivazione socratica e quelle ellenistiche
(delle quali, per l’appunto, non si è conservato alcun testo d’autore), apriva
un percorso di studi a cui G. è particolarmente legato e che lo vide impegnato
sia come direttore del Centro che individualmente, e cioè la riconsiderazione
di tutta la dossografia relativa alla filosofia presocratica. Una rapida messa
a fuoco di questi tre indirizzi permetterà di chiarire quali interessi
scientifici di G. abbiano maggiormente pesato sulle strategie generali e sulle
iniziative specifiche del Centro, nonché sulla formazione professionale che
esso ha reso possibile. Quanto al primo indirizzo, la questione del profilo
specifico della storia della filosofia antica presuppose, da parte di G., una
approfondita analisi della visione storica che la cultura filosofica italiana
era venuta maturando intorno alla filosofia antica. In questa analisi, i cui
esiti si leggono, non a caso, nell’articolo di apertura della rivista Elenchos
intitolato La storiografia idealistica e gli studi sul pensiero antico
(“Elenchos”), svolge un ruolo chiave la rappresentazione che del pensiero
antico seppe dare l’idealismo italiano, specie con Croce, e la sua valutazione
critica. L’idealismo italiano si era infatti distinto per due caratteri, l’uno
teorico, l’altro metodologico, che apparentemente non favorirono lo sviluppo di
una moderna storiografia del pensiero antico. Per un verso, tanto Croce che
Gentile vedevano nella filosofia antica (cioè greca) i limiti di un pensiero
oggettivo, astratto e naturalistico, che mai sarebbe arrivato a concepire la
positività dell’idea di infinito, né quella della soggettività. I punti più
alti raggiunti dalla filosofia teoretica greca, Socrate, Platone, Aristotele,
coincidevano rispettivamente con la delineazione del concetto, o universale
astratto, con la sua separazione dalla realtà sensibile (la teoria delle idee
trascendenti e la scienza come dialettica delle sole idee) e con una logica
puramente strumentale (la sillogistica), alla quale sarebbe mancata la
teorizzazione del giudizio individuale, o giudizio storico, nonché la capacità
di superare l’astrattezza e attingere l’atto stesso del pensiero.4 Nella
filosofia pratica parimenti i Greci antichi, pur non mancando di intuizioni
profonde, non avrebbero superato il precettismo e l’empirismo, e la loro etica
ingenua non sarebbe mai giunta a distinguere etica ed economica, morale e
diritto, come categorie dello spirito. G., n. 13, rimanda a Croce, di cui diamo
qui i riferimenti da Croce. Ciò G. ricavava, pur senza riferimenti testuali
precisi, sia dagli excursus storici che possiamo leggere in Gentile e in
Gentile, sia da Gentile. G., rimanda a Croce; si veda Croce e a Croce, si veda
Croce ILIESI digitale Temi e strumenti copertina di “Elenchos. Per l’altro
verso, però, l’idealismo formulò una critica, entro certi limiti giusta e
salutare, alla filologia classica – cioè alla filologia classica moderna sviluppata
in Germania, distintasi, tra le altre cose, per una predilezione della cultura
greca rispetto alla latina –, colpevole sostanzialmente di non essere una
disciplina veramente storica. La filologia classica, malgrado i grandi
risultati raggiunti nella costituzione dei testi della letteratura antica,
nella revisione della tradizione bizantina e nelle nuove acquisizioni, si
affermò come una procedura tecnica complessa e molto raffinata ma priva della
visione della storicità del documento, del suo autore, dell’ambiente della sua
composizione, nonché del suo testimone. La questione, che emerse inizialmente
nel campo delle edizioni letterarie,6 non è meno complessa per quelle
filosofiche: i testi della filosofia antica richiedono anche una comprensione
dei contenuti teorici e pretendono di essere inquadrati in sistemi di pensiero
il cui senso trascende il ripristino del testo, o quanto meno se ne distingue
in data misura. Questo fu il nodo che si dovette sciogliere perché si potesse
cominciare a delineare una storia della filosofia antica che includesse tanto
la capacità di fornire edizioni affidabili sotto il profilo testuale, quanto
quella di storicizzare i documenti, cioè di comprenderne i contenuti alla luce
di coordinate culturali congrue con le epoche di appartenenza. La storiografia
idealistica è dunque imputata da G. di evidenti limiti interpretativi della
filosofia antica, come fu ben presto mostrato, ad esempio, dalle due celebri
monografie di Mondolfo sull’infinito nella filosofia antica e sul soggetto
umano nell’antichità,7 che smentivano l’idea di un connaturato e irreparabile
oggettivismo della filosofia antica. Tuttavia l’idealismo ha fornito
un’importante lezione e soprattutto ha indicato con chiarezza un ostacolo da
superare: 6 In particolare, la critica crociana a cui Giannantoni fa
riferimento prese le mosse da edizioni
di testi poetici e si volse contro la “mera filologia” e la Kulturgeschichte
che, nella pretesa di restituire il senso del testo letterario, non apportavano
comprensione né storica né concettuale. Cfr. ad esempio la recensione alla
monografia di Romagnoli su Aristofane e che si può leggere in Croce. Dice G. al
riguardo: il problema del rapporto tra filologia e poesia, tra filologia e
storiografia, tra filologia e filosofia sta al centro dell’elaborazione
dell’idealismo italiano”. G. probabilmente pensava anche alle considerazioni
gentiliane intorno al filologismo che affligge la storia e ostacola la
costituzione di una storia della filosofia, in Gentile Mondolfo. Tracciando nel
primo dei due volumi in onore di Croce per il suo compleanno, quello che è
tuttora l’unico panorama complessivo degli studi di filosofia antica nel
cinquantennio, Guido Calogero non ritenne di dover prendere in considerazione
né Croce stesso né Gentile (e neppure Ruggiero) quali interpreti del pensiero
antico; né altri ne hanno trattato in modo approfondito (mentre studi
importanti esistono sulle loro interpretazioni di altri periodi della storia
del pensiero) la ragione è da ricercare in una persistente separazione, non
solo concettuale, ma anche di organizzazione degli studi, che lo stesso
idealismo ha contribuito non poco a consolidare, tra considerazione filosofica,
ricostruzione storica e indagine filologica. Gli studi di filosofia antica
hanno infatti sofferto in modo particolare di una vera e propria scissione tra
quelli che erano considerati i compiti esclusivi del filologo e quelle che
erano considerate le competenze dello storico e del filosofo: con la
conseguenza che questi studi sono potuti apparire troppo filologici ad alcuni e
ad altri, all’opposto, troppo filosofici per entrare di pieno diritto
nell’ambito di ciò che si era soliti chiamare la scienza dell’antichità. Quando
G. scrive queste parole, era persuaso che la scissione non fosse superata e
fosse causa, oltre che di una durevole influenza idealistica, anche di un
pregiudizio nei rispetti della filologia, malgrado i grandi progressi e le
messe a punto di tanta prestigiosa filologia classica italiana.9 Stante,
quindi, una situazione di progresso “zoppicante”, per così dire, degli studi
storiografici italiani sulla filosofia antica, G. nutrì l’aspirazione di
delimitare un preciso terreno metodologico cogliendo la preziosa occasione che
il Consiglio Nazionale delle Ricerche gli offriva. Il secondo indirizzo è
quello che, almeno a prima vista, rivela maggiormente la stretta relazione tra
il percorso scientifico individuale di G. e lo spettro di interessi messi in
campo da quanti hanno operato nel o col Centro, a cominciare dai suoi allievi.
Tanto più che l’attenzione rivolta non solo a Socrate ma alle tradizioni
socratiche ed ellenistiche non è del tutto indipendente dalla questione
dell’impatto dell’idealismo italiano sulla fortuna della storiografia
filosofica dell’antichità. Il giudizio crociano sui limiti delle filosofie di
Socrate, Platone e Aristotele, ad esempio, diventa un vero e proprio
deprezzamento delle tradizioni minori. Ed è appena necessario [G. Il riferimento a Calogero è da intendersi a
Calogero. Si veda al riguardo il chiarimento di G. relativo all’opera di
Pasquali, che pervenne ad un’unità di filologia e storia come unità di metodo,
non di contenuti, e che si caratterizzò tramite uno storicismo della filologia
classica, profondamente diverso dallo storicismo idealistico: questo, inteso
come riconoscimento nella storia e nella cultura di figure e “categorie” del
pensiero e dello spirito, quello, inteso come intima connessione tra le
rigorose tecniche filologiche e la conoscenza storica (Cfr. Croce: “... col
considerare principalmente il contrasto delle passioni verso la volontà
razionale sorsero le scuole opposte dei cinici e cirenaici, ricordare che la
figura di Socrate, a cui deve farsi risalire il terreno di ricerca costituito
dalle scuole socratiche e buona parte di quello attinente alle tradizioni
ellenistiche, fu al centro di importanti riflessioni teoretiche e
storiografiche di Calogero,11 che di G. fu il maestro. Abbiamo poi vari segni
di un’interazione di tendenze di studio comuni a più scuole anche fuori
dell’Italia. L’interesse per le tradizioni dette “minori”, tali cioè in quanto
paragonate alle filosofie di Platone e Aristotele e, in più, conservate solo
tramite tradizione indiretta, si manifesta con studi sui Sofisti, su alcuni
discepoli di Socrate, in particolare Antistene di Atene e Aristippo di Cirene,
sulla tradizione scettica.Proprio ad Aristippo di Cirene e alla sua scuola
Giannantoni dedica la sua prima importante opera scientifica (G.). In essa si
profilano le problematiche, filologiche e storiografiche prima ancora che
concettuali, relative alla intricata questione della eredità socratica:
l’edizione critica di un corpus proveniente da molti e diversi testimoni; la
possibilità di dirimere le fonti storicamente attendibili dalla ritrattistica
aneddotica; la contestualizzazione del filosofo all’interno di un milieu
composito in cui si intrecciano le influenze della Sofistica e della retorica
classica e il magistero socratico. stoici ed epicurei e altrettali; ma le
dottrine di tutte coteste scuole, se serbano qualche valore empirico come
precetti di vita più o meno convenienti a individui, classi e tempi
determinati, non ne presentano alcuno o scarsissimo, esaminate in quanto
concetti filosofici; e cinici e cirenaici, stoici ed epicurei, piuttosto che
filosofi sembrano monaci, seguaci di questa o quella regola”. Sulle “scuole
socratiche minori” cfr. anche il giudizio, meno sommario, di Gentile. Com’è
molto noto, Socrate occupò un ruolo centrale nella personale riflessione
teorica diCalogero, che elaborò la sua “filosofia del dialogo” esattamente sul
modello del Socrate dei dialoghi platonici, nel quale il filosofo italiano vide
la prima formulazione di un’istanza intellettuale e morale – il dialogo,
appunto, contrapposto al “logo” conclusivo e assertivo – destinata a far
giustizia della pretesa di fondare l’etica sulla epistemologia e sulla
metafisica, e che sarebbe stata anche alla base della moderna concezione dello
stato liberale e di diritto. Ma Socrate fu anche al centro di importanti lavori
storiografici di Calogero, alcuni dei quali aprirono la strada alla ricerca
della posterità del magistero socratico nel pensiero tardo-ellenistico e cristiano.
Una visuale critica diversa da quella di G., ma in linea con la percezione del
ruolo capitale svolto da Socrate nella storia del pensiero antico. Mi limito su
tutto ciò a rimandare a G. e a Brancacci. Per limitarsi alle opere principali:
Untersteiner, con moltissime riedizioni; Pra; Humbert; Mannebach; Caizzi;
Patzer. Questi elementi appaiono, nella storiografia e nella filologia europea,
sempre più determinanti per la comprensione delle dottrine di personalità come
Aristippo, Antistene di Atene, Euclide di Megara, Eschine di Sfetto. In più, il
superamento della Quellenforschung tradizionale e l’approfondimento dei
contenuti filosofici aprirono nuove possibilità di delineare il percorso che
dalle scuole socratiche della seconda metà del IV secolo a.C. porta alle
principali tendenze ellenistiche, il Giardino, il Portico, il Lizio post-
aristotelico, la scepsi pirroniana ed accademica. A questo complesso terreno di
ricerca è dedicata una iniziativa che precede l’istituzione del Centro di
Studio del Pensiero Antico benché sempre sostenuta dal Consiglio Nazionale
delle Ricerche: il convegno “Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica”,
organizzato dal Centro di Studio per la Storia della Storiografia (la cui
direzione era stata affidata allo stesso G.), e i cui atti furono pubblicati
nel 1977 dalla casa editrice il Mulino di Bologna. Le relazioni presentate al
Convegno del 1976, mirate ad una ricognizione dello stato documentario delle
filosofie riconducibili a Socrate o ad uno dei suoi discepoli, e dei rapporti
concettuali tra queste tradizioni e le filosofie ellenistiche e di età
imperiale,13 furono aperte dalla comunicazione dello stesso Giannantoni sul
tema Per un’edizione delle fonti relative alle scuole socratiche minori, nella
quale lo studioso esponeva i risultati di un già lungo percorso di ricerca, ma
ancora lontano, nel 1976, dalla sua conclusione. In questa relazione vengono
messe a fuoco le 13 Cambiano 1977; Celluprica; Sillitti; Caizzi; Ioppolo;
Brancacci; Donini; Parente; Repici ILIESI digitale Temi e strumenti
11 copertina di G. Giannantoni, I Cirenaici. Raccolta delle fonti antiche,
traduzione e studio introduttivo, Firenze, Francesca Alesse G. e il Centro di Studio del Pensiero Antico
peculiarità e la notevole problematicità, soprattutto sotto il profilo
filologico, di una edizione di testi filosofici e di molti autori. Emerge da
questo breve testo non solo uno stato dell’arte ma un criterio programmatico
che non considera sufficienti, benché certamente necessarie, le sole competenze
della filologia classica, ma pretende una sensibilità storica e una capacità di
comprensione teorica che gli sforzi della Altertumswissenschaft tradizionale
non avevano sempre garantito. L’edizione di testi filosofici di trasmissione
indiretta non può limitarsi alla costituzione del testo e alla redazione di
apparati critici da cui si desuma il meticoloso lavoro di collazione
dell’editore, ma deve tener conto dei contesti storici e problematici nei quali
sono vissuti tanto il filosofo quanto il suo testimone. Inoltre, un’edizione
che sia, in più, una silloge di testi relativi a (e non provenienti da) molti
filosofi, comporta di andare oltre la natura estrinsecadella singola
testimonianza (epoca e ambiente del testimone, distanza cronologica
dall’autore, genere letterario della fonte, parametri stilistici, etc.) e di
individuare alcune strutture di pensiero che, in un lasso di tempo abbastanza
lungo, si facciano riconoscere per caratteri salienti e durevoli e, al
contempo, riflettano le condizioni storiche che ne determinano la specificità
(secondo i dettami dello storicismo), diventando pagine e capitoli di una
lunghissima storia culturale; si configurino, cioè, come tradizioni: Il fatto è
che a proposito di una raccolta di testi che riguardano uno o più filosofi,
emerge molto più nettamente che in altri casi l’impossibilità di considerare la
testimonianza antica come un dato puramente oggettivo, e quindi la necessità di
storicizzarla fino in fondo: in realtà essa deve essere considerata come un
capitolo di una vera e propria storia della cultura durata all’incirca un
millennio, e perciò da ricondurre di volta in volta al suo tempo e alle
tendenze storicamente determinate che la produssero: parleremmo di un Diogene
irreale e mai esistito se pensassimo di poter adoperare come ingredienti
mescolabili a piacere Epitteto e Dione Crisostomo, Luciano e Giuliano
l’Apostata, un padre della chiesa e le epistole apocrife che vanno sotto il
nome del cinico.15 Il terzo indirizzo, relativo alla dossografia, è quello che
presenta, almeno in apparenza, un maggiore tecnicismo, perché volto alle
problematiche ecdotiche ed interpretative attinenti allo studio di [Sulla
cosiddetta filologia esterna, sul ruolo da essa svolto nelle edizioni
filosofiche e sui suoi limiti, si veda G., a proposito dell’opera di Vitelli,
la cui importanza per la storia della filosofia antica è legata specialmente
alle edizioni critiche dei commenti aristotelici di Filopono. G. dottrine riportate da testimoni spesso assai
lontani, per cronologia ed orientamento intellettuale, dagli autori di cui si
vuole conoscere il pensiero. D’altra parte, la dossografia si è rivelata un
capitolo importantissimo di quella millenaria storia culturale che costituisce
il terreno di indagine della storia della filosofia antica. Non si potrebbe
ancora oggi redigere una storia della storiografia filosofica dell’antichità
senza iniziare non solo dalle grandi raccolte di testi e frammenti allestite
dalla filologia ottocentesca e comparse nei primi anni del XX secolo (le
raccolte di Usener,16 Diels,17 Arnim,18 per citare degli esempi), ma anche
dalla prima grande opera di analisi e comparazione dei testimoni, i Doxographi
Graeci di Hermann Diels; come è altrettanto vero che non si può oggi fare a
meno dei più recenti e sistematici contributi all’analisi della dossografia
filosofica, cioè gli Aëtiana di Mansfeld e Runia. I più importanti progetti
editoriali varati negli ultimi decenni, inoltre, si sono strettamente legati
alla problematica della DOSSOGRAFIA e all’analisi dei testimoni, a lato di
quelle condotte sui filosofi romani e sulle tradizioni dottrinali. Allo studio
di filosofi di grande notorietà e impatto della tradizione culturale antica, ai
quali si deve gran parte della conoscenza dei filosofi precedenti -- come CICERONE
e Plutarco -- si è venuta affiancando una sempre maggiore familiarità con
testimoni meno noti ma che hanno rivelato un’importanza fondamentale, come
Filodemo, Diogene Laerzio, Sesto Empirico, Galeno, Stobeo. L’indirizzo
dossografico e quindi un segno della tempestività e della sensibilità di G. nei
rispetti di un terreno di ricerca che si venne imponendo e che di fatto
contribuì alla dimensione dello stesso Centro, la cui attività progettuale e
congressuale e in buona misura dedicata alla dossografia di epoca tardo
ellenistica ed IMPERIALE. Si può far rientrare in questo ultimo indirizzo anche
una linea di attività di studi la cui ragione storiografica e oggetto di un
vivacissimo [Usener 1887. 17 Diels. 18 Arnim 1903. 19 Diels 1879. 20
Mansfeld-Runia 1997; Mansfeld-Runia 2009; Mansfeld-Runia 2010. È appena
necessario ricordare che le parole stesse “doxographus”, “doxographia”, sono
coniate da Diels. Sulla dossografia e sul suo sviluppo come categoria
filologico-storiografica, cfr. Mansfeld, rist. in Mansfeld-Runia, Mansfeld,
rist. in Mansfeld-Runia – cf. GRICE, “LIFE AND OPINIONS” – “Vita e opinioni” –
Speranza, “OXONIAN DOXOGRAPHY: H. P. GRICE” -- dibattito e che è nota come la
questione delle dottrine non scritte di Platone. Sorta nell’accademia tedesca,
in particolare a Tübingen, da un’ipotesi schleiermacheriana, la questione degl’
“agrapha dogmata” consiste, molto in breve, nella convinzione che Platone
teorizza una dottrina dei principi (Uno e Molteplice), della quale non resta
traccia nei suoi scritti – perché oggetto di pura trasmissione orale
all’interno dell’Accademia antica – ma solo sparsi indizi in pagine
aristoteliche. Alla nascita, per così dire, del Centro, G. invita Gaiser,
ordinario di filologia a Tübingen e uno
dei maggiori sostenitori di questa ipotesi, a tenere una lezione presso la
Sapienza sul tema La teoria dei principi in Platone, il cui testo venne
pubblicato nel primo numero della rivista Elenchos. Tuttavia, il punto che
merita attenzione in questa sede è che la questione delle dottrine non scritte
di Platone e, oltre che un tema rilevante per se stesso, anche un pretesto per
riconsiderare Aristotele come testimone egli stesso del passato filosofico, più
precisamente per le cosiddette filosofie italiche pre-socratiche. Com’è noto,
Aristotele può essere considerato se non il primo testimone in assoluto delle
precedenti tradizioni della filosofia, certamente il primo testimone che ne
offre una informazione organizzata secondo criteri espositivi dettati dalle
proprie esigenze filosofiche e che hanno inevitabilmente condizionato la
visione storiografica. Per quanto apparisse improprio, naturalmente, definire
Aristotele un “dossografo”, il ri-esame della sua testimonianza della filosofia
italicca precedente, anch’essa una tradizione indiretta, appare a G. una linea
d’azione congrua con quelle relative alle scuole socratiche e le filosofie
ellenistiche, ancorché meno visibile tra i risultati delle ricerche del Centro.
A conclusione di questo primo paragrafo, ricordiamo che l’istituzione del
Centro di Studio della Filosofia Antica non e del tutto priva di modelli in
Italia e fuori e che con alcuni di essi si instaurò una costante
collaborazione. L’esempio più immediato, sia sotto il profilo tematico e
scientifico, che sotto quello del funzionamento istituzionale, e il – Robin,
una unità di ricerca del Gaiser ILIESI
digitale Temi e strumenti Centre de Recherches sur la Philosophie Antique,
Centre de la Recherche Scientifique, ma operante all’interno e sotto
l’egida Francesca Alesse G.
e il Centro di Studio del Pensiero Antico della Sorbonne (perciò
definito anche Unité Mixte de Recherche), in modo non troppo dissimile
dai Centri di Studio del CNR istituiti in regime di convenzione con i
vari atenei italiani. La collaborazione con questo Centro si focalizza
sulle tematiche socratiche e da luogo al ripetuto scambio di filosofi tra le
due sedi nell’ambito del programma di ricerca “Socrate e la storia della
filosofia antica: rottura o continuità?”; i contributi pubblicati sotto
il titolo di Lezioni socratiche, a cura di furono G. e Narcy, per
Bibliopolis di Napoli. Un’altra importante istituzione scientifica a cui
G. guarda con particolare attenzione e con cui intrecciò stretti
rapporti scientifici nonché di cordiale amicizia è stata senz’altro il CENTRO
PER LO STUDIO DEI PAPIRI ERCOLANESI, fondato da, Gigante. I motivi di
tale collaborazione sono dettati ovviamente dall’interesse intrinseco
per la grande opera editoriale a cui il Centro fondato da Gigante e
votato. La pubblicazione delle edizioni critiche dei papiri reperiti nel
sito ercolanese offre alla comunità filosofica un patrimonio inestimabile
per la conoscenza dell’ORTO, della tradizione socratica, del PORTICO. Ma sono
anche ragioni metodologiche a sancire un sodalizio importante, che si
concretizza in varie iniziative e pubblicazioni cui parteciparono
entrambi i Centri: i testi ercolanesi, com’è molto noto, costituiscono un
materiale che permette di arricchire enormemente la conoscenza di molte
importanti tradizioni filosofiche, a condizione di possedere un complesso
di conoscenze e tecniche interpretative che difficilmente possono
trovarsi nella medesima personalità e che però vanno applicate contestualmente.
In altre parole, l’esperienza collaborativa tra questi due Centri, forti,
l’uno, di una formazione propriamente filosofica, l’altro, di alte competenze
filologiche, contribuì in modo significativo a costituire quella
storiografia della filosofia antica che aveva, almeno per la cultura
accademica italiana faticato ad assumere uno statuto proprio. Quanto detto
nel precedente paragrafo trova un riflesso, diretto o indiretto, nelle attività
di ricerca del Centro, nonché nelle sue pubblicazioni. L’interesse per il
consolidamento della storia della filosofia antica come disciplina autonoma,
dotata cioè di un suo impianto metodologico, oltre che di un preciso confine
cronologico, viene perseguito tramite l’attività progettuale, congressuale e
editoriale, di cui si dà qui una descrizione sintetica. Vale però la pena di
ricordare, prima di tutto, una iniziativa promossa da G. dopo l’istituzione del
Centro, in conformità di un indirizzo dell’organo direttivo di Elenchos, e
dedicata alla problematica storiografica: Nelle riunioni del Comitato direttivo
della rivista Elenchos è emersa più volte l’opportunità di aprire una
discussione sul metodo o, meglio, sui metodi della storiografia filosofica
relativa alla filosofia antica. Si pensa perciò di cominciare con una tavola
rotonda, chiamando a parteciparvi esponenti di orientamenti diversi e
significativi, ai quali è stato chiesto di intervenire liberamente su tre
questioni principali -- se ha senso parlare ancora di una storia della
filosofia (e quindi anche di una storia della filosofia antica) come disciplina
a se stante e in sé autonoma; quali innovazioni si possono riconoscere
all’ampliarsi e al differenziarsi delle impostazioni teoriche che sono sottese
ai vari approcci metodici alla storia della filosofia antica; quale è il
contributo che viene, una volta tramontato il vecchio mito classicistico,
dall’applicazione di categorie elaborate dalle scienze umane. Alla tavola
rotonda parteciparono Berti, Vegetti, Viano, e lo stesso G., ciascuno portando
un contributo molto peculiare e strettamente conforme al proprio orientamento
intellettuale. L’intervento di G. rispecchia le riflessioni condotte qualche
anno prima e pubblicate nel già citato articolo di apertura della Rivista (La
storiografica idealistica), di cui ripropone le premesse problematiche e a cui
aggiunge precise prese di posizioni sulla specificità della storia della
filosofia antica e sul modo di salvaguardarla senza perdere di vista il fatto
che lo scopo principale (scil. dello storico della filosofia antica) resta la
comprensione dei testi che ci trasmettono la filosofia antica, ritengo
necessario rivendicare l’imprescindibilità di una rigorosa e metodica
impostazione filologica, anche se tale impostazione non può non venire
assumendo sempre più, essa stessa, una fisionomia storica: quella della storia
degli studi ciò dovrebbe indurre a uscire da un tradizionale isolamento e a
promuovere una organizzazione del lavoro diversa e meno diffidente verso i
sussidi che la tecnologia moderna può offrire. In ogni caso, la storia degli
studi è ormai elemento costitutivo di ogni indagine che voglia avere un minimo
di serietà, non solo per le conoscenze che ha acquisito ma anche per le
divergenze che ha proposto. L’alternativa a questa impostazione è o l’arbitrio
nella scelta dei riferimenti o l’illusione di un ritorno alla lettura diretta
dei testi. In queste parole possiamo rintracciare ad un tempo la finalità della
costituzione del Centro e la visione di G. del modo di operare storiografico:
più che il cenno alle nuove tecnologie e più che l’esortazione ad abbandonare
l’isolamento, sicuramente importanti l’uno e l’altra, conta sottolineare, a mio
parere, il richiamo alla storia degli studi come parte integrante della storia
della filosofia, in particolare della filosofia antica, affidata in larghissima
misura alla tradizione indiretta. La serietà, cioè la plausibilità dei
risultati della ricerca storico-filosofica sono messi a rischio dall’illusione
di poter leggere (e capire) le parole del filosofo, specie se antico, senza gli
strumenti della conoscenza filologica, linguistica e culturale nel senso più
lato, conoscenza cui si perviene ricostruendo, ove sia possibile, anche una
storia intelligente delle letture altrui. Uscire dall’isolamento è, allora, non
solo la cooperazione tra colleghi ad un progetto scientifico unitario, ma anche
la conoscenza e la valutazione delle migliori offerte interpretative che di un
testo e del suo contesto siano state date entro un certo arco di tempo. Sia
nelle azioni istituzionali, che investirono e coinvolsero il complesso delle
risorse del Centro, incluse le relazioni stabilite con il mondo universitario,
sia nelle attività di ricerca individuali, un ruolo primario fu senz’altro
svolto dalle tradizioni ellenistiche e dall’analisi della letteratura
dossografica. Il Centro organizza un convegno sulla SCESSI, (Quintiliano,
SCEPTICI --) e coopera strettamente con Pavia e in particolare con Vegetti e
collaboratori, sostenendo l’organizzazione di due importanti convegni: “La filosofia
ellenistica” (Pavia) e Ancora alla filosofia ellenistica è dedicata
l’importante pubblicazione dei Proceedings del quarto simposio internazionale
sulla filosofia ellenistica, che vide tra i suoi partecipanti esperti di
caratura internazionale, alcuni di stretta collaborazione con il Centro stesso.
copertina del volume di La scessi antica, Atti del convegno, a cura di G., Napoli.
Le opere psicologiche di Galeno” (Pavia) ILIESI digitale Temi e
strumenti G. G.-Vegetti Manuli-Vegetti. Barnes-Mignucci Carattere
sistematico ebbe anche la linea d’azione dedicata allo studio della
dossografia. Il Centro organizza il congresso sull’opera del biografo di ETA
IMPERIALE Laerzio (Laerzio storico della filosofia antica”, Napoli-Amalfi, e il
congresso sull’opera del filosofo scettico di ETA IMPERIALE Sesto Empirico (“Sesto Empirico e la filosofia
antica”, Sestri Levante. Si delinea in entrambi gl’eventi un’unica prospettiva,
grazie alla quale l’oggetto dell’indagine storiografica è, per così dire,
duplice e contestuale: l’autore, cioè il filosofo la cui FILOSOFIA è oggetto di
trasmissione da parte di un testimone, e il testimone stesso, la sua epoca, il
suo orientamento, nonché la struttura formale della sua testimonianza,
struttura che rivela assai spesso una tesaurizzazione delle informazioni
attraverso i differenti metodi per la loro esposizione. Così, mentre l’opera di
Diogene Laerzio, che già da lungo tempo attira l’attenzione della filologia,
conserva una concezione ampia del genere biografico, restituendo non solo
informazioni biografiche e dottrinali dei singoli filosofi nonché cataloghi
d’autore, ma anche specifici schemi espositivi presi a prestito dalla
letteratura storica (il più caratteristico è senz’altro quello delle
“successioni”), l’opera di Sesto Empirico mostra le conseguenze sul piano
storiografico di un modello propriamente concettuale, la diaphonia. Un altro
forte sodalizio, quello con il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri
Ercolanesi di Gigante, permise di
allestire negli anni subito successivi un grande congresso sul tema “L’orto romano”
(Napoli-Anacapri, ILIESI digitale Temi e
strumenti 19 Figura copertina di Laerzio storico del pensiero
antico, Atti del congresso, “Elenchos”, Atti pubblicati in “Elenchos”. 29 Atti
pubblicati nel volume 13 dell’annata 1992 della rivista “Elenchos), un evento
di ampio spettro tematico e cronologico all’interno del quale poterono
cimentarsi papirologi e papirologi ercolanesi, filologi classici, paleografi ed
epigrafisti, storici, e ovviamente storici della filosofia romana. Proprio di
questo incontro e il suo carattere transdisciplinare e, per quel che attiene
alle attività in corso presso il Centro, la messa alla prova di molte ipotesi
di lavoro anche individuali sulla relazione tra L’ORTO e le rilevanti
tradizioni (le scuole socratiche, il PORTICO, la SCESSI dell’ACCADEMIA e
pirroniana) che impegnano sia G. in prima persona che il suo gruppo di lavoro
operante presso la Sapienza e il Centro. Tra gli impegni di G. in qualità di
direttore del Centro ci e l’organizzazione di due altri convegni: “ “Empedocle
di GIRGENTI e la cultura della Sicilia antica. Illustrazione di un frammento
inedito della sua opera”, Agrigento. Il
primo raccolse un gruppo consistente di esperti della filosofia romana ed e un
raro esperimento di indagine lessicale da parte del Centro, volto a delineare
l’area semantica – “linguistic botanising” -- dell’affezione (emozione,
sentimento, malattia) nelle diverse manifestazioni della filosofia romana. Il
secondo convegno e un altro esempio del modo in cui G. intende inserire la vita
del Centro all’interno di una rete di relazioni istituzionali, oltre che
accademiche, perché il convegno, motivato dalla 30 G.-Gigante Atti Elenchos”.
Atti “Elenchos”. Figura 5: copertina del primo volume di Epicureismo greco e
romano, Atti del congresso, cur. G. e Gigante, Napoli, Il concetto di
pathos nella cultura antica” (Taormina coperta del Papiro di Strasburgo
contenente una porzione del poema empedocleo, e organizzato in collaborazione
con la sovrintendenza dei beni archeologici di Agrigento. Esso inoltre dove
essere una prima tappa di un più ampio progetto dedicato alle tradizioni
culturali e filosofiche della Sicilia e della Magna Grecia. Sarebbe un errore
pensare che le strategie e i progetti del Centro avessero come unici
interlocutori le istituzioni accademiche italiane. Certamente, uno degli
obiettivi di G. e quello di costituire un piccolo ma vivace e solido bacino
collettore degli interessi intorno alla filosofia romana, e tali interessi sono,
di fatto, collocati nelle Università e organizzati secondo i modi della
didattica e della formazione universitarie. Ma il Centro partecipa anche alla
realizzazione di una delle maggiori iniziative che il Consiglio delle Ricerche
abbia dedicato al settore delle scienze umane, e cioè il progetto “Il Sistema
Mediterraneo. Radici Storiche e Culturali e Specificità Nazionali”. Questo
grande progetto e articolato in cinque linee di indagine, la prima
delle quali dedicata al mondo romano. E in questo contesto che G., oltre a
scrivere il saggio La tradizione filosofica in Magna Grecia e
Sicilia, apparso nel volume che raccoglieva i risultati delle
attività promosse dal progetto, contenne l’idea di una linea di attività,
cui si è fatto cenno, dedicata alle tradizioni filosofiche della Magna
Grecia [never “MAKRA ELLENA, but megale hellas – H. P. GRICE] e della
Sicilia, linea che avrebbe dovuto raccogliere e mettere a frutto le
metodologie sperimentate nella più generale attività del Centro Il
Progetto Strategico, svoltosi e coordinato da Antonello Folco Biagini fu varato
nel 1994 dal Biagini ILIESI digitale Temi e strumenti 21 Comitato
Nazionale di Consulenza del CNR per la filosofia, allo scopo di convogliare
tutte le competenze rappresentate ed espresse dalla rete scientifica costituita
dai Centri di Studio e dagli Istituti afferenti al Comitato stesso, in una
grande area di interesse, appunto il “Mediterraneo”. Al fondo della decisione
del Comitato e la convinzione che il Mediterraneo costituisse non un’entità
identitaria ma un complesso sistema di realtà molteplici, tradizionalmente
oggetto di indagine da parte di settori disciplinari indipendenti. Si tratta
perciò di conferire unità strategica e di metodo ad una naturale e
fisiologica molteplicità di fenomeni culturali. Origine e incontri di
culture nell’antichità”. Francesca Alesse G. Giannantoni e il Centro di
Studio del Pensiero Antico studio della dossografia e delle tradizioni
indirette. Rivisse in questo progetto l’antico interesse di G. per
la trasmissione delle cosiddette tradizioni pre-socratiche, molte
delle quali per l’appunto fiorite nelle aree magnogreche (VELIA, CROTONE,
GIRGENTI, LEONZIO), e per il ruolo svolto in tale trasmissione da Platone
(si veda CUOCO) e Aristotele. A questo più antico arco cronologico, si
sarebbe poi unito il costante interesse per L’ORTO, nella forma storica
dell’ORTO CAMPANO. Vale la pena ricordare, infine, l’attività formativa
che il Centro riuscì a svolgere, facilitata, come è facile comprendere,
dalla posizione accademica di G.. Il Centro di Studio della filosofia
antica si formò infatti raccogliendo i
suoi allievi, che si unirono ai ricercatori già in forza presso il
precedente Centro di Studio per la Storia della Storiografia Filosofica.
L’attività progettuale, inoltre, non si limita alla sola attività di
pianificazione scientifica e ancor meno alla sola organizzazione dei convegni,
ma prevede lavori continuativi di studio collettivo e di confronto sulle
tematiche di principale interesse e di rilevanza strategica. I maggiori
convegni venneno quindi preceduti da seminari propedeutici sulle
dossografie antiche, sull’opera di Diogene Laerzio e su quella di Sesto
Empirico, e su quest’ultimo autore, anzi, si svolge un seminario aperto
anche ai dottorandi di ricerca della Sapienza. Nell’ambito del progetto
“Mediterraneo” e quindi della linea di ricerca sul Mediterraneo antico,
il Centro ottenne dal Comitato di Consulenza per la Filosofia borse di studio. Un
discorso a parte merita l’attività editoriale a cui il Centro riuscì a
dar vita. Due furono le iniziative editoriali, strettamente coerenti con
l’idea programmatica che ispirò la costituzione del Centro: la serie
“Elenchos. Collana di testi e studi sulla filosofia antica, ed Elenchos.
Rivista di studi sulla filosofia antica. La scelta del medesimo nome per
le due iniziative si spiega facilmente in riferimento all’orientamento
intellettuale ed al bagaglio culturale dello stesso G., che riteneva la
discussione, il confronto -- elenchos, appunto -- in primo luogo, uno dei
lasciti più significativi della cultura filosofica antica, quello che
maggiormente ha contribuito alla formazione della coscienza moderna. Ma
in secondo luogo, e secondo un’angolatura più tecnica, G. vedeva nell’”elenchus”,
inteso come analisi critica, il metodo per eccellenza dello studio del
testo filosofico antico e della dottrina in esso contenuta, come mostrano
i primi autori di una nascente “storia della filosofia” ancora in forma
di dossografia, Platone e soprattutto, com’è assai noto, Aristotele. In
omaggio dunque, all’ideale “dia-logico” (DIA-GOGE – H. P. GRICE) trasmesso
dal magistero di Calogero, l’ELENCO e, nei limiti del possibile, il
contrassegno delle ricerche realizzate o promosse dal Centro e divenne il
nome delle due pubblicazioni, entrambe affidate alla casa editrice
napoletana Bibliopolis, Edizioni di Filosofia, di Franco. La collana e
destinata in larga misura, benché non esclusivamente, a premiare le
ricerche individuali, le quali dovevano concretarsi in studi monografici,
edizioni di testi e strumenti per la ricerca. Non deve stupire che in questa
sede ci si limiti a mettere in primo piano l’opera Socratis et
Socraticorum Reliquiae, collegit, disposuit apparatibus notisque
instruxit G. Frutto di una ricerca individuale, preparato da molte
precedenti pubblicazioni, questa edizione delle testimonianze relative a
Socrate e alle scuole socratiche, corredata dell’APPARATO CRITICO e note di
commento (e SENZA traduzione), rappresenta la più importante espressione
degli interessi tematici e dei principi metodologici che caratterizzarono
il Centro. Basterebbe infatti considerare i volumi usciti nella medesima
collana “Elenchos” votati alle tradizioni socratiche, alle scuole
ellenistiche, alla dossografia e alle edizioni di testi e frammenti di FILOSOFI
ITALIANI ancora poco studiati, per apprezzare l’impatto delle
ricerche di G. su tutto il gruppo di ulteriori interessi e accolse studi
accademica. ricerca del Centro. Naturalmente la collana non e
preclusa ad critici su tematiche di grande rilevanza
nell’ambito del platonismo e dell’aristotelismo e delle filosofie
della tarda antichità, promuovendo in tal modo uno scambio costante
con la più ampia comunità Quanto alla rivista, è forse
opportuno rimandare direttamente alla Presentazione che G. Figura
6: copertina del primo volume di G. G., Socratis et Socraticorum Reliquiae,
Napoli] antepose al primo fascicolo. Essa fa molto ben intendere tanto
la relazione essenziale tra il programma del Centro e il periodico
che di quel programma doveva essere lo strumento di diffusione; quanto
l’apertura al dibattito che la rivista (e quindi il centro stesso) si
prefigge; quanto, infine, la tempestività di un’operazione culturale che
il Consiglio Nazionale delle Ricerche ha la sagacia di sostenere: ELENCO intende
dare attuazione ad uno dei punti programmatici contenuti nella convenzione
stipulata tra il Consiglio Nazionale delle Ricerche e Roma, e che sta alla base
del Centro di Studio della Filosofia antica. Essa non è, tuttavia, in senso
stretto espressione soltanto di questo Centro: al contrario, chi ha la
responsabilità di dirigerla intende farne uno strumento di studio e di ricerca
aperto alle collaborazioni più ampie, un punto di incontro e di confronto e
un’occasione a disposizione di studiosi. Questa rivista è l’unica dedicata
interamente alla filosofia romana che si pubblichi in Italia e perciò essa non
può non proporsi anche un compito di promozione di questi [ I titoli della
collana ELENCO, corredati da schede riassuntive, sono consultabili all’Istituto
per il Lessico Intellettuale Europeo e Storia delle idee. Mi limito a citare il
grande progetto di traduzione e commento della Repubblica di Platone, promosso
e diretto da Vegetti. Vegetti Questa
situazione è rimasta invariata, e cioè fino alla comparsa della rivista “ANTIQVORVM
PHILOSOPHIA”, edita da Serra, Pisa, e diretta da Cambiano. studi ... Ma essa si
propone anche uno scopo più ambizioso; se è vero, come è vero, che la
storia della FILOSOFIA ROMANA è un campo in cui debbono potersi incontrare gli
apporti e le problematiche della storiografia filosofica e del metodo
filologico. Se è vero, come è vero, che tanto la storiografia filosofica quanto
il metodo filologico attraversano una fase di ri-pensamento critico molto
profondo dei propri presupposti e delle proprie certezze, allora ad una rivista
come questa spetta, in primo luogo, il compito di proporsi come sede di
verifica di discipline diverse e di modi diversi di affrontare lo studio della
filosofia romana e di aprire le sue pagine ... anche a contributi che per la
conoscenza della FILOSOFIA ROMANA possono venirci da storici dell’antichità,
filologi classici, studiosi delle lingue e delle letterature classiche,
archeologi, papirologi ... Per questi motivi di fondo – oltre e più che per la
sua origine istituzionale – questa rivista si caratterizza per l’unità del
campo di ricerca, non per l’unità dell’orientamento interpretative. In accordo
con gli obiettivi enunciati nella Presentazione della rivista ELENCO e nel
protocollo che lo istituiva, il Centro di Studio del Pensiero Antico si dota di
un consiglio scientifico che affianca G. nella direzione del Centro e delle
pubblicazioni che esso produsse, il quale contò tra i propri membri eminenti
storici della filosofia, quali Adorno, Berti, Reale, Viano, Ioppolo, Brancacci
e Celluprica, nonché eminenti filologi classici e storici della filosofia quali
Gigante e Rossi. Il Centro poté disporre di sufficienti risorse e di una
struttura organizzativa 40 che gli Elenchos. Fecero parte del Centro in qualità
di ricercatori inquadrati nei ruoli del Consiglio Nazionale delle Ricerche:
Faes (direttrice del Centro), Caporali, Garroni, Celluprica (direttrice del
Centro per un biennio e poi responsabile
della linea relativa al pensiero antico nell’ILIESI, Ferraria, Brancacci (Roma
Tor Vergata), Centrone (Pisa), Alesse, Dalfino, Simeoni, Chiaradonna (poi
docente presso l’Università degli Studi di Roma Tre). Collaborarono in modo
istituzionale e continuativo con il Centro Ioppolo (Roma), Repici (Torino);
Santese (Roma); Sillitti (Roma); Baffioni (Università degli Studi di Napoli
l’Orientale); Spinelli (Roma) ed Aronadio (Roma Tor Vergata). Molti sono stati
i allievi che, nel corso della loro formazione post lauream sono venuti in
contatto con G. e con il Centro, lavorando fattivamente alla redazione di ELENCO
o adoperandosi in attività editoriali e scientifiche in senso proprio. Tra
questi mi è gradito ricordare Piccione (Torino), Alessandrelli (ILIESI-CNR),
Quarantotto (Sapienza Università di Roma), Fronterotta (Roma), ILIESI digitale
Temi e strumenti] consentirono di diventare un organismo collettore di attività
di ricerca nel campo dell’edizione critica e dell’interpretazione dei testi
della filosofia antica. Chi scrive non crede che l’esperienza acquisita nel Centro
sia andata perduta né dimenticata. Quando nacque l’Istituto per il Lessico
Intellettuale Europeo e Storia delle Idee, al suo interno fu garantita la
prosecuzione e l’autonomia delle indagini relative alla storia della filosofia
antica, per esplicito volere di Gregory che del nuovo Istituto fu il primo
direttore. Queste indagini confluirono in una linea progettuale denominata
prima “Storia del pensiero filosofico- scientifico e della terminologia della
cultura mediterranea greco-latina, ebraica e araba” e successivamente Il
pensiero filosofico nel mondo antico: testi e studi. L’impegno principale
della linea fu rappresentato da una serie di progetti che in parte
proseguivano le tematiche di studio e le strategie cooperative del Centro
di Studio del Pensiero Antico, e in parte introducevano nuove tipologie
di analisi, connesse alle tecnologie digitali. La continuità culturale fu
inoltre garantita dal mantenimento delle due pubblicazioni, la
collana Elenchos e la rivista Elenchos. Da questa permanenza delle
ricerche sul pensiero antico nella nuova realtà istituzionale si deve
ricavare non solo e non tanto l’attualità di una disciplina (che si è
comunque stabilizzata nel mondo accademico con la benefica diffusione di
cattedre e centri di insegnamento, in Italia e fuori), quanto piuttosto
l’attualità di un metodo di lavoro. Questo metodo di lavoro, che potrebbe
descriversi, un po’ aulicamente, come un nuovo diatribein socratico, cioè
come la capacità di discutere in modo competente con i “morti” prima che
con i vivi, rispecchia abbastanza bene la disposizione intellettuale e
comportamentale di G.i, uomo tanto pacato nelle discussioni con i
contemporanei, quanto fermo nelle sue strategie di ricerca sul mondo
antico.] Gioè, Nucci, Santoro, Gambetti
e Cunsolo (a quest’ultima si deve l’allestimento della bibliografia ragionata
digitale Le tradizioni filosofiche e culturali greche della Magna Grecia e
della Sicilia antica, ora in fase di aggiornamento ad opera di Gambetti). 41 A
questa linea, diretta da Celluprica, fanno riferimento i ricercatori già
operanti nel Centro, a cui si aggiunge Chiodi, specialista in storia delle
religioni del mondo antico e del Vicino Oriente. Arnim, Stoicorum Veterum
Fragmenta, Lipsiae, Teubner. Barnes, MIGNUCCI (a cura di), Matter and
Metaphysics. Fourth Symposium Hellenisticum, Napoli, Bibliopolis. Biagini (cur.),
Il Sistema Mediterraneo. Radici Storiche e Culturali e Specificità Nazionali,
Roma, CNR Edizioni. Brancacci, Le orazioni diogeniane di Dione Crisostomo, in G.
(cur.), Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino,
Brancacci, Il Socrate di Guido Calogero, “Giornale Critico della Filosofia
Italiana”, Calogero, Gli studi italiani sulla filosofia antica, in Antoni,
Mattioli (cur.), Vita intellettuale italiana. Scritti in onore di Croce per il
suo ottantesimo anniversario, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, Cambiano,
Il problema dell'esistenza di una scuola Megarica, in G. (cur.), Scuole
socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino Celluprica,
L'argomento dominatore di Diodoro Crono e il concetto di possibile di Crisippo,
in G. (cur.), Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il
Mulino Croce, Logica come scienza del concetto puro, Bari, Laterza. Croce,
Teoria e storia della storiografia, Bari, Laterza. Croce, Filosofia della
pratica: economica ed etica, Bari, Laterza. Croce, Filosofia della pratica:
economica ed etica, a cura di M. Tarantino. Edizione Nazionale delle Opere di
Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis. Croce, Logica come scienza del concetto
puro, a cura di C. Farnetti. Edizione Nazionale delle Opere di Benedetto Croce,
Napoli, Bibliopolis. Croce, Problemi di estetica e contributi alla storia
dell’estetica italiana, a cura di M. Mancini. Edizione Nazionale delle Opere di
Benedetto Croce, Napoli, Bibliopolis. Croce, Teoria e storia della
storiografia, a cura di E. Massimilla, Tagliaferri. Edizione Nazionale delle
Opere di Croce, Napoli, Bibliopolis. Pra, Lo Scetticismo greco, Milano, F.lli
Bocca, rist. Laterza Caizzi, Antisthenis Fragmenta, Milano, Cisalpina. Caizzi,
La tradizione antistenico-cinica in Epitteto, in G. (cur.), Scuole socratiche
minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino, Diels, Doxographi Graeci,
Berlin, Reimer. Diels, Die Fragmente der Vorsokratiker, Berlin, Weidmann.
Donini, Stoici e Megarici nel De fato di Alessandro di Afrodisia, in G. (cur.),
Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino, Gaiser,
La teoria dei principi in Platone, “Elenchos”. Gentile, Sistema di logica come
teoria del conoscere, Pisa, Spoerri. Gentile, La riforma della dialettica
hegeliana, Firenze, Sansoni. ILIESI digitale Temi e strumenti Alesse G. G. e il
Centro di Studio del Pensiero Antico Gentile, Storia della Filosofia (dalle
origini a Platone), in Bellezza (cur.), Gentile. Opere complete, a cura della
Fondazione Gentile per gli studi filosofici, Firenze, Sansoni. G., I CIRENAICI.
Raccolta delle fonti antiche. Traduzione e studio introduttivo, Firenze,
Sansoni. Scuole socratiche MINORI e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino. La
storiografia idealistica, ELENCO. Lo scetticismo antico, Atti del convegno
organizzato dal Centro di Studio del Pensiero Antico del CNR Elenchos Napoli,
Bibliopolis. Tavola rotonda. La storiografia filosofica sul pensiero antico,
“Elenchos”. In ricordo di Calogero, Elenchos. G. e Gigante, L’ORTO romano, Atti
del Congresso Internazionale tenutosi a Napoli, Elenchos, Napoli, Bibliopolis.
G. e Narcy (cur.), Lezioni socratiche Elenchos Napoli, Bibliopolis. G. e Vegetti,
La scienza ellenistica. Atti del Convegno di studio tenuto a Pavia Elenchos Napoli,
Bibliopolis. Humbert, Socrate et les petits Socratiques, Paris, PUF. Ioppolo,
Aristone di Chio, in G. (cur.), Scuole socratiche minori e filosofia
ellenistica, Bologna, il Mulino, Parente, La valutazione dell’epistemologia dei
peripatetici, e in particolare di Statone di Lampsaco, nell’ambito della
valutazione della filosofia ellenistica, in G. (cur.), Scuole socratiche minori
e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino, Liburdi, Materiali per una storia
dell’ILIESI, ILIESI. Relazioni Tecniche, ILIESI-CNR. Mannebach, Aristippi et
Cyrenaicorum Fragmenta, Leiden- Köln, Brill. Mansfeld, Doxographical Studies.
Quellenforschung, Tabular Presentation and Other Varieties of Comparativism, in
Burkert, Gemelli Marciano, E. Matelli, Orelli, Fragmentsammlungen
philosophischer Texte der Antike – Le raccolte dei frammenti di filosofi
antichi, Göttingen, Vandenhoeck et Ruprecht, rist. in Mansfeld-Runia,
Mansfeld Mansfeld, Deconstructing
Doxography, Philologus, rist. in Mansfeld-Runia Mansfeld, Runia, Aëtiana. The Method and Intellectual
Context of a Doxographer, Leiden, Brill, The Sources. Mansfeld, Runia, Aëtiana.
The Method and Intellectual Context of a Doxographer, Leiden, Brill, The
Compendium. Mansfeld, Runia, Aëtiana. The Method and Intellectual Context of a
Doxographer, Leiden, Brill: Studies in the Doxographical Traditions of Ancient
Philosophy. Manuli, Vegetti (cur.), Le opere psicologiche Socratis et
Socraticorum Reliquiae, collegit, disposuit apparatibus notisque
instruxit G., Elenchos Napoli, Bibliopolis. di Galeno. Colloquio galenico Pavia, Napoli, Bibliopolis. ILIESI
dTemi e strumenti Alesse G. Giannantoni e il Centro di Studio del Pensiero
Antico Mondolfo, L’infinito nel pensiero dei Greci, Firenze, Le Monnier.
Mondolfo, La comprensione del soggetto umano nell’antichità classica, Firenze,
La Nuova Italia. Patzer,
Antisthenes der Sokratiker. Das literarische Werk und die Philosophie,
dargestellt am Katalogen der Schriften, PhD dissertation, Heidelberg
University. Repici, Lo sviluppo delle dottrine etiche
nel Peripato, in G. (cur.) Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica,
Bologna, il Mulino. Sillitti, Alcune considerazioni sull’aporia del sorite, in
G. (cur.) Scuole socratiche minori e filosofia ellenistica, Bologna, il Mulino.
Untersteiner, I Sofisti, Torino, Einaudi. Usener, Epicurea, Lipsiae, Teubner.
Platone. La Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis. Platone. La
Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis, Vegetti Platone. La
Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis Vegetti = Platone. La
Repubblica, traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis. Platone. La Repubblica,
traduzione Vegetti, Napoli, Bibliopolis,
e commento a cura di Mario e commento a cura di Mario e commento a cura
di Mario e commento a cura di Mario e commento cur. Vegetti, Napoli,
Bibliopolis. a BS’l RATTO <Ia 1 Bollettino (ti Filologia
Classica II 6xi|iòvtov di Soorate. Como già nei tempi antichi, cosi
anello più tardi il 3 r.|iàviov di Socrate lui sempre suscitato il più
vivo interesso ed è rimasto lino ai giorni nostri oggetto di studio. Ma,
per quanto sia stato scritto attorno ad essa e per quanto no sia stata
ago- volata la compronsione por merito di Seliloiormacher e dei suoi
successori, non si può dire clic si sia linoni riusciti a trovare una
spiegazione soddisfacente di questo fenomeno, che fu una dèlio cause
dèlia tragica fine del grande pensatore. Le fonti, alle quali
dobbiamo attingere nella nostra ricerca, sono, come si sa', gli scritti
di Platone o di Senofonte. Ma.qui ci troviamo subito di fronte ad una
questione molto discussa c cioè; quale dei due autori sia rispetto alla
dottrina socratica il più attendibile. Poiché i rapporti di Platono o di
Senofonte si contraddicono riguardo allo manifestazioni del Satpdviov di
Socrato in un modo assai pronunciato, è chiaro che dalla decisione alla
quale arriviamo rispetto a questo divario, deliba infine dipendere la
soluzione del problema. 1 > m,to che nel diciottesimo secolo si fece
strada il parere del leib- niziuno Brucfecr, secondo il quale gli scritti
di Senofonte sarebbero per lo studio del socratismo i più veritieri,
parere che ha avuto fino ad oggi i suoi fautori. Di quest’opinione è in
linea generalo anche Hegel (IJ. 1|S. principio del secolo passato però,
Schleiermacher ed altri insistettero che por la valutazione della
dottrina socratica do vesso tenersi maggior conto delle opere di Platone.
Di fronte a queste due correnti lo Zollerai sogni un indirizzo, elio
possiamo chiamare intermediario. Senza entraro in particolari, si può
dire che, sebbene gli atti attorno a questo divario non siano ancora
chiusi, diventa sempre più salda la convinzione, che senza uno studio profondo
di Platone una comprensione del socratismo non è possibile. Ma con ciò il
nostro quesito non è ancora risolto. Secondo Platone il Sxigóvwv
agisce in modo esclusivamente inibitorio, esso non è mai incitativo.
Secondo Senofonte, però, funziona nei due modi. Si è, è vero, creduto che
la contraddizione tra lo due versioni fosse soltanto apparente, perchè,
se il «aigóviov non inibiva Socrate nel 6uo fare, ciò equivaleva, si è
detto, ad un'atrcrmaziono nel senso Hegel, Vorl. ti. d. Gesch. d. l'Ii tfp
s. Il Schleiermacher, Abkdl. kad. su Berlin, Zm.i.ER, Die Philosophie hen li,
1, t* '.al., (4) Cfr. Zuocantb, Socrate, pòrte prima,di un ordine
positivo. In verità, però, mi sembra, che la diversità venga con una talo
interpretazione soltanto celata, ma non eliminata, perchè in realtà le
differenze tra i rapporti doi due autori sono dovute a processi psichici in sè
diversi. Corto, se qualcuno mi dice, ad es. : non andare via ! quosto
equivale praticamente al comando positivo: rosta ! Ma con ciò la cosa non
è fluita. So io non distolgo qualcheduno, che devo guidaro, da una
azione, che egli è in procinto di compiere, do, è vero, con ciò il mio
consentimento al suo proposito, ma la sua azione scaturì da motivi sorti
nella sua coscienza e prosegue secondo leggi psichiche. E so, in un altro
caso, lo freno con un semplice: no! senza però dargli altri ordini
positivi, io non permetto che egli eseguisca quello che stava per fare, ma con
ciò non gli indico ancora quanto devo in sua vece intraprendere. Il suo
agiro dipende di nuovo unicamente da lui o si sviluppa ancora da motivi
che sorgono in lui stesso. Ma so gli dico: fa cosi ! allora lo sottopongo
in senso positivo ad una volontà non sua o lo faccio compiere un’azione,
i cui motivi sorsero nella mia coscienza e non nella sua. Egli diventa lo
strumento del volere di un’altra persona, e, se consideriamo il fatto dal
lato etico, la responsabilità per lo conseguenze di una tale azione cado
in questo caso interamente su di rao o per nulla su di lui. Non occorrono
altri esempi: in fondo la diversità doi due rapporti si riduco presso a
poco al caso citato. Secondo Senofonte, Socrate riceve anche ordini
positivi dalla divinità, egli compie quindi azioni, che non furono da lui
deciso, secondo Platone mai. Ogni sua azione procedo, secondo Platone, in
seguito a motivi, che appartengono alla sua propria coscienza, ed è sempre la
sua volontà che lo fa agiro anche dopo che egli ha abbandonato, per
l'intorvonto del Baijióvwv, una decisione presa. Como si vede, la
differenza non si lascia eliminare. Per quanto si corchi di celarla, essa
riappare sempre. Mi sembra quindi più savio di riconoscerla. Ma ciò
facondo ammettiamo anche che una dello due versioni non può essere esatta
e cho si deve decidere, quale delle due si abbia da riconoscere come
vera. Delle opero cho portano il nome di Senofonte, l’Apologia viene
oggi quasi da tutti riconosciuta apocrifa. Per ciò non ne teniamo
conto. Degli altri suoi scritti sono per noi importanti i Memorabili ed il
Convito. Faccio qui osservare che, dopo un esame della rispettiva letteratura o
specialmente in base agli studi di Schonkl, sono arrivato alla conclusione cho
per il nostro problema soltanto i passi Meni. o Conv. sono con tutta
sicurezza da considerarsi come autentici. Per talo ragione lasciamo da
parte in questa breve nota i passi: Mem. Dalle opero cho vanno sotto
il nome di Platone e che trattano del Saipóviov escludiamo il Teagete,
perchè oggi generalmente ritenuto apo¬ [lli Schenkl, Xenophont. Studien. Sitzungsber. d. K.
Akad. d. Wiss . i zu Wien] orilo. L’autenticità
dell'A Icibinde 1 è fortemente messa in dubbio, lo accettiamo con
riserva. Non posso decidermi di respingere 1 Fall frane, malgrado lo
obiezioni di Ueborwog. Dogli altri scritti platonici limino per noi
valore VApologià, YEutidemo, il Tediato, il Fedro e la Repubblica. Senza
entrare rpii noi particolari della questiono, (pialo sia I ordino
cronologico delle opere di Platone, dobbiamo intenderci sull'epoca in cui
fu scritta Y Apologia, perchè questo lavoro ci dà la più esatta in- i
rmazione intorno al Saipiviov di Socrate. La maggior parto dogli stu-
.dcigi c ciò è per noi importante fa salirò l’origine di quest opcra ad
un’epoca non molto distante dalla condanna o dalla morte del illusolo,
l’orsino autori elio sono del parere clic Platone 1 abbia scritta a
Megara, ammettono con ciò (dio questo importante documento appartiene al suo
primo periodo di attivila, scientifica. Allo stesso risultato giunse
Lutoslawski per mezzo del suo metodo stilometrico. Quantunque si debba
riconoscere l’unilateralità di questo metodo e per quanto sarebbe
arrischiato di fondarci unicamente su di esso, ci costringono nondimeno ragioni
psicologiche di non negargli ogni valore. Alla questione esposta si connetto
quost’altra, cioè, so nell’Apologià .di Platone si tratti di una fedele
riproduzione di quanto Socrate realmente disse davanti al tribunale di Atene, o
se si tratti soltanto di una riproduzione piu o meno fedele del contenuto
dei suoi discorsi. La prima opinione è quella di Schleiermacher, della
seconda è Stcinhart (3), elio vede nell’Apologià un'opera d'arte, in cui
lo spirito socratico o quello di Platone si trovano armonicamente fusi
insieme. Ambedue le opinioni hanno avuto i loro fautori. Considerazioni
psicologiche mi hanno condotto nelle duo questioni accennato a con'
inzioni che risultano da quanto seguo. Come si vuol spiegare
l'influenza che quest'opera ha sempre esercitata sui più grandi spiriti della
razza umana, o come si potrebbo comprendere la elevazione morale clic
ognuno devo provare in sè, quando vi si abbandona senza pregiudizio, so
non si ammette che essa suscita nel lettore la convinzione di sentire la
parola viva di Socrate stesso? Quale valore potrebbo avere questo
scritto, se si volesse considerarlo unicamente come una creazione d'arto, come
una descrizione dell’ideale platonico? In questo caso dovremmo bensì
inchinarci davanti all’autore quale artista, ma in fondo avremmo cosi un
Socrate come Platono avrebbo desiderato che egli fosso, ma non come
real¬ mente era. Non stava in Socrato piuttosto la verità incorporata
davanti ad Atene decadente, davanti alla stessa Atene che egli aveva
conosciuta nello splendore del periodo di Pericle? Non era quest uomo un
idealo morale di una tale grandezza elio ogni tentativo di idealizzarlo
maggiormente doveva necessariamente rimpicciolì rio ? P. Ueberweg, Unters.
fi. d. Echtheit u. Zeitfolge piatoli. Schriflen, F. Schle i rum ache R,
Plalons Werke, I H. MQli.er e K. Stf.inhart, Plalons sàmmtl. Werke, Per quali ragioni poi l 'Apologia non fu
scritta in forma di dialogo? Nessuna introduzione, nessuna descrizione dello
scenario, nessun nesso tra i singoli discorsi, nessun accenno a
circostanze secondarie interrompono l'azione in questo meraviglioso documento.
Non dovremo convenire che soltanto forti motivi psicologici indussero l’autore
ad esporre cosi lo sviluppo del processo? Non si dimentichi neppure
quanto diversamente Socrate parla della morte ne\\'Apologia e nel Fedone,
la qual opera, senza alcun dubbio, fu scritta molto più tardi.
Nell’yfpo/ofna è in verità Socrate stesso che parla, mentre nel Fedone è
Platone che motto, entro la cornice della realtà storica, la propria
convinzione in bocca al suo amato maestro. Vi sono poi altri fatti
psicologici da rilevare. Ricordiamo che Platone ascoltava un maestro, che
aveva seguito con tutto l'ardore del suo en¬ tusiasmo giovanile per
lunghi anni, e dal quale emanava un lascino che faceva dimenticare a lui
come ad altri giovani greci la figura di Sileno clic nascondeva il vero
essere del grande innovatore. Ricordiamo clic Platone era penetrato nello
spirito della dottrina socratica come nessun altro e clic egli solo è
stato capace di salvarla interamente per la filosofia occidentale. Gli
orano quindi lamiliari tutti i particolari esteriori che sono caratteristici
por ogni personalità umana o senza i quali non possiamo neppure
rappresentarcela. Conosceva esattamente il timbro e la cadenza della sua
voce, il suo vocabolario, il suo periodare, i suoi movimenti mimici e
pantomimici, in breve tutti i numerosi fattori clic, secondo la leggo
della fusione psichica, cooperano a lar sorgere in noi l’immagine di una
persona a noi nota c che, tutti quanti, esercitano la loro influenza
dormito la riproduzione di un suo discorso. È inoltro cosa saputa
che ogni riproduzione di un discorso riesce tanto più fedele, quanto piu
l'attenzione rimaneva tosa, quanto mag¬ giore era l’interesse che
l'oratore suscitava in chi l'ascoltava. Si può immaginano un’attènzione
piu concentrata elio nel caso presente? Figuriamoci lo stato
d’animo del giovano Platone, che pende dalle labbra del suo maestro e che
appercepisce attivamente ogni parola da lui pronunciata; ridestiamo nella
nostra immaginazione l’uragano di emozioni che lo travolge, le
fluttuazioni della sua anima tra la speranza ed il timore, tra l'ammirazione
della grandezza sovrumana che si palesa e lo schianto per la certezza
della perdita irrimediabile, e si dovrà convenire elio l’organismo umano
forse non sopporterebbe tali stati d’animo una seconda volta. Sappiamo
che emozioni come queste non passano facilmente, ma (die tornano sempre
in nuovo ondato. Sappiamo inoltro che nessun moto d'animo rimane senza
espres¬ sione o elio lo singolo persone a questo riguardo si comportano
diver¬ samente. Anche l’anima dell’artista lui le sue reazioni ed ogni
artista le ha a seconda dell’arto, alla quale dedicò la sua vita. Ora,
anche Platone era artista o come tale non potevano rimaner mute lesile emo¬
zioni. Ma egli era anello scienziato, uno scolaro, anzi Io scolaro per
eccellenza, ili quoH'uomo che durante una lunga vita non aveva ccrrato altro
ohe la verità. Oli era impossibile di rinchiudere in se ciò clic aveva
vissuto quel giorno. Cosi, appena può, prende lo stile por dare uno slogo
all'emozione olia lo soffoca. li se il suo stato non diede luogo a
fenomeni precisamente nllucinnttfri, nondimeno tutto ciò che aveva visto
e sentito, torna a vivere in lui, conio per il poeta vivono ed agiscalo
lo persone croato dalla sua fantasia. Cosi, io penso, nacque VApologia
platonica. Essa non è un rapporto stonogralico, perché è certo olle anche
questa riproduzione doveva su¬ bire quei cambiamenti che, secondo i
risultati della trattazione sperimentale. hanno luogo in tutti i processi
riproduttivi. Perciò non ogni parola ebbe il suo posto originario, un
pensiero avrà avuto un'espres¬ sione un po' più breve, un altro una
l'orma un po' più lunga, eco., ma quanto al resto il documento è. come
per il contenuto, cosi puro pol¬ la forma tanto fedele, quanto, data la
mente Idi un Platone, era umanamente possibile. Con ciò ho esposto II mio punto
di vista rispetto allo due questioni sovracconnatc. No risulta che
dobbiamo fondarci nella nostra ricerca4U/-quanto viene riferito in
quest'opera intorno al &tipóviov di Socrate. Aggiungo die gli accenni
contenuti negli altri scritti di Platone non contraddicono in alcun modo
i dati precisi dell’Apologià. Per quanto concerno lo opero di
Senofonte che ci interessano, bisogna ricordare che esse furono scritte
parecchi anni dopo la morte di Socrate, o die in esse i.on veniamo mai
informati intorno al fenomeno da Socrate stesso. Desideroso di dimostrare
l'innocenza del grande filosofo, come puro la ingiustizia dell’accusa c della
condanna, Senofouto metto, convinto, beninteso, di scrivere la verità, il
Saipòvcov di Socrate in relazione colla fedo popolare nello divinazioni.
Ciò non può sorprendere, quando si pensa all'abuso che il popolo di qucH'epoea,
già invaso dallo scetticismo, fece dei divinatori, c quando si tiene
presente elio Souofontc non ora filosofo, ma uomo politico. Per questa
ragione non dove recar meraviglia, se Senofonte non aveva compreso ciò
che era nuovo ed essenziale nella concezione socratica del fenomeno. In
Meni. è detto clic il divino (vi Saipòviov) dava segni a Socrate ed in I,
4 viono aggiunto elio egli comunicava tali messaggi a quelli clic lo ci
re urlavano o elio aveva loro predetto ciò che dovevano faro e ciò elio non
dovevano l'aro, come puro elio quelli elio seguivano questi consigli ne ebbero
vantaggi, mentre gli altri elio non li seguivano, dovevano poi
pentirsene. Meni. contiene il noto colloquio con Aristodemo.
Socrate domanda ad Aristodemo, clic cosa gli dei dovessero l'aro per convincerlo
elio si curavano anche di lui. A ciò Aristodemo, alludendo al S-x.aó
e.'j'i. risponde, un po' ironicamente, che dovevano mandargli dei
consiglieri per fargli sapere quello elio doveva faro e non fare, corno
Socrate pretendeva che fosse il caso spo. In Cono. Socrate non aveva
affatto parlato del suo Sxtgtìvwv o non no parla neppure in seguito.
Antistuno, però, gli fa il rimprovero, come se egli se no servisse per
trarsi d'impiccio. È evidente che, se non avessimo lo rispettivo, opere
platoniche, il ixigiviov di Socrate sarebbe rimasto per sompro un
fenomeno inesplicabile. D'altra parte però le comunicazioni di Senofonte sono
di grande valore, in (pianto che fanno vedere il modo in cui in Atene si
giudi¬ cava questo fonomono, ivi assai conosciuto. Dall' Apologia
ili Piatone apprendiamo che Socrate disse nel suo primo discorso (Apoi.),
che egli non si era occupato di altari politici, perchè succedeva qualche
cosa di divino o di demonico (Dstov r. -/.od Sxqidvtov) in lui, che dai
tompi della sua fanciullezza (è-/. r.x'.Sif) vi era stata in lui una
corta voce (qxov^ vi?) la quale, ogni volta che gli sopravveniva, l’aveva
trattenuto da qualche cosa, ma che non l’aveva mai spinto a qualsiasi
azione. Nel discorso Socrate spiega, come la solita divinazione (r,
siioSHtà poi prmxi)) l’avesse nel passato sovento fermato, trattandosi
anche di coso molto piccole (jiàvu érti opi- xpotg), ma che il segno di
Dio (vi r.ù 9-soO a^pstov) non gli era soprav¬ venuto durante tutto il
giorno c neppure durante tutto il suo parlare, mentre durante altri
discorsi l'aveva spesso frenato. Dice ancoraché la morte non poteva
essere un male per lui, perché nel caso contrario il solito segno (vò
e!i»9-ò; a^pAv/J l'avrebbe cortamente trattenuto nel parlare. Alla fine
di questo discoi-so ripeto che il morire doveva ora essere per lui la
miglior cosa, perché altrimenti il segno (vo oij- pstov) l'avrebbe
avvertito. Gli altri scritti di, Platone, dei quali dobbiamo tener conto, non
possono naturalmente iù avere il valore storico, elio abbiamo attribuito
all’Apologià, ma siccome i rispettivi passi, corno fu già detto, non sono
menomamente in contraddizione con quolli dell'Apologia, essi hanno
certamente un fondamento storico. In ogni modo illustrano, come Platone vuole
che il Sxwdvwv di Socrate venga inteso. Nell'Atò/drtde I l’autore si servo
del fenomeno per iniziare il dialogo. Socrate dice ad Alcibiade di non
meravigliarsi, se da tanti anni non gli avesse più parlato, perchè un ostacolo
di natura non umana, ma demonica (oùx ivD-piójiswv, àX/.i vi Sxipdviov
ivawttopx) gliene aveva impedito. ììo\ l’Eutifrone questo domanda a
Socrate, su che cosa Meleto abbisi l'ondato la sua accusa. Socrate dico
che Meleto gli rimprovera di introdurre nuovi dei c di non credere negli
antichi. E Eutifrono gli risponde di aver capito ora, che è perchè Socrate
parla sempre del suo Sxtpóviov. Noi Teetelo Socrate parla della sua
maieutica e dico che molti discepoli l'avevano abbandonato, perchè, non
comprendendo la sua arto, lo tenevano in poco conto. Egli aggiunge che,
se tali giovinetti tornavano da lui, il ìoupóviov (ti yiyvò|ìevóv poi Sxqwviov)
gli impede di accoglierne alcuni, mentre ad altri non era contrario e che
questi facevano di nuovo progressi. Nell 'Entidemo, un dialogo, in
cui Platone fa vedere tutto il vuoto ed il poricolo dell'arte solistica,
Critono prega Socrate di parlargli di duo solisti. Socrato consento o dico
clic il giorno innanzi ora stato seduto noi liceo od in procinto di
andarsene, quando gli ora sopravvenuto il solito sogno demonico (tò
siwà-ò: ay iuCcv tò ìaqiòvt'vv}. Poreiù ora rimasto seduto o tosto quei
duo, cioè Kutidemo e Dionisodoro orano entrati. Noi Fedro Platone ha già
oltrepassato di molto il socialismo puro e semplice, come risulta dalla
spiegazione elio dà dell’anima o dello ideo. Dopo una meravigliosa
descrizione del paesaggio vediamo corno Socrato o Fodro si coricano sulla
sponda dell’Ilisso nell'omhra di un albero. Socrato ticno il discorso sul
bel ragazzo che aveva avuto molti amanti. Fedro vorrebbe clic continuasse
su questo tema, ma So¬ crate gli risponde che, in procinto di
attravorsare il fiume, gli era sopravvenuto il solito segno demonico (tò
ìxqiòvtòv t= usci tò siiottòs aijgEìovl, gli era parso di sentire una
corta voce (za{ tivx cpiovijv iìi-a aòTò!M=v àzoùoai), elio lo impediva
di andare via prima di essersi purificato da un peccato commesso contro
la divinità. Dice ancora che egli deve essere veramente un divinatore, ma
soltanto per ciò elio riguarda lui stesso, e continuando rileva dm la sua
divinazione rassomiglia all'arte di quelli che leggono c scrivono male,
perché anche questi possono servirsene soltanto per i propri bisogni. Con ciò
egli passa man mano agli splendidi discorsi elio tutti conoscono. Platone
si serve in quest'opera con arte line del ìaqiòviov in modo similo a quello in
cui so n'è servito ncll’AHbiado e neU’Eutidcmo. Egli introduce il fenomeno
per rendere possibili i discorsi che seguono. Nella Repubblica – cf.
Grice -- Socrate dice elio IL SEGNO DEMONICO (tò ìaqiòviov ovjiietovJ non
era stato concesso a nessuno prima di lui o quasi a nessuno.
So analizziamo più da vicino il problema, vediamo che esso racchiudo in
sé tre problemi clic dobbiamo risolvere l’uno dopo l'altro. S’impone
prima di tutto il quesito, corno mai Socrate abbia potuto chiamare il
fenomeno in questione tò ìaqiòviov. A questo si connette l’altro, cioè di
sapere che cosa Socrate stesso abbia realmente inteso per questo termine.
In terzo luogo dobbiamo corcare, come la psicologia empirica moderna
possa spiogare questo fatto. II primo quesito e, fino ad un certo punto,
anemie il secondo fanno parte della psicologia dei popoli, mentre il
terzo appartiene esclusivamente alla psicologia individuale. Il
significato del ìaqiòviov di Socrate dal punto di vista della psicologia dei
popoli. Il concetto del demone è sorto da primitive vedute attorno all’anima.
Esso ha avuto poi un lungo sviluppo, duranto il quale, sotto l’influenza
di rappresentazioni magiche, subisce molte trasformazioni e acquista
varie forme. All’epoca in cui appare l’eroe, questi 'lue concetti si
fondano man mano in una rappresentazione to- talo, nella quale il
concetto del demone perde il suo carattere impersonale, mentre l’eroe acquista
dolio qualità sovrumane. Cosi nasce il panteismo. Importante è però in
tutto questo sviluppo, che la rappresontazione ilei demono non si perdo dopo la
formazione degli dei pagani o elio corto qualità ili questi ultimi vengono
attribuite anche ai demoni. Per ciò accado olio lu coscienza popolare non
distinguo sempre nettamente tra dei e demoni. Nella Grecia il concetto
del demone – cf. Grice e Ackrill --, sotto l'influenza della poesia e
della filosofia, subisce poi un’altra modificazione, in quanto i demoni vengono
considerati come esseri elio stanno tra gli dei o gli uomini. Si
confronti a questo proposito la descrizione deH'origino dell'Eros nel
Convito di Platone (come pure il primo discorso di Socrate nell’Apologià
platonica. Dal punto di vista della psicologia dei popoli si può diro elio
col «aipóviov di Socrate il concetto del demono torni nell'anima
umana, nella quale, per motivi psicologici e per processi di
oggettivazione, è nato, vi ritorna filosoficamente trasformato ed
eticamente purificato. E caratteristico per tutto questo sviluppo elio
Socrate nel Convito di Senofonte chiama l'anima umana un santuario
dell’Eros. Come intende Soci'de il suo 8*i|lòviov ? Prendo le mosse da un
punto ilei primo discorso AoW Apologia di Platone e precisamente dal
punto, ove Socrate invita Meleto a spiegare esattamente, se egli nella
sua accusa intenda di diro clic Socrate non creda negli dei dello stato, o
so egli voglia addirittura accusarlo di ateismo. Quando Meleto annuisco a quest’ultima
interpretazione, l’accusato corea di far vedere l'assurdità
dell'assorziono, dimostrando dapprima che, chi crede in qualche cosa di
demonico, devo necessariamente riconoscere l'esistenza ili demoni. E
quando Meleto devo nuovamente ammettere che i demoni sono figli di doi,
la partila è ila Scorato quasi vinta. Comesi può eredorè all’esistenza di tigli
dogli dei, egli conclude, senza credere con ciò anche a quella degli dei
stessi ? Difatti, i giudici elio lo ritenevano colpevole, erano in
piccola maggioranza. Se prendiamo questo passo insieme con quanto Socrate
dice ancora ilei suo 2xi|ióvtov o del suo concetto della divinità,
abbiamo in mano la chiave per la sua concezione del fenomeno. Faccio qui
ancora notare che intendo il termini vó ìzciivtov nelle opere di Platone,
secondo l'osservaziono di Schlcierinacher, nel senso di un aggettivo.
Dico questo per respingere l'opinione che Sperate abbia creduto in uno
speciale spirito custode. Socrate scoglio il termine iò Saupòviov in
conformità alla fedo popolare. Come i demoni, secondo questa, stanno tra dei o
uomini e vengono detti persino ilei, perchè da dei generati, cosi anche il
demonico in lui è generato dal divino. Per questo lo chiama anche tó
3-iCov, il divino. Il nesso psicologico mi sembra qui evidente. Abbiamo
qualcosa di s'inilo nella designazione del suo metodo, il quale egli
crede puro impostogli dalla divinità (Teeteto). Come a baso di tutte
Clr. W. Wu.ndt, m/terpsi/eholOjfie li,
ni; Clemente der VSt/cerpsi/chol.,(21 Op. cd. Cfr. puro B. E.
Uaonaiihtks, The Ctnssical Retitelo] lo azioni di Socrate sta il bisogno etico
della cortezza(1), cosi egli è assolutamente certo che in casi, in cui la
propria ragione lo lascia in asso, una volontà divina lo trattiene in
ogni circostanza, piccola o grande, dolla vita, quando è in pericolo di
non agire giustamente, cioè di non compiere la sua missione. In questa
cortezza, che forma una parte della sua fedo religiosa, sta la
giustificazione otica dolla ironia, colla quale egli lancia l'accusa
indietro sull’avversario. Ma oltre ad essere qualche cosa di divino, il
demonico in Socrate è poi anche qualche cosa di umano, perché si produce
nell’anima umana o diventa sua proprietà, cioè un oracolo interiore. Per ciò il
demonico stava veramente, come il demone della mitologia, in mezzo tra il
divino e l'umano. Si aggiunga elio Socrate ora in fondo persuaso che
prima di lui questo dono non era stato posseduto da nessun altro mortale.
Ecco ciò che vi ha di nuovo nella concezione socratica della divinazione,
di fronte a quella della fede popolare. Como dalla Repubblica di Piatone,
questo fatto risulta anche dalle superbe parole, colle quali Socrate si
esprime sul suo valore davanti ai suoi giudici (Apoi.). Tali parole
può pronunciare un ammalato di mente, che si deve compatire, ma quando
escono dalla bocca di un Socrate, sono l'espressione di una profonda
convinzione religiosa, che deve scuotere chiunque miri a tini etici.
Importante è per la fede di Socrate che egli non cerca di scolparsi in quanto
al non credere negli dei dello Stato, ma solo in quanto al sospetto di
avere delle convinzioni ateistiche (Apoi.). Por quanto concorno la
teologia socratica, elio al pari della sua etica doveva rimanere ili
carattere pratico, anziché sistematico, è importante ricordare che
Socrate trovò nella sua naz.iono il politeismo ellenico, corno Cristo trovò
nella sua il monoteismo giudaico. Socrate era, come ogni essere umauo, un
tiglio del suo tempo. Educato in (inolia religione ogli si riteneva, come
Cristo, esteriormente legato allo prescrizioni religioso in vigore. Come
prendeva sul serio la massima di Delfo: conosci le stesso, cosi rispettava
l'altra di ubbidire alle leggi. L’ultima parola del filosofo morente era
la raccomandazione di non dimenticare il sacrificio dovuto ad Esculapio
(Fedone), e poco prima aveva domandata all'uomo, elio gli portava il
calice fatale, se ora permesso di farne una libazione. In questo modo
Socrate non raggiunse l'altezza dolla dottrina del Nazareno, ma si avvicina ad
essa, perchè sulla*larga base della religione popolare si eleva, quale
sintesi della sua conoscenza, la fedo in un Dio unico, al quale si deve
ubbidire più che non agli uomini (Apoi.) c di cui egli si credeva un
apostolo (Apoi.). Socrate è tolcrautc verso la fede della moltitudine, ma il
suo Dio è l’intelletto che governa l’universo e per il quale non trova
neppure un nome, un divino onnisciente ed onnipresente, che [LABRIOLA (si
veda) Socrate, cur. CROCE (si veda)] si cura ilei Leno di tutti gli nomini
(Sonof., Meni.). Tutte le sue pratiche religioso sono in fondo rivolto n
quest'unico Dio senza nomo, clic si rivela agli uomini in molti modi. Con
una espressione di ledo in questo Dio onnisciente, si chiudo ì'Apntoi/ia
platonica(l). Tenendosi presente questo concetto della divinità, si
comprendo la sua incrollabile fede nel S»tpóvtov come in una rivelazione della
medesima. Il l'atto che il plurale oi '.Hol si trova in Platono come in
Senofonte accanto al sì neolaro 6 tei? potrebbe destare il sospotto elio Sorrato
accanto all'intelletto universale abbia ammesso ancora dolio altro forme
divino. Ma ciò è escluso. Egli sceglie il plurale in modo simile come,
per es., nella Genesi il plurale Eloliim sta por il singolare del divino. Non è
qui il luogo ili entrare in altri particolari. Ricordo soltanto elio troviamo
precedenti in Senofane e che audio Anassagora aveva già riconosciuto un
unico principio immateriale che tutto ordina secondo lini. Che Socrate conoscr
l'opera di Anassagora, apprendiamo direttamente da Platone
(Fedone). Non ho bisogno di rilevare che, con quanto fu esposto, sono
senz’altro respinte le opinioni di Lèi ut o di altri, cho considerano
Socrate come un ammalato di mente, come pure il parere di Dii l’rel,
che mette il Sxqidvtov di Socrate in relazione collo proprio teorie
mistiche. // 8r.pó/tov di Sacrale dal punto di vista detta psicologia
empirica moderna. So teniamo conto di tutti i fatti che Platone ci
presenta, è evidente che nel «atpivtov di Socrate si tratti ili un
processo che appartiene al campo delle inibizioni psichiche. Naturalmente non
può trattarsi qui di una inibizione nel senso della dottrina
intcllcttuulitstica di Horbart. Ciò che nel nostro caso è inibitorio, non
appartiene all'atto al contenuto oggettivabile della coscienza umana, ma
si trova piuttosto dalla parte puramente soggettiva di essa, cioè da
quella dei sentimenti. Da questo punto di vista dobbiamo cercare di
risolvere il problema. L’inibizione procede da un sentimento totale, che
si forma in base ad un numero più o meno grande di intensivi sentimenti
parziali, legati ad clementi rappresentativi che rimangono al limito
della coscienza e che non giungono all’appercezione. Con questo è
inteso, che non può trattarsi nel caso di Socrate, come è stalo
ripetutamento affermato, di processi allucinatoci. Nel fatto che
l’inibizione parte da un sentimento, al quale non corrisponde un
contenuto oggettivo, sta la ragione, perchè Socrato non può fare alcuna
indicazione precisa [Cfr. pure (I. /Cuccanti) F. I.ÉIX'T, L)it itóiiion de
Si,croie ni. 1 C. Du Prel, Ine Mastiti d. alt. (ìrieclien. E caratteristico che
Du Prel l'accia uso ilei Teapele, benché riconosca che questo non sia
un'opera di Platone. Cile Platone colla frase nel Fedro “ xxt -iva
ipiovijv £So;a xùxcàsv ày.ofkJx: „ non vuol alludere ad una
allucinazione, dimostra con molta chiarezza anche lo Cuccante. Si aggiunga
che. se il Szqicvtcv di Socrate avesse tale origine, questo si
rileverebbe in tutti i rispettivi racconti platonici, ciò che non è
assolutamente il caso. ] intorno al fenomeno, ma (leve in casi, in cui non
lo chiama semplice¬ mente il demonico o il divino, contentarsi di termini
metaforici. Parla, ad es., di una voce, come oggi si usa il termine voce
della coscienza. Questo sentimento, sorto dapprima per via associativa, viene
poi attivamente appercopito e, riferito alla divinità, acquista il carattere
di un motivo imperativo che, coll'intensità di una forza morale, lo
costringe ad abbandonare un'intenzione presa. Dal fatto cho l’inibizione
viene da Socrate creduta un segno divino, si comprendo elio in lui non
possono mai nascere dei dubbi, come accadrebbe con altro persone. Non vi
è mai in un tal caso una lotta tra motivi in lui, mai alcun conflitto tra
doveri. Appena egli s'accorge dell’inibizione, è assolutamente sicuro di aver
avuto trasmesso un divino No,.. Cosi la riflessione o la fedo nel suo
Sztjióv»/diventano i principi fondamentali, che lo guidano nella sua
intera attività filosòfica ed etica. In ultima analisi si tratta qui di un
fatto psichico clic si verifica in ogni coscienza normale più o meno
frequentemente, benché molte persone non lo osservino o non si lascino da esso
frenare. Di Mill ci viene riferito elio egli osservò il fenomeno in se stesso
molto intensamente. A me molte persone hanno dotto di aver notato
in sè tali inibizioni sentimentali. Siccome Socrate ci informa che
egli aveva osservato il fenomeno spesso in sè dai tempi della sua
fanciullezza, non è escluso che vi sia stata in lui por lo sviluppo di esso una
certa disposizione. Ma d'altra parto si devo ricordare (dio egli per
tempo si abituò a fare molto sul serio l'esame di se stesso o cho il
fenomeno era una parte integrale della sua fede religiosa. Dal momento
cho egli era corto cho il sentimento inibitorio era una rivelazione
divina, questa convinzione doveva dominare tutta l’anima sua. Dato questo
continuo autoesame in connessione collo sviluppo (lolla sua convinzione
teologica, si comprendo, come dovesse entrare in giuoco un principio che
governa ogni vita psichica, cioè quello dell’esercizio. L’ininterrotto
esercizio doveva renderlo capaco di riconoscere l'inibizione di ogni
grado appena sorta e di afferrarla coll'attenzione. Si aggiunga (die la
coscienziosità colla quale cercò continuamente di compiere la sua missione, e
colla quale mirava sempre ai medesimi lini, doveva renderlo
straordinariamente sensibile o facilitare la formazione di tali sentimenti.
Cosi si spiega il frequente ripetersi del fenomeno in tutto lo sue
azioni. Io credo clic, con quanto fu esposto, siano trovati i punti
principali «he debbono guidarci nella spiegazione psicologica del
Sacgóviov di Socrate. Tornerò sull’argomento in un lavoro più esteso, ed
in questo sarà tenuto conto delle opinioni di altri autori più di quanto
mi è stato possibile di fare in questa breve comunicazione. Zuccante, Kiesow. SOCRATE ET l’Amour
Grec. SOCRATE ET l’amour grec (Socrates sanctus nai Sepaatrjs) D1SSERTATlON.
GESNER. BONNEAU, PARIS, LISEUX, Rue Bonaparte, jegg^arean Gesner,
1’auteurde JgE cette curieuse dissertation, est I S&fe l un
erudit Allemand du xvm e sie- cle, dont les travaux ne sont pas
tres- connus en France. On lui doit d’excel- lentes etudes sur les
Scriptores rei rusticce, une Chrestomathie de CICERONE, une Chrestomathie
Grecque, des Lexiques, une traduction Latine des ceuvres de Lucien, des
editions de PLINIO (si veda), de Claudien, de Quintilien, de
Rutilius Lupus et autres anciens a rheteurs, toutcs enrichies de notes
savantes et de longs prolegomenes; plus, un nombre formidable de
dissertations sur toutes sortes de sujets, Opuscula diversi argumenti
(Breslau), parmi lesquelles son Socrates sanctus pce der asta tire
forcement l’oeil par la bizarrerie de son titre. Cette bizarrerie a
valu au livre sa notoriete, et en meme temps lui a fait grand tort.
Beaucoup de gens, entre autres Voltaire, malheureusement pour
1’erudit Tudesque, n’ont pas ete au dela, et iis ont construit sur
cette minee donnee un ouvrage tout entier de leur fantaisie, a
1’extreme desavantage du pauvre Gesner. D’autres ont cru Voltaire sur
parole et sont arrives au meme resultat. C’est Larcher,
THelleniste, qui le pre- mier chez nous mit en lumiere cet opus-
cule, dans son Supplemenl et THistoire universelle de labbe Bapn,
en le citant parmi les ouvragcs a consulter sur le proces de Socrate ; il
se contenta d’en faire mention, sans meme traduire ni expliquer le
titre, ne s’imaginant pas qu’on put s’y meprendre, et qu’un homme tel que
Gesner fut suppose capable d’une indecente apologie. Voltaire, dont le vif
et alerte esprit se plaisait a effleurer les surfaces, sans presque
jamais approfondir, ne connaissait sans doute pas Gesner et certainement
n’avait pas lu son Socrates. Le Supplement a l’Histoire universelle
n’etait d 7 ailleurs qu une refutation tres-savante, quoique un peu
lourde, de son Introduction a 1'Essai sur les maeurs, publiee d^abord
a part et sous le pseudonyme de 1’abbe Bazin; quelques critiques
justes qu’on y rencontre le mirent de mauvaise humeur, et, battu
sur divers points d’erudition, il chercha une occasion de dauber
Larcher, a cote du sujet, selon son habitude. Il crut la trouver
dans le livre etrange qu’il supposa, d’aprcs le titre cite qu’il
interpretait mal, s’indigna de ce qu’on osait donner comme faisant autorite
de si mons-trueuses elucubrations (le monstrueux n’etait que dans ce
qu’il imaginait), et tantot sous le pseudonyme d’Orbilius, tantot
sous celui de M Ilc Bazin ( Defense de mon oncle, un de ses pamphlets),
il ne cessa de poursuivre la-dessus de ses bro- cards son
inoflensif adversaire. Tres- content d’avoir leve ce lievre, il a
meme reproduit son assertion plus que hasardee dans le plus
populaire de ses ouvrages; on la trouve en note de 1’article Amour
socratique, du Dictionnaire philosophique. Un ecrivain moderne, nomme
Larcher, repetiteur de college, dans un libelle rempli d’erreurs en tout
genre et de la critique la plus grossiere, ose citer je ne sais
quel bouquin dans lequel on appelle Socrate Sanctus pcderastes ;
So- crate saint b ! Il n’a pas ete suivi dans ces horrcurs par
1’abbe Foucher. Larcher avait trop beau jeu pour ne pas repliquer. II le
fit dans sa Reponse . la Defense de mon oncle, opuscule rare,
reimprime a la suite du Supplement a 1’Histoire universelle. Vous
m’attribuez, dit-il a Voltaire, votre infame et infidele traduction
du titre d’une dissertation de feu M. Gesnera Je n’ai point traduit
le titre de cette dissertation; il ne pouvait se prendre que dans un sens
tres-honnete, mais il etait reserve a M lle Bazin et a Orbilius de
lui en donner un infame. Cela ne vous suffisait-il pas? Fallait-il encore
me 1’imputer? Pour qui avait suivi toutes les phases de la discussion,
Larcher et Gesner etaient innocentes; Voltaire restait convaincu
d’avoir note dfinfamie un livre sans le connaitre. Mais ces temps sont
loin; personne aujourd’hui ne lit Larcher pour son plaisir, et le
Dictionnaire philoso- phique est dans toutes les mains. Voila
pourquoi on croit generalement que Gesner a developpe le plus scabreux des
paradoxes et fait une apologie en regie d’un vice honteux. Nous pourrions
citer au moins un de ceux qui, se fiant a Voltaire, ont propage
1’erreur mise par lui en circulation, et affirme que cette dissertation
n’est qu’un tissu d’invectives ; mais nous ne voulons faire de la peine a
personne. Gesner, ecrivain des plus doctes et plus estime encore
pour son caractere que pour son savoir, professeur de Belles-Lettres a
Goettingue, puis bibliothecaire, ne pouvait ecrire qu’une defense de
Socrate, une refutation des calomnies dont on a obscurci sa
memoire, et que la langue a attachees a son nora d’une maniere en
quelque sorte indelebile par les mots de socratisme et d 'amour
socratique. Inquiet et tourmente, comme il 1’assure, de voir peser
sur IL PADRE DELLA FILOSOFIA de si indignes soup9ons, il a voulu
remonter aux sources, compulser tout le dossier et reviser le
proces sur les pieces memes. II l'a fait d’une facon non moins inge-
nieuse que savante dans cette dissertation lue a 1’Academie de Goettingue,
recueillie dans les Memoires de cette academie, dans les Opuscula
diversi argumenti de 1’auteur et tiree a part (Utrecht). C’est cette derniere edition
que nous avons suivie pour la reimprimer et la traduire, ce qui n’avait
jamais ete fait en Francais, ni probablement dans aucune autre
langue. Gesner a-t-il reussi a disculper entierement Socrate? Nous l’esperons;
mais nous etions de son avis avant d 7 avoir lu son livre, et, ccmme
per- sonne ne 1’ignore, c’est surtout chez ceux qui pensent comme
lui qu’un auteur, si bon dialecticien qu’il soit, porte la conviction.
Les esprits mal faits qui incli- nent a 1’opinion contraire, et
ceux-la seront toujours difficiles a persuader, persisteront
peut-etre a trouver singulier que Platon, interprete de Socrate, ait
si souvent parle de 1’amour; qu’il ait consacre trois de ses plus beaux
dialogues, le Lysis, le Phedre et le Banquet, a cette brulante
passion; qu’il l’ait tant de fois soumise aux analyses les plus
delicates, expliquee par les conceptions les plus sublimes, les
mythes les plus poetiques, et que jamais, sauf un moment, dans
l’admirable episode de Diotime du Banquet, il ne soit question de la
femme. Alcide Bonneau. UTRECHT es hommes illustres, ceux qui
sont regardes comme tels non-seulement par la posterite, mais par
leurs contemporains, ceux surtout dont le plus grand eclat consiste
precisement dans leur vertu, sont souvent accuses, sur les plus
legers indices, de quelques travers, sinon de defauts plus graves; et
c’est la un travers iros illustres, et non a posteris solis sed
coaevis tales habitos, eos maxime quorum praecipua laus virtutis est,
vitii alicujus nedum criminis gravioris suspicari levibus argumentis, vitium
id quidem non leve : reos agere et condemnare crimen et piaculum; in
Christiano homine, in homine, in barbaro. Quanta istorum ignominia,
tanta est gloria piorum virornm qui versantur in probrosis his
l’editeur qui Iui-meme ne manque pas de gravite. Se faire a
la fois 1’accusateur et le juge, c’est une chose criminelle, un
sacrilege, qu’il s’agisse d’un Chretien, ou seulement d’un homme,
meme d’un paien. L’ignominie de ceux-la rehausse d’autant la gloire
des hommes pieux qui s’appli- quent a repousser ces odieuses
attaques. On peut le dire de Gesner, ce savant illustre, du petit nombre
de ceux qui depas- sant par la science tous leurs contemporains, font
encore plus estimer en eux les qualites du coeur que celles de 1’esprit;
c’est un honneur pour lui d’avoir pris en main la cause de Socrate, et un
plus grand peut-etre pour Socrate d’avoir dte le Client de
Gesner. II nous a paru bon de recueillir dans une edition nouvelle
cet ouvrage de faible conatibus coercendis. Gesnero, illustri nomini,
e numero paucorum illorum qui cum eruditione coaevos possint
excellere, animi dotibus quam ingenii celebrari malunt, incertum an
honori sit caussam Socratis egisse, magis quam Socrati Gesnerum
habuisse patronum. Visum fuit,
memoriam brevis operae sed auro contra noti carae nova editione colere. Docuit vir præclarus,
scripto quidem, quam inani co- natu virtus summi hominis sollicitata
fuerit ab obscuris obtrectatoribus, qui non solent deesse virtuti.
Docuit autem exemplo, pertinere ad dimension, mais qui ne serait pas
trop cher paye au poids de For. Son excellent auteur nous y montre,
la plume a la main, 1’inanite des efforts diriges contre un sage par
ces obscurs detracteurs qui ne man- quent jamais a lavertu; il nous fait
voir aussi, par son exemple, qu’il appartient a tout honnete homme
de defendre la cause des gens de bien. II nous enseigne surtout
avec quel soin et avec quelle erudition il est besoin d’ecrire dans de
telles matieres, ou l’on ne doit rien avancer qu’apres un examen
scrupuleux. Profite donc, lecteur, de ce travail, plus utile qu’il
ne le semblerait au premier abord; et si, par ignorance ou par trop
forte credulite, tu as rejetd loin de toi les ecrits Socratiques,
reprends-les maintenant et garde-les avec amour. Il nous sera per-bonos
omnes bonorum virorum caussam: tum et illud, in primis, ubi ejus modi res
agitur, accurate et docte scribendum esse, nec arripi quid piam absque subtili
examine, et benevolo illo, debere. Fruere, Lector, labore utiliori
quam decet: et si imprudentius forte abjeceris Socraticas chartas nimium
credulus, abi continuo et in sinu eas reconde. Integrum erit culpare qui
Socratem citant, tibi convenisset laudari Davidem et Salomonem: sed
patiamur, bonum et pauperem Socratem, placide subridentem, sereno
vultu, xvi l’editeur au lecteur mis a notre tour de mettre en
accusation ceux qui font un crime a Socrate de ce qu'ils
trouveraient admirable s’il s’agissait de David et de Salomon; mais
laissons le bon et pauvre Philosophe s’interposer doucement avec son
placide sourire, son tranquille visage, et s’ecrier: Moi aussi, Vertu, je
t’ai honoree, Deesse! Quant a ceux qui blameront cette apologie, non
comme excessive, grands dieux, car que pourrait-on dire de trop sur
Socrate? mais comme inconvenante et deplacee, qirils prennent garde de tomber
dans Todieux de cette populace Portugaise tou- jours prete, sinon a
lapider ou a bruler, du moins a exorciser a force de signes de
croix traces d’un doigt tremblant, le teme- raire qui oserait croire que
la Bienheu- reuse Vierge Marie etait une Juive. leniter interponere,
Et ego te, Virtus! colui Deam, Quibus fastidium movent
elogia, justa Di boni! quid enim de Socrate dici nimium potest? sed
quce magis opportune forsatn collocari potuis- sent, videant ne in odium
id evadat, quale est plebis Lusitanae, si non rogum parantis aut
la- pides, saltim tremente digito averruncas cruces describentis,
si quis auserit credere, B. Virginem Judaeam fuisse. SOCRATE ET L’Amour
Grec MATTHI. GESNERI V. C. Socrates SANCTUS T/E D E
T{ASTA t nihil tam alte vel natura, vel virtus, vel fortuna
constituit, in quo non vel deprehendatur aliquid labis et vitii, vel
vires suas experiatur maledica invidia, cujus vocibus boni etiam viri
abripi se ad suspicandum certe non nunquam patiuntur: ita mirum non
est, neque excelsam Socratis gloriam 1 n’est rien de place si haut par
la nature, la vertu ou la fortune, qui n’ait ses taches ou ses
inv perfections, ou que 1’envie ne s’efforce d’atteindre, cette
medisante envie dont les clameurs poussent 1’homme de bien lui-meme
a soupconner le mal: c’est pourquoi nous nc devons point
nous obtrectatoribus suis carnis se. Ac de Anyti Melitique
criminibus, quibus oppressus est vir innocens, et, si forte vani- tatis
aut nugarum et cavillationum postulatus, et Scurrae nomine traductus est,
in prcesenti non erimus soliciti. Unum crimen est, quod, varie jactatum,
et plus semel non sine specie in scenam reductum scepe me solicitum
habuit, Fuerit ne impuro ac detestabili puerorum amori deditus? Hoc
enim si verum sit, actum est profecto de virtute viri, indignus est
cujus cum honore nomen usurpetur. Postulatum
esse hujus turpitudinis, negari non potest. Mittimus, quæ de
adolescentia viri ad libidinem proclivi Factum id esse a Zenone Epicureo,
prodidit CICERONE de Nat. Deor., ubi vid. Davis. etonner que lagloire
si haute de Socrate ait eu, elle aussi, ses detracteurs. Toutefois nous
ne voulons ni parier ici des accusations d’Anytus et de Melitus
sous lesquelles succomba son innocence, ni nous inquieter de savoir
si ce grand homine a ete incrimine de vanite, de mensonge et de
sophisme, affuble du surnom de Bouffon[i). Une seule accusation m’a
souvent tourmente; c’est celle qui, sans cesse discutee, a toujours
ete remise en avant, non sans apparence de justesse: Socrate etait-il
adonne d l’impur et detestable amour des jeanes gargons? Si cela
est vrai, c’en est fait desormais de la vertu de cet homme ; c’est un
indigne, lui dont on ne prononce le nom qu’avec respect. Qu’il ait
ete accuse de cette turpitude, le fait est certain. Negligeons ce que
Porphyre, d’apres Theodoret [De la Comme le fait PEpicurien Zenon, au dire
de CICERONE {De Natura Deorum; consuit, la-dessus Davies. Porphyrius
apud Theodoretum [Græcar, affect. cur. ser. 4 pr.) memorat: nam
ibidem additur, illum c-ojo^ xat oioayrj xouxou? a^aviaat xou; xurcous,
impressas veluti notas libidinum studio ac doctrina abolevisse. Neque
valde huc faciunt, quce ex eodem Porphyrio, qui Aristoxeno auctore usus
sit, idem Theodoretus (Serm.) memorat, par- tim quod ad adolescendam
primam viri, de qua nobis sermo non est, pertinent, partim quod
Archelaus Anaxagorae discipulus, honestus amator (spaax 7 ]$) ipsius
fuit. Ejusdem generis est, quod Cyrillus (contra Julia.) ex eodem
Porphyrio (in Historia Philosopha, libro olim deperdito) refert, Socratem
-po; xr ( v twv aopootatwv yp7jatv acpo Spdxspov p.sv sivac, aoizov
os p.rj -poasTvat. t\ yap xaT;Ya[j.sxaT;, vj xat? •/.oivat; y prjaQat
fj-ovat?. Fuisse ad res venereas aliquantum vehementem, sed
injuriam abfuisse, qui vel uxoribus solis, vel (1) Conf.
quae in fra de mali equi Socratici notis dicentur. § 18. et
l’amour grec 7 cure des prejuges des Grecs, Disc. iv),
raconte de sa jeunesse, laquelle aurait ete encline au libertinage ;
1’auteur ajoute, en effet, au meme endroit qu’il parvint a effacer
en lui, par Venergie de sa volonte \ jusqu’aux traces meme des
passions (i). Ne nous occupons pas non plus de ce que le meme
Theodoret (Discours xn) emprunte encore a Por- phyre, qui lui-meme
suivait Aristoxene, c’est-a-dire de ce qui se rapporte a la
premiere jeunesse de Socrate (elle n’est pas en cause), et a ce disciple
d’Anaxa- goras, Archelaus, qui aurait ete, en tout bien tout
honneur, un ami fervent (!pa<j-r]s) du philosophe. A la meme
cate- gorie appartient ce que S. Cyrille (Contre Jidien) a extrait
de YHistoire philosophi que de Porphyre, livre aujour- d’hui perdu
: a savoir que Socrate et ait violemment pousse aux choscs de iamour,
mais qiiil s’abstint de faire tort a Voyez ce que l’on dit plus bas des
marques du mauvais cheval Socratique. quam diu caelebs esset
communibus uteretur. Nondum quidquam ex Porphyrio vel Aristoxeno, quem
ille auctorem sequitur, allatum est de horribili scelere, Pcederastia :
quod praetermissu- rus non erat, qui satis hic in Philosophice
parentem iniquus est, Cyrillus. Decla- mat igitur praeter rem Socrates
alter (Hist. Eccles.), cum ita de Porphyrio narrat, IIopcpupio; xou
xopu^aio- xaxoa xoiv <piXoao<ptov, Scoxpaxous, xov [3''ov
oietu- psv £v ifi YsypaixpiEvr] auxai <piA oaoow toxopta, xai
xoiauxa Tuept auxou ypa^a;xaxdXi7TEv, oia av p.7]xs MeTaxo;, p.r[x£ v
Avuxo; oi jpa^aixsvoi Swxpaxrjv ItTictv e-zyjiprjGxv, ita traductum, ait,
a Porphyrio Socratem, talia de viro scripta, quae neque accusatores
ipsius Anytus et Melitus dicere in ipsum ausi sint. Accipimus, quod negat
objectam in judicio turpitudinem talem Socrati, quo nempe argumento
constet, famam viri hac tum macula caruisse. Sed nec a Porphyrio
plura aut turpiora his memorata, quae jam vidimus, satis illud argumento
est, quod iniqui Socratis glorice homines, personne, en riusant jamais
que de ses propres femmes ou, durant son celibat, des femmes qui
apparticnnent a tout le monde. Nulle part, soit chez Porphyre, soit
chez Aristoxene que Porphyre co-piait, il n'est rien allegue de cet
horrible crime : Pederastie ! II ne Paurait point passe sous
silence, ce Cyrille si injuste envers lepore de la Philosophie.
IPautre Socrate ( Histoire ecclesiastique, m, avance donc une insigne
faussete lors-qu’il dit : « Porphyre a compose la vie de Socrate, le
coryphee des philosophes, d’apres les histoires ecrites sur lui; et
il nous a transmis, d Vaide de ces documents, des choses si monstrueuses
que les accusateurs de Socrate, Anytus et Melitus, n’ont pas meme ose'
les lui reprocher. Retenons seulement de ceci Taveu qu’on n’en fit pas un
grief a Socrate, lors du jugement public, ce qui ressort de la
phrase elle-meme, et que cette tache fut alors epargneeT a sa renommee.
Mais Porphyre n’a pas rapporte autre chose ou des choses plus
monstrueuses que ce Cyrillus ac Theodoretus, non plura protulere, quibus
fuerant haud dubie causam suam, si res facultatem
dedisset, ornaturi. Nempe nec Aristophanes, qui corruptce ad
impietatem et calumniandi artem juventutis accusat in Nubibus Socratem. hujus
criminis ullam mentionem facit, non omissurus profecto, si illud
adhaerescere posse putasset. Nec forte quisquam est ex omni antiquitate
remotiore illa, et temporibus Philosophi propinqua, serius et severus accusator
hujus criminis. Lusit inter posteriores, pro petulanti illo ingenio
suo, Lucianus (de CEco, ita enim potius dicendus erat ille libellus
quam de Domo) cum accusat Socratem, qui non erubuerit advocare Musas,
virgines, cuvsaojjiva; ia -aiBepaama, ut audirent illos de puerorum
amore sermones. Atqui illi sermones, uti mox videbimus. que nous
venons de dire ; nous en trou- vons la preuve en ce que S. Cyrille
et Theodoret, deux detracteurs de Socrate, n’en ont souffle mot, et
qu’ils n’auraient pas manque d’en orner leurs diatribes si la chose
eut ete possible. En second lieu, Aristophane qui, dans ses Nuees,
represente Socrate comme un corrupteur de la jeunesse, comme
faisant de 1’imposture un enseignement, n’a pas davantage mentionne cette
accusation; l’aurait-il omise, si elle eut pu s’appliquer a Thomme qu’il
bafouait? II n’y a enfin personne, si l’on prend des temoins dans
cette antiquite reculee ou dans les temps voisins du Philosophe,
qui se presente comme un accusateur serieux et digne de foi. Plus tard
seulement Lucien, entraine par sa verve moqueuse (dans 1’opuscule que
l’on traduit ordinairement De Domo et qu’il vaudrait mieux traduire De
CEco.), reprocha a Socrate de n’avoir pas rougi d ; invoquer les Muses,
des reprehendant vehementer amorem: respicit enim ad Phædrum Platonis de
quo dedita opera dicendum erit. Qua? in Amoribus in Socraticum amorem
Platonicum- que vel a Luciano, vel quicunque auctor est, jocose et
per calumniam dicuntur, ea ad ipsum illum locum diluisse me
arbitror. Sed veterum criminationes Maximus Tyrius (Dissertat.)
refutavit, ut non videatur opus esse aliquid addi : cum praesertim
tanto magis et agnoscant innocentiam Socratis, et illud crimen ab illo
depel- lant ut hujus, ita paullo superioris aitatis homines, quo
magis virum ex aequalium ac paullo juniorum de illo scriptis ut
cognoscere possent, cuique contigit. Quin ne consultum quidem judicarem
veterem litem resuscitare, nisi viderem, nuper vierges, pour leur
faire dcouter ces fa- mcnx discours sur Vamour des jeunes gargons.
Mais ces discours, comme nous allons le voir, blament fortement
cette sorte d’amour; Lucien fait, en effet, allusion au Phedre de
Platon dont nous aurons a nous occuper. Ce que Fon dit
debamourSocratiqueet Platonique dans les Amonrs, que ces dialogues soient
de Lucien ou de tout autre, n’est qu’une plaisanterie ou une
mechancete, comme je\ l’ai demontre en temps et lieu. Maxime de Tyr (
Dissertations) a d’ailleurs refute toutes les ac- cusations portees a ce
sujet par les an- ciens, etilserait inutile d’y rien ajouter. Le
meilleur argument, c’est que ceux qui ont le mieux reconnu Tinnocence
de Socrate et repousse loin de lui avec le plus de force
1’accusation infame, sont les hommes de la generation qui a imme- [Dans
ses notes sur Lucien, dont il a fait une edition et une traduction Latine
tres-estimees. fuisse, et esse hodie
homines eruditos, et bonos viros, qui pravam de patre illo
Philosophia? opinionem conceperint, quorum non pono nomina, quia mihi non
cum ullo homine certamen esse volo, sed cum opinione ea, quam
praeterquam quod falsam puto, etiam virtuti noxiam, præter
consilium quidem bonorum virorum, humanitati certe adversam esse,
arbitror. Qui autem fieri potuit, ut homines neque indocti neque
maligni in sinistram falsamque de Socrate opinionem inciderint? ut
apologia vir sanctus opus habeat? Praeter naturalem illam -/.axor{0£tav
nos- tram, quae imis velut medullis fixa, et superbiæ illius
nostrae nixa radicibus. diatement suivi la sienne. Or, ce sont les
contemporains et leurs successeurs immediats qui peuvent le mieux juger
un homme, en pleine connaissance de tout ce qu’on aecrit sur lui.
Je n’aurais donc pas songe a ressusciter cette vieille querelle si je
n’avais vu naguere, et tout recemment encore, des hommes instruits,
vertueux, concevoir la plus mauvaise opinion de ce pere de la
Philosophie; je ne dirai pas leurs noms, ne voulant me prendre
corps a corps avec personne, mais seulement avec une opinion que je
considere comme sans fondement, nuisible a la vertu, et, contrairemcnt
a 1’avis de ces gens de bien, defavorable a 1’humanite tout
entiere. Comment donc a-t-il pu se faire que des personnages qui ne
p£chent ni par ignorance ni par mechancete, aient concu de Socrate
une opinion si facheuse et si fausse? Pourquoi cet homme veritablement
saint a-t-il besoin d’etre defendu? En dehors de cette maligni te inter
ultima vitia eradicatur, ceterasque ex genere morum rationes,
conveniunt hic alia qucedam, quce facilem errandi occasionem
praebent. Magna pars doctorum etiam hominum legendi laborem fugit,
legendi uno tenore, continuata attentione, totos veterum scriptorum
libros; sed satis habet decerpere qucedam, in quce primum incurrere
oculi, aut, quod deterius frequentius que idem, repetere ab aliis
excerpta, et e media nonnunquam sermonum velut compage evulsa, de
quorum sic sententia non facile sit judicare. Platonis libri, unde
pleraque Socratica peti hodie necesse est, multos arcent ob Atticum
illud sermonis genus, breve et acutum, floridum praeterea,
ac semipoeticum, ipsamque disserendi ratio- nem subtiliorem scepe,
quam ut mediocri attentione, non acutissimi homines illam statim
adsequantur. Nec licet, ut adhuc res est, ad interpretes confugere ;
qui quoties vel nihil dicant, vel alia omnia dicant, vix sine
invidia licet commemo- rare. Et tamen nisi attente legas, et
to- naturelle qui reste fixee jusqu’au fond de nos moelles, qui se
fortifie de notre orgueil et qui ne s’arrache qidavec les derniers defauts,
outre encore diverses raisons tirees de nos mceurs, il a fallu pour cela
un concours de circonstances propres a faciliter 1’erreur. La plupart des
gens instruits eux-memes evitent la fa- tigue de lire dans leur entier,
avec une attention soutenue, tous les livres ecrits par les Anciens
; on a plus tot fait de choisir quelques passages, les premiers qui
tombent sous les yeux, ou, ce qui est bien pire, de s'en tenir aux
passages choisis par d’autres, a des fragments detaches de 1’ensemble et
dont il est par consequent difficile d’apprecier le sens veritable.
C’est ce qui arrive des livres de Platon, d’ou il nous faut
aujourd’hui tirer toutc la doctrine Socratique; iis embarrassent bon
nornbre de lecteurs par leur style trop Attique, raffine et
aiguise, fleuri pourtant et semi-poetique, par ces controverses si
subtiles souvent que, si 1’attention se relache, 1’esprit le tos
legas dialogos, et qua scripti sunt lingua legas, non est ut de
sententia illorum, h. e. quam tribuat Plato sen- tentiam Socrati,
recte judices. Quare mirum non est, si multi refugiant lectionem ita
laboriosam; et illis veluti spinis a familiari tractatione eorum
librorum deterreantur. Denique si quid etiam tribuatur a
Platone Socrati, tamen, si illud Xenophontis narrationi repugnet, non
dubitaverim equidem, fidem potius adhibere Grylli filio, memor illius,
quod narrat Laertius, Socratem, cum Lysin Platonis legisset,
dixisse, to; tzoXKx uoj plus eclaire n’cn suit pas aisemcnt le fil.
Et il serait inutile, dans le cas present, de recourir aux annotateurs ;
ou iis ne disent rien, ou iis disent tout autre chose que ce qu’il
faudrait ; on ne peut s’empecher de leur en faire un re- proche.
Cependant, amoins de lire avec un soin scrupuleux tous les dialogues
de Platon et de les iire dans la langue meme ou iis ont ete ecrits,
il n’est pas possible de juger saineinent de leur doctrine,
c’est-a-dire de la doctrine que Platon attribue a Socrate. Il n’est donc
pas sur- prenant que nombre de gens reculent devant une si
laborieuse lecture et soient rebutes, comme par des epines, du
commerce familier de ces livres. Enfin il faut dire que si Platon
at- tribue a Socrate une maniere de voir contredite par la
narration de Xenophon, il n’y a pas a hesiter: c’est a Xenophon
qu’il faut se fier, si l’on se souvient du mot rapporte par Diogene de
Laerte. Socrate, apres avoir lu le Lysis xaxe^uBeO’ 6 veavfoxo; Quam multa
de me mentitur adolescens! Tanto magis hoc memorabile est, quod
ille Dialogus ita scriptus est, ut non modo tanquam persona colloquens
inducatur Socrates, sed tanquam, qui ipsum illum dialogum
scripserit. Ceterum quia hic sumus, hoc breviter indicamus, amatorium
quidem esse hunc libellum, sed nihil habere pudendum ne Platoni quidem.
Argumen- tum hoc est : Queritur Lysidis amator Hippothales, ab illo
se non amari ; Socrates ostendit, si velit amari, non adu- landum esse
puero, sic enim futurum superbiorem; sed illi potius ostendendum, quibus
rebus indigeat, et quam parum in ipso sit boni. Deinde dela- bitur
in disputationem, Quis proprie amicus sit vocandus? et, In quo insit
natura amicitia’ ? plenam illam quidem cavillationum, sed praeclararum
etiam de amicitia sententiarum. Ceterum tri- Sic nempe ipse solebat
Socrates in potestatem quasi suam redigere adolescentulos, de quo
que- rentem audiemus Alcibiadem. de Platon, se serait ecrie: Comme
ce jenne homme invente souvent ce qu’il me fait dire! » Le mot est
d’autant plus remarquable que, dans ce dialogue, So- crate
estpresente non comme un simple interlocuteur, mais comme s’il
avait ecrit lui-meme tout le morceau. Pendant quenous y sommes, disons
brievement que cetouvrage roule sur 1’amour, mais qu’il n’y a rien dont
put rougir Platon lui-meme. Voici le sujet: Hip- pothales, qui aime
Lysis, se plaint de ne pas en etre aime; Socrate lui demontre que
s’il veut 1’etre, il ne faut pas qu’il fiatte ce jeune homme, ce qui le
rendrait plus orgueilleux encore; il vaut mieux qu’il lui
represente tout ce qui lui manque et le peu de bonnes qualites quhl
possede. On discute ensuite ces questions: Qui est digne d’etre appele un
veritable ami? et, Quelle est la nature de Tamitie? Controverse pleine, il
est vrai, C’est ainsi que Socrate avait en effet coutumc
d’assujettir les jeunes gens et son autorite, et nous voyons Alcibiade
s’en plaindre. bui a Platone
colloquentibus, de quibus ipsi non cogitarint, vetus observatio
est, de qua vid. Athenaeus
Deipnos.. Qiio dialogorum more se excusat, etiam VARRONE in ACCADEMI
dedicatione Tullius CICERONE. Neque ausim Platonis ipsius, junioris
praesertim, patrocinium suscipere de mollioribus versiculis, quos Apulejus
servavit (Apol.) et Laertius Diogenes: de quibus modo in neutram partem
disputo, causamque Platonis a Socratis causa hac in re sejungo. Quæcunque
vero cum aliqua specie testimonia Platonis contra Socratem proferuntur,
ea cum ex Phædro, nescio quam bona semper fide, corrupte quidem et
perverse non nunquam, depromi videam, propter ea pretium opera putavi, de
futilites, mais aussi de remarquables definitions dekamitie. C ; est uneobservation qui a ete
faite depuis longtemps, que Platon attribue a ses interlocuteurs
des idees qu’ils n’ont jamais eues: on peut consulter la-dessus Athenee
(Deipnosophistes). CICERONE, qui avait le meme defaut, s’en excuse sur le
genre meme du dialogue, dans son envoi des ACCADEMIA a VARRONE. Je
n’ose pas non plus defendre Platon du reproche d’avoir commis,
surtout dans sa jeunesse, des vers badins tels que ceux que nous
ont conserves Apulee (dans son Apologie) et Diogene de Laerte;
vieux ou jeune, jen’ai pas affaire a lui et je separe completement
sa cause de celle de Socrate. Entre les divers temoignages fournis
par lui, ceux que Ton peut alleguer contre Socrate avec quelque apparence
de justesse sont tires du Phedre; pas toujours bien scrupuleusement et
quelque-fois a 1’aide d’alterations ou de contre-] non semel totum illum
dialogum attento animo perlegere, et uno quidem tenore, et lingua
sua, ne quid eorum me falleret, qua saepe fraudi esse viris doctis,
modo dicebam. Ac spero non ingratum fore aliis, quorum rationes non
ferunt tam longam solicitamque operam, si hic possint brevi studio
cognoscere velut œconomiam illius libri et argumentum, inde- que de toto
consilio vel Platonis vel Socratis arbitrari. Concedamus enim, ne abuti videamur illa, quam
modo propo- suimus observatione, Socratis hic veram sententiam bona
fide a Platone proponi. Ac primo illud meminerimus, Socratem hic
introduci senem, tantum non decrepitum, quem facile juvenis Phædrus
viribus superet. Jam fingitur Phædrus audisse Lysiam disputantem, magis
obsequendum gratifican- dumque esse non amanti, quam amanti: camque
orationem Socrati prcelegere sens. Cest ce qui m’a engage a lire attentivement ce
dialogue, et plutot deux fois qu’une, dans son entier, et dans le
Grec, afin d’echapper a ces chances d’erreur dont j’ai parle plus haut et qui
font trebucher les plus doctes. II sera peut-etre interessant, je
1’espere, pour ceux dont 1’esprit repugnerai-t a une besogne si
longue et si difficile, de connaitre sans grande etude le sujet et pour
ainsi dire 1’economie de ce livre, et de pouvoir apprecier toute la
theorie de Platon ou de Socrate. Nous admettrons, pour ne pas
abuser de la reserve faite par nous plus haut, que la doctrine de Socrate
a ete ici exposee de bonne foi par Platon. Rappelons d’abord que
Socrate y est presente comme un vieillard, non pas tout a fait
tombe en decrepitude, mais qu’un jeune homme, comme Phe- dre, peut
maitriser aisement. Phedre raconte qu’il a entendu Lysias discourir sur
cette question : Un jeune homme doit-il avoir plus de facilite et de com-[Reprehendit
hanc Lysiae orationem, cante quidem et multa cum ironia Socrates, et
meliora se audisse ait, quae dicere illum amabilis- sime cogit
Phcedrus. Incipit hic a Musa- rum invocatione quam calumniatur, ut modo
dicebamus, Lucianus : cum sit nihil in ea oratione non virginum auribus
dignissimum. Orditur a definitione Amoris quem vocat cupiditatem,
quae incitate feratur ad voluptatem
pulchritudinis, et inde, quam mala res, quam noxia sit, ostendit et
claudit hexametro: A'j-/.ol aova oi^ouV, ojq ~aToa epAouVjtv
1 r’ 1 ! |Sf/aTra’.
Ut cordi agna lupo est, puerum sic ardet amator. Bene ista, et Musis faventibus.
Sed subito, At Amor tamen Deus est, inquit, et palinodiam parat,
quae incipit . plaisance pour celui qui ne 1’aime pasque pour celui
qui Faime ardemment ? II lit ensuite ce discours a Socrate.
Celui-ci, avec beaucoup de finesse et ddronie, trouve a blamer dans
la composition oratoire de Lysias et pretend qu'il a entendu dire
la-dessus autrefois de bien plus belles choses; Phedre le conjure
de les lui rapporter. Socrate debute alors par cette invocation aux
Muses que Lucien a calomniee, comme nous le disions plus haut, car il n’y
a rien dans tout le discours qui ne soit parfaitement digne des
oreilles chastes. II commence par la definition de 1’amour, qu’il appelle
un desir violemment entraine vers le plaisir que promet la beaute;
il enumere en- suite les ecarts auxquels il peut pousser et conclut
parcet hexametre: Comme le loup aivic Vagneau, ainsi Vamoureux
[cherit le jeune garcon. Voila qui est bien, grace aux
Muses. Mais aussitot : L’ Amonr est cependant un Dieu, s’ecrie-t-il
; et il entrcprend une ab eo, uti dicat, non ideo amorem damnandum
fuisse, quod sit furor ; esse enim furorem etiam bonum aliquem:
ipsam [jLavTixrjv 5. divinatoriam facultatem esse a verbo [i-aiveaOai
dictam, velut quan- dam [j.avi/7]v s. furiosam. Talis furoris plura
genera enarrat, in his etiam ponit amorem, cumque magnæ felicitatis
causa tum amantis cum amati datum his esse divinitus, conatur ostendere. Ad
eam demonstrationem sumit primo hanc propositionem. Omnem animam esse
immortalem, quam inde probat (quam bene vel male, nunc non disputamus) quod
principium motus sui in se habeat. Deinde similem ait animam
nostram, etiam antequam ea in corpus ve- niat, bigae alatae cum suo
auriga. Alterum hujus
biga 3 equum bonum ponit et tractabilem, malum alterum ac
refractarium. Sic coelestia spatia
ingrediuntur ista cum suo auriga bigce, et palinodic en declarant tout
d’abord que 1’amour n'est pas condamnable en soi, qu’il estun
delire, et que dans tout delire il y a quelque chose de bon; que
fxavnxr], la divination, derive du mot (jiodveaGai, comme qui
dirait [xavtxr), c’est-a-dire folle. II compte diverses especes de
delires parmi lesquelles il place 1’amour, et il s’efforce de montrer que
c’est un present divin fait a bhomme pour le plus grand bonheur de
celu*i qui aime et de celui qui est aime. Sa demonstration s’appuie
sur cette proposition premiere: Tonte dme est immortelle, dont il tire
la preuve (bien ou mal, ce n’est pas notre affaire) de ce qu’elle a
en soi le principe de son mouvement. Il compare ensuite notre
ame, avant qu’elle ne vienne habiter un corps, a un attelage aile,
compose de deux chevaux et d’un cocher. L’un des chevaux est excellent
et docile ; 1’autre, d’un mauvais naturel et retif. L’attelage
parcourt ainsi les espaces celestes, avec Deorum aliquem secutce (Socratis
anima Jovem) ea spatia permeant. In hoc volatu et illa equorum
dissimilium dissensione, alia; quidem anima; retinent alas, et ad
sublimia feruntur, contemplantur que ea etiam, qua; extra supremum coeli orbem
sunt. Alia;, qua; partim in altum elata; viderunt plura, partim ab equo
illo refractario impe- dita; ac retractae, pauciora; ruptisque per
illam equorum in diversa tendentium luctam pennis atque amissis, cadunt,
et in corpora humana veniunt. Harum, pro gradu cognitionis
illius et inspectionis rerum coelestium diverso, novem classes constituit.
Qua plurimum veritatis et rerum cœlestium vidit anima, ea inseritur semini,
e quo nascatur aliquis sapientias, pulchri, doctrinas, et amoris
studiosus, st? yovfjV] son cochcr, et s’elance a la suite de l’un des
douze dieux (1 ’ame de Socrate suivait Jupiter). Dans cette course a
travers les espaces et malgre la lutte des deux chevaux, si
dissemblables, quelques ames parviennent a garder leurs ailes,
voya- gent dans les regions etherees et contemplent meme ce qui est au
dela de la voute du ciel. Les autres, parfois emportees jusqu'aux plus
hautes regions, parfois retenues et embarrassees par le cheval
retif, n’arrivent qu’a connaitre une partie des mysteres ; dans cette
lutte des chevaux qui tirent en sens inverse, elles brisent et
perdent leurs ailes; ces ames tombent alors sur terre et sont
emprisonneesdans les corps des hommes. Suivant le degre de
connaissance qu'elles ont atteint dans la contempla- tion des
essences, Socrate divise en neuf classes ces ames dechues. Celle qui
a per9u le plus de verite et de choses sublimes, vient animer le
germe d’ou naitra un homme tont entier consacre au avopo?
ycV7]ao[j.c'vO’j ? oiXoao^ou, 7) <pt\oxaXou, tj fi.ouaixou Ttvos, x at
spamxoy. Secundi fastigii anima animabit regem, legibus, bello, imperio,
potentem : tertiae classis anima civitatis familiaeque regendae et rei
fa- ciendae peritum : quartae, laboris amantem eundemque in exercendis
sanan- disve versantem corporibus : quinti ordinis animae vitam
habebunt in vaticinando, aut in castimoniis initiisque mysteriorum
occupatam : sexti, poetas: septimi, geometras aut fabros: octavi
sophistas aut cum factione populares: noni denique animabunt tyrannidis
cu- pidos. Multa hic nec injucunda de hoc ordine, de his vitee
generibus, disputandi occasio: sed maneamus in argumento
nostro. Ha’ omnes anima?, cum morte discesserunt a corporibus, in locum
vel pce- [culte de la sagesse, de la beaute, de la Science et de
Vamour ; Vdme du second degre vivra dans le corps d’un roi juste,
belliqueux et capable de commandere celle du troisieme fonnera un
homme habile a administrer sa famille, sa cite ou la chose
publique; celle du quatrieme un athldte laborieux ou un medecin,
tous deux occupes soit d exercer le corps humain, soit d le guerir;
les ames de la cinquibme classe passeront leur vie, soit d predire 1’avenir,
soit d initier aux abstinences et aux mysteres ; celles de la
sixieme former ont des poetes ; celles de la septieme, des laboureurs ou
des ouvriers,- celles de la huitieme, des sophistes ou des chefs de
factions populaires ; celles de la neuvidme, enfin, des tyrans. Ce
serait peut-etre 1 ’occasion de dispu- ter, et non sans agrement, des
rangs assignes a ces ames et de leur genre de vie: mais restons
dans notre sujet. Toutes ces ames,quandle trepas les a separees du
corps, parviennent au sejour narum vel pr cerni orum perveniunt, et
mille exactis annis, accipiunt potestatem eligendi sibi nova corpora,
vitas novas, sive hominum sive bestiarum. Quce anima ter sibi,
exactis millenis illis annis, primam istam sedulo philosophantis, sive
pueros cum philosophia amantis, vitam delegerit tou
<ptXocrocprjaavto; aooXc. 05, r] "atospaaxrJcjavTO; [j.£xa
<ptXoao<p''a;, ea, absoluta ista ter mille annorum periodo, pennas
denuo accipit, quibus ut ante tolli, deum aliquem sequi,
contemplari cœlestia, queat: cum reliquarum octo classium animae, non
nisi decies mille annorum periodo absoluta, in primam illam
conditionem restituantur. Hoc ipsum quod primam et felicissimam classem Pæderastarum
philosophantium constituit, quod tantum prae- mium illis, compendium
septies mille annorum, tribuit Mythi hujus s. Allegoria ? auctor, sive
Socrates fuit, sive Plato ; hoc ipsum igitur jam satis monere nos
poterat, non posse hic sermonem esse de re ita turpi, quam fuisse illud,
cujus des peines et des recompenses, et au bout de mille annees,
recoivent la permission de choisir de nouveaux corps, soitd’hom-
mes soit de betes, et de vivre de nou- velles vies. L’ame qui, durant
trois revo- lutions de mille annees, trois fois de suite a choisi
Texistence d’un homme quicultive sincerement la philosophie, ou qui
aime les jeunes gens d'un amour philosophique, a 1’expiration de
cette triple periode, recouvre les ailes qidelle possedait
autrefois et peut, comme au-paravant, suivre l’un des dieux et contempler les
essences celestes. Les huit autres classes ne retournent a cette
condition premiere qu’apres une revolution de dix mille annees. Ainsi la
premiere classe et la plus heureuse est celle des philosophes amis
des jeunes gens, et l’inventeur de ce mythe ou allegorie, que ce soit
Socrate ou Platon, la favorise d’une exemption de sept mille
annees: cela seul nous avertit assez qu’il ne peut etre question
ici de ce vice infame dont on accuse Socrate et que d’ailleurs
les 3postulatur Socrates, ipsis etiam legibus Atticis, paullo post
ostendemus: sed magis hoc apparebit, si quis ea, qu ce sequuntur, apud Platonem
paullo attentius considerare mecum voluerit. Intelligentia hominum,
ex pluribus rebus sensu perceptis collecta, nihil est aliud, quam
recordatio illorum, quae anima in illo volatu suo coelesti viderat,
quae sola verum illud ens sunt (t 6 ov-co; ov, , A). Haec intelligentia
maxima est in illa prima philo sophantium pæderastarum classe : haec ipsa
est, ob quam alas soli recipiunt, quibus volatum illum coelestem,
deorumque comitatum tentant: præ qua terrena hæc, et sensus
externos ferientia, ita negligunt, ut male sani aliis et furiosi
videantur, icocpa -/.ivouvts?, quos commotos s. commotce mentis
vocat ORAZIO (si veda) (Serm.), cum re vera divino quodam spiritu
agitentur, svOouaux^oviss, qui illos semper ad coelestem illam
pulchritudinem revocet, quam in priore volatu viderant. lois
Athenicnnes reprimaient, comme je le demontrerai tout a 1’heure; cela
deviendra plus evident encore pour qui voudra bien examiner
attentivement avec moi ce qui suit dans Platon. i3. L’intelligence
humaine est formce de la reunion des idees percues a l’aide des
sensations, et les idees ne sont rien autre chose que les reminiscences
de ce que 1’ame a vu anterieurement dans son vol celeste,
c’est-a-dire des essences veritables. Or 1’intelligence la plus complete
appartient a la premiere classe, a celle des philosophes amis zeles
des jeunes gens, et c’est pourquoi seuls iis recouvrent les ailes a
1’aide desquelles iis pourront essayer de nouveau de par-courir le ciel
et suivre le cortege des dieux. Detaches des soins terrestres et de
tout ce qui frappe les organes, iis passent pour des insenses et des hommes
en delire, -apa/ivoSvis?, de ceux que ORAZIO (si veda) appelle des
fren^tiqucs, des esprits troubles, tandis que vraiment ce sont des en- [Hæc
pulchritudo, qucc inest in sensu, <ppov 7 ]<m, in mentis qua
vult et intelligit prostantia, si ita in oculos, ut alia quce videri his
possunt, incideret, ad mirabiles sui amores exci- tatura esset. Jam
pulchritudo sola corporum, hanc (Aotpav habet, hoc velut fatum, et
conditionem, uti subeat oculos, ut amo- rem moveat. Hinc ponamus ipsa
verba, ut existimare melius ac certius de tota re possint etiam,
quibus ad manus non est Plato ipse, vel magnum volumen de pluteo
promere non lubet. c O piv oOv pu] vsoxeXt];, Jj otscpQappivos, oux
otjiiog evOevOs Exstas ©s'psxat 7ip6; auxo xo xaXXo;, Ostopisvo; a3xou
xrjv xrjoE smavupiiav. waxs ou as'6sxat 7rpoaopojv, aXX’ 7]3ov^
7:apaoou;, zBzpdtTzodog vo ptco (Batvstv S7Ct- y stpsT xat
7iat8oa7EOpstv. xal u6pst x:poao|j.tXaiv, ou os'ootxsv ou 8’ ata/uvsxai
IIAPA ‘I^TXIIN. Notabile est, Platoni etiam de Ijcgib.
r. thousiastes, agites comme d’un transport divin, qui les
attire sans cesse vers cette beaute celeste precedemment entrevue
par eux dans leur vol. [Cette beaute, dont Pessence reside dans un
sens particulier, la sagesse, source de la volonte et de
1’intelligence, s’il etait donne a l’oeil de 1’apercevoir, comme
toutes les autres choses visi - bles, elle nous exciterait a
d’admirables amours. Mais c’est seulement la beaute corporelle,
telle est sa necessite fatale et sa nature, qui frappe les yeux et nous
porte a 1’amour. Ici nous placerons le texte meme afin que ceux qui
n’ont point Platon sous la main ou qui ne se soucient pas de tirer du
rayon un gros volume, puissent se faire une opinion en toute E.
hanc turpitudinem appsvwv np 6? appevag, Ij OrjXsTwv xpog OrjXsix;, to
ITAPA •bTSIN To'X[j.7)p.a appellari. Non igitur Platonem, vel Socratem
adeo, feriunt divina illa fulmina Pauli Rom. /, 26 . sq., ut neque ea, qua ?
in idolatriam vibrantur. f,5ov7]v 0 -W.ojv. '0 8e apttteXrj?, 6 twv
xdxe TroXuGcapojv, oxav OsoEtSsg r.poaioTzov' t07), -/.aX- Xo; eu
[j.E[j.vr ( [x£vov rj uva ac;o$fj.axo ios'av oj? Geov a£'6sxai. Hcec ita
verto, Hic ergo, qui non est nuper illis mysteriis coeles- tibus in
illo volatu animarum initiatus, aut, initiatus cum esset, corruptus
est, non celeriter, ut oportebat, hinc, ab hac corporea, non vera,
pulchritudine, illuc fertur ad ipsam veram, coelestem pulchritudinem,
cujus hic videt nomen, umbram, similitudinem : itaque neque inter
adspiciendum eam, divinum quiddam colit: sed libidini se tradens, quadrupedis
ritu inscendere formosum conatur, et genitale semen profundere, et cum
contumelia congressus formoso corpori, non veretur, nec erubescit PRXETER
NATURAM libidinem persequi. At ille nuper initiatus, qui multa eorum quae
tum videbat, contemplatus est, ubi vultum divino similem conspexit, qui
pulchritudinem illam veram bene imitetur, aut incorpoream quandam illius
speciem, verbo, certitudc. L’homme qui n’a pas un « souvenir recent
de son initiation aux mysteres, ou qui, recemment initie, s’est laisse
depraver, ne s’eleve pas facilement, comme il faudrait, de cette beaute
corporelle, qui n’est pas la vraie, a cette beaute celeste, absolue,
« dont il ne rencontre ici-bas que le nom, 1’ombre, la ressemblance; en
1’apercevant il n’y respecte rien de divin. Entraine par la volupte, il se
precipite, comme une brute, sur 1’objet de ses desirs, ne cherche
qu’a genitale semen profundere et, outrageant ce beau corps qu ? il
etreint, il n’a pas honte, il ne rougit pas de poursuivre un
plaisir contre nature. Au contraire, l’homme, encore plein des saints
mysteres qu’il a longtemps contemples autrefois, 11 est remarquable
que Platon, meme dans ses Lois, appelle crime contre nature le commerce
honteux marium cum maribus, et feminarum cum feminis. Les foudres de Saint Paul
(Ep . aux Rom.) n’atteignent donc ni Platon ni Socrate, pas plus que
celles qu’il lance contre 1’idolatrie. virtutem speciosam: Dei instar colit. Deinde enarrat
pheenomena quædam hujus sancti et philosophici amoris, similia, ex parte
Venerei, et quomodo illa alce, quas amiserat anima, hinc de novo
crescant, sub Allegoria perpetua describit, qua nihil aliud tandem
indicat, quam enthusiasmum quendam, et injectam divinitus philosopho
cupiditatem versandi cum pulchris, h. e. ingenio vel forma
potentibus, adolescentulis: quos nempe captabat Socrates, qui sciret,
cum facilius sit formare ad sapientiam et virtutem hanc aetatem,
tum hos esse, a quibus futura civitatis fortuna pendeat. Hinc est
quod se venari pulchros non dis- simulabat (vid. Protagora >
principium, frustra reprehensum Cyrillo contra Julia), quod
Xenophontem baculo etiam transverso objecto et l’amour grec q'3 en
presence d’un visage presque divin ou d’un corps dont les formes lui rapit
pellent 1’essence de la beaute, c’est-a-dire 1’essence de la vertu, adore
comme « en presence de la divinite. Platon retrace ensuite quelques-uns
des phenornenes de ce saint et phi- losophique amour, parfois peu
different de l’autre; il montre aussi comment re- poussent les
ailes autrefois perdues par rame. C’est une allegorie perpetuelle
dont la conclusion est que le philosophe con^oit, par une sorte de grace
divine, le plus fervent desir de vivre au milicu des beaux
adolescents distingues par la perfection de leurs formes ou par
leurs dispositions naturelles. C’est ceux-la, en effet, que Socrate
ambitionnait de gagner, sachant qu’il est facile, a cet age, de les
tourner au bien et a la vertu, et que c’est d’eux que dependent les
futurs destins de la Republique. II appelait cela prendre les beaux
garcons dans ses filets (voyez la-dcssus le commencement du. velut
exceptum, sibi adjunxit (Diog. Laert.). Ipsum illud hinc est, quod GINNASIA,
conviviaque et deambulationes, quoscunque denique juvenum coetus,
sequebatur, quod ludos et jocos non refugiebat, quod se plane communem
illis faciebat, nec irrideri aut peti maledictis refugiens. Ipsa illa ironia perpetua, quod doceri se velle
simularet, certe discendi causa disputare, ut accessum ad Sophistas illi
dabat, ita adolescentulo- rum super bulæ de se opinioni et præcipitantiæ
blandiri videbatur. Sed pergamus Platonis Mython enarrare. FILOSOFI illi
amatores pulchrorum non indiscretim omnes amant, sed (p. Sdy, C) quem
quisque in illo coelesti volatu Deum secutus est, ejus Dei si-
milem sibi quaerit amasium; qui Jovem, ut Socrates, Jovialem (Auvov x
wa), Martia- lem vero qui Martem, et sic Junonios. ET Protagoras, blame a tort par
Saint Cyrille), et il se fit de la sorte un disciple de Xenophon qu’il
arreta en lui barrant le passage avec son baton. Voila pour-quoi aussi il
frequentait les gymnases, les banquets, les promenades, tous les
lieux de reunion des jeunes gens, ne fuyait ni les jeux ni les badinages,
s’entretenait avec tous et s’inquietait peu de preter a rire aux
medisants. Cette ironie perpetuelle grace a laquelle il feignait
toujours de vouloir apprendre, pour mieux enseigner, lui donnait acces
au-pres des Sophistes et flattait aussi la suffisance et la presomption de la
jeunesse. Mais achevons d’exposer le Mythe de Platon. Ces FILOSOFI
amoureux des beaux garcons ne s’attachent pas indistinctement a tous;
selon le dieu quhls accompagnaient dans les espaces etheres, chacun
d’eux choisit parmi les anciens suivants du meme dieu celui qu’il
doit aimcr. L’ame qui etait, comme celle de Bacchicos, Apollineos :
et talem ubi inventum amare coeperint, faciunt omnia, uti Deo illi, quem
ipsi secuti sunt, et cu- jus jam similitudinem quandam in ipso
deprehenderunt, sibique adeo, reddant quam similimum. Ita Socrates, Jovis
in illo volatu satelles, quaerit Joviales, amatores natura sapientiae, et
natos ad imperandum. Hactenus ergo bene res habet, sancti tales Paederaslce, J
elices qui sic amantur. Sed nec dissimulanda sunt quae
sequuntur apud Platonem. Redit Socrates ad superiorem illum de Anima
Mythum, quam triplicis naturæ ponit scilicet. Sunt vellit equi duo, est
auriga. Equorum alter bonus, sanus, verecundus, gloria amator, qui sine
plagis, sola ratione auriga regitur : pravus alter, qui multum ac temere
una aufera- [Socrate, dans le cortegc de Jupiter, recherche un suivant de
Jupiter, et ainsi des autres qui avaient choisi Mars, ou Junon, ou
Bacchus ou Apollon. Des qu’ils Pont trouve, iis s’efforcent de
rendre celui qu’ils aiment semblable a ce dieu dont iis retrouvent en
eux-memes le caractere. Ainsi Socrate, satellite de Jupiter,
recherchait pour les cherir ceux qui avaient aussi suivi ce dieu,
c’est-a- dire ceux qui, par nature, etaient portes a la sagesse et
a la domination. Jusqu’ici tout va bien ; de tels Pederastes sont
de vrais saints, et bien heureux ceux qui sont aimes de la
sorte! Mais il ne faut pas dissimuler ce qui vient apres dans
Platon. Socrate retourne au precedent Mythe de hame qu’il a coniparee aux
triples forces reu- nies de deux chevaux et d’un cocher. L’un des
chevaux est bon, sam, plein de retenue et d’emulation; le cocher le
dirige, sans avoir besoin du fouet et par la seule persuasion: 1’autre
est mechant] tur, (impetu alieno potius feratur, smo judicio) dura ac
brevi cervice, simus, nigri coloris, glaucis oculis, suffusus sanguine,
petulantia contumeliaque gau- dens, hirsutus circa aures, surdus,
flagello ac stimulis vix tandem concedens. Operet ? pretium videtur mali
equi notas etiam Gra } ce ponere : cxoXt 65, ~oXu; eixrj a'j[j. 7
:scpopr]|j.^vo?, xpaTEpauyrjv, ( 3 payuipayrjXo?, aipLOTCpoacoro;,
[xsXayypa);, yAauxop.p.a“0?, oepat- [xo;, u6p ew; xal aXa^oveiac staTpo?,
zept coxa Xaaco;, xwipog, gaartyt p.S7a xdvxpwv
[xdy.; UTEclXOJV. r<S\
Apposui Graeca, ut facilius judi- cari possit, probabilisne sit
conjectura, in quam incidi, dum in hac equi mali de- scriptione
versor. Nempe, aut vehementer fallor, aut memorat hic Socrates non tam
equi mali proprie dicti signa, quam sui corporis formam, quatenus
vitiosum inde ingenium colligebat physiognomon ille Zopyrus. Hic enim, ut est apud CICERONE (DE
FATO), Stupidum esse Socratem dixit et bardum, addidit et s’emporte
facilement, sans raison aucune (c 7 est-a-dire qu’il semble dirige plutot par
une force exterieure que par son propre jugement); il a 1’encolure
courte et dure, les naseaux apiatis a la maniere du singe, le poil
noir, les yeux glauques le sang le tourmente et il est toujours en
rut et en querelles ; il a, de plus, les oreilles velues, il est
insensible a tout et n 7 obeit qu’a peine au fouet et a 1’aiguil-
lon. Il est necessaire de transcrire, dans le texte Grec, ces marques
particulieres du mauvais cheval. J’ai cite le texte afin qu’on
puisse decider si la conjecture que me suggere cette description du
cheval retif a quel- que vraisemblance. Ou je me trompe fort, ou
Socrate ici retrace moins les ca- racteres d 7 un cheval defectueux que
son propre portrait, dans lequel le physionomiste Zopyre trouvait les
indices d’un naturel vicieux. Zopyre, au dire de CICERONE (Du
Destin) pretendait en effet que Socrate etait lourd et stuetiam
mulierosum. Illud de stupore convenire cum Homzne xpaTepau/7)v et
(3payuxpa- mox declarabitur: quod muliero- sum dicebat, illud cum
G6psa Ixatpop con- gruit : novimus enim quos uSp-.sxa; tum dixerit
Græcia. Porro illud aipio-pd- aw-ov plane pertinet ad notationem
Socra- tis, in quo cum deridetur a Critobulo, tum ipse suaviter
sibi illudit, et in eo patulisque non modo deorsum sed in hori-
qontem naribus, non minus quam in ocu- lis ultra frontem eminentibus, et
labio- [Unum ponamus exemplum e libello, quipree manu est,
Aristotelis Physignom. c. ult. p. / 18 1, E. 01 (Jisya cpcnvotjvxs;
papuxovov, OSpiaxa^. Ava- tpspexat £~1 xoj; ovoj;. Physiognomones e
similitudine vocis asinina: argumentum ducunt ad libi- dinem asininam. Conf. § 14, it. 32
. Xenoph. Sympos. c. 4, § /p, Socrates ad Critobulum, formee sua:
jactatorem, x; xoDxo ; w? yap /a! Ip.o 0 ' zaXXtcjjv wv xauxa
v.oxt.xCv.c,, Quid istuc? quasi me quoque pulchrior esses, ita
gloriaris. Ad qua: Critobulus, Nrj Ata, rj Ttavxcov SsiX7jvwv xmv
sv aaxupixoh; alaytaxo; av eVtjv . Nisi te formosior essem, ait, essem Sileuorum, qui in
Satyri- cis fabulis in scenam veniunt, turpissimus. pide; il aurait
ajoute : adonrtd anx plai- sirs veneriens. Pource qui est dela
lour- deur, cela concorde avec 1’encolure courte et dure ; adonne
anx plaisirs ve- neriens, repond a &'6peto; ItaTpo;. Nous
savons, en effet, quels etaient ceux que les Grecs appelaient uSpiatat'.
Quant a la face simiesque, cette designation s’ap- plique parfaitement
au portrait de So- crate ; il y a fait lui-meme agreablement
allusion en repondant aux moqueries de Critobule. Il avoue que toute
sa beaute consiste en un nez epate et me- nafant le ciel, en des
yeux saillants et [Contentons-nous d’un seul exemple tird du livre
que nous avons sous la main, le De Physiognomia, d’Aristote : Ceux qui
ont la voix forte et grave sont &6picrcai, par similitude avec Vane.
De ce que la voix £tait bruyante comme celle de l’ane, les phy-
sionomistes conci uaient qu’on devait avoir le temperament lascif de cet
animal. Xenophon (Banquet). Socrate dit il Critobule, qui vante sa
propre beautd: Quoi donc? Tu crois etre plus beau que moi? Critobule
lui repond: Si je n’etais plus beau que toi,je serais le plus
affreux de ces Silenes que Von voit paraitre dans les drames salyriques.]
rum tumore molli, pulchritudinem suam prcedicat (Xenoph. Sympos? c.
sicut in Platonis Convivio Sileni s. Satyri formam Alcibiades illi
tribuit : et in Tlieceteti Platonici principio Theodorus negat pulchrum
esse Thecetetum, cum sit Socrati similis, tQ te cijxo-rjta xat to
s£w twv o[j.[j.aTtov, naso simo et eminen- tibus oculis, licet minus quam
Socrates utraque re sit notabilis. Nempe hcec si- gna cum
haberentur, et naturales quae- dam notce, hominis libidinosi,
iracundi et stupidi, non negabat illud Socrates, verum eo majoris
faciendam esse FILOSOFIA ostendebat, quee tantum contra vitiosam naturam
valeret. Quoniam hic sumus, non injucun- dum forte fuerit lectoribus
nostris in rem quasi preesentem ire, et ex artis, qualis tum erat,
praeceptis, Zopyri judicium defendere. Vix autem opus est admoneri
lectores, non hoc agi, Num veri aliquid sit in ea arte? Num ipso
des levres gonflees comme un abces ; de meme dans le Banquet de
Platon, Alcibiade compare son masque a celui de Silene ou d’un satyre, et
au commencement du Theatdte, l’un des interlocuteurs, Theodore, refuse toute
grace a Theatete en disant qu’il ressemble a Socrate, qu’il est camard et
que les yeux lui sortent de la tete; que pour etre chez lui moins
apparents que chez le maitre, ces defauts n’ensontpas moins
sensibles. Socrate ne niait pas d’ailleurs que ces particularites
physiques n’indiquassent un homme lascif, violent et d’un esprit
paresseux ; il en concluait seulement en faveur de la Philosophie qui
parvient a dompter un si vicieux naturel. Pendant que nous y sommes,
il ne deplaira peut-etre pas au lecteur d’aller plus au fond sur ce
chapitre et de defendre les idees de Zopyre, idees basees sur des regles
alors acceptees. Il nes’agit pas de savoir si cette Science est
sure; est-ce que 1 ’excmplc meme de Socrate etiam Socratis
exemplo ea refellatur, et vanitatis convincatur? sed hoc modo, quod
dixi, Utrum Zopyrus ex arte, et ut oportebat, judicium de illo
tulerit? Exstat in operibus Aristotelis
libellus, <J>uaioyvoj[juxa inscriptus, quo superiorum hujus
artis consultorum collegisse prae- cepta videtur . Hinc ea, quee ad
formam Socratis, qua ? ad equi hujus mythici naturam pertinent, huc
transferamus. Igitur inter ’Avai- c07j- ou hoc est stupidi, et sensu
communi pene carentis signa sunt ~'x nepl tov auysv a aap'/.oj07)
7.ocl G'j[j.7ZB7zXsj[isva x a\ auvo£ 0 £|j.£va, Ea quas adjacent collo
carnosa, complexa et colligata, itemque cervix crassa, XGxytjkoq -ayjj;.
Et Oi? Ta "£p\ ta; xXeTBoc; aug~£pi~£cppaY(x£va £<ruv,
avodaQiyroL. Nonne totidem fere verbis CICERONEZopyrus? Stupidum
esse Socratem, et bardum quod jugula concava non haberet, obstructas eas
partes et obturatas. Alia adhuc mala signifeat ista conformatio.
Olc xpd.yrj.oc r.ayyc xai ne temoigne pas du contraire ? Mais Zopyre
en a-t-il tire, en ce qui concerne notre Philosophe, un pronostic
judi- cieux ? II y a dans les oeuvres d’Aristote un opuscule
intitule Physionomiques ou ce philosophe parait avoir recueilli les
regles admises avant lui par les habiles. Nous transcrirons celles qui se
rapportent au portrait de Socrate et au caractere de son cheval mythique.
D ? apres Aristote (chap. m), les in- dices d’un esprit lourd et presque
prive du sens commun sont le gonflement des chairs qui avoisinent
le cou, leur engor- gement et leur replelion- ce qu’il con- firme
en disant au chapitre vi : « C’cst un signe de betise que d’ avoir
1’cncolure epaisse. Zopyre, dans CICERONE, n’ex- prime-t-il pas la
meme idee? Socrate, dit-il, etait lourd et stupide, parce quii
navait pas le cou bien degage, que ces parties etaient cheq lui comme
engorgees et obstruees. Cette conformation indi- que cncore bien
d’autrcs dcfauts : la TzlioK, 0 o 1 uo£i 8 e!'s, Crassa et plena
cervix iracundos signat, exemplo taurorum: Ol? 8s [Bpayjj; ayav,
irdfi ouXoi, Brevis nimium quibus est, ii sunt homines insidiosi,
lu- porum instar. Talem modo vidimus illum malum equum,
xpaxepauyeva et [Bpa- yuxpayjiXov. Talem nisi fallor se indicat
Socrates, aut potius talem significat Plato Socratem, a natura
fuisse. Videamus reliqua. Equus malus Socratis est sp\ xa wxa ).asto;, hirsutus circa
aures. Libidinosi, Xayvou, apud Aristotelem o t xpdxoupot oaa$T?,
densa pilis i. e. hirsuta tempora. Deinde oi xa yecXrj “aysa
eyovxe; puopoi avacpdpexai £7ii xou; ovou;. Physiognomones crassa
labia stultitiae characterem faciunt, ob simili- tudinem asinorum.
Quid de se Socrates (Xenoph.) in ludicra cum pulchro Critobulo contentione?
Ata 76 r.ayla. syeiv xa ylCkt], oux otst xa\ [xaXaxaSxspdv oou 'iyv.v
xo csfX7]p.a; Propter labia crassa suum putat osculum mollius. Et,
v Eotxa syw xaxa xov nuque epaisse et charnue denote un homme
violent, par similitudo avec le taure au ; ceux qui l’ont trop courte
sont ruses, par similitude avec le loup. Or, cette indication,
1’encolure epaisse et courte, figure parmi les marques du mauvais
cheval. Si je ne me trompe Socrate avoue qu’il etait bati de la sorte,
ou plutot c’est ainsi que le depeint Platon. Voyons le reste. Le mauvais
cheval Socratique a les oreilles velues: Aristote designe comme libertins ceux
qui ont du poil jusques sur les tempes. De plus, les physionomistes
notent les grosses levres comme un indice de betise, par similitude
avec 1’ane. Or que lisonsnons dans la plaisante discussion (Xenophon) de
Socrate avec Critobule? A cause de ses l&vres charnues il pense que
son baiser est plus sensuel, et plus loin: Je te par ais avoir, 6
Critobule, une bouche plus difforme que celle de Vane, avec ces
bourrelets qui me tienncnt lieu de levres. aov Xoyov x at Ttov Ovojv
aiayiov to GTOu.a lysiv, turpius os quam habent asini illum mollem
labiorum tumorem habere tibi, o Critobule, videor. Simus fuit, ut
vidimus, Socrates : at|jio-po'ato7:o; est malus equus. Quid Phy-
siognomones, atque adeo Zopyrus ? Si fides Aristoteli (c. 6. p. iiyg, B.)
01 G'|j.7jV Eyovts; piva, Xayvor avacpspezai i~\ tou; iXa^ou;, Simi
sunt libidinosi, exemplo cervorum. Patulas quoque versus nares suas,
qu£e possint odores undecunque oblatos excipere, laudat sipojv
Socrates Xenophonteus, pra ? Critobuli naribus humo obversis. Ot
;xev yao ao\ (xuxT7jpE; ei; yrjv opcSat, ol 8’ eijloi ava“£"tavTat,
wgte tx; T:av~o0£v oGua; izpoa ov/yOou. At Physiognomones (I . C.), 0:;
o! p.uxT7jp£$ ava"E^"a- pL^vot, OupiojoEi;, Iracundi sunt,
quorum patula? nares, quod in ira diffundi so- lent. Iracundum
valde a natura fuisse Socratem, non soli credamus Cy r rillo, quamvis
Porphyrium auctorem laudat, qui ab Aristoxeno se illud dicat acce -
[Socrate, nous le savons, etait camard; son mauvais cheval a les naseaux
ecrases du singe. Quel indice en tirent les physionomistes et Zopyre ?
Aristote dit. Les camards sont lascifs, par similitude avec le cerf.
Socrate declare quii a les narines lar gement ouvertes, comme pour
subodorer de toutes parts les parfums. Jaime mieux cela, dit-il,
que d’avoir, comme Critobule, un ne^ penche vers le sol. Mais d’apres les
phy- sionomistes, c’est 1’indice d’un tempera- ment porte a la colere.
Que Socrate ait etedun naturel violent, nous ne nous en
rapporterons pas la-dessus seulement a Saint Cyrille, quoique son
temoignage soit corrobore de ceux de Porphyre etd’Aristoxene et qu’il
dise en propres termes: Socrate etait devenu si irritable qu’il ne
pouvait moderer ni ses paroles ni ses pisse, ’'Ote <pXe-/0e't7]
utzo zou TrdOou; toutou [de ira sermo est) ostvrjv etvat xr ( v aayr][jLO(Hjvr)v
ouoevo; yap ouxe ovopiato; azoa^saOat oSxe -payjj.ato;, Eo importunitatis
progressum, ut nullo neque verbo neque opere abstineret : sed ipsi de se
credamus Socrati, qui tam gravi ac molesto sibi, quam fuit
Xanthippe, patientia ? et mansuetudinis gymnasio opus fuisse, fassus sit
apud Xenophontem [Sympos.) BouXo'|ievo;, dv0pco7tot; y prjoOat jcat
opuXe Tv, Tauxrjv x&ttj- ptat, sii eloco;, oxt, et lauxrjv
'j"Otaco, PAAIQS TOIS TE AAAOIS 'AIIASIN, avOptfaoic
auveaouat, Quam ferre si posset, facilis esset cum aliis omnibus
conversatio. Unum superest : e^^OaXpto; erat Socrates. Itaque ita
jocabundus disputat cum pulchro Critobulo, ut cum primo
convenisset, Pulchras esse res, quatenus respondeant consilio, propter
quod ha- bentur; roget eum, Cujus rei gratia ha- beamus oculos?
eoque, ut necesse erat, respondente, Ad videndum, inferat, Suos
ergo pulchriores esse, qui Sta zo actions ». Croyons-en Socrate
lui-meme; dans le Banquet de Xenophon, il avoue que le caractere
acariatre de Xanthippe fut pour lui la meilleure ecole de pa-
tience et de douceur; que par la suite il lui fut plus facile de
supporter la contradici ion. Il ne reste plus qu’une chose : So-
crate avait les yeux saillants. Il dispute la-dessus agreablement avee le
beau Cri- tobule, et le fait convenir d’abord que toute chose est
belle pourvu qu’elle re- ponde au but en vue duquel elle existe. Il
lui demande alors : Pourquoi faire avons-nous des yeux ? Pour voir,
repond naturellement Critobule. E/i bien alors, dit Socrate, mes yeux
sont les plus beaux de tous, car iis me sortent de la £7it-oXatot
sivat, quod emineant, non ea modo, quas exadversum sint videant,
sed etiam quae a latere. Et cum diceretur, secundum hmc pulcherrime
oculatum (euo^OaXjj-GTa-ov) animal esse cancrum, id ipsum affirmat.
Jam Physiognomon Aristoteles"Oaoi i£6z>- OaXjjiot, inquit,
aS&vepoi, Fatui sunt, quibus oculi eminent : rationem petit ab
judicio quodam decoris et convenientia naturali, et ab similitudine
asinorum. Male de horum gente meritus est Stagirita : quce videtur
ex hoc prcesertim libello contraxisse infamiam illam, qua ab eo
inde tempore, et Platonis quibusdam dictis, onerata est : honestum
superiori cetate animal, cujus majestatem, ut Var- roniano verbo
utamur, (de R. R.) adhuc agnoscebat Homerus. De hac re adjicietur potius
huic disputationi quoddam corollarium, quam ut longius digrediamur
a Socrate. tete, si bien que je puis voir non-seulement devant moi,
mais et droite et d gaiiche. Son interlocuteur lui repond qu’a ce
compte les crabes ont de tres-beaux yeux, et Socrate affirme que c’est
parfaitement vrai. Or, d’apres Aristote, les yeux saillants sont 1’indice
de la sot- tise; il tire ce pronostic de certains rap- ports
naturels de convenance, de syme- trie, et de la ressemblance que ces
yeux offrent avec ceux des anes. Le philosophe de Stagyre a par la
bien mal merite de cette race inoffensive, et ce doit etre a partir
de ce petit traite qu’il acquit le mauvais renoni confirme depuis
par Platon lui-meme. L’ane, cet honnete animal, etait mieux
apprecie des genera- tions precedentes, et Homere se plaisait,
suivant le mot de Varron, a lui reconnaitre de la majeste. Nous ferons de
cela un corollaire a cette dissertation pour ne pas trop nous
eloigner presentement de Socrate. Gesner a «Jcrit un appendice intitulc
De antiqua Nempe tempus est, ut videamus, quorsum evadat ille de
bono et malo equo Myihus. Ad conspectum pulchri bonus ille quidem
aurigee obsequitur, contineri se patitur, malo alteri, quantum
potest reluctatur. Simile certamen est in pulchro, qui amatur:
repugnat malo isti equo bonus illius jugalis, hic enim est 6
[xo'£u£, et ipse auriga adeo repugnat [aet’ dtSous xat Xdyou, cum
pudore et recta ratione. Si ergo ita vincant meliora, et ad vitam
ordinatam, quae eadem FILOSOFIA est, ducant illum currum, beatam et
concor- dem hic vitam agunt continentes se, et decus suum tuentes,
syxpatcTs auroiv xat xdajjuot ovtss, in servitutem redacto illo
equo, cui vitiositas animae inerat; in libertatem asserto eo, cui virtus.
Tandem vero alati ac leves denuo facti, sic de tribus illis
certaminibus asinorum honestate, imprime i la suite du Socrates
sanctus pcederasta ; il ne nous a pas sembl£ otfrir assez d’interet pour
Ctre traduit. II est temps de voir ou il veut en venir avec son Mythe du
bon et du mauvais cheval. A Taspect de la beaute, ie coursier docile
obeit au cocher et se laisse contenir; il resiste de toutes ses forces
a son mauvais compagnon. L/objet aime est lui-meme en proie
aunesemblablelutte; son bon cheval se defend contre les tentatives de son
mauvais compagnon d’attelage, que de plus le cocher s’efforce de contenir
par la pudeur et la raison. Si les meilleurs instincts remportent la
victoire et conduisent le char dans les chemins de la vie rangee,
cest-d-dire de la FILOSOFIA, les deux amant s vivent dans le bon- heur et
bunion, maitres d’ eux-memes et regles dans leurs mceurs : iis ont
dompte le mauvais cheval, qui repre- sente le vice, et affranchi 1’autre
qui represente la vertu. Recouvrant enfin leurs t ailes et leur legbrete
primitives, iis sor- tent vainqueurs de ces trois luttes vraiment
Olympiques dont nous avons parle plus haut. Socrate peut donc
dire*sans hesitation que ccux qui se prescrvcnt. vere Olympicis,
unum vicerunt. Absque hcesitatione igitur beatissimos esse dicit,
qui se puros et castos ab amore Venereo servaverint. At nunc
sequitur apud Platonem, in quo defendere illum, Platonem, in- quam,
nam Socratis causam hic segre- gandum putamus (vid. 6) paullo
diffi- cilius est; tacuisset enim forte sapientius : sed non
iniquum (i) excusare. Nempe his, quee modo prolata sunt, subjungit,
quee non scripta equidem malim : sed pono, ne quid dissimulasse videar,
ne parum bona fide egisse. Quam vero caute, quam suspensa velut
manu illud ulcus tractet, videre opera? pretium est. Eav’ os
8tatT7) <popzi7Ui)~ipx ~z xat A<I>IAO— cptXoTtjxu) 8s
yprfacjvzx'., -i/' av ~oj ev uiOat; sitivi a)xA7) dasXsta Tci>
axoXaTCto ajTOtv Gno- JXiytco XaSovTE, xa\ tjrjya; xopojpo-j;
aovaya- yovTE et; toeutov, tf ( v u ~6 :wv -oXX oiv [xaxaot-
fi) Multum certe facilior causa Platonis, quam alicujus Beneventani
Episcopi: aut aliorum, quos vrxterco sciens. purs et chastes, de
1’amour Venerien, jouissent de la plus grande beatitude. Ce qui
suit, chez Platon, est un peu plus difficile a expliquer; chez Platon,
disons-nous, car ici nous croyons devoir separer sa cause de celle de
Socrate; evidemment il aurait mieux fait de se taire, mais il n’cst pas
impossible de l’excuser. A ces choses sublimes que nous venons de
transcrire, il en ajoute d’autres que j’aimerais mieux lui voir
passer sous silence; je les exposerai cependant, de peur de paraitre rien
dissi- muler et manquer un peu de bonne foi. Il faut ici donner le
texte pour qu’on [Son cas est en effet moins grave que celui de
certain eveque de Bdnevent et de quelques autres que je ne veux pas
nommer. L’auteur fait ici allusion a 1’archeveque Giovanni .delia Casa et
a son fameux Capitolo dei forno ; mais il ne 1’avait probablement
pas lu, et il se meprend, comme bien d’autres, surle sens de ce celebre
petit poeme. cTr;v atpeotv £tXcTr ( v ~t /ai Ste^pa^avxo x x X. Si vero
vitam vivant LICENTIOREM et A PHILOSOPHIA ALIENAM, ean- demque
ambitiosam, forte aliqua in ebrietate aut qua alia negligentia
depre- hensas INCAUTAS animas equi illi uiriusque amatoris
indomiti, eodem con- ducant, et sic illam quce beata vulgo videtur
electionem faciant, et (turpe illud facimts) peragant : eoque peracto per
re- liquum tempus utantur quidem (illa voluptate ) sed raro, quippe
qui non omnino deliberata mente (sed deprehensi velut incauti ) hoc
agant etiam hi præmium non parvum amatorii illius furoris (non
Venerei, de quo modo dic- tum, sed philosophi) auferunt : in tenebras
enim illas et illud sub terram iter non veniunt, etc. voie avec
quelle prudence et sans appuyer la main, il decouvre cet ulcere de la
civilisation Grecque. S’ils embr assent, dit-il, nn genre de vie moins
austdre, etrangbre a la Philosophie et livree aux passions
desordonnees, il arrivera quau milieu de Vivresse ou de quelque
autre etourderie les coursiers indomptes sur- prendront leurs ames
et les meneront l’un et l’ autre au meme but,' iis prendront alors
le parti de faire ce en quoi, selon le vul- gaire, consiste le supreme
bonheur et (c’est la le crime infame) satisferont leurs desirs.
Dans la suite, iis renouvelleront leurs jouissances, mais rarement,
parce qxCelles ne sont pas approuvdes de l’dme entiSre et qu’ils
agissent comme par surprise et sans defense. C’est pourquoi ce qu’il y a
encore d’excellent dans leur amour (le pur amour pliilosophique et
non le desir Venerien) recevra plus tard sa recompcnse ; iis niront pas,
aprds leur mort, dans ces tenebres et par ces routcs souterraines, etc.
yo Apertum est his, qui et sermonem Platonis intelligunt, et
non ultro qucerunt crimina, non illum prcemium constituere pceder
astice turpi, non Philosophice genus facere flagitiosum puerorum amorem
: sed summam c.ulpce esse hanc, quod dicat, si qui coelestis illius
pulchritudinis, quam in volatu illo suo viderint, desiderio icti, etiam
pulchros amant, et dum arctius eos complectantur, liberius cum iis
versentur, etiam ad turpe facinus ab ebrietate, certe ex improviso,
incauti, proster deliberatam voluntatem, abri- piantur, id quod
ipsis contingat ob genus vivendi licentius atque a Philosophia alienum,
iis tamen prodesse primum illud7'iobiliusque philosophandi propositum, ut
non cum reliquis ad inferos mittantur, et ad poenarum locum non
cogantur post ternas millenorum anno- rum periodos, septem alias subire
ete sed facilius alas ut recipiant, quibus evo- lare ad coelestia,
deum aliquem sequi du- cem possint. Hactenus reprehendat Pla-
tonem, si quis volet, non ut laudatorem. II est bien clair, pour qui veut
comprendre Platon et ne cherche pas de griefs de son plein gre, qu J il
n’assigne pas cette recompense aux fauteurs du vice honteux, qu’il
ne fait pas de 1’ignominieux amour masculin un attribut special des
Philosophes. On voit, au con- traire, combicn il blame ceux qui,
les yeux encore eblouis de cette beaute celeste entrevue par eux dans
leur vol anterieur, con^oivent des desirs pour la beaute terrestre,
recherchent les jeunes garcons, et a force de les embrasser etroi-
tement, devivre familierement avec eux, se trouvent entraines a 1
’improviste, au milieu de livresse, par surprise et sans que leur
volonte y ait part, a conimettre l’acte immonde; cela leur arrive,
parce qu’ils ont adopte un genre de vie trop libre et qu’ils
negligent la Philosophie. Iis tirent cependant ce profit, de s’etre
d’abord propose pour but cette noble Science, qu’ils ne sont pas relegues
aux enfers avec tous les autres hommes ; apres une revolution de
trois mille annees, iis Pcederastice, sed ut clementem nimis,
lentumque adeo castigatorem : qui præsertim in aliis peccatis severum satis
ac durum se praebuerit. Sed, si cequi esse volumus, si de nostris
religionum doctoribus ecquos ex- periri judices, videamus etiam, quid
dici pro ratione illa Platonis possit, quid pro Socrate, quatenus
et ipse non horribili flagello sectari vitia id genus solebat.
Distinguamus legislatoris personam et Philosophi. Legibus Atheniensium
primo antiquissimis illis a Cecrope, sanctitas Bona pars libri De re
publica decimi in eo consumitur, ut a"apat~r]Tou?,
a^apa[xu0rjTOU?, implacabiles sacrificiis Deos, ostendant. Vid.
pras. extr. et conf. qua: collegit Davis. ad Gic. de Legib.
j n’ont pas a en su.bir sept mille autres; iis recouvrent plus
vite leurs ailes et peu- vent s’elancer vers les spheres celestes,
a la suite d’un des douze dieux. Que l’on reproche donc a Platon,
si l’on veut, non pas de s’etre fait 1’apologiste de la Pede-
rastie, mais d’avoir ete trop clement, de ne pas chatier assez ferme, lui
surtout qui pour de moindres fautes se montre si dur et si severe. Mais
soyons equitables; prenons d’honnetes gens pour juges de nos Phi-
losophes, voyons ce que l’on peut dire en faveur de Platon ou de Socrate,
et jusqu’a quel point ce dernier a vraiment neglige de flageller le
vice en question. II faut distinguer le legislateur du Phi- losophe.
Les plus anciennes lois Athe- niennes, celles de Cecrops,
proclamaient la saintete du mariage. La loi de Dracon [II emploie la
majeure partie du X® livre de sa Republique a montrer que les dieux sont
insatiables de sacrifices. Comparez avec ce qu’a <5crit Davies
sur le Tr ciite des lois, de Cicerrr.i. matrimoniorum constituta :
Draconis lex capite plectebat adulteros : Solon li- beram faciebat
marito potestatem sta- tuendi in adulterum in facto deprehen- sum,
quidquid liberet. Itaque mirum fuerit si masculam libidinem non
punis- sent. Sed bene habet : supersunt monu- menta Solonis
hac etiam de re legum, diligenter collecta a Sam. Petito (de Legibus Att. et in Commentario) prcesertim
ex vEschinis in Timarchum (edit. Aurei. Allobr.) et Demosthenis
contra Androtionem orationibus : unde hoc constat, qui vi vel
persuasione ingenuum corrupisset, produxissetve, gravissima poena
(quce ad ultimum supplicium corruptoris et productoris, in- terdum etiam
corrupti, poterat progredi) affectum esse. Qui illam patiendi pro
mercede turpitudinem admisisset, si effugisset poenam aliam, illi neque
lice- bat inter novem Archontas esse, neque punissait de mort les
adulteres; Solon laissait la faculte au mari, dans le cas de
flagrant delit, de se faire justice comme il 1’entendrait. II serait bien
surprenant que ces deux legislateurs fussent muets a l’egard de
Tamour masculin. Mais nous avons mieux ; il reste des lois portees
par Solon sur la matiere divers fragments precieusement recueillis
par Samuel Petit (voy. ses Lois attiques et le Commentaire dont il a
accompagne cet ouvrage); ii les a surtout tires du Discours contre
Timarque, d’Eschine, et du Discours contre Androtion, de Demos-
thene. Il y est dit : Quiconque, memesans violence, aura debauche ou
prostitue un homme de condition libre sera passible de la peine la
plus rigoureuse. Le chatiment pouvait etre la mort, dans l’un comme dans
Tautre cas, et pour le liber- tin, comme pour savictime. C elui qui
se sera prostitue pour de l’argent, s’il echappe a toute autre peine, ne
pourra ni fungi sacerdotio, neque syndicum creari, neque ullum
magistratum vel intra vel extra urbem, neque sortito neque suf-
fragiis, capere, neque pro Praecone s. oratore mitti usquam, neque sententiam dicere
unquam, neque in templa publica intrare, neque in pompa coronata et ipsum
coronari, neque intra sacros fori cancellos (evto; twv t rj; ayopa?
TteptppavTT]- P’'wv) ingredi. Si quis vero damnatus im- pudicitiae
quidquam horum fecisset, capital erat. 0avato> r7)[j.'oua0w sunt verba
legis ab As schine recitata. Plura huc transferri opus non est, cum rarum
esse Petiti opus desierit. Summa capita habet etiam in Themide Attica
Meursius. Utrum seynpcr valuerint istce leges? annon eas perruperit interdum au
etre l’un des neu f archontes, ni remplir aucune fonction sacerdotale, ni
etre nomme delegue d’une ville; il lui est interdii dexercer aucune
magistrature, soit en dedans, soit en dehors de la cite, quii ait et
e designe par le sort ou par les suffrages de ses concitoyens; d’etre
en- voyd nulle part comme Herault, ou comme orateur; de prononcer
aucune sentence; de penetrer dans les temples publics; de faire
partie des processions et d’y porter une couronne sur la tetc; de
franchir ienceinte sacree de l’Agora. Qiiiconque, deja condamne pour
fait de prostitutiori, fera ou acceptera de faire une de ces choses
sera puni de mort. Puni de mort, tel est le texte meme de la loi lue
par Eschine. II est inutile d’en transcrire ici davantage, car
Touvrage de Samuel Petit est loin d’etre rare ; Meursius en a meme
donne, dans sa Themis Attique, les cha- pitres importants. Ces
prescriptions eurent-elles tou- jours force de loi? Ne purent-elles
etre dacia, astus subterfugerit, eluserint rhetores? annon ipsa
poenarum gravitas impunitati occasionem non nunquam de- derit? an
non professce impudicitiae ho- minis utriusque sexus, libidinum
publica- rum victimce, toleratce sint? An denique poetce non multa
saepe impudenter scrip- serint, fecerint? jam non quceritur. Uti-
nam non avxtxatrjyopia quadam repellere possent veteres Attici
cujuscunque vel sec- tae vel cetatis homines, si qui acerbius ex-
probrare iis velint, quce de Comicorum pe- tulantia sublegerunt illi apud
Athenaeum Deipnosophistce, et quae colligere ex illa parentum cura
apud Platonem (Conviv. p. 3ig, E), Pceda- gogos constituentium suis
filiis, qui ne quidem colloqui suis cum amatoribus (turpibus
nimirum et flagitiosis) eos patiantur: e. i. g. a. Ceterum severitate
legum eo ma- gis opus erat, quod obtentum fiagitiis enfreintes par
les audacicux, adroitemcnt tournees par les gens ruses, eludees par
les avocats? La rigueur du chatiment ne favorisa-t-elle pas elle-meme
Timpunite? Est-ce qu’on ne tolera pas des prostitues de profession,
victimes de 1’incontinence publique et remplissant le role de l’un et
1’autre sexe ? Les poetes n’ont-ils pas ef- frontement deerit ces
turpitudes, ne les ont-ils pas mises en action sur la scene? Cela
ne fait aucun doute. Plut au ciel que les Atheniens de nfimporte
quelle secte et de quelle epoque ne pussent re- tourner Taccusation
a ceux qui leur re- procheraient trop vertement ces horreurs
etalees par les poetes comiques et recueil- lies par les Deipnosophistes
d’Athenee, ou ce qu’on peut induire de 1’inquietude des peres de
famille confiant leurs fils, d’apres Platon, a des precepteurs severes,
pour les empecher de s’entretenir avec leurs amis, des amis infames
et detestables. 3o. Les lois devaient etre d’autant plus
severes, que les coutumes de la Grece] non nunquam praeberet (ut nempe
res sancta? prope omnes, ut ipsce populorum sceculorumque pene
omnium religiones, atque ceremonice) ille puerorum amor, castus,
legitimus, sanctus, quo tanquam potentissimo virtutis cum bellicce
tum civilis incitamento utebantur qucedam Grcecorum respublicce :
quarum legisla- tores, cum viderent, ignava fere esse virtutis
prcecepta, firmis licet nixa demonstrationibus, nisi ea affectu quodam et
tanquam spiritu animentur, nisi ev0ou- aiaajxou quoddam genus accedat,
quo acti homines et commoda sua, et jacturas, et salutem, et
pericula et tormenta contem- nerent. Hinc excogitata et in usum
civitatis recepta sunt splendida ista et efficacissima remedia, Religio,
Pudor, Amor patrice, Gloria, res quondam po- tentissimce, quod ex
illarum effectibus judicare pronum est: nunc prceclara quo- rundam,
qui sibi Philosophi videntur, opera fere ad inanium vocabulorum strepitus
relata, et, dum relata sunt, etiam redacta. comme toutes les choses
saintes, comme les cultes et les ceremonies religieuses de presque
tous les peuples et de tous les temps) donnaient plus de facilite a
la depravation. La fervente amitie entre jeunes gens, Tamitie
chaste, legitime, sacree, etait favorisee, dans les republiques de la
Grece, comme le plus energique stimulant du courage militaire et des
vertus civiles. Leurs legislateurs savaient bien que ni la vertu ni le
courage ne s'inculquent a 1’aide de demonstrations, si bonnes qu’elles
soient; que 1’homme est naturellement faible a moins qu’il ne soit
pousse par la passion et par 1’orgueil ou entraine par cette espece
d’enthousiasme qui lui fait mepriser les aises de la vie, la
fortune, la vie elle-meme, et affronter les perils et les supplices.
C’est pourquoi l’on mettait en jeu, dans Torganisme de la cite, ces
heroiques et sublimes mobiles, la Religion, 1’Honneur, 1’Amour de la patrie,
la Gloire, mobiles autrefois bien puis- sants, comme nous pouvonsen juger
par ce qu’ils firent accomplir; aujourd’hui,In illis igitur rei publicce
bene gerenda? incitamentis, an instrumentis? erat Amor ille
adolescentulorum tum in- ter se, tum inter ipsos et natu majores:
inde illa sacra Amantium cohors The- bis, et Cretensium. Quanta illius
vis esset, et quam metuendus esset miles amator, svOouatwv, et ab
Amore simul atque a Marte bacchans, occurenti in prcelio hosti, ita
enarrat 2E liantis (H. V. ) ut IvOo-jatav et furere ipse
prope videatur. Idem Laconica qucedam circa eam disciplina?
publica? partem instituta commemorat: V. G. ab illis multatum esse
virum alioquin bonum, ea de causa, quod nullum habere juniorem, quem
amando sui similem, et per hunc forte etiam alios, redderet: itemque
peccantis adolescentuli virum amatorem punitum, cui grace a de certains
Philosophes, ou soi-disant tels, ces grandes choses ne sont plus que de
vains mots, creux et vides, dont le sens s’affaiblit a mesure qu’on en
abuse. Ainsi, 1’Amour des jeunes gens, soit entre eux-raemes, soit
entre eux et leurs ames, etait favorise partout en Grece, pour le
bien de la chose publique; voila ce qui donna naissance a la cohorte
sacree des Amants, chez les Thebains et chez les Cretois. Quel etait le
courage de ces sortes de soldats, quelle etait la ter- reur qu’ils
inspiraient, lorsqu’ils rencontraient Tennemi, ivres a la fois d’amour et
de sang: c’est ce que Elien nous a fait connaitre, en partageant, pour
nous les mieux depeindre, leur impetuosite et leur fureur. II nous
indique aussi qu’il y avait quelque chose de semblable dans les
institutions de Sparte; un Lacedemonien fut mis a 1’amende,
quoique excellent citoyen, pour avoir neglige d’aimer quelque compagnon
plus jeune que lui, a qui il aurait inculque ses vertus et nempe
illius imputari vitia posse cen serent. Etiam illud Laconicum narrat,
so- litos ibi adolescentulos petere ab ama- toribus, viris nempe
bonis ac fortibus, stareveTv auTot ?, ut se adflarent. Interpreta-
tur illud verbum, Laconibus proprium, sElianus per epav, amare : idem
factum ab Hesychio V. sp.-v£ Tjj-ou, et epa, eia7cver. Multa similia
ad utrumque Hesychii locum viri docti, post Meursium (Mis- cell.
Lac.) sed nihil, unde ratio ap- pellationis queat intelligi. Nec
satisfacit, quod refert, non probat Eustathius (ad Odyss.)
EtarevElxai yap tpaat, t 7j? pLOp^? ti /at x i); wpa;, inspirari aliquid fornice et
pulchritudinis. Hcec enim Laconicce se- veritati parum conveniunt, si
fides anti- quis, ipsique adeo JEliano in ipso illo, de quo agimus,
loco. Srap-ctaTT)? epio;
ataqui eut ete capable, a son tour, de les transmettre a d’autres.
Lorsqu’un jeune homme commettait une faute, les Spar- tiates
punissaientson intime ami, comme responsable des vices qu’il lui
tolerait. Elien rapporte encore cette autre coutume de Sparte, que
les jeunes gens exigeaient de ceux dont iis etaient aimes, toujours
choisis parmi les meilleurs et les plus braves, ut se adflarent. II
explique le verbe ekjttvs Tv (adflare), propre aux Laconiens, par cet
autre : spav (aimer), et Hesychius de meme aux mots EpjcvEtgou, ipS et
eiu7iveT. Divers savants ont accueilli cette interpretation, a 1’exemple
de Meursius; mais je n’ai rien compris aux raisons qu’ils en
donnent. Je ne suis pas davan- tage satisfait de Tassertion emise,
sans preuve, par Eustathe, dans son commen- taire des chants IV e
et V e de YOdyssee : a Les inspires sont guides dans leur [On
appelait indifTeremment ItaKVETxat, ii a- 7UvrjXa' (inspires) ou spacjiat
(amants) ces couples ypov oux otosv x. t. X. Spartanus amor turpe
nihil quidquam novit. Sive enim ausus fuerit adolescentulus pati
turpia (upo-v uzoaeivat) sive amator facere (£»|Bp6 oat) neutri
quidem Spartee manere pro- fuerit : aut enim patria privarentur,
aut vita ipsa. Quare illud ela-vetv s. s[j.7ivsTv, illos
£ta7iVTjXa;, quos eosdem aixa? vocat Eustathius (Hesych. afcav, s-aTpov)
ab in- spirando s. adspirando divino quodam spiritu, dictos
arbitror, unde afflati, ut 7rveuu.atocpo'poi quidam et svOouaiwvTsc,
divi- no quodam furore perciti, ruerent. Hic est ille furor, quem
supra) tetigimus, et de quo plura sunt in Platonis Phædro. Nempe
spiritum 7iveSp.a quum dicebant antiqui, non rem illi tantum cogitantem
indicabant, sed rem subtilem, magna ean- dem movendi et agendi vi
praeditam, etc. de friires d’armes, si terribles dans les batailles.
'Etcnvelv (ad/lare) peut se traduire positivement par meter les souffles
ou metaphoriquement par avoir des aspirations communes.] choix par la
beaute et 1’elegance corporelle. Cela me parait peu convenir a cette
severite Laconienne dont temoignent tous les anciens et Elien lui-meme, a
Tendroit en question. On ignorait a Sparte ce que detait que les
impures amours. Si quelque jeune homme eut ose se prostituer, ou
prendre 1’autre role, il lui eut mal reussi de rester d Sparte; il y
allait pour lui de Vexilou de la mort. C’est ce qui me fait croire que ces
inspires, designes aussi sous les noms de compagnons, freres d’armes, par
Eustathe et par Hesychius, etaient ainsi appeles du souffle ou de
Tesprit en quelque sorte divin qui les animait, lorsqu’ilsse
ruaient sur l’ennemi comme transportes d’une fureur plus
qu’humaine. Nous avons deja parle de cette espece de delire, dont il
est si souvent question dans le Phedre de Platon. Il convient en
effet de remarquer que les anciens n’entendaient pas comme nous par
esprit une faculte intellectuelle, mais une essence subtile, douee
d’une grande forcc de mouvement et d’action. Non vagatur hcec extra
oleas ora- tio. Cum enim fuerit, quod, adhuc probatum est, in Græcia
r.aiozptxizv.a. quaedam honestissima, et sancta adeo, qua ad virtutem,
bellicam praesertim, et quidquid pul- chrum est, incitari homines
crederentur, cum nomina spojvuo?, Ipaaxou, raioapaaxou, itemque
spwuivoy, -atot/.wv, et similia tur- pitudinem nondum haberent : cum
illud raiSspaaxsTv res esset adeo honesta, ut quem ad modum capital
Romae erat servo, si militarat, ita Solonis lege multaretur
quinquaginta plagis publice, qui servus eXsuOspou 7ra'oo; spav, amare
liberum puerum, auderet : haec ita se cum haberent omnia, nemo jam debet
mirari, adolescentulorum esse amorem professum Socratem, fecisse illum, quae
ante dicta sunt, eaque scripsisse tanquam So- cratis dicta Platonem, quae
ex Phaedro commemoravimus . Quod mitior est vel Plato, vel ipse
adeo Socrates, (si quis ei tribuat, non satis ille quidem aequa ratione,
quidquid apud Platonem ex ipsius persona dictum ponitur) in hos etiam
quos Cette digression ne nous a pas eloigne de notre sujet. Puisqu’il
existait en Grece, comme nous venons de le prouver, une
jcatBspao-rfta tres-honnete, sainte, on peut dire, et reputee propre
a pousser les hommes au bien et a la vertu, surtout a la vertu
guerriere; puisque les mots d’amants, d’amis, de 7tad>epa<jTcu
et de 7:aioi7.wv n’avaient rien de honteux; puisqu’il etait meme si
honorable de se livrer a cette zcaSspaardtix, que la loi de Solon
punissait de cinquante coups de fouet, subis en pleine place
publique, tout esclave qui aurait ose aimer un jeune homme de
condition libre; puisque tout cela est irrefutable, personne ne doit
s’etonner que Socrate ait professe 1’amour des j eunes gens, qu’il ait
lui-meme eprouve cet amour et agi en consequence; que Platon nous
ait transmis, comme l’ex- pression des doctrines de Socrate, ce que
nous avons cite du Phedre. Sans doute Platon ou, si l’on veut, Socrate,
quoiqu’il ne soit pas equitable de lui attribuer tout ce que son
disciple lui fait dire, se montre mala libido ad turpitudinem
transversos abripuit) illud primo hanc rationem, ut innuimus,
habuit, quod nec legislatorem hic, neque publicum accusa- torem
ageret ; sed Philosophum, sed amatorem, amicum certe quidem, qui
non metu pcence deterrere a turpitudine homines, sed virtutis amore
revocare a peccato vellet. Deinde erant forte, quibus parcendum
erat, juvenes a vitiis ejusmodi non plane puri, Alcibiades, Critias,
alii, 9[Xox''[j.o) illi quidem sed eadem «popti- /Mxipcc et dcfikoaofM
otattr) yprjaajxsvoi quos abscisse nimis ab omni fructu Philosophice, ab
omni ad virtutem reditu excludere velle, et sic plane a se et
a virtute segregare, non erat consilii. Non instituam hic
comparationes, quce invidiam habere possunt: sed illud addam unum, si
forte aliquid veri sit ineo, quod de liberiori Socratis adolescentia
dictum est /'§.: si non mendax historia, e qua refert Origenes
contra Celsum, qui superiorem vitee conditionem primis Christi discipulis
objecerat [beaucoup trop clement envers ceux qu’un infame desir pousse a
Tacte honteux. Son excuse, nous Tavons deja dit, c’est que ce n’est
pas ici un accusateur public ou un legislateur qui parle, c’est un
Philosophe, un ami, un amant, et il essaye non de detourner les
hommes du vice en les ef- frayant par la menaee des chatiments,
rnais de les dissuader d’une faute en leur inculquant Tamour de la vertu.
II y avait d’ailleurs peut-etre autour de lui des jeunes gens qui
n’etaient pas irreprochables et envers lesquels il ne fallait pas se
montrertrop dur, un Alcibiade, un Critias, d’autres encore, pleins de
fougue, adonnes a une vielicencieuse et etrangere a la sagesse; les
priver de quelques-uns des benefices de la philosophie, c’eut ete
leur fermer toute voie de retour au bien, les eloigner de la personne du
maitre et par consequent de la vertu. Je ne cherche pas a faire des
comparaisons qui pourraient sembler malseantes; je veux ce- pendant
rapporter un fait, vrai ou faux, qui a traita la jeunesse un tant soit
peu Phcedonem e lupanari traductum ad Philosophiam a Socrate: quid
facere illum oportebat in hac disputatione? Nihil igitur est in Phædro,
quod urgeat Socratem : si quid incautius dic- tum sit, illa
Platonis culpa fuerit: quamquam si universam circumstantiam, ut a nobis
ostensa est, quis consideret, etiam hunc accusare, vel non excusare,
iniquum videtur. De Convivio Platonis jam non opus est multis disputare.
Distin- guat mihi aliquis personas loquentes: ad universam libelli
descriptionem, quam vocamus Œconomian, ad Allegorian denique ab
amore Venereo ductam, ac translatam ad animos, quorum lenonem se et
obstetricem ferebat Socrates: ad hcec, inquam, mihi attendat aliquis,
et et l’amour grec q3 dereglee de Socrate. C'est Origene qui le
raconte dans son traite contre Celse. Celse reprochait aux premiers
disciples du Christ d’avoir ete tires de conditions abjectes;
Origene repondit que Socrate avait bien tire Phedon d’un mauvais
lieu pour le convertir a la Philosophie. Je vous demande un peu ce
que ce Phedon venait faire dans la discussion. On ne rencontre donc
rien dans le Phedre qui puisse incriminer Socrate; s’il y a ca et
la quelques paroles imprudentes, c’est la faute de Platon. Encore, si
l’on examine bien toutes les circonstances, comme nous 1’avons
fait, il serait injuste, tout en blamant Platon, de ne pas lui
trouver d’excuse. Nous ne nous etendrons pas longuernent sur son Banquet.
Que l’on distingue bien les uns des autres les interlocuteurs, que
Fon fasse attention a 1’ensemble du dialogue, a ce que nous
appelons 1’economie de 1’ouvrage, que Fon analyse enfin cette allegorie
tirce de 1’amour physique, puis appliquee aux mirabor, si quid ibi
sit, unde Jiagitio ipsi praesidium, vel crimini in Socratem jactato
firmamentum peti possit. Sed est in illo libro, quod maxime ad
defenden- dum a Socrate fagitium pertinet, quod ut magis pateat,
tota ultimee partis, et velut actus postremi fabulae illius convivalis,
CEconomia proponenda est, e qua ipsa appareat, velle pro veris haberi
Platonem, qua ’ in Alcibiadis personam conjecta de Socrate
dicuntur. Ebrius nempe Alcibiades ad eum finem, ut neque pedes
officium faciant, comissator supervenit potantibus apud Agathonem
Socrati ceterisque. Hic, ex lege compotationis, dextrum sibi accum-
bentem Socratem laudare jussus, obse- quitur cum professione ebrietatis,
ut tamen vera se dicturum confirmet et redargui petat, si quid mentiatur.
Ac primo sub imagine quadam lau [idees, dont Socrate se donnait comme
l’entremetteur et Taccoucheur, et je serai bien surpris si 1’on y
decouvre quoi que ce soit en faveur du vice infame ou a 1’appui de
1’accusation portee contre Socrate. On pourra y puiser, au contraire, les
meilleurs arguments pour l’en defendre; mais il est necessaire d’exposer ici
toute 1’ordonnance de la derniere partie, ou plutot du dernier acte de ce
dialogue, ou il est clair que Platon veut nous faire tenir comme
vrai ce qu’il a place, touchant Socrate, dans la bouche
d’Alcibiade. Alcibiade arrive a la fin du festin dans un tel etat
d’ivresse que ses pieds refusent de le porter; il veut prendre sa
part de plaisir avec Socrate et les autres, en train de boire chez
Agathon. La, par suite d’une convention adoptee entre les convives,
il est force de faire 1’eloge de Socrate, assis a sa droite, et
demande de 1’indulgence, en se fondant sur ce qu’il est ivre ; il
affirme pourtant qu’il ne daturus Socratem, cum Sileno aliquo (Conf.
J nominatim cum Satyro Marsya, tibicine, illum comparat, cujus
figura, ex ligno, edolata ruditer atque deformi, utebantur artifices pro
theca, quce intus haberet pulcherrimum aliquem Mercuriolum:
scilicet in corpore deformi habitare animam pulcherrimam demonstrat: et
esse tibicini Marsyce similem Socratem, ob illam vim demulcendi
animos, cui resisti non posset. Deinde narrat, cum eundem pulchrorum
sectatorem quendam ct capta- torem videret, se, qui fiduciam
fornice haberet, sperasse, si pellicere virum ad amorem sui
(venereum nempe) posset, eique se prceberet obsequiosum, impetra-
turum se ab illo admirabilem illam artem, et ablaturum, quce Socrates
sciret, omnia. Hinc narrat verbis quidem honestis modestisque, et tamen
venia ante dira que la verite et exige, s’il se trompe, qu’on lui
donne un dementi. II com- mence, pour louer Socrate, par le comparer a
ces grossieres figures de bois representant Silene ou le satyre Marsyas,
le joueur de flute, sculptees sans travail et sans art, dont les
statuaires se servaient comme de gaines, et qui recelaient a 1’interieur
quelque joli petit Mercure; ainsi, dit-il, dans un corps difforme peut
habiter une belle ame; de plus, Socrate ressemble au joueur de flute Mar-
syas en ce qu’il a, pour charmer, une force a laquelle nui n’est en etat
de resister. II raconte ensuite que le voyant s’attacher a la
poursuite des beaux adolescents et s’efforcer de les prendre dans ses
filets, plein de confiance en sa beaute parfaite, il avait essaye de lui
inspirer de 1’amour, comptant bien qu’avec un peu de complaisance
pour ses desirs il obtiendrait de lui qu’il lui communiquat son admirable
science, et qu'il gagnerait a cela tous les talents de Socrate.
Alcibiade exorata ebrietati, et pro? Fatus uti servi aliique profani aures
obturent (zuXa<; 7: avo [xEyaXai xot; walv £7ri0E<?0s) quam varie,
et quibus veluti gradibus, frustra continentiam Socratis, temperan-
tiamquefrecte fortitudinis hic nomen adjicit) tentarit. Summam facit hanc, ut
Deos Deasque testes faciat, se cum totam noctem sub eadem veste cum
Socrate jacuisset, non aliter ab illo, quam ut filium a patre, aut a
fratre majori frater deberet, surrexisse. Itaque se frustratum spei esse in homine,
quem hac sola forte parte capi posse putasset. Enumeratis deinde aliis
Socratis virtutibus, bellica prcesertim, qua sibi etiam vitam
servarit, addit, non se tan- tum contumelia tali ab eo affectum,
sed Charmiden etiam, Euthydemum et gg place ici, mais en
termes honnetes et mesures, quoiqu’il se soit excuse sur son
ivresse et qu'il ait recommande aux esclaves et aux profanes de se boucher
les oreilles, le recit des gradations savantes et de tous les
stratagemes vainement mis en oeuvre par lui pour induire en tenta-
tion la continence, la temperance ou plutot, comme il le dit fort justement,
l’heroique fermete de Socrate. II conclut en disant: Je prends les dieux
et les deesses d temoin quapres avoir repose toute une nuit d cote
de Socrate, et sous le meme m ante au, je me levai d'aupres de lui
tel que je serais sorti du lit de mon pere ou de mon frere aine. Ainsi,
le seul point par lequel il croyait que cet homme fut accessible
avait tout a fait trompe ses esperances. Apres avoir ensuite enumere
les autres vertus de Socrate et appuye sur sa valeur guerriere, a
laquelle il etait lui-meme redevable de la vie, il ajoute qu’il n’est pas
le seul, du reste, a qui Socrate alios multos, quos ille amoris
simulatione deceptos in potestatem suam redegerit, ou? oiito; s^aTCatojv
w; IpaartT)?, Tuatoty.a piaXXov autos -/.aOiaTa-ai avi’ epaotou. Nempe
adulabantur vulgo amatores, certe qui turpe quid spectarent, pueris
aetatula sua et illa ipsa adulatione superbientibus. Alia ratio
Socratica, quae etiam supra in Lysidis argumento declarata est. Suavissima sunt
reliqua in Symposio Platonis: eo autem referuntur omnia, ut intelligamus
Socratis hanc fuisse consuetudinem, pulchrorum amorem uti prae se ferret,
cum illis suaviter et amice ut versaretur, ut virtutis illos amore
impleret, reliqua omnia non tanti esse ostenderet, in quibus valde sibi
elaborandum vir sapiens existimaret. Sanctus ergo Paederasta
Socrates, et foedissimi, si quod usquam est, crimiait fait un tel
affront; que pareille chose est arrivee a Charmis, a Euthydeme et a
bien d’autres qu’il avait feint d’aimer tendrement, pour mieux les
asservir et les diriger. Les amis vulgaires, ceux surtout qui esperaient
de honteuses complaisances, se faisaient les flatteurs des jeunes garcons,
et ceux-ci n’en etaient que plus fiers de leur beaute. Autre etait
la methode Socratique, comme nous l’avons montre plus haut en exposant le
sujet du Lysis. Ce qui suit, dans le Banquet de Platon, est charmant; tout
aboutit a nous montrer que telle etait la coutume de Socrate de
rechercher les bonnes graces des jeunes gens que distinguait un exteneur
gracieux, et de vivre avec eux dans une douce et agreable intimite,
afin de leur faire aimer la vertu; ce point obtenu, il jugeait
facile de leur donner les autres qualites qu’un sage doit s'appliquer a
acquerir. Ainsi, Socrate n’avait pour la jeunesse qu’un amour chaste; il
etait pur du nis expers: a quo etiam alios avocare studuit, quod
Critice exemplo docet Xenophon, ejus, qui post in triginta tyrannis
fuit, quem Euthydemi pudori insidiari cum sentiret, utxov ti Tiaay
eiv dixit, suillo more prurire, eaque re inimicitias hominis factiosi et
potentis sibi contraxit; quibus carere poterat, nisi potius fuisset
officium. Sed admonet me Xenophon de crimine
alterius illo quidem generis, et multo, ut in malis, tolerabiliore :
quod tamen ipsum etiam in illo adhaerescere, quantum in me est, non
patiar. Accusatur, ut naturalis quidem, sed malce tamen libidinis suasor et
leno quidam, propter ea quce referuntur in Xenophontis Convivio. Sed nec
ibi quidquam est, cujus bonum Socratem, aut illius amicos pudere debeat. Spectacula exhibentur
convivis mirabilia, partim vice infame entre tous. Bien mieux, il
s’efiforcad’en detourner lesautres, comme Xenophon nous 1’apprend par
1’exemple de Critias. Ce disciple de Socrate, devenu par la suite
l'un des Trente tyrans, avait voulu attenter a la pudeur
d’Euthydeme; lorsque son ancien maitre Bapprit: II a le prurit du
porc{ i), s’ecria-t-il ; paroles qui lui attir£rent 1’animosite d’un
homme puissant et redoutable, ce qu’il lui eut ete facile d’eviter,
s’il n’avait mieux aime faire son devoir. 3g. Mais Xenophon me fait
songer a une autre accusation qui a ete egalement portee contre
Socrate; quoique moins grave, elle n’en est pas moins facheuse, et
je l’en disculperai de toutes mes forces. On lui reproche, a 1’occasion
d’un incident rapporte par Xenophon, dans son Banquet, d’avoir excite ses
disciples a la debauche, ce qui serait pernicieux encore, [Concupiscit
ad Euthydemum se affricare quemadmodum porcelli solent ad saxa (Xenophon,
Memorabilia). etiam periculosa, et horrorem quendam spectantibus
moventia, inter districtos gladios corpora saltu jactantium, aut in
figuli rota circumacta scribentium le- gentiumque. Non placent ea Socrati,
qui aptius convivio spectaculum putat ipyjln- Gat r.poc, tov auXov
T/rJijiaTa, Iv oi; Xapixe; ts •/.a't Qpat, xa\ Niifxcpat ypstaovtai, ad
tibiam edi motus et saltationes, eo habitu, quo Gratiae, Horae,
Nymphae a pictoribus exhibentur. Forte suspectum alicui fuit hoc
quod Gratice nuda; pingi solent. Sed huic sus- picioni repugnat,
quod dicitur Ariadne illa saltatrix w; vop-sr, xcy.ocju.rjU.svr,,
sponsce autem profecto apud Grcecos nudce esse bien qu’i.1 s’agisse
ici de plaisirs conformes au vceu de la nature, et de s’etre fait, en
quelque sorte, entremetteur. II n’y a rien, dans ce passage, dont doivent
rougir 1’honnete Socrate et ses amis. Des mimes viennent d’executer
devant les convives toutes sortes d’exercices extraordinaires,
quelques-uns tres-dangereux et propres a donner le frisson aux
spectateurs; on a vu les uns presenter leurs poitrines, en sautant,
a des pointes d’epees rangees en file; d’autres lire ou ecrire enfermes
dans une roue de potier mise en mouvement. Ces exercices deplaisent
a Socrate ; il pense qu’il serait plus convenable, au milieu d’un
festin, de voir des danseuses executer des poses, au son de la
Jlute, sous le costume que les pcintres pretent d’ ordinaire aux
Graces, aux Heures et aux Nymphes. Cela a pu paraitre suspect parce
qu’on a coutume de representer les Graces toutes nues. Mais ce
soupcon ne repose sur rien, car la danseuse qui parut alors,
habillee en nymphe, representait I Ob non solebant : nymphae in
insectis ab eo ipso dicta?, quod involuta? sunt. Gratias decenter vestitas
contemplari licet in Grcecis monimentis apud Montfauc. Ant. Expl.
To. i Tab. iog ad p. ij6. Movit forte eum, qui primus crimen hinc
excerpsit Socrati, a/r^a-coiv appel- latio, qua? inter alia ad turpes
figuras refertur, quales olim Philcenidis et Elephantidis commendatas
libellis fuisse constat, ut hic ejusmodi impudens spectaculum
suspicaretur . Sed tum interjecta
de amore disputatio tum ipsa perfectio exsecutioque consilii (c. g)
suspicionem illam eximunt. Aguntur Ariadnes et Bacchi nuptice,sed illa ut
in scenam nihil veniat, pra?ter oscula et [De quibus Spanhem. de usu
et Praest. numism. Diss. Hic ay 7 jfi a est omnis gestus saltantium
blandus, minax, derisor. Vid. Lucia. de Saltat. extr. Apertior,
simpliciorque, et incautior adeo Xenophontis de his rebus oratio, quam
Platonica : sed cujus summa eodem pertineat, uti ab impura libidine ad
sanctam animorum conjunctionem homines revocentur. Ariadne, et les Grecs ne
permettaient pas le nu dans les roles de femmes mariees.
D’ailleurs, certains insectes imparfaits sont appeles nymphes precisement
parce qu’ils sont enveloppes. On peut voir aussi, dans YAntiquite' ex-
pliquee de Montfaucon, que les Grecs, meme sur leurs monuments,
figuraient les Graces decemment vetues. Celui qui le premier a lance
contre Socrate cette accusation s’est peut-etre effarouche du mot
pose, qui, entre autres, est applique a des images obscenes, du genre de
celles qu’on rencontrait dans les livres de Philænis et d’Elephantis; il
a soupfonne Socrate d’avoir reclame un spectacle lubrique. Or,
ladiscussion surTarnour qui intervient alors, 1’execution et
l’ache- [Spanheim (De prostantia et usu numismatum antiquorum) parle de
tout cela. On appelait poses toute esp6ce de geste lascif, provocant
ou railleur, des mimes. Comparez Lucien, De la Danse Le dialogue de
Xenophon est bien plus franc, bien plus simple et bien moins circonspCct
que celui de Platon ; tous les deux d’ail!eurs vont au
meme amplexus, cetera reservantur postsceniis. but, qui est de
detourner les hommes des plaisirs les plus impurs et de les rapprocher
dans une sainte communion des ames. Tales saltationes s.
repraesentationes etiam pars sacrorum erant. Apud Lucia. in
Pseudom. xsXsx7]'v xtva cuvtaxaxat Alexander, xai SaStyta?, xat
tepocpavxta; In his mysteriis et sacris etiam est KoptoviSo? yapto; cum
Apolline item riooaXstpiOU xai pLTjTpo; AXs^avSpou yauo; denique
SsXrJvr^ xai AXs^avBpou spto? Alexander ut Endymion alter xaOsuSwv
exsixo sv xw piato cptXrjtxaxa xs
eytyvovxo xat ~£pt~Xoxa\, st 8s ar t r. oXXat iqaav at 8a8ss, xay’ av xt
xat xwv utco xoXtcou sjxpaxxsxo. Apposui locum, quia hic etiam
7t$pt7tXoxa'i, et tamen nihil obscenum. vernent immediat du
divertissement qu’il avait demande, enlevent toute force a cette
conjecture. Les mimes representent les noces d’Ariadne et de Bacchus:
mais on ne voit rien de plus sur la scene que des baisers et des
etreintes amoureuses; le reste se passe derriere le rideau. Ces sortes de
danses et de reprdsentations faisaient partie des Myst6res. Dans lM
lexander seu Pseudomantis, de Lucien, on voit Alexandre, introduit comme
nouvel initii, passer par les 6preuves du dadouque et de
l’hi<5rophante. Parmi les scenes religieuses auxquelles cette
initiation donne lieu figurent : les noces d’Apollon et de Coronis,
celles de Podalirius et de la mere dAlexandre, enfin les amours
d’Alexandre et de la Lune. « Alexandre, comme un autre Endymion, etait
couchd au milieu du theatre; on dchangeait des caresses et des baisers.
S’il n’y avait pas eu D des torches en quantite, peut-etre bien qu’il se fut
laiss6 entrainer a faire qucedam earum quce sub veste Jieri solent. Cest
un peu ldger; cependant il n’y a rien la de bien obscene. Gesner
aurait du citer Lucien plus completement; ce passage du Pseudomantis offre un
tableau de genre exquis: Alexandre, comme un autre Endymion, etait
couche au milieu du thdatre, faisant semblant de dormir. II tombait de la
voute, comme du ciel, une certaine Rutilia, tr£s-jolie, qui jouait
le role de la Lune et qui dtait la femme d’un intendant de
1'einpereur. Elie aimait vraiment Alexandre et Finem et effectum negotii
ita indi- cat Xenophon : teXo; 0 i ol <jup.7ioToci’.oovte;
T:ept6e6Xr]xdT:a; ts aXXrjXou c xai oj; et; euvrjv aTr-.ovTa:, 01
(j.r,v ayauoi yaixetv £zw[xvuaav, 01 oe ysyap-rixoTec, ava 6 xvc£; Ijci
xou; ? 3 C 7 COUS, a-rj- Xauvov Tipo; xa; lauxujv yuvaTxa;, otim;
xojxojv xuy otsv. Tandem post blanditias quasdam, verecundas,
maritales, complexi se invicem sponsus et sponsa, i. e. manibus implexis,
vel brachiis mutuo cervici impositis, vel tergo circumjectis, velut
cubitum discedunt: ab hoc spectaculo incalescentes, et ut paullo ante
dicebat, av£7iTEpo)|jiivoi convivae cælibes dejerant, se ducturos
esse uxores ; mariti autem equis conscensis domos festinant, ut simili
voluptate et ipsi fruantur. Utinam vero e spectaculis et theatris
hodie ita discederetur! utinam Socratis hac parte disciplinam sequeren-
tur publicarum Voluptatum Tribuni. Talia spectacula edere debebant
Romani eu 6tait aimee. Sous les yeux de son propre mari, iis
echangeaient des caresses et des baisers. Xenophon indique de la maniere
suivante la fin et les resultats de l’histoire. Apres toutes sortes de
caresses honnetes et maritales, les deux epoux se tenant embrasses,
c’est-a-dire, je pense, les mains entrelacees ou les bras passes
mutuellement soit autour du cou, soit autour de la taille, s’eloignerent
comme pour aller se coucher. Echauffes par ce spectacle et se sentant de
furieuses demangeaisons, comme s’il leur poussait des ailes, les convives
encore celiba- taires /irent le serment de ne pas tarder a prendre
femme; les maris monthrent a cheval et se haterent de regagner le logis,
pour gouter d leur tour de semblables voluptes. Plut au ciel qu’aujour-d’hui on
quittat les spectacles et les theatres dans de si bonnes
intentions! plut au ciel que cette partie de la discipline Socratique fut
pratiquee par les ediles preposes aux plaisirs publics! Ce sont de tels
divertissements qu’auraient du decreter les empereurs Romains, soucieux d’exciter
toutes les classes au ma principes, cum de maritandis ordinibus, et sobole
Romana augenda soliciti erant: talia conveniebant nuper Lutetia? et
Gallice adeo universae, quum Ducis Burgtindice natalem nuptiis mille
puellarum celebrarent: talia magnam Britanniam, si quid veri habent
quorundam qucerelce, Swiftiance praesertim, quas eo loco protulit, ubi de
abrogando clero disputat: aut eorum, qui hodie peregrinos
invitandos, supplendi populi causa. et civitate donandos,
censent. Nempe incidit aetas Socratis in ea tempora, ubi civium
paucitate laborabat exhausta bellis Persicis et Peloponnesiacis Attica,
cui etiam lege matrimoniali obviam ire, et afferre remedium, conati
esse dicuntur. Debemus notitiam hujus legis ipsi Socrati, quatenus nulla
forte illius mentio extaret hodie, nisi de duabus Philosophi uxoribus jam
olim disputatum esset. Res cum queestioni. de qua riage ct d’accroitre la
posterite de Remus: iis auraient convenu naguere a la ville de Paris et a
la France entiere lorsqu’on feta la naissance du duc de Bourgogne en
mariant un millier de jeunes falles; iis auraient bien fait Faffaire de
la Grande-Bretagne, s'il y a quelque chose de vrai dans ces
plaintes dont Swift surtout s’est fait l’e'cho et qui reclamaient
1’abolition du celibat despretres; iis conviendraient encore a ces pays
ou l’on attire les etrangers en leur conferant les droits civiques pour
suppleer au petit nombre d'habitants. Socrate vivait a une epoque
ou 1’Attique, epuisee par les guerres des Perses et du Peloponese,
souffrait de ne plus avoir qu'une population clair-se-mee; on dit menae
que les Atheniens s’efforcerent de remedier a cet etat de choses par une
nouvelle loi touchant lesmariages. Nousdevons l’unique renseignement que
l’on ait sur cette loi a Socrate, car il n’en subsisterait aujourd’hui
aucune agimus conjuncta sit, illam, quam breviter jieri potest,
expediemus. Duas So- crati uxores vulgo tribui videmus, Xanthippen e qua
Lamproclem susceperit, et Myrto, Sophronisci atque Menexeni matrem.
In hoc conveniunt Cyrillus (contra Julia) et Theodoretus (Grcecar.
Affect. curat) ac Diogenes Laertius. Porro de Xanthippe Cyrillus ex
Por- phyrio, 7tspi7tXa-/.asav XaQstv, clanculum in ipsius amplexus
venisse ; quod plane repugnat Platoni et Xenophonti, qui nullius
conjugis prceter Xanthippen, justam uxorem, mentionem faciunt : tum
Theodoreto, qui tamen ipse quoque sua debere ait Porphyrio, sed non
tantum pro TCspiTt^axetaav XaOsTv habet 7:po<j-XaxeTcjav Xa6sTv,
induxisse priori uxori, ut pereat illa secreti, et furti amatorii notio :
sed etiam addit, solitas esse eas mulieres inter se depugnare, deinde
pace facta conjunctim impetum facere in Socratem ideo, quod is bella
illarum non dirimeret: hunc vero utrumque genus pugna: mention sans la controverse
autrefois agitee au sujet de ses deux femmes. Comme cette question
tient a notre sujet, nous la discuterons bridvement. On donne communcment
a Socrate deux femmes : Xantippe, dont il eut un de ses fils,
Lamprocles, et Myrto, la mere de Sophronisque et de Menexene. S. Cyrille,
Theodoret et Diogene de Laerte sont tous les trois d’accord
la-dessus. Mais S. Cyrille, empruntant ce detail a Porphyre, dit de
Xantippe que son mariage avec Socrate fut clandestin, qu’elle se cachait
pour 1’embrasser, ce qui contredit absolument Xenophon et Platon,
puisqu’ils ne parient d’aucune autre femme que de Xantippe, epouse
legitime de Socrate. Theodoret, qui lui aussi dit tenir de Porphyre
ses renseignements, change 7iepi7tXoaEiaav XaOsTv en npovnXxxsT-
aav XafleTv et declare ainsi que Socrate introduisit Xantippe chez sa
premi^re femme, ce qui ruine toute cette histoire de mariage
secret, et de furtifs baisers; bien mieux, il ajoutc que ces deux mecum
risu speci are consuevisse. Utri fi dem habebimus? Sed nondum est
finis discordiarum. Theodoretum si audimus, induxit Xanthippen suce jam
Myrto Socrates: sed Laertius negat convenire inter auctores, utram prius
duxerit. Idem ait, simul ambas habuisse Socratem, a quibusdam esse
traditum. In hac sententia etiam fuit auctor Dialogi Halcyon, qui
inter primos Lucianeos editur, in cujus fine Socrates dicat, se Halcyonis
amorem in maritum suis conjugibus Xanthippee et Myrto prcedicaturum esse.
Antiqua porro esse illa relatio memoratur Callisthenis, Demetri Phalerei,
Satyri Peripatetici, Aristoxeni Musici, geres se battaient
continuellement, puis la paix faite, tombaient a poings fermes sur
le pauvre Philosophe, en lui reprochant de ne les avoir pas separees:
pour lui, il restait simple spectateur du combat et voyait donner ou
recevait lui- meme les coups en souriant. A qui faut-il s’en rapporter,
de S. Cyrille ou de Theodoret? Et nous ne sommes pas au bout
de la querelle. Dapres Theodoret, So- crate epousa Xantippe, dtant deja
marie a Myrto; mais Diogene de Laerte af- firme que les auteurs ne
sont pas d’accord et qu’on ne sait qui des deux il epousa la premiere. Il
dit aussi qu’il les eut toutes les deux ensemble, et sur quelles
autorites repose cette assertion. Elie a ete accueillie par 1’auteur du dialogue
intitule Alcyon, imprime en tete de ceux de Lucien; on y voit
Socrate proposer en exemple a ses deux femmes, Xantippe et Myrto,
1’amour d’Alcyon pour son mari. Plutarque (Vie d’Aris- i Hieronymi
Rhodii, apud Plutarchum (vita Aristid. extr.) qui ceteris narrandi
auctorem fuisse ait Aristotelem in libro de nobilitate, (rapi s-jyevsia;)
qui tamen liber an sit Aristotelis, Plutarchus dubitat : narrant autem
ita, Aristidis neptim Myrto, vidua cum esset et paupercula, domum
ductam a Socrate, eique cohabi- tasse, licet aliam uxorem
habenti. At non licebat a Cecrope inde Athenis plure s una habere
uxores. Qui sit igitur, ut neque Comici exprobrarint, neque Accusatores
objecerint digamian Socrati? Hic nobis narrant Athenaeus et
Laertius legem, latam supplenda 1 multitudinis civium causa. Exstabat
Athenceo prodente ipsum decretum a Rhodio Hie- ronymo conservatum,
wax' si-eivat xai ouo ET L’AMOUR GREC I i q tide) rapporte que cettc
opinion etait ancienne, et qu ; elle fut partagee par Callisthene,
Demetrius de Phalere, Sa- tyrus le peripateticien, Aristoxene le
musicien et Hieronyme de Rhodes; Athenee dit de son cote qu’ils
Tavaient tous puisee dans le Traite de la No- blesse d Aristote,
livre dont cependant Plutarque doute qu’Aristote soit l’auteur. Tous
racontent que Myrto, pe- tite-fille d Aristide, etant veuve et se
trouvant dans une extreme pauvrete, fut recueillie par Socrate dans sa
maison et qu’il cohabita avec elle, quoiquhl fut deja marie. J
Les vieilles lois de Cecrops inter-disaient cependant a Athenes les
doubles unions. Pourquoi donc ni les poetes co- miques, ni les
accusateurs de Socrate ne lui ont-ils reproche ou oppose ce cas de
bigamie ? Cest a ce propos qu’A.thenee et Diogene de Laerte nous parient
de cette loi nouvelle, edictee, disent-ils, dans le but d’accroitre
le nombre des citoyens. SOCRATE 'systv yuvatxa; tov [3o'jaojj.£vov. Secundum
haec male accusaretur Socrates, qui et legi paruerit de augenda
sobole Attica, et Aristidis progeniem viduitate et pauper- tate
extrema liberaverit. Verum enim vero totum hoc de duabus Socratis
uxoribus, quin de lege maritali etiam falsum esse, prcesertim ex
dissensu commemorato, itemque ex Platonis et Xenophontis silentio
arguit Bentleius. Et habet, quantum est de monogamia Socratis,
magnum auctorem Pancetium, quem laudat Plutarchus, qui cum
retulisset eam quce modo proposita est de Myrto narrationem, satis
illam refutatam ait a Panaetio: cujus si opus hodie extaret,
facilior forte hodie esset causa Socratis, quem tamen a turpi pue- [In
Dissertat, de Phalaridis et exteror. Epistolis, ET l’aMOUR GREC Athenee
s’avance jusqida dire qu’il y avait un decret, conserve par
Hieronyme de Rhodes, et ainsi concu: « 11 est permis d’avoir jusqua deux
femmes. Si cela est vrai, on accuserait mal a propos Socrate, qui
n’aurait fait qu’obeir a la loi portee en vue de repeupler
1’Attique, et qui de plus aurait sauve du veuvage et de la
mis&re la petite-fille d’Aristide. Mais vraiment Phistoire des
deux femmes, tout aussi bien que celle de la loi matrimoniale,
paraissent en-tachees de faussete a Bentley; il se fonde surtout sur le
desaccord que nous avons signale et tire une grande preuve du silence
de Platon et de Xenophon. Nous avons, pour ce qui est de la monogamie de
Socrate, une excellente autorite, Pantetius, dont Plutarque fait le plus
bel eloge; apres avoir rapporte ce que nous avons dit de Myrto, il
ajoute que cettefable a ete suffisamment refutee Dissertation sur
les Epitres de Phalaris, Themistocle, Sacrale et Euripide (iu-8"). SOCRATE rorum amore, et a lenocinio turpi, et
a libidinosa digamia, vel sic satis liberatum esse confido. ET L AMOUR GREC par
Panaetius. Si nous possedions son livre, la cause de Socrate serait
aujourd’hui plus facile a defendre; je pense cependant avoir prouve qu’il
ne fut ni un corrupteur de la jeunesse, ni un provocateur a la debauche,
ni un bigame libertin. Alcibiade; ses avances repouss^es par
Socrate. Ame, comparde par Platon a un attelage ai!6 classification des ames suivant le degrd
de connaissances acquises avant la vie, p. Amour
philosophique, raisons qui dirigent les choix dans cette
sorte d’amour les impuretes ou il peut s’egarer Analyse du Lysis,
dialogue de Platon du Phedre du Banquet Beaute morale et Beaute physique
-- Bigamie; Socrate eut-il deux femmes? la bigamie etait-elle
autorisde en Grece ? Cohorte sacree des amants, a Thebes et
en Crete -- Inspires; couples d’amis Minies; leurs exercices et poses
plastiques -- riaiospaatsta, le mot et la chose pouvaient etre pris
en bonne part, chez les Grecs Peines portees par les Grecs contre
les infames Pronostics tirds par les physionomistes de la voix
forte et grave de lencolure courte des oreilles velues -des grosses
levres -- du nez camard des yeux saillants, Representations mythologiques
et divertissements dans les festius dans les mysteres effets singuliers
produits parfois sur les convives par ces representations, p.
m. Socrate; motifs ordinaires des accusations portees contre lui pourquoi
il recherchait les beaux garcons son portrait physique Socrate
l’ Ecclesiastique; comment il a accuse, sans preuves, Socrate le Philosophe Sparte
; coutume rappor- t6e par Elien -- les amours impures y etaient
ignorees Paris. Imp. Motteroz, 3 i, rue du Dragon. Nome
compiuto: Gabriele Giannantoni. Giannantoni. Keywords: la dialettica,
dialettica, Epicuro a Roma, Calogero, il principio dialogo, Lucrezio, Cicerone.
-- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giannantoni” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannetti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del corposcolarismo
– filosofia carrarese – scuola d’Aulla – la scuola d’Albano di Magra -- filosofia
toscana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Albiano di Magra). Abstract. Grice: “We take ontology lightly today – at
least Oxonian philosophers do! But bak in the day, for philosophers like G.,
all they wanted to know was if ‘corpusculi,’ as they called them, did exist –
out there!” Keywords: ontology. Filosofo carrarese. Filosofo toscana. Filosofo
Italiano. Aulla, Massa-Carrara, Toscana. Grice: “I like Giannetti; for one, he
is the only philosopher I know whose first name is ‘Pascasio.’ He taught at
Pisa, but not in the tower – Oddly, while he is from Tuscany, there is a street
(‘via’) in La Spezia named after him!” – Grice: “His logic was considered
heretic, at least by the duke, who diligently expelled him from any obligation
of teaching!” – Insegna a Pisa. Quando
lascio la cattedra, gli successe Grandi.
Di formazione galileiana, fu un acceso nemico dei Gesuiti. Sollecitato da Grandi,
che lo aveva anche introdotto a Newton, cura GALILEI (Firenze). Rimosso da Pisa
da Cosimo III de' Medici, vi fece rientro alla morte di quest'ultimo. N C. Preti, Dizionario Biografico degli
Italiani, Memorie storiche d'illustri scrittori e di uomini insigni dell'antica
e moderna Lunigiana, Dizionario Biografico degl’Italiani, Roma, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. G. Essendo G. tra'maestri più singolari di
filosofia a Pisa, quanto onore a quello Studio recasse non si può dire. Costui
ebbea quelle scienze pro clive natura, e tanta forza e vivacità d'ingegno che a
sermonare e discorrere di materie filosofiche pare nato a posta. È e'di Albiano
di Lunigiana, e divenne lettore in detta Università; e così bene in cattedra
sue dottri ne tratto, che per lo più savio discepolo di Marchetti e Bellini,
cattedranti nobilissimi, tutti lo conoscevano. Nulla ignoto eragli di quanto GALILEI
e Gassendo aveansi ritrovato, e sostenitore acerrimo fu della filosofia
corpusculare. Per ques stoguerra eterna pareva intimata avesse a tutti li
Peripatetici e Scolastici ostinati; che ligii si di chiaravano agli antichi
sistemi, quali adesso ricor dansi appenanelle scu ole de'monasteri. Per lo che
G. è tenuto per uno de'più arditi e co raggiosi sostenitori degl’insegnamenti
novelli e assai molesto riuscì a'superstiziosi filosofanti, ma in particolar
modo ai Gesuiti i quali, potendo al loramoltissimopressoCosmo III de'Medici, fecero
in grave sospetto cadere di errori di religione G. non solo, ma quasi tutta la
Pisana Università. Per tale cagione, sendo state forti let tere scritte e
minaccevoli ai professori con ordi nare, che non volevasi filosofia democratica,
G., cui sapea benissimo delle persecuzioni altrui schermirsi e rintuzzare le
dicerie degli imperiti con la dotta e mordace sua lingua, difese con trion fo
la causa per iscrittura,nè mai digua proposta sentenza cesso. Finalmente
costretto di mutar cattedra e di leggere medicina, non ostan te filosofava su i
nuovi sistemi anche interpretan do gliaforismi d'Ippocrate e di Galeno,e men
tre con eloquio squisito e con pompa di erudizio ne le materie mediche
spiegavà, senza punto de nigrare alla gravità della scienza e del loco ; l' al
trui cabale e leggerezze con vaghi scherzi e arguti motti derideva. Moltissimo
ancora si adoperò in fisiciani sperimenti e nelle savie cure di Tilli per ogni
maniera di lode famoso: nè mezzanamente sidistinse insieme con lo Zambescari di
Pontremoli suo collega a sperienze fare nti lissime su le terme del territorio
Pisano e Luriena se,che servirono ad ambeduni di grande merito. Intra le altre
fece minute prove su l'acqua salsa di Monzone di Lunigiana, e trovolla più efficace
di quella del Tettuccio di Valdi Nievole, e poteró Viri Paschasii G.
Albianeusis Philosoph. et Medicin, in Pisau. Acudem. Professoris
logeniiacumine eloquen.et ingenua philosoph. libert. Quam difficillimis
temporib, fere solus inter Acadlem. retinuit Concesserat Aun. S Thomas Perellius praecept. et Amico Vasoli Io non
posso tacere di aver molte cose rica vato diquesto librodalle fạtiche e dagli
scritti di questo Vasoli di Fivizzano, il quale sembra avesse in mente
d'illustrare sua patria, e però non deggio scordarmi di retribuirlo di grata
inemoria, tanto più che molto distinto riuscì nel la medicina e buon
coltivatore della poesia. Que stouomoerudito, comeraccontaincertosuoEr bariolo
Lunense m . s., avendo studiato prima a Bolognae poi a Pisa allascuola del celebre
Malpighi, dove si dottorò verso la fine del si estrarre il sale catartico
a guisa di quel d' In ghilterra, se non venisse incautamente adulterata.
Benespesso Pascasio dilettavasi d'investigare le azioni è i consigři degli
uomini più che i segreti dellanatura,equasi Epicuro con aspreparoleab batteva i
vizi ele inezie altrui. Mente profonda mostrò in tutto, ma poca industria: e
vivendosi fino alla vecchiezza, dopo anni di lettura in quella università, muore
in una villetta che avea a Capannoli su quel di Pisa, e sepolto nella chiesa diquella
terra, fugliper Tommaso Pe relli suo scolare messo questo marmo sopra il se
polcro, riferito ancora da inonsignor Fabroni in sua stor. dell'Univ. Pis., dove
parla di G.: = Pijs Manibus et Memoriae aeternae Cum paucisaetatis suae
comparandi Obiit Octuagenario major in proxima Villula In quam post impetratam
a docendo vacationem G. Nasce, da Polidoro, ad Albiano Magra di Aulla in
Lunigiana. Avviato agli studi filosofici, li coltivò, insieme con quelli
medici, presso l'Università di Pisa, dove era ben viva la tradizione galileiana
e, in fisica e in medicina, era ben rappresentata la corrente
meccanico-corpuscolarista. Fu il gruppo di docenti formatisi alla scuola di
G.A. Borelli a istradarlo verso questa tradizione concettuale; soprattutto
Marchetti, Bellini e Zerilli lo introdussero allo studio delle opere, oltre che
di Galilei, di Gassendi e del Borelli. Parallelamente, G. attinse da G. Del
Papa gli stimoli di un diverso indirizzo, anch'esso presente nell'ateneo
pisano, teso a far convivere, soprattutto in campo medico, il galileismo con
esigenze di ordine pratico. Laureatosi in filosofia (promotore e il Del
Papa), G. ottenne nello stesso anno la lettura di logica e filosofia naturale.
Il suo magistero, argutamente antiaristotelico e apertamente atomistico,
dovette risultare piuttosto efficace. Quando si delineò una reazione generale
della Chiesa contro quelle interpretazioni dello sperimentalismo considerate
arbitrarie e potenzialmente eversive dell'ortodossia religiosa, a causa dei
possibili esiti materialistico-libertini, il G. fu direttamente coinvolto. Insieme
con altri sei lettori pisani, si vide intimare dall'auditore F.M. Sergrifi di
non insegnare la filosofia atomistica. Per nulla intimidito, a detta di
Fabroni, G. alimentò le polemiche che seguirono con un libello, oggi perduto,
in difesa dei lettori ammoniti. Poca sorpresa dovette quindi destare tra i
contemporanei il provvedimento, preso dal governo di Cosimo III, di trasferire
G. alla lettura di medicina teorica, mitigato dal permesso di tenere lezioni
domiciliari di filosofia. Come lettore di questa disciplina medica, il G.
mostrò di voler tenere aperti spiragli per un discorso "moderno".
Lesse gli Aforismi d'Ippocrate, proclamandosi così seguace dell'indirizzo che
privilegiava la pratica clinica sulle questioni di teoria medica, ma nel
commentarli continuò a seguire i novatori. In particolare, a quanto
sembra, già in questa fase i motivi galileiano-gassendiani si erano venuti in
lui incrociando con motivi della dottrina newtoniana. Da questa aveva recepito
la tesi della struttura porosa della materia, che, attraverso l'ipotesi dei
diversi ordini di combinazione dei corpuscoli, è assunta come matrice delle
qualità macroscopiche dei corpi. È probabile che una delle fonti attraverso le
quali il G. venne a conoscenza della teoria newtoniana sia stata il padre
camaldolese G. Grandi, suo buon amico (Ortes ci riferisce che Grandi solea
frequentemente conversare nella casa del G.), ma, a differenza di Grandi, il G.
non dovette essere pienamente in grado di coglierne l'impalcatura matematica,
tanto da ritenerla conciliabile con la distinzione gassendiana tra punto
matematico e punto fisico. G., insieme con Bresciani, G. Averani e altri,
fu coinvolto dal Grandi nella preparazione della seconda edizione delle Opere
di Galilei (Firenze). Più tardi, alla metà degli anni Venti, il suo nome venne
fatto in alternativa a quello del Grandi quale autore di un libretto pseudonimo
(Q. Lucii Alphei Diacrisis in secundam editionem Philosophiæ novo-antiquæ r.p.
Cevae cum notis Ianii Valerii Pansii, Augustoduni), che segnò una nuova
occasione di scontro tra i novatori pisani e i gesuiti del collegio di
Firenze. Il libretto, nato come replica alla prefazione del gesuita M.
Dalla Briga al poemetto Philosophia nova-antiqua (Florentiae), del confratello
T. Ceva, fornisce una descrizione caricaturale delle forme di opposizione allo
sperimentalismo che, a detta dell'autore, circolavano nel collegio
fiorentino. Non è chiaro se sia da collegarsi a questa polemica il basso
profilo assunto dal G. nel quarto decennio del secolo. La relazione sullo stato
dello Studio che G. Cerati presentò ai nuovi governanti, ci informa che
"già da alcuni anni" G., pur retribuito, aveva interrotto le lezioni
pubbliche e si limita a dare privatamente lezioni di filosofia. Cerati
attribuiva ciò a non meglio precisate indisposizioni del corpo, ma l'Ortes
attesta che G. godette per tutta la vita di ottima salute. Priva di riscontri è
la notizia di una sua adesione alla loggia massonica fondata a Firenze, loggia
che però sicuramente accolse un buon numero di suoi allievi. G. muore a
Capannoli, presso Pisa, Quelle che sembrano essere le sue uniche opere a noi
giunte si trovano a Firenze, Bibl. Riccardiana, ms. Tractatus phisici iuxta recentiorum opinionem
conscripti a G.) e a Pisa, Bibl. universitaria, ms. (PHILOSOPHIÆ TRACTATVS). Per
la collaborazione do G. all'edizione fiorentina delle Opere del Galilei vedi le
lettere di Buonaventuri a Grandi, Pisa, Bibl. universitaria, Carteggio Grandi; sei
lettere del G. a Grandi e alcune note di argomento fisico; Acta graduum
Academiae Pisanae, Volpi, Pisa; Ortes, Vita di Grandi, Venezia G. Soria,
Raccolta di opere inedite, Livorno, Fabroni, Historiae Academiae Pisanae, Pisis,
Sbigoli, Crudeli e i primi framassoni in Firenze, Milano; Carranza, Cerati
provveditore dell'Università di Pisa nelle riforme, Pisa, Storia
dell'Università di Pisa, Pisa, Morelli, Per una storia di Bonducci, Roma, Livorno,
Livorno. Nome compiuto: Pascasio Giannetti. Gianetti. Keywords: corpuscolarismo,
implicature corpuscolare, Isaaco Newton, Galilei, Grandi, Giannetti -- Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Giannetti: implicatura corpuscolare – The
Swimming-Pool Library.
Grice e Giannetta -- search – another time?
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Giannone:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale della terza Roma – e
l’implicatura ligure – scuola d’Ischitella – filosofia foggese – filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Ischitella). Abstract. Grice: “I had one pupil once at Oxford who
wanted to research on Italian philosophers. ‘Stick to the heretic ones,’ I
lectured him. ‘They are the only interesting ones – Rome being what it is! And
G. was one of them!” Keywords: italiani eretici. Filosofo foggese. Filosofo
pugliese. Filosofo italiano. Grice: “Giannone is an interesting philosopher. He
philosophised on the ‘citta terrena,’ which is a back-fromation from ‘celestial
city,’ and by which he meant Rome! – Then he compared men – in their
collectivity, to apes, even if ingenious ones!” “Non
solo i corpi, ma, quel che è più, anche le anime, i cuori e gli spiriti de'
sudditi si sottoposero a' suoi piedi e strinse fra ceppi e catene.” Esponente
di spicco dell'Illuinismo italiano, discendente da una famiglia di avvocati
(anche se il padre era uno speziale), lasciò il paese natale per intraprendere
gli studi a Napoli. Si laurea entrando ben presto in contatto con filosofi
vicini a Vico. Fu praticante presso Argento, che disponeva di una vasta
biblioteca, la frequentazione della quale fu essenziale per la sua
formazione. I suoi interessi non si limitarono soltanto al diritto ed
alla filosofia, appassionandosi anche agli studi storici e dedicandosi alla
stesura della sua opera storica più conosciuta Dell'istoria civile del regno di
Napoli, che gli causò tuttavia numerosi problemi con la Chiesa per il suo
contenuto. Costretto a riparare a Vienna, ottenne protezione e
sovvenzioni da Carlo VI, il che gli permise di proseguire indisturbato i suoi
studi filosofici. Il suo tentativo di rientrare in patria fu ostacolato
dalla Chiesa, nonostante i buoni uffici dell'arcivescovo di Napoli recatosi a
Vienna per convincerlo a tornare a Napoli. Fu costretto a trasferirsi a Venezia
dove, apprezzatissimo dall'ambiente culturale della città, rifiutò sia la
cattedra a Padova, sia un posto di consulente giuridico presso la
Serenissima. Il governo della Repubblica lo espulse, dopo averlo
sottoposto a stretti controlli spionistici, per questioni inerenti alle sue
idee sul diritto marittimo e nonostante la sua autodifesa con il trattato
Lettera intorno al dominio del Mare Adriatico. Dopo aver vagato per
l'Italia (Ferrara, Modena, Milano e Torino), giunse a Ginevra, dove compose un
altro lavoro dal forte sapore anticlericale “Il Triregno: il regno terreno, il
regno celeste, e il regno papale, che gli costò nuovamente la persecuzione
delle alte sfere ecclesiastiche culminate con la sua cattura in un villaggio
della Savoia, ove fu attirato con un tranello. Rimasto nelle prigioni
sabaude, fu costretto a firmare un atto di abiura che non gli valse tuttavia la
libertà. Fu tenuto prigioniero nella fortezza di Ceva, dove scrisse alcuni dei
suoi componimenti più famosi. Trasferito alla prigione del mastio della Cittadella
di Torino. +“Dell'istoria civile del regno di Napoli” ebbe enorme fortuna mentre
la Chiesa ne avversò le tesi ponendola all'Indice dei libri proibiti,
comminando al filosofo una scomunica la quale obbligava Giannone a riparare
all'estero. I temi trattati nell'Istoria, sviluppati su precisi riferimenti
giuridici, forniscono una lucida descrizione dello stato di degrado civile del
Regno di Napoli, attribuendone le cause all'influenza preponderante della Curia
romana. Auspica in primis con quest'opera, «il rischiaramento delle nostre
leggi patrie e dei nostri propri istituti e costumi». Nel Triregno, opera
aspramente avversata anch'essa dagli ambienti ecclesiastici, presenta la
religione secondo un prospetto evolutivo: la Chiesa, col suo "regno
papale", si contrappone al "regno terreno" degli Ebrei ma anche
a quello "celeste" idealizzato dal Cristianesimo e il superamento del
male, che lo Stato Pontificio così incarna, si realizzerà soltanto attraverso
un cambiamento di rotta deciso, mediante ulteriore consapevolezza individuale
raggiunta dall'uomo nel corso della sua vicenda Storica. Indi teorizza uno
Stato laico capace di sottomettere l'istituzione papale, anche mediante
un'espropriazione dei beni materiali del clero. La Chiesa porta avanti una
forma di negazione di quella libertà individuale che deve essere posta come
fondamento giuridico e sociale. Al filosofo sono intestati vari istituti
scolastici, tra cui lo storico Liceo classico G. di Caserta, quello di
Benevento, quello di Foggia, e quello di San Marco in Lamis. Nella Storia della colonna infame, Manzoni
dedica a G. ampio spazio elencandone i numerosissimi plagi e gli errori che
anche Voltaire gli rimprove. Inizia paragonandolo a Muratori e indicandolo come
filosofo più rinomato di lui, poi aggiunge un lungo ELENCO e raffronto delle
opere plagiate e degli autori, tra cui Nani, Sarpi, Parrino, Bufferio, Costanzo
e Summonte: e chissà quali altri furti non osservati di costui potrebbe
scoprire chi ne fa ricerca". E conclude che se non si sa se fosse pigrizia
o sterilità di mente, e certo raro il coraggio. Altre saggi: Autobiografia:
i suoi tempi, la sua prigionia, appendici, note e documenti inediti, Pierantoni, Roma, Perino, I discorsi storici
sopra gli Annali di LIVIO, Apologia dei teologi scolastici Istoria del
pontificato di Gregorio Magno, “L'Ape ingegnosa” “Istoria civile del Regno di
Napoli. Napoli, Gravier); G., Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli, Gravier,
G., Istoria civile del Regno di Napoli.Napoli, Gravier, G., Istoria civile del
Regno di Napoli; Napoli, Gravier, G., Istoria civile del Regno di Napoli, Napoli,
Gravier. G., Istoria civile del regno di Napoli, Capolago, Elvetica; Nicolini,
La fortuna di G.: ricerche bibliografiche, Bari, Laterza, Marini, Il GIANNONISMO
(Bari, Laterza). Vigezzi, G. riformatore e storico. Milano, Feltrinelli, Giannoniana:
autografi, manoscritti e documenti della fortuna di G., Bertelli, Milano,
Ricciardi, Ricuperati, L'esperienza
civile e religiosa di G.., Milano-Napoli, Ricciardi, Mannarino, Le mille favole
degl’antichi. Cultura europea nella filosofia di G., Firenze, Le Lettere, Ricuperati,
La città terrena di G.: un itinerario tra crisi della coscienza europea e
illuminismo radicale, Firenze, Olschki, Treccani Enciclopedie, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Vita scritta da lui medesimo, Feltrinelli, Biblioteca Italiana, filosofico.net/
giannone. htm. De’ liguri duri e forti. Loro estensione in Italia; e come
sopra tutti gl’altri popoli tenesseró esercitati I ROMANI nella disciplina militare,
sicchè fossero gl’ultimi ad esser soggiogati. LIVIO in più occasioni, parlando
de’ liguri, confessa che niuna provincia esercita cotanto I ROMANI nella virtù
e disciplina militare, quanto LA LIGVRIA, poichè dura nelle armi, bellicosa
amica di fatiche e di travagli, e di riposo impazienle, nelle sue guerre non
tosto era da’ romani vinta che sorgeva più animosa e forte di prima. IS HOSTIS
VELVT NATVS AD CONTINENDAM INTER MAGNORUM INTERVALLA BELLORVM ROMANIS MILIAREM
DISCIPLINAM ERAT NEC ALIA PROVINCIA MILITEM MAGIS AD VIRTVTEM ACVEBAT. Non abitavano
i liguri (eciòanche contribuiva alla loro bellicosa indole) in luoghi piani ed
ameni e sotto temperato e molle clima, il quale avesse potuto rendere simili a
sè gl’abitatori. Ma all'incontro occupando essi quella occidental parte
d'Italia che ha per confine la Gallia Narbonense, vivendo in regioni montuose
aspre ed inaccessibili, e per le angustie delle vie acconce a tendere aguali ed
insidie; non temeno di numerosi eserciti nè d'istromenti bellici nè di macchine
o d'altri apparati militari, difendendoli il suolo e l'arduità de'loro siti. E
perciò essi militavo senza molto apparecchio mi cidiale. NIHIL, dice LIVIO,
PRÆTER ARMA ET VIROS OMNEM SPEM IN ARMIS HABENTES ERAT. Gli antichi liguri
erano divisi di qua e di là delle alpi e dell'appennini o in molti popoli o
sieno comunità, non altrimenti di ciòche si è delto degl’antichi etruschi, ed
occupavano vastissime regioni. Le alpi marittime e gran parte delle
mediterranee erano da essi popolate. Di là delle alpi i più celebri sono i
liguri SALII, i DECEALI e gl’OXIBI. Di qua sonoo i VEDIANZI, i VAGIENNI, gli
STATIELLI, i MAGELLI, gl’EBVRIATI, i VELIATI, i TIGVLII, gl’INGAVNI, i SALASSI,
i LIBICI, i LAVRINI ed altri. LIVIO, oltre questi popoli da Plinio rapportati
fa menzione di altri liguri posti di qua dell'appennino chiamati APVANI, i
quali VINCENO I ROMANI e debellarono un esercito consolare sotto Q. Marzio
console, e nota che il luogo della sconfitta fino a’ suoi tempi chiamavasi
perciò il campo Marziano. Fa memoria ancora di altri liguri di là dell'appennini
ch'egli chiama liguri FRISINATI. Questi popoli hanno più città o VICHI, dove
dimorano ciascuno nel proprio distretto. E fra le città son da considerarsi alcune
antiche ed illustri le quali, secondo la divisione dell'Italia fatta poi d’OTTAVIANO
in XI regioni, forma parte della XI. Nella Liguria rivolta al mare inferiore di
quà del FIUME VARO, CHE DIVIDE L’ITALIA DALLA GALLIA Narbonense, la prima città
marittima che s'incontra e de’ liguri vedianzi chiamata Cimelion. Prossima a
questa I MASSILIESI edificano NIZZA alle radici dell’alpi marittime, non
lontana dalle foci del fiume Varo, che poi cresce dalle ruine di CIMELIO, città
antichissima, la quale ha vescovi prima che da Costantino Magno e stata la
religione cristiana fa ricevere nel l'impero. Rimangono ancora le vestigia
de'suoi ruderi ed il nome di CIMELIO. L’'antica sua cattedra e unita a quella
di NIZZA, la quale non si APPARTIENE già alla Gallia Narbonense, siccome alcuni
credeltero, ma secondo PLINIO, Tolomeo ed altri geografi antichi, ALLA NOSTRA
ITALIA, come quella che è costrutta di qua del fiume Varo. Antipoli fondata
pure da'massiliesi si appartiene alla Gallia Narbonense, perchè eretta di là del
fiume. Essa lungo tempo e sotto i massilies i loro fondatori, ed ora sotto i re
di Francia è chiamata ANTIBO. Appresso NINZZA nel mar ligustico siegue MONACO
GRIMALDI, detta dagl’antichi Porto di Ercole, indi AlbioInlemelio, Albingauno, Savona,
Genua, Porto Delfino Tigulia, e più in dentro Segesta città de’ liguri tigulii.
Chiude questo confine IL FIUME MACRA CHE DA QUESTA PARTE DIVIDE LA LIGVRIA
DALL’ETRVRIA. Dall'altra parte mediterranea ove si erge l'appennino, ampio
monte il quale con gioghi perpetui e continuali fino allo stretto siciliano
divide l'Italia per mezzo, avevano i liguri di qua e di là d e l monte medesimo
nobilissime città; especialmente da un lato del Po Libarna, Dertona, Iria,
Barderate, Industria, Polentia, Potentia, Valentia,ed Augusta de’ liguri
vagienni. Quest'ultima città posta alle radici delle Alpi Cozie, non molto
lontana dal monte Vesulo d'onde il Po ha sua origine, e dappoi resa COLONIA DE’
ROMANI. NON CI RIMANE ORA DI ESSA ALCUN VESTIGIO, ma in sua vece surse al luogo
stesso ne'secoli da noi men lontani la città di Saluzzo sede un tempo di
principi e capo del famoso marchesato di Saluzzo, la quale in fine da Giulio Imeritò
esser decorate della dignità episcopale. Ma sopra queste s'innalzarono nella
Liguria tre città non meno antiche che illustri, Alba Pompeia, Asta, ed Aqui
città de’ ligur istatielli. Alba posta nella Liguria montuosa presso
l'Appennino [H. P. GRICE – SINGULARE, NON PLURALE] nella riva del fiume Tanaro fu
dagl’antichi geografi chiamata Pompeia, e per distinguerla da Alba degl’Elvii
posta nella Gallia Narbonense, e per aver quella G. POMPEO rifatta e la sciati
ivi vestigi di sua memoria e beneficenza. Ha vescovi antichissimi, poichè
rapportasi il primo tra questi essere stato nell'anno 350. Dionigi discepolo d’Eusebio,
poi innalzato alla cattedra di Milano. E ne'secoli men remoti vi se dettero due
uomini insigni che la illustrarono, uno per la prudenza civile, ed e Lazarino Fieschi de’ Conti di LAVAGNA, al
quale la regina di Napoli Giovanna contessa di Provenza commise il governo del Piemonte,
da lui quindi amministrato con somma lode commendazione; l'altro per sapienza é
somma dottrina ed erudizione, qual fu il famoso Girolamo Vida, quel chiarissimo
poeta latino che ci lasciò l'incomparabile sua Criste idee di suoi dotti dialoghi
De Republica. Acqui posta alla riva della Bormida in quella parte del Piemonte
di là del Tanaro,la quale Monferrato oggi si ap pella, fa edificatada’liguri
statielli popoli potentissimi dell’Asla posta nella Liguria mediterranea non
lontana dal Tanaro furesa colonia de’ ROMANI, ed un tempo fu sede d’uno degli’antichi
duchi longobardi. Ha anch'essa antichissimi vescovi, i quali quando l'imperio
di Occidente passa a’ germani, furono dagl’imperatori molto favoriti ed a sommi
onori innalzati; e non poco splendore reca a quella città aver seduto nella sua
cattedra vescovi le il famoso Panigarola, chiaro al mondo eloquenza e per tanti
monumenti che lascia di sua dottrina. > per lasua montuosa
Liguria. E detta Acqui dall’acque calde che qui vi scaturiscono assai
salutifere, siccome oltre la testimonianza di PLINIO, l'istessa esperienza
dimostra: e e chiamata Acqui de’ LIGVRI STATIELLI, per distinguerla dall’Acqui
sestia de' Salii posta nella provincia Narbonense. E anche sede di uno de’ duchi
longobardi. Ma la sua cattedra non è cotanto antica quanto le due precedenti
come quella che prende sua origine da’ longobardi che sono i primi ad erigerla.
I LIGVRI I si stendevano anche di là del Po, é molte città le quali secondo la divisione
d'Italia fatta d’OTTAVIANO sono col locate nella XI regione alle radici dell’Alpi,
anche da’ liguri traggon l'origine. Le prime che s'incontrano sono Vibiforo e
Secusia, oggi detta Susa, le quali sono poi mutate in due colonie romane. Anche
Torino PLINIO fa derivare dall'antica stirpe de’ LIGVRI -- ANTIQVA LGVRVM
STIRPE, egli scrive e dice il vero, poichè coloro che la fan derivare da’ massiliesi,
sica come Nicea ed Antipoli, vengono a togliere a questa città molto della sua
antichità. Non è dubbio che I LIGVRI sieno popoli d'Italia tanto antichi, che di
essi non si sa l'origine, onde si credono INDIGENI del paese, nè mischiati con
altre forestiere nazioni, non altrimenti che TACITO crede de’ germani. All'incontro
de’ massiliesi si sa l'origine ed il tempo nel quale profughi dalla Focide
navigando nel mare inferiore e cercando nuove sedi, si fermarorro ne'lidi della
Gallia Narbonense innanzi detta Bracata. Ciò avvenne, secondo la te stimonianza
di Livio, mentre in Roma regna TARQUINIO PRISCO,quando la prima volta i galli passarono
le Alpi, i quali dopo aver soccorso i massiliesi contro i salii che impedivano
loro lo sbarco, se ne calaron pe' monti Taurini dall’Alpi Giulie nell'Insubria,
discacciandone gl’etruschi. LIVIO stesso rifere che a'medesimi tempi i salluvii,
avendo passate l’Alpi, si posarono intorno al fiume Ticino vicino a’ liguri
levi, antica gente ed indigena di que'luoghi. Salluvii, e' dice, qui, PRÆTER
ANTQIVAM GENTEM LEVOS LIGVRES INCOLENTES CITRA TICINVM AMNEM EXPVLERE. Se
dunque i liguri, chiamati da Livio gente antica, quando i massiliesi poser
piede nella Gallia Narbonense tenevano questi luoghi. Più antica e l'origine di
Torino derivandola da’ liguriche da’ massiliesi, i quali siccome molti e molti
anni dappoi che sono stabiliti in Massiglia fondarono Antipoli e NiZZA, molto
maggior tempo appresso avrebber dovuto fondare Torino più lungi che quelle. Si
aggiunge che quando Annibale cala per l’Alpi in Italia, secondo rapporta LIVIO,
Torino e già metropoli degl’antichi popoli Taurini, i quali reggendosi per se stessi
hanno allora mossa guerra agl’insubri, e ricusarono l'amicizia di Annibale contrastandogli
coraggiosamente il passo, che egli sforza a gran fatica. Inoltre LIVIO stesso
rende testimonianza che la prima volta in cui i romani ? mosser guerra a’ liguri
e per occasione che questi depredano i campi di NIZZA e di Antipoli, città
de'massiliesi soci de’ romani,e non già i campi di Torino, la qual città perciò
non e de’ massiliesi, ma abitata da’ liguri taurini. Sono questi popoli
chiamati Tauriniche dieder nome alla città, siccome i monti a piè de'quali essa
è posta sono anche detti Taurini, a cagione che dagl’antichi i gioghi de monti
erano chiamati Tauri per la figura che sogliono avere simili a'dorsi o alle
schiene di tori, ond'è che quel celebre monte che divide la Siria dal rimanente
dell'Asia fu chiamato Tauro sic come alcuni altri popoli presso Plinio ed altri
antichi geografi son chiamati anch'essi Taurini specialmente nella Scizia, per
chè abitano presso i monti anticamente appellati Tauri. Ri dotti poi questi
popoli liguri sotto la soggezione de’ romani, OTTAVIO ingrandi la città, che
perciò venne poi detta AVGVSTA TAVRINORVM, non altrimenti che Lutetia
Parisiorum da’ parisii popoli della Gallia Lugdunense che l'abitano. Hanno i
liguri salassi anche in questa XI regione un'altra città, chiamata da Strabone,
Plinio, Tolomeo ed Antonino Augusta Prætoria -- ora detta AOSTA -- per
distinguerla dall'altra Augusla de’ liguri vagienni già menzionata. E posta frà
le due facce dell’Alpi Graie e Pennine. Sono le prime dette da' greci Graie per
lo passaggio di Ercole – NISI DE HERCVLE FABVLIS CREDERE LIBET, come saviamente
dice Plinio --, e le seconde, siccome volgarmente si crede, dal passaggio di
Annibale co’ suoi cartaginesi sono chiamate “PŒNINE”, secondo avvisa anche
Plinio, benchè Livio ne dubiti. Checchè sia diciò, è da osservarsi che da
questa Augusta Prætoria, essendo per la sua situazione la prima città d'Italia,
gl’antichi geometri prendevan la misura della lunghezza di questo nostro paese,
tirando una linea per Capua fino a Reggio, ultima città sullo stretto siciliano.
E dessa ancora città famosa ed illustre a’ tempi de’ re longobardi, quando
questi tennero il regno d'Italia. Ad Eporedia, città posta nella stessa regione
all'imbocco della Valle Augustana e dalle radici dell’Alpi, oggi dell’Ivrea, Plinio
da, se non così antica origine, nulla dimeno una assai più illustre, scrivendo
che e da’ Romani fondata per impulso degli dei, secondo che da'libri sibillini era
stato lor mostrato. OPPIDVM EPOREDIAM, e dice, SYBILLINIS LIBRIS A POPVLO
ROMANO CONDI IVSSVM. E antica colonia romana, e perciò cotanto memorata da CICERONE,
STRABONE, TACITO, e d’altri romani scrittori. Vercelli anche secondo PLINIO dee
riconoscere la sua origine da’ liguri sallii poichè egli scrive: VERCELLE
LIBICORVM EX SALIIS ORTÆ. E se dobbiamo prestar fede al vecchio CATONE, Novara
anche da’ liguri ha origine, quantunque in ciò PLINIO discordi, facendola
derivare da’ vocontii popoli della Gallia Narbonense. Questa era l'antica LIGVRIA
che occupa tutta quella gran parte d'Italia occidentale, la quale poscia dal
tempo che cangia e muta i nomi,i linguaggi, i costumi, i confini e tutto, sorti
altre divisioni e nuovi domini. Furon poi queste regioni chiamate Langa, Monferrato,
l'Astegiana, Piemonte superiore, Marchesato di Saluzzo, Piemonte inferiore
ovvero tratto Torinese, Canavese,Valle Augustana,Vercellese e Biellese. MOLTI
TRAVAGLI I ROMANI SOPPORTARONO PER SOTTOPORRE TANTI POPOLI LIGVRI, poichè
questi duri nelle armi e difesi da'luoghi inaccessibili si mantenner liberi, nè
prima degl’ultimi tempi della romana repubblica sono ad essa sottomessi. I
romani cominciarono a sperimentarli nell’armi dopo che si sono già resi formidabili
in Italiae daltrove, dopo che ebber vinto Pirro re di Epiro e lui costretto a
ritirarsi nel suo regno, e dopo che nella guerra punica il console C. Lutazio
diede [Plin., Hist. nat.] a’ cartaginesi quella terribile rotta nelle
isole agale, per la quale costoro furono forzati a chieder pace a’ romani.
Allora, finita questa guerra, i vincitori cominciarono a muovere le armi contro
i liguri. LIVIO, nella seconda sua deca, seguendo il suo costume, ne avrebbe
certamente fatto conoscere le minute circostanze, ma questa deca interamente ci
manca. L. Floro nell’Epitome ne rammenta il principio dicendo, ADVERSVS LIGVRES
TVNC PRIMVM EXERCITVS PROMOTVS EST. Ma d’altri scrittori romani e da ciò che LIVIO
stesso scrive nella III e IV deca, lequali per buona sorte ci rimangono, è
facile il conoscere che fin qui i romani non profittarono niente sopra i
liguri, poichè è anche fuor di dubbio che nel principio della guerra punica
quando Annibale passa le Alpi, i liguri gli prestano aiuto contro i romani; e LIVIO
nel primo libro della III deca parra, che col loro favore prese Annibale per
insidie due questori romani con II tribuni de'soldati e V figliuoli de'sanniti
dell'ordine equestre. Nè dopo scacciato Annibale d'Italia si perderono di animo,
sicchè non tenessero continuamente esercitati i romani nell’armi. Ambi duei
consoli C. Flaminio contro i liguri frisinati ed apuani -- i quali scorre fino
ne’ campi Pisani e Bolognesi --, e M. Emilio contro gl’altri liguri di qua
dell'Appennino, sono destinati con II eserciti consolari a soggiogarli: e
sebbene ciò avessero i consoli menato ad esecuzione, non mancaron quelli di
risorger poi più animosi e forti che prima, sicchè e d'uopo nel seguente anno a'successori
consoli Q. Marzio e Postumio, dopo che questi sispacciarono dalle inquisizioni
de’ baccanali, riprender la guerra, la quale a Q. Marzio riusci pur troppo
infelice, poichè colto il suo esercito da’ liguri apuani fra luoghi strelti e
dificili, e dissipato in guisa che, siccome scrive LIVIO, QVATVOR MILLIA MILITVM
AMISSA ET LEGIONIS SECVNDÆ SIGNATRIA UNDECIM VEXILLA SOCIORVM AC LATINI NOMINIS
IN POTESTATEM HOSTIVM VENERVNT ET ARMA MVLTA QVÆ QVIA IMPEDIMENTO FVGIENTIBVS
PER SILVESTRES SEMITAS ERANT PASSIM IACTABANTVR PRIVS SEQVENDI LIGVRES FINEM
QVAM FVGÆ ROMANI FECERUNT. Marzio fuggi dunque col residuo del suo esercito:
NON TAMEN, soggiunge LIVIO, OBLITERARE FAMAM REI MALE GESTE POTVIT NAM SALTVS
VNDE EVM LIGVRES FUGAVERANT. MARTIVS EST APPELATVS. Nè minori sono gli sforzi
ne’ seguenti anni de’ consoli successori, SEMPRONIO Sempronio che pugna contro
i liguri apuani ed AP. CLAUDIO contro i liguri ingauni. In breve, dice Livio, e
già ridotto in costume non decretarsi a’ consoli altra provincia se non quella de’
liguri onde erano quelli spesso intenti a formare nuove legioni per poter
abbattere sì valorosi inimici; la qual cosa non ha effetto se non sotto L.
Emilio Paolo il quale, essendogli stata prorogata la consolare potestà, con
potente esercito spedito contro i liguri ingauni ottenne su questi piena vittoria,
siccome più tardi M. Bebio l'ottenne su’liguri apuani. E finalmente soltanto
verso la fine del secolo, insieme con gl'istri, co’ galli cisalpini e con le
genti alpine, sono i liguri sottomessi a’ romani. De’ liguri in fatti
primieramente trionfo C. CLAUDIO console, e ne’ posteriori anni sono quelli
poscia del tutto debellati. Di questa costanza e dabito de’ liguri alle fatiche
della milizia ed a soffrire patimenti e disagi, ben si accorse Annibale, il
quale passate l’Alpi, nelle sue prime pugne contro i romani, più che in altro
popolo e più che ne’ cartaginesi stessi, pose ogni fiducia ne’ liguri de’ quali
si vale. E quando profugo da Cartagine ricovrossi sotto Antioco re della Siria,
il quale allora ha guerra co’ romani, il più sano consiglio che a quel principe
pole dare, siccome Livio scrive e che dove attaccare in due parti i romani
dividendo in due classi la numerosa sua armata, ed una, della quale e stato
Antioco stesso il comandante e l'ammiraglio, diriger nella Grecia per
discacciarne i romani, l'altra, dellả quale egli stesso Annibale e stato il
capitano supremo, dopo avere stretta lega co’ cartaginesi, con LE NAVI DI
QUESTI INVIARE NEL MAR LIGVSTICO; poichè pensa che sbarcata la sua gente nella Liguria,
egli fidando mollo nel coraggio e valore de’ liguri OSTINATI DIFENSORI DELLA
LORO LIBERTA CONTRO I ROMANI, bene avrebbe potuto unendo l’armi liguri
alle sue portar nuova formidabil guerra in Italia e porre nuovo assedio fino
alle mura di Roma istessa; ma quello stolto e vano re non appigliandosi a QUESTO
SANO CONSIGLIO e volendo piuttosto seguire le adulazioni de’ suoi propri capitani,
die’ cagione alle tante sue perdite e sconfitte ed alla sua totale rovina. Ma
riguardandosi a’ secoli più a noi vicini, non dovrà tacersi un pregio che rese
la ligure provincia assai più gloriosa di quante mai possano vantarsi di essere
state avventurose madri d’eroi e di semi-dei. Si celebrano cotanto presso i
greci e le nazioni tutte del mondo Alcide, Bacco ed Ulisse per le lunghe loro
peregrinazioni, per aver debellato i mostri, verte ignote terre e scorsi incogniti
mari. Ma Ercole stesso chi fu colui che rese i segni di Ercole favola vile
a'naviganti industri? Chi fu colui che rese navigabili quelli che prima erano
inaccessibili ed ignoti mari, e fece palesi ai noi regni non meno sconosciuti
che vasti ? Chi fu colui che spiegando le fortunate sue antenne ad un nuovo
polo, oscurò la fama di Alcide e di Bacco, se non il ligure COLOMBO? Quanto ben
gli si adattano, e con quanta maggiore proprietà e ragione con vengono à lui
quelle lodi che Lucrezio da al suo Epicuro, e che dal nostro incomparabile TORQUATO
assai più acconcia mente furono attribuite al coraggio ed alla grandezza
d'animo del COLOMBO, quando di lui canto. Un uom della Liguria avrà ardimento
All'incognito corso esporsi in PRIMA: Nè il minaccevol fremito del vento, Nè
l'inospitomar, nè il dubbio clima, Nè s'altro di periglio o di spavento Più
grave e formidabile or si STIMA, Faran che il generoso entro a'divieti D'Abila
angusti l'alta mente accheti [Ger.] – Nasce a Ischitella (Foggia), piccolo
centro del Gargano, da Scipione, speziale. Dopo aver compiuto i studi sotto la
guida dell'arciprete del paese, Serra, legge filosofia. E inizialmente
destinato allo stato ecclesiastico, ma la famiglia muta parere e G. si trasfere
a Napoli, dove, grazie all'aiuto del pro-zio, legge diritto presso il
procuratore Comparelli. Divenne allievo d’Aulisio, sotto la cui guida studia
diritto civile; legge storia nella Biblioteca Brancacciana e in quella di Seripando.
Negli stessi anni Angelis lo introduce alla filosofia di Gassendi e ai classici
latini e italiani. Laureatosi a Napoli, G. inizia a frequentare, anche se
marginalmente, l'Accademia di MEDINACŒLI, in cui conosce alcune delle maggiori
figure della cultura napoletana, fra cui Capasso, Porzio, Caloprese (si veda) e
Cirillo sotto il cui influsso abbandona la filosofia gassendiana per
abbracciare quella di Cartesio. G. inizia l'attività d'avvocato, conducendo il
suo apprendistato presso Musto, ma, INSODDISFATTO della sistemazione, si
trasfere, su consiglio di Spinelli, che già lo presentato all'Aulisio, presso
Argento. Per la formazione culturale del G. l'incontro con Argento si rivela
fondamentale, poiché a casa di questo, inizia a riunirsi l'Accademia de' SAGGI,
che, proseguendo l'esperienza della MEDINACŒLI riune un gruppo di filosofi
destinati a divenire il nerbo del governo napoletano durante il vice-regno
austriaco. E in quell'Accademia che matura il progetto d'una nuova storia del
Regno, cui il G. da il suo contributo iniziando a lavorare all'Istoria civile
del Regno di Napoli. Grazie alla sua attività di avvocato, G. si garantì
un agiato tenore di vita. Fase decisiva per la sua carriera forense e quando
divenne avvocato dei cittadini di San Pietro in Lama in una causa intentata
contro il vescovo di Lecce Pignatelli intorno alla questione delle decime. In
risposta a due allegazioni di Nicola D'Afflitto, avvocato del vescovo, G.
pubblica la scrittura Per li possessori degli oliveti nel feudo di San Pietro
in Lama contro monsignor vescovo di Lecce barone di quel feudo intorno
all'esazione delle decime dell'olive, cui seguì, l'anno successivo, il
Ristretto delle ragioni de' possessori degli oliveti. Tali testi, per la
marcata e aperta adesione alle più avanzate tematiche giurisdizionaliste e per
gli ampi riferimenti che G. fa alla storia del Regno, provocano una forte e
vivace discussione. Molto scalpore suscita la causa in difesa del nipote
dell'Aulisio, Ferrara, arrestato due
anni prima con L’ACCUSA D’AVERE AVVELENATO LO ZIO. Vinta la causa, come
compenso G. ottenne dal suo assistito i manoscritti dell'Aulisio, di alcuni dei
quali avrebbe poi curato l'edizione. A Napoli G. pubblica intanto, sotto lo pseudonimo
anagrammatico di Giano Perontino, la Lettera sad un suo amico che lo richiede onde
avvenisse che nelle due cime del VESUVIO in quella che butta fiamme ed è più
bassa la neve lungamente si conservi e nell'altra ch'è alquanto più alta e
intera non duri che pochi giorni. La lettera e frutto degli interessi che G.
coltiva sin dal suo arrivo a Napoli (riscontrabili in tutte le opere sino a
quelle del carcere) e dai quali, come avrebbe affermato nell'autobiografia,
s'era dovuto allontanare perché assorbito dagli studi giuridici e
storici. Infatti G., pur impiegando gran parte del suo tempo
nell'attività forense, lavora alacremente all'Istoria civile. E proprio per
potervi attendere con più tranquillità che compra una villa presso Posillipo,
detta Due Porte perché si riteneva e appartenuta ai fratelli Battista e Niccolò
Della Porta. Nei anni successivi la stesura dell'Istoria lo assorbe sempre di
più, tanto che i suoi continui ritiri a Dueporte gli valsero l'ironico
soprannome di solitario Piero. L’Istoria civile e ormai pressoché completata. G.
fa allora trasferire la tipografia di Nicolò Naso nella villa che il suo amico
Vitagliano ha a Posillipo, vicino a Dueporte, e comincia la stampa. Poiché,
nonostante l'istruzione ricevuta, e più avvezzo al linguaggio giuridico e al
dialetto napoletano che non all'italiano letterario, G. chiede allora a Mela di
rileggere l'opera, volgendola, ove necessario, in buon italiano. L'Istoria
civile del Regno di Napoli vede finalmente la luce, in un'edizione di 1100
esemplari (1000 in carta ordinaria e 100 in carta reale). Scritta con lo
scopo principale di difendere i diritti e le prerogative dello Stato CONTRO LA
CURIA romana, l'Istoria civile non intende tanto apportare nuovi contributi
documentari alla storia del Regno, quanto offrirne una nuova interpretazione,
esaminandone l'evoluzione dalla DISGREGAZIONE dell'Impero romano sino al Vice-regno
austriaco. G. non raccolge (se non per i primi libri) la documentazione
direttamente dalle fonti, ma organizza quella reperibile in altri saggi, in
particolare nell'Istoria del Regno di Napoli di Costanzo (L'Aquila, Cacchi),
nell'Historia della città e Regno di Napoli di Summonte (Napoli), nella
Historia della Repubblica veneta di Nani (Venezia) e nel Teatro eroico e
politico de' governi de' viceré del Regno di Napoli di Parrino (Napoli). Il
procedimento gli causa, in seguito, l'accusa di plagio da parte di Manzoni nel
capitolo della Storia della colonna infame, e poi da tutta la storiografia neo-guelfa,
rappresentata, tra gl’altri, da Bonacci e Caristia. Il giudizio non coglie
l'importanza dell'Istoria civile, che non sta nella ricostruzione erudita degl’eventi
del Regno, ma nell'affermazione del principio dell'autonomia dello
Stato. In effetti, se dagli storici napoletani G. traeva le notizie
necessarie, i modelli storiografici sono però altri, italiani ed europei. Fra i
primi Guicciardini, Sarpi e, soprattutto, Machiavelli delle Istorie fiorentine.
Come MACHIAVELLI attribuie alla Chiesa la responsabilità di avere impedito ai
Longobardi la realizzazione in Italia di un forte regno nazionale, così G.
accusa Roma di avere troncato lo sviluppo dello Stato napoletano, distruggendo
l'esperienza normanno-sveva con la chiamata di Carlo d'Angiò. L'avversione nei
confronti degl’Angioini è uno dei temi ricorrenti dell'Istoria civile. Alla
dinastia francese G. imputa di avere diminuito il potere regio, accresciuto
quello baronale, ma soprattutto di aver riconosciuto giuridicamente il Regno
come FEUDO della Chiesa. A causa di tale acquiescenza verso il Papato, IL
MERIDIONE consuma il proprio distacco dal resto d'Italia, dove invece le
dinastie regnanti contrastano apertamente le pretese di Roma. Fra i modelli che
ispirano G. sono Thou e Grozio, da cui G. riprende la rivalutazione dei
barbari, e in particolare dei Longobardi, visti come signori nazionali, nemici
di Roma e di Bisanzio. Tanto G. e avverso agl’Angioini quanto mostra simpatia
per gl’Aragonesi, i quali, pur fra incertezze e contraddizioni, tentano di
restituire al regno l'autonomia dell'epoca normanno-sveva. Con il dominio
spagnolo si conclude tale tentativo e per questo G. e fortemente critico verso
Madrid, sottolineandone la politica di sfruttamento nei confronti del regno.
L'Istoria civile si conclude con le pagine dedicate al dominio austriaco, nel
quale il ceto civile ripone le proprie speranze. L'Istoria e dunque
un'opera collettiva, non perché scritta a più mani - come malignamente
sostenevano i nemici di G. -, ma in quanto "opera che raccoglieva e
organizza le esigenze del ceto civile (Ricuperati). Con l'Istoria civile G. si e
proposto di analizzare le ragioni del potere della Chiesa nell'Italia
meridionale e in vista di ciò dedica ampio spazio all'epoca longobarda -- l'unica
per cui G. ricorre direttamente alle fonti. Per dimostrare soprusi e
sopraffazioni della chiesa sul regno, G. ricostrue l'evoluzione politica del
Papato, respingendone implicitamente l'origine divina. Questo atteggiamento
verso la religione, interpretata in chiave esclusivamente politica, rende
l'Istoriaun'opera del tutto nuova nel panorama storiografico europeo ma motiva anche
l'ostilità di Roma verso G.. Il consiglio municipale di Napoli – gl’Eletti
-- concede a G. una regalia di 195 ducati e lo nomina avvocato generale della
città. Mentre copie dell'Istoria sono inviate a Vienna, a Napoli divampano le
polemiche. Le autorità ecclesiastiche protestarono perché il saggio non ha
ottenuto la licenza del tribunale vescovile -- G., in effetti, non l'aveva
chiesta, ritenendola superflua poiché ritenne che il saggio non tratta
argomenti di giurisdizione ecclesiastica -- e alcuni religiosi iniziarono a
tenere prediche contro G.. In seguito a ciò, il potere civile muta
atteggiamento. l vice-ré austriaco, Althann, che aveva concesso a G. la licenza
necessaria per la pubblicazione dell'opera, in una riunione del Consiglio del
Collaterale, biasima apertamente gl’Eletti, i quali, peraltro, congelano i
provvedimenti a favore di G., nominando una commissione per valutare il saggio.
Nello stesso tempo, il Collaterale ordina la sospensione delle prediche contro
G. e la vendita dell'Istoria. La situazione volge al peggio al momento
del rito di s. Gennaro: poiché il sangue tarda a sciogliersi, il clero
napoletano comincia a sostenere che il santo e adirato con i napoletani per la
pubblicazione dell'Istoria civile. Contro G. si diffuse allora in tutta la
città poesie e libelli -- diversi dei quali sono oggi conservati in un codice
della Biblioteca di Napoli --, mentre la curia arcivescovile si preparava a
scomunicare l'opera. Ormai era a rischio la stessa vita di G., il quale, spinto
anche dagl’amici, decide di recarsi a Vienna per chiedere la protezione
dell'imperatore Carlo VI. Dopo alcune esitazioni, G. lascia Napoli per quella
che sperava una breve assenza e che, invece, sarebbe stata UNA PARTENZA SENZA
RITORNO. Raggiunta in incognito
Manfredonia, da lì si trasferì a Barletta, riparando per alcuni giorni in una
villa del fratello di Fraggianni. Nel frattempo a Napoli, il sangue di s.
Gennaro si scioglie. Trovata una nave su cui imbarcarsi, e a Trieste, a Lubiana
e giunge a Vienna. In questa città G. presnde subito contatto con alcuni
esponenti della numerosa comunità italiana, fra cui Riccardi, Forlosia e il
bibliotecario di corte Garelli, che porta una copia dell'Istoria all'imperatore
Carlo VI. Nel frattempo, venuto a conoscenza della scomunica lanciatagli dalla
curia arcivescovile di Napoli e della messa all'Indice dell'Istoria civile, G.
ricominciò a scrivere. Dapprima ritorna sul trattato “Del concubinato de’
Romani” ritenuto nell'Impero -- dopo la sopposta conversione alla fede di
Cristo -- già iniziato a Napoli. Poi scrive due nuovi saggi: De' rimedi contro
le proposizioni de' libri che si decretano in Roma e della potestà de' principi
in non farle valere ne' loro Stati e De' rimedi contro le scommuniche invalide
e delle potestà de' principi intorno a' modi di farle cassare ed abolire -- che
confluì nell'Apologia dell'Istoria civile. La posizione di G. sembra
migliorare. In seguito alle pressioni viennesi, la scomunica e revocata e G.
ottenne udienza da Carlo VI, che l'anno seguente gli concesse una pensione
annuale sopra i diritti della Secreteria di Sicilia. Egli non riuscì, però, a
ottenere un incarico ufficiale che, come aveva sperato, gli permettesse di
tornare a Napoli in una posizione sicura. Decide quindi di fermarsi a Vienna e
si stabilì in palazzo Linzwal. Nel frattempo, in Italia appareno diverse
confutazioni dell'Istoria civile. E pubblicata a Roma l'Apologia di quanto
l'arcivescovo di Sorrento ha praticato cogli economi de' beni ecclesiastici
della sua diocesi dell'arcivescovo Filippo Anastasio. In risposta Vitagliano
pubblica a Napoli una Difesa della real giurisdizione intorno a' regi diritti
su la chiesa collegiata appellata di S. Maria della Cattolica della città di REGGIO,
in cui, pur volendo difendere G., finiva invece con il criticarlo. G. e allora
costretto a reagire con un proprio testo, diffuso a Napoli in forma manoscritta.
Appareno a Roma le Riflessioni morali e teologiche sopra l'Istoria civile del
Regno di Napoli di Sanfelice. Rispetto all'opera d’Anastasio si tratta di un
lavoro ben più articolato e problematico, tanto che G. in un primo tempo decide
di non replicare. Ma durante la villeggiatura a Perchtoldsdorf, nei dintorni di
Vienna, scrive la Professione di fede. L'opera conosce una vasta fortuna,
testimoniata da un'imponente circolazione manoscritta, e segna la definitiva
rottura con la Chiesa cattolica. Un'altra Risposta di G. fa seguito alla
pubblicazione delle Annotazioni critiche sopra l’Istoria civile di Napoli (Napoli)
di Paoli, scritte con l'aiuto d’Egizio, esponente della parte più moderata del
giurisdizionalismo napoletano, non disposta a seguire la lezione di G.
Fallite le speranze di ottenere un incarico a Vienna, G. riprende l'attività
forense. Oltre a diverse allegazioni per clienti viennesi e napoletani, scrive
il Ragionamento a Pilati in cui difende i diritti di quest'ultimo alla nomina, poi
non avvenuta, a vescovo di Trento dopo la morte di Gentilotti e il saggio De'
veri e legittimi titoli delle reali preminenze che i re di Sicilia esercitano
nel tribunale detto della Monarchia, sulla complessa questione del Tribunale
della Monarchia di Sicilia. Risalgono dopo due saggi: la Breve relazione de’ Consigli
e dicasteri della città di Vienna, commissionatagli dal reggente Castelli, e le
Ragioni per le quali si dimostra che l'arcivescovado beneventano e sottoposto
al regio exequatur, come tutti gl’altri arcivescovadi del Regno, saggio scritto
su incarico della Città di Napoli. Nel frattempo, continua la fortuna
europea di G. e dell'Istoria. G. comincia a corrispondere regolarmente con
Liebe e i Mencke, iniziando la collaborazione agli Acta eruditorum Lipsensium. Scrive
la Dissertazione intorno il vero senso della iscrizione "Perdam Babillonis
nomen" posta in una moneta di Lodovico XII re di Francia, da alcuni
creduta coniata in Napoli, che, tradotta in latino, usce in un'edizione degl’ “Historiarum
sui temporis” di Thou. G. e ormai un filosofo inserito nel contesto d’Europa per
la sua conoscenza, in quel periodo delle opere che meglio rappresentavano quella
filosofia. In tal senso, un ruolo fondamentale ha la frequentazione con il
principe Eugenio di SAVOIA, nella cui ricchissima biblioteca G. aveva legge i
più importanti saggi della filosofia libertina e radicale europea. Da queste
sue fertili frequentazioni nei primi anni dell'esilio viennese deriva il
progetto dello suo saggio, il Triregno, iniziata durante una villeggiatura a
Medeling, e le cui prime due parti erano quasi terminate due anni più tardi. Il
Tri-regno si articola in tre parti. Nella prima, “IL REGNO TERRENO,” G. studia
la religione e sottolinea come in essa NON si conosce un al di là, in quanto al
popolo si promette esclusivamente il dominio sugli altri popoli senza alcun
riferimento a mondi ultra-terreni. Quello che Dio promete all'uomo – o GIOVE a
ENEA -- e, dunque, esclusivamente un regno terreno: ROMA! Nel successivo Regno
celeste l'attenzione di G. si sposta al cristianesimo delle origini – e l’idea
della potesta temporale – e del Cesare -- studiando i testi neo-testamentari,
mette in evidenza come e il cristianesimo – ‘dei galilei,’ come G. chiama in
parodia di Giuliano -- a introdurre l'idea di un mondo ultra-terreno cui i
fedeli sono destinati dopo essere stati giudicati sulla base delle loro azioni
mondane. Il Regno papale, l'ultima parte – “infamous part” – H. P. Grice --,
riprende il discorso iniziato nell'Istoria civile sulle origini del potere del
Papato. Dopo i primi secoli vissuti in conformità con l'insegnamento
evangelico, il PONTEFICE, approfittando della decadenza del POTERE TEMPORALE
IMPERIALE dopo Costantino, costitueno il loro Regno sul principio della
superiorità rispetto allo stato mondano, temporale. Nella composizione del Tri-regno concorrevano
diverse tradizioni: la fondamentale esperienza del libertinismo erudito, con
cui G. eentrato in contatto negli anni della sua prima formazione napoletana,
per influenza d’Aulisio, dal quale G. comprende l'importanza della storia
ebraica e la poca rilevanza alla mente romana! Molti temi delle Scuole sacre -
l'opera d’Aulisio uscita postuma pochi mesi dopo l'Istoria civile -
ricomparivano, infatti, nel Triregno, filtrati dalle conoscenze acquisite a
Vienna: la storiografia protestante (i. e. non cattolica, non romana) tedesca
(particolarmente evidente nel Regno celeste, dove forte è l'influenza delle
Origines, sive Antiquitates ecclesiasticae diBingham e delle Observationes
sacrae di Deyling) e, soprattutto, il deismo europeo post-spinoziano. In questo
senso importante e stato il rapporto con gli saggi di Toland (in particolare le
Lettere a Serena, Origines Iudaicae e Nazarenus), dai quali G. trasse la tesi
secondo cui gl’ebrei credeno nella MORTALITA dell'anima e non hanno alcuna idea
di un mondo ultraterreno, e con la storiografia che con questi si e misurata
criticamente (come le Vindiciae antiquae Christianorum disciplinae di
Mosheim). Il Tri-regno non e, peraltro, del tutto slegato dall'Istoria
civile. La matrice giurisdizionalista e evidente soprattutto nel Regno papale,
dove G. riprende il problema delle origini del potere ecclesiastico,
affrontandolo, però, con gli strumenti della storiografia protestante. Non più
"istoria civile" del Regno di Napoli, ma di tutta la civilizazione d’Occidente,
fondata da Roma a tradita dai papi. Di qui la persecuzione che la Curia romana
muove contro di lui, riuscendo, infine, non solo a FARLO ARRESTARE, ma a
entrare anche in possesso dell'autografo del Tri-regno. Si impede così la
pubblicazione del saggio. Ma non ne e, tuttavia, impedita completamente la
diffusione, che avvenne grazie a un apografo (probabilmente uscito dagli
archivi romani in cui l'originale e custodito). Diversi codici del Triregno circolano
in Europa, e sembra addirittura imminente una sua pubblicazione ad
Amsterdam. La conquista del Regno di Napoli a opera di Carlo di Borbone
determina la dispersione della comunità napoletana di Vienna. Ritenendo, con
ragione, che e in pericolo la sua pensione, basata su rendite siciliane, anche
G. decide, allora, di partire. Lascia Vienna e giunse a Venezia. Dove essere
solo un punto di passaggio sulla via per Napoli, ma le autorità borboniche gli
rifiutano il passaporto, temendo che un suo ritorno avrebbe compromesso le
trattative per il riconoscimento papale del nuovo sovrano. L'ambiente culturale
veneziano si rivela, comunque, ricco di stimoli per G., che stringe amicizia
con Pisani, con il principe Trivulzio, con Conti, con Terzi e con il libraio Pitteri.
Con quest'ultimo, in particolare, si accorda per una nuova edizione
dell'Istoria civile, per la quale appronta quell'Apologia dell'Istoria civile
cui lavora da tempo e in cui confluirono i tre trattati composti a Vienna. In
realtà, anche a Venezia G. non manca certo di nemici. Poco dopo il suo arrivo,
Pasqualigo gli offre cattedra a Padova, ma la Curia romana e riuscita a fare
sospendere l'offerta. Nello stesso tempo, il nunzio a Venezia, Oddi, fa pressioni sul governo della
Serenissima perché G. e cacciato e consegnato alle autorità pontificie. Per
screditare G. venne diffusa la voce che egli avesse criticato la Repubblica
veneziana in alcune pagine dell'Istoria civile, obbligandolo così a difendersi.
La risposta a tale accusa confluì anch'essa nell'Apologiadell'Istoria civile.
G. si stabile nell'abitazione di Pisani. Riprende, allora, la stesura del
Triregno, discutendone con i suoi amici veneziani. E nella villa di Pisani a
Rovere di Crè, presso Rovigo, che G. scrive la Prefazione al Triregno. Anche
questa volta, tuttavia, la tranquillità doverivelarsi effimera. Dopo
oltre un anno di complesse manovre sotterranee, il nunzio ottenne il risultato
sperato. Una fatidica notte, poco dopo aver lasciato, insieme con Conti, la
casa di Terzi, G. e catturato d’agenti del S. Uffizio, caricato a forza su
un'imbarcazione e abbandonato nel Ferrarese, in territorio pontificio. Riusce quindi
fortunosamente a raggiungere Modena e vi resta nascosto per circa un mese,
sotto il falso nome di Antonio Rinaldi, protetto, fra gli altri, anche da L.A.
Muratori. Inizia, allora, la stesura del Ragguaglio dell'improvviso e violento
ratto praticato in Venezia ad istigazione de' gesuiti e della corte di Roma. Si
reca a Milano, allora occupata dalle truppe sabaude, dove spera nell'aiuto
della famiglia del principe Trivulzio. E ricevuto dal marchese Olivazzi, gran
cancelliere, il quale gli consiglia di scrivere al marchese d'Ormea, ministro
di Carlo Emanuele III di SAVOIA, per offrirsi come storico di corte. Quel che
Olivazzi non poteva sapere e che l'Ormea s'era già accordato con Albani,
offrendogli l'arresto di G. come contro-partita per la concessione di un
concordato favorevole allo STATO SABAUDO al fine di chiudere lo scontro -
aperto un ventennio prima da Vittorio Amedeo II - fra Torino e Roma. Da Torino
parte quindi l'ORDINE D’ARRESTO di G., che però nel frattempo lasciato Milano
per la capitale sabauda. Non considerando più gli Stati italiani un rifugio
sicuro dopo l'esperienza veneziana, G. aveva decide di andare a Ginevra, dove e
in contatto con l'editore Bousquet, che
annunciato la sua intenzione di pubblicare l'Istoria civile. Mentre da
l'ordine di arrestarlo a Milano, Ormea non puo immaginare che G. e proprio a
Torino, dove si ferma. Giunge a Ginevra dove, pur rifiutando di convertirsi al
calvinismo, stringe amicizia con Turretini e Vernet. A causa delle sue
precarie condizioni economiche, decide di pubblicare la traduzione francese
dell'Istoria civile, per la quale s'era accordato già da tempo con Bousquet.
Questi, però, aveva sciolto proprio allora la sua società con lo stampatore
Pellissari, e si e trasferito in Olanda. E solo grazie all'aiuto di Vernet che
G. puo trovare un nuovo finanziatore nel libraio Barillot, ma, quando tutto e
pronto per l’edizione dell'Istoria, G. e attirato fraudolentemente in
territorio sabaudo e arrestato. Ormea da disposizioni per l'arresto al
governatore della Savoia, conte Giuseppe Piccon della Perosa. La trama del
rapimento è stata raccontata da G. stesso, nella sua autobiografia, in pagine
esemplari per chiarezza e drammaticità. A Ginevra egli prende alloggio presso
il sarto Chénevé, da tempo amico di un doganiere sabaudo, tale Gastaldi, il cui
fratello era aiutante di campo del conte Piccon. Dapprima Gastaldi si guadagna
la simpatia dal figlio di G., invitandolo spesso a Vésenaz -- il piccolo centro
savoiardo di fronte a Ginevra, dov'era la dogana -- insieme con Chénevé. In
questo modo egli venne a conoscenza dei movimenti di G. a Ginevra, informandone
Piccon. Dopo aver rifiutato gl’inviti di Gastaldi per tutto l'inverno, G.
accetta di assistere alla messa della domenica delle Palme nella chiesa di
Vésenaz. Si trasfere a casa di Gastaldi.
Questi, presi con sé alcuni soldati, irruppe di notte nella stanza di G. e
arrestò lui e il figlio. Il giorno dopo, Gastaldi si mise in marcia verso
Chambéry. G. racconta la gioia del doganiere il quale, tenendo in mano un suo
ritratto (probabilmente una copia dell'incisione fatta a Vienna da Sedelmayer) andava di paese in paese urlando
di aver catturato "un grand'uomo". Giunto a Chambéry Gastaldi
consegna i prigionieri al conte Piccon, il quale ne dispose il trasferimento
nella fortezza di Miolans, tradizionalmente deputata ad accogliere i
prigionieri di Stato -- quarant'anni dopo vi sarebbe stato rinchiuso anche il
marchese de Sade. Ricevuta notizia dell'arresto, Ormea ne informa Albani, al
quale riferì anche l'intenzione di Carlo Emanuele III di non inviare G. a Roma,
ma di impegnarsi a tenerlo in carcere perpetuamente. Per quanto la corte di
Roma prefere giudicare direttamente G., Clemente XII ringrazia il sovrano
sabaudo per l'arresto del sedizioso. Ormea e Albani si accordano, intanto,
perché G. e processato dal S. Uffizio piemontese e costretto ad abiurare.
Durante la sua prigionia a Miolans G. scrive la “Vita e Morte di G. scritta da
lui medesimo” e inizia, aiutato dal figlio, una prima versione dei “Discorsi
sopra gl’Annali di Livio,” che intende offrire a Carlo Emanuele III per l'educazione
del principe di Piemonte, il futuro Vittorio Amedeo III. Nello stesso periodo
Ormea riusce, grazie al conte Piccon e ad altri agenti sabaudi, a entrare in
possesso dei manoscritti delle opere di G. -- compreso quello del Triregno -- che,
dopo esser stati esaminati da Palazzi, abate di Selve, bibliotecario e storico
di corte, sono inviati a Roma. G., separato dal figlio, e trasferito a Torino
nelle carceri di Porta Po, prima, e nella cittadella, poi. Qui fu affidato alla
cura spirituale di Prever. Presta formale abiura dei suoi errori di fronte al
vicario inquisitoriale, Alfieri di Magliano. Il testo dell'abiura non e quello
che la Curia romana si attende, tanto che - contrariamente alla prima
intenzione - si decide di non renderlo pubblico. A convincere G. ad abiurare e
stata la speranza di poter tornare presto in libertà. Ma e trasferito al forte
di Ceva, dove rimane. Le istruzioni impartite al conte Magistris, governatore
del forte, sono per la migliore sistemazione possibile nel castello. G. e
rinchiuso nella prigione detta "la speranza": due stanze e un
anticamera interamente rivestite in legno e chiuse da una porta di pietra. Gli
era permessa qualche ora d'aria al giorno, purché non parlasse con nessuno,
tranne il governatore e il confessore del forte, e puo leggere e scrivere, purché
le sue opere non uscissero da Ceva se non per Torino. Nel tempo di prigionia
cebana G. termina i Discorsi sopra gli Annali di LIVIO (si veda) e scrive altre
tre saggi: l'Apologia de' teologi scolastici, l'Istoria del pontificato di GREGORIO
(si veda), e L'ape ingegnosa. In esse riaffiorano molti temi del Triregno,
soprattutto nell'Apologia de' teologi scolastici - dove L’AUTORITA DEI PADRI della
Chiesa e sottoposta a UNA VERA DEMOLIZIONE -- e nell'Istoria del pontificato di
GREGORIO (si veda). Quest'ultima, inizialmente concepita come conclusione
dell'Apologia, e una vera e propria prosecuzione del Triregno, nel cui Regno
papale una vasta parte dove essere dedicata a tale PONTEFICE. Temi tipici degl’autori
libertini, in particolare di Toland, grazie a un sapiente uso della Naturalis
historia di Plinio il Vecchio, tornano anche nelle pagine dell'Ape ingegnosa,
vasto e complesso zibaldone, come recita il titolo, di varie osservazioni sopra
le opere di natura e dell'arte, denso di spunti autobiografici.
Nonostante la prigionia, la fortuna europea di G. continua. Ad Amsterdam sono
aparsi i suoi libri sulla "politia ecclesiastica" (Anecdotes
ecclésiastiques contenant la police et la discipline de l'Église chrétienne
depuis son établissement jusqu'au XIe siècle), e l'intera Istoria civile,
curata da Bochat e Bentivoglio, pubblicata a Ginevra -- ma con la falsa
indicazione d’Aja. Mentre a Torino la diffusione delle opere giannoniane
preoccupava le autorità ecclesiastiche, a Ceva
G. entra in contatto con esponenti della nobiltà locale, che lo
incaricarono della stesura di alcune allegazioni forensi. A causa
dell'avanzata delle truppe franco-spagnole, allora impegnate contro il Piemonte
nella Guerra di successione austriaca, G. e trasferito a Torino. In un primo
tempo le condizioni della prigionia nella cittadella si rivelarono assai più
dure: il governatore Cortanze non ha, come invece il De Magistris, ordini
particolari per il prigioniero, il cui trattamento non e inizialmente dissimile
a quello riservato ai molti prigionieri che affluivano nella capitale da tutto
il Piemonte. La situazione e aggravata dalla morte d’Ormea, tanto che G. invia
al sovrano un lungo e disperato memoriale sul proprio stato e sulle angherie
cui lo sottopone il maggiore della cittadella, Caramelli. Da allora le
condizioni della sua detenzione migliorano sensibilmente. Il suo ritorno a
Torino non e passato inosservato; in pochi mesi G. entrò in relazione con
personaggi della corte e della cultura, come i bibliotecari dell'Università
Ricolvi e Rivautella, e, soprattutto, Villettes, il quale gli fa avere diversi
libri della propria biblioteca, grazie ai quali, oltre a quelli avuti dalla
Biblioteca reale tramite Cortanze, G. puo aggiungere nuovi capitoli
all'Apologia de' teologi scolastici e iniziare una nuova versione dei Discorsi.
L’interesse destato da G. suscita la reazione delle autorità ecclesiastiche. Il
nunzio a Torino, Merlini, protesa presso
il sovrano, il quale gli assicurò che le condizioni del prigioniero sono
divenute più severe. In realtà G. continua a scrivere e a ricevere
libri da Villettes e da Roero di Cortanze. Il desiderio di G., formulato in una
lettera ad Ormea che sulla sua tomba e posta un'iscrizione da lui appositamente
composta non e esaudito. Il suo corpo e sepolto nella fossa comune dei
prigionieri della chiesa di S. Barbara, all'interno della cittadella. La chiesa
e distrutta. Altri saggi: “Saggi” a cura di Bertelli e Ricuperati, Milano, con
bibliografia, in cui sono comprese la Vita scritta da se medesimo, pagine
scelte dell'Istoria civile, del Triregno, del Ragguaglio del ratto, delle altre
opere del carcere e alcune lettere; Istoria civile, a cura di Marongiu, Milano;
Triregno, a cura di Parente, Bari; Dopo la "Giannoniana": problemi di
edizione, nuovi reperimenti di fonti e l'introduzione perduta del Triregno, cur.
Ricuperati, in L'Europa fra Illuminismo e Restaurazione. Studi in onore di
Diaz, a cura di Alatri, Roma; un manoscritto del Ragguaglio del ratto è stato
pubblicato in Un testo inedito di G., cur. Denis, Archivio storico italiano,
Delle altre opere del carcere l'unica sinora pubblicata in edizione critica è
L'ape ingegnosa, overo Raccolta di varie osservazioni sopra le opere di natura
e dell'arte, a cura di Merlotti, Roma, con bibliografia. Per le lettere. G., Epistolario,
a cura di Minervino, Fasano; Lettere autografe, cur. di Minervino (in entrambi i casi l'edizione non è del tutto
affidabile, cfr. la rec. di Rienzo, in Bollettino storico-bibliogr. subalpino,
Arch. di Stato di Torino, Biblioteca antica, Manoscritti di G., inventario a
cura di Ricuperati, Le carte torinesi di G., in Memorie dell'Acc. delle scienze
di Torino, classe di scienze morali, storiche e filologiche. Il fondo è stato
arricchito da documenti autografi del G., in gran parte relativi ai periodi
austriaco e veneziano. Nicolini, Gli scritti e la fortuna di G.. Ricerche
bibliografiche, Bari; Marini, G. e il giannonismo, Bari; Vigezzi, G.
riformatore e storico, Milano; Bertelli, Giannoniana. Autografi, manoscritti e
documenti della fortuna di G., Napoli; Ricuperati, L'esperienza civile e
religiosa di G., Milano; G. e il suo
tempo, a cura di Ajello, Napoli; Merlotti, Risorgimento ghibellino: Ferrari
lettore di G., in Annali della Fondazione Einaudi; Negli archivi del Re. La
lettura negata delle opere di G. nel Piemonte sabaudo, Riv. stor. Italiana; Ricuperati,
G.: an itinerary in European free-thinking, in Transactions of The Congress on
the ENLIGHTENMENT, Oxford; Trevor-Roper, G. and Great Britain, in The
Historical Journal, A. Hook, La "Storia civile del Regno di Napoli"
di G., il giacobitismo e l'Illuminismo scozzese, in Ricerche storiche,
Mannarino, Le mille favole degli antichi. Ebraismo e cultura europea nel
pensiero religioso di G., Firenz. Grice: “One good thing about the Roman Church (you
know, there’s a Jewish Church, too) is Giannone – he was rendered an ‘impious’
by the Church and imprisoned to death. This allowed him to philosophise on the
Liguri – and he did!” Nome compiuto: Pietro
Giannone. Giannone. Keywords: la terza Roma, autobiografia, ego-grafia – Vico,
Giannone, Genovesi – Liguria – commento su Livio – regno terreno, regno
celeste, regno papale --. Storia di roma antica -- giannonismo. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Giannone” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza –
GRICE ITALO!; ossia, Grice e Gianola – siciliano, non italiano – filosofia
italiana – Luigi Speranza (Catania).
Catania, Sicilia.
Italian classical philologist, theosophist, and scholar. His career bridges
classical scholarship with an interest in esoteric subjects. He begins his
caeer as a classical philologist, especialising in the study of ancient
languages and texts. This training forms the foundation of his scholarly work
on ancient Roman history and philosophy. He is associated with the Teosophical
Society and publishes seversal essays through its publishing arm, Edizioni
studi esoterici, and Theosophical Publishing Society. Teosophy is a
philosophical and religious movement that draws on elements of Hindusim,
Buddhism, and Gnosticism. This interest influenced his later writings,
particularly those on esoteric or mystical topics. LA FORTUNA DI PITAGORA PRESSO I ROMANI dalle orìgini
fino al tempo di Augusto . G. also writes: “Publio Nigidio Figulo astrologo e mago” In this work G.
examines the life and work of Giulo, a Rom scholar, politician and
neo-pythogagorean philosopher. It is a
historical and philological analysis. “La fortuna” explores the influence of
Pythagoras and Pythagorean philosophy among the Romans from their origins up to
t the time of Augusto. It is a work of comparative literature, focusing on Latin
and Greek sources. G. was associated with The Biblioteca di Filoslogia
classica, a scholarly series. His historical and philological work is part of a
broader body of research on classical antiquity and philosophy, particllary on
the neo-pythagorean movement in ancient Rome. He also wrote Il sodalizio di
Crotona – and Per la piu grande italia: discourse, a work with patriotic
themes. His research continues to be of interest to scholars in these fields. CATANIA FRANCESCO BATTUTO J^-Catania Stab. Tip. S. Di Mattai &. C. .
A GIORGIO E GUSTAVO DEL VECCHIO FRATERNAMENTE PREFA2IONB La filosofia di
Pitagora^ che è generalmente conosciuta appena in alcuni dei suoi punti
fondamentali^ come la metempsicosi^ Varmonia delle sfere^ la scienza dei nu-
meri^ l'astensione dai cibi carnei e dalle fave^ era in realtà un complesso
assai vasto e profondo di dottrine^ un ve?v e propìzio sistema di speculazione
e di morale, la cui conoscenza ci è tuttavia possibile soltanto in pic- cola
parte^ sì per la scarsità dei documenti scritti ori- ginali, dovuta alla nota
tradizione della segretezza che i più dei suoi cultori osservarono
scrupolosamente, sì per le amplificazioni^ le falsificazioni e le invenzioni
che partorirono le fantasie di tardi seguaci^ di pseudo- eruditi e di
mistificatori. E però indubbio che tale filo- sofia fu non dilettantismo di
mistici fanatici^ ma vera e ragionata speculazione^ a cui si accompagnò^
parallela, ima conseguente e logica ragione di vita, sì che^ men- tre da un
lato potè attrarre^ seducendole col fascino delle verità da essa chiarite e con
V armonica bellezza dei suoi insegnamenti.^ le anime di molti cui pungeva r
assillante aculeo della conoscenza., incontrò daW altro ostacoli e derisioni da
parie di aristocrazie interessate o di volghi ignobili e sciocchi. Divulgata.^
se non creata interamente ex novo, nel se- colo sesto a. C. per opera di
Pitagora^ del quale ^ come di Omero, alcuni misero perfino in dubbio
Vesistenxa^ fu coltivata^ prima che altrove, sulle rive dell' Ionio ^ nella
Magna Grecia e in Sicilia., di dove si diffuse, sebbene osteggiata., nella
Grecia ed in Roma. Ricca., com'essa era., di principii che oggi si direbbero
idealistici e tra- sceridentali., ed accompagnandosi., come ho detto., a una
sua particolare armonica concezione della vita indivi- duale e collettiva^
teorica^ insomma e pratica nello stesso tempo., essa era ben atta ad informare
di se religione e scienza., politica e morale.^ consuetudini e leggi. Essa fu
da molti connessa non pure con anteriori an- tichissime dottriìie della Grecia^
deW Egitto^ delV India e per fin della Cina., dalle quali sarebbe in tutto o in
parte derivata e con le quali ebbe non dubbi punti di somiglianza, ma altresì
con la posteriore filosofia di Pla- tone, in molte parti ricalcata sulle sue
orme. Conservata poi per lungo tempo immune da elementi estranei, e tra-
mandata, senza il sussidio della scrittura, nel segreto delle scuole, essa ebbe
nuovo rigoglio per opera dei filosofi alessandrini, quando, inalveatesi nel suo
letto altre correditi di pensiero, alimentò le speculazioni della teo- sofia
neoplatonica e ?ieopitagorica di Plotino, di Porfi- rio e di altri molti, e
diede origine a molteplici scrit- ture, quali più quali meno profonde ed
attendibili, in- torno alla vita ed ai primi insegnamenti delV antico maestro.
Da essa infine tras.sero ispirazione alcuni filo- sofi della rinascenza, e
qualche sua derivazione può dirsi non del tutto spenta anche oggi. Importantissimo
e utilissimo sarebbe dunque^ massime per noi Italiani, lo studiare la storia di
questa dottri- na e il ricercarne e ìiarrarne le vicende nei vari tempi e nei
vari paesi: poiché^ sebbene molti abbiano fatto stu- di e ricerche in proposito
— basterà ricordare^ fra tanti, i lavori del Bitter, dello Zeller, del Gomperz,
dello Chaignet e del Mullach, e, in Italia, di CAPELLINA (vedasi), di
CENTOFANTI (vedasi), di Gognetti De MARTIIS (vedasi), di FERRARI (vedasi), di FERRI
(vedasi) -- e benché da tutti -- Ritter, Oeschichte der Pythagor. Philosopkie,
Hamburg. Zellbe, Pythagoras und die
Pythagorassage, in Vor- tràge und Abhandlungen geschichtlichen Inhalts^
Leipzig, 1865 e Die Philosopkie der Oriechen ecc.., voi. P . Gomperz. Les penseurs de la
Grece, trad. de la alleni, par Raymond, Paris, Alcan. Chaignet, Pythagoi^e et
la philosopkie pythagor., Paris. Fr. G.
a. Mullach, De Pythagora eiusque dìseipulis et suc- cessoribus, in Fragmenta
philosoph.. graecor., Paris, . CAPELLINA (vedasi), Delle
dottrine dell'antica scuola pitagorica contenute nei Versi d'oro, Memorie della
R. Aecad. di Scienxe di Torino, CENTOFANTI (vedasi), Studi sopra Pitagora nel
volu- me La letteratura greca, Firenze, Le Monnier, 1870 [Opere). CoGNETTi De
Martiis, L'Istituto Pitagorico, in Atti della R. Accad. delle Scienxe di
Torino, e nel volume Socialismo antico, Torino, Bocca. FERRARI (vedasi), La
scuola e la filosofia pitagorica, Rivista ital. di filosofia; FERRI (vedasi), Sguardo
retrospettivo alle opinioni degl'italiani intorno alle origini del pitagorismo,
Atti della R. Accademia dei Lincei, Rendiconti.— questi e da altri studiosi non
solo si siano raccolte molte notizie^ ma si siano anche esaminate e discusse
quistio- ni importaìitissiìne^ pure troppe cose ancora rimangono da chiarire e
da risolvere della storia ch'io chiamerò esterna del Pitagorismo; e fors'anche^
riprendendone i?i esame il contenuto, ossia tenendo V occhio alla sua sto- ria
interna, che è poi, per la filosofia, la sola importan- te, qualche verità, io
penso, già acquisita e insegnata dall'antico saggio, potrebbe dimostrarsi anche
oggi vali- damente fondata e tale da poter resistere agli assalti del nostro
più acuto criticismo. Gli studi raccolti in questo volume furono già da me in
gran parte pubblicati, o in opuscoli o in riviste; ma poiché ho dovuto, ìiel
corso delle mie ricerche, modificare alcune delle conclusioni alle quali ero
giunto, e nuovi fatti ho potuto chiarire, mi sono indotto, anche per aderire al
desiderio e alle sollecitazioni di be7ievoli amici, a ristamparli tutti
insieme. Spero che il tenue contributo chHo porto alla storia che or ora dissi
esterna del Pitagorismo varrà almeno a dimostrare che intorìio a queste
importantissime dot- trine non si è detto ancora tutto e che inolio ancora si
può indagare e scoprire. Da diverse tradizioni furono connessi i piiì antichi
istituti religiosi e politici di molte città dell'Italia meridionale con il
Pitagorismo (1); ne fa meraviglia che alle dottrine di Pitagora si facessero
risalire anche le prime istituzioni e le più antiche leggi di Roma: Numa, il
sacro legislatore della città capitolin'a, fu ritenuto scolaro di Pitagora, e
le stesse leggi delle dodici tavole, copiate dalle legislazioni della Magna
Grecia e della Sicilia, che alla loro volta traevano ispirazione, se non
origine, dal Pitagorismo, fu- rono altresì ricongiunte con questo. Sarebbe
indubbiamente assai utile e interessante poter determinare in che consistessero
questi legami di dipen- denza e stabilire con precisione quali furono
gl'influssi dell'antica sapienza italica sulla formazione delle credenze e
degli istituti religiosi e della fondamentale legislazione (1) Seneca, per
esempio, (Epist. ad Lueilium^ 90) sull'autorità di Posìdonio, dice, parlando dei
grandi legislatori dell'Italia: «Hi non in foro, nec in consultorum atrio, sed
in Pythagorae ilio sanctoque secessu didicerunt jura, quae fiorenti lune
Siciliae et per Italiani Graeciae ponerent. romana; ma purtroppo, sebbene
qualche lieve tentativo si sia fatto in proposito, non è, per ora, possibile
una deter- minazione neppure approssimativa. Ma insieme con questa azione, da
alcuni ritenuta sol- tanto leggendaria, su ciò che costituì l'anima della vita
civile di Roma, esercitò il Pitagorismo un ulteriore in- flusso, determinando
nel corso dei secoli, attraverso le vicende della sua storia vasta e complessa,
una corrente di pensiero sua propria, continua o interrotta, palese o
recondita? Di vera e propria tradizione scritta non ci restano trac- ce, se non
frammentarie; di una tradizione orale abbiamo invece meno scarsi indizi e con
certezza sappiamo di non pochi seguaci che la dottrina pitagorica ebbe in Roma.
Anzi noi possiamo rilevare fin d'ora, anticipando in parte le conclusioni di
queste nostre ricerche, che questi inna- morati cultori di una così riposta e
difficile sapienza non furono già uomini oscuri uè poeti o scrittori di second
'or- dine, ma cittadini illustri, grandi poeti e celebri letterati, pensatori
insigni e grandi uomini politici ; cosicché la filo- sofia pitagorica, non
morta nella scrittura o negli insegna- menti orali, ma viva e operante nelle
menti di magistrati famosi, come Appio Claudio e il maggiore Scipione, nelle
fantasie di poeti eccellenti, come Ennio e Virgilio, nei cuori di cittadini
nobilissimi, come Figulo, Yarrone e i Sestii, accompagnò in certo modo passo
per passo il pro- gredire della potenza e della grandezza di Roma; finché poi,
sopra la sua efficienza pratica e la sua virtù fattiva prevalendo l'elemento
speculativo, che, data la naiura e l'indole dei Romani, era il meno idoneo ad
allettarli, e all'antica razionalità delle dottrine sovrapponendosi da un lato
fantasticherie e aberrazioni come quelle di un Apollonio di Tiana, e dall'altro
frammischiaudosi elementi ete- rogenei di origine greca, orientale e forse
anche cristiana, essa si ritirò di nuovo nel silenzio e nella segretezza di
qualche scuola, illuminò appena la vita e lo spirito di qualche solitario amante
della verità e del sapere, e finì per disperdersi e dileguare nelle acque
torbide delle spe- culazioni di un Macrobio o di un Eulogio. Se io mi sono
indotto pertanto a raccogliere con la maggior diligenza possìbile i ricordi, le
testimonianze, le tracce, o. palesi o recondite, o tenui o larghe, che di sé.
ha lasciato il pensiero pitagorico nella storia e nella let- teratura
dell'antica Roma, gli è che altri lavori e studi esaurienti intorno al mio tema
non mi è accaduto di tro- vare. Brevi cenni riassuntivi si trovano bensì nelle
opere dello Zeller, dello Chaignet, del MuUach, nella Storia di Roma del Pais,
e in storie generali e particolari della letteratura romana; ma in sostanza io
ho dovuto fare lun- ghe e pazienti indagini, per mettere insieme notizie sparse
qua e là un po' dappertutto. L'importanza e il valore delle mie ricerche non
consistono dunque nella novità dei ri- sultati, ma piuttosto nello svolgimento
dato a un tema fin qui appena malamente sfiorato da qualche erudito, nella
quantità delle notizie raccolte e nell'ordinamento che ne ho fatto, seguendo
l'ordine cronologico; e qualche que- stione spero anche di avere maggiormente
chiarita, seb- bene, per la scarsità dei dati sui quali era concesso co-
struire, non sempre abbia potuto giungere a conclusioni definitive. Che molte
delle antiche istituzioni di Roma fossero derivate dalla filosofia pitagorica
fu riconosciuto ed am- messo esplicitamente da CICERONE (vedasi), il quale nel
principio del quarto libro delle Tusculane lascia scritto : « Pythagorae
doctrina cum longe lateque flueret, pernia- navisse mihi videtur in hanc
civitatem, idqtce cum coniec- tura probabile est, tum quibusdam etiam vestigiis
indica- tur » . A conforto dunque della sua opinione egli addusse due argomenti,
uno congetturale e uno di fatto: « Quis enim est qui putet, — così egli
continua — cum fiorerei in Italia Graecia potentissimis et maximis urbibus, ea
quas Magna dieta est, in eisque primum ipsius Pythagorae, deinde postea
Pythagoreorum tantum nomen esset, nostro- rum hominum ad eorum doctissimas
voces aures olausas 6 fuisee f Quin etiam arhitror propter Pythagoreorum admi'
rationem Niimam quoque regem pytagoreum a posteriori- bus existimatum. Nam cum
Pythagorae dìsciplinam et instituta cognoscerent regisque eius aequitatem et
sapien- tìam a maiorihus suis accepisseut^ aetates autem et tem pora ignorarent
propter vetustatenij eum, qui sapientia excelleret, Pythagorae auditorem
crediderunt fuisse » . E questa è la congettura; la constatazione di fatto poi
è, che nelle istituzioni romane e in alcune antiche scritture vi sono molte non
indubbie tracce di Pitagorismo. Quanto alle istituzioni, egli trova materia di
raffronto nell'uso dei canti e della musica : Vestigia autem Pythagoreorum,
quamquam multa colligi possunt, paucis tamen utemur.... Nam cum carminibus
soliti illi esse dicantur et praecepta quaedam occultius tradere et mentes suas
a cogitationum intentione eantu fidibusque ad tranquillitatem traducere,
gravissimus auctor in Originibus dixit Caio morem apud maiores hunc epuìarum
fuisse ^ ut deinceps^ qui accubarent, canerent ad tibiam clarorum virorum
laudes atque virtu- tes. Ex quo perspicuum est et cantus tum fuisse discriptos
vocum sonls et carmina. Quamquam id quidem etiam XII tabulae declarant, condi
iam tum solltum esse carmen ; quod ne licer et fieri ad alter ius iniuriam^
lege sanxerunt. Wec vero illud non eruditorum temporum argumentum est, quod et
deorum puloinaribus et epulis magistratuum fides praecinunt, quod proprium eius
fuit, de qua loquor, di- sciplinae » . E
quanto alle antiche scritture egli ricorda un carme di Appio Cieco, che a lui
pare pitagoreo: « Mihi quidem etiam A.ppii Cacci carmen, quod valde Panaetius
laudat epistula quadam, quae est ad Q. Tuberonem, Py- thagoreum videtur^?. E
finalmente conclude: <^ Multa etiam sunt in nostris institutis ducta ab
illis ; quae praetereo, 7 ne ea, quae repperisse ipsi putamur^ aliunde
didicisse vi- deamur». È davvero un peccato che Cicerone, per senti- mento di
orgoglio nazionale — che non doveva peraltro essere soltanto suo — e forse
anche . per ragioni, se non di Stato, come oggi si direbbe, almeno di prudenza
e di utilità pubblica, abbia creduto necessario di tacere intorno a queste
molte altre derivazioni d'istituti romani dal Pita- gorismo, alle quali, come
si è visto^ accenna per ben due volte; tanto piii che egli^ e per le cariche da
lui coperte, e per la conoscenza che aveva della scienza augurale e
sacerdotale, e, in genere, per la sua larga e profonda cultura storica,
letteraria e filosofica, era bene in grado di fornirci in proposito notizie,
documenti e prove certo assai interessanti. Ci è forza dunque accontentarci di
que- sta sua affermazione categorica, per quanto generica, e vedere, anzitutto,
se e quanto i suoi argomenti siano va- lidi e, in secondo luogo, se ci si
offrano altri indizi prò 0 contro la sua tesi. 2. - Che in verità i]
Pitagorismo importato nella Magna Grecia nel sesto secolo avanti Cristo, «
temporihiis isdem — come dice lo stesso Cicerone — quibus L. Brutus pa triam liberavit
» e propagatosi in tutta l'Italia meri-
dionale, dove si conservò poi per molti secoli, non dovesse rimanere ignoto ai
Romani e dovesse esercitare su di loro, presto 0 tardi, qualche influsso
notevole, è ovvio, e le presenti ricerche dimostrano appunto la cosa alla luce
dei fatti. Ma, la questione è ora di vedere se tale influsso si possa far
risalire veramente ai tempi di Pitagora e dei Ibid.. Cfr. 1, 16, 8, dove è
detto che Pitagora venne in Italia « Superbo regnante » . — 8 suoi primi
seguaci, come Cicerone credette, oppure, come credette Livio e con lui gli
storici moderni, se esso si sia fatto sentire soltanto, per opera di
neo-pitagòrici, dopo la conquista della Campania e della Magna Grecia, che fu
interamente compiuta nel 265 a. C. ; e, d' altra parte, se questa azione sia
stata così larga e profonda da dover lasciare molte ti^acce di sé negli
istituti politici e religiosi di Roma, o se si sia esercitata solo sulle prime
manife- stazioni dell'arte musicale e letteraria e sulle prime spe- culazioni
filosofico-religiose. Due fatti, piccoli ma significativi, pare a me che dimo-
strino, anzitutto, come già parecchie generazioni prima dell'Arpinate, e
precisamente fin dal secolo quarto a. C, cioè prima della conquista dell'Italia
meridionale, dovette essere convinzione di molti in Roma che a Pitagora, alla
sua dottrina e alle sue leggi fosse debitrice di molto la città. Il primo di
questi fatti è che durante la guerra sannitica fu innalzata a Pitagora ai lati
del Comizio in Roma, per volere di Apollo, una statua, che vi rimase poi sino
ai tempi di Siila. Ora la guerra contro i San- niti si combattè in tre periodi,
l'ultimo dei quali va dal 298 al 290 a. C. ; e il Pais crede che la cosa si
debba ritenere avvenuta appunto in questi anni ; ma in realtà non vi sono
ragioni che ci vietino di farla risalire an- che ad uno dei due periodi
precedenti. L'altro fatto, un poco posteriore, è che dopo la presa di Turis, di
Eraclea (1) La cosa ci è attestata da Plinio, il quale però non cita la fonte
da cui ha attinto la notizia. Dice egli infatti (JV. H.): Invento et Pythagorae
et Alcibiadi in eornibus Comitii positas (statuas), cum, bello Samniti Apollo
Pythius iussisset fortissimo Oraiae gentìs et alteri sapientissimo simulacra
celebri loco dicari » . Cfr. Plutaeco, Numa^
— 9 - e di Taranto e con l'arrivo nella città di Livio Andronico, che ne
divenne il poeta sacro ed ufficiale, furono dichiarati cittadini romani,
Pitagora e il suo alunno Zaleuco (1). Ora perche mai sarebbero stati concessi a
Pi- tagora due onori così distinti e di carattere pubblico, se non si fossero
riconosciute le sue benemerenze verso la città? Evidentemente in quei tempi più
antichi l'orgoglio nazionale non aveva ancora oscurato, come più tardi, il
senso della verità storica! Ciò premesso, veniamo ad esa- minare la possibilità
degl'influssi pitagorici sulla più antica civiltà capitolina, secondo le prove
che ce ne dà Cicerone. I carmina convivalia^ che, ormai disusati nell'età
ciceroniana, erano invece ancora in uso al tempo della seconda guerra
punica e che risalivano, come affermò
Catone, a molte generazioni prima di lui, furono certamente anteriori alla
legislazione decemvirale, che è della metà del secolo quinto: Cicerone infatti,
per dimostrare l'esistenza di canti accompagnati da strumenti musicali, e
quindi di una civiltà abbastanza evoluta nei tempi più antichi di Roma, ricorda
nel passo citato, in- sieme con la testimonianza di Catone, il fatto che le
leggi delle dodici tavole comminavano gravi pene a chi avesse usato quei canti
« ad alterius inkiriam. Senonchè Cicerone, come appare da un altro passo dei
suoi scritti,' (1) Vedasi il framm. 5 nei Fragni. Hist. Graec.^ II, p. 273 e
Symm. ep. X, 25. Cfr. De rep. IV, fr, 12
: « Nostrae duodecim tabulae^ quuni perpaueas res capite sanxissent, in his
hane quoque saneiendam pukiverunt, si quis occentavisset sive earmen
condidisset quod in- famiam faeeret fìagitiumve alteri » e vedi auche Plinio,
Nat. Hist. XXVIII, 2, 10-17. audò anche più oltre, ritenendoli già esistenti a)
tempo del re Numa (1). Se così è, non avrebbe dunque dovuto valere anche per
essi l'obiezione che l'Arpinate moveva, come si è veduto, alla leggenda che il
re Numa fosse stato scolaro di Pitagora? Neppure di questi antichissimi canti
egli poteva logicamente ammettere la derivazione dall'analoga costumanza dei
Pitagorici, se Numa che Ji istituì visse, secondo la cronologia ufficiale, a
cui il nostro autore credeva, piti di cento anni innanzi la venuta del filosofo
di Samo. Cosicché o il raffronto istituito da Cice- rone e la analogia da lui
messa in rilievo non ha alcun valore storico — e così dovrebbe ritenersi
senz'altro, se fosse indiscutibilmente fondata la cronologia della più an- tica
storia di Roma — , oppure ~ come è più probabile, in conformità dei risultati
generali e particolari a cui è giunta la critica storica nell'esame delle
primitive leggende romane — l'ipotesi della derivazione dei canti dal Pitago-
rismo ha un fondamento di vero, e in tal caso è da rite- nere che fosse errata
la tradizione cronologica, in quanto faceva risalire al secolo ottavo un'usanza
che dovette essere posteriore al seste secolo a. C. Quanto poi all'analogia
considerata in se, in che consisteva essa? Semplicemente De orai. 111,51, 197:
«Nikil est autem tam eognatum mentibus nostris quam, numeri atque voces ;
qtiibus et excitamicr et ineendi- mur et lenìmur et languescimus et ad
hilaritatem et ad tristitiam saepe deducimur ; quorum Ula sumnia vis carminibus
est aptior et eantibus, non neglecta^ ut mihi videtur, a Numa rege doctissimo
maioribusque ìiostris^ ut epularum sollemnium fides ac tibiae Sa- liorumque
versus Indicarli ; maxime autem a Graecìa vetere cele- brata ». Di questi canti
poi Cicerone parla anche altrove, e cioè nel Brutus^ 19, 75 e nelle Tusculane
I, 2, 3. Si vedano anche Tacito, Ann. Ili, 5, Val. Massimo II, 1, 10, Nonio ad
assa voce ed ivi Yabbone, de vita pop. rom.^ fi. II, 20, Kettner. 11 nell'uso
comune del canto e deUa musica in occasione di feste religiose e di banchetti
pubblici, non già nel conte- nuto dei canti stessi, che gli uni. cioè i
Pitagorici, ado- perarono come mezzo terapeutico e di insegnamento eso- terico,
e gli altri invece, cioè i Komani, per esaltare la memoria degli antichi eroi;
come i Pitagorici erano soliti tramandare sotto il vincolo della segretezza
certi insegna- menti in forma di canzoni e riposare per mezzo di canti
accompagnati dalla lira le menti affaticate dalla lunga meditazione, così gli
antichi Romani solevano, al principio dei banchetti, cantare al suono delle
tibie le lodi e le virtù degli eroi, ed ebbero anche l'usanza di far precedere
tanto alle mense in onore degli dei, quanto ai banchetti dei ma- gistrati, il
suono delle lire, il che fu pure caratteristico dei Pitagorici. Insomma, le
piìi antiche manifestazioni del- l'arte musicale in Roma si ebbero per
l'influsso diretto del Pitagorismo. A quel modo che si è dimostrata la
possibilità che siano derivate dal Pitagorismo queste antichissime mani-
festazioni dell'arte musicale, si potrebbe anche riconoscere come verisimile —
contrariamente a ciò che ne pensava Cicerone — la notizia dei rapporti fra Numa
e Pitagora. La notizia che il re Numa sia stato scolaro di Pitagora è
probabilmente anteriore al terzo secolo a. C. ; anzi il Pais afferma (1) che
essa si deve forse far risalire ad Ari- stosseno, . Ma in tal caso sarebbe
necessario credere che questi conoscesse una cronologia della storia romana di-
versa da quella che fu poi consacrata dalla storiografia ufficiale, secondo i
computi della quale l'esistenza di Nu- (1) Storia di Roma, I*, p. 19 e 387. 12
ma fu anteriore di oltre un secolo a quella di Pitagora. Tanto è vero che quasi
tutti gli scrittori presso i quali troviamo ricordata tale notizia — Cicerone,
Dionigi d'^li- carnasso, Diodoro Siculo, Livio, Ovidio, Plutarco, Plinio —
notano e discutono variamente questa inconciliabilità cro- nologica,
concludendo tutti press'a poco come fa Manilio nel De re piiblica di Cicerone,
che dice la storia di queste relazioni non sufficientemente provata dai
pubblici annali e quindi da ritenersi « un errore inveterato » (l). Ora che dal
punto di vista romano o di scrittori romanizzanti così dovesse concludersi, è
troppo naturale: data la indiscuti- bile verità della tradizione e della
relativa cronologia, non poteva esservi dubbio per loro sulla impossibilità per
parte di Numa di essere stato alunno di Pitagora. Ma tale im- possibilità non
esiste per noi, che sappiamo come la storia delle origini di Roma sia di
formazione relativamente assai tarda, come i computi cronologici che a quella
si riferi- scono siano il risultato di una lunga elaborazione tradi- zionale,
quasi interamente destituita d'ogni fondamento di verità, e infine come molte
figure della leggenda siano soltanto dei simboli rappresentativi di un
complesso di fatti 0 di istituzioni appartenenti talvolta a tempi succes- sivi
e diversi. Tolto dunque l'ostacolo cronologico che, se era validissimo per i
contemporanei di Cicerone, non sus- siste più oggi che la critica storica ha
demolito l'antichis- sima cronologia di Roma, non rimane altra obiezione che
(1) Ciò. De re pubi. Il, 15, 28: «Inveteratus ho77tinum errore. Cfr. DioN.
Halic. II, 59 ; Diod. Sic. Vili, 14 {.Exc. de vlrt. et vii. p. 549); Livio I,
18 e XL, 29; Plut. iVwma I, 3; .; Plinio, Nat. Hist. Quanto alla testimonianza
di Ovidio si veda più innanzi. -«. quella sollevata da Livio, il quale ritenne
impossibile ogni rapporto fra Numa e Pitagora anche per ragioni di di- stanza e
di lingua. Dice egli infatti : « Auctorem doctrinae « eius [i. e. Numae]^ quia
non exstat alius, falso Samium « Pythagoram edunt, quem Servio Tullio regnante
Bomae, « centum amplius post annos, in ultima Italiae ora circa « Metapontum
Heracleamque et Crotona iuvenum aemu- « lantium studia coetus habuisse constai.
Ex quibus locis, « etsi eiusdem aetatis fuisset^ quae fama in Sabinos f « aut
quo linguae commercio quemquam ad cupiditatem « discendi excivisset f quove
praesidio unus per tot gentes « dissonas sermone moribusque pervenisset f
suopte igitur « ingenuo temperatum animum virtutibus fuisse opinor « magis instructumque
non tam peregrinis artibus quam « disciplina tetrica ac tristi veterum
Sabinorum^ quo ge- « nere nullmn quondam incorruptius fuit » (1). Ma nel campo
della storia, come giustamente osserva MARCHI (vedasi), è forse detta l'ultima
parola sui rapporti che lega- rono in antico la civiltà della Magna Grecia con
le più barbare popolazioni italiche del centro ? E d' altra parte la esistenza
ammessa da Livio di una « disciplina tetrica ac tristis » presso i Sabini
dell'ottavo secolo a. C. non è cosa molto più problematica di quello che non
sia pro- babile l'andata di qualche sabino o romano nella Magna Grecia nel
secolo sesto? La leggenda dei rapporti fra Numa e Pitagora dovrebbe dunque, a
parer iiostro, accet- tarsi come rispondente a verisimiglianza, e il regno di
Numa, se questi è realmente esistito, o, in ogni modo, Livio, I, 18.
Passi'scelti da Tito Livio ad illustrare le istituzioni religiose^
politiche e militari di Roma antica, Milano, Vallardi, 1907 p. 65. il formarsi
di tutti quegli istituti di carattere religioso che la tradizione riportava a
lui, dovrebbe ritenersi posteriore almeno al tempo di Pitagora, ossia
posteriore al secolo sesto, appunto perchè dalla tradizione era tenuto in
stretto rapporto di dipendenza dal Pitagorismo. In tal modo non sarebbe più
necessario, come fa il Pais, di ritenere inven- tata da Aristosseno l'altra
notizia, che risale appunto a questo filosofo del quarto secolo, che parla
genericamente di Romani accorsi ad ascoltar Pitagora, e piii facil- mente si
comprenderebbero alcuni dati della leggenda. di Numa, la scoperta dei famosi
libri pitagorici di questo re, e il fatto che qualche scrittore, per esempio
Ovidio, am- metta la realtà dei rapporti, senza neppure discuterla. Raccontava
ancora la tradizione che Numa ebbe tanta venerazione per il suo maestro
Pitagora, che volle dare a un proprio figlio il nome di Mamerco, in onore
dell'omo- nimo figlio del filosofo. Che significato può avere questo nuovo
particolare ? Alcuni hanno creduto di scorgere in esso un tentativo da parte
degli Emili Mamertini di far risalire in tal modo le proprie origini al tempo
di Numa. Se così fosse, noi dovremmo allora ammettere che quando il particolare
fu inserito nella leggenda, la cronologia di questa non era ancora quella
ufficiale: altrimenti il tenta- tivo sarabbe stato puerile. Ma così veramente
non è, come fu giustamente osservato dal Mtiller; probabilmente il (lì
npoo'^X'9'Ov S'aùxcp (cioè Pitagora), &<; cpvjoiv 'Apiaxógsvog, xal
Asuxavol xal MsooàTiiot xal Hsuxéxioi xal 'Ptojjtalot. Così dice Por- firio nel
Gap. 22 della Vita di Pitagora; e il medesimo affermano, senza citare
Aristosseno, Diogene Laerzio e Giamblico (Vita Pythag). Quanto al Pais, vedasi
St. di Roma I^, p. 678-679 n. e altrove.
Plutarco, Numa YIII, ; P. Emilio
I. Q. Ennius, Pietrob. . -^ 15 —
particolare non ebbe altro ufficio che di avvalorare con un indizio di piii la
leggenda. Un'altra notizia, a propo- sito della quale non è veramente fatta
menzione alcuna di Pitagora, è quella che si riferisce alla Musa Tacita, per la
quale Numa ebbe particolare venerazione. Allude forse essa alla pratica del
silenzio e della segretezza, di cui parla costantemente la tradizione
pitagorica? È possibile. E il miracolo della mensa carica di ricco vasellame,
che il re avrebbe fatto apparire dinanzi agli occhi di co- loro che dubitavano
delle sue facoltà soprannaturali, non ricorda le analoghe facoltà magiche
attribuite a Pita- gora dalla tradizione? Veramente queste due notizie, per il
loro carattere favoloso, potrebbero indurci a credere l'austera e quasi mistica
figura di Numa una proiezione storica immaginaria, plasmata, in parte, a
immagine del saggio di Samo. Ma un altro fatto, sulla cui verità storica non è
possibile il dubbio, sembra indurci a conclusione diversa; voglio alludere al
fatto della scoperta dei famosi libri di Numa, avvenuta nel 191 a. C, in
occasione di uno scavo sul Gianicolo. Ora data la realtà della scopei-ta e la
inverosimiglianza, come vedremo nel capitolo seguente, di una falsificazione,
noi dobbiamo ammettere, con la tra- dizione, che questi libri fosseì'o
veramente antichi. Siano poi essi stati opera del saggio Numa — la cui
esistenza, come s'è già detto, dovrebbe necessariamente porsi in un'epoca
posteriore al sesto secolo — • o di qualche altro sapiente imbevuto di sapienza
greco-italica, essi starebbero sempre a dimostrare che effettivamente il
Pitagorismo eser- citò una qualche azione sull'antica civiltà capitolina. Plutarco, Numa^ Vili. DioN. Hauc, U, 60. Dal complesso di queste
notizie e di questi fatti noi possiamo dunque inferire che non solo la leggenda
dei rapporti fra i due legislatori dovette essere assai difPusa ed antica, ma
che altresì essa ha un certo fondamento di vero : di guisa che se Cicerone la
disse « inveteratus ho- minum error » noi possiamo senz'altro accettarne la
vetu- stà; e quanto all'erroneità, essa fu probabilmente soltanto un desiderio
di uomini di stato e di eruditi animati da un eccessivo orgoglio nazionale. Per
la qual cosa Ovidio, che pure scrisse dopo che diversi storici avevano mosso
alla leggenda le critiche accennate, potè ben accettarla senza discuterla
affatto come una cosa ovvia e risaputa (1) e fare in certo modo dipendere le
istituzioni religiose at- tribuite a Numa, persino la sua riforma del calenda-
rio, dalla educazione pitagorica da lui ricevuta. Anche alcune disposizioni
legislative delle dodici tavole— che appartengono alla metà del quinto secolo
a. C. furono messe in relazione col Pitagorismo; cosa ben natu- rale, se si
pensi alla loro origine: non erano esse infatti ricalcate sulle orme delle
legislazioni della Magna Grecia, che, alla lor volta, com'è ben noto, si
informavano ai prin- cipii di quella dottrina? Ora questa, che sarebbe, per
dirla con Cicerone, semplice coniectura, ha poi la sua riprova nel contenuto
delle leggi stesse, quale può desumersi dai frammenti che ce ne rimangono.
Infatti il diritto punitivo in esse sancito s'ispirava al principio del
taglione: Si Metam-. XV, ]-8, 479-484;
Fast. Ili, 151-154; Pont. Ili, 3, 41-46.
Metam. Fast. 1. e. membrum
rup{s)it^ ni cum eo pacit^ tallo està », dice il secondo frammento della ottava
tavola, e questo principio, che, come attesta Demostene, ebbe largo svolgimento
nelle leggi di Zaleuco (1), era indubitatamente tolto dai Pitago- rici, i quali
lo ricollegavano alla dottrina dei numeri. Dice infatti Aristotile che la giustizia era da loro conside- rata
come ràvTi7i;£7cov'9'ó(;, perchè consisteva in una pro- porzione — non inversa,
ma diretta, come notò bene Zeller fra
l'offeso, l'offensore e il giudice ; nel che essi applicarono, secondo la
critica aristotelica, i criteri della giustizia commutativa ad un ordine in cui
non può aver luogo che la distributiva. Ora, dice il Chiappelli in un suo breve
studio, in qual modo si determinasse dal Pitagorismo e quali applicazioni
avesse questa teorica del taglione non possiamo dire, né possiamo quiudi sapere
quali elementi di essa penetrassero nelle dodici tavole e a quali
trasformazioni andasse soggetta in Roma. Un punto tuttavia è possibile
stabilire, sebbene solo in modo nega- tivo. Alla legge generale, nelle dodici
tavole, seguivano le leggi speciali: la prima di esse riguardava la diversa
Timocr. : « ò'^xoz yàp aòxó^t vó|i.oo,
èdtv tig òcp'S-aXiJLÒv è%xó4>ì|7, àvTsxxócIjat itapaaxsiv xòv éauxoQ xal oò
XP'^M-*''^^^ xt|i7j- oswg oòSs|Jtiac, àTceiÀTjaat xtg Xéyexat èy^d-pòg
è/.'^-pcp Iva Ixovxt òcpS-aX- jjiòv Sxt aòxoù èxxóc|^st zoùzo'* xòv §va ». Le
medesime parole si ritrovano in quello che 1' autore della Grande Morale ci
riferisce dei Pitagorici, il ohe è una riprova del rapporto storico fra questi
e Zaleuco. (2) Eth. Nic. Y, 8, 1132 b. 1 (ed. Susemihl) : « Soxst 5s xtat xal
xò àvxt7C£7iov'9'òc slvat ànXGòq dCxatov còaicep oi nuO-ayópsiot Icpaaav.
è^pL^o'^xo yàp àuXwc '^à SCxaiov xò dcvxtTCSTtovO'òc dcXXcp ». [\ 360.
Sopra alcuni frammenti delle XII tavole nelle loro relazioni con
Eraclito e Pitagora, in Areh. giuria,, misura della pena per l'ingiuria recata
a un libero o ad uno schiavo. Ora i Pitagorici non pare che avessero fatta
questa distinzione, se l'autore della Grande Morale combatte la dottrina
pitagorica del taglione, come quella che non si può applicare
incondizionatamente al servo o al libero, poiché di quanto quello cede a
questo, di tanto, se gli abbia fatto ingiuria, deve accrescersi la pena cor-
rispondente. E in verità siffatta distinzione era bensì impossibile nel sistema
dei Pitagorici, per i quali il corpo era come il carcere dell'anima, che vaga
in una perenne trasmigrazione, e il più alto precetto etico era l'imitazione
degli dei per via della virtù, l'osservanza delle leggi e il rispetto verso
tutti gli uomini; ma era invece possibilis- sima, anzi necessaria, nella
legislazione di Roma, dove così netto era il distacco fra cittadini liberi e
schiavi. Abbiamo anche veduto come a Cicerone paresse ispirato ai principii
della filosofia pitagorica il poemetto di APPIO (vedasi), che, censore e
console, è indubbiamente uno dei personaggi storici più importanti e, se non il
primo, certo uno dei primi rappresentanti di una larga cultura. Orbene, che il
giudizio di Cicerone non fosse errato parrebbero dimostrare a sufficienza i
pochi frammenti che di quella poesia ci sono rimasti. E in verità la famosa
sentenza «fahrum esse suae quemque fortunae » non potrebbe esprimere meglio il
fon- damento della dottrina morale di Pitagora ; e l' altra, altis- Si veda il fr. 3 della stessa tav. Vili ; «
Manu fustive si os fregit libero CCC, si servo GL poenani subito. Magn. Mar. I, 34, 1194, a. 35: « xò Si^
TotoaTov o5x èaxt Tipòg &7iavxag* oò yàp laxi Stxaiov olxéx^ Tcpòg
èXsud-spóv xaOxóv » etc- sima, come dice il Pascoli (1), se fosse certa la
lezione e r interpretazione : «amicum cum vides obliscere miserias; inimicus
sies; commentus nec libens aeque [idem tamen teneto] »^ che il Pascoli stesso
traduce: «tu dimentichi la tua miseria quando vedi un amico; ora sia tuo nemico
"quello che tu vedi: ebbene, pensatamente, e non volen- tieri come con
l'amico, tieni lo stesso contegno, tuttavia » , è pure strettamente conforme alla
dottrina pitagorica, che insegnava amore e fratellanza ; il terzo infine « sui
quem- que oportet animi coìnpotem esse semper nequid fraudis stuprique ferocia
pariat » , non e certo disforme dalle pra- tiche e dagli esercizi spirituali
degli adepti al Pitagorismo, che dovevano acquistare padronanza assoluta non
pure del proprio corpo, ma anche delle proprie attività interiori, per
dirigerle al bene. Non si apponeva dunque male Cicerone. Senonchè an- che
intorno all'autenticità di questo antico poema, che sarebbe una delle prime
manifestazioni letterarie di Roma, si sono sollevati dei dubbi. Il fatto che la
notizia di esso era data da Panezio in una sua lettera a Quinto Tuberone ha
indotto per esempio il Pais (2) a pensare che si tratti di una falsificazione posteriore,
« da collegarsi con le altre falsità che andavano sotto il nome di Aristosseno
intorno ai Romani scolari di Pitagora e su Pitagora cittadino di Roma » . Ma
come è ciò possibile, se Aristosseno e Appio furono contemporanei? E se Appio
visse, come è certo, nel tempo in cui furono sottomesse la Campania e la Lu-
cania^ che ragione c'è per negare che egli abbia potuto conoscere quelle
dottrine e da esse trarre ispirazione per
Lyra romana, Livorno. St. di Roma I, 2, p. 671 n. - 20 — il suo
poemetto? E poi come dubitare con qualche fon- damento dell'autenticità
dell'opera che un Panezio e un Cicerone, a distanza di tempo relativamente
breve, attri- buirono ad Appio stesso, tanto più che il medesimo Pais riconosce
che l'efficacia della filosofìa tarentina si esercitò sopra gli uomini di stato
romani « dal tempo di Appio e di Pirro » ? L' ipotesi di una falsificazione,
della quale poi non si vedrebbe neppur chiaramente la ragione, non ci sembra
dunque per nulla fondata; sì che noi possiamo con chiudere che la dottrina del
filosofo di Samo, in con- formità dei dati tradizionali, esercitò una qualche
azione tanto sulla più antica civiltà di Koma, a partire dal sesto secolo a. C,
quanto sui primi prodotti del pensiero e dell' arte. Chi, più d'ogni altro,
contribuì a diffondere in Roma la conoscenza delle dottrine di Pitagora fu
senza dubbio il poeta Ennio (239-169 a. C), il grande padre della cul- tura e
della letteratura romana. Nativo di Rudie, paese fortemente ellenizzato fra
Brindisi e Taranto, egli aveva studiato in quest'ultima città, che era il
centro italico, in cui si conservavano più pure le tradizioni pitagoriche.
Versato nel greco, nell'osco e nel latino, egli diceva scher- zando di avere
tre cuori. Nel 204 si trovò a militare in Sardegna fra gli ausiliari che
Taranto aveva mandato Gellio, N. a.,
XVIII, 17. ai Romani, e quivi da Marco Porcio Catone, che era più giovane di
lui di cinque anni, fu invitato a recarsi a Roma. Come si spiega tale invito ?
Quali vincoli si stabilirono fra questi due giovani, destinati a sì grandi
cose, che si incon- trarono fra gli orrori di una guerra di conquista? Furono
vincoli di simpatia e di amicizia creati dalla comune gran- dezza d'animo e da
comuni aspirazioni? 0 si erano essi già conosciuti cinque anni prima, quando
Catone quindicenne fu in Taranto ospito del pitagorico Nearco ? (1). Questo mi
sembra più probabile. D'altra parte la profonda scienza e il forte intelletto
del Rudino dovettero certo colpire l'animo eletto e la mente aperta di Catone,
che alle qualità pratiche del futuro uomo di stato univa le attitudini del
poeta e dell'artista, del pensatore e del filo- sofo. In virtù della sua
sapienza Ennio dovette apparire al nobile cittadino di Roma come assai atto a
cantare le antiche gesta della città; ed è forse per questo che Ca- tone,
ragionando con lui delle istorie primitive della patria e delle relazioni che
essa ebbe con la Magna Grecia, dovette suggerirgli l'idea del poema, che quegli
poi realmente scrisse, e per la composizione di esso ojffrirsi di agevolar- gli
la conoscenza dei documenti e dei materiali storici e promettergli tutto il suo
aiuto ; il quale, e per la condi- zione e per l'ingegno dell'offerente, non
poteva non ap- parire ad Ennio prezioso e inestimabile. Al poeta d'altro lato,
piena l'anima dell'antica sapienza della sua terra, di quella sapienza che
nessuno in somnis vidit priu' quam sam discere coepit Plutarco, Gaio maior^
4-5. CICERONE (vedasi), Caio maior, Annalee, fr. (Yalmagoi). dovette balenare come in uno
splendore radioso l'idea di illustrare col suo canto le antiche imprese di Roma
e, al tempo stesso, di farsi banditore di una sapienza scono- sciuta alla città
che forse il suo spirito veggente presagiva sarebbe stata nuova fucina di
cultura e di sapere e maestra di nuova civiltà alle più lontane
generazioni! Venuto in Roma, Ennio vi
passò quasi per intero l'altra metà delia sua vita, dedicandosi totalmente agli
studi e alla poesia e a diffondere fra la gioventìi colta della città l'amore
del sapere. Egli chiamò intorno a sé, a formare un circolo di studiosi, i piti
influenti e noti cittadini e da essi seppe farsi amare ed onorare per le
cognizioni vaste e profonde, per la nobiltà dell'animo e l'integrità del
carattere, per la modestia della vita e d6i costumi, per la dolcezza dei modi e
del parlare. Ad ascol- tarlo accorsero fra gli altri Scipione Africano,
Scipione Nasica,^ Aulo Postumio Albino (1), Marco e Quinto Fulvio Nobiliore, e
con tali amicizie egli seppe vivere sempre poverissimo e pur sempre sereno,
mostrando così con l'ef- ficacia dell'esempio, che le verità da lui insegnate e
pra- ticate erano realmente le più atte a dare la felicità e la pace. Se
vogliamo credere a Gelilo, il grammatico Lucio Elio Stilone soleva dire che
Ennio fece il ritratto di sé medesimo nei seguenti versi degli Annali, che
descrivono il vero amico: Haece locutus vocat, quocum bene saepe libenter
mensam sermonesque suos rerumque suarum comiter inpartit, magnam cum lassus
diei partem trivisset de summis rebus regundis
Fu « decemvir sacrorum » nel 173 a. C. (Livio). Consilio indù foro lato
sanctoque senatu ; quo res audacter magnas parvasque iocumque eloqueretur
cuncta [simul] malaque et bona dictu evomeretj.si qui vellet, tutoque locaret;
quocum multa volup et gaudia clamque palamque, 280 ingenium quoi nulla malum
sententia suadet ut faceret facinus levis aut malus ; doctus, fidelis, suavis
homo, facundus, suo contentus, beatus, scitus, secunda loquens in tempore,
commodus, verbum paucum, multa tenens antiqua sepulta, vetustas 285 quem facit
et mores veteresque novosque tenentem multorum veterum leges divomque
hominumque, prudenter qui dieta loquive tacereve posset . In questo ritratto tu
vedi l'immagine del vero sapiente pitagorico, che sa trattare le faccende
pubbliche e raccor gliersi nella meditazione, che sa parlare con piacevolezza e
con facondia e tacere a tempo opportuno, che non com- mette mai il male,
neppure per leggerezza, fedele nell'a- micizia e servizievole^ contento del
suo, felice, che infine sa molte cose profonde e recondite, ma le tiene ermeti-
camente chiuse nel fondo della sua anima, per non darle in balìa di inetti, e
le svela soltanto a chi si mostri atto ad intenderle. E anche possibile, come
osserva acutamente il Pascal (2), che in questi versi Ennio abbia voluto
altresì rappresen- tare i suoi rapporti col grande Scipione, del quale si po-
trebbe dire assai piii convenientemente quello che Macro- bio scrisse
dell'Emiliano, che cioè fosse « vir non minus
Gellio, N. a.: L. Aelium Stilonem dicere solitum ferunt, Q. Ennium de
semet ipso haec scripsisse picturamque istam morum et ingenii ipsius Q. Enni
factam esse ». I versi sono se- condo il testo dato dal Valmaggi (Mìjller = fr.
194 Baehrens). Antologia latina, Milano
-- philosopMa quam virtute praecellens »; e l'ipotesi tanto pili è accettabile
se pensiamo che Scipione fu forse il mi- gliore dei discepoli del poeta, il
quale lo ebbe in tanta considerazione da comporre intorno a lui un poemetto Scipio e da fargli dire : A Sole exoriente
supra Maeotis paludes nemo est qui factis me aequiperare queat. Si fas endo
plagas caelestum ascendere cuiquam est, mi soli caeli maxima porta patet. E
Cicerone stesso, appunto per la sua sapienza, oltre che per la fama delle sue
imprese, non lo scelse come protagonista del Sogno famoso col quale terminava
il De Repuhlicaf. Di Ennio fu notissimo
ai Romani il sogno col quale incominciavano gli Annales e di cui ci sono
rimasti ap- pena alcuni frammenti insieme con le testimonianze di Lucrezio, di
Cicerone, di Orazio, di Persio e di altri.
In Somnium Seipionis. CICERONE (vedasi), Tusc.; Seneca, e/),, e altri. Seneca poi, nell'ep. 86, dice,
parlando appunto di Scipione: « animus eius in eaelum^ ex quo erat^ rediisse
persuadeo rtiihi ». Vedili in V. J.
Vahlen Enn. poes. rei., Lipsiae; L. MuELLEE, Q. Enni carm. rei., Petrop., e nei
Frag. poet. rovn. coli. Baehrens, Lipsiae. Vedi anche le osservazioni del
Mueller, Q. Ennius, Pietroburgo, e lo studio del Valmaggi pubblicato nel
Bollettino di filai, classica, III, 259 e seg. LUCREZIO (vedasi); CICERONE
(vedasi), Somn. Scip.; Aead,; ORAZIO (vedasi), Ep. II, 1, 52-54; Persio, prol.
2 sg., sai. VI, 10-11; Schol. in Pers. prol. 2; VI, 9; Sehol. Cruq. in Horat.,
Ep.; Frontone, ep. Nab.; Sergio, ad Aen., ecc. Questo sogno che « levò grande
rumore nel mondo ro- mano e di cui spesso si parlala, ora con serietà
filosofica, ora per ischerzo, tanto che divenne quasi proverbiale, doveva
essere abbastanza lungo. Al poeta addormentato sarebbe apparso sul monte
Parnasso il fantasma pian- gente di
Omero a dargli lunghe spiegazioni intorno all'ordine dell'universo, alle
trasmigrazioni di ogni ani- ma umana attraverso un proprio ciclo di vite e alla sopravvivenza nelle caverne
d'Acheronte di una forma intermedia fra l'anima e il corpo e a ricordargli le mutazioni della propria
anima, trasformatasi, dopo la morte del corpo, in un pavone e rinata appunto in
lui, il A. Pasdera, Il sogno di Scipione^ Torino, Loescher. Persio, Prol. 1 3 : Nec fonte labra prolui
eaballino Nee in bicipiti sommasse Parnasso Memim., ut repente sic poeta prodi-
rem », e Schol. ad V. 21 « tangit Ennium^ qui dicit se vidisse sommando in
Parnaso Homerum sibi dicent em quod eius anima in suo esset eorpore * . La ragione di questo pianto non è detta. Era
forse pianto di gioia per il momentaneo ritorno a contatto con un essere
terreno ? Lucrezio: rerum naturam
expandere dictis ». Lucrezio: an contra
nascentibus insinuetur anima » e : a?^ pecudes alias insinuet se ». Lucrezio: Etsi praeterea tamen esse Acherusia
tempia Eìinius asternis exponit versibus eidem Quo ncque perma- neant aniìnae
ncque corpora nostra, Sed quaedam simulacro modis palleniia miris » . Persio,
Sat. VI, 10 sg. : « Cor iubet hoc Enni, postquam destertuit esse Maeonides
Quintus pavone ex pythagoreo ». Tertul- liano, de an., e. 33: « pavum se meminit
Homerus Ennio som- mante » ; Hbid.^ e. 34: « perinde in pavo retunderetur
Homerus, sieut in Pythagora Euphorbus » ; cfr. eiusd. de resurrectione^ I, G.
1, e AcRON, in carm. I, 28, 10; Persio, YI, 9, e schol. ; Lat- tanzio in Theb.
. discendente del re Messapo, il poeta rudino. Tale, press'a poco, il contenuto
di questo sogno, notevolissimo non solo per l'esposizione delle dottrine
filosofiche, ma altresì per l' accenno alle ti-asformazioni e incarnazioni
dell' anima di Omero, e per 1' affermata parentela spiri- tuale dei due poeti.
Che il pavone poi, importato, come sembra, nel secolo sesto a. C. dall' Oriente
in Samo, la patria di Pitagora, avesse nella filosofia mistica di questo
iniziato un'impor- tanza considerevole, è certo: e poiché era anche — per la
colorazione delle penne - simbolo del cielo stel- lato, al quale salivano dopo
ogni morte corporea le anime umane (onde l'espressione per me simbolica del
fieri pa- vom usata da Ennio), opportunamente fu scelto dal poeta e dalla
tradizione che egli seguì, per accogliere l'a- nima di Omero, già ritenuto per
samio, come Pitagora. 4. Il fatto che il grande poema storico degli Annales, il
quale ebbe da parte dei Romani un culto analogo a quello che noi tributiamo
alla Divina Commedia, incomin- ciava con tale sogno, ebbe grande importanza per
la dif- fusione e conoscenza del pensiero pitagorico in Roma ; poiché, appunto
per lo studio che del poema si fece, fin
Servio, ad Aen.; Silio Italic.
MuELLER, Q. Ennius. Cfr. Hehn, Kulturpflanxen und Hausthiere, 2^ ediz.,
p. 309. (3) Dall'interpretazione letterale data a tale espressione o ad altre
consimili nacque forse presso gli antichi — uno dei primi fu Seno- fane,
contemporaneo di Pitagora, nei versi citati da Diogene Laerzio i quali peraltro
hanno un' intonazione scherzosa, se non satirica — l'opinione che Pitagora
credesse nella metempsicosi anche animale. dal secondo secolo a. C. nelle
scuole di grammatica e di rettori ca e
per le pubbliche letture di esso, ancora in uso nelle città di provincia ai
tempi d'Aulo Gelilo, si dovette necessariamente mantenere viva in Roma stessa e
in Italia la conoscenza di quella parte della dottrina di Pitagora, che nel
sogno si ricordava e che era poi una delle principali di detto sistema. Difatti
sono assai fre- quenti nella letteratura posteriore — e noi le vedremo — le
allusioni alla teoria della metempsicosi; la quale del resto fu forse
introdotta in Roma anche per altro tramite, sia cioè per mezzo dei Misteri, nei
quali si insegnavano appunto dottrine per molti rispetti somiglianti alle pita-
goriche, sia per mezzo della filosofia platonica e stoica, che, secondo una
tradizione abbastanza diffusa e anteriore air apparire del neo-pitagorismo, era
derivata almeno in qualche parte fondamentale, dalle dottrine pitagoriche stesse.
Se nel poema di Ennio vi fossero altri accenni alla filosofia pitagorica non ci
è dato conoscere dagli scarsi e slegati frammenti che ce ne restano : ma non è
impro- babile che, a proposito di Numa, fossero non solo notate
incidentalmente, ma fors'anche illustrate con una certa ampiezza le somiglianze
fra le sue leggi ed istituzioni e quelle del filosofo di Samo. In tal caso da
Ennio per la prima volta sarebbe stata inserita in un'opera storica e
letteraria latina la notizia desunta dalla tradizione orale an- teriore, che il
gran re avesse avuto a maestro Pitagora (3).
SvETONio, de gramm. Noetes Attieae
MuELLBB, Q. Ennius In altro scritto invece noi sappiamo con certezza che
Ennio trattò ancora delle dottrine pitagoriche: e precisa- mente
ìieìVUpicharmuSy un poemetto così intitolato dal nome del filosofo siciliano,
che era tenuto per uno dei più valenti seguaci della scuola italica. Anche in
questo lavoro poetico, il nostro scrittore finse un sogno: Nam videbar somniare
med ego esse morluum (2j e che il poeta comico Epicarmo gli comunicasse, nelle
regioni infernali, dottrine di filosofia naturale suU 'origine e sulla natura
delle cose. Notevole, fra gli altri, è il verso nel quale si identifica il
corpo alla terra e, secondo il noto simbolismo mistico, l'anima al fuoco: . . .
terra corpus est, et mentis ignis est (3). Al qual proposito Yarrone, citando,
un altro verso dello stesso Ennio, scriveva: « animalium semen ignis qui anima
ac mens: qui caldor e caelo^ quod Mnc innumerahiles et immortales ignes. Itaque Epicharmus de mente umana
dicit: istic est de sole sumptus isque totus mentis est. Yahlen,
0. e, e L. Y. Schmidt, Quaest. epich. p.
53. Yedasi anche lo studio del Pascal, Le opere spurie di Epicarmo e
l'Epieharmus di Ennio in Biv. di fìlol. e di istrux. classica. CICERONE
(vedasi), Acad. pr.. Prisciano, YII, p.
764 P. (I, p. 335 K.). Cfr. gli scolii al l'Eneide. De lingua latina. Cfr.
Mueller, op. cit., p. Ili sg. Sul pitagorismo del poeta. Un'altra sentenza
pitago- rica è quella che ricorda CICERONE (vedasi) {de divin.) a pro- posito
dei sogni : « aliquot somnia vera^ inquit Ennius^ sed omnia noenum necesse est
». -™ 6. Ma oltre che alle opere
letterarie, le quali, come sì è detto, ebbero efficacia fino al secondo secolo
dopo Cristo, Ennio rivolse l'attività dell' ingegno, trasfondendovi i tesori
della sua sapienza, all'insegnamento orale; senza dire poi che l'esempio della
sua vita intemerata spronò all' esercizio costante della virtù tutti quelli fra
i nobili cittadini di Roma che accostandolo l'amarono. Egli si stu- diò di
volgere le loro menti ad una libertà di pensiero e ad una concezione
individuale delle cose, alla quale non erano certo avvezzi i Romani, educati
sotto una disciplina ferrea. Abituando le loro intelligenze alle bellezze ed
alle sottigliezze della cultura greca, insegnando in privato le dottrine di
Pitagora, combattendo nel nome di Evemero le superstiziose credenze popolari, e
deridendo i sacerdoti ignoranti, predicando infine che l'uomo ha da trovare in
se stesso, nelle profondità dell'anima, il fondamento del proprio valore, della
propria libertà e della propria feli- cità, diede impulso a una vera
rivoluzione razionalistica nello spirito romano: sì che fra quei valorosi
soldati e pratici legislatori cominciò ad essere tenuta in conto la cultura, ad
esercitarsi la libera attività del pensiero anche in fatto di fede, e a
formarsi un'aristocrazia vera e legit- tima, fondata su ciò che l' uomo ha di
più sostanziale e di proprio, cioè su l'intelligenza e sullo spirito. Non è
improbabile che appunto per questo Catone, il quale, sopra tutto e innanzi
tutto, vedeva l'interesse e il bene dello Stato, osteggiasse il movimento a cui
aveva dato egli stesso involontario impulso e perseguitasse l'A- GiussANi, Letterat. romana^ Milano, Yallardi,
p. 90. Si veda anche su Ennio il saggio critico del Lenchantin De Gubernatis
(Torino, Bocca). - Bl - fricano (1); tanto che questi, avendo suscitato contro
di sé molte ire violente e molte accuse politiche, si ritirò sde- gnosamente
nella sua villa di Literno, nella Campania, dove morì nel 183 . Proprio in
questi anni, facendosi uno scavo, furono scoperti i famosi libri di Numa, i
quali, per un caso assai strano, venivano molto opportunamente a confermare gli
insegnamenti pitagorici di Ennio (3). La notizia della sco- perta risale, per
quel che ci è noto, all'annalista Cassio Emina, il quale, secondo ci riferisce
Plinio, narrava come un impiegato di nome Cneo Terenzio, facendo dei lavori in
un suo podere sul Gianicolo, avesse scoperta e
V. Livio. Sull'esilio e sulla
morte di Scipione Africano Maggiore vedi C. Pascal, Fatti e leggende di Roma
antica^ p. 85-96. f3) Si veda, intorno a questi libri, lo studio del Lasaulx,
Ueber die Bueeher des Numa^ negli Atti dell' Accademia di Monaco. Nat. Eist.
= Hist. Rom. rell. I, p. 106-107 Peter: « Cassius B.em,ina^
vetustissimus auctor annalium,^ quarto eorum, ^ibro prodidit^ Cn. Terentium,
scribam agrum suum, in lanieulo repastinantem offendisse arcani in qua Numa qui
Romae regna- vii situs fuisset. In eadem libros eìus repertos P. Cornelio L. f.
Gethego^ M. Bebio Q. f. Pamphilo coss. ad quos a regno Numae colliguntur anni
DXXXV, et hos fuisse a charta^ maiore etiam- num mir acuto quod tot infossi
duraverunt annis. Quapropter in re tanta ipsius Heminae verba ponam; mirabantur
alii quomodo ìlli libri durare potuissent^ ille ita rationem reddebat : «
Lapidem fuisse quadratum cireiter in medio arde vinctum, candelis quoque
versus. In eo lapide insuper libros inpositos fuisse., propterea ar- bitrarier
tineas non tetigisse: in his libris scripta erant philoso- phiae Pythagoricae ;
eosque combustos a Q. Petilio praetore quia philosophiae scripta essent ».
scavata la tomba del re Numa, che conteneva i libri di lui ; e, cosa di cui
molti si meravigliarono, cotesti libri di carta s'erano perfettamente
conservati ; ma, come spiegava lo stesso Terenzio, tale conservazione era
dovuta al fatto che, essendo posti sopra una pietra quadrata che si trovò quasi
nel mezzo della tomba, erano rimasti immuni dal- l'umidità, ed essendo spalmati
di cedro, le tignole non li avevano rosi. I libri stessi poi contenevano
scritti di filo- sofìa pitagorica, per la qual ragione furono poco dopo
bruciati dal pretore Quinto Petillio. Lo stesso racconto fece pure l'annalista
X. Calpurnio Pisone Censorio Fru- gì, secondo il quale però detti libri erano
sette di di- ritto pontificio e altrettanti pitagorici. Quattordici erano pure,
secondo 1' annalista C, Sempronio Tuditano e contenenti i decreti di Numa.
Secondo Valerio Anziate infine essi erano invece ventiquattro, dodici
pontificali scritti in latino e dodici di filosofia scritti in greco, e non si
sarebbero trovati proprio nella tomba di Numa, ma in un'arca adiacente. Se il
racconto è vario nei particolari, tuttavia questi Plinio, /. e. = H. R. rell.:
Hoc idem tradii 0. Piso censorius primo commentari or um,^ sed libros septem
iuris pontifìcii totidemque Pythagoricos fuisse ». Plinio l. e. = H. R. rell. I, p, 142-143 P :
« Tuditanus decimo tertio Numae decretorum fuisse » . Plinio /. e. : « libros XII fuisse ipse Varrò
Humanarum antiquitatum septimo. Antias secundo libros fuisse XII potiti fi- cales
latinos^ totidem graecos praecepta philosophiae continentes » . Cfr. Plutarco, Numa, 22 ; Livio, , ^ =z H. R. rell.
I, p. 240-241 P. Si noti però che il Peter crede (/. e. p. CC.) che Livio abbia
citato per errore Valerio Anziate invece di Calpurnio Pisone. 33 ed altri
autori (1) sono concordi nell'affermare sia la sco- perta dei libri, durante il
consolato di P. Cornelio Cetego e di M. Bebio Panfilo, sia la loro pronta di-
struzione per opera del pretore Petillio. Cosicché non è possibile dubitare che
il fatto sia avvenuto. Senonchè la critica pili recente si è affrettata ad
affermare che essi dovettero essere un'abile falsificazione di qualche
scrittore, fanatico delle nuove idee pitagoriche, in quegli anni ap- punto
diffuse in Roma dal grande Ennio, e accettate da Scipione Africano e da altri
illustri cittadini. Ma ad una grossolana falsificazione fatta in quei tempi
medesimi noi non vogliamo credere. Non ci racconta costantemente la tradizione
pitagorica che base dell' insegnamento di questa dottrina era la segretezza e
il mistero ? E proprio un pitagorico avrebbe divulgato le dottrine della sua
scuola, in un'opera così voluminosa, ricorrendo a uno stratagemma così poco
serio, ed anche così inutile, dal momento che già la tradizione ammetteva la
filiazione degli istituti e delle leggi religiose di Numa dal Pitagorismo ? Ed
è poi possi- bile che fra i senatori romani, i quali decretarono, su parere del
pretore, l'abbruciamento dei libri così miracolosamente scoperti, non vi fosse
alcuno in grado di comprendere una così grossolana mistificazione? Poiché non
c'è dubbio che i libri furono bruciati con la convinzione che essi fossero
realmente quelli del re sapiente, e perchè contenevano, (1) V. ancora le
testimonianze di Yarrone, conservataci da S. A- gostino {De civ. dei^ YII, 34),
di Livio (XL, 29, da cui ha desunto la sua narrazione Lattanzio, Inst.), di
Valerio Massimo, di Festo M. = Thewr.), di Plutarco {Numa, 22) e del de vir.
ili. 3. (2) Livio osserva ohe questa convinzione derivò dall' opinione diffusa
che Numa fosse stato discepolo di Pitagora, opinione che 8. 34 secondo la
testimonianza di Varrone^ la spiegazione degli stituiti religiosi di Numa (cur
quidque in sacris fuerlt institutum)^ fondati, come quelli di tutte le
religioni, su ragioni fisiche e filosofiche e sopra una concezione parti-
colare della natura. Ora, dice assai giustamente lo Chaignet (1), questa inter-
pretazione razionale ed umana delle credenze e delle isti- tuzioni religiose,
togliendo ad esse un' origine e un fon- damento sovrannaturale, avrebbe certo,
divulgandosi, tolta ogni consistenza a quella religione « di stato » che, come
tutte le religioni dogmatiche, si esauriva per i più nelle pratiche del culto
(le « religiones » di cui parla Livio) esigendo, come condizione della propria
esistenza, la fede cieca e l'ignoranza superstiziosa. E proprio a questo pen-
sarono il pretore urbano e il Senato, che si affrettarono^ a far scomparire sul
rogo i pericolosi libri, nei quali era filosoficamente provata ed attestata 1'
origine del diritto pontificale romano, cardine e fondamento primo dello Stato,
dall'occultismo pitagorico (2); se pure il motivo di tale di- struzione non fu
quello stesso per il quale^ come abbiamo già veduto. Cicerone non volle troppo
approfondire la ri- cerca e la dimostrazione dei rapporti fra il Pitagorismo e
i piii antichi istituti di Roma. Stando al racconto di Plu- egli, certo per
ragioni cronologiche, chiama un « mendacio.
Pythag. et laphilos. pytkag.^ Parigi, Didier, 1874, v. I, p. 136. (2) È
interessantissimo a questo proposito il passo di S. Agostino {De eivit. dei),
il quale spiega per quali ragioni demoniache Numa compose i suoi libri e poi li
fece seppellire nella sua tomba, e il Senato li fece abbruciare. Né meno
interes- sante è il capitolo seguente (35 j, in cui si parla delle arti « idro-
mantiche » e delle evocazioni di Numa. tarco, infine, questi libri erano stati
scritti da Numa stesso e per ordine suo sepolti con lui; e ciò perchè, secondo
la massima pitagorica, non era bene affidare la conser- vazione d'una dottrina
segreta a caratteri senza vita, an- ziché alla sola memoria di quelli che ne
erano degni. E, forse, per questa medesima ragione i Pitagorici romani non
dovettero fare molta opposizione alla proposta di distruggere i libri stessi,
gelosi come erano delle loro dottrine, allora, come sempre, facilmente suscettibili
di scherno e di riso, se male interpretate o fraintese. Nel tempo in cui Ennio
si adoperò così efficace- mente per introdurre in Roma l' antica sapienza della
Magna Grecia, di qui si diffondevano per l' Italia e pe- netravano nella grande
metropoli anche i culti bacchici e le sette orfiche, intimamente legate con le
pitagoriche per gli stretti rapporti che vi erano fra le due dottrine segrete.
Contro gli uni e le altre si pubblicarono senato- consulti e si istituirono
tribunali (quaestiones de Bac- chanalibus sacrisque noeturnis extra ordinem),
che ne di- Uno scrittore israelita del
secolo XYII, il Sklden, nell'intro- duzione dell'opera De jure naturali et
gentium iuxta diseìplìnam Hebraeorum stampata a Londra nel I6l0, volendo
sostenere ch.e ogni sapienza viene dagli Ebrei o piuttosto dalla rivelazione
tre volte rinnovata, di cui gli Ebrei erano i depositari, afferma invece che
Numa Pompilio era in segreto un adoratore del vero Dio, che i libri da lui
lasciati e scoperti solo parecchi secoli dopo la sua morte erano la
giustificazione della sua fede e la glorificazione del Dio d' Israele, e che
appunto per questo il Senato ne ordinò la distruzione, perchè racchiudevano la
condanna della religione di Stato. Nel
186 se ne pubblicò per tutta l'Italia uno (scoperto in Calabria) che ordinava,
fra le altre cose: Bacas vir nequis adiese velet eeivis romanus neve nominus
latini » . mostrano la diffusione e la forza: e Livio ci riferisce il violento
discorso che il pretore Lucio Postumio Tempsano pronunciò nell'anno 186 a. C.
contro i seguaci dei mal- vagi culti forestieri : « contra pravìs et externis
religio - nidus captas mentes » (1). E ben vero che queste asso- ciazioni
misteriose clandestinae conmrationes
come dice Livio e questi culti sempre perseguitati dall' orto- dossia
romana venivano in parte dall' Etruria e dalla Cam- pania, ma le ricerche
giudiziarie ne fecero scoprire diversi focolari nell'Apulia, in tutta l'Italia
meridionale, e spe- cialmente a Taranto, che come si è già visto, era uno dei centri
d'origine del Pitagorismo. Così delle tavolette d' oro, scoperte recentemente
in tombe dell'Italia meridionale, presso l'antica Thiirium e che risalgono
alcune al secolo lY e altre al principio del sec. Ili a. C., ci conservano
l'eco di versi orfici che sino ad ora non si conoscevano per altro che per una
cita- zione di Proclo, neo-pitagorico del quinto secolo: lo Livio. Livio: « L. Postumius praetor, cui
Tarentum provincia evenerat^ reliquias Bacchanalium quaestionis cum omni
exsecutus est cura » e: L. Duronio praetori^ cui pro- vincia Apulia evenerat^
adiecta de Bacchanalibus quaestio est : cuius residua quaedam velut semina ex
prioribus malis iam priore anno adparuerant. Kaibel, Inscr, graecae Siciliae et
Italiaè. Alcuni testi da lui omessi si trovano in Comparetti, Notixie degli
scavi^ e nel Journal of Hellenic Studies -- anche Comparetti Laminette orfiche
edite ed illustrate^ Firenze. Framm. 224 Abel: «ótctcóte S'Sv^pcDTtog izpoXinx)
^àog "^sXCoio » quasi uguale al fr. n. 642, 1 : « àXX' Ó7ióxa|j, ^^ux^
KpaXin-Q cpàog sono sfuggita al cerchio delle pene e delle tristezze, grida in
uno slancio di speranza l'anima che ha « subita tutta intera la pena delle sue
azioni inique » e che ora « implorando il suo soccorso », s'avanza verso la
regina dei luoghi sotterranei, la santa Persefone, e verso le altre divinità
dell'Ade; essa si vanta di appartenere alla loro «razza felice», e domanda ad
esse che la mandino ora nelle « dimore degl'innocenti » e attende da esse la
pa- rola di salvezza : « Tu sarai dea e non piìi mortale ! » In questi brani
poetici, dice il Gomperz, bisogna vedere redazioni diverse d'un testo comune
piti antico. Parecchie altre tavole, che risalgono in parte alla stessa epoca,
sono state trovate nelle stesse località ; altre sono state scoperte nell'isola
di Creta e datano dall'epoca romana poste- riore: tutte prescrivono all'anima
la sua strada nel mondo sotterraneo. Ora è notevole il fatto che il cap. 125
del « Libro dei Morti » egiziano contiene una confessione ne- gativa dei
peccati, che sembra 1' amplificazione di quello che le tre tavole di Turio
condensavano in poche parole (4). In queste, come in quello, l'anima del
defunto proclama con enfasi la sua « purezza » e solo su questa purezza
YieXloio*. Il Kern (Aus der Anomia^ Berlino, 1890, p. 87} ha richiamato 1'
attenzione su queste ed altre coincidenze. Y. anche H. DiELS, nella raccolta
dedicata al Gomperz, Vienna. Cioè alla serie delle rinascite e delle esistenze
terrestri. Y. Gomperz, Les penseurs de la Qrèce^ Paris, Alcan. Y. JouBiN, Inscription crétoise relative à l'Orphisme,
Bull. de corr. héll.. Y. qualche parallelo buddico in Rhys Davids,
Suddhism. Maspéro, Bibl. Egyptol. . e Brttgsoh, Steinin- schrift und Bibelwort.
Y. anche Maspero, Hist. ancienne fonda la sua speranza in una felice
immortalità. Se l' a- nima dell' Orfico pretende di avere espiato « le azioni
inique » e quindi si sa liberata dalla sozzura che ne de- riva, l'anima dell'
Egiziano enumera tutte le colpe che ha saputo evitare nel suo pellegrinaggio
terrestre. Pochi fatti, dice il Gomperz, nella storia della religione e dei
costu- mi sono tali da meravigliarci piii del contenuto di que- st'antica
confessione, in cui si vedono accanto alle colpe rituali, e ai precetti di
morale civile accolte da tutte le comunità incivilite, l'espressione d'un
sentimento morale non comune e che ci può persino sorprendere per la sua
squisita delicatezza: « Io non ho oppresso la vedova! Non ho allontanato il
latte dalla bocca del lattante !... Non ho reso il povero più povero!... Non ho
trattenuto, l'operaio ai suo lavoro più del tempo stabilito nel contratto !...
Non sono stato negligente! Non sono stato fiacco!... Non ho messo lo schiavo in
cattivo aspetto presso il suo padro- ne!... Non ho fatto versare lacrime a
nessuno! Ma la morale che scaturisce da questa confessione non si è contentata
di proibire il male; ha anche prescritto degli atti di beneficenza positiva : «
Dappertutto, grida il morto, ho sparso la gioia! Ho cibato chi aveva fame,
dissetato chi aveva sete, vestito chi era nudo ! Ho dato una barca al
viaggiatore in pericolo di arrivar tardi !» ET anima giusta, dopo aver subito
iiyiumerevoli prove, arriva final- mente nel coro degli dei. « La mia impurità,
grida piena di gioia, mi è tolta, e il peccato che mi stava addosso l'ho
gettato. Giungo in questa regione degli eletti glo- riosi.... » « Yoi che mi
state dinanzi^ aggiunge rivolta agli dei già nominati, tendetemi le
braccia...., sono anch' io uno dei vostri ! » Nessuna meraviglia quindi che gli
scrittori del tempo di Ennio, quasi tutti venuti a Roma dal mezzogiorno,
fossero più o meno imbevuti di così fatte dottrine. Di un grande poeta comico.
Stazio Cecilio, che fece parte del collegium poetarum dell'Aventino e abitò in
Roma nella stessa casa con Ennio, ci restano troppo scarsi frammenti perchè
possiamo dir nulla del contenuto morale e filosofico dell'opera sua. Certo però
r intimità sua col poeta di Rudie dovette esercitare un qualche influsso sulla
formazione del suo gusto e della sua arte. Con Ennio visse pure in Roma, sino
alla più tarda età, frequentando anch'egli il circolo degli Scipioni, il nipote
Marco Pacuvio, che, nato a Brindisi nel 220, si ritirò poi a Taranto dopo il
140 e vi mon novantenne. Che egli dipendesse spiritualmente da Ennio, ne fanno
fede, oltre che l'esplicita dichiarazione di Pompilio : Pacvi diseipulus dieor
; porro is fuit Enni^ Emiius Musar um^ Pompilius clueor^ i due frammenti del
suo Ghryses^ nel primo dei quali mostra la stessa libertà di spirito e di
parola, rispetto ai falsi sacerdoti, che già abbiamo notata in Ennio: .... nam
istis^ qui linguam avium intellegunt, plusque ex alieno iecorc sapiunt^ quam ex
suo, magis audiendum quam ausoultandum eenseo;
pr. CICERONE (vedasi). de div. ; il terzo verso anche pr. Nonio 246, 9.
Si confrontino i versi di Ennio : Sed superstitiosi vates impudentesque arioli,
Aut inertes aut insani aut quibus egestas imperai, Qui sibi semitam non
sapiunt^ alteri monstrant viam^ Quibus divitias pollicentur, ab eis draeumam
ipsi petunt », e gli e nel secondo esprime intorno all'etere un concetto
affatto, pitagorico, che troveremo anche in Virgilio: v hoc vide^ circum
supraque quod complexu continet terram.... solisque exortu capessit candorem,
oecasu nigret, id quod nostri eaelum memorante Orai perhiheni àethera : quidquid
est hoe^ omnia animai^ format^ alit\ auget^ creai, sepelit recipitque in sese
omnia omniumque idem est pater, indidemque eadem aeque oriuntur de integro
atque eodem occidunt. mater est terra; ea parit corpus^ animam aether adiugat.
Istic est is lupiter' quem dìco^ quem Or acci vocant a'érem: qui ventus est et
nuhes; Ì7nber postea, atque ex imhre frigus : ventus post fit, aer denuo, kaece
propter luppiter sunt ista quae dico tibi, quia mortalis aeque turhas beluasque
omnes iuvat. Il passo, dice PASCAL (vedasi) -- Antol. Latina, Milano -- era
libera traduzione del Crisippo euripideo, del quale è rimasto il fr. 836
Nauck'; e trovò altro traduttore in Lucrezio. Se il pensiero esposto da
Euripide del Cielo o Giove nostro padre e della Terra madre risale al suo
maestro Anassagora, fu peraltro indubbiamente abbastanza comune fra i mistici.
Questi versi ed alcuni altri (2), se sono per sé poca cosa, tuttavia, tenuto
conto della scarsità dei frammenti superstiti di questi primi poeti di Roma,
mostrano una certa continuità di pensiero, che non può sfuggire neppure ad un
esame superficiale. Così, per lasciare in disparte i altri : « Qui sui quaestus
causa fìctas suscitant sententias » e « Omnes dant consilium vànum atque ad
voluptatem omnia ». Congiunse così
questi versi (citati in diversi luoghi da Var- HONE, Cicerone e Nonio) lo
Scaligero. Questo concetto dell'aria poi ricorda i versi dell' Epickarmus di
Ennio : Y. per es. i fr. 46 e 52 del
Pascal. versi di Accio, che ritornano sullo stesso concetto, e che si possono
anche spiegare con la dipendenza dai tragici greci, nonché il suo concetto
della virtìi (2), come non pensare alle dottrine pitagoriche diretto o indiretto ne sia stato r influsso,
quando leggiamo sentenze come queste di Sesto Turpilio, Tuna che ci afferma la
felicità consistere nella limitazione dei de- siderii : Profecto ut quisque
minimo contentus fuit^ ita fortunatam vitam vixit m,axime^ ut philosopki aiunt
isti^ quibus quidvis sat est. e l'altra che così definisce la difficoltà del
sapere : Ita est: verum haut facile est venire ilio uhi sita est sapientia. Spissum est iter: ajnsci haut
possis nisi cum magna miseria? E se i grammatici che ci hanno conservato i frammenti
di questo poeta, avessero badato piìi al pensiero che alla forma e quindi ci
avessero dato una raccolta di sentenze, piuttosto che un catalogo di
arcaismi V. i fr. 60 e 61 del Pascal (p.
41) e le note. Pascal: nam si a me
regnum Fortuna atque opes Eripere quivit^ at virtutem non quìit » e « Scin ut
quem- eumque tribuit fortuna ordinem^ Numquam ulta humilitas inge- nium
infirmai bonum ? » pr. Pbisciano III,
425 Keil. Il Pascal (p. 67) sl pkilosophi... isti annota : « i Cinici ? » Io
credo piuttosto che qui il poeta, imi- tatore di Monandro, abbia alluso ai
Pitagorici, dei quaU sappiamo quanto si siano burlati i comici ateniesi della
commedia di mezzo, di cui Gellio {N. a. IV, il) potè scrivere: mediae comoediae
pro- prium argumentum fuit Fythagoreorum exagitatio ». pr. Nonio (Pascal). Si notilo spissum..
iter., che forse può intendersi in senso proprio, non traslato. e di idiotismi,
potremmo forse citare altri passi ugual- mente notevoli e significativi. Così
veramente notevoli sono le sentenze di comici ignoti citate da Pascal, che
certo non sarebbero fuor di luogo nei carmina aurea pitagorici e che riprendono
motivi etici, già da noi accennati, proprii tanto del Pita- gorismo quanto di
altri sistemi posteriori: 1. Sui quique mores fingunt fortunam hominihus, Non est
beatus^ esse se qui non putat. 3. Is
minimo egei mortalis, qui minimum cupit. 4. Quod vult habet^ qui velie quod
satis est potest. In nullum avarus bonus est^ in se pessimus. Ab alio expectes
alteri quod feceris. 7. Beneficia in
volgus eum largiri institueris perdenda sunt multa^ ut semel ponas bene. ...
quid ? tu non intellegis tantum te adimere gratiae quantum morae adicis ? pr. Cic, Farad. 5, 35, che lo riferisce ad un sapiens
poeta; esso ricorda la sentenza di A. Claudio su citata. Secondo alcuni si
tratterebbe di un altro verso, che il Lachmann ricompone così : suis fingitur
fortuna cuique moribus. V. anche pr. Nepote, Vita Att. Il, 6 ed altri, di cui
il Ribbeck, Gom. Fragm.^ p. 147. pr, Seneca, epist. 9, 21. Che la felicità e 1'
infelicità, come dice questa sentenza, siano proiezioni subbiettive dello
spirito o non l'effetto di cause esterne, è verità che i Pitagorici affermarono
ripe- tutamente Cfr. PuBL. Siro I, 56, Q, 7 Meyer. Questa e la precedente pr.
Seneca, epist., 11. Cfr. la prima sentenza di Turpilio su citata. pr. Seneca, ejìist. . pr. Lattanzio, div. inst. pr. Lampeid. Alex.
Sever. 51 : « quod tibi fieri non vis., alteri ne feceris » e nei Garm. epigr.
lat. 192, 3 Buecheler: «^ab alio speres, alteri quod feceris». pr. Seneca, de benef.; cfr. Ennio pr. Cic. de off. 18,
62: « benef acta male locata malefacta arbitror » . pr.
Seneca, de benef. Così pare degni di nota sono i seguenti frammenti: 1.
Felicitas est quam voeant sapientiam. 2.
Tutare amici eausam, potis es, suscipe. Obicitur erimen eapitis^ purga
fortiter. In amici causa es,
imm,o certe potior es. Iniuriarum remedium, est oblivio. Ma
queste sono quisquilie, che, se pur dimostrano una certa diffusione del
pensiero pitagorico in Roma, non pos- sono tuttavia essere prese per se come
indizi di una vera e propria tradizione locale. Poiché per le dipendenze della
poesia e della letteratura latina dalla greca è da credere che anche gli
accenni, spesso accidentali, a quelle dottrine filosofiche, fossero presi di sana
pianta dalle opere che gli scrittori latini, massime i comici, o imitavano o
traduce- vano. Il fatto tuttavia di trovarli frequenti anche in opere
prettamente romane dimostra che le dottrine stesse ave- vano un contenuto
ideale — morale specialmente — con- sono allo spirito e ai bisogni del popolo
romano, il quale, sopra ogni cosa, ebbe un profondo senso del giusto, che poi
attuò nel suo mirabile sistema di leggi. 11. Infine, anche dalle poesie
satiriche di Caio Lucn.10 noi potremmo certo aver notizia del Pita- gorismo,
quale egli potè osservarlo praticato e seguito in Roma al tempo suo, se ci
restassero, dei suoi trenta libri di satire, i libri nei quali pare che si
occupasse principalmente di mettere in parodia e in deri- sione, ed anche di
sottoporre a critica seria, sì pel conte- QuiNTiL. YI. Charis. V, p. 253 P. Seneca, epist.^ 94, 28. nuto che per la
forma, i filosofi, le loro opere e i loro sistemi. Ma disgraziatamente anche di
questo poeta poco o nulla ci resta. Anch'egli, bensì, come Ennio, ebbe mente
libera dai pregiudizi volgari : Ut pueri infantes credunt signa omnia ahena
vivere et esse homines^ sic ist soinnia fèda vera putant^ credunt signis cor
inesse in ahenis sono versi del 1. XV
delle Satire. E un altro bellissimo frammento, forse del libro IV, ci dimostra
quanto alto e nobile fosse il concetto ch'egli ebbe della virtìi: Virtus,
Albine, est pretium persolvere rerum quis in versatnm\ quis vivimus rebus
potesse, virtus est homini seire id quod quaeque valet res ; virtus seire
homini rectum^ utile quid sit^ honestum^ quae bona, quae mala item, quid
inutile, turpe, inhonestum ; virtus^ quaerendae fène^n rei seire modumque ;
virtus^ divitiis pretium persolvere posse ; virtus^' id dare^ quod re ipsa
debètur honori ; hostem esse atque inimicum hominum morumque malo rum, contra
defensorem hominum morumque bonorum, magnifècare hos, his bene velle^ his
vivere amicum ; commoda praeterea patriai prima putare^ deinde parentum^ tertia
iam postremaque nostra. fr. del Bàhrens = Latta.nzto. I, 22, 13. fr. 119 del Bàhr. ■= Latt. VI, 5, 2. D’Agostino
ci è stato conservato, del- l'opera Yarroniana De gente populi romani^ un passo
per noi importantissimo: « Genethliaci quidam scripserunt esse in renascendis
Jiominibus quam appellant TraXtyysveatav Graeci ; hanc scripserunt confici in
annis numero CDXL^ ut idem corpus et eadem anima j quae fuerint coniuncta in
cor por e aliquando, eadem rursus redeant in coniun- etionem » . Chi erano mai
questi scrittori, i quali credevano nella risurrezione dell'anima e della carne
e ne fissavano persino il compimento nello spazio di quattrocento e qua- ranta
anni? Essi erano studiosi di discipline magiche ed astrologiche, a cui si
davano anche i nomi di magi^ di caldei e di matematici. Abbastanza numerosi in
Roma nel II e I secolo a. C, col decadere dei culti ufficiali e l'in- (l) De
civitaie dei, XXII, 28. filtrarsi di riti stranieri, massimamente dall'Egitto e
dal- l'Asia, divennero a grado a grado così potenti da trovarsi persino ad
essere qualche volta arbitri delle sorti dello stato. Poiché, come dice il
Pascal in un suo geniale e interessante studio, svolgendo in particolare la
dottrina della resurrezione dei morti (filiazione diretta della metem- psicosi
pitagorica) la fecero entrare in un sistema di loro particolari teorie, la
congiunsero con predizioni contenute nei sacri oracoli della Sibilla, e
presunsero anche di co- noscere dall'osservazione delle stelle il corso degli
eventi umani. Essi non partivano, come gli aruspici e gl'indovini, dal concetto
che gli dei manifestassero la volontà loro per mezzo di segni particolari, ma
dal concetto, razionalmente svolto, « che tutto fosse armonico e regolato da
leggi e da rapporti immutabili nell'universo e che quindi, all'apparire di
determinati fatti o fenomeni dovesse normalmente se- guire l'avverarsi di
determinati eventi umani » . Era dunque, aggiunge il Pascal, « un tentativo di
giustificazione scien- tifica, tratta dal fondo della dottrina pitagorica e
platonica, della credenza popolare che la vita di ciascun uomo fosse regolata
dall' astro che lo aveva visto nascere » . Strani davvero questi
scienziati-filosofi che si sforzano di ribadire con argomenti razionali e di
ridurre a ragioni scientifiche le superstiziose credenze del volgo! e che
riescono tanto bene nel loro proposito da far sentire a Favorino il bisogno di
abbattere con una confutazione siste- matica il loro edifizio logico, ancora
saldo sulle sue basi La resurrezione
della carne nel mondo pagano, in Atene e Roma del marzo 1901 e in Fatti e
leggende di Roma antica, Firenze. AULO Gellio, Noet. Att. XVI, 1, riporta quasi
testualmente il discorso di Favorino. a più di due secoli di distanza! Io in
verità non posso acconsentire col Pascal che quest'idea di un ciclo mon- dano
computato a quattro secoli di 110 anni ciascuno venisse ai Genetliaci dalla
tradizione popolare: gli argo- menti che il Pascal porta a sostegno della sua
affermazione mi inducono piuttosto a credere il contrario^ e cioè che l'idea
stessa fosse comune alla filosofia mistica greco- italico-romana e da, questa
passasse poi al volgo per mezzo dei responsi sibillini e dei poeti che
l'accolsero e la diffusero per il popolo. Di più, un'altra credenza
notevolissima fu propria e del Sibillismo e dei Genetliaci : la credenza cioè
che ultimo dio del ciclo mondano dovesse essere il Sole od Apollo (4) che
avrebbe bruciato l'uni- verso e riportata l'età dell'oro, con gli antichi
uomini rinnovati alla vita; quell'Apollo che pure Orazio (Carm. I, 2) invocò
perchè venisse a redimere l'umanità dal peccato : Tandem venias^ precamur^
ISube candentes umeros amictus Augur Apollo. (1) Così Cicerone ci parla nel De
divin. II, 46, 97 di un' altra scuola di astrologi per la quale 1' estensione
di tempo era molto maggiore, e cioè di 470000 anni ! pr. Probo a Yirg. Ed. IV, 4 : « La Sibilla
cumana ha pre- detto che dopo quattro secoli sarebbe avvenuta la palingenesi
». Orazio, I, 2, v. 29 e sg. ; Virgilio,
Ed. IV, lO ; Aen. VI, 748-751; Ovidio, Melavi. I, 89 sgg.; Persio, Sat. V, 47
sg. (4) Servio nel commento al v. 10 della IV ecl. di Virgilio riporta il
seguente passo del quarto libro de diis di P. Nigidio Figulo : « Quidam deos et
eoì'um genera temporibus et aetatibus fdistin- guunt)., inter quos et Orpheus;
prim,um, regnum, Saturni^ deinde lovis^ tum Neptuni^ inde Plutonis ; nonnuUi
etiam^ ut magi, aiunt Apollinis fore regnum,, in quo videndum est., ne ardorem
sive illa ecpyrosis adpellanda est., dieant » . Vedasi anche Lobeck, Aglao-
phamus^ La rigenerazione degli uomini e la conflagrazione del- l'universo per
virtù di Apollo — conflagrazione probabil- mente simbolica e che tuttavia potè
essere aspettata da alcuno come reale ed effettiva — furono dunque due concetti
paralleli ed uniti anche nel dogma pagano, e più precisamente in quelle
dottrine mistiche, nelle quali sap- piamo quanta parte e che profonda
significazione avesse il mito apollineo e solare, E come può tutto questo
essere stato creazione popolare? Veramente forse un po' troppo, e non solo in
fatto di mitologia e di credenze, si vuole attribuire al popolo, a questo
essere impersonale, così im- maginoso e così balordo, così ricco di fantasia e
così cre- denzone! Non è assai più verosimile pensare a una genesi più elevata
e razionale, a una creazione veramente intel- lettuale e filosofica, che,
passando dai dotti agli indotti, dai sapienti agi' ignoranti,, si materializza
e degenera dal- l'essenza primitiva, o, meglio ancora, acquista con moto
parallelo e continuo, nuovi aspetti e nuove significazioni realistiche e
concrete? In ogni modo siamo così arrivati alle più grossolane deformazioni che
il pensiero pitagorico dovette subire in Koma, uscendo dal segreto sacrario
delle scuole dei saggi e mescolandosi, in mezzo al popolo, a credenze d'altra
derivazione. Non è quindi meraviglia che siffatte credenze, aberrazioni d'un
pensiero originariamente profondo, fossero, come vedremo più innanzi; oggetto
di riso nel teatro po- polare, e d'altra parte si spiega assai bene come i
seguaci del Pitagorismo dell'antica maniera, per sottrarre le loro Y. il passo dei Garm. Sih.JN^ 175 sgg., forso
dell'Sl od 82 d. C, citato dal Pascal e che questi crede composto da qualche
terapeuta od esseno. dottrine al ridicolo cui venivano esposte nei loro
contatti col popolo, sentissero il bisogno di raccogliersi nuovamente in
segreto, nel silenzio delle loro case e delle loro scuole, per meditare,
lontano dal profanum vulgus, V antica sa- pienza loro tramandata attraverso
tante generazioni. Chi sopra ogni altro si curò di far rivivere la filo- sofìa
di Pitagora, che, in un certo senso, poteva dirsi ormai estinta come complesso
di teorie e d'insegnamenti pratici ben distinti da quelli di altre scuole, fu
un grande sapiente, del quale in verità ben poco sappiamo, contemporaneo e
amicissimo di Cicerone. Il quale appunto nel proemio del Timaeus seu de Universo
lasciò scritto parlando di P. Nigidio Figulo: « Fuit vir ille cum ceteris
artihus, quae « quidem dignae libero essente ornatus omnibus^ tum acer «
investigator et diUgens earum rerum quae a natura invo- « lutae videntur » . E
poi continuava: « Deniqiie sic ludico « post illos nobiles Pythagoreos^ quorum
disciplina exstincta « est quodam modo^ ìiunc extitisse qui illam renovaret » .
Nato forse verso il 105, già senatore nel 63, pretoro nel 59, legato in Asia
nel 52 (1), e infine esiliato da C. Griulio Cesare, forse non soltanto, come
ora vedremo, per aver seguita la causa di Pompeo, morì in esilio nel 45. CICERONE (vedasi) nel Timeo ir. 1, t. Vili p.
131 Bait. ci dà notizia di questa sua legazione con le parole : « qui
(Nigidius), eum. me in Gilieiatn profieiscentem Ephesi expectavisset, Romam, ex
lega- tìone ipse decedens etc. ». SvETONio
fr. 85 = Hieron. ad Euseb. ckron. olimp. 183,4 = 45 a. C. : « Nigidius Figulus
Pythagoricus et magus in exsilio m^o- ritur ». Si noti che ancora una volta
vediamo qui congiunti, come nella tradizione che si riferisce a Numa e come,
del resto, sempre, il Pitagorismo e la magia. S. Agostino (De civ. dei)
parlando di Nigidio, lo chiama « mathematicus. Per il suo sapere fu giudicato
secondo ai solo Yarrone, e benché non ci restino che pochi e scuciti frammenti
dei suoi scritti (1), pure sappiamo che egli scrisse molto e con profondità di
ricerche « che arrivava fino all'astruse- ria », come dice GIUSSANI (vedasi),
cioè oltrepassava quel limite al di là del quale gli equilibrati uomini comuni
non ve- dono che nebbie e fantasmi, immaginazioni e utopie. Sam- MONico, come
ci riferisce Macrobio lo disse « maxi mus rerum naturaUum indagator », e lo
stesso Macrobio [Sat. YI, 8) lo dice « ìiomo omnium bonàrum artlum di- scipUnis
egregius » , e così pure Cicerone, come s'è visto, lo giudicò acuto e diligente
studioso dei più involuti feno- meni naturali, e precisamente di quelle
ricerche e di quegli studi, che furono la cura di pochi solitari d' ogni tempo,
quasi sempre, forse a torto, misconosciuti dai più. Sant'A- GOSTUso lo disse *
matematico ' e Svetonio ' pitagorico e mago '. Ora, che Nigidio fosse, o almeno
tosse ritenuto mago, dimostrano anche altre testimonianze e dello stesso
SvETONio e di Apuleio e di Dione Cassio. Il primo racconta come cosa nota a
tutti che il giorno in cui Ottaviano nac- que, discutendosi in Senato intorno
alla congiura di Cati- lina, ed Ottavio, per causa appunto della moglie
partoriente, essendo arrivato un po' in ritardo, Publio Mgidio, cono- sciuta la
causa dell'indugio e l'ora precisa del parto, affermò che era nato uno che
sarebbe stato signore di tutta la terra. Una predizione, dunque, dovuta,
secondo il racconto (1) Cfr. NiGiDii FiGULi operum reliquiae collegit A.
Swoboda, 1889. (2) Storia della Ietterai, romana^ Vallardi. SvETON., Aug. 94: a
quo natus est die, cuni de Catilinae co- niuratione ageretur iti Curia et
Octavius ab uxDris puerperium serius adfuisset, nota ac vulgata est res P.
Nigidium comperta — si- che di essa fa, con qualche leggera variante, Dionb
Cassio, alle elucubrazioni astrologiche di Nigi- dio. Apuleio a sua volta
riferisce di aver letto in Varrone che un certo Fabio, avendo smarrito una
forte somma di denaro, andò da Nìgidio per consultarlo e questi, per mezzo di
fanciulli eccitati (instinctosj con sortilegi ed incantesimi (Carmine)^ ossia,
coma oggi si direbbe, ipno- tizzati con parole o formule magiche, gli seppe
dire dov'era stata sepolta la borsa con una parte delle monete, che le altre
erano state distribuite, e che una ne aveva anche il filosofo Catone; ciò che
fu pienamente confermato dai fatti. E dove mai aveva acquistate il nostro
filosofo siffatte conoscenze magiche ed astrologiche? Forse durante un viaggio
in oriente, fatto in gioventìi ? Non sappiamo, seb- bene d'altro lato sappiamo
che appunto in oriente o nella Grecia imparò che la terra si muove con la
velocità della ruota di un vasaio. morae causa, ut horam quoque partus
acceperit, adflrmasse domù num terrarum orbi natum ». De magia 42, p. 53, 9 Krueg. « Mernini me
ajìud Varro- nem philosophum, virum accuratissime doctum atque eruditum, eum
alia eiusm,odi, tum, hoc etiam, legere... item,que Fabium,^ cum quingenios
denarium perdidisset^ ad Nigidium consultum, venisse; ab eo pueros cannine
instinctos indicavisse^ ubi locorum defossa esset crumena cum, parte eorum,
celeri ut forent distribuii^ unum etiam denarium^ ex eo numero habere Catonem
philosophum^ quem se a pedissequo in stipem Apollinis accepisse Caio confessus
est ». Ciò si desume da una nota del
Gommentum a Lucano, dove è detto che Nigidio ebbe il soprannome di Figulo
perchè « re- gressus a Oraecia dixii se didicisse orbem ad celeritaiem rotae
fi.guli torqueri »• Del soprannome altri davano una ragione un po' diversa, in
rapporto con la famosa obiezione dei due gemelli così spesso fatta agli
astrologi e di cui fanno ricordo, fra gli altri, lo - 52 "-> Quanto
alle opere di Nigidio, del quale sappiamo ancora che usava una dieta assai
parca, possiamo dire che furono molte e di varia natura: egli scrisse di
filosofia, di astrologia e anche di filologia. Di lui si ricorda un'opera
intorno agli dei in almeno XIX libri, nel quarto dei quali, per esempio,
trattava dei vari regni ed età degli dei, secondo Orfeo e i Magi, e nel sesto e
nel decimo accennava alla teoria etrusca delle quattro specie di dei penati :
quelli di Giove, quelli di Nettuno, quelli degl'In- feri e quelli degli uomini,
cioè, probabilmente, gli spi- riti celesti, acquatici, terrestri (gli
elementari dell' oc- cultismo medievale) ed umani. Perchè di quest'opera ci
restino così pochi frammenti, appena dieci, lo dice il gram- matico Sp:rvio in
una nota slU.^ Eneide (X, 175): <i^ N'igidius solus est post Varronem ;
licet Varrò praecellat in theo- logia^ Me in eommunihus litteriSy nam uterque
utrumque scripserunt » . La luce di Varrone dunque oscurò quella di Nìgidio, i
cui libri intorno agli dei erano letti soltanto, come dice lo Swoboda (4),
dagli investigatori della dottrina stoico Diogene presso Cicerone (De divinai.
II, 43, 90), Gellio, N. A. XIV, 1, 26, lo PsEUDO Quintiliano {Deelam.) e S.
Agostino 1. e. (1) IsiDOR., Origin.: Nigìdius : nos ìpsi ieiunìa ien- taeulis
levibus solvimus. Egli sostenne, come ci attesta Gellio N. J.., X, 4, ohe il
linguaggio è d'origine naturale e non convenzionale. Arnob. adv. nat. Ili, 40, p. 138, 5 seg.
Reiff : « idem (Ni- gidius) rursus in libro VI exponit et X, disciplinas
etruseas se* quens, genera esse Penatium quattuor et esse lovis ex his alios^
alios Neptuni.^ inferorutn tertios, mortalium hominum quartos., inexplicable
nescio quid dieens. NiGiDU FiGULi operum reliquiae coli, emend. enarr. quae-
stiones nigidianas praemisit Ant, Swoboda, Vindob., 1889, p. 25, più recondita,
come, ad esempio, quel Cornelio Labeone, uomo assai dotto, che visse nel terzo
secolo d. C.. Di Nigidio sono ricordati anche tre scritti intorno alla
divinazione per mezzo delle viscere e intorno ai sogni, una Sphaera graecanica
(4) e una Sphaera barbarica (5), un libro intorno agli animali ed altri, interamente
o quasi interamente perduti. Un'altra causa di questa perdita è spiegata in
parte da Gellio (N. a.) il quale ci fa sapere precisa- mente che mentre le
opere di Varrone erano lette e co- nosciute da tutti « Nigidianae
commentationes non proinde in vulgus exibant et obscuritas subUlitasque earum
tam- quam parum utilis derelicta est » . Dunque gli scritti di Nigidio avevano
un carattere piuttosto riservato e segreto, erano poco intellegibili ai piìi
per la loro sottigliezza. E che significa cotesta oscurità e sottigliezza che è
poi ab- bandonata perchè poco utile? e da chi fu abbandonata? dai lettori o
dagli scrittori in genere o dai cultori di quelle stesse dottrine filosofiche ?
Se noi pensiamo alla diffusione delle conoscenze pitagoriche, sempre maggiore
dal tempo della morte di Figulo a quello in cui Gellio scrive e all'infinito
numero di profezie, di predi- zioni, di oracoli che sempre piìi chiaramente
annunziavano l'avvento di un'età nuova e di uomini migliori ; se pen- siamo che
fu questa appunto l'età nella quale, pochi de- (1) Si veda, intorno a lui,
Kettner, Cornelius Labeo, Progr. Port. Gellio, N. A. XVI, 6, 12. (3) Giov. LoR.
Lido, de ostentìs e. 45 p. 95, 14 — 96, 3 Wachsm. Serv. ad Georg. I, 43 e I, 2l8. Serv. ad Qeory. I, 19. 54 cenni dopo il
Cristo apparso in oriente a dare la nuova parola divina agli uomini, in Roma
fece la sua apparizione la strana figura di Apollonio di Tjana, il Pitagora
redi- vivo, che ebbe immagini e culto divino da parte degl'im- peratori, non
può esservi alcun dubbio : se Figulo fu costretto ad insegnare in segreto e a
pochi fedeli amici le conoscenze che aveva, avvolgendole in oscure sottigliezze
nei suoi scritti (e, non ostante tale precauzione, ebbe molte noie) ; se lo
stesso dovettero fare, dopo di lui, come or ora vedremo, i Sestii, che furono
ugualmente perseguitati; le vecchie dottrine di Pitagora andarono tuttavia
sempre più diffondendosi, sì che fu permessa via via maggior libertà di parola
e d'azione ai loro seguaci, che poterono final- mente abbandonare in gran parte
la segretezza e il mi- stero in cui si chiudevano e il simbolismo oscuro di cui
si servivano prima. Lucano nella sua Farsaglia (I, 639 seg.) riferisce una
oscura predizione di Nigidio, che^ com'egli dice, si studiò di conoscere gli
dei e i segreti del cielo e in queste co- noscenze astrologiche fu superiore ai
sapienti dell'Egizia Menfi : At Figulus, cui cura deos secret ac/ue caeli nosse
fuit^ quem non stellarum Aegyptia Memphis acquar et visu numerisque moventibus
astra^ aut hic errata ait, ulla sine lege per aevum mundus et incerto
discurrunt sidera motu : aut, si fata 7novent, orbi generique paratur humano
matura -lues Egli predisse dunque alla terra e agli uomini un vicino flagello,
proprio come, prima di lui, avevano fatto e con lui facevano i Genetliaci. Ora,
dobbiamo noi veramente pensare, a proposito di siffatte predizioni, che si
tratti di semplici manifestazioni sentimentali del desiderio di tempi migliori?
Certo le condizioni dei cittadini romani e del mondo, su cui l'aquila di Roma
andava stendendo e allar- gando sempre più le sue ali insanguinate, erano assai
tristi; ma d'altra parte le predizioni sono troppe e troppo precise talvolta e
troppo vicine alla manifestazione del Cristiane- simo, per non dover pensare a
qualche relazione, misteriosa senza dubbio e in parte inesplicabile, ma pure
innegabil- mente certa. Comunque sic^, poiché, secondo le parole surriferite di
Cicerone, con Nigidio Figulo si iniziò in Roma un vero e proprio risveglio
delle dottrine pitagoriche, vediamo ora in qual guisa egli tentasse questo
rinnovamento dell'an- tica disciplina italica. Noi possiamo desumerlo da altre
testimonianze, le quali non solamente accennano a una vera e propria scuola, a
un sodaliciumy a una factiOy ma vi accennano in modo, che possiamo anche
comprendere quale fine il sodalizio stesso abbia avuto, o almeno in quale
considerazione fosse tenuto da chi, forse troppo tenero e non disinteressato
amico del nuovo ordine di cose creato in Roma dal trionfo di Cesare,
accoglieva, senza approfondirle uè vagliarle trop- po, accuse vaghe e imprecise
formulate contro i fautori dell'antico regime repubblicano. Si leggono infatti
negli scolii bobbiensi all'orazione di Cicerone contro Vatinio queste
notevolissime notizie : « Fuit autem illis temporibus « Wigidius quidam^ vir
doctrina et eruditione studiorum « praestantissimus, ad quem plurimi
conveiiiebant. Haec « ab obtrectatoribus velati factio ininus probabili s
iacti- « tabatnr, qaamvis ipsi Pythagorae sectatores existimari 7 delI'Orelli.
56 «vellent», e altrove si dice di un tale che € ablit « in sodalicium
sacrile^ii Nigidiani » . In casa sua dunqae Nigidio radunava molte persone, che
vi si iniziavano ai misteri della filosofia pitagorica e forse anche vi si
dedi- cavano a pratiche mistiche, come ci persuade la ciarlata- neria di quel
Yatinio, che, volendo farsi credere pitagorico e dottissimo, faceva evocazioni
di morti e si abbandonava a nefandità d'ogni genere. E questi convegni finirono
col suscitar dicerie, maldicenze, sospetti, calunnie, e vi furono degli
ohtrectatoreSy i quali andavano sussurrando qua e là che quella era una setta
riprovevole e sacrilega; le quali calunnie, credute tanto più facilmente quanto
mi- nore era il numero degli onesti in quei tempi così torbidi, furono forse un
ottimo pretesto per legittimare l'allonta- namento da Roma e l'esilio di un
uomo d'antica tempra repubblicana. Che poi il tentativo di Nigidio avesse un
carattere anche politico e che egli vagheggiasse, nella rico- stituzione del
sodalizio pitagorico e quindi nella eguaglianza sociale e nella comunanza dei
beni, il sogno della nuova felicità umana, è cosa più che probabile, ma non
certissima. E così il sapientissimo mago, il maestro pitago- PsEUD. CicER. in Sali. resp. 5, 14. « Tu qui te Pythagoriaum soles dieere et
hominis doctissitni nomen tuis immanibus et barbar is moribus praetendere....
cum inaudita ac nefaria saera susceperis^ eum infernrum animas eli- cere, Gum
puerorum extis Deos manes rnaetare soleas » Cicesone, in Vatinium. Dal che si può vedere, sia detto incidental- mente,
che lo spiritismo non è un'invenzione moderna!
V. quanto afferma a proposito di lui e dei Sestii il Pascal : Il
rinnovamento umano negli scrittori di Roma antica (Riv. d'I- talia, gennaio
1902. p. 98, poi nel voi. Fatti e leggende, Firenze, Le Monnier). rico, il
matematico P. Nigidio morì nell'esilio, nel tempo stesso che ìp Roma
intercedeva per lui, allo scopo di otte- nerne il richiamo in patria, l'amico
Cicerone. Ma doveva essere davvero tenuto per uomo assai pericoloso il sacri- lego
Figulo, se, non ostante che i famigliari di Cesare e quelli ch'egli avea più
cari ne parlassero con ammirazione e ne avessero alta stima, il divo lulio non
si lasciò troppo commuovere, a favore del fiero repubblicano! Gli è che in
verità in quel momento di trapasso dalla repubblica (o meglio dall'anarchia)
all'assolutismo l'interesse dello Stato e della giustizia aveva assai piccolo
valore, di fronte agli interessi e alle ambizioni dei singoli competitori.
Tutto questo si rileva da una lettera, fortunatamente con- servataci, nella
quale Cicerone, dando notizia all' esiliato delle pratiche ch'egli faceva
indirettamente presso Cesare e delle speranze che aveva di poter presto
riuscire a otte- nergli il perdono, dice cose così interessanti e adopera espressioni
di così alta stima, che metterebbe conto davvero che la riferissimo per intero
(1). Basti accennare tut- tavia che egli si rivolge a lui come ad uomo « uni
omnium doctissimo et sanctissimo et maxima quondam gratta » e suo amicissimo, e
che accingendosi a conso- È la lettera 13* del quarto libro Ad familiares,
dell'anno 46 a. C. In essa dice bensì Cicerone : « Videor mihi prospicere pri-
mum ipsius animuìn, qui plurimufn potest, propensum ad salutem tuam », ma
questa era la semplice illusione, creata in lui dall' a- micizia che aveva per
Figulo e dal desiderio che sentiva del suo ritorno ; poiché in realtà il povero
filosofo fu lasciato morire in esilio. E sì che
come aggiunge ancora Cicerone — « familiares eius (cioè di Cesare), et
ii quidein, qui UH iucundissimi sunt, mirabiliter de te et loquuntur et
sentiunt » e di piii « accedit eodem vulgi voluntas vel potius consensus omnium
» ! larlo crede opportuno di premettere : « at ea quidem fa^ cultas vel tui vel
alterius consolandi in te summa est^ si umquam in ullo fuit » ; cosicché « eam
partem^ quae ab exquisita quadam ratione et doctrina proficiscitur, non
attingam: tibi totani relinquam »; e concliiudendo termina col pregarlo « animo
ut maximo sis nec ea solum memi- neris, quae ab aliis magnis virls accepistij
sed illa etiam, quae ipse ingenio studiisque peperisti. Quae si colliges^ et sperabis
omnia optime et quae aecident, qualiacamque erunt, sapienter feres. Sed haec tu melius vel optime omnium » . Ora se
insieme con queste eloquenti e perspicue parole si ricordano i versi citati
della Farsaglia, e se si pensa ancora al contenuto dei frammenti che di questo
sapiente ci sono rimasti e ai titoli delle opere ch'egli scrisse, pos- siamo
formarci un'idea approssimativa del genere di dot- trina e di conoscenze che
ebbe e di cui si fece maestro: il misticismo pitagorico, la dottrina dei
numeri, la divina- zione (quella che oggi si direbbe chiaroveggenza) in tutte
le sue forme, l'astrologia; il tutto espresso e significato in un modo oscuro e
involuto, forse per via di simboli, che fu poi una delle cause maggiori, se non
la maggiore di tutte, per la quale le opere di lui furono poco lette e a poco a
poco caddero nell'oblio. E dopo la morte del maestro, che ne fu dei suoi
seguaci? Probabilmente non si dispersero e continuarono a riunirsi; tanto piìi
che non mancava certo fra loro chi potesse indirizzarli e illuminarli con la
sua autorità e la sua dottrina. In quegli stessi anni infatti, o poco dopo, ci
fu in Roma un'altra setta, ch'io non dubito punto fosse continuazione di quella
di Nigidio, o certo frutto dei suoi insegnamenti: voglio alludere alla «
Sextiorum nova et romani rohoris seda » ^ la quale però « Inter initia sua,
quum magno impetu coepisset, extincta est » (1). Decisa- mente i tempi non
erano favorevoli alla filosofìa, anzi a certa filosofia ! E in verità non
potevano essere molti quelli che, in Roma, desiderassero di attendere sul serio
alle speculazioni filosofiche: le ricchezze e la potenza della nuova Roma
imperiale offrivano troppi svaghi, troppi di- vertimenti, troppe orgie, perchè
vi fosse tempo e voglia di dedicarsi a meditazioni gravi ed ingrate ! Cosicché
gli sforzi di quei pochi, i quali avrebbero pur voluto richia- mare i
concittadini alla serietà d'una vita meno fatua e più dignitosa, dovevano
riuscire vani o sortire effetti poco duraturi. Chi furono cotesti Sestii, ai
quali accenna Seneca? Le notizie che ce ne sono rimaste sono assai scarse, ma
suffi- cienti tuttavia a farceli ammirare, in tempi di tanta corru- zione, come
uomini desiderosi piii delle gioie del pensiero che di quelle dei sensi, amanti
più della verità e della scienza che delle ricchezze e degli onori; come uomini
infine, nei quali tanto più risplende l'onesta virtù, quanto maggiori intorno
si addensano le tenebre del vizio. Del primo di essi, di nome Quinto, parla
specialmente, e sempre con parole di profonda e sentita ammirazione, il più
grande dei moralisti romani, Seneca, in quelle sue mirabili Lettere a Lucilio
piene di tanta filosofica sapienza e così degne d'essere studiate e meditate
più che non siano ! In una di queste, la novantottesima, volendo egli provare
al suo alunno che spesso molti disprezzarono quei beni che i più desiderano
come fonti di felicità, cita gli esempi di Fabrizio e di Tuberone, e poi
aggiunge che il (1) Seneca, Quaest. nat. cap. ultimo. 60 padre Sestio, pur
essendo nato in tali condizioni da dovere un giorno governare la cosa pubblica,
rifiutò persino la carioa di senatore, offertagli da Giulio Cesare ; poiché
egli non annetteva alcuna importanza ai pubblici onori, rite- nendoli, come
sono, troppo incerti e transitori. Una rinunzia di questo genere non era
certamente cosa che tutti sapessero e volessero fare in quei tempi di sfrenate
ambizioni ; e tanto meno poi per ragioni filosofiche ! Ma tanfo: il nostro
Sestio ambiva per la sua persona altro ornamento che non fosse il laticlavio :
ornamento meno visibile e meno ricercato, ma più dignitoso e più vero, che
fosse conquista della sua intelligenza e della sua virtù, che nessuno potesse
riprendergli e che egli potesse libe- ramente trasmettere senza pericolo di
manomissioni o di latrocinii, l'ornamento insomma della sapienza ; per la quale
fu acceso di tanto amore, che non facendo, in sul principio, progressi
sufficienti a soddisfare appieno il suo vivo desi- derio, fu sul punto, un
giorno, di suicidarsi (2). Come degli onori, ei non fu avido neppure dolle ric-
chezze; anzi si racconta di lui che, trovandosi in Atene, ripetè quanto aveva
già fatto il filosofo Democrito, il quale, avendo previsto da certi segni
astrologici una carestia d'olio, prima dell'epoca del raccolto — che la
bellezza delle olive faceva sperare sarebbe stato abbondante — comperò a buon
(1) € Honores repulit pater Sextius, qui, ita natus ut rempu- hlicam deberet
capessere, latum clavum, divo lulio dante, non re- cepii; intelligehat enim,
quod dari posset, et eripi posse. Plutarco, « Del modo di conoscere i propri
progressi nella virtù: KaGànep cpaol Ségxtóv xs xòv 'Pa)|iaIov àcpetxóxa xàg èv
x-^ TióXst xtjjiàg xal ipxàg 5ià cpiXoaocpiav èv òè xqi cptXoaocpsIv aB TiàXiv
5uo7ia'9-oQvxa xal xp(tà\),e>foy xtp Xóyt}) x^^®'^"^? "^^
np{bzo)t, dXtyow Ssyjaat xaxa3aX«tv éaoxòv ix xivog Sti^poug ». mercato tutto
l'olio del paese, e poi, sopravvenuta real- mente la carestia, restituì ai
primi proprietarii la merce acquistata, appagandosi d'aver provato così che gli
sarebbe stato facile arricchirsi quando lo avesse coluto. Ma che uomo era
Sestio ! Che scrittore vigoroso e ardito, e come diverso da tanti filosofi che
scrivendo siedono in cattedra, discutono, cavillano, e non danno all'anima
alcun vigore perchè non ne hanno ! A leggere Sestio — son pa- role di Seneca -
si sente ch'è pieno di vita e di vigore, uno spirito libero e superiore, uno
che ha virtù d'ispirarti sempre una gran fiducia in te stesso ! In qualunque
stato d'animo, quando si legge il suo libro, si sfiderebbe la fortuna e si
avrebbe la forza di lottare contro qualsiasi ostacolo! Poiché egli ha questo
grande merito, che, pur mostrandoti tutta la grandezza della felicità suprema,
non ti fa disperare di raggiungerla: egli la mette bensì molto in alto, ma in
luogo accessibile a chi la voglia conqui- stare, sì che ammirandola tu speri.
Quale più alta lode Plinio, Naturalts
Historia^ XVIII, 68, 9- 10 : Ferun Demoeritum, qui primus intellexit
ostenditque curri terris caeli societatem, spernentibus hanc curam eius
opulentissimis civium, praevista ohi cavitate ex futuro Vergiliarum or tu....
magna tum vìlitate propter spem olivae, coemisse in toto tractu ornne oleum,
mirantibus qui paupertatem, et quietem doctrinarum ei sciebant in primis cordi
esse. Atque ut apparuit causa, et ingens divitia- rum cursus, restituisse
mercem anxiae et avidae dominorum, poe- nitentiae, contentwm ita probasse opes
sibi in facili, quum vellet, fore. Hoc postea Sextius e romanis sapientiae
adsectatoribus Atkenis fecit eadem ratione ». Seneca, Epistola LXIY: « Lectus est deinde
liber Quinti Sextii patris; magni, si quid miài credis, viri, et, licet neget. Stoici.
Quantus in ilio, Dii boni, vigor est, quantum anim,i! Hoc non in omnibus
philosophis invenies. Quorumdam, scripta clarum per un uomo, di questa
entusiastica esaltazione fatta da Seneca ? E i suoi insegnamenti poi quanto
erano sentiti e pro- fondi, altrettanto erano semplici ed eificaci. Vuoi tu
persua- dere un uomo della bruttezza dell'ira ? egli ammaestrava: portalo,
mentr'è adirato, innanzi a uno specchio e fa che vi si veda riflesso ; poi
fagli intendere che s'ei vedesse a quel modo anche l'orridezza dell'anima sua
sconvolta ed agitata ne sarebbe atterrito (1). Della onestà e della virtù egli
ebbe così alto e giusto concetto che sostenne l'uomo habent tantum nomen,
cetera exsanguia sunt. Instìtuu7it, dìspu- tant, cavillantur : non faciunt animum, quia non
habent. Quuni legeris Sextium, dices: Vivit, viget, liber est, supra hominem
est, dimittit tne plenum ingentis fiduciae. In quacumque positione mentis sim;
quum hune lego, fatebor tibi, libet omnes casus pro- vocare, libet exelamare :
Quid eessas, Fortuna? congredere! para- tum vides. Illius animum induo, qui
quaerit ubi se experiaiuT, ubi virtutem suam ostendat, Spumantemque davi pecora
inter inertia votis Optai aprum, aut fulvum descendere monte leonem. Libet
aliquid habere, quod vincam, cuius patientia exereear. Nam hoc quoque egregium
Sextius habet, quod et ostendet Ubi beatae vitae ìuagnitudinem, et
desperationem eius non faciet. Seies illam, esse in excelsOy sed volenti
penetrabilem. Hoc idetn virtus tibi ipsa praestabit, ut illam admireris, et
tamen speres » . (1) Seneca, De ira^ lib. II, oap. 36 : « Quibusdam, ut ait
Sextius^ iratis profuit aspexisse speculum; perturbavit illos tanta mutatio
sui: velut in rem praesentem adducti non agnoverunt se, et quantulum ex vera
deformitate imago illa speculo repercussa reddebat ? animus si ostendi^ et si
in ulta materia perlueere pos- set., intuentes nos confunderet, aier
maculosusqite, aestuans., et distortus, et tumidus. Nunc quoque tanta
deformitas eius est per ossa carnesque, et tot impedimenta., effiuentis : quid
si nudus o- stenderetur ? et e. onesto non per altro essere inferiore al sommo Giove,
che per avere una virtù meno stabile e duratura ; ma per tutto il tempo in cui
si conservi onesto essere altrettanto felice quanto Giove, non essendovi tra la
perfezione e quindi la felicità umana e la divina differenza se non di durata.
Ond'è che egji potè veramente additare ai volonterosi il bel cammino della
virtù ed esclamare : « Di qui si monta alle stelle! di qui: seguendo frugalità,
temperanza^ for- tezza » — e non già (par quasi sottintendere) per decreto di
popolo 0 di senato ! — e potè confortare anche all'ascesa, persuadendo che gli
dei aiutano i buoni stendendo ad essi la mano. Seneca, Epistola LXXIII: «
Solebat Sextìus dicere^ « lovem plus non posse ^ quam honum virum,^. Plura
lupiter habet^ guae ' praestet hominibus; sed inter duos honos non est melior,
qui lo- cupletior : non magis^ quam inter duosj quibus par saientia re- gendi
gubernaeulum est^ meliorem dixeris, cui maius speciosiusque navigium est.
lupiter quo antecedit virum bonum! Diutius bonus est. Sapiens nihilo se minoris aestimat.^
quod virtutes eius spatio breviore clauduntur. Queniadmodum ex duobus
sapientibus^ qui senior decessiti non est beatior <?o, euius intra pauciores
annos terminata virtus est : sìe Deus non vincit sapiente ut felicitate^ etiam,
si vincit aetate. Non est virtus maior^ quae longior. lupi- ter omnia habei;
sea nempe aliis tradidit habenda. Ad ipsum hie unus usus pertinet.^ quod utendi
omnibus causa est: sapiens tam aequo omnia apud alias videi contemnitque^ quam
lupiter., et hoc se magis suspicit., quod lupiter uti illlis non poteste
sapiens non vult. Credamus itaque Sextio monstranti pulcherrimum iter et
clamanti : * Hac itur ad astra ! hae, secundum frugalitatem:, hac, secu7idum
fortitudineyn ! » Non sunt Dii fastidiosi, non invidi ; admittunt, et
ascendentibus manum porrigunt. Miraris hominem ad deos ire? Deus ad homines
venit\ immo., quod propius est., in hom.'ines venit. Nulla sine Beo mens bona est. Semina in corpo- ribus
kumanis divina dispersa sunt; quae si bonus cultor excipit.^ 64 Questa sicura
fede, questa virile forza di pensiero susci- tatrice di virtù, era la nota
caratteristica degli scritti di Sestio, di quest'uomo profondo, che filosofava
scrivendo in greco con gravità romana, e che paragonava l'uomo sapiente, cinto
di tutte le buone energie del suo animo, a un esercito che, in paese nemico,
marcia compatto e pronto alla battaglia. Ed esercitando sui migliori uomini di
Roma, come per esempio quel Lucio Grassizio di cui parla Svetonio (2), simìlia
origini prodeunt; et paria his, ex quibus erta sunt^ sur- gunt: si malus^ non
aliter quam humus sterilis ac palustris^ ne- cat, ac deinde creai purganienta
prò frugihus » . Seneca, Epistola: Sextium ecce quam maxiìne lego^ virum acrem^
graecis verbis^ romanis moribus philosophantem. Movit me imago ab ilio posila :
ire quadrato agmine exercitum^ ubi hostis ab omni parte suspectus est, pugnae
paratum. Idem^ inquit^ sapiens facere debet; omnes virtutes suas undique expan-
dat^ ut ubicumque infesti aliquid orietur, illic parata praesidia sint^ et ad
nutum regentis sine tumultu respondeant. Qitod in exercitibus his^ quos
imperatores magni ordinant, fieri videmus^ ut imperium ducis simul omnes copiae
sentiant^ sic dispositae, ut signum ab uno datum, peditem simul equitemque percurrat
; hoc aliquanto magis necessarium esse nobis Sextius ait. UH enim saepe hostem
timuere sine causa ; tutissimumque illi iter, quod suspeetissimum fuit. Nihil
siultitia pacatum habet ; tam superne UH meius est, quam infra ; utrumque
trepidai latus ; sequuntur pericula^ et occurrunt\ ad omnia pavet ; imparata
est^ et ipsis terretur auxìliis. Sapiens autem^ ad omnem incursum munitus est
et intentus: non si paupertas^ non si luctus, non si ignomi- nia^ non si dolor
impetu?n faciat^ pedem referet. Interritus et contra illa ibii^ et inter illa.
Nos multa alligante multa debilitante diu in istis vitiis iacuimus ; elui
difficile est : non enim inquinati sumus, sed infecti ». Nel De illustr. grammat., rammenta di lui che
« ad Q. Sextii philosophi sectam transiisse dicitur ^ . Alcuni codici però
invece di Q. Sextii leggono Q. Septimii. questa sua efficace robustezza di
pensiero, e affascinandoli col vigore della sua persuasione e con la nobiltà
della sua vita, sdegnosa d'ogni viltà e d'ogni bassezza, potè far sor- gere
quella « romani rohoris seda » , di cui abbiamo fatto già cenno e che, se fu
subito soffocata, ebbe tuttavia dei seguaci e prosecutori isolati, come lozione
di Alessandria, che fu maestro anche di Seneca, Cornelio Gelso, Dì lui parla Lattanzio, Divin. institui. lib.
VI, § 24. Vedi anche Gellio, èi. A., I, 8. Nella interessante epistola 108^
Seneca, parlando di se al suo Lucilio, gii dice come oltre al- l'avere imparato
ad astenersi per sempre dalle ostriche, dai fun- ghi, dai profumi, dal vino,
dai bagni, e ad usar materassi duri, aveva anche incominciato, da giovane, ad
astenersi dalla carne, e ciò per gli insegnamenti di Soxione^ che dimostrava la
inutilità e i danni di questo cibo, valendosi, oltre che degli argomenti di Pi-
tagora e di Sestio, anche di ragioni proprie. Riporto quasi per in- tero il
passo di Seneca, che suona così : « Quonìam coepi Ubi ex- ponere quantum maior
impetu ad philosophiam iuvenis aeeesse- rhn, quam senex pergam^ ?ion pudebit
fatevi^ quem mihi amorem Pytkagorae iniecerit Sotion. Docebat^ quare ille animalibus
ab- siinuisset^ quae postea Sextius. Dissimilis utrique causa erat^ sed uirique
magnifica. Rie etc... At Pythagoras Haee quum ex- posuisset Sotton et implesset
argumentis suis: Non credis^ inquit, aììimas in alia corpora atque alia
describi., et migrationem esse quam dicimus mortem? Non credis in his pecudibus
ferisve aut aqua m,ersis illum quondam hominis animum morari? Non cre- dis nihil perire in hoc mundo, sed anulare
regionem? nec tantum caelestia per eertos circuitus verti, sed ammalia quoque
per vices ire., et animos per orbem agi ? Magtii ista crediderunt viri. Ita-
que iudicium quidetn tuum sustine: ceterum omnia tibi integra serva. Si vera
sunt ista., abstinuisse animalibus innoeentia est., si falsa frugalUas est.
Quod istic credulitatis tuae àamnum est ? Alimenta tibi leonum et vulturum.
eripio. His instinstus abstinere animalibus coepi., et anno peracio non tantum
facilis erat m,ihi consuetudo., sed dulcis... » (2) Quintiliano, Lib. X, 1,
124: « Scripsit non parum multa Cornelius Celsus., Sextios secutus., non sine
cultu ae nitore ». Papirio Fabiano, Moderato di Cadice (2) ed altri. I Sestii
dei quali abbiamo notizia furono due: il primo quello di cui si è parlato
finora, che sarebbe vissuto al tempo di Augusto e anche di Cesare, se, come
dice Se- neca^ rifiutò il laticlavio « divo lulio dante » (3), e avrebbe pure,
secondo il surriferito passo di Plinio
dimorato, non sappiamo quando né per quanto tempo, in Atene; l'altro,
suo figlio, anch'esso di prenome Quinto, che pro- seguì l'insegnamento paterno,
che fu ritenuto, sebbene a torto, autore delle sentenze filosofiche note sotto
il nome di Sesto pitagorico (5), della cui vita infine non sappiamo
assolutamente nulla. Ora, di qual dottrina furono maestri questi filosofi,
solitari ricercatori di verità in un mondo di gaudenti e di tristi? (1) Seneca,
Epist. C; cf. Seneca il retore al lib> II delle Con- troversie^ prefaz. Questo filosofo pitagorico visse al tempo di
Nerone, fu famo- so per i suoi insegnamenti intorno alla scienza simbolica dei
nu- meri, fu maestro di Lucio Etrusco (v. Plutarco, Quaest. Gonviv. Vili, 7) e
scrisse un'opera voluminosa intorno alla dottrina pita- gorica (V. Porfirio,
Vita di Pitag. p. 33 ed. Nauck; Stefano Bi- zantino e Suida, sotto la voce
Fàdeipa). Cfr. pure Porfirio, Vita di Plotino e. 20 e S. Gerolamo, Adv. Ruflnum
III. Epist. già citata. Di un Sestio, filosofo pitagorico., che fiorì ai tempi
d'Augusto, parla Eusebio [Chron., all' olimpiade 195. 1 = 1 d. C). Dobbiamo
dunque ritenere il nostro Sestio vis- suto press'a poco fra il 70' a. C. e il 5
d. C. Natur. Eist., XVIII, 68, 10. (5)
Vedile nella collezione del Mìjllach, Fragmenta philosopho- rum graecorum,
Parigi, Firmin-Didot, e leggi, a proposito della paternità di esse, oltre a ciò
che ne dice lo stesso Mullach), anche l'esauriente discussione che fa lo
Zeller, Die Philosophie der Qriechen^ voi. IV, III ediz. (Leipzg 1880), pp. 679
e 681 nota. 67 Essi ebbero intanto una propria dottrina psicologica, se, come
riferisce Claudiano Mamerte spiegarono
che l'a- nima è « una certa forza incorporea, ilìocale e inafferra- « bile,
che, essendo capace senza spazio, assorbe e contiene « il corpo » . Ma questo
evidentemente è troppo poco per determinare a che scuola essi appartennero. E
ben vero che Seneca, come abbiamo già veduto riferisce (nella Epistola) che «
volere o no » (licei neget), il padre Sestio era uno stoico; ma quel « volere o
no » ci fa compren- dere che in realtà Sestio non si professava stoico. E
infatti qualche altra testimonianza lo dice pitagorico, e tale lo proverebbero
non solo le sue conoscenze astrologiche, dimo- strate dalla famosa esperienza
dell'olio, ma altresì alcune abitudini della sua vita, come quella di fare alla
fine di ogni giorno l'esame di coscienza (3) e quella di astenersi dai cibi
carnei, l'una e l'altra, com'è ben noto, proprie dei seguaci del Pitagorismo.
Senonchè, riguardo a quest'ultima è da notare che Sestio non la giustificava,
come Pitagora, De statu anirnae, II, 8 :
« ... Eomanos etiam^ eosdemque philosophos testes citamus^ apud quos Sextius
pater^ Sextius fìlius propenso in exercitium sapientiae studio apprime philosophati
sufzt, atque hane super omni anima attulere sententiatft . Incor- poralis, inquilini^ omnis
est anima et lUocalis atque indeprehensa vis quaedam \ quae sine spatio capax
corpus haurit et continet-» . Y. pag.
preced., nota 3. Seneca, De ira^ lib. Ili, e. XXXVI, 2: « Faciebat hoc Sextius
ut consuniTnato die^ quum se ad noeturnam qutetem. re- cepisset^ interrogaret
animum suum : Quod hodie malum tuum sanasti ? cui vitio obstitisti ? qua parte
ntelior es? » . A questo proposito, oltre alla Up.
CVIII di Seneca riportata nella nota seguente, si suol citare il passo,
conservatoci da Orige- ne, « (contra Celsum », lib. YIII, p. 397 ed. di
Cambridge), che suona: « Il cibarsi di carni è indifferente, ma l'astenersene è
più conforme a ragione ». Tale sentenza però è di Sesto pitagorico, non già del
nostro Sestio. — es- cori la dottrina della metempsicosi, ma con argomenti che
ai Romani dovettero parer più ragionevoli, perchè meno astrusi : « gli uomini,
egli infatti insegnava, hanno altri «alimenti, senza bisogno di nutrirsi di
sangue; e poi ci « si abitua alla crudeltà provando piacere nel divorar della
«carne; si deve dunque ridurre al minimo ciò che può « alimentar la lussuria »
e concludeva dicendo che « la « varietà dei cibi è contraria alla salute e
innaturale per « i nostri corpi. Ci sembra quindi lecito di poter affermare che
i Sestii non furono ne stoici ne pitagorici, ma ebbero un proprio sistema,
eclettico quasi senza dubbio, con prevalenza di elementi pitagorici ; e che
questo loro sistema non fu ne inorganico, né dubitoso (come quello degli
accademici del- l'ultima maniera) né materialista (come l'epicureo), sibbene
avvivato da una profonda fede, illuminato da una chiara luce spirituale e
fondato su convinzioni ben salde e su opinioni precise e indubitabili; un
sistema d'ideo insomma, che non era una piìi o meno piacevole distrazione o
un'o- ziosa occupazione dell' intelletto, ma una vera e propria forza
organizzatrice e ordinatrice della vita, e per ciò ap- punto destinato a
raccogliere pochi seguaci e a vivere per tempo assai breve, in quella sentina
di ambizioni, di cor- ruzioni, di violenze, di immoralità, che era divenuta la
grande Roma nel trapasso dalla repubblica all'Impero. Seneca, Epist. CVIII : « hie {Sextius) homini
satis alimen- torum eitra sanguinem esse eredebat. et criiclelitatis
eonsuetudi- nem fieri^ ubi in voluptatem esset addueta laceratio. Adiciebat
contrahendam materiam esse luxuriae^ eolligebat bonae valetudini contraria esse
alimenta varia et nostris aliena eorporibus. Poiché si è visto come, dopo
Nigidio, i Sestii cerca- rono di restaurare in Roma il culto del Pitagorismo,
non sarà certo inutile indagare quali tracce esso aveva lasciato di sé nella
letteratura romana del primo secolo avanti Cristo, siano esse vere e proprie
trattazioni sistematiche o sem- plici notizie incidentali : così infatti
potremo non solo farci un'idea del giudizio che ne fecero gli scrittori di quel
tempo, ma ci si offrirà anche il modo di esporne e chia- rirne qualcuno dei
punti più importanti o di metterne in luce gli aspetti più notevoli. Certo, in
un'età nella quale le più svariate credenze religiose e i più diversi sistemi
di filosofìa affluendo in Koma da ogni parte del mondo, e specialmente dalla
Grecia e dall'Asia, vennero a pocoJiniformandosi per vicendevole influsso e
preparando cosf il terreno che doveva di lì a non molto accogliere e far
germogliare il seme della nuova fede cristiana, non è facile sceverare e
seguire uno per uno i vari indirizzi di pensiero; massime poi quelli che, come
la filosofia pitagorica, essendo molto antichi e avendo avuto larga diffusione
e gran numero di seguaci, trasmi- sero parte dei loro principii alle
speculazioni filosofiche posteriori. Ma un poco di diligenza e di pazienza ci
per- metterà almeno di raccogliere tutti quei passi di scrittori latini dell'ultimo
periodo repubblicano nei quali si fa espli- cita menzione di Pitagora, e di
esaminare altresì quei luoghi in cui, senza nominarlo, si accenna però a
dottrine e a pratiche di vita che appartennero indubbiamente, per concorde
consenso dell'antichità, al sistema del filosofo di Samo. Incominceremo
pertanto dal poema di Lucrezio, che fu, come tutti sanno, il più mirabile
tentativo di elabora- zione poetica in lingua latina di un sistema filosofico
greco, e precisamente del sistema epicureo. Altri felici tentativi di esporre
in versi dottrine di filosofi greci erano bensì stati fatti da Appio Claudio,
da Ennio, da qualche altro, ma per brevi trattazioni ; sì che LUCREZIO (vedasi),
pur conscio della grandezza del cantore degli Annales, potè ben affer- mare con
legittimo orgoglio di essere il primo a tentare di esprimere poeticamente,
nella lingua del Lazio e del- 71 r Italia romana, non ancora assueta alle
sottigliezze, alla profondità, alla precisione del linguaggio filosofico, le
speculazioni dei Greci. Il poema Della Natura infatti non solo espone con
ordine sistematico la complessa dottrina di Epicuro intor- no air essere delle
cose in generale, all' infinità dell'uni- verso, ai moti e alle forme atomiche,
alla natura, com- posizione e mortalità dell' anima, alle cause delle sensa-
zioni e delle funzioni fisiologiche, alle origini del mondo e della vita
vegetale e animale, alle cause dei fenomeni meteorici e tellurici, ma discute
anche, perchè abbiano piti sicuro fondamento i principii della dottrina
epicurea, le opposte e diverse dottrine di altre scuole filosofiche, e combatte
le argomentazioni contrarie e le obiezioni pos- sibili degli avversari. Di
questa opera dunque, costruttiva in quanto elabora su fondamenti nuovi, e
polemica in quanto combatte e distrugge principii vecchi o diversi, è ben
naturale che noi dobbiamo tener presente soprattutto la parte polemica, per
vedere se e quanto in essa il poeta — e prima di lui Epicuro — abbia tenuto
conto delle dottrine di Pitagora. Ora, su due punti essenzialmente il poeta
discute e lotta ad oltranza contro indirizzi di pensiero diversi dal suo :
sulla teoria atomica e sulla teoria dell' anima. E a proposito della prima
combatte e confuta esplicitamente, nominandoli, Eraclito, Empedocle, Anassagora.
Del filosofo di Samo invece non fa il nome neppure una volta, né qui ne in
altra parte dei poema; ma ciò non toglie che un attento esame del poema stesso
non ci permetta di scoprire dove e quando, pur senza dirlo, il poeta pensi a
combattere i principii della filosofia pitagorica, È ben nota, in verità, la
disistima che Epicuro ebbe per la matematica; il che parrebbe che dovesse farci
esclu- dere senza altro qualsiasi considerazione, da parte diluì, per un
sistema che aveva studiato e rappresentato sotto l'aspetto numerico il mondo, e
nel quale le ricerche ma- tematico-musicali avevano tanta parte. In realtà però
pos- siamo escludere a priori soltanto questo: che Epicuro te- nesse presenti
in qualche modo le dottrine della scuola italica nella parte fisica del suo
sistema. E infatti lo stu- dio del poema di Lucrezio conferma senz' altro
questa induzione; tanto nella parte teorica che in quella polemica dei primi
due canti, che contengono 1' esposizione e lo svolgimento dei principii
epicurei intorno al mondo e alla materia, e la teoria atomica, manca aJffatto
qualsiasi ac- cenno, anche indiretto e lontano, alle dottrine pitagoriche. Ma
queste, oltre al mondo fisico, governato dal numero e dall' armonia,
abbracciavano anche il metafisico (anima e dei), e quanto all'anima, pur
considerando anche di questa l' aspetto numerico e musicale, sviluppavano so-
prattutto il concetto della sua eternità : non mai nata, perchè esistente ab
aeterno^ essa vive, perenne e immor- tale, attraverso un ciclo indefinito di
vite terrene (me- tempsicosi). Sotto questo aspetto pertanto la filosofia di
Pitagora dovette pure essere tenuta in qualche conside- razione da Epicuro, se
scopo fondamentale della sua spe- culazione fu di combattere i due grandi
timori onde nasce r intelicità umana, cioè il timore della morte e quello degli
dei, e se, per vincere il primo, difese con tutte le armi della logica il
principio della materialità e della mortalità dell'anima. Non risalivano forse
in gran parte alla filosofia pitagorica la dottrina platonica e le specu-
lazioni stoiche intorno alla origine divina e all'immortali- 73 tà dell' anima
? E la filosofia pitagorica non si uniformava forse, spiegandole e chiarendole,
alle più inveterate su- perstizioni, alle più profonde convinzioni, alle più
diffu-se credenze religiose degli uomini ? Se Epicuro avesse avuto solo lo
scopo della costruzione teorica dei suo sistema, sarebbe stato sufficipnte che,
ac- cettata da Democrito la teoria atomica e fattane 1' appli cazione al mondo
fisico, V estendesse, come fece realmente, al mondo psichico (per lui i' anima
constava infatti d' un aggregato d'atomi sensiferi), per trarne la conseguenza
della mortalità dell' anima o, più precisamente, del ne- cessario dissolversi
dei suoi atomi alla morte del corpo. Ma, giova ripeterlo, egli volle anche
soprattutto combat- tere il timore della morte, il quale nasce, secondo lui,
dal pensiero — alimentato dalle superstizioni religiose, e dalle favole dei
poeti e dei vati — che, morto il corpo, l'anima sopravviva. Ora, fra le varie
forme di tale cre- denza una ve n' era — largamente diffusa dalla religione,
dai misteri, da oscure predizioni sibilline, da filosofi e da poeti — secondo
la quale 1' anima non solo continuava ad esistere, ma poteva, ad intervalli,
rivivere in nuovi corpi e ritessere più d' una volta la trama della vita ter-
rena : insomma l'antichissima credenza nella metempsi- cosi. E per di più
questa credenza, anche nei termini strettamente epicurei, poteva in un certo
senso (come ve- dremo) apparire ammissibile, in quanto cioè, nell' infinità del
tempo e nel perpetuo dissolversi e ricomporsi degli atomi materiali, era ben
lecito ammettere come possibile il ricostituirsi dell' identico conglomerato
atomico che ri- creasse di nuovo il medesimo corpo e la medesima ani- ma. Data
dunque questa possibilità teorica, si comprende ohe Epicuro o i suoi seguaci
dovessero esaminarla anche al lume della logica interna del loro sistema, per
dedarne le loro conseguenze in rapporto alle due questioni del- l'eternità dell'anima
e del timore della morte. Tanto ciò è vero, che Lucrezio svolge appunto in modo
ampio ed esaurientissimo tale ipotesi e tale discussione polemica, là dove vuol
dimostrare la mortalità dell'anima e la vanità del temere la morte. Ma prima di
esaminare ed analizzare questa parte del poema che si riallaccia così
strettamente con la dot- trina pitagorica, è necessario premettere che già al
prin- cipio del primo libro, in quel mirabile e tormentato proe- mio dove il
poeta espone le ragioni, l' ordine e la materia della sua trattazione, è fatto
cenno delle varie credenze e opinioni intorno all' anima e dell' importanza
capitale che la soluzione del problema psicologico ha, nel sistema epicureo, in
ordine alla necessità di sradicare dall' animo umano il timore della morte. E
questo cenno, sia in se stesso, sia per il ricordo che ad esso si collega del
famoso sogno di Ennio, ha pure importanza per il nostro tema. Per rassicurare
infatti Memmio — al quale il poema è dedicato — che potrebbe dubitare,
accettando la dottrina epicurea, di commettere atto di scellerata empietà, Lu-
crezio dimostra che anzi la religione fu causa che gli uomini commettessero
delitti nefandi, come il sacrificio d’Ifigenia in Aulide. E poi soggiunge che,
vinto anche il timore degli dei, può tuttavia rimaner sempre quell' altro
timore, che è alimentato dalle spaven- tose favole dei poeti sulla vita d'
oltretomba, da sogni e da apparizioni, e trova la sua ragion d' essere nell'
igno- ranza umana intorno alla vera natura dell' anima. Di qui pertanto la
necessità di studiare — insieme con la natura delle cose celesti, degli dei e
della materia — anche il problema dell' essenza dell' anima e della natura dei
sogni e delle visioni. E precisamente nei versi si accenna in par- ticolare
alle varie dottrine intorno all'origine dell'anima e intorno alla sorte che le
tocca quando muore il corpo: 112 Ignoratur enim quae sii natura animai, nata
sit^ an cantra nascentihus insinuetur^ et simul intereat nobiscum morte dir
empia, 115 an tenehras Orci visat vastasque lacunas^ an pecudes alias divinitus
insinuet se, Ennius ut noster ceeinit, qui priìnus amoeno detulit ex Helicone
perenni fronde coronam, per gentis Italas kominuìu quae darà clueret\ 120 etsi
praeterea tamen esse Acherusia tempia Ennius aeternis exponit versibus edens^
quo ncque permanent animae ncque corpora nostra^ sed quaedam simulacra modis
pallentia miris; unde sibi exortam semper fiorentis Homeri 125 commemorai
speciem lacrimas effundere salsas coepisse et rerum naturam expandere diciis (2).
Quanto all' origine dell' anima, Epicuro sosteneva che essa era nativa (nata)-^
ma altri invece la credeva entrata già fatta nel corpo al momento della nascita
(an contra Mi pare qui perfettamente accettabile la lezione già proposta dal
GoBEL (permanent è coug. pres. da pcrmanare)^ che è la più ragionevole
correzione del permaneant dato dai codici. Ne so ve- dere in qual modo tale
correzione urti, come dice il Giussani, con- tro il senso di permanare. (2) In
questi versi, come in quelli che citerò più innanzi, mi attengo alla lezione e
alla grafìa data da GIUSSANI (vedasi) --
De rerum natura, Torino, Loescher;. nascentibus insinuetur). Quanto alla sorte
che 1' aspettava al morire del corpo le opinioni invece erano tre: l'epicu-
rea, che r anima si dissolvesse col dissolversi degli atomi corporei [simili
intereat nobiscum morte dirempta) ; la popolare, che scendesse all'Orco, o Ade
o Averne [te- nebras Orci visat vastasque ìacunos) ; la pitagorica, che
passasse per virtù divina nel corpo di altri animali (pe- cudes alias divinitus
insinuet se ). Le due ultime però non erano in contraddizione fra loro ; tanto
è vero ap- punto che Ennio, nel sogno famoso degli Annali, pur esponendo la
teoria pitagorica, ammise altresì 1' esistenza dell'Ade e dei templi Acherontei^
ai quali però discen- deva non già l'anima (questa passava — subito? — in altri
corpi), ma un' ombra, come a dire un doppio, del- l'anima stessa, di mirabile
pallore: come quella precisa- mente che egli narrava gli fosse apparsa nel
sogno — doppio dell' anima del divino Omero — che, piangendo a- mare lagrime,
gli svelò l'essere delle cose. E dunque evidente, per questo accenno alla
dottrina psicologica epicurea in contrapposizione con quella di altri filosofi
ed anche di Pitagora, che nel terzo libro di Lucrezio dobbiamo trovare discussa
in qualche modo — e lo è infatti esaurientemente — la teoria pitagorica della
metempsicosi. 4. Ma non v' è forse cenno d' un' altra concezione che fu propria
di Pitagora e dei suoi seguaci ; voglio dire della concezione dell' anima-
armonia? La cosa, del resto, è tanto più
evidente se si pensi clie Lu- crezio compose verosimilmente questa parte del
proemio del primo libro, quando già aveva composto il terxo. Si veda in
proposito la paziente e lucida analisi di GIUSSANI (vedasi). È un fatto che il
poeta, nel terzo canto, prima di ac- cingersi a determinare la natura materiale
- atomica del- l'anima nelle sue due distinzioni dì animus od anima., confuta
una dottrina • — certo ancor diffusa ai suoi giorni — che negava 1' esistenza
dell' anima, o meglio le ne- gava una consistenza sua propria, non pure
extracorporea, ma nel corpo stesso, concependola soltanto come una spe- cie di
armonia delle funzioni organiche : 98 sensum aniìni certa non esse in parte
lo^atuìn^ vermn habitum quendam vitalem corporis esse^ 100 karmoniam Orai quam
dieunt^ quod faciat nus vivere eum sensu^ nulla curn in parte siet ìuens : ut
bona saepe valetudo eum dicitur esse corporis, et non est tamen haec pars ulta
valentis, sic animi sensum non certa parte reponunt. Ora chi, prima di Epicuro,
aveva svolto cosiffatta dot- trina, che anche ai tempi di Platone e di
Aristotile era tanto diffusa da far sentire all' uno e air altro (1) la ne-
cessità di confutarla ? Pitagora e i suoi seguaci, e spe- cialmente, fra
questi, Filolao, avevano bensì accettato e svolto il concetto dell'
anima-armonia; ma che però tale concetto non potesse avere pei Pitagorici il
senso datogli (1) Platone, Fedone; Aristotile, Del- Vanima^ I, 4. Dopo
Aristotile la svolsero ancora, accettandola e difendendola, Aristosseno
talentino (Cicerone, Tuseulane., I, l9)" e DiCEARCo di Messina (Cicerone,
ibidem^ I, 20). La si fa risalire
veramente a Parmenide e a Zenone d' Elea (DioG. Laerzio): ma che debba
riconoscersi anche come propria di Pitagora e di Filolao dimostrò già il Boeckh
nel suo Philolaos., (p. 177); tanto è ciò vero che nel dialogo platonico chi la
espone è Simmia, discepolo d,l Filolao, ed Echecrate pitagoreo la riconosce per
propria dottrina {Fedone.,qui da LUCREZIO (vedasi) e neppure quello datogli da
Simmia nel dialogo di Platone, è appena necessario di dire, se esso si
accordava — nel sistema di quella scuola — con l'altro della metempsicosi,
ossia con il concetto della preesistenza e immortalità dell' anima stessa. L'
ironia lucreziana dun- que dei versi: ... recide harmoniai fìomen^ ad organicos
alto delatum Heliconi — sive aliunde ipsi porro traxere et in illam
trastulerunt^ proprio quae tum res nomine egehat - quid quid id est habeant. .
come le argomentazioni di Socrate nel Fedone — era- no volte non contro la
teoria di Pitagora, ma contro quella interpretazione e limitazione
materialistica di essa, per cui r anima era ridotta a semplice funzione del
corpo. Ed è ben naturale che — così limitata e interpretata — la combattessero,
insieme con gl'idealisti platonici, anche i materialisti epicurei : poiché per
gli uni rappresentava la negazione della essenza individuale e quindi della
immor- talità dello spirito, e per gli altri, significava l' inesisten- za di
quella quarta sostanza atomica (la sostanza senso- riale) onde essi concepivano
costituita (insieme con le altre tre sostanze elementari aria, freddo e caldo)
1' anima u- mana (1). Si comprende quindi che Lucrezio, prima di Per Epicuro 1'
anima è bensì nativa e mortale, ma è però, fin che vive il corpo, sostanziata
di materia atomica ed è parte dell' essere umano — ne più ne meno di quel che
ne siano parte le mani, i piedi, gli occhi, ecc. (Luce.) e localizzata nel
petto, di dove si diffonde per tutto il corpo, è adibita alla re- cezione dei
moti e delle immagini sensoriali e alle funzioni intel- lettuali : sì che
ammettendo la teoria dell'anima-armonia veniva a cadere tutta la teoria
psicologica degli atomi sensiferi, delle im- accingersi alla esposizione della
teoria psicologica, confu- tasse questa dottrina, che non solo negava all'
anima una sua localizzazione nel corpo, ma veniva in ultima analisi a negarne
1' esistenza. Dimostrata la materialità dell'animo, LUCREZIO (vedasi) passa a
dar le prove, ventotto in tutto, della sua mortalità. Ora vi è un gruppo di
queste che combat- tono il concetto della immortalità sotto l'aspetto non già
del persistere dell' anima dopo la morte, ma del suo pree- sistere alla nascita
del corpo e della possibile pluralità delle sue esistenze terrene. Qui siamo
evidentemente nel campo della metempsicosi, e occorrerà quindi esaminare quest'
altro centinaio di versi. Veramente non soltanto i Pitagorici — con la dottrina
della metempsicosi — ammisero, fra gli antichi, un' esi- stenza pre-terrena
dell' anima, ma anche Platone e gli Stoici; e inoltre, come ho già osservato
più volte, tale dottrina non fu che la elaborazione filosofica d' una cre-
denza largamente diffusa nelle leggende popolari, nella poesia, neir arte, e
rafi'orzata se non derivata, dagli in- magini, dei sogni, delle visioni, delle
allucinazioni (anche queste vere immagini materiali) che V anima riceve dal di
fuori, ma non produce essa stessa. Cicerone infatti, parlando di Aristosseno e
di Dicearco, dice appunto che essi con la loro teoria venivano a dimostrare «
nihil esse omnino animum^ et hoc esse nomen totum inane^ frustraque ammalia et
animantes appellari, neque in homine inesse animum vel animam nec in bestia
Ttcsc.), e più esplicitamente più sotto -- Dicearehus quidem et Aristoxenus.
... nullum omnino animum esse dixerunt ». segnamenti religiosi che s'
impartivano nei Misteri. Sì che gli argomenti di Lucrezio possiamo affermarlo con si- curezza — non
sono esclusivamente contro i Pitagorici. Ma poiché Pitagora, se anche trovò già
nei Misteri e fra il popolo tale credenza, e se pure la derivò, c?ome vo-
gliono, dall' Egitto, fu veramente il primo che le diede veste filosofica, e su
di essa fondò 41 suo sistema dottri- nario, dal quale mossero, dopo di lui, e
Platone e gli altri, così dobbiamo pur esaminare le ragioni del poeta epicureo,
che venivano, in sostanza, a battere in breccia ed a scalzare uno dei capisaldi
della filosofia pitagorica. Gli argomenti che Lucrezio adduce contro 1'
opinione della preesistenza dell'anima sono quattro, svolti in quattro
successivi e continui gruppi di versi, e rincalzati poi — dopo conchiusa questa
parte fondamentale della sua trat- tazione — nella meravigliosa invettiva
contro il timore della morte. a) Il primo argomento è desunto dalla mancanza in
noi di ogni ricordo dell' esistenza anteriore alla nascita: se la nostra anima
è esistita un'altra volta e quindi è entrata nel corpo al momento della
nascita, perche non siamo assolutamente in grado di ricordarci del tempo
trascorso e non serbiamo in noi qualche ri-
C è bisogno di rammentare che appunto ctalla realtà di tale ricordanza —
rappresentata non già dalla reminiscenza di parti- colari di una anteriore vita
terrena, ma dalla inoppugnabile e in- controvertibile esistenza delle ideo
innato nella mente di ciascun uomo — Platone deduceva la necessità
d'un'anteriore esistenza dell' anima e quindi della sua immortalità ? (Yedunsi
nel Fedone ì capitoli l8-22ì. 2) E, come si vede, io svolgiiuento di quel che
ha accennato nel verso 113 del proemio al primo canto. membranza delle nostre
azioni passate ? Dunque l'anima ha mutato così da potere perdere interamente la
facoltà di ricordare le proprie vicende ? Se così è, questo non differisce
molto dalla morte ; bisogna quindi concludere che r anima di prima è morta e
che quella che abbiamo in questa vita è stata creata proprio in questa vita.
Ora si noti che il poeta non trae, dalla mancanza della memoria del passato, la
conclusione che sembrerebbe le- gittima : « dunque 1' anima non è preesistita »
; ma dice soltanto che — dato pure che potesse essere material- mente esistita
— il fatto di non serbar coscienza del passato dimostra che ora essa ha
cambiato personalità (personalità infatti non è altro che persistere di una me-
desima coscienza), cioè che è morta da quella che era, per diventare un'altra.
Praeterea si immortalis natura animai constai et in corpus nascentibus
insinuatur, 670 cur super ante actam aetatem meminisse nequimus nec vestigia
gestarum rerum ulla tenem^us ? nani si tanto operest animi mutata potestas,
omnis ut actarum exciderit retinentia rerum, non, ut opinor, id a lete iam
longiter errai; quajjropter fateare
necessest quae fuii ante interasse, et quae nune est nunc esse creaiam. Insomma
in questi versi non si nega la possibilità che siano preesistiti, e quindi che
esistano in eterno i com- ponenti materiali dell' anima, ma bensì si nega il
persi- fl) Su questo argomeDto della mancanza di ogni ricordo, come vedremo fra
poco, Lucrezio ritorna ancora, prima con un semplice cenno (al v. 766) e poi
più innanzi (vv. 845 e seguenti) accennan- do alla possibilità della rinascita
dell'anima e del corpo. stere in eterno della coscienza, che, per Epicuro,
deriva dai moti atomici dei quattro componenti dell'anima. D'altra parte,
continua il poeta, se 1' energia vitale del- l'anima entra in noi quando,
formato il corpo, usciamo alla luce del mondo, essa dovrebbe vivere non come fa
— che si vede che è cresciuta col corpo e con le membra immedesimandosi nel
sangue, — ma dovrebbe, non fusa col corpo, vivere a sé come in una prigione.
Ora, poiché avviene proprio il contrario e cioè 1' anima é diffusa per tutto il
corpo, sì che ogni parte di esso sente, e cre- sce e si sviluppa col corpo
stesso — segno é che non é entrata in esso perfetta, e che, partecipando delle
vicende del corpo, nasce (e quindi anche muore) con esso. E am- messo pure che,
• perfetta e in sé raccolta all'atto di en- trare nel corpo, si diffondesse poi
subito in ogni sua parte appena entrata, questo equivarrebbe a uno scomporsi e
dissolversi per cambiar natura: insomma equivarrebbe a un morire per rinascere
tosto altra da quella di prima. Un altro argomento pare al poeta di poter
trarre dal fatto del formarsi dei vermi onde pullula il cadavere in
putrefazione. Se l'anima che li avviva non è costitui- ta, come pensava
Epicuro, da residui frammentari dell'ani- ma primitiva, (il che dimostra che
l'anima stessa, potendo frazionarsi, é peritura e mortale) bisognerebbe
ammette- re — ed eccoci ancora alla metempsicosi — che nei vermi si incarnino
anime preesistenti; nel qual caso, lasciando pure a parte la stranezza che
mille subentrino là di dove una è partita, o esse stesse si formano il proprio
corpo dalla materia putrescente, o lo trovano già fatto e vi en- trano ; ma
nella prima ipotesi non si capirebbe perchè, piuttosto che restar libere,
dovessero affaticarsi spontaneamente a rinchiudersi in un carcere corporeo,
dove neces- sariamente dovranno soffrire; nella seconda varrebbe il
ragionamento fatto precedentemente che un' anima non può entrare, intrecciarsi
ed espandersi in un corpo già formato senza snaturarsi. 720 quod si forte
animus extrinsecus insinuari vermibus et privas in corpora posse venire eredis,
nec reputas cur milia multa animarum conveniant unde una recesserit, hoc tamen
est ut quaerendum, videatur et in discrimen agendum, 725 utrum tandem animae
venentur semina quaeque vermiculorum ipsaeque sibi fabricentur ubi sint, an
quasi corporibus perfectis insinuentur . at neque cur faciant ipsae quareve
laborent dicere suppeditat, neque enim, sine corpore cum sunt, 730 sollicitae
volitant morbis alguque fameque : corpus enim magis his vitiis adfine laborat,
et mala multa animus contage fungitur eius. sed tamen his esto quamvis facere
utile corpus cui subeant: at qua possint via nulla videtur. 735 haut igitur
faciunt animae sibi corpora et artus, nec tamen est uiqui perfectis insinuentur
corporibus: neque enim poterunt suptiliter esse conexae, neque consensus
contagia fient. c) In terzo luogo, se veramente ci fosse la metem- psicosi,
perchè non dovrebbe, nelle sue peregrinazioni, un'anima di leone, per esempio,
capitare in un cervo o quella d'un avoltoio in una colomba, e viceversa, per
modo che ne nascessero leoni e avoltoi timidi, cervi e colombe feroci ? Invece
i caratteri psichici delle singole specie si ereditano e sono costanti in esse
al pari dei caratteri fisici. Se l'anima immortale mutasse solo i corpi, questa
costanza non vi sarebbe o, almeno, soffrirebbe molte eccezioni. E se, d'altra
parte è 1' anima che, mutando corpo, muta carattere, allora vuol dire che essa
non rimane la stessa, che cambia natura, insomma che muore per rinascere un'altra
(vv. 789-751): Dejiiqiie cur acris violentia triste leonum 740 seminium
sequitur, volpes dolus, et fuga cervi» a patribus datur et patribus pavor
incitai artus^ et iam cetera de genere hoc, cur omnia membris ex ineunte aevo,
generascunt ingenìoque, si non, certa suo quia serrane seminioque 745 vis
aniìiti pariter crescit cum corpore toto ? quod si immortalis foret et mutare
soler et corpora, permixtis anirnantes moribus essent, eff'ugeret canis Hyrcano
de semine saepe cornigeri incursum cervi, tremeretque per auras 750 aeris
accipiter fugiens veniente columba, desiperentque homines, saperent fera saecla
ferarum. illud enini falsa fertur ratione, quod aiunt immortalem animam mutato
corpore flecti : quod m^utatur enim dissolvitur, interit ergo. Se poi si
volesse invece sostenere la metempsicosi solo entro i limiti di ciascuna
specie, e dire che un' anima umana non s'incarna successivamente in altro che
in uomini, allora si potrebbe sempre chiedere: perchè può, di Così, a mio
avviso, svolse il concetto delle trasmigrazioni deli' anima la scuola
pitagorica: limitandolo cioè entro i confini della specie umana, die se quasi
tutte le testimonianze attribui- scono ai seguaci di Pitagora 1'
interpretazione più lata a cui Lu- crezio accenna nei versi or ora citati, tali
testimonianze si può dimostrare che o sono esagerate per amor di polemica o di
satira, 0 sono errate per confusione della metempsicosi pitagorica con quella
egiziana od orientale in genere, o, in qualche caso, possono spiegarsi dando un
signifiv,ato simbolico al passaggio dell'ani- ma nel corpo di un animale. In
tale categoria rientra, per me, la testimonianza di Ennio che, nel sogno già
citato degli Annali, fa- saggia che era, diventare sciocca, dal momento che non
s' è mai visto un fanciullo assennato né un piccolo pu- ledro esperto come un
robusto cavallo ? Forse che la men- te in un corpo tenero, si fa tenera anch'
essa ? Allora dunque non è immortale se, trasmutando corpo, perde in tal modo
la vita e il sentimento di prima: Sin animas hominum dicent in corpora sem,per
ire humana, tamen quaerain cur e sapienti 760 stulta qiieat fieri, nec prudens
sit puer ullus, 762 nec tam doctus equae pullus quam fortis el^ui vis ?
scilicet, iìi tenero tenerascere eorpore ìnentem confugient, quod si iavi fìt,
fateare necesscst 765 mortalem esse animam, quoniam mutata per artus tcmto
opere amittit vitam sensumque priorem.
Infine — e siamo così alla chiusa, di sapore umoristico, di questa serie
di argomentazioni contro la preesistenza e la metempsicosi — non è cosa
oltremodo ridicola, dice il poeta, che ad ogni accoppiamento e ad ogni parto di
animali stiano lì pronte delle anime, e, in numero innumerevole, immortali
aspettino membra mor- tali, e lottino e gareggino a chi prima e di preferenza
riesca a penetrare ? Se pure non e' è fra le anime il patto che chi prima
arriva a volo entri per prima e cosi non ci sia fra loro nessuna lotta
violenta: Denique conubia ad Veneris partusque ferarum llb esse animas praesto
deridieulum esse videtur, expeetare immortalis niortalia membra innumero
numero, ceriareque praeproperanter cendo esporre dall' anima di Omero la
dottrina di Pitagora, lo fa anche dire d'essere divenuta un pavone (« pavone »
qui significa « cielo »). Perciò credo prettamente pitagorica, e non stoica, la
dottrina della metempsicosi che svolge Virgilio nel sesto dell'Eneide. inter se
quae prima potissimaque insinuetur ; si non forte ita sunt animarum foedera
pacta, 780 ut, quae prima volans advenerit, insinuetur prima, neque inter se
contendant virihus hilum. 6. Qui terminano gli accenni che Lucrezio fa alle
cre- denze e dottrine pitagoriche : ma poiché subito dopo, in quella parte di
questo stesso terzo canto in cui si dimo- stra la vanità del timore della
morte, è formulata l' ipo- tesi della resurrezione delia medesima anima nel
mede- simo corpo, e tale ipotesi -è stata da qualcuno identificata con V
analoga dottrina pitagorico-stoica della palingenesi, dobbiamo esaminare anche
questo passo. Continuata e compiuta dunque la dimostrazione della mortalità dell'anima,
il poeta ne trae subito la legittima conseguenza che la morte non ci riguarda
per nulla. Come non abbiamo sentito niente di ciò che è acca- duto prima della
nostra nascita (perchè l' anima nostra non esisteva), così non sentiremo nulla
dopo morti, per- chè una volta avvenuto il distacco fra corpo ed anima (e la
conseguente dissoluzione di questa) noi, che esistia- mo solo per l'intima
unione di entrambi, non esisteremo e quindi non sentiremo più. E giunto a
questo punto conclusivo il poeta avrebbe potuto fermarsi, come infatti, sembra,
si fermò in una prima redazione del poema, nella quale seguivano a questa
dimostrazione i versi che la rincalzano. Senonchè piti tardi, tornandovi sopra
fece un'aggiunta in cui è formulata la suddetta ipotesi, che dobbiamo appunto
esaminare. Accetto senz' altro le
conclusioni di GIUSSANI (vedasi), sì per l'interpretazione dei vv. 860-867, sì
per la composizione di tutto que- sto interessante brano. Rimando perciò il
lettore all'opera già citata, voi. Poiché in essa è detto anzitutto che se
pura, dopo avvenuta la separazione, l'aDima avesse facoltà di sentire, anche in
tal caso la cosa non riguarderebbe punto noi, che siamo solo in quanto anima e
corpo sono stretti in un'esistenza unica. La quale ipotesi peraltro (che 1'
anima senta staccata dal corpo) s'intende bene da tutto quel che il poeta ha
detto precedentemente, che non era assolutamente ammissibile, perchè fuori del
corpo l'anima neppure esiste, consistendo la morte, per lui, nel rompersi del
legame tra corpo ed anima e nell'immediato dissiparsi degli ato- mi di questa,
appena rimasta priva del suo coibente. Ma vi era però un'altra ipotesi, la quale
per di più poteva apparire ad alcuno non del tutto in contrasto come la
precedente con la dottrina epicurea ; l'ipotesi cioè di un possibile ricrearsi
materialmente identico del nostro essere, anima e corpo. Anche in -questo caso
però la morte non ci riguarderebbe affatto per l' interruzione della coscienza
personale fra le due esistenze. E tale ipo- tesi appunto il poeta svolge nei
versi 845 e seguenti, in questo modo : GIUSSANI (vedasi) crede invece di poter
sostenere che l'ipotesi, per quanto strana, non è però in contraddizione
assoluta — in astratto — con la teoria epicurea. Ora a me le sue ragioni non
sembrano buone, e perciò credo piuttosto che qui Lucrezio abbia formulata un'
ipotesi che è interamente al di fuori della dottrina d' Epicuro : come poteva
infatti pensare che una qualsiasi persi- stenza del sentire dell' anima fosse
possibile, dopo il distacco dal corpo, se per lui l'anima non poteva
assolutamente esistere fuori del corpo che la tiene unita ? Perchè dunque
Lucrezio ha formulata l'inverosimile ipotesi ? Forse unicamente come ipotesi di
transizio- ne alla successiva; se pure non si tratta qui di un'argomentazione
per absurdum. 845 iVec, si materiem nostram collegerit aetas post ohitum
rursumque redegerit ut sita nunc est, atque iterum nobis fuerint data lumina
vitac, pertineat quiequam tamen ad nos id quoque factum, interrupta semel cum,
sit repetentia nostri; 850 et nune nil ad nos de nobis attinet, ante qui
fuimus, neque iain de illis nos adficit angor, nam cum respicias immensi
temporis omne praeteritum spatium,, tum. motus m,ateriai multimodis quam sint,
facile hoc adcredere possis, 855 semina saepe in eodem, ut nunc sunt, ordine
posta haee eadem, quibus e nunc nos sumus, ante fuisse : nee m,emori tamen id
quimus reprehendere mente : inter enim iectast vitai pausa, vageque deerrarunt
passim m,otus ab sensibus omnes. Ora a prima . vista questa ipotesi potrebbe
apparire identica a quella già formulata nei versi 668-676, dove si fa pur
cenno della interruzione della coscienza. Tanto che si è voluto da alcuno
vedere in questi versi un'allu- sione alla dottrina dei Genetliaci, i quali
credevano che nello spazio di 440 anni il medesimo corpo e la mede- sima anima
rivivessero insieme (1) e ciò dipendentemente dalla dottrina della palingenesi
universale che era propria dei Pitagorici e degli Stoici. Ma in verità qui non
si tratta punto di questo, poiché mentre in quei versi si parla del rinascere
della medesima anima in nuovi corpi, e nella dottrina dei Genetliaci si parla
del ricongiungersi dell'identica anima e dell'identico corpo (nell' un caso e
neir altro però 1' anima non ha mai perduto la sua perso- nalità), qui invece
si considera il caso di una duplice (1) Il primo a pensar questo è stato
l'editore inglese di Lucre- zio, il Munro, il quale cita il passo di S.
Agostino {De civ. Dei) che ho già riportato al principio del Gap. III.
creazione ex novo per accozzamento degli stessi atomi, cioè si considera la
possibilità della rinascita d' un iden- tico aggregato atomico
corporeo-psichico nel rispetto della teoria epicurea. Che poi ciò fosse
legittimo e logico è un'altra quistione (1); ma sta di fatto che Lucrezio for-
mula r ipotesi secondo la logica del sistema di Epicuro. 7. Cosicché, per
riassumere e concludere, abbiamo ve- duto che il nostro poeta accenna a quattro
diverse opi- nioni intorno all'anima: 1*) che essa non esiste a so, ma risulta
dall' armonia delle funzioni organiche (teoria di Aristosseno e Dicearco); 2*)
che essa nasce e si distrug- ge col corpo, ma ha una propria ubicazione
nell'organi- smo umano (nel petto) e risulta di quattro elementi (moto, caldo,
freddo, sostanza atomica sensoriale) (teoria epicu- rea); che essa sopravvive
al corpo e scende nell'Ade, donde può uscire per apparire agli uomini (credenza
popolare); 4^) che essa, non solo sopravvive al corpo, ma è preesistita ad esso
e può incarnarsi più volte. E abbia- mo veduto come quest'ultima dottrina,
della quale abbia- mo fatto particolare esame, fu intesa e interpretata in modi
diversi: a) l'anima immortale passa attraverso mol- teplici esistenze,
cambiando specie animale -- teoria egiziana; l'anima immortale passa attraverso
molteplici esistenze, ma entro i limiti della propria specie e conservando la
propria identità personale (teoria pitagorica-platonica-stoica); e) l'anima può
bensì rinascere, magari nell'identico corpo.
L'ha posta con molta sottigliezza GIUSSANI (vedasi). Ma si veda anche
quello che osserva in prop9SÌto il Pascal nel suo scritto « Morte e
resurrezione in Luerexio » pubblicata nella Riv. di Filologia classica e
ristam- pato nel volume Graecia capta. 90 senza però conservare la propria
identità personale (ipo- tesi
epicurea-lucreziana). La teoria b poi alla sua volta fu diversamente
svilup- pata, poiché vi era chi sosteneva che l' anima potesse bensì reincarnarsi,
ma in corpi sempre nuovi; chi invece che si reincarnasse nel medesimo corpo, e
ciò in atti- nenza a una dottrina più generale, anzi universale, se- condo la
quale non pur l' anima e il corpo umano anda- vano soggetti a periodici ritorni
alla vita, ma tutto l'uni- verso si distruggeva e si ricreava perfettamente
identico (pitagorici, stoici e genetliaci). Con questa teoria però non veniva
distrutta la credenza nell'Ade o Averne come luogo di espiazione, poiché, se
anche l'anima riviveva, scendeva all' Ade un suo doppio (eidolon, simulacrum)
che poteva anche riuscirne (e ve- rosimilmente si distruggeva nell'atto che
l'anima tornava a nuova vita terrena) (Ennio). Quanto alla teoria pitagorica in
particolare, abbiamo veduto che Lucrezio ne parla, in sostanza, in due luoghi:
1**) nel proemio del primo libro; nella confutazione dell'ipotesi della
preesistenza dell'anima nel terzo libro; e che non debbono ritenersi affatto
come riferi- menti a Pitagora né il cenno alla dottrina dell' anima- armonia
(e. Ili, vv. 98-135) né l'ipotesi della rinascita, come è formulata nei vv.
845-859 dello stesso libro. Ipotesi la credo, e non vera teoria di Epicuro;
che, in sostanza, Lucrezio la formula come tale, per potere opporre l'
argomento per lui capitale della interruzione della coscienza anche a coloro
che, dal punto di vista della sua stessa dottrina, avessero potuto pensare ad
una eventuale rinascita dell' anima col medesimo corpo. Veri e propri trattati
d' indole pitagorica sappia- mo con certezza che compone VARRONE (vedasi), il
quale, nato nel 116 av. Cr. , morì quasi nonagenario nel 27. Eruditissimo in
ogni campo del sa- pere, fu, appunto per questo, incaricato da Giulio Cesare di
mettere insieme ed ordinare in Roma una grande bi- blioteca, specialmente di
opere latine e greche ; ciò che gli diede agio di allargare e approfondire
ancor più le sue conoscenze enciclopediche, delle quali si valse per comporre
innumerevoli opere, trattando dei più svariati argomenti, occupandosi d' ogni
genere di ricerche, racco- gliendo con cura particolare tutte le tradizioni
sacre e profane della patria, e dettando pure^ a quel che ci ha lasciato
scritto Quintiliano, un' opera filosofica in versi {praecepta sapientiae
versibus tradidit) (1). Della sua prodigiosa attività e di una ricchissima
messe di opere letterarie, storiche, filosofiche, scientifiche — si ricordano
di lui non meno di 74 opere in 620 libri — non ci re- stano purtroppo che
scarsi avanzi ( poco più di nove li- bri ) e numerose citazioni, massime dei
Santi Padri, che da Varrone attinsero largamente notizie d' ogni sorta. Sì che
siamo quasi all'oscuro sul contenuto della maggior parte dei suoi scritti, di
molti dei quali ci resta appena appena il titolo. Così dei suoi famosi
Logistorici^ che era- no in 76 libri, e contenevano discussioni di argomento
filosofico con miscela di notizie storiche, conosciamo i ti- toli di alcuni,
nei quali si doveva trattare più o meno largamente di filosofia pitagorica :
tali sono 1' Attico o dei numeri (Atticus sive de nunieris) il Tuberone o dell'
ori- gine umana {Tubero seii de origine humana) il Gallo o delle meraviglie
{Gallus de admiraìidis), il libro de sae- culis e r altro de philosophia; ma
quale ne fosse preci- samente il contenuto non sappiamo. Così, d' altra parte,
ci è rimasta notizia d' un' opera in nove libri intorno ai principii dei numeri
(de principiis numerorum), la quale, messa accanto sìiV Attico già citato e
alla testimonianza (1) intorno a Varrone si veda l'opera di Gaston Boissier,
Etude sur la vie et les ouvrages de Varron. Per i libri Antiquitatum rerum
divinarum pubblicati nel 47 av. Cr. si consulti lo studio dall' Agahd nei
JahrhUcher f. class. Philologie^ 24*©^ Supplement- band I Heft, Leipzig, 1898.
di Gellio (Notti Attiche 3,10), che riferisce come Varrone trattò in maniera
oltremodo compiuta del numero sette- nario ( Varrò de numero septenario
scripsit admodum conquisite)^ prova che il grande reatino dovette conoscere
profondamente la teoria pitagorica e specialmente la dot- trina fondamentale
dei numeri. È veramente un peccato che di tali opere non resti quasi nulla,
giacché da esse, avremmo forse potuto trarre molta luce a chiarimento di questa
famosa dottrina, che era il pernio della speculazione metafisica e simbolica di
Pitagora. Qualche passo tuttavia che ce ne è rimasto, vale a dimostrarci che
larghe e geniali applicazioni potè avere per opera del Maestro e dei suoi
seguaci la teoria stessa, che fu feconda di eccellenti e mirabili scoperte nel
campo delle scienze sperimentali. a) Poiché le investigazioni matematiche dei
Pitago- rici non furono soltanto rivolte alla ricerca delle proprie- tà dei
numeri, ma anche fuori dei campi dell' aritmetica e della geometria, trovarono
le più nuove e piìi larghe applicazioni nel vasto e infinito campo dei fenomeni
na- turali. Una delle prime e forse la più importante scoperta di Pitagora fu
dovuta a una di quelle felici intuizioni che, in ogni tempo, sono state il
privilegio del genio; intendo parlare della determinazione matematica degli
accordi, che poi dalla musica, applicata a particolari fatti della natura, (1)
Già il Kathgeber {Orossgriechenland unti Pythagoras^ Gotha 1855, p. 423)
scrisse : « Dem M. Terentius Varrò aus Reato, der aufgeklàrt iiber Pyihagoras
war, bot sein Werk hobdomades Gele- genheit zur Erwàhnung dar ». 94 portò a
molte curiose osservazioni come quelle che ri- guardano le due diverse specie
di parto (a termine e settimino), e, applicata all' astronomia, portò alla
teorica dell' armonia delle sfere e alla concezione dell' universo come di un
tutto perfettamente armonico (kósmos). h) Fu un caso che fece volgere la mente
speculativa di Pitagora alla ricerca della teoria matematica degli ac- cordi
musicali, la cui determinazione, prima di lui, era affidata semplicemente
all'orecchio degl'intenditori. Pas- sando un giorno per istrada accanìo a due
fabbri che martellavano alternatamente un ferro sopra l' incudine, egli fu
colpito dai suoni cadenzati e armonici dei mar- telli : quelli acuti dell' uno
rispondevano così giustamente a quelli gravi dell' altro, che, entrando
ritmicamente nel suo cervello, di vari colpi ne nasceva un solo accordo. Ebbe
così la sensazione materiale di un fenomeno, intorno al quale già da qualche
tempo lavorava col pensiero, e non si lasciò sfuggire 1' occasione per
chiarirlo. Avvici- natosi ai fabbri, osserva più da presso il loro lavoro e
nota i suoni che erano prodotti dai colpi di ciascuno. Credendo che la loro
diversità di tono dipendesse dalla diversa forza degli operai, fa che essi si
scambino i mar- telli : e si accorge che invece essa dipende da questi. Allora
volse tutta la sua attenzione a determinare con esattezza i due pesi e la loro
differenza, poi fece fare altri martelli più o meno pesanti di quei due; ma dai
loro colpi nascevano suoni diversi da quei primi e per di più non intonati. e)
In tal modo capì che l'accordo dei suoni doveva nascere da un determinato
rapporto matematico dei pesi, che cercò subito di calcolare; trovati che ebbe
tutti i nu- meri che corrispondevano ai pesi dai quali nascevano suo- ni
intonati, passò dai martelli alle corde musicali: prese alcune budello di
pecora o nervi di bue di eguale gros- sezza e lunghezza, facendole tendere per
mezzo di pesi proporzionati a quelli di cui aveva fatto il computo e de-
terminato il rapporto coi martelli ; fattele risuonare per mezzo della
percussione, non solo trovò che le corde tese da pesi uguali vibravano
all'unisono al vibrare di una sola di esse, ma ottenne altresì suoni armonici
precisamente dalle corde i cui pesi stavano in rapporto di 3:4 ( 5tà xeaaàptóv
o èrul xpiTov o supe?^ tertium), di 2 : 3 (5tà Tcévxe) e di 2:4 (5tà Traawv).
Per averne poi un'altra riprova, ripetè r esperienza con alcuni flauti, in
questo modo: ne fece preparare quattro di calibro uguale, ma di lunghezza
diversa, il primo, poniamo, lungo 6 pollici, il secondo 8 il terzo 9 e il quarto
12 ; poi facendoli sonare a due a due trovò che il primo e il secondo
armonizzavano in accordo diatessdron (6 : 8 =: 3 : 4); il primo e il terzo in
accordo diapènte (6 : 9 = 2 : 3) e il primo e il quarto in accordo diapason ( 6
: 12 ^=i 2:4) (1). In tal modo egli riuscì molto genialmente alla
determinazione matematica degli accordi, ciò che permise in seguito di
estendere e perfezionare la teoria della musica. E il caso che lo con- dusse
alla scoperta non è molto dissimile da quello per il quale il Galilei,
dall'osservazione dei movimenti d'una lampada in chiesa, fu tratto a
investigare e scoprire le leggi della oscillazione del pendolo^ o da quello in
virtù del quale Newton, per la caduta di un pomo, arrivò a scoprire le leggi
della gravitazione universale. Tanto è (1) Vedasi la narrazione, desunta da
scritti varroniani, in Ma- cROBio, Gomm. ad Somnium Scipionis, II, 1, 9 e
Censorino, de die natali 10,7. 96 vero che il genio in ogni tempo e in ogni
luogo sa trarre partito dalle cose e dai fatti più semplici ! d) E una volta
messosi su questa via, che mirabile serie di investigazioni non seppe
escogitare quella pro- fonda mente speculativa, che, dall'osservazione dì due
fabbri all'incudine arrivò non pure alle leggi dell'armonia musicale, ma a
scoprire 1' armonia dei cieli e di tutto r universo ! Poiché applicando i suoi
calcoli al corso e alle distanze degli astri e dei pianeti vaganti fra il cielo
e la terra — dai quali, secondo lui, era regolato il corso della vita e degli
eventi umani — trovò che essi avevano un moto euritmico, e intervalli coi
rispondenti ai toni, e suoni, proporzionatamente alla loro tonalità, in tale
accor- do, da formare una dolcissima armonia, non però perce- pibile da
orecchio umano, per la sua forza che supera la facoltà del nostro udito.
Calcolate infatti le distanze dalla Terra a ciascun pia- neta in stadi italici
di 625 piedi, trovò che dalla Terra alla Luna ci sono circa 126000 stadi ; e
questo rappre- sentava per lui r intervallo di un tono; dalla Luna a Mer- curio
(Stilbon) calcolò una distanza uguale alla metà, ossia un semitono; di qui a
Venere, altrettanto; da Venere fino al Sole, tre volte tanto, come a dire un
tono e mezzo. Il Sole quindi distava, secondo lui, dalla Terra tre toni e
mezzo, formando così con essa un accordo diapente e dalla Luna due toni e
mezzo, formando un accordo diates- sdron. Dal Sole poi a Marte (Pyrois) stimava
esserci e- guale distanza che dalla Terra alla Luna, ossia un tono; di qui a
Giove (Phaeton), la metà, ossia un semitono; da Giove a Saturno, altrettanto,
cioè ancora un semitono; di qui finalmente al cielo delle stelle fisse, press'
a poco un mezzo tono ; e però da questo cielo al Sole poneva un FIRMAMENTO
Orbita di •e Orbita di •e Orbita di Orbita del Saturno Giove Mabte e- 3 Q. o o
II» H K> 0 •d Wi 0 0 0 ■O- SOLE Orbita di ■e Orbita di Orbita della 1 Vbnehe
Mercurio ■e- LUNA ©■ 0 •0 Wi 0 0 0 0 TJSKBà, d> > 3 Q. •« O o tt) 0 •0 u
0 0 0 cs i) 0 > »3 o 8 ti 0 •0 u 0 0 0 e 0 0 ^ 7. intervallo diatessdron (di
due toni e mezzo), e dallo stesso cielo alla Terra un intervallo in accordo
diapason (di sei toni). e) Per queste osservazioni e scoperte è ben naturale
che Pitagora dovesse convincersi che nell' universo tutto è regolato dal
numero, ossia che nulla vi è di casuale, di fortuito, di tumultuario, ma tutto
procede da leggi divine e da una determinata e determinabile proporzione (2).
Sic- ché dalla musica e dall' astronomia passando, per esempio, ' alla
tisiologia, trov^ava nel decórso del puerperio ancora una riprova della
regolarità matematica dei fenomeni na- turali. Orbene, la curiosa applicazione
che Pitagora fece della dottrina dei numeri al più complesso e meraviglioso dei
processi fisiologici, cioè alla generazione, era appunto spiegata in una delle
opere varroniane su ricordate (Tubero seu de origine humana). Queir acuto e
profondo osservatore infatti avendo stu- diato accuratamente il decorso delle
due diverse specie di parto, l'uno di sette (settimino) e Y altro di dieci mesi
lunari (a termine) che avvengono rispettivamente 210 e 274 giorni dopo la
concezione, e avendo determinato i. numeri corrispondenti ai giorni nei quali,
per ognuno dei due parti, si compiono i mutamenti più importanti — del seme in
sangue, del sangue in carne, della carne in for- ma umana — trovò che il parto
settimino è in rapporto col numero 6 e quello a termine col numero 7; non solo,
ma che i nùmeri suddetti, tanto nell' uno quanto nell'al- tro, si trovano nello
stesso rapporto degli accordi musi- cali. Ed ecco in qual modo. (1) Censorino,
de die natali, cap. 13. Maorobio, Oomm.
in Somnium Soip. Il, U, 7 e 4, 14. Nel parto di sette mesi, per i primi sei
giorni dopo la fecondazione, V umore che è contenuto nell' utero è di aspetto
lattiginoso ; nei successivi otto giorni è di aspetto sanguigno. Il rapporto
fra 6 e 8 è, come abbiamo veduto più volte, quello precisamente che forma
accordo diatessd- ron (6:8 = 3:4). Nel terzo stadio si hanno 9 giorni, in cui
comincia la trasformazione dell' umore sanguigno in carne : e il 9 col 6 forma
il secondo accordo diapènte (6:9 = 2: 3); finalmente nei 12 giorni seguenti si
ot- tiene il corpo già formato : e il rapporto di 12 con 6 forma il terzo
accordo diapason (6 : 12 .^r: 1 : 2). Questi quattro numeri 6, 8, 9, 12 sommati
insieme formano 35 giorni, i quali moltiplicati per 6 danno appunto il nu- mero
totale dei giorni, di durata della gestazione, ossia 210. Nel parto a termine
invece, con analogo ragiona- mento, il calcolo era basato sui numeri 7, 9 1/3,
10 1/2, 14, che sommati insieme danno 40 e una frazione; 40 moltiplicato per 7
dà 280, da cui detraendo 6 si ha 274. Vale a dire che nel parto di dieci mesi
iL mutamento del seme in umore latteo avviene in sette giorni anziché in sei, e
la formazione del corpo è già avvenuta dopo 40 giorni interi, che moltiplicati
per 7 danno 280, cioè quaranta settimane ; ma poiché il parto avviene nel primo
giorno dell'ultima settimana, così bisogna detrarre sei giorni, onde ne restano
274. Tanto il 210 che il 274 so- no veramente due numeri pari, laddove Pitagora
dava speciale importanza al numero dispari, tanto da ritenere — in virtii delle
sue molteplici osservazioni — che tutto è regolato da esso (1) : ciò non
pertanto, osserva Censorino Macrobio,
Saturnal.; Solino, I, 39 ; Servio, ad Bmol. che riporta tutto questo passo
Yarroniano, egli non era qui in contraddizione con se stesso, perchè i due
dispari 209 e 273 sono bensì compiuti, ma non si compie ne il 210^ né il
274" giorno in cui il parto avviene; in con- formità precisamente di
quanto ha fatto la natura sia ri- guardo alla durata dell' anno (365 giorni più
una frazione) che a quella del mese (29 giorni più una frazione). ;Non è il
caso di entrare qui in merito al valore in- trinseco e alla veracità di
siffatte osservazioni. Poiché anche se errori vi sono, bisogna naturalmente
tener conto da un lato della diversità dei mezzi d'indagine e di esperimento da
oggi a ventisei secoli or sono, e pensare dall' altro che molte delle
applicazioni della teoria dei nu- meri non dovettero neppure essere l' opera
diretta di Pi- tagora, ma il prodotto delle speculazioni dei suoi seguaci. In
ogni modo però risulta chiaro dal poco che si è ve- duto sin qui che le
speculazióni stesse non rimanevano campate nell'aria e nelle nebulosità della
metafisica, ma trovavano la loro base e la loro ragion d' essere nell' os-
servazione scientifica dei fatti naturali; sì che fu indub- biamente merito di
Pitagora e dei suoi discepoli quello di aver dato un nuovo impulso alla
scienza; e, fatta ragione dei tempi, non fu merito piccolo. f) Se la teoria dei
numeri trovava così mirabili ri- scontri nella natura e nei suoi fenomeni, è
ben naturale che ad essa dovesse pure conformarsi la vita pratica degli uomini,
almeno di quelli che si iniziavano ai mi- steri e alle profonde verità del
Pitagorismo. Ond' é, per esempio, che un'altra testimonianza varroniana ci
ricorda Censorino, de die natali 9 e 11.
Si confronti con questo il passo di Gellio, Notti attiche la particolare
considerazione in cui erano tenuti i così detti numeri cubici, ai punto che
persino nello scrivere i Pitagorici ne tenevano conto scrupolosamente badan- do
di comporre in una sola volta 216 righe o versi (216i=r 6 X 6 X 6) e non mai
piìi di tre volte tanto! Ora questo è uno di quei particolari che, presi a se,
prestano facilmente il fianco al riso e alla satira; ma in verità se noi non
possiamo spiegarci la cosa in modo ra- gionevole, ciò può dipendere dal fatto
che non conosciamo tutto il complesso della dottrina e della vita pitagorica ;
poiché è ben possibile che pratiche di questo genere rien- trassero nell' ambito
del sistema per puro amor dell' ordi- ne e doll'euritmia, al solo scopo di far
sottostare a una certa regola anche gli atti minimi e più insignificanti della
vita ; se pure non si tratta, qui e in altri casi, di esagerazioni dei seguaci
o di degenerazioni dei primitivi insegnamenti del Maestro. Ma senza soffermarci
troppo su cosiffatte quisquilie, è ben noto d'altra parte ed è ancora Varrone
che parla quanta parte avesse la musica
nel sistema educativo di Pitagora, e come egli medesimo se ne dilettasse al
punto, che ogni sera prima di addormentarsi e ogni mattina al suo svegliarsi
cantava, accompagnandosi con la cetra, per meglio disporre 1' animo ai suoi
pensieri divini. Oltre a queste notizie, che io, valendomi delle indagini già
fatte da altri, ho cercato di esporre si-
ViTRirvio, De arehiteetura Censorino, de die natali 12, 4. Si veda nell' opuscolo di A. Schmekel, De
Ovidiana Pytha- goreae doctrinae adumbratione (Giyphiswadensiae) l'appendice
Varronis Pythagoreae doctrinae frag- menta continens ». stematicamente
raggruppandole intorno alla dottrina dei numeri, altre se ne trovavano nelle
opere di Yarrone, intorno alla vita di Pitagora, intorno alla sua scuola e ai
suoi seguaci e intorno ai principii del suo sistema. Così Yarrone poneva 1'
esistenza di Pitagora al tempo di Tarquinio Prisco e quindi implicitamente non
ac- cettava la tradizione che Numa fosse stato suo scolaro a Crotone. Anch'egli
attribuiva a Pitagora il merito di essersi chiamato per primo filosofo, cioè
amante del sa- pere, e ricordandone il maestro Ferecide faceva risalire : già a
questo 1' uso di pratiche magiche per indovinare il futuro ; come pure
accennava altrove alla sua andata a Turio (Sibari) nella Calabria. E Sant'
Agostino ci ha conservato un altro passo nel quale Yarrone, da vero romano,
esprimeva la sua ammirazione perchè 1' ultima cosa che Pitagora insegnava ai
suoi discepoli, quando già fossero perfetti, sapienti e felici, era quella del
governare la cosa pubblica. Appartiene al libro quinto dell' opera intorno alla
lin- gua latina un brano in cui Yarrone afferma che Pitagora insegnava « due
essere i principii d' ogni cosa, come fi- « nito e infinito, bene e male, vita
e morte, giorno e « notte. E quindi parimenti due i modi di essere : stato « e
moto; ciò che sta fermo o si muove, corpo; il dove « si muove, spazio; il
quando si muove, tempo ; ciò che « vi è nel movimento, azione; e avvenire
appunto perciò « che quasi tutte le cose siano quadripartite ed eterne, «
poiché ne paò mai esservi stato tempo se non prece- Agostino, de civitate dei; Tertulliano,
dean. 28; Apol. 46. S. ìlggstino, de
ordine II, 20, 54. « duto da moto, — se
tempo è appunto l' intervallo fra « un moto e l' altro; né moto senza spazio e
senza « corpo, perchè l'uno (il corpo) è ciò che si muove e <^ r altro (lo
spazio) il dove; né può mancare l'azione dove « e' è movimento; onde le due
coppie di principii : spazio « e corpo, tempo e azione. Altrove ci ricorda Var-
rone un altro pensiero fondamentale di Pitagora, assunto poi pili tardi da
Aristotile, quello cioè che l'esistenza de- gli animali e però anche dell'uomo
non ha mai avuto principio nel tempo, perchè sono sempre esistiti (2). E
parimenti faceva risalire a lui quella teoria dei quattro elementi (terra,
acqua, aria ed etere o fuoco) che comu- nemente si suole invece attribuire ad
Empedocle di Gir- genti, vissuto un secolo dopo. Non mancava neppure nelle
opere varroniane qualche accenno alla teoria pita- Yabro, de Lingua Latina, Y, 11 : Pythagoras
Samius ait omnium rerum initia esse hina^ ut finitum et infinitum^ honum et
malum^ vitam et mortem., diem et noctem. Quare item duo, status et m,otus: quod
stat aut agitatur, corpus ; uhi agitatur locus; dum. agitatur, tempus; quod est
in agitatu, aetio; quare fit^ ut ideo fere omnia sint quadripartita et ea
aeterna, quod nc- que unquam tempus quin fuerit motus, eius enim intervallum
tempus; ncque motus ubi non locus et corpus, quod alter um est quod moveiur,
alterum uhi; ncque uhi agitatur, non actio ihi; igitur initiorutn quadrigae :
locus et corpus, tempus et actio ».
Vaerò, de re rustica: Sive enim aliquod fuit prin- cipium generandi
animalium, ut putavii Thales Milesius et Zeno Gittieus ; sive cantra principium
horum exstitit nullum, ut cre- didii Pythagoras Samius et Aristoteles
Stagirites\ necesse est hu- manae vitae a summa memoria gradatine descendisse.
Cen- SORINO, de die natali, IV, 3.
ViTRUVio, de architectitra, V, 1 ; Servio, ad Aeneid. VI, 724; ad
Geòrgie IV, 2l9; Ovidio, Metamorfosi, XV, 237 e seg. E cfr. Diogene Laerzio gorica
deir eternità dell' anima e alla sua dottrina della metempsicosi, a conferma
della quale ricordava persi- no le sue vite anteriori, essendo stato prima un
certo Etalide, poi Euforbo, poi il pescatore Pirro e finalmente Ermotimo.
Altrove ancora Yarrone accennava alle pra- tiche di evocazioni dei morti, che
del resto erano larga- mente usate neir antichità, come dimostra, fra le altre,
la rappresentazione di una scena di necromanzia dipinta in un monumento
cretese, scoperto da poco, che risale ai tempo pre-omerico (1500-1400 av. Cr.)
della così detta civiltà micenea o minoica (4). È finalmente quasi superfluo
dire che Varrone non mancò di parlare del famoso divieto pitagorico di man-
giar fave, connesso con la credenza nella metempsicosi e con la concezione che
Pitagora ebbe della vita post- mortale. Symmaghus, Ep. I, 4. Vabro, Sat. Menipp.^ ed. B framm. (= Nonio
Marcello, p. 121, 26); Tertulliano, de mi. 27 e 34; ad nat. I, 19; S. Agostino,
de cìv. dei 18, 45; Scholia in Lucan. p. 289, 11 e 304, 13. Tertulliano, de an. 28, 31 e 34;
Sant'A&ostino, Trinit. XII, 24.
Sant'Agostino, de civ. dei VII, 35 « Quod genus divinatiò- nis idem
Varrò e Persis dicit allatum, quo et ipsum Numam, et postea Pythagoram
philosophum usum fuisse commemorai ; ubi adhihito sanguine etìam inferos
perhibet sciseitari et nekyoman- teian graeee dicit vocari » . Quanto alle
rappresentazioni di scene di necromanzia si veda, per esempio, Drerup, Omero
(Bergamo) a p. 176 e relativa tavola a colori; e si ricordi la famosa Nekuia
omerica del libro XI dell'Odissea.
Tertulliano, Apol. 47 ; de anima, 33 ; Plinio, Nat. Hist. Tali a un di
presso le notizie di contenuto pitago- rico, che si possono far risalire a
Varrone. Data l'esiguità delle opere superstiti e la varietà degli autori da
cui fu- rono raccolte, esse sono slegate e frammentarie, ma tali però da farci
ancora una volta rimpiangere la perdita quasi totale dell' enciclopedia
varroniana, con la quale si è certo perduto per sempre un ricco tesoro di
notizie utili e importanti per la storia del Pitagorismo nell'anti- chità
classica. Ma poiché dei materiale già sistematicamente raccolto da Yarrone,
come delle sue speculazioni e delle sue ri- cerche storico-filosofiche debbono
essersi serviti non poco gli scrittori contemporanei o che vissero poco dopo di
lui, così, continuando a cercare le tracce di Pitagorismo ri-- maste nelle
opere di altri scrittori di questo tempo, po- tremo ricostruire e svolgere
qualche altro punto della dottrina di Pitagora e compiere così il quadro della
co- noscenza che ne ebbero i contemporanei di Cesare e di Augusto. Fra gli
amici di VARRONE (vedasi) è degno di essere ricordato queir APPIO (vedasi), del
quale sappiamo che è augure, pretore, console, censore, governatore della
Cilicia e legato in rapporti di amicizia anche con CICERONE (vedasi), di cui ci
restano diverse lettere a lui indirizzate. Convinto che la scienza augurale ha
il suo fondamento non già nel desiderio o nel bisogno di giovare anche col1'
ausilio potentissimo della religione agii interessi dello stato — come la
pensava l' altro grande augure C. Claudio Marcello — ma che realmente fosse un
dono concesso dagli dei agli uomini, perchè questi - fossero in grado di meglio
intendere la loro volontà e di regolare, uniformandosi a questa, la propria
condotta pub- blica e privata (1), era solito far sortilegi, oroscopi, evo-
cazioni di morti (2); ne più né meno di quello che, secondo la tradizione aveva
fatto in antico il re Numa e di quel che
avevano fatto il filosofo Ferecide di Siro, il suo discepolo Pitagora, e
Platone. Questa convinzione , suffragata dalle dette pratiche della divinazione
artificiale cui era dedito, dovette appunto indurre Appio a scrivere quei suo «
liber auguralis '> , forse di carattere polemico, che dedicò all' amico
Cicerone. lì quale fra T interpre- tazione utilitaria e razionalistica di
quelli che la pensavano come Marcello, e la fede ortodossa di coloro che la
pen- savano come Appio Claudio, ebbe un'opinione intermedia, in questo senso :
che cioè una vera e propria scienza e arte augurale fosse già esistita in
antico, ma che di essa però non fosse più depositario, al tempo suo, il
collegio degli auguri, poiché, per il lungo tempo trascorso e per r abbandono e
la negligenza in cui s' era lasciata, era, CICERONE (vedasi), de divìnatione,
sed est in conlegio vestro inter Marcellum et Appiutn, optimos augures, ynagna
dis- sensio fnam eorum ego in libros incidi), quom alteri plaeeat auspieia ista
ad utilitatem esse reipublicae composita, alteri di- sciplina vestra quasi
divinare mdeatur posse » . CICERONE
(vedasi), Tusculane: inde ea, quae meus amicus Appius nekyomanteia faciebat ».
Cfr. de divinat. Si cedano in S. Agostino, Città di Dio. CICERONE (vedasi),
Tuscul, CICERONE (vedasi), Ad familiares; Varrone, R. R. -- secondo lui,
svanita. Dichiarazione questa, che per essere fatta da un augure di tanta
autorità, non è certo di lieve momento. Sarebbe in verità molto interessante
addentrarsi nella ricerca di quel che fosse proprio questa ra antica, come la
chiamavano i greci, o aruspicina, che tanta parte ebbe nella vita privata e
pubblica degli Elioni e degli antichi Italici; ma questa trattazione mi
porterebbe troppo lon- tano dal tema di cui ora sto occupandomi. E del resto ricerche
abbastanza ampie, se non proprio in tutto sod- disfacenti ed esaurienti, sono
già state fatte in proposito. Basti dire pertanto che la mantica o arte
divinatoria si esercitava in forme e modi diversi — con T osservazione del volo
degli uccelli in un punto determinato del cielo detto templum (onde trasse
origine la parola contempla- zione), con 1' esame dei visceri (cuore, polmone,
fegato) di animali sacrificati a questo scopo (hostiae consultato- riae\ con la
interpretazione o ermeneutica dei sogni, con la considerazione dei fenomeni
celesti (tuono, lampo, ful- mine, ecc.), cogli oracoli, coi pubblici e privati
carmi profetici - ; e che era pure praticata da Pitagora, il quale vi annetteva
anzi un particolarissimo valore, tanto da voler essere ritenuto egli stesso
augure: il che CicER., de legìbus 1. II, 13, 33 ; « Sed dubium non
est, quin haec disciplina et ars auguruni evanuerit jam et vetustate et
neglegentia. Ita neque illi (cioè Marcello) adsentior,
qui negai unquam in nostro conlegio fuisse, neque UH ;cioè Appio) qui esse
etiam nunc putat ». Cfr. de divinai. 11^ 33, 70. Si vedano, fra gli altri, i
due importanti lavori del Bochsen- schììtz, Sogni e cabala nelV antichità,
Berlino, e del Cak- TANi-LovATELLi, Sogni e ipnotismo nelV antichità, Roma. (3i
CiCEBONE, de divinatione: huic rei (cioè alla divinazione) magnani auctoritatem
Pythagoras,.. tribuit, qui no naturalmente non poteva pretendere senza dare
qualche prova di virtù profetica ; e, secondo la tradizione, egli ne diede
infatti non poche. Altro amicissimo di Varrone fu, come è noto, Marco Tullio
Cicerone^ che visse dal 106 al 43 a. C. Negli scritti che in gran numero ci
restano di lui fre- quentissimi sono gli accenni a Pitagora, alla sua scuola e
alla sua filosofia ; non però tali da farci pensare a una elaborazione
personale e originale, o all' approfondimento di qualche parte delle dottrine
pitagoriche. Seguace come fu di un eclettismo che stava fra 1 ' accademismo e
lo stoicismo dell' ultima maniera, iniziato ai misteri religiosi, augure anch'
esso, appassionato se non profondo cultore della filosofia greca, della quale
si fece divulgatore fra i Romani, creando quasi ex novo per essi, dopo il
mirabile tentativo poetico di Lucrezio, la lingua filosofica, autore anche di
molte opere, nelle quali, con squisito senso di arte, trattò dei più svariati
argomenti sì metasifici che morali, Cicerone ebbe senza dubbio una conoscenza
ab- bastanza larga dell' antica filosofia italica, l'unica forse che avesse già
avuto in Roma insigni divulgatori e se- guaci, come Appio Claudio Cieco ed
Ennio, e rinnovatori come Nigidio. È anche indubitato che molto gli giovarono
per tale conoscenza — oltre che 1' assiduo studio dei filosofi gre- ci — r
amicizia di Varrone e dello stesso Nigidio Figulo, e la lettura dei loro
scritti, per noi perduti. Ma non per etiam ipse augur vellet esse ». Cfr. I,
39, 87 ed anche: Neq^ue solum deorum voces Pythagoreì observitaverunt, sed
etiam hominum, quae vocant omina. questo possiamo dire che i'Arpiuate avesse
fatto parti- colari studi intorno a quel sistema di dottrine, che, se
collimavano in parecchi punti con le sue convinzioni per- sonali, tuttavia^ per
il simbolismo onde erano involute, si prestavano assai meno delle posteriori e
piìi note filo- sofie ad essere facilmente comprese dai profani e divulgate
artisticamente. In ogni modo, volendo
raccogliere dalle sue opere le notizie che si riferiscono a Pitagora e alla sua
scuola, dovrei prendere le mosse da quel passo delle Tuscolane in cui Cicerone
parla delle dottrine pita- goriche, della loro diffusione in Italia e delle
tracce che esse lasciarono nelle istituzioni e nelle leggi dì Roma. Ma poiché
ne ho già discusso lungamente, rimando senz'altro i lettori al primo capitolo
di questo studio. Di Pitagora Cicerone dice in due luoghi che fu disce- polo di
Ferecide, specialmente per la sua dottrina suir eternità dell' anima, in quanto
egli insegnava 1' esi- stenza di un' anima universale, compenetrante tutta la
natura e ciascuna delle sue manifestazioni, e la deriva- zione da essa di ogni
anima umana. E per ciò che riguarda la natura di questa, Cicerone stesso
accettò la distinzione - fatta prima da Pitagora e poi da Platone — De
divinatione; Tusculane: Pherecides Syrius primuìn dixit anìmos esse hominum
sempiternos. .. Rane opìnionem discipulus Pytkagoras ìnaxime confirmavit
». De natura deorum: Pytkagoras censuìt
ani- mum esse per naturatn rerum omnem intentum et eonmeantem, ex quo nostri
animi earperentur ». De seneetute: « Au- dieham, Pythagoram Pythagoreosque
numquam dubitasse, quin ex universa mente divina delibatos animos haberemus ».
dell' anima in due parti, V una ragionevole, in cui questi filosofi ponevano la
tranquillità, cioè una placida immu- tabile costanza, e V altra irragionevole,
onde traevano origine i moti torbidi sì dell' ira come del desiderio. Per la
quale credenza V uno e l'altro ammisero la pos- sibilità di accrescere le forze
conoscitive dello spirito, specialmente nel sonno, quando a questo l' uomo si
fosse disposto opportunamente con particolare dieta e con una meditazione
preparatoria ; e credettero nella
divinazione, al punto che Pitagora, come ho già ricordato, pretendeva di essere
egli stesso profeta. Cicerone seppe anche dei viaggi di quest' ultimo nelle
terre più lontane, del suo colloquio con Leonte, il capo dei Fliasii, in cui
per la prima volta si chiamò filosofo (4), della successiva venuta in Italia,
dei suoi studi di geometria e del sacrificio d'un Tusculane: Veterem illarti
equidem Pytkagorae pri/num, dein Platonis diseriptionem sequar, qui anlìnum in
duas partes dividunty alter ani rationis participem f aduni y alte- rani
expertem ; in participe rationis ponunt tranquillitatemy id est placidam
quietarnque constantiam, in illa altera 'ruotus turbi- dos cum irae, twìn
cupiditatis, conirarios ìnimicosque rat ioni ». De divinatione: Pythagoras et
Plato,., quo in somnis certiora videamus, praeparatos quodam eultu atque victu
proficisci ad dormiendum jubent ; faba quidem Pythagorei utiqus abstinere,
quasi vero eo cibo mens, non venter infletur ». Sulle meditazioni serotino, ma
di altro genere, vedasi De senectule 11, 38 : Pythagorii quid quoque die
dixissent, audissent, egissent, eommemorabant vesperì » ; e sulla astinenza
dalle fave si con- fronti de divinatione I, 30, 62 e II, 58, 119. TuseuL, IV, 19, 44; 25, 55; de fìnibus. TuseuL. Cfr. sopra e vedi Diogene Laerzio,
Proemio, 12, che desume la notizia da un libro di Eraclide pontioo. bue alle
Muse per aver trovata la soluzione d'un teorema (1), della sua dimora a Crotone e a Taormina in Sicilia, della sua operosa
vecchiezza e infine della sua dimora e della morte a Metaponto. Quanto alla
dottrina e alla scuola, oltre al noto prin- cipio autoritario dell' ipse dixit^
che biasima, e a quello che ho accennato or ora della natura dell' anima,
Cicerone ricorda la teoria dei numeri, 1' armonia del mondo e il culto della
musica, l'astinenza dai sacrifìcii cruenti e il rispetto per gli animali,
naturale e logica conseguenza del concetto pitagorico della vita, il divieto
del suici- dio e infine la bella
concezione dell' amicizia, vera comunanza di spiriti e di vita (11), che diede
fra gli altri il mirabile e notissimo esempio di Damone e Finzia; oltre ai
quali il nostro scrittore ricorda altri pitagorici. De nat. deorum. La cosa per altro non par
cre- dibile a Cicerone, perchè Pitagora si sa che non volle sacrificare una
vittima neppure ad Apollo delio, per non bagnare di sangue un altare. E non ha
torto. De re publica II, 15, 28; ad
Atticum IX, 19, 3. De consul. Cfr.
Giamblico, Vita Pythag. De senectute. De
finibus V, 2, 4. De nat. deor., I, 5,
10. Per la critica ed il valore di questo principio autoritario si veda
nell'Appendice « Il sodalizio pitago- rico di Crotone » . Tuscul.; Acad. pr. e
Somnium Seipionis. De nat. deor.; Tuscul. ;
de re pubi.. De senect.; prò Scauro, De officiis; de legibus; Tuscul., Y, 23,
66. a2) Tuscul.; de officiis; de finibus; Cfr. Porfirio, V. P. 59. 8. e cioè
Filolao di Crotone e il suo discepolo Archita di Taranto, Echecrate di Locri,
Timeo ed Acrione contem- poranei di Platone (1). Di quest'ultimo poi egli dice
esplicitamente che, dopo la morte di Socrate, prima si recò in Egitto e poi in
Italia e in Sicilia per conoscere da vicino le verità scoperte da Pitagora, e
che stette molto con Archita e Timeo e potè procurarsi i commentarli di Filolao
(che esponevano per iscritto per la prima volta le dottrine del maestro, fino
allora trasmesse solo oralmente e sotto il vincolo della segretezza) ; e poiché
allora appunto era più che mai ce- lebre nella Magna Grecia il nome di
Pitagora, praticò con Pitagorici e si dedicò ai loro studi. Tanto che, pre-
diligendo egli Socrate sopra ogni altro e volendo rappre- sentarlo adorno di
ogni virtù e sapienza, fuse insieme la piacevolezza e la sottigliezza socratica
con 1' oscurità del simbolismo pitagorico e nei suoi dialoghi fece parlare il
maestro in modo che, anche quando discuteva di morale e di politica, si studiò
di mescolarvi i numeri, la geometria e r armonia, alla guisa di Pitagora. Dal
quale poi De finibus, V, 29, 87. De re pubi.: In Platonis libris multis locis
ita loquitur Socrates, ut etiam cum de moribus, de virtutibus denique de
republica disputet, numeros tamen et geometriam et harmoniam studeat Pythagorae
more eoniungere. Tum Scipio : Sunt ista, ut dtcis, sed audisse te credo, Tubero^
Platonem, So- crate mortuo, primum in Aegyptum discendi causa, post in Ita-
liam et in Siciliani contendisse, ut Pythagorae inventa perdisceret, eumque et
cwrn Arehyta Tarentino et cum Timaeo Locro multum, fuisse et Philolai
commentarios esse nanctum, quunique eo tem- pore in his locis Pythagorae nomen
vigerci, illum se et hominibus Pythagoreis et studiis illis dedisse. Itaque cum
Socratem uniee dilexisset eique omnia tribuere voluisset , leporem Socraticum
tolse di peso la dottrina ferecidea sull'eternità dell'anima, aggiungendovi
però di suo una spiegazione razionale (1). Un complesso dunque di notizie, o
meglio di accenni, superficiali e sconnessi, che rappresentano press'a poco il
grado di conoscenza che del Pitagorismo ebbero gli uomini colti dell'età di
Cicerone. — Ma vi è un' opera di questo fecondo scrittore, anzi un frammento
della sua opera "più importante, sul quale dobbiamo fermare un poco più
particolarmente la nostra attenzione, per la molteplicità degli elementi pita-
gorici che contiene: voglio dire il Sogno di Scipione^ così famoso e di tanta
importanza per la storia della mi- stica, sia considerato in se stesso sia per
i commenti che ebbe ; poiché intorno ad esso si affaticarono molti ingegni, da
Macrobio e da Eulogio, che ne fecero amplissima ana- lisi nel quarto secolo,
all'inglese Wynn Westcott, che suMilìtatemque sermonis cum obscuritate
Pythagorae et cum illa flurimarum artium gravitate contexuit. TuscuL,: Platonem
ferunt, ut Pythagoreos cogno- sceret, in Italiam venisse et didleisse Pythagorea
omnia primumque de animorum aeternitate non solum sensisse idem quod Pytha-
goram sed rationem etiam attutisse » . De amicitia: Neque enim adsentior iis,
qui nuper haec disserere coeperunt, cum corporibus simul animos interire atque
omnia m>orte deieri. Plus apud me antiquorum auctoritas valet, vel nostrorum
m>ajo- Tum.... vel eoriim, qui in hac terra fuerunt magnamque Orae- ciam,
quae nunc quidem deleta est, tum florebat, institutis et praeceptis suis
erudierunt, vel eius, qui Apollinis oraeulo sapien- tissimus est iudieatus, qui
non tum hoc, tum illud, ut in plerisque, sed idem semper, animos hominuvi esse
divinos, iisque, cum ex corpore excessissent, reditum in eoelum patere
optimoque et iu~ stissimo cuique expeditissimum. Quod idem Scipioni videbatur »
AuRELii Maceobii Ambrosii Theodosii V. ci. et inlustris Gom- Quentarius ex
Cicerone in Somnium Scipionis libri duo. Favonii EuLoan oratoris almae
Karthaginis Disputatio de somnio Scipio- nis, scripta Superio y. e. cos.
Provinciae Bizacenae. non molti anni addietro ne pubblicò una traduzione di-
cendolo senz' altro, (non so però con quale fondamento che non sia una semplice
presunzione ipotetica) un fram- mento dei Misteri. a) Mi preme tuttavia di
mettere subito in chiaro che, affermando pitagorico il contenuto di questo
sogno, non voglio con ciò asserire né che Cicerone fosse un seguace di quella
filosofia, né che desumesse direttamente le idee informative del sogno stesso
da scritti pitagorici : poiché so bene che studi fatti recentemente da valentissimi
cri- tici come Gylden, Corssen, Pascal, hanno messo in chiaro che fonti
ciceroniane per la materia di esso furono o poterono essere Platone, Posidonio
ed Era- tostene. Ma sta di fatto che noi troviamo raccolti in esso tutti 0
quasi i concetti suesposti, che Cicerone stesso at- tribuiva a Pitagora e ai
suoi seguaci ; il che dimostra ancora una volta, se pur ve ne fosse bisogno,
che i filo- sofi posteriori fecero proprie e tramandarono l'uno all'altro molte
delle idee e degli insegnamenti della scuola crotoniate. L' idea poi di valersi
d' un sogno per fare un'espo- sizione di principi filosofici già era venuta,
agli albori della letteratura romana, a un grande scrittore e poeta, pitagorico
per giunta: voglio dire Ennio, del quale si é già veduto nel capitolo secondo. Somnium Seipionis. The vision
of Scipio considered as a fragment of the Mysteries, London, 1899. (2) Vestigia Platonis in Gieeronis Somnio
Scipioìiis. De Posidonio Rhodio M. T.
Gieeronis in l. I Tuscul. disp. et in Somnio Seipionis auctore. Bonnae. Di una fonte greca del Somnium Seipionis di
Cicerone, nei rendiconti della R. Accademia di Archeologia, Lettere e belle
Arti di Napoli. Ripubblicato in « Oraecia Capta », Firenze, Le Monnier Sicché
possiamo ben dire pitagorica l' ispirazione di questo bellissimo frammento
ciceroniano: tanto più che abbiamo sentito or ora, per bocca dello stesso
Cicerone, che opinione Pitagora e i suoi avessero intorno al sonno e alle forze
conoscitive dello spirito nel riposo e nella quiete del corpo. Questo sogno,
poi, secondo le osservazioni di Macrobio, partecipava contemporaneamente di
tutte e tre le forme principali o profetiche dei fenomeni del sonno, oracolo,
visione e sogno: oracolo (oraculum =^ xpr^pta-ctafió?), in quanto apparvero a
Scipione addormentato il padre Lucio Emilio Paolo e il padre adottivo Scipione
Africano Mag- giore, uomini venerandi, che avevano anche coperto ca- riche
sacerdotali, e gli predissero quello che egli avrebbe fatto come generale e
come magistrato e la sua morte a 56 anni ; visione (visio = Spajjta), in quanto
durante il sonno parve all' Emiliano di essere trasportato in cielo e più
precisamente nella via lattea, — dove avrebbe poi dovuto tornare dopo morto a
godervi la felicità concessa da Dio ai buoni reggitori degli Stati — e di lassù
con- templare r universo e i pianeti e la terra stessa divisa nelle sue cinque
zone ; sogno propriamente detto {som- nium 3= ovetpo?), perchè la profonda
verità delle cose a lui dette dalla grande anima di Scipione non poteva essere
svelata e chiarita senza il lume dell' ermeneutica. Tanto è vero che il
commento interpretativo di Macrobio è di gran lunga più esteso che tutti i sei
libri della Re- pubblica, e non meno lunga è la dissertazione di Eulogio, che
verte specialmente intorno alle qualità mistiche dei numeri e alla musica delle
stelle. Macbobio, 1. I, e. 3. Volendo dunque Cicerone esaltare i grandi
uomini che -si resero benemeriti della patria e mostrare quale premio, dopo la
morte, fosse dato alle loro virtù, quello cioè di ritornare alla loro patria
celeste, immaginò che uno degli interlocutori dei dialoghi intorno alla Repub-
blica, Publio Cornelio Scipione Emiliano, narrasse agli altri interlocutori un
sogno da lui fatto quando, essendo tribuno in Africa, fu ospite del re
Massinissa, grande amico di Scipione il Maggiore. Uscita dal corpo durante il
sonno, V anima dell' Emi- liano si trova trasportata, a un tratto, nella via
lattea, dove, giusta le credenze dei Pitagorici, avevano loro sede le anime
degli eroi, tanto prima di scendere in terra a vestirsi d' umana carne, come
dopo aver fatto il loro pel- legrinaggio quaggiù. Ascoltata dall' Africano la
predizione delle sue imprese e della sua morte, che sarebbe avvenuta quando la
sua Somnium: Omnibus qui patriani
conservaverint, adiuverinty auxerint, certuni esse in caelo defìnitum locum,
ubi beati aevo sempiterno fruantur Harum rectores et conservatores hinc
profeeti huc revertuntur ». Al qual proposito osserva il Cors- SEN che l' idea
è forse presa dai Pitagorici. Infatti a proposito dei versi 12-13 del 1. XXIV
della Odissea, in cui è detto che le anime dei Proci guidate da Hermes «
andavano alle porte del Sole e al popolo dei Sogni e poi giunsero nel prato
degli asfodeli, dove abitano le anime, ombre dei trapassati » scrisse Por-
firio (àe antro ISiympharum, e. 28) che il popolo dei sogni non sono altro che,
secondo Pitagora, le anime che dicono raccogliersi nel cerchio della via
lattea. Poiché il prato degli asfodeli i Pitago- rici appunto lo immaginarono
in quel cerchio. Anche Plutarco (de faeie in orbe lun.) scrisse che le anime
dei buoni si indugiavano per un certo tempo nella parte più tranquilla del
cielo che chiamavano prati dell' Ade. età avesse percorso « uno spazio di otto
volte sette giri e rivoluzioni del sole e questi due numeri (ognuno dei quali,
per ragioni proprie a ciascuno di essi, era ritenuto perfetto) avessero
compiuto col naturale succedersi degli anni la somma a lui predestinata, e
saputo — quasi a conforto del suo triste destino — che egli pure sarebbe salito
lassù, dove si trovava anche suo padre Paolo, « dunque, chiede, siete vivi tu e
mio padre e gli altri che crediamo estinti ?» « E come ! gli risponde Scipione,
anzi noi che siamo volati quassù liberandoci dai legami corporei come da un
carcere siamo veramente vivi ; la vostra, che si chiama vita, è morte ». E
riveduta, con intensa commozione, 1' anima del padre, chiede ad essa : « Perchè
dunque, se questa è la vera vita, debbo in- dugiarmi e vivere ancora sulla
terra ? » « Perchè, gli viene risposto, se quel Dio a cui appartiene tutto
l'uni- verso non ti ha prima liberato dal carcere corporeo, non ti può essere
aperto l'adito a queste sedi beate. Gli uomini sono stati creati per dimorare
sulla terra, che occupa il centro del creato, ed è stato dato ad essi l'animo, originario
di quei fuochi eterni che chiamate costellazioni e stelle e che, di forma
sferica e circolare, animati da menti divine, fanno i loro giri e descrivono le
orbite loro con prestezza mirabile. Perciò tu e tutti gli uomini pii dovete
trattenere l'animo vostro nei legami corporei e non disertare, contro la
volontà di chi ve l'ha data, dalla vita d' uomini, perchè non sembri che voi
vogliate (1) Somnium 4, 12. Della pienezza o perfezione dei due nume- ri 8 e 7
parla a lungo Macrobio nei capitoli Y e VI, adducendone partitamente le ragioni
; e ciò, naturalmente, secondo le teorie e le speculazioni pitagoriche.
Altrettanto dicasi di Eulogio. sottrarvi al compito umano assegnatovi da Dio.
Perciò il padre lo esorta ad essere giusto ed a coltivare la pietà, perchè così
vivendo si aprirà la via per ritornare al cielo fra quel santo stuolo di anime
che, già vive ed ora se- parate dalla materia corporea, abitano la via lattea.
Dalla quale poi l' Emiliano contempla estatico lo spettacolo dell' universo
stellato e il roteare dei nove cerchi o meglio globi, di cui il pili esterno,
che abbraccia gli altri, è quello delle stelle fisse, o firmamento, lo stesso
dio su- premo che tiene uniti e racchiude in sé tutti gli altri, cioè i cieli
di Saturno, di Griove, di Marte, del Sole, di Venere, di Mercurio, della Luna,
nel mezzo dei quali sta, immobile, la Terra (3). E mentre osserva i cieli
roteanti, ecco lo colpisce un' armonia solenne e dolce, quella cioè che è
prodotta dal movimento delle sfere e dal loro per- cuotere neir aria, onde si
producono suoni acuti e gravi, che insieme formano i sette accordi della lira
(4) : proprio secondo la dottrina pitagorica, che ho già chiarita nel capitolo
precedente. L' ammirazione per la grandezza e la novità delle cose che vede e
ode non fa però che Scipione distolga gli occhi dalla terra, sì che
l'Africano Somnium Cfr. il luogo già
ricordato del De seneetute dove è detto esplicitamente che questo concetto è di
Pi- tagora : « vetat Pythagoras iniussu imperatoris, id est dei, de praesidio
et statione vitae decedere ». (2) Somnium, 8, 16. Tutta questa concezione della terra immobile
nel centro di un ambiente sferico, intorno al quale s'aggirano col firmamento i
sette cieli planetarii, è prettamente pitagorica ; e tale fu pure, se- condo il
Martini, la scoperta della direzione del corso dei pianeti e della eclittica. Vedasi il Gìjnther,
Oeschichte der antiken Natur- wissenschaft in Miiller's Handbuch V, 1. (4) Somnium. Cfr. Quintiliano, Insite, oratoria. gliene
mostra parte a parte i circoli, le zone, le acque e conclude che essa è campo
ben ristretto per la gloria degli uomini : onde la vanità della gloria stessa,
la quale non può neppur durare lo spazio di uno solo dei grandi anni mondani. «
Se tu dunque, conchiude la grande anima, vorrai mirare in alto e tenere volto
lo sguardo a questa dimora eterna, non curarti dei discorsi del volgo né porre
la speranza delle tue azioni nei premi degli uomini : bisogna che la virtù per
sé stessa con le sue blandizie ti tragga alla vera gloria. Esaltato dallo
spettacolo delle cose viste e dalle promesse, dalle predi- zioni, dai consigli
uditi, l' Emiliano promette di adope- rarsi con tutta r anima per il bene della
patria e 1' avo lo conferma nel suo proposito dichiarandogli V immorta- lità
dell' anima. « Ricordati che non tu, ma il tuo corpo è mortale ; e che tu non
sei quello che codesta forma corporea fa apparire: ciascuno é ciò che é l'anima
sua, non quella parvenza che può mostrarsi a dito. Sappi che tu sei DÌO; se
divina è quella forza che anima, che sente, che ricorda, che prevede, che regge
e modera e muove questo corpo, a cui è preposta, così come il sommo Dio regge,
modera, muove il mondo ; e come lo stesso Dio eterno muove il mondo per qualche
rispetto mortale, così il fragile corpo è mosso dall' animo sempiterno. Della
durata di circa 12000 anni' comuni, secondo le dottrine dei Genetliaci, dei
quali ho accennato nel capitolo terzo. Somnium.
Somnium: Tu vero enìtere et sic haheto, non esse te mortalem sed corpus
hoc; nee enini tu is es, quem forma ista declarat : sed mens cuiusque is est
quisque, non ea figura, quae digito demonstrari potest. Deum te igitur scito
esse, siquidem est deus, qui viget, qui sentit, qui meminit, qui providet, qui
tam Tu esercita questo nelle più nobili cure: e nobilissime sono le cure spese
per il bene della patria; onde l'animo che in esse si adopera e si esercita
volerà piti velocemente in questa sede e dimora sua. Anzi tanto più presto vi
verrà se, fin da quanto è chiuso nel corpo saprà uscirne e, contemplando quel
che è fuori di esso, stac- carsene il più possibile. Perchè gli animi di quelli
che si abbandonano ai piaceri del corpo e si rendouo quasi schiavi di essi e,
sotto l'impulso dei desideri obbedienti ai piaceri, violano i diritti divini e
umani, usciti dal corpo vanno svolazzando intorno alla terra e non ritornano a
questo luogo se non dopo aver trascorso in perenne agi- tazione molti secoli. E
con 1' enunciazione di questi concetti pitagorico-platonici il magnifico sogno
finisce. regit et tnoderatur et movet id corpus, cui praepositus est quam kune
mundum ille princeps deus ; et ut mundum ex quadam parte mortaleni ipse deus
aeternus, sic fragile corpus animus senipiternus movet ». Anche questo, è bene ricordarlo, era un
concetto pitagorico; tanto è vero che Pitagora, serbava come insegnamento
ultimo ai suoi discepoli quello relativo all' esercizio dei pubblici poteri. V. S. Agostino, de ordine II,
24, 54. Somnium: Hanc tu exerce optimis
in rebus : sunt autem optimae curae de salute patriae, quibus agitatus et exer-
citatus animus velocius in hanc sedem et domum suam pervolabit. Idque ocius
faeiet, si jam tum, cum erit inclusus in corpore, eminebit foras et ea, quae
extra erunt, contemplans quam maxime se a corpore abstrahet. Namque eorum
animi, qui se corporis voluptatibus dediderunt earumque se quasi ministros
praebuerunt impulsuque libidinum voluptatibus oboedientium deorum et homi- num
iura vìolaverunt, eorporibus elapsi circum terram ipsam volutantur nec hunc in
locum nisi multis exagitati saeculis rever- tuntur ». Nel tempo del quale ci stiamo occupando non è a
credere che la conoscenza del Pitagorismo avesse i suoi riflessi soltanto negli
scritti di prosa e di poesia del genere di quelli che abbiamo già visti,
destinati a un pubblico eletto e relativamente limitato ; che anzi l' inse-
gnamento fondamentale della dottrina di Pitagora, cioè la metempsicosi, e il
precetto dietetico dell'astinenza dalle fave erano così entrati, come oggi si
direbbe, nel domi- nio pubblico, da essere oggetto di satira e di riso nel
teatro popolare. Fra quelle specie di farse infatti che fu- rono i mimi è ricordata
una Nekyomanthia (Evocazione di morti) di DECIMO LABERIO (vedasi), che è
contemporaneo di CICERONE (vedasi) e del quale Tertulliano ricorda una satirica
interpretazione della metempsicosi : « Insom-
ma, se qualche filosofo affermasse, come dice Laberio secondo 1'
opinione di Pitagora, che 1' uomo si fa dal mulo e la serpe dalla donna, e in
tavore di questa opinione volgesse, con parola efficace, tutti gli argomenti
possibili, non incontrerebbe 1' approvazione di tutti e non indur- rebbe forse
anche a credere che ci si debba perciò aste- nere dalle carni animali? Chi
potrebbe esser sicuro di non comperare eventualmente del manzo di qualche suo
antenato ? Laberio dunque avrà tirato scherzosa- mente in ballo in qualche
farsa, della quale nulla peraltro sappiamo, la teoria di Pitagora ; e non è
neppur difficile pensare che gliene abbia data occasione una situazione comica
in cui fossero in contrasto 1' ostinata cocciutag- gine d' un uomo e la
velenosa malizia d' una donna. Il commento e le deduzioni ironiche circa
l'astensione dalle carni che aggiunge Tertulliano ricordano quella che è forse
la prima testimonianza, in ordine di tempo, che ci rimanga intorno alla
metempsicosi pitagorica ; voglio dire i noti versi di un'elegia di Senofane
{contemporaneo di Pitagora, ma un po' più giovane di lui) : E dicon eh' egli un
giorno, vedendo un cagnuol maltrattato, Ebbe di lui pietà, poscia in tal guisa
parlò : € Cessa, ne bastonarlo, poiché vive in lui d' un amico r anima, che
ravvisai, quando 1' ho udita guair .
Tertulliano, Apologia: « Age jam, si qui philosophus adfirmet, ut ait
Laherius de sententia Pythagorae, hominem fieri ex m,ulOy colubram, ex muliere,
et in eam, opinionem, omnia argu- m,enta eloquii virtute distorserit, nonne
consensum movebit et fìdem, infiget etiam ah animalibus abstinendi propterea ?
persuasum, quis habeat, ne forte bubulam de aliquo proavo suo obsonet ? » I versi ci furono conservati da Diogene
Laeezio Anche in questi versi infatti, come nel commento di Tertulliano,
attribuendosi a Pitagora la metempsicosi an- che animale (per una falsa
estensione però, come ho già detto), se ne mette scherzosamente in mostra il
lato ri- dicolo. Di un altro mimo dello stesso autore, intitolato Cancer, è
rimasto uno spunto di verso, in c«i si accenna a un « dogma pitagorico », che
molto probabilmente possiamo ritenere che fosse la stessa metempsicosi.
Finalmente Cicerone e Seneca ci hanno conservato il ricordo di un terzo mimo,
di autore sconosciuto, intitolato Faba, del quale sarà forse stato argomento la
satira dello stesso dogma di Pitagora e dei precetti riguardanti il vitto e 1'
astensione dalle fave. Né è davvero il caso di me- e prendendoli da lui, li ha
citati anche Suida (sotto la voce Xeno- phanes). Si veda a proposito di essi e
delle altre antiche testimo- nianze pitagoriche che risalgono ad Eraclito,
Empedocle, Ione, ecc. ciò che ha scritto lo Zeller nei Siizungsber. d. preuss.
Akad. Si è recentemente messo in dubbio che questi versi si riferiscano a
Pitagora ; ma tali dubbi sembrano al GoMPERz (Penseurs de la Orèce) infondati.
Ed ha per- fettamente ragione.
Prisoiano. P. e Anon. Bern. negli
Anal. Helvet. dell' Hagen : « nec pythagoream dogmam docius ». CICERONE
(vedasi), ad AH. XVI, 13 : « videsne consulatum illum no- strum, quem Curio
antea apotheosin vocabat, si hic factus erit, fabam mimum futurum ? » e Seneca
Apocoloc. 9 : o olim magna res erat deum fieri, iam fabam mimum fecistis ». Debbo
tuttavia notare che da qualcuno si è proposto di leggere ■8-aù[jia in luogo del
primo fabam, e famam in luogo del secondo. V. in proposito la Eiv. di filol.
class. CAPOCASALE (vedasi) in Il mimo
romano (Monteleone) pensa che forse vi si dovea mettere ravigliarsene, solo che
si consideri con che argomenti piccini e con che sciocche ragioni si cercava di
persua- dere della necessità di tale astensione. Del resto anche ORAZIO
(vedasi) si prese amabilmente gioco di questi due stessi punti della dot- trina
pitagorica. Che se in una delle sue satire rievocava con vivo senso di
nostalgia le parche cenette di campa- gna fatte di fave e di erbaggi conditi
col lardo, è evi- dente che egli — da buon epicureo — si infischiava del
precetto del filosofo; non solo, ma lo prendeva anche un po' in giro, facendo
addirittura la fava « consaguinea di Pitagora. E la prima parte della famosa
ode d' Archita non pare, per dirla col Pascoli, « un attacco ai sistemi
filosofici in azione la parentela che esiste, secondo Pitagora, tra la fava e r
uomo, ed il passaggio dell' anima in una fava ». Ora queste, più che opinioni
del severo filosofo, furono certo stramberie di begli spiriti, che gliele
attribuirono per burlarsi meglio di lui e delle suo idee, come fece Orazio, per
esempio. Si veda, per esempio, il. capitolo 43 della vita di Poefirionk. (2)
Orazio. Sat. II, 6, 63-64: 0 quando faba Pythagorae cognata siwiulque XJneta
satis 'pingui ponentur oluscula lardo ? Un' altra scherzosa allusione vogliono
vedere i più degli inter- preti d' Orazio nel v. 21 della XII Epist. del libro
I {veruni seu pisces seu porrun et caepe trucidas)^ dove riferendosi il verbo
tru- cidare non solo ai pesci, ma anche ai porri e alle cipolle {quasi che
anche in queste, come nella fava, si trovassero anime dei morti) verrebbe a
prendersi un po' in giro 1' amico Iccio — che s' occupava di filosofia — e con
lui la dottrina pitagorica della metempsicosi, alla quale verrebbe data una ben
larga estensione. Qualcuno peraltro (per es. il Ritter) nega ogni allusione.
che ammettono la sopravvivenza dello spirito, sistemi quasi personificati in
Archytas, per opera del quale il Pythagorismo entrò nelle dottrine di Platone ?
. Dice infatti il poeta : « Te, o Archita, che misuravi il mare e la terra e l'
innumerabile arena, tiene ora fermo presso il lido di Matinata lo scarso dono
di poca sabbia, e nulla ti giova aver esplorato 1' aria, dove altri che l'uomo
abita, e aver corso per la volta del cielo con Tanimo destinato a morire. È
morto anche il padre di Pelope, che pur banchettava con gli dei, e Titone, che
fu tolto alla terra e sollevato neir aria, e Minosse, che fu ammesso agli ar-
cani di Giove, e il regno dei morti tiene anche il figlio di Panto (Euforbo),
che scese alF Orco un' altra volta (dopo la sua nuova incarnazione in
Pitagora), sebbene, con lo scudo che fece staccare (dalla parete del tempio di
Giunone argiva in Micene) data testimonianza del tempo della guerra trojana,
non avesse concesso alla nera morte (così affermava lui) niente più che i nervi
e la pelle; e tu (che eri un grande pitagoreo), splendido mallevadore della
verace scienza del tutto lo sai bene.- Ma tutti ne attende un' uguale notte
senza fine e tutti dobbiamo calcare una volta sola (e non più, come tu credi)
la via che conduce sotterra. Le furie offrono alcuno gra- Pascoli, Lyra romana, Livorno, Giusti. Per
altri modi d' intendere quest' ode, che è la 28* del lib. I, si veda il
commento dell' Ussani, Le liriche di Orazio, Torino, Loescher, e in particolare
1' opuscolo dello stesso autore Uode d' Archita. Roma, 1893. habentque Tartara
Panthoiden iterum Orco Demissurn, quamvis clipeo Trojana refixo Tempora
testatus nihil ultra Nervos atque cutem morti concesserat atrae. dita vista al
bieco Marte ; il mare insaziabile è ministro di morte ai naviganti ; si
susseguono senza posa i fune- rali sì dei vecchi che dei giovani, l'implacabile
Proserpina non ebbe mai rispetto ad alcun capo ». E. evidente che qui Orazio,
affermando recisamente che tutti, senza distinzione, subiremo un egual destino
mor- tale, e contrapponendo in particolare la sua affermazione al ricordo « di
Pitagora redivivo » , come lo chiama altra volta, fa doli' ironia bella e buona
alle spese del « fi- gliuolo di Panto ». 3. E Virgilio (15 ott. 70-21 sett. 19
a. C.j in qual conto tenne le dottrine pitagoriche ? Esercitarono esse qualche
influsso sul suo pensiero e lasciarono traccio vi- sibili neir opera sua, dal
momento che sappiamo — per quello che ce ne dice egli stesso e per quello che
ci hanno tramandato i suoi biografi e commentatori — che egli ebbe grande
inclinazione agli studi filosofici e che desiderio di tutta la sua vita fu
quello di potervisi de- dicare di proposito ? Nel tempo in cui Figulo e i
Sestii tentarono di far rivivere in Roma la filosofia pitagorica, è possibile
pen- sare che uno spirito come quello di Virgilio, colto, cu- rioso e
naturalmente portato alle speculazioni filosofiche, non ne abbia avuto
conoscenza? Per me non solo non v' è argomento di dubbio, ma credo di poter
dire anche In uno degli Epodi (XV, 21) Orazio accenna ancora alle varie vite di
Pitagora nel verso « nee te Pythagorae fallant arcana renati », dove è da
notare anclie 1' allusione al carat- tere segreto e misterioso della dottrina
(arcana) Nelle Satire no- mina una volta (II, 4, 3) Pitagora con Socrate e con
Platone e nelle Epistole ricorda il sogno pitagorico di Ennio. a; ì^i1^ Dicerone, come ho già mo strato
nelle precedenti credette di ravvisare nelle pratiche e nei prin- Pitagorismo
Torigine di molte delle più antiche L romane, e con Cicerone lo avranno creduto
na- ;e anche altri. Orbene Virgilio, che con 1' opera giore mirò a
rappresentare in un meraviglioso r insieme le origini e lo svolgersi della
potenza e che perciò fece lunghi studi intorno alle ) e alle antichità romane,
dovette proprio in modo re rivolgere la sua attenzione alla filosofia pita- a
quale per di più aveva già ispirato anche il Ennio^ la cui opera degli Annali
fu uno dei mo- i quali fu condotta 1' Eneide. Questo mi par che i affermare con
certezza, anche indipendentemente 3same analitico dell' opera poetica di
Virgilio ; che procediamo a questo esame — ancorché molto rio — non solo sarà
confermata a posteriori la induzione, ma dovremo senz'altro assentire al giu-
)he di lui fece il Fontano, quanda lo disse esplici- te « poeta augurale e
profondo conoscitore della la di Pitagora » (2). ne tutti sanno, agli studi
filosofici Virgilio attese alla prima giovinezza e fu avviato in essi da un ;ro
epicureo, dal gran Sirene, com'egli lo chiama. r amore dei « docta dieta » di
lui egli avrebbe Servio, ad Aen.: Qui bene consideret inveniet omnem romanam
historiarti ab Aeneae adventu usque ad sua tempora summatim celebrasse
Virgilium, quod ideo latet quia eonfusus est ordo, etc. ». (2) « Poeta
auguralis pythagoricaeque doctrinae peritissimus » , come è detto in una nota
al Commento di Macrobìo al Somnium Seipionis, nella edizione di Lione del 1670,
pag. 66. 9. anche rinunziato in gran parte alle « dolci Muse ^ ! Yano proposito
! che queste tennero sotto la loro amabile tirannia 1' animo suo, e VIRGILIO
(vedasi) èpoeta prima che filo- sofo. Filosofia fu in lui solo in potenza : i
germi latenti nel suo pensiero — che pur si delinea abbastanza chia- ramente a
chi ne mediti l' opera poetica — sarebbero certo cresciuti in fioritura d'
arte, se fosse vissuto più a lungo, sì che, condotta a perfezione 1' Eneide,
egli avesse potuto finalmente appagare il desiderio, lungamente maturato e più
volte espresso, di poter attendere alla poesia filosofica : così noi avremmo
forse, accanto al poerna di Lucrezio, alta e mirabile esposizione del
materialismo epicureo, un poema virgiliano informato ai principi del- l'
idealismo pitagorico-stoico. L' avviamento epicureo eh' egli ebbe da Sirone, e
l'ani- mirazione che sentì per la grande arte di Lucrezio la- sciarono bensì
qualche traccia, e non soltanto formale, neir opera sua giovanile, nei poemetti
bucolici e nelle Georgiche ; ma in queste stesse poesie già si manifesta
abbastanza chiaramente un indirizzo filosofico affatto op- posto. Sulla
concezione epicurea, ma con molta libertà e larghezza di movenze, è foggiata
quella specie di teoria sull'origine del mondo che Sileno espone nella sesta
ecloga (vv. 31 e seguenti) ; ma dobbiamo ben guardarci dal darle un' importanza
maggiore di quella che essa ha realmente, col trasferirla da Sileno a Virgilio
e col dedurne perciò che questi fosse epicureo ; poiché nel campo dell' arte e
della poesia sono possibili ben altre finzioni, e 1' artista fa parlare i
personaggi che sono figli della sua fantasia secondo criteri e leggi lor
proprie. Non solo, ma alla stessa stregua allora altri potrebbe ritenere
specchio delle idee e concezioni virgiliane la quarta ecloga, che fu scritta
poco prima della sesta ; anzi lo potrebbe a maggior ra- gione, anzitutto perchè
in essa il poeta canta in persona propria, in secondo luogo perchè il concetto
che l' informa tornerà insistente e sempre più preciso negli scritti po-
steriori. Ma in verità il pensiero di Virgilio non doveva in quegli anni essere
ancora definitivamente orientato e formato.
La quarta ecloga fu composta quando il poeta aveva ventinove anni, e
precisamente alla fine del 41 a. C, allorché stava per entrare in carica Asinio
Pollione, console designato per 1' anno successivo. Sulla inter- pretazione di
questo carene, così stranamente suggestivo, s' è tanto discusso, che non si
sente davvero il bisogno d' una nuova discussione. Basti quindi accennare che
dai commentatori cristiani si credette di poter vedere in que- st' ecloga,
scritta in tempi così vicini all' apparizione del Cristo, qualche accenno alla
imminente venuta del Messia; anzi il fanciullo di cui si celebra la nascita fu
addirittura identificato col Nazareno. Non e' è da meravigliarsene, che r
intuizione artistica, nei grandi, giunge tal- volta a tali profondità e 1'
espressione poetica acquista tal forza di significazione e un tale carattere
"di univer- salità, che essa par quasi attingere inesauribilmente,
dalle Oeneralraente si ritiene composta
al principio del 40, anziché alla fine del 41; ma essendo la pace di Brindisi
stata conchiusa sul finire del 41, ed essendo avvenuta pure in quello scorcio
di anno la nascita del figlio di Pollione, Asinio Gallo (che, secondo Servio,
nacque appunto Pollione eonsule designato), mi pare che non possa esservi
ragione di incertezza ; tanto più che in tal modo meglio s' intende il futuro
inibii che accompagna il te eonsule del y. 11. .disposizioni dell'animo e dagli
atteggiamenti del pensiero di chi legge, aspetti e valori sempre nuovi. Ma che
poi proprio Virgilio abbia consapevolmente profetizzato la venuta di Cristo per
conoscenza che avesse delle predi- zioni messianiche, questa è un' altra
quistione, risoluta dai critici in senso non del tutto negativo (1). Certo è
che, in occasione della nascita d' un fanciullo — che si ritiene generalmente
sia stato Asinio Gallo, figlio di Pollione, a cui è dedicata l' ecloga — il
poeta affermava ormai venuta 1' ultima età (quella di Apollo) predetta dal-
l'oracolo in versi della Sibilla di Cuma, e sul punto di iniziarsi da capo,
incominciando dall' anno del consolato di Pollione, una nuova serie di
generazioni umane, un nuovo anno mondano, col quale sarebbe tor- nata sulla
terra la vergine Astrea (la giustizia) e sareb- bero tornati i beati tempi del
regno di Saturno (ossia r età dell' oro) e « dall' alto cielo sarebbe fatta
scendere Mancini p. es., nel suo
commento alle Bucoliche (Sandron) ha scritto (/ : « Non si può appunto
escludere assolu- « tamente (sebbene io non lo creda necessario) che Virgilio
avesse « in qualche modo conoscenza delle profezie messianiche certo «
pervenuta a Eoma, e che ne traesse qualcosa per tratteggiare « il suo puer, che
di questa conoscenza sentisse insomma gli ef- « fotti l'economia del carme ».
Per la rinomanza che Virgilio si acquistò fra i Cristiani con questa ecloga,
per ha quale fu sollevato alla dignità dei profeti che predissero la venuta di
Cristo, si veda CoMPAEETTi COMPARETTI (vedasi), VIRGILIO (vedasi) nel Medio Evo
(Firenze) e gli scritti ivi citati. L' interpretazione cristiana di questa
poesia era già molto in voga presso gli scrittori del quarto secolo. Si vedano
anche i lavori di C. Pascal : Il culto rf' Apollo in Roma nel secolo di Augusto
e La questione delV Ecloga IV di Virgilio (Torino, 1888), ristampati nel volume
Commentationes vergilianae (Palermo, R. Sandron). una nuova progenie d' uomini
» (v. 7 : jaw, nova pro- genies caelo demittitur alto). Sì che il fanciullo,
allora nascente, avrebbe visto scomparire del tutto la « gens ferrea » e
crescere insieme con lui la « gens aurea » e « ricevendo la vita degli dei »
avrebbe veduto sulla terra dei ed eroi e anch' egli si sarebbe mescolato con
loro: nella giovinezza avrebbe veduto ancora — residui delle colpe delle età
trascorse (e in pari tempo condizione necessaria al ripetersi delle vicende
umane) — nuove spedizioni marittime, come quella d' Argo, e nuove guerre, come
la trojana, finche poi nella maturità avrebbe goduto a pieno la felice pace della
nuova età, della quale già si allietavano e cielo e terra e mare. Come si vede
da questo accenno, siamo lontani le mille miglia da Epicuro ! E che cos' è poi
questa conce- zione d' una palingenesi che Virgilio tratta con sì pro- fondo
entusiasmo poetico ? Pura finzione del suo spirito? No, senza dubbio. Una
predizione dei carmi sibillini pro- metteva certo con V età d' Apollo — 1'
ultimo dei grandi periodi della vita universale — il rinnovamento del mondo e
il ritorno dell'età dell'oro; non solo, ma teorie filoso- fiche allora correnti
e che ho già avuto occasione di ri- cordare, ammettevano anch' esse il
rinnovarsi periodico dell' universo e il ripetersi perfettamente identico dei
me- desimi eventi e il ritorno alla vita degli stessi corpi e delle stesse
anime (teoria pitagorico-stoica e dei genetliaci). Pensò dunque Virgilio, nel
fingere che proprio col co- minciare dell'anno 40 si iniziasse l'ultima età
mondana designata dai carmi sibillini, a queste teorie ? A me pare che non se
ne possa dubitare. Solo ci si potrà chiedere se queir < altro Tifi » ,
quell' « altra nave Argo che tra- sporterà ancora gli eroici compagni », « le
altre guerre » che si rinnoveranno e « il grande Achille », che ancora « sarà
mandato a Troja», indichino l'identico ripetersi di tali eventi, il ritorno al
medesimo punto della vita universale, oppure indichino soltanto una generica
legge dei ricorsi storici. Il vecchio Servio infatti, pur così vi- cino ai
tempi del poeta, non seppe decidere: potendo quei nomi simboleggiare genericamente
il ritorno di eventi simili, ma non proprio gli stessi. "Certo però che,
asse- gnando Virgilio alla seconda età dell' oro già imminente quei medesimi,
identici caratteri che la tradizione dotta e popolare assegnava alla prima, si
sarebbe piuttosto in- dotti ad ammettere 1' ipotesi che il poeta abbia
raffigurato e rappresentato in atto, coi colori smaglianti della sua arte
divina, l' avverarsi della teoria pitagorico-stoica della palingenesi. E ancora
: parlando della <^ nova progenies », la quale « eaelo demittitur alto » , a
che cosa ebbe pre- cisamente il pensiero il poeta ? Ebbe innanzi alla sua
immaginazione come un flusso di anime emananti dal- l'anima universale all'
inizio del nuovo anno o periodo mondano posto sotto 1' egida di Apollo ? L' anima
del fanciullo nel pensiero del poeta non v'ha dubbio che appartenesse a questa
nuova progenie spirtale: ora, poiché il fanciullo è chiamato « cara deum
suboles, magnum lovis mcrementum, non par- rebbe che si dovesse intendere
altrimenti che la sua anima è emanata pura e semplice direttamente da Giove, e
Giove starebbe qui a indicare, più che il supremo dio dell'Olimpo pagano, quel
principio divino che è l' anima Mi pare,
non ostante il diverso parere di qualche commen- tatore (p, es. del
Pestalozza), che si debba precisamente dare al- l' espressione il suo senso
proprio e letterale. dell'universo, secondo la teoria che "Virgilio doveva
an- cora riprendere piìi tardi, nel secondo delle Georgiche, e che doveva svolgere
più compiutamente là dove, dall'ani- ma di Auchise, fa esporre ad Enea, giù
negli Elisii, la famosa « storia dell' anima ». Vero è che, come ho già
rilevato, bisogna andar molto cauti nella interpretazione di siffatti motivi
poetici e nel- r inferire da essi il pensiero filosofico animatore operante
neir artista; che questi può, indipendentemente dai pro- cessi logici normali,
assurgere per pura intuizione alla visione totale o parziale di grandi verità.
Nel caso nostro il poeta, prendendo bensì lo spunto da un fatto reale com'era
la predizione sibillina, ha forse raccolto intorno ad essa reminiscenze d'altra
origine ed aggiunti elementi nuovi di pura elaborazione fantastica; ed
espressioni poe- tiche di tale natura sono per sé indeterminate e male si
prestano ad essere analizzate e misurate con le rigide seste della logica. Non
potevamo però non tenerne conto, almeno come indice di quella tendenza
mistico-idealistica, che ancora e meglio doveva rivelarsi più tardi, in suc-
cessivi momenti dell' attività poetica del nostro autore. Da ispirazioni così
diverse e lontane come quelle della sesta e quarta ecloga appar probabile
dunque che prima dei trent'anni Virgilio non avesse ancora definiti- vamente
orientato e fermato il suo pensiero ; e forse non lo aveva neppure orientato
definitivamente quando compose le Georgiche ; poiché in queste si osservano
ancora da un lato somiglianze di pensiero e di forma con il poema lucreziano, e
dall'altro si incontrano immagini e concetti stoico-pitagorici. Mi basti
ricordare, per questi ultimi, i bellissimi versi del quarto libro, nei quali il
poeta accenna, senza ancora accettarla come propria, ma con evidente simpatia,
la concezione panteistica (che fu prima di Pitagora e poi di Platone e degli
stoici) secondo la quale 1' anima di tutti gli esseri viventi non è che una
parte, più o meno grande, dello spirito divino che, suscitando in mille forme
la vita, per- vade e penetra tutto 1' universo, e a cui tutto ritorna. His
quidam signis atque kaec exempla secuti 220 esse apibus partem divinae mentis
et haustus aetherios dixere : deum namque ire per omnia, terrasque traefusque
maris eaelumque profundum. Hine peeudes, armenta, viros, genus omne ferarum^
quemque sibì tenues naseentem arcessere vitas ; 225 seilieet hue reddi deinde
ae resoluta referri omnia, nec morti esse locum, sed viva volare \ sideris in
numerum atque alto succedere eaelo. Il filosofo, esponendo il pensiero come di
altri (quidam... dixere)^ fa ancora le sue riserve; ma il poeta evidente- mente
vi aderisce, e l'altezza dell'arte ci dice la profon- dità dell' adesione
sentimentale. Non solo ; ma il fatto che uno di questi versi mirabili (il 222)
non è nuovo, ma Virgilio lo ha ripreso tal quale dalla quarta ecloga, lega
idealmente questa col passo delle Georgiche. L' animo di Yirgilio ha dunque
ondeggiato certo a lungo prima di aderire a quelle idee contro le quali ave-
vano combattuto la dottrina di Sirone e 1' arte di Lucrezio; ma il suo
temperamento prima e poi le convinzioni che via via si vennero elaborando in
lui col maturare degli anni e degli studi dovettero riportarvelo fatalmente ;
sic- ché quando, iniziati gli studi per 1' Eneide, immergendosi tutto nelle
ricerche intorno alle origini e alle antichità romane, si trovò di fronte al
Pitagorismo, che la leggenda collegava colla sacra figura del re Numa, che
aveva ispirato anche l' arte di Ennio e che aveva in que- gli anni cultori come
Nigidio e come i Sestii, egli do- vette sentirsi preso tutto quanto da quelle
idee e assimi- larle ancora più profondamente, tanto che ad esse volle poi dare
anche più precisa e più degna espressione là pro- prio dove il poema attinge la
più alta romanità e acquista nel medesimo tempo carattere di universalità. Al
principio del sesto libro dell'Eneide, che si riteneva generalmente dagli
antichi contenesse la più pro- fonda dottrina virgiliana, Servio credette di
dover premet- tere queste parole: « Tutto Virgilio è pieno di scienza, nella
quale tiene il primo luogo questo libro, di cui la parte principale è tolta da
Omero (cioè dalla Nékyia del canto XI dell' Odissea). Alcune cose sono dette
semplice- mente (cioè senza allegoria), molte sono prese dalla storia, molte
provengono dall'alta sapienza dei filosofi e teologi egizi; talché parecchi
hanno scritto interi trattati su cia- scuna di tali cose che trovansi in questo
libro». Di que- sti trattati peraltro a noi non ne è giunto alcuno, nemmeno
quello, certo assai interessante dal punto di vista del nostro tema, che
scrisse Macrobio, 1' erudito grammatico del quinto secolo ; poiché dei suoi
Saturnali, che pure ci restano in buona parte, è andata perduta proprio quella
parte in cui si conteneva l' esame del valore filosofico dell' opera
virgiliana. E un peccato, perchè Macrobio, (1) Il compito di tale esame se 1'
era assunto, nei dialoghi dei Saturnaii, Eustaxio, filosofo per i suoi tempi
assai erudito, come ci fa sapere Macrobio stesso l'I. I, e. V) ; anzi, per la
superiorità della filosofia sopra ogni altro ordine di cognizioni, 1'
esposizione di Eustazio era la prima di tutte, come appare da ciò che è detto
come neo-platonico, avrà certo messi in rilievo gii ele- menti
pitagorico-platonici del pensiero di Virgilio, del quale, per esempio,
ricordando nel commento al Somnium Scipionis il terque quaterque beati,
riconosce neir espressione la dottrina pitagorica dei numeri. Non è certo il
caso di andar cercando, come qualche antico ha fatto, in ogni espressione, in
ogni parola di questo mirabile libro, al quale doveva ispirarsi Dante
Alighieri, i sensi più reconditi, le piti astruse allegorie, e di immaginare le
intenzioni più riposte del poeta nel comporlo. Ma sopra un punto in
particolare, che è come la chiave di volta di questo canto e che indubbiamente
è di quelli che Servio ha detto provenire dall'alta sa- pienza dei filosofi e
teologi egizi, noi fermeremo la nostra attenzione. ♦ Enea, con la scorta della
Sibilla di Cu ma è sceso al- l' Inferno. Passata la palude Stigia sulla barca
di Caronte, attraversato 1' anti-inferno o limbo (dove sono le anime dei
neonati, dei condannati a morte ingiustamente, dei suicidi) e ai campi dolorosi
(dove sono i morti per causa d' amore e famosi guerrieri), lasciato a sinistra
il Tartaro nel e. XXIV dello stesso 1. I. Senonchè il libro seguente è mu- tilo
; e la mutilazione è forse dovuta allo zelo degli scrittori cri- stiani, e si
deve far risalire al tempo in cui questi tendevano ad accentuare il carattere
profetico-cristiano di Virgilio. (1) Por Maorobio, Virgilio non solo è dotto in
ogni genere di sapere, ma è decisamente infallibile. Nel commento al Somnntm lo
dice nullius disciplinae expers e diseiplinarum om- nium perìHssimus; così nei
Saturnali: omnium diseiplinarum peritus. (2j Per esempio Elio Donato, il quale
attribuiva a Virgilio un sapere straordinario e cercò nei suoi versi dottrine
risposte e scopi filosofici ai quali certamente non aveva pensato mai. (dove subiscouo. le pene più orribili le
anime di tutti co- loro che in qualche modo hanno violato le Jeggi umane e
divine) è giunto nell' ampio Elisio, liete pianure che sono il felicissimo
regno dei beati locos laetos et amoena mrecta 630 fortunatorum nemorum sedesque
heatas. Quivi, in una luce perpetuamente serena e fiammante, le anime dei beati
(eroi morti per la patria, sacerdoti, poeti, filosofi ed artisti, benemeriti
della umanità) trascor- rono la vita su colli ameni e per valli, in prati ed in
bo- schetti, sulle rive di ameni ruscelli, continuando le loro abitudini ed
occupazioni terrene : fra esse è Museo, al quale Enea chiede notizie d' Anchise
e che gli si offre per guida. Il padre d' Enea stava in quel momento ad
osservare con attenzione le anime che si trovavano chiuse nel fondo di una
valle verdeggiante, destinate a ritornare alla vita terrena, passando in
rassegna fra esse quelle che dovevano rincarnarsi nei suoi discendenti, per
cono- scerne il destino, le vicende, il carattere, le opere future. At pater
Anchises penitus eonvalle virenti 680 inclusas animas superumque ad lumen
ituras lustrabat studio recolens omnemque suorum forte recensebai numeruni
carosque nepotes fataque fortunasque virum 7noresque manusque. Avviene fra padre
e figlio un commoventissimo incon- tro, dopo il quale Enea vede da un lato
della valle un bosco appartato e cespugli pieni di suoni e il fiume Lete (il
fiume dell' oblio) che lambisce quelle placide sedi e intorno a questo una
infinita moltitudine di anime svo- lazzanti e che riempiono tutta la pianura
del loro sussurro, simile al ronzio che fanno pei prati, nei sereni meriggi
estivi, le api, quando si posano su ogni sorta di fiori e si addensano intorno
ai candidi gigli (1). L' eroe, stupito, ne chiede al padre la ragione, e che
fiume sia quello, e che uomini quelli che si affollano così nume- rosi sulle
sue rive. E il padre subito gli risponde : « Le anime alle quali è dovuto per
destino un altro corpo, bevono alle onde del fiume Lete le acque che sigilleranno
in loro per lungo tempo il ricordo degli affanni e della vita trascorsa »:
animae, quibus altera fato corpora debentur, Lethaei ad fluminis unda'm 715
seeuros latices et longa oblivia potant. Queste anime appunto egli si accinge a
mostrargli, enumerandogli e indicandogli fra esse tutti i suoi di- scendenti (i
re Albani e gli eroi gloriosi di Roma da Silvio a Marcello il giovane) perchè
s' allieti con lui di essere finalmente giunto alle spiaggie d' Italia. Ed Enea
subito gli chiede : « 0 padre, si deve dunque credere che alcune anime di qui
tornino alla luce del cielo e ri- tornino una seconda volta nell' impaccio del
corpo ? qual mai assurdo desiderio della vita terrena hanno le infe- lici ? » :
0 pater, anne aliquas ad caelum hinc ire puiandum est 720 sublimis animas
iterumque ad tarda reverti corpora ? quae lueis miseris iam dira cupido ? Nella concezione orfica pare che le anime
destinate alla pa- lingenesi fossero chiamate api ; donde la ragione della similitudine
(Sabbadini). Ed ecco subito Anchise esporgli quella eh* io ho chia- mata la
storia dell'anima : « Anzitutto un' interiore forza spirituale anima il cielo,
la terra, i mari, la luna, il sole, le stelle, e un' intelli- genza infusa per
tutte le sue parti agita e compenetra la gran mole dell' universo. Di qui gli
uomini e gli ani- mali che vivono sulla terra, che volano per 1' aria^ che si
muovono negli abissi del mare : essi, particelle dell'a- nima universale
disseminate nello spazio, hanno vigore etereo e origine celeste ; ma, più o meno,
li inceppa la lue corporea e le membra terrene e periture li ottun- dono. Oud'
è che essi vanno soggetti a timori e desideri, a gioie e dolori e, chiuse nelle
tenebre e in cieco car- cere, le anime disconoscono il cielo onde derivano.
Tanto che, anche quando nel dì del trapasso le abbandona la vita, non si stacca
tuttavia dalle infelici ogni male né le lasciano interamente le sozzure
corporee ; molte delle quali anzi; avendole profondamente intaccate, devono ne-
cessariamente crescere nel loro intimo per lungo tempo in modi meravigliosi.
Perciò sono sottoposte a pene e pagano con supplizi il fio delle passate colpe
: delle cui infezioni alcune si purificano rimanendo sospese ed espo- ste all'
azione dei venti, altre immerse in un profondo abisso d' acqua (negli abissi
oceanici ?), altre bruciando nel fuoco. Tutti subiamo da morti la nostra
espiazione, dopo la quale passiamo nell' ampio Elisio ; e pochi sol- tanto
restiamo nelle sue liete pianure, finche un lungo volgere d'anni, compiuto il
tempo prescritto, cancella le traccio d'ogni sozzura contratta nel corpo e
lascia puro il senso etereo e il fuoco della semplice aura. Tutte queste
invece, quando son volti mille anni, sono chiamate da Dio in gran numero al
fiume Lete, perchè, immemori del passato, rivedano la volta del cielo e
comincino a sentire di nuo^vo la volontà di rincarnarsi nei corpi v. «
Principio caelum ac terras camposque liquentis 725 lucentemque globum lunae
Titanìaque astra spiritus intus alit totamque infusa per artus mens agitai
molem et magno se corpore miscet. inde hominum pecudumque genus vitaeque
volantum et quae marmoreo feri monstra sub aequore pontus. 730 igneus est oUis
vigor et caelestis origo seminibus, quantum non noxia corpora tardant
terrenique liebetant artus moribundaque membra. hinc metuunt cupiuntque, dolent
gaudentque, neque auras dispiciunt clausae tenebris et carcere caeco. 735 quin
et supremo cum lumino vita reliquit, non tamen omne malum miseris nec funditus
omnes corporeae excedunt pestes, penitusque necesse est multa diu concreta
modis inolescere miris. ergo exercentur poenis veterumque malorum 740 supplicia
expendunt. aliae panduntur inanes suspensae ad ventos, aliis sub gurgite vasto
infectum elicitur scelus aut exuritur igni ; quisque suos patimur manis ;
exinde per amplum mittimur Elysium ; et pauci laeta arva tenemus, 745 donec
longa dies, perfecto temporis orbo, concretam exemit labem purumque relinquit
aetherìum sensum atque aurai simpliois ignem. has omnis, iibi mille rotam
volvere per annos, Lethaeum ad fluvium deus evocai agmine magno, 750 scilicet
immemores supera ut convexa revisant rursus et incipiant in corpora velie
reverti ». Qui non siamo più di fronte evidentemente a concetti vaghi e
imprecisi, ma all' esposizione alta e solenne di una teoria, nella quale è
riaffermato anzitutto il concetto di uno spirito immanente nell' universo, di
carattere divino e intelligente, di cui tutti gli esseri animati uomini e bruti
– H. P. GRICE: THE LAST GASP OF PRIMITIVE ANIMISM, that has animales as
animate! -- sono delle manifestazioni ; cioè il medesimo concetto che abbiamo
già veduto nel quarto delle G-eorgiche, e perfettamente identico a quello che
Cicerone, come s' è visto, attribuiva a Ferecide, mae- stro di Pitagora. Di
piti la forza spirituale, di origine divina ed eterea, che è nell' uomo e negli
animali, e concepita in perfetta antitesi con la materia del loro corpo, che è
per l'anima un carcere, un peso, un impe- dimento, e che è la causa degli
errori, delle passioni, delle colpe, dei traviamenti. Sicché la vita è un male.
Anche questo concetto di un dualismo o antagonismo fra spirito e materia non ò
nuovo ed ap- partenne già anch' esso all' antica filosofia pitagorica, come s'
è pure veduto. Ma se la vita è un male per tutti, per i malvagi e per i buoni,
tutti, dopo la morte, deb- bono purificarsi delle infezioni corporee. La
purificazione infatti avviene per mezzo di pene e di tormenti, non però eterni,
che debbono subirsi per il tempo necessario all' espiazione perfetta. Ne sono
mezzi i tre elementi dell' aria, dell' acqua e del fuoco (quelli stessi che si
adoperavano appunto nelle cerimonie simboliche dei misteri). Dopo 1' espiazione
pu- rificatrice tutte le anime passano nell' Elisio, luogo di beatitudine, dove
alcune poche, quelle degli eletti che furono in terra i migliori, rimangono a
godere una serena felicità, anche questa non eterna, ma che dura fintantoché
non sia compiuto il tempo prescritto — tempo assai lungo, quanto è necessario
perchè si esaurisca e scom- paia da sé il loro attaccamento alla vita terrena e
il ri- Ci i De Natura Deorum 1, li, 27 e De Senectute 21, 78. CICERONE (vedasi),
Somnium Seipìonis, ?, 15 e altrove. cordo delle belle opere umane — per riprendere poi la primitiva natura
eterea e spirituale e di nuovo dis- solversi in seno all' anima universale. Le
altre invece, e sono la gran maggioranza, trascorsi mille anni in una delle
convalli confinanti con 1' Elisio, vengono chiamate da Dio a bere nelle acpue
purificatrici del fiume Lete r oblio della vita trascorsa e si incarnano in
nuovi corpi. Non s' intende peraltro, poiché Anchise non lo dice, se queste
ultime anime, destinate a nuova vita, quando ri- torneranno poi ancora, dopo la
seconda morte e conse- guente espiazione negli elementi, all' Elisio, vi
resteranno tutte in attesa di convertirsi in puro etere e spirito, o se parte
di esse dovrà ritornare nuovamente sulla terra. Nel primo caso il numero delle
esistenze terrene sarebbe limitato ad un massimo di due — una con prevalenza
del male e una del bene — , nel secondo sarebbe inde- finito. Ma in un modo o
nell' altro la teoria della resur- rezione è assai chiara e il ciclo dell'
esistenza, dal mo- mento in cui r anima si stacca dallo spirito universale fino
al momento in cui si ricongiunge ad esso, è perfet- tamente conchiuso ; il concetto
panteistico e il processo di involuzione ed evoluzione dello spirito, appena
accen- nati nel quarto delle Georgiche, sono qui svolti compiu- tamente. Né si
può dubitare che anche 1' ultima parte che si riferisce alle pene e ai premi
d'oltretomba (vv. 735- 747) e che espone la dottrina della metempsicosi, sia,
come le prime, foggiata secondo i principi del- l' Orficismo e del Pitagorismo.
Appunto per tale attaccarne nto, esse continuano nell' Elisio le occupazioni a
cui attendevano sulla terra. Sarebbe certo oltremodo interessante svolgere
questi principii fino alle ultime conseguenze logiche, e chiederci, per
esempio, se in tale concezione il processo di emanazione delle anime dallo
spirito universale avve- nisse una volta tanto, o ad intervalli, o ininterrottamente.
Si vedrebbe allora che, non potendo avvenire ne una volta tanto (perchè in tal
caso, col ritornare continuo delle anime individuali in seno all' anima
universa, ne sarebbe seguita in un determinato momento la scom- parsa della
vita dalla terra), né ininterrottamente (parche in tal caso, essendo sempre
infinitamente maggiore il numero dei cattivi che non quello dei buoni, a un
certo punto sarebbe prevalso irrimediabilmente sulla terra il male), ma dovendo
considerarsi come avverantesi ad in- tervalli, r idea di tale processo d'
emanazione si ricolle- gherebbe alla teoria già accennata dei grandi anni mon-
dani. Così ancora, poiché dall' anima universale ema- nano non solo quelle
degli uomini, ma anche quelle dei bruti, ci si potrebbe chiedere che cosa
dovesse avvenire di queste, alla morte dei loro corpi. E si vedrebbe come, dal
modo in cui dovette esser risolto questo problema da qualcuno, potrebbe esser
nata appunto l'ipotesi quasi Ognuno di questi anni o periodi della vita
universale era diviso in dieci mesi (di mille anni ciascuno) e ogni mese era
sotto il particolare influsso d' una delle divinità maggiori, concepita forse,
filosoficamente, come aspetto, manifestazione, atteggiamento, ema- nazione
particolare del dio universale. La durata però degli anni stessi era computata
anche altrimenti, ma sempre di parecchi se- coli ; e in ciascun anno, che si
iniziava con un processo sempre identico di emanazione, ritornavano sulla terra
le stesse anime e si ripetevano gli stessi eventi. Si ricordi quel che abbiamo
visto più su (§ 4) parlando della quarta ecloga. 10. unanimemente attribuita a
Pitagora — d' una metempsi- cosi anche animale. Ma prescindendo da queste
considerazioni, che ci por- terebbero al di là di quello che Virgilio ci ha
voluto o potuto dire, come si concilia questa storia dell' anima con tutta la
rappresentazione precedente dell' anti-inferno e del Tartaro ? È evidente che
una contraddizione fon- damentale esiste : che 1' esistenza delle anime nel
prein- feruo e le punizioni evidentemente eterne che subiscono quelle dei
malvagi nel Tartaro non si possono accordare con le pene temporanee per mezzo
dei tre elementi. Sic- ché noi siamo indotti a pensare che nella
rappresentazione virgiliana dell' oltre tomba si debba forse vedere un ten-
tativo mal riuscito — per la mancata elaborazione ultima del poema, impedita
dalla immatura morte di Virgilio — di fondere insieme quella che era
rappresentazione po- polare e il concetto o rappresentazione filosofica del
poeta. E poiché, considerata in sé stessa, questa storia sug- gestiva e
profonda ha un senso compiuto e perfetto, e d' altra parte sappiamo che
Virgilio compose 1' Eneide a pezzi staccati, che poi collegava insieme, non
vorrebbe la voglia di credere che essa sia stata scritta a parte, fors' anche
indipendentemente e in tempo anteriore a quello della composizione del poema, e
poi opportuna- mente inserita in questo, allorché il poeta — artista, fi- Qualcuno cioè potrebbe aver pensato che le
incarnazioni del- l' anima fossero non tutte necessariamente in corpo umano, ma
anche in corpi d'animali, terrestri, acquatici od aerei, secondo che le colpe
precedenti fossero da espiare nell'uno piuttosto che nel- r altro elemento : e
la vita animale avrebbe perciò rappresentato uno stato di vita intermedio fra
due vite umane. losofo, cittadino nello stesso tempo — concepì l'idea di
valersi, per esaltare la grandezza della Patria e per la rappresentazione dei
grandi spiriti di Roma, della dot- trina della metempsicosi, antichissima e
largamente dif- fusa e conforme alle credenze religiose dei suoi concit- tadini
e già consacrata dall' arte di Ennio ? Anzi non mi parrebbe neppure arrischiato
il pensare che si dovesse proprio vedere in essa un brano di quel poema della
Natura al quale Virgilio già pensava quando finì il se- condo canto delle
Georgiche (vv, 475-494), e forse ad- dirittura il principio del poema stesso o
1' idea madre eh' esso avrebbe svolta : principio ed idea eh' egli certo prese
e imitò da Ennio, i cui Annali, come abbiamo ve- duto, si iniziavano appunto
con 1' esposizione della dot- trina della metempsicosi (1). In tale, ipotesi
dunque la teoria messa in bocca ad Anchise non sarebbe soltanto una finzione
poetica, un mezzo artisticamente perfetto per ottenere una grande e suggestiva
efficacia di rappre- sentazione, ma esprimerebbe la genuina e schietta con-
cezione di Virgilio, il risultato ultimo di quel contra^^to Molti raffronti fra Ennio e Virgilio fa
Macrobio nel l. VI dei Saturnali; ma, per dire la verità, non vi è cenno alcuno
di rapporti formali o sostanziali fra 1' esposizione di Anchise ad Enea e
quella di Omero ad Ennio. Potrebbe darsi tuttavia che se ne parlasse in quella
parte dei Saturnali che è andata perduta e nella quale appunto si conteneva 1'
esame del valore filosofico dell'opera virgiliana fatto da Eustazio. D' altra
parte però è indubitabile una effettiva somiglianza di contenuto fra i due
squarci poetici, come sono indubbie alcune analogie di pensiero fra i due
poeti. E gli arcaismi che si trovano in Virgilio {ollis, aurai) potrebbero
essere un altro indizio d' imitazione enniana. Anche il Pascal (Gommentat.
vergilianae) ha dimostrato che Virgilio ha derivato la sua esposizione
dottrinale dal proemio degli Annales. a cui abbiamo accennato fra l' idealismo
pitagorico-stoico e il materialismo epicureo, sarebbe insomma il suo testa-
mento filosofico. Mirabile testamento davvero, che la- sciava in eredità alle
più lontane generazioni l' alta e sublime espressione artistica d'una teoria
che, sorta agii albori del pensiero nelle più remote età dell' uomo, tra-
smessa di generazione in generazione da una civiltà all'altra, dall' Oriente
all' Occidente, custodita con cura gelosa nel mistero dei santuari, insegnata
come la verità più sacra e più recondita, s' illuminò ancora una volta, come
già nei miti immortali di Platone, alla luce della poesia e dell' arte.
Pitagora e U sne dottrine nella poesia di Ovidio. La tradizione di Numa scolaro
di Pitagora in Ovidio. Natura, estensione, contenuto degli insegnamenti
pitagorici secondo il canto XV delle Metamorfosi ; vegetarianismo ;
metempsicosi ; flusso universale della materia e trasformazioni cosmiche e so-
ciali; Pitagora profeta della grandezza di Roma e d'Augusto. Ovidio e il
Pitagorismo. Ho già parlato nel cap. I della tradizione, se- condo la quale il
re Numa Pompilio sarebbe stato sco- laro di Pitagora. Raccogliendo là tutte le
testimonianze di questa tradizione, ho anche accennato a quella che ne fa
Ovidio nel quindicesimo e ultimo canto delle Metamorfosi. Essa ha una importanza
specialissima e merita di essere studiata sepa- ratamente dalle altre anche per
questo, che della tradi- zione stessa il poeta si vale per fare un'esposizione,
se non profonda, tuttavia molto estesa — la più estesa e la pili organica che
ci rimanga nella letteratura romana —
della tìlosofia pitagorica, specialmente in attinenza a due punti
fondamentali di essa: l'astensione dai cibi carnei e la metempsicosi. Dice
dunque Ovidio (vv. 1S\ che, scomparso Romolo, si cercò subito chi potesse
addossarsi un peso tanto grave com'era il governo di Roma, succedendo a un tal
re, e che una fama non menzognera designò all'impero Numa, già famoso per la
sua giustizia, per la sua pietà, e, so- pratutto, per la sua sapienza: che, non
solo conosceva a perfezione i riti della sua gente, la gente Sabina, ma,
abbracciando con la vasta anima più larghi concepimenti ed essendo avido di
scrutare i più ardui problemi della natura, aveva abbandonato la nativa Curi e
si era recato a Crotone: Quaeritur interea qui tantae pondera niolis Sustineat,
tantoque queat succedere regi. Destinai imperio elarum praenuntia veri Fama
Numam. Non ille satis cognosse Sabinae 5 Oentis habet ritus : animo maiora
capaci Goncipit, et quae sit rerum naiura requirit. Iluius amor curae, patria
Guribusque relictis, Fecit, ut Herculei penetraret ad hospitis urbem. Quivi
insegnava Pitagora — e segue appunto nei versi 60-478, l'esposizione delle
dottrine di questo filosofo, che or ora esamineremo — e Numa ne ascoltò le
lezioni; dopo di che ritornò in paCria e prese le redini del governo di Roma,
insegnando al popolo del Lazio i riti sacrificali e le arti della pace: Talibus
atque aliis instructo pectore dictis 480 tn patriam remeasse ferunt., ultroque
petitum Acoepisse Numam> populi Latiaris kabenas: Goniuge qui felix nym^pha
ducibusque Gamenis Sacrificos docuit
ritus, gentemque feroci Adsuetam bello pacis traduxit ad artes. Come si vede —
e l'ho già rilevato, — Ovidio non solo accetta senza discuterla, come cosa
ovvia e risaputa^ la tradizione che faceva di Numa un discepolo di Pita- gora,
ma vien pure in certo modo a mettere in connes- sione di dipendenza le
istituzioni religiose attribuite a Numa e l' educazione pitagorica da lui
ricevuta ; per quanto con l'accennata collaborazione della ninfa Egeria e delle
Camene la leggenda abbia certamente voluto rap- presentare la parte che ebbe
l'elemento indigeno nella creazione degl'istituti religiosi romani del piìi
antico periodo regio. Il poeta pertanto, non tenendo conto dei dubbi e delle
critiche messe innanzi da qualche erudito, preferì seguire senz'altro la
tradizione leggendaria, che pur Cicerone aveva chiamata inveteratus hominum
ei-ror; e ciò non tanto perchè siffatta tradizione gli offriva mi- rabilmente
il modo di esporre quella dottrina della me- tempsicosi ch'era la piìi naturale
conclusione d'un poe- ma come le Metamorfosi, quanto perchè, molto probabil-
mente, la tradizione era più che mai viva nella coscienza dei contemporanei,
per i quali il poeta scriveva, mas- sime dopo la recente rinascita del Pitagorismo
in Roma. Lo stesso Ovidio, in altro luogo {Fast. ) accenna alla possibilità che
la riforma del calendario sia stata ispirata a Numa dal filosofo di Samo : «
Primus Pompilius menses sen- sit abesse duos Sive hoc a Samio doctus, qui posse
renasci Nos putat, Egeria sive monente sua ». Un ultimo accenno alla medesima
tradizione si legge nella terza elegia dei terzo libro delle Pontiche, dove il
poeta, immagi- nando di parlare in sogno all' Amore di cui si professa maestro,
lo rimprovera di essersi comportato verso di lui ben altrimenti da quello che
fecero altri discepoli verso i loro maestri : Eumolpo verso Orfeo, Achille
verso Chiroue, Numa verso Pitagora., ecc. : In Crotone teneva dunque scuola
Pitagora; il quale, nativo dell'isola di Samo, aveva abbandonato spon-
taneamente la patria, mal sopportando la tirannide onde era governata, e s'eia
dato a profondi studi di filosofia. Per virtù di questi « egli potè elevarsi
con la mente, per quanto fossero lontani nella immensità dello spazio celeste,
fino agli dei e scrutare con gli occhi dell'intel- letto ciò che la natura ha
negato alla vista degli uomini»: 60 Vir fuit hic, ortu Satnius ; sed fugcrat
una Et Samon et dominos^ odioque tyrannidis eocul Sponte erat. Isque^ licet caeli regione
remotos^ Mente deos adiit et quae natura nogabat Visihus humanis^ oculis ea
pectoris hausit. Ecco subito, in questi magnifici versi,
messo in evi- denza Pitagora, e determinata con molta precisione e con grande
efiìcacia rappresentativa la natura del suo misti- cismo, fondato sopra
l'esercizio assiduo dell'intelletto e la profonda intensità del meditare, per
giungere alla vi- sione e alla comprensione delle più alte verità. 65 Cumque
animo et vigili perspexerat oinnia cura In medium discenda dahat, coetusque
silentum Dictaque mirantum magni primordia mundi Et rerum causas et, quid
natura, docebat : Quid deus, unde nives^ quae fulminis esset origo, 70 luppiter
an venti discussa nube tonarent^ Quid quateret terras, qua sidera lege
fnearent, Ed quodcumque latet. At non Chionides Eumolpus in Orphea talis ; In
Phryga nee satyrum talis Olympus erat ; Praemia nec Chiron ab Achilli talia
eepit, Pythagor aeque ferunt noti nocuisse Numam. Nomina neu referam longutn
collecta per aevum, Discipulo perii solus ab ipse meo. E in questi altri versi
ecco parimenti accennata con grande chiarezza la vastità e larghezza
degl'insegnamenti, che il filosofo impartiva all'attonita e silenziosa schiera
dei discepoli e che abbracciavano « le origini primordiali dell'universo, Je
cause della materia e l'essenza della na- tura e della divinità, l'origine
delle nevi e del fulmine, del tuono e del terremoto e le leggi onde è regolato
il corso degli astri: insomma, tutti i problemi più reconditi della filosofia
naturale e della scienza. Egli 'per primo, aggiunge ancora il poeta, vietò di
ci- barsi di carne, sconsigliando bensì tale astensione con molta dottrina, ma
senza riscuotere la meritata approva- zione : Primusque anitnalia mensis Arguii
imponi : primus quuni talibus ora Docta quidem solvit, sed non et eredita,
verbis. Ed ecco appunto il filosofo combattere, in prima per- sona, l'uso delle
carni e descrivere l'età del- l'oro, quando gli uomini non conoscevano ancora
tale uso; e poi, ispirato dalLi divinità, eccolo ac- cingersi, con più alto
afilato poetico, a trattare questioni più ardue e a svelare più riposti misteri
: Et quoniam deus ora movet, sequar ora moventem Rite deum, Delphosque meos
ipsumque recludarn 145 Aethera et augustae reserabo or acuta mentis. Magna, nee
ingeniis evestigata priorum, Quaeque diu latuere, canam. luvat ire per alta il)
I vv. 67-71, cke riassumono la supposta fisica pitagorica, sono manifestamente
ispirati da Lucrezio, dice il Lafaye, Les mé- tamorphoses d' Ovide et leurs
modèles grecs, Paris, Alcan, 1904, p. 197; masi accordano pure benissimo coi
principii dello stoicismo. Astra \ iuoat terris et inerti sede relieta Nube
vehi, validique umeris insistere Atlantis^ 150 Palantesque homines passim ac
rationis egentes Despectare procul^ trepidosque obitur/ique timentes Sic
exhortari, seriemque evoltere fati. « E poiché sento di parlarvi per
ispirazione divina, seguirò gl'impulsi del dio che mi fa parlare secondo il
rito, e vi svelerò i miei arcani e lo stesso etere e vi schiuderò gli oracoli
fin qui nascosti nel profondo della mia mente. Vi canterò cose grandi, né mai
scrutate dalle menti dei padri, e che per lungo tempo restarono occulte. Mi
piace andare tra le sublimi stelle ; mi piace abban- donata la terra e questa
inerte dimora, lasciarmi traspor- tare da una nube e poggiare sulle spalle del
vigoroso Atlante e guardare da lontano gli uomini sparsi qua e là e ancora
irragionevoli, e ad essi, che aspettano con trepido timore la morte, infondere
coraggio e schiudere la visione del loro destino con queste parole... » Siamo
alla rivelazione della metempsicosi, la cui cono- scenza appunto deve
distruggere negli uomini il timore della morte : 0 genus attonitu7n gelidae
formidine ìnortis ! Quid Styga, quid tenebras et nonnina vana timetis, 155
Materieni vatum^ falsique perieula mundi? Corpora, sive rogus fiamma, seu tabe
vetustas Abstulerit^ mala posse pati non ulla putetis, ^ Morte careni animae;
semperque priore relieta Sede novis domibus vivunt habitantque reeeptae. (1)
Cade ovvio a questo punto il raffronto coi famosi versi delie Georgiche (II,
490-492) : Felix, qui potuit rerum eognoscere caussas, Atque metus omnis et
inexorabile fatum Subiecit pedibus strepitumque Acherontis avari, « 0 schiatta attonita per lo spavento della
fredda morte ! Che temete lo Stige, la tenebra e i suoi nomi vani, fan- tasie
di poeti e pericoli d'un mondo inesistente? Non crediate che i corpi, o li
abbia distrutti il rogo con la sua fiamma, o il tempo con la putredine, possano
soffrire mali di sorta, E quanto alle anime, esse non muoiono ; e sempre,
abbandonata una sede, vivono e abitano in di- more che nuovamente le accolgono
». E in prova di ciò Pitagora ricorda d'es- sere vissuto ancora, al tempo della
guerra troiana, nel corpo d' Euforbo. Poi segue, piìi specificatamente chiarita
ed espressa, la dottrina della metempsicosi animale, vol- garmente attribuita a
Pitagora : 165 Omnia mutantur, nìhil interit : errai et illìne Hue venit^ hine
illuc, et quoslibet occupai artus Spiritus: eque feris humana in corpora
transita Inque feras noster, nec tempore deperii ullo, Utque novis facilis
signatur cera figuris, 170 Nec manet ut fuerat^ nec formas servai easdem, Sed iarnen
ipsa eadeni est; animam sic semper eandem Esse^ sed in varias doceo migrare
fèguras. « Tutto si trasmuta, niente muore. Lo spirito va er- rando e si muove
di là a qui, di qui a là, e s'incarna nel corpo che si presceglie; e dalle
fiere passa nei cor- pi umani e viceversa, né mai vien meno. E come la molle
che si sogliono riferire ad Epicuro. Entrambi i filosofi dunque giun- gevano
alla medesima conseguenza pratica (inanità del timore della morte) partendo da
premesse assolutamente opposte : 1' uno, cioè Pitagora, dimostrando che il
morire è soltanto trasformazione, o passaggio dell' anima d'una in altra forma
di vita corporea; l'al- tro, cioè Epicuro, dimostrando che il morire è
annientamento to- tale e definitivo della personalità per il disgregamento degli
atomi onde l'anima si compone. 156 cera si foggia in nuove figure, sì che, pur
non restando quale era prima e non conservando le stesse forme, tut- tavia è
sempre la stessa, così vi dico che l'anima ò sem- pre la medesima, senonchò
passa sotto varii aspetti » (1). Da ciò un nuovo argomento per astenersi
dall'usar carne (vv. 173-175). A questo punto la trattazione di Pitagora si
allarga, e il filosofo passa a dimostrare 1' evoluzione perpetua e il divenire
incessante di tutto il creato : Et quoniam magno feror aequore plenaque ventis
Vela dedi : nihil est tato, quod perstet, in orbe. Cuncta fluuni, omnisque
vagans formatur imago. « E poiché, aperte le vele al vento, navigo in alto
mare, sappiate che non vi è nulla di immobile in tutto l'universo. Tutto fluisce,
e si foggia incessantemente ogni mutevole aspetto ». E questa nuova
proposizione illustra con una lunga serie di esempi, tratti dai fenomeni
celesti, dall' avvicen- darsi delle stagioni, dalla vita dell'uomo e dalle
vicissi- tudini degli elementi. Ma la natura non ci offre solo lo spettacolo di
muta- menti regolari, determinati da leggi immutabili ed uni- versali ; si
compiono anche intorno a noi, nei corpi inor- ganici e negli organici
trasformazioni impreviste, che i saggi osservano con curiosità, ma di cui essi
ignorano le cause : questi fenomeni straordinari — spesso elencati e descritti
nel periodo alessandrino, in opere intitolate
Questa, prima parte deiresposizione ovidiana è molto proba- bilmente
modellata sul « Sogno » degli Annali di Ennio di cui si è già visto. Paradoxa
Ovidio li fa esporre da Pitagora, non sen- za qualche anacronismo, nei vv.
252-417 (i vv. 307-336 riguardano le proprietà di certi corsi d'acqua^
mirabiiia fontium et fiuminum)^ a cui fanno seguito altri, che descrivono le rivoluzioni
avvenute nelle società umane, sino al glorioso principaio d'Augusto, predetto
già da un oracolo fin dal tempo della caduta di Troia : Nune quoqiie Dardaniam
fama est eonsurgere Rotnam^ Appenninigenae quae proxiyna Thybridis undis Mole
sub ingenti rerum fundamina pomi. Haec igitur forviam crescendo mutata et olim
435 Immensi caput orbis erit. Sic dicere vates Vaticinasque ferunt sortes :
quantumque recordor, Dixerat Aeneae^ cum res Troia?ia labaret^ Prìamides
Helenus /lenti dubioque salutis : Nate dea^ si nota satis praesagia nostrae 440
Mentis habes^ non tota cadet te sospite Troia. fiamma libi ferrumque dabunt
iter: ibis, et una Pergama rapta feres, donec Troiaeque tibique Externum patria
contingat am,ieius arvum, Urbem etiam cerno Phrygios debere nepotes, Quanta nec est nec erit nec visa prioribus
annis. Hanc aia proceres per saecula longa potentem^ Sed doininam rerum de
sanguine natus Tuli Efficiet. Quo cum tellus erit u>sa, fruentur Aetheriae
sedes^ caelumque erit exitus illi ». Raec Helenum eecinisse penatigero Aeneae
Mente mem,or refero, cognataque moenia laetor Crescer e, et utiliter Phry gibus
vieisse Pelasgos. Così Pitagora è fatto profeta della divina e fatale po- tenza
d'Augusto, come con analogo procedimento, nel
La sola predizione che troviamo accennata, a proposito di Enea, nei
poemi omerici, si legge nel e. XX &q\V Iliade, e fu riprodotta da Virgilio
{Aen., IH, 97-98). poema virgiliano la dottrina pitagorica della metempsicosi è
assunta quale mezzo artistico per la predizione della futura grandezza di Rom3.
Nei pochi versi che seguono (453-478) Pitagora final- mente ritorna al punto di
partenza e conchiude : « Poi- ché tutto cambia, poiché al termine della vita la
nostra anima passa in nuovi corpi, anche animali, non uccidia- mo le bestie;
chi può sapere se, uccidendole non faccia- mo scorrere il sangue di nostri
congiunti ? » . Analizzato così il contenuto della esposizione ovidiana, vien
fatto naturalmente di chiedersi quale sia stato r atteggiamento del poeta di
fronte al Pitagorismo. Ne fu egli per avventura un seguace ? A questa do- manda
noi possiamo rispondere negativamente senz' om- bra di esitazione : la vita e
l'operosità poetica di Ovidio, anche nel periodo posteriore alla composizione
delle Me- tamorfosi, furono in antitesi troppo stridente con gl'inse- gnamenti
e la pratica pitagorica, per poter immaginare 0 pensare che egli fosse dedito
con qualche fervore a quelle dottrine ; d' altra parte Ovidio non ebbe certo
tem- pra di filosofo né eccessivo amore per le ricerche e spe- culazioni
astruse. Che però una certa simpatia, o almeno una certa insistenza del suo
pensiero su quella filosofia ci sia stata, pare evidente, se non solo nell'
opera sua maggiore le ha fatto così larga parte, con una esposizio- ne quasi
sistematica, ma altre volte ancora accenna ad essa, come nel citato luogo dei
Fasti e in alcuni versi delle Tristezze. (1) ìrist,, III, .3, 59-64: Atque
utinam pereant anhnae cum eorpore hostrae^ Effugiatque avido» pars mihi nulla
rogos. E quasi certamente poi questa predilezione del poeta si deve ritenere
l'effetto della rinascita del Pitagorismo, che era stata operata in Roma da
Nigidio nella prima metà del secolo (onde abbiamo già visto quan te e quali
traccie se ne riscontrino nella letteratura dell' età di Ci- cerone e di
Yarrone), e che al tempo stesso del poeta fece sorgere la scuola dei Sestii :
sì che Ovidio potè averne notizia sia dalle opere degli scrittori che
appartenevano alla generazione precedente alla sua, sia dalla viva voce e dagli
scritti di qualcuno dei nuovi seguaci. Gli studiosi infatti che, proponendosi
la questio- ne delle fonti di quest'ampia trattazione ovidiana del Pi-
tagorismo, hanno cercato di risolverla, per poter quindi determinare il valore
storico della trattazione stessa, hanno riconosciuto in sostanza che tali fonti
debbono essere state 0 le opere varroniane (le Antiquitates rerum divi- narum e
sopratutto il dialogo Gallus^ de admirandis) Nam si morte carens vacua volai
altus in aura Spiritus, et Samii sunt rata dieta senis, Inter Sarmaiicas Romana
vagabitur umbras^ Ferque feros manes kospita semper erit. Il poeta si augura
che abbiano ragione coloro che « 1' anima col corpo morta fanno » e che nessuna
parte del suo essere sfugga alle fiamme del rogo, poiché diversamente, egli
dice, « se lo spi- rito, immortale, vola alto nelle vuote regioni dell' aria e
sono veri gì' insegnamenti del vecchio di Samo, 1' ombra di un Romano sarà
costretta a vagare fra le ombre dei Sarmati e sarà sempre un'e- stranea tra
feroci anime di morti ». Il passo è importante, perchè mostra che, di fronte al
pensiero della morte, il poeta era in so- stanza ancora incerto fra coloro che
negavano e quelli che affer- mavano la immortalità dell'anima. oppure gli
scritti di Nigidio, o dei Sestii, od anche dei loro discepoli Papirio Fabiano e
Sozione (1). Sicché, qualunque si accetti delle ipotesi messe innanzi, sta di
fatto che le fonti a cui Ovidio ha attinto non sono moìto anteriori a lui.
D'altra parte, anche tenendo conto del fatto che Ovidio, più poeta che
filosofo, non intese certo di trattar l'argo- mento con rigore di metodo
scientifico e filosofico, atte- nendosi scrupolosamente a questo o a
quell'autore ; ma che avrà usato di una certa libertà e indipendenza, e che
(pur valendosi, se si vuole di uno o più modelli, oltre che dei ricordi e delle
cognizioni sue personali) avrà se- guito soprattutto il suo sentimento
artistico, giovandosi della materia dogmatica nella forma genuina soltanto nei
limiti atti a recare efficacia estetica all' opera sua e non poco forse aggiungendo,
sopprimendo o modificando di sua propria intenzione; si è riusciti tuttavia a
mo- strare, per esempio, che certe intrusioni nel sistema pi- tagorico di
principii appartenenti ad altri sistemi — come a quelli di Eraclito e di GIRGENTI
(vedasi) — non sono affatto imputabili ad Ovidio, ma dovevano già essere
avvenute negli scrittori dai quali egli attinse. La sua esposi- (1) Si vedano
in proposito le opere seguenti : Hottingee, De Pythagora omdiano \ìn Opuseula
philologica, Leipzig); A. ScHMEKKL, De omdiana Pythagoreae doctrinae adum-
hratione, Gryphiswad, e Die Philosophie
der mìttleren Stoa, Berlin,, ecc. (dove sono modificate in parte le conclusioni
dell'opera precedente); G. Lafaye, op. cit., cap. X. (2) Per Eraclito si veda C
Pascal, La dottrina pitagorica e la eraclitea nelle Metamorfosi ovidiane^
Mantova, 1909 ripubblicato nel volume Scritti varii di Letteratura Latina; e
per GIRGENTI (vedasi) il volume dello stesso autore Graecia capta ^ Firen- ze,
Le Mounier, zione del sistema di Pitagora acquista pertanto il valore di
documento storico, in quanto che, supplendo in parte alla deficienza delle
nostre cognizioni m proposito, dovuta alla perdita delle opere di Yarrone, di
Nigidio, dei Sestii,^ ci mostra molto approssimativamente in che consistesse il
neo-pitagorismo romano del primo secolo avanti Cristo. 5. — L'esame che abbiamo
così compiuto della lettera- tura latina dalle origini fino a tutto il secolo
della sua maggior fioritura ci ha dimostrato non solo che il Pita- gorismo fu
nelle varie età di Roma abbastanza largamente conosciuto, ma che d'ispirazione
pitagorica sono alcune delle pili eloquenti pagine che quei tempi ci hanno tra-
mandate, come il sogno di Ennio, il sogno di Scipione e il sesto canto dell'
Eneide : sicché dobbiamo concludere che nelle idee che quel sistema svolse era
implicita una grande e mirabile virtìi di esaltazione poetica ed artistica. Se
riflettiamo d'altra parte che quelle idee esercitarono notevole influsso nel
sorgere delle più antiche istituzioni romane, e che contro di esse mossero
guerra invano l'arte titanica di Lucrezio, la satira maliziosa di Orazio, la
forza politica di Cesare e di Augusto (nella lotta contro il so- dalizio di
Nigidio Figulo e la scuola dei Sestii), dobbiamo tenere per certo che in esse
fosse insita una grande forza di resistenza e quella specie di malìa
fascinatrice che su- scita le pili alte energie morali. Se le idee tanto piii
val- gono quanto maggiore è il sentimento che le accompagna e che le trasforma
in forze vive cioè operanti nella vita degli individui e dei popoli, le
concezioni pitagoriche, venute da sì lontane scaturigini e assurte a così
varie, molteplici, alte manifestazioni d'arte, di pensiero, di moralità nel
periodo della civiltà romana, ebbero certo valore altissimo. Che se poi,
uscendo fuori dai limiti del nostro tema, pensiamo, alla forza di resistenza
che esse mostrarono, al loro persistere attraverso i secoli e attraverso tante
vicis- situdini del pensiero, ai loro successivo e alterno rina- scere con
sempre rinnovato vigore nei momenti di più intensa attività spirituale — nella
Magna Grecia con Pi- tagora, in Atene con Platone, in Alessandria coi teosofi
neo-platonici, in Roma con Ennio e con Virgilio, in Co- stantinopoli con
l'imperatore Giuliano, nell'Italia dell'ul- timo rinascimento con Giordano
Bruno — e se riflettiamo che oggi ancora esse vivono nell' Oriente asiatico,
ope- ranti con la forza della fede in milioni di coscienze, e che accennano per
diversi segni, in questa nuova prima- vera dell'idealismo, a risorgere anche
nel mondo occiden- tale (1), noi possiamo con sicurezza affermare che esse non
furono apparizione fugace ed effimera d'un pensiero individuale, ma parole di
quel linguaggio eterno che sgorga perenne dalle più profonde radici dell'anima
umana. Si veda, per esempio, tanto per
citare un magnifico libro di scienza, V opera di W. Mackenzie Alle fonti della
vita (Genova, Formiggini) e la recensione che io ne feci nel Giornale del
Mattino di Bologna. EUPHORBos. Rivista Ligure di Scienze , Lettere ed Arti, Genova.
La figura di Eùphorbos nell' Iliade. Pitagora rincaraazione di Eùphorbos. Altre
incarnazioni di Pitagora. Y'è forse alcuno per il quale, meglio che per
Eùphorbos figlio di Panto, possa ripetersi il famoso ver- so dell'antico
commediografo, che il Leopardi tradusse « muor giovane colui ch'ai cielo è caro
» ? Poiché ve- ramente fu caro agli dei, se, morto nel fior degli anni sotto le
mura della sua Troja per mano del divino Me- nelao, dopo aver ferito, primo fra
i Trojani, il fortissimo Patroclo, Eùphorbos ebbe la ventura non solo di una
spiritual vita immortale ne la immortalità dell'Iliade, ma di lasciare altresì
il suo nome, come ora vedremo, legato per sempre al ricordo di un grande
pensiero e di una più grande vita : al pensiero e alla vi+a di Pitagora. Fusa
nel vivo indistruttibile metallo della poesia d' 0- mero, la figura dei
giovinetto eroe appare, nel racconto dell' antica gesta, nel momento più acuto
dell' azione guer- resca. Quando, per l' ostinato disdegno di Achille , più
grave è per i Greci il pericolo nella memoranda giornata del combattimento
presso alle navi, Patroclo, indossate le armi dell'amico e ricondotti i
Mirmidoni alla battaglia, verso l'ora del tramonto si trova coi suoi di fronte
ad Ettore, che Apollo protegge : in tre assalti egli ha uccisi « tre volte nove
» nemici, ma al quarto assalto un colpo del dio gli ha tolto l'elmo, infranta
la lancia, fatto cadere lo scudo, slacciata la corazza: Iliade. Smarrito il
cor, fiaccate le valide membra, fermossi e titubò. Di dietro allor con la punta
de l'asta infra le spalle, al dosso, Io colse da presso un trojano, il Pantoide
Euforbo, che tutti vinceva gli eguali con la lancia e sul cocchio e al muover
degli agili piedi, 810 ed anche allor, venuto appena sul carro, sbalzati venti
nemici avea, di guerra già prode campione. Primo ei vibrò con 1' asta un colpo
su Patroclo auriga ; ne lo scrollò ; poi corse indietro e tornò ne la mischia,
tratta fuor da le carni la lancia di frassino; incontro 815 Patroclo, ancor che
ignudo, ei già non attese a l'assalto. Patroclo allor, stordito dall'urto di
Febo e da l'asta, anco a 1' amiche schiere traeva, fuggendo la morte. Ma com'
Ettore vide dal ferro piagato ritrarsi Patroclo generoso, il varco s' aprì tra
la mischia, 820 presso gli venne e, d'asta vibratogli un colpo, lo giunse sotto
a r addome : fuori n' uscì da l'opposto la punta. Quei con fragor giù cadde, e
grave fu il lutto de' Danai. (1) I versi 814-815 trovo segnati come spurii
nella quinta edi- zione del DiNDORF, curata dallo Hentze" (Lipsia), sulla
quale è stata condotta la presente traduzione. Ma non mi pare ohe sia proprio
necessario inquadrare fra parentesi i due versi, così ome- rici pur
nell'apparente disordine dei particolari accennati : prima la pronta ritirata
del giovinetto trojano, poi il trarre dalle carni di Patroclo 1' asta ; l' idea
preponderante per il poeta (cantore in- nanzi a un pubblico di ascoltatori),
dopo accennato 1' ardito colpo del giovine, è quella del suo rapido sottrarsi
alla vendetta di Pa- troclo ; fermata questa, il poeta si riprende p3r
aggiungere an- cora un particolare descrittivo (lo sforzo dello strappare dalla
fe- rita la lancia) e per rincalzare l'idea della fuga di fronte a Patroclo,
Suir eroe atterrato Ettore si vanta e lo schernisce, ma il caduto ne rintuzza
1' orgoglio, affermando che la vitto- ria non è stata merito suo, sì degli dei:
che lo hanno ucciso la Moira e il figlio di Latona « e, degli uomini, Eùphorbos
»; e predettagli la fine imminente per mano d'Achille, muore e rimane supino in
mezzo al campo di battaglia, mentre Ettore insegue Automedonte, che cerca di
portare in salvo il cocchio d'Achille. A guardia del cadavere di Patroclo si fa
innanzi l'A- tride Menelao, armato di lucido bronzo, tenendo davanti al morto,
in sua difesa, la lancia e il rotondo scudo, fer- mo d'uccidere chiuncfue osi
accostarsi. Ed ecco ancora Eùphorbos, il cui intervento dà luogo ad uno dei
piìi begli episodi della battaglia : Iliade. Pronto di Panto il figlio, esperto
nel' asta (1), s'avvide ch'era atterrato Patroclo, e fattosi subito innanzi
che, pur ferito e spoglio della difesa delle armi, era sempre un troppo
temibile nemico, anche per un più esperto guerriero che non fosse Eùphorbos.
Poiché Omero non ha voluto certo rappresen- tare questa fuga come atto di viltà
! È tutt'altro che vile il figlio di Panto, come dimostrerà fra poco nell'
impari duello con Mene- lao. Sicché non mi pare corrispondente né allo spirito
né alle pa- role del testo omerico la traduzione che dà il Monti di questo
passo: Anzi dal corpo ricovrando il ferro Si fuggi pauroso, e nella turba Si
confuse il fellon, che di Patroclo Benché piagato e già dell'armi ignudo Non
sostenne la vista. {IL XVI, 1146-1150) L'epiteto (eummelies) non é certo ozioso
: infatti già il poeta ha detto che Eùphorbos primeggiava fra i coetanei « con
la lancia, e che « con l'asta acuta » ha ferito Patroclo (XVI, 806 e XVII, lo),
come con l'asta dà un colpo J' ultimo !) nello scudo di Menelao (XVIi, 43-45).
168 disse al figlio d'Atreo, al prode guerrier Menelao : « 0 Menelao, divino germoglio,
signor di gran genti, vanne, abbandona il morto, qui lascia le spoglie cruento
(1). Prima di me nessuno, fra' Teucri o gì' illustri alleati, 15 giunse con 1'
asta Patroclo, in mezzo al furor de la mischia: lascia eh' io m' abbia dunque
quest'inclito onor fra' Trojani, 0 che la dolce vita dal petto ti strappi il
mio ferro ». Bieco d'ira rispose il biondo figliuolo d'Atreo : « Bello davver,
gran Giove, con tanta insolenza vantarsi ! 20 Certo mai fu sì grande '1 furor
di pantera o leone 0 di cignal feroce, a cui nel fiorissimo petto gonfiasi il
cor superbo, alter di sua grande possanza, qual de' figli di Pauto, esperti ne
l'asta, è la boria ! Ne ad Iperènor tuo, rettor di cavalli, già valse 25 di
giovinezza il fiore, allor che sprezzante affrontommi e disse me fra' Danai il
più dispregevol guerriero ! Or ei non più, te '1 dico, da' suoi propri piedi
portato, ad allietar ritorna la cara consorte e i parenti ! Così la tua
baldanza, se pur d'affrontarmi tu ardisci, 30 rintuzzerò. Ma io ancor ti
consiglio a ritrarti dov'è folta la turba. Chi è saggio prevede l'evento ».
Disse così, ma quello ne pur gli die retta e rispose : « Or, Menelao divino,
trar dunque dovrò gran vendetta pel fratel eh' uccidesti - e ancor tu me '1
dici vantando - 35 e nel segreto talamo tu n'hai vedovata la sposa, e i genitor
nel lutto e in muto cordoglio gittasti ! Oh ! che per me dei miseri avrebbe il
cordoglio una tregua, se la tua testa io stesso e l'armi portandomi in Troja,
fra le man lo gittassi a Panto e a la diva Frontide! 40 Ma non più a lungo,
ornai, s' indugi a far prova con l'armi s' io m' abbia saldo il core o pieno di
vile paura ». Detto così, die un colpo nel tondo perfetto suo scudo, ma non lo
franse il ferro ; bensì gli si torse la punta nel poderoso usbergo. S' avventa
secondo con 1' asta (1) Le armi di Patroclo, sciolte e fatte cadere dal colpo
d'Apollo, giacevano in terra poco lungi dal cadavere. 45 l'Atride Menelao,
pregato in suo cor Giove padre, e, mentre quei s' arretra, il coglie a la fossa
del collo; dentro spinge con forza calcando la mano pesante, e dall'opposto n'
esce pel tenero collo la punta. Cadde, die un tonfo e V armi su lui con fragor
risonare ; 50 s' insanguinar le chiome, che simili aveva a le Grazie, (1) i
capelli ricciuti, eh' avvinti eran d'oro e d' argento. Come talora un florido
arbusto d'ulivo si nutre in solitario loco, allor che molt' acqua vi sgorghi,
bello, pien di rigoglio, e poi, come l' agita il soffio 55 di tutti i venti, un
velo di candidi fior lo ricopre, (2; ma piombando improvviso un vento con
turbine grande dalla fossa lo schianta e a terra disteso lo abbatte; tale di
Panto il figlio, esperto ne l' asta, Eiiforbo l'Atride Menelao uccise e
spogliava de l'armi, 60 Come — allor eh' un robusto leone cresciuto fra' monti
* da pascolante gregge rapì la giovenca più bella, (1) Cioè ricciute, come dice
nel verso seguente, e non bionde^ co- me ha interpretato alcuno, per es. il
Koppen, forse ricordando Pin- daro Nem>. 5 fine. Le Grazie furono sempre
rappresentate con lun- ghi ricci spioventi sì nelle arti plastiche e
figurative, sì nella let- teratura dei Greci (cfr. Omero, Inno ad Apollo, 194
sg. e Stesicoro, fr. XIII neìV Antol. della melica greca di A. Taccone). Si
veda in proposito quello -che scherzosamente Luciano, noi Sogno, fa dire a Micillo
: questi, fra le altre cose dice al suo gallo-Pitagora: « e « mi sembra che
Omero per questo abbia detto le tue chiome si- « mili alle Grazie, perchè «
avvinte eran d'oro e d' argento »: in- « trecciate infatti con 1' oro e
rilucendo con esso apparivano, evi- « dentemente, molto piiì pregevoli e
desiderabili. Accenna forse il poeta coi « soffi di tutti i venti » la sta-
gione di primavera, quando — fra il marzo e 1' aprile — le piante s' incurvano
bensì sotto i venti, ma si rivestono anche della loro fioritura annuale ; anzi
parmi che accenni qui proprio alla prima fioritura* del bell'arboscello
d'ulivo, che poi il primo turbine schian- ta, cosi come l'asta di Menelao,
troncando la vita del giovinet- to forte ed ardimentoso, fa cadere il serto di
fiVite speranze che già s' intesseva intorno al suo capo. cui la cervice
infranse tenendola forte co' denti, poi, facendola a brani, le viscere ingolla
col sangue intorno a lui, da lunge, si nnuovon con grande frastuono 65 cani,
villan, pastori, ma farglisi presso ad alcuno non regge il cor, che tutti li fa
scolorir la paura; così Jiessun de' Teucri ha l'alma nel petto sì ardita, eh'
osi affrontar da presso la forza del gran Menelao, E questi agevolmente
porterebbe via le splendide armi di Eùphorbos, se non glielo impedisse Febo
Apollo, il quale, presentatosi ad Ettore sotto 1' aspetto di Mente, lo
consiglia a desistere dall' inutile inseguimento dei cavalli d'Achille e ad
accorrere invece là dove or Menelao frattanto, il figlio pugnace d'Atreo, 89
corso a difender Patroclo, uccise il miglior de' Trojani, il Pantoìde Euforbo e
spento n' ha il valido ardire. Ettore infatti, pronto, si fa largo tra le
schiere, vede r uno che toglie le magnifiche armi, 1' altro disteso in terra e
il sangue che sgorga dalla ferita, irrompe fulmi- neo con orribili grida, e
Menelao, riconosciutolo subito, non osando da solo tenergli testa, lascia a
malincuore il corpo di Patroclo e si ritira verso i suoi, per chiamare qualcuno
in soccorso. Così egli non ha potuto neppure portar via con sé sul suo cocchio
la preziosa armatura; della quale tuttavia dovette certo impadronirsi più
tardi, quando i Trojani sconfitti furono costretti a rinchiudersi entro le
mura. E non sarà stato quello il meno glorioso trofeo di guerra che avrà
riportato con se a Micene. Ma Eùphorbos, morto di così bella morte e glo-
rificato già dalla divina arte d' Omero, non rinacque per avventura, dopo
quattro secoli, a nuova vita e ad opere non meno belle e gloriose? Poiché
alcune antiche testimonianze ci hanno traman- dato che Pitagora, il celeberrimo
fondatore della scuola italica, l'assertore più famoso della dottrina della
metempsi- cosi, « nel tempio di Hera Argiva, veduto uno scudo di « bronzo,
disse che quello portava e gli era stat^ tolto « da Menelao quando era Eùphorbos.
E degli Argivi, « staccato lo scudo, vi videro realmente inciso il nome «
d'Eùphorbos ». Così afferma uno scoliaste d'Omero (//.) e così altri, fra gli
antichi scrittori, ricor- dano 0 accennano la cosa. Chi non rammenta infatti,
tanto per citare i piìi noti, quella famosa ode d'Archita, dove Orazio afferma
appunto, non senza una sottile ironia, che « il regno dei morti tiene anche il
figlio di Panto, sceso « all'Orco un'altra volta, sebbene, con lo scudo, che
fece « staccare, data testimonianza dei tempi della guerra troja- « na, non
avesse concesso alla nera morte niente più che « i nervi e la pelle? » Il buon Orazio, tra scettico ed epicureo, non
ebbe evidentemente molta fede nella me- tempsicosi e si burlò un poco di «
Pitagora redivivo! » Anche Ovidio, che
nell' ultimo canto delle Metamorfosi fa esporre da Pitagora stesso le sue
dottrine, lasciò espli- cito ricordo della tradizione, facendo dire al filosofo
: Ben io — sì lo rammento — nei dì della guerra di Troja ero il figliuol di
Panto, Euforbo, cui stette nel petto
Orazio, Garm.: habentque Tartara Panthoiden iterum Orco Demissum,
quamvis clipeo Trojana refixo Tempora testatus, nihil ultra Nervos atque cutem
morti concesserat atrae. (2J Id. Epod.: nec te Pythagorae fallant arcana renati
» la grave lancia infissa, per man .del
più giovine Atride, Riconobbi lo scudo, che già la sinistra mia tenne, or non è
molto in Argo nel tempio sacrato di Giuno ». (1) E ancora due secoli dopo il
filosofo neo-platonico Porfirio^ raccogliendo in una breve biografia molte
notizie intorno a Pitagora, lasciò scritto che questi « ricordava « a molti di
quelli che si recavano da lui la precedente « vita che 1' anima loro aveva
vissuto già un tempo pri- « ma di essere legata nel corpo d' allora. E di sé
stesso « rivelò con prove indubitabili d'essere stato Euphorbos « figlio di
Panto. E dei versi omerici cantava, accompa- « gnandosi mirabilmente con la
lira, quelli di preferenza: 50 s' insaguinàr le chiome, che simili aveva a le
Grazie, i caj)elli ricciuti, eh' avvinti eran d'oro e d'argento. Come talora
iTn florido arbusto d'ulivo si nutre in solitario loco, allor che molt' acqua
vi sgorghi, bello, pien di rigoglio, e poi, come 1' agita il soffio 55 di tutti
i venti, un velo di candidi fior lo ricopre, ma piombando improvviso un vento
con turbine grand® dalla fossa lo schianta e a terra disteso lo abbatte ; tale
di Panto il figlio, esperto ne 1' asta, Eiiforbo r Atride Menelao uccise e
spogliava de l'armi. < Poiché quel che si racconta dello scudo di questo «
Euphorbos frigio, che si trovava in Micene, nel bottino Ovidio, Metamorph. XV, vv. 160-164: Ipse ego
— nam memini Trojani tempore belli
Panthoìdes Euphorbus eram, cui pectore quondam Haesit in adverso gravis basta
minoris Atridae. Cognovi clipeum, laevae gestamina nostrae, Nuper Abanteis
tempio lunonis in Argis, « trojano dedicato a Giunone Argiva, lo passo sotto
si- « lenzio come cosa ben nota ». La tradizione dunque era assai diffusa Tra
gli antichi. Ora quale ne sarà stata 1' origine? Un'invenzione pura e semplice ?
Potrebbe anche essere; nel qual caso dovrem- mo evidentemente pensare a qualche
discepolo o seguace del Maestro, il quale, per confermarne meglio la dottrina
della metempsicosi, avesse immaginato di sana pianta la storiella, cercando poi
di accrescerle autorità col farne autore lo stesso Pitagora. 0 l' invenzione
sarebbe nata da quel che abbiamo udito or ora narrare da Porfirio, che il
filosofo, appassionato lettore d' Omero, recitava e can- tava spesso i delicati
e soavi versi della morte d' Eùphor- bos ? Anche questo è possibile. Ma a me
pare molto più semplice e forse più ovvio — senza andare vanamente fan-
tasticando in ipotesi — credere senz'altro alla concorde testimonianza degli
antichi. Vi è forse nella cosa alcun- ché che trascenda i limiti della
credibilità e della vero- simiglianza? Pitagora non credeva davvero alla
metempsi- cosi, e non era anzi questo il pernio della sua psicologia e della
sua morale, e convinzione (non pura ipotesi spe- culativa) profonda, certa,
inoppugnabile sua e dei suoi seguaci ? Dunque e ben possibile che egli, il
quale aveva virtù taumaturgiche (tanto che nella sua vita il meravi- glioso,
anzi il miracoloso, ebbe gran parte)^ egli, che tante profonde e misteriose
cose aveva imparato nei suoi viaggi in Egitto e nell' Oriente, esercitando
quelle sue pratiche magiche ai vita, profondando lo spirito in quelle sue
me- PoRPHTRii, Vita Pythagorae. Così
presso Luciano nei Dialoghi dei morti (20), quando Eaoo presenta Pitagora a
Menippo, questi si rivolge subito a lui con le parole: «Salve, o Eùphorbos ».
ditazioni — così intense, che erano quasi astrazioni dal corpo ed estasi vere e
proprie, credesse di leggere nel suo passato la storia della propria anima e ne
desse notizia ~ se non proprio alle turbe — agi' iniziati della sua scuola, .
agi' intimi, ai più perfetti, da qualcuno dei quali poi la cosa sarà stata
divulgata. Insomma per me r attribuire a Pitagora stesso, anziché allo spirito
inven- tivo di qualche zelante discepolo, 1' accenno alle sue vite anteriori
non ha nulla di inammissibile e di men che credibile : lo zelo dei seguaci avrà
forse potuto aggiunge- re qualcosa, inventare qualche nuovo particolare o ma-
gari immaginare qualche nuova esistenza, ma l' origine prima di siffatti
racconti si può proprio far risalire allo stesso Maestro. Il quale dunque potè
realmente dire e naturalmente anche credere
poiché non é ammissibile la malafede in un uomo di tanta autorità, la
cui vita fu tutta un apostolato di verità e di bene — di essere stato
Eùphorbos. Ma in tal modo si potrebbe
osservare se noi accettiamo per vero
quello che 1' antichità concorde ci ha tramandato, che cioè Pitagora credette e
diede a credere di essere stato il giovinetto figlio di Panto, ne verrebbe di
conseguenza che egli avrebbe anche creduto nella realtà storica d' Eùphorbos,
non già iato dalla feconda fantasia d' Omero, ma vissuto in carne ed ossa. E
che per que- sto ? Chi mai dei Greci del sesto secolo avanti Cristo — per non
dire di quelli dei secoli posteriori - - non credette nella realtà della guerra
trojana, e dubitò della esistenza di Agamennone, di Achille, di Menelao, di
Ulisse, di Ettore, di tutta la bella schiera degli eroi dell' Iliade e dell'
Odissea? Né la critica storica demolitrice, né la qui- stione omerica erano
nate ancora, e Federico Augusto Wolf doveva tardare ancora ventiquattro secoli
a nascere e a lanciare pel mondo la stupefacente teutonica mostruo- sità dei
suoi Prolegomeni ad Omero! Di Pitagora gli ''antichi conobbero anche altre
incarnazioni, anteriori e posteriori. Soggiunge infatti Por- firio, un poco più
innanzi : « Affermava di essere già vis- « suto precedentemente, dicendo d'
essere stato prima Eù- « phorbos, poi Etàlide, in terzo luogo Ermótimo, poi
Pirro « e allora Pitagora. Con che dimostrava che 1' anima è « immortale e
riesce, in chi sia purificato, a ricordarsi « dell'antica sua vita. Ma Diogene
Laerzio ci ha conservato in proposito una testimonianza — che risali- rebbe ad
Eraclide Pontico (discepolo di Platone, Speu- sippo ed Aristotile) la quale
differisce da quella di Porfirio non solo perchè fa di Eùphorbos la seconda in-
carnazione, essendo stata la prima quella di Etalide, ma anche perchè riferisce
ad Ermótimo (terza incarnazione), anziché a Pitagora, 1' episodio dello scudo,
che sarebbe Veramente si é incominciato già da qualche tempo anche in Germania
ad essere un po' meno radicali in fatto di nega- zioni. E a quel modo che il
Beloch, per esempio, ammise come possibile che « fra gì' innumerevoli eroi
venerati nelle diverse parti del mondo greco ve ne fosse qualcuno che in realtà
una volta si mosse sulla terra in carne ed ossa, così il Drerup {Ornerò^
Bergamo) afferma d'esser « disposto a vedere in Agamennone, Menelao, Nestore,
Ajace, forse anche in Priamo e in altre figure dell' epopea, reali persone
storiche. Gli rimangono però gravi dubbi sulla realtà storica della spedizione
contro Troja (p. 231 e seg.). l. e, 45.
Della cosa discussero anche gli scrittori cristiani, come Tertulliano (de
anima), Lattanzio {Epit. Instit. dio.), Sant'Agostino {Irinit.). inoltre stato
appeso nel tempio di Apollo a Branchidas, e non a Micene. Ma ecco senz' altro
le parole di Laerzio : « Dice Eraclide Pontico che egli (Pitagora) afPermava di
« se d' esser già stato Etalide e ritenuto figlio di Her- « raes (1). E che
Hermes gli disse di scegliere quel che « volesse, tranne F immortalità : onde
egli chiese il dono « di conservare da vìvo e da morto il ricordo di tutti «
gli eventi. Che pertanto in vita si ricordava di tutto, « e dopo che fu morto
conservò egualmente la memoria. « Che in seguito rinacque Euphorbos e fu ferito
da Me- te nelao ; ed Euphorbos diceva d' essere stato un tempo « Etalide e di
aver avuto da Hermes quel dono e ricor- « dava le trasformazioni dell'anima
com'erano avvenute, « e attraverso quali piante ed animali fosse passata, e «
che cosa l'anima avesse sofferto nell'Ade, e qual sorte « attenda le altre
anime. E che quando Euphorbos morì « la sua anima passò in Ermòtimo, che alla
sua volta, « volendo dare una prova dell'esser suo, andò a Bran- « chidas ed
entrato nlel tempio d' Apollo mostrò lo scudo « che Menelao vi aveva appeso,
ormai imputridito, re- « stando solo la parte esterna d'avorio. E che quan- ti)
Dobbiamo forse in questa ipotetica discendenza da Hermes, il dio dei misteri,
vedere significata la iniziazione di Pitagora alle dottrine ermetiche? Mi par
probabile; se pure non dobbiamo vedere in ciò, come noli' altra comune
tradizione che faceva di Pitagora un « figlio d'Apollo », delle espressioni del
linguaggio mistico fraintese. Pausania,
nella descrizione che ci ha lasciata dell' Heraion di Micene, dice ben chiaro
che nel pronao del tempio, a destra, dov' era la statua della dea, vi era «
anche appeso in voto uno scudo, quello che Menelao già tolse ad Euphorbos in
Ilio ». (De- scriptio Graeciae). Ora, poiché sappiamo che Pausania descrive
nell' opera sua proprio quel che ha visto coi suoi occhi « do Erraótimo morì,
rinacque Pirro pescatore di Delo ; « e di nuovo si ricordava tutto : come fosse
stato prima « Etalide, poi Eùpborbos, poi Ermótimo, poi Pirro. E « che quando
Pirro morì, rinacque Pitagora e si ricorda- « va di tutto quel che s' è detto »
(1). Non solo, ma a sentir Gelilo anzi i due filosofi Clearco e Dicearco — vis-
suti fra il quarto e il terzo secolo avanti Cristo — avrebbero lasciato scritto
che Pitagora rivisse ancora altre tre volte, come Pirandro, come Calliclea e
finalmente come una bella etera chiamata Alce. E così r anima d' Eùphorbos,
essendo vissuta otto volte- e avendo sperimentato, chiusa nel carcere corporeo,
le più varie condizioni d' esistenza, sarà essa — dopo aver compiuto il ciclo
assegnatole dal suo proprio destino -— tornata a dissolversi nel gran mare
dell' anima univer- sale ? o non avrà
continuato ancora a vestirsi d'uma- na carne, indefinitamente, secondo la
favola di Luciano? (tanto che una sua indicazione guidò lo Schhemann alla
scoperta delle famose tombe dei re nel foro di Micene), avrà egli veduto
quell'antichissimo logoro avanzo, o una copia in bronzo fattane fare di poi, o
addirittura un qualunque scudo che i sacerdoti del tempio vi abbiano appeso in
tempi tardivi a ricordo e testimonianza dell'antica notissima tradizione?
Pausania in ogni modo visse nella 2^ metà del secondo secolo dopo Cristo.
Diogene Laerzio, Vili, 4-5. Gellio,
Noctes Attieae: Pythagoram vero « ipsum, sicut celebre est, Euphorbum primum
fuisse, dictitasse; ita « haec remotiora sunt bis, quae Glearchus et
Dicaearchus memo- « riae tradiderunt, fuisse eum postea Pyrandrum, deinde
Callicleam, « deinde feminam pulchra facie meretricem, cui nomen fuerat « Alce
». Se, come è probabile, Platone ha desunto dal Pitagorismo i principii a cui
informa la teoria delle pene d' oltretomba nel De republica— secondo la quale
chi aveva commesso ingiu- . Lungo sarebbe a dire — così parla il suo gallo
fìlo- « sofo (Pitagora redivivo anche questo!)
in qual forma « r anima mia venisse via da Apollo volando, ed entrasse «
in corpo di uomo, e qual pena sofferisse in tal guisa... « Mentre eh' io era
Eùphorbos combattei a Troja, e quivi « ucciso da Menelao, dopo qualche tempo ne
venni a stare « in Pitagora ; ma fra 1' un tempo e V altro non ebbi « casa,
aspettando che Mnesarco mi
apparecchiasse « r abitazione.... Ma quando ti spogliasti di Pitagora «
(domanda Micillo al suo gallo) di che ti vestisti? Di « Aspasia, femmina di mondo, di Mileto. E
dopo « Aspasia qual uomo o qual nuova donna diventasti? « Grate, cinico. 0 figliuolo di Giove, qual differenza! « Di
femmina di mondo, filosofo ! — Poi re, poi un po- « verello, poi satrapo, poi
cavallo, poi gazzera, poi ranoc- « chio, e mille altre cose che non finirei mai
a dirle tutte. « Ma sopra tutto fui gallo spesso (vita da me sopra le stizia
verso un altro doveva subire dieci volte quella medesima ingiustizia e
occorreva quindi lo spazio di dieci vite per scontare le colpe della prima —
bisognerebbe veramente ammettere (s' in tende bene, dal punto di vista di
Pitagora e della sua dottrina) almeno altre due vite. Per il luogo platonico e
le relazioni che esso può avere avuto con il dogma cristiano della resurrezione
si veda ciò che ha scritto il Pascal nella Rassegna Contemporanea del dicembre
1911 (ripubblicato in Credenze d'oltretomba^ II, pa- gina 199). Padre di Pitagora. Si noti poi che qui
Luciano sorvola sul- le altre note incarnazioni del filosofo. Ma altrove {Vera
Historia) egli dice: « In quel tempo appunto ci venne (nella città di « Soveria
nell' isola dei Beati) Pitagora di Samo, che allora aveva « finita la settima
mutazione, vissuto le sette vite, compiuti i sette « periodi dell'anima, ed
aveva d'oro tutto il lato destro. Fu de- « ciso d' ammetterlo con gli altri
beati, ma non si sapeva se chia- « marlo Pitagora od Euforbo ». altre amatissima) servendo ad altri molti, a
re, a pove- « relli, a ricchi uomini; e finalmente vivo in tua compa- « gnia,
facendomi beffe cotidianamente di te, che ti que- « reli della tua povertà, e
piangi e ammiri i ricchi perchè « non sai i mali che comportano. E con
l'amabile arguzia lucianea possiamo ben chiu- dere questa singolare istoria d'
Eùphorbos figlio di Panto, il quale fu veramente molto caro ai celesti. Luciano, Il Sogno o il Gallo (secondo la
traduzione di Ga- sparo Gozzi). Si legga tutto questo piacevolissimo dialogo.
Il no- stro autore del resto scherza in parecchi altri luoghi su Eùphor- bos;
mi sembra inutile riferirli; basterà vedere un qualunque indice delle opere di
Luciano. IL SODALIZIO PITAGORICO DI CROTONE. Edito dalla ditta Zanichelli di
Bologna. Pubblicato in The Theosophieal Review. Londra. Una tradizione che fu
diffusa e concorde nell’antichità anche prima dell' apparizione del
neo-pitagori- smo, narra che il filosofo di Samo, dopo aver viaggiato nelle
regioni d' Oriente — in Fenicia, nella Babilonia, in Caldea, nella Persia,
nell' India e in particolare nell' E- gitto — e ^ver presa quivi conoscenza
delle dottrine segrete che i saggi ed i sacerdoti vi professavano, proprio
nello stesso tempo in cui fiorivano nella Cina Lao-Tse e nell'India Gotamo
Buddho venne a Crotone, una delle più fiorenti fra le città della Magna Grecia,
dove, acquistato subito largo seguito di ammiratori, istituì un celebre
Sodalizio. Di questo ap- punto intendo ora di esporre le origini, la durata e
la costituzione, valendomi delle notizie abbastanza numerose e
particolareggiate, perchè possiamo farcene un' idea esatta. Cfr. le osservazioni contenute nel cap. I
dello studio di G. De Lorenzo suU' Bidia e il Buddhismo antico (Bari, Laterza).
che ce ne hanflo lasciato, fra gli altri, Diogene Laerzio, Porfirio, GiambJico,
Clemente Alessandrino, nonché, incidentalmente, gli scrittori classici
maggiori, delle quali poi si servirono, in misura piii o meno larga, con
criteri più o meno discutibili, gli storici moderni del- la filosofia greca in
generale e del movimento pitagorico in particolare, come Krische, Chaignet, CENTOFANTI
(vedasi), Zeller, il Cognetti de MARTIIS (vedasi), Schuré ed altri. Quanto
SiìVorigme dell' Istituto, la tradizione con- corde narra che verso la LXIP
Olimpiade o poco dopo Pitagora, giunto a Crotone, forse accom- pagnato da
numerosi discepoli che ve lo seguirono da Samo, cominciò a tenere in pubblico
discorsi tali da conquistare subito la simpatia degli uditori, accorrenti in
gran numero ad ascoltare la sua parola ispirata, che (1) Vitae et placìta
clarorum philosophorum 1. De vita Pythagorae.
De pythagorica vita. (4) Stromat. libri, passim. De soeietatis a Pythagora in urbe
Orotoniatarum conditae scopo politico commentano^ Gotting. Les Qrands Initiès, Paris. Ed. ital. (Bari,
Laterza). Per gli altri autori v. note a p. 186 e 192. Variano dal 529 al 540
le date proposte relativamente all' anno della sua partenza da Samo; la prima
data è ammessa dall' Ueberweg, Qrundr. I, 16, 1' altra è in Bernhardy, Orundr.
d. gr. Liti.. Il Lenormant {La Grande Orèee) sta. Quanto all' arrivo in
Crotone, il Bernhardy crede che nel 540 Pitagora vi si trovasse già. GlAMBL. Porfirio /. e. 20, che riferisce la
notizia da Nicomaco e Cfr. GlAMBL. predica verità non mai udite prima d'allora
in quella regione e da quegli uomini. Accolto con molta deferenza tanto dal
popolo quanto dalla parte aristocratica, che al- lora aveva nelle mani il
governo, per V entusiasmo su- scitato dalla sua predicazione, fu eretto dai
suoi ammira- tori un ampio edificio in marmo bianco — homakoeion od uditorio
comune — nel quale egli potesse inse- gnare comodamente le sue dottrine ed essi
ridursi a vi- vere sotto la sua guida. La tradizione, quale la troviamo presso
Giamblìco e presso Porfirio, aggiunge altri parti- colari: Pitagora, entrato
nel ginnasio, avrebbe parlato ai giovani che vi si trovavano suscitandone l'
ammirazione (2), del che venuti a conoscenza i magistrati e i senatori
avrebbero manifestato il desiderio di sentirlo anch' essi ; ed egli, venuto
dinanzi al Consiglio dei Mille, vi ottenne tale approvazione da essere invitato
a rendere pubblico il suo insegnamento^ al quale infatti molti accorsero pron-
tamente, mossi dalla fama, subito dilBFusa per tutto il paese, della grande
austerità d' aspetto, della dolce soavità d'eloquio, della profonda novità di
ragionamenti del fo- restiero. Via via, la sua autorità crebbe in modo che egli
potè esercitare nella città una vera dittatura morale; poi (1) Si noti che
Clemente (Strom.) lo identifica con quella che al suo tempo chiamavasi
Ecclesia, cioè alla Chiesa cristiana. V.
in Giamblìco un largo sunto di questo di- scorso, che ci dà un' idea di quello
che fosse l' insegnamento esso- terico di Pitagora. La diversità notata a
questo proposito dallo Zeller fra il racconto di Giainblico e quello di
Porfirio non mi pare sufficiente per trarne, com' egli fa, l' induzione che il
discorso ri- ferito dal primo non può essere stato preso da Dicearco, citato
dal secondo ; ad ogni modo è fuori di dubbio che Dicearco stesso lo co-
nosceva, se potè dire che conteneva « molte belle cose ». si allargò, diffondendosi nei paesi vicini
della Magna Gre- cia e nella Sicilia, a Sibari, a Taranto, a Reggio, a Ca-
tania, ad Imera, a Girgenti; dalle colonie greche, dalle tribù italiche dei
Lucani, dei Peucezi, dei Messapii ed anche da Roma vennero a lui discepoli di ambo' i sessi ; e
piìi celebri legislatori di quelle regioni, Zaleuco, Caronda, Numa ed altri, l'
avrebbero avuto per maestro, sì che per merito suo si sarebbero ristabiliti
dovunque r ordine, la libertà, i costumi e le leggi. In questo modo, dice il
Lenormaiit, « egli potò giungere a rea- lizzare l'ideale d'una Magna Grecia
composta in unione nazionale^ sotto l' egemonia di Crotone, non ostante la
diffeirenza di razze degli Elleni italioti » ; il che peraltro ò inesatto,
poiché, come vedremo, l'intendimento di Pi- tagora nella sua azione e nella sua
predicazione non fu politico 0 nazionale, ma essenzialmente umano. Forse, ag-
giunge un altro scrittore, non fu estranea all'acco- glienza avuta dal filosofo
ed al successo da lui riportato, una persona con la quale egli doveva essersi
trovato in rapporto quand'era a Samo, cioè il celebre medico ero- tonese
Democede. Ma senza dubbio, più che a conoscenze personali, l'approvazione
ottenuta da Pitagora in Crotone e l'entusiasmo da lui suscitato in tutta la
Magna Grecia DiOG. VITI, 15; PoEF. ecc. Seneca, che cita Posidonio ; Diog. Vili,
16; Forf. 21 ; GiAMBL. 33, 104, 130, 172; Eliano, Var. Hist. Ili, 17 ; Diod.
XII, 20. V. DioG. Vili, 3; Porf. 21 sg , 54; Giambl.; CICERONE (vedasi) Tusc.;
Diod, ìragm.; Giustino; Dione Crisost. or.
; Plut. c. princ. philos. Op. ciL,
Cognetti De Martiis, Socialismo antico^ (Torino. furono piuttosto
l'effetto da un lato delle virtù intrinse- che delle sue dottrine e del suo
insegnamento, e dall' al- tro della disposizione e attitudine di quelle genti a
in- tenderlo ed apprezzarlo. Poiché il misticismo ed ogni moto idealistico
trovò sempre fra loro un generale e pron- to assenso e un gran numero di
seguaci, sia nei tempi più antichi, sia durante il medio evo e nell' età
moderna. In queste attitudini dei popoli del mezzogiorno sta la ragione del
rapido diffondersi delle dottrine pita- goriche, che furono accettate quasi
universalmente : tanto che molti, i migliori per intelligenza e per elevatezza
morale, presi d'ammirazione per la profonda scienza del Maestro, si accostarono
a lui, e, desiderosi di penetrare più addentro nella conoscenza del suo sistema
filosofico, di cui intravvidero ed intuirono la vastità e la compren- sione, si
ridussero a poco a poco a vivere con lui, atti- rati nella sua orbita d'azione
e di pensiero da quella spontanea simpatia che hanno sempre esercitato sugli
al- tri tutti i grandi apostoli dell' umanità. Così fu formato il Sodalizio,
del quale fu poi aperto (1) Così p. es. l'idea religiosa di cui si fece poi
paladino e ca- valiere S. Francesco, partì appunto dalla Calabria, con l'abate
Gioacchino da FIORE (vedasi) TOCCO (vedasi), L'Eresia nel M. E.^ lib. li, eie
II). Del resto il Pitagorismo si mantenne sempre vivo nell' Italia Me-
ridionale, (di dove penetrò in Roma con Ennio) e vi sorse a nuo- vo splendore
con la scuola di TELESIO (vedasi), dalla quale uscirono, fra gli altri, CAMPANELLA
(vedasi) e BRUNO (vedasi) —Levi, BRUNO (vedasi), Torino. Porfirio ., racconta
che più di duemila cit- tadini con le mogli e i figli si raccolsero nell'
Homakoeion e vis- sero mettendo in comune i loro beni e reggendosi con statuti
dati loro dal filosofo, che veneravano come un Dio. l'accesso a tutti i buoni —
uomini e donne: e alla sua filosofica famiglia il Maestro diede quel medesimo
or- dinamento che aveva forse visto attuato nelle scuole del- l' Oriente e
dell' Egitto, nelle quali come s' è accennato, egli aveva probabilmente preso
conoscenza dei Misteri. L'istituto divenne ad un tempo un collegio
d'educazione, un'accademia scientifica e una piccola città modello, sot- to la
direzione d' un grande iniziato ; e per mezzo della teoria accompagnata dalla
pratica, delle sciq^ze unite alle arti, vi si giungeva lentamente a quella
scienza delle scienze, a queir armonia magica dell' anima e dell' intel- letto
con l'universo, che i Pitagorici consideravano come l'arcano della filosofia e
della religione. La scuola pita- gorica ha perciò un'importanza assai grande,
perchè fu il piti notevole tentativo d' iniziazione laica : sintesi an-
ticipata dell' ellenismo e del cristianesimo, essa innestò il frutto della
scienza sull'albero della vita, e conobbe quin- di quell'attuazione interna e
viva della verità che sola può dare la fede profonda; attuazione efiìmera, ma
d'im- portanza capitale, perchè ebbe la fecondità dell' esempio.Secondo che fu
data maggiore importanza all'uno 0 all'altro degli elementi costitutivi della
dottrina pita- gorica 0 alle forme e agli effetti esteriori di essa,
diverso Sulle donne pitagoriche sarebbe
opportuno e desiderabile uno studio, che darebbe certo gran luce su molti
fatti. Ad esse era impartito un insegnamento particolare ed avevano iniziazioni
pa- rallele, adattate ai doveri del loro sesso. Giamblioo, dà i nomi di 17,
tutte chiarissime; Dioo. Vili, 41 sg. ; PoRF. i9 sg. ecc. anche Schure. ScHURÈ.
fu il criterio che gli studiosi portarono nel giudicare per quali
intendimenti il filosofo avesse voluto creare questo Sodalizio. Alcuni non ne
videro che l'intento politico; così, se- condo il Krische, « la società ebbe
meramente lo scopo di restaurare, consolidare e. accrescere il potere decaduto
degli ottimati e, subordinati a questo, due altri scopi, uno morale e l'altro
di coltura: di rendere cioè i suoi mem- bri buoni ed onesti, affinchè, se
fossero chiamati al reg- gimento della cosa pubblica, non abusassero del loro
po- tere con l'opprimere la plebe, e questa comprendendo che si provvedeva al
suo benessere, stesse contenta al suo stato ; e di far studiare la filosofia a
coloro che si accingessero al governo dello Stato, perchè non si può aspettare
un governo buono e sapiente se non da chi sia colto ed erudito. Ora quanto sia
incompiuta ed im- perfetta questa opinione del Krische apparirà dal seguito del
nostro studio. Gli intenti del riformatore non furono politici soltanto, ma
anche morali, filosofici e religiosi ; né il suo insegnamento voleva mirare
solo a Crotone, o alla Magna Grecia, sibbene ^Wuomo in generale ; il con-
tenuto politico che esso poteva avere era quindi appena una parte, e neppure la
principale, di un larghissimo sistema scientifico e filosofico, che abbracciava
tutto lo scibile. Altrimenti, nota giustamente lo Zeller, non si spieghe- Cfr.
il giudizio del Meinees, Hist. d. scienc. etc. V. II, p. ] e quello molto
strano del Mommsen, St. di Roma antica^ Roma-Torino: Siffatte tendenze «
oligarchiche informavano la lega solidaria degli « Amici », « fregiata del nome
di Pitagora ; essa ingiungeva di venerare la « classe dominatrice come divina,
di trattare come bestie quei « della classe servile ecc. » ! rebbe l' indirizzo
fisico e matematico della scienza pitago- rica, e il fatto che le testimonianze
piti antiche intorno a Pitagora ci mostrano in lui più che l'uomo di Stato, il
teurgo, il profeta, il sapiente e il riformatore morale. In realtà egli mirava
ad elevare nello spirito e nei costu- mi i suoi discepoli, sia impartendo loro
una cultura e una scienza univ ersale, sia facendo ad essi praticare la più rigorosa
disciplina dell'animo e delle passioni. Con questo egli otteneva anche lo
scopo, eminentemente civile e umanitario, di migliorare via via sempre più
facilmente e largamente i cittadini e gli uomini tutti, poiché ogni discepolo
portava poi necessariamente fuori della scuola, nella sua vita domestica €
pubblica, la moralità e la dot- trina in quella acquistata, diffondendola con
la parola e con l'esempio tra i famigliari, i parenti, gli amici. E in
conseguenza di ciò dovette compiersi a poco a poco un mutamento anche nel
governo della città, per il fatto che i primi ad approfittare e a .far tesoro
delle nuove dottrine essendo stati probabilmente gli ottimati, questi 0
direttamente, se ne facevano parte, o indirettamente, se erano privati
cittadini, dovettero portare nel governo un nuovo indirizzo razionale e una più
rigorosa moralità. L' alleanza quindi fra il Pitagorismo e l'aristocrazia, come
osserva ancora lo Zeller, fu non la ragione, ma l'effetto dell'indirizzo
generale della scuola che chiamava a sé i migliori ; e se la tradizione ci
rappresenta il Sodalizio co- me un' associazione politica, ciò è vero a patto
che non vogliamo anche affermare che il suo indirizzo religioso, etico e
scientifico sia stato una conseguenza della posi- ci) V. Eraclito pr. Dioc.
Vili, 6; Erodoto — Zeller, D. PhiL d, Oriech. Ph. zione che i pitagorici
presero nel campo politico ; perchè invece fu proprio il contrario. Assai
diversamente giudicò la natura della società pi- tagorica il Grote (1), che la
disse di carattere religioso ed esclusivo, e ad un tempo attivo e
spadroneggiante, poiché i suoi membri attivi avevano appunto 1' ufficio di
influire nel governo e sul governo, mentre i contempla- tivi attendevano agli
studi; proprio come nella organizza- zione dei Gesuiti coi quali, dice, i
Pitagorici presentano una notevole somiglianza. Secondo lui insomma i seguaci
del filosofo non furono che « un privato e scelto nucleo d'uomini, di fratelli^
che abbracciarono le fantasie reli- giose del Maestro, il suo canone etico, i suoi
germi (? !) d' una idea scientifica e manifestarono la loro adesione con
particolari osservanze e riti ». In tutto questo vi è appena qualche ombra di
vero; 1' esagerazione ha tolto la mano all'autore. Il concetto religioso ci fu
senza dubbio in Pitagora, esso costituiva anzi il pernio di tutto l' in-
segnamento esoterico, e il punto di partenza della mera- vigliosa dottrina dei
numeri che lo simboleggiava; ma non si trattò punto di fantasie più o meno
strane e irrazio- nali ch'egli volesse dare ad ii\ tendere ai suoi seguaci, sì
bene di quella stessa dottrina religiosa che in Egitto, in Oriente e in Grecia
si insegnava nei Misteri e nelle scuole filosofiche, unica nella sua sostanza —
benché diversa nelle forme e nei simboli esteriori — perché dovunque derivata
dalla stessa tradizione, e, per quanto mistica, fondata tuttavia saldamente
sopra una verace e controlla- bile esperienza. Il paragonare poi il sodalizio
stesso alla Hist. of. Oreeee; cfr. Ritter, Oeseh. d, Phi- los, setta gesuitica, è un errore, che dimostra in
chi ha po- tuto fare simile raffronto ben poca penetrazione nello spi- rito che
informava quell' antichissimo istituto ; è un giu- dicarlo dalle sole apparenze
esteriori, un disconoscerne gì' intenti non settarii, ma plrofondamente umani,
uno svi- sare infine l'opera di uno dei pili grandi pensatori e apo- stoli che
r umanità abbia avuto. Più vicino al vero è il giudizio del Lenormant, in quan-
to egli seppe vedere sotto le fo'^m^ della religione l' in- tendimento morale
di Pitagora; ma ancora più giusto e compiuto, perchè rispondente a tutti i dati
di fatto la- sciatici dalla tradizione, è quello che del Sodalizio diede uno
storico italiano, il Centofanti, col definirlo una So- « ci età modello, la
quale, se intendeva a migliorare le « condizioni della civiltà comune e
aspirava ad occupare « una parte nobilissima e meritata nel governo della cosa
« pubblica, coltivava ancora le scienze, aveva uno scopo « morale e religioso e
promoveva ogni buona arte a per- « fezionamento del vivere secondo un' idea
tanto larga « quanto è la virtualità delV umana natura. Con lui si accordarono
press' a poco lo Chaignet e lo Zel- ler
(4), per il quale la scuola si distingueva da tutte le associazioni analoghe «
per il suo indirizzo morale » pog- giato su motivi religiosi or guidato da sani
metodi d'edu- cazione e di istruzione scientifica. Il Duncker quindi scris- se
con molta verità che Pitagora fu « non solo il Maestro « d' una nuova sapienza,
ma altresì il predicatore di una Op.
Git. l. Studi sopra Pitagora, nel voi.
La Letteratura greca (Fi- renze, Le Monnier), Opere Pythagore et la philos. pythag. Die Philos. der Orieehen V" « nuova
vita, il fondatore di un culto nuovo e il bandi- « tore d' una nuova fede.
Soltanto tale novità , va intesa come relativa ai luoghi e ai tempi ; poiché,
come ho detto sopra, il fondo esoterico della dottrina aveva ori- gini assai
remote. 4. Se tale era dunque l' intento della Società pita- gorica, se al di
sopra di ogni altra considerazione il grande di Samo pose quella di riformare
interiormente gli uomini e con ciò di modificare anche — necessariamente — le
condizioni esterne della vita individuale e sociale, se egli mirò a costituire
una religione fondata sul sentimento in- teriore e non sulle pratiche esterne
del culto, alle quali ben raramente ed in pochi corrisponde un'adeguata cono-
scenza e persuasione, e che perciò acquistano un valore di mera superstizione e
di vuoto formalismo dogmatico, era troppo naturale che la nuova istituzione
dovesse su- scitare i timori degli elementi conservatori della società
crotouese ed italiota, e sopra tutto le ire di quegli ari- stocratici ignoranti
che ne erano stati esclusi per deficien- za intellettuale e morale, e dei
sacerdoti che vedevano allontanarsi dalla religione tradizionale e quindi
sfuggire al loro dominio tanta parte — la parte migliore — della gioventìi. E
le calunnie che tutti costoro seppero sparge- re, dovevano purtroppo trovare,
come sempre, facile cre- dulità nel volgo e pronto aiuto in tutti coloro che
dalle nuove idee vedevano lesi o minacciati i loro interessi per- sonali; tanto
pili che — come accade in ogni nuovo mo- vimento d'idee che tocchi e trasformi
l'assetto politi- co e sociale, — delle incertezze, degli errori, delle
de- Qeseh. d, Alter. . bolezze, della
violenza partigiana di qualcuno fra gli adepti e fautori della Società avranno
ben tosto cercato di trarre partito, mettendole in rilievo, gli avversari delle
nuove dottrine. Ma di questo noTi è fatto ricordo da nessun au- tore. È fatto
invoce espresso ricordo di un tal Cilene, aristocratico, che per la sua crassa
ignoranza e per la sua inettitudine non potè essere ammesso a far parte del So-
dalizio interno, e che « pien d' ira e di corruccio » co- minciò a brigare fra
i malcontenti, a spargere voci calun- niose, a mettere in cattiva luce le
cerimonie e 1' azione segreta della Società, continuando la lotta con quell'a-
sprezza e quella tenacia che gli veniva dall'orgoglio gra- vemente offeso e
dalla certezza di essere spalleggiato da molti. Egli in questo modo, favorito
com' era anche dalla sua elevata condizione sociale e dalle idee democratiche,
allora penetrate nella Magna Gi'ecia da cui seppe abil- mente trarre vantaggio,
potò creare nel Consiglio Sovrano dei Mille una forte opposizione, che,
allargandosi e diffon- dendosi fra il popolo, facilmente ingannato dalle
apparen- ze esteriori sotto alle quali non vedeva altro che mistero, dette poi
luogo ad una vera e propria sommossa contro il filosofo ed i suoi seguaci. Così
che, se il moto fu effettivamente moto di popolo contro il reggi- mento
arivStocratico, l'ispirazione tuttavia venne dalla parte meno buona dell'
aristocrazia e dal sacerdozio ufficiale. Un decreto di proscrizione bandì senz'
altro Pitagora, die, dopo aver cercato invano ospitalità a Caulonia ed a Locri,
fu accolto in Metaponto, dove morì non molto tempo do- po ; ed una fiera
persecuzione fu iniziata contro i pitago-
V. in proposito ciò che dice con molta verità il Centofanti, op. cit. p.
4l6 sgg. rici, parte uccisi e parte cacciati anch' essi in bando e profughi
nelle terre vicine. La durata del Sodalizio fu dunque assai breve, di non pili
che quarant' anni ; tuttavia 1' efficacia dell' insegna- mento pitagorico durò
per lungo tempo attraverso i se- coli e la sua fiamma non si spense mai, conservata
religiosamente e religiosamente trasmessa di generazione in generazione dagli
eletti a cui fu affidato via via il sa- cro deposito; cosicché il fondo delle
dottrine esoteri- che si mantenne, e i tempi successivi in grande o in pic-
cola parte poterono conoscerle. Nel sodalizio si distinguevano due classi di
adepti; quella degli ammessi ad un grado di iniziazione -- discepoli genuini o
famigliari -- e quella dei novizi o semplici uditori -- acustici o pitagoristi.
Ai primi, distinti alla loro volta in varie classi, forse in corrispondenza coi
diversi gradi -- pitagorici, pitagorei, fisici, matematici, sebastici -- e
discepoli diretti del maestro, è fatto l'insegnamento esoterico o segreto. Gl’altri
potevano assistere solo alle leziorìi esoteriche, di contenuto essenzialmente
morale, e AmsTOTiLE ci fa sapere -- Polii.-- che \q sissitie italiche,
anteriori a tutte le altre, durano tuttavia nel suo secolo. Certo per la
congiunzione loro coi posteriori istituti pitagorici. V. CENTOFANTI (vedasi), e cfr. Cognetti De Martiis. Il pitagorismo
appare nel mondo romano e noli' Italia medioevalo e moderna in tutti i periodi
di risorgimento filosofico. La repubblica utopistica di Platone come quella di
CAMPANELLA (vedasi) riproducono molto da vicino l'ideale di vita che è
realmente praticato nell’istituto crotonese. !3; Clem. Stromat. D ; Ippol. Eefut. ; PoRF.; GiAMBL..; Gell.,
anche Yil- LOisoN, Anecd. Secondo uno scrittore dal quale attinse 19t) non
erano ammessi alla presenza di Pitagora, ma, come dice la tradizione, lo
sentivano, talvolta, parlare da dietro un velario che lo nasconde ai loro
occhi. Prima d’ottenere l'ammissione non solo ai gradi d'iniziazione, ma anche
al noviziato, bisogna subire prove ed esami rigorosissimi, poiché, dice
Pitagora, non ogni legno è adatto per farne un Mercurio; anzitutto, come ci
narra Aulo GELIO (vedasi), un esame fisionomico – H. P. Grice: “Reminds me of
Austin, who never liked Dummett!” -- che attesta della buona disposizione
morale e dell’attitudini intellettuali del candidato. Se questo esame è
favorevole e se le informazioni procurate intorno alla moralità e vita
anteriore sono soddisfacenti, egli è ammesso senz'altro e gl’è prescritto un
determinato periodo di silenzio – echemythia --, che varia, secondo gl’individui,
dai due ai cinque anni, durante i quali non gli è lecito che d’ascoltare ciò
che è detto da altri, senza mai chiedere spiegazioni ne fare osservazioni. In
questo come nel lungo meditare e nella piìi rigorosa e severa disciplina delle
passioni e dei desideri praticata per mezzo di prove assai difficili, prese
dall'iniziazione egiziana, consiste il noviziato (parashevé) a cui sono Fozio
(Cod.), gl’adepti sono distinti in sebastici, politici, matematici, pitagorici,
pitagorei e pitagoristi – H. P. Grice: “I tried this with Griceian, Griceian,
and Griceist, but failed!” -- ;. e lo stesso scrittore aggiunge che i discepoli
diretti di Pitagora sono chiamati pitagorici, i discepoli di questi pitagorei e
i discepoh essoterici o novizi pitagoristi. Dal che Roeth deduce che i membri
della piccola scuola pitagorica sono chiamati pitagorici e quelli della grande
pitagorei; ed a ragione, purché non si identifichino questi ultimi con i
pitagoristi o discepoli essoterici, ma bensì si considerino come gl’iniziati di
primo grado. Noci. Att.. OmaiNE fa Pitagora inventore della fisionomica. sottoposti
gl’acustici. Costoro appena imparano, col lungo tirocinio, le due cose piti
difficili, cioè l'ascoltare e il tacer e, sono ammessi fra i matematici e
allora soltanto potevano parlare e domandare, ed anche scrivere su ciò che
avevano udito, esprimendo liberamente la loro opinione. Nel tempo stesso che
imparano ad accrescere la potenza delle loro facoltà psichiche, la loro
sapienza si fa a grado a grado più elevata e più vasta, sino a giungere
all'intelligenza dell’essere assoluto, immanente nell’universo e nell'uomo: chi
arriva a questa che è la più alta cima della speculazione filosofica, e che
segna la fine di tutto l’insegnamento esoterico, ottene il titolo
corrispondente a questa iniziazione epoptica, cioè il titolo di perfetto – teleìos
-- e di venerahile – sehastikós. Oppure chiamasi per eccellenza nomo. L'obbligo
essenziale che si impone agl’adepti è quello del silenzio e della segretezza
verso gl’altri, senza eccezione per parenti o per amici. Tanto che persino i
già iniziati, se avessero lasciato trapelare qualche cosa agl’estranei, sono
espulsi come indegni di appartenere alla società e considerati come morti dagl’altri
confratelli, che innalzano ad essi nell'interno dell' isti- (Ij Così chiamati
dalle discipline che professavano, cioè la geometria, la gnomonica, la medicina,
la musica ed altre d' ordine superiore, per mezzo delle quali si elevano alle
più sublimi ed eccelse vette della scienza umana e divina. Sulla medicina v. E-
LiANO, Var. Hist. IX, 22. V. Tauro pr.
Gellio, L e; Diog. Vili, 10; Apul. Fior. II, 15; Clem. Strom. V, A; Ippol. Refut. I, 2, p. 8, 14; Giamel. 71 sg., 94; cfr. 21 sg.; Filop. De an. D 5 b;
Luciano, Vii. auct. 3; Plut, De curios. p. 309. tuto un cenoiafio. È rimasta
famosa e proverbiale quindi la fermezza con la quale i Pitagorici sapevano cu-
stodire il segreto su tutto ciò che riguardava la scuola. Allo stesso modo era
considerato come morto chi, pur avendo dato buone speranze di sé e della sua
elevatezza spirituale, finiva col mostrarsi inferiore al concetto che aveva
fatto nascere dalla sua capacità. Tali casi però, ò bene notarlo, dovettero
essere assai rari, poiché la lun- ghezza del tempo di prova che precedeva il
passaggio da un grado a un altro aveva appunto lo scopo di rendere impossibili
o di limitare al minimo gl'inganni e le de- lusioni. L'essere stato accolto fra
i novizi ed anche la ricevuta iniziazione non obbliga^^a per nulla alla vita
cenobitica. Molti anzi, o per la loro condizione sociale o perchè non sapessero
rinunziare interamente al mondo o per altre
A questo proposito sappiamo da Clemente (^S^row. V, 574 D), che
riferisce una tradizione ben nota, come Ipparco, a causa ap- punto dell' avere
fatto conoscere la dottrina segreta del Maestro con un suo famoso scritto in
tre libri, del quale ci parlano anche Diogene Laerzio (VITI, lo) e Giamblico,
fu cacciato dalla Scuola. Cfr. Oeigune,
Cantra Celsurn, Can- tab,; GiAMBL.; Th. Canterus, Var. Leet. I, 2. Plut. Numa^ 22; Aristocle p.
Edseb. pr. ev. , 1; PSEUDO Liside pr. GiAMBL.
. e Diog.; Giambl. . (ViLLOisoN, Aneed. II, p. 216); Porf. 58; un anonimo pr.
Menagio in DioG. VIII, 50. Cfr. Platon., jS'p. , l'afferma- zione di Neante su
Empedocle e Filolao, e il racconto dello stesso scrittore e di Ippoboto (pr.
Giambl.) secondo il quale Myl- lia e Timycha sopportarono i più crudeli
tormenti e 1' ultima si tagliò la lingua, piuttosto che rivelare a Dionigi il
vecchio la ra- gione dell'astinenza dallo fave. Così Timeo (pr. Diog. Vili, 54)
af- ferma che Empedocle e Platone furono esclusi dall' insegnamento pitagorico,
perchè accusati di « logoklopia ». ragioni, continuavano la loro vita
ordinaria, che natural- mente informavano ai principii morali e alle conoscenze
acquisite, diffondendo così con la pratica e con la parola il bene a cui
l'insegnamento appunto mirava. Erano questi i membri attivi^ di cui ci parlano
alcune testimo- nianze; gli altri invece, gli speculativi^ vivevano sempre
nell'Istituto, dove, in perfetto accordo con tutte le altre pratiche e leggi
dell'Istituto stesso, le quali miravano so- pratutto a far scomparire ogni
forma di egoismo e di orgoglio individuale, era praticata un'assoluta comunione
di beni. E non è poi così strano da doversene negare la verità, che uomini dati
a speculazioni filosofiche e re- ligiose e a pratiche morali, e che vivevano
insieme' per uno scopo unico, mettessero in comune i loro beni, per il
vantaggio dell'insegnamento e per la diffusione delle loro idee. Che cosa
poteva trattenere i discepoli interni^ non legati più dai vincoli del mondo, da
questa comu- nione di beni ? E quanto agli esterni, non è naturale pensare che,
per la virtù della fratellanza e dell'amore acquistata nel comune insegnamento,
ciascuno mettesse spontaneamente tutte le sue sostanze, anzi tutto se me- Secondo Zeller lo testimonianze di Epicuro (o
Diocle) pr. Diog. X, Il e di TiMKO di Taurom. ibid.^ Vili, 10) che fu anche,
secondo Fozio (Lex. y. v. Koinà) introdurre da Pitagora la comu- nità dei beni
fra gli abitanti della Magna Grecia sono troppo re- centi. Ma cfr. anche gli
Schol. in Fiat. Phaedr. Bekk., e le
testimonianze che troviamo in Dioo. VILI, IO; Gell. I, 9; Ippol. Refut.; Porf.
20; Giamrl. ecc. Krische crede che fonte
di questa tradizione sia stata una falsa (?) interpretazione della nota massima
« le cose degli amici sono comuni »; il che mi pare ben poco fondato, se si
pensi che non è neppur corto che questa massima appartenesse in modo
particolare ai pitagorici (Aristot. FAh. Nic.). desimo a disposizione dei suoi
confratelli ? Ed infatti noi sappiamo che i Pitagorici usavano particolari
segni di riconoscimento ~ come il
pentagono e lo gnomone, incisi sulle loro tessere, e la forma caratteri- stica
del saluto dei quali dovevano servirsi sia per conoscersi ed aiutarsi subito a
vicenda nei loro bisogni sia per essere accolti, fuori di Crotone, dagli adepti
di altre scuole consimili, numerose così nella Magna Grecia come nella Grecia e
nell'Oriente. La vita che si conduceva nell' istituto da quei disce- poli che
vi rimanevano in permanenza ci e sufficiente- mente nota per le narrazioni dei
neo-pitagorici e per le notizie sparse qua e là nelle opere dei più antichi
autori. Tutto era ordinato con norme precise che nessuno tra- sgrediva mai; il
che si intende facilmente, se si pen- si che ognuna di esse aveva la sua
giustificazione razio- nale e che, salvo alcune rigorosamente prescritte, erano
DioD. Siculo Exeerpt. Val. Wess. ; Diog. Vili, 21. GiAMBL.. gU Sckol, alle
Nuvole di Aristofane Dind. Krische Luciano, De Salut. Per questo, e forse per
altre analogie (come quella delle a- dunanze notturne di cui ci parla Diog.) si
è paragonato da alcuno l' Istituto pitagorico con altre società segrete dei
nostri tempi. V. su questo proposito un cenno fuggevole nel Dici, de biogr.
génér.^ Firmin-Didot, Paris,
, t. 41, col. 243-244: « Les souvenirs de collège formaient sans doute pour les
pythagoriciens ce lien sacre qu' on a depuis voulu assimiler à je ne sais
quelle société de Roseeroix ou de Francs-ma^ons ». PoBF.
. che cita Nicomaco e Diogene (autore d' un libro sui prodigi); Giambl. date
più in forma di redola o di consiglio, che di vero e proprio comando. Di buon
mattino, dopo Ja levata del sole, i cenobiti si alzavano e passeggiavano per
luoghi tranquilli e silen- ziosi, fra templi e boschetti, senza parlare ad
alcuno pri- ma di avere ben disposto il loro animo con la medita- zione ed il
raccoglimento. Poi si adunavano nei templi 0 in luoghi simili, ad imparare e ad
insegnare — poi- ché ciascuno era e maestro e discepolo e praticavano
continuamente particolari esercizi per acquistare la padronanza delle passioni
e il dominio dei sensi, svilup- pando in modo speciale la volontà e la memoria
e le fa- coltà superiori e più riposte dello spirito. Non si trat- tava peraltro
né di mortificazione della carne e rinun- zia forzata ed obbligatoria ai
piaceri normali delia vita, ne di altre simili aberrazioni fratesche e
conventuali: Pi- tagora voleva soltanto che ognuno si mettesse in grado di
assoggettare il corpo allo spirito, per modo che que- sto fosse libero nelle
sue operazioni e nel suo svolgi- mento interiore : ma il corpo doveva essere
mantenuto sano e bello, perchè in esso lo spirito avesse uno stru- mento
perfetto quant' er : possibile : onde gli esercizi gin- nastici d' ogni genere
fatti ali' aria aperta, e le prescri- zioni minuziose intorno all' igiene e
specialmente ai cibi e alle bevande. In generale i pasti erano assai parchi, Il rispetto alia libertà individuale era una
delle caratteristi- che, e forse la più bella del metodo pedagogico pitagoreo.
V. su tale metodo F. Cramek, Pythag. quomodo educaverit atque insti- siuerit.
Anche questa era una sapiente e razionale disposizione, abi- tuando i discepoli
alla virtù attiva. ridotti al puro necessario, eJiminaudo tutto ciò che potes-
se offuscare la serena funzione dello spirito ed aggravare inutiluiente lo
stomaco. Pane e miele al mattino, erbe cotte e crude, poca carne e solo di determinate
qualità ed animali, raramente il pesce e pochissimo vino la sera durantB il
secondo pasto (1), il quale doveva essere ter- minato prima del tramonto, ed
era preceduto da passeg- giate, non pili solitarie, ma a gruppi di due o tre, e dal bagno. Terminato il pranzo, i
commensali, riuniti intorno alle tavole in numero di dieci o meno, si
trattenevano a discorrere piacevolmente, a leggere ciò che il più anzia- no
prescriveva, di poesia e di prosa, e ad ascoltare della buona musica che
disponeva gli animi alla gioia e ad una dolce armonia interiore. Poiché « la
musica, onde tutte le parti del corpo sono composte a costante unità di vigore,
è anche un metodo' d'igiene intellettuale e mo- rale, e però compieva i suoi
effetti nell'anima perfetta- I La
tradizione più diffusa ci parla di assoIui;a astinenza dalle carni, dal vino e
dalle fave. Pitagora forse era un puro vegetaria- no, come ci attestano Eunosso
pr, Porf. 7 ed Onesicretopr. Strab. Gas.
Ma non possiamo affer- mare che tale dieta fosse assolutamente obbhgatoria per
tutti : al- trimenti non potremmo spiegarci come mai alcune testimonianze
parlino di certe qualità di carne rigorosamente proibite. Probabil- mente P
astinenza dalle carni e dal vino ( quella delle fave pare fosse prescritta nel
modo più formale e categorico) fu un semplice uso, derivante dal. bisogno o dal
desiderio di manteaer sempre sve- glio lo spirito e di rendere meno tirannico —
pur conservandolo sano — il corpo e meno forti le sue esigenze. La dottrina
della trasmigrazione delle anime non entrava per nulla in tale divieto ; poiché
essa aveva un significato e un valore assai diverso da quel- lo normalmente
attribuitole, secondo la comune credenza della sua derivazione dall' Egitto.
mente disciplinata di ciascun pitagorico. Non man- cavano iiifìno, durante la
giornata, alcune semplici ceri- monie religiose, piii precisamente simboliche,
che servi- vano a mantenere sempre vivo e presente in ognuno il culto ed il
rispetto di quell'Essenza da cui emanava e a cui doveva tornare — secondo la
dottrina mistica del Maestro — il principio animico e sostanziale di ciascun
individuo umano. Altre testimonianze ci parlano di astensione dalla cac- cia,
dell'uso di vesti bianche !2) e di capelli lunghi. Quanto slìV obblUjo del
celibato di cui parla lo Zeller, non solo non ò dato da alcuna testimonianza
(4), ma è contrario anzi a quelle molte che ci parlano di Teano, moglie di
Pitagora, dalla quale questi avrebbe avuto piìi figli ed alle altre ove sono determinate le norme
ri- Cento FANTI, ) GiAMBL. che desunse
forse la notizia da Nicomaco cfr. RoHDE, Rh, Mas.). Aristosseno, da cui è forse
presa — mediatamente — la notizia contenuta nel § lOO, non parlava che dei
Pitagorici del suo teuipo. V. Apul. De Magia e; Filostb. Apollo??.. ; Elian(.,
V. (Iht. XTI. 32. FlLOSTR. l. C. Egli cita veramente Clem. Strom. IH, 435 C. e
Diog. Vili, 19 ; ma nel primo di questi luoghi è detto solo . che da alcuni si
affermava i^he i Pitagorci « si tenevano lontani dall'amore carna- le »; ciò
che non significa punto che l'amore stesso fosse loro proibito : anche qui
probabilmente si trattava di una semplice pra- tica liberamente voluta dai più
degli adepti. Nel secondo luogo ci- tato è detto semplicemente che Pitagora «
non si seppe mai che si abbandonasse a pratiche sessuali » . Ermesianatte pr. Ateneo XllI, 599 a; Diog.
Vili, 42; Porf. 19 ; GiAMBL.; Clem. Paedag. Il, e. 0, p. 204; Strom. , .; Plut.
Coniug. praec. ; Stob. Eel. I, 302;
Fiorii.; Fiorii. Monac. (Stob. Fior. ed.
Mein.); Teodoreto, Semi. guardo al tempo più opportuno per dedicarsi all'amore
(1); e contrario poi — ciò che è piìi importante — allo spirito della dottrina
del filosofo, per il quale la famiglia era sa- cra, e i doveri ad essa inerenti
erano indicati con molta precisione ed accuratezza, massime nell'insegnamento
fatto alle donne. Anche il celibato insomma non dovette essere che una pratica
dei piìi ferventi discepoli, i quali, dediti interamente alle speculazioni
filosofiche ed agli studi, cre- dettero forse di trovare nei vincoli di
famiglia un osta- colo alla libertà dei loro studi e delle loro meditazioni.
Queste, in breve le notizie che ci restano della storia esterna dell' Istituto
e del suo ordinamento interno. Per quello che riguarda in particolare
l'insegnamento, ab- biamo dunque veduto che esso era duplice e che per essere
ammessi a quello chiuso o segreto era necessario aver dimostrato, con lunghi
anni di prova, di esserne de- gni e di avere tutte le attitudini necessarie a
riceverlo. Chi non dava tali garanzie poteva usufruire soltanto del-
l'insegnamento esoterico o comune, privo di ogni sim- bolismo e alla portata di
tutti, di carattere essenzialmente morale. Abbiamo anche accennato che i
discepoli esote- rici erano iniziati gradatamente a forme sempre piìi ele- vate
di conoscenze — teoriche e pratiche — , nascoste sotto il velo di particolari
formule simboliche, facili da ricordare e schematiche, le quali avevano il
vantaggio che, conosciute dai profani, non rivelavano per nulla il loro senso
riposto e metaforico (2). Con ciò si voleva evi- I DioG. vili, 9. L' Arte Mnemonica di Eaimondo
Lullo, uno dei precursori del Beuno e maestro di Gioacchino da. Fiore, di Cor-
tare il pericolo che conoscenze d'ordine superiore fossero date in balia a menti
inette a comprenderle, le quali, appunto per questo, le divulgassero poi con
restrizioni, limitazioni e imperfezioni derivanti dalla loro intelligenza
inadeguata e così nascesse il discredito e il ridicolo sulle dottrine
fondamentali e su tutto l'insegnamento. Il cri- terio usato neir impartirle era
dunque che « non si do- vesse dir tutto a tutti » e tale criterio —
aristocratico nel senso più ampio e più bello della parola — del pro-
porzionare le conoscenze alla capacità individuale, non può certo reputarsi
illogico o segno di vana superbia e di orgoglio intellettuale : anzitutto ò
accaduto in ogni tempo che dottrine intrinsecamente buone abbiano via via
perduto, col troppo diffondersi, gran parte della loro per- fezione primitiva
ed abbiano finito o con V andare sog- gette ad ogni sorta di travestimenti e di
inquinamenti od anche col perdere affatto il loro contenuto sostanziale, pur
conservando le manifestazioni esterne e i segni for- mali di esso ; in secondo
luogo non essendo mai chiesto all'individuo più di quello che le sue facoltà
naturali e le sue conoscenze effettive potessero comportare, e lo svol- gimento
delle facoltà stesse procedendo secondo quella progressione che la natura pone
nell' esplicarle e secondo i gradi della superiorità loro nell' ordinata ed
armonica conformazione della persona umana, non veniva ad esse- re turbato in
nessun momento quell' equilibrio, nel quale sì conteniperano in armonia
perfetta le varie attitudini di ciascuno, e ne nasceva per l' individuo stesso
una pace indisturbata e una fiducia in se medesimo, che non dava NELio Agrippa,
del Paracelso ecc., ebbe lo stesso carattere di una. simbolica universale,
intelligibile ai soli iniziaci. mai luogo allo scoraggiamento e allo sconforto.
Tutta la vita era quindi sottoposta alla legge d'un' educazione si- stematica e
c(mtiuua, e delle attitudini individuali face- vano uno studio diligente,
coscienzioso ed incessante quelli che erano piti in alto nell' ascesa verso la
perfezione. Nei rapporti degli adepti fra loro e con gli altri uomi- ni era
legge suprema l' amore, e questo infatti regnava sovrano tra quelle anime,
avide soltanto di ben© e desi- derose di attuare quant' ò possibile in questa
vita quel- l'ideale di giustizia che è, attraverso i secoli, la perenne
aspirazione di tutti i buoni. Nella scuola e nell' insegna- mento invece era il
principio autoritario che prevaleva ; principio razionale e giusto quando
corrisponda a una vera gradazione di merito e di valore individuale, e per
nulla insopportabile, quando l'insegnamento sia animato 0 vivificato dall'
amore reciproco fra discepoli e maestri, e quelli abbiano in questi fiducia e
stima illimitata. Chi si avvia per la stiada del sapere e vuole arrivare
all'ac- quisto di un qualsiasi sistema di conoscenze ha sempre nozione
imperfetta e inadeguata delle verità che impara, finche non sia giunto a
comprenderne per intero l'ordine necessario ; e le verità stesse, imparate che
siano, non sono mai sufficienti a costituire il sapere, se non vi si unisca
l'esperienza positiva della loro realtà. Ma poiché non tutte le nozioni, come
si è già detto, potevano es- sere intese da tutti pienamente e ciò non di meno
era necessaria la loro conoscenza, anteriore a quella delle lo- ro ragioni
intrinseche ed ideali, non era possibile l'inse- gnamento di esse senza il
principio d'autorità. E d'altro lato, non potendo questa medesima autorità
essere tolle- rata a lungo dai discepoli, se alla simpatia non si fosse
accompagnata anche la persuasione, nata dal riconosci- 207 mento sperimentale
di altre verità prima soltanto apprese, era giustissimo il priocipio di
coordinare l'insegnamento teorico ed il pratico. Oud' è che gli adepti
accettavano volentieri e senza discutere le dottrine che gli iniziati superiori
insegnavano in forma di precetti brevi, sempli- ci, facili, simbolici, sìa
perchè erano rafforzate dall'auto- rità suprema del Maestro da cui derivavano,
sia perchè gradatamente era anche insegnato a ciascuno il metodo per
verificarle praticamente da se medesimo. Uipse dixit era pertanto, come dice
benissimo il Centofanti (1), « la parola dell'autorità razionale verso la
classe non ancora condizionata alla visione delle verità più alte e non par-
tecipante al sacramento della Società », mentre poi il vedere in ?>7/r>
Pitagora «valeva appunto la meritata ini- ziazione all'arcano della Società e
della scienza ». Resterebbe ora da dire in che cosa consisteva l'insegnamento
impartito con un metodo così rigoroso e prudente, quale era la nuova parola che
Pitagora portò fra quelle popolazioni, così piena di fascino da persuadere
tante nobili intelligenze ed ammaliare tanti cuori, e a quale spirito era
informato un. sistema educativo, che non solo sui giovani, ma anche sugli
uomini aveva tanto po- tere da trasformarne la natura morale e tutta la costitu-
zione psichica. Ma poiché questa esposizione della dottri- na pitagorica è già
stata fatta da molti, basti qui il dire che eèsa, riprendendo ed ampliando il
pensiero reli- Puoi vederla esposta assai bone nei citati lavori del Cento-
fanti e dello ScHURÈ ; per quanto a quost' ultimo manchi in parte il necessario
corredo di prove e di testimonianze. gioso che la tradizioDe leggendaria
personificò in Orfeo, coordinava le ispirazioni orfiche in un sistema vasto e
compiuto, e che, essendo fondata su un sapere sperimen- tale e accompagnata da
un ordinamento razionale di tutta la vita, mirava a perfezionare gli individui,
non solo con l'approfondirne e l'estenderne le conoscenze teoriche, ma anche
essenzialmente con l'accrescerne a grado a grado la ricchezza delle forze
interiori, per lo sviluppo ottenuto con lunghe e pazienti pratiche delle
facoltà latenti del riposto ego divino, principio sostanziale di ogni attività
dell* uomo. (1) Erano pratiche magiche che si usavano del resto in tutte le
scuole mistiche e che non eccedevano, se non apparentemente e solo per i
profani, i limiti della natura ; e chi abbia una cono- scenza anche
superficiale di questi studi sa bene che la magia non era altro che un'arte,
che si acquistava con cognizioni ed esercizi particolari e s.egreti. Per le
testimonianze sull' uso di queste pra- tiche V. Plut. Numa 8, Apul. De Magia 3l
; Porf. .; GiAMBL., dove sì parla di « antichi scrittori degni di fede ». Cfr.
anche Ippol. Refut. , Euseb. pr. ev. ;
Aristot. p. Eliano , 'ag Prefazione
Introduzione Capitolo peimo : Inizii leggendarii e storici . » secondo : Quinto
Ennio e i suoi tempi : Sette e scuole pitagoriciie in Rojna nel I secolo a. C
>> : Pitagora e le sue dottrine negli scrit- tori latini del primo secolo
a. C. . Lucrezio e il poema « Delia Natura Frammenti della dottrina di Pitagora
de- sunti dalle opere di M. Terenzio Varrone Appio Claudio Pulcro — Cicerone e
il « Somnium Scipionis Mimi ORAZIO (vedasi) Fiacco VIRGILIO (vedasi) Marone
Pitagora e le sue dottrine nella poesia di Ovidio , Appendici Eitphorhos Il
Sodalizio pitagorico di Crotone ...» tg.
6 rigs i 2 pytagoreum pythagoreum » » ultima Turis Turio fatto fatta » 16 >
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Georg. ferun ferunt prae vista praevisa aequo aeque » » » 27 ilUis illis » »
maior maiore » 66 9 32 Mullach V. Mullach ultima Leipzg Leipzig « (Centra ( « Centra a poco a poco a poco
senza altro senz'altro B Gianola, Alberto 21^ La fort-una de Pitagora G5 presso
i Romani dalle origini fino al tempo di Augusto Nome compiuto: Gianola
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Giavelli: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale -- semantica del segnare -- segnante e segnato – filosofia
fortinese – la scuola di Torino – filosofia piemontese -- filosofia italiana --
Luigi Speranza (S. Giorgio di Canavese). Abstract. Grice: “I presented
myself at Oxford as the expert on ‘significatio’ or meaning – without needing
to quote anything that G. had said – since little did they care!” Keywords:
significatio. Filosofo torinese. Filosofo piemontese. Filosofo italiano. Grice:
“I love Javelli – he is, like me, an Aristotelian; being a northern Italian, he
is a Thomstic Aristotelian, which I’m not sure I am!” Grice: “One good thing
about Javelli is that he commented on MOST works by Aristotle!” -- Essential
Italian philosopher. Studia a Bologna.
Fu esegeta. Argomenta contro Lutero. Opera omnia” (Lione, Giunta). Partecipa al
dibattito sul Tractatus de immortalitate animae di Pomponazzi, di cui scrisse,
su richiesta di Pomponazzi stesso una confutazione. Partecipa al dibattito sul
divorzio di Enrico VIII, esponendosi a favore della scelta del sovrano. M.
Tavuzzi, in "Angelicum", DBI.Casale Monferrato. Crisostomo
Javelli was born in 1470 c., presumably in Piedmont, joins the Dominicans. On G.
see GILSON, Autour de Pomponazzi: problématique de l'immortalité de l'âme en
Italie, Archives d'histoire doctrinale et littéraire du Moyen Age; TAVUZZI, G.
OP A Biobibliographical Essay:
Biography, Angelicum, G. A Biobibliographical Essay: Bibliography »,
Angelicum. G. is the author of a Compendium Logicæ. The
structure of G.’s work mirrors Ockham's Summa logicae in many respects, but
also NICOLETTI (si veda)’s Logica Parva (unlike NICOLETTI (si veda), however, G.
does not deal with obligations and insolubles. The Compendium deals with
the following topics: Introductory remarks, which include a short history
of logic; terms (this part corresponds to the doctrine dealt with by
Aristotle in De Interpretatione); propositions; the five
praedicabilia (this section corresponds to Porphyry's Isagoge); the
antepraedicamenta, the doctrine of the categories (praedicamenta), and the
postpraedicamenta (this treatise, as is clear, corresponds to Aristotle's
Categories); syllogism; supposition theory; ampliatio and
appellatio, i.e. changes in the supposition of a term and changes in the
tenses of verbs; theory of consequentiae; de probatione terminorum
(this treatise deals with the ways in which it is possible to show the truth,
or the probability of a proposition); demonstrative syllogism (this part
aims at expounding what Aristotle says in his Posterior Analytics). The
treatise is published in in Venice. The Compendium is rather successful, and goes
through many editions. G. has many teaching positions within the dominican order
and, most probably, he writes his Compendium logicæ for didactic purposes. The
tendency to systematize the new logic of the late medieval authors and to
present it as consistent with Aristotle's logic is even more evident than in SAVONAROLA
(si veda)’s Compendium. G. is also influenced by the humanists, inasmuch as his
treatises draw attention to the linguistic, and historical context in which
ancient logic arose. If VALLA (si veda) criticizes NICOLETTI (si veda) for the
latter's unfamiliarity with the Greek language, G. dwells on the etymology of many key terms of
logic, and shows a certain familiarity with both Greek and Latin. In his
historical section, G. maintains that Socrates and Plato are not strong
in answering and solving because they did not have logic, even though
they were strong in asking questions or in raising doubts » (licet potentes
essent ad interrogandum sive dubitandum, non tamen ad respondendum et solvendum
propter logice carentiam). Logic is founded on its proper grounds by Aristotle,
for whom Javelli has words of deep admiration: Hence, the Author of
nature gave us Aristotle, who first discovered true logic with his almost
divine mind and organized and brought it to completion in all its parts, so
that we could discover the true rule of knowing that guides the human mind in
arts and sciences." TAVUZZI, G. OP Logicæ Compendium LIZIO,
ordinatum per G. Canapicium ordinis praedicatorum, ex officina Ioannis Blaui de
Colonia, Olvssipponae henceforth, G. Compendium logicæ G. Compendium logicæ Ut
igitur vera sciendi regula directiva humani intellectus in artibus et scientiis
inveniretur, datus est nobis ab authore naturae Aristoteles, qui suo pene
divino ingenio primus logicam veram invenit, et secundum omnes partes ordinavit
ac perfecit. These words implicitly show the ideological background of the
Compendium logicae, that is designed to expound Peripatetic logic. Javelli was
aware that many topics of his treatise had not been discussed by LIZIO, but he
nevertheless thinks that these doctrines are at least Aristotelian in spirit.
When G. introduces the theory of suppositio, in the seventh treatise of his
textbook, he states that doctrines like the suppositio are consistent
with Aristotelian philosophy, even though Aristotle did not propose them, and
this will be clear to you once you progress in logic, philosophy of nature and
in metaphysics under the guidance of the LIZIO. G.’s attitude in finding an
agreement between the doctrines of Aristotle (and of Aquinas) and those of later
thinkers has been already underlined by Tavuzzi, and may be said to be a
trademark of his Compendium. After his sketchy history of logic, G.
defines logic as a rational science® and states that its generic subject is
mental being. The subject of logic, as a distinct discipline, is the
" ens rationis ratiocinativum, quod est idem quod argumentatio.This
remark echoes BARBÒ (si veda)’s claim that the object of logic is the ens
rationis, but G. seems to harmonize the AQUINO (si veda)’s solution with the position
of Albert the Great, because the ens rationis is qualified as ratiocinativum
and this is said to be identical to argumentatio. According to BARBÒ (si veda),
Albert the Great taught that the object of logic is 'arguments. BARBÒ notices
the similarity with what he took to be Aquinas's position, but stressed
nevertheless the difference between the two medieval Dominicans. G. implicitly
unifies their positions. According to G., logic is a science and not
empirical knowledge, because it has proper subject and proper principles: the
presence of these two elements is enough to hold that it falls under the
rational sciences, and is divided into sub-disciplines according to the scheme
that Aquinas introduces in the Proemium to his -- etsi non habeantur ab
Aristotele, tamen doctrinae peripateticae consonant, ut tibi constabit postquam
in Aristotelis disciplina tam in logicalibus quam in physicis atque
metaphysicis eruditus fueris » (my translation). Cf.
TAVUZZI, Herveus Natalis and the Philosophical Logic of AQUINO (si veda) in the
Renaissance, Doctor Communis, G. Compendium logicae -- llogica est scientia
rationalis discretiva veri a falso ». Javelli adds that logica est ars artium
et scientia scientiarum, qua aperta omnes aperiuntur, et qua clausa omnes alie
clauduntur; this statement echoes Peter of Spain's claim that dialectica est
ars artium, scientia scientiarum, ad omnium methodorum principia viam habens (Petri
Hispani Summulae Logicales cum Versorii Parisiensis clarissima expositione,
apud Sansovinum, Venezia -- subiectum in illa universalissime sumptum est ens
rationis, id est ens fabricatum ab intellectu et non habet esse extra
intellectum -- commentary on the Posterior Analytics.8 In his treatise on
terms, G. stresses that terms signify ad placitum, and that verbs are always
tensed. G. has something interesting to say about
propositions. According to him, a proposition 1s omething s (oratto verum
vel falsum signtcans Indicando s) the Clause 'indicando' is meant to
exclude prayers, utterances of wish, etc. from the set of propositions. G. adds
that only present tensed propositions are propositions in the fullest sense,
because past-tensed and future-tensed utterances do not signify anything that
is the case or that is not the case, and thus cannot be true or false:
The phrases (orationes) in the past and future indicative tenses do not signify
primarily and per se 'true' and 'false', unless they are transformed into a
phrase in the indicative present tense.' This is not sufficient evidence
to suggest that G.'s understanding of propositions is analogous to SAVONAROLA
(si veda)’s and, regrettably, G. does not add many details to his definition.
In the same third treatise, G. deals with modal propositions as well, and in
this case the didactic aim of his exposition could not be more evident. He
deliberately avoids all technicalities and limits himself to stating some basic
principles of modal logic: modal propositions are defined as categorical
propositions to which a modal operator has been attached as a prefix.
There are four modal operators for G.: necessary, contingent, possible, and
impossible." G. maintains that also 'true' and 'false' are modes, and by
doing so he refers to a traditional doctrine, which has been endorsed also by
Aquinas in his De propositionibus modalibus. G. adds that also 'per se' and
'per accidens' are modes, and they correspond to 'necessary' and 'contingent'
respectively: Nam licet prima [i.e. 'per se'] aequipolleat modali de
necesse, et secunda [i.e. 'per accidens'] modali de contingenti, tamen ‹non>
sunt formaliter modales."2 Ibid., fol. 12r-13r. Cf. ARISTOTELES. De Interpretatione. This claim, although consistent with Aristotle's
littera (cf. De Interpretatione), is at odds with Savonarola's exposition. This
suggests that 'Thomist logic' was not a monolith and there were several debated
issues. G. Compendium logicæ Orationes etiam modi indicativi temporis
praeteriti et futuri non significant primo et per se verum et falsum, nisi
reducantur ad unam temporis praesentis indicativi. I suggest to add a 'non' to the sentence to make it
intelligible. This observation seems to suggest that modal syllogistic is
grounded on Aristotle's theory of predication. G., however, does not expand
this interesting intuition. Furthermore, even though he is aware of the
distinction de sensu composito/de sensu diviso, he does not consider the
problems that such a distinction may create within modal syllogistic.' His
exposition of modal logic is intentionally simplified for didactic reasons;
after having expanded modal conversions, Javelli adds: that would be enough for
now, lest you get confused, young man (hæc pro nunc sufficiant ne tu iuvenis
confundaris. The tendency to simplify the core notions of medieval logic brings
sometimes G. to modify significantly these doctrines, as is the case in
his supposition theory. Medieval authors did not understand the theory of
suppositio as a mere theory of reference, but as a theory of meaning, namely as
a theory for interpreting sentences. G., on the contrary, seems to consistently
maintain that the supposition theory is what we would nowadays call a theory of
reference." According to him, the supposition is said to be
the positing of a term instead of another, i.e. instead of one of its meanings.
In this sense, we say that in this utterance 'God is good', the It
is perhaps worth mentioning that such an interpretation has gained an
increasing consensus among contemporary scholars: cf. Thom, The Logic of
Essentialism: An Interpretation of Aristotle's Modal Syllogistic, Kluwer,
Dordrecht The New Synthese Historical Library: Texts and Studies in the History
of Philosophy); MALINK, Aristotle's Modal Syllogistic, Harvard, Cambridge,
MA The laws of conversions for necessity propositions are valid de sensu
composito; mixed necessity syllogisms (like Barbara LXL) are valid only if the
modal operator is read de sensu diviso. This seems to suggest that Aristotle's
modal logic is inconsistent. G., however, seems not to be aware of this
philosophical problem. His exposition of the distinction between de sensu
composito and de sensu diviso is as follows: « in modali de sensu composito
modus aut praeponitur aut postponitur toti dicto, in modali autem de sensu
diviso modus nec praeponitur nec postponitur dicto, sed 95 mediat
inter partes dicti. G. Compendium logicæ G. Compendium logicæ According to NOVAES,
suppositio provides mechanic rules, by means of which we can list all possible
interpretations of an ambiguous sentence. The theory of the suppositio may also
serve the purpose of finding the references of the elements of a sentence in
certain context; writing about Ockham, Novaes observes that supposition theory
is better seen as a theory of propositional meaning in the sense that one of
its main purposes is to provide an analytical procedure for determining what
can be asserted by means of a given proposition - a procedure including, but by
no means limited to, the determination of the entities that the proposition may
be about, i.e., its possible supposita, as it would be the case if it were a
theory of reference (An Intensional Interpretation of Ockham's Theory of
Supposition, Journal of the History of Philosophy, Geach presented
supposition theory as a theory of reference in his classical monograph
Reference and Generality. An Examination of Some Medieval and Modern Theories,
Cornell, Ithaca, NY Contemporary Philosophy] term 'God' stands for its meaning,
so that the sense is: what is signified by 'God' is good.'8 Javelli
relies on the definitions of suppositio provided by Peter of Spain and by MANTOVA
(si veda), but in his view the supposition theory is a theory of
reference: A substantive term in or outside a proposition, taken in
itself, has a meaning, but it has a reference (non supponit) only in a
proposition. To make this clear, note that 'to signify' precedes to have a
reference For to signify is to introduce a term or a sound to represent a given
something. As a consequence, it is up to the first authors who give names to
things to make it possible to signify. To have a reference is to take an
already given meaningful term so that it can refer to any of its meanings or
references in a proposition. 10° According to Javelli, 'supponit' may be
translated with 'refers to a suppositum. G. is faced with two alternative
interpretations of the suppositio. But surprisingly, he endorses the one that
is more at odds with his understanding of suppositio as a theory of reference. G.
writes that Thomists are debating among
them as to whether a term can suppose (supponere) only in a proposition or also
in itself. G. maintains that a term supponit only in a proposition - a
conclusion that is certainly more consistent with an understanding of
supposition theory as a theory of meaning, 'G. points out that this debate
originated from the interpretation of AQUINO (si veda), Summa Theologiæ. G. summarises
AQUINO (si veda)’s position as it follows. In his answer to the
third never refers to a person, unless the word is determined by its
corresponding predicate, such as in 'God TAVELLUS. Compendium logicæ,
dicitur suppositio positio termini pro alio, id est, pro aliquo SVO
SIGNIFICATO.In quo sensu dicimus quod in hac oratione Deus est bonus, ly Deus
ponitur PRO SUO SIGNFIICATO, ut sit sensus, id quod significatur per 'Deus' est
bonum -- terminus substantivus in propositione et extra propositionem per se
sumptus SIGNIFICAT, sed non supponit nisi in propositione. Pro
cuius notitia adverte quod SIGNIFICARE precedit supponere. Nam SIGNIFICARE est
imponere terminum sive vocem ad aliquid certi REPRESENTANDVM. Unde facere
significare spectat ad primos authores qui rebus nomina imponunt. Supponere
autem est accipere terminum iam impositum ad significandum ut stet in
propositione pro aliquo suo significato vel supposito generates, God is Father,
God is Son. Hence means (significet) a substance
with a quality, a name properly means (significat) a quality, i.e. the form on
the basis of which the name is attributed; however refers to (supponit) a
substance, i.e. to the thing to which such name is attributed. This leads
Capreolus to maintain that this is false: God does not generate God (ista
est falsa Deus non generat Deum). 104 If we were to follow G.’s view, it
is possible, I think, to maintain that a proposition like Deus non generat Deum
may also be TRUE, inasmuch as the term Deus in this context may be taken to
refer not to a person. Consequently, it would be true to say that god, qua trinity,
does not generate god, qua trinity. This example shows that G. has original
ideas, even though he never wants to explicitly detach himself to the core
tenets of that Thomistic school to which he belonged. -- in responsione ad
tertium dicit quod homo per se supponit pro persona, Deus autem per se supponit
pro natura. Plostquam beatus AQUINO (si veda) dixerat quod Deus supponit per se
pro natura, statim declarans huiusmodi suppositionem format hanc suppositionem,
ut cum dicitur Deus creat. Numquam autem supponit pro persona, nisi
determinetur per predicatum relativum, ut Deus generat, Deus est pater, Deus
est filius, ergo Deus non ex se, sed respectu talis praedicati supponit pro
persona Capreoli Tholosani OP Thomistarum Principis Defensiones Theologiae Divi
AQUINO (si veda), ed. CESLAS PABAN, THOMAS PÈGUES, Cattier, Touronibus -- nomen,
licet significet substantiam cum qualitate, proprie tamen significat
qualitatem, hoc est formam a qua nomen imponitur; supponit vero pro substantia,
hoc est pro re cui imponitur tale nomen According to the Catholic dogma, it is
God the Father who generates God the Son. In other words, if we assume that the
term Deus supponit pro persona independently (and, hence, in every context), it
follows that a proposition like God does not generate God should be FALSE. The sections on syllogistic are the less original
parts of G.’s treatise. Geli — Rossi modum definiendi, dividendo et
demonstrandi, Tu tamen adverce licet fiteadem realiter, ratione tamen distingui
turinquantu docens, et inquantu utens. Namin quantu docens consideratur in e,
in quantu utens relpicit alias scientia. Logica docens sufficienter diuiditur
in tres partes. Prima est in qua tradatur de terminis in complexis, et hoc ditiiditur in duas. In prima consideratur de
terminis secundo intentionis, et iste
est liber praedicabilium. In
secunda consideratur de terminis primx intentionis, et iste est liber
praedicamentorum, et post
praedicamentorum. Secunda est in
qua tradatur de terminis
complexis, id est de oratione et
propositione et hic est liber “Peri
Hermenias”. III est in qua tradatur de argumentatione et hoc dividitur in
quatuor. In prima agitur de
argumentatione syllogistica absoluta et simplici, idesi noh applicata
alicui materiae et hic est
liber pnorunviln secunda agitur
de syllogismo demonstratiuo, et
hic est liber posteriorum. In tertia agitur de syllogifmo topico, id est
probabili, flthic eft liber topicorum. In quarta agitur de
syllogismo fallaci, quem dicimus sophisticum, co q* per ipsum solum gc iteratur deceptio, et hic est liber
elenchorum. Hoc est summa librorum, quos
tradidit nobis LIZIO inventor logicæ. Reliquos autem minores tradarus quos
appellamus parva logicalia, non habemus formaliter ab LIZIO. Sed posteriores
traxerunt virtualiter ex praedictis libris LIZIO, ita us
tradare de gtib9oronis, deinde de oratide
et cmltiatione, sicut etiam tradat grammaticus modo grammatico et
socundo loco tradabimus de syllogismo formali et tertio loco de prædicabilibus, et quarto loco de
praedicamentis. Nam abfqj notitia propositionis et syllogismi, n “Quida homo
non currit.” Praepositiones (“to”) aurem determinant
nomen ad constructionem pro cerro casu,
puta ablativo ucl
accusative. Adverbia
determinant verbum f>ro
determinato Io co, ut
adverbia localia, vel pro determinaro
tempore, ut adverbia temporis, vel pro
determinato modo quantitatis ucl qualitatis tut adverbia
quantitatis et qualitatis. Coniunctiones (‘and,’ ‘or’) autem determinant
terminos et orationes, secundum,
modum copularivum (‘and’), vel disjuinctivum (‘or’) vel
illatiuum. exeplum primi,
“et”, arcp exemplum secundi, “vel,”
“aut”, exemplu tertii, “ergo,”
igitur, iracp. Inter
syncategorematicos terminos non
comprehenduntur intejectiones (“ouch!”) : quoniam ut
docuimus signficant NATURALITER,
nec pronomina primitiva, quoniam sumuntur loco proprii nominis et certam
significant personam. De derivativis autem videtur quod sic,
quem sunt ut determinationes nominum
substantivum - ut “meus liber”,
“tuus pater”, “nostra patria,” etc. Similirer
participium ji5 eft terminus
syncategorematicus, compleditur
enim nomen substantiuum et verbum
-- ut “legens” loquiTUni» ‘homo qui legit’ loquitur. Ex his omnibus sequitur,
quod cum sine odo partes orationis,
tantum nomen et verbum sumendo cum nomine pronomen primitivum, et cum verbo participium, sunt termini
categorematici, alix autem partes sine termini syncaregorematici
apud logicum, et caulam huius dicemus postquod definierimus nomen et uerbum. Terminorum
categorematicorum quidam eft primat
intentionis, quidam secundae. Prima intentio apud veros peripateticos (LIZIO)
est primus conceptus fundatus immediate in re, quod est ens reale, ut primo
apprathenditur prxhenditur ab
intellectu, -- ut ‘animal rationale’ est prima
intentio quam format intellectus, et immediate fundatur, iit natura hominis. Secunda aurem intentio est secundus conccprus
formamus ab intellectu, fundatus in re non immedia ce sed mediante primo
conceptu, ut esse praedicabile de
pluribus differentibus numero in quid, est secundus conceptus quem format
inrellectus de homine. Nam postquam appraehendit cp ‘homo’ est “animal rationale”, advertit ut
est ‘animal rationale’, convenit omni contento sub homine, et sic est
praedicabilis de quolibet suo
individuo in quid, et tunc format secundum conceptum, dicens quod natura
hominis e eo quod est ‘animal rationale’ est prædicabilis de pluribus
differentibus numero in quid et quod dico de homine incellige de qualibet
natura specifica contenta sub animali. Terminus igitur primis intentionis est
terminus significans primum conceptum,
fundatum immediate in
essentia rei -- ut “homo”, “capra”, “leo”. Terminus autem
secunda intentionis est terminus significans secundu conceptum fundatu
in natura rei
median re pmo conceptu -- ut “genus”,
“species”, “differentia”, “singular”, etc; Et ne confundatur intellectus
novitii hic sisto. In tradaru aute de
universalibus sive praedicabilibus diffusius et altius de terminis pmx, et
feciidx INTENTIONIS loquemur. Et aduerte quod
divisio termini in terminos
pmz impositionis, et secundo
positionis apud nos, qui sequimur VIAM REALIUM non differt
a praecedenti. Nam “homo” in
mente vel anima excogitatus, et voce
probatus, et in scripto politus, significat (>mum conceptum ideo est
terminus pmz INTENZIONE intentionis in
mente vel ANIMA, in voce, in scripto. Et iste terminus species ex cogitatus in
mente vel ANIMA et in voce et in scripto et secundæ INTENZIONE intentionis,
quia significat secundum conceptum modo quo diximus. Non ergo est necesse ultra
divisionem factam inter terminos f>mx, 8( secundae INTENZIONE intentionis,
assignare eam quæ dicitur pmz, et secundx INTENZIONE imtentionis ut penitus
distinctam aprxcedenti, qux fuit inter m x, et secundx INTENZIONE intentionis. Hoc enim
continetur in illa. Terminorum quidam
cfimunis, quidam singularis. Comunis est
q de pluribus praedicatur -- ut “homo”,
“animal”, “lapis”, et apud grammaticum
dicitur nomen appellativum, quem
pluribus convenit. Grice : « Except Ramsey, who calls his naming
unique ! » Terminus singularis est qui de uno solo prædicatur -- ut
piato, et fortes, et apud grammaticum
dicitur nomen proprium (“Fido”), qmuui soli conuenk, et ad «erte alternas, ut
qndiuiditeorpus p alata et inaiatu, et aiatu per sensitivu St no (cnfitiuu,
fecundo gnis in spes spalissimas, uc qii
dividitur color per albedinem et nigrcdinem. Et hac divisionem cognosces in
trac. de praedicabilibus. Divisio totius in gtes fkqncp modis, pmo qntotu
dividif in ptes subicdiuas individuales, ut qn dividit ho in forte Pia Ioanne.
Pecru, etc. Scdo qn totu dividitur in partes essentiales CICERONE ESSENTIA, uc
ens naturale compositu dividif in materia et forma, sicut dividit homo in animam et corpus, III qn dividitur totu co
tinuuin partes suas integrales, ut domus in fundamentum, tc» dii, et pariete,
et corpus animalis in partes, qufe sunt membra sua, ex qbus integrat corpus, IV
qn dividitur totu dito tinuu in partes fiias, inter quas et si no fit
continuitas est rame ordo et proportio. Hoc rao dividif EXERCITVS in mtlitcs, cqtcs peditcs, 8(c.
quinto qn dividif totu poretialc sive poteftariufi in partes suas poreftativas
qn diuiditur anima per potentias suas et virtutes suas, ut tibi
manifeftabitur i libro de anima, et ifra
manifestabimus tibi in libro de syllogismo Topico Divisio uo cis in sua
significata sit tribus modis primo vocis univoce in significata univoce GRICE
UNIPLEX SIGNIFICATIO versus MULTIPLEX SIGNIFICATIO, ut qn dividif ho in Socrate
et platone etc, secundo vocis aequivoce GRICE MULTIPLEX SIGNIFICATIO versus
UNIPLEX SIGNIFICATIO in significata aequi-vocata, -ut qn dividitur “cancer” in stella
sive signum cæleste, et aquaticum aial, et morbum, III vocis analogicæ GRICE
ANALOGICAL UNIFICATIO in significata analogata, ut qti dividitur “sanu”, iu
alal sanu, urina sana, medicinam sanam, cibum sanum, aercm sanum, excretum
sanum, et cetera Et hanc divisione cognosces in trac. de pntis.; Divisio secudu
accidens sic tribus modis, primo subiecti in accidentia, ut holum alius parvus,
alitis magnus 1 alius albus, alius
niger, alius medio colore coloratus, (c3o accidentis!in subiecta, ut
accidentifi, quæ sunt m hoie, aliud in aia, ut seia, aliud in corpore, ut
agilitas etc. tertio accidentis in accidentia, ut accidentiu, quarda dura,
quaedam liquida, qnada lucida, quaedam tenebrosa, et haec divisio manifestabit
tibi in philosophia naturali et præcipue in libro de generatione. Isti igitur
sunt iqodi universales GRICE UNIVERSALIA famofiores apud LIZIO, quibus fieri
confutuit divisio. Quantum ad pmam divisionem, quac est per affirmativa et
negativam aduerre, quod affirmativa dupfr definitur, pmo sic, categorica
affirmativa est. ppofirio in qua praedicatum affirmatur de subiefto: -- ut:
Homo est albus. Sed adverte cj» tuc praedicatu affirmatur de subiecto quando
negatio no p cedit copula, q? fi
praecedit negatio, negatur praedicatum de subiecto, et efficitur negativa – ut
hic “Socrates non est albus.” Si autem
fiib sequitur no efficitur negativa, sed
permanet affirmativa,-- ut: Homo est no albus. Ire adverte «p alio modo
affirma! praedicatum de subiecto in affirmativa vera et in falsa, na in vera
affirmatur re et voce quia sic est in re, sicut dr, ut homo re et voce est
risibilis. In falsa atite affirmatur voce tm et non re. Nam licet dicam q» Homo
est asinus tarhe non sic est in re, secundo definitur sic. Affirmativa est in qua verbum principale
affirmatur de subiecto, ut Homo est animal. Dr in qua verbum principale affirmatur ad
differentiam verbi secundarii qtiod si negatur vel affirmatur, propter ipsum
non sit propositio affirmativa nec negativa. Vnde ista non est negativa. SOCRATE
CICERONE CATONE qui non currit, movetur, nec ista est affirmatiua, Socrates,
qui currit, non movetur. Nam In prima
licet verbum secundarium, quod est, currit, negetur, tamen principale
quod est movetur, affirmatur, ideo
permanet affirmatiua. In
IccQda autem fit
oppofito modo, ideo
permanet negatiava. Et ratio
huius est, quia ticrbii secundarium fe tenet
a parte subiecti, q3 paret
refoluedo in fuu
participiu fiuc aftiuum siue
pasfiuu, ut hic. SOCRATE CICERONE CATONE
qui non currit, ideft. Socrates a9 non carrcns mouccur, SOCRATE CICERONE CATONE
qui currit, id est Socrates curreni non movetur: Subiectum autem coniunctum
participio affirmativo negativo no facit propositionem dic affirmatius vel negarivam,
sed negatio cadens super verbum principale sive immediate, ut quando subsequitur
subiedum, ut “homo non est asinus”, sive mediate, ut Non homo est animal, dum
modo sumatur negatio negans, et no infinitam terminum, cui opponitur, nam si
infinitarer, non faceret negativam. Vnde lixc non est negative. “Non homo currit”, qm ly non
homo est nomen infinitum, etc. Vnde non homo curru, aequippollet isti, asinus
qui ft no homo currit. Costat aut hanc esse
affirmativa Patet igitur quid sit categorica affirmativa. Categorica negatiua
dupliciter definitur. Primo sic, categorica negativa est propositio in qua prædicatum
negatur de suo subiecto, auc homo non est lapis. Secundo sic, est propositio in
qua verbum principale negatur. Dicitur verbum principale ad differentiam verbi
secundarii, quod ut docuimus sive affirmetur sive negetur, non facit propositionem
affirmativam aut negativam. Et adverte, quod propositio poreft fieri afflrirmativa vel negativa
dupliciter scilicet explicite et IMPLICITE. Si explicite, sit per nomen et verbum
indicativi modi, ut homo est risibilis. SIIMPLICITE potest fieri per unicum
terminu, ut quando dicimus, homo est risibilis, et e converso, ly e converso aequippollet uni propositioni, qux
est haec, et risibile est homo. Item adverte quod divisio per afflrmativam et
negativam non foium convenit categoricæ sed etiam hyporheticæ et modali,
quomodo autem siat hypothetica affirmativa et ne gar. similirer modal s,
dicemus agentes de eis. Nunc autem sustine, ne confundaris ut nouus AVDITOR
(Grice, RECIPIENT, ADDRESSEE). Conversational Imperative : Thou shalt not
confound they addressee – while the Queen can confound her enemies – and make
them fall! -- Haec de prima divisione di&afint Quantum ad secundam
divisionem categorica: sciliccc per veram et falsam, adverte quod cartgorica
vera, tam affirmatiua quam negatiua dupliciter definitur. Primo sic, vera est,
qua: significat verum id est significar rem sicut est, si est affirmatiua, vel
significat rem sicut non est, si est negatiua. Sed de hac latis diximus in ca.
præcedenti in dedaranlo definitionem propositionis secundo autem fir defiintur.
Vera est illa, cuius SIGNIFICATVM PRIMARIVM EST VERVM. SIGNIFICATVM autem PRIMARIVM
est illud quod exprimitur p oro nem infinitiuam. Verbi gratia haec est ucra
Deus est bonus qm deum esse bonum, est verum. Sic.n. est in re. Dico cuius
primarium GRICE CENTRAL significatum est verum ad differentiam secunda rii. secundarium autem est quod continetur in
primario 8c sequitur ad illud. Verbi gratia primarium huius, homo est
rationalis, est esse rationalem ad hoc autem sequitur cfte animal, esse ANIMATVM,
e de corpus efie subie&am. luxta igitur SIGNIFICATVM PRIMARIVM et secundarium
indicanda est propositio vera, qm est vera primo et per se ex eo, ex secundario
autem est tantum consequenrcr. Nam bene sequitur qcf “Si fortes est homo,
fortes est animal.” sed non ceonuerfb, ut declarabimus in trac. de consequentiis.
Similiter falsa dupliciter definitur. Primo sic, falsi est qux aliter
significat quam sit in re, ut haec est falsa, Homo est ansinus, quia SIGNIFICAT
hominem esse asinum, et tamen aliter est rn re, quia in re no est asinus, sed homo sive rationalis, et de hac
definitione iam diximus in cap. præcedenti in definitione propositionis. Secundo
sic, falsa est illa cuius primarium significatum est falsum. Verbi gratia hæc
est falsa “Homo est asinus”, quia holem esse asinum est falsum, cu sic ronalis,
et asinus irratironalis. Quod si fiereciudicium secundu SECVNDARIVM
SIGNIFICATVM (IMPLICATVRA), quod est dfe animal, esset vera. Nam haec est, vera
homo est animal v non tamen sequitur, ergo est asinus, ut declarabitur tibi in
trac. De consequentiis Haec de secunda divisione distasint, Quantum ad tertiam
divisionem scilicet quod aliqua est
alicuius qiiamicari$, aIiquanulliu$. Alicuius quantitatis est illa,
cuius subiectum stat pro aliquo ucl pro aliquibus vel pro omnibus vel pro
nullo, ut declarabitur in divisione sequenti. Nullius quantitatis est illa
cuius subiectum suspenditur a propria DENOTATIONE -- GRICE, ronc, pbationis
termini praecedetis ipsum quails est exclusiva exceciva reduplicativa, de quaif,
p- Satiqne aprietates: ut est RISIBILITAS in homine, PAR et impar in NUMERO,
curvum et RECTVM in linea, sumum calorem in igne lite nancg faciunt
propositionem in materia naturali. Quid ne. ro sit fluere apneipiis specjci
declarabitur tibi in trac. de prædicabilibus in cap. de proprio et accidente.
Illæ vero fiunt in materia remota, in quibus prædicatum non potest verificari
de subiecto, Imo id inuicero repugnant. Istæ autem sunt in quibus subiectum et prædicatum
sunt opposita contraria vel contradidoria vel
privative ucl relative opposita. Exempla: Album est nigrum. Homo est non homo. Caecus est videns. Pater est
filius. Et aducrte, q? dicuntur
fieri i|i materia
remota, scilicet repugnanti, qm
natur subiedi&i prædicatiin oibus p didis repugnant adinuioem, nec se
compatiuntur. Inde est q1 omnis affirmatiua in materia remota ferng et de
neccsfiUtate est falsa, negatiua autem femg
et immutabiliter ucra. In materia
vero naturali est opposito modo. Nam affirmariva femg est
vera, negatiua fepig falfcM Jn
nuter cotingeti? 4 est medio m6, qm tam
affirma, q nega, aliqn e vera aliqn
falsa, nam qn prædicatum inest liibiedio, affirmatiua est vera, negativa falsa,
qn prædicatum removetur, affirmativa est
falsa, negariva est vera. Hoc de VII diuifione difta fint. Quantum ad oAauam divisionem, quae fuit haec, Propositionum
categoricarum participatium utroqj termino eodem ordine triplici
materia.Cnaturali contingenti et remota adverte, quod inter eas sit
quatruplexoppositio: contraria sub-contraria, CONTRADICTORIA, ubalterna. Oppositio contraria sit inter
eas quarum una est universalis affirmatiua et altera universalis negatiua, de
eifdcm subietlis et prædicatis univoce et æque ample et aeque strictca cceptis.
Primo df quarum una est universalis et cetera. Nam ut distinguantur a
contradictoriis, debent esse eiufdem quantitatis et diverfae qualitatis. Si
eiufdem quatitatis, ergo utraqj est universalis vel particularis, non secundum
quia non essent contrariae sed subcontrariae. Ut dicetur infra ergo primum. Si, DIVERSÆ QVALITATIS, ergo i&fca est
affirmativa et altera negativa. Secundo dr de ei (dem subiectis et prædicatis:
uc ois homol albus, nullus homo est albus, et dcfeftu huius iftaeduae non funt
contrariae ois homo est albus, nullum rifibilc est albus. Tu tn aduerte
quod subiectum et prædicatum
pnt esse idem
tripliciter, pmo fm vocem tm et non fm
SIGNATVM, secundo t m. SIGNATVM tm et non fm vocem, tertio fm vocem et SECVNDVM
SIGNIFICATVM. Exempla: Omnis
canis latrat: nullus canis latrat. Omnis
homo currit, nullum ronale currit.
Omnis homo est alal nullus homo est alaU Prima identitas non sufficit ad contrarietatem, ideo
dicitur in definitione, acceptis UNIVOCE, constat aut
quod canis est TERMINVS ÆQUIVOCVS; aut sufficit ad contrarietatem virtuale seu ÆQVIVALENTE sed no
ad formalem; vero sufficit ad
contratietate proprie dicta et formale
[CF. H. P. GRICE, DICTIVE MEANING AND FORMAILITY – as candidates for EXPLICITVM
– why not both, as in J.?], unde licet iftx duæ, “Omnis homo currit, nullu rationale
currit, sint cotrariæ virtualiter eo q
SECVNDVM SIGNIFICATVM homo et rationale fune idem non tamen forma\itct, qm formaliter
non participat E ii utroqj termino secundum vocem et SECVNDVM SIGNIFICATM.
III dicitur aeque ample &aeque
ftrufie acceptis. Dcfe du huius apud multos istae dux non sunt contrarie. Omnis homo est animal, nullus homo est animal,
quoniam in prima potest teneri tam pro masculis quam pro femminis; in secunda
SOLVM PRO MASCVLIS. Tu tn adverte, quod
secundum usum i utracp accipi confucuit pro MASCVLIS ideo
acceptantur: ut ue rz contrariZj Item defedu huius istæ dux non sunt
contrariæ. Omnis homo EST albus, Nullus homo FVIT albus, quia in prima
reftringitur ad præsentes, in secunda
autem ampliatur ad przfentcs vel
præreritos. Sed pronunc fuftinc, donec pertrademus de AMPLIAZIONI et
APPELLAZIONI. Tu tn adverte, quod prxdldx non sunt contrariæ non solum ronc di
da, sed quia copula non tenetur eodem modo in prima set secunda. Nam in prima est ly est, in secunda
est ly FVIT. Unde in definitione
intelligendum est q' contrarix
debent c(Te de
ctfdem subicdis et
prædicatis et copulis. Hoc de
contrariis dida fint. Oppositio contradictoria est inter eas,
quarum una cft viis affirmatiua, altera particularis negativa, ut Omnis homo est animal, Quidam homo non
est animal, uei altera est vfis
negatiua, et altera particularis affirmatiua, ut Nullus homo currit, Quidam
homo currit, dccifdcm subicdis et pdicatis
et copulis, uniuocc et zque ample, et xque ftride acceptis. Omnia debent intclligi sicut
expofitum est de contrariis. Ut
autem habeas maiorem
noticiamdc contradidione adverte ex doctrina
LIZIO, quatuor condidioncs requirit, et defedu cuiullibct carum enitatur
contradictoria oppositio. Prima est quod sit affirmatio eiufdem de eodem et
negatio, dummodo sumatur idem secundum rem et vocem, ut “Socrates currit”,
“Socrates non currit”. Defedu cuius ista apud logicu non sunt contradictoria
formaliter sed virtualiter sive equipollenter tantum ex parte rei. “CICERONE
currit”, “MARCO non currit”, posito enim quod sint sinonima ex parte
significati quia ide homo didus est MARCO et CICERONE, tame distinguuntur voce
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V^lArii* Jj; ii .I' d appdlationibus J
IX de consequentiis. X de
probationibus terminorum. Vndeamus de syllogismo demonstrativo, in quo quo
continetur LIZIO docrina in lib. poster. Qjia E Gmma recenti hac nostra
editione uiligentissime, exposita fiint, atque elaborate, Grice: “For all their
subtleties I lizii, or peripatetic logicians never cared about formulation. Consider G.: the dog barks,
anger is represented, ‘canis latrat raepresentatur ira, gemitus infirums
raepresentatur dolor. No care is taken to represent the proper signification.
It is still the ‘anima’ if the vegetative one, it is still the dog’s spirit. If
the dog barks, he means that he is angry. If the infirm moans he means he is in
pain, and so on.” Grice: “Javelli is one of the most careful Italian
philosophers. He had a fascination for two little tracts by Aristotle towards
which I also felt an attraction: De Interpretatione and Categories. His
comments on De Interpretatione are brilliant in that he reduces all to
‘re-presentare’. The infirmus who groans or moans represents ‘dolor’. The dog
that barks represents ‘anger’. These are ‘signs’ of the natural kind – and
rather than dark clouds meaning rain he is into ‘phone’ – vox – here it is vox
signifying that p or q naturaliter. (my example of groaning of pain). From
there he jumps to the institutional meaning, ad placitum, ex decreto et
authoritate – e consuetudine, -- a system which superseds the previous one. Nome compiuto: Giovanni Crisostomo Javelli. Iavelli.
Giavelli. Javelli. Keywords: implicatura, grammatica razionale, psicologia
razionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Giavelli” – The Swimming-Pool
Library. Giavelli.
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