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IL M V)/U 

REDICATORE 


LA. 


F FRANCESCO PANIG- 

Mi nore olleruante " " 

VESCOVO D A S T r, 

Oucro Parafrafè , Commento, e Difcorfi intorno al 

libro deli’Elocutione 

DI DEMETRIO FALERE O. 

Ouc vengono i precetti , e gli eflempi del dire , che già furono 
dati a’Greci, ridotti chiaramente alla prattkadcl 
ben parlare in profe Italiane, 

E lavtn a Elee ut io ne de gli Autori profani accommodata alla Sacra 
Eloquenza de nojì ri Dicitori , e Scrittori Ecclcfajlici . 

, CondueTauok , vna delle qacftioni , e l’altra delle cole pili notabili . 


Apprettò Bernardo Giunti, Gio. Battila ciotti, & Compagni . 


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3 jf'jS"!» ìoÌJ>' tóiima’AW c^WÌD OÌJj ili iL Ò&31M A 

Digilizcd by GoOgie 


ALL1LLVSTRISSIMO 

E REVERENDISSIMO 

Sig. e Patron mio C olendifsimo. 

IL SIGNOR CARDINALE 

CARLO EMANVEL PIO. 



SSEN DOSI data in luce per opera 
mia,llluJlriffimo , e Reuerenebjfimo òtg, 
quejta nobilijfima fatica incorno a' precetti 
di Demetrio F alereo del r Reutrendffito,o 
^Monfignor Pamgaroladi relijofi , e per- 
m petua memoria, molte cagioni m hanno fpin- 

Uà dedicar la al fuo glonofo nome. Ma tnpartuohre la cogmtto- 
vrvniuerfale , che K- S llluttrifi eRrucrendijf pojftede delle 
Scienti la (hmt, che fa de glthuomim far* fi mefie-, laferuitù, 
di io ho tenuta' continuamente con l'I Ùuslnjfima fua cafa, epar- 
tkoLr mente con C lllujh'ijfmo òigEneajuo Padre, Cauaaer di 
furano mei ito , dt compiuto giudtcto ,edt matura prudenza nel 
maneggio di c*fe, che nguai damiamo tl pubtico, quanto il prilla- 
to, (din fomma dotato delle più rare qualità , che pofono rendere 
•v n perfonazgto in tutte le parti fommamente rtguat deuole. Efo- 
pra tutto ni hà per fu fo à quejta de dicanone tl riuer ente ojfe quto, 
che porto alla 'Ter fona dtV. S . lUuJlnJf.e 'RcuerendijfPofcid- 
che nè più benigno Padrone, nè Protettore di maggior* autorità di 
lei tengo io : dal quale, dopoi che le fui raccomandato fin negli ulti - 
mi giorni dall' Jlluftr. Sig. Qtrdmal San Qementc ,mio Sig. 
dx Dio b abbia in (telo fono fiato fempr e ftuor ito, quanto io (le fio 
ho ftputo de fidar or e, e protetto,quato rirercaua il mio bifogno e in 

tutte leouaftom, nelle quali mi fon ritrouato, Ella è fiata la mia 
* - t l fida 



fida T r montana , ed e flato il Dfocclncro della Nanfe ella della 
mia 'vita, e. della mya reputatone , fiche non fon naufragato in 
mezo del ietope (lofio mare . Hora con la fiejfa clemenza fi degni 
V. S.lllujlrifi e Re iter end/ fi protegger quegl Opera, che le prefien 
tOj di Autor cotanto famofio, ridotta al fine mila fine def noi anni t 
piena di dottrinai di eloquen^a,e di 'vaghezza, dalla lettiera della 
quale (però, che ne debba Ella prender molto gu fio, e fodis fiat ione, 
per la contesi he può dare si di quefta facoltà , come dC ogni al- 
tra più eminente . Ma io ueggio tirarmi in un Oceano di menti, 
nel quale io non fapret trottare il porto con la ueladelmio debile 
in ^e {/no ; E quando pur uolefii ragionar qualche poco delle lodi, 
che ft deano ad un Prenci pe, e Prelato di si alto grado , riputerei di 
far torto alla chiarijjima fina fama , ed alla gloria fip.tr fa non J olo 
per tutta t Itali a, ma per tutta l'Europa di Ih antichità del fino chia \ 
njfimo [angue, degli fiati, e delle eminente della fina cafia 1 llu - » 
JlnfJima , onde fernet dilungarmi più oltre dalla r tua, qui getto . 
t ànchora per fermare qtte fio picciolcorfo, ed inchinar mi, come 
fio con ogni maggior nutrenti àbaci arie il lembo della uefle, ed a 
pregare Iddio benedetto, che la conferui à lunga •vitale le doni tut 
te quelle profperitàjhc può defiderarecoftm fanti penfiert. 

*1 Venetu ióo3 . 

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Di V.S. 1 Suflrijf e Keuerendiff. U ' u * M 

y^tnv. %'K V* k.YUet'yA ita 


iV> b\\ v.Vì.Y\. . .-".V. Vi-.*', ■>,! V'* 

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F.ST E F AN 0 Z> A MILANO MI NO E E OSSEE 
**»tc Predicatore , t Mintftro Profane téle nella 
Pro* meta di Bologna &e. 



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Ora, che fono feorfi quattordici anni doppo la 
la morte di Monlignor Panigarola,di felice 
memoria', ecco col mezzo delle ftampe publi- 
carfi il Tuo Predicatore tanto dclidcrato dal 
Mondo:!: perche sò,che non folsmcnre li ma 
rauigliaranno alcuni della tardanza; ma forfè 
anche fi querelaranno , che doppo tanto tempo fi lafci vedere 
no compitamente in ogni parte limatorho giudicato cofa mol 
to conucneuole , per leuarc tutti gli fcropuli , che poteffero na- 
fccrc nell'animo de’ Lettori, dire non pure la cagione della tar 
danza.ma i nfìcmc quelle ragioni, che poflono ifeufare e lauto- 
te,e V v. pera.h prima quanto alla tardanza,douetc fapcrc,beni 

/ »ni Lerror/,che Monlignor Panigarola finì la vita prima , che 
Opera, c A* bene egli co vna Lettera fcritta di fua mano l’iftef 
fo giorno, che morì , lafció cfprefTo ordine al SignorGa- 
brielle fuo Nipote che,e quefta,e tutte l’altrc fue compoAtioni 
fbfTero fedelmente confignateal Padre Aate Giouanni dall’Mr 
mi Bolognéfe Teologo,e Pradicator famofo,& il più caro,che 
eglihaueifein tanti luoi allcui, acciò faceffe Aampare quelle, 
chcfofferopcrgiouare almondo;l’ordine nondimeno nonfìk 
efTeg uito, comè per degni rifpetti,conueniua.Ma òtto anni dop 
po la mortedi Monfignoreflcndo già morto anche ilSig.Ga* 
bricllc.queftaopra foia fu con legnata al detto Padre Giouan» 
ni, il quale prima che egli Aniffedi trafcriuerla,elfendo Prouin 
ciale finì là fua vità in Brcfcia , oue A ritrouaua CommifTario 
per alcuni negorij grauiffimi. Laonde effendo reftata coA nelle 
mie mani, chi: pur fonvnodi quelli beneauenturati huomini 
che fui degnodi viuere molti anniapprcffodeirAntore, in fe- 
gno di grato animo, etiandio tra Iccontinue occupationi , che 
apporta feco loffitiodel Prouincialato,rhò Analmente ridotta 

| 3 al fine 


4 - 



affine c6 la iute del S ignar DomAmonio d al (y (nerico, il qu.r 
le, non folo hà ferino parte del GrecojMa di più l’hà rifeent 
ta tutta col propr iooriginak del Papigarqla , ad infianza mia, 
acciò vadi alle (lampe nel modo, che è vfeita dalla penna dcl- 
lautore:Non eAcndo bene per giuditio d’huomini peritiflìmi, 
porre mano in compolìtionc di colui, il quale folo potcua mi- 
gliorare fé fiefio.Quanto à i mancamenti, che per fentire di per 
ione intelligenti, non fono però di molto rihcuo,fpero che fa- 
ranno facilmente ifeufati dalla brcuitadell’AptorCjalla cuiglo 
ria parncchcla morte ùuiidiaflè,nor\ permettendo, che in que 
Ho bel quadro, nel quale egli feAcffoefptimeal viuo,poneffe 
l’vltima mano. tcerto,chediffcgno folle dell’Autore d’abbelli 
rc,e di crefceiequcA’Opera,fi vede chiaramente da vn libretto 
fcritto di fua propria mano,mentrc nella prcfentccompoirtio- 
ne fi affaticaua,nel quale ha notate molte cofe d'aggiongerfi, 
JEt altre da trafportarfi , ma coli concifamentc che egli folo lq 
poteua fare:Et ecco, s’io non erro , fodisfatto alla promclfa in- 
torno alla tardanza , & à i mancamenti 3 qpn hapcndo voluto, 
che nè quella, nè quelli m’impcdifcano di communicarla al mó 
do, poiché per efièr parto del fclicillimo ingegno di Mófignor 
Panigarola,fon più che certose non folo farà veduta con oc 
chi benigni , ma fai» di molto vtile à gli Audiofi . Tra tanto, 
mentre io vfo ogni diligenza in procurare dcli'altrefuccompo 
licioni da chi tiene gli Originali,chec la molto UJufirc Signo- 
ra Maria Vertemà PanigaroIa,NipotepurediMonfignore,fot 
to la cui cuAqdia fonoconferuati con molta pietà -, Et cflèndo 
quella Signora Donna di gran fpirito,c molto diuota della Jct- 
tionc di libri fpirituali,e deH’opere,che trattano delle cofe per- 
tinènti allaccrefcimento della diuotionc,& alla conferuatione 
delle virtù ChriAiane,defidcrache tutte (opere del fuoGran 
Ziofle quali fono tante che reAarà marauigliofoilmódo come 
dell’età fua di 46.anni habbi potuto fcriucr tanto) fi ftampino: 
però vi prego benigni Lettori à gradire la prefente, fpcrando 
di vederne molte di quelle non più Aampate,e di quelle Aampa 
te parimente, ma in altra forma, che tanto eccederà le prime im 
preffioni di bellezza , e di ordine, quanto potete imaginarui, 
che uadano peggiorando fempre coloro che le raccogìianoda 
v. t . Copie, 


• Digitized by-Google 


Copie falfCjH teme fi uedrl partìcolai mente quella grandine** 
fità ne’ tre quadragefimaJi già flanipatijunoin Roma,| altro in 
Venetia 5 e l’ultimo in Mijaopjma tuttfcc tre coli laceri che non 
ficonofcono qua/i per fragmeriti del Panigarola non che per 
fue coiti pofit/oni.Iddio mi prelti gratia di potercele donar lo- 
fio pergiouamentode^uoftrifludijCprincipalinénie jper glo- 
ria di Dio che altro premio non bramo della mia fatica. E viuc 
te felici. 

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DEL SIGNOR PIETRO PETRACCI 

in lòde dell’opera à gli EcceUentifsimi 

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Predicatori . 

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rtjl-r, Jlrir tiri I 

- 2 u 0 del Regno del Cui fiacri Guerreri', 

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Se d'apprender bramate in hreue ratte 
Di pace tare dai cor Vene re ,e AUrte, 
E ridar i alme fitto t uottrt (fa peri; 
Qui d'eloquenza i finti almi* {inceri 
Celefte Spirto in copia a r voi comparte : 
Qui de C Argine, e de /* càrpine carte 
Con faconda r virtù r v apre imi perù 
Qua, dunque nuolgete i chiari ingegni , 

Le lingue per armar d* acuti flrah s 
E fioccarli da' Pergami a t inferno 
Perche fpogliatoil Viz^o de fuot ‘Pegni, 
(archi di palme iUuftri 3 ed immortali 
Trionferete in Campidoglio eterno . 


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A MONSIGNOR 

PANI G A R O L A 

In propofito di quefca liia opera. 

guanto et Arte precorre £ Eloquente# v 

• , 

il DemoAen Latino al T ullto Greco , \ ; 

' . 

I / Mondo' l sa che ne trionfa feco ; ' • ■ ' 

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I 

Eat Arme aguale hai T eùro altra potente . [ 

• | 

Pur, gran Padre, a, te cede,e t Eccellenza 
- ■ Del tuo parlar inchina/ 1 T nono, e l’Echo, 

Che nfponde dal del, mentre chc*l cieco 
tAbijfo£ era ingombri^ dì temenza. 

No Aro "Poeta el T a fio, e t Orati re. 

» . • t. iSf 

Se’ tu,bdla e xmt<ìn 3 conpura,e ter fa «. a 
Lingua àlutpar,maconpiu cafio ardore. 

Felice Italiana alma fauella , 

Qì adhonor arti tuo F attor conuerft. 

La Greca ,ela Latina hai per ancella 




Digitized by C. 


Gli Eccellentiflimi Sig. Capi del Eccello Conlìgliodi X. 
infrafcrittibauuta fede dalli Sig.Reformarori del Studio de 
Padoua per rclarionc à loro fatta dalli dui à quello deputati 
cioè dal Rcucrcndo Padre inquilitor , et dal Ciro. Segretario 
del Senato Gio: Maraueplia con giuramento, che nel libro in- 
«itolato’l Predicatore di F.FrancefcoPanigarola minor oflcr- 
uantc Vefcouo d'Alli>oucro Paratrafe, commento , & difcorfi 
intorno al libro dell'elocunone di Demetrio Falcrco,non fi 
troua cofa centra le leggi,& è degna di ftampa. 

Dar. Dieai. Auguili. 1608. 

D.Pietro Morefini. 


D. Nicolo Bon. 

D. MaflìoMichiel . 



IUuftrìlfimi Confili) X. Secretanti*. 

Bartholomeus Cominus. 


i 6 o 3 .lt. Settembre 
Regiftratain libro à carte f 


^lllAiAIil nuiu A Cai iC <• 

lo. Bapt. Breatu* Offinj Contn Blafphem» * -< 


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Digiii^ed by Googl 


IN DEMETRIl PHALARAEI OPVS 

A PanigaroJa explicatum. 


Demetri fiuerat de metri fede repulfiur. 

Exut ms P b *lcn s nec Phaleraus eras . 

Ad metri reuacat foltum ,Ph alerti £ redonat 
Cuth metro ,& Phdlerts Panigarola fiiis. 
Jùm bette Ùemetrt es Demetrius^fjr Phaleraus * 
Et metrum 3 & Phdlerds buie refir ergo tuas. 


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E acuii di leges r e firat Dmetrius oris, 

Jguds vìi Fr and fius mente valutai , dii ; 
lìti nifi ver ha tonat Sacri Demetrius expers 
Verbi fi as ergo mibi debeat tllefaces. 

Die Flammas, & tela addtt, Demetrius inde 
1 am fimut tn meutes fulminai at % tonat . 




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Si fotti est fauci s Demetrius ab dere multa-, 

F ranci ficus multts pandere panca pote/l. 
filuam bene coniuntfim fic prodi at vterque difirtum 3 
Lingua vuus laxaticontrabit alter opes. 


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TTAVOLU DELLE J? VEST lO'N t SECOLARI 

della prefìtte opera nella, prima parte . _p 

t *v •? IO UT ; 4 J » - * liwU^ » o li * v}j i?» . *T » Trf IK' i j) rjjjus^i * 

* iifr ’i iiiM' n rvii # « *-t"I tninr .'a i r rrn ffO 

► Hi fòlfe Demetrio Falereo,qucftioqe prima. «ar.» 
k Se quello libro dcelocutionc foflc veramente da De- 
g., . metrio Falcrco, quell.*. car-7 

' Aquaje habitofpeculatiuo, ò pratico appartenga que- 
llo libro queft.}. . . . c czr 6 

Che luogo tenga quello labro fra le cole, che vengono infognate 
nell'arte del ragionare, quell. 4. car.7 

Quii fìa la materia, od il (oggetto di quello libro.queft. 5. car. 1 a 

Qual fia la forma , che nel fpo (oggetto iniegnaad introdurre que- 
llo hbro,qucft.6. car.»4 

Qualefuil fine di^cmetrio in quello libro,qucft. 7. cjar- 1 5 

Come conuengaà quefto libro.il titolo de elocutìone^ucftioa^ot- 

tuia . ’ ji : 1 ni, ■ • 

Coineàdiuida quellolibro in parti principali,qucft.$. car.17 
Quali latichc^eàchcénehabbiamopealato noi di douerfar intor 
noà quello libro,que»l. io. car.19 

: . /i'vj 5 ...... i ' .obntu?to2 

Tduola delle qttestioui ecclejiaflici nella prima parte. 

- ìj. : r. tinnii *nv s^ai^naddr.mq ,o*i3litsiiEi.c srlo 

S E alla predicanone de Ila parola-di Dio lia ncccflaria l’cloquen 
za,qucft.i. ’ ' ctt.zj 

Seal predicatore della parola di Dioconuenga.o difdica 1 eloquen- 

za, quell.*. ‘ ... , car - 2 7 

Quali conditioni debba haucre la noftra chrifttana eloquenza, 
quellione terza. car.19 

Quale proportione habbia la noftra eloquenza con qnella>che in- 
legnoronogi ì 1 Maellri de! dirc,queft.4. car.}7 

Se il non edere eloquente è feufa da fefola ragioneuolmenteba- 
ftante,pe r che altri ò non cominci ò celli dall’officio del predica- 
re, quell $• '• 

Se quelli , i quali fra ccclcfiaftici vengano allenati per douer cflere 
(piacendo à DioJ predicatori della paroladi lui,fia bcnechc im- 
parino i precetti dell’eloquenza, quell <5. car.4t 

Sca noftri chrtftiam c rcligiofi giouam debba permetterfi.chc 1 et- 
nici Autori, c feri ttori gentili, lì vagliano ncl/unparari precetti 
dell'eloquenza, quell. 7. - . 

Se fin gli Etnici Autori,v quali hanno trattato delì'clocuttone mc- 
•v I .3 a riti 


T A V 0 L %A 

riti per alcuna Tua qualità di effer principalmente Jettoda noftri 
‘ Demetrio Falcreo,queff.$. car.48. 

Quali fatiche , &C à qual fine Gabbiamo in materia ecclefiaftica di- 
fegnato di douer fare intorno à quello libro,queff.?. car. 5^ 

pa quali forti di ecclefiaftici autori trarremo quegli cfcmpi,de qua 
Ù ad ecclefìafti'che materie appa'ténònti , hauemo da feruirci in 
, In quello libro, quell, io. car.yy 

V* •• ‘ • • , j L 1 / ^ ; , ' . \ « •«. 1 . > . 

* Tauola delle questioni dell’ apparato alla feconda 
[ parte dell’opera, > 


S E il predicatore Italiauodeue procurar di ragionar con quella 
lingua, che fra tutte le altre d’Italia fia la più bella , eia mi- 
' ghorc, e fc quello ad alcuna conuenga più, che alla Fiorentina , 
que filone prima. »' car.tf 

Se fia le lingue noftre volgari alcuna fene troui,la quale non pi- 
gliando nome da alcuna particolare Città polfa in vniuerfale 6 
Tofcana chiamarli, ò Italiana; & ouc quella fi troui, fe di lei deb- 
ba valerli e non d’altra il predicatore, quell. ». car. io 

Se Jeuando alla Fiorentina lingua tutte le parole , e tutti i modi di 
dire,che fono propi di lei, & il medefimo facendo nell’altre par- 
ticolari lingue di Tofcana di quelle parole, e di quelle frali fole 
che auanzairero, potrebbe nalcere vna lingua della quale fi fer- 
uiflc il predicatore, quell.*. car. 14 

Se non adoperandoli predicatore, ne parolaalcuna ,nemododi 
dire che Fiorentino non fia, eda Fiorentini vfàto, cóuicnc non- 
■ dimeno che per la qualità della materia che tratta, egli molti vo- 
caboli, e molte frali non adopridi qucllcchein Fircnzefi vfa- 
< no, queftione quarta. car.15 

Se il predicatore quelle voci deue fuggi re, che pure daFiorcntini,e 
nelle profe nobili s’adoprano , ma che troppo antiche fono e per 
la maggior parte diffidate, quell. 5. car.19 

Se deue il predicatore con tanta anfietà procurare di fuggire le vo- 
ci cauate dalla Latina lingua,come pare che i Fiorentini s’affati- 
chino di fare, queft.6. car.z» 

Se il predicatore, per cflere i termi ni dell’arti, e delle feienze, & in 
paricolare i Teologi , e gli Ecclefiafiici non coli puri, ecandidi 
come i Fiorentini vorrebbono, per quello ha lafciargli ò mutar 
gli nel ragionareà popoli, quell. 7. car.ay 

Se alcune parole proprij/fimc della Fiorentina lingua, e bcllilfiine, 
• fi^alcune frafi , altre fi di quell a medefima qualità* ma che fugl 


r A V 0 L vi 

di Tofana dal popolo minuto non farebbero intefe .eglt par- 
rebbero Arane, conuicnc che il predicatore adoperi òlafci, que- 

ftioneotuua. , c l 4r ’ 1 * 

Se alcune parole, e frafidi Firenze , non per altra cagione, che per 
elTcre troppo belle , e troppo gratiofe , dal predicatore non Fio- 
rcntinodcnnoefferelafciatc .quell?.. *• «ir.jo 

Se i Fiorentini medcfimi, nelle orationi loro da quelle cole h lo^ 
no aftenuti che' noi babbuino detto di fopra , quéftionc deci- 
ma . J cir.jz 

Deliberando il predicatore Italiano di adoperare lingua tale, eguale 
dalle fopradette cofe fi può raccogliere; onde habbiaeglia ca- 
uare gli infcgnaraenti , e le regole per potere correttamente, e 
puramente ragionarla qucftionc vndecima. car. l } 

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Il fine della tamia delle qmttiom . 


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A <5 S * T • 

TAVOLA 

DELLE COSE 

PIV NOTABILI- 

APPARTENENTI AL SOGGETTO 

•y deirf.locutione, & alle quattro Note del r 
dire confidcrate qui da De- 
or-' metrio Falereo. 

Ut» Jalfivv chsaoigkt «H9CW5.ÌJ 

oyE fL TR IMO JfVMERO DENOTA 
ò la prima y ò la feconda parte dell’opra ; (djr U 
fecondo le carte di ciaf una partc,\ 


"Bufare le parole inquan 
ti modi 2.475 47 6 
Accento otte faccia la pa 
rota più grane .p. z. 
33. cue de ue cadere nel ver [0 vol- 
gare. p. 2. 34 

indecenti delle fillabe . p. 1. 24. oue 
dobbiamo fondarli nel fine del e_. 
noflre c laufule. p.i 39 

indecenti della latina , e volgar Un- 
gua ■ par. 2 32 

; Acerbità del dire m tigata dall’ E h fi- 
mifmo . par. 2. 8 89. aneti inafpri- 
ta. 891 

icr'uologia che cofa pa,& come fer- 
ite all" Evidenza per la nota tcn-e. 
p . 2. 6 93. vedi deferii tion r . 
adorare fe fia più d’alare, p.i. 79 
ondulare come fi attribuita ad v* 
v -cello, p.%. 474 

« Adulatane è fordida cofa e mecani- 
ca . far . 2. 919 

\T : t 


tAffabil t che fiap.i. 417 

* 4 ) fettuofoparlare.p.i. 292 

raggiorna, in quanti modi Boccaccio 
tf plica queSlo concetto, p. 2. 2 o 5 

tglaitadehuom , che non rideva mai . 
pari. 441 

*A goni l fica or atione, altra è contcnt io- 
fa alu reatina ,altra concionale, par 
te 2. 64 4 

^Agonistico pai lare qual pa . parte fe- 
conda. 639 

hi, ahimè inter rie tt ioni dolorofe abu 
Jate.p.i. 108 

c^ilefjandro Ticcolomin' notato par- 
tii. 2 36 

Uegoria,che cofa fta.p.i. 312494 
* Allegoria tratta troppo di lontano fa 
enigma.p. 2. 314 

„ Allegoria contiene / otto di f proutr- 
bq,A pofìegmi, parabole. p.i 312 
Come fi forma. $ 13 
allegoria ha del gride frmcipalmen 
te nelle minacele. p. 2 • 3 1 v 

c^Ailegoria efue fpet, e.p.z. 316 



I 


Ti A Vi 

jtìtr£o Ha eontimmata diucnta onj f- 
ma p.j. 314 

Allegorie vtnuHt. 496 

Allegoria in che disenfia dalla meta 
fora p.i. ì * 2 

(,'e^orà formata diati ioni ,òb fto* 
fico parole dette nelle jacre lettt- 
- re è propria del predicatore . parte 
fetori la. 3*7 

Allegoria prue alla magnificenza ,&• 
àllafeuerrtd.p.t. • 5 EJ 

Allegorie v fate dagli ^Auntfi . par- 
te feconda. 3*4 

C Allàeraiione comefegna . patte ft-\ 
conda . . 64 

Allegoria, ve di Metafora . 

Amare /e /m più che adorare , porte 
feconda. - 79 

^Ambigua riprenfione quanto vaglia 
kll’ajpreiza dii dire, p l. 9 1* 
*4uiJ»l>o(ogK fuggir dobb amo per ef 
Jer chiari nel dire : equnio auna- 
lcrcidifffe,p.i . 647 

T fc»f /» fuggono. 648 

Armata poema del Tafifio commenda 
pt>rf<i chiarezza , parte jecon- 
tfej, $40 

^Ammaffare cofe rtprenfib liappar. 
tiene alla nota grane , parte fecon- 
da. 

Amplificatone con decoro come, par. 

‘ t 1 2 . i > •«. 4^* 

KAmptifitaticn' di et ni i dicitori dif- 
ferente da gliecclt Jtafiia, parte fe- 
conda. 40 ? 

• Dnetnanicr di ampli fi 1 are . 4OJ 
Anafora figura,p.2. . : • I J 4 

ampi Ho pi-, di metrico d cui oppofto , 
par. 2 , 604 

®bm/ì del Haromo minere di gioie , 
■. 'fari. .'Ci' > 45 * 

•«iii £4* commendato nel fide deU 


OLA 

Le k’tert, parte ». 74Ì . 

Vuotato, p.i. * 3 ° 

annominatone col mutar de' caft, par* „ 
tefeconda. 13 & 

annominattone veek bifliccio. v 

antichità di fritti e libri come deuefli v 
marfi,p.i. IJ3 

antipallage figura, p.i. 11 Jn 

ttouen Uè fiacre lettere. in 

antonomafu,p. 2. 2 1 J 

apofiopifi hgura, p.i. 250814 
apoftoli due volte bebbero vano timo - * 
AAp-t. 544 

appcchi fofpenfinif.t. \ . S7 
ar ab a è Orientale a' la Giudea > diui- 
fia in due Vrouìnc'ie,p.l, 45 J 

4 raiic! canti quali, p. 2. 17 

argutic canate dalla inefipettatione , p. 

feconda . J o l 

4rid dd dir* che cofa fila , Cd in che 
confitfta,p.i. 765 

flwanti I orti occorra. 766 

"Paragonata con la frigidità. 767 
aridità del dire nata dalla compo fitto- 
ne, quale p. 2. 769.770 

, ISial e parole bajje.p.u. 77J 
arrf /<J dii d re fafji p r eccedere nel 0 
nota (enpe^p, 1, .r- 362 

arioflodccbiaratOypA . 78 

Éjp refio appar.par, x.car. 17. Vuo- 
tato p.z .1 570 

ariflot le & firn Itti re à din rfijcntte 
pj te.t.< 736 

Come diuidai fiuoi libri di logica ,• 
par fi. 1 8 

ar fi naie 4 Ila CbieptC-tolicaqual f ia , 
parte 2. 472 

artico '0 figura re lorica di pa rote, par - 
infeconda,. 130 

artificio oratorio à chi tocca più na- 
sconderlo al' 1 forno , ò all' orato- 
rc,p.2. 278 

V ' .j Afpra 


T A V 

~S]pra campo fittone come fi faccia La , 
'par. 2. 59. 68 

afpre\za del dire fi per la nota magni 
'■fica,p.i. 5 8.68 

ajprctfa del dite, vedi Graniti. 
ajpre%za delle voci per im tare cofe a- 
fpte come, p. 2. 721 

affi llabatione che fignifica,p. 2. 63 

afyndcton figura retorica, p.i. 9 i 
at, Je ha fempre forga aauerfativa , 
parte 2. i«i 

at ette ft celebravano i fatti mifieri di 
notte. p. t. 314 

attaccamenti di claufute di quanti mo- 
di, p.i. 1 36 

attaccamenti fofpenfiui fono di duc_» 
fòrti. 137 

attaccamento per ta nota magn fica , 
par.2. 86 

attaccamenti del dire quando bifogna 
v far li, p. 2. 638 

auaritia di Sente, p.%. 51 6 

! V 

B El'egga di parole otte confitta, 
par.2. 580 

Di quante maniere fia. 382. 
'Bembo notato, p.2. 42.723 

Btbiia in che fia fiata compofia in ver 
fi,pa r .i. 62 

r BiHiccio,p.i. 22J.&238 

Tacile fatte lettere fi troua,p. 2.315 
Bifìiccianti r prefitp. 2. 598 

Boccaccio dechiarato p. 2. 78 

Terche tanto oficrua’O dal Tamga 
rola,p.2. i 599 

' Tqonfu troppo felice ne' motti 600 
Tiptat > di poca memoria ■ 60 1 

potato che eo e ofeene firiueffe , p. 
2.934. commendato tbequclle con 
parole honefle trapafsò . pf 9 . H}- 
prefo, parte t. 238 


OLA 

Incolpato tefia fiato troppo orna, 
to in materia grane, p.2. 800 

?n che nota icriffe U ‘Dtcamerone , 
par. 2. 614 

listatone’ ver fi, p.x. 388 

Bontà della aita è neccffaria al predi- 
catore, p.i. 94 * 

'Brevità appropriata alla nota grane, 
par.2. 7*7 

Brevità dell’ ritma clanfula , oue fi 
tratta di cofa grande , dà nel vitto 
dell’aridità, p.2. 77® 

< fioua peri in pià acca fiorn^. 77 1 
Breuità porge grat a al dire, e come , , 
par.t. 44^ 

Breuità fi può vfarein due mamere , 

P 445-M47 

Come cagiona grandezza nel dire , 
par.2. 319, 

Brevi à delle claufule ,p. t. 8 1 

Oue fi deueufarc, 91 • 95 . 1 r/*„ 
118.125. 

Bugia come fi contiene nella facr a ferii 
tura, p.2. 3 Gj 

Burle f chi componimenti quali propria , 
mente fiano,p.*,3 97 vn quante ipa 
mere. . J 9 ? 

"-V x « n j 

C 11 

C Acofimia come conuenga alla no -, 
ta grane, p.2. 821 

Caio zelo nota del dire vitiofa, oppofla 
alla nota uenufla,p. 2. 595 

Di quanti modi elio fia. 5 9# 
Caco zelo in due modtdifiinto, patte fe- 
conda . 773 

(acozclo nato dal’ e parole tra fiate 
troppo lontane e dalle cong unte , e 
« dal numerò anapefìito , parte ft* 

1 conda-i • 

Caco zelo v ilio contrario d dir uenn- 
fio, p.2, 3 $* 

C«- 


T A V 

Cacozelo uatto da motti inetti , parte 
feconda. 197 

Cantica di Salomone in perfena d'yn 
pallore ,ed f vna paftord , marito e 
mogie, p. 2. 

eJMolte comparatme della canti- 
ca cfpoHc 383. 

Ripiena di tanti ornamenti è venu- 
fti del dire , che avanza ogni altro 
componimeeto di Greci di Latini , e 
éfnoflri,p.2. 4 ** 

Ha vn coro di yernni Gierofelimì- 
tane , e qual fu il juo / oggetto e gli 
interlocutori, p.2. 4 J 7 

Canio ejplicato con /fi note, p.2. 167 
Cantori, perche dimenano il capo can- 
tando, p.i. *63 

Capo perche vien mofjo da chi recita _i 
profe intrecciate, p. 1 . idi 

Caratteri di dre quanti, p.t. ' 5 

Co/o obliquo maggior grandezza ren- 
de tal bora che il ca/o retto, parte 
fronda. 7*4 

Cefi obliqui generano ofcnrezza nel di 
re,p.i. 674 

Cafi&fuoordine,p.%. 677 

Qifidiuerfi ne’ principi) dell’or ationi , 
par.\. 136 

Crebre fi, p.2. *1 3 

Ctleritd nel dire fà leggerezza, parte 
feconda. 33 

Cetra 1 fornita, me t a fora, p. 2. a 5 8 

Chiarezza del dire nata dalla Slruttu 
ra,ecompofitione,p.i. 686 
Traila Spanalepfi figura,p. 2. 6 S 5 
Si acquila fuggendole ambiguità , 
non fola delle parole , ma della com- 
pofnione } p.i. 646 

Hata dall’ordine naturale de ' taf , 
&tome,p.z. 676 

Da non troppo longhi periodi, par- 
ti. 681 

Dal replicateli concetto , i Qrcci 


OLA 

dicono dalla Dilogia, p. 2 - 668 

Chiarezza del parlare in cui più riha-/ 
ce^i. 610 

Comes" acqui fli. 

Hata dal fuggire i caft obliqui, par 
te 2. <574 

Da gli attaccamenti de’ membri , 
par.i. 627 

Cicerone ha ofieruati i peanì,p. 2 . 28 
^Alcuni libri traduce, p.i. JjS 
Piotato d’hauer inmateria atroce 
incvgnati troppi ornamenti , parte 
feconda . 7 99 

Efplieato , C 3 accordato con Deme- 
trio, p.x. 617 

Ciclope refe bombile da Homerofpar 
te ». , 470 

Cinici motteggiavamo in due maniere, 
par. 2. <369 

S. Cipriano bebbe ilflile chiaro , e fea- 
ue,p.2. 7*7 

Circonfcriucre con più parole le cofe 
quando dia grandezza, p. 2. 300 
Claufule come deuono tfier ripartite , 
par. 1. 6$ 

TfeUura (3 v fedi efie. 66 

"Della vnit à e pluralità loro, 7 • 
‘Della lunghezze e brevità. 77 
Claufelaafie rchiata nel fine,oue fi trat 
ta dicojc grandi, diuien arida , p.2. 
,770,0 oacgiouu. 77U 
Claufele lunghe atte alla nota magni- 
fica,p.x. 47 

Claufele continuate con diuefi caft , 
par. 2. 1 36 

In quanti modi s’attaccano una eoa 
l'altra, p. 1 y36.fi. 2. 100. 

Clan foli lunghe debbono effere nel par 
lar magni fi co, p. 1 . 88 

Claufele magnifiche co parole di qua » 
te fillabe deuono finire ,edi quante 
cominciare, p.2. 37 

Claufele e fuoi cominciamene p. 1.100 
Coaccr- 


/ 


T A V 

faceruatione color retorico, p.t. 79 
Collette come furono introdotte nella 
thicfa,p. 1. 5 6 

(Jollifiori delle vocali come fra Latini 
e Italiani, p.i. 175. & 176. 
Cemedic antiche à che fine erano fatte, 
par.x. 8 ?0 

Comedie none quali fofitro, p. a. 6I7 
Comandi uogltin efier breui , parte fe- 
conda. 787 

Cominciameli di clau fiele, p. 2. too 
(ommtratione e fermar fi sù vn propo 
filo amplifica l’acerbità del dire, 
p*r.t. 885 

Comparatone come fi fi divnameta 
fora, p.t. 276 

“Perche più à poeti i profatoriac- 
con venga la còparatione. rj6. 177 
fompdrationi fatte per denotar defor- 
mità-dei corpo danno gufilo, parte 
feconda . 5 5 t 

Còparatione come differifee dall lma- 
gme,emetafora,p.2. 2ij.& 218. 
Comparatiom fi deuon fare nel genere 
demonflratiuo,p.2. *78 

Comparatori onde bifogna prenderle 
ilpoeta,p.t. 191 

Comparatori nel principio della pri 
ma parte delta predica fie fi debba- 
no tfare, p.t. a 88 

Comparatiom rifuggite dalla nota gr a 
ue,p.i. 96 } 

Comparatone ferve alla nota \<emfiìa , 
par.2. 14 Ó.&S 4 7 . 

Onde le debba prendere il predica- 
tore . 550 

comparatori tolte da cofiè bufile mila 
]acrafcriteura,p.t. >95 

campar attive, vedi Metafora . 
tompimimcnti burtefehi ha pii la lin- 
gua mitra, che la latina e la greca, 
■ parte 2. i?7 

componimenti altri fati 1 per efifier dii- 


O L A 

ti in noce, altri per efifier folamntt 
letti, p. a. 6)1 

componimenti di quattro / orti pofioef. 
fareglioratori,p.2. 4 } 7 

La differenza eh' è tra e(fi. 6}8. 
componimento Grafito, & ^ tgorifiico 
in quanti modi fi dJUnguono, parte 
' feconda . 746 

tompofirione arida, onde nafta , parte 
feconda . 7 69 

compo fittone fcabrofa ferve alla nota 
grave & ajpra,p. 2. 795 

compofitione dell epiflola non richiede 
modi di dire difciolù, p.%. 745 

compo fittine fncrvata quale, p.t, 604 
compo fittone rotta t {pezzata, parto 
prima . 140 

f net e cora quale e come,p. a. 944 
^ifipra conviene alla nota magnifi- 
ca Cf come ella fi faccia, p.x. 5 9 
compofitione ambigua, p. 2. 649 

Troppo numerofai fredda, parte 
feconda. 38 9 

comptiffion’ figura, p.x. 1 $4 

concefifiont figura, p.t. 878 

conchiglia delle donne , che cofie filano , 
par.x. 49J 

contifi ■ Pedi Breuità. 
concorfo di lettere di due forti, parte 
feconda. t Ji8 

concorfo di uocali come diuerfo in diuer 
Je lingue , p.x. 16». fette confiideror 
rioni intorno al concorfo delle voca- 
li r 68- 

amorfi) de’ diHongbi,p. 2. 1 85 

concorfo di uocali come convenga alla 
not*gruuc,p. a. 9*7 

Quale alla nota magnifica convie- 
ne, p.r.i 179^84 

contur fio di uocali e di confomnt , far- 
t t. 64 

{ondinovi deir eloquenza chrflìana , 
parte 1. 30 

Con- 


* 


r a cv 

Congerie color retorico,p. a. 79 
fimgiuntionc in quante maniere, parte 
feconda. . 96 

Congruità del parlare tome differente 
dalla purità di effo.appan.%\par, 8 . 
Confinanti e fio concor fi, p.i. 6 j 

Doppie quah, par. a. do. quali ac- 
centate. 61. 

Se apprejjo noi fta mai l'I confinan 
te, come apprefio i latini , patte fe- 
conda. 1 86 

Contentiofi parlare qual fia,p. a. 6 j 5 
fe tale può e fiere il parlare nel gene 
re iemonSìratmo. 6 j 6 .& 637. 
Coutrapofitione di cofe,p. 1 . 218 

Conti apofitione di parole, p. | . a 1 8 
Contrapo ftione di parole e di cofe,p. 

„ 4.219.^.1.798* ) • \ 

Contrjpofli come fanó prefi dal ([eto- 
rtypa. .■ '.-217 

' ncfle prediche falli famiha ■» 

tifimi ,p.i. 8 ox 

Danno gratta e venufli nel dire , p. 
Seconda . ji 2. 

Contrarietà come uien prefa dal l{eto - 
re, e come dal Filofofo,p. 1 . . 217 

Contrari j come nell' allontanar fi dal 
mexp fiano concordi.p.a. 299 
Qonucnicng* come nelle metafore , p. 

feconda . 217 

Copr. la replicata fa magnificenza- > , 
par.x. 90 

Co ntlio Tacito notato d’ofcurità iuta 
dacaji obliqui, p.z. 6 jq 

porrete ione figura oue produca leggia- 
dria e vcnuflà finza magnificenza, 
par.\. 48 1 

Corrifpondenzt de’ membri ne' perio- 
di in quante maniere, e come fcruo- 
no per la nota ucnnfla, p.z. 512 
Cofe hafie trattate con Siile ik igni fico 
fiuo freddc,p.i. 396.8 duci ficon 
cede ciò fare. 397, 

ÌÌaT, 1 


O L A 

Coflumi effeminati ripreft con notagra 
up,p.z. 78*784 

Croie T ebano filofifo Cinico, & i fuoi 
motti, p.z. 8j r 

Ctcfta chi fofit,p.z. 70* 

Lodato per l’euiden^a del dire, par 
te 2." 706- 

D 

D -ydntt riprefo , appctr. parte 2. 
car. 17. 

* Deformità quale ì materia di ridere, 
par.z. ?57 

Dcmadea figura compoSìa di tre, e co- 
me, p.z. 8 9; 

Demetrio Falci co chi foffe,p. 1 .a car. 
quanti fo fiero di tal nome, car. 1 . 

Se quello libro de rlocutione foffe 
. veramente fatto da Ini, car. 
Laudato /?. 1 . 5 o. egli fu, che primo 
efolopcrfuafc i Filadelfia far tra 
dur la 'B bbia,p,i. ji 

Demolirne riprefo, parte l. 2 j 7. 799 
Defcrittiom di due che fi ber» fiotto de l 
tiud rio Sio , e quella contraria del 
Taffo,p.z. 

Mclte altre defi) licioni minutame •! 
tcfattc.69i.696. 

Deferitelo e. fijcl far deferitimi il Pa 
nigarola bebbe particolar genio , 
par.z. 700 

ditti, vedi Motti. 

dialoghi di Platone con che f ile ferini. 

par.z. 7 19 

dialogo fe fcr uèr fi dette con i n mede- 
fimo Siile che l epifilla, parte ficon- 
<te, 7 } 7 - 7 ìS- 

dialoghi fono del genere goniSìito , 
par.z. 7 q6 

dialogliiin Italiano ferini datili cccel. 
lenhmcntc.jqo. 

dialogico per io do quale, p. 1. i)8 

b Dìf- 


T 1 A f V 

Dificngbi fumo magnificenza nel dir 
re,p.i. 186, tlor concorjo,p.i, 
l8j. Quanti fiano nella no Sira lin- 
gua. 1 86. 

Dilogia figura differente dalla repeti- 
tione,p.2. - ' 668 

D 'u perche più afipro nel minacciare , 
p.2.8 io. T^on fi può compitamen- 
te fiptegare , & arido è ogni parla re 
diluip.i. 77 y 

Dire in quat. ro modi fi diuide , parte 
feconda. - 1 81 } 

Dire, vedi parlare . 

Diigiunture nel parlare conuengono al 
l'or at ioni pgoniflichc p.i. 6 3 9 
Difjolutione figura , p.i. 12 7 

2{on conine ne ne’ còponiment gra 
fiii t manegliagonfiici,p.i. 745 
D iflributione figura retorica , parte 
feconda. r<4 

Ditirambi perche detti ver fi audaci, 
par. 1. xi f 

Ditirambiche uoci come ,p.2. 374 

Doni di C< ro à Siannefi,p.2 , . 450 

Dnque particella, p.2. 104.105' 

Duplicar vna paiola figura, p. 2. 1 44. 

t he cofa fignifica. 1 y o. 

Duplicatwne ferue alla nota venufìa 
per inafprire, p.2. 455 

Come fia fredda , & in bocca di chi 
fp' fio fi finte. 457. 

Duplicatwne, vedi repetitione. 

E 

E locuzione d ffercnteda tutte le al 
tre arti, che intorno al ragiona 
re fi a {faticano, p.i. 1 1. 

Come ^ rifiutile tratti deli’ Elocu. 
tionc,par.i. 11 

Come conuenga à queSlo libro il ti- 
tolo de (lo tu ti ine, par. 1. I 8 

E locutione in quanti modi fi confiderà 


•io /*L A 

parte prima. ■ "49 

E oqucKiequal fia, p. 2. • ... 9 

Eloquenza di quante forti, par. T . 3 9 
' La cbriflfitna eloquenza quali ton- 
ditioni debba battere, p.i . 2 9 

Quanto differente da quella che in- 
figliarono i Ultori, p.\. 3 j 

Bloqutnga fc fia necejjaria alla predi- 
. catione della parola di Dio,p. 1 .2 7 
• Se ella filante efiariaal predicato- 
re, pt. 27 

Se Hia bene, che i predicatori imp a 
Tino prima, par. 1. ' 41 

Quattro maniere fi può imparare , 
par 1. 4 4 

Se la fi dilue imparar da annoti Et 
. nei ,p.i. qó.Se fi po fia acqui Sfar 
finza regole, 0.2.’ 63 

Emfafi come nella maniera di dire De- 
madea p.ì. 894*896 

Enigmi che cofa fiano, p.2. 216.5. 8 

Emgma,vtdi Metafora. 

Entimemi di quante fot ti,p.i. 252 
Entimema con Pipi fonema-, p. 2.3 74. 
& 338. Come differente dal 1-erio 
doyp.t.iqó. Di quante maniere fia 
l’ Entimema. 1 47 . 

Epanafora figura p.2. 8 j J 

E panalepfi fi gara, p. 2 . 1 74 

Quando adoperar convenga par 1. 
6 y f.comefifid. «58.661. Come ri 
media alle mter pò/ it ioni lunghe , 
parte x. 947 

Epi fonema figura ,par. x. 332.il Juo 
vfo, p. x. 7 7 7 . (ui fi affomightLj , 
parte 2. 774 

E pi fonemi e f clamanti e fenzet efila- 
mationt,p.2. 744 

Molti fene trovano undoppo l al- 
tro, 743. & 544. 

Epiflola di, Cicerone fcrìtta fenza pe- 
riodi far. 1. 1 5 x 

Epiflola, vedi lettera. 

Epi- 


T A V 

Ipitafi figura,p.i. 366 

Epiteti in quante fpetiefi diuidono,par 
tei. 261 

Jtffiarrano le metafore pericolofc, 
afe 1 . Quandi generano freddezza, 
p.t. 373.376. “Di quatte forti, & 
cerne debbano vfarli 1 profator,,oar 

tei. 31 6 

'BclhJJima confideratione intorno 

gli epiteti. 37 7 

Epiteti coaceruati quando quadrano , 

Epiteti negati ui,p. 2. 261 

Ipizeuiis figura, p.2. »49 

E fpofitiem clemaotaric del nomi,par- 
te feconda, %9 

Efquifitezza come fi debba fuggre _, , 
par 2. 88 

Sflenualione figura contraria ali mere 
mento p.i. 8 3 

Et dinotante affetto, p.l. 106 108 
Tal’ ho ramni congiunture , par- 
te feconda. 47 - *44 

Etimologia fc'uealla nota vcmtjla-t » 
par. 2. 5 * 1 

Luangehodi S. Gioua.nel principio fi 
confiderà il ftile,p.t. *>4 

HÀtre ofcuntà,p.2. 63 1 

Euangtlio di S. Marco fu compoiìo in 
latino. p.t. 

euangelitti tra fefi tolgono gli fi ropoli 
oue occonono,p i. .7*8 

eufimifmo che cofa fia,& iebefine fia 
fiato ritrovato, p.2 . 889.&891 

euidenta del dire, che co a fia, (2 come 
di ffertfie dalla chiarezza , & come 
l’un, e l’altra appa tiene alla nota 
tenue,p.i. 69 z 

Come fi acquila. 69} 
euidenza del direnata da raccontare 
anco le cofeihe joghono feguitare 
la cofa narrata, p.t. 71I 

palla repetmne, ó replicationc di 


ola 

parole,ò di concetti, p.i~. 70» 

Dal raccontar le cofe d poco d poco,&‘ 
non in un groppo, p.i. 796 

‘ Dal rifpondere alla tacita obiettio- 
«<•715. 

Dall’ imitatóre fat a col fitono delle 
voc,p. 1. ’ fu 

Come li ofjerua nel dir le nuoueò bo- 
ne ò cattine, p.i. 708 

cutrapclia qual’ ella fia,p. 1. 4 il 

F 

F A cede fe conuengono ad huomnù 
grani, p. 2. 5 66 

tutelo che fu p.t. 417 

Fauola chi rofa f igni fichi, p. 1 . 5)0. 

5 47. S’accomoda alla nota ucnu- 
sta. 5 J *. 

Figure del parlare di due forti , parti 
jccoida. 114 

Figure retoriche come dobbiamo vfar- 
lr,p.t. 154 

Fluttuare e fua metafora, p.t. 1 5 j 

Forme del dire quanto fieno . Fedi 
Hota . 

Forma del dire corrifpondenti alle for 
me del viuere,p.i. 9 

Forma da Demetrio introdotta in que 
fio Ub oyp.i.fiu. i y. 

Frantefihmo notato, p.i. 310 

Freddezza nel dire come, p.l. 36 3 
Freddezza cagionata da troppe filla- 
be longhe, p. 2 . 3 8 6. da uerfi conti- 
nouati,3i 8. 

DaU’Hiperbole,p. a. 417 

Dalle coJe,p. 2. 3 70 

*Dallc parole. 372 

Dal magnificar eo r e baffe e vili , p. 
l 391.& quando fi pofja fare. 39 j 
Freddezza uitiofa alla profa ,ma non 
aluerfoquaU,p.2. 369 

Freddezze! (me fia apportare in per* 
B a game 


T A V 

homo autorità ih greco t ò in ebreo, 
par.i. 380 

freddezza ne' componimenti da Dot- 
tor Grattano, 0.2. J 99 

Freddezza nt' componimenti burlc- 
Jcbi aiuta grandemente gh feberzi, 
par.z Ì91 

Freddezza delle parole in quante coje 
tonfi/le, p. 2. *72 

Freddo nel dire di quante {petit , parte 
feconda . 3 6 j 


G enere dcliberatiuo,gindicialc , e 
di m »flr attuo come admet to- 
no la contentione,p. i. 6 $6 

Giardino descritto da "Boccaccio con 
gran venuti J,p. 2. 435 

$io. "Bauifia Baciadonna lodato per 
vna oratione comporta da dottor 
Grattano, p. 2. 359 

Golia gigante bor abilmente defer tto, 
par. 2. 431 

Gorgia bebbe Side molto periodico, p. 

prima. 162 

G redattone color retorico , par. /eco » . 

**' t 79-144 

appartenente alla nota grane, par 

t ' 2 - ■ . . 858 

G idle^za della cofx può e fiere in due 
maniere, p. 2. ' . 20 

G ratta e leggiadria del dire , vedi F e- 

n fili . 

$ tuttofo e leggiadro in che differi/ca . _» 
dal Bjdicolo^arte feconda, 555 .SS 

5 59-5*4- 

Graniti del dire apprefio Greci e La ‘i 
ni come fi dnama,p.x.~]-] 6 . appref 
fonoijjj. o : 

Graniti del dire nata dalla gradai io- 
ne fignra,p.2. 858 

Val coitcorfo delle uocali,p.i. 927 


OLA 

Ha gli feberzi pungenti, p 2. $19 
Dalla fcabrofuà e dall' a f prezza^ 
nella conpo fittone, p. 2. 79 y 

, Va quella figurai he fi chiama con 
, ctffio,ma conipunti<ra,p,i. 877 
Dall’ a) prezza itila compojitione , 
p.2. 794. Dalle particelle congiun 
tute profpofie,e come,p. 2 . 828 

Dalla commorattone in vM propofi 
to,p. 1.885. Dal /nodo di dire Sic- 
t nadeo,p 2. 894 

Dal mettere in firn lacofa piùgra- 
u t,p.i. SO). palSiutirrogatione , 

fa'ti 2. 880 

Da i re figure, Epatufora, Difciclto, 
& Omtot dento, p. 2. 852.855 

Da' periodi {pefli 1 breui,p. 2. 808 
Dalla reticenza. 8 1 * 

dall’ a»nnaj}are cofe repm.fibih , 
far. 2. 785. dalle ripTcnfioui coper 
te,p.i. 899 

DaUcmctafore,p.i. 86* 

Dalla duplicatone, p.2. 849 

Dall'o/ciirità,p.i. 818 

Dalle parole congiunte alla di iram 
bica, p.2. 869 

Dalla proprietd delle i dei. 8 ^ t-, 

1 Dalla figura l{ecuoerjtione,par. 1. 
8 3 6.8 dalla Profopopca . 

■ 84 *. dalla cacofonia, p. 1.82 1. dal- 
l’ambiguo, p.z. p ) ( 

(fraudi del dire non richiede periodi 
ordinati con mcmbiiòconirapcfii , 

1 ò vgualt ò fomiglfiinti,p. 2 . 797 

Ricercai periodi ben ritorti nel fiy 
ne, p.i. 790-791 

Claufo'e brtui e più lofio ino fi (Ire 
membri, p.2. 787 

T al" bora l'Eufimifmo, par. 2.289. 

&8 9 i. 

Graniti , [e le conuenga il tifo, parte 
feconda. 572 

Graniti iti dire quando bifogna vfar- 

l*» 


T A V 

la , p.i'.jTj.Chi nelle f acre lettere 
fen’amiejìe.'jfi. 

Ter il f, uoecceffo darà ntlP indeco- 
ro, p.2. q6z 

t Quali pano le cole appertenenti à 
eque Sla nota grane, parte fecon- 
da L» . 78 1 

'Graniti del dire feemata dalle longbt 
ènterpopt ioni, p.2. 944 

(jrifo appartenente alla nota uenuìla\, 
panei. 501 

yedì fpropofito . • - r 

H v r. 

At* J * -1 \ 

L 'Habito, che infegna à ragionare , 
come ji dette chiamare , parte 
prima,cart.5 

Di quante ni artiere fu. cari. 8. 
Htcatro qual fide hebbe,p. 1 . 149 

Htraclitofù ofeuro nel dire, parte fe- 
conda. 61S 

Ht retni come chiamati da’ Catolici, 
par.i. 578 

Hcrodoto hebbe fide non per iodico, par 
te prima. 149 

Hinno , ihe \fa la cbiefa in laude diid 
confi Por f empiite , tradotto in dnt 
y note,p. i. 594 

fiipallage che cofa fta,p.2. 1 1 7 
Wperboli di fiocchi Jorio ridicole, par- 
te feconda . \\ 5 5 ? 

Mpetbole accomodata alla nota vena 
fla,p.2. . 555 

Htperboli fono firmate efStre alcuni 
modi di airi , p.2. 411 

Hiperholt canne ■ gonoad irati , à fan- 
. lilllll,p.2. 409 

2 V on fxmpre fono vitiofe. 410. 

■ Figura frcdtliffivia nella profa,par 
te 2. 406. di quante Jortijono elle- 
no. 407.4 io. 

Hiperbsli di due forti, gratwfe e ridi- 


OLA 

cole, parte feconda. "JJ4‘ 

Hiperbole quante cofe richiede , parte 
feconda . 409. 

Sepa propria d'alni , ths de’ poeti 
comici, p. ti : 555 

Hipponatte chifufìe,p.i. 4 j J 

hi ì tona fe debba efier fritta peciodi- 
1 coment c,p. t..-- " 191 

hìflorico periodo qual de uè e fiere, p, t . 
197.207. 

homero nomo, p.t. 254 

bora, come per cornine lamento di clan- 
fole, p. 2 . IO! 

borto d'vna maga defecato dal Tafeo 
leggiadramente, p.2. 454 

I 

I Ambici fauì ci H pponaHei, par- 
te 2. 51 

lmagini accomodate alla iuta ucnufta 
parte 2. . .•••■! • - 547 

5 ‘accomodano alla nota grane, par 
, te 2. j h \ì ■ ■i- ■ >'*863 
1 magine di Demetrio differente rfa_» 

, quitte, che tratta affatile, parti 
feconda. • " : 226 

Imagine atta metafora non aggiunge , 
Je noti 'una par tutHa mitigante^ 
parte 2. 275 

Imagine fc.edi Mi tapiro. ■ 

Imitatimi'. 1 come ài farp , parte fe- 
, tonda,. 347 

Imita tiene di cofe hnpoffibili'pitioja, 
1. parte 1. J7Ò 

Impoffibdità deik cofe rende il direni 
f<tddo,p.i. J70 

Impresone oe iftnp e nell’animo f ari- 
no maggiore le cofe monetiti fi, & 
operanti che le vtiofe e quitte , par- 
te 2. 240 

Incifo che cofa pa, parte prima , 12 ji 
ud. 132. 

In- 


A T V 

Incremento figura retorica, p.i. 79 
Jncn mento al roucrfdo,p.i. Si 

incremento dell’or atione,p.2 . 80 6. 
Indecoro nel dire. in quattro maniere 
puònafeere , p.%. 930. cheeofa fta 

91 1 - , ' 

lndteoro cagionato dalle lunghe inter- 
pcfit.om p.i.yqz.&comefipojja 
ritneaiarc.943 dalla dilormttd de l ■ 
la vita nel predicare, p.z.gqS- dal- 
le parole che generano frigidità , p. 
2 pqódal e cofe ofcene.p. 2. pi 2. 
1 nàtevi onci dire dime per eccedete nel 
lanota graue,p 2. 36 2 

Inorridire propriamente che fignifica , 
p.z. »49 

Jntcruttioniche cofa pano, p. 2. 105 
Jnterpofniom di quante forti, p.2. 6 5 3 
lnter pcfitioni lunghe generano Indeio 
ro,p. 2. 9«jj 

Interi ogatione come conucnga alla no- 
ta grane & afpra.p.i. 880 
In quale maniere nega adoperata, 88» 
’fuuettiua non tictria ornati periodi, 

236 

irato non deut moflrar affettinone , 
h .p- 2 8 o i . nò può proferir lungo cor 
, fidi parole, p.i. ‘117 

Irate per fame introdotte dal 'Boccaccio 
quali, p.2. 802 

Ironica figura quale ella fta ,p.2.2p2. 

tffim pi colti dalla (aita fcrittura, 
\ \»p6.ba più del gtntilc e dii nobile, 
, cheti f{iehculo. p.2. 293 

lfle etnei to animato come dall inanima 
to difftri/cajeiondo %A r i flotti e, p. 1. 
a 5 * 

ItcraHone figura, p.i. 144.145 

c i\ v U * 1 ' • - 

\ » I * > 4 | i * t L - “ * 4 

o\-c .< 

Lacedemoni perche treni nel dire, p. 2 . 
315 - 


OLA 

Laminti deuono e fior lunghi, p. j.ìàt. 
Leggiadria aggiunta dal dicitore 4 co - 
fa vaga per fé Beffa, p.t. 4 33 

Lettere familiari fono del genere grafi, 
co.p. 2.7467471 qualfiil ericetca- 
no,p.2 jl6. differente dal dialogo , 
738 - , ^ 

Lettere familiariffimc quali, p.2 .74 IV 
del modo di comporle , chi ne firiffe 
tra Teologi, p.2. 742. Quante forte 
di epiflole habhiano gli EtclcfiaHi- 
ti, j43.lfidoroTtluf(Ota difcepolo 
di S. Ciò: CjrifoHomo lafciò feri te 
dirci mila epiflole . 744 

La lettera non richiede modi di dire di- 
f aolti , 74 5 .quali paro 1 e , e qual 
flruitura raerca,p.2.yiq. Quanto 
di bba efier lunga 7 y 6. Qual mate- 
ria s'appropria. 759. oue può effer 
lunga, p.2. 791.762 

Lettere di Eccleflafliche perjonc diffe- 
renti dalle fecolari. 763 

Lettera deue efier morata,& in quanti 
modi uno può ragionar morato, p. 2. 
75°. 

Lettere dell’alfabeto quali ridano fuo- 
noafpro.p.2. c 54 

Lettere Italiane come fi debbane etm- 
{ porte, p.2. 103 

Lettere quali rendano le parole bilie , 
pi. 580.585 

Lettere feabrofe quali flano p.2. 796 . 
L chimi ò Bilie morto deferitto da Gioii 
he molto horribile,p. 2. 4 3 1 

Libri due de’ Maccabei come pano fa- 
nonni, p.i. 191 

Lingua d’Adamo qual foffe, p.2. 330. 
in cui fi Jaluò nella torre uiBahel , 
& chi mutò ijuoi caratteri. 3 jo 
L ngua Ebrea non comporta intenda 

ture,p. 1 . 157 

Lingua & tlfuo fondamento app. 2. p. 
cari. t. due (Oje in ciaf cuna lingua fi 

con- 


T A • V : 

u tobfidermo , 2. che cofa fio la frafe 
niellai ngua. J 

Lingua latina quando fiori, e quando (a 
di . u tpp.z.p.cart . 19. La tofcana 
quando fece i ftmile. 20 

Lingua fiorentina è più bella di tutte le 
lingue d'Italia . <^sdpp.i.cart.8.le 
fue laudi in thè con ftftono. 9 
Lingua nojlra non ha pii di metrici. p. » 
òoy. •• ■ - • l k 

Lifta Oiator- gratiofiffimo,p.2. 
Locution di quante fi rti,p. 3 . 204 

Locai ione per la nota magnifica qua- 
le,p.i. 197 

Locntiune flrafordinar 'ia di quali paro- 
le fi Jerue,p.i. 210 

Lunghezza nel ragionare acconucngtc 
àihi uifegna,p. 1. 117 

hmghtz^a d'i na cpiflola di Cicerone 
btafmata ,p.2. 7$ 9. tfvri altra del 
Bocca, ciò. $57 

Lunghezza di claufole conuiene à chi 
fupplica,e chiede aiuto, parte 2. 
787 

lunghezza e br culti de? membri nella 
profani. 78.^84, 

luoghi ecologici quanti fiano , parte pri 
ma. 250 

M 

ni, . •'/.'• 4 

M jt,non ha fempre fòrza adutr- 
fatiui,p.x. 98. & 1 01 
Oltagi quali fijJJero\,p.z. 453. ifuoi 
prefmri.413 . 

U\l agni ficai ^a del dire,p. 2. 27 

Magnificenza nel dire in che confitte , 
para. 19 

Si acquitta col parlar periodico , p. 
2 . 54, Si cagiona tal' bora per la bre 
utdjp-ì. 1 1 9. Da gli appicchi con 
puntiui, p.2.90. Scie conutngano 
li riempiture, p.2 . 95 


0 < L ‘ A ! 

Quale j contro di kccali tahitggà j 
parte 2. > 179 

Magnificenza deldìreoltre la campo- 
fittone e /oggetto magnifico' ricerca 
' anco ra pa ròte magnìfiche e ttrafor- 

1 dina rie p.2. ‘ 1 1 197 

Magnificenza del dire epilogata, par- 
te 2. 11 ’ il/ 

-Accrefciuta dall'allegoria , P.2. 
711. 71). -Ammettanoci /Ironie* 
re, p.z. 706. Vafprezza, p.z, ^8. 
68- Verfi de’ poeti, & in quanti mo 
di, p. 2 . 7 q8. -Ammette l Epi fone- 
ma, p.z. 772 I diftonghi , par. 2. 
186. le parole irhslatc [opta tutte 
l'alt re, p 2. a 1 J. la figura Ksini- 
pallage , p.z". 1 i 7. la bjpetitione. 
1 27 la difiolatione 1 27. HÌccrca-t 
grandezza di membri, p. 2.^7 . pa- 
role giunte, raddoppiate, ò compa- 
tte che /togliamo dire, p.2. 289- 

Che Ordine ricerca, p. 1.75. Come 
ficerta gli attaccamenti d'appicchi 

> delie compofitiorte p.z. 8*5 

(JUagnificenza del dire eccedendo da 
nel freddo, p.2. ' *’ 762 

Magnifiche come fi faccianole parole 
perle fillabe, p.z. 7 } 

Magnifiche co { e quali pano , parte fe- 
conda. 189 

C Materia della nota uennfta qual futi 
par.,. 4?4 

Lutatene che non deuono eficr\pofta - 
te in pergamo, pii. 6ig 

Melifmi nelle cantilene che fofteto % 
par.l. iSt 

Membri del Periodo quali fiano ,p.u 
72 .r'r 8 ) 2 s 4 * 

Membro vllìmo del periodo quoto deh 
• baeffere,p. j. Ì91.& 19^ 

Membri breui cagionano ground nel 
dire, p.z. 788 

Metafora jt il fito fondami to,p. 2.270 

Me- 


T A V 

Metafora e [prime talbora più che la 
. proprietà ifìt [a, p.i. a 48 

Metafora che auanza tutte l’altre . 

par. i. i U 

metafora fe tolta da cofa minore, armi 
lifea fcmpre,p.i.ìi%. continouata 
dilania allegoria, p.z. 314 

metafore come feruono alla nota venti 
fia,p.ì. 459 . 4 < 5 o 

metafore come fif ormano, p. 2 . 237 
metafore fatte per tranilattone, & fi- 
mditudint,p.i. 271 

Dedotte da quattro co fc, p. a. 460. 
c^ftte alla nota grane, t p.i. 863 
metafora fe differente fta dalla cotupa 
ratione.p.z. 465 

metafore di dui forti, p.z.óij. Tcrebe 
dilettano ,& t hanno del grande, par 
. te feconda. 215 

-Qua i non deuena cjjcre adopera- 
te. 216. 

metafora come differifee dall' ima ghie 
appreffo rill.p.x, a 1 6 

metafora farla comparatane come , 
. par.i. 2 jp 

metafora tal’bora non ingrandire la 
. ‘cela ma l’abbafja p.i. 254 

fomc differente dall’allegoria, ung 
. > ma, imaguie, e comparatone , p. a. 
211.235. 

metafora od etile e comiche, troppo al 
te, e tragiche, di lontano tirate da no 
nel freddo, p.z, . 375 

metafora quante figure contiene fatto 
dife,p.jr, 212 

metafore troppo fpeffo vfate danno nel 
la froderà, p.i. 374 

E quando anco non frequenti ui dan 
.. w-375. . 

metafore iflmeer fintili & exfe, p.i. 

2 1 8. non può far fife non d’una ban 
? da fola. 219. Quattro termini fra la 
„ proportione della metafora.xip. 


OLA 

metafora di proportene in quanti mo 
di addotta da islrifl.p. 1 . 359 

metafore fatte pafarfempre in ima~\ 
gini da lfocrate,p.i. 331 

metafora di viur$za,p 1.238 .perche 
qucUaci muouc più. ijy.in quanti ; 
modi [arcuano 241. 
metafora inetta, p. 2 . 60 J 

Dura per mitigarla come dobbia- 
mo farla imiginc,p.i. 27 J 

l jmc’Ji mitiga, p.z . 139 

metafore mitigate fe fi ritrouiuo nella 
[aera frittura, p. 1 . 233 

Come fi afficurano quando fono pt- 
ricolofe,p.i. 261 

fit rfle è madre la còfuctud'mc. 1 66 
metafore affieurate con epiteti, patte 
Jcconda . 2 J 7 

metonimia figura, p.z. • 118.212, 

minaccie come f, tf.fi debbano, parte fé 
conda. 314 

minaccie Ledili gotiche, p. 2. j 17 

minacele fgomentano piti r fendo brt- 
ui,p.i. 787.788- efjcndo ojcure e 
velate [mùmmie, p.z. 81$ 
minaccia come faccia maggior effètto 
par.:. 118.123, 

minauie coperte per che pii* terribili 
delle [coperte p.z. 314.JIJ 

monaco che cofa lignifichi, p.i. 47 r 
mono fili ubo nel fine fa afprcr 1 a, par- 
te feconda . . .. v . 69 

moni fili ahi alti alla nota grane, parte 
feconda. 823, 

caditi di principio di claufolc, parte 
feconda. 38. 

Seruono per imitare anco afprez- 
za,p. '-.722. nel fine del periodo ac 
annidati alla nota venti fla, parte 
feconda. 541 

monfignor Cornelio poche prediche fe- 
ce, cu: non tufi 1 i[i vtrji ò di latini, 
òdi Cuci, p.z. jJ7 

Onde 


'C 

i 


T A V 

Onde togliefle la predica delle ceno. 
ti,p-i. 144 

Hiprefi /opra la predica di La^a- 
ro.zjy. 

, (ome imita il Campano nella (tra- 
ttone Cineritia,p.i. 404 

^A rdito in formar noci trafportate 
■ dalla la fitta, p.i. 310 

fifaminato fopra vna lettera feruta 
da lui al Tornitane, p.z. 748 
Tfotato nella parola -Alzar l otte - 
cbie.p.i. 941 

T^otJto per tre verfi continouan in 
vn*lettcra,p.it 4 <* 

T^otato,p. z. 38* 

\^/Jppeuato nella brigherà delle 
tlau file, par, \. 79 

7 {cl parlar dal pergamo d partico- 
lari, p.z. 919 

T^uto nella predica delle ceneri, 
ptrrn. 559 

Welle metafore ,p.z. 354 

Troiaio, p.z. 587 

MouJ. Fiamma notato iofcenitd , par- 
tefeconda. 941 

C Monf (fio. dalla Cafa lodato nel nu- 
mero oratorio, p.t. 58 

Morato in quanti modi, p.z. 750 
fJMorato parlare come, p.z. 2 91 

Morte <f alcuno in quanti modi ejplica- 
M,p. a. 890 

Mosi quanto antico, p. 1 . 155 

Motteggiare noni é'ogn'vno, parte 
feconda. 597 

L Motteggiatore inetto deferitto dai- 
l‘a attore, p.z. 597 - 59 * 

< Motteggiare fcuopre l’ingegno , e la 
natura dell’ buom, p.z. S74 
C Mote incfpcttati, p. a. j o 1 . A quan 
ti capi firiduibino.. 50» 

Inetti generano naufea, p.z. 547 
‘Pungenti come detto no ejìere ,p.i, 

. «IrtO .V t-\ ! 


OLA 

Motto come din en uillania,p. 2 • qìj 
Motto fingendo di dir male come pofla 
laudare, p.z. 5 69 

Motti [e fiia bene a pcrfone grani. 5 6 f 
Motto doppio pii arguto, e come, par- 

u ». 4 6 t 

Mot ibrauiyp.l. 429 

Mott come tra Jc differenti, p.z. 417. 

di quante maniere .4 1 8. 

Mnfici in quanti modi diflinguono le 
voci, p.z, 584 

Mutationdi con figlio figura in quanti 
modi fifd,p. 2-484 & quando ba 
maggior gratta. ^ 86 . 

K 

N apoli auanza di Carri e di 0 
tione tutte l’altre Cuti par- 
te a. 57 

Warratione da qual cafo comincia deb 
ba,p. 2. <578.^80 

Triture & ingegni de gli buon ini fi 
feopròno nel motteggiare , che fan- 
no, par. 2. J74 

We particella rìempitina,p. ». 98.99 
"Pfomi come fi debbano imporre alle 
perfine introdotte a parlare nelle 
cothrdit,ò in altre còpofuioni dram 
maliche p. 2.529 Quando fi dtuon 
mettere i coloro, che fino introdot- 
ti in una nouella,p.z. 556 

Compofli cagionane grandezza nel 
dire e quello anco fanno i nom dif . 
giunti come, p. 2. - X99 

(ompo filone occorre v farli, pane 
feconda. 294 

Congiunti e compofli quando gran- 
dezza diano al parlare, p.z. 300 
Compofli fe fi poflanocon altri (em- 
piei comporre, p.z. 300 

Compofli efiempi delle fiere lettere 
par.z, 302 

t Fatti 




T A V 

Fitti • fìnti hanno del grande, p.t. 
304. Efiempi delle iacre lettere 
3P9 

%(omi in quanti modi formar fi pofìo- 
no , p.t. 

In c he dobbiamo auuertire.3 08. 
H?w F rdi "ut ole, voci. 

Hot*, rbe lignifichi, p.a. 5 

H ote cioè fin ma di dire quante fieno , 
p*r.i.}S.l fuoieffempi 6. & 17. ' 
Come tra fe convengono , 0 differi- 
fcono.p.t. 1 

Confiti: rate da f.^Cg fiino , par. x . 
ai -C onte fi fanno viuofc , parte fe- 
conda. 919 

Tfyte di dire miflr,p. 2. 7 

Si mefcolano una con l'altra fuor- 
ché la magnifica con la tenue, parte 
feconda. 49 4 

Hpta f rigida, p a. 36 j 

Hpta grane conuiene nelle parole con 
lanotamigmfica,p.2. 86) 
Tfiotagraue (i magnifica fe fiano tut- 
to una cofani. 3 13 

Hfta grane del dire. Fedi Ground 
del dire , 

H oU Magnificat fue qualità , parte 
feconda. 19 

Tcnbe Demetrio ne ragionò nel 
primo luogo , & Ciccr.nett'vUimo. 
j 9. J. ^ 4 goti ino fegue (le. a f. 
Concorre con la venufta, ma nò già 
con la tenue, p.i. 59} 

Hot* magnifica , vedi Magnifitenga 
del du e . 

Hpta tenue , oue da Demetrio fi trat- 
ta, par 2.611. nel reflo., vedi Te- 
nne nota del dire . 

Tfota ue nulla & elegante oue fi trat- 
ta, parte 1-413. di quante mame- 
rt. 414. 

H? tl àtl canto fri. & perche con ordi- 
nate, p.t. 16 7 


OLA 

Hpuella in quanti modi fi può dire, & 
come s'accomoda alla nota vinu- 

fa>P 5*4 ■& 5}J- 
Houtllet loto differenza, p.7. f 6f 
Hou Ile cattine come dar fi debbano , 
parte a. . 707 

fumerò ì padre dell'ordine, p. 1.157 
\umero magnifico qual fia , parte fe- 
conda- "-\-43 

Humcro oratorio qualfìa, par e fe- 
conda . car. a j 

Come ojferuato dall’autore nelle 
\ fue prediche, p.t. 45 

> Se fi troua nel a fiera fcrittma , 
parte i . 4) 

Humtro oratorio dilla uolgar fauci- 
la, par. 1. 3 a 

numero predicatorio qual fia , parte 
c feconda. 5 93 

numero venuflo q-al fia, pa rte fa- 
conda . 5 89 

Qmc differente dall'oratorio. 591. 
numero quando non ritiene la jua fi - 
gmfication di tempo, p. a. 102 

O r cupatio figura, p 2. 320 

Accomodata alla nota gra- 
ne, p.t. 2)6 857 

Oppvfitione diuerfamen' e fi pròde dal 
Urtore che dal Fit fofo,p. 1 . 117 
Oratoli dettano tffer firmati brtui , p. 

\ feconda. 78? 

Orat ione dette tre fiere, p.z. 80 6 
O rationi concionali tome, p. ì. 639 
Orationt affi 1 tuo fa non ricerca orna- 
menti, ne anco la morata , parte fe- 
conda. 1)9 

Orationt grafico, C f jtgorùffica come 
tra fed ferenti, p.2. 644 

Oratiom d ■ Cicerone fatte co» graniti 
evebemcnza,quali,p.x. Jj6 
Oro- 


T A V 

Orationl di tre forti conflit uì jitiHo- 
t ile, la mora a, la poetica, l'entime- 
matica come,p.i. *91 

Oratune venufla di quante maniere, 
par.*. 414 

Oratore in che differente dal Predica- 
torc, 0.1.241.?.!. 197 

Oratorio periodo quale, p, 1. 19$ 

Ordine è padre della memoria , parte 
prima. 1J7 

Ordine di parole requifito alla no a 
maga fica.p.i. 7j 

Ornamento chiamato da latini Cam- 
par. p.i. 333 

ornamento chiamato famigliane, p. 

prima . X 27 

ornameli 0 dì defin n \a in fine , par e 
prima. *14 

ornamenti retorici quando t far fi deb- 
bano p.t. 1 36 

Ornamenti otte non fideuono ufve. 
par.u 

ornamenti d'vn periodo quanti pojja- 
no e/Sere, p.i. 217 

ornamenti non richiede la materia gr a 

797 

ofcenitdfi deue f uggire. p. 1. 9)1 

qfltmtà di ’onne come alligoricamen- 
te det:a dal Boccaccio, p.i. 4 96 

obfcenità uelarfi dette con aUegora , 
par. 2. 49* 

Oj (ceniti nelle {acre lettere come ben co 
pertam~.ntt efpreffa,p.i. 940 

ofceniti mtrod tta dalla confuttudwe 
nelle parole anco bonefle , parte fe- 
conda . 9)9 

Ofcnrezza del parlare, onde nafta, p. 

2.6ii.iS 61). f 

0 {curiti del dire cagionata per la di f- 
giurinone de' membri del periodo , 
parte z.óij.per l’incertezza de 1 
principe 6)1. 

Ofcure^za del dire vfata pera difere- 


OLA 

fammi e 'fempre magnifica, oar.i, 
674 081. 

ofeuntà Utl dire gtoua alla nota grane 
par. 2 8,8 

ojcure^za nel dire in quante cof tonli- 
fle,p 1. 64-2.650 

ofeure^za nata data fi obliqui, tffem- 
pio,p. ». 674 

Dalle longlte interpostimi i pa en 
tfi,P.2. 657 

Come remidiar fipoffa.ófS. 

'Dalla tondezza de’ periodi, p. 3 . 
6S 1.686. 

ofea perche chiamato c^mma'ico, par- 
te prima . ó.f 

ofl.ntaton e vani in cui fono flati mu- 
tati da Latini, p.i. 19 t.c nelle facre 
lettere in cui )9i. 

ouidio nprejo,p.t. 345 

T 

P arabole del S tutte fi riduceuano 
à vna Jenten'ga fola e breuiffi - 
ma,p. I. t?l 

‘Pa'adtaflole figura, p.i. 87$ 
Taranomafia,vcdt Biflucio. 
Parenttft quali veramenf, 7.3.654. 

& 66 j. 

"Parente fi quanto mai altra lunga ne 1 - 
la, aera Bibbia, p. 2 . 66) 

Se parentefi quella fu, oue i predi- 
catori nel p' in ipi 1 del prologo /alu 
tano l'auditor 166 4. 

Oue conut nga v feria. 66). 

Parlai congruo e puro come dijferifcq 
no,appar.i p.cart.). 

Parlare conuen.ente all'oratore, & al 
poeta p.i. 304 

Parlare comune quali parole adopera 
par.». 204 

Parlar morato in quanti modi , parte 
feconda , ^ 750 

^f- 


t 3 


T A V 

• ' fftttuofo , e (futi che fi gl; cotiuie 
ne, p. 1.291. Variare e fua virtù 
ouc confitta#.!. g 2 o 

Variare quotidiano è pieno di metafo- 

267 

•Parme Jémplici , compotte. p. j.i 97. 
Proprie , forattiere , metaforiche. 
lj>8 ornare, fatte, allongatt,aftor- 
tuhiate, tramutate. 1 99. equiuvcha 
\ k » f vomirne generiche, a co. 
parola propria in quali modi fi diman 
àa,p.x.!oo.eqaalifiano.!Oi. 
parole apfpriate quali#.!, 201.10J 
parole per parlar [alto quali Infogna. 

no #-2. aoi 

parole ornate quali filano#. 1.101.202 
parole giunte #lebee, e fatte quado fer 
nono alla nota venufla.p, 2. 469 

parole d’afpri rincòtri ò conferii apper 
tengono alla nota magnifica#ar.!. 
i 2 9 - parole firafordmarìc di quan- 
te forti #.1. 305 

parole fatte#.!. j 0 j 

parole trafportate di lingua a lingua . 

3 °5 -parole latine ujate dal Vetrar 
' <*#.z.ìoq. dal 'Bocca, cio.qoó. 
parole che generano /a nota fredda ge 
ver ano anco l’ indecora, p.z. 946 
Che difconuengono alla nota magni 
fica, alcuna volta non difdicono alla 
graue V afpra,p. z . 947 

parole Jlrafordinarie in che fi contengo 
no,p.r. 

parole congiunte che generano frede ^ 
%a, p.z. 778 

parole bonctte oggi pigliate in icnfo 
°fieno, p. z . 93 g 

paro ' e compofle , che dmife, una parte 
: diefieha fignificato o/ceno#. 2.9 
par ole abufate come appertcngano al. 

; lanotavenufla,p.z. 47 y 

parole belle quali ftano, parte z jgi. 

fdi.j86. 


OLA 

pjrole flr antere, p.z. 
parole) quali modi figniftcanop.z.zj 7 
parole fi deuono accomodare allecofe , 
parte z. j 3 o 

parole de gli huomini come differiro- 
no da quelle del Sig.lddio#. 1 . z 3 . 
Spiteli della parola di ‘Dio,p.i.zq. 
parole cquiuoche, p.z. z y z 

Ofcure s’inconnano nelle facre et- 
t re#. z.ózi. efquqice non rendono 
il parlar noflro probabile apperte 
ncnte alla nota tenue #. z . 7 z 6 

parola propria in quanti modi (i piglia 
parta. 616 

parole proprie quali fiano appropria- 
te alla nota graue#. z . g-jz 
parole congiunte all a ditirambica con- 
uengono alta nota grane #.z 8 69 
parole compotte appartengono aliano 
ta magnifica .ccomc.p.z. 289 
parole firaf or amare out fi concedono , 
p.z.Z9j. parole vedi. Tqpmi, voci, 
particelle riempitine, p.z. 94. 97. ( J x 
poffono feruirt per ripieno ne‘ pria 
C'ptf#.Z. 104 particelle mitiganti 
p.z. Z! 9 - particelle quafi , tàquam 
velia quando rattengono virtù com 
paratoia, e quando virtù mitiganti 
p.t.Z 43 .particelle congiuntine po- 
lpette come actonucngano alla nota 
graue, o.z 8 zq. partici, qfrequen 
ti generano ofiurc^z* , & come lo 
re fi rimedia, 9.2. t8z.68 4 

partici i e Gerundi han uirtù fof enfi 

na,P.cj 3 j. ' 

pafìucchi che [co fa fignifiebino frcjjo 
gli Ebrei#, x. 159 

pattorfido poema de! (juarini notato 
d’ ofeuriti , e compoflo d gara con 
l minta del Taffo, p.z. 640. 

patct co parlarti quati medi, o.z 291 
pauonc de fritto leggiadramente , par 
tc feconda. 4^ 

7 aura 


T A V 

“Paura in quante maniere vn può bone 

; rc,p.x. V 4 ># 54 f 

Quando fi muta in tifo . 54? » 

Team quali [uno numero[i p. feconda, 
.i*. 37. *- 

pene dell’inferno coaceruate#.».-j2<; 
penitenti voce equfuoca.p. j. 177 
periodi che cofa [uno, & con quoti no 
mi [1 dimandano, p. One coi 

fide la lor forza. 1 + 1 y 14 6. 
ptrid 0 come fu prejo da S.x^/Jgofimo. 

parte u 16 1 

periodo còme inufo nelT antiche fare 
fcritture,p. 1^ li 9 

pernii come fpeffi nella nota grane . % , 
parte 2. 8oS 

periodi di quanti membri efier deue , 
parte u 1 4 1 

pernii ritorti nel fine appartengono 
dianola grane, p.z. 789 - 79 | - ^ r 
mutante manie refi ritorcono 79®. 
Formati non conucngono alla nota 
grane, p.i. \ 79* 

per iodi troppo lunghi in quanti modi , 
parte i. , * 944 

periodo còme di finito da ^trifioiSe, 
p.\. 14 f. l’efitnza fua in che ronfi- 
la 4 ójcome fuanif.a 148. come 
annoierei di e fio lobbia ino. 1 50. 
periodi intrecciati non vfaua Tantithi- 
tà, PA. 141 

periodo ornato, p.i_. 117 

periodo antico di quattro membri net- 
la Cjenefi,p. n 160 

periodi ò fono compofli ò [empiici, pa r- 
»L 17» 

periodo ft fi debba esplicare in vn fia- 
to, p.i. 17 ì 

periodo di un membro folo fefipofftò 
trouare,p.ij. i 8 j 

Qual fio il periodo cSpofto,& qua- 
le il femplice i 8 y. 

periodi tanghi generano ofiure^za del 


OLA 

dire ,t> arte ' 6 t l 

periodo di quanti membri debba efftr 
ben fatto ,p.l. 171. CM 7 1 

periodico ragionamento fi rende magni 
fico,p.S. S± 

per Je e per accidente , tome ^inten- 
da quella di frinitone, p. k 34? 
per funai za del dire, vedi probabilità . 
pttrarca oh e ftgnl la nota venufìa , 
parte ». 4»$ 

petrarca e fusi ver fi,p A. jj 

potato per freddò, p- 3 . jóf 
piedi del ver fof.x. 
pur rettori contrario ati’autore,par- 

te feconda. Isolato , p .3 JQQ. 

j<» 4 * 7 - 

poeta com accomodare fi debba alle co 
fe,p. 1. 37 ® 

poeà ecc le ftalici, p. t. _ (Li 

poeta à comico, ò tragico, ò epico quan- 
te attioni imita in vn poema , parte 
feconda . > 9 * 

poeti Drammatici in che bifogna autr 
tire, p, 2. ‘ 64I 

poeti quali fi denono chiamare, p. 1.60 
poetica come firn differente dalla Metri 
ta,par. 1. £ 

polurate Soffia fi dilettò trattare mol 
te co fi baffe magnificamente, parte 
feconda . 396 

polyftndeton figura retorica#.». 91 
coperta Jcruc alla notaienu- 

1 19 

preci fio figura p, ». 1 1 1816 

predicare i officio proprio di Vefcoui 
parte u j8> 

predicatore tutto quel che vuol mo - 
firar if battere , bifogna che l’hab- 
bia, P.i. 398 

Jn quanti modi può infegnare qual- 
che bel ponto di fcienza,p, 3. jjq 
Deue ejjcr guardingo i nondir pa- 
rola che poffa efier tirata ad ofeerù- 
C £ tà. 


/r a v 

.440. Dette batter la iuta con 
forme alla bontà delle cofechepre 
dtca.p.i 948. D eutefler molto ef- 
fercttato ni Uà nota graue,p.i. 77 8 
Ofieruar debba il decoro nel dire , e 
pome, par. z 94 1.93 2. ottanti fini 
può bauere,p. I.ji . ceffata 
defiere colui, che non è eloqui te, p. 
■l'ìy&qo. ( he topi fauia mentre 

£ ridica p.i.yjj. onde debba torre 
comparat oni,p.%.^^o. Che non 
fi debba mettere in certe uane oau- 
: re,p.t.iq1.& come debba rimedia 
re mettendo uifi.jqó.Ciòcbe debba 
fare per efjere creduto, p.t. 242 

Se debba feruirfi della venuflà ab 
inefpcflato, p. 2.$ io. Fuggirdeuei 
morti inetti,le facetic,CÌ conte ,p.x . 
606. Le fconcie coaceruatiom.6 07. 
Se fi deue aiutare con fìromenti e- 
Herni nelle /uè prediche, p.i.Sij. 
Sr fi deue dilungete , emetterli la 
tintura al collo 828. (ome portar, 
fi dee nel riprendere, p. 2. 901.912. 
c pai ticolarmentc i principi. 908. 
1.915 . O ut e come portar fi deue nel- 
le cofe facete, p. 2.571 -C° me debba 
riprendere le donni. 570 Qual for- 
te di prouerbif deue apportare , p. 
2.5 18. (ome riferir debba qualche 
anione un coca longhetta,p. a. 

O 540. Se pofia feruirfi della nota 
^ tenue, p.t. 6 15 

Se fà bine con voce fommefia falu- 
tar gli auditori nel pnneiptodel prò 
»• logo p. 2. 66 4 

St a auuertito ad attaccar bene i 
principe de’ per iodi, 0.1. 6-o 

l egli fia lecito ragionare dal porga 
moadunparticoiar ,p. 2. 844. 91? 
(ome deue auualcr fi dille fauole de’ 
poeti in petgamoyp. 2. 5 43 

Come dette vfar facetie , ò arguite. 


OLA 

p. 2.4 1 3 . Come febifar debba rim*\ 
ti ver fi, p. i. fpj 

Se debba dir cofe dette altre volte , 
parte 2. . 491 

Fugga te i^yfmfibologie,p.2. 6 J 2 
Di tutte le cofe grandi, ma non deue 
trattar tutte con nota grande, p. 2.H 
194. Quanto differente dall’orafo 

n,p.z. * 97 -VI 

Inquanto clafii diuidonfi i juoi au- 
ditori. , . 7J4 

Se donerebbe le fue prediche dijttn 
derle parola pi r parola, ò per capi , . 
par. 2. 6 it 

7 qon deue fliraccbìare i (noi Enti- [ 
mcmi,& il foggetto della predica , 
parte 1. ' a 5 51 

non nomini mai « termini dell’arte 
in pergamo, p.z. < 492 

Deuejchifare. la equiuocalione ,p. 
2.27/. Che deue fare abbattendo fi 
in epa. 274. 

Qual forma di dire habbutà [frui- 
re, par. i. i»\ 

Che ai bba fa re intoppando fi in Imo 
go delta /aera Scrittura ojcuro, par- 
te feconda. . . <5j g 

Ver quai rifpetti deue replicar pii 
volte itnaeufa,p.2. 66 9 

Come ciò debba fare. 671.672. 

Che cofa deue fuggire.^ ppar. par- 
tecar ij.'? ig. 4 

Diftfi ne’gefit cantra maligni , par 
te feconda. 644 

Molto più gli importa efiermagni- 
fico, che leggiadro, p. 2. 549 

Procurar ai ue di efjer chiaro in per 
gamo, quanto alle paro! e, p.z. 624. 
Ct quanto alle cofe 6 J 5. 

Solitene dueptr fané, p.\. 149 

A ' deut notar d alcun vitto alcu- 
na pnfor.a particolare, p. 2. 690. 
-Auucrtir de ut nell appqr ta > Catti 
forili 


SAVOIA 

hdU rtofira lingua, p.z fi* tatore, feda luimeie fimo iebbanfi 

Se faceta -peccato recitare tnperga* imparare à mente pania per pan 

< mq prediche fatte da altr.#.l.6oy ufapar.i. ■ tv.tMu .61® 

Terok e recitando fa! riti pudiche prediche fiampate cerne di fferentvdal 
Jivff' ttta niolto.609. - le uctfat ‘rp.pc. . ' t Vì ' u • ■ 

(onte di boa auùatcrfi de’ ver fi de" pf dèche del "Panigarola in ehe rota 
lpocti>p:*.fft.\ft*tfend»ig1iéoe!K , fiate, #\nr>y. 59#, 

1 ta ci Mitigai tettar tuperga a, o#*f prfèchedt Monf. Cornelia difefe con - 
Hfifuoifs# .«.Vi*»» • ..tra maligni#.*: 1 v.‘ >-♦;* 64^ 

‘Daquai ver fi deve a fletter fi j 55. pie did>e moderne pii lunghe dilt’aji- 
\ In qual lingua d'Italia ha da pari#- fiche, p.r. . v 57 

reappar.z.par.car.f. pndkeferiebh\ieminar can ora' 10^ 

■ Hincrtjoeuole attorno gli epite(if + ne al Signore, ò ai altro. ianle,pu 
C futtt, .1 (, a 1 X. 1 v 

'Ctfwif ft debba fcruiré de’ colon re-', predicherà Ch/lfio Signor mflro falle, 
torta, p.i. ’ f*,i in ebreo ò siriatOtp.-t. lót 

c Se debba far quelle ficaie d'andar in predica onde babbiailjuoprinc# io, p. ( 
jà, e giù per forga dimemoria, i) 7 a. ad}. Ih ebegenere di:, clorica fi 

\SegU fia lecito addurle auttorità ripone, perire caguniri- 
4 di feritori d’altre 'fatali* ehcdell’ . chiede d ptologbinoz^. Come Ufo 

Italiana ,tddla Latina , parte fe- • ferente (tal fermane, C f dulia lettio 
tonda. -, $80.38*- ne, par. j. 49. Sejihba cominciar U 

Se debba fare. più volte vnìtflefjcu» - prologo da paragoni, p.i, 28», 

predicai* una itfeffa Città#. Ufi , Se nel principio della prima parte 
1 Se debba far dementane efpofitio- • fipajjanfarc cotnparauetti,e{cpt*\ 
M de' nomi#. z. 89 la predica tuffa farli poffiamo. t&}\ 

Trattener fi intorno i numericabai pr\ ghiere deuptto etti hi/>gbt#artt 1*^ 
Ufli (hi, p.i. \ odisi 90 lOl.HO. ir ì 

T\on deur dimoflrar d’ batter per principi come devono efjtr riprefi , p/\ 
male la poca audit nza , come pofia 1.908.91 6. .i r 

I doltifì, p.a: ;9j. Cf fit ciò fìa lecito principio ve rami te della pudica qual 
farlo.; 9^. fiu,p.i. 286 

: J^prefo per apportarla pergamo probabilità del Jire fi.difftnifce , parte 
cenfurede’ padri, p;t. 379 a 7.2. 5 • Mfà* dada chiarczia 

’ Come portar, fi de ite coni erti termi ' dal fuggtri'affrttaticmc.jtò.^ifc- 
ntm:taforici,p z. 251 quittaia dal tacer alcuna tofane U\ 

"Predicatori italiani ciano più frequtn ; Jciarla che altr col juo ingegno l’atr 
tettine rulla*/, amera de Ut lo cut io ■■ riui,pi-7SC.Qual flruttura difcn^ 
ni,(S perche diuiiono le prediche in r$lc rkhirggia#. 2. .726 

due ò m più Da'ti#. 2. 54 p-oimiond gene e demoHratim* 

“Predicatore perche qntflo libro finti prie alla ricercata de" fonatori, par 
t la .par. t 53 tc z. • \* 2 7f’\ 

Prediche compone da’ proprio predn t Se riceuacomparatióne.179. ...\ 

; . ... a * Troer 


tavola; 

ftioéàif fintili in due diuerje gionntc prauerbi di Salo.perche coti detti 1*4 

* dtl’Boccaccio,p.i. prouerbq fe pofiono effere ammefii nel 

profeti parlarono eloquentemente e pn kleterefamigliari,p.t. 760 

nffimamnteappar.p.i.tar.S . . punì Mattone ferue a fiutali* ebbrezze 

prologo della predica quado far fi deb- del dire, p.i. 629 

ba#.t . a8j’ Q 

prologhi di prediche da comparatimi, /''V V entità delle fillabe# 2. 2q 

■ parte j. *87 \<J^Quafi partitella mitigante, par 

pronuncia latina i [maretta ,p. 2. 34. te feconda . a 19 

té 9 fi i Latini pronunciafiero con le quello inche diferifie da alcuno, par te 
~ finalcfc.'ji. feconda. 71 J 

pmpontene ihedeue e fiere nella meta . R 

■ foraci. 0, T% Jgionamcnti noflri come dno- 

proportionefefquialtera,p.2. ! a 9 Jtv. no e fiere fatti#, i . . ifO 
ptofx come fi mtfura co’ piedi#. Ripetutone e [noi tffetti, p.t. 667. 
profi italiana fe ammette uerfi,p. 3 .41 E differite dalla ailogia.668. Eoe 

profa qual veramente degnadi laude, «imodata alla nota gran-. ,p.a. 830 

• p. i.léi. Troppo periodica e fiendo (fiate ferue alla nota venufla, p.i. 

quanti difetti ella habbia 16J. 4*5. & 457. Scrutarne allatta 

profa de’ libri facri antichi ftfia tùlio- magnifica#. ti itti 

fa#. 1. 1 5 7. Qualità che rendono la Rtpettione.v edi rcplicatione . 
prof a uit.ofa. 1 17. Triplicar una voce medeftma figura, 

profa fe debba fuggire le compì ratio- p. 1.146 tre e quattro uolte. 147. 

nifp.t, 277.179 Replicare le cofe come prima erano 

profumila e fuoicfiipip.i. 167. 169 fiate dette , era ufo prefio glianti- 

pofa magnifica rmfìap.t. 29 chi,p.i. 449 

profa quante forti di mifure babbia , Replicar te cofe co ordine Mariolo quan 
prima z . 159 tofia lecito#, a. 158 

prof* periodica come tal Molta fi chi»- RtpUcationc porge chiarezza al ra 
madifltfae difinita, p.i. \l6.fn gionarc#.*. 669 

quanti membri fi diuide t p. 1.60. co- Replicatione di parole e di duetti cau 
me fi debba componere.6 ]. contino fabcnfpcfiotuidcnza deidre, par 

uata,& intrecciata quale, p.i. 1 j t te feconda . 70* 

profatori auualcrjì pofiono de’ utrfide' Rcplicatione, vedi Duplicatane . 

poeti in due maniere#. *. J4 6 Reticenza accomodata alla nota g a 

prodocbia ,ucnurii detta da latini ab uè, par. a. 8iJ 

int/pe flati#.*. joo Reticenza, che fi fd, quando altri, eh* 

prof epopea figura atta alla notagrn- bifognaua intendercela intefo,par. 

■ uc,p. i. 841 tet.8f9.8uo. 

prouerbio , firoucrbiarc che cofa fign- Reticela come cagiona grandezza dei 
• fichi#.t. 1*1-527 dire,p.t.3i9 prebabUud 770. 

prouerbio e fua diffinitione 5 1 a. 'Retorica , & elocutione m che e i fieri 

prouerbio ferme alla nota uenufta f»j fiono.par.t, 9 

Ridere 


T A V 

J \jdere>fe tnnuenga mai à cbrifUam, 
par.». J71 

Ridieulo fi caua tal‘ bora dalle lperbo 
/<,(>. 2.408 .da’ jopnncmiyp.x. y 7 5 
Ridicolo copulati co rironia,p.i.29ì 
Ridicolo fondato sul freddo, p.z. j 98 
Ridicolo in che differire dal gratto fo , 
p.2.5 yy.e?" $19.& jóq.ondena- 
fia . yytf. ft tnnuenga ad buom ni 
grani 5 $6. ‘D. e//ó ose fi tratta , p. 
feconda. 417 

'Riempiture qual ! fieno, p. 7.94.97 
“Riempiture latine, p.%. 107 

fyme «/afe in profa da i facri fcrittori, 
par. a. 44. pere/>e ritrovate, p.i.j'j 
Riprca/ione ^iriflippica, Senofontica 
t Socratica, quali. par. 19 1 2. fu che 
maniera le face fé il S. 7 ^. 9 1 y . 
Rjpmfwne come faccia maggior tffet 
te, p. 1. 118. li; 

^iprenfioni e fue (petie,p. 2. 90 t . 9 2 2 . 
Rjptidere in tre modi fi pofionoipr'ut 
tipi,p. 2. pi 6 

Riprcnfioni devono e fiere brevi, parte 
feconda. 788 

Riprendere come fi debbano i tiranni , 
&potenti,p.7. 906 

Ttiprenfme come copertamente fi fi 
t per qual cagione, p. 2. 899.906. 
9iLComedibbafarfi,p.z 750 
Rifo come cagionar fi poffa da unapau 
ra,p. 2. y 4 j . y^igld'tadc buom che 
ws ridata mai. Ai. £rs//o «n<z /Ó/4 
Molta rife, p.z. 441 

Hj/ó di qiattro Jori fi trema, p. 1. y y y . 
qua^i funo quelle tofe che ci fanno 
r dere . yy 6. 

Rjpofle che fece (bri fio Ty. 5 . 

£ir i, che pannano ambigue, par- 
te feconda. 91 j 

Ritornelli nelle cannone, p.t. 1 8 1 
Rimani beneficiati da Dio perle vie- 
ti morali, par. i. 55 


OLA 

‘ . ■ • 

S « ...vi 

S acerdoti Egitti/ face unno le hr 
mufube co fette vocali, p.2.166 
Sacra frittura piena di fentenze, par- 
te prima. \gt 

Saffo chiamata diu'na ,p.j*qo8. Ha 
per fuggetto cofe leggiadre e vaghe 
par.i. 47J 

Salterò di David celebrato per le bel. 

lezze della lingua, p. 7. 2 5 1 

Sannazaro riprtfo , p. 2.577. Ardito 
nelle uoci latine, p. 2. 575 

San Paulo [e egli bebbe retorica, p.i. 

28 . come era il fuo predicar e. p.\.j 1 
Scherzi pungenti come appartengono 
alla nota grane, p. 1 . 829 

Scienze reali quali fiano e quali ratio- 
nati, par. i. 6 

Scitala ebe cofa fut,p. 1 . 88 

Scrittura {aera fi divide in otto parti, 
parte 2. 4) 

Scrùpoli che potrebbono occorrere à 
chi I ente ò legge, come fi remavano , 
parte 2 715 

Scurrilità che fta,p. 2 . 418.42» 

Segretari) di lettere miffiuc italiane^ 
notati, p.i. 544 

Sten tari/ italiani ripreft,p. j 1 o j 
Secretaci/ di perfine rcligiofe , come fi 
debbano portar nella compofitione 
delle l< t ter e, p. 2. 7^1 

Semi come poffino far fi perche produ- 
cano p v preflamente,p. 1 . 2 6 

Settari) ver fi,p. 7. 51 

Senofonte fu il primo , che da cofe lon- 
. tane dalla piacevolezza cavò\piace 
uole^'a,p. 2. 441 

Serfj mi fico in che di ffr riffe dal lette 
rale,p 2. } 16 

Sentenze quanto migliali, parte pri- 
ma. 12$ 

Se fi ' 



T A V 

Se fi ammettono nelle lettere ,p. %.-j6o 
Serrmn degli antichi padri breut,par 
tei. j j 

Seuerità, redi granii à del dire. 


OLA 

fpropofuo. <)Q6.Se n*lle fiere lette- 
re fiano delle parole d fpropofuo . 
5 07. Stile dtuerjo nel Decime rune 
dtl'Boccaccio,p.i. 74» 


Sillaba longa apprtjjo noi qualetp.i. Suppliche dcuonoeflerlòghe,p.2 787 
3S7. Sillabe troppo longl. e fanno fred T 

• do,p.i. 386 ■ elicer alcuna cofa che altri facU- 

SUlabe inette alla nota magnifica, par A mente da per fé He fio incende, 
te feconda. 3 3 rende grati gli afcoltanti.p. 1. 730 

Sillaba accftuata nella noflra fanella Tacita obiettionc nfoluerft debba per 
ì longa, p. 1. 6t l’euiden^a,p.i. 71 f 

Sinagaglia fi l’e fiate il mito giallo à Tardai cagioni graniti nel dire por- 
gli babttanti,p. 2. 548 te*. 33 

Si aule fa che ftgnifica,p.i. 163 Tafio otte feguì la nota venujla , parte 

S ejìa fiata fempre in ujoappreflo ila- 1.416. \>prefo,p. 1 . 2 40 . potato, 

tini. 171. par.i. 770 

Sinecdocbe,p.ì. 2I1 Tempi delle ftllabe,p. s. 19 

Sino lime come fuggir fi debbano, par- 7 enne nota del dire nata dalla (bio- 
tti. 208 re^za,p.i.6 io. Ofieruata do t'ir- 

Sido, one fi effercitauano gli cotteti gilio,da Tetrarca, e do altri vedi « 


■come era fatto, v.i. 148 

Soggetto di quc/lo libro qual fia,p. 1.13 
Sogni riferiti nelle fiere lettere , parte 
1.538 .Si accomodano alla nota ve 
nutta.q ip. 

Somigliaiizaprnamento retorico, por- 
teprima. H3 


p.iói }. Qual forte di parole rìcer 
ca,o. 1.6 16. 'Hat a dalla chiarezza 
del dire, vedi chiarezza del dire. Se 
ecctdcri,iari nell‘arido,p. i. 36 1 
Tenue noti appartenente alle lettere 
famighin,p.z.j 36. Deue accomo- 
daci i cofe tenui e b i/Je,p.i. 613 


Somiglianza nelle metafore come ,p. Teopompo chi fu/le, p.i. 78». Isolato 
1.116.& nj. par.i. 190 

Sopra nnm eome fi dekeno imporr Terribilità e fpauento come fiadduce 
per ridere, p.i. 575.^ 376. *4tti dalla nota venuRà,d.i. 428 

à far ri Sere fe fitto u montile fiere Tertulliano bebbe il fide duro, e tene- 
fcntture,par. 1 .5 7 j.Con quanti fo- brofo,p.i. 717 

franami fu chiamato giuliano jl - Timore, vài ponto . 
pattata. jy8. Titolo di que fio libro, p.i. 17 

Solile modo di argomentare, parte fe- Traduttore d’vn’opra come fi debba 
conda. * 861 portare,p.i. 158 

folade chi fu fe,p. 1. 945 Tragcdiaefue qualità, p.ì.ipi.Sefio 

Spa riatti perche fu fero breui nel due, capace di co/e ridicole, p. 2 . 5 6j 

pan 7 f 7 T rat lattoni, vedi fopra Metafora . ' 

S propoftto & tnconfeguenza apparti Traf portamento 4 i parole per tre fini 
mntial'u nota venutta ,p.t. yof. fi fono, pA. 27# 

K Componimenti fatti i bel Studio i Trombare verbo traslato, p.ì. 604 
* “• Tropi 


T a V 

Tropi ofcurano tal' bora il parlare, 
par. 2. 61) 

Tucidide fcbifò il numero venuflo,pat 
te 2.588 .Fù magniti co nel dire, p. 

, l.ij.7<fel Itile fcabrofo,p.i. 795 

v 

\ 7 Ber a che vuol fignificar in ebreo, 
V par. 2. 941 

Vecchia lifciata dtfcritla da Gregorio 
Tftaziangeno,p. 2 . 44; 

Vecchi perche lunghi ne’ fuoi ragiona • 
menti.p. 1.102..& 109. 
VfbtmcHza nel dire tome fi dimoflri, 
par.t. 10 1 

Vehtmé ?a d’vna riprenfìone,p.i. 1 z 4 
Vtbimrnza del dire figge i membri 
dtll'oratione di JJolutì, 0.2. 790 

Vtmttà del dire che ha per fogg-.tto , 
pz.417.457. Duejpttiedivem- 
fii.411. t 

Kcmi/li c i luoghi, onde fi tana , parte 
feconda. 44 1 

V tnufiì,tfuo 1 'fo,p.\. 4 1 8 

VtnàjUdi dire leggiadra differite dal 
la ridicola, p. 2. S 55 

Ove di lei fi tratta da Demetrio, & 
incht confitte, p-i'4 14. tccedendo 
faflicatozelo,p.a.^6i. Ha per con 
trario il Cacozelo,p. 2 . 5 9 J .Bjcbie 
demotti, p. 1.4 17.427 7^4/4 <&z 
ver fi rimati, p. z . 5 8 9 . DaUa compa 
tatione,p. 1-547. Dal ridicolo, p.i. 
458. Da co f e leggiadre co ornamen 
iodi parole. ^61. Dalle corri fpon- 
denze de' membri ne' periodi , p.i. 
in. Dalle parole belle, e come, P 2 . 
580 585.^ 58^. Dalla carrettio- 
K yfg/irj ò mut attori di confluito, p. 
248 4. Dalle fauole, p. 1.130. e da 
altre facctie. 57 ?. Da paura conuer 
iita in rifo,p. 1.541. ha proutrbif , 
p.1.5 1 1 .Dal numero oratorio ap- 
ptrtenente à tal nota vtnufta, p.i- 


OLA 

J89. DalÌhiperbole,p.t. 1 jj.JPa 
’ gli Et imi, e dall’alteratione delle pa 
rJe,p. 1. J 11. Da punture coperte , 
p. z.j 16. Da riferir fogni, p. j . j j| 
'bja.ta dalla profodochia di q tante 
maniere ,p. 2.501. Canata da cofit 
tetriebee mefte, p.i. 44 1 

Venuftà del dire nafee anco dall’ or di- 
ne come ai mettere -una co fi n l fine 
più che nel principio, ò nel mezo,p. 
2.45 1 .Tfafce dalle figure, par tiro- 
larmente dalla Duphcacion', ò f{e- 
pctione.45 ].& 45 7. dalle meta fo- 
resi 9 dalle parole giunte, pLb e, 
C fatlc.a69.DaW allegorie ,p.u 
497. Dal paragone quando con, i n 
colpo fi dà i due,p. 1. 484 

Venuftà gratiofa come nafea dalla brt 
uità,e da’ concifi,p.i. 445 

Verni tlà del dire nafee da parole abu- 
fate, (2 come, p.i. 27 f 

Dall a Murre verfi d'altrui, & co- 
me, p.i. 489 49 * 

Venuft à men nobili quali fieno , parte 
feconda. 4:1 

Verbi principali di tanto in tanto ren- 
dono chiarezza nel dire,p.t. 68* 
Ver fi de’ poeti come imitar debbano i 
profatori.p.i. .747.^748 
Vtrfo come fi prende, p. 1 . 65 

Ver fi d'altrui addurfi pofiono in quat- 
tro maniere, p z. 489 

Ver fi con rime m profafe fìa y ilio fa co 
fa,p. 2. ? 8 8 fe nella "Bibbia vi fiana 
de gli Heroici.j89. 

Ver fi per fi figgono in profa, p.t. 71 
Ver fi quali piùlunghi e quali più cor- 
tei- 77 

Ver fi de' poeti poffonoiniue maniere 
feruire àiprofatori,p.7. 346 
Ver fi f ciotti non fi deuono fchifarenel 
le prediche, p. 2. 4 6 

Ver fi uolgari in che differenti daziati - 

» i> 


T A V 

là, t.i . j 4. Veficouo per quante oc- 
' ea fiori può JtuJarft da non predica - 
re, par. 1 . 38 

tsejtoui multati da altri Vefcouidpre 
dii are, p. 2. 713 

Vita humana ì quanti fiati fi riduce, 
parte ». 39 1 

Vitif fc fiano eflrcmicqnidifìanti dal- 
le virtù, p.i. 1 5 <5 

Vitij vicini vno più dell'altro alta vir- 
tùcbe flainmegzo,p.i. 36 1 
Vitij copertamente riprefi come, par- 
te feconda. 900 

Fitti del dire quattro cagionati per 
Vecce fio delle quattro virtut/c note 
par.t. 361 

Focale qual fila la più magnifica, parte 
feconda. 39 

Focali come concorrino diuerfamente 
in diuerje lingue, p. 2. 1 61 

Sette vocali faceuano le mufiebe de 
i Sacerdoti tgitif.167. 

Vocali deboli t quali fpiritofe nella no 
firn lingua, p.i. 18 a 

Cornar rìdo traje,fe fra latini fe col 


OLA 

lideuano,p.x. *71 

Jn quante maniere concorrano nel- 
la noftra lingua. 174. 

Come collider fi debbano. 1 7 6. 

Qja idiefieip ù ttnue,p.2. 61 
Quali rendano miglior Juono,p. ». 
19 qnalfia accentuai a.p. 2. 6 2 

Vacami cafije filano ben eh ufi con fe 
gm di partnh fi,par. 2.064. Se ci n- 
uenga cominciar da Voiatiui. 666. 
Voce e fuoi aggiunti, p. 2.266 267. 
Voci raddoppiate lenza di/cretu n - v - 
fate danno nella fi edde zza , parte 
feconda. 37 q 

Voci di animali, p : ». } 07 

Voci ebe imitano la natura deU'attio- 
ri rendono il dire euidente,p. 1.711 
Voci, vedi Tfomi. * Parole . 

Vrbamtà deidire ,p.2.q22.vei Ve- 
nufld . 

Vfo vale affai nelle lingue, p. 2 . j 66 

VJo degli 0 namenti re' orici, p. a. 1 $q 
Viriti di quefl’opra,p. 1. 20 

Vulua che cofa fignificbi in ebreo Jpar. 
te feconda. qpj 



-1 tlKlOt 

t uàìiTt 
‘ .i li' 


X r *. 


FINIS. 




I 




QVESTIONL 

CHE POTRANNO 

SERVIRE 

per proemio alla parafrase. 

Et al Commento. 

E R chiarézza maggior di quelle cofe , le quali 
intorno al Libro dell' Elocutione di Demetrio F a- 
lereo babbi amo à fcriucre , diete ^u eli ioni , in 
maniera di Prolegomeni .tratteremo prima , non 

così e fattamente, come da Ft lofofi vengono di - 

(fiutatele cofe loro: ma manche in modo totalmente alieno dalla 
Filofofia. 

La Prima farà , chi fojfe quefio Demetrio F alereo. 

La Seconda .fi quefio Libro fife fatto da. lui . 

La Terza , à qual h abito , Jpeculatiuo . o pr attico appartenga 

quefio Libro . • '-.ri r 

La Quarta , che luogo egli tenga fra le cofe, che vengono inge- 
gnate nelle arti del ragionare . 

La Quinta , qual fia la mat er ia di lui. { 

La Sefla , qual fia la forma . ;ni 

)La Settima , quale il fine . 

La Ottaua , come gli conuenga il T itolo De Elocutionc. 

La Nona , come fi duo da in par ti principali . 

F. finalmente, quai fatiche, & à qual fine habbìam penjato 
nu , di douer farui attorno . 


*r 


A CHI 


• * 



e Sltujlìonì 

CHI FOSSE DEMETRIO F^lLE\EO. 

Queflionc 'Prima . 

S Criue Diogene Liertio libro quinto,che à fuo tempo venti huo- 
mini , nominati diqueflo nome, Demetrio, erano (lati cele- 
bri, e famuli ffimi . IlFalereo,di cui noi ragioniamo, fu di Patria 
Atenefe, figliuolo di Fanoitraco; huomo di mediocre nafeimea- 
to : ma di nobililfimo ingegno. Giouaneà due profeffioni princi- 
palmente attefe, che furono JaFilofofia,e l’artedeldirc^&incia- 
lcunadilorofccesì gran profitto, che poi eccellentemente le ef- 
fercitò,cglortofamente ne fende . Filofofo,di fetta fu , Peripate- 
tico: fi come quello, che lungamente fentì Teofra fio , Difccpolo 
di Ariflotile: dal quale, non l'olo le cofe della Filolbfia imparò : 
ma quelle ancora nell’artificiofa facoltàdel ragionare, lequalidal- 
leFilolòfiche Scuole, bilognachcfi cauino. Viffc in tempo, che 
potè giouinettofcntir Demoflenc,& Efchine , combattenti di elo- 
quenza infiemc; e di più, Licurgo, Ipcride, Focione, Dcmadc, 
& altri celebratilfimi dicitori di quella età. Egli nel Foro, alqual 
con molta gloria atrefe, emulo fi può credere, che haueiTc Dinar- 
co, à punto fuo coetaneo (cheche altri nedicano:) e Io fide di lui, 
fe bene Cicerone nel Bruto pare, che lo noti di affettata foauità,e 
perconlèguenzadilanguidezza,e fneruamento: nell'Oratore non- 
dimeno confefTa, che nella temperata forma del ragionare , niuno à 
Demetrio pofe mai piede auanti; e che fra l'altre virtù del fuo di- 
re, mentre, che, E ius orano fedatè , placidèque loquìtiir; tum illuflrant 
eam qua fi Stella quadam , tran fiata verba , atque immutata . Fu ilmcde- 
fiino Falcreo di molta autorità nella Patria fua : e per dieceanni in- 
tieri , cominciando dal tempo, quando Harpaloda A Iclfandro fug- 
gì ad Atene , fu capo egli folo della Rcpublica Atencfc ; e con 
tanto applaufo,efauorc de’ popolila gouernò , che trecento , e fet 
fanta rtatue di bronzo , in quel tempo folo gli furono erette, che fu- 
rono poi altrettanti argomenti della incoffanza , e mileria delle co- 
fe humane; pofciache nel fine del decennio, perfeguitato Deme- 
trio da’fuoi nemici, bifognò che, fuggendo, ccdcffe alla rabbia de’ 
piu potenti : E non folo tutte le fhtuc deflrutte gli furono , df vna 
in poi .‘ma egli ancora (febene abfente) fu condannato à morte. 
NeU’efiglio fi riparò in Àleffandria, prefTo àTolomco Sotere: ouc 
per confolatione, e riftoro della mifera fua Fortuna , in quel tempo, 
che foprauiffe , molti libri compofe , così della Filofofia , come del- 
l’arte del dire; fra quali, vno crediamo, che fia quello, della clo- 
cutionc , che habbiamo per le mani, &c. 


Se 


Secolari . 


3 


Se quello Libro De Elocutione, foffè fieramente fatto da 
Demetrio Falereo. Qut fi ione Seconda. 

D Vccofe per compimento della noflraintcntione procurcre- 
mo dimo/lrarcin quello luogo. Vna, che Demetrio Fale- 
reo nollro vn Libro compofc con quello titolo»*f«/ , f*» r » < «, cioè , De 
Elocutione . Della Elocutione ; E l’altra , che quello tal Libro, com- 
pollo da lui, è quello à punto, di cui noi ragioniamo. E veramen- 
te pare colà flrana , che quelli medelimi , iquali dell’operc di Dea.c- 
trio.Falereo hanno formati quali interi Cataloghici quello Libro 
della Elocutione non habbiano fatta mentione alcuna ; e che gli 
Oratori » iquali dopo lui hanno dati precetti appartenenti all’ar- 
te del ragionare, non l'habbiano mai allegato, anzi che Cicerone 
medelìmo, che lodò, e inoltrò di amare grandemente Demetrio, 
di alcuna opera di lui in materia di Elocutione non ragionale mai. 
Maà tutto quello lì può accommodatamenrc rifpondcrc. Percio- 
che l’argomento negatiuo dalla autorità dicono 1 Dotti, che non 
ha forza alcuna, e che non vale adire; Itali non hanno ferino, 
che tu habbi fatta la tal cofa ; dunque tu non l’hai fatta : Quanto a’ 
Cataloghi dcU’opcre di lui, certa cofa è, che quell i , iquali pare che 
habbiano voluto teffergli, non hanno hauuto animo di numerare 
tutti i libri comporli per lui, ma qualche parte folamente, come fi 
vede chiaro in Diogene Laertio nel Jib. quinto, ilquale dice primie- 
ramente, che Demetrio per la moltitudine de’ Libri, c per lo nu- 
mero de’verfì (cioè linee lentie} liiperò quafi tutti 1 Peripatetici 
del fuo tempo ;c poi , ben ne numera alcuni, ma non tanti, che a 
sì fatta moltitudine pollano arriuare: onde bilògna concludere ne- 
ccfTariamcnte, che molti fe ne tralafciaflc, e fra gli altri polliamo 
credere, che folle vno dc’tralafciati queflo della Elocutione. De 
gli Oratori , fappiamo, che femprc fu gara fra quegli Oratori , che 
puri Oratori dell'arte del ragionare fcnlfero, e quelli, iquali dal- 
la Filolòfia ne vollero cauarei fondamenti; Quell t , d'Uòcratc dif- 
fcro Tempre gran bene, come fece Cefifodoro Atcnclè , che con 

J uatrro Libri, fatti àqucfl’vlò, dalle calunnie (diceua egli ) di Ari- 
otilc Ukdifde: Quelli altri , oue poteliero, mordendo liberate, 
fitaltrqpili, in Arillotilc,e Tcofraflo, & altri Filofofi fondaro- 
no i precetti dell’arte. Demetrio nollro, non è dubbio, che fu di 
quelli fecondi , come lo inoltreranno i morii , fe bene modelli, ch’e- 
gli darà ad Ifocratc: ttil marauigliofo conto ch’egli fari in molti 
luoghi di TeofraftojCdi Arifìotile: onde non cmarauiglia,fc di 
lui la fatùonc contraria non ile perauentura voluto prcualere,e 

A a nc’ 



ne’ precetti dell’arte non hà voluto mofirare bifogno dell’autorità 
di pedona , che alla Filofotìa ne hauclfe ragionato . Ma noi aggiun- 
giamo vn’altra cofa, che molte volte per l’ingiuric de’ tempi fi l'mar- 
nfconoLibri di Eccellentiflìmi Autori, c per molto fpatiodi tem» 
po rimangono incogniti : che poi per auenturato accidente tor- 
nano nella luce del Mondo, e nelle mani de gli huomini ; e di 
ciò molti effempi fi potrebbono addurre, fe la cofa per fé fle(Ta_, 
non folle chiarilfima . Di Demetrio , quello è certo , che tutte I’al- 
tre opere fi fono perdute, e quella è pollìbile, che permoltofpa- 
tio di tempo Ila fiata fmarrita, nel qual tempo hauendo fenttoe 
Cicerone, altri Retorici non ne habbiano però fatta mcntio- 
nealcuna. Che ella viuelTeancora a’ tempi di Ammonio Interpre- 
te di Arifiotile , non vi è dubbio , perche egli nel Proemio del Com- 
mento fopra la Periermema di Anllotile fa memoria efprelfa del Li- 
bro , pure della Periermcnia ; ma in a Itro fentimento , fatto da De- 
metrio Falereo, e chela medefima opera a' tempi di Nicolao pri- 
mo Pontefice, e di Focio Patriarca Confiantinopolitano, di già 
folle riforta , fi vede chiaro per vna Epirtola , feruta à quel tem- 
poda Teofilatto Vcfcouo di Bulgaria a Romeo Teofilatto, nella 
quale non folo egli nomina: ma lauda grandemente il Libro *Z>f Elo- 
tutione fatto da Demetrio Falereo Peripatetico: Eia Epiftola fi vc- 
deancora ncll’Opere di Teofilatto nel Vaticano, c Guglielmo Sir- 
Jctto poi Cardinale, fu il primo, che la auertì,cche à MeiferPier 
Vettori ne diede cognitione: Siche ànoi non di noia alcuna.., 
che per qualche fpatiodi tempo non babbuino faputo gli Scrittori 
di quelle età, che Demetrio hauclfe lcritto ‘D* Elocutione , o che, 
le lo feppero , l'habbiano difiimulato : Balla , che lo dilfe efprcllà- 
mcnte tanti anni lòno Ammonio Interprete di Anfiotile, einolto 
tempo dopo lui: ma molto innanzi à noi lo dille Tcofilatto;& bora- 
mai , che Demetrio vn Libro con titolo tale coinponeife , non refia 
quali dubbio ad alcuno . Ma fu egli quello , che noi habbiamo hora 
perle inani? Pare di nò, perche l'Autore degli Scolij in Arifiofa- 
ne lo cita, come di Dionilio Halicarnafleo : ma in vero egli s’ingan- 
nò; ne deucl errore d’vn’Autore affai ofeuro pregiudicare al la chia- 
zza del vero. Intutti gli effemplarijChe lì fonotrouati di quefio 
Libro, vi è fiato fempre infermo il nome del Falerco,e tuttudi huo- 
nnni eruditi , che l’hanno letto, l’hanno riecuuto per talc^^c egli 
fia fiato comporto da vn Peripatetico, c Difcepolodi Temi alto, 
chi lo legge, non lo può negare: madipiù,lofiile è per à punto ta- 
le, quale diceua Cicerone, che era quello di Demetrio; Eruttigli 
Autori, che egli allega, furono di età luperionà Demetrio, niuno 
inferiore: Et il Ltbio De £locutme , che Teofilatto attnbuifcc à De- 
metrio, 


SectUrì. j 

metri», à punto breue bifogna.che foflfe, cornei quello, poiché- 
«gli con Ja voce Greca non rvn*yn*lo chiamai ma *vrr*yt** 7 ir ol- 
•tre molte altre congetture, che per breuità fi lufciano, parendoci, 
che affai ballino le cole dette per .ifiicurarci , che & vn Libro De Eto- 
tutione Tenue Demetrio Falerco,òquelloà punto, che habbiamo pa- 
le mani,&c. 

quale habito fpeculatiuo , ò pr attica appartenga tjuefto Libre i 
Qucflione Tenia. 

C He quello Libro fia pieno di precetti, che infognano ad elo- 
quentemente ragionare, quello è chiariamo : ma con qual 
nome debba chiamarli fhabito,che ìnfegna à ragionare, quello 
non è si chiaro. Arulotile nei 6 . dell’Enea cap. 3. tutti gli habiti 
intellettuali dice non effere più che cinque; laicienza, cioè, la In- 
telligenza, la ‘ aptenza, la Prudenza, e l’Arte. Egli mcdefiino nel 
é.dclla Me ta tifica, cap. i. ogni dilcorlo del noflro intendimento di- 
ce, ocfkre comemplatiuo,òattiuo,òtffeuiuo: E, Te noi alla di- 
uilionc della potenza vcgliamoacccmodarequella deli ’habito.poT- 
fiaaio dire, che lì come l'intelletto hora fpeculatiuo, & bora prat- 
tico fi dimanda; coli tutti gli habiti intellettuali in Tpeculatiut,c 
pratucifi diutdono. In lumina due Tuli Tono 1 modi ,nc’ quali può 
l’intelletto apprendere il vero, cioè intendendo òche la coTa fia co- 
sì, òdi ceda debba farli così. Intorno alla rotondità del Ciclo ( per 
dlempiojm’infcgnano il Naturale, ò il Matematico, non come 
iodeòba fare il Cicl rotondo, ma ch'egli è rotondo .*& intorno al- 
la cafa, balla Republica mi ammacftianoò l'Economico , òli Po- 
litico, non chccofafiaòRepublica, òcafa; ma come io debbo rego- 
lale gouernareò la cala ,ò JaRepublica. ediquefti,l habito, che 
m’inicgna ,che Ja cola è cosi , è fpeculatiuo ; c quello, che ni'uife- 
gna, ch’io debba farla così, è pratcìco. Ne però neghiamo, chcan- 
chcnegii habiti prattici,fi confiderino alle volte alcune coiecffer 
tali, come per eflempio .affine, ch’io làppia gouernare la Rcpubli- 
ca, nfiufcgna prima il Politico, che cola è Rcpubiica,c quante 
forti di RepubJichefiritroumo.* ma come dice Anfcotilencl 2. del- 
la Mctalìfica, cap. 1. dal fine fi pigliala diltintione; efi come quei- 
Thabito , che per vltnno fuo fine ha l’infègnare , come le cofe fieno, 
fpeculatiuo deue chiamarli ; coli quello, che altro non intende, che 
dimoftrarci , come le cofe debbiano farli , ancora che àqucftovlò 
alcune fpeculatiue verità confidai alle volte, non però fpeculati- 
uo, ma prattico conuiene, che fia nominato. Nella (pcculatione 
poi, ò le altiffime, e diurne cofe impariamole i’habito., che c'm- 

> A 3 legna 


fi Stuejiìonì 

qucfto, è Sapienza ^i principi; delle dimofcrationi,e que- 
llo è Intelligenza ;ò le conclu!ìoni,e qucfto è Scienza. E nella 
faenza medefima ,ò le cofe totalmente vmte alla materia con fide- 
riamo, e quefraèFifica,òle totalmente diuife,e queftaè Metafi- 
lica; ò le vnite realmente , ma attratte co’l penfiero , e quella è 
Mitematica. Sico.nenegli h abiti prattici,òl’habitoè attiuo, che 
ci infcgna a fare alcuna cofa dentro di noi, c qucfto è Prudenza, od 
è fattiuo, che ci infegna ad operare in materia cfterna, e qucfto 
è Arte.* De’ quali, fi come la prudenza, ò noi fteffi ciinfegnaago- 
uernare,&è Etica; ò la cafa, & c Economica ;ò la Republica , de 
è Politica; coti l'arte, tue diuifion i riceue , e fue fubdiuitìoni talmen- 
te, che in vn certo modo confi dorate , poco meno, che innumerabi- 
liarti fi ritrouano. Horade glihabiti in vniuerfale fiadettoaffai. 
Ma perche alcuni fe ne ritrouano, iquali altro non infegnano, che 
à ragionare, (come perelfempio,ecofialIa grotTa) la Grammati- 
ca à ragionare congniamente; la Poetica ad imitare ragionando; 
la Retorica à ragionare perfuafiuamente; c Ja Logica dimoltrati- 
uamente.- Di quefti tali, o Le altri al ragionare appartengono, cer- 
chiamo fectfi fpcculatiui fieno, ò prattici? E quale de’ nomi, che 
habbiamo detto di fopra, ficonuenga loro? E veramente quanto 
alle fpcculationi,che qual fi voglia habito pertinente al ragiona- 
re non fia nè Sapienza, nè Intelligenza , queftaè cofa troppo chiara 
per fc medefima . Si vede di più, ch’egli non è alcuna delle tre faen- 
ze reali , che dicemmo di fopra, cioènèFifica, nè Matematica, nè 
Metafilica . Ma la difficoltà confifte per l’opinione di quelli , ìqua- 
li hanno diuife le feienze in reali , e rationali ; e fe bene fra le reali 
faenze non hanno poftì gli habiti appartenenti al ragionare ; faen- 
ze rationali nondimeno hanno detto, che fono; e che quattro à 
punto fono , cioè , la Grammatica, la Logica , Ja Retorica , c la Poe- 
tica. F pure nonè vero, nè (come moftreremo più baffo) chequc- 
fti quattro habiti foli attendano al ragionare , nè che alcuni di quel- 
li, che vi attendono , Scienza in alcun modo fi potfa ragioneuol- 
mente chiamare; nè che altre feienze fi troui no, che le reali. Per- 
che in fomma habiti fpeculatiui , fecondo Ariftotile, non fono fe 
non quelli, che hanno per fine la contemplationc : Echcincono- 
feere terminano , e non in operare ; fra’ quali ogniun vede , che ri- 
porre non fi pollano in alcun modo quelli, iquali altro fine non 
hanno, chcd’infegnarci, come nel ragionare quelita, o quella cofa 
polliamo operare. Ne bifogna ricorrere alla diftintione di dotent , 
tir vtent, cioè diqucftì tali habiti, vt docemur ipfos, ouero, vttis yti~ 
mur , peichc febenc c vero coli preflo a’ Greci, come a’ Latini, 
che altrimenti polliamo confidcrarc la Logica, ò la Retorica, o 

limili. 


Secolari. 7 

limili, quando ci vengono inlegnatc,ouero quando di loro, già 
imparate da noi, ci preuagliamo ; non è però vero quello , che alcu- 
ni .Latini dicono , cioè, che mentre ci vengono ìnlcgnatc , non hab- 
biano altro fine,chcdi farci fapere,chclecofc ftanno così.-cche 
però in quel punto habitifpeculatiui (i pollano chiamare, e lcien- 
zc almeno rationali ; percioche potendoli diltingucre, anche l'Eti- 
ca, c la Economica, da Politica; anzi la Pittura, e la Scultura, e 
l’arte de 1 Legnaiuolo , c del Fabro , nel tempo , nel qual ci vengono 
ingegnate, &in quello, nelquale cene fermatilo ; anche quelte in- 
fognate bilògnarebbc dire , che fodero habiti fpeculatiui , e che c la 
prudenza, e l'arte fotfqip, anch’elfe fpeculationi , e fetenze ; Ma 
noi habbiamogta detto C6 n Ariflotilc,che da' fini fi diltinguono gli 
habiti; e però perche gli habiti lòpradetti, le bene contemplano 
per accidente alcune verità, (principalmente mentre vengono in- 
legnateci hanno nondimeno per fine non quella contemplatone; 
ma fattone, cioè l’inlègnarci , come dobbiamo operare, perciò 
nè alcuno habito pratico, mentre viene ingegnato, può ragion cuoi- 
mente chiamarli lpccula tuo ; ne altre feienze fi trouano , che le rea- 
li : ne gli habiti , che eiinfegnanoa ragionare, o feienze, o habiti 
fpcculatiui fi polfono gmfiamenrc nominare . Hanno dunque da ri- 
durti ad vno de’ due habiti pratici, cioè alla prudenza, o all'arte: 
ma a quale di loro? non certo alla prudenza, perche non fono at- 
tui, cioè non ìnlegnano ad operare entro di noi,&_in materia 
interna , nè fono o Etica , o Economica, o Politica ; ma all arte deo- 
no ridurti, come quelli, che fattiui fono, & in materia ellcrna in- 
fognano ad introdurre le forme del ragionare : Come per elfcmpio, 
nelle parole inlcgna la Grammatica ad introdurre la congruità, la 
Poetica la imitatone , la Logica le diffinitioni, e gli argomenti, eia 
Retorica quelle forme, che polfono clfere atte a perluadere. Si che 
tornando horamai donde per lungo tratto ci fiaino dilungati, di- 
ciamo, che quello Libro de Elocutione fatto da Demetrio ralereo, 
non appartiene ad alcun'habito lpeculatiuo , ma ad vn pra ttico ; ne 
quello attuo , ma fattiuo : cioè non tratta fetenza alcuna, nè pru- 
denza ; ma contiene yna di quelle arti , od appartiene ad alcuna di 
quelle arti , che infcgnano à ragionare , &c. 

Che luogo tenga quefìo libro fra le cofe , che vengono infognate 
ne W ar te del ragionare. Qucfiione Quarta . 

M OIte volte occorre che vn nome , ilqual per propria natura, 
ò infittitone altrui viene vgualmenteappropriatoafignifi- 
care molte cofe; da vnadi loro, ò per l’eccellenza di lei , ò per al- 

A4 


/ gjtìfirMU 

troaccidente, viene vfurpato in modo, che oue egli fenza altra ag- 
giunta venga pronunciato, muna altra cofa, che quella fola inten- 
dano communemente tutti quelli, che fentono . Jnnumerabili qua-, 
lì fono le Città nel mondo; e pure oue Città fcmpliccmcn te fi dica, 
Roma s'intende, e molti tòno i Poeti c Latini e Greci, c pure de’ 
Greci il Poeta èHomero, e de’ Latini Virgilio; Studio in tutte le 
profefiìoni del mondo fi può mettere , c pure oue fiudio Templi ce- 
rnente diciamo, quello lolamente intendiamo, che in materia di 
letteres’impiega . Anzi nclledifcipline medefime, il nome del ge- 
nere talhoraad vna delle fpccie fi appropria; come, efiendo la di- 
fpofitioneger.ereairhabito,ògià fermo, 4>debole ch’egli fia ; a li- 
gnificare quefea feconda qualità è fiato appropriato, c come ipccre 
eftatocontrapolto all’habito. E coli per à puntoà propofito no 
Ttrooccorrein quello termine, *Artedt‘l ragionare , Quitte del dire, c\\z 
fc benemolte fonol’arti, lequali tutte intorno al ragionar traua- 
ghano,oue nondimeno, arte del ragionalo arte del dire femplicc- 
mcntc fi proferifea ; della Tua arte oratoria par che intendanogli 
huomini , ò della fola Retorica , che vogliaci dire . E pure nè fola 
CittàèRoma,nè foli Poeti Virgilio, e Homero,nè in propofito 
noftrojfola arte del direèla Retorica;ma molte altre intorno al mc- 
defimofoggetto trauagliano. Et fi come nel medefimo legno, al- 
tr 'arte in legna à formami dentro lo fcabcllo , altra la lancia: coli 
nel ragionare , altr’arte infogna ad introdumi la congruità, altra gli 
argomenti c limili . E già habbiamo detto , che quelli ìquali ammet- 
tono fcienzc rationali , quattro habiti concedono, c non vn lo lo in- 
torno al ragionare ; la Grammatica cioè , la Logica , la Poetica , e la 
Retorica. Ma in vero, fi come noi crediamo che elfi non fi appo- 
neiTcro, dando nomi di lcienzcad alcuni habiti ,chcnella contemi 
platione non terminano, ma hanno l’opcrationc perfine: coli er- 
rore fu forfè alfai notabile, fc quattro habiti foli, c non più credet- 
tero trauagliarfi intorno al ragionare . Ne però noftra intentione è 
in quefto luogo il numerargli tutti . Ma, per elfempio, della iMctnca 
eglino non fecero mentionc, e pur anch’elfa è arte .che ha per fog» 
getto il parlare. E fi comeia Logica infegnaa formar gli argomen- 
ti nelle parole; cofi clfav’infcgnaa formar dentro ìverlì. Ncbifo- 
gna che dicano,che nella Poetica rinchiufero anche la Metrica, per- 
che queito farebbe peggiore error del primo;elTendo cofi dolertele 
forme introdotte nel ragionare daqucfteduearti,cio^laimitatio- 
ne&ilmetro,checomeficauada Anltotile nella Poetica, c tutti i 
migliori fottolcriuano poeticamente fi può imitare con la prola, e 
fenza imitatone ragionar in verfi. Mamolto più fa à noftro pro- 
pofito vn’altr arte, che pure anch’ella trauaglia intorno alxagiona* 

rcj 


__ t Seeottrì . -j 

re, e quelli mentione alcuna non nc fecero, ciò-} la docutionc, fa 
quale non occorre il volerla afeondere , e far diuentare piccio la par- 
te d'vna delle arti del dire ; che e/fa lenza dubbio è perle fteda arte 
coli compita , e intiera, quanto fiaqualfi voglia delle già nomina- 
te. E fi come la Grammatica , pcrelfempio , fola inlegna tutto ciò , 
chefamefti.cn percongruamcnte ragionare; coli loia rcJocutione, 
prefuppofta la congruità, tuttoquelloci molerà , che conuiene, che 
facciamo per eloquentemente parlarci In quella mamera,che varie 
fono.ecialcuna per feitetià compita , l'arte del imbiancatore , che 
dà il biancoalla parete »e quella del Pittore, che nella già bianca pa- 
rete co’ fuoi colori e figure le perfonc v'imita, ò le atuoni. Ancheil 
Poeta i nita talhora nel verfo;c pure, come dicemmo, e prouam- 
ino , diuerfa arte è la Metrica, che introduce il verfo nel ragionare , 
dalla Poetica che alle volte introduce la iraitationc nel vedo . E co- 
li anche laelocutionenel parlar congruo introduce gli doquenti 
modi di dire; epurediuerliflima arte è da quella, che ciinfegnala 
congruità . Ne folamente è diuerfa la elocutione dall’altre arti, 
che hanno il ragionar per lòggetto , ma ( quello che parerà più dif- 
ficile ) diuerfillima è ancora dalla Retorica . E quello in molti mo 
di fi può prouare . Primieramente perche efla in molte cofc fi troua, 
chealla Retorica non appartengano , ne all'arte Oratoria ; veggen- 
do noi molto chiaro, che & eloquentemente fi ragiona nei Poemi 
Epici, e nei Tragici, e nei Comici, e nei Ditirambici, de’ quali 
muno all’arte Oratoria appartiene. Enelleprofe ilìcffc,oueairair- 
te Oratoria , & alla Retorica , que’ foli componimenti fpcttano,che 
hanno per fineil perfuaderc,comeJcorationi , le dcclamatiom , le 
arringhe e fonili : ad ogni modo la elocutione trouiarao,c nelle let- 
tere , che femplieemen te narrano , e nelle leggi , che commandano, 
e non perfuadono, e ne’ Dialoghi, che famigliarmente decorrono, 
& in ogni forte di profa c di componimento . Si che , quando al- 
tro argomento non vi folle, affai ballerebbe per dimoftrare la varie- 
tà, ch'è fra la Retorica, e la Elocutione, quello folo, che fuori de' 
termini della Retorica, c dell'arte Oratoria, anche in ogntaltro 
componimento fi può trouarc la Elocutione. Ma v’è di più, che le 
forme , lequali da quelle due arti vengano introdotte nel ragionare* 
fono varijlìflìine; perche, oue la Retorica per pcrfuaderc introdu- 
ce Entimemi,I nduttioni, E (Tempi, Affetti, Collumi, Argomenti , e 
limili : la Elocutione per fare che eloquentemente fi ragioni , ò che 
fi voglia pcrfuaderc, ò nò; comefue proprie forme introduce i ca» 
.ratte ri , e le notedcl parlare, la magnifica, la venulla, la tenue, 
clafcucra,edipmle figure,! colori» i lumi, c cofc tali. Nè bifi> 
goa dire, che anche l’Oratore tutte quelle cole adopera perpetua- 
. dere. 


li Jìv e filini 

dere, perche adopera ancora la congruità, e fé non parlaffe congruo, 
non Solo non persuaderebbe , ma larebbe ridicolo . E pure non è 
Tua forma la congruità, ma da vn’altr’arte introdotta, chv la Gram- 
matica . E coli per pervadere, oltre ledere congruo , bifogna che 
da anche eloquente : ma come la congruità egli nceua da vn altr’ar- 
tc, che è la Grammatica, coli l’Eloquenza dalla Elocutione. £ fc 
bene, chi non parla eloquentemente, difficilmente persuaderà , fi 
può nondimeno eloquentemente ragionare con altro line, che di 
perfuadere, e cerne che vno di quelli venga talhora Subordinato al- 
l’altro i Sono nondimeno Tarijlfimi fini , il volere ò eloquentemen- 
te, ò perfuadentemente ragionare. Solamente pare,che molta diffi- 
coltà ci muoua il ricordami , che nella Retorica, fra le cinque par- 
ti di lei, con l'inuentione, difpolitione, memoria, c pronuncia- 
tionc, viene anche numerata l’Elocutionc.la quale Se dunque < par- 
te della Retorica , non pare come poifa Renderli più generalmente 
diJei,&eiTer’artediuerla,ecompita pcrSe Reda. Maà qucRo per 
rispondere con chiarezza e fondamento, da vn poco più su bifo- » 
gna che ci facciamo, e diciamo che la Grammatica, e l’Elocutione 
in vna cofa à propoli to noRroconucngono in ficmc,& in vn’altra 
difeonuengono . Conuengono in quello che tutte due adorni Sorte 
di regolato ragionamento fono neceffane , perche ogni ragiona- 
mento, o che Sia uerfo , o profa , o Tragedia , o Comedi a, o Lettera, 
od Ormone, o Dia logo,ò altro, bifogna che fi a congruo, & in ge- 
nere Suo eloquente ideile quali cofe,Ia prima la dà la Grammati- 
ca , c la Seconda l’Elocutione . Ma con queRa diuerfità,che la Gram- 
matica Senza diRintione alcuna dona la RelSa congruenza à tutti i 
componimenti , e nella Rcflà maniera fono congrui, e i Poemi , e le 
Profe,eleEpiflolc,e l’Oratiom: ladouel’Elocutionediuerfe elo- 
quenze infegna à diuerfi ragionamenti, e con altre forme fa elo- 
quente il Poema , con altre la Profa , con altra il Dialogo , o la Let- 
tera,© l’Orationc. Comefcdiccffimo che intorno al ferro vifono 
due arti quali fondamentali , quella che lo caua, e quella che lo 
tempra . E poi mol te altre ve ne Sono , come di chi fa le Spade , di chi 
gli Aratri, ò Vomeri, di chi i martelli , di chi i ferri da Cauallt, 
e limili. Et a tutte queReferuano quelle due prime: perche tutto 
hanno biSogno che lia loro e cauato, e temprato il ferro: ma con 
quella differenza , che quanto al cauar Senz’alcuna diRintione per 
tutte li caua il ferro a vn modo, ma quanto al temprare. Se bene tut- 
te hanno biSogno del ferro temprato, altra tépra nondimeno richie- 
de la Spada, altra il Vomere, e coli gli altri artifici;. E coli nel ragio- 
nare , tutte le forti de’ ragion amenti,hanno biSogno della Gramma- 
tica, c della Elocutionc*' ma la Grammatica dà tutto il ferro a un 

modo* 


Seco litri . ir 

modo, cioè la AefTa congruitàa tutti i parlari: Jàdouel'ElocutiO- 
nc, fecondo varie cofe da far fi, dà varie tempre al ferro, cioè m- 
fegna in altra maniera conuenirfi l’eloquenza al verfo,ò alla pro- 
fa, alla lettera, ò all’oratione,e Amili. Edi quìnafee vn'altra di- 
ftintione,che per eflcr la Grammatica la medefima in tutti i ragio- 
namenti, non può alcunodiloro farli vna congruità partale, ne 
fi puòdire quella è la Grammatica del Retorico , e quella quella 
dell'Hillorico.-ladoucdandorElocutionele proprie, c particola- 
ri eloquenze a tutti i ragionari , però ciafcuno ne prende la fua par- 
te, e fi puòdire, quella è la Elocutione del vcrfo,c quella della pro- 
ià, quella della hilloria, e quella della Retorica: Non perche la elo- 
cutione vniuerfalmente prefa , non fia arte fuperiore , e più genera» 
le della Retorica; ma perche quella particolarilfima clocutiono, 
che a lei fola fpetta, fi può chiamare, eli chiama parte di lei: Come 
l’arte vniuerlàle del temprarci ferri non c dubio, chec molto fu- 
periore all’arte dello fpadaio: e nondimeno quella particolar tem- 
pra, che alla fpada conuiene, parte li può chiamare di quell’artificio. 
Etcofirefia chiaro quello, che habbiamo procurato di moflraro, 
cioè che la Elocutione è vn’artc compita e intera, diflintilfima da 
tutte l’altre, che intorno al ragionare s’affaticano. Hora foggiun- 
giamo , che quella in tre modi fi può confiderare ; nel fuo genere gc- 
ncraUflìmo , ne’ fuoi generi fubalterni, e nelle lpecic. Elocutione 
nel generegeneraliffimoèqueH’arte,laqijalein tutti i ragionamen- 
ti del mondo, comunque fieno, infegna con proportionc ad elo- 
quentemente ragionare. Quella > n due generi fubalterni fi diui- 
dc, cioè nella Elocutione del verfo,& in quella della profa: dclle- 
quali tutte e due fece m emione Ariftotile nel fine del pnmoCapito- 
lo del Terzo Libro della Retorica: e ciafcuna di quelle nelle fue fpe- 
cie fi diuidc : come la Elocutione Poetica nell’Elocutionc dell tpi- 
co, del Tragica, del Comico, c limili. Equella della prolà, nella 
Elocutione della Lettera , del Dialogo , della Hilloria , c della Ora» 
tione , che c quella che dicemmo , che vna fi dimanda delle cinque^ 
parti della Retorica. Della Elocutione, come e genere generali^ 
fimo, Arillotile non ne trattò contrattato el predò, fe non quanto 
feneferuì à propofito dell'altrc: ben trattò di lei come gcnerefub- 
alterno , cioè Elocutione de Poemi, ne' Libri della Poetica, e co- 
me di fpccie fpecialifiima, cioè, come Elocutione d’Oraton, nel 
Terzo Libro della Retorica . Demetrio noltro dall’altra banda an- 
ch’egli in quello Libro ragiona non d’ogni altr’arte del ragionare: 
ma dcll’Elocutionc folamcnte , ne parla di lei nel genere generaliffi- 
mo, perche non dà precetti alcuni perla Elocutione Poetica: ina 
oon fi reftnngc manco alla fpecic,cioc à parlar di lei, come ap- 
partiene 


Que/htni 

i.TWnrr folo Di lei parla come genere fubaltcfnoi 
della E Scimene della profa . tfi come Ariftori le nella Poetica 
trattò la Elocutionc come appartencuaà tutti i Poemi .colila ra - 
ta qui Demetrio come appartiene à tutte leprole, onde li vede an- 
cora perche più ditfufamenie ne ragioni Denietrio in quello libro, 

che n^i fece Anllotile nel Terzo Libro della Retorica : perche 
Annotile m quel luoeola trattò come lpccie fpccialidima, e par- 
«della Retorica , oue Demetrio qui ne ragiona comedi genero 
i'ubalternoappartenente ad ogni lorte di ra tonare in prola. E co- 
fialla Jueft.one.da no. propolla, final.ncnterilpondia.no, cho 
in quello libro Demetrio quell’arte tratta.che c integnaad eloquec» 
«Sente ragionare: non però in vniuerfale in o F n. ragionamento 
anche in vèrlo, ne meno fpccial mente in quellolo, che all arte Ora- 
toria appartiene ; ma in tutti que’ ragionamenti , quali edino fi fie- 
no , che in profa può nafccrci occafionc di haucr a tare , &c. 

Qual ftala materia, od il {oggetto di quello Libro. 

Quefiione Quinta. 

P Er intelligenza più chiara della queflione P ropofta,bifogna au^ 
uertire,chcin altra maniera confidcrano le lei lenze i loggetu 
loro, in altra gl. confidcrano le arti jpcrcioche le ^enzcglicon- 
templano per compitamente , e Scientificamente interdetti i , la do- 
uc farti non ad altro fine gli rimirano, che per operarui artificio a- 
mente intorno. Per eflcmpio, confiderà il Fifico le cofe naturali, 
ncrche vuole per mezo de* principi; , c delle cagioni loro intcnocr- 
ne tutto quello, che lene può naturalmente intendere : fc douo 
non ad altro fine confiderà il Lanaiuolo la lana , che P Lr voi " J J l * 
Ite , ne lo Statuario il bronzo, che per volerlo fcolp.rc : onde dice- 
ua Arinotele nel primo della Politica , parlando dellearti. reco 
Kutcm materiato, fubietìum, ex quo opus eonfiàtur ,vt textoìl ^^*f 
materia tubtiiitur autori Statuario. E di quinalccvna difimtione 
notabil.flìma,che non intendendo noilc cole, le non inquan 
intendiamo lequidd.tà , faenze , eie forme loro , k Scienze , che 
▼obliano intendere ilorfoggctti,bilogna per forza, cheperlog- 
gabbiano le forme delle cofe lielfe. E cofi quando diciamo 
cne ibegetw della Pifica fono le cole, naturali, principiente ìn- 
le quiddità, Pcflenzc.c le forme naturali : la doue tut- 
to incontrario, perche le arti nc’ loro loggcm vogliono ìntrodu^ 

re forme artificiolb ; però ncccflanamentc bifogna che i loro Sogget- 
ti appongano Ipogliaii d 1 quelle forme, che vogliano introdurre m 
£ quello ben lo conobbero t Greci quando diflei°^eltJ 


Secolari. /j 

fcienze confiderano le forme introdotte dalla Natura, c l’arti la ma- 
teria, nelle quali pollano introdurle forme artificiofc : & il inedefi- 
moacccnnò Annotile quando nel primo della Politica al fettimo 
Capitolo dille, che l’arti non fanno il Jor foggetto , almen prima- 
rio, perche lo fuppongono fatto dalla Natura, e pretendono di in- 
trodurmele le forme dell’artificio ; colà, che s’haueflero minuta- 
mente confidcrata quelli, che della Logica ( per esempio )confti- 
tu irono l'oggetto il lìllogilino , ò la ditfinitione , haurebbono vedu- 
to , che di quella maniera l’artefice haurebbe generato il fuo fogget- 
tu, e che vna forma Logica farebbe flatauiatcria della Logica flef- 
fj ; /adone , & clfa , c tutte l altr’arti bifogna , che habbiano per fi og- 
getto Ja materia fpogliata di quella forma, che vi vogliono intro- 
durre, come il Lanaiuolo la lana non tellina, c lo Statuario il bron- 
zo non ifcolpito . Bifogna auertirc di più , che fe bene l’artefice con- 
fiderà il fuo foggetto , come fpogliato della forma , ch’egli vuol da- 
re; il confiderà nondimeno Tempre l'otto rifpctto di habileà poter- 
la riceuerc, comefail Medico, ilquale, fe bene non confiderà il cor- 
po, comcfano; perche egli è quello, chegli vuole (bifognando) in- 
trodurcela fama, loconlidera nondimeno, come atto ànceucre la 
famta ; & il corpo non fempliccmente, come corpo : ma come fana- 
bvVeèvUoggcttodi lui. P quelli rifpetti delle habitudini rifpondcn- 
ti alle forme proprie di cial'cun’arte fono quelli, chediflinguonoi 
foggetti communi à molte arti, c gli fanno propri à ciafcuna di lo- 
ro, come (per cileni pio) hanno& il Medico, e lo Stufiamolo per 
/oggetto co. nmune dcli’arti loro il corpo fiumano : ma l’habitudi- 
malle proprie forme dillinguono farti , perche volendo il Medi- 
co introdurre la famta , e lo Stufiamolo la mondezza : il corpo fiu- 
mano ha quello per foggetto, come limabile, e queflo (per dir così ) 
comeinondabilc,òlauabilc. Nella quale flelfa maniera, venendo 
fioramat più prelibai nollro propofito, diciamo, che l’arsi del ra- 
gionare quelle, clic habbiamo detto di l'opra , e s'altre ve ne fono, 
tutte il loro foggetto , che è il ragionare contemplano , non per in- 
tender le forme : ma per in tvodurui dentro ciafcuna le proprie for- 
me Tue . E però , come fpogliato delle forme , che hanno ad intro- 
durli fi , bifogna, che loconfidenno : ma ad ogni modo, come ha- 
bile à riccuerc la forma , che ciafcuna di loro gli vuole dare: E que- 
llo rifpctto di quella habilità alla forma propria dell’arte , è quella , 
che contrahe il foggetto , e che di communc,che era a molte arti , lo 
rende proprio a ciafcuna di loro. Onde dicendo i Greci, chela Lo- 
gica ha per foggetto le parole lignificatine, & efiendo loro oppo- 
flo, che anche la Grammatica haueua il medefimo foggetto; Vero 
è,nfpondeuano, ma l’fiabitudine le difiinguc: perche, Logico ~ 

frati an- 


jitized 


14 Si uefticnì 

trafi mturquatenus Logic tram formar um Jufctptiu* funi. E così pollia- 
mo dir noi, che tutte Je arti fopradette da noi , hanno per lòggetto 
il ragionare : ma cialcuna diDintamentc dall'altra per la vana habi- 
litàaJlc proprie forme, come fcdiceflimo, che foggetto della Gram- 
matica è il ragionare inquanto atto à riceuerc la congtuità: della 
Metrica, come riducibile al verfo : della Poetica, come capace d’i- 
mitationc: della Logica, come habi le à formarmi! dentro fìllogif- 
mi , c diffimtioni : della Retorica , come dirigibilealla perfuafionc , 
e finalmente della Elocutione ancora foggetto è l'iDcfio ragionare, 
ma in quanto eloquibile, cioè, come è atto à nceuer le forme del- 
la eloquenza. Si che, fe quello Libro di Demetrio, che habbiamo 
perle mani, di tutta l’arte della Elocuhoncin vniucrlale trattale , 
fenz’altro trouato farebbe il fuo foggetto, cioè il ragionare, come 
è capace d'Eloquenza : ma già habbiamo detto, che della foJaElo- 
cutionc della Profa parla Demetrio : E però , fi come in vn Libro , 
oue ragionane il Medico dello fiomacolòlo, li direbbe, chcdiquel 
Libro particolare, non il corpo lànabile; ma lo llomaco iànabilo 
farebbe il particolare foggetto ; coli in propofito nofiro diciamo, 
che &oue Ari Dotile nella Poetica parlo della Elocutionc, fogget- 
to di quella parte fù non tutto il ragionare cloquibile: ma il Poema 
foloin quanto capace della fua eloquenza: & oue qui della Profa 
folamcnte fi tratta , di queDo particolar Libro di Demetrio fogget- 
to è , non il ragionare cloquibilc : ma la Profa eloquibile ( per vfar 
queDo termine,) cioè il ragionare in qual fi voglia Profa, in quanto 
capace di Eloquenza, chea lei propriamente cconucncuole: e che 
queDo fia vero, appare dalle prime parole di tutto il Libro; oue, ef- 
feado ragione , che del proprio foggetto fi faccia mcntione , egli fu- 
bito della Profa comincia à trattar, dicendo, che fi come laPocfia 
in verfi , coli la Profa in certe particelle , che fi chiamano membri , 
fi diuide , c quello , che feguita , &c. 

Qual* fiala forma } chr nel Juo foggetto infegna ad introdurre 
queflo Libro. Quc filone Stfìa . 

N Onè diffidi cofa l'intendere qual forma voglia introdurre 
vn'Arteficc nella materia fua, oue habbiamo già trouato qua- 
le fiail proprio, e determinato foggetto di quell’arte. Perciocho 
hauendo noi moDrato, che ogni artefice il fuo foggetto confiderà , 
comcattoà quella forma , ch’egli vi vuole indurre, toDo,chel’ha- 
bitudine Pappiamo comrahente il foggetto, anche la forma neccia 
fariamcntebifogna,che conofciamo. Per cflèmpio, fc Pappiamo, 
che lo Scultore ha per foggetto il bronzo , in quanto è capace di ri- 

ccucr 


Secolari. xj 

cèuer forme dittarne in fe; dunque Tappiamo , che nell'arte del Ja_, 
Scolturale forme, che s’introducono, fono le ftatue. E fe Tappia- 
mo, che della Logica foggettoè il ragionare, in quanto capace di 
fillogifmi,edifiìnitioni., dunque le forme, che vuole introdurre,» 
il Logico, fono le diffinitioni ,e i fillogifmi . Che fe occorre, che 
l’habitudine del fossetto alla forma fia nominata con vn noinea- 
dicttiuo, e concreto, deriuante dalla forma fletta: in tal cafo ba- 
llerà trouar l'attratto di tal nome, e quella farà la forma , che l’ar- 
tefice vorrà introdurre nel fuo foggetto. Verbi gratia, nella medi- 
cina , corpo fanabile è il foggetto , e la parola fanabile è quella , che 
efpriincl'habitudine alla forma : pigliamo l’attratto di lei, ch’è la 
fanità,equetta Tarala forma , che vorrà introdurreil Medico nel 
fuo foggetto. Corpo mondatile è il foggetto dello Stufiamolo, e 
mondezza è l’attratto d i mondo , e mondabile ; dunque la mondez- 
za è la forma, che introduce quell’arte nel fuo loggetto. In propo- 
fitonottro, noi il nottro foggetto , che è il ragionare in Profa, lo 
habbiamo contratto con vn nome lignificante l’habitudineallafor 
ma , ma formato da noi,ch’c fiato quello di eloquibile ; bora trouia- 
mo l’attratto di quefto nome, cioè , eloquenza, e quefta faràla for- 
ma, che in quefto Libro vorrà infcgnar Demetrio à introdurre nel 
fuo foggetto , cioè ad introdurre la Eloquenza nella Profa . Ma in 
che conùftc quefta Eloquenza? la Eloquenza per bora della Profa_# 
dicano, che confitteinfapcre, oueconuiene variare modojdi di- 
re; e potere fecondo i bi fogni formare , e adoperare tutte le forme , ò 
note, ò caratteri, che vogham dire del ragionare; le quali note,co- 
mechcaltrialtriinentclenuincrino; Demetrio nondimeno quat- 
tro dice, che fono lemplici , oltre le compofte di loro , cioè la ma- 
gnifica, la venutta , la tenue, eia graue; e di quelle, ò in tutto, ò in 
parte molti valorofì huomini hanno ragionato , come Cecilio,Dio- 
nifio Halicarnalfco , Ermogenc, Cicerone pregato da Bruto nell'O- 
ratore, ili Longino, altri: ma con vane intentioni. Demetrio 

nottro in quello Libro ne ragiona , come di forme, le quali per fare 
vna compita Elocutionc, vuole infcgnareà introdurrcnel fuo fog- 
getto, chcè la Profa capace d Eloquenza,&c. 

J Quale fu il fine di Demetrio in quello Libro. 

Queflme Settima . 

C Hi con ofee il foggetto, e la forma d'vn’arte, fenz’altro inten- 
de il fine dell’artefice, poiché egli altro non intende,che d'in- 
trodurre, òd’infegnar ad introdurre la forma nel foggetto. Della 
Medicina foggetto è il corpo fanabile , e forma la fanicà .* dunque fi- 
ne 




£>uefttonl 


ncdelMedicoè introdurre, ò infegnar ad introdurre la fanità ne* 
corpi lànabili . Dello Statuario maceria c il bronzo , e forma la Sta. 
tua, dunque line è il gettare laStatuanel bronzo. Ecolì in quefto 
libro l'oggetto è la Profa , c forma l'Eloquenza : dunque fine è i’infe- 
gnareà introdurre l’Eloquenza nella Profa , cioè à fare che in tut- 
tc le forme e caratteri del dire polliamo in Profa eloquentemente 
ragionare , onde fi vede quanto variamente trattò Cicerone nell’- 
Oratore di quclte Note del dire , da quello che ne ragioni in quefto 
libro Demetrio .'poiché non iniegnò Marco Tullio, come ciafcuna 
di loro fi potelfe compitamente formare e adoperare ; ma foJamcnte 
procurò di dar giudicio in quale di quelle forme confiltelle il più in- 
ligne e lodeuole modo di ragionare . La doue tutto in con trario De- 
metrio ìnlegnando come ciafcuna di loro fi poteflè foro. are, della 
comparatione di loro fra feftelTe non fece nc giudicai, ne mcntio- 
ne alcuna, forfè; perche in ciafcuna di quelle , chi eccellentemente 
ragiona, di eccellente laude è digniflìmo: ouero perche lccondo i 
luoghi e tempi, più laude menta, che in vna forma ragiona, che 
nell’altra, ò( quello che più ci piace.) perche più Pilolofo di Cice- 
rone , conobbe che nelle arti il fine non ha da effer il giudicare e in- 
tendere, ma l’operare od infegnareà operare. E cofi di quello libro 
foggettoèla Profa: forma l’Eloquenza, e fine l’infeguare ad elo- 
quentemente ragionare in Profa, &c. 

Come conutnga à quello Libro il Titolo De Elocutione . 

Questione Ottona. 

Vello, che diceuamo di fopra,che bene fpeflò molte arti in- 


torno ad vn medefimo l'oggetto conni. une s’adoprano,anche 
di quà fi potrebbe intendere, che fra libri Logici Annotile un ne fe- 
ce con quefto Titolo w e fra’ libri pertinenti al ragionare » 

quefto coinpol'e Demetrio con la medelìma infcnttione: Ma, co- 
me diceuamo pur quiui , la contrattone del l'oggetto, e l’appro- 
pnationc fi fa,colconfiderarlo ciafcuna delle arti lòtto la diltinta 
habitudine alla propria forma, ondc& Ariftotilein quel luogo il 
ragionare confiderò coinè attoà riceucrle forme della demoltra- 
tioneje Demetrio qui quelle dell'Eloquenza. E foric( le ben que- 
fto non intefe Ammonio ,Jiel Proemio del Commento l'opra la Pc- 
riermcnia di Anftotile) diuerfamente prefe Demetrio la parola., 
£menia,di quello, che in quel luogo la prcndelfe Ariftotile, cioè 
non per lo ragionare femplice , & puro , & in generale prcl'o : m«L_, 
perii ragionare fciolto,tiorito,& eloquente, ed in tal calò, intito- 
lando Demetrio il fuo Libro "Peri bememas , cioè del parlar eloquea- 



CjQc 


Secolari. 17 

te, à punto nel titolo ogni colà' flrinfe, e la materia, c la forma, 
c'1 finc,equancoeglihaucuainanimod’infegnare. lnLatinoccr- 
to, c nel Volgare nodro Italiano , belltffìma è l’infcrituone De tlo- 
cuttone. Della Elocurione: Perche in vero le Arti non hanno da 
pigliare per titolo, nè la materia, che confidcrano; nè la forma, 
che introducono: perche quanto alla materia elfc non lacontem- 
plano per le ftefla , ma per indurui la forma ; & il trattare delle for- 
me alle feienze lpetta, e non all’arti : fi che nè della materia , nè del- 
la forma deono infcriuerfi i Libri dbll’Arti: ma sì benedi quell’at- 
tione , con la quale elle inducono le forme ne i foggetti, ch’è la prin- 
cipal ìntentione, & opra loro: Comefarcbbe a dire, che vn Libro 
diMedicina a menon piacerebbe, che folle intitolato del Corpo 
fanabi le; perche il Medico non fi ferma à con fiderare il corpo fana- 
bilc in fe dello , nè meno darebbe bene , ch'egli infcriuelfc della Sa- 
nità, perche la confideratione della forma tocca alla faenza, non 
all'arte : la doue s'egli diceife Della Sanatione : quello farebbe tito- 
lodegno dell’arte , poiché notando qucJl’attione, con la quale s'in- 
tioduce la forma nei foggetto,à punto fi comprenderebbe la com- 
pita u.tentionc dell'artefice . Così in vn Libro d’vno Statuario, 
né, del Bronzo, ch'c la materia, mi piacerebbe , che dicelle il titolo , 
nèdcUaStatua,ch’èlaforma:ma della Scoltura, ch’c la introdut- 
tione della forma nella materia : E nel medefimo modo , fe Deme- 
trio, Della Profa haueife intitolato il luo Libro, la materia fola ha- 
urebbeinlcntta : E fe, della Eloquenza haueife detto, la fola forma 
ballerebbe coinprefa ; là doue dicendo. Della Elocutione,à punto 
turtoilfuo fmehaelpreifo, cioè Jaoperatione, con laquale nella 
materia introducendo!! la forma, eloquente fi fa il ragionare in 
Profa. Oltre che ,fe vogliamo ancora pigliare quedo termine, Elo- 
cutione , come lignifica , non l’arto , ma i’habito , e l’arte d i far elo- 
quente il ragionare: anche qua cosi proprio farà dato il titolo, co- 
me ouc Annotile fuoi libri intitolò talhora della Poetica, e qual- 
che, volta della Retorica: 

Come fidiuida queflo Libro in parti principali. 

Queflione Teoria . 

B Adcrtbbc l’ordine, che tiene Demetrio in quedo Libro, quan- 
do altro non vi folle' per farlo conofcere Peripatetico , Dilcc- 
polo di Teofra do, c (opra il tutto offeruatorc de’ Metodi d’Ariftoti- 
le:percioche quella medefima diuifionc,chc fcrua Aridotile ne’libri 
delle fetenze , & alla proportione in quelle dell 'arti : la della co- 
sì coattamente ftrua Demetrio qua, che nulla più. Nelle faen- 
ze, il riduce all’vkimo tutta la icicnza ad vn (oggetto, & ad vna 

JB p aliione 


1 8 Queftioni 

paflione conuertibile. Come farebbe nella Filofofia naturale: alle 
cole naturali, come foggetto,& alla mobilità>coine pacione conuer- 
tibile: nè altro vuol fare Annotile in tutti 1 Libri naturali, che di 
inoltrar mobili le cofe naturali : Mal'ordineè belliffimo; perche 
egli diuide tutto il trattato in due parti ; nella prima delle quali cer- 
ca 1 principi del l'oggetto ; nella feconda dopo haucr 4 iouato le 
fpccie della patitone, ciafcuna di loro ordinatamente và dimoftran- 
do del foggetto . E veramente la prima parte è più breue aliai, che 
la feconda : ma così porta la natura delia cofa: & anche la diuifio- 
ne, che fi fa nella prima parte del foggetto, diuerfa è in quello da 
quella , che li fa nella feconda della pallione : che del foggetto fi 
cercano le parti integranti, c della paflione le fubicttiue; Per eP- 
Tempio, in tutta la Filofofia naturale dunque foggetto fono le co- 
fe naturali, e pallione la mobilita: Et ecco Anflocile, che ne' pri- 
mi Libri della Fifica, attende à prouarei principile le parti in- 
tegranti del foggetto, che fono la materia, e la forma, e la priua- 
tione: Poidandodi piglio alla paflione, oue hà inuefligata la na- 
tura del moto, e trouatonc le fpecic, con forme à dette fpecie di- 
uide tutto il rimanente del trattato: ragionando per eflempionci 
Libri del Ciclo di quelle cofe naturali, che li mouono ad ubi , in 
quelle *De Generatiotie , di quelle, che fi mouano alla forma foftan- 
tiale,c così di mano in inano. Nelle arti poi. Annotile in ve- 
ce del foggetto , e della conucrtibile pafsione , fi regge quali col mc- 
defimo ordine , fopra la materia , e la forma di quell'arte: Corno 
larebbcàdirc,ch'eglidiuide tutta l'arte in due parti , vna più bre- 
ue, e l’altra più lunga: e nella prima tratta k parti integranti del 
foggetto; nella feconda dopo hauer trouate le parti lùbicttiue del- 
la forma, dicialcunadi loro ragiona confeguentemente. Per e£ 
Tempio, nella Logica foggetto èli ragionare fotto habitudine al- 
la fonila Logica, e forma Logica è il fillogifmo; Et ecco Ariflo- 
tile, che tuttn fuoi Libri Logici diuidein due parti .'nella prima., 
parte cerca le parti integranti del ragionare , le quali perche fo- 
no termini, e propofitioni; però nel Libro de- Predicamenti trat- 
ta de’ termini , quanto bada ai Logico, e nella Pcricrmenia delle 
propofitioni: piglia poi la forma per le mani , cioè il fillogifmo, 
c dopo hauere ne ì Libri della Priora difcorfo di lui in genera- 
le , e moftrato , che tre fpccie fe nc trouano.* Conforme alle tro 
fpccie, tre altri Libri componendo ; del fillogifmo probabile trat- 
ta nella Topica , del fallace ne gli Elenchr , c del Dimoflratiuo 
nella Poflenora, che è ordine belhfsimo; Equelloà punto, che^ 
in quello Libro De Elomuone ha feguito Demetrio : Nel quale eP- 
fendo foggetto la Profa, c forma l'Eloquenza ;à punto tuttoil Li- 
bro fi diuide in due parti ; vna p:ù breue, e l’altra aliai lungo.,; 

edura 


Secolari . i p 

e dura la prima fin alla particella 2 5. l’altra fino al fine; nella pri- 
ma tratta le parti integrali della Profa, le quali perche fono mem- 
bri, e periodi, però prima tratta de’ membri fino alla particella 
duodecima: e poi de' Periodi fin’al cominciar della Seconda Par- 
te principale: là doue dato di piglio alla for.na dell’Arte, cioè, 
all’Eloquenza: e quella quali in quattro parti fubiettiue, diuife 
nelle quattro note del dire: magnifica, venufia, tenue, e graue; 
conforme à quelle diuidc poi tutto il rimanente del Libro in quat- 
tro parti: nella prima delle quali trattala nota magnifica fin’alla 
particella 72. nella feconda la venulla fin’alla particella 105. nel- 
la terza la tenue fingila particella Jjq. c finalmente la grauc in- 
fin’al fino. 

Quali fatiche , & d che fine habbiamo penfsto noi di douer 
far intorno à quefìo Libro. Queflionc ‘Decima. 

R Ella la Decima, & vltima Queftione propoflada noi, cioè, 
per qual cagione ci fiamo noi mofsi a far quelle fatiche.», 
( quali elleno fi fieno) intorno à quello Libro .-alche con breuità 
alcune cofc riferiremo di quelle, che hanno mollo l'animo noftro, 
lafciandoall’vltimo luogo la machina più potente: Primieramen- 
te hauendo noi confiderato, che quello Libricciuoloè tutto d’oro, 
anzièvnagioiapretiofifsiiria:& hauendo veduto, che dallaGrcca 
Lingua, trasferendolo molti alla Latina; lei ne hanno refa più ric- 
ca, c più adornata; ci è venuto in penlìcro, che grati alla Prouin- 
cia,onde fiani nati , ci faremo potuto mollrarc, le il mcdclìmoal- 
J italiana faucila hauefsimo donato .Tanto più, che fin’hora in que- 
lla lingua ,daniuno,che noi fappiamo,è fiato trafportato anco' 
ta: e pur quanto conucnga, che 1 precetti del ben ragionare anche 
Italianamente s’infegn ino, aliai ce l’hanno dimofiratocon molta 
laude loro il Caro, & il Piccolomini; quello traducendo,eqye- 
ftoparafrafandola Retorica d’Arirtotile, & altri altre cole al ine- 
dcfiinofine operando. Apprcllo habbiaino comidcrato, che con 
occafionedclCommento,chc faremo lopra quefio Libro, gran cam- 
poci fi prefentera , di mofirarc le bellezze dell’italiana noftra fa- 
uella,e l’eccellenza d’alcuni Autori, che in quefia Lingua hanno 
ragionato , e fcritto ; poiché da gli eficmpi , che ne anderemo tra- 
hendo , conofceraciaicunonon appalsionato, che nè 1 Greci , nei 
Latini Autori , più accurati iòno fiati ncll’oflèruare i precetti intor- 
no al ben parlare di quello, che fieno fiati inofiri. Habbiamo di 
più auertito, che quegli, i quali in Latino hanno trasferito Deme- 
trio , e commentato, molte volte 1 Greci eflempi , anche nel Com- 
mento così hanno lal'ciato,come hanno trouatuE perauentura han- 

iì 1 no 


io Queftioni 

no hauuteragioneuoli cagioni di doucrlo fare: Tu ttau ia feà' Gre- 
ci fcriueuano ; non occorreua tradurre : ma fe non à' non intenden- 
ti della Lingua Greca, pure (inoltro giudicio) era neceflirio,ò tutti 
gli c (Tempi trasferire, ò nella Latina Lingua apportarne d’cquiualen 
ti; Cofa,che hauendoanimodi far noi:& in ogni minutia volendo e 
Latini, Se'" Italiani eflempichiariflìmi , c molti apportare , in quello 
almeno, crederemo d’baucr’a dar luce all'Opera, e pcraucntura_, 
piu giouar’a' Lettori di quello, clic fin'a quello tempo habbiano fat- 
togli altri. Ve vn’alcracofa notabile : che hauendo fcritto Demo- 
trio brcuiilìmamente, in vn tempo, nel quale l’Eloquenza fioriua, 
&i precetti dell’Arte erano chiarilfi.ni; molte cole ha taciute, c 
fuppofte, come ciliare, che hora perla maggiorpartcdaglihuonn- 
m non lì Tanno , ne à quello hanno proueduto i traditori , ò Com- 
mentatori di lui: co ne habbia no pcniatodi far noi, c di non Ja- 
fciar minutia alcuna fuppolla , che non (pieghiamo chiaramente-», 
in modo, che da quello Libro fob.fenzi bifogno nè di Libro, rè 
di Maellro, fuoradi lui , polla ciafcuno da Te dello imparar tutto 
quello, che li richiede pcreloquente nenteragionarc in prola : Ol- 
tre, che molte coTevi Tono dentro, le quali anche trasferite nella 
Lingua nodra, per Jadiuerfità di lei con la Greca , ccon la Latina 
non giouarebbono, Tea proportionc non fodero tiratealTvlodcl- 
la nodra fauella : Come, per eflcmpio, tutta la materia del ritmo, 
ò del numero, che vogliam dire: la quale predo a’ Greci, c Latini 
conlìdendo ne i piedi metrici, nella lunghezza delle dliabc,e ne 
gli accenti ;al ficuronon può feruireallanoflra Lingua j nella qua- 
le, nè piedi lì polfono formare, nè altra lunghezza di lillabe li tro- 
ua,le non qucll’vna per ciaTcuna parola, clic dall'accento di lei 
vieneforinata. Si che in qucllocafo, e limili ,ouc noi alla propor- 
tionc di quelle Lingue il modo troueremo di dare i medefiini pre- 
cetti nella nodra, non mediocre vtilitù ci parerà di haucre appor- 
ta^àStudiolì . Ma , come accennammo di l'opra, tutte qucdeca- 
gioni Tono leggicridìme, appetto a quella, che principale, e forTe 
iolaci ha modo a douer farqueda fatica, cioè per rubar le (paglie 
à gli Egitti;, c donarle al Dio d'ifraelle; Per far, vogliamo di- 
re, clic quei precetti , i qua li à vana eloquenza humana hanno fcr- 
u ito per J’adictro,daquà annui nella Diurna Eloquenza, e nel- 
la predicanone della paroladi Dio pollano i npiegar i. h giadel- 
l’Ecclefiallica Retorica, oltre ì Padri antichi, con molta ?Joria_> 
à’nollri tempi hanno trattato Agallino Valerio Cardinal di Ve- 
rona, Scaltri; ma queda parte dell'Elocutione, pertinente non 
alla oratione lòia ; uia anche ad ogn’altra Proli , mimo , cho 
Tappiamo , alle Ecclcliallichc cofe l’ha applicata . Procureremo 
con la grana di D i o di farlo noi, fikl nel medcli.no aiuto 

Diurno 


Secolari. . 

Diuino fpereremo di farlo in modo, che nè quegli; che nella leco- 
Jarcruditionc fono tutti inuolti,habbiano, che dcliderare;e que- 
gli altri ancora rellinofodisfàtti, che con elettione molto meglio- 
re nelle Ecclefialliche difciphnc s’impiegano . Diuideremo tutta 
quella noftra fatica in tre parti . Nella prima delle quali; la Para- 
frafe faremo à quella Particella del teflo di Demetrio, checihaue- 
rem prefa à efporrc: hauendo giudicato, per feruigio della noftra 
lingua molto più ville haucreà nufeire la Parafrafe, che la tradut- 
tionedi parolai parola . Nella Seconda Parte vn Commento alla 
mede/Ima Particella aggiungeremo così pieno, chc& alle parole.* 
di Demetrio darà la luce, e pergli precetti di lui ellempi e Latini , 
e Italiani apporterà, e tutte quelle cofe aggiungerà, le quali bab- 
buino detto di fopra , che ci pare , che rcftino da farli . E finalmen- 
te nella Terza Parte aggiungeremo quello, che importa più: cioè 
vn Difcorlò Eccleliallico , dal quale , quali da terza decottione po- 
tranno nceuere il più puro fanguei dicitori Ecclcfiaftici ; & i 
precetti d'vn’arte humana , quali in Celefte follanza con- 
uertire .• Raccordandoli eglinoTempre, che non ha 
bifognodi quelli precetti la predicanone della 
parola di Dio , & ogni Profa , che in fer- 
uigiodi Dio venga fcritta: ma ben 
làran no ho nora tiflìmi , & auen- 
turolì quelli documenti , 
quando in Ecclelia- 
fliche , e Diui- 
K ne materie 

im- 
piegati alla gloria 
di Dio ferui- 
ranno. 


» ì 


QVB-- 


QUESTIONI, CHE POTRANNO, 
fcrutre per Proemio a Difcorft 
Eccltfiaftici. 


B . Per intelligenza piu dfiinta di ci'o, che Ecclcfìa- 
fiic amente in quefio Libro h abbiamo à ragionare , 
pur dtece Quefiioni anch’ejfe quaft Prolegomeni 
deputeremo: non così fòttilmente 3 come da’ Teolo- 
gi Scolatici vien vfato: ma ne anche in modo pun- 
to alieno dalla T oologia . 

La Prima farà, s’alla pre dicatione della parola di Dio fa necef 
faria l'Eloquenza. 

La Seconda , fe al Predicatore delta parola di Dio conuenga , o> 
difdica l’Eloquenza. 

LaTer^a , quai condii ioni debba hauere la nostra ChnBian a 
Eloquenza. 

La Quarta, qual proportene h abbia l’Eloquenza nodra con 
quella, che infgnarono già ì Maeftri del dire. 

La Quinta, fi' l non effer eloquente è feufa da fi folaragioneuol- 
mente ballante , perche altri o non cominci , o cefi dall'vfficio det 
predicare. 

La Sefla, fe quelli , iquali fra Ec eie fi affici vengono alle itati per 
douer effer e (piacendo à Dio ) Predicatori della parola di lui .fio. 
bene, che imparino i precetti dell’ E loquenfa. 

La Settima fi à' nofiri Chnfiiani,e Religiofi giouani debba per- 
vie iter fi , che d' Etnici Autori , e Scrittori gentili fi vagliano ncl- 
t imparar i precetti dell’ Eloquenza . 

La Ottaua 3 fe fra gli Etnici Autori , iquali hanno trattato dcl- 
t Elocutione , meriti per alcuna fu a qualità ctejfcr principalmen- 
te letto dà nofiri Demetrio F alereo. 

La Nona, quali fatiche, ed à qual fine in materia Ecclefiaslica 
babbi amo defignatonoi di douer far intorno à quefio Libro. 

La Decima , cr vi t ima , Da’ quali fòrti di Ecclefiafiici Autori 
trarremo quegli e fi empi, de' quali , adEcclefiafiiche materie ap- 
partenenti j hauemo da fruirci m quefio Libro . 


Ecclefiaftichc . 


aj 

Se alla predicanone delta parola di Dio fia neceffaria l’- 
Eloquenza. Quertione Prima. 

N On è neerffaria l’ Eloquenza alla predicanone della parola di Dio: e le 
ragioni pnncipahjjime fra l'altre fono due : l'vna , che non (Jfendo Id- 
dio legato à' fi romena , co/i può egli ( dicono i T eologi ) tagliar con la lancia . 
come con la fpada : e l’altra , perciò che la parola di Dio ba tanta vi rtù ed ef- 
ficacia , che , quanto a fe fcn^’altri aiuti ejlemi ,bafla à perfuadcrefe mede fi- 
mi. Fra Trofcti antichi , Efiia come nobiliffimo , coji fu eloquentiffimo . 
Vir nobilis & vrban* cloquentue, nec habens quicquam in elo- 
quio rulhcitatis admixtum. Vnde accidie, vt prxcieteris florera 
iermoms cius, tranllatio non potuerit confettare; dice San Girolamo . 
Dall'altro canto <Amofie nè Kjobilefù , ne Eloquente , ma ex numero parto - 
rum, &imperitusfermone; e nondimeno cofi diede efficacia il Signor alla 
parola fua nella ro%a [impliciti d’-Amofie , come nella fiorita Eloquenza cT- 
Efaia . 2 /eU'Efodo al 4. ejjendofi feufato Mosè dal douer far alcuna ambafeia- 
ta per non e/fer Eloquente, dicendo . Non funi eloquens; 'H?n che non accet- 
tili [cufa Iddio: anzi fieramente [degnato, iratus Donnnus inMoyfem, 
difjc quelle btlhffime parole. Qutsfuit os hominis? aut quis fabricatus 
eli mutuiti, Scfurdum? uidentem, &ca:cum?Nonnc cgo^Perge 
igitur,&cgoeromore tuo,doccboquetequid loquaris. Quafivo- 
le fedire, e chi ha detto à te , che per riferire , & imprimere le parole mie , ne- 
ceffaru fu l’Eloquenza ? chefe cofifojje , chi non si; che io, ilqualfolo concedo , 
e dono àgli kuommi che parlino, pofio anche fare che eloquentemente parlino i 
Ma per dar forza i parole dittine , non v’i muffiti di cofa tanto frittola, quan- 
to il’ eloquenza humana . Quel mede fimo che meno fugatamente occor/c con 
Guremia , quando hauendo egli detto. Ah Ah A h Domine Deus, ecce ne- 
lcioloqui ,quia puer ego lum, g/f rifpondeil Signore; è che rtleua che tu 
fia Eloquente , ò noi baflache la parola fia mia,percbe habbia efficacia e forza. 
Ecce , dedi verba mea in ore tuo . E quello fol è afai per ogni grand’effet- 
to. Vt euellas , & dcftruas , & difperdas , & diliipes , & itditìces , & 
plantes . In Chrifìo T/ofiro signore la parola di Dio, eh’ è tanto come dire , la 
parola di lui fleffo , ch’era Dio , non foto baucua , come hanno anche le noftre 
bumane ,vinù figmficatiua : ma ad ogni piacer diluì, l’haueua ancora total- 
mente efficace. In modo tale che quando , per e fiempio , difi' egli al Tara litico , 
Uirge,tollegrabatuin tuum, & ambula. Ioan. 5. non piamente da qucflo 
parlare, come ftgmficatiuo Irebbe il Taralitico intelligenza di quanto egli dotte- 
rai fare. ma dal medefmo, come efficace, riceuctte tafaniti , e la forza per po- 
terlo fare . E da que/ta difltntione dell’effer le parole degli buomini puri lignifi- 
catine piamente , e quelle di Dio ad ogni fuo voler effettiue ancora ; tre altre 
differenze nafeono , uen prudentemente notate , ne’fuoi marauiglioft Commen- 
tari! [opra San Giouamdaldottiffimo Cardinal Toledo . La prima , che , non 

2? 4 haucn- 


24 Q^icftiom 

haui ndo'l noH'o parlar altra ni nù, cb: di far fi intendere a quelle fole cofe par - 
lumo, che ci poffono intendere : e’I ragionare, che noi faceffimo con cofe irragio - 
neuoli, farebbe uanità . La dine l^oflro Signore , per efìemp o , co" uenti, e co’i 
mari parlaua , perciocbe fe ben quelle parole , come fignifìcatiue non feruiuano 
per eficr inteff ; ualeuano nondimeno com’effettiue per effer ubbidite : onde al • 
tri gridava con marmàglia . Quis cfthtc,quia mare, & venti obediunt 
ei £ La feconda , che oue noi , commendando cofe imponibili (come feuoi Jicef • 
fimo à un mono , che doueffe refufeitare ) fi potrebbe dire che nanamente get- 
ta/fimo le parole : il Signor tutto in contrario , anche commandando cofe impjf 
fb li, non erraua : concio fia cofa ch’egli n:l m - defimo tempo con l’efficacia delle 
parole flefjc le faceua poffibili. E finalmente la terga diflintione,laqual fa gran- 
demente à no tiro proposito, è, che oue ilnofiro parlar humano nò perfuade.fe nò 
co’l mego delle prone, ò d’altri aiuti eflerni ; ChriHo TqoHro Signore con la fola 
parola indmauagli animi altrui, fenga pregiudicio del libero arbitrio, quanto gli 
piaceua. Onde à Giulia no, V or firio, e (elfo,i quali fi bu rlauano,come ad una fem 
plice parola di Cbrifio hai'ff ero, perfeguitarlo, La fiato quanto haueuano Mat- 
teo, eglialtri fiipofloli-, rifondono S. Girolamo, Gregorio \agiangeno,& Orige 
ne burlan lofi di loro, perche non haueflero conofciuta la diflintione fra la parola 
fiumana, c la dinina-, e non hauejjero intefo,che Cbrifio S.nofiro,~netre ragionami 
nonfolo daua luce, ma caldaie la parola di lui ad ogni fuo piacere non foto inette - 
ua cognitione ne gl’intendimenti di chi fentiua,ma inclinatione ancora fenga uio- 
lenga nelle uolontà. Ora fi come dalla bocca di Cbrifio, ch'era organo congionto 
con la diuinità, faceua egli fiefìo come "Dio, che ufeiffero le diuinc parole ad ogni 
fuo piacere con efficacia, e forga;cofialla flefìa parola di Dio anche in bocca d’ - 
buomini puri, conferua Dio in gran parte queflo medefimo priuilegio. E fe bene 
ora più, & ora meno ; fempre nondimeno fa, che infieme con la figmficatione effe 
fiabbia qualche propria uirtù & efficacia , e per fe fieffa faccia di quegli effetti , 
che la parola fempliee humana non può operarefenga aiuti eflerni. De gli Apo- 
stoli fu predetto le centinaia degli anni auati,cbc'l Signor haurebbe data lor la 
ammmifiratione delta parola fua con molta virtù . Dabit verbum cuangeli- 
zantibus virtute inulta.! 5 f. 67 .Onde fi uede ch’eglino co la parola di Dio non 
fol' imponìbili cofe refero poffibili;ma molte uolte feng' aiuto efierno, ni di mira- 
colici di auttorità, ni di ragioni, ni di £loquenza,aitri, buomini deuotiffimi e 
prudentiffimi con la [ola forza della detta parola , conuertirono . € quello che fi 
dice degli A pofioli , ne gli buomini A poflolici ancora s’i ueduto per ifperienga, 
f, come diceuamo di J òpra , anche à noflri tempi, fe ben conforme alle fantiffimt 
dijpofitioni della fua prudenza, ora maggiore ora minore efficacia dona il Si- 
gnore nella bocca de’Vredicatori alla parola fua, fempre nondimeno gli dà qual 
che uirtù ;e come dice Efaia, Nùquam verbum Dei rcuertitur vacuuin.^ 
quefla è la principaliffim 1 differenza fra la parola di Dio, e la parola humana : 
ejpnffa con uarie metafore in molti luoghi delle fritture facre, fe ben per bora 
di tre foli faremo contenti,ciò fono, oue S. Paolo la parola di Dio dimanda uiua . 
Viuus eli fermo Da, oue ChriHo la nomina femen, Scinta eli verbù Dei ; 

Et 


jOC 


Secolari . 2 f 

(t due t T)attid la chiama infocata. Ignituin cloquiù tuu vehe;v.cnter.Cta 4 
dire il nero anche rifiatile fra gli lìr omenti animati, ed inanimati mette queflo 
differenza, che gli animat ie nini, adoperati dall'agente principale, operano non- 
dimeno con qualche uirtù,cl/è propria loro. Come lo /chiatto comandato dal 
chiero mone il remo co la uirtìt motiua, ch’egli ha in fe mede fimo-, la dono loflro 
mento inanimato tutto quello che fa, non per propria uirtìt lo fa: ma da eflerna 
forza mofio, che glielo fa fare,comeil remoficaccia,lanaue,non pfeflefiolofa: 
ma inquàto dall' eflerna uirtìt di chi lo regge uien cacciato egli fìejjo, E nello flef 
fo modo, morto od inanimato può dimandar fi quel parlare, tlquale in fe (leffo non 
ba forza di perfuadere,fe non quanto egli da ragioni e proue, e cofe tali uien fat- 
to perfuaftuo: E unta fenza dubbio è quella parola, che fenza aiuti eflerni fempre 
ha da Dio qualche forza per inclinare gli animi da fe medefima-, E che fa uero, 
che in tanto uiua dimanda S Paolo la parola di Dio, inquanto bà in feftefia effi- 
cacia, perche fubito dopo hauer detto, Viuus cft l'ermo Dd, aggiùnge, & effi- 
cax,& penetrabilior oinni gladio ancipiti, & pertingens ufq, ad d iui 
fionem anira5,aclpintus:coinpagQ quoajac medullarù. - Quel medeft- 
moche accennò il Signore oue diffe.Sc.nen cu uerbù Dei'.pcrciocbefi comeil 
ftme ben può efier impedito, ò dalla mala diffofitione della terra,nella qual'egli 
caie ,ò d’altr’ accidente, ch'egli non generi ;ma nò fa per queflo, ch'egli nò babbi a 
fempre in fe la propria uirtù generativa-, coftla parola di Dio,ben può auuenire 
tb« femi nata in terra, ò calpc fiata, ò pietrofa, ò fpinofa, ò fmile, non produca il 
frutto fuo-,ma non refìa però ch’efsa in fe mede fi ma qualche efficacia non babbia 
fempre per poterlo produrre.E finalmente Igiutù eft eJoquiù Dei. E quella 
differenza fi troua fra la parola bumana , elaparola diuina, cb‘è fra un ferro, 
(mettiamo cafo fra un paio di molle fredde, ò infocate. ( he fe quiuifard alcii og 
getto per douer efier abbruciato , come farebbe un poco di bàbagia, tioi certo co 
le fole molle fredde non /’ abbrucieremo , fe non quato di loro feruendoci à pigliar 
queflo ò quel carbone accefo,& ad applicamelo, non con la forza loro, ma con la 
uirtìt della bragia da loro applicata, ut porrò dentro il fuoco: la dotte fe le molle 
fo fiero infocate e cocenti, altro carbone non ui farebbe nccefiario,ma co efiefole, 
venendo tocca con la bàbagia, fibito fuoco ui fi appiccherebbe. E nella medcftma 
maniera, fita qua un’animo, alqua'c fi babbia à persuadere co parole fole Immane, 
qual ftuoglia bumana cofa,e dicano Cicerone ftefio,e Denioflnie;eglino alficuro 
f virtù delle fole parole no’l me ver ano. fe nò inquato, quaft apph a do bragie acce 
fe,ò addurr ano ragioni, ò monetano affetti, ò moflrerano cojlurni,ò cofe jimiliila 
doue babbiafi con la parola di Dio à pfuader coja ad bonordt Dw> efalute dell’- 
emme, quato fi uuol difficile: e qflo affìtto facialo il più rozo fraticello dclMòdo 
thesèpre fen^alcu aiuto eflerno haurà , quato à fe,alcuna forza qlla parola fo 
come ferro infocato, haurà uirtù di abbruciare anche p fe mede filmate còpre 
Euangeliù eritvirtus in fa kit é crederi. Cofa ,ehe apparse troppo bene nel 
Ciati 0 piceno, co me riferifeom * bzomcno,e truffino, quado fupbamcte quafi al 
tro Golia , sfidado un Filofofo à diffidar chi chefofie de’noflri -hriflianifacerdo 
ti* ri la forza dell’ bumana fapiezi,et eloqui za fua, credi do di doue r reflar di 
, ; gran 


a 5 Queftioni 

gran lunga fupcriore, mojjeft Spindione Vcfcouo dì Trimctontoin Cipro , bw£ 
mo f mpliciffimo , ma fantiffimo,ne volendo altr’armi che la loia parola di D io. 
In nomine Icfu, dijje, PhiJofophe auditor Vnuseft Deus coeli, & ter- 
ra, & omnium rerum, tam occultò lubicdarum, quam earuin acietn 
fugientium opifex, qui hac omnia & vjrtuce verbi fabricatus eli , & 
facratofpirituslanftiafflatuftabiliuit.Quare hoc verbu.i., quod nos 
filiumDei nuncupamus,raifiertumhumamerroris>& belluina vi- 
uendi rationis , ex Virginc nalci , cuoi hominibus vnaverfari, prò 
que ijfdem mortem appetere voluit. Eli quoque iteruin venturus, de 
ijs rebus , quas q inique gell'erit in vita , difturus lententiam . illa ita 
fe habere line vi la curiofa indagatione prò certo crcdimus . Noli er- 
go in his, qua fide duntaxat redò intclliguntur, curiosò refutandis , 
laborcm fruftraconfuniere,quarerequequi irta fieri, aut non fieri 
polfint.Qupdli credis nnhiquidem felicitanti rsfponde. Sozom. oue 
/opra. Carole , che hebbero tanta virtù congiunta , che’l Filofofo non foto am- 
mutì ,mafi Cornetti Jubito , e J entità in fe fìeffo la forza di ferro infocato , ri- 
uolto à’fuoifcguaci, dicono che difje. Auditeò eruditi donec verbis mo- 
dini gclla res eli , verba verbis oppofui , & qua dicebantur , dicendi 
artciubuerti: vbi vero prò verbis virtus proccilitex ore diecntis, 
non potucrunt rclillere verba virtuti,ncc homo aduerfanpotuit 
Deo . ’K? però dietim noi, che, oltre la virtù , che ha data il > ignote alle pa- 
role fue j non babbia egli molte volte voluto che » Predicatori di lei u'habbiano 
Aggiorni aiuti elìcmi per più preflamentcc più facilmente perfuaderla ; Co- 
me Sfata, & altri vi aggiungeuano la forila dell Eloquenza, egli ^4 po itoli me - 
dcfnni Pradicabant vbiquewow folamente Domino cooperante conia 
virtù interna , ma fermoacm continuante ancora con aiuto cficrno , cioè 
fcquentibus ìnfigms . Ma affermiamo , che fi cornei miracoli bengiouaua - 
no, ma non erano necefiarq perche il Signor polena ad ogni Juo piacer aggion - 
ger tanta virtù alla fua parola , eh’ efja fenza miracoli oper affé , come fece per 
la bocca di dio. 2? attilla , e d’altri ; co fi ogn’ altro aiuto efterno , e l’ Eloquenza 
in particolare, fe fu per giouare ò nò , lo diremo poi j certo nonfard efja mai 
necefìaria : & oue due "Predicatori vi fieno, vn’ Eloquente , & l'altro nò , fe ben 
in pari termini, e /opra il tutto non donandoli Signore maggior virtù allapa- 
róla fua in bocca di quefìo , che di quello ; forfè più facilmente perfuaderd l’- 
Eloquente \ nondimeno non è dubbio , che potrà il mede fimo signore con ogni 
poca aggion ta , ch’egli faccia di efficacia , e virtù interna alla parola del P redi- 
ca tor femplice , renderla più pervadente , e più fruttuofa che quella dell’Elo- 
quente. £ quando bene P eloquente perfuada -,ad ogni modo bada ricordar fi 
jempre, che della perfuafione , e del frutto , la prmipahffima capone deue e/se- 
re riferita nella virtù , che ha data Dio alta parola fua:e pochiffimo aiuto ,e 
dcbot:ffimoha egli da riconofceredalT Eloquenza di fefleffo. in quella maniera , 
.che alcuni femi mollati nell'acqua vita, ò in altro liquore, producano vn poco 
fdi prt fi.jnv.te , ne però del frutto , che nafee , à quel lique re habbiamo à dar 

la 


Ecclefiaftiche. 27 

la lode , ma alla virtù del feme . Ma quejìo ad vn'altro noffropropofito [emiri 
mi poco più baffo . Ver bora], quefla fola concluftone ci relìa chiara , che poten- 
do il Signore alla parola fua aggiungere tanta virtù perfuaftua , quanto à lui 
piace , fe bene alle volte accetta in [eringio di lei alcuni aiuti eflemi , ninno però 
Itale che [en'ga lor la flrffa parola con la [ola fua virtù non pofia perfuadcre [e 
mede [ima . E fra gli altri efleriori aiuti (per tornar donde partimmo ) neceffa- 
riaal fi curo non è l’Eloquenza alla parola di ‘Dio . 

Se al Predicatore della parola di Dio conuenga , ò difdica 
l'Eloquenza . Queftione Seconda. 

S Ono così varie , e così molte le autoriti , e gli efiempi , che nell’vna , e nel- 
l’altra delle parti , bora mojìrano , che al Tredicator fta conucniente , & 
bora che gli fia difdiceuole l’Eloquenza ; che, [e chi tratta quejla materia, alcuna 
chiara, efoda diflintione non ritrouafle fra eloquenza, & eloquenza: confufo fen 
Z* dubbio bifognerebbe,cl/egli rimanefie,& impedito.San Girolamo nelle Que 
Rioni ad Damafuin Papam Epirt. 1 25.quxft10.2- dice quelle parole. De 
fcripturisdifputantern non decet Arillotelis argumentaconquire- 
re;nccexflumineTullianxeloqucntixducenduscftriuulus;necau- 
rcs Quintiliani flolculis , &C fcholari deelamatione mulcendx . Pe- 
de!\ns,&T quotidianxfimilisj&C^nuUam lucubrationem redolens 
oratìonecelfana eft,qux rem explicct.fenfum ediflerat, obfcura ma- 
nifcrtct,nonquxverborumcorapofitione frondefeat. Sint ali j di» 
fcrti;Jaudenturvt volunt, & inflatisbuccis fpumantia vcrbatruti- 
Dent;inihilutfìcitloqui vt intelligar, vt de fcripturis loquens,&* 
difputans, fcripturarum imitcr fimplicitatem. Tacile quai parole io 
non sò in ve ro s’egli fcn\a eloquenza danni l’eloquenza , ma non so ancora , fe 
da qucfti tutori delle Scritture Sante debba così affolutamente leuarfi igni do 
quenza, de’ quali ragionando Sant’ estgoflino nel Libro 4. de DoCìrina-* 
Clirirtianaalcap. 6. dicecosì-, Hicaliquis forfitanquxrito, Vtrutn 
Auftorcs noftn , quorum fenpta diuinitus inlpirata Canonem no- 
bisCiluberrima auftorita te fecerunt, fapicntcs tantummodoan elo- 
quentes et lam nuncupandi fine ? Qux quidem quxrtio apud me ip- 
fum, & apud cos, qui mecum.quod dico, fentiunt, facillimcfolui- 
tur. Namvbi eosintelligo ,nonlblumnihilcisfap entius, verum 
ctum mhil eloquenttus mihi uuicri potcrt. Anzi paffa tant’oltre , vn 
pxopiù baffo * ch’egli dice ; Poflem,fi vacaret.omncs vi rtutes , & orna- 
menta eloquentix,de quibus inflan tur irti, qu 1 itnguam luam nortro» 
nimAudorum linguxnon magnitudine ,fcd tumore prxponunr, 
oftendere in li^peris lacris . Et iui i poco , doppo batter mojlrato , che gli 
• dutorinoflri paiono [empiici. Non quia non habeànt,fcd quia non 
ortentant, qua n nimisirti diligunt, eloquentiaro ; Argomentando 
dal meno al più t moRra quanf eloquenti bifogna, che [uno iloti gli altri Tro- 

feti. 


Queftioni 

feti ,oue ^yfmofie mede fimo , eh' è tenuto il piùrozo, in alcuni luoghi della 
fua Trofitia, eloquentifiimo per ogni modo s'è moflrato. Oltre, che Sant *Am- 
bruogio fcriuendo ad lufturn nella tpifilola 6j. del Libro 8. in principio, dice , 
tutti i precetti dell'arte del dire , da' noflri Sacri tutori efiere flati canati : 
Et ij, qui de arte fcripfcrunt, de coruin fcriptis artem inuencrun t, & 
condidcrunt commenta artis, & maglieria . Di ìan Taolo ragionando 
San Girolamo nella Epilìola a gli Efefi al cap.}. mofirla di credere , ch’egli nin- 
na forte d'eloquenza hauefiè , e i he foffe totalmente Abfquc Rhetorici ni- 
tore fermo ni s,& verborum compofitionc, & eloqui; venufoto. 
£ del medefimo fi oggetto trattando ad Àlgafiain , dice , e he quando i an Tao- 
lo di fé flefifio difile , che era Imperi tus fermonc , no’l difile per modeftia ; ma 
perverità : Ncquaquam dchumiJitatc, fed de confcicntix ventate. 
E pure non folamente Sant’*Jgoflino hb.q.de doflr.Chnfhana,cap.j rijponde 
alla parola, Et fi imperitus fermonc, e dice , che San Taolo Quali conce- 
dendo obtrctfatoribus, fic elocutus eli, non tanquam ìd veruna 
agnofceretconfitendo. E non folamente il medefimo Santo ne' Libri d Ila 
Dottrina Cbrifliana , & altri ammirano in ogni luogo l’eloquenza di San Tao- 
lo , principalmente nella difertififma Epifìola à gli Hcbrei , ch'egli in fua nati - 
ua lingua fcrifte ; ma quello , che più importa, è , cht’l medefmo San Girola- 
mo del mcdefimo Taolo parlando nell'Epiflola ad Pammachium dice, Pa il- 
luni Apoftolum proferam , quem quoticfcumque lego , uideor mihi 
non nerba , fed audirc tomtrua : lege Epifiolas cius , maximè ad 
Romanos , ad Galatas , ad Ephefios , in quibus , totus in certamine 
pofituseft,&uidebiscuinintcftimonijs,quje fu.nit de Velcri Te» 
fomento, quàm artifcx , quàm prudens, quàm difiìmulator fiteius 
quod agit . Videntur quidera uerba fimplicia , ÒC. quafi mnoccntis 
hominis , & rufiicam , & qui nec facerc , ncc declinare noucrit infi- 
dias ;fed quocunquercfpexeris, fulmina funt. Et vn' altra volta al me- 
defmo . Eleftionis vas , dice , ch’è ±an Taolo , T uba Euangelij, rugitus 
Leomsnoftri,tomtruusgentium:e finalmente, Flumcn eloquenti^ 
Chrifiiana:. Vero è , che lo flefso SanTaolo inmolti luoghi pare ±cbe ab- 
bomini , e de te Ili l’eloquenza , come in quelli, Conucrfati fumus in fiftl- 
plicitate. NonadulterantesVerbumDei . Non quafi hominibus 
placentcs. Non eft in fermonc Regnum Dei. Non in fupicntia_. 
uerbi,utnoneuacuctur Crux Cimiti. Non in fubJinutatc fermo- 
nis. Noninperfuafibilibushumanaefapientiieuerbis. Non inlcr- 
mone,ledinuirtute. & altri fimili. UH a ad ogni modo ragionando egli 
d’apollo , il qual San Luca negli K^dlti al cap. 1 8 - dice, che , Erat uir clo- 
quens,f che da Corintiera fiato filmato eloquenti fimo, non lo dina perciò, anzj 
lo loda, che egli habbia adoperato il talento datogli dal Signore dicendo , Mini- 
Ari fumus cius,cuicredidifiis,& vmcuique ficut Dominus dedir* 
£ quanto à lui flcjco , ben dobbiamo credere , che fen\a molta eloquenza non 
predicafife , poiché i Gentili medefimi , che fra eloquenza profana , & eloquen-^ 

ZA 


Ecclefiaftiche . ajp 

CbrìHiana nonfapeuano distinguere , dicevano inlijìri ch’egli era Mcrcu- 
nus, & Dux verbi -.cioè eh' egli era il 'Dio dell’ Eloquenza. Sant" Sgottino 
in alcuni luoghi dice , che i Eloquenza eftpcrnicioià dulcedo,ec/je, Qui 
affluir infipienti cloquio,caucndus eli. E pur egli Hefio infegna elo- 
quenza , e vuol far eloquente^ Ecclcfiaiticum ne’ libri De Dottrina 
Chrifliana . Et adduce ejfempi eloqucntiffimida Cipriano ,eda „ Ambrogio . 
E quanto à fe , infin à far numero fa la profa , eh’ è de’ più fini artifici ’f dell’ilo - 
catione yconfcfja che ha attefo ne gli feruti funi dicendo nel 4. De dottrina 
Ctiriftiana- Ego in meo eloquio, quantum modeflè fieri arbitror, nó 
prjterjnicroiitos nuaicros claulularuai.Sa/; Girolamo, come cbevna vol- 
ta fófj'c agramente punito, quia Cicero.! ianus eflct, non però veggiamo che 
kfciaff: vno flile fiorito , etiloqucntiffimo . E fe dall’ima delle bande fappia- 
moda Gofeffo cantra ^Appione ,e da Eufebio nel libro De preparatione_> 
Euangchca , che alcuni per batter voluto alle femphei maniere della fcrittu- 
u dare forma eloquente , fono Siati fieramente cafligati,e che di Alcffandro 
(pr'urio yefcouo di Cumana in Tonto , perche fenza .Attica eloquenza ragio- 
nimi, le parole à Dio piacquero tanto , ch’egli [otto tipo di bianchiffime co- 
lombe le moftròin vifione à chi l’haueua {pregiate : dall’altro canto fappia- 
mo, che cari à 'Dio furono fenga dubbio gli eloqucntiffimi Hafilio , l\(a^ian- 
zeno, GrifjJlomo, ^Ambrogio , Cipriano , Gregorio , e tanti. E che fra’ doni di 
Diomttte San Taolo 1. Cor.i 2.Sernioncmlapientia:,& fermonemfeien 
tue. Si che, come dicevamo da principio , per conciliare cofi apparente con- 
. tratteti i’auttorità, c d’effempi, bifogna dire , che due forti di eloquenza fi tro- 
vano : Vita vuota , vana , oflcntalrice , piena di lenocinli, e di fuchi , la qual dal 
Tredicatorc della parola di Dio deue c fiere totalmente fuggita & abbo rrita : 
l'altra femplice, [oda, pura, piena di Maejlà,e di Santità, la quale, tanto èlon- 
gbi, che egli debbia abborrire, e fchifarc , che augi defommamcntc, ò non ba- 
ttendola, i hauenlola ; à defidcrarla, ò tenerla cara, &c. 

Quali condirioni debba hauere la nofira Cdriftiana 
Eloquenza. Queftione Terna . 

A %i pare,che alcuni di quelli , i quali innanzi à noi della Chrifliana elo- 
quenza hanno ragionato, in afjai ampio fentimento babbuino prefo il ter- 
mine , comefe per Eloquenzt Chrifliana tutto quello hauefie ad intender fi , che 
all’arte del Cb'ijliano dire t appartiene , e à tutta l’ Ecclcftaflica IRctorica.cchc 
fu vero , fi vede ch’eglino di qmfla tal' E loquenza volendo da r prece iti ; hanno 
avitamente tnfegnato e quali cofc habbia da dire il Trcdicatore ,ccon qual’or- 
dint,e conche Stile, & in fino come habbia egli à mandarfele alla memoria, e da 
pron libarle. Che fono come ogni vn tì, tutte le cinque pai ti de Ila Retorica. 
però hanno efft fatto male fa cado co fi. Angi quanto più diffufa è Slata lalor fa 
tica , tanto più grande dè effere flato il lor merito , e maggior dè effere la noflra 
vttgatwnc. Ma à noiècòuenutoil dirlo per foggiungere,cbe ad afai piùflretti 


fot Quefìioni 

termini fi riduce la noflra debole^a . Echenoioue di Eloquenza Chrìflìan* 
in quello libro ragioniamo , quella fola parte intendiamo di trattare , che è clj 
terza fra le cinque della Retorica, e che con nome più vfitato,klocutione fi i lita- 
nia. 'Ben i vero, che, come dicemmo nelle fciolari que fiioni, anche ad altre prò - 
fé, chea quelle dell'Oratore difenderemo i precetti dilla no firn éloeutior.t^, : 
ma per bora J landò in quello, che al ‘Predicatore della parola di Dio apparite » 
nè, in due parole diciamo, che noi quà , non della materia ragioneremo : ma del- 
la forma ;ò per parlar più chiaro, non quali cofe cglihabbia adire trattere- 
mo : ma con quaiparole,econ quale fcrittura di parole . San Paolo(per efiem- 
pio)nella prima di Timoteo al primo dice; Ve denunciare* quibuldam ne 
aliter docerent, ncque intenderent fabuhs , & genealogijs intermi- 
nati* , qua: quaihoncs portantmagis , quàm tedificationem . TqcW- 
iftffa Epiflola al quarto tap. dice . Ineptas,& aniles fabulas dcuita. Taci- 
la feconda Epiflola al medefimo, nel fecondo cap.dice à (orinti, ebe non bifogna 
eflere adulterante* verbum Dei , & noli contendere verbis, ad mhil 
enim vtileeft, nifìadfubuerfionemaudicntium . Dice allo fh fio cap. 
4 .Pra:dica verbum, mila opportuni, importuni, argue , oblierà, ìn- 
crcpa in omnipatiencia,& dottrina. E poco più giù . A vcritatequi- 
dem auditum aùertent, ad fabulas autem conucrtentur. Dice a'Tcf- 
(alonicenfi i.eht non bifogna (fiere in fermone adula tioms , ncque in oc- 
ca fionc auaritia . Oltre che deferiuendo in varij luoghi qual'habbia da effe- 
re la Chrifliana Predica . Dottrina fpiritus , dice , che bifogna che fu : do- 
ttrina fana, fermo fanus, verbum ianum : fermo Dei, lirmo iiiftitia , 
verbum veritatis, verbum vita, fcientia Iefu Chriftì, Agnitio verità- 
tis, fidcl is fermo: £ cofe fimili, le quali tutte, percioibe, come fi vede, non al- 
la forma della Predica appartengono : ma alla materia ; ne al ‘Predicatore in- 
fognano con che fiile , ma quali cofe egli habbia a dire j però in quefìo luogo d 
nefiro propofito non fanno . Fatino à noflro propofito qud quegli altri luoghi 
del mede fimo „ ipofìolo,oue ò negando ci comanda che parliamo i .(or. i . Non 
in fapientia verbi, nec in lublimitatefermonis,non in dottis fiu- 
mana fapientia verbis , e Jcmiglianti : ouero affermando ci ccflituifcc la for- 
ma dcll'tloiutione, teme ouc dice , che dobbiamo Predicare in fimplicitate , 
cicero in oftcnfionc fpiritus,& virtù tis, cucro che fpirittialibus lpiri- 
tualia con paremus , ouero ciré fermo noller lìt in grada fale condì tus, 
onero che retti trattcn.us verbum :& in altri luoghi , tutti in vero bclbjji- 
mi , ma tutti difficili , c tutti trattati da gl’interpreti ( fé non erriamo ) mol- 
to più altamente che allaprattica, & aU’vfo del Predicatore non farebbe me- 
fìien. 7{oii quali quefla pr attica à punto habbiamo principalmente innanzi 
àgli occhi, da vn poco sù facendo fi, diciamo-, che come m tutte le cofe il fine vie- 
ne ad e fiere la regola dell’opera ; così per regolare le lor £loc utioni , bifogna che 
i Predicatori ftmpre il vero fine di He Prediche riuolganoper la mente : ilqual 
cornicene de fi a i n foto, e qucflo non altroché i acqui fio dell’ anime , carne di- 
ce il Signore iucrari fratres fuos. Et elle piicatores hommum ; e che 

però 


Ecclefi artiche. $ i 

però fi deliberino di non volere adoperare , nè parole , nè ornamenti, fe non tan- 
to, quanto credano che fieno per fare maggior frutto , del re fio à rùun’altro fi- 
ne fe ne vagliano . £ queflo è il vero predicare che dice San "Paolo in {implici- 
ta te: non troppo ben intefo da coloro, iquali contra diflinguono la fimplicità can- 
tra l’ Eloquenza , e credono che il predicare in fimplicità fia il predicare rozza- 
mente, e fen\a eloquenza alcuna , à’ quali ci balla dire che fe vogliano intende- 
re qual proportene habbia la fimplicità con l’Eloquenza nel[ ragionare , mirino 
qual proporùone habbia la fimplicità con la prudenza nell’operare : e franeran- 
no che fi come non difeonuiene che vn! opera fia infieme femplice e prudente _» ; 
cofì non difdice che vn ragionamento fia infieme femplice, & eloquente 
Anzi fi come comanda il Signore, che con la fimplicità nell’operare concorra la 
prudenza dicendo , Sunplices vt columbi , & prudentes ficut ferpen- 
tcs ; co/i dobbiamo credere , che dalla fimplicità nel ragionare non efcluda San 
Paolo l’Eloquenza . Ma checofa è quefla fimplicità nel dire è forfè rozezjZP ? 
forfè incuta ? forje ìnhabihtà ? cofi interpretano alcuni -, mairi vero fimplicità 
nelle finlture non vuol dir quello . Semplicità vuol dir purità d’intentioue, e 
femplice è quello, il quale , e nelle anioni, e nelle parole fue non ha che vn fai fi- 
ne , e queflo non ad intere fie proprio , ma d gloria di Dio . Di quefla maniera fi 
dice di Giobbe . Et erat vinile fimpkx, diquefia maniera diceua Salomone 
nt’Vrou.all'i i.c/jciurtitia firaphcis dirigitviain eius. Et in contrario 
diceua il medesimo, Ne accedas ad Dcum duplici corde. ESan Giaco- 
mo, Purificate corda duplices animo. Sicome due amori fitrouano , l'- 
amar di Uto, e l' amor di noi tieffi , faticatori , dice Sani’ Agallino delledue 
fu tif pena & mferna : cofi due Jolifini vniuerjali poliamo bauere , la gloria 
di Dio , & il commodo noflro : de’ quali, chi non bauefie fe non il fecondo, e non 
mirafic mai altro, che fe fleJJ'o , feti za curarfi punto di ‘Dio , quelli fenza dub- 
bio , peggio che Duuolo farebbe, fe fofje poffibilc, e di lui non trattiamo . Ma 
chi mifchia anche i due fini inficine , c non ha la Jolagloriadi “Dio pcrfuovlti- 
mofine, queflo talenei fuo mifcuglio non hà purità d’mtentione : & e fendo du- 
plex a n imo , non fi può dire che habbia fimplicità . Quel che diceua 1 ddio aL- 
k H>oJa. Vulnerarti uie in vno oculorum tuorum , perche iddio s’inna- 
mora di noi , quando miriamo con vn’ occhio folo , cioè quando non habbiamo al- 
tro fine , che la gloria di lui . T^cl qual cafo , femplice fi dimanda l’occhio del- 
la nofira munitone , e dalla fimplicità di quejl’occbi» femplice riefee ancora , e 
lucido tutto il corpo dell’anione , eh ne fegue . Conforme à quello, che diceua 
il Signore, Moculus tuus fuerit fimpkx, totum corpus tuum luri- 
dumi crit . In propofito noflro, il ‘ Predicatore dunque può hauer due fini: ciò 
[no ,il frutto dell’ anime àgioria di Dio,ò qualche acquiflo nel popolo à fuo 
proprio commodo . S 'egli trai curato il primo fine ,anzj talhora contra il pri- 
mo fine , contra la gloria di Dìo predica per fuo interefje , come quafi [empie fa 
l’ Ere fuma, queflo è Dianolo, e non occorre trattare. Ma s’egh ancora mi- 
fchia ì fini , df infume con la gloria di Dio defidera di acQuillar anch'egli laude 
t gloria, ò altro commodo àjeflefjo, e cofi ha perfine quello come quello, in tal 


$ i Queftioni 

tajorgli cft duplex animo , e lajua eloquenza . Non eft in fimplicitate. 
& è indigni finto del Vredicator Cbrifliano . E tbe fta vero , ebe cofi s'habbia 
da intendere la fi impliciti del "Predicatore, ciò è , ch’egli habbia perfine Diofo- 
Lxmente , e non punto fe ftefio , ecco San "Paolo mede fimo, che nella i.de Cor, al 
4. quafi con vn commento belli fimo efionc che eofa Jia lafimplicitd del 'Predi- 
catore, quando dice. Non enim nolinctipfos pr<edicamus> fed Icfum 
Chriftum Domi num noftrum . "Predica fe ftefio , chi ha perfine alcun fu» 
commodo. Predica Cbrifto, chi altro fine non ha, che la giorni di Qirìflo . E 
quefìo è predicare in firn pilotate ,la qual predicatone in fiinphcitate 
per t/10 firare di hauere hauuta in un'altro luogo San Paolo, cioè nella t.a‘ T ef- 
fal.al 2 . ua leuando da (e tutte quelle cofe, che hanno perfine quegli, che predi- 
cano feftr fi , e dice , Non loquimur quafi honnnibus placentcs, fed 
Deo. Nonfumus in lermoncadulacioms , non in occalìoneauari- 
tia:, non quiercntcs ab hominibus gloriato . Cheinucrofono cojcdafcri- 
uere à lettere d’oro ne' noftri cuori \ e raccordarft Jempre che chiunque predica 
per acquifiar grafia d’ Intoni ini , ò per adulatone, ò per auaritia , ò per guada- 
gnar gloria ,ò no’ l fa femplicemente per lagloriadi Dio, non pnedicat in 
iimplicitate , e non merita pur nome di "Predicator l hiiftiano . Siche quanto 
all’ Elocutione , & all'Eloquenza, ecco la bilancia e la regola : oue al Predica- 
tor Cbrifliano fi parino innanzi alcune, ò pai ole, òftrutture, ò figure, ò lumi, 
ò precetti "Retorici, ò altri ornamenti dai fiere adoperati, pen fi Jubito fe e fi , 
adoperati, fanno , maggiormente fruttuofa la fua orai ione, e feruano ad impri- 
mere più , c far più acquifìo d’anime : ouero fc non uagliono ad altro che à fer~ 
uigìo di lui fleflo, à farlo più caro , ò più ammirato da 1 popoli, ò à dargli al- 
cun altro commodo . Se fono di queflo fecondo genere, la figli, e fuggagh come 
ptfle, che l'Eloquenza di quefìa forte ,nonè eloquenza ; ma uanità, leggiere z^- 
Za , e oflcntatione . Se fino dell’altra forte ,feruafcne arditamente , clic niun 
precetto , e niun' ornamento è rifiutato , purché ferua alla gloria di Dio . E di 
quefìa man era l’Eloquenza non pregiudica alla femplicità . E fi come la pru- 
denza congiunta con la femplicità ncll’operare è la ucra prudenza Chrifliana ; 
cofi quefia eloquenza congiunta con qucflaftmplicitànd ragionare èia ucra 
eloquenza Chrifliana. Ma dirà alcuno: ui fono delle parole, e de gliornaminti , 
iquali fan l’uno, e l'altro effetto : fanno maggior frutto nell' anime altrui, & ac- 
quiftano maggior laude à chi gli adopera: e di quefìi che habbiamo àfare à ua- 
lerfene ò nò * queflo rifondo : cheanzifemprelecofe, che faranno maggior 
frutto , da gli buomini giudicioft ti acquifìeranno ancora maggior , e più fida 
laude ine però dei re fìat di valertene. -4 te bafìa che d’un filo di quefìi effetti ti 
ferui perfineicioè che per la gloria di "Dio lugli adopri,e non per la t ua laude . 
‘Del refto che laude ne fegua anche a te , tutto è gloria di Dio. In quella manie- 
ra che dice Sant’ Sgottino eccellentemente nel 4. libro cap. 26. De dottrina 
Chrifiiana,cAr fempre al giouamento ne’ popoli feguita il diletto, ne però tu» 
principal fine ha da effere il (filettare, ma ilgiouare.E co sì, laf dando infinite al- 
tre coje, che à queflo propofito fi potrebbouo dire, oue fi cerchi quali conditiom 

debba 


EccUfiaftiche. 3$ 

V debba hauere l’clocutionc ChrìAiana, noi tutte ad vtia fola le riflrigniatno, cioè, 

tb'efla fu in femplicità , e fefiere in femplicità , intendiamo , che ninna , nè pa- 
rola, nè precetto retorico , nè ornamento , ò altro adoperiamo peraltro fine, 
die perche ragione uolmente , e fondatamente crediamo , ch’egli adoperato ,fu 
pergiouarc maggiormente all'amme di quelli , checi fentono . Solamente due 
cofe vogliamo aggiungere : la prima è,clie facendo grandini mani ente al fine del 
! Predicatore , cioè al guadagno dell’ anime , che gli afcoltanti altro nonconofca- 
no in lui, che ffirituaUtà, e diuotione ; onde diceua San Vaolo nella i .de’ Corint . 
al 2. che la pndicatione dè ejjere in oitcn fione <ptritus,pm> deue cglt anche 
inqueflo far prudente conftderationc , & oue fegli prefentafse vn’ornamento , à 
vn modo di dire , tlqual ben potcfiè giouar grandemente alla perfuafionc ; ma 
nello flefjo tempo potefie mostrar in lui troppo elaborato Audio , e troppa ijquì- 
fitt^a , che fono cofe vn poco aliene dalla {penalità ; anche per qucAo foto , 
perche, Praiudicant oflenfioni i'piricus , deue egli lajciar di valtrfcne. E 
la feconda è , che quando ancora adoperata di quefta maniera la no Ara elocutio- 
nefirà frutto: ad ogni modo dobbiam imaginarci , che non per l’elocutione prin- 
tipalmeiitc fia nato il frutto , ma per la virtù , che Jddio ha data alla fua paro- 
la, eh’ è quello, che dice SanTaolo, Non in iermone, fed in virtutc,i .Co- 
rint.4. -Jnzi perfuadcr à noi mede fimi, che in bocca d’altri la medefima paro- 
la ballerebbe forfè fruttificatomaggiormente : e che noi coni pochi meliti no- 
titi babbi «me quajì lutato il filo alla per fe Aeffa taghcntiffima fpada dilla 
parola di Dio, 

Qualeproportione habbia la noflra eloquenza con quella, che infc- 
gnarono già iMaeflri del dire. Quclhonc Quarta. 

I ntorno à queAo quefito della proportionc fra fe A e [ledi quefle due eloquen- 
ze, tre varie opinioni ritrvuiamo : due dgmdicio nojlro affai lontane dal ve- 
ro^ vna veriffima. La prima è , i h’tfit non due fieno ; ma vna mede finta elo- 
quenza, non per altro diftintc,tbe per la materiata feconda, che anzi tant’oppo- 
fle,tUnto contrarie fieno, che l’EcclefraAua della fecolarein niuna maniera, nè 
poco fiè a/lai, fi pofla,nè fi debba preualerefia terza, & ritma, clic ben fu l’Éc- 
clefufhca troppo più degna, e troppo più eminente d< II' altra ; ma che di lei per 
ogni modo, come d’ancilla,e ferua fi pojfa, e fi debba in molte occafioni gLucuol- 
mcnte fcruire. E veramente ha vn poco di apparenza l'argomento, che portano r 
di fai fori della prima opinione : cioè, che la diuerfità nelle materie non mette di- 
finirne nell’arte : e che però fi come vna Aeffa è l’arte del Legnaiuolo, o ch’egli 
in CiprtfJ'o operi , ò in Quercia ; & vna medefima c l’edificatoria , ò che efia di 
marno fabrichi la cafa, ò di felce; così vna medefima deue e fiere la Pletorica, i 
(beni f 'oggetti còti i l’adoperi l \Auocato ,ed in materie 7 eotvgichc il Tredicato- 
re.Ma non è vero il fuppoflo,che la diuerfità delle materie non ponga talhora di- 
utrfaà nell’ arti : anzi fe haueremo da far formare la medefima forma d‘vn’^t~ 
tulio, od’ vita chiane in ferro ,ò in oro , pcrqneAa ricorreremo all'orefice-, ò per' 
~ C quella 


5 4 Queftioni 

quella al fabbro, che fono arti diuerjij[fime. Il fabricare,per e f empieono fcabtU 
lo , ò in Ciprefto , à in Quercia alla medefima arte del Legnaiuolo appartiene ; 
peraocbe la Quercia , & il Cipreffo in vna mede finta materia affai vitina con - 
vengano ,cb’ iti legno,total foggetto dell’arte del Legnaiuolo.Encl mede fimo mo 
do all’edificatore vgualmcntc appartengono la cafa del marmo , e del felce -, per- 
che il felce, & il marmo neli’efsere pietra conuengono, che i l’adequata materia 
di quill’ artefice. Ma babbiafi da far’ uno flabello di legno, & vno di ferro, che 
f udito le materie difiingueranno l’arti , e quello lo far dii legnaiuolo , e quell u il 
fabbro. E fimilmente babbiafi da fare vna cafa di pietra, e vna di lcgno,cbe que- 
lla il legnaiuolo la formerà, e quella il muratore. Ma chi non tà, che molto pii 
diuerfefra fe flefse, che ferro, ò legnose che legno, ò pietra fono le materie ciuili, 
per efcmpio,e le T oologie Ire} E però quando bene l’iflefse forme retoriche hauef- 
fi-ro in qnelle,e in quefle materie à indurji,ad ogni modo più diflmte,cbe non fono 
il legnaiuolo, ò il fabbro, far ebbono fOrator ernie, e’I Vredicator Cbrifliano: e 
più diucrfe,cbe non fono l’arti del legno, e del ferro, farebbono la Retorica civile, 
e f Ecclefiaflica. E fe ben tutte e due col medefìmo nome di Retorica fi chiamaf- 
fero,quaft con vna feconda intentane ; nella quale tutte e due conueniftero ; non 
per queflo cefsarebbono d’efscre difiintiffime. Ma vii di più, che non Jolamcnte 
le materie di quefle due eloquenze ;ma ifini ancora,e le forme fono diuerfìffime ; 
concio fiaeofa che, ove l'eloquenza fecolare non può hauer fine più alco,ebe di per 
fuadere cofe naturali, & ordinarieda noflra éccleftaflica ha perfine il pcrfvade 
re altrui, cofa tanto fopranaturale, & eccelfa , quant’è la Beatitudine eterna, g 
quanto alle forme j feriamo nel progrefso dell’Opera di far vedere , thè fi come 
molte forme di dir retoriche jpregia, e faccia la noflra eloquenza per tfter elle- 
no vane, e faflofe ; così molte ne introduce f ode , e buone, alte quali f ingegno de ’ 
"Retori non è arrivato mai. Bifogna anche per forza, che fieno diuerfìffime que- 
ste due Retoriche, perche ò che pigliano la parte cntimematica, ò la patetica, à 
la morata ,fempre piglia à far così la Retorica Ecclefiaflica , che la fecolare . ^ 
non conofce pure . T^elf cntimematica piglia à far credere cofe impoffibili alla 
Satura, come che Iddio muoia, e fimili. E tutto non con proue di ragioni ; ma 
di autorità . lutila patetica prende à far amare , & odiare cofe repugnantifi 
fimc à quegli affetti , come à far amare i nemici , e la Morte, e far odiar le ric- 
chezze ,&i piaceri . E nella morata tratta alcune virtù , che gli Etnici non 
fentirono pur nominar mai , come Immilla, pouertà , amor de’ nemici, momfi- 
cation di carne, difpregio di Mondo, odio di fe Slefso, ejimili . Che bene fono co- 
lè tanto maggiori di qiulle , che può ò provare, ò persuadere, orno firare f elo- 
quente fecolare, che fixede chiaro, che oueà lui la forza d’vn pulce bafìaua per 
far cofe sì fatili , qui finga particolare virtù della parola di Dio non baflereb- 
bono quelle di mille Elefanti giunti infume . Si che quanto alla prima opinio- 
ne , ch’tfsa fia falfa , e che le due eloquente fecolare , & Ecclefiaflica fieno fra 
Je flefsc diuerfìffime , qutfl’i piùchiaro del Sole. T^èperò è vero quello , che 
due la feconda opini ne , che e [se fieno di più contrarie in modo , che della fo- 
colare non fi pojsamai l’ ecclefiaflica valere in modo alcuno. Ma la veriU 
. • confifle 


Écclenaftffche. 35 

tonfi R e nella terza ; la quale , come diccuamo , tiene che l’Ecclefiaflica Retò- 
rica fia molto più degna dell’altra -, e di qucRo già ne babbiamo addotte le ra- 
gioni: ma che di più ejsa anche de’ precetti dati nella fecolar Retorica fi pofta 
talhara gioueuolmcnte preualere . Chefe , come dice Sant' Ambrogio Ltb.fi. 
EpiUolar. Epifl.63. q. a. difopra allegato da noi , qua fi tutti i precetti del dire , 
che hanno compilato i fetori, da' luoghi gli hanno tolti, oue i nofìri ^ tutori Sa- 
cri fe rier ano feruiti, perche deue pregiudicare à noi , eh' e fi gli habbiano tolti t 
c perche non dobbiam finirci di quel , che prima è nofìro, che loro , e che da lor 
non ha bauuto altrove non eh’ è Rato ridotto à metodo, & ad arte^ Ma non pen- 
ftam d quefto. E [apponendo, che tutti i precetti dati da’ fetori fieno pure trotta- 
ti de gh’ngegni loro , e che nondimeno d’ alcuni d’effl la no tira eloquenza fi pofta 
valerc.Truouiamo regole certe,e chiare per fapere oue tfta fe ne pofta valere, à 
nò. E già, feci penfum bene, fono date le regole, e canate dal fine della nofira 
eloquenza, nella Queflùme precedente : percioche fi effà deue e feriti (ìmplici - 1 
tate , cioè deue non bauer fine alcuno ,fe non il frutto dell’ anime , e la gloria di 
Dio, e più, che pcRe fuggir tutte le cofe , che ad altro non giouano , che d nofìri 
commodi, come farebbe à fimi parere marauiglioft , ò almeno lodeuoli d’elo- 
quenza, e fmili,eperconfegucnzatutti que’ precetti de’ fietorì , che fono di 
femplice vanità , e oRentationc, hanno da efiere fuggiti da noi : e di tutti quel - 
li àpoffiamo valere , che di primario fine fonoattià far frutto nell’ anime , & 
«<jui/f«r gloria à Dio . E feeffa pure deue efiere inoftcnfìonc fpiritus, 
t\a troppa if qui fitegza ci fa cadere in fof petto di non fpirituali à baRanza-t > 
anche da' modi di dire troppo elaborati, febene peraltro gioueuoli, babbia- 
mo da auuertire : oue crediamo però, che quefio fo/petto adhuomini buoni, e 
fpaftonati poffa na fiere, che de gli al tri non babbiamo à curarci, fe talbo- 
ra anche il pane per la indifpofuione de’ loro Romachi comertono in veleno. E 
tanto bafli per hauer mofirato , come la noRra E loquenza , nè la medefma è , 
che la fitolare, nè sì diuerfa , che de’ precetti di lei non poffa e fa in molti luoghi 
con profitto dell' anime valerfi ad honor di Dio. 

Se il non efiere eloquente è feufada fe fola ragioneuolmente 
badante, perche altri ò non cominci, ò cedi dali’vflì- 
cio del predicare. Quedione Quinta. 

L t_/f prima co fa , che fi vuol dir in qucRa occafione ,è,che all’vfficio del 
predicare niuno può metterfi lecitamente per fi Refo\ ma ciafiuno con- 
titene, che attenda d’iffer mandato , conforme ài detto di San 'Paolo : Quo- 
modopi«edicabunt,mfirmttantur^Rom. 8 . Eque/lo eficr mandato 
può occorrer in più modi-, perciochc ò altri vien mandato da Dio immediata- 
mente , ò da’ Prelati di lui . Da Dio finga mezo furon mandati molti 'Profeti 
mangi à Chriflo ; E San Ciouanni mlla.venuta di Chriflo . Come quando Fa- 
fìum ed verbum Domini ad Ionam i .Faftum ed verbum Domi ni in 
nana Agg*i 1. Fattili» cd verbum Domini fuper Ioanncm : Lue. 

C z efimtli. 


3 6 Queftioni 

e fimilj:E da Chriflo pare, ch’era Dioffenza mezofuron mandati gli pofloli, 
quando eidifie loro. Euntcs in mundurn vniuerlum predicate Euango- 
Jiun) omni crcatur5.Mar.16. Da’ Trelatidi Dio poifiriceue implicitamente 
l’vfficio del predicare, ò /piegatamele: implicitamente, yuan d'altri dal Tape è 
fatto y e/couo;anda lido fampre cosìlgiunt amente con la dignità tpijcopale l’vfa 
ficio del predicare, che però dijje il Qmcilio di Trento fe/J. 2 4 .de fiefarm.c.q.cbe 
Pr^cipuum Epii'coporum munus eft predicano E uangehj . Spiegata- 
mente in tre modi: perche ò il Prelato tuo, che ne ha poteflàffenof altro ti elegge 
à qucfl’vffi:io,c ti commda,che tu lo facci;ò,efiendoti tu pre/entato ad e [amine, 
fei riputato habile,t ti vien dato il carico, onero da te /leffoffenza e/amine t'iuge* 
ri/ci, e con fauorì,& opere Immane procuri in ogni modo d’e/jer fatto Predicato- 
te. Dall’ altro cinto ancor a, quanto al non efjcr eloquente, bi fogna dilìitigucre;co » 
ciofiaco/a che,ò per naturai impedimento, ò altro accidente tu fei sì inetto à que- 
fi‘vfficio,che il volerlo fare, farebbe vn far ridere i popoli, c poco meno,cht met- 
tere in difprcgio la parola di Dio-, ò ti credi di non haute tanta farcia nel dire, che 
tu sij per poter far gran frutto ni II' anime degli fiottanti ; ò finalmente non ti 
par d’effere così padrone de’ precetti dell’arte , e d’tfjcr arrtualo à grado sì fu- 
blime d'eloquenza, che predicando , tu habbia da douerc fiere po/lo tulli prime 
claffi de' 'Predicatori eloquenti , & babbi con grido vmuerfale à fare flupire i 
popoli . Quelle diflintioni fuppofle, facile farà bora l’efflicatione della mate- 
ria. E primieramente non falò ò inetto ,ò debole ; ma ni anche per tloquen - 
tifiimo , che altri conofca fa ftefio, deue peròingenrfi n vfiicio sì importan- 
te , quant’i- la predicanone , ò non chiamato, ò in particolare , ò ad vniuer- 
fal efamine , procurare con mezi Immani d’e/jer fatto Trcdicatore. Incon- 
trario folaminte pare l’efempio d’E/aia al (ap. 6 . della /uà Vrofetia,oue batten- 
do il Signor in materia di Prediche detto. Qucin natta ni i & quisibitj’/irn. 
Zfaltro offerì fa medefimo E/aia, c quafi ingerì fa fleffo ntll'vjficio dicendo, fecce 
ego , natte me. CMa à que/lo molte rifpofìe poffiam dare. Vna , thè uche- 
meitza d’amore verfo il proffimo gli fece fare vn poco d’ cccefsoyma fenza pecca- 
to ; L'altra, che molte attioni de’ Santi deuono anzi e [sere ammirate, che imita - • 
te-, non fàpendo noìmentre Spirito Deiagcbantur , Rom.S- quali maniere 
d’ifpirationibauefsero.<^ 4 pprcfso,che Efaia non offici feflt/so famplìcemcnte, 
ma doppo,che il Signore hcìibcdetto,Chi mando iof Onde pare l’offerta d’ Efaia 
quafi condii ionata, e come fa diccfse ; Signore, ninno mi conofce meglio dite-, s’io 
fan atto facce cgo.mittc me. E finalmente, bifagna ricordar fi, che poco prima 
SerapJaim volaucrat ad liaiam, c. 6 . e con vn calcolo infi calo gauerat 
Jabia eius: ch’è tanto, come dire l’haucua fatto atto alla preiicatione. siche 
fapcndo cgliqucflo,non era imonuepunte,cbe diccfse Lece cgo.mittc ine. C°~ 
fa,che nel nofiro ordinario Predicatore non auuiene,ilquale,non cjscndo con iffe 
tiale riuelatione a/ficurato di che parlo cm poi) fempre riputando fi degno di f- 
fido sì granfie, pecca di pro/ontione .Eccetto in vn cafo, quando, efiendo flato al- 
fe fumine, già è flato dichiarato habile al predicare , e fondato fopra queflq di - 
cbiaratianclo manda U fuo Trelato adefaguìre. In quefio cafo farne l’c fami - 


Ècclefiaftiche. $7 

ve per lo calcolo ignito d’Efaia: e fi ben può il fuddìto con mode fila decimare 
va poco, non deue però oflinatamente rifiutar quello , che dal Vrelato fuo gli 
viencommeflo: Dico ancora ,c'>e d lui fleflo non parcj) e, òd’effer eloquente , 
ididouer far frutto , ò d'effer babile ; perche oue fta preceduto lo c flamine, 
egli ha da fottornettere ilgìudieio di fi fleflo à quello del ‘Prelato , e creder più 
a lui , che à fe mede fimo . In quella maniera , (Ire dicono i Dottori , che quando 
il Signor dijjeàgli .ApofiolifW nus ex vobis me traditurus cft: Match. 26. 
ben da Giuda in poi , gli altri fapeuano di non efiergli traditori ; ad o?ni modo , 
più credendo à lui , che Afe fhffi ,Ca perirne finguli dicere;nunquid ego 
funi Domine? Ibid. Chefentn precedente efiatnine alcuno il Prelato ordina 
à cui, che fta dt’Juoi Judditi,che pigli l’rfficio del predicare: qui fiamo in diuer- 
fi termini: percicihe fe bene per lo dubio foto di non douer acquietar fomma lau- 
de d.' eloquenza, egli in ninna maniera deue rifiutare: nondimeno oue egli dubiti , 
òdi non douer far frutto, ò d’efiere inetto a tal\ Jficio, deliri [por re la fua dubi- 
tatone, & i fuoi impedimenti al ‘Prelato , efeufandofi modeflamentc , come fe- 
dero Musò, e (jte> ernia , vno dicendo. Non fum eloquens , Exod.4. e l’altro 
Nelcio loqui, Icrcm. 1 .Sì veramente, che, oue il "Prelato non accettila feufa, 

H [addito vbbidifca •, cornee Giercmia , e (JHosè fappiamo , che vb (udirono . 
Seguita per ordine contienilo quello, al quale dal Prelato implicitamente è fia- 
to dato d carico del predicare -.cioè il yefcouo, al quale , quando dal Sommo 
“Pontefice fù dato il Vefcouado , infteme fù data principal cura di douer predi- 
care la parola di Dio à’ fuoi popoli, effondo (come habbiam detto) la predicatio- 
w,Prxcipuuin munus E pii'copo rum, feiT. 2 de Refor.cap.4. E g ìd fap- 
piamo quanto alla prima fcuja, che fe’l Ptjcouo manca di predicare , piamen- 
te per dubio dì non douer acqui fiar laude d’cloq:ienga , egli fd co/a indegniffi - 
madifefìeflo. Come farebbe vn 'Pafìore , il quale , perche pafcendolc pe- 
core , non ingraffaffe fe fìcflo , per quefìo folo ceffafte di pascolarle . Il la - 
fiiar per proprio commodo alcuna delle co fi, che fono indifferenti , forfè è 
comportabile ; ma per intende ambitiofo lafciar il tfto pr ncipaliffìmo obli- 
go, quefìo nonio poflono pur finti cl’ orecchie de’ pq . Chrifìonofìrofom- 
mo Pa flore più tempo fpe fe nel predicare , che in tutte l’ altre {pirituali ope- 
rationi infteme. A.d annunciandum manfuetis mifìt me , vt mederer 
contriris corde , & predica rem, &c. Ila. 6 1 . dice di fi medefmo in Efa- 
ia-, Et vn’altra volta nel Salmo z. Conftltutus fum Rex ab co fuper 
Sion 11 ontem fanctum eius, prxdicans prseceprum eius. SanPie - 
tro Tran ficns vniuerl'os , Aù. cap.9. Predicaua à tutti , e lafiiata l’am- 
miniflrationc di molte altre co fe à Cleto, e à Lino-, alla predicanone attende- 
va principalmente . San Paolo non folo predicò egli tanto , quanto ogniun 
td ; ma quando inflituiua i Pefcoui , il prbicipal commandamento era quefìo , 
thedouefiero predicare ; onde con ri formidabile f congiuro diffe anche d Timo- 
fWjTcihficor coram Dco,&Chrifto lefu, qui mdicaturus eft viuos, 
&mortuos,pcraduentu ipfìus,& regnù cius,prsdica.2.Tim.4.E fuan 
do tratta delia el et rione de’ p'efcoui, f opra il tutto vuole, che s’eleggano ta!i,cht 

C 2 poffin 


$8 Qucftioni 

pojjìn predicare . Oportct enim Epilcopum effe ample&entem eum , 
qui fecundum doftrinara eft,fidelem fermoncm,vtpotensfitexhor- 
tari in dottrina fana,& cas,qutcontradicuntargucrc,AdTit.i.o** 
gli sipofloli di/se il Signore , Eradicate Euangehum , Mar. 1 6. Et ejji,à‘ 
quali ban [acceduto iVefcoui, Profeti pradicauerunt . E per moftrare^he 
ninna forte di tem porgi impedimento, anche congiunto con molta vtilitd , deuc- 
tia leuar loro la prmcipal cura, ch’era quella delle Ttcdicbt, difjero negli uff- 
tialrì- JNon cftaquum nos reJmquere verbumDei, òt_miniftrare 
menfìs. £ di tutti que’ Vefconi antichi , e Santi, che coni /udori, e con i [angui 
loro hanno dato tant' ornamento alla C biefa,pof/iamo vedere nell’ Ecclefiafiicbe 
hifiorie, [e d eofa alcuna più arduamente attendemmo , che alla predicatane 
della parola di * Dio . Sì che , efiendo così , & (/fendo qui fio il più principa- 
le, & il più proprio % fficio del Ve/couo , s'tgh non peraltro rimanere di farlo, » 
che per dubbio di non hauer ad acquiflar laude d’eloquenza , al [curo digran- 
iìffimo bia/imo,anzi di grandi// ma punitane farebbe degno. Che s’tgli,non pi r 
qiu /la cagione, ma per l'altra refltrà di predicare, cioè per dubbio, ch’egli lab- 
bia di non hauere tifar frutto, e pcri/peranza che, facendo predicare ad altri pii 
dotti, e più eloquenti di lui , maggior habbia da riufeir il frutto di chi a/colta : d 
queflo primieramente diciamo, eh’ egli deue far quello, che è in / e : e poi del rima- 
nente lafctar la cura al Signore , il qual alla parola Jua faprd dar quella vitti, 
che gli parrd,che conutnga . Ecco San Bernardo ad Eugenio hb 4. de fonftder, 
cap.i. Fac quod tuum cft ; nam Deus quod luum eli ,1'atisabtque tua 
folhcitudine, & anxictatccurabit. Pianta, riga, fcrcuram,& tuas cx- 
plicuifli partes: fané inerementum Deus, quando voiueric, dabit. 
Deus, inquam,nontu;quòdfifortènoluerit,atedepentnihiJ. Vna 
delle cagioni, per le quali il s ignorai mar di (fallica domandò ad e ffer bipoli oli 
alcuni Ve/catori , poiché ballettano gettale le reti in mare prima ,<be le r acco- 
gli! fiero, fù, per mofl rare, che all’ut poflolo,& al Fefcouo conuiene gettar le re- 
ti della fua predicatione } del re fio, ch'egli r accaglia ò nò, e faccia frutto, ò nò, in 
que/loyoue egli faccia quello,che può, ha fatto affai. E quanto à quello, che dico- 
no, che per altri fi farà maggior frutto, [gami fi tl yejcouo, e creda, che più no- 
drimento dà il latte dtlla madre , che quello della Balia : e che oue egli non lieui 
il fruito alla parola col mal’cffrmpio , del refio maggior frutto faranno medio- 
tri, e [empiici ragionamenti del proprio Va/lore , che non faranno eloquenti/ft - 
me orai toni alt rui.Tfel Concilio Hijpalenfe 7. examine. fecondo fu ©< diruto, che 
neanche fiifie lecito ad alcun Sacerdote il predicare in prefenz» del y cleono. 

Che fe il (ùiicilio di T renio Seffio.cap.x.de He formatto, vltmamente con/cnte, 
thè oue 1 yeftoui Legitiuio teneantur impedimento, viros idoneo» 
pollini afiumeic ad prxdicationis òffiCium faJubritcr exeqticnduin; 
tonuicm à noi nondimeno interpretare difiretamcnte queflo legitmo impedi- 
mento : e ricordar fi , che non punto più difoccupati di noi doueuano efferee gH 
%-yf goftini , egli isimbrogi,e i Cjrifoflomi ,e i Bafilt,e gli altri, che ncn peri 
r paiono di predicar mai , & anatrò anche lor tempo diftmcrc , e longamen- 

tc 


Ecclefiaftiche . o j 9 

te fcriuere . Che fe di molti negali/ , iquali à’ Vefcoui foprafìanno , alcuno fe uè 
bà da commettere ad altri , certo nondeue effe r il principale vfficio loro, cioè la 
predica . Et i pur meglio fchabbiamo à valerci di cooperatori, valer fine no» 
nel Vergamo, manelforocontentiofo -, del quale anche San "Paolo nella prima 
de ffor.al 6. dice . Secularia ludica li habucntis,conteinptibilcs,qui 
funtin Ecclelìa , ìJJosconihruiceadiudicandum. Ejrfla laterza /tu- 
fi , quand'd Vefcouo non folo dubita , odi nou efier eloquente , à di non douer 
far frutto : ma gli par d' e ffer molto metto alla predicanone , e di non batterne 
talento, e teme che predicando, an^i farebbe male, che bene, perche mettereb- 
be qua fi in derifola parola di Dio ; cetile quali cofe fi potrebbe rifpondere, che , 
e fi civolea penjar quando fi accetto il Pefiouado ,e non po/cia quando hau»- 
tala dignità , e raccolte l’entrate fi ha da efier citare /' ufficio . Et anelici 
bifogna auuerttre grandemente ,cheil biauolo non inganni, e che nelciamus 
Ciuiis Ipiritus iuiniis, Lue. 9. cioè ci paia di farlo per paura di non far 
danno all’vfficio: E che fin ut vero, per timor di non douer acquiti ir lau- 
de à noi He/fi. fi gran ordinai di Santa Vraffede , Carlo 'Borromeo, la - 
cui fura memoria tanto viuerà con laude , quanto viueranno bu mini pij nel- 
la Chic fa di Dio , predicando continuamente al popolo di cMilano , ou’egli 
era óirciuefcouo , era f olito di dire, che del non hauere egli bauuto gran 
talento di predicanone rimane ua obligatifiimo à Dio . C aneto fita cofa , cheju 
di quelli maniera , ni egli haueua cagione d’mfuperbirfi , eglialtri potcuano 
cono [cere, che non per altro Jhccua egli quell" vffiuo ,Je non perche cofi doueua , 
& era vfficio fuo. etiche aggiungiamo noi la terza cofa , e diciamo , che coti 
ancora fi vedeua quant’ importa , che la parola di Dio fia nella bocca del 7 ì a- 
fiore , pur , che il pallore fia tffemplare , poiché più frutto faceua egli in vna_, 
delie prediche fue , che non fanno eloqucntiffimi huomini talboram mille delle 
loro, t veramente hanno da confidenti f'efcoui , che in loro non firi hiede 
cosiffatta Eloquenza, come credono, perche [ouo padri de’ popoli , (S alla pa- 
terna balia che ragionino con molta famigliarità, & oue non poffono più , quel 
poto che pofionodirc,fa il Signor che fia gratiffimo à i popoli. E noi mrdtfimi 
babbiamo veduto Vefcoui , anche con qualche impedimento naturale nella fa- 
nelli, predicare d’ loro popoli. £ nondimeno operar per loro il Signore inmo- 
** do , che non filo facemmo grandi (fimi frutti , ma erano gratiffimi . E quegli 
impedimenti mede fimi, iquali in altri baurebbono dato grandtffima noia à gli 
allottanti , quiui habbiam veduto non far punto di danno, anzi piacere c dar 
diletto, & affermare quelli che fentiuano , che à loro pareua , che aggiungcfie - 
ro grana nel ragionamento . Si che oue con la dignità , chealtri bà , vmto ne- 
tcjjariamcntc vada l’ vfficio del predicare , à noi pare che à pena ragtoneuole . _» 
fiala trouerà egli per douerne mancare . Ma certo per non tffere eloquente, per 
quejlo folo nondeue in alcuna maniera ceffar di predicare . Gli altri che furo- 
no 1 pumi de’ quali ragionammo, fono quegli, che da Dio immediatamente fo- 
no defiinati alla predicanone , de’ quali à’ no firi tempi non occorre trattar^ ; 
tonilo fia cofa, thè dopo la fiefa dello spirito Santo in lingue, e dopo la lega. 

C 4 tiene 


40 . Queftioni 

tione A poflolica , non vfa più il Signor di dar l’vffic'to della predica immedia - 
tamentc. fi che (laverò, quand'egli volle che "Paolo e Barnaba fojjero dcfti- 
nati à queft’vfficio, egli per fe fleffo non lo fece, ma dalla Cbiefa volle che fodero 
mandati, e dtjfc, Segregate mihi Paulum& Barnabam. Eti "Prelati 
della Cbiefa furono quegli,/ quali imponente* cis tnanus dimifcrunt il- 
los. Che fe ad alcun parefie di riccuere per reut lattone immediato commanda- 
mento d'andare à predicare ; ad ognimodo non potendo egli afftcnrar fi , ebe^t 
qui Ha fofje Diurna rendanone ,c non diabolico inganno ,fe non con U giudicio 
della Cbiefa, pure alla Cbiefa conucrrebbc ricorrere: Ma per dir ogni cofa, met- 
tiamo cafo che ad alcuno Iddio cbiaiamcntc commandafle, ebe andafie d predi- 
cate, in tal cafo potrebbe egli quello tale efeufarft per non e fiere eloquente , ò 
per effer inetto i Gieremia fi feusò perefiere metto dicendo , Pucrego fura, 
neicioioqui . E M osé per non efier eloquente , Non lum doquens. E 
contra Gieremia nonfiadirò il signore: cantra Mosèfebene : iratus di do» 
minusin Moyfcm. Et i padri in que' luoghi penfano à varie cagioni di 
quejla differenza , come farebbe d dire , che M osò era huomo fatto, e Giere- 
mia fanciullo, e che però più ifcufabilefù l'errore net fanciullo , che nell’ huomo 
fatto : ouero , che Gieremia fi feusò , e poi accettò fubito ; là doue M oife repli- 
c ò più volte , e cofe fintili . Olla à propofito nojlro fa grandemente il penftrc , 
c he fuppofla la bontà nel Predicatore, tre impedimenti poflono efier e in lui ; 
mancamenti, cioè di fetenza, di dottrina , ò di eloquenza : De’ quali i primi due 
ciò fono , il mancar di fetenza, e di prudenza nuocono principalmente al popo- 
lo: la doue il mancar d'eloquenza più toflo nuoce alla riputationc del dicitore . 
Gieremia ifeufandoft per effer fanciullo , e per confeguenza poco dotto, e poco 
prudente , pare , che mira/le all’ vtile del popolo , e però non fi feorr uccio Id- 
dio : là doue ifeufandoft Moifc per mancamento di eloquenza > fo’amcnte pole- 
na dar fo (petto di hauere riguardo alla riputationc di fe Hefjò . E però Iratus 
eft Domtnus in Moyfem. Comuniue fia , à noi che babbiamo digredito 
molto , conuiene borirmi rimetterci in filo , e dar fine à quefta Queflione , i cu% 
quale all’vlttmo pende talmente dalla prima di quefie Queflioni Ecclefiafliche , 
che in poche parole con vn ftUogifmo qua fi formale ,fi può riprendere in quefta 
maniera. Infima feufa è per fi fola baflante ad ifcufarui dalla predi- 


catione, fe non oue ci manchi al. una cofa necejfaria à lei: 
ma nella prima Queflione rifoluemmo , Che allaga 
predicatione della parola di ‘Dio non è 
necefiaria l’eloquenza , dunque in 
quella quinta concludia- 
mo , che il non 
effer 

eloquente non è feufa baflante fola, per- 
che altri, ò non cominci , 

_ ò ceffi daWvffiào del 


<tui 






predicare j . 






jì. 

■ 

Se 


Ecclefiàftichc . 


4 * 

Sequclli , l quali fra’ Ecclefìaftici vengono alleuati per douer'eflerc 
( piacendo à Dio) Predicatori della parola di Jui , fi a be- 
ne, che imparino 1 precetti dcll’Eioquenza».. 
Queuione Sella . 

V ogliamo per dichiaratione più facile di quefla materia addurre vna di- 
flint ione perauuentura nò più fentita.Cbe eloquente può efjer vno in quat 
tro maniere : per eloquenza , cioè , ò naturale, ò infufa,ò concomitante, ò acqui - 
fiata . Eloquenti di naturale eloquenza fono certi, i quali fenga bauer’ imparato 
alcuno artificio mai, ]i vede che fono meglio parlanti dimoiti altri, & babili 
grandemente d perfuadere tutto ciò che vogliono . Eloquenza in fu fa farebbe , 
fé non bauendo di che fta , nè da natura , nè da artificio eloquenza alcuna , pia- 
ttffe al Signore diffondergli queft’habito nell’anima, e farlo in vn tratto col 
ftmplice fuo dono , di rozo , eloquente . ( [oncomi tante eloquenza poi hanno 
alcuni , i quali effóndo grandemente dotti , prudenti , e copiofi , nel ragionare , 
t he fanno , tante belle cofe dicono, e fi diferetamente, che qua fi per forati alle 
materie feguita la forma : e non perche fieno eloquenti piacciono quelle cofe , 
ma pexciocbe quelle cofe grandemente piacciono ,pare, cb’effi ftano eloquenti . 
£ finalmente acquifiata eloquenza è quella di coloro , i quali con ifludio e fatica 
hanno imparata l’arte ,efe ne vagliano . Della prima eloquenza , cioè della 
naturale , ragionò brillo file nel primo Rapitolo del primo libro della fua Re- 
torica; otte dtjje , anche in qucflo conuenire fra fe flefie la ‘Dialettica , e la Re- 
torica, che di ciafcuna di loro in vn certo modo per foto naturale ifiinto,cbi 
più chi meno , participano tutti gli buomini . E quello p ìi e meno , che bab- 
biamo detto , è quello , che fd , che oue alcuni per {empiite forga di natura,fcn- 
Z'tggiunta di artificio alcuno , meglio parlanti de gli altri ci vengono feutiti : 
quelli tali ,fiamo f oliti di dire , che fono naturalmente eloquenti . Che in vero 
marauigliofa co fi è il fentire , com ■ alcuni buomini , anche idioti , e talbora di 
Contado bauendo ò innanzi d ‘Principi , ò in loro fraternite , e configli d ragio- 
nare , eloquentemente per femplice natura ragionino : £ come dentro d que’ 
loro pariarida ftmplice natura infirutti , fi veggano chiare fcintille , e fiutilo 
di artificiofa eloquenza . Vero è , che alle volte , anche le eafe oue fono educati 
fan loro m que fio , notabile feruigio ; Qmciofitx cofa che in tutte le Città vi fie- 
no alcune famiglie e cafe , che parlano meglio dell’ altre. Entro alle quali 
thihabitando faceffe habito di ben parlare , quefli in vero più toflo per con- 
fuetudine , & vfo , che per natura potrebbe domandarli eloquente. Tutta- 
la per non allargar fi troppo in difìintioni non necejfarie , riduciamo anche 
fucilo modo di canfuetudinaria eloquenza alla naturale. Come quella -» , 
(he fe bene efia ancora viene in vn certo modo acquiiìata : non fi guada- 
gna però con fatica , ò Studio , ma l’huomo qua fi nonuolendo, & altro facendo , 
fi h tmbeue . Ha fi a , che naturai eloquenza propriamente hanno quegli, i 
quali finzA artificio alcuno dalla fola natura fi urie, che hanno hauiita inclina - 

itone t 


4i Queftioni 

t'ume , & habilìtà al ben ragionare : Dicemmo incl'matione , & hab'dità per 
fuggir lo [loglio della propofitione , che potranno fare gli ScotiSli ,tqualileinr 
clinationi dell' anima non vogliono , che fieno realmente diftinte dall'anima , le 
habilìtà ti bene : ma queflo poco fà à propofito noflro : ‘Della feconda forte di 
eloquenza , che ila infuja , non è dubbio , che Dio può fare in vn tratto elo- 
quenti anche i muti , non che i mal parlanti , come quello , che Fccit os homi- 
nis , & fabricatus cftmu tura. txod. 4. E più efprefi amente , come quel- 
lo, ilqual quando ha voluto , Aperuit os mutorum , & linguas infantami 
fccit diiertas . Sap. io. Et è da credere , che [come egli la fapienga invu 
tratto infufe à Salomone , la Trofetia d Saul , & altri doni gratuiti ad altri ; 
così ad alt uni rozi , e mal parlanti habbia talhora donata l'eloquenza , prm- 
tipalmentc in certe neceffitA , conforme à quello, eh’ egli difje à' Juoi -a pofìoli . 
CumdnccminiantcRegcs ,& Prsfidcs, noJitecogitarcquomodo, 
autquid Joquamini , dabuurcnun vobisinillahoraquid Jcquami- 
ni.Matth.io. Tuttauia di qurfta tale infufiòne di eloquenza m per fine , che 
prima inette, 6 non eloquenti fofjero, tariffimi fi veggono gli ejjcmpi, (3 in 
M osé mede fimo, che fidolfedinon efier’ eloquente , fi vede, che il Signornò n 
infufe il dono, nè lo fece di non eloquente , eloquinte : ma gli aggiunjc piamen- 
te nella legatione Faraonica vn’altro , ch'era eloquente, ciò fù parome . Aa- 
ron fra ter tuus Lcuitcs fcio quod eloquensfit. Exod. 4. Elacagion’i 
quella , che dicemmo nella prima Queiìionc Ecclefiaflica , percioche non hà bfi 
Jogno il Signor di eloquenza , à fine di pe rfuader la fua finta parola , alla quale 
può egli dar tanta for^a in bocca d'vnhuomo non eloquente , che di gran lunga 
auangerà la vthemtnga di qual fi voglia ragionamento eloqucntifj.mo : E per * 
ciò non piglia egli fatica di mutar gli frementi ; ma quale gli truoua , tali gli 
adopera : Je il dicitore è eloquente , come era Efaia , eloquente mente lo lafcia di- 
re ;fei rogo , com’era -Amofie , non però lofi eloquente -, ma tale } qual’egli lo 
truoua , adoperandolo con la virtù della parola fila , il mede fimo frutto ne tra- 
he ,C3i mede fimi effetti ne produce . Seguita la terza mani ra d'eloquenza , 
che concomitante habbiamo chiamata : E Je bene il termme,peraucntura i buo- 
nora cofa nondimeno in fe èvenfjima ,& è anche con [cinta datuttii p ù in- 
tendenti : Cioè, che fi truouano huomini , iquali cosi Jauiamcnte , & vilmente 
ragionano , che quafi d'infeparabile concomitanza alle cofe , che dicono , vanno 
congiunti modi di dire tale , che paiono eluquentifjimi . t qutfla è eloquenza di 
cofe ( per dir così) e non di parole •,& èp rauentura quella, della quale vn’lt- 
nicodifjc, Cic.Lib.i.de Oratore. Difettaste vidiifequam pJurunos,elo- 
quentcui veròneminem. Sant’^fgofhno certo nel Quarto Libro, al Ca- 
putolo jiSìo della Dottrina Cbriiìiana , moSìrò di conojurla molto bene, di- 
cendo, ch’efiaallbora fi porge quando Talcs res dicuntur , vt vcrba,qui- 
busdicuntur,nonàdicentc adhibita,fed ipfisrcbus velini fpontc 
fubiunda videantur ; Quafi fapicn tiam de domo fua , ideO de pedo- 
re fapientis procedere intcJligas, & tanquain infeparabiJem fama- 
lametiaranon vocatainfcqiucioqucnuam. Egli mede fimo nello fieffo 


I 


Ecclefiaftiche. 4$ 

litro facendo giudicio dell’eloquenza di San Paolo, par , che i quello terzo ca- 
po la riduca , mentre dice, Sicut ergo Apoftolum pratccpta eloquenti;: 
fecutuin fuiife non dicimus, ita , quod eius fapientiam fecuta (itelo- 
quenna,non negamus. fpoco più giù trattando d’xn luogo eloquente del- 
la frittura, dice che fù prodotto tale , non intenta in eloquiuin fapien- 
tia , fcd à iapienna non recedente eloquenza . Ife à noi deue parer 
marautglia , che Sant'^igoflbio haneffe chiaro lume di quell’eloquenza conco- 
mitante , e quaft nafeente dalle cofe : perche gli Etnici mede fimi quafi per bar- 
lume lo videro ; e Demetrio nollro medeftmo dirà à baffo nella particella 139. 
che alle volte le cofe flefie che diciamo , ci sforzano à far campo fittone di tal,ò 
di tal marnerà , che anche fe voleffimo à pena farebbe poffbilc , che non fegui- 
taffimo le materie del dire con le forme , in quella maniera dice egli , che fanno 
coloro i quai correndo allo’ngiù per luoghi montuof , non così à po/la loro fi 
poffono rattenere . Multa lancab iplìs rebus tanquam cogimur com- 
poncre rotunde , & grauitcr ìpfa enim res , & ordo ìpfius , innatani 
aperte habctcompolitioncm,& ne (ì viin quidem adhibuerit aliquis 
facilèaliter componeret. in multis enim rebus componimus,vcluti, 
qui per decliucs vias currunt, ab iplls rebus trattile è tanto come dire, 
res tplàs tanquam inl'eparabili fainula edam non vocatafequente^ 
cloquent la . Ma paffiamo bora mai all'Eloquenza acquietata, la quale in ve- 
ro èia più appartenente al noiìro propofìto; oue altri con fatica e ftudio procu- 
ri di pofftderne l'artificio Equa cerchiamo, come di [opra, fe altri per douer 
predicar la parola di Dio , è bene che procuri d’imparar l’arte della retorica 
tlocutione ? etiche in poche parole ridondiamo , che fi come conforme allago 
prima di quelle Quetiioni Etile ftaftithe , non è neceffario , che il dicitore Eccle- 
fallico habbia eloquenza , co fi non è nece farlo, ch’egli la impari . Ma confor- 
me alle due feguenti , fi come è util cofa , ch’egli habbia ;cofi non farà fc non 
molto gioueuole , ch’egli la prenda . il (ar danai di Santa ‘Praffede , in certe 
picciole, ma pretiofe tnfir unioni ch’egli fece fare per gli "Predicatori della Cit- 
tàe Diocefìfua, nella Epifìola, ch’egli fleffo promette loro , dice , che aggiunti 
que’tali precetti alla fòrza , che ha in fe fleffa la parola di Dio , faranno gran- 
diurno frutto. Haeccnim, fiad vimillam Diuinain,quamfacrarum 
littcrarum verbis Spiritusfanttus ml'cruit, rette acceiferint, vi* dici 
poteft , quà.11 fàcile caelefh in primis opc non modo bonorum men- 
tesadoniunn partem pietà tis rchgionil'que.inflammentur, veruni 
ctiaui malora precantiumdunflima corda infringantur, ani- 
nuquehominutn fcelcratorum tcnebricofa vitiorum notte circum- 
fiifiluauillLna luce ventatis collulfrentur . cJlia Sanfc^igottino pii 
npiofamente nel principio delquarto LtbroDz Dottrina Chrifiianaco» 
tonta vthermnza di fiuta , che fia cofa vtiliffhna l’imparare l’arte della Hgto- 
rica,che ànoiè parato bene il portare qui tutto quel luogo intiero, nel qual do- 
po hauer detto, che detta arte debba effe? imparata ad ufo Ecclefiaflico e Santo, 
Jàigiunge coti, Naui max per artem Rlietoncam , & vera Ciadcanr 

tur. 


44 Queftioni 

tur,& falfa; quisaudcatdicereaduerfus mcndacium indefenfori- 
bus iuis inermein debere confiftere ventatali, vtvidelicct illi » qui 
rcs fallas pervadere conantur, noucrintauditorcm, vcl beneuolum, 
uel intentum,uel docilem proacmia faccrc, illi autemnon nouc- 
rint ? illi falla brcuiter aperte verifinuliter : & ifh uera fic narrcnt , 
ut audire fcedeat, credere poliremo non libeat? illi fallacibus argu- 
mentis uentatem oppugnent , alierà nt falfitatem : idi nec uera dc- 
fendere, ncc falla ualeant refutare t Hit anuncs audicntium iner- 
rorem inouentes , impellentefque dicendo terreant,contriftent, 
exhi!arvnt,exhortenturardenter:illi prò ventate lenti frigidique 
dormitcnt. Quisitadcfipiatut hocfapiat f Cùmcrgolit in medio 
polita facultas eloqui), qua: ad perl'uadenda , l'cu praua, feu recia ua- 
leatplurimùm,curnon bonorum Audio comparatur; ut u.ilitct ue- 
ricati :fìcut cani maleadobtinendas perueriasuanalque caulàsin ul'us 
iniquitatis, & errorisufurpant ? Solamente aggiunge Sanr^tgoflino, che 
per imparar l’cloquenga, due maniere fitruouano, fina della imitai ione, e l'al- 
tra dell’arte . La p rima , one uno finga badare à’ particolari precetti dell'ar- 
te, finte con auuertcnza , e legge firitti , e ragionamenti d'buomini eloquenti , e 
quelli con alcuni efiercitij fuoi , e in penna, e in noce procurando a imitare, à po- 
co à poco fi guadagna la medefima babilità , Zi/' all’tjfempto propofio forma fe 
ftefio . Lajccond» : ou’altri no » contento d'imitar l’eloquenza di chi ragiona e 
firme , uuole anche fapere perche dicendo quegli in quella maniera dicono bene s 
Efludiando ejqui finamente le regole, & i precetti , dell’eloquenza, ne guadagna 
l’babito, e s'impadronifce dell’arte . Di quefìi due modi hà Sant’i^fgojlino 
Libro 4.1 le dottrina Cbrifìiana cap.j.per più facile il primo . Facilius adha:- 
ret eloquenza legentibus, & audientibus eloquentes,quàm elo- 
quentia: prajeepta fcftantibus . 7^è filamento l'bà per più facile , ma per 
più neccfiario ancora : Naai fine prxceptis rhetoricis , dice, Nounnus 
plurnnos eloquen tiores plurimis , qui ìlla didiccrunt: fine lcctis ve- 
ro, & auditis eloquentiumdifputationibus, vcl difhonibus nemi- 
nem . Onde conclude , che fecondo l’età fi babbia à diflinguere j e fi come à lui 
piace , che già fi tritona in età più matura , e piùgraue , b fiata la via dell'ar- 
te, à quella della imitatione babbia ad attenerfi; coti permette, ebe all’arte at- 
tendano i più giouaui , e di quelli in particolare. Quos vtilitati Ecclefia- 
fiicae cupimus erudiri.v bi lup.eod.cap. 7goi,oue Sant’^tgofiino infegna , 
dobbiamo tacere , & imparare tuttauia non vogliamo mancar di dire , che la 
imitatione feng^arte è pericolofa cofa . Tercioche, ou’altri non babbia la cogni- 
tione de ’ precetti , qua fi pietra da paragone , alla quale egli conofia , qual dici- 
tore , òfcrittorc fia da douero eloquente, à nò -, faràfaul cofa , ch’egli per elo- 
quente fi ponga ad imitare tal’vno , cb’ogn altra cofa fia , eh’ eloquente . £ quan- 
do pure , à del grido vniucrfale , à delgiudicio d'intendenti egli fi uaglia per ri- 
trouar vn degno di ejfer imitato -, ad ogni modo portando lamifiria bumana , 
(he cofa totalmente perfetta non fi troni quà giù f E non doncndoficredtre , che 

alcuno t 


Ecclefiaftlcfie. 45 

àtcuM , Ò ragioni ; ò ferma ferina alcun difetto ò vitio , quelli tali mancamenti 
non potendo ben conoscere chi non hà i precetti dell’arte , farà ficài co fa , ch'egli 
ad imitar più toflo il male, che il beneprecipitofamente figetti.Et mfin qui di que 
Hi due fcogli ci auuertì anche vno Etnico, quando in materia d’imitatione dijle , 
che alcuno , ( t ic.lib.2. de Oratore nec dcJigcre fciuit, cu ìus potiffimùin fi- 
•milis effet. Et in co ipfo , quera delcgcrat, imitari ctiam vma voJuir. 
Ma noi à quefti due aggiungiamo il tergo , dee anche quelle medefme maniere , 
e quegli ftefii modi di dire , che in vno daddouero eloquente fono v 'trtuofiffimi ; 
adogni modo da altra perfona detti , ò in altro luogo , ò in altro tempo , ò id’ al- 
tra occasione farebbono inde cori e vitio fi: il che non potendo fi diflinguerc Je non 
col mezo de’ precetti , e dell'arte , di qui nafee , che gli eloquenti per fola imita- 
tone fenga regole , fanno di grandtjjimc impertinenze ,e molte volte veduta 
ma ve fi e addo fio à vn gigante à fé fltflì, che fono nani , ne fanno vna non fila- 
mente fomite à proportione , ma vgualeà mifura , e cacciatatela indoffo, paiono 
bertuccie mefite , e fanno ridere quelli , che gli veggono . Ma della imitatane 
habbuemo à ragionare in altro luogo di quch’opera più lungamente . 'Ter bo- 
ra tornando al quefitonoSìro principale , tenutene dunque & è vtiliffimo ,cbe 
quelli , i quali hanno ad efjer c . Predicatori , imparino i precetti dcU’cloquenga : 
£ già fi vede, che così giudica Santa Chiefa mede fin. a, pofciache in tanti luoghi 
pij, (Untante Religioni bemffmo mlìùuite , fi leggono à' giouarn publica- 
mentei precetti dell’arte , oltre che per l’argomento da’ correlatiut, fi come 
intuendo comandato il Signor à gli Mpofloli cbe battezzaffero , & afioluefttro, 
nello fitffo viene ad hauer comandato à fedeli , che facciano battezzare i figli , 
e che fi confidino facramentalmente : Cofi hautndo Santiepif huommitulla 
Cbie/a di Dio, lompofie opere belle & vttli intorno à’ precetti della 'Retorica , 
per configuente ne nafee , che dentro alla medefima chiefa, vi debba efjer chi vi 
fludij intorno , e chi ne cani la cognitione , e l’arte ch’effe infognano. Sdw "Paolo i 
Timoteo dice. Foru:am habe iànorum vcrborum,qu*a me audiiti . 
£ la parola formarti in Greco è ùwtùfrmnr , chefognifica quella bogzafi dife- 
gno , che firmo i pittoridcU’imaginc prima , thè vi aggiungano i colori ; quafi 
voglia dire San Paolo, Tarile 'Prediche tue reggiti, ò Timoteo , conforme 
à quelle regole , che quafi in difrgno e bozga , io ti hò infognate . Sant’ut gofti- 
none’ libri De Dottrina Chriftiana/w/eg/w ( die' egli ) duecofe . Modum 
inucoiendi, qua intcJJigenda ilint , & modum profercndi , qua in- 
tclJettaiunt. Efe vogltam parlare de’ noflri tempi, oltre le Enlcfoafliche 
Tronche . ebe il gran Padre Granata , e il Padre Diego Stella ci hanno fitto 
tenere di Spagna , notabile cofa è , che il Cardinal Santa PraJJede , non filo da 
Monftg. Boterò fuo cariffimo famigliare fece comporre vn libro De indica- 
tore verbi Dei , ouc fra Ì altre cofi tutte buone , e tutte belle ; fi tratta non 
meno eloquentemente , che piamente la materia della Cbrijliana eloquenza : ma 
i preghiere pur£ di lui mede fimo M goflmo Valerio allhora Pefoouodi V tro- 
ni, & bar a [cardinale , ma di que Cardinali , che ve rbo & exempJo pro- 
fym, pofi infume e diede in luce la fua Retorica Eccleftaftica tanto bella, e tate- 


>4$ Queftiom 

• tò vtile, quanto moHrano le quafi innumerabili impre filoni , che per tutta I * r 
Chrifiianità fine fono fatte: nel principio della quale dicendo egli quelle me- 
de fune parole, Itb. i.cap. j. Sunt igicur coliigcnda , ócaccommodanda 
quidam prarcepta, qua 2 doccant c*Jeftem,ac fanftam cloqucirtiam. 
'Benpoffiamo noi dunque con l'argomento de' correlatimi con l'auttorità di 
quello grondiamo "Prelato concludere, che come deue effe r‘ infestata , così è be- 
ne, che vi fa in Santa Chiefa, chi imparila eloquenza Ecclefiafiica,($c. 

: 1 \ ’ ■ Ott 1 i • • • . : ’ •.« c>.tir t . •« . ,-’ 1 i 

Se a’ nofiri Chrifliani , e Religiofi giouaoi debba permetter- 
li , che d'Etnici Autori , e Scrittori Gentili , fi vaglia- 
no neli’imparar*i precetti dell’Eloquenza.,,. 

Qucftionc Settima. 

P Ende lafolutione di quello quefito da quello , che concludemmo nel quarto 
di quelli Prolegomeni . Percioche fe ( come dicemmo quiui ) fi può , e fi 
deue la Ecclcfiaflica eloquenza de’ precetti, che nella fecolare Retorica da’ 
maeflri del dire furono dati , gioueuolmente preualere ; dunque bifogna , che 
da’ nofiri fieno tali precetti ne ’ libri loro veduti, e fìudiati,e imparati E fe (co- 
me dice Santambrogio) Lib.S.Epiflolarum EpiRola 6 flutti i detti precetti , 
da’ nofiri Sacri ^tutori fono fiati raccolti , poco 4 noi deue importare, parche le 
cofe nofire veggiamo , il vederlo oue che fia . Tipi certo crediamo , che la pro- 
portene, la quale fra l’ txcle fia ftica 'Retorica fi troua,e ’a fecolare, in gran par- 
te 4 quella fi afiomiglt, cbeifrala Teologia, e la Filofofia: nel qual cafo bico- 
rne non foto non è prohibito,ma è qua fi ricce fìario 4 chi vuote eflcr Teologo dad- 
douero, ( che tale finga T eologiafcolaflica non ne riuftird alcuno ) il faper mol- 
to bene le cofe della Filojofia principalmente peripatetica . E quefie da’ libri 
d? rifiotile , e defuoi bifogna che vengano apprefe : fofi pereffer ‘Retorico 
ò eloquente Ecclefiafiico , crediamo quafit necefiaria cofa ejfcrc , che quelle rac- 
colte di retorici precetti fi veggano , le quali fecero Etnici maeflri del dire, come 
-d rifiotile & altri . (jregono Tfazianzeno nelì’orat ione , ch’egli fà in lau- 
dari Bafilij , ouemoflra come nelle fecolari lettere, & in particolare nelle co- 
fe dell’eloquenza fofie ammae firato San ‘Bafilio , digredifee 4 riprendere colo- 
ro fra’ C bri f turni, i quali praup quodam ludicio externam philofo- 
phiara, & eruditioncm repudiane Equefiofà egli con tanto flomaco, che 
eg&Mgt quefie parole . Infullì atque pracpofteri habendi funt, qui hoc 
exifhmant , omnefquc fui lì mi Ics elle optarent, vt priuara eorum 
ignorantia, communis ignoranti# tcnebns obtegatur, ncc quit 
quam ipforum infcitiam prodat,ztcozrgiizt,dicedipiù,cbcficomenon 
afpernamurcaslum & flellas , quod ea plenque prò Dijs colanti così 
non habbiamo da rifiutare le cofe , che 4’ Chnfiiani pojfono finire , perche da’ 
Gentili fieno fiate male vfate: e che fi come vencnof# quidam beftiol* ad 
pharinaca conficicnda adhibitf efficiuntur falutarcs , così anche le cofe 
da Etnici libri canate ,fe per Chrifttano vfo fi adoprano, di grandijjimo frutto- 

pofio- 


Ecclefiaftiche. 47 

pofionor fiere Cagioni. E veramente hauctta ragione Tfaglanzeno di perva- 
dere i Catolià b uomini à valer fi à lor prò delle fetenze, & arti fritte da’ Gen- 
tili; quando nel mede fimo tempo Giuliano t-Apoftata, per leuarci ogni forte d'- 
armi di mano , probibiua , nè patina in alcun modo , che potefjìmo leggere libri 
de’ Gentili: Che ben mofiraua l'infelice di cacciar la lingua, oue gli doleua il den- 
udando à noi fra tanto argomento di dire , che è dunque vtilìjjimo per cagioni 
buone il vedere ancora, & intendere molte di quelle cofe, le quali di fecolari 
feien^e, & arti hanno gli Autori Etnici ragionate, e fritte. Moife, fi dice negli 
Atti al j.cbe erud itus crat o:nni fapientia Aegvptiorum . £ nel primo 
Capitolo di ‘Danielle venendo narrato , come que ’ tre fanciulli , i quali rifiuta- 
rono i cibi vietati de’ gentili, non però fi aftennero d’imparar ne' loro libri Icj 
faenze loro : piglia di qui occafione ne’ fuoi Commentari jf fopra Danielle il Ta- 
ire Vererio di mofirar con viue e chiarifiime ragioni , che il leggere libri de’ 
Gentili , & imparare le dottrine loro , ad huomini pij non foto fia lecito, ma vti- 
le ancora e lodeuol cofa . Et in quello veramente difende egli anche la caufa 
propria ,percioche io non credo , chefin’hora alcuno ^Autore Teologo in libri 
iicofe fiacre babbia con più candido fide , e con maggior giudicio mo firata più 
varia eruditione , e più efquifita cogmtione delle fidente infume, & hiflorie de’ 
gentili , di quello eh' egli con fomma laude , ne’ libri fiacri fopra Damile ( come 
dicemmo ) e (opra la Santa (fenefi habbia fatto. San Taolo medefìmo in quat- 
tro, ò cinque luoghi allega detti de’ gentili, e tutti i Tadri à varie occafioni di- 
fendono, che fu lecito il valer fi delle foghe Egitti ache per facrificar al Dio tf- 
1 fatile: il tagliar icapegli , e l’vngbiealla Donna cattata, e poi pigliar fila per 
rqoglu -,d torre d coltello à Golia, per tagliar à luiflefio il capo, il federe fopra 
il Togzo di Giacob, per predicar alla Samaritana, e cento cefi fintili j oltre, che 
nella Scola Alejfandrina fino à’ tempi di Qrig ene , < dopo per centinaia d'anni , 
fapptamo che da’ Cbriftiani Maefìri furono lette pubicamente Filofi fie Etni- 
che, come da ^Ammonio, & altri, & in particolare da Anatolto huomo Cbri- 
flmo e Santo, il quale la filo jo fia peripatetica vi le fie, e le matematiche : Si co- 
me i' giorni no Hri ancora non Jolamcnte nelle più illufìri e^Ac ad ernie fecolari 
di Chriilianità le predette [riempe, e le "Retoriche mcdeftme di Ariflotilc,& al- 
tri Gentili fi leggono, ma ne’ monaflerij ancora de Religìofi nelle Scuole Sacre , 
e ut’ più reformati Chioflri che noi habbiamo , Solamente pare in contrario vn 
luogo del (oncilio fartaginefe , al (anone 1 6 . oue anche à’ P e fiotti fleffi ben fi 
concede, che pofìano à tempo e luogo , cioè per confondergli leggere libri di he- 
T ttià,nta de’ Gentili non già . Vt Epifcopus gentilium iibros non le-^ 
g*t)h^reticorum autein prò nece(Iitacc,& tempore, c Ma àquefh 
diciamo , chei buoni t^ifioui, e queg'i i quali fono atti à confondere gli ferini de 
gli berctici , fono arrenati à termine nelle cofe delle feienze e dell’ arti , che non 
hanno più bifogno di adoperami per ifiale gli ferini de’ Gentili : e però oue gli 
kggcflcro , farebbe talbort per mera curioftti, la q’tale defederà il Concilio, 
tb'tjjinon babbuino ; ma che ì cofe più vtili riuolti , più folio oue fia bifogno, e 
tonuncutimentclo pofiono fkrcftfg libri degli Eretici procurano difcopnrle 
, . mcn^o- 


48 Qucftìonì ^ 

menzogne, e di confonderle , oltre che, quanto a libri de’ Gentili,beBiffima è leu* 
iijhnt.cne di Sant’^igofiino nel a. De Dottrina Chrifliana, al cap.ip.oue 
dice, che Duo lune genera dottrinarum ne* Cottili : Vnum canno re- 
rum, quas inftitucrunt homincs: alternili earuin , quas animaducrte- 
nintiampcrattas,autDiiuinitùs inftitutas. Etquodcft fecundum 
inllitutioncs hominum, panini l'uperftitiofum eft,partim non fuper- 
ftitiofum , uè egli altra parte di loro nega doitcr’efler letta ( e cofi fi ha da in- 
tendere per auucttura il Concilio) fé non quella ,oue altro non fi può appren- 
dere, che fuper Hitioni , magie , e co/e tali . Della Retorica in particolar ferme 
egli nel mede fimo libro al cap. gp. che da’ Gentili ancora dobbiamo procurar di 
apprenderne i precetti, e di fe mede fimo ragionando nel quarto libro cap. i . pu- 
re De Dottrina Chnftiana , nel principio confefia eoe egli Ustoria precet- 
ti nelle /colar i Scuole , & imparò , & infognò . Rhetorica prtécepta , qua; 
cgoinfcholis fecularibus &didici,& docui . Che fi altri dird,queHo 
cper’auucnuto prima ch’egli alla Catolica noHra fedefu/Je venuto ; ad ogni mo- 
do anche Catolico e Ve/couo nel mede fimo luogo dice, ciré i precetti degli Etnici 
habcntaliquid vtihtatis , e concede molto volonticn , che poffano e/ìer’im- 
parati,fi cui fortaflis bono viro, etiam hiccvacatd licere . ^tnzt inquefi 
luogo fteffo, ci leua vn fcrupolo grande, perciocht ou'altri baurebbe potuto dire, 
che almeno dopo e/}er Hate da buomini dotti, e pif, formato ‘Retoriche Ecclefta- 
fiiche horamai non occorre , che ricorriamo più à gli fcritti degli Etnici, dice. 
Sant’ Sgottino , ch'effi per ogni modo hanno fuori delle Ecclefuflicbc Retori- 
che ad e/ier fe paratamente veduti , e che quello <ti vtile ch’effi contengon ',feof - 1 
fum di l'cendmn eft . E con molta ragione, percioche fi vede iti tutti i noHri , 
che hanno qua fi fempre fuppoHi i termini, e certe cogmtioni più rozze e più co - 
muni, finga le quali , nondimeno negli Jcritti de gli Etnici imparate, à pena fa- 
rebbe poffibile, che altri le Ecclefiafitchc Retoriche intende/se . Comunque fta , 
à noi bafla, per dar fine hormai d quefio que filo, che à' noflripij, e Rchgio fi gio- 
vani non deue efjer vietato ; ne è co/a indecente , che da’ libri ancora de’ Gentili 
^tutori, imparino i precetti dell’ Eloquenza. 

Se fra gli Etnici Autori, i quali hanno trattato dell’Elocutione, me- 
nti pcralcuna lua qualità di eflcrpnncipalmente letto da’ no- 

ftri Demetrio.Falcreo. QuelhoneOttaua. ! 

’ -V' • * . * 

D iremo nel fine di quefla que filone alcuna ccfa, la quale dourà hauer forga 
di conciliare grandemente gli animi de’ Religio/ie pii, alla mi mona -, & 
al nome del neflro Demetrio Faltreo . 'Ter bora diciamo , che douendo i noftri » 
pcrifcala e porta alla Elocutione Eccleftafìica apprendere prima da alcun li- 
bro de’ Gentili quello , che effi intorno allajilocutiotie J ceciate infegnarono , al ' 
fi curo à colui principalmente demmo attenerci, che più copiojamtnte ,e più 
abbondantemente ha abb tacciato quefio feggetto della I locutionc, & à più va- 
ri vfi ne hà dati precetti , & infegr, amenti : ilchc bautte fatto il tioH> o 'Demt 

trio f 


Ecclefiafucfie . 4 0 

tri » , di già affai chiaramente s’è moflrato di fopra nel quarto de" prolegomeni 
focolari: là doue battendo noi premeflo , che la elocutione in tre modi può 
tfier confiderata ] , ò come genere generaliffìmo , ò come genere Subalterno , 

0 come fpecie , aggiungemmo, che Demetrio non certo , come genere gene- 
rah(j imo ne trattami , percioche non injègnaua la Llocutionc così del Pcr- 
fi> , come della Vrofa : ma nè anche alla J'pecie fi riflrtgvciia , conciofiaco- 
fit , ch'egli di quella fola Elocutione non ragionafse, la quale all'Oratore^, 
Jpetta , & è vna delle cinque parti della 'Retorica ; Se Lene di lei , come 
genere Subalterno difcorrcua , infognando tutte quelle cofc , che m qual fi vo- 
glia Vrofa per eloquentemente parlare fi ricercano : & in questo non è dub- 
bio, che la Elocutione infegnata da Demetrio troppo più abbraccia, che., 
non fanno quelle , ò di tJMarco Tullio, ò di Quintiliano, ò di ^dnfooti- 
le Sìtfoo j le quali , come fi vede ; all'Oratoria t lodinone fi ristringono , e 

1 nulla più . Cofa, che batterebbe fe noi al nojlro dicitore Eccleftafotco ni un’- 
altra Eloquenza vnltffimo infegnare , che quella del Vergamo . tJMa poi- 
ché babbiamo defiderio , ch’egli ouunque fi habbia da ragionare , ò fcriuer 
m Vroja ,fia in 'Pergamo , ò fuori, il fappia eloquentemente fare; à que- 
llo al ficuro móna delle Opere fopradette ; ma quella fola di Demetrio no- 
foro i per poter fupptnc . £ certo habbiàmo veduto noi talhora alcuni per 
altro a/sai valorofi huomini, i quali non baurndo ò per inutatione , ò per 
arte imparata altra Stoninone , che la Oratoria , come faceuano le Vredi- 
tbc, così facevano le lettere, come parlauano in Vergamo, così parlaua- 
no à tavola , e della flefsa magnificenza di folle vgualmente in tutti i luo- 
ghi vtlendoft, oue in vn foto, cioè nel pulpito proporthnata l'baueuano , in 
tutti gli altri , così era ella mal'à propofito , e fuori d’ognì regola, che _j 
juujèa, e rifo infume manetta à gli afcoltanti: Che non Jarebbe occorfo lo- 
ro, fe come la fola Oratoria Eloquenza in altri tutori haucuano appre- 
stasi tutta la Elocution di qual fi voglia Vrofa dal nofiro Demetrio ha- 
utfsero imparata • -Angi vogliamo dire vn’altra cofa , che oue à’ tempi de gli 
-Antichi, facendofì l'Oraiioni, e gli Arringhi tutti vgualmente nel foro, e 
qua fi con la mede/ima UWaefld , e grandezza , vna medefima Elocutione an- 
che Oratoria À tutti gli Oratori ragionamenti feruiua ; Hora è tanta ] li 
differenza, e così notabile la ditiintionc , anche nell’Oratorie cofe ; dalla. , 
“Pudica per efempio all’Homelia , ò al Sermone , ò alla Lettione , ò ad al- 
tre forti di ragionamenti , che tutti da’ Vredicatori pubicamente vengono fat- 
ti, e bifogna , ebe il dicitor Chrifliano per eloquentemente ragionare , mu- 
ti tanto lo fide da vn Vergamo à vna Catedra , da vna Cbiefa à vn Capi- 
tolo , e cofe fintili, che s’egli vna fola Oratoria Elocutione pofscdefsc, del- 
io quattro le tre , darebbe ne gli’ndecori , e nelle inettie . Si che hauendo 
noi bifogno d' Elocutione molto vari a, e che à diuerfiffime cofe fi pofia ao- 
centmodare , al ficuro in Libro tale habbiamo à procurare di acquifoarla-* , 
thè di ogni forte di Elocutione in Vrofa dia precetti ; £ qtujlo, come habbiamo 
detto, niunQ de' Maefiri antichi del dire, più copiofamente lo fa, che quello 

• D nojlro 


, 0 Queftioni 

m a ro tutore: U quale com , che abbracci affai , non perdo rkfce per lu* 
tbtzza noiofo : anzi ad vita chiara brtuità attenendo],, ne per effer brenta 
diukne ofeuro, ni per effer vtile diuenta fouerchiamcntc prolifici . CMcu. 
audio , che è notabilmente riguardeuole m lui, ila bontà del coStumc , t«- 
Icndofi chiaro, ch'egli tutti , precetti fuoi ad altro non indirizza, che à fi- 
ni buonijjìmi :&oueò di adulatane , ò di ofcemtà , ò di cofa fonde comu- 
ne , che eoli dica alcuna cofa , con tanto firmato lofi, e con tanta abb ornim- 
ene del vita, che à pena da CbriSliano tutore fi potrebbe m queflo gene- 
re de fiderare di più . 2{i qui fin, fono le buone qualità di lui: ma come l, 
Se ali nella fua Eloquenza haueffe i medefim, fin, della Eloquenza Eccle- 
f, africa, e tome degli ancora voleffe , dui fuoi ragionaffero In oftenf io- 
ne fpintus , cofi i nemico d’ogni vanità , & ostentatane, e così ,n ogm 
Iho»o ci probibifee la fouerchia ifquifitezza , e et ricorda il non mostrar fi 
troppo elaborati, che in vero poco di più baurebbe ,n queSìo fatto potuto 
infetnarci qual fi voglia Dottor EcclefiaSiico . Che fù vita delle principa- 
li cationi, cheti fece innamorare di quello Libro, quando molli anni fono , 
offendo Lettore di Teologia in Araceli, in tempo di vacanze lo leggeua * 
Studenti, c trottammo , ibe alla EcclcfiaSìica Eloquenza , niuna Je.olarc^ 
potcua più di quefta effer conforme , e proportionata : fi forsè per questa 
cagione pure fra tutte l'altre , e dell'autore , e dell'opera differo molto 
bene, e ragionarono con molta laude , come babbiam detto di / opra , già più 
anticamente Teofilatto , & à' noStri tempi il Cardinal SirUtto . CMa tempo 
ibormai che à cofa più notabile vegniamo ; la quale tutta pende dal raccor- 
dar fi quello , che ‘Diogene Laertio , e tutti gli s tutori dicono , che di Demetrio 
parlano r cioè ch’egli ingiuflamente cacciato dal gouemodella Republica ^ite- 
refe , in Mefiandria prefio à Tolomeo Solere fi moucrò , ebe fù il primo To - 
Icmeo , che in ^ileffaniria foffe mai , e padre del fecondo , cui del Filadclfo . 
M quale F ila del f offa figlio colendo in vita rcnuntiare il -Regno Tolomeo So- 
lere, dice Diogene Laertio , che Demetrio fi oppofe dicendo : Se ad vnakro 
darai ilReeno,tufteflbnon l’haucrai. Se bene non oflantequeSìo con- 
fitto , pur Trtlle profeguire la fua delibcrationcil Solere , & bauendo al figlio 
renuntiato il Kegno , da indi in poi , come à'feruigi del Solere era fiato prima , 
così alla feruitù del Filadelfi fi trattenne poiDemetrio . Etti carico , nel 
quale egli lo feruì, fù di -Bibliotecario , bauendoglì quel Ricon pcn fiero più 
degno che [olito de -Principi grandi , dato ordine , ch'egli da tutto il ^Mon- 
do procurando di far venire libri ifquifiti ,vna inrirutùffima -Biblioteca gli 
douefie formare : Cofa, che molto bene efequiua Demetrio , come ne fami» 
fede Eufebio Ccfarienfe nel primo Capitolo del Libro Ottano De preparano- 
ne Euangelica, & mirifico huomo della medefima et àj corteggiano nello, flef- 
fo tempo del mede fimo Tra, ripe , in t na rclatione , la quale fatta da lui à Poli, 
tratc fio fratello , fi troua hoggi nel principio del Secondo T omo della Sibilo, 
teca fanftoru m pa tru m . £ le parole medefime di risico fono qucfle . De- 

mctrius Phalcrcus curn Regis JBibliothcc* prepolìfus eflet, dili- 
genti 


Ecclefi afriche. 51 

genti cura claborabat , vt ex vniueriò orbe > quoad fieri pollet ,vo!u- 
minacompararet,diftribucisperopportuna loca hominibus, qui li- 
bare &cmercnt,&tranlcribcrent; Quoftudioderaumperficit , vt 
quantum in fe erat,adunpleretur Regis pra:poiituin . Nani prxl'cn- 
tibusnobiscumabeopeterctur quotlibrorum millia congregafl'et 
(ìnquit) Rcx , fupra ducenta nullia ìamin Bibliothccam redatta 
lunt, brcuique nuracruoi adimplebo, qui ad quingentorum nnl- 
liuin fuminaai afcendat. MA quefio d noi importa poco . L’importanza 
è , che con quefla occaftone Demetrio nojlro ,fù quello , che primo e foto , poj'e 
in riputationc preflo à Filadclfo , i noflri libri [acri , e l'efortò à volere in ogni 
modo fargli tradurre , com’egli fece poi per gli fettunta interpreti , & arri- 
chiane la fua libreria . Ecco le .parole di Demetrio riferite da hufebio e 
-4 tifico . Nuntiatur quoque mihi Iud<eorum Jcges tranfcriptionc 
dignas effe, & qua: in Biblioteca tua habeantur , led interpretano- 
neopus eft,&c- Ma perche Mie comandò d ‘Demetrio , che di que/io fat- 
to gli dejìe memoriale , veggiamo il memorial ,che Demetrio diede , e vedre- 
mo infume quanto lume dona (l e il Signor’ fddio à qucjl’huomo gentile, per far- 
lo in qualche parte conofcere la Santità ,ela Diuinità de’ noflri Libri . Que- 
fto è il memoriale , tome fi t motta ne’ luoghi Jopr adetti autentiebiffimo. Cum 
inftttuiffcs , Rex,vt voluinina vndiquc perquircrentur , qua: ad im- 
plcndam Bibliothccam tuam , dccentera ornatura facercnt; ìd cqui- 
dem omni diligenti! cuntta pcrlcrutans , tibi lignifico, ludsorum 
legis libros, paucos quol'dam adliuc dceffc. Illa quidem he- 
bruicis libris, lingua conlcripta eli. Se propter hoc hattenus 
àfuis tantum cognita, adRcgias manusadhuc minime perucnit. 
Seddignaeft, vt ipla quoque intcrtuos libros habeatur , cimi pro- 
pterfapientiam,quae iniliiscontinetur,tùni propter eius fubtili- 
tateni, vtpotediuinam. Cuius rei grana, & apud Poetas , & I11 flo- 
licos , horuin voluuunumfiequens ellmentio: quoniam pcrvtilis 
fi t, & ad regendos raorcs , Se relpublicas inflituendas, ob honunum 
prxflantiam, qui illic defcribuntur, & reruni vencrationein,qucin- 
adinoduiu Hecatxus Abdcntes tnquit.lgitur fi tibt vidctur,rex,lcri- 
batur Hicrololymam ad Pontificali, vt raittatad te ex ourai tribù 
fex viros quidem optimis moribus inlhtutos , & ictate vencrandos , 
acipfius legis meditationcdottifiìmos , vt multis ornnt acumine in- 
terprcuntibusjConfonum quoddatneligentcs,reui tanto operc,tua- 
qucclcttionedignam con fidarti us : Perpetuo vale . Memoriale, che fu, 
di grandi fimo giouamento alla gente Hebrta : pofeiache pigliami perciò 
» W’aficttionc il Filadclfo, rdeuantiffmi feruigi le fece: E quanto à’ libri 
Mandato t^sfrifleo medefimo con fue lettere in Gierufalemme ad Llea^a- 
r« ‘Pontefice fettantaduc huomini hebbe grafia d’hauere , » quali armati in 
Ksfleflandria la Diurna traduzione fecero , che noi chiamiamo de’ fettanta_» 
Itati preti: à tutto e ff indo fempre per la parte def^Re fopraintendcntc De - 

D .% metrio 


5 1 Queftioni 

mctrio F alereo , come lo dicono non folo Eufebio , & -Arifleo oue di fopra , ms 
Ciofejfo Giudeo ancore, nel Libro Secondo contra ^ippione con quefìe parole. 
Poli huncautemPtolemceus, qui Philadclphus ert appcllatus, non 
lbium , fi qui fuerc capEiui a pud cos noftriyruin, omncs a&folau , fcd 
& pccumas eis ùupius condonaui t : & ( quod maximum efi ) dcfidc- 
rauit agnofccre noftras legcs , & facrarum licccraruin volumina con- 
cupiuic: mifitque rogans delhnari viros, qui ei intcrprctarcntur 
lcgcm: 5^. vt h*c apprnncconfcribercntur,diiigcnnaui hanc co- 
lmile non quibufcunquc vins , fcd Dcinctnum Phalereum , & A n- 
dreatn>& Arifteum, quorum crudinone,fui lcculi Demctnus fa- 
cile princcps crac, alij vero habebant cultodiaui corpons libi ere- 
dita ai , huic curx pncfecic . E gii dalle cofe dette , afta / poffiamo inten- 
dere , come del noflro Demetrio ji )ia feruito il Signore , non / diamente 
per fare benefici f iugulari alla fua gente lltbrea ; ma per occa fune ancora 
di farci hauere fi pretiofo teforo nella Cbiefa , quanti la Sacra tradottio- 
ne de ' Settanta Interpreti. Hora di più vogliamo aggiungere almnCj 
parole ch’egli dtjfe al Jf* , trattando di quejii noflri Libri , Icqttah non 
so fe alcun Chriiliano , e dcuotiffimo bautffe potuto più piamente dirc_,j 
Domandò ( dice Lsfrifleo ) il Tfe à ‘Demetrio , che volea dire , c he of- 
fendo fi belli, e fi perfettii libri de gli Hebrei, non però a'cuno, ò ‘Poe- 
ta , ò tìiflorico , fe ne fofie feruito . <_✓// che co fi rifpofe ‘Demetrio. Orni 
ob veneranda:» legu inftituuoncin, tum quia Deus prohibucnt. 
Nani quidam tantum opus libi allumerà aulì; inox diurna vino- 
ne pcrcullì, conlìlio ablhtcrc. Audiuìque ego Theopompunu.* 
quomainex lege fecretiora quasdam in inftoriain audacius trans? 
terre • conaretur ; fupra triginca dics mentis turbationc correi 
tum. Quicum per morbi interna Ila Deum implorateti ei ma.u- 
fefto per inlòmnium deraonftratu.il cft, ea grana id libi contigii- 
Ic, quod diuina peruertens in vulgus proijcere tentalfet: quibus 
vifis emenda tus, & menti redditus eft. Et quidcm,& ìpfc com- 
peri apud Theod cileni Tragedia rum fc ri p corcai , le iumimbuf 
captum: dura quxda.n ex huiufmodi libris infuu.n poema trans- 
fer re velici . Verum vbi cani ca_cicatis caulàm aniraaducrnt . 
Deum plurcs oralfc dics , acque ita rcftitutuai . Che in vero fono 
pur parole dcg/tiffimc , come dicemmo , d'og u pio , e denoto Chriiliano . .An- 
zi tali , che Je ogni Cbrifluno le baaeffe à mente , non farebbe flato necef- 
fario al gran Concilio di Trento nella Soffione quarta il dire. Poft ficee te- 
meritateraillam reprimere volens, Sanila Svuodus , quxad profa- 
na quxqucconucrcuinur , & forquentur uerba, & icnt ernia; làprae 
fcriptur.e,a.ilc i jrrihafcilicet,fabulofa,uana,adulanones,detra<ffn>. 
nes,luperftinoncsi.»pias,& dubolicas ìncancarionesjdiuinationcs, 
forccsj'ibeiios edam fa. noios, mandar, & precipitaci colicndam ho- 
iufmodi irrcuerentiora,& contcinpcu.n,ne de estero quifquam quo- 
- '•» modo- 


Ecclefìaftiche . 5 $ 

modolibet, verba fcripturz facrs ad hajc , & fimilia audcat vfur. 
pare; vtoinnes huius generis homincs, temeratores, violato, 
rcs verbi Dei > iuns,& arbitri; poenis per Epifcopos coerceantur . 
ijtla ritorniamo horamai al nofiro primo propofito , c concludiamo , che do - 
uendo noi per la Scclefiaftica eloquenza valerci de’ precetti d' alcuno de gli èt- 
nici , pur oltre le altre ragioni , anche per quefta è ragioneuole , ch’eleggiamo 
Demetrio ; perche muri bucamo Gentile feriti mai più altamente de' nofln Li- 
bri di lui, ne d' alacri Etnico fi feruì mai il Signore per far più rilevato fervi- 
g io alle fritture Jàcre, che di lui. In modo, che fi come dice Sam’-dgofH- 
no nel Uh. 5 .della Città di Dio, al c.i^.cbe perle virtù Morali veniuano i no- 
marti in alcune cofe temporali beneficiati da Dio : Forfè nel nofiro cafo per la 
riverenza, che Dimenio ha portata ài Libri nofiri: vuole Dio, che doppo 
tante centinaia d’anni ,fia fortovno di noi, qual" egli fia,che faccia, cornerà 
il meglio alcuno bonore al Libro di lui . 

Quai fatiche* &à qual fine habbiamo in materia Ecclefiaftica 
disegnato di douer fare intornoà quello Libro. 

Quelhone Nona . 


N ' SI titolo, che habbiam prepfio à quefio libro , affai chiaramente fi 
è potuto comprendere qual’in materia Ecclefiaftica fia fiato il nofiro 
fine: imi di accommodar i precetti dell’elocutione dati da ^tutori profani , 
aìl’vfo de Uà Sacra eloquenza de’ nofiri dicitori, e Scrittori Scclefiafiici . £ fé 
bene in vero il principaiintcnto , i per giovar neU’elocutione Oratoria al 
Tr. dilatare ; nondimeno , come habbiamo detto più volte , conforme à quel- 
lo, tbe fà ‘ 'Demetrio nel Libro fuo , pretendiamo di fare anche giovamen- 
to all’ eloquenza Chrifìiana in qual fi voglia forte di Trofie ; onde non de- 
ve prender marauiglia alcuno , fe non vn titolo folo , ma due habbiamo 
prepoflo al nofiro Libro-, Cioè. Il Predicatore,oucro Parafrafe, Com- 
mento , e Dtfcorfi , & cast. Terciocbe fi come nella csteta fi fica , adequa- 
to Soggetto di lei è l’Ente , e principalmente foggetto è ‘Dio : onde non fa- 
rebbe male, eh' in riguardo del primo foggetto la intitola fie fetenza diluèn- 
te, perche ogriente tratta ; & infieme faenza, di Die la nomina fie , per- 
che fra tutto l’ente il principal /oggetto, thè tffa tratta, è Dio : Cosi ba- 
uindo noi per nofiro principal’ intento il giouare alla Trescatoti* eloquen- 
za , non fenza ragione II Predicatore habbiamo nominato il nofiro Li- 
bro : ma di più , perche à tutte le Trofie ancora Eccleftafliche habbiamo 
mimo di far fervigio , però il fecondo titolo habbiamo aggiunto ; non of- 
fendo inconveniente co fa , che due Titoli ad vn Libro folo fi mettino , co- 
ree prefjo à Tlatone mede fimo fi vede , & ad altri famofiffimi esf ut er- 
ri. Jn fiamma , ove doppo la Tarafrafe, & il Commento aggiungeremo 
’Difcorfi Eccleftafìici , quivi del Trecetto ragioneremo alla Ecclefiafh- 
ti , del quale nella Tarafrafe , Cr nel Commento , alla Secolare farà 
.. . ’ D 3 fiato >••• 


w 


5 4 Queftioni ' 

Itato trattato . Vedremo cioè , fé quel mede fimo precetto da alcuno di quegli fi d 
ilato infognato , i quali Ecclefìaflicbe Hifiorie hanno poHc infime, ò da altri 
Ecclefiaflici Untori, ad altre occafionifia fiato auuertito. Unzi cerchermo 
di più alcuni luoghi fempre , oue nofiri firittori , e Latini , e Volgari, fe ne fieno 
valuti . E ritrattando ou’effi , od'mfegnato l’habbiano , ò adoperato , quiui mi- 
nutamente confiderermo, con quai limitationi, e con quali auuertenze, ejfi daU 
l’vfofecolare all’ EccleftaSìico l’habbiano trasferito : C he fe prefio à nonri, 
non ci foccorrerd,ou‘egli à raccordato fia nato,ò pano in vfo; ad ogni modo per 
noi mede fimi onderemo pcnfando,t’egli alla noft ra eloquenza potefie Jeruire , & 
in che modo . Et in vero per li luoghi, che mostreremo , oue i nofiri firittori di 
tiafiuno de’ precetti, ò hanno fatta memoria , ò fi fono feruiti, crediamo che ap- 
parirà chiariamo lo fi tendo re della Ecclefiufiica Eloquenza , e ciré, come dice 
Sant’UgoSiino, Libro -f.Dc Dottrina Cim diana, czpj.fi in materia di 
eloquenza, mzlò dotti hommes noflros auttores contcmncndos pu- 
tant j idcirco fit , non quia nodri non habeant, fcd quia non often- 
tant,quàin nimis idi diligunteloquentiam. £ che quelle bellezze , le 
quali in oratorum inuemuntur ingeni js , vbi fupra circa fìnem , tanto 
maggiormente in idis inucniuntur , quos illc mifìt, qui fecit ingcnia . 
T^eSiando e/fi fempre digwffimi di laude in qual fi voglia di tre maniere : Ciò 
fono , à che primi da Dio hauendo bauuta infufa l’Eloquenza , da loro gli Et- 
nici, come dice Santambrogio, lib.8£piSlolarum EpiSiola 6 3 . habbiano for- 
mate le regole , e canati i precetti : ò che alla fomma loro fipienza, concomitan- 
te , & anche non chiamata fia feguitata l’Eloquenza : ò finalmente ch'cffi per 
imitatone, e fcola anche da’ Gentili , cauanio l’arte , purgata 1‘ habbiano, e À 
miglior vfo habilitata, e (fe cofi può dirfi ) fanti ficaia . Solamente potrebbe 
parere ad alcuno , che fin^a far diflintione fra Commento, e Difcorfo , meglio 
perauuentura fofie fiato ,fi trattandoli del medefimo precetto , nel mede fimo 
(ommento, e le filetari, e le YLcclcfiafliche cofi haueffimo pofte infume: cMa in 
vero Religione , e riuercn^a ver fi le cofi fiere , ci hàfhtta fare quefìa fepara - 
itone , ne ci haurebbe potuto dar l’animo di frammettere infieme Virgilio, e 
‘Dauid, e Cicerone , e Duolo : Tanto più che nelif talune cofi hauendo noi Ixt- 
unta indeclinabile necefjltà di valerci delle cofi del Boccaccio , quanto da Eccle- 
fiaShca confuta viene pennefio : e quefle eficndo molte volte iocofe, e rilafiate , 
veramente fe conte fiere l’ haueffimo mifebiate ,vn facrìlegio ci farebbe parato 
di fare ; oltre che fi come le Sìrade ( lo dice Demetrio fit fio ) quanto più ffeffi 
hanno i tipo fi, e gli alberghi , tanto più breui paiono à’ caminanti . Cofi Gab- 
biamo creduto noi, che in Commento, De ifeerfo , diuidèndo, quello , che altri in 
vn Commento filo haurebbe poflo , più agiata , e più commoda fiamo per po- 
ter far parere la lettura . é finalmente da quefìa diflintione , vn’altra comm»- 
dità ne potrà na fiere , che oue i focolari fole le cofi loro defideraffero in appar- 
tato libro, potrà lo Stampatore variando il titolo, dicendo cioè. Para fra le e 
Commento intornoal librodelJa Elocutioncdi Demetrio Falcreo, 
prendere le Queftloni Setolarle Tarafrafi > & i Commenti fili,e del reflo ogni 


Ecclefìaftiche • 55 

cbf ala filando, e le fopradettc fole imprimendo , per quello ciré fretta atte fecola» 
ri Scole , il libro haurà egli compito e difìintiffimo . Tipi alle cofe nojlre E cele- 
fiafìithe tornando , che fono quelle , che ci premono , auuertiamo il Lettore , che 
non fi marauigli , fe finiti i Commenti ,& i Difior fi , oue dourchbe terminar l'- 
opera, vn nuouo , trattato ritrouerà in it. qu e f rioni diuifo . Ter cicche venen- 
do dalla Elocutione fempre prefuppofla la correi rione, e nettezza della lingua , 
e di qutfla non haueiulo trattato , nè donato trattare Demetrio , noi , che ninna 
cofa fefofje poffibiUyvorremmo pretermettere di quelle, che al Cbriftiano Tre - 
dicatore potefjerogiouare ,vn trattato della correzione della lingua del Tre- 
dii atorein vndeci queflioni diuifo, babbiamo [aggiunto . £queflo non perfinire 
il libi 0, ma per non finirlo : e per lafàare quaft alcune morfe nell'edificio : ha- 
ncndo noi animo inqnefti pochi anni, che al Signor piacerà , che viuiamo, di an- 
dare Jciogltendo e difendendo tutte le difficoltà , e queflioni, che in materia di 
Cbrijìiana eloquenza ci fouuerranno ; affine , che doppo la noflra morte, fe ville 
faranno reputate , pofjano ali altre gidjiampatc aggiunger fi, e feguir L'edifi- 
cio nelle morfe* . 

Da quali forti di Ecclefiaftici Autori trarremo quegli cfempi,dc’ 
quali ad Ecclciìalbche materie appartencnti,haurcmoda 
fallirci in quello Libro» Qu ciborio Decima . 

G li efempiEcclcfiaflici , de’ quali in qucfl' Optra cicaleremo , fe Latini ha- 
uraimo adefjere, ò dalle (anemiche Scritture gli caueremo,ò da quei San 
ti , che feben Grecamente fcrifiero , netta Latina Lingua nondimeno fono ilari 
trasferiti, ò da que' ‘Padri antichi , che Latini furono , e non Greci , b da alcuni 
C Moderni , tbe con eloquenza , Ecclefiaflicbc cofe hanno trattato : E fe d' Ita- 
liani efempi abbaglieremo , da gli tutori Ecclefiaiìici gli trarremo , che ò 
• prediche , ò Sermoni , ò Epiilolc , ò altre cofe tali in noflra f audio, ci hanno la- 
triate ferrite , ò pure pigliarcmo ardire di tome alcuni da noi mtdefimi. E 
queih ò dalle cofe , che già babbiamo dato alle Stampe , ò da quelle , che , fe à 
Dio piacerà, fiamo per dami -.banche da noi non ad altro tempo, ne ad al- 
tro fine formati, che per dichiaratione del luogo , che ali bora ci troueremo 
h onere per Umani le Scritture Sante , come per ogn’occafione di cofe attenen- 
ti àfoda eloquenza poffono darri efempi,giàad altro propojito, fi è affai 
chiaramente mofìrato di fopra :ne bifogna effer così firopulofi , che non vo- 
gliamo concedere alcuna forte di quegli ornamenti, & artifici] , che da gli èt- 
nici fono flati vfati , nelle Scritture nojlre parimente potuti trottare : ^tnzi , 
Uom’ègtà detto , vi fi trottano tutti quegli , che finga oiìentatione pofiono gio - 
tutte : Onde à Santambrogio ( Lib.S.fyiflolar. tpifl.63.) venne pen fiero , 
tbe di qud gli haueffero imparati gli binici . £ Sant’ ingollino De Doftri- 
na Chriftianancl q.Libro al Cap. 6 . dice, che netta fiera eloquenza d‘ nofìri 
(/atonici tutori , Multa funt cuin Oratoribus Gcntilium , Poctisvc 
communia ; Seben’effi quella vana eloquenza Gentile, co» la loro Sacra, han- 

D q no 


5 6 Queftioni 

no di maniera , condita , empiuta , e raffodata , e fi ne fino finiti sì prudente - 
mente , che , Ncque deeft , ncc enunci, quia eam ncc coinprobari ab 
lilts, nccoftentarioportcbat,quoumi alternai ficrct,fi vitaretur, 
alteruai putari poflet, fi fàcile agnolceretur . vbi fupra . Diefimpi di 
Scritture Sacre non è dubbio alcuno , che fi è valuto in (futi Libro , & altro - 
ue mille volte U mede fimo Sant' Sgottino , per dichiarar precetti t{ clorici : ar- 
riuando à minutie tali , che in fino in luoghi grauiffimi di San "Paolo , ha difeor- 
Jo della qualità , e quantità de’ periodi , del numero , de’ membri , della mol- 
titudine de gli fncifi , e di cofe famigliami , tutte appartenenti ad efquifita con - 
fideratione ,& ad elaborato artificio d’eloquenza: nè è flato filo Sant’ Sgo- 
ftmo , che in quejla materia fi fia valfo di Canonici efimpi , ma l'hanno fitto, 
come ad occafione vedremo, e Girolamo , e Ambrogio , e Cipriano , & altri e 
de’ noflri mede fimi, ninno Ecclafiafiiche Retoriche ha pofie infume , che qui- 
vi dentro , moltiffimi , e proprifjimi efimpi dalle Sacre nofìre Scritture . _» 
non habbia apportati. Si come anche /fi’ Santi Padri antichi tutti in vni- 
tr.rfale fi fino valuti :& quefli cofi fjreci, cerne Latini. Che fi ad alcu- 
no non par t (le bene 1 ‘ approvar per efimpi di Latina Eloquenza cofi, che 
da gli o/atori loro nella Greca fiutila fifiero Hate firitte, à que Ho ri- 
dondiamo , che come fanno gl'intendenti, e come fi vedrà nell'opera , non 
tutti gli ornamenti , ni tutti i precetti del dire , tulle parole cofiano ; ma 
molti, e per auuentura i più importanti, nelle cofe giacciono : fi come delle 
figure medefime altre delle parole fono , & altre de' concetti . Le qudi fi- 
gure , & artifici di concetti , e cofi per la traduzione non perdono la loro na- 
tura e forza : oltre che anche di que’ precetti, i quali nelle parole conftjlo - 
no, molte volte da’ traduttori le qualità, e virtù vengono confiniate. San- 
t’^ig»Hmo oue delle tre note del dire, ( che tante e non più moHra egli 
di accettarne ) della magnifica, della temperata, e della tenue ragiona _» , 
efimpi caua da due Padri filo, che fino ciSmbrogio , e Cipriano : Tutta- 
via confejfa , che da molti altri infino à' funi tempi, delle medefime regole^ 
efimpi chianjfimi fi farebbono potuti cavare, dicendo nel libro quarto del- 
la Dottrina Chrifiiana al capitolo 2 1 . intorno al fine , E t in his , quos duos 
ex omnibus proponcrc volui, Fttnalijs Ecclcfiafticis v iris , & bo- 
na, bene, iddi ficut ics pollulai, acute, ornate, ardenterque 
dieen ttbus, per multa eorum Icripta, vd ditta pofihnthtec tria ge- 
nera reperì ri . Si come noi, & in quegli , ch’egli accenna , & in altri , che 
fimo fiati doppo lui, e dille fòpradettc maniere di ragionar e , e d’ogn'altro 
a-t.ficio di tlocutionc, anderemo trauanio efimpi: E poiché à Sani' Sgo- 
ttino non erano però antichifiimi Sant’ ^Smbrugio , e San Cipriano-, anzi 
poto meno furono, che coetanei di lui, pure non ci guarderemo noi altre- 
sì , di i aliar tjunpi da burnirli, i quali di cofe kccltfiafluhe babbuino pe- 
to prima di noi , ami à’ nofh 1 tempi ancora eloquentemente trattato : E que- 
I*o , ò ibt rglino latinamente , ò pure nella no lira mrdtfima fiutila l’hab- 
biam fitto. Se btne 4 dire il vero, per quello, Jte fretta all' Italiana udirà 


Eccìefiafcichè. 57 

lìngua di eloquenti oratoria EcclcfiafUca , non faranno però molti quelli, de’ 
feritti,dc? quali potremo in quefio fiuto Scuramente, 6 per ér meglio copiofa* 
mente feruirci, Monfignor Seripando Cardinale , Monfignor (omelia Vtfceuo 
di Bitonto , Monfignor Fiamma Vtfcouo di Cbioza , il Tadre CMadiro 
F rance fchino ZJifdommi , & alcuni altri pochi ci hanno con laude loro , & 
utilità noSlra , lafciatc in lingua Italiana, e 'Prediche, & Homelic fìam- 
paté : E di quefle ci onderemo valendo, principalmente di quegli, che in _» 
vita fia permife CMonftgnor (omelia , che gli fofie hnprefie, le quali pa- 
re , che nel grido comune tengono fino ad.” bora il primo luogo. Che /t_» 
fuori dell’Oratoria Eloquenza, di altre Trofie Italiane, & EcclefiaHiche 
bau remo bifogno per cauar’efempì , per auuentura vn poco più largo cam- 
po fe ci parerà auanti. (JW 4 certo vn Libro fìa gli altri haueremo anche 
à giuditio d’huomini micndenuffimi della lingua, non di motto, angi men 
punto inferiore ( data la proportene delle cofe trattate ) al 'Decameron _» 
del 'Boccaccio , Cioè Lo Specchio di vera penitenza del Keueren- 
do Macftro Iacopo Patfauanti Fiorentino dell’Ordine de' Pre- 
dicatori. Fù quefio buon Padre, e per nafehnento nobile , e per bontà 
di vita efemplare, e per Dottrina riguardeuolc : ma di più per purità , 
e candidezza di lingua non fecondo ad alcuno, c’habbia per ancora Jtalìana- 
mrntejcntto: E fi come egli quafi fub:to prefio illa Editione delle 7{o- 
ueUc dt lM. Giouanni 'Boccaccio diede fuori il fuo Libro , da noi di fopra- 
nominato : così ninno trouiamo , che più di lui fi fia aumentato à quello 
Jiile : E doue non l’hà fatto , fi vede chiaro, che con molto giudicio, non 
bà voluto farlo. Mora di quefio ci vaieremo molte volte: E fe così del. 
la purità della lingua trattajfimo , come deli’ Elocutione ragioniamo , fofie 
ch’egli folo per tutti gli altri ci potrebbe baflare. Ci fcrutremo ancora 
come dicemmo di jopra , d’alcune cofe nofire proprie , ò che c’ieno di già 
altre volte fojjero fatte da noi, ò che di nuouo per dichiaratione de’ luo- 
ghi , le formiamo . 7{el che occorrerà per auuentura quello , che in tut- 
te le cefi bumane fuole auuenire. Cioè , che non tutti di quefio modo di 
fare fieno per reflar fodis fatti, e quello, che è peggio, potrà effere , chc^t 
noi per due vie, e quefle fra fe flefie centrar Affimene vegniamo agramen- 
te riprefi. (JMentre , che alcuni d’oflentatione d’ingegno ci tafieranno for- 
fè , & altri di mancamento -, quegli auifando , che ptr oftentatione noi 
habhiamo fatto , e per dare à diuedere , che non folo intendiamo i pre- 
cetti dell’arte , ma che habhiamo faputo , e fappiamo vfargli ; E que- 
fii in contrario dicendo , che fe haueffimo quella cognitione , e pr attica-», 
che doneremmo baucre , de gli Eloquenti tutori Ecclefiaflici , pur 
troppo abbondantemente da gli ferini loro hauenmmo trottata in qual 
fi voglia occafione a pia d’efempi , finta che alle cofe loro haueffimo 
bauuta nectffità con troppo difuguale paragone di frammettere le no- 
fire . E veramente è difficile il muigar fra due fcogli, fra’ quali quan- 
to p.ù ne declini vno , tanto maggiormente tu ti auuicmi, c con rifehio 

d’vrtar 


5 fi Queftionì 

fvrtar nell’altro : Tuttauia in poche parole diciamo à‘ primi , che fe per non 
dar Jo (petto di oftentatione , onuerrd non addurre nojlri cjcmpi , per la mede fi- 
na cagione ft potrebbe dire, che ne anche conueniua ilmojlrar d’intendere^ 
j precetti; madacoje buone, & vtilijcandalo pajfiuo,enon occafionato da 
r!oi,non ci iene rimouerc . li «’ fecondi rifondiamo , che , come vedevamo , 
non fempreper non bauerfxputo trottare efcmptj altrui, habbiamo addotti i 
nojlri, ma per altre giufle cagioni, oltre, cbenonfonoperòin ftgrannume- 
10 gli oratori, e profitto» Ecclefiaftici Italiani di qualche nome , che gran 
fatica fofie per effer’il produrre dt tutti loro cognitione e pr attica . E final 
piente à tutti diciamo , che & in quejla , & in ogn’ altra co fa à qucfìo libro ap- 
partenente , quello habbiamo fatto , che habbiamo creduto douer'cfier di mag- 
gior vtilità de' leggitori , e di maggior gloria d’iddio : ne del nojìrofolo giudi - 
• ciò ti fiamo fidati , ma di quegli di molti buomini graui ,epi],& amiiif- 
fmi nojlri , i quali fi come, ou'm alcune cofe ci hanno corretti ,fubi- 
to le habbiamo prontijfimamente mutate ,casi ou' hanno ap- 
prettati ino fin proferì, demo contentar fi i ragione- 
noli, e difcrcti, che arditamente gli habbiamo 

profittiti. E tanto bajlihauer detto , non . 

filo intorno à queìlo ftrupolo, ma _ , 

per compimento ancora de no- 
flri e fecola», & £cclc- 
fiaftici Trolego- 
nierù . 6 con 
l’aiuto 

del Signore pafifia- 
mobomai al - 
t ope- 
ra. 



TAK 





Vemaamoaum rocjis aiuiauur Mttrts , Jeu fimi - 
metris > vel hexametris ,velali/s , fic interprete- 
tionem mentis , qua or at ione fit , dtuidunt , & di • 
fiinguunt vacata membra , tanquam fe danti a ora - 
tionem , qua & deftnunt ìpfa , & in multts termi - 
tris terminant crationem , quia aliter longa ejfet , & infinita > & 
profitto fuffocans dicent em. 

PARAFRA 

I come tutti i Componimenti de’ Poeti, in Ver/l di 
qualche forte, ©lunghi, ò corti, ò interi, ò rotti fi 
diftinguono.'così JeProfe ancora, in certi membri 
vengono diuife; iquali rendono pofato,e propor- 
tionatamente terminato il ragionamento: che peraltro, qua- 
li infinitamente feorrendo , affannerebbe grandemente , e fuf- 
fochcrebbc ( per dir così} c’1 ragionante inficine, e l’audi- 
tore» 


COM- 


I 


6 e II 'Predicatore del Panìgarola 

COMMENTO. 


Ella qucflione della diti fiori principale dell'Opera habbiamo detto, thè tatto 

ÉAM T i ' M 1 — - _ _ • il / * - J 1 -i ~ 1 - I f >. I 


N 

/ altra , otte pana aeua forma , aoé dell’ Eloquenza fin al fine . Habbiamo anche 
detto , che incucila prima parte , ditidendofil a Trofa , cornei n parti integrali , in 
rnembn , e periodi ; de membri puma ragiona Demetrio fin’ alla particella n e 
Hora aggiungiamo , ch’egli nel trattare de’ membri m quelle vndui 



poi de' 



particelle tre cofe fa . Trima, dice , che la Trofa fidiuidcir, membri , e per qudea- 
gtone , e queflo nella particella prima: apprefjò mofìra , come alle volte per isti- 
gare vn concetto yn Jol membro bafli , & alle volte molti ne Infognino, e quello 
nelle due " * ~ |jf fata 

ghn^a. 


nelle due particelle feconda , e terza » e finalmente utile oli' altre , intorno alla lun- 
ghe^a , e bretità de' membri occupa fe flefjò: & ad inferriate quando de'più,ò me- 
no lunghi , ò breui > habbiamo da valerci • Certa cofa è > come ditcuan.o . tire 'I 


comin- 


ciando egli fubito à cercare di che fi componga . la Trofa , affai chiaro moflra ,tbela 
Trofa è il fuo [oggetto ■ & anche è molto propria la fnnilirudtne prefa dal Tocma • 
Solamente è d’ auuertire , che oue dice Demetrio , che da Perfidi vane foni volgo- 
no di flint i i Componimenti de’ Toeù , non intende però , tbe dalle divcrjc infine , 
e qualità de Per fi ricettano la loro differenza formale levane Sede della lorfia : 
perche ^dri flotiti in contrario moflra chiaramente nelliToe fica alt apuolo purnoy 
che dalla varietà della imitatione riceuono la diflintione loro laTragedia , I’Ipope- 
ia f la Comedia , e la Ditirambica : e che non fidamente per cfjer fatto di tali Perfo 
vnToemanon viene àriceuere la determinatone della fua /fette -tome far elicla 
l’Epico dalTEfametrOye'l Comico dal Senario', madi piu, thè perefier fatto in Per- 
fi vn Componimento , non per queflo è Tocma : Onde né Empedocle, per batter fini- 
to in Perfi le cofe naturali > nè Tficandro , per hauer fitmilmente cantate ti Lodi deb- 
l*T triaca, pofjono ragioneuolmcnic demandar fiToeti : nè alcuna compofitionc—»* 


per effer fatta di qual fi voglia Perfi , fe bene vi fi mcfcolaQcro tutte le forti di mi - 
fureinfieme , come fece Chcumonend fuo H ippocentauro , per queflo folo mente* 
rebbi nomedi Tocma . Puoi dire in queflo luogo Demetrio ; thè per efjerei fornii 
( ò per parlar più cautamente ) » Componimenti de’Perfificaton fatti m Perfi , oc- 
corre , che mentre ò fi leggono, ò fi recitano ,ò fi fentono di Perfo in Perfo, thè fi 
finifee , fitruoti quali vno Sodo , oue ripigliar fiato : e quanti fono fini de' Perfi , 
tai/ti àgli aromi noftit fieno quafit luoghi di ripofo . 

Arma vinitncjue cano, Troia qui primus-jifc oris, 

. ’ . Italiani fato , profugus Lauinaque venie 

Littora : mulràm i Ile Se terris iattarus & alto . 

Vini fupcrtim.fatuxmcniorcm lunonisobiram. 

In quella propofitione del P oema di Pirgibo fi vede chiaro , che , oltre il ripofo > che 
riceue l’animo di chi la legge , dalla teminatione del concello , 


più fà reSirare : in modo , tht quattro volte 
Petrar.Sonci.t. 

Poi ,ch'afcoltatcinrime S&fcil fuono , 

Di quei foStii , ond’io nodriua il core 
In sul mio primo glorienti errore, 

Quand'era in parte olir' bum da quel, ch’or fono , 


ciaf cimo de E erfi di 
conforme al numero de' Perfi fi ripojà . 


Qui 





Particella /• 6 1 

Qui veggiamo , che occorre il mede fimo : tu' punto meno occorrerebbe Ce » Far fi d'al- 
tra mani era [off ero 5 cioè non tutti interi ; ma parterotti, come quegli . 

Petrar .Can-%. 8 . <- 
òi è debole il filo,d aà s’attiene 
o| La grauofa mia vita, 

! Che , s’ altri non l’aita , 

K-j Ella fia lofio del fuo corfo à riua-> . 

■ Sì che , che ne i Componimenti fatti in Per fi , al fine di ciafcun de' Ver fi l’animo fi 

•* f tipo fi , questo è chiari /fimo : Ma non è già sì chiaro > che il mede fimo auuenga nel - 

M , le Profe : E però niofira Demetrio , che anch’efle , quando fono ben fatte , hanno la 

medefima commodi tà . perche' l buon Profatore le và così proportionatamcnte dtfiin- 
ln , guendo in particelle , eclaufule , che di tanto in tanto fi dà refpiro à chi le legge , à 

à finte : là dotte . fe Jeir^a quefii interrom pimenti > e fpatu in infinito correff e il ragio- 

à » amento ; nè fiato fi\ trotterebbe sì vehemente , che forza fiancherà poteffe prò- 

* ferirlo , nè orecchio si patiente ,che fetida grandiffima fatte t a bafiajfe ad ajcoltarlo. 

* Cicerone nell'Or atione i . prò P. Quindrio, cominciò in quefto modo: Qux rcs in 

i» Ciuitarc dux plurimùm pofTunc , ex contra nos amba: faciunt hoc tem- 
ili' pore,furnmagratia,& eloqucnriatquarum alreram, C.Aquili.vereor, al- 

ai' tcram metuo. Li dotte già fcnteogn’vno quanta commodità apportino * chi leg- 
y , ge,&d dai / ènte i tre ripòfi , che da tre membri ci nafeono ; il primo, che finifee nel- 
la pania poilunr. il fecondonetla parola cloquentia; ©r titolo, che lamina il 

a emetto : nè punto meno fi vede efprcffa la medefima diligenza , nello iìefjo trin- 
iti àpio del Decameronc, otte dicendo U Boccaccio nel Proemio. Humana cofaè ihauc- 

ejr re comyafjione de gli afflitti , e comc,che a ciafcun j fìà bene, à coloro è majfimamente 

(ri mbielìojii quali già hanno di conforto hauuto mefiieri , ©r hanno' l nottata in alcuni. 

Ih ^finche qui quattro ripofi vi ritrouiamo : vno nel finir fi della parola affluii : l’altro 

[> della parola bene : il ter%o della voce richiesto , e l'vlttmo nel fine del concetto . E 

hi veramente hanno quefie particelle, eclaufule, nel ragionamento tanta propci ricuce 

iò tonte parti de gli animali , che non è inerauiglia feiCi eci k*k* le hanno nominate , 

■j e Cicerone nell’Oratore verfo il fine ,foggiunfe , che ad imitatìone de’ Greci i os re- 

na &è incifa » $< membra dici mus : an^t Herfi ancora domandò talbora le tr.cdcfi- 
Ttt- meclaufule pur Cicerone ; come quando nell'Oratore ad Briitum dtflè) Exduo- 
,0 buscnim vtTfibus.idcfomcmbris.pcrfcda comprchenlìoelt.wW^W fem- 
t Umento fi potrebbe anche dir per giuoco , e dir il vero , che in Per fi fi dtfiingucjfe 

f| la Trofia : ma di quefio affai . > 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

C Ome per dichiarar la fomiglianza, che tirò Demetrio dallcPoe- 
fiealle Prole, c da* ripofi ne’ fini di ciafcun Verfo ,alie paufene’ 
fini di ciafcunaclaufula .adoperammo nel Commento efempi di 
j Pocriò Gentili, ò vani; così, fe horanel Difcorfo, al medefinto effetto ci 
i Torrcmo feruire di Poeti Ecclefiaftici, c facri, chiara cofo è, che non con 
punto minor.òageuolezza , h copia il potrera fart:conciofiacofache non 
folamenre molti buoni Poeti ha hauuti in materie facre.e in ciafcun 
tnnpo laChiefa di Dio.de* ferirti de* quali molti reftano , cmolti più ne 
nmarrebbono fe ingiurie di tempi, e di Tiranni non ce gli haueflero tol- 
ti : ma ncll’iltcfle noltrc fcrittiuc Canoniche ancora, cosi antich i vi fon i • 

Poemi, 


I 


6l II Predicatore del Panigaroh 

■ Poemi , e i Verfi , che con moka ragion portiamo credere , quindi delta 
Pocfia , e della materia le regole edere (late cauatc , e gli infegnamenti» 
Scriuc nella Deca hiftorialc nel Lib. i. al fecole i. della fua Poetica ij Si- 
gnor Francefco Patrici, huomo eruditismo ,e dottilTìmo infieme, & in 

J uefta cognirione di Poetica hi(loria,anzi miracolofo,chc lodeuole: 
Ihe il primo Poeta, di cui s’habbia memoria, fù Giubal anteriore al dilu- 
tiio per centinaia d’anni , del qual dice Mose nelle fcritturcnoftrc, che 
Jpfe fuit pater caaentiam Cttbira , & organo , Gene fi,. Ma che nelle fcrirturfc 
niedefimc vi fieno Hebraici Poemi ; troppo chiaramente il dice San Gi- 
rolamo nella Prefatione in Giob con quelle parole , Quod ficai videtarin- 
crcdklum , mctra fcilicct effe apud Hebrxos > & in mortem nojln h lacci , Grxciquc 
T indoli oC ~d.ic.u-, & Sapphas, vel Tfalterium, vel Lamcntxtioncs Hjcrcmix , vet 
ornuia fermi fcriptararum Cantica comprebendi legai Vbilonem > Iofepb.vn, (inge- 
nera , Cxfarienjem Eufebium , & corum teflimomomc veruni dicere comprobabit . 
Di Dauid, ch'egli in varie mifurc , e forti di Verfi componertc i tuoi Sal- 
mi , è chiarirtirao. I Prouerbi di Salomone fi tengono fatti in tetrametro 
giambico. 1 Treni di Gicrcmia, e’1 Cantico de’ fanciulli nella fornace in 
Vcrfo Saffico. Il Cantico di Mosè ncll’vfcir dell’Egitto fu in Vcrfo eia- 
metro. E’n quella parte dell’Opera di Giobbe , la qual’è in Verfi, dice 
San Girolamo nel Prologo fopra lo (ledo Giobbe , che > Hexametri ver fu 
font, daftylo , fpondeorjue atrrentes, & propter lingua idioma crebi o rctipietitei,&’ 
oboi pedes , non earandem Jyllxbarum , J'cd eorwidem temporum. E pure , fecon- 
do l'opinione di tutti i migliori , più antico fù Giobbe di Mosè , il qual 
Mose , come confetta Portino medclimo inimiciffimo noftro , al tempo 
di Semiramide vide più di ottocento anni innanzi alla guerra di Troia, 
doppoiltìne della quale non di minore fpatio,che cento , c cinquanta 
otto anni, come fcriucHcrodoto, nacque Homero. Che fenon delle 
Canoniche fcritturc; ma de gii Ecclefialtici Poeti, òdi coloro, che fia- 
cre, & Ecclcfiafliche cofc hanno fcritto in Verfi , vogliamo ragionarti , 
lunghirtimo fie ne potrebbe tefiere il Catalogo . Come farebbono fra’ 
fuoiEtfreno , fra’ Greci Gregorio Nazianzcno, fra’ Latini più antichi 
Damafo Papa , Ambrogio , Paolino , Prudcntio, 1 lario , Vittorino , Pro- 
fpcro, Aquirano , Alcuno, Accito,Sedonio, Apollin.irc, Venantio, For- 
tunato, Iuuenco, Aratore, Boctio, & altri: e de’ più moderni , Monfign. 
Vida nel la Cri flcidc,i 1 Sannazaro Ce parta Virginiii&De lamentatione C hri~ 
Jii. E quello, il quale àgiudicio de’ più valenti huotninià ninno cede, 
ne de’ moderni, ne de gli antichi, il Padre Francefco da Spello, minor 
oderuante, nella fua vgualmcntc bel!i(Tima,c diuotiffima Francifchia- 
dc. Quanto all’Italiana nollra fauella, perla riucrenza, chc^fidcut-» 
portar alle Sacre e Teologiche cofc , non cosfimetri hanno hauuto ardi- 
mento di trattarne in verfi : tuttauia con molta laude l’hanno fatto' alcu- 
ni : come à’ nollri tempi nelle fue rime Monfignor Fiamma , Vefcouo di 
Chioza, & altri vi fono flati,! quali Latini verfi Ecclefiailici alla no- 
flra lingua hanno felicemente trafportati: come tradufic marauiglio- 
famcntc quelle di Boctio MefTer Benedetto Varchi . Et i medefimi Poe- 
ti Chriftiani clartìci , à luogo à luogo frale vanità de' lor foggetti amo 
roti , ò altri , cofe di Dio hanno frammede , e di lor altamente verfifìca^ 
ro. Come in molti luoghi fece Dante, Se il Petrarca medefimo per efem- 
pio, nel Tonetto VadredeiCiel , nella Canzone Vergine bella » e altroue. Si 


Particeli* I', 

chedueper efemplificareciòche de’ verfi dide Demetrio,ci Sentiremo 
nel Commento de* verfi , ò gentili , ò vani , cioè della propofitionc del- 
l’Epeide di Vergilio, e del primo quaternario del primo (onetto del Pe- 
trarca: hora diciamo chc’lmedefimo fi conofcercbbe chiaramente. Se 
vgualmente nc’ verfi de’nodri Poeti Ecclefiaftici . Come fé adducem- 
mo i primi quattro d’vn'Hinno di Santambrogio . 

*4 e terna rerum condi tor 
TipEfem diemque qui regis i 
Et tempora dos tempora , 

Vt alleues fajlidium . 

ò la propofitionc del Libro De P artuVirginis del Sannazaro in que’ Verfi. 
Pirginci partus , magnoque aquaua parenti 
Vrogenies , fuperas Cali qua mifla per aurat 
^dntiquam generis labemmortatibusagris 
*4bluti, objtruttiquc vtam patcfecit Olympi ; 

Sii mihi calicola primus labor : hoc mibi primùm 
Surgat opus . Vos auditas ab origine caufas. 
il tanti feriem ( fifas)euoluitc . 

ò come fc in noftra fauella Italiana del primo Quaternario nei primo 
Sonetto delle Rime fpirituali di Monfig.Fiamma ci feruifiìmo>che dicci 
De Perente tue fan te alme fau il le 

Tal foco in me. Cornino Signor, s’accende. 

Che non pur dentro l’alma accefa rende 
Ma fuori ancor conuien,che arda, e sfauillc. 
ò di quello del Petrarca.. 

I’vò piangendo i mici'paflati tempi, 

Iquai polì in amar cofa mortale. 

Senza leuarmi à volo , hauendo l’ale , 

Per dar forfè di me non balli efempi . 

In tutti i quali luoghi , fenza fatica, c troppo bene fi comprende quello^ 
che dice Demetrio : cioè, che oltre il ripofo, che riceuc l’animo di chi 
legge , òfen te nel finirli , che fi fàd’alcun concetto, occorre di più, che 
di Vcrfoin Verfo nel finir dcll’vno, prima che cominci l’altro,parc, che 
e chi dice, e chi fente , habbiano altrctanti fpatijper ripofare , e per ripi- 
gliar fiato . . Ma palliamo alle Profc, nelle quali irj>rimo precetto.che dì 
Demetrio è , che à fomiglianza de’ fopradetti ripofi ne’ Verfi habbiamo 
anche noi à formar le Profe , così proportionatamentc didime in clau- 
fole , che à chi le legge , ò fente,diamo commodi fpatij per ripofare . E 
quelle claufole fon quelle , le quali perche hanno quella proportionc al- 
ia Profa', che hanno i membri de’ loro corpi à gli animali , però da Gre- 
ci cioè membra vengono nominate. E fc ral’hora anch’cflc in par- 

ticelle minori fi didinguono, quelle particelle u-ppumi, cioè incifa fi 
chiamano . Cofc tutte , le quali come primi principi; quali & elementi 
dcll’Elocutionc , bifogna per forza, che habbiano conosciute molto bo- 
ne que* nodri Ecclefiadici , i quali non folo intelero , ma lederò gii pilr 
blicamente Retorica ad altri , come Tappiamo, che fecero Origene , e 
Pierio in Aleflandria, Lattando inNicomcdia, Arnobioin Siria, Ci- 
priano in Cartagine, S. Agodino in Cartagine pure e in Milano,e in Ro- 
sa^ Se altri moki. Ma di più hanno ijme defimi ne* ter itti lorolafciaxc 


*4 7 / 'Predicatori del Pannar ola 

« memorie, e regole di quelle medelì me cofe. Et in particolare di qoéZ 
fti membri, e incili parla Sant’Agoftino ucl 7. capitolo del quarto libro 
della Dottrina Chrilliana, e dice à punto anch’egli , che qucltc claufule, 
le quali nofìri membra, &■ inafa Gran «o'm vocant i e feguicadi 

più à ragionare del periodo dicendo » fequttw amlutus ,/ìue circuititi , quem 
*•« fitto* illi appellala.- Ma per hora quello non è à nollro propolìto : l’im- 
porranza è, die nel medelimo luogo» «Se vn poco più ballo, egli moilra 
chiaramente, come nelle Canoniche fcritturc s'oflentalTc già quello, che 
Demetrio infegnò , poiché li douelfe tare ; cioè , com’elfe in proportio- 
natc claufule fodero commodilliniamentc diftintc : Per olimpio , que- 
lle parole di San Paolo : Tributano patienttamopeiatur , paticntia autem prò- 
batmern, probatio vcròfpem: dic’cgli.che non folamente contengono quel- 
la figura, quxi u-ipu^ Gracts, Latine vero d qmbujdam eli appellata Gradano : Ma 
che di più hanno quella bellezza di eller proportionatamciite d'uifein 
tre membri , Quorum dlud eft primtm, quoniam tributano paticntiam operano \ 
feemdum , paticntia autem probationcm ; tcrtium probatio vero fpem . E più baf- 
fo, pur nelmedclimo capitolo, facendo egli conlideratione intornoà 
quel luogo di San Paolo nella i.de’ Corinti, al l’vndecimo,che comincia: 
Iterum dico y nc quii me exiflimet tnfipientem efle , atiqquin velia mfioientetn fufei - 
pile me.vt &• ego modicum quid gloticr . oltre molti altri fuom, ch’egli vi no- 
ta dentro,dicc di più, che lo Iplcndor maggiore di lui nalce dalla propor- 
tionata, c varia pofatura, c dillintione delle c'aufule: Ecco le parole (lef- 
fc , Quanta fapientia ijla fini ditta, vigilantes vident : Quanto vero eloquenti s cu~ 
curro wit flamine >& qui flertit, aducrtit . Tonò autem qui nouit , agtiofiit , quod 
ea cafa , qua commata Grati vocant , ZT membra , dr circuminu , de qmbus pautò 
ante differui , cum dccciitijfìma varietale interponerentur, toram Ulani fpeciem di - 
Oioms , zr i l ua f l flit valium, quo etiam indotti deleliantur tnoucnturq ue,feccrunt. 
San Girolamo nella fcpiflola ad Paulam Vrbicam de intcrpretationc Ipbabeti 

Hebraiti . prende la parola Comma in fcntimcnto di Poclìa , c non di Pro- 
a> ouc ragionando de* primi due Alfabeti delle Lamcnrarioni di Giere^ 
mia dice . Habesin lamentatitmibus Hicr ernia quatuor o ilphabcta , e qmbus duo 
prima , qua fi Saphico metro [cripta funi , quia Irei (''erficulos, qui (ibi connexi Junt , 
& ab vna tantum luterà incipiuntyHaoiti commacoruludit. L veramente preflo 
i Poeti Comma propriamente è quel mezo Vcrfo di due piedi foli, che d 
orette doppotre Vcrliftffici,comefarcbbc,doppo quelli tre. 


• lam filis terris niuis, atque dirti 

Grandinìi miju pater: & ridiente 
Dextera facras taculatus artes ; 
Comma è quello, che fegue, 

T ermi vrbem. 

Edoppo quelli tre; 

ytqoeant laxis refonare fibrii 
’ Altra geflorum famuli tuorum 

Solue pollati tabi; reatum. 
Comma Poetico c quello . 

Sanile Joannes. 


Etin quello lenttmcnto Poetico lo prete nel luogo fopracitato San Gii 
rolimo : il qual nondimeno per quello , che appartiene alle Protè ben 
conobbe, che Coibwm era quello, che i Latini chiamano Cafum , ò ina funi, 
r- •» cioè 


•V * • 


I 


Particella I. 6 $ 

f ‘d’oèvna breuiltìm* claufuletta,ad vna particella d’vna giunta claufu- 
s ]a , come diremo più baffo à luogo proprio : E però Commatico doman- 

t, da egli Ofca , perche in brcuillìmc claufulcttc rinchiudine i Concetti , 

à dicendo nel Prologo fopra la Profetia di lui . Ofeas Cmmaticus cfi,& qua- 
j fi per fentcntias loqutns . Ma conobbe di più San Girolamo quanto cor.uc- 

s* niffe, che l e Prole per Cole, ò Cornine, cioè, come dice Demenio , in 
certi giudi ripofi fodero compartite : Anzivcdcndocgli,chelafcrittu- 
ra Santa hautua fenz’arte quello Diuino artificio, ma che perla mala 
pumuatione de’ comprili era quali cofifufo,pcrò in Efaia, c nel Parali- 
pomenon dice d'haucrla egli fcritta in modo , che i Coli , Se i Con mi fi 
difeer nano. In E faia nel Prologo con quelle parole. Quod in DtmofUx- 
ne, & Tullio folci fitti, ri per Cela fintar, tur, & Immota, qui vttqut Ttofa,& 
non Verfibus eorfatpfi ruta ; 'Kos qucqn rttlinti Iceentium jicuidintes , irtir- 
pretatwniniuoilu>rnrouo jitiLci.di gcnnedifinxin.us . End Prologo primo 
del Paralipomenon vcnbjl fine, con qui il 'altre . Qua. firiptorumconjufa 
funtuitio per uci fnnrt, (da d^cj]i . Cue ncn vcgliam inarcare d’auuertire , 
i che predò à’noltri Padri Lcclefiallici antichi ,gran difftitnzaècht vna 
i Pro’lafia fcritta per toh uerfuum , oucro per ucrfus (empiiamone : fcriue- 
y re, per cola uerfuum, è feri u e re di clan fida in cinofilia, c tanti Vcrli s’inten- 

i dono ferini in qt’iflo ftntinunto, quante fono leclaufulc della Pro- 
J fi , che altri ha fcritta : Jà douc molto diuerfa cofa è Io fermile per 

ii ucrfus. E Sant’Agoltino l’cfpone in Speculo Sana firiptura , ouc dice, 

cr che molti Latini e Greci, nello fcriucr Prole, ò che finita , ò non fi- 

« nita la claufula, ogni fei parole della Profa, ò lunghe, òbreui, che 

% foffero , nominauano vn Vcrfo, & ogni dcdcci due Verli, c di ma- 

no in mano: in quel fcntimcnto, nclqual diffe San Girolamo, che.; 
Crigenet in Cantica Cantiiorum firipferat Verfus ferè uipntimilha , e che Gre- 
gorio Nazianzcno. Opera [ua lonclufit Vcrfibus ingioia mtUtlus . E che Mi- 
lano ne’ Salmi, Mutmtus eSt ex Origene Verfus prope quadrapnta indila, 
c che egli llcffo nella Epiltola à gli Efcfi. Dulabat qualiiet die terfus 
trulle. In quello medi-fimo lignificato dice Diogene Laerrio , che al- 
cuni Volumi di Arillotile, Continebantur Ver film quinquies ralle ticeen- 
lit, & triginta. E quello, che dicemmo di (opta, ihc Demetrio Fa- 
lere© noliro in moltitudine de’ Libri , e numero auanzò molti Peri- 
patetici» Ma di quello affai . Bada, che hanno dunque conofciuto i 
«offri Padri nelle Scritture Canoniche medefime , quella dillinrione, 
ò pofatura di Claufulc, che inftgna Demetrio in quello luogo. Efe 
dc’mcdcfimi Padri, 6^ altri Autori noflri, c Latini, e Volgari vo- 
gliamo ragionare, al ficuro non hanno eglino meno diligentemente 
efferuato quello precetto di quello, che habbiano fatto i Gentili, ò 
fecolan Autori’, E fc Cicerone diffe. Qua dua res,Ceat- e fe il Boc- 
caccio dille. Humana cofa è quello, clic l’cguita, per certo, che 
non men bello è il compartimento delle claufulc: cue Lattando diffe. 
Magno , Cr cxitUenti ima. io uni, tutu fe doti un a perutus dtdidifjcni , quic- 
qmd latenti poterai in: [adì , (ditco.ptis or nibus , ad inquirenda uentatis i.u- 
ìium eeriOticihiif, e.uhimautes multo tjjc puntarmi bun,anarum , Dminarum- 
que renimi inuefupie, ae fine rationtm , quan. aut fìruendù opilus, aut cu- 
fauLmdts bcncribus i ubante. E dGue ccn lemma candidezza cominciò 
il Padre Iacopo paffauanti il fuo Labro, dicendo, 

V • Vi 


Della 


66 . Il f "Predicatore del Pa/iigaroLt 

Delia Penitenza volendo vtilmentc, c con intendimento fcriuere,tf 
dire , conuicnc , che ciò fi faccia per modo di ordinata , c difcreta 
dottrina; parlando aperto, e chiaro, accioche i Leggitori agcuolmcn- 
te pollano intendere , e comprendere quello, che fcriuendo fi dice • e 
fcguirc efficacemente con l’effetto deli-opere qucllo,che più chiaramen- 
te s intende . E tanto batti per quello primo Difcorlo . 


P ART I CELLA 

SECONDA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 



Ebcnt fané fententiam adxquare membra bue : alienando qui- 
dem totam fententiam ,^ceu Hccatxus inquit in principio /rifio- 
riti E KATatof lAtKitriu Sji /xv$cÌT<ti . (omprehenfa cairn ejl f in - 
tentiti tnenbro loto tota: amboque fimul definii ut. 


PARAFRASE. 

a A èd'auuertire, che di quelli membri alle volte balìa 
vn folo per Spiegare tutto'l concetto, che voglia m far* 
intendere, come fu, quando nel principio d’vna lua 
hilìoria Hecateo diffe . 

Hecateo MiJefio così fcriflc . 

Oue veggiamo, che non volendoci egli far fapere altro, fe non che 
di lui erano i foglienti fcritti,aiTai ballò vna claufula fola ad ifpie- 
garecio . 

« 

COMMENTO. 


C On ordine belliffìmo, poiché hà mo firato Demetrio qual fia il frutto delle 
diflmte claufule,ò membri nel ragionare :paff a bora à dichiararci la na- 
tura , el'vfo de" mede fimi : de’ quali bora vn fido balìa per compitamente ab- 
bracciare tutto ciò, che vogliam dire, &hora ( come vedrem più baffo ) molti 
infieme bifogna,che’l facciano. Fù Hecateo, di cui ragiona qui il nofìro tuto- 
re, figlio di Egefandro, e fiorì nel tempo del Kegno di Dario, futeeffore di Cam - 
biffi fù Difcepolo di Titagora, tfù il primo, che in Vrofa ferine fie Hiflorie: ne 
ima fola ne fcriffe, ma molte ;fe ben’ingiuria di tempo tutti i (omponimenti di 
lui cibd lettati, eccetto que' pochi frammenti , che pref lo ai Ateneo, 4 Snida , d r 


T arti cella 11, 67 

mJ «offro Demetrio fi ritruouano,fra‘ quali, queflo, che ìsabbiamo per le mari, 
fe bene non poffiam fapere di quale delle bifiorie di lui fofjc principio ; fappiamo 
nondimeno, che d’vtia di loro lo fùfenza dubbio ;in quella maniera, che Herodo- 
to,e Tucidide, e tutti gli tutori antichi ne’ comincianienti dell' Opere loro , fa- 
migliaci inferii tioni erano accoflumati di porre . Egli certo in vn membro fulo 
compitamente (piega tutto' l concetto, pofciache non hauendo Hecateo altro pen- 
derò, che d’infegnarci l’autore dell’Opera feguente, afidi chiaro ce lo dimojlra 
queflo membro foto-, 

Hccata’us Milefius ita fcripfit. 

Hecateo cJMilefto le feguenti cofe fcrijfe. 

Tal fù il principio del Librò della Guerra ciuile,ne’ Commentari di fifa re, oue 
egli invna clan fula folachiufeil fuo primo concetto, dicendo: 

Gallia ed omnia diuifa in partea tres. 

Tal il principio dell'Orationc di Lftlarco Tullio prò _ Aulo Cluentio. 

Animaduerti , ludxccs , omnein accula toris orationem m duas di- 
uifamefle partes . 

Tal il cominciamento de gli Annali di Cornelio Tacito. 

Vrbcm Romam à principio Rcges habuere . 

Tali tutti oue' membri, co’ quali Cicerone inuehifee cantra Caldina. 

Quoufque tandem abutere , Catilina patientia noftra? 
Quaindiu nos furor irte tuus eludet ? 

Qucmad finem fefe direnata iaciabit audacia ? 

B nelle Volgari Trofe, tal à punto ppò dir fi quella claufula del Boccaccio , oue 
doppo la deferittione della pefie dice, 

medefitno increfce andarmi tanto tra tante miferieauuolgcndo. 

£ più giù vn poco : j 

"Pampinea, fatta Brina, comandò, che ogni huom tacefie. 

Tfei quali luoghi veggiamo auucnire il mede fimo, che di [opra diceuamo : 
Cioè , che con vn membro fola J piega altri compitamente il concetto , che hà in 
animo di farci fapere . . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

R Ifpondonoalla infcrittione di Hecateo Milefio, ma con molto 
maggior macftà, le inferi «ioni, che veggiamo noi nc’ noftri Pro- 
fctijcomc farebbe in Efaia : Verbum,quod uidit Ifaiai filine ^tmos fiu- 
per Iudam & Hierufdem . In Gicrcmiaj: Verba Hieremia Tropheta fili ] Helcix , 
de facerdotibu ,qm fucrunt in ^ Inailrothàn tetra Beniamin. I n A bacucco: Onus, 
quodiudit HabacucTiopheta. E molte altre, che tutte hanno la medefima 
proprietà dteta da Demetrio, d’abbracciare in vn membro folo retto il 
concerto : Che fc al principio di Cornelio Tacito cerchiarli corrilpon- 
denza, altro che, 

Vrbem fiprnrn à principio figga habuere. 

Pare à ine, che fia il fentir dire : In principio creami Deus Caélwn , & terram, 
O neramente, In principio eratuerbum . 


£ z Efc 


68 II Predicatore del Panigarola 

E fc molti membri tali vogliam truouare continouati inficine , de’ qua- 
li ciafcuno da fé fenz’alcuna collegatione con l’altro finifca il fuocon- 
certo,ecceIIentcmcntc ci ferue il principio de’Trcni,con quei tre mem- 
bri continouati . 

Quomodo fedet fola Ciuitas piena popolo ? fatiteli qua fi uidua domina gentium: 
TrincepsTrouinciarum falla eli pub tributo . 

Oltre che, (c per gli’ntcrpreti Sacri volefiimo difeorrere, infiniti e- 
fempij potremmo apportare: nè c’importerebbe molto, che Cicero- 
ne faauefTc detto, 

Quoufque tandem abutere. Coti lina, patientia noflra ? 

Quamdiu noi furor i/le tuus eludet ? 

Quem ad finora fefe effrxnata iaftabit audacia ì 
Poiché Nazianzcno nollronell’Oratione ad *Arrianos , & de feipfo , nel- 
la medefima maniera fece inuettiua con membri difciolti dicendo; 

Vbi funi tandem qui paupertatcrn nobis exprobrant , opesque fuas infolentcr ia ■» 
8 am ? Qui Eccleftam muli nudine definiunt , gregemque exiguum ajpcrnantur ? 
Qui Diuimtatcm mentiuntur, & plebem appenduutt Qui aren un in pietioba- 
bent j {fr ipfa mundi lumina comunichi s ajfuiunt ? Qui denique conchas agge- 
runt , c 't margarita s contemnunt ? 

Nel Volgar noftro Italiano fimilmcntc , con vn membro Spiegò tutto 
il Tuo concetto i 1 Paflauanti quando di (Te . 

La penitenzaè la feconda tauola doppo il pericolo della naue rotta-..' 
Et il medefimo fece Monfignor Cornelio , quali nel fine della Predica 
delle Ceneri , quando con due continouati membri, due felicitimi con- 
cetti fpiegò , dicendo , 

Chi fugge il peccato, fugge ogni male. 

Chi fi conucrre à Dio hi ogni bene. 

E noi ancora nel principio della Predica fatta nelle miferie di Parigi, 
comparando la Cnicfa Santa à vna Vigna, alcuni membri :crommodara 
mo, de’ quali ciafcuno il fuo intero concetto rapprefentaife dicendo, 
Vigna, che hà le radici in Cielo , e i rami in terra . 

Vigna, che coltiuatada Agricoltori terreni rende frutti Cclefti. 
Vigna coi fiori d’argento, c i frutti d’oro. 

Vigna, che di Smeraldo hà i pampini, e le foglie. 

E quel, che fegue. 

PARTICELLA III. 


Tefto di Demetrio tradotto da Pier Vettori . 

Liquando tamen membrum totani quidem non implet fenten- 
£f* tiam : parttm antem totius totam . Vtcnim cum manus fit 

totum quoddam , partes ipftus tot £ totius funt . ceu digiti, & 
cubiti : proprìam enim circumfcnpt'ioncm babet barum par- 
tium vnaquxque,& proprias partes ; fic & /enteriti* a'icu- 
ius,qu * tota fu magna,comprebemìi m ea pofìent partes qu*~ 
dam ipftus integr * exiftentes,& ipfx. Quemadmodun in principio „ Anabafis 

Xeno - 


Varttceta, 111, £9 

kenophentu hot ìpfùm . &*pn'ov tgl Td.pi iràriPe t vffque ai Utùrtpot t ì uòptc 
pe rffcda omnis fententia efì : qua autm in ipfa ffunt membra duo , parte s qui - 
dem ipftus vtrunque tortati e fi. fententia autem m vtroque impletur qiudatn. 
proprium fintm babau , ceu e.opfiw TopvrJril tc ylr^rtu t sZJu ■ ba- 

bet enim quondam inteeritatem fententia ipfa per feipfam: quòd “Dario, & 
Taryfatidi nati funi filij : (f eodem palio alter um membrum , quòd Tlpir/Sy- 
rtptf òpTo^ip^Mf, rtainptt H Kvptt . Qua re membrum , vtait fententiam 
contintbit aliquam omnino ,ftue tot am, fitte totfus partem totam. 

PARAFRASE. 

T altre volte abbracciando il concetto piò parti , 
eglimcdcfimamente iiefprimccon più membri, 
de’ quali ciafcuno in tanto è compito, inquanto 
compitamente fpiega la parte, chegli tocca , e cia- 
fcuno non è compito, perche di tutto il concet- 
to principale vna fola parte ci rapprefenta : In 
, nella quale l'indice della mia mano, fc in fe (ledo 
lo confiderò, perfetto membroe, percheè dito : ma fc inrifpetto 
alla mano lo nfguardo, di tutto quello membro, nonèegli altro; 
che vna picciola parte. Efcinpio di quello poflìamcauaredal co- 
minciamentodeli’Anabafe di Senofonte in quelle parole: Dario, 
c Parifatidc hebbero due figli , de’ quali i 1 maggiore fu Artaferfe, 
il minore Ciro; oue veggiamo,che volendo tutto queOo intero con- 
cetto farci fapcrc due cole , che Dario hebbe due figli , e quali furo- 
no; à ciafcuna di loro rifponde i 1 proprio membro j alla prima il pri- 
mo fino alla parola figli , e alla feconda il rimanente ; e ciafcuno de* 
membri compito non è, perche non ci dà tutto il concetto , e com- 
pito è, perche compitamente ci dà la parte, chcà lui tocca del con- 
cetto. Si che reiti dunque conchiufo, cheli membro, òlaclaufu- 
la, che vogliara direfemprc,ò tutto il concetto abbraccia , ò tutta 
tna parte di lui. 

COMMENTO. 

N on è fi facile la'ntelligpr^a di qucfto luogo, come altri potrebbe hnagitiare-J : 
perctoche fi bene affai ageuolmente fi vede quello, che Demetrio vuoldi- 
re ile cagioni nondimeno, per te quali egli lo debba dire, fono affai tuf co- 
ffe. Eoli in tutto qutflo libro della Elocutme ordinatiffimamente procedendo , 
tome dicemmo ne' prolegomeni , dalle cofi più fempl'ci paffa alle più compo- 
ffe, corre iocbe ( dalle parole in poi ) in tutto l ragionare , niuna coffa i più fim- 
flkc del membro, ò della claufula : però di qui cominciando, dice , che tutto 

E ì il par - 



70 fi ‘TreAicttorc del Pamgarofa 

if parlare in Trofidì claufule fi f àie in claufule fi disìmguc . Tiglia poi per Iti 
mani quesìo f oggetto : cioè la (bufala : e di lei , prima che palfi ad altro , moHra-t 
tutte le paffio/u al fuo intento neceffarie : primieramente l'vnilà.e la pluralità , 
cioè che de' membri alle volte vn foto comprende tutto il concetto, & alle volici 
molti ve ne concorrono: -Jpprcffola lungheria > e la breuitd: cioè, che la clau - 
fida alle volte maggiore moltitudine di parole contenendo è lunga affai , & alle vol- 
te sì breue , cioè incifofi domanda : e ciafc una di quelle i proprtj fuoi tempi , c luo- 
ghi tiene , oue conucnicntcmcmc debb'cficrc adoperata : "ìfel terzo luogo , trat- 
tando dei mcdefirnt membri la iifiolutione , e la intrecciatura , cioè, quando s' ado- 
perino in modo ebe't ragionai e reflt difciolto, ò s'intrecci, e fi faccia periodico. 
Tafi'a in quella maniera à con fiderare il periodo nella particella duodeiinia , come di 
mano in invio onderemo a' fuoi luoghi vedendo. Ter bora bufi raccordarci così io 
confufo l'ordine, che tiene Dcmctno per alcunacofa , che direm poi, e rammentar- 
ci , che in quello luogo egli tratta ( per dir cosi ) la prima pafiìone del membro , cioè 
C vnità , e pluralità ; e mostra , che alle volte vii membro folo contiene tutto il con- 
cetto, come quel principio dell' Hi fioria di Hccateo . lìce ateo Mtlefio così fin fi e . 

Et alle volte più membri bi fognano ter abbracciarlo , come due fe ne veggono in que- 
fio principio dell'ut nabafe di Senofonte. Dario e Tonfando hebbero due figli, de’ 
quali il maggiore fu Jl rtaferfe , & il minore Ciro . Cofe tutte , le quali , come di- 
ccua,a j>i ima veduta paiono faciliffime: Ma all' bora diutrr anno difficili, quan- 
do non contenti noi difapere , che alle volte il concetto intao habbia rn folo , & alle 
volte più membri, dimanderemo a Demetrio, qual è la formalità della molti} licer 
itone de’ membri, e qual è la regola, perlaquale io poffa [opere, chequcfh fieno 
tanti membri , e che non fieno vn folo . Come farebbe in qucjle parole : Dario e 
Tarifatide Irebbero due figli , de' quali il magare fù *4rtaferfie , & il minore 
Ciro: perche Irò io da credere , che vi fieno due membri, e non più lofio vn folol 
onero qual è quella cofa , che fà che fieno due, e non più tofio tre è vno in quelle 
voci Dario e Tarifatide hebbero due figli: l’ altro in quelle , de' quali il maggio- 
re fu -drtqferfè: il terzo in quell'alno, & il minorcCiro. Quella difficoltà, 
la qual è nondimeno importuni iffitna , mai non habbiamo veduto chi fin quìi' Irai * 
bia pur tocca : E s’ alcuni incidentemente ne hanno detta alcuna parola , per vna*> 
di aucviec’è parutodi vedergli caminare, ambe a giuditio noflro molto lontane 
dal diritto’ camino, percioche fe cauano L'vnità , ò pluralità de' membri dalla lun- 
ghezx*> ò breuitd del ragionare, che fi fa per ifpicgiare il concetto, quefta non 
è buona firada. E fe dall' e fiere il parlare o difciolto, ò intrecciato credono, che 
babbia a cauarfi quefla regola , anche qui fallano allo ingrofio : ma facciami me- 
glio intendere . Quanto alla lunghezza > « breutù ; il dire , che qu.aido noi ve- 
dremo vn concettolungamente f piegato con molte parole ; allhora duerno tffer cer- 
ti che più membri lo diuidai.o ; E che quando vedremo il mcdcfnno breuifjìmo- 
tnentc, e con pochi fiime parole diflcfo , potremo affi curar ci che vi fiavn membro 
folo ; quella è vna vanità y e vn dir niente : perche alle volte concetti con molte*-» 
parole fpieg.iti hanno un membro folo: e bene fpeffo in poche parole due, e tre, t 
più membri fi contengono . Tcrcfbnpio. Rempublicam, Quirites, vitam- 
que omnium vcllrutn , bona Fortunas, coniugcs , liberosque veftros, 
acque hoc domiciiium Clariflìmi Imperi;, fortunariflìmam , pulcher- 
rimamque Vrbcm , hodierno die, Dcorutn immorralium erganos fum- 
mo amore, laboribus, confili;s periculisquemeis ,ex damma, acque 
ferro , ac pcnè ex faucibiu fati ereptam vobù confcruacam , ac re dito* 
tam vidccif. 

cW 


Particeli d III, 7 1 

tesi comincia Cicerone la fisa oratione in Lucium Catilinamad Quirircs . F. 
tutte le parole dette di fo fra, che fono quarantafei, ogni mediocre intendente 10- 
uojìerd , & confeffarà fcmpre.chc non fono fe non un membro folo: Dall'altro canto . 
O tempora, ò rnorcs, Scnafus hoc iutclligir, Confili videt: hiè (amen 
■viuit ? 

Equa lo fìeffò Cicerone contralo fìeffò Catiliua nel principio della prima crratù ne, 
adoperale fopraf ritte parole , che non fono fe non dodici , & ogn'uno vede 1 he dc>. - 
tro m fi formano cinque , ò membri , ò incifi che uogham dhe . Dj modo che , fe tolle- 
ra in quarantafei parole nonni che un' membro, & in dodici uè ne fono cinque > 
non è dunque fana regola per conof ere l'unità , e plwralitàde’ membri , la pauct- 
tÀ , e moltitudine delle par ole » 

Il Boccacci nel principio della prima 'Kouella dicendo , Conucncuolc cofa è 
cariffime Dome , che ciafchcduna cofa , la quale l bucano fa, dallo ammira- 
bile e Santo nome di colui , il quii di tutto fu fattore le dia principio, in poco 
meno di trenta parole non più d’ un' membro , ò due formò e\ nondimeno oue Bru- 
no , e Buffalmacco tornati di Magnolie jgudano Calandrino dicendo , Che è que- 
fto Calandrino ? uuoi tu murare ? ciré noi ueggiamo qui tante pietre : e Monna T ef- 
fa che ha ? e per ciré tu l' babbi battuta : che novelle fon qutjle ? con allietante parole 
per a punto Jè ne formano fei . Che più ? il mede fimo concetto di Senofonte detto in 
quefia maniera. Dario grand iffimo l\è ,fra tutta t‘ antichità i Rimati /fimo , da Tari- 
fatide bonefliJTìma , e belhjjima doma ,fua moglie , due confimi , e gentdijjitni fi- 
.-trtaferfe prima , e Ciropoi per gratta di Dio datore d ogni bene ricevette: in 
tre ut acre paro/e non batterebbe fatto , che vn’ membro foto . e dicendo conte diccna- 
tno di fopra Dario e Tarifatidc Irebbero due figli > de' quali il maggiore fù-Artcfer- 
je,&tl minore Ciro , in manco della metà delle parole , ne viene a far due , e for- 
fè tre. Dunque reftì chiaro, che per la lunghezza , ò brevità del ragionamento in 
Tn concetto , non fi ha da curare , che 6 più 0 meno fieno i membri , chela fpiegano . 
Oltre che fe la lunghezza fof]c cagione della pluralità , molto poco ordinatamente fa » 
rebbe proceduto Demetrio, trattando prima l'vnilà e pluralità de' membri , che In-, 
lunghezza , e brevità loro : pei che è per reotica'da si nftotilc , e per pratica fappia- 
mo da Euclide , e da tutti gl'intendenti ; che qualunque voltaduecofefi trouano . del- 
le quali la corninone d‘ vna pende dall'altra , quella Infogna prima trattare , che fcrue 
per mez° a faci conofcere l'altra , e non in contrario . -4 rgornento che può feruire 
per farci intendere l'inettia dcllà feconda flrada ancora , che noi accennammo di fo- 
pra . Tercioche fc per la'ntrccciatwa , ò ofienfione delle parti del concetto fi co - 
nofceffe l’vnità , ò pluralità de' membri ; male medefimamente batterebbe fatto De- 
metrio à non trattare prima , come i membri formino il periodo , e poi come dalla loro 
intrecciatura fe ne conofca il numero : Ma contra quefio penfiero v'è di meglio : per- 
che come ri ferirà Demetrio vnpoco più baffo, in fegna ^triflotilc mede fimo , ched‘ - 
vn membro folo fi può fare il "Periodo > dunque non può effer vera la regola , che oue 
"Periodo fi troua, quivi fempre piùmembri s'habbia aconchiudeie che fieno . Teròdi 
quefio piùefatta intclligpiza s'acquiflcrd , oue del Periodico ragionare tratteremo . 
Ter bora poiché ni Li lunghezza brevità, nèla ofienfione ò intrecciaturafono mez- 
zi per farci conofcere quello, eh: cerchiamo-, dimandiamo dunque di nttouo, qual è quel 
la cofa, che to ' officierà del numero de' membri nella Profa, e fa ch'io pojja dire accer- 
tatamente ; Qui ò vn Col ve n'i, 0 due,ò tre, ò tanti- E fe bene affai difficile c la rifpo- 
fla , dr altri ( che io habbia veduti ) non ne hanno data certa regola . Dittamo non- 
dimeno, che fole tutte quelle particelle nellaTrofa fono membri, le quali con vn 
goto di groportionata lunghezza > ò hanno il fuo verbo principale f piegato, òl ‘hanno 

E 4 itnpji- 


71 II "Tre dicitore del PanigaroU 

implicito , ò nel "Periodo hanno vn’ verbo , il qual ,fe fi leuaffe C appetito della dipati, 
dcnxa Periodica , farebbe principale . Ter efempio hlecatco Milefio quelle cofe jirif- 
fc : Qucflo è vn membro , perche la provo fitione è intera con lafua copula /piegata , 
cioè perche tutte quelle parole hanno il fuo verbo principale ef pinato , fcrtffe . He- 
cateo Milefio quc/ie cofe fcrifjc.e di più tre olire belhfjìme Hiiìorie. Qui fon due mem 
bri, il primo col verbo principale [piegatole l'altro col verbo principale folto intefo-per 
che, one dico e tre altre belli JJìme Hifloric , folto intendo come ogn vn’vede , (inffe il 
medeftmo Hecateo. Quemadmodum turpe eli fcribcrc.quod non debcatur: 
fic iirtprobum cll.non refcrre quod dcbeas. Dice Cicerone prò QJ{ofiio Com- 
molo:e'n tutte quelle parole non v’è che vn' verbo prim ipale fermo, che è il fecondo , 
cft perche il puma vien tenuto nel Periodo fofpefo e vendente dalla ptfolo.Qucmad 
modimW/j quale rtfponde poi lavoce 1 ~\c,ma perche fe leniamo quefle due particel- 
le Qiiemadmodum.dr C\c, che fono i due appicchi dclUintrecciatura Ttnodica, ri- 
mangono due claufule co’ fuoi verbi principali efprefjì\ cioè Turpe eli fcriberc, 
quod non dcbcatur:& Iniprobum ctt non referre quod debeas; diquivie- 
ne che fenxa dubbio in quefle parole fono due membri. E nello flefjo modo, ouc il Boc- 
caccio dice. Còme Iddio la fua f or ella dimenticata non hauea > coji finalmente d 'bauer 
lui à mente dimoflrò, fe bene rattenuto pendente dalla parola iome.il primo verbo non 
è principaleyiiondimeno fe tutti gli appi i chi del Teriodo leniamo quefle parole teftano : 
Iddio la fuaforclla dimenticata non hauca , e Iddio d' bauer lui à mente dintoilrò , le 
quali bauer e due verbi primi pali, c per confeguen^a effer due memln i, fi vede chiara- 
mente. Si che OHunque ò faranno il fubiitto e'I predicato ( per dir così) cerila upulru. 
efpreffa cioè i nomi innanzi edoppo col verbo principale /piegatolo i mede fimi col ver 
bo folto intefo, ò purghfieffi col verbo fatto pendente > e non principale da vn’ appicci 
Teriodicoan tutti quell i luoghi le dette particelle (tramo mcmbriiogni volta pctò(di- 
ceuaniOjChe vifta vn ' poco di proportionata lunghezza: perche ouùnque faranno man 
co di tre parole, cioè ilfubietto, il predicato, & il verbo principale efpreffo,quiui la par 
ticella non fi potrà domandar membro , anzi farà vn'incifo . Ma de gli' nei fi parlerà d 
baffo Demetrio fleffo , nè noi determiniamo qui , che per effer incifo fia muffano ba- 
tter meno di tre parole : ma diciamo che la claufula, che ha meno di unto ,fi può do- 
mandar tale, come per efempio . 

Ars Ionga,Vira brcuis,&c. 

Quefli diciamo , che non fono due membri , ma ducincift . E così quefii . 

Ó tempora, ò morcs ? 

Quelli del Boccacci, ouc egli dice . 

Dime, laffa me ? dolente me ? 

Et altri ftmili: de ’ quali tutti (conte babbiamo detto) fi tratterà poi nella particella ri.' 
Hor a tornando all'cfmpioébc ha addotto Demetrio deW^inabafe di Senofonte, tifo* 
gna auutrtire,che egli non l’apporta intero, ma come à quel tempo era luogo frequenti f 
fimo nelle bocche di tutu ,gli baila accennarlo dicendo Aapflcv TapCadTiìot pii- 

Kpi tsD M»Tipor Sì KÙpot : come farebbe fe dicxjffìmo noi. Da quelle parole: di Dario 

e di Vari /alide fin’ a quelle, & il minore Ciro. Il luogo intero, da due vdcnt'lwomim » 
che fi agli altri bino commentato Demetrio, cioè da Alifjer Remolo *4mafco,e da Mif 
fer Pier /Settori è fiato diuer fornente tr af portato nella lingua Latina : M. Remolo tra- 
duce così: Darius ex Parilatidc tillos duos fufeepit , maiorcm quidein natii 
Artaxcrfcm,minorcin verò Cyruin. 

Cioè, 

Dario di Varifatide hebbe due figli , il maggior *trtqfcrfe> & Il minore Ciro > 
£ Miffer Piero interpreta di questa maniera ^ . 

E Da- 


Particela III • 7 $ 

E Dario & Parifatide nati flint duo fili; , quorum maior natu firn Arta- 
xcrfe , minor vero Cyrus . 

Cioè ' ■ , ■ \ 

D/' Dario e di Tarifiatide nacquero due figli , de' quali il maggiore fit ^trtaferfe , e'I 

E già reggiamo noi , che quanto d fornimento della H ifìoria ambi dicono per à pun- 
to il mede fimo concetto , e non v'è difficoltà alcuna ; ma quanto alla Elocutionc tanta 
differenza v'è, ehi, fi traduciamo come fece l'^fmafeo , l’efempio non vale niente , e 
Demetrio erra:td dotte fecondo la traduzione del rettori, l'efempio è a propofiti (fimo, 
e fi vede cbiara-nentecio che vuol dir Demetrio, perciocbe in queflc parole l’^tmafeo 
Darius ex Parifatide filios duos fufcepit,maiorcm quidem natu Artaxcr- 
fcm.minorem vero Cyrum . 

Cioè , 

D ario di Parifatide hebbedue figli ài maggior Artaferfe,& il minore Ciro, noi dicia- 
mo arduxmcn’c,cbe non uè cioè vii membro folo, Si come vn'fol verbo principale vi fi 
troua feng’ alcun altro, ò [piegato, ò fiotto intefo: e fie vogliam' vedere la cofa chiari/fi- 
tnabatterd,che,oueil membro è diìtefo,il facciamo refleffo, e Periodico di quefla ma- 
niera, Darius ex Parifatide filios duos,rnaiorein quidem Artaxerfcm, mi- 
norem vero Cirum fufeepir, Dariodi Parifatide due figli , ^trtaferfe il maggio- 
re, e Cero il minore riccuettc,perciocbe qui ninno fi farà, che non confejfi, che v’è vn’ 



qutlle parole non più che vn’ membro contengono: e per confeguenga non poffono fer- 
uire per efempio ai due membri: c Demetrio allegandole à quello effetto haurebbe fat- 
to nule la doue dicendo comedi ce Pier lettori . £ Dario, & Parifatide naci funi 
duofilij.quorum maior natu firn Artaxcrfes,minor veròCyrus.D» D ario, 
t di Tari faide nacquero due figli , de' quali il maggior fu ^trtaferfe, & il minore Ci- 
ro, qui fi vede chiaro, che così fon più memb , i,come vi fon più verbi principali , cioè , 
nati (unt, fono nati, nella prima parte ,eh iir fu, nella feconda: In modo che fe lenia- 
mo la parola quorum , de' quali , else ferue per congiongcre il primo membro col fc- 
tordo,ne nafeono quelli due detti, di Dario, e di Tanfatide nacquero due figli. L I mag 
gior fu Artaxcrfc, & il minore Ciro, i quali effere due belli (fimi, e compitiffimi 
membri, ninno è fi decombe no'l vegga. Sole due difficoltà reflano per ancorai ria che 
peroHucntura La traduzione deU’ ^imafeo è più conforme,, e più à parola per parola ci 
rende ilTcflo Greco ; e l’altra, clx nella traduzione del lettori i membri paiono tre e 
non due: Il primo in quelle paiole Dario e Varifatide bebbero due figli . Gue è il verbo 
jmupale J piegato ; Il fecondo in quelle, ^ irtaferfe fù il maggi ore. One pure efplii ita fi 
inditi la copula-, & il teigo in quelle , e Ciro il minore . Oue fie bene non è /piega- 
to il verbo fù , v'e nondimeno finto intefo , clx dicemmo che baila , perche alcune pa- 
nie facciano membro . Quanto alia prima difficoltà : diciamo , che non è vero ,che 
la traduzione dell ' mafico à parola per parola fia più conforme al Greco , perche 
à voce per voce il Greco due coi ) . Ex Dario, & Parifatide duo fi li; orti (unti 
Anaxcrfes quidem fenior ; Cvrus vero iunior . 
la doue vero è , che non fi troua il r datino , clx Ini aggiorno il V ettori nella parola 
quorum ; *1 il verbo fu i t , che fono q nelle due cofe , che ficuoprono i due mem- 
bri: Et è ve>o <be queflc parole Artaxerfes fenior, Cvrus iunior , cosi po- 
tnbbono rifirirfi allo flejfo verbo otti funi, come fon' intendere il fuit , ruu 

tcrtbf 


74 // Predicatore del Panlgarola 

perche fc fi rìfertflao all" orti fune, haucrcbbono vn fol verbo principale, o 
Demetrio batterebbe fallito à dire , che facciano vii altro membro : Trio bi- 
fogua dir per forati , che Demetrio hà ime fi , che per verbo loro hauefie dafer - 
tur vii firn fot tointcfi, e non Foni fant del membro precedente: EM.Tier'- 
Vettori pero eccellentemente conforme al finimento di Demetrio ha aggiunto 
il rclatino Quorum , e quel verbo ftiit , che genera il membro . fiefta la fe- 
conda difficoltà , alla quale affai chiaramente , e con poca fatica ridonderemo > 
fi ci raccorderemo di quello , che diceuamo di fopra de gli mcifi , per doueme ra- 
gionare più lungamente à bafio : Cioè , che oue a paia due parole reftano , tan- 
to più fi non v' è veibo f piegato, ma fitto' ntefo fi tornente, quiut la particella 
non può domandar fi membro', ma è vn' mcifi: 1 quali incifi , quando fi nume- 
rano i membri di' vna Trofia , non fi mettono à conto : ma fi pigliano per vna Re f- 
JacoJacol membro ,dcbet attaccano. Ter efempio nell oratione proIcgcMa- 
nilia, dice, cominciando, Cicerone , Qunnquammihi fempcr frequens con- 
fpciftus verter, multò iucundiflìmus , hic autem locus , ad agcndum am- 
plillìmus , ad diccndum ornaridìmus cft vifus , Quirites : tamen & c*r. 
Equi fi vede chiaro, che ninno intendente numererà più, che vn membro fi lo , e 
pure col verbo fottointefo vi fono oltre il membro , due incifi . Cioè , 

Locus ad agcndum ampliflìmus, fupplc vilus cft. 

Ad diccnduin ornaulfifcius, fupplc vifus cft. 
hi a perche fino mcifi , non fi mettono à conto , e tutto non fi numera più, che per 
vn membro filo. Il Boccate io in Tancredi hà qucfle parole. E come, che tu 
huomotn parte ne' tuoi migliori anni ncll’aimi cfercitato ti si] , non donati di 
meno conofcer quello , che gli otij , c le delicatezze pofjino ne' vecchi , non che 
nc'giouani. Là douequcfto piatolo coucijo, non chcnc gionani,nonè dubbio , 
che hà fitto verbo principale Jottointcfo , r chi lenafje gli appn < hi , potrebbe fia- 
te da fe ; tuttauia per la regola detta di (òpra ninno vi fina, il quale di quefte 
vlttme parole, quello, che gli otij, e le delicatezze pofiino ne’ vecchi , non che ne' 
giouani, faccia più, che vn membro filo. Cosi ni propof ito noftro : Quorum 
. rnaior quidem natu fiiir Artaxcrfes > minor vero Cyrus . De’ quali il mag- 
gior fu Urtaferfi ,& il minor Ciro. ConfcJJiamo, che quefte parole il minore 
Ch o , hanno fottomtefo il verbo fu , e poffòno fi are da fi ; ma cjj tndo vn piccia - 
infimo inalò, diciamo per la regola fopradetta, che non fi mettono à conto; ma 
fi congiungono col membro precedente , e che per confluenza , nel luogo di Se- 
nofonte tradot toaomc ’bà fatto il V ettorì,[diccficnif/imo Demetrio , non filo,che 
piu membri vi fono, e non vn filo; ma else due ancora fino pera punto, e non 
tre . SimiliJJimo à qitefto efempio di Senofonte ne hàvno il Boccaccio nella Ino- 
ndi a di Gerbino in quelle parole, Guglielmo fecondo fie di Sicilia hebbe due fi- 
gliuoli , l'vn male Ino , e chiamato Rjiggicri , c Faina ftmina chiamata Coftan- 
ra: Oue ftanaole parole di qucfto modo, vn membro fol bifigna dire, chevi 
fia : Che fi diccjje , dt' quali Fvtto fu mafehio chiamato Ruggieri , e quel , t he 


figuita, ferrea dubbio due membri farebbono flati : ma di qucfto afiai . noi 
per bora pare, che rtfii chiaro il luogo del noftro tutore, & mficme il modo, 
col quale in ogniTroJà poff, amo numerare immiti di lui . Comhiudendo con 
Demetrio , che i membri dunque fimpre rifpondono à qualche compita cofa , cioè 
òal compito concetto, òà qualche compita parte del concetto. 


DISCOR.* 


v Particeli* HI, .1* 
DISCORSO ECCLESIASTICO. 


P Oche cofe potremo dire à quello propofito Ecclefiafticamente , fa 
non addurre infìn dalla Bibbia medefima vn'cfempio di parole, 
che contengano due membri, c che rifpondono per à punto à 
quclle.che adduce Demetrio dall’Anabafc di Senofonte : Che farann» 
nel primo de’ Regi al primo , ouc dice il Tello ..che* 
HelcanafiliusHieroboxm, &c. babuitduas vxores , & nomen mi Ama , & «®- 
men feconda Fenenna . 

Perciochc anche quà il primo membro è chiaro fin’aila parola vxores, 
appoggiato fopra il verbo-bfprcfTo babuit , & il fecondò fe bene non l’hà 
cfplicato , fottointqnde nondimeno il yerbo fuit : e fc bene anche quiui 

t iare, che tre membri lì poirano formare, e non due folijnondimeno per 
a regola de gli’ncifi detta da noi , due fole claufule diciamo , che vi fo- 
no. Che fcvogliam vedere la dillintionc , che c frala traduttione dcl- 
l’Amafeo,e del Vettori , pigliamo vn’altro luogo della Scrittura à’ Ga- 
Iati al quarto ; ouc San Paolo dice , che è fcritto, che 
Abiih on duos filios babuit : vnmn de anelila > & unum de libera , 

Jeopponianlo à quello de’ Regi. ' V 

Hekaua filiti i Hieroboam, & ut. babuit duos uxores,& nomen uni Ama, & fe- 
conda Fenenna . 

E vedremo chi aro, che il primo efempio di San Paolo reftando dalhi 
natura, che hà la traduttione dell’Amafco, cioè con vn fol verbo princi- 
pale non fà più, che vn membro , & il fecondo cauaro dai Regi , hauen- 
do,comc la traduttione del V ettori.più verbi principa li,ò fpiegati.ò fot- 
tointcfi,più membri anch’egli bifogna , che ci formi . Che fe San Paolo 
hauclfe detto , Abraham duos filios babuit , & nnut quidem natus ci cfl de an- 
cillÀ,, aliumautem de libera fiuficepit . In tal cafo diciamo , che non vn mem- 
bro folo farebbono Ilari; ma tre, fi come nello Specchio di vera peniten- 
za , non vno; ma quattro membri fi contengono in quelle parole-»: 
La penitenza hà tre parti : l’vna fi c lacontritione del cuore : la feconda 
è la confclfione della bocca, c la terza fi è la fodisfattionc dcU ‘opere-» . 
E quanto à i concili , ò incili , che vogliami dire , buona cofa c nelle Pre- 
diche il fapcrc, che tali particelle non denno domandarli membri, aW- 
trimenti in certi Difcorfinoi metteremmo tanto numero di membri, 
che farebbe vn’abiflo : c pure tutti quegli incili non hanno da formare^ 
che vn membro folo: Come pcrclempio. Ouc San Cipriano De Spe- 
Baculis riprendendo le Scene, dice, 

Vuiet refcrre > qua dicuntur ,pudct etiam accufare qua fiunt : agcnttum Hropbas, 
sdkhtrorum faUacias , mulierum mpudicitias , feurriles iocos , parafilo > fordidos , 
ipfo , t quoque potrei familias togxtos, modo flupidos , modo obfictnos , in omnibus 
Holidosy certi s normnibus inuerecundos . 

Etouc Monfignor Cornelio nel fine della Prima Parte della Predica de 
i doni dice , cnc à formare l’huomo ogni cofa vi pone del fuo . La Ter- 
ra vi mene la carne, l’Acqua l’humore, l’Aria l'anhclito, il|FuocoIa 
viuezza , la Luna il moto , Mercurio l’arte , Marte il vigore , il Sole la 
▼itt , Giouc U virtù > Ycncrc la grana , Saturno la fermezza , gli Angcu 
- - - - lo 


II Predicatore del Tanìgarola 

lo frlcndorc, lo’ngegno Iddio. In quelli luoghi , fccgni indio forte vn 
membro , in manco d’vn Periodo, ^fognerebbe ammettere tanti mem- 
bri , che farebbe vitioliflìma cofa: ma come habbiamo detto, lacofanon 
iltà cosi , c come replicheremo à luogo proprio , gli'ncifi non fon mem- 
bri , ne deono nella numcrationc de’ membri metterli à conto . 


particella 


r\ 

ÌJ 

, 



V A R T A. 

TESTO DI DEMETRIO 

T radocto da Pier V ettori . 


Tortetautcm ncque valde longa membra facete: quia fic efficitut 
fine menfura compofitio \vtl talis,vtagri pofjit aliquit ipfam 
animo perfequi : ncque enhn ‘Poetica fupra hexametrum venie, 
nifi alicubi in paucis ndiculum erimmetrum menfura carere , 
& definente metro oblitos nos efie , vel quando incepit : ncque, 
igitur longitudo membrorum conucniens eh orationi , propter vacuitatem 
menfura , 

PARAFRASE; 

Veramente di quelli tali membri nella Profa Tappiamo J 
che altri più lunghi , & altri più brcui fono ; ma fappiam 
ancora, che certi e determinati confini di breuità , e lun- 

1JD ^ ghezza in materia loro fi ritrouano, ne’ quali bifogna 

contenerli. E però quanto alla lunghezza , diciamo,che fi come 
nc’ Vcrfi à pena alcuni rariifime volte fc ne trouano più lunghi dcl- 
l'cfemetro, perche il ferii maggiori farebbe vn metro fenza metro , 
ò vna mifura fenza mifura: Cosi nelle Profe,chi troppo lunghi 
membri formerà, fluttuante farà il ragionare, non rattenuto da ar- 
gine alcuno di proportionata mifura ;& anche per quella cagione 
oi'curo , perche ouc fia la lunghillima claufula peruenuta al fine , fà- 
cilmente chi è fiato à fentirla, fi fora già feordato del principio . Si 
che troppo lunghi perle fopradette cagioni non biiogna , che fieno 
i membri nelle Profc . 



-et 


CO M* 


r- 


Particella Pili, 
COMMENTO. 


77 


G 'Rande è la conuenìeti^a , che hamo infume i ragionamenti , che fi fan - 
no in materia di Logica , e HRetorictr . E fral’altre cofe , come nella 
Logica de’ termini fi fanno le propofitioni, così nella Trofa eloqui bile, 
di parole fi fanno i membri . E fi come delle propofitioni non vna xofa filaci 
cerca il Logico, ma più, come farebbe , che propofuione è Categorica , ò Hi- 
potetica . quale ? affirmatiua, ò negatiua . quanta ) vniuerfale , ò particolare, 
efimili: Così de’ membri , non fot rimira , chine tratta , fe fummo ò più ; 
mamolte altre cofe ancora: E fra l’altre quella ±di che tratta bora Deme- 
trio , cioè la breuità , e la lungbe^a, in torno alla quale breuità, elunghtgga, 
come fi po furto, e debbano formare i membri, bora più lunghi, & bora più bre- 
vi, queflo fi dirà poco doppo ; ma che non però mai debbano formar fi nè ecce (fi- 
namente lunghi , nè mai di membri tutti breuiffimi debba compor fi il ragiona- 
re, quello lo tratta bora il nofiro tutore ; E veramente anche nelle cofe natu- 
rali, principalmente eterogenee , noi fappiamo , che determinati confini di pic- 
àolcgga, e di grandegga; bifogna,cbe fi diano ; perche così determinata quan- 
tità, come determinate difpofitioni ricercano le forme nella materia -, Onde veg- 
liamo, tbefe bene. Ter efimpio, de’ (aualli altri maggiori, & altri più piccio- 
li fi ritruouano ; niuno nondimeno ne forma la natura ò fi picciolo quanto è va 
grandiffimo cane , ò così grande quanto fila vn piccioliffimo Elefante . 1 Torti 
Latini anch’eglino hanno de’ Per fi più corti , e più lunghi -, e nondimeno nella 
lunghetta à pena fi truoua, che mai paffìno /’ E fumetto, come quello 
Conticuere omnes, intentiqueora tenebant . 

E nella breuità niun Perfo fi truoua di manco di due piedi, come quello 
I crruit vrbem . 

£ nella nojlra Lingua parimente , fi come à pena più breue fitruouerd mai vn 
verfo, che di fitte fillabe, come fono quelli , 

E noulafcia in me dramma. 

Che non fia foco, e fiamma . 

Così quanto alla lunghezza. ninno ve n’bà, che ecceda vndtci fillabe, come 
farebbe , 

Era il giorno , ch'ai Sol fi fcoloraro. 

Cerche fe bene lo Sdrucciolo pare , che n’habbia dodeci , come quello del San- 
nazaro . 

Dimmi Captar notiello, e non t’ir a fiere. 

Nondimeno per la for^a dell'accento (come eccellentemente notò il Cardinal 
Bembo nelle fue Trofie) così quelle due vltime fillabe vagliono per vna fola, co- 
me in que fi’ Atro Verfo, che par didiece. 

Quanto pofio mi [petto, e fol mi f?ò. 

La fòr^a pur dell’accento ci fà fcruire l’vltima fillaba per due. 

Jn fontina dice Demetrio, quanto alla lunghetta, fi come chi faccftc Ver fi luti- 

ghiffimi 


7 8 11 Predicatore del Pamgarola 

^biffimi ecccjfiuamcnte, farebbe metro fen^a metro, cioèmifura fetida mi fura; 
fisi nella Trofa i membri vitiofamente lunghi fanno il ragionare fquintcrnato , 
faflidiofo,noiofo,& anche ofeuro ; £ bene fpejjo chi ferite vna claujula sì lunga , 
armato al fine, non fi raccorda del cominciamento. Onde di tal modo di parla- 
re fi può dir quello, else falfarnente diceva ad altro propofito C iterane, dell’ Ora- 
tione di Tubilo Scrutilo, 

Orationem fané Jonganj , & verbis vaJdebonis. Vnumerat,quod 
noihi vitiolum videbatur, quod tanta ex frcqucntiainueninncmo 
potuit , qui ìntelligcre poflet, quid dicerct. 

-di ficuro fe quando il mede fimo Cicerone difle , 

Multa mihi nccelfario, ludiccs, prrctcrmittcndafunt,vtpoflImali- 
quo modo de ijs rebus, qure me* fideicommilla: funt, dicere . 
égliHefio allungando la claujula hauefie detto. 

Multa, eaque grauiflìma, & ad Rcmpubhcam fpcftantia , vel faltcm 
ad homines in Repubiica clanllìmos attincntia, & ad eos, qui maxi- 
me nobis infetti funt; nccciTariò, eafaltem neceifiratc, qua: ex co, 
quoddebcmustocumducit, inibì veròReipublicxamantifJìmo, lu- 
dices opti mi , & amplili! mi , funt hodicrna die , & in hoc grauiiiìmo 
confefiu prstcrmit tenda, &c. 

Hpiojofenza dubbio Jarcbbe fiato , e pieno di naufea il ragionare : e pervenuti 
con ifìracchezza àjewire il fine del membro', facilmente ci farebbe già vjcito di 
mente il principio di lui . (ome anche farebbe feguito ,fe il { 'Boccaccio noflro in 
vece di dire come difie . 

fiedefi che la Marena da fiegio à (fatta fia quafi la più dilettevole parte-* 
d'Italia; 

Haucfje noiofamente detto ; 

Credei] per opinione non mica dcfciocchi,ma de* prudenti, &rcfpcr- 
ti huomini, che molte volte e l'Oceano e il Mediterraneo mare, ma 

onncipalmente quello, che Terreno lì chiama, lbpra Galee, òNaui, 

o altri legni di qual fi voglia mi fura c forma, in diuerié Hagiom , e 
con diucrlc occalìoni , ora felicemente, & ora con auucrlà fortuna 
da molti anni in qua ci fono iti nauigando. 

Terche injòmma l’eccefiiua lunghezza de' membri rende, conte dicevamo, lan- 
guido jfneruato, x d^o, fluttuante, noiojo ,fatieuole , &• ofeuro il ragionare • 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

O Vc s habbiamo da portare efempi di virioli componimenti , ì noi 
in materia Ecclcliaftica fari difficile il farlo : perche , nè dallo 
fcmrure , ò da gli antichi Padri ci farebbe è poflìbile, ò ragionc- 
uolc 1 1 cauareh . Et anche di quegli, che pii» modernamente nel medefi- 
mo loggctto hanno fcritto, dobbiamo con ogni modeftia ragionare: An- 
zi ci (piacciono molti * i eguali con troppo frcttolofi giudici * le coffe al* 

UUi 


Ecclefìafciche. 79 

trai dannano, fcnza che delle loro falcino veder mai: come quelli, i 
quali in quefto vitio dcll’ccccflìua lunghezza de’ membri dicono, clic 
fia molte volte caduto l’cloqucntilllmo Monfig'nor Cornelio, fcnz’ha- 
uer rocchio à molte cofc> clic non folo fenza colpa il rendono, ma lode- 
uole. Egli nel principio della prima parte della predica dcllaEpifania 
nel quarto Tomo dice cosi . 

Se l’infinita Maeftà del grande Iddio, nelle primiere antichità del 
Mondo , innanzi le monarchie, innanzi le indùioni, ('olimpiadi , i Giu- 
bilei ; dal primo principio quand’hebbc di niente creato ogni cofa(fiT- 
pienza nota alla fede , ignota alla ragione , riuelata à gli humili per gra- 
ria, celata à’fuperbi per giufto giudicio) à laude e gloria dell'infinita 
Maeftà fua,& a publicarccreatione de gli huomini.e degli Angioli, 
celebrò quella gran fella del fettimo giorno, c volle che folle perpetua 
in tutto il corfo dclfecolo; perche in vn Sanriflimootio viuendo, va- 
cando daogn’altropcnlìcrocon alta mente fi contcmplalfe quella pom- 
pa folcnne di tanti doni, che moftrandofi fu ora del fccrcto con larga ma- 
no haueuaelfufo fopra tutte le creature, doppo gli anni eterni, doppo 
quegli infiniti fccoli de fecoli, ne i quali era flato in fc ftelTo tutto folo; E 
ben ragione, &c. llmcdcfimoncl Prologo della predica della giuftifi- 
cationc al primo Tomo comincia in quello modo. 

Poiché con rant’allegrczza della Terra, e del Cielo, e con giubilo fi 
grande de gli Angioli, c de gli huomini fi vede alle fcffurc,che fi inoltra- 
no aperte ,~ cflerc riparato, più gloriofo , che mai, il Tempio Santo di 
Dio, che l’impietà Giudaica hauea gettato à’ terra, ne c fra tanti difee- 
poli, fc non vn folo, che ih figura della incredula, e perfida Sinagoga 
conrra la fede comune di tutte le genti, le quali dicono piene di gaudio, 
Vidimus Dominim, non crederà già mai la Refurretionc del CrocifilTo, fc 
non i’otraua età, quando vedrai fegni chiari di chiodi, c della lancia-, 
nel Corpo fuo . E ben ragione &c. 

E di limili luoghi in Monfignor Cornelio fe ne veggono affai, tutti no- 
tati da alcuni di quefto vitio , che tratta qua Demetrio ; cioè di cccelfiua 
lunghezza de’ membri . A' che nondimeno rifnondiamo , che come di- 
rà il medcfiino Demetrio - fe mai è tempo d’adoperare claufule lunghe 
(purché non eccedino i termini,) quefto c nelle materie graui , Se in 
confelfi grandi . Oltreché , à noi proferendoli , paiono più lunghi que- 
lli membri di quello, che in bocca paiclfcro di Monfignor Cornelio, 
huomo di gran fiato , c d’ornatiftìma anione . E finalmente chi dannerà 
lui di quefto fatto, non sò , come efcuferà-Cicerone iftelfo in quel luogo 
dell’Orarionc in Lurium Catilinari ad Quirite s , allegato ad altro effetto fo- 
pra da noi , ouc vn membro folo forma , d:shoneftamentc lungo, quan- 
to fi vede , che c quefto . 

Hcmpublicatm > Quinta , mtamque omnium ueflrum , bona fortuna , cenila , li- 
bcrofauc uefbos , atque hoc domiciUum clangimi Imptrij , fòrtunattflìm&n , puf- 
eberrmumque urbem , hodiemo die , Deorum immortalimi! erga uos fummo amo- 
re , labmibus , confitti s , perù ulifque meis , ex fiamma atque ferro , ec peni ex f an- 
fibia fati ereptam , & uobis tonferuatam , oc reflitutam indetti . E deU’alrre ra- 
gioni ancorali potrebbono addurre in difefadi detto Monfignore. Tut- 
tauia perche egli hà infinite altre cofe degnilfime d’efler lodate , Se am- 
mirate, ouc là’nuidu ftefla non troucrebbc che riprendere, ferà bcn’à 

imi- 


80 QucflionI r 

imitarlo quanto fi può in quelle : e per quanto fpetta alla lunghezza de* 
membri, per non hauereà difenderli da gli Arillarchi, contentarli di 
non formarne mai di cofi lunghi . 


particella 

Q, V I N T A. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

Eque breuitas , quia fic efficeretur , qua vocatur arida compofi- 
t io, ctu buiufmodi ° 5 w ’■ • T ‘* r » » wpìf • difetta 

cium videtur Iute compofitio : & in minutai partei incifa , £T ta- 
lli vt contorniti meritò poffit , quia pupilla cuncia babet. 

PARAFRASE; 

A non bifogna meno peccare nel contrario, cioè nella 
fproportionata breuità; pcrchechi formale vna Profa di 
piccolilfimi membri , come ftee Hippocra te, quando 
nel principio de' luoi Aforifmi dille. Breue è la vua_, , 
lunga l’arte, precipitola l'occafione , lubrica la cfperienza,c limili, 
farebbe vna compolìtione arida , gretta, alciutta, la quale quali vn 
lauoruzzofattoà pczzuoli, niente haucrebbe, che non folle minu- 
to, cdiJprcg labile. 

COMMENTO. 

S 'IOìioncrrononhannofinito d'intendere Demetrio , in quefio'luogo alami degli 
efpofiion : i quali bona editto il fentimento di lui tffer queflo. Ciré fi come vi- 
tiofe fono le ilaufulc eucjjiuan.tnte lunghe , coiì dall’altro cario nyitnjibih fo- 
no le troppo breui . Cofai he non tuo Siate : perche mun n embro può mai antuare A 
tanta breuità, che fia vitiofo mfe fiefloyoglio direbbe fe bene vn n.embi o fora di due 
parole folcy ( che non può tfjer di mino) ad ogni modo ben muterà nome, c r in vece Ut 
membro-ària fo fi nonanera;n.a fai " penan.mefio, oue ragion cucimeli, e fa collocato ; 
any darà ornamento grande J ragionare. Le t laufu\e,ihc puf avo vn certo temane Ut 
lungfre^a in niun luogo mai fi pofjono adq t rat e fenypa vino : ma muna claufula fi 
troua sì breue, che ad alcuna oct afone non pojja effere Talmente adoperata da noi : e 
però d fornimento di Demetrio non è ebe alcune ctaufuie: per tjjtr troppo pu' iole fina 

VltiO' 




Particella V . 

vìtiofe in fe tteffe: ma che alcune Trofe per effer compatte eontmmmeutc di 
troppo gran numero di claufule piatole , vengono ad efiere difeltuofe , & mfop- 
portabtti , tome è à punto quella d'Hippocratc allegata da lui . 

Vita breuis, ars longa, occafio prseceps; cxpcricntia lubrica. 

La quale anco in Lingua noflra tramortita dicendo : 

Breue è la vita ; lunga l arte ; precipitofa l' occasione , lubrica la efperien^a . 

T^fan fido fi vede, che non conuiene alla magnificenza ,chc dona ebbe baacrt il co- 
mtneiarnento di vii Opera ima in qual fi voglia lungo , con quel fino [pesamento 
minuto , hauerebbe Jempredel gretto, e della co far ella 

Il Boccaccio nel principio detta fiua Seconda Giornata fcriffe ttupendamente (co- 
me fempre ; quefie p.irole . 

Cui per tutto h tucua il Sole recato con la fua luce il nuouo giorno , e gli vccel- 
li su per li verdi rami cantando piaceuoli ver fi , r.e diurno à gii orecchi tefli- 
monianza ; quxndo parimente tutte le Donne , gr i tre giouam leuattft '*ne’ gur- 
d n< fe ne entrarono , e te rugudofe herbe con lento p fio fialpiundo , d'vna 
parte in vii. dira, belle ghirlande faendofi, per lungo [palio diportando s'an- 
darono . 

Del qud modo di dire niente può fentirfi più leggiadro: E nondimeno fe in mi- 
nute claufulette fi romprffe , noiojtfiìmo fen^' altro diucrrebbe , tome fe dicef- 

fimo. 

Già s’era fitto giorno : e gli vccelli cantau.no : qumdo tutti fi lemrono , e paleg- 
giarono per gli horti , e ti fecero delle ghirlande , e fi diportarono vn pe?jgo. 
Mamera di parlate , che à punto , come dice Demetrio , è vn lauoruggo di pC7- 
noli : £ Cicerone ancora l Irebbe tanto à noia , thè in più d'vn luogo la bufi- 
no , nominandola co’ più proDtvj nomi, che pofiano fentirfi: Come quando nel Se- 
condo Oc Oratore dtfie, eoe era vn ragionare da Dialettico , & genus fcrmo- 
nis jffcrrnrtn liquidimi , non Bifuni, ac protìucns , fed exile, ariduin, 
concitimi, acminurum . E nell Oratore ad Brutum dijfe, che que fiatale Erac 
or.it io in fratta, & amputata, non apra, sfinita pronunciai. E nel Li- 
bro De Claris Oratoribus genus dicendi lo nominò fraétum, minurum, Se 
pucri le . £ vn’ altra volta a d Bru tu in difie , che in qutflo vitto cadcuano quegli, 
squali in tìngendis , concidendisq; numeris in quoddam genus abiedt ani 
incidunrSiculorum fimiliutn . £ pur quiui dice, thè modo tale di parl.rre Con- 
cidir, dilumbarquefententias. Dalle quali cofc tutte fi vede quanto hebbe per 
■pitìofo quefio modo di parlare Cicerone : c quanto ragioneuolmente cinfegna à fug- 
girlo il nofiro tutore . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

F Rà gli Autori Ecclclìallici.pare ad alcuni, che Innocenzo Papa [lab- 
bia alcune volte ne’ fuoi fennoni dato in quello modo di dire fpez- 
zato.c minuto: come quando nella prima Domenica diQuarefi- 
ma,c nello ftelTo principio del Ragionamcnto,cgli accozzò inficine tan- 
ti membretti fpczzati, dicendo: 

T res funt qui tentarli. Deus Dxmon, & Homo. Sed Deus tentai femper ad borum 
D&rnon femper tentai ad malum : Homo vero qvanioquc tentai ad bonum, quando- 
ché tentai ad malum. treus femper tenui ad bonum quia femper bonus csì. Uxmon 
femper tentai ad malum quia femper ejì malus 1 1 omo veròquandoquc tentai ad bo- 
tium.quuidoquL untatati m-lum, quia quidam bonus est, ó~ quidam malus Deus 

l emm 


8 i 11 Predicatore del PanigaroL 

enim intentato mdormtt eft . yrmfqwfque cmm tcmatur à fui concupì fcentia ab- 
fìrattus ór illeffus. 

E poco più giù: 

Deus antan tentai , vt probet . D smon tentai , vt fallai : Uomo tenta . ri ìnucjli- 
get . De primo dicitur: Trabante Domine, ór tenta me: De fu andò legnar: 
Cmr Satban is tentami cor imm ? De tatto fcrìbttur: Tenta nos obfecro diebut 
decente . 

E coli và feguicando vn pezzo : Et in molti altri fcrmoni fa i 1 mede- 
fimo. Che veramente non confiderando più oltre può parer modo di 
dir minuto , e fpezzato, ma bifogna raccordarti ch’egli era Papa, e che 
con fomma familiarità ragionauaa’ fuoi popoli: in modo che quanto 
veniua abballato il ragionamento della forma del dire, tanto venia* 
folleuato dalla perfona del dicitore: & egli a bello Audio doucua far 
coli pcfmoftrar quanto poteua maggiormente domcftichczza , e fami- 
liarità con gli afcoltanti . Si che in lui non fu vitiofo quello modo di 
dire , che perauentura farebbe in altri . E quando vn Predicatore volef- 
fc valerli di quelli concetti in vece di cominciare le prediche dicendo. 
Tre fono quegli che rcntano,Iddio , Il Diauolo, e l'Huomo. Iddio tenta 
femprc al bene, il Diauolo tenta Tempre al male , l’Huomo bora tenta al 
benc,& bora al male . Iddio tenta Tempre al bene, perche c tempre buo- 
no . II Diauolo tenta Tempre al male, perche è Tempre malo . L’Huo- 
mo tenta horaal malc,& bora al bene, perche alcuni huomini Tono buo- 
ni, Scaltri mali . A me piacerebbe molto più, che egli lo medefimocafo 
in menofpezzata forma riduccndo, vnafimil cofa dicclle. 

Hanno i loro modi di tentare i Demoni, hanno i loro modi di tentare 
gli Huomini , Se ha il Tuo modo di tentare Iddio : maquelti Te vi pentia- 
mo bene Tono fra Te (ledi sì vari,e tanto oppofthchc oue fraloro.horaal 
male, & hora al bene ci tenta l’Huomo, de gir altri due, nè mai Te non al 
male viene à tentarci il Demonio, ne mai Te non al bene viene a tentarci 
Iddio . Gloriofo Iddio, che come c Tempre buono.cofi ci tenta Tempre, e 
c’inuitaal bene: Sccleràto Diauolo,chc cornee Tempre mal o.cofi ci ten- 
ta Temprc,e perfuade al male : Vario Huoino.che come hora è buono, & 
hora è malo , & fi hora al bene ci tenta , & horaal male. Però di cjuefto 
ad ogn’vno ne redi libero il giudicio, purché in vniuerfalc le picciolcz- 
ze,c fpezzature fi friggano del parlare. 

PARTICELLA VI. 

Tetto di Demetrio tradotto da Pier Vettori . 

A ’iflit igitur alicjuar.do & longi membri tempii r , ceu m mal, 
gnitudinibus , vt Tlato inqu 'it to ' yti J'n' tÓò réj\ , T o plt 
ai-rie IZiìe TOfdjifatvov Zv/j.-roS'iyù yjirvyKVK ah , ferme 
enim vna cum magnitudine membri fublata eSl oratio : 
propter hoc & exametrum heroumque nominarne d ma- 
gnitudine, & conueniens cfl heroibut . ór nullo modo ali. 
quis Homeri lliadcm,ita vt diccret,fcribaret Ur chilo chi breuibus , etti A’#». 

(tir* 



Particella VI, 

nintunmK» t ir <rÀ< ragie '£* ? ff»*r, iV//'x Lsfnacreontìs <ti è <7%,?^ o7- 

i’»*’ » Ts “ temutemi enim numeri, s profitto fenis , non pugnanti % heroit , lungi 
qwdcm iam membri tempus exifieret aliquando propur bue. 

PARAFRASE. 



Elrc fio (purcchcnon li dia ne gli eccedi) già habbiamo 
detto, cheallc volte più lunghi, &allevoltep<ù breui, 
biiogna che adopnamo i membri nelle prole . Et in par- 
ticolarcallhoracJaufulcpiìi lunghe dellordinaric hab- 
biamo da vfàre, quando ma tene maggiori delle ordinarie trattia- 
mo. Come fece Platone, quando dille. Tutta la mole di quello 
vniuerfo , hora lo Aedo Dio la regge , la muoue, e Ja raggira, c quel- 
lo, che feguita. Chein vero quiui lì uede efprclTamcnte, che l'al- 
lungamento della cJauiula molta grandezza aggiunte al ragiona- 
mento . E ne’ uerlì ancora occorre il medefimo : che 1 (oggetti mag- 
giori , come fono gli hcroici ,con i più lunghi uerlì li trattano, cioè 
con gli efametn , ìquali perciò heroici anch’eglino lì domandano.* 
nè farebbe conuenuto, che Homerola Iliade fua in cortiflinn uer- 
fctti hauefle di Itela . Come fono quegli d'Archiloco, Difpcttola 
fatala,* & un’altra uolta,Chi ti leuòilceruello; oucro come è quel- 
lo di Anacreontc, Portami uino, & acqua, perche limili maniere 
di uerlicciuoli, più atti fono in ucroa rapprefcntarci unuecchio,ò 
per l’età, òpelumo mezoul'citodi le mcdelimo, che uno JHeroe 
ual oroio, e combattente. E cosi fi uede,oue alle uolte conucnga ulà- 
re claululc un poco più lunghe dcU’oi dinarie. 


COMMENTO. 


E Cco quii , che diceua rifiorite nella tJW età fi fica ,enoi mede fimi il dice- 

uamo di /oprane' Vrolegomcni ,ihe febenele fidente fi contentano di 
fapcre la verità ,& hanno per fine la contemplationc del vero: l’arti 
nondimeno non fan così; ma riferendo ogni cofa ad attione , poiché hanno iute fa 
che la cofa è tale , più oltre pafiai.o ad injtgnare , come fi dtbba vfare la logica 
( queflo è certo ) non ha per fine il contemplare la natura de’ tornirà, e delle 
p'opafitiont , ma lo’nfegnare , comedi qutfìe cofe fi fi» mino le di ffinitioni , e 
gli argomenti. Snello flefio modo , fel'habito, che tratta Demetrio fofjefcicn- 
za, donerebbe bajlargli quanto alla lunghezza , e breuità de' membri , l’hauer 
intefo, che altri più breui , & altri più lunghi fene ntrouano; ma perche è 
arte , come diceuamo, però più innanzi arriuandoc'infigna come alle volte de’ 
più lunghi , e talima de’ più breui habbumo daferuirci. 

"Bijogna bene auuertìre vna cofa quà , la qual à me pare, che gli efpofitori 
non habbiano auncrtita ; Cioè , che ‘Demetrio non ha int emione in quefto l dogo 

F i d'mfegnar 


84 J/ 'Predicatore del PamgaroU 

d'mfegnar tutti i tempi, e tutte le occafioni , nelle quali convenga vfarò più 
lunghe , ò più breui le claufule : ma per prouare auefta propojitione vniuer- 
fale , thè alle volte più lunghi , & alle 1 olle più in ut hanno da efjtre i mem- 
bri , gli bajla , e quanto alla lunghetti , t quanto alla brevità , à dar efcmpi 
non di tutte , ma i' alcune di quelle occaftoni , nelle quali fta ragionevole il far- 
lo : E che fiàwero , profeguendo la lettura di tutto il libro , troveremo in mol- 
ti luoghi datici precetti d’allungare , & accorciare le claufule per altri ripe - 
ti diuerfffimi da que’ pochi, che egli qui ci accenna . Sebene quanto alla lun- 
ghezza , veramente quefi’ è la più propria , e piùvfitata cagione di fare le 
claufule più lunghe delle communi , quando cofe grandi , e maggiori delle com- 
muni fi trattano : £ l’efempio di Viatorie , addotto da Demetrio , è propijffi- 
mo , fe bene non l'apporta intero Demetrio ; mal’acienna Jvlamente, e gli da 
quel Dialogo di Viatorie è canato , il quale Quills, fi intitola , o«fro de Re- 
gno , oue , poiché vn’hofpite introdotto già hà ccnclujo , che la miglior for- 
ma del governo è quella d'vn folo, volenuo quanto fi può conformare il Juo 
*J{è quà di terra al Uè del Ciclo . E però dalla lunga facendoft à ragionare del 
movimento delle sfere, coti dice. 

Vniuerfum hoc alias Deus ipfe regir, agitat,atque rotar; alias uc- 
ròdimittit ,cum mundi circuitus competente (ibi curricula toni, 
poris cxpJeuerint . Mundus uerò ultro , ac libero tutu moiu contra 
reflc&itur . Nam utuenit,&l'apientiamab co, qui ab inmo con* 
flruxit illuni, eft lòrtitus; Cncuitus autem necellanò ipfihancob 
caufam innatuseft. 

£ poco più giù , que fi’ altra claufula aggiunge. 

Idem cflefemper.&iccundumcadc n, & eodem fe modohabere» 
folis omnium diuimiliinis conucmt. 

Claufula ben tale, che moflra chiaramente quello, che dice Demetrio, cioè quan- 
to Vintone alle qualità de’ foggetti , le qualità de’ttagionamenti Japrfie accorti- 
molare Cornelio Tacito anch’egli nel fefìod gli ninnali parlando di cof a tan- 
to fublime, quanto è la proutdenza di Dio , que Sia affai lunga claufula f 
adoperò . 

Scd mihi h<cc,ac talia audienti , in incerto iudicium e fi , fa- 
to ne rcs mortahum, nccdfitate immutabili , au forte vol- 
uancur . 

£ Cicerone nel Libro De V niucrCiUtc , parlando dicofaahiffma , dicecosì. 
Omncsigitur, qui animo cernuntur, & ratione intclliguntur ani* 
mantes , complcxu rationis, & intelligenti*, licut homines hoc 
mundo,&pecudcs,& omnia, quse lubalpeftum cadunt, compre* 
henduntur. Quodcnnn pulchernmu n in rcrum natura mtclligi 
poteft, & quod ex omni parte ablòlutilfìmum cft, cum Deus finnlcm 
roundumefficere vellet, animai vnum afpeftabile, in quo onmia 
animalia contmerentur, effecit. 

Oue fi vede , che la lunghetta di due membri foli agguaglia quanto è peff bi- 
le 


Particella VI, 8f 

léh mtcfU dell e Cofe , che fi dicono ; e pii chiaramente fi vedrebbe qucflo , 
fe fpe zzando le due gran claufule fi dice/Je. Complexu igitur rationis, 
& intelligenti* comprchenduntur omnes animante*, qui animo 
Cernuntur , &t ratione inteJiiguntur ; ficut liomines hoc inundo , & 
pecudes,&^. omnia, qu* l'ut» afpcfluin cadunt . Deus enim cum 
mundum fiuiilem cfficere vellet, animai vnum afpeftabile effecit, 
in quo omnia ammalia contmerentur, quod pulcherrimum in re- 
rum natura intelligi potei! , quod ex omni parte abfolutilfi- 
mum eli . "Poiché di quitta maniera co’l leuarc le lunghezze delle due clau- 
fule , fi leuerebbc infume tutta la magnificenza del Ragionamento . fi "Boc- 
caccio non punto ignorante di quello precetto , ouc nella "bfpuella della Co- 
Stanca introduce talari uccio gomito à ragionar di cofe graui/fime col Rje 
di T unifi , da quella Jpetiofa clanfula lo fece cominciare . 

Signor mio , fe io ho bene in altro tempo , che io in quelle vollrc contro* 
de vfato fono J, alla maniera , la qual tenete nelle voitre battaglie , pollo 
mente . 

E nella Trancila del Conte d’i^sfnuerfi . V 

'Dico , che effendo l’Imperio it fioma da’ Francefchi ne’ Tedefchi trafpor- 
tato , nacque tra l’ma natiotie, t l’altra grandi, ffima nemilìà , & acerba, 
e continua guerra . 

JE nel principio della e . Decima 7/puclla nella Giornata fetthna . 
cJMatiifeJlijjima cofa è , che ogni I\e primo Jcruatore dè efierc delle leg- 
gi fatte da lui, e s’ altro ne fà, ferito degno di punii ione , e non f{e fi dee 
giudicare. ' 

Et in Tancredi, (forfè dicono alcuni più grauemente, e più pofatamente , 
che à giouanctta Donna appaffionata , e nello fiefjo punto dal medefimo pa- 
dre fopraprc fa in grauiffimo fallo non conueniua.) 

Tu vedrai noi d"vna mafia di carne tutti la carne battere , e da vn mede- 
fimo Creatore, tutte l’anime con eguali forze , eguali potente , con eguali 
virtù create . 

2 perauucntura fi truouerd mai , che queflo accurati/ftmo cantore non 
habbia , allungando le claufule , moSlrato di fapere , che allhora bifigna 
farlo , quando di cofe fopraordìnarie fi ragiona. <JMa quello , che dice De- 
metrio de’ yerfi , è cofa proportionatiffima ; e non filamento fra’ Cjreci 
Toeti i vero » che e/fi le cofe magn fiche con lunghi Ver fi trattano , e le mi- 
nute con butti : ma occorre anche il medefimo fra’ Latini, c Tofcani , de’ 
quali, quanto à' Latini , trattando l’altiffimo /oggetto della Encule , fu bene , 
che Vergilio con Ferfi Efametri diccffc: 

Arma virumquecano, Troia quiprimusaboris \ 

Italiani fato profugusjLauinaquevenit ..... t 

Lutora multino ille & terris ìaftatus & alto 
Vifuperiim,lrcua: memorcmlunonisobiram. 

S ragionando di cofuccie -dmorofe beni/fimo, dific bornio ; 

. T F 3 Quis 


8 6 II Predicatore del PunìgaroU 

Quis multa gracilis te puer in rola 
Pcrfufu n Jiquidis vrgetodoribus 
Grato Pirrha fub antro? 

Sì come fra Tofani ancora , quando parlò di cofc grauiil 'Petrarca , non vsè 
va fitto come quelli , 

Se'l pmfier , che mi (Ir ugge , 

Come è pungente e fai do , &c. 

cftla facendo can con le flange qua fi tutte di Ver fi interi , diffe 5 

d >lie tempo della prima etade , 

Che ruificr vide , £? ancor quafi in herbe , 

La fera voglia , che per mio mal crebbe , 

E frinendo à vn Papa . 

Spirto gentil , che quelle membra reggi , 

‘ Dentro alle quai peregrinando alberga 
Vn Signor valorofo , accorto , e faggio: 

Poiché fei giorno all’honorata verga , 

Con la qual Hpma , e fuo' erranti correggi . 

Delreflo quanto à iVerfi,che allega Demetrio d’Csfrcbiloco , e dì tesina- 
creonte, per cominciare con ordine conuerJo,èdafapere , che queflo ver fato 
di *4 na ir tonte , 

Oiif v/up , Qipoiror «tu 

Fer aquatn , fer vinum , ò puer . 

Tortami vino , & acqua • 

Veramente non fi troua nell’operc, che ci rimangono flampate di lui , nè da al- 
tri fi troua allegato , che da Demetrio ; ma è bene co fi filmile d quelli, che_» 
reggiamo di (^/nac reonte , che poffiamo affienarci non effcrc d'altri , che di 
lui . Di circhi loco poi fd mentione i^yfriflotele nella Politica , e nella "Reto- 
rica: & ^4 temone ragiona ,& Apollonio \odio ne fcrifie : fi come il Com- 
mentato, r di Pindaro ne ragiona-, augi allega vno di quefli mede fimi verfetti di 
lui , nè gli Olimpi alla ode fifa ; C? aggiunge ch’egli fu poueriffimo , la qual 
cofa ci Jeruirà poco più baffo ad vn certo propofito . Quanto à i Ver fi di lui , 
altri non fe ne trouano , che quegli , i quali da alcuno akro tutore fono flati al- 
legati : fra’ quali il fecondo, che apporta qui ‘Demetrio . 

Tir rà( voflffi Ofirtte 

Menres quisabftul it tibi ? 

Chi ti leuò d ceruello > 

Eque l medefmo , che viene allegato da frifìotile nella Retorica , e fi trou&j 
ancora prefio ad Efcfiione Grammatico , e fu da K^irchìloco fatto dire dalle fi- 
gliuole di Licambe al padre iflcfio , riprendendolo , perche i cofc brutte le per- 
juadefie; l'altro verfetto poi del medefimo */ trchiloco . 

A'X 1 ’ **.***•'* ewTàhn • 

Pcrtriftis Sentale, 

Difpittofa Sedala . 


*V 


Particella VI, #7 

Ter verfo putì di -Archiloco vieti citato dal Commentatore dì Tindaro , cr i 
da credere , poiché -Ateneo fà fede , che Archiloco fcrijje della Scitala : Del- 
la quale fcrijle ancora t come dice il medefmo -Ateneo , -Arifìofane Gramma- 
tico . E della Scitala Laconica in particolare trattano , & -Aulo Cjcllio , e 
Snida , (3 i Commentatori di Pindaro , e di Arifìofane , \3 anche nefà men- 
tione Senofonte . Scitala in fomma preffo à' (jreci molte cofe figmfica ; alte t 
volte la sferza ; alle volte vna bi faccia di cuoio ; alle volte vna Jq ladra di ca- 
ualleria ; alle volte la tauoletta , otte fi fcriucuano i delitti de’ condannati . Sci- 
tale ancora fi domandano certi topi , de’ quali fan menti one Columilla nel Li- 
bro feflo al (apitolo dice fette , e Tlimo nel Libro Trenteftmo fecondo al Capi- 
tolo Quinto, vn ferp ente pur veleno fiffimo era la Scitala , dice Dìo fior ideal 

Libro Ottauoal Capitolo dicefette . (JUa più propriamente S citala lignifica , 
Veitem , virgain , fuftcm , baeulum , 3 in jomma ogni baffone , 0 bac- 
chetta , che fia tonda , t polita . Dal quale fignificato ha prcfoil nome la S ci- 
tala del libro 17. e tutti quegli , che ne ragionano , altro non era j e non vna for- 
te di Ciffdra adeflo molto volgare , che allora per cofarcconditifjima vfàuano 
col mezzo d’vna bacchetta i Lacedemoni co’fuoi Capitani , quando erano fuori 
negli efiercìti . Tigliauano,cioè due bacchette tende totalmente , e di lunghez- 
za, e digrofli zza fimi li ; delle quali vna al Capitano nè dauano , e l’altra per 
fé fltjfi rattcneuano : e quando voleuano fccretamcnte fcriuere , ton vna lon- 
ga firifua di cuoio, ma flrettiffima , così fafciauano attorno attorno tutta la 
bacchetta , che niente n’appariff e . quindi fopra il rauuolto cuoio per lo lungo 
della bacchetta fcriucuano ,à fine, che fuiluppandofi il cuoio , confu fi rcflafse- 
ra i caratteri, nè manici mede fimo fito potefiero ritornare , finche nella bac- 
chetta conferme j dal foto Capitano , pofleduta , non fofie nella fìefla maniera 
attorniato il cuoio . Qutfìe tali lettere inciffi rate di quefla forte , Scitale dun- 
que fi domandano : e pero bàtfpofìo qua il lettori il ver/etto di -A rchiloco . 

7Kvt«U.v, 

Cioè,, 

Triflis, ac maeroris piena Epiftola . 

Et è poffibile veramente , che di qualche lettera noiofa ragionafie in quel luo- 
go isi rchiloco . Ma v’è vn’altro fcntimento , che pcrauuentura farà più ac- 
commodato : Vercioche oltre quel , che dice Gelilo , fenuono i Commi ntato- 
tidi Vindaro , e di -Arifìofane -, che prefio à' Lacedemoni, quando glivjurai 
prefìauano danari ad alcuno , vna baichitta polita tn due parti , Job uano par- 
tire, e fopra ciafcuna di loro fcriuere il debito duolni, tenendosi a delle par- 
ti prefio di fe,e l’altra confinandola à due ttflìmoni, per potere col mtzo 
di quefìe lonRringere in gtudicio il dihitore à pagare , oue egli negafje il debi- 
to , e ciafcuna di quefìe bacchette , Scitala dicono , che fi domandaua : 
qual propofito, bauendo noi già di fopra veduto , che -Archiloco era poue- 
riffimo , crcdiam più toHo , che egli non di lettera inzifferata fi dolefje : ma 
della Scitala de gU f furai , come di quella , ihe à memoria gli tornaua i fuoi 
debiti , e lo sforzami à pagargli , In quella maniera , che Horatio ancora no- 

F 4 1 minò 


88 H Predicatore del PanigaroU 

minò Triftes Kalendas , noiofe Colende , perche alle Colende foffero pitti gH 
vfurai di efigere i crediti. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

C Hc la Sdraia propriamente lignifichi rn battone tondo , e polito i 
lo polliamo anche cauarc dalla Scrittura fama in due luoghi: pri- 
mieramente dal $o.Capitolo dcll’Efodo , ouc quello , che d:cc il 
tetto Latino, Et facies vetta ex lipis imputribtléus ; i l Tetto Greco dice, 
TuifHt muravate he ^liwr itinifu» ; E poi dal Capi colo del Secondo 
Libro de’ Regi: ouc fra le imprecationi, che faDauid allacafa di Gioab, 

E crchc hà dcrto, che T^pn deficut de domo Ioab fUtxum [angui ni s [ufi mais , &• 
profusi aggiunge nsh npur^f aKvrcb.hu , le quai parole l'editionc Volgata 
hà cipolle ,zy tenens jujuniy intendendo , che Dauid imprccattc alla cala 
di.Gioab, ( dicono il Gaetano, c l’Abulenfc) qhc/emprc haucllc huomi- 
ni* effeminati : i Settanta Interpreti in Latino non corretti diccuano , & 
tenens feuticanr, madoppo lacorrctdonc fatta percommillìone di Sino 
Quinto dicono, & tcncns Scytalam ; c nelle Annotationi apportano l’opi- 
nione di Teodoreto , il qual dice, che Scytala vtuntur, qui mutilato Jiuitcor- 
l>orc, c per confegucnzaefpone, clic Dauid imprccattc debbolczza, c in- 
fermità à quelli della cafa di Gioab . Ma à noi porlo propofitonoftro , 
ò che tcncns Si ytalam , voglia dire tenens fufum, ò tennis baiutum , batta , clic 
lignifica ( come diceuamo ) legno polito, c tondo , Quanto hora.all’am- 
màcftramcnto di Demetrio , che nelle cole magnifiche, lunghe debba- 
nocttere le claufule, diciamo , che gli Autori Eccleliattici ne fono Ilari 
oflcruantiflimi - E gli efempi li pollono così cauarc da ogni pagina, che 
èquafi fuperfluo rapportargli: Tuttauiaalmcno perla varietà , c per 
empire quanto fi può più il Libro di cofe facre , tre Autori faremo firn ti- 
re eccellentifiìmi ; Cipriano , Lattantio , c Leon Papa , c fi vedrà le fcp^ 
pero nelle cofe fopraordinatie , allungare (òpraordinariamente alcu- 
no de’ membri della Profa. Cipriano nel principio del Libro. De borio 
paticntix, dice così. è*5 

De patientia loquuturus , fratres diteci ij[ mi , rtilitatcscius commoda prx- 

dicalurus , vnde potius ina pi. mi , quam quod mine quoque ad audici.dam vesti .rm 
patientiant video cjfe ncceffariam , vi nec hoc ipftrn , quod audius , ór difiitis , fi- 
ne patiniti a facete poffitis : T nnc cnim demum J ermo , &■ ratio Jalutaus cfjuaci- 
ter difeiitur , fi paticntcr quod diclini ■ , tudiatur . T^cc inuenio fratres dilcfìijjimi , 
inter ceder as Cotlctiis dtfàpiìna vi.u , quibus ad conjequcnda dimnitns prtmiafpei , 
tic fida «osine fetta dingttur , quid magis fit , velvti/tns ad ricorri , vet malusai 
gloriata ; quatti vt q ut pnueptu Dominici s obfeqm» timoris, et dcuotionis mmtiniur, 
patientiam maxime tota oliju u.it:ont tucamur . 

Lattantio nel coniinciamento del SecondoLibro De lufiitutione hà que- 
lle parole, 

Qumqnam primo libro l\cligiones Deorum falfas effe monHi auerint , quod fi , quo- 
rum varios difjimilesqnt tultUs per vniuafam teham confcnjus hommum i tuli a 
perfusione fufeepit , mortale s fuerint,fun£lique vita Diuinx ncccjjìtatt morte con- 
ce fieri ut ; tamen ne qu i dubitata relinquatur , bic Jccundus liba fontem ipjurn pa- 
tef aerei crrorum , caufajquc omnes cxplicabit , quwus decepti hvmmts , er primi-' 

tus. é 


Particella VI, - Sp 

fusDeos effe crediderwtt > poftmodum inueterata perfiufnmein fufceptis pra- 
tijfmiè perfeuerarunt. 

Ma San Leon Papa nel Sermone primo di San Pietro, e Paolo ci tari 
rtupire , onc dice , 

Omnium quidem Santlorum folemnit atirn diteti ijfimi, totns Mundus efl portierps-, 
& vniusFidet pici u exigit, vt qmequid prò falute vniuei forum gesium rciòti- 
tur , commuwbus vfuqiie g uidifs edebretur : Veruni amen bodierna feftiuitas,prx- 
ter illamnuerentum , quarti toio terrarum orbe premermi, f pedali , & propria 
nofir&y ibis ex ulta! ione veneranda efl, vt vii proupuorum ^ipostolorum glorifi- 
cai mesi exit us , ibi indie martyrii corum fu Utitio r P>incif.a us . I flieium funi 
viri, per quóstibi Euangelium Cori sii fonia refplendun , & qux eros magi firn cr- 
rorrj , fatta es difcipula veriìatis. Isti funi patrestui » vcriqi te paflares , qui te ra- 
glili Cccleftibus infcrtndctm , multo mcltus, multoque ftlicius condidcrunt , qudm 
illi , q tur uni Audio prima motti un tnorum fundatuenta locata funt : ex quibus is , 
qtd Ubi nomtn dedit, fraterna tee ode fxdauil . Ifli funt, qmtrad bone gloriarti., 
fToucxeriliit : vi gens fanti a , popvlus Cleti us , Cmuas facei dotali s , e-r Kfgta , per 
Sacravi Beati Vetri Sedetti caput Urbis effe Ci a , lalius prò fiderei i{chgionc Lumia, 
quam dominathne terrena . Quamuisénimmultis auffa viti otiti , tus Impartì tui 
icmmariquc protuleru ,minus tomai efl , quod tibi bellicus lauor Jèbdidit , queon 
quod pax Cbnjtiana f ubiceli . 

Che te di mu gli, che Topinamente hanno orato , vogliamo ragionare , 
ftu pendo fù Monfignor Cornelio , quando hauendó à predicare della-. 
Trinità , della quale ninna colà i più alta , con la lunghezza ancora dcl- 
la prima c laudi la amplificò marauigliqfamcntc il ragionare dicendo. 
Semai per marauiglia auuczzi à contemplare quella gran machina del-. 
l'vniuenb con la mente voftra, vi liete alzati à riconofcere quell'alca 
cagione prima di tutte le cole ; quel primo motore, da cui pende ogni 
moto, ogni inouentc , &ogni mobile ; quell’vnico Monarca , che nella 
lingua noftra fi domanda Iddio, che hà date le leggi al Cielo, i raggi ai 
Sole , le corna alla Luna , il fluflo al Marc , la (labilità alIa-Terra : noggi 
fiatoni attenti vi prego Signori, (erbate filenzo, & non vadano pcrc- 

! ;rinando gli orecchi vollri: che di c{ucfta caufa vniuerfale, di quello 
bmmo motore, di quello gran Prcncipe , che come onnipotente creò , 
come fapicncillìmo difpofe, come ottimo conferua,c tiene la briglia. 
alMondo.vi hò da ragionare lungamente à gloria fua\ 

E linalmente fc vogliamo eleni pi nelle fcrmurc medefime(c per hora 
non voglio, che partiamo da San Paolo ò fcriucntc.ò ragionante.) Certo 
ou’egli fcrifle in lingua fuacloqucnciifimamétc laEpiltola à gli llcbrci , 
dadaufula fi lunga in materia grauifiìma cominciò quanto è quella-. 
Hdtifariam , vfquc. Cut emm , exclufiuè ■ 

Etouc egli due volte potette commodamentc ragionare della fua caufa 
in Giudea. La prima al popolo dando ne’ gradi del Tempio, e la fe- 
conda al Re Agrippa: Quanto alla prima doppo hauere captata l’attcn- 
tion e dicendo, 

Pinpatres , & fratres , aulite quam al vos none reddo rniionem • 

Da quella lunghidìmac laudila lì fece , 

Igofumvir ,vfque fati um tfl .exclufiuè. ,.< * ’* '■ 

Eia feconda volta parlando ad Agrippa, poiché la bcneuolenza di lui 
hebbe conciliata dicendo, 

• V • " - De 


90 II e . "Predicatore del PantgaroU 

Ve omnibus qui bus accufor * Iud&is , I{cx ^grippa , afhmo me leatum apud te 9 
rum firn dcfcnjurus mehodie maxime tc fetente omnia , qua: apud ludxosfunt , am r 
fucinimi, & quafitones , propter quod obfccro patienter me audieris . 

Pure con vnaben lunga claufwa diede cominciamenro,cioè con quella. 
EtqutdemyvfqueDequafpe,exdufiuè. 

Si che anche quella auucrtcnza, che in materie grandi di lunghe clau- 
f»ilc habbiamo à fcruirci, dalle fcrirrurc medefime può clTcrc , che {la 
fiata apprefa. 


PART I CELLA 

SETTIMA. 


TESTO di DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 

Xiilcrct ctiam contea aliquando breuis , ceu fine rem ali- 
quam paruam exponentibus nobis,vt Xcnopbon inquit . 
quodvenerunt Oraci ad Teteboanfluuium , *t°(Sì U*, pi- 
ytu fxìr i, jtaAsV «f ì : una emm cum paruitate , & concifione 
numeri appai Kit paruitas fiuuij ,& venuflas. Si antem 
fic fupra medimi extenjo ilio dixifiet . die autem magnitu- 
dine quidem erat minor multit : pulibntudint autem fupcrabat omnes, eò qu òd 
decct, excidiffet : & extitifiet , qua vocaturnota frigida , fed de f rigore pu- 
ftea dijferemur. 



PARAFRASE. 

I come dall'altro canto, tempi vi fon’ancora, nè qua- 
li conuiene, che di membri più breui ci fcruiamo; co- 
me è quando ragioniamo di cofe minute, e picciole 
in quella maniera che trattando Senofonte del Tele- 
boa liumicello piccioliflimo, dille. Egli ceno grande 
non era, bello nondiracnojouefi vede chiaro, che nel 
labreuità , cfpezzaturadellaclaufula rimangono quali dipinte la 
piociolezza, e la vaghezza del fiumiccllo: Che le egli in contrario 
tronfia mente hauefle detto. Et egli certo ben di grandezza era po£ 
libile, che cedefle à molti, ma di bellezza auanzaua ogni altro, non 
hauerebbe feruato il decoro, & hauertbbc dato nel freddo r iua del- 
la nota fredda ragioneremo à luo luogo. 



COM- 



Particella VII» $ i 

COMMENTO. 

Q uello , che auuertimmo di fopra , oue ragionammo della lunghezza del- 
le claufule , il midefimo notiamo qui , oue fi tratta della brattici . Cbe 
intenti one di Demetrio non è d’infegnarci tutti i luoghi , oue habbiamo à valer- 
ti delle claufule più brem dell’ordinario , ma di addurcene perefempi alcuni 
folamente : i quali fono tre : Cioè, oue ragioniamo di fogge tti baffi , e cofe pie - 
ciole-.ouenel dire vogliamo ejfere afpri , feueri , e vehementi: & oue profe- 
riamo fentenze , ò proti-ibi . £ veramente quanto al primo , la regola de gli 
oppofiice lo’nfegna , che fe nel trattare cofe magnifiche , e grandi, conuiene. 
cbe adoperiamo claufule longhe , & ampie: dall’altra banda nel ragionar di 
cofe minute , e famigliati , fta ragioneuole, che vfiamo membri rijiretti, e bre- 
vi . Ife’ Ver fi la cofa è chiara , che fi come Virgilio , & Homero fecero be- 
niffimo trattando i grauiffimi Joggetti dell’umida, e dell'Iliade in Verfiefa- 
metri , de' quali À pena più lunghi pojfono ràrouarfene ; cosi Horatto , e 
Kjinacrconte , ne gli fcherzidi molte loro materie Lìriche , con ragione, e 
giudicio adoperarono i trimetri , (3 altre forti di hreuiffimi Ver fi . Il Tetrar- 
ca no fini nelle cofe grandi, & illustri con istanze piene di Ver fi déceua , 

0 affettata in Cie' beata , e bella 
Cslnima , che di noSlra htimanitade 
VeRita vai, non come V altre cana. 

E altrove ; oue di cofe leggiadre , ma piaceuoli , ne più alte , che tanto , ragia, 
nana, tanti Ver fi rotti accoggaua in firme, come in quefiaftanza fi veggono , 
Chiare , fre fiche , e dolci acque, 

Oue le belle membra 

Tofe colei , che fola à me par Donna : 

gentil ramo , oue piacque *. ( 

(fon fofpir mi rammembra,) i* 

A lei di fare al bel fianco colonna . ■ v • ' t. 

Herba , e fior , che la gonna \ . t 

Leggiadra ricoperfe 

Con l'angelico fino : > ì 

Aer furo , e fermo , 

Oli Amor co' begli occhi il cuor m'aperfe; ■ * 

Date vdienza infieme 

Uf le dolenti mie parole eflreme, 

T^elle “Profe poi fi vede chiaro , oue Cicerone adoperi più lunghe le claufule ; 
ò quando Jcr'uundo ad A. Torquato delle cofe publiche ,dice: 

Et fi ea perturbano eli omnium reami, vt luacquenique fortuna* 
n.aximò poeniteat, neinoquefit,quin tbiuisquamibi vbieft,cfle 
malit , tamen mìhi dubium non eli, quin hoc tempore bonoviro 
Romx elle oulernuftim Ut. 

Onero, 


.. Il PrtdicAltré dà PmlgmU 

& fuauiflimus Cicero vale- 

S&JS. - : »« P" > *» -/*-«» > * 

mnn . oue trattandoci di certi amorali artigtanefchi , e di merende , e di Jt 
Ziti miche , fi vede Per tutta la Quella tanta breuità di claufuU , quanta è 
Z fla ■ Tafanino al gran cc/lo della Salma riunito , di quella feelfe vna fo- 
Vla- E conejia Ci, .cominciò à [impicciare i denti , e le genuine ; d “ e » do ’f' 

U Saluia molto bene gli nettai, a d’ogm cofa ,cbe ^ a .^ T 4 ^ nò ,/L 
Vbauer mangiato-, 6 poiché così alquanto fregati gl, heble , nto.no tnjul 

dcù Jrmenia : f di lui parlando, che picciolo invero ma bell, filmo era . dt- 

‘jJqMli parole più lofio fedelmente fecondo il fornimento , che proforttona- 
‘l te fecondo il propofito tradufjc in quefio modo Mifjtr Tumulo ^ ma fi o 
Ad Tclcboam amociu pcruenerunt, pulchrum illum q uide mj lcd 

T^l^m^bc ci forum , come dcono , meglio è tradurle di noce in uo- 

Hic vero erat , magnus quidem non, pukhertamcn 

Et era quefio fiume grande in nero non già, bello nondimeno. 

Se bene come bò detto , così dice ‘ Demetr.o , che dice Senofonte : perche 
roti Tetto di Senofonte dice in un' altro modo, cioè 

StccSÌ lw tUtKÌi pir. /eiyafSì Ì 

Hic vcrò erat pulcher quidem, magnus tamen non. 
rp e rò babb.amo'à credere, che Demetrio d memoria allegando il Tetto di Sc- 
afante mutafie in fattole paiole, Tanto più facilmente , quanto che ò nell - 
vm , ò nell’altra maniera , tbef,profirifcano,fcmpre retta la mrde f™*P“~ 
ciderza delle claufulc , à propofito detta quale egli le allega : anzi nel G eco 
retta in tutti due i modi un’altra bellezza , che ancb’efia impicciolifce g"»*- 
mentc il ragionare : cioè, che tutte due le claufuìette terminano ,n monofillab,: 
nella prima maniera il primo membro in » , & il fecondo mie, e nella feconda 
H primo in M*' , & il fecondo in * , che in Latino nonfipuoiOmmodamcntefa - 
J. Zero nella prima manieri, fe bene il primo membro habbiamo fatto ter - 
minare nel monoftltàbo non , il fecondo nondimeno bà bifognato, 




Particella VII. 

i bdUUtO il tamen , e nella feconda ,feil fecondo membro hi battuto il non , > 
primo non potendo battere monofillabi hi battuto il quidem . T^el nolìro 
^ u»lga re poi , mila prima maniera babbiamo terminato il primo membro nel 

S monoftllabo già , ma al fecondo e bifognato dare il nondimeno , la dota nella fe- 
t conda , pure babbiamo fatto tanto , che come nel Greco Tt flo , coti noi ancora 
tutti due i membri babbiamo terminati in monofllabi , uno in quefia noce fi ; e 
’j l'altro in qutfia nò, dicendo, ét era quefto fiume bello in vero si, ma grande nò. 

(. Co/a , la qual fi uede , che oltre la picciole^za della tlaufula , aiuta anche efia 

a fidai à impilili lire U modo di ragionare . In quella maniera , che parlando di 
cofa sì puciola quanto è un topo, e Ve rgilio,e Horatio, ambedue finirono i Per- 
ii fi in monojillabi . Virgilio dicendo . 

, Sxpcexiguus raus. 

j Subterris poluitquedomos,atquehorrcafecit. 

E» Horatio. 

t Parturientmontes, nafceturridiculusmus. 

Comunque fra , belltffimo è , dice Demetrio , il luogo di Senofonte da noi allei 

* goto à qui fio prcpofito di narrare con breui claufule lepieciole eofe . £ Je più 
chiaramente il uogliamo u edere , mutiamo le breuiclaujule in lunghe , e ue- 

x detono , che con la breuità di mt rubri , parerà ehe leniamo infume la piccio- 

* Uzza , e bellezza del fiume , oltre thè fi lettera tutto il decoro dell’autore , 
il quale Jc in ucce di dire come dijje , bauefie detto ; 

* llleucròmagnitudmc quidem n.ultis crat inferior , pukhritudinc 
■ autem omnibus antccelJcbat. 

- Et egli ce no di g rande\za tra pififibile , ehe cedeffc a molti , ma di bellez- 

za mino facilmente fi farebbe trouato, ibe l’auanzafle: quanto alla mifura 

* delle claufule non dii picciolo, e placido Tcliboa farebbe paruto, ebebauef 
fi ragionato , ma dii grandi fimo T^ilo , e del rapiaiffimo Danubio. £t è Ul 
notan un’altra diligenza del mfìrc Dimitrio qud , (he fi come le parole » 
Stnofonte non foto ciano artificioje ptr la brenna delle claufule ; ma perdi 

t teminauano ancora in tnottajillabi . lofi igh nella mutai ione, ehe ne fa, 
non filo rende i ttiolo il ragionare tt amutato per la lunghezza di membri 
tua per la terminatioxe amora , facendolo te » minare inmdattilo, & invìi 
fptndeo , come terminano i i-erfi efametn ów.ito x<trT*f . (^he anch. 
> nel ragionari magni fi io , non ibi nel tame , è fine troppo gonfio , e vitiofo . 

?■ Cut fi in Latino fi fufjc ditto 

>■ llleuerù magnitudine qmdem rr.ultis erat inferior, pulchritudine 
1 Ucròfuperabatgrauiter omnes . 

;. 1 0 come fr in Italiano vi Igarc fi foffe finito in vn verfo intero , e con rima 

i: di quefia maniera ; I 

ti Et tgli certo , era pcffibile , thè cedeffe à molti di grandezza , ma fopraflaua 
ft i tutu di bellezza. 

p i he fino modi di dire tutti troppo gonfi , in riguardo della tenuità del fin- 

ii mitilo, del quale fi ragiona. E che per conjcgmnza fatino ihe altri dia nel 

vitti 


94 1/ Predicatore del Vangar ola 

litio della nota fredda ; della quale nota fredda , perche a fuo luogo habbiam 
da ragionare , bafla per bora il dire , che è la nota t itiofa , appetta alla ma- 
gnifica, cioè , che fi fa per eccefio di magnificenza , quando cojt bafje con trop- 
po apparato, e con troppa grandezza fi riducono, e come dice Horatio , Par- 
tunent mon tes, n afeetur ridiculus mus : in quella maniera , che vn Toe- 
fa burlefco diffe ; 

Dal più profondo , e tenebrofo centro • 

Oue colloca Dante i'Biuti,ei Caffi , 

Va Fiondante mio cercando i faffi 
La vo tira mula per vrtarui dentro 

tMa di quefio,come babbiam detto, tornerà il proprio luogo da ragionarci 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

A Propofito di fiumicelli , fe San Girolamo nollro coli bene, come 
Senofonte habbiafaputo con la breuità, e venullà delle claufu'e 
porci innanzi à eli occhi lapicciolczza , e vaghezza di alcuni di loro da 
due luoghi fra gli altri fi può vedere chiaro. Vno, oue nelle qudlioni in 
Gencfim, parlando del Giordano dice. 

Duobusergo fontibus , qui haud premia fedifì.jit, in unum riuulum jadcratit, 
lordatici demeeps appellarne . 

E l’altro , oue nclia Viradi Santo Hilarione, deferiuendo vn fiumiccl- 
lo , che lcaturiu.t da vn monte , Icrilfc in quello modo . 

Saxeusi gr fublimis morii ad radice t fuas aquasexpnmit • qu.n uni alias arena cbi- 
bunt , alia ad tuferiora delapfa prjdlacim riunì n t flit timi , fupia quern ex utraque ri- 
pa palma innumeraliles multùm loco , & commòdi , & amami atis t iluunt . 

Clic noi in vna nollra Predica llampata , di Sant’Antonio facemmo Ita- 
liano in quella maniera. 

Spingefiin fuori , &crgcfi verfo il Cielo vn faflbfo monte, alle radici 
del quale fpicchiando con mediocre vena acqua limpida, e chiara, fe be- 
ne parte di lei dalle vicine arene viene imbcuura; l’altra nondimeno 
(tendendo al piano, di fe medefima formavo rufccllo, ò vn riuo,il qua- 
le, come da molte palme vien cinto da ogni intorno, così c commodo , e 
diletto arreca al picciol luogo. 

Ma la Scritrura medefima, oue parla de’fiumi grolfi , ce li dipinge in 
modo, che ne fentiamo quali il fragore, c l'impero^comc nel Deutero- 
nomio all’ottauo . T crram riuorum, aquarumque, & furiti urti, m cu.us campii 
mcatibtis èrkmpunt fluuiorum abyffi . 

E nondimeno oue vn turnice Ilo era tiofo ci vuole rapprcfcntarc atlan- 
ti , così bene si accorciare le clau lulc , e polirle , come fi vede nell’Apo- 
calilfi al n.in quelle parole ; 

1 1 oflendit mihi jltmium aqux viua : fplcndidum tanqu.m Chi y/Ulum . 

Si come fe d’altre materie, che di fiumi , ragioniamo, pure nelle Scrit- 
ture truouiamo , che quello Hello San Paolo , il quale di Colt alte ragio- 
nando, sì lunghe faccuale claufiilc, oue di cole famigliati tratta con 
Timoteo Aio ,claufulctteadopra di quella maniera. 

Festina ad me uenire citò: Demas emm me rcliqmt ddigens hoc ficulum , & abijt 

Theffa- 


f 


Particella VÌIl. 

Tbeffalonicam , Crefcens in Ga! ottani . TitustnDJmatiam • Lava eflmecum fo- 
lus. Marciati affarne ■ & addile tccum . E fi emm mibt uttlis in minifierium : 7 
cb'iunawem mtfi tphcfun : Tenui jm quam reliqui Troade apudCarpum, uentent 
affer tccum: Et Itbris maxime autem membrana! . Nel noftro Volgare Italiano 
innu narrabili eferàpi fi pxrribbono addurre de’ Scrittori Ecclcfiaftici , e 
dinoti , i quali ; oue c bifi^nato trarrare cofe picciole, picciolifiìmc clau- 
fule hanno vfate; ma perhora balli quello, che il Padre PafTauanti nel- 
lo Specchio di penitenza adoperò, trattando dell'humiltà in quelle-» 
paróle-». 

Humilrà fic,chePhuomonon fi attribuifcanicnte con arroganza, e fil- 
mili minore, e più ballo de gli altri . 

E più ba fio: 

La vera humiltà fièquelladel cuoretonde deueproccdcrel’humiltàdi 
fuori, come dalle radici il ramo . 

E nel principio del feguente Capitolo , pure come Senofonte terminan- 
do in vn monofillabo , La feconda cofa , che fi deue dire dell’humiltà, fi 
è quanti modi, ouero quanti gradi ella hà. 


ELLA 



P A R T I C 

OTTAVA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

^fcuorumaurem membrorum , & in grani nota v fitte fi: gra- 
nine emm tfl , quod in pauco rnultum intus apparet , & vebe- 
mcntius ■ imde vt Lacones funt breuiloquentcs , granitale ipfos 
i impelli nte. & imperare concifum , & brettc : fi omnit dmr> 
nus fcruo vnius Jytlabx . 

PARAFRASE, 

"raS? Empo ancora d'adoperare claufule breui è nella nota 
graue,cioèquandonelragionarevogliam parere fede- 
ri ,aipri,aufteri, e veheinenu: Perche inuero in quanto 
. minor luogo riducono le forze loro, unto fono le cofe* 
& appaiono à noi più v igorofe . I Lacedemoni per quella cagio. 
ne, come grandemente affeteauano la feucritài coti brcuilDi ni era- 
no nel ragionare ; Eti padroni nel comandare a’ fcru. à pena con 
yna meza parola, anzi con una ùliaba fola uogliono edere inceli. 


Sigiti 


COM- 


$$ Il 'Predicatore del Punigarola 

COMMENTO. 

T He efimpi dicevamo , che era per dar Demetrio di occafioni, nelle quali 
conueniJ]e,cbe adoperammo claufule più brevi dell’ordinario . Cioè nel- 
le materie bafle \ nella nota grave ,& nelle Jenten%e,o proverbi, che vo- 
gliamdirc. E già da quello , che s’habbia J far nel primo cafo,habbiamo ra- 
gionato à baflanga . flora che cofa fta nota grane non è murinone noflra di dir- 
lo qui diflejamentc, perche più bafio ne hauremo à trattare , come à / ùo p roprio 
luogo. Ter bora nota grave è quella, che i Cjreci dimandano l «rinr, e Cicerone 
De Oratore, (S altrove con rari nomi dipingendola , gcnus diccndi l’ha di- 
mandato , vehcmenteracre,contortum,acrox,uibrans,incitatum,e/ì- 
mih: S ono in quc/lo genere per lo più l’oratiom di eJMarco T fillio In Verrem, 
in Pilonem, in Vatinium, in CatiJinam, & in Al arcuai Antomuiu : 
è in fomma nota grave vfiam nel ragionare, cioè ajprafeucra, atroce, auflcra, e 
vehemente. Quando minacciamo, riprendiamo ,ci quereìiamo,o di p.ùi fecratio- 
ni,&imprccationi facciamo, e eofetali: che da 'Demetrio intt ndercmo poi tutte 
diflintamente . Se ben bora à fvo proposto bafta , ch’egli in confufo c’infegrii , 
che à quefla notagraue convementiffime fono le claufule più breui dell’accoflu- 
mato. E la ragion è, dice egli, pere he la mcdefima fojlanga di co fi, in poche pa- 
role riftretta par più pejante,e che maggior colpo faccia nell’animo di chi afcoU 
ta, che nonfanbbe la medefima in più lunghi membri diffu fa. In quella manie- 
ra , che vedendoci noi avanti da "pria banda in pachiamo luogo cento libre di 
piombo, e dall’altra in molto fpatio cento libi e di piuma, o di bombagia , il me- 
di fimo pefo , come più contratto nel piombo , piùgraue ci pare , e più pe fante , 
che non nella bombagia, o nella piuma . 1 L acedi moni, dice Di me trio, i he come 
facevano gli au fieri, & afpri , cofi breuiffimamente ragionavano , ih he è tanto 
vero , che da loro ogni parlare breue fi domandò Laconico , come fi può cattare 
anche da Cicerone in vnaepiflola ad Marcuni JBrutum. £ Tlutareo nella vi- 
ta di Licurgo due , che de" Lacedemoni la moneta pefaua molto, e vaiata poco g 
ma le parole pochifjime erano, e valevano a/lai. £ che Licurgo era fottio di dire , 
che fi come il feme di coloro , iquali in certe cofe fon troppo difordinatii per lo 
più ftcnle,e fen^a frutto', cofi la foueribia lunghezza nel ragionare fa l’oratio- 
ne vana, e Uggierififma. Ter la mcdcfima cagione: cioè perche i padroni nel co- 
mandare à’Jcrvidori \ oglicn moflrart gravità, e Jeuentà ; per quello dice De- 
metrio, chc jogliono comandare breuiffimamente, e fe così può dtrft con vna fil~ 
lab a . 1 Uhe in tre modi fi può intendere , onero che quefla fia bipctbole , o che 
babbu detto con i na filiaba , cioè breuiffimamente : onero perche in effetto 
molti modi fmperatiui furuouano , che ton ma fola fiUaba fi pronunciano t 
X ome 

I,fer,da,fta. 

Vuri , vd ,dà,fìd,tò ,e fimili. 

Onero finalmente , perche anche le parole di molte fillabe molte volte i padro- 
ne 



rt 


Sopr* U Torticeli a Vili, 

hi per atrocità , b feuerità le [pestano , e tranguggiano comandando à’fini- 
dori di maniera , che le fanno reilare monojillabc. Veramente fe ne gli ferini 
no fi ri bauremo da introdurre perfine, che comandino ; breuiffime ciati) ule con - 
uerrà,cbe metnam loro in bocca-.m quella maniera, che tutti i Comici buoni-, ma 
fpecialmeute Terentio, quando fà, che padroni comandino à'feruidori , cluufu - 
lette sì breui fà adoperare, quanto fi vede, che fino quede, 

Vos 1 fi lisce introaufert: ; abitè ; Sofia adcidum:paucistc volo. 

E fonili. Vergàio anch'egli, quando fà , che Cioue comanda à Mercu rio , che 
vada à trottare Enea in Cartagine, in vn ver fi filo tre incifi caccia . 

Vade,age,natc; voca Zcphyrosu & laberc pennis . 

E il Ta/lo fimpre marauighofo , quando nel primo Libro della Cierufalcmme 
conquidala, fà che Iddio comanda all’ Angelo , che vada à trouar (joffredo , e 
fargli vn’ambafiata, tante picciole claujule caccia ne i ver fi ; come fi Jente quà, 
(joffredo hor troua , 

E digli in nome mio : perche fi ceffa l 
E foco più giù , 

Chiami i Duci à con figlio ; e i tardi mona ; 

Gli [par fi at cogl ta, il tempo , e l'hora appreffa , 

Che s’inchini il poJScnte , e ceda il veglio 
E’I gran Duce ab eterno in Cielo io fceglio. 
ida più efpre/J 'am ente il Boccacci, quando tornando da Cifliil ferii idor di A/. 

< fieri riferì , che Cidi hauea detto, che non era mandato à lui , così mozzo co- 
mandamento gli fà replicare dal padrone, quanto i qiiedo , 

7 ornaui , e digli , che cisò. 

Et in molti altri luoghi fi vede il mede fimo: perche in frnrna, oue fi co- 
manda , fono propri firn e le claujule breui . Ma io aggiungo , che v tihffime fo- 
sso ancora le medtfime , oue fe bene altri non ha autorità di comandare, hà non- 
dimeno gran vogliadi perjuadere. TnoLiuio in quella vt bcmcntifjìma ejor- 
tatione , nella quale fà , che T anaquille morto Trifco Tarquinio cerchi di per - . 
fuadere à Senio Tulio, che fi feccia 'Rè , [pezza in queda maniera il ra- 
gionare. 

Tuum efi,Scrui,fi vir es,Regnum,non eorum,qui alicnis manibus 
pefiimum facinus fcccrc. Erige te : Dcofque Duces fcquere: qui cla- 
rum hoc fore caput Diuino circumfulo igni portenderun t . Nunc te 
ìlla ceeleftis cxcitct fiamma: Nunc expergiiccrc vere : Et nos peregri- 
ni regnauimus . Qui fcis ; non vnde natus lìs, reputa; fi tua, re fubita, 
confi lia torpcnr,at tu mea confilia fcquere. 

E la ftrua della moglie di tfnvflrato nel Decamenne volendo petfiadere i 
Tino , che accetta/se l’amore della padrona fua . Ecco , che breui claufule 
eongionge . 

+4 pri dunque l’animo alle mie parolese in te ritoina,e ricordati che ma rei- 
tà fenza più fuoleauuinitt , chela fortuna fi fa altrui incontro 10 I vifo lieto, e 
co/ grembo aperto. 

G Kd 


9 8 It Tre fautore del PuniguroU 

7{el quarto della Eneide, oue Mercurio vuole pervadere ai Bota, che fe gufai 
la nauigatione fua,dice coti : 

TununcCarthaginisaltae. - "t 

Fundamenta locas ì pulchramque vxorius vrbcm 
Extruis?heri regni, rerumquc obluc tuarurn? 

E poco più giù. 

Quid ftruis? aut qua fpe lybicis teris otia terris ? 

• E nella Cjierufalemmc conquidala , oue Araldo vuole perfuadere à ficcar-? 
do, che efea dalle delitie d’umida: quelli ver fi dice , tutti quaft fatti d’incifi da 
primi in poi; 

Và l'Mfia tutta , evà l’Europa in guerra; 

Chiunque pregio brama , di’ olio il bando 

Dato , guerreggia nella Sacra terra . \ 

Te filo, ò figlio di Guglielmo, amando 

F emina auuolge in labirinto , e ferra ; 

Te filde l’vmuerfoilmoto , hor nulla ■. v 

CMoue ; egregio campion d'empia fanciulla, ' 

Qual finno , ò qual Letargo hà sì fipuo . *. 

Il tuo valore i ò qual viltà l’alletta i 
0 quale attendi gloriojo inuito ; 

Sete nel tempo la vittoria afpetta ? 

Vieni à Guerrier fublime , e fia fornito 5 

\l ben comincio aflalto ; e l’empia fetta, 

(he già crollaci , à terra cflinta hor cada 
Sotto la tua fulminea , e miutta fpada . 

Che fe vogliamo vn Jegno euidente , che le ctaufide picciole ferumo gran* 
demente alla vehemente pcrfuafionc , auuertiamo che nelle perorationi; oue 
fanno l’vlthno sformo gli oratori per perfuadere ,troui amo quaft femprecon* 
gerie di piccoli , e (pezzati membri . Ecco Cicerone nel fine della oratione 
proQ; Ligario, poiché ha efirtato (ejare à perdonare à Ligario , con che 
forti di claufule finifee . 

Nihilcft enim tara populare, quam bonitas . Nulla de virtutibus 
tuis plurimis, nec gratior, nec adimrabilior mifericordia eli . Homi- 
nes enim ad Dcos nulla re propius accedunt , quam falutem homini- 
bus dando;nihil habet nec fortuna tua maius, quam vt poflìs, nec na. 
tura tua mélius , quam vtvelisconfcruarcquamplurimos. Longio- 
remorationcmcaufaforfitanpoHulat, tua certe natura breuiorem j 
quarecum vtiliuseflcarbitrer, teipfum quam me, aut quenquam 
loqui tecum, finera lam faciam : Tantum te ìplum admonebo , 
fi illi abfcnti falutem dederis , pratfentibus his omnibus te da- 
to rum . 

Et il gran Guidicàone nel fine della fua oratione alla pepublica Lucchefe, ce- 
rne potrebbe dire più /pezzatamente, e più vehementemente,che coft. 

" Scacciate 


$opra U Particella VITI, 99 

• Scacciate dunque da -voi la fupcrlia , e non fate vofho idolo Vaùtritia ; fae- 
tiaut la natura mifcricordiofi -, la fijepublica fcueri; ma nè quefla , nè quella vi 
faccia crudeli. 

Bjuocat e gli animi voflriinqueSìaofcura notte della pepublica alla luce, e 
frouidtn^a . 

lnucfiigate col coniglio gli occulti fuoi danni , e le in fidie . Tale fatele con la 
integrità . Vendicatele con la grandezza dell’animo , perche quante volte peti- 
farete d’hauerla Jeruata, tante volte de' voflrt benefici, e della vcflra prudenza 
t ii ricorderete. 

E quello che feguita. tutto però di claufulette breuiffi me, perche fapeua il va- 
lent'huomo, che come al comandare, co fi al vchcmentcmcnte pervadere attijf: - 
mi fono i membri più piccioli dell'ordinario. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

I N qucftanota graue della quale ragiona Demetrio fon quafi tutti i li- 
bri de j Profeti nelle Scritture Sacre: ma principalmente i quindici 
capitoli di Gicrcmiatnc* quali le minaccic,l« riprcnfioni.i comanda- 
menti, le vchemcnti perfuafioni, e tutte l’alrre cofe à nota grauc apparte- 
nenti fon cofi fpeife , che nulla più . Nè credo io , che portano in libri del 
Mondo trouarrt modi di dire più concitati , più atroci , più Teucri «più a- 
fpri , e pi ù velie menti di quelli , che fi trottano nc i Profeti : Come larcb- 
bc m E (ai a . 

Vagenti peccatrici. popolo graui iniqui taf e, [omini nequam,filijsfceleratis;Dercli+ 
quorum Domniwn : lAajphem-uerunt Jan£ium IfraeLabalienatifunt retrorfumjfupcr 
quo percutiam voi vi tra. 

£ in Geremia al 15 . 

Quii eni m mifcrebitur fui Hierufalem ? eut quii contri Ha ti tur prò tei aut quii ibit 
ad rogami um prò pace tua tTurcltquifii me.duit Dominusiretrorjùm abtfiU: & c.r- 
te ridai n manummeam Jupet tc,& mterficiam te. 

E cofi ne gli altri : Ma in particolare , che i comandamenti fi debbano 
far con poche parole, ftò per dire, che infin il Signor Iddio medefimo 
Con l’cfempio di fe ftclTo pare che ce l'habbia infegnato : perche i coman- 
damenti della Tua Santa legge , che includono pure virtualmente quanti 
comandamenti bene indiarne leggi ponno dare al mondo ; ad ogni mo- 
do non potrebbono già edere con più breui clau itile fpiegati, che con 
qtieftt-» : 

"tqon h abeti s Deoi ahcnos:T[nn facies tibi fculptilc. 7[on ad or olii ea, ncque colei : 
7fon afjuu.es nomai Domini Dei lui in vali ut n . M.cmenio rtdiem Domini fiwflifi- 
ces:U onora patron tuum & mah cm tuam.Tipn occtdes'Hon Tnccihabem.'Upn j ur- 
tata facies. bfpn loqueris cantra pi oximum tuum falfum uflimomum. 'hjpn concupi- 
fces domimi proxirm tw,ncc di f’dciabis va orem eiusjion jeruum, uon anallam , non 
boucm.non af inuni nec omma-quailhus funi. 

Nelle parabole delTedamento Nuotio ancora ; oueil Signor Noftro 
introduce padroni , che comandino à’ fcrui , Tempre con pochirtime 
parole lo fa fare : Come nplla Parabola della Vigna il padrone al pro- 
curatore. 


G a Voca 


ioo 11 Predicatore del Pamgarola 

l'oca operanti,^- redde Ubi mercedem. 

, omc , ) c * la Parabola della Cena grande il padrone al fcmo inuitante 
i xi etto m (lattati & vicos ciuitatii , & p auperes , oc debile s, &cxcos, & 
el..udos tntroduc bue. 

Ouc forfc,che l’interprete hà anche voluto cfprimere il mangiamento 
4 ! parole, che fanno i padroni comandando, c la poca cura, che mertono 
ne i ragionare à (crui, con fare vna delinenza monofillaba,c tanto ftrepi- 
tofa, quanto c quella. r 

Introduci bue. 

Ma di quello non più . Quanto à quello, che diccuamo, chclevehc- 
menti perfuafioni denno farli con membri brcuùE che coli nelle perora- 
noni fece quali Tempre Cicerone ; vorrei potere opporre à tutte le per- 
fualioni vehementi di lui, alcune di quelle de’ noftri Dottori, affin che li 
vedale, che differenza c’è dall'arrc lifciata , e vana de gli oratori monda- 
ni, alla vchemenza Diuina de’ dicitori Ecclclìallici: ma perche ne il tem- 
po,nc la occafionc lo permette ; leggali di gratia quella fola perfualionc , 
che fa ian G irolamo ad Eliodoro affine di condurlo alia vita folitaria. Se 
al deferto; c dicali poi, fe cofa più vchcmcntc è polTibilc, che lì ritroui , c 
fine ai eh effa quali tutta piena di membri breuiffimi in quella maniera. 

O dcjcrtum Clmjtifloribus rernxns. ò folitudo in qua tilt nafi untar lapida, de qui- 
bus in ^ pocalypJiCtuitas magni t{egis extruitur?òeremus famdianui Deogatùlcns ? 
Quid agi sfrata infxcrdo > qui mai or es mando ? Quatndiu te teliorum rmhrtc pre- 
munì lìuatudiufumofarum vrbium career tmludit?Crede mibi,nefcto quid plus lutti 
afpicio : ubet farcirla cor por is abietta ad pur uni ai betti cuoiaio fulgora » . ‘Paupertet- 
tem titnes ? fed beatos Cbrijlus pauperes appellai : labore terreni? at r.emo al bitta fine 
J udore coronatur: De cibo cogitai? fed fidesfamem non irmetifuper nudum metuis bu- 
TKum exefa ieiuntfs membra collidere ? fed Dominiti team iacee: fqualhdt captili bar - 
rei incuba C afaries? fed caput tuum Qbriftus cjt. Infinita eremi vajiitas te ter reti fed tu 
par adì firn mente deambulale. 

Monlignor Cornelio anch’egli nella nollra linguancl perfuadcrec ve^ 
hementiflimo: c bene fpeffo principalmente nel hnc delle prcdichc,que” 
ft'artc della breuità delle claufule , moftra molto bene d’efferfi raccorda” 
ta : Come quando nel fine delle prediche delle vittorie, fatte nel Concij 
iio di Trento, volendo pcrfuadcrc à Carlo Quinto la guerra contra gl* 
hcrcrici della Gcrmania,introduce la Chicfa,che dice coli , 

Piglia Carlo l’arme, clic Iddio t’hà date: armati di feudo, di corazza, e 
d’elmo: sfodera quella fpada, c difendimi hormai da gli nimici miei,chc 
mi perfeguitano . Pietro hà ben il coltello ; ma nella vagina: non tocca à 
lui sfoderarlo , febcncc filo : sfoderalo tù per lui in quello bifogno, 
che l’hai promcllo con giuramento. O felice, & auuenturato Carlo, 

3 uai lingua, ò penna ferà mai sì ingrata , che non celebri quella tua gran- 
c , c gloriola imprefa ? altra che l’imprcla di Tunili , quando come vn- 
altro A Incrino , domata quella gente fuperba nell’alto Campidoglio, più 
alto tu del Campidoglio , ne trionfarti nella tua Roma: Altrachc quel- 
la di Vnghcria , quando non pur pauide, Si pallide cacciarti le inru- 
mcrablli copie delle genti Turchcfchc, à cui era llrcrta la terra, 
agli archi, & alle faettc angufta I aria ; ma volgerti in fuga il Tiran- 
no dcll’Oricutc, altero già di tante palme, de trionfi, onde per tutto 

• ne 


Sopra la Particella I X . i o i 

ne riportarti archi,e coiofti . Quella imprefaCefare è incomparabile. Là 

f ;uadagnalli corpi, qui guadagucrai anime: là t’obligafti Huomini , qui 
fc m’e lecito à dire) t’obiighcrai Iddio . Horchi fcràdi voiChriftiani, 
che non voglia fauorir quella imprefacon gli animi» co’voti, co'dclidc- 
ri?Chi ferà colui,chenon vogliacon turt’il cuore pregar pcrCefarc.chc 
efponc le fortune, i popoli fuoi, i Regni, l’Imperio, l’nonor, lavila, per 
mantener nortra fede? 

E quel che feguita. 


P A R T I CELLA 


N O N A. 

TESTO DI DEMETRIO 

• Tradotto da Pier Vettori. 

S upplicare autem longum , Ci deplorare preces docente hoc Nomerò , & 
clauda,CÌ rugo ft fjut ob tarditatem , hoc cjì ob longitudmcm Jcrmonis , 
fents lungi in oratione propter imbccillitatem. 

PARAFRASE. 



{Adouctuttoin contrario,perciochc,chi prega, o chi fique 
1 rela;debolczza,e non vchcmcnza conuicne che dimostri . 
ìldti di qui nafccchelefupplichc, & 1 lamenti fogliono edere 
lun «hi: onde diceua Homcro,chc le preghiere per la lun- 
ghczzajCtarditaloro zoppe,e grinze erano: tti vecchi, nei quali l'- 
età in vece di vehemenza ha porta debolezza, fi vede, che lunghidi- 
mi fono nel ragionare. 

COMMENTO. 


N On v'è dubbio alcuno, che tutto il precetto di Demetrio in quello luogo fi 
fonda / opra la vehemenga^ f opra la debolezza ; volendoci injrgna re , 
che fi come, otte ne i noli ri fritti vogltam mo fi rare vehemenza, habbiamo a 
feruirci di claufulc breui ; così ,fe volejfimo introdurre per Jone deboli , i he ra- 
gionajjero, per feruare il decoro, conuerrebbe che le faceffimo lunghifìmamentc 
ragionare . 'JMa da tre capi può na fiere che noi / sabbiamo da far mofìrare de- 
bolezza ai alcuno : ouero perch’egli habbia bifogno, e preghi : onero perche fta 
mifero ,e fi lamenti :oucro perche fa vecchio,e narri: che in vero non conuerreb- 
be, che chi ha bift gno, pregale con [euerità,e vebcmenga,& i mendichi l eggia- 
mo, che p rota rami di moftrarfi quanto poflono più de boli .Si tornei mijeri con 

G } muna 


lol il Predicatore del Panigarola 

ninna cofa più ti muouono à pietà , thè tot moflrare ne' lamenti, e nelle querele 
loro languidezza eflrcma : £ de' vecchi la fperienja ilefialo mojlra, che con /'« 
età vanno perdendo la vebemenza,(fi il vigore . Terquefio dice ‘Demetrio, che 
Homcro nominaua rugofi, e zoppe le preghiere , perche tardiflime fono , come 
quelle, che non con h> cui, e vehementi parlari fi fanno, ma con replicati , e lun- 
ghi ragionamenti . fi luogo d’Homero è nel nono della Iliade , e le parole fono 
quelle y*p tckitcu hV/JmV ncvpxi /jtyà ko,h yeiKaht fwraiit, t' 

o’eS*A V . ’JM a de’ ve chi, che fieno lunghi nel ragionar e, oltre la {per lenza, l’- 
efprìme anche Ttrentio nell’eunuco ; oue della importunità del vecchio 
chidcmide dolendofi vn gioitane , poiché in poche parole ha riferito ciò , ch’egli 
di f e, fa che [aggiunge. Dum h.xc dicit.abijt bora. et rinfiorile mljecondo 
libro della Retorica , non contento di dirci, thè i veti hi ragionano aff ai, ne ren- 
de ani he la cagione, per che come il paffato della lor vita è motto, & il refìante è 
poco-.così viuono piu di memoria, che di fpe>atiza,nè mai fanno altroché ram- 
mentar fi con piacerei ragionare diffufamente dille pafiate cofe, oltre che dicen 
do i^triliotile nello rie fio luogo, ihet vecchi per pufiUammità fi lamentano 
fempre d’ogni cofa : e dicendo Demetrio quà , che le querele , & i lamenti fono 
proliffi , am he da quello fi può cavare per qual cagione fien lunghi i veci hi nei 
loro ragionamenti, ma de’ vecchi fia detto a fai. Quanto alle preghiere bora , (fi 
alle querele , fe oltre le autorità, e le ragioni, cogliamo am he efimpi di Ile lun- 
ghezze loro ; l'artificio di T erentio in materia di pn ghiere è bt Uijfimo , ilqual 
da qu ci mede fimi padroni ,che a 'fi rui ce mandauano con parole sì mogge 
Abitc : Adefdum , paucis tc volo, &c. 

Quando da glifi (fi fi tui vogliono pregando impetrare qualche cofa, fa mu- 
tale ngìflro,c con lunghe clauf le ragionare di qutfla maniera 
Ego portquam tc c ìii à paruulo , vt femper tibi . 

Apud me iurta, & clanensfucritferuitus, . 
bcis : feci èferuo, vtencslibcrtusmihx, 

Proptcrca quòd ieruiebaj liberalità- . &c. 

Verche come dice il nefiro tutore , zoppe , ecrefpe conuien che fieno le 
preghiere . 

ponto meno hanno da effere longhe le querele, che i lamenti , de’ quali in- 
numerabili efimpi fi potrebbono addurre; ma io ho deliberato di apportarne 
folamcnte tre , fra Je fri ffifimili (fimi , quello che fa fare Catullo da l . siriadna 
abbandonata ncll’ffola da Thcfio-, quello che dalla mcdtfima alla medefima 
occafioncfa fare Gnidio nelle epifiole : e quello, che in un tufo mede fimo fa fare 
l'C-Arìollo da Olimpia abbandonata da Elleno . Che fe ad alluno parrà , che 
troppa lunga ferie di uerfi altrui voi babbiamo inferita qui, raccordifi che dìa- 
mo efimpi in materia di lunghezza : & all’ultimo, fi tun uuol leggerei J òtto . 
ferini uerfi, pafiifin doue nona ricominciar la prefa, i he fi ma i utrfi può con- 
tinuare bcnifsimo il difi orfo . (attillo dunque , oue fuigliata ^ ittadna s'è auue- 
duta d’efjcrt fiata nell’ J fola lafiiatafola da Tbcfio , e da rileuato luogo ha uc- 
iuta la naue allontanar fi, la introduce à ragionare in quefio modo. 


Sicckie 


Sopra la "Particella IX. ' i o j 

Siccine me parrijsabduttam, perfide, aboris. 

Perfide deferto liquirti in littore Thcfeù ? 

Siccine difeedens negletto ninnine Diuùm 
lnnncmor,ah deuota doimnn penuria portas ? 

Nulla ne res potuit crudelis flettere mentis 
Confilium t tibi nulla fuit clenientia pra:flo 
Immite, vtmonllri vcllctmitelcere pettus? 

At non hzc quondam blanda promilla dcdifli 
Voce mihi , non hoc mil'era: fperare lubebas : 

Sed connubia lata , led optatos Hymenaos. 
Quacunttaaerij difeerpunt irrita venti . 

T um iam nulla viro turanti fa-mina crcdat , 

Nulla viri fpcret fermoncs elle fideles •• 

Qui dura aliquid cupicns animus prageflitapifei, 

Nil metuunt lurare , mhil pronuttere parcunt. 

Sed fimul ac cupida; mentis fatiata libido eli , 

Ditta mhil mctuere, mhil penuria curane. 

Certe ego te in medio verfantem turbine leti 
Enpui , & potius gennanum amittere creui , 

Quam tifai fallaci lupremo in tempore decifrai. 

Pro quo dilaccranda fens dabor , alitibusquc . 

Preda , ncque inietta tumulabor mortua terra. 
Qutenam te genuit fola l'ub rupe Irena ? 

Quod mare conceptuin lpumantibus expuit vndis? 
Quae Syrtis , qux bey ila vorax , qua; valla Charybdis , 
Talia qui reddis , prò dulci premia vita Ì 
Si tibi non cordi fuerant connubia noflra , 

Saua quod horrebas pril'ci praxepta parcntis , 

Attamen in veflras potuifli ducere fedes , 

Qua; tibi ìucundo fàmularcr fcrua labore , 

Candida pren.ulcens liquidi* velligia lymphis , 

Purpu reavò tuum con Iterncns velie cubile . 

Sed quid ego ignans nequicquam conquerorauris , 
Externata malo t quxnullis leni: bus autta; , 

Nec nnllas audire queunt, nec reddere voces, 

1 Ile autein propè iam mcdi;s verfatur in vndis , 

Nec quifquam apparet vacua mortalis in alga • 

Sic nimis infultans extremo tempore lama , 

Fors etiam noltris inuidit quaflibus aurcs. s 
lupiter omnipotcns vtinain nec tempore primo, 
Gnolia Cecropia; tetigillcnt littora puppes , 

Indom i to nec dira ferens flipcndia tauro 
Pcrfidus in Crctam religalfet nauta fincm_,. 

G 4 Nec 


I o 4 M Predicatore del Pani parola 

Ncc maJushicccJansduIci crudeltà forma 
Con Alia in noflris quxfiflet ledibus hofpes. 

Nam quomcrcferam? quali fipc perdita nitar i 
Jfihmoneosncpctain montesfatgurgitclato 
Difcernens patriamtruculentumdiuiditxquor. 

An patrisauxiliumfperem ? quemnèipfareliqui 
JRefperfum ìuucnem fraterna casdcfecuta ? 

Coniugisan fido confolerincmet amore. 

Qui ne fugit lentos , incuruans gurgite 1 emos ? 

Prxterco littus : nullo fola ìnlula , tefto : 

Nec patet egreifus , pclagi cingentibus-vndis . 

Nulla fugse ratio , nulla lpes : omnia muta , 

Omnia funi deferta : ofientant omnia lctum . 

Non tamen ante n,ihi languefcent lumina morte, 

Nec prius a ferro fecedent corporc fenfus 
Qua-n luAam a Diuis expolcarn prodita multftam, 
CaclcAumquetìdcm poltrona compreccr hora. 

Quarc fatta virum muJttantes vindice poena 
Eumen ides , quibus anguineo redimita captilo 
Frons expirantis praspoi tat pettoris iras, 

Huc huc aduenrate , ineasauditcqucrclas , 

Quas ego, vè miferas, extremis proferre medullig 
Cogor inops , ardens , amenti caca furore . 

Qux quoniam vere nafeuntur pecore ab imo, 

Vos nolite pati nofirum vanefcerc luttum : 

$ed quali folam Thefeus me mente reliquie 
Tali mente, dcx, funeAet leque, fuofque. 

Gnìdio poi dalla medcfima fd fare lt>r,gh ffime querele nella Epi fola di 
Lsfriadna à Thefeo , (S effa medejima riferijce , thè andata quella notte al 
mare , e veduto partire T hefeo , poiché al letto fu ritornata co'l medefmo let- 
to cominciò à ragionare dicendo . 

Preflimus ( exclamo)teduo ,redde duos . 

Venimus huc ambo ,cur non difcedimus ambo? 

Perfide , pars noAri lettulc maior vbi c A ? 

Quid faciam ? quo lòia ferar? vacar infula cultu. 

Non hominum video , non ego fatta boum . 

Orane latus teme cingi t mare : nauita nufquam eA, 

Nulla pcrambiguas puppis ìtura vias. 

Finge dari comitcfqueu.ihiventofqueratcmque. 

Quid Acquar? acceflus terra paterna negat. 

Vtrare felici pacata per xquora Jabar, 

Tcmperet vt ventos Acolus : exulero. 

Non ego te Crete centum digcAa per vrbes 

Afpiciam 


Digiiized b/Google 


I<>5 


6oj>ra la Particella 1 X» 

Afpiciara, pucro cognita terra Ioui. . 

Nam pater, & tcllus iufto regnata parenti 
Prodita i'unt furto nomina chara inco . 

Cura tibi , ne virtor tcrto morerere recuruo , 
Qu.eregerent pallus prò duce fila dedi . 

Tura inihi dicebas , per ego ipfa pencula raro , 

Tc fore , dura nofìrum viuet vterque , meara . 
Viuimus , & non fura , Thefcù tua , (i modo viuit 
Foe urna perrari fraude fepulta viri . 

Ale quoque, qua fratrem , martalfes improbe claua i 
Ellet , quara dederas , morte lòluta fi ics. 

Infine ego non tantum,quas lum paflura recorder: 
Sed quascunque potei! vlla relirta pati . 

Occurruntammo percundt mille figurae , 

Morsquc minus posnae, quam mora raortis habet . 
Iara lam venturos , aut hàc , aut fufpicor illac 
Qui lamentamelo vifccradencc, lupos. 

Forlitan et fuluos tellus alit irta Lcones : 

Quis i'cit, an hascfceuas tigridas Inl'ula habet? 

Et freta dicuntur magnas cxpellcrc phocas 
Quis vetat , & gladios per latus ire meura t 
Tantìi.n ne rcliger dura captiua catena , ^ 

Neve traham ieruagraudia penfa manu . 

Cui pater eft Minos, cui materfiliaPhoebi, 

Quodquemagis memmi ,quae libi parta fui. 

Si mare , ii terras , porrertaque littora vidi , 

Multa miht terne , multa minantur aqua: 

CcElum refìabat, ttmeo limulacra Deorum, 
Dcftituor rapidis praedacibufque feris . 
Siuecolunt, habiuntque viri, diffidimus ìllis; 

Externos didici laefa timere viros . 

Viueret Androgeos vtina n, nec fata tuliues 
I,npia funeribus Cecropi terra tuis f 
Nec tua martaifet nodolo fiipite , Thefcu , 

Ardua parte viru n , dextera parte boucm . 
Nectibi, quaereditusmoftrarent, fila dcdiflem. 
Fila per addurtas lxpèrecepta raanus . 

Non equidcm nnror , fi fiat virtona tecum : 
Strataque Crct«eam bcllua ftrauit humuin. 

Non poterant figi prascordia ferrea cornu : 
Vttcnon t gercs, pcrtorctutus eras. 

Illuc tu (ilices , ìlluc adainanta tu lifli : 
lllic , qui fiiices TJiefca vincat iubes « 


Crudele» 


Io6 11 Predicatori del PamgaroLt 

Crudelesfomni.quin me tenuiftis mertem? 
Atfernelasterna notte premenda fili. 

Vos quoque crudeles venti, nimiuraque parati 
Flaminaque in lacrymas officiofa meas . 

Dextcra crudelis , qua: me , t'ratremqii: nccauit , 

Et data pofcenti nomen inane fides. 

In me luraruntlbmnus > ventufquc, ridefque 
Prodi ta fum cau/is vna puella tnbus. 

Ergo ego nec Jacrymas matns moritura videboV 
Nec m ca , qui digi tis lumina condat,ent. 

Spiritus infeelix peregnnas ibitinauras , 

Ncc pofitosartus vnget amica manui . 

Offa fuperffabunt volucrcs ìnhuinata marina:, 

Nec luntofficijs dignalepulcra meis . 

IbisCccropios portus ; patriaquc rcccptus 
Cum fteteris turbs ceJl'us honore tute . 

Et benenarraris Jctum taurique virique 
Scttaquc per dubias , laxea tetta vias : 

Me quoque narrato folam tcllurerelittara , 

Non cgofumtitulisfurripienda tuis. 

Nec pater eli Aegcus, nec tu pitheidos Aethrae 
Filius, Autoresiàxa foetumquetui. 

Dij facerent, vtme tu ama depuppe vidercs , 

Mouiffct vultus untila figura tuos . 

Nuac quoque non oculis , le-i qua potes afpice mente , 
Hsrentem fcopulo, queai vaga pulfat aqua. 

Afpice deiniffos Jugentis more capillos, 

EttumcasJacrvmis (ficutabimbrc,) graues. 

Corpus (vtimpullccfegetes Aquilombus) horret, 
L^tteraquearticulopreflà treiuente labat . 

Nontepermeritum (quomain male ccilit ; adoro: 

Debita fit facto gratta nulla meo . 

Scd nc poena quidem, fi non cgocaula falutis; 

Non tamen eft,cur tu fisnuhi caufa necir . 

Has tibi piangendo lugubria pecora laffas 
Infeelix tendo transtreta longa manus. 

Hostibi, quifuperant, offendo m*fta capi llos , 
Perlacrvmasoro, quas tua Parta mouent . 

Flette ratem i h efeu , verfoqucrelabere uento; 
Sipriusoccidcro, tu tamen offaferes . 

El’i^sfriofJo pure anch'egli col letto fà, che comincile Jue querele Olim- 
pia , abbandonata da Birtno in qutfto modo. 

Hierfera 


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Sopra la Particella IX * 107 

tìierfera dt fli infume à due ricetto : 

"Perche infume al leuar non fiamo dui Ì 

O' perfido Bircno, ò maladetto 

Giorno , ch'ai (Jltondo generata fui ì , 

Che debbo far t che pojs’io far qui fola i 
Chi mi dà aiuto ( còme ) chi mi confola ? 
tìuomo non veggio f-ì , non ci veggio opra, 

D’ond’io poffa fiimar , c'huomo qui fta ; 
hfaue non veggio , àcui falendo [opra , 

Speri allo f campo mio ritrouarvia. 

Di difagio morrò : ni chi mi copra 
(fli occhi farà , nè chi fe poltro dia : 

Se forfè in ventre lor non me lo danno 
1 Lupi (oimi) ch’mquejle felue Ranno 1 
loRòin Jofpctto-y e già di veder parmi 
Di quefii bofehi , Or fi, e Leoni vfeire ; 

O Tigri, ò ferctai, chenaturaarmi 
D'aguzzi denti, e d'vnghie da ferirei 
t^Maquai ferccrudel pot riano farmi, 
fera crudel , peggio di te meri rei 
Darmi vita morte tò lor parrà afiai , 

Studi mille (oime) morirmi fai. 

C Ma prej appongo ancor chor hor ardui 
Ifocchier , che per pietà di qui mi porti: 

E co fi Lupi, Or fi, Leoni fchiui 
Strati f, dijagi, & altre horribd morti: 

Mi porterà fors’in Olanda , s'iui 
Perle fi guardante fortezze, ei porti ? 

Mi porterà alla terra , ove fon nata , 

Se tù con fraude già me n’hai leuata ì 
Tu m'hai lo Rato mio folto preteRo 
Di parentado , e d'amicitia tolto . 

"Ben fofii à porui le tue genti prcRo , 

Per batterti dominio à te riuolto . 

Tornerò in Fiandra , oue hò venduto il refto 
"Di ch’io vinca , benché non fofie molto , 

Per jouuenirti, e di prigione trarte , 

M .[china , dotte andrò? non tò in qual parte. 

Debbo forare tn Frifia , oue io potei, 

E per te non ti vo/fi effer Regina ? 
ili he del padre, e de i fratelli miei 
E d’ogn’ altro mio ben fu la ruina . 

Quel che hò fatto fette , nontivorrei 

Ingrato', 


s 


Dig 


I o Ji ìl Predicatore del PanigaroU 

Ingrato, improuerar , nèdifciplin a 
Dartene -, che non menda me lo fai . 

Horecco il guiderdon , che me ne dai . 

Deh pur , che da color , che vanno in corfo 
Io non fia prefa : e poi venduta /chiana 
‘ Prima che quello , il Lupo , il Leon , l'Orfo 
Vengala Tigre , eogn'altra ferabraua 
'Di cut l’vgna mi flracti , e f> anga il mo rjo 
E morta mi tìrafcinialla fua caua . 

Il 'Boccacci nelle Tfouetle fue , anch'egli finfe vn’acciiente fimiliffimo, ma 
fenza colpa d’ingratitudine alcuna quando fece che Madonna 'Beritola con fuoi 
figli di Cicilia fuggita, in vna Jfola arriuafie,eche mentre ritirata s’era dal ti- 
fo, le /offe da Cor fari rubbato , e via condotto il legno , onde ejla fohjjima v» ri - 
marnile, le parole fono quefle 

Madama Beritola , come gli altri , f montata in tù l’ifola, e / opra quella vn 
luogo folitam,e remoto trottato, qwui à do ter fi del fuo . Arrighctto fi mife tutta 
fola. EqucHa maniera ciafeun giorno tenendo, auuenne, che e fluido ella al fuo 
dolerft occupata, finga che alcuno, ò marinaio, ò altri [e n accorge fie, i na galea 
di forfari foprauuenne; laquale tuttiamanfaluagli prefe, grondò via . Mada- 
ma Beritola, finito il fuo diurno lamento, tornata al lito per riuedere i figliuoli, 
come vfata era di fare , ninna perfona vi trouò. Di die prima fi marauigliò , e 
poi fubitamcntc di quello, che auuenuto era, fofpcttando, gli occhi infra’ l mare 
fofpinfe , e vide la galea non molto ancora allungata , dietro tirar fi il hgnetto , 
per la qual cofa ottimamente conobbe, fi come il ma rito, hauer perduto i figliuo- 
li yC pouera,efola,e abbandonata , fenza faptrdouemai alcuno duuerjenc nt ro- 
ti are, 'qui ui vedendo fi ; tramortitaci marito,e figliuoli chiamando cadde m / ni 
lito . Quitti non era chi con acqua f>edda,o con altro a rgomcnto le /man iti for- 
ze riuocafie ; perche à\btll‘ agio poterono gli / pinti andar vagando, dotte lor 
piacque . Ma poiché nel mifiro corpo leperdutr forge infieme con le lagrime, e 
col pianto tornate furono lungamente chiamò i figliuoli, e molto per ogni cauer- 
na gli andò c rcando . La doue non è dubbio , che in quelle paiole lungamente 
chiamò i figliuoli , moSlrò che i lamenti di Madonna Beritola furono fi condo la 
natura loro lunghiffimi , e s’tgti fecondo l’arte hautfje battuto è fingergli , pure 
lunghi fimi gli hauerebbe formati. Ma comefapeua molto bene quello, che dice 
Molile nel fecondo della Brionia al capitolo fecondo , al quarto , cioè , 

che querelare natamente non fi può alcuno d'altro, che di pai titolari, non tro- 
ttandoli quà particolare alcuno , che hautffe offefa Madonna Battola non volle 
manco il Boccacci ch’effa in vnìuerfale dilla fua mala ventura fi dolefie . Bafia 
che cofi lunghe hanno ragioneuolmcnte da efiere le preghiere, e le querele, come 
brcuijfimi i comandamenti, c le vebementi perfuafioni. 


•: l 




1 


DÌSCOR- 


Sopra la ParÙceUd IX. 


top 


DISCORSO ECCLESIASTICO. 

C Hei vecchi fieno naturalmente loquaci, fono (lati cosi modelli! 
medefimi vecchi Chrilliani , doratori, che di fc (ledi l'hanno 
con Ce (Tato . Come fece Gregorio Nazianzcno, il quale nell’ora- 
tionc aduerfus muderei ambitiofms fe ornante! excoìcutcs , hauendo già ra- 
gionato vn pezzo, e pur volendo alcuna cofa al medelimo propoli to fo- 
pragiungcre,nc fa prima la feufa dicendo. Ignofceds autem,namfeneflus na- 
tura [ualoquax effe confucuit . Ma non hanno però i giouani attribuitane la- 
cagione, ó come Demetrio alla debolezza de’ vecchi, ò come Ariftotile. 
ad ambinone c voglia, che habbiano di narrare le cofc loro ; anzi con 
Chrifliana modeftia hanno detto , che per quello i vecchi ragionano af-, 
fai, perche fannoadai: Et è bene che i giouani gli fentano parlar molto, 
per imparare molto . De' vecchi lapeuacoli bene San Girolamo le natu- 
rali infirmiti, che nella Epitlola ad Furiarti , de viduitate [eruauda, d’vn vec- 
chio dide , latti incanutì caput, ticinunt gcnua, denta cadunt :■& fronte ob fenium 
rugis arata, vicina di mori in fotibm;dejignatur rogus propè • 

E nondimeno, oue fcriuc àNcpotianode Wr4c/erieor«»j,efponendo il 
miftero della Abifachc Sunaniitc , mollra perche (ia ragioneuolc , clic i 
vecchi ragionino alfai, cioè, perche i pena nella vecchiezza cominciano 
gli huomini ad edere faui.e degni d’elTer ferititi: 

Se ne Flus erutti eorum ( dice ) qui adolefcentiam fuam bonejlis artibus inflruxe- 
runt,&inlege Domini meditati fune die,ac noti estate fit dofiier, vfutrtbor, pro- 
ceffu tempori! fapicntior,& veterani siudiorum dulciffimos fruii us metit. Pudc & 
fapicns tue vir Greci a T hcmifloclcs, curii ex plebi cent um, & feptern annis ,[e mori 
cerneret,dixiffe ferturfe dolere, quod lune egrederctur i vita, quando [opere cepiffet . 
Tlato oBogcfinioprimo anno fcribens, mortimi eli- Et I focrates ,nonaginta & lionati 
annoi in docendi firribendique labore compleuit.T ai e o ctterot philo[opbos,Vytbag o- 
ram,Democntwn,Xenoiratem, Zcnoncm , Clcantlxm', qui iam aiate longt.ua , in [<*- 
pientit Hudijs floruerunt.JL d Vottas uenio , Homerurn , He frodimi, Simonidem, Ste - 
tichorumtqui tratides nato Cygneum,nefcio quid, & [olito dulcius,uicina morte , ce- 
cinerunt. Sophocles, cum propter mmiam jeneftutem , eSr rei familiari! negligenti am 
à filli s occufaretur amenti t , Oedipifabnlam, quam nuper fcripferat, recitarne indici - 
bus ; & tantum fapietuit in ttate iam frali a [pecimen dedit, ut [eueritatem tribuna- 
limi in tbeatri fauorem uerterct . T^ec ini, uni, non edam Calo Ccnferim ,' Emani 
generis difertijjìmus,ianifcnexgrtc ai luterai di[cere,nec eruhucutnec defperauerit. 
Certe Homerus refert,quod de lingua 7^e fiorii, iam uctuli, & peni decrepiti, dulctor 
nelle or alio fluxerit. &c. 

Ne però diciamo noi, che tutti i vecchi così faui fieno, e degni d’ede- 
xe vditi : anzi alcuni vecchi peggiori de* giouani fappiamo che fi rnioua- 
no,i quali farebbe bene , che alcune parole di San GrifodomonelTHo- 
milia fettima fopra la Epiftola à gli Ebrei hauedero (empie innanti à gli 
occhi : cioè , 

V eri con Ma efl,& irri[m,utcanicie quidam tcnentur extrinfecus intrinfecus au 
tem animum babeant pttcrilcm,& ftquidem uituperauerit illmn iuucnis,flatim carni 
jfl medio profett iniqui tu ilio t renerei e primus,nam fi tu ài reuerentim non cabl- 
otti 


1 1 o il 'Predicatore del PdnìgaroU 

bes farri finex,quomodo natene s tuoi canos reuereti dtjiderasi Tfon renerò ìsfnquir l 
hot canos'! Sei tu eot dedccorc affidi. Deus te henorauit: condor tm captili dedit,n ulti 
prxrogatiuam contdit . Quid honorem illuni prodi t* illuni honorem ^uomodo rcu e- 
restar tuuenii curri te viderit fe ampliui lafiimx dedUutr. f Canii iet qutpf e lune eH 
rene rubila, quando ea j erit,qux camciem decentrimi reto iuufwlùer tneptajcne x , 
plus iuuembus ridiculofut erit.c limili: 

Ma per lo più fanno i vecchi molto , come dicemmo , e non folQ dob- 
biamo dcfiderarc , che ragionino affai , ma fentirli con ogni attentionc, c 
riuerenza,ccomc diceua $an Bafilioncl Sermone de abdicationerctum , per 
fàllidiofi , e lunghi, che ci paiano, e per deformi, e t rutti, che fieno i viG 
loro,a(Ticurianci che danno alcuno non ci farà quella bruttezza, e molto 
vtilc farà per noi la noia, che ci parrà di riceuerne. Difficilibut (dicccglijae 
morofn fimbus aurei libenrer prxbeto^ui prouer biorum ■finteti itti adoieft entes ad re- 
tta Radia cohortantur, ncque orit tmen dtformitate quicqiiam t p fiso fidimi de- 
trimenti , 

E forfccon quella deformità de’ vecchi allude à fe (lofio San Baglio 
del quale fcriuono AmfiIocho,>?e altri, che nell’cllrema vecchiezza Spiri- 
to tantum viuens,prxter offa , & pellem > nulla pueterea corporis parte conlìare ride- 
batur. Ma di Quello non più.Del rello oue dice Dcmetrio,che le qi»cre!e,e 
le preghiere hanno daeffer lunghe.Quanro alle querelerà i lamenti afc 
faiconueneuole' efempio pofiìam cauare da Geremia, ilqualc nelle la- 
mcn tationi fue,non par che fappia mai finire di lamentarfiic non conte n* 
to d’vn’Alfabeto folo.dice San Girolamo 
Quadruplici piangi ^ ilpb.ibeto . 

Si come anche di Giobbe vcggiamo,chefe bene per fette giorni, e fet- 
te notti fece gran forza à fc medefimo , e tacque fem prc ; ad ogni modo , 
poiché vdperutt os fuum , e cominciò i lamenti, non pa rue quaft che fapeffe 
finir mai . Quanto alle preghiere, dannano alcuni il noftro Santo Agofti- 
no, perche nelle meditationi, nelle confezioni, e ne j foljloquij corrino- 
uaile talhora vna illclfa preghiera i libri interi ; ma già veggiamo che an- 
che per arte le preghiere in fin con gli huomini ,non che con Dio , poflo- 
no,e deuono edere lunghiffìmc. E poi diciamo, che l’arte de'noftri Dot- 
tori molte volte c diuotionc , <Sr ertali, celie fc quelli tali fapeffero vra 
volta,chccofac ragionare con Dio, fi marauigliarcbbonochc più lunghe 
non fo fiero le meditationi, e le preghiere, e di Santo Agoftino , e di tanti 
altri.Monfignor F ammi) anch’egli intcndcntifiìmo.come di molte feien- 
zc,cofi dell’arte dcldire.ouc ne i fini delle prediche,!! riuo Igc à pregare, 
affai lunghe fa le preghiere : E fra falere nel fine dell’vltima predica, fio- 
pcxi\ mi fuseli, facendo vna preghiera alla Vergine Gloriofa, (foffe artifi- 
cio, ò diuotionc, credo più il fecondo) non parcua, clic fapefie finire, e la 
preghiera fu tale, 

Ò Padroua de U’vniuerfo : amica , figlia , c fpofa del tuo padre diuino : 
poiché come tu fai non m’ha fpinto a parlar di te quell’ardore, che ac- 
compagna l’ambitionc , c il defiderio d’acquiftarc lode , lodando le cole 
grandi , e magnifiche : ma dall’vn canto la pietà , c la diuotionc della ir ta 
cara Napoli , che ti conofce per fua (ingoiar protettrice ; dall’altro vn’ar- 
dorè, vn defiderio ardente, ch’io porto fempre nel petto di moftrnrmi 
grato arante grafie, ch’io hò riccuuto dalla tua mifericordia: Non ti fde-a 
Huar contra dì me, s’io non fon giunto col mio dire al primo grado, ondo 

fi fide 


Sopra la Particeli* t X. u I 

{{ fate alla tua cognitione : Non hò illuftrato il tuo nome : Phò fparfo di 
ofcurità:confcllolo: pcrcioche e le mie Iodi fon poche, e quel che più im- 
porta , 'io mi rrouo lontano dalle conditioni , che fono neccfTarie a chi di 
te vuol ragionare, e pcnfare.Colui che di te parla, e vuol darli alla tua fcr- 
uitù d’elTer mondo ; io fon contaminato . Colui dee elfcr diritto, io fono 
per gli peccati miei piegato à terra . Quello dee elfer giufto , io fono pec- 
catore . Quello dee effer ardente, e zelante, io mi trouo tepido,e mi vado 
facendo vn ghiaccio . Et perciò ti chieggio humilmcnte perdono , Se s*io 
hò pur detto alcuna cofa, che à te fia (lata d’honorc ; e à quello popolo di 
giouamento, rutti da tc la riconofciamo. Se ioin particolare ne rendo alla 
tua maertà quelle gratic, ch’io polfo maggiori. Tutti inficine poi ti fup- 
plichiamo,che tu riceua la Città, le famigl ie, & le perfone nella tua diui- 
naprotettione . Vogliamo tutti (bruirti:» facriamo le noftrc menti: ti of- 
feriamo i nollri affettai defiderij, c l’opcre noftrc . Accetta Vergine que- 
lla noftra volontà: foccorri alla noftra debolezza, per quel gaudio, che 
fendili al cuore , quando falutata dall'Angelo, fecondata dallo fpirito. Se 
ombrata dalla virtù dell'altiliìmo folli fatta Madre di Dio, affinché col 
tuo aiuto polliamo lodarti , Se celebrarti col tuo figliuolo Signor Nollro 
Giefu Chrifto, per infinita fccuIafeculorum.Amen. 

Alqual propolito (pofciachc non vogliam perdere occafione alcuna./ , 
oue crediamo di douer giouare al predicatore del la parola di Dio ) nafee 
qucllione, fe conuenga fare quello, che fanno molti, iquaii le loro predi- 
ale conchiudono , e tcrmin ano con oradone , e preghiera ò à Dio , ò al la 
Beata Vcrgine,ò ad alcun Santo,ò Santa. De Profeti nel tellamento anti- 
co,fc l’haboiano fatto ò nò, non polliamo acccrtatamcnte ragionare: con- 
ciofiacofa che le cofe loro, le quali hor habbiamo.non fono le intere pre- 
dichc,che elfi fàceuano ; ma que’ fragmenti foli di dette prediche, iquaii 
allo Spirirofanto per fcruigio della Chiefa è piaciuto» che liano flati con- 
fcruati, onde come dice San Girolamo fopra Ezechiele al trigefìmo capi- 
tolo , in loro non bifogna cercare continuatione , od ordine, nò da quelli^ — 
fragmend,aggiungiamo noi,poffibile è, che noi cauiamo, come elfi ordi- 
tiariainentejòcomincialTero le loro prediche,ò le terminalfcro.Gli Euan- 
gelifti ancora di Chrifto Signor Noftro, più rollo fragmenti hanno rac- 
colto,che prediche intiere : tuttauia pur due fermoni intieri, c lunghi ne 
habbiamojVnoiu monte, l’altro intana , Vno quali porta,l’altro quali figil- 
lo delle prediche di lui : Et di quelli il primo non termina in preghiera , 
ma in vna conclufione bcllilfiraa eftratta da due comparationi Diui- 
nc » così : 

Omnis ergo qui audit verbi tuta bète, & facit ea , aJfimilMtur viro fapienti , qui 
ddificamt domum fuam fupra pctram, <&■ defcendit pluuu . & venerimi fiamma , & 
flauerunt venti t & irruerunt in domum ilwn,& non cecidir.fundata enim eroi fupra 
pctram. Et omnis qui audit verba mea hxc,& non facit caftmdis erit viro fluito, qui 
fwidauit domum fuam fupra arenata, & defcendit piuma, & venerunt flumina , & 
fiauerunt venti , <jr irruerunt in domum illam : & cecidit , & fuit ruina il- 
tius magna. 

L’altro sì bene , cioòil fcrmonewcawMlinifcc in oradone, eSanGk>7 
uanni, che narra tutto il fermone ne’ capitoli ij.i4.ij.e imenei t%po l 
mette laoratione, nella quale terminò il ragionamento", chccominciaj- 
Tater venit bora clarifica filimi tuumte quel che feguita. Di San Piero i ragio-, 

. * • -- munenti.* 


1 1 2 11 Predicatore del Panìgdroh 

namcnti,iquali fono regiftrati nc gli Atti de gli Apolidi, quali tutti furb- 
no interrotti da diuerfi accidenti nel tinc, come fu anche quello di Santo 
Stefanopurquiui, inrnodochcnonpofliamoaflicurarci, fein orationc 
fodero flati per terminare, ò nò. San Paolo ccrto,fc ben oue ragionò ncl- 
lafuacaufa à’ Pontefici, al popolo, & ad Agrippa.comc in materia giudi» 
cialc, con molta ragione non terminò in preghiera à Dio i nondimeno 
oue in genere deliberatalo ragionò à gli Efefi nc gli Atti al vigefimo dico 
il Tcfto, che nel terminare della predica Tofitii gcnibus frisar amtimn omni- 
bus iUis , & fadus eji magnus flctus omnium . Del refto quanto à’ Dottori di 
Santa Chiefa di tempo in tempo : la veritàè, che gli antichi non vfarono 
molto il terminare le prediche in prcghiera:nc però fe ncallcnnero fem- 
ore, ma in vero lo fecero molto di rado : fra* Greci San Giouan Grifofto- 
mo non lo fece forfè mai:c Io itile più ordinario di lui fù il terminare i ra- 
gionamenti, pregando fempre alcun bene à gli afcoltanti per mezo di 
diri Ito, come farebbe; 

Si fic res nodras inditueiimus multurn grati* dittine affequemw,poterimufq ut & 
prxfcntem vitam fecurè tranfmittere , & in futuram vitammagnas fiducia opes re- 
pouere. Quam nobis omnibus a/Jequi contingatgratia , & mifrruoi dia Domini T(odri 
le fu C bruti • Cum quo patri fiumi & Sanilo Jpiritui gloria importuni honor nutic & 
fempcr,& in fxcula ftculorum. Amen. Sicomnem vitam iuam difpcnfà,vt & con- 
tincnter bona fpc pajearis, & tllic &tcmis fruartbonis ■ Pi vero bai nosomnesy affo- 
quamur faxitgratia,& mifericordia Domini T^oflri Iefu CbriJU, cum quo Tatti > <Jr 
Spintiti fondo fu gloria, & imperitim , & bonor nunc, & femper, &■ infa.culoJa.CH- 
lorum ■ Amen. 

E coli quali fempre.San Bafilio quafi il medefimo coftume vsò fempre 
di San Giouan Grifoftomo , che in quella età doueua edere ilcomune : e 
fc pure alle volte nel fine di alcuna predica hà voltato il parlare à Dio;l- 
hà fatto breuiflìmamentc, e quello chcè flato gratiofiflìmo con parole 
non fue, ma della Scrittura, come nel fine della orationc de proludente, che 
è la orationc indicendo. 

Sediamtcmpus ed , vt cum vate illud exclamem. Quam magnificata fur.t opera 
tua Dominetomnio tnfapientia fendi gloria, bonos,& magni/iicntiaTatrt,& Mia 
alquc Spirituifando,in fempiterna facula trtbuatnr . jlmen. 

Di Santo Epifanio fi legge nel fettimo Tomo della Bibliotheca de* pa- 
dri vn ragionamento dt Laudtbus Sonda Maria, che in vero termina appun- 
to, comcfecc quel lo di Monfignor Fiamma, con preghiera anch’egli alla 
Vergine, e dice coli. 

Ter te cnim Sanila yirgo medius obflrudionis paries inimicitias diffohdt . Ter te 
pax calefhs donata ed mundo . Ter tc bomines falli funt Angeli: per te bomines ap- 
pcllatifunt anaci, fcrui,& filli Det - Ter tc bomines nerucrunt effe confcrui Angelo- 
rum , & cum eis fomiharuer verfari . Ter te nottua caledis à terra tranjnMtuur in 
ccelos.Ter te bomines fiduciam babent in calo erga altijffimum. Per te crux refplenduit 
per v ni uer foni trrram, in qua quidem cruci pependit filius tuui tbnflus Dcusnofler . 
Ter ternari conculcali», & fpohotur infcrnus- Ter te iccidciunt idolo, er excitatacH 
notula cateflis . Tu tc cognouimus vnigenitum filuan De» , quem Sandijffhna f 'irgo 
peperini Dominion Tfodrum lefumlbnjium » quem omnes Angeli atque borritici 
adoranter,dicitnus principio carentcm Tartan, carcntcm prua ipiohhum. & princi- 
pio carenimi Spiritami fanciulli . Tnnitatm mdiuiduam i & cwfkbfluhtialm. glorifi- 
catila in fscul.: ftculorum. A men . 

Ma 


• Sopra la Particella IX, 1 1 3 

Ma fra* Greci niuno pai (pcffo,&à giudicio noltro più gratiofamen- 
tcli à tcrminari i ragionamenti in preghiera di quello , che ha fatto Gre- 
gorio Nazianzeno, ìiqualc ouc hi lodato in orationiintcrelanti morti 
quali Tempre le hi finite c»n preghiera i loro llelfi. Come nel le orationi 
in Ludctmy pruni m laudim Ba/ilq & in tandem ^ttb.mafn,c firmi-; ma di più 
quando ha voluto terminare con preghiera à Dio , con belliifime occa- 
lioni Tempre l'hà fatto , come nel fine dcU’oratione in tandem Ce fini 111 
quelle parole 

0 Domine omnium creator , &c. 

E meglio nel fine della orationeiHMda7w«r«, oue effendolì doluto a- 
grainente di alcune lciffurc , e difcordic ,, dimanda i Te Hello in qual ma- 
niera egli lìa per potcrui rimediare: c fra gli altri rimedi; lafciando in vi- 
llino quello dell'oratione, con quella occafione inoltra di abbracci arla,c 
laincominciasEcoo le parole dignifiìme di elterc Tentile; 

Quod medie ameni um mtcniam ùcatruis cbducoidx vim bohemi Qua fafeia vul- 
nus hoc alligabo ■ quomodo dijiimblaconnciam i quibnsturymis quibus vcrbu,qui - 
bus pteeibus buie calamit.ui medebor i ut n hoc fotta fé modo i Trimtas Santi a 
odor, nda, & c . E Toimal’oratione.che dura tin'al fine. Fri Latini noftri pa- 
dri San Bernardo , come diuotilfiino forTe hi vTata la orationc nelle per- 
orationi , più de gli altri, come fi vede nel Termone Tccondo nell’Auucn- 
to nella feria quarta della hcbdomadapenoTa nel Termone fecondo dcl- 
l’Afccnfioue del Signore, Se in altri luoghi : Sant’Ambrcgio, San Gre- 
gorio , Cipriano , c Leon Papa non fi Tono valuti forTe mai di que- 
lto modo . 

E Sant’AgcIlino ancora rarillìmo l’hà fatto, Te bene pure alcuni fermo 
ni di lui li trouano , oue, & in retto, & in obliquo hà terminato con ora- 
rioni in Dio. 

In retto intendiamo, che fiala oratione, quando effa dirittamen- 
te fi indirizza à Dio, come nel fine del Termone quarto de Vcrbis Do- 
j».ni,oue egli dicencl finir della predica ; Dtcamus ergo tornino Deo nojiro , 
Lenii ne tuujugiunifafìus esnobis,èrc. 

Et m obliquo, oue il Predicatore non parla à Dio, ma parlando rutta- 
tila a Ipopolo, c dicendo: Preghiamo Dio afcoltatori , clic voglia fare 
quello c quello, quali implicita fa l’oratione , & obliqua, come la fece 
Sant'Agollino pure nel Termone terzo de yerbis apostoli, dicendo: 

Con uerji ergo ad Dominimi Dewn Tatrem Omni potentini puro corde , ci quan- 
tum potai pai Miai noiira max imis , atque v berci gratin agamus , preianies lo- 
to animo jmguUi em manjuctudiium eius, vt prcccs nojìmi in beneplacito J'uo e % 
Xuudiri digiuna , iwmuuni quoque ùnvfns atiibus , eir eogitatiombus fua vir- 
ane txpelLu : nobn multiplicet fidtni, montoni gulcnet, fpirnales cogitinomi 
coiucdat, e r ad beatitudine»! Juam perducat . Ver Domi numi Trotti ùm \cfurn 
Ibrijium. jtmen. 

In lbmnia gli antichi, c Latini, c Greci nó aborrirono totalmente l’vfo 
delle preghiere nel fine de’ fcrmoni;ma non l’vfarono manco molto fre- 
qucntcìncntt^A’ noilri tempi non è dubbio.che quali in tutta la Chriliia 
L vfon f * ^tto molto frequente: Anzi in Germania, & in Francia, co 
me che que’predicatori cominciano tutte le loro prediche da preghiere, 
non li attengono però di finirle molte volte in orationi:Et à Spagna intc- 
diamo , che il terminare pregando è affai ordinario : Noi certo con infi- 
li nito 


1 1 4 // 'Predicatore del Pompar ola 

nito noltro gufto fentimmo vna predica fatta in San Iacopo de’ Spaghuo 
li à Roma in lode di Santa Maria Maddalena dal Riverendo Padre Bar- 
tolomeo Miranda, huomo nella fua lingua fra’ dotti cloqucntilfimo , e 
fra gli eloquenti dottillìmo, allhora Procuratore, e Vicario Generale 
dell’ordine fuo Dominicano, Se horaMacftro di Siero Palazzo in Ro- 
ma , nellaqual egli con preghiera pure aliartela Madalena terminò: e la 
preghiera ( poiché la prcdìcaè ita alle Rampe) fi può vedete ancora. 
Etèqueita, 

Puesàvos, ò fefiora fanéla y podcrofanos boluemo fuplicandoos , 
que fi negociaftcscon lagrimas en vn riempo, corno facar à vucftro hcr- 
mano de poder de la mucftre inexorablc , las reprcfcntcys , en cltos dias 
(pucs bicrentodauia, y biuirans para que por medio dcllas nueltros hcr- 
manos , y deudos libros de los pcligros della muerte bucluam con la vi- 
toria iurta, quedefeamos àalegrarnos con fu prefcncia. Vos finora, que 
en vn tiempo piletta en la rocaalta de la pcnitcncia. crades centinda , y 
atalaya por cuyo medio fe librauan demi I naufragio^ los, que nauega- 
uan por cl pchgrofo mar del mundo, agora que eltays en roca , mas figu- 
ra y mas alta bolued lo feios de piedadfobre clTas armadas Chrirtianas, 
que nauegan en fcruicio de lo que vos mas quereys , y mirandoias con a- 
mor fauorc fublas co vuellros ruegos. Vos animofillima fonda, que e nel 
terriblc aflal to del Caluario no defemparattes la bandera de la Cruz, por 
mas que los capita les huyan , antesconualerolo pecho la trouartcscon 
duosmanus, teniendo por mas honrra morir cerca dclla.que biuirlc^ 
xos ,y appartad del ettcndarde Sando.mirados rogainos todos cl quel- 
Jicua el exerctio Chriitiano.y defcndcldlo. E nel vereys cl rortro Sancto 
de vueftrocaritTimo macltro , y lcereys i untamente à quella protclta- 
cion rcligiofiffima,y Catholica quellucua nucftra vandera, por laqual le 
dixabien Cntcnder, quecltaemprcfa notiene por fine intcres, no am- 
pliar cftados , nooftentacion de gloria , fino zelo de la honra de Dios , 
delibo de fu gloria,y del ben de fu cafa.que cs la Iglcfia Catholica.y vicn- 
docon vueftro fauor cumplidos nueltros delfeos crelceran las obliga- 
ciones,que os tcncmus.y con cl las nueltros fcruicios,con los qualos me- 
rezcainos vcros cn la gloria. Ad quam nos perducut,&c. 

Ma più di tutti , credo , che vfiamo quelto modo di terminare in pre- 
ghiera noi Italiani , iquali molte volte , oue veggiamo à cui che fia in al- 
cun luogo, ò in alcun tempo alcuna cofaconucnirfi , fubito fenzaaltre 
circoltanze indi itili tamen te auuifiamo quella medefima cofa à noi in o- 
gni luogo, c in ogni tempo efierc per confarfi . Ne però affermiamo noi , 
che quefto vfo non fia molto buono , c che molte volte non gioui gran- 
demente : ma defidereremo , clic in ogni facrificio intcruenille il faìe : E 
per quello, che fi può dire per bora in quefto foggetto, quattro auuerten 
ze ci pare, che douerebbono haucrc quclli.chc fe ne vogliono. La prima, 
che non coli fempre,e in ogni predica terminaftero iiy>reghicra,pcrcio- 
chcnon v’èall’vitimocibosì delicato, che troppo afliduamente conti- 
nouaro non iltracchi : e nelle cofe del dire necclfarijllìma è Tempre la va- 
rietà. La feconda, che trouandofi di due forti prediche, altre che in irono 
più ad infegnare, & altre à mouerc , c perfuaacre ; in quefte feconde più 
torto adopcraftimo l’orationc in fine , che nelle prime. Se già in alcuna 
di quelle non haucllìino modo di potere ncll’orationc mcdcliina ridur- 
re 


Sopra la Particella X. 1 1 5 

tr in memoria al popolo quello> che nella predica gli habbiamo info- 
gnato: che c cofa difficile , c come moftrammo nel libretto, che ftain- 
painmo già del modo del fare vna predica, molto pcricolofa, c da non 
rnettcruifi coli fil filo . La terza ch 5 ouc la predica lia (tata in lode de San- 
tino Sante, ò di cofa appartenente ad ajcnn Santo, quiui volendo far pre- 
ghiera, al medefimo Santo, o Santa indrizziamo: come habbiamo vedu- 
to , che ficea Gregorio Nazianzeno , e come fanno i migliori del la no- 
ftra età. E finalmente, clic ouunque fiamo nel fine di qnalfiuogiia predi- 
ca per far preghiere limili, non prolifle, e lunghe: maartai brcui ci ricor- 
diamo di douerle fare. Che perciò l’inftru trioni del predicare, pubhcate 
per ordine dall'Illultriffimo Borromeo l’auuertifcono ; che otte e» s uole 
v(a re preghiera tal e,contiouem concludat breui oratione , S< il Cardinal di \ c- 
rona nella fua Rettoricà Ecei*fiattica , parlando dell’Epilogo della pre- 
dica, ^ice. , . . l 

Iaterdum cum lacrymis conucrtendiu eli fermo ad Dcum* quod tamen non fxpe , 
lite lolita oratione fjantdum esl\ rubi emm citius arefat lacrymis , &■ mUu dum 
towmò nere ftudueruntmihil atiui afequutt funtmfi quod nfun, mounwit. 

Chcs’altri dirà qiieftociìcr contro il precetto di Demetrio, in quello 
luogo medefimo , ouc mole , che le fuppliche , c le preghiere fieno lun- 
ghe 1 ; rispondiamo , chrfebcncpernaturaloro.queghchehannobifo- 
gno fono nel pregare lunghiffimi, c quanto àfc, come dice Demetrio 
non tìnirebbon mai di fupplicare;ouc nondimeno con Dio lo facciamo, 
e qui- (lo non per accendere fc (teffi in medirationi, come faceuaSant’A- 
gollino ne’ Soliloqui; ma per ottenere alcuna pernione da lui, dice il Si- 
gnore me ieCwno Orantes notile rniJtum toqui • Oltre che , ouc I huorno non 
preghi ritiratamente , c da fe fido, ma in presenza de popoli intieri, & in 
gran pane à fine di commuouergli ; in tal calo riccuc chiara limitationc 
la regola di Demetrio, e le preghiere tali, come quelle ne’ fini de’ ragio- 
namenti, non bifognachc fieno in moltiloquio . 


PARTICELLA 

decima. 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 


Xemplum autem breuit compofitionis illud . Lacedemoni Thtlip - 
po AMnij-ori'r multo emm frauiut apparet ejje diffam 

fic breuiter quàm fi ipfo longe produco , dixifient . Quod Diony- 
ftus quondam magnus tyrannus exiflens , qutmadmodum tu, ta- 
men nune priuatus habitat Corinti n ; ncque cnim ampliai multa verba expo- 
fttum, mcrcpationi ftmile exti(ijfet,fcd narrationi,& potiut alieni qui doceret , 
non qui peri erre face re t . adco cxt.nfo diffoluitur oratkmis iracundia . quemad- 

H a modula 



/ 


1 1 6 11 Predicatore del PaaigaroU 

modum bellua cum fi contorfirbit,pugnant. buiuf comodi quadam eft orationk 
conuerfio,qua ingyrum torta fu ob grauitatem . 

PARAFRA S E. 

A belliflSmo efempio di quello modo di parlare concifo nel 
P la nota graue è, oue volendo i Lacedemoni minacciare, fic 
riprendcreFilippoMaccdoncpadrcdiAlcflàndro, quelle 
• fole parole gli fenderò. Dionilìo è in Corinto. Chcfen- 
za dubbio douettcro hauere maggior forza di fgomentarc quel Rè, 
che s’allungando il ragionare haudfero detto : • . i 

Nò ti fidare però o Filippo della grandezza tua , nè ti fàccia info-' 
lente la tua fortuna, perche così gran Rè era Diomfioin Sicilia, qua 
to tu sij in Grecia: e pur cacciato dello fiato fuo, è con finato à Co- 
rinto appena infegnando a’ fanciulli può guadagnarli il vitto. Per- 
che in lumina le niedefìme cole , daquelJla brcuità ridotte àqueff a 
lunghczza,haucrebbono rapprcl'entato non più chi irato, e conci ta- 
to riprjndeii'e,c minacciane; ma chi in vna lòmmaquictcà narrare 
attcndelfe , oad inlcgnare, tanto perde egli la vehcmcnza,eriracó- 
dia il ragionamento di fféfo, e diiiolutojla douc incontrario,!! come 
allhora fono fpauentcuoli le fiere , quando ritirate in vn' nodo, li ve 
de che Hanno per combattere, così contratto in breuiclaufule ilra- 
gionare, più ha dcll’afpcro affai, c dell’atroce. 

COMMENTO. 

S lamo per ancora A ragionare dilla feconda occafme nella quale efemplifi- 
ca Demetrio che comi iene vfar clan file breui, e conci fi : cioè non fedamen- 
te oue di cofe picciole fi ragiona , ma oue ftamo nella nota grane : alla quale , 
perche non filamento appartiene il comandare , come dicemmo di [opra-, ma 
molto pià propriamente ancora il riprendere, e minacciare ; però apporta qui 
vn’efimpio Demetrio d’ buoni ini, i quali volendo parere , come coiiuiene-, nel 
riprendere , nel minacciare vehcminti ,afperi, e adirati , con breuijfima clau - 
fila quel fcctrointcnderc , chela metà del terrore non hauerebbe apportato fe 
in lungo ragionamento l’baue fiero difìe/Jo , l’tf empio è da vna lettera fcrittt da 
i Lacedemoni à Filippo padre d’^tlcfiandro, il quale ufando della buona fiafor 
tuna infolentcmente , e però cofc ingiufìe pretendendo dai lacedemoni ; eglino 
per 1 imtttogh il ctrucllo in capo ; e perche egli imparale a non fidai fi nella 
in /labilità della potenza humana , principalmente abufata t queflc fole parole 
gli fcrificro 

Nitrii tu i «’rxfpMa» 

Dionyfìus Corinthi . 

Dio ràfie è à Corinto . » . . • . 

volen- 


Sopra la Partii ella X* f 1 7 

volendo che egli intendere , che fi come Dionifio già tiranno della Sicilia injuhn- 
ttfj-.rno in così bafja fortuna era caduto , che fatto pedante m Corinto , appena 
con arte tale pottua fofienere la mifera vita -, così penfafie che à luifu(]e per pò- 
ter’ occorrere [e non mutaua coftumi, e molto peggio . £ veramente fi vede 1 he il 
modo di direfù btliJfimo,perchc i pofteri ne hanno formato proucr bto,Cr in quei 
luoghi lo adoperano, oue di mutatione di fortuna da alto in baffo fi ragiona; (urne 
ferie vai /e Cicerone in t na epiflola ad Atticum,# alerone fornendo ad Pcetu 
ifponeil prouerbio dicendo che Diony/lus tyrannus,cum 1 yracufis expul- 
fus cflct,Corinthi dicitur Judutn apcruifle, e quello cbejeguita. Ma il no- 
Sìro Motore accuratiffìmo in tre maniere fra tanto mofìra,clie il modo di dire t 
che tifarono i Lacedemoni, fu proprio aflai,e conueneuoliffìmo. T umbramente, 
perche fi vede\che il mede fimo detto in altra maniera nòfà ej]etto.Mppreffo,per 
che ibi non hauefle detto così, non farebbe parato irato ,e finalmète, perche anche 
le fiere contratte fono più fpauenteuoli. Quanto al primo diflolue egli medefimo 
l’oratione ; e dice, che diffvluta di queflo modo fi farebbe inlanguidita. Cu oli. a 
Diony fius multis imperarci nationibus, ac planè tantus eflet , quan- 
tum tu tc elle nùc putas,Rex fcilicet terra marique prapotcns, Ài for 
tunatus; tamenis uunc Regno cxutus fcfeCorinthi priuatus conti- 
nct,idquod tibi quoque fortaflevfu uemet. Come farebbe à dir in noflrx 
lingua ; Mnche Dionifio,ò Filippo, fù già figr.ore di molte nat ioni, grande 

quanto Siimi d'tffer tu, cioè per terra, e per mare potcntiffimo. E pur bora Jpo- 
gliato delregno, priuatiffima vitaviueà Corinto ; come potrebbe auuenire an~ 
che à te,fe tu non muti Siile. Tarole,che come fi vede, non danno la metà del ter 
ture, che fanno quelle fole, DionifioèàCormto. £la ragione è,perchenon 
moftrano collera , & hanno più della narratone , ihcdcHa minaccia ,epiù del - 
l’infcgnare , ehc del riprendere . Qutllì , thè minacciano , e riprendono , bifo - 
gna , thè fi mefirino irati -, e però fi come quelli , che veramente fono adirati , 
nonpojjono perla xehemenza dill'affetto proferire lungo corfo di parole fen- 
ra ripigliar fiato j così quelli , che artificiofamente vogliono moSìrarfi tali , bi- 
Jogna ibe con la brcuità delle ilaufule imitino , quanto poffono , la natura . 

fn contrario chi narra , e chi infigna , fuole farlo pacatamente , e quietamen- 
te, t però imitare fi dee qucjli tali con orationi diSlefe , e lunghe ; onde reggiamo 
che Mano Tullio in tutte le narratami fù difìefo c chiaro -, & ilfimilc feccnci 
libri dilla filofofia, ouc infignò; nècofa può rider fi più quieta, epofata di 
quiUo , che fa ordinariamente nelle fuelSlorie il ragionar di Tito Liuto , di 
Cifre, di Sa! ufi io, & d’altri, ptribe in Jonma ( dice SDmetrio nel fecondo luo- 
go) che chi duomi fa , e contratta, lunga fà ediflrfa la orinone ; tutta l'ira- 
condia le toglie, e tutto lo fpauento-, & fi come ( aggiugne vltimamnte) 
gli animali giacenti , difìeft , & allungati , fi vede che ad ogni altra cofit 
attendono thè à volerci offendere, la doue oue reggiamo, che leudti in piedi 
fi raggricciano , fi inarcano , & fi fanno in vn nodo , all' bora ragioncuolmen - 
te dubitiamo , che vogliano afjalirci, & ne temiamo ; fofì ma minaccia , 
•d vita riprenfione difìefa , e lunga non cifà la metà della paura , che fa vn‘ 

H 3 mi* 


1 1 8 il Predicatore del PanigaroU 

minacciar riHretto,corto,e detto in due pare le. E veramente l’efempio è bellici - 
imo : ft inutntorc non nefii Demetrio: ma prima di lui nel primo libro della Tg- 
pubica l’vsò "Piatone : che pur anch'egli vsò il mede fimo i erbo *vef(f»titui , %l 
quale non crediamo noi , che mquefìo luogo voglia lignificare quel medefimo , 
che Jigmfica il verbo ernf^(car , cioè fe in lpha'ram con trahcrc , m quella 
maniera, che fanno i fir penti, c che d’vno di loro difie Virgilio 
- oilammeus in fpiram t raltu fc col Jigit anguis. 

Terche non è veto, che tutù gli animali quando vogliono combattere à guifa 
dì fcr penti faccian fe flejji in giro ; ma crediamo, che detto verbo in quefìo luogo 
voglia dire, fein brcuius ipatium colligerc , cioè inarcar fi, ranniichiarfi , 
e tirar firn fefieffi, come veramente tutti gli ammali fanno, & anche gli huomi- 
ni iìtjsi quando fono per combattere . Vn’ altra fimilitudme di queito mede fimo 
modo di dire conci fi, e contratto ci dà Tlatone ijicfio nel Vrotagora. Cioè che fil- 
mili detti breui , e atroci fino, come faette , e formo grandifiima pa fiata : ma noi 
forfi più chiaramente diciamo, che fi come l'arco quanto fi contrahe più, con tan- 
to maggiore impeto fioccalo f troie , cofiil nofìro ragionar nella nota graue , 
quanto fi fi ngne più , e diuenta più contratto » con tanto maggior vehemen^a 
entra ne gli animi di quegli, che fentono. E vn’ altro paragone ancora adduciamo ; 
che fi come nella carriera le Jpronatc denno dar fi al cauallo fpeffe,e molte-, cofit la 
minaccia , e la riprenfione quanto più iterata farà da breui claufule,tanto mag- 
giore farà l'effetto fio. Virgilio quando introduce T^ettuno riprende, e minaccia 
a i notti , dice co fi ; 

Tanta nc vos generis tenuit fiducia veltri ^ 
lam cocluiu , tcrramque meo fine numine venti 
Mifcere ? & tantas audetis tollere moles ? 

Quos ego : i’ed inotos pntflat componete flutfus i 
Poli nuli; non limili poena comanda luctis . 

Maturate fugam , 

Terentio nel Formione à Demofonte irato fa parlare di quefla maniera 

Ita netandem vxoremduxitAntiphóiniuirumcos’necineumim- 
perium;agc,mitto impcnum,non fimulcatem meam reuercnl lai cera 
non pudere?òfàcinus audax^ò Geta monitorie. 

Cicerone contro Catilina da quefìi piccioli fiimi membri comincia; 

Quoulque tandem abutere, Catilina, paticntia coltra i Quamdiu 
nos etiam furor lite tuus eludet?queu ad finem fcfeefiraenata ìaltabic 
audacia i &c. 

1 / Tetrarca riprendendo cbi lafciaua annidare tanti barbari di quà da’ mon- 
ti ; diceua , 

Che fan qui tante peregrine fpade i 

Terche il verde terreno i 

Del Barbarico fangue fi dipinga} i r & 

Vano errar vi Infinga ; 

Toco vedete, e parai veder molto, tre- 


_ ìepra laTdrttce Va X • 119 

Et il Boccacci , ove della moglie di Tiero di bindoli fa riprendere la moglie 
tbfente d'Erculano poco prima ritrovata in fallo, co fi la fà parlare . 

Ecco belle cofe. Ecco [anta, e buona donna j he ceflei dee ejfere-, ecco fede di bo- 
terà donna . Qie mi farei confefiata da lei, tìfpiritual mi pareva, e peggiore 
effendo ella oggimai vecchia, dd molto buono efempio alle giovani. Che maledi tta 
fu limacella nel Mondo venne. èt ella altresì, che vivere fi lafcia. Terfidifsi- 
ma, e rea f emina ch’ella dee efiere . Fniverfal vergogna , e vituperio di tutte le 
donne di quefta terra . 

Ma fopra tutte le cofe in qutflo genere , flu pende fono le pa rote , che dice ‘Di- 
ione à Enea nel fuo partire. Imitate flupendamente dal Tuffo in bocca d'^irmi- 
da à Hfpaldo, mentre la lafcia. ‘Didone ad Enea dice co fi. 

Diifimulareetiam fpcrafii perfide tantum 
Poffcnefas? tacitufque mea decedere terra? 

Ncc te nofier amor, nec te data desterà quondam , 

N?c moritura tenct crudeli funere Dido ? 

Quin ctiam hy berno moliris Sydere clailem ; 

Et medijs properas Aquilonibus ircpcraltum, 

Crudclis; quid t fi nonaruaalicna,domoique 
Ignotas petcrcs , & Troia antiqua maneret. 

Troia per vndofum peteretur claflìbus xquor ? 

Me ne fugis ? per ego has lacrymas , dextramque tuam tc 
(Quando aliudmihuam mifera; mhilipfareliqui) 
rcr connubia nofira , per inccptos Hymena;os , 

Si bene quid de te mcrui , fuit aut tibi quicquam 
Dulcemeum: miferere domus labentis, & ifiam 
Oro, ( fi quis adhucprecibus locus) cxueincntcm. 

Te propter Lvbica; gcntes , Nomaduinquc tyranni 
Oderc, infenfiTyrij; te propter eundera 
Extinflus pudor, & qua iòlal'ydera adibam 
Fama prior . Cui me inoribundam defens hofpes i 
Hoc folum nomcn , quoniam de coniuge refiat ; 

Quid moror ? an mea Pyginalion dum moenia fratcr 
Defiruat i aut captam d-jeat Getulus larbas ? 

Saltelli fi qua mihi de te fufeepta fuiftet 
Ante fugam foboles ; fi quis mihi paruulus aula 
Luderet Aeneas , qui te tantum ore referret. 

Non cquide.u omnino capta , aut deferta vidcrer. 

E poi più giù la mcdefima in quella maniera : 

Nec ubi Diua parcns , generis ncc Dardanus auftor. 
Perfide ; fed dunsgenuit tecautibushorrens 
Caucal'us , hircanarque adtnorunc vbera tygrcs . 

Na.n quid diffimulo , aut qux me ad malora rclèruo? 

Num fletu ìngemuit nofiro i num lumina flexit i 

H 4 Num 


1 2 • il Predicatore del Pauigarola 

Num lacrymas viftus dedic > aut liniera tus amantem cft f 
Qua qui bus ante ferain? lam , lam nec maxima Iuno, 
Nec Saturnius hrec oculis pater adipic tt aquis . 

Nufquam tuta fides. . Eieftum littore, egentem 
Exccpi, & Regni, demens, in parte locaui; 

AiniiTam claficm , fociolquc à morte rcduxi . 

Hcufurijs incenl'afcror? nunc augur Apollo, 

Nunc Lvciac forces , nunc & ioue nufliis ab ipfo , 

Interpres Diuum fere hornda ìu/Ia per auras . 

Scilicct is fupens labor eli , ea cura quietos 
Soliicitat. Ncque tctcnco, nequedifta refello ; 
lnfequcre Italiam ventis , petcregna per vndas , 

Spero equidem inedijs , ( fi quid pia numina polfunt ) 

< Supplicia haufurumlcopulis, &nommcDido 
'ape vocaturum , fcquaratris ignibusablens : 

Et cum frigida mors anima feduxeritartus , 

Omnibus vmbralocisadero ; dabis improbe poenas. 
Audiam , & hxc mancs venict nubi fama fub imos . 

Ef L /Irmiia à /{inaldo prima dice cofi : 

TJona frettar , ch’io preghi 
Crudel, tey come amante , amante déne . 

Tai fummo vn tempo , hor fe’lricuft , e neghi , 

£ /limitai memoria acerba , e greue : 

Come nemico almeno afiolta , i prieghi 
D'vn’ nemico tal' hor l’altro riccue , 

"Ben quel, ch’io chieggio è tal , che darlo puoi 
E’ntcgri coibentargli /degni tuoi. 

Sem’odif ,en' ciò diletto ,e gioia hor fenti , 

7/on ten’ vengo à priuar , godi pur d'e/fo : 

Ciujlo d te pare, e fiafi , anch’io le genti > ( 

Di Italia odiai , no’l nego , odiai te Jltffo . 

Inacqui pagana ,vfai farti poffenti 
csf. cioche fo/ie il -vofiro Imperio opprefio 
Te per/eguij , te prefi , e te lontano 
Da l’arme traffi in luogo ignoto , e frano . 

^sfggiungi à quello ancor quel cb'd maggiore 
Onta ti rechi, Ci à maggior tuo danno 
T’ingannai , Collcttai nel noflro amore , 

, Empia lu finga certo, iniquo inganno , 

Lafciarfi corre il virginal fuo fiore. 

Far delle fue bellezze altrui tiranno j 
Quelle , ch à mille antichi in premio fono 
Regate , offrire à nouo amante in dono. 


Sia 


« 


» 



Coprala Particella X, ili 

Sìa quella pur tra le mie frodi, e vaglia 
Si la mia graue colpa , o’I mio difetto , 

Che tu qumci ti parta , e non ti caglia 
Di quello albergo tuo, già sì diletto . 

Vattene ; pafia il mar -, pugna ; tratiaglia , 

S truggi la fede noflra , anch'io t’affretto j 
C he dico noflra ì ah non più mia -.fedele 
Sono à te foto , Idolo mio crudele . . 

Solo, ch’io feguatc mi fi conceda, 

Ticciola fra’ nemici anco irichiefta . 

7{on lafcia indietro il predatoria preda , ’ c ' - k 

Vd il trionfante, il prigionier non rella. ■ ; '• . * 

UHe trai altre tue fpoglie il campo veda, ' ° 

Et ài altre tue lodi aggiunga hor quella. 

Che l’altrui fchernitrice habbia fchernito ■ 

Moflrandome {predata ancella à dito . 

Sprecata ancella :àchifl nudre e ferua l . r ’* 

La bionda chioma, hor ch’à te fatta è vile i 
Haccorcerolla , al titolo di fetua Vlfl 

Tiù conuerraffi vn’habito feritile . 

Te feguirò quando l'ardor piu ferua 
De la battaglia , entro la turba bollile ; 
minimo hò certo , hò quel vigor che bafle 
*4 portarti Signor gli arneft, e i baile. 

Sarò qual più vorrai; feudiero, ò feudo. 

Tronfia ch’en tua difefa il cor rifparmi . 

Ter quefto fen, per queflo collo ignudo , 

Triache giungano a te paffaran’ l’armi. 

Barbaro forfè non farà sì crudo, 

Che ti voglia ferir , per non piagarmi , ' 

’ Donando ogni piacer di fua vendetta 
O/' quella , qual fi fia beltà negletta 
£ poco doppo implicando a Uar il polla di lui* che fe n’andaua. 
ty’n te Lucia s’mcife , e non fei nato 
Di latin’ fangue tù . te l’ondainfana 
Del mar produfle, o’I caucafo gelato , 

E le mamme allattar di tigre lrcana , 

Tcrchem’ infingo più ?l’ buono /pittato 

Tur vn’fegno non feo di mente buttano. 

forfè cambiò color ? forfè al mio duolo 

Bagnò almen glioccbi , ò fpar/e vn’fofpir folo ì 

Quali coje tralaf io ? ò quai ridico l 

S’offre per mio ; mi lafcia, e m’abbandono ; ' ' 

Qicafi buon vinci tor, di reo nemico , 

Oblia * 

Z' k ‘ 0. DigitizeÒ by.Gtfcigle 


/ — 

121 il Predicatore del PanigaroU 

Oblia l’offefa, e i falli afpri perdona • 

Odi come configlia , odi il pudico 
Tenocrate, d’ amor come ragionai 
0' Cielo, ò Dei, perche /offrir quefii empiì 
Fulminar poi le torri , e i vofiri tempi i 
fattene pur crudel con quella pace , 

Che la/ci à me ; vattene iniquo homai ; 

C Me toflo ignudo / pitto , ombra feguace 
Jndiuifibilmente à tergo haurai. 

Upua furia con l'angue , e con la face» 

Tanto t’agiterò , quanto t’amai: 

£ tè deflin ch’efca del mare , e fchiui 
Gli /cogli, e l'onde, & 4 l’Italia arriui, 

Trima de’ tuoi più cari egro, e languente, 

Tiangerai l’afpra morte , empio Guerriero , 

£ /conflato bramerai fouente 

Figlio d’ timida, e frate al bel Ruggiero, 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

E Proprijflìmo delle Scritture Sacre quello coftume, di fare le mi- 
naccic.e le riprensioni con brcuiflìme claufulc,& anche ofcurc,à li- 
ne che habbiano maggior forza di fgomentarc . £ quella reticenza , che 
paruc sì artiliciofa predo à Virgilio nel 

Quos ego : ■ , t 

Di che habbiamo parlato: Dauidde le migliaia de gli anni innanzi 
à lui rhaueuamarauigliofamcnte porta in opra. Come nel Salmo ij. 
oue dice 

Isonne cognofcent orma , qui operanti# iniquitatem ? 

E non dice quello che habbino à conoscere ; ma Io tace per maggior 
tcrrore-.Come noi volgarmente Siamo alle volte foliti à dire. 

Barta . fe n'auucdranno. 

E non diciamo altro . Il medesimo fece egli nel Salmo p* con quelle 
parole-» , 

T u vero homo vnamnùs , qui mecum dulie s capiebas cibot . 

Ma tu ò traditore, che mangiaui ordinariamente mecó ; e bada, ne ag- 
giugne alcun’altra cofa , perche la reticenza amplifichi il terrore: In Da-, 
nicleal quinto, la horrcnda minaccia, che fece Dio à Baltafarrc Rè de 
Babiloni, à ponto fù di quella maniera, cioè ridotta àure parole fole af- 
fai ofeure : 

ManeJheccl, Thares, 

'H’imeratum , appenfum, diuifum • 

Come fc dicclfc 

Compita, pcfata,e diuifaftàlacofa per re ò Baltafarrc. 

Che furono parole di maggiore horrorc.chefe diftefamentegli haued 
fc fatto Sapere, che compita era la iniquità di lui, c trouatale la penai 

proposi- 


Sopra la Particela X. 125 

proportione,per la quale ad altrui doiicua clfere trasferito il regno. , 
Scriuc Giofctfo Giudeo nel libro fettimo de bello ludaico > al cap.t i. che 
ott’anni innanzi aU’afledio di Gicrufalcmme, comparfo vn'huomo di 
contado in Gierufalemme,à gridare cominciò,c per molti anni continuò 
non mai altre parole,che quelle poche. 

Fox abortente. Fox ab Occidente . Foxàquatuor ventii. Fox in Hierofoly- 
ma,n y & templum. 

Voce da Oriente . Voce da Occidente . Voce da’ quattro venti. E tutte 
voci contri Gcrufalcmmc,e contra il tempio. 

Lcquali parole coli concife, e ofcurc, (criue il medesimo, che in tutti i 

f iù giudiciofi grandiilimo Terrore gencrauano. Ncll’Apocalilfi ancora 
orrendaera quella voce dell’Aquila 
Fa, Fa F* babi tantibui in terra . 

Guai, Guai, Guai, à gli habitatori della terra. 

Senz’alcun’altra aggiunta. 

Ma più di tutte terribile fù quella minaccia fatta dal Signore con tanta 
breuità, e conci (ione alla Citta di Gcrufalemme, quando VideniCiuitatem 
flotti fuper cam,t dilfe 

Quia fi cognouijjet es lu',& qtàdem in hoc die tuaqtia ad facevi tibi,& t. 

E di quclti limili concili fatti per fgomcntare , innumerabili fe ne tro- 
Ucrcbbono nelle Scritture . Si Come nelle medelime tutte, ma principal- 
mente ne 1 profeti, tutti i luoghi , che riprendono, e minacciano, di pic- 
ciolo claufule, ma horrcndc fono picnillimi : Come in Efaia al vigefi- 
moquarto . 

.Ecce Dominai difiìpabit terram,& nudabit eam,& affligetfaciem eius,& difpcr- 
get Mutatotele: us : & erit futa popolai, fic Sacerdoi : Cr fiati fetuut, Jic dominio 
eiuS-, luta Anelila fic Domina et ut, Ju ut emetti. fic ille,qui yendii futa fanerator,fic 
ii, qui mutuum occipiti fitta qui tepetibfii qui debetidijji paltone dijjìpabitur terrai 
dir Celione prxdabitur. 

£ poco più giù 

Quia tranfgreffi funt leget , tnutauerunt itti , diffipauenmt f adut fempitemumt 
propter hoc malediltw roiabit tei ram , & peteaiunt habitatoiei etut ; ideoque info- 
ltitili culiorei eiui & tcknqut ntu> bon.mei pana- Luxtt rmdemia, infirmata efi ri- 
tti, ìngemucruntonmei qui Lt.bc.ntur corde. CeJJauit gaudi um tympanorum: quicuit 
fonitm UtatuiiMìConticuit dalcedu tubar a, i um cantuo non bibcnt riman^mara erit 
polio bUicntibus illam , &c. 

Dauidde anch’egli ( per addurre vn Poeta Sacro) le riprenlioni ^mi- 
naccio Gic foleua fare piene d’incilsr di vehemcnza,comene! Salmo 93. 

Intelhgite infi pieni et in popolo , & finiti ahquando fipite . Qui piantami aurem 
non audietfaut qm finxit oculum non 1 onfiietaii 
Qui corripit gemei non arguet , qui docet hominem fcientiatn'f 
■ Dominili feti cogitauonei homuum,quoniatn rana funt. 

E nel Salmo 31. 

Quid gloriarii in nulitiaiqui totem et in iniquitate? T ola die iniufìitìatn cogitaut 
bnguxtiuficut nouacula acuta fenili doluta. 

Dilexi ili malitium fuper bemgnitatem iniqui! atem magii,quam loqui Aquitatem . 
Dilexifli omnia verbo prxit pi lattoni t,btigua dolofa. 

Trotterei Deiu d ettruet tc m finem : cucila tc, & cmigralit te de tabernaculo tuo , 
tr radicem mai de terra riuenum . 


■Di 


T 1 4 li Predicatore del PanìgaroU 

Di fan Giouanbatrilta poi , la cofaè così chiara nelle fue prediche,che 
niente più, quando diccu3» 

yox clamanti! in deferto , parate viam Domini, reti ai faci te femìtas eius . Omni ! 
valli! implebitur , omnis moni ór collii humiliabuur . ti erunt pratu ih diretta, ór 
afpera in viai planai, ór vidcbtt omnis caro f. aiutare Dei: Gemmino viperarum,qmt 
ot tenda vobts funerea ventura ira : latn fecuns ad radicela arbori s po/sta est. Omnis 
arbor r.onf. vieni frulloni bon uni excidetur , & in igncm mittetm óre. 

E Cimilo medefimo pur ragionaua nella medefima maniera, ouc dice- 
ua. Vx tibt CoroTaim , vx tibi Betbfiida , quia fi in Tyro, ór Sidone fatlx fuiffent 
viriate!, qux fatta funi in vobis ohm in cilicio , ór cinerc fedente s patinici cut . Yc- 
rumtamen Tvro , ór Sidone remiJJ'us erit in indino , quam uobis. Lttu Capbarnaum 
vfque ad calum exaitata, ufque in inferuum deprimerli. 

E così hanno fattoi poeti, c rapportarne tlfanpic quali fuperfluo; 
Tuttauia per inoltrar la vehemenza d’vna riprenlìone chriltiana, mi gio- 
uadi fcriucrc qui alcune parole fra l’altre (critteda fant’Ambrogiocon- 
travnamonaca caduta alno tempo in facrilcgio carnale, che veramente 
fonocconcifc, c bombili : parla ilei ltclTa,cdice_> , 

Vnde inctpiam <* quod primum , quod vltimum dicam ? bona commemorar, qux 
perdidifli , au mal a defilerai! ,qux inueniSii ? eros virgo ih Taradifo Dei , vtique in- 
ter farei Ecclefix , eros fponfa Cbnjli , crai tct/iplutn Dei , eros habitat ninni Spintili 
finti i . Et cum dico, totiens eros neceffe e fi, ut totici ingemifcas quia non es quod fui 
flt . Incedebas in ecclefia taiiqu tm columba dia , de qua fcriptum ejl : flnnx colum- 
bx dcargcnt.ttx, ór pofieriora dorfi eius in pallore auri, fplendebas,vt argentum, ful- 
gcbas ut aurum , quando cum /incera confcicntia protedeoas . Eros tanquam lidia in 
mani i Domini , tintinni ventimi , nullità belli intubi pertimefeebas . Qux eji ifla 
fubit.mea corner fio ? Qux ejl repentina mutatio ? De Dei Virgilio fatta ci corpuptio 
S albana. De fponfa Cìntiti, feortum exerer abile. De tempio Da,f antan timiiuiidiiif. 
De babitaculo/piritus fanti i , tugurium Diaboli . Qux uuedtbai cun. fiducia vt co* 

Intuba, rune lutei in teni bili fu ut sièàto . Qux fnlgebas ut aurum propter uir- 
gi nitat is honorem , rune vdior falla es luto piatene um , ut ottani indigno- 
rum pedibus coni ulceri!. Qup fueras JUlla raduni in manu Dom- 
ili , veluti de alto luens calo , lumen tuum ex tinti um efi , ór 
.% conuerfa es in carbonem. Vx libi mijera, ór iterum vp, 

qup tanta bona propter paruiipnpons luxunam 
\ petdidiSii . Quam ubi fpcmapudCbii/lutn 

Dominarti reliquifli , ruius membra 
_ 4 folloni feci Sii membra meretri- 

. citi Qui! te fptutus fanti us 

•.in _ vifitabityiumcumrc- 

pudiafli , qui fe 

S . quoque > . 

à cognitiombus far- 
* Udii loiige 

V. AÌ-v* ;r • forici t ■ ■ 

i » 


1 ap . W.Ì > Jliin.i v 


Kl 



. 


par: 


Sopra la Vorticella X I, lif 

P A R T I CELLA 

- ìli ... ■ ■ 3 ». . -.ài.», ' . * 




VNDECIMA, 



TESTO DI DEMETRIO ; 

T radotto da Pier V ettori . 

Vìuftmodi autcm breuitasin compofitìone mcifum nomina tur 
dcfiniunt autem tpfum fìc. lncifum efl, quoti membro minus efl.- 
tcu quod anta diHum efl Aiiróthtinioplria &illud rrS9iataxr 
toV, gjr«Wr8t5 . quafapientum difla fune . eflenim buiufccmodi 
vocibus accommodata brcuitas , & fentcntjji ciiam , & fapicn- 
iius in pauco loco multarn [tntentìam colleflam cjle . qUemadmodum in panini- 
bui arborum totarum vis . fu autem extenderet aliquis in multis , docendi ra- 
tio, & orandifierct prò fentevtia . 

PARAFRASE, 1 ; 

Inalmentc chcalle Volte fia tempo di vfarc quelli mem- 
bri piccioli (1 quali di proprio nome fi domandano id- 
eili , e la loro diffinitione è che incifo è quello , che è’mi* 
nore del membro ) d'empio ancora ce ne pofiòno darei 
detti de’faui;, lcfcntcnze,&iprouerbi, comequclli; Ùioni fio è à fo- 
rmio. c meglio; (pnofcitcflt/Jo, Segui Dio , E fimili , a’ quali veramente 
èproprijflima Jabreuita; cquanto maggior fentimento in mmoré 
luogo firingono , tanto più làui; paiono ; in quella maniera , che ci 
roarauigliamo ricordandoci , che piccioli Temi d’arbori habbino in 
ferinchiufa la virtù di produrreàfuo tempo piantesi grandi; Certo 
chi difloluefle quella breuità , & allungafie la claufula , non Penten- 
te parerebbe, che profèrifle , ma che infegnafle più torto , od orafle; 
e tanto balta de’ membri , cdegJiincilì confiderai femplicemente 
infemedefimi. 



COMMENTO. J 

T ^ecfempi dicemmo .che adduceua Demetrio de luoghi, oneconucngaufort 
clatfule brcui : nelle materie bajfc , e rulla nota grane , de qu.ih già ftèn- 
■ gicujtoàha/l w%a: e nelle fe/itcn^e ■ ù pronerbi, ò detti aie fluii de' qu li 
tratta adc/J'o. tdanchc un' altra co fi , quaft /cordata cidi’ ^tutore m qttefìo luogo . 
Ciqè infegna il proprio nome ■ e la diffini notte di quefti piccioli membri : ma di queflo 
noi nel fine di qiufia parte del conitainto ragioneremo poi. Fra tanto uetì/Jìno è a ud- 
• ' J lochi 


I 2 5 '< Il Predicatore del PanigaroU 

10 che egli dice , (bè i detti dt’faui) , tle fentenze , qiianto più Breui fono , tafSf 
fanno meglio fentire, e più foflanttofé paiono . Domandano toreri i detti de’fd- 
uij con vna voce fola **<><ttoyn*TA apoftemmi ; e da loro pie de fimi le fa utenze 
morali vengono domandate y* */*tu Boeramente 1 4£giahto che tutte que/te co- 
fe con breuiffimc claufule fono fiate qua fi fempre proferite : forfi perche volata - 
no quelli y che le diceuano , farle anche pc Ila breuità effomtgliarc d glroracoli , 
e miflerifagrij quali con qitefìa maniera de * concifi vediamo cheieninano prò. 
feriti: come farebbe , Redde GalJurn AllcuJapio. £ formglianti . Eni Boc- 
cacci quando qua fi ad oracolo mandò i duegiouani à Sotomone per configliarfi: 
Vno come poteffe efjere amato . e l'altro come potefie fare min ritroja la ino. 
glie , pure ad ambidue in parole breui e concife fece che foffe rifpoflo : al prima 
Ama. & al fecondo Va ai pontcail'oca. S co fnfuaft altrettanti oracoli han- 
no i faui proferiti per gli apoftemmi , e le fentenze dicendo . Nolcc raiplinn. 
Ncquid nirnis. Daini fcquere. £t altri tali : che talhora fi èfaputo da qua 

11 huomini fauijfcno flati detti , come da Talete , ’B tante, Solone , & altri t & 
bor’ ignorandocene l'autore , per oracoli nati da' Dei fono fioccamen e flati 
ritenuti . Vergàio nelle fentenge morali fu breuiffimo . 

Quid non mortalia pecora cogts. ^ 1 '■ • '-v 

Auri (aera fames ? ^ „ . 

Cicerone moflrò il rtieaefimo quando dipi , 
iudicis femper cft veruni fequi . 

A Dijs inimortalibus funt nobis agcndicapicndaprimordia, 

E ftmilì. U Tetrarca fece lo fleflo . 

Qtc quanto piace al mondo è bieue fogno . 

Ft il Boccacci . y Calti cofe,c noiofe fono i inanimenti vari della fortuna . 

Et il mede fimo s’u fa ne' prone! bi , che fono vna forma di fentenze popolari * 
onde il Tetrarca nella canzone . 
i-Mai non vuò più cantar , 

ched giudicio di molti nonèaltro chevna farragine dt' proverbi v fati àquei 
tempi, glivsò breuifJMii : ProuerBio, ama, chi t’ama. Mai fi conoice il 
fico. Et altri; & il Boccaciiii Bocciardo cJM intitolò, & altroue, bauendoai 
adopc rare proverbi : gli adopera breuiffimi , come qui fli 
L’acqua è corfx allo'ngiù . 

Qual’afmo dà in parete , tal rìceu(_, . 

E fimili : 7fè è vero piamente nelle fanterrge, e ne’ proverbi! que fio, cioè che le 
claufule bn ui convenga no loro :jxa nei motti ancora , e nelle pronte rifpofìe , 
principalmente oue altri, penoffo , ripercuote , e punto , riflt tte la puntura in 
altri . Come fece • Phfloante , figlio di Taufarua , quando ad vn’ ^ tu nefe , che 
affermava i Lacedemoni effere igno rotiti ; rifpofe ; Tu dì erro , perche noi foli 
fra tutti i greci non habbiamo imparato alcun' vitio da voi . 

Come Demarato, che con pintura interrogato qual /òffe il migliò) e buona 
de’ Lacedemoni , rifpofe 

Colui che in eof a alcuna non famiglia i te. 


E come 


Sopra la Particella X I: ilf 

E Come fece quel (atulo , al quale tjfcndo detto 

Quid latras Catuie? ujpojc, Quia tcfurem video. 

- Mifjct Gioii anni 'Boccacci , nella giornata fi fifa ,oue ragiona di quefia mate- 
ria , da molti rii n riputato poco felice ne’ motti, ch’egli v’introduce ; uè par co- 
sì acuta co fa, che madonna Oretta , Bracca dalla (cecaggine, che le daua ragio- 
nando , chi l’baueua in groppa , dtcefie i 

Meficre,qucflo t ojlro cauallo hà troppo duro il trotto. t 

Ouero che Ctfli,à ibi da parte di mijfcr Grtci veniua per fuo vino con trop- 
pogran (ufo, dicefie, i > 

hleffer fjreci non ti manda à me • ma adorno 
Onero che monna Tfonna de’pulci, rendendo colpo per colpo , aU’orfo rifpon 
de fise. Ma vorei bona moneta, h così dicono de gli altri motti, ciod,cbe fo- 
no freddi afiai ,e poco acuti.Ver ó à noi ito pare lecito mettere la bocca in sì g rati 
valerti buomo ; e icmunquc funo que ’ motti , certo , per quii che tocca al nofiro 
propofito , tutti mbrtuijjtmc claufule furano rifiniti. , come diremo 
abbuffo, oue tratteremo di ’ motti nella nota venufìa, egli fleflo i Filomena nel 
principio di Ila fella giornata fà dirt,ihc b> cui dcuOno effere i motti . Et à ra- 
gione, perche fe bene la lunghcg^a bà più del magnifico, la brevità nondimeno 
bè più del vibimentc , del gramfo;dc L’acuto, e come fi dice , frigga più : ma 
tornando alle fintentiejn.loro è ambe più marauiglufala brama : perche non 
potcndofi fot vare certe vniuerfiali propofrtioni morati , fenza batter fatta 
vna lunga offerii unga di co fiumi d’buomiru, e d’auucrtimenti di cofe ; il vedere 
tutto ciò à poche paiole ridotto ,bà affai deU’ ammirabile : in quella maniera , 
dice Demetrio , che èflupored vedere da pie colf): mo Jeme nafeere grandrffime 
piante . diche fi maraiugltò anche Cicerone nel libro de fcnctiut c, dicendo, t gra- 
di (finta effere la fin ■ga della terra ; quajexfici un tu lo grano, aut ex aci- 
no v macco, autcx.oxtcrarumfrugum ,ac ftirpium mmutiflìinis fe- 
minibus tautos truacos , ramefque procreet. Scoti fono le fentenze de? 
Jaui, le quali contine rido gran finimento in poihc parole, molto più marauiglio 
fe riefiono, che fe il mede fimo diffufamente veniffe narrato , & altro fuono ren- 
de il fintir dire Conoice te Aedo, che fe altri diccfìe. Figlio mio, molte lo 
no le cofc, le quali vorrei, che tu faccflì,ma perche tutte dcpcndono 
dalla cognttione di te Aedo, però quello lòpra tutte le cofe procurà- 
do, haiinognimododaconofceretemedelimo. , 

Oue non è dubbio, ibe perduta la brcuità della clan fu la , perduta fe ne fareb- 
be ir. [teme la vtbemenza, e la marauiglia : ne" molti membri infume lungbiffi- 
mi, quiUu baurcbborw operato, che vn filo affai breuehà potuto fare. cMa 
cerne fi domandano eglino per proprio nome quefli piccioli membri) e quale è la 
diffinitionc loro ? quefle due cofe , diceva , che qua fi (cordate Demetrio le dice 
quà , ma con molta arte , prima ebefinifia il trattata dt’ membri confiderai! 
in fe mede fimi -, e quanto al nome non è dubbio che prefio a’ Greci quefli incifi fi 
domandano di d’onde hanno i Latini canato il nome loro, & bannogli 

u>n molta propottione nominati Jncift . llluogo è btUiffimo à quefto propofito 

di 


1 1 8 11 Predicatore del PdnigardU 

Ji Cicerone nell’ Oratore , eie parole fono quelle ; ncfcio CUr CUfh Gr*Cc 
Kiuuar* & «*** yoceut , nos rcftè moia, &t membra dica ..us-^h Ita - 
lunt tiofiri , che di qnefie cofe hanno purament ferino, comi il Caro, e’ l Pkro- 
lemmi , fe bene da principio fi fono andati raggirando vn poco, e quello che il la 
tino domamla Membra ,eghnoffiora propolitiom,/wj parti del periodo, 
bora claulu I c, hanno nominate , all'ultimo nondimeno tutu ui fono dati dentro , 
e fi Jb no rifiniti d’acu tiare per la mede finta m'tafora,la mede filma voceffioman 
dando ledette parti, membri del periodo, e di quelli i più puàolt, <tc’ qua- 
li trattiamo principalmente bora; doppo batterli chiamati bora particelle, 
fora claululettc, Aera parti de’ membri, & inalerà marnerà-, finalmente il 
Caro net n no del tergo della Retorica s’i contentato di nominarli membri có 
cili ; & il Viccolo mini nelmedefimo luogo Concili Semplicemente , fi tome 
noi ancora e Co nei fi. Ci Incili, come meglio et verrà gli anderemo nominan- 
do; e questo quanto al nome. Bufila la diffinitione ; oue non è dubbio , che vi 
qualche difficoltà, per la differenza, che pare che fi troni in qucjlo fatto fra De- 
metrio , e Marco Tullio . ‘Demetrio conflitui/ce /'< ffenza dell' mafia «. Uà bre- 
ttità, e dice, che quelle i incifo che è minor’ d vn membro , nel Qual modofenza 
difficoltà incili fono tuttiquefk. Diony àus Corinthi-N lice tciptum. Ne 
quid nums. e qncQi all'idi Cicer one , A nimum vincere. Iracundiamco- 
htbcrc. V iftoriain temperare, e quelli del Boccacci in T edaldo . 

h^on amato i Tifnn battuto caro} 

£ filmili: Ma Cicerone nell'oratore, fe bene non lo dite e fpreff amento ;nondime- 
nodaU ejjcmpio , che adduce della differenza loro , cioè , in non comprendere 
eglino tutto’ l concetto d’un’ membro , m i vna fola parte di lui ; l’ef empio , che 
egli tanfi da fe mede fimi ,e tutte le parole di lui à quefiìo propofiito fono quefile. 
Domus cibi decrac? athabebas. pecu ìia iuperaaat? ategebas: hmc 
incise difta lune quatuor. Atuionbratim quailequunturduo; Iti- 
currilh ainem in columnas : in aJienos inlànus .nunuifti. 

Dallequali in fomma fi vede eh’ egli vuole che quefli finno quattro incifi . 

Domus libi dteiat? athabibas: pecunia luperabat? ategebas, 
ecb. quefli fieno due membri, i neutri Ih a.uens in coluuinas ; In a. icnos 
vnlauusmlanuiftì, la qual differenza non può naficere dalla longheg^ga , e 
dalla breuità , poiché poto meni ungo e quefiìo mafo, Domus tibi deerat? 
di quello ebefia quefiìo membro , Incuruifii amens in columnas. Spelò fi 
vede , ch'egli volle che meift fofijcto quelle clan finte , le quali fójsero parti tali 
d’un membro, che (tuga l altra patte non putejfiero mtenderfi , t non quietafife- 
ro l’animo. Beco. 

Domus ubi deerat ? at liabcbas . 

Che dici tu } non haueui cafia } anzi l’baueui . 

Qua è un membro folo con due claufiulette , ielle quali la prima mterrogati- 
uamente proferita , Domus nbi deerat ? Che dici, che non haucui cafa ? 
fi vede che ni afferma ; ni tinga alcuna ofa , ni quieta l'anmo finche nonfiegui 
n l’altra partitella, At habebas. ^ùrgiffiaucui. la quale particf Ila anth’efta * 

detta 


Sopra la Particella XI • 12 9 

ietta da fé non fi potrebbe intendere , fe la precedente nonfifufìe prima intefa . 
Siche per quefio fi vede , che Cicerone nomina qucHi due picifi in -un membro, 
perche ninno di loro quieta l’animo, & vno finga l’altro non fi può intendere . 
fonie U mede fimo accorre in queSH altri due , pecunia fupcrabat?at egebas. 
Che haueui tu danari d‘ aitando i anzi ne abbifognaui . La doue nell’ altre due 
claufule, che figurano, la co/a non ifldcofi, perche ciafcuna di lorofenza aiuto 
dell’altra può efjere intefa, e quieta l’animo di chi la fonte. Incornili amens 
in columnas.ln alicnos ini'anus infamili. Hai dato fot fennato in i fcoglio . 
*Tazzo bai impazzito in iilrani . E cofi fi conofce chiara la differenza fra De- 
metrio, e Cicerone nella di/fimtione deU’incifo, perche Demetrio vuole, che inci- 
fo fta ogni membro più picciolo dell’ordinario , ò che egli poffa da fe flefso quie- 
tar l'animo, ò nò: E Cicerone vuole » che incifo fta ogni claufula di membro, che 
fenza l’altra non quieti l’animo, ò che fia breuiffimafi nò .Ter ejempio , Nofcc 
te iplum. Nc quid nimis . Deum fcqucrc . Ama chi t’ama . fià al ponte 
all’oca. E ftmili: Demetrio gli nominerebbe incift, perche fono breuiffime clau- 
fiilette: e Cicerone forfè nò, perche non fono parti de' membri, e poffouo Ilare da 
fémedefimi. Dall’altro canto inqueiìe parole prime della prima giornata del 
Decamerone . Quantunque volte gratto fiffime donne meco penfando riguardo , 
quanto voi naturalmente tutte fiete pietofe-, tante, &c. Demetrio le due clau/u - 
le, vna terminante nella parola riguardo, e l’altra nella parola pietofe ; non do- 
manderebbe forfè incift , perche non hanno grandiffima breuità ; e Cicerone sì, 
perche tutte due fono parti d’vn membro, e niuna di loro finga l'altra può quie- 
tare l’animo, il Diccolomini fi vede, che nella dijfinitione de’ membri hafegui- 
to Cicerone, e non Demetrio, perche nella parafrafefua al cap.p. ha detto cofi . 
coltro noni il concifo, fe non parte del membro, per lequali parole tutte quefle 
f4*«yi/etfeDxonyfiusCorinthi.Ncquid nimis. Deumfequere,&c. 
2{on farebbono incift, e Demetrio hauerebbe detto ilfalfo . Cofa che noi non am- 
mettiamo . Ma Jaluiamo ancora à noflro parete M . T yllio, perche diciamo, che 
potendo vna claufula per due ragioni efiere concifo ò per cjfere breue , ancora 
che quieti l'animo , ò per effer parte non quictatiua d’vn membro, ancorché non 
fut breuijfima, di quefìe due cagioni vna fola ne ha tocca Demetrio, e l’altra C ì- 
cerone : ne però fono flati difettuofi , perche ni l’ vno, ni l’altro di loro ne i luo- 
ghi /opra detti ha hauuto per principale intentione il diffinire il foncifo . (JMa d 
Cicerone è ba fiato il dare vn’cfempio de’ membri, e de' conctfi , per qualfiuoglia 
delle due ragioni, che quegli foffero (oncift . E Demetrio non trattando qua de i 
Concifi,ma dcll’occafiom allequali fi pofjono adoperare claufule breui, queljolo 
de" conci fi gli i baffuto di dire , che alla breuitd appartiene . Chefe vna compita 
diffitulione del concifo fi baueffe à dare, bvna, e l’altra delle due ragioni couuer- 
rebbe abbracciare , e dire vna fimil cofa . Incift fonotò membri piccioli, ò parti 
non remote de membri , aggiungendo quella parola non remote per efiludere le 
parole ,elc filiale, laqual di ff ni tiene pofìa cofi allhora tutte le forti dd concifi 
reflarebbono chiare. Ter efempio in Tedaldo . 

era teli nobile gmancìnon era egli tra gli altri fuoi Cittadini bello?non era 

1 egli 


Digii 


I io 



egli valorofoin quelle cofi, che a' giouani s’appa r tengo no fnon anuttiìnon battu- 
to carot&c. Qui diflintamente Ji vedrà il tutto . era egli nobile giouanc ? 

Quefto io lo domandarci membro, perciò non è breutffimo, e quieta l’animo, fer- 
uendo la interrogatone per affermatone. Che fi pure altri lo vorrà chiamare 
conci fi, farà per la prima ragione, cioè per la breuità. Tfton era egli tra gli altri 
fuoi Cittadini bello ? Di quello diciamo il mede fimo, che habbiam detto dell'al- 
tro . 'bfon era egli valorofi in quelle cofi,che à’ giouani s’appartengono ? Queflo 
ferrea fallo è vn membro, & hà dentro due concifi, i no che termina nella parola 
tofe,e l’altro fin al fi ne: fi che tutta quefta parte. 2{on era egli valorofi in quelle 
cofe,è vn concifi, fi non per la breuità, certo per l’altra ragione, perche è parte 
non remota d’vn membro, e che fenza l'altra parte, per la parola quelle , non 
quieta l’animo, e cofi queft’altra . Che à giouani s’appartengono f pure è concifi 
forfè anche per la breuità , ma certo perche è parte non remota dimembro , e 
fenza l’altra non quietante . Qucll’altrc due claufulette poi Tipn amato ? 7 qon 
hauuto caro ì fen^’altro ognun vede, che fino concifi per la breuità : fi che for- 
mando la diffusione del toneijo in modo ,fimile al fipradetto, à noi pare, che la 
cofi reftt affai chiara ,cebc de’ membri,e de’ concifi confideratiin fi mede fimi fi 
fia detto afjai . 


P Oichc Demetrio medefimo due volte s’èferuito dello Hello concx- 
fo D ionyfius Corimbi, t’vna per ciempio di minaccia nella nota grane : 
/ , e l’ a j tra inliemcco'l Trofie teipfum .&il Sequere Dcum. per ciempio 

de’ detti de’ làui ben farà lecito ancora à noi il portare i medeiimi con- 
dili due occafioni: cioè i medefimi precetti della legge di Dio, iquali 
demmo già per efempi del comandare con grauità, c breuità, addurre 
horanon foto per lentcnze, ò detri dc’faui), ma per oracoli della bocca-, 
dello Hello Dio; dalla quale il fentir dire t-’nurr.cole Dewn ■ Tfeciurcs vana 
per ipfum.SabbatafanfliJues.E gli altri,troppo più fama coià.c piùfoftantio- 
fa appare di qualiiuoglia ò fentenza, ò apoftemma, ò prouerbio, ò altro , 
che dibocca d’huomini poiTa vfeire, le foiTe bene il tanto celebrato yr*9t 
ataoTÌr trofie teipfvm.D elc\uz\c non vogliamo incidentemente mancar di 
dire , che alcuni in quello propoiìto dannano Monfignor Cornelio, per- 
che egli nella predica della cognitionc di fe fteiTo : dica di quefte due pa- 
role Hofcc teipfum, che ragioncuolmentc fi credono vfeitenon da huomo 
terreno , ma da oracolo celefte, & aggiunge più giù , che quello oracolo 
non è nato in Delfo; ma in Cielo, moftrando Tempre d’hauer per fermo , 
che effe dall’oracolo di Delfo folfcro proferite : Che non è in alcun mo- 
do vero : e fe bene Platone nell’AIcibiadc dicc,che erano in Delfo , non 
dice però, che in Dclfonafceflero . Anzi nel Protagora ne narra il nafei- 
mcnto in quefto modo: che T hales Mtlefius , Mitylcmà us Tittacus , Bias Tric- 
vxus noflerffóto, Cleobulus Lindtus, Myfi Chtnxus , & Latedxmonius Chilo : Hi fa- 
ilo Concilio ex communi confinfu, hai Delibici -4 pollimi tempio prnmtias fapientip 
daino) kilt : lognofic te iffutu : Tifiti! uuuu . Ma a 110 IU 0 giuaicio è friuola U 


DISCORSO ECCLESIASTICO. 


oppoli rione. 


Sopra la Particella XI, 1 3 1 

oppolitione , perche ouc dice Monfignor Cornelio, che vfcilTero da ora- 
colo celcftc , ifponc lo llclTo, foggiongendo che nacquero in Delfo , cioè 
chequiui furono la prima volta vedute; c che egli non ignorarti: lahillo- 
ria riferita daPlatonc , il mollralamentionc.checgli fa à quello propo- 
fìto di quei gran faui nel principio della feconda parte: ma quello lia det- 
to partando.Quanto alle fentenzc.noi non crediamo che à mettere infic- 
ine tutti i libri del Mondo vi fi troualTero dentro tante fentenze ; come 
«e i nollri foli delie ScrittureSacre , ouc pare , che quante parole fono , 
tante fentenze fieno : principalmente ne’ libri Sapientiali compolli tutti 
di fentcnzcjprouerbi, parabole, & in fomma d’auucrtimenti morali ; ri- 
dotti quali ciafcun di loro ad altre tante claufule,comc farebbero ,Nefi) 
fapicns jpud tcmetipfum. T ime D cim. Recede a mdo. Ora impìorum tenebro fa. E fi- 
mi li.Et è d’auucrrirc.chc in detti libri alle volte le fentenze fono (empii- 
ci , come .Attende tibi . Memorate nouìjfima tua . ^iltioraie ne qiucfìeris . Et alle 
volte fi poflono domandar doppie, inquanto ciafcuna ha congiunta la ra- 
gione di ciò ch’erta configlia : come farebbe T^oli facete mala , & non teap- 
prebendent . 'Non litiga cimi bomine potente, ne forte mcidas in manti tlhus . T^e det 
mulicri potè Hat em ani nue tua, ne ingrediaris in vinate tu.i y & confondati s .'Nere- 
fpicias mulierern multiu damate forte incidas in laqucos tlhus. Et il medefimo nel 
Teftamento Nuouo fi ritroua , e nelle parole del Signore Hello , ilquale 
ne gli Euangcli hora femplicemente diceua Qui mate agii , oditlucem . Qui 
amai ammani fuam , perdei eam . Omne regnum in fé diuifum dcfolabitur . Et hora 
rendala anche le cagioni. Beati pauperes fpiritu, quo/iiam ip forum eft regnum 
caelorum.Beiti mitcs,quoniam ipft poffidebunl terram. Beati qui lugent,quoniam ipft 
confalabuntur.&c. Et vn’altra arte diuina vfaua il Signor Nollro,chc quati 
do all’vfànza della Palellina infcenauaà quei popoli in parabole, ad o- 
gni modo tutto il fucco della parabola riduceua fempre a vna fentenza^ 
foia, e breuilfima . Per efempio nella parabola de gli opcrari chiamati dal 
padre di famiglia nella Vigna, laconclufionc è quella Multi fout vocali, pau- 
ctveroeleEli.ln quella della Vigna locata à’ mali agricoli Moloc male perdei. 
In quella del publicano , e del Farifeo ; Qui fc ex aitai bumiliaùitur ,&quife 
humdiat exaltabuur . Del redo quanto al nome , & alla natura de gli incili 
già habbiam detto nel Difcorlo Eccleliaftico doppo la particella prima , 
che San Girolamo molto bene mollrò di conofcere quali cofc fodero , c 
come rifpondertero à icoli,& alle cornine de’ Greci,quando nel prologo 
d’Efaia dilfe , quod in DcmoHhene , & T ulliofoletjieri, vt per cola fcrib.wtur y & 
commata , c quel che feguita. c molto più cfprelfamente lo inoltrò Sant’A- 
goltino ne 1 7 -cap. del quarto libro della Dottrina Chriltiana , oue dille , 
qua: nostri membra, & cpfa, Crxci antem uà*,*, usi vocant, e poco pii 

Dallo CxCa,qup commata Grpci vocant . E veramente doppo haucr noi molto 
bene conliderato quello , che nel fopradetto luogo tratta Sant’Agollino 
de gli incili, ci pare di conofcere, che egli non come Cicerone conllitui- 
fcc la formali tà dcll’incifo ncll’ellcrc parte fofpcfa, e non quietante d’rn 
membro: ma come dice Demctrio.ncirertereclaufulcttc più breui. Pcr- 
cioche,fc bene in quelle, oue egli dice, che futgula cpfa refponj ione reddwuur 
tri a tnbus . H ebeti funt,& ego . 1 frodile funt,& ego . Semcn -4 brahcfunt,& ego . 
pare che egli anche nella fofpenfionecoftituifca la forma delnncifo, co- 
me occorreua in que’ quattro di Cicerone Domus libi deeratf atbabebas . Te- 
conia fuperabatf at egebas ; nondimeno dalle parole di lui,che fcriuercm’ho- 

l l M, 


1 j 1 il Predicatóre del PanlgaroU 

ra , fi vede , che egli puramente nella breuità, c non nella fofpcnfione ne 
collimala la natura. Eccole. l\cditur adcxfa, & ponuntur tria-Ter virgts cofus 
firn- T er naufragi nm feci. Sequi tur membrum. flotte ac die in profundo mais fui . 
coll dice t girotte di (opra: c noi dimandiamo, per qual cagione può egli 
volere, che quella claufuletca Tcrvirgncsfu! funi. Sia vn’incifo? Non cer- 
to per fofpcnfione alcuna, perche ella ha il fuo verbo principale, c quieta 
l’animo di chi fcntc,comc fanno ancora quelle altre due, che egli pur no 
mina incili . Semel lapidata* futn. T cr ri auf ragioni feci, dunque per la breuità 
fola egli le chiama tali,c che fia vero queft’alcra . Trofie cr die in medio rn.t- 
ris fu . che è del la medefima natura delle prime , folamcn te per cfierc \ n 
poco più lunga, egli non incifo la nomina, ma membro. Si che fi vede 
chiaro che Sant’Agollino più con Demetrio, che con M.Tullio ha hauu- 
to riguardo alla breuità, che alla fofpcnfione . fc bene in uero, come hab- 
biam detto di fopra , e l’vna , e l’altra di quelle cofe può concorrere alia 
formatione dcll’incifo, & ouc le claufulctte lono inficine c brcuilfime , c 
fofijcfc;quiui coli chiari fono gli incili, che nullapiù.comc,ouc nella mc- 
defima Epillola feconda ad Cormthio!,x\ cap. 1 1 .dice Sam’Agoftino,oue di 
fopra, che quatuordccim crcfa decentilfitno impetu profittane . che fono quelli ./« 
itineribus [ape: pericola fiummum: peritali s laironum: pencola ex genere: pencolìi 
e.x gcntibui: pencolìi tn ciuitate:penculis in deferto: perù ahi in mari: pcruuui in j al- 
fa Jratribus: in labore y& xrutnnann vigiliti fccpias\ in fané, & fitv.m idiomi mul- 
ti!:, n fngcrCtCr meditate . T irara marauigliefa d’incili,allaquale lòmiglianti 
nc hanno latte molte i Santi Padri in diuerfe matcrieicome, per dirne v- 
na fola , fù quella di Bafilio magno parlando della fame , nella orationc_> 
in diuiies <»«aroj,quando con tanti incili ftamezzati da pochi membri dille 
Fami* diuturni*! malum, ociui torquet, lentia! tabcfacit,fenfim occidit . Tfatualem 
humorein abfunitycalorcm refrigerai ,ac vegetam torpori! b.witudtnem detent, vircs 
paullstim debilitai, ofjìbas caro velai or amar um tela coharet.colons floi Janguine de- 
finente i eptgil . albedini! fplendor è fummo corpose difitdif, pallor,ac lino mjurgit . 
Cenua infirma confpicimtur . Vox tennis , & imbecilli i : Offa tantum pelle operta . 
Venter vacuai, ac collapfui tumore,vifcerwnqite follia produci ione coree, oc dot fi tan- 
tum offibas fuHentatury & bxret. Che imitando noi nella prima predica dei- 
l’Auucnto intorno alla parola arefeentibm bominibuiy pur con tirata di con- 
cili, dicemmojche farebbono per hauer gli huomim all’hora ; 

Vna lunga morte , vn morir lento , vno fpirar d’anima feinprc vici- 
no, c non mai prefente, confummata l’humidità, radreddaro il 
fanguc , contratte le potenze , fncruate le forze , la carne, 
quali rela di ragno inuoltighata aH’t fià: la pelle len- 
za colore , la faccia fenza candore , Jiuido il 
corpo, vacillanti le ginocchia, debole la 
voce, Icauati gli occhi , vuoto il uen- 
tre , curuo il dorfo , trasfigu- 
rato il tutto . Ma di 
quello aliai . 


PAR- 


13 ? 



PARTE SECONDA 


PAR TIGELLA 


dvodecima. 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 


JS5SSO Vm veri membra , Ci incìfa huiufmodi rompo fila fuerint inter fe, 
tonftant periodi appellate ; eflenim periodai coagmentatio ex 
‘V'Kr^P membrisvel incif.s vohtbilibus ad [cntcntiam , quf [nbeflad- 
ttquata . ctu M ettaro, /-tir hvìkato ù rifu Cut av/xpipur t J t»kh 
HtKv&cu tir riftor ■ ut*. tyì t»Z tallir Hrtx.a, tov Xeigfhv àfitKiyxra. tsu- 
T 5 K,òe òr olof ti 3 awutfuv bxc emm periodus ex t ribus membris exiflens , 
flexionem quondam ,& conuerftoncm bobet infine -, . 


Oradi quelli membri è incifi, oue in vna certa maniera vi- 
3^3 gono comporti, e accomodati vnocon l'altro , nafeono 
iperiodi. Et èli Periodo vn groppo di membri, ò incili 
unti à ponto, quanto bafianoafpicgarc compitamente il 
noftro concetto; ma intrecciati fra fe fleflì, ripiegati nel fine, òri- 
torti che vogliam direnine quello, lo certo, si perche ifiimaua fer- 
uigio di tutta la Citta il leuar legge tale; come perche al figlio di Ca 
bria dcfidctaua di giouare, d’aiutarlo in quanto à me è fiato pofiìbi- 
le , non ho mancato . La douc fi vede: che il periodo hà tre membri, 
e che quafi formando circolo , là verfo il lineai fuoproprio princi- 
pio li ritorco. 


DELLA PRIMA PARTE 


PRINCIPALE. 


PARAFRASE. 


1 1 COM- 




1 1 4 M Predicatore del PattigaroLt 

commento; 

E C c0 l'ordine , che noi dicemmo di [opra . "Parlato che hà Demetrio delle cofe 
/ empiici infe lìefie, à quelle pafia, che per lor vengono formate, e compo- 
ne. E fi come il logico doppo hauere trattato de" termini, e cercatone fue pacio- 
ni, finalmente alle propofitioni pafia, che di termmivengono compojìe ; cofi il no - 
flrOsA more, poiché de' membri, e incifi gli pare d’ hauere à bafiairga ragionato ; 
d quelle cofe bora fé ne viene , che de" membri , e incifi in vna certa maniera ac. 
tommodati fi fanno *ioè à’ periodi. E quella è la feconda parte di tutta la prima 
parte principale del libro.nellaquale come di parti integrali del [oggetto-, cioè dì 
quelle cofe, di cuifitfà la profa diceuamo , che fino à quefla particella duodecima 
parlaua Demetrio de" membri : E di qui fino alla particella vigefimaquinta de 
iperiodi,& intorno à quelle fei cofe tratta. Prima in che confila la quidità, & 
tfjenza del periodo , fin’alla particella dccimaquarta . ^ fppréfio , qual fia il ra- 
gionar periodo, e come conuenga y farne, fui alla particella decima fet rima . 7fel 
ter^o luogo quanto lunghi , ò breui babbiano da efierei periodi fino alla parti- 
cella vige fima. Tfel quarto luogo, quanto diuerfi periodi conuenga fare nell’ora- 
tione, nella hifiona,e nel dialogo fingila particella vi^efimaprima. Tfcl quinto, 
come fipofianofare periodi ornati, & oue conuenga farlo, fin’alla particella vi- 
gefimatertia . E finalmente, come dall'entimema fi diflingua il periodo, fin'alla 
particella vigefimaquinta . Oue habbiamo detto , che cominciala feconda parte 
principale dell’opera . Dimandò Cicerone il "Periodo con varinomi, ^tmbitum, 
Circuitum,Conuerfionem,Comprcbcnfionem, Qmtinuationem , Ctrcumfcripth- 
nem , (fondu fonemi ma del nome Greco ancora fatto Latino, quando bene gli 
venne fi feruì,e lo chiamò Teriodum rln quella maniera, che anche gli Italiani 
noftrije bene comprendimento, ò riuolgimento,ò con fintili nomi l’bauerebbono 
potuto chiamare ; periodo nondimeno per maggior commodità lo nominarono : 
£t il mede fimo faremo noi ancora. Quello tal periodo, qualneceffitd babbitt 
bauuto dinafeere al mondo, cerca di moftrar cJMifict Csfleffandro Viccolomi- 
ni nella fia parafile al libro tergo , al capitolo nono della Retorica di t^fri- 
fiotilc, ma forfè troppo filo fo fittamente :e forfè fuppone vn falfo : nè douea cerca- 
re qual neceffità habbia indotto il periodo , poiché non è vero, ch'egli fia neceffa- 
rio al ragionare . T ulte le cofe , che noi intendiamo, dice egli, ò fono [empiici, b 
eompojle: che il Filofofò chiama incompleffe, ò complete . Semplice, & incom - 
pie fia è ciafcuna cofa dafeQeffa : come Cielo, cauatlo, leone, bianco,verde, ga- 
gliardo, capace, e fimili. Compofii,e compie fi fono que' concettinone confideria- 
mo più cofe in rifpetto l'vna à l'altra. Come farebbe, che il Cielo è capace, che il 
tal cauallo è bianco, che il Leone i forte: e tali. Sfono cofi diuerfi fra fequefii 
due modi di cofe, che anche i modi d’intender le fono vari, e varif i modi di profe- 
rirle: percioche quanto allo’ntenderle,per le fcmplici,& incompleffe bafla l’ap- 
pr enfi one, e per le eompojle, e complefle vi vuol il difeorfo; e quanto al proferir- 
le* farle intendere od altri, per ciafcuna delle prime balia la parola, oue per [e 

feconde 


Sopra la Par ticella JV I I. i j j 

feconde èneceffarìa la propofi ione. Ter efempio , quando voglio far intendere 
quefla incomple fia cofa : cioè queflo animale Rj degli animali , ch'io veggio , ò 
imagino,bafia vna parola fola, cioè ch’io dica Leone: ma quando voglio J piegare 
il rifpetto della fuperiorità,cb’egli tiene fopra gli altri animali, no’l poffo farefe 
non con vna propofitione,dicendoll Leone è f{è de gli animali. 'Jftta v’è di più , 
che di quefti concetti comporli , e completi; alcuni (dice il Ticcolomiw) pofiono 
/lare per fefieffi, come queflo . fi Cielo è rotondo. (3 altri con altri fono co fi im- 
plicati, e legati, che fengaqudli non fi pofiono intendere: (3 in quejli, per spie- 
garli è neceffario à formare ancora più propofltioni infume coft intrecciate , che 
l’vnafen^a l’altra Har non poffa. Come per efempio . Quefle fono parole del 
Ticcolomini mede fimo . Se in me fi formerà concetto , che il Cielo fta rotondo 
fen\’altro confiderarein e/lo, verrà egli ad effere concetto fciolto ; come quello , 
che fenica appoggio d’altro concetto può /lare per fe fle fio in piedi: onde pari, 
mente la propofitione,che lo denota,e lo lignifica, laquale è quefla, 1 1 Cielo èro- 
tondo , può (lare perfe fteffa bemffimo ; ma fe dall'altra parte fi formerà in me 
queflo concetto , che per douer il Cielo contener dentro di fe fìcflo tutti gli a Uri 
torpi,ragioneuolmente è rotondo per efjcrtal figura di tutte la più capace; farà 
queflo concetto compofto di più concetti ; che fono , il concetto del contener del 
Cielo ,el concetto della capacità della figura rotonda , & il concetto finalmente 
della rotondità del Cielo . liquali concetti non pofiono in cofi fatta format ione 
ftar ciafcuno per fe ftefio feparato,& dagli altri fciolto, ma fiati tutti /(retti, & 
obligati 'infume l’vn con l’altro, deduccndo io l’vno da l'altro nella detta forma- 
rione. Onde le propofltioni, ebe taì concetti hanno da moftrare, £3 da manifcfta- 
re, parimente non potranno batter c’iafiheduna fiparato luogo , ma farà dibifo. 
gno, che infume fi riguardino, & fi congiungano, come farebbe dicendo. Concio - 
fu cofa che il Ciclo habbia da contenere dentro di fi tutti gli altri corpi, ècoft 
ragionatole, che per e fiere la figura rotonda più capace dell' alt re, il Cielfia ro- 
tondo . Di modo , che fi vede , che il Ticcolomini bà voluto dire, che fi come per 
Spiegare la cofa incompleta , èiucefiariala parola: e fi come per Spiegare vn 
concetto compie fio, è dibifogno la propofitione : cofi per Spiegare molti concetti 
tompleffi con relatione frà loro è necefjario il periodo . laqual vltima conclu fio- 
ne (fia detto con ogni modeilia) non ci par vera in alcun modo, potendo fi molti 
concetti con relationifra fe fpiegare,con molte propofltioni difciol te,efinza pe- 
riodo. E che fu vero , pigliamo il mede fimo efempio del Ticcolomini, cioè, che 
perdoucre il Cielo contenere dentro di fe tintigli altri corpi ragioncuolmente è 
rotondo, per effer tal figura di tutte la più capace.quà,dice egli, vi fono tre con- 
cetti . La continenza del ciclo , la capacità della figura rotonda , e la rotondità 
del Cielo . E queflo è veriffimo ; ma doue (aggiunge, che per efiere detti concetti 
legati fra loro , ncccfjariamcnte conuiene , che anche te propofltioni periodica- 
mente fi congiungano, come in filmili parole, (ontiofia cofa che il Cielo babbia da 
contenere dentro di fe tutti gli aieri corpi, è coft ragioneuole, che per effere la fi- 
gura rotonda più capace dt U’altre ; il Cielo fia rotondo . queflo neghiamo noi , e 
diciamo > chcimedefimi tre concetti legati fra loro da tre propofltioni hauen b- 
. 1 4 bona 


I 3 6 11 Predicatore del PanigaroU 

borio potuto efierc [piegati , anche non accommodate m periodo ; ma dìfciolte,e 
fo:\a periodo alluno ; come fe fi /offe detto , Jl Cielo ha da contenere dentro di fe 
tu t tigli altri corpi ,c la figura rotonda è la più capace di tutti, c il Ciclo è roton- 
do, nclqnal cor/o di parole ben t>’è quella conneffione di cofe,che [pitta al logico , 
e fa lirtual fili ogi fino : ma quella che fpetta al I{ctorieo non v’è, nè forte vi è di 
periodo alcuno . Si che miglio à giudiiio noftro ballerebbe forfè detto Lftlefjer 
esile fiandra , che fi come per ifptegare la cofa incomplcfja è ucce faria la paro- 
la, e per if piegare vii concetto compie f)o, è necefjaria la propofitionc : cofi per 
ijpii gare molti coni etti compie [fi con nlatione fra loro, ncctfiarie fono molte 
prepofitioni , ò difciolte , ò pendenti , òfra loro intrecciate informa di periodo . 
ejAla tutto qutjlo meglio ì’intendcrà , quando fapremo diflintamcntt, che eofa è 
periodo, e come più propofitioni difuolte fi poffano intrecciare in vii periodo . |Z 
thè per infignare più ehiar amente, da vn poto più alto ci facciamo, & diciamo , 
che per attaccare Tua clan futa à l'altra utile projedue forti d'attaccamenti fi 
ritrouano ; i primi fono congiontiui Jolamente,e gli altri fono ancora fofptnfim -, 
Congientiui filamento domandiamo quelli , finali bene attaccano vna c tonfila 
con l'altra, ma non fanno però, che alt uno de' due verbi delle due claujulc da lo- 
ro congiùnte refìi d’tfjer verbo principale. Sofpenfiui domandiamo quegli altri, 
tquah tri vna delle due claufule , che congiungono ,fifpcndono la virtù del verbo 
principale, nè permettono, che vna delle tlaufulc pofia quietar l’animo fenza l’- 
altra. 7 er e f empio, la parolctta, &, non è dubbio, che è congiungimento, & at- 
taccamento nella profa ; ma non per qutfloleuala princ palità alverbo ,ò fa , 
che alcuna delle claufule congiunte da lei rcfìififpefa, e non quieta : il Boccacci 
rulla nouclla di Ferrando dtfiecoft, 

Qucflo ragionamento con grafi piacere toccò l’animo del maeflro,& panagli 
chr la fortuna gli hauefje al fio maggior deftderio aperta la via.Ouc ciafcun ve- 
di, che fino due claufule, i na terminante nella parola macflro,e l’altra fin al fi- 
ne :e i ergono qtufie due claufule attaccate infume dalla particella congiontiua , 
&, laquale ad ogni modo non fa , che ciaf una da fe fieffa non poffa quietar l’ani- 
mo , e che i loro verbi non jit no tutti c due va bt principali , cioè £$ il toccò in 
quella prima claufnla . Qucflo ragionamento con gran piacere toccò l’animo del 
maeftro ; & il parueglt in quofla feconda , E paruegli che la fortuna gli hauefit 
al fio maggior defidcrio aperta la via . Cofa che non occorrerà nella particella 
"Poiché, la qual rficndo attaccamento non congmntiuo fol amente , ma fofpcnfmo 
ancora ben congiungerà due claufule infume-, ma farà, che vna di loro non bab- 
bia ver ho principale, e che Jm za l’altra refìi fofpefa, e non queti l'animo . Come 
là ouc il Boccacci nel principio della nouclla di mafìro Simone dice , Poiché le 
donne alquanto hebbero cianciato de Ilo accommunar'C amiche fatto da due Sa- 
ncitila t{eiiia,a!laqtial fola reflaua à dire, per non fare ingiuria à Dioneo, imo- 
mnccò . T^dlcquali parole le claufule fon ducila prima fin’ alla parola Sane fi, e 
l'altra final fine , e tutte due hanno i fioi verbi ; £ nondimeno per la forza della 
particella fofpcnfiua, poiché il verbo principale della prima claufula,cht è beb - 
ber cianciato teff a d’effer verbo principale, e tutta la prima claufila refla pen- 


^ Sopra la Particeli* XI. \ 137 

dente , nè quietarcbbe l’animo, fe l'altra co‘l verbo principaleincomhiciò , non 
vcnifjc à fupplire . Si che attaccamenti dunque fi trottano alcuni congiuntiuifo- 
Unente, & altri fofpenfiui ancora. Ma quelli fofpenfiui fono di due forti , che noi 
domanderemo f ingoiar i,& accoppiati : Singolari fono quelli, i quali poSli in vna 
clan futa la fofpendouo, nè però nell'altra appettano altra particella fofpenftua , 
che rifponda loro: Accoppiati quegli, che ranno à due à due contale rifpondcrt- 
T^afra di loro ,chefein vna claufuU vno fe ne troua , nell'altra per fo>^a bifo- 
gna che feguiti ò fpiegato ò fottointefo il corrifpondente : Ver cfcmpio,tl poiché, 
che dicevamo , non hà particella fofpenftua , che gli rifpcnda : £ però oue 
fi dìjjc-t , 

Toicbc le donne alquanto hehbe ro cianciatole, non s’afpettò altro attacca- 
mento rifondente, ma baflò che feguitafie la claufula col verbo principale mar 
minai) .laici la particella maitre, laquale non è dubbio, che è fofpenftua, per- 
che toglie la principalità al verbo della claufula , ouc ejja è, eia fa rtflare non 
quietante, nè però afpetta alcuna particella dicorrifpondcnza nella claufula fe~ 
guente: ma baflajebc arrivi per quietar l'animo il verbo principale afpcttato da 
lui , come nella Vedova dello Scolare , Mentre che lo Scolare queflo diceva , U 
mifera donna piangeva di continouo . Scaltri sì fatti attaccamenti fi trottano 
mollv.oltre che i participi, ££ i gerundi hanno la medefima virtù, che fofpendcn- 
do la claufula, oue vengono pofli, dal verbo principale della feguente, firn’ altra 
c orrifponden^a necefiaria lajciano , che fieno quietate ; come nel principio della 
ter^a novella della giornata ottava , 

Finita la novella di Vanfilo , rullaquale le donne battevano tanto rifo , che ri- 
dono ancora, la 'Reina ad èlifa commìfe,cht fcguitajje. 

Snella fettima della nona, 

Sfiondo la nouclla di Tonfilo finitale 1 auucdimento iella donna commenda- 
to da tutti-, la fucina à Vampinca difie,che diccjje la fua. 

Si in mille luoghi . A ttaccamenti accoppiati poi intendiamo quelli, che à due 
i due Jono corrijpondenti inuerfo di Je fhjfi , c cojifi ricercano, & afpettano vn 
l'alt io, che ove vno fe ne troua, di necejfità bifogna,che iui à poco, ò feguiti, ò fia 
preceduto , ò f piega to, ò fottointefo il compagno fuo. Tali fono il quantunque, ò 
benché co’l nondimeno, ò non perciò-, il come co’l cosìfil non pur, con il ma ; il sì , 
colchc,cfimili. 

Quantunque ciò,chc ragiona 'Pampinea, fu ottimamente detto, non è perciò 
co/i da cor rere a farlo. 

(ome Iddio la fua fofella dimenticata non haueua , cofi fimilmcnle a’hauer 
lui d mente dimostrò. , 

Jfon pur mortai, ma mctwK/r 

Sì era auaro.chedi (uyfvpmà nonl'bauercbbt mai fatto. 

In tutti iquali luoghi JRitdè , che gli attaccamenti Jòj penftui , & accoppiati 
rifpondonft l’vn l’altro fpiegatamtntt, oue in altri luoghi può ejjerc, che vno fe 
ne fot? intenda, come farebbe. 

Ancora cheto non dove [fi, il voglio fare. 


I j 8 II ^Predicatore del Panigarola 
Oue nella feconda claufuletta fi fot contende il nondimeno, come fe fi dicelle ' 
rincora che io non doueffifil voglio nondimeno fare. * 

Che fe mutato l’ordine fi dicefie 
Il voglio fare ancora che io non douefjt. 

fofctitto*™* Clau f ula s ’ inteniiere ^e il' fare, òl' ad ogni modo, fame fe 

Tur il voglio fare . 

Onero 

xAdogni modo il voglio fare, ancora ch’io non doueffi . 

Vafta che per quello , che fa d nofiro propofito , attaccamenti dunque neUx 
profa fi trouano di due [orti, congiunsi, efofpenftui . Etifofpcnfiui, Ringoivi 
fono, o accoppiati. E quando accoppiati fono, òfpiegatamente fi corri fpondono , 
ò vnofe ncjoltointende . £ quando vnofe nefottointende, ò doppo lo fpie rato fe- 
guita,o talhora lo precede . Hora torniamo d’onde partimmo, cioè d vedere co- 
me nella profa di membri o meifi fi fòrmi il periodo . E primieramente diciamo 
che ouc vna profa non habbia attaccamenti di mffuna forte , nè congiuntiti , nè 
fofpenfiui , quuit non può cjjer periodo, an^i ima profa tale domanderemo [pez- 
zata, rotta, e difcontmoua,come quel principio d'ippocrate " K 

mAr sfanga, vita breuis,occafiopracept, &c. 

Lunga è Ìarte,brcue è la vita, precipita l’occafione,&c. 

Ma pajjiamo ptù ohre,^ diciamole anche quando la profa fra i fuoìmem- 
bnnonhaueri altri attaccamenti , che congiuntiti, non potrà mai formaZZ 
nodo £t in talcajo oue quella che dicemmo, era difcontinoua, queflafarà conti 

TeTa 'quella. ^ dicemmo , 

Quello ragionamento con gran piacere toccò l’animo del macero, & paruri 
g^chc la fortuna gli hauefie alfuo maggior desiderio aperta la via. 

Tgellaquale , la particella, &,ben congionge le due claufule infieme, ma non 

l L a" 1 *, S m ° d0 5 C}£ vm Je *& l ’ altra mn '"fendere. Tornai ha 
Yl aV 'l l C ° n g luntl0n ,e > f Sbrecciare le claufule , eccetto quando viene 
pofia in tutte e due, come farebbe a dire-, 1 

iddio , ilqualc (Sigiufli fa remunerare, & sd punire i rei ; ouefe bertela & è 
f' gha ™ ndimenon *t*ra di attaccamento accoppiato, e 

àt ncde [ ma * intreccia le d «e claufule, e ne fa periodo . 
Balia che per l ordinario, nè la profa fenza attaccamenti è periodica, nè con 

7 C ° ! ”'° * 0kmque u f attaccamenti fofpenfiui, ò 

e ie fieno [ingoiati , o accoppialo con la rij^Lza fpiegata, ò fottointefa : à 

^fattnfaeXTTl' ° ntlla ^ wn ] e r temprai domanda qLuacmpofi. 
^mel^feco^^^ma’d^ó la J >r ^ ma>n ^ con tmouata fidamente, co- 

mela feconda, ma di piu ‘ntreceuaea,int t ^ta,catenata,ripiegata,ritorta, c pe- 
riodica. £cofi,ouc dicendo Ippocratc ' . ^ 

L'arte è lunga, la vita è breue 

\ - * •, 

— , Fece 


Sopra la Particella XII. 149 

fece vita compo fittone fpezzata;s'hauefie tetto , 

L’arte è lunga,e la vita è breue , 

L' baucrcbbc fatta continouata;ma fe di più hauefle detto', 

' Si come l'arte è lunga, co fil avito i breue. 

Intrecciata l’ batterebbe fatta , & inte fiuta , e delle due fopradette claufule 
faria nato vn periodo. Jlqual periodo dunque ft vede boramai chiaro, come fifa ; 
cioè , quando con attauameuti fofpenfuti s‘ intrecciano le claufule in modo , ebe 
tutte infieme al cornetto peri punto rifpondono , che vogliamo dire-, mavnÈ- 
ferrea l’altra non ci quieta l'animo, e non fi lafcia intendere . Chèqui importa 
molto, che le claufule intrecciate ò mebri fieno, ò incifi,ò parte membri ò parte 
intifihpercbe di tutte quelle maniere periodi fi po fono formare . Che però dice- 
va Cicerone, che i periodi alle volte fi faceuano membrat invaile volte incifim,ò 
cafim , & alle volte membratim firnul , & cafim . E ‘Demetrio noflro però in 
quello luogo anch’egli e membri , e imi fi nomina , quando delle claufule tratta , 
che formano il periodo. Ter efempio : 

Hauendo Elifa con la fua compaffìoneuole nouella il fuo dover fornito ; Filo- 
mena Ufina , laquale bella, e grande era della per fona, e nel vifo più , che altra 
piacevole, e ridentefopràfe rccatafi,dife.Vn periodo è que Ho, come fi moli re- 
rà dfuo luogo di due membri . 

Tqpn pur mortai, ma morto. 

£ pur quello è periodo-, ma di due incifi.la dove quello. 

Quantunque ‘Pampinea più per fua corte fia, che per, mia virtù , m’habbia di 
tutte voi fatta %etna , non fono io perciò difpolìa nella forma del nolìro vivere 
dovere fellamente il mio giudicò) feguire,ma col mio il vofi.ro infime. 

Periodo anch’egli è fenza dubbio , ma di due membri, e d’vno mifo . l’efem- 
pio, che adduce Demetrio da vn'oratione di DemoHcne, è tolto aduerfus Lepti - 
ve m,e noi cofi l’babbiam tradotto nella Tara fr afe. 

lo certo, sì perche ijìimaua feruigio di tutta la Città il levar legge tale, come 
perche al figlio di (abria defideraua di giovare , di aiutargli , in quanto à me i 
flato poffibilc, non ho mancato. 

Ove fi vede,cbe i due attaccamcn ti fofpenfuti, fi e corneranno intrecciati i tre 
membri della prò fa, c fattone periodo: cioèvn ragionare quafi circolare, che nel 
fine fi riflette, e fi ricongiunge al principio, tornando il fuo verbo, non hò manca- 
to, che è nel fine,àferuireal fuo nominativo io certo^be ènei comincìamcnto.Et 
infin dallo fleffo principio fi comincia à vedere, che perforai hi fogna , che torri 
il circolo delle parole d riunir fi là, d’onde cominciò. Ma di quefio nel commento 
feguente parleremo più chiaro jJPcr bora con vn’tfimpio del Boccacci detto da 
noi di [opra torniamo à dare animi maggior chiarezza alla cofa , e poi finiamo. 
Eglivolle dire quefio concetto per bocca cTvna I{eina nel fuo ‘Decamerone: Che 
Tampinea l’ banca fatta l ieina , e che e fa non volea regger fi da fe fola ; ma fe- 
condo il piacer loro. Tutto quefio in tre membri bifognaua,cbe fi diccffe -, per ri- 
fponderei punto àuomctti , chehaueuonoàdirfi. tìora fe egli hauefle det- 
to cofi , 


Tampinea 


140 11 Predicatore del Vangatola 

"Pampinea per fua corte fu più che per mia virtù m’ha di voi fatta Tutina 

10 nella forma del viuere voglio feguire il voflro giudicio : non voglio feguire 

11 mio foto . 

Qual forte di compofttione farebbe ella fiata quella? Certo nè intrecciata , nè 
contmouata , perche non hauerebbe hauuti attaccamenti, nicongiontiui,nè fo~ 
JpenJini: ma farebbe fiata /pezzata, e rotta . Ulta s'eglt bauefje detto,Tampi - 
ma per fua cortefta più, che per mia virtù mi hd di tutte voi fatta fìjema: & io 
nella forma del viuere fono difpofia di feguire il voflro giudicio , e non il mio fot- 
io. E quella qual forma di compofttione farebbe ella Hata ? non Certo {pedata, 
perche vi fono attaccamenti congiuntiui ; ma nè anche intrecciata, perche non vi 
fono attaccamenti fofpenfiui,nè m alcun de i membri precedenti vi coJa,la qua- 
le ci fofpenda l’animo, e ci sforai ad affrettare rtflejjo, che tomi al Juo principio . 
Hora egli di fi e co fi , Quantunque "Pampinea più per fua cortefta , che per mia 
virtù , m ’habbia di tutte voi fatta I[eina ; non fono io però diffrofta ne Ila forma 
delnoflro viuere douere filamento il m o giudicio feguire , ma col mio il vo- 
flro infume . 

E dicendo co fi , fece la compofttione non {frodata, ò eontinouata folamente j 
ma con gli attaccamenti foffrenfiki int recitata, & trite fiuta, & vn periodo bebif- 
fimo ne formò di tre clau fiele ; oue fi vede fubito d circolo belliffimo : perche oue 
nel primo membro fi fatta il Quantunque , fumo fubito certi , che J opra di lui fi 
bada riflettere vn non perciò:^ oue nel fecondo membro fentiamo il folamente , 
fen^’alrro ruggiamo chc’l terzo con vn ma btfogna , che ritorni ad intrecciar ni- 
fi . Si vede di più qud entro , che per la forza degli attaccamenti fofpenfiui mun 
membro da fifttfio ci quietale non tutti mfteme, e fintilo che Itabbiamo il quan- 
tunque , fubito ci rcjia fofpefa la mente, nè più ci pare di correre per linea dirit- 
ta ; ma di afpettare vii certo che di circolo , mlquale riftettendofii membri fi- 
glienti fopra gli antecedenti, formino, per dir coji,vna compofttione rotonda; la 
quale è quella, che chiamiamo periodo, 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

S I come habbiam veduto » che il Padre Sant’Agoftino conobbe molto 
bene la natura de’ membri , e de gli incili , c dalle (Ielle fcricture , c 
v. cchic, e nuoueccnc diede efempi;cofi conobbe egli, e pure dalle 
Scritture ci efcmplificò le cole, clic al periodo appartengono . Nel cap.7. 
del quarto della Dottrina Chrilliana parole di lui fono quelle: quanjltri 
membra , & cafiugraci cola, fr lommata vocant fcquitnr veroambitus fine arcui- 
tus, quei/, *tpicf#ibi appellane , oue lì vede, che egli molto bene c tic’ Greci 
Jiuiicua veduto , chi ragionaua di quella maniera , Se anche ne* Latini , 
principalmente in MarcoTuIIio, ilqualc quali Tempre con alcuno de* 
due fopradecri nomi fuolc nominare il periodo , ^ tmbitum > oucro Circuì - 
tum j fe bene Sant’Agollino anche allegando Cicerone , no’l nomina vo- 
lentieri per nome, come oue dice : Ipfos Pomati* eloquenti*: principe! nonpi- 
guit iicct e, quod bone artem, nifi quii cito goffa, rwnquam omnino pofiit perdi fiere : 

c&e 


•• J 


Sopra la Particella XII . 141 

che è luogo di Marco Tullio nell’oratore , &: altrouc . Hfc autem fententia 
ncc illos fugit,qui artem F, hetoricam doccndam pittarmi : [affi funi enivi fapientiam 
fine eloquenti^ parure prodefle cimbus , cloquauiam vero Jinefapicntiammiurnob 
effe plerumque, prodefle nunquam. Che fono pur parole di Cicerone nel libro 
della Inuétionc,& altrouc,/de»j uolwt Fornitoli autor eloqui j. altroue dixit ergo 
quidam eloquens , ecofc limili. Nel medefimo libro, e ne! niedelìmo ca- 
pitolo doppo hauerc fant’Agollino nominati Ctfa& membra, feggiunge, 

Se Circuititi, c per tutto quali quel libro cercando , e notando noi gli ecclc 
ballici artifici; delle fagre noftrc fcritture , molte c molte volte del pe- 
riodo con nome di circuito ci ragiona . II qual periodo quanto alla folla- 
la ancora, Se alla natura , molto bene ci dà egli ad intendere di conofce- 
rc, pofeia che hora con bell iliima diffinitione dice , che circuitus efl , tuius 
membra fufpenduntur uocediccntis ,doncc ritma finiatur . ethora che minus qua 
duo membra circuititi belare non pojjunt ,pluraueto pojjunt . e limigliantccofc. 

E veramente egli da alcuni luoghi di San Paolo, e di AmolTc nelle fcrittu 
re, molti periodi ci moftra e di due membraje di trc,c di ouattro.fc bene 
noi alcuni pochi ci contenteremo d’addurre , come farebbe quello. 

Spesnon confmdit , quia caritas De; dtffujà efì in nobis per Spiritimi fatitlum , 
qui datus efinobii. 

Il quale dice egli , che tribus peragitur membris, quorum prinium efi, fpes au- 
tem non confnndit . Sccundum, quia caritas Dei diflufa e fi in tordibus nofìris , tet- 
ti um, per spiritum fanCinm,qui datiti efl nobis . 

E que d'altro. Quandoqutdcm multi gloriatitur fccundum carnati , & cgoglo- * 
riabor. che egli dice, che babet duo membra. 

E quello. Quod loquor, non loquor fccundum Detta > fed qua fi in flultitia in bac 
fubftantia glorimi 

Che c dice, che efl quadrimnimbris. Se altri tali. Intorno à quali efempi 
tutti inficine nei con la noftrafolita ingenuità non pedìamo mancar di 
dire, che li come nell’età di fant’A gollino era mancato in partcil fiore 
della locutione della prola: cosi i precetti di lei non erano cfquifirifiìmi. 
e però non proci dette quel fanto nel parlarne,c nello Icriuerne così cau- 
tamente come haucuano fatto quegli Etnici , che nei tempi (quanto al- 
l’eloquenza) migliori n’haucuano ragionato. E già Tappiamo, ch’egli 
fapctia molto bene la differenza fra i concili , Se i membri , Se habbiamo 
mollratodi fopra, che egli intcndeualcclaufulctte brcuiflìmenon man 
bri douerlì dimandare ma incili . Si come pur molira egli llclfo d’inten- 
dere, che la forza del periodo tutta confile nella fofpcnlìone , quando 
dice, Ciàusmcmbra fufpenduntur doncc ultima fniantur : e nondimeno ne’ fo- 
prallegan efempi , & in molti altri nomina molte volte membri le clau- 
fulc,che, non membri, ma incili fono, e di più periodi fàche ficno.con- 
cctti detti con moltcclaufulc continouate folamen te da appiccameli có 
giuntiui , c non intrecciate con appichi fofpenfiui, che c colà, laquale in 
nero, fecfattamcntc parliamo, non può Ilare. Se bene nel difeorfo i J. 
noi moftreremo come in nitro quello ifculàbilillìmolìa fant’Agoftino, 
P crhora. Spe i non confundit , quia c .tritai De; diflufa efl in nobii per fpiritum fan * 
fì um-.qutdaiui efl notò i. Quello, fant'Agollino dice, cheèdi tre mem- 
bri: c nondimeno fi vede, che quando folte eccellentilfimo periodo, 
ad ogni modo non farebbe fitto membratim fcmpliccmcnte , come di- 
ce Cicerone, ma mentir attui o ((firn : cioè non farebbe intrecciato 

di ìr.em- 


1 4 1 II Predicatore del Pamgarola 

di membri , ma di membri e incili, pofciaclic quella prima claufuletta al 
fi curo non membro,ma incifo haurebbe à dimo.nA3.eh. Quandoquidem mul- 
ti gloriantur fecundum camcm, & ego gloriabor ■ quello ancora, ch’egli nomina 
di due membri, e d’vn membro, e d’vno incifo. & incifo e quello. Et ego 
gloriabor , qucft’altro poi ch’egli nomina qitadrimembro Quod loquor , non 
loquor fecundum Deum-fcdqu.ifun fiultitiain bacfubSìantiaglorip- in vero doue- 
rebbe più collo dirli di due membra , e le fodero quattro , incili làrebbo- 
no,c non membri'.Macomc habbiam detto, à Sant’Agoilinorilqualc non 
coCcfattamcntcvolcua ragionare di quelli artifici) , baltòil mollrar pri- 
ma d’intendere molto bene, la differenza fra* concili e membri, e poi 
non li curò di diftingucre più affettatamente fra loro, e con nome di 
membri tutte le clan tuie comprefc ò più lunghe, ò più brcui.chc elle fof- 
fero . Del rcllo quanto alla natura,& eflenza de’ periodi quello fecondo 
Quandoquidem multi gloriantur fecundum camem,& eco gloriabor . veramente è 
compitiffimo periodo di dueclaufule, vna membro, e l’altra incifo con- 
giontc inlicme non con congiunciui attaccamenti folamcntc, ma con vn 
fofpenfiuo tale, cioè col Quandoquidem, che lieua federe verbo princi- 
pale al verbo del fuo membro , che e gloriantur, è per confcgucnrc lafcia 
fofpcfo l’animo di chi fcntc fin àranto,chcil verbo della fccondaclaufu- 
Ja venga egli à quietarlo. Cofa che non fi vede nel primo cfcmpio,oue la 
prima claufula fpcs nonconfuudit . Si vede , che quieta l’animo da fe , Se ha 
verbo principale per fe medefima.nc viene all'alare claufule in alcun mo 
do fofpcnfiuamentecongiunta : fi come anche il fecondo membro , clic 
nomina Sant’Agoftino . Quia caritas Dei difl'ufacsl tncordibus noflris • non re- 
tta pendente , e non s’intreccia con la fcguentcja quale feguentc , cioè ; 
Ter Spiritumfanflum,qui datusefl nobis. Ohrc che e membro fatto di due in- 
cili, muerononhamancocofaalcuna, che intrecciandolo con le fopra- 
dette claufule , ne formi periodico componimento . E fe volcdìmo , che 
tutto quello concetto , e tutte quelle claufule , in vn periodo fi fbrmade- 
ro, bi fognerebbe che dicedero in vn limile modo, Spcsautent ideino non 
confundit , quia caritas dijfitfa cjl in nobis per Spiritum illum Sanfìum ,qu: datus ejl 
nobis . Perciochc in tal cafo la prima claululctta, Spesautem ideino non con- 
fundit, dalla parola idcirco rcllarebbc folpcfa, con laqualc s’intrccciarcb- 
be nella feconda claufula la parola, quia. E quella feconda claufula, la 
quale tutto quello contcnerebbc,£>Wd caritas Dei difjufaefiin nobii per Spiri- 
tum illuni Sanfìum, dalla parola illum riccuerebbe la fofpenfionc: e con 
quella intrecciandofi,nella terzaclaufula,la parola qui, intero, e compi- 
to ne nalceria il Periodo . Che fe del terzo efempio vogliamo ragionare . 
Quod loquor, non loquor fecundum Deum , fed quaft in fluitala in hoc fubjlantia glo- 
rine- Veramente non è egli periodo di quattro membri, ma di due, con l’- 
attaccamento fofpcnfiuo fottointefo nella prima claufula , che è vn qui- 
dem,comc fe dicellimonel primo membro . Quod loquor, non quidem loquor 
fecundum Deum , Intrecciando il quidem del primo co’l fed del fecondo. 
Sed quafi in (ìultitia,crc.Ma come habbiam detto, già conofceua tutto que- 
ilojchc noi diciamo delle folpcn doni San t*Agollino,fe bene negli cióm- 
pi non ha affettato di trattare più ilquifitamente,chc tanto. E certo nelle 
Sacre Scritture principalmente nelle antiche non è si facile il trottare 
periodi intrecciati , fi come nè anche ne gli antichidimi autori Etnici fi 
troua facilmente compofi tiene alcuna periodica di quella maniera , ba- 
ttendo 


Sopra la Particella XI 1. 1 q 3 

fltfn do quell’antichità vfato quali Tempre della contiuouata profa fola- 
mente^ non mai dell’intrecciara : come farebbe dicendo quello concer- 
to di tre claufule con appicchi congiontiui folamen re pollo infieme: In 
principio creami Detu ccclum,& tcrr am: terra astem eroi inanu, & vacua: & tene- 
bra fcrebantur fupcr faciem abyfri . Che fc in periodo volcflimo ridurlo, bifo- 
gnerebbe, mutando i congiunriui in lofpcnlìui appiccamenti , dirc_>. 
Cum in principio creauit Deus calum,& tcrr am, funi terra erat manti, & vacua ; ita 
tenebra ferebanturfuper faciem abyjjì . E come dicendo quell’altro pur di tre 
claufule congiunte;ma non intrecciate. In principio erat Vcrbum, & V erbum 
erat apud Dcum, & Deus erat Perbum . Grechi volcllc intrecciarlo conucr- 
rehbe dire . Quando in principio erat V erbum , ita t' erbum crai apud Deum, ficut 
Deus eratV erbum . Ma come diciamo, non vfaua molto l’antichità delle 
periodiche intrecciaturcie però nelle fcrirture noftrc non c si facile il ri- 
trouarle efatte . Se bene alcuni periodi anche di quelli talhora ecccllen- 
tilfimi vi lì trouano . Come , quanto al tdlamcnto antico ne* Maccabei 
quello di due membra. Machabxus autem,& qui cum co ciane, Domino fepro- 
tegentc, tempi uni quidem, & ciuitatem recepii : aras antan quas alienigenx per pla- 
teasextruxerant , itemene dclubradcinoluuscfl . E quanto al nuouo, ne gli Atti 
de gli Apolidi pur di due claufule . Quia loannes quidem bapti^auit aqua, voi 
antem bapti^abimi ni SpiritufanBo non pojt multo s hos dtes . Del rello il voler mo- 
ftrare,che nelle prole degli Ecclcuallici nollri Dottori innumerabili pe- 
riodi fi ritrouino fatti eccellentemente, parcelle fiavn voler dire , che il 
Sole è chiaromè giudichiamo che fia,ò necelTario, ò conucneuole il por- 
tare quà con fallidio del Lettore quelle cofe che egli da fc ftclfonon 
può riuolger carta, clic non troui . Quamuis fratres, in buius exilti ctrumnofam 
cxcitatem prò originala peccati iuSlijfma pcenaà gaudio beau faelicitatis deiefti ft- 
mus ; non tomai ita inde prxcifi^uquc abrupti fumus , vt non ettam in ifiis tnutabili- 
bus aternitatcm.verieitemMatitudmem qucrere,vel defiderare ignoremus.QucAo 
è vn periodo di tre membri di Sant'AgoIlino nel fermone trigefimootta- 
uo de tempore . Bene accula fratres, vi quoniam tribus libris fuperionbus de vbrgi- 
num laudi bus dijfemmus, viduarum traftatus inciderà . Tacque enim mbonoi alar 
debuimus preterire, & à virginurn preconio feparare quas .Apostolica fententiaam 
Virgi/ubus copulami. E quelli fono due periodi di due membri per ciafcuno 
di Sant’ A mbrogio de viduis. 

Si confrderemus fratres avijjim, qua, & quanta frmt, qua: nobis promittuntur in 
tatlis j vilelcunt atomo omnia, qua babentur in terris . E quello c vn periodo di 
due memori , ò d'vn membro , e d’vno incifo di San Gregorio neHTdo- 
milia 57. Quanto amore , ac Studio contendermi y vt paruer in cremo moramnw, 
tonfanti mu'nx caritatis pettus agnofat . E quello purè' periodo di due mem- 
bri di San Girolamo ad Heliodorum. E coli di tutti quattro i principali 
Dottori della Chicfà ci dourà ballare l’hauer addotti efempi, 

Monlignor Cornelio nel principio del la predica del beneficio fece vn 
bellillìmo periodo dicendo} Come la legge peroccafione noftra c mini- 
lira d’ira,c di morrr;così l'Euangelio per Tua virtù,e fonte di vita. 

E noi in vna predici del Icbrofò rifanato con periodo di due membri 
dicemmo. Furono , mentre vilTc fra noi, tutte le andate, ctutrc lefàlire 
del Signor Nollro à’ monti coli milleriolc,esì gioueuoIi,chc arrinatoui 
Pietro vna fol volta , vi volea fabricarc , c llarui lémpre . Ma quelle più 
chiare cofc fono , che fiamcllicr© il ragionarne , più lungamente . Sola- 
mente 


D 


144 2 / Predicatore del PanigaroL 

mence per quello, che dicemmo nclcommcnro de gli appicchi congion- 
tini, e fofpenlìui, non vogliamo mancar di dire, che nelle Scritture Sacre 
l'attaccamento congiontiuo,&,non ha tempre forza congiontiua, &alle 
volte fcruc per attaccamento fofpcnfiuo . Non ha -forza congiuntiua in 
molti luoghi, oue per vfanza della linguaHcbreavicn pollo fuperflua- 
mcn te ; Tratti vcrnaculum eli lingua Hebrax , &, coni unti ione frequenter va, ita 
vtinterdumabundet: dice Origene nell'Omelia 19.de Num. Et il medefimo 
dice Sant'Agollino nel Salmo 4. di modo, che' quando vnaprofetia co- 
mincia : &jafiwn e/l verbum Domini, oltre la cfpolitionc data da San Gre- 
gorio ncirÓmelia feconda fopra Ezccchiclle della continuatione delle 

{ >aroIc con i precedenti pcnficri del profeta, (i può anche dirc.che in quei 
uoghi la gjr , non è congiuntiua particcl!a,ma abbondante . Come anche 
nel Salmo 14 .Vroptcrnomcn tuurn Domine, & propinare peccato meo, come nel 
Sti-Cum ex urger cnt peccatore!, & inclinati futa orma, qui opcrantur iniquitatem , c 
nella Gcncti.S; mterrogaucrit te Efau,dicem cuius est & quo vada* & cairn bcc, 
quf anteceduta te t Et dìccspucri tut Iacob . None anche pura congiuntiua, 
quando lignifica quia,comc nel Salmo jp. Uanobisauxilttim, & va/iafJus 
bomims, cioè, quia ratta falus bombii ! , Se in Efaia al 6+. Tu tratui fui f li, 0 nos 
peccauimu!, cioè, quia noi peccammui . c forfè. Gloria in excelfn Geo, & m terra 
pax,cioè,q uia in tara pax. c benedica tu in mulieribus,& benedid ui fucini ven- 
tri! tui,cioè,quiabcncdittu!frn( 7 uiucntristui. Ne meno quando lignifica «e/, 
come nrlI’Eflbdo al n.Tercutiéi patrem,(jr matrem, cioè patte, ucl matil.Sc in 
altri modi. Ma quello che più importa diuenta attaccamento fofpenfiuo, 
c corrifpondcntead altre fofpcnfioniin molti modi: come farebbe, che 
alle volte di quelli due attacchi rifpondenti cum. Se rum, la Se, fcruc per 
tum.ln Luca al fccondo.Cnwi inducerent pucrum I efum parente! eiui, utfacerent 
fecundum confuctudmcm legis prò co, & ipfe accepiteam in ulnas fuas, cioè, tutte ipjfe 
accepit eum in ulnas fuas. Allevoltcdi quelli due quidem, c fed , elTa fcruc 
per fed. Come in Matteo al 1 ». Generano pr atta, & adultera fi fftumqutrit, &• 
fignumtion dabìtur ei, cioè fignum quidem querit,fedfiguum non dabtturei. e nella 
Genelia! 41. T^on Domine m,& fervi ttà uencrunt ad emeudum ctbum, cioè , fed 
fenu lui uenerwit ai emendum cibum . Alle volte di quelli due licer, e tamen , 
ferue per tamen , come in Luca al 4. Cum falla e/jét fave! magna in terra , & 
ad nullam illarum , cioè, tamen ad ntdlam illarum mi/jut ejl H ctiai . E t alle voi tc 
di quelli due,licut,c lìc, ferue per fic,comcin S.Giouani al io. ftcut mi fitmt 
pater, & ego, cioè, fic ego muto uoi.Ol tre che come diceuammo nel commen 
ro riduplicata in ducclaufule, fofpende la prima, e feruono due, &, per 
quelli attaccamenti accoppiati tam,c quam; come farebbe nel Salmo 76. 
Confumptui efl,& currui,& cquus, cioè, tameurrus, quam equus.Mx ne gli ftclli 
attaccamenti fofpcnfiui accoppiati, infogna anche hauere delle auucrten 
zc nella fcrittura , che nafeono dall’idiotifmo Hebraico: comclarebbc 
in quelli due, ficur, clic, che alle volte la lingua Hcbrca pretermette 
il fecondo, fc bene gli interpreti io fupplilcono. in Efaia al quinto, 
quello è certo , che oue gli interpreti -hanno detto . Sicutdeuorat Jtipulam 
linguaignn , & color flammp cxurit, ftc radix eorwn . La lettera Hcbrca-» 
fenza il fic, dice femplieemente radix eorum. Et alle volte in vece di 
farcorrifpondereillic, al (ìcut, fa che il (icutillelTo rifponda à fe me- 
deliino : Come in Efaia al vigelimoquarto , oue fc bene il tcfto noftro 
dice, ficai populus , fic facerdoi , ficai feruus , fic domina s , La lettera Hcbrea 
dice , Sicut populus ,/uut facerdoi, ficut fcruusfiicut dotmus. Ma di quello alTal. 


PARTICELLA 

TERZADECIMA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Piqp Vettori. 

HiRottles autem di finii periodum fic.Teriodus ejl difliopiin. 
cipium habtns , &finem : qui valde pulcbrè, & decenter ip- 
[um definii : dico cuim qui periodum dicit, patcfacic qu od ali- 
cunde incaptum e fi , & dejìnerc facit , &fertur ad acquine 
fintiti . Qucmadmodum curforcs curii miffi fuerint : etcnim 
vnd cum illarum initio curjus apparct & finir, bine & peno - 
dus appellata efìjimtlis vija vijs rotundis,& qua ambitum confìciant : 
fummam enrm nibil aliud periodus efi , prater quatti quali s compofitio . fi igi- 
tur foluatur ipftus quod confcriptum efi j & ali ter componatur,rcs quidè ma - 
nebunt exdem; periodus aule no » crii, et ufi jnxdifìa,*liquis Dcmofìhenis pe- 
riodo euerfa , fic aliquo mododicat aurtfujoilTtu ùdtifte di incùti enhosytt 
tVir o uio'r yaUpiau : toav’ i i //ctMov toZ tcv h irò a k, i? evrn-rHv (/.i fmatov ir/y, 

non enim ampliai periodus \Ua in parte rifilar, Htneraùo antim ipjius hac. 

PARAFRA SE. 

Riflotilediffinifce il periodo in queflo modo. Periodo è 
vn groppo ‘di parole, che ha il fuo principio c la lua fine, 
e veramente bella, e propria è quella diffinitione, perche 
appena comincia chi che fìaapronontiatc vn periodo, 
che lLbito conofee bemllimo chi lente, oue ha da ritornare il finc.In 
quella maniera, che nelle circolari carriere, e nc gli fiadij rotódi,e(l 
fendo iemcdelìmclc molle c la meta, chi vede,oue cominci il corri- 
dore, vede inficine, oue ha'da terminare. e per queflo periodo fi eh la 
ma quella cópolìtionc tale, perche ò limile alle flrade lotonde.cche 
fanno circolo cópito.ln lòuuna non confifle il periodo in altroché 
in vn accómodamcto, ò flruttura tale di parole, la quale fe tu guadi 
anche lafciando le medelime e parole e cole ; ad ogni modo disfai il 
periodo, coinel'e nell’efcmpio , che demmo già , con altra icrittura 
fidicele. Io,quantoa me ltato polii bile non hò mancato di aiutar- 
gli, perche iflimaua i'cruigio di tutta la citta il leuar legge tale; & an 
cheperchedeflderauadigiouarealfigiiodi Cabna. Quafenz'altro, 
periodo alcuno non ui lartbbe più. E tanto bafli, quanto al modo 
col quale fi compongono 1 periodi. 

K C O AI- 




14 * 1 1 Tredicalore del PantgaroU f 

COMMENTO. 

N On è ballato à ‘Demetrio l’ìaaucre egli fìeffo eccellentemente [piegata U 
natura del periodo,chc di più arreca la d'jfir.itione a’^triftotilc, nè iti 
tento d’appor tarla folamctc , che la loda ancorale vi dtfeorre intorno. Solamela 
vna difficoltà najce in queflo cafo.chc da Demetrio non pare che venga compita 
mente apportata, strigi finza duffiio non viene còptamente apportatala di fi 
nitioue d’^tnflotile,la quale è nel tergo libro della Retorica al cap.g. (2 è tale. 
Circuito autemappellocòpofitioncni,qua:ipl'a perle i plani princi- 
pili habet & fineui > ma"nitudinemq;iiicdiocrcni.C/o^,towef//Jo»f ec- 
cellentemente il Caro. 'Periodo dimando ingroppo di parole infiemc , che per 
fe mede fimo ha il f uo principio,e la fuafine,t fi diffo nde tantoché fi può faulmt 
te capire . Onde fi ucdei he alcune cofi mancò di riferire a fiat ritmanti Deme- 
trio . (ome farebbe la particella perfe mede fimo , e quell’ altra claufula del di- 
ffonderli tanto , che fi pofia facilmente capire . Cofe c he tutte e due con molto 
giudicio furono dette da nflotilr.perchc il principio, & il fine non bifogna che 

il periodo l’habbia dalla natu ra delle cofeje non per accidente; ma propriamn 
te, e per fefieffo bifogna che in quello confi Sia la fua effenga di hauere ccmpofi- 
fitione circolare : E quanto al non difienderfi molto , certa cofa è, che il circolo 
quando è sì grande , che tu in vna nifla fola no’l puoi comprendere , d te non fi 
può dire che firn circolo : e nella fltfja maniera, fe il periodo abbracciale tanto , 
che tutto infume no’l poteffi rat tenere, perle non farebbe la forma di lui circo- 
lare. £ pure tutte due quefle cofc hà tacciute Demetrio, per vna di due cagioni : 
cucro perche egli nelle autorità fumo fe non allega mai fe non tanto che altri co- 
nofea il luogo, come già due x olti prima d’hora bà fatto in queflo libro;vna voi 
ta allegando i cno fonte, c l’altra "Piatone :ouero (quanto alla feconda cofa ; per- 
che egli della quantità del periodo è per. ragionare à baffo appartatamente.Ver 
bora btlhffinia è la comparatione, ch’egli piglia da' corridori, ogni volta che fi 
prtfippung.1 qui Ilo ,cheè veriffmo , che non alla diflefa altre uolte corrcuano 
àgli buotnit,i,ò i caualli negli fpett acoli , ma in t no fladio circolare , battendo 
per meta il mede fimo luogo,ondc erano fiate date loro le mofje . Tcftimonio di 
qflo in molti luoghi è Vanfania;e nel corfo delle nani nell’ Encida al quinto, t pur 
Incoiare pare chi fi difegnafie lo fladio, polche à queflo propofito dice ergili o. 
liic viridain Acncas frondai ti ex iJicc metani 
Confo tuie lignutn nauris pacar, vndcrcucrti 
Scirent, & Jungos vbi circuaiflcdere curfus . 

Etyouenalecon la parola flextt pare che alluda al mede fimo ; oue ftando nell* 
metafora del ooi Jo,dice nella prima fatila j 

Cur carnea hoc Jibcatpocius decurrere campo 
Per quem magnusequos Aruncas flexic Aluinnus, 

Comunque fia , che l’cffcnga del periodo fìia non in altro , che ncll’accommo- 
dsmento , e nella frattura delle parole , troppo euidentemente lo fi conofcere 


Sopra la Particella XIII * 147 

Demetrio , mojlranao che il mede fimo periodo di Dcmoflene , allegato da lui , 
rimanendo le medefime parole , e le mede firme cofe , col leuarglì folamente l'ac- 
tommodamento tale,fiubito cefia d’cfijerc periodo. E quello che egli dice dii luo- 
go di \)emoflene , noi in mille luoghi lo potiamo far vedere ibiarijjimamentc . 
‘Per efcmpio. Periodo di due membri è quello di Vergilio ; 

Pollquam vifa fhcis primosacuilTc furores, 
Conliliumqueomneinque doinutn v crude Latini , 

Protinus hincfufcis tnftis Dea tollitur alis 
Audacis Rimili ad muros ; 

lafciamo qui ogni cofia, mutande folamente f attaccamento fio fp enfino, che è 
il poflquam , in vn’ altra vote thè non habbia fiorga dijofipcndcrc , come fareb- 
be dicendo . 

Tunc libi vifa fatis primos acculile furores , 

Confiliumque&c. 

E uedemo chiaro, che non ui farà più periodo . sf nzi facciamo così, lafciamo 
Mi il poflquam, ma mettianlo in luogo, otte non fofpenda ; 

Protinus hinc fulcts triltis Dea tollituralis, 

Audacis Rutuli ad muros , 

Poli quam vifa l'acis&c. 

Et ad ogni modo fard difil rutta la compofitione periodica in quella maniera, 
nella quale quando il Tetrarca fece qucflo periodo , 

Toj chrl camin nih chiitfo di mercede j 
Terdifiperata uia fon dilungato. 

Chi muta folamente i utr fi , dicendo : 

Ter difipcratax ia fon dilongato , 

Perche il eamin’ m’è chiufo di mercede. 

Senz’altro difìmggc il periodo t . Cicerone prò cMilonc periodicametc difife; 
Nifi euin Dij numomlcs in cainmcnteuiimpuliflcnt, vt homo ctlf 
minatus fortifiimum virum conaretur occidere , hodie rempublicà 
nullam habcretis. C he fe egli mutato ordine, hauefie detto , Hodieiem- 
publicam nullam haberctis, nifi effeeminatus homo fdrtiflìmum vi- 
rum conatus eflct occidere,in qua eum dcmentiam Dij impulerunt. 
Bene haurebbe fatta una continouata compofitione ; ma periodo non uifaubbe 
flato per penfamento . Finalmente oue il 'Boccacci difile ; 

Toiibe Filomena, finita la fina mutila ,fi tacque ; hautndo "Dioneo con dolci 
parole molto lo’ngcgno della donna commendata-, la Tutina ridendo guardò ver 
fio Tonfilo, e difiie ; Se egli tettandogli appiccamintifcjptnjiui,il poiché, e l’ha- 
vendo, e filmili, hauefje detto . 

• Filomena finita la fitta nouclla fi tacque : e Dionea con dolci parole molto co- 
me ndò lo’ngegno della donna : coppo il che la latina ridendo guardò i eifioTa- 
filo, e difjc. Alficuro le medefime cofi ccn le medefime parole haurebbe detto : 
ma non nel medtfimo modo , e però periodo alcuno non ui farebbe fiato . 


K a DI- 


148 11 Predicatore del PanìgaroU 

- * «►'. ^ ■* 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

S E in nitri gli cfempi cccldìadici,che noi adducemmo di periodi nel 
difeorfo paifato, noi volcfiimo rinuenirc , c rimodrarc quello , che 
Demetrio infogna in quella rcrzadccima particella: cioè, che col 
mutare folamente la ftrutrura delle parole , fi diltriiggc il pcriod o,poca 
farebbe per noi la fatica , ma fouercnia pcrauucntura farebbe a’Icggiro- 
ri la noia . c però in tre foli lo faremo; vno della fcrittura; vno de’pàdri; 
& vno italiano, e quelli tanto baderanno, come fc dieci millaefcnipinc 
apportammo . Ouc fan Luca ne gli atti dice , che il fignore difTo, 

I oannes quidem bapti^auit aqua , vos autem bapti^abimim fpiritu [coito non pofl 
multai hot dies . Chi leua gli appicchi fofpenliui dicendo. Ioannes battila- 
ni! aqua.& vos bapti^abimtni fpmtu fan fio non pofl mulios hos dies . Senz’altro 
d’ strecciata che era la prola la fa continouata fidamente, &il periodo 
fu-diifce. Similmente ouc fan Girolamo diceua, Quanto amore ac Àudio con 
undrrim,vt pariter in eremo mora>emur,confaum mutua cari tati s peflus agnofeit. 
Chi muta le claufule folamente dicendo . Confcium mutua caritatis peflus 
agnofeit, quanto amore oc fludio coienderim vt in eremo moraremur. Toglie la for 
z ;allafofpenfionc,c didrugge il periodo. E tìnalmctc ouedicc Monfig. 
Cornelio. Come Irf legge per occafionc noltra c minidra d’ira, c di'mor- 
re;cosl l’Euangclio per tua virtù è fontedigratiaedi vita. E non ui re- 
itera pur orma di periodo : c di quedo non occorre piu trattare. Diremo 
folamente vn’altracofa à propofito delle dette di (opra , e poi finiremo 
quedo difeorfo, cioè, che ouc nel commento habbiamo da’ fcrittori prò 
fani cauato, che ne gli fpcttacoli i corfi fi faccuano in giro, redando nel 
medefimo luogo c le mode, c la meta ; quello ideilo dalle fcrirturc fagre 
fi può cauarc , oue alludendo Dauid nel falmo 1 8.à i corfi de i fpettacoli 
condituifce anch’egli ò al fole di natura.ò a’ quello di giuditia dadio cir 
colare, c di donde parte,cioe dalla fommità del cielo,quiui fà clic ritor- 
ni dicendo; Exultauil vtgigas adcUrrendamviam:a fummo calo cgrrffìoctus,& 
occm fuseius vfque ad fummumeius . Certo del XiÀo il quale da Paufaniaii 
cauache era circolare: cioè di quel luogo coperto fecondo Vitruuio, c 
columclla, oue gli Atleti di Verno fi cfercitauano, ragionano molte vol- 
te i nodri antichi dottori. Cipriano fenza nominarlo l’accenna nel ra- 
gionamelo rfe/peffarw/ù. Giudino nel principio del dialogo coutraTripho 
tieni, comincia coli: De ambulanti mibi mine in Xyfli ambulacri! . Come dilfc 
anche M.Tullio in Braco .Cum inamidare min Xyflo. Tertulliano poi nella 
Apologetico contragcntcs al cap.38.dicc, al Chri diano niente deuc edere 
comune. Cum infama Circi, cum impudicitia tbeatri,ciim atrocitale arcng,cum Xy- 
fli vanitole. E nei libri de pudicitia, dimanda gli fpettacoli gentili, fpcflacur 
iaquadrigarif furoris, gladiatori] cruoris [tanica f (editati*, Xy Ricce vanitati s. No- 
mina anche nel libro de fpc fi acuii s : Qu.tdrigarios fcacnicos,& Xyflicos . e nel 
medefimo libro dicendo , che quelli tali vn giorno fi vedranno dannati 
al lo’n femo:Tuuc Xyflici (dice fi ucdrano ) non i»gymnas'ifs,fcd in igne iaculato. 
MabellilTìmo luogoè del medefimo Tertulliano nel libro àdmartyresi 
ouc diccndo,chc i veri Atleti fono i martiri, c dando nella perpetua me- 
lafora.foggiupgc che nell’Agone loro, jigonolbetcs, cioè quel lo che pro- 
pone i premi Deus viuus eli. Xylìarcbes , cioè , pi cefes xyfli S fpiritus.br. mi um , 

cioè 


Sopra la Particella XI III. 149 

cioc pramum,Atertutas . EpiSìatres , cioc magisler ^iMetxnm Cbrifius le fui . 
Apunto come anche Gemete nel fettimo de gli Strom. dille che de’ diri 
ftiani fpettacoli ^AgonotlKtes hà da elTere il padre , & bralethcs , ciò ì/>r«e- 
miorum donator unigcnilHsfilim D «. Ma noi habbiamo perauucntura digre- 
dito troppo. 


PART I CELLA 

Qy ARTADECI MA. 

TESTO DI DEMETRIO 

T radotto da Pier V etcori . 


Ocutionis hoc quidem nominatur tortuofa : ceu qua perìodit 
! corftat,quemadmodum cft illa lfocratis fcriptorum,& Cor- 
I gio , & ^Al adamanti! ; tota namque periodi! continentibus 
j conflato: flint non m nus atquc llomeri poefls hexametris ; 

! hoc vero diuif.i lo tutto vocatur , qua in membri! foluta cft, 
’ non c alde inter fe apta • vt lhcatxi , & plurima Hei odoti , 
& dcmttm priflca omntftexemplutn ipfius. ìxatwW /xia «w <ùA hvSmtcu. T«e 
fi yfdL$ «tA» Ji* fcnin ytf bxLùvv Kóyu t»aAo/ti iyù>tA<’r>/, ù{ i/col 

faunrTau t tìaiy • 




PARAFRASE. 

Ora quanto alla maniera, con la quale dobbiamo valerci 
dc’periodi,due forti di fcritti, e di ragionamenti fi ritro 
uano,ambc cadenti nè gli eftrcmi . Vna tutta ritorta & 
intrecciata di coloro, i quali di continouati, cnon mai 
intramezzati periodi compongono tutta la prolà,comedicontino- 
uati diametri compofe tutto il fuo poema Homerojetali furonogli 
feruti d’Ifocrate.di Gorgia,e d'Alcidamàte; L'altra di quelli,! quali 
tutti i loro cóponimcnti hanno fpiegati con vn parlare non intelfu 
to, dirtelo, & appena continouato di congiuntioni; fenza quali mai 
frammettere pure vn periodo folo ; e tali fono flati tutti gli feruti 
d'Hecateo,la maggior parte di quelli di Herodoto,& in fomma qua 
li tutti quelli de gli antichi . Come farebbe a dire. HecateoMilefio 
così ferme. E quelle cofelefcriuo come credo che fodero ; elfendo 
à mio giudicio molti feruti de’ Greci ridicoli e fauolofi. 

K. 1 COM* 


1 5 o 11 r . "Predicatore del Pamgarola 

COMMENTO. 

D icemmo nel commento della particella duodecima, che quefla feconda par 
te della prima parte principale di tutto il libro d’altro non trattaua, e he 
del periodo : ma che ciò in fei particelle compiua di fare : nella prima delle qua- 
li già hauendo trattato Demetrio, che cofa fia periodo, & in che confila la quì- 
dità di lui : bora nella feconda, che dura per tre particelle, infegna in quale ma- 
niera habbiamo à valerci de’ periodi : dicendo nella prima di loro , che è quella 
quartadccima , che in due modi fi può errare in quello, cioè,ò non vjàndo mai, 
ò vfando fempre periodi : Moflrando nell'altra, che è la quintadecima di quefle 
due vitiofc maniere , che manco, mala è la feconda ; ma comludendo finalmen- 
te nella Jèf adecima, che e fendo nondimeno anche vitiofa la profa troppo perio- 
dica, vero modo di ben ragionare farà il farlo con una giudiciofa imitar a, e va 
rietà .E di qui fi vede quanto fi ricordi Demetrio d’injtgnarc non vna feien^a, 
ma vii arte : pofciaihc ouc per accidente qua fi fpcculando ha injcgnato, thè co- 
fa è periodo-, fubito piglia per le mani tifine dell'arte, che è l’optrarc , & infe- 
gna come de’ detti periodi habbiamo à valerci : 2^cl che tome in molte altre co 
Jc moflra d’tffcre Tcripatctico fuggendo gli e fremi , e coflitucndo la virtù nel 
mev^o ; Che però dice i ragionamenti nofiri non doucrc e fere, nè tutti di perio- 
di, nè tutti fen^a periodi ; ma con vna mediocrità virtuofit , parte d’intrecciati 
membri compofli , e parte di dife olti : e quà farà i tile il ricordarci quello , thè 
ad altro propofito dicemmo netta particella duodecima, cioè, ehi tre forti di prò 
fé fi trovano ; Vna, che non hà attaccamenti dinefutufortc,come farebbe que- 
lla. Lunga è l'arte, breue èlavita. l'altra che ha attaccamenti congiontiui fit- 
tamente, come quella ; l’arte è lunga, e la vita è breue. La terza, che hà attad- 
camentifofpenfiui, come quefla : Si come l'arte è lunga ; così la vita è breue. 

E di quefle tre , la prima dicemmo , che fpngata , rotta , di feont inolia poteva 
chiamarfi; la feconda continuata , ma non intrecciata; la terza intrecciata, in- 
tefuta, cannata, ripiegata, ritorta, e periodica ; Tutto quefio dicemmo in quel 
luogo ; per molìrare Jolamcntc in quanti modi tre ò quattro concetti fi potè fe- 
ro proferire, cioè i difiontinouifrafe He fi , ò continuati, ò intrecciati tutti in 
m’ fotoperiodo. 

Hora diuerfe co fe fono il cercare come l’orefice dall’oro , che hà innanzi fap- 
pia fare ò anelli, ò vnc'mi, ò altri lauoruzzi. Et il vedere, fe volendo egli mette 
71 ' n moflra i fuoi lavori , fia meglio che egli proponga tutti quei pe^i d'oro 
di fìinti ad’ uno ad’ uno, ò pure tutti inanellati , & intrecciati infume ; e così noi 
già fappiamo , come vn’ penfiero medcjimo di due ò tre claufiult fi pofa ò fpe%- 
7 £to , ò continuato proferire , ò intrecciato : A la cercbiam' bora di più , fe in 
r na lunga prò fa hauendo da proferire molti penfieri tali , fia bene , che di tutti 
facciamo periodi ; ouero di ne f uno di loro formiamo perìodo ; ouero finalmente 
alcuni periodicamente ne apportiamo, &alcuninò. Et à quello proposito è 
tic Demetrio trova due forti di profe vitiofc, e che danno ne gli t fremi ; cioè 

vna. 


Sopra la Particella XI IVI. j 5 1 

vna, nella quale il ragionante adopera continouamcnte periodi fenza frammet- 
tenti mai alcun membro , ò pià membri non intrecciati , come continouamcnte 
adopera ver fi tfametri Homero fenza frammettere mai altra Jorte di ver fi . e 
i altra , oue tutto incontrario pur mette qualche congiungimento che ragiona , 
(che vtia or aliane tutta /pezzata non fi trotta) ma i congiungimenti non fono 
JoJpcn/iui , e però la pro/a fenz 'batter mai periodo alcuno dalle Jole congiuri! io- 
ni re/la continouata _» . 

c Di quefledue vitiofc profe la prima tutta intrecciata viene domandata da 
Cjrecì na.rtefap.pitn ; la feconda tutta difte fa Sinfnpltn £ noi nella predetta 
particella duodecima afiai copiefamcnte habbiamo narrati varq nomi , che da’ 
fa tini e italiani à fintili profe vengono dati: Delle quali noi da qui aitanti la pri 
ma qua fi fempre periodica , ò intrecciata chiameremo, e la Jcconda continoua- 
ta Jolamentc ò di/tefa: Di quella periodica efempi ne adduce Demetrio gli ferii - 
ti de tre grandi huomini , cioè d'f /ocrate, di Gorgia, e d’Mlcidamantc : e Cice- 
rone v’aggiunge Teopompo ; Ma quanto d quelli , che adduce Demetrio facil 
cofa è , che da Gorgia più antico impar afiero quefìo troppo intrecciato modo di 
ragionare gli altri due, poiché & lfocrate giovanetto il /enti , & Mlcidamante 
nefit difcepolo ; Di (forgia certo , c d’ Mlcidamante jentti alcuni non fono per. 
uenuti à noi, ma tati doueuano e/Jere, quali ‘Demetrio dice, vitiofamente perio- 
dici ; Citò tutti fatti de’ periodi vn doppo l’altro ; come i poemi de’ ver fi . 

Dell'altra vitiofa profa, di fìcfa tutta, e non continuata con altro che con ap- 
piccameli congiontiuiygli efempi, che adduce ‘Demetrio fono gli fcritti a’Hetx 
teo Mitefio, di Hcodoto Turio , e finalmente di tutti gli antichi . Tercioche in- 
uero gli antichi fcrittori non fapcuano intrecciare le claufule, e formare periodi , 
ma alla femplice vna doppo l’altra le flendeuano , nonattaccandole con altro , 
che con le congiuntioni . Quel mede/imo vitto che nell'oratore confefja Cicero- 
ne efier fi trottato nel ragionare di Catone -, ma lo fi ufa dicendo , che di quefla 
intrecciatura non faputa da lui , anche gli antichi Greci furono ignoranti ; ‘Di 
Herodoto Turio Demetrio in que/io luogo non adduce pa rote alcune, ma in vero 
il principio della fua hifìoria tradotto in noflra lingua fu tale . 

Quefla è la efplicatione della hifìoria fatta da Herodoto ; accioche i paffati 
fatti non s’habhiano da tfiinguere nella memoria degli huommi , 0 accioche i 
gran fatti cofi de' "Barbari come de’ Cj reci non fieno ile fraudati dtlla gloria , e 
fama loro, e maffimamìte le cagioni delle guerre accadute tra gli uni egli altri. 

Che pur fartbbe fiato molto meglio fe in ucce di contmouare Jolarneiite fi fof 
feto a it he intrecciate le claufule in que/io modo . Terche non Jolo i pa fiati fatti 
non s’habbiano da efiingucre nella memoria de' gli huomini , ma ancora perche 
t gran fatti così de’ Barbari comedi’ Greci nò fieno defraudati della fama e già 
ria loro, e ma fi inamente le cagioni , per le quali e que/ti c quelli hanno battuto 
guerre infieme , ha fatta fiero doto quefla tfplicatione di hifìoria . 

f Di Hccateo poi le parole medefime apportate qua da I. emetrio moflrano la 
difintrecciatura loro ; tanto che fi po/Jono qua fi tutte quelli tlaufule domandare 
anche non contino uati , non thè non intrecciate ina con l’altra. 

K 4 Deca- 


1 5 1 11 Predicatore del PanlgaroU 

Hecateo Milefio coft ferine. qucfla certo è tutta dafe :e l’altre due , che fe- 
guono, pocbijjima appiccatura hanno, come fi vede : Fù Hecateo per patria di 
Miltfio, e figlio di Hegifandro ; e nacque nel tempo che Dario fuccefie nell' Im- 
perio à Cambife . Fù il primo , thè firiucfie hi Moria in profa : ma in vna pro- 
fa, come erano tutte quelle antiihe de' Greci , diflefa , fncruata, non intrfjuta, e 
che ò non mai, ò alcuna i olla fola di rado à cafo , ò per nectjfità ammettea for- 
te alcuna di ‘Periodi . Coft , che parimente s è i càuta ne ’ latini compoftori in 
profa j cioè, che i più antichi , come Seneca , là or reme , c’n fin fotone ( dice 
eJMa reo T ullio) & altri hanno sfata proja diflefa j e quanto più fi Jono dtfeo- 
ftati dalla antichità ; tanto più fono iti i profatori intrecciando i loro ragiona- 
mi nti con periodi , Fra'nòflri ftaliani più lofio s’èdato nel vitto contrario t 
perche molti fono forfè Flati troppo periodici : come fi dirà àf o luogo . Tut- 
tala anche di quegli antichi vi Jono flati , che hanno vfata la profa diflefa fin- 
za frammetterai mai periodi, come fi vede per efempio in Guerini Me f chino, 
quando fà così belle tirate, come è quella . 

In quel tempo Enidonio andò molte volte alla corte del fiè di Coflantinopo - 
li ; il qual hauea vn’ figliuolo per nome chiamato c^tle fiandra, ilquale fi dilet- 
tana d’armeggiare, di caualli, lottar, gittar pietre , pali di ferro , e di tutte le 
proue , che fi fanno pergiouani : £2 era di venti anni : E quando il (JMefchino 
Ixbbe venti anni , tnidonio n’haucua diciotto . T roteando fi il lMc filmo mol- 
te volte in quefìi giuochi , e prouandofi con tutti , fuperaua ogn’vno , dotte ap- 
partenefie forza , ò deflregga : e per qui fio le ff andrò dimandò la Jua con- 

ditione , E quel che feguita ; tutto nella Fìefia maniera fcatcnato . 

Da yt rifiutile in quà fra’ fjreci, e da Cicerone in qua fra' Latini , e da gran 
peggo in quà fra Italiani , certa coft è , che di quelli ragionamenti fi atenati 
fc n’è perduta la foggia ,nefi troua più prò fa tale prefjo a' buoni firittori , fé 
già non è in alcuna lettera breue ; che per efjere co fa molto familiare, anche Ci- 
cerone in Latino taf bora ne firifje alcuna, tutta finga per iod’, cerne quella per 
efempio del ig. libro delle cpiftole familiari firitta in raccomandatione di Cu- 
flidioaHhfo. Lucius Culhdiuscft tribuJis , &municcps, & formila* 
rismeus. iscauiàmhabet; quali caulam ad tedeferet. Co.nmen* 
d> ubi hominem , ficuri tua lides, & incus pudor portulat : tautùm 
ve facilcs ad teadicushabeat,-qua:£equapoftulabit,vt lubcntc te im- 
petra t .-lentia eque incanì libi amiciciatn, ctiamcum longiflimcab- 
lìm, prodellc in primis apud te. Vale . 

Tirila quale fi vede , che nè anche vn' periodo foto fi ritroua : E pur altre 
volte delle commendai: tic , e brrui bà egli firitto piene quafi di periodi , come 
quelli nel libromedefimo à Gallio per Oppio . E t, lì extuis, & l.Oppl j , fa* 
millantimi! inei, littcriscognoui, re memorali commendanonis 
mere fuitic ; ìdquc prò tua lumina erga me bcncuolcn ria, proque no- 
ti ra nccelìitudine minime funi admiratus ; tamen etiam atque etiam 
tibi L Oppium praefeutem , & I. Egnatij mei familiartiCmi abfcntis 
negotia commendo. Tanta UHlùcuinconeccflìtudoeft.fainilia- 

r.usqusj 


Sopra la "Particella XÌIJ 1 , 153 
ritasque ; vt, fi mea res cflet , non magis Jaborarera . Qnapropter 
inihi gratiffiinum fcceris , fi curaris, vt is intelligat, mca tc tantuin 
amari, quantuin ipi'e ex 1 Ih ino . Hoc mihi gratius faccre nihil potes. 
idquc vt facias, vehementer tcrogo. Vale- 

Oue dalle due vltime claufulette in poi , tutto il re Haute è periodico : E co- 
sì fra’ nollri Italiani , lettere piccole alle volte fi veggono tutte quaft periodi- 
che, come quella del Bembo . 

tìò prefi ardire di darui un poco di fatica in quella bifogna mia , di che vi 
ragionerà (JMeffer Giouan CMattco noHro . la qual fatica hard data a Mijer 
Berna rdin vofiro fratello , s’egli così fofie . fi ebe io fò tanto più volentieri , 
quanto voglio à quello modo darà voi animo d'ufar me nelle cofe voflre;pofcia 
che vedete ch’io bò animo d'ufar voi nelle mie . 

Et altre fe ne veggono fetida pure vn fol periodo, come qucHa del medcfimo. 

Vi mando una mia lettera, che và al kjccuitor della mia religione in Napo- 
li, con vna procura in lui da poter comparere ne i capitoli prouinciali , che in 
T^apoli fi faranno perme, £5? in mìo luogo. Efiom’bàfcritto del debito, ch’io 
ho con la religione per conto della mia commenda di 'Beneuento . Gli rifponda. 
Hauerò caro, veggiatc che la lettera vada fatua. Delle cofe mie , che bauete 
nelle mani , non di rò altro , che fon certo non biJogni.M. Federigo tutto’ l dì ra- 
giona di voi,& vi defidera, & vi fi raccomanda. NI. Cola è à Villa nuoua , & 
Mefier Leonico vi f aiuta -, . 

£ t altre lettere tali fi trouerebbono molte ; ma da lettere in poi , altre profe 
cofi fcatenate appena fi ritrouano più. £ come babbiamo detto, delle due profe 
vittofe, danno più tojìo i notlri nella troppo periodica, che nella troppo difìefa, 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

V Nn delle più belle, c più pretiofeconditioni chehabbiano i noltri 
libri della fcrittura fagra c quella dell’antichità ; perche fri gli 
autori di lei, non folo da ciafcuno de’ profeti fi può cauare à rem 

K i di quale Rè , e pcrconfeguenza quanto anticamcnre egli fcriuelfe: 
la Giobbe ancora dicemmo, che fù più antico di Mosè : c che Mofe da 
Porfirio medefimo noftro nemico viene confefiato, chefù innantià 
Semiramide , la quale fù ottocento anni prima della guerra di Troia-. •• 
Scriuono della antichità de'le noftre fcritfurc , Giofclfo nel primo con- 
tea Appione ; Giuftinocnntra Trifone : Tatiano nella oratione Parene- 
ricacontra le genti . Clemente nel quarto de gli Stromati; Origene nel 
quarto contra Celfo . Tertulliano nel I ; bro del tellimonio dell’anima. 
Lufcbio nel ! bro- decimo de prap. eu.mgelii al cap.$. Lattantio ocl libro 
quarto al cip. f. Cirillo per tutto il primocontra Giuliano. &:a!tri.Che 
tutti cosi chiaro dim oftrano la eftrema antichità di quelli libri, che altro 
non occorre aggiungere: Tuttauia anche quello fi porrebbe dire al pro- 

I 'olito di che ragioniamo : Che , fc tanto più antiche s’hanno da Rimare 
c Teniture, quanto più ltcfe fono , c manco periodiche : al ficuro niun 

libro 


I J 4 // Predicatore del Panìgarola 

libro al mondo farà; come none, più antico odia Bibbia: poiché nean* 
che libro alcuno fi trotterà, che in vguale lunghezza'di profc,inanco pe 
riodi habbia,cpiù fia diftefo , fciolto, econ niunaalrraco/aappiccato, 
che con Iccongiuntioni . In principio creanti Deus calum, & terrarr sterra att- 
ieni crai inanis, & vacua ; Et tenebrai trant Juper faciem abyjjì : Et fpirtius Domi- 
ni ferebatur Juper aquas . 

E di mano in mano fin’al fine del rdlamcnto antico : Onde prefero poi 
lo ili le anche gli euangelifti,& tifi ancora nella medelima forma fcrifie- 
ro le loro prole come farebbe ./!» pnneipium eroi vcrbum,&ycibum eratapud 
Deum,& Deus eroi verburn. E così rutti gli altri : Tanto più,che da quello 
che fi vede nelle prediche , & nc i ragionamenti del Signore , anch’egli 
non periodicamente, ma diftefamente ragionaua: Perche in fommacgli 
all’ufanza del tempo s’accommodaua : c forfè come meno atterrata c la 
«liftcfachc la ritorta forma del dire: così diftefamente ragionando volt- 
ila inoltrare , che di niuno artificio abbifognaua lafcmplice verità dcl- 
J’euangelio . De’ fcrittori ecclefiaftici poi in uero habbiam veduto, che 
di mano in mano fi fono iti facendo meno diltefi, e più periodici , come 
l’etadi hanno infegnato : E quandoaltro (perimento non vi lode, batte- 
rebbe l ‘au erti re , come nelle cofe , che a Tertulliano hà tolte Cipriano, 
così diuerfo ftilc hàdato loro, che quelle in linea, c quelle in circolo pa- 
iono comporto . Ma di tutto quello altrouc . fra tanto perche Demetrio 
fà mcntione di Hecarco, diciamo noi che forfè fù quello Htcatco mede- 
fimo, quello, che EuftbioCefaricnle nel libro nono al Cap.i. della pre- 
paration c cuangel ica dice, che JxJloruan de ludxis confcripfit . Certa cola è 
che due fragmenti della hiiloria di lui recitati da Eulcbio in quel luogo, 
tutti due fono in prò fa dirtela, e non punto intrecciata. Il primo e quello 
Multa cjjlellaoppidatjue ludtisfunt , vna vero V rbs munii i/Jima,quinquaginta pc.- 
ve biadi or imi babens circuir uni, plurcs quam coitimi, & vieniti milita Itomines ba- 
vitant, qux vocatur Hierojolyma : in medio cuius ades lapidea e/t . quittq ; lugcrum 
longitudini s , latitudini! cubnorum centutn , importai duphcesjunt ■ In co ara qua- 
drata ejl , integri s tapi dibus, ac inornatis cornpo/ita, < uius Jingula lateravigum, al - 
titudo vero duodecirn e fi cubnorum : apud quatti dornus magna ejl, vU altare, atquc 
candti.ibrum,vtraque aurea funt, pondo un. talento) san duorummbi lux die aiqnt no 
tic inextniguibilts ardet . 'Jiullum ibifitnutia i uni city nulla imago , nec pianta, nec 
luius y aut ahquid bmufmodi , vbi notte ai die Jacerdotes laiiè verjàtiiur nunquam 
in tempio vitiutn libane s . 

1 1 fecondo c quello . c um ad mare r librimi proficifiercr , inter alios equites 
Iuditus quidam nomine Myjonianus me fcquebatur . battio, quoti otnnes tatti Oraci , 
quarti Barbari , qui eum cognouci unt , animi max imi , es robufh corpo is prò. di- 

^ auf(m tCuni onupcntijjimus . Is cum augur quidam nos omni s flore 
tnjjijfet, interrogatili quarcjixi Jtaremus : augur eque auetn ojicndrnre , atque duen- 
te, conducere ita /lare quoujquequoauis tender et, perjpexijj et : vt (i ad ani erutta vo 
l/urct, captum iter peragerent ; Jin autem pojìcriora volatu poter et, reuertercntur ; fi- 
lentto arcui frati u auem penu/fit, ac imerfee it . T unc augur, & nominili alti vjde 
tommoti y ei mal edicebant ,ipfe veto quis cfl ,inqwt ijìcjuror ò boruncst quoinodo 
enttn amasia, qux tubtl de faglila proluderai , veti aiiqu.d de itinere nojìro poterai 
nobis pianili eie f qua Ji futura pr&Jci/Jet, nunquam bue vem/ìet , ni à Myfomauo Iu- 
da.o interjiceretwr . 

* - PAR- 



PARTICELLA 

quintadecima. 

testo DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 

^tnquam enimcoaceruata membra illa videntur , ac temere cor.Z 
teda , & non babentia communcm iundwram ; ncque mutuata 
fulturam ncque f ibi opem vllam ferentia ,qux omnia funt in pe- 
riodii. Shniluigitur funt periodorutn membra lapidtbus fui- 
lientibus rotunda teda , & illa continentibui ; membra vero locutionis difio- 
luta iadis propè folum lapidi bus, & non conflrudis . P'nde & fdolatum ha- 
bet quiddarn fuperior locutio , (i leue . quemadmodum & ycterafimulachra, 
quorum ars videbatur contradio , & tenuità s ; eorum vero , qui ficuti funt lo- 
cutio, Tbidix operibus iam fimilis ed , babens quiddarn , & amplum , C ex- 
quifitum ftmul . 

P A R A F R A S E; 

Veramente di quefte due vitiofe maniere di profe, vitto- 
fi dì ma c la feconda, come quella, le cui claufulc pare che 
fieno gettate a calo vna addoflò all’altra , fenza che con 
proportionatacorrifpondenza s'aiutino fra loro,e fi fo- 
ftengano. Et è quella differenza a ponto fra il ragionar diftefo,& il 
ritorto, che è fra le rtefie pietre gettate colà in vn canto à fare vn’a- 
ccruo, ò monte , che vogliam’ dire ; ouero per mano di valorofoar- 
tcficenel coprire vna danza accommodate, c fàbricate in modo, 
che refluendo, e premendo vna con l’altra formino vn’ palco in voi 
ta . Oueramente fono i parlari antichi, e dirteli , come erano le da- 
rne ancora de gli antichi , rozzi, femplici , cofe in fomma deboi i, & 
abbozzate; là doue il ben parlare ritorto alle rtatuedi Fidias’afibmi 
glia, pieno di non sò che, che hà del grande,& clquifitoinfiemc . 



COMMENTO. 

B J fogna effere bene auuertiti in queflo luogo ; pofciache dicendo da prfnei- 
pio di quefla particella Demetrio, che dellerdue profe vitiofe , più vitto- 
fa èia feconda ; potrebbe altri immaginare che per tutto in quefla par- 
titella , delle due tàtiofe profe fi ragionafse,efrafcficfse venifsero paragonate . 


Digiti 


15 6 11 Predicatore del Panigarolt 

Il cbe,fe fofle, bisognerebbe anche concedere , che ad una delle due vitiofe , cioè 
alla troppo periodica Demetrio lodi tanto Segnalate dato Ixutefie , quanto Sono 
l’affomigliar’ efla alle ben Satte volte ,&ej)er fimili alle più ampie ,e più eSqui 
file Datue di Fidia : Ma m uero così non è la co fa . A ri(lotik nel fecondo del- 
l’Etica ragionando delle virtù ,edei vitif, Sra l’ altre co[e dice , che fe bene {lan- 
dò le uirtù nel mezzo tutti due i vitif {tanno negli cfl remi , Jempre nondimeno 
vno de’ vitif è più lontano , e più contrario alla virtù , che non è l’altro ; tome 
/landò la liberalità fra la prodigalità e lauaritia , più contraria nondimeno è 
l’auaritia alla liberalità , che non è la prodigalità j E fogno n'è che molte volte 
il prodigo è tenuto liberale , che non occorre nell’auaro, come troppo lontano, e 
contratto al mezzo ; Onde fi raccoglie che per voler {opere quale di due vitif 
i maggiore, la vera regola è il con fiderare, quale di loro più i lontano dal mez- 
zo ; e queflo ì quello, che il nòflro ‘Demetrio, {empre peripatetico > bà fatto in 
queflo luogo ; nel quale prima hà propofla la verità , che delle due profe vitio- 
fe, più uitiofa è la troppo difìefa :epoi, per prouar queflo , i {ubilo paffuto à 
moflrar, quanto efia fia lontana, e contraria al mezzo . In modo che la profa 
tanto laudata, alla quale egli la compara, non è la uitiofa,ma la virtuofa,fe be- 
ne la compa ratione fifa per raccogliere alla peripatetica, quale delle due uitio- 
fe fiala peggiore . Vn’ altra cofa dice Ariflotile in -vii’ altro luogo, che può Ser- 
vire ad m altro fcropolo, che alcuni efpofitori hanno hauutoquà . Diteti flofo- 
fo nel prcdicamentQ della ri lattone , che la medefma cofa per diuerfi nf petti fi 
può domandare grande , e piatola , come una noce appetto à un grano di mi- 
glio è grande, & appetto a un popone è pie c loia. e lo fcropolo, che hanno gli e fpo 
fuori quà , è flato , perche quella medefma profa, che Demetrio con nome gre- 
co domanda fifpHptr» che vuol dire dfloluta , dif giunta , e difìefa ; Anflo- 
file nel tergo della Retorica al cap. 9 . la domanda tìppimr ehe vuol dir vol- 
ta , Seguente , e tontinouata ; e già jappiamo noi, che quanto al Sentimento , dr 
alla cofa , tutti e due della medefma prò fa ragionano . Ma la differenza che 
pare , fijalua con quello , che diffic ^Ànflotile • perche già dicemmo di {opra « 
nella pa rticella a. che alle volte la pro{a è tan 0 dijjoluta , che non hà forte al 
cuna d’appia amenti, nc anche congiuntici, come quella ; L’arte è lunga, la vi- 
ta ibi tue. Ile volte uiene contmouata da appicamenti congiuntali , ma non 

intrecciata da ifofpenfiui , & alle uolte fi fà intrecciata periodica ; ‘Di mo- 
do che meZjta fra la periodica ,ela {pezzata è quella, che Demetrio domanda 
dii iefa, & A rifiatile tontinouata ; e tutti e due hanno ragione, per che compa- 
rata detta profa con la periodila , bene la chiama Demetrio diflefa , e difmita ; 
e paragonata con la Spezzata affatto , ragioneuolmente la nomina Arrotile 
vnita, e continuata ; Comunque fa; certa cofa i, che, e Demetrio quà,& Ari - 
Dotile nel terzo, otte difopra, non paragonano fra fe fieffe fe non la profa difte- 
fa degli antichi ,elapc riodua virtuoja de ‘ moderni ,jenza ammettere in que 
{la comparatione ni quella totalmente [pezzata , della quale non ragioneremo 
più nè la troppo periodica, della quale pure alcune cofe diremo ancora nella par 
fittila Seguente. E veramente fono belle lefimihtudim di Demetrio , che l'an- 
tica. 


Sopra la Partitella XF. 157 * 

fica amaffafe le fue clan jnle in vn' montone, e che la moderna le edifichi in vol- 
ta ; onero, che l’antica fofie come una imagmc abbordata, e rozza , e quefla co 
me vna f tatua di Fidia , piena di gentilezza infume c di grandezza . Ma A ri- 
fiatile pafia più auanti,& doppo hauer detto , che la diflefa famiglia alla Ana 
bole,e la intrecciata alla Antifirofe de i Ditirambi(cofe che per l'antichità gli 
autori confi ffanno d’ ignorare) aggiunge due conditioni , nelle quali la ritorta 
eccede l'altra -, cioè , cb’ejja è più diletteuole da efiere (entità, e più facilmente 
fi manda d memoria ; Tiù diletteuole, per che l’altra è molto noiofa ; come quel 
la , nella quale l'afcoltante non vede mai termine albino di ragionamento ; & 
fempre un nuouo appiccamene congiuntino gli và allungando la noia quaft in 
infinito ; e più facile da tener fi , e mandar fi à memoria , perche è numerofa ; E 
noi veggiamo per ifperienza,che i ver fi molto più preflamete s'imparano delle 
profe, per auer numero più apparente, e più fpiegato ; feria cofa è, che padre 
della memoria è l’ordine, e padre dell’ordine è il numero. Ma quefti di Ariftoti 
le fono penficri, e non di Demetrio . 

DISCORSO ecclesiastico: 

C Hene gli ferirti efe* Canonici noftri autori, principalmente del Te* 
ftainéto antico, pochifiìmi periodi intrecciati fi trouino, e tutta qua 
fi la prola non con altri appiccanienti venga continouata, che congiunti 
ui ; quello già lo dicemmo di l’opra , e ciaicuno il può vedere per le mc- 
defimo. Nè però concediamo, che , per elfcre dilciolta , la noftra fagra 
profa fiavitiolii anzi con buone ragioni pollìam inoltrare ,checlTa,in 
quanto profa, Se in materia d’clocutione, virtuofilfima dee dimandarti? 
cioè, che non conliderata come parola di Dio, ma femplicemcntc,come 
profa fcritta da huomfni -, ella per le regole della elocutione , anche per 
quelle di Demetrio medefimo , c profa molto ben fatta. Se eloquente - 
Ma(diràalcuno)Demetrio dice pure in quella tnedefima particella.che 
la profa fenza periodi è vitiofa: e la noflra veggiamo, che non hà quali 
mai intrecciatura periodica. A quello rifpondiamo tre cofc : l’una.chc 
non in tutte le lingue vgualmcnte le medefime qualità fanno òuitiolà, 
òvirtuofa la profa. L’altra , che vitiofa non può domandarli vna prolà 
per mancare d’vna qualità, laqualc, quando elfa fù fcritta,non era anco- 
ra (tara rittpuaqi, nè per alcuno era polla in vfo. E la terza (che parerà 
contraria à quello che habbiamo confettato di fopra) che non è vero clic 
clfafia quafi tutta fenza periodi : anzi ch’c marauigliofamcnre dillinti 
di parlare bora periodico, & hora nò, con tanta varietà c gratia,che niu 
na forte d’altra profa , pofTìbil’c , che di quella bellezza le fia fuperiorc. 
Ne’ componimenti in profa de’ Latini , e de’ Greci , non v’è dubbio al- 
cuno, che da Cicerone c da Arillotile in qui per fingular belezzaè temi 
to , che cllì periodici fieno,cd Intrecciati : ma ncU’Hebraica lingua, non 
c penetrato mai qucfl’ornamcntoie perauuentura la lingua no’! patifee, 
e quello, che nelle due fopradette è virtù, in lei farebbe virioifi che, per- 
che Demetrio, & Arinotele, della lingua greca dicano, c Marco Tullio, 
e Quintiliano della latina, e noi con altri dell’Italiana, che le profe loro 

non 


158 II Predicatore del Panigaroh 

non ponto intrecciate fieno viuofe > non peto na da tirarfi quefto in 1 có- 
fequente alla fauclla Hebraica, la quale, come huomini intendentiihmi 
di lei hanno difeorfo mcco.non patifee quello ornamcnto,e de* Tuoi ap- 
picchi fofpenfiui non fi può ragioncuolmcntc feruirc cosi fpcflo , c così 
fenza nccellità, che per la maggior parte periodica fi facia edintrccciata. 

Nè bifogna dirc,chc gli interpreti almcno,che in lingua ò Greca.ò La 
tinaia tradufiero, poiché quelle lingue patinano la intrecciatura , douc- 
uano intrecciarla e farla periodica: conciofiacofa, che forlc in niuna l'oc 
te di componimento è lecito allo’ntcrprctc il tir mutatione così notabi- 
le nella cofa tradotta, e tato in là non può in alcuna fcruturaarriuar l’au 
torità de* traduttori : ma certo nella paro la di Dio, c nelle fante fcrittu» 
re il far quello farebbe fpccic di facrilegio. Onde il nollro medefimo De 
mctrio Falcrco diede à Timoteo Filadclfo l’cfcmpio di coloro , che ha^ 
uendo voluto le fagrc materie à profane forme trasferire, in grauifiime 
calamità, per giudicio di Dio erano incorfi . Vero è che fin Girolamo 
nella epillola ad Tarnmachium de optimo genere interpretandt, dice, che il tra- 
duttore dee non verbum è verbo, fed fenfum exprimere de fenfu . Etili conlir- 
mationc di quello parere adduce l’cfcmpio di Marco Tullio, che fece il 
medefimo nel tradurre il Protagora di Platone , l’Economico di Seno- 
fonte, c due orationi in contradittorio di Dcmollcne Se Efchinc : Oltre 
J’autorità di Horatio, che dice, 

'N.ec verbum verbo cwrabit reddere fiditi 
Jnterpres . 

Ma altra cola è pioucre, come fi dicc,& altra è diluuiarc: e fe bene rn 
poco di varietà fi può ammettere nelle parole fra l’autorc.c l’interprete: 
nondimeno, fc quelli rutta una prolà di quello, di non periodica facelPe 
periodica, la licenza farebbe troppo poetica : e quando altroue fi porede 
ammettere , al ficuro nelle Icritture fagrc non fi può ardir tanto . Si che 
per quella ragione dunque primieramente purghiamo la nollra facra 
profa da ogni ombra di vitio, perche cucito, che nella latina , ò greca, ò 
italiana fauclla farebbe vitiofo, nò lo c ncH’hcbreaJa quale non ammet- 
te le intrecciature : negl’interpreti doueuano pigliarli tanta licenza, che 
con mutatione troppo notabile di non periodica, tutta una profa perio- 
dica facelfero . 

Ma palliamo piò auanti : c quando bene la profa Hebrca fede capace 
• d’intrecciata compofitionc , Se à coloro', che hoggi hebraicamcntc fcri- 
uclfcro, conucnifl’e lo fcriuerc periodicamente: nondimeno diciamo , 
che non fu uitio il non ifcriucre con periodo à coloro, i quali prima fcrif 
fero, che il periodico fcriuerc folfc rrouaro, nè introdotto al mondo.Ci* 
cerone de Oratore confclfa, che l’orationc , c la profa di Catone, ger al- 
tro cloquentilTima.non era periodica : nè però ne lo bialima; maJI difen 
de dicendo , che non fù uitio il non valerli d’ornamento , il qual in quel 
tempi non s’era ancora introdotto predo à Latini : fi come , foggiungc 
celi, vitiofanon fu la profa non periodica di que’ Greci, i quali innanzi, 
che il periodo fodc tiouato.la compofero. Che fe Demetrio in quella 
particella pare, che pcruitiofi danni, come non periodici gli fcritti d’Hc 
catco c d’Hcrodoto,non s*hl da intendere , che quelle profe allhora per 
qtk lì.i cagione uitiofe fodero, poiché non era ancora al mondo l’vfo del 
periodo, ma che uitiofi bora farebbono que* componimenti , clic fomi- 

gliant» 


$oprd h ParticeSd X Hit, iyj 

filanti \ quelli fi f -rmallero. in quella maniera, che non fecero male 
coloro , i quali mill’anni fono fabricarono fortezze non atte à rcliftcre 
«H'Artegliaria , quando IVfo di lei non v’era ancora > ma peifimamente 
farebbe chi hora fortezze tali edificarti;. Hora noi fappiamo, che nel te- 
ftamenro nollro antico quelle fante profe per Io più le migliaia de gli an 
ni furono fcrittc innanzi, che la periodica lini ttura venerfe ritrouata; dii 
quefe bene la lingua Hebrca foife capace d’intrecciatura (che habbia- 
modettochenon loc) adognimodoallhoranon l’haurébbc potuta ha- 
uerc, c perconfegucnzail non hauerla hauuta ilei non può edere attri- 
buito à diiferto alcuno . 

Ma paifiain' à quello, che pare.che di ftrugga tutto il fuppofito nollro: 
cioè , ouc fin quà habbiain fuppoilo la proia noftra fagra non edere pe- 
riodica, à dir adedò,che anzi lià ella i Tuoi periodinosi bene, così giudi- 
ciofa mente, c con tanta varietà pofti.che nulla piil.Pcr intelligenza del- 
la qual cofa sili dalaperc.chc come doppo Aridotirc fra’ Greci, e dop- 
poCiccronc fra' Latini , hanno le profe tre forti di mifure perdircosì 
i iìhu*.t*,k5k&, yjv'TtfioS'K, che i Latini dimandano incifa, membra, Se 
ainbitus, ò circuitole che limo picciolcttc claufiilc, clau fide maggiori, 
«d intrecciature di più claufulc fatte in giro ; così innanzi che quella for 
te di circolare intrecciatura fi ritrouade , non rcftauano però le profe , e 
Grece, c Latine dìiaucr tre maniere altrcli di componimenti , ciò erano 
le claufulettc,lc claulule, & in vece d’intrecciarti giri, que'pczzi di pro- 
da, che di più claufulettc, ò claufulc continouare con appiccamene con- 
giuntali, tra vn punto principale, e l'acro li ritrouano. Pcrefempio,lù- 
lloria d'Hcrodoto . Quello farebbe dato una comma , od vn’incifo che 
.Togliamo dire; Quedac l’efplicatione della hilloria fatta da Herodoto- 
£ quello farebbe dato cola, ò membro junaouc dice ; 

Atfìnechc i palliti fatti non s’habbiano da llingucre nella memori» 
degli huomini , & accioche i gran fatti coli de’ Greci, come de’ Barbari 
non vengano defraudati della gloria.e fama loro, 

E quello pezzo di profa,chc farebbe egli dato 1 Noncomma,chenó 
è vna picciola claufu letta : non cola ,ò membro , che non è vnaclauful* 
fòla : non periodo , come intendiamo noi aderto; perche le ducclàufulc 
non lònodaappiccainenti fofpcnfiui intrccciate.Che colà dunque ?Pur 
periodo ; naain quella manicra,che intendevano erti allhora.chc per p*> 
riodo pigliammo ruttoil corfo di più daufule, chenon intrecciate ,-m* 
conrinouatc fi ritrouauanodavn punto principale all’altro , Ecosì veg- 
giamo, cheprima che fi troualfeil periodo propriamente detro,chc è il 
circolare,purc periodi fi trouauano,ch”erano la terza mifnra de’ compo- 
nimenti nella profii doppo grincifi ci membri, nè altrofignitìcauano, 
che Io Ipatio di clanfulcconrinouatc , non inrrècciare , dalfuno all’altr» 
ponto principale. E quelli tali periodi fenza intrecciatura haueuano an- 
che gli Hebrei, e molti Tene trouanonc i loro gcj}uKim,c\ oc fparij dapó 
toà ponto . Vero è, che quanro alla ponruationc nello Icriuercandau*- 
no già gii Hebrei aliai condili, enonmcrrcuanoncllc fcrimirc loro nè- 
virgolane mezzi póti,nc ponti principali.ondediccua Hclia Imita Rab 
bino, che turca la Icggealtre volre non hauendo dillinrionc nella feruta 
radi ponri alcuni , pareua vn ponto principale Co\o fotalex crat quafi pjfuJZ 
mairi , fan. Girolamo nel Prologo d’iilau,c nel fecondo Prologo del P*- 


Sopra la Vorticella XV. iti 

/riftotile , e Cicerone ; ma doppo ciafcuno di loro fono Rate fatte : Co-' 
me in greco fono (late o fatte ò tradotte tutte quelle del Tellamcto nuo- 
uo , dall’Euangelio di fan Marco in poi,il qual crediamo, che folle fatto 
in Latino. Perche fc quelli autori fcriucuano in lingua capace del pe- 
riodo circolare , e fc già era c®li trouato , c da gli eloquenti veniua fre- 
quentemente vfato,pare ch'erti ancor luuelTero douuto valerfene, c feri 
ucre non diftcfamentc , come hanno fatto per lo più, anzi con iftruttura 
periodica , ed intrecciata . Ma à quello diciamo primieramente, che più 
periodi circolari Jfi ti ouano fenza dubbio nel Teltamento nuouo, che 
ncll*anrico:c polche quando niuno ui fc ne trouafTc,bifogna ricordarci, 
che gli autori di dette fcritture Hcbrei erano , c le prediche haueuano à 
riferire di Chrifto fignor noilro fatte in Hebrco ò Siriaco, che vogliam' 
dire : Se era ragione, che continouando le loro fcritture à quelle de’ pro- 
feti, le formadero quanto più era poilìbile nel tiicdclTmo Itile. Senza che 
battendo più del femplice affai il periodo amicò , che il tnoderno , non c 
marauiglia s’a quella maniera di dire , piacque al Signor , che s’attenef- 
fcro. Bafta,che pigliando noi periodi nell’antica figniticarione , cfTì an- 
cora quanto conueniua, c con la varietà, che nel Difcorfo fogliente mo- 
(lreremo,periodici furono; In modo,chc fc ben femplice , non però vi- 
tiofa ne anche in materia d’clocutionc può dimandarli la profa loro. 
Che dotterebbe erterii fine di quello difcorfo, fenon ci ricordammo 
quello, che promettemmo nel difcorfo duodecimo, in materia d’cfcu la- 
re Sant’Agoftino vVitorno alla cognitioneò nominatioric del periodo, 
perla qual cofa diciamo dunque, che fant’Agoftino ottimamente co- 
nobbe, che alla moderna, periodo non può cfferc , oue fofpcnfione non 
fi troui, ed intrecciatura: ma dando efempi; nelle fcritture fagrc, alla 
foggia loro prefe molte volte il periodo, cioè all’antica: e però none 
marauiglia'fc per efempi, di pcriodidicfcritrurq, appòrto qualche volta 
claufule non intrecciate : macontinuate (blamente infiemc . 


PARTICELLA 

SESTADECIMA. 

TESTO DI DEMETRIO' 
Tradotto da Pier Vettori. 


7{obo enim ego ncque periodi: bis totani oratmem connettere , vt 
t fi Gorgia orano : ncque difiolutam efie totam , vt futa pnfea , ve- 
_ _ rumnwctam e/]e potili s ex ambobusifte cairn & arte fabricata ora- 

fa era ,& fimplcx fmul, & ex vtrifquc iucunda . 1 1 ncque valde vulga rii ; 
t . L ncque 



1 6 1 fi Predicatore del^PàniganU 

ncque falde exquifita . Sonni qui crebras periodo r dicura , ncque etiant Capi- 
ta facile flant, vt in vinolenti t , (3 qui audiunt naufeant , quia alienum id efl i 
Juadr ndo : quandoque etiam eduat finti periodorum , cum prouidcant litoti & 
prius clamitant . 

PARAFRAS E. 



Vttauia,corTiCdiccmmo,anche nel parlar periodico può 
effer eccedo : e però nè vorrei io, che Ja profa rutta di 
non tramezzati periodi foflc, come quella di Gorgia'; 
nè tutta dirtela fenza periodi , come la faceuanogli an- 
tichi; ma inilla, e variata, hor di quella maniera, & hor di quella; 
che così , fenza dubbio, nufeirà ella,artifìciofa inficine, e lenz’arte; 
E per la uarietà farà molto dilcttcuolc, nè verrà àdarc,ò nel uolga- 
re,òncltroppo elquilìto. Quclhcerto, che con perpetui periodi 
ragionano, anch'ellì flcllì ne patifcono, perche da tanti circoli bor- 
diti , quali còri, bif'gna per forza, che col capo feguitino la lin- 
gua . Ma quelli , che fentono ; da sì continouo e palefe artificio, nò 
folo non vengono perfuafi,marcfianoftomacati,&hauendo dalla 
continouata conformità imparato il Tuono della terminatione , be- 
ne fpello preuengóno il dici torc,c prima ch’egli io faccia, ad alta uo 
ce dicono cfli i fini de' periodi . 


COMMENTO. 

j 

G Onclude finalmente Demetrio quello , che i fiata fua principale mtentio- 
ne dalla quartadec'tma particella fin’ à queflo luogo , cioè , qual e dunque 
babb'ia ad eflerc la virtuofa profa , & alla Vcripatetica cauandola virtù dal 
meggo, quella Jota profi lauda ', che noti dia ne gli efìretni , che nè tutta -è 
fitta di "Periodinoli , ni tutta fenga periodi , ma ccn gmdiciofavarictà bo- 
ra di fieramente , & bora periodicamente ragiona . Che fé in queflo luogo 
parlando delia profa troppo periodica non ne nomina per efemp 'to , fé non 
quella di Gorgia , fenica far più mcntione nè d’Ifocratenè fi ^Jdlcidaman - 
te ; per vna di due cagioni può effere : ò perche non occorre il replicare fem~ 
pretonnoia tutte le fopraiette cofe : onero peri he , comedlcemmo , da (jor- 
già tuttedue gli altri impararono. Sgh diquejta virtuofa, emijchiata pro- 
J a mette tre lodeuoli effetti . 

Vw , ch’efla pare artificiofa , e fempliee infume , ilehefebent alcuni han- 
no cfpoflò , che a luogo à luogo pare artificio fa , & à luogo à luogo fempliee : 
■à noi nondimeno i qui fla e fpo fittone non piace : perche ad ogni modo ne i luoghi, 
cute pareffe artificio fa , darebbe fofpetto : e però intendiamo noi , che parrà ar~ 
tifciofa fendane , cnè , che l'artificio Jarà tanto coperto , che altri gì udii he - 


Sopra la Particella XVI. x 6 j 
tà , che il ragionante parli di quella maniera per natura , ò almeno perhabito 
invecchiato, fenica mettervi più ponto di curio fa Jollecitudine . 

Il fecondo effetto della profa tale , dice Demetrio , che fa rà porger diletto , e 
queflo diletto concediamo noi, che nafeerà dalla uarietà , dal fuggire quella no- 
ia, che rifiatile diceva efjere follia à nafeere dalle difiefe profè ; e finalmente 
tue dice Demetrio , che quella uirtuofa prtfa non darà nel troppo vulgare , nè 
meno nel troppo e (qui [ito ; dal Greco in ucce di dire , che non eritcxquilira, 
altri hanno tradotto Sòphi/iica, altri elaborata, altri elucubrata, e fimth, 
e tutti hanno voluto dire il medefimo, perche i fofifli erano quelli, che con trop- 
po feoperta affettatone polivano, c lifeiauano i loro ragionamenti. Vaffa poi De 
metrio à ragionare della troppo periodica profa, della quale pure tre difetti rac 
coglie-, uno dalla parte di quelli, che la pronontiano , e due dalla parte di quelli, 
che la fentono . E neramente , quanto al primo , diligcntiffma è Hata l’auuer. 
tema di Demetrio, e ueriffima ; perche noi veggiamo per ifpencnza negli ar - ; 
ringhi , e nei pergami ogni giorno , che quelli i quali affettatamente intrecciano 
leprofe ; nel recitarle vacillano con le tefle, e fanno certi movimenti, dx rotti-, 
nano la principale parte dell’oratore , che è l'attione . <JMa la cagione fier la . 
quale chi recita frnili profe non fi fermi col capo,non è sì chiara. Demetrio qui 
raffomigliandoli à gliebri,moflra cbe'l difetto venga, perche la tcfla vada lo- 
ro in giro -, & è uenftmile, perche fi come quelli , ihe molte volte co'l corpo gi- 
tano, reflano f lorditi £ non pofiono fermar fi ; così ouc l'uitdhtto per tanti pe- 
riodi , che tutti fono circoli , hi cambiato vnpcgzo , è qua fi ncceflario , che in. 
fin nel corpo trabocchi queflo moto circolare * . 

esfltri dicono , che queflo nafee da uana compiacenza ; perche credendo 
queflt tali con la fouerchia lor affcltationc di riu/iirèmaraiugliofi,infin col mo- 
to del capo ap plaudono à ft fUffi , e qua fi pavoneggiando fanno ruote ; difetto , 
che fi vede efprefiffimo anche ne’ Cantanti , de quali alcuni per la mala, e troppo 
affettata maniera del ratificale componimento , & altri per naturale leggerez- 
za, ò vaniti fanno ntliantare vnmeuere di capo tanto (lomacofo , che nulla 
più . £ (ficerone nel fecondo de legibus de' cantanti de’fuoi tempi lo difie con 
qùefle parole. * . 

■ IUaquidem, qua lblcbant quondam compierti fcueritatciucun- 
da.Liuunis,& Nauiams modi», nunc uteadem cxultent, ccruices, 
oculofque paritcr cum modorum ficxiombus torqueant . 

Il fecondo diffetto della proja , troppo periodila , è dalla parte di quelli, che 
fentono , i quali , dice 'Demetrio , ciac fi Jlomacano , perche la detta profa non 
è aitai perfuadere \e dice bcnifjimo , che quando j aitiamo chi con troppo af- 
fettato, & troppo ejquifito ragionare cerca di perfuadere , non folo non ci per- 
vade , ma genera in noi ordinatamente queflt quattro effi tti, fufpicione fatte- 
ti, tuufca , & odio . 

• "Primieramente dal ni olio fludio , che veggiamo ch’egli hi mefjo in volerci 
perfuadere ,c’infofpcttiamo , e dubitiamo , ch’egli ci voglia ingannare . -Ap- 
fttrffo, quella perpetua conformità d Jatia ; Indi ci fa Jlomaco , e finalmente 
‘ ‘ L » fio- 


I 6/\ Il Predicatore del Panigarola 

filmatati, nonpoffiam più patire di fiar" à feriti) e , e pigliam' odio grande à 
ibi ragiona . Ma belltjjima auucrtcnfa è vn' altra di Òtmttrio e] uà , oue egli 
nota , chi fe altri parla fempre periodicamente, bifogna , che termini femprcm 
una conforme deftnenza , la quale imparata dagliafioltanti, prima ch’il dici- 
tore finifca, il contro fanno, Cf preuentndolo per ifcbcrzo damo à ridere d cir- 
condanti : La conclufione finalmente di quefla particella è quanto à quelli, che 
hanno d’adoperare i periodiche il non adoperar mai altro, è vitiofa co fa, e l’ado 
perargli alle volte è gran virtù, e come dice Qcerone nell’oratore, quello fi fiat, 
intolerabilc vitami cft : quello , nifi £at,diftìpata,& inculca, & fiucns 
erit oratio . Bifogna fiore nel me^o rnifchiando dilìefa infieme , e periodica 
profa : fe farai troppo periodico, come dice Cicerone ad Brutum,de t nduiìna 
hfìum apparcbil, Je troppo difìefo, nimisdiflolutumhocerit, & vul- 
gare ; e di quefie due cofe ; la feconda non farà diletteuoleqe la prima farà odio 
fa all' afcoltante . E tanto bafli per ifpo fittone della lettera di Demetrio . 

ficìlcrebbc bora , che fi come di fapra noi demmo efempi della profa vi- 
tto (amente d flcfa, così qui ne apportammo , e della vitiofamente periodi-- 
ca, (5 della vitiofamente mifchiata . 

UWa per quello , che fpetta al vitio , lubrica cofa è il ragionarne : ^Alcuni 
pongono la bocca afiai alto , e dicono, che gli -A folani di Monfignor 'Bembo non 
fono ponto meno periodici di quello, che fieno le cofe d'Jfocrate : Et in vero mol- 
to ritorto è il fico modo di dire. T ulta -zia io ad altri ne lafcio il giudicio , (i 
mi ballerà il mettere quà (otto il principio del fopradetto libro , il quale è 
quello . 

Suole à' faticofi nauiganti e. fiere caro ‘.quando la notte da ofeuro, etem - 
peflojo membro afialiti, & fofpinti , nè Hclla feorgono, nè cofa alcuna ap- 
par loro , che regga la lor vita : col fegno dell’indiana pietra ritrouarc la 
Tramontana mguifa , che qual vento fajfif,& percuota , cono fccndo lor tol- 
toli potere ,& vela , & gouerno là ,doueeffi di giungere procacciano, ò al- 
meno doue più la loro falute veggono , à dirizzare . £f piace à quelli , che 
per contrada non vfata caminano, qual bora à parti venuti , doue molte vie 
facciano capo in qual più tojlo fia da metterfi non feorgendo Hanno in fui 
piè dubitofi , e fafpefir, incontrare chi loro la diritta infogni ; fi ch'effi poffi- 
no all'albergo ferrea errore, ò forfè prima, che la notte gli fapraggiunga-» 
peruenirc., . 

Ter la qual cofa auuifando io da quello, che fi vede anuenire tutto di, pochif- 
fitr.i cfferc quegli huomini : a’ quali nel percgrinaggio di queHa nofira vita mor 
tale, bora dalla turba delle paffioni fa (fiato, Ù bora dalle tante , e così al 
vero famigliami apparenze d’oppinioni fatto incerto , quafi per lo continouo , 
edi calamità , e di ( corta non faccia melìiero ; Ho fimpre giudicato gratiofo 
ufficioper coloro adopcrarfi-, i quali dille cofe o ad effi auuenute, ò daaltri 
apparate -, ò per fa medefime ritrouate trattando à gli altri huomini dimo- 
Slr ano, tome fi pofia in qualche parte di quefio perighofo corfo , & diquefla 
firada à fmarire così ageuolc non errarti . Tercioche , qual più gratiofa _* 


Sopra la Varile ella XP. 16$ 

tifa puoi’ efiere , che il giouare altrui , ò pure , che fi può quà già fare , che ad 
huomo più fi conuenga , che efiere à molti buommi di lorbene cagione ? Et poi 
Jè è lodatole per fe, che in ogni maniera è lodeuoliffmo vn' huomo folo fenzafal 
limentOffaper viuere non intefo , & non veduto da per fona, quanto più è da cre- 
dere, che lodar fi debba vn’ altro; il quale (3 sà effo la fu a vita fen^a fallo feor - 
gere, (3 oltre à ciò infogna & dona modo ad infiniti altri huomini,cbeciviuo- 
nodi non fallire^} 

filtri pafjano anche più sù,e dicono, che il medefimo Boccacci nella Fiam- 
metta, e nel Labirinto alle volte è flato troppo periodico: Se bene tutti confefla- 
no , che oue non fi hà da perfuadere,fi efeufa in qualche parte quello difetto : E 
quanto alle nouelle concedono tuttoché fi come Cicerone nella lingua Latina, co- 
s ì il Dccamerone nella nofl ra è flato g ran maeflro di quella va rietà,che Dcme 
trio ammira nelle profe ; Cicerone fi vede , che alle volte comincia leorationi 
con periodi, come quella "Pro V. Sextio dicendo . 

Si quisantca, iudices, mirabatur quid cflet,quod protantis opi- 
bus Reip. tantaque dignitacc imperi; , nequaquarn iàtis multi ciues 
forti, & magno animo inuenircntur,quiauderentfc,&falutcm fui 
in diferimen oflferre,pro ftaru ciuitatis,& prò communi libcrtate;cx 
hoc tempore miretur potius fi quem bonum & fortem ciuem vidc- 
rit,quaai fi quem aut timido, aut fibi potius quam Reip.confulentc. 

Cadile volte comincia con ragionar diflefo,Come prò Qu.Ligario. 

Nouum crimen, C.Caelàr,& ante hunc diem inauditum, propin- 
qua meus ad te Qu.Tubero detulit Qu.ligarium in Africa fuiflend- 
que C-Panfa, praefian ti vir ingcnio , fretus fortafle ea familiaritate, 
qua: dì ei tccu.r.,aulus eft confiteri.Itaque, quò me vertam nefeio. 

E quello che feguita . oue hà ragionato vn poco con ritor cimenti, fi 

vede , che fubito caccia delle tlaufule difleje , (3 in contrario, come farebbe à 
dire, prò C. Milane.,. 

Etfi vercor, Iudices, ne turpe fit prò fortiflimo viro dicere inci- 
pientetn , timere , minimeque decear,cìim T. Annius Milo,ipfe ma- 
gi s de Reipub. falute,quàm defua perturbetur,meadciuscaufiam 
parem animi magnitudinem afferre non poflcjtamen hiec noui iudi 
ci; noua forma territ oculos; qui,quocunque incidcrint,vcterem có 
fuetudinem fori , & prifiinum morem iudiciorum minime vident. 

In fin’ quà il ripiegamento è grandiffimo , è però fubito caccia due membri 
difciolti; Noncnimcorona conicnfus verter cinftus efi, vtfolebat; 
non vfitata frequentia fiipati fumus. £ poi olendo tornare alla forma pe 
r iodica, non torna però à così gran gii o, come fù quel primo, ma ad vn picciolo 
periodo di due membri foli,e dice Nam ìlla pra:fidia,qua: prò templis om 
mbus cernitis, etfi contra vim collata l'unt ; afferunt tamen oratori 
horroris altquid. £ così và profeguendo con marauigliofa varietà . fi 'Boc- 
cacci anch egli talhora cominciò à ragionare periodicamente , come farebbe, 

tinnendo Elifa con la fua compajfioneuoU nomila il fuo donere fornito-, Filo- 

L j mena 


1 66 11 Predicatore del Panìgdrotd 

mena >{ eina , la quale bella, e grande era iella perjoua, 3 nel nifi più che altra 
piaceuole, e ridente, [opra fe recatali dille. 

Ta'hora la fio tutte le claufule {enea intrecciarle, tome nella giornata quar 
ta alla nocella fella-» . 

Quella nouclla , che Filomena baueua detta ,fù alle donne car'iffima , per. 
ciò che affai volte baueua no quella cannone vdita càtare, nè mai baueua potuto 
fcr domanda re, fapcre, quale fi foffe la cagione, perche fofle fiata fatta. 

Et mena fieffa tirata di parole molto bene fi vede, che varietà vfa l’iflcff», 
quando per e f empio con vn periodo di tre membri dice. 

Fiera materia di ragionare u’bà Ijoggi il nojlro I{è data, penfando,cloe doue 
per rallegrarci venuti (iamo,ci conuenga raccontare l’altrui lagrime . 

•Apprcffo vfa due membri più to(lo iifciolti,ò fe pure catenati^on poc biffi- 
ma catena congionti, quando dice. Le quali dire non fi poflono , che chi le due, e 
ehi l’ode, non babbia compaffionc. Et oltre di ciò, per più fìupenda uarietà ]og- 
giunge fubito un nembi o condente dafe fleffo. Forfè per temperare alquanto 
la letitia battuta à’ giorni paljati l’bà fatto ; 

Tornando finalmente un’altra volta al parlare ritorto in quella maniera. 

C Ma che, cbeje babbia mofjo, percloe à me non conutene di mutare il fuo pia 
tere,vn pietofo accidente, anq fuenturato,& degno delle voflre lacrime, vi rac- 
conterò. Ma di coti fatte varietà è tutto pieno quello non mai à baflan^a lau- 
dato Autore f troppo bene da gli fcrit ti di lui fi vede, quanto fi debbano fuggi- 
re gli eflremi , e quanto fia virtuofa vna profa , nè in tutto dtflefa , nè total- 
mente fatta di periodi . 


DISCORSO ECCLESIASTICO. 

B I fogna , qualunque volta de’ periodi in materia eccleflaftica ragio- 
niamo, farri fouuenir quello, che nel Dallato difeorfb dicemmo : 
ciocche nelle fcritturc notlre canon iene, cosi antiche.comc nuo- 
ce, fe bene per dinerfe ragioni, nondimeno con la ftefia maniera» noni 
moderni; ma gli antichi periodi vengono vfati : Vogliam dire, non grop 
pi di claufule intrecciate in giro ma da un ponto principaleall’altro al- 
cuni corii di claufule continuare da congiuntiui appiccamcnti . Il che 
fuppofto fi come fù facil cofail moftrar nel difeorfo pattato, che non è vi 
liofa la noftra fagra profà per di fcioltura ; cosi farà agende il moftrar 
horach’ctta non dà- nell’altro e fi re irto d’e fiere (bucrchiamcnte periodi- 
ca : ma che, come vuole apunro Demetrio, che fia la u irtuofà profa mi 
fchiara giudiciofàmentc , e gratiofamente di ragionar hora difciolro , Se 
hora periodico. Sant’AgofiinonelmoItcvolrc allegato da noi libro 4, 
della Dottrina Chriftiana, doppo hauer traferirto di parola in parola vn 
pezzo deirvndccimo capitolo della feconda cpiftola a’ Corinti; dalle pa 
role Iterum dico, in fin’allc parole, in ijs.qns infirmi ratis mere funt.glo- 
riabor incidili .unente : apunto nota, come quefta medefiina varietà di 
dire, hora periodica, & hor diftefa habbia dato ornamento mirabile 1 
quella profa . Porrò autein qui nouit,agnofcit, dice , quòd ea carila , qux 

rorn» 


Sopra la Particella XVI, i6j 

CO mmara" Greci vocant&r membra, &<rircuirus , cùm decenriffima va- 
rietale intcrponercnrur totani iltam fpcciem dittionis , tic quali cius vili 
tum.quoetiam indo&i dcledlanrur,mouenturque,fccerunt. E per ino- 
ltrar che lacofa llà così, cominciando da un capo, eseguendo fin’all’ulri 
mo,dice che nella detta profa primieramente fi nona circuitus bimem- 
bris, poi, fequitur dius trimembri!. apprefib , T ertius qui fcquitur membra ha- 
betquatuor. Quarti!! duo babet , & quintus boba duo : edam fexrns bimembri! efl. 
Toiyfcquulur irta Cafa : deinde ma membra: additi» inde trimembri s circuitiu:binc 
fmguhs oc fu interrogando pofitn > [iugula etiam cafarefponfione redduntnr trial ri- 
bus . Quarto vero cxfo J muli intcrrogatione pofito non alterius cafi , fed membri 
oppofume refpoudet . Inde cxfa quatuor funi fequentia . Detnde interponi tur tre- 
tas circuitus . Inde reditur od cxfa , & ponuntur tna . Deinde quatuordecim cxfa 
iecentijftmo impetu profiuwit. Voli bxc interporne trimemkrum circuitum , & bine 
duo membra percuncl adone f abiurigli* Tojiremò totus liìc qua/i anbclans locus bi- 
membri circuiti! termiuaiur. Che in ueio fu gran diligéza di ùnr'Agoftino: 
ma grande argomento per far chiaramente conofccrc,quanro fia bella la 
fagranoltra profa per quella uarictà di parlare hora periodico , horadi- 
fciolto, che loda tanto Demetrio in quello luogo . Noi nel Difcorlo pafc 
fato ad altra occafionc inoltrammo la medefima uarierà, nel principio 
del Tellamento antico: &ilmedcfimo polliamo fare hora facilmente 
nclcominciamcntod’aIcun’uangelO)Comc farebbe di quello di fan Gio- 
uanni,oue ecco un periodo all’antica di tre claufulc continouate per có- 
giuntiuc copule tìn’al primo ponto principale . 

In principio eroi ver bum, & verbum erat apud DcH>n,& Deus erat verbutn. 
Dcppo 11 quale per lafciar rcfpirare il leggitore : cccounjncinbro fo- 
lo fin'all'altro ponto. Hoc erat in principio apud Deum. E poi pure un’al- 
tro periodo,ma di due membri folamentc,ò di due membri & un’incifiv 
Omnia per ipfumfatla fuut : & fine ipfo fablum csi mbil,quod/atlum cfi. 
Apprelfo un periodo di quattro claufule . 

In ipfo uita erat , & iòta erat lux hornmum, & lux in tenebrit lucet , &■ tenebra 
eam non comprebendctum . 

Conuicne poi rcfpirare: e perciò ecco un’ membro folo con un’incifctto 
dentro, fuit homo mifjus à Deo, cui nomen cratloanncs. 

Hora torniamo a' periodi,&: ecconc uno di tre membri • 

Hic venit in tdhmonium , vt tdlimonium perbiberet de lamine > vt orrmes ere* 
dercnt per diurna . 

Doppo il quale un’altro nc feguitadi due membri, che non folo è pe-> 
riodo all’antica : ma fe ui fi fottointcnde l’appicco fofpcnfiuo<jttid«M è am. 
che periodo circolare alla moderna , come fc d ieelfimo - 
'Hpn eratquidcm illc lux . fed ut tdhmonium perbtbcret de lamine. 

E cosi li potrebbe andar decorrendo per tutto il Vangelo di quello 
gloriofo Santo, c per tutta la noltra profa fagi a , che fempre lì trottereb- 
be la medefima uarictà. Che fe dalle fcritturc canoniche a’ componimc 
ti dc'fanti noli ri padri uogliam palfarcjin quelli, quanto più dall’anrichi' 
tà fi fono feoila ti, tanto più frequente trottiamo l’ufo del periodo circo- 
lare : ma fempre congiunto con quella uarictà, la qual fi richiedc,pcrche 
la profa non diane gli eftremi . Per efempio,nclla famofu epillola di fan 
Girolamo ad Paulinum : ecco ilcominciamento da un periodo circola - 1 
tc, fofpcfadaunpartidpio,ediducmembri. . ✓ . , » 

- • ■ > L 4 Frater 


1 6 8 11 Predicatore del PamgaroU 

Fr.tfer imbrofius tuamibi munufcuii dcferens ; dentili fnnul ir fuauiffimas 
irti eros . Et ecco attacataui con vn rclan uo, vn membro foto . 

Qm à principio amicitiarum fiderà probatxiam fida, ir vettris amicitix pro- 
feti boni . 

Che fù grande artificio : percioche , come diremo più bado à ilio luo- 
go, (e quello componimento folle flato in genere più magnifico , come 
vnaorationc, òcofa fi mi le, farebbe llatopiù conucnicnte l’intrecciar 
tutte tre le claufulc dicendo . 

Frafer ^tmbrofuts tua mibi munufeuLx defercns , cxs fmiul detulit , & fuauijft- 
m.ts luto- us , quo d principio amicitiarum fidem probatx iam fidei & veterii mi- 
cino prsfercb.vit . 

Ala perche erauamo in genere più familiare,cioè in vn'epillolare com 
ponimcnto , perciò la intrecciatura circolare di tre claufulc nel comin- 
ciamento parue a fan Girolamo , troppo gonfia : e la mitigò intreccian- 
do le prime due fole , c l’altra aggiungendo , non con altro appicco,chc 
d’una relationc . Che non fece poi così nel periodo fegucntc , il quale, - 
non, elfendo così nella fronte della Epillola, non fece cafo,^ chefofTe 
tutto raggirato, come lo fù di tre membri intrecciato, e col fccondo iat- 
todi tre ineifi dicendo. 

Ver* enim ili a ucce ([nudo cjl, & Chrifiiglutino copulata ; quarti non vùlitas rei 
fumili aris, non prp fallii tantum cor por um , non fubdolair pai pans. adulano, fc A 
Da timor ir di umor um fenpturarum (ludi* conciliane . 

Seguita vn membro folo : con attaccatone vn’altro ; ma ò con appic- 
co congiuntalo fidamente, ò fc pure è fofpcnfiuo , co’I compagno non 
efp licito ; ma fottointefo . 

Legimus in veteribus hi fiorii t quo fdam lufirqjje prouinci.ts , nouos adipe popi*- 
lohtnaria tranfìjfe.ut eos,quos ex libris Houeranttcoram quoque vidcrcnt . 

Che s’haucflc huuuto à dire quello cócetto in più magnifica nota,hau 
rebbe nel primo membro fpiegata la fofpcnfione , dicendo , 

Legimus in veteribus hi fiorijs quofdam e* tantum ratione lufirajfc prouinci.ts 
ircet ut coi ex Ubris &cet. 

Seguita vn membro folo, ma pieno di piccioli concili . 

SicVythagoras Memvliticos vatesfic Violo ^fegyptum, & -si re bit am Tarrnli- 
uum ■ camque or am 1 talliti qua quondam magna ‘Grfcia vo‘abatur , labonojijfimè 
peragrauit . 

E poi ecco due periodetti piccioli di due membri l’uno . il primo. 

Vt qui » Atbenis magt(ìerera,ir potens,aiiufque dottrinami cademicagyu, nafta 
feijonabant fiera peregiinus atque difiipulus . Et i I fecondo . 

Malcns aliena vereconde dijeere, quarti J'ua impudenter ingercie . 

E con quella medefima varietà và fempre feguitando . Fra’ nollri Ita- 
Iiani : Monlig.Cornelio,pcr cfempio,nel principio della terza parte della 
predica del configlio di Dio , c de’ Giudei contra Chrillo, fi vede, come 
ferba la medefima varietà, clic crefcendo fempre,prima mette vn mem- 
bro folo , poi vn periodo di due, poi uno di tre in quella maniera. 

E x degna d’huomini veramente il compatire a i miferi, & à gli infelici 
Padre Santo. Ch’òun membro folo, poi, 

E V. Beati cudine sà, che di Chrillo fcgnalatamente dice fan Paolo, che 
era compaflìoneuole , e che Iddio benedetto volle , che folle tentato in 
ogni cofa , v t polle t compari intirmitatibus noftris . 

Ch’c 


S opra la Particella XV L 1 69 

Ch’è periodo di due mcmbri,fe bene con una fofpcnfione fortoinrefa • 

E finalmente, E forfè anche San Pietro fu lafciato, oltre gli altri rifpct- 
ti, cadere sì graucmcntc , perche hauendo ad eller Papa , non folfc sì au- 
ftcro à gli altri, come folcua efTerc à fc medefimo. 

Ch’c periodo chiaro, e fpiegato di trqclaufulc . oue incidentemente 
quanto al principio di tutte quelle paròlc,allcgate da noi, ci gioua d’ac- 
cennare quanto fuggifle la vanità in qucfto Monfign.Corpclio,e quanto 
forte modello non alludendo à quel luogo d'un’autor vano , oue infiniti 
altri haurebbono hauuto per una gratiofa facccntcria d'alludere, anzi il 
valertene , & in uecc di dire come difle Monfig.Comelio . 

E* cofa degna d’huomini ucramente il compatire à i miferi, & à gl’in- 
felici Padre Santo. Haurebbono pauoneggiando detto. 

Humana cofa è ucramétc,haucr cópartìone degli afflitti Padre Santo. 

Ma di quello balli.II Padre Partauanti anch’egli c uarirtìmo nella pro- 
fanine farebbe oue quali nel principio dello fpccohio della pcnitcntia, 
primieramente mette tre membri non intrecciati ; macontinouati fola- 
niente,come faceuano gli antichi di quella maniera. 

La prima cofa , che conduce à far pcnitentia , è l’amore della gullitia: 
& è giuilitia una uirtìi,che tiene la bilancia uguale e diritta, e rende a eia 
feuno fuo debito: la quale ogni animo diritto e buono dee amar in fc , e 
inalimi. Apprcrtb mette un bellirtìmo periodo circolare con intreccia 
ture di due membri ornati , cioè contrapolli. 

Horacomc l’huomo.che adopera bene, c uirtuofamcntc uiuc, merita 
fecondo dirittura di giuilitia guiderdone , c premio : così l’huomo,chc 
adopera male, c uitiofamente uiue, merita tormento, e pena. 

Seguirà un’altro periodo di due inebri con una pareteli in mezo,così. 

E imperò cóciofiacofa, che tutti liamo malfattori^ pecchiamo difub- 
bidiendoallalcgge di Dio(chc non è altro peccare, come diccfant’Am- 
brogio,chc trapalfar la legge di Dio, c difubbcdirca’ fuoi comandamen 
ri ) leguita che giullamcnte noi meritiamo tormento e pena. 

Qui ndi con un’ membro folo ci lafcia ripolare dicendo , 

E dee crtere la pena fecondo la diuina giuilitia per lo peccato eterna, 
e fenza finc.Poi aggiunge due periodetti di due membri l’uno.I! primo. 

Ma la diuina pietade benignamente fguardando l’humana fragilità ; 
mitiga la feucrità ed il rigore della giuilitia, con la dolcezza della filami 
fcricordia,; Et il fecondo, 

E la pena eterna ifeambia in pena temporale à coloro, che fi pentono 
d’hauer mal fatto, e peccando haueroffefa la diuina bontà . 

Ci dà poi fiato con due membri, totalmente dilciolti , uno doppo l’al- 
tro quanto à intrecciature ; 11 primo ; 

Onde hà proueduto del fagramento della penitenza . 

Et il fecondo. 

La qual hà uirrvk infinita dall’infinito merito della paffion di Chrillo. 

E coli uàgiudiciofamcntc milchiando tutta la profa fua.E così trotte- 
rcmo.chc hanno fatto tutti i nollri buoni fcrittori ecdefiallici, c Latini, 
& Ita iani.non punto meno di quello, che uanamentc fi gonfino d’hauer 
fattogli tlimati per più eloquenti fra’ Gentili e nani compofirori di prò 
fc : nè à noi in quella materia pare ò ncceir.irio ò conucncnole il fermar- 
li più lungamente . Solamente oue Demetrio nella parole di quella 1 6. 

P»rti- 


jyo 11 'Predicatore del Panìgarola 

particella dice, che uorebbe, che la profa folle non folo arte fabricata $ 
inafimplex fimul, e che non ellcrvaldecxquifita, di qui cominciamo à 
cariare quanto fia vero quello » che ne’ prolegomeni ecclefiallici dicem- 
mo di lui,cioè,che fra tutti i macftri del dire, ninno trattò mai l’clocutio 
ne in manièra più conforme allà nottra chrilliana eloquenza.* che gii 
vcggiamoquà, ch’egli conofcc molto bene, come con l’irtiricio potrà 
ftar congiunta la (implicita :c che anch’egli vuole che la fua eloquenza 
fia in fimplicirare,& odia cftremamcte la (ouerchia alfetratione, Se ifqui 
fitezza di maniera,chc batta à mutar i fini, cioè ouc Demetrio non vuole 
che damo troppo elaborati , affine , che l'oratione nottra non paia fatta 
in oflcnUtioiie ingenti ariit -, noi habbiamoad hauer per fine il far, che il 
nottro ragionare lia in ojienutione fpiritiu . Del retto quanto al precetto , 
ccccllcntemcte feruc egli quello di douer fare, che la|notlra arte lia fera- 
plice.echc non vi appaia dentro ifquifitczza, così è molto più alla nottra 
chrittiana eloquenza, come all’altra. Dice vn’altracofa Demetrio in que 
(la medefima particella , cioè , che ouc vn’oratorc troppo continouarì 
faccia i periodi, gli afcoltanri ne imparano la terminatone , c preuenga- 
no il dicitore, e dicano elfi lldfi prima quello, ch’egli dee dir poi. 

Cum prsuidcMtypriut clnrmtant. Dalla quale auuertcnza, ne cauiam noi 
per gli predicatori noltri vna regola vniuerfalc; che non deono fefuar 
mai così perpetuamente l’vfanza di dire alcuna particolare parola ò co- 
fa in alcun luogo certo della predicabile il popolo arriuatoà quel tal luo 
go fia certo di douer fentirc quella tal parolao cofa ; percioche ne nafee 
il medefimo afiurdo;cioè,chc prtut dumi (mi. la dicano prima gli afcoltan 
ti , c compiacendoli d’efierfi appolli.nc ridono l’un con l’altro,e ne fan- 
no vna mczzacanzon e. Vn predicatore fatnofiflimoc valentilfimoho 
conolciuto io, il quale tutte le fue prediche cominciaua da quella parola 
Sc,e certo con molto giudicio, econ molta gratia. Tuttauia frenando- 
mi io vna volta per douer fentirc vna fua predica.chc fù poi bellilfima, e 
dottiflima, clfcndo egli già nel pergamo,c llando per cominciare, fi fen- 
ti fra l’auditorio un’ bisbiglio di voci.chc tutte diceuano Sc,Sc,Se,com- 
piacendofi d’indouinarc molti qucllo,che percominciamentohaueuaa 
dir egli folo : c detto ch’egli l’hcbbc (che io dille) pur fi vide vn’applati- 
fo fciocco fra tutti quegli indouini, che veramente alla riputationc di sì 
grand’huomo non fece danno; ma riduffe in mente à me quello luogo 
di Demetrio , e mi dà occafionc fiora di ricordare a’ predicatori nollri , 
chefe non daranno in alcuna maniera materia mai à gli alcoltanti di po- 
ter accortamente predir le cofe.che hauranno ad elfere dette da fe llelfi, 
faranno fenza dubbio più cautamente . Se bene farebbe forfè meglio il 
raccordare à gli afcoltanti, che quello volerli apporre nelle prediche, &' 
fare à indouinarcciò,chc il predicatore è per dirc,e dirlofortc prima di 
lui , ccofc limili, fono delle (ciocche vanità .clic altri in quella materia 
polla fare : e Itomarano veramente tutti i giudiciofi vicini, che fenrono. 
llcnt he aliai fpclfo ne fegue la pena per le ilelfa, clic doppo fcptuer vno di 
quelli facccnti imaginato, clic il predicatore habbia à dir vna cofa, c dop' 

Ì o hauer dato vn’urtonc importunatamentc al vicino.e detto forte quel 
3, ch’egli auifa,chc il predicatore fia per dire : talhora la predittionc và 
tanto bufa : Se il predicatore dice cofa tanto lontana da quella, che colui 
hauràdetrojChc'l poucro Indouinodi Pcrcttola rimane il più fuergo- 

gnato 


Sopra la Particeli x X VII. 1 7 1 

fnato huomo del mondo . E peggio gli occorre , quando talhora ale uni 
vicin: giudicioli ; ma vn poco imparenti : per amor di Dio > gli dicono, 
(lare cheto mclTcre.chc à noi poco importa, clic voi habbiate sì bello in- 
gegno d’apporui, efe non volete fentir voj.lafciate fentir noi.Ma al pre- 
dicatore e non à gli afcolranti facciamo profcllionc di ragionare in que- 
llo libro : e però palliamo ad altro . 



PARTICELLA 

DECIMASETTIMA. 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 

' Erioiorum autem minore* quidem ex duobut membri s confìant: 
maxima autem exquatuor : quod fupcr quatuor efl , non ampliai 
intra wflam menfuram periodi manet . Fiunt autem & timem- 
bret quxdanij. 

PARAFRASE; 

j Già Tappiamo, che de* periodi altri femplicifono,dcqua 
li ragioneremo poi , Scaltri cópoih,chedi membri, ò có 
cifi fi compongono ; Ne’ quali indecerminata allìcuro 

non ha da clTere la lunghezza, ò la breuita; ma li come 

i minori di due membri almeno hanno da edere , cosi non hannoi 
maggiori da eccedere quattro ; Sotto à quello numero alcuni di tre 
fc ne potranno formare, daranno bellillimi; oltrequefto numero 
chi pall'era, ò que’ periodi, ch’egli formerà, non iàranno periodi, ò 
fuori di milura icrauuo, e fenza regola., . 

COMMENTO. 

D iluito il trattato del periodo, diuifo in fei parti, quella è la terza , nella 
quale doppo bauere moflrato Dimenio, che cofa è periodo, e come dob- 
biam valercene , paffa bora ad infestare di quanti membri debba efiere il ben 
fatto periodo: e quello fi egli in tre particelle; nella prima delle quali infegna 
m l^nghe^a, t brenna del periodo tompofto ; nella feconda infegna , che cofit 

ftgnifi- 



Oigiti? 


1 7 2 11 "Predicatore del Pamgaroht 

{tonifichi perìodo fimplice : £ nella terga tornando àcompoflì di intorno all'ut - 
timo membro loro in materia pur dilungherà, e brevità tu’ documento bel- 
lìjjimo . Egìàcoti fece egli ancora nel trattato de’ membri, che quafi {ubilo 
toppo il principio, della breuità , e lunghe^ * l° r0 fi P°f e * ™g‘onare . Quà 
certo Jì vede, che Demetrio nel tetto fuppone una diuifione de’ periodi , che noi 
nella pa rafrafe h abbiamo {piegata , forfè la {appone, come molto chiaramente ~ 

detta ita ^tnflotile nel terzo della 7 (etorica,al cap.9. cioè, che de’ periodi altri 
fieno ccmpotti,& altri I empiici : De quali quanto à fimplici affai rileuanti dif- 
f.cuhà tratteremo nel Comento della particella fogliente : quanto à compofii , i 
quali di membri, ò concifi fi compongono ,{1 cerca iwrj fé poffono hiuere quale 
vogliono breuità ,ò lunghezza, ò pure fe fracerti, e determinati confini bab- 
buino da rinchiuder fi. E certo tutti rifponderanno,che fi come tutte le cofe han- 
no adeguati termini delle grandezze, e p'iccioleggqe loro, 'come più diffufamen- 
te dicemmo ragionando della lunghezza, e breuità de' membri nella particella 
quarta ) co fi non è ragionevole , che i periodi manchino d’unagiutta mifura : e 
che non fi fappta per apunto quanti membri habbiano d'hauere,& iminori, & 
imaggiori di loro : e già dalla parte del meno affai chiara è la cefa,poicbe mu- 
co di due membri non è poffibile, che habbia un periodo . Chefe ci dirai, che pe- 
riodi d’un membro foto pur vi fi veggono, lo corife fi eremo volentieri, è poco ap- 
preffo ne ragioneremo anche, ma quelli fono periodi fimplici,e noi per anche trat 
turno de’ compatti : quali formandofi con intrecciatura di claufule di mcno^be 
di due di loro non è po(Jibilc,cbe fi faccia la treccia . T ale è, cioè di due membri 
Joli, quello di Cicerone prò T. Quhiclio. 

Ad quem furmnus mxror morte Tua veniebar,ad eundem fummus 
honosquequepcrueniret. 

Tale quello del mede fimo prò Serto Rofcio. 

Profetò non tamperfpjcuè ìftorum maleficia vidcremus,nifi ip- 
fos ca:cos redderet cupidiras,& auaritia, & audacia. 

E rulla ftahana nottra lingua tale ne fà il Boccaccio quando dice . 

c Mentre tra le donne erano coft fatti ragionamenti , Qt ecco entrare nella 
fhtefa tre giovani . £d altrove. 

Cofi come egli pertinace dimorava , coft Giannotto di folle citarlo non finiva 
già mai. E pur e fio. 

CMa poic hé tanta fede ci porta, fi vuole batter caro e fargli honore . 

E di qui fi i mille Je ne ritrouerebbono , che tutti offendo di due membri foli , 
concediamo, che fieno 1 più breui periodi compofii, che pofiano trouarfì -, Ma i 
più lunghi à quale quantità pofjono eglino arma re, e quale è l’vltimo lor con- 
fine, e la mifura loro ? Quà varie fono le opinioni ; fe bene noi crediamo, che tut- 
te con quella di De metrio noflro fi pofiano facilmente conciliare . Cicerone alle 
volte bà (limato, che la maggiore , c minore lunghezza del periodo, ciafcuno la 
debba miftirare fecondo la maggiore ò minore forza di fiato , che egli tiene nel 
p- incaciar ,- . cioè, che ciafcuno hà da fare tanto lunghi ifitoi periodi, quanto gli 
fj n cuoi : di potere con una tirata di fiato proferire quali tu iu uoluerc uno 

fpiri- 

litizecJ by Goot 


1 


Sopra la Particella X Vìi. 17 $ 

fpiri tu potefi ; ma m uero quella non è buona mifu ra .-perche noi non ftamo 
obligati à dire ogni periato in vn fiato : e quando foffimo ; chi non sà cbe lua- 
ghijjìmo potrebbe ejfere in periodo di due membri , e breue vno di tre ? Si che 
alla pluralità de’ membri nel periodo non fà punto à propofito quefta maniera 
dì mifura : e però egli ifìeffo in due luoghi difie quel mede fimo, ihe dice Deme- 
trio . cioèychel più lungo periodo ex quatuor membris conftare debet. 

Vero è che in tutte due i luoghi aggionge ftmpre ma particella mitigatiua 
fcrè, dicendo una calta , che è quatuor membris con fiat fere piena com- 
pofitio,e/W/r<xc/>eConftatambitusille èquatuor fere partibus; ma 
per qual cagione fia auuenuto quello ,poco più baffo ne ragioneremo - L'au- 
tore del libro ad Herenn iu in dice , che la perfetta periodo è di tre membri 
come quella} Et inimico proderas; &amicumJa:debas -, & tibiipfi 
non confuiebas. 

Quintiliano conuiene con tutti nel dire die i minori periodi hanno due mem- 
bri ; ma quato alla lunghezza dice, che medius numerus videtur quatuor, 
ma che il periodo rccipit frequentcr & plura, in modo che pare, che egli cò- 
ftituifea il mtgzo , otte Demetrio pone fediremo della lunghezza del periodo . 
Et altri altramente ragionano . Tuttauia, come Jiceuamo , tutti dicono il me- 
medefimo ; fe una cofa fola auuertiamo : cioè che Demetrio in quello luogo non 
nega, che pofianofarfi due periodi di più membri , cbe di quattro; ma dice, cbe 
quando fi fanno tali , fono fmifurati , & è meglio à non fargli : e già feio ,che 
alcuni interpreti hanno detto , cbe Demetrio non vuole , che periodi di più di 
quattro membri fieno periodi; ma per me non veggo oue egli l’habbia detto , e 
giudico molta differenza fra il dire , cbe itali non fieno periodi , onero che non 
fieno proportionati periodi. Egli affegna la giufìamijura,nè però nega, che 
anche di maggiori fe ne poffanofire ; ffhe è quel mede firmo, che accennò Mar- 
co Tullio co'l mitigamento fcrè, volendo inferire, ciré i più lunghi periodi con 
fiant ferè ex quatuor. e cefi per lo più e ragione uolmente non dourebbono 
eccedere quello termine. Tuttauia anche di quelle fe ne trouano, cbc'l pafiano . 
L'autore ad Herenniù poi nò infegnò qual fofieil più légo periodo ; ma il più 
bello, in modo che facidolo di tre mebri foli, nò difeordò poto da noi.&finalmète 
quando Qj intiliano dice che il minore è di due, & il mezzano è di quattro, non 
intende, che dùque il lunghi (fimo fia di fei,ma per mezo piglia il luogo della vir 
tù,e della regola, e vuol due, che uolendo regolatamente ftriuere,fin’ à quattro 
fi può arriuare ,fe bene anche di più lunghi è facile cofa, che fe ne ritrouino . 

€ co fi fiamo d’accordo con tu ti, che per l'ordinario non debbiamo eccedere quat- 
tro memb ri : tuttauia, che anche de’ più lunghi periodi fi fanno . Onde hai bia- 
monoiptr moltoinutile la fatica di quelli , t quali cercano di pi rjuadc re , che 
periodi di più membri , cbe di quattro fi ritrouano , non effondo per fona , cbc’l 
neggi ; Se bene quei periodi, che effi apportano per tali , forfè non fono tali , e 
la numeratone poteua c fiere fatta con migliori regole ^» . 

‘ Per efempio M.Tier rettori nel Commento di queflo luogo dice quelle parole, 
PrincipiutuorauonÌ6,quanj habuicM- Tulius ad Quiritcspofiredi- 

turn 


174 1 / r - Predicatore del PantgaroU 

tum con fiat maiori numero membrorum,quam fcrat Icgitima peno 
dus. Et noi diciamo con pace d’huomo sì grandette il principio di quella ora - 
tione tanto è lungi da pafiarequattro membri, che non ne hi je non due. Eccolo , 
Quod precatus à ioue optimo maximo castcrisquc Dijs immortali* 
bus l'um Quirites, co tempore cum me, fortunasque meas prò v dira 
incolumitate,ocio,concordiaque dcuoui; veli meas rationes vn- 
quam ueitrac fatati ainepofuiflc.n, fempiternain poenani luflincrem 
mea uoluntatc lulceptam \ fin & ea, qua; ante geifferam, conferuan- 
dacciuituttscaufa geflìlfem, & Ulani mileram protofhoncin vertrae 
falutis gratta fufccpiflcm ; vt quod odimi) tcelcrati ho i.ines,& auda 
ces in Remp.&in omnes bonos concepcuin ìam diu continercnt; ìd 
in me uno potius , quam in optimo quoque , & in uniu erfa Ciuitate 
detìccrct; hoc fianunoin uos,hberolque veftros fuiifcm vt ahquan 
donos,patrcsqueconfcriptos, Italiamq; vmucrlàm memoria rnci, 
mifcricordta,defidenumque tenerci ; ems deuotionis me eflc conui 
dum iudicio Dcorum immortahum , tefiimonio fenatus , con leniti 
Itali*, confclOonc inimicorum, beneficio diuino,immortaJique ve 
Aro maxime lstor Quirites . 

* £t in tutto queSlo gran eorfo di par ole torniamo à dire, che ncn vi fono fe non 
due membri, vno lunghi ffimo dal principio fin e/cluftuamtnte alle parole eiu* 
deuotionis, e l'altro fin’ al fine . £ la ragione è chiara, perche tutta la mtrec- 
ciatura del periodo nafee da gli appiccamene fojpenfiut, de' quali , quando vno 
principale ne è po/lo ,mainon fi può dire che finifia quel membro , finche non 
arma quella claufula otte ò ejplicita, ò implicita fi troica la refpondenga della 
fofpenfione. 7‘crc firn pio . 

• Se bene io vi ho amato fempre, nondhneno'cotefìi atti non mi piacciono . 

fi Qua fono due membri : £ perche nel primo l’appiccamento fofpcnfiuo è fe be 
ne, però nonfinifie quel membro finche non fi trotterà la claufula , enei di ntro 
l'appicco nfpondente , che è nondimeno : tìora facciamo cofi . allunghiamo il 
primo membro quantovogliamo : e ad ogni modo trouerimo,ibe la lunghetta 
non gli muterà natura ; ma egli remerà fempre vn foto finche troni la claujula 
dilla fua rif pendenza . 

> Se bene io vi hò amato fempre : & bò fempre cercato digiouarui tanto, qua- 
tto voi medefimo fapete, nè coja hò tralafciatadi fare , la quale io babbi credu- 
to, che fia in vofìro feruigio, come tutta quefia città può far tejìimomo-, nondi- 
meno cotefìi atti non mi piacciono. 

Qua prima, thè fi troupi nondimeno fi trottano molti con ifi, & anche tan- 
to lunghi, cbefefojjero da fe, ò non foffero parte d’un membro, farebbono mi- 
bri , ungi fi trovano claufule si intrecciate ,the fe non foflero parte tfvn mem- 
bro far rebbono periodi : e pure che diremo ? (he vi fieno più membri ( 7fon ~ 
mai : perche non fi è trovata ancora la claufula , oue è la rifpondenga delia fo- 
J'penfionc : e però fi come pri ma ncn e rano fe non due membri , cefi nvn fono fe 
non due ancora adefio; e ben poffiamo forfè dire, che vn membro fia fatto trop - . 

.. . po 


Sopra UT arti cella '.XV IL *75 

fo lungo ; ma non già mai , thè i membri fieno moltiplicati nel periodo ; Tacilo 
'Beffo modo domando io à miffer Tier rettori ,fe Cicerone haurfie detto co fi , 
Quod precatus fum à Di js,cjus dcuotioms me conuiftuin effe J«- 
tor. Quanti membri farebbono quà t due fenza fallo , e il primo fin doue fa- 
rebbe egli durato ? fin’ alla parola eius deuotionis , perche prima non fifa* 
arebbe trottata la rifpondenza alla fofpenfione della parola quod . tìora fe la 
rifpondenza al quod è la parola eius, dico io che, oche fia lungo ò breue il ra 
gionareje duraffe bene due pagine Jinche dopo il quod non fi trouerà la clau- 
Jula,oue è la parola eius, tempre farà vn membro foto ; E cofi ben poffiame 
dire , che nel principio di quella oratione Cicerone adoperò un membro lunghif- 
fimo i ma quanto al periodo , quello non foto non fu di più di quattro, come vuo 
le miffer Tier rettori , ma non fù fc non di due. e^Me fiere lefiandro Ticco- 

lomini anch’egli nella Tara fra/e j òpra il p.cap.del terzo libro della Hftorica di 
\4 ri/lotile ; per periodo di cinque membri allega quello . 

■ Ma fe per forte, e dijauucntura vna ganzar a fi foffeper la cafa fentita , che 
bora fi fifie fiata di notte, cóuiniua.cbt’l fai, te, e la fante,c tutta l’altea famiglia 
fi lcuaffe,e co i lumi in mano fi mette fiero alla richieda della maluagia ,e perfi- 
da gartgara, turbatrice del ripofo, e del buono e pacifico flato della lifeiata don- 
na ;& quanti che à dormire fi ritomafìero,conueniua , che ò morta, ò prefa la 
prefentaficro dinanti à colei, che lei dtceua in fuo <lif petto andare zufolando, & 
appoftando diguaflarle il fuo bel uifo amorofo. 

t dice, che il pi imo membro dura efe tu fiuamente firi à che bora ; il fecondo 
fin’ ad & aitanti’, il terzo fin ad Conucniua-, il quarto fin’ à che lei -, tl quinto fin’ 
alfine . Ma in vero quà fono due periodi, e non un folo,& il primo i di due mi- 
bri ,&• il fecondo è di tre , 

cMa fe per forte , e difauuentura unagangara fi fofieperla cafa fentita , 
che bora fi fofie di notte ; contieniti a che’ l fante, e la fante fi leuafiero,e co’ lumi 
in mano fi mette fiero alla richiefìa della maluagia, e perfida zanzara-, turba- 
trite del ripofo, e del buono , e pacifico flato della lifeiata donna . 

Queflo è un periodo di due membri , net primo de’ quali l’appiccamento fo - 
fpcnjiuo è la particella Se, e nel fecondo la rifpondenza fìà nel verbo Conueni- 
ua ; Seguititi , 

Et aitami, che à dormire fi ritorna fiero, conucniua , che ò morta , ò uiua la 
prefentaficro innanzi à colei , che leidiceuain fuo difpetto andare z’< fiutando , 
• & appoftando di guafla rie il fuo bel vifo amorofo . 

£ queflo è un periodo di tre membri , nel primo de’ quali l’appiccamento fo- 
fpenfmo flà nella parola quanti che ; nel fecondo la rifpondenza al pi imo llà 
nel verbo conueniua-, e la fofpenfione per il tergo Uà nella parola colei, alla qua- 
le nel terzo rifpmde la particella che, e fi finijce la treccia . Tfè bt fogna che M. 
' *sdlcffandro uoglta intrecciare i tre membri del fecondo periodo con i due del 
primo, perche nonuii parola alcuna , che gli attacchi infume ,fc non la con- 
giuntili ne &,ncl principio del fecondo pe riodo , la quale particella & contino - 
**,ma imitar caia, e come babbiamo lugamente difeorfo di fopra fà oratione 

conti- 


1 7 6 II Predicatore del Pamgarolt 

tont inoliata ; ma non periodica. Siche tornando d’onde partimmo , noi credia- 
mo , che fi faccino de’ periodi di cinque membri ; ma crediamo ancora che fieno 
molto più rari, che altri non crede, e che tal’uno numeri cinque membri talho- 
ra, oue appena ft ne trouano ò quattro, ò tre,ò due. “Daremo noiqud vn'efem - 
p:o per ciaf uno de’ periodi di due, di tre , di quattro , c di cinque membri fenolo 
decorrerai però lungamente attorno , per non bauer mancato d coja , che pofia 
giouare à chi legge . H aitata la nouella d'Emilia il finefuo, quando per com- 
mandamento del Rè Tritile coft cominciò . 

Quello i di due membri : nel primo de’ quali la foffenfone fià nel verbo ba- 
lletta, nel fecondo la rijfiofta nella parola quando. 

Fiera materia di ragionare n'hà oggi il no Siro Rè data , penftndo , che doue 
per rallegrarci uenntiftamo,ci conuenga raccontar l’altrui lagrime. . > 

Qucèo è di tre membri, e nel primo la fofpcnftone per lo fecondo fi d nella pa 
vola penfando, nel fecondo la nfpondenga al primo Jlà nella parola che, e la 
fofpenjione al terzo nella parola douc , e nel terzo la rifponden^a al fecondo 
(là nel verbo conuenga. 

La ‘Dluina prefenza di voflra Maìeflà , la quale col fuo fplendore rafferena 
ancorale tenebre di que Sio aere, bd finalmente, riguardandola io, mandato nelle 
molte ofeuritd dell'animo mio tanti di' fuoiraggi. a. (he io gentil’ buomo fora- 
fturo p riito d’ogni confala! ione, alla fola loro guarda da tutti non cono fciulo, à 
abbandonato fono venuto a i mifericordiofi piedi fuoi, dandomi d credere, j. Che 
non eflenio Rè in terra , il quale rapprefenti più Iddio nella apparenza, quan- 
do lo potcjfimo vedere, che P. Maefid, 4. non fu ancora Re, che neliopre lo ha 
bia più al uiuod rapprefentare. 

QueSlo è di quattro membri, nel primo lafofpenfionefld nella parola ta n ti 
de’luoi raggi j nel fecondo la rifpondenza nel che, e Ufofpcnfonc nel dando 
mi à credere ; nel terzo la rifpondenga nel che, elafofpenfione, nel non cf- 
, fendo ; e nel quarto la rifpondenza nel non fia . 

Queflo fi dee tenere per certo aìtijfmo , & potentiffimo Trincipe , *. che fi 
comealgrande Iddio fattore dell ùniuerfo reSìa fottopoSlo il tutto, & agli Ijuo 
mini per fua permiljione fono fottomeffi gli animali non ragioneuoli, }. ftmil- 
mcnte per ragione humana , e diuina fi uegga,che conuiene, 4. che quelli in ter- 
ra fieno foggetti d ftgnor e "Principe tale, j . Che per virtù, autoritd, giufiìtia , 
e potenza fa d tutti gli altri fupcriore . 

Quefio è di cinque mebri-, nel primo la fofpenfane Sìd nella parola quello, 
nel fecondo la rifpondenza nel che , e la fofpenfone nel fi come ; nel terzo la 
rifpondenza nel Umilmente,* la joffintftone nel che conuienc;nW quarto ta 
rispondenza nel che ,e la foffie tifone nel tùie ,c finalmente ;ncl quinto la ri fpon 
dtnza nel che. £ tanto batterà per chiarezza di quefla numeratione de’ mem- 
bri ne’ periodi ; La quale veramente è forfè fiata da alcuni altri poco inte/à , e 
però fard bene, che’ l lettore auuertijta diligi n temente quello, che noi neferiuia 
mo qud : oltre quello, che n’habbiam detto nella particella terza , e quell» che 
ne diremo nella nentefma . 

DI- 


SopraParttcclld XVIII « 177 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

I Nqutrfta materia della pluralità dc’membri nel^criodo habbiamo 
noi ccclcfialtici il nollro lant’AgoftinOjChcccnc dà la regola nel 4. del 
la dottrina Chriltiana nel cap.7. con quelle parole . Minus erum quàmduo 
membra eircumitus hobcrc non pojfunt 3 pluravcrò pojfunt • Che fu prudenti l- 
fimamente detto , perche di quella maniera egli nó fi pofe à litigare le di 
più di quattro fé ne douelfcro formare : balla che più di due al licuro nc 
polforiohaiiere. Se bene hà feguitato cosi bene la eloquenza doppo la 
fapienza'de’nolVri , che in nollrc canoniche fcritturc , periodi alcuni, ne 
anche all’antica formati , di più di quattro membri fi ritrouino, o , fe fi 
truouano , rarefimi fono eglino quanto fi polla il più. In tutto quel gran 
pezzo della epiltola feconda di San Paolo à Corinti, del quale , come di- 
ceuamo nel difeorfo palpato, fece San Agollinocosi diligente anotomia, 
il più longo periodo ch’egli vi ritroualie, fù quadrimembrit . Intuitoli 
principio de Ila Santa Gencfi , del quale ragionammo già , non trouam- 
mo mai alcun periodo maggiore che di tre membri . Nel cominciamen- 
to del Vangelo di San Gicuanni vn’ folo di quattro membri all’antica nc 
ritrouammo, che fù quello. ... . 

Ih ipfo vita era: & vita erat lux hominmt , & lux in tenebri s lucete tir tenebrp 
rum non compre Ixndemnt. 

Del redo , fi come in quel pezzo di lettera , cosi in tutto il confetto 
delle fcritture noftre crediamo certo cheò nifTuno.ò pochifiìmi periodi, 
anche alla foggia loro fi troueranno di più , che di quattro membri . Nc 
ponto meno diligenti nell’oircruatione di quello infognamelo fono Ita- 
ci i noftro Padri Santi, ouc anche in circolare c raggirata maniera han- 
no hauuto à formar periodi : che già in quella parte della epiltola di San 
Girolamo à Paolino , che vedemmo , niun’ periodo di più che di tre me 
bri fi ci parò auanti. E fe per tutte l’opcrc del medefìmo San Girolamo, 
e de gli altri eloquenti ecclcfiaflici decorreremo , forfè più longhi pe- 
riodi , che di tre clau fu le ci occorreranno di rado > ma maggiori chedt 
quattro non mai . In San Leone Papa qui Ito periodo. 

'Piota qnidem funi voUs dilefiijfmi , & frequenter audita , qua ad faera- 
mcnta pcruuc ut Jolcn.nitatis hudtatia , Jed Jtcut claufts oculis voluptatem ad 
fért lux iila vijtbilii , ita cordibus fanti atemum dai guidimi natiuitas Sai - 
notori i . 

Senza dubbio come ogniun’ vede, è di tre mcmbriie quello che legut- 
xa c di quattro. Pcrcioche, 

Omnia quidem tempora ( dik&iffimi ) Chriflionorum animosjacr amento 1 ermi- 
nicxTaffionis & KejuircÈhonu exercent , ncque r Uum noflrx t\eligioriu offuium 
efl, quo tam mundi recoticihatio > quam bancata in Chtiiio natura adjumpùo 
celebre tur . . . 

Quclto è vn’membro folo , non efTcndofi per ancore trouata la ciaulu 
la oue giace la parola fed , ch’c quietante della fofpcnfiua quidem : la 
quale fed feguita hora, c però quclte parole . 

Sed nunc vniuer farti Eicleftam motore intelhgentia tnjlrui & fpe ferucntio- 
reopmtet accendi. 

M Fanno 


■ Digiti? ed by 


I 


Pfogk 


Sopra la TarùceUa XV, 1 8 1 

Vettori dicemmo cheiinaginò più di quattro membri in quel principio 
dclorationedi M. Tullio ai Quatta pofl reditum , oue a pena non erano 
due: & e fc quello mai occorre, li auuicne egli nelle Bolle de’noftri Soni 
mi Pontifici , nelle quali , più che in altri componimenti , che fieno mai 
flati al mondo penandoli tal'hora a ritrouarc i verbi principali, credono 
alcuni chcfia perdici periodi di più membri fieno fatti , e non è vero , 
ma è perche anche ne’ periodi di pocheclatifolc , dette claufolc fono al- 
le volte llrafordinariamente longillimc. Percflempioin vnaBolladi N. 
S. Papa Pio V.fatta pcrconfirinarc la prima Sinodo prouinriale di Mi- 
lano, tutto quello c vn’pcriodofolo, e non di più che di tic membri . 

Curri itaqueficut accepimus imperiti Trouinciali Sinodo Medio! audnft diletto filio 
nostro Carolo titu. Santi te TraxedisTiesbytcìo , Cardinali Borromeo watt up ito > 
qui Ecclcfut Mediolaiienft , ex conceffìonc , ir difpcnfatione apoflolica praeffè di - 
gnofcuur , illi prie fidente quam plurafalubemma i tamia ir dei reta - admoresdi- 
lettorum fihoruinCUti [aulirli tatua Trouincis Mcdiolanenfts icfunnaudos por- 
tineria, ir puefcrtiin bvicjlatetn , decorniti , reuctentiant , ornamenta ccclefuuu > 
tiec non lociim , tempus , modurn ,altafq tic circuì flantias in ecclefurum ficramen- 
toruw aditimi strattone , mijjàrumque celebrinone obfei uand.i , ac fepulturas , fune- 
r dia, proce Ijionei, verbi Dei conciona feu predicanone! , reprafcntationes, ZT pi- 
tturar uni dece nn ai , viue boncjlatem , fugali totem , morum correttionem, ir mo 
derationem ,<Arcbmia ir dia ad firipturarum , iurium , ir aliorum honorum ec- 
clefiasliiorurnconfcruaUonem , nec nonfrulhtum , redduuum ir proueutuum cecie 
fiafUcorumdifpenfatwnem pertmentia , non minia retigiofe , quota [apientcr ordi- 
natafuerint . Opre cum non folk lidta,& Itone Sìa , fed etiameultf 'ut Dei plurimum 
rutila , ir apprtmè laudabiha exiflant , ab omnibus Dei miniilrts cqualuer ex- 
fedii obferuari . 

£ quello c il primo membro. 

Hinc efl quod nos bonunt duetti vtilitati bonefhtiqne Reipnblic a nunquam refra 
fari > fed, fanti is patria Icgibtts libentcr ottemperare dcbeieconfiderancei , ac totosjla 
tulorum , ir decretorum prtedittorum iocumentorumque defupcrconfetl 01 um , ir 
inde fequU' O'unt tenorcs , dequibus pienoni , ir iiilmClam infirrnationem a prpfa 
lo Cardo Cardinale oreienus uobis fati am , aeccpimus , prpfetuibut grò fufficientcr 
exprejjìs babentcs. 

Quarto è il fecondo . ' 

Motu proprio . ir ex certa feientia noflra , omnia ir fingala ttatuta,ordinaltoncs 
ir decreta in proumcidi Smodo Meiiolanenfi ftc vtpràferiur edita ir pubhcata ac 
troutillaconcernwitiu omnibus ir ftugulis ecelefhs, MonaStrqs.Vrioradbus, Vre- 
gofuttris, Hofmdibus , ir aliti pqslocn EiclefuSlicis , fpculanbus , vel edam 
rtgulanbus commendata , etiam uobis ir -d poflolice fidi immediate fobie tlis , 
tuoni mdhus Utycfis, autditer quomodocunque exemptis in vniuerfa Trouincia 
fi {ditta confhtuta , oc per quofeunque earundem Ecclefurum ir locorum l’rpla- 
tos , oibbatcs , Triorcs , Trppofitos , getter cs , fupcrtores , Mimttros .Capitala. 
Canorucos , ac pei fonai fpcidarcs aut tUas ex conce f ione uel difpcnfatione ^poSìo- 
licain commendimi aut adminiftraticnemobtincntes > edam fi di tic feda 'Notar y , 
^coluti , Cappellani , ac ({omanf Cune officiale s , etiam officia fua attuexercentes > 
ttiam familiare* nottri , ir continui commenfales ■ edam veri ir anitqw , aut alias 
in nofìris ,fcM (Tener abiti um fratrum nofirorum finii p Romane Ecclefie Cardinaliu 
ir prpditip fedii ft ruittjS , cr obliquiti infittente ! , exiflant , quos omnci ro- 
ttone benefiaorum quorumeunque perfoitalcm refidéntiam requirentium , in diti tu. 

Ni a Pananti a 


Digitizecf 


1 8 1 11 ‘Trcdicd tori del PduìgaroU 

Trounna per los quomodoltbet obtentorum , & obtinendorum fub fentcntijs, cenfa 
ns eir fanti à Coniilto Indentino > olii iq; facris Canombui , contea non refedentet 
latis & tmpofnis , ad perfonalem rtfidcntiam distriti è per locorum ordinar ios , feu 
eorumin fpiritualtbus P'icarios generale! dilla Trouincia cogi & compiili yolu- 
tnus , nec cis conshtutioncm fe. ree. Eugeni^ P apx l P. oràdcccfforis noflri in far 
uorem lunAtwn diti a feda editam , aut quxe inique priwìegia . & indotta aposto- 
lica , etiam per nos ad id illis in genere , vel in fpecie , qoomodoltbtt concejjd defuper 
f uff rogati tnielligimus , vel alias quomodoltbet exemptot > ac nobis in diti a Jcdts , 
vi prxfcrtur immediate fubicllos , etiam ft nullità Diacefis effe dicantur : d ammo- 
do t amen de pr aditi a Trouincia exijiant cuiufcumque dignuatii. Status gradui , 
conditioiiit , & praeminentiaf aerini in omnibus & per omnia integri, ac fubfen- 
tenttis , confarti , & pernii in cis forfitan contenni rea pi , & admitti , tbjci uari , 
prxjian &■ debita cxecutiom demandati , nec quempiam fe ab corum obici uatione , 
cuiufais cxcmpnonii , immunitatisy priuilegif , rei aliopratextu excujaic debere , 
aliti ornate apoflolica tenore prAfentium perpetuo Statuitimi , & ordiuamus. 

E quello c il terzo , che in vcrò fono quanto fi può imaginarc longif* 
fimi membri . Onde facilmente c potuto nafccrc l'errore di coloro ,i 
quali vedendo per tanto corfo di parole tettar fofpcfo il verbo principa- 
le . & à si finifurata quantità credere quello c fomiglianti periodi , han- 
no potuto credere molti più membri contenerti in loro di quelli, che 
ucramente vi fi contengano. Egiàci fiamo trouatf noi in luoghi di là 
da inontijoue habbiamo fentiti huomini più eruditi che pi) farti beffe di 
quella ti ecccrtiua pendenza di verbo principale nelle notlrc bolle, c di 
quelli (diceuano dii in altra lingua) giganrefehi periodi > Ma non c ma- 
rauiglia che il cauallo morda il freno : c che chi odia l’autore Se il fogget 
to delle Bolle , ne laceri anche Io Itile : 11 quale Itile nondimeno alla gra 
uità delle materiche le bolle trattano, fi difdicc forfè molto meno ch’cf 
fi non credono , oltre che cflendofi fempre vfato così , dobbiamo edere 
della fagra antichità, quanto più portiamo ctTcre, tenaciflimi . E poi l’a- 
bondanza delle cofc , che quitti fi dicono , grande occafionc è perche di 
quella maniera s’habbia à ragionare : E finalmente amano meglio i no- 
ftri , per lo feruigio deU’animc , abbracciar tutto quello cheli dee , che 
per la riputatione dello Itile , metterli à rifico di omincttcrc alcuna cofa 
nccctfarisu . 


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PAR- 



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P ART I C E L L* A 

DEC1MAOTT AVA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 


T vnius membri, quas vocant fimplices periodos : quando cairn mem 
N brum longitudtntm babucrit , d flexionem in extremo , fune vnius 
membri periodus fic. Qttemadmodum hac. tfpoS'trou ÌAix.nprnaTÌÌor 
inpi'ut Ji£it "A . & itctum » ytp rustie <tf<xu< to\v ? Zf rrapt^tTaA i<ut 
jf fatto in** lia.roicuf.Ex ambobus [ani coniìat (irnpUx periodus ,& ex lógi 
tudmcydix fi « Jjtone propefinem : ab altero autem nunquam . 

PARAFRASE. 

Periodi Amplici poi d’vn membro Iblo fi formano, quando 
Enfcg! egli vn poco lunghetto fia, e’ ritorto nel fine, come quello. 
Della hifioria di Herodoto Alicarnafleo la narratione è 
quella. Oucro quell'altro, 

E in uero la chiarezza del ragionare molto lume fuole apportare 
degliafcoltanti ne grintendimcnti. 

Oue ii vede, che tutte due lequal uà fopradette fi ritrouano , cioè 
la lunghezza, & il ritorciuiento,ncl fine dei le quali vna ficuramen- 
tefenza l’altra non darebbe la forma del periodo . 

COMMENTO. 


D Ve notabili difficoltà nafeono in quello luogo : Vna che non mancano au- 
tori, egraui ,iquali negano poterft trottare periodi di vn membro filo: 
e l’altra, che quelli poi , i quali gli riceuono , ad ogni modo quando ne danno ef- 
fcmpi,pare che gli refiutino, tequila, il quale ferme de ‘ lumi dill‘oratione,che 
grecamente fi domandano] dice apertamcnte,che egli non vide come 

in vn membro folo pofia formar fi m penodw.ma quello c’importerebbe poco, e 
quello, che egli non vede facilmente lo vedranno molti altri ; la importanza è , 
che Cicerone mede fimo, Tadre della latina eloquenza, pare, che dica elprefia- 
mente , che periodo non può efjere vn membro folo : eJMa io dubbito , che egli 
babbi fondata tutta la for^a dell’ argumcnto mila fignifitatione del nome ,& 
habbia voluto dire ; che non domavdandofi la claufula membro fe non in quan- 
te» è parte a.’ un pernio, fi cornei membri h umani, membri non fino ,fi non co- 
bi 3 me 


1*4 Il Predicatore del PanigaroL 

me fono parti di tutto il corpo , di queRa manici a, che vii membro foffe perio- 
do, farebbe tanto, che i na parte fofie il tutto : ^ il che ftcìliffimamcnte fi rid- 
derebbe : Trimicr amento perche non fihà à Rare in quelle minute di parole ; 
e quando diciamo in quefio proposto membro, intendiamo in quanto è claufula 
non in quanto è membro : oucramente intendiamo membro , cioè che potrebbe 
c fiere membro di periodo, quando da fe Refio non fofie tale . c finalmente aggio 
giamo vna cofa, la quale dichiareremo piu à baffo, e perauucntura neanche Ci- 
cerone la vide , fi come de' moderni non habhiamo trouata perfona , che l'hab - 
Pia auuertita : Cioè che in vn periodo di due , e tre, e quattro membri , può ef- 
fere , che ò vno, ò due , ò ciafcuno de' membri fuoijia periodico , e fatto di ma- 
niera , che confiderai nel periodo compoflo fta parte di lui, e confiderai da fe 
Refio fta vn periodo fimplice . Ma di quefio poi. Fra tanto barbiamo noi dalla 
nojlra bada troppo potenti autorità, Cioè di Demetrio, & di ^ triRotilc,dc’qua 
li, Demetrio dice, qua cbcytuus membri funt,quasuocant fimpliccs pc- 
riodos . Ft i^ytriftotile nel nono capitolo del terzo della clorica dice chia- 
ramente, che fimplice fi chiama quel periodo, che è tutto un membro folo: 
S>upinumautemdicimus,qui uno membro conflat. Teniochefebcne 
nel nome fono varij Demetrio & sfriftotilc , e quelli che Demetrio domanda 
ìtmc ^.rifiatile nomina Sflanella cofa nondimeno fi uede , che conuen- 
gono , e che ragionando tutti e due del periodo fimplice , tutti e due d’un mem- 
bro folo vogliono, che fi formi . UWa in qual maniera pofja effere quello, ci pa 
re, che non tutti l' babbuino intefo : £ che quelli , che habbiamo letti noi, [e bi ne 
no'l confeffano -.nondimeno non habbiano potuto immaginarfi come fi pofja fare 
vn periodo fen^a treccia . £ pure un’ membro folo con fe Rcffonon può wtrec- 
tiarfi : onde fi fono gettati à quefio rimedio d’intrecciare in membro con vn co • 
eifo,ò due coucifi injte me, e domanda re quefio tale periodo fimplice , affi rman- 
do come è la verità, che in lui non fi ritroui più, che un membro folo ; Ecco gli 
efempi del peri, do fimpl ce, che adduce M. ^ iUeffandro Viccolomini. 

7^on hà l’huom gtnerofo cofa, che tenga maggior forerà in lui, che ui tiene il 
defio della gloriaci 

confolar l’ buomo faggio nella morte de’ cari amici fuoi fà la prudenza 
prtRo quello,che’l tempo farebbe tardi. 

Fra i trauagli , che m’afiagliono fpefie volte la mente , ninno è che maggior 
turbatime le rechi , chc’l raccordarmi dell’irreparabil tempo imtilmete jpefo. 

Chi dunque potendo fà qucllo,che à lui s’appartiene , fa bene. 

(ftafcun’fi dee meritamente dilettare di quelle cofc,alle quali egli vede i gui- 
derdonifecondo l’aff elione feguitare . 

Di tutti qucRi dice M.eSille fiandra le parole feguenti . 

Que Ri, & infiniti altri , che firmili à quefii fi potrebbono formare, fono tutti 
periodi d’un membro folo. 

E pure nonv’èdubio , che tutti quelli non fono periodi fimpli ci , ma periodi 
tempo Ri, e ciafcuno di loro è compoflo di due claujnle intrecciate ; delle quali à 
c3f. ^ iUeffandro è ballato, che vna fu Rata tanto corta , che babbia meritato 

seme 

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jOOQ 


Sopra la Particella X V 111. 185 

ntme dì conci/o, per dire che dunque fra le due cinefile una folafia membro ; e 
thè perciò il periodo fra d’un membro filo, & per confeguenga periodo firn- 
plico ; Ma ci perdoni egli, non pare che l babbia inte/à,e doucua raciordarfi,cbc 
parlando ‘Demetrio deperiodi comporli, thfie,cbe fiunt ex mernbris,vel ìn- 
cifis ,e Cicerone allegò efjempi de’ periodi comporli alle volte membtanm, al- 
le volte incifim , & alle volte parte membratim, e parte inciftm . In modo che 
qualunque volta nel periodo vi faranno più clau/nle , ò che fieno tutte membri , 
ò tutte inci fi, à parte mcmbri,e parte incififempre il periodo farà periodo com- 
po/ìo -, e così tutti quelli, ebebà addottimifier ^ tlleflandro , tutti fono periodi 
compofii di membri e incifi , nè pure v n folo ve n'bà , che fia periodo ftmplice, 
poiché in Jomma il periodo ftmplice hi fogna che fia un membro folo, jemf alcu- 
na altra aggiunta nè di membro, nè d’incifo, nè di qual fìuogha altra claufula ; 
ma [è l intrecciatura è quella, che dà l’cfiere al penodo,come può egli intrecciar 
fi un membro folo ? oh qua /là il fatto : E l’errore Uà in quello, che l'intreccia- 
tura non è la uera forma del periodo , ma lafofpenfione, la quale, perche ne ' pe 
riodi compofh non può eficrc fetida l'intrecciatura, che fatinogli appicchi fifpe 
fini, di qui uiene,cbe l'intrecciatura iflefia pare, che dia l’efiere periodico, flit 
fe fenza intracciare io potcffi fofpendcre i membri in modo, che ninno degli an- 
tecedenti fi poteffe intendere fin' ibel'vltimo non arnuafie, già farebbe fatto il 
periodo ; e queflo è quello, che & ^ riflotilc,e Demetrio inculcano tante vol- 
te, che quello che fà periodico il parlare, è il marcimento nel fine , cioè, che non 
s’intendano i membri antecedenti finche l’vltimo non rrflecte fe Jlefìo ad ij pie- 
garli ; e co fi coni ludo, che non l’intrecciatura ; ma la fofpenfione,& il ritorcime- 
lo nel fine fono le uere cofe , che danno f e fiere al ragionare periodico', le quali co 
fe fe in un membro folo fi pofiano trouare,fcnz’ altro è fatto il periodo ftmplice: 
£ che fi poffano rrouare la cofa è chiara ; e noi la vedremo ogni volta, che quei 
mede fimo, tbeJicemmo de’ membri nel periodo, il diremo delle parole ne l m li- 
bro, è{el pt riodo diciamo, cbcbifogna, che tutti i membri tengano fofpefo l'ani- 
mo fincht l’vltimo fi rtflt tta à fargli intedere: e mi membro periodico b'fogna, 
che tutte le parole tajetno jofpefo l'animo finche le vltime fi ritornano à dichia- 
rarle ; 'Periodo ompoflo è, oue il ritoriimento ddl’vlttmo membro quu ta la Jo 
fpenfione di tutti gli altri membri -, £ periodo fimplueè, oue il rito cimento 
deli' ultime parole quieta la fofpenfione di futtel' altre parole: le quali pa- 
role perche fefoffe ro pochi ffrnc, non laufereibono fofpenfione tuiderJe,pe ròbi- 
fogna,tbe il membro periodico fìa vn’ poco lungo : & babbia di qurfla maniera 
le due covditicnijcbe gli dà Demetrio : cioè la lunghezza, e la rcfiefiione . OH a 
figliamo gli e fiempi inoi , che fon cbiariffimi . 

Velia hiHoria di Herodoto ^ (licantafico la narratone è quefla . 

Qui à me pare, che poteua affai chiaramente vedere mifier enfile ff andrò , 
che non v’è intrecciatura neffuna , celie davnmembro folo in poi , mnv’èni 
membro , nè incifi , nè qual fi voglia altra claufula: Come vi fi truoua dunque 
periodo è poiché v’è tanta lunghezza , che l'animo fi 4 fofpefò t n' poco, c non fi 
quieta lafofpenfione finche l’vltme parole non fi rifiatano à quietarla ? 

Al -q D^Ua 


1 8 6 11 'Predicatore del Pannar ola 

Della bifloria . per ancora io non sò quello, che s' /rabbia da intendere t 
Ut li a bifloria di litro doto ^ ilicarnafìco . 
finche aiefio fono fofpefo . 

D ella bifloria di Herodoto K^ilicarnafìeo la narratione . 
anche bora in tendo : Ma 

‘J ella bifloria di Herodoto ^iliearnafho la narratione è quefla. 

Ecco, che le due vliitnt parole Jono venute riflcltendofl f oprale antecedenti 
à dichiararmi il tutto, e lofi in i n membro foto icn lunghezza, e rcfltfjwne fi è 
formato il pi riodo firn p lite : che /e egli baueffe detto . 

Quifla i la narratane dilla bifloria di Herodoto licamafico . 

Già vide cgn' mo, che di parola in parola Ì animo fi Janbbe andato quietan- 
do : tic vltime parole non l’ hauti bbnno leuata la JòfpinJione j e per confo guin- 
?a non ui farebbe flato periodo firn pine, (ofi nell’altro efiempio. 

Et in vero la chiarella del ragionare . 

Sofpefo è ancora l'ant no . 

Molto lume fuolc apportare de gli ascoltanti . 
finche qua non sò,tbc voglia dirfi. 

7qc gl intendimenti. 

Qutflevlùmc parole fi, che mi (pianano le anticedenti, e fanno periodo: e toft 
fi vede, che à far per iodo fitr.pl ut non vi vuole intrecciatura, nè più a’ un mem- 
bro falò, pure che egli terga Jofprfo per un poco di lunghezza l'animo di U’ajcol 
tante , e con l’rltime parole lo quieti . Di modo ibe tutti quei membri vn poco 
lunghi, ò in latino , o in volgare, che Iranno il verbo principale in fine ,Jono fe- 
ticci fmplici -, oltre mela altri modi, co’ quali fi fvf pende prima l’animo di ibi 
fente, e nel fine del membro fi quieta . 

PJurinuim valutile apud me ntam fempcr autoritatem cum in om* 
ni re,tuin in hoc negotio potcs exillunarc . 

Quello i membro periodico . 

Probi iatcm,induftriain, c*ctcrasquc bonas artes neque dare, ncque 
cripere cuiquam fortuna potei! . 

Queflo è periodo (implico : tire non farebbe flato talefeflfofle detto, 
Fortuna non potcll n eque cripcrc , ncque dare cuiquam probità* 
tem , ind uftriam,catcrasquc bonas artes . 

E cefi nell’ italiano noflro . 

me mcdefimo rincrej ce andarmi tanto tra tante miferie rimi genio , 

Qui fio è fimpliie periodo ; ciré non farebbe fiate fe hauefle detto , 

*4 me mcdejimo rtmrefce l’andarmi riuolgendo tanto fra tante miferie. 
Etoue difilli mcdefimo . 

Humana co fa è batter compafflone à gli afflitti. 

T^on fù membro peri duo -, Ire fe baueffe detto, 
tesigli afflitti bauer compaffione humana tofa è . 

Queflo (orna dubbio farebbe flato periodo ftmpUce; t cofl di tutti gli altri 
funih fi bà da giudicare i?\èà noi in queflo propofito altro refìa à dire, /e non 

qui Ilo 


Sopra U Particella XP III, 187 

quello che dì / opra accennammo ; cioè che molte voltcd’un periodo compoflo, 
ò tutti, ò alcuni de’ membri fono ancb'tff periodici, e per fejlcfji confiderai! fo- 
no periodi fimplici . per efjempio , 

Come Dio la fua fonila dimenticata non baueua ; coft fimilmente di battere 
lui à mente dimoflrò . 

In quello periodo di due membri, ciafcuno de’membri,i periodo fmplice,cbe 
S'egh bauejic detto . 

(Ime Dio non baueua dimenticata la fua fonila , coft fìmilmente dimoflrì 
di bauere d mente lui . 

Di quefta maniera ni l\no,nè l’altro de i membri farebbe flato periodico -, e 
per lo contrario, oue il mede fimo dtfle . 

Come chela Jua vitafofle federata, e maluagia,egli potè in su l’cflremo ha- 
ucre sì fatta contritionc,cbe perauuentura Dio bebbe mifericordia di lui. 

7 fon v’è dubbio alcuno, che di tre membri, che bà queflo periodo niuno è pe- 
riodico, la doue periodo ftmplice farebbe flato ciafcun di loro , fé in quella ma- 
niera fo fero flati fritti. 

Come che federata ,emaluagia la vita fua fufle , egli sì fatta contritione in 
su l’cflremo potè bauere , che perauuentura mifericordia di lui bebbe Jddio» 
E tanto bafli de’ periodi firn pi. ci . 


DISCORSO ECCLESIASTICO. 

H Abbiamo di Copra affai abondantemenrc moftrato,come le Icrittu- 
re noftrc canoniche per molte cagioni di raggirati periodi non fi 
ferirono; ma per quefta principalmente, che quando cofc ( parliamo di 
quelle del Tcftamcnto antico) furono in Hcbraica lingua fcritte,nó per 
ancorali mondo era introdotto l’vfo deU’intrccciar le claufule.Bcn c ve 
ro, che quando nelle lingue Greca, c Latina furono trasferirceli a Gre- 
ci A ri Itoti le, & à Latini Cicerone haucuano infcgnato,e fatto frequente 
il periodo circolare : onde c auuenuto , clic fe bene gli interpreti hanno 
procurato d'imitar quant'han potuto il più la (impliciti di queirantico 
modo di fcriucre , c li fono allontanati ad ogni lcr potere dalla maniera 
dello fcriucre pcriodico.c ritorto; Tuttauia non hi potuto cflcrc.chc al- 
le volte non habbi.uio intrecciate alcune clatifulctc che trapelati (per 
dircofi) non fieno nella tradutionea’cuni periodi raggirati, c comporti, 
c Compiici. L gii dc’comp irti ragionammo di fopra.Hora quantoa fim- 
plici, fcConfidcrtamo le cufe dette poco prima, nel Commento di quefta 
mcdefimataV troueremo,che è quellaclaufula nella hiitoria di Giofctfo 
racconta ite i 1 fugar» i fratelli al capic.37. deila Gcnef, che dice co’l ucr- 
bo in tino. _ , ... . . . 

Hxc ergo confi fornai orwn a'quc femwu inudix y&odij fonntem mmiJtrauO- 
Tale quella in hrt«*rrc al 9. 

Fama quoque nonùn s etui crefcebat qu jùd.e. & per itmUorum Ora roluabat . 
Tale quello alla bai icnuaal 14. 

Ita un 


Dìgitizec 


Sopra "Particella XV III. \ 89 

uerannomai fenon di quegli antichi ; ma oue dal Greco hauerà trasfe- 
rito,firà lo ftile più intrecciato, più periodico, e con maggior apparten- 
za d’iirnticio. Per cffempio.combattono i Lutcrani,e gli Anabattifti con 
tra di noi per voler cfcludcre dalle fcrirrure canoniche i libri de’Macca- 
bei: e fra gl’alrri argumenri adducono, che dal mezo del fecondo capi 
tolodel fecondo libro in giù, lo ftile c elaborato, ed in tutto diuerfo da 
quel che fogliono vfare le noftre facre carte. Alla qual cofa,ecco la rifpo 
fta pronriìlima: di que’ due libri de'Maccabci.che noi accettiamo nel Ca 
none : i 1 primo fu fcritto da aurore Hebrcoin Hebrco , come ne fa fede 
fan Girolamo nella Prcfarione al libro dc’Regi: il primo capitolo c me- 
zo l’altro del fecondo hbro.fono non altro, che due cpiftolc, le quali cf- 
fendo ftarc fcritte dal Senato di Gerufàlemme,vnaà Giudei habitanti in 
Egirto , e l’altra ad Ariftobulo,maeftro pure del Re d’Egitto , fenz’altro 
argomento bifogna credere, che in hebrea fauclla fcritte foffero: Del rc- 
lto tutto quello, cheauanzadel fecondo libro, non c aItro,chcvn’ com- 
pendio fatto da vno fcrittorc greco, ò ch'egli fotfc Giofcffo.tiglio di Ma- 
laria , come vuol fan Girolamo, ò pur Filone giudeo come vuole Hono- 
rio Atigufto donenfc : Bafta ch’egli dice d’hauerlo compendiato da cin- 
que libri di hiftoria di Iafone Cireneo. 

Qua d 1 afone Cirenxo quinquc libris comprebenfa, tcntauimus nos vno volumi - 
ne brattarci . 

E per confeguente conforme allaxcgola detta di fopra diciamo noi: 
ch’eflendo dunque quella parte del fecondo libro fiata tradotta da autor 
greco ò modcrno,e curro i l rimanente da fcrittura Hebrca& antica, non 
e marauigliafe l’uno de gli llili fcmplicee llato diftcfo,e l’altro periodi- 
co c più ornato.Ma fe vogliamo toccare(comc fi dice) con mano quefta 
differenza; facciamo coli: Pigliamo il libro di Elterrc, il quale, dice fan 
Girolamo d’hauer tradotto dall’Hcbrco;. 

Quem ego de ari biuio Hobreorum tele nani ver bum è verbo ex prcjjìus tran fluii 
Ma ad ogni modo alcune parti di lui dice il medelimo Santo d’hauerlc 
ancora trouate fcritte in greco, & egli doppo hauerle tradotte dall’hc- 
breo , le tradtifle ancora dal Greco. Horanoi prendiamo vna di quelle 
ationi del detto libro.che daS. Girolamo due volte e (lata tradotta, vna 
dall’hcbreo,e l’altra da gtcco,e veggianne la differenza, quanto difciol- 
ta,e femplicc farà l’vna.c quanto periodica ed ornata farà l’altra, cheque 
fio folo baderà à chiarirci. Si dice in tjucl libro ch’Eftcrre pompofiuné- 
teveft ira andò à trouar il Rè,& affacciata fi à lui con molto timore, chi- 
nò il Re la verga d’óro in fegno di buona volontà , & cirendofi apprctfa- 
taEftcrrc à baciatela formalità dello feetro , le dimandò il Rè, che colà 
cffavoleua. Tutto quello la traduzione dall’hebrco il dice cosi . 

Die autem tertio indilla e sì Efiher regalibus vcjlmicntis , & fletttinatric dorma 
regio, quod crai interim contro ha filli am I{egu- al lUefedebat fuper folnnn fuumm 
confifìorio paloni contro oiliurn domus . Cumque vidiffet I flir /{esinanì jiantem, 
piarmi utala eitu, & extendit conira eam vhgam auream, quatti renerai ruanu ■ 

Qtucaccedcns ofculata cfl fummitatem virgo eiu< : dixitque ad eam Rex , Quid 
*is Efìher Regina ? qua cjì paino ; cluni fi dimidtam partetn regni petiais , da- 
bitur libi . 

Hora fentiamo le medefimccofé nella tradottione dal greco. 

Die autem tertio depofuit vefiimenla ornatiti fui,& circondata e fi gloria fua: cum- 
que 


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I $o 11 Predicato)’ del ‘ Panìgarola 

que regio figgerci babau . & inuotefict immuni n ttonm , e'r Sai mi tonni Dcunt', 
qfumpfit du.is fxnnda» : & fupcr mani qudem htwtelatur qua fi pia dclutjs , <jr* 
ninna tcncritudine cor/ m (tomi efjcrtc non fiflincns ■ altera autem fn.ularun; fc- 
quebatur dona nani , difiuei.tia in bun. um rd ttnmta fuiU ntam . 1 pfaautem rofeo 
colore vulnera perfufa > eir gratis ac mtentibusoculn tufi 1 mielabai anrmum , & 
ninno timore connati um . lugli fa igaur i unita per ordinivi olita , fitta tanna He 
gpn, vbi die refidebat fuper Johum regni jui, indutus vesiibics rrgùs awoquc 
Julgcns y & prxttofis lapidibus , eratq\ ternbdts afpctlu Cinque eleuaffet facicm , 
& ardenabus otulis furor em felloni indi taf et regina cori uir, cr m p.. llorem co- 
lore mutato laffulurn fupcr ani UluLmrcilinawt input . Contili titq\ Veusfpintum 
He gii in m.infuetHdtnem , & fefhnus oc metuens exilut de folco: c? fufient.ms eam 
vlms fuis , donccredirct ad fé bis rei bis UandiCuOtur : futd habes Itihcr ? 
c quel che feguita. 

Da che troppo chiaramente fi può vedere quanto lo ftilc di l'opra fia , 
come dicruaino , diftefo e puro : c qucll’altro non (biodi raggirati pe- 
riodi pieno; ma di membri periodici ancora. A quali membri periodici, 
ò periodi {empiici , che vogliam’dirc.ritrouand’horamai: poche pagine, 
diciamo , de nollri Ecclcliallici e Greci , e Latini, ed Iraliani porrafli fi- 
nir di leggere lenza ritrouaruene alcuno. In Gregorio Nazianzcno per 
«{Tempio, nel c iminciamcto dell’orationc in Laude Baffi quello n’è vno. 

D ebetur vtfi quid aliud viris cuoi attera egrcgqs,twn in di tendo copiofis orano . 

In fan Ballilo de ptnitentia . 

TDefpcraiio cum qui femcl recida in peccatis valutari oc perdurare, pcnitentìa vc-c 
ròcxpcltatio iaccntcmJU’gere & ampliai non delinque» chortatur. 

In fan Griltomo nella prima Orni lia nella Gcneli. 

Commuta nnfiri omnium Domimi , velati pater fihos indulgenter amarti - cu- 
pidi» ca, quxnunquam peccali mus , noi abluerc , lune noia , qux per /cium urti 
fit , curalionem adunami . 

In fan Ag oliino de verbis domini nel fermone fettimo . 

De hoc capitalo Euangelq, quid Dominai donami audite . 

In fan Girolamo ad Hcliodorum. 

Qjiin’o amai e & fìadto contende) un , vt par iter in beremo moraremur , confali 
mutu e ih oit atti pctius agnofett . 

In faiu’ Ambrogio ad Virgincs . 

Ego ad Bmonienfe inuitatus conuiuium , vbi fanlti martini celebrata translatio 
efl npophonca vcbn piena fanti it.au <jr grane rcfciuaui . 

Iu un Gregorio nella epiltola innanzi alla prefationc in Giobbe. 

Dulum te fr ater bealiffimc m Coni latitino politala vrbe cognofiens cum meillic 
fedii pofolicx refpon/acòflwigerent , & tedine mi un fi a yrocaufu fida l'fgoto- 
rum legano padu.\ifiet,omne in tuis auribusquod nubi de me difphcebat expojm- 

In Monfig.Cornclio nella prima parte del primo tomo delle prediche 
{lampare. 

Menirecon pia fede quell’infinità bontà di Dio ruminando contéplò. 

Nel Pafiauanti nel trattato dell’umiltà . 

Quanta vtilità faccia quella eccellete virtù all’huomo ch’ella adorna’, 
qui appreflo in parte lo (trilleremo. 

In noi medefimi nel principio del Compendio de gli Annali , parlan- 
do di Maria Vergine . 

ElUndo ftata nell’anno terzo della fua età per voto già fatto dalla ma- 
dre of- 


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Sopra la Particella XIX. ipi 

dre offerta al tempio, quiui nel luogo,a limili tànciulle dedicato , vnde» 
ci anni Temi. 

Se bene per quello che appartiene à noi ,. mie nello Icriucre ò hiftorie 
ò comcnti , ò lettere, alcuni periodi tali habbiamo adoperati , dal-*- 
l'altro canto nelle prediche , orationi , & altri perfuafiui componimene 
d,ò pochi,o non neduno crediamo d’haucrfcne lalciaro vlcire dalla pen 
naie tutto per ragione tanto giufta e chiara, quanto yn poco più bado 
ad altra occadone dimoftreremo . 


PARTIC EL L A 

DEC1MANONA. 

TESTO DT DEMETRIO ' 

Tradotto da Pier Vettori. 

Vjompofitis autem periodit , vitìmitm membrum lori gius opporteì 
effe , & tinqxam continens , (3 amplc&ens alia : fic enim magni - 
fica crii & bonefìa periodili , in bone Slum , & longum de [inerii 
membrum : fin , màfie & claudx ftmilfi , exemplum autem ipfius 
t fi tale. è j*f to' wth y tut\Se,KaAÌr <t>Aat TÒ > ÙTWTtt. ìpÀTtu t d tipniitnz. 

P A R A F R A S E. 

A ritornando a periodi comporti, di loro bifogna auuertire, 
che Tempre l 'ultimo mcmbropiù longorta degli antecedè 
ti, e quali continente, & abbracciarne gli altri: percioche 
di quella maniera terminando il ragionare in vna claufofe 
Jonga.e magnifica, del magnifico e del grande haueràanch'egli,*al- 
triméti quali fpezzato , e zoppo riufeirà : & eflempio di quello auuer 
timcnto pollo in opra potrà edere il periodo fequentc. 

Percioche non il dire lodcuolmente lblo è lodeuole; ma fi ben e,cfte 
le cote le quali tu dici edere degne di lodc,ponghi in executione . 

C O M M E N T O. 

O PeRo medefimo anertlmcnto , che l’ultimo de mèmbri nel periodo debba 
(fiere più long U’ gli a’ fi, lo diede (t cerone ancora nel tergo libro de 
Oratore, oue ragiono di quefia materia , & aneli' egli auuertì ,chefei membri 
del periodo iu estremo brÈUVJi\ifunt,infringitur ilkvcrborum quali 

ambi* 

^ , Digitizèd by <3oogI 




191 II Predicatore del Pamgarold 
tus . Quarc , diffe , aut paria effe debent poftrema fuperioribus , extre 
nxa primis , aut qaod etiam eft melius , & iucundius longiora . 

7 /e è marauiglia che , e Demetrio , e Cicerone diceflero quello che prim’ha- 
nciu.no detto e Teofrafto ed i^sfriflotile : Jl quale >AriJìotilc fe bene nel 9. Cap. 
del ter^o della Storica pare che non degli vi timi foli , ma in vniuerfale di tut 
fi i membri ragioni , & inferni à non fargli fouerchiamentc breui ; fi vede nondi 
meno che dell’ ultimo membro del periodo principalmente ragiona , non fola 
perche i valentuomini che l'hanno commentato , in queflo (aumento l’hanno 
prefo ; ma perche il difeommodo , ch'egli dice che nafee dalla fouerchia breuttì 
della claufola ila fmilitudine ch’egli n’adduce, all’vltimode’mimbn proti fi- 
mamente appa rtengono . la doue none dubbio , c/>e quando doppo vno,ò dui , 
otre membri ragioneuolmente longhi del periodo , ne J equità l’ ritmo breuiffi- 
mo , apunto come dice c^friflotile pare che l’a frollante intoppi . In quella ma- 
niera che credédovnocbc camma à chiù fi occbìfhe m’piTjp ancora le rimanga 
di fpatio prima che fia per ritrouare vn’ muro , ò altro oftacolo , fe prima di 
ciò che immaginano, lo ntroua , vi vrta dentro , e ne viene rigettato indietro . 
(dmina con la immaginatione l’afcoltante per quegli fpatij , per gli quali crede 
che debba caminare il dicitore , il quale fe doppo ; primi membri longhi forma 
l’ ritinto breue , la immaginatione di c'nfente nel mezzo del camino fi troua al 
termine, e fi può dire che int oppa: equejioe l’mcommodo, che ne adduce ~H.ri- 
ftotile dalli parte di chi afcolta , oltre che il parlare in feflefìo pare che fi (pez- 
zi, oue non donerebbe' che è queUo che diccua Cicerone, )che Verborum ambi 
tus infringitur .Et il periodo hauendo di più gambe alcune longhe , e l’viti- 
ina troppo breue, bi fogna perforai che l’ adoppi , e che come dice 'Demetrio 
fìat periodus inala , & clauda: fimilis. Se bene egli di queflo virtuofo mo 
do di periodo non ci da cfjcmpio alcuno : ma del contrario filamento , cioè d’vn' 
periodo de due membri fatto come fi deue in quefla parte detl'bauere il fecondo 
membro più longo del primo : T^èperò fi sd da quale authore eglilo cauaffe , 
pia le parole fono quelle che già dicemmo nella parafrafe . 

Tercioche non il dire lodeuolmcnte folo è lode noie ,mafi bene che le cofe,lc , 
quali tu dici effer degne di laude, ponga in efjecutione. 

La doue fe noi muta fimo Cordine , e preponendo il più longo membro, e po- 
{ponendoli più breue dice fimo . 

In queflo che tu le co/e , le quali dici efiere degne di laude, ponga inefiecutio 
. ne confi ile la vera laude, ma non nel dirle folo . 

Già fi vedrebbe , che haue remino inzeppato il periodo , e fattolo {pezzato, 
e claudicante . Etilmedefimoinmolticjjempie latini e volgari fi può vedere, 
principalmente mutandogli , come habbiam’ fatto nel papato horhora , per- 
che di quefla maniera fi (copriranno I vnl’ altro con molta facilità , & la virtu- 
dc , e’I vitto . (1 cerone dice. 

Tantum UJc honorem Sicilia; habendum putauit, vt nehoftium 
quidem vrbem exfociorummfula toJlendam arbitrarctur . mentre 
.meglio diciamo cofi. 

Quod 


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Sopta la Particella XIX. 1 9 J 

Qùod vero ne hoftium quidem vrbem ex fociorum infoia tollcn- 
dam arbitrata fit, hinc patet quantum Sicilia: honorem haben- 
dumputarit. 

In vn’altro luoco dice . 

Magiftratuumautem n&flrorum iniuriasitatulcrunt,vt ncque 
ante hoc teinpus, ad aram, legum prjefiduunquc veftrum publico 
confilio confugerent. 

Che Stà eccellentemente . ^Mutiamolo. 

Licet enim nunquam ante hoc tempus ad aram Iegum prefidiumque 
veflrum publico confilio confugcrent;magiftratuum tamen noltro- 
rum imurias tulcrunt , T 

E non Stara bene. £ nel volgare noSlro . 

Toiche la tavola fu meffa , come la donna volfe, 'Fjnaldo infume con lei le ma- 
ni lanate fi fi pofe a cenare . 

QueSìo i vn bel ponto , diciam’ coft . 

(ome la donna volle allora Rjnaldo infume con lei le mani lauatefi fi pofe a 
tenore , quando la tauola fi meffa. 

E faremo vna fconciatura : Et altroue , 

Taluna laude da te datagli fi , che io , lui operarla e pii mirabilmente che 
le tue parole non poteui e fp rimere , non vedeffi , 

Che fé con ordine mutato fi proferifee niuna coft al mondo Starebbe peggio. 

Tuttauia non mancano ancora nel medefimo Decamerone efiempi,nei qua - 
li gli vltimi membri dei periodi fono più breui degli antecedenti. Come in ma- 
donna Beritola . 

7qi folo quel dì fece (orrado fella al genero , &agli altri fuoi e parenti , 
amici , ma molti altri. 

Et in Ghifmonda , e (juifeardo. 

Olla la pouerti non toglie gentilezza ad alcuno , mai fi hauere. 

£t in molti luoghi : onde Infogna andar pcnfanio,fe forfè il documento di fa 
re Vvltmo membro più longo degli altri , non ad ogni profa , ma alla oratoria 
fedamente fia neceffario , ò pure , credere , e fendo la regola vniuerfalc , che 
ancl/ejja le fue eccct tioni patifea . * Demetrio iflefio certo , oue tratta delle ve- 
nustà, vna n'infegna nella particella 7 6 . la 'juale quafi fempre dalla concifione, 
ebreuità fi caua dell'ultima clan fola . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

V aramente le (cotture nofire canoniche , oue di continouari &anti’~ 
chi periodi (I fono feruitc , & anche in quc’pochi luogi , oue gl’in- 
rerprctiloro degli intrecciati c ritorti hanno hauuto per bene di valerti, 
quafi (émpre pare clic conformea quefio infegnamento , più lunghi hab 1 
biano fattogli vltimi membri degfi antecedenti: Tuttauia fi come in 
tutti gli autori Etnici c prò foni fi vede, cosi in qncftc nofirc diurne carte 
. ancora 


Digiti; 


I $ 4 M Predicatore del PanìgaroU 

' ancora occorre alcuna volta il contrario , clic periodi dcH’vna e «felPal- 
rrz forre, con l'ultima claufola non pure più longa; inane anche al!<_» 
precedenti in longezza vguali fi ritroua no. Di tutta la fcrirtura il p'rimo 
periodo non intrecciato ; ma di tre claufole continouàte c quello . 

Terra eroi inaiti s & vacua , & tenebra erant fuper faciem abyflì, & fpiritus Do 
tram ferebatur fuper aquas. 

Il qual fi bene nella latina lingua non hà l’vltima claufob,fe non vgua 
]e all’antecedente : ncH’Hcbrca nondimeno con bcl]ilIìma,proportione 
l’hà più longa dell’altre dicendomi! . 

Ve aare% aida tau vabou . 

Ve o ficcai ptnctehom. . . 

Ve ruab elotm mira/re ped al pene amaim . - . , i 

Hora à quello ne fcquita vn’altro di due membri . 

Dixitque Deus, fiat lux- 

Et fatta eFÌ lux. 

Che hà come fi vede, l’vltimo membro minor dell’altro, & in Hc- 
brco fi feorge anche maggiore la differenza , ouc fi dice. 

Vagiamer cJoim relii or. Vaxi or. 

Ne però c vitiofo : anzi v’è dentro vn’artificio Diuino : conciofia cofa 
che per moftrarc come fubito à vn’cenno , in vn’ momento folle vbbedi 
roDio, biTognauadoppoilcommandamentodi lui. 

• Dixitqy Diliscai lux . 

Precipitofamcntc in tre fillabc narrare l’vbidienza , c l’eficcutionc . 

Vai or Et fati a e fi lux. 

E fi vede che non è a cafo , c clic regolatamente s’c farro così , perche 
gl* altri comandamenti di Dio, che feguono , lempre ne efprimc 
la (crittura l'vbidiéza con mebretto ó incifo lì picciolo quanto c quello . 

Et fati umettila. 

Che in Hcbrco c anche minore dicendoli . Vaby Ken. 

Ecco le parole iftefie . 

Dixit quoq , Deus, fiat firmamentum in medio aquas u.e-r diuidat aquas ab aquìs. 

Et fatium efi ita. E più giù . 

Dixit ve>è Deus . Cougregentur aqua > qua fub cerio fune in iocum vnum, & ap 
paieat arida, & fatium cft ita. 

E pocoapprdTo. 

^istDctu. Germina tcrram berb.rn virentem & facientcm femcn,& lignù pomi 
feruta faciCnsfruSum iuxtageuusfuum, cuius femen iu femeùpfo fit fuper tcrram. 

Et fatium e FI ita • 

Di modo clic come veggiamo , può occorrere molte volte che non fo 
lo non fia male ; ma per varie cagioni fia artificio grande il far che l’vlti- 
mc claufole nd periodo fieno minori dell’aJtrc . Nel libro fecondo de 
Macabri, ouc haitiani’ dcrto,chc più che in ogni altro luogo della ferir 
tura (i fono feruiti gli interpreti di raggirati periodi, molti lenza dubbio 
4è ne trouanocól’vltimcclaufole più longlic della prima, come quello. 

Spiritus omnipotentis Dei magnani fccit fue cjlenfiortis euidentiam ita , vt onmes 
qui au/ifieruiit pai ere et > menta , Dei vntute , ni drfjolutionem formidinetn 
connate rentier. 

Ma aitri ancora con l’vltimt claufole più brcui delle prime fc ne tri- 
llano , come, quello . 

Etenitn 


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Sopra la ParticeSa XX. ipj 

Etenim inteUefium alligere , & ordinare fermonern & curiofms farla fingala 
fuafquc dt fimr ere , hiflorix congruit au fiori : breuitatem vero difiioms fe fiori dr 
ex ecuttones rerum vitarc brcuianti concede ndum cfi . 

Che forfè parlando d’abbrcuiacione e di breuità fù altrefi artificio il 
fare che in più breue , c non in più longaclaufoia termi nafi*c il periodo . 
De’ noftri fanti padri Ecclcfiaftici vno di quelli clic più periodicamente 
hanno tefiuta la profa, è fiato San Leon Papa: & egli ben alle volte-* 
termina il periodo in più longa claufola : come , oue dice per cf- 
fempio. 

Tfonenim ad illui tantwnmodo ficramentum,quofiliusDei confempiternus ejl 
patri i fed etiarn ad bunc ortum , quo verbum caro fafium est ereditimi pcriinerc 
quii difium esl,generaitonem cìus quii enarrabtt ì 

Ma la finifceancheralhora in claufolc minori del l’antecedenti, come, 
percontinouare il medefimo foggerro, oue più ballo dice . 

Quia Domini Saluatorisque noftri natiuitas non folum fecundum D eitatem de pa- 
tte ; fed cium fecundum cxrncm de mane ita facuh.nem Immani exccdit cloquif , vt 
merito ad vnamque referatur quod difium est . Ccnerationem eius quii cuoi tabu ? 
in co ipfo quod dignenon poteStexpltcari , femper e ruberai ratio diflèrcndi . 

Di modo che fenza cauar più efifempi da Latini, o Greci, polliamo rac- 
cogliere che la regola data da Demetrio qui, non e vniucrfale , celie fc 
bene per lo più,&: oue ragioneuolc cagione non faccia in contrario, non 
efe non bene, il far più longo de gli altri l’ultimo membro del periodo. 
Dobbiamo però fu pportar volonticri s’alcuni de’ noftri ad elTempio de* 
Latini, e Greci fanno talhora in contrario . Come in vero in molti luo- 
ghi lo fa Monfig. Cornelio : fe bene noi di due foli ci contenteremo, ciò 
Tono d’un’ periodo di tre membri , oue il terzo è molto corto nel Proe- 
mio della predica della Vigna : ed’vno di due,oue brcuilfimo è il fecon- 
do, c longhiftimo il primo, nel cominciamento della prima parte della 
medelìma predica . I tre membri del Proemio fono quefti. 

Come l’horrendo verno del peccato d’Adamo, noi tenere piantc,c no 
uellc viti fece morire.togliendoci l'humor vitale della diuina gratia, on- 
de fatti difutili ed in fruttuofi , ci cfpofcalla malcdittionc di quel gran 
pradrc Agricola . 

Cofi la gioconda e gratiftima primaucra della bontà di Girili • , ch’è 
noftra vite, c vita, noìlra radice , c capo , con eterna laude , beneditrio- 
nc, c premio ci fà, come fuòi palmiti tanto più glonofumcntcriui- 

uerc, 

Quant’c più potente il ben del male, la gratia del diletto, Iddio dcl- 
l’huomo . 

Etidue primi membri della prima parte fonogl’infrafcritri . 

Si come nelle publiche felle, quando tra tanti altri piaceri , commi, 
giuochi, trionfi, per pompa reale i cnualli corrono al palio, ( fpetracolo 
certo degno di quella frequenza, c di quel plaufo, perche non meno 
gioua per l’cllempio di ciò, che diletta per rallegri.! ) quelli honorati fi- 
gnori.che per le llradc, allcfincftre , sù i palchi Itanno à mirar la gcne- 
rofa pugna di que* magnanimi dell rieri , benché tenendo l’occhio fidò à 
quel cauallo , al qual defidcrnno i primi honori , veggono che per modo 
disdire , mette l'ali à piedi per edere il primo à toccar la meta , vola non 
corre dclìdcrofo anch’egli della fu.i gloria, il fanciullo lo sterza, e fpro- 

N njj la 


i 9^ 1/ Predicatore del Pani parola 

na, la (Iradac fpedita, non hi intoppo , nc ritegno , non fipoflono però 
tenere che d’un dolce c foauc incanno ingannando fc (Vedi, non fi muo- 
uano hor ad vna parte, & hor ad vn’altra con le mani, con le fpallc, con 
gli occhi fi (tendono, come s’haucficro lasferza: llringono i piedi, come 
s’haucflcro gli (proni: fi girano, come fc gli fedefiero (opra , c haueflcro 
la briglia in mano: incitandogli l’amore à far tutto ciò che ponno in fa- 
uor fuo,quafi che quelli moti,e quelli gctli pollano in qualche cofagio- 
uar loro alla vittoria-.. 

Infin qui tuttoqucftqèvn membro folo , pofciachc non habbiamo 
ancora trouata la rilpoltaalla particella , fi come; c per la fofpenlionc di 
lei fiamo per anche fenza verbo principale ; E pure àfi longaclaufola , 
l’altra che viene à terminare il periodo, feguita tanto breue , quanto fi 
(ente aggiongendofi . 

Così c non altrimenti la mia cara, c da me Tempre diletta Città di Pa- 
doua;auuiencamc damane con rutti voi . 

Se già non volcffimo dire, che profeguendoegli poi l’applicatione del 
paragone •' con dire , Veggo che fete alle mode &c.con lalonghezzadi 
rutta quella lettera, quali virtualmente implicita , nel fecondo membro 
del periodo, egli molto bene rimedia alla breuità di lui. Che à me piace 
grandemente: Sì perche la ragione in fe c apparentemente buona; co- 
me perche l’auttorità di Monfig. Cornelio, eia eloquenza di lui ci fan- 
no vgualinente credere , che celi fenza notabile cagione non haurebbe 
rrafgredito precetto coli conofciuto nell’arte del dire , quanto e quello 
della longhczza dell’ulrimc claufolc nc’ periodi. Oltre che vogliamo 
aggiongcrcin difefa di Monfignor Cornelio vn’altra cofanoi; che be- 
ne potè egli fare, come fece: poiché Gregorio Nazianzcno medefimo 
nel luogo, onde il Cornelio cauò quella comparatone dei Barbari, 
pur fece anch’elTò più breue il fecondo membro del primo . E le parole 
di lui nella funeralc.in laude di Bafilio , fono quelle . 

Qunrudmodum igilur cernere eji eoi-, qui equa , & fptttaculiioblettiVUur circa 
adita Jltnos e quorum cui fui affetto! effe: e.xiliunt , clamata , po' lerci» in c criniti 
mitrine fedente! babcnai mnderantur, acrem verberant , cquos digita quafì flmtulis 
iti alteriti n atque alter um latiti fubinde iitiigunt , etm rubli borurn in ip forum pote- 
vate fluii fu, facile inter fe aurigas equos equorum sìationcs certamimi ducei per- 
mutine [idque quoniam tandem tuuenes tenuioret plerutnque pauperei , & qutùui 
ne vnumqmdcmdiem Pittiti fuppetit ) eoiem planò modo tpfi erg i prxceptores 
fitoi ahosque ciK.sdcm artis profeffores torumque amtioi affetti futa , in hoc elabo- 
rante t ve ir numero crcpane, ar din opera fualocuplettoret efiitiatu . 

Ma terminiamo hor mai la digrcllìone . 



PAR- 


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f 


PARTICEL L A 

V I G E S I M A. 

TESTO DÌ DEMETRIO , 

' A ' Tradotto da Pier Vettori. 



Tifa autem genera periodorufunt. Hi/lorica, Dialogica, Oratoria, 
hiflorica quidem,qua ncqui circumatìa, ncque remtfia vcbemen- 
ter;fed in medio a>'abarum,vt ncque oratoria videripoffit,& alte- 
na à pervadendo propter circumaBioncm : honcHatemquc ha- 
beni, (3 biftoricu ex fimplicitate: feu bxcipfa A<tp"'* xsù T*pvr*Tit< otyinrTa* 
vfqueadtitatTiptf lì ttupot. Solida enim cuidam , & firma terminationi vide- 
tur. Similis ipfiut claufula . Oratori a autem periodi contorta forma , & cir~ 
cularis:& qua egeat rotando ore , & manu, qua vna cum numero circumaga- 
tur. ceu buius pitr tlvuo. too rojii^mr ru/xiipur t* to'a«a«a uàat ri* 

ri/itr: tira i&ìtov Tculòt «trina. tov p'ctjSpi’t' ùpiKtynaaTtiToK , eif ir oL- 7t u, 
awutpiiy ferme emm tifico à principio periodus buiujmodi conto) tum quiddam 
habet-,&quoi ofiendit,quod nullo modo defineret in fimplicern finem . Dialo- 
gica autem periodus ejì,quaadbuc remij]d,& fimplutor biiìorica,(3 vixofìen 
detti quod periodus ch,quemadmodum talli **tì0w > ’ rov irnpaiivfq', 

ad, Artriw rrpàrov iyamt iafta enim fimt inuicem altud fupcraliud membra, 
quemadmodum in difjoluta or attorte, & cum defierimus, vix intclhgcmus in fi- 
ne, quod id quod (fiatar, periodai e fi: oportct enim in medio di(linclx,& contar 
ta locutionis, dia logico, m periodum Jcribi ; in mixtam effe ftmihtcr ambabus . 
Tertodorurn quidcm Jpecies tot . 

PARAFRASE. 

Opra il tutto bifogna auucrtire, che il medefimo periodo 
con il formarlo più ò meno morto di tre maniere può 
riufeire ideile quali allo fcriuerc hittoric approprutaè 
. la prnna.al dialogo la feconda.* & al dire oratorio la ter- 
za. Dcue effere il periodo hiftorico,ne troppo ritorto,nè troppo ri- 
nieffo, ma per vna via di mezzo : tal che non habbia dell’oratorio, 
perche quella troppogrande tortura leuerebbe la fede alla {littoria ; 
ma che ad ogni modo con la (implicita conlerui la madia, co i.e 
quando Senofonte ditte, di Dario, edi Panfatidenacquero due figli, 
de quali il maggiore fu Artaferfe,& il minore Ciro. 

Oueanchc li vede vn'altra cola conuenientilfima alla hiftoria. 
Cioè che l’vltiina claufola finifce d’abbracciare il tutto, e lalcia l’ani 
mo totalmente quicto,cripofato. Piùritorto poi bilbgna, che fiati 
’ * N » Periodo 



mized 


198 11 ‘Predicatore del Pannar ola 

Periodo oratorio , c tanto circolare , che il numero di lui cofiringa 
anche l'attione di chi’! profenfceadcflerc,enella bocca,e nellama- 
no quali monda ; Come quando Dcmofiene cominciò . 

Io certo si, perche ftimauo fcruigio di tutta la Città il leuar legge 
talc.comc perche al figlio di Cabria dcfidcrauo di giouarc, d’aiutar- 
gli, in quanto à me è fia to pofiibile, non hò mancato . Che ben qui- 
ui infin dal principio conofccfubitorafcolrante, cheperiodico, e 
circolarehà daefiereil ragionamento, e che lenza nuolgimcnto 
non cpoffibile,chenefca il fine. Il Periodo dialogico,finalmctean> 
chepiu rimcflò,e più fimplice dello hifioricocóuiene,che fia tanto, 
chea pena altri difiingua s’egli fia periodo;Comc quello di Platone. 

Scefi hicri nel Pireo con Glaucionc figlio di Anftone affine, c di 
fare oratione alla Dea , & anche di vedere la folennità come facefi- 
lero coloro le cole,chc all’hora cominciauano a fare . Ouc paiono i 
membri gettati vno adofiò all’altro, come ncH’orationc diltefa , & 
appena infine ci polliamo accorgerete vi fia fiato periodo; perche 
in l'omma mezzo fra l’oratione periodica, e la difiefa, biibgna che 
fiiail Periodo Dialogico , e che quali di tutte due fia coni pollo; 
£ tanto bafii delle tre maniere de’ Periodi . 

COMMENTO. i 

S I vede chiaro, che quella è la quarta particella , che dicevamo di tutto il 
trattato , che fà Demetrio no Rro intorno al periodo ; Et anclre appare 
molto bene quello, che egl'infegna qua; Cioè, che di tre forti periodi fi ri- 
trouano. Oratori, Hiflorici,e Dialogici. E come habbiamo noi fecondo vari mo- 
di di fcriuere d formare varie maniere di periodi . Ma ad ogni modo tre gran - 
diffime diffidi Ita rimangono d propofito di qui fio luogo,delle quali diflintamen 
te bifogna ragionare. Vua, che quello, ch'egli tratta qud.pare che fia gid trat- 
tato di fopra , oue egli infegnò quanto periodico conueniffe , che fofie il ragio- 
nare. L’a'tra,che non pare come pofja il periodo dialogico effere mifio di orat io- 
ne periodica, e d-flcfa-.poiche, fefard vn periodo folo, come participerd del par- 
lare diSltfo ? E finalmente , che Je bene ‘Demetrio dice , che bifogna fare bora 
più ritorto, ho ra più rimc/Jo il periodo, non c'infegna però , quali fieno quelle 
cofe, che ò più ritorto, o più rim efio facciano il periodo.E veramente quanto aU 
laprima noi confeffiamo,cbe nelle tre particelle 1 6. quefìo di propofi- 

to infegnò Demetrio,che i noflri ragionamenti, non dobbiam fargli, nè tutti di 
non tramezzati periodi, nè tutti fenza periodi ; ma vè gran differenza dal ra- 
gionare di tutta la prò fa ,ò d'un periodo folo, Ter efiempio in vn efferato altra 
cofi è L’nfegnare , che la tale J quadra babbia da e fiere non tutta di arcieri, nè 
tutta di picchieri fola, ma mifia degli vni, e de gli altri ; ouero di i iafeuno de gli 
arcieri appartatamele trattare quanto debbano battere ò tefo,ò rime fio l’ano, 
t ono am h: i periodi nelle fquadre de i ragionameli in profa, e picche le elaufolt 
difìefi ;S già hà infognato Demetrio, che di picche, e d’archi miramente fi hà da 

farcia 


S ipraUTarttcelU XX. 199 

fiere la [quadra ) ma bora di ciafcuno de gli archi mfegna quando più , ò mej 
no habbia da effere ttfo : cioè che à periodo per periodo ciafcuno di loto nel. 
l’oratoria proja hàdaeflere molto ritorto , nella hifloria mediocremente , 
e nella dialogica quafi niente : Ma qui nafee la feconda difficultà ; pemoche 
fe f Demetrio parla qui d’un' periodo folo, & infegna attorno advn foto 
periodo , quando babbitt da ejjere più o meno rimeflo: Come dunque patlan - 
do del periodo dialagico dice , che hi fogna che fta mifìo di parlare ritorto e 
diftefo i Opportct emm in medio diftin&a , & contorta Jocutio- 
nis, dialogicam periodimi fcribi» &mixtain effe fimiliter ambi- 
tus . S’egli hauejje detto che la profa dialogica ha da efleremifla di parlare 
ritorto e diftefo ; fi intenderebbe fubito che bi fognerebbe parte dei concetti 
dire intrecciati , e parte continuati filamento , come s’infegno di (opra : ma 
fe parla d’un periodo folo , Dialogicam periodum , ionie è poffibile, 
che vn periodo fia mifìò di parlare periodico , e diftefo i qucftecofc non 
hanno mirato gl’interpreti: E pure à me pare eh’ erano degne di confidera- 
tione, e la cofa è tanto difficile, che in altra maniera, che in vna fola nonfi può 
faluare : ma quella è la vcriffima : cioè che quando Demetrio tratta qua u ac~ 
commodare diuerjamcnte -vn periodo , intende di accommodarc diuerfamente 
quei concetti, e quelle claufole, che da vn periodo folo poftano eflcre com- 
pre fe . Di fopra hà parlato di accommodarc tutta vna prò fa , che con molte 
ò treccie , ò contmouationi bauendo da cflere trattata, però hà infegnato fe fu 
bene à farla tutta in periodi , 'onò. Quà piglia tanta parte della proja fo- 
la , quanta può e fiere contenuta da vno de’ maggiori periodi : e preponen- 
do che noi l’babbiamo quà manti , cerca come dobbiamo accommod.i ria : Ctoi 
in qual tempo conucnga cacciarla tutta in quel folo periodo, chela capifce , 
& in quale fila meglio a partirla, e di parte di lei farne vn periodo mino- 
re , e l’altra lafciarla diftefa : E quando m vn periodo folo la cacciamo, quan- 
to intenfo ò rimejfo babbtamo da fare quel periodo : bafta che non piglia il pe- 
riodo quà perla intrecciatura già fatta , ma per tanta robba quanto può ca- 
pire in vn grandi fimo periodo : In quella maniera che vno Staio di grano , 
non intendiamo noi quel vafe di legno, che mifura ilgrano,ma quella quantità 
che dentro à quel vafe di legno può capire : E fi come chi dicefle , d uno flato 
di grano parte fi metta nello flato e parte fuori , intenderebbe che di quella 
quantità parte fi mettefie nel vafe , e parte nò. Cofi dicendo Demetrio che 
ne i dialogi il periodo parte fi mette in periodo , e parte in parlare diflcfo : in- 
tende thè di quella quantità di parlare , che l’oratore cacciartbbe tutta in x >rC 
gran periodo folo, chi ferine dialogi , parte ne debba mettere in vn minore 
periodo, e parte lafciarne diftefa , e quella , che fi mette in periodo, fta poi 
pofta in periodo ò più intenfo, o più rimeflo : Che è la terga difficultà : £ ve- 
ramente grande : perche pare flrana cofa che ci fta detto: à tale e tale occafio- 

ne fate più intenfo, e più rimeffo il periodo: E che non ci venga infegnato in 
che confifla l’effcre ò più rimeffo , ò più intenfo del periodo : cM* queflo na- 
fte da quello, cbediceuam nell’ultimo capitolo de nojlri ‘Prolegomeni ^aoe 


200 ltPrcdtCAtordèt'VanigaroU 

thè Demetrio firìffi in tempo nel quale la eloqbenza fioriua ,&ì precetti del- 
l a rte erano chiaritimi : e però molte cofe tacque come chiare di quelle che ho- 
PC/- ^ maggior parte de gli huominì non fi fanno . Ter cffimpio bora baila 
chefidicaaU arcttro, chef accia più tefo , ò più rimeffo l’arco, perche egli fa 
benijfimo l arte di tenderò, o rimetterlo : Chefe queftarte fi per de fie, parrei- 
C T ‘ dtT&t C - e tmdeJle r 6 rimette fi e » ^accennargli il modo di 
«itrZ’r, 0 rimetter . e 1 arc ° : E Quando 'Demetrio fcriucua ,che fi faccfjc 
m , en0 ,l P ertodo ^omefi torcejje più ò meno era chiariamo: la do 
“ n h™ fi chiaro , viene ad efiere necefìario , che le cofe da lui fup - 

K n ’j* n °i Vp e ^ im0 r‘ E ® a C0Sl Gabbiamo fatto difopra in molti luoghi ; 

hab r am ° M f e P utom ch ' confifia la formalità del membro , e del 

Et ‘ l mtdef,m ° habbumo Aerato di farem queflo 
e,Tin C *Ì*P'S ltarci " man V pretto di profa, tanta, quanta può ca- 
f ‘ il ZiZ \ rnJ ZZ ,or, P enodr > E t mfegnare in atlanti modi ferie può forma - 
flr/rora d T ° oratorio > 6 borico, ò dialogico ; che 

t liZi 7f°a *“**’ V V d,JjÌma > C daB * 1 uale « r 'M P°‘ thianjfima 
^/fo£?S^ PartUe ij dl Dmetrio > £ d 'P>* tutti quegliefiempi, che à 
quejlo propojitoci piacerà di addurre : Sia dunque il pe? 7 0 di prò fa , che ci 

qUen ° dl M ’ Ciou - Scacci, Humana eofa è hauer compaf. 

meL r&fn r ' T*. C ‘ ajiuna P er f om ^ bene , à coloro è mai/ima- 

mente richie/lo, li quali già hanno di conforto bauuto medierò , CS hannol tro- 

uato w««W. Tutta qucRa robha diciamo che capirebbe beuifimoin vn’ pe- 

n°ir° -, & anche parte fe ne potrebbe mettere in vn periodo minore , & il 

fi dicemmo * <Uemt ° * l * V * P er ‘ odo f ol ° > e di tre membri capirebbe il tutto. 

Se bene toft bumana cofa è hauer campatone de gli afflitti , che i cìafcunct 
per fona (la bene il farlo y à coloro nondimeno è maffimamente richiefto i quali 
di conforto battendo hauuto me flicri, hannol trouato in alcuni . 

T^cl quale periodo} il primo membro dura fino alla parola farlo indù fina- 
mente, percioche fi bene pare che fieno due membri , vno quello . 

Se bene cofi humam cofa è Thaucre campatone de gli afflitti 
E l’altro i quefto , 

Che a eiajcuna per fina fla bene il farlo. 

Nondimeno per le regole dette difopra fi vede, che dell’appicco, fé bene: U 
rifpofla è il nondimeno. La quale perche non fi troua fino allaclaufola,àco[oret 
nondimeno &c. pero innanzi à quella ctaufola tutto l’antecedente è in’ meU 
brofolo; importa che m quel membro vi fi, a l’altra picchia trecci 
ta di due appuchicofv che, mentre fi dice cofi bumana cofa, che à ciafcumnl 
tene, perche non è meonueniente, che in vn membro iTun’ periodo fieno miri, 
ciati due contifiyVrimo membro dunque i quello che habbumo detto • Secondi 
i quefto, à coloro nondimeno è maffimamente richiedo , il quale co’l ’nondimZ 
»• rifponde ciprino, c ci’l coloro domanda tl terzone he è fteflo, i quali di com 

Sorto ‘ 


Sopra la Vorticella XX. io f 

furto hauendo battuto mefiieri , battitoi trottato in alcuni . Tfè bifogna dire che 
quà fieno due membri per la fojpenfione della parola hauendo , perche efiendo 
brcuijjima quella farticeUajmmol trouatoiu alcuno, non fà membro dijlìnto, 
ma con le parole antecedenti forma vn membro falò j € cofi fivede che le pa- 
role del noflro tema in vn falò periodo fi pofiono mettere ; (fame è anche vero 
che parte fané pofiono mettere in periodo minore, c parte la fatar fi dt(lcfe,come 
hauer fatto il Boccaccio mede fimi moHreremo vn poco pii J baffo. Fra tanto 
•volendo mettere tutte le fapr adette parole in vn Periodo falò, cerchiamo in 
quante maniere fi potrà fare piu ritorto, o rime fio detto periodo ; £ rifpon- 
diamo che in cinque modi quello potrà auuenire, perche più ritorto farà il pe- 
riodo, quanto hauer à più membri, quanto glibauerà più lunghi, quanto gli 
hauer à più ritorti , quanto hauer à più appicchi ; e finalmenteà mede fimi ap- 
picchi quanto più ver fa il principio dei membri faranno pofli , tanto farà il pe- 
riodo più ritorto ; ma di eia fanno di quefii modi bifogna ragionare ; £ prima 
diciamo, che queflo periodo di tre membri , 

Se bene così humana cofa è hauer compafiione de gli afflitti, cheà eia fauna 
per fona fta bene tifarlo. Secondo, à coloro nondimeno è mafiimamete riebieflo. 
Tergo , < quali di conforto hauendo hauuto mtfaieri hannol trouato in alcuni. 

Si potrebbe facilmente con qualche aggiùnta di parole finga mutatione di 
fent mento formare tn quattro membri dicendo così . 

Se bene così humana cofa è hauer i ompaffione degli afflitti , che à ciafanna 
per fona Ha bene il farlo. Secondo, à coloro nondimeno mafiimamente è ri- 
chicflo . Terzo,! quali non foto di conforto in vari tempi, & à varie occor- 
rente hanno hauuto meflieri . Quarto, ma t’hanno ancora , ò per ventura lo- 
ro, ò per boutade altrui fouente volte ritrattato in molti . 

Oue fi vede, ebeti primo membro dura fin’ alla parola furto, & appicco fio 
fofpenfiMO è il fa bene ■ il facondo dura fin’ alla parola riebieflo in lui rtfpon - 
de al primo il nondimeno , e chiama il tergo il coloroeil tergo dura fin’alla pa- 
rola me Riere, & in lui rifponde al fecondo il relatiuo i quali , e fofpcnde perii 
quarto la parola nonfolo-c finalmente dura il quarto fin' al fine, C$ al terzo ri- 
fponde con la particella ma; £ ) landò cofi ,fi vede ancora che i mede fimi con- 
cetti , e qua fi le medefime parole con poche aggiunte , le quali in vn’ periodo di 
tre membri fi dtceuano , dette in vno di quattro riccuono per forga maefià 
tua zgiore; hanno più dell'oratorio, fanno il periodo più ritorto, perche vi cac- 
ciano dentro maggior numero di fofpenfioni . E finalmente moflrano vero 
quello che noi dicemmo di fapra ; Cioè che la prima cofa che fà più ritortovn' 
periodo dell'altro è ch’egli babbei maggior numero de’ membri ebe non hà 
l’altro . La faconda cofa è, che egli anche con vguale numero de membri , hab- 
bia nondimeno la quantità continua de’ membri maggiore ; Cioè che trouan 
dofi due periodi di tre membri l’uno , ma vno con più brasi , e fi altro con più 
lunghi membri, quello farà più ritorto, e più oratorio, che gli hauer à più lun- 
ghi; Come per cflcmpio,fa le medefime parole del no faro tema , da vita banda 
accomodafiimo breuementc coti . 

K 4 


Se be - 


aoi II Prédtcatére del Pani parola 

Se bene ciafiuno de bauer compafiìone degli afflitti, coloro nondimeno più , 
i quali ne’ loro bifogm i hanno trottata in altri . E dall'altro canto allungando 
i membri dici (fimo m qitefla maniera . 

Se bene così bumana io fa è batter copafiione degli afflitti,the i ciafcun’ tem 
po,in ciafcun luogo, & à ciafcuna perfona fìà bene il farlo : à coloro nondtme- 
no, [e con retto giudicio riguardiamo, pare ibe più degli altri di efiere pi toft fi 
appartengali qealifra (cogli grandi di tnbulationi baiando di conforto bauuto 
mi (Iteri, hanno per lor ventura, ò per boutade altrui trottatolo in molti . 

T'fon è dubbio che cefi l’uno come l altro di quefli periodi hà tre mtmbri 
foli : L : nondimeno perche qui fio fecondo molte volte hà le confile, c he non hà 
il primo, fi vede (he hà più del magnifico, e dell’oc atorio . La terga cofa , che 
fi più ritorto vn periodo d' un’altro, è quando hauendo eglino eguale numero , 
& eguale lunghezza de membri , vn di loro nondimeno hà i mi rubri Siefii pe- 
riodicamente fatti , c l’altro nò . E già nella particella diciotefnna habbiamo 
hmgamete difeorfo intorno à quello che btfigni pcrthe ino membro filo fia pe- 
riodico, ò periodo fimphcc che e cgliamo etile ; £ come fia puff' bile, e he t »' pe- 
riodo fia fatto de periodi ; vi’ periodo compiilo fia fatto di membri tali ,ihe ò 
ino, ò più di loro fieno per feflifiì confederati pi ricdifimpliei . Hora pnjìipo- 
m udo le cofe dette in quel luogo, acccn mode 1 1 n o il noflro tema in due periodi , 
ambi di tre membra egualmente lunghi, ma il primo eou le claufiU Silfi, e fai 
troconi membri periodici , e vtderimo che molto più ritorto del pumo ii pa- 
rerà il fe condo . 

Se bene cesi kumana cofa è l’haucr compc filone de gli afflitti, che à elafi li- 
na perfona (là he ne il farlo, nondimeno mafiìmamcntc è riebhflo à coloro, i quag- 
li di conforto hauendo hauuto mcSìiere,bannolo trouato in alcuni . 

Quà i membri del periodo non fono per iodici. Eeccgli periodici . 

Se bene de gli afflitti bande e cmpafiicne cofi humana eofa è , che il farlo a 
ciafcuna perfona bene (là; à coloro nondimeno maffimamente riehieflo è, che di 
confortomeSìieri hauendo bauuto > in alcuni talhora ritrouato l'hanno . 

Et ecco nello (le fio tempo quanto quefìo periodo dall’altro fi finte più ritorto 
e circolare-, nè pd ò dico più oratorio, pcrcioche i periodi con membri periodici , 
fi bene per efiere più ritorti douerebbono più feruire all’Oratore ; nondimeno 
per l’aperta affittationc che vi fi fiuopre dentro non fono atti à fendilo .-Segui- 
ta la quarta cofa ; per la quale diccuamo che vn periodo fi faceua più ritorto 
dell’altro, cioè per hauerè più numero d’appicchi dell'altro, ^tl qual propofito 
bffigna in poche parole ridire quello, che nella particella duodecima lungamcn 
te difiorremmo ; Cioè che attaccamenti nella profa fi trouano di due forti, con . 
gion r iui,c fofpenfmi: Che i fojpcnjim ò f iugulari fino ad accoppiati ; Che gl’ ac- 
coppiati nei periodi ò tutti e due (piegai a mente fi pongono , ò vnofene fittoin- 
tende -, E quando vno fi ne fittointcndc ,oèil precedente , ò quello che fi- 
nita : E già fappiamoche i congiuntiui appiccameli continuano la prò - 
fa, ma non la’ntrccciano , nè fanno periodo , fi non quando due volte pofli 
firuono per corrifponienii , Ma finga i fojpenfiui non è pofiibile che il pe- 
riodo 


Digii 


Sopra la Particella XX, 2 o J 

riodo compatto fi faccia; E quanto al numero lajcundo bora il nome di 
appicchi , ò attaccamenti ; diciamo che in va periodo di due membri vi 
fono necejfari vna fofptnfionc, (3 vna rifpondenza: Jn vno di tre membri, 
due fofpcn foni , e due rifpondenze : Jn vno di quattro membri, trefofpenfmi 3 
e tre rifpondenze : In vno di cinque membri quattro fofpcnjhmi , e quattro ri- 
fpondenze , e così di mano in mano : e la ragione è, perche il primo membro e 
l’vltimo bafla che babbuino , il primo vna fijpenfwne , e l’vltmo vna rifponde 
^a . ma di quelli che fono nel me^o ciafcuno bifogna cbt babbia vna refpon- 
dernea al membro antecedente , & vna fijpenfune p r qui Ilo chefignita : In 
quella maniera che fi molte perfine in ma linea diretta non circolare fi tcneffe - 
ro per mano vna l'altra ; la prima vna fila mano baucrcbbe occupata , per lire 
innanzi à fe non ballerebbe à chi dar l'altra : el'vlùma amora vna fola mani 
adoperartbbe, perche doppo fe non baucrcbbe à cui porgere l’altra : ma del re - 
fio tutti quelli di di due mani fi firuirebbono , vna per dare à chi gli pre 

cede f] e , e l'altra à chi feguiffe . E infino à quà non fiamo giunti dotte vogliamo, 
perche dati due periodi di egual numero di membri,equal numero e di fofpen- 
fioni, e di rifpondenze , per forza bifogna che vi fieno : ma non è già forza che 
vifia eguale numero di appicchi: perche in due cafi fi può fare la rifpondenza 
fenza appicchi ; Vno quando adoperiamo attaccamenti Jofptnfwi fmgolari , A 
quali nel membro figuente bafta che rtfponda il verbo principale fenz’altro ap 
picco : e l’altro quando adoperando attaccamenti accoppiati , ad ogni modo vno 
de due fola [pieghiamo , e l’altro ci bafla di fottointenderc : Ma per maggior’ 
chiarezza accomodiamo il noflro periodo di tre mebra in modo che prima bab- 
bia tutti gli appicchi che pojfono bauerfi : £ poi à poco à poco fi riduca ad batter 
nc minor numero che fia poffibilc. 

Se bene così bumana cofa è bauer compaffione degli afflitti , chea eia* 
feuna perfona sta bene il farlo , à coloro nondimeno è mafjimamente riebittto $ 
i quali di conforto battendo battuto mettier, bannol t rouato in alcuni . 4 

Diceuamo che in vn periodo di in mebri bifogna che vi fieno due fofpcnfiont, 
c due rifpondenze » nel primo membro vna fofpinfioTie , eccola fe bene , ncll’tA 
timo membro vita rifpondenza ; Suola i quali , CS in quella di mezzo vna ri* 
Jpondenza che riguardi al primo ; Ecco nondimeno thè rifponde à fi bene, (3 
vna fof pensione che riguardi al terzo ; Suola coloro, che fif pende l’orationCj, 
c riceue rijpofla dalla parolai quali ; E così in qutfio periodo i ifino e pei le fo- 
Jpenfioni , e per le rifpondenze tutti gli appicchi fpiegati, e chiari, tìor a faccia* 
mo il mtdtfin o con minor numero di attaccamenti . 

Se bene così bumana cofa è bauer compaffione de gli afflitti , che à ciafcuna 
perfona flà bene tifarlo ,à coloro maffimamente e ricbicjio , i quali &c. 

Seco di quefta maniera nò babbiamo leuata rifpondenza alcuna, ma la rifp9 
denza ch’era in vn appicco fpirgata , l’babbiamo fatta con vn' attaccamento 
fotto ntefo Uuanlo nel fecondo metri b o la parola nondimeno , che ad ogni mo- 
do vi fi fottointende . Diciam* di più, 

S« bene così bumana cofa è bauer compaffione de gli afflitti * tbeàtiafcuna 


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x 


io 4 II 'Predicatore del Punigdhh 

fscrfonaftàbene il farlo , maffmamtnte i egliqucfto ragionatole , OUt altri hi 
agendo di conforto battuto bifogno Vhà trouato in alcuni 

E qud babbiamo locati tutti dot gli appicchi del fecondo membro , il nondi - 
meno , & H coloro , & vii’ periodo di tre membri babbiamo la fiato con due af 
picchi foli [piegati , e due fottointefi . Che fe vogliamo fardi più, perche nel pri 
vno membro vièvna intrecciatura di due conci/i fatta con due appicchi così, e 
che le hi amo anche quelli dicendo. 

S e bene ciafcuno deue bauer compaffione de gli afflitti , quello moffimamen 
te è richieflo , oue altri battendo di confòrto , &c. , 

E vedremo che di mano in mano , quanto più onderemo lutando [piegati at 
taccamenti , tanto manche ritorto fi farà il periodo , e tanto più lontano dall’ - 
aratorio , f he era la quarta cofa , che diceuamo , edoppo la quale reila bora 
folamente la quinta , per la quale diciamo , che nel mede fimo periodo , co i me- 
de fimi membri , e mede fimi attacamenti , meffo vn' poco più sù,o vii’ poco piti 
bafio f appicco mede fimo farà più e meno ritorto , e più e meno grane il perio- 
do m quella maniera ,tbe tirato più innanzi , o più indietro il pefo / opra l’afta 
di ferro, fd dare ò maggiore ò minore il crollo alla fiaterà. 6 più ù giù tirato il 
nodo nelle corde del tàburo, lo fanno più e meno rifonante ; Faciam coti , fiducia 
mo il nofiro periodo à due membri foli in quefta maniera . 

Se bene à ciafcuna per fona flà bene l’ bauer commpaffume de gli afflitti , maf 
fintamente nondimeno à ebrifliani par tbefia richieflo. 

Ecco i due membri, vno fin’ alla parola afflitti , e l’altro finalfine. Mora 
nel primo membro qual’ è l’appicco della fofpenfione? fenza dubbio la parola fe 
bene . E quella doue e ? certo nel principio della claufola , bora f adorno così , 
mettiamo l'appicco nel principio come ftà , poi net mezzo, poi nel fine, e cede- 
remo la differenza. f/el principio. 

Se bene à ciafcuna per fona I la bene l’ bauer compaffione degli afflitti, majjì- 
m temente rondimene £3c. X(tl mezza . 

*A ciafcuna per fona certo fta bene l’bauerc compaffione de gli afflitti, ma, &c- 

Tqelfinc -A' ciafcuna perfora [là bene l'bauere compaffione degli afflitti sì, 
mafie. 

E così fi vede che quante più l’appicco fi parte dal principio del membro , 
tato meno ritorto diuune il periodo, e manco oratorio, E la cagione fi caua e/pref 
famentedaDemetrio , perche quanto più tarda ? auditore ad accorgerfi che 
jl parlare babbia ad efser periodico , tanto meno il periodo è oratorio , ma l’ac- 
corgimento fi fa nrlfentire l'appicco fofpenfiiuo , il quale in principio fi [ente fu - 
bito , nel mez^o non fi preflamentc , nel fine più tardi. E per conferenza fe- 
condo quelle tre proportioni più e meno oratorio riefee il periodo. E così babbia 
mo , che volendo noi mettere in periodo tutti i concetti, che capifiono in vn\rà‘ 
periodo, ad ogni modo più , e meno ritorto , & oratorio il pofiiamofare 
in cinque modi , con piùmimbri , più lunghi , e più ritorti , e con più appicchi . 
Cpofli più verfo il principiodella claufola . 

Hora paffìamoa coft , che è più à propofito della letttra di Demetrio m 

qucflo 


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/ 


Sopra la Particella XIX. 1 2 y 

quello luogo . Cioè non parlando pia del fare più ò meno ritorta la’ntrecei +. 
tura, diciamo che di quell e medeftme parole , che ci fiamo prefi per tema , in 
tre maniere ce ne poffiamo feruire : cacciandole tutte in vn periodo foto , ò ritor 
to,ò rime fio , ch’egli fia : lattandone prima , vna particella Ulte fa , e poi di l 
rimante formando vrf periodo minore, E finalmente lafciandone parte difiefa 
innanzi , e parte dopò : E folamente nel mezzo facendo vna picciola intreccia - 
tura : E queflc fimo quelle tre maniere delle quali dice Demetrio che diuerfamì 
te fi vagliano , e debbono valer fi l’Oratore , l’hifiorico e quello che firiue dia- 
loghi . Ter effempio fie vn’ oratore nel principio d’vna fua orationc hauefie à di 
re quefla parte di profa pigliata da noi per tema, che può capire in vn’ periodo , 
tgifcnja dub bio ne' If ormerebbe , e tutta quefla robba cacciar ebbe in vna tree 
eia grande fen^a lafiiarne fuor a parte alcuna di quello modo. 

Se bene coft bumana tofa è batter compaffione de gli afflitti, che à ciafiuna 
perfona ftàbeneil farlo ; À coloro nondimeno , fevì ptnjiamo bene , maffima- 
menteè richieflo ;i quali di conforto Intuendo battuto meiìicri, hannol trotta- 
to ht alcuni. 

Hora diciamo che nel principio d’vna hi fio ria altri volefie dire le medeftme 
eofe yClc medeftme parole franerebbe egli à dirle nelmedcfrmo modo così intres 
fiate , e cacciate tutte invn periodo? Dice Demetrio di nò: ma che laverai 
via farebbe il lafiiarne da principio alcuna parte difiefa, e poi di quiut fin' al fi- 
tte intrecciare tutto H rimanente invn periodo minore , Così. 

Humana cofa è Iraucr compaffione de gli afflitti E come che ciafiuna per- 
fona fi à bene il farlo ; à coloro nondimeno mafjimamente è richieflo , i quali di 
conforto hauendo battuto meflicre, hannol trottalo in alcuni . 

Otte fi vede che il primo membro è difìefo fin’alla parola afflitti , ne attacca 
to al feguente con altro che con l'appicco congiuntiuo &,ma tutto il rimanente 
viene intrecciato mvn periodo di tre membri-, il cui primo membro dura fin * 
atta voce farlo ; il fecondo alla parola riebiefìoj e’I terzo fin’ al fine. E dique- 
fta maniera le medeftme parole , che l’oratore hauerà cacciate tutte invn gran ’ 
periodo, lo hiftorico le accommoda parte, prima in vna clauf ola difiefa, & d 
rimanente invn periodo minore ; Ma fi delle medeftme voleffmo valerci nel 
principio d’trn’ dialogo , come batteremo i fare ? poffare più auanti ,enon filo 
dalla parte del pritipio lafiiare alcuna parte dtSìeJa , ma anche ver fi il fine:/* 
lamenti nel me^o formando qualche picchia' ntrccciatura in quel modo che fé 
ce M. Gioitami mede fimo , il quale trattando nouelle, che non fono ne oratiom , 
ne hifìorie , ma fino della bafiez^a de dialogt difie così . 

Humana cofa è hauer compaffione de' gli afflitti . 

Ecco da principio vn’membro finito , che non fi attaccherà fi non con ap- 
picco congiuntiuo - 

E come che a ciafcuna perfinafià bene ,àcoloro i maffimamente richieflo, 
i spiali già hanno di conforto hauuto mefliert. 

Ecco il perhdette nel me^o fatto di piccioliffime membra, e convn degli 
appicchi fittomtefi , ebe donerebbe effirc nel fecondo membro 7» nondimeno. 

£ findL. 


Dia 


SoprdPtrticeB* XX. 107 

fiorito è quello del principio dell’ <Anab*[e . 

•Divario, edi Tarifatidc nacquero due figli , de’ quali il maggiore benfà 
Lsfrtdfcrfc , ma il minore Ciro . 

Oue vegliamo che fé oratoriame nte hauefie -voluto parlare Senofonte , tutti 
quefli concettila tn periodo filo batterebbe cacciati, tutti ebauerebbe intreccia 
ti in fieme in quefio modo . 

Si come è vero che di Dario , e di Tarifatidc nacquero due figli , coti i ve- 
rifjimo che di loro & il maggiore fu Artaferfe , & il minore Ciro . 

Ma fi raccordò tfefiere hi fiorito Senofonte : e però fcatcnata lafciò totalmt 
te la prima claufola dicendo. 

•Di Dario , e di Varif alide nacquero due figli . 

Epoi di quello che r diana fattine due toncifi , in vn minore periodo 
gj.’ intrecciò . , 

De’ quali ben il maggiore fù irtaferfe , ma il minore Ciro . 

E così, dice Demetrio fià da t fiere il periodico biflorico: ni troppo ritorto , 
mitroppo rime]fo,cioi le cofe che fi poffono dire in vngran periodo, lo biflorico 
ne tutte le hà da cacciare in vn periodo filo, come fà l’oratore, ne da la filarne ta 
te difintrecciate^ome ftfà nei dialogi-.di modo che il dire di lui hà d’hauere mae 
Uà e grandezza, perche ha da finire in parlare periodico, e dalla parte del fine 
ha da eflcre intrecciato.ma da principio hà da e fiere fiiolto,f che altri nofiaucg 
ga f abito dell'arte, e perdala fede alla bifloriaiMa fi il comincia rfi periodicamé 
te, e da appicchi fofpenftui è cofa aliena dal pcrfuadercfdicc quà Demetrio)come 
fi concede dunque all’oratore , il cui fine altro non è che perfuadere ? D icia 
mo che gran differenza èfrà l’oratore, e lo biflorico anche inqueflo propofito, 
pcrcioihe fi bene ciajcum di loro fi fi che de fiderà , che quello ch'egli dice fia 
creduto : nondimeno l’oratore fappiamo che hà da far forza per perfuadcrlo , 
e lo hi fiorilo fenza altro sforzo hà da proporlo filamenti-. £ però fi fi vede vn 
oratore con l’arco tifo , cioè che per megfo de" periodi faccia forza nel direct , 
quefìo non gli lena il credito, perche così conuiene che fa ccia , e fà quello chc*t 
deue. ma fi fubito da principio ci auueggiamo che lo biflorico voglia vfar pe- 
riodi, e quafi a forza perfuaderci quello , che egli doucrebb: contentar fi di nar 
rare ferà p burnente , e riferire , fubito infofpettiamo di lui , egli perdiamo la 
fede : e però ben fi concede allo biflorico nel fine il periodo per conferuare mae- 
fià , e grandezza, ma nel principio dee parlar difìefo per moflrare fimplicità, 
ed ingenuità . Quello poi , che ferme Dialogi , come hà grandemente da confor 
rnarfi a vn parlare pop alare fio , & ordinario, così hà da mofirarethe fieno 
quafi gettate vna addofio all’altra quelle claufole : £ quella poca intrecciatura 
che fà, deè egli così cacciarla in mezzo fràelaufole diflefi da ogni parte , che 
appena altri peffa auucierfi che vi fia periodo, (ome nell’ifftmpio,cbe egli ad- 
duce da Tlatone nel principio del primo libro rf, Ila Pepublica : inqurfie paro- 
le, Scefi buri nel Vtreo con Ciancione figlio di ^tnfione, affine e di fare orario * 

ne alla Dea,& anchedi vedere la foltnnitd, come faceffero coloro le cofe ihc al 
pbora comuuiauano à fare . La doue fi quefia /offe fiata oratoria materia, e 


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l « 8 11 Predicatore del PànìgaroU 

C be egli oratoriamente hauejje voluto ragionare , tutte le fopradette Cfe in pe- 
riodo foto hauurcbbe intrecciate tn qurjlo modo . 

Se bene [tendendo hieri nel Tireo con Claucione figlio di -Arifione , ma pia 
scuole mtentione fu di fare oratione alla Dm , confido nondimeno, che dentro 
mila Jolennitd volontari hauerei vedute l’ationi di coloro , i quali , pur ’ allora 
per quanto mi fu detto i lor feruigi à fare ccminciauano . 

Che fé eglibifloricamentc hauejje voluto parlare: da principio alcuna parte 
haurcbbe la fiata [ciotta e poi infine al fine fatta treccia coti. 

Scefi hieri nel Tireo con Cjlaucione figlio di (sfrittone per fare oratione atia 
Dea : ma ben anche dentro alla Jòleimitd volea vedere le attioni di coloro,i quali 
pure allhora incominciauano. UMa perche egli fcriue Dialoghi, però pafja piè 
auanti , e non facendo treccia , fé non picchia ,C 1m me^zo : e amami , e dop- 
pi la f eia claujole ftefie , e di finn ceciate . 

Sce fi hieri nel Tireo con Glaucicne figlio di *Ariflonc . 

Ecco da principio vna claufola fciolta .Voi feguita vn' picciolo periodo di due 
membri ò ccncifi intrecciati con due & follmente. 

-Affine & di fare preghiere alla Dea , & anche divedere la folcnnitd. 

£ poi ecco di nouo non vna ma due claufole flejc . 

Come faceficro coloro lecofe allhora comhuiauano à fare. 

Ove non bifogna dire che quefle clau folcite vltime fieno intrecciate , che in- 
trecciate farebbono fe fi diceffe nel primo membro quelle cofe ; ma dicendo le co 
fenò , perche il primo modo fofpende , e non il fecondo . Sia come fi voglia: af- 
fai chiara horamai crediamo che refi la lettera di Demetrio in quella particel- 
la, e non folamcnte la lettera , ma gli cjfempi ancora , i quali veramente egli 
con molto giudicio prefe poiché per oratore non poteua già feiogliere meglio che 
Demoflcne,per biflorico Seno fonte, e quitto à i diatogi dice Diogene Lacrtio che. 

DiaJogum , vt nonnuJJi volucruntZeno , vt Ariftocclcs , & Pha- 
u crinus lenfcrunt Alcxamcnus primus lcriplìt Plato autem /ine v Jla 
dubitacionepcrpoluitacperfccit. 

Enfierebbe ebe noi anchora nelle lingue latine e volgare adduce [fimo eflcm- 
pi : ma poiché longhijfimo è flato quefio commento : e ibiariffimi Jono fiatigli 
efiempi addotti da 'Demetrio, oltre le varie acconciata e nelle quali ci fìamo 
feruiti delle parole del boccaccio , però per bora ce ne atterremo . Solamente 
in materia di littoria diremo quanto tronfio fù filmato il comneiarrunto di 
Monfig G'iouio e quanto bello quelle di Monfig.Tofo. V ideiti folio fuo. 

Simile Cacari & auferas a Mafco in difcurfu tcclcfialhco. Vel 
ponas Mafoeum. 

Quanto alcionio fuggì quella tronfierà il Domerà chi ncUatradutthne - 

che l'hauertbbe feguita fe hauejje detto cosi. 

Compara omnino. 

Tiu lofio cerchiamo , oue labbia lafciata Demetrio la mentione della epi- 
flola , ò lettera familiare : & a lei quale dille tre forti di’ periodi fi ccnuenga • 
c ridondiamo che qui Ut che Demetrio luì chiamati periodi or a tori hi fior ut, è 

dialogici 

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StpralxP xrticeU* XX. io$ 

dialagici poffiamo domandargli mi magnifici , mediocri, e familiari , (Sali bo- 
ra apparerà , che ordinariamente i terzi fono quelli che alla lettera comengo- 
m , fe bene può c fiere tale la materia della lettera che ftab ne ò crefcere , & 
ai armare fino al periodo h'-florico , ò mediocre che vogliamo dire : (jerto l'o- 
ratorio nella noflra lingua noi non l’adopereremmo fe non molto di rado e ci pa- 
re che fia cofa indirettifjima il fentìr indifferentemente cominciare vna let- 
tera da Si come , Se bene. Quando poiché , mentre , e fmih appicchi foffien fl- 
uì . 1 quali ri tr oneri che Cicerone nelle fue familiari latine , fe ha vfati , molto 
di rado hi vfati : .-inoli oue la cofa richiedeua che fi metteffero,piu colio ha vo 
luto fottomtederliuomc nel principio della prima epiftola familiare, cioè ragio 
neuolmente doucua due . 

Et fiegooinni officio ac potius pictate ergale casteris fatisfacio 
omnibus ; mihi tanien ipfe nunquam fatisfacio. 

Egli tutti due gli appicchi leuò l'£t fi & il Tanien, «pii praflo volle che fi 
fottomtendefjcro dicendo , 

Ego oinni oificio ac potius pietate erga te exteris fatisfacio om- 
nibus , inihi ipfenunquam fatisfacio. 

e_Ma delle lettere famigliar! più baffo appofiatamente ragionerà Deme- 
trio ifteffo . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

H Auendo noi conchiufo di Copra , c replicato più volte che de’ pe- 
riodi intrecciati le fagrc nollrc fcritturc ò non mai,òrariflimc voi 
re Ci fcruono > non occorre che fra loro periodi più ò meno ritor- 
ti, nc intrecciature ad oratorie, òiftoricc , ò dialogice andiamo ricer- 
cando.Bcn diciamo, che fra gli autori Ecclcfiafiici e Greci.c Latini c Ita- 
liani marauighofa cofa è il vedere quanto con decoro habbian fcruato 

3 ucllo che in quella particella viene auuertico : ò ch’efiì da maeftri del 
ire rhabbiano apprefo, ò che per imiratione l’habbiano alleguitajò che 
vn certo naturai giudicio dell’orecchio l’habbia lor’infegnaro , ò final- 
mente che, come dice Sant’ Agoftino,dalla cloqucnza.comc dainfcpara 
bilcancclla fia fiata feguitata la Capienza . De’ periodi oratorij efiempio 
bclliifimo può eficre quello del principio delPorarione di Gregorio Na- 
zanzeno in laude di San Bafilio. 

Ergo hoc opportebot , vt cum multa nobìs Bafilius magnus orationum argomenta 
propofuiffet ( fu cairn meir orati om bus gelìiebat vt nemo vnquam perindc fuis ) fe- 
ipfum tandem tnfummx contenttoms oc dimeationis argumentum ys proponeret, 
qui in eloquenti p sludifs elaborar uni . 

Nel qual periodo in vero per maggior macftà fi farebbe forfè potuto 
defidcrarcche l’vltimo membro folle fiato vn’pocopiù lungo ,& all'o- 
recchia fola fi fcntc , che oue egli Uà detto . 

Qty in eloquenti g fludfit elaborarmi. 

Migliore fuono farebbe fiato s’haudTc detto. 

Qui in clequcntic lìudijs iam inde ab ineunte retate & fumma quidem opera 
elaborar unt- 

Oco (2 


110 11 ‘'Predicatóre del PtadgaHU 

O cofa limile . Del redo fi vede che niuna cofa gli manca di quelle » 
che più ritorta polfono far la treccia . Egli di tre membri c fatto, cb’c nu- 
mero aitai pieno , etra tutti accomodarilfimo all’oratorio periodo: fo- 
no anche i due primi membri afiai lunghi, & ouc mancale la lunghezza 
loro potrebbe fupplirc la parcntcfi.forfeà quello effetto poftaui in mez- 
zo . V’è di più, che tutte c tre lcclaufolcfonociafcuna per fe ftclTa perio- 
dica hauendo ciafcuna di loro il verbo in fine , propofuiffet , proponetetela - 
borjrunt . Gli appicamenri ancora fono molti , cioè nella prima claufo!a_» 
id min > nella fecondala parola tjs,c nella terza la rifpofta del rclatiuo 
qui. e finalmente coli fubito nel cominciamcnto del periodo fi fentc la fo 
fpenfione , che prima parola di tutto il periodo fi può dire clic fia la fo- 
fpcnfiua particella (uni. Pcrciochc fe bene innanzi à lei vi fono quelle 
ergo hoc opportebat vt drc.fi vede che quelle fono sépliccmcte porte per dar 
interruttocomminciamcntoall’orarionc, che, come diremo à fuo luo- 
go , è artificio per inoltrar affetto , del redo il vero principio del perio- 
do c, come habbiamo detto nella parola c«m>ecofi fi vede che hà il l'opra 
porto periodo tutte le cinque conditioni , che nel cómcnto habbiam’ in- 
fegnato che fi ricercano perche fia de’ più ritorri . Ma per quello che fa 
hora principalmente ànoftro propofito, balla che egli oratorio periodo 
è, perche tutto ciò che hà voluto dire Gregorio quà,entro al giro del pe- 
riodo lo hà rinchiufo dicendo . 

Cum multa nobii Bafilius magnus orationum argumenta propofuifet , feipfum 
tandem in fummp contentioms ac dimicationis argumentum ijs propofuit , qui in elo- 
quenti f Ftudys elaborar uni . 

Che s’cgli di quelle medefime parole e cofe periodo non oratorio ; ma 
hiftorico nauèflc voluto formare , alcuna parte n’baucrcbbe da princi- 
pio falciata fuori di treccia, & vn’picciolo periodo aggionroui di due me 
tri foli , come farebbe à dire . 

Multa nobis Bafitius magnus orationum argumenta propofuif.nunc vero fe ipfimi 
in Jiimme contentioms ac dmicationis argumentum ijs propofuit , qui in eloquenti f 
fludijs elaborar unt . 

E s’anche più baffo , cioè Dialogico fidamente haueffe voluto che fofi- 
fcdeU’vna,c dell’altra delle bande haurebbe difintrccciata alcuna pa- 
rola. Come , dicendo . 

Multa nobis Bafilius Magna s orationum argumenta propofuit , nunc ijsfe ip fiori 
proponi t , qui in eloquenti^ fiudys elaborar uni , &quidcm Jummp contentioms ac 
ditmcationis argumentum. 

11 Periodo oratorio, che pofe San Bafilio nel principio della fuaora- 
rionc terzadrcima in quelle parole. 

Si diuitias ò homo ob c um honorem qui ex ipftiproficifcitur,fufpuis , confiderà oh- 
fccro q u Mo m agi s ad gloriali, faciat multorum jiltorum patrem appellati , quam in- 
genti pecunia ajfiuae . 

Sarebbe hillorico fe dicdTc. 

Diuitias homo ob ewn honorem qui ex eis proficifciturfufpicis : &■ nihilominus 
magis ad gloriam faci! multorum jiliorum patrem appellar ! , quam ingenti pecunia 
affluere 

Ouc per accidente non vogliamò mancar di dire* che fc nel periodo 
di San Bafilio qucft’vltimo membro . 

Ouam ingenti pecunia ajjlwc . i 

Fa 


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Sopra la Particella XXI, 1 1 f 

Tu brcuc affai , non fiì però vitiofo , perche parlaua di quella cola , 
ch’egli volcua cftenuarc,& auuilire,ciec della ricchezza, la quale di que- 
lla maniera , anche dairafcorcciatura della claufoia perdala di riputa- 
tionc , e di macflà . Mà de’ periodi oratorii fia detto affai . Quanto à gli 
hiiìorici ,ouc hà detto Demetrio che fi colloca prima vna claufoia non 
fofpcla: c poi s’aggionge vn|picciolo periodo di due ótre membri iutrec 
ciati, ecco fra noìtri hiiìorici Ecclefiaftici,come lo fece bene Sulpitio Se- 
ucro nel cominciar della fila hiftoria in quelle parole . 

Rea à mundi cxordiofacris libris editai breuitcr con {Ungere & cum dt finitime 
ferri por um vfque ad nofiram memoriam carptirn dicere aggreffus fum . 

C'h’è la claufoia ferma ; feguitata dalla treccia di due claufolc , ch’è . 

Aldus id à mefiuiiofe effhgitantibus , q hi diurna compcndiofa lettone cogno- 
fiere properabant . 

E più giù:oue il medefiino autore doppo la prefatione comincia la nar 
rationc ciclla hiftoria, pur fa vn’pcriodo limile. 

Aluodus à Domino confiitutus ctt ab bine annoi iam peni fex miUia fuuf procejjk 
fola riunii ifliiis digereinus . x 

Ecco la claufoia ferma : & ecco la picciola treccia che fegue . 

Quamquam inter fcparumii con fentiant, qui rationem temporum inuefligatam 
tradidcrunt ■ 

ilSigonio che per la pietà fua meriti fragliEcclcfiaftici fcrittori d’ef- 
fcr ripollo , nel principio del regno d’Italia adopra quello periodo . 

Italia chìuì magna femper atque excellens in orma virtute gloria fuit , illufire$ 
duos iam inde d primi s temporibus natta e si principatus. Vnurn Imperi um Acgnurif 
alterimi appellatimi . 

Che li vede che hà grandemente dell’andare di quello di Senofonte. 

Dariiu ex Varifatide duos filiosgenuit , maiorem quidem nati* .Artcferfem, mi- 
norcini veròCirum. 

Et il padre Maffei , la cui hiftoria dcll’Indic à giudicio degl'intenden- 
ti , nè pcrcandidczza di Itile, neper hi dorico decoro ad alcuna dell’alto 
cichc hà da cedere, anch’egli pure la fua narratone da periodo tale coni 
minciò dicendo . 

intrecciate. 

Irnienti demum hi usui tr attui , quartam addere , fi quarta appellanda c(l. 

E vn a . Qua vna rehquis omnibus magnitudine forma par rfi . 

E due : non forfè manco bene di quello che dicelle quali con vn me* 
defimo cominciamenro Cefarc , 

G alti a ejl ornnis di nifi in parici tres , quorum vnam incoi unt Bclgp,aliam Aqup 
toni , tertum } qui tp forum lingua Celi * , nottra Galli apcllantur . 

Rollano i periodi dialogici , ouc dice Demetrio , che le claufole bifo- 
gna che fieno coli quali gettate vna addoffo all’altra , chcapcna vi fi co- 
nolca dentro treccia alcuna, il che non crediamo noi che al troue polla cf 
fer meglio cfprcffo,che in quello comminciamento di Dialoghi di San 
Gregorio. 

Quattoni die nimis quorundam faculariutn tumultibus depreffus ( quibus in fiis 
nego tifi pleru mq uccogimur foluerectiam quod noi certuni ctt non debere) fecrct uni lo 
cum petti a mi cuoi indir ori , vbi orane auod de mea mibi occupatane dijphccbat , fi 
patcuier offenderei, & coatta qup infligcre dolorerà confueucrant congetta ante tu u 
O losli- 


Orbcm terra vniuerfum tres in parrei diuifit antiquitas. 

Che fà la claufoia ferma; luccedendole dueclaufolette 


HI II Predicatore del PamgaroL 

los licenter venirent ; Ibi itaque cum afflitta! ratte , dtù tacitai fede rem, dite fi ifjl- 
musfitius meui Vetrus diaconus affali, qui mihi à prittk uo iuucntutis flore inami- 
ucij! familiari ter obttrittui eft , atque ad fiacri verbi indagationem focim . Qm gra- 
ni ex copia cordi s languore me intuens ait . 

E quel che feguita : tutto con periodi coli propriamente dialogici, che 
certo fe habito di già imparato artifìcio non 4 vi'fù‘,bcn’vi fù cfTcmpio c mo 
dello , onde potere eccellentemente formare l'arte del fare dialoghi. 
Fralraliani autori Ecdedallici periodo oratorio, per eflempio c' quello 
diMondgnor Cornelio. 

Se mai nepaffati tempi à far di me ftcfTo pericolo diffìcile uri rendei, 
hoggi meritamente per la nuoua ed inufitara materia , che il lungo dlcn- 
zo di tanti giorni conrraogni mia fperan za inauuedutamente rompe, di 
molto maggiore diffìcultà mi fentirei edere oppreffo; quando la caufa-, 
giufliflìma,ddla qualccol (olo pericolo mioà.pubblica voftra falute ra- 
giona, non haucile maggior bifogno della noftra difendono , Che delle 
mie perdi adoni di communequerelache di propria eloquenza: di gene- 
rale fdegno,picri,e do!orc,che di particolare dottrina,gratia Se ingegno. 

Hiflorico periodo è quello del Paffauanti. 

In Sanfogna fù vn’Caualiere di prodezza d’arme nominato c fàmofo , 
il qualecapitandovna volta ad vn’luogo.oucera vna fanciulla indento* 
riara, cominciò la fanciulla à gridare: ecco l’amico mio che viene. 

Dialogico quello del medelìmo » 

Lcggefi nella vita de' Santi Padri,che Sant'Antonio vna volta orando» 
▼ide tutto il mondo pieno di lacciuoli teli: c lagr amando diffe;Hor chi po 
Irà (campare da tanti lacciuoli ? che non da prefo da qualche vno ì c vdi 
vna voce, che gli rilpofeediircrVmiltàfolaò Antonio non potrà clTcr 
prcfa_.. 

Et indn quà dourebbe badare per l’applicatione cccfcdallica,ano'nlé- 

J jnamento di Demetrio nella predente particcllarma noi con quella occa 
ione ad vn’altro auilerrimento vogliamo palfare,che crediamo cfoucr ef 
(ere affai vtilc al nollro Predicatore: e primieramente dedderiamo che 
altri d riduca à memoria alcuna Cofa.cne ne gli Ecdedallici prolegome- 
ni dicemmo: cioè che le bene gli antichi Retori del dire oratorio indi- 
ftintamenre ragionarono ,conciofuffcCofa che allhora quad tutte Pori- 
rioni ( da quelle della fcola in poi ) nel forocon vgualcmaeftà venilTero 
fatte : noi nondimeno Ecdedallici frà ragionamenti che facciamo tutti 
perfuadui al popolo:diucrlc maniere n’haDbiamofaltre più pompoferper 
dir cod ) & altre più familiari c domeniche : e pero anche nc'prccetti del 
dire gran differenza bi fogna che facciamo fra quello che habbiamo da_. 
vfare , ò in vna predica da pcrgamoalto àcorona folta di popolato in 
vn 'omelia più familiare fitta da luogo non rileuato : ò in vna Icttìonc^, 
fatta da (tar à federerò in vn fermone, fatto in Capirulo à teli gioii, c co- 
le dmili rperdoche, come fono quelli ragionamenti più ò meno fami- 
Iiarijcod vari modi di dire habbiamo da porre in opfa,e fra l'altrccofe, 
hauendo noi detto nel Commento , che molto più familiare è il perio- 
do hiftoricochel’oratorio', olle nelle prediche formali dell'oratorio ci 
polliamo valere , ne più familiari ragionamenti.e principalmente ne co- 
minciamenti loro, lenza dubbio meglio faremo,le dello hillorico lola- 
. menti ci valercmo:c quello ancora più eraeno ritorto Co’l mezo di quel 

le eia- 


Sopra la Vorticella XXI, 21 j 

le cinque regole , che demmo, fecondo che più ò meno familiare luurà 
da elfcrc il noflro ragionamento. Noi per eflempio alla (lampa hnbbia- 
mo date e lcttioni c ragionamenti c prediche ; letrioni conrra Caluino ; 
Ragionamenti lopi a la paffionc : c prediche fatte ad occalìoni illullri : c 
quando demmo fuori quelle , auuertimino il lettore nella Dedicatoria-, 
ch’clfe erano formalmente prediche: celie con nome tale erano le prime 
cofecheilampaffimo: erutto facemmo affinc,che vedendo altri molta 
diuerfità di Itile, o molto minor familiarità in quelli componimenti che 
ne gli altri, fapefle parimente che non à cafo naucuamo fatto coli; ina 
percioche la materia di tale componimento coli c non altrimentc richie 
detta . Delle prediche, per elfempio , n’habbiamo cominciata alcuna con 
periodo tanto oratorio,quanto c quello . 

Pare che lia difficile, anzi quali imponibile il ritrouar quà in terra co- 
fa tanto pregiata ed eccellente , che almeno di lontano porta raprefenta- 
re , Se in qualche maniera alfomigliarc il gran Regno de' Cicli : Ma fc_» 
per proportionc vegliamo che rifpondono e i piccioli modelli à gran 
palagi , c gli humili elfemplari c più ahi cololfi,e più eminenti; qual ma- 
rauiglia è? fc anche al Cielo illeflo ncll’Euangelio d’hoggi , non che vna 
cofa fola ; ma tre cofe veggiamo che fi comparano : ciòìono , e la rete, e 
Ja gioia, ed il reforo. 

Che nelle letrioni non fi trouerà che habbiamo fatto coli; ma quali 
Tempre con periodo più familiare, vna claufola non fofpcfa hauremo pre 
porto, e a lei con fempliee continuarione alcun periodo picciolo attacca- 
to : Come nel principio della feconda lettione, che fi ralfomiglia allo hi* 
ftorico di Senofonte, c dice coli. 

Due cofe pare à me che auanzano quegli , i quali ò defendono il giu- 
fto , od infognano il vero: ciocche paragonati à protettori dcU’ngiuili- 
ria Se à maeltri dalla menzogna fempre più arditi fi trouano c più chiari. 

E ne’ ragionamenti ancora fopra la paffione , oltre che fempre comin- 
ciano dal rema latino , che ferue per la claufola ferma del periodo hilto- 
rico , allertiamo di più di non aggiongerui ne anche mai periodo che 
affai familiare, non fia,e hiflorico : come ouc doppo hauer noi detto per 
rema-. . 

«✓*/ die relitta Sindone, nudus profugit ab cis . 

Soggiongiamo quello che feguita con molta familiarità , cioè . 
Troppo diuerfamentc.e troppo variamente da quello, che haueainfc- 
gnato il benedetto Chrillo ad vn giouanetto pure in Sa Matteo al ip.Poi 
che in quel luogo bifognaua lafciar quanto hauca.e reftar nudo per fegui 
tar ouunquc folle Chri(to:e quà tutto in contrario fi lafcia quella fola co- 
perta che altri ticne,c fi riman nudo per fuggir dal luogo, oue fi rroua-. 
Chrifto. 

Anzi nelle prediche iftclTe, percioche i principi delle feconde parte 
hanno fempre da eflcre molto più familiari , che quelli delle prime , pe- 
rò fi vederi che oue nelle prime parti quali Tempre habbiamo comincia 
roda oratorio periodo ; nelle feconde o non mai l’habbiam fatto ,ò ben 
di radojma con molta familiarità habbiamo cominciato in quello modo 
perefTcmpio. 

Care nozze: miftcriofe nozze: nelle quali vn’altra bella cofa dicono 
filiauctori , cioè che lofpofo craSan Giouanni Euangeli(la,òcofe fimi- 
* O 1 lc.Chc 


Sopra UTartieella XXI . 2 r £ 

• ’ Ljr^ìrf nobis quafmm Domine ,fcmper fpiritum cogitanti qua reti j fuat p r »~ 
pitius&agcndt. 

: Ecco il membro ferino. 

Fi qui fine te effe non pofiumus , fccundwn te Vtuere ralcatnus . 

Ecco il periodetto continuato con la Pt. , 

Tatcant aw es mifericordia tua Domine prectbus fuppltcantium. 

Queft’c claufol4 ferir, 5. 

Et vt uctentUmt de fiderata conceda , fac eos qua tibi funt piacila poflulare . 

QnelVc la treccia a traccara con la congiontione ^t.EcjIì fono pocp 
menche tutte. Se bene per non allungare llrafordinariamentc quello 
Difcorfo,à noi vogliamo clic balli quanto intin à qui n'habbiamo ra- 
gionato. 


particella 

V I C E S I M A P R I M A, 

, *1 ? - 1 . ( 1 . 1 

TESTO DI DEMETRIO* 
Tradotto da Pier Vettori. 



funt autem £> ex appofttis membns periodi : appo fi tir atitem fiue 
rebus , vt Thìov pxìrPià rne irtipu, -rtffóLar PI S'tàrnt $*.Kxvnt 
vel ambobus,locutioncq, & rebus. > qtumaimodum cadem penrxtus 
fic fe babet . fn nominibus autem tantum appofira membra buiuf • 
cemodifiunt vt qui Heltnam He retili contulit , inquit . quod t>T / ilrihravet 
ipi toAi/x/i'iTuìhv T òrPAir iroiitrtr.Tnf li sfc/^Ai^r \td rfeju.<t"/nror rluj'fuj-iy 
KetrietiTtr. opponi tur enim & annuiti s art.culo, & copula cnpu’a , fìmilia ft- 
mihbus : & alta vtiqueeodem modo . fili qui™!»™ jllui &i-rwr ,/tfi a utg 
afcifÌMiiln ìlludroKvKitS'wjir; Ili autem n*ttn*X” Tor illnd rtpiuaymo et demn 
x/num ad vnum ,fimitead ftmilc , redditio . Sunt autem membra , qu.c, cum 
oppoftta non fmt , ofìcndunt quandam oppofitionem,qnia figura oppofite fcrip 
ta funt . P dutt ili ud Sncbarmum Voetam ludentem editum, quod nix.* jkìt tir 
•nirtn: *y«r (i'k, to/h» Si vapàrtweie iynr idem enim dtcìumefl ,&mbit con' 
trarium .modus autem locutionis mixnrs,appofttionem quandam erranti prc- 
fefert . Vtrum Ine fvrtafie rifum mouensfu oppofuit , & ftmul trridens orato 
rcs . Sunt autem & diffimitia membra , qttxquidem afftmilia funt ijs , qua in 
principio. vt &*t*re‘rn riterrò rupàlptirn rtrittnr.vel vtmfine.vt Panig y 
rici prinripium n» WititYtet/uite» ron ràt ra.r»yvpn { rtwayxyivrmv pjl T de y 0 
fjtriKÙt dyùtat K<tT<tenf<tt7av. species autem affimilis eflifocolum, cum pares 
habuerint membra fyUàbis , vt apud Thucydidòm . •« drmu^turoiTai *7*. 

Zr>uÙ76iv t« ipyor.olif tì oh putii a»iil* , »‘,iVM.tunl^érrtnJfoco l .Hm enim iam 

0 $ hoc . 


1 a 


ZI 6 II Predicato)' del 'TawaroU 

Ine. Unniliter antem definenti a funi, qua in fimilia d.linn>it,fiuc in nomina ex- 
di nt f vtfehabcnt >n dlorjl r* ÌAiyu Kttn*(,rjì rUÙ Savitra. ypà^Hf kakSì. 

Siuc quando in tyllabamdejicrint tandem .ytillafnnt/juxè pantgyrUo ante 
dui a funi . 

PARAFRASE. 

I Formano di oiù periodi, cheornati li chiamano, per hi 
uerc eglino fra 1 membri loro artificiofo ornamento di 
corrifpondcnza. E quello in tre modi:ò per contrapolì- 
tione,ò pcrcqualità,ò per fimilitudine. Si còtrapógont» 
vn membro all’altro ò per le cole ftclfc,che di natura loro lòno con- 
trarie, coinè oue fi dille. 

Quegli , che per la terra ferma nauigò con le naui »lo rtefio per la 
marina fece camino à picdi.-E come J’Èlefponto congiunfe con la ter 
ra; cofi , il monte Atho diuile co'l mare . 

Oueropcrlccofceperleparolemlicmc.come non folo nelle co- 
lina nelle parole ancorale vi miriamo bene,hannolc contrapolì- 
tiont i periodi già detti.ò finalmente nelle parole fòJe,come quando 
ragionandoli di colui,chehaucua comparato Ercole ad Elena, dil- 
le ch’egli. 

Si come di lui la vi ra trauagliolà , & à molti pericoli efpofta fece; 
cofi di lei la bellezza ìllu lire & à tutti gli huomini defidcrabilc co- 
iti tu i . 

Oue fi vede cofi perpetua contrapofitioncnclleparolc,che al Si co 
merilpondcil Cofi:al Di lui,i 1 Di lei:alia vita trauighofa la bellezza 
illuftrc: a 111 molti pericoli cipollaio à tutti gli huomini defiderabilc, 
e finalmente al fece il coftttui.Se bene alle volte occorre che due mè 
bri làranno formati in modo,chc pareranno contrapofti,e pure nin- 
na contra polmone faràfràloro;Comequando Epicamo Poeta bur- 
lando difle. 

O che ro ftarò con Ioro,o che con loro ftarò io. 

Che peraauentura da lui fu detto mordacemente, e per pungere 
ridendo le troppo ralhora affettate contra polmoni degli Oratori. 
Perequatiti poi rimangunoornatiipcriodi,quandoi membri loro 
«quali nel numero delle (illabc li compongono,coinc quando volen 
dopiouarTucidide,chel’artedcl Pirata altre volte non forte dufo- 
norcuole,dice che li può comprehenderc da quello, che.incontran- 
dofi vn l’altro i nauigantis’adJimandaronolcpirati erano. E pure 
foggiongc con due membri tocalmcncepari. 

Nègh’nterrogati per quello ftuuaronodi riceuer’ingiuria: ncg[V 
satcrroga n ti p cr que ilo c rederoao d’ingiuriar al trui. 

Finalmente 



Sopra la Particella XXI. 217 

Finalmente per ìòmig^ianza fono i periodi , oue i membri oucro 
cominciano da parole molto limili, come quello, & oppugnai con 
parole, & fpugnai con prefenti. 

Ouero in Simili voci tcrminano,come il principio del panegiri- 
co d’Ifocratc. 

Molte volte di quelli marauigliato mi fono,i quali e quelle folcn- 
iiitadi congregaro, & i gimnici giuochi ìftitmro. 

Nè folamèrc può oliere ornato 1 1 periodo nel fine de' membri, per- ’ 
che terminano nella raedefiraa lillaba, come habbiamo veduto nel- 
l'clIempioproHìmodel panegiricoriua ancora perche Amichino nel 
Ja llella parola, come oue fu detto. 

Tu fteflo, che, mentre egli era viuo, ne diccui male, ora che è mor- 
to,pur neferiui male. E quello balli de’ periodi ornati. 

COMMENTO. 

✓"X Veti* è quella particella quinta di tutto il trattato del periodo, mila qua 
XsJle diceuamojcbe Demetrio due cofe /attua: Infegnaua dì qua te forti pcrio 
di or itati ft po/iono /ore ,e qucflo in quella particella, e come di loro era conuene 1 
noie il /eruirji, nella particella fogliente. Queflo m quella prima particella haue 
ino noi di buono , che la medtfima materia, cioè dell'ornamento de' membri ne‘ 
perìodi trattò anche molto dijfufamente trifìotile nel capitalo 9. del libro ter 
•3^0 della Retoricale molto più copiofamcnte,l’hanno pro/eguita quelli , i quali à 
parafrasò commenti v’hanno fìtti intorno:ef ponendo fra /’ altre cofe tanto bc~ 
negli effempi d‘^trifìotile,&adduiedonc eglino Jleffi altri cofi accomodati, che 
d noi in quello luogo poca/atica rcflcrà per /arci intendere. ‘Diremo /diamente 
che, e da ~4riilotile,eda Demetrio, e da quantidi ciò hanno ferii to,cauando noi • 
le midolle, e nduccndo tutti gli ornamenti à compendio, (principalméte per qua 
tonila tioflra lingua volgare pojjono accommoJarfi injotnma undici, c non piu 
fono le maniere \con le quali può vn periodo riceuere ornamenti. Cioè quando i ■ 
membri di lui fono contrapoHi nelle cofe file, qnàdo nelle parole e nelle co/c in/ie 
me.quddo nelle parole fole: quado in fola apparè^adi contrapofitionc.qnàdofono 
pari di ftUabeiquado cominciano dalla fieffa parola-.quado cominciano da parola 
quaft ile fi a :eqii terminano ò nella (lcfiafilljba,ò nella ilefia de/uuga ■ ò nella 
fieffa parola ma di duoi ftgnificati,ò nella Sleffa parola, e /igni ficàie il mede fimo. 

Bene è d'auncrtire,the molto diucr/amente piglia il Ultore le /te contrarie - 
td, g-r oppo/itioni da quello che le pigli il logico, od il filo/ ufo, perciocché oue que 
fio ogni loro oppo/uione f òpra vita di quattro cofe /ondano , òjopra priuatione , 
come fra cieco e vcdcntr.òfopra rtlatione come/ra padre e figlio :ò /opra contra 
rie td, come fra bianco e nero.ò /opra contradittione come fra bianco e non bian 
co.i 'Retori ninna di quefle cofe attendendo, per oppofuìonec contrarietà , nien- 
te altro intendono fe non ima corrifpondèza,e contrapofitione di claufola e claufo ■ 
la. La quale ò è nelle cofe, ò rude parole. Tacite cofe , quando le cofe dette in vna 
claufola fono eontrapofleàqucUe deU’altra,non per que’ quattro foli modi, che 

. O 4 loabbiai* 


1 1 8 llPredxutorc'dil Pani^troU ■>, 

babbiam detto di /opra, ma per qualfiuoglia conti aposta fiumi ra.vcrbi gratta, 
per fito, come terra e cielo;per qualità, tome terra e mare ; per fiato come mari- 
tata, e vedova, e cofi in in finito. Snelle parole quando di mano in inano tò lofief- 
fo ordine, alla ptima parola d’un’mebro rifponiela prima dell'altro, tbc fia del 
la flc fia parte dclLoratìone,cioè ò nme,ò verbo,ò aunerbio,ò fumine di più io 
gli fi tfji accidenti,cioè degli fhfii ò modo,ò tempo, è numero, ò tajo, fecondo che 
Ji richiedete doppo quella alla fronda nfponde la feconda- alla ter-ga la ter^a, 
e di mano in mano.Onde fi può fa (finente intendere thè ne' membri conir apolli 
di refe pure che non fi lem il finimento di (futile parole, ninna forte di mutarne u 
io può tettare la contrapof tiene la clone nc t contrapofli di parole , ogni minima 
Piu tallone rouina tutta la contrapof tiare. E fi vede ancora ibe otre due membri 
s’abbattono ai (fiere tontrapofiic di c ofe,c di parole infime, potrà per minuti f 
fima cagione leuarftltòtrapojlo delle panie, ni però cefierà d’eficrui quello del 
le lofi : tJYfa diamo nei efiempi tbc faccino chiaro il tutto,e poi paleremo alla ir- ' 
jpofitxnc della lettera di Dcmctrio.Miffer Gioitami Boccata nella none La dello 
fiolare e d> La vedova dalla vedono mi^za lottila nella torre fà dire frà molti 
altri qut fio piriodo. Come il troppo frtddo quella notte mt'cjji fi, co fi il cal- 

do mi incomincia à fare gì andifjima noia. 

£ poco doppo dallo fiolare gli fà rifpondere con qutfi'altto. 

Se il Sole ti comincia à {calciare, raccordati delfnddo,che tu à me facclli pa- 
tire. In da] cuio de’ quali periodi fi vede che entra il conti apefio delle cofe per 
else nel primo al freddo che offe J fi oppone il caldo che da noia : f nel fecondo al 
Sole che commi ta à fcaldareficoutt apone, il freddo che fi fece patire: Tuttavia 
in muuo di loro fi trova còtrapofitione di parole, peri Ice quanto al primo al trop 
po freddo non nfponde vn’aduttiuo con il (aldo ; tome farebbe l'ctce fimo caldo; 
aLa parola quejta notte , non v’ècofa (he affonda : O al mi (fiele, che èprcter- 
rito , non hà forma di untrapofitinne il dire , m’incomincia à fare g> andtffiina 
noia. Et il medefimo fi può vedere nel fecondo periodo , perche come hahbiamo 
detto tutti due hanno contrapofitionc di cofe fole, e non di parole: Dall’altro cau 
tofà dire il medefimo Boccaccio dal fervo che porta à Cjbijmouda il cuore di 
Cuifcaldo quello periodo. 

Ter confolarti di qucLa co fa che tu più ami, come tu hai lui con figliato di ciò 
ebe egli più amava. 

. Et in Mifier Tacciar do di (fbm\ica fà chela Hartolomca trattando del te - ! 
ver conto dcll’honore per amore de ’ pantiti,rijpcnde cofi. 

Se <{Jì non furono allora del mio ( cioè burnire zi lofi ) io non intendo rfie re ai 
p re finte del loro. 

Oue di /opra , e di fitto fi vede ebe i membri non hanno oppofitione di cofe : 
perche nel primo periodo non i contrario il confilare al configliare , nè Ihotiorg 
a L'amar e. E nel fecondo oppofitione di cofi non fi trova frà efitrt flato & effe- 
re ,e frà l’honorc de’ parenti & il fuo. Ma ad ogni modo v’è oppofitione di pa- 
role anco rche non if yuìfuiftma frà verbi e verbi , nomi e nomi,ò fimili , con.rj, 
farebbe frà aLhora,&al prefinte, del loro e del mio . Che fe vogliamo inten- 
dere 


Sopra la P articella XXI. a i $ 
iexe m -gito la cofa, facciamo coJì.Tigliamo uno di "quei periodi , che haueuano 
la oppojitione n Uè cofefoUmcte,e diamoucla anche nelle parole, e fi vedrà chia 
rt/fima la diffcrezaCome il troppo freddo quefla notte mi offcfc,cofi il caldo me 
incomincu à fare grandiffima noia. 

'Diciamo cofi. 

Come il troppo freddo quella notte tni offefe^oft Veeccffino caldo quello gior 

no mi annoia : 

E qua fard oppo fittone di cofe come prima ; ma di più di parole ancora ri - ' 
fpondendo al cefi il come, al troppo l’ecceffiuo, al freddo il caldo , al quefla nota, 
te, il quello giorno, al mi offefe , il m’annoia, tìora veniamo à Demetrio, il qua- 
le , primieramente trattando della contrapafitione , che hanno tal'bora du£_, 
membri nelle cofcflejkfPer esempio adduce vn bcliijfimo periodo d‘ljocrate r 
ette parlando egli della grandezza dell' eflcr cito di Scrfe,ebe fu poi f operato da 
Greci, dice che, • ’ 

Terrai» quidem nauigabit, maria verùambulabat. 

In quella maniera, che Cicerone nel fecondo de iinibus^ imitatone di que 
fio autore à lui cariffimt difie del mede/imo Serfc , che Alaria ani bulauifict, 
tcrram nauigaflcc. 

usi riflotile anch’egli nel p.del terzo dellaT^etorica al mede fimo proposto 
allega il mede fimo periodo, ma con aggiunta di qaello,cl)e foggiunfe Jubito ffò- 
crate,che pure fu periodo and/ egli della medefima natnraiVcruocbc come tra 
duce Giorgio T rapefunzo egli diffe. i 

Nauigauu per tcrras,pedibus iuit per maria . Hcllefpontum eniin 
comunxit, Arimi» montem cffodir. 

Et il Caro traduce. 

Torlo continente paftò con le nani, e perla marina è piedi ,mmt reche , e» 
V Eie fponto congiunfe con la terra, e l’sitho diuife con il mare. . i 

Oue aperti ffme fiveggtonole contrapofitioni delle cofe, opponendo fi e l’an- 
dare à piedi al nauigare,e la Continente alla marina , & il mare dell' Eh fponte 
al monte Uri tho Zf al cougiungere il dividere, alla fi rra il mare. Di que ita me- 
dc furia natura ; cioè conia coni rapo fitione nelle cofe , molti altri rfktnpiquafi 
tutti canati dallo fitflo I forate adduce c^Adflotile, come quello pure in mate* 
ria delle laudi di qutlli ih'h.uteuano vinto Serfe. Hanno giouato & à coloro 
che fono reflatià cafa,& <i coloro che tono andati con effi . -4 quefli perche han- 
no lor fatto acqui, lare più che non poffcdeuano,à quelli perche hanno la/ciaf ole 
ro da godere À baflanga- v \ 

E quell' altro. ' S 

Si comi i fauij pofiono molte volte cjjcrc mal fortunati, cofti pagzi hauti* 
buona fortuna. \ 

_ E quell'alt ro . 

TdJ è però giallo , che ejjtndo Cittadini per natura , fieno p rinati dell cu » 
Città per legge. 

E quell' altro . 

' • u * 


110 1 1 Predicator de l Panici arala 

Vna pa rte di loro /moratamente morirono „ e gli altri bruttamente fi fatua 
tono. Equcll’aUro. 

. Se priuatamtnte vogliono tjjtr fruiti da "Sai bari , come in commune tote -> 
riamo (he molti dt' noflri Jeruino à 'Barbari . 

E quell' altro belli/fimo contra "Pitolao e Licefrone , che haueuano per dana- 
ri t>'adita la città , e poi ccmprauano da’ nemici i Cittadini fatti fihiaui. 

Co fioro mentre fletterò à cafa ci venderono ,e tornati che furono cicòprarono. 
e tutti quefii effetti pi adduce c^riftotilc iSlefio . t'ergdio poi , per allegare vn 
foto e fiempio di poeta, diceua con queflo ornamento . 

Pacetn orare rr.anu pradìgcrc puppibusarma. 
t Sita di Qcerone infiniti effempi fi caucrebbono come quello. 

Aut fua pertinacia vitàamil'erunr , aut tua mxfcricordia retinucrùt 
Et vn altra volta. > 

Vos huius incóinodis lugctis,i ftc Rcipublicx calamitate laetatur * 
E pure egli . 

Quod fcis,mhil prodeft : quod nefeis, multum ofceft. 
t E quello belli (fimo. 

Con ferte han c pacemcumillo bello, huius praterit aduentum 
cmnilhus Imperatore vittoria ; huius cohortcìn impuram, cu«n il 
lius cxcrcuìi inuifto, huius libulincs cumilJius contincntia: ab il- 
io qui ca:pitconditas,abhoc, quicon/Ututasaccepitcaptas dice- 
jis Syracufas, 

Si come anche quell’auro . 

Eflcntm ludiccshtecnon fcripta,fednatalcx,quamnon dodi 
fuinius , acccpimubjlegimus, veruni ex natura iplà arnpuunus, hauti 
mus,expreffiuius,adquain non dotti, fed tatti; non inftituti l'cd 
imbuti fiimus. 

E di fintili , mille fi ne potrebbono addurre: ma nella lettera che feguita di 
Demetrio nafte i no firupulo , che a mio viudicio con poca ragione ha dato mol 
to affanno a gldnterpreti. Terciocbedoppo batter Demetrio dato l’efjempio del 
la còtrapofmone nelle cofi co’l periodo d’1 /aerate, del mitigare la terra, e carni- 
vare i maùffoggtùgc [abito, che la cotrapofitione fi fa qualche volta, e nelle co fé 
e nelle parole infume, ambobus locutionc, & rebus . E per daf efiempio di 
quefio , dice. Queinadmodum eadem pcriodus <ic fc habet. . ni però al- . 
tro effcmpiOyò altre parole aggiugne, ma Jubito pafia à ragionare della oppofi- 
tionc , che l nelle pa iole fole : Onde fono refiati anfiigli interpreti : e tutti quel . 
li che hò veduti io, fono ricor fi ad vita fuga che alle volte è vtrgognofa : cioè a 
dire che quà è errore di flapa : che il libro è mutililo : e che Demetrio dottori b 
he finta dubbio dare vn’ efiem pio fi parato di quefia feconda marnerà di contra- 
pofitione, ma che per qualche accidente ì rifiato il libro manco di detto efient- 
pio . Che fi ad alcuni di loro, come à M .fier Vettori è venuto in mente, che forfè 
Demetrio nel mede fimo efiempio babbia voluto che tutte due le contrapo fitto* 
ni fi conofcanojfubito ha facciata quefla opinione dafe,& argumentato ino 5 
! trario 


Digitizcc 


Sopra Li Parliceli* XXI, in 

trario dicendo, tbe diligentia ca.n politi feri ptoris poftu lare videbatur 
vcdiftiilfta es-mpla poncrct , e chsfetutt' è due gli effempi s'anno da ca- 
ttare dal mede fimo perioda confùndatur qui legitneceflecft. Lequalico- 
fc non oflanti ad ogni modo io tengo per fermi(Jimo che il luogo come fìd fta in- 
tero [enzima minima emenda: i che Demetrio della feconda oppo fittone altro 
effempio non babbi* voluto dare,che'l primo effempio mede fimo, e le parole il 
fuonans. Qurinadaiodurn eadeui periodus fi c fehabet. Quafi voglia di 
re , gii bauete veduto, che in quel periodo d’ifocrate Vi cont rapo fu ione 
di cofe , Hora dico che alle volte ne’ mede funi membri vi fono tutte due le con- 
trapofitioni . E vi dico di più che nel mede fimo perìodo d’f fiorate oue battete r 
f ubilo /coperta la contrapofition : delle enfi , fe vi mirate hora più minutamen- 
te vi trouerete ancora quella delle parole. € ch'egli habbia voluto dir così, par 
ci, perche la cofa sii così ; Che fe noi diciamo . 

ìluegli che per la terra ferma tuuigò con naui , loflefio per la marina fece 
„ camino à piedi. 

Qui non piamente vediamo che le cofe fono oppoHe , terra ferma, a mari- 
na , è nauigarc con naui i far camino à piedi; ma le parole anchina fino oppo fi 
ti/fime ; perche in tutte due i membri la prima parola i vn nominatiuo fingala 
re /negli lo Heffo la feconda in tutte due i vii ablatiuo /iugulare con vna propo 
fittone perla terra ferma , per la marina, la terza in tu tte ducè il preterito d’ 
•vn verbo , nauigò , fe<.e camino, il’ -ultima in tutte due è vn ablatiuo con propo 
fittone, con naui, i piedi .siche , che il medeftmo effempio pofja feruire à tut- 
te due le cofi non i dubbio ; ina dkono, Demetrio non fa cofa degna di fe non va 
riandò e/sempi : angi fi quello che ì fililo , diciamo noi, perche otte può valer fi 
del medeftmo efiempio , non cerca mai affilatamente di mutarlo , 

Sgid /subbiamo veduto di [opra , che del medeftmo principio dell’-dnabafe di 
S etto fonte : i del medeftmo comimiamcnto della oratione di DemoHene aduer 
fitt leptinem, egli più volte s'i feruito à diuerft propofiti . 3^* Infogna dire che 
que/lo generi confu fotte : che anzi quello genererebbe ftper fluiti & oflentatio - 
ne : tanto più in queflo propoftto , nel quale vediamo che u frtflotile medeftmo 
quanti effempi hi addotti contrapofli nelle cofe , qua fi tutti fono flati ancora ctf 
trapoflt nelle parole ; Come quello oue diceua Ifocrate non e/fere ragione , 
che quelli. 

J quali fino Cittadini per natura , fieno foraiìicrì , per legge. 

Oue oltre la oppofit ione nelle cofe , cioè fri Cittadini è foralUtri ,efri nata 
ra è legge, fi vede di più,clse tn tutte due i melari v’è prima vn verbo plurale, fa 
no, fieno poi vn nome in nominatiuo, e net numero più grande Cittadini, poi vn 
ablatiuo (ingoiare con la medeftma propo fittone, per natura, per legge. Si che 
io credo dunque che tlmedejimo effempio habbia volutoDemetrio ch'babbia fer 
aito a tutte due le contrapoftioni, i che in queflo luogo del libro /landò con vf e- 
glt /là , ninna correte ione fi ritroui . 

Seguita Demi, trio alla terga maniera di contrapo fittone, otte fi contrapou 
gotta le parole ,i non fi tomrapmgpm le cofe Come farebbe fe die t /fimo. 

uitt9 


fili 11 Yrtehutvrc del PantgaroL 
■j .^Atto tolc*J>e, e moflrà grandiffimx riiterenga J fuperiori, e dichiari cc- 
uJJ'um iòide nga i "Prelati. f 

.,Oue dubbio non ■d è che quefle cofe non fi oppongono fra fe flrfle in quanto coft 
tuofirare, e dichiarare, cccejfiut cgrandtffimx , t inerenza, & vàtidenza, à fu- 
periori , & à "Prelati , ma come parole la contrapofitione non potrebbe e fitte' 
più bella , di due cerbi in preterito moflrò , dichiarò; di due adicttwi in nomi 
natiuQ /iugulare , eccefiìna , grandi fiima ; di due foftantiui mila flcfja manierai 
) inerenza , vhdtnga . E finalmente due nomi in datino plurale , à "Prelati, à 
Superiori . £ tale ancora è t\ JJtmpio , che adduce Demetrio fttjfo, dicendo, cte 
chi comparò Ercole con tlcna . 

Sicomcdilni lavitatrauagliofa& i molti peritoli efiofla fece : così di là 
la bt Uigfia ilhiiìrc , & aitatigli huomini de fiderebile confluiti . 

One queflo è certo , che quanto alle cofe non fono contrarie , la t ita alla bel * ■ 
Uzza ; hèirat'aglioja ,.1’tlluflre ; d t molti pericoli , tutti gli huomini ; all'tfpo 
fia il defiderabile ; al fece il ccflituì . £ nondimeno in quanto non cojc ma paro 
le, hanno ftà fi tosi ifjuifita untrapofir ione quanto Demetrio tfh /lo accurata 
pienti iufigi.a ,c noi mila Tur afra fi babbiimo cercato di rapprefi tifare : (JVftt 
ptnhe daliernamauo della antrapv fittone a qudh dtlla equa liti , e della fo- 
tuigliauga mole puf are 1 1 mi trio , però vn'auuertimenio da prima ,th da 
rifiottle ancora , fu dato n< l luogo [precitato : cioè che de' contrapommcn 
ti fi ne fanno alle mite de’ fai fi, & l’rfjcmpio mede fimo, che là addufie -A riilo 
tilt ,quà addo ce Danti rio di Epica i mo ‘Poeta quando di fi e. 

C' i te io fiatò ci n loro , ò con loro fiatò io. 
fi ue fi vede chi ninna tonti apofitùme fitroua nè di cofe nòdi parole: e pure 
per la forma della cimpofitwne , pared fintire , cte vi fieri’ lontraptfii ; Tale 
Jù in tm C omtdia moderna quello che diffe i n perfiuaggio ridir ulo. 

fimuomio cogli oche tutte le nofirecofi [uno ammutii , cioè thè, il voilro 
fia tutto mio, e tutto mio fia il i oflro. 

fù Epica i tuo "Poeta Siciliano figlio di Titiro, filmico e burli ero , e motte ?- 
giatorcufiai . Onde fi fà molto ragioni uole la ccngit ttura di D em etrio , ch e 
glifi ccnt rape, fitteli /alfe non ad altro fine fauffe,the per burlar fi di Ile troppo 
affettate contrapofitioni di qualche autori in qui Ila maniera , cte Cicerone dice 
che Lucilio fitto nome di S ccuola in-Albutio ridcua,e mordeua frmili modi tre, p 
po fquifiti di cotitrapofitioni. E tanto bafii de gli ornamenti nati da contrapofU 
itone., doppo i quali feguita la tquaidà ; quando i membri fono di fllabc qua fi 
onninamente e quali . */# ri fiatile queflo ornamento volle cte fi domanda [se .va. 
f tur tucu iteti Trapczunziotradufse Compar , £? il fiato bà domandato "Par pa- 
tri : e Demetrio chiama jjacolum cum parcs babuennt membra fillabas. t^fu 
gore ad Hcrcnn um anch'egli chiamando queflo ornamento campar dà alcuni 
efsempi di membri pari difiUabe , ci me qui Ui. 

In praelio pater mortem appctcbat; Domi filius nuptias cóparabat 
Jiac omnia graues cafus adminillrabant. IJJi fortuna fòelicitatcm de 
dir; ligie tnduilria virtutem comparatile. 


Si tpr* li T diti cella XX. 1 2 $ 

£l aggiùngi vri bell'auuertimento il mede fimo autbore: cioè che quefì'orna 
mento non s'hà da fare numerando le fillabc; ma à occhio e per vfo: il qual’vfa 
quando fi farà fatto ,fenz’ altra numeratione ,fifapràfubito ,Je i membri fa- 
ranno pari . Tanto più che vna , ò duefillabe di di frema , non fanno cafa : 
anzi alle volte , ènecefiario , cheauauzino in vn membro per contrapofitione 
ad alcuna lùgbegza maggiore,che pofano fare gli accenti nell’altra ; ma di que 
fio minutamente ragionarono nel trattato del numero oratorio. Fra tanti 
tjjempi , di quefli membri poffonc ejjer tali , in latino. 

■Quo J igicur in catifa quxrendu.n cft , id agamu s : hoc quod tor 
mentis inuenire ius , id fateamur . £t in volgare . 

Quanto più pronto verfo di noi è l’animo , che ci mojlrate; tanto maggiore 
vtrfo di voi è l’obligo , che ve n’habbiamo . 

Oltre quello , che apporta Demetrio da noi tradotto coti. 

T^ègli’nterrogati però i limavano di riccuere’ngiuria ; nè gli interroganti 
per que fio crede nano d’ingiuriare altrui. 

Hora p affiamo a gli ornamenti della famigliano^, ne’ quali veramente ' Demo 
trio pajja vn poto più allagroffa:credoio perche ^rifiatile minutamente n’ha 
ueua ragionato . In fammi la fimilitudine ò nel principio de’membr i,ò nel fine 
s'bÀ da attendere : dal principio in due modi , e dal fine in quattro . Dal prin- 
cipio ò perche comincino i membri dalla medefima parola , ò da due molto fimi 
li , e che frafe, come diciamo all’italiana , faccino bifiiccio: cjfempio del primo 
modo modo di quelli può effi re in latino quello di V ergdio . 

Trutte nemora ingenti vento , nunc litora plangunt. 

Et in volgare quello del 'Baccacci fatto dire da Tanfi lo ragionante de’ fogni. 

Ch’ effi non fieno tutti veri a fai rotte, può ciifcundinoi hauer conofciuto. 

E che effi tutti non fieno fai fi yà di fapra nella nouclla di Fiammetta t’è di- 
mofirato. 

Si come del fecondo modo dì ornamento quando da biHicciofper dir così ) co- 
minciano i membri , afai chiaro è l’e (] empio che hà datolo Jtifjo Demetrio, C 
noi per farlo corrifpondere nella no lira lingua babbiimo tradotto così. 

F-t oppugnai con parole , & efpugnai con prefenti. 

<J\ta di più in latino può ferule quello di E er gii io nell" Eneida al Trivio. 

Puppcfuuc lux , pubefquc tuoruin • 

Et in volgare quello dii Boccauioin Gifinonda. 

T^è à negare ,nèàp r egire fan difpolìa , pc rcioche , nè l’ino mi x orrei le, 
ne l’altro voglio che mi vaglia . Tale è ambe quitto. 

Domandauano, & era l or ri/peflo : «ann> andavano , C era loro vbbedito. 

E quello Ten!ioui à me non già ,paffionimidstteeg!ifibine.LquiU’altio. 

7^jro fù di valor , eh aro di /angue. 

EJimilt per quello che appartiene aia famigliala de’ membri dal princi- 
pio. Doppo la quale feguita quella , che da ifini ficaua in quattro manie- 
re, cioè quando i membri terminino nelli medefima fillaba , nella medefima 
rima j nella medefima parola, ma equiuoca t nella medefima parola figni - 

fi caute 


114 J / Predicator del PatiigiaroL 

fi caute il mede fimo esempio del primo modo allega Demetrio fleflo in quelle 
parole d'jfocrate. 

(gioite volte di quelli marauigliato mi fono , i quali e quefie folemùtadi con 
gregaro , & i (jmnici giuochi ifhtuiro . 

Oue fi vede che dvn periodo di tre membri ,gli vlthni due ambi nella ftUa- 
ba ro vengono à terminare. E cosi in latino. Nec tibi celanti fas Ut pecca- 
re parenti. 

€t in volgare . 

Fallace "Protettore à miogiudicio prefe, chi nelle mani della fortuna la fua 
vita pofe_j . € quell’ altro. 

Come l'hai cono [cinto, [e non l’hai praticato ? 

E mille : S ì come anche affai fpejjì fono gli effempì dell’altro ornamelo qui 
do i membri hanno la Jìtffa cadenza , definenza , ò rima che vogliamo dire t 
Come in latino quello di Cicerone . 

Ergo & mihi me* priftin* vit* confuetudinem C. C*far inter* 
clufam apcruilh . Et hic omnibus ad bene de Republica fperaudum 
quali lignum aliquo.d fuftuhfti. 

Et vn’ altra volta. 

Aut Tua pertinacia vitam amiferunt , aut tua mifcricordia re- 
tinuerunt. 

Et in volgare quello del 'Boccaccio , 

fn fi fatta maniera in ordine fi metter ebbe, che la prima volta che ini tornaf 
fe , via laminerebbe . 

Et vn’altra volta come prouerbio vfato. 

Chi 1 reo, e buono è tenuto, può fare il male,è non gliè creduto. 

Seguitano i terzi ornamenti di defmenga in fine, quando i membri termina- 
no in vna ftrffa parola , ma prrfa in diuer/i fallimenti: Di che bclliffimo effim 
pio dà -4 njlotilc : ma che nella noflra lingua trans ferito non può gioua re , ; 
Tercioche nella lingua Greca per lo bronco s'intendono le fiatue . ; e per lo bron 
%ple più t ili monete : onde è belliffimo il dire, 

(ofluiflima fefleffo degno di bronco, & non è degno di bronzo . 

Cioè fi reputa degno diflatu - , è non vale vn baiocco , ma come diciamo nel- 
la noflra lingua non corrifponde , E però il (faro con molta gentilezza l’bà 
portato in Italiano usi. 

y col far del Giulio, & non vale vn Cjiulio, 

Che certo fu btlhfjmo . 7^è d noi rejla kor mai altro che il trattare della de- 
r inenza , che hanno tal’ bora i membri in vna medefima parola prefa nel mede- 
fimo (entimema , di che& -d r i fi otite ,e Demetrio tutti e due danno il medefi- 
moefiempio. Cioè, 

T ufleffo che mentre egli era viuo ne diceui male , bora che egli è morto, pu- 
re ne ferini male: “ 

Simile d quell’ altro . 

Tfpnpuòfar meglio tbuomo,che raccordarfi d’effcr’buome. 

a 


Digito 


Sopra la "Parti cella XXI. 11$ 

fi nitri innumer abili potnbbon’ addurfi ; ma chiara è la cofa per fé fleffa , 

E noi degli ornamenti de’ periodi per bora habbumo ragionato à baftanqt. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

N On cercheremo nelle fcritturc Sante per quello , che appartiene 1 
qucfto propofito , fe le claufule fieno periodicamente intecciateò 
nò . Bada che in quelle maniere , nelle quali dice Demetrio che-» 
poflono nelle proic edere ornati i membri, inoltreremo coli : trouarfi i 
medefimi ornamenti nclleSartte carte , che niente pili . Principalmente 
le bellezze de' Contrapofti , che in vero non Crediamo noi che altrouc 
follerò mai più chiare , e più cuidenti . E quello che più importa , è chc^> 
li vede chiaro, che non furono porte quiui quelle contrapofitioni per fa- 
re ornata la profa:ma portando la neceflirà del foggetto che que* contri 
polli vi fi collocartero,fcguito n’è quali per accidente l'ornamento. E co 
me dice San t‘Agoftino47wor fdpicmixfutt eloquenua . Per elfempio inEfai* 
al quinto. 

Ex pelami VI faceret vhjs , & fecit labrufcoi. 

In Geremia al fecondo. 

Me derehquerunt fontem dqux viux , & foderunt J ibi ciflemu diffipatas. 

In San Giouanni al quarto . 

Omnis qui biberit ex hxa\mfitìet iterwn ; qui aidem biberit ex aqua ; quam ego 
dabo et , nonfmci in xtcrnum . # 

Tutti quelli fono contraporti nelle cole* , e tutti pef accidente ornano 
la prola : San Paulo à Romani all’ottauo dice . 

Qui enim fecundum carnem fiunt, qua carini funi fapiunt \ qui vero fecundum fpi 
titum funi} qua funi fptntus fentiunt . Et approdo. 

Trudentia canài mors cjl , prude mia autem fpiritus vita , & pax. 

E poco più giù. Si cium fecundum carnem vixenns t motiemini\ fi autem fpi - 
titu fatta carnis mortificane riti i, vi udii. 

Che fono tutti contrapofti nelle colc.e Come fi pUo vedere, quali tutti 
C nelle coficc nelle parole inficine. Che fc vogliamo del medefimo San 
Paulo anche più lunghe, c più ornate Antithcfi: EcCoquefta nella pri- 
ma de’ Corinti al i j. 

Seminatur in corruptione furgetfin Incorruptione: Seminatur in ignobilitate furget 
hi gloria : Seminatur minfirmitatc furget, in vtrtute: Seminatur cor pus mimale fio- 
gei corpus fpintale. 

E quel l’altra pur quiui. 

¥ attui e sì primus homo ^ tdam in animam viuentem , tioibjfimus fidata m fpi- 
titum viuificaniem. Vrimus homo de terra terrmus » feebdus homo de calo i a lesiti. 
Quilis terrenus, tales & tenera , quali s ccbtJUs talcs & calejles . Jgitur ficut'por- 
tattimus imxginem terreni , portemus QT tmaginem cale Sin . 

Di quella nicdefima natura c qUell’alcra fatta de' concili nella prirrUL» 
de’ Corinti al quarto . 

'hfps fluiti propter Chriilwn,vos autem prudentts in Cbriftotnos infirmi, voi at- 
terrì fortes : Vos nobiles , noi autem ignobiles « 

E queli'ilcra nelle parole fingulari. 

Ter 


Digiti 


H6 II Predicatore del Panìgarola 

Per gloriar», & ignobtLietum.per infamia», dr bonam famamM feduttores, & 
ver.tces.fuut qui ignoti , & cogititi , qua/i morientes, & ecce virnmus ; Pt cattivati, 
dr non monipcati.quaji trittes ,fempcr aulì m gaudente s ,fuut egentei , dr mJdtos 
locuplctatuei,tanquatn nibil habentes , dr omnia pojjìdcnui. 

L di quelle contrapofitioni limili, hora nelle còfcfolc, &hora nelle 
cofe, c nelle parole infieme innumerabili fe ne trouerebbono nelle fcrit- 
rurc: Ne molto più difficile farebbe il ritrouarne di quelle delle parole 
fole,come fono quelle fujiuilJtnu propofte, e rifpotlc dello fpofo, c della 
fpofa nella Cantica . 

Ecce tu fulcbra es imita nta. Ecce tu pulcber cs dilette mi. Sìcutlilium inter fpi- 
noi ftc amica mea inter plus; Sic ut maini inter Ugna (iluìrum , fu dilettai meui in- 
ter phot • 

Ouefi vede, che non fono oppofte fra fcilcflc quelle cofe, pulcbra , dr 
pulchir, amica mea y e dilette mi, liUtan inter fpinas > dr ntalus inter Ugna pittai um : 
antica mea iiuerfiltas drdìlett hi meni inter filios : ma pcrcqrriipondcrfi fra 
loro parti tali dcll’orarioni à parti tali,& i medefimi accidenti à medefi- 
mi accidenri.ne nafte ( come dicemmo nel commento^ vnacontrapofi- 
tionc ornatiflìma,non però di cofcjma di parole fole : Con ia quale, fe ci 
pentiamo, vi congionro vn'altro ornamento, quello cioè dell’cqualità 
de’ membri, che //òfe/#jwdiccua , che veniua domandato da Greci, da_. 
Latini Compar , eda noitri Tar par/,conciof.icofa,che fc numereremo le fil- 
labc fra quelli due membri . Ecce tu puUhra es amica mea , 

Euctu pacherei dilettemi. 

E cosi ira gli altri due che allegammo, ò niuna , ò pochiflìma dilugua- 
glianza ritroucremo . A Galati al 4.dice San Pauolo . 

Qui de amili » fccundum cameni natut ctt . 

Qui autem de libera per re pronti ffiunem . 

E pure quà fon pari i membri. Ciuciti due. 

In principio crai verbum • 

Et verbum eroi apud Dcunu , . 

Efifi altresì hanno le fillabc pari di numero . In maniera , che quanto 
all’ornamento de contrapoili , e della cqualità , cofi crolliamo noi mem- 
bri ornati nelle feri mire noilre.comc nelle Etniche . Rcila la fomigl ian- 
za*. la quale potrà credere pcrauuentura alcuno, chenonfia per cllere 
cofi facile à ritrouarfi fra fcrittori Canonici : E nondimeno ò che la pi- 
gliamo dal cominciamento delle claufolc, o dalla ccrminatione, fempre 
in ahondanza ne polliamo addurre eflempi. Anzi ouc nel Commento 
r r«i babbuino parlato di quell'ornamcnto,col quale dalla medefima let- 
tera fi cominciano molte parole in vna claufola,od in vn verfo, che idre 
ci domandano cffipetov Come quello di Ennio , 

077 /e tute Tati libi tanta tiranne ttdifli. 

Dice il Venerabile Bcda , nel fuo hbricciuolo deScbematis Sacra Seri - 
pur. c.chc quello ancora nella Sacra Scritturai! ritruoua: E fe bene, di- 
ce,più frequenti , c più propi eflempi fe ne ritroucrcbbono nella lingua , 
nella quale ciTa fù ferina , cioè nella Hcbrca , baben.m tenne » , foggiongc 
egli , & m nojlra tran slal ione vr.de dettati excmplumyC gli ciTcm pi ch’egli dà, 
fono due, vno nel Salmo centcfimo dccimofettimo . 

Bcnediximus vobis de domo Domini , Ceni Domir,ua.& ìlluxit udii. 

E l’altro nel 170. 


Ira il- 


$4 tprd la TarùceiU XXI. 217 

• ha ilUus fecondimi fimditudinem ferpentis , futa afpidis furda , & otturanti* 
aura fuas . 

Ma più à propolito noltro, oue piti claufole cominciano ò da due paro 
le molto limili, ò da vna parola mccW£ma,non ci mancano luoghi clpref 
fimi . da limili come nella prima de Corinti al 14. 

^fn J vobn verbum Dei deceffiti jtut m ros folos peruenitì 
E della parola iftclfa , Come. 

D ominus illuminatio mea , & falus mea nuoti timebo t Dominiti prete ffor rifa 
trutte , à quo trepidato t oucro. 

Si con fifoni aduerfum me cafbamon Umebit cor mem : Si exurgat aduer furti mcJ 
frahum in hoc ego (per abe^ 

E cento fomiglianti , che li potrebbono addurre . E fé dalla parte del- 
la. terminarionc riguardiamo pur quiui claufole , che'è nella medelima 
lillaba, c nella medelima rima, -e nella medelima parola terminano» 
r irrouiamo. 

Terminano nella medelima lillaba quelle. 

Miferere Mei Deus fecundum magnati nufcrùordiamtuam, & fecunimnuir 
titudmem miferationum tuartan dele imquitatan meanu 
T empia occidendi , & lem pus fonanti. 

Tempus dejiruendi Cr tempus adificandi . 

Tempus piangenti , & tempus ftiandi . 

T empus piantonài , & tempus eucllendi. 

La aoue non folo nella medelima lillaba, ma nella medelima rima in 
quel luogo medelimo dcH’Eccle (ulte tennminano tutte quelle com- 
bina noni di daufulette. 

T empus nafeendi ,& tempus moriendi. 

Tempus fienài , eSr tempus ridenti . : 

T empus /porgenti , & tempus collitendi. 

'Tempus acquirenti , & tempus perdenti . 

Tempus cuilodiendi , & tempus abifucnti. 

Tempus fondenti , & tempus confusoti . 

T empus tacenti , & tempus loqutndi . 

Della medelima natura di terminatione in rime fono i due eflempì 
che allega Bcda nella figura da Greci domandata «^e/mAivr» Vno nel- 
rEcclclmftico al fello . 

èsicUus csl ridere quod ctspiat » quàm dcfiderare quod nefeias : Tallio nel 
fettìmo . 

Mdius cHà facente corripi , qudm flidtiori adulatone deapi. 

Et àtjuefta figura fi può ridurre anche a jclfaltra che da Greci ipuim* 
imrtr viene chiamata, ouc non folo le claufole , ma le parole fcquen- 
vi , ò pochifli moframezato terminano, od in fillabc limili , od in rime» 
E di quelle pure nella fcritturanoftra habbiamo elfcmpi : Come di paro 
Jcfequcnti nel fa Imo yy. 

Cantate exultau Cr pfJlite. 

Bdi parole poco frammezzate in Ezcrhielleal 18. 
£ht:.d/igenueriifilium latronem,effundeutrm fangmnem , & pulopefl in nmii- 
buscotti eden ter» » & rxorempioxm.i fui pollucntem , & Taupeitm contri Rati tem 
rapientem » rapirti & pipiui nonreddinteni) & od ido'a leuanUt/. oeulnsfuos alo 
nunaùoucmfaaetaemM rfurm dame. & amplius xcipieuim^iUqutd 1 sta uuett 

P In 


2 1 8 J/ Predicatore del Panigarold 

Iti lime altre!! terminano molte volte claufoic nel tellamento nuouo; 
Come quelle. " 

T^ifi abwiiauerit iuflitia vcflra plufauam fcribarwn & farifeorum non inir abiti* 
inrcgnumcaloricm. E qucH'altre. 

ltli totem negiexerunt , & abicrunt, alius in rillam , fiam , alias ad neg otiationem 
futm: reUqm vero tcnucrunt Jeruos etus& contumelia ajfeSos occiderunt . 

Nella quale lettera è d’aucrtirc clic duccócili vi fono,con romamcto 
nó della terminationc in rime, ma della tcrminatione nella parola lidia. 

. Aliusin tnllam fuim , alias ad negotiationem fuam. 

1 Cornee quello di S.Paolo à Timoteo. . 

Qui Epifcopatum defidcrat , bonum opta dcfidcrat . ^ 

• h quello più frequente nella epillola a gli Hebrei. 

Lapidati funi, felli funi, tentati funi, in oaifione gladif mortui funi. 

Oucc da auuertire , che fe le fcrirture gentili e fecolari della mcdelT- 
ma parola tal fiorali fono feruiti , ma in diuerfo lenti mento, Comecra.* 
qucllo.e fà del Giulio, e non vale vn Giulio. 

- Neanche à noi di quello medesimo ornamento mancano eflempi : c 
per hora bcllidimo c quello nel primo Cap. di S. Gionanni. , 

In mondo eroi , & mondai per ipfum fattiti eli, & mundui eum non cognouit. 
Ouc tre volte rcpetita quella voce mondo Tempre hà diuerfo finiilìca- 
to , e vario (cntimento . Condoli ccofa clic nel primo luogo . 

Inamido eroi . 

' Signilìcich’egliera fatto huomo, & era nella gcncrationchumana, 
nel fecondo . 

Mundus per ipfum [affluì e fi. ■ ■ 

Vuol dire che tuta quella machina mondiale fù creata dalai, e final» 
mente fentimento di quella tcrzaclaufolctta , 

Et mundus eum non cognouit. 

altro non è (e non clic gli huomini mondani , c carnali non il conobbe 
ro . Più difficile parerà forfi l’haucreatrouareannominacione.è paruri 
nomalia che vogliamo dire nelle feri tturc fagre,chc è quciroriumcnto, 
che noi chiamiam billiccio . Come, 
rr Penlionìnon m’hai dato , palTioni li bene. 

Ma di quelli ornamenti ancora la feriteura ne tiene . e le nella lettera 
hebrea andalfimo rifguardando , molti c molti ce nc’occorrcrebbero . 
Certoqucllochein latinoad £faiadicc. 

Expectatà vtfacercliudicium , & ecce iniquità! ; ir iuttitiam,& ecce clamor. 
In nebreo c doppio billiccio e bcllidimo, pcrciochc indicium in quet 
Jh lingua li domanda la mifpat. & iniquitas li chiama Mifpah , c 

così iuftitia , li chiama in quella lingua, Iiztaca,c clamor fi domanda 
ztaca , in modo che il dire vaicau Iamilpat ve inne mifpah. expeftaui ve 
faccrcr, Lamifpat Se ecce mifpah comefi vede billiccio bcililfinio . 6c il 

dire liztaca Veinneztaca, cioè &iullitiam,5c ecce clamor anche quello 

fi vede che è billiccio il più gracido del mondo . 

E di quelli nella lingua Hebrea le ne troucrcbbono ino Iti, che nori ri- 
- fpondono così nella verfionc latina : Se bene anche in lei alcuni ne ven- 

; gono accennati, come quello di S.PaoIo fràqucltc due voci Concilio flr 

» conuerlio ne’Filippcnfi al jo. onc egli dice. 

' . V idctc malos opermos , ridete concifionem , noi autem fumili circuitici fio . 

Enel 


' Sopra U Particella XX, 119 

. £ nel (almo li • Oue il tcfto dice* 

Iute fpcrauerunt, & non funi confufi. 

Dice Btda che fecondo la craduttionealla lettera Hcbrea, ne nafee il 
- bifticcio, perche bifogna dire. 

1 n te funt confufi, & non funi confufi. 

E tanto baiti de gli ornamenti delle claufole, che fi ri troiano nello 
• fcritturc canoniche troppo i -quali il ragionare hora di quelli , che negli 
autori Greci Latini , Se Italiani, che Ecclcfiafticamentc hanno fcrirto.fi 
veggono à ciafcun pallbitroppo più lóga,etroppo più fouerchiacofa fa- 
rebbe, che al propolito non conuicne,cóciofiacofachecpcrcótrapofiio- 
ne,e per cqualità,cpcr fomigliaza fieno frequétilTìme le claufole ornare 
prelToà nollri.Principalméte percórrapofitione,chein vero nó s’apre li- 
bro,e nó fi legge pagina di fetittori Ecclcfiaftici,ouc contrapolti.e molti 
non fi trouino: Dico affai più che ne gli feruti de gli Etnici: torli percio- 
che il dccorfo de tempi , c l’habito chcv’hà fatto rorccchio , hanno rc- 
fo meno affettato , c più ordinarioquclPvfo di contrapulìi , che non era 
già : E forli perche con liltendo quali tutte le noftrc chriftiane mate rie 
in certe principali oppofitioni , come farebbe di DiauoJo,cdi Dio; di 
•amordi Dio, e amor di noi 9 di carne, e di fpiritojdi ragione ;c fenfo, di 
rcrrac cielo , e cofe limili , quali per forza na(ce,chc ftequcntUfime bili» 
gna clic licnq le contrapofi rioni ne gli fcritri notòri , e che quello orna- 
mento qu.ifi necc ffariamcntc fegiiiti al l'oggetto. 

'frlihil Cbrifliano f elicmi, cui pronìjttitur regnum ccdonan : nibil laboriofms, qui 
quotidie de vita penditatur : Inibii forum 5 qui unici t Di oboi um : Inibii imbecal- 
Itus , quia carne fuperatur . P enufque rei esempla flint plurima: latro credit in ern- 
ie-, & flaummereiur audire: st me» dico libi badie mecumerts in Taradifodudas 
de pojlolatui fafigio in proditionii tartarum labi tur , & ncc fami liantate conia- 
tici y nec inumi ione bue dii , nei ojluh gratta franguur , ne qnaf i hominem tradai i 
quem filtum Dei none rat . 

Quid Samaritana piiiut ? non folum ipfacredidit , & poti fcx uiros unum inuc 
nit Dominion Miffixmque cognomi adfontem > quem tu tempio I udxorum popuhts 
ignorabai J'cd cr aulii or fit jalutis tnuhorum , cir * 4 pojìolis emcntiLus cibimi-, , 
tf uru ntat. ri fiat , lafumque fmlentat- 
Quid Salamoie fapientim , attamen infattutur amorwusmnlicrum . y 
Equcllochc fequita, Tuttodì San Girolamo . E quelloche c più , 
non in vna orationc, ouc paiono più domeftici gli ornamenti; main 
vna epilfrtlaad Kufìicum Monaehum . 

Il SignorjCardinal di Verona , oue nella fua Ecckliatòica limona par 
'la de gli Amiteli, adduce vn luogo di San Cipriano nel librodclla.» 
pacientia , che veramente merita d’cffcrc traforino qui!, & c quello. 

yt infilila itiwn pinta patienter exciperet , qui fputo fuo caci ocido s paulò. vite 
fortnqfjèt , Oremus in nomine , nuncàjferui s fini Tjtbalus cion angclis futsflagelU- 
tur , flagella ipfe pateretur iCorona’etur fpims , qui mariyrcs flonbus coron.it 
ater nis : patmis infacicm nerberai etur , qui p.ilmas ueras uinccntibus tributi : Spe~ 
liaretur ueflp terrena , qui indumento tmmortahtatii ceteros ucjìit : Cib.u ctur fel- 
le a ut cibino cafleflcm dedita Aceto potar etur , qui poculur» falntare propinami- 
Belli conrrapolti vfa ancora San Leon Papa in quel {emione,, che leg- 
« Santa Chic fa nella felìadi San Piero; quando parlando à Roma di 
5 an Piero e di San Paolo die eiftifmt mi per quo f t ibi buangeluon CbriJUtyo 


ijo llPreebcatorJel'PamgtroU 

ma rcfpUnduit > & qua eros magilìra errorit , falla es dìfciptia "ventati* * 
Isti funi potrei fui verique paflores , qui te regna tedcflibus mferendam mul- 
to mcLus multoque ftUcius condidcrunt > quàm dii quorum Audio prima mce- 
niwn tuorum fondamento locata funi , ex quibus il, qui Ubi nomen dedit, fra- 
terna te caie feedauit ; Iili funi qui te ad hanc gloriam prouexerunt , vt 
gem fonila » populus elelìus , ciuitas facerdotalis & Fregia per facram Beati 
Tetri fedem caput orbis effella > latius graffierei 1\eligiont diurna , quàm da* 
mm.Uione terrena . 

Quamuis enim multi! dulia viAorifs hu imperli Uù terra marique profii- 
lerii : minus tornea e fi , quod Ubi beUicus labor fubdidit , quàm quid pax 
Cbnfliana fubiecit . 

Diciamo vn cflempio ancora di San Gregorio ne’ morali , oue fi 
vedrà quale congerie de’ conrrapofti fi troni . Eccolo. 

Scriptura (aera non folum nobis fanllorum virtutes offerii , fei etiam ca- 
fus innotefcit , vt & ia villoria fortium quod imitando ampere , & rurftim 
videamut in lappimi quod debeamus timore : Ecce enim lob deferibitar tenta - 
tiene aulì us , [ed Dauid temanone proflratus , vt maiorum virtus fpem no- 
ftram fornai , & maiorum cafut ad cautelam nos bumilitatis accingat , qua- 
terna dum illa gattdemes fuUeuant > ilio metuentes premant , & audicntii 
animus illinc fpei fiducia , h nc bumditatc timoris erudita! , net temeritate fu- 
perbiat , quia fòrmidine prxmitur > nec graffai timore defperet > quia ad [gei 
fiduciam virtulis exemplo robot atur . 

E di quelli, c nc'fcritti di lui, e di tutti gli altri Ecclefiaftici autori 
gran quantità fi protrebbe addurre: che hanno molte claufole c con- 
trapofitionc di parole , c di cofe : Et anche bene fpefio equalità » 
come ne*fopradotti efiempi potrà notare , chiunque , è con l’orec- 
chia fola , ò numerando vorrà le quantità di molte claufole auuerti- 
re. Del rcfto quanto alla fimiliglianza delle claufole , in partico- 
lare auanto à que’ membri , che i Latini chiamano . Simihtcr Caden- 
tia , bifogna confettare , elici noftri autori molto più frequentemente 
fi fono fcruiti di quello ornamento che gli Etnici non fecero: efrà gli a j 
tri due , ciò fono Sant'Agoftino , c San Gregorio. 

E già fappiamo che vn Arillarco afTai arrogante de’ noftri tempi , che 
da felicito fi pigliò autorità di dar cenfura , egiudicio intero à gli ftili 

che gli Icrittori ccclefiallici, di Sant’Agoftino fràl’altrecofe dice che 

dulciòr efl quàm grauior f c clic numeri t ac fimilitcr dcfincntibus gouiet . 

E di San Gregei io pur dice che Gaudens ipfe eli prò temporum Ulorttrn 

rottone membns éfincifis fimilitrrcademibus , & fimiliter dcfinenttbus. 

Ma v’è di più, che di San Gregorio quello medefimo guidino il fi aa 
corail Venerabile Beda } ma modcttamcntc nel libro fuo de fchifrriatis 
fcripturae nella figura omeo telcuton, ouc prima adduce vn eircmpi 0 
che è quello parlando di Giobbe . 

yt odorerà fim um viUum tarato latius [porger et > quantum more aromatunt me 
lius ex incen/iotie fragrarci. 

E poi feggiogne Bcda. 

Quo [ibernate fpfe , qui hoc dixit Beatui Vaga Gregorius [ape vfus fuiffe 
geritur. 

Ne folamente hà vfato San Gregorio di terminare in fillabe fomiglia,,. 
ti > ma anche in rime : Come ncU’homilù 17 » 

Qui 


U Partii etiti XX 11. ili 

Ciù kit è fióri Amori inerme patri* , fed prtmorum ambnùfJutem audicntibut 
praticai , quali in itinere falutat , quia ex occaftone ,&noncx mtentto nefalutem 

-gaE à*dfrf il vero in quello c (taro molto più frec^uÉce Santo Ago- 
ftino perche così porraua quella ccà .che però non s’e guardalo alcu- 
na volta, in pochi veri! di congregar’ inficine molte cadenze &m rime, 
c nelle ftelTe parole , come farebbe ouc nel fcrmone vigcfimofeptimo 
de Vcrbis Domini , parlando delle due vite ardua e contcmplatiua , à 

proposto di Marta c di Maria dice. . , , r . . 

Remanferunt ergo in illa domo » qu* fufeeperat Dommum , mduabut fammi 
duxviu ambe mnocentet,mb* LudakUsfna labortofa,aUn*Mofa.nulLfacino 
wfa , nuUa defidiofa, amb * innocuità , amba inquam laudai» es.fedvH j labonoja al 
ter a ociofa, india ftemorofa , quam cantre debei laboriofa , nulla defidiofa , quam ra- 
tiere deòet otiofa . . , 

Erant erto in illa domo ili* du* fitx > & tpfe ì° m r ‘ l£ - 
In Martha e rat imago prxfentium , In Manafuiurorum • 

Ouod agibat Martha , ibi fumus. 

Quodagebat Maria hoc fperamus. 

Hoc agunus bene i vt illud habcatnut pieni. . 

Nel qual corfo di parole quali tatti gli ornamenti fi ntrouano.chc nel 
la tcrrninatione poflono occorrere : Come farebbe di difincnza umile 
in quelle due claufolettc. 

^ mbx innocente t , ambx laudahiles. 

Di dcfcriucre in rime in quelle , >• 

Laboriofa , otiofa ,facinorofa , defidiofa. 

Di dennenzain bilticcio in quelle. 

Beni , pieni . 

Di definenza nella medefima parola in quelle. 

ofelTpuòdirf’clffl fratKhe’parola iftelCi prefa in due fennmenti, 
conciofiac» >fa che nel primo luogo fia primo calo dei numero del piu > c 
nell’altro fecondo cafo del numero del meno. . 

Come anche San Cipriano vna medefima parola in due fennmenti , 

ma molto più vari , prefe nel fopra’al legato ertempio quando dille . 

T altrùi infacicm verberatus , qui palmasveras viiicenUbus tributi. 

E curio quello che dc'latini femori Ecclclialhci habbiamo detto 
qui, non fi creda che fia molto meno frequente in que pochi Italiani» 

1 quali di iagrc cofe hanno ferino . 

Anzi e quanto a contrapoAi ,c quanto alle equalità , c quanto alle o 
miclianzc confortiamo che noi medefimi ancora (non che altri, ) in quel 
le poche cole ch’abbiamo ò ftampatc c ferine , frequenti (fimo n habbia- 
mo hauuto l’vfo : ina certo per lo più ad ogn’altro line , che di ornare : c 
bene fpcflb oporcati dall’habito fatto nel dire: oaftretti dalla qualità del 
le cole da doucrc effer dette : come in materia di con trapoftì . tirata af- 
fai longa fù quella , per ertempio , che facemmo predicando a Koma_. 
vn giorno d’Afeenfionc, comparando i due fondatori tra fe, del la Ko- 
jna profana , e della fama con quelle parole. . 

Vedete Romani , clic aucnturofo paffaggio hauece fatto da Roniuio 


2 } 2 II Predicatore del Pamgarola 

àChrillo, da chi contaminò la Città voltra cui làngjc del fratello fra- 
ternaerde feedauit , àchi lauò la città voltra co’ I fuo (angue proprio, 
Redo nìt vomì fantine fuo: da chi fi finfc figlio d’vn morto Dio , e d’una 
Vergine Vcftalc^achitùveròfigliodclviuo Dio, e d'vna Vergine Hc- 
brea, da chi pigliò il latte d’una Lupa, nato che fù , à chi fece (corre ret- 
ili Tebro riui di parò latte nafccndo : dachi inltitui quegli per età padri 
e per autorità Senatori , à chi nella perfora di San Piero Inabili per Tem- 
pre il primato Romano : da quello , à cui per la ofeurità delle nuuole fù, 
data la morte, à quello, p.r la cui morte venne l’ofcurità delle nuuole: 
da colui , il quale per lo fogno di non fochi fù falfam ente creduto , clic 
forte andato in Ciclo: a colui, chc’n tal giorno come hoggi vedenti mol 
ti ; e tutti vigilantiffimi glorio fainen te Cene fate al Ciclo. 

E di quelle Cnuli affai fluente ce ne fono venute fatte , Se anche vfiu 
ti altri ornamenti , fc bene quanto alle definente in rime , & a i bi (licci 
non crediamo d’clìcrccne fcruiri molte volte. Contrapoltoalfai bello fù 
anche quello del Padre Padàuaoti . 

Hora come I* huomo , che adnpra bene,e virtuofamantc viue,mcri ta_, 
gii iderdone e premio : Così l’huomo che adopra male , e vitiofamen tt-» 
viuc , merita tormento e pena. 

Che fe per gli ferirti del Paldrc Francifchino.di MonGgnor Fiamma , 
edi iVionfignor Cornelio dilcorriamo,appena apri remo cafualmen te in 
Juogoalcuno, oue ornamenti di claufolcnon cit-ccoriono. Contrapo 
ft j , pereflempio nelle cofe , e nelle parole fu quello di Monlignor Got 
nelio cungionto con equalità di fillabe. 

Come la legge per occafione noflra è miniftra d’ira, e di morte: Cosi, 
il Vangelo per Tua virtù è veramente fonte di gratiae di vita. 

E contrapollo nelle parole fole pure con vguaglianza di fillabe fù 
quell 'altro. 

Come l’amore di fua natura impcriofo non ha modo, ò ini fura ; cosi 
il de fiderio Tempre impaciente , non hà ragione, o freno. 

Chele vogliamo contrapollo di parole con vguaglianza di fillabe , e ter 
minatione nella medelima parola , Ecco. 

Si come frà tutte le cofe del mondo la più antica è Dio : Così frà, tut- 
ti i colti! ini de gli huomini ninno e più ancico,che il culto d’iddio. 

F. fc vogliamo due copie di membri continuate una all’altra , vna con 
term'natione in rima fola, e l’altra in tutta la parola ficifa: Eccole. 

V iui co me mortale, e morto hauerai vira immortale . 

Chi viuc in quella vita, come fc non haucfieamorirmai, 
muore, muore di forte, ciic.ncll’altra vita non riuiuemai . ® 

E de’ bifticci ancora s’c fcru ito molte volte Moofignor Corncli© e* 
me oue dice. >v-o- 

Chrillo che è nollra vite e vita . 

Oue dice che il foggetto della fua predica. 

Era per edere facondo , e fecondo . 

Oucchiedendoattentioneai popolo, il prega, 

fiA edere così attento ad affollare, come egli faràinrcntoàraf»;«« 

Et in alcuni altri luoghi. ° “are. 




*}} 

partic ella 

• ki • v« « * > X 1 2» . . i* A i 

V I G E S 1 M A- 

rhq t o‘W- ■ £ 

SECONDA 

4 ; • . . • » 

-TESTO DI DEMETRIO 



Tradotto da Pier Vettori. 

I Sus autem talium membrorum lubrìcut : neque enim acri- 
ter dicenti accontino data funi : dijjoluit enim vim tllam , 
qttod pomtur m ipfis nimium Jludium & cura planum au- 
tem nobis Ine facit Theopomput ,accufans enim Thilippì 
amicos inquit , A’tlpofóvot PÌ-tv yuan ffrnr.ùfpoTaproi luì 
m . ròrvftTiv fattr.StÌKttAoiwTi /xir ireùpoi ,ìrav il 'nàie tu: 

Simili tudo enim qua eftin membris & appojitio , dijjoluit formam tam 
acre propter male pofitam operarti in iUis exiandejccntia enim arte non 
eget . yerum oportet aliquo modo naturalia efie in buiufieinodi accufa- 
(ionibits , & fitnplicia ea qua dicuntur . 

X^equc igitur cutn aerei efie volutnut vtìlia funt huiufcemodivt demon- 
fì ratti, ncque in affeHibus li moribus : ftmplexenim efie vult, & fine-, 

quali tate vlla ajftflm . _ 

Eodem autem palio & mot in iUis igitur striflotelis de iuHitia , qui 
tiuitatem esdtbenienfium deplorai , fi fic d’Xiffet . -roUr rotiunlw -retar, 
c?Aoy -rffixSpZr* tlar tIuj Illar wittr àrdtiTAv . Cum afftfbt -vtique dtxif- 
let , &■ lugubritcr . fi autem irOfifuter i pfum fcccrit roUyyaf vÓAir#/ 
i^fSr Totauirluj itnfiiuiroUr tIuj ìticer àrt0a\»r. non per fouem affett m 
mouebit , ncque miferitordiam , verum appellatum K^twnyi^r* : c.en Ha 
in lugtntibut luderc , vt prone rbio ftr tur , buiufeemodi in affMibus prauè 

moliti cfi. . 

Sunt tamen vtìlia quandoque vt strinotela inquit. *>•** a^Uuur 
ale rdytip*. S ii to' r tritio. rìrpAyar, ** fi rayrifur «r a.iluj<t:,fi<tr or 

%H/xZrcL r#r /d.iy*r* Si igitur abfluleris alterum vndauferis (3 vinu- 

Hatem : ampi* enim tulliani prodefie pojjunt buiufeemodi membra, quatta 
funt Gorgia multa , in q uibui contraria contrari fi oppouuntur , (3 fjocraùt , 
DtftmiUbus igitur membris, bac . 


T 4 


Ts€- 


SopraTaritceUdX X. 236 

de.* infieme leuerebbe la venuflàelagratia: Et anche nel ragiona 
re magnifico giouanotall’hora, come negli ferini di Gorgia ii 
può vedere, & in molti contrapofh «flfocrate . E fin qui badi di 
quelli membri tali. 

COMM ENTO. 

E Coti habbiamo dette molte volte, che conviene, i chi infegna ar te 
e non fetenza , non fermar ft nello intendere come le ccfe fieno , ma 
poffare più oltre ad mfegnare come fi debbano vfare . ‘Delta 
natura de" periodi ornati affai t'è ragionato , bora trai tifi del - 
tvfo : cioè quando fia bene , c/*_» l’oratore , e’I profetare fe ne va- 
glia ,ònò . 

E primieramente dice Demetrio , ciré membri cofi ornati acriter di- 
centi non funt accommodata , cioè non convengono a chi vuol pa- 
rere afpro , fiuero, e adirato. Et in fomma nella nota grave, della qua- 
le à fuo luogo parleremo longamente . & ambe difopra alcuna cofa n’ bab- 
biamo detto ; oue Demetrio difìe, ebei membri piccioli àquefia tale nota 
da lui in quel luogo , & in quejla co'l medefimo nome nominati , erano 
affai propi . Vero è che in quel luogo di molti vffici della nota granfa 
facemmo mentione , come del riprendere , minacciare , commandare , 
« filmili . La dove quà delle inuettiue fole ragioniamo ; ma quello che di 
quelle fi dice , di tutto quello, che alla nota grave appartiene ,c‘bà da 
intendere. 

Ifelle" ’nuettiue dunque certo , & oue vogliamo moflrarci adira- 
ti , fia riprendendo prefenti , ò esagerando cantra abfenti , fempre in 
tali cafi dobbiamo aHinerci de periodi ornati. E la ragione , dice 'De- 
metrio , perche quello fludio affettato che pare che fia polio quivi ,fnerua il 
dire , e come chi è irato, non hi tempo di penfare à tante cofe^cofi oue 
fi vede arte fquifita , non fi crede colera . 7 fè è però di Dimttrio foto 
quefl’auuertimento ; ma tutti i più intendenti Tutori non han voluto (cor- 
dar fi di darlo . 

rifiatile iflefio nel tergo della Retorica infrgnò ch’el ragionare in 
colera non hi da effere , ne da parere elaborato . E Theo fra fio ragionan- 
do di fimili ornamenti , come fi vede ancora prefio aU'Lsfi icamafieo nella 
vita di Lifta , gli efclude tot. rimonte dalla oratione irata : E ben fi 've- 
de, che Demetrio di Ttofrafio , come dicemmo , fù difcrpolo , per- 
àoche al medefimo documento aggiugne la medi fina ragione , anzi con-, 
le medefime parole di Tcofrafio , il qua' e batteva detto tali modi di 
parlate . .* «*>V«r *•* •ufcdrrr . , , , cioè ib’rffi diflòliiunt vim_, 
tllam . . Snervano tutta la forza del dire irato . Cicerone anch’agii 
. diqnc- 


11 Predicator dtl PahìgaroU 

di quello ragionare affettatamente ornato dice, t&e Detraili taftionii 
flo]orcm , aufert humanum (enium aftoris , lolite funditus ve- 
xitatem,&c^fidera. 

E l’Autore ad Herennium Eccellentemente infegna (he tn qualche 
ragionamenti fatti per cfemtationc pure fi pofiono admetterc tali orna- 
menti , come nelle Accadi mtt_» , nelle fcuole : <JMa che oue fi dice dauue - 
ro , hanno del puerile afiat , e tcuano grandemente la forila al ragiona » 
re; & in fomma egli dice così . 

JHac tria proxuna genera exornationum , quorum vnora in fi- 
mihtercadentibus, alterum in fimiliter de/incnc.bus , terttu.n 
in annominatiombus polìtum eli , p errar > (uuimenda l’unr, cum 
in ventate dicemus , propterea quod non hatc videntur reperiti 
poffe fincclaboratione, firconfumptionc opera:. 

Eiufinodiautcmftudiaad deJcftationem , quàro ad vcritatem 
videntur accommodatiora .• Quare fides 6^. grauitas , icucri- 

ras oratoria minu i tur hiscxornatiombus frequentar coilocatis, 
& non modotoJluurau<fforitasdicendi,fed offendi tur quoque*» 
in huiufinodiorationc auditor: Propterea quod cft inlus Jepos 
& fcftiuitas, non dignità neque puJchntudo: quare quatlunc 
ampia, 6^, pulchradiù piacere poflunt, quat lepida conti- 
nua cito fatietate afficiuntaurium fenfum faffidioffìmuiu . Quo- 
modo igitur fi crebro his genenbus vtimur , puerili videbunur 
locutione delega ri, ita firarohasintcrrcllerciiiuscxoriiauoucs, 
& in caufa tota vane difpergeremus, coni mode lumimbus diftiu- 
tìisilluftrabnnusorationem. 

<J\U l' e fiempio ch’adduce Dcmttiio di Teopompo è beWfimo , cioè ac- 
commodatiffìmo à quello propofito : e più auommodato è nella hugi a_» 
(/reca : perche confiflendo quafi tutta la fot za de II' ornamento nel Insinuo 
diqueiiedue parole , A’r/f àrlforépru. non è pojjibde nè in lati- 

no, ni in volgare À trottarne due , le quali cortifpondmdo nel lignificato 
rattenghmo Tei namento : oltre che tata di loro è anche tanto obfcena ,c bei 
bene d non trouarle corrifponden\a ; 'Hpi con l'aggiunta di quelle due^ 
parole giorno e notte, babbiatn cercato dtfuppltre d quello , che non ab- 
biamo òfaputo, ò voluto più chiaramente tradurre : & habbiatno detto co- 
me nella parafrafe. 

Quelli ammazzatori , cheti giorno vogliori cjjer’iflimati di natura fi 
crudele àgli buoni ini , fono però la notte per granaiolo più cortefi à gli 
huomini : di Filippo in apparenza amici , ma di Filippo in tfienz^a-* 
amiche . . 

Fù Teopompo Sciotto di patria, figlio i’vn’ fratello di Damafo : difcepolo 
di i focrate, di fi ardente ingegno, ehe di due gran’ difiipoli che hautua Ifocra 
te fon Ephoro diceua c'hauea bifogno d’adoperare lo /prone, ma con T topor» 

po il 


Sopra la Particella X X 1 II. 237 

po il freno : egli per ecn figlio dello flefio fico naefiro l/ocrate fipefe a firi- 
uere b fiorici tt peraltro eccellentemente firifie : eccetto ibe fu makdi- 
c.nn filmo . 

Tantoché Cicerone nel libro fecondo delle epifille ai KUtticum ragio- 
nando di non fo quale din mordace ò pungente lo domanda Thcoponipi- 
nuingcnus. 

Se bene Vaufania procura d'i fin farlo da queHa calunnia , e dice che* 
Anaximcncs, vt Grascoruin odium in Theopompum cxcitarec hi 
Aoriarum libro* fcripfit maledrccntifllmos , ac 1 heopoinpi nomi 
ncvulgari curarne. 

S ia come fi voglia facendo tgli inuettiua,è volendofi mcflrarc irato con- 
tra gli amici di Filippo , r.011 fù jano icn figlio il fare due periodi ambi orna- 
ti con la de fine nza in atmominatume , ò bifitccio, che vogliamo dire, il primo 
in quefle due parole" * rl'ptrx-lìcrai & iti f tutta & il fecòdo in quefle due *tcu- 
ftu ó' irtupu : per chi bensì Jd , che chi è iraiodauero ,nonhd penfiero d. 
filmili minutie : & excandeieentia arte non indigct, dice Demetrio , 
non perche fi dibba mai fcriuere cofaalcu a firn" arte , che ambe il fapere 
one non bifogni arte, è arte : ma perche in tale occafione s'bà da coprire l'ar 
te : e fare in modo, chele cefi che fi dicono videanturfpontenafci , e co- 
me dice Demetrio naturaha , fi bene egli auucdutifimomndifie, che do- 
tte fiero effe re fimplicc mente naturaha , ma ifoTor Tira oùtoqvS. cioè quo- 
dammodo naturalia •• per fiare'intendcre , che arte ad cgni modo ci hà da 
effere , ma arte tale , che faccia parere le cofie fenz’arte , e naturali . Cl ■* T 
(hi fempre in filmile occafione lafiiajic fare alla natura fila , entrila mode- 
rafie con l’arte , darebbe facilmente nell'altro eflremo ,e per nonefiere ela- 
borato farebbe indecoro . Che fìt vno fcoglio, al quale diede ina volta a fiat 
ideino Dcmtftcnc iflefio , quando in ma or aliane contra t fibbie ,ò cficndo 
o volendo parere irato , diede tanto ntll’efinmo del troppo naturale , t h a ^ 
fi lafciò vfiire di bocca metafore fi / conce quanto fino quelle latinamente . > 
tradotte. _j. 

Ciuitarera putauerunt, populi farmentacxcidcrunt , Reipu- 
blicae ncrui iuccilì fune. In ftoreaui infuri , in anguftias com* 
pellimur. 

(ofi he non lafciò , comi fi dice , calcare in terra Efichme ; ma nella ora. 
tiene ad ClefipboHtcm , lerinfacciò à Demoftent con parole che -vogliono 
dir coti. 

Non raeminiftis,qu* vcrbavfurpauerit, dira , odiofa , into- 
Icrubiha.Caiiifjnfunincedensdixit. Ciuitaccin putauetunr,po 
puh farmenta exciderunt , Reipublicx ncrui luccifi lunt . In fto> 
xcam infuti in anguftias co.npellcuaur. 

Naecaute;nobdualuntne.vcrba>an potius monftra & por- 
geri ttquatfamf 

Ungi 


2 $ 8 ìlTrtcHcator del FanìgtaroU 

v^fn^i Demo flette Jhfjo doppo batterle dette, auucttdoft che per Coprir , 
troppo l'arte bauea / coperta troppo la naturale inclmationc,e che s'era 
detto affai vicino all' indecoro ,proeurò difettare la cofani oblutione dicen- 
do : Nonincopotitas die Graciaefortunashoc an illud dixerit 
verbum . Ofier uantiffimo della vera arte nelle mutarne fk , come in 
tante altre coje Marco Tullio : Come fi può vedere dalle orationi di lui 
in Vcrrcm in Vatimuui , in Cauiioam , in Pifoneni,in An- 
comuni. 

?n vn luogo fittamente paruead alcuni che il Boccacci non ofier uaffe mol- 
to il precetto dato da 'Demetrio in queflo luogo, e che egli da per fina quanto 
fi può efiere più dommojja faccffc cominciare vn ragionamento con orna- 
menti troppo ejquejiti: Cioè da (jbifmonda in quel ponto ifìefjo nel quale 
dal Tadrele xten fatto fapere ch'egli fi l'errore di lei , e che Guifihardo 
da lei più amato chela fleffa vita forfè è gii morto: Gbifmonda (dice il 
Boccacci j vedendo il Padre , e cono fendo non folamente il fuo fegreto 
amore efiere difiopcrto , ma ancora effer pre fi Guif cardo , dolore inefh- 
mabile finti , ed a moflrarlo con rumore , e con lagrime , come il più le 
f emine fanno fu affai volte vicina . 

L nondimeno da quefia donna e giouane che egli tanto commofia dipin- 
ge fa cominciare il ragionamento in queflo modo. 

Tancredi nè a negare , nè i pregare findifpofìa, per cloche nhl'vri mi 
vorrebbe ,ne l'altro voglio che mi vaglia. 

Che è pure vno de gli efquif iti & ornati modi di dire , che poteffe tro - 
- uar fi, fatto non filo di contrapo fli , e di parità dt’membri , ma con den- 
tro in fi poche parole due annominationi , o bifticci , Una in quelle due vo- 
ci negare e pregare e l’altra in quelle due voglio e vaglia. 

E già f oppiamo che l' c^dutore ad Herennium doppo auere dati ef- 
fe mpi di molte di quefle annominationi per varie maniere fatte _■ 
come. 

Vemità teantequam Romani venit. 

Quoshominej vincit, eosvincit. 

Isunc auium dulccdo ducit ad auium. 

Non tantum cunara diligit quantum Cnriam. 

Hic tibi poflct temperare nifi amore mallct ottemperare.' 

. Lamones tanquam Jcones vitandi. 

£ Simili. 

Finalmente conchiude che fra tutti gli ornamenti qurfli fino de * 
più c/quc fili, e di quelli che paiono più affettati : Si che haurebbe affai 
del ragioneuol* l’oppo fittone, che vien' fatta al Boccacci d’bauere in bocca _• 
a donna tanto c^mmoffa cacciati di primo colpe due bifluii, fi eglimidc fi- 
mo non haurffe preueauto tutto quifto. 

£ C poi cht f turno in bifUccio ) tome l’btbbe preueduto non vi 

haueffe 


SopnhVdrtlcelld XXII. 2j g 

Itane ffe ancora proueduto. Verciocbe fe bene egli, come dìeenamo , confef- 
fa, che Ghifmònda dolore inefiimabile ffntì , e quello che ffguita , Aggiun- 
ge nondimeno quefic parole: LMa pure que/la volta vincendo il fuo anima 
altiero , il vifo fuo con marauigliofa forza firmò ; e f eco , auanti, che_, 
àdoucre alcun priego per fe porgere f di più non iflarein vita difpofe anni - 
fando già efier morto il fuo (juif cardo • “Perche, non come dolente f emina-», 
àriprefadal Juo fallo ; ma come non curante , e valorofa, con afeiutto vi- 
fo, & aperto , e da niuna parte turbato cofi al padre diffe . Jn modo , 
che fe efSa non parlò, comevna dorma turbata dourebbe fare , già, dice-» 
c^Mifier Giouanni , che non come dolente , ò riprefa , ò turbata ragionò ; 
ma come non curante , e valorofa; Ecofirefla difefoil luogo di lui: nò fo- 
no così indecori quiui i due biluci . Seguita Demetrio , e dice , che Cimili 
ornamenti, non folo nelle inucttiuenon conuengono, ma ne anche nell’or a- 
« ione affettuefa , ò nella morata . La doue bifogna ricordarci quello, che 
ragionò vna volta t^infiotìle, nel principio del fecondo libro della 'Reto- 
rica ; Cioè , che da tre parti poffiamo prendere i luoghi delle perfuafìoni : 
dalla cofa iflefìa , che vogliamo persuadere : da quelli , che ci fentono : 
e da noi medeftmi . Dalla cofa prendiamo le perfuaftoni , quando con in - 
dutioni , Entimemi , efiempi , ragioni , e cofe fimili la persuadiamo . “Da 
gli afcol tanti , quando procuriamo d’indurre in loro difpo fittone d’affetti 
tali , che più facilmente refiino perfuafi. “Da noi medeftmi quando cerchia- 
mo di farà J limare tali da loro , che più ageuolmente habbiano à creder- 
ci : £ di qui nafeono tre forti di oratione , per dir cofi : La Entimema- 
fica , otte con proue pervadiamo : La Patetica , ò affettuofa , oue mo- 
liamo gli affetti altrui: e la Morata, oue cerchiamo di far credere in noi 
coflumi tali . 1 quali coflumi fi riducono à tre dice Kyf rifiatile , à far 
credere , àoè, che ftamo prudenti , buoni , fi amici di chi ci fente; per > 
che altrimenti potrebbono credere gli affollanti , che ò per ignoranza-» 
non fapefjimo perfuadere il meglio ; ò fapendolo , per malitia non lo vo- 
leffimo fare : ò che per l'ordinario buoni , come poco amoreuoli loro 
poteffimo alhora non vtilmente perfuadergli . Et i da auuertire , che la 
opinione di prudenza , bontà , & amoreuolegT^a , che hà da acquietar fi 
il dicitore , i retori Etnia non intcndeuano , che foffe quella ch’egli a- 
quifla con le attioni ; ma quella , che con la forza del dire egli hà da-» 
indiare ne" petti altrui , in modo che foffe egli tale , ò nò , fi faceffc cre- 
dere, effimere tale: E quella è l’oratione morata , nella quale dice “Deme- 
trio , che glie fquifiti ornamenti fartbbono danno:£ la ragi ine farebbe, per che 
oue fi auuede fiero gli affollanti, che con troppo ftudio affetta fimo di parer 
tali , facilmente s’mffifpcttirebbono , e crederebbono il contrario di noi .Siche 
nell’oratione morata nafeerebbono gli ornamenti , come fanno ancora nell’affe t 
tuofa ; e principalmente oue vogliamo muouere l'affetto della pietà ,compaf- 
fione , e miff ricor dia : percioche mentre la cofa fà pietà e dolore , e l’ornamento 
delle parole dà piacere e dilettoci viene d fare vncompofto vitìofo,chei(jrcci 

chiamano 


Digitizeti b> 


r 




14© llT redicato're del Tanigaroh 

chiamano *A auei’yi c noi babbiamo , come Imbitumo potuto il meglio tri- 

dotto piant o e n/o : che non è altro fe non quando pione e fd Jole ( per dir così ) 
cioè quando fi dicono tofe da pian gere : ma con if cbergi & ornamenti tali , che 
fanno aponto U contrario effetto : Di quefla vote Khamti'yinut s ì raljo V lu- 
tar cho nel libro cantra Epicuro, e Senofonte nel fe/ìo libro delle cofe Greche, 
oue ragionando d’ alcuni , che per allegrezza rideuano in fieme e piangolano , 
con quejla medeftma voce ne ragiona: Demetrio qui la e /pone affai chiara, nten 
tre dice che’n tale vitio incorrono quelli , i quali come dice il prouerbio in lugen 
tib us ludunt , fchergano in cofc da piagnere : firme hauercbbe fatto fenza d uh 
bio quello thedrploraua la mlfrria de gli attente fi, fe in cofa tanto degnadi pia 
to , con membri pieni di fcberzi , ornamenti barn ffe detto. 

Quale Città de’ nemici hanno poffeduta fonile alla patria loro c’hanrt» 
perduta i 

tJMa non fece così , anzi fcnz' alcun’ ornamento ragionando miffe molta 
pietà mentre dijje . 

Quale Città de v nemici hanno aequijlata mifcri, che poffa paragovarfi al- 

làpatria propria , c’han perduta i 

è non fù marauiglia che dice ffe bene , perche il maefìro deidir bene fù quel 
le che lo’ntrodufft a dir coti , cioè rifiatile : Eque Ho in quattro libre deiufli- 
tia , che fe bene ingiuria ditempo ci Irà leuati , ferine nondimeno Laertiotl. c_j 
gli compofe. 

- In quefio vitio d’hauere troppo ornatamele ragìónAto mentre fi moueuano, o 
volatane mou rft affitti , vogliono alcuni ehe fa molte volte caduto , il nodi ro 
non mai a ba flati za lodato iignor Torquato Tafio , principalmente , ou’cgli 
n'troducc Armida , che per rattenere il fuo BJnaldo ,che fugge, deue vfare _» 
ogni sforzo da mouere affetto di inifericordia in lui : e pure lafà cominciare eoa 
tanti febergi ; quanti fono qucfli. 

O tu che porte. * 

Teco parte di me, parte ne lafci. ; 

O' prendi l'vtta , ò rendi l'altra , ò morte. 

Dà infume ad ambe: 

Che in vero più efqucfitinon potrebbono (fiere: Tante più , con due folenni 
biflicci, vno di poi te , e parte , e l’altro di prendi e rendi. 

■ 2 ^equà vale la difefa che fi fece al luogo del'hoccauio , perche tanto è fan- 
ghi , che egli dica che frenò prima fefìeffa , e parli come non curante : Che r 
più toflo la fà fuora di fe per fomma con, mot ione d’affetto : e duetfprcf- 
famente^t . 

Fuorfemata griàaua. Otu,&c. 

*Di modo, che doppio pareti fallo ; d’hauere , cioè fatto vfare ornamenti tali 
à'jrerfona tanto commofia , e mentre volcua muouere l'affetto della ( empaff io- 
ne . Ma anche à queflo vi fàrebbono rifpofìe , non foto quella , che non mi piace 
di dire , cht’l Signor T affo non riuide il fuo libro : ma vn’ altra , che fouuiene à 
pie, cioè che quefla , Oh par fa è timida finta da lui dorma artifciofiffimeu, ; 
> e che 


7 


Digiti 


Sopra la Particella X XII. iq I 
e che fempre con arti, e fuchi ragionava: in modo, che horamai Vhabito era paf- 
futo in natura: E fi può credere , che efia per qiiefia antica confuetudme , anche 
irata ,e commofia, & ad ogni fpropofito fempre con quefli lenocinli ragionafie : 
Così efeufo io il luogo : che per altro di molta lode , come l' altre cofe di quefto 
K^iutore degniffimo: e foggiongo, che al Signor Torquato non deve difpiacere 
d’ejferc in quefto fatto riprefo et alcuni : poiché Ouidio itteffo da Seneca fu ri - 
prefo del mede fimo, nel terzo delle quittiont naturali: Oue dice , che Ouidio nei 
deferiuere la più mifera cofa , che fia fiata mai , cioè il diluvio . fu troppo luffii- 
riante, & ornato : E che ben fu bclliffimo, e grande quel ver fi . 

' Omnia Pontus erant, deerant quoque littora Ponto . 

(JMa che furono poi tanto più vitiofi quelli, oue in materia fi graue ,e filu- 
g«&re,tantumingenijimpetum,</«e Seneca, ad pueriles ineptias re- v 
duxit, dicendo 

Nat lupus inter oues, fuluos vehit vnda Icones , 

Vnda vehit tigres. 

E quello, che feguita : Certa cofa è, che mentre fi vuol mouere il pianto; il di- 
re cofe degne di rijo , e cofa degna di pianto : Conforme à colui , che hauendo in 
vn’epilogo, oue voleva muovere mifiricordia lòfi affettatamente^ puerilmen- 
te ornato il dire , che ninna cofa baucua fatta meno : poiché fi fu a/Jtfo domandò 
à (attillo fi egli baitcfie moffa compafiione ; E gl' rifpofi Catullo , che certo sì ; 
poiché il ragionare di lui eruttato degni/fimo di compaffione ..'B afta che in 
tutti i fopradetti luoghi nocciono i periodi ornati . 1 quali però alcuna volta 
giovano principalmente , oue tu libiamo bifogno di leggiadrie, e di grata; come 
fi vede n W efiempio d'atri fiatile addotto da Demetrio . La doue effendo Jlri- 
ftotilc retirato fi di gitene in S tagira per paura di Scrfe,cbc vernila ad afialtare 
la Grecia, e da tutti era nominato il %è grande : perche vinto che fu Ser/e_,J 
tA rifiutile per glieccejfiui freddi , che fino in S tagira, deliberò di ritornare ad. 
ditene, però in vna epittola ad vri amico fuo fcrifie così . 

. D' tene mi f cacciò il 7{è grande , e di S tagira mi fiaccia il freddò 
grande . 

Oue fi vede , che la fimile defmenga nella voce grande aggiugjue 
gratta , e venuttà : Et anche dice Demetrio , che nella no- 
ta magnifica, e nel ragionare ampio , giovano taU 
, horai periodi ornati, come fi vede ne gli *J' 

feruti di Gorgia , « d’ifocrate : 

Ma oue fi tratterà della , 

nota magnifù- , , 

ea t 

più mmu- . • ; 

tornente fi vedrai > I 

in le cofe , che le giovano 


<1 




■-Vf 




Dig 


241 llPredicaioreielPétmgut'oL t 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

t . » t 

Q Velie tre cofe > le quali ( come habbiamo detto nel Commento) 
dice Ariftotile,cne conuicne, che faccia l'oratore : Cioè che 
prouicon argomenti lacaufa , mucuacon afferri l’afcoltante, e 
moftri alcuni tali coftumi in fc medefimo: Le fteffe, data la proportionc 
al Predicatore ancora appartengono. E gii Tappiamo noi, che quelle 
tali cofe, non alla parte della lccutionc, nell’arte della Retorica; ma à 
quella dellainuentionc hanno da edere referite. Tuttauia proteina-» 
mo,chc ouunquc in quello librorii quale lalocutionc Ecc!cliaftica,pnii— 
cipalmcntc hi per foggetto.crederemo digredendo di doucr, poter gio» 
uarc , non ce n’aftcrrcmo ponto , & incidentemente ( fc bene con mag- 
gior breuiti , ) a nchc di quelle cofe talhora ragioneremo , che ad altre-* 



CC1IU iCj^UvIllC y IX li* MUV114 jtwwnv « 1 - * .. 

che Ariltocilc riduffe i tre capi , c diflc , che tre cofe doucua inoltrateli 
fuo Oratore, prudenza , bontà ,& affcttionc verfo gu alcol tanti , noi in 
quello ancora crediamo , che alcune notabili diftintioni fi trouino fra-, 
l’Oratore mondano , Se il Chriftiano Predicatore . Diceuamo vna volta 
ad altro propolito, che il Predicatore per douerc eder creduto, cinque 
cole deue fàrconofeereinfe ftclToi Ciò fono, eh egli da innocente, fo— 
lite à dire i! vcro,difinterefTato> dotto, c prattico . E quelle cinque co fc 
diccuamo , che c'in fognò Chrifto Signor noflro rncdciuno in oan Gio— 
nanniall'ottauo, quando per inoltrare à Giudei.chehaueuanqgran tor- 
to i non credergli, per tutte le ^radette decorrendo .della innocenza 
Ade : Q&, et roba arguet m de peccalo? dell cffcrfoliiq à dir* mI vere S, 
nuaanduo robis,quart nonnedm min , del non edere in ere dato Ego rwm 
quitto gloriati meati, della dottrina. Ig, nm Cam, e della pratt.c^chc và 
quali Tempre congiunta con l’antichità, * 4 utequam ^ibrdban fiera ,05* 
fìM : Che e afsai commoda emimerationc;ma per hora non ce ne voglia- 
mo fenrireT torcendoci da Ariftotilc manco che polliamo , diciamo , 
che in materia d’oratione morata , fra l'Oratore , & il Predicatore , due 
fole differenze fono : La prima , che quelle tre cofe , le quali hi damo» 
Arare l’Oratore, il Predicatore conuicne, che le moftn in più eccellente 
grado ; e la feconda , che ouc l’Oratore balla , che moftn dvfter ralc , il 
Predicatore per poterli inoltrar tale, bifognachc fatale. Habbiamo 
detto, che le tre cofcd’Arillorilc hanno da cfccr moftrate dal Predica- 
tore in più eccellente grado: perche la bontà del Predicatore , non U 
morale hi da efsere, ma la fpiritualc.c deuota . E la prodcnzadHui.non 
la mendace bifogna , che fa ; ma la femplicc , c Suiti * . E affettione di 
lui verfo i popolinoti l’intcrcfsara, o carnale ; ma la Spinmaie e che ncl 
zelo ch'egli habbia della falutc loro.pnnaplmentcconffta. Et habb.a- 
mo detto , ch'egli non deue moftxar maid hauer cofa , chem ventà egli 
non habbia , perche il noftro Chnft.ano artificio , non fi difgiugnc trai 
dal vero - E come dice eccellentemente il Cardinal di Verona nella fua 
Retorica’, niuna falficà , nè anche minima fi hi da ammettere nelle no- 
' lire Pre- 


Digitized by ( 


Sopra la Varùielta XXII, 1 4 J 

lire prediche , fe bene fapellimo ch’cfTa folte grandemente per giouare, 
perche, dice egli, T^on egei Deus noflns mmdaciis. E certo quanto alla bon- 
tà, e deuotione fc egli farà dcuoto da vero Io moftrerà fenz’altro , prxdi- 
cabis, come dice San Pinolo in ofìenfione fpiritus,c nel parlare di Dios'in- 
tenerirà , e commoucrà di modo , che s’egli ben non volefle farà cono- 
feiuto deuoto , Sc^_ come dice colui ad altro propofito, bonitatis indilla 
quamquam pnemantur erumpent. Tanto più fc egli fuggirà in pergamo ogni 
ombra di (ofpetto , che porefte dare di qual lia l’una di tre cofe , ciò fo- 
no, auaritia.adularione, e vanagloria, di tutte, le quali inficine dilfc San 
Pauoloà Tclfalonicenfi . Tacque cnim ah quando fuimus in fermane adula- 
tionis ficut finis , ncque in occajione alianti* Deus tcjiis e sì , ncque , quxrcn- 
les ab hommibus glonam , ncque à vobis, ncque ab alqs . Si come , fc in 
vero farà zelante della falute del profilino, li moltrcrà il zelo , per fc 
ftcfto in pergamo : in quella maniera > chcc imponibile, che fiamma 
anche alcofta, ftia lungamente afeofta: in quella maniera, che in- 

terno zelo faceua prorompere San Pauolo a dimoltrationi tali, predi- 
cando, ò fcriuendo, quanto fono quelle . 

Omnium me feruwn feci , vt plurcs lucri faciam . 

Omnibus omnia failus firn , rt omnes facerem fJuos. 

SidecemmiUia pedagogorum babe.Ttts tn Chrifio ; fid non multos patres : T^atn 
in Còri sio Iefu per E mngelium , ego uos gemo . 

Fa8i fumus paruuli in medio ueltrum , tanquam fi nutrix foueat filiet 
fitos . 

V olebamus tradere uobis non fidum Euangelium Dei , fid edam animai no - 
flras . 

Defidero uidere uos, ut atiquid uobis impertiar grati* Spirituali! . 

Sepe propofui uenire ad uos, ut aliquern fruii um babeam io uobis « 

Et in lin quando diceua ,che de li derana. 
nathema effe àCbrifio prò fc atri bus fuis . 

E cofe limili. Finalmente prudenza moftrerà il Predicatore in per- 
gamo, fe ferucrà il decoro: Cioè lcaccommoderà il fuo ragionamen- 
to al luogo, al tempo, 6c alla qualità degli afcol tanti ,c di fc in e deli mo. 
Quello die feppe dire-, in fin Cicerone medcliino in quelle parole, elo- 
queus fit tempor um, perfonarumque moderator , c molro meglio il Cardi- 
nal Santa Prafscde nelle lue mitruttioni , con quell’altre . C onuonaturo 
bfc erunt cogitan ti omnia , non folstit fiiluet auditorum flatus , fid etiam locus 
tempus, res, de qua diti urus est , & perfine J'up auCIontas , cr uitp gemo , 
ut apte, decori , conucn cntcr , & cum digmtate cenciontiur . Certo oltre i 
tempi, c i luoghi, chefononotabilùhmecirconttanzc, quanto à gl’a- 
fcoltanti,ad altri d.iuaSan Pauolo panc e piùfodocibo,ad altri tanquam 
paruulislac poum dabat ccoine habbiamo detto di fopraquafrfagro Cima 
leontc. 

Tiebat omnia omnibus ut omnes lucri faccret . E quanto à fe medefirrro 
deue ricordarli chi predicabile altrogli coou iene nella età più gioueni- 
ic,quando allavitcn perdonale c vn poco più lulTurian te, altro nella età 
macura,quido potata hi da cltete la vite, e ridotta à perfettione, nelle me 
defime maniere perauucnmra conucngonoad vno mentre Come coo- 

pcratore aiutai Vcfconi, ò quando fatto Vcfcouo prcdicaalla fua greg- 
ge c cofe limili : cfopra’i tutto parli tjianco , ch’egli può di fc fiutili in 

Q- per- 


Sopra la Particella X X 1 li. 253 

«hc’l fcruimmo poi nell’ufficio del Predicarc.non hebbe per gratin d’id- 
dio, fna Signoria lllulVriffima, bifogno di replicarci qucfto fuo prudente 
cd amoreuolilfimojò ricordo,ò cotnmandamcnto , > 


PARTICELLA 

VIGESlMATERZA. 

. TESTO DI DEMETRIO 

T radotto da Pier V ettori . 

1 fiat autem Enthymema à periodo hoc palio , quod perioditi qui - 
dem , tfl compofitio qusdam circumdufta , à qua , & nominata 
efi : Entbymcma autem in fententia vim fuam , gr conflitutio- 
nem habet ; & efi periodai quidem orbii Eiuhimematii , quem- 
admodum,& aliorum rerum: thtbymema autem Jcntentia qua- 
dam qua feilieet ex pugna dicitur in conjccutionu figura . Signum autem hu- 
iui rei : fi namque difioluerit compofitionem Enthymematii , periodum qui - 
dem dtleucrii: Enthymema autem idem manet, ceu fi quii hoc , quod apud De- 
mofienem e fi, Enthymema diffoluerii , òantp ytf «T/r uutrar S'ovx. 

ttr ir rv ruZixùt , tvypd-^u. py ZbTftTtTt roir T«V«- 

pàvoutt ypdptvoir.H ytp tKoiKvorjo', evK irovrof TaSnt iypxflr. tv S irtpos in 
ypcbln,7irra r uZ óAÌùvTtt. hic periodi quidem or hit die dijjoiuitur; Enthymema 
autem ineodem loco manet . Et ad Jummam quidem Enthymema , SyUogifi 
mut quidam efi oratomi, periodai autem, ratiocinatur quidem nihil : in com- 
po fittone autem folum manet. Et periodai quidem in omni parte orat ionia 
ponimui, ceu in principi 'fi ipfarum : t nthymemata autem non in omni , & hoc. 
qjtidem quafi po/i aliquid dicitur Enthymema , periodai autem ex fé di- 
citunEt hoc quidem Sillogifinui eh rmperfeclut : hac autem ne - 
que corum aliquid, ncque impcrfeftum ratiocinatur. 
cidit quidem igiturEnthymemati , vt periodai fic, quia 
rotunde compofitum efi : periodai autem non 
efi , quemadmodum alicui , quod edificar 
tur accidif, vt album fit, fi forti al- 
bum e fi :quod autem fdificatur 

non efi album. De di ferir v-' n 

l; ’ mine quidem Enthy- 

tncmatit,& pe- 
riodi dici uni l 

eli. 

CL » PA- 


. 'Digiti; 




n 9 


2 4 6 1/ Predicato}' del r Pa»igaroU 

PARAFRASE. * 

En bifògna auuertire,chc fc bene molte volte occorre, che 
l’Entimema venga porto in periodo, fono nondimeno 
molto differenti fra le ftefle quelle due cofe ; perche tutto 
l’eflcre del periodo in altro non confitte, che in vna rtrut 
tura circolare di parole, dalle quali egli prende anche’l 
nome: La douc l’Entimema prende l’dTcre dal ientimento, e dalla 
colare fc bene il periodo diuenta circolo dell'Entimema, come d'al- 
tri concetti ancora non E ntiincmatici; l’Entimcmanondimeno nó 
confitte in eflcre periodicamente formato , ma in ellerc t concetti di 
lui tali, che quafi combattendo, òfeguitandofi vn l'altro concluda- 
no l'intento: E che fia vero pigliamo vn Entimema fatto in perio- 
do,!) leu iangli la forma periodica, che ad ogni modo celfando di el- 
itre periodo , refterà Entimema. Percflempio, coli dice periodica- 
mente Dcmoftcnc. 

Si come fc alcuno di quegli, che limili cofe promulgarono, forte 
flato cartigatOjtù hora non le promulghercfli:Colì fc bora caftigato 
fora i tìi , muno per l’auucnire le promu lgherà. Guattiamo il periodo 
dicendo. 

Se alcuno di quegli,chefìmili cofe promulgarono,fofle flato catti 
gato,tù hora non Jepromulgherefti; efe hora caftigato farai tù, niu- 
no per l’auuenirc le promulgherà. 

L vedremojche periodo non vi fara piu, e nódimcno (ano, c faluo 
rimarrà l Entimcma: Nè vero folamente c quello nella forte d'Enti- 
mcmijdi che habbiamo dato eflempio,ma in quelli ancora, che Reto 
rici argomenti fi domandano,& a i SjJJogifnu logici cornfpódono. 
Perche tali Entimemi difcorrcndo concludono, & il periodo in pu- 
ra compofitione di parole confi (le : Onde auuicne , che gli Entime- 
mi , non in qual fi voglia parte dei ragionamento portiamo colloca- 
re;ma ouc folamente le già comporte cofe habbiamo da prouaro:e pu 
jci periodi muna parte, c nella oratione, ouenon pollono conue- 
jucntemcntecollocarfi .• Oltreche l’Entimema èSillogifmo impcr- 
feito,& il periodo come periodo, nè perfettamente, nè imperfetta- 
mente argomenta . Si che aU’Entiincma dunque di qual forte fi vo- 
glia,occorrc benc,che talPhora venga ridotto in periodo, ma quefto 
c per accidente, & egli in quanto Entimema, non è periodo ; Si co- 
me mentre viene edificato vn muro bianco, almuroconuicne l'ef. 
fere edificato per fe lidio, & al bianco per accidente, e ufo Ha la dif- 
fc re :i za fra il periodo, e l’Entimema. 

■ COA*. 



Digitóed t 


Sopra la Particella X X III . 147 

- ~ COMMENTO. 

L 'jtfeftt t,& vltima parte è quella del trattato del periodo, nella quale una 
difficoltà leua Demetrio, che à molti non più aunertiti,cbc tanto potreb- 
be dar molta noia : Cioè fe vna flejja cofa fieno l'Entimema, ed il perio- 
do . E veramente occorre molte volte, che il mede fimo giro di parole fa , e pe- 
riodo, ed Entimema: nè per quello la medeftma cofa fono ; ma due ben dipinte. 
Il che acciò meglio s'intenda, bt fogna prima auuertire , che di due forti di Enti- 
memi ragionano gli Oratori . Il primo Entimema è vn combattimento di due 
concetti, de ‘ quali vno pare ch'efpugni l’altro , e pure tutte due vanno al mede- 
fimo fine . il fecondo è vn Siila fi fino oratorio , & imperfetto , ouc l’Oratore 
da vna propofitione fola, e non da due fottontendendo l'altra, caua la conclujìo- 
ne . Efiempi del primo Entimema adduce molti Cicerone ; Come quefli . 
Hunc metuere, alternili in inetu non ponerc . 
Eamquamnihilaccufasjdainnasbene, qua.n meritam efle autu» 
masjdicic male mereri . 

Id quod lcis,prodaft nihil, quod nefeis obeft: 

Et involgare poffiamo allegare noi quefli. 

<JWolti'I(è : molti gran Vrcncipi furongià poueriffimi , e molti di quegli , 
che la terra "pappano , e guardan le pecore già ricchi (fimi furono , e fa- 
tto . 

€ perciò colui, che virtuofamente adopera , apertamente fi mofira gentile , 
e chi altramente il chiama non colui , che è chiamato , ma folui , che chiama-» 
commette difetto . 

Quello che vuoi, non fi può fa re, e quello che fi può fare tu non lo v uoi. 

E cento fintili : Si come anche dell'altro Entimema , non mancano effempl : 
Come in Latino, e fono efiempi d'^tnftotile mede fimo . 

Si bcllum horuin malorum cauli eft,pcr pacéhaecemcndabimus. 

Ouc il Sillogiimo Diali tico flà afeoflo , & è tale . 

Contrariorum cadcm ert ratio, bellum, & pax funt contraria» 
ergo qua bellum deftruit, pax cmendat. 

E cofi quell’ altro 

Si vobis Jaxare turpe non eft, nec nobis conducere . 

Che fi caua da i correlatila , & ognuno faprebbe ridurlo in S illog' fimo logi- 
co . In volgare ancora Sillogi fino logico fu quello del 'Boccacci , quando fcc e 
dire alle Scalca . 

Quanto glibuomini fono più antichi , più fon gentili: i Baronci fon più 
antichi , che niuii altro huomo , fi che fon più gentili . 

Entimemi oratorij della feconda fpecie fono quefli , 

Se gli Dei non fanno tutte le co fe , tanto meno le fap ranno gli h uomini . 

Se Hettore vccije giallamente Tal rodo , ^yClcfiandro fece il douerc ad ve - 
rìdere c^iccbille ^, . 

ì E tutti 


1 4 8 fi Predicatore del PantgaroU 

E tuttii fittili : dt’ quali fi teme de' primi Ent inumi, non è dubbio , che fi 
fanno periodi : E nondimeno non fimo gli Entimemi periodi . fn quella manie- 
ra, ihc d'unafpada fi può fare arco, e nondimeno efiere fpada, & arto nitrii 
il ìhciitfimo , i la Juata ritornare la jpada al fu o luogo ordinario fi disfa t’arco , 
e refla la fpada : Che è quii medi fimo, die dite Demi trio: noi, che qrcfio 
Entimema della prima forte di Lemo tiene periodicamente detto . 

Si come [c alcuno di quegli , che filmili cofe promulgarono foffe Stato c a fli gi- 
to , tu Ima non le promulgheresti ; io fi fe bora cafiigato farai tu , ninno per 
Vauucmre le promulgherà . 

Se dami farà canato di forma periodica , ( licite fi farà huando folamente 
l’appicco fo/perfiuojfi comi dal primo membro ,entl fecondo in vece della ri- 
fponden^a, lofi mettendo la continuaticne,& ) vedremo fubito , che il periodo 
non ri fard più, e ri farà nondimeno l’Entimema : Et il iti e definì o dice Deme- 
trio, che occorre negli Entimemi della Juonda fptcic,ne i quali fe noi diremo . 

Se gli Dei non fanno tutte le eofi, tanto meno le faprannogli buomtni . 

Scriba dubbio l' Entimema fa> à mperiodoichefe noi mutato l’ordine diremo 

Cli buomini non fanno tutte le cofe, fe i Dei non le fanno . 

Quiui fenza dubbio bauermo lafiiato l'Entimema , Ci batteremo rondane - 
nò leuato il periodo . "Perche in f omnia l’e fiere del periodo ccnfiflt nella Slrut - 
tura delle parole,e tutte due gli Entimemi hanno la lor for^a nel finimento: 
Oltre che quanto al fecondo egli argomenta , & in que’ foli luoghi fi può met- 
tere della orationc , oue fi hà da prouare co fa già detta : La doue il periodo nè 
è fatto per prouare, nè luogo v'i in tutto il ragionamento , oue non pofia collo - 
tarfi . Ma Ternario fra tanto ben mofìrad'efjer Peripatetico, perche ricorre 

alla diflinticne tanto vfata del per fi, e per accidente, la qual diflintione , 
perche meglio s’ intenda, è da Japere , thè quelle cofe fi dicono fare 
rma co/a per fe , che la fanno in quanto tale con reduplica- 
* ime dilla mede firna voce : < ome farebbe à dire , che 
Pbuomo per fi intende , perche in quanfhuomo 
intende ; ma per accidente canta , perche 
non in quant’huomo ; ma in quanto 
mufico canta. F. così dice De- 
% metrio, l’Entimema per 

accidente è periodo 
m quanto è 
intrec- 

dalo ; ma per fe Slefio non è 
periodo , perche può non 
t fiere periodico, e 

refi <trc Enti 

tnema. 

t 


DI- 


Digitized by Goo 


Sopra la Particella XX III. a 4 9 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

S E nelle (agre noftre Scritture Entimemi fi rrouino in trecciati in pe- 
riodo^ nòjqucfto per le cagioni molte volte de tre, non ci affatiche 

remo di inoltrare: Ben diremo fcnz’haucrerifguardo à periodici. 

ftruttura, che di tutte due le maniere di Entimemi , de’ quali ragiona 
Demetrio quùcioc e di quelli che feruono per pruoue,c di quelli ciic s’a- 
doprano per ornamento, molti, c bcniiTimo fatti nelle feri mire no (tre li 
ritrouano. Egiafappiamo, quanto à quelli, che per proue feruono, 
che altri Entimemi nella prcdicationc della parola di Dio, propri; fi chia 
mano,& altri communi, come dal proemio di Melchior Cano Velcouo 
delle Canarie innanzi al libro Tuo , delocitTheoiogcis , fi può facilmente 
raccogliete; de’ quali diciamo noi , che nel Predicatore due perfone po- 
tendo confidcrarfi, l’una di Teologo, c l'altra di Oratore , gli Entimemi 
communi à lui, come ad Oratore ; mai propri;, come à Teologoappar- 
tengono . Vogliamo dire , che quando egli per formare pruoue di che , 
che fia, fopra alcune propofitioni fi fonda , le quali Teologiche fimo , c 
che in altra feienza , chcnellaTeologia non concludono: all’hora del 
Teologo più torto cfsercita l’ufficio, che dell’Oratore: La doue quando 
per alcuni Entimemi di quelle, maflimc fi fcrue,le quali luoghi commu- 
ni fi chiamano , & in ogni feienza , & in ogni foggetto pofiono adope- 
rarfi, quiui benché inTeologia egli le adoperi, come Oratore, nondime- 
no polliamo anzi dire, che egli fc ne vagli» che come Teologo. Per cf- 

fempio. 

Tutte l’opcre di Dio, ad extra fono indiuife , dunque alla incarnationc 
attiua tutte tre le perfone concorfero. 

Quello lenza dubbio è vn Entimema Retorico, mancante dal fillogiw 
no Dialettico d’una propalinone, la quale doucua efscrcl afsuntionc, o 
la minore propofitione, che dicefse'. 

Ma la incarnationeatriua.è opera ad extra . 

E nondimeno di quello Entimema Retorico più, come Teologo , che 
Come Oratore fi vaierà altri in pergamo,perchc la propofitione maggi o- 
re.fopra la qualcjegli fi fonda . Cioè , tutte l’opcrc di Dio, «A extra fono 
indiuife , propia c della Teologia talmente, che in altre feienze , e mate- 
rie , non potri bbe in alcun modo fcruirc . 

La doue fe altri dicefse. 

Iddio pafee gli vccclli del Ciclo , dunque tanto più hauerà cura di fo- 
mentare gli huomini . 

Anche quello non è dubbio, che è Entimema Retorico , e che manca 
della propofitione maggiore, la quale dourebbe efser quella , 

Si de quo mime vidzur iuejfe, & O' de quo magis • 

Chi la quello, che pare, che meno douclse fare, tanto più farà quello , 

che piùghconuicnc. . . . _ , „ .. 

E rutto quello e in materia Teologica , à propofito della prouidcnza 
di Dio : Tuttauia l’Entimema farà piu torto Oratorio , che Teologico» 
perche fi fonda fopra vna di quelle mafTime,chc luoghi communi fi do- 
mandano ,e che coli in ogni altra materia , come in Teologico fog|etto 


Sopra Li Particella X XII 1. 3 $ i 

Dalla diftruttione del confeguentcdice Sani’Agoftino nel fecondo 
della DottrinaChriftiana, che argomentò San Paulo,quando nella pri- 
ma à Corinti al i f.diiTc. 

Si Chnflus non refurexit inami eli p rsdicatio nofirxyinanis ejl &fidcs.Fcttra* 

Qnafi vogii ifoggiongcre. 

Sei bxc non funt mania erg» Cbriflus refunexit. 

Et oue Moifedilfc. 

^4 ut pafee popuo buie, ani dcle me de libro uiuentium. 

Pure dice bant’Agolhno che con argomento à dcrtruttione confcqutu- 
tis volle dire Moifc. 

Sed me non delelns ergo pafee. 

Dai co r g ugati argomento il Signore quando dice. 
rbor bona bonos futtus fjciiyatbor mala malos fruttai facit. 

Dal più almeno tu l’argomento.chc fece San Pauolo à Romani all’8. 

Qui ctiam proprio f ilio non pepercit.fed prò nobis ommbui tradtdit illuni, quotuo- 
do non ettam cum ilio omnia nobis donami f 

Dal meno al più il Signore in San Matteo al 9. 

Si autcmfamum agri quod bodie eft, & crai inclibanur» miltilur Deus fu uefìit , 
quanto magis uoi uos minima fidei. 

Solamente intorno à quclto argomento dal meno al piu c dal più alme 
nobifo o naauuertircdue cofr.l’vna che alle volte quello, che crediamo 
che fia talc,è argomento da congiunti, come quando l’Angelo per proua 
re à Maria che ella Vergine poteua concepire, dilTc. 

• Et Eccc hlifabet cognata fua,& ipfa concepii filium mfenettutefua. 

Che a dire il vero non.è maggior colini concepire Iterile che vergine, 
e perciò non potè quell’argomento cfTcrc dal più al meno : ma per ragio- 
ne de’ congicnti chi può fare vna cofa fopra natura purché non vi s’in- 
cluda contradittione le può far tutte.e però chi può fare che fopranatu- 
ralm ente concepirà vna (terilc.il mede-fimo può fare che conccpifca an- 
che vna Vcrgineil’altra cofa.chc bifogna auucrrire c,che alle voltr l’argo 
mento dal più al meno ncllefcritture non èadiem ina ad hominem . Come 
quando il Signore in San Mateoalp parucchc volrifcpn uarc.cheporc 
ila rimettere i peccati con quella pruuua eh egli poteua lunare le’nfinni- 
tà d Ccndo. , ..... _ 

V t fiata quia filini bombii s babetpoteflaiem in terra dimrttcndt pcccata-Twic .ut Ta 
rahttco farge lolle lettumtuum,*? uade mdommn tuam. , . 

Oue 111 vero ad rem Tantomento non 1. rebbe buono dal piu almeno, 
non c (Tèndo eg'i vcro.che più fia il rifanarc vn corpo che il rifanarc vn’a- 
nimaima ò bifogna dire come di fopra.clic 1 argomento, c ila congiunti) 
e chi può fare vna cofa (òpra natura.! e può far tutte : oucrochc e dal più 
almeno fiiperò non adrem; ma ad bonnucm, c che quando il Signoio 

di(Tc. j r 

Quid eil facili us dicere dimittuntur tibi peccata tua , an dune furge & em- 

^Voleflc argomentare coli : Voi non credete ch’io poffa rimettere i 
pcccatnma per voftra fè, fecondo la opinione v .(tra qual cofa, è più, 
rimetterei peccati à cortili, òdi paralmcoch egh e farlo futuro fanp. 
Al ficuro a voi che fece carnali , parerà maggior Cofa il ritmarlo : e pe- 
rò ecco che fecondo la Yottra opinione 10 faccio la cofa, che à voi pare 


2 51 11 Predicatori l Pamgarola. 

òmaggiorc,dunque crediate ancora, quella cnc vi par minore.’ 

Vi feiotiì quia fimi homlnis boba poteSìatem in terra dimit tendi peccata : -urge, 
folle lettumiumn.& rade in domani tuoni. 

Ma noi pcrauuenrura habbiamo digredito troppo . Bada che quanto 
alla prima forte d’entimemi tocchi in quella particella da Demetrio» 
cioè quanto a quegli Entimem i,chc per pruoua re vengono adoperati, dì 
quelli ò che propi fieno , ò comuni , aliai chiaro habbiamo fatto vedere 
che eccellentemente fi feruono le canoniche nollrc fcritturcrPiù diffici- 
le lari il ritrouarc oue effe fi vagliono di quegli altri Entimemi, che non 
à pruoua feruono: ma ad ornamento, come e quello che folto le depintc** 
ielle d«* morti in molte chiefc vediamo fcritto. 

QuodyCsfui quod furti eris. 

Ciò chc,fei fui:e ciò ch’io fon,ferai. 

Ma anche di quelli troueremo, come, c quello bclliflimo à Roma- 
ni al x. 

Siprauaricatorlegis fir,circumcifio tua pr sputimi falla eli: fi igitur praputium 
iuflitiaslcgisiuflodtat nonne prapuiwn illtus m tinumùjionem repmabnur . 

Che è tanto come fc più llrc ttanienrc dicelle. 

Sc lacirconcifioneà chi tranfgrcdifcclalegge, èprcputiojil preputi* 
ìchi ferua la legge, è circoncilione. 

Etc come fi fente bellifiìmoEntimcma, branche periodico .Entime- 
ma talejina più breue , è anche quello pure a Romani all’i i. 

“Hon tu radi ceni portas.fid radia te. 

Etalrri ancora fc ne potrebbono addurrete necedaria cofa folfeil do- 
ucrlo fare;Del redo quanto à padri, e Grici,c latini,c Italiani,il voler mo 
llrare che eglino de' primi Entimemi che feruono alle pruouc fi fieno 
ferititi, direbbe ramo come dire che il fole , è chiaro, non potendoli inuc- 
roin alcuna parte aprire gli ferirti loro, oue da luoghi c propi , e comuni 
non fe vegga, ch'eglino argomenti, ed Entimemi hanno cauati . Si fono 
i mcdefimi yaluti ancora de cgi’£nrimcmi,che ornano fc bene non fi fre 
quentemcntttCome quandoSan Gregorio parlado dcll’amor di Dio nel 
J’omiJia 30. fopra glicuangeli dice. 

'Hunquam efl amor Dei odiofustoperatur enim magna fi eli: fiverò operati renuit , 
amor non e fi- 

Et il medcfimoSan Gregorio nel libro nono de’ morali al capitolo 38. 
i» quelle parole. 

In caffìtm nobit bona conditi v tribuit.fi non orme quod triiuitapfe cufìodit. 
ESant’Agoftino nel primo libro de grada Chrilti contra Vclagnm 
CeìcHmum . 

Vt acciperemus dtlcù ioticm, qua diliger emm , diletti fumuscum e am nondum 
baberemut . 

Et altri , Che fe da noi medefimi queda volta per quello che fpetta ad 
Italiane fcritturc in matcrjafagra ci vicncconcclfio ileauarc eficmpitEn 
timema per ornamento & anche periodico formammo noi,quando in 
yn prologo dicemmo. 

5e la pittura altro non è che ragionamento mutolo certo,che i ragio- 
namenti altro non fono,chc pitture parlanti. 

E coli oue in altro luogo habbiamo Icritto . 

$i come non polliamo negare che J'hnonio fia vn pìcciol mondo: Coli 

il món- 


ized by Co< 


Sopra la Vorticella X XIV. 25 $ 

il mondo bifogna concedere che fia vn'huoino grande. 

E forfi più fpiegatamente j ouc da che liamo Vefcouo,ragionando con 
alcuni,» quali s’efcufauanojdi non haucrc cflequiti ordini di noftrcvifire 
per edere flati gli anni molto calamirofi, dicemmo. 

Nó perche' gh anni fieno flati ftcrili,hauctc mancato,ma perche hauete 
mancatOjftcrili fono flati glianni. 


PARTICELLA 

VIGESlMAQJVARTA. 

TESTO D I DE MET RIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

Embrum autem *4 riBotiles fic definii. M embrum tfl altera pan 
periodi. ’Deinde adiungit . Fit autem & fimplex periodusxum 
fic definicrit. editerà pars , bimembrcmjaltcet voluti ejjcperio- 
dum.-drcbidemu* autem cum collegijjct dt finii ionem^iriflote- 
lis , d quod admngiturdifinitiompianiut GT perftBiusftc defi- 
nii. CMembrum efl [tue jimplexpertoius , fiue compofita periodi pars . 
Quid igìtur fimplex perioditi , difìum etl : campo fifa autem cum dixerit ip- 
fum periodi partem, non duobus membri* peùodum definire vtdeturfed: & tri- 
bù*, & plunbus.2{os autem menfuram quidem periodi expojuimus. Trutte au» 
tati de noti s locutmis dicamus. 

PARAFRASE; 

A ad ogni modo anche vn’dubbio ci refta ; pero che ha 
uSJo Arirtodle nella diffinitionedel mébro detto^he efi 
altera par* periodi, pare chehabbu voluto cóchiudcre che 
w __ periodi più lunghi nou habbianoàtrouarfi, che di duo 
rneuibn.Pcro Are h ideino meglio confiderate le parole d'Ariflotile» 
& infieme quelle che fegaono fecondo la mente d'Ariflotilc medefi 
mo,ha detto che la diftìmtionc»hà.da cflcrctalcicioè che ogni mem- 
bro che fia in periodo , c periodo fimplicc,ò vna delle parti de pe- 
riodo compofto.-e cofi ceda la difficolta,cfi vede che Ariftotilc non 
à due membri Jià ridotto il periodoima à tre, e più. E già noi il fopa 
della anfora del periodo habbiamo ragionato . Hora pafliamo alle 
note del dire. c0J ^ 



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S opra la Particella X X 1 F • %%6 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


P Oiche in quella particella Demetrio altro non fìi che cercareil ve- 
ro fentimcnto drila diffinitionc data da Ariftotile al membro.Chia 
ra cofaèche il defcriucrui Ecdefiatlicainentc intorno, ò impodìbi 
ic cofa farebbe, ò molto violenta . Et à noi difpiacciono tanto gli llirac- 
chiamentijChe óuc per (e ftefle non fi accommodino aEcclcfialtiche ma 
tcrie, anzi clcgiamo il tacere, che il tiramene alcuna à forza d’argani, c 
Come fi dice lhalcinaruela con IcfunirCofa la quale defideraremmo che 
auucrrifle anche il noftro Prcdicatorctechcà propofito de’ Vangeli ch’e 
prrdtca.cgli li contentale di tirare qac'fogetti foli ù i quali foauemente 
vi fi lafciano condurrei non quegli al tri, che appena con molta forzavi 
fi ftrafcinanotSant’Agoftino nella efpofitionc dc’Salmi dilfe marauiglio 
fecofcTuttauia le taflanoalcuni.purche molte di loro ad ogni altro prò 
polito rneg'io fodero pcrconuenirccheallaopofitioncdi quel tal luogo 
del Salmodi di Monfignor Cornelio pappiamo quanti hanno non che di 
natapna rifa l’clcttionc, ch'egli fece di predicare fopra il Vangelo di La- 
zarolamateriadcllacognitionedife ftcflb, parendo che tanto habbia-r 
da fare quello foggetto con quel Vangelo.quantoil Gennacocon le mo- 
re : Tanto più ch'egli inuero in nttta la predica , non fi ricordò poi quali 
mai più di Lazaro:e fc pure n'hebbe qualche memoria l’appicco con cosi 
poco filo .quanto è co’l dire: Lazaro dorme : & il Tonno di Lazaro,è non 
coaofccrcfe ftcflb. E forfi vi firebbono ragioni per difendere da quell» 
.Arillarchic Monfignor Cornelio, e molto più Sant’A gotti no: ma balli à 
noi il dircjchcfc eglino nei fi grand’huomo quanto lu Monfignor Cor- 
nclio.nè ali gran’Santo quanto fù SanVAgoltino hanno perdonato.ccrto 
che tanto meno perdoneranno ànoi:c però conuienc che nelle nollrc_> 
prediche quelle materie trattiamo che proprie fi vede chclono,econue 
neuo!i,c non che con le funiccrchiamodiconduruelc. Il pigliare vnapa 
roletta.ò vnaclaufolctta fola del Vangelo,& à propofito di quella fenza 
ricordarli mai più del fello enungelico, trattare per torta la predica vna 
materia comune:Come farebbe perche nel Vangelo di San Matteo l’vl- 
timc parole dicono. veni uocareiuTios fed peccatore! ad ppnitftià il falciare 
tutto’l rimanente del tefto.'Efogni memoria del Santore Tire vna predi- 
ca intera della penitenza non larebbe (Tcuracolà: E peggio farebbe, fe à 
quella materia la parola, òclaufola del vangelo non letteralmente, ma al 
lrgoricamentc folo appartcneflc:Comealla ignoranza di fe ftcflb il lon- 
no di Lazaro per loia allegoria potcua conuenire.Noi nè primi anni no- 
ftri ordimmo le noftrc prediche di maniera, chea propofito di qualche 
parola ò claufola del Vangelo la prima parte era tutta di qualche materia 
- TcoIogica^lafecondafponeuailTelloVangelicoj&ipropofito di lui 
pcrfiiadcua,e riprendeua: Che inacro era manco male cric non è il fare 
comchabbiain detto di fopra:Tuttauia oue habbiamo hauuto più interi 
dimcntodi quella pratticatCi fiamo accorti, che quello non era fare vna ( 
predicatala farne due cucire inliemc con vn fol ponto di fpago-Anzi che 
quello non era far ducprcdicbctmavnalcttione & vna predica attacca- 
te (co- 


Digitized trj 


2 5 6 Jl ‘Trtckcdtort del Pummarola ì 

tc ( come fi dice, con lo fputo.E clic perdemmo la principale conditio- 
ncche deue haucre la predica, cioè l’Vnità.della quale poiché conforme 
ajla Vnità dell’atrione nel poema affai copiofimcnte habbiamo ragiona 
co in quel libricciuolo che demmo fuori gli anni partaci del modo di có- . 
porre vna predica:Pcrò qui non ne decorreremo più olere : Bada che in 
ogni cafo non habbiamo mai a trattare materie in pergamo-.&à far pre- 
diche di foggetti tali , che fi regga che al difpctto dcH’occafionc gli hab- 
biamo voluto trattare e che folle che volertc, quello volcuamo dire: Se-» 
già non ci parellc ingcniofità la inucntionc di quel Predicatore , il quale 
hauendo vna predica di San Piero ò fua òd’altri,ch'eglipoflcdcuabcne, 
e volendofcne farehonorc.nè hauendo quel giorno altra occafione, la in 
rrodiiflecon famigliami parole. 

Popolo mio credo che fìa data volontà di Dio.che aponto quando ven 
ni qua fi cantammo lclctanie.e fi diceua Sanile Tetre > Ora prò nobis, per da 
re ad intendere à me che d’altro fogetto hoggi non habbia à ragionare 
che del le lodi di San Piero. 

Vn’alrron'habbiamo conofciuto noi.il quale caualcando per Italia co 
mcfoglionoi frati alfai lentamente, c con longlie paufe nc’conucnti hcb 
be occafione di predicare tre ò quattro Domeniche fegucri in tr# ò quat- 
troCittà.che nc lo riccuerono aliai vicine vna all’altra : E fù notato che 
fece Tempre vna medefima predica, ch'egli portedeua benirtimo della.* 
Trinità : ma introdotta con così gratiofì modi che la Domenica terza 
doppola Pentccortcdifleche per edere quella Domenica terza in nu- 
mero egli della Trinità voleua predicare : nella quarta , percioche 
alla pcfcagioncdcl Signore fi trottarono prefenti tre Aportoli Picro,Gia- 
Copo,e GiouannitPerò predicò della Trinitàinclla quinta lo fece perche 
nel Vangelo fi faceua mcntionc d’vn ternario rena concilio, rens,iudtcio,reus- 
gthcnndt tgriis , nella feda perche il Signore hauea detto Ecce iam triduo fusti 
»e/Mrwe:tcpfidi mano in mano.Etvn 'altro che hà quali in tutti i perga- 
mi d’Italia, in qual fiuoglia giorno.ch’cgli vi (ia pillato, fatto vna predi- 
ca formata, (non ft> come prudentemente) d’vn giuoco di pallaiingenio- 
fp veramente bifognachefiaàfaper fare , che in ogni benché angurto 
uangclorcdi ad ogni modo luogo per fare alla palla. Ma chi sà, fc mentre 
riprendiamo vn dilfctto.cadiamo noi ncIlortedbvuio?c fc ad altri parrà 
che con molto poca occafione habbiamo voluto dare quello precetto 
£uà di non trattare materie fenzaoccafione?Comunquc liaci piace d’ha 
uerlo fatto, anche che riprendono ne feguifle à noi per vtilc altrui : Da 
qpà alianti, oue non ci darà occafione Demetrio di potere Ecclefinrtica- 
mente decorrere, ameremo meglio il tacerebbe lo Urtacchiare. 


Il Fine tifila Vrtma Varie . i 

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apparato 

LA SECONDA 

PARTE- 

Arole di Arillotilc nel quinto capitolo del terzo libro 
della Retorica, fono quelle modelline . 

*VÌ f'ifjftì Tilt lì fiat TÌ ÌKIuvÌ^HT. 

Le quali mdTcr Ermolao Barbaro tradotte già . 

Caput vero atque initium elocutionis eft emaniate loqui . 

Et il Maioraggio. 

Inibii aute»i,& fundamentù elocutionis e fi emendati loqui .' 

Et il Vettori pochi anni fono . 

liutiumidcni folum ac fundamentum elocutionis , &■ quod magnarti in primis 
’pim ad eum comntendmdóm h.ibct , cfl Greco fermone rette vii , ac pure cmendate- 
que loqui . 

GiorgioTrapczontio mirando,che per Latini.c noi per Greci haueua 
la tradutionc da feruirc, del ragionare latino dicendo quello, clic del 
Greco haueua detto Arillotilc tradulle, ò più tollo cfpofe coll . 

I niiium antem elocutionis latinitas ett . 

E nella noftra lingua tradulle il Caro . 

II capo principale della locutione è la correttione della lingua. 

E mitter Alcflandre Piccolomini nella fua bella Parafrafe , più fpiega- 
tamente ditte quelle parole . 

Dico,cheilprincipio,cioè la bafc,c’I fondamento della locutione s’Iià 
da (limar, che fiala purità, la nettezza, & candidezza di quella lingua 
nella quale l’huomo parla . 

E poco più giù. 

Onde la bafe ( pcrettempio, e lafondamcntal virtù della Greca lodi- 
none farà il Grccezarc , cioè il puro parlare Grecamente , che altro non 
vuol dire, che parlare nettamente in quella lingua: Et nella Latina farà 
il latinizare, (per dir cosi,) cioè parlar latinamente: neH’Hebraica,he- 
braizarcjcioc puro parlare hebrateamente : nella Tofcana Tofcanizare , 
cioè parlar puro Tofcanamcnte, c coli decorrendo per tutte le lingue . 

E quello che leguita . Dalle quali parole: e da quelle, che à quello 
propofitovari huomini hanno ragionato, fi raccoglie: che in fontina per 
potereeloqucntcmcntc ragionare in vna lingua, bifogna prima faperc 
ben ragionare in quella lingua. Machecofaè egli ben ragionare ? Cer- 
to fe per ben parlare , intendemmo eloquentemente dire , niuna cofa fa- 
rebbe più ficura di quella, che habbiamo detto, che per eloquentemen- 
te ragionare, bifogni prima bene] cioè cloaucntemcntc ragionarcjE pe- 
rò in tendono altri, ben ragionare yna fauellajcioc parlarla congruamcn- 
tc» Se non fallire nelle regole di lei Grammaticali : Il chenoiconccdia- 
mOjChc lìaneceflàrijllìmo.e già ne’ prologomcni dicemmo, che dallato 
cntione viene prcfupolla la Grammatica, e che chiunque congniamente 
non ragionerà vna lingua , eloquentemente non li potrà dire , che la fa- 

a nella 



PE 


2 ^Apparalo alla Seconda parte . 

nella già mai : Ma li come non ragiona bene, dii congrunmenre non ra- 
gionatoli per ragionar bene prima che s’arriui à volere di più clfere ciò 
quentc, non crediamo che balli il congruamcme ragionare. Et al ben 
ragionare vna iingua.fi come diciamo.clie non è nccciraria l’eloquenza . 
coli diciamo , che non è badante la congruità . E che fia vero vediamo , 
che la parola *AAiir/'«rd’Ariftotilc, che vuol dire ben parlare; fc bene il 
Barbaro , Se il Maini ggio con vna parola fola cfpofcro emendate loqui , 
il Caro altresì d'altro non fece mentione, che della corrertionc della 
lingua , che fono cole partenenti alla fola congruità: Il Vettori nondi- 
meno emendate folanicnte <JifI "e, ma purè, & emendate loqui , Se ilTrape- 
zontio non dilfe, che Irutium loamonu, folle congruità ,ò concilio, ò fimili ; 
ma latmtaf, Se il Piccolomini dilfe, che fondamento del parlare c il Gre- 
cizare.il Latinizarc,ilTofcanizarc , c non dilfe congrui|à, ò correttione 
folamcntejma purità, nettezza, e candidezza di lingua : E finalmente da 
vn luogo di Cicerone bclli(lìmo,cchiarilTìmofi può cauarc tutto quello; 
oue de opiimo genere loquaci, in poche parole inoltra, che prima , che fi ar- 
riui alla fcieltezza delle parole propne.c trallate.allc eleganze, & all’al- 
tre forme, c regole della lodinone latina , bifognafapcr parlare latina- 
mente: & clferc buoni latini : E finalmente per latinizarc , cioè per cfTer 
buoni latini, dice efprelfamcnte, che non ballahaucrc emendata, c cor- 
rctta,ma di più fa medierò d’haucre pura.nctta, e candida latinità ; T’cr- 
ficiendum e fi, d -ce egli, vt pare, & emcda'tloquentes, quod efì latine; vaborum 
fratesca & propriorian, tramlatorum cltgantum fctjequanutr-. prima che in 

nlat.no (dice] parliamo, cloqucnter , bifogna parlare bene latinamente, lati- 
gè, c quello faremo quando non CTWC«d<a/efolaincnre , che Ipetta alla con- 
nruità ; ma di più , fini ancora ragioneremo : Ma qual cofa c qtieda pu- 
dc à di lingua, la quale congiunta con la congruità diciamo,che fi richie- 
de àben parlare prima , che eloquentemente fi ragioni ? Qua da più al- 
to conuiene che ci facciamo: E diciamo, che in ciafcuna lingua due cofe 
polliamo, e douiamo confidcrarc : Vna che fcruc di materia , e ciò fono 
le parole, Se i vocaboli di quel linguaggio : c I altra , che ha luogo di for- 
ma, e quella c la Bruttura, la compofioone, la maniera della lodinone s 
Se in fomma i modi del dire , e le frali , che fono proprie di ciafcuna lin- 



Franccfe ,o la Grcca.e la Latina, e fimili, già fi sà diciamo,che quefte tali, 
non folo la forma hanno diucrfa>cioc le frali loro, anzi la materia anco- 
raché fono le parole, &: i vocaboli : Ma noi diciamo di più, che anche le 
iiiguc,che diuerfe folamentc fono fra fe medefime,e nelle quali gli huo 
mini dell’vna, fenza imparare intendono naturalmente quel dell’altra # 
come fono in Italia la Gcnoucfc,c la Napolitana,ò anche in Tofcana fo- 
la, la Fiorentina,c la Luchcfc, quelle diciamole bene nella materia qua- 
fi toralmentc conucnilfero,& hauelTcro ambedue quali le medefinic pa- 
role, ad ogni modo le frali, le hanno fempre diuerfe: &i modi di dire fo- 
no fi propri di ciafcuna di loro, che quelli foli baftanoa fare, che cileno 
non vna lingua Catto, ma due . I! che llante coli, torniamo noi hora on- 
de partimmo, c diciamo, che bene parla colui quale li voglia lingua ; il 
quale non folo le parole adopera di lei, c congruamcatcle compone ii*. 

ficn>e a 


Digiti 


iA l ^Predicai ere del P anigaro U, $ 

/ìemtjChc tutto fpetta alla cotrettionc della (inetta, ma di piu per (.[nel- 
lo, che appartiene alla putirà, dique' modi foli li fcrue,c di quelle frali, 
che fono propic di lei : E coli nettamente fa quello , che non mai falliti- 
ca, ò adultera la fua lingua con altra. Al qual propofito molto bene di i— 
fc il Piccolomini, che quanto alle parole , "adoperarne tal volta alcuna 
delle ftranicrc; maconéiuditio.non fa, che non parliamo benda lingua 
noftra: ma quanto alle frali, & ài modi di dire, ogn p ; ccola mcfcolnnza 
che facciatno,& ogni minima maniera di dire, che da altre lingue lancia- 
mo penetrare nella noftra,cc la corrompe, e fa vitiofa h.bito, e degna di 
riprenfione: E la ragione è, perche fi come in tutte lecofe l’efTcnza de- 
pende più d’altre forme, che dalle materie; così in propofito noltro, 
qualche variationc nelle parole , che fono la materia della lingua non fa 
gran danno, e fpclTo gioita à chi giuditiofamentc lo fa : ma nelle frali , c 
modi di dire, che fono la forma delle lingue, non può elicle fi piccolo il 
mifcugliojche non fia fubito vitiofa l'eflenza del linguaggio: E coli fi ve- 
de quale differenza è fra congruamentc,c puramente ragionare: poiché . 
per la prima di quelle cofe , noi feruiamo nella ftruttur.rdelle parole , le 
regole Gramaticali: oue per la feconda conferiamo le frali, & i modi di 
«lire , propri della lingua : E che quelle fiano , diuerfe cole fi può vedere 
da moiri ragionamemi,nc’ quali colè dette gramaticalmentc , con le pa- 
role d’una lingua, che c fecondo la congruità, ad ogni modo fi. ranno det- 
tccon frali d’un’altra, che è contro la purità. Per cflempio : Fra la Lati- 
na, c la Italiana: Chi nella volgare noitra lingua dicelle: Io ho cenato ap- 
presso à Pietro; volendo dire d’haucrc cenato in cafa di lui; finza dubio 
due parole Tofcanc, perche & io, &c ho, c cenato , e apprefso , e a Pietro 
tutte in Tofcana fi dicono : Et anche parlerebbe congruamente , perche 
quiui nilsuno errore vi farebbe di Granitica; ma non parlerebbe Tofca- 
namente, perche lafrafeè Latina, e non Toicana: & in Latino c, non in 
Tofcano ,che di dire cenare , apnd aliqncm. cioè cenare con lui, in cafa di 
lui delio: Si come allo’ncontro dando nella medelìma parola apud , chi 
diccfse con parole latine, / pr£,vcniam apud le : per dire come difsc il Boc- 
cacio,Mettiti auanri, ch'io ti verrò apprefso , aponto parole latine fi po- 
trebbddirc , che haucfsc rfato , & anche non difeordan ti in regole gra- 
raaticali;ma latinamente al ficuro non haurebbe egli ragionato, non ba- 
ttendo i Latini quella frafedi dir evenire apud, in vece di /equi. Clic però 
$ fne,fiquar difsc quegli latinamente : Ma di quelli volgarilmi detti con 
paro'c latine,& anche per le più congrue, chi ne vorrà vedere le miglia- 
la bafltra, che apra, ò Bartolo,ò Baldo.ò altri interpreti legifti: & ar che 
molti Filofofi, onero à chi Pentadi quelli preti Borgognoni , che vengo- 
no peregrini à Roma: E più copia d’clicmpi n’haucra, che egli peraum- 
rura, non haueràdefideraro. Nè quello occorre folo fra la lingua Lati- 
na,e Involgare: ma fra le volgari medefime, vnacon l'altra: Chele al- 
cun Franccfc credendo 4j parlare Italiano.dirà per clsen pio . Non tie- 
ne, che à voi di fare quelli cola , volendo dire, non rclfa le non per voi , 
che quella cofa non fi faccia, egli certo parole , c congruità Italiane ado- 
pera, ma quella frafe di Francia , con le quali eglino òrdinarialncnrc di- 
cono, Il nc Uen qutà veus, qu on ne f aie colà . 

Etallo’nc niro.fcvn Italiano volendo dire quelle parole in France- 
te: Grand iflìmu contento ho io riccuuto, diccfse Trcfoan conttntemtm a eie 
. • • a a Tesene 


Di 


4 apparato alla Seconda parte • 

rcceu : egli direbbe parole Franccfi conci ti amente, ma non Francelc- 
mentc, perche non vfano mai i Franceli di preporre il quarto, calo al 
verbo , c pofporgli il primo ; ma con l’ordine naturale dicono , le ax re - 
ceutrefeim con'.emcnt.U medefimo nella lingua Spagnuola hauucrrcbbc,fc 
vnoSpagnuolo in Italiano dicdTe, Io la pregai, che fc folle meco al tem- 
pio della Dea, volendo dire, che vcniflc meco , perche fc fofl*e,vogl/a di- 
re.venifTc, non è Italiano modo di dire , come farebbe Spagnuolilfima- 
mente detto ,CbeeUa fe fucjje con migo al tempo de La Diofa : Madi quelita 
initic, fono piene le due Cuti di Napoli, e di Milano , ouc vn Ca- 
uaglicro , che fia fiato quattro giorni à Spagna volle , che fi creda.» 
che egli fi fia feordato il parlare natio •• c che quafi à forza le parole^» 
eie frafi Spagnuolc gli corrine in bocca: Empiendo cofi foltamente i 
fuoi ragionamenti , di clfer feruita , di regalare , di defeuidi , di conche 
voftra Signoria, &rc. ecco di fimili cacherie , chefarebbono venir voglia 
di reccreà Porci. Hora quello, che fi e detro delle lingue, altre fra fe oc- 
corre, ancora nelle lingue, che fono l’unain verfo l’altra , folamcntc di- 
ucrfe : perche alando le nollrc donne di Milano facendo cirimonie di- 
cono , io non Entrerò prima ; ella farebbe bella , tutte quelle tre parole » 
ella farebbe bella, fono Tofcanc,c congruamcnte dette, machcTofca- 
namcntc, ella farebbe bella, voglia dire, comedo nonconuienc, quello 
nonfirroueràmai. E fraTofcani medefimi ( dice il Bembo ) chi dirà* 
Tal mela llrinfi al petto , parlerà Tofcano, ma non Fiorentinamente; 
poiché il vero Fiorentino con altra frafi direbbe. Tal lami llrinfi al pet- 
to. Anzi ilCaualicre Saluiato.chc fia in Cielo, già amiciflimo mio, ó^_ 
eruditilfimo gentil’huomo : in vna nouclla del Boccacci, ch’egli traduce 
in più lingue Italiane; dice, che Firenze medefima, fono diucrlc le frafi , 
che hoggi vfa mercato vecchio(per vfarc il fuo propio rermine)da quel- 
le , che nel Decamcronc fi trouano : In modo che ; ouc il Boccacci dille * 
Dico adunquc.chc ne’ tempi del primo Re di Cipri ; doppo il conquido 
fiuto della terra finta da Gottifredo di Buglione, auucnnc.che vna gen- 
tildonna di Gualcegna in pcllegrinaggioando al Sepolcro. 

Hoggi mercato vecchio direbbe . 

Dico dunque, che al tempo del primo Re di Cipri, doppo, che Gotti- 
fredo Buglione Irebbe racquillata la terra fama , accadde ch’una gentil- 
donna di Guafcogna andò in pellegrinaggio al Sepolcro . 

Ma noi tratti dal desiderio di fpicgarci bene , habbiamo perauentura 
digredito troppo. Sia dunque la fomma di quanto s’c detto: clic prima , 
clic altri porta fpcrarcdi douere,in qual fi voglia linguaeloqucntCnicnte 
ragionare: conuicne ch’egli quella lingua fauelli bene: Et il fauellar 
bine e puramente, è correttamente ragionare: Cioè adoperare parole 
rii quella lingua congruamcnte compolle : E non permettere, che fra- 
fi, ò modi di dire alcuno entri nel ragionare , clic non lia propio di 
quel linguaggio , in che altri ragiona: Quello c quello , che intcfe Ari- 
noti le, quando difse. 

fri t’AfX”' 7 " ( to' i'aani 

Ei egli medefimo per quello, cheappartiene alla correttione della 
lingua, alcune regole r.c diede , in quello llcfso capitolo : Cicerone an- 
ch’egli auuertì j| incdefimo,(come habbiamo mofiratori fc bene nel da- 
re precetti intorno alla latinità, non fi volle occuparci difse . 

PrAtere a- 


. Dìgig^jW 15 


Al f . Predicatore del Patùffarolt j 

Trateremus igitur prxcepta Ialine loqutndt , qux.pucrills dottrina ten- 
da , & fubtilior cognito , ac ratio htterarum ala > ac lonfuetnd» fcrmontt 
quotidiani, oc domcftici libri confirrrmf, eir Icttto vctcrum oratorwn , oc poe- 
tarum. 

Ma il noftro Demetrio ne anche hà fatta mentionc di quello , clic in- 
nanzi all'eloquenza fi richiegga la corrcttione , e purità della lingua-. : 
Et io credo, che la cagione fu fiata, perche fornendo egli coli à Greci , 
come Ariilotilehauea fatto altresì, non occorrcua , che egli quelle co- 
fe noiofainente replicale, le quali erano già fiate da Arifiotile abon- 
dantementc infognate: Nè Infogna dire, che adunque ne anche della 
locurione douca egli trattare, poiché di lei Ariftorilc trattato hauea: 
poiché già ne’ prolegomeni habbiamo detto, che di lei Ariftotile mol- 
to puramente ragionò, come di fpctiefpctialifsima, e parte della Re- 
torica: la douc Demetrio nofiro, comedi fpetic fubalterna, ne tratta 
appartatamente à tutte le profe : Et anche in quello fi vede , che ouc 
Anllotile di che, che fia ha minutamente ragionato, egli, fc nccefsi- 
tànonlocoftringc, alfai alla leggiera nc tratta, c fobriamcntc: E pe- 
rò come diceuamofcriuendo egli à Greci, co’ quali haueua Ariftotile 
del ben parlare à baftanza ragionato, non è fiato mefticroch’cgli n'hab- 
bia fatta mentionc alcuna: Ma non occorre coli in noi ; i quali , fe bene 
Parafriziamo , c Commentiamo Demetrio Greco , non però à Eringio 
de’ Greci affatichiamo; ma de gl'italiani, & habbiamo per principalissi- 
ma intcntione, che da Demetrio feruano le proportioni , che conuengo- 
no imparino i Predicatori Chriftiani ad eloquentemente , in fcruigio di 
Dio, e dell'aniinc ragionare in pergamo . Ma eloquentemente non 
pofsono ragionarci Predicatori Italiani, fc prima bene Italiano non 
parlano: Et in Italia; ouefono tante lingue.il determinarli diqualclin- 

f uas’habbiaà parlare :& come ella debba vfarfi, non è coli facile-» . 

però à noi c neceflario, prima che torniamo con Demetrio ad in- 
segnare la eloquenza ; ragionare alcune cofe della lingua , clic hà 
da adoperare il Predicator Italiano; E quello in XI. queftioni, del- 
le quali . 


L -A prima fard , Se il “Predicatore Italiano dette procurar di ragionare 
con quella lingua , che fra tutte l' altre d'Italia fta la più bella, e la miglio - 
■re, efe queflo ad alcuna conuenga più , che alla Fiorentina . 
ffR La feconda , Se fra le lingue noflre volgari alcuna fe ne treni , la quale non 
pigliando none da alcuna particolare Citta, poffa in vniuerfale , ò Tofcana 
chiamar fi, ò Jt altana, & oue quefla fi troni Je di lei debba valer fi, e non d’altra 
il "Predicatore . 

La ten^t , Se leuando alla Fiorentina lingua tutte le parole * e tut- 
ti i modi di dire , che fono propri di lei, & il medefimo facendo ntlTalirc par- 
ticolari lingue di Tofcana , di quelle parole , e di quelle frafi fole , che 
auanzaffero , potrebbe nafeere ina lingua , della quale fi feruiffe il Predi- 

datore. 

a i La Quar - 


6 Apparato alla Seconda parte. 

li quarta , Se non aUoperando il Tredkatore , ni parola alcuna , ne mòdo 
di dire, che Fiorentino non fia, e da Fiorentini vfato; conuirne nondimeno , (he 
per la qualità della materia , che tratta, egli molttvocaboli , c molte frafi non 
adoperi di quelle , che in Firenze ft vfano . 

La quinta. Se egli quelle voci deue fuggirebbe pare da Fbrentìni fi adopra. 
no alle volte-, ma troppo antiche, e per la maggior parte difufate . 

La fetta , Se deue con tanta anfietà procurare di fuggire le voci canate dal- 
la Latina lingua, come pare, che i Fiorentim s’ affatichino di fare. 

La Settimane egli per effere i termini delle arti, e delle fiienze ,&m par- 
ticolare i Teologi, e gli Eccleftaflici , non cofi puri , e candidi come i Fiorentini 
vorrebbero , per quetto hi da lajciargli , ò mutargli nel ragionare à po- 
poli. 

L’oltana , Se alcune parole proprijffime della Fiorentina lingua , e bclliffi - 
y ne, Cd alcune frafi altresì di quefia medejima qualità , ma che fuori di I of caria 
dal popolo minuto non [arebbono intefe , ò firane parer t Unno , cornitene , che 
egli ò adoperi , ò lajci . 

La nona. Se alcune parole , e frafi di Firenze, non per altra cagione, che 
per effere troppo belle, c troppo gratiofe , comiene, che UTredicatore princ *» 
pai mente, non Fiorentino, non le adoperi . 

La decima , Se i Fiorentini mede fimi nelle orationi loro , da quefie cofe fi fbà 
no aflenuti, che babbiamo detto di f opra : e finalmente 

L’ undecima : Deliberando il Trcdicatorc Italiano dì adoperare vna lingua 
fate , quale dalle fopr adette cofe fi può raccoglierei Ondehabbia egli i canate 
gli infegnamenti , e le regole per potere correttamente , (S puramente ragio- 
nar la-» • 


Se UTredicatore Italiano deue procurar di ragionar con quella lingua , che 
' fra tutte l’ altre d' Italia fila la più bella , e la migliore , e fi quetto ai al- 
cuna contenga più , che alla Fiorentina . Queflione l. 

He il Predicatore della parola di Dio , in qual fi fia lingua, ch’egli 
f 1 dica, debba quanto può, procurare lenza afTerrarionc , c fc<iza_, 
vanirà di emendatamente , c puramente ragionare ; qucfto noi 
non ci raccordiamo d’haucfe , ò in voce , od in ifcritto veduta , ò letta-» 
perfona mai, che habbiahauto ardire di negarlo: Ben Tappiamo, che 
alcuni fenza penfar più là, fotto prercfto di non fo quale fimplicità,e di- 
uotionc, hanno vniuerfalmcnte affermato non conuenire,che le cofe di 
Dio con eloquenza fiano, ò ragionate, ò ferine ;i quali fe fi fodero pri- 
mieramente ricordati , che non folamcnte Paulo , e Apollo j ma quali 
tutri eli antichi Padri, fi della Occidentale, come della Orientale, e del- 
la Accana Chiefa eloquentiffimi furono , e poi hauefTcro fatta vn poco 
di diftintionc fra l'eloquenza vana, vuota, ofrentatrice , e ciurmatrice . 
davn canto, c l’eloquenza foda , graue, pura i, piena di maeftà, e fan- 
ti mona dall’altro i forfè hauertbbono conofduto,chcprecipitofa era 

la loro 



Al Predicatore del PanigaroLu 7 

la lorofentenza,e con maggior giuditiodiRimahaurebbono l’eloquen- 
za dall’affettationc , e dalla vanità: Majànoftro propofiro non fa que- 
llo per hora. Quello clic vogliamo dire ò , che fc bene quelli tali da i 
pergami hanno procurato didar bando alla eloquenza: eglino nondi- 
meno , òche non habbinoconolciuta la differenza, che efra eloquen- 
temente ragionare , e parlar bene ; òche conofccndola ancora fiano pu- 
re in quella parte Ilari meno arditi; in fomma non hanno mai affer- 
mato, che il Predicatore anche dall’emendata mente ragionare debba 
allencrfi. Che adire il vero non farebbe fenon galante cofa , fe per 
limphcità, e diuotione, chi predicala parola di Dio, hauefle ad ap- 
portamela per bulfc , c per baffe : c dare il mafcolino al feminino, 
cil piò almeno, c fallire nelleconcordanze, e rompere fìl filo la rc- 
fta, come fi dicc.al Prifcianonoltro d’Italia: In quella maniera, che^ 
fentiuamo noi vna volta in Roma vn Padre, per altro valorofiflìmo , di 
Spagna predicare Italianamente à fuo parere: il quale volendo cfpor- 
rc quella voce CdceamaUum involgare; perche in Ifpagnuolo di gene- 
re mafehio, cil Zapato, egli nel ìlio Italiano diceua lo fcarpo. £ per- 
che feminile in quel linguaggio c la cama , egli al paralitico fàccua.» 
comandare dal Signore, che doueffeleuare la fua letta, e di quelle pu- 
ritadi di lingua, leicento ne formaua, il buon Padre ogni mattina.». 
E pure ci trouammo noi, con alcuni valentuomini, allatauola d’un 
perfonaggio grande , ilqualc per lodare il fopradetto Padre, che in 
vero degnillimo, per molte cofe era di laude, lafciatc quelle, fopra il 
tutto dille , che grandiffìmo gu Ilo gli dalia la lingua di lui : Et ad ogni 
modoà fi fconcia parola, febene de’ modelli ri furono, che arrolfi- 
rono, abbaflaron gl’ccchi, pur non mancò dall’altro canto, chi 
applaudellc, & amplificali : Certocon poca ragione, poiché fe il per- 
fonaggio intendeua di pigliarne guilo, come di cofa ridicola: dotic- 
ela ( tanto più, chercligiofo era) raccordarli, che limili forti di gu- 
fli , non al pergamo da Predicatore; ma alla Scena da Zani li procu- 
rano : E fe da vero diceua , che da quel modo di parlare , egli non folo , 
non li offendeua ; ma fcntiuagullo ; noi altro non polliamo dire, fe_j 
non, che al certo, ò egli haucua perduto il guilo, ò pcrauentura fano 
nonlohaueuahauutogiamai. Si duole il Bembo d’alcuni , i quali (di- 
c’eglij pcrcioche non fanno cfli ragionare Tolcanamcnte , li fanno à 
credere , che ben fatto lìa quelli bialimarc , che coli ragionano : Per la 
qual colà elfi la colloro diligenza fchcrnendo , fenza legge alcuna feri- 
mmo, fcnzaauertimcnto: Et comunque gli porta la lolle, de vana li- 
cenza» che elfi da fc s’hanno prefa, coli ne vanno ognivocc di qualon- 
que popolo, ogni modo fcioccho; ogniilcinperata maniera di dire, 
ne* loro ragionamenti portando . Ma troppo più ragioneuolmente fi fa- 
rebbe egli lamentato, le quelli mcdelimi , non folo il Tolcanamcnrc ra- 
gionare ; ma l’cmendatamcntc parlare ancora haueffero riprefo , tanto 
più , ouc di materia li grauc venga trattato , quanto c la parola fantini. 
madiDio; Della quale li vede, cheque’Sant’huoraini , che in tutti i 
fecoli , & in tutte le lingue n’hannoragionato, quanto piùcorrettamcn- 
re , e puramente feppero, procurarono di farlo: Et hoggi parimente ve- 
diamo , che i Predicatori nati in quelle parti d’Italia , oue correttamen- 
te non li park , tutti in pergamo cercano di mutare linguaggio , e di fi. 

a 4 nire al- 


8 Apparato alla Seconda parte . 

pire almeno le parole: t di non fare (per quanto elfrintendono ) difcór- 
danze grama ricali: Non conuenendo (per dire il vero) . Clic cofa tanto 
pura, quanto è la parola di Dio, con impure, cfordide parole, ò frali ven- 
ga predicata ; E che ouc i Sacramenti non mai , fe non in vali d’argento , 
ò d’oro amminillriamo: la parola di Dio, che d’uguale valore è , in vali 
«li rame, cioè con parole fangofe ragioniamo . Tanto più , elici Proferì 
niedelimi , i quali ò dittante , ò affiliente lo Spirito fanto à gli inchioda 
donarono la parola di Dio, parte cloquentiffimamentc parlarono, come 
Efaia, Dauid, c qtiedi : egli altri, che più (implici furono* non pertanto 
nella Hcbraica loro lingua, tutti puriffimamente, & emcndarillìmamcn 
re ragionarono: Siche, che il Predicatore Italiano debba con quella 
lingua ragionare, che più pura, più corretta, c più bella firitrouafra 
quelle d’Italia, di quello non mi pare, che redi dubbio alcuno: Ma à dire 
il vcro.grandifsima e la moltitudine,e differenza delle lingue, che hoj»gi 
in Italia lì parlano:c fi come contrada nonv’c, che differente fito non ha- 
bia: coli pare, che fauella Italica non fi troni , la quale dall’al trediffomi- 
glianzanon riabbia, in modo, che non folamente altro c fi volgar Fioren- 
tino, altro il Genouefe , anzi altro il Pifano, altro il Luchefe ; ma fra Ca- 
rtello, eCadcllo,c Villa, e villa.come diuerfi fono tutti i volghi, che vol- 
garmente faucllano , coli diuerfe fono le volgari lingue, che fono faucl- 
late:E quindi nafee la difficoltà del rifoluerfi,qualecU tante lingue la più 
gentile fia,e la migliore, affine che il Predicatore Italiano,' principalmen 
re quello , che fuori de i termini della Tofcana è noto j poiché la natiua 
lingua lafciando, vn’al tra bifogna ch’egli appari,fappia in quale egli.co- 
mediturtel’alrrcalfuobifogno più afta habbia da affaticarli: E vera- 
mente noi non fiamo di tanta auttorità.che come legitimi giudici, in li- 
te di tanta importanza ardiamo di dar fentenza: Ma fiamo bene coli ra- 
gioneuoli , che molto volonticri feguiamo l'auttorità di quelli, che la 
diedero : E poiché da molti, c grauifsimi huomini, fu concludi anche 
per euidenti ragioni, che fra tutte le lingue d’Italia, niuna più pura fi ri- 
troua, più regolata, c più bella della Fiorentina , noi lenza cercai più ol- 
tre à quello giudirio volcnticrifsimamcnte ci accordiamo. Sicuramen- 
te dire fi può miller Ercole (dice il Cardinal Bembo, non però Fiorenti- 
no.) la Fiorentina lingua effcre,non folamente della mia, che fenza con- 
refa la fi mette inanti; ma ancora di tutte Talrrc volgari, che à noftro co- 
nofcimcnto pcruengano di gran lunga primiera. Etaltroue, non fola- 
mente i Venetiani compofitori di rime, con la Fiorentina lingua fcriuo- 
no , fe effer letti vogliono dalle genti ; ma tutti gli altri Italiani ancora., . 
Et egli pure. Perche voi vi potete tenere per contentò Giuliano, al qua- 
le hà fatto il Ciclo natio, c propio quel parlare, che gli altri Italiani huo- 
mini per clcttionc feguono, & è loro ftran» : Anzi parlando della Città 
di Firenze, c de’Scrittori di lei dice: Dalla quale, &da quali hanno le 
leggi della hngaa,& principio,& accrefcimento, & perfettionc hauuta . 
Mcffer Lodouico Dolce pure anch’egli , non Fiorentino lafciò fcritto, 
chela lingua natia Fiorentina e più bella, e più gentile di ciafcun’altra^ . 
Et altri grauifsimi huomini à Firenze , non nati del Fiorentino Idioma 
differo il medefimo: Oltreché, oueFiorcntini valentuomini hanno 
detto lo ftelfo.non deuc il proprio loro intcreffo ponerli in tanto fofpet- 
to: Che molto maggiormente non ci faccia loro predar feda, la moltitu- 
dine. 


A. 


Digitim 


<tAl Predicatore del PafugirtU . p 

dine e grauità delle ragionile cagioni che n’adducono. Noi certo crcdia 
mo clic migliore lingua in Italia non fi troui di quel lamella quale il Pe- 
trarca, & il Boccici fcrilscro:Ma non crediamo coli fermamente quello, 
che più ragioncuolmèntc non ci marauigliamo di coloro , i quali la lin- 
gua de’ detti autori alrra affermano edere Hata che Fiorentina:Quafi che 
efsendoefli (lati Fiorentini, e non efsendo lalingua di Firenze à giuditio 
della maggior parte degli huomini ad alcun'altraparticolar lingua d’I- 
talia infcrtore.fia credibile, che elfi lafciata la loro natiua, e bellidìma lin 
gua,ld appararne vn’altra fi mettefsero.E già lappiamo noi, che di quel- 
li, i quali negano, chcil Petrarca,& il Boccacci in lingua Fiorcntina.hab- 
bianofcritto,niunbvi è però , il quale in altra particolare lingua affermi 
che fcriuclferojcomc farebbe Pifana , Luchcfc , c fimilitma alle più vni- 
ucrfali ricorrendo.diconochc non Fiorentina,maòTofcana,ò Italiana, 
ò Cortigiana, ò del si,ò fintile, deue la lingua chiamarli de’ loro componi 
menti . II che fc polla Ilare o nò , nel leguencc quelito lo vedremo: 

Fra tanto anche per confcllìone loro ci balla qucfto.chc fe da partico- 
lare Città alcuna douclTc pigliare denomininone; la lingua di que’due 
autori, di Firenze più toflo che di qual fia altra Città dourcBbc domjut* 
darli . Et i medefimi due autori me fanno fedc,vno quando dice. 

Fiorenza haurà forfi hoggi il fuo Poeta . 

Parlando di felicito: E l’altro troppo chiaramente, ouc nel proemio 
della quarta giornata dice, che hà fcrittc le fue nouellc in volgare Fioren 
tino : Ma la ragioneria fpcranza dcucnoprcualereallc autorità: e però 
fe noi vediamo eh iaro,chc niuna lingua particolare più della Fiorentina 
a quali fi voglinomateric,ò alte,ò bafsc, ò graui , ò leggiere, ò mezzane 
dona abon dcuolmcnte parole percfporle.chc ncfsunapiù pure voci ha, 
più monde ,più chiare, più belle, c più grare:Chc niuna fono ha più vago, 
più Ypc dito, e più vitiojniuna più prepio hà il cominciamciiro,più ordina 
co il mezzo, più delicato il fine : niuna più ofseruatamentc rifguardaalle 
rcgole.à i tempi, à i numeri, à gli articoli, alle perfone: niuna modi di ra-* 
gionare vfa più pieni di giudirio, e di uaghezza inficmc.nè figure più gen 
rili, e più grate, c cento cole limili, vedendo noi dico tutto quello; non sò 
per qual cagione alcuna lingua particolare alla Fiorentina vogliamo cre- 
dere che polla preferirli. E già coli chiara c quella propoli rione, che ape- 
rta il vchttcllo vna volta la propia lingua ardi di anteporre alla Fiotétina: 
del redo niuno mai,che noi Tappiamo, altra particolare lingua le hà ardi- 
to di porre auati: & inliniri .indie nó Fiorécini valentuomini lei hàno fat 
to edigrà Ioga di cutte l’altrc primiera.Si che per qlloche tocca à nollro 

E ropofitOjdouendoilPredicator Italiano fra le particolari lingue di Ita- 
a, à quella attenerli, che la più bella fia,c la migliorane più bella , o mi- 
g liorc trouandofene alcuna che la Fiorentina, anzi à giuditio di tanti, b 
ta li , e (Tendo quella à tutte l’alrre di gran longafuperiorc: concludiamo 
noi che egli quanto più deue predicando procurare di puramente , c cor- 
rettamente ragionare quella lingua , che da Fiorentini , che fiorentina- 
mente ragionano , viene nc i ragionamcnti,e componimenti loro fauci- 
lata j c feruta. 


•i Wì 


Se 


Digiti 


« 


I o Jpp arato alla Seconda parte • 

Se fra le lingue noflre vo 'gari alcuna fe ne trota Ja quale non pigliando nè 
me da alcuna particolare Cittàpofiain vniuerjale o Tofana chia- 
mar ft t o Italiana ■ & oue quejla fi troni, fe di là 

debba valerfi e non d'altra il "Predica- i. 

tote. Que filone 11. * 

M A fc vna lingua fi troualTe,la quale nè Fiorenrina,nè Luchefc,nè Sa^ 
nefe folfe, nè di qual’fi uoglia particolare Città, ma ò Tofcana in co 
mune , ò Italiana, non farebbe egli meglio che il Predicarore.ilqualo 
non à Firenze^» luca,ò altra Angolare Città; ma a Tofcana, anzi ad Ita- 
lia tutta ha da feruire , di quella tale non peculiare , ma comune fi va- 
IclTc ì farebbe meglio ceno fe quella lingua tale porcile rirrouarfc : c 
giàfappiamo , che non fidamente il Calmerà, il cui parto, anzi la_. 
cui fconciarura fù efimera, nafeendo quali c morendo in vn giorno, quel 
la cortigiana lingua ch’egli fognò: Ma buone pezze ancora, &huomini 
di molto valore hanno accettate lingue non particolari , ma comuni in 
tanto, che il Tolomci,& il Dolce, non la Fiorentina, ò la Luche fc ,ò altra 
particolare lingua han detto douerfi vfare, ma la Tofcana:e paflando più 
innanzi, non laTofeana,ma l’Italiana elTerc la vera lingua volgare hanno 
affermato il Trillino, & il Mutio . A quali tutti doppo il Martelli, 8c altri 
li oppone finalmente nel fuo dialogo delle lingue mcllcr Benedetto Var- 
chi, huomo di chiaro ingcgno,c di molta cruditionc: affaticandoli di prò 
ilare che niuna lingua in ltaliafi troua, la quale realmente, e propriamen 
rc,o Tofcana polfachiamarfirf» Italiana :c tutte le fuc proucad vnargu- 
menro folo f quali ad vno Achille finalmente li riducono, che è quello. 
Niuna cofaalliftenrce rcjdcpuò propriamente nominarli dal genere, o 
dalla fpccie:ma frale lingue, la Italiana è genere, e la Tofcana è fpcric: 
dunque nè Tofcana , ne Italiana può propriamente chiamarli lingua al- 
cuna:e veramentcdice beniflimo il Varchi ,chc propriamente le cofe có 
i nomi de gli jndiuidui vengono chiamate,non delle fpecie,e dei generi: 
fic il tale per nome propio:Piero,o Giouanni, o Martino deuc nominarli 
non huomo,o animale; Anzi everodipiù,chc nèftècic, nè genere lì rro 
ua mai alTìllentc da fe,fe non in quantoi negli indiuidui, perche ne huo 
moli truoua,nèanimale,lc nóinquefto, o in qucli’lhuomo,&in quello, 
pin quell’animale ;Nèfip i1 ^ nc 8 are che la Italiana lingua habbia luogo 
di gcnere,elaTofcanadi fpecieallaFiorétina: In modo che da primo ad 
Vltimo corre l’argométoAprouare che nè lingua alcun.iTofcana,o Italia 
na fi puoragioncuolmètc chiamare.ncoTolcana o Italiana lingua da fc 
che ne gli indiuidui non fia, può ritrouarfi.Tuttauia a noi pare che il Var 
chi(fe bene crediamo che folTc altrctanto Dotto quaro Erudirò ) ad ogni 
modo hauedo tirata la djfputa à termini di fcienzc,più fuperhcialmcre 
Carni nalfe, che perauenrura non conucniua:c moire cofe diceffc, le quali 
coli affolucampnrc dette nelle fcuole da Dotti non farebbono accettarci 
Emolrcnetacelfediquellejcqualipcr prouarc il fuo intento erano nc- 
celTarie . Per erti rnpio cgl i dice quefte parole : fc la fpecie li predica di 
più jndiuidui,clla,fcnza clic più indiuidui li trouino.rrouarcnon fi può: 
nelle quali parolc,io credo ch’egli habbia voluto dir benetma quanto ai 

rigo- 


*Al 'Predicatore del Fantgarolal j f 

f igorofo intendimento loro,ellcno non fono vere:perche in tutta la nani 
ra folate non v’c che vn Sole, e pure la fpecic fi fatua in lui: 8c in tutta la-» 
fpccie della fenice , non v'c per Volta altro che vn’indiuiduo folo , epure 
in lui fi falua.e di lui fi predica la fpecic:perche per cflere fpccie non bifo 

S na ch’ella fi predichi di pili indiuidui,ma fia atra a predicacene , tjuan- 
o eglino fi ntrouaiTcro.Dice anche piti sù vn poco.Chi leuade gli indi— 
uidui dal mondojneirvniuerfo non rimarrebbe cofa alcuna. La qual prò 
pofitionc in molte fcuole principali haurebbe gran contradittione : e bi- 
fugnerebbe fecondo loro dire coli, che chi leuade gli indiuidui,neH’vni 
uerfo non rimarrebbe cofa alcuna materiale,ma non cofa alcuna fcmpli- 
Ceincnce,tenendo elleno, che dcll’indiuiduarione principio fia la mate» 
ria, e che però ouc nonèmateria, non pollino edere indiuidui in ranto t 
che però ogni intelligenza,& ogni Angelo fia vnafoccie da fo. 

Ma quelle cofe al principale noftro intento non fanno.Quello che pre 
me più c,che fc la lingua Fiorentina è indiuiduo,c laTolcana fpecic,e l’I- 
taliana gcnere.non potcua dunque ragioneuolracnte il Varchi ouc nar- 
ra i vocaboli della lingua Fiorentina a fol.7d.dcl Dialogo dice quelle pa 
role.Queftc voci fono non pur Fiorentine e Toltane* ma Italiane . In 
quella maniera che non fi potrebbe direfe non ridiculamente, che alcu- 
ni huomini indiuidui fodero non che huomini, ma animatone poco più 
bado doucua dirc.Ita.li Tofcanamente fi dicono ruminare» e fiorentina- 
mente ragionarci poi per iftabilireilluo veramente ingeniofo argomc 
to hà celiato di prouarc quello, che fopra tutte l’altrc cole era necedario; 
Cioè che la lingua Fiorentina folle indiuiduo:Perjioche può edere, dirà 
chi che fia,chc l'Italiana fia generc,c la Tofcana foccic: ma peraUcntura 
farà laTolcana fpccie fubaltema,e la Fiorentina fpccie Ipecialidìma con 
molte al tre indiuidue lingue lotto di lei: Nel qual cafo ['argomento del 
Varchifircrictcrebbecontraluipotendofi dire . Niuna colàdcucpro- 
priamentechiamarfi col nomedclla fpecic, ma tale la Fiorentina, dun- 
que Fiorentina non deue propiamentc nominarli lingua alcuna . £ già li 
Tede che egli pensò à voler trouare cofa che conili tuilTe la lingua in ede 
' re indiuiduo:quàdo fece fare vn interrogatorio con quelle parole. A che 
li condirono gli indiuidui l’vno dall’altro ì e fece dare la rifpolla coli. 
Sempre tra l’vno cl’alrro vi fono alcune di ferenze accidcn tali.Ma infom 
ma i Dotti non fi conrentarebbero di qucllo:perche fe bene alcuni acci- 
den ti podono far conofcerc vn indiuiduo didimo dall’altro , non podò- 
no però fimplici accidenti eder cagione della indiuiduationc: E quando 
Tolsero almeno bifognaua dire , quali erano quelli accidenti , alfine che 
noi potclfimo vna volta conofcerc, fc la lingua Fiorentina d alia lingua di 
Prato » per cfsempio, era didima come indiuiduo daindiuiduo, o come 
fpccie aaindiuiduo.Egli nel quelito quintojouc fi tratta dell’origine del 
le lingue, dice quelle parolc.Comc fono diuerfi i volghi che faucllano. 
Coli fono diuerfe le lingue, che fono fauellate.E poco più giù interrogato 
fe la diuerfità delle Città fà diucrd indiuidui nelle lingue , rifponde di 
nò. Poichc(dice)anche molte Cartella hanno i volgari diuerfi, c per con- 
feouen za le Iingue.Et iui apoco tornendo nominati Cartelli fiorentini co- 
di uerfe lingue foggionge . Bene è vero che la diuerfità , e la differenza-, 
none tanta, nè tale che non fi pofsano,chcfotililfimamentc guardare 
non la vuole/otto la lingua Fiorentina Compre hcndcrc, E pure in vn’ al- 
tro 


Va Apparato alla Seconda partì» 

tfo luogo, cioè nel quelito fettimo dice cofi.Quando io ho detto >'o dirà* 
che la lingua Fiorentina, e propriamente quella che fi fauclla dentro le-» 
mura di Firenze, non vi mettendo non che aloro i fobborghi,non vi paia 
ch’io la riftringa troppotDa rutti i quali luoghi polli inficmc fi vede, are 
egli nófolo non c'infegnò la vera cagione della indiuiduatione nella Fio 
rètina lingua, ma ci pofeegli medefitno in dubbio fc le lingue di molti ex 
Udii nel fiorentino, da lei come indiuiduo da indiuiduo fi dillinguono.ò 
pure à lei come indiuidui à fpecic fi riducono : e pure lenza prouarc che 
la Fiorentina lingua fia indiuidua.nicnte vale Targomcnto lopradctto : 
An zi, fefi può moftrare,chc cfloFiorctino idioma s’habbia in ragione di 
fpecic, contra il medefimo Varchc e l*argomento.*e fe ne caua che niuna 
lingua, ne ltaliana,ncTo(cana, nè Fiorentina deue chiamarli: Ma in ve- 
ro noi (frigniamo troppo.c la guardiamo troppo per la lottile, perche fe 
bene none fi facile il rendere le cagioni delle indiuiduationi, da certe-» 
proprietà accidentali, ad ogni modo alle lingue fi conofce chiaro, che in 
diutdue lingue diucrtefra fc (lede fono la Fiorentina, 'a Sancfe,la Pifana 
e fimilitechc fe fottoa ciafcuna di quelle diucrfiCaltelli hanno diuerfi 
parlari.* non per quello anche quefti tali hanno da cllcre domandati in- 
diuidui linguaggi, perche ciò farebbe vn 'andare in infinito , c come dice 
il Varchi mcddìino, non diuiderc le lingue , ma minuzzarle , non Farne 
parri,ma pezzijcbreuemente non dilli ngucrlc, ma Uri colarle, e farne mi 
nuzzoli.Si che io hò l’argomento per fortiHImote.quando benecgli non 
prouafic alcuna cofa pertinente alla Fiorentina lingua, fi prouerebbe-» 
egli fenza dubbio quello che intendo di molliate io in quello quelito: 
Cioè,che niuna lingua comune ò Italiana, ò Toicana fi ritroua . Se gii 
non voIclTimo vn’altra volta caui Ilare con tra il Varchi, e ducemmo coli. 
Tuttcquellecofc le quali fecondo l’elFerc intcntionale come fpecic fi 
predicano di molte cofeituttc fecondo l’cflere rcalc,c vero,fono in quel- 
le molte cofe, delle quali fi predicanola la lingua Toicana come fecon- 
da intentione fi predica delle lingue Fiorentina, Luchefc , & altre : dun- 
quc c(Ti come prima intcntioncjfccondo 1 cucrc vcro>in tutte cjucllc lin 
cuc fi ritroua.Quclla voce huomo,pcr eflfcmpio.di tc,di me , e di colui (1 
predica: pcrchcìn tc,in mc,& in colui è la natura humana : Chele in noi 
non folfe l'huomo fecondo Teffcrc vero, egli falfamcntc di noi fi prouc- 
rebbc fecondo l’clTcrc intcntionalete quello è quellocheda Arillotilc fi 
caua,e da tutti i buoni Filofofi.oue dicono^he yntim poti multa non vi fa- 
rebbe, fc nó vi fofie vnum inmiJtis.T latonc aggiunfc il terzo V mante mul 
nj.Cioè ridcajma quello non fà a~n©ftro propolìto : Diciamo noi che il 
logico da molti indiuidui non raccoglie mai vnacofa vniucrfalc , che di 
tutti come fpecie polTa predicarli in quid : fe non perche in rutti i medefi- 
m ‘indiuidui hàtrouata vnacofa comune reale, e di prima intentione, al- 
Ja-qualc rifponde la fua intellettuale , e di feconda intentione . Cauallo 
non fi predica di Sciano, c di Bucefalo, fc non perche in Seiano, Se in Bo- 
ccfaloè la natura equinare quella voCc huomo come diceuamo di me e 
«li refi predica,perchcinme,&in te v’è quella cofa huomo: Si che fc fe- 
condo il Varchi la linguaTofcana di piùlingucfi predica jdunaue con- 
tra il Varchi realmente in più lingue fi troua: Che diremoqua?che vera 
mente in tutte quelle lingue la linguaTolcanafi troua, ma che fenza lo- 
ro da fe (lefsa non può uouarG mai?In quella maniera che la materia prj 

mas 


Ài Predicatore del Panigarola . i j 

ma,efotto à tutte le forme, c pure prillata di tutte le forme per via ordì 
naria,non può trouarfi, c Fhumana natura in ciafcuno huomo è, nè però 
fuoradegliindiuidui.folaperfefteflTa ritrouarelì può: la rifpofta vera- 
mente è ingcniofa:Ma ad ogni modo è llrana cofa i’haucre à concedere, 
che in tutte le lingue di Tofcana particolari vna communc lingua Tofca 
na fi ritroui,la quale contratta da diuerfe proprietà, di diuerfi voIghi,di- 
ucrfe lingue produca: Come la medefima natura humana da diuerfe ec- 
ceitadi contratta , diucrtì huomini conflituilce . E però molto meglio lì 
nófiamo errati diciamo,che due forti di Predicatori fi trottano: Vna ret- 
ta,&e(Tentiale,l'aItra obliqua (pcrdircofi) c denominatiua: Per elleni- 
|>io,que(la cofa c Dio,quà la predicationc c elTcntiale, quella cofa è diui- 
natequà è denominatiua; e fra quelle due prcdicationi la differenza è, 
che nella prima c vero quello, che diceuatno di fopra, nella feconda nò : 
Nella prima (vogliamo dire) quello, che di feconda intentionc fi predi- 
ca di molti, di prima intcntione nè medefimi fi ritrouajE ger quello huo 
mo fi predica di Giouanni.e di Paulo, perche in Giouaum , de in Paulo è 
la natura humana,la douc nella feconda predicanone non occorre coli i 
ma balla , che quella dcnominationc per qual fi voglia rifpetto alla cofa 
della quale fi predica in qualche maniera appartengala ciò,ò per ragio 
ne delle caufc intrinfeche di lei, che fono la materia della forma , ò delle 
ellrinfeche cfficiente,e finale, ò anche di qual fi voglia circoftanza, ò di 
luogo, ò di tcmpojò limili. Verbi grada. Se vedremo vna velie di panno 
Milancfefatta alla Vinitiana,có le maniche à gomiro:potremo diré que- 
lla velie c Milancfe, perche la materia c talc:& anche quella velie c Vinf- 
tiana,perchc talee la forma.I Capelli di paglia, che da Fiorentini vengo- 
no fatti, con quale fi voglia forma, in Roma, Fiorentini fi chiamano, non 

S erchc.ò la materia, ò la forma, ma perche gli efficienti Fiorettili furono. 

Fella medefima Roma le bolle impetrate, diciamo della Diocefi d’Alli, 
ic Allenii fi domandano:nòn perche, ò la catta.ò lafcrittura.ò chi la fece 
ad Alli appartéghino, ma perche alfine di fernire alla Chiefa, ò Diocefe 
Allenfc furono fatte.E finalmétc molte cofe petti ncn ri ad arti da huomi 
ni (Irameri, c di materie nate al troue, anche con forme fòrafliere,e p ha- 
uere à fcruire fuori di Spagna.ò Italia, in quelle Prouincie fi fanno , che 
nondimeno per ragione del luogo.c per edere fatte, ò in Italia, ò in lfipa- 
•gna fedamente Spagnuole , ò Italiane fi domandano. Flora quando di- 
ciamo la lingua di Firenze , c quella di Lucca , c quella di Pila , e l'altre 
edere Toltane , già vediamo, che la predicationc non è elfcntiale, ma 
denominatiua.E però non bifogna,chc vna lingun’Tofcana comune, an- 
teriore à tutte le particolari , & in loro per alcune proprietndi contratta 
fi ritrouijma bafla.che ciafcona di quelle lingue alcuna cofa Labbia, ò in- 
tri nfeca.chc di Tofcana le dia la dcnominationc : E già vediamo /die la 
materia ne può c(Tcrc,pcrche materia di tutte le lingue d’Italia, come di- 
remo più àbalTo.furono diuerfi linguaggi llranieri: Latino, Proucnzale, 
Corico, Vnno.e cento de’ qurflieiafeuna parte d’Italia, à poco, à poco 
andò forma -do la particolare fua lingua . Nò mancò per le forme polTo- 
no le dette lingue domandarli Tofcant; perche quelle, oda fc meaefime 
ciufeuna le fórma, ò dalle già dette lingue, non da alcuna comune Tofca 
na le cauò:II fine nó fu manco T ofcano.petche non à duello effetto fi for 
raarono dette lingue di parlarle in Tofcana f 0 i a • ma óuunqu c huomo fi 


I /f. Apparato alla Seconda partei 

trouafl'c,e folle intefo: Tofcam ben fumo gli nuomini , che ncHe-fopra^ 
dette patrie, le dette lingue formarono : E Tofcane furono ’c Città , oue 
furono formate : Si che da primo ad vitina o>non fi troua dunque vna To 
fcana lingua anteriore à tutte quelle di Tofcana , la quale per edere in 
tutte loro contratta dalle loro proprietà, può con predica tionc eden- 
tia le eretta , di tutte lori» fi predichi : Ma perche le lingue , che à Lucca, 
ik à Firenze, per edempio fi parlano ; in quel tempo, nel quale di molti 
linguaggi , tutti i particolari Italiani idiomi fi formarono , da huomini 
Tofcam, & in Città di Tofcana furono fatte : Se hoggi ancora à foli i 
tali , che Tofcani fono, rimangono natie, per quello con denommariua 
prediamone fidamente Tofcane fi domandano: E per confcgucnza 
non trouandofi lingua commune.ò Tofcana , ò Italiana , ad vna parti- 
colare bilogna , che’fi appigli il Predicatore; Se à quella di più della qua- 
le muna è migliore, eia quale molti dicono, che di tutte laltrc è miglio- 
re, cioè la Fiorentina.,. 

Se levando olla Fiorentina lingua tutte le parole , e tutti i modi di dire , che fo* 
no prò pi di lei, & il mede fimo facendo ne II" altre particolari lingue dii o- 
fiana di quelle parole, e di quelle frafi fole, che auanzaff ero, potrebbe na [ce- 
re vna lingua, della quale fi feruiffe il "Predicatore . Quc filone III, 

G ià con chiare.e vcrifiimc ragioni habbiamo inoltrato, che vna liti 
gua Tofcana antcriore,ecommunc à tutte le Toltane particolari 
lingue, none pofiìbilc , che fi troui : hora facciamoci per vn'al- 
tro verfo , c cerchiamo , fc almeno da tutte quelle lingue ,rimoucndo le 
proprietà di ciafeuna, e lafciando quel foto, in che comicngono.vna lin- 
gua à ruttecommune , e di tutte poitcriorc poreffimo formare, la quale 
con nomecommunc,non Fiorentina, òLucnefe,òaltra;ma Tofcana po- 
rcile chiamarli, e di quella fi valclfe il Predicatore : Miller Giorgio Trifi. 
fino,nonfolo vna Tofcana lingua iltimò poterli di quella maniera for- 
mare, ma anche vna Italiana: E le parole di lui mcdcfiino furono que- 
lle . Palla mio fratello hà qualche vocabu!o,c modo di dire, e pronuntia 
differente dalla mia, per le quali le nollrc lingue vergono à edere di- 
uerfe . Rimouiamo addunque que’ vocaboli, e modi di dire , c pronum*. 
tic diitcrfe.c all'hora la fua Iingua.e la mia faranno vna medcfima.c vna 
fola : Coli i Ccrtaldefi hanno alcuni vocaboli, modi di dire, e pronuntic 
differenti da quelle di Prato, e quelli di Prato da quelli di San Miniato , 
e di Fiorenza, e coli degli altri lochi Fiorentini : ma chi rimouede à tut- 
ti le differenti pronunttc,modi di dirc,c vocaboli, che fono fra loro, non 
larcbbono all'hor tutte quelle lingue, vna mede lima lingua Fiorentina , 
e vna fola? Certo si: A quello medefimo modo fi ponno ancora rimo- 
ucrc le differenti pronuntie.modi di dire, e vocaboli alle municipali lin- 

f uc di Tofcana , c farle vna inedefima , e vna fola , che fi chiami lingua 
ofeana, e parimente rimouendo le differenti pronuntic , modi di dire , 
e vocaboli.che fono tra la lingua Siciliana, la Puglicfe , la Romancfca, la 
Tofcana, la Marchiana, la Roinagnuola, c l’altredell'altrc regioni d'Ita- 
lia, non diucrrebbero all’hora ruìtc vna illcflà lingua Italiana ? fi diucr- 
rebbero . Nel qual difeorfo ioini recherò fàcilmente à credere , che chi 

hauef» 


nAl'Vredicdton del Panigarola . 1 5 

haue/Te rimaffc le proprietà dalle lingue di l'alia (uo fratello, c di lui, ad 
ogni modo tante parole, c tanti modi di dire comuni doueflcro edere ri- 
fiati, clic baftafl'ero a formare vna li ngua;b aliante a fpicgarc qualliuo- 
glia ò cofa, ò concetto, ma che il medelìmo folfe per occorere oue rimo 
udfimo le proprietà di tutte le particolari lingue, ò di Tofcana,ò d’Italia 
quello nòlo affermerò mai: Fù la origine della noftra lingua volgare (di- 
ce il Bcbo) infino da quel tempo.ncl quale cominciarono i Barbari ad en 
trare in Italia, &" ad occuparla,c fecondo che clli vi dimorarono andòcl 
la crcfccndo:& il modo fù , che elTcndo la Romana lingua , c quella dc_» 
Barbari fra fc lontaniffimetEfiì a poco a poco hor’vnc, hor l’altre voci > c 
quello troncamente, & imperfettamente pigliando , e noi apprendendo 
fimilmente delle loro, fc ne formo in procelfodi tempo,enacquene vna 
nuoua lingun:Scnza che la Proucnzalc ancora artai frequente era in Ita 
lia,& alrre.dal le quali rutti andarono facendo gli Italiani huomini di eia 
fcun paefe à fuo modo facendo vna mefcolanza : c ciafcun paefe d’Italia 
àfuo modo formò parole, c modi di dire:Bcn è vero che in alcune paro- 
le s’abbatterono ad accordare tutti , & anche in alcuni pochi modi di di 
re, ma molte parole formò ciafcuna lingua particolare a fuo modo , 
& molcilfimi modi di dire altrcfì, di maniera che, chi a ciafcuna partico 
lare lingua d’Italia , ò di Tofcana leuafre i propi vocaboli , cmodi di di- 
te: non è dubbio, che le parole , e frafi communi, che auanzaflero farcb 
bono pochifiìme, ò almeno non farebbono tante che baftafTcro ad cfpri- 
merc quale fi voglia noftroò incomplelfo, ò compleflo penfiero : Ma 
quella lingua che quello interamente non può alfeguire, lingua ragione- 
uolmentc non può chiamarli : Dunque che rimoucllc tutte lepropicrà 
de’partic >laii idiomi, quello che auanzaffe diciamo, che ben farebbe vn 
fragmento , e rortume di lingua : ma lingua compita non già: E però nó 
trouandoli nè anteriore , nè pollcriore alle particolari lingue d’Italia al 
cunecommuni lingue ,ò Italiana, o Tofcana, attengali pur dunqueil 
nollro Predicatore alle particolari: e frà loro hauendo il pregio , che hà 
la Fiorentina , deliberili di non volere vfare ne parola alcuna , nè frafe, 
la quale da boni ragionamenti , e fcritti Fiorentini non fia accettata . 

Se non adoperando il "Predicatore ne parola alcuna , nè modo di dire 
che Fiorentino non fia , e da Fiorentini vfa'o, Conuiene nondi- 
meno che per la qualità della materia che tratta , egli 
molti voeabuli e molte frafi non adoperi di qu el- 
le che in Firenze fi vfano Que- 
ftione. JUJ. 

N On vale la confcquenza , direbbe il logico , 11 Predicatore deue 
vfare fole quelle voci , efrali , che da Fiorentini vengono vlàte , 
dunque tutte quelle voci , c frali deue vfare, che da Fiorentini 
vengono riceuute: E bene direbbe il logico:& il raedefimo diciamo noi: 
Anzi & il mcdelimo hanno fatto gli (ledi autori nobili d’ Firenze; Che 
fc bene fiorcminilfimamcnre hanno fcritto, non però tutte quelle vociò 
modi di dire hanno admeffi , che nella bocca del volgo Fiorentino, c ne 
gl x fcritti , o plebei , o burlcuoli li ritrouano. Aggiungali in ogni modo 

quel- 


1 6 Apparato alla S econda parti. 

quel lo choc notato da noi nel Padre Paffauann a foglio Jl f. Scriuofiò J 
te hanno ferite* i Fiorentini lodcuolmcntc in verh, cofc fauciatccomc 
fece Dante , & amorinobili come fece il Petrarca , ma di più cofc burles- 
che , e ridatoli, come con molta lode in quel genere fecero il Bernia, il 
Burchiello, il Pulci, &tall’hora Lorenzo de’ Medici fleffo , e Mcffcr 
Giouanni dalla Cafa : & in profa medefimamentc d’altra maniera fcrifi- 
fc le fue hiftoric il Guicciardini, d’altra le fue noucllc il Boccacci, & 
ad -altro fetaccio furono burattate quelle crufcate.chc vltimamcte vfet- 
cono : Se alcuni dialoghi della medefima valuta . fra tutti i quali compo 
riunenti per hora alla grolla quella differenza polliamo in nollro propo 
/ito affegnare: Chelccompofitioni burlcuoli ,ogni voce , &ogni frafe 
accettano , contadina , plebea , immonda , ofeena , e limili : le noucllc , 
/e bene per lo più, ( quelle del Boccacci almeno ) fono di belle figure, e 
di vaghi modi , e dal popolo non viari ripiena , ouc nondimeno , perfb- 
nadivulgOjò di contado à ragionare trapongono, e con le propic loro 
forme li mfegnanodi farle parlare, non e dubbio, che contadine e ple- 
bee voci Infogna, che adoperino , e fomiglianti.I Dialoghi delle lettere 
in quello fono deffcrcnti , chjlc lettere fono vn parlare penfato: la do- 
uc i Dialoghi hanno ad cffcrc apunto come li parla, & hanno ad cfpri- 
merc non che i coflumi, ma bene fpeffo le fauellc di quelli che ragiona- 
no, e però occorre affai fouente in loro, che di molta pkbcità dùcono. 
Se in molti luoghi il ragionar loro volgare ò,non patritio:ladouc le buo 
ne lettere, le hiftoric , l'orationi , le arringhe , & 1 Poemi nobili, da tut- 
te quelle forti di voci , e frali li aftengono . In modo tale che quando di 
ciamo che il predicatorei vocaboli, & i modi di dire da Fiorentini vfa- 
ti deue imitare , non di quelli intendiamo tutti , che nei Dialoghi, nelle 
noucllc , ne i burlclchi , e ne i componimenti plebei , come fono felle , 
rapprefentationi, frottole,difperate, rifpetti, barzellette , e limili i Fio- 
rentini vfarono, ma di quei foli,cheda loro nelle profe nobili, è nei Poe 
mi graui fono Ilari admcflr.E di quelli ancora inoltreremo più baffo che 
Bifognafarefcielta ,enon cosi dardi piglio à tutto quello che (lei fa, fi a 
piedi : Quanto alle voci contadine , qucfloc certo, che fc bene noi p ie- 
dicaflimo nel più fitto contado di Firenze, o nella più afpra montagna, 
flò per dire a Pcrcttola > o al faffo di Simonc , ad ogni modo le voci del 
contado non habbiamo a vfare : Ne bifogna dire che coloro, vfando noi 
altre voci non c’intenderanno: perche gii fappiamo , che quando ven- 
gono a Città, i nobili intendono, cò quali raggionano: e non vale il di- 
re egli non parla cosi , dunque non intenderà , feio ragionerò cosi, per 
che ouc le lingue non fono altre ; ma diuerfe folamentc , elleno, fi bene 
non fi parlano pur’ s’intendono: Tanto più; ouc sì picciola e la differen- 
za , quanto è nella medefima lingua di Città, ò di Contado. & ouc cer- 
te parole che faranno pochilfimc troppo recondite, con circonfcrittioni 
lì poffonoagcuolmcntc dichiarare : Si che, perche parli a Contadini il 
Predicatore, non per tanto voci, ò frafi contadincfchc deue vfare, e 
perche parli a plebei il mcdcfimo,nonpcròpl cbcamcntc deue ragiona 
re, raccordandoli quello che dice il Bembo à quello propofiro, che ra- 
gionando col popolo,in modo douiamo fauellare,chc dal popolo fiamo 
inrcfi; ma non in quella maniera, nella quale il popolo ragiona con noi. 
Il Boccacci nella nouclla di Monha Belcolorc, volle, accomodandoli 
" ~ ~ ' * alla 


%AÌ Pre&tAtordd PtnigànU t>f 

iHa materia moftrarc , ciò ch'egli fapcua di lingua di contado: e quindi 
coll concadincfchc voci allo incontro G veggono cliente fono , menare 
la ridda , e il balloncliio , dò Tono dei balli di contado: Cipolle mal ig- 
gc , che nafeono di maggio,z.illeato,e zaccomato,cioè andante a fpatfo: 
Gombine per li corregiati: cioè fono cuori per le mazze da battere^ 
il grano:Frencllo,cioe cordellina fcaggialc.cioè vn ornamento contadi- 
ncfco.à dcfcocioèà rauola,lòrgozzone,cioè percolTo nel gozo , fappi- 
diano, cioè catta , e molte limili, oltreché modi di dire vfouui contadi- 
nidi mi , come fono il Froto di meriggio : GnafFè mac(lro:bcue a tuo va- 
porate bene (là: fecero Gorzouiglia:& al tritìi medelìmo fece egli quan 
to ad alcune voci contadinefchc nella nouella di Compar Gianni,c di Fe 
randote delle voci, e frali plebee ne introduce egli nelle nouclle picne_> 
di plcbbec perfone , come dell’Andreuola di Gabbiollo, delia Simona, 
di Pafquino, di Girolamo, della Saluellra, di Guidotto da Cremona, 
di Giacomino di Pauia,di Perenclla , c d’altre , Che tutte dal Predicaco- 
re;ouunquc egli prediche, fuggire li dcuono come fcoglùEr vn’altra colà 
deue auucrtirc il Prcdicatore,principalmctc fe è natiuo Fiorentino, che 
certi moteggi.certe capcllreric , c certi riboboli , che hanno propi loro i 
Fiorentini le bene nel famigliare loro ragionare fono bellilfìmi , vaghili 
(iini,e gratiolìttiinimondimeno fono più bafsi,c manco nobili , che con- 
ucneuole lìa di portargli al pergamoiCome per eflempio, fe altri volere 
dire, che nel Predicatore fono conuertiri tutti gli occhi ; e tutte le periti- 
ne nc ragionano: il dircche il Predicatore folle il faracino di Pi azza.Fio- 
renrinilumo modo farebbe, ma troppo balfoùl dire dall’altro cantache 
il Predicatore folTe come fegno à llrale pur Fiorentino farebbe , checoli 
dilfc il Petrarca , ma perauentura troppo poetico : Ladouechc dice ile-/ 
che il Predicatore folle berfaglio alle lingue altruc,pcrauucntura in que 
fta maniera direbbe che conuenilTe.lnfomnia il dire certi motcggi.e prò 
uerbi Fiorentini nel pergamo , à chi non vi penfa più che tanto, paiono 
vna vaga cofa:e pure non illanno bcnctlc quali tuttc.e le fomiglianti bi- 
fogna che fugga con ogni ftudio il Prcdicatorc-.principalmente il Fiorcn 
tino, nel quale in quello propolito! fe non v’hà l’occhio , occorrerà facil- 
mente quello,che dilfeil Bembo:cioè, clic per occulta forza della lunga 
vfanza,chcncl parlare haucrà fitta del popolo,molti di quelli riboboli, 
motteggi , c prouerbi fe gli pareranno mal fuo grado innanzi , ch’offen- 
deranno >c quali macchieranno il rimanente del ragionamento . H (in 
quà lìa detto alTai , de’ vocaboli , e modi di dire ò contadini , ò plebei , 
che dal Predicatore deueno clTcrc fuggiti . Seguitarebbono gli immon- 
di, Se ofcenijma la materia^ è li lubricatile appena fe nc può ragionare-»: 
rÀriollo dilfe la vile adulation fpagnuola. 

Polla hà la lignoria tino in bordello. 

Ma fù in vna farira : Dille pure egli detto nel fuo Poema Eroi- 
co molte ofccnità , principalmcntc\oue ragionò di Fiamctra , 
oue pofe in vn letto Ricciardetto creduto Bradamante con la In- 
fante d’Ifpagna ; ma in quello fece male, e molto più lodato fareb- 
be fe non rhauelfc fatto . Che fc il Dante grauifliino Poeta ditte./ 
anch’egli . 

Non donna di Prouincie , ma bordello . 

Ma Dante v$ò anche dell’altre vocile fporche > c plebee , e contadine 

b ed’at- 


r® 0 ifpj'rAtó'MU'G&ndìipjrt*' 

èd'alrra maniera , nelle quali i’coinqingeniorattKiiitc vienregWfbiiaffc 
dal dotti Hi mò Ginccpo< Mazzoni nella dife-fa ch’egli-fl di Dance , con 
fe non l’-haueffe vfata , nccofato noWne'fafcbbeftato.e dal Bombo, c dall 
Cafa , c da tutti i migliori fcritrori de’noltri tempi : Si che in quelle co- 
fènon s’imiti Dame ylnc’ altri qualfiuògha, il quale parole ofcehc in) 
componimenti grani habbia laudato vfeire. Virgilio fu canto cado vcr-i 
gognofo, c modello ne* collumi : c nell’opcre fuc trattòcon tanta hone-- 
llà , che per rutto egli veniua chiamato come tfitemo poi la verginella . 
Et il Petrarca > coinè che d'amore ragionale. Tempre con tanta nonetti 
nondimeno lo fece , che ftnza rolfore , nè pericolo di corruttela di co* 
llume leggere lo può, qua le lì lia più modella, c più calla donzella: Ma 
il Predicatore troppo più cauto bifogna , che fia in quello fatto : E clic-» 
non folo parole , ch’habbiano del lalciuo,e dell’ofccno non dicaper peri» 
lamento > ma che anche quelle frali taccia , le quali da pctulantiingcgnr 
pollino edere tirate à lignificare difonettà : Et arriui a tanto che dall’a 
more anche diuinp e lauto, fotto quello nome amore ragioni manco 
che fia poflìbile , nominandolo più rollo ò cariti, ò altro: ne cofe dica 
che ad innamoramento humano appartengano in alcuna maniera. Vtt 
frate fenòmeno noi , il quale efponendo il ver Certo Cor munium crea in me 
Deus Per quello dilTc che Dauid nuouo cuore che chicdcua, perche l’an 
tico cuorrgli haueua rubato Berfabce , c foggiunfc in quella maniera • 
che all'amata fuole dire l’amante. Se è (cricco in carbone, Tum hairu-i 
baco il cuore . iE bella fu che ragionando noi di quella llrauaganza con t 
vn amico di chi l'hauea detta, egli per ifcufarlo dille, che da vnlibroi 
ftampato l’hauea cauata , fatto da vn altro Rcligiofo,e ce lo inoltro: 
facendoci rcllarc có molto dubbio di quale di due hauelfe mancato mag 

S tormente di giuditio , ò-chi haueua cipolla fi bella gioia al turco , o clu 
'haueua rotata . Comunque fia fugga dunque il Predicatore tutte le vo 
ci, c frali , che ò Contadine, ò plebee fono , ò pure vna minima ombra 
pollone haucrc d’ofcenità . Che fono quelle incdefimecQle, che nei verfi 
enclleiprofe loro hanno aliteli fuggiti i più nobilfautofi Fiorentini. On 
de parerebbe che ballale a dire , che il Predicatore que* vocaboli , e 
que’ modi di dire foli, erutti hi da riccuerc,chc da nobili autori Fiorai 
tini ne’loro vcrlì.c nelle loro profe fono Itati riccuuti: ma qftanto a i ver» 
fì,qualch’altra cofa bifogra,chc fueg.i anche qui il Predicatore: cioè rut 
tc qtiellc parole , efrali , che poenche fono folaincnte , e che dalle profe 
non fono per ancora fiate accettate . Per cflempio . Conquifo , per con- 
q ni il .ito, Dcfpctto, per difpetto: Io h.iggio: per io hò . Martiro per inar 
ririo:Animc,per animali ; 1 acero oi per lacciuoli, tpegliopcr fpecchio.Ve 
glio per vecchio , parli perparui, peccata per peccati : Et altri (imiglia 
ri, tutro che 1 Poeti, ò gli habbino vfati , ò gli vlìno, non però il predica 
toregli deucvfare. Et anche da modi di dirc.e da concetti poetici bifo 
gna ch’egli li auiicrtifca fino ad tinccrto termine : ma quello & a prò» 
r»ofito noltronon fi perhora, c noialtrouc habbiamo deliberato di ra- 
gionare più ampiamente : fra tanto poiché habbiamo ridotto il Predi- 
catore ad imitare i Fiorentini fori : c di quelli non i burlcfchi , c plebei 
autori, ma i nobili follmente : E di quelli non i Poeti interamente , ma 
i orofacori foli : Almeno domandiamo addio , fc fenz’altracura, nè di- 
ft atione potrà il'Prcdicatorericcucre , adoperare tutte quelle. pa- 
role* 


. Al dicitore M TanlgaroU ' 

..iòle , efrafi , ne fili ferini clc’nobili prefatori Fiorentini rkroucrà : Et I 
,^ucfto.parc ci\je biibgntrcbbq difc di fi : Tuttauia noi-diftinguiaino an 
•«ora: e dicramov cho«u« ^Predicatore Fiorentino iuquo fu., Se in £i 
-«cozx:i.o4’altnenDÌiiTofcana ragioni* fenz’aUro porrà tutrique* vqcà- 
tfculi , emodi di dire vfare ,che nelle nobili psoft de’. Fiorentini fono (Va 
iti accetta ti : Ma oue ilPrcditjaroie (ìa , come noi , non folo Fiorentino, 
.maiion pur T ofcanO, a noi pare , che per le cagioni, c'.i’andCrcino dicc- 
elo, egli anche da cinque fotti di parole dcbba,allcnerfi , di quelle mc- 
defimc , che i nobili prefatori hanno vfate . Ciò fono dalle troppo anti- 
jchca dalle troppo joncane daUatinp., da quelle , che corrompono i tcij- 
.xninidcirarte Ri dalle noointefe fuori di Tofcaoa , c quello che darà pc- 
■ rauentura maggior niarUuiglw» dalle troppo bellc.e troppo gentili: ala 
rdiciafcanàdi qjudfte.appp|V,aBa*q«t‘«e ragionando, e Vofccnitipcrautty 
tura Ietteremo, eia maiauiglia . : 

,:\i. il» .1. ;■>• ruD, 'i.! 1 irtiitM lad, ine,,.:.') 

, • ’ ■ ■ ' . ■ . t lt 

* • ! . : : noi 3 ( t 11 UÌ ilcup : : ifTlìl - J,£] . 

• Se ilTrtdicatore quelle voci dette fui&ire , che pure da furenti. 

, -i ai, e ntlle profe nebih s’udcprano ma tire troppe'an* : 

t . - '■< tìcbc fon» , e perla maggior parte di 

fujate . Queitio* 

- J • . »• - ’ i ’ vi . : ni 

ne . r • 

; ... 



vai//...* ..... . • . , « 1 • .i •• 

.Annotwtce le cofedi quello mondo i loroco.mìnciamenti,a^ 
[• crelciificnti , e (lati , Se iui a poco a poco le lorqdicadote ,c i 
foro fini: de è frvniiierfalc quella regola, che neanche le lin- 
__ *uc ne verrgorio eccettuate: fra le quali làlariea penò fi far- 
li potere in ifcritturfc comparirebbe cinquecento c quattordici 
aniii padarono dachecllanacque, cioè dalla cditìcationc di Roma, infi- 
lilo a Liuio Andronico, il quale tu il primo fcrittoréchfojla luuerie; c gin 
Pappiamo, che doppo Liuio Andronico per cenro.c, quindici .anni (lerce 
Jicji'accrcfanncnto la lingua : perche di rimiti, feriuori cli’eljalu bbc in 
quel rcpotutri duri,c rozzi*come Carane»Esni<>,Lacteno,PJauto,c fimi 
li.quilli più comportabili fi vede che furono, i quali, per, più tempo dal 
nalcimcnto di lei fi difcoftarqno:inrina à ranco, che.pcr voler di Dio,d#a 
uendo arriuarc lo (lato della lingua, nacquero i doi lunfidi lei, Virgilio, 
cGccrònatc rant’olcre in quello filtro atriuarono»cheil penfarc di rag- 
, giungerli, non che di fuperarli,foninia vanita farebbe , e mentecaggine: 
-Anzicon la,' morte loro,che fu in quel tempo , nel quale mori ancorala 
-libertà della republica,!a decaduta cominciò della Latina linguai o que- 
-ftojcotifi llrabochcuolc procipiiio,chc in meno di cenere cinquanta an 
lOÓapcna fi coholceua per quella di prima, come teftirrtonio netti tino Sc- 
-jaecaXiotnelin Tacito, & ai*ri:doppolquali andò anche di male in peg- 
giora lingua df inforriina peggiorò tanto, che finalmente con 1 QCcafio- 
-De ddlc iriaufiònijcfignorie di Barbari in Iralia,che quattrocento anni 
dui arono, tifa fi morì ,fnc più fe non come lingua morta.fu racojnofoiu- 
cada non òr.-buae à. dite il vero nu.glwri trattamenti., hìcfla hauuti 
* b a «toppo 


io Apparato dia Seconda parto, 

doppo la morre,che nella infirmiti, poiché, oue da Cicerone fino aliali 
morte di-lei, rutti quelli che in lei hanno fcritto,Scncca,Taciro,Lucano, 
Claudiano&alrrùqualunquc fi fia fiata la cagione fenza curarli di rifa- 
narla,e ritornarla al la primiera fanità del fercolo di Cicerone , nella cor- 
retta lingua, che ne’rempi loro correua fi contentarono di fcriuere:da vn 
pezzo in qui, che è doppola morte di lei, non fono mancati fcrittori.i 
quali come dice il Bembo, dallifRugginc degli indotti fccoli purgadola> 
al l’antico fplendore.e vaghezza hanno con ogni sforzo procurato di re- 
dimirla. Ma di lei fia detto affai.Le medefime cofc quali diciamoche al- 
la noftra volgare fono occorfe,eccctto quello , che la Dio mercè , ella è 
ancor viuarConciofiecofa che.anch'cfia doppo il fuo nafeimento buona 
pcza penò prima, che fcrittori almeno conofciutihaucfsc,e quelli, chef- 
la hebbe, infino al feccdo,che fil innanzi i Dante,per dire il vero affai ma 
reriali , groffì ,c rozzi furono : Come Buona giunta da Lucca, Qujtronc 
d’Arczzo.Lapo Gianni , Scr Brunetto Notaio, Guido Giudice diSleffa, 
ilRèEnzo , MifscrOnefto, Miffcr Sempre bene. Guido Guinicelli , 
il Farinata , e limili ; A quali fucccfsc JDante , e con lui , ma che à 
lui fbprauiuè MifserCino Infino à tanto che douendo la noftra lin- 
gua altrefi allo flato atrio are : In vno ftefso fccolo : il Petrarca-, » 
& il Boccaccio ', quello à verfi , e quello alle prpfc nacquero , 6c à 
que* termini giunfcro, infino à quali non che olirà ì quali pcrauentura 
non è a!cuuo,nè pcruerràgia mai . poppoqucfti duc,comcdoppoCi*- 
ccrone.c Virgilio la Latina, cóli fua dicaduta hà cominciato ad hauere 
la noftrì volgare : Et il decadere farebbe tuctauia più precipitofo, fc non 
che di tanto in tanto fcrittori vi nafeono dentro , che Purcviua,e fan a-, 
s’ingegnano quanto per loro fi può di mantenerla quali fcrittori , che 
in quella lingua non hebbcroà lcriucre,che innanzi àDantc,anzi prima 
che il Petrarca.dc il Boccaccio fcriuefscro,fi vfaua.quefto c più chiara co 
fia, che mcfticro fia il queftionarui intorno : Ma poiché la nodra lingua 
viucancora ,c pcrconfcguenzanon dura fcmprcinvn’mcdcfimo ftato, 
mali và come l’altrc cofc appartenenti al viuerc humano cangiando di 
Canto in tanto , c variando : le gli fcrittoricon l’vfb de' tempi , nc’quali 
fcriuono,dt bbano accomodarli, ò pure imitare il fccolo migliore, e fcri- 
ucrccome il .Boccaccio , egli altri di quel tempo fcrifsero , di quello 
lappiamo che v’c Hata , & è non picciola tenzone . 

li Bembo doppo hauere ncll'vna , e nell’altra parte affai lunga- 
mente difeorfo , conclude con quelle parole ; Perche molto mc- 

J jlio , e più laudeuolmcntc haucrcbbono , 6^ profato , vel- 
eggiato , & Seneca , 8c Tranquillo , 6c Lucano , &r Claudia- 
cio , tutti quelli fcrittori che doppè il fccolo di Giulio Ccfarc, 
& d’Augufto , tk doppo quella monda , Se felice età flati fono in- 
fino à noi , fc elfi nella guifa di quei loro antichi , di Virgilio di- 
co , Cicerone Icritto hauefsero , che non hanno fatto feri— 
uendo nella loro ; 6^ molto meglio faremo noi altrefi , fc con 
Jo ftile del Boccaccio , 8^ del Petrarca ragioneremo nelle no— 
lire carte , che non faremo à ragionare col noftro , percioch ««_ f 
fenza fallo alcuno , molto meglio ragionarono etti , che non ra- 
gioniamo noi. 

Oue^a d’auucrtirc, ch’egli tratta Tempre de] ragionare nelle carter 
- . ' cioè 


i 


Al VrtSkdtH ìel PtnlgaroU. 2 1 

, àloè dello fermerete per quello, clic di (opra hauca dctto,s’intendc ch’e- 

gli di più non dello fcriuerefcmpliccmcntc intende, ma delio fcriuerc 
cofc,chc da poderi habbiano ad crter lette: Poiché molto dilfcrctamenrc < 

diftingue il Caualier Leonardo Saluiati dicendo,chc quelle fcritturc,le 
quali pacare deonoa Ila pofterità, nelle faucllc del miglior fccolo deuo- 
no comporli, la douci fegrerari de’ moderni principi,*: à chiunque Ten- 
ue per ertereintefo da quelli foli, che viuono, concedere fi può (thè in 
quella guifa fcriuino , nella quale hoggi fi ragiona , c di mano in mano , 
per non offendere con nouita Porcccme de* moderni, il comune vf > va- 
dano fccondftndo.Dallaqualedctcrminatione.à noftro parere ver irti ma, 

> e prudétirtiina.à quello partiamo noi, che c di principale noitro intenrotc 

diciamo, che fc anche Tcriuendo,ouc le fcritturc non habbiano da parta- 
re alla portenti, douiamo conformarci ail’vfo, che corre del faucllart-'j 
dunque tanto maggiormente nel ragionare in voce , il quale fen za dub- 
bio da altri, che da prefenti non hi dacffere'intcfo la lingua per Fioren- 
tina pura,c corretta habbiamo da imitate.ma quella del noitro fccolo pc 
rò,e non quella del fccolo migliorctò almeno coli deftramcnte.c con tara 
ra diferetione habbiamo di quelle parole di quel tempo , e di quelle frali 
della piùfina lega i inferi rui, che fcandalo non diano à chi ci lcntc,ecer 
tecofe non diciamo,lcquali,fc bene bcllirtìmc, c vaghillime, pur paro, 
che le moderne orccchicnon le vogliano vdirc. Invncafo loto ci pare 
che la regola porta fallire,*: è, quando altri in vna Accademia per fimpli 
«e efcrcirio ragionaffetoue alla puriti,& allo fplendore della lingua prin 
cipalmcnte s’intendcfse, perche in tal cafo non folo del fauellarc del fe- 
Colo migliore non fi offenderebbono quegli ingegni, ma fodisfattione , e 
>- gufto farebbero per riceuerne. Del reitoouc à popolo indiftinto fi ragio- 

nile bene il medefimo popolo di Firenze folsc egli, non che altro.necef- 
fìrio è l'accordarli eoa l’vfotc fe ad alcuna è necelsario, necefsarijllimo 
è al Prcdicatoretconciofiacofachejoue’ne gli altri ragionamenti , che fa- 
gri non fono,Taffcttatione feoperta fi fidamente dillionorc à chi dice: 
nelle predicheefsa pur prefente fa anche danno à chi fcntetln modo.che 
fe fuori dell’vfo comune ragionerà il Predicatore, fubico vano , affet- 
tato farà tenuto da chi l’alcoltatE chi in quello conce tfolo hauerà , non 
molto frutto farà per trarre dalle parole di lui . 

Si che parli come habbiamo detto coli Fiorentinamente il noftro Pre- 
dicatore, che niuna,ò parola, ò frali adoperi che da Fiorentini non lia ac- 
cettatatela fchitì quelle , e parole,e frali che i med climi Fiorentini 'nelle 

! >rofe graui non admettonotCioè le contadine, le plebee, le fcurrili, ò o- 
cene,elepoetichc:Edipiùouc gli Tenitori nobili Fiorentini , come-» 
quelli, che alla pofterità indirizzano le feri tture loro có la fauclla del mi 
glior fccolo ragionanotEgli che àjprcfenti folamcte, c che anche per ler 
uigiodichi fente ogni ombra deflettanone deue fuggire, all’vfo comu- 
ne s’accomodi: e parli come à Firenze parla il noftro IcColotNe folamer» 
te fi aftenga da quelle hormai rancide parole. che da cento, e più anni in 
quà non pofsono fentirfi Còme fono Bellore fallare, lucore, Bit fimo, Deo, Tl<t~ 
eerc,Smai t m,Trafcontjto,TracotaH'Z‘*>bdn > ' a && io Jaragyo, buaccio, minacciare. 

Tetterà, M pestato , Mfea,7{arc, c limili, ma fi contenti ancora di dite piò 
folonticri bora che ììctè,èjljio,che è futo,fordla, che firoc(bia,vituperofo , clic 
yilupcrcHole, forcare , che valicare, bomcuolc, che oratole, cficrato' , che ojle, 

b j fiher^are 


Digitiz 


il 'Apparato alla Seconda parte - . 

fdierzare,che ruzzar^, inlieme che inficmemétc, bifogno,che Vuono, ft, 
fomiglianti . E quello che deile parole diciamo delle frali medeuma- 
menre vogliamo che (unitelo (e bene noi per non diuenire in cofa^ 
neceflaria foucrchiamcntc lunghe , ad vn’ altra materia trapania- 
mo . 

Se iene il "Predicatore con tanta anfieta procurare di fug- 
gire le voci canate dalla Latina lingua , come pa~ 
re ebe i Fiorentini f’ affatichino di fare . 

Que filone. VI. N 

S Ono i Fiorentini davn'pezzoin qnà accuratilfimi in fuggire tur- 
te quelle voci , e frali, le quali dalla Latina lingua nella nollravol- 
garc pioueno di tanto in tanto. Ev*cdiloro, cni dice, che niuna 
cofa dal fecolo migliore, dal Boccaccio in quà, è Hata più potente-» 
cagione per far peggiorare , come in vero è peggiorato il Fiorentino 
idioma , che Fcucrfi da aucl tempo cominciato à dare opera per molti , 
alla quali fpcnta fauella Latina: la quale , li come morendo, della fua 
corruttione produlTe lafollanzadcl linguaggio volgare, cosi quali rilor- 
gcndo, ne contaminò la purità , e tutto ciò' per la foraiglianza che ten- 
gono inlicme quelle due linguetta quale fà che.c metre vogliamo parla- 
re latinamcnte,molti vocaboli, e modi di dire Italiano fi ci parino per 
forza inanzi : e volendo Italianamente ragionare , fc non fiamo più clic 
cauti, molte parole, e frali Latine vengono à contaminarci la purità 
della fauella :c però concludono a chi vuole puramente nella Fioren- 
tinaJingua ragionare, fà dimcllicro che con accuratilfima cautela da 
quali tutte quelle voci fi auucrtiica , che alle Latine fomiglianti fono, 
c da quelle dcriuano. E certo in alcuna cofa dicono vero quelli tali, 
c ragioncuolmente difeorrono : Dubitiamo fidamente, che per ifcollar- 
fi da vn e (Iremo diano nciraltro.c Iafcino la via del mezzo: ouc condite 
la virtù. E però crediamo che con maggiore dillintione, e più partita- 
mente bifogni procedere di quello che elfi fanno, alfine che di tutti 
quclli,i quali Latine voci nel Italiano idioma trafportano,vediamo qua- 
li fenza colpa , c quali vitiofamente Io facciano . Di cinque forti huo- 
minià giuditionoltrofono quelli, iqualivoci alle Latine fomiglian- 
ti adoprano . I primi fono coloro , i quali credendo di ben parlare»* 
Italiano, tante voci dal Latino cacciate di fuo capo, c fenza regola alcu- 
na vi cacciano dentro , che da tutti vcellad fono , e deri.fi, c qual pedan- 
ti trattati, c motteggiati .Tale fu l’autore del libro nominato il Peregri- 
no, il quale credendoli di parlareil meglio Italiano del mondo 3 animula 
erorc«fodomandauavnafuaamata,cdiqudlc caftronaggini cento vi le 
ne trouano per ogni pagina . Tale era vn amico nollfo à Bologna, per 
altro accorto, e valorolò gcntilhuomo; ma in quello vitio coli perdu- 
to , che volendo dire quanto era aui da fua moglie d'vn manicare ch’clTe 
fugo apellanojdillc fendenti noi, che cllan’hauercbbe mangiate bine, 
terne, e quaterne (cotelle. 

Vn fegrctariojChc fe I’allaccia,à noltri tempi habbiamo ancora vedut 
to noi llelfijil quale volendo fcriucrc, che il Papa vna tal cofa haucreb- 
be per bcnc/crilTe- chei’hauercbbe rata:& ad vn'altm occafione adoperi 

dato- 


tAlVreàicator del Tanigarolt 2 j 

claudicare per zoppicare c ùuerpellare>cadminicido,c redimere la yejjarione, e in 
fino Incarto dille vna volta per indarno^, cento di quelle cofaccie: Le qua 
Ji,chc habbiano da fuggirli, più chiara c la cofa,chefia bifogno di parlar 
ré : I fecondi , che di quelle inedefime voci fi feruono.f ono quelli 1 qua- 
li fnproua.c burlclcaincnte le adoprano per contrafarc , & vcellart-» 
quelli , che da douero, ccredendo di ben dire fe ne vagliono: Come 
fanno i pedanti introdotti nelle comcdic , e come meglio di nuti gli 
huomini dd mondo fececolui,cbe la Glotocrifia fcriflccontra Fide ntio 
nella quale ilfentirc hora dire di fe fteflo in viaggio. 

Pcndea da i lari la mia toga labile. 

' Et io vibrando il magiflral mio baculo 
Equitauocon gaudio incomparabile 
Hora il fendre difcorrcre lafcdidone de* fcolariin quello modo. 

In quella l’erudito MilTer Blafio. 

Viene anelando , c dice che i difccpuli 
Di tumulto referto hanno il Gimnafio 
Pugnando infieme le claflc, ci manipoli •: 

Arai che à pena potrcfli cognofecrc 
Se fiano nemici ,òcondifcipu!i, 

Hora il leggere vn Epitafìo tale 
Fidentio Glotocrifio erudiriflimo 

Ludimagiftro c in quello gran Sarcofago ’ 

Camillo crudo più che vn Antropofago 
L’vccife . Oh cafo à Dotti luttuoiirtimo 
E limili cofe fono le più ingegnofe , c le più gratiofe del mondo : SqJ 
à. chi in quello genere per contrafare il virio voltile fcriuere,non occor- 
rerebbe cRei Fiorentini pcrfuadeflcro lofchifare le voci fomiglianti al- 
le Latine , poiché nel, contrario aponto giacerebbe runa la laudo 
della fcrittura , c del componimento. Seguita il terzo modo d’adope- 
rare voci limili alle Latine : c quello fi fi , quando di quelle voci vlia- 
mo, le quali infino à quel tempo nacquero, che dalia corruttiono 
della Latina lingua, c dal mcfcolamcnto d’alcunc altre fi formò l’Ita- 
liano idioma: &efso come portò il corlò ,ò il volere di chi fece la mc- 
fcoIanza,alIc Latine rcllarono fomiglianu . Anzi moltcvc ne fono , che 
da gli acci denti in poi , delle deelinarioni , coniugadoni e limili : del re- 
flo , c quanto alla voce, c quanto al lignificato le medefime fonoin tut- 
te due lingue totalmente. Come amo Latino, & amo volgare , poeta , 
e poeta, mufa , e inufa.mcmoria, e memoria, oltre tante altre , che po- 
chiflima, c quali infcnfibilc hanno la varietà, come lego Latino, c leg- 
go volgare , audio , & odo , fendo , e fento , e infinite , delle quali tutte 
perche iianoò le medefime , ò fintili alle Latine voci , fei Fiorentini vo- 
lefserochc fi afteneflimo , quello farebbevn leuareallalingua più della., 
metà di lei medefima ; Pcrcioche , fe bene cfsa , parte dalla .Latina cor- 
rotta, c parte dalle barbare lingue , che in Italia erano fi formò: piu 
fomiglianza nondimeno hà con la, Larina che con le barbare , ifc il 
Bembo ne rende la cagione: perciochc dice, 4 forza del natio Cielo fem 
preè molta, & in ogni terra meglio mettono le piante ,che naturalmen- 
te vi nalcono , che quelle che vi Ibno di lontan paefe portate. 

Si che ouc i Fiorcndni dicono,che dalle voci alle Latine Umili bifbgna 

’ b 4 allenerà 



7.4 ^Apparato alla Seconda farli. 

nflcncrfi , a! ficuro di quelle non parlano , Icquali nel nafeere della lift* 
gua ftcfsa , con fomiglianza,e talhora con identità alle Latine voci refta. 
i nno formarcela oltre à quelle voci.che infino da quel cominciatnen co 
«iella lingua.con poca, ò n ifsttn a varietà,di Latine fi fecero noftret.non è 
eg'i anche fiato lecito in ogni tempo ad arrichire la lingua nofira , por» 

Tandoui come ad altri linguaggi coli dai Latino nuoui vocaboIi?Al ficu- 
ro fi:c fc dalla Greca nella Latina tanta copia di voci è fiata trafportata; 
non fi deuc quello acqu 'fio al la Italiana negare dalla Latina. Anftotilc 
nella Retorica.eDcwicmo noftromedefimo, dalle paroIe,che di lingua 
in lingua con giudirio, c proportionctrafportate ragionanote noi,oucal £ 

luogo di Demetrio fummo arriuati.ne ragionammo: Per hora il quarto 
modo d’adoperare voci fintili alle Latine diciamo.chc è quando ci fcruia 
mo di vocaboli dal Latino tratti, non però infino dal cominciamcnto-del 
ia lingua, ina di tempo in tempo da huomini vilorofi,&: eloquenti. E la 
quarta maniera è quando anche noi medefimi conformandoci alle rego- 
le, & alle proportioni buone, voci Latine alla volgare nofira lingua tra- 
fportiamo:Nei qiu’i due coli forfi vorrebbero i Fiorctini,chc anche dal- 
1 -• ben f jrmite voci fi atteneffimo.nè à noi cafcalfino pcnficri di formar» 
nt:Ma in vero quello farebbe troppo:c noi dobbiamo volere come dice 
il Caro la briglia, non |e pafioric,i! digiuno.non la fame, l’olTeruanza nò 
la fijperft itione. Il Predicatore non hà da parlare pcdantcfcc» nè da vero 
che farebbe veci lato, nè da burla, che per burlare non è farro il pergamo: 

De l rollo le voci,chc infino dal principio della lingua nacquero limili al 
le L-uinc.quelte tali per forza bi fogna, ch’egli le adoperi: Ci contcriamo 
ancoraché egli di quelle fi vaglia, che da quel tempo inquà,à varie oc- 
Cafioni vari valcnt’huomini dalla Latina lingua nella nofira hanno tra- 
fporrate.c l’vfo le hà acccttate:Anzi nè anche le mani vùglianio.ò la boc 
ca legare à lui.fi ch’egli non poffa.pur che di rado, e con giud.tio Io facci 
volgirizarcralhora de* Latini vocaboli. Solamentcyu dubbio rolla-.: 
cioè: ouc per ifprimere la medefima cofa due voci lì trouaflcro, ambe 
belle, c bea fonanri à vn’modotambc con v gusle fcrza.e chiarezza efpri 
nienti, & ambe da Fiorentini autori nobili adopcrace , ma vna limile à 
Vna Latina, c l’altra nò:quale di quelle due doucrebbe adoperare il ra- 
gionante >Q^à' moderni Fiorentini diranno , che di quella fenza dub- 
bio farà meglio valerli , che meno alla Latina è famigliarne . E pcra- 
u in tura ; ouc di fcrittura focolare : o d altro ragionamento che. di 
predica fi ragioni : Anzi nelle prediche medefime; che il predicato- 
re Fiorentino predicando à Firenze "liibbidilfe^à noi non difpiacq- 
rebbe : Ma ouc il Predicatore non fia Tolcano , ouc Tolcav 
no incdtfimo predichi fuori di Tofcana : io credo che vn altra di- 
fimtionc Infogni sdegnate : Cioè , che fc le due voci vgualm ente-» 
famiglisri fono all’orecchie di chi fente,in tal cafc gratiofa cofa fia il va- 
lerli di quella, che alla Latina è manco fomigliantc : Ma ouc, ( come oc- 
corre quali feinpre) la pura Fiorentina voce all’orecchic non Tofcarwe 
Labbia de! nuouo , e dello ftrano , c dall’altro tanto la limile alla Latina 
fiain quelle bande familiare, c vfata, non crediamo, e diciamo ar- 
ditamente , che il Predicatore per tutina maniera della prima no» 
fi deue Icruire j ma fi bene «iella feconda: Pcrcflcmpio, Capacità difTe 
il Boccàccio , l’acqua , la quale alla fua capacità l'oprabondaua . E cap a - 


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*Al Predicatore del Tamgarola . 2 f 

ie diffe l'Ariofto oltre molti altri.Nd fondo hauea vna porta ampia, e a 
pace. A noi duncjue balta quello, e dicendo oue bilogni capace , c ca- 
pacità , voci fimili alle latine lalccremo , clic altri à fuo piacere dica ca- 
peuole , e captuolczza . DiffonnedifTcil Boccacci , con la voce grolTa , 
c difforme , c Difformità dicon* buoni auttori, c così diremo noi.lafcià 
do il difparuto, e difparurezza à chi gli vorrà: &infomma per non 
effere troppo lunghi con rallegationc «{egli effempi à quello medefi- 
moraguaglio noi diremo più volontieri Mediocre che mezzano. Me- 
diocremente , che mezzanamente-, Documento che infegnamento, Me 
morie , che raccordationi , Comportabili , chccomportcuoli , Gioucn- 

> tù,che"iouentudinc, Vigjliache la veglia, Narrationc, cheraccon- 
tationc.Lfpo litori, che fponitori,Hiftorici,che dorici, Spedalità, che fpe 
tieltà,Abufo, che imfufq,Trattatochetrattameto,efimili* E fopra il tufr 
to faremo differenti da i moderni Fiorentini in que' vocaboli, che fìgnifì 
cano ordine numerale , pcrcioche , ouepcr effempio , dell’ordine nume 
tale, che feguitaal io. il dire vigefimo primo concediamo che fia trop- 
P° latino; c che però debba fuggirfirfc diciamo daU’aItrocato,che hauc 
do buoni autori vfatoà dire ventèlimo primo più ci piacerà in pergamo 
i 1 dire così , che con altri dire ventèlimo , c di mano in mano , più volon 
fieri diremo ventefimo fccondo,che vcntiducfimo.ventefimo tcrzo,che 
ventitrefimo, quarantèiimo fcttimo,che quarantettefimoce così de gli al 
fri , non perche noi daniamo quejli, che in altri luoghi, & in altri raeio 
namenti gli adoprano : ma perche nelle prediche fatte da non Tolcam.è 
principalm:nte fuori di Tofcanagiadicniamo» che fia meglio così : c 
tanto baiti delle voci , clic alle lacinc ò ti.nili fono , ò non famigliatiti . 

> 

9eil "Predicatore , per effe re i termini delle arti, e delle fetenze , 

& in particolare i Teologhi, c gli Ecc le ftajlici non così pu- 
tii e candidi come i Fiorentini vorrebhono, per que - • 

Sto hai lafctar a « ò mutargli nel ragio- 
nare i pjpolt . Questio- 
ne. ni. 


L E cofe , che in quello luogo It.imo per dire, poteuano comrqpda- 
meiHe ridurli alla maceria della latinità, della quale pur’hora hab 
biàmo ragionato : Ma ci premono tanto , c fono di rilcuo tale_, , 
-'he appartatole fingolafc luogo c’è partito di doucr loto dare : E 
quello fono i termini delle arti , c delle faienze ; cioè quelle voci , Iti» 
quali inucitri delle arri , c delle (cienzéper potere più brctiementc.c 
più chiaramente inlegnare , ciafcuno nella fui proferitone c ito frollan- 
do: che fuori di qnel’a profelTinnc , ò niente figlili Carcbb ero , ò non 
quello. Coi gii effempi ci faremo chiari t Nella Grammatica , pcrco^ 
rninciaredi q ià : IndiCaritio, Impefatiuo , Optatiuo, Subì iiròliui. Infi- 
nito > Adii no , Paflìuo .Neutro, Deponente , Impcrlbnalc, Articolo^ 
Participio, Pronome , Propalinone, Interictrione, Aduerb’o : que- 
Iti, e umili fono termini dell’arce: Nella Logica tali fono : 5 liberto. 

Predi- • 


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2 , 6 Apparato alla S cconda parli. 

J redicato; mezzo termine jCathegorico , Hipotcrico , dimedrationo? 

lcnco,& altri . Nelle morali, paflionc , affetto , habito , virtù , potenze 
concupifcibile,irafcibile,efomiglianti. Nella Fifica, materia, forma, 
priuationc.materiale, formale, efficiente , finale , c cento : Nella Mate- 
matica, dimenfione, linea Superficie, centro , acuto , obrufo, argola- 
re,e tali.NellaMctafifica,intelIigéze,orbi, sfere, effcntie.exidentic , fub- 
fiftenze, enti, e limili : E quello che più importa nella Teologia , Sagra» 
menti, grafie, meriti, fodisfarrioni,vocationi , clcttioni, prededma- 
tioni, glorificationi : E poco meno, che innumerabili : Hora turri, ò 
quali tutti quelli , Se altri termini d’arti , non è dubbio, che ò Latina- 
mente, ò Italianamente , che fi proferivano, ne candidamente Latini 
fono, né puramente Fiorentini . E però hanno vfaro alcuni, per non 
Con tamioarc la candidezza, c purità delle Scritture , c de' ragionamenti 
loro , quando hanno hauuto neceffità di farne mcntionc , ò à mutarli in 
altre voci manco chiare certo, ma più candide ; oucro trascurata la bi eai- 
rà,à circonfcriuergli con molte, ma con puriffirae parole : Il che, fe fia_» 
flato bene il farlo, ò nò , di quedo noi non vogliamo proferir fentenza. 
Solamente diciamo y he peraucn tura bifogn crebbe diflingucre , e dire, 
che ouc fi infegnanole profcffioni.nonfia bene pcrlapurità,c per lacan 
didezza trafeorare la breuità.e la chiarezza, c mutare i termini . Lado- 
uejoucnons’infegna ex profejjoi ma incidentemente occorre l’hauetcà 
parlare d'alcuno di detti termini, non fia fc non bene , per confcruarc la 
candidezza, il tramutarlo lui , ò il circonfcriuerlo : Ma per quello che-» 
importa à noi, nella predica, la cofa non hi bifogno di dilli nrionc , per- 
che in lci.per lo più s’infegnajc quando ciò non fìa.ogni fofpetto d’affet-* 
tationc deue fuggirli , e come che in tutti i ragionamenti la chiarezza 
Ila nccefTaria, fi è ella nccefTariflima nelle prediche : E però il Predica- 
tore^ To fcano, ò non Tofcano ch’egli fia, vorremmo noi,chc oue di ter- 
mini di arte haueffeà ragionarc,fi contentarne di non sfoggiare, e dicen- 
do al pan pane , più haueffe in quello cafo l’occhio alla (implicita , che fi 
richiede nel pergamo , & alla chiarezza , che alla purità , c candidezza 
della lingua. Cnc à dire il vero riefeono tal volta dranainentc ofcurc. 
Se intrincate cofe , le mutationi di quelli benedetti termini . Per effem- 
pio, oue il Bemb® ideffo volendo nominare, vn preterito imperfetto 
diffc.qucllo che nel pendente pare, che flia del pafTato . Et in vece di di- 
re Imperatimi, difTc,le voci, che quando altri commanda, 8e ordina che, 
che fia, fi dicono per colui .Età luogo di dire Infinitiuo prefcntc dille j 
La prima voce di quelle, che fenza termine fi dicono . E de gli aduerbi , 
in luogo,& à luogo dilfc, che hora danza, Se hora mouimenro dimoftra- 
no; Et in vece di dire con vnafola parola participi , dille,, quelle voci , 
che del nome, e del verbo col loro fentiincnto partecipano, e nondimeno 
fcparata forma hanno di ciafcun di quedi , come , che ella più vicina fia 
del nome, che dclvcrbo. In fomma noi crediamo ch’egli faccfse beni fi. 
fimo* ma e ne riufeirono pure gli intricati faluti . Habbiamo anche fen- 
titi altri, che in vece di dire voci incomplefTe, termine v fi tariffi mo delle 
Scienze, differo: Voci Spicciolate. Altri per dire fubietto, e predicato, 
difseroquello , cheli dice dell’altro , e quello di che fi dice l’altro . Et 
vno vi fu,chc in vece di potenze. Se affetti, diffe, forze, & animofità , Se 
yjvaltro trattando dell’uno buono , vno, Se enti, difTc l’vno il buono , il 

vero. 


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Al * Tdicatort del Pamgarold . % 7 

?ero,e quello che è , che fono tutte cofe , le quali forfè dette da chi furo- 
no, & ouc furono dette,ftcfsero bene : Ma in pergamo io non conliglic- 
rci Predicatore alcuno , che lo faccfsc . E quelle de’ termini follmente 
delle feienze fccolari : Che oue arriuiamo alle cofe Teologiche , & Ec- 
clefiallichc.non folo configliamo; ma protelliamo al Predicatore, che 

f ier niuna maniera non mudi termini, che nelle fagreScritture,nc’Sco- 
aftici , c pofiriui parli , & ne gli Eccleiiaftici riti vengono vfad : Perche 
ouc il mutarei termini delle feienze fecolari,lo farebbe parere vano, Se 
affettato: il lafciare quell 'altri darebbe dubbio di poca pietà, c poca reli- 
gione: E pcrauentura darebbe folletto d’imitaro i moderni Hcrcdci , 
più affettionati à i Gentili, che à i Chriftiani , c che in maggiore ftima-, 
tengono Tito Liuio, che Moifci Virgilio, che Dauidde j E Cicerone, 
chcChrifto. 11 Cardinal San Marcello, che fu poi VrbanoSctrimo , à 
quello propofito ci dilfc,chc nel Concilio di Trento hauendo vn Veico- 
lo à non sòchc propofito nominato nella fcfTionc, il Signor noftroGic- 
fu Chrillo [ermtorem nofirum , nacque vn grandiflìmo bisbiglio fra tutti i 
Padri : Et 1 Legati Apoltolici riprefero quel Vefcouo , c vollero , che di- 
ccfscS<^«Jtorcw,afrermandocglino, che quello era luogo da inoltrarli 
buoni Chnitiani, c non buoni Ciceroniani ; ouc parla, che deue dirli 
Sduator, non Scruator . Aggiungali: Tantopiù , chcà giuditio di Cice- 
ro ne la parola Seruater , non cfprimc tutto quello , che vuole dire in Gre- 
co con*? Eccola nella quarta, in Verrem. Jtaquecumnon [ohm patroman 
ijìiui infida, [ed cium boterà mfiinptm vidi Syracufis: bocquantm eli. Ita ma- 
gnum , vt latino vno vtrbo ea pi imi non pofifiit : 1 s efi ninurum Soler , qui faluiem 
dedita Che le con vna parola di quelle, che all’hora erano latine, non fi 
porca cfprimere, dunque Seruator non baita, c bifognaua fare quella-» 
nuouavuocc Saluator, della quale dice Sant’Agollino dcTrinitateal li- 
bro } .a I cap. i c. Qui e/i Hcbraicc Iefius , Greci Solir , nofilra cutem locuttone Sal- 
Uitor. Qiiod verbum latina lingua temei non habcbatyficd habert poterai. Sicutpo- 
Sìea habuit quando voluti . E di più quellochc fece Spinone, nella terza 
parte de gli Annali à fogli i6p. E che i nomi vfati dallaChiefa quali fa- 
grc reliquie haucano daefscrc confcruari,e mantenuti: Et vn’al tra vol- 
ta cfsendo noi in Cocchio con l’illultrils. Paleotti, Signore Iettcratifli- 
mo, e fra l’altrc cofe candidilfimamente latino , e quiui lodandoli dira- 
riamente ( come n’c degna) la hiltoria dell’lndic, clegantilTimamcnte 
com polla dal Padre Matfei , in vna cofa fola , difse il Cardinale haucrei 
hauuta maggiore fodisfattionc, fe egli i termini Eccleiiaftici in certi luq 
ghi hauefse rattenuti , non potendo veramente l’orccchie d’huomini 
pij, in vece d’acqua benedetta fentir dire , acqua luftrdis , in vece di cele- 
brare nuflam, fentir dire ltlare,c cofe limili . Il TafsoancorchePoctaad 
ogni modo afsaiconuenicntcmentc fcibò gli Eccleiiaftici termini, quan 
dodefcriuendolamcfsanelcanto n.difse. 

Ma poi che celebrò gli alti mifieri . 

De/ puro Sacrificio . t . 

Coli hauclse egli ragionato, quando defcrilsevnaprocclsionc,main 
vero quel domandarla-» . 

fjTcrcito canoro. _ . - 

Fu vna llranainuentidnc. Comunque Ha, ouc li tratti di cole (agre » 
il rattcncrc i termini EcclcGaftici, c Teologici conuienc per tatte^e vie . 


Dia 


1 8 apparato alla Secónda parti * 

Et in Òiòcomein tutte le cofc fuc accortamente, e prudentemente 17 pop 
tò Monfignor Giouanni Tolo» huomo nobilifsimamente nato , Se oltre 
Ir fcicnze,chc tienejdelle due lingue ancora Latina , e Italiana, quanto 
altri viua hoggi intendcntifsimo,iI quale facendo à noi più honore , che 
non meritiamo, col tradurre di volgare in Latino alcune noltre Ictdoni 
contraCaluinojturtigliEcclefiaflici, e Teologici termini fcruò. Età 
quello propofito ci folca dire, che da qnc’ padri conuiene imparare,! 
quali il Catechifmo ad 'P.jrorAiWjClcgannfsimamcnre compilarono. Che 
fe bene li vede, che purifsima, ecandidifsima lingua Latina pofsedeua- 
no, non per tanto untigli Ecclclialtici termini leruarono. sAnimaxum 
(Witor difsero; <Articulus Simboli , 5 fintualu adoptio , Peccai um Ad# , dannare 
anathcrr.Jte, [Mutarti adnwmtio , Beatitudocalefiis , Bona effeminila , & acccjjh- 
rta, Sjcr.vnenta, confmnatio [ecidi Hipocritx , H gretta, & Schifinomi , Se vna_* 
quantità grande di termini tali , ì quali l’accurarifsimo Monfignor Tu- 
fo tutti in vn libricciuolohauca raccolto, di cui per ancora rimane co- 
piaapprcfsodi noi . Che più. Santo Agoftino nel libro 4. della dottri- 
na Chrilliana vuole, che errori in Grammatica non li fchifino perbene 
efprimere . Vedi il luogo, Tomo j. folio 17. Si che nelle prediche il 
mutarei termini delle fetenze fecolari , c vanità, ma il mutare quelli 
della Teologia , e della Chicfa è quali impietà. E però ragionili Pre- 
dicatorequanto più puramente può il Fiorentino Idioma, nè però li 
attenga da i termini dette arti, c principalmente da i fagri ; perche que- 
lli non daranno mai noia à gli orecchi de' giudirioli , che forniranno ; Se 
haucranno perbene , che il Predicatore più tolto vogli parere poco can- 
dido, che ò troppo affettato , ò poco pio . 

Se alcune parole proporne della Fiorentina lingua , e bclliffimt: & alcune 
frafi, altresì di quefia medefima qualità, ma che [uori di Tofiana dal po- 
polo minuto non farebbero intefa, egli parerebbero fi rane , conuie- 
ne, ebe il predicatore adoperi, 0 lafii. Quefl.r JJl. 

H Abbiali per difinito , dice Ariftorile nel 1. capitolo de! terzo dell* 
Retorica, cha la virtù dcr parlare confitta ncll'cfTcr chiaro , & 
habbiafi per difinitilfimo , diciamo noi, che fe altroue conuiene , 
che chi ragiona lia chiaro,chiariffimo bifognache fia,chi ragiona in per- 

8 amo, perche quiui di materiali tratta, che non habifi gno d’efTcreaffa- 
cllata; econ pcrfonc fi tratta, che perlo più idiotilTìme fono, clinipli- 
ciflime: Eperòoucil Predicatore fuori di Tofcana ragioni à popoli , 
per quella fola cagione della ofeurezza, conuiene ch'egli alcune parole, 
e frafi Fiorentine, vn poco ofeure lafci , che per altro bdlilliine farebbe- 
ro, c vaghiffimc: Et oue dai vocaboli, ò dai modi di dire ambi Fioren- 
tini reprimano vgualmcntcil mcdclimo fentimento, de’ quali vno fia_, 
belliffimo ; ma fia per clfcre difficilmente intefo fuori di Tofcana , e l'al- 
tro più intelligibile fia , ma non lì bello ; ad ogni modo al fecondo bifo- 
gna, che il Predicatore fi appigli, e non al primo . Et c da auucrtire, che 
alcuri vocaboli, c modi di dire fi trouano, i quali nel naturale, c primie- 
ro loro lignificato affai intelligibili fono; ma il popolo di Firenze per 
capcftreria gli hà trafporuti à lignificare altre cole, nel fentimento dcl- 

c 


Al Predicatore del PdmgaroU . a $ 

li, da pcrfoaa.chc à Firenze lungamente fiata non fia,non farebbero mài 
intefi . Per dtempio, Mandare chi , che ila all’uccellareio, fi fa che pro- 

f iamente è mandarlo ad vn luogo difcollo cinque miglia da Firenze». : 
piijc i^opolo. l’hà trafportato in modo , che fignììficavcccllarlo > e 
befTarfcne. E mettere vno In valigia, lignifica farlo andare in colerai 
E fe altri sbragia, é Fa il brano , il popolo dice, che la taglia : E ftrafora- 
re vno, òleuarnei pezzi vuol dire, dirnemale: E dare l’allodola, vuol 
dire adulare: Edichiconfeflaogni fuofcgrctofi dice, che vuota il Tac- 
co: e.Iauaretfcapoà vno, vuol dire riprenderlo ; e lanciare , vuol dirp 
«vantarli . E di chi mette male fra amici, che è vn tecomeco. Et infiniti 
jdi quelli vocaboli, motti, prouérbi , e riboboli s’vfano à Firenze , che ih 
•quelli fecondi fcntimcnti da niuno, non Fiorentino , non farebbono in- 
celi gtamai . Onde non è marauiglia fc hauendo, il Caro detto , del Ca- 
ftcluttro, ch’egli à Firenze haueua imparato ad armeggiare , la qual pa- 
rola in fecondo fenfo di capellreria , lignifica elfcr fuora di fe : E tanto è 
•dire tu armeggi, come tu frenetichi , il poucroCaftcluctrononfi’intefe 
• braccia di quello fecondo fenfo, e pigliandolo nel primo, rifpofeinfe- 
-licc con rifo di molti , ch’egli à Firenze non era mai llato in età dipote- 
• re imparare à giocar d’armi . Che fe il Calleluetro huomo dottimmo , 
ificà parere di fb fleifo , c di molti intendcnrilfimo della Tofcana lingua 
•ad ogni modo nel fecondo fenfo i riboboli Fiorétini non intefe, ben fi hi 
.da credere, che il promifeuo popolo.cheTofcano non fia,non gli inten- 
derà: t però anche per quella cagione della ofeurezza hà da fuggirgli to 
talmente il Predicatore, fenza che hanno del plebeo , e dello fcurnle , e 
molti di loro anche del gcrgo.c del furbefco:Et i n fomma non ponto de- 
gni di cltìrrc admefsi.ouc di cofe pur graui,non che di cofe facrc fi ragio- 
,ni:Ma di più anche nel primo fenfo occorre come diceuamo,e bene fpef 
fo,chc di doi vocaboli Fiorentini 1 , i quali ftgnificano , ilmedcfimo, vno 
fuori di Tofcana non farebbe vfato,c l’altro fi:& allhora diciamo, che fe 
bene più bello foffe l’altro.ad ogni modo del più intelligibile hà da fer- 
uirfi il Prcdicatorc-.PcrdTempio adoperi Tramontana, e non Rouaio, 
bifogno, c non huopo, ertercito , c non bolle , informationi , e non con- 
tezza, vlrimo, e non fczzaio, indietro , c nonaritrofo: Cauto, c non 
guardingo, erto, e non ripito, puro, e non prcfto, chiodi , e nonagoti.i 
Francefi, c non i Franceschi, fcruitù, c non fcruaggio, riuo,e non pollo- 
ne, bianchi, e rofsi d’vuoua, c non albumi , e tuorla : Cumulare , c non 
accataflarc,mefco!atamentc, e non alla rinfufa: Et altri infiniti » c quel- 
lo che diciamo de’ vocaboli, intendiamo anche de’ modi di dire . Con 

S uclla difcretionc però, clic oue crediamo, che il popolo per lccirco- 
:anzc delle cofe, e per la materia che fi tratta fia per intendere vn voca- 
bolo, che peraltro egli non intenderebbe, noi non lafciamo di vfarlot 
. E di mano in manteche alcune voci.fi vanno facendo più familiari, c più 
domeniche , coli nelle noflrc ptcdichc le andiamo accettando , e nc«- 
uendo : Coli però , che eflfe , anche intefe non fallerò troppo fi rafie da_> 
cfTerefcntitcà chi non vi hàauezziclioTecchi, come per eflempio fa- 
rebbe, fe in vece di dire le tfrcquie,diccfsimo, come dille il Cauaher Sai 
uiari in morte di mefser Pier Vettori lo efsequio , che fenza dubbio an- 
che Lombardi per la fimilitudine, che hà con l'clTcquie farebbe into. 
fo, ma cefimàivolo«us;;i ticeuato da g|£ orecchi loro i cjic male fareb- 


3 o Apparato alla Seconda parà \ . 

bc il riccuerlo noi rune lingue noftrc . Etili mi qui fia affai «felle pitti* 
le, ò non intclc, ò troppo ftrauaganriul ì •, : ;,n: W. .oiqrrnlb io r l , 'bini 
:o. •• • eh l>ih fi» beo-lTf> ricxn ó aifumnìq 

. ?e alcune parole* frafidi Firenze, non per afra cagione, ti* per ègire troppi 
belle* troppo gratioft, dal Tredi calore non Fiorentina dtnuo rjfls V* ri 
i relajiiate, Quefitone IX. ó • 

» :i ..lo ' :■ . .li! •:!:, 

S I trouano alcune voci, Se molti pili modi di dire-, coir propi deflana- 
turali ti Fiorentina, che chiunque nni>& nato, òrallcuato nella ftclfii 
Città di Firenze, c imponibile che fe nfl'fàppra'ben proualereu’E fc 
pure quali accattati à nolo tre , e quattro ne caccetàultri rtc’ Tuoi rugip- 
namcnti,ò terrieri , il rimanente non farà contornici < piteli ▼nreiiuco 
c lino. Quelli fono quelli , per imparare ’f quali, dice il Girci, 
che bilogna hauerehauuto mona Sandra per balia, maellro Pippo per 
^ cdarweja loggia per ifquola, Ficfole per villa , httuer girare piu volteif 
Choro di Santa Riparata, Ceduto molte fere (btto il cerco dr^ l'il’ani.prat- 
ticato molto tempo fino in Guaifonda. Et il Varchi’inrcrlogato in- que- 
lla maniera. Dunque vn foraftierò ncin> porrà 'mai fauieHar beqe Fio- • 
rentinamenté » fe egli non viene à Firenic ? nlpondc. Non maiq aolài 
Jion bada il venire à Fircnze.che bifogna anCohi darai , c di più conuer- 
• fare , e badami, c-moltc volte anche non rielfce . Et vn’alrra volta dicb, 

che quelle tali cofe di che parliamo hora , niùno può infognarle , fe nón 
▼n lungo vfo, & yna conrinoua prattica. Anzi degli antichi foli dito, 
chepcrdouetgliFiorcnrinaincntcadoperare, appararcnon lì poffono, 
fe non nelle culle, ò da coloro , chcrncllc zanè tCioè frellé cune apbarap 
gli hanno. Dice di più.chelàpcrc ceree cofe non pc(Tbfto,fc noli quelli, 
•che furono nati, & allcuari dentro la Città di 'Firenze, c fe non "ài 
Inacquerò, vi furono portati infantitele da piccohni, eanzi che fauellà- 
refapefsero . E finalmente fuori de denti dice, che la Fiorentina fauclfa 
ha vna certa peculiare, ò fpcciale,ò particolare proprietà, che non fi può 
imparare, fc non dacoIoro.cheTòno nari,& allcuari da piccioli in Firen- 
ze. Del Conte Buldaffarc da Calliglione.cgli in vii luogo dice, che non 
,gl:pare,chc il fuo llilc fià à gran pcza ranro Fiorentino, né dadouere cf- 
•lcre tanto imitato, quanto fcriuono alami : Et altri ue. "Che fc berle 
egli fcciffc quanto potcua, e (àpcua Tofcanatnenrt * hòn fi' può però n«- 
• gare , che nel fuo Cortigiano non fieno molti vocaboli c modi di dite 
Lombardi. DimifserGirolamoMutiocgli dice, Che furono dette cofe 
di lui d’intorno à fnoi componimenti , per lo non potere egli per èfsere 
foratliero fcriucrc bene^ lodatamente ncllfidioma Fiorentino. Del Do- 
m crucili dice . Mifscr Lodouico Domenichi è (lato in’ Firenze quìndici 
N tanni cqntinoui , cnon hi ancora apparato^ parlare FlorentinauioiileJ, 

Che più,ragionandodei Caro, che era iffuo Idolo i Erefscndò inurro- 
-gato con quelle parole . Riconofccfi in lui,ò ne’ fnoi ferirti, ejuel Aon fo 
che di forarlierojcomene gli altri, che Fiorentini non fono, nfpondem 
quella maniera, che fanno 1 Fiorentini, quado fenza affermare vogliono 
dire di si,c dice. Voi volete la baia,e pafsa ad altro. Cofe le quali tutte da 
noi ad vn Colo fine fono (lare derteteioè accioche vedédo noi quaro fia dlf 
-fidlc,anzi imponibile nóefscelo rati Fiorctini,|’afscguir*la Fiorir mi là 

cornpi- 

? . -i j- Cl'. .. .. y k • . ? , * 


r ÀbT**ticxttré<£lVèmgH&'. jl 

éotopifajrftlftJldUàrts fi conrcnd il Prctìicarofc rt<>n Tnfcano di fàucUa 
Fiorcn finamente fino «d^vri ccrtO'terminc,nUd , affencrfi da cercevoci e 
frali che fi- no troppo propic della naturalità di Firenze : Tale era quella»' 
Cl^c diqnm ilBcmbo , che il dire Tal me la ftri nfi al petto , era Torcano 
«ha non Fiorentino: la douc il dire JaUa ivu ltri nfi al petto quella era na- 
turalità FiorcìuinàiE perA'nel primo rhodo vorrei io che dicefic il Predi 
catorc non Fiorentino:E fomigliantcmcnte in materia di affidi, anzi di- 
ceflc io mi ti dono,chcdonsmitiiomnri dono,che donomitti.Tu mp lo 
doni.chcTulomi dbni.Voivc lo credete, elio Voi il vi credete, E certi, fi* 
mcncne,portandofenela,d fimili modi troppo belli tutti vorrei che à Fio 
rentini foli li lalciafiimo : per due cagioni : Vna perche predicando noi 
fuori di Tofcana.queftc tali frafi con la loro nouità ci faranno dare mol 
to fofpctro d*afFerratione,il quale quanto fia per nuocere Se a chi dice , Se 
àchi fentc.già di fopra è litro detto da noi . E l'altra perche predicando 
noi in Firenze, ò fentendeci ouc che fia Fiorentini huomini.fi rideranno 
di noi, conte di quelli che di tre 6 quattro Fiorentine proprietà,e vagitesi 
xe feruondoci,e nel rcfto nonne adoperando pure vna, tefliamo , Se or- 
diamo, come elfi dicono vn’drappo fcrctiato,c vergato ( che pure à prò- 
pofito di quella voce del Caftcluetro fi rifero i Fiorentini, quando egli 
▼olle difendere che nonpanno vergato,ma fattoi Vergato conueniffc di 
re) A noi davnagrandimma paura la incntoria , che tentiamo d’vncafo 
che ci occorfe à Firenzeioue garreggiando noi infieme vn’altro Ra- ligio 
fo lombardo e noi intorno all'imparare della Fiorentina lingua, e paren- 
doci à tutti due d'efler paffuti molto auanti, noi femimnto vngiorno,che 
parlando il nofiro Emulo più Fiorentinamente ch'egli fapcua con vnij 
monaca di San Giorgiojcffa domandata vna compagna: Dhe venitefùoi 
tale , dific , fc volete hauer gufto : Sentite vn poco il Padre tale fomigli* 
tanto nel ragionare al nofiro Vellettaio.il quale Vcllcttaio di quelli lom- 
bardi era che ftinghc.e bindelli vanno gridando per le Città.In Atene di 
cono che occorfe già cofafimilc àTeofrafio, il quale credendoli di par- • 
larcjCome in yero pàrlaua diurnamente, la lingua Attica , ad ogni modo 
da vna donniciupla, .che vendetta. rinfilatala conofciuto per non Ate- 
nefe : Er hauer dole egli dimandato il pregio di non sò che: Forafticf© 
rifpofe ella, io non poftadarla per manco . Tutto pcrchecertc naturali- t 
ci,c troppo propie bellezze delle lingue migliori, chi non v’c nato, non 
le può afleguire , Se è molto meglio il non valcrfcne , che firoppiarlc » c 
contaminarle : Et in quello, obligo hòio infinito alle olla del non mai à 
bafianza lodato millcr Carlo Gu a I tcruzzi , il quale dimorando, pome 
flette fino alla inot ipin cafadcll’illuArilfimo Alcffandro Farnefc : E nel- 
la nicdclimacafa crouandomi anch’io alloggiato, per predicare laquu»- 
refiina, come faccuo ogni giornoin SanLorenzo , in Dainafo: il buon 
vecchio mi prelc grandifiìmo amore, fitaucdcndofi, che io pcreflcre 
fiato alcuni anni-à Firenze , me la beccauo , c credendo d’effere vn gran 
Fibrentno , quanto più erano pruprij di Firenze i modi del dire , tanto 
più vólnien g ì vfaa j.c > ì infinita canti m'amiertì,e di giorno,in gior 
no de’ miei errori (Iiauetnente riprendendomi , miriduifeà contcntar- 
iiii'dcl doucr©: Se bene in certe cofe egli cra anche pcrauentura troppo 
fthizzinofo,comeìn qitclla,chcegli non volcua.cheiio eglino non éficef 
te mai in pergaiu o,iua cflì psrpctumcnte : hora di quello affai : contea 
• tifi il 


' JfpdrMtc alla Seconda fartéi 

gj-jl'^redieatórenon i ofcano di parlare Fiorentinamente, quello che 
da non F 1 ;<3rcn ” n ‘ fi può apparare^ non fari poco . 

Sei Fiorentini meu*!" 1 " * MÌle ° ratiéni kro d* 1 u 'fl e co fi fi f ono «flauti , che 
no* kabòii.' m< t ette & f°P T * • Sue filone X. 

H Abbiamo conchiufo fin qui, che il Predicatóre pn napalm erttó 
non Tofcano: eccettuate alarne pochccolC, dei retto quanto pi* 
può Fiorentinamente deue procurare di fucilare : bora andia- 
mo pcnfiindo/e perauenrurai Fiorentini mcdcljm!,in que loro compo- 
nimeli, che colle prediche hanno proporrtonc,cioc nelle orationi,c nelle 
,ghe dalle medefime cofe fi fono attenuti . E già lappiamo , che a 


arnn 


buoni probatori Fiorentini, tutti nelle prole graui, e nobili, da carole , o 
frali, ò contadine,ò plebee, ò obl£ene,o poetiche, li fono guardati,come 
dal fuoco . Ma de gli Oratori in particolare parliamo hora : E diciamo» 
che quegli di loro, che di maggior grido,e <>! ìmggiore giudmo fono Ita 
ti anche di quel le al tre coli, fi fono di più attenuti, di che habbiamo po- 
co di fopra ragionato : Principalmente, ouc fuori ni * ,f ana ’ e , n0H - P 
modo d’cflcrcitio hanno hauuto à ragionare , perche nell’Accademia dt 
Firenze: ò in altra-Accadcmia,che al ragionare Italiano intenda,c polli— 
tyle,che come habbiamo detto di fopra, ad alcune cole , che altroue ha- 
aerebbono fuggite, fi fiano lafciati andare. Per efTempio , fece vii Ora- 
rione il VaIorolo,& gcntilifiimo Sig.Giouambatriftaitrozzi alcuni anni 
fbno à gli Academici Alterati à Firenze, intorno alle lodi della poco pri- 
ma ttiortaSerenilfima Giouanna d’Aultria, Gran Duchcfsadi Tofcana . 
Et in vero delle Iodi di lci,chc dcgniilima era di lode, arriuò à ragionare 
con ogni eccellenza, e l'oratione fu bclliflìma,purillìm3,e candidissima» 
nc però , ò troppo antiche voci , ò ftrane frafi , ò alrrecofc fimili v’intcr- 
pole. Se bene facendoli in Firenze, & nell’Academia l’oratione da alca 
ne colette non fi guardò, le quali, io fo certo, ch’egli lafciatc hauerebbe, 
fein Lombardia à popolo promiscuo hauclfe ragionato , come farebbe, 
che nè ripigliare hauerebbe dctto,per riprcndercjnè raccontamento per 
, narrationcjnèfar ragioneper farconto;nè impcrare,per Imperare, o co- 
mandare; nc brigare, per procurarcjnè Filofofanti,pcr Filofoh, e fc altre 
vi furono fimili poche colette . Il Caualier Saluiati poi, nella morte del 
Signor Don Alfonfo da Elle, vero è, che ragionò fuori di Tofcana , cioè 
i Fcrrara.ma pure ncll’Accadcmia,e però gli fu lecito d’interporre nella 
fua bella orarionc Donno Alfonfo,pcr Don Alfonfo;la nominatione,per 
lo nomcjhoftc per l'cfTercitojaccommiatarfi , per liccntiarfi ; in Francc- 
fco.pcr in Franccfe ; amiftà, per amicitia ; fpcricltà , per Spedalità; auc- 
nutezza,per leggiadria* trapafsamento, per morte. Se altre . Ma fe vo- 
gliamo vna orationc grauc , fatta da perfona di giudirio, non in Accade- 
mia, Se à non Tofcani, pigliamo quella bcllifsima, cnumcrofifsinia, OC 
eloquentissima di Monfignor della Cafa, fatta à Carlo quinto, per la re- 
tti tutione di Piacenza, c trouercmo,chc da quelle cofe, le quali delìdero 
io, che s’allontani il Predicatore mio , da tutte s’aftenne quel gran va- 
Icnt’huomo: E fra l’altre cofe, coli poco fuperftitiofo fii di fuggire le 
roci,chc alle latine fono Somigliante che anzi egli medclimo, nc ìntro- 
* * dille 


1 


Al Predicatore del Pan'igarela. j J 

dulTe nella liijgua: Preterite difse egli tre volte, per pafsare. Vsò la pa- 
rola poftergarc, dicendo poftergata la ragione , palpitando dille ancora , 
&altre,nèmaihuopodi(se,mabifogno. Et in Somma in tuttalaoratio- 
ne, nè frali, nè parola fi trouerà, che ànon Tofcani fofse perefsero, 
ò non inrcfa.ò nuoua : Eccetto oue Icanza adoperò per fedeltà , e doui- 
tia.pcrabondanza. In modo tale , che fenoi al Predicatore che ragioni 
fiiori diTofcanahabbiamo perfuafo,che nel parlare Fiorentino da alce» 
ne cofette s’aftcnga,tanto più ci piace d’hauerlo fatte , quanto che i me- 
deGmi Fiorentini più celebri , e famofi , ouc fuori di Tofcana , e non in 
Accademie habbiano ragionato.dalle medefime cofe trouiaino,che fi fo- 
no quali interamente a (Venuti . Del retto torniamo à dire, che la lingua 
del Predicatore hi da efscrc la Fiorentina: E quella quanto più corre t- 1 
ta,c pura à lui farà pofsibilc di fauetlarla . 

D {liberando il "Predicatore Italiano di adoperare lingua tale , quale dalle fo- 
p radette cofe fi può raccogliere ; onde babbia egli d cauare gli infogna • 
menti t e ie regole per potere correttamente , e puramente 
ragionarla Li . Qucftione X I. 

M A onde ha egli il Predicatore Italiano à imparare il mododipo- 
tcrecorrctramente.c puramente ragionare? Quanto alla cor- 
rettionc non è dubbio, che praticando con huomini, che emen- 
datamente ragionino, e facendo ofseruationi in quelli autori, che corret- 
tamente hanno fcritro, s’imparerà afsai . Madipiùnonbifogna, pcref- 
ferc la lingua, che vogliamo fauellare vna delle volgari , per quello Sde- 
gnare le gramaricali regole i chcaltri vi hà Scritto intorno: Conciofia-^ 
còfa, che Pinrendcre vna lingua iiTórt vuol dir parlarla. E fc bene Senza 
aminaellramcnti altrui iiirehdcremo il Fiorentino i-dloma.non però Sen- 
za regole, & ofseruationi emendatamente Io parleremo. Si chcvegg3 
pure diligentemente il Predicatore,ciò che della volgare hanno Scritto , 
e il Bembo nelle lue profe, c il Gabriello , e il Dolce , e gli altri . Anzi Se 
vuole credere à noi cofa,chc egli farà gioueuolilsima, formi da fc méde- 
limo,ò compendio, ò Sommario,© come egli lo voglia chiamare.di quel- 
le regole.chc à ben parlare fono ncccfsaric . Che di quello modo , oltre 
che nel formare il trattato, più familiare fi farà le materie , e Scritte , che 
lehaiterà più facilmente in ogni occorrenza le fi richiamerà alla inefno- 
ria: Se occorrerà egli ancora facilmente, che à lui cole fouucrranno, 
che altri non haueranno dette ,ò almeno metodi più facili , per doucrlc 
dire , e modi più ordinari per dillenderle . Corneoccorfe à noi , menrre 
nelle regole date da altri andauamo cercando le nature de' verbi : Che 
ouc d’un tcma.òd’una radice fola d’un vcrbo.pcr faperfencvalerein tut 
ti i modi.& in tutti i tepi,cofi in attiuo.come in pafliuo,ci fanno i Grama 
rici di qual fi voglia linguaggio fmparare,quafi innumcrabili voci : amo , 
amauo,amai,ho amato, haucuo amato,amerò,ama,ami, amerai, amerà , 
ami,ama(Ti,hauc(fi amato, foffi per amare, hauelfi daamarc,amare,aman 
do.amantc, amato, da amare, per amare, da edere amato: fono amato, fui 
amato,ero amato, fono (lato amato, ero flato amato, farò amato, farò (la- 
to amato, fi 1 amato, fij fiato amatoria amato, folli amato, folli fiato imi- 
• • * ~ c to,fa- 


Oiqit 


3 4 Apparato alla Seconda parie . 

to farci amato.farci (tato amato, c(Tcr amato, cii'cr dato amato, douer c$ 
fcr amato.douer eflcr (lato amato . E infiniti trottammo noiiòndarifo- 
prala natura delle cofc,c non fopra la là perfide delle parole, che in qual 
fi voglia lingua,di qual fi voglia verbo, per faperlo adoperare, percutu 7 
podi, e per tutti i tempi;e in artiuo,e in pa(fiuo,e in neutro,non occorre 
imparare più.clte dicci voci fole : E la diffidenza è quella, che tutte le 
voci de’ vcrbi,ò fono di quelle cole, che porto feruirc per verbo princi- 
pale^ quietare foniino,» di quclle,che fenza vn’altro verbo.ò preccdcn 
tc,ò feguente,non quetcranno mai . Per cileni pio: io amerò Pietro, qui 
ameròjè verbo principale, & ogni cofa è quieta: fc io atnaflì Pietro', qui. 
amarti non è verbo principale , cnon quieta l’aiiimo: E di quelle due 
forti di voci, le prime domandiamo noi férme, e le feconde pendenti:» 
E le ferme non fono più, che qujwro,prcfenfc»imperfecro,p«rrctto 1 e fu- 
turo: amo,amauo, amai,amerò . E le pendenti non fono più che trc,pre- 
fcntc, palfata, futura, ami, amarti, amerà, oltre le quali fette bifogna fa- 
pere Timpcratiuo , ama rù. E rinfittito amare, 8c il participio partili», 
amato : E poi fapute quelle dieci voci, fi è fapuro ogni cofa,né fi troùerà 
mai modo d’adoperare il verbo amare, che non habbia dentro vna di 
quelle dicci voci . Ma direte, vi fono pure molte più differenze da pro- 
ferire, che dicci : E vero rifpontfiamo noi ; ma rutto quello fi fa molti- 
plicando i medefimi con altri verbi , col mezzo fempre del fuo panici» 
pio paffìuo, fenza Imparare altra voce . Come farebbe in quello preTca-r 
te amo, che noi moltiplicheremo in tre modi dicendo ,hò amato , fono 
amato, c fono flato amato . Che tutti fono prcfenri,c pigliano granchio 
i Gramadci, quando dico pq, che hò amato, e preterito j perche il tempo 
fi hi da conoscere dal verbo, cium dal participio, e quando io dico hò 
amato, il verbo hòèprcfciuc, c per farlo parta to bagnerebbe diro, hab- 
bi amato: Comunque fu il verbo effiere, moltiplica le fue nouc voci per 
fe Hello, con il Aio participio pallino, <ti qucftq modo . 

Sono, c fono (iato , ; 

Ero, & ero flato . . ii ... ,i: ( 

Fui , c fui flato, clic non fi troua . 

Sarò, c farò flato. 

Si) tù , e d) (lato . i.ntmn) 6«nihf. ntuk 

Ch’io fia, e Ila (lato, ••••.n T:-,. .eqi:-' 1 ,, • j •.;< • .1 

S’io forti , c forti ft.no . 

Sarei, e farei il ato. i •• .. r- ■ », 

Edere , c diète (lato . 

E fuori di quelle nouc voci , moltiplicate in (è fi effe > niunafe nclro- 
uerà mai . 11 verbo haucrc , anch’egli moltiplica fc Hello , col mezo del, 
participio partimi, in quello modo. . » . ;» . i /bn 

Ho,& hò hauuto . 

Haucuo, Se haucuo hauuto . j ; .... ;'»n i;"ii ■ »om ; i 

{debbi, & hebbi hauuto, che non fi trouft^nw i!„ •• v i) ìraipib n-i 
Hau rò, & haurò hauuto . , • r! •; oiicrrut 

. Habbi tù,.& habbi hauuto . ; V:. } .osami. ìl!'5tiatl,i!’r;r ,\ir:K 

Ch’io Labbia, .& babbi A hauutq,., : t j<j , i;>i:t r. !><oicrr»a l '>it> *,<. I> 
Scio haut lfi, & haueùi hatiutg . ,ìì.h... . i; i ónci . nanfa 

Hauctei, detonerei bftuutt» tpu.mnQii.ji itVioian • 0 03 . 

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•Al Predicatore del Panigar oU . $ 5 

Hiuere , Se hauere hauuto . 

Nè altre voci di quefto verbo troucremo . Tutti gli altri verbi.ò ligni- 
ficano atrioneimmanente.ò tranfcnnte.qiTelIiche lignificano atrionc no 
Ara, che non patta in altri,fono quelli, che i G ramatici chiamano neutri* 
equcfti lì moltiplicano, col verbo risero, in quello modo. 

Vengo, e fono venuto . <> 

Veniuo, & ero venuto. 

Venni, c fui venuto . 

Verrò , e farò venuto . . 

- , Vieni , e fij vcuuro . «' 

Ch’io venga , e fia venuto . 

S'iovenifsi, cfofsi venuto. 

Verrà, e lari venuto. 

Venire ,& erter venuto . 

Nò altre voci di lui haueremo: E foli ci roderanno! verbi, che attionc 
tranfeunte dicono, i quali non bifognadillinguere inattiui , e pattifii ; 
ma batta di re, eh e rutti i verbi, iquajf lignificano attione , che patti in al» 
tri,come,amo, sbraccio, vecide, e tìmilv. turti ,i quali tutti fi moltiplica* 
nopcrtremanicre,rioò,pcrhaucnéi&'ei!ereftato . Cosi . 

Amo,hò amato,fono amato,* fono fiato amato , amano, haueuo amai 
to.cro amato,& ero fiato amarO,amai,hcbbi amaro, fui amato, e fui fiat* 
amato ( fe vi fotte) amerò, haiirò amato, farò amato, e farò fiatò amato , 
ama tù,habbi amato.fij amato,e fij fiato amato, ch’io ami, habbi amato » 
fia amato,iia fiato amato.s’io amafsi.hatiefsc amato,fofsi amato.fofsi fti 
to amato,amcrei, haucrri amato,farei avrtato, farci fiato arhato . Amare 
hauere amato,ettere amato,efTcre fiato atViafo . , i O' r 

Nè mai fi trotterà differenza alcuna, ò occ ilione, alla quale vada vfato 
il verbo amare, che ad vna di quelle veci non fi riduca: Si come mai 
non verrà, in qual fi voglia lingua.bi fogno di adoperare in qual fi voglia, 
ò tempo, ò modo, qual li voglia verbo ; Che con la praitica di dicci voci 
foli, non fi pofsa fare : E rutto quefto Irabbiamo trouato noi.mentrc in- 
torno alle regole volgari ci fiamo*affaricati . E tutto ht.bbiamo voluro 
dire, affine chc’l Predicatore, il quale hàdefidcrio di correttamente, & 
emendatamente ragionare: non folo conuerfi con ben parlanti, Se ofter- 
ui buoni aurori; triadi più ftudij le regole fatte in quello propofito da al- 
tri : E fe fatto gii viene , formi anch’egli de’ methodi da fc (tetto . Retta 
hora la purità della lingua, la quale dicemmo, che confifteua in non per- 
mettere , che nè anche vna mcnomifsima frafe (tranicra , nel noftro lin- 
guaggio fotte ardita di entrare. Il che non farà coli facile ad cfl'ere cf- 
fettuato da Predicatore non Tofcano , Tuttauia pure in quefto ancora 
gli gi olierà affai il fentire, che ragioni ben Fiorentino, e leggere indefett 
fornente Fiorentini autori, ma piu di tutte lecofe, gli farebbe fcruigio.fe 
egli à Firenze andatte , e quiui per alcun tempo, connerfando , & ottcr- 
uando habiratte : Cofa che auucrti molto bene, quel Generale minore 
otteruanrc Luigi Pozzi, nominato huomo buono,prudenrc,c dotto, che 
à nói diede l’habito glnriofo di San Francefco : pofciachc hauendo ani- 
mo d’indrizarci all’ufficio delle Prediche : in Firenze volle, che pigliai 
fimo l'habiro,c che quitti in vnconuento de frati, che turti Fiorentini 
erano, per qualche tempo dimorafsimo ; Se bene adire il vero, troppo 

breue 


J € Apparato alla Seconda parti ì • 

breuefu il tempo.chc nonpafsò lofpatiodi ere anni, e quello di più, per 
li laria maniera in altre cole occupato , che come fi vede non potemmo , 
>»cl Fiorentino idioma fare più profitto, che tanto : Ma, <Scà noi, Se à gli 
. ,'f 1 ‘/fumatori, nonTofcani infogna, che habbianograncompafsione 
1 1 ìorctini, le à poca perfettione aTriuiarao nella lingua loro: porchecfsi 
medefimi dicono , che al Domenichi quindici anni di tòpo non badaro- 
no per apparare à Fiorentinamente ragionare : La douc fe noi altri pure 
vna decina ne occupammo in quefto^non fappiamo, come cireftercbbe 

tempo d’imparare, e Filofofia,eTcoIogia,eScritmra,cScholaftica,c Pa- 

®ri,c Condili, & hiftorie Ecclcfiaftiche.e cafi di confidenza, e Canoni, e 
tantccofe, che o in tutto, òinpartcciconuicncfapece.per potere pur 
mediocremente predicare: E perauentura occorrerebbe à noi, quello 
che in V megia occorfe à vn milFcr tale, che à noi non pare bene di nomi 
narc,il quale eflendo hormai vccchio.epet anche ad altro non attender» 
do, che ad apparare puricà.e candideza di Itile; trouatolo vn eenribhuo- 
mo Vcnitiano di di que’ fodi.in fua lingua gli diiTe . Me caro tal, quan* 
do « fauri fcriuere, che Ccriucraftu ? In fomma i’arriuare àvna perfetta 
punta di Fiorentina lingua, non è ad huomo nato fuori di quel paefe co- 
la fi facile : Pero al Predicatore non Tofcano, baderà d’alfaticarfi quan- 
to gli Irudij piu graui gli permetteranno : E procurerà potendo fenza 
aticttatione,c vanita, & eccettuare le fopra da noi dette colette, di fauel- 
lare correttamente, e puramente, non altra lingua d’Italia, che la Fioren- 
tina : E tanto balli hauer detto della corrcttionc, e della purità della lin- 
gua, tcnzale quali , altri non può fperarc di farli eloquente : e delle quali 
ad ogni modo non hauea trattato il noltro Demetrio . Hora con lui tor- 
niamo à ragionare della locutiono. , , 


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SECONDA PARTE 

PRINCIPALE DELL’OPERA 

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Tarafrafc, (ommento^e Difcorp ecclefìafiici 

DI F FRANCESCO PANIGAROLA 

VESCOVO D’ASTI 

tVV ' ;,5V ’ y--- ' '«W"ùV! -, ^ Vi \£ XX. \ 

Nel libro delia Elocutione v . iy 

d 

DI DEMETRIO F ALEREO. ' 

PARTICELLA 

VlGESlMAQVJNTA. 

T E STO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

V nt autem quaiuor jìmplices mt<e: tennis, magnifi- 
ca } ornata grauis :@r quod rehquum e(ì,qu<x. ex bts 
mifccntur , mifcentur dutem non omnis rum omni , 
fed ornatd quidcm> C ?* curn tenui ^ cum magmfiCd.Etgrduts 

A tuuitn 




» 


a llPrecùcatore del Panigarola 

cadetn patio cum ambabus . Sola autem magnifica cum tenui 
non mifcctur . fed tanquam aduerfantur fibi ipfìs 3 regione 

pofìu fitnt maxime natique contrari * • qua de cattfa filai duas 
notai q uidc m ejfe bas r volunt:rehquas autem duas in medio ha 
rum.ornatam quidem tenui tribuentes magli : magnifica au- 
tem grauem. tanquam ornata in fe babeat cxilitatern quon- 
dam eleganti am ; grami r vero , molei n , magni tudi- 

nem. ‘Ridicala autem h*c ratto eft : r videmus enim prater 
dittai notai contrariai , omnes mi fieri ciim omnibus . ceu 
Homen carmina , (Sfi ‘Platonis orationem , Xenopbon- 
tu > Hero dotiy & aliorum multorum , multam quidem 
Clagntficentum permixtam habentemy multamque grauita- 

temQfi 'venufiam . quapropter multitudo notarum , tanta-* 

fit y quanta diti* eft. locutio autem nanicuique conuemens ,fìt 
buiuftcmodi quadam • 




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Sopra la 'Particella X X V_. j 





ONO le note, ò forme del ragionare 
quattro fcmphci, libato, ò tenue che 
vogliamo dire, la magnifica & alta j 
la ornata, e florida, e finalmente la 
feuera e grauCj oltre quelle, che dal 
mifcuglio delle fopradette fi generano . Nè però 
indifferentemente ciafcunadi loro con qual fivo- 
gliadelTalcrc fimifehia: pcicioche,febencil mo- 
do di dire ornato, e con il magnifico, c con il tenue 
/ì congionge lavehemcntc & afpra j non fi vmfeo- 
iio però mai infieme la magnifica e la tenue , anzi 
quafi contrarie, e totalmente oppolte fi riguarda- 
no. Onde hanno prefa occafione di credere alcu- 
ni, che quefteduc folediltinte,eperfe ftefleveie 
note foriero di ragionare, echel’altredue quafi in 
quelle lì confonde{fero,& incorporalfero, Torna- 
ta nella tenue, el’afpra nella magnifica, parendo 
loro che ogni leggiadria nel dire habbia del baffo, 
&ogni velicmenza del magnifico. Ma in vero la 
cofa noni Ita cofi , & è ridicola cofa il .tifeorrere in 
contrario di quello, che la efperienza c’infegna, 
vedendo noi chiaramente , che da quelle due m 

,poi, tutte Tal tre forme fi mifchiano infieme, co- 

■ \ “ ’’ A x u.c 



4 TriJùatore del PanìgaroU 

me nc* componimenti di Omero, di Piatone, di 
Senofonte , di Erodoto , e dc J moti , molta ma- 
gnificenza trouiamo , & iniìeme molti ornamen- 
ti e molta vehemenza ; Si che tante fieno pur dun- 
que le note, quante habbiamo detto ; maàciafcu- 
na di loro diciamo hora quale appropriata forma di 
locutlonefi conuenga. 

, eri noi,- .v; hh - rrnoì 6 < 

“ , Ij , C O M f M 


E N 


T O. 



lemma di /òpra nei pro’ogomeni , o e dtlla-i 
vniuerfale i uifune rii ttlo quello libro ragùh 
nummo , che 'Dcmttrio no.ro alla Verip t tù- 
ia in due parti , via affai breue , t l’altra-» 
molto più lunga l’bauea parti o : nella prima 
delle qual » del [oigetto di qtt /l'arte , e delle _* 
parte integranti d. I -i ha rea difcurjo ; nella ( ir • 

| ernia, la forma che ia (letto foggttto d ueua-t 
in r'dirfi , baite-** <n fubutt.ue pam d.uift , e di uaftu a di loto tonfo, 
gutn emen e trattato . 

Soggcfo era la profa tloquibile , e pari integranti di l i il membio , 
& il periodo. 

Delle qual' cof battendo borami D emiri) ngionati d baflan - 

?4j : 

Paja bora alla feconda parte p iuipale del ' opera , ouc di"a-» 
forma , eoe n Ila profa dette introiurfi , citi della eloquenza dif cor- 
rimi « 

E perche elo piente fi piò dire in prò fa f >lo coliti il qua e in q tal fi voglia 
genere di ragionar ■ eloquentemente ,1 afo à (aprii fare". 

Teiù certa prima Demetrio in qicfta partitila quan t fieno le no- 
te del dir : E co ululo che fono quattro ; 

La ma i,n fi. a, 

• La tenue , ; : 0 

La venufta , 

E la grau‘ \ 

eia Magnifica per còfeguenza ragiona dalli part.ió-fin alla 71. iella no- 

muffa 


Sopra VarùceUa XXV. $ 

tufla dalla ’ji. fin’ alla io j. dilla tenue, dalla ioj .fin'alla I Jq. E della grane 
dalla 1 jq.fiit’alfinc. Ef anche in queSla mede fima partitella, due coffa De 
netrio . Determina prima egli mede fimo quanto fieno le forme del dire , e poi 
rifiuta la opemone di alcuni, che diuerfamente ne credono. 

Dimandano queSìe forme di dire i Greci x a f a - K ’ tt, f' u che in Latino tanto 
fuona, quanto notas , in quella maniera , che nota: ancora fi domandano que’ 
Jegni, 0 quelle manbe, le quali per distinguere le rag^e,egli armenti , conm- 
focato ferro fopra le ccfie , ò fianchi de’ caualli , e d'altri animali vengono im- 
prefie,dc' quali die tua Vergilio . 

Continuogue notas,& nomina gcntis iuerunt. 

Cicerone quefie medefime dimandò rull’Oratore , ad Brutum genera di- 
Cendi, & il mede fimo formas dicendi./r nominò : E tutto benifiìmo , per - 
che infommanonjono altro quefie note, ò forme , fi non certe determinate ; ma 
varie maniere , nelle quali occorre, che il profatore babbia da ragionare , bora 
con vn modo di dire magni fico, alto, grande, piene di maeSlà,e di fplendobc: bo- 
ra in maniera più bafia , tenue.cxile , ordinaria , comune, e quafi populare : 
& altre volte fioritamente gli conuicne parlare , leggiadramente , e con molti 
ornamenti t E t ai bora grane, afpro , feuero , ardente , e vebcmentc vuol che 
fu il fuo dire -.oltre quelle occafioni, nelle quali talbora di due , e fpeffo di tre 
modi ne compone vn foto, e con eloquente mistura , due e tre generi di dire in 
vn foto raccoglie , & vnifee . Ma de’ modi di dire mifchiati ragioneremo poi . 

' Ter bora, quanto alle notefimplici, diuerfo è egli fiato nel numero loro Dente- 
trio noflrojda molti Oratori Latini , e Greci : E fra gli altri da Cicerone medefi- 
mo\il quale non quattro difie t fiere le forme del dire , come banca detto Dente - 
trio ,ma tre fole, con quelle parole : Tnafuntooinino genera dicendi, 
quibus in lingulis quidam florucrunt. E poco più bafio pure tutta I<lj 
eloquenza non d quattro, ma i tre capi riduce ,oue dice . is erit igitur clo- 
quens,qui potent parua fummifle,modica temperate , magna graui- 
tcrdicerc. Se già non volt filmo conciliargli dietndo ; che Marco Tullio fra 
due efiremi,vn Jolo me^go,ma quafi generico uolle cofiituire,il quale banca pri 
ma Demetrio più cfattamentc in due fpccie partito : cJMa qiiefio importa po- 
co . De’ quattro caratteri di Demetrio, quello che egli chiama ìrw*f- tenue 
diccndi gcnus, l’hanno dimandato i Latini . Subtile,exile, paruum,fum- 
niiHurn, prelibai, infimum, lìccum, e noi nel noflro volgare. Italiano pof- 
fiamo nominarlo, modo di dire baffo, picciolo, tenue, comune, ordinar io, e filmili. 
Quello che Demetrio nomina fit-yuAcrpivàf- i Latini tnagnificum genus, 
/ 7 ai/mo detto aaipluai,grande,graue,fuaiaiua], copiofum . E noi altri 
pofiìamo dire, che è la maniera del dire magnifica, ampia, grandc,alta, fplcndi- 
da,r licitata, e piena di maefià: il terzo carattere , che fu detto da De- 

metrio ,i Latini lu nominano gcnus venuflù,ornatù,fioridù,piftG,florés, 
concifum,cxcultum,elc.^ans,lepidum, pingue. £ noi lo pofiìamo diman 
dare leggiadro, ornato .fiorito, florido, gratiojo, dipinto, e uago. Finalmete quello 
(beDcmetrio nominò «f *j»cV latinamente fi dice, gcnus grauc, afpcrù, acre» 
Parte Seconda . A 3 vene- 


6 llPredicator dtlPafiiguroLt 

vehement ,ardens brcue. Et in lingua noflra vuol dire, feuero,afpro,vchnur.te , 
ardente, t fìntili bora veniamo d gli efiempifi quali poiché Cicerone non ha io» 
luto canate dafiJlcffo,lafciando quejla fatica à noi, diciamo che magnifica for- 
ma di dire per efiemp 'm)fra mille altre fù quella jou’egli rulla oratione prò Je- 
gc manilla volendo pcrfuadcrc che Tompeo doùefie tffere eletto capo della 
guerra, & imperatore difie. 

Vtinam Quirites virorum fortium , atque innoccntium copiam 
tantam habcrctis,vt Jicec vobis liberano difficile cflct,quen,nam po 
tiflìinum tantis rebus , ac tanto bello pnEficiendum putàrctis. Nunc 
vcròcum lìtvnusCn.JPompeius, qui non modo corum hominum, 
qui nunc l'unt, gloriam,lcd ctiamantiquitatismemoriam virtutcfu 
pcrarit^qua; res eft,qumcuiufquam animum in haccaula dubium fa- 
cere poflit? Ego cnim fic exiffimo in l'ummo Imperatore, quatuorhas 
rcs in effe opportcrc, feientiam rei militans , virtutcm,auftoritatem 
felicita tern &c. E fiempio della nota tenue pofiorm efiere qua fi tutti qne luo 
ghigne Cicerone fempliccmcnte nar ra come prò cerchia Vocia , quando difie: 

i\am vtprimum ex pueris cxccilit Arcluas,atqueabhisartibus» 
quibusatas puerilisad human ita tétti informarifolct, fead fcribcn- 
di fludiura contulit:primum.Antiochia’(nam ibi natuseftloconobi 
li,& celebri quadam vrbc,Ecopiofa, atquceruditiflìmis homimbus 
lib.ralillìmilqucfludijs affluenti ) cclenterantccellercomnibus in- 
gemj gloria contigit,poftin cateris Alia partibus,cun<fi$quc Gre- 
cia, ficciusaducntus cclebrarctur, vtfainain ingcni;,cxpeCtatio ho- 
minis expeflationemiplnisaduentusadmiratioqueluperaret. Erat 
Italia tunc piena graecarum artium . 

£ quello che feguita. Forma ornata adoperò egli mede fimo , quando prò Cn. 
Tlantio difie. 

Diilìmiliseft pecunia debi rio & gratile, nam qui pccuniam dif- 
foluitjdatim non habet jd,quod rcddidit: qui autera debet, is reti net 
alienum ,gratiamautem & qui retcrt habet, & qui habetin coiplò 
quodhabetrefert, ncque ego nunc Piando delìnatn debcrc,/ìhoc 
iolucro, ncc imnus ci redderem voluntate ipfa , fi hoc moleflia non 
accidiflet. 

E finalmente della nota vebtmttc e fcucra troppo chiaro efiempiòè quel pria 
lipio contea Caldina, 

Quoufq; tandem abuterc Catilina patientia nodra?quamdiu nos 
et furor ifìc tuus cludct?quéad Imèni lcfe effrenata iaflabit audacia. 

6 quello che feguita. Che fi da gli cjjempi Latini è volgari noflri vogliamo paf 
fare -.già ci ricordiamo che il "Bembo nelle profe fue feguitò la opinione di Marco 
T ni ho, e di tre forti di ragionare {blamente fece mentione quando difie. 

Che la Fiorentina lingua, & all • quantunque alte & grani materie dà balle 
udmente voci, thè le {piegano, & alU bafie,& leggiere altre fi, à quali due eflre 
mi quau lo fi J'odisfà,r,on è da dubitare che al migrano flato fi manchi. 

T ut lauta 


Sopra la "Particella XXV . 7 

Tuffatila in tutti quattro i generi, che Demetrio pone , cloquentiffimamcnte 
latino ragionato molti dt’ noJiri,e J opra tutti il Boccacci,il quale molto magni- 
ficamente fece ragionare à Gbifmouda in qucfle parole. 

Ma lafciamo bor quello, e ragguarda alquanto à principi 'j delle cofe. Tu ve- 
drai noi d’vna mafia di carne tutti la carne battere , e da vii mede fimo Creato - 
re, tutte Camme con eguali fòrze , con eguali potente , con eguali, vir- 
tù createla virtù primieramente noi , clic tutti nafeemmo , e nafeiamo iguali , 
ne di dinfe.e quegli che di lei maggior parte aueuano,(S adoprduan >, nobili fu- 
ron delti, & il rimanente rimafe non nobile :e benché contraria vfar.za poi bab- 
bia qu.fi a legge nafcofa,ella non è ancor tolta via, neguafla dalla naturale da 
buoni coflumr.e perciò colui che virtuofamente adopera, apertamente fi mofira 
gemile, e chi altrimenti l chiama, non colui che è chiamato, ma colui che chiama 
commette diffetto. 

1 iù frequenti in lui faranno gli esempi della nota tenue, poiché quafi tutto 
le nouelle di quefia fono compofieicome oue dice . 

fu in T/floia nella Famiglia de'Vergellefi vn'Caualiere nominato Mefier 
f rance fio , Intorno molto ricco efauio ,& auucduto per altro;ma auanjfimo 
fenza modo . 

fi quello che feguita . Si come molto vago fù il ragionare di lui , quando 

iiffe. 

Cjiì per tutto haueail Sole recato con la fua luce il nuouo giomo,egli vcclli sù 
per gli verdi rami cantando piaceuoli verfi,ne dauano à gli oreuchi teflimonia 
Za, quando parimente tutte le donne, & i tregiouani leuati fi, ne’ giardini [e n'en 
tra rono,e le rugiadofe bei be con lento paffo fcalpitàdo,d’vna parte in vn’al tra 
belle ghirlande facendo fi, per lungo fpatio diportandoli andarono . 

E finalmente effempio di nota finterà & afpra pojjono e fiere le parole di Ca 
Itila à 'Ricciardo; ma da lei creduto il mari to,quando difie. 

K^ibi quanto i tmfirala fortuna delle donne . 

E quello che feguita: E tutto quello à propofito delle quattro note femplice- 
Wtcntc pnfe:‘Dclle quali due ve ne fono, dice ‘Demetrio, che fi mifchiano mai in- 
ficine; E dice verijfimo , perche non i poffibde che il mede fimo parlare fia alto, e 
bafio infume, e magnifico, e tenur.ma del re fio accade bene fpejfo, che il mede fi- 
mo ragionare magnifico fia fiorito ancora, & altre volte che infume con la ma- 
gnificenza babbia l’afpre^a : Si come baiamente ragionando può altri in- 
fume t fiere fecondo le occorenze , adornato, cd afpro : Della magnificenza 
congiunta con ve nuftà egrauitd ejjcmpi ce ne danno in molti luoghi, ( dice De- 
metrio )i componimenti di Omero, di Tintene, di Senofonte, e di E rodato : ma à 
noi e nclU Latina, e nella italiana nofira lingua cfftmpi ugualmente chiari nò 
ci Inficiano mancare Ha co Tullio, & il 'Boccacci, dr‘ quali quando (ftceronc lo- 
dando ’TomptoneHa oiati nepc > Jegc a. ani Ila il uff. 

Quis hoc ho .iiac fcieutiur vi.q uan. aut fuit,aut effe debuir? qui e 
ludo atq; puerili^ ,difciplu;a beilo uiaximo atq; acerrimi* holhb. ad 
patm cxeicitum,atq; in inUiLsc ducipJinàpiofcftus eli, qui cxrrcma 

A 4 pueri- 


8 II Tre dicitore del P.imgirolx 

pucritia mi Ics firn lumini imperatore, ineunte adolefccntia maximi 
ipfccxercitusimperator.Qui iàe aius cu in hofte conflixit, quam qui- 
fpiam cuin inimico concertami , plura beiJa gelfit , quamalij concu- 
piuerunt : cuius adolcfcentia ad lcientiaw rei militaris , non alieni* 
pr^ccptis , l’cd luis iruperijs,non oficnlìombus belli^ied vi&orijs, nò 
ihpendijsdcd tnumphis eli tradita. 

Tronfi io certo come à maggior magnificenza maggiori ornamenti poteffe - 
roeficr congiunti: Si come il principio dell'oratione contea Catilina , per non 
moltiplicare horamaitffempi fuora di propofito, magnifico è infieme,e feuero : 
e nel "Boccaccio ,afpro e tenue infieme è il ragionamento delia Catella .-e con te- 
nuità congiunti fono gli ornamenti, che dal principio delia Jeconda giornata al- 
legrammo in quelle parole. 

(fia per tutto baueua il Sulr.&c. 

Si che non è vi ro quello che ale mi credono , dice Demetrio , che la vcnufU 
nota fia parte delta tenue , e la grane della magnifica : an\i di flint iffime fono 
vna dall'altra, e fc bene fi mifehiano talhora infume , comehabbiamo veduto , 
le fimplict note nondimeno per fe (le fi e confida ate quattro fono , e quattro h ab- 
biamo à tener per fermo ch'elle fieno . 7 fi però altri argoment. aggiugne De- 
metrio per moflrare , e he ledette note fimphei fieno quattro . dia tuo ne ag- 
giugneremonot , che ci pare fortifjimo- iioè che quante notefimpliii vitio/c , _# 
fi nt tonano , tante virtuofe J empiici bi fogna , che fitrouiuo ; daciafcu- 
na delle quali vna delle ritiofe pigli origine : ma quattro vitnfe nottc'm- 
fegnarà Demetrio, e la fperenza mede finta : che fono del freddo , dill'a- 
rido , del cacozelo, cieli' miccoro , dnnfuc quattro notte virtuofe Jcmplici 
bifogna dare, affine che dalla magnifica naf a la frigida, dalla tenue l'arida,dal 
la venufia il catorcio, c dalla grane /’ indi coro . b già di tutte quelle ragionerà 
Demetrio à luoghi loro: e vedremo che il troppo magnifico dà nel freddo , e che 
quando altri cofe pie ciole vorrà magnificamitte pronunciare, 

Parturientmontcs,nafccturridiculus .. us. 

Si come in contrano,artdo è d dire, nel quale cofe alte troppo grettamente ra 
giomamo: Cacozelo oue la vi nufla troppo afflata riefce,eftiracchiata: E final 
mèttjouc !> efiereafpri,trooooafprt,e troppo feueri ci dimoilnamo;neli’indeco 
to diamo, che è il quarto vitto' Ma come hò detto di quelli à fuo luogo.Fra tanto 
b lliffima è la proportionc fra la lingua, e la vita degli huomini, e pare appuro 
chequi te fono le note del dire, tante, nè pili nè meno fieno U- maniere del vtuere, 
tgliflati delle perfine humanr: ? ercioche tutti quelli che viueno,ò perfone e fi* 
ti magnifici rapprefentano ; Come Scnatori^rtn ipt, Capitani, Tatritfi , Ma. 
trcnc,c tali:0 fiati tenui e ba[h,come (Ricreanti , Cittadini , Tlcbe , e filmili : 
ò vaghi e fioriti, come Giouinetti, Donzelle, Verginelle, e di quella forte : O 
finalmente vita afpra e fruirà v tuono, ò Jouercbbono vtuere, come Capocchi, 
Captici ire, oficruanti,& in fomma tutti t Heligiifi e le re’igiofc. E quella che_, 
tccrcfie la b licosa di quello p enfierà è che anche i vitfi corrifpondom e fi come 
nel ragionare à ciafcuna delle virtuofe iute vicino i vn vitiojo molo di dire, \ 


S oprala Particella XXV, 9 

toftnclvìuere fiumano aafiuno de’ quattro flati afsai vicino è à precipitare net 
fuo vitiofo oppotto : (fonilo fiacofa che : (hi troppo magnificamente oltre il fuo 
flato viue , dà nel tronfio e vano : che rifponde apunto al freddo r.el ragionare : 
Chi troppo Unitamente., e baffamentc viue nel gretto cfpelorchio dà , che ri- 
fponde all’auido : Chi troppo affettatamente fi pulifee CS orna ; come Je va Ca- 
uaglierc fi lijiiafje , nel Ganimede dà, e nel Tfarafo , che i il caco^elo delviue- 
rc:b finalmente oueifèueri troppo fpreggiati fono, com’era Diogene Cinico nu- 
do per le flrade,ò come farebbe vn ( apucnno,ihe per fouerchw difpregio mo - 
ftrafie nude alcune di quelle parti, che ioprire fi deuono, quefìo tale viuendo da- 
rebbe nell’ indecoro, come lo faccia altri parlando: E iiquejla maniera fi vede* 
quanta rijpondinza habbino le forme del vuicre , con le noie del dire- nifi ar- 
gomento fc ne può iauare,cbe come quelle jono quattro per apunto, co fi benifft- 
mofece ‘Demetrio, quando nel numero del quattro determinò le forme del ra- 
gionare. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


N On haucremo molta fatica à ritrouare Ecclcfiaftici autori,i quali 
in materia d’elocnrionehabbiano di quel medefimo foggetto c 
ragionato, c dati infi-gnamcnti , del quale in quefta particella-, 
tratta Demetrio , poiché Sant'Agoftino medefimo nel libro quarto 
delladottrinaChri diana per dieci Capitoli interi «cioè dal 17. fin’ al z7* 
d'altro non trarrà che delle note del dire : c quello con tanta abbondan- 
za , coli de’ precetti , come d’clfcmpi, che forfi d'altra materia apparte- 
nente à retorica non ragionò egli mai tanto difTufumenre . Et in ve- 
ro come fono molte, cofi fono belliflìme lecofe che egli dicejma per- 
che non totalmente con i pcnficri di Demetrio pare che concordino: 
Però ridurremo noi prima in compendio e fomma rutta la Dottrina di 
Sant’Agodino à quello pr ipofiroic poi delle diffcrcnze.c delle concilia 
tieni ragioncremo.Egli (per farli vn poco più da alro) nel cap. 1 z. d< l fc- 
pradetto libro dcdottrinaChrifliana , cercando quali hauefiero da edere 
i fini dcll'orarore, s'accordò con Cicerone à dire , che eloquente era co- 
lui , il qu ile trecofepoteua fare, cioè infi gnare, dilettare, e muoucrt-». 
E le parole medefimc di Sant'Aeodino furono amiìc.Dtxit ergo qu’dam e- 
oqu ens &imnm dixiuita dii ere debere cloquenf ut doceal, ut diteti et, ut f lettati 
Don le addidit.Docet e neceffitam c fi, deiettare fuanàatis flettere uillorix ■ Ned 
contentò folamer te che all'oratore Etnico quelle cofe conuenidero, ma 
jui à poco, cioè nel Cap.i j.conchinfe che le medefimc all’eloqùentr ec« 
eie da di co ancora coirne ni nano, di cendoioportrt igitur eloqucntcm Ecclcfta- 
fln ii quand i fu 1 det aliquid quod agni tu efi,»on Ioli duce eut infima: & dilettare 
tctencat^uerù etum fL tlere in u ntai Palilo poi com’habbiamo detto nel Ca. 
I7.à ragioi are d PenoredJ d epequaMcóil nomevfaroda Cicerone 
domandò genera duendt ,& anche conforma doli nel numero cóC ; cerone» 
È nòe n Demetrio rre fole d dr <*hc erano, anzi allegò Cicerone medef! 
roPjC dure che Romani auflur , Lq«j/,haùcua dette quelle parolc.tr ifimttk 

eloqutnt 


IO Jl Predicatore del PanlgaroU, 

eloquens , qui poterie parua fubmijjc , modica lem, trote , magna granire, dicere . 
Chec vcnllìmo come habbiamomoltr.no nel commento, che Marco 
Tullio lo dille , quando tre note folcinfegnò rir rollarli nel dire, tenue , 
temperata, e grande. Ma non lappiamo già fefia cosi vero quello che 
foggiongc Santo Agoftino , cioè che Cicerone per quello formò rre no 
te di dire , perche refpondclTero per apunto ciaicuna di loro ad vno de* 
tre fopra nominati tini del dicitore: In modo , che per l’infegnarc egli 
folcile .che hauelTe à fcruire la nora tenue , per dilettare la temperata , 
per muouercla grande : ad bue trio, dice egli , idejfvt doceat,vt dcUtlet , 
vt fleti at , ctiam trio illa videtur pertmere voluiffe idem tpfc Hgmiam autor eloqui ] , 
cum itidem dtxtt . Is tgitwr crii eloquens qui poterà porno fubmtffe , modico tempera 
té , magnagranditer diccrt: tonqiiam fi adderei tlla ttiom trio: &■ fic explicuict vuì 
tandemque fenteruiam , duetti : h igirur crii eloquens , qui vt doceat poteri! parua 
fubmiffe , vt diteti et modica temperati , vt fleti at , magna granduci dicere. Chec 
come li vede ingeniofocommmentoalle parole di Cicerone , ma non 
Tappiamo fe lia conforme al fentimento di lui, noci rifoluiamo cosi (i- 
curamente à credere , che Cicerone à quella fufficienza habbia voluto ' 
rcllringcrei generi del dire, che di loro il tenue ad altro non porcile fcr 
uirc.chc adinfegnarc,il temperato à dilettare, il grande à muouerc: c 
dall’altro canto,che nell’infegnarc altra nota di dire non poredimo vfa- 
rc, chela tenue, nel dclcttarela temperata, nel muouerc la grande. Se- 
guita poi Santo Agoftino, dintorno à quelle parole di Cicerone parua, 
modica.magna; dice, che nè giudici; torcnli parua, fi diconoquando fi trat 
tano giudici; di co fc pecuniarie : magna quando fi tratta di cofe capitali; 
modica , quando non fi parla per difendere ò robbe , ò vite ; ma fimplicc- 
mcnte per di Iettare chi afcolta . Intanfii fotenfilus ea parua du uni ur , vbide 
rebus pecmuarijs indù ondimi csl : magna 1 bi ac [Jute ac de capite borni» imi ,ea e 
rò vbi tnhil horum tudu andurn efì nibtlq ; aguur vi agat . ftuc dtfern.it , fed can- 
turr.modo vt dcUtletur , auditur mter vtrxnque quafi media, & ob hoc modica , 
boccHmoderatadixerunt. Che fc folle vero , per le cofe dette di fopra fc- 
guirebbe in confcquente, che nelle caufe pecumaric non fi potelfc vfa- 
rc altro Itile che tenue, nelle capitali grande, nelle altre temperato: Ma 
quella regola, fogiongc S. Agoftino nell’Oratore Ecclcfiatlico.non può 
valere, il quale non tratta mai ncq; parua neq; modica * ma fen.per magna.t la 
ragione è, perche trattando noi altri Eccleliaftici tutto quello, che trat- 
tiamo a fine grandilfimo , che è di tar guadagnare la gloria celeltc , e di 
far fuggire le pene infernali , fotto quello rifpetto con fidcratc anche le 
pecuniale cole, e le più picciole, ruttegrandiflìmediticneono . 

In iflu autem noflris , quandoquidcm omnia maximè , qup dclocofupcriorc po 
pubi duimus ad bominum j alutem nei temperar iam Jtd miniar» referti delirimi 
vbtetiamiauendustjì , Ateinusititcnius , on uu n ap nafunt qiue àicimus vfque 
ad co , vi nec deipfts pct untatili i cl us, rei aiquirtncUi vtl anuticndis parua v uteri 
debeant , qua Dottor luU/iafiuus dici t , fluì fit tlla magna , ftuc parua pei unitui . 
Nè però ( dice egli) perche tutte lecofechc noi trat amo.ficno grandi, 
e perche habbia detto Cicerone , che magmi gra»ditcrdiiercoportct,T . iremo 
allretti à non vlare mai altro genere di dire che il grande: Anzi le me- 
defimc cofe grandi, che tratteremo hora con grande, hora con picciolo, 

& Ilota con temperato modo di r.igionare,haucmo da trattare . Eia 
tegola penderà da tre fini, che hauemo nel dite; che faranno non più 

infc- 


Sopr* la Particella X X V» II 

infcgnare,dilettare,c innouerc,mainfcgn3re,lodare, e biafimare, c per 
fuadere , ò dilfuadere : Di modo che quando infogneremo , fempre vfc- 
remo lo ftilc tenue , quando loderemo , ò bialimcrcmo il temperato , e 
quando pcrfuadcrcmo, ò diduaderemo il grande. 

Et cum dottor ifle debeat rerum dottor effe magnarmi, non femper eas debetgri 
diter dicerc , fedfubrmfjì cum alt quid docciar , temperatè cum ali quid vituperai ur , 
a ut hud.itur , cum vero diquid agendum efi , & ad cos loqmmur , qui hoc agere de - 
beni , ncc tornea volunt , tutte ea- qua magna funi , dicendo juntgranditer , 6' ai 
flettendo! animo s congruenter , & altquando de vna e ademque re magna , & fub- 
mifsè dicetur , ft docciar •• & temperatè fi pr&dicatur , & grondila fi auerfus inde 
animus vt conucrtatur tmpclUtunSihk di più da auucrtircin quella dottrina 
di Santo Agoltino, che egli ouunque parla della nota grande , intende 
della vchcmcntc,& afpera: E che ua vcrò , lo dice egli mcdefinio 
con quelle parole : Grande dicendi genus violenta animi affctlibus acceplum csl. 
Olire che tutti gli elìcmpi ch’egli adduce di quello genere fi veilc , cht-> 
non magnifici lono; ma feuen , & afpri .E finalmente fe bene egli con- 
cede la miflura de’ generi fra fcllclli; fi vede nondimeno, che egli 
non inrende che la medefima parte del ragionamento polla edere infic- 
ine di due , ò di tre note : ma che in vn’longo ragionamento non habbia 
moi dare fempte nella licite nota ; ma à palfare hora à quella bora à 
quello perleuarc lafatietà à gli afcoltanti .'bfec quifquom prater difcipliitom 
effe exi siimct ilio mifeerc, imo qu.inquan congrue fieri poicH omnibus generi bus di 
t'ho variando eìl : Tfam quando prohxa eflan v no genere , rnir.us delìnei auditori: 
Cum vero fit in aliud ab alio tronjitus , etiam fi longius efl,decentius prcccdit orano* 
Che fc nel Capitolo X X. egli concede , e da clfcmpio di prouarc , che-* 
la nota grauc alle volte riceuc inficine qualche ornamento ; non però in 
quello riconofcc egli millura di note: anzi volendo che detti ornamen- 
ti, non artificiofamcnte ma quali per accidente exwrerù, come dice egli, 
le occorrono , foggionge , che elfi come grauc , cnon come ornata prò 
duce l’clfetto luo , in quella maniera , che vna fpada dorata , perche è 
fpada, taglia , c non perche c doraca : Idam fi aurato gcmmaloquc ferro sur far 
tis ometter, intenti fjìtnus pugnx agii quidem tllis arnis quod agii , non quia fpeciofa, 
fed quia arma funi .E queltoin foni ma è tutto quello clic di quello fugate 
to delle note del dire ragiona lungamente Santo Agollino nel fopradcc 
to luogo: e che, fc ci penfiamo bene ad orto propofitioni fi riduce. La. 
Prima che le note del dire fono tre fole . La Seconda, clic fono tre per ri- 
fpondcrc a tre fini dell’oratore, perche la tenue fpctra all’infcgnarc , la 
temperata al dilettare, la grande al muoucrc . La Terza, che ne giudici; 
forenfi le caufe pecuniaric trattano cofc picciolc con nota tenue, le ca- 
pitali cofe grandi con nota grande, le altre cofc mczanc con nota tempe 
raca.La Quarta che i Dicitori Ecclcfiallici non trattano mai cofe ne pic- 
ciolo , nc mezzani , ma fempre grandi. La Quinta, che le medefimc co- 
fc grandi, tuttauia con tre note hanno da trattarli . La Sella, che quello 
conforme à tre loro fini hà da farle- : con nota tenue quando infegnano, 
temperata quando lodano ò biafimano , grande , quando fuadono, ò di 
fuadono: La Settima, che nota grande è quella , che è vchemcntc & im- 
peruofa : L’ottaua Se vltima, che i generi del dire habbiamo noi da mifi- 
chiare col palfare hora all’vno di loro, &hor’aIl*altro.Propofitioni, che 
pcc dire U vero à primo tratto non linianno cosi di fodisfare à chi pof- 

fiede 


Il 11 Predicatori del PanigaroU 

fltdc bene la materia delle note del dirc:et cialcuna di loro>parerà,ché 
patifcaalcuna importante contradittione . T u ttauia fi vogliono le cofe 
tic’ valcnt’huomini e fanti modeftamente interpretare, c quelle propoli 
rioni in particulari fi poflono tutte à giuditio nofiro coinmodamcnte 
faluarc. La prima, che tre fole fieno le note del dirc,,verò c, che difeorda 
da Demetrio , che ne pone quattro , ma accorda con Marco Tullio , &c 
altri , i quali ne pongono tre fole , c laconciliatione fi può fare in quel 
modo, clic habbiamo detto di lopra nel commento di quella medefima 
particcllaiLa Secóda.chc Cicerone habbia polle tre note, per corrifpóde 
re à quc’tre fìni,infcgnare, dilettare, c muoucre. non lì hà da intcdcrc co 
me pare che filoni , cheallo’nfcgnarc non polfa feruirc fe non la tenue , 
al dilettare la temperata , al muoucre la grande ; mache fc bene tutte à 
tutti i fini feruono; per vna certa proprietà nondimeno, più dell’altrc al 
Tinfcgnare fcruc la tenue, al dilettare la temperata, al muoucre la gradc. 
La terza , che ne'giudicij forenfi le caufe pecuniaric fieno tenui, c quel- 
lo che Arguita , s’ha da intendere come habbiamo detto hor hora dc’tre 
fini, non che nelle caufe pecuniarie altro Hi le non fi habbia da vfare che 
tenue; ma che quello più dcgl’altri vi fi adopra.ecosì de gli altri due: 
Della Quarta propofitionc, e della Quinta ciò fono , che il Predicatore 
non tratti mai fe non cole grandi:&chc nondimeno le habbia egli à trac 
tare con varie note.ci riferuiamo a ragionare nel difeorfo della particel- 
la feguente . Tj Sella, che le tre noltrc note alli tre nollri fini,habbiano 
da fcruire, in quella maniera fi hà da ifporre, che nella feconda propoli 
tione de tre fini dcH’Oratorc Secolare, habbiamo efpollo . La Settima, 
che grande nota fia l’afpcra, vero è, elicè propofitioue, che non concor 
da con Demetrio, ma poiché fi difeorda nel numero, poco rilcua, fc San 
to Agollino per grande , ò la magnifica pigli, ò la feuera : E finalmente, 
ouc la ottaua propofitionc dice ,chedavnanotadobbiamovariarcfpef 
fo,c palpare ad 'altro; Polliamo dire che non per quello nega Santo Ago- 
ftino, che anche vnamedefima parte polfa riceuerc più note inficine, 
mache oltre quella miltura, ci cflbrta ancora à far qucft’altra , di anda- 
re palando hora ad vn genere di dire, Se hora ad vn altro. E così fenon 
fiamo errati, ci pare che quanto dice ingeniolìllìmamcnre quello Santo, 
polTa molto bene faluarli : il quale pcrciochc delle fue tre note hà dato 
c nelle! fcritturc.c ne’ Santi Padri, clfempi bcllilfimi, farà bene che 
godiamo noi hora della fatica di lui , e pcrciafcuna delle dette tre ma- 
niere di ragionare vediamo alcuno de luoi c (Tempi : Che poi c per quel- 
la quarta nota che rellerà ; c fe ci piacerà , anche per Poltre potremo ad- 
durne dc’ritrouati da noi medelimi.Egli per la nota tenue dalle fcrittu- 
rc porta quel luogo di San Paolo à Galati al 4. 

Scriptum efi cium, quod Abraham duoi film bàbuit, unum de aiutila & unum 
de Ubera ■ S ed ille qui de anelila fecundum carnem natus ejl , qui autem de libera per 
refi orni fjionem , qux funi in allegoria . Hate emm funi duo tefìameuta , l'num qui - 
dem in monte Sma in femtmm redigens , qus. di .Agar . Sina emm moni ejl in 
Arabia , qui comunità eH buie qux nunc eit Hierufalem,& Jcruit cum filili fuis. 
Qux autem furfutn c/l Hierufal em libera cfl,qux ejl matei nojlra . E da Dot tori 
lagri due clfempi adduce, vno di San Cipriano, l'altro di Santo Ambro- 
gio : Il primo lo cauacgli da quel libro di S. Cipriano , oue fi difputa de 
Sacramento Calicis: c le parole fono quelle. 


StfrAU.PartuelU XX V\ ^ i$ 

•’ Adnionitòs autcm vos fciatis , ve in calice offerendo dominici tradì» 
rio feruerqr, ncque aliud fiat à nobis, quàm prò nobis Dominus pi ior fe 
cit > vt calix, qui in commemorationcin cius offertur, vino mixtus otfe- 
ratur. N-amxurq dicatChriftus ego fuinvitis vera, fanguis Cimili non 
aqua eli vtiqite.fcdvinttm. 

E quello che feguita : 11 fecondo di Sant’Ambrogio nel libro primo 
de Spirito Tanto, e tale. 

[Commotus oraculo Gedeon cum nudiflet , quod deficientibus licer 
populoruvn millibus,in vno vcrò Dominus plcbcm fuam ab holl bus li- 
Dcraret.obmlir hxdum caprarum,cuius carncs fecundum prxccpta An 
gcli,&r aaima fiiprapetram pofint,& ea iure perfudit, qua: fimul ut vir- 
gxcacuminc.quaingcrebat Angelus Dei contigli, de perca ignis empie 
atque ita tacrificium,quod offerebatur confumptum eli.] 

E quello quanto alla nota tenuciEcria temperata poi pure dalla ferie- 
cura c da Dottori caua egli cflempi: dalla fcritthra nella Pillola à Roma- 
ni al n.in quelle parole. 

[Habcntes dona diuerfa fecundum grafia, qua* data eli upbi s,fiue prò 
phetia fecundu règulam fidei, (ine minillerium in miaiflratvio, fiue qui 
clocet in do&tina, fiuc qui cxomturmexartartonc,qui tribali in Ampli 
ci tate, qui preeltinfollicituaine,qui mifcrcturin hilaritatc : Ditedio fi- 
ne fimulationeadio habemes ìtaJfi.adhatrcntcs bono.cjuritatc feruen- 
tes, Audio non pigei^f pidicu feruentcs, Domino feruicnus j Off gauden* 
tcs, in tribulauone pauentes , orarioni inflantcs.necdluaribus fatelo- 
rum comimmicantes.hofpitalitatem feelantes. ] 

E dottori fagri prima da Cipriano nel libro de habiru virginum. 

[Nunc nobis ad virgincs fermo ell,quarum.quo fubiimior gloria eli, 
maior & cura.Flos cft illc ecclefiaftlci germinisi deCus atqj ornamétum 
grafix fpirirualis: lxtaindoles laudis ik hónoris,opiis integrimi atq; iu- 
còrruptù;Dci imago refpondens ad fandliinonià Domini, illullrior por- 
fio gregis ChriftiiGaudet per ipfas.atq; m illis largiteli florccfan&x ma- 
tris ecclefix gloriofa .acunditns.quatoque plus gloriola Virginitas luo 
numero addir, tanto plus gaudium matris.iugefcit.] E poi daS.Ambro- 
gionel lib.i.purc de Virginibus. [Virgo crarnon folucorpore.fcdctiam 
mcnre,qux nullo doli ambiru fincerù adulterare t afFcdhiDi>cordc humi- 
lis? verbis grauis, animi prudens, loquendi parcior , legendi (ludiofior ; 
non in incerto ditiitiarum.fcd in prece pau pena fpein reponens, intenta 
operi, uerecunda krinoni,àtbitrù mentis (olita, nó hominem fed Deum 
quercrc.ndltum lijdere.bcnc velie omnbus , afliugere maioribus natu , 
\qualibus non inuidere.tugcrc ia&anuà.rationé fcqui, amare uirtutem. 
Quando illa nel vultu lxlii parentesi quando irrifit debilcin? quando vi 
tauitinopc? Eos folos lolita cxtiisucroriì inuiferc.quos mifericordianó 
erubefciret,neq; preterirci vcrecundia.Nihil toruum in oculis,nihil in 
ueibisprocax.nihil in a&uinuerecundu.non gdlus fraótior, nó inceflfus 
folti tior,non uax petulanrior,vt ipfa corporis fpccics,funulacrum fuerit 
mentisi figura probitatis.] Et è da notare quello che foggionge S.Ago 
flino (landò tuttauia nel l'uo penficro di proportionare le note à i firn , 
cioè che Cipriano & Ambrogio ne’ foptadetti luoghi della téperata no- 
ta fi ualfcro.perchclodauano fidamente la verginità, che fel’hauclfe o 
perfuafa.non il temperato gcncie di dire haucrcbbono adoperato, m. il 
grande . [ Hxc aute proptetea m excplo huius tcpcrau gcnus polii i , qui 

non. 


14 Jl Tredicatore del Pdhigarobt 

non hicagit vt vìrginiraté voueant,qux nondù vouerunt,fcd quales erte 
debcat.qux eavot? funtrNavt aggrcdiatur animas tatù ac tale propofiti 
grandi vtiq; dicendi genere dcbetexcitari Sfaccendi. Finalrncte perla, 
nota grande,chc fecódo hii;&nZa dubbio c la vehemétc,pui caua egli 
fcmpi dalla fcrittura.c da medefimi CiprianoSc Ambrogio, Dalla (crii— 
tara à Romani air8."[Qiiid ergo diècmus ad'hUcJfr Deus prò nobis.quis 
cétra nos?Qui proprio filio non pepcrcit , fed prò nobis onvnib. iradfdift 
illmquomodo non etià cù ilio nobis omnia dodauit.’Qms accufabit ad- 
nerfns clcélos Dci?Dcus qui iultificaff’Qyis eft qui condcmnctiChriftua 
quimòrtuuscft.magisauróvqui Sf refiirrcxit.quisellin dextraDci , qui 
Sf interpellar prò nobis.Quis nos fcparabir à charitate Chrilttf Tribui *• 
tio,an onguftiahmjpfecotio'm famfcsyannuditasìanperioulù.an gladms) 
Da S.Cipriarto«ontrtle<donnc cheli pingonoepn fuchi. [Tu recatili 
mas impune datura tua improba teinttrkaeis audaciàm, Dei artificis effen 
fain?Vr.n.impudica circihomùics.Sciqcolla fucis Icnocinantibus né lis, 
corruptis violatifq-, qux Deifunt peior adultera detin^ns . Quodorna, 
ri te putas i Quod patos lopnì impugairioDiuini opens.preuancacióeft 
veriratri.]ft»da6.Ainbrogioinctincdcfiinafoggcttoncl li.t.de Virginib. 

[Mine dia nafeuptur incétmavitiarùjvt qu£litiffcoloribus ora depin 
ganr,dù viris difpliccrc formidùe,Sc dq adulterio, vultus, medi tapi t adul 
ter hi caftitaris.QuatahecaìnemiftyefSgiémuurenanirxjfigura quererc? 
Se dii verétur maritale nìdiciùjpcrdiclmrnt fuù.Prior. n.de fé pron Sciar, 
qux cupit mutare q> nota eli ira dùalij-ftudcr placecc.prius ipfa libi difpli 
cet.Quc iudicé mnlier vcriorc rcquicinus deformitatis tu;, qui te ipfam 
tcvideritimes?fipulchracs,curabfcotidcris?!i dcformis,cur te formo- 
fam erte roctiiis,necru;confcictic,necalieni grana erroris h»bitura?ille 
.n.alterà diligit,tu alteri vis placere.Sc irafceris li amctaltcra,qui aduli? 
rareinte docetur.Mala magi lira es irtiucix rux, lcnocinari.n.rcfugit cria 
qux<paua di lenoné,Ac licci «ilis ma licr,ndn alteri tu quii libi pcccat.To 
lerabihora prope modù inadultejciocrilninafuntvibi.n.pitdicitia,. hic i\a 
tutti adulterarne Che fe à quello propofito vogliamo pure ftilc vchema 
re aduerfus mulicrcs ambitioltus fc feornantes.Ecco Gregorio Nazaze 
no. [Quin pothis é mulicros.fi natura: beneficio, formx clcganua vobis 
cònccìnTcll;pigmctis ca ne odculratctucrù pura ca fuhs maritis cófcrua- 
re,ntc procaccs.Scimpudicos ocujos.alijsquibufquam inijcitc.Oculos 
quippe cor nefaric fequi folet-fìnutité pulchtitudo uobi.s à natura nega- 
ta eli feconda deformitatc fugnc.Sic.n.ptricliiimdi né ca uoco, qux mi- 
nibus atq;artecóparatilf:pulchritudinfinqiià cain.qux à terra produci 
tur.atq; à triuialious mulierculis.S: quiete paucis obolis cmi folet . Pul- 
chritudinc inqua.quxabllcrfa in terra rfhnc,ncc ad rifiuti confiilcrc po- 
eell,fimulatq; ctFunor lxtitia gemis totasfolucrit, qu.T et lacryniarù rimi 
lis proditur, Se humido timoré,gullifqi exiguis a dco labcfaélariir.atquc 
dclenir,utgcna,quxprius grandinio quoda nitore prxdira crat, cadere 
pèrtte,non fine magno honnnù rifu bicolor*fubatra,inarmorca,nigra, mi 
nioq; tindla appareartNó ergo te pudetpulcliricudioc qux ta tacile prò 
di atq; obliterati potcll,retincre.Àtqui h;cnó funt tuisucms,motuq;pr; 
difisconucniùnob ìdq; turpe, & flagitiosùtibi eli portatile forma inul 
tifq; modis debile habere.Sic alterù corpus Dei erti alterù manus : illud 
Vctus.hocnouù acrcccs.Dccus pratù quoddà circ>d upliccs florcs ìucun 
dos nimiru.vicj/fiinq} jngratosA'.inau.cenos fcrcs,aut vdlé quidam H 
. - colore. 


^' SoprakfirtKelU XX'X . M 

tòlbre.pluribus zonis tratti Quocirca pi&fi,^; fucati n> Corpus, vcl fuge 
vcl confccua:nec turpe atq; oblcxnum cibi forma: ad iumentuni afciiTc . 
<^cjid enim alioqui agis,qqam quod Pcnelopcsinftar,telam noctu fphiis 
inurdiu tcxjs,intcrneque Hccubam»pxternè Balenati! rcfers. 
u Ma anello fia detto ijicirfétcmcnte, Horahaucndo S.Agoftinocótnol 
lo giudizio dati eflcmpi delle note del dire , pqr« che -noi di quelli ci do- 
Ufiéfiiocontentarc,nè affaticarci in affurrede’ quoui . Ttimuia perche 
Oue cglrcon Cicerone ere generi foli hà pofti.fubmiffum, rept ratum, Se 
grade,noicóDemecrio mettiamo quattro note.iiiagnifica.ornata.teniic. 
Se afpra, fari pur bene clic di ciafcuna di loro diamo noi ancora , c nelle 
fcrirturcfagre,ene gli autori ecclcfìaffici.cosi Italiani come latini alcu- 
ni efscpi.mapiù breuicìic fìa potàbile, c cofi vicini vno all altro, che dal 
loro confronto* appaia fubito c molto chiaramente ladiftln&ionc delle 
quattro notcJEprimieraméce nelle fcrirturc fantc:Nora magnifica, èque 
Ita. [Multifaria mulcifq: modis ohm loquens Deus pacrib. in prophetij, 
nouitàmè dieb. illis loquutus eft nobisin filio,qucconftituit hxredévni 
nerfori.perquc fccit&lxcula,quicuin ficfplendor glori?, & figura fub- 
ftantix ciits.portanfq; omnia nerbo virtutis fux,purgationc peccatorum 
faciens.fedecad dcxtera maieftatis in excellis, ramo meliorangdis effe- 
&us, quanto differcntius prx illis nomcn hxreditauit.r] Venufta>& orna 
Xacqucfta. [Vulnerali cor mei forormea fponfa, vulnerarti cormcum 
in unooculorù tuprum,& in vno crine colli tui: Quapulchrx funtmam 
mx tux forar me» fpófa.pulchriora lunt vbetar tua vino,& odor.vngucri 
tortini tuorii fuper olunia aroinutai Fauus ditbllans labia tua fponfa, mel 
& lac fub lingua tua,& odor vcftitBcn tori tuoru,ficùt odor cliuris. Hor- 
tusconclufus, furor mea fponfa,hortus conclufus.fons fignatus. Emiflìo 
ncs tux paradifus malori punicoruin cum pomori fru&ibus. Cy pri cuin 
nardo, nardus,& ctocus,tiftula & cinnanioinuih,cù uniuerfis fignis libar 
-ni,mirrba,S:aloecu omnibus primis vngucntis.Fons h ortorum, puteus 
aquari YÌilcoriue«i,qux fluuntimpefu de Libano.] Tcnucc quella, ut 
i. [Fedina ad m? venire cico.Dcmns.n.mc reliquie, diligcns hoc foculil, 
& ai>i;tThefralonica.CrejcwisinGaJachii;Tims in Dalmatiam : Lucas 
eft rnecum fplus:Marci allume,*: adduc redini, cft.n.mihi vtilis in mini 
fteriu.Tychicù autem mifi Ephcfuiru Pcnula.quam raliquiTroadc apud 
Carpum venicns affer tecum,*c libros.maximcaurcin membranas.] 

E finalmente Teucra & afpra c qucrta.fVaegenripeccacrici.populogra 
ui iniquitarc,feinini ncqua, filijs fccleratis , dcreliqueruntDominù, bl»f 
pocm.iuerunt fan clu Ifrael,abalienati fune retro tfum . Super quo pcrcu- 
tia vos vltra addentcs pr?uaric»tioné>omnc caput languidi,*: omncxqt 
maerens.à pianta pedis vfqj ad vertice non eft in co fanitasjvulnus >&ii- 
uor,& plaga tumens non eft circuligata, ncque curata medicamine.ncq; 
fora oleo. Terra ueftra deferta, ciuitatcs veftrx fucccnfxigni, regionem 
vedrà coram vobis alieni deuorant,& dcfolabirur ficur in vaftitatc hofti 
li,& dcrelinquetur filia Sió , vt vmbraculu in vinea,& ficut tugurium in 
cucumerario,*: ficur ciuitas.qux vaftatur.]Chc fc hora dc’Dottori fugri 
Togliamo ragionare, farà forfi bene che per quattro noce da quattro dot 
tori della chicfa pigliamo effempi . Della magnifica da S. Girolamo ncj- 
l’cpirafio di Nepotiano,oue parlando della diffufione della chriftiana fc 
de dice, [Nunc vero patàoncChrifti,& refurrcélionc cius> cun&ari gcn 
tiura Se voccs & litierx fonane. Tacco de Hebr?is,Grccis,& Latinis,quas 
.. ; nationcs 


1 6 • Il Predicatore del Ptjrtgtrold. 

hationrs fidei lux irt truci j tirulo Dominus dedicauit. Immortale animi 
& portdiifolutionécorporis fubfiftcnté,q> Pythagoras fornii iauit:Dcm<* 
critus non credidft.in confolationÉ d.tmnarionisfuxSocratcsdifputauit 
in carcere, Indus,Perfà,Gotthus,Aegyptiu$ philofofanrur. BdTqfum fir- 
ritus,&rpcllitoru turba populoriuqul utotruorfi quondam infcnjs borni 
nes i m mol abS t, rtri dotettl fumo in du'ce crucis fregerùt melos, & totius 
mundi Vna vox Chrirtu* eli] Della VcnUftada S. Ambrogio ncll’EfiunOi 
ronne ouc parla de’ pelei,] Eode momento producitur balena quo rana» 
ciufdé vi opcracionis nafcirur.Nó laborat in maximis Deus nó raftidit in 
minimis.nccdoluit natura parruriens delphinas,ficut non doluit eìexi- 
guos.cxiguos muriccs cochleafq; producercr.aducrte ò homo quato pld 
ra in mari, qua in terra finr. Numera fi pores omniu pifeium genera , vel 
minu torri, vcl crii maximorum:Sepias,polypos,lithoftracos,carabos,ca« 
eros, & in his in numerabili a fui generis, quid dici genere ferpentiù, dra- 
cones marcnas,anguilias.Ncc prxtcrmittam fcorpios.ranas, teftudines, 
murtcllas quoq; & cancsmaritimos,vitulosmarinos,ceteimmania,dcl- 
phinaSjfocas,lconcs,Quid attexa etia mcrulas.turdos.pauofijue, quorii 
cria colores in auib.vidcmus exprefifos, vt nigri mcrula paui diuerfo co- 
lore dorfa & colla depili fint: turdi aluo vari) &c.quorum fibi tcrrxfpe 
cies & nomina vindicarnnt;na prius in mari irta experunr diuerfifq; tìu- 
minibus, lìquide aqua prior animarti viuentium reptilia durino nuru imi 
pcrataproduxit,adde hanegratiamquod eaquz rimemusin terns.ama^ 
mus in aquis: etenim noxia in-terris,in aqua innoxia funt, vt ipfi angue* 
venenofi in tcrris fine veneno in aquis . Leo terrtbilis in tcrris, dulcis rii 
fliuflib.Murona qua tcrunr aliquid haberc noxium.cfca pretiofior ert:ra 
na horrcnsin paludib. decora in aquis, omnibus fere prxrtatalitnenris. 

Della tenue daS.Gregorio nella prefàtione in Giobbe , [Intcr inulto* 
fxpe quxritur,quis libri beati Iob fcriptor habeatur,& ali) quidem Moy 
fen,alri vuu quclibct ex propheris fenptorc hutus opens furile fufpican- 
tur.Quia.n.in Ub.GenclcosIobab delhrpe Efau deftcìlllilftyft Baie ri 1 io 
Bcorm regnri fuccertirte defcribitun huncbeatum IoUfot-ga ante Moyfi 
tépora cxutiflc crcdiderunt,morc proferto fieri eloqui) ncfciehtestquia 
in fupcriorib.fuis partib. folctbrcuiter longepoft fecutura perftringcrc, 
cum fiudet adalia fubtilius enuncianda propcrarc . Vnde dcillic Iobab 
pnufquam Rcgcs in Ifracl cxiftcrcnr, furile memorane . Ncquaquain cp- 
go extirilfe ante legem cognofcitur , qui ifraclitiorum ìudicum tempo- 
ire furiR fignatur . - ; Iti . i 

E della teucra da S. Agoftino nel fine del i. fcrmone fopra glinnocéri 
in quelle parole.] Herodcs quid putas a&urus cris, qn contra te, tantoru 
clalfes infantili ludicialecxpcnnt txerccre litigiù ? imienies claram lin- 
gui, magnani vocc,mcnfuram pericola , omnes inucnicscandidatos, in 
menfura. Trans plenirudinis Chriftì fiilgcntcs . Cum rtarc experint ante 
cum.qué putaucras occidendum,pro quo fuderunt fanguinc preciofuni, 
ipfum vnicbis tritono igneo prxfidenté,irtos folium dominicu circudan- 
tes, candore rubco fpkudcnics propeci candida Ttatcm, & fanguinépaf 
fionis.Qirid aòluruses?quiddjchirus csf.Taccbis rtus.dù rantus carabi! 
extremis i'.inéturu,ViridiCufanguiné fcruoru morii, qui dfufus cft.]E già 
intarmiamo che la moltitùdine de gli efsGpi dati da ritti in òlio dilfcorfo 
porti hauerdara noia à chi Icgge.tuttauia nóci pare d’haucrlo fatto séxa 
ncc Jiìià,c neccrtauo di pid crediamo che fi a fenuedo a firuigio de* pre- 

■* dicatoh 


Sopra la Particella XXV. 17 

tJicatoriItaliani,il darne per le quattro note, quattro Italiani . Ciò fono 
per la magnifica di Monugnor Cornelio in quelle parole. 

L’omnipotente & immortale Iddio, che in fe lidio non folohà ; mac 
fontina e perfctta'pace,come femplicemente,vno,& alieno da ogni mol- 
titudine &compo(itionc(die di qui come fapetc nafeono le difienllìoni, 
Oc guerre intrinfeche anco nelle cole inanimate^quando creò quella n* 
tura noftra per farla fuo fcudo,c fua pofieflìone.la re tutta pacifica. 

Per la vcnulla di Monlignor Fiamma, ouc ragionando dell’aere dice. 

Vedi quell’aere, chccomc fpirito virale, penetra, lega, mouc , empie, 
parta cgni cofa, come vincolo, c legame de gli clementi , & più che elc- 
mcnrojdà la viti , c la confidenza à tutte le fpecie delle cole fcnlìbiii. 
Egli è nelle nuuole ofcuro.humido nelle pioggic, rapido nc’venti,lucci- 
do ne’ lampijfrcddo nelle grandini.caldo ne’ folgori. 

Per la tenue dal Padre Partauanti in quelle parole. 

La fctrima.cvltimacofa, che fi dee dire della confcrtionc fi c, di che 
peccati fi dee fare, cioè adire di quali peccati fi dee lapcrfona co niella- 
re.Doue c da fapcrc.chc fono tre maniere di piccati . L’uno c il peccato 
originalc.L’altroèil peccatoveniale.La terza è il peccato mortalc.E po 
trebbefi aggiugnerc la quarta, che alcuno peccato c,che dubbio , s’eg’i e 
ò vcniale,ò mortale. 

E fe da noi medefimi ancora vn’edempio c’è lecito di cauare,luogo d i 
notaafpra fu quello, nel qualcprcdicando à Parigi , dcertbrtando à non 
accettare Rè hcretico dicemmo . 

Ma tù ò Francia, farà egli mai portìbile.che dij i 1 Regno Chriftian irtì- 
mo all’herctico?Metterai ru in quella fede, oue hà fi-duro Lodouico San 
to,vnochcnon adora,cnóinuotaSanti?Vngerai tu dcll’oglio Sacro tuo, 
vnoche fpregiae Fogliose tutti i fagramenti.’fpercrai tù nfanatione mi- 
racolofe da quella mano,chc fuma (empie di cattolico Sangue Ecchrfia- 
Ilici ?Ornerai tu di corona, c di gigli quella fronte,ou’è deferita la ruina 
tua?Darai tu il luogo di Carlo c di Pipino.cofi gran defenfoti della fede 
Apoftolica à quello, che con parole horrende di già minaccia alla fede 
,Apollolica?Pig!icrai rupcr buono vn giuramento Rcgio,ouc non fi giuri 
la manutcntionc della Cattolica fede?ò Dio,ò Dio, perda io gli < echi ,fc 
hò à veder quelle cofc: perda il fenfo,fe hò à fcntirlc: perda l’in tedi mèro 
fe hò à inrenderle. Nel trattare il qual luogo non vogliamo mancar di di 
re, che ci fece gratia il fignore di làrci vedere il proprio effetto della no- 
ta veramente grauc,e vcncméte.Chc è non la acclamationc, c l’.tppl.uifo 
del popolomia la lagrima, & il pianto, come lo moflra troppo bene con 
ertempio di fc medefimo Sant’Àgollino nel libro 4.della Dottrina Chri- 
fliana al Capitolo 14 in quelle parole. 

7{on fané fi dicenti cr*hrikt,& vt/xmétius acdan.etur ideogrcnditerputedus rfl 
dicere fjoc.n accumula J'uithiJfi generis, & ernavtcta fammi tentanti Oi edemi 

tem genia pterumque fondere fuo vvies premi jed latin miai c.xprw.ii.Dcniauntn 
aphi Cefarcam Mauritania popolo dijfuudcrcm pugnavi ciuilcm , rei potuti ptuf,uì 
ciuilem- quarti calci min vaca turni <neq\ cium aues tantummdo , rei um elicmi p 1 0- 
finqw fruirei poflrenio panniate filli lapiiibui inter fetnduas pai tei diuiji ferali 
quot dtes coutinuoi & certo tempore anni Jdemnuer dumeabant & quifque vt qitcnt 
que poterai occidebat )ego quidem granditcr quinta tu lului vt tat/uiuddc atquc m- 
Mie ratina molimi de cordilmi c ’r >/%>ikus coitali auellcrcm, pelici errique dicendo: ni 
Parte Seconda. li t.wcn 


5 


ì8 11 Predicatore del Patiigarola- 

ta nni egijje aliqu'd me pufauixum e ■ s auiitem aula unita ,J'ed auufleatcs vide - ■ 
rem. ciccia nationibui qwppe Je doccn.dr delittori [letti ahi lochi imis mdnabont. 


PARTICELLA 

VlGESlM ASESTA. 

TESTO DI DEMETRIO 

r* 4 * / ' v. 1" 

Tradotto da Pier Vettori. 


T^eipiam autem d magnifico , quamquidem mmc nominan! **ym 
- X” f tKT '~P 1 in tribù* au'tm m tnet . Ònolmagnificurn ejl. Senten- 
tia,locutmt,eonflru3iont verborum opta . 



parafrase. 

Cominciamo dalla nota magnifica, la quale à nolìri tépi ora 
tona viene chiama ta.Efla in tre cole confiftc:L'vna,ehs ma 

gnifiche fieno le cole,& 1 concetti che li dicouo. l’altra che 

tali ancora fiano Je parole,con le quali fi dicono.-e finalmente chcal 
Je medefimc parole magnifica compofitionc c flrutura venga data. 

COMMENTO. 

N otabile i la diffcrc^a fra Cicerone, e Demetrio nel luogo che hanno dato 
al ragionare della nota magnifica , poiché Demetrio da lei cominciai 
poi dcll’altre ragiona confeguentementeela doue Cicerone di tutte t altre ra- 
gionò prima,& alla magnifica nota lafcia l'ultimo luogo : E tutto quello han- 
no auuertitogli lnterpreti,e fattone auuertiti noi-Ma per quale cagione cofi fu 
aulii mito, non v’è chi l’babbia detto : T^oi per intelligenza di ciò , dcjideriamo 
che altri fi richiami alla memoria ciò che dicemmo ne i prologomeni, oue ragio- 
nammo de’ diucrfi firn, che nel trattare delle note del dire bebbero Demetrio, e 
Marco Tullio .-Cioè che Qceronc non hebbe perfine l'mfegnare come in ciaf cu- 
na delle quattro note fi poteffe eloquentemente ragionare. ma il giudicare , ina 
quale di quelle forme confiflcffe il più infìgne,e loieuole modo di ragionare : la 
doue tutto in contrario 'Demetrio noflro non vuole far gmditio della preceden- 
za, che in verfo di fé medi fune habbiano quefìe note, ma infognarci (ib ne come 
ciafcuna di loro fi pofja eloquentemente formare. E veramente per fetta, C J ajlo- 
luto oratore giudicò Cicerone eficre quello ,cln in ciafewu delle note potrfìe r lo- 
ca: n- 


, Sopra Particella XXVI. 19 

ifUfntementeragionare;Quiujrl'are natura lui poifrt, & fingulis generi 
bus cauta ru apcù ili cèdi genus accó no J a re. T ut tanta fra feshffi con fide 
rati i modi, <2r i generi del dire,còfefsò egli, che que fio modo m igr,ifico,cbe egli 
poneua nel terzo luogo, il più admirabile tra, e p,ù fplend ntc: TertiUj q u ippe 
di. (Oifieeglt) illeamplus copiolus,grauis,ornacus, iti quo profccìo 
vis maxima eli Hic elt.n.cuius ornacum dicendi &t copia ad. turata; 
gentes eloquenza in ciuitatibus plurimo ualere palle lune, lei hanc 
eloquentià,qu£ ennu magno, ionituq; fenetur,quam fulpicerentoin 
nes,qua nadmirarentur.quum le adequi polle diHidcrcnt. 

Mi li con • da q iella formi di dire p ù che dalle altre acqiiflx lode 
il ragionarne, cofi è ella più difficile perefjere affrguita,e più falko\a,ìfarfi be 
ne , di tute l’alt re ; dalle quali die cofe, cioè dall’ elitre efja più bella, e più Jif- 
fiulevna ili rifguardò Cicerone, c l’altea Demetrio : E perche alcune cofe va 
lodando, femprc la p ù lodatole lafcia nell’ultimo luogo , perciò Cicerone dtp. 
po tutte l’altre della magnifica nota ragionò . La dout,percbe à fare alcune co - 
fcinfgnx.dx quella comincia, la quale, ibi sì far bene,le altre poi ageuoliffima 
mente impara: per qui fio' Demetrio adinfegnare cometa nota magnifica fi fir- 
mi, incominciò, ifr ndo certo , che dalla cognition: di lei, granhffi no lume 
aliinteniimcnio dell’a'trc fieno per cattare quelli , che imparano: Ecoficon- 
formeà diuerfi loro fini , molto conmnientemcnte , e Cicerone ne ragionò nel. 
l’vltimo luogo ;e Demetrio net- prìmoiOlte dice egli ancora thè à fuoi tempi que - 
fiatai noia magnifica chi amauano molti HÌyi» xufaxrijut ao è dililtam, 
& orator à. t tale che chi di q iella fi fa ben feruire, il più principale luogo ten 
ga della eloqui ga, e fi poffa veramitc dimandare uiyw cioè di fertus, cru litus 
atq; do c pera, mentitra àtepodi Demetrio cominciarono alcun: a lima 

dare qn/ila nota uìynr per non dimandarla c toè 

magnifica , fgomcnti da r n luogo di riflotile nel tergo libro della Retorica , 

oue burla idofi di quelli , che magnifica la dimandami» , nel medefimo modo 
dicetia poter ft dunque ancb ; dimandare, e temperaute,c giuda, e liberale: Ma in 
vero fi fede clic m qui l luogo ^friflotilc i uole cautllare, e clic per mera voglia 
di contradire àg'i oratori de funi timp:,c firfe in particolare al f fiorate , egli 
difid co fi, perche p r altro non è fi gran peccato il trasferire dagli buom mi alle 
erationi la magnificen ga,'a quale magnificenga nel dire, infogna Berne trio, che 
in tre co fi confili.-, cioè nelle cofi, nelle parole, e nella (Ir ottura d’efie parole: fi 
tome nò quella nota fola, ma tutte l'alt re ancora di queste mede fine tre cofe ha 
no bifagno,nè le virtuc/e forme fo!amète,ma le vitiofe ancor. ut fiè lo nc celiano , 
che per fare vna nota tale,tali fieno le cofe, tali le parole, e tate la compofitione : 
fi») quella fola differfza ,che per firmare le virtuofe, tutte trelefopradettc cofe 
fi ru bieggonOfOue perche fia i fi o r a vna nota, vna fola di Ile cofe gii dette bafìa 
che le mdcb'fin quella maniera che al bene, dicono i filo fo fi, clic tutte le cinofta» 
ze fi > ii buggnì.o, CI al mah il mancamento d’ vna , quale fi fu di loro .Tacila 
nota magnifica , quiftu è cei lo , chi cofi grani , e grandi bi fogni che diciamo , 
perche altrimenti il dire lofepiutole ton nota grande , freddezza partorir cb- 

2? c bc,e 


Sigmztkl 


io lh?t'cJi:uUn'Jd Puij.^.tt olu 

bt , e non # :g>iificcnzt : Che fe parlando di cofi alte , ad ogni modo ori bafic. 
Juglit/Jimo, magnifico al fuuro non farebbe il ragionare . E quando bene per 
din tofe ahc, parole nobili habbiamo apparecchiate , ad ogni modo l’atcommo 
dalle fri fc Slefic e comporle con tale e tate flruttura riletta grandemente , & 
à ciaf cuna nota corrifponde vna propria flruttura di parole : che è anche leu» 
più difficile cofa che Labbia da fate il ragionante : poiché oue à trouare cofe , ò t 
alte , ò baffi , da doucr dire , non ti vuole molta fatica, lo fcegliere parole cc»- 
formi alle cofe non è molto più difficile, al fteuro il faperc tutti i modi , co quali 
pofle inficme quelle parole, formino ò qucfU nota, ò quelli , quefto è d fficiliffi- 
mo . E Demetrio con l’ordine ciré tiene, ce lo dà ad intendere ; poiché fi comu» 
della nota magnifica prima di tutte l’ altre fi pofe à ragionare , perche era leu» 
piùfaticofa ; Così fri le tre cofe , che fi richieggono à formarla , dalla Strutti » 
ra delle parole , incomincia , perche è la più difficile. 

9 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

S E è verò come è vcriflìmo quello che d'ee Demetrio cui.che à ciaf 
cuna delle note, tre cofe fi richieggono , cioè che tali nano le cofe, 
e parole, ò la (trattura loro :c (c è virò, come pure è più chi vero, 
clic il dire cofe grandi con nota tenue, (u gretezza, aridità , Se in 
(brama virio notabile nel ragionare; bifognerà in qualche maniera fag- 
liare > quello che dice Sant* Agoftino nel quarto della Dottrina Chri- 
ftiana , cioè che il Chriftiano dicitore femprc dice cofe grandi ; E nondi 
meno le medefime grandifiimc cofe ccnuicne, elicigli tall’hora fom- 
meifamcnte , c t eoliamente dica. E quelle furono le due prcpofitioni di 
lui quarta , e quinta , fra le orto , che raccogliemmo , delle quali due , à 
bello ftudio nel difeorfo p3(Taro non ragionammo ;& à ragionarne m 
quello luogoci rimettemmo. La douc in poche parole diciamo hora, 
clic ledere grande c inagni fica vna cofa , in due maniere può auucnire , 
ò per eflcreclTa tale in fc medefitna , ò per lo fine al quale dfa viene ado 
perata , Come per tlTcmpio gran cola, c fublime è il cielo in fe medefl- 
mo fenza che al fine di lui s’habbiarifguardo alcuno : la douc il fangue, 
(per elTempio) della Conchiglia gran cofa non era , anzi piccoliflìma, c 
pure come à tingere le porpore dc’Rcgi veniua adopcratotin quello ri- 
guardo così magniheo polliamo dire ch’cglifofle Demetrio , oue dirà à 
Vuo luogo >come è vendono, che le cofe alte baflamente dette fanno 
viriofa la orationc, di quelle cofe intende, che per feftclTc aire, e ma-, 
gniriche fono : E Santo Agoftino, oue dice, che tutte le cofe da Predica 
tori dette fono alciflime in riguardo de'tìni r..giona,fotto il qual rifpet- 
to c vero , che il dire cofe non in fe mcdelimc, nu per ragione de fini fo- 
la m ente , magnifiche Se aire , anche con nota tcnue,può auucnire (coni* 
egli dice,.) lenza vitio a'cuno . E che fia vero, che egli non delle Cofe ai- 
re in fe , ma alte per lo fine intende , troppo chiaro lo im.ftrano le paro- 
le di lui ei à allegare da noi, che , omniaqux dicimus magna funt , quandttqoi- 
don ea ad haminum fJutem,ncc tcmporariam , feJ xsernam referre ddxmus.Se a n 
che alla regola vmuerfalc di Demetrio , che le note grandi in alto (li !c-» 


S oprala Particeli a XXV1L n 

debbano dirli fi potrebbe dare per limitationc che così fia . Eccetto oue 
ne trattiamo , come dice Santo Agoftinopcr infognarle ad altrijconcio- 



. . ... piul | 

te riguardando , fi potrebbe anche dire , che le cofe per alte, che fiano, 
mentre vengano info gnate, non ritengono come infognate l'al tczza lo- 
ro ; ma mutano in vr. certo modo natura , e douentano più accommo- 
dato foegetto per la fchuola : Comunque fia , Certa cofa è , che fra San - 
toAgoftino e Demetrio in quello fatto niuna difeordanzafiritroua.» . 
Del rello che nel trattare delle note , oue Demetrio dalla magnifica co- 
mincia , Santo Agoftino la magnifica apunto laici in vltimo , gii hab- 
biamo detto, che Santo Agoftino in quella materia non fi (collò quali 
punto daM. Tullio, il quale àchc fine , invidino la nota più grande fi 
compiacerti: dilafciarc, a baltanzafi è di giànioltrato nel corner; to. 

PARTICELLA 

VICESIMa settima. 

testo DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

1 Ompofitio autem magnifica , vt ìnquit ^ rifiotclet , cfl que con fi ai 
è Tfarubus . Taams autem fpecics dua. congruent principiai , eu- 
ius initium c/l fiUaba lunga : tra vero brtucs terminane ,vt bu- 
iu/cemodi Ufi* rtìì tlaujula accomodata , qua alteri oppcjita tfi, 
chi us initium funt brtucs: terminata autem ima lunga , afa. fina. Oporttt 
autem in membris magnifica orationis , procatarticum 'Taoncm initium effe 
membrorum : C atakeheum autem in extremo poni . F xemplum ipforutthj 
tfl Thucydidiutn hoc <fi to’ Qua igitur potiffimu* t 

de cau fa *Artflotdes ftc pracepit ? quia oportet & frontini membri , (3 
princtpium magni ficum fiatim efie & fiticm , hoc autem erttftà longa inctpe - 
rimus , & in longam defierimus : natura tram amplimi longa fyllaba : (3 un- 
ito edita ferii fiatim , & daudens , in magno quodam rtlinquit auditortm ^ . 
Omncs igitur proprie primorum, & pojlrcmorum recordamur : & ab bis 
mouemur , x^ib bis autem , qua in medio futa , minus tanquam cooperiti , aut 
delctis . 

pertum autem hoc in fcriptis Thucididis, ferme enim omnino magnifiam 
in omnibus ipfi facit numeri longitudo , & propè dici potejl,tu buie viro %biq-, 
fa magnifici* quiddam , tòpo fittone banc fola, aut pratcr ctttcra,gignere,<pma 
ìfimi \ apud tu efi. Oportet fané cogitare ,<p fi nò exquìfite valemus mebris ad pò 

12? i nere 



22 , ,llPY6tbc4!ordd ?uUÌ7<iroL - • 

« ° • 

» re pi :as .vtmque amba! pxouicam tinnii opinino faumus còmpofitmcm. 

Ccu,à longis inc>picntes,& in longai defineutcr.boc-boc cium & <_✓/ nHotiles 
pncipe re videtur.f ni timen dupli a - iiludgenui p fanti in a ite tradidit y vt efiet 
ina re exqaifitui. Quapropter Theo pbr afilli cxcmplo ponit magnificenti fin o 
rat ione hoc iXcmbrnm ^iv sii rd /un Jiiip l'in jmoj-o? jvT«y non cntm è peo 

rubai cxquifitè conjlat, fed pfomeum quiddam rii. fiecipiamm i> iturpfonem in 
orationc ,quia mixtus quidam etl & tutioriquod magni ficum in ipfo ifì , à ten- 
ga fumetti aptum ve> ò iltnd orationi,à brembns . Csdltj veto. buoni qnidem , 
grandi s (3 nonaccommodatus orationi,fid fonoruuneque mimcroJus,fed extra 
numerum. QueinadmoJum bicSanr ùuSnìt tUx»?** crebritas ernia lunga- 
rum lyllabarum condii extra mtnj'uram oratioms: lambus autem burnita, & 
nini forum heutioni fimilis. Multi fané verf/is iambicos fundunt,non int eli igea- 
te. i : pxon autem mcdiuiamboruir. & modcratus, & tar.quam temperatili. 
T conica igiiur compofitio in magnifici $ farmii , fic aliquo modo fumere- 
te . 

PARA FRASE. 


( A quale compofitionc, perche magnifica riefea, bifogna 
primieramente, che quel numero lubbia, il qualcallema- 

lÙtl gmfiche prole conuicnc , & Arillotile dice che lì fa de' 

* Peani . Al qual propofito , Peani di due fpecie confi- 
doriamo , vno atto ài principi; delle claufolc, la cui prima filla- 
ba è lunga , e brcui le tre feguenti : come farebbe in Greco ( poiché 
ne’ Peani , nealtri piedi ha il numero volgare Italiano.) Xpt;* *™ <Ti & 
in Latino incipererc l'altro cóueniente à i fini,che le tre prime filla- 
behà brcui, cl'vltima lunga: come t’vfa nei canti detti Arabici: e 
quelli Peamfono quelli, de’ quali Ariftotile al primo procatartico 
infegnòdouerfi mettere ne i principi; delle claulole , & il lécondo 
Catalettico ne i fini, come fece Tucidide quando dille. 

Spi’ uro fi Kem.ii i-eùòuiTltie 

Cnc mutando va poco illenfo per attenere i Peani in Latino 
potrebbe dire. 

lncipere autem malum hoc conftat ex Atbiopia. 

E la cagione per la quale Ariftotilc coli infegnòfu : perche il 
principio & il fine del membro principal méte hanno da haucrc ma 
gmficenza : e però da fillabe lunghe conuicnc che comincila cJau- 
lòla , e pure in lunghe finilca : Tanto più che alle prime , & alle vl- 
time voci pare, che badino maggiormente gli alcoltanti , celie di 
quelle principalmente fi ricordino, rcllando l’altrechc fono nel 
mezzo quali coperte, e non auertitc.: Cola chebcne mofirò d’inten 

dcre 


Sopra la 'Particella XI XV 11, 1 $ 

dorè ne* Tuoi componimenti Tucidtdciouefe beneanche molte af- 
tr. cofe cócorfero di quelle, chea far magnifica vna profa fi richirg 
gono, principalmente nondimeno ( per non direfolamente) fi ve- 
de che la magnificenza da quella nuracrofa,e Peanica forma di com 
pofittoiite vi nafee: Nèperò habbiamo perpetua mente ad cficrc così 
icrupuloli , che à ciafcuna delle claufole vogliaino dare i dui Peani 
nel principio e nel fine : perche ciò farebbe vn troppo Erettamente 
legare noi ftefll ; ma ouc non potremo ciòfarc, balteri, che da liìla- 
bc lunghe cominciamo , & in lunghe andiamola ter.i. inare: Che 
quello incdefimo fi vede che ci volle concedere anche Anlìotilc,fc 
bene per la più ifquilìta regola , quella de’due Peani fi diedc.-Tco- 
frailo, quando della Peainca orationeci volle dare cflempi , non 
però così elfattaincntc da Pcani cominciò, ótinPeam fini . Bene 
èverò quello, chcfra tutti 1 piedi, munoalla proli e più atto del 
Peane, perche egli con le trebreui s’accolla guanto bifogna al ra- 
gionare , che communemente s'ufa , c con la lillaba lunga rattiene 
flrafordinaria magnificenza, la douc degli altri piedi , gii hcroichi 
per hauere troppe li llabe lunghe, eccedono il numero oratorio; & 
il iambo troppo humile fa il ragionare, c troppo fimilcà quello 
che volgarmente fi vfa: onde vediamo ancora, che quali non vo- 
lendo cleono di bocca à quelli che parlano ipolti verfi lambici . S'i 
chealla compofitionc magnifica diali pur dulWjue quel numero, il 
quale Peonico ha bbiatno detto , che li domanda- 

'• * *4. * • . s ». v*»* | f -.1 1,« m . »' . «1 ’ i..* 

COMMENTO. 

Q Petto è il primo pre cetto , e fior fi il più importante , che ci dia 'De- 
metrio in materia di compofitionc magnifica , cioè che dicendo le me- 
defime cofe con le medefime parole , ad ogni modo maggiore magni- 
ficenza acqui fieitmo alla or adone facendola numcrofa , e Tco 
*tca , che cefi mdo di farla tale- e già del numero orato) io fap piamo che han- 
no r agionato tutti istori , &in particolare rifiorite ne li’ 8 . Cap.dilter- 
7p hhro della Retorica ; e nondimeno difficiliffimi ancora rimanda materia,- 
CT intricata .Tanto più volendo noi gli ammattir amenti de’ Greci applicare 
al no ftro Idioma Italiano , al quale ò poch (fimo giouana , ò n m < mll t : T^oi' 
de’Cfrcci , e dti Latini , ragionaremo prima quanto fard neccjfa rio per ifnorre 
il tcflo di Demi tuo , e poi trattato d patte faremo quanto p ù breurfard p:>f 
fibilc intorno al nuflro numero Italiano. Hanno tutto le paroli (jrtch$ e Latine 
in ciafcuna delle loro ftllabe , la quantità , eia qualità ,\ioè la quantità, e 
l’accento . Per la quantità ninna fiUaha fi troua che non fta e longa , e brt’ir .. 
Ter l'accento ninna fe ne trotta che non fta ò alta , òhi fa. Ter la quantità 
con diuerfo tempo fi pronuntiouano la fillaba lunga , ò la brente per l’accinto 

2 ? 4 con 


14 V- 'Predicatore del Pamgafola 

toudìucrfifiono fi promntiauanola fillaba alta , ò la bafsa . E tutto quello i 
cosi vero , che in quulfiuoglia ragionamento ò Latino , ò Greco , comunque al- 
tri accommodi l'oratione , ò bene , ò male , con regole ,ò fenza regole ; f em- 
pie in quel parlare vi faranno tempi , efuoni : Tempi doppf , ò [empiici, per- 
che le Jillabe brcui d’vn tempo , e d’vna battuta fola hanno bi fogno perefière 
prof rite , e lelongbe di due : E fuoniò alti ; perche tutte le jillabe accentua- 
te con accento , acuto , ò circum fle fio , altra prtlatione richiedono : e autUe t 
che fono fattoi accento grane , più bafiamente deano pronunciar fi . Egli fap. 
piamo che à noftri tempi pronuntiando noi quatfiuogha parola , ò Latina , à 
Greca , niuna cofa habbiamo nè dei tempi , nè de’ fioni delle fillabe , come /e_j 
tutte la medefima quantità , & i medefimi accenti hauefiero : ma /appiano 
ancora quello , che molti valent'huomini affermano , & è venffimo , che per 
quello noRro difetto , fi Demojhne ,ò Cicerone reuiueffero , & vna delle lo- 
ro orationi fintifiero recittareda noi , non filo per co/a di fi Rtffi non lari - 
conofcerebbono ; ma neanche intenderebbonoiiò che dici /fimo , nè pur potnb- 
bono indovinare , che noi ,ò Latinamente ,ò grecamente ragitnaffimo : Jn_a 
fornata quando queflc due lingue vacuano , e p fmcipalmntt La Greta, ad imi 
tatione della quale hanno poi accomodata la loro anitre i Latini , haueuano tut 
te lefillabe, efuoi tempi , t fuoi fioni : E come mefiolat amente fi proferivano 
quelle Jillabe ò longhe ò breui , con qui’ tempi , ò veloci , ò tardi , così à capo 
bora buon numero ó ritmo, cioè buona corrifpondenza di’ti mpi fi fintìua , & 
bora mala; E come alla &n fifa fi pronuntiauano quelle fiillabe acute egraui,con 
que’ fioni ò allibò baffi , così à forte , bora armonia nenafccua , cioè proportio- 
nata rifponden^a de’ fioni , & bora diffonanza e fhtpito . fiche ccnfidcrato 
da valcnt'huomini di que’primi tempi in Grecia, andarono penfando di voler ri 
durre le cofe à regole tali , che non piu pronuntiandofi d cefo , tali ò tali filla- 
be , vne doppo l’altre ; ma con mifirc e leggi vcn.ffcio e i tempi , e i tuoni , ad 
tfiere proportionati , & il ragiona re ,che prima era bene Jpt fio shmpcrato e 
diffonante , riufiiffe di quefla maniera numero fi & armoniato : Olia deliaco 
armonia fila quale dalla proportione de' filoni nafie , che alle fillabe danno gli 
accenti non è à noi neceffario il ragionare adefio. 

Quanto al numeio e ritmo, che vogliamo chiamarlo, diciamo che per pote- 
re que’ v aleni’ huomini, conforme algiuditio dt’purgatiffimi fuoi vecchi me fift 
lare n itntrofamentc i tempi delle pronuntie , e le fiUabi lunghe e brcui infieme 
e per nò bavere à mifurare fempre di fillaha,in fillaba, che farebbe Rata noiopt 
cofa ongiungcndo più fillabe alcune più lunghe mi fure firmarono ,qual di due, 
qual di tre , o quattro , ò cinque , & in fino à fei fillabe , e tutte queRc piedi do 
mandarono :ma ciafcunidiloro con diuerfi nomi , come f ponici , dattili e fi - 
mih . E fu il numero di quelli tanto appunto , quante fino le combinationi , 
che poffono nafierefrà due, fa tre ,frà quattro ,fià cinque ,efrà fei fillabe : 
Come farebbe , che potendoji due fillabe in quattro modi variare , perche à tut 
te due faranno lunghe , ò tutte due brcui , ò la prima lungba , e l’altra breve, 
b in contrario ,di 'due fillabe nacquero quattro piedi , con due lunghe lo fpon- 


Sopra la Particella X XV 11. 25 

ito, con due breui, il Tirricchio con la prima lunga , il Trocheo , e COH 
la prima brtue il lambo : E perche tre fillabe in otto modi fi pofiono va- 
riare, otto altri piedi ne nacquero ; e di mano in mano: Che m vero fu vna 
btllijfima trottata-, perche di quello modo fi ndufje faalifjimamcntc le quantità 
delle filiale , (4 t tempi à numero , e ritmo , anzi à mitro, e verfi ; E con 
ageuolezza incredibile, fecondo che di mano in mano andarono infognando 
g ! i orecchi , fi dtfje quefìo piede doppo riefee numerofo , il tale con l’altro di- 
scorda : Tanti piedi, e tali fanno vn bel metro, ò verfi ;**Angi s’impara- 
rono à fare con diuerfe quantità , e qualità de’ piedi varqfjme maniere. 
di verfi , che tutti , oltre al numero che da tempi proportionati najce , 
aggiongmdo di più l’armonia de’ fuoni , che da gli accenti viene generata , 
marauigliufo diletto danno à chi gli finte: E quanto à i verfi, eofi flui- 
te fono le regole loro , che ciajiuna Jpitie di verfi ha la determinata , _» 
quantità , e qualità de’ piedi, ne pure ri a fillaba vi può {fiere, che den- 
tro ad alcuno de’ fuoi determinati piedi ncn fi contenga. Come per efsem- 
pio nell'efanntro fei piedi vi hanno da e fiere , ò f penati , ò dattili, dall’ul- 
timo in poi, che pu ò (fiere T rochco , e ninna fillaba vi hà da t fiere , che da vno 
di quelli piedi non fiamifurata . Ma della profa, bora che diremo? EttficL* 
la lafaarono eglino que’ grand' huomini Jejiza regola , nè legge alcuna , in mo- 
do che efia,come miglio le vtniua poti fic ordinare , anzi finga ordine pronun- 
tiare fiue fillabc , e fuoi tempi ? ò pure amh’cfia ridufiiro fitto leggi , come il 
verfi in modo che anch’effa di certi prvportionati fuoi piedi , hauefie à tefierfi ? 
e tutta come il verfi hauefie à Jumdcrfi ? ^4 qui fio dittamo, che nè l’una , nè 
l'altra delle due fipradette cofc fi fee ; ma vna me zana fi a diloro: Cioèfu 
ordinato, comeinjigna anche od riflettile /me di fipra , che la pnfa, nè in tutto 
fi mtfuraffe, co’ piedi, òfifie fatta a mifuia di verfi , nè in tutto foffe finga mi - 
fura à tutte le forti de' pudi le fi fino inutili , ma che ad ogni modo terminata 
anch’effa f offe nelle fue parti, efi bene , nomante quante il verfi , pureanebe 
effe alcune mifiure haue fiero , che terminata , e numcrofa ce la rendi fiero : E le 
leggi di lei, fi non fumo errati, da quelle de’ verfi ttbbtro tre notabiltffime 
differente. Vna ih- dauci verfi da continouati piedi vengono fatti , e tutti 
di fillaba, in filluba co’ piedi fi mi furino , c fc andino; nell e clan fole della — 

bafla che il principio, ò il fine filamtr.teco’ pndi fi m furano , lafiiando che 
quanto giace nel meggo, finga fitte alcuna di determinata mifura fi diflmda . 
L'altra , che oue ne t verfi dtuerfifjirne forti de piedi , anche de’ pù rifinanti fi 
adoprana, nelle profe doi piedi fo'i , cioè il Tcane piocatartico , & il cauli fit- 
to vi fono aflegnan ; e queflicofiprjpiij della profa , che appena nette r fi pof- 
fono capire ; E finalmente , che oue nel verfi , coft fino neceftartj i determinai 
piedi, che in vece loro niun altra c ofa può filippine: ndlc daufiìe delle profe, o)iì 
al principio, (4 a l fine non beh (fimo ofi r fattamente dure i fuoi tropi fi Tratti - 
fi contenta *4 rifiatile , egli altri , chealmtno con q’icffa Quantità di fillaba eù- 
miiriamo, e firmiamola Aaufila, conia qua’ e cominndhbbcil primo Tcant , 
e finirebbe 1‘ ulti no t bla tutte qui sic cofiefiù ifiat lamine c impanìimo 

Dcme- 


Digi 


1 $ Il Predtcator del Pam^U'ola 

r Temctrio flefto . Il quale dice dunque , come battiamo veduto nella para fra* 
fe,cbe per far magnifica la compojitiont , numero fa bifogna che effafk , e come 
dice .Arittotile fatta da Teani; 7ye è merauigha , che dal noflro .Autore ven- 
gano molto frequentemente allegati A riflottle,e Tcofraflo, poiché del fecondo 
fu auditore, e del primo feguace . il luogo otte ^ iriflotile dice quello , già hab- 
biamo detto, che è nel tergo della "Retorica al cap. 8. E fé bene egli dice , che di 
quella compofitione Veanica vfauano à fuoi tempi gli Oratori, feguendo rrafì - 
ma o, che il primo era flato a valer/ene; non fa perciò , che - A rifiutile non deb- 
ba fi ragionevolmente chiamar fi l‘inuentorc,& il primo ii.fegnatore di quella 
regola, per due cagioni,l'una perche fe bene r rafimaco, e gli alt ri tirati dal fo- 
to giuduio de glt orecchi , con quello numero haueuano cominciate le clan fole 
delle fuc profe , non però haueuano auucrtito , che vn piede tale fofie cagione di 
quella numcrofità,come lo auuertì » Arinotele , etrouò che il ‘Peane procatar- 
tico era quello, che non fipendolo eglino , haueua fatte mtmerojc le loro profe , 
e per confeguen ga da lui , infcgnò il primo che doueffero cominciare le cittì fòle. 
£ l'altra cagione è , perche quando bene ha ue fiero faputo gli antichi , che del 
procatartico Vcane doueffero commutare le clan fole ,ad ogni modo, che in vn’at- 
tro ‘Ttane , che è il Catalettico doui fiero terminare , quello nè lo Cepperò , nè lo 
vfarono, Ù ^triflotele fu il primo che lo infegnò, e pofe in vfo . Ma quello, che 
tifa molta marauiglia è , che & sfrittotele , e L'cmctrio noflro , e Cicerone 
cuc diremo poi, ragionando del Veane, due fole fpecie dicano , che fe ne trovino . 
Peanis aute;n fpecics duo:, facendo noi , anzi faptndo ogni mediocremente 
erudito, che ve nc fono quattro fenza dubbio . Epbcttione certo, e Terentiano, e 
gli altri,che ne parlano dicono, che tutti i piedi di quattro fillabe , che tre breui 
ne hanno, & vna lunga , ‘Teani ft chiamano con quella differenga , che quello , 
chehà la prima ftllaba lunga, e poi tre breui, come farebbe à dire : Cacci Jius , 
Confìlia, praclhgia, e fimiti, primo Veane fi domanda, quello che hà la lun- 
ga nel fecondo luogo, fecondo Veane fi chiama, come Horatius , facillimus . 
quello che l’hà ne! tergo, tergo, come Mcnclaus,fubicrun t,vo]uerunr, e fi- 
nalmente quello che l’hànel quarto , quanto , come Pclopid? , Pericrant Ja- 
■ ' — • P*ure come dicetumo jl rifiatile, Demetrio, e Cicerone , due fpe- 
criiuuio. • » r --- - '■ ~ munto ad^{ rifiatile eg^t non dice feni- 
cie fole dicono, che vi fono dii 'cani, ■ m. r Qno contra , 

ri) infra di lo . J l a le tre aggiunge , e queflo doppo le tre bre - 

Senza che in vero quelli da foli, come qucl- 

Krhcneifbinni, che ad ^polline fi cantavano , erano piò frequenti , proprn- 
SSJ. / - Le de gli altri dai piedi , vna con proprio 
i r n{ j. 0 t l'altro il Delfico venivano nominati . E finalmente poffumo 
dir?ct£TlUp™faf' babbi* mo accennato, che non due fpecie foie fen^al- 
iroSLX^i . chef, trou no ; ma due fole fpecie ferventi à qurflopro- 
.,r„ 0 (A atte à fare magnificamente numero. fai or attone. Z,na da met erft 


Sopra laP.trtrtiìla ÀXPll. 27 
ga,è po': tre brtui,e Val tra da forf: re i fini, (he Calati {ina chiamiamo , con le 
tre brcui prima, e con la lunga in fine . E giacici p r imo P cane , cida efiemp io 
Demctnu nelle parole » * re tì ma del fecondo non dice altro, fe non che , come 
negli strabici-, cioè (per quanto cjpone qua il facitori) come s’ufaua m alcuni 
cqiiti ,chc strabei fi cbiamauano Squali di quefla finte , daquarti Vcani do- 
verono abondare . Cicerone nel libro. 1 . eie Oratore ad Quintina fratrem, 
a fiat chiari , ne dagli c/umpi , diundo P^-an duplex eh ; narnaut aJon- 
ga ontur, quam.trcs breucs coni'cquuiitqr, vt ha;c verba ; Delìnite> 
jncipice,coniprimjtc,autabreuibusdemceps tribusextrema produ- 
. tfa, atquelonga licutiJlafuntDoiauerant,5onipcdes>&:c. El’cffcm- 
pio intero della claifjola Teorica, ebe apporta Demento , è belliffmo . Egli fi 
cara da Tu> tède, nel Jaor.ào libro delle hflorie , cut in x ero egli è ri* poco di- 
luì fo -, ma come lodile Demetrio non può t fitte più ejprefsoper ntofirare i doi 
Wtani del principio, adii fine, dicendo lofi . 

KfcaTo fi' 7» jucxoV »? còSu zihu • 

Che noi ancora per fonare 1 Tear.i babbiamo mutato vn poco, & balbiamo 

detto. 

luci pere autem maJum hoc ex partibus conflat Ethiopia: • 

'Baila che per fare rr.agmfu he nume i ojc , & oratorie , le proje Latine ,ele 
Grulle (eh e alle italiane quella regola in niuu modo fi può applicare ) dal pri- 
mo V cane, dice che rifiutile /. abbiamo da comiaiiare le claufole , e mi quarto 

balliamo à finirle : Ma perche dice qucflo^i risotele , cerca Demetrio, efo- 
pra quale raggione fi fonda egli quefio documento di lui , fi. fonda , rifponde lo 
Jìefjo Demetrio , /opra quella cèrta regola . Che fempre nella nota magnifica 
i principe, & i fini principalmente dtueno mofirare magtùfiien^a , e grandez- 
za . Ma le filhibc lunghe , fono più magnifiche di Ile brevi : E? però la clan fo- 
la oratoria deue cominciare da m piede, che habbia la prima lunga , e finire in 
w piede che babbi a lunga l’ultima . £ tutto quello, cioè che molta magnifi- 
cenza jia per mfeere , cut 1 pi meipij , & i fini fieno di fillabc lunghe , e per ra- 
gione fi prona , e per ifpcrienza . Ter ragione : pei che in vero i principi f fono 
quelli, che ci ferifeonu l'animo, edifini quelli, chccc lo lafciano affetto . £ gli 
afcoltantipare, chea qutfiedue par ti, pi uu.ipalmir.te mirino, c di quefìe fi ri- 
cordino, in modo che tutto quello, che. è di mt^zp rada qua/i fotti > acqua ,&in 
0 bhuione . £ però quiui b fogna penero l’arte , e collocare la magnificenziL. » • 
(ymedtl fine diccua C iccronc , che aurea cuin feuipcr cxpe<fuut,&: in eo 
acquirclcunt. 

Tertfpcunza poi, principalmente negli ferini di Tucidide , i quali fono te- 
nuti pieni di magnificenza, e pure chi vi atelier tifee bene , cono f ce, che non tiafie 
quella grandezza da altro, od almeno non najec da alcuna iofa, maggiormente , 
che da quclfa menu ra di compofitione,haucndo quell’autore tenuta Jomma cu- 
ra di cominciare fempre, e terminare le claufole con (illabe lunghe . £ Cicerone 
Ufi Uro ancora, fi vede, che ha ham-to il nude (imo penfiero , principe Intente nel 
cominciare le oratiom Juci che que magnificamente hà voluto ragionare , ò col 

primo 


1 8 fi Predicatore del ParàgaroU 

primo Tenne hà cominciato, come prò Serto Rolcio . Credo ego vos iu- 
diccsniirari ,e ncllaquarta in Verrcfn. Multa mihi necedàrio iu- 
dices pratermittenda funt, e prò Jegc Agraria commodius ; ò con fd - 
tabu lunga almtno,come Qua: rcs, Et Ji,Nemincm> e fini ih: E tallbora otte 
irtagnificintiffima tra la materia, come prò Jegc mandiamo» ma parola pie- 
nifjima di due filiabe lunghe, bà cominciato. Quamquam ir.ihi l'cmpcr,&c. 
La doue tutto in centrar io, fe alcuna volta p,ù lofio , nel principio dell’oratione 
hà voluto narrarti infognate, obe commettere, & aggrandire, da filiabe brcui 
bà cominciato : Come nella oratione prò Aulo CJuentio. Ammaducrti 
Judices oinm m accufatoris orationem , in duas diuilam erte partes . 
ét alitene . Si che, che il cominciare, e finire con fiUabe lunghe dia magnificat- 
za al ragionare, di qucflo non v'i dubbio alcuno: Ma perche non bailo egli dun- 
que quello filo ad Urifiotile} thè noi con lunga fiUaba i ominciaffirno,c con lun 
ga finiffimo ? fen^a aggiungere , che nel principio del primoTcane doucffimo 
Jeruirci,t del quarto nel fine ì ut quefìo rifpondiarr.o noi con Demetrio, ehc al- 
tra cofa è infognate, tome i na cofa pofia accomoda) fi in modo, thè non fìia ma- 
le: ouero come efia habbia daffare ifquifitamentc bene : ti fittile (dice De- 

metrio) oue non fi poffimo coji fimpre adoperare i doi Teani,fi contenta, che al- 
meno da filiabe lunghe cominciamo, e finiamo : E Teofrafto dif cepole di lui tie- 
ne la mede fima opinione : ma à voler fare ifijuifitamenu bene vna clan fola ma- 
gnifica, dice che non bafìa con inciare,e finire con filiabe lunghe ,ne pure comin- 
cia re da qual fi voglia piede, che habbia la prima lunga, e finire in qual fi x oglta 
piede, che habbia l'ultima lunga, ma thè dal primo Teane bifogna cominciare , 
t finire nel quarto : Tacile quali parole di Di meli io ina affai notabile diffi - 
tullà ci occorre, perche egli dice, che infintele bà comandato , che oue non fi 
po fiotto bitter i‘:ani,r‘addoprino le filiabe lunghe fimplici, hoc cnim,& Ari 
ilotclcs pracipcre videtur; quelle fono le parole : £ pure non fi troua , oue 
V drifiotele habbia detto quefìo : andine! terzo della Retorica all'S. oue ne ra- 
giona appartatamente Sii fimpre forte nelTxfo de i Pe ani, ni pare che dica mai, 
in difetto loro hauerfi da adoperare le filiabe lunghe folamcnte : Se già nonio 
calciamo , come dobbiamo canario dalla ragione che rende ìfiotile in quel 
luogo, perche il quarto P tane tonuenga à ifini:cioè affinché la claujola non va- 
da à terminare in vna fillaba breue,che farebbe vna manca, e gretta cadenza ; 

• Vi modo ( poffiamodir noi,) thè fi il fine del primo precetto è , perche lunghe 
pano le filiabe, che cominciano, e terminano la daufola , dunque oue nonpofjia- 
mo ifquifitamente feruare quel precetto, bafierà che per mantenerne tifine , da 
fiUabe lunghe fimpliccment e cominciamo , &in loro andiamo à terminai 
E già mofìra "Demetrio , che quefìo fecondo documento d'UriHotele , non for- 
malmente, ma viri ualmi ute fu detto da lui , perche non dice Demetrio , hoc 
emm,& AnrtoteJes prieapere vjdetur . (omunque fia, poiché altri pie- 
di fi trottano finza il primo Peane ,cheda filiabe lunghe cominciano , cornei o 
jpòdeo,il dattilo, ed il trocheo, Ci altri;& oltre il Peane, quattro altri piedi fi tro 
nano , che infilUbt lunghe fini fimo , come il Jumbo , perche comandò più tofìo 

-drillo- 


Soprd la Pattùglia X X V li. 19 

lAriflotcle^he (ominciaficro dal Prawe , che dallo f poncho per t fiempio , ò ddL 
datilo , & amò meglio , che nel Venne fi ni fiero , che nel [ambo t Digniffitno 
che s’intenda è qucflo que [ito: & A ’iflotile mede fimo , non ché Demetrio noflro 
vi ri fp onde: e tutto il fondamento della rifpofla nafee dal ricordar fi , che la pro- 
fa magnifica , mista ha da efiere in modo. , che benfia numeroja $ ma non trop • 
po ifjuifitamente ; e ebe battendo del magnifico , non però habbia del tronfio j, 

E finalmente che fé bene r attiene in fe non sò che del grande , non fi fcofli pe- 
rò o talmente dalla locuttone commune , (i ordinaria , perche altramente pa- 
rerebbe artifiiio/a , e poetica : Hora quelle mijurc che Teani fi chiamano j 
non v’i dubb.o che quante pi A fili abe lunghe hanno , tanto più hanno del ma- 
gnifico , principalmente fe dalle lunghe cominciamo: k quanto hanno maggior 
numero di fillabe brini , tanto più familiari ,e volga r ricjcono;principalrncnte 
fe dalle breui cominciano : lo Ipondco che tutte le Jiilabe ha lunghe , fupra tutti 
i piedi è magnifico , & atto al verfo bercilo: il dattilo , fe bene hà più filla- 
be dello fpondeo , non hà però più tempi , perche à eufemia fillaba lunga 
rifpondendo due battute , ò due nmpt che vogliamo dire , & à ciafeunabr < T 
ue vn tempo fido , fi vede thè oue lo fpondeo da due fillabe lunghe hà quattro, 
tempi , pure quattro tempi hà il dattilo , due da vna lunga,e due da due bnui t 
fra quali perche i tempi della fillaba lunga precedono , però i il dattilo an- 
ch’egli piede hrroico , e troppo lontano dali’ufo familiare del ragionare : T ul- 
to il contrario di quello, che è il 1 ambo , il quale cominciando da fillabe breue , 
hà tanto del commune modo di dire , che nun confcrua magnificenza alcuna _» ; 
£ di lui rifulsa qclla mcdeftma fumila , che s'u fa volgarmente. L però cf- 
fendo i piedi bero, ci troppo magnifici ,& i lambì troppo famdiari,vno fra que- 
fti mi zzano bifcgnaua trou.nc : e queflo altro non poteua efiere , che il Ven- 
ne : ilquale cominciando da fillaba lunga , più magnificenza bà , che non bà il 
lambo, hauendo a' cuna fiUuba breue , e non gonfio dello fpondeo, & bauendont 
più breui ebeti dattilo, anche di lui viene ad efiere mennumerofo: & ad ba- 
utte quella mediocrità apunto fra la magnifiituza,ela familiarità, che all’ora- 
toria profa fi conuiene, affine che rfia nè à mifura de’ verft paia fatta,ne riman- 
ga dall’altro canto f n%a nume ro . Lofa che mirinotele oue di fopra prouò vn 
poco più filofoficamrnte per le proportioni numerali , dicendo che il Veane fra 
l’Eroo, e il Jambo u ne"a il luogo mezzano , non per ordine numerale , ma per 
forzadi proportene. In forum a fe andiamo per ordine de’ numeri J’uno ài’ li- 
no hà propor tione di rqiiahtà , il due all'uno bà propor tione di duplo , perche 
vno in due entra due volte, & il tre al due bà proportene fefquialtera, perche 
il due nel tre entra vna otta, e mezza : si che quanto all’ordine nume rate nel 
terzo luogo fìi la prò por itone lejqmaltera : pcrebJa prima è la equalitd di 
•vno à vno , la feconda è la dup'a d: boi à vno , e lati rza è la fefquialtera di tre 
à dot j (J\1a quanto alle procortr ni hi f Iquialtvra ffà ni t me^go fi a l’equa - 
liti, e la dupla: perche la 'quali/ inon eiude niente , e ladupla eicede trop- 
po ; mala fcfqualtoa ita min- zzo ; cu è l'unc •• liuno entra vna volta, l'uno 
nel doientradue -, ma il due nel tre non entra fi poco , tome quello, nè tanto 

come 


Dig 


50 fi Predicatore del PamqaroU 

reme queflo ; tra vita volta e mi zzo ■ J- io fi la Jrfquialtcra , dunque per vìt- 
tìi di proportione è melina fra la propouione cqualt e fra la doppia r i 
Bora in propofito Hello Ipimdeu i tempi ibt n ìfcono da /futile due fdlabc quan-i 
ti fnno ? quattro ; due, e due ; ma fra due e due, che proportene v'è ì fetida - 
dubbio dì equalttà j 7fet dattilo quai.ti tempi najcono dalla fiUaba lunga ? due ; 
£ quanti dalle due brtui* me •■ma fra dure due thè pn poi none u'i i pnzx 
dubbio qui Ila d Ila /qualità . T^el l rocheo,e nel l imbo quanti tempi najcono 
dìia ftllaba lunga ? dui quanti dalle brevi* ino ma fra l’uno t’I dot quale i 
la proportene ? fetiga dubbio la dupla : Hanno dunque lo fpondeo , dii dat- 
tilo h proportene di equahtà 1 1 il Trocheo ,& il lambii quel a della dupla-, 
tJMafra la equalttà, e la dupla quale è la meg^ana ? fenica dubbio la f fquiat- 
trrà. E nd'Peane della fillaba lunga quanti tempi najcono? due, dille tre 
breui quanti tempi naf. ono ? tre ; ma fra’l tre,e‘l due che proportene fi troua? 
finga dubbio la fifquialtera , perche vna volta e m-gga entrati due nel tre: 
dunque la propornone del Teane è apunto mezzana fra i piedi bercici , 0* i 
lambì € però rjitndo troppo magnifiiiglì heroi, e troppo volgarii lambì ,al 
meggo bilugna attener fi , e nell' oratorio numero feruirji de' Veani . Oltre thè 
ambe perWaltra cagione dice ^sf'ifìoicle, thè è bme feruirfi de" Peani ; per- 
che eglino fono qua fi totalmente inetti , & inabili à i ver fi , ne fogliono entrare 
in alcuna forte di ver fi , Onde nafeerà che rgh darà magnificenza all’oratione 
hntaniffìma dalla metrica, e flarà ageuolmmtc tu fio fio l’artificio di lui, come 
di quello , che fe bene farà finente nella pro fa fentito da gli afcoltanti -, ad ogni 
modo non e fendo eglino accostumati di fentirla mai in alcuna forte di ver fi, non 
fi accorgeranno pure che egli fia piede, ò mifurd di flUb: , e goderanno del 
numero fienza lonofiemc la cagione . T atto quefio dice -4 riflotcle, oue di fi- 
fra : E molte di qurfte mcdcjme cofe viene affretto il nfiro ‘Demetrio à dire 
in qui fio luogo y principalmente quella , che il piedi Hi reo troppo finoro è per 
io numero oratorio,' che il lombo è troppo volgare. £ veramente oue egli ra- 
giona di Wht reo, non dà però e fi mpio d’alt ro,i he dello fpondeo con quelle paro- 
le , oue fino quattro fpondei , ' ' 

nani nf/ardi ituì yàcar- 

iJMacome fapt.ua tutto ciò da -drìflotrfe r fiere fiato e fittamente tratta- 
to , à fui bado il pafiarele cefi p<Ù fuperfiiialmtnte : £ di quel filo piede 
diede rfjiinpi , che anche fra gh bervi è il più magnifico , onde vediamo 
che i medrfmii poeti l pici in urti Epifonemi , c cofe grauifiime da fpon- 
dei hanno cominciati i rerfi , e non da dattili , i he Jt Vergàio , oue dif- 

Je~>, 

Unta: ir-o!is crac Romanamcondcregcntem , \ 

Hane fi- detto, 

Molis crat tanrx Romanam conderc gentem . 

O// finirò grandi filma parte di magnificenza hautrtkbe l/uala al vtr- 
fo . Quanto al lembo , thè egli habbia troppo del familiare , e del vol- 
gare , lo mostra Tkmctrio con quel mede fimo argomento, tol quale ce lo info 

gna 


SoprdL Particela X X PII . j | 

giu ~4riflotilc , cioè thè vediamo , che diche non volendo mentre famigliar - 
mente ragioniamole’ ver fi !aw>u.i c : fc i (pano di bocca . £ quindi nafte, che 
fe bene mvniuer file pare che i Ketor) damino ogm forte di ver fo, che nói ci la 
fumo v [arcjiel ragionar.' & pr$it, l beate Sopitala nondimeno, dice che que 
fio non fi hi da intrudere de' l ambici fmartq , & HipponacL i , i quali anhe Ci 
cerone dice , che v ìx cfl'ugere pollimius, e che ingrati parte ex Jainbis no- 
Uraconftatoratio; Tito tino non [domila fua hifloria fi lafciò vfiire de' 
ver fi I ambici , ma anche degli efiametri , come quello, 

Effractis portis, & ftratis ariete muns^ 

Et altri : E fa mirai fimo bene per gli finiti de molti politiffimi autori , for- 
fè che anch’ tifivi batterebbero in qualche luogo dato dentro . Tuttauia ne gli 
ejf. metrica alt ri ver fi Jarebbc fino vitto : ma nei Jatnbì fi deue patire, Ci 
batter per [ufficiente cauja de Ih ifcuja: ione la quafi neotffità , poiché -vediamo , 
che quei medefimi , che di ciò hanno ripréfo a Itrt , mentre erano nt U’atto fttffo 
del riprenderli, vi jonomei fi loro. £ phoraC umano vditored’lfocratc, diceva 
T beone fopbifla , che mentre probibiua all’ Oratore , che non filafciaffe vfitr 
verfi di bocca , cominciò egli fieffo da vn’fenario : Il medefimo dice Cicerone , 
che auueme ad vnterto Hieronimo 'Peripatetico , il quale malignamente rac- 
cogliendo da tutti gli firitti d’ifocrateforfe trenta verfi . Sed tàisen dice Ci- 
cerone hic corredar in co iplo loto , quo rcprchcndit , iuinuttit un* 
prudens ipfcfcnarium. « , 

Che più ? Cicerone medefimo nelle fue orationi,e nel principio d’vna orat 'iont 
e di quella , che nelle J lampe fi colloca , innanzi à tutte l altre da vii Lambii 
fatarlo incomincia , che tale fiotta dubbio è quello. 

Quasrcs in Cantate dugpluriinum . , : 

■ii che btfiua concedere che la regola , del douerfi fihiffare i verfi nella pro- 
fa , à verfi lambici non fi eflctide . èia ragione è quefla : che i verfi non peral- 
tro fi figgono, fe non per la rifinanza, e per lo rimbombo che fanno in loro i pie 
di :frà quali non hauendo q tUi de firn bici ri finanza, è rimbombo alcuno,mct 
ejjendo come h abbiamo detto vilifitmi , & humilifftmi ; non è marauigliafe cefi 
fando la caufa , ctfja l'effetto , & i verfi fatti di loro come non rifonanti ancora 
nelle profe fi ricevano : Bafla ( tornando d'onde partimmo , )che la com pofit- 
tione oratoria pereffer magnifica bifogna che fia numerofa . ma non metrica-, e 
; però tale la faremo fe lafaandd gli altri piedi, de ,c Pcani ci vaieremo, collocando 
nel principio della claufola il primo Tcane,e nel fine il quartoiod almeno , qua 
do ciò non po(fiamo,cominciàdo la claufola da ftllaba Unga ed in fillaba pur lun 
ga facendola terminare : cquefio bafliqianto alla pioja Latina , & alla Gre- 
ca : che alla noflra volgare , f taluna : al fiteuro quelli documenti non fi confan 
no . E però del particolare numero oratorio di lei } fard bene , che quafi digre - 
dendo alcuna cofa trattiamo, rr 

; [t . 1 >r*>; i 

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urli atto «al nw(r«v tr: r usti ut) >£ ">.■:* tifi •e't: ** 

v DI - 


3 * 


Il Prevaler delPamgayoU 


DIGRESSIONE INTORNO AL NVMERO 
oratorio delia volgar noftra fauella . 

P Er intelligenza più ageuole di ciucile cofc.Ie quali in materia del 
numero oratorio Italiano haboiamo à conchiudere, otto pre- 
ìnefTe bifogna.che facciamo.La prima è che oue apprefTo à Gre 
ci Sci Latini niuna fillaba in quale fi voglia parola fi trouaua , ò 
truoua che per fe dclfo non habbia la fua quantità, cioè che per fé mede- 
limaconfidcraca fenza alcuno aiuto eflcrno,non fiaò IUnga,òbreuc:nel 
noftro volgare I taliano niuna fil laba per fe ftclTa hà quantità alcuna : è 
niun aaiutata da dlcmo aiuto può domandarli ò lunga òbreue . Lafe- 
condaprcmeflaècheoue fra Grecie Latini l'accento, come diceuamo 
di fopra.non feruiua,e non lcrue à tempi , Se à ritmi, ma à filoni , ed alle 
harmonie,cioè fa le fillabe ne lunghe , ne brcui , ma alte e bade; tra noi 
l’accento non folo ferue aH’armonia;ma anche al tempo : perche ouun- 
que l’accento acuto fi pone fopravna fillaba: efTa che perle medefima 
non farebbe ne lunga nè brcue,per l’aiuto cfterno dell’accento diuenta 
lungajccofi nella linguanofira quelle fole fillabe fono lunghe, che dall' 
accento vengono accettate . La terza è;chc in ogni parola noftra volgare 
poncndofi vn’acccnto acuto , ( che è quello che afiblutamente doman- 
diamo l’accento, perche i graui noti accoltumiamo difegnarli ) c non più 
«he vn accento ponendoli per parola , ne fòglie di neCtfiità’ che ogni no- 
lèra parola habbia vna fillaba lunga : c niuna noftra parola pof> 
fa haucr più che vna fola fillaba lungauuquartacjchc fe bene niffuna no 
ttra parola hà più d’vno acccnto,c per-confegucnza più d’vna fillaba luti 
gamondimeno le parole compofte.ò dcriuatiue : oltre La fillaba dell’ac- 
cpnro clic hà lunghezza propia.hanno vna certa lunghezza originale, in 
q\iell’alrrafillaba,che quando era feparata haueua l’accento.Come Ama 
rilmentc l’accento ftà fopra la penultima, e quella fola è propiamentc lun 
gaima pcrohe la parola originale amaro nella fillaba penultima haueua 
anch’eira l’accento: però quella medefima fillaba reità affetta: Amelia 
parola amaramente: due fillabe lunghe fono, vnapcr proprietà, e l’altra 
per deriuationc: Che fe talhora di tre parole , è comporta la parola , o da . 
due deriuata: Come airuticatainente, che viene da amaricato , Se amari- 
caro viene da amaro quiui oltre la lunghezza propria nellapcnultima, 
rellano affette per lunghezzaoriginale due fillabe.la fillaba ma per ama 
ro , c la fillaba ca per amaricato: fe bene quando le due affette vengono 
ad effere immediatamenxevicinc,non fi ferite coli la lunghezza della pri 
ma : come in quella honoraraincntcche le due affette fono no per hono- 
rem ra per honoraroc per effere vicine la lunghezza della fillaba no non 
fi fcntc come quella.della ma , in amaf lestamente. E quella colà del Te- 
ttare affette le fillabe, è tanrc» vera, che oue il nomeoriginale,cfdrucciq- 
lo: onde le ducvltimc non vaglionochc vna , Come in qtfello nome Ca- 
riilìsno: anche nel dcriuatiuo quelle due rartengono natura di fdruccio- 
!o|, c quanto al numero feruono per una fola: in modo che quella parola 
Canifima mente quanto alnumcro oratorio non luche cinque fillabe 

ca una. 


hpà U Particeli, a XXV IL j j 

òfl ma > ris,duc, fi e ina per vna che fa tre , men quattro, c te cin- 
que. 

La quinta premetta è, che non ettendole nollrc fillabe nè lunghe, né 
breui per fc flette , e per accidente non rrouandofenc , che vna propria- 
tìènte hfoga per parola, non è nè poflìbilc, nè neccflario ;il ridurre le 
noftre fillabe «Sci tempi loro inmifure de’ piedi, come fecero ,i Greci, 
Sci Latini ;& in formila (che che habbiano detto alcuni feguitati da 
fe fletti foli) nella noflra Italiana lingua piedi metrici nè lì ricamano, 
nè pottbno ritrouaruili . 

La fella è , che l’accento noftro pollo nell’vlrima fillaba , è vna parola 
di più fillabe, lcua à tutta quella parola la magnificenza; e la cagione 
è, perche ogni tardità fàgrauirà , magnificenza; Se ogni celerità legge- 
rezza, c battezza, come lo dicono Se AriftotiIc,e Demetrio, e tutti 
gl’intendenti ; Ma l’accento porto nelPvltima fillaba come pefo foucr- 
chio dando il tracollo alla bilanciali tira dietro precipitolàmente , c fà 
che proferiamo con molta celerità tutta la parola che gli aggraua : co- 
me fe ne può vedere l’ette mp'io in quelle due parole haueuo>& haue- 
rò,chehauendolcmedcfime fillabe, nondimeno per la varietà de gli 
accenti , con grauità fi pronuntia la prima , e la feconda precipitofamcn- 
ce; onero in quello legicra , e Icggcràj/ewre/cge/, le quali hanno di' più 
anche le medefimc lettere, e pure la prima attiri magnifica parola c, e 
lafcconda'perloprccipitiojchcledà l’accento, riefee attiri tenue cca- 
fcantc : e però in vniucrfalc tutte le parole di più fillabe , che fopra l’vlti- 
ma fillaba balleranno l’accento, incttilfimc faranno alla magnificenza. 

La fettima premetta c; che tutte le parole di più fillabe nonhaucn- 
ti l’accento nell’vltima, tanto faranno più magnifiche , e più graui, quan- 
to l’accento farà più verfu il fine, più grauc quella che I’hauerà che nella 
ahtcpcnultima , e coli di mano in mano : E la cagione|fi caua dalla mede- 
fima tardità, e velocità; perche otic l’accento nell’vltima fà proferi- 
re coij celerità tutte le fiilibc precedenti ; egli in ogni altra pollo 
non dì celerità alle precedenti ; ma à quelle che Io (eguono; come 
lo notò anche il Bembo nelle profe : in modo che quanto è più' vi- 
cino al fine della parola , à tanto minor numero di fillabe dona ce- 
lerità: fe è nella penultima non fà accelerare fe non l’vltima, come 
quando diciamo , annua: fc nc!l’anrepemiltima,ne fà correre due, come 
ainauano .Se più sù ne accelera tre,come fminafì , fc più sù quattro , co- 
me, fcm/ucifì, e fe. inehe più sù( che è l’vltiino termine) ne precipita cin- 
que, come feminaci fette . Si che quanto è più verfo il fine, tanto aggion- 
gc dunque minore celerità, e la parola retta più magnifica . Nell’otta- 
uo luogo premettiamo finalmente , che fe bene vna parola confidera- 
ta in fc fletta , e pigliata da fe fola , tanto farà più magnifica , quanto ha- 
ucràpiù fillabe; in compofitionc nondimeno porto molte parole infic- 
ine , quanto faranno ciafcuoa di loro di manco fillabe, tanto più magni- 
fico faranno il ragionare : & anche quà la prima regola fi fonda nella tar- 
dità , e nella celerità, perche prefa vna parola fola, &vn nome folo , 
fenza llnittura alcuna, ne alrrorifpettOjfenza dubbio tanto più indu- 
gio ri farà nel proferirlo, quantoegli più fillabe hauerà, cperconfe- 
guenzacpiùrardae più magnifica farà quella parola fconfolato , che 
niello; c molto maggior magnificenza ìlaurannoi nomi di Mandricar- 
Partc Seconda. C do, e 


34 fi Predicatore del Vangar ola 

«lo , c di Rodomonte , che di Chichibbio , c di Celti : Ma nella comp«- 
fitionec nelle ftrutiura di molte parole inficine la cola và altrimenti, 
perche non haucndo,comc habbiamo detto, alcuna parola Italiana più 
che vn Colo accento , quanto faranno le parole più brcui di fillabe , tan- 
to faranno più vicini, epiùi umerefi gli accenti , cquefii eficndoi pa- 
dri della lunghezza , come quelli che (oli fanno lunghe le fillabe , fenza 
dubbio quanto faranno in maggior numero, e più fpcflì , tanto accre- 
fecranno di magnificenza all’orationc: Cerne fi vede che occorre in 
quel verfò 

Ne sì nè nò nel enormi fuenaintero . 

E giù in quell'altro. 

Fior , frond’herb’ombr'antt’ond’aurc foaui. 

Si chepervltima ddlccofc premette rettici chiaro che ad vna ad vna 
le parole quante più fillabe hanno,lbno più magnifiche, ma nella com- 
pofitione quanto ne hanno minor numero, tanto fanno maggiore la ma- 
gnificenza . Hora palliamo più auanti : e fuppofie le otto cufe che hab- 
biamo dette , vediamo qnanto differentemente da Latini e Greci ci re- 
goliamo noi re’ noltri numeri , coli poetici, cerne oratori; : e primiera- 
mente quanto averli , diciamo cheouc i verfiLatini ,eGnci in ducco- 
fe confi lituano , cioè nella determinata moltitudine, e qualità de’ piedi: 
i ncitri ( non hauendo noi forte alcuna di piedi metrici, come nella pre- 
meffa quinta habbiamo dimollrato) da due al tre cofe pigliano il lorocfi» 
fere: cioè da vn determinato numero dcfilkbe,cda vna determinata 
politura di accentici modo che fi come appretto à quegli, per clferc ver- 
bo de Ila tal forte,fi richiede che habbia tanti piedi, e tali ; coli approdo 
di noi,perchc il verfo fia verfo, conuienc che riabbia unte fillabe , e che 
gli accenti uengano à ferire le tali e le tali fillabe.*reflamctro( per eflem- 
pio)bi fogna che habbia fei piedi, e quelli (leuatcnc certe poche occafio- 
ni ) ò fpondci ò dattili come, è quello , 

*Amia vimmque e mio T rota qui primus ab oris. 

Che fc noi mutalfimo pure un piede foto ò due, come dicendo cofi, 

+4tmaiano,TÌTun,quc T roi* qui pnmus ab oris. 

Senz’altro il uerlo non làieblx più ucrfo, perche il fecondo !c il ter- 
zo piede non fàrebbono nè Spondei ne Dattilirc cofi il nollro ucrfo prin 
cipalcfuerbigraóa ) b: fi gna che habbia vudici fillabe, e che un accento 
fia femprc nella decima fillaba,& un altro.ò nella fetta, ò nella quarta al- 
meno, fc ne n in (attedile : Come nella decima, e nella quarta* 

In sul mio primo giouenilc errore. 

Nella decima, e nella feda, 

Fra le uanc lpcranzc,e’l nan timore. 

Nella decima & in turre due Iea|tre , 

Voich’afcoltate in rime fparfo ilfuono. 

Che fc noi ò facefiìmo la quantità delle fillabe minore , dicendo . 

In sù’l m io primo folle errore . 

O Icuaflìmol’acccntodalladeterminatafedc in quella maniera* 

In sù’l piimo mio gioucnjL'érrorc 

Anche qua guaito farcbbciluci fbinmodo'chcnon (irebbe più uef- 
fc.La quantità delle fillabe (come lutbiamo detto) ne iuerfi principali, 
rdi undiciceccuto quando l’accento cade fopta l’ultima, che mralcafe» 

egli 


/ 


$tpra la Particella XXVll. 

•gli <fl tanto cefo alla fiHaba.alla quale foprallà.che la fà valere perduti, 
dfcil verfo reira di dieci fillabe in quello modo. 

Con c(To rn colpo per la man d'Artù. 

Quanto polTo mi fpetro , e fol mi dò . 

Onero quando l’acccntoè nella antcpcnultima, cheafl’hora dà alle 
duefegnenti (come diccuamo di fopraj tanta leggerezza, che le fafer- 
uirc per vna fola,&: il verfo li fi fdrucciolo con dodici fillabe, coli , 
Dimmi caprar noucllo , e non t’ira r ccrc 
Già noncompiadi tal conftglio rendere. 

Ma oltre rutti quelli verfi , che al noltro principale fi riducono : e che 
ò formalmente, ò virtualmente di vndici lìllabefono, e verfi interi fi 
domandano*, molte fperie di verfi rotti,qual di tre, qual di quattro , qual 
di cinque , qual di fette , qual di otto , e qual di notte fillabe han no vfuii 
i noftrt antichi Poeti, in ciò imitando iProuenzali che pur tutti , ccu* 
fcun di loro,la determinataquanrttà di lìllabc haueuan o,c le proprie pe 
finire di accenti. Se bene come nota il Bembo, à poco , àpocodaque. 
ila varietà, cmolritndinedivcrfifpczzari cifiamo lontanati in tanto, 
dhe il Petrarca verfo rotto niuno altro, che di fette fillabe non fece,* 
quello con gli accenti nella quarta, c nella fella fillaba, come farebbe. 
Chiare frefche, c dolci acque. 

E quell 'altro 

Pervna donna hò meflo. 

1- fimi li . Bada che oue la forma , e la edenza de* verfi Latini , eGr*- 
ci Confile nelPhattcre ranci piedi, e tali: quella de* noflri è polla in 
haucr tante fillabe , e tali accenri : Ma delle rime nolirej che di- 
ciamo? lcrimcnollre diciamo, che non fono della edenza de! ver- 
fo: E che il verfo , che'non hebbe mai rime, pur che hauclfc le due 
•Condirioni fopradecte.fempte fo verfo. Echi à verfi rimari lcualTc le 
rime, pure chele due condirioni rimanelTero,non ccllarebbero d’riler 
▼crii. E perche dunque fonoclleno date trottare? fono dare trouatd 
non per fare, che il verfo fia verfo ; ma perche fia verfo più rifonante, c 
con maggior ribombo, ò maggiore armonia : E già diccuamo di fopra , 
che anche fra Greci, c Latini alcune forti di piedi vi fono, come gli hc- 
roi.chc fanno i verfi, nei quali entrano, più rifonanti, e con maggior ri- 
bombo: Etalrri ve ne fono,coTnc i lambitoli hutnili, e vili, che tanno t 
verfi loro fenza rifonanza alcuna in modo, che appena ci auucdiatno, 
che vifiano. Se appetto à gli altri fono quali non verfi: E coli occor- 
re ne i verfi nollri volgari , ne* quali per fare che fiano vedi , badano le 
due condirioni fopradecte: ma per fargli verfi ri fonanti , c di maggio- 
re ribombo , vi fi aggiongonolc rime , e fi può dire che le due condirio- 
ni badano per rifpondere ài piedi Iambi de’Larini.ede’ Grcchma le ri- 
me-vili aggiongono per edere in vece de piedi hcroi : onde quando il 
Bembo nel fecondo libro delle profcdice quelle parole: Le quali ri- 
me gratiolidìmo ritrouamento fi vede» che fu per dare al verfo vol- 
gare armoiri* , e leggiadria , che in vece di quella fodc , la quale al La- 
tino fida per conto de’ piedi. Si vede che non fà fcruirc le rime per 
piedi vniuerfalmcBtc ad effetto di fare , chcil verfo volgare fia verfo, 
co me il Latino fenza piedi non lo farebbe ; ma affine folo di datela ri- 
fonanza, e l’armonia, e per confegucnza quello che danno nel latin* 

C a non 


3 6 fl'Ttedicatere del Partigarota • 

non tutti kpicdi, ma lingolarmcnccgli hcroi : t veramente fi può dire 
clic li come fraLarini i vcrli fenarij fono quali non veri! , non perche 
non liane veri? ; ma peichc appena fi diltinguono dalle profe: C< fi fra 
noi iverfi fenza rime, benfono vcrli, ma di poco rifonanti , che appena 
lì conofconoper tali: Se il Varchi nel l'uo Dialogo, ouc incidentemente 
parla delle rimcjdicc quelle parole medefitne. La dolcezza che porge 
la rima à gli orecchi ben purgati, è tale, che i verli fciolri à lato à rimati , 
fc ben fono,non paiono vcrli . Che e quel medi-fimo che diccua Theo- 
nc Sophilta de’ vcrli Iambici,à lato à gli heroici : E tanto balli del no- 
ilro numero Poetico. Doppo il quale paflando hora all’oratorio, di- 
ciamo, che al ficuro non potremo valerci noi,ò de’ Peani, come infegna- 
iia Arillotelc, ò d’altri piedi , perche come habbiamo detto niuna lot te 
di piedi metrici riceuc la nollra lingua , ma fi come nel numero poetico 
alla proportionc de’ piedi Greci , e Latini habbiamo trouato alcune al- 
tre cofe, in clic fondare le regole de’ nollri vcrli Italiani : così alla pro- 
portionc di qui-’ Peani,co’ quali elfi agiutarono il loro numero oratorio, 
forfi troucrcmo ancora noi aicunecofc,chc fcruono per regola alla nu- 

E nificenza delle nollrc profe . E però diciamo : che li come i Greci, Se i 
atim trafeurato tutto quello, che giaccua nel mezzo della claufola, nel 
principio folamentCjC nel fine infegnauanoà collocare vn piede, che ha 
uefsc tante fillabe, e della tale mifura : coli noi non curando per hora 
quanto giace fra'l principio e’i fine della claufola, faremo magnifico nu- 
mero,^ oratorio, ogni volta, che nel fine, e nel principio della claufola 
metteremo parola con ducconditioni,cioc,che habbia tante lilli.be, e ta 
Ji accenti. E già fra Latini, e Greci fappiamo,checonucniaal principio 
il pernio Piane, che hauea quattro fillabe, la prima lunga, eie tre altre 
breui: e nel fine, il quarto Peanc pur di quattro fillabe, le prime tre bre- 
ui,c l’ultima lunga : Ma fra noi di quante fillabe hà egli ad edere la pa- 
rola, che comincia la claufola ? E iopra quale delle fillabe fue dctic ella 
hauer l’accento ? E parimenti quante fillabe conmene egli , che habbia 
la parola,nclla quale la claufola finifee ? E quale hà ad cllerc la fede del 
filo accento ? Vogliamo per qualche ragione cominciare dall’ultima:Et 
innanzi ad ogni cofa diciamo , che il tcrminaxc le claufolc in parole di 
vna fillaba fui a, non farebbe magnificenza, ne numero oratorio, perche 
douendo in ogni nollra parola Italiana rrouarfi vn’acccnto, pcr confc- 
guenza tutti i monolillabi accentuati fono : Et e fi poderofo l’accen- 
to fopra di loro, che gli fà valere per due fillabe, come fi vede in quel 
verfo. 

Quanto polfomi fpctro, cfol miftè. 

Ma già diceuanio, clic quelli tali fouerchi peli d’accenti, fanno preci- 
pitare le fillabe , che vanno loro innanzi : E chiaramente fi fcntc ,chei 
monolillabi in finciànuo troppo grande fcaduta, onde anche ad arte 
▼qa caduta imitò Virgilio con vn monofillabo, dicendo 
Trommbii burnì boi. 

E peto redi dccifo quello, che il numero oratorio non patifcc.^ 
«he le claufolc fue fimfeano in parole d’una fillaba fola : Ma e di 
quante fillabe dunque deuero edere ? qaà bifogna ridurci à memo- 
ria quello, che diceuamo nell’ultima premclfa, cioè, che fe bende 
parole confidente da fdolc, quante giù fillabe hanno, fono più ma- 
gnifiche 


% Di. 


Sopra laVartìcelld XXV IL $ 7 

gnìfichtf , nondimeno nella compofitionc , e nella claufola quanto 'h in- 
no minor numero di fillabe , tanto più fono atte à produrre ma- 
gnificenza: E però cfstndo noi hora nel fecondo cafo: diciamo che 
nel numero oratorio, la più atta parola à finirla claufola, è quella-, 
di due fillabe : poi quella di tre : fi accerta anche alle volte mala- 
mente quella di quatrro (con vna conditone, però che fi dirà poi ) 
ma parola di più di quattro fillabe , non deuc admetrere in alcun 
modo à finire le claufolc magnifiche, & oratorie : E quello quan- 
to alla quantità delle fillabe . Hora pafsiamo alle fedi de gli ac- 
centi : i quali , che non debbano ellere fopra l'ultima (illaba della-, 
parola che finifee la claufola , è affai chiaro per quello , clic di- 
cemmo di fopra nella llellii premorta, oue mortrammo che le paro- 
le, le quali hanno l'accenro fopra l'ulrima, nè fono magnifiche erte, 
neatre à produrre magnificenza : oue dunque hanno ad cfscrc ì Que- 
llo la fettima premelsa ce lo’nfegna , la quale dice che quanttv l’ac- 
cento è più verfo il fine, tanto farà la parola più grauc , c più atta 
al numero oratorio : E già nelle parole di due fillabe , non conce- 
dendo noi l’accento nell’ultima ; per forza bifogneràchc fia nella pe- 
nultima : che fe finiremo con parola di tre fillabe, ad ogni modo 
maggiore magnificenza farà l’accento fopra la penultima , che fopra 
-l’altra: Ne però deludiamo , che anche nella antcpcnultima non fi 
pofsa accettare : ma più sù non mai : E però quando bene voglia- i 
irto finire vna claufola , in parola di quattro fillabe (che per me mol- 
to mal volonticri mi vi accommodo , c per quello che dico poi non vor- 
rei che in parole tali finifsimo mai) ad ogni modo con quella condi- 
tionc fi pnò patire, che l’accento , ò nella terza fia, ò nella feconda, 
ma nella prima non mai . Et ecco le regole del fine della claufola 
per far numero orarono; In monofillabonon habbiamo à finir mai ; 
la parola più atta alla magnificenza è quella di due fillabe: Apprcf- 
fo quella di tre: E qualche volta fi accetta quella di quattro; ma di 
più non mai : l’accento nella fillaba vltima non fi admette , nella penul- 
tima dà benifsimo : nell’antepenultima fi comporta, più sù non mai: 
ftò, (là, fà, me, tc , e limili non fono atti al nollro fcruigio , farò , hauc- 
rò, comincierò, non fi accettano: (tare, quello è magnificcntifsimo : 
vedere, quello cartai magnifico :afcolrare, quc(lo fi può permettere: 
leggere, pure può femire: e riccuere , fi comporta : ma vadafene, non fi 
accetterà mai, nè parola di più, che di quattro fillabe ouunquc cfsa lub- 
bia l’accento, come hutniliatione, ragioneuolezza, e limili : E quello 
quanto al fine della claufola. Nel principio hora primieramente dicia- 
mo, che i monofillabi non fono da fuggire, come erano nel fine, anzi il 
cominciare le claufolc da parola d’una fillaba fola accrcfce magnificen- 
za per quella doppia grauità che diciamo, che gli dà l’accento: Onde 
vediamo, che non fedamente Vcrgilio ouunquc fàccna nuoui principi) 
di narrarioni quali Tempre gli fondaua con monofillabi. 

Vrbi antiqua futi . 

EH in confpcttu Tenedot. 

EH curuo anfraffu valiti. 

Sic futur lacrymant . j 

Parte Seconda, C ) 


Digii 


5 9 ffl Predicatore del PamgaroL * 

vi: regina graia 
Hoc eroi , <&• fumnus . 

E fimili , Ma il Petrarca ancora rutto il Tuo Canzoniere da vn Mo- 

nofillabo incominciò . 

Voich’afcoltate . 

Sichcinqueftoèdiucrfo nel numero oratorio Italiano il principio 
dal fine della claufola, che ouc nel fine iMonofillabinon fiadmetro- 
no,'nc i principi; le parole d’una fillaba fola li accettano molto volen- 
tieri : Del rcfto tutte le cofe vanno d’una medefiina maniera: perche-» 
anche qua le parole con l’accento in vitimo non fono buone . Dirò,ha- 
ucrà, accetterà , non conucrrcbbiroal principio magnifico: le più ma- 
gnifiche parole fono quelle di due (illabc con l’accento nella prima.», 
quando, mentre, come, poi quelle di tre con l’accento nella feconda, 
Crcfccua.ornaua, febene poi quelle di tre con l’accento nella prima fe- 
cero, Andarono , dclfero : poi quelledi quattro con l’accento nella ter- 
za : fmifurato.e.celknte, trionfante: poi quelledi quattro con l’accen- 
to nella feconda: andauano, crcfccuano , Icntiuano : Ma oltre quelle 
nè parole di quattro^fiilabc Con l’accento nel la prima, ne parole di più 
che di quattro fillabe vi li denno accettare già mai : E tutto quello che 
fin quà habbiamo detto del numero noflro oratorio , è tanto vero , che 
appena fi troueranno buoni autori in lingua nollra, che ouc hanno vo- 
luto magnificamente raggionarc.non habbino tutte quelle cole elfattifi- 
fimamcntc feruatc, fra pollo nondimeno femprc quella varietà, fenza 
la quale ogni bcllifsimacofariefcedifparuta, e fozza. Il Boccaccio nel 
fuo Dccamerone , molto più in altre note fcrilfc , che nella magnifica^ . 
Tuttauia nel principio almeno, ouc alcuna magnificenza per forzali 
fichredeua, da parole di tre fillabe conl’acccnto nella feconda fi vede, 
die cominciò la claufola , Se in parola della medefima natura la ter- 
minò. 

Humana cofa e hauer compafsione de eli afflitti. Anzi per maggior 
magnificenza nella prima parola volle, che l’accento cadefsc foprahu» 
più magnifica vocale, che è la A. Humana: E nel fine fe bcncl’acccn- 
tocadeua fopravna vocale affai bafsa, che è la 1. fi fortificarla , & ng- 
grandiua, nondimeno per la duplicarionedcllaconfonante T. afflit- 
ti: Eli vede di più , che egli non folo ncljprincipio, enei fine dellaclau- 
fola adoperò parole con l’accento nella penultima, ma in rutta la clau- 
fola niuna ne adoperò, che più sùliauefse l’accento, onde troppo più 
magnifica cofa fu il dire . 

Humana cofa è hauer compafsione de gli afflitti . 

Chefe haucfsc detto, 

Hmnanifsiina cofa è,cfscrc compafsioncuole de' miferi . 

Miflcr Giouanni dalla Cala poi in quella fua oratione fatta per la re- 
ftitu rione di Piacenza aU’lmperadore,chc à giudiciodcl Varchi,c di tur 
ri gli altri intendenti può edere modello di numero oratorio, ne anche 
vna volta fòla hà mai trafgredite le regolc.chc habbiamo dette . La pri- 
ma parola fu fi come, parola ,ò monofilla, ò meglio di tre fillabe con 
l’accento nella feconda: & il fine di quella claufola terminònclla paro- 
larifpondc, E fine di tutto il periodo fu nella parola'fofo. Poi di mano 


Sopra la Vorticella X XV IL $9 

ih mano comincio il fecondo periodo , dal monofillabo nè , e finì in fu- 
pcrba: E coli gli altri j Con tanta oficruationc : che forfi in tutta qucjla 
orationc non fi troucrà periodo finito, ne anche in parola di quattro fil- 
labc; eccetto vna volta in quella parola venerato, la quale fc bene òdi 

; piatirò fillabe , ha nondimeno l'accento nella penultima fidamente , c 
oprala più magnifica vocale che fi troui, chec la A. eia parola infc 
della, come cauata da lingua ftranicra quanto poteua far danno alIaV 
grauitàcon la moltitudine delle fillabe, tan r o accrefceua la magnificen- 
za con la nouità di fc medclima. E coli habbiamo aifai chiaramente^» 
veduto clic regole debbiamo hauerc per lo numero oratorio il princi- 
pio, & il fine delle nollre claufole : nelle quali non folo ci aiutiamo col 
fare, clic quanto più fi può vicino al cominciamento , & al termine fi 
trottino delle filiate accentuate: ma con la pronuntiationc ancora, quan 
do oriamo , aiutiamo il negotio fpendendo fempre il doppio più tempo 
in proferire la prima accentuata lillaba, che trouiamo nella claufola c 
l'ultima, che qual fi voglia, per accentuata che fia di quelle di mez- 
zo: In modo tale che le noi per eflempio pronuntiamo quello prin- 
cipio, 

Sicomcnoiveggiamo interuenire alcune volte fagr.t Maellà, cht-* 
quando, ò Cometa ,ò altra nuoua luce è apparita nell’aria, il più delle 
genti riuoltc al ciclo mirano colà, doue quel marauigliofo lume ri- 
blende. 

Si vede che apunto come habbiamo procurato di fare intendere per 
le note foprapoiteui , pronuntiando tutto il rimanente delle fillabe coi} 
vguale tempo , come farebbe con vna mezza battuta per ciafcuna ; 
leduc fole, che fono la prima accentuata, e l’ultima, con maggio- 
re indugio, come farebbe d’una battuta intera proferiamo. Ma que- 
llo fia eletto incidentemente, che ben Tappiamo che dalla pronuntia 
mai deuccauarc le fue regole la locutionc: E dando nelle cofe det T 
te più sù concludiamo, che cornei Greci, &i Latini, col mettere pie- 
di di tante fillabe, ne’ principi , c ne’ fini delle claufole regolauano 
il loro numero oratorio , coli agiuteremo noi il noilro , mettendo 
ne i medefimi cominciamcnti , e termini , non piedi , che non ne 
habbiamo , ma parole di tante fillabe , c coli accentuate , come ci 
pare di hauerc aifai chiaramente dato ad intendere: Solamente vna 
cofanoi vorremmo aggiungere, la quale fe parrà come nuoua, cofi 
ardita, potranno gli Icrupulofi lafciarla da canto , c per vna voltai 
perdonare à noi : cioè , chele bene i Greci, Se i Latini hanno non 
tenuto conto d’altro nelle claufole che del primo piede , c dell’vl- 
tiino : noi altri nondimeno vorrei io , che almeno dalla parte del 
fine tenclfimo conto d’un poco più quantità di fillabe, che l’ultima 
fola parola non contiene . In fomma io vorrei clic in tutti i fini 
delle claufole od almeno de’ periodi, Ternata nondimeno la varietà' 
che per tutto conuicnc , noi defilino in regola le vltimc fette filla- 
bc, o che effe in vna fola parola fòdero, ò in due, ò in più: E fi*, 
celfimo , che di loro la feconda , la quarta , e la fella follerò accen- 
tuare . Il Boccaccio cejto ouc di fopra l’oflerua, quando termina la pri- 
ma claufola con quelle parole . 

_ i C 4 Com- 


40 il Trtàcator del PamgaroU 

Compaflìone de gli afflitti . 

Ouc vediamo che le vltime fette fillabc. 1 

Sione de gli afflitti. 

Sono di quclta maniera: con l’accento nella feconda, quarta e fo- 
lla. Il medefimo termina poco più baffo vn’altra claufola con quelle- 
parole . 

Et hannolo trottato in alcuni . 

Ouc pur fi vede, che le vltime fette fillabe, • 

Trottato in alcuni . 

Hanno la mcdcfimaolTeruanza di hauere accentuate la feconda , la.» 
quarta, c la fella. 11 Cafa anch’egli il primo periodo termina con que- 
lle parole. 

Inucrfo di voi folo . 

E coli molti altri del fuo ragionamento: ma non già quello chen- 
rifee nella parola venerato , perche oue le vltime parole fono di 
quattro fillabe , con l’accento nella terza , non c pofsibile à Tenta- 
re la regola detta di fopra , che bi fognari bbc mettere vn’altro ac« 
cento nella prima , c per confegucnza due accenti acuti nella inc- 
defima parola, che non puòcffer mai; e quella era la ragione » che 
io promefii di dire , per la quale fc contra ltomaco mi nfoluerò ad 
accettare, che parole di quattro fillabe li ponefiero nei fini delle clau- 
lolc , fc bene quello fi può comportare , ouc la prima delle quattro filla- 
bc non hauendo lunghezza propia , l'hauefsc originale , come nella pa- 
rola venerato, perche deriua dalla parola venero, la fillabafcnon per 
proprietà .almeno per origine, hàlunghezza; madiqucllo non p:ù. 
Balta che fe oltre le regole date alla prima,& all’ultima parola delle clau 
fole , fi haurà anche cura di tutte le fette vltime fillabc, e non alterando 
ponto le prime regole, fi farà che di loro fieno accentuate, la feconda, la 
quarta,e la fella,fi troucrà forfè coli perfetto numero oratorio nella no- 
/tra lingua, quanto in alcuna altra fi ua trouato, od in quella Irena ita na- 
to da altri infegnato mai: Che fc tutte ferro non poffonocofi riulcire,al- 
mcno nelle cinque habbiamo da procurare fiano lùghe,o per proprietà, 
ò per affetto : La feconda, e la quarta come per proprietà, s’io non m m- 
gan no , c per affetto Acutamente , c ccrtifsimamente per lo ldrucciolo . 
E quello fu il numero del Caualicr Saluiati . Che però tante claufole 
di lui vediamo finire in parole tali : s’io non m’inganno, deliramente, 

Ì >crauuentura , CertilTiinamcntc , lenz’alcun dubbio, alcuna volta, e 
inaili : Vna fola cola pare , che fi ci poffa opponerc; cioè, che accentuati 
do noi le vltime fette fillabe comcdicemmo, andiamo à gran pericole dt 
tramezzare molti vcrlì interi nelle noltrc profe : perche fe vna parola di 
quatro fillabe, ò due di due , od vna di tre, vn monofillaba vi iaran 
no innanzi , fenz’altro farà fatto il verfo,comc fe à quello hnc del Cafa 
Inucrfo di voi folo . 

Haucffero precedute quattro fillabc, ò cinque con colliuonc > come 
farebbe. 

Rifgtiardan tutti . 

Senz’altro farebbe fatto quello verfo intero. 

Rifguardan tutti inucrfo di voi folo . 


Ma 


. - Sopra la Particella X XV IL 41 

Ma ì quello rifpondiamo che 'però tifogna haucr eiuditio, c fare ili 
modo clic le precedenti cole fpczzatc fiano,chenon formino il vcrfo,ce 
me fece il mcdtfimo Cafa , il quale dicendo. 

La maggior parte della terra rifguarda inuerfo di voi folo. 

Opcrinn modo che il vcrlò, fc non fiftiracchia,nonpuòriufcirc;E 
quandoil Boccaccio dille. j 

Trouaro in alcuni. 

. Prima hanea detto. 

XEt hannol' , non hannolo. 

De'quali fi come il fecondo hanerebbe fatto il verfo, così il primo nó 
lofcce: Maio voglio horamai fpingere (come fi dice ) la lingua cue 
mi duole il dente: t dico che non c poi fi mala cofa , come alcuni trop- 
po (chi zzinoli credono,chc’nclla profa Italiana,e pochi c molti verfi in- 
teri tallhorafi ritrouino: e pure ( rifaràrifpofto) Quintiliano per cofa' 
molto brutta la riprende, c quali tutti quelli, che della locutione han- 
no ragionato ò Latini , ò Greci , il medefimo vi rio ci hanno infegnato à 
fuggire : A tutti , i quali fi potrebbe rifpondere, cheperauenrura nella 
lingua noftra non così grandemente difeonuengono i verfi tramezzati 
come in quelle due faccuano : Ma habbiamo anche rifpofta molto mi- 
gliore , che dii emo Irà vn poco. Per hora ftrana cofa ci pare > che quella 
regola del non traporre vcrfi,dcbba vniuerfalmente accettarli , poiché 
di quella maniera vitiofi farebbono tutti, dico tutti i migliori profato 
ri della nollra fauclla . 11 Boccaccio comincia l’ottauanouella della feci 
da giornata così. 

Sofpirato fù molto dalle Donne. 

- E poco più giù. • . ì - 

Forfè n’eran’ di quelle, che non meno T 
Per vagezza di cosi fpelfe nozze, “ 

Che per pierà di colei fofpirauano, 

Che fono tre verfi continoulti : &^_altrouc. 

La Donna vdendo quello dì colui. 

Che ella più , che altra cofa amaua. 

E pur quelli fono doi verfi : dice ancora nello Hello principio dclhuì 
quarta giornata. 

Era già L’Oriente tutto bianco. 

E come nota il Varchi altroue . 

Lafciato Ilare il dir de’ Pater nollri . 

Ma non potendo trarne altra rifpofta . — > 

Quali di fc per marauiglia vfeito 
Se tu ardentemente amiSofronia^. 

Et in mille luoghi . Oltreché il principio flelso del Decamcrone , ù 
fa da doi verfi, vno fpczzato, & vno intero. 

Humana cofa è. 1 

L’hauer corni pafsionc de gli afflitti. 

La ormone tanto faniofa, che dicemmo di Mifscr Giouanni dallaCa 
fa all’linperadorc comincia dava verfo di fette fillabc. 

Si come noi veggiamo . 

E poco più bafso accoppia doi verfi dicendo 4 

Lecito, & conceduto, & approuato, j . 

Ma 


4 * • JflTreJicatorede! Pantriti • 

Ma magnanimo iniicmc & commendare). 

Oue (quello clic è peggio) vie anche la rima: poco pii! giù finifccTn 
gran periodo con quello verfo . 

^Sommamente lodato c venerato. i 

— Nc it Bemboflclfo tanto Icrupulofo fuggì qu erto vi rio fe vitioè, per- 
che il bel primo periodo delle fue profc,fo finì con quello verfo. 

Et allcuiati che ci fuprallà. 

E poco più giù, 

. Che fono fempre e in ogni parte molti. 

E nel principio del fecondo libro la prima ifteffaclaufola finifee così.' 
Della vita de gli huomini le vie . 

Chefe&inlui, &in altri volcflìmo mettere à ragione anche i verfi 
di fette fillabc per certo > che innumerabili Tene trouerebbono , efe di 
tutte le forti verfi volclfimo abbracciare, non v’èquaf^profachc tutta 
fenza mutarne parola à verfi fciolti non fi potefie ridurre : fi che ò tutti 
quelli , che Italiane profe hanno fcrittc , vmofamentc bifogna clic Gab- 
bino operato jò che la regola del non tramettcrc verfi nelle profe, non 
fia fi vniuerfalc, come altri fe la immagini : E cosi c : E quella era la ra- 
gione ch'io promettcuo di lopra di douer réderc : laquaie già la fanno 
quelli , che quello mio difeorfo , il commento mio in quella parti- 
cella hanno letto , pure che alla memoria due cofe richiamino , che già 
habbiaino diffhfamente dette : l’vna , che anche fra Latini , c Greci , la 
regola del fuggire i verfi non era vniuerfalc: ma di que’ verfi foli s'intcn 
deua che haueuano maggior rifonanza , cioè de gli Heroici, perche qi £ 
do à lambi non era òncceflarioùpollibile il fuggirli perle profe, eia., 
prima llefia oratione lìampata di Cicerone diccuamo , che cominciai» 
da vn Iambo. 

res in cimiate dux firn imam. 

L’altra, che dc’noltri verfi volgari: àgli Heroici Latini , e Greci tifi, 
pódonoi rimati, & à Iambo gli fciolti c lenza rima : In modo tale,chefi 
come fra Latini e Greci, la regola del nó trapurre verità verfi Heroici lo 
Jamentc fi riduce,c non à Iambici,cofi fià noi il fraporre verfi con rim e 
•ir tubfa cofa c ma di verfi fenzarima, nè polfibilecofaèil non framet- 
terne frà le profe , nè vitiofa cofa il farlo , che fe ouc il Boccaccio dilTe. 
Humana cofa è 

L'hauer compaflione de gli Afflitti. 

Hauclfe detto. 

Humana cofa è 

L’haucrc vn certo , che verfo gli Afflitti . 

Qiiiui farebbe flato vitio per la rima: E feoue egli dille t 
La donna vdendo quello di colui 
Che ella più che altra cofaamaua. 

Hcucflc detto . - « 

_ La Donna vdendo quello di colui. 
cDChe ella amaua più che gli occhi fuoi. 

Vitiqfafcnza dubbio farcbbcllara la locutione. Del refto torno à di- 
re, che i verfi fenza rime ci vengono detti, come ilambici , à Liriri,e 
Greci , fenza, che noi ce ne accorgiamo : E che però non è poflibile nel 
le prof c i fuggirgli , nc meno è vitiofa cofa il non fuggirli : E tanto J>*. 

Ili 


Sopra U Particella XXVH . 

fti di queflo:E di quant j haueua penfaco di doucr dire intorno a! noitrp 
numero oratorio. , 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

P Er due cagioni non farà coli facile il ritrouare nelle fcrirture fagré 
quel numero del quale ragiona Demetrio in quella particella. L« 
prima perciocché erte come ogn’vn sà per la maggior parte furo- 
no fcrittc in lingua Hebrca,al la quale nóè dacrcdcrc,chc quello 
tale numero Conuenga : E l’altra perche quando bene tutte nella Greca, 
ò nella Latina fauella fodero coli Icrittc tome tradotte, ad ogni modo 
non orationi.ò arringhe trattano crte,maò hilloric per lo più contengo- 
no, ò cpi(loIe,ò C'ife tali, alle quali non folo nonjfarcbbe proportionara, 
maviciofo farebbe il numero oratorio . Pietro Aureolo Frate prima-» 
dell’ordine mio , e poi Cardinale; In vnbcllilfimo trattato che egli fii 
intorno alle diuifioni , & àgli argomenti della feri t tura fagra, ( che poi 
da Giorgio Edero nella fua Economica della Bibbia, e" ftato totalmente 
fcguitato, equa(icopiato,macon alcune amplitìcationi}diuidcndo la 
fcrittiira Santa in otto parti , à ragione di otto maniere d'infegnarc. Che 
ella fuolc vfarc , dice che di lei la prima parte , c Politica , la quale con- 
tiene la Genefi,l’Elbdo,il Leuitico,i Numeri, & il Deuteronomio: La fe- 
conda hillorica,alla quale appartengono Giofue , i G iudici. Rutto, i Re- 
gi , il Paralipoineno, Efdra,ludit, Eller, Tobia, e Macchabci: Laterza 
Hinnodica.c di lei fono i Treni , i Salmi,e i Cantici: La quarta oratoria, 
che conrieneEfaia,Gicremia,EzcchieIe,D.tniclejBaruc,& i dodici Pro- 
feti minori : La quinta deputatimi, in Giobbc.c nell’Ecclefiallc:La fella 
confultatiua.nc’ Prouerbi), nella fapienza,c neH’Ecclefiallico;La fettima 
tellimoniale de' quattro LuangcliIli:cL’ottaua& vltimaEpiilolarc,che 
Comprende , LaEpillola fcrittada San Luca, à Tcofìlo degli atti de gli 
Apoltoli,.La Epi Itola fcritta alle fette chiefe , chcél'Apocalirt*e,cdi più 
le ordinarie Epillolc di Paulo , di Piero, di Giouanni , di Giacopo, c di 
Giuda:Nclla quale diuifionc vediamo dunque , che à giudicio di quello 
grand’huomo niuna parte oratòria può domandarli nelle fcritrure,ecccr 
to quella de’ Profeti : Ma quella ancora diciamo noi, che oratoria firn— 
pliccmcntc non c, ma in vn certo modo^percichc come habbiamo detto 
di fopra.non intere prediche de’ Profeti vili contengono, ma fragmeq- 
li foli,i quali clfendo Itati in quella lingua compolli , alla quale il noltro 
oratorio numero non appartiene , 6 paruto bene a gli interprcti,nclle trà- 
duttioni ancora il procedere più fcmplicemcntc,c fenza alcuna numero 
fa diligenza :Cofache non hanno poi fatta 1 noftri Ecclcliallici autori ò 
Latint,òGrcCi,quandononpiùtraduccndo3ma da fc ili erti trattando, 
ha imo fcritto,che quiui come lì può vedere ,ben fenza aficteatione Pitali 
np fatto, ma numeroli ad ogni modo fono flati eccellentemente. E fc vo- 

f ;fiamo che vno di loto ci dica ambedue quelle cofe : Ciò fono che eli in- 
crpreci non fono Ititi numerali, mai Dottori faCrisì.Ecco Santo Aeofti 
no, che di quelli lo nega , e di fe medi limo lo Confcfla nel quarto della 
dottrin i Cnriftuna al Cap. ip. Con quelle parole. Bgo autem vt de f nfa 
tneo Lìquor , qu: mbiqtl.vna'tjt , & qu.hn ah or un efl vtique notiot ,fuUt Multo 
evinta qu vintiti miejhjicri arbitrar > non prx'crmiua^tai tiamtros clauJkt.irH n 
■ . • naia 




44 Il Predicato? del 'Tanlgarola 

Ha in autoribiis noHris hoc mib: plus placet , qnoi ibi eos tariffimi 'munto . E vera» 
mente diSant’Agodino fi vede alfai chiaro il numcro:ma molto più cui- 
dentemente oratorio numero fi vc'dc in alcune anche Epidole di San 
Girolamo, in alcuni fcrinoni di S.Leon Papa, de in altri.EcdefiafUci ferie 
ti, coli fonoui ,’e coli numero!! che appena fra gli Etnici potranno rirr.»- 
Uarfenedivguali . Tanto più oucoitre il numero delle claufolc hanno 
aggiunti ornamenti di cadenze , e talhora di rime, come Leone Papa nel 
fermone terzo della Natiuità in quelle parole. u 

Unnttaquenouo confilio Deus rebus bumanis-nec fiera mificratione confinimi , 
fieià confiiiutione mundi vnam eamtemque omnibus caufiamfalutis inftitwt. 

E poco più giù. 

Quoniam ficutfattus efl domìnus caro nofira naficenio . ita & nos fatti fiumus ip~ 
firn renafiendo . 

Et in cento altri luoghi : Del redo quanto al numero oratorio Italia- 
no.come l’habbiamo ne* ferirti loro procurato d'h tuere gli altri Ecc'e fiaf 
ilici Dicitori , lafciarcmo checiafcuno lo vada à vedere , per fc mcdeli- 
mo:Noi certo nelle nollrc prediche, à quel nu nero habbiamo cere ito 
fenz’aflFetrarione di attenerci , del quale di (opra nel Commento di que- 
fra medefima particella habbiamo ragionato. Ne cominciamcnro delle 
clau fole , e tanto più nel cominciamcnro delle prediche talhora ci damo 
feruiti di Monofillabi , come ouc dicemmo nella prima parte de* Titoli 
Cardinalitij . 

Non vi è dubbio alcu no afcoltatori . 

Ma più frcquentcmenreci damo valli delle parole di due fillabc , eoa 
l’accento nella prima , come (arebbe . 

Quando fin da gli edemi lidi 
Poiché non c potàbile 
Mentre fra due penfieri 
Come non vn fol fegno . 

E limili. Da parole di tre fillabc con l’accento nella feconda comin- 
ciammo quando dicemmo. 

Paiono molte cofeà prima fronte e 
Splendono là nel Cielo. 

Crefccua da ogni intorno. 

Et altre tali . Clic fc voci di quattro fillabc habbiamo vfate ( cofa che 
‘ne principi) delle prediche appena habbiamo fatto mai} ò nella penulti- 
ma è dato l’accento 

Eccellcnre,e fe cofi può dirli &c. 

O ncll’antcpcnultima 
Andauano nel tempo di Dauidde. 

Nc punto meno ci pare di effere dati accurati ne’ fini delle claufole * 
ne quali monofillaba vocenon habbiamo vfata,che ci ricordiamo, ò ra- 
rifiime volte l’habbiamò fattoJn vece di due fillabc con l’accento ncl- 
l'vltimanon habbiamo manco terminato: Ma ad in vece di due fillabc 
con l’accento nella prima, come. 

Ecco il Teatro delle farrioni mìe 
O di tre con l’accento nella feconda 

Oue compagnie vi fono d’Angioli,Paradifo può dirfi,cnon difettò T ‘ 
O di tre con l’accento nella prima 

Schuo? 


Sopra L Pdrìtcclld J XXV 11. ^ 4$ .. 

Sehuomo viene feruito da Angioli, fanciullo viene cataro da Angioli*. 

Odi quattro con l’accento nelle penultima, f 

Viene perduto inficine exitrouato. -j 

O di quattro con racconto nella fctjpnda, 

E fi perdono inficme e fi ritrouano, „ ^ 

E fe pure parole di più di quattro fillabc habbiamo accctrate , due co. . 
«enti habbiamo procurato che habbino hauute, vno nella penultima 
per natura.cl’altrc due fillabc auanti per origine. Come fe habbiam* 

detto, . . 

Reftauamo da tutto amancati. . . 

. Ouc nel la parola amaricati, oltre la penultima che e lunga per natura, 
anche laTcco'nda, clie èia fillaba ma, e lunga per la origine che trabe 
dalla voce amaro , anzi tall’ora ci, è paruto bene doppo vna lunga tirata 
finire in vna voce lunghirtìma di fette fillabc , màl’habbiamo trcuata ta- • 
le, che ha hauuto tre accenti; due per origine .nella feconda e^ nella 
quarta; Se vno per natura nella (ella . Diremo tutta la tiratta che e nella 
predica della terza fella della Pcntccoftc,& iqùcfta. 

Perciocché quando per gli pascoli della natura vagando vn pezzo I in 
belletto uollro ; t terra , e acqua, e fuoco, e ciualche cofa tale ha medita- 
to ; aU'vìumò allMrimo fe per l’vfcio di Cimilo fi volge à pascolarli 
nella Chie fa , altra foauità che di quattro elementi , e quattro ficllc tro- 
ua nel meditare , redentionj , propitiat^jni , applicationi , fangui , >acn- 
ficij , facerdotij , Ofiic , altari , virtù , ineriti , premij , cercmonic , riti • 
facramenti , giuftitìcationi , fanttificationi , grafie , laluti , patrie , glo- 
rie , ficurezze,cognitioni , poflcflioni , fruiticni , eternità , perpetuità» 
felicità , beatitudini , io fio per dire Deificaticni . 

Ouc fi vede che la voce Dcificatiópi,bcne è di fcttefillabe, ma rego- 
late per spunto come habbiamo detto , che doucrebbono ertcrc nel nuv 
mero oratorio le vltimc fette fillabe delle claufolc , con accenti ne lla fe- 
conda , quarta, e fella iConciofiacofàchc La feconda fillabai e luna 
per origine della parola Deifico : La quarta ca , e lunga per origine della 
parola Deificato : e La fella ò.Deificationi,di natura è lunga per l’accenr 
to di tutta la parola: e veramente in quello auucrtimento di finire le clau 
fole nelle prediche , quali feinpre con fette fillabe regolate come di fo- 
rra ci pare di eli ere fiati grandemente per habito accurati; e vederci© 
potràchiunque pigliàdo in mano le noftre profe oratoric,fi pigliela pia- 
cere di farne prcua : onde è forfi auucnuto quello, che ino Iti hanno 
dannato in noi : Cioè che molti verfi , e di fette , e di vndici fillabe fra le 
oratorie noftre profe fi ritrouano : Et vna volta vi fù vn Caualicro in 
Italia di molto giuditio,il quale alla tauola d’v.n Principe , ouc venula 
letto vn nofiro oratorio componinicnto,fi piglio piacere di fare intender 
re , come egli quafi tutto in verfi fciolti fi potea rifolucrc : Che in verp 
non lappiamo fe egli à lode ce lo arrecartelo à biafimo: Ben Tappiamo 
luiclio che h.ibbiamo detto nel Commento, che tutti i migliori profaton. 
Italiani pieni fi ritrouano di verfi , e fpczzati , e interi : E che li comcà 
Latini e Greci , non è poftibile il fuggire nelle profe loro i lambì , e balta 
che fuegino gliHcroicij cofi à noi non e poflibile il fuggire 1 vcriì lciol- 
ti, & e alfai che ci auucrtiamo da’ rimati. Ma lappiamo, e' diciamo di piu, 
«he acllaprofa oratoria Angolarmente, collie in cratio_ni,ptcmcnc,^ecc>« 


'Digì 


4 $ JlTrtcbcatort JclTdntgAi+lt* 

(c limili, non (olo non é pofTìbi le , ma non conuicne.’che Aiggiafuoll 
verfo, &cnon folo lecita; ma vrilifiimacofal’vfarc numero tale , che-# 
fpefiò produca verfi ; ma fenza rima : E quinto à noi confirllìamo iiSe- 
j-amcntc , che i verfi che per Ienoltre Prediche fi ritróuano , non à cafo 
^ifonovfciti dalla penna, ma dudiqfamenjrc. Ejquando(pcreiTtmpio) 
parlando dclloSpiritoSanto dicemmo, '1 
Vento e F.uopo : Vento tanquamlpirirus': fuòcotanquatn ignis : Due 
figure e ducfimboU , Illuftrifiimi (ignori , e voi che mi fentitc,-ipiù prò 
portionati, Se i più illuftri>chc allo Spirito Santo, ò fi deficro mai , ò fia- 
no mai per darli in alcun tempo . 

• Conolcemmó molto bene , che tutti quelli che fermeremo qui Torta 
■d vno per vno erano vedi. 

Due figure c due fimboli, 

E voi che mi fentire, 

I più proportionati , Se i più illuftri , 

Che allo Spir irò Santo, ‘ 

Oli dclfcro mai, *'■ 

O fiamomai per darli in alcun tempo. 

Nè però glifcnifammo : anzi ci piacque , che 1‘habiro del numetoft- 
•nenre dire ce gli hauefle Tatti produrre , poiché habbiamo per ifperien- 
aa rirrouato.chequcllo numcrocosi (onoro, e con tanto ribombo , al- 
le concioni contentiofe,agoni diche, e popolari , principalmente ouc è 
folta corona di promilcuc c varie pcrlone.c proporrionatifiimo. Se hi 
grandini ma forza per empire di armonia, c tenere in confeguente mol 
to fofpefi e attenti gli animi de gli afcoltanti : E che fia vero , che noi à 
Jbello itudio lo adoperiamo nelle prediche per la vtilirà , che habbiamo 
conofciutodi trarne; vcgganfigli altri componimenti , come lettere, hi 
ftoric , difcor.fi , commenti , de altri ferirti noltri non oratori; : e per no 
andare lontano, reggali lodile nel quale fcriuiamo hora, c fi trouerà 
.che dalle concioni popolari in poi, delrcftoalrroue noncifiamo arri- 
fcati mai à valerci di quel numero fi fonoro , che produce verfi .Anello 
ra che in fin in lettere famigliati ne hauefiimo effempio di Monfig.Cor- 
nelio , il quale nella lettera che egli fcriue al Tornir . E che fi (lampa aui 
ti il fuo pi imo Tomo di Prediche, tre verfi vno predo all'altro accozza 
di quella maniera. 

Maà me non puòfe non infinitamente piacere quello amore , che hi 
potuto acceccare occhio fi viuo: che hi potuto illultrar pietra si ofeura, 
clic hà potuto abbellir tela si rozza. 

Ma di quella lettera al Tomitano habbiamoda ragionar più baffo 
vn altra volta : Noi fra tanto nelle lettere , & in tutti i componimenti 
non oratori; habbiarao,quanto è poflìbile, fuggiti, i verfi: Nelle popula- 
ri prediche , non folo non gli habbiamo fuggiti ; ma di quel numero ci 
fiamo valli, che è attiflìmo à produrne molti; Bada che con l ime noti 
ccncfiamolafciativfcire dalla penna, fe nonfeforfiin alèuui dique* 
prologhi che faceuamo prima , che ci fofie data la dignità Epifcopale,* 
che doppo clTer Vefcouo non habbiamo fatti mai , ne’quali principal- 
mente in quelli chcin età più gioucnilc componemmo , con fedì amo , 
'•he rallhora verfi in rima ci fono vfeiti , come que due nel prologo del- 
ia farfalla al lume. 


$opr<t Particella XXVIII. 47 

Lo volteggia e Io gita : lo vagheggia, c ló mira. < \ . 

Ma in qual maniera noi pretendiamo di haner potuto in quelli tali 
prologhi admertcrc fcnzacolpa e verli con rime , & altre cofe che da_, 
molti fono (late giudicate troppo poetiche : tutto quello ci riferiamo à 
dire', Se à difendere come fperiamoabondantcmenrc noi (ledi più baf 
fo nel difcorfo»che faremo alla particella quinquagclimatcrza. 


PARTICELLA 

VI G ES I M A OT TAVA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

E F^J I F fi cimi t cuttm & longitudine mtmbrorum marnltudinem.ceu Osv» 
w ea X-ÒitllHt ÀSUvaùof %iuitypa.J.i toV oriKlficv TlKtnrtvrnfivY v>ì 
dàUocuttY'ti ’pct'ÓTtu itarutpucetior ir opini 'infinti SA: ccleriter.n. 
rcticere in membrum breue , conterit or at ioni: granditatem/tiam 
fi ferite» tia , qua fubefl , magnificafuent , & codem patto verba. 

P ARAFRASE, 

Anno magnificenza ancora alia compofitione le lóghezzc 
f de membri , come quel la . 

i Tucidide Atcnefe la guerra fcrifle, chcfiràgli Atenc/I» 

& i Pcloponnclì li fece. 

£ quell’alcra. di 

Di Herodoto Alicarnafleo l’cfplicatione della hiftoria è quella J 
pcrciochc rutto in contrario , il dare m certe claulòlette broli, par 
che fpczzi quali , c iìninuzzi la grandezza del ragionare; tutto che, 
c le cole , che fi dicono , fien o le medefime , le parole ancora * 

COMMENTO. 

I L Secondo precetto, che ci dd Denteino intorno attamagrùficcnz* della cotte i 
po fittane è , che noi , oue grande , e magnifico vogliamo che riefcha il noflrn 
ragiona re, non piccioli t co nei fi membri facciamo :,ma ben longbe claufolc^. 
E neramente la cofit m qui fio fatto parla fi medeftma, oltre la Tagionf-»* 



Digit 


Gé 



< 1 


'4* * Il Predicatore ehi PàMtaroti 

thè lo fieffo authore n'adduce . Solamente due difficultà à (fuetto propofìtó [t 
ti partito aitanti : l’xna, che molto fu per fittamente par replicato queflo prece» 
$o qui, perche di fopra tutta la TarticcUa Scfla confumò "Demetrio in infcgtu 
re la medeffima cofa > Cioè quanta magnificenza figliono genera r le pi A longhe 
claufole : € l’altra ; che, pretendendo qui "Demetrio , com’egli He fio iice,d’in 
ftgnarci cofa , la quale noi peffiam fare ratttnendo le medi Jme cole ,ele fìef- 
Je parole ; non pare , angì non Un alcun modo poffibtle , che con le medefime 
parole di più breve ,<he è , fi faccia più longa quale fi voglia claufola : le quali 
difficultà , nondimeno non oHanti ; alla prima n [pendiamo , che anche ^(ri- 
fiorii è , quando tratta delle propofitioni nella Logica , dice , che di efie fi fanm 
poti fiUogifmi : è quando tratta di fillogifmi conte propefi/teui , infrena à for- 
margli : che è la medefima cofa détta due udite : ma tutte due le uoltt , necef- 
fi riamente , & à diuerfe ceca foni ■ la prima perche frà le utilità della propo- 
li tiene , anche quefia Infognava numerare ; e falera , pere Ite nel formar il fU- 
logìfmo di qnefìa bifognaua ualerfi : Infogna il Medico , per e fi empio , à quan- 
te infermità gioui il reubarharo : e frà l’altre , dice , che purga la bile : & il 
mede fimo inun trattato , che fa delle cofe atte à purgare la bile , torna à dire , 
the'lfà il reubarharo : 2fè pcròèuitiofa quella rcpetnione: perche una uoluc 
fidifie , quefia cofa , frà le uirtù del reubarharo , otte [oggetto del ragiona mcn 
to, era il medefmo reubarharo : e l'altra uolta, s’è detta frà i modi del purgar 
labile , ove I oggetto era la flefia bile : E nel mede fimo mulo , one ‘Demetrio 
delle claufole langlrt , come di fuo f oggetto ragionata ,frà l’altre utilitadi loro, 
anche quefia dìffc,cbe Itane unno di far magnifico il ragion are, la doue bora ha- 
aedo per foggi tto il ragionar magnifico,frà gli altri mezzi, che fono atti à farlo 
queflo ancora c’infgfiah'lTallortgar le claufole: Ma ‘Demetrio ( oppone lafecd 
da difficoltà,) pretende quà d’infegnarci à far magnifica, la or atto ne con la fola 
dUnrfuà della còpo fittone, rimanendole medefime, e parole, e cofe, e pure, che 
un membro, ò più Ungo fia,ò più brene,eon le medefime parole, non è poffibUe, 
thè fi fai eia: M queflo diciamo, che la prete [ione di Demetrio è, che la còpofitio 
ne ritfea magni fica, [eriga mutar nè foggetti nè parol&E già quelle medefime co 
fe fi laf tana, e quelle parole .ch’erano prima: f blamente per allongare le clan fo- 
le alcune fe ne aggiungono, che nè mutano fenthnento,nè leuano le parole,ch‘era 
no prima: et in lommma oue la medefima cofa fia detta covna claufola breue,ò 
con una Unga , fe bene le pa rote della breue comparate à quelle della Unga [a- > 
ranno cefi magni fioche , quanto quelle ; ad ogni modo per ejjer quefle più in nu - j 
mero , ò più longhe , vna claufola più magnifica verranno à formare , che non 
ftceuan falere ; (jli efiempì , che Demetrio adduce qui da due principi di hi - 
fiorie , uno di T ucidide , e l’altro di Herodoto , fono belliffimi , & affai chiara- 
mente moflrano il propofito ; Tuttavia nella "Particella Sefla , m ne diedCj 
* Demetrio , canato da "Platone , che certo fi ecceUent iffimo , e noi ancora nel 
Commento , ebeui facemmo fopn , tante cofe di quefia longhegza de’membri 
inemmo, E tanti e fiempi, e Latina , e Volgari apportammo, che per bora, i 
quello > che quìui tratteremo, ti pare di douer rimandare, tbici Ugge . ^ .. 


StprdLt Tdrticell* XXV 11L 4 * 

DISCORSO E CCLESI ASTICO. 




iiamp, ri-^ 
i .lanterne 

tc io «.aerato (pcir quello clic fpetra à Secolari Icntt^quc.u materia &l. 
U mU ni licenza, che nal'cc dalla lóghettza delle clau(oJ« C r ’ s ‘ ' i ; 1 . q ^ c 
ditcorfo Ecckfiaftico rimandiamo pure, chi 'fgg« * .f “ 

d tra Particella '/I.ouein Ecclcliailica inarcria.c dalle àccitturc lagic , 
d i Padri Latini, c Italiani tante cofeappartinenti à quello mcdelimqm 
fe^namento habbiatno apportate, che l’accrcllernc drnuouoad 1 altri dx 
teibc facilméte n >ia,& in no : inoltrerebbe oftcaitanone.Pm tofto ptg >» 
do occ ifiofte da qucilo.chc Demetrio le medefime cole dette di fopra re 
plica f.nz.ico'p i q ii.có quali Te medefime parolctvoghamo trattare vna 
qadlionc in materia di Prediche alTai importante: Cioè * clnoftro Predi 
C .tori potrà lenza biali no in vna Predica lua replicare le medefime co- 
fe con le medefime parole, le quali egli o haucrx ftainpatein alcuni libu 
fuoi.ò in altre Prediche nella medclumiò in altra Città haucrà dette. E 
veramete lià quello foggetro anchegli i fuoi eftremi,Conciofiacofa,che 
da vna banda Predicatori così fupcrflitiofamentc cauti fintr °“^ J C . 
ne anche in vnlucrfalc d'vna materia ardifcono di ragionare della qual al 
tre no Ite h ibbino trattato, c dall’albo caco, altri fono di cofibnonadigc- 
ftionc che nó importa loro.fe le medefime anche intere Prediche di paro 
la in parola.ò in più città, ò anche nella medefima habbiano a replicare. 

Il Padre Granata in vno aflai longo Prologo, che egli fi manzi alle fuc 
Prediche De Tempore, confelTa d’hnuerccon vn poco di nfpccto h uma- 
no procurato di non dir cofa alcuna nelle Latine Prediche di quellc.che 
e<*li nelle Spagnuolc opere fuc huieui fcritco prima. W* mnUHA umori 
fàu'-facm capiente quinci nòbi^ prr fragile memoria licuu dcMmu operarle quii 
in conaomb notiti s rtpeteremus,quod in biella nojlr* Hijpano jerm me couftnptn 
dct>rchmdcruu>\ nifi quod tnin dum qua m illis brewur aitmgim* m cohi.omu la 
Uui fundimu ,& cSpiUamtrt.ìAèpttb intcnd’i gn di no liauerc ti aiuta i ..>« 
defilili arg >.inn:i,d: i medefi ni luoghi có mummia di nauergli dittali, 
eprou iti.e perfuifi don diuerlc aythorità.cort.alcri luog.ii dellaS.rittu- 
ra,c de Padri, è c m modo rotxImence'Varro da quellach cgn c borivi 

gìt vu^fcòìm^èlfe fa tritai fepe arcamene a trattare , tafdem f, i tei vututes ci 
mcrijre, uJaccufa.c wtia éiÙtamen ratio *- -, alta ]i> ipturaiu, anUorn mq, ra- 
ti um loca adducila*! ì>*io. tadem ari* nenia, mm ijjdcni rcbu> trattanti “i v e 

ro quanto gli argomenti, Cioè, qnató ai foggetei, & x luogm cooiaai, de 
quali s’nibbiàà ragion irc.non cpoflibile m vn'long icoriodi predicne 
il non hxii ere ocralione e necellìra d- ragionare p;u volte de mcdelimi ; 
perche chi non fa.che nè Vangeli oUadragefi nah, per compio, più vol^ 
te viaie occ ifione d*h mere ò a lodare l’hu.nilrà , oa bixfi mare la fupcr- 
bix,òcofe limili. Anzi fe quc*»redVeàrori,t quati più volonrien di mate- 
rie predicano, che di Vangeli, d’vna llcfsa materia ma variamente ; pre- 
dicheranno puf vohejnon è dubbio.ehedi laude piu collo laranno degni 
Che di biafimo: E per haucrc io fcritto alerone della penitenza deliaca- 
muniòac, à d'altro, non per quello hò da rcllarc quando auutene, 
4x1 ragionare delle medefime cofe nel pergamo. Non cnma ( chceil 
° Parte Seconda. D mede- 


Qigiti 


< *i ÌÌPrì:ùc^on dii Pautg-troLt t, 

mei'etimo Padre Granata , quia in i'li> hbe.lt> de panitentia , de pcracont- 
mn'one , de blanditale , de e barilaie > de demofina , de or ai tomi fi odio , de- 
H ae ubfiincntu c&tenfque uirtutibui naUtum eh , ideo buiufntcdi cerili- 
menta perpetuo diferendt fnnt> fine qmbut Cl/r Oltana tuia confiate no» potcfl ~ , 

Si che quanto àgli argomenti in fe (falliche il medefimo luògo coimin* 
più volte nella medefima città dal medefimo predicafor à varfaòccafio- 
ni polTa , c di bba fenza alcuno fcrupulo trattarli, di quello non v’è dub- 
bio alcuno j Dubbbioc fé nel trattarlo (ìa lecito l’adoperar i medefinu 
concetti tutte c due le volte, e le medefimeferitturc , Se i medefimi luo- 
ghi de’ padri , e foiniglianti cofe : oucro fe conuenga adoperare .concer- 
ti c cofe nuoue,e di quelle che altre volte al medefimo pyopofiro fono Ila 
te detre nó valerli ponto. E già habbiamo dettò di lòprajchc il padre Gra 
nata nel trattare predicandogli argomenti, de auaìi haucua fcritto ne' lj‘ 
bri fpagnuoli, dice di hauer procurato di trattarli con cole non più det- 
te^ di bau ere adoperare, alias raiiùnes\aliafcripturarum fanflornmf, panunto 
«.Tuttauia cgIilbggion"cpurc,chc fe aliene alcuna delle medi lime co- 
le nel trattare il medciinio argomento vcni(TedeCta»non però direbbe 
gran pccc.\o:Si itero aliquod Mtrobiq ; rcpcriaiurmcquaqua hoc ut in^ens crimtex 
fìucfcendum efl.Et vn poco più g.ù fi-ggiongc, che nelle prediche poi, (non 
trattando horniai più delle opere fpagnuojc) farà facilcofa che vna mc- 
dclimaColàin più luoghi detta li ritroili: per tre ragioni . I.’vna perche 
l’huomo non fi puòcofi Tempre ricordare diciò ch’egli halbia detto , ò 
non detto aItrouc.?^f<j«r enim tu tam uaflo opere quii téique dixcr ; .m,ncmiivf- 
ft pomi. L’alt romper che facendosi le prediche à varie città, non c gran Cola 
che quello, che in vna predica ad vn popolo fi dille, il medefimo in vn al 
tro ragionamento, ad vn altra audicnija venga detto , Cumnon fempcr Con- 
(ìoti.’torcs eodem iu loco ai popolimi fomonem babcuitjdec que citta auditorum of- 
fenfionem atque mah fiditi alibi dicere pofjint quei alibi dii erutti ■ t fina Ufi cn teper 
cicche molte cole li tremano coli vtili alle lalyti de’ popoli, che non folo 
nondifdice,maèquafi necclTario il replicar Ie,5c inculcarlo allo fieno po 
polo,cJr rei eodem cum maxime ad falulcm nectpana eflficqoentcr auittorwus in - 
tulcandaell.Noi certo battendo predicato lei quarcumc,qinfi continue, e 
non Tramezzate da hanno alcun oin Roana,procurammo ( come fi potrà 
vedere nè Tei quadrageliinali fatti iit Roma, che piacendo à Dio daremo 
fra poco alle ftatnpc)non fido di non fare fa medefime prediche, che fa- 
rebbe (lata cofa ridicola , ma ouehaucmmo à trarcarc i medefimi argo- 
menti,^ ad c (porre i medefimi luoghi d’apportare fampte non più det- 
te cofa:Tu trama vi furono huomini gtaui,a quali quella troppo efqliifita 
cautela non fini di piacere: Efraglialcri domandandomi vn giorno il 
Cardinale Albano, huomodotriirimo , c pnidentifiimo , c che mi amaua 
come tìglio, per qual cagione io la mattina non hauclìi al tale propofito 
detto il tale concetto »c rilpondcndo io cu’era reftato per haaerlo a! me 
defimo propofito detto l’hanno auan ti, me ne riprefe dolcemente nbuo 
vecchio , e mi dille che il tacere vna cofa, che poreuafar «ile alTanimc 
altrui per non pregiudicare alla repuratione propia , era v n predicare fe 
fteflo c non ChriltorE forfè à quella oppofitionc fi farebbe potuto nfpon 
<fcre,fe ben noi con la riuerenza tacemmo , che conueniitaiE perfa>ra ci 
talla il cauarnc^henon (ólatncntci medefimi argomcti è lecito di trac 
are pii volte nello Hello pergamo, ma che il (uggire apcora con tanti 
iocconitczzadinon dii mai putcvn»dcUe cofe altre volte deire, pep- 


Sopri U Tart'ueJU XX Vili. JI 

altura c affettata m/erlliiione.Hora partiamo à quello che imporra più: 
Cioè à cercare fc vnagran parte di prcdica,come farebbe vnaò due pagi 
re di robba, con le medefimc cofc,e con le medefime parole totalmen- 
te è lecito che altri dica in vn pergamo haucndola gii ò /lampara in fuoi 
libri propri; dati alle (lampe, ò dettala in altracittà,ò nelle lidio perga- 
mo, ma in altro rempo.Cerro quanto al Io Hello pergamo io non configlie 
rei alcuno ; chc i mcdclimi fqoaici di prediche ofiilic di replicare non mu 
tati ponto, allo ftcflb popolose già coli lungo (patio di rempo non forte 
«orlo in mezzo , che ragi oncuol mente haucrtcro douuto gli afcoltanti 
perderne la mcmoria.Dico ragioncuolmentc,c nó alla mifura del Pardd 
Volterà, il quale in vncù quafi decrepita predicando à Ferrara vna qua- 
rtina, folcila à eia fcun palfj dirc.Fcrrara mia, quella tal co(a,ò quella ta 
le non ti riplichcrò io , poiché ben ti dei ricordare che lungamente la 
tratrmamo inficine l'altra quattfima, ch’io ti predicai. 

Ne v’erano però corfi in inczzo.fc non cinquanta c due anni, in modo 
che facilmente à qm He prediche non v’erano ^uditori (e non i nepori de 
gli afcoltanti di quelle altrc.Dclrcllo, quanto al replicare le medefime 
parti di prcdiche.pred.catc in altre città,di quello, comediceua il Padre 
Granata, non fihà trhauere fcrupulo alcuno : E l’eflcmpiodi molti hno- 
mi'ni Dotti ffimi , c grauilfimi cc ne artìcuca : ma fra gli altri di Gregorio 
Nazianzcno , il quale non {blamente fi contentò di trattare i medefimi 
argomenti, ma con vari concetti in varie prcdiche,comc rrartò egli que- 
llo luogo comune , che leChrilliatre fidinoti non s’hanno da ctlcbrarc 
alla Gemi le,nel còminciamemo dcll’orarione di Natale, c di vna di quel 
ledi Pa(bha,uu di più h.uicndo egli nella fopradetta oratione in Cbrifìi 
Tiatiuitatem trattata la dottrina delia Diuinità in vn Itinghertìmo tratta- 
to di orationccominciando da quelle parole: Dow cJr erti fcmper,eir eH.& 
crii, infino inclufiuamentcà quelle Hoc apud cordaloi & prudciuu uiroì Mul- 
to fuiliruic , che in vero occupano due pagine intiere: aJ ogni modo 
quando nella feconda oratione in Tafcha , egli hel be à trattare la fl.fla 
dot'rina,non fi guardò d’adoperare non feio gli llertì concetti,ma le me- 
defimc parole tutte fin ad vna,c mito totalmente il fopradetto pezzo di 
profa, cominciando comedi fopra Dcus&c. terminando nel multo fubli- 
mius come diecmmo:Cofa, che auucrcì anche Niceta nè gli fcholi;, ch’e- 
gli fece nella detta oratione i/i7^ia«dif/»,Etaggion le per regola vniuer 
fiale, che il replicare le medclìir.ecoft >nduc prediche non è mal e '.litui 
tutc/iì fiietidu>n>dice, D luimtati- dofìrtnan bot loto propoli/. :m ut fccwtda rju/jue 
Oratione de fello Vàfibx il fdem ormato ue> bts exp> tjjiw. b.ben , a. mei ito quidem : 
ttemm in eo lavorare, ut qux fanti retrijffiwe dilla Junt noua o> ottoni : forma enna- 
ri« i/ttentpeftme oflentanonis efiSì chi guanto a Teologi, & a Re!Ìgiofi,che 
cifi uonhabbuiio da biafimarc coloro, che in più prediche replic mo tal- 
hpra principalmentein varicCittà vna mcdenma partedi profa, quello 
Còri l’èlle triplo di Nazanzcno fra molti alcri ci delle rcllar chiaro: Che fie 
f’aj’fene btffe verrannoa'cuni dtque' /ceotari ,’che , come erti dicono , di 
bèlle lettere fanno prufijtfioncjquclli tali delulcrarcmmo che ci dicclle- 
rp prima, fe'in Horrterc & in Virgilio fi «oliano mai più verfi conti mu- 
tilili più d’Vu luogo reificali, c poi cheli conrenta fiero di leggere il pi oe 
mio della decima nouclla della prona giornata del Dccamcrone, &H 
proemio della prima nouclla delia g mata (etla,cci dicertcrofic vippc 
rò fra loro Coli gran differenza : Il piano certo dice cefi. 

D a Ifa- 


4 Predatore del i\mgaroU. \ 

Valorofe giouani, come nè lucidi fercni fono le (tei le omanfjto’del Cie 
lo, e nella Primauera i fiori nè verdi prati,cofi dt’laudcuolcollumi , c de 
ragionameli piaceuoli fono i leggiadri morti, li quali perciò, che breui Co 
no, molto meglio alle Dóne(lànò,che àghhuomini.in quoto più alle Da 
nc.che à gli!huomini il molto parlare, c longo.quado seza cfso (ì pofsa fa 
Te,fi difdicc: come, che hoggi poche, ò niuna Dona rimala ci lia,la quale 
ò intenda alcun’lc«giadro,ò à qllo fe pur lo'ntcdclsc fjppiarifpódcrc:gq 
neral vergogna c di noi, e di mite quelle che viuono. E l’altro dice così. 

Giouani Donne, come nc lucidi fercni fono le (Ielle ornamento del, 
Cielo , c nella Primauera i fiori de verdi prati , c de colli i rileuati arbo* 
fedii ; cosi de’laudeuoli collumi , e de ragionamenti belli fono j leggia- 
dri motti . I quali pcrcioche breui fono , tanto 11 anno meglio alle Don-» 
rie, che àgli rinomini, quanto più alle Donne, che àglijhuomini il tnolcq 
parlar fi difdicc . E il vero, che qual fi lia la cagione , o la maluagità del 
noftro ingegno, òinimicitie fingulari.chc à nollii fecoli fia portatada* 
Cicli, hoggi poche , ò non niuna Donna rimafa ciò, la quale ne lappi;* 
rie tempi opportuni dire alcuno , ò fe detto l’c, intenderlo , come fi con 
uicne. General vergogna di tutte noi . 

Che (fe non liimo errati) non fono però troppo differenti cofe: Ma di 

S ucilo non più. Re (la l’vltima cofa da edere cercata in quello propofiro*. 

ioefe predici intera di parola in parola conuiene, che il Predicatore 
ardifea di fare più d’vna volta la medefimaò in vari luoghi, ò nella lidia 
Citrà . E qui diciamo ancora , che il fare vna meddima Predica* 
intera due volte in vnamedefima città, .'cggono infin i ciechi, che 
farebbe cofa fconueneuolilfima . Del redo , ò de’ Predicatori ragio-, 
niamo , ò de’ recitatori : Cioè ò di coloro trattiamo , che prediche- 
fanno compofte da le medefimi, o di quegli , che prediche d altri* 
imparare à mente» recitano come ftanno. Quanto à primi noi habbiaino 
veduto huomini dotti. Se eloquenti,! quali ad ogni modo doppo haurre. 
comporto vn quadragefimalc à gullo loro; di lui fole fi fono futuri tutte 
le quarefimc’, Se in tutte le città , ouc hanno predicato : E forili hanno 
fatto per minore fatica, cper attendere frà tanto ad altre cofe di vgualc 
vtilit à; ma non ci piace già la fcufa,che intendemmo , che tu vna volta* 
apportata da vno di quelli tali: Cioè , che quando Santa Chiefa muterà 
Vangelo , egli muterà prediche ; quali , che habbiano gli Euangcli cosi 
angufti foggetti , che fopra ciafcun di loro vna fola Predica fi polla con- 
uenientcmcntc formare; ouc fopra ciafcuna particella loro veggiamo 
che infiniti ragionamenti fono (lati fatti, e tutti propri. Infornino noi n<^ 
danniamoquclli rali, diciamo bene, ches’hauclfcroà predicare più qu^ 
rriTme continuate in vna loia città , bifognerebbe mutar tutto; Et anche 
predicando in moire, crediamo, che il variare quadragefimali farebbg* 
più ingcniofa cofa . Quanto à recitatori poi, la loro feufa è tanto emcaco 
c di tanta forza, che non hà replica: Cioè, che elfi non fanno a mente ol- 
ire prediche, chcquclle,nè da fe ne fanno fare, ne di impararne di nut^ 
e darebbe loro il cuore, in modo, che fe vogliamo, che predichino,bifcH 
gna cótentarfijchc recitino sepre quelle medefimc:Ma fc cóucnga,chc u 
faccia coli, c che horamai né folo nelle Chicle i pcrgami.ma anche nelle 
fcuolc le Catcdre fiano piene di papagalli: cioè di pcrfqnc,chc fenza in te 
dcrc molte Volte ciò cheli dicano,recitano di parola in ^parola fet itti àl- 

nui, di qrtó àpiù ^pprio luogo ragioneremo à baffo in qllo libro ideilo. 


:: vi**» ,v - 


. .1*. 


5 ? 


particella 

V I G E S l M A N O N A. ( 

T E 6 T O D I DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

• jfttùficumautcm rfl,&cx cinunduHniri 

3 U M ,d,da.iW-X^ . 

I *U< w iypwiv <* d&*iy*f &•* rou **?!>*** ***** 

raparti eiror wtMr ir *«W« J rLur* 
Z^i fk^d^r . tr V ,r mut & r,C Maro' ir X"*™ epar^r . 
nerfa en:m bèc magnìficentia ex cinu/niuftu exftìti t. 

""f -* 1 ’ 

rat X.nutpirtii È?».iW ty roKtiùcn ipvpKt, w* y rt <u ‘ . 1 

Si inquarti hoc patio immutato ilio aliquis idem 

* Quemadmodfm cnìm longas via* frequenti* dmerfom 

Utudincs vero cium in pam* vijsfpecicm quaniam retinoli longitudini ,iii 

& in membri* fieret. 

parafrase. 

Agnificacofaè mede" na^ot^d ra S'°"®^P 

monte Pi n^,^^^ntop:rgli coirai JcDcl jpi.acgl» 

**" Zi ,nlr ' : t " a , 6p : 

futa «fa* «M , **'»£» afcolB.o . Citc fe «gli fata 

Parte Seconda. D * 




54» $1 Predicatore del Panigarola. 

confini de Dolopi, de gli Agriani , de gli A mphilochi;,e de gli Ar«c 
nati -Quindi non Jongi da i nato CntajdcgJ»tniadi sbocca m mare 
ma prima có ifiagni,cpalud allaga le campagne degli iflefli Lniadì 
le quali pere io ad allogiarc l'oldati principalmente nel tempo deli’ 
inuernonon poflònoleruirc. 

Non è,dubbio, che più volte hauerebbe lafciato qu etare l’animo 
di chi hauefle ò fentito , ò letto, ma non fi Jongò,e per confcguchza 
non fi magnifico farebbe panno ìJcorfo delle parole di lui.ln quella 
maniera nella quale molto men longhc ci paiono le ftrade,oue da al 
b$rghi,& altri allogianicnti le vediamo tramezzate ; chcouc lenza 
tramezzoalcunofolitarie, c vuote ce le vediamolo ucro «eie trpuu 
moauantù ' ' . 

COMMENTO. 

E Qucfla verità ancoraché il parlare periodico maggiore magnificenza 
dia all'oratione , che non fa lo fcatcnato , e difciolto palitene pure ce lo 
dific Demetrio in (furfio mede fimo libro-, ma ad altra Octaftate: Cioè ^ 
eue hà ragionato de’ Teriodi , dalla particella duodecima , fino alla ventefim * 
quinta: Ver tutto il qual corfo di lettera, tante cofe ci fono dette del patiate per 
r iodico, e quando, e dotte, e come egli doni magnificenza al ragionare , che tire * 
petere le medefime cofequà farebbe fuperfluo , & Udirne alcune altre noni 
ucceffario . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

E Coli ancora per quello che fretta a’ difeorfi Ecdefiaftici in materia 
di periodica magnificenza a bdlanza habbiamo ragionatone’ di. 
feorfi delle fopradcrtc particelle , à quali fenza più ci rimettiamo : 
Solainchre pigliamo quelle parole dilicmctrio in quella particella. 

Quemadmodum cntm longas vias freq uentiaJjterfi ria paruas effiamt, foli t udi- 
tici retò edam in paruis rijs fpeticmquaiidatrtfetifuntlongiiudiius . 

Che noi con la parafrale, habbiamo fatte Italiane, in quello modo. 
Molto meno longhc ci paidno le llradc, oul* m alberghi , Se altri allo* 
gìamenti le vediamo trame zzacc,che ouc fenza framezzo alcuno folita 
ric,c vuote ce le vediamo, ouero celetrouiamoauanti . 

E da loro cauando vn quali cordano à noftro propofico : Et ecco dun- 
que diciamo la principale cagione , per la quale i noftri Predicatori Ita- 
liani hanno detto di diuidcre le prediche loro in due, od’in più parti: 
Habbiamo detto i nollri Predicatori Iraliani, percioche in vero noi cre- 
diamo , che quello vlo di fare più parti d’una predica , non alrrouc , chq 
quìi in Italia habbiahauutoeomintìamento . Fra padriGreci i più emi- 
nenti Predicarori,chc furono Bafilio,Grcgorio Nazianzeno,eGio.Gri- 
foftomo, al ficuro niunadellc loro homilie , òde’ loro fcrmoni diuifcrd 
in più parti: Ancora che fra loro fc bene Bafilio , c Grifoflomo non mol- 
to proiillì facelTcro i ragionamenti ; Gregorio Nazianzcno nondimeno 
di molto longlrinc faccfle tal’hora; E quando d’una medefima materia 

hao- 


Sopra Lt Particeli* XXIX* 55 

hanno hauutoà ragionare affai: non più parti in vn ragionamento; ma 
molti ragionamenti ne hanno fatti , come cinque oratimi de Teologia 
feceNuzianzeno: piùhomclicde prouidentia San Gi ifoflotno: molci 
fermoni, in materia di batteiìmoSan Bafilio,c fiinili-.Di Latini parimen- 
ti non troviamo predo à gli antichi quella tale dkiifione. Benché in ve- 
ro non n’hebbero manco bifogno per la breuità con la quale faceuano i 
fermoni à loro popoli : Che le vediamo da capo à piedi, rutti i ragiona- 
menti fatti à popoli, di Agoftino, Ambrofio, Gregorio, Bernardo , Leo- 
ne.Innocenzo, Scaltri da alcuneorarioni funebri in poi, del redo non H 
trouerà mai ragionamento fi longo , che arriui non dirò alla metà , ina 
alla terza parte di vna delle prcdiche,che noi facciamo ordinariamente 
in quelli tempi: £ fra gli altri fermoni, ve ne fono alcuni di fi brcui.che 
ci fanno flupire, come in Sant’Agollino il 141. Se il 1j4.de tempore. I11 
Sant’Ambrofioil 48 Se il 74.Sc in San Leone Papa il terzo,</eic;*/j/o Ten- 
tecoSìesySe il primo de iciuno feptimimenfts, i quali due di Leone, non arc- 
uano à venti linee perciafcuno > di modo che vnode’noftri prologhi , è 
più laiigho,che vnodi que’ ragionamenti: E forfè furono breui que’ San 
ti Vefcodi ne’ loro ragionamenti, perche doucttero fargli, inter miffarum 
folemnia Se in habico Pontificale, nel qual tempo , e nel quale habito noi 
ancora feguitiamo il medefimo Itilo, e giudichiamo, che qualunque Ve- 
fcouopantificalmente predica, doppo il Vangelo fubito, fenza cliuifio- 
ni, e breuemente habbia da ragionare per molte cagioni, ma per la falutp 
propria anc >ra,conciofiacofachcà chi in pergamo grandemente fi ri- 
fcaldartc,&fudaf«e,il profeguire poi à capo fcoperto.il rimanente della 
mefTa poniificale.nonfarcbbefenza pericolo: Et ilSignore lì contenta , 
che oue nò gioua il mctierfi à ri r chio,habbiamo cura della fanità: E che 
in nitrii facrifieij adoperiamo il fate. Comunque fìa , non diuideuano 
dunque le prediche loro i padri anrichi.ò Latini, ò GrccitSi come non le 
dinidono, nè anc’hoggi fuori di Iralia i Predicatori,© Spagnuoli.ò Fran 
cefi.ò Tcdefchijò d’altra natione.ma doppo quél primo prologhino, clic 
eglino adattano Tempre alla falutationc della Vergine , del redo tutta la 
predica fanno fenza alcun ripofo: Che fe il padre Granata nelle pr edi- 
chelatincjch’egli hIdateallaftimpa.tal’horaledi'jide.Scal fecód > pez 
za fopraponc qdeflo titolo Secundjpors, non per quell > fi hà da intende- 
re, che egli in pergamo ri pofalfc, miche quella forte la feconda parte 
della materia, che egli trattaua, la quale egli tafhora in vn corfo folo di 
ragionamento faccua , etal’hora non in due parti cTuna predica , rnain 
due fermoni dillinti,& clic fia vcrojouc dice Seiunda pars, fempre figgió 
%e,ireltdi.j càcio, nè mai nel fine del primo pezzo fii egli pure vna mi 11 ima 
mentionedi hauere àripofarc. Quel medefimo, che li vede in molti fcr- 
monali della età partala de’ noflri predicatori Italiani , che anch’ciTì ,fc 
benediuidonoin più parti la predica, non però trattano mai di ripofo, c 
fi vcdechiaramentcjchcqucllediuifioniallamatcria fidamente apparto 
-ncuano.cnon per paufe (cruiuano, che nel pergamo fi hauefTcroà fare: 
Lcpredichcchc portiamo leggere del padre Sa uonarola,furono fcritte, 
(per quanto d icono) nella medefima maniera, nella quale egli le predi- 
caua: E non hanno luogo di ripofo alcuno: Et altre ancora, chclubbia- 
mo vedute di q uellaera, Hanno nel medefimo modo: Solamente fra le 
ttampate più illuftri cominciai vederli quefiadiuifionc di parti, nelle 

D 4 prc- 


5* fi Predicatore del PanìgaroLt 

prediche di Monfignor Cornelio: E fi vede clic egli ouunque è diuifa la 
predica nello fcritto, ripofaua nel pergamo,pcrchc ne fini delle pam via 
femprc di que’ modi di dire , 

Lafciarcmi pofare , efeguiciamo. 

Lafciatemi ripofarc, e (late attenti. \ 

1 Due parole fole , Se andate à cafa. 

Lafciaccini pigliar fiato, c preparatali à (lare attenti . 

Fermareui,epoi feguiteremo. • 

Horsùè tempo ch’io poli vn poco. Fermatali ancora voi clic farc- 
* mo fine. 

Lafciatc ch’io refpiri. 

Lafciatc ch'io prenda fiato . 

Rfpofiamoci inficine . Potiamo vn poco. 

Ecofefimili: Quello che medeli inamente fece Monfignor Fiamma 
nelle prediche fue:E quanto al Padre maeflro Francefchino.fe bene egli 
fenza diuifione alcuna hà Rampate le prcdichc.fiamo nondimeno tclli- 
nioni) di veduta noi, che egli à mezza predica ripofaua in pergamo. Co- 
mchanno da molti anni in quà fatto in Italia , ccomc fanno anc’hoggi 
tutti i predicatori . E certo con molta ragione, conofccndofi chiarauu n 
te, che feruono quelli tali ripofi à molta comodità, c di chi dice, c di chi 
lente: principalmente à chi inqucl tempo defidera.chcgli auditori lac- 
cino clcmoline: E veramente non fil mai tempo nella Cliiefa di Dio, 
nel quale non cshortaffero i Predicatori,! popoli fuoi à fare elcmofinc , 
anzi per tale, ò tale effetto particolari elcmofinc : Ma anticamente non 
fi faceuano le collette, è> raccolte fotro il pergamo , ne pure il mede fimo 
giorno, ma affegnauano i Predicatori il giorno,ficil luogo à tale effetto, 
come farebbe à dire; Domenica che viene nella tal Chicfa, c nella cada 

che vi farà, anelerete à dare à quello clfettoclemofine. San Paulo fen- 

ucndo àChorinti nella prima epiflola al cap.i 6. ordina loro , che la Do- 
menica apponto debbano apparcchiarc le collette di quel le elcmofine, 
le quali in Gicrufalemme , fi haueranno à diltribuirc à gli Hebrei fata 
Chrilliani, che cofi San Grifoftomo intende la parola Santtoi . c moltra 

di hauere dato il medefimo ordine in Galatia, dicendo 

De collctti! antan qnx fi uni in Santtoi • fu ut ordina ut Ecclefus G dui* ; ita & 
vos facile : Ver vnam Jdbbati vnufquifyuc vesbumapudfe rcponat, readent quod 
ti bene placuerit . E quello vfo fcguitò poi nella Chicfa di adeguare la Do- 
menica alle collette: Vero è, chcverfoi tempi di San Gioan Grifoito- 
mo era raif redato vn poco , onde fu bifogno , che nella Chiefa tua quel 
gran Vefcouo lo riinetteffc , non facendo fare elcmofinc fotro il perga- 
mo, mentre egli predicaua , ma adeguando la futura Domenica , nella-, 
quale in tal luogo fihaucdcroà fare le co Ile tre, onde nella homilia dt 
dcemofyna, & colli’. ione in Santtos, dice Statuir, ius igitur hoc ficut nobitVaulut 
prxfcnpfit , W Dominilo die aliquid in fubfidinrn paupcrum repouamui . I Papi 
inedclimi , in Roma nelle prediche loro anticamente affegnauano tali , 
ò tali giorni per quelle clcmoline, clic hora noi tacciamo fare immanti- 
nente : Come fi vede in molti fcrmoni di San Leon Papa , de colletti! > e 
bene fpedo il giorno era quello della Domenica, onde il medefimo nel 
Sermone f . dt collctti! didc , „ 

Et ideo dilettici w* fata fiat apoflolicis infittali!, quia die Domimco prima elj 


Digìfizod-t 


. Sopra la Particella XXIX . 57 

paura (o’tefiio, omnci ros dermioni volontarie fra parate , \t vtmfquifquc fccuth 
itm fhfjicìciitiam habca' in facr ansima oLlau(mc caiforunm . Il luogo , ò il va- 
fe,oue fi raccoglicuano dette clcmofinc, Paulino nella cpiftola Ji.lo do- 
manda menta: E San Cipriano ló domanda Coi bona •: il quale SanCi- 
priano, come egli lidio Icriucin vnaepi ilota ad EpifcOpos J^umidas , nel 
Far fare alcune collette , per redimere molti Chriltiani fatti fchiaui de 
Barbari , fù fi Chrillianamente auehturofó ,chc taccolfe feTletiia ccntum 
milita numonwi, che à noftra moneta farebbono. 

Colà veramente degna di me moria , per honorc di quella Prouintia > 
come noi per honorem partieoi ari Citta liauemo Tempre , con fomma 
laude à memoria la collctta, che facemmo vna volta in Vinegiaper fabri 
care la Torre facile campane di San Franccfco delle Vigne: e molto piu 
quella, che facemmo in Napoli per erigere la compagnia della facratilfi- 
ma concettionc,la quale afcele a fomma talcichc ben moftrò Napoli co- 
me vince di nobiltà e fplendorc , coli di auanzarc di carità , e deuotione . 
la maggior parte della Città del mondo : ma quello fia detto pacando . 
Balla che in propofiro noltro,non faccuano dnnquc i predicatori antica 
mente, che le eletnofine fra tnezo il corfo della predica fotto il pergamo 
Hello vcnillero fatte, ma altro luogo afiegnauano loro, Scaltro tempo. 

La douc elTcndofi introdotro l’vfo di fare le cerche ò quelle , ò collette 
clic vogliamo dire mentre fi prcdica:_inconfrguentc ne è leguito quali 
necefTaria la vfanza del diuidcrc almeno in due parti il ragionamento» 
affine che mentre il predicatore ripofa, quella elemofina fi faccia^, che fe 
mentre egli ragiona, fi haueffeà fare turberebbe grandemente l’audito- 
rio i e fe doppo la predica fi facclTc , trouando il popolo in moto a pena' 
picciolillitna e tenui filma riufcircbbc:oltre che fi hano molte volte nelle 
prediche da publicarc indulgenze, da raccomandare luoghi pij e \coCc li- 
mili , le quali fe con molta familiarità non fi •fanno,non imprimono : E 
chi nel corlb della predica le faccfie, od à tanta familiarità non potreb- 
be feendere quanta efie richieggono; è fcvicalafie , Incoierebbe in 
maniera la fua forza del dire, clic con molta difficoltà potrebbe rimc- 
teffi in ifchicna . Maricongiongendo il fine al cominciamento, dicia- 
mo di più : Che cficndo le nollrc prediche ( come habbiamo inoltrato di 
fopta,molto più longhe , che quelle de gli antichi , è flato molto viile il 
rrouarc alcun modo che fremi la noia , e faccia che anche le cofe longhe 
paianò broui : Ma Demetrio dice » e dice vero , che longas vias diuerforta 
paruas e fficient che le ftrade framezzate paion più brcui che non 
fono , dunque anche per quella ragione l’hauer diuife le 
noftre prediche, e quali fabricatoui in mezo vn al- 
bergo ò ripofo de gli afcoltanti , per frema- _ 

re la noia della longhczza , c per farle 
parere più brcui , che non fono , 
i' : n j , . attillìma cofa è (lata > c 

conucnicntilfi— f 

ma_. . à'., , -j° 


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PARTICELLA 

TRENTESIMA. 

••M 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

%Ac\t autori , & afperitas compofitionis in multii magnitu- 
dine m,ceu illui, tileu /■ » olir f'oYxT»f< yuKtUKtfvfi 

alita cnim forta/ìe moli Jìus attribuì efi lutei arum ccncur 
fus ; rxuperantia autim demcnfirar.s magnitudini m be- 
rois : teuor erùm, & iucundum au ribus quod (fi , non valde 
in magnificentu locumbabent , nifi alicubi in paucis : & 
Tucidide s vbique ferèfugit lene, & aquatile compofitionis , & femper potiut 
offendenti ad atiquam rem fimilise fi , qnemadmodum qui per afperas vini iter 
faciunt,vt cum dixerit quod to' fxtr «TV ir#* Z< mn»K>y ut# , droacrùrat duuat 
ìbutldif facilini tnim , & fuauùts fic aliquis dixifiet ,quod Irnrn »’* 

0 £tmi Srt Tv>£«r«r fid fuftulijjet ipfius magnificentiam . Quemadmodut* 
tnim nomenafperum magnitudinem molitur ,ficiompofitio . Romina autem 
afpcra,Cr *ixfd.y;f,pto Body, !< farvutrerfifHi/xtriiv ,quibus omnibus Tbucidi- 
des vtitur,fimilia capitani nomina comp, fitioni,& neminibus compofuiomm. 

PARAFRASE. 




| A magnificenza ancora per lo più nel ragionare fafprezza 
della compofitionc : come in quel vcrio . 

Coll’armi il forte Ettorrc A tace affrica. 

Che fc bene per alerò vn poco Srepicolo riefeeà gli orec 
.chi, efprimc nondimeno eccellente, acme la grandezza di quello 
Heroc: fi come allo incontro la lenità , & cqualità nel ragionare 
bcn’èpiù fuaueàfentirfi,madtraroaccorrechegeneri grandezza: 
ETucctdide fi vede che fugge quanto può la compofitionc piana, e 
mollcranzi tutto in contrario coli afpra la fa in ogni luogo, che qnafi 
vrtando,& inciampando pare che vada per iflrade fallale, c mal 
vguali : Come quando dilfc 

E certo l'anno per quanto appartenne à gli altri morbi , molto 
iàno fù. 

Che fenza dubbio più fuauemente fi farebbe detto in quella.* 
maniera^ , , 


i ve- 


Sopra U Particella XXX. 5 9 
E veramente fa l’anno per altre inalane limo allarma fc ne laref>" 
be leuata la magnific enza ■ Anzi poiché le parole ancora , & 1 nom 1 
inibiteli conliderati quanto piùaipri l'uno, più hanno del grande : 
perciò ruccididealle conipolitioni proportionandorafprezzadel- 
Je parole, più volonucndiccuaflridoredp grido ipczzaco che rot- 
to . Efiimle. 

COMMENTO. 

P arche tutte le cofe che vengono inferiate intorno al fare la compo fittone 
afpra,ò piane , prefup pongono che fi fappia, di quale natura fta ciajcuna 
delle lettere dell’ Alfabeto e ,qut fio marauigliofamantc , e molto à pieno fi 
detto dal Bembo nel fecondo delle fue profe : per ò à noi pare di non potere far 
cofa più vtìle in qui fio propoftto , che apportare quà intero come giace il luogo 
del Bembo , per poter poi confai me à principi jf < he da lui haueremo hauuti de - 
durre le conc lu foni, chi à nofìro fetuìgio et panano necefarie. 

Hora percioche il concetto , dice il 'Bembo , che dal componimento nafee di 
molte voci , da ciafeuna voce hà origine: e ciajcuna voce dalle lettere , che in lei 
fono, ricette qualità, e formatiti meflierofapcre , qualfuono rendono quefte let- 
tere: òp parate, ò accorri pugnate ciafeuna . Separate adunque rendono juono 
quelle cinque : fenza le quali niuna voce , niuna fillaba può hauer luogo : E di 
qucfle tutte meglior fuuno rende la concioftacofa che ella più dippirito man- 
da fuori, per cioè he con più aperte labbra nel manda,epiù al CUlonevà e/Jofpi- 
rito. Miglior delle altre poi la t , in quanto ella più à qucfle parti s’auuitma 
della primiera , che non fanno le tre figlienti : Buono apprejfo quefli è \il Juono 
della 0,allo fpirito della quale mudar fuori le labbra alquàto in fuori ftfpògono 
& in cerchio, il che mòdo e J onoro nel fi vfeire. Debbolr,& leggiero, & chinato , 
tuttauia dolce fpirito doppoqueflo e richieflo alla 1. perche il fuono di lei mete 
buono è , che di quelle che fi Jon dette, foauc nondimeno alquanto, ffiene vltima- 
mente la t'. e quefìa percioche con le labbra incerchio molto più clic nella O, 
ricetto dilungateli genera, il che toglie alla bocca, & allo fpirito dignità co fi 
nella qualità del fuono, come nell' ordine :i fezzaia. E qucfle tutte molto miglio- 
re fpirito rendono, quando la fillaba loro è longa,cbe quando ella è breue : per • 
ciotheconpiù fpatiofo fpirito ijcono in quella guifa,e più pieno, che in quefìa. 
Senza che là usuando ini vece della 0 Latina, in parte ctiandioil muta le più 
volte , p ù alto rendendolo e più fmoro:che quando ella è in vece della V . fi co- 
me fi vede nel due Irono, & popolo, nelle quali la prima o con più aperte labbra 
fifima cbeì’a!tre:‘& nel dire opra, in cui mede [imamente la 0 più aperta, e 
più fpatiofa fe n'efce , i he nel dir' Ombra , & fopra , e con più ampio cerchio . 
Quantunqui anebor della E qneflo mrdefmamcnte fi può dire. Teraoche 
nelle voci , Gente, striente. Legge , ’JMiete , e famigliami la prima E alquan- 
to più aita efee ; ebe non fila feconda . Si come quella ciré dalla E Latina ne 

- nitri 




II Prethcator del ‘TatiìgaroU 

vieti fempre , doue le rimanenti vengono dalla I. le più volte . Il che p ù mani, 
fedamente apparile in quefle parole del Ho. cacci} : Setudi Coflant-nopoli 
fé : doue fi vede , che nel primo fé : pereto ih : effo viene dal fi Latino ,la £ più 
chinata efee , che non fi quella deir altre fe , il quale feconda voce è del verbo 
ejfere, Ci hi la E nel Latino , e non lai. come (apete . Accompagnate t al- 
tra parte rendono [tono tutte quelle lettere , cht rimangono Atreà quefle : tra 
le quali affai piena , ó' nondimeno ripofata , <27 perciò u buoniffiim [pi ito è la 
Z. La qual Jota nell: tre loppio , che i G ru vfino , hann nella I/ o lingua 
ritenuta i Tolcam „• quantunque ella appo loti, non rim me aoppia , anzi c [em- 
piici ,comi Ir altre ; fenonquandoejji -addoppiare ia vogliono, rxtlopand # 
la forza del fumo : fi tome raddvptxno U P.dil x dell'altro . r Pcniocbencl 
dire Za fno , lemb o , allato , [nztlofuo , <r fintili , cllaèfempli e , non fo- 
to pi r quei lo che nel principio delle voci , i nel mezzodì loro in compagnia. 1» 
d'altre confinanti , mima confinante porre fi può cunfiguenti mn.te due volte, 
ancora perciò-. he fi Jpirito di lei ;ela metà pieno, e fpe fio di quelli , thr eg'ifi ve 
de poffia efiere nel dire 'Bellezza , dolcezza . Per che dire fi può ch’ella fia più 
tofio vn fegno di lettera , con la quale effi cofi firiuono quello cotale /pirico' : che 
la lettera , che vfano i(j reci , quando fi vede , che niuna lettera di nativa fina 
doppia è in vfo di qnefia lingua : la quale non filamente in vece della X. uffa di 
porre la S.rxddopiata , quando ella non fu in pr in àpio delle uoc'r. doue non 
po fono, come s'è detto due confinanti d’una qualità batter luogo; ò ancor quan- 
do nel mez^o la compagnia d’altra lettera non vocale, non gliele viete: nè qua- 
li due luoghi alla S. Jimplice fiditfi : ma ancora tutte quelle voci, che i Latini 
firiuono per V S. ella pure per dm S. mede [imamente Jcriue. Et quella S. 
quantunque non fia di punffimo fuono, ma più toflo difpeffo.no pare,tuttauolta 
efiere di cofifihifo, e rifiutato del no fi co idioma : come ella folca efiere antica- 
mente nel Greco, nel quale furono già (critton^he per queflo alcuna volta del- 
le loro compofitioni fornirono finza ejfa . Et fi il Vetrarca fi vede battere la 
lettera X. vfata n< Ile fue canzoni , nelle quali egli pofi experto , estremo, Ci 
altre Cimili voci , ciò fictgli per vjfcire in quello dcll’ufauza della Fiorentina 
lingua, affine di potere alquanto più inalzare i fuoi ver fi, in quella maniera ; fi 
come egli fi ce etiandio m molte altre cofi ; le quali tutte fi concedono al ver fi , 
che non fi concedere bbono alla profa. Oltre à qui fle molle, • delicata, & pit- 
cetiohjfima è la L, V di tutte le Jue compagne lettere dolcijfinui. A lo in- 
contro la l{. afpera.ma digcntrofojpirito , di mezzano poi fra quelle due_, 
la M. fila il fuono dille quali fi finte quafi lunato , e cornuto nelle paro- 

le . Alquanto Ipeffo , Ci pieno fuono appreffo rende la F. J'peffb medeiima- 
mente,& pieno ; ma più pronto il G, di quella medefimt, & fpefie^Za , Ù* 
prontezza èd C. ma più impedito di quelli altri. Turi , & fnelli, & ifiiediti 
p,[ fino il B. C'U V. [nelhffimi,& punffimiil V. & UT. & tnfiem-tfpe 
ditiffimt . Pi pouero, Ci morto fuono fioragli altri tutti vltimamcnte èli £>, 
& cntantu più anchora maggiormente , ch’egli fienai la V. ch’cl fio fìnga non 
può lautr luogo. La 11. pcrciocbe non è lettera ; per fiemedefima niente può ; 


Digfltzedi 


Stfra la Particella XXX. 6 1 

Irta gittone folamente pienezza , & quafi polpa alla lettera , à cui ella in gufa 
di feruente fià accanto . Conofciute bora qucfte forze , tutu delle lettere tor- 
no à dire, che fecondamente , che ciafcuna voce le hà in fi ; cofi ella i bora gra- 
ne, bora leggiera , quando a flcrfa , quando molle , quando d'una guifa , e 
quando d’altra: E» quali fono poi le guije delle voci, che fanno alcuna Jcrittura, 
tale i il fuono , che del mefcolamento di loro efce , ò nella profa , ò nel verfo, Gl 
tal' bora g rauità genera,^ tal’ bora piaceuoleg^a . 

Jn fin quà il Bembo . del quale poffiamo imparare , mentre varie confiderà- 
tìoni facciamo intorno alle parole, quale cognitione per la natura delle lettere fe 
ne poffa trarre : ma quante forti di confiderationi poffiamo fare, ouero quante 
font di rifletti poffiamo esaminare , ò intorno à vna parola folamente , ò nella 
cognitione di due fole parole inficme-.quefto ni il "Bembo lo infognò, ne autore 
che io babbia vedutolo hi infume minutamente, e diligentemete r accolto ,£ pi t 
re i cofa degniffima di eftere [apula. E noi in queflo luogo prima, che veniamo 
alla e fio fittone della lettera di Demetrio ,fiamo deliberati di ragionarne, fpe- 
tanio che quanto pii minute fono le cofe , e più numerofe : tanto più apparirà 
chiaro,cheilben parlare non fi può fare co fi à cafo , come altri flima : E tanto 
meno il darne infignamenti: E che altri ftupird fòrfi i fallire , che intorno à . 
vna parola fola , ò i due folamente lougiunte infume , tante confiderai ioni fi, 
poffmo fare, quante fono le infraferitte . Cioè . Jn vna pa rota fola : quale fio 
la vocale accentuata : quale fiano V alt re ; come ftano variate: qual fiala con-, 
fonante maeflr a della fillaba folto l’accento , quali fano le altre , come fumo 
variate : fe vi fia dentro concorfo di vocali , e de quali- fe delle medefime , ò di 
diuerfrfe vi fta concorfo di confonante con confinante ;fe delle medefimefi di di 
uerfeffe di due Jole, ò di tre, e di quale: E finalmente fe vi fui alliteratione nel- 
le fili abe,ò affillabatione : £ co]) nel foto appiccamelo d’una parola con l’al- 
tra . Sevi refiino tutte le lettere , ò fe alcune ne venga efclufa ; efiludendofe- 
ne,feciò fi faccia per collifione della M, ò finga collisone . Et in queflo ca- 
fo ft fi fàccia la efclufione nella parola antecedente, ò nella feguente ; fe fi 
calci fillaba intera , ò lettera folamente j fe fe ne caccino, e neU' una, e nel- 
l'altra ; fe invece delle cacciate , fe ne piglino di quelle, che non v’erano: 
E rtflando tutte le lettele , fe nel fine della prima parola v’i il principio 
della feconda concorra vocale con vocale-, fila mede fima,ò due diuerfe_, , 
fe vocale con confonante, fe con vna, ò con due, fe confinante con confi- 
nante , e quefla ancora con vna ,ò con due ; fe frd principio d’una paiola con 

Ì quello dell’ altr avi fta alliteratione, ò affillabationc ; fe il mede fimo ancora fra 
l fine della prima col principio della feconda : ò fra’ l fine dell’ una col fine 
dell’altra: E fefra tutte due le voci vi fta annominxtione. Che come fi vede non 
fono però poche cofe da effere confidente : E quello che più importa , non fono 
anche di poco rilevo, & in ciafcuna di loro moltiffime cofi fi potrebbono di- 
re: JV bene noi qui , più lofio per maniera di effempio , che per altro al- 
cuna cofitta diremo fimplicementc per dichiaratione di ciafcuna di loro . 

£ primieramente diciamo , cbt conuiene per conofiere la qualità d’una parola 

fila 


Di 


61 11 VreJkàtot del PanigartU 

fila, il confiderare quale vocale vi fu accentuata : Tercioche fi come muggiti 
effetto fanno nelle voci le votali lettere , che le confonanti ; co fi le mede fune vo- 
tali migliore fpirito rendono nella filata longa , che nella breue : Ma ( come 
dicemmo ) nella Italiana noftra fanello , jota la fillaba accentuata è Umgeun : 
dunque la vocale, che farà fotte l’accento maggiore Jpirito kaueràjc più d'ogni 
altra lettera donerà r fiere confederata da noi . Diciamo la vocale , nel nume- 
ro del meno, perche in vna me de finta fillaba più a’ una vocale non crediamo t 
tbe fi po/3* ritrouare , fen^a i be di duc^cbe vi fumo , vna pigli natura di cunje- 
nante,come dicendo Iacopo, e filmili. Se nella fillaba donque accentuata vi fit. 
ràla *4, gran mae/ìà riccuerd la parola ;fe la E, vn poionh.no, e tutto con- 
forme alle regole dette di f opra dal 'Bembo, le quali e fiere venffme pare , che 
quafi per inilinto naturale lo fappino anche gli ignoranti: poube vietiamo de? 
dicitori poco, an^j nulla intendenti , in vece di dire Tnncipe , non fapcndo din 
t Pren^e,dire Prcncipe, parendo loro che più fuoni Trencipe , che Tnncipe , nè 
però fapcndonc la cauja,la quale altro non è,je non la forza, che tiene maggio- 
re la vocale E, che non fà la I. fimi defimo per la medefima cau/a da loro 
ignorata fanno altri, dicendo difcepolo, in vece di dijcipulo ; £ molti oue han- 
no da dire mentre con E eh tufo , mentre ecn E aperto pronunciano , pa- 
rendo loro eh: fi* di maggiore matfld, come lo E, per la precedènza che tiene 
la E aperta à fé flefia cbìufa . In fomma delta vocale accentuata bi^gnafar 
gran conto nella confidcrationt delle parole, e poi delle altre vocali , ancora fe 
altre ve ne entrano : C he fecondo che di tate ,ò tale natura faranno , tale me- 
fcolannto daranno alla parola . Com • perefiempio , più magnifica farà la _» 
voce allungare, < hcfupaare: non perche Jotto l’accento di ciaf una di loro, non 
rifu !* mede fi ma -4. ma perche le due vocali A, (S » precedenti l’oc - 
tento tulli prima voce, malto più fono piene chi la eia E. nella feconda. 

Con quefio però , che fempre fi ferui la varietà , cofa tanto necefiar'u à ben ra- 
gioh4'e,c bene fcriucrc : che Jpcffo fola ci fà parere dilctteuoli le faflidiofe co- 
Je : carne la fatici à alUncontro , anche le placatoli ffìme ci rende noiofe . Et in 
particolare fanno le non variate vocali, ambe magnifiche la voce più toflo gon 
fin , che piena : in modo che s’io dico per tffempio amalata, ò inferma , fe bene 
mella prima di qitefle due voci più vocali magnifiche vi fono, nondimeno per -f- 
fert' tutta la mede firn a ^4 non fi ridirebbe molte volte questa voce , che noiosa 
/ grandi/fina ci arrederebbe: htil'Boccactio nel principio delfuo Decamero- 

tie, fe bene per maefid velie, che nella prima parola, che eglifcelfe vifo/Je due 
"Volte la *4, che è la più magnifica vocale , per vai iatione nondimeno , e miti- 
gamento volle, che vi foffe anche la V, che i la più tenue , c dific humana (Se. 
tfel quatto luigi. habbiarno intorno ad vna voce fola à confiderai c quale fu la 
tu nlua :t cón'or.anffjc alcuna ite n’hà,poi che è pofiibile ikca’u** vocale fo- 
la fin UfUlaba (otto l'accento,com inquejìevoci Diaria, Triare , ò fii/iUi: 
fi f. è confortante, pi /fumo ejfere ficur: , che aticb'effa in quel luogo confiti me 
a l-i natura proptia, qualche qualità darà alla faro!*, e fe diremo f >Uo , ofe. 

ulte ,dc fino due via fignijUanti il mede fimo ; E fHi’altiOMhUmedrfmu 

Intere 




Sopra U Particella XXX. 6 i 
lettere totalmente, 'nondimeno perche la prima folto l’accento hauea la 7{; e U 
feconda la D. più :]pra pro/a mi metterà inanii la prima , chela ficonua _» , 
2(è però faranno finga effetto anche le aiti e coglionanti , che fico» ideiti accento 
cidcramo . Anrfi eia fuma conforme alia natura p.ù fra alcuna qualità ag- 
giungerà alla voce; in quella maniera, che dice il Bembo ,c dice vero , che per U 
fola natura delle conformiti, più grane fuono hà quefia voce defiro, che vetro, e 
più campo, che caldo, ò caffo . Se però veramente ,che anche quà la variatione 
fi ferui, fenza Li quale ninna confortante farà fi dolce , che troppo rcpetita rum. 
difpiactia, come in quella parola leliola , &in quefia riarma , efimili ; Segui- 
rebbe per l’ordine propoflo da noi , che bora ragionaffimo del concorjo , che* 
tal’ bora fi trotta di vocali in più fillabe di vna medefima parola : £ quello bo- 
ta della medefima lettera, come bee,rij, bora di diuerfe, come Dea, ‘Dio , bora 
di due fole, come mio, ^sichcloo, bora di più, come Lieo , beco, e tali . Ma per « 
thè del contorjo delle vocali , c nella parola , e nella Bruttura loro è per ragio- 
nare ‘Demetrio, non molto più baffo , però à quel luogo riforniamo il ragionar- 
ne ditf a f amente, che farà mi commento della partitella 41 . fra tanto confide- 
teremo ntinella parola fola fe vi fia contar fo di confinanti , perche queflo fin- 
<ga dubbio empie grandemente la voce , ò che fia delle nedefimt confinanti , è 
di diuerfe : Di medefime come quello, che adoperò il Boccacci» per aggrandi- 
tela fua prima claufiU , compaffme , (3 afflitti • Di diuerfe , come quell '(La 
ch’egli aggiunfe fubito fica bene , e poco più giù richiefio , enei mede fimo pe- 
riodo il toncorfo ch’egli adoperò di tre confinanti, nella medefima voce meflie- 
re, la quale eficndo di tre fillabe, che la 1. vi ferva per terza confinante re- 
fta chiarì (fimo : E queflo ( dicono alcuni )èd maggiore concorfo di confinanti , 
thepoffa trouarfiin vna voce, q landò ne concorrono tre, come deliro , ferino , 
t tali, fi già non voleffimo , che abBrujò , eabfiratto , e tali nella noìira fa- 
vella poteffero accettar fi : ma di queflo affai: La penultima co fa , che noi di- 
cemmo poter fi confide rare in vna parola di più fillabe, i Je vi fia allitera- 
tione , ò nò . Cioè , fe di quelle fillabe , ò molte , ò tutte dalla medefima lette- 
ra comincino j molte , come dicendo rarità , babilonia , "Pampalina , oue due 
fillabe fra tre , ò quattro, ò cinque da Ò E, ò 7, cominciano tutte, come 
nanina, viucua, gengado, oue nella prima vediamole tutte le (illabe fia 2 ^ 
nella feconda da y, e mila terga da 2, cominciai u : E forfè, che in alcu . 
ne fillabe vi fia la allitcratione non fera male , ma che in tutte fia , oue piu di 
due fillabe habbiala paróla, à pena potrà efiere finga faflidio. il mede fimo 
diciamo della affiUabationc, cioè , repctitione della medefima fiUaba , la quale 
fe fard in vna parola di due fillabe fole , forft farà comportabile : Come viue t 
coco, pipe, papa , nana, cete, rara ; £t anche potrà comportar fi fe invita pa- 
, rola di tre, ò più fillabe , duefoffero la medefima Come Titiro , Sififo , Pipi • 
fello. Cuculo, e fintili : ma oue tre filiate tutte nella medefima parola , vna-t 
fi' fia feffero , g randiffima noia b; fognerebbe , che de fiero . Che però à pena fi 
ti tucrà mai: fc gii con vno affifio, anzi adutrbio, nonne formaffimo vna ,& 
ne altri ti dicejjc volete voi d/io vino, quàì noi rifondeflhno viului , i tuo pi*- 
i tert. 


<?4 // Predicatore del T animar ola 

cere , cioè vini quitti come ti piace : cJMa qucflu importa poco . E dette confi- 
derai ioni , che in vita parola fola per conto delle lettere fi poffono battere , co fi 
alla groffa fu detto affai . Seguitino le confiderationi , che mila congiuntura 
di due parole file fra fe fleffe pofjono far fi , delle quali tutte quelle ( e fono U 
maggior parte) te quali à concorfo di vocali con vocali appartengano , ox he 
tutte due fi faluino ,ó vnafe ne cacci , òdue, & a' le lettere fi piglio in vece 
di quelle, ò nò ; tutte quelle confi ieratìoni dico al fipr adetto luogo rimettia- 
mo , oue del concorfo delle vocali fra fe flefte con Demetrio iflefjo ragionere- 
mo. Per bora quando vocale concorre con confinante , dobbiamo bauere ri- 
guardo fe la vocale il’ ultima della prima parafa, eia confinante prima iet- 
lafeconda: tome amare ‘Pio, ò pure al contrario come per amore, e quando, 
la vocale è nel fine della prima pa r ola, fe c <- ricorre con vna confinante fila , co-, 
me amare Dio, ò con due,come la fiala, ò con tre, come lo firn 't, perche in tut- 
ti quefli modi vi fono notabili differenze, e fecondo la natura delle vocali,e dello 
confinanti , varij mi [colamenti riejcono : Che fe confinanti concorrono fra fe- 
medefime; primieramente bifigna confiderai, fe la confinante ultima delta-* 
prima parola vi refìa per accidente-, Cioè per efcluftone d'una vocale , come di- 
cendo amar D/o, ouero perfua natura propria, come per Dio , & in ogni cafo t 
fe concorre con vna fola, come per Dio, ò con due, come per tra fluito : t quelle 
due fe fono vna muta, e l'altra liquida , come traftullo ; ouero ambedue mute , 
come fj>eranza,nel qual cefo il concorfo fi leuartbbe con l’aggiunta dell’ 1, di- 
cendo non per fperanga, ma per ifpcranza, come fi farebbj ancora ogni volta, 
che il concorfo fofie con tre , che in tal cafi , non per firada fi direbbe, ma per 
iflrada : E tutte quefle forme , come può molto ben fentire,chi bd oretbie pur- 
gate, varijfme tempre danno alla compo fittone . Seguita la alliteratione fra 
due parole : La quale può effrre in fei maniere : ò perche tutte due comincino 
dalla mede [ima lettera : ò tutte due fi ni fcano nella fleffa : 0 tutte due comin- 
cino, e fi nife bino con le fleffe : ouero in vna medefima finifea la prima parola , € 
cominci la feconda : ouero in vna cominci, e finifea la prima , e cominci la fecon- 
da; ouero in vna fleffa , e comincino, e finifeano tutte due ; Efiempio della pri» 
ma può efficre , latino di Virgilio . 

OmnipotentisOlvinpi • 

E volgare del 'Boccaccio. 

Conueneuole cofa* . 

Della feconda, otte tutte due le parole fi nifeono nella medefima tetterà, lati- 
no e fiempio può c fiere di Cicerone * . 

Credo ego. 

£ volgare del Boccacio . i 

Humana cofa . > 

Della terza, oue in quelle medefime due, nelle quali comincia, e finifee la pri- 
ma, comincia, e finifee anche la feconda, latino • 

Veni, vidi, rici. 

E Cicerone*. 


fingi». 


t X • >V.XYVj\ W'r.t VMS t ll 

\ } tiu ot\y>^ 

%t’i «V;j 


SoprdU Particella XXX» 6 y 

■Flftgit,fbrrnat,flcctic t l 

E (volgare or.'. i 

Viene , vede , uince i <:v i. V " 

Dell* quarta , eue come finifee la prima, tofi cominciala feconda : 
Latino ti'ìil Uil 

•* l flle«gO •'"" . ’ ,iuvr < ■ l-.i >mi\ • i J 

ne Volgare ioti .V*. • m'. . ■ -, ..mi, 

G temendo errore 

'■ Della quinta oue il primipia , & il firn della prima , & ilprin * 
eiprò dell* feconda fimo con la fiefia lettera : amen* 

(jrtio *t» >;• > :n>»c yiav.-n. v -ov.i... . u. • »\3Amq.uions. oi» .mrt 

■Wft indignante# «•*» ^ » . > ' ■ i.r u» 

-«*IE volgare • . . • -iv* 

i Tffe etanoli pii beUe i ’. 

E finalmente della fefla , oue tutti , tinti principi) , e tutti duCJ 
i fini con-vna medeftm* lettera cominciano , e terminano. ntt.nV \<A j.tt 
Latino: ■ ■.B’.wuiori .<1 ,<■ . Wb t>!>*nV. •>..«*>*»# 

•’IHlipfi ''i .•.«ntaeo.turrtu-fc-- ’V. : >. on / a rnt 

*■■ Voliate «•’ ' >•' ■' - .f ' • • \ 

' \sf liegra \*furora " £ * 

• E lutti quefli modi danno ditterfa qualità al ragionare : > , \ 

Ma molto pii lo dd fri due parole la affUlabatìonc , la quale* 
fi bei te m- altri tanti modi fi potrebbe pon fiderare ^ quanto fono 
quelli dell» allitteratione ) per bora nondimeno ,d tre foli dicia-\ 
tuo che' fi deue principalmente hauer l’occhio .Oue cioè tutte* 
dite le parole cominciano dalla medefima fillaba , Ji 1 * 

Cornea - * • - * •«•**• m« - m * i » 

CVHi viri ♦“ <*••• • 1 . -v ’.K« vi» «-4K « va 

• • tjàfw Calandra canebat ' • ‘ - •’ : V ; ®« » 4' 

• Solelfcxafonabar. « mu »V-*t nfcAn.. '.wyaws 

~ Ea cosiate liquido». •;•*> * *'«> •» »•>«• 6 1 . iwh«*w..» 
*» Gariflì.oa cala. ' *«• rt •«» 1 -«*• 1 **\ • ' 

Voglio volontiere. ‘ V « » 

Onero ne tutte due fini f cono mila medefima , £*me . • ‘ 

TiteTute. 

- -'Qnialt bruito . ' 3Ì4 '■ “ • 1 * ■ 51 . : 'V’ * 

Onero che in ima medefima fillaba finifee la prima patria, e comincia la, 
ficonda , / . * ’ * ' ^’O 

• Feftorcregit i • •> . ■ '>' '{ • V * 

• M»rto totalmente. 

E fimiU. cjìfa vi è di pii oltre la aUiterathtX, e la afflila barione ,cbeUan- 
Uomrna fio ne ancora bifigia confiderarr,cb< è qneUo che noi domandiamo bi - 
.v («i Parte Seconda. & Riccio, 


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Digltized by Googl 


66 ^Pretina/ ore del Panifxroh . 

Sìiccio, cioè fe quelle due perule davna lettera m poi del refi» comtirdiuo m tut- 
te l'alt re , Come in Latore 3 

Vidi vici ^ » \ 

*. Et ut volgare ' •«***' *\ *' *' * «' •• ? •? n 

Siilo Se fio <’y'\ 

O cofe fintili ;E per auuentura ehi pii diligentemente di noi andaffe rifguar- 
dando } molte altre cofe trotterebbe necefiarie ad efìere confidente e nelle voci 
fole, e nelle due vnite, che noi cofi fuperficialmente ci fiamo contentati di paf 
fare .-Intorno alle quilitutte vn fot dubbio nafce,Cioèfe dunque ogni v otta che 
fermiamo, habbiamo di parola in par ola, ò eh duetti due ad baui re tutte quijit 
confiderationi.pcrchcf e habbiamo ad esaminare tutte quefte cofe di vote inno 
te, noi non fermeremo vm pagina in vna età , e fe non occorre il farlo , fu - 
perfino pare che fia fiato il ragionarne : afilla quale difficoltà nondimeno fa- 
cilmente rifpondiamo con il Fi lo fi fi , che Citardctusin citarizandonon 
óiiCMcriltcbefc bene da principio quelli che imparano i fuonare , btfogna che 
molto pofatamente , e lentamente vadano confiderando con quale delle dito ò 
tocchino il talìo del graua cembalo , ò premano la minugia della viuola ,ò tu- 
rino il foro del flauto , e cofi degli altri , oue nondimeno hanno fatto babito nel 
fonare con ogni velocità permettono , che le dita fenza difimti imperi j della 
volontà fi radano mouendo da [e fìeffi , il che fanno efitcon tanta regola , e cofi 
finga errore tome fi di moto in moto vi fifie,d» mfegnaffe loro, ò gli agiu- 
taffe: ■ ' , Itti .• V.t -, -, i > ; : .V. _ 

Et in tutti gli babiti occorc cofi, ebe con rtgple fcafirofe, & atti dif- 
ficili gli generiamo in noi : Et effi generati clv firn finga penfare noi pii 
alle regole imedefimi atti regolati/fiimi con fonema facilità producono : La*o 
latina gramatica al ficuro finga le bafii finte , e noiofi regole delle concor- 
dange , etr altre non fi può apprendere , e nondimeno bora , che la /oppia- 
mo , ninno di noi fi troua che in parlando penfi di parola in parola fi* 
effa concordi ò nò : fenza che molti di noi vi fiauo , (he regulatiffima- 
mente parlando delle regole per ogni modo non ci ricordiamo pii . il che 
come nella gramatica occorre , cofi pofiamo dire che auuiene nella elocu- 
tione : nella quale per imparare ad eloquentemente ragionare , fi firfner* 
tenutene , che da principitele regole di / opra dette , e molte altre venga- 
no o fiatiate da noi: La dotte fatte, che ne habbiamo l'babito col filo giu- 
dicò) de gli orecchi cofi eloquentemente ragioneremo, come fi di ponto m 
ponto ogni parola con la bilancia di tutte quelle regolo andtfimo fe— 
fanio . 

CMa ( diri alcuno ,) fi come finga regole alcune grammaticali mol- 
ti per fola prattica , & ojitiuaùont di chi parla ò Jcnuc congruente- 
mente imparano i ragionare la fauella è Spagnuela, òfraticefi, i ita- 
liana, ò fienili } perche non è egli anche pofibde , che finga le regoli* 
dilla cloiutione , altri ojfcruando fidamente quelli che ktoe ragionano , « 
I . t-nu ‘L v. t firÙiOM 


Sopr+èn PdrtieeB* X X X* 6jì 

pfiiwm , impari anch'egli ad eloquentemente farlo ? esènti téme molti per. 
natura fimphee finga alcuna forte di ammaefiramenti , caualcatw , o fai- 
tana bene, 6 fanno fintili altri cffercitij : Tercbe non ì egli credtbilt ,the 
fernet tante regole di elocutione molti ancora per fola natura fuma eloquenti { 
\_sf quelle cofe diciamo primieramente quanto alla natura , che noi bah*, 
hiamo ben veduti molti per natura più atti à diuenire facilmente eloquen- 
ti che molti altri : fi con doni tali naturali , ebeoue vogliono v farli * im- 
pareranno facih/fimamentc l’arte della elocutione : ma che per fila nata», 
ra vno habbia quella eloquenza, che ì vera eloquenza , e cade otto arte > 
quello nonfi trouerd mai : Uè vale Tefftmpto del caualcare , c del fattore ;an-, 
gi fi ritorce contea chilo fi , perche fi comenefjano fitroua , che per naturai, 
ftppia i'arteintiera,c regolata del caualcare, b del dannare , ma molti fi trami 
no per natura fi ben iifpoili , che più facilmente di tutùgli altri le ppprcn* 
dono.- Coti armano i doni naturali d fare, che altri più d’altri fia atto alla, 
elocutione, ma noni fare che egli fia comedcue eloquente :R di qnefh na -, 
turali fauellatori, molti loqucnti, e nella loquacità vederemo , eloquente. 
nefiuno . 

Quanto poi all’imparare l'eloquenza fenza regole , folamenteeon letper- 
natiom di chi eloquentemente parla , eia fcriue t non vogliamo che ctù pofo-a 
auuenire , e fia tal’ bora auuenuto : cJHa diciamo bene fiondo nel mtdefimo- 
e/lempio, che fi come quelli flr ameri , i quali per fola prattica parlano bene 
Spagnuolo b Italiano À lor parere , quando riueggonovna volta le regole-» 
Grammaticali di quelle lingue , fi auuegtno di non hauere p:r auuentura cofi 
ben parlato come iflimauano : 0>fip«o tffere che gli eloquenti per fola o/kr- 
uatione , vedendo le regole della eloquenza far fi auifiranrio di non effert que' 
tjqiarci Tulli, ò que 1 Uemofleni che penfauano . Ma vidi più , che anebé 
quelli che per regole hanno già fattoli bah ito della eloquenza , ad ogni modo 
quali he volta hanno bijogmo di ricorrere alle regole '• 1 fonatori' queflo è cer* 
to ) per brani-, er Eccellenti che fumo, oue pano fiati vn pego finga fonare } 
quando dono di piglio al Liuto,ò alla y 'mola, fi vede che ci penfano moltobene, 
e fino d tanto che babbuino dirotta la mano, non fi leuano l'occhio dalle dita: li 
nel medefimo modo per eloquente che fia vno almeno nei principi) de fuoi ra* 
giornante na e fritti, è qua fi necefiano , che con regole certo ahguilìi il numero , 
e la elocutione , infino à tanto che l’orechia per l’habito fatto regge poi da /c_» 
medefima, eia Galea in virtù delle precedenti rimarchiate corre poi da fi 
ponto meno occonein certi luoghi (iugulari , e refguardeuoli dei 
parlari ,edeUàfcrittitrt fOUeìllàfciarfi-reggere all’orecchio foto perauueiUH- 
ra- non.rifponde<autam-nU alla quuLtd dei noflro btfogno : Scruono ancora 
faper le regole per' pottWndfr conto d> batter bene , ò detto , i finito quel* 
lo , chegiul'uio d'orec hi, & habito- fatto ci bornio infignato d dire , à dfcri- 
mere , oltre- che nel giudicale gti ferita altrui , (J i ragionamenti : è pur me- 
glio oue o lodatoli fono , ò biafitneuoh d fapcrne anche rendere le ragioni. 


é& . 'itlrPncdiioim tàPàitg 4 *k* 

thè à guifa de Contadini , faper dire ibt fi Viuola difcorcfi fitUA. S*f&\ 

perche. m -v -t v . 4 • ••• !».«« 

Ma di quello fui detto affai i \Hora torniamo à Demetrio , il quale f» A\ 
precetti 7 che (>? dà per fare la compojittooc magnifica ntl quarto luogo dir^ 
ce , che l’a/pu^a fuo/e. per hi più generare magnifici ; £ ben fap-, 
piamo Aoi , chea pina fi potrà farci compofifione ajpra , fi le parole nc*\ 
hauranno ancora alcuna ajpicgza in fe ». £ 'Dem> trio mi ucjuno due che T u- x 
ciiide per conformar ftalle campo fittone fiubrofe fug!uua amara /< parole >. 
E ne gli e f tempi che egli dà fi vede , che non filo. la Jìruttura r m* le vofi 
ci ancora fino rigide , iflnpitojc: Tuttauu perche à fimigto fittlacompofi-y 
ti.nc dai per fare lei afira , fi cercano afpre le parole enpn incontrano , per- 
ciò molto meglio, è.ioiocatoquàqm fio precetto, ouc dilla compofiuonc fipqfty 
la, che non farebbe più baffo ; outdtlle parole fi ragionerà .fiutali, ajptalcu», 
Gompo fiutone fra inolte altre cdft fi legare inficine due parole per mtzofii dfi& 
confinanti, ò le iflefje, come farebbe. . <’• . <• . . un . ■'«mixV» 

(òli' armi . t 

Odinerfe . •.,»>> >« 

■llfUìrtC''- wil.\ , ì 

• vJr/fpra la fanno ancora tert( legature df vocali, onde perfora# e bobbio-* 
no a nafiere collifiom,Comc a\, u'Ki • n> i *» vi. vi.. 'iti m\ a . >•<'•>» n* 
■«l slnn'il ; ... i • • \ inw^i^wfMW j ì\m|i) . t^iwa^a 

. trvrf nettare - ■ » . ..-»».*• , avy»-- . cA i oavUtt 4 tUungtAl 

nettar’ ^tuce > 

* i^sfati'afjalta, . i . no ou . ».Q 

{tue vediamo nel prima alla pirolji arme >ntt fceottda,,<tri.a. captal i? alle#* 
le forte HtUórcfisiiace à tutti ciMpoUtlfim ternate fivhvnf tettate \vtal\i ti 
queHe colli fiata oltre chi finito afiaaàgdlifiwuiOapcfi tMagnifieme-rper t mal 
#mi ut ,.penbefatino più-vii im gliameotri theorn dicefalo fotte tintore, fi 4 
fi fidi ab j accentuata foravia ftUaba.aa*htuelator vietano due JiUabe flirta 
aconito la et-, t&dw'Het , proferì ndo fi un lollifionc Fou'thtore ina fila fra 
gli accenti ni rimane, tbo è la t’H-t, £ cefi degli altri, come più itffu finte nudi 
rimo ^ne.'ragionexemo del.com or fi 'ledi? vocale Fanno alpi a latuwpofittontU 
parole tutor a che hanno in fi doppie confinanti , òlt nudi finte tome affilia , 
tanto più fe vi fonoxue volte come in Hit torre ,j o ducer fe tome pure la Jtumda 
duplnanonc in-afialta , e la fila ibt fi troica n Ila parplajòrtt; ll.verfo che** 
Demi trio bà alltyatu ptrtffempio duompojitioru fiabrofa Sf afpra, i di Ho- 
me 0 nei I 6. della fi fide, (3 è qttcHo 'idi fi òaiyttf olir l| empi *<* 

jl quali più attendendo aU'afircgza della Compofitione, che alla qualità 

del fi ufi., babbiimo tradotto notali* groffa in queflo modo. 

- Consumiti forte dicitore Kuificc affalta. ^ 

, or conte anche il. luogo di Tucidide ,cbe è nel fecondo libro della hilìoria » 
cr meemntia -,7» fi* ■. t , - 

Uabb.a - 


Saprà laVartlceUU X JTX» 69 

ttabhìmo indotto,. battendo principalmente mira aU’afirelZa-dcUa Comi 
jofitione in quello modo.E certo l’hanno per quanto apparitene à gl, altri mor 

ti molto fino fù. , . « 

- E ci pare de battere fatta afiai afpra tirata di campo fittone fe U giuditio de 
gli occhi non c’inganna: Tanto più battendolo im tato nella defittimi del mono 
pUabo: Cioè otte egli fini dicendo • , 

ttróyx<un ** 
llauendo finito noi 

Molto fino fù t 

■ Il quale monofiUabo nel fi ne, che faccia afprezza,i cofa chiarifJìma:Come he 
ne ru>>tlrò di conof cerio il gran Virgilio quando in luoghi che rkhideuano canta 
af prezza di compo fittone, quanto fanno vna tempefla,vno [degno diurno, Ci vnt 
precipitofa notte, jempre con mono fillobi fini dicendo. » 

Prasrupcus aqu$ moni». . 

Aueri'a Deae meos. 

‘ Rintoccano box. • , , 

£ Cicerone ancora cantra loue,doppo hauere efjagerato vnptgofim iicido . 

Ignoras haic ? 

J Cbefù molto piùafpro t cbe Je egli Iettando la de fmenza in monofiUabo ha-, 
uefie detto, 

Numh*c ignoras? 

»' Et il Tetrarca in vn ver fi afpriffimo pur finì in MonofiUabo. 

■ guanto poffo mi fpetro ,e filmi flb. ,, T 

eh: fe nel 'Boccaccio cercammo e fi empi , inmmerabiUfe ne trouarebbono , 
(ome in Catella . 

* "Reo, e maluagiohuom che tufi’ . 

D ella quale campo fittone non può gii Jentirfi la più (cabro fa,Cf afpra, e pim 
giù, 

T raditor disleale , che tu fi* 

E più giù, • 

Come vituperato che tu fi’ , 

In tutti i quali luoghi fe irtvece di sijei hauefìe detto, gran parte dell* a fprez 
^4 fi vede che fi (aria leuata : k co fi T ucidide in monofiUabo fini, e noi di imitarlo 
tifiamo ingegniti, aponto per inciampare anche noi fra [affi, Come dice Deme- 
trio Eccellentemente che fanno quelli, che afpra còpofitione te fono: Onde anche* 
argomento fi può trarre in confirmatìoae del precetto principale di que fio mo- 
do: fi come quelli, che per vie fifiafe vanno , più lentamente caminano di quegli 
altri che pervie pulite,e piane fanno loro vìaggi:cofi la lompofiittonc afpra con 
maggiore tardità fi proferifce,che la molle, ma la tardità i tutta magnifica co 
me babbiamo detto, dunque l’afpregza come diciamo genera magri fienosa: Tut 
to que fio intorno àDemetrio.Che fe noi ho* a da no tiri aut ori, o latini,ò vo'gart^ 
vorremo cariare luoghi, out l’afpregga generi magn fii eriga, per certo che em<.l 
t:,e chiari non tc ne mancheranno. Di Virgilio nella Eneide non fi accerta per pigi 
PaitcSccwuda. E | movor- 


Digiti 


JlV relatori àdP. imgaroU 

movcrfo qifeto lite ego, quiquomam gracili modulario au cria.* 
Toiche non pare magnifico quanto bi fognari bbe,e fi accetta volontari quei » 
féltro Anna,viruiuquccano,Troiie,qui prunusaboris. ' 

•Perctoche i magnifico àbafianza^ft bene la diuerfiti m molte co fé confi» 
fi' , T Ht lauta in queflo ancora ichiarifiima che il punto tutto piano , molle , f 
delicato è , Manioche à pena ; in tutto Ini una Jota Ifi, fi troua ; la doue il fe- 
condo, e per la moltitudine delle 7 ^, e per altre qualità molto p.ùafpro rie- 
fce,e più I cabrofo-.Ma efi empio notabile di magnificenza nata da afpn z^a può 
efie re in quel luogo del decimo libro della Eneide, oue monèdofi Enea per aiutare 
ad affollare Mcgctio,ttUo incòtto dice Virgilio, che man et impertcrriUis tilt 
Hoftc.ii magnaniinum oppenens,& mole lua fiat. » 

Oue pure in momftllabo fi vede che fimjtc il vtrfo, oltre che à pena fi popo- 
ne fenti<e ccmpofitioni più apre di quelle del mede fimo autore 

£xoi itur claniorque virum.clamorquc tobarum Etaltivue 
Clamorquc virum.ftndorquc rudentum 

E fimi’i. Cicerone anch’egli gran macHro i flato di quello artificio: co- 
me quando contea Verre nella quatta et adone comincia. 

Multa mihi accecano ludices pra:termitccnda funtj vt pollini 
ahquo modo aliquando de his rebus , qua: me* tidei commi il* fune 
dtcere: recepì entra caufam Siali*. 

£a me ad hoc ncgocium proumeia attraxit • 

(iìf certo molto più foauemente farebbe potuto dirfì,ma non con t gitala 
magnificenza. Et anche effempio di quefia medefuna arte cipui dare il prin- 
cipio delta orutlone prò Cuiiena. 

Si quantuiD in agro , locilqus deferti* audacia poteft .&Cf. 

Et altri molti. Fra noflri Italiani il Tetrarca dall’ af prezzi 1 Mu ° anch’egli 
molte volte magnificarla , come in quel luogo, 
ì ila mia vita dall’ alpi o tormento 

Si può tanto I bcrmtre, e di gli affanni , . {<-•■• 

Ch’io uegge per virtù di gli ultimi a- ni > ... * 

•Donna de’ be’ uoflr’occhi il lume fpcnto . ,-*y.,r - cv. • * 

ktaltroue . 

La fi ra t og 'ia che per mio mal crebbe 

Et alt rouc pollando di cofa tanto eccelfa , quanto ì il TontificatOjCompofttiù 
we tanto ajpra fcic , quanto i quc/la ,che certo più jtabroja c fitte non potubbe, 
Poiché fei gionto all’honorata uerga . 

Con la qual f{cma t fuoi erranti correggi 
^nziunauo'ta contini iò un uerfo i anta afpr 0 
f tot’ Fi ona’berb’ombr'antri, onde 

Che pa> ut troppo, c bi legnò cercare dì raddolcirlo un poco nell'ultimo ,9 
farlo fnaue ionia parola ifiefsaj.hcfigmficaJuauitÀ dicendo chiare fuaui 
(fi e ficai Bocrat 10 mflro d uolgiamo-, egli fe bene trattando di bumanttd , 
la mutò con paiole ftutueU dicendo Humana tofai 

Ture ) 


t 


Sopr* la Particeli* XXX» 71 

Ture per fare magmfictrrga , fini la claufola con neri fatte afre <a~s 
nido piate coronanti l'hauer compaffioneàglt affliti 
Et in altro luogo con molta magnificenza afpramente cSpofele parole dicPJo, 
Era gid l'oriente tutto bianco, e li fior genti raggi per tutto il noflro ctnifpc- 
ro Crcpi. 

Oueafpra fi troua parola , anzi non fi troua parola dalla primati poi , che 
raddoppiale confonanti non babbia : Si come in materia afpra molto fcabrofe 
furono quelle parolle , oue dice il “Boccaccio , che 

il Hplfigltone fmentato con un coltello il petto del Guariaftagn aprì e con 
le proprie mani il cuor gli truffe. 

E che dicendo d’hauer’ fatto tutto quello alla moglie quelle parole itti . 

E fappiatc di certo, ch’egli è fiato de fio , perciocbc u con quelle mani gliele 
Strappai , poco auanti che io tornaffi , dal petto. 

elida quiui per auuentura più mirò il Boccaccia à fare la oratione atroce , 
che magnifica . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

V Eramente come habbiamo detto nel commento pare ftrana colà, 
che per haucre ad edere eloquente conuenga in ciafcuna parola, 
&: in ciafcuna coppia di parole confederare tante minutic. Se ha- 
ucre tanti rifguardi, quanti habbiamo detti:E fe ftrauaganrc cofa è que- 
lla nell’oratore profanoiCerco nel Chriftiano predicatore pare che non 
{ìj comportabile, e che iìafouerchia atfettarione , e quali di peccato per 
bauere à predicare la parola di Dio il metterli ì fare vno (crucino di qua- 
le parole ci habbianoàvfcirdi boccaiOltrc che da quella conlideratione 
di parola in parola pare, che per confegucnte habbia à reftare Ibernata 
quella forza.rallcntaco quel corfo , & impedito quell'impeto di fpirito 
col quale conuiene , clic il dicitore diChriilo ragioni à gli afcolcan- 
ti.Tuttauia la cofa non iltl coli: Et il Padre Granata medelimo nel primo 
libro della fua Retorica rende l'argoinrnto.c fece la rifpofta in quelle pa 
role.Si quii autem or ria obferuitioncm impedimento effe dicat,quo minus ex animi 
étque impeiù diurni fpiritus concitati ductc vìdcamur,buic ego rcfpondco,quod quS- 
admodum , qui labium l ingu ini ex Grammaticx preceptis addifcit rum pnmum 
loqui.au! fcribere incipit, mcntem qmdcm ad artis lega & prxccpta conijcit , ne quid 
contro eafjaat, vbi vero longo vfu atque exercitationc tette loquendi rauonem affé 
quutui ejtaum.twn non vi arte prxiepta confulttfcd fola loqnend confuetudtne du 
lì us, ex arte quidem , fed fine arte perfette , inojfenfc loquitur , ita hoc oratoria 

artis prxccpta mit o ardore in . atq te ferurnm jpiruus non mbil refrigerabwu , vbi 
tamen ari dktndi confaci odine in nat urani quodammodo ver fa cft, egregi unifica fu 
exarte dicum quafi fola mwxinfirutti dicereiu. E che Ila vero(foggiongc)chc 
la odcruacionc dell’arte nó raffreddi lo fpirito di chi dicc,miriamo quel» 
Jo che elfi habbia cagionato nc* Santi padri, ne* quali. 

^in quifqu à credei Diu o C bri f oliamo B.ifilio,eiufq, fratti Gregorio Vgjfcno , &• 
Cipriano qw omnet & cloquentiffnm fucrùt,& artificiofijfime dtxei unt, impedirne 
; * ’ E 4 lo or- 


7 Ì flTrèd&atoredel PantgàroU va\ 

$o Arteoi fuiffe , quo rmnus flagranti (fimo J ìndio *tquc affeBu Dei confarti avermi , 
dr hmmet ah improntate ad luHitumreuoca, ent. Dalle quali pai ole due cole 
fi raccogliti no, fu na clic Grifollomn, Ballilo, e quelli con offeruatione di 
gradilTuna ai te hano cagionato: E faina, che fanno grà torto aliadcuo- 
tionc,& alla fpiritualità quelli, che fi: ne feriiono per malcara della igno 
ranza dicendo, che chi arcificiofamcnte predica, non può fpirituahncn-' 
tc ragionare , polche il Padre Granata medelimo, rcligiofo di tanto fpi- 
rito fcchc àglfhuomini della età noflra hà infognata cglila veraviaj 
della fpiritualità, afferma che dalla off cruatione dell'arte , non folo non 
viene ràflfreddato,ma noh pure impedito il feruorc dello firn ito-ncl pre- 
dicatore: Anzi la piglia egli tal’hora tanto calda per difefa dell’arte, 
che ci t"à mar .migliare , Come.oue nel fecondo capitolo del primo libro 
dice. Q uoniam non immerito mtforum concionatorum accufondo eji neglkentid , 
qui fine botai arùs frxfidio ad hoc ojficium accingmtur. Et c bel lo mìe Ilo, ebe 
egli foggionfe,Cioc,che c pure ltrana cofa , ohe ne anche l’arte del cia- 
battino altri fi metta à fare fenza hauerlaapprefa; E che ladiftìciliflima 
artefici predicare, fenza impararne i precetti, moiri fi imaginano di 
douerla fapere eccellentemente fare, Vchcmenter enim mdignum effe iudko, 
puLberrimum hoc muniti, maximeque in Ecdefta ncccffarium , omniumque difficil- 
limum afijque vlla influationc , eir dteendi raiione trattari, cum ne ariti quidem fe - 
dentaria tufi prxaia indù tutorie, atque difciplina exerceri commodc valcant . Che 
più? egli palla tanto oltre, che inoltra veramente di credere, che per di- 
fetto dell‘artc,c per non fapere i precetti del dire auenga.clic coli pochi 
predicatori facciano il frutto, che dorrebbero nella Chicfa di Dio. 
Quod quidem in caufa effe puto , vi tnter tam multa concionatora , qui Luì tempia 
ybique per fonane, vix vnui ani alter wueniatur , qui aptecopiofe , atque ornate di- 
(at,muitoique pauciores,qui improba borni net ad veteris vita panitela iam , & vir 
tute Sìudium dicendo traducala. . 

Ma di quello affai . Del refto quanto à quello che dice Demetrio, che 
l’afprezza della compofuione genera magnificenza» grande effempio 
nelle fcritture facrc ne polliamo noi trarre dal Salmo Sa. oue que’ ver- 
detti . 

Moab, & Jtgxreni , Gcbal, &*4mmon, & ^ imalecb . 

Tot Uhi ficai M. idioti, & Syfareficat Iabin hi tonentem Ciffon. 

Pone principei cor um jicui Ureb,& Zeb,& Zebee,& Salmanaf 

Non potrebbero già à mio giudirio haucrc riu afpra compofitione 
di quclla,chchann o. Magnificenza ancora acrebbe al fuo ragionamen- 
ro,ncl tertamento nuouoquelpadronc,il quale comandando àvnfcrui- 
dore diffe , 

Exi cito in platea, & vicoi ciuitatis , & paupern ac debilet , & cacai, & clan- 
dos introduc bue -, ouefi vede, che quella terminationcafpriffima, »n/rod«e 
bue, viene inafprita m aggiormcntc dal nionofillabo : In quella maniera 
che terminatione pure in nionofillabo fece molto magnifico quel ra- 
gionare di Giobbe, oue egli diffe. 

Quit potest facete ma ndum de immondo conceptum feritine , nonne tu qui fi- 
lm est ^ _ 

llcominciamento certo di tutta la Icrittura per le alprezze delle R. 
e delle raddopiatc con tonanti accrcfcc à f« fteffo molto di magnificen- 
za, oue fi dice 


Sopra la Particeli* XXX • 7 $ 

Itt principio creaci Deus ccrt u m.& tarraml terra auicm crai numi , & rama, 

bfc à Dottori facri paflìamo,compoiinone,chc per ifca b ™fitàdiucn- 
ne più magnifica, fù quella diSau Gieron imo ad Utam, quando dille. 

Cii quondam nationum cum bubonibus in feiis culmimbm remanferunt 
Aorvutius $ trans chrifìtaiws fdlus eft. Marnai Ga^e btget mclufus, & euer- 
foncmtnnpU iugUcr pertremifeit . De India , Terfidc, 
quottdie turmas Jufcipimus. DepofuUpbaretras ^trmemus : Hunni difcknt pjatte 

•*£, e%f/X±r,SSiaLc.„«Pap fc »<JS<rm.„«p,te.. 

àC FtJnmam%ciMminata corda cmipiwit, & qua crani "fida , rcftrantcfcrc- 

Italiana, compofitionc pcrafprcza magnifica fù quella di Monlig 

C Quella infinita prouidcoza del grande Iddio , che con 

difpSle con l’ineffabil verbo potè , & con la Comma bontà jollt crear 

tutto l’uniuerfo , ouc fi vede , che ogni cofa è piena di raddoppiate co 

fonanti; e fimilc pure è quefta di Monfignor Fiamma. &-mni 

L'alto è (ingoiar mifterio , che il lungo fi len tio di tanti mefi , & » 
quali inauucdutamcnte rompe , c mi ritorna alle fatiche fant P 

ft r °È a fcdi noi ftefii vogliamo per fine adurrc alcuna cofa.magnifico pure 
per afprezza può efiere quel luogo , oue nella predica della P 

Chrifto, trattando dell’Impero Romano dicemmo. . -,v 

Itccccbdìia quarta tcrribilis, mrabdn,& forili rumisi quei o P 

porta jentesfartos babau magnos comedens atqut tomminucnt,& rea 
bufali concnlcans . Et à ragione: pofciache quali gcnti,quai poP°‘ >^ ua fi 
natio ni furono, ò fi fcroci,ò fi potevo fi fatuc.o fi ticclu, ofidunleoU 
lontane, oue non fiano arriuati r er*morare,c rompere i denti vcramen 
te di ferro di quefta bcllua immenfa ? Qua i popoli forno ma i più i fero- 
ci de’ Germani , de Bacchi , de gl. Iber, ? e Roman, g vmftì :o.. 
^uali più potenti de Cartagmcfi ì c Romani gli dell ni fiero . 
“~»uali Più faui de* Greci , c Romani gli confufero : Quali 
7iù ricchi de gli Afiatici ì c Romani gli fpogliaro- 
no. Quali più diuifi de’ Britanni . Toto duafos 
) tri* Britanna ! c Romani gli conquiltaro- i 

no. Quali più lontani de* Capanoci , i.. 

Pomici, Armeni)» Albani » c Sci- i 

ti, c tutto denoto la bc llua; ^ 

E tutto fracaflorono i 
denti horribililE- 
mi del fer- 
ro i 

t .. . 


Sòogk 


PAR- 


I 



P 74 A R T I C E L L A 

T R E N T E S1M A 

PRIMA. 

TE STO DI DEMETRIO- 

Tradotto da Pier Vettori. 

I Trinare autem nomina oportet hoc palio, prima quidem poneste 
qua non valde euidentiafunt: fccunda autem & poflrema , qua età 
denriora : fic etthn & prrnnm auditmut vt emdens : & quod poft 
ipfum , vt euidentius . fin videbimur dt feciffe, & tanquam dectdif- 
fe a vali diore ad mfirmum l Excmplum autem , quod apud Tlatonem ditituv . 
quod , itràr (tir Tir [juvvixi nptntwKrir xjr Tgr'k'Znf W 

ÒTtt . Secundum emm multo euidentius priore. & rurfus progreffus àupàt 
OTittì' txi'X.àt* òr in, «Ma' xoAi" , to' In farà nò nìn tmh ufi 

tllud enim fignificantms e fi, (5 propinquius poemati. fi autem ante ip- 

fum protulijjet , infirmine illud t**» polita pofitum, vijumcjjet . Et Homerus 
Tjtique de Cyclope femper anget hyperbolem , «•' ytf •?** àtìpiyt rirs^dy^, 
«M«p/« i/AiroTf & praterea celli montis , & qui Juperet altos monte s- fem- 
per enim quamuis magna exiflentia priora minora videntur , cum marna ipfit 
funt , qua inferuntur. 

para r*r a s e. 

I Ifogna a ncora auucrtirc nella corapofitionc magnifica^ 

‘ ad ordinare Jc parole in modo,che ouc due,ò più di loro 
Ja medelìma cola dichiarino, quelle mettiamo priuia_,, 

_ cnc meno cuidentemcntclofanno,c poi quelle di mano 

in mano , che più lignificanti lòno. c più ci'prdiiuc, pcrcioche di 
quella maniera alJ’auditorc parerà con la lòia prima paroladihauc- 
rcintcfoabartanza ; E pure piùcpiùchiaroloandcranno renden- 
do le iegucnn : la doue l'c in contrario facellìmo, parrebbe che in ve- 
ce di accrefccre, mancammo, & in vece d’ingagliardire ìndcboliflì- 
nio. Elfempio po/Iiamocauarc belliflìmo da Platonc,ouc della mu- 
fica parlando dice. 

Chiunque la mufica permettcrà,chc gli rinfuoni, anziché per gli 

orec- 



7 S 


Sopra la Particella XXXI « 
orecchi, qua fi per canati gli influisca ncl/animo . 

£ poco più giù. 

Quelli lenza dubbio à poco à poco cóuerrà, che fi ftrugga,e ftillij 
• Ouedi quelli due vitina verbi, pi '■> poetico, ma anche più cuidcn 
teèillecondo.&f accrcfce grandemente ia oratione,li§uendopcr 
ordine di natura che li llruggono prima ic co(e f c poi diltillino. Ho 
mero an h'egli ragionando dei Ciclope crclce di mano tu ulano, la 
hiperbole,mentrc dice. 

AJon fembra huomo morule il moflro horrcndo. 

Afa la cima d'vu monte, e monte Eccello. 

Che gli altri monti di grandezza aulnza. 

£t in fin dentro al ciclo il capo afeonde. 

£ fi vede chiaro, che di quello modo fi accrefconograndemente, 
c fi magnificano i ragiona meati , poiché le cole , che prima det- 
te ci parcuanograndi,al lèutirc, che facciamodelle fequcnti anche 
eoa la fielià grandezza nuianeado,picciole ci pare , che diucntino. 

COMMENTO. 

E Cofichiaro fuetto precetto per fé medcfimo,cbe , pire, che la natura bef- 
facelo infegni, e pochi credo io che funo quelli, i quali non [appiano , 
tbe di molte parole , che vengano detteper dichiarare vna cofa , le più [tonifi- 
canti conuenga che [i biffino nell’ vltimo luogo . 7 uttauia precetto è egli di elo- 
catione , e duompofiuoiùmagmfùa , & è diqieUi che nell'ordine [olo , e nella 
ftruttura confifìono , poiché qui non fi tratta , quale to[a tù babbi à dire, ò con 
quali parole, ma le medejìme parole con quale ordine tu l' babbi à tolloiare : £ 
però in quello luogo era conuentcntiffimo che ne trouafie Demetrio', altri l{eto 
fine hanno ragionato: c’ fra gli altri Quintiliano nel Ub>o nono al mede/imo 
propofito di Uà compofitione , dici fido che neUa ordinatami delle parole, caué* 
dumcftncdecreicat orano, & fortiori lubmngatur aliquid infir- 
mius , vt lacrilego fur , aut la troni pctulans . Che ni uero le orecchie mc- 
dtjjimc non patnbbono am. he non ammae tirate fif ferire ,[e fentifiero , chi in- 
giuriando un'alt! odi lacrilegio prima , e poi di furto cbeèuitio minore lo 
tajfaffe > onero doppo hauerio chiamato alla liino peiuhnt* ftgnitajjc à nomi 
nulo : Ma pei qut Uà che appartiene alla li etera di Di metrto nofiro , due cofe 
Infogna che auei tiamo: Vna che [e bene egli non parla dtU’ ordine, che deut dar 
f f afe flefie [e non alle parole più e meno culài nei , fi dà nondimeno da offer- 
I 4 .i re il mede fimo m qual fi uogha parole , che un’ mt defimo eff tto producono , 
ir, a una p ù efficacemente dell’altra : ò ih’ l’effetto fiueuidenga e c >iareg^a,o 
qi al ji uogha altra còfa: per cioche, per eff empio dicendo noi ad uno . 

Tubai in materia di carne tomm°[io funicationi, adulteri] , incefii 
T^on uè dubbio thè di qucSie tre parole le figlienti non fono più chiare delle 
* fjp-' • ~ ~ antecedenti i 


•jC Jl Predicatore dei Panigarola. 

antecedenti , anzi vite molti intenderanno , che cofa fi* fomìcatìont , & 
adulterio , pochi fapranno che cofa fia inailo ; t pure quella voce bifognaua . _* 
mettere nell’ ■chimo luogo, perche fe non accre/uua la euidìnga,cffa fenza.dub 
bio amplificano la ingiuria: Se già non voleffimo dire , ciré anche quella è mag 
giare ctùdtnza inquanto fà più chiaramente conofiiuta la ma luagità di colui , 
di cui ragioniamo . Chef e in qiteflo fenfo hi prefa Demetrio la eutdenga-, fenza 
altro cfja contiene ogni cofa ; t fempre bi fogna mettere in vi timo le parole più- 
elùdenti • cioè quelle , che fanno apparerò più tale la cofa, che tale vogliamo di 
mofìrare . l’altra cofa d'aucrtirfi è, che Je bene ‘Demetrio non pare , che ragia 
ni qui-, fc non di ordinare parole con parole , il mede fimo nondimi no hi i intao- 
derft delle Jentcnze , e de concetti interi , quando hanno la medefma qualità: 
Che fi come io bòi dire. • * 

Tuffi buono , Santo, diuino , 

Così oue tre cofe volcffi dire , che con pa rote ftmplici non poteffero [piegar fi j 
il mede fimo ordine hauerei i feruare • per cffempio . 

T u non robi,quel d’altri, rifiuti molte volte quello , che altri ti vuol donare, 
atrgi doni il tuo, 

One fi vede , che l’amplificatkne hi cominato di paffo in paffo conforme.» 
al precetto , non in parole [empiici , ma in concetti : è'Demetrio mede fimo mo - 
lira di hauer voluto dire così , poiché di due ejfempi ch'egli apporta , il primo 
di Tlatcne nelle parole fimplut adempie il precetto ; maqutUodi tìomeronei 
concetti . E veramente è belliffimo quello di Viatorie per i ominciare da lui,tan 
topiù , che non è femplice ma doppio : perche nelle parole , cbt allega Deme- 
trio , due volte occorre i Tlatone il valer fi del precetto di che fi ragiona . Sa- 
no dette paro'e nel tergo della Hjpualica prefio al fine , oue tratta Tlatone^, 
che per fare buona mifiura difortegza, e temperanga infume ne gli animi de? 
giouani ,fri i altre cofe cóuiene vniiamente effercitargli nella gimnajìica.c nel 
la mufica , perche quanto quella gli fari feroci e rozzi, tanto quella gli domefìi 
cherà,e farifuaui. Equini della mufica in particolare molte cofe dice-, ma quel 
lo, che fi i nofiro propofito è, che fe ditti gtouam fi lafcieranno dalla mufica. 
UrravXM , vù 

i^sfpoco apoco fi fent iranno. 

*tÌK"K 

Et in tutte due quelle combinationi di due parole l’vna fitrouaeffempìo 
del nofiro precetto , perche in tutte e due la feconda parola è più euidente della 
prima . E olendo dire le prime due parole , che feti gioitane permetterà, che la 
mufica nell’animo fuo . 
perfonctjitquc influat. 

V le feconde, che in tal cafo egli. 

'• Uquefcct,& fluet. 

Oue vediamo che più euidente è che la mu fitta influat, che non è, che perjò- 
nettamente nell'animo : £ più euidente è , che il giouanc fluat , che noni 
thè liquefeat , perche prima le cofe dure liquefi mt,e poi fiuurU, onde anche. + 

Cice- 


Sopra laTjrticelU XX Xìi 77 

Cicerone col mede fimo ordine di qucHe due parole fi valfe quando nel fecondo M 
bro d.lLc'Yufculane ,dt[ce liqiifctmut, flwmuique molhtia . t 

ì^oile parole Greci* di Viatorie d quello propofuo babbiamo tradotte , <C* 
pfime . 

“jR^Tuon i , & influisca . 

E ce feconde. 

Si fìrugga ,e flilB. , . 

H om-ro po' nei ver fi allegati in pane da Demetrio qu d , cbe fono nel nono 
libro dell'Odffia.otte ragiona di Volifemo non con parole fimplici , ma coir cò- 
celti ferba il precetto no tiro , dicendo che il Culopoper grandezza di Statura 

era filmile. ■ r a c ,■ 

lugocelfo.quod alt os montes exuperat , & capite fiderà icnac.. 

». Che noi in quattro vcrfi fciolti babbuino refi in quella maniera. ■ . V, ■ 

2{on lembra buono mortale timo firn borrendo, ’ V ' ‘ 

Ma la cima d'un monte , e monte Sccelfa > ■■■• A 

Cbe gli altri monti di grandezza auanzi. ' 

Et in fin dentro al Cielo il capo a/conda. . 

Quello, cbe con la mede fima biperbole efprejjie Virgilio dicendo, 
'vipiearduuatltoqucpultàc.- «vi'-i"' wntill'iiifK 

Sidera. • ' •. •*;«.. 

Ma le ragioni le qual: allega Demetrio , perche quella forte di cempo fittone 

faccia magnificenza fono .bcUiffime . ~ 

- y m perche ,cbi hà feriti tc le prime parole Rima di battere tnUfo a bafianz* 
£ pun tuttauia vene n loie più dicb arata, & agrandiu la cofa reila ammira- 
to di chi ragion: e l'altra pjrcbt It prime cofc fenttte , cbe partMgUOÉrjlltdli 
i l ùo alle fognanti anche gran li , ovino pxctole , chi è cofa > che fannetre 
U fegnentc grandtffimc , e cbe per confeguenza genera gran li filma magnifi- 
infin q,à D -metrto. D>poo il qnleàmi non pare gran fatto nec erario 
il portare tome facciami in diri luoghi t fiempi noi medcfim> da no fin futu- 
ri, ò Latini . ò Volgari , peràocb: a pena fi piffopo aprire hbn di regu attfirit 
tori, che fubUo etftmpt+emoUinon fi ci parino Manti* Tale èque lluogod. 

Cicerone. . e. 

Tu Olii fauoribut , iilis kteribus , ifla gladiatoria totuu torpore flr- 

mitate . " i:»-> 1 .vi iV* 1 ‘ -• ’ p - 

Tale quell’ altro del medefimo. ' 

Qux folitudo eff-t in agr»s, qux vaflitas , quae fuga aratixu va- 
iate qu-Uo di lui med- fimo. • w ! ’ ' 

Qua ;n «teiera;, qua ji incólta, qnam relifta omnia, j -v \ 

£t alt rotte. , 

O deferta 11 hominem jòdcfpeftumjòrelHtum* > 

il 7* turca qua ndo dtfie . 

Cbe U morti t'apprtfiu,e il vuterfugg 1 - - 1 


Digitiz 


78 II Predicatore del Pamgarola 

T^on i dubbi» che lignificò U mede fimo. Cioè la velocità con U quale camini» 
tuo 1*1 fola morte ; T ut tatua più euidentemente fi fece veloce la coft colla fio- • 
godili* vita, che con l’apprefiarfi della morte : 
ft in quel ver jo, 

t^yjlma reai digni/fima <f Jmpero , ,\ '■ \'<iv. ,i •■•"y- 

Ture andò crtficndo ,& in mille luoghi : Come be' liffima Stala fù quella 
di Monfig. della Cafa , quando difje all' imperatore, che conveniva che ciò che 
precedete* da lui» fu fi* 

piamente lecito , e conceduto , & approvato , ma magnanimo infu- 
me , c commendato, & ammirato. .. 

Tale quello del Boccacci nel principio detiagiomata quarta, . 1 . . 
TZjprcndcranmmr, morder annomi , lacererarmomi cojioro. ,e ; 0 r il 
Solamente b da auuerttre, che oue affirmaùuamente parlando infogna di fa 
rota in parola andar cre/cndo, come farebbe Adire. [fi ' 

Tu ti fei portato meco da amico , e da f attila . <V 

Oue fi niegbi alcuna co fi il precetto fife no, facendo tutto il contrario , tioè 
calando, e mancando tuttauia, come fé dueffimo. 

Tumecoetèda fratello, tifo-portato ni da amico : fi 

Jn quella maniera, che difi'e il 'Boccaccio nel proemio del Docamerone , par 
landò della for^a del fuo amore , 
v.Che co fa alcuna non lo hauea potuto, 'r 

T^è rompere ni piegare. 

Che affimtando bauerebbe Infognato dire tutto in contrario , Cioi cofe efferfi 
trovate tanto forte, che fi fiero bajtatc. 

Et à piegarlo, e a romperlo . 

Ma come fatua remo il Boccaccio nella novella del T{i Carlo innamorato . In 
fine oue dke,fenza hauerprefo ò pigliare del fuo amore fionda, 0 fiore ò fruttai 
Che fecodo la regola e [laido negativo il ragionare bifognaua dtreiTfe frutto,ui 
pur fiore , ni pur fionda. Diciamo, che vii virtualmente inclina ina affirma 
tiua , & i come fi duefie ,[cnza hauer fatto com’ altri bava ebbono fatto , che 
prtfi fe ne fartbbono e fronde, e fiori, e frutti . Viù difficile ò.vn altro luogo nel 
Conte d^dnguerfà, oue parlando dell' rcucc fiotto di fiucm dice, 
il quale da tutti era tenuto vn Santiffimo , e buono huomo. 

“•*' E pur* pare , che più fia e fiere Santiffimo , che buono. 

noi efpomamo,che non filo per habito di dcuotionc era fmtfffimo, ma ambe 
per naturale imlinationeera buono . 

L’-Artoflo fintfie vn ver fi in quefie parole . 

*Adoro,&amo. 

E certo i , che quivi affermativamente fi favella , e più i adorare , che ama 
re • dunque egli contea regola di adoratane prepofe l’amore : <J\ta didimo , 
che fe bene à gli orcubidcLvolgo pare , che fia più adorare , che amare , non- 
dimeno quelli , che intendono conofiono , che la Infogna non iSlà coti : te adora- 
tioni fino atti nc quali p rotefliamo di conofiere in altri ò virtù , ò dominio fo- 
. pra 


od by.LiC 


r 


Sopra la Paniceli* XXXI. 79 
fra di noi, i potetti di beneficarci : <JMa in tre maniere può occorrere qurflo, 
tonforme 1 tre adorationi -, Dna Citale , l’altra , che i 7 hi ologbt domandano 
di Dulia , c l’altra di Latria. P er cflemph , quando 10 catto la biretta d vn vi* 
tuojo vino , ò al mio Principe , ò i perfona , che mi ha beneficato , e mi può be- 
neficare qiafla è adorationi aitile : Quando io m' inginocchio i vn Santo del 
Cielo .perche in lui Taccono fio virtù {labilità ,Jc bine non rfientuttefupniori- 
td fi opra di me, (è bene non independente ; e beneficenza verfo dime , fi bene di 
interccffione fidamente quettai adoratone ài Dulia. E finalmente quando fac- 
cio quale fi voglia atto verfo Dio proiettando di conofcerlo buono di bontà ef 
fintiate, fuperiore di fuperiorità independente , e benefattore di beneficenza 
Concedente ,quettai Latria, & a eia fi una di quefle rtjponde il proprio amore. 
Uff a tanto fuperiore alla adoratone , che effa fernet amore è vna cofa àebolif- 
fima ; e molti fi trouano , che arriuano ad adorare , ma ad am a re pochi ■ Ch( 
già fappiamo che non tutti quelli, che con adoratone ciuilc ci fanno di beretta 
per quettociamano -.nl tutti quelli che innanzi d Santi fi inginocchiano quan- 
to conuiene portano loro amore . E finalmente piace fj e d ‘Dio , che tutti quelli 
che come conuiene adorano ‘Dio, come conuiene lo amaffero : si che più l ama- 
re x che adorare . E però berùffimo difje conforme alla noftra regola V*d rioflo. 
doro & amo . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

N Oininano quella figura, quelli, che fcriuono Ecclcfiaftiche Reto- 
riche con la voce latina Incremcntum . Che fc Cornelio Giani#- 
nio Vefcouo di Ganrcs nelle fuc annotationi Copra il primo Sal- 
mo moltradi pigliare per vna cofa mcdcfimarincreincncojcla grada- 
rione dicendo, Piguram,quam foconi incrementum,fdgradationem, egli al fr- 
curo in molto ampio lignificato piglia la parola gradato} poiché Grada- 
rione propriamente parlando altro non è che quella figura , la quale da 
Greci viene domandata aai|utc(, e della quale li ferui&m Pauoloquan- 
do dilTe T ribellano f> alienti am operatur patientio autem pnbationem, yrobatio ve*- 
rofpem.fpesautcm non confonda , oue fi vede, che la formalità di kriconliftq 
nel ripigliare lèmprc la parola detta priraa,& andare aggiungendo: Co- 
fachc nell’incremento (implice non èinalcunmodo necelTaria. Vifo- 
no anche alcuni, i quali quello nollro incremento confondono coi» 
vn’altra figura , che da Retori viene domandata congerics > ò veramente 
cooceruatio . E pure fra loro li troucrà notabililfima differenza : Perciò^ 
clic la congerie , òcoaceruationeche vogliamo dire lì fà , quando altri 
per amplificare vna coficumula molte voci , è moiri concetri inficine à 
quel propofico, fenza niun rifguardo all’ordine} cioè fdhzapenfare qua- 
le di loropiù, ò meno efprimà,. e quale come miuorc» ò maggiore à 
pofporfi habbia, od à preporli . ComequandoSan Pauolo dille à Rom. 
ai primo. r 

fiepletos omni émqmtatt, mal ilio fornicatone , auaritia , ncquitia,plenos ìnmdia , 
bomiti ho, coutentionedolo, maligni tate fufurrona detrattorcs.Deo odibiles, lon- 
tumeliofos fuperbot Uatos mueutorei malorum.parcntibus nou obcdicntei , itifipien- 
tetfincompenfuoi fine affé Cime, abfque fodere, fine rmfemordia . 


Digitizéd by Go 


So fi Predicatore del PamgareU 

One fi vette ,thccgli pcramp'iricafe lunuima de Gentili, moiri tu-/ 
accumulò inficine, fenza pcròhauer pcnficro alcuno di proporre, o 
po (porre i minori » ò maggiori di loro* Cola che in contrario c nccefra*», 
njllina nella noftra figura deH’incremcnto.la formalità, de clfenza defiy 
(a quale in quello apunto confiilc,chc di quelle colc,lc quuli per ampli- 
ficare Tengono detto l’ordine, e la magnificenza, o minoranza fi atten- 
da: E che (e affermiamo da minori à maggiori addiamo crefcendór* 
Éfc ncghiarrlo , da Meco fé più grandi alle più picciolc caliamo . Nel Sai»} 
mo.primo,oucDauiddcdice. •> _ 

\ lìcatui virqui non abili tn confdio implorimi , & in via pcccatorum non fletit t 
& m cattedra pcfiilcmt* non fedit* - ’ i v 

Vogliono gli Htbrei, chenon vifiaaltrafigma.chp di coqg-nc.ò, 
Coace'i uatiqnc.c che quelle tre cofcabire,fe4crc,fl*rt,fiano>mry.ji|«atc 
inficine flnzà ordine a 'amo di rh;noi5za,ò màgg%ariza,fin^iceménw 
te per fignitìcare ogni commertio co’CJttiufiucriCndo e iroccTn dicono 
da quelle tre atiioni rapprcftntara ogni forre dì confortiti ,• clic altri. 
Con altri polfa hanerc : In quella maniera , elle (ìmplice coaccniatione 
fu purc,tMte Dauid utcdcfuuo per moflrarfi cliente da ogni conuerlatio- 
neco’catriui nel Salmo t y dille. A i*i.<ob»su*w; 

.t T^on fedi non condito vanitati!, & ami intq HagrrcnukusnoiWtroibo . » r 

Dall’altro ‘cantoni Latini, ( e meglio) dicono, clic qtiiuinon fimplice 
congerie fi truoiUjina la noftra figura incrementum : E che quelle tre co- 
fc vanno per ordine accrcfoendodal meno al piùiabirdjjlarci lettere, e 
cefi quelle altre, in confilio , in via, in catcdra : E coll quell e impiorwn , 
ptccatorum pefhlentia: Erin fommachc male è il dare orecchio a corvU^ 1- 
■di rei huomim , ma peggio pcrfeucrare nella cònligluta ftrada del pe 
caro.- mutjiolto peggio Pmfcgnare anche ad altri u nule operare . S 
•temente qua nafee vha difficoltà alfai-grande: Fcrciochc le.come hab- 
feiamo detto, nelle am plitìcationi negatiuc habbtamocon quctlarfiguri 
à procedere, non dal meno al più, ma dal piual meno, pare che Dautd in 
quello Iuo a o habbia farro l’incremento contra le regole i e che negando 
egli , comc°ncga hauclfc più torto hauuto à dire. Bcatus vtr , qui in cathedra 
pejhlcnax nonfidthqmn nec ir. viapeccatorua fìetit ,Jèdnequtdem tnconfdio tm- 

piorumabiit. .. 

Alche nondimeno ih due maniere nfpqndiamo: primieramente, che 
in quella negationc fi truouavna affirmationc implicita , come fe di- 
Ceffo . 

Beati quellijchc non fanno il progrclfo, che fogliono fare gli federar» 
in quello mondo , i quali prima danno orecchio à carnai configli , ap- 
preso fi incarnimmo per male Iliade , e finalmente corrompono anche 
gli altri i Et in quello fentimcnto con la affirmationc implicita babbu- 
ino efpollo noi inu lto luogo nella noftra dichiaratione (lampara de’ Sai 
mi di Dauiddc . L’altra rifpofta è, che fi bene fra Larini,c Greci c perpe 
tua quella regola nella figura dello’ncremento , che di caulinare Tempre 
affermando dal meno alpiù , e ncgandodal più al meno: Gli Hebrei 
nondimeno confondono quello precetto, e molte volte tutto in contra- 
rio di quello, che facciano i Latini dal meno ai piùcaininano anche nel 
parlare negatiuo : Comequà, 

T^oh abili, non fìetit , non fedii . >*{■ . >,'•** 

Che 


OiQitizccf by C 


_ Sepra U Particeli* X XXL 8 1 - 

Che i Latini hautrebbcro detto, 

"Nec fedii, nec auidem lietit, nec vero abiit • 

' Ecolié qucITaltro luogo nel Salmo i io. oue con incremento rouer- 
feio alla Hcbraica cominciando dal meno nella ncganonc diceDa- 

Ecce non domitalxt. neque dormict, qui cujiodìt Ifrad . 

Che i Latini haucrcbbcro detto . 

ino 88. è alle volte nota di giuramento, comeouc fi dice . 

Semel lurauim fonilo meo.Ji Dauid mentiar . . „ 

Macon quella proprietà, che feguicadaaffirmitioiie nega, come, 
Unen dico vobu,fi dobuwr gener ottoni buie ftgfium . Cioè, non dMtur>c lc- 
euita da nceatione afferma, come Si non dontus muta m folltudmem redigo 
tur. Cioè fenza dutbtom//£ff/ifwr : Nel Salino m. pure e nota di giu- 
ramento, oue Dauid giura , che finche non habbia trottato il ,uo S°^ 1 
tempio , non farà alcune cofc , e perche quiui la Si , c feguua da affinna- 

tionc nega fenza dubbio, e dice, . n . . r . 

Si i ut ro<ero in tabernaculum domus mtf fi afccndero m leclum tirati mci ,Ji fo- 
dero fomnumotulismcit, quali dica, non mtroibo in tabernaculum, non qfeendam 
tnltHwn Urati mei. non dabo fomnum oculis. , . 

E pur quiui l'incremento c al roucrfcio , & alla Hcbraica , conciofia- 
cofa.che parlandoli negatiuamete bifognaua cominciare dal piu, c dire. 
Tion modo , non dabo fomnum ocubs meis , fedneafcendam qudem in le cium , 

imontcDUrotbo in tabernaculum domus me a . ... 

Si che gli Hebrei facciano molte volte de gli incrementi a la rouer- 
fcia,econtra le regole de Latini, c Greci, di quello non v c dubbio alcu- 
no. Tuttauia ne fanno eglino ancora molte volte de regolati, comin- 
ciando nelle alfìrmationi dal meno, e nelle ncgationi dal piu: Come 
quello; ,. . 

Et crunt vt compì accani eloquio o>is ract-zr meditano corda mci . 

Ti piaceranno c le mie parolc,fi; intiiio i miei penlicri . 

E quello altro. . _. , 

Si dedero fomnum oculis meis , & palpebri s meis dormitattonem . Cioè , neque 
dormiam oci dormtjboqutdem. E quclt’aliro . . r 

lAdmiran funi, conturbati junt, commoli funi, tremar ap prebenda eos . 

- E qucft'altro nel cantico di Moisè . 

inzaffameli ddc£lus,& recalcitravi ancraffalus ampmguatus , dilatatisi . 

Et altri molti, che ne’ foli Salmi, e Cantici fi riiroucrcbbono facilmen- 
te. InEfaia, oue dice. 

Vé geliti pece atricipopulo grani ittiquitateffemini nequam filyi federata . 

Se bene alcuni interpreti non nconofcono fe non c jn^eric,c coaccr- 
• oarionc, altri nondimeno più foftilmentc esaminando il luogo vi tro- 
uano rincremcnto . Ma incremento, che accrelcc atrocità piu tolto , 
che magnificenza: E tanto balli quanto alle Scritture facrc. Del retto 
{e vogliamo ragionare de’ nollri Santi Padri , de autori Ecclcfiaftici La- 
tini Italiani; eglino certo più frcquenrcmcntc della congerie fi fono 
feruici,che dell'incremento, come oue San Cipriano parlando de opere , 
^ cleemoftrus y ne\ Sermone io. difie prsdara , & diurna res fratres carijjirm , 
Parte Seconda . F P* w ' 


Si li Prédìtttortdel Pant^oU 

[datarti opcratio\fol aduni grande eri dcnttunr, fiatmctts nofirct frfuhrt prdftdiihn, 
mwùmcmwn [penatela fida, incacia peccati cr res pofita tn por cf iute facuiitii ; ics 
grondisi faiihs fine periodo pei feiuttonis, corona paca , veruni Deitnunus , &• 
maximum, infirma ìteccfjarinm , fortiLio glartofum , quo C/mftianus odiatili pne- 
/ ri gratiam fpiritalem , premer ctur Cbrìjiunum tudicem , L) curri computai deb* 
metti * . ' j*\ 

Et oue San Grifoftomo in vn Sermone de penitrntia , dice 0 per Iti miti a , 
qua pcccatum mi fetonte Deo rémtrtìs. & paradifum referai qua eOirntwn ■ fatta* 
b;mtntm& infletti exhtlara^, vitam de intento rettoceli , fattori reti a ir as , Umo- 
re m reificai , fiduciam dai, & ri format vira, grattar» abundanttoicm ri funài s : 
0 pccmtentia: quid de te nord refsran.f Omnia Irgata tù foittii, omnia folnta, ru refe- 
TqSfOrtmia adueffa ni mitigai , on,nt4 conti ita tu fonai , omnia coni afa tu lucidai ; 
ontniiXdefperata tu animai : 0 ittnircmìa ruttlantior auro • fplendidtor fòle , cuem 
non Viridi peccatum, iter defeti to filtrerai nec dcfpcratio dckt . TanilicntiArcfpuit 
auaritiam , borrctluxuriam , fiigitf aroma firmai amorem ; c aliar fupabhm tm- 
gu.vn coutinet, comporne morrs odit malrtidm crei udii muidiam : !' a fitta jeni- 
ténlià ccftit peccalorem omnia libcntcr fu ff erre : Si violentici qual ut , qua tralci m u 
velai: il vcflcmdirimat, non rtpugut ; pere unenti maxillam prxbet alterami 
curn angariata* vitro aditeti , cafligatui grattai agii , pi ormatici tacci , exafpcratus 
btanditur .fupcriorìfuppierefl inferiori fubracc : , in corde crai condirlo cfliinort 
enei confejio in opere bumtiritu . Hate rjt perfetta & fruttifera panitudo. » 

Di quella medefitria figura fi valle MonlìgnorCornelio,qifando nella 
predica delle ceneri {fiffe. • r 

1 buoni con la regala de 11 a Cari r5 , che è il vcrofefto del goucrnare , fi 
accomodano ad ogni forte geme : fono amici à virtuofi, mifericor- 
diofi à peccatori , farro animo à gli incipienti , laudano i proficienti, 
prem ianoi perfetti, fono aufteri ifeftelfi,à gli altri dolci, c benigni, giub- 
ili à tutti, di ninno partiali, odiatici virij , amano gli buoniini . 

Et vn poco piu sù nella lidia prèdica. , 

Moftrami hora.vn veftigio di quelle mura, di quelle piramidi, di que* 
cololfi.di quegli obeIifchi,di que' portici;del Liceo, della Academia. 

E mille altre volte : Si come noi ancora frequenti nelle noftrc predi- 
che, e ne’ noftri ragionamenti habbiamo inferite di quelle coaceruatio- 
tii: Come, oue nella terza fella doppo la Pcntccoftc parlando della mol- 
titudine de’ noftri martiri diciamo. • v ' 

Pcrcroche quale ordinc.qual condirione? quale ftatof quale etàJqnal 
felfi)? è flato diente dalle inhumane fpadc de Tiranni ? Patrirt) , Sena- 
tori, Cauaglieri , Fìlolbfi , habbiamo Inumi martiri : Nobili , ignobili, 
ricchi.poucri. Greci, Latini, Orientali, Occidentali, Romani, barbari, 
huomini, donne, vecchi, fanciulli d’ogni forte . 

Edoucnella prima parte del ragionamento fello, pur parlando di 
martiri diccuamo , che di loro altri erano, òfcarnificatc da vene di fer- 
ro,© pendenti nell’eculeo,ò lacerati da pettini, ò ltcfi in catane ;ò rotti 
in ruore,ò partati da chiodi, ò amm«làti,& efpolli ad api,ò fofpcft pe’ pie 
di,ò ftracciati dacaualli , ò precipitati in balze picnedi chiodi .òacccfi 
quali faci per illuminare il theatro ,od in altra manieratprmenrati . - < 
Etalrrone. Percioche come dicemmo ne gli Ecclefiaftici ferirti, mol- 
to più frequenti fi trottano le coaceruationi , che gli incrementi : Tutta- 
uia incrementi ancoravi fi ritrouaao,comc quello di Cipriano, de opere» 
" • . cJrciec- 


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Sopra la PartìceBd XXXI. 8 $ 

C*r demo firn, tu Umiliano «* tu Dei ferito i tu openbus boni s dedito f* tu Domino 
fio carni, diqmd exisiimas defuturum i 

E quell’altro del mcdchmq,ncl medefimo luogo . 

•Si ex fedito! fi celerete fi in hoc operi t agone cm renici ■ 

Incremento pure vsò egli doue dilTe» 

JnnoxioS: lujìes, Deo caroi domo priuas patrimonio fpdias ratcnii prgmii, car- 
cere includi! .gladio, btilijs,ignibus punii. 

£ San Gio.Grifoftonio della medefima figura fi fcrui, ouc nella homt- 
lia 19. Contro irafccntei, della manfucta corrcttionc dilfc clic , 

*Animos refouet > colente i ex sfittante! . 

EtouencH’hoinilia ^.adpopuluuiAntiochenum,dibc chcdoucrcmmo 
pure conofcerc dalle mondane cole , 

ydttatem, rifum,pudorem,pcricula,pr saputa . Monfignor Cornelio nella 

J >rcdica delle ceneri difse che dobbiamo rilbluerci,ouchabbiamo à col- 
ocare Icnollre fperanzc,i nollri amori, il poltro teforo , il nollro cuore. 

E più giù ragionando delle imprefe di AlclPandro Macedone , doppo 
vna congerie fece nelle vltiine tre voci vn'increincnto, c farli in tre 
membri tre incrementi dicendo , che egli liaueua fuperaco tante natio* 

ni, tanti Imperli: palpato tanti monti, tanti fiumi,tanti mari , penetrato, 
tanti luoghi deferti, inuij, inacetii . 

Et altrouc quali con bilticcio vn'altro incremento fece di tre voci,nu 
rnerando fra i viti) del corrotto mondo , 

Homicidij, fratricidi), patria di j. 

Età noi ancora c occorfo molte volte l’hauorci à valere di quella fi- 
gura: Coinè ouc dicemmo, che i miracoli veniuano fatti , 

A vn comandamento , à vna parola, à vn fegno, à vnccnno . Ouero 

? uando predicando nel capitolo Generale dicemmo divederci nollri 
rancilcani.digià, ri- 

scoperti, inginocchiati, prollrari , 

Molli, inteneriti. Unirti . 

E tanto doucrebbe ballarci di hauer ragionato intorno à quella figu- 
ra detta incremento, fé dal padre Granata nella fua Retorica non yettif- 
fi mo allertiti di cofa , clic noi ancora dobbiamo aucrtirc ad altri : Cioè , 
die vn 'altra figura fi troua,che pare limile all'mcremcntp, ma procedo 
pctvn’altra via: Coneiolidcofa che l’incremcniodcfidera, clic le cofe, 
che precedono,paiano grandi , afiipcchc tanto maggiori paiano oucHi , 
chefegueno. La doueìn quelt’alue figure, anche le cofe gr-uidiUimc 
precedenti cerchiamo di far parere picciolc,pcrche tanto più. le Tegnen- 
ti appaiati grandi . 

hi incremento enwi»,(dicc<gli) magna fai intuì qnx a>neccfferunt,vt maini ap- 
p.rreat,quoddemdc.mgerc '.’olumus . Hic autem , qns vere nu\ ima finii, Leida fa- 
cimiti ' & cxtennan.m , vt corum coni par aliane longemaxu. effe videatur , quod 
ampdfic&c voLumui . E l'clfeinpio che egli apporta di quella tale figura, 
C quell J di San Ciprianocontra .Dcmctriano. 

Parumcfl quod funntiwn varietale vitioium , quod iniqui tate ferdiwn crimi- 
num quod cruentami n compendio rap marnili vita vefira macul.it ur, quod fupersii- 
tionibui fdfn rcltgio vera fubuerti tur ■ Salii non efl, quod tuipfe Doniiiiuni non co- 
lli: jdhuc vifuper eoi qui colunt Jicritcga infeitatione pcrfequcrii- 

Olcrc *1 4 u alc à noi parc,che mar^uigholo fia quello di San Bernardo 
. rji}, * F x in più 


DUO 

r 't 


84 ìlTredlcatort delVéùkgaroU *■ 

iVi più biechi , Che noi nel primo noftro ragionamento (opra la partìóne • 
vnimmo inficine, eftenuando l’opera della crcationc per amplificare 
quella della redentione, con quelle parole, 

Che egli mi h.Tbia creato, e penne viliffimo habbia creato il tutto 
non è cofis tanto efficace per farmi ardere , Se aiiamparedeH’amor di lui, 
(JSice San Bernardo nel Settnofic io. della Cantica) quanto che egli mi 
habbia redento, pcrciochc, (come pur dice egli medefimo nel 1. de rebus 
^pof?o/»)crcandomi non affaticò : con vn fol cenno mi beneficò : Diut. 
& fitta funi , ma redimendomi per trentatre anni interi , qual cofa non 
pan? Creandomi diede me àme, redimendomi non folo tornò me à 
ifie , ma diede fe à me : E pcròs’io gli fono debitore di tutto me,perchc 
egli mi creò , che cofa gli darò, perche mi ricreò ? Tanto più che creane 
do àpcna diflccofe piaceuoli , c con m.tieUà,ladouc ricreandomi cofc 
fece, e fofferfe duriffime, e con indigniti . 

Ma ftupcndo in quella medelìma figura , & in quello medefimo fog- 
getto dell’cltenuarc la creatione, per inalzare la redentione .fù quel So- 
netto del Coperta, che perelferc in materia facra non ci guarderemo 
di fcriucre qui folto. Cioè, 
fcocar Copragli abillì i fondamenti 

Dcl’ampia terra , e quali in picciol velo -f 
L’aria fpiegar con le tue mani c’I Cielo; 

E le ftclle formar chiare, c lucenti 
Por legge al mare , i le tempelle , à i venti . 

’ L'humido vnirc, c al fuo contrario il gelo 
Con prouidenza eterna, eterno zelo i 
E creare, e nodrir tutti i vincati 
Signor fù poco alla tua gran polfanza. ‘ 

Ma che tu Rè , tu Creator volerti 
Quiviuere, c morir per chi t’offcfe. 

Cotanto l’opra di fei giorni auanza 

Ch’io noi iò dir, nè’l fan eli Angioli «erti : 

Dicalo il verbo tuo , che fol lo intefe. 

Sonetto da molti lodatola alcuni non hauuro in tanta ft.matFra qua» 
li non habbiamo noi nè occafionc , ne ardire di frametrerci : Solamente 
invnaoppofitione Teologica, nella quale dicono, che parlando 
celi al Verbo medefimo, non doueua dire il Verbo tuo,nfpon- * 
diamo prima, che da principio fi parlò à tutta la Triniti, j 
le cui opere efterne fono indiuif e : E poi quando be- 
ne il Verbo ifteffo egli dicefTc il Verbo tuo i 
Cioè il Verbo, che ìci tù : EcConePeffcn»- 

• ‘ pio nelle Scritture, con la cfpolitionc 

r di Sant’Agollino in quelle paro- 

. - 'f",!* ?l».i le di San Giouanni.DertriM 

mta non ejl mea. fuarn óo- 
Orinàdixitfetpf ltrns 

’ Quid tmtn tatti 

tuumqttJM 

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V: 1 . ” t ?akì 


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paiticel l a 

TR EN TESI MAS ECONDA. 
TESTO DI DEMETRIO- 


« 

* 


Tradotto da Pier Vettori. 






Tortct auttffiJZi coràunBiones non valde reddi cxquifitè, ceu eoa * . 
iunfiionj h* v coniunfhoncm f* •• muiutum emm tfi quiitfuidcx- 
quifitum f d & inordinatius elufuo modo ipfis vii , quemad- 
modum alicubi ^Jntiplxm dui. «>-P ***« U •'&*'*■ l»\* .***/ 
Hgìtóf 7* u«» \fnHfut. *ju <fyin,u.t.(tx»?a.ttnnc 

iee.7àSU?)à *ntà ÒHTìicìvstftribus cnm i**> cvuumftmibus via f* 



r cdtli tur . 

-11^* 
'•Rlll 1 




• ,n orsù* , 




PARAFRAS E. 


Ùh* 

4 




*a r 


... i.i 



"Vantò à gli attaccameli ti, fc fono de gli accòpiàti non è 
anc.ntura bene il rendere cofi per apunto ad ogni fu* 
fpen/ìoije lafua rilpondenza : perche ^n fornirla tutte le^ 
t-^fe troppo noui. ice hanno del minuto, & ncl/ordina- 

<i 4 > '■* 1 . 

generata rna_^ 
ii vedeua ancora 

poteuaconofcetevgc» “ ‘Hff M‘> «•-» — ; 

prccio'a , ma ad ogni modo rcr la maggior parte inculta , c deferta. 

Che a tre ldipenliuoi facteduhu ferola bene, non più che v na 
fpoadenza refe conia pai^iccijàma. 


C Ò M M E N T O. 


Mr*<€ 
JjUtKf 
*^4 


C I torna molto eommodo l'baverc ir. Ila particella 1 »• trattato longbifji'. 

inamente della natura de gli atta t amenti, peniochefuperfl io farebbe , 
il farne nwuo trattato qua .? q itilo che all 'bora dicemmo, baflfrX, 
abondettolmentc per la intclliguig* di quello precetto di Demetrio, fn foni >aa 
appicchi dicemmo, che fi t tonammo di due forti congiontiui , che non /offendono * 
la intelligenza, ne leuano la virtù al i c> bo principale , come per l'ordùuirio la 
copula, &qmflo ragionamento con gran piacere toccò l’anhno del muli co , e 
puntegli, chela fortuna, &c. ... , . . 

Parte Seconda . F 3 


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Sé 11 Tnduator» del Paragoni 4 

M JofplftOf qualtfofpendonc la virtù d verbo principali , tome fi dteefjtmo. 

Mentii Che lo fidare quefio duerni, la mifira doma pumgeua di contino » ». 

E quetu fofpenftui fi giungemmo h che di due forti erano ancb'eghno ftngo- 
larì , & accoppiati . Singolari che nonhaxno alcuna forte di particella prò - 
p ria, che rtjponda loro , Come, poiché, mentre, e fimilt accoppiali , che vanno à 
due, à due: Come, benché , e nondimeno: cime , e enfi: non pure ZI uro} e fa- 
migliarti . E di mtouo aggiùngemmo jbe quefii accoppiati alle vòlte fi rifpon- 
deuano l'un Poltro fpkgatamente, come , 

Tfon pur morrai, ma morto. 

£ tal' bora auucniua, che vno foto fpiegat am ente ne venia proferito, e l'altro 
fmointefo , come dietndo . 

(^Ancora ch’io non doueffi , lo voglio fare . 

fu vece di dire nondimeno , i pure lo voglio fare : Altre cofe ancora info- 
gnammo in quel luogo ,le quali firà bene , che chi legge qui le rtuegha corren- 
do : Tuttavia per intelligenza di quello paflobafizranno anche quefle , che 
babbiamo ripetile: Terciocbe m fomm a Denteino tn qui fia particella , inci- 
le due Jegucnti , altro non intende di fare, che di mfegnarci in quale monterai 
nella compostone magnifica bahbiamo à valer fide gli attaccamenti . 1 quali 
perche fino , ò fefpcnfuu ò congtontiui:dc oongfmtxui tratterà nelle due par- 
ticelle fegutrti , e de fofpenftui mtfuefia, ma de fofpenftui accoppiati, che ifin- 
gtlari non fanno àfuo propoftto : E quello che egli mfegna i quefio, che fi be- 
ne pare in generale parlando , che fia diligente cofad fare, ebead ogni attac- 
camento foffenfiuo ordinatamente rtfponda la firn particella quietante ; nella 
com pv fittone magnifica , nondimeno è bene à non fcruarc co fi perpetuamente 
quefio ordine : anzi tal’boraàiue , e più fifpenfuni con vita fila rifpondtnz* 
fodisfarc. E la ragione èdite Demetrio , perche la foucrcbia diligenza, eia 
if qui fi te zza hà del minuto,& alle cofe magnifiche non conviene: Quel mtdtfi- 
mo, che diffe Cicerone addirò proposto nette partitiom oratorie -, che 1 SicC 
quicquara in amplificatiombus enumera rvduin eft > minuta cft entri» 
•mnis di ligentii. Anzi K. Aratotele mfegna il medefimo ragionando della 
magnificcnz* virtù morale, nel quarto dell’Etica : E mtfitr Sperone Speroni 
gii mio grondiamo amico , che fta'm gloria, ragionando meco vna volta d’utt 
Torma beroico , che i lui pareua , che batte fife ogiti particella troppo ifqmfita- 
mente lavorata , mi diffe che g/i pareua vn Gigante Miniato: Demetrio per 
frouareconefjttnpio il fuo precetto , allega vn detto di Antiphontc , il quale 
Antiphonte^rede miffer T tetro Vettori, che fia il IQtmnuJio ,etbe quefle pa- 
iole fi fiero da lui dette in vna oratione ch’egli fece , e cominella Samotracia , 
della quale Snida fi mentionein qut fio medefimo nome Samotracia . Comun- 
que fia le parole allegate qui da Demetrio , Infogna che non ftano fiate fedel- 
mente por tate, per che Demetrio dicejbc vi fi trotta dentro replicata tre volte 
la partici Ha u** : E pure mn più che due volle ve la trottiamo : Ma quefio im - 
porta poto : E pub effere (he e fia nel principio qua fi di tutte le parole vi [offe 
già la prima dette Ut vilte- ClidUtttumnÙ in finnica fono h*» t Adequali 

tfien- 


•Digii 


Stira UPdrttatid JCSSStll. 9y 

Menù detti tre volte jl primo vna volta fila rifonde, il/ecmdo: 
mvna profa Latina battendo detto tre volte <]}iidaa,vna fila volta rt/pondej- 
fimo Ccàj>erciacbe,cbe queRe due particeUe quidcm , e fed, bastano Urne- 
dtfma fórre, che pre/lo di Greci Mire t* queRo è cbiarijf me , Come otte eve- 
nne dice parlando di certa fupeUetttU , N on illa quidcm lujurioli hoini- 
frts,fcd tamen abundanris ■ Siche il Greco tempio Jt potrete appreso 
tradurre al Latino mquefto modo. 

Et quidem ìnfula crac proxima ,quae quidcm ctiam lon»o mtcr- 
ualloab oculisdifiunrta ardua cognol'ccrctur atquc afpcta, « pana 
quidcm etuin dignofccrctur,fed horrida, atque deferta . 

Ma in vero non fi ejpr'me bene in latino quell» , che Demttno eflemphpca 
con iKjreco: E per auentura molto meno fi fard nel nofiro tolga* . Tnttamd 
habbiamo imitato quanto!) abbiamo potuto di quefla maniera. 

E ben fi vedeua ancora da lontano, ebe l'Jfola era afpra , e filuaggia. t ben 
patena cenofcere ogn' uno che era infruttuofa ^ che bene era effapicctala,ma 
ogni modo per Umaggior parte incolta,e dejerta ; Tarendea che alte parttueh 
le Greche pi* ,e Sì & alle Latine quidcm ,e fed, pofiano rispondere U due 
nofìrc bene, e ma, come lev* tlTetrarca quando dijfe. 

“Ben me la dii , ma roflo la ritolfe. «... t ^ ti * 

£ veramente tutto il precetto dt*Dcmetrio quàglia noRra UaUavafaueua 
poco può appartenere , nella quale à pena occorrer d mai, che due , ò tre appte- 
chamenti fojpenfiu fi propongono prima , che fi comincino d render kro le ri- 
spondenze. Tuttauta per efitmpio diremo cofi : che fi altri diteflc . 

- Quanto più nobile è Ibuomo, quante più grande, e quanto più ricco , tanto 
più cortefedeuet fiere .tanto più limano, tanto più liberale, 

Ver auuentura troppo tfqmftamcntc farebbe rifponiere le tre particelle, 
tanto più alle tre fofpcnfioni, quanto più ■ t per la compofitionemagmpca me- 
glio fi Jarebbe detto . . , 

Quanto più nobile t fhu omo, quanto più grande/: quanto piu ricco -, tato piu 
tortcjedeue e fiere htt mano, e liberale. Ma come babbumo detto fomighanti mo 
di di f duellare d pena di rado occorrono nella nofira lingua. 'Bene occorra fptfiij 
fimo l’hauere d rendere vno de gli attaccamenti accoppiati al fio compagno 
precedente: Et in quejlo aUaproportionefiruono molte volte » migliori notiti 
autori Jl documento di Demetrio, che per non moflrare troppa ifquifita diliger* 
Xa, tacciono l’attaccamento re/pcnfiuo,e vogliono t c r fi fittcmtenddiCome Jo- 
te nelle iflt ffe prime parole del Decamcrene il Boccacci , quando difie, 

Com che d ciaja-.no flta bene , d coloro marinamente e tu bit fio, ouefe ha- 
nefie al tornei he, re fa [piegata la fia ri/ponden za, dicendo 

coloro, nondimeno, maffimamente e richieRo. ■ , 

Certo che, ò percheitmodo di dirtfofie flato, non peregrino, a piu ifquifito, 
non magnifico farebbe egli flato chiaramente. Squeflo, non mqueflo luogo vtò 
filamento UBoctacci, via in più luoghi, come nella Fiammetta. 

Come che mgmnata fofli,mi gioitali* di loro credere ^ &altroue^ ^ 


3 f .1 lìPriditdt rìditi r PdbigaroU\ 

' *2h nfhe mutjfit babìu^oper tifato inganneuole ufo li roz\t teflumì riten 
neVel padte , et in alto Logo ve.. *:■»• i -, 

* ■ or fregna ih’egtrjia Lutano i mefS io à liti, non dubito ch'egli mi OM »!,■*»« 
amo lui >- 

~ l Ft dinne ^incoreubt babbei buon letto, alberga male , 

C: V di fuetti efiimpije migliaia (e tx potrcbbono addine ;oik non faamcfaa, 
cerne comanda qua ‘Demetrio, è molti attaccamenti non tanti fe ne rthiono,ma v 
all'appicco fitfpenfi o, neanche la propria rifpondcn^t ramno naif ri auf ie- 
ri, c laf ciano che jtjotto intenda. 

• fcn>k)t»9''ri*l. ,r l 1 -un 3 t3K>a^iOii'.iiJ> ftisbiup 

. OrSCORSO ECCLESIASTICO;* 

•' ’ '• •• i*. \y\ A tannali n»j 

P Olcijci. c hnbbiatno detto nel Còmmcnto, ti c Pioli : ri .. p.rV di 
qO erta particella pòco ò ridilla appartiene alle fuiicTh.' ò Lrtin.r, ò 
Italiani, aliai ri man e chiaro, che nttfettsm fcbfa noffè.iherin-fht- 
tortrò à lui nè anche ecclefiafticameftledifc'qrriaHuv Più ro*h» dp 
fìdrriartiólchc il rtoftro Predicatore dt akuweparolctiriVrip^Mefl.»; ij* 
ticclla da Demetrio , cofi viua memoria rraueng*,n<-he 
maùCioc di quelle che mirmtnm ejl quicqutd cxqttjjrun . a cj% ctoj; ÌV^fc*®' 6 



Ira le quali r.< n voeUamo hiailtar di dire ( fe Berte quello Tappiamo che 
ad elocutionepropriainenre don apparricn^’cho li troppo n cqnentcj^ 
BrtprctS'tibnr dèlia Etimologia citinomi, e li- curio le effkMiucjpi elenca- 
tane, ò rcfolutiouÌ,ccoinpoiitioni quali Cabalillichc di lettere, c(\c : vja 
gt .i::.o dire,habnonolte volle pei tir ppa-cfquilirezza ture cv.de tjc dici 
ie ri per altro Eccellenti m i baflQj&ncli’jndf CcroF già fa; piamo rdi,c 
di fepra ad altro pròpofitoPhaBbiamo détto, che le laerc diittiiu"(ìif-“ 
fe .delle Etimologie de nomi li fono valute:e chEgrauifTimi .efantiflìmi 
padri delle clèrrieiitarié cfpofitioni fi fonofchliri , ma òdi rado l’hanno 
farro, ò in cafo qtiali necelTario.ò quello che più importane commenu là 
bene. 6 nelle qm Rioni difpnratoric,ma ne* Pernioni non già,ò nelle honà 
tic- |-“ -r ■ ■ ■ A “'- J ; ‘ • “ r ‘ 

He 

... v \ 

rere dell’Alfabeto Hebreo , (ette con binatiòni ne ft ripa piene di alt’.ITì- 
mi,eSanriflìmi mille nj: li mcdtfimo indie quefiioni f prn il terzo libro 
de Rcpi,tratrando che Scritti maledilli' 1 Danid ma'ediòianc ptflraa, ila- 
dà lecfpofirioni dcllaimlcdittii re dalla parola pejjìmac hò fn Ebreo, è 
Himrc^eth La quale corwenchdo-in quella fauclla cinque lettere, ciafeur 
na di loro dice che è principio d’vna di cinque ingiurie che dille Semci 
? D. un'mctuochc nella H*tf v egli lo chiamò Hoefb cioè adultero .nella-. 
+dlcm,MoMta come dcfccndentc da donne tali.nella I\es I{o^eba cioè no- 
ni cida,nc Ila Zoddi Zarua cioè Jcprofo.c finalmente nclTaiòtui/Aoejtó i cioè 
aboininciiolc.San Cipnano.Santo AsoRino,e Beda.tutti c ft-C'dichiaran 
do la Etimologia di .quello nome *ddam> dicono che coli fù chiamato, 
- r ' * • per- 



Digit Lzedby 


Sopra la Particella XX XÌI. 89 

perrìocheIaterra,ondccglihcbbele plafmationc, -dalle quattro parti 
del mondo fu tolta.le quali quattro parti , dalle quattro lettere di dato 
nome vcngono'fignif cate.Conciona cofa che la A lignifica cioè 

l’Oriente , la D. AÙnrcioè l’occidentcd’altra A.«f*T*cioé il fcttcntrio- 
nc,e la V* lujvupfitv cioè il mczogiorno . Et altri limili clTcmpi ne’ Santi 
Padri farà poliìbilechcrrouiamo.ma certo non frequenti,ecoine dicenv- 
rrn^non maj quafi in fermo, ni,ò ragionamenti fafti dal pergamo: Ne qua 
li quelle m «fiume non c dubbio certo che fncruano grandemente la for- 
za del due , & à giuditirifi afcoltanti paiono molte volte troppo cfquili- 
re.E però à noi piacerebbe che ò di rado fi ponclfero à mano,ò non mai. 
Monfignor Còrndioairafdifcrcramcntc adoperò vna di quelle elemcn- 
taric clpofitioni nella predica della Pace in quelle parole: 

1 Iprsù Chrillian i Pax Pax Pax.quella è la virtù ch’io non vi hò anco- 
ra nominhtatla più briglie di n'fmc.chc non hi fe non tre lettere , c pure 
è il colmo di ratte, in cui li indù le ogni nollro bcne;l! Padre , li figliuo- 
lo, & lolpiritoSantod*. Ecco il Pud i t. A. che- c figura triangolare ecco il 
Figliuolo die ha tre foltanze.Vcrbo, anima, e carne: X.chc c due confo- 
n.,'nri.Ecct> lo fpirito Santo , clic confuona col Padre , e ’1 figliuolo come 
ncifoconlubllantiabilc deil'vno.e dell’altro. 

*Ma nò tutti fanno coli d‘loretaipcccoperare.E per auuentura nòlo fapc 
m fare r,p qpjirtqin ctivpr^cqteafT::' giou.iiiilc predicando à Milano 
impilili ) giprn j dcll'an.inSir 1 1~ j.in tórno ì vàrie K tterr, e numeri folli, 
troppo clquilìt lime. cct tòpo nitri: funere rilòfilfSnio dilcoirrédoin que-, 
Ho modo. In fino fi: lo fermi te quatto numera di miWctìnqueccto letta 
tadnquein numerici tmctic-jdiremùco ne lo dipingcte?cóvna 1 certo, 
covila S. con vn nuai.7&: vnajii vi}iia.cò li letifera aedi modo che vna 
I vi entra, due S,ìì: vn carattere Aritmetico del letteti! qual carattere fc 



, ritratte pórr 

CJn numeri Romani lo vogliamo fingere, Dhepinecia i Dio,che le 6 Jet 
«ere MD.L.X.X.V.in capi di parole riuoliare ci lignifichino Aìmmiu * 
Hjrwn Do/utrif ì:woacs CJj. :{li CbìiJJus t uicct.Mzdiqutlìn afl'ai. . j .. r 



remo nondimeno noi il noitro predicatore, che fc la Cofa non vi più che 
à pcnnello.egli cRirgelpiuitotu numerali natili aliare fi werchia aulisti: 
S.Agoflino medcli no qualcne volta per volere troppo diariamente ltare 
nc’milleri de numeri, non Ili finito di empire gli animi di quelli che Icg- 
go no: Co me iiL-l,it4ll4'to f J5VUi San Gv^aati;u*>,ue parlando dd languida 
che era flato trenti orco anni -dia pifcma.e volendo t fporre. - 

Qu.vc /inmerus illc isolamtt I.m^ho nfi f 'otitatis. 

: Dopi) > molti d;'C irli CohcVudec 'lì ergo quiJ pc.i.viiiS nUnn :r bé 
lei yerfiftionem bis non iwylciurnifi insemino prxcep onAatis q:rd rii 

raris qkiatangHcbat ■ q* ai quadrarmi i)dno nnnus b.tbihai Bcnchcq-ia tàciti 
Cofa è, che òalla.iliContcn tabilita di alcuni più torta nata lo fet upuloioha 
altro: Mi in Comma fenza del'ccudeg: à par ticolari.andumc pare jipj.jtff 
. n»' llra- 


Dlcjltized by Gc 


< 


90 > Jl Pre&attèrt del PamgaroU, >, 

ftr«unente nelle Etimoltìgie,ncllc cfpofittoni dementane, e nelle mune» 
rali : E nelle Prediche noftrc principalin ente , oue magnificamente ra»* 
gioniamo , babbuino pur Tempre innanzi à gli occhi U regola di Dcne 
trio : che Minutum e/2, qiàdquii ex quifttumcfl. 



PARTICELLA 

trentesima terza. 

1 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 

*4 Epe tamen poftta aliquo modo deinceps con 'mntUonet , & 
pjrua efficiunt magna , vt apud Homcrum 'Baoticorum op- 
pidorum nomina , humilia txtflentta & patita , moltm quan 
damhabcnt& magnitudinem propter coniunfttouer , don « 
cepstot pofitasvt in ilio Sferri ncmhctn totip ira tr»- 

0 * 9 *. 

PARAFRASI. 

He ie gli appicchi di quelli faranno, che non fofpendono 
ma per l'ordinano continuano Italamente le claufolo, 
come la copula,&:in tal calo il col locarne molti vn dopo 
l'altro quali io filo genererà magnificenza ; Come quan 
do Homcro facendo mentione di alcune terre de Beoti, per altro 
vili e bade , ad ogni modo vna gran cofalc fece parere , per la loia., 
frequenza delle congiuntioni in quello modo. 

£ichcno , e Scolo , c l’Alpcflre Étcono. 

commento. 

P r rtbe Demetrio di / òpra habbia infognato ad acqui fi are magnificenza 
nil dire , con leuare attaccamenti, Cf bora infgni à confeguirt il mcdejimo 
aggiungendone : T^on però i contratto d JefleJJo, perche come habbiamo ac- 
cennato nella Tarafrafe , là de gli attaccamenti fcfpenftui fi ragionaua : e qui 
dei congiontiui . Fra quali ixenjfimo così nella Greca , e nella Latina , come 
nella volgare mitra italiana lingua , che la copula replicata fà magnificenza: 
Cioè, chi oue molte b parole ò coft , eoa vna fola, ò con poche copule potè fiero 

dir fi 



Dìqitized by Gòo 


SopraUPdrtkeUd XXX11I. . 91 

dir fi, fi ad'ogni modo A eufemia d: loro la propria copula verri aggiuntiti , 
quell* frequenza di reiterate copule farà parere le cofipifi grandi: E queflo 
per due caufe : yna perche maggiore indugio fi mctteria nel proferire , e gii 
habbiamo detto che ogni tarditi fà gronderà : d'altra , perche fittine nella 
pitturale ombre rifeuotono tlum, e gli rileuano : Così qua le copule fetuiran- 
tu per ombre i rileuare i lumi delle parole , ò cofe , in modo , che ciafcnna di la 
ro fari effetto , e tutte infirme molto maggiore apparenza , che fen^a F aiata 
di detti attaccamenti non Janbbeno fiate atte A fare . Conte veramente fi vede 
nel verrfo di Homero allegatola Demetrio . 

’Z%ti‘r»r TtprKvKiu it.etvAùtrtfiif'ndTttuift 
Che m latino potrebbe dire* 

Schamumq; c columq; lugifq; frequens Eeeonua. •*. 

Et in Italiano hahbiamo detto, mi 

Efcbcno,cS»olo,erAlpeftreEteonow 1 

Che (e fenza copule bauejjimo detto. 

Scherno, Scolo , & Et eono* 

Al fituro pkciole cofette farebbero potute, oue le copule aggiunte per prua . 
di eper magnifiche ce l'hanno pofìe innanzi '■ Virgilio di queflo precetto fu co- 
uoftenuffimo , c moltiffini c fiempi da lui fi potrebbono trarre : Carne nella V» 
eolie tL». 

Atq ; Deos , atq; a Ara vocat crudelia Ma ter. 

(nei 4 . della Geòrgie* . Ci 

Drijinaque, *ancoq, Ligeaq, Phillodoccq; 

E poco apprefio. j _ 

AtqucEphite, acque Opis^tque A fi a Dccopcia. ,'■[ ^ | 

E uri p. d ii a Eneida. , f r ; . 

foeduuiquc Hebefumq;fubit Rhecumq, Abari rnq; , -, . ,,| 

Enel 11 . 

CJorcaqj Sibarimq* Daretoq/Tcrfilocumqj . ^ 

Et irt altri luoghi . 

Marco Tullio anch’egli del mede fimo artificio fi valfe molte volte, tome qua 
do frinendo à Lentulodiffe. 

Pompcium & hortari & orare, & iamliberiusaccufarc, & DJ0- 
ncrc , ve maguam *nù.nuui fugiat, noo defiftunus. 

Et alerone. 

Et inimico prederai 5^. ammana laedebas , &C cibi ipfi non eoa* 
fulebas . 

Et vn altra volta . 

Nec Rbpublicaeconfuluifii, neC amici? profui fli , flec inimici» 
rcfhcuti. 

Che fe ad Italiani uofìri voghiamo poffare vtò la medefimaartoil Tettare « 

quando dffk, 

EtnfleeSolc. 


Sott 


Si' • .fi 'Srfdiifltw: 

. • Sonic mie luti. - >' ’ "injitV i| , 

St alerone. > u» UM *• V • 

; Ejiicof}uini,ei!orfofpiri,cicanti. x ,1 • \r . 

4. t-l' parlar' rotto , cl’fubito filerai». _ .. .im- v*i oliti, ut* wlà*H 

» .ri* brruiffi'nu rtfi/ , e i loufbi pianti , noi'*. verno lituo 

*\ ih Eqnole i l'.n^t temprato con f affetuu . ir . ;l i„ .<,• • .t 

'ccacctih rntlit luoghi fe ne valje bora condite copule fole t (f>me. 

£t Ululeranno . ‘3 r ingialleranno quanto . (3c. 
hr con Oi ù : f onte in Beccar do di Chiocca . 

Etlcfdl ,3 ' perionanz', & i digiuni Jet lumi à fare quando e pur q ini . 
£ digiuni , e 'putirò te>noora , e logrlie W pifioli e dt molti altri Santi: 
Et t'en-rdì: C J sabati, eia 'Jomnmcticl ^ i gnor e, eia Qu are furia t kit Ut e 
certi punti delli Luna , & a'tre ecccttioni molte. • ..ni 

Si come Miffer (fiouanni dalla Cafa ancb'tgH qua Ci nel prùr. ipio della f 4 _» 
bora' tonti ( arto K. quella tirata fece ma grufa entttfìma.X. ... 

Tur Dario , e Qro , r Xerfe , e Milnade , e Teucbf , e Filippo , » Tirro, & 
jdlex andrò , e Marnilo , e ’ ctpione , e Mario , e (ejare , « Catone , e Metello. 

Ma di queflo troppo più frequenti ejjtmpi fi t' oliano ne buoni autori,cbe rofc, 
filerò fu , che m iggior numero nc’arrecJouin o. 

■ «j. ..lo» 

.DhU ciljJMJV >*) y> ilfìf. :r}{,« ' : f*:p» A' 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

**** * * 'i * i » 

I L Venerabile B-.da.ncl libretto ^ che egli fi de Ichematisfcnptu- 
r?, frà gli, il triJcffermi nìerte anche'quellodcl quale ragiona Deme- 
trio in quello luogo quando ( dice Bcda } multis ncxa’eft coniunclioni- 
bus orario, ouero come dice Demetrio , quando (àfpe polita? dcinc^ps 
coniuntfliones parua magna ifficiunr, quando in fomnu molte copu!e_> 
quali collocare in filo generano inagnificenaa: e quella tale continuano 
ne ci copula domanda eg'i Bedacon nome Greco Polyfindeton,fi come 
per contrario quella tìgiira .che leua tutte |c copule , c delinquale parie 
remo noi più à ballo Àfyndrton viene chiamata. IVlTttnpio.che apporta 
Bcda della continuarione delle copule, licaqa dal falmo quarantèiimo,' 
oiY£cgfi dice . 

Dominili co n fernet eum , e*r vinifica eum, &■ beutum fiici.it eum in terra > tjr 
non tr id.it eum in ammoni inmicorum cius . 

• Ma veramente di quella forte di figura fono coli, piene le fcricture no 
lire anche canoniche , che à eia fcun paifo polliamo trarre efiempi: Ec- 
co nella Gcncfi al primo. ) 

. Fiant luminaria infirmamcntc Ccelì , &■ diuidantdicm, oc ttollcm, & fint infi- 
gn-i . & tempora. &r dits, & annoi. 

In Efaia al fecondo. : 

! Qui 1 dici Domini exercifuum fu per omnem fuperkum , & ercelfum . & fuper 
onnem arrottantem , & humtfahttur . Et fiiper omnes cedros libani fubhmes , & 
ere fiat > e? fnper omnes quereli 1 bafon , & fuper omnes montes excetf os, & fu- 

f er 


Sopra la? urticeli* X X X II I» <>f 

per omes eolia eleuatos ; & fupcrcmncm tiimtn ercclfatn : & fùperenwm mu- 
mtum.&fuper omna n-ucs larfis , & J"pcr orane , quod nj ù pulibrum e fi ■' tt 
wchnub tur omnis [ublnmtai hominum : ejr htiMiUMiUr altnudo vircrum,&dc 
uri: tur Dommus fatui in die dia . Nel medefimo *1 terzo. 

Indie tlla aufer et Dominiti ornamentum e alce amento) utn , & Lunulas , & Tot 
quei, e r Monilu & .Armillai,& Mitrai, & Difcununalia, & Tcrifielidat e*r 
Murcnuias, & 01 f adertola , ( ir Inaura, & ~dnnuloi>& Gemmai infrante pen- 
dentes , & Mutatoria , & Voltola , & Lini caniina . & ~ 4 cui,& Specula, & Sin 
dona , & Guttai y drTbcrifira. In Ezcchieleal 17. 

Gemmarti , & Turpuram , & Semolata , & ByJJìtm , & Seticum , & quic- 
qwd propofucrunt in mercati i tuo . A’ Romani al 8. 

Tacque Mora, neq-, l'ila, neq ; cingili , neq; Trincipatin , neq; Virtutes , neq-, 
Insinuila, neq-, Futura, neq’, Fortitudo, neq \ .Aititudo , neqiVtofundum, ncq, cica- 
tura alia poter it noi [epurare à C haritote Dei, qua efl,tn Chnjlo lefu Domino noflro. 

Et in mille luoghi . .San Cipriano m lfcrmonc de zelo & Littore dice 

C habitat cm potè fi tenere qmfquii magnanimui & benignità, ir à Zelo .& à Li 
uore alien us est. 

11 medefimo nel medefimo luogo parlado del fiatricidio di Cainno dice. 
Tantnm valuti ad confummationem facinoris tcmulatiows furor : rt nec cavitai flrar 
tris y nec fiele» is in/tnamtas , nec timor Dei , nec pcena deli Ut cogitaretur. 

E nel lermone de Opere & Eleemollms . Tatrimomum Dtocuditumneo 
refpu'Aicdcripit.ncc fijiui inuahtncc calumata aliqua foreufis cuertit. 

E S'. Grifollomo nclPhomilia 14. ad populù Antiochenu, trattando, che 
foldati quali inuincibili.pgli peccati végono dati in preda à nemici dice. 

Et quos arm iy & equi. & milita , & tot macb namenta capere non potaci wit , 
hot peccati natura vmtioi hosìtbui tradidit , Fi a noftri Italiani parimenti , la 
Cola c tanfo Frequente , che nulla più . Il Padre PafThtianri dice, che Cia- 
Arunadi quelle cole , le quali fogliono infuperbiregli huomini> fono im 

{ >crferrc,e inltabili, c vane, c con molti differii. 

1 Padre Franccfchino parlando deltaRcgina Maria d’Inghilterra. 

Mirate (dice) & da quanta humiità, c bafl't zza, e per quali mezzi , e 
difeorfi miracolofi hà lafua Diuina bontà Tempre cóleruata,&frà mille 
incèdi; ,c pericoli capitali c di fuamandifefa, & al fine fubleuaraà tanta 
alrczza,& felicità quella Scrcniflìmn &Religiofifl , ìma Maria. 

Il Fiamma dice, che l’amare i nemici inquanto nemici è amore peruer 
fr, Ce iniquo, & che repugna alla carità Ma più cfprcfso farà l’cfsempio 
di Monf.Cornctk),one nella Predica delle Ceneri ragionando della vni- 
uerfira della morte dice. 

E Signori, cSnddiri,e Ricchi, e Poucri,& Huomini, c Donne, eGio- 
uani,c Vecchi, rutti, fenza differenza, e fenza ordine alcuno l’vn doppo 
l’altro, e Pvn contro l’altro mefcolati e con fu li inficine ad occhi ferrati, 
che non fe auucggono entrano à lorghe fchìcre per quella via commu- 
ne e paréte di tutta la carne,che c la morte. E noi ancora in molti luoghi 
habbiamo procurato di feruirci di quella figura có difcrettionc,e per far 
grandi lecofe'i' ma Angolarmente nella Predica diS.Ginujnni Euange 
lifta,ouc dicémo.che erauamo per mo<lnre,Cotnc S. eiouanni di Chri- 
fto Signor noflro era (lato, c diftepolo & Apollolo, & Euange!ifta,c Pro 
feta,& Segretario, e Amico, c Conftfsorc,c Pontcficc,c Dottorc.e Vergi 
ne, c Martire , & herede . 

PAR- 


;Di 


*4 


PARTICELLA 

TRENTESIMA qv a r t a. 

Z» w > : : unri 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

f Xplctiun d/zlrr» coniunfiimìbus vti oportit, non tanquam addita- 

Fa&àìk mentii inani bus , & velutiadnatis , aut notis vnguc imprtfjis . 
Qtumadmodum quidam copula S'« vtuntur nullum oh finem , ZT 
tv (S ’*ó J *P°vfed Ci profitti aliquid magnitudini orationis. Quetnad 
modum apud Vlatoncin « ptìr JV //!>*<• <o */*»•' ir cv pitta g£s &apud llomeru 
A'M'fr» A» tjfor IStfStt vora/mr imtqs .n. apta coniunfiio tlltc pofita,& 
quf difìrabat i pnor, busca qua f equi tur, amplum quiddam molila efì; multà 
.n. trutta grandmate moltuntur. Si ai- té ftc dixifict ori Fki sòr vigor a? burro 

t oynaaMoÙ de puftllis rebus lequeti par fuifict ,&pterca vtdcvna re ducei. 
Siimi! aut & m patbetuis fspc , oiifiiobxc.Ccu in ilio Calypfiw ad f'iyjem. 

\aipriiSn voKVUMULriìvartv. ouV<u SòoìicorT, ipitduj ie vougiU ycSaf<, 
Jt ig’ tur coniatici ione fufluleris vita cum ea lolle s & affcfiu-.ad Junmaru cam 
quemadmodum Traùpbancs affirmat, prò fufpirijs afjumcbantur hx coniun- 
8ioncs,& grmirtbu s . 1 icut illud *,«,,& illuditi & quale èfl , vt ipfe inquit 
tilud rsu tu k Stupii, o, r , bobe: vim ac fpeciem quondam mtferabihs 

nommis. . 

Qui au t nulla ob rem inferciunt,inquit,copula,fimiles funi hiflrionibusMul 
hoc & hoc ab mdli nerbi dicunt ceu fi quis fic dica K<tW«V ptì, JA 
*>Ma(X$>rot ito. E ràrrtrip^mt vti i’tX°y*'<£S'ou pierà. <Ù ai, enm abundat 

illud tu-a/vr Ulud piu biCffu & nbique fruftra inculcata coniunfiio. fòniunfin 
nts igitu r conipofitioncm magni fi cam facilini, vi traditimi efi. i 


PAR.AFR.ASE. 

1 -li » 

S Itrouaoodi più alcuni attaccamenti ,da Grammatici chiama- 
ti riempi turc.-come farebbeno, Benedirne, ncquero, e certo, 
rJunqucj-Hordunijuejefiimijjde quali noiibUògna che noi 
nella cfoofittone magnifica ci vagliamo come fanno, 
aicum lenza fenfo , c limpUcancntc per- ripieno : perche anzi 

mac- 


Sopra la Particella X X XIV» 9 $ 
macchiarebbono,che ornaffero il ragiona uento, in quella maniera 
che ci guadano i volti i fregi che tal’hora non volendo vi facciamo 
con fogne, & i coflì,cheperlbuerchio humore vi ci nafcono.Che le 
quefinnedefimi attaccamenti alle volte gioueranno ad aggrandire 
l'oretiofle,all'horadourcmolcruirccnc.* Come quando fi mettono 
quali termini ne’ principi*' delle claulole per leparare lecofe dette 
da quelle da dirfi,c per fare quali nuoui cominciamomi di ragiona- 
rc:pcrciochenon c dubbio che in tal cafo,qucl fentirc nuouepaul'e, 
clpcffi principi; hà del gnndc:E però fiatone nel Fedro dille. 

in Cielo dunque il gran Gioue primo càfpiegare il fuo Carro a- 
la to,& innàzi à tutti gli altri andando,tutte le cole orna, e tutte prò 
inda nentedifpone. 

. Chcfecgli fenza la particella dunque haueffe detto, , i 

In Ciclo il Gran Gioue &c. 

' Non farebbe fiato nuouo incominciamcnto , & di picciole cofe 
paruto farebbe che fi ragionalTe. > 

Homero anch'egli quando dille, o.,*, 

Venuti dunque d vn gran fiume a ll’onde 
Conia forza della inedelima congiuntionc dunque molto piy 
magnificamente, quali facendonuouo principio parlò, che fequali 
continuando il ragionamento fenza la parola dunque haueficj 
detto , 

Venuti poi d’vn gran fiume all'onde. 
foglionoanchetal'hora quelle medclìine particelle nelle orationi 
aftettuofedaregrandezza all'affetto, come quando Caliplòne diffe 
ad VJifle,0 delle fraudi trouatore Vliffc 
Dunque coli la tuaparriaabandoni? 

Che certo fenza la medclima dunque la meti dell’affetto non vi 
farebbe fiato. E fi vede come dice Pralifane, cheferuono negli affet- 
ti limili particelle, comeanche leinteriettionidolorofe ah'ahimeff 
tali per gemiti e per fofpirwE pcròchiefenzaoccafioneragioneuolc 
le cacciaffe fra ragionamenti, coli ridiculo farebbe, quanto que' cat- 
tiui hiftnoni,i quali fuori di ogni propofito credendo di abclliro] i 
ragionamenti te interiettioni dolorale inettono,oue non conuicnc: 
e dicono. Pereffempio 

Sono di Calidonia ahi quanto graffe 
Le campagne che laua il mare ohimè 

,E tanto baffi per fapere,comc gli attaccamenti magnifica poffo- 
no fare la compofitione. 


li 


COM- 


$6 fi Predicatore del Tamgurola 

COMMENTO. 


MI 




S E bene , per quello che toccò il uoflro propofito , ci contentamtH» 
noi di [opra di d under e tutti gli attaccamenti in due fpetie fole , .* 
Qot in continuum e fo/penfiui : E quefli in fmgulaii , U accop- 
piati ; tengono nondimeno gli flef]i attaccamenti , ò cc n ginn ti- 
ni ebe vociamo dire , da Grammatici e Greci , e Latini , CS anco^j 
Itali mi nofiri , in molto maggior numero di parti difìinti. Le longiuntio- 
ni(diconcflì) conforme à tre accidenti che hanno poffono dtinder\i , alla for- 
mattane cioè, all’or Jinc,Z a Ila potetti; Quanto alla formattane ò figura , altre 
fono fimplici come fra Latini ù,Aut,& altre, e fra noi Vcro,Et,l^p, 

cbeCf fimili:& altre fono compofle, come fra Latini Etri,cniimierò,cqutdé, 
e fri noi benché, per òche ouero, f, che, C3 altre. Qiiato all'ordine, altre fono piin 
ripiani i>c bei Latini antichi domandauano principale* , & i mede finti eh. amano 
inceptiuat altre foggionte altre comunichci Latini dicono fubfequeutcs O 
mediasi la differenza fri loro i qutfla-.che le principianti fempre vanno ina 
Zi alla panila, ebefegnano, nè dietro poflonoflare in alcun modo : C ome in Lati, 
no poflìxmo dire & tu, nè però pofjiamo dire tu & posano dire Narn tu, ni pe 
rò tu natn :& involgare pofjiamo dire ma io,enonpofJUmo dire io ma , dicia- 
mo Unga tc:ma non diciamo tefenza. La doue nelle foggionte tutto il contrario 
occorre. ebe bene dirà il Latino tu enim , ni però dird cium tu, C il volgare 
dirà io nò,fe bene direbbe non io:e finalmente Communi fono quelli che m tutti 
due i modi poflono feruire-Comc m Latino . Etiam tu,tu ctiam.r qutdein tu. 
Tu equidein £ 1 in volgare, ancora tu Tu ancora, dunque tu, tu dunque, ,e foni. 
U- Finalmente quando alla poteva, ò figmficatione , molti fono i membri della 
diuifione, perche di quefte tali particelle, altre hanno virtù di accoppiate gli 
latiu* dicono i Latini, come e ,Cf, ancora, etiandio.-altre d, mette re conditimi, 
e continuare, come ie {vaine di diflwgHcre e {epurare , comeyuero ne : altre 
di contrapor fi, come Benché , ancorché ,pure, nondimeno : altre di eleggere 
■come pii toflo , ungi pii volontari: altre difeemare , Come almeno, pur e : al- 
tre difender cagione , come perche , perochepercioche: altre di concludere., 
& inferire, come dunque , pertanto , fiche : altre di eccettuare , Come* 
f uori, in fuori, fc non: altre di dichiarare, Come cui , ciò, fatò . Mire di 
aggiungere , Come A Itrcfi , oltre di ciò , pii oltre , Lsinoge : altre m altri 

modi _ . . 

CMa quello che fi i noflro proposto quii, che fi trottano congiuntori,, 

e particelle nella oratone , e Greca , e Latina , & italiana , le quali ft 
adoprano fenza fenfo alcuno , e da grammatici vengono domandata 
in Latino cxphcatiu*# Completai*, Ualutno riempa™, ò me- 
glio particelle cbcftruono per ripieno. ^ 


Sopra la Particella X XX li IL <)y 

. Le quali fono apponto quelli, di imi parla Demento ui tutta quella partirla 
la : Et è fiata grande accuratezza di quesìo autore , che diiofa tanto minuu_t. 
quanto è quefta,habbia battuto tanto penfiero , e motirato fi diligentemente co 
me di loro altre nella compofitione magnifica fi , pofia , e dtvba valere. 

Le congiuntiontioni riempitine Greche , le quali addu.cq.ià Ueinct rio non 
perche altre ne fiano , ma per efiempiofrà molte altre, ih Jc ne D onano , fono 
rv .ToTipor.cJ'ii la quale in i quella , ebenegliefiempi di Violone, e di Homero 
eh' egli addurr à,baurainfe tutta la forza, lignifica quanto in Latino ù ac la U» 
etia il > igitur , certe , Agc , neuipc , particelle , che anche ut latino baino* 
la medefima natura di fiate molte volte per ripieno : oltre, molte altresì 
come farebbono . Vero, enim vero , li.-rcic , Mchcrdc, aut ni, quidé, 
cquidem, quoque, enun , ergo, nani, na ;iq;, adeo, vctquc. W.IHÌ- 
runi, e ■ famigliami . Si come nel nojiro Italiano per ripie no ferino fra 1 ‘ al- 
tre ma , ben, pure , e certo , intiero, dunque , ne, c molte di qntfia fatte .flicor- 
no alle quali tutte bifagna auertire che, diciamo aliune pai ti . eli trottar fi , le 
quali fono atte à feruire per ripieno-: non fà però , che (file non gabbiano le prò • 
prie [igniti cationi 1 £ ( be ,n a ^ tri luoghi uonficruano con il lorofenfo : ma inten 
diamo , che alcune particelle , le quali per propria natura fignificano in tale, ò 
in tal modo, hanno di più quetta qualità di potete , lenza ibefignifiihino cofa 
del mondo , e fiere fimplictmintc vfate per ripieno : Per efltmpìo m latino la - 
ittcfla congiurinone &,cbebd proprietà fi grande di continuare c di congiuri. 
gere,come quando dtfie Virgilio , 

Multum illc &l terris ìaftatus alto. 

v^iltroue non continoua , e non Irà fenfa alcuno, ne altro officio, che di riem- 
pire ■ come quando lo file fio Virgilio difie, 

Nelcio quid certe eft, & Nilax in limine latrat. 

Oue fi vede , che Jlà per fimplice ripieno , concio fia cofa , che leuandola via, 
retta totalmente il medeftmo fenfa , ne più fi dirà quanto al fenfa con queflo 
verfo, 

Ncicio quid certe eft , Nilax in limine latrat . 

D» quello che fi direbbe con quello altro Jc potefie efiere verfo , 

Nefcio quid certe eft.. Nilax in limine latrat. 

La medefima congiuntone (i nel nofiro volgare Italiano pure è continoati- 
ua , Come quando il 'Boccacci dice. 

Bruno e Buff almaco . 

fyfippo e Tito. 

E fintili ■ E nondimeno alcuna volta tanto è lontana da continouare,che niu 
00 altro fenfa bà , ni d’altro farne , che di ripieno ; Come oue il medeftmo dice. 

Dapoi ch'egli ti pare, & egli mi piace . , • 

Quando tu ci bonetti meffi in Galea fenz * bifeotto, & tu ne venitti . 

Che hauerebbono Jenza la & lanuto il medeftmo fenta dicendo fi. 

Da poi ch'egli ti pare , egli mi piace . 

Quando tu ci bone fai mefite in Galea fi nza bifeotto , tu nc venifli . 

' r V ~ Parte Seconda. ' G [I 


Di 


! 


98 Jl VrtiiUÉOrt del Panigarola. ' 

11 mcdtpmo occorre nella particella ma , che per fu» principale «#- 
tura hà forza aduerjatiua, come in quel luogo , 

T^on pur mortai , ma morto, % J 

E pure oue il "Petrarca dice, ... 

eJMa ben veggo horfi come al popol tutto 
Fauola fui gran tempo. 

tfja d rnuna cofa fi contrapone , e fenfo alcuno no hà,e che fu vero ,fe la le- 
niamo , dirà il Vetrarca il mede fimo , quanto al fenfo che egli ben vede bora, e 
quello che feguita. Si che tornando d’onde partimmo, diciamo : che non fi trova- 
no particelle alcune mai, le quali per fua propria natura pano rum punte fola- * 

mente , fenza battere altre pgw fi cationi proprie : ma che molte di quelle jc qua- 
li hanno il proprio pgnificato,& il proprio fenfo, pofiono anche tfftre adopera- 
te finga alcun Jenfo, efemplieemente per ripieno : Ma quello in dot modi , per ? 
che onero adoperate in quefla maniera non danno grandezza, ut ornamento al- 
cuno all’oracionctonero giovano al ragionare in tanto , che fetale leu ,già non 
muti il fenfo , poiché effe non fanno che per ripieno , ma tu feemi affai della.* 
gronderà, e dell'ornamento del dire. Cicerone nell’Oratore, parlando di celo- 
ro , che adoperano quefle particelle tali fenza fenfo , ma fenza giovamento an- 
cora , e fenza accrefceregratii alla claiifola,dicc che infarciunt v ciba qua fi 
n.nas cxplcntcs. fhe fi in vero propriffimo modo di dire , poiché qitcfii tali 
putendo la orattone capare, e qua fi per languidezza aprirli, nè battendo tanto 
giuditio di trovare ò le vere cagioni , ò i propri j rimedi', corrono alle particel- 
le cfpluatiue : E co fi fenza alcuno vide, le ingerifeono , che ciafcuno ne conofce 
ta fuperftuità,e vede che apponto fono, come in italiano diciamo Sloppabuchi . 

*Dc fanciulli quando cominciano à far ver fi ciafiuno lo sà,ibe perorare il ver* 
fo d giufia ftanfionetò cho ci vadano ò nò, e gli t t,e gli autefimili fanno troppo 
bene per loro: e fra le altre particelle graniiffima amica loro i la que, la qua- 
le, ò che babbia fenfo ò nò , & ò che aggiunga gratta ò nò, pure ciré faccia vit 
dattilo nel quarto piede , ò cofa firn ile, balla affai : CMa vi è di peggio, 1 he la- 
filando, & i fanciulli, & i uerft, molti Intorniai fallii Jcrittori di profa, anch’ ef- 
fe danno in queflo vitto'- Come dice Cicerone, che faceuano fino à fuo' tempi, alcuni 
oratori enfiatici, i quali, oue per poco loro matfìria fentiuano dijiordttrc il 
mimerò, con partitelle cfplctiue cercavano /ubilo di aiutare : ma vinofamcnte : 
perche in fomma la particella che f rue per ripieno, non deve 1 far fi ni per cttu 
rare 1 buchi , ni per agiufiare i piedi nei ver fi , nè meno per empirei numeri 
nella prò fa mà fimphcemente , e fola mente, oue fi /'ente chiaro , che rfh 1 accre- 
fee grada, & ornamento aLdireie che fénga lei refierebberò le Hefje ilaufolcj 
conti mede fimo verfo sì , nèa non conia tncJefima gratta , ò gronderà : U 
'Boccaccio vsò ( per efiempto) molte volte la particella ne per fimphte tifie» 
no ,ma con tanta grata che mila più . Come nella Cbitjfa maggior end»-* 

- pollarono ... ... 

Calandrinone venne ara fa. . ' » ■■ u 1 

bhntrc egli ne veniva giù per la fcaU, f .i • . ut ' 


Digitinoci bv (^OOsIffli 

mà 


Sopra U PartlceSd ìt 8$ IV. 99 

E fìmìli , Otte fi vede che Iettando la 7^e reflano i medefmi [enfi , ma non 
gii (erto le medefme grafie : Et il valent'huomo conobbe troppo bcne_a 
otte pofia , ò non polla Jupcrfluamente ietta particella foffe per accrefcere , i 
fcemare ornamento al ragionare : Cofa che non intefe ( s'io non fono errato) 
colai , che in volgare Italiano tradofje il "Platina con le annotationi del Pan- 
tano , il quale credendo , thè finga altra di fhnfìione quello che il "Boccaccia 
giuditiofamente fece , e molto di rado,i cafò fofie bene il farlo in ogni luogo : 
tante volte caccio per ripiena quella benedetta particella , che tal volta-» 
in quattro linee fi truoua tre , e quattro volte , Come in < jiouanni fecondo , che 
quejlo ned' aprire il libro i cafo ci ft para auanti. 

Hora Giufìiniano volendo ricono fiere per [angue la Romana chiefa , ne_g 
mandò in fiomadui t'efcouì , H ippatoc Demetrio con ricchi doni, perche 
ne falutaflero da fua parte il "Pontefice , e ne offerifiero alla Chiefa di San Pie- 
tro que’ doni. 

Et in Pelagio fecondo 

Fatto dunque lofio Sigi berlo vn graffo efiercito di P rance fi , e di isdlema». 
ni, [opra Longobardi ne andò ,efacendoui fatto d'arme , ncfu\con fuo gran don • 
no vinto.Per la quale vittoria infupcrbiti i Longobardi fino allojlrctto del ma- 
re di Sicilia ne corfero. 

E di qucHifloppabucbi i piena tutta quell'opra con co fi apparente difformi • 
ti , che appunto paiono quelle particelle ( come dice Demetrio) fregi d'ogne , 
che macchino vn volto : ò di quelle fuper fluiti , che tal" hora ci nafeono nelle far 
eie, e ce le di formano , che i Latini T ubcrcula chiamano, onero verrucas,& noi 
nell'Italiano nofiro babbiamo chiamati Coffi, che pure vn caffo ò due co fi dicia- 
mo e fìcrà dati fuori, quando fimili Efcrementi vengono à di jf ormar fi . 1 n fone- 
ma l’vfarc nt Ila prima manina le particelle che flanno per ripieno , cioè finga 
che gio ùno punto alla grandeza del dire , e cofa vìtiofa . 

• cJMa in quale maniera vfxte gioucranno al ragionare ? Tutto que fio do- 
tterebbe la piar fi al giu ditto de gli orecchi , il quale purgatiffimo fi fard con 
la lettura de ’ buoni autori , e con l’auuertirc , oue , e come fi fono valfi e (fi di 

J iefie particelle . Tuttauia Demetrio no Hro per non mancare in cofa alcuna _• 
fé mede fimo , fi d gli altri : qua fi per moflra di molti firuigi , che poffono 
fare quejle parti al dire ; due occafioni infegna oue efie giouano grande- 
mente . 

Vna quando per megzo al ragionamento , quaft nuoui principi/ , e certe po - 
future vogliamo fare : E l'altra , oue nel ragionare affettuofo , di que fi e me - 
ieftmc ci vagliamo iu vece di quell: intcriettioni ,cbe rapprefentano affetto. 
Delle quali due cofe , perdurilo che appartiene a Uà prima , bifogna innanzi d 
tutto il rimanente aiuer tire ;c re que fio feruigio , il quale ci fanno tal’loora le 
congiuntioru di fare nuoui cornine lamenti nel ragionare ; non è quello che da 
ad alcune di loro il nome Latino principale ouero inceptiuae : E cliihd cre- 
duto, e fritto con que fìa imaginatione , fi è ingannato di grandffima longa: 

Ct Le 


a 


I oo llTrechcatore del PamgaroU 

Le congiuntionì fi chiamano da Grammatici 1 nceptiux ò principale* quaifi 
do , come dicemmo di /opra, fono di natura tale, che fempre vanno innanzi,, 
nè mai pofiono andar dietro alla parola cbejeguono , Come Et tu ,non cu 2*^. , 
non cu nani; ma queflo con fi elio che dice quà 'Demetrio tanto bà da farcit- 
ine la Luna con granchi-paria Demetrio quà de’ cominciamenti delle claufoU i , 
anzi non di tutte le cUufile ancora, ma di certe principali , oue paté che fi co- 
minci à fare nel ragionamento ima difìinta , e nuoua narratane : llche per- 
che s'tnt n ’a mrg’io , babbuino da confidcrare , che doppo hauer noi comincia- 
to vn ragionamento , porta molte volte la materia medefima , che habbiamo i 
fare certe pofate grandi d ricominciare non vn nuouo ragionamento, ma 

alcuni figg tti del medefimo , i quali perfe Sic (fi hanno anch'effi quafi vn imo • 
uo commi amento E già fappiamo che nel primipio di tutto il dire non occor- 
re attaccamento continouat.uo ; poiché niun’ altra cofa è proceduta : Mai prin- 
cipij di que. te altre materie ,c claufile , finza dubbio hanno à contmouarfi , ■ 
& attaccarli , e quello in modi tre modi fi fà- perche ouero l’autore in una 
parola vi mette , ciac babbia forga di continuare , ma lajcia che il feufo Jolo fia 
quello , chemoflri la continuai ione : ouero vi mette alcuna particella , ò paro- 
la ,cbc per fua propria natura ha que fi* forga di continuare, & attaccare^ 
ma claufola all'altra , e vna materia all’altra j ouero finalmente vi mute al- 
cuna particella , che per propria natura non è continouatiua , e quante alla fua 
propria fignificatienc quiui flà p ripieno ; ma ad ogni modo ferue in quel luogo 
per far nuouo principio , ma attaecsto come fefufie vna contmouatiuail'ejitm- 
pio ci farà ihuriffimoiècco il Boccacci , 

Fu in Vifloia nella familia de’ Vergelle fi Cicpt. quello è principio di tutto il 
ragionare , e però non vi bifogna nè parola nè particella alcuna , che in qualfi- 
uogli a maniera babbea forza di contmouarc-.bora legniamo, 

'fù in Vifloia nella familia dt‘ Verge Ile fi vn faualier nominato Meffer Frace 
feo I uomo molto ricco e forno, & autuduto per altri , ma auaiiffìma fingo mode • 

QuJ come fi vede finfee vn concetto : e vi è paufa intera , e bifogna fare vn 
nuouo comniciamcnto ■ ma cominciamrnto però chef veda, che Jegue doppo 
quello. Come lo continuerà egli il Boccaccio ; tgh lo tontinoua con vna parola , 
che per natura propria hà forza continouatuia,Cioè con rclatiuo diuide II qua- 
le douendo andare . 

E que fio è il fecondo modo, che diceuamo di fare nuoui principi jr nel mezgo 
del dire, Cioè con particelle , che babbuino per propria natura forza di contino- 
la tri frguitiamo. 

Il quale douendo andar Todeflàdi Milano, d’ogni cofa opportuna , à douere 
honoreuolmente andare fornito s’era,fe non d’vti palafreno filamento che bello 
fofkptr lui, nè trottandone alcuno che gli piaccjfe,nc flaua in petifiero . 

E pur quà finifie vita matt ria,& ha da farfi vn nuouo principio ■ Eccolo va- 
riato e fatto in un altra foggia, cioè finza particella alcuna per qualfiuoglia 
modo conlinouat ina t mp laJwHdo,chcilfcnfi continuai dafeflefio. 

Era 


a*. 


IO t 


Sopra la Particella X XXI V. 

■ Era all’ bora Ingiouane in 'Pijloia . 

Qhe il primo modo , che dicemmo di fare nuoui cominciamcnti , ne bifogncu» « 
dire , chela pur icellaall’hora ontinoui quà , perche fi vede , che non lo fi (e 
non per meggo del fenfo , e che non hi quefla virtù da fe flcjfa : indiamo 
innanzi . ,h 

Era all’ bora vn gioitane in Vifloia , il cui nome era Tfjccardo di picciob na- 
tìone , ma ricco molto , il quale fi ornato, e fipulito della perfona andana , che 
generalmente da tutti era clnamato il Ztma , & hauea longo tempo amata , e 
vagheggiata infelicemente vna figliuola vedoua di Mificr trance fio , la quale 
era bi Ih filma , & bone Ha molto : Ecco vna nuoua pati fa ,&vn nuouo bigno- 
gr.u di nuoti o cominciamtnto : Ef Ecco fìuocndo Boccaccio come varia anche 
qui ; & adopera il tergo modo , (Ire dicemmo , ; attaccando non comi fenfo fo- 
to, enon con particella di fua natura contmouauua : macon vna partuclla,che 
per fua natura non continuità, e quanto al fuo lignificato , quà non l'adopcra,c 
fti per ripieno , ma f il' officio d’vna contino tu tuta . r 

tìora baueita collui ino de p.ù b Ili palafreni &c. 

Che ben fappiamo , che bora di proprio fenfo figrnfìca tepo, e vuol dire adef 
fo : E che in quello luogo non può lignificare cofi , e però quanto al firn fenfo fer 
ut per ripieno ,maèdi qttcllt efplicatiue, che Demetrio dice , che Jcruono al ra 
giohà re , adoperando fi a quejlovfo di fare nuoui cominciamcnti ; e certo bifò- 
gnerebbe poter feguitare tutta la nouella, angi tutto il ‘Decamerone , che tut- 
to fi vedrebbe difhnto con quefta marattigliofa varieti : e tutti i nuoui princi- 
pi i fatti , bora col’ fenfo filo , bora con particelle per fua natura continouatiue , 
(3 bora tome dice Demetrio con nempitiue, che in tal cajo con fare nuoui co* 


minciamenti danno molta grande zza al ragionare, 
y ir gì ho cominciò tut tal’ opera fua della Eneide. 

•Ani)avirumq;Cant>. r. • 

La inuocatìme ancora delle mufe , la cominciò afiolutamente . -j'i" 

Mu f a uithi caufas memora,. . 

La nar rat ione pure con comincìarnento afioluto la principiò . . ». ' * 

Vrbs antiqua firn: Tiri; tcnuerc coloni. ; . !.?£ 

Gartago Italiani ooutraT>bennaq; longe. iV 

Oftia,diuesopum,ftudijfq; asperrima belli. ■ , <* 

Ulta il primo nuouo comioiiamento dnppo qucflo, lo fece con Varticella eò\ 
tmouatiua . . . i * 

Quam luno ferturterris magis omnibus vnum . j "d 

Pofthabita colui ire Samo: hic illius arma; < 

PIic currus filiti hoc regnum Dea gcntibus elle, n 

Si qua fata finent iam tum, tenditq; fouetq; . i 4 

E doppo quello l'altro nuouo principio con la efpletiua Sed cnim attaccò . 
dicendo . 

Progenicmfcd cnim Troiano à fanguineduci. 4 
A udienti 3 

Parte Seconda, G 3 Oltre 


loi 11 'Tredicatrre del Panigarola 

Oltre , che fé miriamo le parti principaliffnnt delta [ua Eneide, thè forni di 
diti diSìi.ti l br di lei , il fa ondo adiamo , thè lo comincia affolutamtntc-, 

Couticucrco<v,nes,intenc;qiie ora teaebant. 

1 1 ter^o eoa pa ruttila contmuatiua , 

Poftquara E csAlix Priamiq; eucrtcre gcnteni . 

Et il quarto con Tartictlla di ripieno . 

Al Regina graui iam dudum lauda cura . 

Che ben fappiamo , thè la A t in qutSlo luogo non hd la fua nata rade forga 
a ducr fa tiu a : e quanto à quella fìando di ripieno, ad altro non ferve , de à fare 
nuovo comincia-, /unto: in quella n anu ra , thè facendo noi vn ragionamento di 
pur parti, la feconda, ò la ttr-^a od altra potremo cominciare dalla particella 
ma,ncn in fenfo aduerfatiuo ,tna Stante firn pi icemente per ripieno, e per fare 
m/oho principio . 

ll’Tetrarcanel primo Sonetto fola mente bafla ad ir.fcgnaui tutta quifla 
bella varietà : poiché doppo il principio primo : comincia ajjolutamentc il fe- 
condo quartetto dicendo 

Dique’ fofpiri. 

E fi bene U fecondo terzetto lo e mincia con Tartictlla continouatiua . 

X del mio vaneggiar vergogna i’L frutto. 

-Al primo terzetto nondimeno dà nuovo cominci amento come mfigna De- 
metrio con ma particella ijpltiiva , artgi etn due dicendo. 

CMa ben i egg'hor, fi cerne al f i-pol tutto, 

Oue vediamo , che la ma non ritu r.e la Jua naturale foryt aduerfatiua,mo- r 
tir c {fa , eia ben’, che fegue , tutte due feruono per ripieno , tir à nuovo princi- 
pio folamente: Di Cicerone la cofa è più chiara , che faccia mefìiero il ragionar 
ne : ni credo , che altri di quefle particelle efplcttiue fi ferutfje mai meglio an- 
che d quejìo t fo de’ cornine lamenti ; £ che moflra nella oratane prò yfA rchia 
"Poeta quel nuouo principio. 

Atnèquisa nobis luce ita dici forte mirctur. 

E poco più giù. 

Sed nc cui vcftrum inirum ciT<? vidcatur . 

le in mille luoghi . Tacile cpiflolc famigliaci ancora fece il medefimo mora 
uig ’iofamente, e con tanta varietà , che per breuifjima , che fia x na cpifìola , e 
per pochi cominciamcnti foli oltre il primo à Terentia , e tutti trefonnvarij. 

Si quidhabercmquodad tcl'cribcrcm,fàcercm ìd & plurikus ver 
bis, & faepius. 

Cofì comincia l’epiSiola : e quà bifogna fare vn nuouo commciamcnto : d ec 
telo fatto come ordina Demetrio con vtia nunc , che in quejìo luogo non ritiene 
tk fua fign ficaticnc di timpo, ma ferve per ripieno à nuouo principio. 

Nunc qux funt negotia vides . 

Seguitava altro principio : Ci egli lo fd con vna continovatiua. 

Ego a u cera quo modo firn afleÉlus ex Lcpta,& Tre bado poter» co 
gnolcere. 


Sopra Lt Particella XX X I li I. I oj 

Finalmente per quello che hà da dire , cornitene che cominci di nuovo , & 
egli per variare aiopra l'altra foggia de’ cominciamenti ,chc è l'afioluta , e 

due, 

Fac ve cujrn.& Tulli; valctudi nem curcs. 

E cvfi ftnijctiChc dotterebbe feruire per ammaefir amento A molti de nottrl 
fegrettrij Jtaliani che danno vègli eflremi,& vita parte di loro credono di mo- 
di rare bello ingegno , Legando tutta la lettera da capo d piedi , come iw mazzo 
di Ceriegc con attaccamenti continomtiui , gli altri filmano di tffi re molto g ra 
ui e magnifici [pelando ogni cofa : £ facendo tutti i nuoui cominciamenti fem- 
preafioluti , e fenga particelle nè contmouatiuc , nè di ripieno. 1 primi /fc_* 
haucfficro à tradurre la epittoletta detta di f opra di Cicerone, dircbbono cosi 
Se io baueffi ebefenuerti , lo farei più longamente , e più fpeffo , ma de i nego - 
tifgid tu fei informata : e della mia fanita ti daranno conto L epta e T rebatto , 
nè J me retta altro che dirti, je non pregarti à volere conferuare fina te ile fi- 
fa e Tullia nofìra.Lti fecondi tutto in contrario direbbono in quitta manierai 
Se io baueffi che fcriuerti lo fareipiù lungamente e più fipefio . Le cofie de' nego- 
tif tu fai come paffano : Della mia foniti ti daranno conto Lepta e Tre batto . 
"Procura dijlar fana tueT viltà nottra. E pure nè l'vna nè l'altra di quelle ma- 
niere ha del buono : perche quella è troppo viuformemente calettata , e l'altra 
troppo vgualmente difciolta . La douefefi dice fìe cosi. Scio baueffi che feri- 
metti e lo far i,oìù lùgamente e più fpefioiUora de' negocij fai quello che pafia. 
E della mia falucc ti daranno conto Lepta e Trcbatio . Tudite fleffa babbi cu- 
ra e di T uUia nottra . 

Forfì che la cofa onderebbe meglio : perche doppo il principio della lettera, 
di tre nuovi cominciamenti, che vi fi trouarebbono ,il primo farebbe fatto col 
tnegzo della particilla ricmpitiua bora , il fecondo con la continouatiua 
il terzo farebbe afioluto Tu di te JtefJa &e. 

o3f j quette cofie fìano dette incidentemente . Demetrio, per efjempi di 
quefii cominciamenti nvouiche fi fanne con le partici Ile di ripieno , porta dot 
luoghi , vuo di Platone , & vno di Homero . Quello di Platone è nel Fedro , 
oue egli trattando delle a! e de li’ anime, e volendo moflrarc à tetto fuo propofìto 
le grandezze del litio nel fare que fio nuovo commi lamento , fi ferve della par- 
ticella ef pici tu* <f» , cheti Ficinobà tradotta con vna Latina pure explettiua 
e fior fi meglio fi efporrtbbe conia particela at vero dicendo . 

Ac verò magnus Dux in cedo lupi ter Cuansalatum currum pri* 
mus inceda txornanscunfta proutdeque dilponcns. 

Che noi in volgare habbiamo imitato c^n la particella dunque non nel fuo 
naturale fenfo , che ba di addurre confieguenza e ma adoperandola per ri- 
pieno, àquetto foto fine di fare il nottru principio in quetto modo , 

In Ciclo dunque il gran Giove primo è à fpingereil fuo carro alato , 
& inauri d tutti gli altri ondando , tutte le cofie orna , e tutte prò riamen- 
te difipone, 

G 4 L 'al- 


104 ift Predicatore del PamgaroLt 

L’altro riempio che adduce Demetrio è di Homero nel decimoquarto della 
Iliade-, otte fi ih' quelli , che portano licitare ferito d‘ vn fafjo ,arnuano al fiu- 
me Xa ito. t pure quitti ancora la particella Greca expletiua è cominciarne» - 
to,e la medefinta Sì , che in La tino nella medefimaatverò fi potrebbe volta- 
re dicendofi . 

Atveròad lieti venere vbifluminis vndam. 

Et in volgare potrebbe tradurfi con la medefima dunque pur di ripieno di- 
cendo come babbiamo detto nella Par afrafe, Venuti dunque d’vn gran fiume 
a l’onde. 

, E veramente fono molte nella lingua noflra le particelle *be pojjono feruire 
per ripieno d quefli nuoui principi), ma tre fono grandemente in vj : l a dunque, 
la ma, e la hora:& anche ,come diremo il pronome egli. Dilla adunque nel 'Boc- 


caccio vi fono infiniti ejji rnpi,come in - /tlibenhe . 
adunque venendo olfatto dico. 

InTcdalto, ■ .*t. 

Fù adunque in Firenze vnnobil gioitane, ' ^ 

Jn MeflerBgcardodt Cbin^ica, ‘ J 

Fìt adunque in-Pift, 


• E cento: Dclhm.ii Latini ancora hanno adoperato la fed per efpletiua,Co^' 
me quando Virgilio di/ie, . k 




v. 


. Sed ce qui viuutucalus agè fare vici® m 

E Cicerone • • ■ * 

Scd ncc vi forte mirum vidcatur. 

E co fi noi altri infinite volte vjiamo la Ma per ripieno ,e per fare nuoui prin 
tipi), Come il Tetrarca Ma ben veggo hor 
Et il Boccaccio, in c^fghuf. 

Ma come noiveggiamo ajjai finente auuenire. ' ■* ‘ 

Et in molti altri luoghi . Epiù friquintt mente forfi fi è egli fcruito al mede 
fimo vfo della Bora in tutti que’ luoghi ,ouc facendo nout principi j dire . 

Bora egli auuenne. 

» .Bora que ilo Mefierlo Giudice. 

Ilora le parole furono molte, 
i Bora baueua cofìui vn de' più belli Vaia freni. 

E filmili : (fhefe del Pronome egli vogliamo ragionare, quello bafla dimechi 
U Bimbo ci auuertì nelle profetCìol che quefla paiticclla i gli ò Et,ò enon fer- 
ue per pronome, ma per ripieno à fare nuoui curntnciamtnli. Come 
v égli era in qucfto C afelio vna donna. 

- I gli non erano ancora quattro bore. 

E non fi vide mai. 

Bora e non furon mai. 

E cofe fonili'. Che tutte vegono d (labi lire il primo precetto di Demetrio. C 'toi 
che le particelle di ripieno, quado fi adoperano per fare noni cominciamoti , dan- 
no or- 


Sopra laPartiteÙa X X X I II I. I <*5 

no ornamento , [grandezza al ragionare . S egvita bor a l’altro dt’ due modi , 
che qua fi per moflra dicevamo, chi daua Demetrio , perfkrn conofcere , chele 
partitelle di ripieno gioumo al ragionare : £ qucflo è vfandole in vece di in- 
teriettioni in ragionamenti affettuofi . E già che cofa fiano le intericttioni cia- 
feuno lo sài Cloè certe particeUcindeclmkbili,chefra parola, e parola fi cava- 
no per mojlrarc l’affetto di chi ragiona : Come farebbe , 
i^yihi diebi ftUmenfeffi filbarjt . 

*Abi quanto è mi fera la fortuna delle donne , 

Ohimè del mcdefimo , 

Ohimè mifera me , J cui bo io colatiti armi portato cotanto amorcj , 

O dt chi fi mar a ni glia , ^ 

■ O ritornarvi mai chi milord* ' ■ ■'■L ■ ‘ V* ? 

La medefima , ò di chi tfdama , , « 

O inconftanga delle Immane tofe , ' '' •>' » vì • • *> 1 '•" 

Deh di ibi prega , ^ 

Deb lafciami andare , ' * ' • 

. Do, di chi gridai . 1 Lv ‘ N 

Et- fattofi alquanto à quelle gru più vicino gridò òò. E molti altre fU- 
mUt : deUrquali tutte è propritifjìmo il motirare affetti : ma occorre anche)- 
tal' bora , che in r ecedi effe ne i ragionamenti affettuofi, fi mettono delle par- 
ticelle efpletihe , e fanno il medeftitio effetto : £ l’ejiempio, che ne da ‘^Deme- 
trio, è bt l!iffin;o cavato da Homero nel quinto libro della Odiffea -, oue Calipfone 
volendo rimuovere t'bfie dal penfiero di nauigare , vfa invece d’interiettwni 
lamcdefima particella <W della quale tante volte di fopra habbiamo ragiona- 
to , e jui.pi e le habbiamo fatto njpoiidt re in Italiano , la dunque di ripieno 
detto; Come facciamo anch. bora traduetndo l’tjjempio Greco in quefìo modo, 

O delle pandi trottatore Vltfìe , J 

« Dunque co fi la tua patria abbandoni* 

Oue fi vede , che la particella dunque non ha la forgd / un naturale di trar-> 
re confeguenza à quanto flà di ripieno , ma come fefi jie ma interiettione mo- 
flra affetto, echi la leu.ifje non mutarebbe il fenfo , ma leuarebbe la forga del 
ragi nare : E tarai fa dice Demefno, chela rende TraXifone ■ Cioè , perche 
tali particelle Jcruono quafi per (ofpirine’ ragionamenti: Chi f offe quello 
"Pia xifone ni nè fi chiaro , Meffcr Pier rettori dice , che dt lui fà mentione 
eJM arullino nella vita di T ucidide : E di vn r Praxif»nt noti è dubbia che fà 
mentione Clemente ^ilcffandrino nel primo de gli Sfornati ; Sia chi vuole: 

Ciò eh\gli<lice, iveriffimo ,'che per fojpiri quafi feruono le intericttioni , & # 
vece loro le particelle di ripieno pohe nel parlare aff'ettriofo : E thè graffio 
ornamento aggiongono al ragionare: (ofl però che jl mettono à tempo, c luo- 
go, e doue conviene : pfrthc altrimenti , cofi flarebbono male, come Icmcdefi- 
me intericttioni fono ridicole , oue fetida occaftone fi mettono : Come le mette- 
va quello feto eco Hiflrione, che diceva _» , 

* Sono di (jalidoma ahi quanto graffe ( -) • 

t Lccam- 

» . • s, Dioit 


i«6 il VrtdtCAtor deh'PauigaroU 

Le campagne, che Luca il mare obline . , . 

(èrto che le particelle espletine polle in vece d'interiettioni accrefcono af. 
fetto, fi può veder chiaro per infiniti, e Latini eficmpi,e volgari, come in Lai . 
no prefio à Virgilio , 

DiffimularcecumfpcrafUpcrfidc tantum, 

Polle ncfas? 

Quin ctiam hybernomclius/ìdcreclaflìm? < 

'J u u;r.cn ìntereacalidomihilangumepoenas, 

Perfolues. 

f co fi apprc/Jo à Cicerone, certe particelle, che egli aggiunge , oue bifogna , 
come ita nè, ucrò, ita nc tande.n, quoufquc tandem , e fmnli Jono frtgj 
che pajjano l'anima : Et il me de fimo occorre nella nofìra lingua, come di- 
fendo, 

Horconcui ti credi tu efiere flato. 

Ma lodato D/o , c il mio a uni dimento , 

-A quegli dunque co fi fatti andremo dietro} 

Et in altri luoghi . ^inzi vi è di più, che la mede fona Ft, co fi da Latini, 
come da J taliani viene vjata fuori della Jua forza natu rate , ò per ripieno fo- 
lami te ad vfo di efp rimert in vece di intc r unione vari/ affètti. Come in Latino, 
Et quas tanta fuit Boinaui tibicura vidcndi ? 

Et dubita» thonunes fcrcre, atqueim pendere curam? 

Et quifquamnuincnlunonisadorct . 

Et ad eum legatos de pace nutteuius,qui pacis nùtios repudiauit. 

Et in Italiano . 

fame noi chiami tu, che ti venga ad aiutare . 

E* à cui appartiene egli più che à lui , 

t quali cofe guarderà egli , ò aiuterà ,Je non guarda , & aiuta te ? 

^t infinite altre fimili, le quali fi vede che accrefcono fenza dubbio affetto 
al r agionare , come ba impegnato Demetrio ,- il quale in vero in materia di cofe 
tanto minute , quanto fono le congtunuom non era poffibile , che più ò migliori 
tofe diceffe di quelle , che ha detto- bora egli alle figure del dire trans feri/ce il 
ragionamento, & ad infegnare come pc fimo quelle rendere magnifico, e grande 
il ragionamento. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


N Oi non crediamo certo,che in alcune forti di fcritture frano frate 
fi frequentemenre vfatc particelle fenza fentimento, e per fem- 
plice ripieno, come à ciafcun paflb fe nc ritrouano.neJIc fcrirtu- 
rcnofrre: La medtfima copula, &r,in moltiflìtni luoghi è abondante , c 
fiipcrfluaqnanro al proprio fentiinenro,fc bene per altro grariofiimento 
riempie, ccon grandezza: Nè damo noi foli, chcauertiamoflucfto, 
anticnifrìmamcntc lo notarono Origene nella homilia rp. re Numeri, 
Sant'Agofrino nel Salmo 4. San Gtegono ncll'bonulia feconda, in Eze- 
chiele: 


Sopra li Particella XXXI 111. loj 

chiele: Euthimio nd fettimo capitolo di San Giouanni : Ecomcnionel 
fecondo della Epifiola à Romani , & altri . Per cflempio nella Gcncli 
al fi. conforme alla verità Hebrca.il tefto dice coli. 

Si interrogauerit le Efaù dicens cui ut est & qui vadis ì & cuiu i b*c quéi ente - 
ceduti* te, & dicct puoi tui lacob . 

Ouc fi vede cne l'ultima , <Jr per altro non fcrue , che per ripieno : 
Coli ncll'Efodo. 

Si acce perii computationcm fili or um I frati in viftta*ione eorum , & dabunt /iu- 
guli redemptionem anima fu a Domino . 

Coli nel Salmo 14. pur fecondo la lettera Hebraica, 

Tropter rtometi tuum Domine > & propinare peccato meom,ultum eji enint . 

Cofi nel Salmodi, 

Cum exurgerent peccatore s quafi /torba , & inclinati funi orrmes,’qui opcrantur 
iniqui! atem . 

Cofi in S. Giouanni al f, 

Vos potati 1 in ipfìs vitam /ubere : Et illa funi, qua tcflimonium perhibent de me. 
Eunmiodicc, che nelle fcritture caliate dall'Hcbreo Biotte volte la 
Particella Ecce ftà di ripieno, e ne adduce per cflempio quclluogodel 
Salmo j8. che dice , 

Jicce loqueatur in ore Juo, grgladiut in Libici eorum: Nel me defimo modo 
per folo ripieno ftà quefta voce verumtamen , nel Salmo 67, 

Verumtamtn Deus confringet capita namicorum J’uorum. 

E nel 84, 

Verumtamen prope thnentes eum falutare ipfrus. 

La particella quia , anch’cfia abonda.oue fi dice, 

Quiacincrem tanquam panemmanducabam . ■ - 

E molto pii! frequentemente la parola quoniam, ouc fi dice , 

Quoniam mifericordiam , & veritatem d digit Deus. ... 

1 linoni am Lmdatur peccator m de fiderai anima fua • 

Quoniam benedicen et ei baredttabunt terroni . 

Quoniam ego in flagella par a f ics finn . * 

Lene dixifli quoniam virum non babeo • , 

Et altroue: la propofirone in, anch’cifa molte volte fi mette in vn mo- 
do che leuara non mutarebbe il fcnrimcnto , ma fccinarcbbc la gradai 
Come oue fi dice , 

Credidcrunt in rerbiseius . 

Circumciderunt in cultrii petrinit filioi fuot- 

In bacchio meo tanf/uit lordanem • 1 

0 fluiti) & tardi corde ad credendomi» omnibus , 

Che tanto farebbe fiato à dire , . 

Credide> unt verbii > * 1; 

Circumciderunt coieria . 

Baculo tra filò , Ad credati wn omnibus . 

E veramente che qucftcparticelledi ripieno feruano nelle Scritture 
fiere ral’hora per fare, come diceua Demetrio nuoui cominciamomi ; • 
Cofi fenicia E/ nella lettera Hcbrca del Salmo 4. 

Et feitote quoniam mirifjcauit Dominus fanflum fuum , Et oue vuole occor- 
re Dauid ad vna tacita obiettione nel Salmo ij8. 1 

Et dixi forfuan tenebra cmulcabunime. . ‘ 

Ma 


ro-fr H TrsSHdtire d&JtofythUrìl 

J Ma vie di pfù chocwe iitllc-taitilirc progne noirfi trouaivo però par, 
ticclltf di ripieno , ne’primi principi), & nc' fu premi cominciami nh de* 
ragionamenrijnclk nollrc Sci unire -ùcre,aleimc voice i libri ideili , rie 
pròferie iiucrev.da pula cominciano.» coolc nella hiltoria di’. M*- 
chabei. i •• 

■Mtfaflum eilpoflqtxm'percujfu^ilexcatdtrThilippi ILxcdp.&c. i > 
Come in Giona nel principio. Vi’IIvm 1 

•ftfaflwn efi trnvkum Lsoomuad Jonem ». •; ' ■■ ■ , • • i.?*p 

Come nel comindamcntoddla profetiadi Barn eli. •<*, - mv ^ 
Et bxc verbo libri qux fcnpfit Baruch. > . • rn'eZbr O 

E come in fczicin.- c . inwtW’fflyT, 

Er faClirnefl in trige fimo am >. Ir/.! - bop 

bit bene SiG rettoria elponendojjiicfto r#edefijr>l% kwpodiEzechiele 
ncìi’homilia feconda, procura di moftrare , che la copili.; Et lift- coruin-., 
c. amenti dille profctic, nomila di ripieno, e rattiene i! fitp.fcnrùticrtto 
congiuntalo: Clic veramente è bel penfiero: emerita cl\<? qedilicndi?- 
ino qui fotto le parole iftelTe, che fono quelle , ! 

Sed prinu qtueflio nobis oritur, cur is qui nibil adbuc di.\ ftM;, »'<? exrt'fus efidi- 
ceni . t.tfattum ejl m triccjìm « anno . P-t namque fermo couifiifUoids efi, &fci~ 
mui quia non ivmunptnr fcnnofubfeqùCHijHji fermom precedenti ■ Qui tgitur ni - 
hildi.xeratcurdicat,&fdlumcfl: Cumnonfit firmo cui hoc fyinungat . Qua in 
re mtuendum ejl , quia fuu t noi coi poralta , ftt propini f j'cnjit jpnituaiiaafpiuunt , 
eifque & illa funi prxfcntia.qux noilrx ignoranti* abfen’ia vtdentur : l 'ndefit.vt 
in mente proph'tarun ita coni un ff a fini cxicrionbus inUdora,ryeiU:/uti- fimul vira- 
que videant : ft nulquc in eh fìat, ir muti verbum q nod qediuift,& forai quod di- 
iimt-.p.tutigi ur confa cur, qui nibil dixeratanc looauu duetti, . iufnfum efi in tri - 
ccfimo anno: quia IjjC verbum quod forai profittiti idi verboy.quod inlits .indierai, 
coniunxit. ....... . ) 

Ma comunque fia.baftache , e molte volte particelle fli ripieno li fro- 
llano nelle Scritture facre, c quelle bene fpelfq à fare nuoui principi) 
fcruono: Si come molte volte lì adoprano per ilpiegare maggiormente 
PatTcrto: Come in Geremia al fecondo capitolo, < 1 

Ertitele quid libi vis in via ^4egypti,vt btbas aquatti turbidam,& quid libi tutti 
via^ifsyriorumvtbibasaquam fi untimi? i.. i. 

Come pur quiui nel capitolo 3. '• !) 

V erumtamen fato iniqui totem tuim . » 

Et in mille altri luoghi . De gli Autori Ecclefiaftici Latini , e volgati 
noi non vogliamo in quello fatto addurre efTempio alcuno : Conciolia- 
eofache materia fupcraret opus , e ciafcunopuò vgualmcntc per fc medefi- 
mo aprendo , ouc che lìa 1 volumi , troqare jn ogni pagina , c per nuoui 
principile polle in vece di intericttione di quelle particelle, che non ha 
licndo quiui il proprio fentimento fi può affermare , che Hanno di ripie- 
no. Ben non vogliamo lafciar di dire quanto alieintcricttiooi doloro- 
fc: che in vero di quelle due ahimè , & ahi habbiamo ftnrito predicato- 
ri noflri, àvalcxfì llrauagantementc , Se à cacciarle in luoghi, ouc per 
penfamento non craconiicncuole , clic hauelfcro à capire . In vn gior-j 
no allcgrilluno di Pafqqa, fi-nummo noi vn Padre Predicatore, che co- 
minciò la predica di quello modo . t 

Quella ohimè quanto bella , c glqrjofa fella dcil’hodicrno ^orno. 


Sopra U Particeli a X X XIV . I © 9 

y. già vediamo noi.chc il buon padre coli ad orecchia fendila , che il 
dire» 

Quella bella e gloriofa fella» 

Non era fi numerofo , come aggiungendo alcune fillabc dire » 

Quella ahimè, quanto bella, e glonofa fetta. . 

teelJ'aggiongcrc delle fillabc, doueua anche penfare a porle con- 
uenicnti.e confiderarc fc l’ohimc in vna fella bella e gloriofa, quadrato 
ponto meglio di quello, che farebbe (come fi dice)il magmhcatce à ma- 
turino. .... 

Ahi quanto è vero che tutti habbiamo peccato , - 

Qui la intcriettione calza per eccellenza: ma fc altri die Ile* 

Ahi quanto e vero, che Pietro ègloriofo. . 

Procurarci io di farete , di che gli deffe noia la gloria di San Pietro. 
Infomma in quello (coelio noi babbuino veduto dare , anche di quei 
marinari, che fanno de’Pali.iuri : E pero non habbiamo in alcun modo 
voluto tralafciarc di aucrtirlo . Del retto chi vuol uederc , °ue vna pat- 

ticclla non rattenga il proprio fentimcnto , ma quanto à lui ui p 

no: Et ella fra tanto ferua infieme, c di intencrtione, e di principio . an- 
zi non di quale fi voglia principio, ma del cominci amento di tuttala^ 
oratione: legga le prime parole della funebre fatta da Gregorio Nazian 
zeno,in laude di San Bafilio: Eccole^». 

Ergo hoc oportebiit > Tt cnm multa noti' Bafiliui magnai orationum argomenta 
vropofuilfcc, I fic cium meh oraUombuigeRiebaf, vt nenia vnquam permdejun) Je- 
i pfu ii t Mietala jummx comentmù tic dimcttiionu argumcntis iji propoueret, qm 
ineloqnen uftudifs elaboratali 

Oue veramente la particella ergo , non traile al folito fuo conicguen- 
za alcuna, e quanto à quello rifguai do fcruendo di ripieno, forma tutto 
ilcominciamcnto, macominciamentocon rottura, e fpczzatura tale, 
che accrefceftupendamentc l’affetto. Cofa, chcccrcammo di imitare 
noi quando facendo vnaoratione funebre (opra lo fcopcrto Cadaucro 
del Cardinale Santa Praffcde nel gran Duomo di Milano, pure fpezzata 
mente cominciamo noi ancora, con due particelle di ripieno dicendo. 

Er ecco, ò Milanefi che il uollro.e mio Cardinale e morto. 

Etinveroconfcifiamo che adalcunianche guidinoli diede alcuna 
noia quella fpezzatura. E di Firenze il Caualier Leonardo Salu iati ami- 
ciffimo noftro cc lo feriffe : Tuttauia , oue noi nfpondemmo di (limare 
grandemente il giuditio di quelli checi correggano, tuttauia di cflcrci 
Lidati con effemnio di buoni , e principalmente di CrcgorioNazian- 
ìcno nella più mfigne orarionectfegli faccffc mai, «nomarono que tali 
di reitarfodisfatri. EtilCaualicrc intorno à tutta la fopradetta nollra 
orationc ci rifpofecon vna lettera canto honorcuolc per noi, che voglia- 
mo inferirla qua: Ben certo con dubbio chcaltriadvn poco di ambt- 
tione cc lo arrecherà per atiuentura: ma con animo ancora di conici- 
farla facilmente : E di fjggiongere.chc fc huotnini di molto valore non 
fi fono fdcgnatidifarcimprimcre nè principi; di opere larolettcreno- 
ftre,collcq.ali,à dette opere dauamo lodcuolc teftimonio: Bcndourl 
venire perdonato anche à noi, fc con vn poco di prurito fiumano il tedi- 
monio addurremo quà.che d*una compofiuonc nollra fi Compiacque di 
fare huorao dotto,cloqucntc,c giudiùofo. Tanto più rratundofi nel fi- 

medi 


1 1 o fi Predicatore del PantgaroU 

né di que’ comi nciamchti fpezzati , e di quelle particelle di ripieno péi' 
ite per dar principij.dellc quali in quella medelìma particella ragionali 
noltro Demetrio. La lettera in fomina è quella . 

UMoIto ^ cuerendo Taire . 

I O giuro àV.R. per quel legame fanriflìmod’amiftà, de! quale io, e 
con la voce,cpenna,cconI’operc,fin da fanciullo, feci Tempre publi» 
ca j>rofelTione,cne l’oration di V. S. in morte del Cardinal Borromeo,in 
ogni parte mi par degna dclPadrePanigaroIa, cioè del piò celebre dici- 
tore, e del più grariofodi quello fecoIo.E lì come ioi’hò detto ad ogn’u- 
no , che me n’ha mollò ragionamento , coli torrci à fomentarlo con lin- 
eerò prouc , e veraci contea à ciafcuno , fuorché contro à V. P. R. quan- 
do pur ella.ò per l’innata modcltia fua,ò per far proua della Tua cloqaen 
za, difputar volefie il contrario, non torrci, dico, per due cagioni, la pu- 
gna contro di lei. La prima perche io la reputo tale, da potere anche, 
quando voglia ne le vcnilfc, fomentar il torto, contra à maggior barbaf- 
foro , che non fono io. La feconda , percioche , fi come il Tuo Borromeo 
fecondo che ella dice , conofceua ncH’amore del Vcfcouo più alti gradi: 
che il defidcrare di morire per la fuaChirfa, coli hò io per pollibiIc,che 
JaR.V. conolcacofein quello genere, che gli altri non vi peruenganoà 
niun partito: fi , che à ella fola non finifeano di piacere le fuc cofe, tutto, 
che llrapiacciano à rutti gli altri, e quato à gli altri ficn perfettiffime d’o 
gni parte . E perche non paia , che io ne parli con pallionc , dico à V< S. 
che tutte le fi fatte cofe fi deono , come ella sà, giudicar principalmente 
dal fine . II fine di quelle dicerie , che fi fanno pe* morti, come , che po- 
che ce ne fieno del cantiche , onde tome l’eficmpio; nonditnanco per la 
natura della cofa , fi vede, che e quello , e non altro : il ridorarcin quel 
cheli può, (humanamente parlando,) il merito della virtù dc’pafiati.cd 
infiammare alla imirarionc di elfi, quei, che rimangono, e che vengono 
appretto à loro : e l'altra fi fà, ò raccontando il vero, ò ampliandolo quà- 
do non baili la verità . e oltra à ciò vale alla feconda il muouer compaf- 
fionc ne gli afcoltanti, dopo la fatta raccontationc. le quali cofe chi me 
glio le mette in opera, piò , e meglio, e più ageuolmente ottiene il pro- 
prio fine di quello genere d’orarioni . Hora io tengo , che V.R.è nel con 
tare il vero, e nel inuoucr la compalfione , habbia perfettamente adem- 

S iuto l’officio fuo, lafeiata adictro l’Iperbole, la quale nel foggertodi 
prromeo non potcìla hauer luogo, fe non con perdita mani feda j per- 
che l’Iperbole n dee vfare ladouc non balla la verità: ma douenon pus 
bada; ma foprabbonda e trabocca , l’adoperar l'Iperbole farebbe di prc- 
giuditio, e recherebbe in fofpctto quel che v'ha di vero, e di certo . 
La qual cofa non fapcuano certi , che ragionauano di quello fatto fenza 
conlidcrarlo . Appretto io ilimo,chedoue fi debba non raccontare, ma 
più rollo rammentare le attioni à chi le sà al pare delle Tue proprie, in- 
nanzi ad ogni altra cofa fi conuenga farlo fempliccmentc-, e con fetnpli- 
cc faucllarc.e per via piana, e lungi da ogni apparente artificio , in guifa 
che fembri à chi ode, che l'Oratore fia anzi fcarfo, che prodigo nel met- 
tere inficmc i fatti,da quali dcriijano le Iodi . E dico i fatti, da quali de- 
riuano le lodi , perche per mio auuifo , il raccontare i fatti lodatoli è 

mag- 


hiti 


Sopra la Particella XXXI 1 II • ili 

maggior lode, e più fi credono, c più conimouono»che il lodarli . Il qua- 
le arriccio nafcoltiflìmo oltre adegni altro reputo che la S. V. h abbia 
nel Tuo ragionamento mcfTo in vfo perfettamente. Haurcbbono voluto 
alcuni,che V. R. haaeffe fatto grande ,rlongo fchiamazzo c delle co fc 
della pefte.e di quelle vltime de Grigioni: i quali non i’auucggono, che 
l‘h merle tifa quali folamente leuate , e in vn Cotal modo fatto fembian- 
le,chclefien fuggite dalla memoria, lalciavn concetto marauigliofq , 
li che dica.c ragioni fra fc medefimo l'afcoltacore . Quantc,e quali Dio 
buono fono Hate l'operc gloriofc, cd eroiche, anzi diui ne di quello Car- 
dinale 2 tra la moltitudine delle quali fi gran cofe,e fi inaudite fifon po- 
tute trapafiarcon filenzo ? De concetti particolari del fuo predetto ra- 
gionamento, credo, chcelhmbdeiima non potrà, non confelTar la fi- 
nezza : e parimenti di quelle parti , che fi chiamano di quantità , tra Ie ( 
quali ho per b .-Il ilfiino,n>alfimam ente il proemio, fi come quello che d$ 
vaghilfimi concerti jCd^ingegnofì firmi argomenti é ripieno, cproccdcn 
do con ellrcmo artificio lJnafcondc altrui in maniera, chcfemplicilfi- 
moci fi dimoftra da ciafcunafua parte. Intorno all'ordine, il qualcdi 
fopraintefi io di comprendere nella parola MEGIO, è laolferuanza 
c neceflaria in ratte le Cofe , c fperialracntc ne’ ragionari i l’ordine della 
Vollra ofatione è ad vn’hora,fc io tton erro* buono, c npn triuialc, buor 
tioiperciocheèragioneuole ,continouato, edfftinto: nontriuiale per- 
thecfee pure per lo più filori di quel volgar formulario de* beni interni» 
cd elicmi , che horamai è venuto à noia ad ogn’uno . Da principio ca- 
ntina l'oratione di V. P. fecondo il rcinpo, il quale c ordine naturale: da 
poi.quandocominciano àcrefcerc gli llupori del foggetto, che voi Io- 
date, àcrefcerc dico,c di qualità.c di numero, fiche raccontandogli di 
inano in mano fecondoche gli accaddero , farebbono forfepotuti parer 
confali ; vi riùolgetc à quei cinque capi, da quali proccdeuano l’opcra- 
tioni . li qual riuolgimehtbè tanto piu betlclcmigliorCjquanto per elfo 
à V. R. fenzachp paia yoftro fiuto, vn viaggio c due leruigi,come fi di- 
ce in prouerbio vengono farti in vn tcmpo:Cioè narrate l’operc,ccom- 
mcnaatclc infiimemcntccofidimofixarc , che da nobilillìme virtù pro- 
cedettono . Della lodutionfc^óf , órauclla, la quale nelle fcritturc tien 
fcmprcil men degno luogo, turtoche, chi non si, non habbiaquafi la mi- 
ra ad altro, chi non conofce che in efia , come in iurte l’alrre parti fi con- 
uicn ferii a re 1 1 debflto * ùtoi i u e n eu o 1 c z z a , che ci paia di nominarla., ì 
E che decoro farebbe (lato in bocca d’un fingularillimo predicatore ce- 
lebrante vn Cardinal Tanto nell’efequic del morto Corpo, vna locutionc 
trafordmaria , c fuori dcU’ufitata forma del filo parlare? che dignità? 
che grauità , che fede haucrebbe ella potuto haucrc ? come haurebbe 
commofTi gli animi ? Come da gli occhi tirato impianto , in quella guifa 
che far douettc , poiché leggendola fcritta non li può altri allenerei? 
Quanto al ragionare di voi medefimo , che fate e nella fine delPoratio- 
ne,e altroue, è cieco affatto chi non ifeorge, che ciòadoperaoltramifu- 
raall’acquillodclla credenza, c àvnhora vi rende appò l’uditore di più 
autorità: l’unacraltradclle quaicolc nurauigliofamcntc importano 
in quello arringo. Che ella cominci, ò da Et, ò da Ecco.ò da parola fer- 
ma, ò da rotta, fono oppofitioni fanciullefche , c non meritano eh* fi ri- 
fptqjda ^pcll’orationi funerali, come io ho dctto,piccioi numero ce n •i 


Iti 1/ Prcdicator del Tum^aroU 

fimafo.de gli antichi Oratori, coti Greci, come Latini ci hà qtic |J bellif- 
fi ma , che fi legge in Platone , che per la lua eccellenza connnouo poi! 
recitarli ogni anno , longo (patio di tempo. Ecci que.ia Il.ultrc «i 1 cr»« 
eie fatta nel celebrar le lodi de gli vccifi in battaglia . In Appiano mi 
pare di ricordarmi , Che ctiandio ne fia vna , e vna n e Umilmente tra* 
quelle di Cicerone : douc ben che inoltri, che fi faccia per incidenza , 
il morto Publio Sulpirio e lodato fuor di mifura, con diitefo ragiona- 
mento. Fuor di quefte, poche altre per auuentura, potremmo annouc- 
rare di moltaautorirà. Hor come da cofi poche fi potrà trarre quella 
rnaflima, che da rotto cominciainenro habbiamo diuicto le funerali 
orationi ? fcnzachc quando anche ci fuflc , non (blamente I cfcmpio 
de gli Oratori, ma il comandamento de’ Retorici d’auuanraogio, La. 
douc egli fondato non forte sù la ragione , e non fe ne vederti- il perche i 
non crederei , che in si fatte cofc forte badante à legarci • Tutti i princi- 
pi] .fecondo che io mi vedo, fon buoni nell'oration),i quau ìmitanoil na- 
turale, ed il ve ro, che non appaiono sforzati , e non danno fol petto a - 
l’afcoltatore, che lo vogliamo ingannare . Come che fia.La lettera , cnc 
dietro à quello mi ha mandata V. P. per la (ingoiar modclba di ehi 1 ha 
ferina, che fi vede rilucere in lei , per mia credenza , e degna di efler ve- 
duta: ed io tanto pii! volentieri ne farò prodigo moftratorc, quanto u 

inoltrarla potrà dar credito à ine , da V. R. tanto in erta folcnncmeiitc , 
perfuacortefiahonorato. E bacciandolc le mani, le prego da noltro 
Signore Dio intera felicità • 


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particella 

TRENTESIMA QV l N T A. 
TESTO DI DEMETRIO- 

T radotto da Pier V crtori . 

Igura autem locutioifisfnt fiHcm, & ipfcfpcc es quidam com . 
pofitionis : caduti mìm,duere bis , duplicartela , ve l ad idem rc- 
ferentem, vél commutatitcni , fintile vide tur ordinanti , & aliter 
v-«. J corti Domati . Oportip igitii' ordini; collocate è numero ipfarum, 

qu.c accomodai. t flint vnicuiquc not.< ceu magnifica: quidcm , de qua propoji- 
tum ejl has . 

parafrase. 



g^«7\KS5 Ppartengono alla compofitione quelle figure, le quali 
delle parole fi domandano : Percioche ,chc vno per ef- 
Tempio, ò due volte dica le medefiine colè, ò duplichi la 
parola, òalla inedcfiuia voce più volte ritorni , ù muti 
cafi, oin aitre maniere limili figuri Sragionare: tutto quello cer- 
to non in tali, o parole, òcofe confifie, ma fi bene mtali.òllrutcìi-- 
ra,ocompofi uone che vogliamo dire, di quello che diciamo: Edi 
quelle figure, ciafcuua delle note del dire ha le lue proprie, co ue 
fra le lue la magnifica, ha per cfièoipio quelle, che diremo . 


COM MENTO. 


S I ricorda molto bene Tdemctrìo del propofito , alenale egli ragiona : Ciò 4 
non delle cof,ò delle parole , che pofiono feruire alla nota magnifica , ma 
della cotnpofitione follmente , e flriittura , che à tal genere di dire fi richiede: 
£ poiché ha moli rato , che magnifica farà la campo fittone, quando farà nume - • 
ròfa,quando batterà membri longhi, quando farà periodica, quando afpra, quan 
do le parole mofìrar.mno m modo, che vadano crefccnd» in euidenga, quando ' 
gli attacamenti fi/firenfim non ft rìfoonderanno troppo rfquifitamente,zf i con- 
titillatili’ inculcheranno frequentemente, 0* quelli, che fiatino per ripieno, 
non fi adopereranno f ma frutto , ma ò per farenuoui cominciamcnti , ò per 
int erteti ioni ne gli affitti: Doppo che dico, ha detta in quefìa materia tutte 
qucjle cofe Demetrio , ad vn’ altra forte di cojè pajìa , che può feruire a<la ma- 
li gnifieen- 


Digt 


1 1 4 // Tre Aie ater e del PamgeroU 

gnificenga del dire . E dice , che fi come ciafcuna delle altre note ha certe figu- 
re di fa ria re atte alla fua intcricttione ,cefi la nota magnifica alcune figure ha 9 
che molta magnificenza generano nel ragionare. Vengono quefli tali orna- 
menti da Greci domandatici** 7 * e da Latini figura: , fe bene Cicerone pii 
volentieri ne ragionò } empi e con voci trattate, domandandogliela lumina, 
bora flores , bora infigma oratioms , e fimili : E di loro trattò nel fine del 
terzo libro de oratore , ma in voce precipitofamentc ambe à fuo parere , che 
però difie . Sol iam prfcipitans me quoque h«.c pracipitem pene 
cuoluere coegir. 

L’e^iutore ad Hcrennium nel quarto libro ne ragiona abendantemente- 
Et il mede fimo ne fanno fra Greci stlefiandro òoplnfta , c fra Latini 7{utilio 
Lupo : tequila Trinano : & altri . J quali tutti tutte le figure diuidono in 
due parti: Cioè in figure di cofe, e figure di parole : figure di cofe fimo quelle, 
te quali in queflo hanno l'ornamento , perche tu le tali cofe dici, con quali fi io- 
glia parole, ò con quale fi voglia ordine che tu le dichi : la doue figure di pa- 
role fono quelle, le quali in queflo confi flono , che tu di quefla maniera ordimil 
ragionare, quali pano, ò le parole, ò le cofe che fi diclino. Cicerone de orato- 
re, molte dell' una, e dell’altra forte ne numera, & moltifjìme ne apporta l’Au- 
tore ad Hereo n ium . Frale quali , prima di quelle , che nelle cofe iorflano t 
nomina la ì ifinbutione,che è quando in più perfine, ò più cofe,altre cofe fi <ti- 
flubuifcono . E fi empio adduce egli in Latino queflo , 

S.natusofficium efteon ilioCiuuatcm iuuare: Magiftratus offi- 
dum coopera, & diligenza conlequi Senatus voluntatem ; populi 
olficiumcll,resopttnias , & homincsidoncos maxime fui» fenten- 
tijs eligerc, & probare . 

E quello che feguita- oue fi vede che l' ornamento non pende, ò dalle parole , 
ò dalla finltura , ma da l’haucre ditto difh iùutiiiamcnte le tati , e tali cofe_t : 
E per auucntur'a nell’Italiano no fico bclliffima Difir, bullone fù quella del Stl 
*ago, quando volendo riprendere vnfuo nipote giocatore, pafiando ouegieiau a 
finga fermar firn quattro parole gli difie. 

Tale, tu hai facoltà da pouero, giuochi da ricco , 

‘ Terdi da paggo, morrai da difperato , 

E più bella quella dtlT affo in vn verfo filo. 

Brama affai , poco fpera, c nulla chiede . 

Oue fi tede che fe bene altri or namenti vi concorrono , quello nondimeno , 
che alla difìributione appartiene, non da altro che dalle cofi fìefie di riua . La 
doue tutto in contrario nelle figure della locutione poco rileua quali ò parole , 
ò cofe fi dicano : ma la firuttura , e l’ordine fino quelle cofe , che fanno l’orna - 
mento, {fatte pi r i fieni pio in quefia H^petitione pur dell’ si utorc ad Hticn- 
niuxn, 

ScipioNi:mantiamfuflulit, Scipio Cartaginem dcleuit, 

Scipio pacem pepcnt, Scipto Cmuatun leruauit, 

Che in italiano direbbe , 

Scipió . 

v • ' • DigitizècTb> 


Sopra la Particella XXXV. 115 

Scipione ha deflrutta T^umantia, Scipione ha rumata C art agir, e, Sii ( ione 
ha partorita la pace,Scipicne ha fcruata la Città, 

Se noi con altre parole dicemmo , 

0/ Scipione doniamo hauere obligo della mina di T^umantia ; Scipione 

della dejlruttione di Cartaginesi Scipione della partor ita pa~e,'^sl Scipio - 
ne della faluata Città . 

jtnjf fe muta/fimo anche le cofe dicendo , , 

Scipione dottiamo dare bonari, i^I Scipione laudi, A Scipione grafie , 

*Ad ogni modo reflarebbe fempre la mcdeftma figura di locutione, perche 
efia in altro non confifle fe non in quefio ,che laflrutturadel dire ci faccia co- 
minciare tutti 1 membri della iflejja voce . E che fi a vcro fiajciamo le medefit- 
me parole , e le medefime cofe, mutando folamcnte la firuttura, e dieta no Tfu- 
mantia da Scipione fù diflrutta,egli rumò Cartbagtne, Scipione partorì la pa i- 
ce,e faluata per Scipione è fiata la Città. 

Ciàvediamo che fuanita è la figura della H^pctiticnc, come quella, laquale 
nella fola compofitione coflaua. E cofi fono tutte le figure della locutione. E però 
di loro, e non di quelli delle cofe ragiona quà Demetrio, affermando, che chiun- 
que fi vale di loro,ò ripetendo, ò replicando vOii,ò mutando cafi,ò filmili, in al- 
tro non mette l'artificio , che in vita tale firuttura , e compofitione . isfl quale 
propofito fiamo reflati affai marauigliati noi di alcuni interpreti per altro dot - 
ti,e giudicioftfiquah hanno creduto, che Demetrio in quefte poche parole: Ea- 
demdiccre bis duplicate, vcl ad idem referentem , velcóinutantem. 
h abbui hauuto animo di comprendere tutte le figure del parlare, dei quali 
sì numerofe fono, est varie, che fatto quelli capi ridurre in alcun modo non fi pof 
fono: ^inzi in quefli pcohi non fi contengono manco, quelle poche firure,cbc per 
moflra qua fi adduce quà Demetrio appartenenti alla nota magnifica: Egli per 
modo di efempto, folamcnte ha uoluto dire, che chi replica,dup!ica,muta,ò inal- 
erà maniera illuflra il ragionare con figure di parole, confiituifce l'artificio nel- 
l’ordine: nè intento fuo è flato per alcun modo di ridurre d capi lf figure delle 
parole . E cofi piò baffo, oue ha detto, che figure (cruenti a! dir magnifico fono 
quelle, che egli numererd;non però ha hauuto in animo di dotte r numerare tutte 
quelle,che à tal vfo poffono feruire,ma alcune tali folamcnte , dalle quali come da 
mofira,& efemplare poffono facilmente gli fiudiofi della eloquen^a,cauare l’ al- 
tre, che al la ftefia nota pofiono giouare. 

* DISCORSO ECCLESIASTICO. 

T'vEIIe figure de! ragionare : oltre che per incidenza hanno ragio nato 
■LAron laude tutti qtnfi gli auccoriEcclefìaftici* e nitri nelle compofi- 
tioni loro fe ne fono feruitijne hanno di più aner'amenre trattato, e fat- 
tine pieniffimi difeorfi coloro i quali di Ecdefiaftica Rerrorici hanno 
lianuto in animo di douere pienamente fcriuere . Oltre che il Ven eia- 
bile Bcda > lenza toccar quiui altra parte di Rettorica due lib icciuoli 

Ha bclliili- 


1 1 5 11 Predicatore del PuntgaroU 

bclliifimicompofe. Vnd: Sdamata , d'af rode Tropis Sacra fari pinta . Il 
Padre Granata nel libro quinto «Iella Tua Ecclcfiailica Retorica al capi- 
tolo 7, apporta da Retori (come egli dicc^ quella diffinicionc della figu 
radei dire Figura csi conformano quadam orationis muoia a communi, & primi 
fi offerente ratione , qua retlus fermo m alium cum virtute mutatwr , 

E veramente dice egli , affai accomodatamente hauerebbe potuto di- 
re S.Paolo. 

Si quii infirmai ur & ego infirmor , fi qui S fc and alitai ur , & ego r.cn 1 rcr. 

, fc nondimeno il figuratamente direriufei più alto, e 1 i.ù pulit ine di- 
cendoli . 

Quii infirmatur, & ego non infirmar ' 1 - quii /caudali fallir, ego non rror . 

S 1 come ancora hauerebbe il medefimo afTai acconciamente potu- 
to dire . 

Tfan po/Junt bomincs Deum inuocare , de quo nibilaudientnl : ncque audirc nifi 
itti’’ annuntietur: ncq-, quii annuntiarc poterà nifi à Deonntlatur. 

E nondimeno con quattro figure inficine repetitionc,iiitcrrogatione, 
gradarione , & parità de membri volle più ornatamente, c più efficace- 
mente dire. 

Quomodo nmocabunt , in quemnon crediderunt t autquomodo credali ci quem 
non auiicrunt ? qnomodo autem audienl fine predicante ì qnomodo vero prcdnalùt 
nifi mittantur ? , 

Ma degli clfempi delle figure, e nc’ Santi P.dri . enel'c Scritture Sa- 
cre, haucrcmo di mano in n ano più copia , clic pcrauenrura non lari 
fnnpficcmentc neeelfaria . Pei bora affine, che gli intendenti veggano 
quanto antiche fono nelle fcrurure nollrc le figure del dire: E quanto 
altamentcìn materia di eloquenza hjbbianoi Saniti Padri fon rito, e 
Ragionato delle Sacre Scritture, vogliamo per ogni modo dilkndcic^ 
qua di parola in parola il prologo , clic fi il V enei abile Ceda , innanzi al 
fuo libretto de Schematis fiacri Scriptum : egli è aàèRo.Sofet aliquoticr in 
Scriptum ordo verbo) uni muffi dctoris alitcrjquà n vulg.tris vìa dictndi habet fi* u- 
ratusmueniri yquod Grammatici Oraci vocattt nothabitumvel formane» 
vcl figuram rette nominarmi s ■ quia per boc quodammodo veflitur, & ornano ora- 
no : Jolet itcrum T ropica loqitutio reperire, qua fu translata diti urne à propria f igni 
ficatione ad iipn propriam fimihtuimem , nccejfitatn ani ornatiti gratta : L quidam 

gloriali! ur Grxci xahum fé figurar um rei Tropea um fuiffe repertori : Sed rt 
cogitoffca ' dilctliffimc fili , cognofiant item omnes qui bue legete vo- 
luti. ut , quod Sanila Scriptum catari omnitus firipturu , 
non ffotum autontate^quia diuina cfi,vct valliate quia ad 
vilam duci t a tcrnarn, fed &■ unti quii aie , & ipffa 
prxminct po/itionc diccridi: Ideo piai un inibì 
jCiff, colletta » de ipfa exrmphs offendete t 1 

quia rum emfmodi Si bematum , 
fi uè T rop num valent pre- 
tendere rllit faciliti /T 

eloqucntix ma- ^ * 

gl fili, quod 

non . j 

in\illaprxcef- 
ent . 


1 r 
-»jf ' 




PAR- 




PARTICEL 


ri? 

L A 




■' TRENTESIMA SESTA. 
'testo DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 

jr.ùi V . 1 e’.- W JfH > .t, V UwigVI il t\«K« 

'Rjmttm quìdem ‘anthypaììagcm , vt Homerus Qìtt'bmtKi 
Tt\ti òuirìtfAtóriufwiiMrH multo etiim ampliai fu [immotato 
cafu, quarti fi fic dixìffit tarli fvo rxu*t Kur.ijù ìofxttdivftu, 
_ confùctudìne emm difhim efìct ; omnc autem quod confuetn 
ditte fit,pujillum efì,vnde vacuum ab admir attorte . 

PARAFRASE. l , 

| Rimieramente la Antipallage,ouedouendofi ad vna tale 
confiamone, per l’ordinano dare vn cafo tale, e altnlo 
muta , & in vece di lui neinette vn altro,in modo che chi 
fenteò legge fi marauiglia,efcbenc penfandout non troua 
incongruità, troua nondimeno modo di fauellare aliai lontanodal- 
l’ordinario c dal Comune, che è colà che ha più del grande . In quel- 
la maniera nella quale dille Ho.ncro , 

Due fcogli, l’uno fino al Cielo afecnde. 

Che le egli hauede detto, 

Di due lcogli,vno fino al ciclo afeende. 

Più ordinario farebbe fiato il ragionare,ma non così magnifico. 

COMMENTO. 

P Ernie quitto infegnamento di Demetrio, cerne molti altri , da vna regola 
vrùucrjale-.cbc tutte le cofe ordinarie, e comuni ci paiono mediocri , anzi 
picciole : e tutte le Sìrafordinaric.e difufate, perche fanno maraaiglta , ci 
paiono grandi: In quella maniera che puf andò per le noflre patrie buomini fo- 
re fieri, più gli ammiriamo, e ne facciamo Jìtma,che de' noflri mede fimi Citta- 
dini . L medcjirnaminte le fogge, e gli balliti foreftieri cipaiono più nobili che 
nofìri,edoppo battere vfati qui Ili , fc alt ri ne foprauengono , le prime qua fi ai 
già communi, c volgati li paiono vili , & abietti . La figura - dntipallage della 
quale parla quà 'Demetrio, da Cicerone viene domandata jpqllagc ■ Et i Grata- 
• Parte Seconda. H j matici 


1 1 S Jl Predicatore del PamgaroU 

natici in vniuerfale,tue fi mette vna parola per vn altra, quello [cambiamenti 
figurato d r parole chiamano metonimia, ò che fi metta il nome'itWmttcntorc j 
ò confer untore, ò protettore d’ vita cofa,perla cofafiejfa,Come, 

UMarteper la guerra, e le mufe per li ver fi ; ò il contini nte per lo contenuto, 
tome il vetro per lo liquore cl>e vi è dentro, ò il capo per lo corpo. Come Impe- 
ratore per l’efjercito di l li.òlafuflanza per accidente come mano di neue, fioi 
con bianchezza pari d quella della neue,o in altre modo : Ma in particolare la 
figura che noi qui ^intipallage domandiamo, e oue per l’ordinaria confinario- 
ne douendofi mettere vn ca[o,vn altro in vece di lui ne viene collocato , il quale 
non fi però che il ragionare manchi di congruiti grammaticale, ma lofi dincr- 
fi da quello, che ordinariamente fi atcofhima. L’cff empio ebe adduce Demetrio 
è tolto da Homero nel decimofecddo libro dell’Odifiea : oue dado fine ad Vhfie 
alcuni auuertimcnti intorno i pericoli , che nauigando haueua à pajfarc , &in 
particolare di vno de’ due [cogli trattando il qual molto alto era: oue ordinaria- 
mente ragionando ballerebbe battuto i dire . 

7uv ìt lùt riumiKvr òy.if* oilpcLtor tv fuv ìkójh 

Egli mutando il geniriuo in nominariuo diffe, y ' 

ei Si S'uu SK'.Tihci ,oul* ìopatàu l ’j putti uà vh 

Cioè oue per comune vfanza haurebbe bì fognato dire. 

Duomi» icopuloruu) Utfic . ct 

Duofcopuli 

Face amo il verfo come fi può, e diciamo 
A t fcopuloruw alter fumino le le mquatolvinpo 
• Co fi fi farebbe ragionato come ordinariamente jìvja,& egli fuor di tutta 
l’vfo comune diffe, 

At gemini lcopuli fe fe alter iungit OJympo. 

■Hf\ qual modo di faucllare , non v’è dubbio , che chi legge per la nouità fi 
marauiglia , e la marauiglia gli fà parere più grande lacufa, che egli legge: 
in y ir gii io tale e la figura à ponto di quel uerfo nel primo della Eneide. 

Vrbciu quam (tatuo ucflra elt. 

Oue non è dubbio, chef e Virgilio dal più ufato modo di dire non bauefie ufr 
luto allontanar fi, haurebbe non Vrbem detto, ma 
Vrbs ha:c,quam (tatuo vcrtra c(t. 

(JMafenza dubbio ancora quello più comune modo più minuto farebbe Sla- 
to e più baffo yri altro luogo pure di Virgilio nota Macrobio nel libro feflo al 
Capitolo fello che è conforme all'allegato Jopra dì Homero ; £tè nel decimo fe- 
condo della Eneide in quelli uerfi, 

Intcrca Reges ( ingenti mole Latinu9 
Quadrijugo vehitur curru.cui tempora circum 
Aurati bis tex radi; fuJgentia cmgunt 
Sotis aui fpccimembigis itTurnus in albis, 

Bina.nanu Jatocrifpanshaftiha ferro. 

Hinc pater & ncas , Romanie ftirpis origo , 


Sidereo 


Sèpra laPart'utUa XX XXÌ. 1 1 > 

Sidereo flagrans cJypeo,& ccelcflibus armis. 

Et iuxta Alcanius,magn* fpes altera Roma-, 2 

Proceduntcaftris. 

' 7fe quali dite bene S croio, che ui b uh long» Hi perbaton , perche da quel- 
le prime parole Intcrea Kcgcs fino à quelle , che reggono , che fono Procc- 
dunt caftns , tutto il rimanente , che fi dice m poco meno di otto uerft , mene 
ferrato Jotto Tarenthefi : Dice anche bene , che qui nulla dì Eclipfis , per- 
che non manca niente al fentimento.tJMa donata aggiùngere che ui è Antipal- 
lage ; perche à ragionare come ordinariamente fi fà, bifognaua dire : Regu m 
degli Latinus andauain queflo modo &c burnus fic,& Ancas fic; ma 
[mutò il co fo genitiuo in nominatimi E come Homcro in ucce di dire duo- 
rum fcopulorum,<b)Je duo fcopuli, cofi Virgilio in ucce di dire Interea 
Regimi ydiffe. faterea Reges.E quello cbefcgultatil Tetrarca fà così un- 
go di aequifiare con difufati modi di fauellare grande al ragionamento : E 
feppe cofi bene quella regola , che il dire alle uolte co fé , le quali à primo tratto 
paiono incongrue, co la marauiglia genera magni ficenga- che nella fronte ifiefia 
delfico Canzoniere pofe un uocatiuo , che fe non fi fottointende alcuna cofa , nef- 
funo uede doue fi riferifca,e donde fi regga dicendo , 

Voi ch'afcoltate in rime fparfe il J, dono 
Di que' fofpiri,ond'io nodriuo il cuore. 

In fiul’mio primo giouenilc errore: 

Ottante erti m pa rte altr'hmm da quel ch'io fono , 

E poi fot giùngendo [abito. Vario flile. 

Seneche alcun nerbo principale fi troni , che ferita alla parola Voi. Ag- 
giungi, che nel primo fonetto ancora della feconda parte del folloniere, il me- 
de fimo Tetrarca fece una conflruttionc cofi pendente , e qua fi incongrua . (he 
non è già da credere che per ignoranza della lingua , o per dimenticanza nel 
Tetrarca fia auuenuto : amfi perche egli fapcua , che è uezgo e grafia della lin- 
guali fare alle uolte certe forti di coflruttioni , che à prima uifla paiono incon - 
grue,come e nel filo del ragionare nò fi uegga cefi chiaro, oue fi appichino.fi Zoc 
caui ufia , come fi uede pià cheuolontieri , modi di dire lontani dall’ufo comune 
Come quello in Alberto da Imola, 

Di federata u ita je di corrotta , 

Quello nel gelofo dallo f pago 

Erra Arriguccio un fiero huomo & un forte. 

Era Arriguccio con tutto che foffe mercatante, vn fiero & forte huomo. 
Quello nella Vedoua dallo / colare 
- Con grandiffimi argomenti, c conprefli. 

Ma di più fi uedc,d)e ba diletto di generare fofpttto di incongruità : perché 
nel Dccamcrone filo uifino almeno uenti luoghi, oue le claufile non hanno uerm 
bo principale^ bamo cofa, che le regga, ò dotte fi refèrifeono; fo tanta fiifpi- 
rione à primo tratta d'incongruità, che ha dato occafione à molti più arditi, che 
g}HÌitioft,uolcndo correggere diguafiare il tefio . Cerne agramente , e con mol* 

«4 «r* 


Ilo II Tredr.utoré 'ilei PumgaroU -• 

td ragione fi »? dagl iono , e que’ valcnt’buommi che intorno al Detamtrtnt af- 
faticarono l’anno il CauaUere Salutari , che nell’amo Sì. fece il mede fi- 

mo.Tfel proemio della Ciutazga,fi dice cofi. , ^ 

V etuua e L>Ja alla fine della fua nouella , non finza gran piacere di tutta la 
compagnia battendola raccontata , quando la l{einaad Emilia voltataci le mo- 
dirò voler, che ella apreffo d’alifa la I ita raccontafjeila quale CSc. ' > 

y entità era Ehja alla fine & cofi ha il tergo del jg. 

£ fi vede i bia <o,che la claujola refia foJpeJa,e non bd mai il fuo fine : onde an- 
che alcuni di fantafia vollero correggere ,e difiero y enuta era , mai migliori 
tijh ma lo dicono , ne vi fi dette dire : in Gufelda parimente fino queflr . 
parole. - 

h giunti a (afa del padre della fanciulla , e lei trouata , che con acqua torna- 
ua dalla fonte m gran fretta,per anlar poi con a'tre fantn: d veder ventri ld-t 
fpofa di Gualtieri , ; la quale come Gualtieri vide , chiamatala per nome , cioè 
(infida, domandò ,doue il padre [offe . 

"fife le quali parole, tutte le prime vediamo che fenga verbo principale fono- 
come fono anche queile altre in tundre uccio da "Perugia. 

^lacune, che b.mendol'co fioro nel pogzn collato, alcuni della famiglia della 
fignoriafli quali, e per lo caldo, e perche cor fi erano dietro ad alcuno, bauendofi- 
tc,d quel pogzo venieno a bere, li quali come color due viddero , incontanente 
cominciarono d fuggire : 

E non babbiamo d credere , cioè obUuionef poco fapere ne fu flato cagione : 
T unto più che come habbiamo detto bene in decifette 6 dkeeotto altri luoghi del 
D.tcamcrone occorre il medefimo y Tacila difcordanga de generi aggiungali . 
Hoc. Hou. 1 8 .l'ejjcrmi del più delle perfine auucduto,cbe pochi attempati jono,^ 
dieflcre flati giouam recordare non fi vogliono . £ nella 80. Eghì vero ch’egli 
ci è alcuna per fona ,il quale l'altr'bien mi feruìdi Cinquecento. 

E quiui fc da qufla cocal per fina tu gli voleffe , conucrrcbbefi far flcuro di 
buon pegno , ùntila 14, Del legnetto ninna perfina ,fe f nettato tffere non ro- 
tea , ptHe.ua i fienlere. ; nella 1 2. £t è vn bell' inumo . È par per fona molto da 
bene, e coflumalo : e nella 9 4. Egli è altana perfina che bdCSquc fio cotale : > 
E nella pa te oltre d cento mille creature Inumane fluide per certo dentro *C* 
le mura d. Ua Città di Firenze effere flati di vita tolti. E nella <£4. Siutìlabe- 
flia era pur dfpoflo . Difcordanza de numeri nella nouella zi}. Poiché la gen- 
te alquanto fìfù rafficurata con Un ,e utdero ch'egli tr a uiuo . t nctLl ì.-Qaan- 
to negli buomim è gran fenno il cercar d’amar fimpre donna di più alio legnag 
gio eh egli non è . Cofi nelle donne è grandini m» auucdimeuto i Ifitptrfi guardar 
re di prender fi dell'amore di maggior buomo ch'ella non i. E nel fine del Dita- 
merone . oi fpigoltflra donna non fi conuicne . Et in molti altri luòghi, 
due pur fi tra ma il , verbo orincipale ad ogni modo fi vedccbeloà procu- 
rato il Bjc uccio di fare le cofi cute ioni in maniera , che faceffcro maravi- 
gliare , e deffero fifjpetto d’ incongruità , Come nel gelofo che tonfefja Ul* 
moglie é ... •• 


Sopra la Particella X XXV I !• Ili 

La quale queflo udì nio diffc (ecomcdefimo : che mede fimo dice in tutti i buo » 
ni tefli, e non mede fina, e pure parla di donna : Siche à primo tratto ui pa- 
re incongruità , e pure non u’è,percioche fecomedrfmo nella Fiorentina lingua 
ì alleuo 1 te aduerbio: E tilt tale (ignificatione lo pre/e il Boccaccio, uago nondi- 
meno di far parere che uifofie fiata incongruità.Com : pur fece Tsfiflagio degli 
bonejli in quefie parole . 

il quale finito il fuo ragionare iguifad’ un cane rabbiofo con lo flocco in 
mano cadè addo fio alla giouane, laquale inginocchiata , e da due ma fimi te- 
nuta fòrte gli gridaua merci, à quella con tutta fua forza diede per mcgzo 
il petto , e pa/solla dall'altra parte, fi qual colpo come la giouane [hebbe ri- 
ceuuto cofi cadde bocconi , fempre pregando , e gridando : (3 il (auaUere^a 
m> fio mano ad un coltello , quello apri nelle reni , c fuori trafiene il cuore , (3 
ogni altra cofad'attornoà due mattini il gntò . 

7fe\ Ile quali parole, fe il Boccaccio haui fie detto quella apri , intendendo del- 
la giouane , piano , e chiaro farebbe flato il ragionamento , ma dicendo quello , 
& Intuendo ftà riferire alla uoce petto , che già un pezzo fa detta prima, fi ue- 
de che egli uolle ttudiofamcntc dare fofpctto di incongruità , e partendoli dita 
ciò , che altri ordinai iamente hauerebbe detto. 

I n C Indubbio occorre il mede fimo ; t eco 

7{on uii’io mai più C rù ,che quefta ? Chic bibbio feguitò : F gli è , cMcfìcr 
come io ui dico : E quando ui piaccia, io il ui fa rò uederc ne uiui. 

cJV(a in quali uiui t nelle Cjru ì ferro Sono f emme : E però uiue, e non 
uiui pa rea che bifogna/sc dire : ma ni uiui , Cioè ne gli fleffi animali uiui inten- 
de il Boccaccio,efca tanto genera maraaiglia,e da il fofpctto della inconguità , 
che egli fi compiace di dire : f(i quettj fa egli con le mutationi de generi fola- 
mente , che di tale natura fono flati tutti i paffuti effetnpi : Ma quello chefà puk 
ànofìro propofito,il mede fimo fà molte uolte con la mutatione delle cofe: Et otte 
la cenflruttione richiederebbe vH cafo , fi uede che conforme al precetto di Tie- 
ni trio quà,SS all'efiemp o di Homcro anch'egli lafcia l’ordinario, e ne mette vn 
diffufkto Come farebbe Calandrino fe la prima glicra paruta amara quefta gli 
farue amari fiima. 

Che per vfo comune haurebbe bifognato dire. M Calandrino fe la prima era 
paruta amarai altrove 

Ciò fu un paio di brache , lequa'i fedendo, egli j& i panni per iftrtue^rra . , 
ftandogli aperti dinanzi uidechc l fondo loro à mezza gamba gli aggiungeua . 

Che per ordinario fi farebbe detto, ? 

Delle qualifèdendo Cic.viieche tifando à maga gamba gli aggiungeua , * 

jlltroue, 

il qual voi generalmente da torto appetito tirate il capo vi tenete in manoso 

7qi qucfto hi vfato il Boccacci foto, ma que' valcnt’huomini del 7 ». nelle an- 
mtationi loro intorno al Decamerone notano, che di quefie * 4ntipallagi,e muta 
tieni di cafi altri feritori Fiorentini fi fono ferititi benefpeffo »• Come fi vede dici 
m tffi,nel T beforo in quelle parole . 


t 


Ili fi Predicatori del Vangar ola 

Sono buomini ti quali e grane cofaviue con loro citi. 

Con li quali è grane co fa vivere . 

E nel l'vlgarizatore di Lucio . 

Con li quali hauean'data la Città à i Tofcani fi loro tagliata la tetta Citi. 
Coloro , che fu tagliata la tefla . 

Jnfufacbo Sacbetti . 

Il quale perche era molto fiientiato , gli era data molta fède. 

Cioè M quale perche era data molta fede 
E nel medefimo. 

Can che lecchi cenere , non gli affidare fa rina . Chi. 

.Alcun, che, non gli affidare [trina. 

Che doverono ballare per fare intendere, che inojlri Italiani ancora cofibe 
ve hanno intefo l'vfo della Mpallage come i Greci Sabbiano fatto, & i Utini. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. ’ 

E Sfempio fimiliflìmo à quello di Virgilio nella Enei de. 

Vrbcm , quam I larvo vcftra cfl. 

Pare à noi d’hauere ritrouato nelle noftrc Sacre fcritturc Cioè 

nel fecondo Capitolo della prima cpiftola di San Giouannl in 

quelle parole. 

Vnttionem, quam acceyifìii ab co, mancai in vobit 
Et a quello di Homcro. 

Dho Scopali , alter in ccelum af condii . 

,.° tr , e ' b ^ c P cr auuentura l efponderc quel luogo del falmo.' 
ritti hminum denta corum arma & [agi tt a , 

Onero quello in Efaia al fermino. 

Owner monta , qui in fare alo farrientur , non veniet illue terrorfpmarum. 

Ma in vniuerfaic fono frequentiflìme le Antipallage fono delle muta* 
tiom dc’cafi nelle fcritture noftrc , principalmente ne falmi di modo«che 
twnc fpefto vi pare incongrmtà,c nc nafee pcr le ftrafbrdinano,chc fi fen 
tc moka magnificenza . 

Per esempio nd (almo 77. 

Et deduxit eos in nube dici &• tota notte in illuminatione igrtis. 

Quà fi vede chiaro , che nella voce dici vi c antiptofi , cioè cafu6 croi 
calu j ilgcnitiuo per Io ablariuo, pofcia che ragioneuolroente coli douc 
ua egli dire . Che tduxitco * in nube die , mentre era giorno , come foggion- 
ge . che eduxit eos in igne no&e mentre era notte» Mutatione’paruncn 
tc di cafo fi troua nel falmo 1 i8j ouc egli dice. 

Mandalh iufliiiam teflimonia tua. 

Volendo dire , che mandauir iuftjtiam teftimonijs fui*. 

Nel falmo 18. tutte quelle claufo lette. 

Vox concunenni, Voxconfringenm , ' 

Fanno Anripallagc,c vogliono dire, 

V ox concateni , uox confiringens . 

£®me lo fa anche quel luogo che dice. 


Vox 


StprtlaMuUt XXXVI. li) 

VoX cimanti! m aejcrto , 

Iti vece di dire. 

Vox domani. 

'■ Nel Calmo 34. oue dice, 

Quaft prò xtmum , &• qu ifif ranetti fie compiacermi. 

Non e dubbio , che iti come fe dicerte . 

Quafi proximo & quafi fratti. 

Et oue nel Salmo 1 irti dice dello argento , che efl probalwti.tcrrd. 
al ficuro voi dire , che, cft, Trobatum terra. 

Nè però, nc’cafi Coli piglia quella licenza la Ccrittura,ma ne’generi ari 
Cora,c ne’ numerane’ generi come oue dice, 

Fuudamcnta eiusin montibtu Sanflis.Chc il pronome citi s in Ebreo e inalco 
lino c nondimeno di Gièru Calcinine ragiona, che non è di quel genere. 

E nc' numeri , coinè oue dice, Attendile populc meni. Et dtrouc. 

*dd faciendam muditi. im in nationibut iticrcpuiones in popuhs- 
Cerri rclatiui ò pronomi propolli fanno anche Hippallagc. E di quo 
Hi bcliiCsimo ertempio è nel principio del Salmo 86. in quelle parole-» 
fondamenta eius in montibni fmtlis ; diligi Dominai portai Sionjuptr omnia ta- 
bernacolo Jacob . 

Del qual luogo fi ricorda bcnirtìnjo anche Beda nel libretto de Cchemi 
tis nella figura Prolejjfi'mà fra rnttì i modi di aAtipalli^c cclebtatirtìmo 
è quello principalmetc preffb à Pocckouc fi dice quali ynacofaàroucr» 
;io di quello, che fi douerebbe dire.Conic, 

Per flauti fijlula buccas, Cioè 

Tcrflaucrutu bocca fiflulam, Ouer a 

Trade rati ventos Cioè Traderatemucntit Oucrb. 

Date clajjibui oquor Cioè Dure claffes aquari. 

E di quelle ancora nelle nolb'e (criccare non mancano cflempi . Per» 
ciochc;oucinEfiiiaal 3 j.fi dice. 

'Xon tnmfibil per c.m pollutus 

Alcuni intendonojche uoglia dire, che. ‘ ’ ^ 

T rmftcns per cam non polluctur. ’ ’ £•{ 

E più chiarojouc Dauid nel Salmo ioi.dicc 

Cinerei» tanquam panem m.xnducabam. * 

Che certa coCa c che vuol dire, ’ •" ' 

Vancm tanquim cincrcm mancine. ibam . 

Che Cc à quello llralòrdinario modo di dire , Se à quella fimulationc 
di incongruità voleCsimo ridurre rutti que' luoghi delle Ccriteure , oue 6 
pronomi ò rclatiui Cuperrtui vengono polli tali tàrebbono quelli. 

’Hpn funi loquela ncque fermoner quorum non audiantur uocei corum. 

Domimi! m calo fcdci ciu s. 

Santi is, qui in terra f uit eius, mirificauit omnei voi untata mcai in cit. - 

Beata seni cuìhs e/l Dominui Deus eius. 

Moni inqno bene piaci tum cfì Deo babitare in co. U1 

Cnins non furti dtgnui ut fotuam corngtam calceamenti eius. •• • * 

Cuiu s Deus Iacob adiutor eius ■ 

V bifuni Dij eorumàn quibm confifi funi in eis. . 

E mille fitnili.Ma in vero per quella Anripallage della quale in.quefta 
P arriccila ragiona Demetrio, quelli rclatiui c pronomi abbondanti non 

fanno 


12 4 fì Predicatore del Paréggi- ola» 

fimo molto à pr< polito. Ben fa à propoli^ quejlaan'ri'pallagc'bellilfi- 
i v,che vfa Santa Chicfa in vna antifona di Sante Andrca,quandolo fa 

di-e , 

ilucCritx prctiofa>fufcipc difiipulum eius , qui peptndit in le magislermeui 
Cb fikS. In vece di dire. 

Magi siri itici Cbì ijli . 

M.ì à noi pare che per fcruigio del difeorfo EccleGaftico affai debba- 
no badare in quclto fatto le cofe dette di fopra, feagg: ungeremo quello» 
foto, che nói ancora vna antipallage formammo vna volta affai limile à 
quella di Homcro, 

È Duefcogli.l'unofinoal Cielo afeende. 

E quello fu in vn Prologo , che facemmo predicando alla Santa Caffi 
di Loreto, nel quale volendo dire, che Italia nollra in Romahauruala 
fede di Chi ilio , & in Loreto la cafa di Maria > con antipallage dicem- 
mo coli , , . - 

Feliciffìma Italia: oue la madre, e il figlio per douctfi fcrinarc.lafedc 
porta l’uno, l'altra la cala . 


PAR TI C 

TRENTES1MASETTIMA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 

I reum autem, ipfumque exiflentem paruum, & rcs ipfitus magi* 
paruas, tres naucs ìrpaucos homincs , magnutn ipfum & ilLs 
itidem magnai fccit : £* multai ex paucis , figura duplici , C3 
mixta y fui, ex relatione,& difiolutionciitiquif cnim N tfXt 7fùe 
rìcce ayfv:NipXe iyka.ine ùotrt : N tfXt , or xÓMir or àtvf : f{ clat'lO etimi llllUS 
vocis ad idem nomcn T^jreum , & difiolutio , multitudinetn quandam prct fc 
ftrunt rcruni : & fi ili a duce, tra ve funi . Et ferme cum ftmel tfireus nomi- 
natili fu in poemate,rccordamur illiui nibilommus, quam * Achilia , & Vtif- 
fu : & filili in fingulu peni ver fibus appellati Junt. caufa autem buius e il fi. 
guru vis .fi autem fic dixifiet N ip Xe i iytecU te i/or ì* erùpine Tfiìe rnaen vi- 

fusaliquomodoefict 2{ircum filiti j}e: qiiemadmodum cnhn inconuiuijs pau- 
ca, ordinata aliquo modu multa vide liturgie & in oratione . Multis tamen lo- 
di , quodefl contrarium di jfolu fiotti , conncxii magnitudinis caufa potius fit 
CCU 'nfcet X ovto lù.Lu/te ti, jyù xàpte, ksp At/ius/,yu t«|U?uAo/, Opvyie- ciuf- 
dem enim coniuufliunis politio pru fé fert infinitam quandam multitudmem . 
Hoc autem ipfum KvpTtc,emkuprit»rT± fublalione cotiiuncUonis <sù ampliai 
euafit, magli quam fi dixiffet Ki^t* yu ?*knpt*vn* . 



ELLA 



Sopra la Particella XX X V IL il } 

PARAFRASE. 

vn 'altra volta ancora, cofc che in fellcfle erano mol- 
Sj» topicciolc, fa che paioao aliai grandi Homcro pure 
coi mezzo d’una figura anzi di due,cioèdelJarepctitio- 
ne, e della dilfoJutionevnite inficine .-quando elfendo 
^(irco mediocre CauaJitre: & anche piccioJi aiuti hauendo con- 
dotti alJaguerra in Troia tre naui l'ole, e pochi huomini, ad oga| 
modo di Jui dice Homero, 

3^irco da Sima tre Galee conduce, { J . 

^jreodAglaia figlio è di Caropo , 

^ireo,chcdi bellezza ogni altro eccede. 

Oue li vede che quel tornare alla medefima voce ?»(ireo , e fenza 
copula proferire il tutto, ha forza di fare che anche due ò tre cole 
fole paiono molte: £ chccllendo\ireoin quello luogo folamcn- 
tedclPocma non inaio, ad ogni modo tanta impresone ci faccia 
nell'animo, c coli qi uccidiamo di lui, come di Acchille , ò di V lii- 
le, de’ quali ad ogni verfo ( per dir comJ} viene fatta mentione : Tut- 
to mercè del dire figurato; Che le egli hauefie detto lolamente coli, 
2^ireo tìglio d’Aglaia , c di Caropo 
Da S ima à Troia tre Galee conduce , 

Allato alfa itro modo di dire, non farebbe purparuto che hauef- 
fé ragionato di lui ; modi come ne’ couuiti poche cole ben nnband i- 
te paiono molte, coli nel ragionare : t già lappiamo che inmolti 
luoghi la figura contraria alla diifolutione fàgrandczza,ouca ca- 
farnao parola, òclaufola diamo la propria copula in quello mo- 
do, •. . . 

Condotti erano al foldo inficine i Greci . 

E Cari, e iitij , e Pampìulij, e Frigi; 

Perchc.quclla frequenza di congiuntioni fa mo/lra , & apparen- 
za di moltitudine : i utuuia come habbiamo detto, anche la diflb- 
lutioné,chcc figura contraria, fi il medefimo; E più grandezzafìi 
il dire. 


Onda Corua fpumantc. 
Che fe hauefie detto 
Onda Corua c Ipumante . 


HW ! 




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COM- 


D« 


tl4 llPredictttre dtl?4tiigiroU 

COMMENTO. 

F \a le figure , che feruono alU nota magnifica numera Demetrio nel fectm 
do luogo la I{epetitione , la quale fi fd , quando battendo noi à dire più à 
ilan fole , ò membri, ò incift, tutti dalla medeftma parola gli cornine iamo. 'Do- 
mandano i Grecita Btpetitione irapafopdt, e durone nell’Oratore dice che i 
Cu il ab codem verbo ducitur liepius orano . l’autore ad Hcrennium la 
colloca nel proxtmo luogo fra tutte le figure delle parole, e dice che è Cum 
continentcr ab vno , atque codem verbo in rebus fimilibus,& diuer 
fis principia fumuntur . £ gli iJJtmpicb’eglinedd,fono , 

Vobis iliudactnbuendu.il eli, vobis grada habenda , vobis res irta 
erithonori . 

£ quell' altro . 

Quid c(i, quod poflìs defendere ? quid eft quod audeas poftularc? 
quid eli quod cibi putes concedi opportere? 

Et altri ftmili , I» Virgilio repetitionc fu quando diffe, 

Tu lachrymis cvifta mcis , Tu prima furcntem. 
fiis germana malis oneras. 

T'fcl Tetrarca in que’ ver fi . 

Quante \tili,l>oneJìe t 
Vie J prezzai , quante fefte^t ì 
Incidano Tullio. 

TulucemafpiccrcaudcsPtuhosintueri? tu in foro? tu in vrbé? 
tu in ciuiu.r, effe confpc&u? cu ìllam morCuam,cu imagines ìpias non 
perrhorclcis ? 

Tqel ‘Boccaccio in Tebaldo . 

Tuonerà egli nobile giouane? non era egli tra gli altri fuoi Cittadini bello ? 
non era egli valorofo inquelle cofe, che à giouanis’ appartengono ì non amato f 
non hauuto caro ? non volontier veduto da ogni buomo 
Et in Titoe<jfippo. 

'Douctilafcitraf portare allo’nganneuole amore ? doue alla luftngheuoltj 
fperanza-i ? 

Dice fautore ad Hcrennium , che quella medeftma repetitione, alle vol- 
te bd vn altro ornamento : cioè che fi come tutte leclaufole da vna medeftma '-a 
voce cominciano, cofi tutte in vna medeftma finifeono : Et all’ bora effa fi domati 
da Complextone . Come fé fi diceffe . 

Quifunt,quifcedcraGepè ruperunt? Carthagincnfes : Quifunt, 
qui crudele bcllum in Italia gefferunt? Carchagincnl'cs . Quifunt 
qui Italiani dcforraaucrunt?Cartfiagineiifcs . Qui l'uHt,quifibipoftu 
lan tignola ? CarthagiucnfCs. 

fi che feppe molto bene mettere in opera il noflro Boccacci , quando nel fine 
della Mutila di Tito, e Gtftppo, narralo le laudi, e gli ejfetu dcllaamuitia dtftc. 

- ' Chi 


Sopra U Particella X X XV lì, 117 

Chi hauerebbe Tito fenza alcuna dcliberatione penfandoftegh honeliamen 
te infingere di vedere fatto prontiffimoa procurare la propria morte ptr le- 
vare Cifippo dalla (rote , la quale egli ftcjjo fi procacciaua,fie non collei ? (hi 
batterebbe T ito fenza alcuna dilatione fatto liberalismo à communicare ilfuo 
ampliflimo patrimonio con Cifippo , al quale la fortunali Juo haueua tolto, fe 
non collei t Chi bauerebbe T ito fenza alcuna fufpitione fatto feruentiffimo i 
concedere la forella à < jiftppo , il quale veieua pouenfjtmo , (S in cflrima mi- 
/cria poflo fe non cojlei ? c JMa queflo nonfà molto à nollro propofito . Quello 
che Tfemetrio nota qud, & è notabili (fimo : che tanto più fuole fare magnifi- 
cenza la fiepetitione, quanto ebe eoa ejja quafi fempre vi' congiunta la Diffolu 
tione , la quale figura hi quella proprietà di fari , che le coje per poche , che 
fiano , paiano molte : Di quefla figura ragionano i migliori Latini, e la doman- 
dano Diffolutum,^ dicono che Dilfolutum eft,quod cótundiombusca 
rct, e l’autore ad H cren munì, dij]e quefle parole : Diflòlutio cft,quaecó- 
iunctiombus verborumè medio lublatis, partibus fcparatis efiertur 
hoc modo, 

Gcre more n parenti , pare Cognatis , obfequcrc araicis.obtcm- 
pcra Jcgibus . 

C he è tanto come Janbbe ntU’l t aliano nofro , quello, che difle il B occaccio 
in Ctfippo . 

Di luogo alla ragione, raffrena il concupifeibile appetito , tempera i de fide- 
rij non funi . £ veramente, che quefla figura , habbia forza di fare che poche 
cofe paiano molte, lo dice ^ tnflotcle medifimo nel capitolo xij. del terzo della 
7 {etorica,cÒ quefle parole. Dilfoluta propri ù quidam habent.In eodem 
enim tempore multa diccrc videntur. fwèdicc il Caro . Hanno ancorai 
difgiunti queflo di proprio, che con equale [patio di tempo moflrano di dire più 
cofe, che Je foflero congionti : onde nafte , che confi guentemente quefla figura 
genera magnificenza : Quarc amplificane, dice ^rifiatile. £1 il caro tradu- 
ce la difgiuntione adunque ferue per ampliamento ■ E però auutrtifee Deme- 
trio che maggiore magnificenza darà la Ripetutone, quando fari congiunta con 
la D ffolutionc : il che auiine quafi fempre : r Penioche all' bora Jolamente la 
tepttitme è fenza dijjolutione , quando la voce , che cfla replica nel principio 
di ciafeuna clauJuL ò la fltfia copula , ò aff ematina ò negatiua . Come fa- 
rebbe^ . 

Et inimico prodcras,& amicum ixdcbas, & tibi ipfi non coniìilc- 
bas. Onero. 

Nec reipublic* confuluifli,nec amicis profilici , nec inimicis re* 
Aiti (li • 

ttm (taluno. 

£ (aiutarono, e ringratkrtno . Oucro. 

• 7(1 parente, nò amico . 

Del reflo cefiando le copule , fempre viene i reflare eongienta la repetitione 
con la difiolutione : Come fi può vedere da tutti gli effempi di repetitione , che 

in 


Digitiza 


; 


I 2 8 /*? Predicatore del Pamgtwb 

inSju'fia mcdefima particella babbi. uno addotti , che tutti l'ima , & l’altra ili 
fjiic/le due figure accoppiano infieme :£ come fi uà vedere ne gli effempi c'ie 
adduce Demetrio i fi tifo : Il (piale fi hà da japeie , che è q nel mede fimo , che 
utMuffe anche in parte a me. le fimo propojito ^in fiore le, aie dtfpra febene, 
nè egli, rè Demi trio qui allegano tu' irtamente i verfi j mi gli accennano fola- 
niènte : Che fc tutti gli hauefiero allegati fin latino potribbonotradurfi coti, 
’iNireus at buina naucs tres vrius agebat. 

.Nireus Aglaiaqiie fatus Caropoque tyranno. 

Nircus Argiuosinccr palchi rnnujs o.i. nes. 

Qui fintexcepto predanti cerpore Ach ìllis. 

’ £ Virgilio ma rauig hofitmènte gli imitò , quando parlando di Laufo difie. 

* Filius hinc ama Laulus qtiopulchrioralter 

*Nonfuit,cxceptoLaurcntiscòrporcTurni; 1 

’ JLaufus,cqmi(n domitor>debd!atorquc Fcrarum. 

'Hot tome habbiamo potuto , habbiamo detti verfi quanto dura in loro la re- 
pclì t ione } c ladifjolutione tradotti così . 

Tfifreo da Sima tre galee conduce . 

Tdirco dì Agiata figlio e di Caropo. . ~-'i 

Terreo che di bellezza ogni altro eccede . 

One fi sede chiara la repetitionc , percioche ogni claufola , òverfo comincia 
dalla medefima voce Tfireo , & anche la difiolutionc, perche tutto quello fi fà 
fenga legatura di copula alcuna . E quelle due figure fono cagione dice Deme- 
trio , che il piccolo Tfiireo pare grandiffìmo, eie poche nani fue e genti paiono 
molti , e di lui in quefìo fol luogo nominatoci ricordiamo, come di cchille , e 

dìFlifie , chequafiad ogni verfo,nel Poema di Homero vengono ramme- 
ndati.' 

1 E quefio luogo di l lomtro intorno d Tfijreo , imit ò forfi il T aflo à propo fitto 
di fmeno, quando nel principio del fecondo cauto dtjje. 
t^ientre il tiranno s'appareichia à l’ami 
Soletto I fmeno un dì figli apprrfcnta . 
ifntcn che trar di fatto d ihiufi marmi . 

'• Tuo corpo efiintOfC far che fpiri,e finta, 
lfmen.ch’al fuon de mormoranti carmi 
Sin ne lo Tfegia ftta Tluton fpauenta . 

Squillo che / ignita . Ma qua nafte d Demetrio vtt dubio , che con molta ra- 
gione d ciaf amo di noi doueua nafeere. Come fia poffibile , che il proferire le* 
tlaufole fenga copule generi magnificenza, poiché atrgì tutto il contrario hab- 
biamo detto di fopra nella particella 33 . che il collocare molte copule confe- 
gucntcmentc,& d ciafcuna,ò delle parole, ò delle claufole dare la fua copula i 
cagione di grandezza-, (omein quel ver fidi Homero, 

£ Scherno, e Scholo,e ì'Mpefirt Etcono-.& quelle di Virgilio, 

Drimaq; taritoq; £ig càquc Phillcdoccquc. 

Et in altri molhjfimi cfjcmpi , così volgari, come latini, & che de' Trofatori, 

e de 


fctvty. »vn 

> Av. UÀ 

6 :fco-V ''*'1 


Sopnb Particella XXX VII.' ti9 

CifiToctì, che afa' bora aaduccemmo . ‘Demetrio qui non filo non fi dijdice di 

Z uanto dijji in quel luogo : ma lo riconferma, c con nuouo e/Jempio mostra , che 
i frequenta Utile copule fi anche tfia l’effetto detto di f opra di far paure, . 
tbcpoihi i yjè frano molte : e l’efiempiu è quefio . 

Condotti erano al folio interne i Greti, - 

C Cari, e Siui,e ‘ PampbUq ,c Frigi. 

Simile à quello di Limo . 

Dac*s, & Moedos,& Cadufio$,& Cioncai. 

Oue fi vede, che i veri (fimo , che Infrequenza delle capute fi grandezza f 
dice ‘Demetrio, fi il mede fimo effetto ancora la figura contraria .ì^i però è 
egli, ò gl'interpreti rendono la ragione Onde nafta , che da due contrarie cagio- 
ni il rnedtfmo affetto fi pofìa produrre : Diciamo noi , che i contrari / , in due 
maniere fri 1‘ altre pofiono con fide rarfi : onero come riguardano va l'altro, 
onero come ciafcun di loro hi relatione al mezzo. Ter efiempio la prodigatiti e 
tonar itia fi con fide rana, ò come fi riguardano fri fe medefime , à come ciafeu 
turimira la liberatiti : ?fel primo modo i contrari/ fono grandemente oppo- 
fi i, perche niuna cofa l più uppufla alla prodigalità, che l'auaritia . 7^cl fecon- 
do modo fono grandemente ftmili , pcrchc.tutti ioi quelli viti) in quefio fono 
vnitiffìmi di opporfi alla Virtù, e feofiarfi dalla liberalità . Onde ncauuiene , 
che tffenio eglino fecondo vari/ rifpetti bora opporli, bora concordi , fecondo i 
mede fimi, bora opporti effetti producono, & bora i mede fimi: fi Vrinape aua- 
ro conguga: il prodigo getta : Ecco gli effetti oppofli : Hora confido umoh in 
molti in rif petto alla virtù ; e trotteremo lofieffo effetto di tutti e due,perciocbe 
fi come il Vrincipeaua ro afiafitna i vaffalli per poter congregare, così fili me- 
de fimo il prodigo per poter gettare: Et vniuerfalmente in quefio fono ftmilii 
contrarif, che tutti due fino lontani dal mezzo : In prqpofito noflro , tre modi 
di fattcllarc vi fono, Vno che tiene il mezzo, oue parte del parlarci copulato, 
e parte difgiunto: Gli altri due, che hanno ragione di contrari/, de quali vno ogni 
cofa hi piena di copule, e l’altro niuna ne riceuc : E quelli dot frafcoppofitijfi- 
mi,in quefio fino famigliami , che tutti e due fino lontani dal primo . Il quale 
primo parte fatto di copule, e parte nò, i il comune, & ordinario . Come oue d 
“Boccaccio diffe . 

Tfobile, antico, e ricco Cittadindi f{oma,e amato da Gifippo. 

Che fe, ò haueffe detto tutto con copule . 

Et nobile, & antico, & ricco Cittadindi Roma,<3 amico di Gifippo . 

© tutto fenza copule. '< 

2(obile, antico, ricco cittadin di Roma panico di Gifippo. 

B rn batterebbe egli vfato modi fra fe diuerftfiimi,ma in quefio fimili dì tffo- 
te ciafcun di loro lontano [da quel dimezzo, che i l’ordina r io^ Cfap.nto fitto 
quefia relatione, che hanno di efiereambi e due lontani dall’ordinario produco- 
no il mede fimo effetto d’aggradire il ragionare : per quella certiffma regolagli 
/ labilità da noi ; che tutti i modi di dire lontani dall'ordinario generano g.aniez 
. Si che refli chiaro, che è quello t he diffe gii ‘ Demetrio delle molte copule i 
Psutc Seconda. I veri filmo: 


f$Q iVPrtiiccttordd 'VànigaroU 

xerifi'mo : Squel lo parimente è ver ù, che egli dice bora della bìflolut'tone . 9^# - 
jolamentc i vero quello nelle claufolc quando molte difgiunte ne vengono pro- 
ferite;ma ì vero anche nelle parole, quando molte parole fimplià , le epatica- 
pulitamente ò m tutto, ò in parte fecondo tvfo ordinario dovranno prementi»- 
fi, tutte fenza copula alcuna fi pronuncieranno . Articulus, dice l'autore ad 
Hercnnium, ciré fi domanda quefla figura nelle parole, come DilToiutio,/i 
domandata quella tulle claufolc : e dice che i, 

Cutn fingula verba in tcruallis diflinguuntur caefc orationc. Egli 
tj)ctnpijice,cbc poffono efier tali . 

Acrimonia, vece, i ultu ad ucrfarios pertcrruirti . Onero, > oh 
Jniinicosinuidia,iniun;s,potcima,pcrfidìafuJhxJ4fti. > 

Tale è vn luogo di (terrone, oue dice 

Milites popuJi Romani capti, nceati,difle£h diflìpari font. 

Et in mille luoghi vfaegli la medefima figura per efjempto della quale addio 
ce vn luogo di H omero nel i/. della Jliade, oue parlando egli diparole , e vo- 
lendo dare alTonia due epiteti, ne con parlare ordinario difje , '• « 

Onda citrua, e (fumante . *V 

T{e meno con vno de gltefi remi tutto copulato, difie, ■ e- •>. or- jÌ» 

OntU,ccurua,efpwmantc T .''mu./'iKioiut 

eJMi fi bene coni altro tutto diffaluto, \ • *>< aW 

Onda curua [puntante. , w',-; * , tr w 

Simile d quello di Virgilio nel q-della Eneide ì . r * 

Monftrum,horcndum,ingcns, Et altrove- '■ -ri 'lV« 

Coeluin , mare» fydcra teftor. 

Il Tetrarca in quejìa maniera difie, , 

Quell'antico mio doUejrmpio Signore. Et altrove, ' •>.** ' 

Vn liquido fattile fuoco . Et alt rotte, 

M dolce jler [treno. Etaltroue, a* 1 \1 »v.- - * * 

Di quefla fera angelica innocente , > \ ■ mm 

t mille volte . ’ '■»■* ' V ,«*» 

‘JJélti rime legiadrr. ‘--.V ’ 1 _ ifc «iVva- 

mJrbor vittoriofo Trionfale. . ' ■ 

"Bella, ignuda mano. ‘ * 

Soaue mio fido conforto. 

Quel uago dolce caro bottello [guardo, 
la vefle angelica penna . 

Ercfc<r,ombre[o fioriteti verde colle. ’ ■ ' 

Taecndo amando qua fi a mfirte corfo ■ 'J ? > 1 

E filmili . E nel Boccaccio . v» 

Tore fozza brunacàa,e Ben forcuta. «f 

Tre fta gentile doma,e ben parlante. 

Emilie: franto balli batter detti ddla^epetìtme congiunta conia Dìffoht 
* 9ne ,&( r 


i 




Stpr» UwMU XX XV 11. tiji 
DISCORSO ECCLESIASTICO. 


N Oi ineoradi fopra nel difcorfo Ecclefiaftico j j. infognammo, 
che molte copulo quali collocate in filo , ò di parola in parola, o 
di claufoia in claufola faccuano magnificenza : Et efTempincat- 
legamo per !ccbufoleòincitf*<picUc» del Salmo quarantèiimo , 

Dominai conferita eum,&iàuificet eum,& beatum fatai twn m terra, &■ uoa 
frodai e amiti animai mimi cor um etus . 

E per le Ungulati parole quello di Efaia , 

Et landa s, & torqacs,& monilia& amHtas,& mitrai, & di firiminalia . 

Et altre molte . E pure quà diciamo il contrario, Cioè che molte pa- 
role, ò claufole collocate fcnza congiunrionc alcuna pure anch’elle fan 
no magnifico il ragionare: ma per quella cagione , che nel Commento 
habbiamo detta, perciochc tutto lo itraordinario ha del grande, c tutto 
il figurato c flrafordinario : E colie figura fra molte ò parole, ò claufole 
il non porre copula alcuna, come il metterle di ciafcuna in ciafcuna-.. 
Beda Vcnerabile.Ia prima diqucfle figurc.qticlla cioè, che è ruttatdlu- 
ta di copule domandòcorncdicemmo,Pofv//wferon\ e quella della quale 
ragioniamo hora,chia!HÒ Dialyton,vci ^tfyndcton:c dille; che efl figura fa - 
peneri contraria carena coniunttionibut . E l’cflcmpio, ch'egli ne diede, fi 
del Salmo 6 f .in quelle parole, labdaie Deo ormài tena,pfdmum dicite nomi- 
ni enti: date glori am laudi eiui. Dicite Dcoquàm leni bilia funi opera tua Domine . 

Noi di fopranel difcorfo Ecclcfizliico della particella u. à propofit» 

. della figura detta Incremento ragionammo d’un' altra figura detta Con- 
gerie, òcoaceruationc, la quale clTendo anch'elfa tutta (per lo più ) 
difgionta,e fenza copule,potrcbbono gli effe in pi di lei quadrare in que- 
ftcf luogo marauigliofamente : Come quello di S.Paulo, 

Eeplctos omni iniqmtate,mditia,fornicatione,auaritia.nequitia &c. 

-i E quello di Cipriano , * 

Munimcntumfpci,tutelafidei,medila peccati, equcllochcfeguita: fe per fe 
ftelfa non haucOc quella figura, e nelle facre Scritture, e ne gli Ecclcfia- 
i Ilici autori tanti cfferapi,che di aiuto cfterno non abbifognano , 
y eh genti peccatrici, popolo grani twquitate.femmi nequamfilus federaci . 
Teccauimui cum patriòta noitrii, mafie egimiu, iniquitatem fecimui . 

Ter rirgis caftts fimi, femel lapidata! fm , ter naufragiwnfect , notte & die in 
frofundum marii fui. 

Confidi s te ipfwn effe duccm accorimi, lumen corion , qui in tenebri ifunt, erodi - 
tionem in fipiamum, magi f bum infantium &c. 

Tutti quelli fono elfempi nelle Scritture della difgiuiitionc , della 
quale parliamo; Ec è quella figura non folamenrc tanto magnifica, ina 
tanto efficace ancora, che i Dottori facri nelle pcrorarioni delle loro ho- 
jnilie.e fcrmoni, quali feinpre di lei fi fono feruiti . 

Laudate igitur Deum dilettiffimi in omnibiu operibut, atque iudicijs . Sit in vo- 
ti* indubitata credulità! virginex integrimi t , &• partili : Ry format ioni ^ human* 
factum, diuimi'nque myflcrium fantto atque fine ero honorau famulatu.^tmpletti- 
mini C bri flum m noflra carne mfeentem , vt euniem Deum glori a videi e mere omi- 
ni in fai moie fiate regnantem . Qui cum patre,& Spirita fantto &c. 

Coli dice Leon Papa nel fine d’un fermonc della natiuiti del fignore. 


:Dii 


i j i ll'TYediutòre del Panlgaròlà' 

Et vn'altra volta , . Itaquc odia inclinate mendacia abijcUe , fopCrbìam bmHita* 
te dcfidte,auaritiam largitale delett . -, 

E San Giouan Gruultomo, 

. Conjidcrcmus cu* am agamusconfulemus quomodo bue itnpleamus mandatacene 
. nc impntdamus sladium nos Jter alterni* corninone amusidtaralterifm lorriga- 
tnus . E San Cipriano, 

mbdart nos crcdamus femper in luminrino» impendamur à tenebri sostai edh 
fornii nulla J 'rie borii nociutali gre. u n dormu, nulla or ottonimi pigia , C7 iguana 

difpcndia . . : » ‘ ’• - '.“1 

Che fe nc gli Italiani noftri autori Ecclefiaflici cercheremo di quelle 
figure.le quali con la dillblutioneagrandifcono, piene ne trouercmole 
conipofinoni loro; 

Fate fate , che hormai fi lecchi il fango , c il lezzo delle brutture vo- 
li richiudete i riui dell 'acqueti piacente vaniti , le petulanze di quefta 
.carne non feorrano più per gli prari delle vollrc anime pur troppo am- 
morbidite. Sol grata btberunt . Ceda hormairl vino alla virtù , il Diano- 
lo à Dio, il freddo dell'Aquilone al caldo dell’ Aulirono fpirìto profano 
allo Spirito Tanto. 

Coli dice Monfignor Cornelio nella predica della Vigna. 

Corichi aprile i nollri cuori vederebbe infinite abhominationi in 
ogni partc,auanti,di dictro.dalla delira, dalla finillra: auanti potrebbo- 
no vederli le macchie de’ peccati palliati : di dietro quelli che noi non 
habbiamo fatti , ina habbiamo in animu di fare : dalla delira gli errori 
che habbiamo comincili nella fortuna profpera : dalla finillra quelli 
che habbiamo fatti nelle aduerfità. Deh purificate i cuori: rumategli 
Idoli : Confecratcui à Dio . 

Coli il Fiamma : E tutti : Ma per noi è tempo che palliamo homai ad 
vnirc quella, come fi Demetrio, con vn'al tra : Cioè à ragionare della 
magnificenza, che nafee da quella dilTolutione congionta conlarepcti- 
tionc : qu indo ciafcuna delle parole, ò claufole difgionrc dalla mcdeli- 
ma particella ò voc# ritorna tempre i comi nciarc . Come ouc San Pau- 
lo dice , 

C borita non emulai ur , non agii perperam, non infitta-, non e fi ambitiofa , non 
quxrit,qua fui font non immotar, non cogitai mal un, non gaudet foper iniqui tuie » 
tongaudet aute.n ventatiyomnia foffert, omnia credit, omnia fgerat, omnia JufUnet . 

Et il mede din > , 

Tericdis flwnmun perìodi i Utronum pcriculis ex genere, periodi s exgentibap* 
f Cric da incidiate, per icda in folli odine, perioda in mari , perioda in ftdjnfa- 
tnbus ■ Bela, quelli figura domanda Anaphora, Se altri domandano 
Epan tforac Et c in fornirla dice celi : Cnmeadem di fi io bisfopinfue per prin- 
cipia perfine* repetitar, Come farebbe dice ouc nel Salmo 16. viene detto, 

Dommnt illuni natio mca,& folut mea quem timebo i Dominai de fon fot viut 
mea,à quo trepidabo . Onero , 

■ Si conftflam aduerfom me caflra non timebit cor meum: fi cxurgat aduerfum me 
fra lium in looc ego f per ubo . Ou ero , 

Vo x Do n ni in vacate : Vox D omini in magnifieentia , Vox Domini tonfori»- 
gen tii cedros . 

E vera mente dice quello che c,Bcda, Cioè che le rcpctitioni in pfidmli 
vfotottjfimxfuni » Ma nou tpttc le rcpctitioni, le quali u trottano nc' Sai- 

sol 


Sopra la Particella X X'XVI /. I J $ 

mi fanno ànoftropropofito: Vfa alle volte Dauiddi rcpeterc nella fi- 
ne del Salmo alcune parole di quelle , co le quali egli comincio il Sal- 
mo, come cominciando il Salmo tjentefimofccondo , 

Benedic anima itici Domino, & omnia qua intra me funi, nomini fantto tini , 
Termina il mcdelimo dicendo , 

Benedicite Domino omnia opera eius in orniti loco domin atomi eius benedic ani 
pia mea Domino ; anzi cominciando Cubito il 103. con le medefime pa- 
role , > 

Benedic anima mea Domino, Domine Deus magnificatus es vebementer -, 

Pure nelle medefime tìnifee dicendo , 

Deficiit peccatore 1 i terra,& iniqui ita vt non fint, benedic anima mei Domino. 
Altre volte accoltuniaD.iuid di mettere tutto il mcdelimo verfetto 
n<l cominciaracnto c nel fine del mcdelimo Salmo, come principio , c 
fine del Salmo 8. c quello verfo , 

Donune Dominiti nofter,qMm admirabile efl nomen tuum in vniuer fi terra . 

' Ecominciamento pure c termine del mcdelimo Salino 1 17. è quello 
verfetto. r , 

Confitemini Domino quoniam bonus quoniam in fxculum mifericordu eius . 

Nel Salmo 13. faDauid vn’alrra forte di repetuionc, cioè repetedue 
volte nel corpo del Salmo il medcfiino verfetto . 

*4 Bollite portas principes veflras , &eleummi porta atcrnales , & introibii 
Rf* gloria , 

Nel Salmo 79. repere tre volte il verfo , 

Deus virtutum conuerte noi, &onendefaciemtum>& fahtierlmus. 

Nei cencefuno fello più volte il verfo , 

Conjùeantur Domino mifertcordia cius,& mirabilia eius filili homimm . 

Nel 1 3 f. in line di ciafcuno de’ vcrli replica fempre le medefime pa- 
role , 

Quoniam in aternum mifericordia eius . 

Et altre molte forti direpetitioni fa egli, che non fono propriamente 
la Anafora, della quale parliamo noi in quello luogo. 

Anafora per enfafi fu quella, * 

^duerfum mefufurrab.mt omnes inimici meuaduenu me cogitabanl mala mibi. 
E. quella, 

•Quoniam ecce inimici lui Domine, quoniam ecce inimici tui peribunt. 

E quell’alrra, 

Eleuauerunt } lumina Domine, eleuauerunt } lumina vocemfuam . 

Ma più propria à noftro propofito c quella magnihcentilfima repeti- 
donc,con laqualeil mcdelimo Pfalmilia nel Salmo 7 3. dice , 

Tu confirmaili in virtute mare, contribuii fli capita draconwn in aquis : 

Tu confregiHi capita dracoms,dedtib eum efeam popoli s uletbiopum : 

T u dirutìjii fonici, & torrentes, tu ficcali fluwos Lthan : 

T uus ejl dici, tua eli uox,tufabricatus es auroram, & folem • 

T u fecifh omnes termina terra *{latem,& ver tu pfiimash ea . 

Vn’altra forte di rcpetitionc vfaDauid di cominciare , c finire con la 
fleffa parola vn verfo . 

Come farebbe , 

D cui quis fimilis erit ubi aie tnceas ncque empefearis Deut , 

In quella maniera, che anche San Paulo diflc. 

Parte Seconda. I 3 Caudc- 


Ij4 fi Predicatore del PamgareU 

G aulete m Domino femprr, iterum duogaudete . - „ f 

M.i quella figura cpanalcpfi c non anafora viene chiamata da Brda. 
Più fomiglianti alla Anafora (ono quelle due,le quali diceuamq nel C6- 
mento , che l'autore ad Hercnnium > foggionge fubito alla repetitionc , c 

delle quali inficine con la repctitione nel mcdefiino capitolo della fua 
Ecclriiaftica Retoricali mcntioneilPadrcGranata,Ciò(bnolaCon- 
iierfione,c laComplelfionc : E pure niunadi loro propriamente pura 
Anafora, ò Epanafora, ò Rcpetitione fi può chiamare. LaConnerfionc 
fi fa, quando non nel principio dellaclaufola , ma nel fine fi rcpett Tem- 
pre la medclìma parola : Coinè oue San Paulo dice , 

H ebrei funi ? & ee.tr. Ifracht a funt? crego: Seme u fibrate fimtì &cgp:Mi- 
HiJiiiChrifìifitntt&rgo: (vt minia, fa pieiu duo) yba ego . 

E la complcffioncc, ouccnclpnncipio,cncl fine dellaclaufola dop- 
pia rcpetinonc fi fìk, come oue San G regorio dice , 

Impkt Spirititi finti us puerum Cito) cium, & Vfalmtflam faut linifici atti- 
nente m puerum, «jriudicem fcruum fatti : Impletpqfloran armetuxrium , & prò- 
fbcum fiat. Implei pifeatorem, & princtpcm jì pollolorum fatti: itnplct perfit- 
4 mtorem,dr Dodorem geiuiumfacir. Implet pubticauum, gir eunugciifarn foat- 
Nè però come diceuamo quelle figure di Anaphora femplicc hanno 
nome: Come lo hanno tutti que’ luoghi, oue ne* foli cominci amenti fi 
fu la repctitione: fra quali fe oltre dalle fcritture Canoniche, delle quali 
habbiamo giàragionato, altri Ecclefiartici cfTempi dcfidcriamo,bclhffi- 
mo pare à noi quello , del quale fi feruc la Chiefa nella mattina delSab- 
bato finto , & c compofitioncdi San Gregorio in quelle parole parlan- 
do della notte della Rcfumrrionc del Signore. 

(Hajcnoxclt, inquapnmum patres noftros filios I Traci edu&os de 
Acgvpto mare rub rum ficco vcfligio tranfirc ferirti : Haxnox cft , qu* 
pcccaxorutn tenebra* columnarilluminaiipne purgauir . H*c noxcll > 
quarhodic per vniucrfutn mundum in Chrillo crcdenccs àritijsfìrculi , 
ic caligine peccarorum fcgrcgatoS.reddit grati*, fociar fandlitari. Hate 
nux cft , in qua deftru&u vinculis morus Chrillus ab inferi; vidlor 
afeendir. j .... .. . 

Di quella figura fi valfc San Cipriano oltre canti altri luoghi anche 
allegati dal Padre Granata , oue dilTe , 

[Hxc iiarcanr firmiter fenfibus noftris:h*cintdIigantur piena fide: 
ha-c corde toro diligamur:h*cindcfinentium operuin mugnanimitatc 
Tcddantur.] 

Quella medefima adoperò in mille luoghi San Leon Papa, ma per ho 
ra pjrticolarmente.ouc nelScrmone fettimo della Epifania dice , 

[ Amar Chrillus infantiam.quam primo fiilcepir, & animo, ÒtCorpo- 
rc; Amat Chrillus in fan ti am humiliratis magi (Ira m innocentiar rrgu- 
lam, manfuctudinis formain; AmarClirirtus infanriam ,mi*maioiuin 
dirigit more; , ad quam fenum reducic*tates , c$cos ad fuum iudinac 
exemplu.n, quos ad regnum fublimat sterpimi. J 
£ di quelle rcpecicioni tali in tutti gli autori Latini Ecclcfialtici moU 
rifiline ne troua o: ma in vero molte più ne gli Italiani , i quali per 
au temuta nella frequenza di lei hanno ecceduto. Se bene à me voglio 
ri,- balli l’.iddur, >c ùue, ò trccÌTcuopi da piò celebrati noilri dui tori ^ e 
Lui nc ai difcotlò • 

Mònfi* 


Sopra la VarticeJU X XX VII. t$$ 

Monfignor Corndio certo nella predica delle Ceneri parlando, del vifi^ 
tare l'offa de* morti, dice così. 

Ohimè come è poisibile , che quando vifei gionto , ru non rirenghi il 
paffo ? Che tu non ti fermi in mezo ?chc tu non afKfsi gli occhi fopra 
qualche offo di quelli ? che tu non ti metti in iftuporc ? che tu non gioi>- 
ghile mani infieme ì che ru non compongiii le labbia? che tu non iti; 
trn pezzo fopra di te penfofo ? che all VI timo come ben pii notti non prò. 
tumpi,c dlchi i Ecco quelle gambe, che hanno caminatt tanti pacfi;£cco 
quelle mani , che hanno fatte tante focccndetEcco quel capo, che hi fa-- 
bricato tante caftella in aria. 

Il Fiamma nella predica del peccato ;oue vuole inoltrare che l’huo- 
mo peccatore è ridotto àmorte , aggiunge vna lorga rcpctitionc aiuta- 
ta da autoritadi delle (critture, ouc replica tempre il peccatore eifere 
ridotto . Al mónte della virtù , al monte della grana, al monte del 
merito. Al niente della vita , al monte della gloria, al monte della al- 
legrezza. 

E qucllochcfeguita.il Padre MonlignorFrancefchino parlando nel- 
la feconda predica dellamortc.ddla venuta di Cluilìo al giialitio, fotr® 
metafora di fole ri Porgente dice che ri furieri fenza nuuoli ,.fcoza acci- 
denti , fenza Ecclipfì . 

E millene troueremo, feci tornaffebene baddur ranti effempi in co- 
fa, che come lì vede per fe ltcffac li chiara , che à pena di pochilfimi 
abbifogna . 


PARTICELA 

TKENTES1MAOTTAVA. 

TESTO DI DEMETRIO 
T radotco da Pier V cttori - 



Mplum fané e fi in figurii , necjue in eoiem mvitre cafu t vt Tbucyì 
drdes . xaì diri rù-o avoCa fyair , t’AMro-^.ù %w?i zi; 

noi mvrir^ésÀicv multo enim fìc amplius q Um in eodem laju fic di» 
xifltt f tjuod . < >7 W«i( 7luvv*ft£Hp(0Ìcir*aÀÌ*‘** fi*** vIuìaviS*» 

P ARAFRASE- 


A remo magnificenza parimenti al ragionare »ie hauen* 
do à dire alcuna cofa con più claufolc faremo in modo» 
che non tutte vna meddima conAruttionc babbiano# 
nè tutti que’ veri! i medcfiiai caG ricchiegganoiaanti . 

Comcfccc Tucidide quando di (Te. _ 

I 4 Eg 1 » 




1 1 6 llTredicatori del PamgaroU 

Egli all afcala della Galea corfe per calar nel liro , ma da gli Ate? 
refi che nel hto erano, fu impedito ; da quali riceuute molte ferite- 
fuenne : & à lui fra la poppa , e la Corfia cafcato , cadde lo feudo, 
in mare . 

Che hebbe molto più del grande:chefe continuando Tempre no- 
minatali, in vece di dire Ec a Jui,haucfTe fegui tato à dire, 

Et egli fra la poppa e la Corfia calcò , c lo feudo gli cadde* 
in mate*. 


C O M M' E N T O. 


S Ono più d’vna quelle figure di parole , le qua li ò folamente, ò prìncipalmen 
te tonfi flotto in mn fattone di cafo . L'autore ad Herenràum fra varice 
fpecie a’ ^dnnomtnattoni ne nomina vna, che fi fi comimiando le ilaufolc tome 
la repetitione , fi mpre dalla mede fima voce ,ma mutando fempreiliajo : el’ef- 
fimpio ch’egli di, Iqut fio . 

Alexander Alaccdo fummo laboreanimum ad virtutes à puerili» 
confirmau it . A Jexa ndn virtutes per erbe-m terra: cum laude & glo- 
ria vulgatz funt. Alcxandrum omnes maxime mctucrunt, itetn plu- 
nmum diJexerunt.Alexandro, fi vita data longior eflettrans occa- 
nnm Maccdonum gloria tra nfuolafict. 

Ouei da annerine ; e k' egli fluito fornente propone il qua rto cajo al ter^o , e 
prima dice , Alcxandrum che Alexaiìdro i perche l' andare mutando ;J cafi 
per aponto fecondo l’ordine della declinatione de’ nomi, batterebbe ddl’ affet- 
tato ,c del minuto . ConfiRcua ancora in mutazione di tifo l’<^f>;tipallagr,del - 
la quale bxbbumo ragionato di / òpra ; ma molto diuerjamentc da quefta figu- 
ra , della quale parliamo bora . Terciothe nella c^dntipallage come duece- 
nto, tutta la figura nella conflruttione d’vna Jota elaufola eonjtjle , oue per l’or- 
dinario doutndoft dare vn cafo , t n altro ne venga collocato : La doue qui non 
in vna fola elaufola, ma in molte eonfiRe la figura -, delle quali douendo etafeu - 
ita baucreilfuo verbo principale ,fe noi à tutte le claufole daremo verbi , che 
richieggano il medefrmo cafo,non baueri fi del grande il ragionamento , come 
f atendo. thè per la quahti del fuo verbo \ na di quelle claufole babbi a da ragio- 
nare del fuo j oggetto in cafo ditierfo da quello delle altre :òibe fia il f oggetto il 
mede fimo delle altre , ò dtuerfo . L’efit mpio che allega Di mctrto per breuitd 
da lui viene al f olito {pezzato , Cf accennato Jolamente ; ma tutto intero fi ve » 
de nel quarto delle bifìorte di detto autore: oue fi narra la morte di Brajid/i r 
l/uedemonto brauiffimo Capitano , il quale volendo dalle naue talare nel lito 
fà da i^ftenefi amatalo s E tutto il tefìo appartenente i noi in Latino può 
dire coti, 

Erafidas ad Tea lam decurrit Cumque ilflittus defeendere conarc- 
cur,ab Achcnicnfibu$,quo minu» id faccrcr,cft impedito*, multifque 


Soprald Particella X XXV 111. I 37 

acceptisvulneribus.&abanimoreliftusdefccit.’Et eo in partemj 
qux eli intcr proram & rcmigca collapl'o fcutum in mare deci dir. 

One fi vede che quattro clau/ole vi Jono,le quali tutte di 'Brafiida parlano ; la 
prima mettendo il nome di lui in nominativo . 

Brafidas ad fcaJam de curnt . 

La feconda pure nel mede fimo cafo ragionando di lui . 

Cumquc ( fupple Brafidas)in liteus defeendere conarctur ab Athe 
nienfibus,quo minus id faccret,ell impeditila. 1 

£ la terza fimilmentc , 

Multifq uè acceptis vulneribus ( fupple Brafidas ) Se ab animo re* 
li&us deficit. 

M a la quarta clau fila ,oue tonerebbe potuto trattare di lui nello Re fio ta* 
fi dicendo , * 

Et iplc < fupple Brafidas ) in partem,quac cft intcr proram,& remi 
gis collapl'us ciì,& leu tuin a nuli t. 

per ninna maniera lo fd: ansimata cafo, e dice. Fteo( fupple BrafidaJ » 
ablatiuo, in panelli qua: eli intcr proram, & remiges collapfo, fcutuiu 
in maredccidit. • 

Cheiaponto la figura della quale parla qui Dente trio, e che in vero' doneut 
notabile ornamento , e grandezza al ragionare. Tqpi l’efiempio di Tucidide 1 

babbiamo tradotto così . 

B rafida alla fiata della Galea cor fi per calare nel lido , ma da gli L^ttene- 
fi,che nel lito erano, fu impedito, da’ quali riceuute molte ferite Juennc,& i lui 
fra la poppa, e la corfia cafcato, cadde lo feudo in mare . 

E ci pare di bauere covof cinta la medefima figura, concio fiacofa che le prime 
tre claufole di lei net primo cafò parlano . 

£gltcorfe,cglifà impedito, egli fuenne ; 

Ouc la quarta mutando il primo in ter^o foggionge ft à lui &t. Cadde loftul 
do in mare, 

Virgih 0 no fl ro ft grande ofieruatore di quello ammaeflramento , e con 
quella mutatione de cafi figge in molti luoghi eccellentemente la S atleti : 

(he fi vogliamo vede) lo più chiaramente, conferiamo infume il luogo, oue Lu- 
cretto de ferine ma mortalità d'animali in occafione di pelle, &i vtrfi nella 
fjcorgica ; oue Virgilio fd il medefimo , e vederemo , che oue quello fimprc^ 
nel mede fi, nota fi nomina tiuo ogni tofanarra , quello con marauigliofa varie- 
tà va mutat ilo cafi : 1 verft di Lucretio fino quelli. 

H ?c tamen omnino te.nerè ilhs ledibus vlla Comparabat auis, 
nec trilli} f cc j a p crarum Exibant iyluis, langucbant pleraque mor- 
bo- Et monebantur, Cuin pnmum iida canum ìus Arata vijs ani- 
mam ponebat in omnibus {grani. 

E quello che feguita, mettendo fimprei foggtU* della mortalità nel medefi- 
mio prime cafo. La doua ecco Virg Ho . 

Hinclatis vitali vulgo aioriuntur ifl hcrbÌ8,£#dukcs aniaios pie > 

o * ‘ ‘ " naad * 


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I 3 8 Jl Predicatore del Panigarola , 

tu ad prarlcpia reddunt.Winccambus blandis rabics venie, &quatit 
fgtos TuUìs anheia i'ucs, ac faucibusangitjobcfisLabiturinfciix At» 
dio rum atquc iruuiea.or herbae Viftor cquus. 

Con tanta t arictd , che volendo i ntonare di quattro forti di animali , 'è 
tutti mutacafi. 

M Vitelli dà il nom'matiuo. 

Vuuli moriuntur, • 

Cani di il datino, 

' Canibus rabies venie. 

%OL Torci l’accujàeiuo. 

Tuflìsquatit fues. 

Et i C attuili finalmente torna pure il nomina tino, 

•tabitur unftor equus. 

Che fono coft non mica fatte i cafr.e che po fono moflrarefchefe le opere di 
Virgilio riceuon o tanta laude,non è i fpropoftto • E che gran laude parimenti 
meritano quelli, che hanno faputo bene imitarle : Come bemffimo in infinite co. 
file hi faputo 4 tempi nofiri imitare Mcfier Tutto Augello da Barga: E fra 
l’alt re in queflo iHejffo auucrt intinto della mutatione del cafojul principio ifief 
fo della fua maramgliofa Cynegetica,oue dice, 

Quas bonus aifuefeat pnmus venator ab annis Excrcere arte» 
quadrupcs quxo.nmbns audax, Inceda t^curuoque agtiis quibus ho. 
rcat vngue Dcxtra ferir, &quarumincatcertaracn acuto Dente ge- 
nus.-quantofquc canea nafcantur.ad uius Expediamòc fyluas oinues, 
atque autra recludain. 

Che pur fi ucde,cbe quiui hautndofi egli molte volte à feruire d’vno fieffo re 
latino coft artificiofamente ha accomodata la confiruttione, che variando fi fenu 
preti cafoj bora fi è detto quas , Intra qu* , bora qutbus , & bora Iquaruin; 
Cicerone anch’egli auuerti grandemente al mede fimo artificio , e mille effempi 
fe ne potnbbono addure: Se bene noi di due foli ci contenteremo. Egli nella terza 
trattone in Verrem,dicc io fi, 

At credo in hifcefolis rebus indomitascopiditatcs, atquc eflfrena- 
tas haòcbat: Catterà libidines cius catione aJiqua auc anodo con- 
«ioebantur. 

Che fe fenza muta r cafo egli hauefje detto , 

OuterasJibidincsrationcaliquaaut modo conti nebat. 

prefio d vn pezzo non farebbe fiato graticfo,e grande il modo del parlare: 
Ij coft mila meiefima or a t ione vn poco più bafio otte egli dice. 

Js ad eumreni titani diflert.Philodan.aiittclIcqucndamgcncre.ho 
i»ore#copjjs,cxiAimationefaciJè principali Lanipafcenoruin,eius«f 

fc fiiiaii),qux cum patre habitarct,proptetea quod vcruuinon habe- 
rct mulicrem cximia puichntudinc^dcc. 

Certo fe barn fle detto 

Euaique ha ber e Aliata. 

Co/i 


Sopra la VarùccìU X X XV IH. jjp 
CoJ « in atcufatiuo come era , il Philodamum , nella prima tlaujbla , gratti 
iiflimo ornamento batterebbe fot tratto al ragionamento . 1/ Tetrarca ricorde- 
vole di quello artificiose nel fine del T rionfit della morte btbbe con molti no* 
minativi detto. 

Infomma fio come è incollante, e vaga 
Timida, ardita vita degli amanti , « 

Cb’ un’ poco dolce molto amaro appaga . 

Subito aggiunfe vita gran mano di accufatiui 
£ so i co fiumi, eilor fofpiri, e i canti 
E’I parlar retto, c’ifubito filenth 
E'I breuiffimo rifio, e i lunghi pianti. 

E finalmente al nominattuo torna. 

E quale i il mel temprato con l’afifientio . 

E nella canzone , Tfé la lìagion pure con la mede/ima arte doppo molti ah 
tufatiui. 

E lafià Jfpagna dietro i le fiue fipaUe. 

E Granata, e cMarcto, e le Colonne 

Subito aggionge molti nominatim « 

Egli buomini , e le donne 
E’I mondo, egli animali 
*4. eque tino t lo r mali 

m "Hf ponto meno accurato vi fù,oue gli panie ,tbe Infogna ffe il gran Bottac- 
ci: Come nella defcrittione della pefile. 

-dfifiai n’erano,tbe nella firada publita,o di dì,ò di notte fintano-. E molti an- 
cora, che nelle cafcfiw fiero, puma col pregio de lor corpi corrotti , che altrar 
mente faceuano à vicini Jèntirc fie t fiere morti. 

J n fin qui il cafioi fiempre il retto : Ma ecco fubito l’obliquo. 

E di queSli, e dè glialtri,cbe per tutttnu-riuano tutto pieno. Et altroue. 
il Saladino^ compagnie famigliari tutti fapeuano Latino, perche molto bt 
ne intende nano , & erano intefi . 

Un qui tutto nel primo cafio ; bora ecco il tergo . 

E pareua ieiafcun’di loro, che queflo Caualier foffie, &c. 

Che fu molto più ornatamente detto, che fie egli fienza matafione di taf) 
bauefse fioggmto , 

Etiflnnaua citjcnn’di loro, che queflo (aualiere fofsc,CSc. 
lutila concia fione del Dccamerone due il medefitmo autore. 

Chi non fi, che è il vino nittma cofa i viutnti. 

Secondo Qnugliane,e Solaio, & affai altri , & i colui, che hi '* febreèml 
ciuo ì Diremo noi, peruocbe e nuoce à felicitanti cb'e fila malvagio ? Chi non 
sà che il fuoco è vtthffimo.angi neceffar'to à mortali i Direm noi , perciotbe e- 
gli arda le cafie,e le ville, e le fitti eh’ è fu malvagio ? 

Vuole poi fioggiongere il mede fimo dell' armi, tbc egli del vino bi detto, e del 
fuoco, e potrebbe dire come di {opra. 

0 * 


1 4© Il Predicatóre del PamgtroU 

(hi non id chc'l ami, &c. 

UWa ecco quanto è pii legiadro,e grande il variare dicendo come dice . 
L’arme fttnilmente la falute difendono di coloro, che pacificamente di viue - 
re defiderano:& anche vccidono gli huomini molte volte, non per mahtia loro» 
ma di coloro, che maluagiamcnte le adoperano. 

Tutto per la forga,che hà queflo artificio infognato da Demetrio, di non con 
tinu are tutte le claufole con mcdefime maniere, e principalmente con verbi , thè 
richieggano vno Beffo cafo, &c, 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

T Vcte le bellezze cfquifite.e più minute della elocutione, fi crollano 
veramete nelle noftrefcritturc Ecclefiaftichc:ma le medefime ferie 
turc,fono fi piene di cofe, che le parole vi hanno pocha parrc, Se i fogget 
ti loro rapifeono in maniera gli animi de’ Icggitori.che elfi ò poco.ò nul 
la dello itile curandoli non vi formano alcune refleflìoni incorno: Nc* 
Ciceroni, nc' Deinoftcni, ne’ Virgili;, ne’ gli Homcri, nc’ Pctrarchi,e ne* 
Boccacci, il fare auerrimenti nella elocutione, è la più commoda cola del 
mondo: pcrciochcnon v’cchemirar’altro,c dalle parole in poi quiui dc- 
tronon v’ccofa.chcci faccia, ò più dotti,ò più buoni, nc che da faperla, e 
non faperla rilcui vn'frullo. Ma ne’ noftri ferirti le cofe, e di manicrail- 
luftrano gli incendimen ti,e purificano le volonrH che alla confidcratio- 
re delle parole lafciano molro picciola parte . Qucfro auuertimento dei 
doucr noi.oue habbiamo fatto rirara quali vnifona , variare il fuononel 
fine ; econmutanonidicafi.ò numeri, ò generi , ò altri accidenti leuarc 
il faftid.io d'vna troppo vnifonneconftruttione i c de bclli,e de efquifiti, 
che fi trouano . E noi habbiamo cento volte letti de’ noftri autori lenza 
auuedcrci , che l’habbiano ofTcruato. Ladoue quando per feruigio di 
quella fatica , che facciamovi habbiamo diligentemente volto il penfic- 
ro, habbiamo rrouato, che nc fondatati oftcruantifiìmi . Parla San Leon 
Papa di Chrillocon molte claufole invna Apoftrofe ad Erode nel for- 
inone quarto della Epifania, &oucin vncafofolo potrebbe Tempre ra- 
gionare di lui, quali Tempre fi vede, che varia i cali. 

Superfluo H eroda timore turbarti, & fruflra in fufpeQum tibi puerum fruire 

moline . 

Quello è in accufatiuo . 

7 fon capii Chriflum regio tua 

E pure quà ancora in accufatiuo è il nome del Signore . Hora eccolo 
variato , 

Use mundi D ominus potè fluii tusfeeptri efl contentai anguflijs. 

Torna vn’altra volta all’accufatiuo, 

Quem in I udaa regnare non ms> 

Egliinnoimnatiuo, 
cinque regnai, 

Ec ru ftcfiojò Hprodc i 

feliciut r egoarei 
5* in Gcnitiuo. 


V 


Lini 


Sopra la Particeli* XXXVIIL 1 41 

Juu Imperio Julienni . . 

Nel fine del niedefimo fcrmonc , c nei fini d i molti altri parla di Dio , 
con quattro cl aufolc, nelle prime tre delle quali fi, die Dio viene ligni- 
ficato da calo retto , 

Qui erìgit Tifai. 

Qui fotwt cvmpeditoS. 

S ui illuminai l ireos. n**'* 

ella quatta ;oncvn’altro direbbe» •- 

Qui eli laudabili*. , & glorio fui in funi* 

Egli mutando calo dice in danuo 
Cui eli nomai ■ & gloria in fpeuta . 

Ne bifogna dire, che quette conftrartioni variate vennero à cafo: peri 
che gran gratia farebbe la noftra ad ogni modo , che i noftri cali foriero 
più rcgolatijche le regole altrui.Bcn confdfiamo, che non Irebbero ogni 
volta i Padri didima confiderà rione à quelli auertimenri, ma da gli h a- 
biti fatti prima , ne piobbero eglino cofi fuauemente dalle penne loro, 
che à ferte alcilna di alieni fcrittori non babbi amo da inuidiarc; Ma tor 
nando d’onde partimmo c da auuertire , che fe bene della variatione de 
cali fidamente dfemplifica Dcmetrio,nendimcno come habbiamo detto 
nel Commento , ogni forte di varietà viene comprefa da quello auerri- 
mento ; Et in ogni torte divarierà fono fiati accuratilfimi i noftri, in mo- 
do che fc in vna tirata di piùclaufole le prime hanno proferite in vn ca- 
fo, le vltime le hanno dette in vn’altro: fe quelle interrogando , quelle 
narrandtijfe quelle aftìrmando,queftc negando : E co fi di mano in mano 
San Cipriano col cafo nominatiuo , Se interrogando ditfe quelle due nel 
fermone de moruMtate , Quii ha anxtetati follici! uditili locus cji , Quii inter 

bue trepidui,& maflus efl tufi cut fpts, er fida da fi ì 

£ fubito in genitiuo,c lenza ìntcrrogatione foggiófe quelle altre due . 
JEius eli cnìm martori timere,qui ad C brillimi nolit ite. 

JEius eli ad L hnflum nulle ite , qui fe non cudù > c um Cirillo inciper e regnar * • 
E più giù cccclientemmtc. Ecco con noninatiuo.trc claufole. 

Adori timeat, qui ex equa, c ’r fpnitu non rcnatui phenuq igmbus mancipatur. 
Adori timeat, qui non Cbrijlt C>ute,&- Tòjfiont ceiifetur. 

A lori timeat , qui ad fccundam mortori de bac morte trai fibit . 

E poi ecco vn'accufiitiuo. 

Adori timeat , quem de [(culo recedcntcm prrennibus pcems aterna fiamma tot- 
quelli . 

Etapfeflo vn dariuo 

Adori timeat, cui hoc mora Lupare conferì ut, & crmiatus eius , & gemitks inte- 
rim difjcrutur . 

E perduche nel Commento ragionammo della diurrfità,chcfù fraLu 
crctio,c Virgilio nel ragionare della pelle . Sentiamo di gratia, anche aU 
cune poche parole di San Cariano, al niedefimo propof to,oue dice, 
j [Ho c, quod nunccorpr ris vires folutusin fli Xum venur cuifcerar, 
quod in faucium vulnera Cenceptus mcdullitusignis cxarfiuat, quod a(- 
£ duo vomitu Irne (lina quatiuntur, quod oculi vi fangninis inardefeunr : 
quod quorundam , vcl pedi s , vcl aliquae mcn br< rum parres contagio 
rocib-darpucredinis amptuàtur ,quod pcria&uras,&' damnacorporum 
proiumpcntcUnguotc,vil debilitami inccflusi velauditusobftruitur» 

Vcl 


Jfvjl ‘‘fi Predicatore del Pan tgtroU 

vcl c*caturnfpcdlus,addocumcnturB proficit fidci.] ' 

Noi certo ancorahaucndoquafiàtradurrcnelCompendio degli tn- 
• nali Eccjeiìaftici quello che Giofcfto Giudeo haueua (ermo della infir- 
miti viti ma di I Ir rode con la maggiore varietà,chc potemmo, procuri' 
Ilio di farlo in quella maniera. 

Ardeua rutto quali di lento fuoco, che fc bene di fuori al tutto non fi 
Iafciaua compitamente feorgere: dentro nondimeno incendeua mife- 
ramente Jevifcerc; Vna voracità perpetua haueua, per la quale diman- 
dare era affretto con nuouicibi,nuoui peli à gli intcftiniji quali in mille 
luoghi eflulcerati veniuano. in oltre da coliche padioni tormentati . Tu- 
midi, e gonfi erano i piedi, e per foprabondanza di humore tlcgmatico à 
-giù fu di chrillalli rifplcndenti : Putride fcgli erano fatte alcune altre par 
ti.checon infopportabile fetore rcrmi à mille à mille generauano,<Scol- 
treà rutto quello dolorofa contrattione di nerui, e graue difficoltà di 
. anhclito patiua egli : e tale era in fomma;che non per altro parca che gli 
folle confermata la vitalbe perconferuargli la pena. 

Checerto fe tuteauia nel numerare leinfirmità,di verbi ci fofiimo ler- 
uiti.la confini ctionc de’ quali gli lleffi cafi hauefle femper richiedi , mol- 
to più noiofo (ài ebbe riufcitoil ragionamento. E cosi ( per cfleinpio ) 

- nella predica della terza fella di Pentccofte, quando ragionando noi del- 

- IemoIrercliquie,;che fono à Roma dicemmo , Eglie pur vero , che quà 
fu CrocifilTo Pietro : quà tronco fù il capo à Paulo, quà arfo quelli, qui 
lacerato quegli. 

Se con il niedefimo tuono facendo Rcpetitione della parola quà ha- 
uellìmofcguitaroial licuro alcuna noia haueremino data àgli intenden- 
ti, che per auucntura non la demmo variando le due claufolc feguenri , 
dicendo . 

. Chi sà fe Cenere di Sante c quella iftc(Tapolue,ch’io calpellro ? 

E doueè luogo in Romajouc ( per dir con) non forni ancora il fanguc 
-di alcun Martire ? 

II Fiamma nella predica del peccato prima con quella maniera comio 
eia à trattare.chc iecofe di quello modo fono niente. 

Che cofa è la vita ì niente. che cofa è la bellezza ì niente . 

E poiché quattro, òcmque,òfcicofehà trattate di quella maniera , 
muta, e dice 

J. a fama,c l’lionore,chc cola, è ? niente . Imperiò, e il Dominio fono 
niente, 

E di mano in mano in vna longhiffima tirata varia tante volte i modi 
. ,«jkldir*>che la parta finalmente fenza farictà; E Monfign. Cornelio nel la 
predica del beneficio, quanto variamente accommodò quelli concetti? • 
». L’a ni ma vegetatiua non ti fà huomo . Non ri fà huomo la fenfitiua.Ia 
intellcttiua.c quella che tifa huomo. La fede rifponde alla vegetatiua; 
lafperanzahàproportionconlafenlitiua carità, che è la lupremaè per 
.jlaintellcttiua; 

Nè è marauiglia,concio(ìa cofa che & egli, e tutti noi da troppo buon' 
maeltro habbiamo potuto imparare, cioè dallo Spirito fanto nelle fcrit- 
rure Canoniche: EcconeiSaìmi, 

Moni coagulatus, tnotts pingui * . 

« Puc nominarmi lingula», poi vn'accufatiuo plurale, 

Vt 


M* 


ffrr 


Sopra la Particella XXXIX, 

f^tquid fuff Uomini monte i coagulato * . E t altrouc. ' 

T uu' cft dies , tua cft nox . > 

E poi in vece di dice» ^ 4 

Tuuseft fil, tua cft Aurora. 

Piu rollo con fomtna varietà, 

Tu fabricatus ei^furoram, tir Soletti. 

E tara doppo hauer detto, 

tf 0 r/Jm. qUCTmt d ° mirium : a 4tbemauerunt Sandm Jfrael : (Adunati funi re- 

in D In iT ! r f 3 C 1 CI r. t ' 1 t L’^ 1 . at ‘? ni t>us,in ncceflifanbus.in anguftijs, 

niie. in ‘ ft ,r arCCri ^> m ^ ir,on ‘^“ s »in faSoribus, in vigilijs , in ieiu- 
£tL*f" rh,!!?' ’ 10 rc ‘ c " tIa ’ ln longanrmitateyin fuaimate, in Spiritu fan 
cto, in charitate non ficla.in verbo vcritatis.in charitarc Dei 1 

“ prof ■ ***” *u<*t**ttc*>* 
“■ cr “ cufiri “° in 

nibXll 0 .^ ^5» u,r . a ' ^?" ro ' 'gli vero «Tiello.chc diccuàmo.che mur 

3Jì«SiÌi^5&jg? ' chc ^ nc,le - . 


PARTI CELLA 

TRE N TE SI M ANON A» 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotta da Pier Vettori • 


T conduplìcatio alieniti effécit magmtudmem . Vt Herodotur J 
quodmn loco intjuit ùfaburrit ti nV«y iWJ mundna (xiy&t k*ì ft» 
>«9o .. bis enimprolattm quendam 
locutiom attuiti. 



■ 


1 fA - 


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•e.* 



144 fi Predicatore del Panigaoliu '*». 

parafras e • 

L duplicare ancora ò mediatamentcìòpoco meno che inw 
1 mediatamente vna tftelTaparola.bà molte volte del gran» 

* de nel ragionarc.-Corae quando Herodoco dille, 

^ Draconi erano in Caucafo,per grandezza - - eper grande* 

^ Ou e fi" v° de chiamo ^cheTa^pa rola gran d«za quali immediata» 
mcncc duplicau gtan forza hàaccretcìuto al ragionamento. 

COMMENTO. 

A T pena fi può finir di dire in quanti modi , e quante acca fiumi ; & i quatti 

ti finiranno "Rumato i buoni autori e Latini e no fin, di duplicare è 
fenzt framezzo deuno ,0 con franerò di pucioUffìmc particelle, alcune pan- 
ie per rii fcritti loro, E di fare queUafigura,chc da Latm', bora %euocatio , bo- 
ra Ceminatio, bora Conduplicatiojbor* 7&etiti,bora lteratio,e con altri forni 

alianti nomi viene chiamata. Velia figura detta Godanone dice l autore ad 

Hcrcn munì cfcf fi duplica la parola bora finga framezzo di quella marne- 
rà, Africano indù (Ina vircutc®, vircus glorum , gloria asmulos 
«omparauit. 

E? quod hb"St-& quod licct poflunt,& quod pofluntjaudent; 

4- quod audcnt,faciunt;& quod faciunt.yobismolertuinnon eli. 

J^lla conduplicatione , dice lo ftefio cheftfd il mede fimo , ma per vn altro 

^Nu^cSmtudcs in confpeftum horum venire p rodi tor patri 
Pmditor inquam , patriae venire audesm horum conlpefrum. 

In queU^ maniera che difievn no Rroautorc,J (aliano, Ci mancate t hora voi 

f" 0 Voìr 'nitóre fuo borei mancate ì 

. Ma oltre Quello che òqueflo autor e ò altro habbia mefio tnfieme,fi ver- 

'reno per gli fcritti e Latini, e Italiani [par fi tanti efiempi di quefto co fiume ,c he 
è infinita fatua il raccogliergli tutti. 

I diè in guardia àSanTietro,bor non piu nò, ^ 

Dille il Tetrarca: Come diffe anche il Boccaccio 
V 0 ” ti dare malinconia figliuola nò. 

Von ci fimo viuuta in vano io no. 

E fmilidr i» altro P TO f>°fit 0 > & ad altr<> il Vetr * re * » 

Vidi vm gc»tc andar fin queta queta, £i Dante. 


SopraUPsrticeUaXXXyiII. 14 j 

‘ Prendendo la campagna lento lento . Et il Boccacci. 

Tampwca,cbc fe allato allato à Filo Arato vedea , 

Et quindi marina , marina fi condufie fino à T rani . 

Si come ancb: fdegnofamentc fi fà la duplicatane alle volte per riprendere 
dfe ò altriyò per maggiore inuettiua contro altrui . Come Virgilio 
Ah Coridon,Coridon,quas tc dementia cotpit. e Cicerone 
Non dcefl rcipublic* confilium , ncque auftoritas huius ordini* : 
Nos nos dico aperte conlules defumus. 

E Terentio. 

O Thais Thais vtinam eflct mihi pars *qua amoris tecum 
Et il Bembo negli >/ tfolani . 

O Lauinello Lauinello,non fei tu quello, che cotefiafama ti dimoAra , 

Et il 'Boccacci , 

otbi (attintila, Cattivella, ella non fapeua bene donne mie , cbecofe i met- 
tere in aia con gli fcolari . 

Et in altro luogo , » 

cMariio mar ito, egli non ci hà vicino, che non f e ne mar aitigli . 

E con più / degno altrove , 

Elle fivorrebbono vccidcrc.elle fivorebbono v'ute viue metter nel fuoco, e 
farne cenere . 

Vfano ancora cofi i volgari come i Latini autori, vn modo gratiofiffme 
di replicare , per dar maggior forza , & accrefc mento : Come quando Virgjb 
Ho diffe , 

Addìi fcfociam,timidifquefupcrucnit Agl*: 1 k 

Agl* Naiadum pulchcriraa. ‘ 

Ecce Dionei proceffit C*faris A (lrura , 

A(lrum,quo i'egetes gaudcrcnt. 

Pierides vos h*c fàcictis maxima Gallo 
Gal JojCuius amor &c. 

Vcl pater omnipotens adigat me fulmine ad Vmbnu Pallenta* 
vmbras . . 

E fra no Ari Toeti , Dante 
Et ciò di viua Jpeme fù mercede, 

Di viua (pene, che mife fua pojja : E / altrove , 

Ma pafferem la Selva tuttauia, 

La Selua dico de' (piriti fpefii. Et altrove. 

Già era l'^tngel dietro à noi rimafo, 

L’^tngcl che rf banca volti al JeAo giro , E l'^friofio, 

Stato era in campo, e hauea veduta quella , 

Quella rotta che dianzi hebbe Bj Carlo : 

t-Ma Virgilio Stupendo infiteme confidare forza’maggiore fi ferve deliaca 
medefima itetatione per dare anche lume e chiarezza maggiore alla coja; 

euc dice, 

Parte Seconda, K Ad 



I 4 * Jl Predicatore del PamgaroL 

A d caelum tendens ardcaiia lumina frultra 
JLumma,nam tenerasarcebantvinculapalinas. 

Ter imprimere più difie il Petratta, < • 

. "Prendi partito accortamente prendi. . > >' 

E t il Boccaccio , 
parti folio ? parti ch’io la rechi ? E Virgilio, 

Nè vero ne me ad ules impeline pugnas . 

Si replica anche tal volta la voce meiefima per [gridare tome il padrone di 


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Chic bibbio allegrò , Fattofi alquanto più vicino gridò ò,ò 
E* altroue in t'enet'iana, 

fraga gran rumore di molti, che tutti diceuan' 

Chi sè quel ì Chi tè quel! 

Ter raccomandar fi il Petrarca diffe, 

Gridando Signor no tiro aita, aita 
Et il 'Boccaccio, $ 

finito, A iato, che’ l Conte d’^Cngurfa mi vuol far forze è 
Per allegrezza è il luogo di Virgilio, ■ n 
I taluni Italiam prunus conclamat Achatcs. 

E per dolore il V dilani 
"Dormendo fi leuò sgridò òmeòme 
E il Boccaccio , 

Oife dolente fe,che il Porco gli era fiato inuolato 

Che fedeli : replicatimi , che ad uerbialmente fi fanno hauefflmo à rag lottare 
in infinito onderebbe la co fa , Come nel Boccacci, 

T u vedi ininzi innanzi com’io fon bell’buomo , 

Tu le dirai imprima imprima , 

Fattoi girare intorno intorno , 
iJHimto Minuto tutte le aperfe, 

E mille volte . Ma la fiuti gU aduerbij vn modo di replicare ha la lingua Fio 
Tentino prhc è frequentiffimo : fame pur tifi Decamerone , 

So che tufufli defio lù, . < 

Jo v’entrerò dentro io , fononcifùio , •> «•> { 

isi *»< V» 11» $>;> 


i a 


• « 

jÉur, 


Ch’io non ho cote fio D iauolo io. 

Ciò ch’io credo ch’egli /ubbia fatto egli, 

(he tu tcl’haucffi hauuto tu, 

Qo’io l’ami io, che vn altro , 

£ fimili. Oltre che il Boccaccio per vez go,e per grafia molte volte fi è cent- 
piacciuto di finire vna claufiit ,àyi rn-:aj'0,ó vn concilo c»/ v na oaro la 
immediatamente cominciare l'atra feguinte conia mUifi u,me hd dato gran* 
diffi monca un ■ ito.C > n *, 

La Giannetta , la quale per rifpetto iella maire di lui, foli certamente^ 
ferini* d-j . , *• •’ • ’ ' 

Saper le parole, che la lufeia dettegli banca, hauca npenfato • 

. • vi . Cht 


Sopra L Particella XXXIX. I47 

Che battendole tu rifapute ( che ihaucrefli) haurcfìid di mille volte de fu 
derato di mai non ejjer nata . E fimile . T^e fi fino contentatigli fcrittori, e La- 
tini , e nofìri di duplicare , come habbiamo detto , le par ole, che alle volte le r 
hanno triplicate, Come Virgilio , 

Me, me , adfum , qui feci in me conucrtite Ferrimi , ò Rutuli. 

E nelle opere giouenili , 

Gomos,& vfque ah mifer-, m ifer , raifer . E Cicerone, 
ValeimTiro,Vale.>Vale,&falue. E Catullo, , 

Coeli Lesbia noftra , Lesbia ilia , HJaLcsbia, 

Quam Catullus vnara, &c. 
ytìLtU 'Boccacci nel Labirinto , 

La tjuale di cicalare mai non refia , mai non molla , mai non fina 1 Dolici , 
Dalle , 'Dalle , dalla mattina fino allafira . 

Et il Tetrarca-, ù iu t r- v' ». ; 

lo vò gridando Tace, P ace. Tace. 

Etaltri. Et tutte quefie duplica tionì, e triplicationi , che habbiamo dette , 
non i dubbio, che con molto giuditio de gli fcrittori fono fiate fatte ^ che à. fini 
loro hanno eccellentemente fenato : ma non è già vero , che tutto àquefiofine 
di fare magnifica la compofitione fumo fiate introdotte : Molte' più al fi affato 
che alla magnificenza hanno gioitalo : molte hanno anzi leggiadria data al ra- 

f tonare che grandeggait molte il parlare hanno ben re fo più afpro , e pià ve- 
emente, ma non più alto, e più eminente : £ però non dice il nofiro ' Demetrio 
qua, che Conduplicatio vbiqucefiiciat magnitudincm , ma dice che l* 
aiteubi c/Hcic magnitudi (lem . £ dice vero, principalmente in quella figu- 
re, della quale egli dà 1 ‘ e fiempio ; Cioè nella correttane, la quale (dice l'auto- 
re uà Hercnmuni) collitid quoddittumcft,& prò co idquod magi* 
idoneum videtur reponir. E quiui pure il medèfmo autore moflra , che 
quefia tale figura aggrandire la cofit , e che vfando vna voce . E poi leuando 
quella, e quaft facendo fene fcuucnirema più efficace , fi opra in modo , che res 
ftinlìgnior- La doue fedi colpo fi fojfepofla la più lignificante parola, nec 
xei,nec verbi gratia ammaduerl'a efiet . E già fappiamo noi , che quefia 
medefima figura (enzx la duplicatane della parola fi può fare : augi fingala 
duplicatane della parola più fiouente fi fà : Conte negli ejfempi , che da il me- 
de fimo autore fi vede chiaro ,i quali fono quelli tre , 

Quod fi iftciuos holpi ics rogaifct,imo innuiflet modo. 

Poilquam ifti vicerunrar^ueadeo vitti liint. 

1 0 virtutis Comes inuidia quo bonos ìnlequeris plcrumqueatque 
ideo infettaris . 

- i Oltre quelli thè da gli autori poffiamo cauare per noi medefitmi . Come da 
Cicerone contro Catilina t ■< •> j • 

. Qui dehoiusvrbis, acque adcoorbis terrarum exitio cogitent, 

£ pur quiui , . , V. 

Duccmhortium intra moenia, acque adeo in enatu videmus. 

K z C ome 


148 fi Predicatore del PamgaroU 

Come dal Tetrarca , ' : ' > 

Siede il Signore \ angi il nemico mio . 

Come dai 'Bembo nelle profeti , 

Vennero apprefioà Dante ,angi pure con effo lui . E da molti} Ma fap- 
piamo'ancora che la medefima figura fi può fare conia duplicatone della pa- 
rola, & i belliffima : Come appare nello efjempio ebe adduce Demetrio jìef- 
fo,il quale da Herodoto è tolto: Stbeneal [olito non apportato con la claufo- 
la intera ■ & oue in Greco dice , 

Apàxomc lì »ixi ir rZ Kxvtui tu (ii ngì (ii ytàes, *jj -rriiitf . 

In Latino potrebbe dir cofit , 

Draconcs veròerantin Caucafo magnitudine: & magnitudine, 
& muJtitudine. 

£ noi in volgare noflro finendo il fenfo babbiamo detto , ' V* , ■ ' s. 

Dra oni erano in Caucafo per grandezza, e per grandette per moltitudi- 
ne marauigliofi , 

Oue fi vede, dice 'Demetrio , ebe ad Herodoto pare di hauer detto poco fa- 
cendo mcntione della fola grandezza de' ferpenti del Caucafo, e per aggiun- 
genti la moltitudine, replica di nuouo la già detta grandetta: E non folamcn • 
te con la correttone , ma con la duplhatione ancora aggiunge magnifici nza al 
ragionare ; In Virgilio fi troua vn luogo affai fimile à queflo di Herodoto, oue 
dite, Zaccrumcrudehtcrora ^ 

Ora manufque ambas , 

Che fi vede, che parendole di hauer detto pococonlt parola Ora , la re- 
plica, e vi aggiunge, manulquc ambas. Et in Cicerone parafimene vn luo- 
go,- ite egli vna belliffima correttione fa, duplicando la parola, quando lontra 
Cuti Ima diceva , . 

6,-natus hoc iutclligit.Conful videt: hic tamen viuir- Viuic? Imo 
vero & m Samum venie, fit publici confUij particcps. 

Ma in vero fra Tofani autori farebbe difficile il trouare luogo, che bauefie 
propor tione, t vera fimiglian^a con quefia di Herodoto : t la ragione è, per - 
thè i nofln buoni autori oue hanno potuto, hanno cercato di (criuere in modo , 
t begli fritti loro fenza alcuno aiuto di pronuntiatione per Jc Jleffi poti fiero t 
tfier etnie fi: Cofa ebe duplicandola parola nella corrtìtione fenza altro aiu- 
to in vero non riefie : E fc fi trotterà fritto , .fi • - . ■> 

Draccni erano in (aucafo di grandezzate di grandezza , e di moltitudine 
marauigliofi: apena vifarà chi intenda la forza ut quella duplicatane : non 
potendo < fiere intefa bene, fi la pronuntia non fouiene : Cioè fi doppo i hauer 
detto che 1 Dr aconi erano di grandezza , non ci fermiamo vn poco, quafi pcn- 
findo di non hauer detto à bìflanga : £ poi con altro tuono di voce non repli- 
chiamo, e di grandezza ,edi moltitudine , e quello a he figuita . Il che come > 
bah biamo detto non acca fiumano di fare inoflri buoni autori ; & oue hanno 
modo di aiutare le fritture fi che per feflefle finga aiuto della pronuntia pof- 
nnot fiere intefe, lo fanno volentieri; E peri nelle Cerrettioni , ino u dupli. 

caso 


ized 


Soprd U VartìulL 'XX XIX. 149 

"(moie parole, come habbiamo me firato di [opra : 0 fe pure le replicano, la 
fanno con aiuti di particelle tali, che fupplijcano per la neceffiti , che vi fareb- 
be della pronuntia , Ter effempio , qucjlo detto di Herodoto noi Italiani fr f » 
baueffimo à dirlo, & à farcia mcdejìma Correttone, onero fenza replica del- 
la parola, la faremo dicendo , , , , f x < 

Draconi v‘ erano di gronderà , anzi di moltitudine ancora marauigliofì ì 
O fé pure la parola per maggiore ornamento voltffimo replicare : Certa 
non con la copula fola, ma con particelle più rfprimenti la repltcaremo. Come 
farebbe dicendo , 

D caconi v' erano di grandezza-, arrq di gronderà e moltitudine inferno 
marauigliofì , Ouero , 

Draconi v erano di grandezza, aedi grandezza folamente , ma dimoiti 
paline ancora marauigliqf. Onero, 

Draconi v erano di grandezza : Che dich‘ io di grandetta folamente} anzi 
db moltitudine ancora marauigliofì , Ouero, • 

Draconi v’erano di grandezza ( dico poco ) di grandezza , e di moltitudi- 
ne infume marauigliofì , 

0 in altri modi fimili : i quali tutti nondimeno confermano chiaramente 
quello, che dicq Demetrio \ CiqJt che in molti luoghi . £ fra gli altri nella, fi- 
gura detta (ùrrttticnc la duplicatone delle parole acquifia magnificenza, e 
grandezza al ragionamento . 

. DISCO RS o ecclesiastico: 

. , * 

N Onè punto meno frequente la itcratione, -ògeminarione delle 
voci nelle Scritture facrc di quello che habbiamo veduto lei ef- 
fcreper g'i componimenti de* profani. Ma quello v’cdi più, 
che oue negli ferirti de Gentili, A vanamente, ò per fola arre di Retori- 
ca viene adoperata queda figura ; nelle Canoniche feri mire habbiamo 
à credere che vi fottogiaccia anche Miltero , e Sacramento : E non hab- 
biamo à penfarc,coine dice Ifìchio nel primo libro del Lcuitico verfo i( 
fine, che frufira fcriptwra folem rerba re f etere , qua & multaomtterc breuit*. 
tis caufi mde tur . Bedà nel libretto de Scbematts , di due figure fa mentio- 
ne ; le mtali duplicano le parole , la prima nomina egli col nome Greco 
jraì'ruhanf e dice che efi Congemmatio diti wws, qua in rltima pòrte precede* 
tis verfua,& prima fequcnlii ueratwr, c gli efTcmpi,chc egli allega, fono l’u- 
no nel Salmo ccittclimo ventèlimo primo , -, 

Stan’.n erotti pedes ooliti in atrijs lui s Hterufalem: tìierufdem,qua edificati yr, 
ytciuitaa. 

E l’altro in Giere.mia, * > 

Me derehquerunt fomem aque fine, & fodcrum filò CiUcrnai . Cifiernas diffi - 
rnatas, qua contincn non valcnt aquas . 

L’altracon voce Greca pure domanda E pitturi s , Miccche 

tfl eiufdem verbi, in eodtm ver fu fine di qua dilatiate tvngemmaUo, Come (dice 
egri ) in Efaia al capitolo 40 , 

Confdamini . Confolamim popule meus , a 

Parte Seconda. K j Nel 


::u*4t’,U 


150 II PredkatoreJcl PanègtroU :*?. 

Nel medefimo al cinquantclimo primo» . t -' jn fi 

Elcture Elaurr. Confwrge HicrufJm » 1 , ì, > 

Nello ftcflb al j*. *, 

Viuens, vtuenupfeconfitebitw tibt. 

Et vnafomrglianrecofia dicc,chefàil Salffiiftaoue dice». 

Dt« dici cruciai verbum Cr nox notti miteni fcienthtm , ' 

. Altri vi fono ftari,i quali più minatamente deferiuendo per timi i cu- 
li de’ nomi,in tutti hanno cauate duplicutioni dalle Scritture. Come fa- 
rebbe di due nominarmi » 

Homo, homo naiusejl in ea, Di due geni tùli, 

^ f{cx diletti, diletti, Di due datiui» * . . 

Domino Domino ftcnlorum , Di due accufatiuì , 
foderane [tbi Cittemas , Ciflernxs dijfipatas , Di due rocariu i » 

Deut Deus incus ad te de luce vigilo , Di due ablatiui , 

Labiadolofa in corde, &• cor de locali funt. Di nominatiuo con genitiuo» 
Vaiitas vamtatnm > Di nominatiuo con daduo , 

Si cacar ceco ducano» prxftat , Di nominatine con accufatiuo » <» 

languii fàngainem Uuat , Di nominatiuo fon vocatiuo » 

Domine Dominai nofter , .1 

pi nominatiuo con ablatiuo, O 

Cum iujlo iuflus erit. 

Il medefimo II porrebbe feguttare nel gemtiuo col daduo » 
benedicite omnia opera Domini Domino - . 

Nel genitiuocon l’accufatiuojcdimanoinnianojfelacolà non foni 
per riufeire più curiofa, e pcrauentura noiofa ,chc valere diletteuolc-». 
San Gregorio nella efpofùionc del fcfto Salmo penitcnttale» dice che la 
Repcritionedcl nome di Dio in colui , che hora accrcfce à lui fteffo 
grandemente l'affetto, come quando Dauid diceua , 

De profundis clamm ad te Domine. Domine exaadi vocemmeam. 

E poco più giù» „ . ' - ; - 

Siininaituteiobfetaaaerh Domine-, Domine qua JalUneM. 

Ann il Signore medefimo orando duplicò il nome di quello, a cui era 
indirizzata l’oranone,non fidamente nell’horto quando diflc, 

• oibba pater ft non poteji tranftrCp 
Main Croccancora quandogndò > 

. Deus Deus meus ve quid dcrehquifli me , 

Eutimio nel Salmo jó.dicc che la duplicatione del vocatiuo aire voi. 
re lignifica pietà » alle volte amore, & ilmedcfimo dice Tcofilatto io 
San Laica al 1 J. e gli cirempi fono , 

Hierufalcm Hiera/Jem^up occidis Trophetas. Simon Simon, Ecce SatMas ex- 
periate noi' 

E fomiglianti: Si comeil medefimo Eu ciurmo nel Salmo $<J. dice, che 
certe duplicacioni vengono fateeper dare forza maggiore al ragionare» 
Come quelle, * 

Jntefperauerunt patresnottrifperauermt,& libcraflicos , 

■jUm tram af endcruni tubai: tubai Uomini ufiimotuutn Ifrad . 

Dixit Dominai ex B .fam conmtamrconmtam m profondimi marie . 
Duplicano anche eli H;brci le parole per dinotare moltitudine, di- 
ce S ant'Agoftino nelle locuùoni ncll’Efovio, come , 


i-M 


ydttr- 


StfnUPMrtket* XXXtX . ijt 

hteemn, \Actrum, 

Tutcus , Pure», 

Homo homo natuejl in ta. 

Er altre.Pecmoftrare doppie**» di cuore dittc,Damd* 

Lahia dolofain corde. & cordelocutt funi . 

E per maggiori cfpreflìoni due voice nei tnedefimo Salmo 07. ditte, 
I{exi Itili diletti . 

1 ^ Attuiti denti tu cxuus Morali • > 

Come pure alla mcde(imad>reflione fenieito dice tòltimi® nelSal- 
mo jp.uitri que modi di dire. 

Spettarti faciloni. 

ExultaUonc exultabunt • 

Benedice»! benedicam. 

Mul iplicam multipltcab* . 

Tlorans plorami. ^ . 

Et ad cfprcifionepiire, ma peraggradire artcor*,ò in bene, ò in male, 
e per amplificare la cufa.dicc Origene, che giouano quelle forti di dupli 
cationi di nominatolo, con genuino, . 

Sanilo finttonm. 

Stbbatum f ibbatorum , 

Vamtas Eanitatum > * 

Canticum cantuorum , 

Spenta ffeutorum , 

E tali ; Nè fi contentala fcrirtura dell» duplicatione fole » che anche 
offa, ou e bcnelc è venuto della triplicarione fi èferuica,comc, 

Templum domini tTemplumdommi »T emplum domini. 
Tax.Tax>\ ì ax,&-noneratl , ax. % 

Ma di quefic forti di repctitioni di voci nelle fcrirmre Canoniche , ad 
ogni mediocremente fludiofo, innumerabili cficinpi (occorreranno per 
ogni banda. Ne ponto meno frequenti gli trouerà egli per gli (entri lati- 
ni de Santi Padri. Sebcncdi molto pochi faremocontenri noi inocca- 
fionc.oue Pai legar ne inoltiifimi non farebbe difficile. E tutti in vna fola 
Epi dola di San Gicronimo nella Epi(kolì,cioè ad Eliodorum, prima oue có 
molta magnificenza doppocifcrc fiato vn pczzonella nota vehcmcntc, 
& acre, pattando alia magnitìca,c raddolcendo la orationc,da vna gemi 
nationecomjncta.e dice , 

Fernet yenitt pojlea dies iUe.quo vittor reuertaris in patriam,quo par H iarofo- 
linutm cceleiiem vir fortii coronami inceda! . 1 

E poi poco più giù, ouc dice. 

Errai fr ater errai , fi potai r/iquam Chriflianum perfercutionem non pati : T ime 
Pia x imé oppugnarti , jt te oppugnar i nefeiu 

E finalmente nel fine dell’EpiftoIa, oue pure con molta magnificen- 
za fi >gSionge, 

Fernet veniet illa dies , qui corruptiuum hoc, & mortale incorruptionem induci, 
gjr immoruditatem . 

jvjel le prediche Iraliane (lampare è di frequente quella gemininone 
di voci, che pcrauenrnra è Troppo. 

Correte, correte animofmente . • 

fredde quoi dtbet : redie quoi debei. Di che mormoni di che mormori ? 


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J5* . 'Iforcécifori del VàmgxnU .. 

Paga quel, che dei . Paga quel ,che dei. 11 voglio tutto» il voglio ttttOt 
Quello è il frutto, quello è il frutto della vigna* 

Alle opere, alle cpcrc Pad uani. '.. 

O mifcra, dmifeta Padoua r i r - (, ,-u . , ,n 

Quello , quello è lo feopo . 

Andate, Andate bora voi « ' , ? 

Sù,Sù aderto è il tempo, 

Imparate, imparate dalla natura. 

-1/ Face, Fatc,che hormai fi fecchi il fangou 
Vendi, Vendi ogni cofaClinltiano. 

Tornate , tornate anime elette , 

Ritiratcui , Ritiratali vn’poco, 

V enga. venga quello diluuio, 

O' mi feri . ó mi feri peccatori , 

Aprcflaci , Aprertati . 

, • Là, là in P,»radifo faranno le anime , Sec, 

■. Hnniiliariui.HutniliarcuiàDio. 

O che libro . O che libro l 

Tu tte quelle gcminationi.c forlt alcune altre , fi trouano , nella fola 
predica della vigna, clic fece MonfignorCornclipin Padoua , nè ponto 
meno piene di quella figura fono Pai tre : onde è nato.chc tratti dalla au- 
torità,!: dall cflempio di si grand huomo, tutti nocche fiamu venuti dop 
po.nella medefima frequenza delle geminationi habbiamo dato , e non 

iorù nella medefima difcrcttionr.oprudcnzancH’adopcrarlc prt capita- 
tamente nelle cfclomauoni geminate , Come fiirebbono di Monfienor 
Cornelio, ° 

Oche libro, oche libro. ' f ... \ . _ . 7 -, 

! Oche dono, oche dono. 
t O, amore, o amore . , . i :/ . . , • 

- O bcncricio^ò ben elìdo. 

- ? Et altre fumighanti,dcile quali non lari forfi fi facile il trouare, clic fi 
fiano fcruici gli antichi ;Ben troueremo,che hauranno detto, 

O tempora,, òmores. Ma non già, 

, O'tcmppw, è tempora. Onero . ^ , 

O'mortSjò mare*. 

E quello chcdico degli Etnici , intendo de gli Ecclcfiallichi ancora, 
Per la qual colà, fe bene nonprohibiimolaunitatione di Monlìg. Cor- 
nelio, anche in quello di fareelclamationi geminate dalla medefima pa- 
rola, ci pare nondimeno molto bene, che altri ci camini per dentro de- 
liramente . Quello che ci ha dato molto còcchio leggendo à quello pro- 
poli togli leniti di detto M >nfig-ióre,c llato.che fe bene (come habbi*. 
ino detto nel Co amento) traiuliani ferirti fcculari non habbiamo cro- 
llato crte.npio rifpondentc a quello di Erodoto,chc dice. 

Praconi dV’V.^Caucafo.per grandezza, e per grandezza, e per mol- 
titudine in irmi gli ofi ; 

Nella prulica nondimenointitulatadel beneficio vno ce n’èoccorfo, 
che ci p ire aliai foihigliantei ouc ragionando de* Giganti della Torre di 
Babelle.a-ich’egli con corranone geminata, come Hcrodoto dice, 

Vuieuaaj riu tarma, aadnuaao a caccia d’huotmm, come di fere, 

que* 


SòfraLt Particeli* XXXX. ijj 

QUe* fitpcrbi Gigant» : giganti nun di datura Colo : ma d’animo . 

E già vediamo noi alcuna -.differenza fra l’cflcmpio diHeredoto, e 
queito : Tuttauia molte conuenicnzci ancora vi fi uouano fenza dub- 
bio >&c. 

»-i-' ■ - ■ ■ - - - 

PARTICELLA 

• Q_V AR ANTES1MA. 




TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettóri. 

y ti fané figurir eportet non crebri* : ìneptum trùm & pre fe 
ferent quandam orationis inaquabilitatem. prifei igitur , qui 
multar figurar in or jt ione pofucrunt propiut accedunt adton- 
ftetudmem , quam qui nunc nullis figura vt untar : quia a nifi- 
tPlar in or aliane ponebauf, 

PARAFRASE. 

Ouunquefia, discreto bifogna,che fi a il ragionante 
ncJl’uio delle ligure; perche chi troppo frequenti le col- 
locane, inetto e puerile farebbe il ragionare, e Che per 
modo di dire haurebbe del dileguale: Ne però deuela- 
feurc d. adoperarle , ou: conmene , per rtuiore di parere fruendo- 
fene allettato e ftralordinario . Conciolacofache , oue giuditiola- 
onn te altri iène vaglia, nou può occorrere quello* Egli antichi 
Oratori, 1 quali di ligure c.npiua.10 J'oracione ,con tanta arte lo fa- 
Ccuano, cne menqati errati e più fa miliari parcuano, che quelli, 
1 quali hoggi per la lòpradcru paara nuna figura mettono oc’ ra- 
gionamenti. .... ; 

COMMENTO. 

S Èrba il fuo Hile ' ttcmttrio , che è dot) 3.) hauere ragionato di qua 1 e ft voi 
gita cu fa, il lenire fiotti* -ite. alla punica, & intignare in qual maniera 
hui te ne. d mia mo valere 'Delle figure bà «gli ragionato qu into i bafiato per 
intendere iljcrutgioibe elle pofjino far à'ia comoofitione magnifica . 
dell’ ufo loro tutta 1 Cioè quinto frequentemente habba>no «•/ adoperarle 
nel ragionare nagmficamcnte 1 E perche Jnc estremi vi fono, 3 a ubi litio fa 

\no 


I J 4 • llPrtdicJtére ikl Panìgaróld 

modici» troppo frequenti adopera le figure, e l'ale ro di chi non le t ,fa mdfifi 
da tutti due quelli vuole Demetrio che ci autiertiamo : £ fi come già ci infc- 
gnò,cbe l'ora tiene no lira nè tutta periodica douefjc efifere, nè tutta dislefa,ma 
mifchiata dell'imo e dell’altro di quelli modi; Cofi bora ci efiorta, che nè trop - 
pi frequenti ,nè troppo rare mettiamo l e figu re ,~ma con vrrt ce rta vnedmtrixà. 
mufictofo; é- veramente egli dice irewffimo,che vuaoratiouq , la quale foffc-* 
tqbqpi'.na tifigurec dt aroamenti^pjrrcbbe ineka ,c p tenie, 'perche pare- 
rebbe più toflo fatta d fcbuola per ejfercitationc, che degna del fòro per cofa fe- 
ria : In quella maniera che pure parlandoti córte figure, dice l’autore ad Hc- 
rencjiuiji,c/,7f di quelle che troppo fpeffo le adoperano, eoruin ftudiaad de- 
lega tjo.nem, qiumacj ventateti? vidcnturaccomraodatiora. £ che 
di qucSo modo fidcs,&grauitas,&fcnerìtasoratoria minuitur. £ che 
ficome, crebro bis gencrtbus vteinur, puerili vidcbwnurclocutionc 
delcftari , ita fi raro has intex oremus cxornationes , & in caufa tota 
uarte dii pergemus comode luminibus difhnftis iliufirabimus ora- 
tionem- (erta cofa è che ti notte per -voler vedere vna pittura in vna came- 
ra, ticunilumi fono necefiarif-, ma chi ne porta gran quantità non filo, non ri- 
fi chiara ma offufea, e que’ tanti rag fi rcfliffi tnfieme ingombrano di maniera il 
ve dere, che <■ ofa per il ver fi non fi può difiemerf : £ nel mede fimo modo nella 
orati ne , oue alcuni lumi fono quafi necefiarif , e danno ornamento grande^» , 
i troppo molti Icuatto non foto l’ornamento, ma la chiarezza, & in vece di illu- 
minare offufea no gli a umide gli afcoltauti: 'ty Ila mu fica le tirate ,& i paf- 
faggi di gorga, come dicano Jono dilctteuoliffimi : Ma certi, i quali dal principia 
al fine del Madrigale non fanno mai altro , che pafifaggifii/pìaceiono infinita - 
mente, e non la filano che altri della dolce\ga del canto, ò della beitela della 
muficale compofitione pofia far guidino . infiamma le figure fimo ricami del- 
la oratiom ; E però come ncami,à certi particolari luoghi vogliono e fiere ac- 
comodate, non per tutto il corpo del ragonamento ; F fi come Jcnza arbori noti 
ifìàbtnevn giardino, ma chi troppo ve ne pone, ò vinaio lo fàtiuenire, òbo- 
feo , Cofi auuiene nelioratione troppo figurata , e troppo luminofa - f E vièdi 
pregio, che chi legge, ò fi ente vn’oratione tale, giudica fubito, che non per orna- 
re foratone fiano polle quelle figure , ma che per volere ofientare tutte quelle 
figure altri habbia fatta l’oratione : }n quella maniera che bauendo il i\eue - 
rcndiffimo Monfignor Capilupo dditia della corte di fioma , fatta fare vna_^ 
bella fonte in Campo c. Manio , & hauendoui foprapofii alcuni firn belhfifiimi 
ver fi, < he per ancora fi fono : il filtrino che ognun fi che lingua , lo tafità che 
haueffie fatta farcia fonte non per altro, che per mettere in mofilra qut’Juoi 
ver fi i £t vna notte il Jottofintto dtflico vi attaccò . 

Carmi mbusfontcm, non fonti carlina fecit, ' r * 

Wippoiytus vates, fic fibi guidile placet , 

. £.tvnmto amico fintendo ma dijfputa, oue breuifirtni erano, e pochi gtiar- 

go mentami , ma fi a ' 1 uno e l’altro di loro vn longbiffimo concento fi faceua di 
jn/aficali Ut omenti , diceua,che prof riamente parlandogli non 4 difputa tr «. 

m ezAta 


Sopra U Particella X X X X . i j j 

negata da Muftù era vcnuto.ma ad vna mufica , che per mtermedij bautuadi *• 
/potanti. In ( omma le figure troppo fpejjo inculcate nel ragionare, non i dubbio, 
che lo gonfiano e deformano: Ma dall altro canto non bifogna manco fuggir 
tutte le figure , e tutti gli ornamenti per dubbio di parere affettati , e lontani 
ini parlale ordinario :\Terciocbe non è vero che tutto il parlare ordinario fu 
finza figure : ~4nzi in fino nelle bo che à Contadini pone la natura figure di di- 
re , fenza che effi J appiano che fon tali : E poi non è jimilmente vero , che il ra- 
gionamento magnifico habbia adeffere in tutto fimile all'ordinario . Si che, chi 
moderatamente, e congiuditio adopererà le figure, nè affettato parerà, ni 
Urafordinarii . E che fta vero dice Demetrio , quegli antichi , che molte figo- 
tepofero ne' loro ragionamenti , ad ogni modo con tanta dif erettone lo fecero , 
ebe il loro ragionare cofi ordinario pare ,e pii, come dimoiti troppo Juperfli - 
tiofi ,i quali ncfjuna forte di figure ardijcono di frappare nc’ loro ragiona- 
menti . franto baili delle figure per quello , che al prefentc propofuoap * 
far tiene * . 

Ul , J* • ni! ■**" I» 0 »■ JTI« • j • t " *' * 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

S E la proportione, la qualcfitraoaa fra la noftra Ciucila, e la feudi* 
Latina ò Greca , fo(Tc,come dicono gli ScoIadici,Aricmetica propor- 
«ione , e non Geometrica , inuero farebbe faci! oofe, clic nella loiicrchi» 
moltitudine delle figure , c dei lumi hauefsimo fallito alPingroflo molti 
di noi i predicatori Italiam.Condoficcofa, che delle nodrc prediche la 
maggior parte più piena di colori fi troua di ciò che fodero mai le orario 
ni ò Latine , ò Greche : E non pulsiamo negare , che molte ve ne fiano» 
quali Cidi deliaci da capo à piedi, e per ogni Iorparte fatte* figure, e 
lumi . Tutrauia come habbiamo detto , la proportione fra lingue e lin- 
gue non h J >. da mifurarfi A ri emeticamente, ma Geomerricainente:E non 
infogna dire, In tanto numero conuengono le figure ad vna feud!a,dun 
que nella ideila quantità, maiibcne.dunque à quel riguardo. Se à quel- 
la proportione , al l’altrc lingue , fecondo che più ò meno per le nature 
loro , Se anche per l’habito de gli alcolcanti ne fono capaci, habbiamo da 
cosnparit le . I più eloquenti predicatori della lingua nodra.quedo è cer- 
to , che fono ft iri lummofiisiini , c fijjuracifsimi : E non vediamo però * 
che la frequenza delle figure loro riabbia generati di que’ danni, che-* 
nelle fauel te ferina ,c Greca haurebbe potuto partorire . Mirtcr Bernar- 
dino fornicano huomo per fciejiza,.cruditione& eloquenza de primi 
de filo’ tempi ,jn vna. epidolaip laude di Monlignor Cornelio ragio- 
nando delle figure dice quede paroIc,Io dite di lui è florido, nel qual 
cenere lfi>crate,e Lilia fono dati ecce] Icntifsiitii tra Gtcci.E pocoaprcfe 
fo , Non fi adringe tanto alia oucdà di Dcmodene , che tal’hora non li 
allarghi con la copiadi Marco Tullio. E pul giù, Potrei più todo anno- 
oerarc le delle, che comprendere i colori perorici ,c i lumi delle feti- 
tenze . E quello che fegojtd : nel che non habbiamo noi à credere , che 
fi valem’huouw quaary era il Toimuuo non fepeflc > chela mol ritinta 
~.r f " " nede 


1 5 6 Jl 'Treèttatore del T&Àg&óÙ 

nc de colori , c de lumi foflc alcune volte pcricolofa : ma habblatTIO 1* 
dire, che egli nella nollra fjuclla la conofcefll più (icura per edere ad- 

S edache nelle altre : b che fra le nollre prediche , che trattano di Dio». 

c orazioni de gli Etnici , i quali da terra , q,da fango non fi fono leua-, 
t) mai , troppo maggiori diftiTcnzccomprchcndedj egli , che altri non 
tfceile che villano: Con forme £ quello, che egli nel principi# della.» 
ri'iedefimacpiftola parlando dello (ledo MónfignorComcfio'haxeua det 
to in quello modo: lo non rrouo che quella fua forma di fauellarc fode 
nc in vfo , nè conofciuta dai vecchi fcrittori della eloqucnza,per non ha 
ucrcnè Platone» nè Arillotilc, nè dopp.» loro Cicerone, Quintiliano» 
de Hcrmogenc haumo alcun gullo della vera religione nodra,nè delia 
luce del figlioli Dio . Nel che adai chiaro fi può vedere chq ditferenz» 
fi troni nel giudicare , che fra vn huomo ben nato , gtaue , Dotto, e pio», 
& vn altro che non lubbia cofi intere quelle qualità . Il Tomirano hab- 
biamofentito con quanta modcllia.e pietà ragiona de’ Predicatori Ca- 
tholiei : Hora fentiamo come ne parla vno altro . 

[Huiusipfiusviti; cxempla vel maxima illutlria'notaui in quibusdara 
maximarum rcrum ad populum interprecibus , 'quorum orario quar non 
còpra Se calamiftrica : fed grauitatis , autoritari , maieflaris , ac DncH- 
monia Jllena efiedoberet , tota papauere acfefamo fparlieft; Et ex mel- 
licis verborum contrita globulis: ita vtad eos non tanquam ad vita: ma- 
gidros , aut vitiorum eorreflorcs, fed tanquam ad Comedo* aut Hillrio 
nescatur. Srant illi &cum frontem bis teme pcrfricucnlnt : barbarti- 
quepermnlferuntdiante,&miriticum aliquid ac tepirion expcdtante^ 
plebe (plebisautem nomine) quofdam ex optimc vedici* comprchcn- 
do, laxanr habenas lingu.r , &fimilitercadentia , fimilicerque dclincn- 
riacoaceruantes , paria paribus , contraria contrari)* opponente*, muf- 
fa criam fonici fuo ordine di&afurfuin ucrfum , aur-alias variato or- 
dine repe r entcs , caque in re memoriam pueriliter* oftentantcs » 
atque htec faltarricularum in morem , gcfticalatorijs > ncque vn- 
quam quicris manibus adiuuantes , arguta multa , qui bus numi ex- 
euriantjdicunt: nunquam interim aut libi, aut auditoribus refpiran» 
di facultatc pcrmida , quibus omnibus rebus admirationcm impe- 
riti , cordati* & intclligcnribu* naufeam , ac ftomachum cornino» 

"'paiole, e modi di dire, igualijin vero chi non ne forile l’autore; 

Crederebbe facilmente che fodcroj di Luthero, o di Calumo: t pure 
non le fono: anzi quello Cordato, &intcjligcnte che le rende, credo 
Certo che fol Te buon Carotico , ma non tutti i Carolici hanno tanta o cau 
rezza , ò pietà , che infegni loro à ragionare come conuiene delle cofe 
facrc . Et anche inuero molti di quelli , che tutto il tempo della età loro 
in legnano * fanciulli’, fenon fono più che cauri, e modelli, da quella 
maggioranza Scholaftica ,edi ferula pigliano vna ccrra automa, eh* 
«rii induce à giudicare anche di cofe bene fpedo , che non fanno : oltre 
Che, vn pouer huomo in tutto il tempo della fua vira habbia cacare (per 
dir cofi ) con grandidìma fatica quindici ò vinti orationcelle » c non ne 
fentafare ftrepito grande: E dall'altro canto vegga huominihumili ra- 
gionare di cole grauidìme con fiamma laude ogni giorno le hore inte- 
re bene fpcllo impcniàumcnte,quefta e vna gran icnttuonc 


Sopra la Particella XX X X • 15 7 

feria di inuidia , à cui non fi fa tornare à mente che quelli fono miniftri 
di Dio , aiurari particolarmente da lui , e clic per quello forfi principal- 
mente confeguifeono molta laude , perche la fola laude di Dio hanno 
dinanzi àgli occhi . In formila il paragonare predicatori della parola di 
Dio à comedian ti. Se Hillrioni , non riebbe del buono apcna palio 
imaginarmi come folle permeilo che fi {lampade; Ma cauiamo noi dal 
venenoil medicamento: Egli dice clic alcuni predicatori Carolici coacer- 
umt fimilitcr cadcntia ,& opponimi contraria coutranjuh non è marauiglia, 
ch’egli lo dica , poiché quetta incdcfima cola fu quella , che oppofe 
Erafino à Santo Augii limo : Ma dice di pitiche non illa bene, poiché hab 
biamo dette alcune cole con l’ordine loro , replicarle allo’n sù,& allo’n 
giù , e per ogni verfo tacendo ollcntarione di memoria: Et in quello noi 
vogliamo edere giulli giudici , e crediamo certo ch’egli dica vero : E che 
habbia gran ragione. Demetrio qua ci infegna à non edere affettati nel- 
la Ibucrcliia moltitudine delle figure : ma quello che egli dice della.» 
<]iuniità,douiaino dimoi della qualità ancora:E mirar molto bene qua- 
li maniere di figure adoperiamo. Che quanto à noi , quella del replica- 
relè e afe dette vna volta , ò con lo llctlo ordine , ò allo’n sù, ò con altro 
or fin. ,comenjnci ricordiamo di hauerlaauueduta predo àgli antichi, 
dubitiamo che polla clfcre pericolala predo à moderni .Gli antichi ha- 
ueuano quella figura, che Beda nomina in nome G reco v *»’£«/!« b ipogea 
fu ’órraria alla zeugma, nella quale fulgidi s verbisaut fentaitys ] mgula propria 
ver'ja iunguntnr . Come ouc San Paulo dice, 

’Profctix euacuabuntur : Lingua cejfabmt : fcientiadeflruetur . 

Tale è quella di San Cipriano, 

Iuf.atfupcrbia ,ira uidiainfUmmM ,rapacitas iuinicut . Crndclitas Jlimulat , 
ant'r io dcictijt , libido prxapu.it . 

T ile quella di lui nudati mode ^elo à" liurre t Hinc vaimi minar , torma 
afre firn > pillar m fa i : . in tanfi tremar , (bidona denubus . nerba r.ibidx effra- 1 
nxtxconu eia mvimaicxdu mo/cmian prò opta , c.iam fi gladio interim vacua, 
odio t amen funofa mente arnurx ; 

Tale quella di Sin Leon Papa nel lermonc fecondo della Pentecolle , 
[Hu usenim beatxTrinitatis, & incommutabilisdeitatis,vnaeft fub- 
flantia indiuilàin opere , concors in voluntare , p.ir in omriipotentia, x- 
qtaalis ingioili. ] •. . . • • b 

E vcrainciite quella figuratadiUributionc . èbellifsima: E fe noi Ita- 
liani ci l'u&imoconrcnrati di imitarla fimpiiccmcntc, molto meglio fa- > 
rebbe dato per noi: Ma habbiamo voluto diminuire ,c farci conrrapon- r 
tiTopri ; fc xpoco àpodo fianro andatitanto auanri , che habbiamo da- 
rà n anfolo nella leggerezza, ma poco meno^chc nella fcorrilità,. Per : 
effemino quello che difleSan Cipriano , 

I nflatfupo b ajracuadu infiammai, rapacità inquietai , crudditas / limulat , am 
brtio (teletta , tihiio prxciptat. _ » 

A noi dourcbbe ballare di dirlo nella medcilma maniera, Coli , 
Gonfia lafuperbiiunfiamma l’ira,inqincca la rapacità, liimola la cru- 
cici tà, dcletta Painbi ionc,prccipita la libidine. 

- Ma non ci fiamo fermati quà, Se habbiamo fopra il fondamento di 
quella fola fibricatc fei altre rigure,tutte,fc non fiamo errati non adope- 
rate da gli amichi. Laprima replica vru volta lc_ mcdcfimccofe con il 

mede- 


f 5 8 fi Predicatore del Panigarola. 

medelìmo ordine lenza numero: la feconda replica più volte le flcflcco 
fecol medefimo ordine fenza numero : la terza replica vna volta le ftcfr 
fecofe a rouerfeio fenza numero: la quarta replica p ; ù volte le ftefle co- 
fe a rouerfeio fenza numero : la quinta replica le mcdtfime cofe con la- 
lìeffo ordinc.con i numerile laicità replica le mcdclime cofe à rouerfeio 
con i numeri : Ecco la prima , clic replica vna volta con lo fteflb ordine 
fenza numeri . 

Graui danni, ò afcolrarori, ci fanno frà pii altri vitij, la fuperbia, l’ira, 
la rapacità, lacrudeltà, Pambitionc.c la libidme:la fuperbia, che ponila ; 
l’irache infiammala rapacità, che inquietala crudeltà,clic ltimulajl’am 
bitionc,che dilcrra;c la hbidine,che precipita. 

Ecco la feconda, che replica più volte con lo fteflb, anche fenza., 
numeri, , 

Graui danni, o afcoltatori ci fanno fra gli altri vitij la fuperbia , Pira^,' 
Jarapacità.la crudeltà, l'ambitionc.e la libidine: la fuperbia , clic gon- 
fiatila che infiammala rapacirà,chc inquietala crudeltà , che ftimola ; 
l’àmbitione.che diletta; e la libidine, che precipita. La fuperbia dico, 
che gonfia à vanità;l’ira,che infiamma, à furorc.la rapacirà, che inquieta 
à ingiuriejla crudeltà, che dimoia à dannijPambitione , che diletta à fu- 
mi,è la libidine,chc precipita à ruinc. 

iLa> rerza delle fei figure replica vna volta à rouefeio , come fe di- 
ccilìinq ; 

Graui danni, ò afcoltatori ci fanno fra gli altri vitij, la fuperbia , Pira, 
la rapacità, lacrudeltà, l’ambitione, e la libidine,!.! libidinc,chc precipi- 
ta, l’ambi tionc,che dilettala crudeltà, che dimoia ; la rapacità ,che in- 
quietati ra;che infiama.c la fuperbia.chegontìa. La quarta più volte rc- 

{ >lica a rouerfeio. jComc farebbe, la fupcrbia,l’ira,la rapacità, la crudeltà 
’ ambinone, la libidine,làlibidinc,che precipita; ''ambinone , che dilet- 
tala cmdcltà.chc dimoiala rapacitàjchc inquieta tira, che infiammale 
lafuperbia.che gonfia; la libidine dico.che precipua a ruinc; Pambitio- • 
nc,che diletta à fumi;la crudeltà,che dimula à danni;larapacità, che in- 
quieta àingiuric;Pira, che infiamma à furore ; la fuperbia , che gonfia^ 
a vanità . 

Vi fono anche di quelli, che replicano più volte a vicenda , horacon 
l’ordine diritto.&hora à rouerfeio , & altri firn ili bagattcllericvi infra- 
fcano attorno . Ma veramente infopportabilc è la vanità della quinta , e 
feda figtira,chc con aggiunta de* numeri, o per l’ordine fteflb replicano à f 

rouerfcio,Come farebbe, , 

Et in vero afcòltanti lei vitij fra gli ài tri graui danni ci fanno. La fu- 
perbia, ecco il primotira.ecco il fecondo ; la rapacità , ecco il terzo : la 
crudeltà, ecco il quarto : l’ambitione, ecco il quinto : lalibidinc , ecco il 
fedo : la fupcrbia,chc era il primo per che gonfia : Pira , che era il fecon- 
do.perche infiamma: la rapacità ,chc era »1 terzo, perche in purità.lacrU' 
deirà, che era il quarto , perche dimola:l’ambitione , che era il quinto, 
perche dilettate la libidinc,chc era il fefto.pcrchc precipita, 

Ouero alla rouerfeia. 

La fuperbia,ecco il primo,Pira,ecco il fecondo, la rapacità, ecco il ter» 
zo,la crudeltà, ecco il quarto,l’ambitione,ccco il quinto, la libidine , ce- 
fo il fello : la libidine, che e ra l’vltimo,pcrchc prccipitajl’ambitior e,chc 

era 


ed 


Sopra la Pai ticelìa X L. J 5 9 

era il quinto, perche dilettala crude. ricche era li quarto, perche ltirao» 
Lula rapacità, che era il tcr/o, perche inquieta : l’ira , che era il fecondo , 
perche infiammar e la fuperbia,chc era il primo, perche gonfia. 

Monfignor Cornelio nella predica del beneficio dice , 

. Q dolce anidre, ó fauio amore, ò forre amore, dolce per allcttarci , fa* 
ilio per perfuaderci.fortc per tirarci . 

E la tirata è aitai breue : clic non e coll quella ch'egli fa nella predica.» 
della vigna : oue dice, 

I venti mondano lenebbie.e le nuuolc; la feopa monda lacafa: il fuo- 
Co monda l'o’ro : il ventilabro mondal’aia : icolliri; mondano gli occhi : 
l’acqua calda monda i panni : la luce monda l’aria: la lima monda il fer- 
ro. il vento, che vi hà da mondare , Se sg nnbrarc i defidcrij terreni , è lo 
Spirito Tanto : ^Ibjinlitquafi véntus omnedefidenum mentri : la feopa e la di* 
feudi me di noi (tedi, hxenebar cr Jinpeoat/i Spiri min maini- 

E di mano in irano.il Fiamma nella picdic., della giullitia Chrilliana, 
poiché hà detto.che virtù è perfettione, luce, finità bellezza, agilità.ar- 
macura,veftc , vita , occhio tra le membra, fuoco fra gli elementi , giglio 
tra fiorijfiore fira i’hcrbc,bdlfumo fra gli odori.oro fra metalli , marghe- 
rita fra le pietre, Sole fra Pianeti, Tapcto fra le maflcritie, collana fra gli 
ornamcntijbianclu zza fracolori.forrezxa fra gli edifici). 

Su biro Con il iiicdcfimo ordine replica dicendo, 

Perfettione la Chiama Chrillo,lucc il nicdefimo,fanirà il Salmo. 

E infino al fine, al quale quando e arriuato di nuouo alla rouerfeia tor- 
na in sù dicendo. 

E' vna fortezza, e vnabian:hezza,è vna collana,&C. 

Fin che egli arriua al primo di tutti i nomi , che fù la perfettione. E 
di quelle tirate nel Fiamma fc ne trotteranno mille: E nel Padre macllro 
Franccfchinopurc fe ne triiouano : Come quella nella Hotuiliaprima^ 
della Pentccoflc.oue dice.che lo Spirito finto fù, 

Nituola.colomba, vento, acqua,ftioco . Nuuola fù .1 gli Hcbrci.Colom 
b A a GiouailnijV ento à Salomone,Acqua alla Sammarirana , Fuoco à gli 
Apodoli : 

Come niluola copre : Come Colomba vifitajCome vento infpira: Co- 
inè acqua laua : Come fflocoln riaiuTni ; Copre coll’amore, vifita Cullai 
puCe,yirp;racoI éonliglìo, laua cól pctdond, infiamma col dcfidcrio.Co- 
inc nuuola refrigera: Come Colomba auifa: Come vento fpingc: Come 
acqua tcinpcra:Come fuoco pargj.Refng-ra collafperanza : Auifa col- 
la legge: spingé<ón flagelli : Tempra colla feienza ; Purga col timore. 
Come nuuola precede : Come colomba pacifica: Come vento viuifica: 
Come aq.u mollifica: Come filococ Critica • Precedccon Santi cfTempi: 
Pacifica Colle promelfc : Viuifica CQlfinjtcIletto : M dlifica colla pictaac; 
Cluritìca colla fipienza . Ma non parliamo de gli altri , diciamo di noi 
fnedefimi, i quali confettiamo veramente di effcrc Ilari nella noftra pri- 
ma gioucntù in quelle Icaramcllc affai inuolu: e tanto più, quanto che 
ficuri nellecofc della memoria localc,Ionghiffimed parcua di poter fa- 
re 'e tirate, e replicati; per ogni verfo, anche Coti determinationi di nume 
ri, Se irt rurte quelle maniere.tielle quali fogliono à circolanti dar mag- 
gior mcrauiglia. Ole era coia^chc non illaua bent.nè molto,nè poco:Ec 
io grandillì uioobligo debbo haucre per quello conto ad vn’padrc anti- 
co. 


Digi 


ifo 11 * "Predicatore del Pausar old 

co, egramffìmodclla mia Rcligionc,il quale , oue alcuni altri di quelle 
tali fanfaluche mi lodauano: Anzi ( dilfeegli ) quello fingularrnentc_» 
nelle prcd'Che di lui è biafirheuoliflìmo : E riuolro à me, e dimandatomi 
fc ioconofccffì . ò haueffì fenrito mai cantare in banche vnViurmarore 
detto il Ferrarefe , perche io hebbi rifpofto di fi, oh bene foggionfc egh* 
iinaginatcui, che cotcllc lilattcric in pergamo hanno di quel garbo, che 
hà quella tilaftrocco'a del Ferrarefe, che dice , 

Di Lupo,diCanc,di Gallo, di Ragno.di Mofcamuora. 

. E ciò dille ilbuon'vecchiocon tanta grana, che mi paruejn vero di ve 
der dipintala miaafFettatione in quella ciutm tri 1 , c ne reilai cofi ver- 
gognato, che da quel giorno in qui, non credo d’haucr più fatte barzel- 
lette in pergamo . E Così dTortiamo gli altri à fare : Se à fuggirò come 
fuoco tutte quelle v.tne,& oikntatonc repliche, che non fono figure vfa- 
tc dagli antichi,matrouatedanoftri affai male àpropofico. In fommaii 
fine del predicatore hà da effere il frutto ne gli alcol tanti , eia lode di 
Dio ; E però tutte quelle cofe può dirc.lc quali, ò infcgnando,òinouen- 
do,ò anche giuditiofamente dilettando concorrono alla produzione de 
(opra ferirti etfetti ; maouc egli vegga certo, che alcuna cola ad altro non 
fttuiràjChcad ollentationediingegno.òdi me moria in fc lleffo, quella 
tale non deueegli adopcrarein alcun modo. Età quella regola del gio- 
tiare, dice il Padre Granata che: 

[ Ve Commentari), nunquam vel vnnm lapidem in edificio collocanr, 
qutn llatun aimiffiin.&regulain adhibeanr,qua,reck an fccuscollocatus 
fit.explorent : Ita tìdelis , ac prudens diuini verbi difpenfator , quarciiiTi- 
quediccreinllituit,ad ]tanc rcgulam cxpcndcredcbct : Itaquc rum ali- 
quid ad dicédum excogitauerit,a fcipfo inquirat.quid hoc ad ammarutti 
(alutcm ? quid ad bonos mores coinponendos ? quid ad vitamhonn- 
num rctflis inftitutis moderandam ? Quod fi ad hoc ininiis pertinet, qua- 
libet illud (ibi lubtilitcr,& acute e.xcogitatum vidcatur, fi rette lapit.ncc 
fu populo vendicare cupit , tàquam otiofum, &ab inflittilo luoalicnum 
repudiato t,&c,] 


particela 

* QUARANTESIMA PRIMA. 

i: testo di demetrio 

Tradotto daPier Vettori . 

jknMi E concurfu autem xoealiu alij aliter exittimauerunf. Ifocrates enìm 
S wAy cauebat ipf committere , ki qui ab to profitti funi, ^tlq autem 
quidam, ut cafustulerat,c mmiferunt,& ufquequaque . ‘Dccctau- 
©siTcc ne( . ue Jonoram facete compofitionem , teneri ipfat commit- 

ttntcm,& ut lafus culti : diuulfiom cnm orationit boc fimiU eh , & difetti * . 


Digiti; 


Sopra la Particela X LI. lèi 

« : ne/jui tamen pcenitus cauere confinuationem litterarum : leuior tnìm [tee - 
rit fortafìe compo fitto ; cadcm tamen Juauitatis expcrtior ,* & plani muta t 
unti multa vocis iulcedme priuata fit,qua ornar ex concurfu. Conftderandum 
autem prmum,quod (3 confuetudoipfa coniungit litteras bas in no minibus, (ir 
fi illa ftudetin primis fuauitati vocis . vt in , <& X"*" ■ multa autem , 

trex folis vocahbus componi! nomma.ceu jt'uù *- , (3 E" 1 *» nibila autem afpe 
riora funi alijs bxc ,fed furtajjc fuauiora . (baveri poetica «tu* diuifum, 
(3 concurfum paffum de inda Uria fuauioremvocem babet , qudm iu* , & 
ifiut.quim *V*V : babet enim quandam diffolutio,& concurfu s, tanquam cam- 
tilenam adnatam . multa autem, (3 alia in coita litterarum dilla a/pera erant- 
dim fa autl& contar Jum paffa, fuauiora faBa funi . vt illud ***** pirrt nm 
noi x*A<t«y »’, fi vero extritis illis dicerie uahiru afpcrius crii ,quod dici tur 
& humilis . in *4egypto autem , & deos f eptem vacahbus facerdot s cele - 
brant, prtneeps ipjas fonante s , & prò tibia , & prò atbara litterarum ha - 
rum fon» laudi tur ob fuauitatem vocia , quam in fe babent ; quapropter qui 
eximit concurfum, nihil atiud, quam cantum exhnit ex orai ione t & mufam, ve 
rum de bis fortajfenon tcmpuscB producere fermonem. 


PARA FRASE. 



• Vanto al conco rfo delle vocali: diuerfi diuerfaméte han- 
no accofìumato . liberate , Stifuoi feguaci quale fi vo- 
glia feontro di vocali accuratamente fuggiuano: Altri 
lenza diftinflionc alcuna, come veniua loro bene , e in 
in qual fi voglia luogo le faccan concorrere ; A noi pa- 
re, che tutti e due quelli eflrani daino v inoli; E confettiamo, elici 
troppo (pedi, & indifimti (conti fanno il ragionare troppo fonoro, 
& anche (pezzato lo rendono, e quali in pezzi (tracciato; Ma dall* 
altro canto, chi tutti i cócorfi vorrà leuare,fc bene vn. poco più mol- 
le, e piana farà la compoiitionc , la fara nondimeno nel medefimo 
tempo meno foaue,e qua fi muta, pnuandola di quella dolcezza,che 
da concorfo tale fiiole prouenire . E che ciò fia uero,che dallo feon- 
tro delle uocalj nafea dolcezza difuono,argomentocencponnofa 
re la confu ecudinc i(tc(Ta ,iucrfi dei Poeti, &(_i Componimenti de 
Ululici . L ' ufo della fauella ordinaria, non è dubbio, che per fe delTo 
affetta grandemente la fuauità ; E pure ucdiaino,chc non foloacccc 
tanoiru entro à quali lettere uocali concorrono , come in .greco 
& X’**, ma ne forma di quegli, oucaltrc lettere, che uocali 
non fi ritrouano,come A *»«<>,& « , w*r, £ quelli tali, non lòlonon più 
afpn degli altri, ma più foaui nefcono,epiù dolci ; Et iPocti perda 
reloauita maggiore alle parole fiudiofamente ut formano dentro 
i concorfi»dicendo in ueccdi iyat,*** «f, & di ipariftmr-, perchff.n to- 
no, che n cglrfconxri da quali congiunto nonlò,chc eli armonia; on 
Parte Seconda. L de 


I 6 2 il Predicatore del PaniraroU 

de anche fra parpJa,c pa rola per maggiore luauità Jafciano tal flora t 
concori!, coinè in quel luogo, T *' rT <*i“*>’T<trt'*M<**>* itlr. 

Qutcm ualjunt fato fmiul/t pulci cr rima efse. 

Nel quale le detto fi forte u*ydeir. 

Tulchernmi effe. B el i'è. 

Nò u’èdubbio,chepiùafpra farebbe fiata la compofitione, & an- 
che più balla;!. Sacerdoti finalmente di Egitto unificali le li de loro 
Dei di fette uocali compongono con tanta armonia, che quali per ci 
tare, o altri muficali finimenti puòfcruir’eil Tuono, eia fuauita , che. 
da quelle lettere nafee’. Siche il leuare totalmente gli feontri delle 
uocali dalle eompofitioni farebbe un toglier loro ri fiiono,e Tarino- 
li ìa; Ma per auucn tura di queflo non conuicncpiù longamcntcdi- 
icorrerc,&c. > . 

COMMENTO. 

N Ortèfi chiarore le cofe , le quali in queflo luogo intórno al concordo itile 
votali finue 'Demetrio,! Greci egualmente à Latini,& à tio/lri italia- 
ni pepano appropria rfi ; *Anzi per quello che à Latini appartiene, pare che 
fra e (fi e Greci in quefla materia molta differenza fia. dicendo Cicerone nel fuo 
Oratore qnefle parole . SedGrcci vidcrint : nobis neficupianiusqui- 
demdifirahcrevocalescor.ccditur . "Per la qual cofa habbiamo penfato 
di douere in queflo (ommento pa ultamente ragionare di quello, che à ciajiunu 
di dette lingue pofja conuemre ■. Con queflo ordine che primieramente alcune 
cofe elei concorjò delle vocali diremo, le quali non che i quefie tre, d tutte le lin- 
gue del mondo pofiono effere communi . ippreflo esponendo la lettera di De- 
metrio, quello faremo intendere , che eglino' Greci habbia difeorfo : 7ftl terzo 
luogo veleremo , come d Latini le medefime cofe poffanO adattar fi : E final- 
mente di quello che d noi Italiani ferita, ragioneremo , e tutto quanto potremo 
con maggiore breuitd , e quanto fapremo con maggiore dnarezga . Conco rfo 
de vocali è,ouc due,ò più vocali immediatamente, e fenza {ramengo di confo, 
vanti feguitano l'una all'altra t Come in fyteo , 
nitoof , otur , » ivUf , Otitrt xaxà iVìr., 

Come in Latino , ‘ J . v .1 . 

Pierius, onero Dcianira, onero Dar Janio AnchiTe . 

Et in italiano , 

Voi, onero Seca, ouero E mirar lei, & obliar me fieflo. 

(jlta in Ve maniere può occornre che più vocali fenzi framezzo alcuno fi 
con fe guano : Cioè ò nella medefima filtaba , ò in due fillabe della medefma 
parola: ò in due fiUabe di due parole , l'ultima cioè della precedente , eia pri- 
ma di quelle che fegue . Quanto al primo membro, che è quello di più vocali in 
vnafillaba fola, queflo per bora non fà à noflro propofito: perchc-ouunquc due 
vocali in vna folafillaba ccncorreranno^on vna di due cmditiom,feguird, che 

è fatati- 


Sopra la Particella X XX XI. uff 

è faranno iiftongo, òvnadi loro fi fari confonante . Ter c fiempio, 

IirfW, Eurus , Euro. 

Jn quelle parole di tre lingue , fempre la prima fillaba hi due vocali , ma 
tutte tre fanno diftongo che non appartine i quel concorfo diche noi ragionia- 
mo . Dall’altro canto in quelle tre di due fillabc, 
latot f ianus. Vino, 

(Che in Italiano non mettiamo Iano per alcune cofe, che diremo nella . 
Tarticella qz.) inqucfie tre , dico pure hila prima fillaba due vocali , ma 
fempre la prima di loro piglia natura di con fonante, fi che delle votali, che nel- 
la medefima fillaba fen^a frantelo fi confeguono,non occorre ragionare qui , 
& i bafio ne parleremo i luogo loro : ‘Per bora trattiamo di quelle , le quali 
ouero in due fillabc della mcdcfima parola fttrouano . Come 
niuot, Picnus,- .Cioè, 

Ouero in due fillabc di due parole , Come 

tri*. ‘Dardanio i^inch'ifc, lei &: fra quali due modi di concorfo 
qucfla differenza v’è che il primo fi domanda concorfo naturale, CS il fecondo 
accidentale : Por fi perche il primo dalla primiera iniìitutione ,e dal ccmmunc 
vfo della fauclla è flato introdotto, e difficilmente fi può leuare- Ladoueil fe- 
condo dalla confiruttioncf he i ciafcuno piace di fare viene generato : E molto 
ageuùlmente fi può fare in maniera che fi e/lingua. 1 <jrcà quando in due pa- 
role , vna terminante , e l’altra cominciarne in vocale, tutte due le vocali fila, 
[ciano, e tutte,eduefi pronunciano . Come dicendo , 

ji«m ìr'tr. 

Il concorfo di quelle due vocali, domandano eoyxpùi*, Ouero 
av/x‘UKiÌT'ln r , E quando vna fe ne caccia, come dicendo jua* «’rìf 
Quella coUifione domandano civawpùr 
1 Latini, quando tutte e due le vocali fi taf ciano, come fe diciamo , 

Dardanio Lsfhcbtfc , 

Quel concorfo domandano : Concurfum, ouero Concur fìonem voci» 
lium, ouero hutum, ouero coimnuationcm vocahmn , e quelli che tut- 
te dke le vocali pronuntiano,fi dice che hiant, ouero che vocaies diftrahùc s 
Chefe vna delle vocali fi eftingue, come dicendo , 

•Iircgo > proillccgo t 

Quella t flint ione chiamano ò con nome tolto da Greci c inalepham,0fttrv 
CoiJilione.ii , ouero Cftum vocahum , ouero Contrazione. u , e quelli 
che lo fannoyfi dicono contrahcre, ^ con 1 ungere uoca I cj, ò in modi tali . 
Finalmente noi italiani, oue tutte due le vocali fi pronuntijno come dicendo. 
Bello è ciò che è nuouo , 

La pronuntifl di tutte e due quelle vocali domandiamo concorfo , ò / contro , 
è incontro, e diciamo che quiui le vocali concorrono , ò fi fcóntrano ,ò fi incori-, 
grano ■ La douefe vna di loro fe ne caccia, come fe diceffimo ond’io , in vece di 
onde io, . 

Quejla domandiamo collifione , ò fcorciamento, ò efiinguimento , ò ammor «- 

L * tomento 


I4?4 2/ Pndtcatordel r Panigaro[d 

lamento , ò torncamcnto di vocale . E t in conformità fcacciarfi , tfiìnguerfì'ì 
ammortarfi, e troncar fi, vrn delle vocali parimenti diciamo : Et à tutte tre 
de lingue i commune che il concorfo delle vocali , rende più /onora, e più dolce la 
compofitione,ma più afpra àncora, e più /pezzata, e che la collìfioncin contra- 
rio, più piano, e più vnito rende il ragionamento, ma più muto ancora, e mance 
fuaue . E però in tutte tre lelingue con Quintiliano habbiamo à confeffare, 
che concurfus vocaliutn cum accidit, hiat , & intcrfifhc , & quali J%- 
borat orario. (JWa tn tutte e tre parimenti quacftiocft, an fonus dui* 
cior, qui inde eftìcitur,compenfetid malum. CMa parliamo primie- 
ramente della C reca con Demetrio noUro-, il quale fi come di /opra , oie fi ra- 
giona delle figure, due etìremi dannò, quello di coloro,che troppo frequenti cac - 
ciauano le figure nelle pro/e loro, e quello di quegli altri, che di niuna figura fi 
fer uiuano mai : E fra quefli due infegnò, che la via del megzo douejfe tener fi , 
fofi bora in materia del concorfo delle vocali, due opinioni eflreme ci'infegnaà 
f uggire, (f ad vna virtuofa, e mezana vuole che ci attacchiamo : la prima è di 
coloro,i quali tutti i concorfi ielle vocali fuggono, i che naturali fu no, ò acci - 
dentali, nò mai permettono , che dentro à componimenti loio due vocali vn « 
imediatamente doppo l'altra vengono pronunciate : 6 l'altra di quelli, t quali 
finga diflintionc alcuna , efenga giuditio , qualunque concorjo di vocali fi pari 
loro auanti, mentre ferimmo, ò dicono, tutto accettano mdiferentemente, & em- 
piono da ogni banda i loro componimenti di fimili concorfi : D» quelli fecondi 
non ne norhtna alcuno il nofìro autore : 'Ben fra primi dice che furono lucra- 
te, efuoifeguaci : ‘Del quale ffocrate dicemmo noi infine ne’ Prolegomeni, che 
non era molto amoriuote Demetrio, & anche ne rendemmo le cagioni: di modo 
che no nò marmàglia, fe ouc occafione fegli porge, non manca di pungerlo, Ben- 
ché molto più modeftamente lofà egli qui , che non fece Tlutarco hi quel li. 
bricciolo, ch’egli compofe: Beilo nc,an pace clariores fuerint Athcnicn- 
fes. La douc burlandoli di Ifocratc , doppo haucr detto che egli alla guerra^ 
non andò mai, Aggiunge fobico, Quotnodoenim non lònitum arnioni^ 
phalaogifque hiatum mctuiflet,qui cantopcre vocalemcum vocali 
coniungere meruebat. Cicerone anch’egli nel fuo Oratore, doppo hauèr 
detto che Theopompo diede vitto famente in queflo eftremo di fuggir troppo i 
contorfi delle vocali , aggiunfe .he cofi gli baucua infegnato , Magifter éius 
I l'ocra tes . Dite di più Cicerone in quel luogo, che anche Demoflene,mzgnz 
ex parte vocaliutn concurfionem vt viriofam fugit, ma magna efc 
parte, folamente non omnino, Come lfocrate,e Teopompo, e quelli : Che fe 
itti mede fimo luogo egli diceche Tucidide, e 'Platone ifleflo da quello concorfi 
di vocali non fi guardarono: non però fi ha da intendere, che nell'altro diremo 
nitiofo cadefiero ; ma che non fchifi di tali incontri, giuditiofamcntc, ouc lor par 
uè bene Infilarono incontrarci le vocali. Seguita Demetrio ad in f egoarei gli 
fù commodi, che da ciafcuno di quefli eflremi ci nafeerebbono. E primieramen- 
. te dice, che chi indifferentemente lafciafie concorrere le vocali, i na compofitio- 
nc farebbe fla quale diuul /ioni , & di/Tcftiom limile cflet . Quello , che 

Quinti- 

m — 


' Sopra la Vorticella X LI. 1 6 f 

Qiàr.tìlìanidi[fe,che hiarctintcriìllcrec, & quali labomrcto a ti >, 
alt, ih viiio detto, ibe elici quali dilacerano oranunis, & iti contrariai 
partes eiaculano : i- Ciccione dtff che dillrah.rccur i iralio : Etii/im- 
ptJ tutti quitti vgh n° dire , che chi profetile tutte le i oc alt un ragionare , 
fenza far mai idllijiour ah una /.irebbe vna fatuo fa , e /pezzata co, a ; é dico - 
no vero: p-nbe non è anòbio, qqantu à.qutH», ile Li lollifumc lega , cr piujcc e 
le fiUjhe,rglt acanti, c quaji di due parole fa trai, come dicindo , 
uvieir, „u, 

• Oue du indo, 

nua.x ’j , • giriti V « 

i Si vrde che quelli vnìone fi diffalut,* quelle due vocali proferite, qua fi fu- 
ni pa ola fanno due, e firaccianoqi (tutto > che dalla olii ÌO'ie erq flato vni- 

10 : fi / 1 che fi fa/Mrebbe mo'tneuidc/iteminte nella nostra l.ngua , Je pcrefa 
f mpio di quello ver lo Ut l Vit+arciLj , 

Quaudotroin pane altrohuomo da quello, che io fono , 

Ci dehberalfimo di proferire tutte le vocali , c dilettare tutte le calli foni •. 
f krftnz : dubbio non filo disfaremmo il ver fo , ma faremmo ancoi a ina rom- 
po (ìlio t fatico .iffima à proferir ft, e dura, e afira, e tr i forata , e (quaraat fi- 
ma r JM a d Ile Italiane nujlre co/e parleremo più baffo ; V r bora il primo 
im omrmdo dunque del jouerch'o comorfo delle vocali , ùquefia durezza e di - 
ilrattione i Ila compofitwne : £ l'altra ì che proferendo tutte le vocali ferrea 
colti fi* mi, la orationc douenta troppo fonora, troppo cantante , e fe Jouercbio-a 
armonia potefit trottar fi , troppo armonica ; Eia ragion * è in pronto ; Ver « 
ciò che e [fendo in tutte le lingut le vocali più ri fonanti di tutte l'alt re lette < e__, j 
an^i quelle, che ì tutte lai tre lettere danno voce , e [nono non può effere dub- 
ito, che quanto più num rofe e frequenti faranno, e quanto mafgnr numero ne 
verrà pronunciato da noi, tanto più fonarne riujcirà la compofiuone , e par rà. 

11 no tiro parlare più tn fio vn canto , che vn ragionamento \ ma tanto ou< noti 
conuirne, e per lo qual, pofia ragion uolmcnte edere detto à chi ben lo febifa , 
tome fù già falfamente detto à colui ; Si loquerts caatas , lìcantas male 
Cantai : ^sfuertifei fratello fetucredeffi di ragionare , che tu canti , e feria 
pretendefji di cantare, che tu canti ma’ e , 1» fomma quelli due danni nafeono 
nr'la compofitioneadmettendoui indifferentemente ogni concorfo di vocali che 
tffa troppo Joezgata riefee , e troppo [onora , ò cantante che vogliamo dire , ; 
£ che ? habbiìmo noi dunque perciò à fuggire tutti i concorfi delle vocali > 
Questo i l'altro c fremo quello, nel q'tale hanno dato ij aerare, r copompo, & 
nitri huomni di molto g>ido , i quali mentre per ft fatta manici a hanno • aiuta 
fare la campo fittone meno afpra , e più piana; (Come inverai’ hanno fatta ) 
r hanno infume fatta meno dolce, e meno fuaue ; Leon fi poca a rmonia,e ft po- 
co fuono, che totalmente muta ft è potuta ra^neuohqentr chiamare; Et è 
bello quefìo nome di muta in qurflo luogo perche ( firme qui Ilo, che Demetrio 
hà detto in Greco fai >trot. £ quello che hà cinonfc rjtto più baffo ; oue ha det - 
9o, ebe , qui collie conc.rfuni ex oratienc, cxiinitindcomnemcan- 

Parte Seconda. L 3 tuia 


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1 66 il Predicatóre dttPanigùróU 

tum ac mufam,cfcf fc forda di più vorremo nominare vm compofitione téle 
molto propriamente ragioneremo in quella maniera, che anche vna campana , 
non che vna ribecca f orda fogliamo chiamare, ouegrtfio obi ufo fuono ci rem 
da. Demetrio fra tanto preme grandemente queBo; Che fi intenda cioè 

molto bene, che non ogni concorfo di vocali hi da leuarfi dal dire ; E che chi la 
fi,egni dolceiga toglie al ragionare : E però con tre argomenti prona la dol- 
cezza, che dallo J contro delle vocali I itole nafeere ; Vrefi l'uno dalla confuetu- 
dine, l'altro da Toeti, & il tergo dalle mu fiche de' Sacerdoti Egitti jr : £ vera- 
mente è grande argomento in materia di lingue quello del f ufo, e della conjùetu- 
dme ; T anto, cheouc nell" altre cofe deuefempre preualere la ragione : nelle , _• 
lingue, quando l’ufo e la ragione fono contrarij,nonla ragione , ma l'ufo è quei- 
losche attendere fi deue. Onde diccua Hot atto. 

Multa renaicentur,qu£e i aai ceciderc, cadcntque , 

Qua; nunc lune in honorc vocabula , C valet vfus , 

Quetn pcn cs arbitri uraeft, & vis, & norma loquendi. 

Et ì vero amora che l’vfo delle lingue per fé Beffo ègridemaite fludiojo del 
la fitamtà , & della dolcezza . Si che l’argomento vale in queflo modo : L’vfo 
procura dolcezza,e l’vfo introduce concorfo di vocali, dunque nel concorfo delle 
vocali habbiamo i credere come fintiamo anche per ifpericnza che vi fia den- 
tro , e dolcezza , t fuono :Tcr eficmpio , quefte due voci dice Demetrio, 

A'ionut&Xitr 

Dalla confuetudine della favella Cjreea fono tolte : E pure naturale concorfo 
hanno di vocali ,ecofi molte altre : -dazi fi trouano delle uoci,dice,le quali 
tutte di vocali confi Bono , Come A «tir 

fhe è epiteto di firce , & • 1 "•* 

Che i nome di 'Bacco ; Se bene m queflo vltimo non pare , e non è vero , che 
egli tutto di vocali fu, pofciacloel'vltimafenza fallo [non è vocale: E gl’inter- 
preti qua non mi pare thè à bafianga leuino la difficulti,la quale crediamo 
di levare baflcuolmentc noi dicendo,che la confuetudine formò nome di fole vo- 
cali, quando formando il nome idut conflrinfi chi voleva valerfi de fuoi cafi oh- 
bliqui , à trovarne di quelli , che di fole vocali fono fatti , come ióur .Et altri ; 
Et infin qui balli della confuetudine : 'Doppo la quale anche da Votti, che fono 
grandi amatori della dolerla fi può cavare, eh’ è dolce il concorfo delle tonfo- 
manti purché eglino fieffi, out l’vfo non Ihd introdotto, fi pigliano lucri za di in- 
trodurlo : Et tue volendo fi nominare il fole b. fognerebbe dire , ihm 
f (fi dicono, tirate 
Cue ^fognerebbe dire , •/«» 

Dicono , òfi»r 

Che è la verità, poiché Homerojnm folamente qutflafetonda parola hìvfk 
ta nel modo che due Demetrio , ma quanto alla prema amora , hauendo egli 
ben mille volte tu’ fini poemi fatta mentione dt I tole, notano i Cjramatut an- 
tichi efpofitoti di lui,*$ nitriche vna volta fola il nome ordinario fav* fendei 
tonto/ fi di vocali nJ principio hd vfito , del re fio fimpte di quefla parola^ 

tilOH 


Sopra la PdrttceUd XLI . l6j 

firie che come fi fentedoppo concorfo abbrucia, fi è fermio .Sfanno di pivi 
•Poeti , dice Demetrio , che anche ne gli /contri artificiali ,fra parole e parole , 
One con la collifione poffano ageuolmenteleuare t vna delle vocali , & eflingue- 
reil concorfo , non lo vogliono fare , e fludiofamcnte con/eruandolo J contro in 
vece di dire, naodara 
Dicono ir 

(ome,in quelle paro 1 e, 

•aòrta tar ri. ria xjù kokò ini» 

Che m Latino mutato vn poco il fenfo,per feruare il concorfo habbiamo • 
tradotto co fi. 

Qua: noua funtfcito fimul & pulchenma cflc. 

Ut in Italiano habbiamo detto , 

Bello i ciò eh' è nuouo . 

Finalmente che il concorfo delle vocali faccia dolcezza, lo proua Demetrio 
da quello , che faceuano i Sacerdoti SgiUj , i quali nelle mufiche , che faceuano 
in ho no re de" loro Dei , tutti i canti di fette vocali folamente formavano ; ma. a 
accommodate in modo , e con ifeontri , e Concorfi tali , che più armonia rende- 
vano quelle vocali fole in quelle maniere rincontrandofi , che non brinerebbero 
fatto , o Citare , ò Tibie f che domandavano ),ò quali fi fujfero altri mufica- 
Itftromenti : £ di ciò molto bene potè rendere conto Demetrio ,fe egli cometa 
crediamo noi , e come habbiamo detto nt’ prolegomeni, quello libro de clocu- 
tionc fcrijjt negli vltimi ami fuoi in ^yilefiadria d'Egitto, quando dalla ingra 
ta fua patria dijcacciato , quivi reparatofi prefio d T olomeo Fj , quietamente , 
e poveramente inficme finii giorni fuoi. Horo feritore delle cefe Egittie come 
m vn te fio fuo ben corretto appare ,che è nel Vaticano , dice che eglino per 
/igni ficare Qieroglificamente la CHufica , due dita con entro dipinte le fettCj 
lettere vocali fingevano : £ Tierio Pala inno rtferifee il medefimo ne’ fuoi Gie - 
roglifici , al libro 47. f otto il titubi dclittcris feptem, Oue allega anche 
que fio fle fio luogo di Demetrio , che habbiamo per Umani : £ noi fumo anda- 
ti penfando à que fio propofito , che fe egli Egitij la mufìca figur aitano per due 
dita con dentro Ufue vocali : E noi altre fi la mufica figuriamo per cinque di- 
ta , Qoè per vna mano aperta con dentro non altro che le nofìre uocali : poi- 
the riducendo fi tutte le lettere della mano mu ficaie à quefie fei voci , V t , ro , 
mi , fa , fol , la, fi vede che quefie per apponto tutte le noflre vocali abbrac- 
ciano repetendone vna due volte : la A cioè nel E a, e nel La, la F t 1 Re, lai 
mel Mi, la O nel Sol, e La V nell' Vi. E La diflincìiQne è betli r , oue vedia- 

mo che cominciauano dalla più tenue di tutte, cioè dalla V V 1 vna delle ma 
gnifkbe pigliano cioè la E Re, poi tornano alla tenue 1 Mi, poi ad vna magnifi- 
ca pafiano A Fa, poi di nuouo ad vna tenue O Sol, e poi alla magnifica A La . 

! Hafta che ouunque parole non fi cantano fempre quefie fei voci , che le nofìre^m 
cinque vocali contengono fi vanno replicando : E di quefia maniera poffiama 
dire,checomclamufua t gittiadelle fue.cofilanofira mufica delle noflre vo- 
cali fi compone ■ Ma t chc dallo /contro delle vocali nafea dolcezza, pcrauuentu- 

L 4 ra più 


Digi 


168 JlPreiticitbrèdet Panìgarolo, 

ra più longamente fi è mojlruto dice Demetrio , t he in tanta chiarezza non fa 
ceam-fìieeo . Hora pòffìamo nei ragionare appartatamente à quello mede/i- 
mo proposto dil'a Latina lingua pitmier amente , e poi della Tofcano-». 

Et in tafa na di loro conforme à gran parte di ejuello , che Demetrio 
della Greci hi ditto, cerchiamo fette cofe: Ciò fono. Sèi’ tino della lingua pa- 
tifea f contro di uocah naturale, admettrnio vocaboli , oue fi rimontano u oca- 
li ■ Se il mede fimo vjo dilla fiutila admitta parole fatte tutte di vocali fai za 
fram-’Zì il confonante alca ia : fe la ifleffa eonfiietudine del linguaggio ammet- 
ta concorft accidentali , cioè [(giumento di due lettere tali fra parola , e paro- 
la : Sei Poeti di quella lwgua,hanno affittato , ò fuggito l'incontro naturale ? 
Je i me le fimi hanno moli rato di haner caro ,ò odtojo lo } contro accidentale ; E 
finalmente feiTrofaton fi fono compiaciuti, ò difguiìati delconcorfo natura- 
le, CJ 1 intorno all o accidentale , quale difpofitione hanno battuta . Certo quanto 
alla latina fiutila, thè in letq ufi innimcrabili vocaboli fi riero nino , ne' quali 
concorranole vocali fra [e Uefte,di quello nò vi può efier dubbio : Deus, I)ca, 
DeorumjDei,deeHe,Aaron,Aer,Aio,Aonius,Aura,Iambus , Dies , 
Dj;,Ioniusdiu;Buarc,Broheinio,Bootcs,Beij,iiooin,Duarum,Puel 
!um,Fuiffi,Duoruiu,Vullus, t mille tutti hannoconcorfo naturallc; E dì è 
di più, che parole ancora ui fi ritrovano, le quali di uocali fole fenza confinari-, 
te alcuna finofant,come Aea inlu la, della quale difie Virgilio, [nferniquo 
Jacus Aeacjue inl'ula Circis. Aio, Auc>* u ia,H ni, Hai, Eo , Oea , citt à 
d\\ffriea,& altre : fra le qaa’i fe per r f empi aecommodati non vogliamone» 
acre quelle noci, oue à diftonghi fi formano, ò alcuna vocale paia, che natura 
pigli di confinante , ad ogni modo tante ue ne re fi ano , e tante fe ne ponebbon» 
addurrebbe la cofa rimane più che chiare. Si come ancora quanto al concorfp 
acci Jf tale, di qui fi caua,che la fiutila latina lo patifce.pcrcioche molte unti ha,\ 
che in vocaboli fini /cono , e molte , che da vocali cominciano, le quali imp< f]ibdc 
è, che tali’ bora immediatamente non fiunifiano, e generino per confcguengct 
lo /conto accidentale: Come Ego ami, tu es, Deoacceptu.u ornili offi- 
cio fa CisfjCio omnibus. Cicero affirmat , e feicentofimili. Se bene non i 
dubbio, che la maggior patte di que Ri J contri , conia teanfpo fittone fola dille 
parole fi farebbe potuta fuggire dicendo perefirmpio . afiìrinat Cicero om 
jnibusfacisfaCÌo,acccptuui Dco,es ru, mfimighanti maniere . oltre che 
quando con il trafporre ron fi potcfje i imeaiare : rimedio fuuro farebbe il pi- 
gliare altre parole in ucce di quefle : E così ambe nc gli Jcontri naturali , di p* 
rote valer fi, che non gli hauefiero : E però recando inurbano dello finitore m 
0 del dicitore il ricetti refi fuggire tali feontn : cerchiamo fii 'Poeti Latini , fi 
vegga, oh: quanto à concorfi naturili glihabbiano HuHofamcnte accettati , i 
fug giti . € nfpondiamo-.cbe m vero à noi pare, che ouunqte eglino di voci fi han- 
no battuto à valere, oue vocali concorrono, così liberamente, e fenga fi rnputo le 
hanno adoperate come l' iltre-, & apena (occorrerà luogo f> à quanti Torti La - 
tini babbiamo,oue poffiamo dimoflrare,cbeftudio[amente à queflo fine fi fta la- 
feiata parola, perche bauefje (contro naturale : Gnidio per ejjcmpione la - pi- 


Digiti; 


1 69 


Sopra la V annetta X LI. 

fiala f 8 .in vece dì reprenendo adopra reprendo, e dice • 

Nec tua laudabis ftudia,aut aliena reprendes. 

E nelU fpiftola 1 9. 

Non fum, qui Paridisfolcam reprendere faftum. 

Olia ne gli itrjfi uer fi adirandole parole tualaudabis fludia, alita-' 
liena,elblea n, in tutte le quali, uocali fi ucie che incontrano, afai chiaro 
tnojlra,cbc egli non per fuggire il detto incontro , ma per alno riguardo fi fer. 
ui della parola reprendere. Del rcjlo noleggiamo, che Virgilio indifferente- 
mente di nomi tali fi è ualfo, oue bene gli è uenuto, dicendo, 

J taluni, LaomedontiadacjBardanij, Ionio, Pius,Dij,Dcum, 

Et altri : */ inz 1 il nome di colui , la cui atuone egli Jcriue , concorfà btbbe 
di vocali : Et coti il nome, ch'egli diede al fuo Torma, cioè 
Aencas,& Aenetdos, 

‘Difie anche, «x£neia. ' 

Jn altri luoghi, e molte volte parti , i fpe^z'o le fillabe in modo', ( he egli 
concorfo pofe, oue per /e fìcf}o,o non era, 0 non fi liquido, come dicendo , 

Iulus , 

Con tre fillabe, &, 

Deiancira, 

Con cinque , non però tanto arditamente , quanto fece Lucretio dicendo in 
vece di 

Militile, Militiai. 

Eflìcevtintcrea Fera numera militiai. • , 

il J) e fe altri dirà, che non d queflo riguardo di moltiplicare vocali fu fat- 
to da quell' autore, a geco Intente la concederò , reflando però nella primiera 
mia conclufione \ che quanto al concorfo naturale non / ivfilc,cbei Tocti Latini 
Phabbia’io fuggito mai, e più lofio, fi può moflrarc,cbc eglino in alcuni luoghi 
l’babbiano Jtudioiarncnte procurato. Quanto all'accidentale , vnacofa , che è 
incerta, bifognerebb fapere,cwè fe gli antichi Latini i ver fi loro pronuntiaua- 
no come fi fcriuono bora, 0 cerne fi Jcandono: Ter cjjtmpio iltcrzo veifo della 
Eneide fi ferine fenza coUifione ,in queflo molo* 

JL'ttora mukuni ille,& tcrns uftatus,& alto. 

E nondimeno fi fiande con le colhfioni in quefla maniera, 

Littorapnult’ ili’ & tcrm iaftatus , & alto, 

Onde nafet unta differenza tu Ila pronuncia , che proferendolo noi come fi 
ferine, di fidici fillabe lo facciamo,r dicendolo come fi fiande, non più , chedi 
quattórdici. noHn tempi non è dubbio, < be conforme alla fcriitura,e non al- 
la jcanfionc gli prcnuntianio,ma già habbiamo detto di fopraadaUio propo- 

fito,che fot ng>lio rinafit, f)e, e ci fenttfic,ò leggiti, ò recitare il fuo poema, non 
che egli per fuo riconofi efie il Ve erra , ma non pure fi accetterebbe , che la tino 
fofic il linguaggi nel quale noi ragionarm i , é nói fumo molto inclinati d ere. 
alt re, per quello cheto ttaal nofbo prupoftto, che g'i antichi Latini i ver fi toro 
conforme alla fianfmcf non alla frittura pronontiaJiero,pcr qualche ragia. 


170 fi Predicatore del PamgaroU 

ne, thè più baflo diremo, oue ragioneremo delle profetiche fe itero, ftuede 
chiaro, che eglino frati fine d'vnuerfo, dii principio d’unaltro nonfoto non 
fuggirono, ma tal bora hebbero per ve%%0 il collocanti concorfo di uocali : Del 
refic inunverfo nude fimo ra rifarne 1 olle accettarono il concorfo accidentale, e 
tjuaft fimpre ui rimediarono con le cellifioni fra qcrfo , e tterjo : ecco ejjempi de 
toncorfi,ò nella flefia vocale. Come. 

Claflemquefub ipfa 
Antandro. 

Vicina Vcfcuo 
Ora iugo . 

lt clamor ad alta 
Atria. 

ManifcAo in lumina vidi 
Intrantem muro*. 

Et clan nomcn AccA* . 

Exucrat. 

Et altri: ouero in due uocali diuerfe-, Come ', 
lattati vndis,& turbine pjm 
Effodere loco fignum. 

Sic non fòrc bello 

Egregia m,& fàcilem vittu pcrijcula gcntemi 

koAroqueimmanis vultus obunco, < 

Immortale ìecur tundens. 

£ di qne(li concorfi fra finca principio diuerft innumerabili fe ne potrebbe, 
no adurre : che non far icori in un utrfo mede fimo , oue pure alcuni ne ironia- 
mo,mainuero non mólti, e più tojlo per Greca imi tatione, che per Latino co flit 
pie . T ali fono quelli che adduce Cicerone nel fuo Oratore ’• di 2 '{tuia 
Vos,qui accolitis i Arimi flmncn , atque Algidam » 

Del mede fimo, 

Quam nunquam nobis Graeci, atque Barbari, 

Di Ennio, 

Scipioinuitto, 

Di Cicerone mede fimo, 

H jc meta radiantis Etefce in uada Ponti ; 
h tali in Virgilio fono quefii, 
i Mseoniagenerofa dono, ubi pinguia culla, 

Terfunt conati imponerc Pelio Òflam. 

Infida: Ionio in magno. 

^(auticus exoritur vario hortaminc clamor, 

V- iubllioalto. 

Glauco, & Panope«e,& Inoo,Mellccrtae. 

In Afteo Araci nto. 

Pardanio ^ndnf*, 

Efe 

• 

Digitlzécf by 


Sopra la Particella X LI. 17 1 

E fe alcuni altri ut Je ne trouano": Che come babbiamo detto intiero fono mol 
to rari . E Cicerone due che non perche non conojccfjero , che non conucmua it 
fare quel concorfo t ma ajlretti dalla fcanftone, v t vcrl'um faceren t.hiabant; 
Che noi di Virgilio non confideremo giamai , uedendo efprejjamcnte , cbeouc 
Fbd fatto ,conucniua farlo, e che con molta ageuole^a baierebbe in altra manie 
~ ra potuto accomandare il uerfo. Bi!Ut.bc come babbiamo detto Tariffimi fono 
i luoghi : la douc tutto in contrario, tanto frequenti fono per tutti i Toemi La- 
tini le colti foni, che à pena dueuerfi fi pofiono legftte,oue colhfioni , e [caccia- 
menu di uocali non fi ritrouino :euii di pii, che non folamente , oue la parola 
fimfee in notale ànimi ad una noce cominciarne da uocale , hanno 1 Toeti latini 
tacciata la prima di loro. Come 
111 ’ ego, in uree di ìlle ego. 

Ma il mede fimo hanno fatto, oue la prima parola in WL.fimfcc con la uocale 

Marti, Come, 

Mult’ìllc Iti ucce di multimi iilc. 

Che anticamente non fi faceua coti fempre,come fi uede. da quel uerfo di 
Bmio 

F.t tnilia militum orto. 

C Ma à poco à poco, è cominciata à difpiacere quefla terminatione in M, do fi 
pò uotakyCf in particolare così idifpiacciutu quella inV in, come troppo mt* 
ta,& obtnù, che La lingua medefima anche in proficue prima ffidiceua 
Scdu 11 à>ora dice S ed. 
f t oue già fi diceuano, 

Gelum, Si cornum, dice Gelu,& cornu, 

striti molti epitafii antichi, fi ueggono pur ancora, oue fi legge , 1 

jnfcclix fata, cioè infelix fatum. 

Hoc raonumentu,ao^, hoc monumentimi. 

E fimili, ma torniamo alnofìropropofito ; quanto alle colli [ione confeffiafi 
tuo pure liberamente fbe feequentifiime fono per gli feruti de’ Poeti Latini,** 
me fartbbono bora nella m de finta notale, 
lJl’ego, per il le ego, 

Erg'ouinis,perergoomnis. 

11 1*111 lignantcs , per dii indignante», 
tei alta , per atria alta... 
gl bora in vocali diuerfe , (ime , 

Cred’equidem, per credo cquidem, 1 

Man’ omnia, per maria omnia ,• 

Il l’ubi, per iilc vbi. 

Si innumerabili : Se bene dall’altro canto noi non crediamo , che quefli co » i 
tlamenti di vocali, che i Metrici Colhfiones chiamano , ò ademptiones , ó 
explo kjncs.ó ex truiioncs,»»» crediamo dico, che fempre fiano fiate fané 
per fuggire il Concorfo delle vocali , ma molte volte per dare maggiore, ò leg- 
giadria, ò varietà, ò magnificenza al verfo,e particolarmente per forcato fia- 
te 


Digii 


171 Jl Trcdicatore del Panfatrotà 

re maggiurmenttvn con l'altro gli attento, ebe b;n veti: a n. o,c'oc dicendo fi , 

Multimi il le, & 

fn cinque fi'.Ub: vi fono tre a centi, e fiame.'za'i.oue c icendo, 
eJMuU'ilÌ&, 

Ve ne firn tre tutti fruenti ; 'Sgomento frùffimo e ebei Torti notLu 
ftfrprc per fuggire le vocaU hahbiano fitte le coltcfion.il ve ier:,cbt in alcuni 
l gbi concorj idi vocali on v’rra eoi caftan • alcuna di jkre C'dUfione , <& 
eglino ad ogni modo alcune ò fillabe, o parole ue non mutanti U fi nfo hanno ag. 
giunte d bello Jtudio, per pv.e fweU ull jione. Ter ejjempio potata dite y ir- 
gtl‘0, • f 

JUum fpirantcmtrans.'ixo pecore, &c. E volledirc, 

Illuni cxpirantem. 'Potcuadire, 

Illuni labente.11 eueri . EdiJJe, 

Illuni & labentc.ii Teucri. Tottua dire , » *• 

Cornuj vdatai um tenditi us, LdtfSe , 

Cornua velatarum obtcndi.i.u*. 

E di quefli tali luoghi ve ne fono miltr.cbe tutti ci moflrano non fempre af- 
fine di fuggire il cornarlo delle vocali r fiere fiate fatte le colhfioni da Poeti La 
tini. E per configurala chiariffìmo ci rtfla ancora , che quanto à di tti'Toeti 
noi non pojfiamo atfuur arci, an^j non poffiamo pur fofpettare,che amici ò minti 
ci fono fiati d'un rnodoato concorfo de vocali, (e non tanto, quanto d vari j loro 
fini hanno hauuto,ò non bauuto bifogno di valerfcne . De profatori Latini bo- 
ra fc miriamo il concorfo naturale, non v’è dubbio alcuno , che egl.no finza dn 
finii ione alcuna co/i fi fono vai fi di quelle parolt,cbe hanno feontri tali, come di 
quelle,cbcnongliharmo : E diqueflofuperfiuo farebbe tutto ciò , che piùlon- 
gamente fé ne difiorrefie : Olla quanto al concorfo, & incontro ai tificiale, co- 
me eglino nt l pronunciarlo h abbiamo accofiumato di fare, queflo è più diffic ile 
ad i fiere intt fo ; Cioè fe nella pronuncia habbmo fatta colli pone , e f cacciata la 
prima vocale, ò pure fe tutte l'babbiano proferite, come per efiempio per leg- 
gere quefìa fcrittura_, , 

Jspej&multum. 

Se cinque fillabc babbuino fatte riufeire pronunciando come in ifcritturcLa 
giacciono, ó pure fe quattro fole ne babbiano proferite dicendo , 

Sjep' 6 c multuin. 

£ quanto à noi,fe bene in varie parti ci è tal'hora corfo l’animo, vltimamen- 
te nondimeno ci ftamo refoluti d douer crederebbe eglino legge fero, e pronun- 
tiaffero nella feconda maniera ; Cioè con le colliftoni, e con gli eflinguimenti del- 
le vocali . Cofache fe bora fi facefie parerebbe frana : ma già habbiamo det - 
io, che parerebbe anche frano à Latini ant cbi,fe r mafie fiero, fa nofea maniera 
t ji p r onuntia re, e che à pena potnbbono diflingucre/finoi latinamente raggiu- 
. ma (fimo, ò d’altro linguaggio . Cicerone nell'Oratore à noi pare che ce lo dica 
0/ Sai chiaro, oue non è dubbio, che parla dello fiontro accidentale, che egli nomi a 
oa cxtrcmorumvcrboruoicuincanfequcnubus primis concurfum.* 
, * ■ * c d ue 


Sopra I a P articella. X LI » 17 $ 

1 dice che il /uggire queflo oncorfo , Latina lingua fic obfcruat,ncmo , vt 
tam rufticus lic , qumvocales nolit coniungere . E già Zappiamo no» 
/he alcuni tefli anticamente diceuano, qui vocaics nolit coniungere, cbc~» 
farebbe fenfo contrario,ma Zappiamo ancora che il dotti/Jìmo Mefler Pier V et- 
tori reflit ut già alla fua integriti il luogo in vece di qui dicendo quin: fihevie- 
re i fare il fenfo,che noi diciamo. Cioè, che prefio À Latini,niuno era fi rozo , à 
ruflico,il quale fra parola, e parola non cercaffe di fuggi™ d Concorfo, e la con- 
• giuntione , ò continuatione di due vocali : Seguita poi fiteerone , e dice , che 4 
Theopompo nondimeno fu oppoflo, perche egli come IJocratefuo maejìro , trop- 
po accuratamente fuggiffe queflo concorfo:S che r ucidide,e Tintone, non lo fug- 
girono: E finalmente à quelle oppofitioni nfponde : Scd G rp:i viderint, no- 
bis, ne lì cupiamus quidem diftrahcre vocales,conceditur, Quafidica: 
bora fe fta bene il fuggire lo feontro accidentale delle vocali , ò nò,di queflo di - 
fpHtinne i Greci : Che quanto d noi Latini,per forga bifogna che lo fuggiamo, e 
fe bene voleffimo fare altrhnenti,non poliamo : La quale neuffità ogn’vtio ve- 
de, che altronde non era poffibile che nafceffe,fe non perche alla Latina fi offer - 
uafìero alt bora nella pronuncio le coUifioni-, E per confeguenza non occorrefft 
4 di(putare,fe il Concorfo delle uocali accidentale douefje più ò meno frequen- 
temente riceuerfi.'Dice di più fiteerone in quel luogo,che anche nei Concorfi na- 
turali, tal' bora fi vede, che l’ufo della LatmM lingua gli hà leuati,come quando 
di duelli! hà fatto bcllum, di duis bis, di DucJiù Brellium efimili;Ma tot 
/landò noi all’cncontro accidentale aggiungiamo , che i farci credere che antica 
- piente i Latini pr oriunda fiero con le coUifioni, oltre quello che habbiamo detto , 
ciba di più moffoafiai,l’bauercauucrtiti molti, e molti luoghi in Cicerone me- 
de fimo, i quali fe con le coUifioni non hauejfero hauuti ad effere pronuntiati , al 
ficuro lodeuoh non farebbero flati, angi in quefla materia di foucrchio. fioncorfo 
accidentale dì uocali, non fo com : di molta col pa haur ebbero potuto iffcre oc - 
gufati . Fra gli altri le prime ifreffe parole della prima epiflola familiare di- 
cono coft , • ! 

Egoomni officio ac poti us pietateerga te c*teris fatisfacio om-, 
nibus,miht ipfe nunquam fatisfacio . 

’ Le quali(fe vogliamo f cordarci per vn poco, che fiano dì cicerone , e lafciarci 
più muouerealla ragione che alla autorità) in vero che,pronuntiandoft come le 
pronuntiamo non ànoHri tempi fenza colliftoni fannovn brutto fentire- e fono 
xtta fronda mineHra,t rouando fi per entro à loro io fi poche voci fei accidenta- 
li fcontridi vocali, Ciò fono Egoomni, ornai officio, officio ac , piccate*» 
«rga,fatisfacioomnibus,ii)ffiirpfcj £o/à, la quale non potendofi credere , 
che da fi pregiata penna fenza legitima feufafia vfcita.bifogna dire, che Jebc- 
.■ nt cofi difle fornente fi frriueuano le parole aU’hora , come facciamo nei » diuer- 
f amente nondimeno fi prvnuntiauano,Cioi con le coUifioni, E che quelle in que- 
fta maniera fi farebbero proferite, 

. * . Eg’oron'offici’ac potius pietat’erga te catterà Iàti»faci*omnibuj, 
jmhiipfcqunquamfatisfàcio. ■» 

*- ' " ^clla 


174 7 ? Predicatore del Panigarola 

Tacila quale fi vede che tutto il [ouercbio concorfo di vocali fi leua,e Cicero- 
ne retta eficufiatiffimo . Ma d noi tante balli hauer detto di quello ,che. in mate- 
ria di/controdi vocali alla Latina Fauella appartieni . Quante alla noflra bo- 
ra, ferbando il mede fimo ordine primieramente diciamo, che efia m tutte quel- 
le maniere adm tte lo [contro naturale delle vocali, nel quale alcuna lingua è ca 
pace di poterlo admetterc ■ Tcrcioche potendo effiere detto incontro ò nel prin- 
cipio, ò nel me^o , ò nel fine della parolai cifcuno di quelli tre modi, Ciò fono ò 
con l’accento nella prima uocale,ò nella fieconda,ò in nejfuna.in tutte quefte no- 
tte maniere fi trouano [contri di vocali nella nofi a [cucila. Htl principio della 
parola coll’accento nella prima, Collo Euro. 

Nel principio della parola coll’accento inniuna aitare, 

N el rntTp della parola coll' accento nella prima Eurialc>inuialc, 

J^el fnczo ddlaparola coll’accento nella feconda 

Centurione, donneare. > ' 

- Tfiel mezo della parola coll’accento in noma 
Dilai tare. 

Tfiel fine della parola collPaccento nella prima, 

•Desìo, gelosìa 

2fel fine della partii poli’ attento nella feconda , . 

Inaiò , tornò, defilò. ■ 

fine della parola con accento in niuna, 

Officio , artificio . . N 

£ di quelle le migliaia ne trouerà chi con pur mediocre diligenza le onde- 
tà cercando : Che fe p affiamo i parlare di parole, le quali tutte di vocali fumo 
fatte fernet confonante alcuna , anche di quelle riceue volentieri la noftriLa 
lingua , Come, . . 

Io , ai , Oi ,Eia, 

Efimiti : Ma {opra tutto frequenti/fimi fono netta noflra fauella i concorfi 
accidentali : e la ragione per la quale piu filano frequenti , thè in quale fi voglia 
altro linguaggio è, perciocbe come dice il Bembo, tutte leTofcane vici da al- 
cune pochiffime infuori , in alcuna delle vocali tertninmo , e finifeono fempre : 
in modo che ouunque parola fi habbia da collocare da vocale incominciante^ 
fempre fe rimedio nonvifitadopra ,con l’ ultima vocale della precedente con- 
uiene che concorra prima di lei: (fifa, che in altri idiomi non occorre finendo 
eglino le parole loro in confinanti per la maggior parte : Si che il fuggire net- 
ta noflra lingua tutti gli accidcntalùncontn delle vocali farebbe impoffibilt mM : 
^tr.zi alcuni ve ne fono , i quali le regole del noflro parlare , non vogliono che 
gli fungano in alcun modo : Oue la vocale vaglia per vna voce intera, non fi 
eftingue mai , che fi alcuni tefli del Boccaccio mCMadonna “Beritola leggono, 
Jn tutt’fuoi , ciol in tutti ifuoi . 

£ nella penna della Fenice, 

yrndeua gufici à ritaglio , Cioè vendeua i gufici al fienro nel fictondi modo , 
$ non net primo fi deue leggere , ni fi può dire. 


I 


Sopra la Particella X LI. 175 

\o voglio fare tute" tuoi piaceri , ma tutti i tuoi piaceri Li fogna dire . 

Ver cioch: la votale, [, quivi per voce intera fìà,enon patifee di efferc cRin* 
ta : Si come otte fra vocale è vocale fia , ponto fermo , ò due ponti , ò ponto , e 
coma , ò fegno di parentbefit , quivi ammortamento di vocale non fi può farcir 
nè meno oue la precedente di loro fia accentuata , che bene poffiam dire 
lodefider’amare,invecedidefitderoamare , 

(JWanongid, » 

Eghdeftder' amare, in vece di de fiderò amare. 

E cceto fe le voci fofiero di quelle, che terminano in che , nelle quali cofi pof- 
fiamo dire , 

Voi ch'affli , come poiché 

Se anche oue nella fillaba non vna hoc. ile fola vi hi ,'ma due in guifa di di- 
ftongo , ninna di loro fi e lingue : thè perciò dire non potremo , • 
tcq’bi [, ma diremo acqui hi 
-Anton Alfieri , ma Antonio v Alfieri . 

Fuori che, oue i quella fillaba nio feguiflenon vocale ma confonante, thè in 
tal cafo tutta la fillaba fi potrebbe teuare, e dire, 

Anton’ Cor fi,ui uece di Antonio Cor fi. 

Ma di tutto quello accuratamente hi trattato il degniamo di laude Caualie 
te Salutati ne' [voi avvenimenti [oprati Decamcrone ,& al noflro propofito 
non rileua molto il fermarfi più oltre : Bafla che la fiutila no lira quanto allo 
/contro accidentale in alcune uoci per neceffiti bifogna che lo r attenga. Tacile al- 
tre refla in fuo arbitrio ,& in fua elocutione il rattenerlo , alcuni rimedij hi , 
cioè quattro per potere fecondo turi] bifogm nanamente' sbrigacene: il primo è 
framezando una confonante frale due vocaliche fanno il Concorfo. il fecon- 
do Uuando la prima delle due uocalitil tergo levando la fecondaci quarto levan- 
dole tutte due, in vece loro foftituendone un altra : La confonante, che fifra- 
meza fri le vocali , ò fi aggiunge alla prima di loro,ò alla feconda : ^ illa pri- 
ma fi aggiunge fempre la 6 . e le parole, che la riceuonofono c^bc ncfc,ò bentbe. 
-Alla E congiuntione fi agiunge comejnel Laberinto , 

E d’effi fi rifaceuano comete [ignori. 

-Alla che nell’ Trento, . 

Chcd'ella piacerei gli occhi tuoi, 1 ... •• 

# trilla nè# Vetrgtca, v . ■* vVV *t<*i 

fLd’ ella i me p, riatto il fuo difdegttOj 
-Allafe; Dante, *,%*»-• < 

Di che domandi amor fed’egli è vero, 
esilia 0 ,il Tetrarca, 

Yonmi in dolori’ in tcrra.od'in abiffo. 

-Alla benebe la bifloria di San Giouatmi 'B attilla , E benebei ella l’hauefic 
in corpo.- 

Oltre innumerabili altri effempi: trilla feconda vocale poi fi aggiunge una 
di due cófonanti,ò.U Storne quando nel libro de lattamenti dijje quell’ autore. 

Cerne 


r 7 6 II Predatore del PanìgaroL 

Come s'e cafe ò poderi, Cioè Come e cafe e poderi Zi alia parola Ecco , & Se- 
tolo aggiungemmo gli antichi la V. 

E Pecco la notte arguente ano gli apptrue in uiftone « 

Il fecondo modo di leuareil Concorfo accidentale di due uocali , quella cioè , 
che è ultima della parola precedente tocca ad efiere Jpenta : Fceettooue fegati 
una dàtrcuoci;U,òcb- fu articulo,ò pronome: In òche fu noce intera , ò fila. 
ba,&\m,ch: è fempre fillaba: tjjempio della 11 
Ftrà'l /{odano e’I R^eno. 

Jnsù’l mio primo giouenile errore. 

E fiempio iella In quando è parola . . 

Ejmo nè’n fior 1 nè’n foglia 

• Ha la In, e la lm, quando fono fillabe per iHare folto alla regola, hi fogna che 
habbino due conditioni,che precedano à confortante, e che i accento non fiia fopra 
di loro.Vcr efitmpio diremo , 

La‘Huidia,lo’rnpcTaJore . 

peri he doppo In, nel primo nome feguìta V confonante , e ? accento non è fopra 
la prima, ma fopra la feconda fillaba: E doppo la lm feguìta la confonante "P.t 
l’accento non è fe non fopra la quarta fillaba: La dotte non diremo Lo'ndo , m<j 
l'Indo, non La'niquttà,ma l'iniquità, non Lo’mpio , ma hmpio, non limolano , 
mh l’I molano, perebem ciafcunx diquefle voci , ò feguita vocale , i l’accento è 
nella prima fillaba :Vn altra parola nel verfo riceue troncamento nel principio 
cidi quefla voce Oue quando viene preceduta dall'aduerbio Là, come nel Te» 
trarca , 

Là ve fempre conuinto , 

E finalmente l’ultimo rimedio per fuggire il concorfo accidentale è , che alle 
volte tutte e due le vocali fi mandan fuori , & in vece loro fe ne piglia vn altra, • 
chi è fempre la E, come dice il Bembo, che diciamo , 

L‘ Ennio, l’Ehuoglia, per lo inuia,lo inuoglia; Siche tornando hoYmaialpro. 
pofito d'onde vfciàmo,ha la noHra fasulla concorfi naturali, Zi accidentali, & 
in molti luoghi in mano fua è il potere accettare , è refiutare i concorfi . H ora- - 
non facendo noi per maggiore breuità diflintione alcuna fra Trofatori, e Toe- 
ti, cerchiamo in vniuerfaleje la pronuntia no Lira fi mofira più inclinata ( per 
quanto da buoni autori fi può ricogliere)à fchifarc,ò ad abbracciare i concorfif 
Et certo per l'una e peri altra delle parti vi è che dire affai, fi "Boccaccio nel , 
- proemio dell’opra in vece di aitare,diffe, atare , 

Efenonà coloro, che me alarono , 

Et in biglia f , « 

T^on effendo da alcuna fperan'ga alato , ' • 

Egh mede fimo nella Fantafma diffe vfficetti, invece di vffieietti, • 

. ''Oltre cofi fatti vfficetti , 

In fa ’andrino dell'Eutropia per non dire rauioli inter pofe la confinante , e 
difie rauiuoli . Et in lui fruente, & in altri buoni autori, aiuola trouamo ferk 
Co per viola frenulo per beuta, adir zare per airzare ,continouo per continuo, 

impa- 


Sopra la Vorticella XLL 177 

hupagurìre per impaurire , compagna per compagnia , .Aleffandra per \lef- 

fandria, Giuliua per Giulia, parlatoro, purgalo, mona ile ro per parlatorio , 
purgatorio, monafieno . E cento tali , che tutti da vna banda pare che motiri- 
no,cbe la no lira fanelli fludiofamente febifi il concorfo delle vocali , oltre che 
ino tiri poeti ditolhjiom empiono i loro ver fi. (urne , 

Voicb’afcoltat' m rime (par t’ il fuetto. 

CMa per quello che tocca à Poeti diciamo , che fé bene le colliftoni fono ne- 
cesarie per ridurre il verfo al numero delle fili ,be,che egli richiede, nondime- 
no quanto alla pronuntia,fe bene Jt nza colliftoni fi proferifce ogni cofa, non pe- 
rò d tuono del verfo ne patifee danno alcuno anTfifà piu bel fentire affai , e rie - 
fcc pi* gratin lo, e meglio fonante : Come prouerd ognune facilmente ; il quale 
il fop cadetto verfo pronuntij ò con le colliftoni , come l’babbtamo fritto di fo- 
pra,ò fenza eoi ifioni come lo fcriuiamo horcLa , 

Voi , che afcoltate in rime Jparfeil fuono , 

fc quanto alle voci,oue pare che la fuuella febifi il concorfo , innumerabìli vt 
ne fono dall'altro canto , per le quali pare che effa fludiofamente lo procacci , 
Come quando hae, dice per hauc, creo, per credo, beo, per beuo, folca per folc- 
ita, bauea per haueua, vedrà per vedeua, rio per riuo, fruite per fragile, natio : 
per natiuo,e di più, Eu ropia per Eu ropa, e fflendiente , in vece di fpieniente : 
CSfuc per fk, e die per di, e morto per morì , & altri ; E poi queflo argometf 
io nò da vna banda , ni dall’altra conuince più che tanto : Concio fuco fa che $ 
dST oue la fauella congionge vocali, & ouele eflmgue, non femprefi ha da cre- 
dere, che miri principalmente à fichi fare, ò procaccure il concorfo, potendo ef- 
fa farlo, ò per più ageuolare la pronuntia , ò per maggiore breuità , ò per va- 
riare, ò per vagherà, ò per fare il verfo,ò per compire il numero, ò per auui - 
citare gli accenti, ò per cento altre cofc . ti che doppo longo ragionamento ci 
pare di poter con * Inde re, che la lingua no firn, per fé tltffi nè /eh fa, nè procac- 
cia i concorft delle vocali : ina ò più ò meno fe ne vale fecondo ifini, i qua- 
li efia fi troua di hauereauanti : Enfiando però vere co finti la no- 
tira, com* in ogni altra lingua le due proportioni di Deme- 
trio : Che chi nella compofuionc indifferentemente ad- 
mettefie ogni concorfo di vocali offra la fareb- 
be ,c troppo f onora : E chi ncffwi concorfo 
vi nceuefjc mai , ben più moliti 
verrebbe à farla; ma fenza 
dolcezza alcuna o 
qua fi mu- 
ta . j • 

t 


igitized 


Fatte Seconda. 


U 


PAR. 


p* 


PARTICELLA 

q_varantesimaseconda. 

TESTO DI DE METRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 

% • 

2^. magnifica autem nota concurfus adbibcri potcH aptut, 
Jiuc pèrlongas vocales : xtillud £ra> òStmt , etcnim 

vtrfus lougitudinem q uandam battuti ex concurfu; & imi- 
tatus efi lapidi! illam in fuperiora loca lai tini m ,& x>im 
inea re pofitam. Eodem patto , & illui rh( ìn<f*t 
Tbucydidem. concurrunt, & dipbtongi , cum diphtengis , 
tuuiIw **T»*t:**(**r*tl>*9tùoi:<;iiusii{f**yirt{t,Efficiuntigititr,&eadcM Ut 
terdconcurrentes magnitudinem ,& exdcm dipbtongi . ctncnrfus autem qui 
fiunt ex diuerfis fimul , & magnitudinem e fficiunt,G varietatem ex ilio piu- 
riunì nota lium fono . ceu H»t in ilio autem Oì’Uu , non tantum duterfa lute- 
rà funt , verum ctiam foni : bic quidem grauis : bic autem tenuti ; adeo vt 
multa diffimilia fmt. Et in cantHenu vtique melifmata ab xma fiunt eadem ten- 
gali Itera : tanquam cantileni s adplicatis cantileni! . quapropter firn illuni con 
turfus,pa r ua quadam erti cantilena pars ,& melifma. ‘Dt contar juquiiem >& 
vt fiere t magnifica c ompo fitti y tot ditta funi ». 

P AR.AFRASE. 





Iciamo più torto che fra vari; concoidi di lettere, 
quello alla compofitione magnifica cactuii.no, 
oue due uocali longhe concorrono.comc quando 
parlando di Sififo diflc Homero, 
fiorirti tl'itui t. 

Lz pietra alza, e fpinge. 

Che in vero quiui fi ucdc,che pigliando il verfo 
non sò che di longhczza , e fcabrofica da quello lcontro ; al uiuo hà 
«fpreffa la faticofa alzata di quel laflaEt il medcfimofecc 1 ucididc 
parlando in Sicilia in quelle parole ;« **■«/><># 

Continente eiferc non la lalciano . 

i eruc altre fi alla magnificenza lofcontrode’diftonghi, come in 
Tucididc,oue parla di Da razza . ^a.v rlwKontixiiaaf ^ir Ktpxvptù'i, £ misto 



iti firn*. 


Coloni* 


iedb 


Sopra la Pdrtlcetd fili, 179 

Colonia aurea conduflcro i Corcirenfi. 

Che fe le lettere, & 1 diftonghi rifcontratisl faranno i medefimi , 
magnificenza pura genereranno : ladoue fi fiano diuerfi , infierne 
con grandezzafarannoancora vaghezza, c varietà : come fi l'ente 

nelle parole HWf, v 

Benchequeffa feconda più varietà contiene.eflcndoui, non folo 
diffimilc le lettere, ma i lùom ancora , vno graue, c 1 altro tcnue-In 
fomma fi come alle cantilene,!! aggiungono 1 melifint,quafi piccio- 
le canzoncine attaccatele canzoni,c quelli dal la medefima lon- 
ga lettera femprecomincuno, eosìlofeontrodi vocali o diftonghi 
fìmilferuirà quali per ritornello,emclifina nella cantilena. E tanto 
bafix hauer detto dello feoatro delle uocali : e come magnifico lì fac 
eia il ragionare, non per le parole ,ò per le cofe, ma per la compolì, 
tione lolamcnte, c perla Bruttura, &c, 

COMMENTO. 

S I vede efpreffamentc,che in qitefìo trattato del concorfo delle vocali , Be- 
nutrio nofìro bauetta vn poco di paffione,e come fi dice pa rlaua di {Uzza 
fenza dubio contea f fotrate, del quale non efiendo egli innamorato ,come d'icen ■ 
mo noi nei prolegomeni ,occafionc alcuna non pretermefte, nella quale à lui pa- 
ia di poterlo pungere; e perche in quefla materia delle vocali rincontrate fi cflrt 
tuo fi in vero I focrate : Però conera di lui à moflrare,cbe il concorfo non deue 
eflere totalmente fuggito, per auuentura più fi è fermato Demetrio, che al fuo 
frtmiero fine non conveniva : Ma feneauede eglimedefimo , eneauertifee gli 
altri : e ritornando al fuo primo [oggetto quà,che è la compofitione magnifica , 
cerca quali feontri poffano alta magnificenza maggiormente fruire : £ vera- 
mente per quello che Jpettaalla lingua Cjreca , belliffime fono, & utilizimele 
cafe che egli infegna ; ma che alla nofìra Italiana fauella non poffino fe non per 
una certa proportene accommodarfue però il trflo di c Demctrio e/poniamo noi 
prima fimpliccmenre, fenza cofaf r ametterci, che al nofìro Idioma appartega : 
e poi di lui à quefio mede fimo propofito, breuemtnte,e[eparatamente decorre- 
remo. Dice dunque ‘Demetrio, che alla nota magnifica principalmente quel coti - 
corfo comi iene, oue noe ah longbc prefio à (jrec'ifono due fole, la « , e la * refi an- 
dò breui, la t ,e la o, & ancipiti, o comuni la a, la i, e la v , e però gli cfiempi h 
che adduce qnd Demetrio di concorfo di vocali longbc, non fono fe non di quefle 
due •• il primo, oue concorrono due*» ,& il feconde, oue fi > incontrane due », tir 
il primo è tolto da Homero nel libro vudecimo della Odiffea,oue narrando ZJtif 
fe di hauer veduto nell'inferno H tormentato - ififo, e deferiuendo la immortale 
fatica, ch’egli fi nel rifofpingere perpetuamente il fafSo verfo il monte , che à 
pena alla cima pervenuto , toma rotolare fino al fondo: fra l’ altre parole.*, 
ohe adopra dice , 

M a C he 


1 11 Predicatore del PanigaroU 

Che in Latino, fiorito al fentimento vuol dire, 

Saxum furfuin agir. 

Mail conferuarci dentro lo feontro delle vocali longhe, non permette la na- 
tura. dello lingua, che lo poffiamo emmodamente fare : e Virgilio medefimo ni 
lo fece, quando del mede fimo Sififo in due longhi ragionamenti fenza mai dir- 
ne il nome : vno nell' opre gioucnih con quelle parole . 

Quid ^iàxum proculaduerlò,qui monte reuoluit, 

E l'altro nel feflo dell' Eneide con quelle. 

Saxurn ingens voluunt ali; . 

Nomero certo con lo feontro di quelle due lunghe vocali refe il Uerfo più ten- 
go ad effere profe rito, & anche più fatico fo alla pronuncia : e di quefìa ma me- 
ra efpreffe mar auiglio fornente la fatua di Sififo : Cofa che auuertifce anche 
Enfiano nel Commento : e da qurfla mede fimo frattura lauda grandemente 
l'artificio mirabile del Poeta , fi nule i quello, col quale non punto meno eccellen 
temente fu efpreffi da Virgilio la fatua de ’ Giganti , mentre uoleuano mette- 
re un monte (òpra l’altro, con quel uerfo pieno di /contri dinotali, 

Terfuntconaci imponete PdioQtfam. 

/ L’altro efiempio,i he al mede fimo propofito adduce Demetrio è, che all’al- 
tra uocalc longa appartiene, cioè alla », da T ucidide è tolto nel fello libro, qua - 
fi in principio, oue defcriurndoegli l’ifola di 5icilia,e dicendo, che con un piccio- 
lo freto viene diuifa dalla terra ferma, quefla medefima diuifionc , con ifeon - 
tro di due lunghe uocali riferì fcc, il quale feontro , dtfirahendo come dicemmo 
di /opra, e /pelando la compofitione, apunto la diflrattione ci pinfe ,elafpe ^ 
zatura dell’ /fola dal continente . Soggiunge poi Demetrio, che la medefima 
for^a di rendere magnifica la frattura del dire, ha altresì il concorfo di due 
dif tanghi . 

E l’effcmpio, che egli ne dà , pure da Tucidide è tolto nel primo libro , 
oue trouando di Dura^zo , fatta Colonia da Corcirenfi,in quefle due parole , 

HtKu;Ofior. iuun*. 

Fi che i due d>f tanghi oi , & oi , nel fine d'una parola, e nel principio d'un 
altra di concorfo accidentale feontrino infume ; E fin qui fi vede , che gli 
feontri, de’ quali hi dati efiempi l’autore, femprc fono flati della medefima co. 
fa due uoltc replicata , il primo della, « con feflejta: il fecondo della con, « 
ton fe medefima , & il terzo del diftongo, oi feontrame pure con un’altro 
oi: onde potrebbe per auuentura fojpi are alcuno , che per fare magnifi- 
ten-ganon folo fufie nece/Sario , che il concorfo fofje di lunghe uocali , ò di 
dif tanghi , ma che bi fognale ancora , che le flefie, fi incontrafeno con fe me- 
de fimc : e però occorre Demi trio d quefio fcrupulo : e dice, che non filamen- 
ti faranno la medefima grandezza le uocali lunghe, & idi ftongbife faranno 
diuerfi,ma che di più aggiungeranno uaghe^za , t uarieti : c queflo con due 
parole greche cerca di mo firare, 

Hdi, & Oilw 

Ideile quali facendo fi lo feontro di uocali diuerfi, fi finte upa finora u arieti: 
. tante 


f 


Sopra U Pmilcttd X LI I, t$i 

Mtt 0 pìà neU’vItima , ouci fuoni delle due fidabe fono anche diuer fi . che fi 
tene l’afperato folamcnte fi vede nella prima fillaba notato , dicono nondimeno 
ì Grammatici, che fenza annotatone , nell'altra fillaba fi ritroua il tenue : E 
quello che D ^nttno extmpltfica delle vocali lunghe, fi hi da intendere anco- 
ra de diftonghi , i quali fe faranno diuer fi , fenza dubbio faranno migliore 
armonia, occorrendo alle volte , outglt ftijji i oncorrono , cioè flrepito/o fuouo 
ut nafea à gli orec> hi , onde anche l’autore ad H 'rennium per eflempio di Pie 
gilto allegata il (uncorfo de gli fpeffi diftonghi in quelle parole. 

Bacca;, acne*, amxmlfiinx, 

E Virgilio panie, thè lo volefle fchifare,nel fine d’vn ver [o, e nel principio • 
fan altro , framegpjando per neo ffità la particella ,qax,oueidifie , 
a,cui gradibus liirgcbant lunula ncxaq; 

Acre trabau 

Ma tornando alla Greca fan ella , & à Demetrio : egli pervltimo di quei, 
ilo tratta ’o, vna co fa figgionge a fai difficile ad e fiere intefa : cioè che i concor . 
fi delle lettere lunghe fermino nel ragionare ,’comei Mehfmi nelle Cantilene :i 
quali Melifmi, checofe fofftro, e che forti di Cantilene fo fiero quelle , alle t 
quali egli dice, che detti Mehfmi veniuano aggiunti, noni po/fibiled [aperto 
fondatamente adeffo , quando tutta la forma di quella mufica antica fi refi* 
incognita , Quanto à noi da quello, che dice Demetrio qui, andiamo indouinan - 
do, che vi fofìeroà quel tempo tette forti di cannoni , le quali ogni tanti ver fi 
replica fiero femprevn mede fimo ver fitto, ma pkciohffimo,e breuffimo: come 
fe nell’ode di Horatio, 

iamlatis tcrris, niuisatquedirx. 

Grand inis indie pater, & rubcntc, 

Detterà facras uculatusarccs, 

Tcrruit vrbem. 

Doppi ciafcuni di tre verfi figuenti , [riapre fi replicaffc il mede fimo Ter- 
ni i t vrbe.ii. 

T ali fino appreffo d noijtaliani Trapelatane , le quali di tanto, in tanto re * 
flicano vna mede fimacofetta, tome Jan bbe c^fmaro me , o co fa filmile : E 
come quefìo rito 'nello aggvnto di tanto , in tanto d varij luoghi della canzo- 
ne crediamo noi, eh: [afferò anche illa milifuiata Cantilena applica- 
ti » de quali fi ragiona qui : 

è m irauiglia, che eglino come dice Demetrio da fillabe lunghe fempre 
ricommciaficro : perche anche nello odi ,que‘ piccoli ritornelli cominciano dx 
fillabe lunghe. 

Terruit vrbetn.Vifereinontcs. liquore DaMia. 

EneUenoRre villanelle purque’ ritornelli procuriamo , che h abbiano non 
fi che di efifuifita mente [onora, affine, che tornanioulfi di tanto, intanto, mag- 
giore fuauud ri, eua, chici f ente : Ma tome habb’amo detto, il ragionare di que- 
fte cofe, è vn puro indouina re: Demetrio à quelli tali Mchfmt parangona i co cor 
fi ielle vocali lunghe .per moRrare lafuauitd,e dolcezza, i he contengono-, Et in 

Parte Seconda. M 3 qucflo 


) 


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1 1* Jl Trtdicatore del PantgaroLt. 

inetto finifie U frettate del concgrfo per quello, che f pitta à lui : citi per a net- 
to che bitta infegnartà Greti, 1 

eJHa à noi bora tocca l’applicare per quanto fi può le medefime cofeaUa Un 
gua de gli Italiani, la quale percioche ( come dicemmo nel difiorfo del numero 
oratorio ) non bà nè lettera, nèfiUaba alcuna, Ja quale per fe me de finta fen?a 
aiuto efierno pofia domandar fi, o lunga, o breue, per forza vano k tei bifogna , 
tbe nefea il primo tnfegnamento di Demetrio /me vuole, ihe alla campo fi tiene 
magnifica lo /contro delle vocali lunghe adoperiamo : opcr dir meglio, vano, & 
mutile riufeirebbe egli, fe qualche maniera non ritrouafimo/on la quale k pro- 
portene accommoda/fimo alcuna qualità delle vocali nofire alla breuitd, dal- 
la lunghezza delle vocali lettere Greche « E però diciamo che oue fra loroyo. 
cali lunghe e brcui.fi ritrouano, fra noi delle vocali no tire, altre più /onore, fi* 
gharde^ /pirite fe, fipofiono chiamare , Ci altre di minor fuono , più di boli, e 
piu bafìe :e t ordine loro è quello, che conftitui/ce il Bembo nel fecondo delle Jue 
prò fe, e noi di /opra L'habbiamo riferito , cioè che la più /onora e quella che 
più fpiritomandafuori,è la A, e poi di mano, in mano la fi, la Ofia l,elaV, 
€5 in fomma fe per maggiore commoditk vogliamo in due fole fchiere diuidcre 
le vocah,tre pofiamo dire le deboli, 0,I,V, ri/pondenti alle breut de’ Greci , € 
due le gagliarde, A,Ci E, rifondenti alle loro lunglte . Jlcbe filando in quefild 
maniera, già fi potrebbe vedere alla proportione quali /contri di uocali tirila , 
Imgua nofiìra conucniffero alla nota magnifica , cioè quelli, oue ò due A concor- 
rono, come dicendo donna alta,o due E, come Eccellente e fommo,ò la E, con la 
A tome non è ancora, ò la A con la E, come bumnoa cofa è: Ma noi vn poco più 
minutamente habbiamo penficro di di) correre , ma breuemente intorno kquefii 
fconiri : E tutto il fondamento del nofiro difeorfo caniamo da vna propofitione 
di Quintiliano ,il quale non riceuendo molto bene iconcor fi, e giudicando che al 
tri tanto manco male faccia , quanto piu deboli /centri lafci , che nafeano , nel 
Juo ragionare, dice cosi . Alinus pcccabit,«[ui longis brcucslubijcict, & 
adhuc^ui praeponet Jongas breuem, minima eft in duatas brcuibutf 
offenfio . onde fi caua thè di mano, in mano tanto faranno manco atti alla no* 
la magnifica gli /contri, quanto di uocali più breai faranno fatte , & oue di 
una breue, e i altra lungaìubbiano da farft, manto magnifici faranno quelli , 
ohe dalla breue ò manco longa commeeranno : Dal f ile difeorfo lutto , in vece 
di lunghi,e brcui mettendo noi vocali gagliarde, e deboli, cattiamo che fra cm* 
fte nofire uocali, quarantacinque /contri pofiononafeere, noue per ciafcuna del- 
le uocali : E tutto conordme da piu debole k più gagliardo in quefia maniera. 
Dalla V noue, 

V,V. Fù vn bvomtt , m 

Fù in Jmola, 

Tù boggivn'amo, , . ' 

rie gran tempo, 

fù hd mollarmi, r , u , 

Ognìvnk, . Sl 


V,!. 

V,0. 

V,E. 

V,A. 

J,V. 


A Vii 




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Sopra U farmelo XLIL s9t 

O t V. isf mozzivi». 

U, V Sevtio, 

A,V HaurAvno. •» 

Della I.noHe da piò deboli^ piti gagliardi 

I,V Ogni v no. 

1,1 Qui manzi. i t 

1,0 Qui oltre. f,e,qui entri . lyA, Qui munì. 

V, I Fùinfmola. 

£, I Se Imola . 

0,1 Dentro ImoU . 

A >1 Palmola, 

Della O, da più deboli k piò gagliardi, 

0,V ^Amaz-gn vno. 

0,1 "Dentro Imola. 

0,0 Mifero ohimè. 

O, £ Tanto, e non pii. 

0, A Tanto A ponto. v - V - 

V,0 Fihoggi. i.- ' • -'v‘- 1 • •' - 

1,0 Qui oltre, " ' ■ 

_E,0 Ohimè, ohimè. 

A,0 Mifera ohimè , 

Della £ noueda piò deboli ipid gagliardi;' 

E,V Se vno. 

E,I Sefmola. 

£,0 Ohimè ohimè. 

E,B Seeniro. v: ' 

E, A Cfce .'ile fiandre. :V . 

V,E Fùe gran tempo. •:.:• • • : h\ 4 

1, E Qui entro, . * 

Ó,E 1 unto, e non pii. 

A, E Humana cofaè. 

Della*# noueda più deboli i più gagliardi.' , 

A.V vno. 

A, I >04 //»o/«. 

A.O Mz/érd ohime\ 

A, E Humana tofa è. 

V, A £« ha molt’anm . 

1, A Qui auanti. ‘ " 

0,A Mandò auanti, 

E, A Se auanti. *' 

A, a (jiAbà gran tempo. 

Cofa , «òr per auuentura parer A minuto, i fìùfatictfa, che ùtile, ma itf> 

M 4 <• ' 


184 * fi 'Predicatore delTanigdroU 

la fatica lafiifi il penfiero à noi , c la vtilttà,cbe fc tu può cattare nonfiflrreggi; 
perche per quefta fiala de concorfi potrà facilmente imparare chi che fia , ti 
quale campo fittone , ò più tenue, ò più magnifica, quali /contri, ò più deboli , » 
più gagliardi t‘l)abbiano da concedere ; <JMa e che } (dirà alcuno ) habbia- 
mo adunque nell’ oratione magnifica à non ifiriuere, ò dire mai due parole vi- 
cine, le quali facciano fiontro debole di vocali} e nel parlare tenue à /chi fare 
tutte lemmi di due paróle , che po/fono fare conco r/o magnifico < <_✓/ que- 
Jlo rijpondo, che quando ciò fi haueffe à fare, non farebbe fatica foucrib'.a^i , 
per lo frutto , che ne nafic di parlar bene ; Ma nella noflra lingua habbiamo 
rota facilità grandtffima in qutfla materia , la quale è , che quando bene due _■ 
parole congiunte facciano vn concorfi, refia qua/i fimpre in no tir a potè Uà il 
pronunciarlo, ò nò -, (ioè ò Jpiegatamtnte proferire tutte due le vocali , ò 
e/lingueme vna con collifione : E però comunque nella firittura fila il con- 
corfi , à tue buffa , che Je ilconcorfo farà mngnifico,ctoè di lettere gagliarde , 
nella oratione magnifica io lo proferii ò,e nella tenue lo cfìingueri ; come fa- 
rebbe à dire che quefle due parole donna altiera , in vna oratione te proferirà 
comi le ho ferine facendo [enti re tutte due le ^t , & invn ragionamento fa- 
miliare ne efiinguerò vna con la collifione dicendo domi’ altera , Ci allofit entro 
nello fiontro dcbole,qucfte due parole percjjempio ogni vno , fi familiarmente 
ragionerò, le proferirò come le ho fentte : La doue vn’altra oratione , fi altro 
rijguardo ò di numero ,ò di varietà , od' altro non mi mouerà con la collifione 
dicendo ogn’uno le pronuncierò, e farò in modo che la ba/Jczza del concorfi non 
venga /entità . 7 /è qui bifigna,cbe alcuno fi fgomenti e dica. Ma come è pof- 
fibile ragionando l’auuertire à tante cofe, perche già habbtamo detto altre voU 
te, che Citharcdus in citharizandonondilcumt. (ioè che ehi ha fatto 
habito in quefle cofe tal/, lefà feuza penfarui : 0 almeno , come dice Cicerone 
nell’Oratore , Vt in icgcndo oculus>fic animus in dicendo profpicit 
quid i'equatur . Et oltre di ciò, fi come, chi ha imparato à nuotare, ò danza- 
re, non fiprebbe ò nuotare, ò danzate, cantra tempo : Co fi , chi ha fatto orec- 
chia buona nel dire , fi bene volcfle , non potrebbe proferire 0 concorfi contra- 
ri alla nota nella quale egli parla ; 0 altre co/e chef a cc/tc r offre pilo tioiofi.Ho- 
ra per tornare àtafa: nella nota magnifica hauertmo dunque quattro concorfi 
conuenìer.ti/Jimij due dille medefime vocali E c , & Jl , e quefh faranno 
fmplictmir.timagnificen\a ) e due dima di quefle con l'altra E a , & e, 
t quefli infieme con magnificenza faranno ancora varietà > e vaghezza . Et è 
da auuer tire, che fi bene à quiflopropofito noi fin qua d’altri rincontri non bah 
biamo parlato, che de gli accidentali, iLvtcdcfimo nondimeno figut per à ponto 
anche ne’ naturali : Si che à propofito noflro nella nota magnifica fanno gran- 
demente quelle parole , le quali 0 di due E hanno l’incontro in fi fìc/ic j co- 
me Dee, Idee, ò di due come fiaabbe ( poiché più proprio non à ne S ocra - 

te) ò delle E, con la , (omc o-/ rdca,[dca,o della i/t conia E, corriti 

grahe u Ittrabe e filmili , che fino far fi i più magnifici ,t xarq fioneri infic- 
ine, che babbia Ut noflra lingua : Onde don i aarauigha,fi di quelle due let~ * 
, * 1 tcre 


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Sopra la Particella X LI !• 1 8 J 

tereà ponto' Ji, & t, tanti [contri poje il boccaccio nella prima fola ciotti 
fola del Decameronc dicendo jubito , 

Humana coja è , 

E poco apprefio m’ altro pure accidentale [contro dì E , fi? , 

Come, che d ciafcuna perfino-» . 

• è poco più giù ; anzi /ubilo vno naturale pure di E, CS 
Stea bene-, , 

E Jubito vn’ altro accidentale di E pure,& Csl, bene a coloro, 

■ E la prima novella ancora comincia conifeontro accidentale di ti E» 

Convenevole cofa è , , 

Ut ovunque magnificamente ragiona, vediamo , che il Valent’huomo fi rac- 
corda molto bene di quello, che vagliono gli / contri di quefìe due vocali : delle 
quali l’ultima, Cioè la , dice D toni fio Longino nel libro de Compofmo- 
nc verborum, che anche appreso a Grcciera molto bene conofciuta : E ebe 
Demo itene qualunque volta notanttnunte voleva aliare il ragionamento , 

S alfije conco rfo vi cacciatta di due Alfe infume, come nella prima centra Fjh 
po, * • • 1 

Atout*., òrfica, dhofima . 

E nella cauja di t tefifontc repclito tante volte , , • 

* raòrfp*- 

Zèirgilio anch'egli fippe direna » 
vfsfllz vJtrn, 

E fimilico/e: <JWa noi à gli Italiani notiti vogliamo ritornare : i quali , 
per die dal primo mfegnamento di Demetrio in quella particella hanno impa- 
rato , che gli I contri delle vocali lunghe fanno magnificenza .. Dal fecondo 
donno bora intendere , che il midt fimo faranno altresì gli incontri de' difton- 
ghi : L- già [oppiamo nei, che la lingua nofìra difior.ghi admetit,e molti ; ma 
quanti, o quali [uno per à ponto noni fi chiaro: Tfi ànoi tonuune il [arreca 
qua trattato compito, conuo/ìa.ofa che di quelle tali co]e, le quali alla congrui- 
tà della lingua appai tcngi no il trattarne liudiofitncntc de’ Grammatici i 
proprio, (S à noi tanto baila faperne, quanto per la clocntione può firuire-,- 
Dìftong hi in fomma fono tatti i conca Ji di più \ ocah in ima /olla fillaba , fé ef- 
fe rimangono >ocali ; Habbiamo detto largamente di più vocali ,fe bene pro- 
prian/t nte i diftonghi di due fino i triftonghi di tre,i quadnftengbi di quattro , 
habbiamo detto ft tjje rimangono vocali, yebe oue vita yocalt pìgHa/Je nata 
tm di confinante, ft bene nella mcdefiviafiliaba, con vn’altra votale ft congiun- 
se, non peto farebbe diftongo: F quindi nafee che per dotar tono fiere i etifton 
ghi,necej]aria coja è il Japer prima, quali vocali utluofiro Idioma pafiano indi 
fonanti- .Tre fio A Lattili non i dubbio che erano due: La Vociai, late -come in 
quefìa pa rola Vide re. La l-come in quefia lupi ter . Etaprt/io di noi molte 
delle mede (ime hanno tenuta la medejima opinione: T uttauia noi ci accordiamo 
volontieri col Cavaliere Salutati, e con altri valcm’huomini A credere, & af- 
fermare, ebe la Lnclia nofira lingua non piglia mai natura di confinante , ne al- 


1 8 6 Jl Predicatore del Pamgarotd 

tra I ctnofce la noflra faucUa che vocale : La ragione Ji tana eccellente da quel 
lo , che dice A riflotele nel quarto libro delle pa rii di gli animali intorno alla di 
ucrfttà del pronunciare le coronanti , e le vocali ma noi di quello non voglia- 
mo entrare in difputa . E / apponiamo per verismo, che la I non i mai\ appo di 
noi confonante' E che oue diciamo Iacopo, ò Uno, ò fimilt,ft btnel'l,eÌA, in 
una mede [ima fillaba pronti tifiamo ,ad ogni modo confortante non è la f ma con 
la\A,fà di f tongo, e la velocità della pronuncia fà che tutto l’I.non fi profeti fee, 
ma fi pafJaall’A: "Della V. poi non poffiamo negare, e conferiamo che tal’ hors 
fi fi confonante , come nelle due fillabe di quefìa pa * ola Vino , nella f tonda di 
quella parola Pua , e la prima V della prima idlaba in quella parola Puole 
rimanendo la feconda V uocale fenga dubbio alcuno . Tqi però habbiamo noi 
ftaliam propria figura con la quale poffiamo dititnguere la V confonante dalla 
uocale, ne facili regole per iijftgnarne la di Pincione- (JUa i orecchi bifogna in- 
tendere, che in quefie parole y ogl'io,vale,vorrei,ueggo hauere Virgilio, e (imiti, 
la V. è confonante;ma non è confonante comemolti ere dono in quelle parole : 
Quanto , guerra , gufa ,fgua do , qui , queflo , e tali : non è anche confortan- 
te la prima V.in fono , ne la V,in b’tomo , nè in figliuolo , ni in muoro , ni in 
lacciuolo ,ni intuiti quelli della mede fimo fpecie : fiche nonpafiando mai la 
J in confinante , e in molti pochi luoghi pafjandoui la V. retta che molto 
maggiore, che alcuni non hanno creduto, fia il numero de diftonghi Italiani : Il 
Caualicre Salutati dice che fono quarantanoue : e noi non vogliamo andare cer- 
cando più efquifita numeratane. Solamente torniamo à dire, che quelli Jei difii 
ghi trattati da Grammatici Italiani , Ac Au, Ei Eu Oi eoo, come nelle pru- 
ine ftllabe delle voci fi quenti,Aere, Laura, fc. ime, Euro, cime, e Huomo, ben fo- 
no diftonghi , ma non tutti i diftonghi: E che ouunque più vocali in vna fola / il - 
lab a fi pronuntiano , quitti ò diftonghi , ò tnftonghi , ò quadriftonghi fi 
frollano . 

"Piano, freno } fioco, fiume, quando, quegli, quefli, Erminia , fe con trg 
pila b e fi pronuntta , sintonia fé di tre fillabe , e Pietro , 6 f imiti, tutte quefie 
itoci hanno diftonghi : giuoco , figliuolo , patitolo, aiuola, lacciuolo, CT tali tut- 
te nella penultima hanno il diftongo , e finalmente lacciuoi , fighuoi , e fe altre 
tali fi trouano . I quadriftonghi contengono, e fempre è vero per uenire al prin- 
cipale nofìro propofito,che idiftonghi fanno magnificenza nella compofhione, 
onde mi parcfiupidoil Tetrarca, il quale in quelle due fillabe , che principale 
mente p con fide rana nel verfo di undici fillabe Ciò fono la prima , e la decima , 
egli in tutte due fiebbe quefìa auuertcnga nel primo ucrfi dell'opra ,che colp- 
ii fiero diftonghi , 

yoi chafcoltate m rime fparfe il fuono , 

La prima ivei, ecco diftongho : E perche non fi creda che pai tafo, pìgli fi 
pi p r imo ver fo ancora de Ua feconda patte del Canzoniere , e fi trouerà d mede- 
fimo artificio: 

Ohimè il bel vi fi); Ohimè il foauef guardo . 

J.* prima i Obi di Ohimè, che hà diftongo , eia decima e fguar di fguardm , 

che 


Sopra la Particella X LI 1 . 187 

che pure hà diftongo . Monjignor dalla Ca fa anch'egli nella oratione all’lm 
peratore la feconda parola volle /ubilo , che haueffe diftongo, fi come noi ; che fi 
i foli ,& apportati diftonghi /armo magnificenza , ben maggiore nafeerd la 
grandezza , OHtde‘ mede fimi diftortgbi , come inftgnapcmetno, farà coricar - 
fo , Il quale concorfo di diftonghi nella nostra lingua può , e naturale efjrrr r , 
& accidentale: hfa turale come in qucfle parole : muoio , muoia , (f iala, Cuoio , 
Cuoca , e fiutili : accidentale come [e dice (fimo ^Antonio , r^yfuflriaco , Soffia , 
uAurafoaue , Colonia, durca,E'»pio, furialo, pioggia aurata e famigliatiti : 
Che bene all'orecchio folo fi finte quanta forga hanno , e quanto è ragioncuol - 
mente da credere , che adoprati , nella compofitionc fumo per farla infam e, 
magnifica , e fuaue : £ aucflo baffi quanto à (oncorfi ,òdi vocali , ò di difton ~ 
ghi , ebe nella Italiana faucllapofja.no auuenire , 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

XLI.E xlii; 

G li^dicentmovna volta,chc ouc nc' Commenti alcune materie Ter 
rano trattactc.alle quali non fenZa violenza Ecclcfiafticidifcorl» 
portano Corri fpondere, di tacere ameremo meglio 5 che di fa- 
re ftiracchiiture; Delle vocali , e de diftonghi .Sant’Agoftino medefì- 
tilo » Se il Venerabile Beda hanno trattato ne' libricciuoli loro deCuna- 
bulis Grammatica:, ma noni quello propofito. Etin vero per quello 
Che apartienc alla cloCutionc,gli auucrtimenti intorno al concorfo delle 
Vocali fono Cofe tanto minute, & in apparenza. co fi afTettatCjche non 
èmai'auig!ia,fcicompofitori'dcIlc Retoriche Ecclefiaftichc non ne-/ 
lian no trattato.Se bene quanto al la cola in fc vgualmcrt te c eifa vera nel- 
le feri rturc nurtre, come nelle profane: Et infiniti luoghi fra noftri fi 
pofrebborio raccogliere, oifc il ConCorfcr delle vocali, ò de diftonghi 
accrefce magnificenza al ragionare: Coirle farebbono, 

£t requiem! die feptimo ab vniuerfo opere > quod patrarat. 

facidmui ei ad tutori uni fintile [ibi- -, 

spellami A. damfas normnibus cmtta animantia, 

yocamt nomea vxons fna Heua. ■ ~ 

tr ad gemi Maniaci , M ornaci auicmgenuit * 

Munifici. 

E fìmilic ne fi ttouaforfi forte di fauella?lcuna,la quale più nomi cor£ 
fcrtga con Concorfo di vocali , di quello che faccia l'Ebraica Come fono, 
Aaron , GaIaad,Ioas ,Raab, Semei* Abigail, 

Et mille : Concerfo di vocali hebbe ne gli cuangeli quella compofiov 
a C a ncora 1 Con la qual : fui detto / 
flora eratquxfi fata, 

E più quel l’altra. 

E^^ù^qu relÌiHÌl tlim f ebr & 

fìjpia in itta bora eroi &c> 

VP 


I f 3 1/ Predtcdtor del ‘PantgaroU 

Dauiddeanch'egli ce ne dà molti cfcmpicuaic làrcbbono» 

Ideo feritoia cft esanima mea- . , , . . , 

Tdunxuid non dicci bino, homo natut cfl in ex & ipf:fwiJaut exm dtijjimut. 

Et altri inoltijde quali come dicemmo nè i R tori Ecclefiaicci hanno 
voluto dar regole: ne ndi haobiamo potuto ttalafciare di dire alcuna co- 
fa, ma breuiffima . 

Scytlei obtrcflatorum canes. .. 

Dice San Gicronimo nella epiltola à Ruftico monaco: E poco piu giu. 

Et fi iffdcm teneatur crimimbui. 

Con rrel,ailafila,c poco più giù. 

Quorum ruliut cordi tuo bareant, ... , _ . 

Con due vocali, & vndifrongn non feparatidaaitro,ehedavna atpi- 
rationc.Del redo quanto alla lingua nortra Italiana nt fc vittori E cu eli a 
ftici ,ci pare cott facile coiraprife de* libri folamcnreil rrouare elfempi 
di fi fatto concorfo , che deliberiamo di partarc à più vtili cofe > c nun- 
oo chiare. 


particella 

QV ARANTE S IMA TERZA. . > 
; TESTO DI DEMETRIO { 

•v * 

Tradotto da Pier Vettori . 

BVtrsJS autcm & m re ^ ut ma Z*ifi eum j fi & ittuftnt pedeflrit , 
fej ve l naualis pugna : vel de calo , vel de tellure fermo e fi ■ qui non- 

j/1 queamplamaudit rcm,fìatm & dicentem putat amali dicere t 

errane : eportet enim non quf dicuntur attendere , fed quomodo 
dicuntur:licet enim & ampia exliter dicentem , quod rei minima conueniat , fa- 
cere . Quare fi grane s quofdam dicunt,vt Thcopompum , qui grama non gra- 
mitcr dica. Ifictxs autcm piflor,& hoc ftathn dixit efiepingendi artit nonpar- 
nam partem,vt cum cepijfit materiam fatis grandem pingerct , & non conoide - 
tetartem tnpa'u it res.t't auiculat ucl flora, fed equeftret Ù" nauales pugnar. 
Vè« multai quidem figurar offendere aliquis poffet equorum: quorum hi cur. 
rerent bi autem recti fìarent;alij vero ingenua prociderent ; fi equitum ip fo- 
rum multai inculanti t ,mulcot autem decidente s ex cquii; 0 utabxtcnim fi ar - 
•untentum ipfum partemeff e pifiorum artis ,quemxdmoium fabuUs poeta - 
rum: nibiligitur mirum efìfi m trattone f & tx rebus parta futrii multa ma » 
gw fienaia, 

- . ‘ -V- . • . . ,.-J 

<*4 U % A • 

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Digitized b 





Sopra U Particella XLlll, 189 

> ' 

parafrase. 

He fe alle cofehora vogliamo pafiarc; non v’é dubio al- 
k cuno, che per ragionare magnificamente, di cofema- 
gnificcconuiencche ragioniamo:C®:nedi facnofe bat- 
_ taglie pedellri >ó nauali , del Cielo , della Ierra,efimi- 

li: Et e quello di tanta importanza, che alle volte inganna quelli,che 
afcoltano,i quali lcntcndo fauel lare di cole grandi, lenza penfar più 
oltre grande credono, che lia la nota, e lo Itile di chi ragiona, le be- 
ne per altro gretto è egli , & aliai badò; Come auenne aponto m 
Tcopompo/il quale magai fico Icnttorc fu tenuto, perche dicofe 
magnifiche trattò , le bene in vero non magnificamente ; Nicia pit- 
tore illultre jclla pittura ancora diccua douerfi offeruare il mcdeli- 
uio; Echc molto maggiore occalionc hauerà Tempre vn pittore di 
inoltrare il valor fuo pigliando à dipingere materie grandi, c (og- 
getti magnifiche che cole minute, c baflc;Comc farebbe à dire, le 
invccedi lcachezzarcintornoà vccllctti ,c fiori, c minuttie tali, 
vna battaglia nauale,ò cqucllrc fi metterà à dipingere , oue frà mol- 
ti caualh.quclto faccia vedere corrente , quello alzatori ne piedi di 
dietro, e l’altro inginocchiato : E de Caualieri , altri, che laettino, 
altri che da caualli caggiano,& in altre politure diuerliflìmciPerche 
in Comma ( diceua egli ) coll è gran parte della pittura l’argomento 
& il (oggetto, come è la fauolade’ Poemi. 

Onde non è marauiglia le nella profa altresì diciamo noi che 
dal dire cofe magnifiche molta magnificenza nceuerà il ragiona- 
mento . 

COMMENTO. 

N Ella particella ìó.diuife Demetrio tutto quello , che alla magnifica 

ta era nece fiati* in tre cofe : Cii furono : Che cofe magnifiche, con ma- 
gnifiche parole, magnificamente perche infume fi dtccficre . E già della cotnpo— 
fittone hà ragionato da quel luogo infino i qurflo : Oue alle cofe pafiando : non 
ferì v; // ferma molto : an^i in qucfU particella fola fene fp'difie , Credo io 
perche la co/a J pii chiara, che mefhero fia il ragionarne longamente ; (S ogni 
huomo intende, che chi magnificamente ragionale di cofe bajjc,darcbbc ntl vi- 
tto della frigiiiti, e farebbe ceft,che non conterrebbe . E però che per parla— 
re altamcnte,di cofe alte hi fogni fauellare, quefìo non hà bifogno di r fiere di- 
chiarato: più lofio bifogna auuettire gli huomint , che oue di cofe magnifiche 
fattone parlare, non però dal frano, e dalla grandezza quel Joggetto fi lafc'tm- 

no fin- 


I $© il Predicatore del PamgaroU 

no fenza altro indurre credere , che magnifico fu il ragionare : percìoche mol- 
te volte occorre, che cofr alte con parole buffe , e flruttura vile vengano tratta - 
te, nel qual cefo grande errore farebbe di chi dal [oggetto ingannato magnificen- 
za creiefie chefofic in quel ragionamento.. anzi vitiofo in tal cafo, è il parlare , 
di quel vitio,cbe stridita fuhiama,del quale doppola nota tenue ragioneremo 
noi con 'Demetrio, & il quale diceua (iccrouc chef cómetteua, quando fa tura 
ieiune,&grandia minuti dicebantur,neceratrcbus lpiìspar,& $qua 
lis oratio . fn quejlo vitio dice Demetrio ciré diede T eopompo trattando cofe 
alte fin btfie maniere: E pure molti magnifico fcrittore lo filmarono , inganna- 
ti da quejlo foto, che [oggetti magnifici fentiuano in lui, fenza penfare fé t/fi ma - 
gnificamentefojjero trattati, Fù que fio Teopompo come dice Cicerone nel fui 
Oratore, e come dicemmo noi di J òpra ad altro p> opafito,4ifiipulo di fjocratc^r, 
di quell’ lfocrate del quale, e delle cofe di lui già habbiamo dt ito di / opra con qua 
[e affittane foglia parlare Demetrio. L far fi vna delle cofe, per le quali poco m* 
grafico tiujcì lo fitte di T eopompo, fù lo /chi fare egli con tanto f/udio ogni con- 
corfo di vocali : Che ciò hauere 'vi vitiofamente fatto, infino (icerone lo dice nel 
l'oratore. Comunque ftafie materie , & » [oggetti nella nota magnifica, certa co- 
fa òche magnifici hanno da ejJere;Come fono ( dice Demetrio) battaglie iUu- 
Jlri, fatte ò in terra, ò in mare : Et il ragionare del ciclo , e della terra in vni- 
uerfale-,e di certe cofe firn ili, che con la alttgqt loro empiono grandemente l re- 
nino di : biafcolta.-f'irgilio fempre eguale à fe mede fimo, oue nel decimo libro 
dejcriffe vn fatto d’armi à piedi, e nell’vndecimo vna giornata di caualleria » 
troppo chiaro efltmpio lafctò ,come le cofe grandi grandemente fi habbiano à di 
re . E motto bene l’hanno imitato de' poeti no/lri Epici l’atrio fio & il T afio in 
pi ùd’ un luogo: E quanto alle battaglie nauali,non fi cordò il decoro nel regio, 
ture, (quanto quel genere patifeej il noflro 'Boccacci, oue di due battaglie in m a 
re fece mntionefi’vna del Gcrhno per la figlia del di Tunifi,e l’altra di fi- 
mone per F figcnia. Oltre che ouunque egli alla nota magnifija figetta,cofe ma 
gut fiche fi vede che tratta fempre sfarne nel principio della oratione di Tito in 
quelle parole. 

Crede fi per molti filofo fanti, che ciò ches' adopera da' mortali fia degli Iddi jf 
immortali difpofitione, 

E prouedimcnto . E poco piò giù-, oue l’autore fieffo ragiona della ami, 

fitta «... 

li cui fantiffimicffctti(dice)hoggiradiJfwc volte fi veggono in due,colpa,e 
vergogna della mifera cupidigia de mortali, la qual folo alla propria vtilita ri- 
guardando, ha ctjfleifuor degli firmi termini della terra in cffilio perpetuo 

relegata. 

Et in altro luogo. 

Si come à colui piacque, il quale e fendo egli infinito , diede per legge incom- 
mutabile d tutte le cofe mondatici hauer fine . 

fj altroue , 

T u vedrai noi d'una mafia dì carne tutti U tarnt hauere >c da vn mede fimo 

(reato- 


Sópra U Particella X LUI. 191 

citatore, tutte Vanirne con eguali forze , con eguali potenze, con eguali vitti 
e reale . 

E nel principio della prima nouella, 

(enueneuole co fi è tariffine donne , che chfclxduna cofx , la quale l'huom» 
f didallo ammirabUee Santonome di colui , il quale di tutte fù fattore , le dia 
principio , 

’NÌ ponto meno diligente fi il Tetrarca accozzare infteme nella nota grato 
de la magnificenza delle co fe, delle parole, e della ftruttura,Come ouedtce , 
Quando il pianeta, che difìingue l'bore, 

*dd albergar col’T duro fi ritorna , 

Cade virtù dal infiammate corna , 

Che ve il e il mondo di nouel colore, 

ht altroue di cofe pur alte,t pur cominciando dalla parola quando, la quale j 
aue trattammo del numero, dicemmo che neiprincipij i magni fu eutijfinta . 
Quando il fol bagna in mar l'aurato carro, 

E't aer noflro,c U mia mente imbruna ; 

Cof cielo t con le Belle ^ con la luna. , 

V ri ’angofciofa, e dura morte i narro. • ; 

Et in vn altro luogo, 

Qucl’tb'infinita prouidenza & arte, 

"Pofc nclfuo mtrabil magifiero , 

Che creòqucfto,c quell’ altro Emifpero , 

E manfuetopiù Cioue,che (JMarte. 

E di quefii tali ejfempi,pe’ buoni autori infiniti fe ne ritrouerebbono : UWa 
troid Demetrio facciamo morno : il quale per mofirare che i /oggetti grandi 
diano grandezza alla profa , per fimùitudme ne coita argomento da Tutori , e 
da Poeti: E primieramente quanto d piti ori, dice che falcia ^ithenefe trafi- 
liti) di dire, che gran parte nella pittura i , lo fcegliere f oggetto à dipingere che 
habbia del grande , e non del minuto ■ (ome fan bòrnio battaglie di caualli, e di 
ttaui,e non vcelleti,e fiori . In quello pittore ragiona Plinio nel libro 3 j ad ca- 
pitolo 1 1 . con qutjlr parole . 

.Niceus AihenienfisdiligcntiffiméinuJieris pinxit lumen, & vmJ 
bras cuftodiuic, atquc > tcnancrcnté tabuh* piciurx, maxime cura- 
uit. opera eius, & c. 

E poco più giù. Ficit, & granefespifluras. € quello che feguita, tutti 
eonforme àquantune lagioia Dimetrio in quefio luogo: Pitture di qui fin - 
maniera con /. g getti grandi, fi vede che affitto femprt di fare il miraculofo Bo 
nar noti ,< ome il giuditio nella Capi Ila Papale di Homa,& altre coje fimilr Ta- 
ti fogg etti fi vedte he piglia à fingere ni Ila nefira Città di Milano il m iraculo- 
fo E igino giouane anima e nobile , ma che di gran longa auan za molti de’ piÀ 
tee (Uenti vecchi, t di quelli, che non per ftmpliie piacere come egli fi; ma per 
c fi tntami nto deile vite loro , altro non fanno mai che dipingere : t pure netm 
med cftma Città habbiamo bauutogliamìpajialim queiio genite vn (ingoia- 


191 fi Predicatore del Pani raro!* 

riffìmo'auucnimento ne Ua per fona di Giouan Paulo Lomazzo. il quale haueiC 
do molti anni, con motta eccellènza attefo à qui fi a nobihffima arte del fingere , 
& efiendo vltimamentc perc>udele,e (Ho per dire ) ir.uidio fa, infermiti rana 
fio cicco ,1/1 vece di quel poco lume ch’egli perdette ,thun(fimo lume(pure in fer 
aigio delia pittura ) diede egli à molti, fcriuendone,e flampanione vn libro (per 
quanto dicono gli intendenti ) eccelUntifflmo : nel quale , chi leggeri fra l’altre 
cofei due Capitoli 19. c jo. del libro fe fio, che trattano delle battaglie terreflri 
e naturali, molte cofe ritroHeri grandemente appartenenti i quello , che ne di. 
ce 'Demetrio in quello luogo . In fonema e fi vede , che gran parte della pitta, 
ra è il fogetto che altri piglia à fingere : Come gran parte d l Poema i Purga- 
mentoli fogetto,la materia, e per vfxre il proprio termine la fattola, che il fot 
ta prende à iouer trattare : <A rifatele nel libro della Poetica numera Jei par. 
ti di qualità, nella Tragedia : Ciò fono la fauola,i cofi tmi, la locutionr, la fe»- 
tenga, l'apparato per la vifia ; e la mel odia , delle quali le prime quattro fenza 
dubbio all'Epico poema ancora appartengono : Mae nell'uno, e nell'altro, & in 
ogni T’orma prona A ri Hot eie nel mede fimo luogo, (he fra tutte le parti prin- 
cipahffi ni è la fintola: La quale altro non i fe non la im catione di quella attie- 
ne ; la quale il Poeta fi prende i volere imitare : Diciamo di quella attiene nel 
numero del meno : perche fe bene l'hifiorico ferme molte anioni di molti ; 
E quelli che fcriuono vitc,fcriuono molte anioni d’un foto : V Poeta nondime - 
tio,i Comico, ò r ragico,ò Epico che fia,vna fola anione d’un fola bifogna,che fi 
ponga ad imitare, come l'ira <S Achille, il pafiaggio di Enea in Italiana Gicru - 
falcmnu liberata da Raffreddo, e filmili . E per conf luenza c fiondo vna l'at - 
tionc,vna è ancora la imitationcJ.'argomcntO}& infomma tutto quello inteffi . 
mento , c connettimento di cofe , che per imitare ietta anione, tefie ; come dice 
C/f ri Hotclc col verifimtle,e col ncccffa rio il Poeta : E quefto, ò anione , ò fa- 
ttole, quanto più alta, e più grande fardjtanto più magmfico riufeird il 'Poema : 
T^è folamente nella nota magnifica conucrrd che quelle cofe,lt quali il [oggetti 
fiejfo ci apprefenterd filano grandi } ma che certe , che aggiùngiamo noi anche 
che elleno fumo magnifiche : Et in particolare, che volt ndo adoperare compa- 
ratone, e fimilit udini, da cofe fimilmentc magnifiche e grandi, e non da vili,#- 
abiette le prendiamo : Virgilio in quello fù maranigliofo , come in tante altre 
cofe . E non fi vede, che in nota magnifica, altronde mai, (he da magnifiche co. 
fc prcndeffe le comparationi . 

•per cjfempio , 

Qual» vbi apposita nitidiflimafolis imago» 

Euicit nubes,nuJJaqucobftance reJuxit* 

Che l\Ar lofio mutò dicendo , 

O come fuol fuor iella nube il Sole ; 

Scoprirla faccia limpida e fer emù» 9 
Et il Tuffo difie, 

. Coft qualhor fi rafferena il cielo. 

Hor da candida twbe il Sol trovarc i 


w 


Sopra la PartìeelU XLlIh 
* Morda la T^ube vj crudo i raggi intorno 
T tu i bia ri j piega ,ene raddoppia il giorno, 
ft alt rane, 

impaftusceu piena, Leo perouilia turbina 
Suadet emm velina faine* manditquc trahitque. 

Che /' -Ariolto dtfje , 

fame impano Leone in Jlalla piena , 

Che lunga fame habbia fm agrato , e afàuttO; 

Uccide, {canna, mangia , à fi ratio menala 
L'infermo gregge in fua balia condutto . 

Et il Boccaccio n Ila nonclla di Ceriino narrando d furore di lui , doppo thè 
fà /oprala nane de’ nemici montato ; pur da Leoni piglia la comparatane di- 
cendo , 

T^on altrimenti , thè v» Leon famelico nettamento de'giouencbi venuto , 
bor aucflojbor qui Ilo frenando, prima to’ denti, e con l'vngbtc la fua ira fatia , 
che la fame . 

cMeffet (jiouantù dalla Cafi,fefrceffe bene , ò nò i cominciare la fra ora - 
tione all'Imperatore da vna compara ione -, noi per bora non lo dif putiamo : 
Men diciamo che egli in occafiont tanto alta , da fplcndente, e magnifica cofxat 
f refe la fmilii udine, dicendo , 

Si come noi veggiamo inter uenire alcuna volta Sacra Maeflà ; che quando, 
fi Cometa, ò altra nuoua lucei apparita nell’aria, il più delle genti riunite al 
Cielo mirano coli-, douequel marauigliofi lume rifilendo: cofi ere. 

Che il T affo leggiadramente iifie , 

-A l’aparir della beltà mutila , 

Tfafcevn bisbiglio, eli guardoegn un v’intende. 

Si come là doue (ometa , o f iella , 

Tfon più vifiadt giorno in Citi ufo Inde, 

Che, fe co me dice Demet rio, le guerre nauali fino cofi magnifiche , magnifi- 
ca fù anihe la comparatone à< l mede fimo Tuffo /tue diffe , 

Cofi pugna naual quando mn {pira 
•Per gli punì del mare off ito , ò ìfoto , 
f ra due legni inegual , tgual fi mira , 

Ch’ un d’altezza preuaf L'altro dimoio. • l ' nt - ‘ 

L’un con volte e r molte afìaha, e gira V - u -• ’-ì» 

Da prora i poppa : E fi UÀ l’altro immoto . - ^ } 

E quindi il piiilrggier fe gli auiiùu , 

D’alt> a parte minaccia alte ruin/t . . 

Afa delle comparaticni bauertmo Oi cafone di più epoJUtemtnte rette 

mare, * - 


Parte Seconda. 




N 


DJ. 


194 del < ~P*mgaroU 

D ISCO RS O ECCLESIASTICO. 

D I Copra nc’ difcorfi Ecckfialtici ij. Se iC. fra molte propofitioni 
proprie di Santo Agoftino in materia di elocutione » dicemmo an- 
che quefta.chc egli nel quarto della Dottrina Chriftiana tencua.chc tue 
re le cofe,chc dicono i Predicatori in pergamo,fiano grandi , e magnifi- 
chc,perpicciok che paiono,c vili: E le parole di Jui proprio ci ano que - 
ll e . Quandoquidem omnia , maxime qua de loco fuperiore popùlis diamus ad bo- 
minum fì!u:em, nec temporarium ,fed atamani refetre debemus , vbt etiam caucn- 
dus eft aternus kteritus , omnia funi magna qua duimus . La quale ceda, fc Cof- 
fe (implieemcnte c fenza alcuna diltinnonc vera > nc feguirebbe che va- 
no à noi folTc quello infegnamento di Demetrio ili douere nella nota^ 
magnifica fare Iceltadicolcgrandi da doucr dire; poiché niuna fc non 
grande potremo dir già mai: Ma come dicemmo pur quiui, non fem- 
plicemente,* in rifguardodi fe medefime intende Santo Agoftino, che 
tutte le cofcjche noi diciamo fian® grandi; marifpettoal tìnefolamcn* 
te, quandoquidem omnia ad eternata fJuiem referre debemus , del redo molte-, 
cole per fe medefime picciole diciamo noi: le quali ouefiano nella nota 
grande dobbiamo (chifarc, e delle grandi, c magnifiche fidamente di- 
Icorrcrc. Non fimo tutti inolil i libri Canonici Icritti in nota magnifi- 
ca : anzi nel Dilcorfo ij. con cflempi addotti da Santo Agoftino , c da-, 
noi medclimi moll^ammq,che in molti luoghi.eteinperato.c tcnne.è lo 
ftile delle Scritture,* anche velicmenre.&rafpro.chcè fecondo noi no- 
ta differente alfai dalla magnifica . Dicedi piuil medefimo Santo Ago» 
llino, oue di (òpra, che anche le cofe grandi tratta la Scrittura (aera con 
nota tenue; oue le narra, ò infegna : E le medefime con iftile temperato 
tratta; ou e vituperi ò Iodi, nc mai in magnifica nota ne ragiona, le non 
otte le occorra di doucrle pcrfuadcre : il che tutto deue intenderli delle 
iofenon grandiin fe,ma grandi per lo fine: Che del redo le grandi per 
fe ftc(Te,nonè dubbio che i noilri autori diurnamente eloquentemente, 
■magnificamente le hanno trattate: E fe concediamo , che òue hanno 
hauuto da infegnare, enarrare per intelligenza de popolili fono molte 
volte abballatile d’uno Itile più familiare, e p.ùcommunc fi fono ferma 
in tal cafo aggiongiamo , che le cofe grandi, come infognate , non fono 
ilare prefe da loro fotto il riguardo della loro grandezza . 

Per cflempjk» » , ■ ' ■ ’ • , 

Ju principio creami Deus ccelum, & terr am, terra auiem eroi marni . & -vacua > 
tenebra ferebamwr fuperfaciem aNJJi , quà potrebbe facilmente occorre- 
re quello , che dice Demetrio che occdrVe nc gli ferita di leopompo : 
Cioè che altri fentendo fasfi menrione di cofa tanto grande, quanto è la 
crcationc del Ciclo,e della tcrra,itnaginairc,chc la notafolle magnifica: 
E nondimeno non c vero, perche nella locutionccftraordinaria, maco- 
munifiima nella compofitionc è periodicamente circularc , c Icclaufole 
fono brcuilfime,* ogni cofa le communcc renile: .Ma anche lecofe,co- 
xne infegnate à popoli rozzi lotto quello talcrifpetto declinano dalla-, 
Joro grandezzate altro Orile nchicggono.che temperato, ò tenue. Dal- 
l’altro canto auieneral’hora , che alcune cofe magnitìcentiliìmamente 
dette da noftri autori,ad alcuni paiono balle, e vili.non per al ero, fe non 


Sopra la Particella X LI IL 195 

perche erti n on mirano bene, c non comprendono ilrifpctto» (otto il 
quale i fopradcrri autori ne ragionano. Santo Agoflino per eflempio 
con grandiflima magnificenza, mentre tratta delle opere di Dio, ragiona 
della zanzara, e del Pulce, che fono cofe picciolillìmc ; ma la creinone 
loro non è picciola; anzi cofi fi richiede infinira potenza di Dio à creare 
vna pulce, come vn’Elcfantc: E però bifogna auertire furto quale rifpet- 
to viene trattata quella, ò quella cofa;c fi trouerà, che il pulce ancora , c 
lazanzala.pcrlo rifguardoncl quale vengano prefi, di balli foggetti che 
fono.marericaltifTimcdiuongono, &cmincntiflìmc: In quella maniera 
nella quale diccuamo noi vna volta della zalacon nota magnifica que- 
lle parole ideile . 

Ma come in cofi piccio! corpo pofe egli il Maeftro tanti fcntimentl l 
ouc gli occhi ? oucil gudo ? ouc l’odorato ? ouc l'udito ì ondecauò egli 
tanta voce. Come congiunte qucll’ali? come ftefcquc’picdi.’Gomc al- 
largò quél ventre per rlceucrc il fangue ch’ella bene? Come ajpizòlo 

g ronc in modo , che le ferifee ? Come Io rem prò in modo che fonaflc f 
omelovuotòin módochecapiffe? E folfe infieme,infiemevare, face» 
ta,c tromba ? In quella tirata di Monfignor Cornelio della predica del- 
la Vigna,dclla quale ragionammo noi nel difeorfoquarantefimo, ad al- 
cuni panie cola indecora, che egli magnificatnenre ragionando di quel- 
le cofe, che hanno forza di mondare, fra l'alcrc vna balfilfima venein- 
ferific dicendo , . . 

La fcópa monda la cafa-, , 

Ma quelli tali doucriano confiderare , che Monfìerior in quel luogo 
uro! le alludere à tutte lecofe che nelle Scritture ifleflc fi rrouauano rife- 
rire, forrorifguardodi mondare: Fralequali, perche il Vangelo dice 
d’vna c.tfa, che altri la rroua , 

Scopa mundatam . 

No 1 polena, nè doueita egli diflìmulare, nè tacere quello tale iflru- 
menro per vile , ch’egli foÌTc : Similmenrcquantoallccomparationi , 
non è dubbio che nelle Scritture facrc molte di loro da cofe affai minu- 
te, e biffe pare, che fiano prefe : 

Comeqiclla di Efiia , 

D erdt iuerwufih* Sion vi rmbraculnmin vinti , & futa tugurium in (hch- 
meririo . 

' CpiTic quella di Giobbe , 

Venttr meut auaft mujlum fine fplraculo^uod laguncutas noius difrmpit . 
Come qndlla di Amos , 

Stridebo fuptr t>os,pcut ìlridct plttnftrwnonuthm forno . " 

Come quella di Nahuip , 

Tacici omnium corum fu ut nigredo olla. 

Ma bifogna ricordarci, che non in rutti i luoghi, come diceuamo di 
fbpra, magnifica è la nota della fcritmra : &alle volte Temono i parago- 
ni rrarti dacofe vihpìt ftih 11 -ire. mairgiairn ente qucHoidichc parliamolo! 
tre chelafciando loSpirito finto, che gli (Iromcnti Temono quali fono, 
non c marauiglia fe fra proferi alcuni da luoghi baflìffimi prefi , confor- 
mi alla loro cducirionc pigfihuano i‘ paragoni : Come tutto in contra- 
rio, da cofe magnifiche e graui vediamo , che altri hanno tratte tutte de 
fimilitudini : & in particolare Paolo Santo hora dicendo . 

N 1 Quei*- 


-X. » 


1 Jl Predicatore del PanlgaroU . 

Llucmadmodim in vno cor poro multa membra > Hora > • 

Jiqm in/ladio currunt omne s qutdem currunt fed vnui accipit bramimi '. 

Hora , 

~4 Ita gloria S olii, alia gloria, Lun£, alia gloria Stellarmi. 

E cole tali: ma delle comparatiom hauremo poco piò baffo à ragiona- 
re con migliore propofito : Nc per hora occorre dirne altre cofc,fe non 
quella , che ouc in magnifica nota di loro hubbiamoà valerci : dacofc 
magnifichc,c grandi dobbiamo procurare di tirarlo . 


PARTICELLA 

QVARANTESIMAQVARTA'. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 



Ociitìonem autem in nota hae tamtam efle oportet , & immuta - 
tam,& extra confuetudinem magia, fu enfiti babebit tnmorem j 
propria autem, & ex conjuetudmc locutio , piena quidem femper 
erit,& hot de tonfa abitila , 


PARA FRASE. 


Inalmente quanto alle parole t perche il parlare 
nella nota magnifica, per hauere grandezza, e fplè- 
dore, bifogna,che fia peregrino , c fuora dell'ordi- 
nario. Perciò le parole ancora non haucrannoad 
edere le communi, & ordinariamente vfaiedal voi 

go,ma le non proprie, eftraordinarie : Che a dire il 

vero, le la locurione fu/Te la quotidiana, c corrente, ben farebbe ella 
lenza dubbio chiara , e piana: ma per quello.chc alla nota magnifi- 
ca appartiene, troppo più bada che non conuerrcbbc,&c. 



COMMENTO. 


P Oiche'Demetrio conforme aia dìuiftonc fatta da lui nettaTarticetla a£ 
di due co/e ha ragionato , le quali al magnificamente parlare fono nere /- • 
I arie : dò fono la magnifico tompofititne , (S U magnifico /oggetto , bora finali» 

mente 







Sopra la Particella X Llll. 197 

Mente aìa terza , & vltima coja papa : cioè d dire , che alia mede fima >.0 ‘d_# 
grande , mcefiario è ancora , che pai ole ma^wfiche^flralordinarie adoperia- 
mo e la ragione è dice egli , peràoehe m quriia tale nota Hra\oidmaria,e uon 
comune bifogna, che fiala locutioncj per conjrguenga tali altresì bijogna, che 
fiano le parole : e tutto quello per la regola da lui mede fimo detta di fopra_, t 
che del minuto hanno tutte letoje ordinarie, £* v fi tate, e del grande le fi ra fardi 
nane, e peregrinerà (fucila maniera, due cfriiiutele nel terzo delta Retorica 
al capitolo f condo, che auunnedgh huomir.i nel vedere! fi>ajiicri,ò gli ordi- 
nari} Cittadini, ehe il veder qui III lenza Juobto più a muoue, perche la rarezza 
Jà marauiglia,e lamarauiglia porge magni funga, e diletto infume . 2(è bì - 
fogna dirc,i he la locution ordinaria farebbe più pien i , e più ibiara , perche 

I nella chiarezza aponto farebbe anche cagione, che effa più vile fo(ìe , e più et- 
icità : cofe che fupcrfiiialmente intefe nella para fra fc paiono molto facili : ma 
che un pi U ano molte, e grandi difficuitd, e ehe fruga if aminare molto bene le 
tofe di tre à quefio propofito da frittotele ni Ha Voetica.c nella 'Retorica , non 
è po/fi bile, che interamente fiano cono fritti r a.x noi : e perciò in q; t Ho Commen 
to,d quale, fé non fiamo errati,d molte difficultà darà chiaregga, tre cofe trat- 
teremo per ordina la prima quante forti di parole fi trouino fecondo le diuifto- 
nidate da fnjlotele- la jciunda, quante forti di locutioni fi può cauere, che fi 
ritrouimi da quello, che di loto due Demetrio quÀ , & cf rifiatile nel fecondo 
capitolo, nel tergo d, Ila Pletorica : e finalmente quali parole perefiere, òcomu 
ni, ò peregrine, alle loeutuni, ò ordinai ie,ò firafordmarie appartengono: fri- 
ttotele nella fua Poe tua alle partitelle (fecondo il Maggio, crii Viccolomini) 
centeftma oltana, e centefima nona, due dmifkm fa di parole , intendendo per 
parole i nomi,& i verbi principalmente : la prima diuifionc è ehe tutte le paro 
le, ò fi», pini fi no,o compo/h : e delle compojie alcune hanno i membri parte fte 
gni fi canti, e parte nò altre tutti i membri fignificanti : e delle mede fime parole 
compone, altre dopplici fono, & altre triplici, pofjor.o ancora efiere,e quadri * - 
plici i Della feconda diuifione ragioneremo poi . Ver bora quanto à qutfìa pri- 
ma, parole firn plici fecondo Aratotele, e fecondo la verità fono quelle, le quali 
parte alluna non hanno, che prefa per fé ttejsa qualche cefa Jigmfiibi in rij pet- 
to de! tutto. Come, 

Qelo, fuoco, Cauallo. 

E limili: e tempo fte fono quell’ altre , lequali ò vita ò più hanno delle parti 
Uro, ehe alcuna cofa lignifica con proportene , e congiongimentu alfìgwfieatù 
del tutto . Ttruoi he non è dubbio, c he in quaf i tutte le parole alcuna particella 
fi trouerd,che farà figmficatiua,come in, 

^fndare,Giuuanni,' ^frnobio, o dire. 

£ fintili -, oue parti /igni ficalme fono , 

Jjarc,Varni,frno,c dire . 

cJMa mentre figruficano, che alle prime dette parole appartenga, e però 
muelle firn pini, e non compofle domanderanno . Concioftacofa,che fe bene parti- 
celle figmfi caline hanno, non però de tte particelle in riguardo del tutto alcuna 
Seconda Parte. N 3 wf* 


I$8 Jl Predicatore del Panigarotà 

Otfa lignificavo : là doue tutto in contrario, 

"Bif cantare, e dffpreggiart. 

Quelle vna parte hanno, che niente fignifìca,cioè disfi bis, 14 un altra [igni 
ficantc/toè cantare ,e pregiare. Et il figmfiaato rifguarda come fi finte d quel- 
lo, che tutta la parola figmfica, e però cottpofie parole faranno finga dubbio 
quelle due : medefimamente quelle due, 

Stuzzicadentefi drizgacrino. 

Di due parti, fi vede, che ciafcuna di loro uiene campo Ila, ambe figni fi canti , 
94 ambe in rifguardo del tutto ■ perche fiugzicare, e dente, e così drizzare, e Cri 
ne tutte fignifìcationi hanno appartenenti al tutto, e perciò non ftmplici ; ma 
compolle parole faranno quelle fieramente. E di quefie tali compolle dite 
»/ irifiotcle,cbe di duplex triple, e quadruple, fe ne trouano, cioè di due, e tre, e 
quattro parole congiùnte infume, che tutte lignificato hanno appartenente al 
tutto : Ma ciò più vero è, nella <jrecalingua,che nella Latina , 0 nella noflra,lc 
quali due fauelle più timide furono in comporre parole infieme ■ e quanto alla 
noflra, fi bene ielle duple biella molte, e molte, triple nondimeno, e quadruple 
non ne ha ella molte, fi già non mctteffimo per tali fall anbanco , e fintili ,ode 
gli Etimi del Carafula, il quale di tre parole formandone, à volendo, che aititi 
ne f off ero formate diceua, che 
Tontoffola voleua dire intofja li, 
e Bombarda, bomba, arde, dà. 

E fimili : c Ma paffiamo alla feconda , e molto più bella diuifione di parole 
fatta da riUotele nella particel a 1 9p. della fua V»ctica,ouc egli due fecon- 
do la tradui ciane d'-dleffandro Puccio, che oninc nomen,aut cft propri ù , 
au t ab alia lingua, auc traslatio , aut ornacus , aut ti cium , auc produ- 
cimi, aut fubtraftum,aut commutatimi , cioè che di otto fpecie fono tutte 
le parole : ò proprie, ò forailerie,ò metaforiche, à ornate, i fatte , ò allongate, 
ò [ternate, ò durate. e di ciafcuna diloro conuicne , che alcuna cofa diciamo . 
"Proprie dunque intende ^infloulein quel luogo con fignificationc molto am- 
pia'. tutte quelle parole che fòrafliere non fono : 14 i primi due membri della di- 
uifione abbracciano vna compita Jufficienza perche tutu le parole, ò proprie fa 
no à chi le parla, o foralliere. egl'altrifei membri a tutti due quelli conuengo- 
no, concio fiato fa che, e le proprie, e le Hr artiere poffino e fiere , e metaforiche , e 
Ornate, e fatte, e d!ògate,t [iemale, & alterate. Habbiamo detto à chi le parla, 
perche come auertilce Arinotele medi fimo, vna medefima parola nf petto i di 
uerfi,e propria,eforefiie ra è pofii ulte, che fu : Come à T ofeani foreJUcra voce 
è zaffo, & à V indiani propria, C4 allo incontro d ^indiani {or aliterà è liir- 
to ,14 à Tofiani propria. Si che proprie voci intende A riflotcle quelle ,the i 
thi parla fono natine, e della propria fiuella, come d noi Italiani, bicorno. Ca- 
vallo, Ciclo, e famigliati, che forfi con minore equiuocatione potrcùbono domati 
dar fi noflrali:eflranierc,ò fòrafliere fono quelle, le quali fi bene nocella fauella 
noflra Italiana le vfianto,da altre lingue nòdimeno le cauiamoicome regolare, 
q vcrdadcre dalla lingua Spaglinola, marciare ,c bonetto dalla frante fi. Cole» 

dijfimo. 


SrtrdUTdrkcetU XLllf . 199 

affimi, e bifore iati* latina ,efimiU. Le parole metaforiche poi fono quelle, le 
quali da quel luogo, tue per fua natura lignificano, vigono trafportatc ad oleum 
altro cofa ,alla quale per propria natura non conuengw.C orno quando quatta 
parola piouere , la quale per fé fieffa naturalmente lignifica il cadere, che fa la 
pioggia dalle nuuole, tiene trai ferita à fonificare il cadere , die fanno te ,agn 
me da gli occhi, in quella maniera che il Tetrarca difje, 

• pianatimi amare lagrime dal uifo. 

E quello co fi può accadere nelle proprie voci , come nelle fora Riere ; perche 
fi diciamo per effempio il fole t fiere lampade det,mondo,la voce lampade in que 
fio luogo à mi Italiani è propria, cioè noflrale,e metaforica infame ; e fe dicia- 
mo il iole efjere il Lieno del mondo, non è duhb:o che la voce Licno tolta à La- 
tini à noi viene in tal luogo ad ej) r re fot altiera infame c metaforica • Ma del- 
le CMctafort habbiamò m Ila particella, che feguiterà à fare lungo , (f appo- 
stato difeorfo. 

La quarta fpecie di parole i quella , che MriRofde nella poetica con Greco 
nome domandò ejr in Latino fù tradotta ornatus:i«i quale ptnbe è di- 

fiah fauna ad intendere che cofa fu,&à giuditio mitro fin’ bora mnft è detto 
ili lei tutto quello, che fe ne farebbe potuto dire : perciò vogliamo rimettere noi 
Sleffi À ragionarne in quella medeftma particella doppo tutte le altre fpctic ap- 
partatamente: Seguitano nel quinto luogo le parole , le quali e^Anflotclc do- 
manda Tarole fatte, le quali firn quelle, che chi parla ,ò fcriue non trouando pa 
rota ne frale, e vfata atta à ef prèmere che che fa, nò da fr antera lingua toglie , 
ma nella fua medeftma lingua forma di nuouo: Come formò Virgilio il d ara- 
tanta ra per lo fuom della Tromba e fintili ,e la nolira lingua hi formato il bi- 
sbigliare, da quel difiebiffc,tbe fanno quegli , thè mormorano baffamentc infie- 
m e : k fra quelle voci fatte di nuouo anche quelle hanno da connumcrarfi , che 
non nuouacompofitione di due antiche voci fi formano , come fece il 'Boccaccio 
quando difie Lauaceci,e come faremmo noi fe diceffimo fquafaapennaclno man » 
giacatenacti ,e cofttah;La feRa fpecie di parole è quella delle «llongate-, Le qua 
li • fi allongano tirando l'accento dall’antipenultima alla penultima conforme 
d quello, che habbiamò ragionato nel difeorfo del numero oratorio, Come in ve- 
se di dire hùmile, sìmile, dicendo burnì le fimìle : ouero aggiongcndo lettere , è 
fillabe,comc in vece di Refio, gru, bùfattà, pietà, dicendo l’iRefio,grue,buc,cit 
tade,pietade:ouero quello che ordinariamente fi proferifee con manco ftllabc, 
proferendolo con più, coma pafjionenon all’ordinaria con tre fillabe proferendo 
noi, ma con quattro ; E fe altro modo vi è di allongamenti : Contrari j à quelli fo- 
nagli afcorciamenti, che nelle parole della fettima fpctie,ci'è abbreuiate ironia 
mo.fomt quando in vece di togliere diciamo torre, per voglio vò per fantafi - 
ma, Fantafma,e fimili; Et finalmente le parole tramutate, ouero alterate nella 
nofirafauella fono quelle,nelle quali alcuna fillaba, ò lettera viene tramutata 
da luogo ad altro: Come in quelle coppie di parole ;dietro e drieto.fpigr e,efpin 

Ì e,pogne,e pongo ,cigne ,c cinge, & altre.Che fono le otto fpecie , ihs '■slriflotc- 
• oue dicemmo pofe nella feconda fua diuifiont, delle parole, itile quali à noi ori 

N 4 fella 


Digitized b 


l 


l o o fi Predicatore del Panig.troL 
refìa d dichiarare fe nò le ornate, che i bello Jludto habbiamo trapalate, e per 
T>M poco vogliamo trapaftare anctraiCioè fino a tanto che habbiamo foggi onte 
quello, che cominciamo à dire ade fioche oltre d tutte le fopradette /pene di pa 
rote quattro altre forti ve ne fonone equiuochr,le finontme, le generiche, e le foe 
tifiche: Delle prime due forti parlò strinotele nel fecòdo capitolo del tergo del 
la 'Retorica, dicendo che di quelle le t qui wche pe> gli Sofifli fanno, e le finonime 
per gli Poeti ; E delle altre due ragionò uietualmente almeno nella particella 
centrfimaiccima della Tattica , oue trattò della metafora dal genere alla fpe- 
tie y e dalla /petie al genere : Eqiiiuochein fomma fono quelle parole , delle 
quali ciafcuna molte iole ugualmente con equiuocationc lignifica ; come il tane 
animale, & il Cane dtll'ar, hibugio, lo fparuiere vece Ho, e lo fparuiere dii let- 
to . Sinonime quelle , che molte mft me lignificano vna Hejja io fa, come capo, 
e teRa.fi onde, e foglia, pigliare, e prendere , t filmili : generiche fono quelle e 
l ontane,lc q a i qua fi generi multe cofie. vniuocamcnte lignificano. Come poftia- 
n:o di quefta parola fare fi mire ette gene ricami nte dicendo : io hò fatta una c ti- 
fa fatta una flatua- fatto vn ritratto, fitto vii Poema, fatta vna tela . La doue 
fe in tutte quifie cofe non la parola generica, ne lontana, ma le fpeiifiche, e t tei- 
ne voli (fimo x fare ■■ bilognartbbt dire , lo ho fibricata vna cafa , J, colpita x na 
fìat ua, piato vn ritratto, compoRo vn 'Poema, & te fiuta x ma tela, e quefìo , e 
quii modo dt parlare, ihe da alluni viene chiamato parlare proprio : Ala per- 
che d noi per le cofe, che habb.^mo à dire, troppo importa il liuart la equuoca. 
pione da quifia voce proprio . ' i hd da auutrtire , che in tre modi vna parola fi 
può domandar propria : Tifiate rame nte fe e fi a non è forafitcra - a p prefio , fe 
non fido non èforafliera , ma nè anche è metaforica : i finalmente fe non fola non 
è,nè foraRicrapiè mttaforica,ma non è anche generica , e los 't da vaino lignifi- 
ca la tal coja,cbe ad altra tofa ,ihe d lei in quefla lingua , e finga metafore non 
può c fiere accomodata : Ter efiempto quando uolcndo denotare il ò ole , io dico 
la lampade del mondo, queRa parola lampade, qud è propria nel primo mudo » 
perche non ifiranicra,mt non è propria nel ficondo , perche i metaforica ,fe io 
dico, il pianeta, queRa uoce pianeta in quefta fign.fìcationc,è propria nel pi imo 
modo, perche non ì ftran era,& i propria , nel fecondo, perche non è metafori- 
ca, tua non è propi ia nel terzo, perche ègcnerica,e fe non foffe l ’ ^tritono mafia , 
così potrebbe fignt ficare fei altri pianeti, come il Sole , che feto per la mede- 
fima fignijicatione dico il Sole , quefla parola è propria nel primo modo pe rche 
non è ftraniera , propria nel fecondo, prebenonè mct*frrica,r propria nel 
terzo, perche fignifica coti fpctialmente quefta tal luminare , che fe per meta- 
fora, e t rasiti ione non fifa, e fi a propriamente altra tofa non può lignificare , 
che quella je quefta è la uera proprietà, che comicmt O jim,loll, &. léinpcr . 
IL quando diciamo una parola efiere propria, ò aproprtata,tf}a neramente done- 
rebbe hauere tutte quefle tre conditiuni^ioè non efiere, nè Rr antera, nè metafo- 
rica ,nè generica : fe bene l'ufo hd apportato , che alle utile proprie , & apro - - 
pria te, fi domandano quelle, che nèftraniere,nè metaforiche fono, benché fiano 
fcntricbc-e quel che è più. fi bene non appropriate, almeno proprie fi domanda- 


no 


4 


Sopra L Particella X LI 111» * 201 

ffo 4 icon quell , c'it tir antere no t fono dtl reftofe (uno , o metaforiche ,o ap- 
propriate, à generiche, òfpecifiche: è tanto bolli di quefta voce proprio, ò appio 
priat*. Hoi a nenia m > alla di.hiara'.iont di quella quarta fpctie di parole , che 
ftud:ofam?te rimette no à quefto luogo: Di qui (le tali parole s tri(l ne pa> la in 
tre litighi, nella Particella n. dcUaVoctica,ouc due, che parole altre fono prò 
prie, altre fi r arder e, altre metaforiche, altre ornate,c qllo,che (eguita,ntl i.ca. 
del ? .della Retorica , oue dice che per parlare feelte bifogna adoperare tre forti 
di uo i, le proprie, le appropriate, e le tr osiate, domàdàdo qui appropiatc qlle 
che egli nella Poetica domilo o nate. E (inaimele nel 5 . cap.pure del tergo li 
bro quelle mede [ime parole domanda fue dicendo, che per parlare chiaramen- 
te bt fogna eufemia cofa nominare con le parole (uè , intendendo finga dubbio 
delle mede fune, le quali appropriate , Ù ornate habbiamo di (opra nominate : 
Ma meglio fard in tutte e tre le lingue fintire le ditimtioni : Quanto alla Gre- 
ca,^* ridatele nella Poetila quella j pitie di parole di(Je,che era *>7 prenci fe- 
condo capitolo del tergo del a Reto ica , difje che tre forti di parole bijognaua 
vfare nella fiutila fuUa,*f.ucr.ouuì«r,pti*p<f* prendendo fenga dubbio la paro 
la tinnir, per lignificare quelle mcdcjimc parole , la cui fpetie hauea detto nella 
'Porttca.rhecra ni rute. £ finalmente nel 5. del mede fimo libro della Retorica , 
parlando delle Hefje parole difie che bifognaua feruirfi de’ vocaboli lìitif. 
c non Tipi* T^el Latino quello che Arinotele d:fje *■<> fu". \l( fiandra VaC 

do lo nominò ornutus ,quctlc parole , che Ari/lo tei e nominò »nZ*jl T rapezon 
tiodifr co ngrua.propna vero, & congrua, & trans lat 10 iòlut*ora- 
tioms cJocntioni conucmunt. E qui Ile voci,che Ariftotele nominò Ma , 
e non**?i*?c* 1 *:lo fieffo Trapczoutio domandò propria, propri;* dicendo 
▼ocabuIis,& non per arcuinone*. In (taluno finalmente quello che nel- 
la Poetica ftgntfici hìoimx, onero ornatus Me/der Alefjandro P iccolomini dice , 
che può ftgm ficare purità , ordine , e limpidezza , fe bene egli fi rijoluc à do- 
mandare te parole di quella fp- tie parole appropriate : ?{el Jeiondo del tergo 
poi della Retoricale parole**"* ò congrua Al A le fidiro pure appropiatc an- 
cora in quel luogo le nomina# nel quinto dii mede fimo librojc parole ’if'a.nott 
vtpiix"'}*, onero propria, non confcripta. Lo flefju 'Piccolommi le domanda^ 
nomi nudi# foli, non accompagnati con altri à (ìgnificar le cofe . il faro final- 
mente nella fua bella tradottionc dtlla Retorica , oue fi dice in Latino , che per 
parlare (celio bifgna adoperare propria , congrua ,& trasiata, ha detto 
egli che infogni v fare, nomi proprij noti ali , e metafore , <& oue nel quinto fi 
dice che per parlar chiaro propri;* die. ndumeft vocabulis , & non per 
arcuinone* ,rgh ha detto, che bifogna parlare con vocaboli proprij , &• 
non geni rali,ò a > con fritti . Hora comunque (Ha U cofa quanto à i nomi , in 
fimma qu 1 nto all’efjtnga , quali parole (uno quefle , delle quali in quejli tre 
luoghi hd ragionato Arinotele , non è fi chiaro l intenderlo: Mtffir c Pitr 
Vettori tiene chr quefle parole, che Ariftotele nella ‘Tottica chiama orna- 
te , fiato gli Epiteti , ò aggiunti che vogliamo dire : Ma in vero come , 
ben dice il Ticcelomini , baierebbe fallito Ariftotele fe nella diui fionda 

fua 


lèi II Predicatore del Panigarotd 

fu A ciaf cuna de' membri non fojjc flato contradtflinto àglialtri: Et i» partici 
tare fi tede, che fi come le due prime fpetie , ch’egli numeri, furono fra Je fteffe 
lontra* ij(fimc,e fendo le parole proprie, quelle che non fono fora fUcre# le fora 
fliere quelle, che non tono proprie : (pfrt nella feconda copia di parole babbiamo 
facihnète ad admt fiere la mede Jima còtradiflivtione:e credere fetido la opini 9 
ne del mede fimo mejfer ^tlefiandro , che ornate in quel luogo voglia dire ap- 
propriate. E che fi come per proprie intefe ^infìntele le parole che non fono fo 
raJtiere,cofi per appropriate intenda quelle, che non fono metaforiche, nel qual 
Cafo i gU epiteti non potrebbe couucnire queflo, trouandoft molti epiteti meta - 
foriehi; Come fe dicefjimo farei, volanti, vece, tonarle, e fimili: Le voti pi oprie 
pofiono ancora efjere metaforiche figliando proprie nel primo de’ trejenfr,che 
dicemmo di /i opra : fome fe diccffimo pa riandò del Sole, che egli è occhio del Cie 
loyoucfcnza dubbio la parola occhio farebbe propria nel primo fenfo, perche J 
non farebbe forafiicra, e pure non farebbe appropriata nel fecondo -, perche fa- 
rebbe metaforica : Si che quanto à M. *4lcffandro per le parole ornate egli in- 
tende quelle , che non foto Jfeno proprie nel primo fenfo , ma anche nel fecondo t 
Cioè non folo non fono forajìiere ; ma nè anche metaforiche : £ le parole di mef- 
fer ^ llcflandro fono quefre nella particella i j j .della "Poetica . S ono dunque le 
pa > ole proprie, e le appropriate tra di lor difjc reati in queflo, che le proprie fon 
quelle, che communemente fono vfate da tutta vna natione -, E per confcguente 
vengono ad efjere opppfie alle fìr artiere , ouer fori fliere , che da altra nationft 
prendono, dotte che le appropriate ò di quella, ò di quella natione che le frano s 
fono quando le cofe da loro frigni ficaie le poffeggono come cofe loro, e per confa 
gunite vengono ad opporfr,non alle parole flraniere,ma alle traf portate, e me- 
taforiche, che fon loro aliene per efjere flate impofle i fignificare altre cole. Dal 
qual difcorfo,c da moli altre cofe che quiui,e nel ter^o della Rotaie a allollcf- 
Jo propofito egli dice , fi vede che le parole appropriate vuole egli che ftar.o , 
quelle che metaforiche non fam,ò che noHrali frano, òforaftiere, t noi alla opi- 
nione d’hucmo tale doneremmo aquietarci fenica altro: Tuttauia diremo anche 
Ttoi il noflro parere, il quale è che .A riflotele p-r parole ornate nella "Poetica, e 
per quelle, che egli «««« & hà nominate nella Retorica , non altre babb'uo 
intefe, che le proprie, ò appropriate nel terzo modo, Cioè che non frano nè /Ira- 
niere,nè metaforiche , nè generiche: ma che conuengano à quella cofa tutta fo- 
la, e fempre nel più efprcjja modo di proprietà,!?, quella maniera che al luminar 
maggiore conuiene, non Lic?io,che è voce Straniera, non occhio del Ciclo , che è 
voce tra fiata, non Pianeta, che è voce generica} ma Sole, che è propria ap- 
propriata voce nel tcr^o modo, e che a lui tutto e folo,eJèmpre conuiene: E co/i 
gii la tela conuiene,non azclla, che è voceflraniera, non fabricata, che è voce., 
fra fiata, non far la, che è voce generica ;ma te feria, che è propria voce, e ne ter 
2.0 modo,eche fenza traslattone ad altra cofa non può appartenere , che à lei 
ficjla: F che ciò fra verq ,fr av<a e dalle parole ,eda ifentmenti di ~4 riflotele 
ift tutti ifopradetti luoghi: dalle parole, f che quanto alla "Poetica , ò che 
panifichi ordine, ò purità , ò limpidezza, à ornamento, in vero ninne parole fo- 


Sopra la Particella X-Liy . 20 j 

tu più ordinate à figmfica re una cofa,cbc quelle che neffuna altra fenza tra sfa- 
ttone nè pofjono fignificare : E quefie mede fine puriffimamente , e limpidiffi- 
mamente lignificano: E l’ornamento che dà ilfentir parlare fpecifico , come di- 
cendo fabricar cafe,pìngere imagini,tefjere tele, e filmili è grandiffi mo . Quanto 
al luogo poi nel j. della 'Retorica al fecondo la parola , che lo Sìcfio */l ri f totele 
vsì o’ucPa, veramente non vuol dire, propria latamente, ma propria, & vicina è 
propinqua, in modo che nd basta, che parole tali lignifichino fprianfite da Iòta 
no come fanno i generiima bifogna che lo facciano dannino , e Jpccificataméte : 

E quàto al fenfo dicendo ^ ttij tutele in quel luogo, che tali parole lafciano, che il 
parlare ptia ordinario , e nondimeno fui fallo, doueua M. */ tleflandro auerti - 
re, che le parole firanicrefe bene non metaforiche ,le quali egli accetta fra le 
fue apropriate no lafciarebbeno che il parlare pareffe ordinano : Si come dal- 
l'altra banda, le generiche non lo farebbero fceltoiSi che d voler filuare ilfcn- 
timtntodi Enfiatele bifògna pur dunque , che dette parole fiano quelle [che 
habbiamo dette noi , Cioè le non foraflierc , non metaforiche ,enon generiche ; 
Finalmente nel quinto Capìtolo dello fìcffo terzo libro della Retorica , la pa- 
rola che vfa ^ infiotclc ragionando di quelli vocabuli è iti» che vuol dire aporu 
to fua,& fpcctalia in modo che efclude meco cfprcfiamcntt le parole generiche: 

E dicendo egli in tal luogo , che rjucfìe tali parole fono oppoSìe à quelle , chefi 
chiamano **P»X ,T i», nd v’è dubbio che in Greco vuol dire ambio, & fit 

pero : in modo che parole tali fono quelle, che fuperano le cofe , che figmficano , 
cioè come lorofpetie le contengono , e genericamente le fignificano': Et il, faro 
ben lo viic,(j alla nofira opinione diede graniijfimo lume, per moflrarc che da 
tali parole doueuano efcluderfi le generiche ancora, quando efponendo le parole 
del detto V. Capitolo difJc-Xhc fi parli con vocaboli propri ’j, & non generali , e 
tir conferita, out dalla parola generali venendo ^abilita grandemente la nofira 
Opinione, tanto più a editamente diciamo dunque che per e (fere parole tali, qua- 
li c_y4riflotele intende nè tre fopradetti luoghi , bifogna effère non forafiicrc » 
non metaforiche, e non generiche ;0 non bajla come dice CMtfier c_/Jleflandro, 
e fiere non metaforiche filarne nte ; Q)c fi alt ii difendendolo dice fie, che oue la p* 
vola non fta metaforica, non fard manco generica , perche tutte le generiche fo- 
no me ta finche per metafora dal genere alla Jpecie, à quefie due cefi ridondia- 
mo , prima che fra la diuifione delle otto fpt tic Cslnftotcle dgiuditio di tutti , 
per le metaforiche , le proprie metaforiche dalla proportene intende , e non le 
altre, E poi non fi potrebbe faluareche (JMcfier ^ ile fiandra per appropriate 
accetta anche le forafliere,pure che non fiata traslate : Si che rtfli pur dunque 
la nofira opinione intorno àqueflo fattola quale ad altre occafionifi conofcerd 
che è veriffima-.E fìano tutte le parole nominate fin quà ò firn p ha , ò Congiura- 
te, ò duple, ò triple, à quadruple- ò equino chefi Jinontme, ò generiche , ò Jpeci - 
fiche, ò proprie fi firanierefi traslate fi apropriate, ò fatte fi allongate, ò a fior 
chiate ò alterate, Hora inteje le varie forti delle parole , paffiamo d quello cbg 
prommetemvto di douer fare nel fecondo luogo di quello Commento, fcoè à ve- 
dere quale forti dilocutmida Demetrio & da ^Jinfiotde peffiamo r acoglier t 


104 llPreIic.itore d IPanigaroU 

che fi rit t onino : E veramente di Demetrio in quefio luogo di più che di due le 
cationi non viene fatta mentione.ZJna la quale egli domanda im- 

mutata n,& extra confuetudincin.Òo^g'a'wr peregrina , cftraordina- 
rii.& vnaltra cheeglt chiama propria u ,6i extra coiiiuetudinciii > cioè 
quotidiana, comune, fj ordinaria . E peraumtura a/ioluta ,eiompua dnufionc, 
poffiamo dire , che fia quefta di due membri: Se btne da utriflvtdt nel Je condì 
Capitolo del j. della Retorica pare che quattro forti di parlare poffamo rac- 
cogliere; ^ ni, che egli domanda fiutila eomuturu , corrente, e naturale : l’altra, 
la quale è [celta, ma [celta dalla [alitila et immune : La terga, ouc egli dice che 
potremo Jerutrci di alcune , ma poche voii-forafhere, e tompoflt c fnte tanto, 
che le diano flra[ordinaria,ma moderata grandèzza:R finalmente, La quarta, 
che d "Poeti appartiene,è che per l'oratione troppo gonfia rtufartbbe,e vento fa 
J^è però eccedono quefìe quattro i doi membri di Demetrio • male due pri- 
me alpirtarcordinariocoHnengono,cleduefccondcalU>Jirafi>riinario . P cr- 

tioche di due forti può ([[ere il parlare ordinario, cioè ò il commune,e corrente, 
ò il nobile, e felto:e di due maniere fi troua parlare flrafordinario ni Ua profa , 
òmagnifico,ò granirò Toctico,e tronfio : Delti due or dinar tj , il primo fard il 
più chiaro , ma fard fon provile, & abutto :c però all’oratore non conucrreb- 
be : Jl fecondo per ejfere [colto f ùgge la viltà , e per e fere ferito dall'ordinaria 
ritiene la chiarezza , e però di quefio per lo più deut valer fi l’oratore ', A quale-, 
quando ,ò alla nota magnifica pafia,ò ad oratione poetica, come direno in altro 
luògo, di parlare flrafordinario doura valer fi, ma flrafordinario modejìo, e non 
di quello, che fd la oratione "Poetica, & ampullofa-.e qui fio quanto alte locutio - 
ni ■ Delle quali d infuna onuiene japere quali parole tonuengono fra tuttz_, 
quelle, che nelle Jcpradette ditti foni habbiamo numerate' E perù diciamo, che il 
parlare comune, e naturale della conuerfaticitc quotidiana, delle parole adope- 
ra proprie, cioè nofìrali , e delle cq <tuoche,e delle fmonime, e delle generiche , 
e delle jpm fiche, & anche di certe metaforiche , thè già dall’vfo [no fatte pi» 
thè proprie, come dell’occhio della vite , del Cuore delle [palle, e fimiii.D parlare 
ordinario ma [cello, dice ^4 ri fio tele che di tre forti di parole folamentc deue va 
ierfi, delle no tirali, delle fpecifiche,e delle metaforici h. Lo flrafordinario com- 
portabile è buono, per fare grande zga può adoperare , oltre le metaforiche an - 
thè le parole e Armiere, c fatte, e allongate,e fcorchiate,e alterate , pure che di 
rado ferie vaglia, e con modeflia: La doueil parlare poetico,e tronfio, tutte que - 
fle mede [ime voci adopera , ma ad ogni pafjo finga diftintione , e quelle che egli 
forma , con ogni licenza ardijce di formale-effempi p"T ciafeuna di qutjie locu- 
tiom doneremmo noi lafciare ,che ciafcuno mediocremente intendente da buoni , 
g cattila autori raccoglie fje per fe medefmo che ne lo ngajie difficile farebbe t’ e 
pra;Tuttauia per non mancare à cofa alcuna , la quale mgiouamento e fcruu 
rio de gli Italiani nofl ri fi u dio fi poffa ritornare, aggiungeremo qud l e [empio 
tl’vn concetto foto in tutti quattro i modi di parlare x ariamente proferito in 
profa, ne però renderemo di pafjo inpaflo le ragioni, perche quefio modo Hi dire 
pi» aiutale, che alla takfpc^e di locutione appartenga, eh. quefio troppo in 
9 • Unge 


gitize 


Sopra la Particeli* X LI V . 10 J 

Ungo farebbe ere fiere qu fi Commento. Batta che pafjandoui che chefia da fi 
SU fio He trotterà fu i mente le ragion K Ha dunque nottro effetopio il voler dira 
che luce le 1 1 yche comincia il giorno. QucSto con pai lare commune corrente , & 
ord narpjfimo lo diffe il Soc^cu in molti modt,com farebbe ut UrontUa/igni 
mattina per tempo . 

In "Pietro Boccama^a , 

Facendo fi glàdi. 

P urquiui. 

Come fatto fà il dichiaro. ’ v' : 

I» Tacciar do daWVftgmtoU^ ' 

Sopra venne il giorno. 

in Calandrino dell’ EUtropia, x * ■ v 

In fui' far del di. A *’ ii 

Tacila i edotta dello [colare. 

Ella vide l’aurora apparire . 

Et in altre maniere, tutte, come fi vede,hrrenti,e quotidiane , quali anche i 
volgo Fiorentino vfa tutto dtjenza fceltt\za,ni ornamento alcuno . (ofa che. a 
mon fece egli.oue il mede fimo concetto fpiegò qua fi in tutti i comtnciamenti del- 
le fue giornate : C /te ben fivcde,cbe quwt hà voluto parlare, non con la ordine- 
ria locutione filamenti, ma con locutione [celta : nè però Strafar dinarie parola 
vi bà patte mai, ma fecondo ilTrccctlod’ ~ 4 rifiottlc, proprie jpecificbe, e quaU 
thè volta metaforiche, ma modeSHffime\Et i luoghi fino quefli . 

Ciiper tutto haueua 1 1 file retato con la fia luce il nouo giorno . 

L’aurora già di vermiglia cominciano , appre/Jandofi U Sole , à diuenir 
rancia . 

Cacciata haueua il Sole dal Cielo già ogni Sitila, e dalla terra I humida om- 
bra della notte . 

Era già l Oliente tutto bianco, e li forgiati raggi per tutto U nottro Emo* 
fP ero haucuan fatto chiaro. 

Haueua la Luna,/ fiendo nel mezo del Cielo perduti i raggi fitoi . 

E già per la nuoua luce vegnente ogni parte del nottro mondo era chiara. 

Ogni fle‘ la era già dalle parti dell’Oriente fuggita, fé non quella fola , la . 
quale noi chiamiamo Lucifero , che ancor luctua bella biancheggiante 
rord-t . 1 - v< • •• w. 

Cidnttla /immiti de' più alti monti, appannano è raggi della J or gen- 
te luce, &cgni ombra par tua fi .mani fittamente le tofi Ji conofceuano. 

Tale potrebbe efierc anche quello, che egli dtffi nella vedoua dello I colare . 
goti quelle parole , 

La notte doppo molta, e tonga dmoranzafi auuicinòal di , e cominciò l’aU 
ba ad appar to, . i 

La doue due altrimodi,rb’egli t si, ne I cominciamoti della nona,e della decima 
giornata, ime farebbe aliatela forte dt locutione, debbano re ferir fi -, Cioè 
gutil parlare non è più uè comm, tue corrente, ni ordinario feelto : v. a fi ra- 
fie di- 


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a® f , li Predicatore del PanigaroU 

flrdin* rio comportabile, e virtuofo di quello, che fà l'ora [ione magnìfica, e no n 
tronfia, 

«*' J due anodi fono quefl'r, ..y i 

(■* lùujluu fplendore la notte fuggejiaueva già l'ottauo Cielo di azzur- 
rino m celor cele nino mutato tutto . 

incora eran yermigli certi nuuoletti nell’occidente, emendo già quelli del- 
l'Oriente nello loro estremità ftmili ad oro lucenti (fimi diuenuti per li f alari 
faggi, che molto loro auuicinando fi gli fericno, 

£ tali, cioè appartenenti à quello modo Sìrafordinario non vitiofo fdrebbon 0 
quefli altri, * 

Gii il Sole alle operazioni banca deSìi i mortali. 

Già il raggio nafeente rudùamaua all’opra ogni animale , che alloggia in 
terra. 

Già ro foggiare ftvedeua C Oriente , & alcuna J iella adornare il Cielo , for- 
za chela notte haueffe per anche ceduto totalmente al giorno. 

(fià alcun raggio f pantana, e U brama della notte andana rtfebiarandofi. 

. tyà appa ’ tuano i pannerai de ILi nomila Luce. 

Gtà cominciava l’alba àftuotere dalla Urta iombra. «i > . ... « ■ v -iV 
Già [puntavano in Oriente aurati/ raggi del Sole. ~u\ •• .’ ti 

E fintili: (he tutti come fi vede dello flrafordinario hanno fenza fallo, ma 
non tanto, che facciano Noetica la profa diano nel vitiof*,e nel tronfio , Come 
farebbe fen^a dubbo fe vfaffimo modi cali, quali fono quefh,che Jeguono. 

• ‘ Dubbia era ancora la luce, e nell’oriente immaturo era il parto del gioirne. 
Già s’apriua il mattino dal balcone dell'oriente. 

\ Dimojlraua Celiar ora dal fouran-balconcilfuo purpureo yelo. 

Inaurava cipolla le ro[e,chc l’sfurora haucua colorite . » 
Seminava l'aurora con purpurea marni raggi , e le rugiade da ogni 
intorno . 

lugana il fole fonte eterna di aurea luce, le campagne del Cielo con nuova 
raggio. <.!-■ .imi 

Era fatta d’auro la vermiglia Aurora.- : J 

Già in oriente appar fi erano tmttuitni mefjagieri del Sole . 

\s/l fole venivano all’ bora del lucido oriente aperte le porte. .« 

Languiva il raggio dell’vltima Jiella , per lo nuovo albori accefo nettai 
riente-, . 

. L’sfurora mefiagiera annontiaua la venuta dell’ Aurora , la quale fra 
tanto l' sturi a te Sla di rof colte in cielo gentil mente infiorava , & odor nana. 
Candidare con ferene agita forgcti a V sturerà.’ i 

Con f' onte di rofe,e piedi d'oro dalla magarne celefle vfciua l’jtlba. 

.. Con fronte di roft, e con crini d'oro fctndtua l’^turora dal f telo. 

Ter CO nenie fi amareggiava la /Iella amorofa,e quella, che à Giunone [volt 
dar gelofiajbelia e lucente rotava i fvoi raggi nel fettentrme . 

CModi 


Digltizec 


Sopra la Par fi cella X LI V . 207 

Modi che ciafctm vede, che più ‘Poetici fartbbono,ehe alta pro/a tionfia con - 
tefio . E che però tronfia, tvitiojà farebhono la locutione 1 lM* di quello fu 
detto a fai : E torniamo à [enti re ‘Demetrio ifie/io , il quale baucndo conclufo 
cheti parlare della nota magnifica hà da efjere Hra) ordinario, egli fìeffo perdo 
figgiongerd, affine di/lrafi' dinariantcnte ò magnificamente ragionare , quali 
parole conuenga che adoperiamo . 


* DISCORSO ECCLESIASTICO/ : 

, ■ • j ri. i •. _-t‘< «' • . •*>’ **.-• ^ 

D I tutte quelle forri di parole, delle quali habbiamo ragionato net 
Commcnro.poffiamo noi fjcilmentc,&addurreedcmpi,& cecie-- 
lavicamente dilcorrcrein materia di (fritture Canoniche, c Dottori Ec 
^fiatici. iVrtÈmfhè eiitro di loro & cquiuoche t parolc li ritrouano,& 
l> n onimc,e generichc.e fpecifiche': e noltrali, e llranierc, e trasferite, e- 
Proprie, e fatte.c allongate,afcorchiatc,c trammutate . Quanto alle equi 
u ochc ) ribrTv‘V dubbio, che tutte quelle voci, le quali predo à buoni aut* 
tori Latini più cofc polforìo lignificatela medefima forza rattégono nel 
la noitra editione volgata(poiche da gli eflempi di lei rttm damo noi per 
partirci^S: alle volte occorre,chepef isbrigarci dalla equiuocatione nó 
baftail néófrere alla lioce Hcbrajòa.conciofiacofà , che ir» quella lingua 
ancora lamedelimà voce, lemedcdmecofc hàconvguale equiuocatio- 
nc forza di lignificare. 

Come per cflTcmpio,oue fi dice bella Genefi» 

Spirimi Domini ferebatw fuper aqu.u- 

Ccrra cofl è che non (blamente predo à Latini la voce Spirititi, maprc f 
fo à gli Hebrei ancóra la voce I{u.ib, vgualmenre,èl’aria,cil vento (igni 
fica, e la terza perfona della Trinità Santidtina: Nè però,ò quella, ò altra 
equiuocatione nelle fcritturc fiere à noi può fare forte di danno alcuno» 
perciochehfibbiamo la regola mappe! labi le, dellacoinmun'r efpofitio-^ 
ne de Dotrorrdi Santa Chiedi, ebene fpclfo de* Conci lij interi, ò d'altri 
luoghi della ffcrittura medefitnai al medefimo propblito , che lemprc di 
cquiuociitionc ci léuano , c di dubbio : ; Yoci.linor»ime nelle mcdclime 
leritturé rirrouarfi confcdìamo ancora ingcnuainenrc : ma diciamo be- 
ne che molte volte per finonime fonollatc prefedi quelle, le quali fe più 
pelatamente fodero (lare confiderà re,(ì farebbe facilmente veduto , che 
molto va riamente figo i (icariano vna dall'altra.Que San Paulo nella pa- 
rila di Timoteo, al fécotìdó’dicéy ..v 

Obfeào igitur yrhiiuiti omnium fieri obfecrationes, orationci,pofhtlationtt>gra- 
tiarum olitone* tf-eW' ; 

Le parole greche fignificatiue di quelle hanno detto alcuni edere fra 
fe lleifcSinonime, che à Santo Agoftino none piacciuto ,& egli nella. 
Epidola 59. ad Paulinuin, come molti altri ancora grinullimi interpreti 
hanno fatto,mo(lrache fri lignificati loro notabili differenze firitroua 
no. Le voci ta^te^lre rtplicarc^nelSalmo i rS. 

Lex pr£ceptum mariditmm,iudiuum inflitta iwiificatio^bwn.fcrmojefUmo- 
mum, eloquum*' - ■> \ " i _ . 

Come che molti le tengano per Sinonimo, (tónno nondimeno à giudi-; 

(io 


1 0 8 Jl Predicatore del Pamgarold 

tio tic’ -più intendenti varijlEme formatila .( pet v uro quefto termine) 

nelle quali rcftino definiti . E quello inedefi no irrorc con pregiudirio , 

della fama, c della reputatione de’ predicatori eloquenti occorre anche 

à noftri tempi molte volrc: Che oue vii Predicatore in pcigamovna co» 

cerila rione di cofe farcia, à fcruigio,e ornamento di quclioch’egli dice a 

fe bene quelle tali cofe dirferen tilfime fono fra loro,e molte volte fi vaia 

no con grandiflìma grafia auanzindo vnal\iltrj,nondimenoftiin potè 

(là di pochi ignoranti il cauar voce , elicigli hà piena la bocca di Sino* 

itimi: Che in vero, chi à quelli medclimi cenfori domandale :Chccof» 

fono però quelli Sinonimi.d irebbero elfi ne gli equiuochi, e non dircb* 

bero cofa.chc vi andafie predo à molte migliai Mi trouai io in un luogo. , 

oue leggendoli la predica di Monf, Cornei io del beneficio, e di lei quel 

paflo.cSe parlando della carità di Iddio la domanda, 

Infinira,inenar labile, ineltimabile.&rincompren libile. 

Vi fià vn bello ingegno,chc con vn fopra ciglio Catoniano , In (btnma 
diljc.ezlihaurua pur pronti quelli Tuoi Sinonimi. 

Ma di quello alfai . 

Pel le voci Generiche non è poifibile , che non fi vagliano le (entrare 
noli re in molti luoghi; . .. 

Come oue dicono. 

Fiat lux : fiatfirmamentum : fecit Deus luminaria . 

E fi ili ili, che Tempre hanno la parola tacere, che è generica : Cofache 
non fd il primo verbo, che vfalfe mai la fchttura,cbc fu fpccifichdEmo^e 
proprijmmo, quando diflc, 

in principio crcaàt Deus Ccdum,& terroni , 

Per elTcre (lata quella produzione, non di forma foftanriale da mate- 
ria informe, che è gcncrationc ; ma di materia prima cauata da niente» 
che è proprijfiì inamente creationc : Nè però adopera Tempre la Scrittu- 
ra quella voce di creare coli propriamente : Come oue dice della fa- 
picnzaetcrna, 

^Cb initio,& ante [acuta creata fumi Cioè genmta.ò produrrà . Ma que- 
llo non rilcua piti che tanto à nollropropofito. Delle otto fpetic di vo- 
ci hora apportate da Arinotele; fi come quali tutta la noftraeditione voi 
gara di voci Latine.&à quella lingua nollrale è compolla: Coli alcun* 
ftranierecon molto mifterio vi fono Hate lafciate per entro, come dal- 
l’Hebrco , ^tmen,Epheia , 

E Umili ;c dal Greco, Alpha, Omega. 

Et altre; E fi coinè di fopra nabbiamo moflrato, che molte fpcci fiche 
vi fi trouano che fono quelle : le quali lotto nome di ornate , ò proprie 
vengono da Arinotele nel giungo collocate;cofi di quelle,chc nel terzo 
vengono pofte: Cioè delle (rasiate, e metaforiche, aonpicciola quanti- 
tà polliamo addurc : Come oue dice Amos , 

Exiccatus eil verter Canneti . 

fc Dauid , Quare fremuerunt geniti . 

E Paulo, y tuus eft fermo. 

E cento fomiglianti. Voci fatte per forza bi fogna che habbiam» 
vferc noialtri: perche cofe habbiamo hauurcdadirc, le quali daaltri 
non elTendo pur Hate intcfc.non che dette mai , di nusui vocaboli h»n- 
nuhauuto mcfticii; Come, 


r 


Sopra la Particella X L V . 209 

Tnttrntìime . D eipa/j. Tr«n/uJlanuat:onc • E cofeta'i: E delle v ci 
4llongate,& a (corchiate ancora potrcllilho ad «iure molte , lì- non voli I- 
Cmo,chcci baltalfc.in vna coppia fola di mariro c in glicl’addurc vn’a- 
fcorchiamenro,& vno allongamcnto fatto da Dio medefimo : Cioè,oue 
•Abram con alloneamcrvto fu chiamato Abraham , 

E Saraiy con aÌcorciiiamc:uo fù nominata , l l 

Sara . 

R citano le fole voci tramuta rc,dallc quali fencl mirteriodeFa nomi r 
catione di San Pietro ci lafcialfimo irttroddurre , troppo più cofc luuc- 
reinmo à dircxheal predente ìnllicuto non conueng.,: Balta che di ogni 
f rte di parole vfano le ffcrirture neltrc: E quanto più di II incarnente vc- 
dteiio , ouedi ciafcuna delle fperie loro appartatamente luurà Deme- 
trio occafionc di ragionare: Equiuiol re le Scritture Canoniche rutto 
■Buello-trartercmo ancora , che de' Dottori Greci , c Latini , c de’ notiti 
Pi ed i catari Italiani fi polla à quello propofito vtilincnte decorrere: Fra 
tanto, quanto alle maniere delle locutioni.le quali nel Commento halv 
biam j dette,che fono 4 . Vna ordinaria comniunc,vaa ordinaria (celta, 
▼ na llrafordinaria comportabile, &vnatroppo Poetica; Quanto alla., 
Scrittura Canonica , per l’antico vfo di que’ tempi , ne’ quali fa feruta , 
none dubbio, che ella moire volte della commune fi vale. Gli autori 
Latini , come vedremo à luoghi più propri; delle due di mezzo per lo 
piu fi vagliono . Noi Italiani Predicatori , qualche volta pare che nella 
quarta ci fiamo Iafciati trafportarc, cchealcuic cofe troppo poetica- 
in enee ci damo prefi licenza di douerdirc. Tuttauia come polliamo 
«lcufarenoi medefimi ;E come lanoftra fauella in quella materia vfi vn 
poco maggiore licenza fupporti.chc l’altrc non fanno,abbuflbin vn luo 
go piu proprio moilrcrcmo più chiaramente. 


P A R T I C E L L A 

Q^VARANTESIMAQVjNTA. 

Testo di demhtrio 

Tradotto da Pier Vettori. 

Xjmumigitur tranflationibut vtendum efl:kp runq maxi, 
mè & x stupra tetri apportami orationi, magnitudini m: 
non tamen crebris,quia dithyrambum prò oratione fenbi- 
mus,neque tamen longe trafitta , [ci exftmili ,cet Unti. 
Iti fune intir fi imperator,g!ibernttor auriga ,'andi tnint 
hi prfftfit funi . luto igitur dicit & qui imperato rem gu~ 
btrnatorem iiiit ciuitata,C4 contraquigubernatorem,prafeflum nauti . !\(j* 
Parte Seconda. O omnes 



2 i o Jl Predicatore del Tam uiroU 

cmnes mutuo reddùtur, qucmadmodum prediti 4 .quia. ù**tn**quidcM Jdrtli- 
tua pedem dietro poeta : homims antan pedem , non ampliai iteci «**>*•*» 
aietrej. 


PARAFRASE. 



] Però come habbiarao detto, parole flrafordinarie 
bifogna che vfìamo;efrà tutte l'altrc principal- 
mente le metaforiche, come quelle che grandiffi- 
ma e piaccuolczza,c magnificcn za inficine danno 
à ragionare. Nè però troppo fpclio habbiamo da 

da valercene,che di quella maniera in vece di prò- 

la noi faremmo vn Ditirambo; Nè troppo da lontano habbiaino i 
deriuarle;ma da fomiglianza.c da proportionc . Come per ellempio. 
Percioche la med clima proportionc hanno di gouernare ciaicuno 
di loro alcuna colà, il prefetto della Citta, il nocchiero della nauc, 
e l’auriga del Carro: Perciò ficure metafore farranooue diremo, il 
prefetto edere nocchiero nelia Citta , & il nocchiero prefetto nella 
naue,e fimilijSe bene adire il vero,non fono però Tempre conucrti- 
bih coli i termini, come fono ilòpradetti; Che fc bene prendendo 
la voce 'del corpo humano , e trantferendola al monte , domande- 
remo la radice del monte Ida piede di lui , non però all'oncon- 
tro , radice dcll’huomg potremo ragioneuolmcntc nominarne* 
il piede. 


C O M M E N T O. 


G li babbi amo , che fe bene il parlare ordinario, òcommune , ò/celtochs 
(fili fia,di nefiuna voce Straordinaria fideue valere, fuori che alcuna 
tolta delle metaforiche, la locutione ftraordmaria nondimeno , quale i quella , 
della quale ragion a, in quello luogo Demetrio, e delle metaforiche, e di tutte le * 
altre flrafordinarie parole fi può, e fi deue modefiamcntc fruire : Ma princi- 
palmente delle metaforiche, pcrciocbe non folamente fono quelle le più belle, e 
le più ornate parole,che pojfano adoperar fi; ma fra tutte le ttrafoidwane in 
minore pericolo ci mettono , di dar nel tronfio , e di fare la prò fa Voi fica, e la 
caufa è perche fra tutte le flrafordinarie, fono le manco flrafordinarie, onde di - 
teuamo che anche nel parlare ordinario vengono adrnefìe . tti mede fimi Con- 
tadini, e donne communemcntc parlando, delle metafore vi mtfcbuuo.Si che ef- 
fendo qui & tali parole le manco flrafordinarie, t meno affettate, e che per eon- 
fegue'tfrm no lafciano che fìa ricono/ciuta l’arte da chi fente . ‘ Però iti loro 
principalmente habhiamo nella nota magnifica 4 valerci , e dal trattar 
di loro incomincia in qucfto luogo Demetrio ; il quale perche nel fine 

del 


: ' Sopra la Tartkella XLV . s 21 t 

del trattato delle nuta fiore confederi per ft mede fimo, che dì loro hàue- 
rd trattato fidamente , quantum cralfo n.cdo dicerie iicuit: £ per- 
tbe in veto fi vede, thè egli re ferendo fi d quello , che abondantcmente ne ba- 
lletta foretto frittotele nella Retorica £ nella Poetica , non fi\è curato di fit- 
ùltz^are le tofe più che tanto-, berciò à noi pare necejjario, anzi ehexenire 
alla dichiaratane del teB» di ‘Verni trio il } ardue tofe: Ciò fono primiera - 
mente Attenuale differenza fi tr noni fra ^Allegoria, Enigma thnagine, Compa- 
rai ione, c Metafora: E nel fecondo luogo distinguere le f pitie delle metafore , e 
ntroua re quella maniera di tra t lattoni, eh' è la pii bella,! la pii gentile :£ del 
la quale, e non d’altra principalmente tratta il noflro autore: Supponiamo dun 
que per quello, che tocca al noflro propofito,th‘i ila [cuna delle parole, le quali à 
(piegare quale firoglia concetto concorreranno, ò traslata farà,ò non traslata : 
Eque Sìa di ni flotte efjcndo data per coni radutosi/ fecondo la dottrina d’-A ri- 
fatele, non vi dubbio che ogni cofa abbraccia. Ma Vi di più, che le parole me- 
taforiche, e traslate, ò con mitigamento vengono proferite, è lenza muramen- 
to: E le traslationi ò da vicino luogo fi deriuano , ò da molto lontano : t final . 
mente nel proferire il concetto , ò totalmente di parile traslate ci fi ruiamo , i 
parte dell' mie, e parte deU’altre,ò infieme infume, e tutte le traslate, e tutte le 
non traslate adoperiamo : Onde per itera cinque modi di ère nafeono : Concio - 
ftacofx che, onero tutte le parole traslate adoperiamo e ne furia propria ,maU 
traslationi fono vicine, e proportionate, (3 in que Sto tonfile l’allegorìa : onero 
pure tutte le parole traslate adoperiamo, ma da lontani, e fpropor lionati luo- 
ghi trasferite, e facciamo Enigmi: onero alcuna parola propria diciamo, & al- 
cuna traslata fenza mitigamento alcuno ,e queSla è metafora ; onero il mede fi- 
mo facciamo, ma co mitigamento, e quefla i imagine:ouero finalmente tutte la 
traslate adoperiamo,e tutte le proprie ; E qSìai còpxrattone. Vefsempio ci fa- 
rd chiaritimi: Vogliamo dire noi que ho (ometto Latino m lingua noSìra,chcf 
Anima noftra intcr varia hums mundi pericuJa facile damnatur * 
Se diciamo , 

L’anima nofirafra vari/ pericoli di quello mondo è facile eofa, che fi danni. 
Qui tutte le parole fono proprie, e ninna vi entra delle cinque figure, che di- 
cemmo ; Ma fe diciamo la nauicella noftra fra gli Jcogli di quefto mare farà 
facilmente naufragio . 

Qua tutte le parole fono traslate y e trattile da vicino ,figmfitandofi per la 
nane l anima, per gli f cogli i pencoli, per lo marcii mondo , e per lo naufragio 
la dannatane : £ pereto quella i ^Allegoria. Che (e diciamo , 

La iiofìra Squarciabocca fra le C ariddi diqueSlo freto fard rompimento . 
Qua tutte le parole fino trasferite , ma troppo da lontano ; perche baSìaux 
la fpetie.dictndo nane, e non mettere quefio iniiuiduo Squarciabocca, che i no- 
me d una nane Ragù fica : bafLuut la fpetie dicendo ftogli , e non pigliare quefto 
indimduo Cariddi : battana il genere mare, e non prende re quefla fpttir freto , 
baflaua la fpetie naufragio ,e non torri il genere rompimento : £ però qud non 
allegoria habbiamo formato, ma Enigma-, Che fedirono , 

O * 


2 1 1 Jl r "Predicatore del Panigarotd 

Qurfla anima noflra fra gli fcogltdi questo mondo /i dannerà . 

Qui le parole part fono metaforiche ,e parte propte,come fogli del mondo 
dando al mondo quello che i del mare , e dandola f>ua mitigamento, e coft vi è 
pura metafora: La quale metafora , fe noi mittgaremo con qualche partii Uà . 
Come fe dueffima • 

Quefia(per dir cofi)n.tue nolra, fra qoefliquaft fogli del mondo . 

Qud di metafore band n.o fatte imagint: k. finalmente , fe di due membri 
adoperando in vno tutte le parole trattai., c nell’altro tutte le proprie diremo. 
Si come la nauc fra fogli del mare finaufragio ,■ coft l'anima fra pericoli 
di l mondo fi danna . 

fh-cfla finga dubbio fard comparatioae. E tanto baiti per hpra alla groffla 
di queste cinque cofe: E ritiriamoci alta fola meta fora, della qua' e-, ocrche mol- 
ti, e molli hanno abbondantemente ragionato,! frag'i altri fiandra Tic 

colombini! Ila Toetna , e nel terzo libro dilla Retorica di - enfiatele ; Perdi 
quelle fole cofe ne duerno noi, i he faranno nere fatte per la mte lligi ma dei no- 
jlro u fio. Al età fora, ò tradottone, o truffar umico che t cigliamo du e fi fà,ogni 
yolta,che noi togliendo ina parola da quel luogo , oueefia per propria natura 
Jignfrca,la trafportiamo à J igni pi ai e vn' altra iofa,à cui efja non i appropria- 
t a: £ la facciamo difcaccure l’appropriata, feeffa vtfrc>oua,c nò vi fi trovando 
la facciamo almeno occupare quii luogo, che tjja octuparcbbc Jevifitrouafie , 
Come leuando la parola piouere da quel luogo , ouepcr tua proprietà fignrfictv 
cadere acqua dalle nuuole,la portò il. Tetrarca, à lignificare coja non à lei prò - 
pria; Cioè il cadere che fanno le lagune da glt ocihi,di d’onde con qutjia occa- 
fionc cacciò egli l’appr opriata par ola piangere, e difit , 

Piouonmt amare lagrime dal tifo, . •*. . hvj ivk .-••• * <- «t 

C Ma pi reioebe quelle tali forte di trafportantvti fono ver fiffime, però bora 
ton più ampla,& bora con più ristretta JigwficJthne viene anche da *Ariflote 
le mede fimo prtfo queiio nome metafo a; E nei per agevolare le cofe diremo : 
chela fign piallone di di Ito nome alle volte icomuniffima, alle volte comune, 
alle volte propria . Comuniffimamente prefa la metafora , contiene folto di fe 
tutti que’ truffar lamenti di parole, che oecorreno ancora in altre figure^ Come 
nella Sineedoche, nella 'JM-. tommia , nell’ ^lntonoma' t ia , e nella Catacbrcfìj 
Tacila S tnetbdoi be, quàdo ò la parola appropriata à lignificare vna parte vie- 
ne trafportata à fighi fi care il tutto, (ome. Oli ohe i eie, cioè molte naut. 

0 dal tutto viene trasferita djìgm fidare la parte; finti, n» 

Jl freddo anno. Cioè il verno . • 

O da molti à vnfolo ; fi me , I Ciceroni ,i Saluflij, i yirgilij • 

O da vnfolo d molti, fime, Liberale è il Francete, Ingegnato lo Spagno- 
lo, e fim.lt: Tacila '^Metonimia, quando trafportiamo parole ò dall inventore 
(protettore alla ioJdtrouata,e protetta 4 , fime, ■ 
tJMa r te, cioè guerra. Mufe,iioè studi , 

O dal continente fil contenuto, fio benuto tanti bicchieri, \ 

9 dal contenni* al continente . fi fonavano il vino . Vi;. V. i . < ' \ . 

~ ó dd- 


Sopra UPdrtìceìU XLV\ Wj 

0 dalia caufa all’effetto , 

K^duanzananc remi; cioè nella velociti. • ■ ‘ ^ 

O dalla fóftanza all' auidtnte , 

’ 1/ fuoco della f b' e; Cioè il caldo . 

O tali’ autore all’opra , Bella et fa il Boccaccio. 

Et altre tali : T^t Ila ^/ntonomafu, quando tal’ bora il nome, che ha da fu 
pii fiiar e tutta vna frette trai feriamo à lignificare per eccellenza un'indtuiduo 
foto. Come, rPoeta,Cioè Virgilio. Cuti, Cioè /{orna . 

Onero il nome appropriato à lignificare vna perfona eccellentifftma in ale», 
ma io fa, ad 1 n altra applichiamo Eccellente nella mcdcftma: Come 
Spirila Elma;Cioè betliffima : Qntfla Lucretia;Ctoè Cafhfjima . 

E finalmente nella Catacbrefì , quando tra franiamo abufiuamente vna pa- 
rola da vn luogo all’altro, che per la vicinanza : Come diciamo trasferendo da 
quantità dfcrtta à continuila , 'Poca vita; Cioè picciula . 

E tutti qucfli h a fro> lamenti, con nome idmuniffimo,& amphffimo anch’ef. 
fi metafore fi pofrmo nominare : T uttauia manco largamente Metafora dicia- 
mo che è,oue nò per quale fi voglia caufa fi fa il trasfórmamento;ma per qual- 
che conformità, ò efituHilc,ò accidentale, che ellafiafra’l luogo di donde mene 
tra (portata la parola, al luogo oue effa fi trasferire. £ perctoche la comi ente za • 
e/le urtale può e fiere in tre marneremo dal genere alla fpetie, ò dalla fp-tie al ge • 
nere, ò dalla fpetie in rifguardo di fe medejima . 'Perciò tre forti di metafore* 
eff intuii nafeono . Vna dal genere alla fpetie, come dicendo , 
lo ho fatta vna cafa; Cioè fabricata . 

Vna dalla fpetie al genere . (ome dicendo, 

(afi rofe e viole ha primauera: Cioè fiori . 

Et vna da vna fpetie all’altra , (ome dicendo , 

Jo ho te fiuto vn poema ; Cioè composto . - 

• E tutti quefìi modi alla metafora appartengono non communiffimamente 
prefa, ma in commune recandone vn filo per la metafora propria , il quale i 
quando effa fi fonda fopra conuenienga accidentale ■ E quefìa tale metafora, la 
q.-.ale auanza tutte le altre di (plendore,di ornamento ,e di utilità, metafora di 
proportene fi chiama, e per eccellenza quando diciamo metafora, dt lei intedia 
mo,nè d'altra che di lei fola ragiona in quello luogo il nostro Demetrio. Pren- 
diamo per e fiempio quattro termini, quelli mede fimi ,che prefe ^fEtfiotele; Bac- 
co, la tazza [ita, Marte, & il Juo feudo. £ trotteremo , che quella mcdcftma prò - 
port ione, che tiene il fecondo con ilprimo; Cioè la tazza con Bacco, la tienean - 
che il quarto con il te>zo,Ctoè lo feudo con Marte: perche fi come la tazza è in - 
fegna,& iflromento familianffimo di Bacco, cofi infegna. Ci iflromento vfita- 
tifjimc da Marte è lo feudo : E però fnpra la vnità di quella proportione pofiia- 
jno adoperare vna per l’altra, e trasf rendo la quarta al luogo della feconda, ò 
la feconda al luogo della quar a , parlando di q iella ta^fy di» e, quelli è lo 
feudo di Bacco,e parlando di qfto feudo dirc,quefla è la lazza di Marte: E tue - 
quello trafportamento troueremo come habbiamo dettto e fiere fondato fopra 

Parte Lccoada. O } U 


214 fi Predicatore del PamgaroU 

U proponiate , e tonuenùn^a dcll'effcre quelle due cofe ambe infegnede ' Dff, 
thè i come ogn’ un vede convenienza accidentale : Ecco quattro altri termini . 
Vita, e vecchiezza. , giorno , e fera ; 2\^ fiu/i /a proportene che tiene la vec- 
chiezza con la vitata tiene la fera col giomo^perche fi come quella è termine, 
e fine delta vita,cofì quejla del giorno: E peròpoffumo trasferire dicendo, la fe 
ra e fiere vecchiezza del giorno, e la vecchiezza fera della vita:£t il fondarne to- 
ta della Metafora fard vna comenienza accidentale ; cioè lefitre ciaf una di* 
quelle cofe termine e fine: Solamente potrebbe dire alcuno-.fe la fera è fine, e la 
veci hiezza è fine ^Dunque tutte due quefle cofe hanno il mede fimo gnu re# per 
confegucnza quefia metafora fard da fpetie i fpetie ; E medefimamente fe la 
tazza è infegna,e lo feudo è mfegna, dùque barn vii genere mede fimo, e la trafi- 
ttitene è da fpetie d fpetie : A quejìo diciamo che la tazza » e lo feudo, ouero la fe 
ra,c la vecchiézza hanno vna mede [ima cofa, nella quale canta ngo no , e fcnza 
quefia imita non fi potrebbe fare la metafora, nè però vale d dire dunque bino 
il me de fimo genere ; perciocbe per effere due fpetie nel mede fimo genere, bijo- 
gna,che in lut convengano per ragion formale, e conucnicnzx effettuale, tbe va- 
gliamo dire # non per proportene di convenienza accidentale: E ebefia vero r 
fi vedrd che quelle cofe, le quali per convenienza accidentale conueranno in utui 
terza cofa,haueranno di più aafcunala ragione formale , per la quale faranno- 
nel lor proprio genere.’Ptr effempio tazza , e feudo: (onuengonom efjere infe- 
sta de’ Dpma per convenienza accidentale: E che fu vero : Ecco i fuoi generi 
dipinti, ne' quali fono per ragion formale: Che cofa è tazza ? vn vafe: Che cofa; 
t feudo tvn'Armai E cofi vecchiezza c fera conuengono nell’ effer fine ,ma per 
convenienza accidentale : E che fia vero ecco i generi diftinti : Che cofa i ferai 
vna ftagione;Cbe cofa è vecchiezzaìvna età. Che fe tal' bora occorrer d , che le 
due cofe fra le quali fi fard il trafportamento affano due fpetie effcntiali dello 
ilt jjo genere, ad ogni modo bifogna auertire,e confiderare molto bcne,fe la me- 
ta fora fi fonderdfopra quella convenienza effer, fiale, che le fd fpetie dello flefi. 
fio genere, e la traslatione fard da fpetie d jpctie : ouero fe fi fonder èfopr a qual- 
che convenienza accidentale, che oltre la effentiale fia fra loro ; Et in tal cajo la 
metafora fard nò da fpetie d fpetie ;ma di proportionc : Ver efkmpio, ecco qtnp. 
tro termini; L’aud'unza,& UTrcdicatorc, lamandra ,&il Cane , fra quali, 
perciocbe la mede fma proporzione , che ha il Cane di de fendere la mandra dea 
lupi, l'ha ìlVtedicatorc di de fendere l’audienza dagli Heretici.Teròcò attif- 
fìvia meta fora, Cani fi domandano i 'Predicatori, k non è dubbio che gli buoni 
ni, che predicano, & i (ani fono fpetie dello fieffo genere ; perche il Cune è ani- 
male, e l'Intorno è animale: E pure quefia metafora,non fi domanda da fpetie 4 
fpetie; perche non fi fonda fopra quella convenienza effentiale, per la quale, 
il Cane, e l’huomo fono antmali.ma fi chiama, & è metafora di proportmne „ 
perche fi fondi fopra quella convenienza accidentale, che fi t mona fia il l’retli 
tatore,&il Caneìdifli fendere vno la mandra, e l’altro l’audienza fua: E tanto 
ti baffi hauer detto attorno d quefia difficultà grandiffima tlel difl ngucre le , 
metafore da fpetie à jpctie J quelle di propor Itone Mot no alla quale chi legge- 
. " • rà quan- 


Sopra la Particella X L V, ili 

TÀ quanto ne babbiano Jcritto tutti quelli ,cht hanno ferino innanzi à\noi, per- 
auentura non rtfltrà di lodare la diligenza noflra : Hora battendo noi bene in- 
tefii termini della metafora propriamente detta , ejapindo chediqucfìa, e non 
d'altra ragiona 'Demetrio, veniamo horamai àfenttrt quello che egli ne dice. 
Egli primieramente propone le parole metaforiche à tutte le altre, che nella r.o 
ta magnifica babbiano da (fiere vfatc, e noi nel principio diquefio mede fimo 
Commento ne ri udimmo alcune cagioni. tua quella che rende Demetrio è, per- 
che le parole metaforiche al ragionare apportano e grandezza , e diletto infic- 
ine. E quanto alla grandezza, già la confa è fiata molte volte detta ; perche 
hanno del foraftiero, e del peregrino: Quanto al diletto , Cicerone nel libi o ter- 
zo de Oratore dice , che del parlare metaforicamente prendono gufio e quelli, 
che par lanose quelli, che f entono, & ohi ocs (dice) translatis,&alienis ma- 
gis ddcrtan tur verbis quam propri/s, & Ibis : quelle thè parlano perciò- 
tbe pare loro di mofirare ingegno lajciando le cofe communi epronfc,c fapendo 
feruir fi delle ilr aordinarie, e più lontane , I ngen ij (dice) fpccnr.cn eli 
quoddam ttanfilire ante pedes polita , & alia ionge rcpcnca l'um- 
mcrc ; E quelli cheodono , uclquod is, qui audit alio ducitur, cogi- 
tatiowe neque tamen aberrat , qua; maxima eli delegano , ucl qu id 
lingulis u>:rbis res ac toruin lìmilcconficirur, ucl quod omnis iranf- 
Jacio, quc qujdcm l'umpta rationc eli ad l'cnl'us ipfos admouetur, ma- 
xi nià ocuiu.ji, qui eli lcnius acerrimus . Ma^iriftotelefempreflupendo 
già prima vn p< zzo con molta prudenza baueua annerata, (3 infognata la ca- 
gione del diletto, che prendanogli afcoltantinel fentire metaforicamente ragio- 
nar, ; perche dice egli non folumente di quel concetto, che viene narrato loro più 
cofe intendono , ejjendo e gli con parole metaforiche proferito che con proprie ; 
-ma quifla notula di più , che aquiftano,parc toro di formarla con la forza dei 
proprio i,.gegno . E peri come in co fa propria fi compiacciono, e prendo» git- 
ilo . Ver tfitmpio feto dico le lagrmiede gli occhi miei , altronon faceto in- 
tendere Je non quell'humort,e quel pianto, clic m’ e fu da gli occhi; Ladoucfeio 
dico la pioggia de’ min occhi, colui che mi fintepion foto intende le lagrime, ma 
[egli rappnfentano ni II’ animo molte cofe di più ; c o me fartbbono , e i abbon- 
danza delle lagrime, e la humidità,e H cadere, & il bagnar che fanno ; E per- 
che tutte quelle cofe egli le ba acqui fiate con vn difeorfo in tempo impercetti- 
bile , che ha fatto il fuo intelletto intorno alla fimiglianza della lagrime con la 
pioggia, perciò egli come di proprio parto fe ne compiace, e ne riceue diletto : Ef 
in quefio modo, e per quella cagione principalmente venffimo è quello, che di- 
ce Orme trio, che le metafore non fio grandezza apportano nel ragionare , ma 
diletto amora; (ofi però foggiomge egli,che nè troppo fpeffe le adoperiamo, nè 
troppo dalla longa le dtriuiamo', Che fe troppo Ipefie metafore adoperar emo 
dici Demetrio, in vece di profa faremo vn Ditirambo ; Cioè dallo flrafordina - 
rio comportabile, pafferemo allo ftrafordmario Voctico,e tronfio, del quale net- 
ta nota frigida baurento à ragionare più diftintamente . Horatio parlando de’ 
JPitirabi,gh domanda andati jonde fi può cauare,ftà mede fimi ucrfi è troppa 

O q audace 


lì 6 11 'Predicatore del PantgaroU 

audace cofa il moltiplicare metafore alla ‘DHiràbica , qudto vitiofo modo deue 
efiere il farlo utile profr, [ol imele fanno queflo danno le troppo Jpefie me- 

tafore , di gonfiare vuiofamente l’or a none ; ma ne fanno vn altro auertito da 
Ciceron n i tergo de Oratore , che ofcurano jourrcbtamerue il dire , & vna_» 
contmo.iata ferie di metafore , ò allegoria diuiene ò ad'Enigma , Che già ve- 
diamo che que’ 'Poeti,! quali di troppo fpeffe metafore fi dilettarono, comcSta 
tio, Lucano, (Taudiano, Ter fio, e fimth , ofeurìffimi hanno refi fc medefimi . 

E gli Enigmi altro non fono, che òvna continuatane di molte metafore, òvna 
allegoria da lontano prefa . Certo quello che apporta cedrinotele nel tergo iel- 
la Retorica al fecondo capitolo intorno al mettere delle coppe, 

lo vidi vn che col fuoco . 

P'n brongo hi sà le [palle gli incollaua . 

Tre metafore fi vede che toniicne : Tua oue per fuoco intende quella pic- 
chia fiamclla che fi fà nell’ attaccare le ventofe : L'altra oue per brongo inten- 
dclecoppe, che all’ bora di bronzo fi faccuano : El’vtima , oue la parola in- 
collare trasferire dall'arte de’ falegnami à quella attaccatura di ventofe . 
Si che troppo fptfic non deano effere le metafore perno» farci dare nel tron- 
fio, e ncil’ofiuro . <JMa nondeuono anche efiere tirate troppo da lontawi 
Che è auuertimento ancora di idiote le nel tergo della Retorica al capito- 

lo fecondo , e di Cicerone mi terzo de Oratore : Jt la vera confa di queito è , 
che oue la metafora flatirata t toppo dalla longa, chi ttà à finire, non può 
co fi prefio ar nuore à quella notaio, che dicciiamo ihe egli in tempo imper- 
cettibile fuole canate dalla metafora ben fatta , e per conjcgucnza reila pii 
«feltro il ragionare, e l'afcoltante di/gu flato , ò almeno fenza il diletto , 
che egli da benfatti trafportamenti è f olito dicauare. Si che btjogna alien- 
are di non adoperare metafore , la cui conuenicnga non fi lafcifubito appn ri- 
dere da ehi afcolta ; Che può intrauenire per vna di quattro caufè , Ciò fono , 
o nero perche non fio conuenenole Jomiglianga frà la parola trasferita , e la-* 
cofa, che cofa hà da fìgnijicare : onero perche fe vi i, fi fondi detta foniighan- 
ga in cofa naturale troppo occulta ;iucro perche la meiefima fi fondi /opra-o 
hi ttoria ,ò fanale non cofi da tutti conofaut t, onero perche iìando la lutni- 
glianga nel genere fnza propofito noi la pigliamo dalla Jpetie , òjlando nello, 
fpecicnoila prendiamo dallo indiuiduo.Tcr cfje/npio: da lontano per poca con - 
Clemenza. tiraremmo la metafora fe diceffimo , 

Le piogge de miei fifpiri. 

• Toiche fe bene fra le piogge, e le lagrime molta conuenienga fi riti otta , 
non però lamedtfimaficonofcefra le piogge , & i Jòfpiri : OUedcfimame n- 
te da lontano per efiere la conuenienga in toje naturali troppo occulta farebbe 
tirata la metafora, fe noi parlando di huomini fedu io fi ,e che fi battefiero l'vn 
l’altro diceffimo, 

{fuetti fono i Lecci della noflra Città . 

T^on eficndo fe non à pochi manifefìa quetta naturale proprietà de' Lec- 
ci or beri, clic oue visini fiano,glimuoue , e inclina à sbatter fi, e percuoter fi 

. “ ó l'vn 


* 


So fra la Par ticella XLV . ny 

l'un l'altro • Lontano nel nr^o luogo per effere canata da ofeura ò hifioria , 
ò fattole farebbe , fe conte diana Panò) ter%o,lo fiato di CMdano nominammo 
in vn ragionamento pop alare , 

La Elena di Italia . 

7{on e {fendo cofi noto à tutti , che glena fufie l'origine di tutte le guerre^ 
dell'ut fu: E finalmente da lontano per pafiare dalla Jpecie aU'indiuiduo Jcn- 
K a propofito , ò dal genere alla fpecie , farebbe fe diceffimo in vece di 
direj , 

fiume di lagrime , Vadano di lagrime : onero vento di fofpiri , Euro 
di fofpiri . 

'ffc quali caft non è dubbio, che giacendola fimilitudinc nel fiume, e nel 
vento l intelletto di chi afcolta di fior re fubito , fe forft per qualche giufla ca- 
gione più toflo fi fofie detto /{odano , che Fiume , & Euro che Vento. £ tro- 
ttando che fuori di ogni propofito fegl, è data quefìa fatica di farlo paffaredal 
genere alla fpecie , ò dalla fpecie all’indiuntuo ,fe ne fdegna,& odia la metafo- 
ra malfatta : Per quella {Uffa cagione, per la quale diccua Cicerone de Orato- 
re , che meglio era dire , 

Scopulu.n patrimoni; , chcSyrtin,c 
Voraginem potius honorum , che Charvbdim. 

V fin fi dunque le metafore dice Demetrio , ma non troppo fpeffe , ne troppo 
lontano tirate: E per fug gire que fio fecondo incemmodo,aucrtifiaft {opra il tut- 
to, che ùntex fe &cx JiiniJi : Parole le quali noi non crediamo t he fiano det- 
te a cajo . E pure non vediamo che gli interpreti vi babbi ano ne anche volto il 
feti fiero : Hai dicono tutù , che tptd O cintino vuol direbbe nel traf portamene 
to delle parole , fra di loro b fogna che vi fu conuenienza , e conucnicnja ac- 
cidentale per fare le metti f ire dilla propor tione , ma ptnhe egli non conten- 
to di dire che qutfla conutntenza dcbbacficrecx Ùmili babbia duplicatamen- 
te detto ex l'c>& ex .'inaili , qteflj di quelli, che voi , babbuino letti, niuno lo 
dice: E pei ó diciamo noi, che la principale conuenimga mila metafora della 
propor tione, non è dubb o che è quella che fi trova fra l'habnuime didoi termi- 
ni conl’bahitudine de gli altri d ue.fome far ebbe, che cofi la Tagza è infegna di 
Bacco , come lo [cudù è mfegna di Catarie ; Ma di più diciamo , che non foto 
frale duehabitudini , ma fra que' due termini ancora , che fi trai fri fieno 
vno all ut irò, corni fi a la fagza e lo feudo bifngna , che vi fta qualche fimilitu- 
iine , alt rim erti la nn tafora farebbe nulla TStfogna dico, che per e fiere buona 
la metafora fra la tazza , e lo feudo non foio qutfie due cojè pano forni giunti: 
tna in quii 'a bah’tudine accidentale, tir eflema di eficrc tutte c due infigne di 
Wff »vt*tbr fid fe mcdtUmc ancora con alcuno auidente intorno fi fomiglia- 
fto , come lo finoo quefie due coje con la figura-, Intuendo neramente la tazza 
forma di siedilo fiuto ; e lo feudo figura cCvnagrantazza,in modo che ad’ ac- 
ca fio nt dentro vi lì por rebb, btuere: Facciamo cofi, didamo la tagza di Bacco 
e la tamia di .Marte : ìypn v'è dubbio che qucfic due cvfe m Ila habitudi 
necjlerna hanno conmmnga accidentale, perche tutte due fono iufigne^ , 

C 7 ifìro- 


1 1 8 II Predicatore del PanigaroL 

& jfìromenti di qucfh due Dij : E coti è la lamia infrena di LMarte, 
come lo feudo : E pure bona metafora fard à dire dello Jiudo , che è la 
ta^za di Marte# eh la lancia nomnufie taiga di blatte furia cofa inettif- 
fi/na . "Perche eoe} } Perche la lancia bene hd la prima conucnicnza rjlema ac- 
cidentale conia ta^a,nu non la feconda da accidente interno. Che fono quel- 
le due, delle quali io credo, che Demetrio la eflrema nomini ex limili» ilafe- 
conda ex le. /a pioggia, e le lagrime hanno la conuenienza accidentale (flern*,i 
fivaili, perche e quelle t quefle cadono l’tnc dagli occhi, l’altre dal Cieto:& han 
no altresì la conucnicnza accidentale mtcrna,& ex ih, che tutte due liquide fo- 
no, e bagnano; e perciò bclhfftma i la metafora duendo,ibc le lagrime fono piog 
gic de glioccbi -che fe alle lagrime opponiamo la neue • alfuurofrd leiagri - 
mc,e la nette rimane la mede [ma come nienza accidentale ex limili ,ptrcio- 
che fi come le lagrime da gli occhinosi cade la neue dal Cielo \ ma non vi è leu* 
couucmenza dall’accidente intrinfeco, Se ex le, t fendo le lagrime liquide , e la 
neue ni , e però chi delle lagrima dicefje/fuefìc fono le neui degli occhi m'ui,inet 
tiffìmamciitc ragionerebbe .fi vero modo dice frittotele per conof cere fe le 
metafore fono benfatte , è il vedere fe i termini, fra quali effe fi fanno, hanno co - 
trarij; CS battendogli ,fc fra detti contrari) la oppofla metafora farebbe buona. 
Ter ef empio, la veccbie%za,c la fera, hanno Juoi contrarila giouentù e la maf 
fina ■ Hora noi vogliamo vedere fe quefìa fia buona metafora. 

La vecchiezza ila [era della ulta. 

indiamo d vedere fe la contraria è buona dicendo. 

La giouentù è la mattina della vita . ~ . 

È perche trottiamo, che quefìa è buona, affìcuriamoci , che buoniffima pari- 
menti è l’altra s (Jlfa queflofia detto ine ideatemi me : Demetrio dunque vuo- 
le, che la vira metafora fitcxfi nllifSe ex i’c,i per darci eff mpio cfvna bel- 
la metafora da proponiate dice : che conneniioiq , Impera tor, Gubcrna- 
tor,& auriga, tutti in qurfla conuenienza accidentale di gommare ciafcun di 
loro qual la Città, qual la naue, quale il carro , Verciò bowjfime metafore da~» 
proportioni faranno il domandare il gommatore noce b ero della Città, & il noe 
cbicro prefetto della nane , ouc è da annerare vn artificio granotffimo di De- 
metrio. Che fe bene egli tre co fe ftmiU fra Je fìefir nominò imperatore n ,gu 
bernatorcm,& aurigam.c difie che per la conuenienza accidrntale,chr han- 
no tutte in gauernare alcuna cofa,pofiono fra JefUfJi [ambiare metafora am? 
te i nomi -, quando nondimcnq venne d dar l’efempio,non parlò fe non di due , e 
del terzo non fece melinone alcuna , diffe che il nocchiero poteva domandar fi 
imperatore della naue , & l’imperatore nocbicro della Città »• ma non difie 
mai, che ò l' Imperatore douefie domandar ft cocchiero della Città, ò il cocchie 
ro Imperatore del carro : .Anzi in qie ' due mede fimi, de" quali egli ragiona . - 
oue l’imperatore egli lo nomina nocchiero della città, il nocchiero nondimeno e- 
gl inoli lo nomina imperatore : ma pn fitto della naue , non*p*r *>oV: m a f 
ifX» t*. fi tutta quella cantila pende da vn auuertimento P fl,(lin ti(fimo , 
(he diede finitotele nel ter^o libro della , Retorica al cap, s , ei 0 ^ de nelle me- 
tafore. 


Sopra la P alterila XLV, 119 

taf ore, fi hà (h feruare il decoro ,e ft uoghono firele traslationi fecondo la di- 
gnità di qu. Iche ft dice, in modo che non eccedano troppo euidcntemtnte,ò fiat» 
eccedute dalle cofe,alle quali vengono trasferite, & ,il mede fimo strinotele ap- 
porta vn ejfempio t itiofo di Su ripide, che fi grandemente al nofiro propofito . 
Diceche fece male Euripide nel Telefit fita tragedia,qu.xndo domandò t remi- 
ganti Rè de i remi percioche fe bene accordano i remigar, ti in quella conucnien 
za accidentale, che cosìgouernano effi i loro remi, come t Ré i loro fudditi-non- 
dimcno così uile iilmejiiero di rematori ■/ così eminente la dignità regale, che 
non conucniua da cofa tanto eccedente trafportare la noce à cofa tanto ecceduta, 
M però fugge Demetrio quello [caglio : e fe bene nomina tl gouernatore,o im- 
peratore della città nocchièro, & il nocchiero pure lo nomina fc non Impera- 
tore almeno prefetto della nane , non però ò l'Imperatore domanda cocchiera 
della città,òilc9Cchiero Imperatore del carro. Homero con bdhjjima metafo- 
ra domadò ìRèpaflor de' popoli, ni però domandò mai i paflori Ré delle greg 
gì per la medefima cautela ; e Cicerone nel quinto della Refmblica con una com 
paratione mafirò dì conofcere la conucnienga accidentale, che fi trouafra que - 
fli tali, nè però vi pofe i cocchieri per fuggire ìccctffo quando difje ; Vt cn I in 
gubernatori curfus l'ccunduy, medico falus, imperatori uictoria fic 
huicraoderatorircipublic^bcataciuiumuita proposta eft. 'Benne 
gli pofe Demetrio ; ma non fi valfe del nome loro à fare tras. altane alcuna , e 
fu arte il mettergli per moHrare quello, che egli foggionge ( ubico : cioè che non 
tutte le traslationi di proporzione hanno i termini connettibili: la tazza di Bac 
co, e lo feudo di Marte fono connettibili: ecosì poffiamo dire , che quella è lo 
feudo di Bacco , come qucflo la tagga di Matte -, Ma molte volte la metafora 
non fi può fare fe non da una banda fola , e non cambieuolmcnte dall’altra an- 
cora : e quefto per due cagioni può duuentre : onero perette dalìvna delle ban- 
de manchi quel termine, che ballerebbe à cflcre trasferito, onero perche fe bene 
ui fi trotta, non è tale, che pofia con decoro efieretrajportato. Per efsempio dice 
^triflotcle nella Poetica '■ ecco quattro termini in proporcione. Il Sole&i fuoi 
raggi. Il contadino i fuoi grani. F. la conucnien za accidentale, è in quefta Ita- 

bit Udine, che il Solrfpargei fuoi raggi, (f il contadino fpargei fuoi grani; Ma 
ifueSìa haBètudim difpargcre,nel contadino hà nome proprio, che è feminarc , 
nel Sole non ui è nome proprio di quello fpargimcntodi Luce. E però al Sole 
poffiamo trafportare il proprio ddl’agricjltore dicendo, che il Sole / emina au- 
rea luce ; ma all'agricoltore non poffiamo trasferire il proprio dello fptrgìmì 
to, chefà il Sole, perette egli nonvi è. Ecco quattro altri termini, l’animale , e 
l'occhio fuo, la iute, e quel non fo che di propagine, che non hà nome prvprio:ott 
de nafee che alla uite trasferiamo il proprio dell’animale, dicendo l’occhio del- 
la ulte :ma all’animale non poffiamo trafportare il proprio della uite, perche 
efia’non l’hi : e così in queffe tali metafore i termini non fono connettibili, per- 
che ale uno ne manca : M a occorre anche fpcffo,che fe bene tutti i termini ui fono 
ad ogni modo non fi connettono j non fi trafportano cambieuolmcnte, perche la 
digrùt à,& il decoro non lo comporta : come in quelli quattro termini buono , e 

piede. 


410 11 Predicatore del PamgaroU 

piede, monte, e fua radice : ben dirtmo alla radice del mente il piè del monte.-ma 
al piè dell' bu imo, non diremo la radice dell'huomoi fcan.buuoh le traslationi > 
Onero perche manca un termine, onero perebt con digmt à non i onuiene , che fi a 
trasferito ; Ma quandi fo(Jimo dubbiofi/e il tal tenunc,o la tale parola conue- 
nifte, iberici la trasformo o no, m talcafo,iheji batterebbe à fare i quejio lo 
infogna 'Vernano nella particella, ebe Jeguita,<2c. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


D I quanti tropi habb ; a-no fatta mcntione nclCommenro, niuno 
ve n’hà, il quale nelle fcritturc noftrc canoniche manifcftiffima- 
mente non fi ri troni : 

.Alle goria fù quella di EfaÌ3 , 

Halitabit lupus cum agno . 

Enigma que, la dj Sa< fone. 

De lume dente etimi cibus & de forti egreffa e/l dulcedo. 

Metafora quella di D.iuid, ( jjtl 

Oliare feniuowitgentcs- 

Iuiagine quella di San Piero, t , ' ' 

lntmicm refter Diabolus tanquam leo rugietss circuit quarens quem deuoret 

Comparationc quella di Chrifto, _ ■_ 

S imi Moyfes cxaltauit ferpentem in deferto , ita oportet exaltari filium no- 
mimi . , 

Sinecdochc dalla parte al tutto quella di San Luca ne gli atti » 

Eramus vero in n ini vniuerfa anima ducentem feptuagintafex • 

Sinecd oche dal tutto alla parte quella del Signore, 

' Ego palamloquutus fumn lindo. . . ■ . \ C 

Sinecdochc da molti ad vno quella in Giona, 

Vefcendit ad Intera nauis. '* ,uu ' ^ ** 

Sinecdochc da vno à molti quella dcll’Apoftolo , 

Tfon c/ì di shn£I io Iudai,& Craci, . . 

Metonimia dali’inuentionc alla cofa trouata quella a Corinti. 

Cum legitur Moyfes. . , . 

Cioè la legge. Metonimia dal continente al contenuto quella clclla^ 

Genefi , , ■ 

E ff unici bidriam in canalibus. .... , 

Cioè l’acqua che era ncll'hidria ; Metonimia dal contenuto al conti- 
nente quella de’ Corinti, » 

Pitterà occidit. tt . _ 

Cioè la legge . Metonimia dalla caufa all’eflfetro quella ai Romani . 

Cioè caufa virtù tale : Metonimia dall’effetto alla caufa, quella dell* 
Angiolo, 

jtnnunuo uohis taudium magnum ■ 

Cioè l’Euangclio .Metonimia dall’autore adopera quella medefima 
detta di fopra. A 


211 


Sopra la Particella X LI V . 

Cum legitwr Moyfes. 

Ci ><* u le-jg-: Antono natia qucl'a degli Apoltoli àTomafo, 

Fidimi! Dom/ih'h. 

Cioè Ch: iilo per eccellenza folo Signore . e quella detta di San Gio^ 

uanni , 

Hic eli Elias. 

Del pruno aduento :• Catachrcli per vicinanza, come in San Gio- 
ii in ni , 

Prolutici pifeina . 

Si domanda vn acqua, che non hauea pelei . E tutte quelle come dice- 
uamo nel Commento ancli’eire, ma ab ifiuamentc.c con communiflìmo 
nome poflbno domandarli metafore : clic fe delle metafore non commu 
niilimc; ma communi vogliamo darc.elTempi, di quelle cioè che fopraj 
cronuenienzaelfcntialc li fondano. Metafora dal genere alia fpccie tu 
quella dj Salomone. 

Feci hilto*, &■ penuria, 

Cioè pianella : dalla fpecie al genere quella della Cantica. 

Qui pa/iitur inter Ulta. 

' Cioè inter jiores. Da fpecie a fpecie quella della Capienza. 

^intc fruii creata funi- 

Cioè generata. Cne fono diuerfe fpetic di pmdutrioni : Ma tempo è 
horumai,chc alla propria metafora palliamo, a quella cioè.chc come di- 
ceuamo nel Commento fra quattro termini li nrrouir: e l'opra propor- 
rionc,5c habitudlne accidentale li fonda : Come per efl'cmpio può lerui- 
xe quella, con la quale fa domandato San Giouan Battilta. 

L'Elia del primo aduento: 

Che inucroè bell illi mo . Perciochc quà ancora fono quattro termini, 
il priinoaduento,c Giouanni Battilta, il fecondo aduento, & £lia:e quel 
Ja medefima proportionc,chc tiene il fecondo al pruno ; cioè Giouanoi 
al primo aduento, la tiene il quarto al terzo, cioè Eliaad fecondo aduen 
lo : E la proportione Qonècllenrìalc) ma accidentale: cioè di douereco 
si venire Elia innanzi al fecondo aduento , come venne Giouan Battilta 
inanzi al primo . 

Di modo che viccndeuolc trafportamenro determini polliamo fare» 
e Così dirciche Elia farà il Gionanni del fecondo aduento. 

Come che, 

Giouanm fi l’Elia del primo aduento. 

L qui pur fi vede quello.che d ccuamo ncfCommenro, che le bene ja 
ine ta fora pare da fpecie à fpetic, anzi daindiuidio ad indiuiduo ;po- 
ièi.ichc IT fonda fopraElia,cGiouanni,Ciiclbnoduciiuiiuidui della me 
de li ma fpctie,non però* tale: na metaforadi proportione; conciofiaco- 
fa clic non lì fonda fipra quelli duci» quanto ciafcuno di loro c huo- 
nio,c>»< Crebbe li., bitudmc eden rial cima inquanto dakuno diloroè 
pr» curlbrc.chcè proportione accidentale. Ben fetuc à quella metafora, 

C lc Giouanni,ct Elia ri ano tatù, e due hunmini per vn altro rifguardo, 
<ioc per far. *,cl)e la metafora, fltelr exftj et ex fìmiliì Cioè à fare , che i 
termini della metafora noti falò habbinoalcmiaeilcrnapmportioncac- 
cid- orale; ma internamente ancora liabbiano alcuna fLmiglianza frafe 
il cllì, come diccuatuo di l'opra., che haucano fra fc la tazza , e lo tendo , 


211 Jl Predicatore del P attivar ola. 

.clic non haurebbcro liauuto la cazza, eia a cia.Vn a!tra bellezza hà 
quella mcrafora,clic i termini fono vicendeuolmcnrc frafpoi tabili.però . 
elicvi tono tutte e due quel li,che li hanno da tra fpomre: cioòGiouan- 
ni, & Eli .: e di loro niuno eccelle di ranto l’altro , clic non riceua la vi- 
cenda del trafporta mento , potendoli cosi dire . Giouanni del fecondp 
aduento come Elia del primo: Per due cagioni diccua Demetrio, che 
tal bora la incrafora {tonerà conuerribilc ; onero perche dall’vna delle 
bande mancaiTc il termine, che douefie trasferirli: ouero perche fc bene, 
li trouaria.così era, ecceduto dairaItro,chc con decoro nonpotcua fcrui 
re in luogo di lui. . - 

ElTcmpiodc! primo fu, che fe bene la radice del monte Ida, fi doman- 
daua picde,non pero il piede dcl.’huomo li poreua domandare radice: 
Se efiempio del fecondo fù.chcfc bene il cocchieropuò domandarli pre 
ferro del carro.non può il prencipc può domandarli cocchicro della cit- 
te : e noi imitando con le fcritrurc tu tri, e due i fopraderti eflcmpi quan- 
roal primo, che fc bene la fommità,& giogo del monte Cai melo, có me 
tafora tolta d dl’huumo.lì può domandare vertice, onde fi dice in Amos 

/• xictaiHS e fi vertex Cor meli. 

Non però La cella , Se il vertice dell'huomo con metafora rotta dalli.» 
fomiti ita del Carmelo , che non hà nome proprio, fi potrebbe porre in 
nutafbr.uE quanto al fecondo eflfctnpio de’ termini non conuerribili per 
fouerchio eccedo, non e dubbio , che fra quelli quattro termini . pefei e 
peccatori huomini, e predicatori, fi troua vna bellilfima propornonc acci 
dentalc,che come i pcfc.uori vorrebbono prendere i pefei , cosi i pre di- 
citori vorrcbbonoconucrcire gli huomini : e fopra di lei da una bandai 
fondò una bellidiina metafora il Signore, quando dille à gli Apofloli. 

Faci am uoi fieri pi fiat or e i bominum . 

Ne pero potrei bc farli conucrtibilc la metafora; ne potrebbe dirli, 
che i pefeaton fotfero predicatori de pefei, non perche il termine non fi 
troui.chc fi troua chiariffimo, ma perche canto è più eminente l’altro 
di lui, che al luogo di quello non è podìbilc, che egli con dignità fia rras 
ferito . Lo Itile di San Paulo fu così pieno di magnifiche metafore , clic 
vno de gli argomenti, dei quali fi proua l’Epillola à gli Hebrei dferc 
di lui, e la frequenza delle traslationi : onde in quel padodi lei. 

Viuuì efi cium fermo Dei , & cffìcax . & pa.uidihor cn.ni gladio an- 
cipiti . 

Raccoglie Adamo Satbout frate dell'ordine mio Teologo Loccanien 
fc,c fra commentatori Moderni di San Paulo forfi il più eminente , non 
/ola mente, che ottima bac mctaforam babent ; ma foggiongc di più quelle 
parole. 

Hinc ctiam lolhgi potejì Fpifìolam batic Tanti efie^ma ytitur magnificis meta- 
ferii . 

Come hanno fatto doppo lui rutti i padri ancora, e Greci, e Latini , e 
Italiani di Santa Chiefa: Pc* quali à dire il vcroc quali opera fuperflua, 
il porcarccfleirpi.conciofiacofachr ad ogni quattro Verfi occorrono, ne 
gli ferirti loro metafore cccellcnriilime : epurhora aprendo Gregorio 
Nazanzenoacafo,e venendomi auanri la funebre di Bafilio , in mezi 
pagina (ola tutte quelle belJiffime traslationi ho trouare. 

Qui eofliMim omne contala unt, ut bniufmoài argianentu nominis fui f amene 

iUu - 


Sopra UPartuelL XLIV. nj 

illuflrcnt & uoluptatc ufficia /n fermo , ad virtutis fluiium exflumdab» • 

Non cmm cum uirtuus legciu omnibus fwffe die ere verebor. 

Qjgtwmqut ad conte xcnUs illusi lauda aerini incitantur. 
yt enti rei qum non ignorata rnemoriatn vobà ref ricci», 
ilui nil vnqaam aliud quam yam feruatrteamque. 

Or bis uniuer/i dottrina-» exalauit . 

E molte limili : San Cipriano de fpeSanlibus non può gii ulate’ le pift 
/pcciofc metafore di quelle che ufa quando dice. 

tonfane eneruatus ejl Ucctefiaslic* difcipUnf uigor , fr ita orniti languore vi- 
ti or un pr /capi ta< ur in pena , ut tam non vitijs ex c afa t io ,fed authontas detur. 

Et .ipprellb. 

Tlacutt pauas noi non nane inflruerc ,fed inflrutfos admoncre, ne qua male 
funt macia vulnera .fanitatu obdufl* perno» pani cuatruem. 

£ San Leon Papa nimico il parlare a San Pietro con quanto gratiofe 
metafore ragipnò.di Ronn.quandu dilTe, 

^id bone ergo vrbcrn tu bcatijfiwe ri poflUe Vette venire nonmetuis, & confor 
te glori» tue Taulo spopolo d;ar uni adbu cclefiarum ordtnationibus occupai» 
Syluam iJia<n frementi tu» bcjhanm.& turboleruijfìmx prof uditala ot canuti co» 
ftauUor quam ewn Ju/rra mare gradcreris mgredens . 

Il Padre FrancelChino nella Immilla della fapienza, parlando della 
forza con la quale i noilri Santi hanno vinti i vitij.e difprcggiaro il mon 
alo dice coli, 

E certo è potcntilfima , Se augullilfiina virtù Diurna, con che quelli 
Hcrcoli domano quelle hidfe, quelli Cerberi, quelli Giganti: Conche 
quelli Atlanti fo(lcntano,poi tano in pugno , vincono,alzano , & abbai 1 
fino il mondo. 

Il Fiamma parlando de’ predicatori dell'ordine firn congregati in ca- 
pitolo à Rauenna nel fine della predica del peccato dice,E non vi date à 
credere , che quelle trombe cclclli Tuonino nelle voftrc orecchie, per 
far pompa all'ordine nollro ? 

Del Cornelio, dice il Tomitano nella fpelTo da noi allegata cpillola 
quelle parole. 

Se lacofu ama traslationc , li mollra nelle metafore felicilfimo. 

E Coli veramente clferc può vedere ogni vno, che pure apra i libri di 
lui . Che fcad’alcuno parrà che forfi &m lui, &;in tutti noi Italiani pre- 
dicatori fi tremi in quella parte eccedo , c che troppo frequentate nano 
ne’ noilri ragionamenti le metafore, vegga per amor di Dici padri anti- 
chi. p> incipalmenre Greche conofeeriche a quella maniera di ragiona- 
re delle cofe di Dio alle concioni popolari intere non difconUtcnc que- 
llo poco di edubera izi.Fcr eifempio vegga il line della leconda orario- 
xie della Teologia di Gregorio Nazanzcno,ouecgli per fci pagine in- 
tere, (landò in quello Concerto, Clic nè anche le cofe naturali polfono 
dairintcllctro lium.mo venire interamente comprefecon pcrpctuaintct 
rogarionc ,và domandando . 

Qux hec mi xtio noflra esì ? qui s motus ? ire. E più giù 
g)ui . lyra n Cicadi m perìo-e de he , & cantus illos , a’que gemitus , quos cu» 
file i h no fola »stu ad inu/i-ain uuitantur , in orbai um rama f udirne ac nono- 
fa can'u impioti vtatoremqne gemitufuo profcquuntur . E poi , 

Qm s tantum Cygno contexu , cuoi penna m auram cxpanjis modula: un fibi- 

hón 


214 fi Predicatore del PamgaroU 

lunediti Eriui àpoco. 

2*1 confo eslcur armg mille , & 'ned cui Pa m elcgwtìun , glori mque ateo 
affcJut . vici ita cerulee » pernii fatte in orbem concinna u , arqueo.u/iiiUn ,tme o 

J uodamge nm intequ: fulgore in a emom contri ti% co r po n fui e:rg. ut; toni ,amasife 
mi cu a f diluì Co mccjJ'u . vi lue in iheatro facili mi Jum prapimatì 
E' vn airi volti . 

Vndc apibtn>& aranti! t. intuì laboris acque indufi io amor , &c. 

E di li ivi pezzo pittando de’ mai , 

Quii tantam squamiamole n comunali? qui s qua fi vinculu copulatiti Qui fu 
W m’umefcat . & temei loco fui fecontincat > pennde , ac vicina terroni renerà a. 
Qu' fit i H tai tu n elc-nenumjreiwn prò ter min . babeat. 

Qu i aerei: fu di 1 ? 

Qu e ven oru n promptuoria ? qui niuii thè fauci ì Qui venisglebat \peptrlt , ex 
tnius ventre g'actes eg’ejfa efl * 

D in > c > ie dicemmo per Tei intere pagine quclo difenrf» di G ezo- 
rioNnzanzeno.cnfi pieno di ogni bandi di metafore, Sco dire mctaf® 
ferchenon dobbiamo, per dTcmpio erter tafTari di troppo poetici noi, 
fcvna volta nclmedcliinopropofitó.e con cofe quali di pefo tolte da 
lui, via «appetto della fuabreuiffima tirata faccmmodicendo. 

Mi e chi fabricò quelli cicli f Chi pofe que’ piropi in que’clirillalli * 
Chi vi Coppale il fuoco ? Chi fece orbicularc, & inuilìbilc fiamma pira- 
midale , e lucidillìma ? Chi fpiegò l'aria in giro? Echi per non lafciarla 
infracidirc vi cacciò dentro agitatori i venri ? Chi fe fi fiero il mare ? e 
poi con pocaarenavi pofe argine e freno f Chi diòpufo incredibile alla 
terra; E poi con equilibrio pendentein mczoal.’aria la follennc?Chi 
il corpo di lei , quali con ofsaaltcrecompaginòcon porfidi, econ mar- 
mi ? Elevene di lei quali di ricco fangue empi d’argento, e d'oro? Le_* 
pioggic chi in mezo delle nuuolelc afconde?E quando vuoicele Ipruz 
zi , eie ftilla? in bianchi fiocchi chi quali fpatiando per quelli cam- 
pi aerei fi ventre vriliflima la neue ? Iccelclli bombarde, chi le fi feop- 
piar tuoni, e vibrar folgori ?à quefla terra chi le ricama il m intn?Chi la 
riuefleogni anno. Chi le infiora le treccie ? Egle le imperla? Chi ( ba- 
lia infiemec madre) nodre con tanta cara, qn.isògli vcelli, per lo bo- 
feo le fiere , e per lo mare i pefei f Chi dà l’ira al Leone ? al causilo l'ardi- 
te? La fpadain bocca all’angue? il folgore ne gli occhi al Coccodrillo* 
il ricamo alle piume del Paùonc? E infin la lira in petto alla Cicada?Chi 
fi, e tenitore il ragno ? E Architetta la rondine f E (fe cofi può 4irfi)aro- 
Oiataria l’Ape t 




id&V-,' ;• i •• • . . I ' » \ 

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PAR TI C E L L A 


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QJ/ ARA NT ESI MAS ESTÀ. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 



Oft/jium 'gitur periculofa trasì atto vifa fuerit,conuertatur in ima 
gmem; fic firn tutior erjt : imago autem eli tra nslatio operans, 
il fi quisaiiltud (far» jà^ùòari Tpftifrftfi ietrt Kiti'ili** r ad pt~ 
fila pazienta dicat,"t‘*i?ri > rT‘*‘‘à'iip*r /it enim imago extìtit 
<*r tutior efl oratio. ilio autem modo translatio & perii ulo fior tfi Quare "Pia- 
to quiddam in lubrico pojitum viditur faicre, qui translatiorubus potius vtitur 
qudm imaginibus : Xeqopbon vero potius imagmibut. 

‘ PARAFRASE. 

He fe tal’hora pericolofa, e vn 'poco dura ci pareri la 
traflattone , con il farne imagineci afficureremo : non 
efiendo in iòmma la iinagine ('come noi la prendiamo 
qua) altro ichcla iftelfa metafora conaggiunta d’vn fo 
Jo mitigamento: Come farebbe* fc oue Demetrio parlando delle 
inuettiuejcqualicontraglt Attendi haucua fatte Pctoac Buan* 
tio difle: 

lo al Torcntedella Tua eloquenza m'oppofi. 

Altri mitigando hauede detto, 

lo al torrente ( per dir coli) della fiia eloquenza mi oppofi . 

Che fenza dubbio con quella imaginc piu ficuro farebbe flato il 
anodo del dire; E già in Platoncfi vede,che vfando egli pure meta- 
fbre non mitigate^ molto rilchio fi polc , la doue Senofonte che in 
vece di metafore quali Tempre vsò imagini,fcnza dubbio giuocò piti 
alfaficura. 



C.OMMENI O. 

’1 »• * ^ - V a -t * ‘ V T_ J V ' ' % . ’ . ^ 

O Vegli efpófiton di Demetrio , j quali hanno detto , che di quejk magini 
delle quali fi tratta in queflo luogo,^ riflotele ne ragiona nel quarto dr 
meU'uniccìmo capitolo del terzo della \etorict,fifono lafiiati ingannare dalla 
Parte Seconda. P «fl**- 


I 


li 6 ll'Tr eiettore del PanìgaroU 

t/juiuocatione : Cencio fu co fa che quell e , delle quali Arinotele tratta in muf 
luoghi, non haitiano ponto che fare con quella di Demetrio', le imagìni, itile 
quali parla Ariftotele fonale collattoni , ò funilitudini , ò comparationi che 
vogliamo direte Demetrio medefimo in quefio fiefio libro della elocutione due 
volte adopererà il nome di imagine in que fio fallimento per Compar ariane.» : 
V no trattando della nota venufia , oue dirà , & imagmes vtique fune ve* 
mirti, H Gallù ModoTìmilein dicas,&c.Ef l’altra rulla nota grane tòque 
fle parole,Verbi trasferendo licci grauiora tacere, & imaginc* dicé 
do , cue dall’ esempio ch’egli dà ,fi vede che per imagtni hà mte/o ivm paratia - 
n ima m quefio luoco tanto è egli lontano da trattare Jotto nome di imagme ccm 
par ateem - che anzi molto diligentemente ci aucrtifce che volendo fare di fice- 
jle imagini non ci lafciaffìmo trafportare àfare comparationi, nè prò i magi- 
nt collana dlet.Et oue nella profa ci (flotta per e fiere più fi turi, che di me- 
tafore facciamo imagini, tutto in contrario ci ricdrdacbe le comparationi noi 
nelle pi ofe non deuiamo accettarle fe non molto dirado, e con molta cautela , 
Collationcsauteinnequc fàcile in pedeflri orationc poncrc opor- 
tec,ncquefìne lumina calinone . Cicerone mltergode Oratore c/diede que 
fio me de fimo auertrmento , che ci dà f Dcmetrio in quefloluogo dicendo. Sic 
rercare ne pauio durior translatio erte videatur,m3llicnda cft, f ra- 
po/! to làepc verbo , ma mn domandò però la metafora mitigata imaginc. A 
Del qvalnome poiché à Demetrio, è placamo diraler fi ,à noi per fuggire le 
Equikocatiom,eper far quello che alni non hanno fatto, la (dando la cofa m 
fonema ofeurità, tornitene il cercare prima quale differenza fu fra le metafo- 
re, tic imagini di - Arinotele , che fora le Comparationi , e poi di qual cofa di- 
ferenti fono , e dalle metafore , e dalle comparationi le imagìni di Demetrio in 
quefio luogo , le quali altro non fono che metafotc mitigate . E veramente di fi 
fe bene ^rifiatile , che' fiala imaginc , cioè fra la cemparatione e la meta- 
fora tanto poca differenza fi troica , thè fono fi può dire vna mtdefima cofa_ » ; 
Et imago etiain translatio efì , parum emm à translationt diffc re . 

£ nel decimo capitalo delmedcfimo libro aggiunfe , che dalla comparatici pe 
alla metafora non vi i altra differenza , thè vna certa giunta di più : Imago 
efttranslatioadditionediifcrcns: r olendo in ferire , che rulla efienza , 
e ncl'ajojtanza quello che fi dice nella metafora , e quel mede fimo che fi dico 
nella Comparatone ; ma nella metafora il mede fimo con manco , e nella com- 
paratone con più parole fi dice. E l’effempm delmedefmo ^infintele cbcU 
Uffimo : per ctoche ragionando io di Occhili: odo fio à dìi che fia,Je dico , . 

£cco il lume che fe gli onutnia addo flo , 

Qttcfla è metafora: e fedito, 

Ecco Achille, che comi lume fe gli auuenta addoffo-. 

Quella è comparatane : Oue fi vede , che quanto al finimento notici è dif- 
ferenza alcuna ni picchia, ni grande {perche fempre fri voluto dire ebe^ 
Achille con for^a , impeto dt lume fi i attentati addofio à quel tale : ma 

quanto al modo di proferire due ofe fi fono aggiunte nella maghe , che no» 

trono 




Sopra L Particella XLV1 . :.ìij 
erano nella metafora ; Ciò fino il nome di Achille ,c la particella comparati- 
li a come . ‘£>a che formando regola pofficmo dire ; che due differenza fra /<x_» 
metafora , e la Comparatone Ji trottano : La prima è che nella metafora no» 
mettiamo il nome del nojiro foggetto , cioi della coft che vogliamo comparare, 
ma di quella [diamente àcui la compariamo, e nella Comparatane ve lo met- 
tiamo^ per fe (leffo , è rapprefentato da vn pronome - £ la feconda, he nella 
metafora non aggiungiamo alcuna particella di fimilit udine , la ione nella _» 
Comparatane Jempre ò implicita , ò efplicita , vi è qualche particella campa « 
ratina : come fonofrd Latini ,Sicuti , veluti , ceu > quemadmodum^ , 
tan 4 uam, efimili,e fra noi Italiani, Si come, come, coft, qual, tal, qua fi, 
in giq fi , nella maniera che, non altrimenti che ,e tali; fcreffempi parlando 

10 del fole dico, 

Suola lampada del cielo , che ci illumina. 

Quejìa è metafora pure , oue noni nome di Sole, ne eomparatiua par. 
fucila - ».* » i 

Quejia i comparatane chiara con il nome del fi oggetto , Sole, e la pasticcila 
comparante, comecché fe bene ferna nominare il Sole hauendo già prima parla- 
to di lui, io diceffi ,cgli come lampade del Mondo ci illumina . 

Ecco il Sole, che come lampada del Mondo ci illumina ; Il mede fimo fareb- 
be, perche tanto vale il pronome egli , come fe io diceffi U Sole : E fe io diceffi , 

11 Sole lampade del diondo c' illumina . Ad ogni modo non metafora fareb- 
be quella, m.t comparatane, per bauere io nominato il nome del foggetto , che 
voglio comparare : al quale necefiariamente flà implicita la particella compa - 
ratina. E tanto i à dire, Il Sole lampada del (biondo ci illumina, Come , 

71 Sole come lampada del M ondo ci illumina ; Siche la natura, e la efienga 
iella comparatone fin quanto i differente dalla meta fora Jià in qucRo , che in 
effa fu il nome del foggetto, e la particela eomparatiua : Se bene quanto al no- 
me del foggetto, fe ad alcuno occorreffe fcrupulo, deferiamo che Jòfpenda l’affi 
mo fino al principio del (ommento fegutnte, che quitti ogni difficoltà fari tetta- 
ta ; Ve rfo dife mede fune bora le comparatami, prima fono differenti in queflo, 
che. alcune dalla coft cominciano , la quale compariamo , come Dante , 

Tfpi andauam per lo [dingo piano » 

• Come huom,cht torni alla Jmarita firada, 

t^llt re dalla coft , alla quale vogliamo comparare il mflra foggetto . Co- 
nte il Tetrarca, 

ot guifa d'huom’che fognala 
Hauer la morte innanzi à gl’ occhi panni , 

£ poi yn‘ altra differenza fi troua fra loro, ò che cominciano dalla coft com- 
parata, ò da quella ,d cui fi fila comparatone . Che alcune mn fanno altro fe 
non comparatetela con coft, • 

Come feio diceffcj, 

■ fi Sole è come vna lampada del Mondo . 

E quede fono bremffime . filtri non contenti di comparare co fi d copi, 

'* T 2 Jtcnduno 




J'Jt 


118 llPredicatordel'Parùgarota 
ttcndomancbe quello in che conjifi: la conuencuolexza, tome fio dice/Jì , ■ '• 

Si come la lampada patta, oue che fu rifehiara tutto il luogo , oue fi trotta 
<ofi il Sole nel mondo collocato, tutto quello gran campo illumina . 

E qucfle fono più lunghe . Ma lunghi ffime,e pochi/fime fono quelle, che l' ie- 
na, e l’altra delle cofo dette di [opra abbracciano , facendo prima la compara - 
tiont. E poi quafi rendendo ragione della comparatane fatta , & aggiungendo 
tutto quello in che la conitene uolegza confitte, come dicendo , 

Il Sole ì vna lampada ; percioche fi come la lampada pofla , oue che furi fi, ' 
chiara tutto il luogo, oue fi truoua : Cofi il Sole nel M ondo collocato, tutto que- 
llo gran campo illumina. -, i-ì - \ 

Ma dille compar attorti tratteremo in poco più baffo, oue fori il proprio luo 
go loro . Ter Itera battendone dette quelle cofo, che al nottro p rapo fico fono ne~ 
ctffatie, prima che d quelle imagini paffiamo,che comparatati non fono , ni me 
tafore^bane è che lediamo come Arifioule fempre, e Demetrio ijlcflo alle vola- 
te pcfimaginc non hanno intefo altro , che le comparationi . ^ trillatele cerio 
nel q-.cap.del ter^o della Retorica dando per effempio della firn più breue una* 
ginequefio, Achillei» vtLconcimrruiffc. ■ ■’ 

Mchille come vn Leone efierfegliauuentato. • ■ 

- Senza altro mottra , che per imagine intenderne altro che comparatone , 
concio fucofa che quà dentro tutte due quelle circonfìanze firitrouano , che 
fanno differente la comparatone dalla metafora ,cioi il nome dal foggetto, e la 
particella comparatila . E fi qucfla imagine i comparatane, tanto più le fono 
tutte l’altrc che feguitano , effondo tutte con le mede fame càrconttant^e , e mol- 
to più longamente dittefe della prima : D emetto poi due volte inquetto libro 
le comparationi domandò imagini : Vna quando diffe che imagine fard , • 

Si Galluin Modo funilcm dica», quia criftam rcftatn tert , regi 
autem quia purpureus cfl, vcl quia cumclamatGallus, delilmiusy 
non fecus atque cum rcx cla nat,& mctuimus . , 

E l’altra quando apporti quefia imagine , che, 

Plebifcitu.n illud, pcriculum>.quod cune immiti ebat ciuitati ,ve 
praeteriret,fecerat canquàm nirabum . 

J h tutte due le quali cofi chiare fono le circonflanze delle comparationi, i no- - 
mi, cioè de’ [oggetti, e le particelle comparanti , thè non occorre d dubitanti in- 
torno. Ma in quello Luogo la cofi ftd altrimenti , mi quale tanto è longi , che la 
imagine fia comparatone, che egli più lotto ci infogna d procurare con ogni di- 
ligenza, che la imagine non paffi ddoiuntare comparatane, ne prò vagine 
collacio fit.E dice che alla metafora douiamo,oue fia pericolofi aggiuger tan 
to,che in vna comparai ione ci ruffa : E gtd fappiamo noi ,che per fare di me- 
tafora compara tionc bi fogna aggiungere due ca fi, nome di foggetto, e parttcH- 
la comparante : Ma per fare di metafora imagine, bifogna aggiungere vna fo- 
la . E quefta non è alcuna delle due dette di fopra-, Cioè nè foggetto jiè particel- 
la comparatala, ma vna particella mitigante: Ter effempio parlando noi , co-' 
medi fopra del Sfitti * 

Sjitfia 


24 


Soprala Particella XLV I, 

Quefia lampada del Mondo ci illumini , 

Qui è metafora fenza nome di [oggetto , nè particella comparatila ; ne mi- 
tigante 4 

1 1 sole come lampade del Mondo ci illumina , 

Qua è comp trattone con il nome del jvggetto Sole , e con la particella com- 
parante , carne . 

Quella ((eco fi può dirfi ) lampade del Mondo ci illumina , 

Qui non icomparationc,rhe non v è nè [oggetto, uè pelliccila comparante, 
nè meno v è pura metafora ;percioche aleuta cofa v’è aggiunta, ma l’aggiunta 
non è altro [e non quella particella mitigante, ( fé co fi può dirfi. ). L , però la me- 
tafora è pafjata in imagine . E queflo artificio l’babbiamo d vfare quando le 
ttaslat tornii paiono peruolofe,e dure, per a[iicura>le,per mitigarle, per rum - 
morb dille, per mollificarle, e fe vogliamo vfareil termine del Cajtduetro per 
tonf alarle -.quello che diceua Cicerone de Oratore al {. che lì paulo durior 
translatio vidcaturmolJienda eft prxpoiìtio verbo. E l’effcmpio che 
egli aidufie fu bell (fimo ;cioè che in vece di dire , 

Mortuo Catone, Senatum pupilluin reJiftum fìnlTe , 

Meglio farebbe flato i mitigare e dire , 

Mortuo Catone,Scnatù/vt ita dicaci) pupillum rcliftum fuiffe. 
Oue fi ><ede, chela particella mitigante è que/h, vt ita dicà,cAe e molto di- 
iterfa dalle Comparanti- E tali fono propc iuodum,pene,(ì ita fore.licet, 
cjua!ì,tanquo<n,e fimili : delle q tali non bi i darci noia che alcune fi tro uno 
ancora fra la comparaàua, perche non èinconuemente,cbe vna medefima par- 
ticella hxbbta due f>r^e,e che in luogo per compara re venga adoperata ,e nd- 
t altro per mit gare-. 7{el no . tro italiano fdioma molte particelle mitiganti 
fi trottano, come farcbbmo per dir co fi, fe cofi può dirfi,pervftr quefìo termi- 
ne, qua fi, qua fi che, poco meno ch’io non diffi,per poco direi, i fio per di e,mi fa- 
rete dire , e fintili : Fra quali pur pare che la Darticella quafi fta comparante ; 
ma diciamo che ha tutti due i lenimenti ; E tal’ bora è campar atiua , e tal bora 
mitigante- tome per eff empio, oue il Tetrarca difie , 
io per me fon quafi vn terreno afeiutto . 

. Onero , . A 

Che quafi vn bel fcrenoÀmezo’l die . . fi 

Ouero, . l» • r 

Quafi d'buom' che fogna . v 

Ouero , .> 

Quafi fpelonca dal ladron fon fatti . 

Efìmilt: I« rutti quefh luoghi la particella quafi ha forza dicomparare,c 
Sii per comedi douein quelli altri pure del mcdeftmo Poeta , 

Oni’è dal eorfo fio quafi fmarrita. 

E fim i per la ufi quafi fmarrita . . » 

fatto banca quafi adamantino ( malto , 

D’un quafi vino , e sbigottito [affi- 

Parte seconda. f j Quafi 


» i O 11 Predicatore del PanigaroU ' 

Quafi vifibilmtntc il cuor traiate, 
h già fon qua fi di Cbrifiatlo i fiumi . 

Sempre la parola quafi ferite mn per comparatione, ina per miticamente 
7^e l verfo poi della canzone del (aro , 

(fiate quafi gran conca infra due mari , 

Se fofle vero quello che dice il Cafìeluctro , che quitti foffe traslatione , non 
occorrerebbe come eglidice aiutarla ,perciochela particella quafi feruirebbe 
per aiuto, e per mitigamento ', ma pcrauucnturacbi confiderà meglio quel luo- 
go,iroucrà che quiui non è metafora , ma comparatione , & in tal cafo , come 
quelle parole _* , 

‘Parte delle più amene, &c. 

Seruiranno per lo nome del /oggetto comparato , coft la voce quafi ferititi 
per particella comparatiua . E quanto àgli alt ri luoghi, oue il Caficluctro de- 
" fide rana confolationi, e mitigamenti , afiai pare che babbia rifpoflo il Predella : 
Se bene vn mio amico d’ingegno fi feuero , che non patena patire , che vn Mcf- 
fer^fnn^bal’huomo grane, e Segretario del gran Cardinal Farnefe in qui Ila 
tipologia fi fofjcpofìo à fare il Vedrolino,foleua dire, che quelle ragioni per 
da burla valcuano troppo, c per da vero non erano d baflanga . Comunque fui 
la imagine dunque della quale parla in quefio luogo Demetrio .altro non è che 
la metafora mitigata. E l’effempio ch’egli adduce, lo mofìra, fe bene egli « ne- 
ro non apporta il luogo intero ; ma fecondo l'nfanza fua lo accenna folamcnte : 
£ il luogo nella oratione diDemetrio prò E teli fonte. E tutto il luogo da 
capo d piedi come giace, può in Li tino duco fi , 

Cum Philippus vt A thcnienlcs,& turpes, & iniquos effe offende* 
rct P v thonem Bizantium Jegatuin huc im/iffL-c, & ad idem facicn- 
dumfuos ipfelòciosimpuJiUec,cgoeÌ,qui tum valdcmlòlentcr m 
vos inuehebatur,& ffuebat plurimi», non celli, fed con t radisi . 

i^efllcga quello mede fimo luogo Demetrio nostro vn’ altra volta in quefio 
medefimo libro pii bafio, e quitti mefier Pier Vettori lo efpone in quefio modo. 
Pcrocitcragcnci>&rouItofluenti contra vos non celli. 

E veramente che da i fiumi alle eloquente fi deduchmo compar ationi, e me- 
tafore , non è coft nuoua , hauendolo fatto Homero mentre parlaua in bene di 
bellore, & Horatio in male di alcun' altro dicendo , 

Cum lluerct lutulentus. 

Tuttauia dice Demetrio, che chi in tal luogo bauefie di metafora fatta ima- 
gine,fi farebbe più accurato, (òme habbiamo fatto noi nclieflempio italiana- 
mente trafportato,ouc in vece di dire , 

Jo al torrente della fua eloquenza m’oppofi, , 

habbiamo detto , 

' lo al torrente (per dir coft) della fua eloquenza m’oppofi. 

DiTlatone dice Demetrio, che fù troppo ardito vfàndo (empre metafore 
ferrea mitigamenti: E D'ionifio Longino refenfee le calunnie, che peròg'i furo- 
no date : ma le difende ancora: e conclude che ingegni eminenti nonpopono ria - 

chiude- 


Sopra U Particeli 'a X LV l. 1,1 

chiudere fe fleffi fra cancelli di tante cautele , e che bifogna lafciargli arnia re , 
&■ arrifchiare : Ter 6 lfocrate faceua altrimenti , che qua ft tutte le metafore 
aggiungendo mitigamenti faceua fa fiate in [magmi . Cicerone ft vede che ba 
commuto per la via del mezT^o ; e fi come molte volte hà adoperate metafore 
pure -, cofi molte volte ft è valfo delle imagini . 

tome nel B ruto , 

Sed te intuens Brute dolco, cuius in adolefcentiam per medias 
Jaudes qua fi quadrigis vehenteni tra ni'ucrla incurrit iutiera fortuna 
Reipublic*. 

E nell’Oratore, 

Quali nutria illius Oratori*, quem uolumus informare . 

E nell’ £ fittola ad Luciani , 

Hanc quali fabukm rerum euentorumque noftrorura. 

E Tito Liuio in diuerft luoghi , 

Deforme* veluti cicatrice* leruitutis « 

Vclut compedibus uinfti, 

Rclidua quaedain uelut l'emina . 

Mouam uelut flammam regi* inuidi* adiecit . 

Se bene più rigorofamente conftderando , forfè alcune delle fopradette pik 
tofìocomparationi faranno, che magmi: Fra gli italiani no flri per effempi 
poflono Jtruire tutti que’ luoghi, che poco fopraho addititi del Tetrarca t> fan- 
te la particella quaft per mitigare : Et oltre quelli in tutti i buoni autori il ri- 
tmarne quantità grandifiima piùfacil tofa è, che meriti fatica in quefio luogo, 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

P Er diftinguere fra la metafora, e la imagine à fuo modo prefa , che 
è la comparatone ; ouc frittotele nel principio del quarto Capi- 
tolo del terzo libro delia Retorica adduce quei duceflempi, Cih 
fono per la metafora , 

Il Leone fc gli auucntaua . 

E per la comparatione. 

Achille fe gli auuenrauacome un Leone. 

Polliamo noi dalle fcritture facrc dando fempre’in limili tudine prefe 
pur da Lcone,per la metafora addur quello, 
yicit Leo de tribù Iuda . 

. E per la comparatione quell’altro, 

^iduerfariusveito diabolus , ranquam Ico rugiens circuit quarens , quem de- 
Ifirct. 

Et apponto anche quiui lì vede quello che diccuamo nel Commento 
chealla metafora la comparatione aggiunge il nome del foggecto, eia 
Ja particella com parariua : Ceno che in quelle parole. 

Vidi leo de T ribu Inda , 

Nc fogget rovi c ne particella comparante : la doue fe dicemmo, 

P 4 Chri- 


‘Djgitfcedt 


Sopr* la Particeli* X LV I , i j j 

za, che nelle fcritturc imagi ni tali non fi ritrpumo : pofciache non elTen 
d ■ trouata quella figuri, fe non perche altri fi aIliani,oucpuò dubitare 
diliauc e . cecdut«»toSpirito fanto certo nelle fcntcure.nc può eccedo- 
re, nè dub tare d'hauerlo fatto, nè per confegutnzaconuicne , che celi 
del rimedio adoperi di quella Jubiuiiotie . bene ne' Dottori facri , che 
tnodellilfiini fono, molte di quelle imagini tremiamo ìciafcun palio. 
Gregorio Naianzeno nella funebre di Bafilio in principio volendo vfa- 
rc ia metafora del disdcbirarfi.nondiccfcirpliccir.cntc io mi disdebitc- 
rò: ma col mitigamento della parola velai , c della voce quodam, dice 
Me primum ipfe velai are quodam alieno, viutinquc liberatisi o. 
t nella feconda de 1 bcdogta parlando dei mare, pure con metafora mi 
rigata dice. 

Quii t tu quarti aquarum molari coniunxit t 
itais quali vincàia copulami ì' 

L 3»an Giultmo nel l'emione córra concubinarios in quattro linee due 
voltccidaclfempi di imagi ni Demollratione, ò metafore mitigate, che 
vogliamo dire; la prima ouc dice che Salomone, 

Omnem unta diiatn,oblcft,aioHu,& refrigeri! viam fcftalus efl. 

. L’altra «,uc foggi ngc, 

I ala inde nife uuetfus,& qiufi ex umbrofa quodam abyffo ad lumen ver a fa 
pienti a: ref pie ere vrfuit.crc . 

SanLàpriano nella Epillola de Confi- ffòium Liudc f con metafora mitiga- 
ta anch’egli dice, 

Omuis fila deformila s detcfìabilis ,& tetra quafi fplendoc penfabitur. 

Et in tutti i Badri , c Latini , c Greci infiniti clfcmpi fe ncrirrouano : 
Noi nelle fcrirturc nollrc Italiane per lo più llampate hora habbiamo 
detto dcH’apnrfi della rofa,chc dTa, 

• Quafi Corre al balcone. 

Hora della vite che c. , 1 -, 

Piantata predo ad olmojefe così può dirli, infin dal nafeimenro ma- 
ritata.; ■/ 

Hora della bellezza del Ciclo ilclIato,che pare, che quafi inluperbif- 
fimo fuo manto (pieghi natura, <Scc. 
t iiiHora d'vna fei pe ardita, clic 

Leggiera e /udia, e fi può dirvolonte tocca il fuolri horà d’una naue. 
Ornili callcllo andante. 

Et in altre maniere fintili habbiamo adoperate iinagini , e quafi Tem- 
pre per mitigare quelle mctaf -ire ,checi fono parure troppo ardite, fc be 
ne à dire il vero anche per altrccagioni ci fi.unoinolre volte feruitide* 
mitigamenti : Come per i iTempiojijucdiccniino.chcDiofc.cc Architet- 
tala rondine c (fccosì può dirli-) Aromataria 1’Àpc. 

Che non Iblq per l’ardire della metafora aggiungemmo il mitigameli 
to,ma perche ci parue troppo ardita la formarionc del nome Ammala- 
rla, fi come in altri luoghi , ouc dal latino , ci è partito d’elfcre i primi ì 
trafportarealcuna voce nella nollra fauella , fe ponto ardita ci c paruta 
la traslationc. Tempre co’ mitigamenti liatbii.ii c ctKurato di rime- 
diare: 

, le Monfig. Corneiio, quando nella predica della pace domandò 
lo Spinto fanto del padrc,c del figliuolo. 

Nello 


Di 


1)4 // Predicatore del PanìgaroU 

Nc(To con fubftan tiale, . r 

O quando nei prologo dell a vigna domandò Di* ■ il 

II gran Padre Agricola. 

O' quando nella predica del beneficio dite, ■» 

Non radiauano U Sole, e la Luna. fi»..- J-jj» 

E POCO più giù, .1 

* Non immemore della cariti fua. •' < *• 

O'quando nel procmiodclla imicatione dite, ‘ 

L’antico lapfo della natura humana, 

E nella lieta predica, 

Quello vltimo conato, * 

E più giù, 

ElTìbilato, Arefplofo, 

Se egli, dico, in rutti quelli Iuoghi,&aItroue nel trafportare uoci dalla 
lancila Latina,alla Italiana con alcuni mitigamenti haueiTe proceduto, 
minore occalìonc hauerebbono prefa gli Arillarchi di porfi à farui le cc 
fure addoflo. A' noi piacerebbe ibmmamcntc , che ouunque il predica- 
tore vedcirc,ò ne’ concetti, ò nelle parole fuc quale li ungi ia pericolo , c 
gli fubito raccorrete à mitigamenti . Per elTcmpio i Greci domandano 
il padre caufa del figliuolo in dimmi, noi Latini, pesciochc uogliamo.che 
fra caufa, c caufato li truoui fempre dillintiona clTentiale , ben nomine- 
remo il padre principio, ma non caula del figlio, operò ouc occorrete 

Ì »er qualche amplificationeà dirc,chc il padre è caula d’ogni colate vo- 
ellimo dire, egli caufa primieramente il figlio, non doueremmo dirlo 
fenza mitigamento, ma dire, 

Egli, fc co* Greci vogliamo ardire vnpoco, polliamo dire,che cauli il 
figlio, 6 cofa limile. 

Parimenti di certe voci, troppo fcolallichc,'ò troppo batc ò Amili fen 
xa mitigamento none bene clic ci leruiamo. 

Quella ( per vftrc i termini della fcuola) Hcceità, 

Inhno la icopa ( fcvogliamo abbatarci tanto ) monda lacafa: 

E così dell’aitrcjcbc fia però detto per accidente; pofciachc di princi- 
pale propolrto que’ foli mitigamenti habbiamo hauuto in animo di toc- 
care, che per rimediare alla troppo ardita metafora uengono adoperati , 
f da Demctiio in quello luogo fono chiamati imagini,dcc. 


liti 1. . . 





x 5 5 

PARTICELLA 


qvarantesimasettima. 


Tradotto da Pier Vettori. 

T tinta autem uidetur trantlath ^friflotcli.qua in aftu manti ì 
indequc appellata, cam rei inanimata agente* a'iquidinduft* 
fnertnt , tanquam animale*, vt illud de te lo OgufltAif uà}' ipu 
K-nriTvrTi}%t)Xittti\Tmy,& illud terra, omma cium 

bac illud , & illud btpta.‘r*. u > vi talibus alimi* 


parafrase. 


Ra tutte le metafore quello è certo, che ad Arirto-’ 
: tele in fommogrado piacquero quelle» le quali 
rapprefentando la Cofa in opcrarione e moto , pii 
vàiamente ce la pongono innanzi à gli occhi; 
principalmente » oue le opcrationi delle cofe ani- 
mate, a quelle vengono atcribuitc,chc non hanno 
anima: Come, oue Homero le factte nominò 


Di volar defiofe . 

£ dcllonde del mare, dille, 
fatte canute , e curue . 

Eflendoad ogn’uno più che chiaro , che & il defiderare , e Tinca-, 
flutire, propriamente non ad inanimate, e morte ; ma ad animatele 
Viue cole appartengono. 


P Erriochenoibabbismo dettomi precedente commento , vna delle di fc^ 
renze fra la metafora , c la Comparatone (fiere , che mila metafora 
• non fi mette il nome del J oggetto ,dcmh cofa' fi compara , e nella com* 

parationesì ; noi non vorremmo che altri accettafje però quefta ugola , per 
tanto inheerfale , come fe efla non patifie teatrone alcuna . tilt onte certa 
nel principio del quarto capitolo , nel ter^o della Retorica dicendo che il dir » 
%/l cbillt gli s’auutntaua come vn Leone , 



TESTO D IDEM ET RIO 



bus fimilia funt . 



COMMENTO. 


I COin- 


r Jl Predicatore del Panìgarola, 

E tompara1:one,ì$ il dire , 


ft 


l^Leane je gli aituéntaua. ‘ 

Intendendoli ti *1 otte , i metafora . afflai chiaro moflra quefl.t differe* 
<ga drll’effere nella imparatane il nome del [oggetti, e non mila- metafora : e 
M ejfcr /tleftanUo Vistolo nini ne citala regola nella Tarafrale del medeft- 
mo capitolo : 5 come fé la cofa fa (le Mxriffi ma , fenz i tcceuiotu alcuna appli- 
ca molte volte , che nella metafora non fi tritona mai il nome del foggetto! E nel 
tnedcfimo modo i Muti occhi palinogli altri tfpofiurt quella diffusiti. Tut- 
tania doueriano ricordar fi, eie a ll'v rie amo capitolo del med-fìmo libro, itfhn 
guepdo rifiutile fra alcune metafore alcune lomparaltoni diMomtro,per 
fura apporta quefla, 

yJauan lefatte. > ■ , ' ’l 

Vivolardiftofe. , « . ' ì 1 '*' jmt 

E pure qui d nt o è il nome de! foggetto, 

Saette e quell' altra, ^ 

L’h'tsmo da bene è quadrato. 

Out purel'huomoda bene è quello, à cui fi fa la comparatone , e tutte que- 
lle altre, - 
L’età che fiorifee. 

3 (]reci à briglia fciolta foprauennero. 1 

L’ baila ardita volaua. 

Il f affo fi voltaua indietro. 

Il mare incanutiua, 

E fi miti, che tutte hanno i foggetti loro efpreffiftmì fetà,i Greci, l’baHt, ilf f 
fo,& il mare. 

Virgilio dtfie anch’egli, 

• FJuftusalbefcit. 

Sagitta bibit cruorcm. Qccrone, 

Telimi niaau fugir. 

Mucro petebat latus. 
fi Tetrarca, 

J fiumi di Crifìallo. 
limar' s’adira. 

Jl "Boccaccio , . * 

Lo’mpetuofo vento della ìnuìdia. 


yWCW -ttb tniov.iCI 
j'iEjrbb abrvakfcn S. 


1 . 




Dalla inuidia lacerato. . 

E mille, ture metafore, e tutte con il nome del foggetto fi che d noi non pa- 
re che la difficultà doue/Se ejfere co fi tacitamente diffimulata , Et hautremma 
bauuto molto caro che altri innanzi à noi ci baueffe lafciato vn poco d’ormar 
pir queflu Centi ro , veramente ver quello che noi habbiamo veduto finà qum 
nonfeguito da alcuno. E per auentura doppo noi farà chi con più felice ditlinlto • 
ne radduri le cofe à Marezza. Ter bora noi diciamo , che di quelle parole ,lt 
quali per fmnlaudine,e per conutneuolfzza barn» in alcune fedi ad efiere tra . 


SoprdlaPartictUt X LV IL *$7 

[portate, alcune fignifictmo cofe,i he per fe mede finte foffiflonO', altre pur fatò- 
ficaaocofe,ma chi da {e medefmeftare nonpof)ono,& altre cofe non fignifica- 
torte, ma attion : ,ò patirne ti:l e prime da Gramaticifono detti nomi fo flautini, o 
propii, ò appellativi che fiano,come p efsipio. Cielo, Pio, Huomo, Cane, "Pietro, 
"Paolo, Maria , e limili', le feconde da Gramaticifono dette nomi adiettiui„come 
UltOypuro.lieucJoUcyC fimili.E finalmente letale parole,tbe non coJe,ma at 
turni, ò patimenti lignificano fono (verbi, i partkipi,& i Gerundi: Come amare, 
efftre amato, amante, amato, amando,& altri* già lappiamo noi, che da 
4 quali di quelle cofe più puramente hanno ragionato , fuggiti Jono flati queftt 
grammaticali tcrnuni,ma noi amiamo meglio diparlar chiaro ad vtile di fKf** 
li che leggono, che puro,d laude di noi mede fimi . E perciò attenendo fi àquefìi 
termini di nomifofìaiitiuò,adicttiiii,c verbi ,o participij , ò gerundi] • Diciamo 
cheque la parola, che fitrafporta lignifica cofa , che per fe fleffa fi regge, e fola 
può ilare ut piè t Ci injovnrna. otte ejjaè nonte fojiattfiuo , ò. applicativo , o prò- 
prio, quivi la metafora non pttbmai admettere il nome del /oggetto compara- 
to d detto foflantiuo,ibc noi trasferiamo* fe lo admcttc,cefia di effe re metafo- 
ra, eutouenta comparatone: la lampada i nome fo flautino, e pero nella mctafo- 
ratoue 2 trafportata, caccia il [oggetto, e del fole poffiamo dire per metafore^ la 
lampada del mondo ci illumina. . 

Ma non già fe non per comparatone, * . 

_il Sole è lampada del mondo. Oucro, • 

1 / fole come lampada del mondo ci illumina. La pioggia i nome fo flautino , c 
però caccia il foggetto,c fe diciamo delle mie lagrime, 

E eco la pioggia de gli occhi miei 7 

Quefta i mi ta fora, che dicendo. 

Le Lagrime fono pioggia de gli occhi miei, » 

Jtlficuronon facciamo mi taf oro , ma comparai ioti e ; Helcna è nome fo- 
Slantiuo, fe ben proprio, e pero ancb'efja caccia il /oggetto , (3 out dicendo del- 
lo flato di Milano, 

Ecco l’ Elena iltalia, 
faccio metafora, dicendo. 

Lo fiato di Milano è come Eletta in Italia. 

Faccio comparatone. Li' effempio di ^rifatele ce ne chiarifce, nel quale fi 
.vede che la cofa trafportata è nome [ottantina cioè Leone- c però eue dicendo 
di. Achille, 

Ecco il Leone che fe gli auuenta . 

Quefìa i metafora dice cedrinotele, dicendo. 

Ecco i^dcchille,che come Leone fe gli avventi squefla i comparatone. E la 
regola in queflo i chiariffima,& vniktrjàlijflma, che tutte le metafore nelle*, 
quali la voce trafportata 2 nome foflantiuo,ò appellativo ,ò proprio, tutte rifu - 
tanotl nome del [oggetto -,efe nifi pane douenteno comparatoni. Ma nelle pa- 
role , le quali fono adicttiui nani È, opero in qual fiiwe Ita maniera , ò come ver- 
bi, ò come participij , ò come gerundi] ftgnificano 9 attiene, ò patimento, la 

•^ 3 * -> ‘ 


238 fi Predicatore del PatàgaroU 

eofx non fU tofi , e non filamene oue tali voci vengono trasferite ,/i può ratte- 
nere U nome del (oggetto ,ma hi fogna in ogni modo rattcncrlo,ò in feftefio , ò in 
%n pronome cioè fla per lui: E la ragione è chiara ; perche Jc bene tnomi fu- 
fantini potendo tiare da fe , po/sono cacciare ogni alt race fa , e Jeruir loro per 
bafi della claufula , e per fondamento del Concetto, nondimeno non potendo ila- 
re i itomi adictuut Jcnza quelli, 4 quali vengono aggiunfi , ni le voci fignificanti 
opcr ationi.ò patimenti fenza quelle perfine, q cofi che operano ,ò pattfcmo,per 
cioè neccflarto che ouur.que per qtlalftuoglia caufi,ò Jipongono,ò jìtrafpongo - 
no,fcmpre,à in fe itefjofi in vn pronome rat leghino il nome del ( oggetto del qua 
le fi dicono : E queila i co fa tanto chiara in fi j leffa,che à me non occorre ragio 
1 tane più, fi non moflrarc , che fi come quegli efjempi di metafore ; oue\fi cac- 
ciatta U nome del [aggetto , tutti haueùano la voce trasferita , che e renarne fi. 
flaittiuo-,(oft in tutti quegli efjempi, ouc habbiamo detto , che erano metafore, 
tOl nome del [oggetto, &■ in tutù gli altri fonili , le voci trai ferite mn fino fi- 
Santini nomi, ma òadicttiui, ò verbi, ò participi, ò Gerundi, Le fiate* 
volano, v : .«■. . 

Volate è verbo. •<* 

Vhuomo da bene è quadrato, * * * 

Quadrato è adicttiuo, '1 * _ 

l'ttafioijfip, •» . tei 1 '! 

Fiorire è verbo. 

I Greci et briglia fciolta foprauuengono, 

Soprauenire à briglia fciolta i verbo. 

L’hafla vola, il fifio fi voltaci mare incanktifct,il mar’fi adirajrato il ma- 
re, adirandoli il maro. 

Vcrti.;to,ouen ila metafora [trattiene il nome del foggetto,troueremo, che 
■la voce trasferita non farà nome fi flautino, & ouwtque faranno tali, non fi rat- 
ter d il nome: E queila, fi non fumo errati i la vera dicbìaratione di quello tuo 
go, per altro affai difficile, e la concia [torte di quanto habbiamo d dire intorno à 
metafore, e coni parai ioni . Tro. citando che da qua aitanti non (ffendo ccfa ef- 
fentiale la differenza fra quelle due cofi , poco ci cureremo della dishntitme de * 
termini loro. Tanto più in que fla particella , nella quale il documento thè di 
Demetrio, canato da - dnfìoielt , vgualmentc alle metàfore ? & alle compara- 
tioni appai tiene , effondo vero che. comunque compariamo vna cofa all'altra , 
fempre eccellente cofa ■ farà tifare che quella cofi, alla quale compareremo la 
nofirafi che porteremo 4 ftgwficare la nofira,non otiofi flia,Cf in potenza ; ma ■ 
in a tto,e in moto, sii ijlotcle nell' 1 1. capitolo del tergo della Retorica di que - 
fla cofi fratta chiaramente , e queila metafora da lui fopra tutte l'altre loda . 
t a, egli la domanda *<tr’ •>«>> «<r, ebf i Latini hamtp detto t» ans lation cm in 
aftu, onero, ante oculos ponenrera , ò con voci tali ; E'i noiiri Italiani 
l' hanno domandata metafora di viuegza .metafora in operatane, ò in motoi i 
repu fintante , ò mettente la cofi innanzi àgli occhi ,òfmtli : t tutti infime 
Schiarando q:.<jh termini dicono, che la metafora in aftu, i quella, nella qua- 


Sopralt PtrticeSa m X L VII . 2j9 

le la pania tratferita reprefinta cofa non oùofa t (pietà ; mai» atto di moni - 
’ mento, ò di opt rati n fio modo tale, che quella tal cofa rune con maggiore enee 
già ne gli anni ncfln ioni anta vute^za, tome fe con gli occhi propri] fc la ve- 
ctrffi o operare:, nunz : or m vtro fide’ fmfi vogliamo ragionare per pafiar 
poi alla imaginatime, & alfintatdimcnte , non è dubbio che ciaf uno de ' Jenfi 
viene poi mofio dal fio oggetto moumtefi > che queflo meglio fento io col latta 
lami bidegzi funi m * io, che maneggi la mia, che della meiefima oue finga 
. mo ter frponto mi tenga tirett i p ire la He fi « mano r S'io dormo preffo i vn tor- 
tene', qui continuo fragorenon mi fueglia,chc fe interrotto cef]a,epoi di nitouo 
cominciamoti quel mono > moto mi fi fi più jet, tire, e mi nfitgliaeE nel vifipii 
che in tutte falere cofe appare * Che mentre io tutta vnagrpn pianura mero,oue 
nulla fimuoua: fedi repente òej, e vn lepre, òeadevn arbore, è alcun' altro 
moto fi -• pprcfintttfhfx.c 1 . falò fi voi gbno gli occhi , e più mi fi imprime nell* 
im jg' nation- quel filo che ho creduto muouere , che quanto hò veduto fiarfene 
olio fi, e finza moto : Hora alle co fi nella maniera che fino , tornfpondono ma - 
rauigh’jfiinente le coje nella maniera thè fi dicono : E perciò fi come più ci 
muouono H fin fi le co fi mouentefi,che le quiete , cofi ci muouono maggiormente 
l’animo le cofi , fi da chi m ragiona ci vengono rapprefentate in operatone e 
moto/ebe in quiete, & otto : Et è tanta differenza dal dire , 
lo vidi che m quel ritto era vn’anguilla , 

-4 dire_s , •- 

Io vidi, che in quel riuo vi guizzata vn’anguilleLj • 

Che il primo modo di dire pa re morto , fi il fecondo viùo , & oue nel primo 
J pena a accorgiamo, che fi parli d'anguilla, quà oue effa fi a pone innanzi non 
in quiete, ma fi moto, ci pare di hauerla innanzi à gli occhi , e di vederla : Che 
faci parlare proprio occorre queflo , il mede fimo finza fallo occorrerintl 
trai lato : £ fi parlando (funagioninctU agile, io finza efirejfione di moto di* 
rò comparatiti, mentt , 

Ella è agile come vn’anguilla^t , 

Tfon fa. dia mttJ dell’, fletto, che dicendo. 

Sfurili anguilla guizza per tutto . 

^Perche in firn ma più <t muouono le cofe ò proprie i traslate quando conti 
operanti, e moucntifi ci- fi rapprefentano auanti ; che othfi, e quitte : Cofa chi 
molto ben: bvtn faputa quelli , thè hanno Jcrino della memoria locale : Qht 
però hanno detto bifogatre 9erd uer riceuere noi maggiore imprcffiont nello 
imagi, utionr, ' he f òpra i no eia luoghi, rmagini , e figure collochiamo non otto» 
fi, e quieterà he in qualche operatane Ct m lottino ,1 magincs aliquid agetft 
tes, dice fautore a \ H r^nniuin ; £ mi in vn noflro trattatello della memo- 
ria locale fcr’tto à p?>,a,chcvì per ternani di m. Iti, alcuna cofa aggiungemmo 
òtto riti a' la qiatud doli operatane, he deano fare le imagi ni, firn fi non auuer 
tita dagli aot chi: Se bene d dire il vero babbiamo inanimo di trattare quel* 
l’arte mrit-p.ù f riamente vna volta che non facemmo alf hora: k contralti 
opinione di tutu moflrarc chiaramente , ebe nella memoria tosale le figute , è 

imagi- 


1 d\ò fi Predìcdtfìeil(lp 4 nÌ£*rolk 

magmi, mn hanno da finite /« nortper »« r - a c fatte, come feritemi tevefi 
fiche per impalare d nuotateci* falle regbeptt imparare d fùnere : ma ih € 
imparata che fra l’arte, fi come d buoni nutj'ori levi ffi- he, e le fai (e regbe la - 
rtbbono più lofio di impedimento, che alt rum nte,eofi le figure Jonovn'vapac- 
rio, fi? impedilcoriOyC fole fono cagione di fare tbc lofi pochi huemmi rie/cJiio da 
qualche cofa m quello t fi c rutto-, nel quale torniamo d dire , quello che multo ha 
detto innanzi à noi , eh, ballano i luoghi elecofe frnza alt romeno . £ chela 
imaguù d ragazzi per imparare ipnncipq dell’arte * per efierutarfi vagliano 
alcuna cofa: ma poi, non fola non tono nt cejj.it ic ,mad chi le vuole vfare finn » 
mt ab il tifimi danni . Hora torniamo alla impr,f/iope ,clv fanno maggiorelt 
eofein moto, che quiete -.Tanto che anche nell'appet to feti fumo imo ritmino più; 
ò almeno imprimendo più nella tmagtnarione ; accendono maggiormente l’af- 
fitto nell’appetito ; Onde diana il mio caro, & Ecu llentiffimo maefiro mefier 
Flaminio de’ Xfobih Luche (e, nel [no trattato dello amore humano-. Che potete 
do fi t renare nella per fona amata due proporuoni,t nn di cofe /labili, e Poltra di 
moutmentijempre più mnamorerd la feconda, che la prima : "Beltà , e gratta 
fono quefle due propor tioni: La beltà ì proportene di lineamenti fcehrr- Eia 
gratta l proportene di mommenti: E come dice egli (lefio: La beltà i vna gra- 
tta R ante : £ la gratin è vna belletta mouentefi : hora di qurfte due bellezze , 
quale innamori più, afiai chiaro lo dice il Ve tr arca in quel ver fi , 

Gratta più che beltà neU'amor vale_, . 

£ noi vediamo che le flatue per belle che fumo , non innamorano alcuno ,fe 
non fauolofmente : £ fra tutte le parti di perfona amata , quell' imprimono 
più che più ftmutuono. Come gli occhi prima, poti capelli, poi le labr a , poti 
pafii , e Jinnli ; Che tutto ad altro fine non /sabbiamo noi da quel libretto d’oro 
trasferito d quello luogo; fé non per confermare que flit propo/itionc, che le co- 
fe nprefentafe in moto, maggiore viuegza hanno , e più et penetrano nell’ani- 
mo che le otiofe : Trincipalmente fedi que" moti faranno , che fatto alfenfode 
gli occhi cadono ■ non tfitndo dubbio alcuno , che maggiore impresone fard iit 
noi, il fruir fi rapprefentare con parole, i tratlate, ò proprie, il corfo d’un Cer- 
uo,cbctl ribombo d’unartiglieria:onde da Cicerone ancora nel de Oratore 
difi e in conformità, che fe bene poffiamofnr metafore tr affienando vocaboli, e 
tofe appartenenti d qual fi voglia fenfo , nam & odor vrbamtaus . & mol- 
litudohumanitatu,& raurmur maris, & dulccdooratioms funi du- 
lia a caeteris fcnfibus ; nondimeno , dice egli , il la oculorum multò lunt 
a onora . Ma torniamo d Demetrio, U quale paffa più auanti , e no» folamem- 
te vuolc,ibe le metafore rapprefent ino cofa operante , & in moto ; ma dicedi 
più con intrisotele ntll’ 1 1 .allegato capitolo ; Chefeviuiffime, e b- diffirnt me 
tafore, anche fra tutte le rappre fintanti operatione,e moto fono quelle, le quali 
attieni, e moti di cofe ani mate attribuì fono d cofe finga anima, & i due t fiem- 
pi thè egli adduce qua , da u Iriftotele ancora fra moltialtri vengono addotti 9 
ou e di f opra : E tutti due font di Homero: il primo nel 4. libro delle Iliade , one 
dando egli alle fatue inanimate attiene d’ ve t dii, che fono animati / (Tòmo mini 


Sopra la Particella XLV II. 

ancora , dice che , vMuan dcftofe d’altrui l'angue-* . ' -• 

$, E^itfeccieJo buoi 1 3 . iella ileffa Lhidcj oue dd mare dice * 

Canuto e turuo s' era fatto il mare, • ». 

.J^op ' /leiuio ptoprio d altri, (he d’animalH’ incanutire . Virgilio in mate- 
ria fa (*etK ad halle anch'egli: usò metafora tolta da animali accendo , ciré en-< 
tratta ad vn*,vergincM ma mammilla,: .»«v .*.*». \ .••>• ..1 ìAj\« 

. jfckdi t v ifgHWUiuquc^lac bi biral» cruorcm. ‘ »• ^ 

£ del ma rc.mcdc! imamente tifi t" > >-•£ jVi' 4 . t . . . \r \ 

tfiudus vt in medio coepit cuoi albefeere Ponto. • -i 

. Chi- JoM luoghi fe pop erriamo, a fiat rifondenti alh due d'Homero,e peri 
portati (jui da noi, che del rsitq ibi volente da H omero £ da Virgilio ,e da iM& 
glion noitri ‘Pitti Italiani addurr metafore, otte dicalo attonite fi attribuisca 
anione J cofe fenza an ma,grandiffimo volume ne potrebbe,fare : £f K^iriflo* 
telasi fin da Homcro molti ne a(Uuce,meMtptpia,diOal'Lèttort pir ferrerie* 
fimo potrd andare à ved-.re . 7 foi qua bibbiamo perfino di fare vn' altra fa* 
tita,la quale perauucntura non fard inutile : Cioddlétrc in quanti modi fi tro- 
ttano metafore inptHt\w/^-inne2{t,c rapprefentavti operati ■> ni, e moti, e fatali 
fa loro di mani in mano foni le più hcUe, e le più ime:- E perche queflt dijlia- 
tionr.ò ft può pn ndere dalla parte delle cofe, alle quali la opcrationeviene at- 
tribuita, e trasferita-, onero dalla parte di quelle voci, le auali rapprefentando 
moto vengono trjfportatei Perciò diciamo che le cofe , adequali noi vogliamo 
farclatraslationc,ò faranno inanimatc,òcon anima vegetaùua, ò fenfttiua , ò 
ragionatole; E le operationi altresì, le quali à qucfle vorremo trafportare,pur 
di quattro forti faranno *. Cioì ò tolte da huomini, ò da beflie, ò da piante, ò da 
co fa fenza anima ; S di tutte qucfle ni na fileranno dodici Combiiutioai^ippon- 
tocon qucflo ordine dal mcn bello al più bello . 
csld huomini attribuite operationi di cofe inanimate , 

K-rid huomini , di piante . ' ; 

Kvdd huomini , eh beflie . y,. >'• -A .. 

vi beflie, di cofe inanimai €_». ’)«.' • 

*A bellie, di piante , . . - 1\ .• 

vi beflie, d’huomini , , * -< . 'w»ì':yiva • 

vi piante, di cofe inanimate, » 

\-A piante, di befìie , *; .»v- .) < 

piante, d’huomiai , 

vi cofe inanimate, di piante, -■ t» rt. i 

vi cofe inanimate, dtbe flit , 

Ksf cofe inanimate, d’huomini . 

C omc negli infraferitti efjcmpi i eia (cuna di loro al medefmo ordine appar 
tenenti fi potrd vedere . <^sfd huomini furono attribuite operationi , è pati- 
menti di cofe inanimate, come quando diffe il Tetrarca in metafora . 
fennemi \mor anni vent’uno ardendo, ~ 
in firma fa tomparatione , 

Parte Seconda, Q, So 


11 Predicatore del ParugaroU 

Se non chfardo , come accefo legno . :. , 'u 

Et quando il B accado mina compartitone belliffitna fomigliò fi /loffio i 
polucre dicendo. 

Teniocbc io non veggio, che di me altro poffa auuenirc,chc quello, che deli* 
minuta poluere aulitene, la quale, fpir ante turbo, è egli di terra non la muoue, 
ò fe li muoue la porta in alto, e fpeffe volte /opra le tette de gli huommi , /opra ■ 
le corcnc de i H/,c de gli Imperadori^ talvolta fopra gli alti palaggi, e /opra 
l’uceljc tamia lafcia, delle quali fi eUa cade, più già andar non può, che il luo- 
go onde le nata fù. 

Ad buomin t vengomattribuite operatkmi di piante, come quando Homo* 
portato da Arinotele, e tradotto dal Caro difie, 

2{t l'età Jua più verde ,e più fiorita . ■- 

£ t il Tetrarca , u 

Fiorir faceua il mio debile ingegno. ’ > -’■> “■ 

. Et il Boccaccio , >. *<: 

F etera la loro età fiorir*,. t 'i-yr • ? ..» 

•Ad biumini operatione d’animali bruti. Come il ‘Petratta, 

Il Sepolcro di Chrifìo è in man de* cani . >' fu; 

€ dentro dal mio cuor qual fera rogge .' VA nc ' i 

Et il Boccaccio, fané vituperato ebe tu tè. av^u.'rt 

La /onte per lo dolore fentito cominciti muggiare, nMitj' •■rtv.io, 
o/ befìie di co/e inanimate . Come il 'Petrarca, v 

Quattro defirier via più ebeneue bianchi. * i -. Vv . r 

Et il Boccaccio, ' v ^ 

C attuili frtjchi. ^ “ * - T J '* 

A befliedi piante, come fi domandano, . 

Pranzate le corna del fieruo. E 
Sradicatala profapia de’ Lupi, 

A beflic d’buomini, come difie il 'Boccaccio , 

Auueduto Leoncello. 

E fideliffimi cani „ 

piante dicofe inanimate. Come diciamo , 

Ricamate le fiondi del cipreffo . 

E fluttuare i rami pel vento. 

Et verdeggiare le biaue , > 

A piante di animali fenfttiui . Come quando. 

Ufi verno ìouo grauide le piante,encU‘cJlatcpartorifiono. 

•A piante d‘huomini . fiume 
Trionfante domandiamoli Lauro, 
cMcflo il Cipreffo , 

Ejtco l'oli no , 

‘Faz^o il mandorlo: E fimili.* ? 

U cofi inanimate di piante. Come quando diciamo , 

Frutti 


Sópra la Partiteli* XLVll . 24 ; 

frutti del giuoco fono quefti , 

Il l'ino frorifcc , 

La corteccia del pane. 

cofe inanimate d'animali, come domandò il Tetrarca gravida la terra. 
Gracido fà di f e U terrejire bumore , 

E tutto di diciamo , . 

Che il mare ruggifee, * i<, ; 1 

Che le onde muggiano , ... 

Che le faette volano , 

-- Che i flutti J puntano . ' 

• E finalmente (che fono lebelliffime metafore ) icoft inanimate diede flfc 
mero referente *4 rifiotclc anioni dhuomini, quando domandò , 

Il fa fio di Sififo irrcuercnte . 

Il mare incanutito , 

L' baila defiofa di fangue. 

La freccia animofa. 

Et il mede fimo fanno ogni dìi noflri autori. Quando dicono , 

Che le campagne ridono , 

Che i muri fieffi ne piangono , 

(he il mare fi adira , 

(he la battaglia fi inborridìfee , 

Che i prati fono lieti , 

E cofetali: te quali tutte feadalcano non pioterà, che noi co]i minutamene 
tele babbiamoaccennatc ; poichcegUuonperòmolto tempo haurà ffefo in leg- 
gerle, habbia partenza : Et fe alcuna vttlaà ne riceue,ma non gli pare che per 
giou are fi poco noi doueffimo affaticar tanto , lofi [pacare à. noi dinanzi 4 
enfio nofiro ; Et egli tome fi due, non fi rammarichi di gamba fona. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


D A quello , clic fi è detto n^I principio del Commento preceden- 
te, reiteri homai ben chiaro, p^- r qual ragione , molte che nella 
(cattura paiono imagini di óemetrio , ò metafore mitigate , ta- 
li nó fono , mali bene imagini dj Ari (tolde, cioè comparationi .Tutto 
perche , ouealcuna di quelle particel'.e , che hanno forza hora di miri- 
gare,& hora di compararc , CO me,i»^ 4 /i tanquam,velul,c funilc,cadc fopra 
nome (bltantiuo, ò appr.',| ar iuo. b proprio ch'egli fia, fenopre ratticnc la 
yirtù coinparatiua , e non la mitigante. 

Qm quafi flos effc ' Mtur , p c 4 .j t ambra* 

■ ?***&»**•« quali fragri. , 

* 'Z?® l, f l f H,r ‘tanqHmuas perditnm. ' 7 , 

ut rotarti. 

-'jnnrlaboeof.qunfiflipulam. 

0 \4bferbuit'me quafi draccì. i im -. •' 


2*4 lì Predicatori del PanìgaroU 

Tanquam firma» ucloater arcjunt . < > k •• • t^i'a iitu«l , 

tufi >dmitcum quafi pupiUam. 104 ? u V S\ . 

Ix tendi rum lingotti qmji arcum mendaci]. . vate u /. u»i u i 

$?¥*» » l&fi &V* W*W j «mveA V. * 

Iw^vr.firnarcfnucns. ,,-v 

Mille famigliano claufole tutrfc cohpàrticenè.cpealrrouepQirbtm ef 
fere mitiganti le hanno elle coji virtù comparanté^ròhè Ir «fette (flirti- 
sene fopra nomi faftanrini caggiono : e di qui vrenéychc torte Jefobra- 
dettc,c quellc,che tali fono , non imagini di Drntctrio dóurtìnWehia- 
marH. Comparationi fi bene : Ma delle imagini^i» Demetrio, cioè delle 
metafore mitigate non lì ragioni hormai più : Dtù.reUoqVuuty ulld'^ic- 



V-ìT.’’ ? 

Taranno migliori, 

traslationc,ndn1h'q _ _ _ 

polla ; ma in opera tionc c moto.E già in alcunévfe’lleccWnpàb'tiòr^che 
nahbiamo dette di fopra vediamo.che Io Spirito fatuo hà voluto fy-r&are 
quella bellezza : Come per elfcmpio non hìdetto. 

Uhi qua fi flos eit, & uclutumlra . . ». . . -ii 

Tvaper^r^ vi pezza, e nVo^AÌ# SUgOlie, hàpp4od£ólsr«rfcl<IOtO 

dcll'vlcirc,e I mbra ned moto della liig 1 dic^dfa * 

Qui quafi flos egìcdiur , & fugit tu lui umbra. fi*; vi* i vAì 

Et oue uà parlato del mare non l’hà liicuto qnférpd|L^ndo,, i .v 

moie. * " . *’ ’ . * 

Ma per muoucrlo da vero vi hà cacciata , dentro la tempcftà , 8è hà 
detto, ; «i... nt. 

tipifà quafi mare feruent. Mt •*•■;!*.!.». »VO . .i,q.'.r,ui.ij\«3 
A Dautd ragionante de gli empi detona ballare di dir e » v; ..-iòidi vi «i 



a 


Verte <n illiu^qu afi ficaia . , o - ~ ^ 

Chepcrnon-ctierMi itidro non “volle cnc gli baftalTc,c diflc , 

Ver bum Uhm quafi facula ardebut . 

-i 5 ophonia pntcuadnic, . 

. TrincipCì eiks in medio eius, quafi l.eonct. 

-j ,Chc pirnggiungcrui ij motodillè, ‘ r , 

Vnuapes eiusi» wcdiocms quafi Jcouesrugientei. - 1 • • »r il 

E di quelle forti di cfleinpi Je migliata potrà trouarepcr fe medefitnb 
•chi hauerà più tempo. - . ; . <- ■ . Jr >'•< -’d • 'ti 

Noi conforme à quello, che dice Demetrio aggiungiamo, ch'e-bcIliflT- 
ine nondimeno fra tutte le comp;,rauoni , c tutte le metafore farannò 
q uclle, nelle quali operation^icole animate, c principalmente d'huo- 
mini, faranno paragonate.o trasferite à coff inanimate : c quA nott dé b- 
biaino mancare dilodarc la diligcnza,& accuratezza del veneràbile Be 
da,il quale doppoil libretto,ch’egli feCede fihcmatis , in vn altro ch'égli 
fa de T ropis facra fcripcura » oue artiua à ragionare della metafora , aneli' 
egli per quello che fpctu alla fcrmura loia forma vua d milione quali co 
'■> * “ »« 


, Soprala VdrtkelU X LI? lì. 

tue quella, che habbiamo pofta noi poco <U fopra; nel Colamento di qua 
fta medefima Parcicclla: Eccetto che à quattro capi riduce il tutto,i qua,* 

li egli nomina , .i . 

^Ab animali alanimd. • 

jlb inanimali n I inanimai • 

* 4 b inanimili ad ai maL . , : 

* 4 b animdt ad inanim ii. 

Cioè quando nelle tr islarioni.i nelle metafore.od il trafpqrramento, 
fi fa da cofe animare àcofc pure animate anch’clTc.ò da cole inanimate, 
pure àcofcanch'cflcfenza anima, ò da cofe inanimate à cofc conani- 
ma.c quefta,chcc la più bella metafora,da cofe animate à cofe inanima- 
te. Eflempi di traslationi da vn animale all’altro adduce Bcda quello del 
Salmo fecondo, 

Qu-ac frcmuct uni tfntet. , ; > 

Oue il tremito del Leone.fi da aU’huomo, . . > • 

E quello dcISalmo i$$. u 

Si [umifero pennas meas ditum'.a. • „ 

One pareall'huomo le penne degli veeelh fi rrafyorr.in-) . Dacofa ina 
ninnata à cofa inanimata,? fece trafportamento ioggiongc Bcda, quando 
i n Zaccaria all'vndccimo dandoli al monte quello, che è della città fu 
detto, 

riferì Libane fattoi tua. \ 

E quando nel Salmo ottauo, dandoli al mare quello , che è della ter- 
ra detto. 

Qui perambulant femitat maris, . 

Da cofa inanimata à cofa animata dice Beda, che trasferì Ezcchielle , 
quando dandola pietra all’huomo dille . 

w / { uferam duobis cor lafidcum. .1 

E finalmente da colaanimata àcofa inanimata trasfcrl,diceBeda,il 
Profera Amos nel primo capitolo, quando difie. 

Ex ficcami cji uertex Carmeli. 

Cbcvcramentc è della più bella forte di metafore, che polTono tro- 
ttarli, percioche non foto è da cofa animata ad inanimata, madall’huo- 
moiltefibàcofainanimara, de anche vi è l’altra conditionc di clTcre in 
moto per quella exiccationc.che viene attribuita al giogo del Carmelo : 
Se bene à dire il v^ro , anche delle più belle, c più cfprcflc metafore di 
quella fpctic rrouerà facilmente.chi anderà riuedendo le fcritturc:Noi 
alle due che adduce Dcmctrio,vogliamo per hora opporre .alcuna delle 
noftre facrc folamentc;e poi del rcllo lalciarc la fatica à meno occupati. 
Dice dunque Demetrio, chebclliffima fu la metafora di Homero:oue 
dando Icnfo humano alle faettc difie, clic erano. 

Di volar defiofe. 

E noi diciamo.che molto più bella fù la metafora di Dio quando nel 
'3 1. del Denrcronomio minacciando dille , 

Inebriabo figittaf incoi Cinquine . 

E fe Dcinerrio dilfe.clie al mare fi} bella la metafora , ove attribuen- 
dogli Homero cofe humane dilfe dell’onde che er anoj . 

Curue, e canute, 

E noi d:ctamo,che in mareria del mare illclTo troppo più, bell? fuco-; 

Parte Seconda. 3 nò 




24f 'fi ^PreMcdtmdet Pantani* 

no Te metafore di t)auid, quando dilTc. ' 

Transfercntnr monta in cor marit. • •{ 

Mare utdit , & fingi t . ,'f- 

Quid e fi ubi mare quod fingi fili ! 

Super monta f tubimi aqu£, * 1 . * ■ \ 

*4bincrepatione tua fiugienr.i uocetomttw tui fiormidabnrt. 
.Afcenduntmotaesyó dcficpidunt campi in locum qitem fnvdafii cit. 

’ Ternmum pofiuitti , qnan non trafigredientur , ncque countrtentur «perno 
terram. 

E molte fomigfianri, delle quali fei Poeti Etnici, ò gli fcrirtori gentili 
fi fortero fcruiri,rroppo grandi fchiamazzi, ne haurebbono fatti i loda- 
tori toro ; Come fece Ariftotcle di quella i fuo giudirio, fi ftupcnda me- 
ta fora del dare il volato alla faetta,chc pure dalle nollrefcrltture potata 
effe re fiata leuata di pcfo,cuc dicono, 

A fagitta notante in die. * 1 

Ma di quello non più . Si poflono ridurre à quella forma di bellezza.» 
tutti que’ Iuoghi,ouc noi x iuoltiamo i ragionamenti noftri àcofe inaui- 
matc,pcrcioche non potendo noi ragionare con erte fenza, prefuppohe- 
rt,che ci odano,c che ci intendano*, di quella maniera à cofc fenza ani- 
ma, operationi anima te, &: Immane trafponiamo : Come in Giercmicu» 
al fecondo. 

Obtupefdte cali fuper hoc , & pprta tius defioiamini uchemeuter . '• 

<• Come in Eftiia al primo • ~ • v tx _< ; -• 

Audi calum, & attribuì percipe terra.. ' 

> , E nei Cantico , 

Audite cedi qua Ioquor,àu4jaì terra nerba oris mei- 

Anzi rlmcdcfimo.fi può diro, che occorre, cioè che operationi Imma- 
ne àcofe inanimate diamo, quando non noi à loro: ma elle introducia- 
mo, che ragionano à noi. Come oue alla intcrrogarione. 

Quid cfl libi mare , quod fiugifii ? 

Introduce Dauid il mare mcdefimo.cherelponde dicendo. 

A facie Domini mota e fi terra , à fatie Dei Jacob. 

Ma perche di quello modo di dire nella figura Profòpopea habbiam© 
apofiaramcritcl ragionare, peri à quel luogo ci rimcttiamo.Quà balla 1 
dire, che di metafore in atro, & nelle quali à colè inanimate^, lì danno o- 
perationi humanc, ne fono con bellezza itxcllimabilc picnifliinc le-* 
ftrittùre. 

F lumina pLudcntmanu. ■' “ . • 

*' Exidtabmn monte?. 1 ■ ■ 

E rullai ione colla accìngenti*. 

Monta c.xultauerunt ficu* arido. J - • > 

h\ifcrKotdia,& yentasobmaucruntfibi 
lustitia, & TnxofcnlatarfuHt, 

E niiHc. E non fidamente le Icritrure fàcre: ma gli autori Eccrefialtici 
ancora hanno di quelle bellezze frequentiflime . S. Gieronimo ncll’Epi 
tafio di Nepotlano pirlatidana morte, come fc animata cofa forte , c ra- 
gioneuole dicendo, >■ . 

0 morii qua fratr a dividi j, & amore fociatos crudeli!, ee dura dijjocioi , 

1 Monne. Comtìio nel principio della prima Predica della Pace-it*. 

- y - . . - uoduceua 


&p"4 L funicella latrili, W| 

troduCCUa « fiori à ragionare, come fe huomini follerò dicendo . Ciafi'U- 
no con la Tua vaghezza, e col fuo odore pare che inuitt gli occhi.e le ma- 
tti, e con vn parlar mutolo l'vno à gara dciralgro dipa . Clic fai viandan- 
te ì Che penfi ? Che miri ? Io fono il primo piglia me folo , e lafcia il ro- 
llo . Ma delle metafore in atto,& nelle quali à cofc inanimate, opera rio- 
ni, ò cole humanc vengono trasferite , tròppo? maggiore il numero per 
tutti i componimenti de' noftri, che 4ia infogno il darne m quefto luogo» 
particulari eUcmpi,&c. n t % •' 


PARTICELLA 

QVARANTESIM A OTTAVA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori* 

cuv^a u * . .■« »n ? ^ *ljj icj. 

Vadtm tante» planius in translatienìbat dicuntur, & magie 
propri a, tjuàm io ipfis proprifs, vt ìllud i Pf£ u »•* 

trum ìp/urn qutfpiam profilo fumptis proprijs ,autveritts , 
aut planius due re ; iiridortm enim è fpuuìit exori 

tur , inquarti in ipfu Jonum continenter 
pellauit . Et fittml attigit al ique modo traslationem ex aRu t 
spot f opra dilla efi , tum pugnarti borrere dixtrit,tanquam aiùnunttm. 

PA R A FRA SE. 

~ ^ w 4 'V4 )*k 

T alle volte occorre,chepoflé in metafora leeofe 
più proprie riefeono , che fecon le proprie voci 
medefimc dette veniflero. Come quando Home- 
ro diflc, » . •. .0 

Inhorridir/ì la battaglia- \ 

Checerto il nome proprio non haurebbe.così 
bene cfprcffo quel lo fi ridore delle fi ette, che di Icf 
io najfce^e và cominouando mentre fi comhatt«,come lo cfpreffc la 
voce inhorridire, oltre che, qua usòancora il Poeta in vn certo mo+ 
dp la traslationc in atto.dando alia battagliale nóhà anima l'hor 
rocche ali 'animate cole apparticne,&c. » 

... 1 ■ • ,i. . . \i . . V . ... t ' ■ * t . - j[i 

..v..-. .... -V ... .. . .. : V » 

Q, 4 COM: 




348 II 'Predicatore del PanigaroU ' 

' . -, ' 

COMMENTO. 

S cherma gratto fame» te Demetrio in queflo luogo dicendo, thè alcuna tofe 
con le traslationi p.ù propriamente fi dicono, ihc con le proprietà iftefie . 
’jn qui Ila maniera , nella quale egli dtjje vn poco più si i , che alcuni oratori più 
fìgu ratamente pa > lattano Jet, za jigu re, che con le figure mede (ime. UH odi di di- 
re che hanno di Ua hipei bole,ma piùà dentro confiderà ti fono veriffimi : £ qui 
non vuole dire altro Demi t rio, fe non che alcune cofe noi coitle metàfore le met 
tanto piutnmngi dg'i occhi, c le facciamo intendere più i mamente-, che non 
faremmo con le rnedefime (oc parole propiieiConfomeà quello che infegnò an 
che Cicerone ». / tergo dell’ Oratore, a fermando che alle volte noi in vece de prò 
prij vocaboli adoperiamo i metaforici per far maggiore chiarezza, V t ciano- 
rem factainus rem . 6tcglimcdefinno apporta alcuni efiem pi metaforici , 
come fino, 

. lnhurrcfcitiTiarc. 

1 cnebrae conduplicantur, noftifquc ie nymbum occncat ni* 
grò n . Fiamma inter nubes corruscai catlurn toni tu con trame. 

. Orando muta unbn iargiHuo lubtta precipitati! cadiu 
Vndique orane* venti cxurgunt. 

Situi cxiftunt turbine*. 

Fcruct*ftupclagus. . 

Omnia fere dice egli che quò eflent clariora translatis, per fi militu-' 
dinem verbis dnfìa lune. 

£ noi difopra habbiamo refa la cagione, perche molte cofe con la metafora 
fi facciano più chiarc:Cioì perche lo’ntclletto di ehiajiolta con impercettibile 
dijeorfo eaua tal' bona molle circofiange delle cofe da intender fi , le quali dalla 
propria io e di lei non potrebbe canore ; Tanto più fe la metafora i di quelle 
della propoi none, che in Ile altre non fi tnprc auunnc il med fimo : £ pero De - 
Ptetho no Uro non bà detto che fempre occot ra queflo , ma in alcune metafore. 
Quitda.ntamen pianili* & cacce. £ l’efjcmpio ch’egli adduce è bclhjfi- 
n odi JM omero nel terzo libro della Iliade ,oue dcjcriuendo egli la battaglia 
che fgui fra Greci , t Troiani prefio le nani , « voUndanominarc quel fra- 
gore, o firidort che fanno le faette fioccate., e le batte maneggiate nella bat- 
taglia , non le nominò con la Jua propria voce Greca che i ma diffe 
fot'S» ti nix» la horruit pugna; £ veramente il verbo ep«/** Greco non e 
dubbio che fignfica quello che à Latini fignìfica horrere , à horrefeere, & fi 
anche ce > uy imo, che Homtro metaforicamente adoperò il detto verbo quando 
diffe che pugna ùihont(cu,ma non conuengono tutti ncll’efporre à qual fignifi- 
catiuo egli lo trasftnffe.perche oue Demetrio dice,cbe egli volle fìgnificare ftri 
dorem » Luftatio nel luogo medefimo interpreta , che Ho mero voglia figntfi- 
tare Ercfhon cui ; Demetrio cioè applica l’borrtre della battaglia allo /Irida- 
-l v " I * " * re 


Sopra li Particella XLyilt, Z^9 

re dell' ha/le E ujUtio allo inarborarfi dille medefiiHC bafle in vero alle - 

ga-ÌLhfiatio molli luoghi, oue l’inborridirc vune fimpre trasfentoà tofe thè fi 
dirizzano, (onte le urtile nei campi, le fett ne' Cignali, i capigli negltbuomim,le 
onde nel mare,e fimiH: c peri dice egli, fi come inhorridiefifi due il mare, quan 
do le onde fi ergono , egli Imomini quando di paura icapegli fi arricciano loro , . 

. E i Cignali quando le fetale fi tor rabuffano,e i campi quando le biaue t\ rgono; 
nella fteffa munii ra la battaglia all’ bora doniamo dire djefi inhorridifee, quan- 
do le picche fi dri%%ano t & marborano.Cofi dice huflatio- il quale baucremmo 
de fidcr atomiche baue/jc fatta vn poco di dijìintione fra battaglia e [quadro- 
ne, in ter pugnain & pha laugeui, perche oue fi dice che pha Jaax horrec, 
qui fi può intendere che ciò auuenga per 1‘ mar bor amento delle picche :t co fi 
lo'mtcfe Tito Liuto , quando diffeebe, Phalanx horrebac mtentis haftis . 
Ma out fi ragiona della battagliai dilla zuffa gii appiccatati noi pare 'che effa 
molto più propriamente inhorridifca,e faccia horror e perla finpito , che per 
la er uuone itile bafle- In fomma qui fio tnhor ridire viene tolto ancora molto . 
gratiofamintc da felicitanti, à quali nelle acciffioni delle febri fogliono veni- 
re certi horror i domandati da T ofeani, Capricci.gncciolt, e ribrezzi , i quali in 
loro caufano due effetti,Vno che fanno loro arricciare, ò raccapricciare i_ tape- 
gli, e l’altro che gli fanno batterei fìriden co’ dentili cofi in piopofito mitro, 
fi la battagli inhorrifee come vuole Euftatio.pcr la erettione delle bafle , tolta 
i la metafora dall’ arriccia rfii de’ capigli ne’ frbrititantif e fi lo fa per, lo fìrido • 
re delle faette, come vuole Demetrio, tolta è la trasi, mone dal battere de’ den- 
ti de’ mede fimi, ^inzi vno di quelli effetti caufa l’altro, che molte volte aleuti 
fi ride uoh Juoni ci fanno arsicciare i capeglicomc dice Miffcr donami dallaut 
Cafa nel Galateo che [uno, lo ftropuciarc pietre afpre , il fregar ferri,e filmili. 
7{afce ancora qualche volta queflo arricciamento de’ capigli in noi da alcun* 
co fa che ci facci paura, onde fi come la morte pi rche afa pallidi fi domanda pal- 
lida, cofi la paura perche ci fi mho rridìre fi domanda borrore-in quella manie- 
ranella quale dific il Boccaccio, che Kaiìagto degli Hone/h nella Tigne ta di Hg 
Henna per lo fpettaculo della giouane figuita da mattini, 

Tdo» haueua peloaddoffo che arricciato non fofie,Ecbe malico Shnonc come 
vide il Saltabellarc,c feriti d nabiffare che faccua 'Bruno majeherato ad orfo. 

(ofi tutti i peligli s' arricciarono addofio. '• 

Virgilio in molte maniere adopra la parola Horrcrc,& tìotrtfierc tal’hora 
ptr hauer paura, ' _ n ( ' u ‘r~ 

Nec vanofchortrctftrepituxi “ - -ìv> 


' Mora per tremare. 

Tu ui iegetes altee campique natante! 
Leuibus horreicont flatus. 

E quanto ala erett ione, che diteuamo, 

Arrcftaque horrore Coma: dice>& 

Arcctifqiie Jiorrét fquaàlni». 


{ ■ u.ntyp. 
ofriHdtd 

■ v'.lj' 


la» 






1 5 ® fi Predatore dd PmgdnU 

Jnhorrefcltmare. 

Jt'Boccaccìo in nitro {enfi mn adoperi le due voci tìorrido, ti Horribìlmt % 
teche di fpauentG,ò afprc^zs, come quando di/3e, ‘ ' 

Qutfio inrrtda cominciamento , vi fio non altrimenti , che i calumanti vna 
montagna afpra,& erta &c. 

■ ,£ pocodoppn, • , ' ‘ ' i, iU • • 

Horribilmente la pefie cominciò (noi doloro]} effètti. 

CWd/sr/i inibiamo foucrchumcnte digredito. Horx tornando d'onde pari 
thttmo , bafldche Nomero , per quali delle due cagioni egli fi lo fa ce (le j molta? 
gratiofamente trasferi alla battaglia Vtnhorridirt : Tanto pii dice ‘Demetrio, 
quanto che la metafore fu in i ncerto modo di quelle in atto, e nelle quali d cofe 
fenza anima fi attribuirono operationi animate, efiendo proprio degli animali • 
l’hòrrorc tirelle quali parole pare dubbio per quale caufa egli habbia aggiuntò- 
quel mitigamento, In vn certo modo, ma diciamo, thè la parola Creta t » ci < an- 
che da ^4 risotele vienemolte volte mejfa per fi lo fi fica moie ffia fenica nccejffi- 
tit * poi perche la parola tjreca adoperata da Nomerò non è però cofi pro- 
pria frnprt di cofe animate , che aflolutarftttite Demetrio l’hauefle à nomina- 
re téle. 


t a> • in *■!»* '« 1/ 

*.vo: . jA-4 


avi; 


' ;DIS CORSO ECCLESIASTICO- v: 

■ •' ■!> i- . i . . 

Ut* A» u 1 ...- • i. V-. . i. ,V ‘ tV.'j 

r -^Eììe pitale , Horrere,Norefctrf tHoribile , e fimili, le fcrirture noftr«. 
1 ancora fi fono molto grariolamenrc feruitc molte voltejma in pai 
-f titolare per quclCapricciamcnto di corporei quale habbiamo 
ragionato t)cj Commento, pigliò la parola horrore , l'autore del feconda 
libro de’ Macchàbei nel Capitolo terzo, quando d’vn facerdocc condoli 
to aliamo; te dilfc, 

Circutnfufi enim trai ma-flitia quadam viro & horror, [torpori t, per qua maniféQ 
fai afpuientibus dolor corda eiu s efliaebamr. 
liChclc llando nell’infcgnamcntodatoda Demetrio in quella fettio. 
ne,ooi vogliamo luoghi delle fcrirture noltrc , oue più efprima la parola 
metaforipadiquclloche farebbe la propria, vorrei io^hc oue San Pali- 
le dilTe nflJa Ùqfipdadp Corinti all’ij. 

Quii fcanàaUgaiur & ego non vror* 

Alcuno mi troualfevna parola propria,con la quale vgualmentc fi fo 
fc potuta efprimcrc la follicitudine, & infierì paftorMe’di San Paulo, 
quanto fi fece con quella traslata,e metaforica voce V ror. Di Dauidcfe 
habbiamo detto molte voltc^hc.defideraremmo, che fi. tremile huomo 
gi»ditiofo,efpaflìonaco,& vgualmentc intendente de Ile lingue Hcbrai- 
ca, Greca, La ti na, Italiana,c che quelito tale fenza penfare in Dauid al- 
tro rifguardo che di Poeta fimplice lacomparalle vn poco à poeti Lirici, 
dellcaltrelinguc:àPindaro,ad Oratjo,A:àl Pctrarca>ej)oi dicelTefenzà 
paflione, oue piùfp|endori,più lumi,c più bellezze poetiche fi rurouafise 
co f Certa cofa c quella che anche trasferito il ftlccro à lingua un radi- 
cante 


Sopra la PartkeBa XL V Pi L 

dante dalla fila originale Hcbraica, quanto è la Latini , ad ogni mOd» 
non fi rruoua bellezza nè poeti più celebri ciolle.Hcbrcc lingue, clic non 
fiavgualc.c maggiore in lui. Hor pentiamo fé egli datene uuentknw 
della lingua Hcbraica,in quella fauci la folfcmwuamcntc confiderà#»* 
che Tliefori > non dico di iniltcn diti ini- * che quello è troppo chiaro» in» 
di bellezze poetiche ancora vi li trouarebbono per dentro . Qttcfta -bel- 
lezza certo di hauerc-metaforc più /cipri meati delle tnedefime propfic- 
tà.li ratticne egli anche nella Latina lingua in mille luoghirComc fc vo- 
gliamb ragionare di Campi , di tflcrciu , e di battaglie »otìc egliinrdo© 
rcrtìdicc. • ' ' ot * *»P 

Si confijìant aduerfum me cafra non timcbjt coronami. V- ... . i - nri v eti 

Si txttrgat adutrfumme pccltum in boccio fpcrnbo. ' ;t ; _ 

D'vna pace datarli non Jìi'arébbbjgià con parole proprie pofuto mo» 
firare quello chi con flgurfttcfi ri tede ad ìinendcre, quando egli dille, 
*Arcum conterei «jr confinaci armx.& futa comb&etigia.- 
Et invn altro luogo pir inoltrare "che Dio non hauerebbe pcnnelTo 
cheicattiui liaucfscro ptcualuto , 8c opprcttn buoni, qual cofali potaj» 
adoperare più propria di quella metafora. 

Quia non rdmquet dommus vngampticntoìum fuperfortem iufìorum. 

E.pcr inoltrare come Dio rompe, de abballa l'orgoglio de cattiuis 
Ecco , ,r :d iv • . '• il , - . ; 

Conterei dentei corum in ore ip forum. 

Ghrcon parole propneiron farebbe già ilaro tnai egualmente lignifi- 
cante. De pericoli lòtto,copert^dc lacci jiarlqvpa volta per comparatiti 
nè,& vna volta pdrmccntora.pcrflompfiatiolc quan’do difsc^ 

Ji nima nostra fr.ut pajfcrtreptàeft de Latteo venànuum, laqueus tontritus > &. 
not liberati funms. 

E per metafora oacrfilft. i ; 1 <J fi T Ai..' ^ V , 

Edutes me di laqueo, quan ab fonde, uni mihi . * 

E feinprepiùvmaiùJaqfprefiì^iipjìelU voce laccio, chf non Cu^be 

fiata*arl'c parole, ^ericoldj initliasi fomfgtiaim , Diciamone vna fola 
ancora,ma bcllisnma,Cioè con quale voce propria fi farebbe mai potuta 
cfprimcrc tato perDaukhqùelUcfcvminatioiiic ole egli faccua della prò 
pria confcienza.comc egli con vnamarauigliolà metafora cc la polir inn 
nanzi à gli occhi dicendo. 

Mlh' - ; '•-«? 

• Sf.Mscxpefhpàtvtcribtioctvot. ' w: ,? 

Il a diejbeftonòh più . r Vn atmcttìm\*rftopHÌ <rt»«rrà-qdofla occafionc 
vogliamo dare à notòri predicatori,^ aruniiàrgli d’vnubufù che occorA 
à Quello prapofiro.pcrciochc alcun e metafore fono tarato be ue ‘.(crit- 
ici de Santi >principali 9 «ptc nelle cpiftok diSan Patf^x £t alcuni dctfi 


In modo chei p'oatri popoli fci rito Vi e (armò qnantfoYiparttnid'dallJi psc 
dhtóccrrftt qunndó Vi vcnfieroiPercfsérnpiWJiiròli vlè predicatonrpi qua 
le parlando de’ danni che fece all -huomo il peccato di Adaraunou J$U*T 
peri quella bel liittma me tafou,chc egli retto. 

, Spo- 


l fi Predicatore del Pan 'raroU 

* Spogiiito de’ beni gratuifi,* ferito ne* naturali . 

Né io voglio dire qua che alcuni predicatori medclimi non faprebbo» 
no con termini propri; riporre i metaforici ( che n m mi arrogo tanto ; ) 
madido bene checonucrrcbbedoppohaucrcvfata cento volte quella.» 
metafora , fa( pure intendere vna fola volta ì poucri popoli che cufa ne 
rinportafsc la proprietà i ' ' < ! 

Prima cllcChrillonoilroftgnorevemTse, noi erauamo ferui del pec- 
cato, flotto la tirannide della morte, c del Diauolo. 
c Quali predicatori non ili vagirono di quelle mcrafore molte volte, e 
quau buoni afcolta-i ii, come Impag lili non le ridicono mille volte Tenia 
faper mai che cofa imparino f 
Chinilo hà’vmra la morte. * i. » 

•- Chrilloha alfiifoil Chirografo alla Croce. 

La legge antica era legge di timorc.e quella è legge di amore, 
f Quella era ferina nelle membrane, e quella ne’ cuori. 

Sonoinnumcrabili lemctafore > & i modi di d : re figurati, farti hormaì 
tanto frequenti nelle bocche de' predicatori , che noi crediamo , e mo- 
ftriimo di crederc;chci popoli g i intendano: E pure vorebbe la ragio- 
nc.chccjualche volta dnxfsimo loio (c mcd dime cole con tennini pro- 
fri), e nun metaforiche fàcefsuno in modo, che ci tolse qualche diterSn- 
za fra nubéje noctc,c fra velo c tenebra. 

r-rr-, — — i 

P A R T 1 e E L LA 

OVARANTESIMANONA. 

‘ TESTO DI DEMETRIO 
o— . ^- Tradotto da Pier Vetcori . 

-dMiC:;.. ' ...li 1 r- 



Vortet fané non filiere not,’quod quadam translationes tenuità- 
ttm efficiunt potine quàm tr.agnituiinem . Lt fi transatto ad tu- 
moretti fumitur , ri illud A^ì t 

irs&a&n** tnm forai* fonans non decefat comparare fonati tuba. nifi fi qui» 
(intuì defendat Homerum dicent, fufonat magnum calumet fonarct tuba 
ytens totum catum.^ilteram ìgttur exeogitemut tranrlationem exilitatis po. 
ime caufam,qudm magnitudini .-oportet enim ex maioribus trantferre ad par . 
ia.no cótra.UU Xenopboninquit tvJrh'vftuofiirmfi i favuli t! tiT ( o*K*yy*t 
vAneicwm pertktbattonem flufluantt mari comparatiti: indeque nomen /*»**• 
pfit fiquis vero immutatit nominibus dixtrit i *e*>i*yyir*r*rTliM ‘]*A**fai far* 
tuffo eluvi non [atti opti transferret omnino autem tenniter. 


inatta-’ 

itivi 

' k 

m;ì .*vrv >1 1 : . 


Sopra la Varicella X LI X. 

t> A RAF R A S E. 


*Yi 



Vefto certo bi fogna auertire> che ouc noi in quello h«v 
igo infogniamo ì’vfo delle metafore per dare magnificen 
za all orauone, molte voltèoccorrc che elle non gran* 
dezza, apportano ma piccolezza e tenuità • Come oue 
volendo Humero narrare vnoiirepito gràdilfnno di tut 
io il cielo iniìeme dille. .. Glie fi era lentico il Clangor del Cielo. 

Che in vero da vna picei ola tromba non doueua dedurli la meta- 
fora, por lignificate llrepitu lì grande elegia non volle dire Homero 
che tale era liuto-quél itbo'uiliu > «buie fe tutto al^elu inficme vna 
tromba lònaile proportionata afe: In ogni calo , oue vogliamo 
agrandire le cole, da coieinaggiori babbuino à deriuare letraslatio- 
Ài , che da minori tallendole, le impiccioliremo,- E però bene fece 
lòenafoate quando volendo dire che vno fquadrone haucua comin- 
ciato à dilordmarli.prcLi, la metafora del mare diffc, che haiieua co- 
mtnciatoà fluttuarc;la douefein contrario altri per dire che lima* 
re flutuailc pigliata la metafora delie ordinanze dicellc che il mare 
fi diiordinalfciforlc farebbe ancnc inetta metafora; ma certo in vece 
di a . randirc auuilerebbe. 


-«vi »mw rum* 


C O M M E N T O. 


inMiR V- 


lisitL 1 


•V:vn> 

..iVb 


G ià di [òpra ad altro proposto hebbiamo diino firato, che nelle metafore fi 
(tene batter gran cura, fàferhare il decoro: E che eòfe non hanno da tra. 
-[portar fide qua li Jvuerchumtnte, ò eccedano, ò [uno eccedute da quelle, le qua- 
ài effe nonno à lignificare : 'Perquefla ragione diumnto,chc fe bene ‘Demetrio 
.domandò nocchiero del/ a Città il prefetto , r prefetto dilla nane ir nocchiero, 
non pino ad imperatore del carro demandò il C% cebi irò , ò Cocchiero dtll’ef- 
fcnitoV jmpaatore,: 6t aitatile dandoci qurftoincdcfimo doumtnto dif- 
fi, che mak pera ftce Riàipigìr , quando Ri de' remi domandò i remiganti. 
* Cicerone anch’egli Hrlj.de Oratore ci annetti che nelle metafore non hi fogna , 
ehe fta, aut verbum maius quam rcs pofiulct,aut anguftiusid quod 
tram>latumiìt,quain ìilud propri um , ac iuum . Onde dtccua egli , che 
male farebbe chi dlccffe, ò 

* ìeinpdìascomiuclfutionis. ò ••••■ *■" 

-« Cpmmcflatio ccmpeilans. 

u £ Quintiliano anch’egli nel libro ottano ciinfegni,che vitto fa e fo traslatio. 
ut, tirata da co fa troppo baffo- Come chi vn coite, Moto in cima à virata» No»- 
te lo domanda ffe , V ; *.ì 

SiicainVerrucam. 


t 


254 Jl'P/’c/tcalcrc del PatotgaroU 
Se bene nel Tifano non che Verruca, ma dna in ut amente Vene cola, hi otte- 
nuto l'ufo, che ino fe ne domandi : Comunque fu. In fomma tutti queflt auto- 
ri ci infestano , che alle vòlte vi è tanto eccefSo fra due co/e , che ita mini loro 
per metafora non fono tra /portabili , e che in ninna maniera la voce di vna non 
■ fi può tratfirire à figmficare l’altra^,. < 

Hora quello che aggiunge ‘Demetrio d vii altra cofa è,fcnon fumo errali, 
molto più fattile: Cioè che non /alo quando nife alcuno tndecoro , i indigniti 
doniamo afiener/i dal trasferire alcune forti di termini , maan ora quando ne 
nafee effetto oppoflo alla no/ira int emione. Come farebbe, fe volèdo noi aggran- 
dire la cofa, vediamo t he la metafora la abbaffa, & impicaoh/ce, ò voU ndola 
impicciolire , vediamo chela traslatione, anzi la aggrandite e inalza . £ que- 
fio occorre , quando nell' amplificare trafportiamo parola da cofe più-bafle , e 
neU’efìenuarCfda più alte . r olendo la ragione, e l'arte che facciamo tutta m 
contrario : Cioè che nelle magnificente tra] portiamo da co/e maggiori , e nelle 
tenuità da minori . Epaò due * Demetrio , che non fece troppo bene vna coltra 
Homero nel libro 21. della Iliade ,oue narrando vna battaglia fatta in Cielo 
.fra gli Dii fbffi cofi terribile, c cofigrande, che tutta la tetra fiJcofie,e tutto il 
-Culo ribombò, per moftrare quefio flrepuo del Cielo, trasferì la voce dal Juono 
.della tromba, e di/fe, tu 

A/j-fi / * «cAi»!) £ti>fiiyasoOfetTÌ(. > . 


v Orcum amena clangor magni cxauditurOlympi cft . 

Et il clangore fi fentì del Cielo . 

Tcrciocbe troppo minore è il Juono d’una tromba , di quello che babbi ad ef- 
fereil ribombo di tutto il Ciclo, che ped contrario chi per fìguficare vn gran- 
de flrcpito di tromba dal Cielo deduci fle le metafore, dicendo , 
k Già delle trombe ribom bona il tuono . 

Qua fen^a dubbio la cojariceuerebbc amplificatone, perche da cofa mag- 
giore farebbe dedotta la metafora . Enfiato Commentatore di tìomero nora 
anch’egli quel luogo, e confefia, che à prima vi/ta pare che Homero non babbea 
feruato il decoro, ò almeno non adoperata la vera arte dell’aggrandire col mez. 
zo delle traslatiom . Cerca ambe di addurre alcune feufe; ma ninna di bontà i 
vguale à quella, che adduce • Demetrio in quefio luogo : Cioè che b; fogna inten- 
dere, che talèjù quel ribombo , come fe tutto il Cielo baùtfje fonata vna troné- 
ba proportionata afe : Che in vero farebbe fiata vna flrauagante tromba , t 
Juono poco maggiore haurtbbe potuto ntrouar fi. Hora vaglia quefia ifeufa 

2 uanto ella può .\.£ diciamo noi alla fior tnUROjth’ egli erra infine il preteoeU 
1 Me/ia : UH. Pier rettori ut quejlo luogo dice , che la metafora di Dante j 
ouc egli il -ole nomina Lucerna, potrebbe efiere taflata del medeftmo ,Je non 
che 1 gl ila aiutò, & aggrandì aggiungendo la parala del mondo: ma quefio im- 
porta poco . 'Bella, dice Demetrio fù quella , & artificiofa in nota magnifica , 
quando Senofonte nel primo libro della u tnaba/e volendo dire, che eficnao dna 
e fienili à fronte la rango arda d’uno di loro comimiò d metter fi in difar dina, 
d difor dinar fi,d sfilar fi, à sbandar fi , egli in vece dt’ nomi propri dolman fi- 


fc 


Sopra la Particeli * X L l X . 2 J $ 

gUa là tutta fora, e due ibe, 

Quxdam pars PJulangis fluttuarne. 

Che la ’sangUarda compiei» i fluttuare. 

*£l KVfJUttty 

‘Dice il Greco ; "Parola che tradotta in Latino vsò in occafione fonile anche 
Tito Imo , quando parlando della battaglia fra Scipione , & (stnmbalc* 
fatta in t-Affrk* dice, che • • • 

Principuin quoque flgna fluttuare cjper unt . 

Sempre pigliando dal mare , che è cofa maggiore : Che all’oppofito comin- 
ciando à fluttuare il mare , noi diccffim» quejio con vno di que’ nomi , che fi - 

f nifica il difordinarfi delle ordinanze, forfi adopereremmo vn nome, che fareb- 
e ridicala la metafora, come Je dice (fimo, che il mare cominciale d sbandarfi ; 
ma fe bene ne vfaffimo vno innetto , come dicendo che il mare com'mciaffe à di- 
fòninarfi,ad ogni modo fi darebbe nelle bajjcgze : £ tutto per quella regola a 
che le metafore tolte da cofe minori auiltfcono, la doue da coje maggiori trafpor 
tate, [danno magnificenza , e grandezza al ragionare: Tfoiancora delle biade 
tnoffe dal vento fogliamo dire , che ondeggiano , e pure delle onde tuofle da me- 
de fimi venti, e con la medtftma p roportione,non pojfiamo dire che biadeggino . 
•Anzi dice rjiefler Pier Vettori, che il Politiano non osò pure di adoperare l’on- 
deggiare m metafora, e lo mutò in comparatane dicendo , 

Et le biade ondeggiar, come fa il mare. 

che volle egli perauuentura imitare il Boccaccio , quando per modo di 
Qmparatione diffe anch’egli . 

Et i campi pieni di biade non altrimenti ondeggiare, che il mare , 

]/ Tetrarca certo più arditamente vsò la parola inondare , con figrathfit^ 
meta fora, che nulla più , quando dolendo fi, che efìtreiti di genti frante raccolti 
daficriU paefifofiero venuti at^ociupar e le fertilineitrc campagne della Ita- 
ci dduuii raccolto, -, \»e i > • • 

Diche deferti sir ani. . 

Ter inondare i notici dolci campi . t ’ ’ 

Ulta di quefiq affai. - , j 

• % . , ■ ; - 5 . » 

D ISCO R s o ecclesiastico: 

S E quella regola fòrte Tempre vera , che il trasferire da cofe troppo 
minori à cofc troppo maggi ori folle difetto e vitio , ne feguirebbe , 
che di Dio metaforicamente noi non potremmo ragionare giainai, 
conciofiacofa, che da qualonque luogo noi trafpomamo ì lui , Tempre 
da cofa infinitamente minore conuicne,che trafporri.uno :c pure à pe- 
na fi trottano cofe fi batte nel mondo dalle quali nó h. abbiano prefe tras- 
lati o ni, e metafore le fcritturc per ragionar di Dio : In modo, che bifo»" 
gna dire, che quà la regola patiicc ccccttione : o che fi comclaneccflki 

non 


% 


1*5 £ 1 / Trtdicator del TamgtroU 

non ha legge, così non crollandoli cof;,nc lu u r: ,nc vgtnle àDio.per* 
forza bifogna patire.chp da c >fc minori <h lu* vengano fatti i metafori- 
ci trafporramenti , A' San Gicrcnima viene; attribuirò vn libro; oucà 
pofta fatta lì ragiona De bis qiue'Deo io> fonduti tribuuntur. ’ 

Ma ncljncdefimo foggeteo di ligure, e di Tropi , Deda , oue paria del- 
Ja ntttafora.ag^iunge quelle parole appetito , cpmcìe fermiamo quà. 
'fHrc aùfemrropus,& ad Deum fit muttirarfr: AVblucribus, vrfìib 
vrrbra alarmi* rulrum protegeme.: A fcris, vtDowimus de Svó rugiet : ¥ . 
A membris humaniSjVtPfalmord.Quisnicnfus efcpug. Ho aquas, déccc 
los palmo ponderauit ì Ab homine interiori , vt EfuJX quadra gelino . 
Inucni Dauid filium 1 elle virimi fecundmn cor meum. A .uonb'ismcn—- 
tis Jnimanx, vt pfalmp z. Tu ne loquetur ad eos iuirafua: &Genclìs fcx- ’ 
to. P^nitct ine feci (Te hominem. Er Zaccariarod.uio.Zclatus fum Sfori 
zelomagno^ETinnumcrabilia’huiuflnodi: A ribus inftmT.bifibùs , re 
Amosfecundo: Ecce ego ftridcbo,ficutvox;fichtftridet p!àuftTuin onu- iT 
ihihi fono . ] . ‘,' 1 J \' - ' -' l ;V 

lnfin qui Ikda . De nomi mctaforici.ò fimbolici , elvè vogliamo dire 
diChriltoSignorNolìro.vi fono per Icftampe libri interi : ouc fealcti^ 
ne metafore da più baffi luoghi paionocauate, che alla grandezza deJL 
foggpttqnon coruiicnc , la mcdpfima grandezza del foggcito, nocca- , 

^ MÀIafciando'pcrhora quello, che à Dio , Chrirtoin qufft.i maro-, 
ria apparricnc-.b.iffc metafore poflono parere ad alcuni due da Dutiidde * 
vfare in due luoghi: Ma nelSalmo jp. oue egli dice, 

Iudti J{cx tnetis Monti olla fpei ne a. ■ * 

E l'altra nel Salmo 107. ouc egli quali con le medesime parole pur 
dice . 

Juda Rei ire us Moab lebes fpei me*. 

Copcioliacofa,chc veramente il dire la tal cofa,c l’olla » ò il laueggio 
della mia fpcranza, non fia però à primo tratto la piùgraciota cola pel 
mondo. Ma Urfogrraauerrire,che la voce Hebrea, perlaquale noihab- 
fciamo in latino fpei , propriamente tigni fica tofto, 0 l anaci um , & in quel 
femimento, olla lotionis, vuol direi! valè.ouc mi lauo i piedi ,cheè il pii 
vilc,cheio habbia incafa : e Dauidde in que’ Salmi apponto haucuabi- 
fogno di cofa vilirtima à fuo propofiro : PerciocheJ narrando le vittorie , 
che per grana di Dio egli haucua hauute, e quanto baiamente egli fi ha- 
ucua loggetti gli nemici, non poteua dir meglio, che dire, che egli à ti 
baffo flato hauea ridotti gli Moabiti, e così poco conto , nchaueuaho- 
mai à fare.comcfe fodero il vafe; oueegli lauauai piedi , olla lotionis. Ve 
io e, che la medctfma voce predò à Caldei lignifica anche fperanza . E 
però hanno detto gli interpreti , olla fpei , oucro lebes fpei , nel qual cafo 
babbiamo con due diuerfi modi cfpoflo noi la lettera nella parafrafe far 
(a da noi fopraSalmi,vna volta dicendo. 

Dal paetc de Moabiti cauò tanta abondanza , come te egli, foflfe l’olla 
d’ogni mia fpcranZa, 

‘ E l’altra. 

Sono i Moabiti così J comando d’ogni fperanxa,òdcfidcrio mio, co- 
inè fc fodero vn miniflìmo,c viliflìmo vafo,&c. 




PAR; 


PARTICELLA 

C 1 N Q^V A N'T ESIMA. 
TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto daPier V cttori . 

Vidamautm muniunt trantlationet epitkrtit admotit ,'cum ìpfit 
periculofc vi fa fuerinc . yt T beolog>sro£v v ocat nplt^iyya, y£. 
X’f^rde ilio, qui ariti fernet fpoiyt , namque,lubncum quidda 
de ai cu : ilio aunm mumtum e fi. 

PARAFRASE. 

Imcdioèouelc metafore ci paiono pericolofc, il 
fortificarle, &aflìcurarle,con aggiungerli alcuni 
epiteti atti à quello ; Come fece Theognidc, quau 
do uolendo metaforicamente nominare l arco mi 
■ litarc,con nome d’vna cetra arcata,che haueuano 
y 1 Greci, vide che il domandarlo cetra lemplicemc- 
te era cola ubrica,e però Epiteto negatiuo ui aggiunfe, c cetra sfor- 
nita,ciOc cetra lenza corde lo nominò, &c. 




COMMENTO. 

I come poco di / opra ci infignò Demetrio , che otte ci pa- 
re, che le metafore habbiano m poco del duro dobbiamo 
mollificarle, e rammorbidirle con particelle mitiganti; co- 
sì ci ammattirà qua filmile tempre mila accuratezza à 
fi mede fimo , che oue dubitammo, che le translatiom fode- 
ro per icolofe, (toniamo fort filarle, (S affi curarle con Epi- 
teti. Sia continuai ione ò btlhffima , pei che fempre alle in- 
firmiti Succedono i rimedif. Di fopra egli haueua detto, che alle volte i termi- 
ni non erano conuertibili , e che noniosì ogni termine eia però atto ad rflcic_, 
trai ferito, r perciò aggiunfe, che oue dubitaffimo fé egli douefje vfitrfi in tartufo 
ra,ò nò, ci afficuraffimo col mitigamento facendo dilla metafora imagine : E 
qui ì battendo detto, che molte volte certe traslationi in vece di fare granduli* 
abbuffano il ragionare ■ oue dubtaffimo Je alcuna mttafora fuffe per fornire^» 
alla ni fora inten tiene, o nò aggiunge il rimedio ; lioi ihe pojfiamo afficuranial 
Parte feconda. R zaniola , 



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1 5 8 Jl Predicatore del Panlgarola 

gandola,o abboffandola, o fortificandola, con Epiteto tale , che ferua alla nei* 
firn n;t attiene. E l’e/iimpie , ch'egli adduce i affai chiaro di Ttognidt Toeta 
antico,il quale battendo domato vn arco militare , Form in ga, ebeappreffoi 
Greci è ma cetra appetito fatta in modo a’arco , parendole la traslatìone vm 
poco troppo ardita, e pcriculofafforttfitolU con in Epiteto negatile» j cioè do* 
mandandola, , 

Lyramfincneruis. 

Che in vna Jola parola Latina appena, fi pub dire, angìnon fi pub dirg_ , : 
Si come anche neh' italiano nofìroffi bena nella parafrafi babbiamo dettoci • 
tra sfornita per dire in vna parola fenica corde, lappiamo nondimeno , che no 
ftamo arriuati ad ejprimered concetto nojlro : c fe batte fftmo detto cetra fior- 
itala, cioè fai za corde poco Italianamente bauremmo ragionato, toncioftacofit, 
thè /cordare altro propriamente yebe obliare non lignifica: e fi in alcuna parte 
di Italia di alcun ifìromcnto mu ficaie fi dice, che egli fta /cordato , non che egli 
fia finga corde, fi intende : ma che fia Stemperato, e diffonante : K^ingi a Fi- 
renze pdrauucntura/iè anche ci admettcrebbono, che fufle così proprio U dire 
corde di fiale fi voglia flromento mu ficaie tocco con piume , è dita : perche fe 
bene eglino concedono, che tutti gli Uromenti muficali,che non hanno bi fogno di 
fiato , habbiano bifogno di corde , hanno nondimeno quefìo nome di corde per 
generico, non per Specifico^ proprio : e dicono che delle corde altre fino min u- 
ge,come quelle de Luti, e 'Pinole , & altre fili d'Ottone,ò altro metallo , av.e^m 
quelle de’ monocordi ; Comunque fu, habbiano pacienga , che noi per bora , fe 
bene parlaffimo delle cetre de Sagittali, vogliamo dir corde.efinza burla di- 
ttamo, che la Formmga de Greci crediamo , che /offe qua fi come l’arpa no/ira ; 
ma con il fu fio più arcato, e da vtu banda fi' a, e che chi la finaua , non in col- 
lo, ò fianco fi la arrecaffe fralccofic, ma Uefa /opra tauola la vfifiecome fi 
/tendono: ma per vfo di diuer/a maniera i graui cembali • e tutto quello dicia- 
mo, peni* ci raccordiamo , che pafiandovna volta per Forlì , Ci alloggiando 
mi luogo de’ liofili Yadri F ranci fiam , i tempo di carntuale : vn veub:/fm q 
bcmmuauolovic.B» , edtuotiffimodiqutlla cafa venne a trattenerci tonando 
vm finimento fa'to apunto nella forma, che habbiamo detta, Ci egltmvcro 
firanc ccfe,nr dice uà, come per poco, che egli poffe fiato /erbato infino nell’ar- 
ca di A(o è : ma qui l'orbe ci importa è , che ci raccordiamo bemffimo , che egli 
ncnfaptndo ciò, che dicefie ^ noi non intendendo all'Ima che co/a tmportafie tal 
nome ,lo dom andana finga dubbio Forminga- E vti amente egli tencua forma 
fi arcata, che gli bauefit leuate le corde, fenza fallo egli grandi (firn a conuen'im 
za ac iditale ni Ua figura haurebbe bauuto con vn arco militare : fi che T cagni 
vn tale flromrnto domandale arco non è molta marauiglia , tanto più fortifi- 
cando ( come dice Dememo ) la metafora con la parola ixifSor , uoifinzo-» 
corde : Y:ù tofio ci marauigtiamo n i grandi ffimamentc, che occorrendo intor- 
no all’efcmpn,th' adduce qui De ratino vna difficnltà notabile, gliintcrpre- 
ti,ihc oabbiamo veduti l’babbianodiffimulata ; diciamo di/fimulata, perche ci 

pare 


Sopra la Pòrticeli* L» 2/9 

pare qua fi mpoffibile il non batterla eglino veduta : e la di fiatiti è que/ta, che 
la metafora di cetra fenga corde per arco militare ,è vna aponto di quelle me- 
tafore del terzo modo, cioè per negatione , che frittotele inlegna d fare nella 
Poetica, alla particella (fecondo il Maggio ) cente finta duodecima , con quelle 
parole : licer autcm huiuliuodi translationis modo vti , & alio quo- 
que. Cum viddicetnoiiunaueriuiusalicnuinquippiam,aliquid cius 
propriu.naòeodcmrciiioucntes, ve li quis appellare volés^hialam 
dixeritfcutunii non Mai tisi Et i bella , che oue fnttotilc in quel luogo 
per dichiarare , che cofa pano le metafore per negatione , adduce per cfìempi , 
come fe d'una tagga,dice(fimo,o che è feudo, ma non di cJMarte,e d'uno feudo , 
ebe ì tazza ,ma non di Bacco , onero non di vino: gli cfpo fuori di i f rifiatile ■ 
aggiungano quetto mede fimo e fiempio : e dicono , che metafora per negatione 
ancora farebbe fe d'vn ano militare dice ffimo, che foffe una cetra fenza corde. 
S i che e feudo quella ittefia metafora , metafora [implico di quelle del terzo 
modo, che infegna rifiatile , comi ha egli potuto ragionevolmente c Demt trio 

domandarla metafora con aggiunta ? Cioè metafora afficurata, e fortificata^ 
con Epiteto > Qucjla difficultà come habbiamo ietto, ci pare tirano , che altri 
non babbia raduto vederla , E no: che vogliamo baucrla veduta per dichiarar- 
la, due cofe bifogna,cbc facciamo prima : Vna che /pieghiamo più breuemen- 
te,ché fu poffibile il concetto difrittotile intorno alle metafore di negatione 
nella fua ' Poetica : e l'altra, che degli Epiteti diciamo alcuna cofa neeejiana i 
quetto propofuo : e veramente è vn poco intricato quel luogo nella ‘Poetica , e 
gli cfpo fuori hanno qualche ragione di deputare fe fnttotiledue , o tre modi 
adduca di metafore di proportene :Je vn modo vi fta, oue ne fi afferma , ne fi 
nega cofa alcuna della voce trasferita, che cofa fi habbia da affermare dilei’ 
che cola fia metafora negativa : In lei che cofa habbia à negarfi ; fiele co/e ap- 
propriate, che bifogna negare fumo po he ò molte : Se nella metafora negativa, 
data allo feudo bifogni dire tazza fenza Bacco: onero tagga fienza vino , e fi- 
ntili . T uttauia fenga difpute, & attenendo fi alla mera verità, (periamo noi in 
poche parole di co nciliarc,c rifich'iarare il tutto . e peri diciamo, che ^t ri fio fi- 
le in quel luogo altro non hà voluto infegnarci , fe non che la metafora deliaco 
propor tione m una delle tre maniere può efier mtfia in prattica : 

Il primo è proferendo la vote trasferita finga nè affermare , nè negare alcuna 
eoja di lei ; fi fecondo affi rmando della fleffa voce alcuna cofa : Jl terzo , della 
medefima voce alcuna cofa negando . Il primo come fe volendo nominare vno 
feudo, dice/fimo fimpliumcnte Ecco vna tazza-.ll fecondo fe del medefimo feu- 
do diceffimo : Ecco t na tagza di Marte: Il tergo , ecco vna tazza non di Bac- 
co: € già quanto al primo modo vediamo,che la cofa è chiariffima, e non ha bi- 
fogno di noftra fatica . Quanto al fecondo, & al tergo, fi cercaquali , e quante 
afe fi pofiano ò a fermare , ò negare ne Ile metafore della afferma tione, c della 
negatione . E qua bifogna avvertire, che in tutte le metafore trovando fi i ma . 
voce trasferita, (f vna cacciata, ò che doueribbe efier cacciata fe vi fufie : Ut 
regola vtùuer (alt è quatta , che nella metafora affermativa fempre fi predica 

K a affa- 


2*0 Jl Predicatore del PanigaroU 

affermatiuamente della vote trasferita ah. una coja ,che appartcncua alla voci 
cacciata: t nella metafora negi-t uà ft mprt fi predi . a ruga linamente della vo- 
ce trasferita al. una cofa di ejuelle ehe appartengono à lei mede finta. Teref '• 
/empio per nominare lo feudo : diciamo ecco viu lagza : qua la voce tas ferita e 
tazza, la cacciata è feudo, fiora per fare la metafora nel fecondo modo, cioè af- 
fcrmatiuamcntc : bifogna aggiungere qualche cofa affermatiuamente alla voce 
trasferita ciol alla taz ga,ma quale coja { alcuna di quelle, else appa. t alenano 
alla voce cacciata, cioè allo feudo. E però dicia >no ecco la tazga di M art e, per- 
che Marte alto feudo , che è la voce cacciata appartcncua : Ala per fare la me- 
tafora nel tergo modo, ciò è negatamente ■ Infogna aggiungere qualche cofano 
negat inamente alla die fa voce trasferita, che è la lagza: ma quale coja? alcu- 
na di quelle che a lei fiefja a ppa r tengono : E però diciamo ecco la tagza non di 
! 'Bacco , perche Bacco alia tazga , che è la voce trasfcrita,apparticne . fiora fi 
come die tarno tazza finza Bacco, potremmo noi dire tazza finga vino ? E co- 
me diciamo ecco vna tagga di Marte, fi potrebbe egli dire : Ecco i aia tazga da 
fangue ò da guerra, òfimili ? Quàji trauagliuno glmter preti fuora di propo- 
fito : £ però noi liberamente diciamo , ebe nella metafora affcrmaliua balia . 
affermare v na delle co fé, che conurntuano propriamente alla voce cacciata , (ut 
quale effa fi voglia: E nella metafora del te go modo bafta negare vna delle co 
Je, che lonuengnno propriamente alla v oce trasferita quale ijja fi voglia : ^ ilio 
feudo è proprio l’efier di Oliarle, feruirc alla guerra, mfanguinai fi, e co fi tali, e 
però nella mi t a fot a del fecondo modo, che è iaflo mal tu a fi può dire : Ecco la 
tagza di Alar te fila tagza da guerra, ò la tagga da (angue e famigliami: ^fi- 
la tazga è proprio l’eficre di "Bacco ,fi rum à cornuti , empir fi di vino e fintili : 
E perciò nella metafora del terzo modo , che ila negatiuafipuo dire parlando 
dello feudo . E co la tagga non certo di Bacco, da alti o,cbe da conuito, tagga 
fingi i io, e di quelli . Cofim propofito millro : reo, e cetra , quelle fono le 

due iol i proporl or. ali per conucnitnga accidentale, delle quali vna ha da effere 
trasfa ita, e l’altra cacciata- all’arco è proprio l’efiere de’ faldati fferurn alle 
f recete, effere vfato in guerra : *4 Ila cetra l’eficre de Muffii, bauer le corde, _j, 
fruire nei corniti : E però fe vogliamo metaforicamente parlare dell’arco ;con 
la prima metafora non diremo altro fenon è : Eao vna cetra • Con la feconda 
uff cimar (modella cetra ahuna cofa , ibe fia propria dtll’arco : Come: Ecco 
i na cetra da / oldati -, tetra da frecce, cena da guerra , e con la terga negar imo 
delia cetra alcuna cofa, che fia propria di lei Itcffa: Come dicendo: Ecco vna 
atra non terto da Mu fui, cetra peraltro tbe per corniti, cetra fenza cor de: else 
è qui Ilo d ponto che mette Demetrio nel fuo efiempio , & oue noi dinamo che 
cetra finza corde è metafora fimplfie del terzo modo di ~4 rifiatile, egli dice* 
che è metafora con aggiunta di Epiteto . il che per dichiarare diciamo due pa- 
role de gli Epiteti, e poi verremo alla cjpofitione del dubbio. Epiteti dunque di- 
ciamo che fono quelle parole aggiunte non come verbi , ma come nomi à i nomi 
foilantiuifU quali non per modo fofiantiale ,ma accidentale fignificano, dandoci 
iiiditio,chc tale è tale accidente fi troni , ò non fi troui m quelle co fi, le quali dai 

nomi 


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Sopra U Particella L . lii 

nomi foflantiui vendono lignificate . E veramente Greca èquefla voce Epite- 
ti, fi cerne Latinamente nomina Cicerone tali nomi addita , vela diluvila, e 
molti Italiani gli chiamano aggiunti, ma noi con la più ufitata voce delle fthuo- 
le pure L piteli gli chiamiamo . E tali fono come bello ,gr andò , ardii j , heue , 
agile,efimilr- 1 quali in tante fpctie poflono dimderfi , in quante fi dividono 
tuttel' altre parole del mondo : cioè che come parole fi trouano (empiici e com- 
porr, proprie e furafticre , appropriate e metaforiche, fatte di più e aggiunte , 
e fumate, c tramutate , e fe altre ve ne fono : co fi Epiteti pofiono trotta > fi firn- 
plici,comc Die potente; compofli come onnipotente; proprij,come burnito ardi- 
to;foraflieri,(omc huomo attreuido;appropr iati, come naue veloce;met a forici, 
come naue volante, fatti come, (fòlio Cricnfantc,e coft degli altri: Ma di più , 
(e quello fa d noflro propofito ) con i n' altra diuijione pofjiamo dire , che de gli 
Epiteti altri fono affermatali, altri negaciui : Che però nella diffusione , ò de - 
fcrittione loro dicemmo, che muflrano alcuno accidente, ò alcuna cofa per modo 
accidentale è fere , ò non e fere nella cofa ftgnificata del nome foitantiuo , al 
quale effi fono aggiunti . (ome per tffempio fe noi duumo : Dio immortale, 
feruo ingrato, corpo inanimato, & anche, caja tenebro fa, tauola nuda, e fimili . 
Tutti qm fi E piti ti ò negatiti , ò priuatiui fono, e tutti nella cofa, alla quali • , 
vengono aggiunti muflrano, alcuna cofa non cflerc . La doue tutto in contrario , 
bi Ilo, ardito, potente, i famigliami Epiteti affermatiui fono , e fi grafi cario nella 
cofa , alla quale aggiunti fono, alcuna cofa tale ritrouarfi . Hora due cofe anco - 
va diciamo in poche parole, & batteremo f ciotta la dijficultd . L' una, che quan- 
do le mttafore del primo modo fono periculofe,il vero m do dì affiorarle è con- 
vertendole in metafore del fecondo , e del terzo modo : tome fe parlando dello 
feudo, il dire fimphi cmt nte ecco la tao^a,ci pare vn poco ardita cofa , dicendo 
è nel fecondo modo, ceco la tazza di Marte, ò nel ter^o modo, ecco la ta zza non 
di "Pacco, ci mettiamo in ficuro.Lji feconda che molte volte per conuertire ma 
metafora del primo modo nel fecondo bufa aggiungere vn ' pitelo affirmatiuo: 
Come m vece di dire ecco la tazz a > ^‘ rt ecco la ra KX a m, l‘ tare , e P er fai* del 
terzo modo baila l'aggiungere vn Epiteto negatiuo , come dicendo, ecco la ta\ •- 
Za abficmia ( fe quella parola voleffe dire fenza x ino ) Si che da tutte le Jopra- 
dette cofe dunque fi vede, che l'Epiteto ferue dunque à conuertire le prime me- 
tafore in feconde ò terze; ma il conuertirle cofi le affuura, dunque vfato a que- 
llo l'Epiteto afficura la metafora ,epuò c fiere che la metafora fta infume , in- 
fume del terzo modo, e con l’Epiteto; anzi efiendt negatiuo egli fleffo la fa effe- 
re del terzo modo , e facendola tale la fà più Jicura , che Jono tutte qui Ue cofe , 
(he dice Demetrio, e che hora fe. non fiamo errati fanno rcflare ehi ira ogni dif- 
ficultà . In fomma parlando dell’ano il nominarlo con la prima metafora ce- 
tra folamcnteera cofa periculofa; bifognaua formare la metafora, ò del freon - 
do,ò del terzo modo : Del fecondo l’haurebbe fatta vri Epiteto affirmatiuo fe 
fifufje detto, {etra (iettante. Del terze l'ha fatta un negatiuo, dicendo fi cetra 
fenza corde. E cefi la medefima è metafora del terzo modo,c con Epiteto, per. 
(he l'Epiteto negatiuo l'ha fatta tale , e di lubrica , che era la bà fortificata , e 
Parte Seconda. il j affitto* 


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161 Jl ^Predicatore del PamgaroU 

accurata . 7^è però diciamo che gli Epiteti non giovino À fortificare IcJ 
metafore ,fc non quando le trat formano da una maniera all’altra, pcr- 
ibe anzi le medefme metafore flando nelle medeftme maniere , da certi Epi- 
teti ben pofii vengono grandemente aiutate ; (ome fe per nominare il Sole , in 
mete di dii e la lampada del Mondo,diccffimo la gran lampada del Mondo : por 
nominare le lagrime in vece di dire , le pioggiede gli occhi , diremo le dolorofe 
pioggie degli occhi, per nominare la bianchezza dialcunc carni, in vece di dire 
la neve , diremo la calda neve : per nominare la limpide de’ fonti , in vece 
di dire, i criHalli, diremo i liquidi crifialli,e coft Cimili . M a de gli Epiteti ha- 
turno fra poco à ragionare piùdiffujdmcutc-t . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

E Quiui purcjoucpiù diffiifamcnr» fi fari trattato de gli Epiteti, 
Ecclcfiafticamentc ancora più copiofamente fe ne ragionerà : 
Beda nel librerò de tropi) fcripturx , parlando de gli Epiteti dice , 
rpìtetum nunquam esì fine nomine , à differenza della Antonoma- 
fia, c per effe rapi di Epiteti adduce dueiuoghi , 

DikttusDco, & homtnibui Aloyfa . e, 

Mifericort , & miferator Dominila . 

Ma come habbiamo detto , de gli Epiteti, alcroue più abondante- 
mcnte ragioncrcnno.Fra tanto Chi direbbe, che di tutte quelle cofe,lc 
quali fi fono dette nel commento delle metafore del primo, del fecondo 
c del terzo modo di Aii(lotilc,c di quegli epiteti ncgatiui,chc fanno 
paffare la metafora del primo modo al terzo, chi direbbe dico che tutte 
quelle cofe,che paiono reconditiffimc nell'arte del ragionare, effempi 
chiari ffimi, e manifcftillimi fe ne polfono dare nelle fcrmure facrc.Dicc 
uamo che nella metafora del primo modo alla voce trasferita niente., 
lì aggiungeua nc affermando , ne negando come fe dell’Arco dicclfitno. 
Ecco la Cetra. 

Ma che nella metafora del fecondo alcuna cofa della voce trasferi- 
ta affermauano, che alla voce fcacciatac propria apparteneua coinè. 
Ecco la certa da battaglie . 

E che nel terzo modo alcuna cofa dalla trasferita voce negavamo, 
che alci medefima propriamente prefa farebbe conuenuta come. 

Ecco la cerra fenza corde. 

Nel quale vkimocafo.fe vn adiettitto folo fi troni lignificante quella 
iiegationccome fefeordata uoleffe dire fenza corde, in tal cafodiccua- 
mo,che l’epiteto ncgatiuo farebbe la meta fora del terzo modo dicendo 
Ecco la cetra (bordata, 

Hora tutte quelle cofe andiamole con effempi à ritrouare nella Icrit- 
tnra fiera, c per maggiore brauura dilettiamoci di ritrouarle tutte in vna 
voce folate la voce fia quella che latinamente lignifica nuuola , cioè T^m- 
bes. Intorno alla quale voce, apena fi può dire quanto gratiofi fcherzi fi 
trouano per le feriteure : Ma in particulare, molte altre voci fono fiate 
legiadrameiuc trasferite à leite di lei non folo fi trouano fatte metafore 


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Sopra la Particella L. 26 j 

del primo modo , ma del fecondo ancora e del tcrzo,e nel terzo di quel- 
le frolleremo ancora, che con negariui epiteti fono fatte . Metafora per 
eflempio bclliffima in materia di nube, e metafora in atto, e nella quale 
à cofa inanimatali dà anione humana fu quella di Dauid nelSalino 76. 
quando deferiuendo egli la cfficcationc del mar rotta oprata da Dio dop 
pohauer detto, 

Viiermt te aq ux Deus, vide rum te aqwe & timuex uni &c. 

S oggionge delle nubi, 

Voeem dederunt nubes. 

Belliifima parimenti fu quella di Giob al ìd.oue dice, 

Cui liiat in nubibus. 

E quel la della fapienza al lignorein materia de’ Fulguri, 

Ibunt d:rc 3 a emijjionesfulgurum,& tanquam ù bene tur usto arca nubium ex - 
terminabuntur . 

E quella del fecondo de’ Regi al 11. 

Cribrans aquas de nubibus ccelorum. 

La quale volendo vna volta imitare noi ma dalla lunga, e ragionando 
de’ venti,che col mezzo delle nuuolc portano qua e là le piogge fopra la 
terra, dicemmo. 

Porta le nubi il vento, e quali giardiniere del mondo hor quàhorli 
con quelle belle Cleplicc và inaffiando le terrre,& humettando. 

Ma parliamo de’ luoghi, ouc la voce, nubes, hà feruito ben ella per me 
tatara, & elfa e Hata la trasferita altroue : Come ouc San Paulo dice che, 
Tatres nofiri fub nube fueruat. 

Cioè tatto mulcri coperti, e figurati , Come ouc Ezcchiellc al $0. par- 
lando del giuditiovniucrfale dice, 
propinqua dics nubis. 

E lode pure dd medeliino giorno dice, 

Trope efl àtei tenebrantm 1 & caligini s ,dies nubis, & tur bini s. 

Ne quali luoghi Tempre la voce nubes feruc per metafora , ma metafo- 
ra dd primo modo di Ariftorelr fenza aggiunta alcuna. Nel fecondo ino 
do horacon aggiunta di cofa, che appai renelle alla voce cacciata, potrà 
forfè feruire il luogo di San Paulo nel capitolo 1 1. della epiftolai gli 
Hebrei , ouc egli dice . 

Et nos tastoni babentes impofitam nubcm tejhum. 

Che fenza fallo la parola tejhum alla voce cacciata che era multitudinen 
appartcneua.e pure alla trasferita lì è aggiunto dicendoli, 

T ontani nubem tejhum. 

In quella maniera clic alla voce trasferita turbine , fu aggiunta la paro- 
lìfaxorum \ oue di Santo Stefano viene detto che, 

Crepitantium faxorum turbine quaUbatur. 

Più difficile pare il ritrouare la metafora dd terzo modo, oue alla voce 
trasferita venga negatiuamentc aggiunta cola ,t+ie di lei fteffa doueffe 
propriamente affermai li:E pure nella fteffa voce,? 'Jubes polliamo ritroua 
re I’cffcmpiojouc nella fuaCanonica.Giuda A portolo fra molt’altri me- 
taforici nomi, che da gli Herctici,dicc che fono, 

"Hubes ftne aqua. 

Come fedi certe. 

Cetra fenza corde. 


. . 

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R 4 E* 


i6 4 fi Predicatore del PamgaroU 

Et c tanto più bello quello eli empio, quanto clic in lui la metafora del 
terzo modo nafee da Epiteto negai iuoqPercioche le bene l'interprete 
con due parole hà tradotto, edetto fine aqiu- Il cello Greco nondimeno 
con vn folo epiteto negatiuo fa ilmcdefimo,chcc £ruff*i come fe in La- 
tino ^cc(Tìmo,T^j4besin.iquoff. 

Che fc nella lingua noitr.i Italiana, clfcmpio vogliamo noi, cauato ori 
ginalmcntc dalle (acre carte, di cofa nella quale in turti c tre 1 modi di 
Arinotele polTa adoperarli la metafora . Quello farà ecccllentiffimo fe 
diremo : 

Oche, Giouanni fu l'Elia, che farà meta fora del primo modo . 

Oche , Giouanni fù l’Elia del primo aduento , che farà metafora del 
fecondo modo, 

O che, Giouanni fù l’Elia non del fecondo Aduento, clic lo farà del ter 

7.0 modo . 

E di quello affai. 

Del redo che le metafore ardite vegano tal’hora fortificate con Epite 
ti , quello in nitin luogo più frequentemente fi troucrà che nc’ nodri au- 
tori e Greci , e Latini , e Italiani , i quali come fono cautillimi , coli di 
quella auuertenzavalendofi;Chrillo( per cllcmpio) non. domandarono 
Dauid fimplicemcntc, ma 

Il midico Dauid. a 

Non Salomone ; ma 

L’F.uangelicoSalomonc. 

E limili : Di San Giouanni non diranno quella Aquila,mz 
Quella Aquila facra. 

Nominaranno San Pietro Portinaio; ma 
Portinaro del Ciclo , ò cclelle. 

E noi in mille luoghi de’ nollri lcritci di quella moderationc habbia- 
mo procurato di valerci , 

Nominando la grafia non rugiada fimpliccmcnte ; ma 
Diuina rugiada. 

Il fanguc di Guido non bagno ; ma 
Salutare bagno. 

Maria non Verga ; ma 
Aaronica Verga . 

La Eucaridia non manna , ma 

Euangelica Manna . * 

E in fomiglianti modi. 


atto 

». r * 


PAR : 

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PARTICELLA 

C1NQVANTES1MA PRIMA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 




tJMnìum antan & alìorum confuetudo magifba efi , & maxi - 
( me translationum : parum emm ferme abeji qutn omnia transla - 
tis verbi s vocans fallai , quia luto transfer t'.verba ; cuna voccm 
iiÙ albatri appella , Cr acutum hominem, fi afpiros mQres,C$ lon- 
gumoratorem , & alia quxeunque fu lepide transfert ,vt fimilia videantur 
propt ijs nomimbus . liane ergo normam fiatilo translaticnis , qua in oratione 
fu , confuetudinis artem fine naturata ■ fic igitur quxdam tranjlulit confuetudo 
belle , vt ne proprifs quidem ampline cguirimus , [ed manfit tr ansi atto fedeli 
propri] occupala vtxitis »fS**yf'r,&Jiquid atiud buiufccmodi. 

PARAFRASE. 

N fomma, ficomedi tutte Paltre cofe, cofi del formare 
accomodatamente le metafore , eccellentifiìma maefira 
è la confuetudine . Et io per me credo , che la vera rego- 
la per far buone craslationifia l imitare ò l'artificio , 6 
la natura di lei - - la quale horamai quali tutte le cofe con trafporta- 
tc voci va nominando .E pure cofi accortamente, e ficuramente lo 
fa , che appena ce ne auuediamo ; come quando , chiara domanda», 
la voce, acuto l'huomo,alpn t coltami, longo l'oratore, e limili 
nomi : T Utti con tanta arte trasferiscile paiono propri ; anzi alcu- 
ni di loro cofi gratiofaracn te hanno empi te le fedi dei propri , che 
in vece loro lòno refiati , ne più di altri , che de traslati fteiii ci va- 
gliamo, come quando l’occhio della vite diciamo, e le altri vene 
lono fouiiglunti. 

COMMENT 0. 

E : Veriffimo quello, che dice Demetrio in quello luogo, che fe noi ci pen farei- 
mo bene, troueremo, che la maggior parte del noflro parlare quotidiano , 
& ordinario è piena di voci trasferitele metaforiche ,edi giorno in giorno cosi 
fra contadtm flcffi,e plebei , come fra nobili la ordinaria conjuetudme vd for- 
mando 




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2 66 Jl Pre^tcatore del PattigaroU 

mando nuoue metafore, e ir aj portando parole con tanta ficurezza , e cautela , 
che ap venne ce ne attediamo ; nftotele ci fece certi del me iefimo, quando dif 

fé, che per ragionare vno fauella ordinaria , ma fitlta,doueuamo dalla fatteli* 
ordinaria, cemmune, e quotidiana fcegliete parole proprie, le appropriate, e le 
metaforiche : H Cicerone più chiaramente dtfle il mede fimo ion quelle parole , 
riamiamone frequentiflìme oumis fermo vtitur , non modo vrba* 
norum,fcd etiam ruihcorum,fiquidem cfteorum gemmare uitcs, fi» 
tire agros,lxtas effe fegetes,luxuriofa frumenca, &c. 

Egli ejjtmpi , che adduce anche Dime trio qua fino chiaritimi ; Cioè cioè il 
parlare ordinario con metafore tanto proprie, che appena per tali t erigono rac 
conofciute. Chiara domanda la voce, aiuto l’huimo , afpri t cefi umi, lungo un 
Oratore,eftrnili . Egramente non folamcntc in Greco, come parlò Demetrio ; 
ma latinamente ancora, e nella noflra Italiana fauella quefìem deftmc meta- 
fore, fi vfano frcquentiffimamentc • Cicerone nel primo della natura degli Dtj 

T^olo effe longior. 

Et il Boccaccio nella conclufione dell’opera , parlando delle fue nouel- 

le dice, 

Et ancora credo fari tal , che diri,che ce ne fin di troppo longhe. 

La metafora dell’ajprcgza de’ coflumi net ter ^o delle Infialane con quefle 
parole, 

Sed epicuro homini afpero,& duro non efi hoc fati*. 

1 1 il Tetrarca diffe . 

Così nel mio parlar uoglio effe rafpro . 

Quanto alla acuite •fza, 

Si mihi acute, arguteque refponderit 

D ice Cicerone prò Cclioi&'il Boccaccio diffe. 

Era d’acuto ingegno, 

Bella la metafora, con la quale dice Demetrio , chei Greci communemente 
domandauano la noce k mkIw ,{ cioè alba in candì dilli, come farebbe in noflra 
fauella candida, e biancha, la quale metafora in vero i noi non è paffuta, nò tro- 
uandofi alcun luogo, oue cadida,ò bica, ha fia fiata chiamata vna voce, fi bene co 
molte altre metafore, voce chiara diciamo alta, fiaue,uiua, cruda, groffajottile 
ro^a, falda, rotta, e filmili. Et in Latino ancora non fi troueri ,chclavocc fio. 
fiata chiamata Albi /trizi M.Tìer rettori, dice di non ricordarfi d’bauer mai 
yeduio,cbt nè anche candida,//! Latino fia fiata nominatala voce '• Tuttauia 
vi è i n luogo di Quintiliano mi libro vndecimo \ oue tratta della prcnuntiatio - 
ne, nel qual luogo non filo fra le diutrfe qualità della voce nella pronuntia egli 
una ne domanda candida, ma tutte l'altre ancora con voci metaforiche così 
gratiofamtme nomina, che con propri vocaboli non filo così felicemente : ma 
non forfè in alcun modo fi farebbono potute nominare giamai dicendo del- 
ia voce . 

Quaiitas magis varia efi, nam efi & candida, &fufca,I& piena, & 

cxilis, 

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Soprd la Particella LI . 2 6j 

e*ilis,& Icrm,&afpera,&contradla,& fufa, & dura,& flexibiJis ,& 
flexibilis, & obtulk. 

Infomma è freqncntiffimo tutto il parlare quotidiano di parole trattate, & 
alcune ne forma tanto benebbe reiìano come proprie.Come L'occhio della tute, 
parola da princìpio formata per tratlatione : ma che bora in vece della pro- 
pria i rimalìa, ne d'altra, che di lei à quel fignificato ci vagliamo . Si che emen- 
do così gran m oc lira di formare tratlatione la confuetudtne,à lei balìerà,che 
habbiamo l'occhio ,e che con tanta cautela , ficurezza, e modtjlia formiamo le 
metafore , con quanta vediamo , che lo fi il parlare ordinario, e commune,(fc- 

D ISCO RS 0 ECCLESIASTICO. 

N ’ì meno fi dire il vero)ci ricordiamo noi,oue!e fcricturc nollre,' 
ò bianca, ò candida habbiano chiamata la voce: anzi teniamo 
per fermo.che ella metafora tale non le habbiano applicata mai: 
ma tappiamo ben certo dall’altro canto, che varie qualità di voce da nor 
ftri canonici fcrittori,con cosi varie metafore fono (late nominate , che 
èQjjntiliano,equanti hanno Icritto , tutti da quello fonte polfonocosi 
in quella mareria.come in alrre infinite hauer cauato: Eccclfa domandò 
fa fcrittura la voce del Deuteronomio al ^.quandodifie. 

Et pronuntiabunl Lenita, dicentque ad omnes uiros. 

Ifrael e.xcelfa voce, MalediSus homo.quifactet fculptilc,&c. 
Metaforicamente con quello titulo di magna l’hà domandata più voi 
te, come quando il Signore in Croce, 

Clamami voce magna , 

Anzi la medefima altezza della voce con le parole grandi fu clprelTa, 
ne’ Proucrbij al 17.0UC fi dice'. 

Qui bcnedicit proximo fuo voce grandi. 

Et altrouc con la dittione valida: ouc nella fapienza al 17. della voce 
d’alcune bcltic dice Salomone, 

Mugienhtm ualida befliarum vox. 

Voce patria domadano tal hora le fcritturc la voce natiua, come quan 
do dicono ne’ Machabci.chc la madre di que’ figli Martiri, 

Sirtgulos illorum loortabatur voce p.itria, 

Vna voce fi domandano molte voci vnitc inlicme,comc inGiudit. 

Di xcrwtt omnes vna voce fiat fiat. 

Voce piena diccuaGiercmia al il. 

Clamauerunt polite voce piena . 

E có metafore oppotle, amara tal hora, e tal hora dolce è Hata chiama» 
ta la voce; Amara da Sophonia al primo, 

V ox dici Domini amara . 

E dolce nella Cantica, 

Vox enim tua didcis, &• facies tua decora . 

Tutte metafore così proprie, come fi fente.e così ben calzanti, che CO 
me dice Demetrio, peraiKientura le proprie parolc(fe fi troualTcro) non 
così propriamente cfprimerebbono. Della traslationc di quefta voce acu 

to,non 


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1 G 8 II Predicatore del Panigarol a 

to,non fidamente , fi fono fcruitc le Icrirture nel llnrimento generale, 
che dice Demetrio ; ma di più à denotare fiora la malignità della-» 
lingua , 

,jr Lingua eiu s acuta , 

Et hora la penctratione dello Spirito» 

Spiritai intelligenti# a ut us . 

Ne’Prouerbij al quinto,c nella Capienza al fcrtimo. 

Afpri non folo i coll umi chiama il Salmifta,ma afpre le parole, 

T^on timtbit à verbo afpero ■ 

Lungo ragionamento accenna la fcrittura,ouc dice. 

Fatta e fi longa concertano. 

Orationcs longai orantes . 

Simulantes longas orationes. 

E fimili.e quanto alle vite in quella mota fora, "che Cicerone lauda tan 
to,con la quale die untur gemmare vitef, fe à Dio piace è pure anch’tfia tolta 
dal le feri tture fiacre in mie luoghi, l’vno nella Gencfi al 40.011C narrali do 
il filo Pegno il prefetto de’ coppieri del Rè dille, 

f'tdebam coroni me vitem , mt[ua crani tres propagines crefeerc paklatimin 
gemmai , 

E l’altro ne’ Numeri al 17. ouc non di vite per dire il vero : ma dell* 
verga di Aarone,con lamcdefima mctafiora,fi dice che, 

Turgcntibut gemmit eru perant fior et. 

Di maniera, che da primo ad villino tutte quelle metafore, fi belle che 
Demetriodice , cheauanzano la proprietà ideila, celie dice, che dalla 
CÓfiue radine fono fiate formate, fono pure fiate cauatc dalle noftrc ferie- 
ture fiacre,1e bene non neghiamojche laconfuctudincancora,& il parla- 
re ordinario moltc,ebcllillìme nè formi alla giornata, «Scc. 


PARTICELLA 

C1NQJANTESI MASECONDA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 

S olrfoKtc tamen & *x»Sr ,’ tum de cor pare dicuntur , & mine , non per 
per translaùonem nominata funi, fed per fimllirudinem , quia bfcquidem 
pars pettini , bue autem claui ; illa vero verticillo fintili* ejl , 

. ’ j" : 1 * . . * 7 c 

tr. *• . *'• • 

i\ • . . * 1 . . ni 

41 . t . 

PA- 


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Sopra la Particella LI I. 16$ 

PARAFRASA 

Erciochcnon tutti i vocaboli, i quali iu aliene fé li 
fcruono pur propri; , quiui per trai lattone fi ritro 
uauo : ma molti per ti.npiicc lòmiglianza , che 
perciò metaforici non pollonoragioncuolinente 
chiamarli ; come gli l'pondigli,i pettini, c le chia- 
ui nei corpo humano,non per metafora così det- 
te. ma oer la li.nilitn. line, che hanno, con pettini, chiaui, Vertichi, 
tc altri mllroracnti &c. 

COMMENTO. 

N On fi trouerì per auuentura in tutto Demetrio luogo pii ) difficile di 
queflo, che babbiamo per le mani . ’hfpn mie* perle parole, che come fi 
tede affai chiare fono, & in riguardo di fé mcdeftme molto intelligibili ■ ma-» 
per lo fentimcnto . Perciocbe battendo di [opra detto ‘Demetrio, che molte me * 
taforxbe parole trasferite dalle [uè fedi fcruono nelle altrui , come proprie , in 
quella maniera che fa l’occhio della vite, e fimili, e dicendo bora che tali tutta- 
uia non fono, il petinecchio;del ventre, la chiane del collo ,e lo fpondiglio della-» 
fikiena, fc bene da tjìro iteriti conofcmuffimi fono prefti nomi loro ; non pare 
fe non dificihffimamcnte quale fu la cagione della differenza. ^ìnzi quella , 
cheafegna Demetrio, rende la cofa più ofeura, dicendo egli che queflo auuicne , 
perciocb e qu'fle tali cofe non per traslatione fono dedotte, come quell altre; ma 
per fimiltiudinc : E non hmeno fapmi'i noi , che tutte le metaforiche parole^ 
per frmilituiine fi tra orlano : E che il principale , anzi l’unico fondamento 
delle metafore ,è la fomiglianza.e la emuemenza. La parola Greca zpófiMor, 
come fi vede prefio à Teofrafio nrl libro 3 .della hifioria delle piante, propria- 
mente fi nìfica vn certo picciol legno informa di carrucola,che le donne metto- 
no nell’ima delle eflremità del [ufo, affine, che vibrato , e [cagliato con due dita 
dall’ altra parte U mede fimo f ufo per cag' ondi quel pefo più prcàpitofamente 
raggirando. fi meglio venga d ritorcere ;ò la lana, ò il fio : I Latini lo chiama- 
rono Vertebrali! futi , ouero verticillum , ouero verticulum , £?i» Italia 
le nofire donne fufa nolo, 0 vertutilo , lo chiamano . -4 queflo tale flromcnto 
perche nella e fhcmitd della [orna del tergo bimano fimiUffimo fi intona va 
afio , per queflo gli jtnotomifii, & 1 Medici detto 0 fio in Greco punito Y tv 
chiamarono J Latini Vertcbram l'pina: ,egli Italiani A venutilo. Mede fi- 
ntamente ***** in Greco lignifica tanto come in Latino clauis ,& in Italiana 
chiane , <JMa perche al c olle nofìro tn ofio fi tritona in quella flcfia figura, an- 
ch’egli **"< da Crtéà è fiato detto, e da Latini , t da ìioflri clau is, e chiatte, t fi- 
nalmente *7 int in Greco di proprio figniftcato figmfica peftcn il pettine , t 

nondi- 


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170 il Predicatore del PaniguroU 

nondimeno per fim'ditudmt, anche vna parte del notìro corpo de’ medefmi M- 
mi viene nominata , in quella Jlcfja maniera, nella quale l’occhio è vna parte del 
mflro corpo : alla quale pei che nella vita alcuna cofa rajiomiglia am h’ epa oc» 
chio fi domanda : E pure Demetrio dice che l’occhio della vite è detto per me - 
tafara,e clic tutte quefle altre cofe dette del corpo noftro chiane, pettine, e verri* 
itilo metafòriche non fono, ne per traslatione fi dicono, ma per fimilitudine, che 
diremo qui ? onde caueremo differenza fra quefle cofe per faluare la opinione 
di Demetrio ? E come accorderemo, thè alcuna cofa fia didatta pt r fimi Illudi- 
ne ,c non per traslatione ,fe il foto fondamento delta traslatione è la fimilit odi- 
ne ? Tutti quelli che hanno voluta vedere quella difficoltà, fi fono gettati à di- 
re ,che quefle voci pettine, chiane, vertutilo nel corpo , e fimiti non fono meta- 
foriche , ma cquiuocbc; perche fono fiate trafportatr per neccffità à ftgnificare 
alcuna cofa , che non haueua nome proprio 1 Et hanno fatta vna regola di lor 
capo, che quando tramortiamo alcuna voce d panificare vna cofa, che non ha al- 
tro nome ,qucflotr afpor tomento fu per neceffitd , e le parole trafportatt non 
pano metaforiche ; ma cquiuocbc: La doue quando trafportiamo parole d li- 
gnificare cofe, che già hanno il loro nome , e però fenza neccffità alcuna faccia- 
mo il trafportamento , ma per fimplice vaghezza , e per maggiore ornamento 
del dire,all’hora le parole pano veramente non equino, he, ma metaforiche: Et 
in vero quanto à quefto,che noi alcuna volta trafportiamo parole ptrneaffitd , 
& alle volte fenica neceffitd queflo è certo: poiché À quello ci pomo con - 

dotti, aggiongiamo noi : Che 1 trafportamenti delle pa 'ole per tre fini, e non per 
due foli fi fanno . alcuna volta per nccrffiti,t>cr lignificare cofe , che non han- 
no proprio nome, (omei vna fine/ira rotonda diciamo, occhio, & occhio pure di 
vite, e bocche di fi timi, e piedi di letti e fimili . ri II e volte non per neceffitd tra- 
fportiamo la parola ; perche nel luogo oue la trasferiamo vi è il fuo nome pro- 
prio, ma lo facciamo per dare maggiore chiarezza alla cofa , come diceua ‘De- 
metrio poco più sù , che l’inborridirfi della battaglia più chiaro efprimeua Ari- 
do re delle facile, e dell’ ano, che fe il medefimo nome proprio fifuffe adoperato . 
E noigijd afiai longamente habbiamo dimoftrato onde procede , che tal bora la 
voce metaforica dona maggior chiarciga,ibt la propria : finalmente tal’ bora 
tramortiamo voci d fedic altrui, non perche quiui manchi il proprio termine, nè 
per rifchiararelacofa maggiormente ; ma per dare maggior vaghezza, & or- 
namento al ragionare-. Come in vece di lagrime, diciamo pioggie,in vece di feu- 
do tagza di Marte, & altri tali; fi che tornando onde partimmo, che alle volte 
fi trafportino voci per neceffitd in luoghi, oue mancano i propri termini, & alle 
volte finga neceffitd, oue 1 propri termini fi ritrouano, quello è più che chiaro j 
che quelle parole, le quali fi trafportnno fenza nrceffitd,fiano metaforiche, an- 
che di queflo non v’è dubbio; ma che qutlle le quali per neceffitd fi tra [portano, 
oue non è proprio termine, non poffano chiamarli metaforiche , queflo i efpref- 
Jamente contrala dottrina, e gli ejftmpi di rinfiorile: Coatra la dottrina , e 
gli e fiempi di Demetrio : contro quel medefimo che fi tratta qud , e contra la 
ragione , chef e ne rende: rinfiorile, queflo è certo nella poetica fua infogna cbt 

metafo- 


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/ 


I 


Sopra la Particella Lll 171 

Meli fora di proportene è ; oue vna voce fi trafporta à fignìfcare alcuna cofa » 
cacciando la propria voce fi vi i /mero (noti fi quelìo)mettendola in quella fide ; 
•uè donerebbe tiare la propria fi vi fojje. E l'tjjempio è chiariamo . bercio- 
che fi diciamo, (dice iSfrifìonlt )quefla è la ta^za di cMarte, trasferiamo la 
parola ta \za m quel luogo di d’onde cacciamo lo feudo , ma fi diciamo , il Sole 
femina la fua lucepioi trafportiamo la parola fiminare à luogo ; oue ninna pro- 
pria voce fi ritrouaua , perciothe non vi i vocabolo proprio per fgmficart _• 
quello Spargere , che fi il Sole della fua luce : £ pure anche quefta ì metafora , 
e la voce fiminare, in ta. luogo è metaforica due ^rifiatile, dunque non è vero, 
che oue le parole fi trafportano per necejfitd , & ui luoghi , oue non ftano voci 
proprie, quiui non fia metafora , ma equiuocatione , Demetrio anch egli poco 
più su diceua , che delle metafore alle volte i termini fono cor, un ubili , Ci alle 
volte nò: e nella particella papaia addufje per metafore, chiara voce , huomo 
acuto, afpri coflumi , t fimili , oue le noci tutte fono trafportate per mceffiti, e 
tutte à luoghi ;<ue mancano i propri termini-, E finalmente fi egli dice sche l’oc- 
chio del' a vite i voce metaforica, e la chiane del collo nò-, perche i quello ? per- 
che queU'offo del collo non habbia proprio nome e quell’ apertura della vite _» 
non ha altro nome ; perche la metafora della chiane fia fatta per neceffiti e 
quella dell’occhio è per neciffità '• Dunque appare chiariffimo , che non è vera 
ebe tutte le parole trasferite per neceflità fiano equiuoche , anzi che molte tali 
fono metaforiche : e che però quella non può efjcre la caufa,per la quale le voci 
addette da Demetrio in quefìa particella non ftano metaforiche : Oltreché fe 
«gli mede fimo ne adduce la cagione , che occorre andarne cercando altro : Ecct 
quanto chiaro egli lo dice: Quelle non fono metafore , perche non fono fatte 
per translaciouctiijfed per tnmhtudnicm, intendanji qutfte poche parole, 
che cola vuol direqucfia àduerfotiua , non pirtnnsJationem, fed per fi- 
milituJinein, e ogni cofa i thiaraidUa l’ intender qui fio non è cofida ogn’u - 
no. Ricordiamoci noidi quello, che dicemmo poco prima, che fra due voci, le 
quali fiambituolmentt pofjano per metafora firuirevna all’altra, bifogrn che 
vi fiano due cofe,vna più principale, c l’altra meno : La prima è che tutte due 
babbiano elicmi conuenicnga in vna ter^a babitudme : la feconda , che incìse 
fra loro habbiano qualche inu rna fimilitudme. Le lagrime pofiono domandar- 
li piogg e, perche conuengono in quefio accidente , che fi come le pioggie cadono 
dal Culo, loft le lagrime dagliocchi ; ma hanno ancora qualche fimihtudine _j 
mterna,ptrchi e le 1 ne, e l’ altre humide fono , e bagnano -.Dora diciamo co fi , 
perche non domandiamo noi le lagrime neui de gli occhi noflri l perche fi bene 
le lagrime,e le neui hanno la conuenicnza,chc come quelle cadono dal Cielo, co- 
. fi quelle da gli occhi, non hanno però la fmihtudine, perche lune fono liquide, C 
l’altrt nò : Ulta perche non dico delle lagrime -, Quelle fono loglio de girne - 
chi miti ? perche fi bene le lagrime e loglio hanno in ver fi di fi la fimtlùudine 
di efier co fi quelle, come quello liquide, non hanno però la conucnieiiza efirinfi- 
ta nella terza habiiudine ; E per c fiere metafore bifogna hauere e luna, e l’al- 
tra : il che JuppoQo prendiamo bora due cefi , che venghfio fignificatc da vna 

voce 


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17 l il Predicato)- dcl'Tanigarota 

voce me de fi ma, che in vn luogo fia propria ,r n.u’attro nò -, qu r J io diciamo, che 
può occorrere in tre modi \ onero tbe quel e due cole habbiauo in verfo jt me- 
de fimo la cornicine n^a, e la limiti: uditi'-, ovro, che non babbi* no la conuenien - 
za, ma la [muli tubine palamento : onero ciac non habbiauo ni l uno , ni l altro • 
*Pcrtflempto pioggit e lagrime qucfle hanno c< nuenu nza nella tcr^i b bitta 
dine , perette come L uno dagli occhi , cefi l’altro dal Cielo cadono, t? hanno la 
funiliiudtne , perche tutte due fono liquide . Il Cane ma timo , & il Cane deU 
l' archibugio , qutfìe due cofenon hanno alcuna coniunitnza in i na terza habi- 
tudtnt, filamento per che quel ferretto pare , che laabbia figura di cane ; Veri 
non per conutnicnza,ma per fila fimilit udine viene dora andata anch'egli cane, 
finalmente la Ichuola, oue i anno i putti , e la fchuola che adoprano i tzfjitorì a 
non hanno ni conuenien za fi a fe flc/fi’piè ftmilitudine alcun t : E purea cafio di 
in foto nome vengono figmficate : £ cofi alcune parole vengono tra/portate 
per conuenun^a e perjimititudinc ; £ quefìefino mitafiaiche: ahuncnonper 
conutmtn^a,ma perjimilitudm,e qutfìe fono i quinot he: ah une ni per conue 
nienza,ni pi r / mihtudine,ihr fino( fe cofi può dirfiifi quiurch /finte 1 1 di que- 
lle vitine mn fi parli piu . Quanto all’ altre, Jt io diio parlando di Achille 9 
E ciati Leone, quefla voce Leone in quiflo luogo come e ? IJJaè metafi. rica fien- 
ai dubbio ; perche i ira/fioi tata à figmficart s) i bilie , pr. impalmine per lei 
conni nia za in vna tei za habttudine , che come l'uno cofi l'altro con impeto as- 
falta: Ma fe d’un Leone dipinto io dico , Ecco il Leune, quefla voie Leone in 
queflo luogo come et t fanoni più metaforica, ma equiuoca j perche i t ra- 
pportata a lignificare quefta pittura non per conuenimza , ma per fimilit Udi- 
ne ; Ecco Demetrio i.on per trans lationcm, cioi non peno fondamento 
della traslatione,thc i la conucnicnza;ma per fimilitudinem , per quella^* 
fila fimihtudme, che hanno la pit ura,(f il dipinto : E cofi la rego'a re fia chia- 
ra, che ouunque una parola da una co/a uiine t- afponata à figtiifuare un'altra, 
per conucnienza che habbiamo quelle due cefi in una terza habitudine , quiui è 
il nero fondamento della traslatione, che i la conuemenza ; € però quella tale 
cofa fi può domandare nominata per translationcm, e la parola i metafori- 
ca , <JMa douc una pa> ola uiene t rapportata da una cofa à un’altra , non per- 
che fra quelle due co feui fia conucnienza in una terza habitudine , ma perche 
fra loro ui fia folamente fimihtudme , quiui manca il uero fondamento dell a - 
traslatione-, t però quella tal cofa , come dice ‘Demetrio eft nominata non 
per translationein > fed per fìmiljtudinem , t la parola non i metafori- 
ca, ma equiuoca: fra l’occhio dcW'juomo, e quella apertura dilla vite , fi troua 
conuenicnja,c fimilit udine : Conuenien za , perche fi come per 1’oo.hio piange 
P bitumo, co fi per quella filila la vite, e fimilit odine perche in vero quella apcr - 
tura hd figura d’occhio : E però oue (fia fia detto occhio viene fi ridata la trafi. 
latici» fopra conuenimza, & e/la fi domanda tale per traslationem, e la pa- 
rola occhio è metaforica. <JMa fra la chiane dell’ufcio,c qui U’o/Jo del collo nin- 
na conuemenza fi troua in una terza habitudine , folamente la figura di quel - 
l‘ofio famiglia à -pna chiane, c cofi il verticello ,& il pettine ; E però oue que- 
ll* 


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Sopra la Particella LI I. 2 

gli off! vtngh'm detti , è cbiaui, ò verricelli , ò pettini >non viene fondato il tra- 
foortamento f opra conuenienza,che è L bafc della t rasi ' ottone ^ma {opra falla 
fola ftmilitudme . E ragioncuolmntc detti nifi pojframo dire, che \ engano no-’ 
minati coft ( come dice Demetrio) non per rraR$lationeu;,fcd per fimili- 
tudinem . E quelle voci ni loro non metaforiche fono .ma equiuocbe . Qurflo 
ì quelle che j occorre à mi , non da altri canato, eh da noi me defimi per intelli- 
genza di quello difficiliffirno luogo ; Che à Dio piaccia chejia come noi credi x- 
mo la neri cade ificffa,t il nero fallimento di Demetrio . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

N On ci vogliamo affaticare qui per rirrouarc nelle fcritture (acre, 
e ne* Padri Eccleliaftici differenze de* nomi metaforici , Acqui- 
noci : c di voci, le quali, ò per laconuenienza ancora, ò per fola., 
fimilitudinc vengano in aliene fedi tra(portatc:Nè meno à propofìto di 
equiuochi al noltro Predicatore vogliamo ricordare, quanto egli quali 
fcoglio habbia nel fuo parlare ad i felli fi re laequiuocationc.Percioche 
di quello più baffo tratteremo, ouc della perspicuità, e chiarezza del fa- 
uellare lagionerà Demetrio. Qua vogliamo fidamente auucriirlo,comc 
nella intcrprctationc de’ nono equiuochi, che tal hora nelle fcrittureoc 
corrono,egli habbia da parlarli . 1 quali di vnadi tre forti faranno : cioè 
ò tali,che vnodc’ lignificati loro catolico farà il Tcnrimento, c l’altro 
heretico ; ò tali che tutti è due i fennmenti faranno Carolici : ma vno 
più pio.c dentro dell'altro: ò tali finalmente, che tutti, c duci fcntiincn 
ti vgualmente Carolici è pi) faranno, & indifferenti . 

Per effempio quell.’, parola VfMÌteiltia , come dice San Grifoftomo nel- 
le Eputolaà gli Hcbrci al capitolo 6. duecofe eqinuocamentc può figni 
fica re, Ciò <bno,ò quella pemtenza,che fa l’adulto nel battelimo,ò quel- 
la, che è facra mento didimo dal batteiimo. Hora nel luogo addotto di- 
ce S. Paulo quelle parole. 

Imponibile cileos,qui fenati prola f fi [untata um per fenitentiam rtmeari. 

Nelle qu.di fc noi pigliamo la voce penitenza nel fccoiidoiignifica- 
to,chefiaimpoffibilc,chedoppoil batteffimo cade in peccato mortale 
Colmezodcl Sacramento de 1 la penitenza venga giti (liticato , quello 5 
Nouauano, A hererichiffìmo lèntimento,la dpue nella feconda fìgniri- 
Catione,chÌ doppc il bartelimo il peccato morrale.con nuouo batteiimo 
non polla più giuftificarli, quella ecatholica,evcrillima dottrina: fi che 
IVquiuoco qui è della prima fpccic in un lignificato fà fenrimentohere 
tico,e nel l’altro Carotico. 

L parola I[uab- in Hi breo,e Spirò mì in latino cquiuocamente lignifi- 
ca, ò il vento, o la terza perfona della trinità Santilfiiriaie Moifc nel prin 
cipiodella Gencfi dice. Spiritai Domini fere batter fupcr aqu.is , nemancano 
padri,! quali ccmeCatolico abbracciano il fcntiincn to, che per lofpiri- 
to venga in quel luogo figni ficaio l’aria. Turtauia più piofcntimcnto, e 
più conforme alla Chriitiana bontà è l’intendere quiul non l’aria , ma lo 
Spirito fimo : c l’iquiuococ fpccic di quelli, clic hanno tutti e due i fcn 
din cita Catolicijtria uno più pio dell’altro ; Finalmente ouc Giona s’ad- * 
Seconda Parte. S dor- 


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174 Predicatore del PanigaroU 

tormentò l'otto l’arborc,il nomedi detta pianta in Hebreo. 

Tanto cquiuoco, che alvi hanno tradotto cucurbita»!, altri hederam, alti i 
in altro modo : Ma tnttoeon fentimcnti vgualmcntc carolici, pij, & ìn- 
dìffcrcntirtìmi .11 noilro Predicatore, oue gli occorre vn equiuoco della 
prima fpctic hà da affaticarc,e fudare, c da mettere ogni fatica , & opra 
pcrmoilrare,chc il Catolico Tentimelo, c non l’hcrctico c quello di quel 
luogo: Come farebbe facendo intendere à gli afcoltanti ,chc hauendo 
S.Paulomcddìmoà penitenza admefTo IoincclluatoCorinthio,nópuò 
il medefimo hancre intefo, che la gitiftificatione per mezzo di peniten- 
za talc-fia itnpoffìbile, ccofc tali : Clic fc l’equiuocofarà della feconda 
fpctic, ben potrà dire , che anche l'altro frnmnc nro fi può adipe t tcrc , e 
procurar dittarne alcun frutto: ma ad ogni modo attengali Tempre egli 
al più dcuoto,&al più pio: Come fece San Balilio nella homilia z. del- 
l'ElTamcronc intorno alla cquiuocatione della parola Spirititi della qua- 
le habbiamo ragionaio,quando dilfe , 

Siue butte dica t Spirititi n aeris ridetteci diffufionem , cognofce tottus mundi par 
tcs connumei ameni ubi fetiptorem : *4 ut certe quod venni e fi, gr i noiirn mata - 
tibus lomprobatum, Spiritai Dei bic Spiritai fan fluì appellai ur. 

Finalmente le l’cquiuoco haurà lignificati indifferenti, in tal cafonon 
vi Itiail noilro predicatore: per farcii bello ingegno à difputarccon il 
CantellocontraSan Gieronimo fe la pianta di Giona fiaò Hellcra,ò eoe 
cuzza:o:fc l’animale di El'aia al indetto qui pad fia Eiicius,vcl Erm.uiuiuet 
Ltbonus,rcl nottua, o altra beftia : Che quello è vn puder tempo à bel di- 
letto, c voler fare dell’erudito fenza fiuttodcll’animc: e finalmente ciuc 
ftoèfareaponto il contrario di qucllo.chc à Cuoi ptedicatori infcgnoS. 
Paolo, quando à Timoteo dirti-. 

Stallai , & fine di fa pinta qtueFUones dettila. 

Et à Tito, 

Slattai auiem qu£[llones,& gencalogias,& contentionei, &■ pugnai legis deid- 
ta fimi cium inutile s, &■ vana, &c. 


ART1CELL 

ClNQ_yANTESlMATERZA. 

TESTO DI DE M ET R I O 

Tradotto da Pier Vettori . 


OFìquam autem imaginem , catrami atìo 
j | i FI, proponrre nobit ante oculos babi rr 
-VA. a diti Uliam ùatp adiunoamus '.aula tu 


ttione feccrimut , vt prtcdìflutH 
tmus breuitatcm,& vt nibll 
>9 plus (]nam adiungtmus : quia lune prò imagine coltati s tffet 
Tutti. a. ctu illud Xcnopbontis . dmfJtKÙav nnnàf incanii ut tuìnerur 

ftren. 


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>• 


Sopra la VarttceUa LUI, 275 

av^hi ìiÙTtìier yaipidr, vjp. oV#a»x riffa* . hxcemrn non 
magimbus ampliai fimilei funt,fed collationibu t Toeticii ; coll ut ione 1 antera 
bai, ncque fatili in pedefiri Oratione ponete oportet , ncque ftne fumma cau- 
ùone . Lt de translationt quidtm,quantum crajjomodo ducere licuit. 

PARAFRASE. 

Omunque lia , quello non vogliamo feor darci di 
auucrnre,chcouc per mitigare la durezza di alcu 
na traslationc noi vorremo farne imagine; l'opra 
il tutto lìaino breui, e ci balli aggiungere la parti- 
cella mitigante lènza più; perche altrimenti in ve 
ce di nnagini noi faremo comparatiom Poetiche, 
come quando Senofonte dille. 

Si come i giouani Cam, egenerofi,ma non eflercitati ancora nel- 
le caccic gagliardamente, ma non cautamente! cinghiali aflaltano: 

Così il gioumetto Ciro, tutto ferocita,e tutto cuore nei nemici irru- 
pendo n luna altra colà miraua,chc ferire. 

Et vn'altra volta, 

Come cauallofciolto, e dalla llallaufcito sbuffando, Scanitrcndo 
per le campagne lcorre,&c. 

Che tutte non imagini,comc diciamo furono : ma Poetiche com- 
parationi di quelle,lcquali nclleprofe ne fàcilmente dcuonoelfere 
admcflc,nc fen za grandillima cau tela; E tanto vogliamo, che ci ba- 
fli di hauere cosi alla grolla ragionato delle metafore,&c. 

COMMENTO. 

Q VcJlo è quel luogo del quale ragionammo di f opra nella particella 
quarantcfimafefìa,c dal quale dicemmo che fi cauaua , che le ima- 
gini delle quali quitti par lana Demetrio non erano le imagini del 
le quali parla ~ 4 riRetile , cioè le comparatiom : perche egli qud come fi vede 
tanto è Ungi da lajiiar fi credere , che le dette fue imagini filano le compar atto- 
rti j ebe più toflo diligentemente ci auuertifce , e he quando di traslationi faccia- 
telo imagini# procuriamo di efiere breui , affino che in vece di imagini non ve - 
nifjimo à fare (pmparationi ; £ già dicemmo chiaramente in quel luogo , che 
■alla metafora la tmagine non aggiunge, fc non ma particella mitigante , come 
fe in vece di dire, 

Ecco il Leone , che fe gli auucnta adio fio . 

Diccffimo , 

Ecco il Leone, fe co fi può dir fi , che fe gli auuenta ado fio . 

E tbe perfine di metafora comparatane bifogna aggiungere il nome del fog 

S 2 . getto , 

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27 6 II Predicatore del Pamgarola 


getto, e la particella comparatiua ,ccme dicendo , 

c_sf cbtlle con tanto impeto fe gì auuentò adcjjo come vn Leone irato hauef. 
fe fatto. 

Si che affai chiaro appare ehecofa voglia dire ‘Demetrio, quando ci info- 
gna y che nella imaginc dobltaino aggiungere la [ola particella mitigante fen- 
%a pilli, per non dare nelle fomparatioui . T^el medi fimo luogo , cioè nel com- 
mento della particella a & . (il quale fard bene ,1 he chi non hà cofi difafeo vedu- 
to , riueggavn tratto) diremo cbcui tremotìi fi fanno comparationi , come fe 
dice forno , 

Il Sole è come vna lampada. 

Ouero , 

Si come la lampada illumina il tempio, cofi il fole rifeiara il mondo. 

Ouero , 

• Il fole è come vna lampada , percioche fi come la lampada illumina il tem- 
pio , cofi il fole nfcht.ii ad mondo . 

£ di tutte quelle forti di Comparationi csfrìBotile nel quarto capitolo del 
terzo libro della Hjtorica tanti ([empi adduce, che inatti gli occhi diciafcuno 
le mette chiaramente ; Demetrio qua anch’egli due rffempi ne pcne( fecondo 
che egli dice ) ambi di Senofonte : H abbiamo aggiunto ( fecondo che egli dice ) 
po fiiache il primo fi truoua chiaramente ni libro primo della C.utpcdia ; ma 
il fecondo accennato da Demetrio , non fi sà cofi per aponto oue cglifia . t già 
habbtamo noi tu Ila parafrafe affai Ji (tintamente portato alla nofira lingua ela- 
fe un di loro: Solamcntenon vogliamo reftare di dire qua in propofito del fecon- 
do efjcm pio tratto dalla ferocità, con la quale [corre un caualtofcioltofi,& ufei 
to dalle Jìalle, che il il T affo noBro in vna Banza fua , cofi uiuamcntc ejprejje 
queflo mede fimo, che nulla più , con quelle parole r 
Come dejlrier fe dalle T^egie falle; 

Ou' ài ufo dd armi fi rifa ba , ) 

Figge libero al fin;pcr largo calle , 

Va tra glia- menti, ò al fiume ufato,ò à l'herba , 


Suonano i piè nel corjò ; L par ch’auampi , 

Li Jonori nitriti empiendo i campi. 

Olla di tali eomparatiuni , tutti i migliori poeti fono pieni : -A. noi due cofo 
reBano à confiderai c,Vna perche più d poeti, che à prefatori conucngano le 
comparationi . L’altra fe fono però cofi proprie de’ poeti, che nelle proft non 
debbano mai e fiere ritenute . Lsìàfiotdc certo e Demetrio ambi e due le chiu- 
mano poetiche , ma perche [uno tali, non lo dicono: T uttauia da vna regola vrù- 
ucrfale data da Arifiotile nel fecondo capo del ter^o iella (Retorica fi pub ca - 
uare la cagione, e di quello e di molti altri detti fuoi , Cioè, che al profatorc con - 
1 tiene ( co fa che non hà da fare il "Poeta ) afeonaere più ch’egli può gli ornamen- 
ti , c gli ar ttfiiij del dire,à farle vifte che il Juo parlare Jia naturale , e corrente $ 


Schergan Ju’l collo i 1 rim, e fu le [palle, 
Si fcuote la ceruice alta e fuperba . 





pcr- 


Digiti. 


Sopra U Particella Llll . 177 

ptrcioche oue gli afioltanti lo Amano pcHjato,&artifitiofo,i>ifofpeUifcono,cfe. 

W r iardano come da cofi, che Jia fatta per ingannargli : Dalla quale regoli 
molte cofi poffiamo raccogliere ; ma per bora qutfla,'.be eficndo la compart- 
irne da faggi' fi nella profa per e fiere orn. 1 1 figura,^ artificio fa , quanto pi u 
e meno faranno t alile comparationi , tanto più 0 mino batteranno da ifiere fug- 
gite m Ua proja: Ma non v'i dubbio che delle tre forti di Comparftiom,cfi, bab- 
buino nominate meno penfata , & meno artificiofa pare la prima, piu la fecon- 
da^ grandemente la terga,dunque perqueflo ordme medefimo ,fe rare volte è 
lecito admittcre la prima , muli più raro doniamo farlo nella feconda, e tarif- 
fine volte nella terza . La feconda cofa,cbe noi cauiamo dal detto d.^infiùtile 
è che le le comparatiom perqueflo folo ù fono proibite nella profa , perche ci 
leuano il fruito del pervadete ; dunque { e queflo rijpondc ambe al felonio que - 
fifa pnmip >h ) non à tutte le prof dtjconucngono ; ma à quelle pi inabilmen- 
te f cbe vogliono pervaderai, pero due foni di prole crediamo noi che finga fcru 
fui o le pofiano ticeuere, quelle che ingegnano, e quelle che narrano fauolojc cofe 
per dilettare Jemplicemente, e non per peifuaderc- Che le profele quali infe- 
gnano pofiano adoperare comparationi , io non voglio altro tcflimomo che De- 
metrio fìefiofil quale in queflo medi fimo libro in legnando bàgli molte volterà 
etiope rate comparationi.Scione alcune già parafinole da nói , 

In quella maniera nella quale l'indice della mia mano, (e infefleflo lo confi- 
derò pc> fitto membro i, perche è dito.ma fe m rifpctto della mano lo rijguardo 
di tutto queflo membro non è egli altroché vna puciol* parte. 

> Si come all bora fono fpauenteuoli le fiere, quando ritirate in vn nodo fi vede 
che fiatino per combattere , cofi contratto in breui claufote il ragionare più hi 
dtU’afpro ajiai,e dt W atroce. 

■ Quanto maggiori [entimemi in minore luogo flringono i detti dt Saaij, tan- 
to più Sauif appaiono : fu quella maniera , che ti tnarauigliamo ricordandoci , 
thè piccioli fimi d'arbori habbiano in fe rincbiufila virtù ai produrre àpio lem 
fo piante grandi. 

T ulte qucile,e molte altre comparationi fi trottano in queflo medefimo 
bro di Den.i tuo,ouc egli tnfigna,e non perfuade. t-. beltiffimo è quello che dirà 
bora di inflotOc Qae oue egli infogna queflo, ibe gli ornamenti Ituanu la fede ; 
nel medefimo luogo egli ftefio adopera i na campa r adone aggiungendo. In gufi 
fa che Jofpet ter ebbe vn (tenitore, che fi accorgete che il vinogh lofi e me potato. 

Siche fe bene ; oue le prof e hanno fine di perfaadef e non conuengono far fi le 
tomparadoui, quelle nondimeno che infegnano finga dubbio le admettonu , e la 
tagione èperebe quiui il medefimo, che afiotta intende che non per ornamento ò 
artifìcio-, ma per da r ehiarcgza alla cofi adoperiamo la compa ratione ut quella 
manica, ebe dicemmo di fapra , che aflebe le metafore molte volle non per ae- 
ceffiti fuUmentcad ornami ntofi introduceuano nel ragionare-, ma per dare eira 
re zza,e lume alle cofi che fi dicono :e nel medefimo modo anche oue enfi- fau-tlo 
fi diciamo, le qual/, chele finte sd che non vogltamo,ebe egli le creda, ma c'te fon 
phumcnte le diciamo per diletta' lo, non dijdicono tutti gli ornamenti J.l m 
l’arte Secoada. S 3 • do, e 


1 


ja- 


178 Jl Premiatore del PantgaroU 

do, e le comparationi infarticulare : come non difdifj'ero al Boccacci, tana- 
io la comparatane , che egli fece di fc flcflo alla polite della guata f 
babbiamo ragionato di f òpra : ma ne anche quella con la quale egli cominciò $ 
quafi il fuo libro-, quando doppo il proemio di/le. 

Queflo orrido cominciamento vifia non altrimenti che d caminanti vna moti 
Cagna afpra& erta, pre fio alla quale vnhtllìfimo piano, c dilettinole fta ripa - 
fio.il quale tanto più viene loro piacéuole , quanto maggiore i fiata del {alireo 
dello / montare la graue^za : E quell' altra in Ceriino. 

7 ^on altramenti che va Leon famelico iteli' armento digiouenchi venuto, hot 
queflo bor quello fitcnando, prima co’ diti, e con l’ unghie la ira Jatìa che la fame , 

1 quella in madonna Oretta, 

Come ne lucidi {treni fono le {Ielle ornamento del cielo , e nella primavera ■ 
fiori de verdi prati, e de colli i ritte Hit i arbufcelli, cofi di laudeuoli coftumi , e di 
ragionamenti belli fono i kgiadri molti. 

Et altre . Bafìa che oue le profe non babbiano per fine il perfuadere , non pte 
re che la regola di riflotilc vaglia per farcele priuare dell’ ornamento dplle co 
parationi . Ma anche in quelle,le quali facciamo per efier creduti, bi fogna hauer . 
diflint ione. Fileno per bora ò fono iRoricbe , ò oratorie, l’\ fiorito vuole che fi 
creda quello che egli fcriue , t l’oratore nel genere deliberatiuo vuole che fi fac- 
cia quello, che egli perfuade-, E tutti e due quefh hanno da afcondc'rt l’arte ; vue 
molto più l’I fiorito che l'Oratore ; E queflo l' babbiamo trouato in Demetrio 
ifìcjio tic Ila particella 20; oue egli dice che il periodico tfloriior.onhàà ejfere 
tanto ritorto, quanto l oratorio, perche quella gran tortura Ituarcbbela fede. E 
mi quiui dubuammo-JL che? dunque nell’oratore la mede finta tortura non leu e- 
rd egualmente la fede } Eia rijpoftafù : che chi Ugge ifìeria prtfupone tbcl’i- 
fìortco non babbiadafare altro, che da proporre fimplucmtte il vero, e la filar 
lo credere ima chi finte l’oratore, già sà che egli con ogni fuo potere procurerà 
di fardo credere quello, che egli narrtrà,ò fare quello d che egli rjoittrd, e pe 
ri noti è cofi nccefjam ad afiondere l’arte nell’ or adone, come ne ll’lftoria. Onde 
uh amo adefso d nofiro propofito, che fra quelle due forti di profe più deueno 
tjjcr fuggite le compar alieni Toetiihe della iflorica , che della oratoria : e già 
vediamo , che Dmct rio ni Ila i fioria nota , chefia fiata adoperata la compie- 
rciiune, come tofa,che molto di rado bi fogna fare,adduccntc non altri tfiempi , 
che di Senofonte: <sfn^i nelle mede fme or adoni il genere devtofiratiuo più ad 
mi turile comparationi,cbt gl’altri , perche in lui l’arte anche f coperta non in 
Jofpt tifie ale uno, concio fiacofa, che in quel genere nium può credere, che l’o roto- 
re uoglia, che egli cosi giudichiti così faccia : Et anche queflo ha il genere demo 
{iranno, (he in lui,più che ne gl’ altri fi admetterd capannone nel proemio ifief 
fi per quello , che nc dice c^Lriflotilc nel 14. del terzo libro della Retorica con 
quelle parole, così tradotte dal Caro. 

Ma la ricercata i filmile al proemio del genere demofieatiuo,che fi come i fo- 
natori fonando prima qualche bel gruppo di fant afta entrano {ucce finamente 
n. l tuono del motettofi del madrigale, che intendono 4f fonare-, così ncll’orutio- 

ne 


Sopra la Particella LUI. 179 

tu demolir attua , fi può dire da principio ciò che, fi vuole : (3 apprefjo intona- 
re , (3 lontmouarr il ragionamento principale , ancora ché fia di iiuerfa ma- 
teriali. 

Comunque fia, ni ^4 rifiatile >ne Demetrio dìffero mai, che nelle profe non 
potcflero riceuerfi le comparationi , ma -4 rifiatile difie , che l'ufo di lei è i tile 
anche alla profane bene di rado bifogna adoperarla, e Demetrio noflro dice, che 
non deue admetter fi nelle profe, neque facile, ncque fine cautione, la doue 
per le parole, neque facile, noi intendiamo, che le comparationi nelle profeti 
nondeuono admetterfi troppo fpeffo ; e per quelle ncque fine cautione inten 
diamo, che anche fri profe, e profe , habbiamo da hauere molta difìintione, di 
quale più è meno la ricerca: perche come habbiamo detto , alle profe, thè infe- 
gnanojc dilettano folamente, più cenuengono , che d quelle le quali hanno bi/o- 
gno,che fia data loro federe di quelle manco atte d ritenere tal figura fono le 
iftoriche , che le Oratorie , fi come fra le Oratorie , le dimofìrationi più facil- 
mente delle altre le comportano anche ne’ proemi ifieffi . 2(è però diciamo, che 
anche l’ altre forti di oratione,non lo pofjono fare . 

^4n^i quanto al cominciamelo ci ricordiamo he niffmo,che Monfignor dalla 
taft cominciò la Jua or ottone all' Imperniare con una ornata, e longacompa- 
rationt dicendo. 

Si come noi veggiamointeruenire alcuna volta facra tMaefìi , che quando 
è " Cometa , ò altra nuoua luce è apparita nell'aria il più delle genti molte al 
Qelo mirano told,douequel marauigliofo lume rifplende,cofi &c. 

E quanto alle or ottoni in vniuerjale: Di Cicerone mede fimo molte compar a- 
tèoni habbiamo dette in orationi fue. Come quella, 

VtaiuntinGrsecisartificibuseosauledosefle, qui Citharedi fie- 
ri non potuerunt,ficnonniHlos videmus, qui oratore euadere non 
potucrunr,cos ad luris fiudium deuenire. 

E quell altra, 

V* igitur in feininibus cficaufa arborum,& Airpium, fichuius lu- 
Auofòiuni belli femen tu fuiAi, 

Emilie. Sicberefla affai chiaro , che alle profe ancora conuengono le com- 
parationi ; purché di rado , e prudentemente vi fi fpargano '■ Et in queflo finifee 
Demetrio il trattato {fatto alla groffa dice egli ) intorno alle , parole meteo, 
finche. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

F Rcquenriflime pii chealrroue, habbiamo vedute noi, fono le 
Comparationi nelle fcritrurc noftrc Canoniche ; no folamente 
in quelle parti di loro che in verfi fono fiate fcritte, come nel 
fallerò, neTreni , in alcuna parte di Giobbe, e Amili, ma in 
quelle ancora che in fimpfice profa furono compoAc: Nè di vna fola ma 


nn o; 
A 

«-.imi) : 
. \ _ 


Il Vi 


'.ut 


iRò Jl Predicatore del PanìgaroU 

nirra vi fcne tnmm , mi di tute qti elle tre Forti delle quali nel Com- 
mento della particella -^.ràgiopamipo . Come ò con le cofe comparate 
fra fe fttfi'c folamentc come, 

11 Solc£ limili à vna lampada dei mondo . 

Ocon il fondamento della conucnienza fra loro come fc (1 dideflc. 

Si come la lampadapofla ouedic fia rifehiara tutto il luogo cut> 
elfa (7 mirila , cofi il fole nel mondo collocato tutro qucfto gran cam- 
po illumina. 

• O con l’vno e con l’almo ; come dicerdofì , 

Il fole è come vna lampada . Pcrcioche fi come la lampada portatone 
clic fi fia rifehiara rutto il luogo ruo fi rruoua; Cofi il fole nel mondo col 
locato tutto qtrpfto gran campo illumina. 

Nelle fcrirrure per clfcmpio, 

. Siiu’ vmb r J dia nosln / uni . 

Omni fcmo fi ntnn . 

Omnes gbirtaeiui fi wfìos agri. 

T rir qua fi hortus m \tans . 

Càfiui ialiti* dm quafi I mi mutria. ' 

’ Sicul faglila in manu fo.en is ila filfi extujforum. ' y - 

E cento.fomit* unti tutte for.o <k ila prima maniera. in. 

La doue qutftc a’tre. ,, 7 

Sicnt tcrj flofer gprmen fuun & fruì bonus fcrmn fmm geminai ,fif D#- 
tninm Deus ^er innubi! luiìmain & tandem coi am vitine fisgcmiLus. 

Situi igne probatur argentum fr auryn, camino ira coid.t pr< baiVcHiiuus. 

Frani eos fkut v ritur mgeu.wn &■ piotato eos fu ut pi ohsur aia um. 

Quemadihodwn defidcrat ceruus adfoHtes aquarwn iiadcfidcrai emina mia ad 
te Deus. 

E limili tutte pongono il fondainen to della corocnienza. E quanto al 
terzo modojfc bene non cofi c /pretta incute fene trouanojpoflbtio non- 
dimeno ridiniifiaTcunccomc. 

JmptjqKafì mare fèi uent , quod qnicfierc iwnpotcfl,& redundant fluQus eia s 
ittconiuLtitimm, & (ufium. 

Ermi reliquia Jacob in gentibus , in medio populorxm nnltorum-tqucfiUo hi isr- 
Pienti fihurum ,& quifi catulus leonis in grtgibus pecorum , qui’ curri frati ferir* 
■e concili aunit . & ff peni. non ci t , qui erudì . Suiti notte darnus art hueio de rm- 
Merfafiruiluracu andumtfi , et veròqut pmgere curai qua apta Juntad ornatum 
« xquirenda funtjtaafl nunJunj est (jr m tìcd'is .Ijchim malie (ium co(l>geie,cr 
«ramare fetmonem £r curiofus panes fingulas quafquedifqunere 0/10114 co*- 
grui’ autori . brem totem veròcLtlioru’ feUaru &• cxccutiones rerum vitate buuian 
si cprtctdendim eiU 

Er anche de Jc altre vi fi ridiirrebbono , c peranuenrara delle pili 
«fp rette fc ne ritroucri bbono,fé -I fnirró fotte per ettìfre vguale illa fati- 
ca : Hora lafoando qucfto che non riletta molro:trc cofe moltp più nc- 
<efEiric cerchia.-no in qucfto difeorfo: La prima fe nelle noftrc prediche 
«onuiene, che adoperiamo comparationi . La feconda fe nc'cotnincia- 
menri delle prime parti delle predichefi pottono admencrc . E final- 
lùcnrc fc viriofà Cofa fia il cominciare i pròloghi delle prediche da_. 
paragoni { E veramente quanto alla prima di aderte rrCco/é, quello che 
sabbiamo detto di /opra nel Commento, aliai facilmente ci Iena rgni 

dub- 


Sopra U Particella L 111. fi 8 1 

dubbio. Perciòcherc< »*c fijcfst a f nonché prole vtililfimc locom- 
paraiioni, &i tncdefimi Ariftotifc, &c Demetrio , ouc hanno infegnato 
frequcnrilRrtii hannb adoperar» i paragoni , ben dunquefarinno i me- 
delìini alle noltre prediche vritillìmi , delle qu^li iieflunafi tacita che ira 
-molte fue patri non inftgni. Scruteremmo già nel cornindamenro d’un 
ftrarratcllo.chc facemmo del modo del prcdicarc.quame maniere di pre 
• diebeii ritrouino;efc bene dicemmo che da fini loro altresì dice, che 
persuadono, altre lodano , altre infegnano inciafcuna di loro,npndime- 
no mi'chiare tutte quelle cofefiritrouano,in modo che niuna ve n’ha,!» 
quale non pi rfuada , & inftgni , c lodi . Santo Agollino ne i libri dell» 
Dottrina Clin diana ali'Orarorc Ecclefiaftico comanda, checgli in ogni 
liio ragionamento muofia,dilerti,e infogni: EtilPadteGranaca nel 4. li- 
bro della fua Retorica Ecclcfioftica per inoltrare, come in tutte le predi» 
cheli inf< <ma,dicc che anchein quelle, ncllcqualiilPredicatore Ita peri 
<ìi e di perftinderc la virtù, e difluadcie il vitio.ad ogni modo fatto que- 
■ftoc <miicne,che modutn doctat quo vel e a vtrruits aUioexequcnd.i fu, veltur- 
fisafliofkgienda. E da Plutarco apporta vn bclhllimo paragone, ouc egli 
dice c te. qui ad i irtutem adito» tantur, tue uancti doterà , tradiva eam fìntile t 

ijt futi‘y}ui, tuieruam qudem e otergwttìncc lanieri oleum tufundunt quo alij & fìt- 
tìcnuiipqffint. E per ifpcxienza noi vediamo, che vn.Predicatore, il qua- 
le pi 1 (u.tdliec.pcrcrfempio,à fùggire la Superbirò à Icguirc la humiità, 
e non infcgnailo alcuni rimedi pcrefequirc quelli fini, farebbe Come vn 
vn Medico , che Cptrato al letto d'uno infermo ben lo pcrfiiadclTe à vo- 
lerli rifiutare; ma niun medicamento ò altro rimediogli infcgnalfe, citte 
folfe per tornargli la finità. Infognano anche i Predicatori molte volte 
conclufioni fpcculatiue, come quando catechizzano, c dichiarano cole 
di lede e limili . Ma ordinariamente nelle cole pertinenti à coltu/ni m- 
-fegnanoi modi dia equi (tare la virtù, e fuggire il vitio, c pexconfegueitr 
te infognano come guadagnare il Cielo.elchifir l’Inferno: $i che cifcn,- 
do quali in ogni parte della predica congiunto l’ulficio ddl’infe giure : 
it à quello elìcndo vtililTimclcc.imparationi, ben lì può dutique con- 
chiudere, che dalle prediche nolìrcnon deueno elleno venire e felli (è 
per alcun modo. Tanto più che i mcdclinii ascoltanti le richieggono ,ì 
qual i,fe il Predicatore con fimilitudinc à paragoni non dichiara toro al- 
cune cofi ,fi dogliono di lui, dicono che non fi abbalfaa fcruigio.della ip 
m filur< : A: hormai pare che que’ Predicatori e piùvti li fiano,e p ù gra- 
. ti, che più accomndatamcntccon fimilitndinic paragoni diletta uo,ein- 
ftiuifcoii gli ascoltanti : Che fe c le ragioni,e la efpencnza non/olfero 
ballanti per farci rartcocrc i paragoni nelle noltrc prediche, d. uerebbt 
ad ogni n odo fai lo Peflempio di tutti gli antichi, e Santi Padri e Latini, 
e Greci, i qua i i Sermoni, le Nomili c, e le prediche loro, quali con gem- 
me in ogni parte con belle, & accolti «iodate comparatimi! articchiro- 
no a- che di quelle che longhilTìmc fono, e che Poetiche da Axnlotile.e 
da I Jemr’rio vendono ch'amate . 

Quem dmoriwn a> borei n oi « aleni fintini producete nifi bibant h umore m radi - 
■ cibiti , fu nei noi pseratu f utìwu 1 pniu. rimiti ejjegiauidi tufi prenota imgcinur , 
cofi dice San Gflfi»llo,:iionell’homilia7 j. 

, Sicur plvitaquidemituper bum tonfila fault rcuclletur- pr< mi-hutn mòtem- 
foris minibus firn aia i-vr.t dntr. £t >t cd$; iuk 1 tatua fuutiaunt.4 r t. tenti- 

Ì!:S 


/ 


a 8 1 Jl Predicatore del PanìgaroU 
ha facile jubucrtitur bene uerò firmatimi multa d murre conantilut prabei negotia', 
C ’T vtfera qutbui locis n.tètum tempora esl conuerfatadifficulter e.xpelluur, & fi- 
cutfebrit ab tuitio aggrejja non marna fibi labor anici exuntipoHquam autem tnua- 
luerit,& flammxm extuleritiiam fittm induca hnmedtiabilem. Qui vt etiamfi quii 
vt concefjerit vt potibui nnplcantur non extinguil fcd accenda fotnacem . Sic & in 
vttiofo acciiit ajfcBu , fifecirca primo) dumi in ammara noflram inferentem non 
prcbtbuerimus , ncque fora occlufcrmui tngrefjustam infambdem ntorbumfufce - 
ptortbus ip feri . 

Tutte aucftc comparano!) i infieme inculca il medefimo San Grifo* 
Homo ncli’homiliavlrima della penitenza. 

Quemadmodum torrente s ad corna loia àecurrentet fecum obuia quoque trabent. 
Sic & orato) um tmpelux violenti , & ira tattici omnia fimi licer percvrrtmt atqne 
«bruunt. 

CofidiccSan BafTIioin vn’homilia deira. 

Suut Sol nifi vibranerit fuper faciem temtmullus ex frufltbux crefcit ncque ado- 
tefcii , ncque mature feu , fienili per fidem ventai refuljent in amnabui bominum 
nunquam erunt acceptabilet cor am Deo . 

Cofi Origene jn vna Homilia in Giobbe . 

Quemadmodum aqua fi non certis canali um margmtbus dirigitur fed per area dif- 
fundttur planine»! euanefat . ita & rei per fermonis vafhtatem diflufa Ufi arem 
fallii. 

Cofi Gregorio Nazianzcno nella oradone 3. de Teologia . 

Quemadmodum lidem oculi ccrlum, & terram pariter ncquaqmm officimi » ita 
mundi an.ortó' Dei pariter in vno corde habitare non poffunt . 

Cofi Cipriano nel libro de 11. abufionibus . 

Quomodo in tbeatralibus fcanit unusatqueidem Hifbrio mene Herculem robulhit 
eflendit,nuru mollis in b' cnerern frangitura nunctiemului in Cybclcm > Ita &■ nos » 
qui fi de mundo non cjfemus, odiremw à mundo tot babemus pcrjonarnmfimtiiudi - 
ndt, q ho t peccatM-i . 

Cofi San Gicronimo ad Marcellam . 

Stcut aghi multo lolle pingue fami , & ficut oues baie paJU nitent.lta apofiolico 
fuceo paflafidetium pingue feti or alio . 

Cofi Sanc’Ambrogio de Cairn, & Abel . 

Sicut Solcm non utdet octdus nifi in lumme folit , fu Dominicum lumen non pi- 
teli uidere intelligenti a nifi in todem t untine . 

Cofi Santo Agoftino ad Orofium. . 

Sia* Sol codem igne aurum rutilai, & polca fumati ita fiub codcm igne eie flus 
p utgatur & peicator crematur . 

Cofi San Gregorio Papa nel quarto de’Dialogi. Se bene à dire il ze- 
ro è quafi (ouerchia fatica l’apportare cdctnpi di comparadoni ne’ ferirti 
de Padri,i quali à pena pedono venire aperti da nói , che paragoni e bel- 
Jifiiinijf frcqucntifiimi non ci occorrano . Tanti che hauendo Alardo 
Ai mftelrcdamo huomo pio, & dotto prefo adonto di ridurre tutte le fi- 
militudine de’ Padri in vn libro fiotto titolo di SeleRx fimtlitudmcs.&c. 
adai grodo volume ne formò , c non arduo à raccoglierle tutte approdo 
à vn pezzo: S. Gicronimo nel ca p. 1 8. in San Matteo didc quefte parole . 
Qucd per fimplex prateptum teneri ab auditorilus non polefl , per finiiktudinem 
exeirplaque haieatur. Et il Signore medtfimy, On.walaquebaturin parabola 
ad turbai, o' fine paratola non Uqutbatur illit . Si clic,chc nelle prediche no- 
V ftre 


So fra la Vorticella LIII » 28$ 

Are noi non habbiamo da fuggire le comparationi,anzi che con decoro* 
e fenza alfettatione Kabbi.imo affai frequentemente da valercene , que- 
llo è affai chiaro, conciofiacofa che, come dice il mede/imo Alardo . 

[Harum vfUs latifsime patet. adhibeturenim ad ornatura, ad volu- 
putem.adcuadcntiam.ad grauitatem. Nihil perfuadet cfficacius , nihil 
rem cuidcntius ponit o"b oculos : nihil affort venuftatis , aut dignitatis , 
autetiamiucunditatis. Nihil xque valer ad cxcitandura languentes. 
ad confolandum animo deie&os,ad confirmandum vacillante$,ad oblc- 
■òtandum faftidiofos.J 

Ma quanto alla feconda queftione fe nelle fteffe fronti per dir cosi , e 
nè gli ftelfi cominciamomi delle noftre prediche Italiane conuenga (co- 
me par c,chc moiri vfino) il farli fubiro da comparationi : à quello à noi 
non dà il cuore di rifpondcrc, fenoli iftabiliamo prima quale n^llc Ita- 
liane noftre Prediehelìa veraméte il principio,c d’onde 0 poffa dire, che 
incominci il corpo della predica. Fanno i noftri Predicatori quafi tutte 
tre coininciarnenti nel corfo della predica. Vno quando aprono la bocca 
la prima uoltaà parlare ( per dir cosi ) fubiro, che fono in pergamo . l’al- 
tro doppo haucr tìnito il prologhino,o prologho,o proemio, che domati 
dino,quandocomincianoquella,chc clli chiamano prima parte della pre 
dica . E la terza finalmente doppo haùere ripofato , c dato tempo per fa- 
re clcmolinc, o cofe limili, quando tornando à ragionare comincianala 
feconda parte . E già lappiamo, che quella ultima volta, cioè quello prin 
cipio della feconda parte non li può domandare cominciaménto di tutta 
la predica effendone già tcorfa la metà : Ma ne gl’altri due rcftail dub- 
bio . Pcrciochc oue mólti credono , che all'hora li cominci la predica.,, 
quando il Predicatore comincia à ragionare , & à fare il prologhi- 
no noi arditamente diciamo il contrario, che quel pezzo di ragiona- 
mento detto prologhino non c parte, nè memoro della predica, nè 
hà che fare con lei : e che nelle due parti fole , che ft guono confi- 
ne tutta la Predica, nel principio della quale hà da edere il vero c- 
ferdio Oratorio , e di mano , in mano tutte le parti della Orationc , e 
del ragionamcnto,di modo, che leuato quel prologhino rcfti cosi intero 
tutto il rtgioiumento oratorio, quanto i precetti dell’arte infegnano, 
ch’egli lubbia ad edere -.echi compone vna predica hà da farla nelle 
due parti fole cosi perfetta, e iiitera,che l’aggiongerui ò non aggionger- 1 
uiii prologhino non aggiunga ne fecrni alia pcrfetrionc , & alla intera 
forma di lei: Ma fc laprcdica per fe lleffa è intera fenza l’aggmta di quel- 
la particella, per quale cagione, dcàqual fine fi è egli introdotto il pre- 
metterucla ? doccafionc à giuditio nollroè tiara per accompagnare, con 
alcune pochc-parole la falutadonc Angelica, la quale vfano 1 Predicatori 
Cacholoci di recitare ingenocchuti , prima cheal corpo della predica 
pcruengano, oue c da auuertire,chc fe bene da vn poco di (eftipo in quà 
ad alcuni di noi Predicatori Italiani per non turbare l’auditorio col farlo 
prima federe è poi leuare , c paruto meglio fubito arriuati inpcrgaino il 
dirci'Aue Mana,c poi il prologhino. Fuori d'Italia nondimeno in tutti 
i luoghi prima il prologhino fi dice,c poi l’Aue Maria : Et in Italia anco 
ra, che cosi vfaffcro poco auanti è Monfignor Cornelio, c Monfig. Fiam- 
ma le Pr cdichc loro llampatece ne accertano . Nel quaJ cafo fi vede chia 
rament e, che quelle prime parole ac* hanno , clic fare col corpo dcllaa 

Predica, 


284 f/ Predicato)' del ‘Vani parola 

Predica, ne fi poffi no domandar proemi dell.» predica, la quale per fe 
fttfTaha poi l’dT dio Tuo: ma più tolto u vogliamo "dire cosi fono proe- 
mi della (aiutati» » . 

•Anzi fono così vi corpo medefimocon la fallitane ne, che «l> Spagnuo 
li li quali latinamente, n,. hanno ragionato , cornei! Padre 1 mg g!io. Se 
nktrijivon prologhi, e proemi Ifdimandano ima Sai utationei, e ù b ne di- 
corto.c' r è bene à tare, che Sdutathnesiflanafcaniurex 1 uun-cUo fclftjhui- 
tate vti lugMHtu de quo efi concio futura , non pero ad a m vie» le ìuinotcr 
uire che ad accompagnare la (àlutaiionr Angelica, e del rcllo intero fen* * 
7.Ù Itìrokfciamo ifltro il corpo del ragionamento: Noi aliti hora.che fu- 
bitoarriuati in pergamodiciamol^AueMariadi-quelli pro’oghin» all'u- 
fo fòpradetto non bifogna diré.checi fuuiamo, cquanto aquei tilgu.u- 
<k> potram rito, anzi de u remino non vfàrgli : Ma ad alcune altre cole gli, 
trouiamo commodi, e fra l’altrcad operare quello-, cheopranopreflo à 
mufici le ricercare inanzi à madrigali, che fe bene il madrigale per fe n e- 
«kfimo hà filo principio, fuo mezzo, c'fuo fine , e lenza la ricercata hà ii 
liio corpo intero: ò pure apparecchia grandemente gli animi de gii alcol 
ranci il muficr; ouc prima, che entri à fonare il madrigale, alcuna ricerca- 
ta,» fantnfia.ò gruppo vi prepone: Così fe bene fenza i prologhi ni han- 
no le prediche per fe (Ielle la loro integriti , grotta nondimeno grande- 
mente alla dipelinone da introdurli, ne gli afcol tanfi il prepor loro qua- : 
li ricercate>ò gruppi,! prologhini : In quella maniera , che diccuamo nel* 
Commento, che Annotile anche 1 vcn proemi tiratori), nel genere dc- 
moftrauuo permette, che tìano fciolti dilla mediana cangi emiri co J ri 
manente dcll'oratione à guila di ricercate inanzi à’mufici componimen- 
ti . e poi bifogna ricordarci , che tutti i ragionamenti , clic noi facciamo 
inanzi à moltitudine dipopulo promifcuoin Chic, te publichc, Se à mol- 
titudine di auditorio,fono in genere Agoni!! ico, e contcntiofo , con per 
ragione di alcu-no,chc contradica, che Hi quella maniera non fono le prc ' 
diche noftre Agonillkhe.cioc in contradii torio t ma in n (guardo dciJa_» , 
folta,e tumultuantcplebcjchcci ftà^fcnrire.per cagione della quale bi*»t 
fognatile il noftro parlare fia Ag«»nillico,c comcntiofo,cioè vcheincnte 
sforzato, e faticofo, e che affine di tenere à freno la moltittidinc.’chc fen 
te.fi affatichi,c fi sforzi.cÒine fe felle ndl’agone.c combattclfc : Di que- 
llo dire Agoniftico e contcntiofo 10 riguardo della moltitudine , che fi 
può anche chiamare concionale, e chccrordinatiodc'Prcdicafoii,vagio 
nò Arillotile nel iz. capitolo del terzo della Retorica : e conforme a lui 
ragionandoncancoranoi più baffo nel Commento della particella 109. 
inoltreremo piacendo ì Dio.chc molti in materia di ragionare grande- 
mente s’ingannano, perciochc vogliono rcllringere noi Predicatori for- 
co quelle regole dcll’artc.chc conuengono al genere non Concionale , e 
che conuettebbe anche à noi fe ragicnadìmo à pochi giudici , o à pochi 
Senarori.o à pochi huomini graui lòlamenrc , ne fi vogliono ricordare , 
che anche di opinione di Annotile, rdi tutti i migliori , troppo dmerfe 
maniere dalle ordinarie hanno da eflcte quelle diedero, chcAgonilti- 
oamente contentio(àmente>ò concionaJmentc.à lire pitofo e tumultuan- 
te populo ragionino . Il quale perche occorre, che bcnefpetfo fe bene ii 
Predicatore e gii in pergauio.c di già hà detta l’Auc Maria ,àd ogni mo- 
gio non cella per qualche fpauo di tAupo di itrcpiurc , e tumultuare » ne 

farebbe 


Sopra la Partitella LI IL a 8 f 

farebbe ragioneuole.chc n Predicatóre per tutto quel tempo taceiTc: ari 
zi quanto più egli taccife, tanto più in lungo > fi produrrebbe lo ftrcpico 
della moltitudine. 

Però ottimo rimedio è (lato il cominciare le prediche daprologhini 
per due cagioni, l’vn.i perche non hauendo quelle, che fare ponto con il 
rimanente del ragionamento,,fc bene lo ftrcpitantepopulo non finiflfe—» 
d’mtendcrgli,ad ogni modo non perde parte'alcuna della integrità del- 
la predica, e l’altra pcrciochc fono dii attillimi con non foche di gon- 
fio, di canoro, e di ftrcpitofo,che portano in fe ltefiì , quafi à 'fuperare lo 
ftrepito del popolo, e farlo quictarc.In quella maniera nella quale vedi» 
r moi banditori dell e gride,che doppo edere tutto>il popolo intorno à lo 
ro per Pentirgli, alfine che tutti quietino danno prima due,o tre cenni di 
tromba,c poi cominciano àpublicarc il bando : c quel Tuono della tro m 
baal (icuro parte non è del bando.eferue fidamente à fare, che quando 
il vero ceminciamento del bando fi fpieghcrà, di già Pedata Pia la inolti- 
tudinc.c quieta. Si che ( per ritornare horamaiionde partimmo) per tre 
cagioni duque fono introdotti i prologhini nelle prediche , Pcbene dal- 
la integri à loro fono totalmente diltinri: la prima per proemi) quali 
dalla Palucationc Angelica, quàdo altri la dice frà il prologhino.e la pri- 
ma parte: la feconda per allettare gli animi degli »fcoltanti,comc fanno 
con le ricercate i mulici prima , che entrino al Tuono del madrigilc:e fi- 
nalmente per fcruigio del genere Agoniltico, c conrcntionalc , cioè per 
quietatela plebe prima, che lì cominci la predica inquclla maniera» 
che con il Tuono della tromba vengono i circondanti quietati da bandir 
tori fr ma, che fi cominci il bando . A tutte quelle cofefonovtilifiimi i 
prologhmi.fc bene con fclTiaino,chc non fono nccdTari,c pcrauucntura 
ouc rÀue Maria venga detta Pubico nell'entrare in pergamo, & à pochi 
huomini graui.lì ragioni , onero quello , che parla di tanca antorita (la , 
che ragioncuolmcnte debba la fola prefenza di lui ballare per allettare 
gli animi, e quietare i tumulti, meglio faria il non valerfcne in alcun ino 
do. Noi certo che Tempre hnbbiaino detta i’Aue Maria fubiro entrati ira 
pergamo: doppo che habbiamohauuta la dignità Epifcopale habbiamo 
giudicato, che la prefenza non di noi ; ma d'vn Vefcouo in pergamo li» 
così rignardcuole da popoli, e così gr iuc in fe ftelTa , che non habbia bi- 
fograo di ricercate, e di cenni di tromba per allcttare, e fermare la molri- 
tudine,c però di prologhini non ci feruiamopiù in alcun Inogoteccetto 
quando alla prefenza ragioniamo del ScrenilTìmo Signor Duca diSa- 
u >ia,chein particolare ha meditato dcfidcrio.che ragionando alili non 
mi litiamo m alcuna maniera i prologhini. Suno eglinojquello c certo, 
•davnpezzAin quàarriuati à ranta finezza, e fonodiuenuti ciafcuni di 
loro per fe dello, vn componimelo così efquifito.ccosì elaborato , ch’io 
vadoimagmandomijChe molti fotto pretcflodi fuggire laollcntctione, 
.fuggiranno la fa tica,e che à poco à poco,lì dilli fcran no. Balla cho.oue 
vengano viari 4*111 per vna delle tre cagioni dette di fopra dcuono idopd 
rarfi : c quell che più fa à mio prupolito: Baiìoclu- dii fono cofa total- 
mente difg : unta d illa predica, non fono parte alcuna di lei : la predica 
fenza loro hà rurro il Aio Corpo compito: non manca ponto della fua in- 
tegrità: e per cortfeRuenza»qui ! lo Che cau Mino è quello, chechi rr.gid- 
na del principio dclìaprcdic.i propriamente, e cdatUineiitq par 1 judo', 1 

, non 


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18 $ fi Predicatore del PatiigaroU 

non dei cominciamcnto del prologhino bifogna, che Togli» intendere : 
ma del principio delia prima parte. 

Ilchc ftando cosi ; ouealtri hora ci interroghi, fe nel principio deila 
predica.conuenga l’adoperare comparationi, ò nò ; primieramente noi 
elponiamo la quellionc in modo, die erta non de’ prologhini: ma de co- 
nnneiamenti delle prime parti ragioni: e poi rifpondiamo.che haurndo 
Ariftotilcmcdcfimo.coine habbiamo detto nel Commento conceduto, 
che nel genere demonllratiuo fenza legge pedono edere i cominciamo- 
ti, & hauendo mons Signor dalla Cafa,andie in genere dcliberatiuo co- 
minciato da vn paragone : c rrouandofi in tutti 1 migliori dicitori le ora 
tioni per ogni parte (parie di quc/lobclli/Timo lume della fimilitudinc, 
à noi non pare inconneniente , che tal hora i veri principi delle rr/lro 
prediche, che fono quelli delle prime pnrti.dacomporationi fi facciano. 
San Leon Papa nella fronte, e nello Hello incominciamencp del fcrrpo- 
ne terzo della Natiuà del Signore , da comparatione fi fà in quello 
modo. 

Sic ut illafis oenlis voluptatem adftrt lux ifl a uifibilisàta cordibus fanisjctcrnmu 
datgiudiwnT^atiuitasSaluatoris. * '• < . :<! 

San Bafilio nella orationc quinta de iciunio, di vna comparatione non 
contcnto,con due incomincia in queflo modo, 

[ Imperatorcs quidr m cum exercitum in aciem educunt: adhortario- 
ne anteconflitium vtuntur,tara cairn vis eli exhortationis.vt fxpè mul- 
tos edam in ipfam contcmprioncm mortis abducat . Magiltri ctiam pa- 
Jeftrx,& hi ,quipucros inftruunt, cum fuos atlhctas ad ea certamina, 
qux in (ladijs fcruantur, educunt , multa in eam fentcntiam diderunt , 

J juod coronai um gratia (Ircnuelaborandum fìt , & profeti» itacos per- 
uadendo aflficiunt,vt multi non dubitcnt fanguinem fuum, cb vidìoria: 
fludium profunderc . Proinde & mihi, qui Chnfti militcs ad bellù con- 
tracos hoftes, qui aciem oculorum fugiunt in/lrucre, & athleras pietatis 
ad iuftitix coronas per abftinentiam preparare cogito,necc/Tc eli cxhor 
tatoriam orationem inllitucre.] 

Che fc Leone, c fiali ho , & altri cloqucntiflimi Greci, e Latini, le loro 
Homilic, 8c i loro fcrmoni hanno molte volte incominciato da compa- 
rationi, non Tappiamo noi per certo quello ,cheè dato conceduto à lo- 
ro.vfandolo noi con gran difcrctionc, e cautela, per qual cagione non 
debbia altreli eflcrc pcrmelTó à noi . Monfignor Cornelio nella prima-, 
predica /lampara , cominciò la prima parte con comparatione di- 
cendo. 

Si come in vn gran prato pieno di vaghi,& odoro/i fiori, 

E quello clic leguira. La medefimacofa fece egli nella prima parte.» 
della predica della Vigna; oue dille, 

Si come nelle publichc felle, quando tra tanti altri piaceri, &c. 

LallelTa nella prima parte della predica della giuftificationc con», 
quelle parole. 

Si come le viuande laute c pretiofe , 

E ciò che fegue : Nè però Io fece fempre,nè fenza molra dilcrctione : 
Che à dire il vero chi troppo foucntc lo facelTc, à noi non parrcbtt-» 
che facefle bene : E di più , fc altri doppo liaucrc da Comparationi co- 
minciatoli prologhino, pure da comparationi comincia/Tc la prima par- 
te» 


S apra la Particella LI 11, * o~ 

ic.perauuentura errerebbe : Onde è auuenuto che effondo noi IL a e- 

tre non fi troucrà mai, dico mai eh,- in , 1 ^,,». A-. _ TP ? c tra 1 aI 



. pure ne 
cominciato la pri— 

(ircSiciic fi pV^anour'horaconcedcrcTriirfiT 16 ?C!lC ^ r ' nC *^^ 

^ cr< ! ragioncuolmcntc che ci”o d^cUmVptT^Hcrcfl^^pcrTfculadi noi 
mcdefiim , «feudo noi f.mpre no' «ri P priS j‘,i c 

1 C r nC r e "" d '" C P r “'F"" tari'nol.o verecundi !cdi- 

mtm.c non lutiti. Joui mai pure vna volta fola polle comparaiioni. Ma 

S c ? n fdliamolil,e,.rn,en.wi.cad 

ri^ P Mi, <?*,„ lo chetino rutti ip:ù eloquenti huoinini della Fran- 
cia , e della Spagna : e ad imitinone di quello , che poco innanzi à noi 

hanno fatto i piu cek brati dicitori ddlaitalia, noi ancora da pafaooni 
habbiarao IpelhUimc volte cominciati i prologhini . Anzi come ha°nno 
fatto, e come fanno quelli , cofi noi ancora oltre le comparationi lun- 
ghc,c poetiche,chc vi babbuino porte , vi habbiamo di più e nelle paro- 
le, e nelle figure, e nel numero, cin tutta la teltura loro admeflì modi di 
dire piu tronfi, piu fonon, e piu lurtunanri , che à modella , e vcrecunda 

C °T‘ enc 1 peperò, ò quelli che da noi fono 
ftan imitati, hanno fatto male, ornale confefiiamo di haucr fatto noi: 

Conciofi acofa che quell! non fono principi; di predichine parti foftan- 
tuh loro: <k hauendo à feruirc per ricercate cefi admetrono ogni forte 
di ornamento : Come hauendo i feruire nel dire Agoniftico pfr fedarc 

l < S^ano P rh?ll e i POp i 1 r ,bcn Conuicnech ecofi fonanti, e quarti ftrepi- 
tofi fiano, che badino a fupcrare , e vincere il tumulto della moltitudi- 

dicono che venne à Bologna vna volta vn humamrta, il 

FFloo n/nriin ’ M PP °r la fjtt A’ P cr . Pcnt,re predicante in San Petronio 
L E ‘‘ T,r A m,no . Monfi g nor Cornelio: E che fra la quali inni, merabi- 
n ’ che empma quella vaftilfima Chiefa, ertendo anche egli 
flato vn pezzo ad efpcttare, che Monfignorfaliffein pergamo , quando 

egli finalmente falito da vna jomparationc incominciò, non cofi torto 

foni il buono humamrta vfeire la parola Si come, che fu la prima, come 
cgh fpintofi la gente d attorno, e con molta fatica vfeendo della moiti- 
tudine, Sili cji, Smctl, comincio à dire : Quello mi bada, non ne voglio 
piu : cominciare da comparationi eh ? hcofe limili, che non furono'ba- 
ftann per rimuouerc pure vn’huomo fole dalla predica di Monfignorc ; 
ma fi bene per far credere à molti non più intendenti di tanto , che Tin- 
humamrta, o fpintato forte , ò hauerte fermo . E veramente fc^ 

egli hauerte faputo quale e il vero principio delia predica : E chedirtc- 
““f? % c f c a »l ragionare oratorio fimplice,&il concionale : e finalmente 
qualcelufode prologhini innanzi alle prime parti, forfi entrato non 
rr'irhr-frT “ nta ‘ ,na ?* a * Vn ’ altra Sacerdote dotto , & eloquente di vna 
rv rr« - ì-vl‘ n r* C P' J f?! ma 5°™P a 8 n . , a di Religiofi in vna oratione bella 
ccrtq.c dcgni |s ima di laude che egli fa de Rhcrorica difcenda.al propoli 
to di ehi ragioniamo dice cofi, * K 

bufdAm 


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i88 fi Predicatori del PdW^reU 

bafdam caufts > qui non mabocrtn>fàf}ci* diccndi yo>.«M adepti -ftvcl hoc mum 

dica pi°lia,comc fi Hcuc.il cominciammo He Ila prima parte, e gl., ice i! 
v‘ro, pcrcioche fc bene alcuna voltai! ci m rcwnr d. tre pnm.P rada 
d magoni non difconuicne,nondimeno ,exordntfcmperab M^fi’nilnuh- 
l'c non illarcbbe bene: Ma fc egli de* prologhim intende, ec in quelli 
ancora gli fa naut'ca il fencirgli cominciare d eomparatiom-, per certo 
clic egli ha lo ftamaco molto di bole.c troppo pronto al vomito: h quel 
poueto predicatore fu ben difgratiato , che eilendo pr rogni altra parte 
atto ad acquiftarc non mediocre gloria di eloquenza , per hmete Sola- 
mente cominciato da compagnone i prologhi , perdette coli lubito l 
giuditio di quello padre, quanto per altro fi porca acquidai c: ma quello 
fono d d le difgratie , che occorrono in quello mond- . Noi fra unto 
ftracchi hotamai di ragionare più oltre di quella materia , quali pcr li- 
gillo di lei vogliamo fcnucre qua folto vno de no llri prologhi , ouc de 
prologhi med'climiragionammoalla presenza del Signor Duca diSa- 
uoia , quando l’Altezza fuaci fece intendere come dicemmo d. (opra, 

che ci piacelTc di ripigliare il tr.iUfaato vfo del fare i prologhmi : Eoi 

, colo . Quando già recatali in braccio fua viuola.ò cetra.e già di lei rem* 
orate Icminugi dalla mano di lui pendenti, con filenzoi circondanti al- 
tro hormai non attendono, fc non clic dia principio il Muf co gentile al 
fuo concerto . Se bene non e dubbio , che quel componimento, motet- 
to,ò madrigale, ò quale e fia ch’egli nel cauo legno ha da intonarci co- 
me fine c mezo, coli cominciamento ha per le de fio jChi non sa nondi- 
meno, come à quel principio quali vn’alrro principio accomodando, 
trafeorre tutte il fonaror le voct.tutti que’ talli tocca.tutte quelle minu- 
gc và tcmando.mtte (fe coli li può dire) follctica le corde.nc prima vie- 
nc all’opra , che egli ò gruppo , ò fantafia , o qualche ricercata habbia-, 
preludia? Il Cauaglicro ancora, che llà per dar carriera al palafreno . 
prima là fu le mode lo raggirai volteggia^ poi fenza framezzo diritta- 
mente lo didende al cord»: E il lottatore cfpcrto già vicino, già vicino 
al nemico, pria che à più Uretra pugna fi commetta con certi llcndimen- 
ti delle braccia, del tergo, alla ft tura lotta quafi fbrmaprduAo.epoifi 
azuffa . E nello (ledo modo. Tutti 1 ragionamenti, che da maeftra ma- 
“ovengonfatti in fc medefimi hanno fenza alcun fallo, e i fini.c , mez- 
zi,&i principi Tuoi: E pure à que’ cominciamomi , nuoui ìncomincia- 
mcnti agmuLe molte volte il dicitore ; E quale òfp.anata alla lotta, o 
eiro nelle mode: ò ricercata al camola il proemio . Lcgtadra, e gratio- 
fa cofa : Parte,c non parte del ragionamento : Membro, c non membro 
dcll’oràtione : Principio , c non principio al dire : Capo , c non capo al 
corco : Che prepara la lena al dicitore : che difnoda la lingua al ragio- 
nante- Che comanda filenzo alla concione: Che guadagna attenti o- 
ne ne gli afcoltanti , che docili, c benigni ce gli rende: E con egraue 
lue arriua hormai rant’oltrc.che fenza lui, fennr ragionamenti Principi 
emincntifsimi non vogliono : Nè io quanto à me , quello che V. A. pu- 
re accenna, ò voglio , o debbo , ò podo non volere : Tan to piu che quà 
entro feorgo ancora ò mio Dio alcun feruigio tuo : pofciache coloro , 
che quel gullo non hanno, che doucrcbbono haucrc delle lue adegua 


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Sopu la Vorticella LIII. * 8 9 

quello allettamento, quali con l'orlo inzuccherato al vale : prenderai» 
forfi con più ageuolczza i falutari tuoi medicamenti. Fra tanto. Ecco 
ventura mia.Sercnifsimo Signore,chc mentre tratto di volcrui vbidirc, 
iVho vbediro . Mentre di feorro di doucr far proemi, ho già fatto il 
proemio,& hauendo incominciatolo ricomincio. 


PARTICELLA 

1 % C1NQVAN TES1M AQV ART A. 

1 TESTO DI DEMETRIO 

• • > » ; 

T ridotto da Pier Vettori. 

Vmere autem oportet (3 ìunfta nomina, non tamen ditbirant- 
borum more eoncreta velati ©«o7i/>*T0(/r neque T , 

Arpuii J'ipvTvporrpg.TÒr fed fimtlia illis , qua d •peritate com - 
ponuntur-.invniucrfumenimbancnormam facis omnis no - 
mmum conformattonis i<u dicentem Et tftnixTW» 
& huìuctjmodi alia multa tufo com ponentem. 



PARAFRASA 



Eruiranno alla nota magnifica ancora ie parole 
giunte, raddoppiate, ò compofte che vogliamo 
dire; fetali cotnpofitioni di nomi non troppo au- 
dacemente àguil'a di Ditirambici formeremo, Co* 
me quello, 

Gt*T$fà.7M( oKÓPdf 

Deimiragulati viaggi . . > 

E quell’altro , 

Arpvtìofvvnpir ffgrrat 

L’halhnfuocatoeflercitodelleftelle. 

Ma con quella inodeftia,con la quale la confuetudine fteffa la fuol 
ferc.-che all'vltuno anche qua per regola altro non aflegno io che la 
iinitationc della confuc tudine, Vedendoli egli troppo chiaramente 
io quelle parole, 

r»(ue9« T*r & ppxnUrorof 

jLegislatori>& Architetti, 

Parte feconda. T Efo- 


290 Jt Predicatore del Panlgaroh 

E fomiglian ti, quinto ficuramente, c quanto modeflamente Con» 

• ponga l’viòjlcparole inficme. 

COMMENTO. 

D icemmo nella particella 44. tre cofe fra l’altre file quali è bene che o 
richiamiamo alla memoria in quello luogo: la prima che due marne • 
re di parlare fi ttouano , ma ordinaria, e l’altra flrafordtnaria,e che 
tiafciuna di queSìe è di due forti , perche l’ordinario parlare ,ò ì comune , ò è 
fcielto ,elo Rrafordinario,ò è virtuojo magnifico , e comportato dalle projfe : à 
vitiofo , tronfio , e poetico . La feconda che parole fi trouano fimp'ici , compi- 
ile , doppie , triple quadruple, finonime, equiuoche, generiche ,fpecifiche,e con 
l’vltima diu 1 fione di i^yfrifiotile, proprie fftraniere, ornate, metaforiche ^at- 
te , allungate , afihorebiate ,& alterate . La terza che al parlare ordinaria 
comune conucngono le parole nofirali , le {implicite compo ile fatte dall'vfo, le 
finonime,le equiuoche, le generiche, le fpecificbe,& alcune metafore pure intro- 
dotte dalla confuetudine ; Il parlare ordinario fceltodeue efiere di voci proprie , 
f peci fiche, e metaforiche : oue àgli Urafordirurij tutte le Slrafordinarie parole 
conucngono, come fono le Straniere, le metaforiche, le congiuntele fatte, e fimi- 
li;ma con qucfla diflmt ione, che fe di rado e con giudi fio faranno adoperale nel- 
lo flrafordmario,virtuofo,e magnifico potranno feruire, altrimenti vitiofa ren- 
deranno la profa poetica,& ara fu! la fa. Hora trattando Demetrio del tergo ma 
do di parlare-, cioè della nota magnifica e grande, che è il parlare Slrafordmario 
v ir tuo fio : anch’egli va mofirando che le parole ftrafordinarie gli conucngono : e 
però doppo hauere ragionato delle metaforiche , parla delle congiunte, e rad- 
doppiate , per dover poi parlare delle fatte , ò finte che vogliam dire : eJMa noi 
prima che à dichiarare la lettera di lui ci mettiamo, intorno à tutte levocifira- 
for dotane, in fiume vna difficoltà non picciola,e da altri non tocca vogliamo prò 
ponere,e feiogliere: Cioè come auucnga che dicendo e^fnfìotile nel fettrmo ca- 
pitolo del tergo della Retorica chetali voci flrafor dinarie in tre cofe fole de- 
ueno adoperar fi, nell’affetto, & oue fiano impadroniti degli auditori, e nella fro 
nia , Demetrio dall'altro canto in queflo luogo fenga altra difhntionc alla nota 
magnifica le conceda, ri Slot ile nel 1. capitolo del tergo libro della Teorica 

parlando delle voci flrafordinaric,& in particolare delle doppie , delle Stranie- 
rete di quelle ^che di ninno fi fanno, dice così , 

Coinpofitis,atqueiceracisnorninibus, & firtitiis, raro paucis in 
locis vtcnduai ; fed v bi dteemus poftea ,che il Caro traduce cofi : Douema 
au iter tire che ci hauemo à feruire di pochi di quelli, che fi chiamano delle lingue 
& compo Sii, & finti: Et feruircene rade volte , & anche in pochi luoghi , & in 
che luoghi fi diri poi . ■ Che perauuentura fu come iSì'imano tutti nelfettmio ca- 
pitolo del mede fimo libro, paffuto il mcggo;ouc parlando di qutfle mede fune 
voci « driSìotiledicc , che alla oratione poetica conucngono , & oue fiamo impa- 
ci- di orliti 


Sopra la Particella LI I IL 191 

dr oniti de gli auditori è nell'Ironia . E le parole del Caro quiui fono tali . 

Guanto à quel che Pi diceua di {opra de nomi , l’vfar più Epiteti , e più com- 
polli, e voci forafliere fi conuiene fpetialmente al dire ajfettuofo . Tenioche 4 
vno adirato fi comporta facilmente, che con parole doppie dica che colui , di chi . 
parla fofievno fcaue^zacolio,ò vno fqua{Jaforcbe,ò con parole forafìiere , che 
fofscvn vigliacco, onero vnmeccianteiSipuò fare anche quando già ci fiamo 
impat romti de gli auditori ò che gli hauemo fatti alterare, ò con lodargli, ò con 
vituperargliyò con irritargli, &c, E poco più giù, Bifogna dunque vfargli ò ne’ 
modi che fi fon detti, ò per via dì Ironia come faceua Gorgia, e come fi vede nel 
Fedro . E veramente noici ricordiamo molto bene , chequà efpofitori di De- 
metrio fiatilo , e non di^iriflotile . T uttauiapcr intelligenza di quello conuie- 
ne alle volte dichiarare quefìo: egli come ogn’vn sà,tre forti di orationi confìh 
tuì Entimema! ica , Tatbetica , e (JMorata : la prima oue l’oratore con ra- 
gioni procura di persuadere da feconda : oue cerca di fare il medefimo con ine - 
Pare tali, è tali affetti in chi fattela terza moflrando tali , ò tali coflumi inft 
mede fimo . L' Enfimi malica à «offro propofìto nonfà per hora.Dclla c Mo- 
rata diciamo che in tre maniere coflumato fi può dimofirare vn ragionare :Tri 
mier amente perche egli fia modeflo , honefio , e tale , che à chi [ente non pofia^o 
dare fe non mflruttione , & efiempi di buono coflume : E* in queflo cafo fe io di - 
ttfie , Dio è morto per mi -, la fi lo fo fia, è vn altiffima cognitionc,E fimtli tut- 
ti e parlare morato , perche è di cofe bone fio , e ctflumate. 7 {el fecondo luogo, 
morato fi dice vn ragionare quando per lui ma alcuna cognitione dell’ intelletto 
«offro moflrano , ma alcuna inclinatione nella «offra volontà ;nella quale ma- 
niera il dire Dio è morto , la filofofia i co fa alta; Quelle non fom morate claufo- 
• le, perche fono propofitioni fpcculatiue : ma morato farà egli btnell ragiona- 
re, oue vna dica , il rubbare è vita fanta cofa ,non certo morato nel primo mo- 
do , anzi lontra ogni buon coflume ; ma net z. perche non farà prepofìtionCj 
che ma fin altro che alcuna inclinatione della volontà di chi parla. E finalmen- 
te net g. modo coflumato farà lì ragionare , quando non folo moflrcrd , incli- 
navone d’animo, ma inclinatione decora 4 chi parla propor fumata, e conueneuo- 
lt:Di modo che fe introdotto vn ladroncello dir duella cofa è il rubbare; mora- 
ta faràquefìa propofitione nel primo modo , perche infame : ma nel fecondo , 
perche moflrarà inclinatione d’animo, e nel terzo perche inclinatione conuenien 
te 4 chi ragiona : la doue (e vn filofofo , ò nobile la dica , non farà la propofitio- 
ne morata nel primo modo, perche vitiofa;farà nel fecondo, perche moflrerà in 
tlinaftone,non farà nel terzo, perche la inclinatione non farà degna di fauio, ò di 
ben nato huom»,il quale fe in contrario diceffe che gran gu fio fi {ente egli nel do 
Mare à chi merita, quà in tutti e tre i modi coflumato farebbe il ragionare . Del 
primo di qucfli modi parlò ^triftotile nella particella pi. della Toetica;del 2. 
nelle parti qualitatiue della Tragedia ;delter^o nella particella 77; oue tratta 
le quattro condit'ioni del coflume. La Éathetica or atto ne poi, la quale è quella . _» 
thefà bora per noi , anch’tffa in tre modi viene intefa , & vfata da gli autori . 
’Pcrciocbc alle volte per Tatbetico ragionare intedonovn ragionare, che fia pie 

T 2 noti 


Sopra la Particella LI III. 2 9 j 

- F doppo molte delle fuefauie parole pure il pacificò . Et al t rotte :Tt in quelle 
tali ironie dice *4 rifto tile, che l'vfo delle parole flrafordinarie non difconuicne : 
Come dice egli che mfcgnaua Gorgia, e come dice che vsò Socrate nel Fedro: 
E come efiemplifica Mefier t^4le fi andrò TiccoLhomini,cbe non tflarebbe ma- 
te à fimile occafitone , fie hauendo noi conmolto filomaco prima moflrate le rapi - 
ne,&i facrilegij fiatti da alcuno fin vn tempio di chi ne hautfije hauuto cura,fog- 
giongrffimo poi : Eco fi vedete quanto habbiate da venerare cotelìo (ulcnJififiimo 
T emplicufìode . Onero fie Intuendo fatta chiara la mala vita d’m prelato con - 
cludefifimo , Ecco Arcbifantiffimo pafcigregge,£ famigliami . A rifilatile pure 
nel penultimo Rapitolo della Retorica mette molta conformità fra il ridicul», 
eia Ironia .Eccetto che dice che la Ironia bà più del gentile , e del nobile che il 
ridiculo : perche,chi dice Jronia motteggia perbeffarfì , e pigliar fi piacere egli 
mede fimo di chi che fta, la doue il buffine dice la fcurrilità p dar diletto ai altri : 
Comunque fia anche nella oratione vi è luogo alle facetie dice ^Arifìotile,&al 
ridiculo, fecondo qurllo che infiegnaua Gorgia, il quale voleua che quando l’ad - 
uer fario noilro ctjlrigneua con cofegraui,e ferie fin modo che dubitauamo di ri- 
manere inferiori, fi douefifimo gettare à i motti, alle lronie,alle faceti e\ & à ri- 
dienti, per diucrtire gli animi dalle cofegraui,e fargli più attenti alle bu rie che 
à i meriti della cauta. Ffiel qual cafo,vero fard ancora tutto qllo che A riHotilc 
bà detto delle Ironie: E così farà lecito vfarc ogni forte di flrafordinarie, e cètra 
fatte parole, tume nella fua tipologia, e ne’ mattaccini vtò il Caro, bora per 1 r» 
tua l’Arcifanfano delle lingue, il Camerlingo dell’ortografia. Hora per buffone 
rie. Otta catotta , Barbafiforo, fanfaluche, e cento di quefti. Et il Boccaccio mede- 
fimo nelle oc cafoni ridiente, e di Ironia, pur difific. 

La vofiìra qualitatiua mellonaggine da legnaia Mae Uro mio dolciato. 

La Ciancìanifera di Homieraja Semifilante di 'Berbmzone , la ficalpreda di 
lìarfiafia Schinchimurr a del Vrcfilo Giouannifia Gumedradel gran Candal 
T ari fi. Et infino farcendo fir inamente i nomi in vece di Hipocrate,& Auiccna, 
fece dire, 

‘Porco grafo, e Vann' acena. 

Ma troppo lungamente babbiamo digredito , nè però ( fé non fiamo errati) 
fenza qualche propofìto,e molta vtilità. Hora torniamo à dire: Ecco che '^{ri- 
fiatile non concede l'vfo delle parole flrafordinarie , [e non in tre caft; ne! l'af- 
fetto, doue fiamo impadroniti de gli animi degli afcoltanti,e nelle Ironie. Come 
dunque dall’altro canto Demetrio in quefiìo luogo infegna, che nella nota magni- 
fica fimpliccmcntc fen^a altra dijlintione poffiamo valerci delle medefime_a 
parole ? o/ quefiìo fi potrebbe rifipondere , che anche nella nota magnifica ca- 
pifeono, e gli effetti , & tifarci padroni de gli animi , e le fronte , in modo che 
con vbilire ad Ariflotilc poffiamo fare il medefimo che ci con figlia Demetrio : 
iJMa la verità è che le voci flrafordinarie ,& in particolare i nomi congiun- 
ti ,c raddoppiati in due maniere fi pofiono vfare,ò di rado e ben fatti,oucro mal- 
fai ti, e fe pure non malfatti, almeno troppo frequentile raddoppiamenti mal- 
fattitratta Arifiotile nel j. capitolo del terzo libro della Retorica,enoine rjr- 
Parte Seconda. T 3 gione- 


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2 94 // Prcditator delTanigarota 

g o eremo poco pi ì bafio nella notafredda.Fra tato diciamo che quando Arìfi* 
file nel capitalo 'j.del tergo della Retorica concede in que’ tre tafi l’vfo delle ver 
ci firafor datarie, concede l’vfo di dette parole troppo fpefio v fiate, &• in quel mo* 
do, nel quale fuori di que’ tre cafi farebbono poetiche, e degne di ‘Ditirambici : £ 
che fta vero non diccquiui A rifiutile fimplicerncnte Com polita verba &Cf. 
ma coinpofita vero verba fi pluraiunt . Cioè l’vjare tali parole t toppo 
frequenti, ò mal fatte fin quefii Joli tre cafi fi concede : Et il Caro hà detto I’vjfa- 
re più Epiteti, e più compofli,efempre replicando la particella più per darci ad 
intendere il mede fimo . Cioè che il valerci noi di tali nomi fpejjo, e come meglio 
ci viene in que ’ Joli tre cajilo pofiìamo fare , fuori di quelli il valerci de tali no- 
mi fpeffo , e come meglio ci viene , fard cofa vitto fa, e ci fari l’oratione tronfia , 
e poetica ma l’adoperare le medefime voci di rado,econgiuditio, que fio , come 
dice ‘Demetrio aggiunge magnificenza all oratione : hdt’ nomi congiunti in 
specialità Aiifiotilc in vn altro luogo , che è btlhffimo, cioè mi terzo capitolo 
del terzo dtlla Retorica verfo il megzo dice che pure, che quejlo non occorra 
troppo' fpeffo, ce ne poffiamo ancora valere tutte le volte , che le cofe non hanno 
nome, e quando levoci fanno bene in compofitione, come dice egli in Greco quel- 
la voce , alla quale appreffo di noi rifponde que fio nome Pall'atempo. V tinnir 
autein coinpofìtis,cum&res innominata fit, & diftioad compofi- 
tionc.n apta . Siche vero è quello che dice ^friflotile,chi le voci firaor dina- 
rie troppo fpefio vfate, [eriga giuditiofcmpre faranno litio fa la mattone, Etici 
to in que’ tre cafi. Et è veriffimo quello che egli medefuno infegna altroue,e ‘De- 
metrio infegna qui , che le mede fune voci tir a/òr dinarie in particolare i 

nomi compofli, tue faranno ben fatti, & vfati congiuditio non tropo fpefio, gran 
degza fenga fallo,e magnificenza aggiongeranno al ragionare . 'Domandano i 
Greci quefii nomi giunti far* .E Cicerone Verba iunfta.'A(oi Italiani, no 

mi doppiati li domandiamo ,ò raddoppiati, à congiunti, ò computilo in fomilian 
ti maniere. & i Veeti molto frequentemente fe ne uaghono : T aniochefatu Ilo in 
vn verfo foiose fece due , quando difie. 

Vbi Cerna lìluicutrix,Vbt aper memoriuagus. 

eJMa gli profatori più defìramente vi vanno, & oue da fe flefft ne formano j 
di rado lo fanno, e con molta cautela : la quale cautela , dice Demetno , che non 
può haucre regola migliore,cbe la imitatione della conjiiandin 1 ": E noi aggiurp- 
giamo,cbe non può ni anche bauerc regola più fecondai più abóndante,cj}t ndo 
qua(i mnumerabili immi che hà congiunti l’vfo , e che va ogni giorno congiun- 
gendo : Eaffatempo, parafale. Cantimbanco, Vortaber retto, 'acuamofche.Stug 
zicadenti ,dirrgzacrino , Perditempo, i^Aquedotto . E mille dì quefii fono tut- 
ti introdotti dalla confuti udine . Accomodami à quefii , dice r Dc me trio, e for- 
miamo i noflri giunti nomi alla imitatione di quelli, e non falliremo , come fe al- 
la imitatione de U’ vi timo per efjempio, che fumo gli eque dotti, noi delle piaghe 
di alcuno dìctffimo : che paremmo Jangu. dotti ; £ co fi Jimili. 


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SofruUVurtkcid LI11I. 23 5 


DISCORSO ECCLESIASTICO. 


T Ratteremo quello che dice Demetrio qui delle parole giunte 
nel difeorfo della particella feguenre, inficine con quello che 
egli pure nella fcguentc particella ne ragionerà. F. fra tanto 
perla occalionc, che ci hà data il Commento ragionando di 
Ironia,c di oratione patetica , ò affertuofa che vogliam dire , noi ancora 
in quello Ecclcfiallico difeorfo , poiché della Ironia alcune parole hauc- 
remo dette conforme à quello, che nel difeorfo zi. ci ricordiamo d’ha- 
ucr promelTo : della patetica oratione del Predicatore quelle poche cofc 
decorreremo che più necclTaric giudicheremo , che fiano per cfTerc , ò 
più gioueuoli . E già Tappiamo noi , che altroue perauuentura Fumere- 
mo a ragionare della Ironia: Tuttauia non vogliamo mancar di dire an- 
che quà, come e le facre carte , &i Dottori Ecclcfiaflici , ò Bufino , ò nc 
trattino. Bcda nel libro de tropi* Script!#*, nc dice così . Ironia cHtropus 
per contras ium,quod orator oflendens , Se foggionge : che bone nifi grauitas pro~ 
nuntiationis adiuuerit confiteri videbiiur , quod negare contendit . Èl’cfTcmpio 
ch’egli adduce, è belliflimo nel terzo de’ Regi al 18. quando hauendo 
Chelda conuenuro da quattrocento cinquanta profeti di Baal , che fe ad 
abrugiare ilfacrificio loro folle flato dal loro Dio mandato fuoco dal 
Ciclo, egli per vero Dio haucrcbbe permeilo , che foffe flato riccuuto: 
mentre eglino con varievoci, e fupplichc indarno pregauano il morto 
Dio, diceua loro burlando,& per Ironia il Profeta Elia , 
dom ite voce motore : furdtts enim efl,eforfita loquitur,aut in diuerforio ejl.aut 
in itinere aut certe dormit,vt cxcitetur . 

Per Ironia diceua Gieremia ne) capati. à coloro che doucuano da Fa- 
raone edere fuperati,e polli in fuga . 

Trapanile fc utum & clypeum . & procedile ad bellum , fungile cquos & afeen- 
dite equità fiate ih galea y polite lanccas > induite vos loricis . Quid agitar ì fidi 
ipfos pat*idou& terga vertente*, &c. 

Nella Genefi al terzo cfpongono molti, che per Ironia dicefTc Dio 

Ecce Adamfaffiu efi quaft urna ex nobis . 

Salomone certo con la medefima figura diceua. 

Latore ergo iuuenis in adoleficntia tua , cr in bono fitcor tuum in diehus iu ■> 
ventata tu e , & ambula in uijs cordis lui , & in intuitwn oculorum tuorum : Et 
fato quod pio omnibus bit odducct te Deus in iuditium . 

Del pregio viiitlimo, per lo quale doucua cfscr venduto il Signor 
noflio, poiché Zacharia hà introdotto lui llcfso à dire, ^fppcnderunt 
tnercedem uieam triginta argentei , Fà che il medelimo con fdegnofa Ironia 
foggionga. 

Decor um pretium,quo apreliatus fumabeis . 

Ne’ Salmi , Ironiaè quella al Salmo ottauo , oue introduce Dauid 
i Giudei à dire del Media , come le difsero quando egli era in_i 
Croce-. . 


Sperami in Domino , cri piatami ; faluum faciatemquoniam uult ewn . 

E quella nel Salmo 48. 

T 4 Cum 


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a 9 6 II Predicatore del PanigaroL 

Curii intcritrii non fummo: ottima-,. 

£ quella nel ji. 

Vukbuni iu/ìi- & timebunt,& fupcr cum ridebunt,& diceni : Ecce homo , qui 
non pofmt Dcum adiuiorcm fuum . 

11 Signor nollro per Ironia, quando Giuda era viciniflìmo, credono 
molti, che diccfle à gli A portoli , 

Dormite iati) & requiefeite . 

E che pure con la ni edclima figura, quando eglino difllro di haucrc 
due fpade , rifponddTc > 

Satis ett . 

Pilato certo per Ironia dille, 

Fsgem vefirum cruafigam . 

Ecce R,ex vesta. 

E San Paulo ne gli Atti, efpongono alcuni , «he Ironicamente dicefle 
quelle parole, 

'Ncfctebam frati cs , quod Tontifex effet . 

Si come pure per Ironia vengono efpofte quelle parole ncll'Apoca- 
lillì. 

Qui nocet.noceatadbuc & qui in fordibus ettyfordcfcat adirne . 

Che fé nelle Scritture facre medefimc tante volte vfata fi troua que- 
lla figura, ben portiamo cri:dcre,chc nc’ Dottori facri,chi le andafTc ccr- 
cando,innumcrabili Ironie ritreuerebbe. San Cipriano fcriuendo cen- 
tra Papiano , che non lo volcua riconofccre per Vcfcouo con afpra Iro- 
nia dice, 

'Hlfi apud te purgati fucrimus & fen: etnia abfoluti etiamfex annis , nu frater- 
nità babuent Epifcopum nec plebi pi apofttum , nei gtex pahoicm nei tciie/ìa-, 
gubenralorcm, nec Cbrittus ^tntittitem ■ necl'eus Saceriotnn. Stèmma Ta- 
ptattus & fentcntum dteat, ludiciwn Dei , & Cbnsti in ape , tum referat , ne tan- 
tusfiieliumnumerus, qutfub nobis accerfitus est, fine fpt jdutis & pxn> exiije vi- 
ieatur. 

E poco apprefTo, 

-Annue acquando & dignare pronmtiare de nobis, & E pifeopaturn nottrumyc» 
gmtioms tue aulì orliate firmare , vi Deus , &■ Cbnflus etus ageicubt gratias pof- 
fint.qmi per te ~4nttflcs,& tettar Man enttm par iter plebi retti tutus In . 

E più gù. 

Onore in hunc fcrupulum non incider unt martyres Spirita fantto pieni qui ad Cì- 
ffianum Epifcopum Ultaas de carcere dtrexerunt t nifi ftomnes ifit comr.iumcan- 
tesnieeum [feiundum quod fcriplifti ) pollato ore noflro, pollati funi , trfifpcm 
vita eterna corrmimùcationis nojira contagionc peri idei ina . 1 apianus Jolus iute- 
gennwolaeusfanttm , puduus, qui nobis ttufeat fe lutimi, in Varadtjo, acque in re- 
gno ccclorum ftAus halutabit . 

San Gieronimo ad Eliodorum per Ironia,dice quelle parole , 

Vjfi forte in paria tua te arbitrari hoc facete, eum in fua Dominasti- . 
pia non feceril. 

Ma più ftomacofamcntc nel Commento in Giona contra Ruffino in 
quelle parole .• 

Conthclius de antiqùffimo genere Corncliorunt , fìtte vt ipfeiattat de flirta 
finii V olitomi , d uJu m I{oma dicitur me acckfojje facrilcgtj , quod prò Cu- 
turbstd hpderam tran fìulenm i Tiimt vidtliftt, nt fi prò Uicurbttit baderei 
, I . tufet- 


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Sopra la Particella LI III. 297 

mfcercntur , vnde oh ulte > & teneb, osé uiberet, non baiaci , & reuera ih ipfis 
cucurbita v afe ululiti,/ , quas vulgo t'auiomarias vocant , folcr.t <Aj>ollok»um 
imagi, ut adombrare : E qi ùkut, gràie non fuum [ibi nomea ajfumpfit > ifitod fi 
tam fatile voca .uL commutanti /! , vi prò Coinelqs jcditiofis tribuni s , nultj 

Confuta appcUciitur , rniror cur nubi non liceai batter am trasluhjjc prò cucurbita. 

E pure li vede, che fra quelle Ironie, conforme .il la prumiflìone di 
Ariltorilc vi fono de* nomi giunti: ma di loro nel difcorfo feguentt-, . 
Fra tanto , percioche habbiamo dettto nel Commento à propofìto d’o- 
ratione patetica, chequi non parliamodi orationc patetica, cioè tragi- 
ca , nè men di quella , ouc vogliamo incitate tali, ò tali affetti in altri; 
madi quella nella qualevogliamo inoltrare tali , ò rali affetti in noi : 
perciò diciamo di nuouo : che lì come nella particella zi. altri diceua- 
no, che erano i coltumi , che doucua inoltrare il Predicatore da quelli 
dell’Oratore Etnico , coli il mcdclimo hora diciamo de gli affetti. L’O- 
ratore, diccuamo nella qucltione 4. de prolegomeni , quanto alla par- 
te del dire entimematica, per mezzo di ragioni fa credere cofe vcrif, 
limili; &il Predicatore per mezzo di fole auttorità fà credere cole-» 
imponìbili: Come che la Vergine partorifea. Iddio muora, e limili. 
L’oratione quanto alla morata, inoltra virtù ordinarie, liberalità, giulti- 
tia , e tali : Et il Predicatore virtù non mai più fentite , come pouer- 
tà, humiirà , e fomiglianti : E finalmente quanto alla patetica, oue_j 
l’Oratore per oggetto delle paliioni hà cofeconuenienti ; come amar 
l’amico, odiare l’inimico : Il Predicatore à Tuoi affetti dà oggetti re- 
pugnanti ; come amare il nemico, odiare le delitic, e cofe di quella na- 
tura: Et in tutti gli affetti che vuole inoltrare , come diceuamode’ co- 
ftumi, coli diciamo di loro,chc per inoltrarli, bifogna haucrgli , perche 
non è lecito al Predicatore inoltrare èira, ò zelo , ò amore, ò timore, ò 
cofatale,fe egli veramente non l’ha, e tutto per la molta veracità , che_j 
deueclTerc ncll’annontiatorcdell’Euangelio. E perche come diceua- 
mo all'hors, mendaci^ nosìri Deus non mdiget . E già Tappiamo?, che intino 
gli Etnici hanno conolciuto , che per muouere affetto in altri , bifogna-, 
che l’Oratore , del mcdclimo affetto moftri commoffo fe : liorauo di- 
ccua_>. 

Si vis me fiere, flcnimntibi cjl prius ipft. 

E Quintiliano nel libro 6.011 e parla del muouere affetto , 

Summa quantum ego quidem fentio circa mouendos afj'cftus in bx poftta efl, vt 
rnoi/cxtnur griffi. N amgr tufi us,gr tra, gr mdiguationis ridicala fuenttm ta- 
tto fi verbavultumque tantum non edam aiumum accomodauerimus ■ 

E poco più giù, 

Jtn illedolebit qui audietmeuum hocdicamnondolentem f Infettar , finibil 
ipfe , qui tram concitai , idque exigit fintile patiatur i Siccis agenti ocuhs index 
lacryntas debit ì fieri non potefl . Tacque incenda nifi igms , nec madcfiimus 
nifi humore nec rts ulta dal alteri colorem,quem ipfa non hdoccf ; Vrimum e il igi- 
tur vt apud nos valeani ea qua valere apud indiceli 1 volumus , afficiamu . que ante - 
qua/n q jjicere conemur . 

Simile grandemente à quello, che al medefìmo propolìto diccua San 
Gregorio in quelle parole , 

ndd fupemum defiderium infiammare auditores nequeunt verbi , qua frìgidi 
corde profer untar, nec emm rts, qua iufeipfanon ardete im accenda . 

Econ- 


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198 II ^Predicatore del Panigarola 

E conforme à quello che dice Salomone di Elia , cioè che le parole di 
lui erano come falcole,perciochc egli era come fuoco. 

Surrextt Tro]>bct4Ztias } quafttgHÌi , & verbum ipftut quaft facula ardebat. 

Si che per concludere horamai, òche gli Etnici intendano, che per 
accendere vn tale affetto, bifogni moftrarlo» ò che intendano , che bifb- 
gm hauerlo.Noi certo ficu ridimi fiamo>chc tutto ciò che vogliamo ino- 
ltrar d’hauere.bifogna che l’habbiamo, non folamente perche ogni fin- 
tionc dal Predicatore della verità deue edere lontanidìmaimadipiù 
perche gli affetti Chriftiani daucro,e deuoti> im.po(Iìbilc cola è , che chi 
non gli ni,moitri d’hauergli . E fe per vn poco ad alcun fempliciottolo 
per fuadc,non tarda molto à dilìngannarc per.fc fteffo gli ingannati, &c. 

'•A 

PARTICELLA 

C1NQJ/ANTESIMAQV1NTA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 

-Abebitfané itmftum nome» fimul,& varietatem quandam 
ex compojìtione, & magnitudinem, & ftmul etiam br e ai- 
tatevi quandam : nomen emm ponetur prò tota oratione . 
ceufiT*vrii»**i*illw dixeris ^rrevc^vUr mu to cium fic 
maius.fortafie autem , (3 foiuto nomine in rationem fuant 
alio modo maius fiet,vt rinTC(griì pio anovorivi* 7fo- 
men autem prò ratione ponitur quemadmodum JLenopbort 
ìnquit , quod cCkUj a*/3hi > ort/u. iyprr, ti uri ci rrr«i S'ucàni, Separi» titillo - 
nomine , ceu quod w i*ir » vixìu ììleuur -, ti $ d vii y rvr, òri** venti r/xt rm 
JrtTe'y ìtaypof ir feiradvciaufia.rtaj'ai caueretamen oportet duplicia poner* 
duplicia nomina ; hoc enim migrai è forma pedcflris orationis 

PARAFRASE. 

Vefloèccrto, chcfe con modeftia,cgiuditio verranno 
adoperate le parole congiunre,eifc, e vaghezza daranno 
al ragionare per la miftura della conipofitionc loro , c 
magnificenza perelfere ftraiòrdmarie,& anche brcuicà, 
fi come quelle che in vna parola fola rinchiudono il contenuto M 

pifc 

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Sopra la Particella LV, 299 
pii parole, come fc in vece di dire , 

■job uhm xif^utlu/. 

La condotta del grano . 

Noi diceflimo. 

tno-TifA <xìv. 

La granicondotta. 

Benché quanto alla magnificcuza , fc la con lùetudine commune 
foffejfolicaadire, 

Granicondotta; 

Al licuro dalla contraria maniera Infognerebbe cauarela magni 
ficenza.cioedigiongcndo il nome, e dicendo, 

• Condotta di grano. 

Ellempiofrà tanto di mettere vn nome folo per più parole farcb-' 
be,comcfeouc Senofonte narrando le cacciagioni dell'Arabia, vna 
forte di velocitami animali, che quiuilitrouano, nominaua A fini 
feluaggi. 

Altri che con vn folo nome. 

Onagri 

GlichiamafTc. Bifogna nondimenoauuertire, oueduenomi fla- 
nopergiongerciniìeme,cheambie duefìmplici fìano,chefe,ò, tut- 
ti c due,ùalcuno di loro già per fc Beffo raddoppiato foffe , al ficuro 
il ri tornarlo à congiongcre, non conucrrcbbe à chi lcriucffe,ò ragio 
naffe in profa, dee. 

COMMENTO. 

S Ono affai chiare le cofeche Demetrio dice in quella particella '■ Vna [ola pa 
1 e,cbe porti difficoltà, come fia poffibile , che da due contrarie cagionina- 
fia l’effetto medeftmo : cioè che così congiungendo in vn nome folo più parole, 
Come alludendo in più parole il già cong unto nome , [empre grandezza , fc ne 
acciuffi nel ragionare. Ma èque fla,& à firn ili difficoltà abbondantemente 
habbianto rifp'jflo di [opra nella particella jy.one diceva parimenti Demetrio 
che & il dare ad ogni claufjla la propria copula, Ci il levarla à tutte facevano 
nello ff fjo mudo grande il ragionamento . E la cagione era, Ci è dicemmo, e di- 
ciamo noiypercbe i contrari j nell’alloatanarfi dal mezzo, non fono oppojli : ma 
concordi, e così queffi modi di dire, che fra fé per altro ragguardo oppojli fono , 
nell’effert tutti lontani dall'ordinaria favella, fono vniti,e congiunti: Ma con la 
regola nojba mille volte replicata, ogni lontananza dall’ordinario aggrandi- 
fee Udire ; Dunque tutti due gli oppojli il mcdejimo effetto poffono generare: 
t perciò nella parafrafe habbiamo aggiunto noi , che la difiolutione del nome 
farà grandezza tutta volta, che l’vjo commune fuffe accostumato di adope- 
rarlo congiunto, e cosi m contrario ,• Come per efiempio,percheÌvfo commune , 

parlando 


1 o o Jl '"Predicatore del Vangar ola 

parlando di piaghe , dirà che fono condotti di /angue- p>k magnificenza farà, 
pa r tendo fi dall'ordinario, dire con vn nome congiunto, che Jono fanguidotti , & 
m contrario , perche Infamila commune con raddoppiate voci fuolc nominare 
gli aquedottiflc noi in vece di dire. 

Quelli longbiffimi acquedotti . Diremo 
Qucfli di acque longbiffimi condotti. 

T^on è dubbio, che come allontanati dalla comm me maniera del ragionare , 
più grandi pareranno è più magnìfici . Si potrebbe qui in vniucrfalc decorre- 
re della vaghezza, c grandezza, che hanno creduto t buoni autori di dare à gli 
ferini loro,circonfcriuendo con più parole quelle cofeje quali con vii nome fole 
fi poteuano dire : ma per auuentura queflo farebbe vn allontanar fi fìudiofit- 
minte dal propofito noflro . Il Tetrarca in vece di nominare il Sole,diJfe 
Il pianeta, che difiingue Ubare. 

E t il Boccacci in vece di dire, fi comi piacque à Dio. difie 
Si come à colui piacque,il quale effendo egli infinito , diede per legge incom- 
mutabile à tutte le cofe mondane bauer fine. 

E di quelli rffempi le migliaia f e ne ritrovano negli fcritli, coti de’ prefato- 
ri, come de' Tatti: ma non fanno à quel propofito del quale trattiamo noi : cioè 
difeparare i nomi congiunti daWvjo,o di congionger quelli, che l’vfo [epurata- 
mente, c fen^a congiongimento Juolc adoperare ; Se bene quella feconda ce fa , 
tome molte volte s‘è detto, con molta cautela conuiene,che fi faccia ■ E fra l' al- 
tre regole vna belliffiima adduce di nuouo il noflro Demetrio : cioè che Cauere 
tamen opportetduplicia ponereduplicia nomini, perle quali paro- 
le (JMijfier Tur V ittori non hà creduto infegnarfui altrove none , vi cauca- 
mus,ne frequentemus,h<xciunrta nomina, (fioiche dobbiamo auuerti- 
re di non adoperare troppo frequentemente nomi congittnti,che fe così fufie, fa- 
rebbe quel mede fimo, che injcgna rinfiorile in molti luoghi, e che ad altre occa 
fioni delle voci Jlrafor dinar ie hà detto il noflro tutore : eJHa intiero noi cre- 
diamole il fcntimcnto non fia queflo -, ma quello, che mila Tarafiraje h abbia- 
mo accennato : cioè che fe bene è lecito di congiungere tal bora congiuditio due 
itomi in vn foto. ad ogni modo non doniamo far quello, oue di quei nomi alcuno 
già dall'ufo fojje flato raddoppiato, che ciò farebbe , come egli dice, duplicare 
duplicia raddoppiare nomi già raddoppiati. Cofa che apcna à Tocti Ditiram- 
bici farebbe a nccjja, non che permefia debba effere à Profatori. Per efiempio 
noi duiamo con nome giunto in vna parola fola Tarafole , &in vna fola paro- 
la etmpofla diciamo portacapello . bora fe vi fofie vna cafia fatta à polla per 
portare il capello , potremmo noi così domandare queflo in un nomegiur.to , 
porta parafole, come quella porta capello ? Certo nò : percioche à formare la 
voce portacapello ve ne concorrono due fimplici, portare , e capello-, la doue à 
fabricare l’altre,bene vna fimplice v’interuerrebbe , cioè portare j ma l'altra 
doppia fertbbc parafole , la quale perciò come doppia che è , non può di nuouo 
à profatori feruire nei raddoppiamenti : Così nominiamo colui , che fp«7^a i 
pozzi con vn nome foto, lo /pazza po^zi,e nondimeno quello, che netta gli aqvt 

dotti 


Digltized by 


Sopra la Particella L V, joi 

dotti per li mede firn* > egnla no i poffixmo con una voce fola chiamare Jpeàgfé 
queiotti, (3 on e diciamo aquc dotti ,fc in vna voce fola dicejfimo come aquari 
fpartJ t così aqua/aluia, non però i canali, che conducono l aquafaluia potrem- 
mo noi nominare aqua filma dotti ; cqutjio crediamo noi , rimettendoci fem. 
pre d megliori , pure che fu il fentimento di Demetrio in quello luogo ,&c. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

I N materia di nomi raddoppiati^ giunti, che vogliamo dire,vn bellil 
fimo luogo hnbbiamo inSan Paulo nel capitolo fcfto della Epiftola 
a gli Eftfi in quelle porole, ouc egli parlando de demoni gli domanda. 
Munii retlorci tenebrarum harum . 

E gii lappiamo noi;, clic gl» domanda padroni del mondo in quella 
maniera, che il Signore del Diauolo pure haticua detto , 

T^unc pnneeps munii huius etjcietur forai. E Tappiamo di più, che laparo- 
la tenebrarum hai um , fu aggiunca per dichiarare , che il Diauolo non del 
mondo è padronc.cioè del ciclo, e della terra, del mondo fi bene, cioè de 
gli huomini mondani, de’ quali dice il mcdclìmo San Paulo nella mede 
<ima Epiftola. Eratis diquando tenebra . Ma quanto al nome raddoppiato , 
egli giace in quelle parole mundi reffores , che in Greco non fpiegò San 
Paulo con due parole: ma con vn fol nome raddoppiato. 

Kotfkrnftlrcf4.t. 

Equclto così giunto da lui ftc(To,che nelle fcritture facrc, al ficur» , o 
vecchia.o nuouc egli non fi troua altroue: c perauuentura , ne gli fcritti 
de gli Etnici non ve n’c elfcmpio}. I noftri Latini nelle traditioni per lo 
più lo hanno refo in due parolc,comc la Volgata editionc dice Mundi re- 
Hores. Terre Ili ano Mundi tenentes, & altri, in altri modi . Solo Santo Ila- 
rio ra.ddoppia.co anch'egli vn nome nella Latina fauclla» quello che il 
Greco dille, 
rueu/Mfórcfiu. 

Egli latinamente difle, 

Mundi polenta . 

Che noi in Italiano porremmo Torli dire* 

Rcggimondi. 

Quei due nomi giunti,che Demetrio loda tanto nella particella paA 

fata,uò fqno, 

Anchirctto. e 
Legislatore. 

Tutte c due nelle (crittute noftre fono molto frequenti:Come quanto 
•I prim >,odeS do moni nell'Eccleiìafticoai jS.dice, 

Omni faber &• orchite fi us, qui notte mtanquamiiemtranfiyt, 

OucS.m PauioiCorinti dice, 

Vt fap cm anhitetlus fuaiamentum pofuit . 

Et altroue: al quint > al fecondo ; ouc Giobbe al die* 

’H'iUut ei fimtlis in legislatonbus. 

E Dauid al Salmo nono. 

Confluite Domine legiilatorcmfuper tot. 

* 


Anzi 


3 0 1 fi Predicatore del PanigaroU 

* Anzi ella proporcione del pumo : cioè di quella voce architetto , due 
altre ne adopra la fcrittura,chc fono Architidino, come in San Giouan- 
ni al fecondo, 

Haurite moie & fette archi ticlino. 

Et Atchifinagogo, 

Come ne gli atti al yj. ' -i , \ 

Prifput autem archifmagoguy&c. 

Et alla proportione del fccondo>cioè della voce legitlator molto altre 
voci giure vfa la fcrittura>Comc farebbono legi t latto i à Romani al nono 
T ejlan>entum,& legi slatto, & obfcquium. 

Come legudotlor in San Matco al xxij. 

Interrogauit e um vmu ex eis legi tdotlar. — 

Come legifperitut in San Luca all’xj. 

V* vobit lepfperiti. . ■. > . *■ * > . . . 

Comclcgitcr in E (àia al jj, 

Dominus legifer nofier. Donumu J{ex ntfter. i 

Che le alle parole Hcbrcc,& principclmente à nomi propri) Hcbrei, 
che per lc;fcritture fi ritrouano, vogliamo riguardare, pochiflìmi ne tro 
ueremo, che raddoppiati non fiano , c che in altre fauclle con vua voce 
fola portano tralportarfi. 

D anici iudiciwn Dei . 

Zaffaci medicina Dei. 

C anatbiarim ciuitas fdtutrum. 

Maafiat, opus Domini. 

Hefron fagitta exaltationis. ■ ■ ' ' vjip 'J 

Banoiat flint Domini. • ■ ... • 

u tbfdon pater pacit. 

Mandai) pater Hcx. 

E mille fomiglianti : Et anche de* nomi giunti Greci hanno conferua- 
ti nelle tradumoni loro i noftri interpreti , come le voci Onocrotalut , & 
Onorcntaw ut, ambe vfateda E fai a nel medefimo capitolo ircntefimoquar 
to,oue dica 

Et poffidebunt illam onocrotalut, & Ericitu. 

E poco più giù, 

Onorent atout, & pilo fut cLvnabit alter ad alterton. 

Anzi della medefima voce giunta onager della quale parla Demetrio 
ih quella parricclla,nonvna volta, ma più di dicci fièfcruitala ferie tu- 
ra (aera ; Come ( pei dirne vna fola) nel Salmo io). 

ExpsRabunt onagri in fili [ut . 

One aponto tutti i migliori intcrprcti,altro non dicono edere gli ona 
gri,che Afini filucftri babitanti ne» più arenofi deferti : c perciò foggetei 
grandirtìmamente alla fere. Di voci latine congiunte,comc 
Oninipoteni.Omnimodut,IioifperiiHt. 

E milleinon accade ragionare,chc tutte le pagine, ce ne danno eflctn- 
pi . Più torto ci pare bene il richiamare alla memoria, con quanta mae- 
ftria, e cautela ha congiunti i raddoppiati nomi ò Greci ò Latini , Santa 
Chiefj, quando per fcruigio de’ fuoi (acri d’ogni ha hauuta ncccflità di 
farlo: Come formò il Concilio Niccno in Greco la voce raddoppiar**. 

ipuiriH. 


Che 


Sopra IdPartùelU LV 1, joj 

Che noi diciamo 
ConfubHantiJis. 

Comeil Concilio Efcfino la voce» 

01 tytrtx , 1 

Che noi diciamo 
Dei fard. 

' E come in latino medefimo formò il Concilio Laterancnfc la vocei 
Tranfubflantiatio. 

Del refto : come i Dottori rtoftrijC Latini , e.Italiani habbiano ò rad- 
doppiate voci, ò adoperate quelle, che altri raddoppiarono , troppo più 
.chiara cola è che mcfticro faccia ii ragionarc;e però tanto balli delle Vo 
ci giunce,&c. 


PARTICELLA 

ClNQy ANTES1MASESTA. 

TE STO DIDEM ETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 

~d fla autem nomina defìniunt quidetn, qup imitatione altea - 
ius rci,quam aut fatiatur altqnts , aut fdeiat , educuntur, 
ceu illui M/£« , (i iUud *à*Tcni < , £ fficiunt autem maxi - 
mè amplitudinem, quia tanquatn Jirepitibus fimiliafunt, 
(3 maximè ob peregrinitatem : m n entm nomina, qua funi 
dicunt, fed qua tutte gignuntur. Et [intuì ffpius quidam vi- 
detur noui nomini* fabricatio, ceu lonfuetudmis ,fimtlis fané, est quinomina ni 
uat illif, qui primi nomina rebus impofuerunt . Troponere fibioportet primi 
in nouando nomine , il plammfit , & ex confuetudine : deinde fiinilitudinem 
ad ea mmind,qux vfufunt. né aliquis videatur pbrygium,aut Scytbicum fer- 
monem adbibere in medio Gracorum vocabuloritui. Fabncare fané oportet ft- 
uc.qux nominata non funi . ceu quitympana,& alia mollium homi nutrì inflru 
menta tirati’*** vocauit , Cf . 4 rifìotelcs t*v7isluì,fiue à pofitii tam nomini - 
bus deriuantem ipfum . ceu quidam vocauit , qui remo ageret fcapham,& ^iri 
iloteles durhlw , tanquam fotum ipfumexifìentem.Xenopbon autem H Mtif/, 
inquit duX,clatHorem illum t6 t qttem clamabat duxftne intcrmiffione , de- 

ridalo inde nomine éxprimens.Lubncum fané opus vt dixi,&ipfit poetis. Et 
duplex fané nome.fpccies effe potefifadi nminis;omne enim quod componitur 
ex aliquibul prof elio cxtitit , 



304 


il Predicatore del PunigaroU 


PARAFRASE. 

Orni fatti poi ò finti, che vogliamo dire,fono quel- 
li, i quali ad imitatone di alcun Tuono, ò voce che 
alcri ò operando, ò patendo mandi fuori di nuouo 
vengono formati •• Come Homero ad iinitatione 
dello findorc, che fece l’occhio di Polifcmo, nel- 
relfcre macca to , e fritto inficine dalla accefa fufte 
di Vlifle formo Ja parola, 

Eperrapparefcntare il luono, chefaccuano le lingue di alcuni la 
pi lambendo acque, fabricò la voce , 

KÌTTtrTtf. , 

l Et in vero hanno del grande cosi fatti nomi , perche arriuaoo 
quafi improuifi ilrepiti per la nouità loro àgli orecchi di chi fente , 
oltre che fanno parere làuto quello, che gli forma, facendo egli folo 
quello, che fola la confuetudine e lolita di fare,& aguagliandofi con 
la fbrmationc de’ nuoui nomi, al fapcrc di quegli, che da principio à 
tutte le cofei nomi impofero; Sólamente due cole bifogna auertire 
nella formationc de nuoui nomi. Vna che piani e facili da intende- 
re li facciamo,eome fa anche la confuctudincre l'altra, che termina- 
tioni, & accidenti gli diamo limili alle voci della noflrafauella,af- 
fine che fra le parole nofirali,non pareflc.chc alcune, ò frigie, òfei 
ticheandalfimo mifchiando. Del refio ò nomi totalmente nuoui po 
tremo fàbncare,come chi i timpan i,& altri flromenti di effeminati 
Jiuomini chiamò, 

KivaiììhK, 

Ecora: AriftotileilgoueruatoredcH'Elefantcdomandò, 

i\tf<wrtrlw . 

Ouero da nomi già ufati deriuarne altri nuoui come, 

nu^nluj. 

Domandò vno,colui chccacciaua la fcafà ; E t Ariftotile. 

ÒUTÌvlw- 

Domandò un huomo, perche fiaua folo ; e tutto bene; Senofonte 
ancora dalgndarc,chefànnoifoldati , •*«>*«, (Mytu . formòilucr- 
bo, e di (Teche il tal capitano. 

Ma ad ogni modo come hò detto, cofa è quella anche à Poeti ficf 
fi pericololà : Sotto quelli nomi fatti fi potrebbono ridurre anche i 
Cungiunti,perciochechidi duccofcgià fiate, una ne forma, che non 
ila fiata più, eagioncuolmcnte può dirfi,che faccia cofa nuoua, &c. 

COM- 

-c' Ì r Digilizedby 



Soprah Particeli* LVU 30J 

COMMENTO. 

S Om le maniere delle veci flraford'marie,per quanto dalle diuifioni di Ari 
Hotile, e d'altri fi ractoglie , fette apunto , le metaforiche , le giunte , le 
flramereje fattele allungate , le afforchiate , e le alterate . E tutttj 
bene vfxte feruono al la magnificenza del dire ; onde non è marauiglia fe già di 
due di loro , cioè delle metaforiche , e delle congiunte hd trattato Demetrio ; H 
quale pacando bora à ragionare delle parole fatte : 

Et hauendo animo di non trattare più d’altre in queflo luogo che di 
quelle , mn falò Ct efcufa accertando che tutte le altre folto II nomerà 
di fatte fi pofiono comprendere : CMa dice , che anzi egli haurebbe potuto an- 
che delle giunte trattare folto nome di parole fatte,concioftacofa che , anche chi 
di nuoua longiungendo due cofe una ne forma, di quella facitore , e quella fatta 
cofa e formata fi può domandare ■ E veramente che le voci alterate , allonga- 
te , (3 afforchiate , fotta il trattato delle voci fatte fi debbano rinchiudere, que- 
flo i chiariffimo : Ma anche le flr anitre , in tanto voci fatte fi poffono doman- 
dare , in quanto chi nella noflra lingua le traf porta, quafi di nuouo m quefìa lin- 
gua le crea, e le fd noflre :\Et è antiebiffimo queflo vfo di trafportarc parole 
dì lingua d lingua , come tutti i lettori ne trattano , e come tutti gli ferini de 
migliori ce ne danno e fi empi . -Ariflotile nella Toetica ,t nella Retorica più 
volte tratta di quefle voci , che egli domanda voci di lingue : E non folo à "Poeti 
le concede ; ma pure che giuditiofamente fe ne vagliano , anche d profatori : Ci- 
cerone , Ho ratio , Quintiliano dicono il mede fimo . f <jreci hanno indifferente- 
mente vfatc parole di tutte te loro lingue : I Latini ne hanno tolte innumerabi- 
li da (jreà : kti noftri migliori moluffime da Vrouengali ,eda Latini , 

Licuit , femperque Jicebic 
Signatum praefentc nota procudcre nomea . 

Qyidautem, 

CceciliojPJautoque dabit Romanus ademptum. 

■* Virgilio, Varioque. 

Ego cu r acqui rere pauca. 

Si poflum,inuidéor?Cum lingua Catonis & Enni, 

Sennonetn patnum ditaucris , & noua femper. 

Nomina protulcrit? 

fi ' Tetrarca molte voci fchiettamente Latine hd vfate , che nraì Ita Itane non 
fi fono fatte (ome Bibo , l'cribo , delibo , ab expcrto,Mifcrere ; Lt altre •_* 
raccolte dal Caro mila fua Apologia , il quale perche raccoglie altreft quelle 
del Bembo in qui fio gcntrcie del B cccacci non dice parola (fi come quello che de? 
'Poeti haucua principale intentione di ragionare ) non vorrei però che altri ere - 
defle , che egli meno audace fofje flato di quanto comeniua in trafportare alie- 
ne , e fìranierc parole alla fiutila noflra : Egli alle volte delle forafliere voci 
Parte Seconda. V usò 

... . Dig 


3 o S II Predicatore del Panigarola 

xs'o , ponendole in bocca à forafìieri medrfimi : Come quando da ZHnetìam fai 
ctua dire , 

Che fequel ? fhe fequel ? E dalla Ciciliana di Salabautto , 

Tu mi bàmifo lo foco all’arma T ofi ano acanino , fi 

£ da Cbichibbio . 

Voinon l’haurì da mi donna Brunetta, Voi non l’bauri da mi . 

E fimili . Ma queftonon fi à proposto no tiro . Quello che noi vogliamo 
direi, che egli infino da Greci trafportò il ùlulo flefio del fuo libro doman- 
dandolo , 

‘ Decameron . 

£ per la filare le prouengali voci , che vfate da lui molti hanno ofleruate : 
delle Latine fole adoperatene bd vn numero grandi/fimo : (orni abeterno in Ti- 
to e Gifippo. 

Cbeabeterno difpoflo fofle ch’ella non di Gifippo ; ma mia diuenifje . 

Come ^gnus Dii in maflro Simone in (orfo , 

Bruno gli bauea dipinto in la fua fiala la quarefima e vn ^fgnusDei. > 

Come prò tribunali nel cominciamento della quinta giornata , 

E/ c fendo fi la l[eina à fieder po/la prò tribunali. 

Come , stuellane. -, 

T otte le vigne d'auellane , e di molte maniere d’albei fruttiferi piene . 

Come , CieUbro . 

Stimando efilere co fa ottimali Cielebrocon cotali odori confiortarfi . 

E tutte quejìe voci nel Decamcroncfi ritrouano ■ E molte altre filmili: (Ite 
fie all' altre opere di lui file ffo volefjimo ragguardare ; poche pagine volgerem- 
mo , oue effempi non ci foccorrcfiero . Come fiarebbeno: ^ Allettare , i-sfllenire , 
Cir tutorie. Minimamente , -dntifìite , Calerne, isfppofitiuo , Coni fiat io- 
ni , Aquiloni , Coniugate, Crepitanti , e mille. 

Siche , Che lai operare voci filr amere con giuditio fin permefijo alla profa , e 
che dette voci bene vfate leaccrefcano magnificenga , non occore dubitarne . , 
cJMa per vltime di tutte le parole flraordinar 'ic , delle quali parli Demetrio 
in queflo luogo veniamo boramai à ragionare de" nomi fatti , ò finti ciré voglia- 
mo dire : Eglino , dice Demetrio , vengono di finiti efilere quelli , i quali ad imi - 
fanone di alcun fuono , ò voce d’altri vengono compofli : E veramente quelli , 
che di quefiìa maniera gli difinifeono , alcuna cofia dicono , ma non quanto baili : 
Vcrcioche potendo/i , come dice Demetrio vn poco più baffo in queila mede fii- 
ma particella di due maniere formar nomi moni : In vna facendogli totalmen- 
te di nuouo : e nell’altra ben formando vna voce nuoua , ma deriuandola nondi- 
meno da vn nome già perauanti ufiato , la diffinitione difiopra detta alla prima 
maniera di format ione fierue fiolamente , e non alla feconda . T^el primo modo, 
per eflempio , fi formò un nuouo nome, quando da quello bilie biffe , che fan- 
no gli buomini mormorando ìnficmefiu fatto quefio uerbo bisbigliare . E nel- 
la feconda maniera quando da quefla parola bello ,fà fatto abbellire, e filmili . 
Dt me trio per efiepio del primo modo dice, che cofi domandano alcuni 


Sopra Lt Particella LVI, $07 

i timpani , & altri frementi digioucnctti diflme/ti, ££ effeminati -, e atramen- 
te che* tali impudichi gieuani limili ijlrumenti uf afferò , come anche le di/hone- 
fte , e sfacciate donne lo faceuano , affai fi caua da quel uerjo nelle opere gioua- 
nilidi Virgilio, 

Cymbala cura CrotoJis pruriginis arma, &c. 

E da un luogo di Cicerone , in Lucium Pifonem , oue dice, Collega: tua 
Cymbala ac Crotola fugi . 

£ anche ueriffimo che i Greci come tali giouani chiamauano «wtiJWr , coft 
m aiìmf , domandano gli ftromenti loro : ma non pare che tal nome uenga for- 
mato nella prima maniera totalmente mono , demanio egli dal nome già ufa- 
to lUMuìoe , fé già non uogliamo dire che del tempo parla Demetrio , nel quale 
ciafcuno di (filettinomi la prima uolta nacquero y&imagina che effi nafce/Sero 
infieme: An^iil fecòdo effempio ancoraché egli allega iella parolai tui 

trottata da rifiatile pare più tojlo della feconda maniera , che della prima-» 
Si come ferrea dubbio , (3 anche fecondo il\parere di lui di quefla feconda manie- 
ra formò u ioui nomi demandagli da nomi già ufati : Chi da quetto nome '-» 
empi, deriuò ***.9'nhv,& ^iriflotile quando per nominare un folo formò il no- 
meùinnLu che "Plauto difie poi ipfiffiinus : Aia nella prima maniera della-» 
imitatione d‘ alcun / itone , totalmente nuoui nomi , non rape\ganio la fabrica ; 
ma facendola tutta di nuoito dice Demetrio , che formò liomero , quando par- 
lando del colpo, che haueua dato Vlifle con una pertica accefa in cima nell'ocbio 
fini/urato di Tolifemo , e uolenio efprimere lo flridore che fece l’occhio , rite- 
nendoti colpo , inquelU maniera che fannoi ferri roncati cacciati dalla fucina 
nell’acqua fredda , ne formò il nerbo <n£* E uolenio denotare lo Strepito , che 
faceuano alcuni lupi a uidamente bruendo , ne fece di nuouo la parola Ktt-n inf- 
onde hanno forfè deriuato i Lombardi il lor lappare , checoji apunto dicono del 
romore che fanno t cani beuendo , ad alcuna co/a liquida col meggo della lingua 
afforbendo. Plutarco in un trattato , ch’egli fà de Homero • racconta alcuni uo- 
cabuli fatti totalmente da lui , e fra gli altri queflo , che adduce quà De- 
metrio , Virgilio anch’egli per imitare il fuono della tromba diffe , 

At cuba terribililonitu Tarantantaradixit. 

Et il Dante domandò lo flrcpito della ghiaccia , 

Chricco. 

Oltre che formati di que/la maniera ft ha da credere che fumo flati tutti quei 
nerbi , che fono flati introdotti à flgnificare uoci di animali conforme à quello 
che diceua il Varchi nella fua Daphne , 

1 ferpenti fi fchiar,grai chiaro i corui, 

Le rane g> acidar , baiato i cani , 

Belarono i capretti, urlaro i lupi , 

"Ruggirono i Loon,mughtaro i Tori , 

Fremiron gli orft , 

E quello che /ignita : oltre altri molti fimi nerbi tali tutti efpre fini di usci 
d’animali raccolti dalla fabbrica del mondo folto la parola uoce , e da molti al- 

V 2 tri 


zed by 


} ofr 11 Predicatore del PanlgaroU 

tri . Che fe al fecondo modo di formar nomi vogliamo riguardare ; Tali ni 
in poco durati furono quelli di Dante , illuiare , ine tiare , immiar e, incielar e » 
imparadifarc , infcmprare , indiare , Tfannare , inucrarc, e filmili. 

E talì-.ma migliori fono quelli, che ogni giorno fi vanno formando.Comt da pere 
nello penneleggiare,da f rafia frafcbeggtare, da ve^zi vezzeggiare, E mille: 1 
quali tutti nò è dubbio che danno magnificcza al ragionare ,p la regola perpetua 
dell’ ejj'ere effi lontani dall’ordinario : Et anche i nomifattidi nuouo primipal- 
mente quelli della prima febiera, cioè i totalmente fatti, acqui flano opinarne di 
fralezza à chi gli fi ; non efiendo però cofa da ogn’uno il mctterfi quafi à gara 
della confuctudme à formare moni nomi, & à contrattare di Japere con quelli , 
i quali da principio i propri nomi impvfcro allecofe. (JUan l formargli dice 
Demetrio, che bifogna auuertire d due cofe : yna à fargli piani, & intelligibi- 
li, e l'altra à dar loro terminaiiom, & accidenti conformi alla nojira fanello-» e 
b veramente per diffetto della prima conditione,cioe della chiarezza, non con. 
uerrebbe à vn pro/atore il fare nomi tali, quali fono allcuiare ,ojanuare ,e fi. 
miti : E volendo formare vn verbo , che fignifiche ridurre in mente , fe bene e 
nulla, e zero ambedue vgua'.mcnte fignificano niente, nondimeno annullare, co. 
me più chiaro ci fard lutto a dire, e non azerare . E quanto alla feconda aucr- 
tcn^a,forfi che fe la difi ipula di gufino fofje nota alti oue, che in Capfa,non fa- 
rebbe conucnutoal Boccaccio d metterle nome con terminatane tanto lontana 
dalle no Sire, quanto fù quella di ^ ilibecche : nifi, dice il Caro, che fe bene fra 

voi alcune voci trouaffmo firn ti d quella, che vogliamo formare , ad ogni modo 
dobbiamo auuertirefe tutte le altre cofe vi concorrono, come farebbono la com- 
moditd della pronunciala fodisfattione dell’udito e ftmilipcbc però (die’ egli ) fe 
bene di Hebreo fi forma nelfemimno queflo nome Ebraica e di Giudeo Giudai- 
ca, ad ogni modo non doueua il Cafteluetro , di Tìgmeo formare fchiatta Tig. 
malica , ma Tigmea,in quella maniera, che da Cananeo, e Saducceo non Carne. 
naica,ò Saducceaua, ma le due voci Cananea, e Saduccca fi traggono , E tan- 
fo bajli batter detto de’ nomi fatti di nuouo . Et in vniucrfale di tutte le ma- 
niere di parole flrafordinarie . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

P Er parole fatte piglieremo in qacfto EcclcfTafHco Difcorfo an» 
cora due fole (orti di parole lirafordinarie : Cioè le di nuouo 
formate ad imitationc di alcun fuono.chc fono propriamente-, 
fatte: E quelle, che da lingua à lingua vengono trafportacc, 
die da Ariftotile parole di lingue fono chiamate ; & anch'efie in vn cer- 
to modo vengono fatte,in quanto d’una fauclla fi fanno della quale pri- 
ma non erano» Quanto alle prime: La figura die forma cotali nomi , 
da Greci viene chiamata itopu^rroui i Et il Venerabile Beda parlando di 
lei nel libro de’ tropi della àcritturafacra dice che, Ortomatopeiaefl nomcH 
de fono f.;flnm,Sc altri dicono , che Onomatopeia cfl nomimi confitlìo foni mio . 
fanone. Nè è quella figura incognita alle «olire beni ture Canoniche : 

anzi 


Sopra U ParticeBa LV I, 3 o 9 

anzi come dice il tucdcfimo Bcda molti cilempi vi fé ne trouano per 
dentro: Come, 

Cymbalum tinniens . 

Qua fi tuba exdtavocem tua/*. 

Canile tuba -» . ' . 

Equi hmmiunu. it! £ .'i ù 

« K ugttus Leoni t. ■ ; - . 3 . 

Fox Leon*. 

Canes mutt non vdentes latrare 

Et ad bunc tropum, zzst'mngc Bcda, pertmere quidam exiftimant ftbiloi fer- 
fentium , pnreorum Flridoreixxternrumq ue vocemconfufam animanti wn , qua &" 
ipfain Scriptum fonila fxpius reperì tur', Ouc c da auucrrirc,chc fé bene al- 
cune parole efprimenti i filoni detti di (opra, non paiono formate à 
quella imitatione5eomeCanere,rub.i,e fimili,nel cello Hcbreo , nondi- 
meno, e notantemente ne’ luoghi allegati da Beda, tanta imitatione dc- 
uono hauerc.cheegli allo Onomatopeiagli habbiapotutrridurre.* Ma 
oue dice Demetrio , che chi mette nomi nuoui, inoltra laidezza , come 
fau ijfQmi bifogna,chè foflero quelli che da principio pofero i nomi al- 
le cofc; Chi sa fe egli, il quale , come habbiamo detto ne’ prolegomeni , 
fii fopraftante alla traduttionc de'ca Bibbia , che fecero in Alelfiindriai 
fettanta interpreti . Chi sà , dico fe egli qui allufe alla impofirionc de’ 
nomi, che pcle Adamo nella Genefi ali. quando dice il fello che; For- 
mata DominusDcws de bnmo ititi is anirnanubus terra & vmuerfa volatihbus 
Carli, adduxit ea ad ^4 doni , vt rider et quid uocarct ea . Omne tnm quod uocauit 
Adam annuo uiuentis ipfum efl nomai eius. ,/t ppcllauitque Adam nonunibus 
finn unbla ammanita . efr uniuerfa wdatilu catti , V orane > beìtios terrò . Certa 
cola c che quella nominaiione che fece Adamo di tutte le colerò con no 
mi conformi alle nature loro : Che però dice il tcllo , che il Signore ad- 
duxit utuidereteo : Cioè fece, che egli con la veduta ddl'incelkttocono- 
fcefle bcnidìmo le nature loro, per la perii proportionatamente nomina- 
re: E però come dice Demetrio, effutodi grandillima fapienza fù la 
primiera impofirionc de* nomi ; Nè lo dice Demetrio folo ; ma lo dico- 
no rutti i migliori interpreti dcllaSantaGcnclì, e fra gli altri San Gio. 
Grifollomo in quelle paiole , 

|« Quod magno fapientio pr aditili fuerit Adam, difee ex bis , quo mine flint : Et 
adduxit illa~dA dam vt uideret quid vocaret ea fiat hoc Deus dcmonjlraturus no 
ha magnani illtus fapientiam . E poco piò giù . T>{am qui potè fi congrua nomi- 
ntbus tumenta appellare & volatUia catti, & alias bejìias, ncque ordmem confundit , 
ncque manfueta onimantibus conuenientii ferii imporne, fed omnibus fua dot nomi- 
na quomodo non omni fapientia,& tnduflria pollai Si che, che il mettere nuo- 
ui nomi à nuouc cofe pure che con accordata proportione fi faccia, ino- 
ltri fapcre.e giudirio in chi lo fi , di quello dice vero Demetrio : c tanto 
balli di hauer detto à noi intorno à i nomi fatti totalmente di nuouo. 
Seguita hora la materia delle voci trafportatc da lingua à lingua, le qua- 
li, come habbiamo detto anch’ella invnaccrta maniera polfono dirli 
voci fatte; E di quelle non èdubbioche però e deueil Predicatore in al- 
cuni luoghi valcrlì,pcr accrcfccre , come dice Deinetrio,magnificcnza_» 
al dire: Ma in vero conuicne che egli lo faccia molto dilcrctamenttv ; 
principalmente ouc da altra lingua che dalla Latina volcfTe trafportarc: 
Parte Seconda. V 3 Etan- 


310 11 Predicator del r P<migaroU 

E tanto più fe da volgari lingue , come fono la Spagnuola , e la Francete 
lovolcflcfarc. Habbiamofcnritonoiftcllì , huemini nari in Italia, né 
perauentura fiati mai à Spagna faori d’ogni propofitovfiire’SpagnuoIe 
in pergamo, come farebbono , 

Verdadcro > regalare , 

E fomiglianti,che tanto fu lungi , che acrcfcelTcro magnificenza al r*^ 
gionare, che più tofto feemarono reputatione al ragionante. Anziin 

5 [uelle voci ancora, che dalla Latina vengono nella noftra fauclla tra- 
portate, ad ogni modo vi bifogna giudino . Monfignor Cornelio nell* 
predica della pace forma la voce ndfojdiccndo , 

Ecco loSpiritofanto, che confuona col Padre cl FigliuoIo,comc nello 
confuftantiale dell’uno, e dell'altro. 

Nel procmiodclla Vignadicc, 

11 gran padre Agricola. t 

Iuià poco adopera vn billiccio. 

Che fai , che fei , r 

E quali lùbito per farne vn’altro forma Ia voce impudente. 

Sei forfè fi imprudente,© impudente del Filofofo. 

Nella predica delle allegrezze forma la voce rediuiua» e fe ne vale 
non folo nel procmio,ouc dice , 

Non veggiamo ancora la rediuiua vira . 

Ma molte altre volte nella ftefla predica: fi come nella medefima dice 
Qucflo fonati ha iugulata. 

Nella predica del Bcnefitio, 

Non immemore mai della carità fila. 

Nella predica della imitatione pure per fare bifticcio forma la voce 
irridere. Ridono, & irridono. 

Nellamedcfima, 

[ Aiuta Signore quello vltimo conato. » 

E poco più giù, !.; 

Efiibilato, &efplofo da qucfli infelici. 

Pur quiui , 

Doppo l’antiquo Iapfo . 

E di quelli gran numero fi rroua àcialcun paffo nelle prediche di qtre 
Ilo grand’huomo : Il quale fe in quello fatto fia fiato vn poco arditetco, 
di altri fia il farne giudirio : Ardita certo parue à noi quella formatione 
de'inomi che fece il padre macftro Franccfchino nel line della predica 
del nascimento di Chrillo, quando dille, 

O popoIi,Vnire gli animi, Combinate le voci Ictabondijcgratulabon 
d rriccucte in mezo di voi, quello voftronafccntcSaluarorc. 

Ma di quello medefimo Soggetto tratteremo vn’altra volta più copfo^ 
fame a te nella qucftionc fella , del trattato della correttione della lin- 
gua. 





par : 


Digiti 



PARTICELLA 

CINQyANTES IMASETTIMA. 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori . 

\Mplum antan quiddam efl& àllegoria,& maxime in mime. ceu 
Dionyftus. quod ricada ipfts bumocanent . Si autem fic fimpli- 
riter dixijfet , quodexcidet Locrenfem agrum , & iracundior vi- 
fus effe t , & humihor. nunc autem tanquam operimento orario- 
nis, allegoria vfus eft:omne erum quod fujpicione tantum attingi- 
tur,terribilius eh : & alias aliud quippiam ariolatur : quod autem ptanum eli 
quamuis formidolofum fua vi fit , veriftmile e fi contemptum iri , quemadmo - 
dum veBimentis nudatos , Vnde & my feria in allegorijs dicuntur , ad pano- 
remgignendnm,& honorem, quemadmodum in tenebrie , & norie, fimilie au- 
tem eri & allegoria tenebrie , & norii . Cauere fané & in hac oportet conti- 
nuationem,ni orario nobie euadat anigma. ceu quod in cucurbitula medicorum 
Arìp' àydpvuroJrvna , Et Laconee multa in allegorijs di- 

cebantmetum imjcientes. Vt illui. ‘Dionyfiue Comtbi,ad Vhilippum:& alia 
buiufmodi non panca . 

PARAFRASE. 

'Allegoria anch’effa ha del grande, principalmente nel- 
le minacce ; come quando S te fi coro minacciando à 
Locrenfi dideiChe per certo haurebbe fatto lor cantare 
le cicale in terra : La doue fe egli fpiegatamente hauef- 
fe minacciato di tagliare quanti arbori, e quante medi 
erano nelle campagne loro; modo di dire farebbe flato da huomo 

f >iù trafporrato dalla colera, ma più bado, e manco terribile. L’al- 
egoria c come vn velo fopra le cofc che diciamo : E le minacce ve- 
late, e coperte più fgomentano, perche dubitiamo Tempre di peg- 
gio, e da vnacofa iftelfa più mali tal’hora andiamo fufpicando. La 
doue per terribile, che fia vna minaccia feopertamente fatta, molto 
minor conto ne facciamo , come de gli huomini fpogliati , e nudi . 
Imi fieri anch’cdì, e le cofc fiacre, quali tutti in allegorie veniuano 
detti, per dar maggiore horrorc, -fi come perla raedefima cagione 
anche di notte , ò nelle tenebre fi cclebrauano. E bene in vn certo 
modo fimilc è l'allegoria alla notte, & alle tenebre*. La quale, non- 

V 4 dimeno 



311 fi Predicatore del Pantgarola 
dimeno bifogna , che auucrtiain'o di non continouarla troppo lun^ 
gain en tc,perche nufcircbbe in £nigma come quello , 
io vidi vn, che col fuoco, 

Vn brpnzo&ùle (palle gli mcollaua . 

I Lacedcmonifraglialtnperfarpaura,eparcrcfcucrimoltccOi 
fc in allegoria diceuauo, Conica Phihppo, 

Dionilio è à Corinto. 

£t altre cole limili. -• 

COMMENTO. 

T Tratta tuttauia Demetrio di quelle parole che accrefcono magnificen- 
za al ragionare : Le quali fe ad vna , ad ina hanno forza di farlo , 
ben maggiormente lo faranno vmte infume. ‘Ter efiempio fe ma me- 
tafora lo ope*a,più to faranno molte parole metaforiche continouate : ma molte 
parole metaforiche continouate altro non fono che l’allegoria , dunque dice be- 
niffimo Demetrio ,che ad aggrandire il ragionamento molto for^a haueri l a « 
^Allegoria . Cicerone nel }. de Oratore ragiona della i_ Allegoria , e dice chi è 
quella figura , nella quale aliud dicitur, &ahud ìntelligendum cft. f^oi 
ancora nella particella 45. moflrammo la differenza ,ibe fi trouafra lame- 
tafora , e la ^Allegoria : Et il Caro dice che o Illegoria non è altro che contino - ' 
unta metafora. 

I prona bij , le Tarabole , gli LsSpoftegmi , & altre cofe fimiti , tutte ad' 
^Allegoria fi riduiono : e Dt metrio fi vede che in qu e fio luogo piglia qutfio no- 
me di allegoria in quefto figni filato ampli/fimo , c tutto ciò domanda allegori- 
camente, detto , da che cofa non detta bifogna che fi raccoglia : UUa in vero chi 
accuratamente volcfie trattare della ^Allegoria , bagnerebbe che alcuna pi Ut 
tj qui fitta di flint ione proporr fie. 

£ noi per bora la vogliamo accennare [blamente. 

Da vna co fa che fia fiata detta, vn altra ne poffiamo cauare in due modi ■ Ciò fa 
no , ouero facendo che eia [tana delle parole della profa detta nj panda ad alcu- 
na delle parole della cofa da intender fi , e cattandone in finimento per applica- 
tione : ouero non hauindo punto di cura i que fia applicatone , c rifpondenza ; 
E fi triplicemente da vna cofa cauando l'altra per quale fi voglia modo , ò come 
effetto di caufa : ò come da meno e più , ò in altra immura s Ter efiempio fc^ 
noi diciamo. 

Già sù per l'^ilpi neua da ogni'mtorno . 

Qua intendiamo vri altra cofa , cioè che il capo i fatto canuto t ne polfi , « 
nella fronte, e nella collottola, 

E la intendiamo per torrifpondenza, & applicatane: percioche-utlpi figni- 
ficanoil capo , la neue lignifica la canute za, & il da ogn’ intorno figgifica tut- 
te le pani dilla tefìa. 


Sopra la Particella LV IL 3 1 3 

xJMa fe noi diciamo , 
le ficaie canteranno in terra . 

Tqon e dubbio che quà intendiamo vn altra cofa cioè che faranno tagliati gli 
arbo ri , ma non cattiamo quefia cofa da quella per applicatane e co rrilponden- , 
za ; perche le Cicale non lignificano gli arbori , ne il citare ftgnifica e fiere ta- 
gliato e fimili : filamenti: la cauiamo cerne caufa da effetto , concioftacofa che. * 
da queflo effetto del cantare le c 'tcade in terra, cauiamo la caufa, cioè che taglia- 
ti faranno tutti gli alberi, e che però le cicale in terra canteranno-, fimtlmen- 
te fe diciamo , 

L’oro fin fatft d’argento. Ouero, \ 

Lafeiar le ghirlande inverdì panni, , 

Da aafeund di quefte due cofi ne intendiamo vn altra : fiioè l’inuecchiare ; 
tua dalla prima la intendiamo per corrifpondenza , & applicatone , perche _» 
Voto fono i capeglt biondi , e l'argento gli fleffi incanutiti la doue dalla feconda 
il mede fimo intendiamo non per applicatone (che non habbiamo da cercare che 
cofa fignifiebino quà ,ò le ghirlande ò i panni) ma lo cauiamo comi caufa _• 
da tffcttOyò come età da /uoi co fiumi : E perche è effetto , ò cofiume della 
vecchiezza il fare che altri lafci le ghirlande, ££ i verdi panni , però per lo 
lafciare dt tali cofc intèdiamo , che fi parli della vecchiezza . Etinucro,pcr 
non allungarci hormai pii, le vere LsiUcgoric fino le prime, oue vna co- 
fa fi intende da vn altra per applicatone , e corrifpondenza : T uttauia e Cice- 
rone c Demetrio fi vede , che hannoprefo il termine nel fio più ampio lignifica- 
to : E però noi ancora per allegoria intenderemo quà tutto quel modo di ragio- 
nare, nel quale da vna cofi detta per qualefivoglia ria haurà da efferne trite - 
fa vna non detta : Come oue lo fiolare alla yedoua dìfìe , 

E perciò non rimprouerare al mare d'haucrlo fatto crefcere il picciolo rufcel 
letto ; E quota tale figura dice Demetrio e dice verifiimo, che apporta magni- 
gnifiienza al ragionare ; Ma aggionge che quello principalmente occorre nelle 
minacele: Le quali minacele non è dubbio che alla nota grane appartengono, che 
da Demetrio nel quarte luogo fi collocata , oue habbiano bifigno di mofirarfi 
non magnifici e grandi , ma feueri , afpri & atroci : fiferò ria f ce dubbio come 
confonda Demitriolt note infume, c come mentre infogna à magnificamente 
ragionare : wifchij quello precetto di fare pii fcuere,e pii acerbe le tninacòei 
eJMa la rifpofia fi caua da ciò che difle 'Demetrio ifiefio , & aggiùngemmo noi 
ancora di / opra nt Uà particella i j • oue egli mofirò che dtUe quattro note del 
dire , fole la magnifica , e la tenue non fi compatiscono infume , del refio tutte fi 
mifcbiano : Et in particolare tanta conformità hanno la magnifica , eia grane , 
i vebemente infume , che molti hanno creduto effe non cjicrc più che vna fola, 
t la notagraue effere incorporata , e vnita aUa ma ni fica : E già fippiamo, che 
vera non fi quella openione: T uttauia à noi basta che molte volte Hanno infu- 
me la magnificenza , e la fuerità-, Et apena può tiare, la fcucritàfenza magni- 
ficenza . •inhebeniffimo dice Derni trio , che leaUego-itferuono alla magni fi - 
e, e oue con la magnificenza don effere congiunta la feut- 

riti 


cerila principalment 


314 Ji Predicatore del Panlgarola 

ritti come nelle minacele . fi i esempio ch'egli adduce è belli [fimo di SteftconT t 
il quale volendo minacciare à Locrenfi la deflrutione de campi loro : non queft* 
ftcjSa cofa diffe loro -, ma v altra, alla quale quejla come caufa ad effetto andai» 
ua in confeguenga . Cioè 

Farò che le vofire Cicale cantino interra. 

Che ben fi td,che oue arbori fofiero, in terra non canterebbero quelle Cic£ 
le ,dclle quali dice irMotile nel quinto libro della biHoria de gli animali , che 
oue non fono arbori, nonna [cono . In fomma feSteftcoro apertamente haueffe 
detto, io darò ilguaflo alle vofire campagne farebbe paruto huomo trafpotta- 
to dalla colera, e impetuofo : ma non così del grande hauerebbono bauute le fa 
role, ni del terribile . 

La doue dicendo allegoricamente. Vi farò cantare le cicade in terra, fi vede 
che qua con la bile c'è la flegma : Che il parlare non è impetuofo, ma pefato : e 
che chi dice, vuol fare. In jomma l'ejìereil parlare allegorico , qua fi coperto è 
velato, genera maggiore grandezza, e maggiore paura: Maggiore grandezza, 
in quella maniera, che quanto più pretiofe fono le cofe, tanto fi vede, che piu co 
perte le fogliamo tenere, e fotto i veli : e maggiore horrore , perche più conto 
facciamo de gli huomini ve fìiti, che de nudi : e tanto più fi /limano i pericoli , 
quanto meno chiare fappiamo le nature loro : Che in vero quando vno mi dice , 
Io ti voglio accufare dalla tal cofa, ò darti il tale intommodo ; non cifd tanta - 
paura, come fe egli ofeur amente dice, Bafla feti fu vtile la inimicitia mia, lo ve 
drai fra poco , ò cofa ftmile : perche qui cento penfieri , e tutti mali mi entrano 
in capo, che tutti infume vi vanno accrefcendo la fuJpitione,e la paura. Queflo i 
quello, che i Latini dicono inijeere fcrupulum,& i noflri mettere vna pulce nel - 
/' orecchi,, onero vn cocomero in corpo i chi che fu. Cioè farlo ilare con anfietà 
per non aprirle compitamente la minaccia : Come quando fi dice : Se tù fapefjt 
ciò che bolle in pentola ' l/on fempre ride la moglie del ladro, e cofe tali -. Ben- 
ché nelle allegorie veramente, fi dice la cofa : ma così copertamente, che altri ne 
fuòcauare più pentimenti, c tutti gliaccrcfcono il timore . f he fe vogliamo tor- 
re e/Jempio dalle cofe naturali medefime: noi vediamo, che la notte, e le tenebre 
da imo grandezza è bonore alle attioni,che vi fi fanno dentro ; Onde lo dice an- 
che Cicerone, nel fecondò libro delegibus . Tfon cth.br aitano mai gli tene fi i 
facri loro mifleri fe non di notte,e nelle tenebre-, e quello che vi fi parlaua tutto 
era in allegorie : conformaniofi molto bene le allegorie con le tenebre , perche 
oue le tenebre coprono leattioni,le allegorie velano i ragionamenti ; e ut lan do- 
li, più magnificigli fanno , e più feueri . Solamente bifogna auucrtirc , (he non 
c ontinoui però troppo lungamente la allegoria, perche ne nafccrebbe enigma. E 
Cicerone anch’egli nota queflo,che dall' allegoria nafte l’Enigma ; Se ben egli lo 
taua per vn altro verfo . Cioè quando la allegoria, fi tira troppo da lontano-, che 
è veriffimo,ma è anche vero, che pur nafte enigma da qual fi voglia allegoria, fe 
è troppo allungata. 

Di modo i he fi come la continouata metafora douenta allegoria ; così bene 
fteffo la troppo continouata allegoria douenta Enigma ; Come in quel bclliffimo 

Enig- 


S opra, la Particella LV IL $1$ 
Enigmi occorretdcl quale e nella Peetica,c nella Retorica parli ,1^ infiorile £ 
qua lo riferifie Dometrio. 

Jo vidi vn che col fuoco , 

Vn bronzo fu le J falle gli mcollaua. 

Volendo dir e, che xmo baueua veduto fil quale ad vn altro le Coppette , ( che 
gli’ bora di bronco fi vfauano ) attaccaua . Finalmente, che il parlare allegoria 
co fuoni magnificenza i fcueritd,dicc Demetrio, che anche da queflo fi può co* 
no fiere, che i Lacedemoni fi quali affettauano grandemente la afprezza e feueri 
td,di quelli modi di dire molto frequentemente vfauano -, Come quando per mi 
naeciare à Filippo niuna altra cofa difiero, fe non quefia. 

Dumi fio è d (orinto. 

cModo di dire, che fu fiueriffìmo per non effe re chiaro, mi anche per efiere 
breue ; Come mofirò il mede fimo noflro autore con il mede fimo efiempio, quan- 
do infegnòyche la breuitd delle claufule fuol fare più ffauentofe le minaccie di 
/ opra alla particella io. 

c Ma della breuitd non occorre jhtr affioriamo in queflo luogo. Quanto al» 
la ofeuritd, certo, noi poffiamo anche del commune e populare modo di fauella- 
ve , apprendere, che le minaccie coperte demo efiere più atroci dcllt aperte, poi* 
che tutto dì Sentiamo le minaccie del uolgo far fi con modi tali di dire, come fa - 
rebbono 

Bafla, tu ne porterai il guadagno d San Giacomo di paliti*, 

S’i non te la rendo Segnami. 

I macini hanno apertigli occhi. 

E che fi,che pugneremo . 

E cofe tali : Che dourebbero buffare per fine di queflo Commento : Ma io 
voglio aggiungere anche queflo, che quei fententiofi, i quali dalle profe voglio- 
no bandire affatto le fìmilitudini , e le compar ationi , dourcbbonofpcccbiarfi m 
Demetrio qud : il quale in quefia fola pai tic ella dice, che l’ allegorie fono come 
veli, che i parlari aperti fono come buomini nudi ; e che i parlari allegorici fono 
come tenebre è notti de' ragionamenti, &c. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

S E cofa alcuna appartenente all'arte del ragionare impararono gli 
Etnici dalle fcrirturc noftrc Canoniche: ( che Santo Ambrogio dice 
Che tutte le appararono ) quella lenza dubbio apprefero del parlare alle 

J 'orico,e notantemenre del fare col mezzo delle allegorie, più horribili 
c minaccie: ConcioliaCofa,chc pieniflìme fono le fcritrure facrc di alle- 
gorie : Tanto che Porfirio, e Giuliano noflri capitali nemici à calunnie 
fc bene ingiuftamentc cc l’hanno arrecato: c de’ noftri propri interpreti 
alcuni fono ftatri,i quali nello allegorizzare fi fono tal hora fbucrchiamc 
. te ingolfati . • • L 

Sedane’ tropi della fcrittura facra,ouc tratta della allegoria, diceche 

eius 


$ 1 6 Jl Predicatore del Panigarola „ 

itti fpecies multi funi ex qmbus emment feptcrn . Ironia. Anttfrafis , enigm/t-j, 

Cbarientifmus,Paroemia,barcafrnus , & Afhfinus . Santo Agoflino nel libro 
quin rodi cimo della Trinità, pur dice anch'egli clic allegoria plures fwit fpe 
cier. Bcd.i dice che delle allegorie altre fonodi fatti, Come quella Abruoi 
duos filiot bibuli, vnum de anelila &• viium de libera , 

PlT lignificare i due tellamenti:& altre di parole, come quella 
Leuatd oculos uefiros,& uidetc regione', quia alla iam [uni ad n.cjjem. 
Cioèconfiderate, che e vicina la conuerfione della gentilità . Diftin- 

f ;uono ancorai Teologi i fenfi mifticicontrapofti al letterale in tre,nel- 
: al legorico, nell’anagogico, e nel tropologico: Nel tropologico col qua- 
le fi dicono le cofe,che h abbiamo à fperarc, come Gicrufalcmme in quo 
ho fentimento fignifica la gloria del cielo:Ncll’anagogico,ouc fi dicono 
le cofe.chc habbiamo à moralmente fare , Se in quello fentimento Gic- 
rufalemmc.fi piglia per l'anima humana : & nell’allegorico nel quale fi 
dicono lecofe, che fi hanno à credere, equà Gicrufalcmme lignifica la 
Chiefa. E molte altre eccettioni di quella voce allegoria fi trouano à 
eiafeun palfo:Sc bene noi quà nel piu generale fentimento prendiamo 
il tcrmine,e come dicono Santo Agollino,e Beda ne' luoghi l’opra allega 
ti, allegorici diciamo trouarfi in tutti quei luoghijouc in qual fi voglia-, 
modo,aliud fignificatur quatn dicitur. 

Habitabit lupus cumagno,& pardus cuinhxia acuubabit: vitulus & leo.dr ©» 
ucs fimul morabuntur. 

Cioè nella Santa Chiefa di Chrillo Signor noilro,fi vniianno infieme 
iGiudci,& Gentili. 

Tatres comederunt uuam acerbam,& dente s filiorum ol flupefcunt. 

Cioè de peccati de* Padri vengano tal hora caltigan 1 figli. 

D ereliquerunt fontem aqm uiu* , & foderimi fili Ciìteraas . Ciftemas dijfipa- 
tas,qus continere non ualent aquas. 

Cioè hanno lafciato Dio fommo bene per cofe temporali , che non 
quietano mai. 

Lapidem,quem reprobauerunt adificantesfiicfaClus efì incaput angoli ■ 

Cioè Chrillo cacciato da Giudei,in fc Hello , t la Sinagoga vnirà eia 
Chiefa. 

Omnit uallis implebitur, & omini moni- & collii hurniliabitur. 

Cioè farà abballata la Giudea, & crtaltata la Gentilità, 

Orate ne fuga vrflra fiat bicme,uet faiboto . 

Cioè pregate che p- Ifa edere fpedira e lunga la vollra fuga. Quelle & 
innumerabili altre nelle fcritturc l’acre fonotuttc allegorie. Etalcunc 
claufolc fi trouano , le quali letteralmente dette, anche fentimento alle- 
gorico contengono; Come troppo chiaro è il luogo in quelle parole del— 
l’ElTodo, 

Oi non comminuetis ex eo. 

La quale letteralmente crtere fiata detta dell’agnello PafquaIe,niuno 
è che porta lagioneuolmente dubitare; c nondimeno per allegoria fe ne 
fcruc San Giouanni Euangelifta nel capitolo decimonono del fuo Van 
gelo,ouc dice. 

Ad lefum autem cwn veniffent , & uidcrunt rum iam mortuum , non fregerunt 
«ms truca Jed unu s militarci lancea/alus eius aperuit , & continuò cxiwtjangtùs 
& aqua: fattafunt autem bue ,utfc ripe ura implerctur. Os non comminuetis ex co . 

De* 


Sopra la Particella LV 1 I. 317 

Dc’Padri,eI.attm,c Greci,*: anche noftri italiani, come ad ogni pa£ 
to fi vagliono di allegorie, chiarifiiina e lacofa : & hà certo daauucrtire 
quello grandemente nonfoloil Predicatore, ma il Rcligiolb,che frà 
tutti i modi di dirc,che fono più frizzanti^ più pi) inficmcic che più có- 
uengono ad vna rcligiofa maniera di ragionare, quello ne è vno , oue di 
hiftoric ò anioni, ò parole dette nelle fiacre carte,altri fi forma allegoria 
per lo propofito del quale vuol ragionare. Come quando volendo chi 
che fia, valerli di feienze Etniche in pergaino,ò di cole profane in ragio- 
namento pio.diceflc di volere , 

O pigliare le fipoglic de gli Egittij.c faciitìcarlc al Dio d'ifiracllc, 

O tagliare i capegli e fogne alla prigioniera,© cofia limile. San Giero- 
nimo volendo dire, che niuna cola più confola vn’huomo vecchio è gra- 
ue,chc lo fludio della diuina fapicnza,diccua . 

Che Abigail bifiognaua far giacere con Dauid per rificaldarlo: 

Volendo dire, che con le ftclfic ragioni addotte da Filofiofi, clli medefi 
mi tal hora rdlenanoconuinti c fuperati, diceua. 

Che à Golia conuienfi leuar la fipada di mano, e con la ftefla occi- 
dcrlo. 

E di quelli allegorici modi di dire : e nello flefib San Gicronimo , & 
in tutti i Dottori noftri.efiempi lenza numero li ri trottano : Ma Deme- 
trio, dirà alcuno, non di tutte le allegorie in quello luogo ragiona, fi be- 
ne di quelle fidamente, che nelle minaccic accreficono Phorrore, c la ter 
ribilità ;c 4oi diciamo, che di quelle tali ancoratami efiempi apporte- 
remmo dalle ficrritture lacre,quanti altri porcile defiderare. Seal noltro 
propofito non ballale con alcuni pochi dare fodisfattionc. 

Excoqu.i»i ad pur uni forum auferam omnejlamnum tuurn. 

Quella è allegorica nfifiaccia. 

Et nunc ofìendam uobts,quid ego faciam uinex »«, 

Auferam fepem eiu s & erit in direptionem , diruam macerkm ciu ~ , & crii in 
concultationem. 

Qupmodo fi fughi uir a furie Iconio#" occurret ri urjui,& ingrediatur domani, 
&mnit.tiur tn.viufufuper parietenl,&‘ morderti eum tocubres. 

Qui fodit foueam,imdet in c.m: & qui diffipat, fepem mordebti eum coluber. 

Secare ad radice m arbori s poftia ejt. 

Ornriis arbor,qux non foca fruii urn bouum, ciridetur,& in ignem mittetur . 

In tutte quelle, e mille altri >fatte fono le mjnaccic piu terribile della 
allegoria:- per auUcntlira San Gicronimo con allegoria facca qualche 
xifcntimento,quando reficriuendo à Santo Agollino diccua, 

Boi bffus fortini figit pedem- 

Noi certo ne* noltn ragionamenti molte volte di quello artificio ci 
liamo valuti, come oue volendo alle città populofc minacciare la pelle, 
habbiamo detto. 

Ricordati, ò quali innumcrabile moltitudine, che mi lenti , che an- 
che per le più frequenti città , sà il modo Iddio di far naficer l’herbc. 

Et altrotic molte volte. Rella quello, che Demetrio in quello luogo ra 
giona del l’enigma, intorno al quale ò che egli fia troppo lontano,ò trop 
po continuata metafora. 

Santo Agollino certo afiai abondantemcntc ragiona nel libro quin- 
todccimo «Iella Trinità! c frà falere cole dice,chc 


Omne 


3 i 8 II Predicatore del PanìgaroL 

Omne q nidori anigma allegoria cfl,fed non omni, Memoria anigmxefi attigna 
cnimobfcura, allegoria eri. 

Clic certo abbraccia tutto, c volendo prendere l’enigma nelpiùam- 
p!o leneiinento non potea dir meglio. Bcda dice , che anigmaefl obficurA 
fai tonti per occultami firmlttudincm. 

E gli e(Tcmpi,chc fi adducono per le fcritturc facrc.fono come quello 
ne’ Prouerbij a! jo. 

Sangui fuga dux fiunt filia dicentes affer, affer . 

Nel Salmo 67. 

Si dominaris inter medios cleros penna columba deargentata, & pofteriora d«r- 
fi Ohi in pallore auri. 

Ne’ Giudici, quello di Sanfonc, 

De comedone cxiuit cibus,& de fòrti egreffa eft dnlccdo. 

Nell’Euangelo, 

Vbifiuerit corpus, congrcgabuntur & aquila. 

E più cfprcflo di tutti qucllo,che con il nome proprio dell’arte nomi» 
nailSignorc in Ezechielleal 17.000 dice. 

Fili bommit propone anigma. 

E quello che leguita, Scc. 


PARTICELLA 

CINQUANTESIMA OTTA VA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 

Oncilio auton partim quidem magnifica e fi, (f maximi 
reticentia : quaderni enim non difta maiora videntur, & 
Jufipicionc potius cognita, partim autem tennis : etemm in 
itcrationibus txontur magnitudo . velati Xenophon in- 
quit Tei fi iffjitté. ifiptTt, ri far fi eivxeir sòr ftrlur . Tot 
tìtìciuxuv xùv roMfifJÙr . multo mini fic mani s ,qu am 
fi fic dixifijet VP fui 7 Sr pih'un , W fi* 7Sv «ai yativ 



ttvrur 


Sopra la Particella Libili. 3 19 

ARAFRASE. 

! r La breuità ancora nel ragionare alle volte genera 
grandezza, principalmente quando nafee da reti* 
1| cenza ; Cioè quando di ciò che habbiamo comin- 
ci ciato a dire,tacciamo vna partc,la quale non è dub 
bio,che tacciuta pare maggiore, e metcechi la fen- 

te in maggiore folletto, bc bene quanto à la breui 

tà, occorre alle voi te ileoncrario, chela fupcrfluitagioua:e quello, 
che con minor numero di parole poteua dirli, riefce più magnifico, 
fé con più parole anche non necelfane lo diciamo: come più magni 
fico parue Senofonte dicendo, 

De’ carri di Artafcrfe, quelli pcrgliamici,cqucllipcrgli inimici 
difeorreuano. 

Che fe hauefle detto, 

I Carri di Artaferfe qua c là correuano. 



COMMENTO. 


C He la breuità alle volte generi magnificenza '■ quetto fi è detto di [opra 
per quattro particelle inter efla ottaua ,la nona, la decima, e la vudecima: 
E pure and ancora lo replica ‘ Demetrio , ni però vitiofamente : Vercioche, co- 
pie h abbiamo detto ad altre occafioni molto bene fi può vna ctfa Beffa, per di - 
uer/e occorrenze replicare: E fe Demetrio, parlando delle claujole breui, fretto 
gli altri fuoi effetti difie,cbe generauano magnificenza ;oue parla della magni - 
ficenza, fra l' altre caufe di lei non deue però tacere la breuità : Oltre ebequà 
d’una particolare breuità ragiona principalmente, della quale non fi è trattato 
ancora. Cioè di quella che nafee dalla reticenza . Tiù tofio pare difficile l’in- 
tendere, come qud, ouc parla il nottro autore della magnificenza che nafee, non 
dalla compofitione,ò dalle cofe,ma dalle parole fole , vi metta quetto documen- 
to intorno alla breuità , la quale pare che alla compofittionc appartenga . T ut - 
tauia rifpondiamo: Cba anzi alle parole per appunto appartiene quitta breui- 
td, poiché in altro non confifle che in alcune parole tacciute , che pareua che do- 
ueffèro dir fi . E parimente la lunghezza ch’egli foggiunge pure in alcune pa- 
role confifle, che parca che potè fiero tacer fi . E veramente è belliffima,e gene- 
ra grandezza, quefla figura della reticenza. fJMa bifogna auucrtire che non 
c’inganniamo . Conciofiecofa che vna figura fi troua, nella quale l'Oratore fin- 
ge di voler tacere, e dice, e quetta non è la reticenza. Per effempio . 

Nondicotcabfecijspecuniasaccepifl'c, nonfum in co occupa- 
ta quod ciuitates regna domos omnium depopulatus es, fu rta, rapi- 
nai tuas omnes omitto. 


3 20 11 Predicator del e PamgaroU 

€ Tito nel 'Boccacci , 

'lo mi taccio per vergogna delie mie ricchezze, nella mente battendo , chfJt 
l bone ila ponenti fu antico, e lungbiffimo patimento de' nobili Cittadini di T^o- 
mi : La quale, fe dalla opunon de’ volgari è damata , e fn commendati i tbc- 
fotì,io ne fono non tome cupido, ma come amato dalla fortuna, abbondante . 

lnquefli luoghi come fi vede, altri dice quello che afferma di non voler dire 2 
E la figura fi domanda occupatio,nè ha ponto da fare con quella arila qu ile par 
la Demetrio : La qua’e da Greci viene domandata t'T»mù-naK, CioiTfeti- 
centia; E l'autore ad Herennium la domanda con qui fio nome Pnecifio, 
e dice che Pracifio eli cu. u diéhs quibufdain , rcliquum quod captum. 
eft dici,rclmquitur in audientium mdicio. L glie fs empi ch'egli ne dà 
fono due. Jl primo i quello, 

Mihitecuin parccrtationon eft: ideo quod populus Roraanus, 
memolo dicere, nè cui fortè arrogaas vidcar:tc autem fatpc ignomi- 
nia dignum putauit. 

Et il fecondo è quell' altro , 

Tu ìffa nunc audes dicere, qui nuper aliente domui?non aufim di- 
cere, ne cumtcdignadixero,me indigno quidpiam dixilTe videar. 

E [tempio di Cicerone medi fimo fi può hauere in quelle parole ad Atticu ; 
ette contrapone alla celerità di Cefare la tardanza di Pompeo, dicendo , 

0 celcritatcm incrcdibilem,huius autem noftri ; fed non pofium 
fine doloreaccufare eum,de quo angor, & crucior. 

Oueji vede che come dice Demetrio non ditta malora vifa funt. E co- 
me dice l'autore ad Herennium, A trocior tacita fufpicio, quam difcre- 
taexplanatio fatta cfi. 

Virgilio di quella maniera, con la medefima reticenza fece afpriffim a , e al- 
tera la minaccia di gettano, quando gli fece dire . 

Quos ego; fed motos praeftat componcre fluttus. 

Il Petrarca acre/ccua anch’egli le fufpitioni con fimili modi , come farei - 
tono. 

Intendami chi può, che m’intend’io . 

1 fo ben quel ch'i dico . 

Et altri tali : Et il Boccaci moflrò di fapere, thè il parlare fra denti , e fìn- 
ger di non voler dire accrefce fof petto in chi fente, quando per mettere Catella 
in gelo fia grande di [uo marito , le fece da 'Ricciardo gettare d’un certo amore 
di Filippello vn motto folo,e poi tacere : per lo quale dice che. 

Ella entrò in fubita gelo fa , e dentro cominciò ad ardere tutta di de fiderie 
di fapere ciò che l{icciardo voleffe dire , 

E di quelli e fi empi per tutti i buoni autori, infiniti qua fi fé ne ritrouerebbe- 
ro : Et in tutti fi vedrebbe che 1‘ hauere altri tacciute alcune parole , farebbe 
flato cagione di magnificenza. Si come in contrario due Demetrio che alle noi - 
te l’aggiungere parole non neceffarie produce il mcdefmq effetto : Come in Se- 
nofonte fà piu magnifico Udire, Che 

De’ 


Digiti? 


Sopra L Particeli* LV11I. fi ì 

De* Cafri di Artafirfi, quelli per gli anici, e quelli per gli nemici dijior - 

renane, ... 

Che fé fi foffe con le file parole neceffdrie detto Che qui e la correlano . 
E quella cofa non filo è vera,ma è tanto frequente nc gli autori, e tanto thià 
ra che non occorre l'afiaticaruifi intorno . Simile alPefiempio di Senofonteci 
/occorre nel Boccacci quello' di Tebaldo ; oue dice alcuna coja da alcuni far fi afa 

fine che, ( 

Torti quelli il pane, colui mandi il vino fiuclP altro faccia la limofina . 

Oue fe con le parole necefiarie folamente fi foffe detto , 
affine di riceuere pane, vino, e limofina -» , 

^tlftcuro il finimento farebbe Unto il medcftmo ;maH modo di dire più 
baffo affai, e più vile : Ma iltrouare luoghi;oue parole aggiunte fim^a neceffi- 
tà facciano grandezza, come habbiamo detto fi coja fi facile , che à pena fi pub 
aprir libro, oue alcuno efiempio non occorra . 


DISCORSO ECCLESIASTICO. 

e 

D I molte* figure, che fono limili à quella, e che nelle feri trure noftre 
fi ritrouano tutte, parleremo piu baffo à luoghi loro : Per bora in 
quella fola Apolìopoli.ò reticenza, ò prccifionc che vogliamo di- 
re, fermandoci ; luoghi , e frequenti diciamo che non mancano nelle 
- Scritture facrc , oue per qualche effetto alcuna parte del ragionare fi ta- 
te,com c fece Virgilio, oue dille , 

Quosego. 

Primieramente nella Gcnefi al 4.oue hauendo con amara querela dee 
to Cainno à Djo: ò Sjgnorc dunque, omnis qui inunierit mc,octidct me ? gli ' 
rifponde Iddio; 7 '{cqiuquam ita fictf ed omnis qui occiderit C baili fiptkplum pnr 
uietur : Et il luogo come ben moltraSan Gicronimo nella Epiitolaif. 
«d Dama finn c difficiliffimo ; Et vna delle difficultà c quella, chenon 
pare ragioneuole, che l’acciforc di Cainno Inbbia ad clicrc punito fet- 
te volte p’ù dj lui, poiché di quella maniera , più farebbe punito chi ha- 
uefle vccifo vn’huomo (tramerò c reo , che non quello » che ad vn prò- ' 
prio fratello, & innocente con tradimento haueffe datala morte. E però 
tengono tutti i migliori , che le due parole fiptuplum puaieiur, à£ainno 
«erteli ino,e non all’occifore dllui habbiano da eflerc referite, volendo 
Dio inferire.che Cainno farebbe fiato caftigatoò con fette pene, per fet 
tc colpe ch’egli cornificò con fette, cioè con molte pene , ò fiptup!um-> , 
Cioè fino in Tetri ma generatione , òcofe limili"; E percidche dandoli le 
due parole fiptuplum pumetur , à Cainno , le precedenti quattro ciò fono . 
Omnis qui occiderit Cam, 

Reftano tronche c mozzc,e fenza fine. Però pongono qui dentro la 
noftra figura,R.abbi Salomone, il Lirano, il Toftato.il Cartuliano, & al- 
tri: Se intendono che per reticenza diceffe Dio, 

Omnis qui occiderit Cairi. 

Senza aggiungere alrro.moftrando in ciò magiotc fdegno, che fc ha- 
Partc Seconda. X ueffe 


311 Jl Predicatore del PanlgaroU 

ucfte foggionto, quello che vi bifogna fotrointcndere: Cioè Omnis quìirf- 
tafana Caia, gratti Jfimis fupplictjs puniclitr a me . Ne’ Salmi molte figure 
tali fi ritrouano. Come eccellentemente nd Salmo 1 3.111 quel verfetto. 
Trutte cogno/cent omnes , qui operamur imqmtitem , qui deuorant plebem meato 
ficut efeam panis . 

Oue fi vede che il verbo cognofcent refta prccifo , feguitando il Salmo 
vnultra cofa.mcntre dice Donunwn no n muocauerunty&t. tna'la prcceden- 
tc.c artifitiofa.c piena di terribilità. Comefcdicefle, 

E che credono di non hauere à conofcere quelli, che pcccanole bafta. 
Simile, ma per vn'altro affetto, Cioè per tenerezza, c defìderio, è- 
quel l'altra reticenta nel Salmo 8 $. in quel verfo , 

► aitarla tua Domine virtutum Rex meus & D cusmeus . 

E di quella medefiina maniera è queU’altra nel Salmo J4. 

T u rerò homo vnanimis dux meus,& notus meut . 

Qui ftmulmcumdulca capiebas cibos . 

Tale ftimanoalcuni che (iaquel luogo nel Salmo 88- 
Semel iuraui in finti 0 vico fi Dauid mentite . 

Se bene noi ci ricordiamo di hauere detto di (opra ad altro proposto, 
che la particella Si, ne’ giuramenti affermarmi niega , c ne’ negatiui af- 
ferma. Che peraltro, tale farebbe anche quello, 

Quibm iuraui in ira me a fi introitimi in requiem meam. 

Più rollo alcuna reticenza può edere in quel luogo dei Salino 4. 

Filij bominum vfque quò gratti corde ? 

Poiché vi fi tace la parola csbs, ò eritis , ò limili , 

E quclfalrra. 

*A nimi me a turbata eft vdde fid tu Domine vfquequo ì 
Senza aggiungere altro: E quella , 

E t catix meus inebriato . 

Pcrcioche febene daU'interprcte è (lato aggiunto la particella quarte 
frxclanu eli , nellTlcbreo nondimeno non vi fi troua, c rimane il luogo 
con prccifione,c reticenza . In Efaia al quinto con la medefi ma figura 
li dice , • 

Tìifì domut multe deferte fucrint grande*, & pulcbrx abfque babiiatorc . 

E non feguita colaaltra alcuna.che finifea il fentiinento . 

In Giercmia al zi. della meddima natura c quel luogo , 

Si non pofuero te foUtudtnan. 

E quello in Ofea al li. 

Si in Qtlaad Munì, 

Mapiùefprefiamcnrc quello nel capitolo quinrodecimo della Ge- 
ncfitoucdolcrtdofi humiltiìcntc Abramo col fignorc Dio, perche egli qó 
haueffe figli infino i minimi Cuòi fcruidori sebaueffero , per dolore 
favna reticenza in vltitno, c dopo hauer detto. 

Ego radam abfquc libcris , & filtus procuratori 1 dorma mea isle D amafeta* 
Iliczjer, 

Non foggionge quello che fi fott’in rende -.Cioè Htrcs incus erti . Che 
coli bifogna che egli voleflc dire , poiché il fignorc gli rilponde Cubito. 
7 {on crii me hpcs tuta ,fed qui egredietur de vtcrotuo . 

San Gicrouimo allegato à quello ptopofito dal Padre Granata anco» 
ra. Con la medefima figura dice quelle parole famolc. 

. Pr*- 


Sopri U ParUceUi L1X. $ i J 

Trudens mccum ItSor mtelligit , quid facon , & quii tnagis tacendo lo • 

quar. . 

E non c dubbio che il predicatore in certi luoghi, & 1 certi tempi, con 
cucita reticenza farà grande effetto ne* popoli dicendo di non voler di- 
re, e con il non dire, facendo che egli più creda affai di quello che egli 
haurebbe detto . Ma ogni facrificio. vuole falc. Et vn P redicatorc gioua- 
nc checonofco io,il quale per imitare vn vecchio che lo faccua à tempo? 
ogni quattro parole diceua : 

Popolo mio , Popolo mio , 

E mettendoli vn dito in forma di filenzo fopra la bocca, faccuale vifte^ 
di non voler dite, àpocoà poco da giuditioli fù ftiinato che in que* 
tempi non gli foccorrcffe che dire . Del rcfto , quanto à quello che dice 
Demetrio , che alle volte il dire c.on più parole quello che lì potrebbe di- 
re con meno, genera grandezza': di quello altre volte fi c ragionato, d^_ 
ognifcritturancèpienadicffempi. In modo chequi baderà darne vn 
Iblo, Come Cirebbc che ouc San Leon Papa nclfermone primo di San 
PictrocPauio, batterebbe potuto dire che, Vclrus Rimani itili notar , pii 
magnifico lu il dire, 

*4 d arcem Umani defiirulur inferii. 

Et ouc poco apreffo com’ Apodolo à San Pietro può dire, • • 

Romani conjhmtcr ingrtderis. 

Troppo più magnificamente dice , 

Siluxm iflam fremeutiwn beiliarum , cr twrbulcntijfm* frcfwidìtatis OcCMim 
conilanter qu àm cum ficpra mare gràdereris, tngrederis . 


PARTICELLA 

C1N QyAN TES1M ANONA. 

TESTO DI DEMETRIO 

« • 

Tradotto da Pier Vettori. 

a Vltìsmtem locit , & obliqui cafus maiur in oratione moliuntur 
quam rcffi,ccu . H <T* yrdun tw.de tic ran i»hjjxrtnin»t. 

xcu fuuujdrrvrpto tnvotaZre ì’mtcu, x*2 


X a PA- 


3 2 4 fi Predicatore del PantgaroU 
PARAFRASE. 



Ccorre ancora in molti luoghi che maggior grandezza 
fanno le parole in alcuno de' cali obliqui accomodate, 
che fc ne’ retti fodero proferite ò fcritte . Come quando 
ScnofontcvolcndomoflrarequaldifcgnohauefTc Arra 
ferfe ne’ fuoi carri falcati , difle . Nelle lquadre de Greci 
pensò di fargli irrumpere e disfarle. 

Clic fa molto più magnifico modo di dire , che non farebbe flato 
fehauefle detto. 

Egli pensò che ir rompendo doueffero disfare iGreci . 


COMMENTO. 


N I uno degli infignamexti dati di fopra intorno d cafi , hd che far pen- 
to con qutfio di thè bora parliamo . Tacila particella 36. difle “De- 
metrio che la v^dntipallage faceua magni fhenza , quando dotando fi 
aliatale conflruttione dare vn tal tajo ,vn altro fe ne mette che fi maravi- 
gliare chi Jente , (ome quando Homero diffe , Due fcoglij l’i no fino al delta 
afiende., . 

E nella particella 3 8. diffe che grandezza fi dà al ragionare , quando ba- 
ttendo noi i dire a 'cuna cofa con più claufole , facciamo che i verbi loro , non 
tutti il medeftmo cafo reggono innanzi d fe . Come quando Tucidide r 
di/'t-t , * 

Egli alla fiala della Galea corfe per calar nel lito ; ma da gli i^sftencfi, che 
nel l do era. 0, fi) impedito, da quali riceuute molte ferite fuerme ,&d lui fr a r 
la poppa e la Corfia cafiato cadde lo feudo in mare . 

£ tutti e due quejli documenti furono belliffimi ma molto diflimili da quel- 
lo di bora r perciocbe eglino non alle parole in rifguardo di fi medefime appar- 
tengono ) ma alla compofitidne delle parole ; nella quale compo fittone fi fa I n r 
conflruttione con vn nuouo cafo , ò fida verbo àvna claufuLx che regga nuo- 
vo cafo. La dove qui ragioniamo delle parole infiflefie finza ragguardo allea 
Compo fittone : E diciamo che la medefima parola in molti luoghi fi maggiore 
grandezza in cafo obliquo , che in retto. 7 qÌ però dice 'Demetrio che quello oc- 
corra fimpre , via in molti luoghi : E la ragione di quello effetto crediamo noi 
(he fia , perche la ofiuriti difinta non è dubbio che fi magnificenza : E molte 
volte i cafi obliqui rendono più ofiurala intelligenza che i retti . L’ e fiempio 
che aduce Demetrio è di Senofonte , otte tratta di que' ca ni falcati che haueum 
fatti drtaferfi , e dice il difegno col quale gli baucua fatti : Cioè affine che fen- 
Za mima fopra , cacciati fub.to negli fquadroni.de nemici gli difordimffcro , e 
rompe ffero ,e veramente nel Greto luogo di Senofonte, cominciala Clau fui* t 

dm 



Sopra U Torticeli* LI'X, 

ia cefo retto , non da obliquo : T ut inaia tanti obliqui feguono che Uluogo ferue 
molto bene alla intentione di Demetrio , e noi per accomodarcelo anche t mag- 
giormente nella Tarafrafc , da tafo obliquo l’babbiamo fatto cominciare, 
dicendo. 

Tacile [quadre de" Greci pentadi fargli rompere , e disfarle. ■ /.( 

. Domanda Senofonte detti carri *f, f 'pUfiWf* t * . • 

£ Tito Limo nel libro tratte fimo à propofito di . Antioco , ciré pure anch*tgU 
gli adoperagli domanda quadrigas falcata». E Lucretio Currus falcifero* 
Ma qucflo poco fa à noSlro propofito . Effcmpio de ’ Latini; oue il cajo obliquo 
di grandezza Sragionare, può efier e quello di cicerone . 

Cogitanti inibì iìepenu mero &ificraoria v etera repeten ti proba- 
ti futile Q-tfater ìlli videri folcnt,qui &c. 

E quanto i no tiri italiani , doppo che il Tetrarca nel primo fimetto bebbe 
con il primo quartino fatta, La inuocatione dicenioA 
Voicb’afcoltatcinrintefparfoilfuono , 

Di que fofpiri oni'io nudnuo il cuore , 

. In sili mio primo gionenile errore, ' 

Quandi ero in parte olir’ huom’da quel ch’io fono , 

M noi pare ihe egli molto maggiore magnificenza acqui fiajfe , figurando in 
tafo obliquo di quefla maniera. 

Del vario Itile , in cb io piango e ragiono , 

Tri le vanefperanze , c’I van timore , 

Oue fia chi per pruoua intenda Ornare , 

Spero trouar pietà, non che perdono. , , 

Qie fe egliìn cdfo retto hanefie fuggionto , 

Il vano Jhle in ch'io piango e ragiono , . i 

Fra le vane fpcranzec’l van dolore , 

Oue fia chi per pruoua intenda amore , 

Spero trouar pietà non che perdono . 

£t UHoccio nella oratione ch’egli fece fare da T uto à gli Mthenefi , oue fe « 
maialtroue egli fi sforzò di efiere magnifico e grande, fi vede che empì tutto il 
Cominciamcnto di cafi obliqui , dicendo : 

(redefi per molti filofo fanti che ciò che s’adopera da mortali , fia de gli Iddif 
immortali difpofitione , eprouedimcnto . 

Che in vero molto più magnifico fè, che fe egli hauefie detto, 
sciolti filofo fi credono, che quanto fanno i mortali , i r Dij lo diffrangono , t 
froueggano. 

biadi qucflo affai. . 



X Ì Di- 


parte Seconda. 


3 li fi 'Predicatore del PanigaroU 

• * ■ % - 

DISCORSO ecclesiastico. 

f A Ddurremo due eflcmpHbh' delle fcrirrarefacre.e due de’ Padri La.” 
jTv rini per moftrare che anche fra noi è dato molto bene conofciuto 
l’^icgnamentOjChe dà Demetrio in queda particella del fare col mezo 
<l c Can obliqui più magnifico il ragionamento. 

In Danielle al 6. oue fucccdcndo Dario à BaldafTare nel regno,confc- 
rifee autorità grandini ma nella perfona di Daniele: non comincia il te* 
fto da calo retto, dicendo, . 

Conjlitmt Dori us fuper rtgnum,&c. 

Ma con vnaclauloletta fpczzata,dice, 

TlacuitDaria: & confinati fuper regna Sarapat centu» vignai > vt effent mie- 
te regno fuo. 

Et fuper eos "Principe* tre* ex quibus Daniel vnus trae. 

Nel teftamento nuouo non vi c forfè più magnifico ragionamento di 
qucllo,che fece S.Paulo ne gli atti al z<>.innanzi al Ré Agrippa, quando 
hauendo detto il Rè à Paulo permittitur ubilo qui protemetipfo ? San Paulo» 
dicono, che extenta manu ccpit ralionnn reddere. E pure quiui ancora la gra- 
uiffima orationcdilui,nondacafo retto, ma da obliquo incominciò 
dicendo, 

. De omnibus quibus aecufor d ludfis Hcx ^grippai afitmome bcatnrn, aprii te, 
tum firn defenfm us me bodie. 

San Leone Papa nel fermone ; de iciunio Tcntecoflcs, comincia così. 

San fi or um folemmtatum , dileBifJìmi ordine celebrate, & fpiritahsletitie detti- 
none completa , oportet nos ad fdubntatem returrere par citati t. . 

E San Cipriano ad DomitianUivt accrcfcc macilà aldirc,con il comin- 
riamento da cafo obliquo; oue dice, 

[ Obleéhmtcm te,& aduerfus Denm,qui vnus, & verus ed, ore fàcri- 
Icgo,& verbis impijs , obdttpenrem frequenter Dominane contempfe- 
ram verecuudius, &mcliusexidimamus errantisimperitiam filentio 
fperncre.quàm loquendo dementis infaniam prouocare. ] 

E quello vogliamOjChe badi per conto del precetto, che ci dà Deme-, 
trio.Del rcflo,pcrchc nel Commento habbiamo detto, chcvna difereta. 
ofcuritàmolte volte non nuoce ne’ ragionamenti . Vogliamo à qnefto* 
propofito dire alarne parole di quei Predicatori^ quali nello allegare let 
autorità della (crittura,per la fbuetchia paura, che hanno di edere ofeu* 
ri, in vno di due fcogli incorrono : Mentre che ò in volgare fauella,fen- 
za mcntione alcuna del Latino tedo portano l'autorità : ò (c in Latino 
l’adducono, fubito di parola, in parola minuriffìmamente la traduco- 
no : c veramente ci damo marauigliari del Padre Granata, che nelle ope 
re fue in lingua Caftigliana;habbia addotte lcauttorità della fcrictura 
nella medeuma lingua . 

Come per clTempio nel trattato della orationc hauendo à dire , che il 
Signore in Matteo al fettimo dice. 

Tei ite , & acci pietii > quirite & muenietit , pidfate , & aperictur vobis > 

Così dice. 


Sopra la Particella LI X. J 17 

Como dice d Sdwtdor > Tcdit y recibireys , bufcat y dlareys, limai y ab4- 

EthTràtte le opere fpiritualf di lui,, ne anche vna fola autorità alle- 
gata in Latino, fi ritroua: 

Delle prediche di luiftclTo, noi non ne habbiamo veduta alcuna le 
non in Latino tutta: Chefecgli predicando in Caltigliana fauella, co- 
me ha fatto nel le opere fpirituali, così nelle prediche aDegaua volgar- 
mente i luoghi facri: 

Certo cheà noi la foggia non farebbe piacciuta.parendoci, che gran- 
di (fimo pelo, fi leni alla autorità , portandola non altrimcnti.chc in 
volgare Idioma : 11 Padre Miranda certo dottiflìmo , & eloquentiflimo 
Predicatore di quella nationc nonlofà: Come lo habbiamo fentito 
noi mcdcfimiinRoma: ccomcinvnabcllillìma predica diluiinlau- 
dc della Madalcna, fi può vedere, che và ftampata perle mani de gli 
huonrni. 

In Francia parimenti due Vcfcoui grandiflRmi Predicatori , che,# 
habbiamo fentiri, non lo fanno , Ciò fono Monfignor di Santa Fov.V e- 
feouodi Fliucrfo. E Monfignor Rofcs Vefcouodi San lys , nè alcun» 
predicatore habbiamo fentito in quellaregione, che non adduca in 
pergamo, comcconuicne le autorità Latine: Che fc altri dubita, che 
per non clTcre beneintefe, non fiano per giouare, non egrancofain 
poche parole dirne il fentimento principalmente in quella parte, che 
piùfàalnortro propofito , e per la quale tutto il rimanente della auto- 
riti viene allegato da noi. 

Habbiamo detto in poche parole , per non dare nell’altro fcogliodi 
Coloro ; i quali quante autorità Latine portano in pergamo, tutte fan- 
no profcmonc di douerc à parola, per parola interamente tradurre , che 
veramente è vna feccaggine grandiffima : E noi in Italia haueuamo gli 
anni paflati vn Predicatore, per alrro Santifiimo, E)otàflìmq,c frutruo- 
filfimo : maebe haueua dato in quello humorc , di portare in pergamo 
Colonne, pagine, c fogli interi di dottrine de’ Dottori Sacri: c quelle., 
dopo hauerlc più torto cantate , che recitate in latino , di nuouo repli- 
cante da cima à fondo in Italiana fauella rcplicaua; Con tanto, eli 
neceflario pregiudido , e de gli alcoltanti, e di fc Hello, Che mentre 
cglidiceua il tcfto latino, veniua fonno à tutu' gli idioti; e mentre gli 
rifitriuala tradottione Italiana, sbadagliauano tutu gli inrendenti.&c. 



X 4 




PAR* 


j - ■ ' JV 'i-: 

PARTICELLA 

•jT* « , ■>( \ t - . 4 

SESSANTESIMA. 

TE S TO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 



OntuUt autem ,& ftmilituio nominum , & afperitaruocis , qua appx 
ret : e fi namque afperum multi s locìs tumidum , ctu * ì*f JY /«>«*• 
ùjìr *V * wf* , multo tùm magi t jl iacem magnum . ffecit duarum 
concurJus,quam clypcus feptemplex. 

• . 

PARAFRASE. 


loua parimenti il fare, che alla compofitionc fan®, 
limile parole; 

Cioè dure anch'elTc, & afpre ; come quando Hor ~ 
mero di Uè, 

Coll armi il forteFttorre Aiacealfalta. , 
Oue per certo.che l’artificio del Poeta, & i con- 
torli delle lettere aiprc, fanno parere più brauo Aiace, chenon fo- 
cena la Tua famofa corazza a fette doppi, &c. 



v... 


COMMENTO. 


G l oneri grandemente à (hi batteri da leggere quefio luogo, il medereeor 
rendo ciò che hi detto Demetrio, & habbiamo aggiorno noi nella Tar- 
liceli jo.c nella 4 1 ; oue d’ggni concorfo di lettere, che poj]a auuenire nel ra- 
gionare, cosi de vocali,come de (onfouanti,ci pare d’hauer trattato à baflanza. 
- 4 ngi lo Jlefio Demetrio pare fuperflut qui : e pare che niente aggiunga ti 
quello che egli nella Particella 30. difle. Tanto più thè infitto il medtfimo ver— 
fio ch'egli addufje in quel luogo, di nuouo adduce qui. 

Coll’ armi il forte l : t torre adiate afidi t a. 

M a bifogna rito r dar fi, che di due jòrti di concorfì habbìamo fatto mcHtione £ 
emù oue nella mtdefma parola in una,ò più ftllabe tali, ò tali lettere concorra- 
no t e quefio fi domanda concorfo naturale ,t l’altro che concorfo accidentale, 
fi chi ama : cut fri due parole , cioè nel fine della prima, e nel cominciamcnto di 
quella , cbefeguc,dut ò vocali, ò confinanti , fi rincontrano . Demetrio % 
-ir quale 


> 


Sopra la Particella L X • j 19 

il quale nella pa rtieella 3 o .non della magnificenza, thè nafte dalle parole ver - 
fo femedefime -, ma da quella che procede dalla ftruttura , e compofitione loro, 
ragionano : SDcl concorfo ancora accidentale, e non naturale ragionò : E prin- 
cipalmente in quella particella infegnò, che per far magnifica la compofitione, 
rileua aflai l’adoperare in modo, /he fra parole e parole ,afpric duri rincontri 
di lettere fi ritrouino : Che fe egli aggiunfe come Tucidide , non filo nella com- 
pofitione, ma anche nelle parole iiteffe , procu rana l'af prezza , & il concorfo , 
tutto ciò fù incidentalmente detto , e non perche quiui gli pretende fie di ragio- 
nare della afpre^a, che iti eia faina delle parole da naturali concorfi può pro- 
uenire: Che è quello che egli bora non incidentemente, ma Jìudiofamente tratta 
in queflo luogo . E fi egli il medefimo ver fi adduce per t fiempio , merci che 
.nel medefimo verfi,e de' concorfi accidentali fra parole, e parole fi ritrouano,e 
de" naturali ancora fra fillqbe,e filila be, nella mtdefima voce de’ quali i primi d 
quel luogo firuir anno ,&t fecondi d queflo . Siche lafciata ogni altra confide- 
ratione,qud bifigna imparare queflo filo, che nella nota magnifica l’adoperare 
parole, che infiftefie habbiano afpri rincontri, e duri concorfi naturali di lette- 
re, ò confinanti, ò vocali, fempre farà magiore la magnificenza . Quali borala 
fiano quelle leu re,le quali rincontrate fanno più ruuidc , e più afpre le parole , 
come lt e filmili, queflo abondantementc lo trattò il 'Bembo nelle fine 
profi ; E noi doppo baucr portato il luogo di lui intiero, nel Commento delta-» 
particella 3 o. babbuino di più aggiunto quello, che et è paruto che conuenifie : 
£ perda noi medefinii in quel luogo ci rimettiamo. Qua dcfidtriamo Jolamcn- 
te che fia auertita la gratta il (ale di Demetrio ,quando dice, che nel verfo di 
Homcro parue più breue *aiacc,per gli concorfi che vi fi ritrouano , che per la 
fua corazza à fitte doppi : Che era nondimeno, per quanto dicono ,i na ft raua- 
gante corazza: e tale che altroché adiate iflcfìo non la poteua reggere . Gio- 
va grandemente queflo infegnamento di Demetrio à compo fuori de’ Poemi , di 
Romanci, di Comedie, e di 2 ^ouelle. Et in fomma à tutti coloro, che bauendo da 
introdurre finte perfine, hanno medefimamente da formare loro nuoui n^mi 
propri, affine che volendo dar nomi à faldati, à brani, à grandi -, afpri gli diano, 
feutri,e pkni di rifeontri atroci: T^el che marauigliofi futi Conte Matteo 
Chiaria Boiardo con le formationi di que’ fuoi, cjliandncardi, Ruggieri, Ro- 
domonti, f{imldt, Sacripanti, Bradamanti, Mar fife , & altri; E l’MrioSìo pure 
quelli, che bora aggiunge con molta proportionc hi formati : fame Marganor- 
ri,Rambaldi e filmili . Et il Boccaccio tioflro efjeiuò queflo precetto il meglio 
del mondo , quando hauendo i mettere il nome i quello fgherro della meretrice 
Ciciliana in papali, il quale come vngran bacalare con quella barba nera e fol 
ta al volto , haueua dalla fuicflra [gridato , e minacciato il pouero Mndrcuccio 
da Tcrugiaffiece che il nome di lui fojie , lo Scarabone buttafuoco. 

Et il medefimo ofseruò, quando in madonna Francefca de’ due amanti 1 sfitti 
do morto quel reohuomo,del quale, non chepioho,ma viuo, i più fumi (uomi- 
ni di Tifloia vedendolo baucuano paura Jcce che bave fie lanuto nome , 

Lo S cannadio . * . 

T; o* 


j 3 o 11 'Predicatore del PanigrtroU 

Che fe olirei nomi propri, vogliamo compo fu ioni alle quali dalTaffire^zÀ 
de’ vocaboli venga aggiunta feuentd,leggiamo quegli o Antropofaghi, Leflri j 
goni, S fingi, Vu furi, e Licaoni della Corona del Caro, e ci doneranno baftarc • 

DISCORSO ECCUESIASJICO. 

P Ocobifognohaucrcmonclla lingua facra, chcè IaHebrca,|dimOK 
tirare che i Tuoni, e gli Erimi delle parole fiano conformi alle cole, 
che per loro vengono lignificate: pofciachc come dicemmo di fo- 
pra ad vn’altro proposto , in quella lingua pofe Adamo i nomi à tutte le 
cofc; e come dicono tutti i Dottori, non à cafovegli pofe, maciafcund 
in conformità della cofa iftefla: Onde anche il Signore . Omnia adduxe - 
rat ad sldam . Cioè tutte le nature delle cofe haucua infognate ad Ada- 
mo, vn idact quid vocarct ca . Ciò affine che egli fapcllc proportionata- 
incntc nominarle . E già lappiamo, che per la mifera condinonc di tut- 
te le cofc mortalijlc lingue ancora patifeono i loro detrimenti : E quella 
medelìma Hebrca.di cui ragioniamola quale crcdiamo,che folle quella 
di Adamo, e che al tempo della terre di Babel fi confcruaflc in Ebcr, an- 
ch’clfa, confiniamo che per vari accidenti hàhauuti mali incontri. Co- 
me quando nella captiuità Babillonica lì corruppe grandemente.Quara- 
doccfsò di elfcrepopularmente parlata, & invece di lei fucccflerole tre 
volgari, Caldaica, Arabica, eSiriaca . Quando le furono mutatii carat- 
teri da Efdra, c cofc limili. Tuttauia rattiene pure ancora tanto della 
Tua dignità , e quello che fa à noflro propolito della conformità , e prò— 
porriontjche le tu data in riguardo delle cofe, che douea lignificar e:Chc 
Guidone Fabritio huomo intcndentillimo di detta lingua in vna prefa- 
tionc che egli fà , alla Siriaca tradottionc del nuouo teftamento nella 
Bibbia Regia,dicc quelle parole parlando di lei: Si quii ditigcmcr rim rer- 
borum eius per pendere roluerit & etymologicam eoi um energiam per ce perii , con- 
ilantcr affimene aufimuwn hoc nudo plus profeti ut um in vera naturali um rerum 
cognitione quàm fi vmuersi dottrini *Ariiiotdu 7 hcophra iti Tlinij , \S> io fiondi s , 
dr tdgenus auihorm fiaeli memoria i ornplexus fu . Si che oue vogliamo par- 
lare della lingua Hcbrea, noi certo non haucremo nelle fcritturc noftre 
ad inudligarccuriolàmente conformità di voci con cofc lignificate»» , 
perche tutte conformilTimc.c proportionarilfime fono . 11 Padre Grana- 
ta nella Tua Retorica Ecclefiallica al libro quinto, al cap . y mollrò di co* 
nofccrc molto bene quello infeenamenro di Demetrio , quando dille , 
Velcttus r erborimi fu bsLendw ejl , rt cum rerum dequibus dutmus natura , 
di g> n tot e coharcant . RfLus emm atrocibus verba ctiam ipfa auditu afpera maglie 
conucrucnt. E per clfempio di(Tc,chc più céfonami,e llrepitofc voci fono 9 . 

Quanquan moderano , & concertare . 

. Cnclc altri per lignificare il medefimo dicefse. 

Et fi modellia confligtrt . 

Nella Gencfi al 34 -oue fi parla della llrage,che fecero i figli di Giaco! 
de*Citradini diSichcm, fivcdechc l'interprete anche nell a lingua I ^ 
tinaè ito fceglicndo parole fcabrofe.mcntrc dice prima, che, 
lutei feti h omnibus mafcidis Ucmor y & Sii bem pronta necauerunt . 

E poco apprclfo , che 


Irrue^ 


Saprà Lt PorticeìU L XI* )j j 

IrrutruHtfuper oicifot,& depopulatifimt vrbem in vltionem Rupi. 

San Gicronimo nella prima Epiitola anch’egli inalprilceildire.con 
quelle parole, 

. Ter caUatum fuge patron . 

E quello balli in cofa,che troppo è per fe ftclia chiara, e manifeila . 


PARTICELLA 

SESSANTESIMAPR1MA. 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori . 

Tipbomena autem vccatum definire: quidem aliejuit , locu - 
tioncm qupornatum ajjert ; e si autem magwficentiflimum 
in orationt : locutionii namque bxcquiicm , mferuit : btc 
autem extrnat : mferuit quidem bniufeemodi omnis 
GÌ ir tòt C<tx..y$Kv *Y cvfiei a loifiìru noni KnTa.feì(}aieU . 
ornai autori quod adiungitur h ti ad- 

iuncium enim hoc efl antea prolatis, ornatus aperti 3 pul- 
chritudo . Tlena autem borum & Homeripoetis. ceu 2* m-mù katììh* , i-rtì 

iuitft 70ÌeilidKnQlt •xàft.nptiUuff XJÙjt TlfcÌ! Siri y.tù TÓ 

J'tUH^fT ivi Qfuìrì nfÙXi S'x'iuor. MuTiar ci r adirate tpit rit fante ir ùfiìr A)}jÌKv( 
fai «rri.dei ndecaclamat. A órse yàp t?i*K,£cu drìpa nS'upot. 

Et ad fummam Epipbomen i diuitum pompa limile efl , intclligp gefts & 
triglypbis , & purpurislaris : tanquam enim quod-Jam (5 ipfum dntUiarum 
orationit indicium cR . Vii: ri cium pojfet cnthymema epipbonernatts fpicics 
qutedam , qua tamen non efl : non enim trnatus cauja , fed p robatioms adb. bc- 
tur , nifi tum in extremo ponitur more epipboncmitie . Sodcm patto & fenten- 
ttntia ftmilis cuidam quod exclametur poflea , qua ditta un t funi . Sed ntque 
bue epipbomena e fi : etenim antta ipfa fxpe dieitur . ocuipai tamen fedem ali 
quando cpiphonematis. [Uud aule, M iti# wf' £? * txìeùtd nùfxe 

ncque ipfum epipbonema exiftimari debet : non enim poR dicitur , ncque exor 
nat, ncque demum exclamationi efl fintili, Jcd acclamationi , vtl mere *»<-’ 
imi. . 



3 J x fi Frcdtc.ttore del VmQtnh 

V A K A F K A S E, 



A fra tutte le figure, grandifiìma magnificenza danno al 
ragiona re gl i Èpifonemi : Che fono certe claufolc non 
adalrrovloaggiontc che per ornamento : Pere iochejr 
nel faucllarealcunccofc diciamo per l’vfonoftro prin- 
cipale, come per narrare, òpcrprouare,ò limili . Et 
altre aggiungiamo fi mpl feculènte per ornare, & abellire le nar- 
rationi, elcpruoue già fatte: In quella maniera che narràdo li dille» 
Come tal'nor calpclhno i pa fiori , 

11 bc 1 Giacinto per montagne c valli . 

E poi per lì rapi ice ornamento fi loggiunfe. >*v 

Mifcro & egli fido in terra Jangue . 

Ediquefii Epifpnemi pieno fi vede il poema di Homero,Comd 
quando leuando Telemaco per configlio di Vliffe fuo padre le.» 
armi dal luogo, oue li congregauano i proci , affine che non fi ìnlb- 
fpettifferodilfi!, prima leuatohòl harmi, perche quitti il fumo, , 
Grandemente lor nuoce.- cGioucificflb. ' > 

Per uofiro ben m’hàperfuafo à farlo. 

Accio non forfì rifcaldati & ebri , 

Et à nife venuti fra voi fiefli, 

A vofiri danni i detti ferri vfafte. * ^ 

E noiptr Epifoncmafoggiunfe, 

Ferro crudcl che femprc à guerra inuita. 

Et infomma fi vede che l'Epifonema nonàneceffitàferuc ,'taa à 
pompa ; come nelle cafe de’ ricchi gli ornamenti delle facciate , ejdi 
tetti. E ne' veftimcnti loro la fupcrfJuità delle porpore. E coli fono 
gli epifonemi pompe, ericchczedcldire. Chefctarhora nel fine 
del nofiro dire, alcuno Entimema collocchiamo,egli in quanto 
proua non èepifonema,chefequcfiofoflc , prouando egli anche-* 
altroue , in ogni luogo farebbe tale: Ma cóme pofio nell'vitimo,Se 
aggiungente ornamento alle colè già dette, eprouatc, in quefiorag 
guardo Iblo , epifonema può eflcrc chiamato. Similmente le fentcn- 
zcinquanto.lèntcnzenonfonoepifonemi: Che di quefta maniera 
tali farebbero ancora bel principio del dire ; ma quando folamente 
doppo le cofegià dette per modo di efclamatione non neceflaria fr 

{ irofcrifcono ; E quel luogo ancora di Homcro,* ouc trattando del- 
a temerità di Afsio ; il quale contra in Configlio di Polidaman- 
te facendo, fu vccifo, dille, Pazzo che fi dà in preda al fuo delfino. 

Non fu Epifonoma: perche gom fu porto doppo la narratione 
finita; nè per ornare efclamando .-ma piu torto hebbeà feruire per 
vna reprenfione. 

COM- 


Sopra la Particeli a LXL 

COMMENTO. 


331 


E Spofìo quello che dice Demetrio in quefla particella , nella manièra che 
t' babbuino efpofto noi nella Tarafrafe , affai facil ritjcc (fenonflawM 
errati,) & affai chiaro : la doue fe tn quel modo volcjfimo intendere l'au- 
tore , nel quale lo interpreta UWcfftr "Pier Vettori , molte dtjficuUd al ficuro 
nerufccrebbono, & alcune tali, che lofleflo (JWeffer "Pietro fu contentato 
di proporle finora difeiogliere . L’Epifonoma , come dicono , e T beone Sopbifla , 
a Quintiliano nel libro ottano al capitalo quinto e tutti gl’intendenti che ne ra- 
gionano fifd , quando dopo batter noi compitamente narrato , e compitamente 
franato quello che baueuamo in animo di narrare, ò prouare -, quaji infunando , 
con vn al^ar di voce flrafordinario , alcuna cofa efclamiamo , dalle già detti. ± 
canata ; ma che per altro loro non ferue che per ornamento •• Si che de effendi 
dell’Epifuhoma due conditioni fono . L’vna che eglijia pollo doppo l’eficregii 
narrata , ò prouata la co fa che vogliamo dire : e l'altra che egli quiui non ad al- 
tro vfo fia pollo che Per ornamentò . Et infin qua fumo concordiffimi e Deme- 
trio , e UWcflcr Pier lettori ,enoi : cMa jeoccorrcfie che vna claujula poHa 
doppo la compita nar rat ione ò pruoua è pofta per ornare: nello flefio tempo 
che deffe ornamento ,facefic ancora qualche altro effetto , come farebbe , ò ag- 
giunge JJe alcuna proua , fe bene non acce ffaria , ò infignafìe alcuna cofa perti- 
nente alla vita h umana, 6 cofe ftmili : quefla tale claujula potrebbe ella doman- 
dar fi Epifonoma , è noi Quà Mefier Pier rettori crede che Demino dica di 
nò. E noi crediamo certamente ch'egli dica di fi : Eia ragione della differen- 
za nafte dall’ t fiere Demetrio Gran Peripatetico , e dal non hauere Mcfier Pier 
rettori battute co fi familiari quelle diUmtiom peripatetiche per le & per ac- 
cidens: fnupliciter , & fec undum quid > c in quan tum tale c ftmili .jy» 
huomo muratore edifica dice esfristouie j ma come muratore edifica per fe > 
come bianco edifica pcraccidcns , Come bianco non edifica inquantum ta- 
Jls;E chi domandale ad i^sfriflotilefle vn bianco può edificare ; egli rifpon- 
der ebbe che vn bianco in quanto bianco , per fe» e perlagione di quella bian- 
chezza non edifica : ma nonnegarebbe mai che tal'hora chi edifica come mura- 
tore non potefse efter bianco ancora ■ nè l’efitr bianco lenirebbe al muratore. 
ch’egli non edificafte . in propoftto no tiro ; doppo finite le narralioni bacanti, 
ò le prone , noi efclamando aggiungiamo vna claujula t , che bd due qualità, dd 
ornamento , & anche aggiunge proua fe bene non nectjsaria . Quejìa clan fila 
ornante e prouante può ella cjstrc Epifonema l rifponde Demetrio al parere di 
M c fser Pier r eltori, per che efsa prona però non è Epifonema : E rif pondera 
Demetrio al noflro parere : In quanto efta proua , in tanto non è Epifonema : 
Diuerfità molto grande come baueranno intefo fubito i verfati nelle filinole de 
Peripatetici : T ani ir come fe vno dicefi : . "Pietro perdio è bianco, non eiffico-t , 

che 


* 4 . 


} 54 11 Predicatore del'TmgaroU 

che èfalj a propofittinc : onero Pietro in quanto bianco non edifica che i verìffi- 
ma: edificando egli non in quanto bianco ; ma inquanto muratore . "Pigliamo le 
compa rationi mtdefme di Demetrio ■ E perche egli dice che egli t pi fonemi fo- 
no fimili alle pompe , le quali lion fi mettono fe non per ornare . Mettiamo capo 
thè fopra vnmanto fofie fatto vn ricamo bclhfiìmo , efimffimo ; ma con tanto 
oro , & altre materie dentro che rende fie quel manto grane , & atto grande- 
mente à tenerci caldi . Quel ricamo Jarebbe egli pompa ì perche egli orna gran- 
demente il manto : ma perche egli infume con fare più ornato il manto ,to fi. 
anche più graue , cefiarcbbe egli per quello di efjer pompa ? non certo : Egli 'al 
ficuro non farebbe pompa in quanto agrauajje,ma in quanto ornafir.ma perche 
egli infieme con l ornamento aggiùngere il pefo , non perciò ceffarcbbe ,di tfier 
pompa : gli ornamenti nelle facciate delle cafe abbelltfcono,& alle volte forti- 
ficano la mnraglia-& in quanto la fortificano non fono ornamento-, ma perche in 
fieme con l'abbellire la fortifichino ancor a, non però cefiano di effere ornamento : 

E cofi diciamo noi, Vita claufula polla doppo le cofe già dette, ornante e pronao 
te: fu quanto prouantenon è Epifoncma,è Entimema : e l'Entimema in quanto 
Entimema non è E pi fonema, ma non (egue che per e fiere efia £ ntimema in quan 
toorna-Vn altra claufula nel mede fimo luogo mettiamo ornante, & infume in- ’ 
fegnante alcuna cofa vtile al viuere h umani). Quefla inquanto infegna,non è il pi 
fonema, i fentenza-, e la fentenga in quanto fentenza non i Ipifonema, ma non 
figuita che per efiere cfsa fentenza in quanto infegna , non pofsa infieme in quel 
luogo efsere Ipifonema in quanto orna : E cofi.delle reprcnfionffubbiamo d di- 
re, e d’altre filmili. E finalmente concludere, che Demetrio non nega dunque fim- 
pliccmente cheti- tu inuma, ò la Sentenza pof sono efsere Epifoncmi , dice fola- 
mente ,cht in quanto tali non le fono, Concedendo però che per accidens inquan 
to in quel luogo ornano, fiano Ipi fonemi (ome in vero le fono. E corno fono tutte 
le claufule,cbc doppo le narrationi ò le prone ,fenga ncccfiìtà, e per ornamento 
t" aggiùngono, ò che quelle niente altro facciano che ornare , ò che per accidente 
anche alcuna altra cofa facciamo, come prouare,infrgnare , òfoniglianti cofe . 
Il che fuppofio veniamo bora d Demetrio , e troueremo ogni cofa cbiariffima . 
Egli dice che l’Epifonema non ferue ad altro che ad ornamento : E dice benifji— 
no , perche fe bine la mede [ima claufula può feruire anche altro , nondimeno 
in quanto ferue ad altro , non è Epifonema . Dice che l'Epifonema ì quella, 
parte del ragionare , qua; non inferme, fed cxornat, C Molto bene perche 
in quantmn tale , & perieexornat, non infcruitj Dice che l’Epifone — ■ 
ma e tome vn aggiunto alle cofe gii ò dette , ò prouate: Et m quello fumo d’ac- 
cordo tutti , c/jrrg/i eftinfultacio, &exclainauo quauiam poft ditta , 
& prò bata : Dice finalmente che l’Epifnnema è come vna pompa della ovatto 
ve ,efirafiomigliaGcfo , Se triglifo , che fono ornamenti di cafe , & laxis 
purpuris , che fono ornamenti di vcflimcnta . E tutto i vero , perche l’ E pi- 
fonema in quanto tale , ninno altro vjficio tiene , che di aggiungere orna- 
mento . 

a ora veniamo d gli efiempi ch’egli adduce, de quali il primo non fi sdve- 

ramen - 


Sopra la Particella L XI . j j 5 

» amente da quale autore fu cattato : Bene è molto fintile à quello che iiffCs 
poi Catullo , 

Vt fios in fcptis fccretus nafcitur hortis , 

Ignoruspecori, &c. 

2(oi nella parafrafe habbiamo tradotto cofi . 

Come tal'hor calpefìrano i paflori , '* , 

Il bel giacinto per montagne e balze , 

Mifero & egltftefo in terra pace. 

■ Ouefi vede che i primi due ver fi narrano compitamente quello thè vuole nar 
rare l'autore t Cioè cbe il Giacinto tal' bora viene calpefiato .Bgid fi sci che fe 
vienecalpefiato, giace fiefo in terra J. Si che il ter^o vqrfo alla narratione non 
aggiunge cofa alcuna : ma poflo doppo la intera narratione , ad altro | non ferue 
che ad ornamento, e cofi è Epifonema : E pure Epifonema perche à niuna altra 
cofa ferue, nè per fe,nè per accidente, che ad ornamento : 7 ali fono quc‘ due che 
allega Quintiliano . Vno di Virgilio, 

'iant*nx>liscrat Romanaracondcregentcm : 

L’altro di Cicerone prò Milone. 

Facere cnim probus adolcfccns periculosò quàm perpetì turpitcr 
maluit . 

T ale è vno delT afio nel Canto ottauo ; oue dopò hauer fatto dire ad '^Ar- 
gillano ingannato da Aletto di hauer veduto TQnaldo morto: Con que’ ver fi, 
cMa che cerco Argomenti ? il Cielo i giuro- . 

Il del che n’ode, e che ingannar non lice, . 

All’hor che fi rifehiara il mondo ofeuro. 

Spirito errante il vidi, & infelice. 

Che fpettaculo [ohimè crudele, e duro. ■ 

Quai frodi di Gofredo à noi predice ? 

Dopò batter, dice, fatta fare quefla compita narratione, ad ogni modo per 
fimplice ornamento fenza necejjiià fa replicare il medefimo con qucflo Epi. 
fonema. 

lo’l vidi, e non fù fogno , e ouunque hor miri, 

P ar che dinanzi àgli occhi miei s’aggiri. 

T ale può effere quello del Tetrarca nel fonctto, 

I» mezo di due amanti neli'vltimc terzetto, oue d >po bautr finita la narra- 
itone dicendo, 

'-A lui la faccia lagrimofa e trilla , 

Vn nunìletto intorno riconerfe . 

Subito figgtunfil'c pi fonema, 

' Cotanto l’tffer vintogli difpiacque. 

Enel Eouaccie doppo che egli ba finita vnalongbiffima narratione di tutti 
i danni delta pelle di Firenze , finalmente Spi fonemi tali ,fono quelle ejclama- 
t ioni, nelle quali egli cofa alcuna non ci fa fa òcre, che prima nonfia fiata detta ; 
folamente dalle narrate calta occafmc di efclamarc c dire, 

0 quanti 


j 5 6 Jl 'Predicatore del "ParìigaroU 

O quanti gran palaggi : quante belle cafe, quanti nobili habitatorì , per ai- 
dietro di famiglie pieni di Signori , e di donne infino al mcnemo fante nmafero . 
uuoti : o quante memorabili fchiatte, quante amph/fime ber editi , quante fa- 
mofc ricchezze fi videro finga fuccejjor debito rimanere t Quantiva'orofi bua 
mini, quante belle donne : quanti leggiadri giouani , li quali non che altri ; ma 
Galeno,lppocrate,ò Efcutapio haueriano giudicati faniffimi , la matina defima- 
ronoco’loro parenti, compagni & amici, ibe poi U fera vegnente apprtfiojtd- 
l’altro mondo cenarono con li loro pafiatt. 

Tale fu quella in i^fnichiHO,che altre volte veniua letta, 

0 [inculare dolcezza del fangue Bolognefe. - 

Oue hera più correttamente fi legge , . * 

O fmgulare dolcezza del fangue feminile. 

£ quel che feguita. 

T ali ancora fono certe aggiunte, chine ifini di molte Monelle fi veggonoino» 
gid quella , 

E cofi tratta Chrijlo . 

Cht fàppiamo certo, che nonfù mai dal 'Boccaccio, e che i fiata da impia per 
fona fctleritarnente aggiunta : ma come quella doppo finita la nouella di Ber- 
nabò da Genoua, 

E coti rimafe lo ingannatore à pii dello ingannato . 

E doppo {Alberto da I mola. 

Coti piaccia LDìo,che à tutti gli altri fimili , che non s’ammendano pojja 
hteruenire. 

£ doppo Fjtggier dall’arca, 

licite vorrei , che così dme auuetùfie-, ma non d’effer meffo nell’arca. 

E doppo la (ortefta di Meffer Gentile de Confendi. 

*Per certo ninna delle gii dette àquefìa mi pare fomigliantc. 

Et infin quella che fece ter andò , quando parlando della moglie doppo 
utr detto, 

Lafciate far pure d me, che come io la trotterò così la baccrò. 

Soggiunge. Tanto bene le voglio. 

Et altre molte, che tutti finga aggiungere cofa alcuna neceffaria alla narrai 
tione gid fatta fervono fimplicemente per ornamento. Demetrio dice che di qnc 
Sii tali F.pi fonemi piena, è il 'Poema di Homero. 

£t uno ne apporta, oue Vlifje volendo rtndicarft de" 'Proti , comanda al fi- 
glio, che leui tutte l’armi dal ulogo , oue effe conueniuano , & infamemente g/j 
infegna con che pretefio ha da leuarle, cioè dicendo che quiui fi affumkauano : e 
thè non era anche bene d lafiiarle in luogo : oue potefiero ad effi rifcaldati 
tiinofcruire per rifia,e danno . tfoi b abbiamo tradotti i ver fi in queflo modo* • 
Lena te he l’armi perche quiui il fumo. 

Grandemente lor nuoce e Giour ifieflo, 

VervoRro ben m’hd perfuafo d farlo : 

Acciò nonforfi rifcaldati, & (bri. 


►il w* 


Soprd la Vorticella L XI, 3 j 7 

jC voRri danni i detti ferri vfaRe. , 

E t infin quà dura la narratione. Il vtrfo poi ; ouedice Demetrio , ebe giace 
Ve pifunema l'habbiamo voltato iu quello modo. 

Ferro crudcl,cbe fcrnprt à guerra imita. 

Se bene à dire il vero , volendolo tradurre come fU per appunto , bifogna- 
un dire, • • 

* Percioche fempre il ferro a guerra inulta. 

Trottandoci nel Greco la particella >*f , che rende caufa come la noRr/t , 
percioche, onde ha prefa occafione molto giu fta di dubitare cMefler Tier y et- 
tori, nel Commento ; e di dire, che queRo non pare t pifonema, perche non ferue 
J blamente ad ornamento , ma i rendere la caufa, perche quelle armi doueflero 
leuarfi, nè peri rifponde MefferTietro alla difficoltà : ma gli bafta di propor- 
la folarr.ente ; le parole proprie di luì fono qucfle. 

Occurrcrcautem pofl'etaJiquis Demetrio, diuerfeque Epiphone 
ma ìd non etfe,quia attera tur caufa ìlhs verbis eius quod poeta due* 
rat , & non tantum ornatus quasratur, aliquid ve quod extra rem fit, 
ludicareque id particuJam >«v, qua retta nota eius rei cft,&c. 

Che è dubitatione belli (fima : ma bifgnaua rifondere; e l&cfier "Pietro non > 
lo poteua fare. Rimando egli , che ouuhquc la ciaufula oltre l’ornare fà anche 
qualche altro i fitto per accidente, epa non pofja effe re lp> fonema . Uche co- 
me balliamo detto di fopra è falfo : e che fta falfo : eccoti* l argomento chiaro: 
Che Demetrio per i pifonema addu e qittfla ciaufula, la quale M. Pietro me- 
de fimo confefJa,che non orna folamcnte: ma con la particella ferue anco- 

ra à rendere caufa dille cofeaette la rifpofla è dunque che non difeonuiene, che 
la mtdefima clan futa, la quale in quanto orna è Kpifonema, faccia anche alcuna 
altra cofa , come render cagioni, ò prouare,ò in [ignare, ò fimili . Solamente fi 
potrebbe dire incontrario, tbel’Epifvncma diaci fiere doppo la narratione, i 
prona compitamente fatta : c però non può la ciaufula di lui efjcrc parte della . 
narratione, ò della prona : Ma à qucflo rifpond’amo , che queRo farebbe vero , 
fcquel mede fimo, che dice la ciaufula dell’ Epifonema non foffe Rato di fopra ò 
formalmente, ò virtualmente detto ■ ma ouegià è flato dettoci replicarlo fi ve 
de, che fe bene hà congiunta ò narratione ò pioua , non ferue però à neccffità : 
ma à fimplice ornamento . -E così occorre in qucflo luogo di Nomerò : oue ba- 
ttendo detto Telemaco, chetarmi fi fono leuate, affine che egli non fe ne valefje- 
ro à rifie fra loro, già virtualmente s’è intefo età farft, perche la preftnza dcl- 
l’armi vegli potrebbe inuitare . e però fe bene fi replica , 

Tercioi he femp re il ferro à guerra inulta . 

La replica nondimeno quanto alla proua ftucde.che non èneceffaria,la do- 
ue quanto all'ornamento è vtilif/ima,c in quanto tale, forma l’Epifonema : Da 
che fi potrà anche intendere alcuna co fa, che Demetrio [oggiunge a fini difficile, 
oue dice,ò pare che dica,cbc l’Entimema non è mai i- fi fonema, perche non è po - 
fio per ornare ; ma per prouare . Mcfjer Tutto addotto dalla opmionc che di- 
cemmo ch'egli tiene, crede parimente in queflo luogo , thè qualunque uolta la _» > 
PartcScconda. Y clau- 


j 3 8 II Predicatóre dclfiatìigaìvU 

daujola può fermre per Entimema, ifia net intdtjitho tempo non pofia valere 
pi r Epifitu ma . E fetali hauefle ditto, ibe per quella llcfla ragione per la . 
quale è v no, non può effer l’altro , baurebbt ditto beinjjtmo, ma lite non pofia . 
infume prouare come Entimema, {£ ornare come Epifonema, quello à noi non 
pare vero ic Demetrio mede fimo nella medefima maniera , che eJM. P atro lo 
bà tradotto, pare che faccia per noi. Pcrcùcbe oue egli bà finito di direbbe l'En 
timema in quanto Entimema non può effert F pifonema, perche ut quanto tale , 
nò adhibetur ornatus cauf/,fed probationi n, {obito fd l’ecccttione,e dice 
nificuminextremoponitur more Cpiphonematis, Eccetto quando fi 
mate in ultimo à modo di Epifonema , cioè doppo efiere già finita ò la narra- 
t me, àia prona, che all’ bora pcraccidens , l'Entimema è oucor* Epifone- 
ma. Everamentela particella nifi così chiaramente cidona quello fi nùmero- ' 
to,cbe nulla più : Sé i ambe da auuer tire, che trouandoft due forti di r.ntime- 
mioratorifjCome dicemmo nel 'a partitella 23 . Vno, oue due concetti pare che 
combattano infume, e tendono al mcdeftmo come queflo. 

Quello ebe vuoi non fi può farete quello, che fi può fare tu non lo vuoi. 

E l’altro, che è fillogifmo imperfetto, oue da una fila propofitioue ,e non da 
due fi deduce la Conclufionr ;come queflo. 

Se gli Dei non fanno tutte le co felonio meno le fapratmo gli buomini. 

In queflo luogo Mtffer Ticr Vettori crede, else Demetrio ragioni de’ primi; 
e noi crediamo, che parli de fecondi , perche in fontina i fiondi primipa Intente 
fono quelli ,cbe pronano : E Demetrio di quelli parla. i quali adhibentur prò— 
bationis caulà •• Comunque fia poflo nel luogo di II’ Epifonema quale (i voglia 
Entimema, fe bene inquanto Entimema fà altro effetto , nondimeno inquanto 
fenga alcuna neceffità,c femplucmente è poflo quiuiper ornare, fi può chiama- 
re L pifontma,come quello di Cicerone in Ver rem. 

Vnaatqueeodeinnoxerac, quo, pnecor amoris turpifiiuu fiam- 
ma, ac clailìs populi Romani predomini incendio conflagrabat. 

F. quell’ altro contra Antonio, 

Quid indignius quain viuere eum qui impofucrit diadema? Cuin 
onincs faccan tur iure interfcrtuua clTc,qui abieccnt? 

£ quell’ altro à Cefarc prò Legario. : n 

Quorum igitur Cariar impunita* tuie clcmcntiaclauseftycorum 
te ipforum ad crudclicatem acuct orano ? 

E quando il Boccacci nella nouella de’ Baron\i doppo efjcre per lo Scalza co 
clitfo,t prouato à baflanza,cbei Baranti, come più antichi erano i più nobili 
di Firenze ; fece di più che lo Scalca replteaffe fenza neeeffità la prona, e r 
dicefle, 

tfjt ( dunque ) fono più antichi, else gli altri / così più gentili. 

Queflo finita dubbio in quanto contenne prona fù Entimema , ma in quan- 
1o la contenne replicata fenza ricci ffità ,c nel fine per fmplice ornamento fH 
anche 1 pi fonema . Et il mede fimo bifogna dire di Ha fertilità, che i (jreci cbia 
manoitàl/duu C è quella elaufola\, mila quale cofe fi iufegnano,cbe al ben vi- 

’’ nere 


Sopra la Vorticella L X I. ' . 33$ 

uerebumano poffonogiouare : la quale fcntenza col medefimo furiti mento , 
che di /opra, crede c>W. Viet roche ' Demetrio la e [eluda totalmente dal poter 
mai effere Eoi fonema, e fe ne mar auiglia egli flcfjo: Et apporta in contrario la 
opinione di T beone Sopbiila, il quale concede , che alle mite le / intende fumo 
l,pi fiumi, come quando Demojteue dopo bauer detto, dui uitif di Vbilippo vt\ 
niuano coperti dalla felicità di lui foggiunge, 

Kes enim propcr* pJuruumo valcnt ad huiufmodi fiagiria ope- 
randa,!^ qua/i vmbrani iptìs neafpici poflìnt,inducunt. 

T^è pcrò rifponde M. "Pietro à quefla oppo fittone, la quale rimane dichiara- 
ta fubito, intendendo noi come babbiamo detto mille uolte , che Demetrio fola - 
mente dice, ebe la fentenza, inquanto fintela non è Spifonema ,ma polla al 
luogo ultimo con le cir confante dette ,Jè rue ancora per Epifonema . Per eflem 
pio, quando il Petrarca dice, 

[hi Jmarrita bàia fìrada, torni indietro. 

Quella è fcntenza , ma perche non è polla doppo una narratìone , ò parola 
ad ornamento, non è hpifonema, la doue quando nel fi metto , ' 

Quel ch'infinità hauendo narrate le cofe nelle quali Dio bdmofirato dia! 
'Te parole filmando m unvcrfoc me?p que- 

T unto [opra ogni flato. 

- Humiltate effaltar (empregli piacque. 

Situi la medejima clau fui africa dubbioalcunofae fentenza, & Fpifone. 
IH* infume : e quello che diciamo dello Entimima,eddla fentenza [intendia- 
mo ancora della Htprcnftone : cwi che all' bora la tfclude Demetuo da' pote- 

toditf? * 1 ua,,(to > A^npofldicitur, come quando del Tetrar- 

- Pocouedete, eparuiveder molto . . 

yMa quando doppo cfjere finita la tur/atìcne , altri chiamando per firn- 
pile* ornamento, nccauerd una rtprenf ione, in quella maniera , chcUBoc 

Troltl nC I4 ^ * braUaU della mo l lied ' Pietro da F incuoilo con quelita 
Se Dio mi fatui, di così fatte [mine nonf, vuole bauer mifericordia 

* DISCORSO ECCLESIASTICO. 

• !» ir», « ** r- ,y t t , » > 

Cl f ° mmcn , tOCofi ^'“mente trattato della na- 

Trnr . ■ ' ? lfonC ^ a,C,K ‘ no " «cererebbe liormai il ragio- 
narne piu oltre. Tuffali, n -.i_: & 


H 



n,.t < ÌV S10nta r< "rl pr | e 1 c Iorza > non ci increto lo fcriucre qua i 

quello propofito le parole medefime del Padre Granata nel libro fecon- 

Y i do 


L 


H° . Il ‘TrtdKaton del PunlgétroU 

«io, eli.. Tua Retorica a» cap. i+. nel par-jgiafodc hpipbo/iemate , clic fon*, 
qurit.-. hftaucm Epiptnnema, 7>t Falxus aiterei nairatx, velino bai* (inuma oc - 
il ana i Quale efl jl/ud, 
f 1 X'itx molli er.it R omarum condire gentem . 

.Quia vero bxcdiffimtio fubofeura c(ì Uhm lego rudi ( quod aìtint ) Mineruacx - 
pkandam curabo . Cmus expltcationtvi fu ile intelligtt qw [quii, rei paululum in 
Dialettica arte verfattta fuent : taenimqux Dialelìici,vtl ex di ffinit ioni bus, vel - 
ex pojiiiotubH 1 *autcorulufionìbus infermi-, Carolarla vocant. At dpipboncma » de 
quo nane jpjmus .qii£d.tni cordami ipeaes etì. C molai non nmquclanfiimc potei . 
Cnmia cmtn qtue x,ante dittare fei untar fine munì fiue multa fnt. Coi olanaap- 
pellaniur. f.piphonema .uitcm Corotaiium qui dein eit»fcd ad tertani diffinitamque 
materiam conir attinti: T^on cium qunquid ex rebus qua' tratiauinms cluttus E pi- 
pboncmaefl : fed id jfolum quod odimi. itionem , rei rèi de qua agitar an.phficatio- 
nem.vel infi'ncm a’iquam fc, acni tam contine', ììpipbonema efl . 

E poco più giù dice clic, ' ' ...t, 

Interdum etiain Epipboncma caufam continet fatti. • j 

Et altre cofenc ragiona coli bene à propbfito,e coli chiaramente, che 
lenza dubbio niuqo de’ maeltri del dirc,è in quella materia pallaio tan- 
ti^ oltre. Efiejnpio di Epifonema (itero può clfcre .qucj luogo del Sal- 
mo 3 j. oue Dauid dice , 

Montino, & iuiticntxfJuabis tornine ; quemadmodummultiplicafli mifericor - 
diam tuam Deus . , i in. 

Clic ben tradotto in lingua noftra verrebbe à dire , 

E de gli huomini.e delle beftie anepra haitu cura ò Signore :* Tanto è 

«Ila grande la tua mifcricurdia.ò Dio. v A- •» t\ 

. Epifonema parimente c quello nel Salmo 1 1 8. oue doppo haucrc nar- 
rato Dauid moiri bcnciìfij riccuuci daDio.raccogiic dicendo , v 

Hxc fatta efi.quia iuflificationes tuoi exquifmi . Cioè , 

E tutto quello mi èauuenuto, per hauere io,nii(Aa cofa magiormenfe 
ftimato,che tuoi comandamenti . *' 

Oue non folamcnrc bifogna auuertirc.chc gli Hcbrèi adoprano il fc- 
minino per lo neutro, & oue noi diremmo» ' 

Hoc fattum efl nubi . .» . . .r/.'aj 

Eflì dicono, * oi m 

Hxc fatta efl mihi. . , 

Tro bacorabitadteomnis fantini. 

Hxc me confolata efl inhumilitate me a . 

Efomiglianri : mar di più'chcqucfto è di quegli Epifonemi , de’ quali 
dice il Padre Grxnaxa,chc in'erdnmcontmenteaufàm. Come franche quel- 
lo in San Giotianni, quando hauendo quello Euangelifta detto , che 
Multi etiam ex P linci pibus crtdidermt.fcd propter P barifcos non confi tebantur, 
ne de Siiugoga eijcerentur , 

Ne foggiongc in Epifonema lacagione, dicendo . 

D ilexcrunt enim magis gloriam h ominum.quàmgloriam Dei . 

Nel Salmo 3. poiché Dauid ha detto le libcrationi, ch'egli haneua fi* 
ceuutc dalla mano di D io J 
Clamamy cr exandiwt mcj . 

Soporatus firn, & exurrexi v ' ^ . 

; Jtyji timebt milita pipali. - • -** Jj m.. i.-» 


■V 


Ter- 


) 


Sopra la "Particeli* LX{; j* i 

TerCuffifli omnes aduer fante limbi > &c. j » 

Finalmente con Epifoncma conclude.diccndoi. 

Domini efi fdus,& juper populum tuum benedillo tua . 

. Quali voglia dire , 

Tanto c egli vero, che da Dio folo habbiaino àfperareogni falute,e 
che egli à Tuoi non celta di giouar giamai . 

E nel Salmo 14. dopo hauerc domandato Dauid , 

D ornine , quis habitabit in tabemaculo tuo i 
r .E doppo hauerc per tutto it Salmo rilpofto,chc quello fi tatuerà, 

Qm tngreditur fme macula • 

Qui opcratur luìtitiam > L 

, Qui toquitur ventatem , 

Qui non ae.it dolum , 

Qui non fiat prò x imo fuo mdum , - ' 

Qui opùrob"wnnon accjpit aduerfus proximos > , 

Qu'J nihilurn deduci t mdignos , • • 

Qui tunentes Domtnum glorificai > 

Qui iurat proximo Juo » nondecipit , • "> 

Qui pecuniam non dui ad vf urani ; & 

Qui numera fuper innocentem , non accipit , 

Finalmente con vn Epifonemachiude il Salmo, dicendo. 

Qui fidi hoc, non commouebitur in xtcrnum . 

- Modo di dire , clic imitò poi eccellentemente Santo Atanafio nel fuo 
Simbolo, quandodoppo hauerc narrato tutte quelle cofc, che alla vera., 
fede erano necelfarie , finalmente fenaa necellità , c per fimplicc orna 
mento» doppo il trattato della Trinici mette vn Epifoncma dicendo , 

Qui vulc ergo [duna effe ita de T rimiate fentiat. 

E nel fine di tutto il Simbolo, vnUlrro. 

Hxcefi fida Catòdica y quarti nifi qiu fané fidelità firmiterque crediderit , fai- 
tua effe non poterti . 

Nel trentefimoterzo capitolo diEfaia,Epifonemafono quelle vi cime 
parole , . 

PopW ut qui habitat in ea, auferetur ab eo iniquità . 

E permododi efc' imacione Epifonemi fono quelli , 

O infenfati Gdatx,quisvos fafiinauit non obedire vernati t 
O aUuuio diuiturwn fapientix , & fiitntix Dei . 

E Simili. Si come bcililfimo Epifoncma per efe'-amarione pure fi 
quello di Sulpirio Seuero.nclla vita di San Martino, quando doppo ha- 
ucre reférite leparole.chc diceua San Martino morendo: Cioè, 

Domine fi adhu: populo tuo fum neccjjarius ,nò recufo laborern -fiat voluntas tua. 

Pcrlimplicc ornamento foggiungc cglivn Epifoncma in eiclama- 
tione, e dice, 

0 utrum tneffabilem , net labore uicìum , nec mone uincendum , qui ncc mori ti- 
rnwt nec n utre reiufawt . 

Epifoncma limile fu quella di San Gieronimo ancora ncirEpitafio di 

Meporiano, oue dilfe , 

0 A1ors,qu£ f, aires druidi s,& amore fociatos crudclis.acdwadiffocia'ì . 

Etin rutti 1 Dottori /acri coli frequenti fono gli Epifoncmi eìclaman f 

ti, ncfolamcnccne’ Latini autori} mane gii Italiani ancora , che foucr- 
Part* Seconda. Y 3 chia 


34 ^ // Predicatore del PanìgaroL 

chiA Cufa è l’arrecarne efiempi. Delle rfclamationi al ficuro ci ricordfa- 
mod'haucrcvn’altra volta ragionato: Epcròquà non pattando più ol- 
tre, quanto à gli Epifonemi fenza cfclamaeionc,bclii!limi nc furono 
ducdi San Cipriano nel Sermone de opere. Se clccmolina; ouedoppo 
Iutiere riferito , come Pietro nè gli atti de gli ApolVoli haueua da morte 
ì vita rifufeitara Tabira à preghiere di que’ poucri , à quali erta liauca 
fatte clcmofincjfoggiungefubito l’Epifonema,c dice, 

Tantum potueruntmifericordi* merita : T antum opera iufla uducrunt. 

E Monhgnor Cornelio noftro nella predica della Pace, poiché hebbe 
moftratojcomc varijlfime virtù,G ritrouauano nella Chiefa di Dio y e che 
la conlìderatione loro daua granditfimogufto à buoni: fubito fenza nc- 
Ccflìtà.per folo ornamento, aggiongc tie piccioli Epifonemi , Ciò fono , 
Di tutte quelle virtù afcoltatori fi pafeono i gcncrofi animi de* veri 
Chriftiani. Di quelli odori fi ricreano, di quelle bellezze fi inuogli- 
feono , 

Nèèiriarauiglia,che tal’hora molti Epifonemi congiunti infiemefi 
ritrouino, concioficcolà che ouunque l'Oratore della cfornatione, e cx- 
politione (che coli la chiamano) fi valc,quiui quante claulble alla cola 
già detta aggiunge, quali altritanti Epifonemi inculca . Parla di quella 
efornationc il Padre Granata nel libro fecondo della fna Retorica al ca- 
pitolo i o. E dice che oue il Diali tiro fi contenta di proporre la colà, di 
prouarla,e di concluderla : il Retorico di più la conferma ancora , c !a_. 
abbeflifcc. In maniera che alla propofitione, alla ragione , «Se allacon- 
clulione, aggiunge la confermarionc, e la efornationc: Ma noi di quella 
vitima parte loia ragioniamo . E diciamo, che fifa; one il dicitore elo- 
quente dopo haucrc detta vna co fa al popolo , ragiona lenza dire altro , 
che quello che ha già detto, ma oue prima Io dille finipliccmcnte,con va 
ri ornamenti Io và replicando: i quali tutti pofiono anch'ellì chiamarli 
Epifonemi . Diciamo che vn Manco doppo haucr cantata vna linea lò- 
ia di canto fermo : torni à replicare la medefima in cento maniere per 
contraponti :Ouero che vn Cantante doppo haucr detto vn pezzo di 
Madrigale con le note, come giacciono, lo replichi in più maniere co’ 
pattagli: Oucro che vn Sonatore dopo hauer fonata vna particella d'un 
canto fenza diminutionijla torni àreplicarc diminuendo: In tutti que- 
fii Iuoghi,fcnza dubbio niente fi canta, ò luonadi più, di ciò che primie- 
ramente ò lù cantato,ò fonatorma il me defimo con più ornamento fi re- 
plica: Ecoiifòildicirorecloquencc, il quale doppo hauere detto pia- 
namente vna cola,e doppo hauerla fatta molto bene intendere, la rcpli-» 
ca poi , non per maggiore chiarezza, ma per maggiore, ornamento vi 
con trapontcggia,vi diminuifee, evi fa pnttaggi intorno : E quà confifte 
la forza deU'ingcgno di chi dice : perciochctl dire la cofa come Uà, dal- 
la cefi iftcllà nafee : ma il troncar vari) ornamenti per replicarla fenza^. 
fafiidio, quello tutto allo ingegno di chi dice fi deuc giallamente refe- 
fire . Per effcmpio,c pigliamo quello, chcallcga nel primo luogo il Pa- 
dre Granata:ragionand« Euftbio Emifteno della morte de gli Innocen- 
ti, in poche paro le dice tutro queIlo,chc fi può dire , 

< fciidmitur prò Ctjriflo par nidi, prò infilila mortai innocente s . 

Saputo quello , che innocentemente pcrChrifto muorenoque' fan- 
ciulli , hanno gli alcoltanti làputo tutto , e niuna cofa di più in quell» 

mate- 


Sopra la' Vorticella LXl . 34 ? 

materia fi vuol e far Copra loro : Ma ecco interno alla medcfima 1 con- 
trapunti, i paflaggi,e le diminutioni,che tutte fono tanti Epifonemi. 

Quatti beata atas,quti needum Cbrifìwn potejl eloqui , & iampro Cimilo mare* 
tnr\inierfici . / 

'Nondurn opportuna vulneri, & iam idonea f affimi . 

Quarti filiciter nati,quibus in prime nafeendt limine eterna vita obuiam remi. 
Incuneiti tnter ipfa principia accepu ludi peritulum,&finemfdutisfed de tf- 
foprotinus fine capimi principia aternitatis. - 

Immaturi qutdetn ri dentar ad mortem-fed felicitermoriuntur advitam . 

Vix dum deguflauerunt prafcntem,fìatim tranfeunt ad futuram . 

Tipndum ingreffi infantiti cunas , iam p cruentimi ad coronai . Eapimtur qm- 
iem à complexibus matrumfed redduntur gremijs angdorwn . 

San Bernardo nei Sernwnc, Candele &c. dice che Dio, 

Indulfit Santi um Vittorem mando, cuius multi faluarentur exempla , e eh e egli 
fublatus de medio appropinquanti Dee, vt multo plutei eius interceffione fdnentnr . 

E gii c detto tutto,chc quel Santo viuendo ci hi giouaco con l’crtcm- 
pio, c morto ci giouacon lainrerceflìone.ncalrroà quello propofiroci 
vuole fare intendere San Bernardo : Tuttauia per ornamento. Ecco re- 
plicato in altra maniera il medefiino. 

In tenti rifui eft, vteffet exemplo : in calum lenatut eft, vt fti patrocinio • 

Htc informami ad ritornatiti iunit.it adgloriam . 

fati us est mediator ad regrumi , qui fwt intitolar ad opus ■ 

San Leone Papa in vn Sermone della Natiuità del Signore nel comm 
ciamento non vuole dir alrrofc non, che il foggerto della Natiuità ec- 
cede di gran longa ogni eloquenza liumana: E tutto quello lo dice egli 
con la pnmacfaufola fola in quello modo. 

Exceda quidem ( diletliffirm ) multumque fupereminct bum ani eloquij ficultatettt 
Diurni opent magnitudo ; 

Tuttauia per ornamento , ecco in quante maniere replicato il mede- 
fìrao. 

Inde otitur diflicultas fondi , rnde adefl ratio non tacendi . 

In Cbnfto lefu film D etinon folum ad diuturni effcntsam , fed edam ad bumanam 
fpetlat natumm quod diti urti eft per propbctam,Generationem tius quii emmabti ? 

Y tranquefubftantiam in ruamcouucmffe per fonami nifi fides creda / , fermo SOS 
txphcat . 

'Ifunquam materia deficit laudti , quia nunquatn fufficit copia laudatoris. 
Gaudeamus quod ad eloquendum tanta tnifericordix facramentum impares fumu » . 

Cum fdutis nofìrti alttiudmcm promerere non rdeamusfentiamus uobts bonttm 
effe quod nncimur. 

Homo ad cognitionemveritatti magti propinqua t, quam qui intelligit in rebus 
Diuinis xtiam fi multimi proficiat femper fibi fupereffèquod quarat , 

Qui fe ad id in quod teudit peruenifie preformili ,nou qua/ita inucnitffcd inquifi- 
tione defedi. 

Noi quali in vri medelimo propofìto in vna predica che facemmo in 
laude di San Gregorio Nazianzeno.pofciachc con la prima claufolaha- 
uemmo detto che l’eloquenza, & il inerito di lui andauano di pari, e che 
fi come egli celebrò molti ,cofi molti donerebbero celebrar lui ; fubito 
fen za aggi unge re cofa alcuna, quello folo concetto più ornatamente 
con molti Epifoncini replicammo dicendo, 

Y 4 O me- 


344 fl Predicatore del PamgaroU 

O mefitcuoIiffimo,& ò eloqucntilfimo Grc-gorio Nazianzcno. 

Gregorio nato per lodare , Gregorio nato per e (Ter lodato . 

Gregorio di vira,chc può dar foggetto ad ogni lingua : 

Gregorio di lingua, che può dar ìplendore ad ogni vita'. 

Gregorio di cornimi, à quali non arriuano alcune parole : >. 

Gregorio di parole , che auanzano ogni colhime. • j i 

^Gregorio di tanro mcrito.che merita tutte le eloquènze : « 

Gregorio di tanta eloquenza, che premia tutti i meriti. 

E quello che legtiitai Si come nella predica di SanGiouan Battifta 
ancora ad imitationc di alcun Padre Greco } poiché battemmo detto, 
che egli nel ventre della madre predille il Melila , non volendo dire al- 
troché quello per ornamento con quelli Epifonemi le replicammo. 

Che prima dunque profetò, che nafecfle. 

Che prima tcccoil Cielo , che la terra, 

. Che prma conobbe Chn(lo,chc vedefle l’aria. 

Che prima lubbe vlfitio , clic vita. 

E veramente quelle olferuationi fono lodtuolilfimc in chi ragiona , à 
fcriuc, perche fono puri parti dello ingegno di lui. E quello è quel- 
lo, che in vn’al tra materia: Cioè in materia di fcgretaria,‘& di lettere 
miflìue Italiane, noi lianio (oliti di dire alle volte, che in quella noftra 
età vediamo molti fegretarij, che hanno buon canto fermo ; ma pochifi. 
lìmi clic habbiano contrapunto: Perche in vero molti fenuono pura- 
mente, chiaramente , e compitamente qucilacofa , che hannoda fcrine- 
re.comc ella giace , e come ella prefenta fc medefima pcrdouereclTcre 
ferina: ma pochidìmi per forza di ingegno, concetti aggiungono,! qua- 
li dalla cola non nafeano. E fc vogliamo dire cosila legrctariad’hog- 
gi c limile à quelle proue, chcdiceua Arillotilc, che l’Ora tor e porcua 
comandare non fuc , eìion à quel le che l’Oratore può domandare pro- 
prie, cioè fabricate di fao proprio ingegno . Per eflcmpio,fc io vna vol- 
ta volcuo dire airillufttilumo Cardinale Gaetano in confqlatìoncdclla 
morte d’un fuo ncpote,chc la collanza che haucuo veduta in lui nell’af- 
fedio di Parigi baftaua ad allìcurarmi di quella, ch’egli mqllrcrcbbc ho- 
ra nella motte del nepote. baftaua ch’io dicellì, come dilli prima. 

Ho veduto V.S llluftrifs. ouc ragione e pietà Clmftiana Iodettaua- 
no, nel grado della imbecillità huniana temer fi poco i futuri mali, eh» 
polfo cfler ccrto,chc ouc cita habbia à conformarli al volere di Dio, non 
fi dorrà fouerchiamente de' partati . 

Ma tutto quello era la cola fola , e di mio ingegno non vi era alcuna 
aggiuntai però per fempliee ornamento, e di mio foggionfi . 

Effondo cg>il male il mcdeiìmo oggetto: òche come preterito ven- 
gaconfidcrato, òcomc daaucnirc: Et cftcndo la volontà ragioneuolc 
à V. S. lllullrifs. la medefima potenza, òchectfa al timore nabbia da 
relillercjò al dolore . 

Ma tutto quello lia detto incidentemente con occafionc de gli Epi- 
fonemi f 


stati 


PAR. 


\ 



545 

particella 

SESi AN T E SiM ASECONDA. 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori . 

Oetuum autem in oratione , quod amplum efl, & caco ap- 
paretvt aiunt. nifi quod hi qmdcm valde nuda vtuntur 
imitinone poetarum : qua potius quàm imitatio , tranfpo- 
fitio debrai vocari ,qnemadmodum Hcrodotus . Tbu idy 
des fané quamuis ceperit aliquid à poi ta, cum infuum ali - 
____ __ quern vfum ipfum conucrtat , proprium id quod fumptum 
eitjacit.ccu poeta de Creta inquit. Ifìrn aie uà ita trf»Wjv»rrp 

noi bic igitur m magnitudine ofìtndenda vtitur ilio fot. 

Tbucydidcs autem concordia coniungi Siceliotasputatpulcbrum cfie,cumfint 
i>niusteVj*rÌ! & fù™* fLt cum cadcm omnia dixijjct , tclliircmque prò in- 
foia & -rvMfp'uTor eodem paBo , tamen aliud decere viietur : quia non ad 
magni tudinem ,/id ad conctrdiam ipfu vfus efl . de magnificentia igitur 
tot. 

PAR A FRASE. 

C . . . ’ • ^ f j • ^ 

Inalmcnte che l’inferire nelle profe tal'hora alcuni iu<> 
ghi de’ Poeti habbia del grande , e del magnifico, quello 
anche i cicchi( come fi dice)lo veggono, pure che la imi- 
tatone non fia troppo fcoperta-E che non fi habbia à di- 
pc ,che noi habbbiamo copiato più tolto che imitato ; Come dello 
cole di Homero faccua molte volte Herodoto: là doue Tucidide tut 
fo in contrario, fe alcuna cola pigliaua da Homero la accomodaua 
talmente à fe Hello, che la faceua lua propria . Homero per esempio 
ragionandodi Candiadific, 

Terra del mare attorniata è Creta.* 

E Tucidide efortando i Siciliani ad cfTcre concordi & vniti, dille. 
Quell o,a nto più loro conuenire. 

Quanto che tutti in uno ftelto luogo dal mare attorniati erano. 

: Ouc fi ve deche egli in veced’iro!a,dilTe luogo, come Homero an 
ch’egli tacédo quella voce Itola haueua detto, terra: c di più il mede- 
firoo vsò attorniare che Homero ancora haueua vfato/epure nó pa- 
io 



i 4 6 Jl Predicatore del PatiìgaroU 

-rechc dica il mcdcfimo , perche à diuerlo propofito fe ne ferueHo» 
nierojcjoèà moftrare Ja grandezza di Candia, & egli la concordia.» 
che fra >iciliani haurebbe ad edere. Et tanto ci baftihaacr detto dei* 
la nota magnifica. . 

COMMENTÒ* Et V 

I ndite maniere pofsono feruirfi iprofatori di' ver fi de’fueti nelle profe lare ; 
yna allegandoli, come cofe d’altri, 1‘ altra incorporandogli nelle lue cofe prò 
prie : ‘Dell’ allegare à propofito i verft de’ poeti, non fi ragiona qui ; e cii 
dtue efiere co fi lecito , come è lecito l’allegare altri componimenti à no Uro fer. 
«igio . E fe non fumo errati , queflo in tri modi principalmente attiene : Ciò fih 
no, ò dicendo efprefiamente , detto verfo e [sere del tale "Poeta : Comefe dicem- 
mo. 'Ben dice l’^trieRo. Eccoilgiuditio human come fpefeo erra: Onero dicen- 
do in generale il verfo c/sere d altri. Come Benfù detto . Ecco il giuditio human 
come fpejs’ erra. 

0 finalmente tacendo & in particolare, & in generale che detto verfo fu dal 
tri, ma accomodandolo in modo che per non bauere egli conneffione con cièche 
diciamo, fi vegga che non come cofa noflra, ma come altrui la apportÌ4mo.(ome 
farebbe fe dicejfimo , 

lo non voglio fidami del mio penfìero, perche : Ecco il giuditio human f*. 
me fpe fio erra , . t 

Otte fi vede che queir Ecco, non hi che fare co » la conflruttiont, e che fecofit 
nofira haueffimo voluto dire,haueremo detto, 

Jo non voglio fidarmi del mio penfitro , perche il giuditio humano fpeffo 
erra , 

Ma come habbimo dettoceli’ allegare i verft de! Porti non fi ragiona in que 
Ho luogo. Qui tratta Demetrio del valerfi che fanno i profatori de? verft de ’ poe 
ti,ò in tutto, ò in parte inferendoli niellandoli talmente nelle cofe fue che paio 
no proprie , E la differenza è grande.perche allegati i verfi non douentano par- 
te nccefiaria della conRruttione , ma inferiti douentano parti tati delta clauf«!a 9 
che finga loro cfja non Panerebbe pentimento. Etvnaltra differenza v’è , che 
oue gli alleghiamo , tutti intendono che fono cofe d’altri , ma oue gl’ infi riamo , 

2 uafi tutti credono che filano cofe noRre , e foli gli fluito fi di que’ poeti, onde gli 
abbiamo tolti, fi auuegono ,che da que’ tali noi gli habbiamo prefi : t^dnzi 
queflo crediamo che flta figno cuiiente dell efferfi noi bene feruiti delle cofe d’vn 
poeta , quando i foli fludiofi di lui fi auueggono della mitatione . 1 / (faro nella 
fua tipologia in materia di imitatione dice que Re medefime parole, ffonfareb 
he pazgovno che volendo imparare dicaminare da vn’altro,gli andafie fem- 
predietro mette ndo i piedi apunto d'onde colui glileua 1 La mtdcjima pazzia 
è quella che dite voi ,d voler che fi facciano i mede fimi puffi, & non il medefi • 
mo andare del Petrarca . Jmitar lui vuol dire che fi deue portare la perfona t 

legata- 


Sopra U Particella LXU. $47 

kgambe tome egli fece, Et non porre i piedi nelle Reffe pedate . E dice eccellete 
temente il Caro : Vercbe in vero il pi A bel modo di imitai ione è quello | , oue fi 
introducono forme fbnili, ma mdiuerfe materie ■ Cioè oue i modi di dire del Te- 
trarca fi vfano in altre parole, & ad altri propo fui di quelli, de quali fi e finito 
ki. Come farebbe Je oue egli difie , 

Voi che afcoltate in rime fparfo il fuono . 

Tfoi dice fimo ad altro propofito , 

Voi che vedete in linee Refi il raggio. 

UMa non fd per queflo, che non pojfiamo anche imitare i poeti, valendoti 
ielle loro parole iRefie ; ma con due cautele: Vita ,che quanto minor nume - 
n di paróle ne piglieremo ,e volendo valerci d’un uerfi quanto pii lo f pereto 
tao, e troncaremo , tanto fard meno affettata, e meno pericolofa la imitationc. 

£l' altra ,c he quanto à più diuerfi propofito vfiremo le parole di quello, à che 
Utsò il Poeta, tanto più ingeniofi farà la noflra fatica: Che, fi fenza auerten 
za alcuni, prefi che fia dal Poeta, indiferetamente lo catteremo nelle nofirc prò 
fi ; ben dice Demetrio che in tal cafo la imitatane non fard imitatane, ma tra- 
{portamento-, e noi in buon volgare dicemmo , che in tal cafo il profatore non 
fard imitatore, ma ladro, (3 hauerd in vece di imitato, copiato . Come dice 'De- 
metrio, che in molti luo >bi fece Erodoto [l quale Erodoto, dice Dionifio Lon- 
gino, che fù Rudiofiffìmo di Hornero,e negli firitti fuoi molte cofe da Toemi di 
isomero trafportò,comc fecero altresì Htcficoro,j4rchiloco,e Tlatone medefi- 
mo,ma quale con maggiore diferett ione, quale con minor cautela : 'Di Erodoto , 
e di fue no buone imita timi, alcuni e fiempi apporta in queflo luogo Meffer Tier 
Vettori, i quali poiché alla lingua Italiana non pofjono grandemente giouare , 
non piglieremo fatica di tradurgli . 

Tiene babbumo tradotto per quanto deue feruirci il luogo di Tucidide netta 
Varafraft,e quello di Uomero oni’egli lo prefi. Quelli di Uomero nella Odijjea, 
oue dtferiuendo Candii dice , 

Terra dal mare attorniata è (reta. 

Eque Rodi T ucidide, oue dice à Siciliani , 

Che tutti in vn luogo fono attorniati dal mare. 

E gii Zappiamo noi , che al vino non babbiamo con la parola attorniati dal 
mare potuto efprimere la voce Greca & alcuni in latino hanno tra- 

dotto per la parola Circumfluus : eJMa ci è ba flato accennare che parola infi 
gne era quella di Homero : c che detta medefima fi vai fi Tucidide nel luogo dee 
to,che è nel quinto libro delle hiRorie.edi più fi come egli lai fila di (and la, non 
Affila domandi, ma terra, così T ucidide la Sicilia non ] fila ; ma con metafora 
anch’egli dal genere alla fpccie domandò luogo : e così imitò grandemente Ho- 
mero . E purenon parue, che adoperaffe altroché cofe proprie, perche poche* 
parole ne prefi,(i d d'iutYftffmo propofito fi uè valfi: Hermogene tratta an- 
cb" egli quefla materia ^ dice che alle volte tutto il ver fi del Toeta adoperiamo 
noi inferito nelle cofe noRre in modo, che vd continouatifpmo con il rimanente 
del ragionare . E queflo modo cglilo domanda**»*™ ,& altre volte parte 


} 4 i llVredicdv) -e del 'Vani faro ùt 

fittamente del ver fo adoperici. oco>; . udì ndone , & a ioprandone il concetto di 
più con cofe noflre : noi pai e che 'no' co maggior numero di membri potreb- 

be ricenere qwfla diuiftone,de’ quali per bora ci batterà di dirne quattro . 

il primo quando adoppiamo ilverjo inferito nelle coje noflre tutto intero co 
me egli Ha : Come fe diceffimo: , ' , ’j* 

Io feci la tal 'fifa credendo di far bene : ma ecco guidino bumano come Jpe fio 


erratile /abito graniiffimi mali, ne vidi vfiire , 

il fecondo quando alverfo del ‘Poeta mutiamo alcune parole; ma ad ogni 
modo gli lafciamo forma c numero diuerfo,comc fedii effimo. 

Se vuoi fapere per qual cagione io mi fono ingannato , io ti rif pondo : 7*er- 
che il giudtio human troppo (pefio erra. 

fi tergo quando adoprando cute le parole del verfo ad ogni modo tante del- 
le noflre vi fraine zumo , eliclo facciamo ceflare d’e/Jer verfo: (fonte fe di - 
ceffimo: ■ ) 

Vedendo io d'eff ermi ingannato feto giuditio humano y efcleimaifub.to con al- 
tifjima voce, come erra fpefio. 

Fmalmtn e il quarto modo è, quando ne lafciamo , che il verfo in qual fi vo- 
glia modo retti verfo ,ne tutte le parole di lui adoperiamo , ma alcune falene*, 
tramortiamo mila nottra profa-, e quefio, onero al medefimo propofitQ , conto 
fediceffmo, r .» .. ..ri' '• 

Ef in vero giuditio fiumano bifogna,cbc fi inganni. ' 

Oucro che è molto meglio ad altro propofito,come dicendo. 

Tanto è egli fouerchio ittimatore di fe medefimo il giuditio bimano. 

, Quado il noflro M.Ghuanni Boccacci fcriffttljuo Decamerone altra opero 
di Poeta infigne in noflra lingua non poteua egli bauere per imitare , che quello 
della Comedia di Dante : e di quefla fù egli tanto fludiofo, e I'bebbe in tanto pre 
gio , che per quanto dicono quei valcnt’buom’.ni ,cbe correffero il Decameron 
l’anno i tfl.fi legge per ancora in vna cronich ita Fiorentina , che dell'anno 
i J 7 hà tre dìi Ottrobre in Domenica , M. <j;ouanni Boccacci , incominciò à 
leggere il Dante in Firenze . 

E veramente egli nelfuo Decamerone molti luoghi ne tra (portò, i quali pof- 
fono efjere regola à noi per infognarci , in quale maniera delle cofe de * “Poeti ci 
poffumo valere nelle nottre profe . Egli del primo de’ quattro modi , che bah. 
biamo detti, quando fi portano i vctfi interi , e fi lafeiano efitre i mede fimi ver. 
fife ne valfe in Madonna Beritola, quando difle, ,« 

i Ma poiché l duoglienze bone ite e bcte,fur iterate tre, e quattro volte , 

(he in vero con pocbifjìma , e qua fi in(ènfibile matafione fi fono due verfi di 
Dante nel fettimo canto del purgat»rio,che dicono , 

Tofciatbe 1‘ accogliente bonette e liete, 

Fur’ iterate tre, e quattro volte , 

Del fecondo modo : oue alcuna paroletta fi muta ; ma al verfo fi Ufcia nu- 
mero di verfo Je ne feruì il Boccacci nel proemio deU 'vltima nomila della quat 
ta giornata, oue dice Dioneo , 


Sopra la Particella L XII. 349 

Le miferie degli infelici amori raccontate, non che li donne, ma i me (ec- 

co il verfo) hanno già contri flati gli oc, hi, e il petto 

Che murato vn poto nel principio i quel mede fimo di Dante nel primo can- 
todel Turgatorio. 

Toflo ch i fuor’ vfei dell aura morta. 

Che m’hauea contriflati gli occhi, e il petto . 

Vfa poi il terzo modo loftcffo tutore fruendo fi di tutto il verfo : ma tron- 
candolo in modo che ce s fi d’ejfer verfo , quando nel fine della ter^a giorna- 
ta dice, 

lnfin che già ogni l Iella à cader cominciò, che Salia. 

E nel proemio della quinta noueUadella fettima giornata, 

Poflobaucafinc la Lauretta al fuo ragionamento. 

Che fono due ver fi : ma interrotti di Dante ; Yno nel fettimo dell’inferno. 
Già ogni Hella cadi, che fai incus. 

E l’altro nel li. del "Purgatorio, 

Toflo banca [ine al fuo ragionamento, 

•L’altro Dottor. 

Che fc bora vogliamo parlare di quei luoghi , oue con maggiore destrezza il 
mede fimo "Boccacci pigliando non ver fi, ma alcune fole parole da Dante, in va- 
rij luoghi, & in varij propofiti, le hi fatte fUc, eglino certa far ebbono molti: 
Et à noi non torna à conto l’apportargli tutti . Solamente proporremo alcuni 
luoghi di Dante, foggiongendo come li hi imitati il Boccacci, affine che nell’ar- 
tificio di queiìo valent’huomo,quafi in chianffimo f echio tutto quello fi vegga , 
che à quefto infegnamento può appartenere . "Dante nel fecondoffianto del Pur 
gatono dice , t v 

Si che le bianche, e le vermiglie guancie. . \ 

Li dou’i era della bella indurerà , 

Ter troppa elude diueniuan rance. 

Et il Boccaccio nel proemio della terga gio mata diffe, 

L’aurora gii di vermiglia cominciami apprefiandofi il fole i diuenir 
rancia 1». ... r.. 

Dante nel 1 q,del purgatorio dice , 

Chiamaui il Ciclo, e intorno vi fi gira, 5. •nauti 

Mojlr anioni le fue bellezze eterne. 

Et il Boccaccio nel proemio i tutta l'opera dice. 

€1 (fido ancor che crucciato ne fu, non perciò le fue bclUgge eterne nieg* 
Dante nel 30. de U’ Inferno, ** » 

V olfimi verfo lui con tal vergogna , 

Che ancor per la memoria mi fi gira . 

Et il Boccacci in Catella, 

Ella gli farebbe fi fatta vergogna, che fempre che egli alcuna donna vedefle 
gti fi girerebbe per lo capo, 

Dante nel ij.del ptradifo, , ■ 


-ì 


j 5 o Ji Predicatore del Panigarola 

Come vento j • .■/<. " j W 

Chele più alte time più percuote. 

-Et il Boccacci nel principio delti 4. giornata, . 

Stimaua io, che lo mpetuofo vento della inuìdia non doueffie percuotere frj • 
non le alte torri, e le più leuate cime deglialberi. 

Dante nel 25. del Purgatorio, 

- Che il Soie haueua tl cerchio di ^Meriggio, ; T * 

• Lanciato al Tauro. . j' , 

Et il Boccaccio nel proemio dell'oltana giornata, 

H auendo tl fole già pafiatoil cerchio di meriggio , 

Dante nel 28. del purgatorio, 

Donna che balli, i.t ... ■ , 

E piede inaridì piede a pena mette . 

il 'Boccaccio m \a(lagio degli honefìk- • 

“Piede inanzi piede fc mede fimo trafilo fio, penfiando fin nella pegneta. 

Dante nel fettimo dell" Infimo, • ■, ... ..r' 

Che poter ch’egli babbia, 

. Idonei tonalo Jccnder. 

- Et il Boccacci nella fantafilm, 

■ Ella non ci può, per poter ch’ell’habbia, nuocere. 

*Dantc nel ij.dol Purgato rio, 

Ond ti c’bauea lacciuoli à gran diuitia. 

Et il Boccacci nella Vcdoua, 

La donna che haueua à gran diuitia lacciuoli . < 

Dante nel 28. del Taradifio , 

Uora fi và con molti, e con ìfeede. ^ 

Et il Boccacci nel [ine dell’opera , • ' 

Piene di motti, & di ciance,& dificede. 

Dante nell’ultimo dell'Inferno, •v* 

Difie il maelìro anfando come huom’laffo. 

Et il Boccaccio in Calandrino dell' E litropia . 

Calandrino finto, & an/ando d guifa d’buom la fio. 

Dante nel 1 4. del Purgatorio, 

Tur com’huom fi delle horribil coje. 

Et il Boccacci in Ferando , 
chiunque il vedetta, fuggiua, tome far fi fittole dalle 
horribili cofie. 

Dante, • y .• 

Già m’bauean trafportato ì lenti paffi. 

Dentro d la felua antica tanto ch’io t> > 

Honpotea riuedere, ond’ io m’entraffì. i ' 

Et il Boccaci nel Boccamo\za , 

Si mifie tanto fra la felua , (bella non fotta veder ? tl luogo d’onde quella 

entrata 


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Sopra la Particella L X 11. $ 5 1 

entrata era . Che fé vote fiimo bora andar raccogliendo alcuni de' luoghi ; 

0 ueloriejfo Boccacci de’ "Poeti Latini fi è con gratiofifjime imitationi feruito , 
troppo più lungo , che meftieri non furia , farebbe il ragionamento . Vegga fi 
tut tauri vna cofa fola . fioè inquanto picciolo corfo di parole bàcgli ridotto 
tutto il fiuono della x. Satira di Luuciial'', nel proemio che fece Panfilo alla 
Mutila della figliuola del Soldano. Argomento della Satira è inl'ectari flui- 
ta hominuin uota, qui uitiis accalcaci nclciuntquid opteut: tt argo- 
mento di quel picciolo proemio i il mori rate, che 

Malageuolmente fi può da noi conofcere quello cl>c per noi fi faccia. 

‘ Dice Giuuenale fra l’ altre co fé, che. 

Prima ferè uota , & cunftis notiflima templis 
Diuitix ut crefcant . 

E il Boccacci dice , che 

Molti eflimado fe efier ricchi, diurni fiero fenza fullicitn Jine,c fu uri di poter 
viucre,quello non flamente con preghi à Dio dimandarono \ ma S 3 c. Ltiuid 
poco, per morirare, come nelle ricchezze più che nella pouenà fanno ajcofli t 
pericoli , oue Giuuenale, dice 
Scd multa 
Aconira bibuntur. 

Fiftilibus toac illa cime , cuoi pocula fumes 
Gemmata, & lato, * « 

Ardebn 111 auro, * ^ li ai 

Et egli in più poche parole leggiairiffimamente imitando, dice 
Conobbero non fenza la morte loro , cioè nell’oro alle menje reali fi betulla 
il veneuo . 

E finalmente oue Giuuenale conclude, che doniamo rimettere la cura di noi 
in Dio, domandando ,che egli ci dia quello che è noriro meglio. 

Perini ttesipfis cxpcndcrcnu.mnibus, quid 
Conuematnobisrebusque lìt vtilcnoilns . 

Egli dice. 

Poiché fe dirittamente oprar vole(fimo,i quello prendere e pofiedere ri do- 
neremmo difporre , che colui ri donafie , il quale fola ciò, che rifa bifogno co- 
nofce,tpuoccidare. 

Ma lajìiamo bor amai gli effempi . Et anche barimi le cofe dette , intorno d 
quanto hà ragionato Demetrio delta nota magnifica, &c. 

DISCORSO ECCLESIASTICO 

O Gni volta cheilnoftro Predicatore Italiano habbia da allegare, 
ò inferire , od in qualunque maniera habbia da adoperare verfi 
altrui nelle prediche fue ; egli di quella medefima diferettione , 
è cautela , fenza dubbio hà da fe ni ir li , della quale nel Commentoiiab- 
biaino ragionato: E quanto al modo del valerfcnc, noi reftiamo nelle 

mede- 


V 


3 5 1 7 / Predicatore del Pani? arala 

inedclimeconclufioni, & altre regole non libino per dare di quelle, che 
nel Commenro habbiamo date : Ma fe cor ucngu che il Predicatore no- 
Itro pei quale fi voglia occafionc , & in quale fi voglia modo , porti verfi. 
de’ poeti in pergamo, ò nòjqucfto c anello, chein quello difcprfb Ecclc- 
fiafiico vogliamo trartare diuidendo in rrc capi la quelli mie: I quali fa- 
ranno. Se comi enga allegare verfi di Poeti Ecdefial ici. Sedi Poeti Gcr.-» 
tili,ò Latini, ò Greci : E finalmente fe di Poeti volgari c profani. £ già 
dicemmo noialtroucad altro propofito,chcnonè picciolo i! numero di 
que* Poeti, i quali cfiendoChriftianic pij.non altro clic Chriftune.e Re 
ligiofc cofc hanno cantatc:Come farebbono tra Siri Santo Ephrcm, fra 
Greci Gregorio Nazianzeno,fra Latini Damafo Papa, Ambrogio, Pau- 
lino, Prudentio, Mario, Vittorinoj Profpero Aquilano, Alcuno, Auifo, 
Sidonio.Apollin.ire, Venartio, Fortunato, Iuuencc,Aratc re, Boctio, Il 
Sanazaro,& altri: E franoftri Italiani il Petrarca mcdelìino alcuni com- 
ponimenti in materie deuotc ha farti . Come Padre del Cicl. Vergine 
bella, c fienili . Dante Teologicamente hà dette molte cofc: melfir Be- 
nedetto Varchi in Italiana fauclla trafportò il libro dellj confolatione 
di Boctio : Monfignor Fiamma vn libro di Spirituali rime compofc : de. 
vltimamentcmcflc Giofeffo Horzolini Fiorentino, già nelle matema- 
tiche feienze miocarilTìmomaellro; ina degno di effetccarilfimo à ciuci 
per la (ingoiare bontà de" fuoi collumi , fuc rime Spirituali ha date alla 
Rampa: c doppo loro coli puramente, e co fi gratiofamcntc in lingua po- 
ltra tradotti , e polli in rimegh Hinni.chein rutto l’anno adopra Santa 
Chicfa, che della medefima Santa Chicfa , tuttala che di Fiorenza fola 
polliamo hoggi dire , 

Ch’ella habbiafenza dubbio il fuo Poeta. 

E di tutti quelli Poeti facri, fcconucnga che il Predicatore porti alcu- 
ni verfi à buone occafioni in pergamo , ò nò ; diciamo liberamente clic 
sì,e che facendolo con difcretionc e grafia, niuna cola può fare, che piò 
<ia per ornare il fuo ragionamento . S. Gicronimo mcdcfiino nel Com- 
mento fopra il fecondo capitolo di San Matteo ragionando de’ tre do- 
ni, che fecero i Magi al Signore, allega verfi di Giuuenco, c dice , 
Vulcbenime munerum Sacramenta luucncus presbyter vno vcrftculo com pre- 
tendi t . 

«r turum , (MS , mirrarti I{egique,bominique,Deoque , 

Dona ferunt . 

Ma per ragionare di prediche, c prediche Italiane Monfignor Corne- 
lio comincia la predica del Santilfimo Sacramento della Euchariltia da 
fei verfi d’un’huomoEeclcfuftico , 

Vangc lingua gloriofi 
Corporis myflcrium , 

Sanguintsq uejreiiofiy T\ « . 

Quem in mwuti preti um, j- 

fruttus ventris gcueroft 
ficx effudit genti um. 

E fimfee quella dcll’Afccnfioncdi quattro verfi d’un’altro. 

In Chrifli f{egis triumpbum diximus , 

Qui debellato demone prapotens , 

Confcendit taluni ftemmatc fulgidus . 


* 


■ Soprala ParthHa LXIJ, ■ 35 $ 

Ergo affi bonor, & gloria m fteula fondar urn, Jlinen . _ • - 

Boti medclimo,qucI incdcfìmd ycrfo di pimienco,chc allego S. Gie- 
romìno.allega nella predica della Epifania dicendo, 

Ocome lo dilTe altamente quel gran prete Chriftiano noftroGiu- 
uénco in poco più d’un verfo filo, 

jluru n f«s myrrbam Regiquc, bomintque, Deoque , * . .-i \ } 

Don i fermi. 

E poco piò sù al mcdellmo propofìto fei vedi haucua allegati di Pro- 
ba Falconia, che fono quelli. 

Stella focem ducetti magn . 1 cnm luce refulftt . 

^gn^ua e "Deum procaci cunElique repente, .[ , . , 

l>\uneribuscwnui nt. & SMClmu^ydui adorane. • . . 

Tfnc veri mvt’fcjla fides , clorumqtie pjtertix 
7 {phien virtutts , Cbrifli agnofeerc vidtum 

Flati ani, drqux de ut Diurni ftgna decor li ■ 

' ,Nella predica della Catcdra di San Pietro tre verfì e mezo apporta di 
Aratore , c lo nomina dicendo , 

O come dilfe bene quello millerio EAratorc 
Fotte a quid Mirtini ft rcdani oRia Vetro . 

Qucm Deus erbetex infodero deputai cado ( 

Lcclcftpque fu a faciem rttincre i.uumcn , 

Infe nutii fuperare iiibct . 

Oltreche»comC' hanno; fatto c Clemente Aleflandnno , cSant AgoTh- 
noc tanti anch’egli de* Sibillini vcrli lì vi fetuendo,oucbcne gli torna: 
Ma di più pure che fianoiiicri, anche di quelli adopera che da medefimi 
Poeti fono (lati fattijCome nel proemio della predica della Beata Vergi- 
ne quelli del Sanaza’ro . . 

Tene Dei Gcnitrix tcneòCafliffima Virgo 
Ipfc canato- pia ai fìimu'at fed deprimi ardor , „ 1 

Languidia ,cir gramli tituba»' fui pon ici cvires. ; ■ •; 1 J'.-t—j,-. 

Inclinar» lanini tncipiam ■ Tu dirige wcntenQ ; 

T u lingup Via verbo ( precor ) tu fujjice uoccm 
E quegli altri pur inedemi nella predica dcltaEpifania . 

O rerwnuenerandc Sator-, ucneranda potcflas ™ 

Cara Dei fobolei , nafcei e magne pucr . 

Tfafcere magne puer promtflumnumca ab alto, • 

l F{afierctunoflrtcauJa filutn crii • m , . ' 

Voi illuni pcrnata colmi gens ftbeni alti , 

Excipite , Cr [acro coni elcbratc choro . „ 

Voi illum human* diuerfo cordine gentes 
Excipite, & pianti! oscula mille dote. 

E quel diftico modernismo nella predica della Catcdra à propofìto 
del farli domandarci Papi fcrui de’ lenii di Dio. 

Scruterà»! ubi Peonia prius Domini Dominomi» , 

Senior um fciuiy mine ubi funi Domini ■ 

Cile lede’ verfi denoti c pij^na Italiani vogliamo ragionategli nel- 
la predica della frinirà allega que’ quattro di Dante , 


Cbiamaui il Ciclo , c intorno vi li gira, 
Mollrandoui le fue bellezze eterne : 
Parte Seconda. 


E l’oc- 


Il Predicatore del PamgaroU 

E rocchio toftro pure à terra miri? 

E più giù <jue’ fei , 

Matto c chi penfa, che noflra ragione 
Porta trafeorrer L’in finirà vita , 

Che tiene vna fortanza in tre perfono . 

Staiti contenta Humana gente al quia , 

Che fc potuto haucfle veder tutto, 

Meftier non era partorir Maria . 

Nella predica del Pallore allega vn verfo del medefimo, 

Huomini fiate, e non pecore matte. 

E ncllaPredica dell’amore, parlando della patria di San Franccfco, 
dice quelle parole, 

O come ben diflc Dante, 

Non dica Affili, che direbbe corto. 

Ma Oriente, fe proprio dir vuole. 

Anzi del medefimo Petrarca fi vale , e verfi di lui allega fatti ad occa- 
/ione di ragionamento pio, come oue nella predica della penitenza^ 
Chriflianadicc, 

Diuentiamo altri huomini da quel, che prima erauamo al mondo, 
che dilfc quel gentil PoctaTofco , 

Et del mio vaneggiar vergogna c’ifrutto 
E il pentirli , e il conofcer chiaramente , 

Che quanto piace al Mondo e breue fogno» 

Coli dicci! tello delle prediche ftampate dal Bcuil’ncqua in Torino, 
che fogo quel le che horaci abbattiamo adhaucre per le mani: Se be- 
ne noi crediamo che veramente vi ila errore. Se auuifiamo che volendo 
Monfìgnor Cornelio parlare come parla , del douentarc altri huomini 
da quelli , che prima erauamo , non il fopradcrto terzetto del Petrarca 
allegarti:, mapt rautientura quel verfo lolo , 

Qnand’ero in parte altr’huom da quel ch’io fono . 

Comunque fia, certa cof3 e che ad eflempio di quello valorofifTimo 

{ »rcdicatorc,poflbno,c deuenoi predicatori Chrilliani , oue bene vicn 
oro , allegare fenza altro rifpctto verfi d’huomini rcligioli e pi) fatti in 
materia facra,tanto più Latini, e de’ Poeti Ecclcfiallici antichi,c di nuo- 
uo tanto più, feda Santa Chiefa ne* fuoi Canonici vfficij vengono ado- 

{ icrati. Vna fola cofa vogliamo auuertirc. Che per erudirò e valorofo 
’oeta , che fi abbatta ad eflcre il Predicatore : E per candidi, e pi) verfi 
ch’egli fappiafare,ad ogni modo che egli fuoi proprij-verfr, ò Latini , ò 
volgari mifchi nelle prediche: E fpacci il Poeta in pergamo , qucfto à 
nei non piace; E quando habbiamo veduto Predicatori , i quali per cf- 
fempio à falutare la Croce il Vener Santo, òà fomigliantc occalione_j 
hanno ò recitato, ò fatto recitare verfi fatti da fe llcrti , vna di due cofiL> 
hai biamo veduto fegu ire, Ciò fono, che fecondo che i verfi ò goffi fono 
Ilari reputati,© buoni, il Predicatore ó fcioccho è flato illimato, ò vano . 
Si che fuoi propri) verfi per pij clic fiano non porti il Predicatore in 
pergamo : De gli altrui, fatti da Poeti Ecclcfiallici e dcuoti , fcruafi di- 
fcrcramcntc, che quelli di molto ornamento faranno al fuo ragiona- 
mento . Ma de’ verfi de’ Poeti Etnici ,e Gcntili,ò Latini, ò Greci che di- 
remo noi) Qucfto era il fecondo capo della qucftipac noflra; A pro- 
poli to 


Sopra la Vorticella Z X I T. 555 

pofitodcl quale vogliamo innanzi ad ogni altra cofa pretnertcrc qua un 
pezzo-di ragionamenro di San Bafilio in materia de' Poeti, in quel libro 
ch’egli' fà de legeniis libris Gentili um.^ le parole proprie di lui fpno quelle. 

[ Primum quidem ( vt à Poetarum difciplinis , quod varij fint in di- 
cendo incipiam) non omnibus quxdicunt menremadhibendam , feci 
eis tantum qux bonòrum hominum fa et a , dittane nobis enacraucrunr : 
illaquc imicari,& omnibus modis lìmilcs eis c(Tc conari . Quando vcrò 
ad infames , Se nefarios homincs venianr , hxc omnino virare his aures 
obltruere, nonminusquàm VlilTem ad cantus Syrcnarum fccifTe di- 
cline , opportebit. Nam prauis affuefeeré fermonibus via, quxdam eli 
ad rem ìpfatn : Ideo omnicuftodia animi caucndnmcft, neperfermo- 
nem voluptatis deliniti , prauum aliquid fimul affummamus j vcluti qui 
venenacum molle concinnanr.atque occultanti Nojj itaquePoctas lau- 
damus contumeliofos, non cauillanres, autfeommara cantantcs , non 
àmantcs.vcl cbros.non qui in cibis. Se menlàrum lautitijs , feti cantibus 
ebfc^nis fccliciratcm ponunt . Ante omnes vcrò qui de Dijs dirterunt , 
prxfcrtim fi plurcs,aut diuerfos ponuntminimc intcr fc concordes.Fra- 
rerenimapud illos cinti fratre contenditi Se pater aduerfus filios : & fi- 
liusaduerfus patreminfurgit. Adultcria, ftupraque , & amores Dco- 
ruttt obfcxnos,& hós maximè principis omnium,& dominatoris louis , 
qux fané federa,!! quis de feris dixcrit,crubefcerct,nos illa fcxnx rclin 
quimus. ] 

Dalle quali parole affai bene polliamo comprendere , che nc tutte le 
cofe che dicono i Poeri,fonód’una natura medcfim 3 , nc tutti i poeti dc- 
uono da noi efserc tenuti nel modellino concetto . E che quelle cofo » 
òque* Poeti, che da noi conforme alle regole date da San Bafilio non 
dcuonoeffer letti, òfenriri, tanto meno da chi infegna àgli altri. Coli 
daPrcdicatori nó deuonbeffere apportati in pergamo verfi ofceni,ebri, 
lafciui , amorofi, adulteri; de' Dei, fauole Gentili, amori impuri , ido- 
latrie vane , c. falle religioni, quelle cofe al ficu ro da qualunque-* 
Poeta liano ftatedette, nelle nottre prediche non dcuono effere mifchia 
re già mai i Madi più anche verfi morali,ebencollumati,feda Poeti, 
ò in Poemi impuri , difhonclli , c infami fono Ilari ferirti, conuicnechc 
noi fuggiamo . E già fappiamo che non vi è Poeta fi fporco,entro al qua- 
le non poffano cllcre alcuni verfi di collumaro fornimento: TutcauiaPef 
fere (lati ferirti in quel Poema deuc ballare , perche in pergamo non ce 
nc vagliamoiChe à dire il vero chi ci fentirà portare vn verfo anche mo 
dcllirtimo di Martiale , ò di Catullo , ò dcll’opre giouanili di Virgilio), 
ò limili ,, ben vedrà che quel verfo none indegno della predicatila cor- 
rerà anche col penderò à eonfidcrare, che la lettera di quel Poema non 
era degna del Predicatore : E che quando egli bene in altro habico,& in 
altra età Thaueffc letto , ad ogni modo non douca pur inoltrare di ricor* 
darfenc: Del redo che de’ Poeti nó infami, fe bene Etnici, ò Gentili verfi 
di non cartàio collumc portiamo adoperare ne’ nollri ragionamenti, di 
quelli , animo à baltanzacc nedàSan Paulo medefimo , il quale, come, 
fi vede ne gli Acri de glirApolloli al 17.predic.1ndo in Atene, Se all’Arec- 
pago ,chc eraall’hora de’ più graui magiltraci, che fodero al mondo,vn 
verfo d'vn Poeta Etnico , Cioè di Arato allegò dicendo . 

Sicm quidam de aojlris poeti} dixerunt . 

Z 1 Ip fitti 


j 5 6 Jl ‘‘Predicatore del PanigaróU 

Ipfmi cnim tfrgenu t fUmus. 

fc-gl» medcfirrio ndla prima deChorinti al i j.da vnaComcdia di Mo- 
nandro portò quel verte» clfuint irò, 

Corrumpwit bonos mores colloqui. i inda. 

E nella Epiftola à Tito da lìpiftieiridc , ò da Callimaco rolfe quel- 
l’altro. ' 1 ' • . ‘ 

• Cretenfesfcmper mendace*, mala beftU>ventres pigri. 

Della qual cofa ragionando vna volta Si Gicronimo dice.Ti^f mirumfi 
’Pau'm prò opportmitdte lemporis Gentilium Toctarum uerfibns raro admodum abn- 
ta'ur , ir'vt locis pènsrquàm ojlcntanoncoppoi tumus cxigcb.it in morene apwm> 
quxdci. ucrfis flonbusj otent mella componere , fatarmi cellula i coartare: Oue 
• due cofe bi fogna auc trite motto bene: l*vnach»Sau Paulo, dice San Gic 
roméno, raro .ìdmodum vteóatur, e l’altro clic all’horafolamcnte lo faeeua 
quando , non oRentatio , fidiaci opportunità s exigebat . 

E l’opporrunitacra per contunderei Gentili con le medefime armi Iq 
ro , onde in vn altro luogo ; ma al medefimo proposto dice par San Gic- 
r mimo che perqueltoaiicguiiavcrfi de gentili San Paulo perche : D idi- 
terat d vero Dauid e.Uorquerc denwubui hofìttort gladtum , & Colia J'uperbiJfimi 
tapu: pr oprio mucrone truncate , E San Grifoltonio nell’hoinilia 3. nell’fcpi- 
itola à lito, dice. . 

I • Tcfttmomisgcni ium ^fpoflolut vtiiur , quòJ illos bis maxime radaci— 
tnus , in n fujntm in cos torquemns maledici um , &• quotici eoi. quiapud 
eoi [nere miratila aaufatorci Uiorumcottftituimui.Gomunque Ira certa eofa è 
«he ad dTempio di San Paulo li anno poi tutti i padri antichi, ma con mal 
radifcrecione adoprati verfi di Gentili, e come diceòan Gicronimo nel 

I I òro de optino genere interpr et aridi- Hoc Vanii exemplwn multi Ecclcfiaslici viri . 
/equini funi , qui innumera dcgcnuumlibris ad fuos transtulvrunt . Clemente Alcf 
landrino nc gli Grommati apcna fi può dire , quanta tarraginc'habbia in- 
culcata di vedi di Poeti Etnici, Homcto, Mufco , Teognc, Euripide, 
SolFoclc , Afchilo , Epicarmo , Diphilo, cccnto: San Bafilio nel mede- 
fiinohiogho,oùc tratta del modo di leggerei Gentili, apporta egli vcrli 
di Nefiado , Se altri . San Gicronimo ad Ncponanum tutti inficine quafi 
apporta qu citi verfi . 

Frtgtdu; obfiflit circuì» pr f cordia /angui f. t 

Omnia ferì etas animimi quoque. 

fluite oblila inibì tot carmina uox quoque Mara», 

lam/ugilipfa. 

Sant’Agoltino nella Città di Dio,& altrouc . E nlrti i padri antichi de' 
Verfi di Poeti Gentili , Latini e Greci ne’ ferirti e ne* ragionamenti loro, 
ma con molta diferctionc e cautela fi fono fcruitull che ad imita rione di 
quelli hanno poi fatti anche i nollri predicatori Italiani, fc ben perauen- 
tura vn poco più arditamente , più frequentemente » c tal’hora con mi- 
nore ncccflìtàjc fofpetto maggiore di qualche oftcntationc . Monfignor 
Cornelio nella Predica della Cogniti ona di fe ftelfo,parlando de rimorii 
dcIlaConfcicnzaalIcgòot?o veffi ( 4 i Giuucnale/ 

- Homo moerens abfoluitur 1 improba quammip 

Grafia f illadi preterii , viccril vrnami ■ », 

F.uafiflrpuuli quis dire confila falli, 
tieni boba ailmtos, & fardo vertere cadi/, 

' <W- 


m 


Soprd la PdrticelU LX II» 

Occtdtum qustknte animo tortore ftagtllum. 

Tanti attieni vebcmcns > oc multo fxuior illis > 

Qua & Ctidititu giorni muenu auttRadbamantus , 

"Notte . diea ne fuum geftate ih peti ore tesici». 
ETubirodopo quattro altri ne apporta di Ouidio , 
Taenitct , ò fi quii miferorum crtditur vili , 

Vantiti - & fatto torqueor ipfi meo, 

Cumque fit exiltum, magli & mini culpa dolori > 

Elione pati p a nani , quam mcrwjje minus . 

E poco più bado allega nominatamente Virgilio , 

y erfo , rari 

Ipfedomum fera quamuis fe notte ferebat. 

Nella predica de doni allega quel verfo, 

Quicquid detirant Reges , plettuntur .Acbiui . i „'. 

In quella della imilatipnc » 

Et qtutfìtorum terra , pelagoque cibortan . 
dimoinoli farne s , <& lauta gloria tnenfa . 

In quella della Trinità, 

Viuos cducit de mamore vultus. 

In quella del Sacramento, 

Lilia mifia rofii , 

Cape prima ciuoris , 

Libanienu pater. » 

Cum faciam ritulam pio flagello ipfe vemto , 
Viditthuricumscum donaimponeret arisi 
E quel clic feguita . t Nella predica del pallore, 

0 immani aborem , infettimi bcllum &c. 

Si q ux fatta afpcra iwnpas , 

Tu Mar celine eriiy 
Vurpurisadfunt tibia muta rofii , 

Nella predica dell’amore , 

Multa ferii, tubtque puer fiudauit &alfit, 

Virtutem pofuere Dii f udore parandam , 

T^arn via virtutis dextrum petit ardua collem ■ 

TÌitimur in vetitum . 

Nella predica della Vergine, 

P idchrum pulihcrimui ipfe , 
Mundum mente gerens . 

In quella di San Pietro, 

Imperium [me fine dedi , 

lbat , e2r interior fi cornei vnus erat. 

Cenciliumq; uocat IDiuum pater, ai q, bominum Rex. 

Nella predica della fapienza , ^ 

Vollicitu'. diues qwlibet effe potejl. 

Veneranda Jcncttus • * - > 

In quella della.rnorre , 

Vita fatui uittis nullam fperare falutem. 

' Video meliora, ptoboquc. 

Deteriora fequor . I 

Parte Seconda. 


4 


& adduce quel 



2 j In 


! 


3 j 9 fi Predicatore del PantgaroLt 

In quella della penitenza , 

Eia ape rampe tnores , &c. . 

Ncila Epetania, , 

Eccetrabebatur pajfis Priamek targo > 

Crinibtu . - • 

Nella purità di Chrifto, 

Trincipibnsplacuiffe «iris non ultima laus e/7. 

Nella gratta di Dio, 

Ttunue columbarum quo patio in fole uidetur. 

Et in fomma poche prediche fece mai Monfignor Cornelio » Oueegli 
molti verfi de’ Poeti , e Latini, e Greci non inferirti : Et anche de gli Ita- 
liani noftri ne pofe egli alcune volte; ma certo con giuditio. Come rut- 
ti quelli del Dante , c del Petrarca , che dicemmo dtfopra ad altro pro- 
pone© :E di più quc’due nella predica del pallore, 

Proua'com'ió fon pur quclchc mi foglio > 

Neper tante ri molte ancor fon mollo. 

E ouel verfo del Petrarca inferito da lui grariofilfimaraente nella pre- 
dica della Imitatione fatta in Trento.quando dille, 

A quella nollra Alemagna , 

Per cui hoggi fi piange, eli fofpira. 

E bene gli conuenne farlo gratiofamenre, 'e con difcrctione, perche in 
vero il portare|in pergamo verfi Italiani non facri lubrica cofa,c & mof 
to pcriculofa ; Nè balla che i veri! in verfo fc medefimi fiano honclli , e 
morari;ma bifogna anche hauerc molto rifguardo da quali poeti fica- 
nano , epcraucntura, da Danre in poi , gli altri corrotto rifehi , ò per dir 
meglio gli fanno correre à noi. Il Petrarca come amorofo ci mette in fo- 
fpctto di vanità : l’Ariollo p ire vn poco troppo plebeo.- E che non porta 
rifpondcrc alla grauità del pergamo .Il Tallo nafee aderto: Et in rutti c’i 
che dirctDi modo che noi configliamo il Predicatore Italiano, che quan 
romeno può fi vaglia di Poeti Italiani in pergamo, & incappandoli à 
farlo, con quelle cautele, e regole lo fucciajdelle quali, nel Commento 
di quella medefima particella habbiamo abondantemente ragionato. 

E tanto intorno à quella particella purcci doucrcbbe ballare di hauer di 
fcorlo , fe non che hauendo Demetrio ragionato della differenza che è 
fra l’imitare 8c il copiare , & hauendo noi al medefimo propofito alcuna 
colà detta nel Commento, intorno alla imitatione, ci pareragioneuole 
in quello Ecclefiallicodifcorfo il fare con due parole intendere ad alai 
ni Predicatori de’noilri tempi , che quando imparate à parola per paro- 
la ò poco meno le prediche al triti le vanno come proprie à recitare in 
pergamo, non per quello fi iinaginino di poterli ragioncuolmcntc chia- 
mare imitatori di coloro, le cui prediche hanno mandate à memoria. 
Chedi quella maniera troppo molti farcbbonollatigli imitatori nollri 
vna mattina delle ceneri in Napoli, quando in fette pergami di quella 
gran Città da fette diuerfi predicatori :ù recitata la mcdcìhna nollra pre 
dica: Che fu cagione che crtendo per varij accidenti venuto quello in 
cogitinone dimoiti , morteggiartero gratiofamenre i NapeIitani,ediccC. 
fero, che il ScttiformeSpiriro Santo, troppo vniforme quella mattina 
era apparito à Napoli: Anzi chi da vita lingua all’altra trafportata vna 
predica la dice come fua , ne anche quello tale imitatore dell’altro deue 

nonai- 


Sopra la Particella L XII. $ J 9 

nominarfi , ma interprete . Si come in vero noi non oferemmo mai à di-‘ 
re che Monfignor Cornelio nella predica delle ceneri haueflc imitata la 
oratione Ccncrica del Campano, erténdonc troppo molti pezzi di paro- 
la quali in parola puramente tradotti . 

Cam inter tot ritus , cartemoniafqkc Cbrifiianas &c. 

Comincia laoratione del Campano - E 

Fra tante publiche fede , riti foienni, c cerimonie facre della Chriftia 

nanoftra religione. * , ' 

Comincia la predica di Monfignor Cornelio. E quello è poco. Ma_* 
per effempio quel luogo tanto inligne; oue fi tratta dell’andare i vedere 
come facca Democrito l’ofTa de morti per contemplare quiui la mifera 
conditionc della natura humana: E fra gli altri luoghi , del rimirar- 
le tal’hora nel Campo Santo di Roma: Ecco come dice il Campano. 

M qnod proxhm an eti hmc Computa SmBom > r>bt tot iacent bominum 
Congcfta tmUia , bic quoque pulucrcm tnuenies . Quem in locum folto ego noma- 
qu.tm dmertere , idetnque audio feciffe Vemoantum , vt fitpe defmttorum fepd- 
t bri* folus imcr errata . H<ereo ilio m Campo medio fufpendo gradum a figo oculot 
in aliquod ex ilio tanto oflium congaie : comporto labrum , complico trumus , w- 
Jiis , & colli pendutici : Dicendo mecum . Eh dia Ubi * quantum paagrauerunt 
terrarum : ili a manus quantum corripuerunt > offa illa capitdta quantos aiificauc - 
runt cogitationum monta . 

Et ecco come dice il Cornelio, 

Perche non vai alle volte[pcr mortificarti in quella gran congerie d’of 
là refe alle volte vi vai con qualche pilò di fpirito : ohimè come è podi 
bilc.che quando vi fei gionto tu non ritenghiil parto ? che tu non ti fer- 
mi in mezzo ? che tu non affili gli occhi fopra qualche orto di quelli ? 
Che tu non ri metti in iftupore? che tu non giunghi le mani inficine? 
che tu non componggi le labbia ? che tu non ftij vn pezzo fopra di te-* 
penftfo ? Che all’vltimo come ben pieno tu non prorumpi,& dichi: Ec- 
co quelle gambe,chc hanno caminati tanti paoli : Ecco quelle mani che 
hanno fatte tante facendo : ecco quel capo c’ha fabricato tante cartella 
in aria . 

E di queiii luoghi ve ne fono molti,chc noi in vero non Tappiamo , fe 
imitati più torto nabbiamoda chiamarli, ouer tradotti. 

Imitationegratiofafu quella di San Bernardo, e la vediamo volentie- 
ri quà,perche appartiene all’arte del predicarc,quando volendo mortra 
rc,che per predicar bene rrecofefi ricchieggono,eloqucnza, buono cf- 
fcmpio,c oratione, ma che l’oratione principalmente è ncccflarijifima. 

Si come San Paulo hauea detto. 

Trutte manent tria fida , fpes, caritas , maior autem borum ctt caricai . 

Cosi egli allamedcrtmeimitatione.nclla Epirtola ìot.dice, 

'Htmc manent tria,verbum , exemplum, oratio , maior autem borum ora- 
aio > &c. 



SESSANTESIMAT£RZA, 


TBSTODIDEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 


Vtmadmodum autem propinqua funi improba quidam qui» 

ceu fidenti f quidm auda~ 


bufdam probis ,ac laude dignis 
k eia : ucrccundia autem pudori : codem pado, & locutionis no 
i tis vitina funi vìtiofa qupiam . P r'mum autem de ea , qu * 
vicina tfl magnifii f, ditamus . nomen igitur ipfi impojitum 
**'** t ‘* a : gfl frigidum ; definit autem frigidum Tbeoprafìus , hoc pa - 

flfo. ’ Frigidum tfl, qnod exccdit fuam propriamque enuntiaticncnì . teu A 
v a/ 'ìciwxnTpx.iTt(*’rru*ÌMe , prò ilio vfurpatum, fmrfiindo calix in 
menfa non tollotatur : res enim qua paruaeft, non fufìinet tumorem tantum 
locutionis . 


I come nelle cofe morali, & appartenenti al viufr 
re humano vicino àciafcuna delle virtù fuoleri- 
trouariì alcun vitto ; come all’ardire la temerità , 
alla tnodeilia la Aupidità, e limili ; così à ciatcuna 


delle virtuofe note nel ragionare, alcuna vtttofa 
forma di dire corrtfponde : e fra l’altre alla magni 
licenza, la frigidità; la quale frigidità diffintfce 
T cotta fio che occorre . oue il parlare è troppo magnifico, in modo, 
che eccede quello, che alle cofe che egli dice , ò anche à fé medefi» 
no conuerrebbe / 

Come oué parlando uno, d’un bicchieri ch'era flato pollo inta-] 
itola fenza fondo difle, 

Che fenza piedtflalo era fiato inarborato in tauola il bicchieri, 
cofa veramente unto minuu e debole , che à fi gran male di parole 
tronfie non polca refi fiere, SiCi 


^ ' 




COM- 


4 . 


Sopra U Particella LX11I. 3 fi 

X r t -• ,u ■' f *1 

COMMENTO. 

» ' i** t»- »• * # 

N EBrf particella 15. Demetrio tutto U ragionare in quattro note : 
Magni fica, Venufìa, T cnue , e Grane : e /t tane eg/i di quelle non ragio- 
nò, le quali à quelle tali vitiofamcntc corrifpondono , noi medefimi nondimeno 
nel Commento della fìeffa Vorticella d qualche propofito ne ragionammo. Mo- 
ra egli lo dice in quello luogo , nel quale oue à molti potrebbe che egli dalla nota 
magnifica ff edito , alla venujla douejjìt trapaftare : egli del vitto dice di voler 
prima trattare , il quale alla nota magnifica è vicino : e con quella occasione _* 
in vniuerfale afferma , che fi come d ciafcuna virtù , vicino è alcun vitio, così d 
ciafcuna delle virtuojc note di dir e, alcuna vitiofa forma di ragionare : E vera- 
mente quanto alle virtù, che effe habbiano fempre alcuni vitfi, che confinano co 
loro, lo difie anche ^/riflotilc eccellentemente nel capitolo nono del primo libro 
della Retorica : oue parlando del genere dcmoflratiuo, e de’ luoghi onde potef- 
fero cauarfi le lodi, & i biafinu , frd (altre cofeinfegna, che l’autore per tira- 
re, & iflorcere le cofe più che fi può dfuo propofito,dcue alle virtù attribuirei 
nomi de vitij vicino, & à vii fi i nomi delle vicine virtù, fecondo che bene gli vie 
ne di aggìùgere ò lode,ò biafimo-Come farebbe nominado ò il prodigo liberale , 
0 il liberale prodigouhiamado ò il forte temerario, ò iltemcrarioforte,c filmili. 
Tsfet qual cafo vnfol dubbio ci rìmane'-cioè efiedo ciafcuna delle virtù potìafrd 
due efìremi vitfi egualmente difìinti da lei ; onde nafta che più l’uno che l’altro 
de’ detti vitfi fi domandi vicino alla virtù i or/if che rifponiiamo, che fe confi - 
deriamo in aflratto le nature de’ vitfi, e delle virtù : non è dubbio , che vital- 
mente fono diffamigli estremi dal mcgzo,e tanto apunto è lontana la prodiga- 
lità, quanto fia l' anatrila dalla liberalità : Ma fe confidcriamo l'huomo virtuo 
fo,e la naturale fua mclinaùone,hauendo egli d vfeire dal mtgzo,e dare in vno 
de gli eflrnni fempre fe nt troutrà \<no,nèl quale egli più facilmente precipite- 
rà, che nell’altroie qui fio farà quello , che fi domanderà più vicino alla virtù : 
comefcnza dubbio più facile cofa farà che il liberale douenti prodigo, che and- 
rò, & il forti più ageuolmcnte dard nella temerità, ibernila timidità. 

Si come in contrario di due huomini vitiofi ne' due eflnmi , vn prodigo per 
efiempio,(ff vno auaro, più facilmente fi nfancrà quello, che quello: e con mino 
re diffcultà, il prodigo douenttrà liberale, che l’auaro,& il temerario forteti , 
che il timido. Siche per natura loro è vero che i vitfi vitalmente fono diflmti 
dalla virtù, ma con fiderate le inclinationi degli huomini ò virtuo fi, ò uriicfifem 
pre vno degli efìremi è più vicino alta virtù dell altro ; Mia quale i egiti quel - 
locht è eflremo perfiupcrabbondanga ? (Ime la prodigalità alla liberalità . è 
quetlo che è per difetto f Come alla fleffa liberalità l'auaritia. Quà noi lappia- 
mo molto bene la diflintione peripatetica, fondata fopra la dittifionc delle uirtù , 
delle quali altre moderano le paffioui della 'oncupifcibile, & altre quelle della 
irafcibile. T uttauia in qucflo luo^o non ci fare di doutr procedere così ejquifi - 

temente : 

! . ' * . - • 


V 


11 Predicatore del ‘Tanigarok 

tamcnte : & alla graffa diciamo che il virtuofo tale ftmpre darà più fxcilmetfi 
te nel vitio,che lo fa troppo takahe in quello che lo fa poco tale. 1 1 liberale più 
facilmente douenta troppo liberale-, cioè prodigo: che poco liberale cioè avaro : 
fi forte più agevolmente fi farà troppo forte , cioè temerario , che poco forte 
cioè timido- c così il modeflo più facilmente fi farà troppo mode Ho, e [abiati- 
co, che pocomodeflo, e profontuofo ; e così degli altri . Che è cofa la quale fà 
grandemente à noftro propofito ; Perciocbe bevendo ogni nota virtvofa di dire 
due efìremi :fe le cofe f opradette non ci deffero lume, non parrebbe come Dente 
trio à ciafcuna di loro vn uitio feto habbia detto ritrovar fi vicino . *4 Ila magni» 
ficenza per tfiempio così è contrario il uitio di parlare poco magnificamente, C 9 
me quello di fare troppo magnifico il ragionare: e tutti due in quanto viti / eSìer 
ni deueno dal mt^o, ove confi fte la virtù,efiere vgualmcnte dijlauti: E pure vi 
cirio alla mxgnificcnza non mette Demetrio, fe non quello dell' ecce fio del par 
lare tronfio e freddo, che è fouerebiamente magnifico: T^on per altra ragione fe 
non per la [opradetta: cioè che perciocbe più facilmente dalla virtù fipaffanel 
troppo, die nel poco: onde à quattro virtuofimodidi ragionare rìfpòdcndo quat 
tro cccejfi, quattro vitiofenote parimenti vicine alle virtuofe ne riefeono : Chi 
procurerà di parlare magnifico, fe non è cauto, darà facilmente nel troppo ma - 
gnifico : chi venufio,net troppo x enufio,chi tenue nel troppo tenue,chigraue & 
af prò, nel troppo grave -, e quefii quattro troppi per dir così faranno i quattro 
vitij dd dire, cioè Chi troppo grane parlerà, darà nell'ìndecoro-, Obi troppo te- 
nue nell'arido ; Chi troppe ve nullo nel Cacozcl«;£hi troppo magnifico nel f rei 
do, che è la uitiofa nota vicina alla grande,della quale bora ragioniamo-, & in- 
vero fi potrebbe e [fa affai congrucmeute in lingua noflra domandare umetta, 0 
con altro nome filmile- ma poiebei Greci domandano quefio uitio &i 

buoni autori Latini lo domandono frigus>w freddo hanno abbonito di doman- 
darli i T ojeam interpreti, noi ancora del medefìmo\nome,enon d’altro ci valere 
mo, intendendo per freddo, come dice T èo fra fio quel ragionare , il quale ex cc- 
dit propria in enùtiationcm ; la dotte ci fiamo maravigliati di M.Tier yet 
tori, che dicendo il teflo (fi reco chiaramente '>lu> o/xn'ar or ayyoS** , che non 
vuolegià dir altro, fenoti come babbiamo dettomi, propriam cnuntiatio- 
nem, egli habbia tradotto fuam propriamque enunriationem. E nel corti 
mento habbia dichiarato quefla luam propriamque, cioè fuam propriam- 
queeius reijquam oflendit cxpofìtioncin perche egli habbia fat- 

to, e qual cofa egli habbia però intefo, noi non lo fappiamo, perche egli attendi 
do principalmente à dichiarare le parole di Demetrio quanto al fentmento, nS 
tocca una difficultd, la quale vogliamo toccare noi,& è grandifjima : cioè fe il 
freddo nafeafempre da quefio, perche di cofe bafse troppo altamente fi parli ? 
Et in vero, molti crediamo, che babbuino filmato di sì-, e doue M. "Pier Vetta . 
A io dice che freddo è quello il quale exccdit ex pofi rione propriam eius rei 
quam oftcndtt,pare che non pigli il freddo m altra maniera Je mn in quito il 
nofìro ragionare eccede la natura della cofa, della quale parliamo . E noi me- 
defimi conferiamo else quefio tale èfreddo,e che d quefio (erue I cffempio , cbt 


Sopra la Particella LX 111. 36 $ 

di Demetrio del bicchieri ferina fondo, come diremo poi , ma non concediamo 
gii,che quefio folo modo di freddezza fi ritrovi nel ragionare : anzi quefio di- 
ciamo, che è il manco proprio freddo,cbe ne ’ ragionamenti fi pofia ritrovare, j ; 
E pereffere più diHintamente intefi in vm materia non difiinta da altriiBf du- 
ciamo tutte Le fpetie del freddo à due fole : Vnu oue il ragionare è frigido per- 
che è di troppo fuperiore alla cofa che fi tratta : l'altra oue il ragionare è frigi- 
do, perche è tale finga bavere alcun rifguardo alla cofa, della quale fi ragiona . 
Il primo fi può domandare freddo refpettiuo , il fecondo afjoluto ; T^el primo 
quel ragionare, fi fuffe d’una cofa più alta , & vguale à fipion farebbe freddo: 
2{el fecondo qualunque fofie la cofa di cui fi ragionafic fempre il parlare allaga 
profa, farebbe vitto fi e freddo . Ter é fiempio finga partir fi ponto da quello » 
che dà Demetrio . Se diciamo , 

' Senza pie di Hallo fu inarborato in tauola il bicchieri. Quello t parlare 
freddo, non affihtament J , ma in rifguardo al [ oggetto ; perche parlandofi d’un 
bicchieri troppo altamente fi ne è ragionato : Vero in fi flrffo quefio parlare _® 
non è freddo : £ che fia vero , mutiamogli il f oggetto , e gli leuaremo il vitio ,‘ 
Che fediremo, 

Senza p e di fidilo fk inarborato nel foro l’oblifco , 

ficuro qui , pari al foggetto farà il ragionare , e per confeguenga non 
freddo fari egli}ma magnifico : Si chetutta quella fpetie di freddo confifìC-u 
nella fila compar ut ione , che è fra il ragiona re c la cofa di che fi ragiona . llora 
noi diciamo, che fi troua vn’altra forte di freddo non più refpettiuo -, ma afiolu- 
to j oue la freddezza non nafee per comparatane abufma fra il parlare, &il 
foggetto : ma per la nativa del parlare in fi mede fimo, e quefio in tre modi : 
Ciò fono perche ò le co fi , che fi dicono fono frigide: o le parole , che fi adoprano 
fono frigide ■ ò frigida la compofitione , e la flrutturaloro . Frigide fono le co- 
fi, quanto fono troppo grandi, Cioi maggiori delle poffibili,ò almeno delle cre- 
dibili: Frigide fino le parole, quando fono Ooppo magnifiche , Cioè che pafia- 
no il dire flrafordinario viri uo fi della profa: E conut ngono al dire flrafir di- 
nino Poetico, e tronfio : e finalmente fredda è la ftruttura , quando è ò più lun- 
ga,ò più afpra , ò più noiofa , di quello ciré fecondo le regole già date da noi , à 
magnifica profa fi conucnga . Ter effimpio , 

Qjando Tolifemo gettò la pietra verfo lanauedi Vlifie , fi vedetta che per 
l'anale capre vi pafetuano fopra_». 

Quefio. è freddo non refpettiuo, perche te parole fatto maggiori della cofa. a 
iflcfSa,ma freddo affoluto nelle cofi per e fiere effe troppo maggiori di quitto , 
che ò pofia effsre, ò fi debba credere che fiarn fiate -* . 

Le tremanti e fanguinofe lettere da me con volto calorifico efiarate . 

£ pur quefio è freddo non refpettiuo, perche le cofi che fi dicono, non fono in- 
feriori allo flile : non affoluto per ragion delle cefi , perche quà ninna cofa fi di- 
ce, che metaforicamente irte fa non pofia c fiere ; ma afiolutamente per ragione 
delle parole , perche le metafore tremanti e fanguinofe fono troppo da lontano 
tirate : la parola congiunta calorifico, e troppo flrafjrdinaùa, la flranfrra i fi- 
fa ne 


3 6 4 M Predicatore dì Panh. troia , 

farate, e prefa con troppa licenza : E tuttcinfiemc,J'e forfì al Toeta pr'mcìpjdS 
imnte Ditirambico non difconutrrcbbono , certo la prò fa anche fi r a (ordinaria 
di gran lunga eccedono: t pi rò fono fredde : Finalmente fe noi diciamo , 
fior' freni’ bnb‘ ombre, tir anta ime fuamffmi , e tariffimi. 

Quàè freddo non re frettmo-per comparatori dal parlare allacofa: "ffpn 
affoluto nelle co(c,ibe effe fono credibili, nè meno afieluto nelle parole , perche 
fono tutte ordinarie ,e communi ma affoluto nella 'finitura’ perche quella moU 
tipi ulta di accenti , t quella afprc^za nata da tanto contorfo di vocali, fe bene 
al Poeta non iflefle male,alla profa (ari bbc tronfiai però ferina dubbio è fred- 
da : E coft vediamo , fe io non erro molto più,cbe daaltrijia fiato fatto fin'à 
queflo timpo , difìinta la materia delta nota frigida: la quale ò è comparatimi 
per l'eccefiOfCel quale dal ragionare r iene ecceduto il (oggetto: ièafioluta e- 
queflo in tre modi;ò per effere le cofc maggiori del poffibtle , ò credibile : ò per 
effere le parole troppo poetiche e tronfie : ò per e fiere la flrutturapiù vento fa e 
gonfia, che alla profa ambe flrafordmaria non fi richiede : Della prima fpecie , 
cioè del freddo refpcttiuo parla Demetrio in qutfla partictlla . Della fccon- 
da, cioè del freddo afloluto comincierà à parlare nella fegutnte : oue la diuifio- 
ne ch'egli farà, che frigidum confifht m rribus , Tentenna , locotione, 
& compolìtione, fard la diuìfione delficondoviembro del freddo , che hab- 
biamo apportato ancora noi- Che fc egli quel freddo domanderà fimplicemen- 
te freddo, queflo auucrrà perchemolto più propriamente freddo dette doman- 
darfi l’afioluto, che il ri fpctt'uio : tJMa di quello poi. 

Horanelrcfpettiuo fermandoci, dice eccellentemente Demetrio che egli 
nafte, quando res pania non TuOinet tantum tu m or em locutioms- 
Cioè quando vna co (a baffa viene detta con vn parlare fe non in verfo fefteffo al- 
meno in comparatone di lei troppo magnifico. In maniera che Jcntendo noi 
quel parlare cofl alto, a frettiamo qualche gran /oggetto, e ritrattiamo , comedi - 
ce Horatio , che 

Parturient montes, nafeetur ridiculus mus . 

L'cficmpio che adduce Demetrio, dice meffer Dier lettori che è vn verfo di 
Sofocle : ne! quale la materia era molto baffa trattando fi d'un bicchieri fen’ga 
fondo : E le parole e tutto il ragionare fu molto gonfiò: Talmente che forfeit 
anche afioluto vi farebbe fiato il freddo per alcuni vocaboli congiunti troppo in 
vero alla Ditirambica: Ulta re/pett inani ente fenza dubbio tgli vi fà in quel- 
la maniera , che habbiamo procurato noi ancora di furio e fiere nella traduttio- 
ne noflra dicendo , 

Sentfit piedi flallo era fiato inarborato in tauola il bicchieri 
F redio re frettino di qucfla maniera è quando doppo baucr detto cofe alte, e 
poflo chi finte in efrettatione di fentime è vguah, ò maggiori , andiamo à rìu- 
feire in vna mìnutiffima , e debolifftma : Come per burla fece il "Banca in que’ 
ver fi, 

Dal più profondo e tenebrofo centro , 

Que collocò Dante i Bruti, e i (affi 

Fa 


Sopra la Particella L XI IL 3 <S 5 

Fa Cloniànte mio nafcere i (affi . 

La vofìra mula per vrtarui dentro . 

EtHTajJo in quel Sonetto, -■ 

(pme nell'Ocean , fe ofcura infetta^ 
procella il rende torbido e fonante 
. tifile (Ielle onde' l polo e fiammeggiante. 

Stanco noccbier di notte aliarla tettai- 
Tal’ io mi volgo ò bella Catta in queflcLa . - \ 

. Fortuna auerfaalle tue luci fante , 

E mi fembra due (ielle hauer donante , 

Che tramontana fiannellatcmpcftd-»; 

Foggio vn’altra Gattina , e veder panni 
L'Or fa maggior con la minore: ò gatte-, 

- Lucerne delmio fìudio , ò gatte amate y , 

Se Dio vi guardi dalle baflonate^, , i ■>> . 

St’l Cui vi pafeadi carne, e di lattea 
Fatemi luce à fcriner quelli carmi. 

del freddo che fi fd per burla ragioneremo più baffo con Demetrio 
ifìefjo . Fra tanto mi con molta erubefeenza certo veniamo à dire vn nofìro 
pcnjftero , pia lo togliamo dire : Cioè che noi andiamo penfando ,fe forfè il Te- 
trarca fen^a burle e da maledetto fenno , caitfìe in quello vitio della frigidi- 
tà ref pettina in vn fno Sonetto : E già (appiani) che il volere, che il ‘Petrar- 
ca labbia errato , farebbe cofa da far fi tener matto . Tuttavia noi propo Tre- 
mo il luogo fil qualeje fard frigido, come dubitiamo ;non batteremo errato gran- 
demente : Se non far d,forfi alcuni defendendolo infegnerd alcune > ò regole , ò 
cccettioni d noiin quefla materia, la quale nonfappiamo. U luogo è nel Sonetto 
Quel che infinita, &c. Jl qual nonetto dice cofi , 

Quel che infinita prouidenga, & arte* * . . -, 

Mofìrò nel fuo mìrabil magiflero . „ , , 

Che creò queflo , e quell'alt ro cmifpcro 
EmanfHetopiìiGioue,cbeM.arte-, *. 

V encndo in terra à illuminar le carte , 

Ch’ hatican molt'anni gid telato il vero > 

Tolfe Giouanni dalla rete e ‘Piero , 

End firgno del C kl fece lor parte. ^ 

Li fe nafeendo d [{orna non fe gratto-» , 

^Giudea tl: Tanto Jourogni dato i 

• tìumiltate effaltar fempre gli piacque. 

£1 in fin qui io non credo, thè piu alto , più grande, e più magnifico ragio- 
nare poteffef» futi Mondo-, "Principalmente con quell' Epifonema, Tanto four' 
ogni fiato, &c. Che Demetrio hd detto eff ire la più magnifica cola , che pofsa. 
adoperarli: F. pure fe quello che feguiia rifponda alla magnificenza del paf- 
futo (aita fi, 


366 Jl Predicatore del ParùgaroU 

Et borii picciol borgo vn fol n’ha dato 
Tal che natura e’I luogo firingratia. 

Onde fi bella dorma al Mondo nacque . 

I» fommaà noi pare che vi fia della frcdczza a fiat . 2(e bifogna dire thè 
la pietà, Cbriiiiana ci fa parere cofi , per la diuerfiti , ibe deue mettere ogni 
pio Cbrifiiam fra Dio, & vna donniccmola • Che quanto dque fio noi confef- 
fiamo,cbe la comparatane ci pare abufiua , e fproportionata quanto pofsa ef- 
fere ; Si come ci dijpiace infinitamente anclte quell’ altr (La , 

Sicomc eterna vita è veder Dio, , 

7 qè più fi brama, nè bramar più lice 
Cofi me dorma il voi veder felice 
Fà in qucfio brcue e frale viuer mio . 

M a di più oltre il ri fretto della Cbrifliana pietà, anche come à rifguarda fo- 
ri del ragionare in feflejfo , à noi pare che vi fia come babbiamo detto del fred- 
do ; Forfi anche in qualche bafftga de’ ver fi di quell'ultimo terzetto compa- 
rata alla macfli de gli altri vndeci , che lo precedono ; Ma’, qucfio lo giudiche- 
ranno i più intendenti, tqoi fra tanto battendo dichiarata la freddezza re- 
fpettiua, alla affo luta freddezza colnofiro 'Demetrio pafseremo . 


DISCORSO ECCLESIASTICO. 

G Ratiofi fornimenti di quella parola frigidum , fono anche quelli» 
de’ quali in vno lo prefe la Scrittura quando di flc, 

Vttnim effetis i alidi , aut frigidi . 

E nell’altroSan Giouan Grifo Homo, quando nella oratione de Santo 
Phylogonio parlando, che in Ciclo ogni colà farà communc diflc-» , 
che quitti , 

'Hpn erti rneum ac tuum frigidum iliitd verbum , & quicquid e fi molar um in vi- 
tomnofiraminuchens , innumeraque gignens bella . 

Ma à noftro propolito qaeiic tali lìgnificationi non giouanopiù che 
ranro . A noi in quello luogo maggiore penderò apporta l’hauere à par- 
lare di note vitiofe , c di difetti di dire: E non fapercinucro ouc fra no- 
ftri poterci riuoltate per trouarnecn'cmpio:Tanto più nelle fcrittureCa 
nonichc, le quali tanto fono lontane da ogni forte di mancamenro ò vi- 
tto, clic anzi regola fono alcune, & Idea "d’ogni virtù, & d’ogni bene: 
E già fappiamo noi che tal’hora nelle fcritturcpcr cfprimcrc cócctti me 
no vchemcnti' vengono adoperate parole vchcmcntilìime, le quali in 
vero excedunt eius Firn , quam ojìcndtfit expofitionenr. Ma non lolamcnte nit- 
ro quello occorre fenza vi rio, anzi è vna forte diornamcnto,& c quella 
figura, la quale da Greci viene chiamata Epitafis:Comc per clTcmpio,ouc 
nella Gcncfi al zj. dice il cello, 

. Fidens autem Dominut,quod Jacob dcfpiicrct Liam, operai t vtduam ci ut efre. 

Quiui inuero , la pa rola dcfpiccrct eccede la verità della cofa,chchaue- 
ua da edere cipolla: perche fc bene Giacobbe come dice il cello nel me- 
dclìmo luogo , 

Potitu* optatis nuptij i atnorem fequentis piar priori . 

' Non 


Sopra la Particeli a L XII I. } 6 7 

Non è però veto che egli prioremdefpicereC. Ben amaua egli più fcruen- 
temente Rachele,', che Lia, ma non però haueua Lia indifpreggio : 

E pure con la figura Epicafi adopra la fcriccura vna parola Ecccdcnce 
e dice, 

V idem Dominiti quod lacob defpiceret barn . 

Coli in quelle claudicete , 

Jacob diler.i , Efiù aulem adio babai. 

Non è dubbio che la parola odiobibui per figura Epiteli c Eccedente: 
Conciofiecofacheil fignorc nihii odit eorum quxfecit . Et intorno à predi- 
te ancora diccScoto noftrochc egli febabet pure negatine . E nell’Euangc- 
lo tutti que’ luoghi -, oue fi dice , che quel folo è caro a Dio , 

Qui odit animarti fuam • 

Onero, 

Qui odit pattern , matrem, fratta &c. 

Tutti quelli luoghi dico, hanno Eccello perEpiteri , perche non è ve- 
ro che pigliando , odijje, nel proprio lignificato noi (ijmo obligati à por- 
tare odio alla noltra vita , al padre , alla madre à fratelli, e limili: ma-, 
l’odiare in que’ luoghi non vuole dire altro , fc non che non habbiamo 
à proporre l'amore di quelle cofc, à quell’amore che noi filmo obligati 
di portare à Dio: Si che vediamo dunque chiaro che le fcritrure Sante 
molte volte fenza vitioanzi con olnamcnto adoperano parole , quxcxce- 
dunt jiroprian enwiciationcm . E che non è fi facile à ri trottare in loro ò le al- 
4 tre forti diviuofi modi di dire,ò quella nota frigida particolarmente 
della quale noi ragioniamo bora: Eccetó in vna maniera che ci c foccoc- 
fa : Cioè in que' luoghi, oue le fcritturc medefime refendono vitioli ra- 
gionamenti altrui , che quiui , Se i viti) del ragionare fi trouano , ne però 
della fetiteurafono , ma da lei diamente referiti . Difpurano gli Schola- 
fticinoftri per non lafciarccofa alcuna non difputata,fe nelle fcritrure 
facrc porta ritrouarfi fallita , ò bugia alcuna , e che termini loro rifpon- 
dono ,che niuna bugiavi fi truoua prò formali', ma fi bene prò materiali ve 
ne fono molte: E quello che vogliono dire è,che la fcrittura in fc non di 
dice bugie : ma introduce bene tal'hora huomini che ne dicono:ncl qual 
cadmimi portiamo dire, che noe bugiarpciochc quello ciac coloro dure 
ro fu bugia:maqilo che dice dice lafcrittura.Cioè cheellì lo ditterò non 
è bugia: que’ vecchi diSufanna diceUano di haucrla veduta in adulrrno:e 
diceuano il falfomc però dice fallo quitti la fcrittura referédo che erti coli 
diccrtcro:E quella era la difficoltà deH’intcnderfi fra S.Girolamo e Sato 
Agollino nel parto della Epillola à Galati intorno alla reprenfione che di 
cea S. Paulo di haucr fatta a S.Pictro: Che fc bene in quell tjattione hauef 
fero finto i Santi Apolloli: non però fumerebbe finta la fcrittura referen- 
dolo le fintioni altrui:Tato più che anche delle biaflcmme rrouiamo nel 
le feri rture Come quelle Demonium boba, In principe dxmoniorum eifcitdcmo 
ma . E fomiglianti , ne però hqbbiamo à dire che la fcrittura biadatimi, 
fc bene refende come altri biallemmalfe : E ncjlt ftclfa maniera , moire 
volte fenza vitio di dire introduce la fcrittura huomini , i quali vitiola- 
men te ragionano : Et in particolare per quello che appartiene al nollro 
propolito , quali tutti queliti quali con luperba ollentatione,ccon di- 
fpreggio di Dio vengono nelle (critture introdotti à ragionare , tutti di 
nota frigida ci poUonodarc, c nuinerofi , & cuidentiflìmi cflempi: 

1 pen- 


3^8 11 Predicatore del r PanigaroU 

I pciiikii di Lucifero introdotto in Efaia aldacimoquarto con quel* 

le parole, 

JncaluM afccudam , fupcraftra Dei exaltabo folium menni: Ero fimiles altijji- 
tao , &c . 

Non è dubbio che fono tutti frigidi , troppo gonfi; , foucrchiamcntc 
magnifiche vitiofamente hipcrbolici,eIa promefTa che/ccc ilDiauoIo à 
noltri primi parcnticon quelleparole, 
hrith flint Dii , 

Pure anche tifa ridiculatncntc fù frigida:onde con amaralronia fc ne? 
rifepoco dopo il Signore : quando dille, 

P.ccc . 4d.nn faiiu • csl quafi vnus ex nobii. 

Fredda hi pcrbole parimenti fù quella de’ Giganti, che dittero , 

Ferite fajnws nobis Ciuitatcm & turrita , cuius cu'mcn peri ingoi ad ceelum. 
E*Vrcdi(fima biaftéma quella di Nicànore nel a.de Macchabcialquin 
todccimo , quando per volere fanti ficarc il fabato allegando i Giudei il 
Commandamento di Dio c dicendo, 

hft V ominus in Calo potens , qui iuffit agi fcj lituani diem: 

Rifpolè egli comparando le il etto a Dio, 

. Piego poli us fupei ter rem impero fumi ama , & negocia J{egis implori. 

Nel medefimo fecondo libro de’Macchabci maal capitolo quinto fi 
dice di Anti( elio che , 

E xiflimabai fepràfuperbiaterramad nauigondum , pt lagni vero ad iter agctir 
dum doluti wmn . 

Et alcapitolo nono pure del medefimo che, 

Sibi vidcbaiur etiam fluSibusmaris imperare, & montium altitudine! in fiate- 
rà appendere : 

E che egli fupcrbnmcnte minacciando diceua , 

Se rcntunan'.Hicìofohmam & eongerum fa puh Ini ludxcrutn eam faUurum. 
In Giudit al fecondo demandati Nabuchodonoforrei iùoi (arrapi i 
configlio, 

Dixit cogitationcm fuamineocjje, vtonmem terroni fuo fubiugoret imperio . 

E nel capitolò feguente fi dice che hauca commandato ad Holofcrne 
fuoCapiran Generale, che, 

Omne s Ueos extern inaici) vtipfe folus dicerctur Deus. 

Che fono tutti modi di troppo gran lunga eccedenti quello che òfi 
debba,ò fi polla ragioncuolmcntc dire: E per Confcgucnza appartenen- 
ti tutti à quella nota firigida . 





• 


PAR 


S69 

PARTICELI. A"f 

SEsSANTESIMAQVARTA. 

. TE ST O DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 


1 [citar fané frigidum in tribut , velati , & magnifictm : fine 
cnm in [intenti* , quemadmodum de Cyclope, qui lapidem tecit 
in nauem Vlyffis , quidam dixit, curii lapis ferretur, caprp in 
in ipjòpafcebantur.exeo nanque quod fuperat rnodum in fen- 
tentia,quodqne itam cffici non potefl,cxoritur frigni. 

PAR AFR A SE. 


: Ltre che nafte ancora Jaaflòluta fredezzain tre cofe, co-' 
me auueniua aponto delia magnificenza nellecofe iftcf 
fe, nelle parole, e nella rtruttura : Fredde fono le co- 
fe , quando troppo grandi lòno,Cioè incredibili , ò nn- 
po(Itbili:Comequando colui dille della slanciata dei falso dal Ciclo 
peà danni della nane d' Vii de, 

Chcper l ana vi andauano pafeendo le capre fopra. 

Oue fi vcde,che dalla iinpoilìbilitaddlacoUnalccilfreddo. 




C O M MENTO. 


H abbiamo detto nel principio di quefla parafrafe , non la fredderà firn - 
pluemente,ma la affoluta freddezza : peraoche vn. freddo refpettiuo t 
& vn afloluto babbiamo già moftrato, chefitrouano :e del reffettiuo credia- 
mo, che fi fia à bafìanza ragionato nella paffuta particella . S nome nella me- 
deftma pure babbiamo data à neceffario propofuo la diflintione , che apporta 
qua Demetrio-, e quanto al freddo af soluto, che nafee ntUe cofe , pur quiui di- 
cevi mo che ciò occorre, quando elleno impoffibili fono , od incredibili, itilme- 
defimo efiimpio apportammo dille capre pajccnti in aria , Jcpra la pitlra get 
tata dal Ciclopc ,Hora vnacofa fola vogliamo di> e ; Che fe bene le due fred- 
de^z r , delle quali fi parlerà poi, quella che ra Jce nelle parole, e quella che ra- 
fie nella Jìruttura può occorrerebbe fiano vitiofe alla profa, e non vitiofe al ver 
fo, quefte dice due nondimeno , della quali babbiamo ragionato fin bora , ouun- 
Parie Seconda. A a que 


3?o fi Predicatore del Panìgarola 

que filano in profa , et in ver fi fempre fono nttofifJime } C ondo fiaco fa', che il 
Torte ifltfio non convenga con troppo grande magnificenza dire cofe viti e. * 
buffe, fe non lo fèda giuoco : (i al medefimo "Poeta , fe non lo fa per burla non 
conuiene dire cofe tanto efsorbitanti^ che non fu no credibili, ò pofftbilt ; e gii 
fappiamo, che fecondo ì precetti di Uriflotde, tutta la favella del Poema dette 
effere teffuta col vcrifimile, e col nectfiario , delle quali cofe la prima infogna , 
che il Torta non deve imitare cofe incredibili ; &tl mede fimo c^iriflotile ag- 
giunge, che vitto fiffimo è fempre il Poeta imitando cofe imponìbili ; oue egli nò 
pojfa cfcufarle, ò per la credibilità, ò per l’opinione, ò perla Idea , ò per confo - 
guir meglio il fuo fine , ò ( aggiungemo altre ) per accomodar fi à cofe poffibili 
nella allegoria . UWa tutto quello à noi in queflo cafo non rileua molto ; Per 
noifà che fi come il profatorc, coti ancia il Poeta dà nel vitio della freddezza 
ogni uolta,che dice cofe tanto flrauaganti.che non filano nè po(Jìbilt,nì credibi- 
li. e però dice M. Pier lettori, che in queflo vitio fenza dubbio hanno dotto i tò- 
po fuori de' Rom tn^i à tempi, ò noftr i, i de" noflri padri, e noi à pena fap piamo 
come efcufarc,e l’atrio fio medefimo e gl' altri, oltre gli ^tmadigif, egli Splen- 
diamo fimili ; perche in uero co fi hanno dette non vna uolta fòla , ma ad ogni 
pafio lontaniffime dal uerifimile: che fi fofle fatto più di rado, perauuentura ò 
l’allegoria, od alcuna altra cofa gli efeufarebbe ; ma firana cofa i il fentire ai 
ogni puffo dire bora, che Orlando filo 
od ' chi fece due pa rti della tefia, 
od chi leuò dal bullo il capo netto. * 

Forò la gola à molti, e in un momento, 

Xc uccifi , e rncfje in rotta più di cento. 

Horacheegli . • 

Vn’alto pino al primo crollo fuelfe, 

E fuelfe doppo il primo altri parecchi, 

Come fofler finocchio Ebulì, ò u ine ti , 

£ fè il fimii di querele, c d’olmi ueccbi. 

Di faggi , e d’orni, d’ filici, e d'abeti . 

£ quet c >e feguita , & infino fentir dire ; ma per autorità di Turpino vera- 
ce in quel luogo, che due fchiegge di lancia ar uuafiero infino alla sfera del fuo- 
co, fi T afio noliro sforzato dalla natura del Toema,e dalla autorità de’ prede 
cefiori anch’egli in molti luoghi ui hà dato dentro : ma certo più di rado, e con 
maggiore diferettione degli altri : Comunque fia,out altri, ò m profi, ò in ver- 
fi, slancia cantori, ò campanili in aria, come dicono à Firenze ; e dice cofe che 1» 
non direbbe la boccha del forno, outro che non direbbe un granchio, che ha due 
bocche, egli fempre in queflo uitio dà della fredderà. 

'Del qual uitio, nato nelle cofe per impofjibilità, diremo ancora alcun altra 
cofa un poco più baffo . 


DI- 


Sopra la Particella L XV. 571 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

E ' Pure noi ancoraci rimettiamo à douer ragionare alcuna cofa 
Ecclefiafticamcntepiù diffufa vn poco più baffo. Cioè ncldi- 
fcorfodellaParricclla 7 t.ouedifcorrercmo della hipcrbolerfrà 
tanto diciamo quello fo!o,chc Te la freddezza affoluta nelle co^ 
fc ranco è più vitiofa, quanto lecofc, che fi di cono, fono inuerfo di fc me 
defime più ò incredibili, ò impoffìbilijal ficuro non è tanto impollìbile , 
chefopra la pietra slanciata dal Ciclopc andaffero pafccndo le capre, 
quanto che vna torre fi edifichi, la quale vada à toccare il Ciclo, ouero 
che vn huomo commandi alle onde del tnare,ouero che altri faccia na- 
uigabilc la tcrra,& atta per efferui caminato fopra l'acqua del mare , o 
fimili: e però de gli effempi che nel paffuto difeorfo adducemmo, non è 
dubbio>che molti affoluta freddezza contengono, & à quello luogo ap 
partengono, còme quelli , 
faciamustumm cwus calmai pertingat ad c cium . 

Sibi uidebaiur fiuti tbus mari s i mperare . 

L.xi Rimediai fe terram ad nauigaudum : yclagui Veto ai iter ugnimi deilh 
durimi . 

' Et altri fomiglianti, &c. 


~ ~ 

PARTICELLA 

5 ESSANTESIMAQV 1 NTA. 
TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 


| locutione autem *4 rifloteles tnquit , nafeì quattuor modìs , & 

*/ ileidamus , humidum fudorem , vel in iuncto verbo , quando ma 
re ditbiramboru iuncta fucrit duplicano nomini! , vt (pupi ta *- 
dixit quidam. & quidquid aliud ita prater modani tumidum. 
mfeitur autem & in translatione frigidum , }ip<»Tiitfìu%pàT£ yfduuuTU f 
quatuor igìtur modis in locutione hoc palio fiera • 




. 


A a a FA- 


37 * 


Il f . "Predicatore del PanìgaroU 

PARAFRASE. 



Elle parole in quattro modi dice Ariftotile, che nafee 
la freddezza; cioè nelle firaniere, fe mdifcrctamentc 
cc ncleruiamo, co. ne iicifrone chiamò, 

Xcrlè Pcloio, eScironneSinne, 

Negli Epiteti, l'e.ò lunghi gli vfiamo,ò troppo 
l' pelli, 6 uripcr unenti , in quella maniera, che in ve- 


ce di dircfudorc, 

Hunudofudore, DifTe AJcidamante; 

Ne’ nomi congiunti ic alla Ditirambica gli formiamo, come co- 
lui che d'un fontano dille ch’egli era. 

Vn giradeierti • 

Efc altra cola tale cos gonfia occorre. E finalmente nelle me- 
tafore , le fenza cautela le formiamo, come fe dicellimo tremanti, c 
pallide lettere . 

E così in quattro cofc principalmente fi vede, che fi confifte la 
freddezza delle parole, &c. 


COMMENTO. 

r X Lami fegni, che babbiamo pofli in margine nel principio di quella par* 
JTX ticella, altro non mofìrauo ,fe nonché quiui alcuna cofa barbiamo ag- 
giunta del nvflroja quale fi vede chiariffimo, che ò per difetto di’ librari anti- 
chi, ò per ingiuria di tempo fi è lafciata mancare nel tifilo di ‘Demetrio: il qua- 
le dicendo p rima di mente di A riftoule , che in quattro cofc nafte la freddez- 
za delle parole, non adduieua apprtfjofc non tre cofe tali , an^i del primo an- 
cora non dice ua fenon Ve fiempio : Sicbertjia thiarifjmo , che tutto il primo 
modo,& il fecondo fino aWc fiempio mancauano fen\a dubbio . Che fono quel- 
li, che fi guati in margine babbiamo fupplitinoi. In Jomma bifogna , che tiri- 
cordiamo quello, che afiai lungarni nte dicemmo nella Particella 44. intorno 
alle parole firafordinarie : U quali da diuerjc diuifioni ràccoglummo,che era- 
no di fette forti . Ciò erano giunte, metaforiche, firaniere , fatte , aurefeiute , 
[ternate, alterate. 

Se bene ad altre oecafmi moRrammo più bafio : Che e le giunte fi pofiJonO 
domandare fatte : e quello che è delle fatte, ò delle giunte fi dice, tutto per apuu 
to, (3 all’altra delle due maniere, e di più alle ajconbiatc,allongate,& altera- .. 
te parole fi può applicare . 

Siche Ariflo;ile,e ‘Demetrio in qutfio luogo delle parole giunte firaniere , 
e metaforiche parlano per lcgiuntc,intendendo,e le fatte, e le altre forti, fenza 
altro poffiamo dire , che in oueftc tri maniere di parole tutte le Rrafordinarie 
-AV * - un- 


Sopra la ParticeHa L XV. ; 

rinchiudono . Le quali flra (ordinarie tutte, fe bene difcretamente vfatc diccffi . 
mo di [opra, che tal bora alla ttrafordinaria uirtuofa profa (i concedono ; oue 
nondimeno fenga cautela vengano adoperate , pur quiuhfoggiongcjjìmo , che 
paffono alla nota Poetica, la qualealU profa,èvitiofamentciìrafordinaria,c 
tronfia : e per confeguenza generano il vitio di che bora parliamo della fred- 
dezza . Mette >Arijiotclc nel capitolo terzo del terzo della Retorica , oue tttt- 
diofamente parla della freddezza, vna quarta forte di parole, nella quale effa 
può nafccre , cioè negli Epiteti : e diqueftt tratta nel terzo luogo doppo le pa- 
role gionte e fir antere-. Si come anche Demetrio nedeurua parlare, come fi 
vede per l’e/Sempio eh' egli adduce : e donata ragionarne nel fecondo luogo d p 
po le voci ilraniere ; ma noi mutato vn poco l'ordine per maggiore faufi'A di 
quelle tre forti di parole , ragioneremo prima, nelle quali barbiamo detto t he 
tutte le ttrafordtnaric fi contengono , cioè delle (ir antere, cangiante, e metafo- 
riche , e poi de gli epiteti appartatamente parleremo, quanto al prefcntc b fo- 
gno crederemo , che conucnga . 

Le parole di lingue dunque due fritto file (che così chiama egli le flranìe- 
re) oue nelle profe inlifcretamcnte uengano tifate generano freddezza, danno 
nel tronfio, e fanno troppo uentoft il ragionare, lì. jf empi adduce egli uh, che al- 
la nofira lingua non po/fono grandemente feruirc, Pcrciocbc tale dice efiert tta 
to quello di Licofronc, oue nominò , 

Xcrfe Teloro . 

E qudl'altro oue chiamo. 

Se itone i inaio. 

“K on effendo fe non i Ilraniere parole prefio à Greci qutfle due Teloro e Sin - 
nio,qudlaper figli, ficarc huomo di fmifurata grandezza, e quefla bitumo Agli 
altri buomim danno fo . 

Trefio di noi tali voci dice il Viccolomini, che farebbono cagliare, bufare , 
ìattima,foffìego, ammutinar fi, fembrare, fentore, mancipio, tuba, de firibo e fu- 
mili ; talee q 'alida Spagnuoli, quali da F rance fi , quali da Latini, & altri, che 
tutte ne' uerft de’ Poeti perauentura non indiranno : La doue negli ferini de ' 
prefatori indifinitamcnte vfite finga dubbio tronfi gli renderanno, e pieni di 
freddo , 

1/ Sannazaro nottro tirato dalla natura del fuo verfo sdrucciolo, nelle rime 
amora perauentura fìt afiai ardito in framettere voci latine , come fono ni- 
fe crcperà iirarfi, J cedere pzr offendere, \zfco\i, per picciolivafi, limala, 
per pi dola lima, e cento di quetti: CMa quel che i peggio, non fine afleme. 
manco nelle proje della medefima freadia , come ciafcun rileggendola potrà 
notare per fe mede fimo. Etancheil Boccaccio qualche volta vjo voci affai fimi 
halle latine ,come pereffeutpio,oue dal Canigiani fece dire à òalabaetto. 

Ma' e hai fatto : mal ti sé portato : male hai i tuoi maettri ubbiditi: Troppi 
denari ad vn tratto hai fprfiin dolcitudine. ’ 

M<* così di raro lo fece, e così d tempo : che non che vitio rlon apportano al- 
le fue profe ; ma le ornano grandemente, e le abbellirono. 

Parte -feconda. A a $ La 


$74 1 / "Predicatore del PanìgaroL 

La feconda frette di voci,cbe fanno fredde le note dicono ri fiorile , e ‘ Dei 

nutria ,ebe fono le raddoppiate ,one alla Ditirambica , e non con la difcrettione , . 
ibc fi tubudc,fta fatto il raddoppiamento :£ già di quefte tali vocile de difcrcù 
ad indifercti congiungimenti, loro affai babbiamo ragionato di fopra nelle Par- 
ticelle 54 c 55- l'cf empio , che dà Demetrio d’vn vitiofo raddoppiamento, è 
nella parola Greca , 


fatta per ftgnificare , ma duramcnte,vn buomo folitario, e che per deferti 
luoghi folamente camini . Come fé noi in no fra lingua con non minore invet- 
ria diuffimo, 
yn giradeferti. 

Che farebbe altro , che (fucilo che dice il Petrarca , 

Solo e penfofo i più deferti campi, 

V ò mifurando a pajfi tardi, e lenti, 

E gli occhi porto per fuggire intenti, 

Dotte vcfligio human l’arena J lampi . Olierò, 

Di penfier in pcnfier , di monte in monte, 
tJMi guii\Amor,tb‘ogni fegnato catte, 

*Prouo contra ria alla tranquilla vita. 

Olierò, Per me^o i bofebi mhofrdi, e fluaggi. 

Oue vanno àgran rifililo buomini , & arme. 

Voficur’io. 

Er altri luoghi fimili . ^irifìotile mi luogo fopr adetto à quefìo mede fimo 
f rapo fito 4 dla fredderà effempi adduce di molti nomi vitiofamente , e dura- 
mente congiunti, cerne di Licofrone , che chiamò ( traduce il (aro ) 

Il Cielo moltiftonte, la terra Capogroffa, il lido anguftUalle, 

(urne di forgia, che diffe, 

Cia rliutndolo : giura fai fo , giurauero , 

Come di lcidamante } cbe nominò, 

Vn uolto calorifico , la prontezza finifera delle hnprefe , la per fuafione pe- 
rni emina della oralioncyla fuperficic del mare celcfticolore . 

E fintili, che fono aponto come fcnoidictffimo formando vitiofamente* 
giunture di nomi . 

Selue frondifere, fiere montìuagc, pecorelle lanigere Jìumirigatampi, ca- 
mini porta fumi , campane chiamapopoh. 

Et altre voci tali- Tutte aperta comportabili, ne poemi de’ Ditirambi , ma 
certo nelle profe , non comportabili in alcun modo , e frediffime in colmo. Le* 
metafore ancora dicono Csii ijìorilc e Demetrio poffonodar nel freddo ogni 
volta, che non fumo bene vfate . 7 fe però dice Demetrio qui quando effe non 
fiano bene ufate, perche fi ricorda d batterlo infognato dtfhntiffimamente poco 
prima ntUa "Particella 4 5 . TfeUa quale noi ancora coti diffujamcnte trattar, n- - 
mo di quello, che Sonerebbe bora ballare il rimetterei à quel luogo. Tuttauia 
nùf blando quello, chi fi duoli con quello, che dice rinfiorile nel Capitolo 

della 


Sopra la Vorticella L X V . 375 

della freddezza : diciamo che le metafore , quando faranno troppo frequenti, 
non foto farannoToetica,efreddalaprofa ; ma la faranno anche ofcura,& nu- 
deranno dgran rifchio di pafiare in allegorie, ad in Enigmi : Ma di più nafc e- 
rà fredderà dalle metafore anche non frequenti , quando dice M riiiotile fa- 
ranno ò ridiente di quelle che vfano i comici, ò troppo graui, e tragiche, ò tirate 
troppo da lontano . Bjdicule e comiche fono, come fe altri in vece di nominare 
il colore delle crini d’una donna , 

CMifio color di rofe , e di liguftri . 

Le domandale, 

Miflo colorii nino, e di ricotta . 

Onero invece di dire, 

Labra di corallo. Dicefie, 

Labra di prefeiutto . 

E Jimili. Troppo alte,e tragiche fono le metafore , come fe olir* una fiu 
lucer netta dimandajje , 

Sole della fua camera. 

Od il canto d’un grillo , 

Tuono ò ribombo . 

O tali . E finalmente da lontano tirate fono le metafore in quei quattro mo 
di che infegnammo nella detta Tarticella 45 . Quando la proportionalc conue - 
nienti non è buona , come dicendo , 

Le piogge de’ miei fo piri. 

Quando fi caua da qualità naturale troppo occulta, come nominando i fedi - 
tiofi, Lecci della Città . * 

Quando fi toglie da hifioria , 0 fattola non cosi nota à tutti, come doman- 
dando Milano , 

E lena d'Italia-». 

E finalmente , quando ò dalla fpetieallindiuiduo, ò dal genere paffiamo alla 

fpctie fenza propofito,come dicendo , 

“Rodano di lagrime, cioè fiume, & 

Euro di fofpiri, cioè vento . 

L’efJ empio , che adduce „ irifiotile qud delle metafore, che per efjere da lon- 
tano tirate fanno frcddez%a,è di Gorgia,cbe chiamò, dice Mrifioti' e ,le facendo 
bora pallide, bora fanguigne. E mrfier Mie JJandroTiccolomini, dice che per 
faccende pallide intendeua Gorgia quelle, oue molto timore era , che non riufiif- 
fero. E fanguigne quelle altre dal vigore delle quali fi potata gin Rumente.* 
fiterare felice riufeita : Ifel quale fcntimcnto afiai chiaro vede ogn’uno quanto 
da lontano fofjcro tirate le traalationi : Demetrio pare che al mede fimo propo- 
fito adduca il mede fimo effempio,ma in vero è variato vn poco perche dice , 

T fi fieno., <ixfà fi yfttfJiftitTa, Cioè 

Tremanti, e pallide lettere-, • 

Rafia che per lo prnpofitto al quale viene allegato anch'egli metafora à pun 
to molto da lontano tirata, e che per configliene fredda, come diteuamo rendo 

Aa 4 la 


li $ j/ Vycdicxtort del Panig.trold 

la profa E quffio delle parole Sirajordinarie Straniere giunte, e metaforiche f 
fotta le quali tutte l' altre ancora habbtamo detto, che fi torri prendono ; Harn . 
vn' altra forte di voci dicono Anjiotilc , e ‘Derni trio aneli' effe fanno freddez- 
za : £ queSìc fono gli kpitcti, ogni volta che per vita delle tre cauje non fiano 
bene vfati,Cioè perche ò troppo lunghi furio, ò vaiu,o troppo fptffi . Di quefìi 
Epiteti , ò aggiunti, che vogliamo dire parlammo noi nella particella 60. e di - 
cemmo, che erano quelle parole aggiuntela come verbi, ma come nomi à no- 
mi fuSiai.tiui , le quali non per modo fuflantiale ; ma accidentale danno inditio 
che tale, e tale accidente fi truoui, ò non fi troni in quelle cofe , le quali da i nomi 
fuflantiui vengono fign ficaie . E queste tali voci fanno bene ^ infialile, e ‘De- 
metrio à non rinchiuderle folto ad alcuna delle fpetie de ' nomi apportate da lo- 
ro , perche di quante fpetie voci fi trouano , di tante fpetie Epiteti pofiono tro- 
var fi : s impila per effempio, conte Dio potente ; composli , come Dio onnipo- 
tente, proprij, come huomo ardito ;Slramri, come buomo atreuido-, appropria- 
ti, come naue vcloce-jinctaforici^omc nane volante . E cofi de gli altri . Et in 
vero danno molto ornamento gli Epiteti bene vfati al ragionare anche in pro- 
fa . Ma fanno la medeftna profa tronfia , Voetica , e fredda ogni volta che, à 
troppo lunghi funo,ò impertinenti, ò troppo fpeffi . ter Epiteti troppo lunghi 
dite cofe pojfiamo intendere, e tutte due venffme : (io è che la parola JiefJa del- 
l’Epiteto non fu di troppe fillabe, 
iclquipecialia verba , 

Dice Horatio . Come farebbe . L’altitonante Dio e fimili. Ouero che effen- 
di) gli Epiteti metaforici , le loro metafore non fìano troppo da lontano prefe , 
come fe per denotare la volontà d’ alcuno, nani m vece di dire , 

Tfaui volanti, Uiciffimo 
'Haui iquilanti . 

Cioè veloci come 'àquile . Quanto al fecondo difetto poi degli Epiteti im- 
pertinenti c vani, queSto occorre oue alla cofa fi aggiunge per Epiteto vii’ altra, 
che tutto il mondo la sà . finga la quale tal cofa non può efiere, come fe 

iicefJimo,bumiio [udore, bianco latte, candida ncue, e fomiglunti,ne’ quali ben 
sà chi afiolta, che non fi vfa perù [udore , che non fu hunndo , latte che non fu 
bianco, neue che non fu candida, e fimili : E per confeguenga fi vede che ad al- 
tro effetto non fi fono aggiunte tali voci, che per dare grandègga al parlare-. La 
quale arte cono/ciuta guafla ogni cofa,tfà che il pa) lare rujia incito, e freddo : 
È già dice SsJnflotileAhe al Tocta fi concedono , e Je egli dice ffe il dolce miele 3 
non di j direbbe , la doue fie vn Oratore dicefje il caldo fuoco, errarebbe gran 
demente. Deueilprofatort non aggiungere mai Epiteto, il quale non faccia^» 
ano tire alcuna cofa , che per altro non farebbe fiata auertita . Come difje il 
Boccaccio 

Ammirabile, t fanto nome di Dio , 

H cofe tali . E fe foffe poffibile non donerebbe vfare Epiteto, che non feruiffe 
alla Caufd, come ferue alla cauja volendo mouere altrii pietà di cui che fiali 
dom andar qml tale i 

lnno- 


i 


Sopra la Particella L XV, 377 

Innocente, & infelice gioitane. 

E cofedi quella natura : Anzi fé vogliamo armare ai vna granii ffima 
perfettione ^fognerebbe per parlare alla "Peripatetica, che l’Epiteto poteffe 
reduplicar fi, e che eghfofie caufa formale di quello, che diciamo : bora ci fare- 
mo intendere : l’erba non è dubbio che è verde , & t tenera : ma degli effetti 
fuoi, altri ne fi in quanto verde,& altri in quanto tenera, e molle, e però chi ra- 
giona di lei ( t uando la fk fare effetti di quefta, ò di quella forte , con qucjìo ò con 
quello Epiteto, e non con l’altro deue nominarla. Per efiempio , 
lo ho ripofato beniffimo in quefi’herba verde , 

Y'fon ho detto bene : perche feflere verde l’erba non è fiata la ragion forma- 
le del mio ripofo;ma l’efiere fiata tenera , 

lo ho goduto a fai vagheggiando quella erba tenera , 

7fon ho detto bene, perche l’erba in quanto tenera, non dilettagli occhi; ma 
in quanto verde. Che fe voglio dir bene, bijogna dire , 
lo ho ripofato bene in quella erba tenera , 

E goduto affai vagheggiando quefla erba verde . 

‘ Perche del ben > ipofare ragion formale nell’erba è la tenerezza , e del dir 
lette itole vagheggiare il color verde -Ma pcrauentura noi ci affottigbamo trop- 
po, e ftamo troppo (vueri . Baflici dunque che gli Epiteti non fiano , nè troppo 
lunghi, nè impertinenti affatto : E quando anche fiano non lunghi , & non va- 
ni- ad ogni modo fiano rari , e non troppo frequenti ; perche per buoni (befano 
gli Epiteti nelle profe,oue troppo frequenti fieno, le faranno "Poetiche e fredde. 
£ la ragione è dice strillatile , perche nelle projegli Epit ti hanno da fernire 
non come cibi ordinari j, ma come faporetti, de’ quali ogn'uno sà , che la tauola 
non deue efjèr piena : Al. Pier lettori in quello luogo dice , che il Boccacci non 
folamente in tutti gii altri fuoi libri con pocogiuditio diede in quefio vino della 
frequenza degli E pitetiima nel Decameron ancorale non là douc narra le no - 
nelle, almeno in quelle parti che fra nouella,e nomila fi ritiouano . La qual co- 
fa fc (ia vera, ò nò, io che Etimo grandemente il giuditio de' lettori ,e fono gran 
partiate dell'opere del 'Boccacci, ai altri lafcicio l'efierne giudice . (^rifiati- 
le per huomo che habbia dato grandemente in quello vitto di troppo fpefji Epi- 
teti, adduce K^il idamante,il quale in vece di Judorc,diccua humido /udore, vo- 
lendo dire gli fpettacoli a’ 'filmo, diceuagh fpctlacoU delt'lfima fflennità. Po- 
lendo dire, leggi, diceua, delle Città gouematriei Itggi . E tento di quelle eoff. 
1fpi per quello che à nofin autori Italiani a ppar tiene, fc alcuno bà dato euiden- 
t (mente in quefio vitio , dubitiamo che fia fiato il ( per altro ) EculUr.vff.mo 
tnefier Cjìacomo Sannazaro , nelle profi della fua Si r cadi a : Oue fi pigliamo il 
principio di lei folamente, troueremo che in manco di vr,a pagina e mrga , vi fo- 
no tutti quefli Epiteti, come troppo fpefff, cofi non ftmpre nue fiati] : 

■Non burnii mente . 


lafii- 


’Paflorale esfreadi n , , 
"Dileueuolc piano . 

Minuta, e verdifjima ber betta . 


I78 II Predicatore del Panigarola - 

Lafciue pecorelle . 

: futili morfi . 

Eccefiua bellezza. 
cMacJlra natura. 

Sommo diletto . 

Ordine non artificiofo 
*2{aturale bellezza . 

’Dircttiflimo Abete. 

Aperti rami . 

Hpbufla quercia. 

L’alto frafsino . 

L'amenissimo Tlatano 
5 "Sello e copiofo prato. 

1 1 noderofo caflagno . ' 

fi fronzuto bufo . 

Con pontute foglie l’eccelfo pino , carico di durifsmì frutti . 

L’ombro fo faggio. 

La incorruttibile figlia. 

Il fragile tamarifeo . 

La Orientale palma dolce , & bonorato premio de’ vincitori i 
1 Chiaro fontCj. 

Dritto òpre fio . 

Dilettofo boschetto . 

Fiorita primauera, 

Crauc palo. 

Et altri , tutti come dico in poco più d’una pagina ■ Cofa che in vero al pre- 
cetto, ò di (sfrifìotile, ò di ‘Demetrio in queflo luogo non corrijponde . ‘M ai 
noi batti hauerefiu qui ragionato della af biuta freddezza, che nelle fole paro- 
le fi può generare. 

DISCORSO E CCL ESI ASTI CO. 

T Rutteremo con l’ordine medefimo che habbiamo tenuto ne! Com 
mento le quattro forti di parole atre à generare frcddczza:Lc ftra 
nicre , le congiunte , le metafore, egli Epiteti: E di ciafcuna di lo- 
ro procureremo di dire alcunacofa, che propriamente alle Ecclefiafti- 
chc noflrc materie appartengale prima però hauremo apportato)in vni 
ucrfale per quello che fpetta alla freddezza afloluta nafecnte dalle paro- 
le vn luogo di Santo Agoftino.cdegniflimo di c fiere auertito : ouc egli 
diqucfto medefimo vicio notando vn paffo d’vnacpiftola di San Cipria- 
no , ma inficme cfcufandolo , duecofe infegna à noi : Vna come tal’ho» 
ra alcune imperfettioni fi pofiano anche ritrouarc ne’ ferirti de* valcntif 
fimi huomini: l’altra; ma quanto modcftamentc habbiamo da palcfar- 
ie noi , c come habbiamo Tempre potendo in alcuna maniera da efeufar-, 

le: 


Sopra la Particella LXV. 379 

lede parole di Sant’/tgoilino fono nel libro della dottrina Chriftiana al 
Capitolo, 14. Etfonoqueile. 

[Inpopuloautcm graui ,dequodièlum citDeo; In populograui lau- 
dato te , ncc illa fuauitas dcle&ubilis cft, &qua non quidem iniqua 
diliguntur>fcd exigua.&fragilia bona fpuinco verborum ambirti or- 
narur ; quali ncc magna atque llabilia dcccntcr, & grauiter ornarcn- 
tur.Eil talcaliquid in Epiitola Beati Cipriani, qaod ideo puto,vcl accidi 
fc, vcl Confulto faèlum e(Te,vt fcirctur à poitcns,quam lingua Do&rin» 
Cbriftiana: fanitas ab illa redundantia rcuocauertt,&:adcloqucntiam 

§ rauiorem,modeiliorcmquc rcilrinxcrit, qualis in eius confequenti- 
uslittcris feciire ainatur, rcligiofe appetitur , (ed diificillimc imple- 
tur. Ait ergo quodam loco. Pecamushancfcdem: dant fecdfum vi- 
cina fecrcta,vbi dum erratici palmitii lapfus pcndulis ncxibus per arun- 
dincs baiulos repunt, Vitcam porticum fraudea te&a fccerunt. Non 
dicuntur dia mifi mirabilitcrainucntiiTuna fcccunditatc facundix > fed 
profufionenimia,grauitati difpliccut . Qui vero hec amant , profcèlò 
cos , qui non ita dicunt : fed cailigatius cloquuntur non po(fe ita eloqui 
cxiilimant, non iuditio illa deuirare:Quapropter illevir fan&us, 
pofTefe oftendit fic diccre.quia alicubi dixit:& nollc quoniam poll- 
modum nufquam .] 

E veramente non li può negare che fia vn poco tronfia quella manie- 
ra di dire di Sa Cipriano.petavaar hxnc fedem. ejrt.Concioficcofa che anche 
nel noitro Italiano chi diccllc, 

Rctiriamoci quà,chc rctiratezza apponto ci offerifeono le vicine foli- 
tudini :ouc mentre vaghi giri di palmiti , con pendenti nodi , per icfo- 
ftentatrici canne vanno ferpendo, Ecco che vn portico di vite con intrcc 
ciata fronde ci han fopracdificato . 

Chi ( dico ) dicelfe coli darebbe vn poco nel frcddo,& il ragionamen- 
to farebbe fen za dubbio, c perle metafore , e per gli Epiteti , e per altri 
rifguardi di gran lungo magiore del foggetto: E pure certe forti di llra- 
fordinarie grandezze panicela Italiana fàuella che non fà la Latina: Si 
che con molto giuditio aucrtì Sant’Agoilino l’errore: ma con molto 
maggiore modeltia lo efeusò, dicendo bora che San Cipriano lo fece-», 
vi farcita- à po fieri s , quam linguam dottrina Christian# Sanit.is ab ijlarcdundan- 
tiareuocattcril . Hora che Santi usif le vtr , & pofe feojìmdttfic dncrc, quia 
aiteubt dtxil,& nolle, quoniam pofbnodtm nufquani. Onde habbiamo da ìmpa 
rare tutti noi, con quanta diicrctionc conucnga trattare le cofc de’ Santi 
dottori , quanto {ridicola profontionc fia quella di alcuni predicatorctti 
da quattro baiocchi , à quali pare di fare vn bel che, rollo che imparata 
altronde, òfentira dire, portano vnaccnfura de’ padriin pergamo: 
E quanto farebbe (lata pcrauuentura più difereta alcuna opera latta à 
noitri tempi in materia umile, fc àfcriucrlahaucflc hauuto Santo Ago- 
flino . Oltre di quello affai fanno, che non è dubbio freddezza (come 
diccDeinctrio)lc parole ftraniere non bene vfatc. E già habbiamo noi 
di loro,principaImcntcdi quelle, che dalla Latina fauclla fi deducono, 
abondantemente ragionato nel difeorfo della particella 5 6 . Etvn'altra 
volta ne ragioneremo nel trattato della corranone della lingua , alla-, 
qucllione iella : Per hora à quello propofito introduciamo vna qucilio- 
nepiù ragiontuok al noilro Predicatore . Cioè fe conuenga al Prcdi- 
■. , catorc, 

t 


3 8 0 fi Predicatore del PanigaroLt 

catore,ò con occauone di addili re autorità <1c* Scrittori, ò con altra ot? 
correnza valerli in pergamo d’altre fauellc,chc della Italiana, c della La 
rina? Che quantoalla Latina non occorre dubitare . Anzi à noi difpia- 
cerebbe chiunque fuolgarizalfe tutte le autorità Latine , come fc faccfi- 
fe vn ragionamento di belle lettere in vna Academia, c non apportalo 
in tuttala predica pure vna parola Latina già mai ,Comc ci Scordiamo 
di hauere già accennato ad vn altro propoli to . L’apportare le autorità 
Latine , e della fcrittura , e de' padri, & anche non tradurle fc non in cer- 
te neeelfità , quello nel pergamo è necclfario , c ragioncuolc: Ma oltre 
la Latina lingua, ve ne fono delle altre recondite, Cioè che à nollri tépi 
nifi popolo comunemcte le vfa.Comc la Greca, la Hebrca e la Caldea, Óc 
oltre la nollra Italiana fauella molte altre volgari fe ne trouano,chc ima 
rie parti, fra vari) popoli fono ancorv.ue ciane. E di tutte quelle ra- 
giona il mio quelito , ina prima delle recondite . Intorno alle quali pa- 
re che il Cardinale di Verona nella Retorica fua forte di parere,che non 
doueirerovfarrt,ccheforte vnafpeciedi frigidità e di oftentationc, il 
portare fra popoli promifeui , c che apena intendono il volgare , autori- 
tà , nè pur claufolc , ò parole , ò Greche , ò Hebrec , ò di fomiglianti fa- 
uclle . Tuttauia noi vediamo che molti de' Santi noltri padri Latini ne* 
loro pur Lati ni ragionamenti , parole Greche hanno inlcritc, comeoue 
Santo Agollinodifputa intorno alle due voci , Latria , c Dulia. Et anche 
vediamo che dicitori di valore, nollri Italiani di parole Greche, ò Hebrec 
nelle prediche loro fi fono valuti , come oue Monfignor Cornelio nella 
predica della Cognitione di fclterto alcune volte replica le Greche pa- 
role , y futi Tauro v , & in altri luoghi . Ma tutti i facrifioj , coinè fi dice, 
vogliono falc : E Monfignor lHultrirtìmo di Verona non danna artoluta- 
mentc il valerli di autorità, ò parole di lingue recondite in pergamo r 
ma il farlo per fimpliceollcntatione fenza alcuna, ò neeelfità, ò vtiii- 
tà : E le parole di lui nel Cap.j.del lib.j.oue tratta la medefima materia, 
chetratta quà DcmetrioCioc; Quomodo frigida fiat oratio , fono bellirti- 
me , e fono quelle : Quod decidere imerdum confueuit bmumbus linguam He- 
brxj>n,& Grecarti oflemantibui , qui imerdum fine vita neiejjìtate eandem rem tri 
busnomimbui explicare conmtes , mbilominu s ajjequwitur quarti quòd ftbi propo- 
fucrunt eoru/n aiuti fngcfctt or alio ■ Là doue le vuc; ojknt.mnbu efìneneceffi - 
tate , affai chiara inoltrano la diferetione , c la cautela di quello gran Pre- 
latoiil quale fi comeabhorrifce,che altri per.fimplice vanità, & ollenta- 
tionc, fenza pur minima neeelfità in Greco od in Hebreo ragioni , quel- 
lo che in Italiano, ò Latino ballerebbe à dire: Coli dall’altrocanto, hab- 
biamo fentito noi lui medefimo anche doppo che è Cardinale predicare 
do à fuoi popoli , oue nccertìtà Io ha conftretro , crterfi di Cofe Greche 
nella medefima fauella eccellcntirtìmamenrc f ruito . Per clfcmpio ( fc 
voglio ragionare di me medefimo) quando nella deciinafella delle mie 
Lettoni Caluiniche io voleuo mollrarc la tranfubltantiationc contrae 
Luthero, e fra gli altri argomenti voleuo valermi anche di quello , che li 
caria dalla incongrua accomodatone de gli articoli, poiché in Latino io 
hebbi ino(lrato,chc il dire , Hoc panis cfl corpw- mcum&bic vmum est fati- 

f uismeui , farebbe llata cfprerta incongruità; non potcuogià fenza va- 
ermi delle parole Greche mollrarc il medefimo in quello Idioma. E pe 
rò foggionfi così . 


Sopra la Particella L XV. 381 

Vi c di più che anche nel ti Ho Greco parc.chc lo Spirito Tanto liabbia 
vfata l’arte medelima, celie per non lalciar Credere, che gli articoli fe- 
gnaflero,òil pane, ò il vino, in altri generi eh ha bbia polii di quelli , nc’ 
quali in quella lingua Fano il pane, e il vino. «prof. ylrtos, come fapetc li 
dice il pane in Greco, & n'ret. Inos , il vino,& ambi e due quelli nomi fo- 
lio malculini: Vedere 1> concorda la grammatica: E tutti gli articoli fo- 
no neutri. 7 curo tetri Tuo e fìtto fonia. rcvrittuttùpia. T utoesìi 

to citta'- Anzi qui vi c un’altra auucrtenza,clie pure c Hata olferuata dal- 
rincerpreie anche nel Latino , che non folo l’articolo del pane li di— 
feordarc dal pane, ma di più accordare col corpo: E l'articolo del vino 
non folocdifcordc da! vino, mac concorde ancora col fangue . rcÙTt. 
Tufo non può Ilare con òprtt. artos , e Ila con ri *ùn*,to fonia . E lo Hello , 
Tato , non può Ilare Con »ir<x, tuoi, c (là Con T*Vi,«a.- io cma : Si come 
nel Latino . Hot non può ilare con panisi c Ita con C orpuy.Et Hic non può 
ftatt'cón vinum.c Ha con fantini . V edere voi fe con maggiore arte potc- 
uadiiMOllrarc lo Spirito lànto,chc Vboc era corpus, c non paoli, e che 1 ’bic 
era fonami 6c non vinoni. 

E culi ami iene molte volte, che ò per prouadi dogma contra l’hcrcti- 
co,ò per altra occalionc ncccrtari.i , in pergamo gioucrà allegata vna au- 
ronta.ò vna parola in Greco od in Hcbreo , che non farebbe il mcdclì- 
mocttcìto in Italiano ò Latino. Etintal cafo non c dubbio , che è leci- 
to, anzi nccdlario il valerli di dette lingue: Ma fenza ncccrtirà.c per lini 
pliceollcnrarione non dobbiamo farlo in alcun modo.c facendolo noi , 
miri mmu afleqiàmur ■ quàtn quoti nobd prp ponimi *'. » & uoftrafrigcfot orario .i 
Ma delle lingue non recondite , & altri populi communi euiuc , come 
deila Francete, della Sp.ignuola, della Tcdcfca e limili , è egli lecito al 
Predicatore Italiano il valerli in pergamo 3 Veramente la cola è lubrica,! 
c quanto à noi , alcuni Predicatori che habbiamo fentito fuori di tuttii 

E mpiititi del mondo allegare bora vn detto Francefe, horavn prouer- 
ioSpngnolo, c cofe limili, à noi hanno data noia grande , & habbiamo 
duct rito che llòmadati nc fono rimalti ancora 1 più giuditioli afcoltaro- 
ri. Tuttauia potrebbe occorrere cafu tale,e necellìtà li grande , che non 
torte dilcònueneuoie il farlo. Monlìgnor Cornelio predicando in Tren- 
to à tutto il Sacro Conci lio,fc bene Italianamente , fece la predica , che 
llrqueilu della imirauonc: nondimeno stufando , che molti Tedcfchi 
forteto prefenti , i quali la Italiana fauclla non inrendertero , Se à quelli 
ancora volendo dare.vn poco di gitilo: in lingua Tcdcfca dille cosi . 

Idi hcb dicTeutfi he fratto» danfteifl Lynfalyty Ktdduh, i^it ScahK hajfng 
tilt Betru^lub . 

Che vuol dire in 1 ingua n olir a , 

Io amo laiiationcTedtfca,pcrchceflac /implico, & ingenua: hon ha 
malitic: nè fraudi : 

Che in vero douctre al popolo promifeuo dare qualche gwfto:ma non 
doueticro anche mancare de gli Ariltarchi, à quali la Cofa non piacelfc : 
Si come pcrauucntura i molti non farà pucciuto,che noi nella predica, 
che haucuamo da farè nella liberationc di Parigi hauertimoalcunecofc 
in lingua Franccfe dette , che in detta fauclla haueuanvo penfato di do- 
ucr dire; E peto nella mede (ima le habbiamo date alla /lampa : Ancora - 1 
chein veto quella farebbe (lata quali pura necellìtà, come lì può vedere 

da' 


38 * Il Predicatore del Pantgarola 

da tutto il Cornetto dei luogo, che mettiamo qui appretto 
Mentre i Politici dicono che il nemico lì conuirtirà-, e ci tratterà be-1 
ne, e noi non Tappiamo come contradirerfà Dio, che accecato egli mede 
fimo di Tua propria mano ci Tenue , che tutte c due quelle coTe Tono fal- 
fc: Che egli non fi vuole TarCatolico: E che vuole Taccheggiar Parigi . 
Che dite? Che non è vero : Ecco le parole di lui , in vn mani fedo fotto- 
fcritro di Tua mano.c figli lato col Tuo figlilo. 'Pour l' aditisi' un Cotale Ieri- 
timeman affemble , an quel no nous conformerom aujfya cequc cince, ne nojtre 
crtjnce : E pdco ap prciTo ceni qui ay detoni à remettre yctlle ville ville en obeif- 
fanceySeront preferita^ du ptliage. O Parigirò Parigi confermerò la in, a fe- 
de à quello clic farà vn Concilio legitimamente congregato , nel qua I e 
etti dannano il Papa per TnTpetto,c vogliono che habbiano voto deciduo 
i unni ihi ? Si vuole egli far Catolico ? Saranno liberati qucttrdal Tacco 
di Parigi? lo voleua egli Taccheggiare^ ò nò ? 

Comunque fia,chi potrà laTeiare di adoperare lingue volgari ftrani«- 
rc nelle prediche Italiane , à noi pare che tari meglio à non leruirfcnc , 
tanto piu che è Tucil coTa à dare nel Papagallo per dir così : Et à lare vna 
forte di pronuntia hcrmafrodita : Noi certo in lingua Francelc dubiti a- 
mo, che nonhauerem.no troppo acconciamente pronuntiato : Ma nè 
anche MonfignorCornelio in TedcTco douctte però Intiere i più pro- 
pri) accenti del mondo . Si che vfiamo pure la noltra lingua Italiana , e 
la Latina oue bifogna , c del retto Tenza neccifità non vengan i altre fa- 
lcile in pcrgamo,òmorte,òviuc clic elle fiano, che Tenza dubbio faran- 
no freddo, c ci faranno dare nelle inetrie . Seguita Demetrio à ragiona- 
re della freddezza che nafee , oue altri ò troppo fpeflb adopera parole 
giunte,ò malamente, & inettamente le congiungc.Che è cofa chiara per 
fe medefima anche ne gliEcclefiaftici ferirti Te vi entraflc: Ma nè luogo 
fi troua nelle Scritture l'acre, oue altri à fare freddezza tale fia introdot- 
tole à noie in animo di volere per gli ferirti de’ moderni Italiani andar 
cercando eflempio di vitio tale, che anche perauuenrura non vi fi frane- 
rebbe. Più rotto in materia di metafore, delle quali nel terzo luogho 
liabbiamo prometto di douer ragionare , poiché, come habbiamo detto 
altre volte, fra metafore e comparationi, pochiffìmadilfcrenza fi troua, 
«quello chcdeU’une di loro fi dice , al ['aure ancora puòconuenirc: Di- 
ciamo noi, che in alcuni luoghi dclleScritturefacrejmà principalmente 
nella Cantica, molte comparationi fi trouano , le quali in vcro|à prima 
fronte paiono inette e fredde , e che di quelle fiano , che come vitiofc ci 
infegna Demetrio à fuggire . Pcrcttempio , 

Caputimi fuut gregei caprarum. 

Ventes lui fiati gregei tonfar um . 

Siati fragmen mah punici gente iute • I 

Duo ubera tua fu ut duo binnuh caprtt gemelli. 

Vulchrx funi gente tue fuut turlwns • 

Sicut turrii D awd coUuin luum . 

T^afus tuus ftcut turni . 

Tutti quelli paragoni,e molti altri, à chi non pen Tatti più à dentro , af- 
fai inetti potrebbono parere, & affai freddi. Ma due cofe bifogna ha* 
uere innanzi à gli ocohi. Vna, che nella Cantica quelli, che Salomone 
finge che ragionino fono vnpaftore,c vna pattora, marito c moglie , in 

modo 


Sopra la Particella LXIf, $ 8 ; 

modo Che per ferbarc il dccoro,non altre che paftorali fimiglianzc con- 
ucniita che vi fi adopcrafTero : E l’altra , che per la proprietà della lin- 
gua Hcbrea.e per la diuerfità che erta tiene dalla Latina, e dalla noftra* 
molte cofc paiono inerte che non fono: Tanto più che non tutti fono 
arrinati àbcneintcndcrcmoltediqucllccofe.cnc quiui entro vengono 
dette . Quello che il pallore alla paftora dice , 

Captili fui fiuti gregei caprarum,qux afeenderunt demonte Gdaad. 

I Noi in vnaParafrafe letterale, che habbiamo fatta della Cantica in- 
nanzi ad vna dichiaratone miftica habbiamo dichiarato così. 

I tuoi capegli,fe c la molti tudine,c la politezza,*: il colore ne rifguar 
diamo , à ponto à i peli di quelle capre di Galaadde fi ra(Toraigliano,le 
quali per la bontà del paefe , per la natura del fito , & anche per la molta 
refina, che fra quegli arbori toccano , nere , lucenti , e bcllilfiinc fono à 
marauiglia . 

Quello che il Latino dice. 

Dentei tui ficut gre ges tonfar urn qua afeenderunt de lauderò. omnes gemelli^ f<x- 
libus,& berilli non tSl int creai . 

Noi Italianamente habbiamo detto . 
fi I denti tuoi coli candidi, fpelTì , c ben congiunti fono, che fembrano 
vn g r egge di pecorelle : candide, perche efeano all’hora dal bagno: 
IpeflcjpcrChe vna fopra l'altra Hi a amallàta: e congiunte , perche ha- 
ucndo figliato,c più d’uno .ciafcu.ia fatti gliagnelli ad empire ogni va- 
cuo, le fanno parci tutte vn corpo foie. 

Quanto à quello che vi fi dice , 

Situi fragmen mali puniti gena tue . 

E qucll’ahro. 

Duo ubera tua ficut duo bìmudi capra gemelli, qui paft untar in liliit . 

Quelli parago i i paitoralment. parlando, non folo non fono inetti; 
ma fono gratiofitfìmi , pere oche veramente vna guancia, che hauclfo 
millo colore di quel bianco , e vermiglio , che fc vede in vn melagrano 
{pezzato , farebbe molto bella: E cofa più gratiola è il dire, come hab- 
bia io dichiarato noi. . . 

Due Capretti bianchifiimi, e vezzofi che vadan pafeelando per gli gi- 
gli , fembran le tue mammelle . 

Pur di fficilc pare il poter faluare gli altri tré paragoni , de' quali hab- 
biamò ragionalo , non parendo però la più laggisdra cofa del .mondo, 
che vna donna habbia le guancie come vna tortora. 

Vuli .hr* flint gong tue ficut turi urti , 

O' il collo come vna torre, 

Sicut turrii Dauid co limi tuurn. 

0,quel che c peggio , pur come vna torre il nafo , 

Trafili tuusfieut turni. 

Ma tutto quello procede da poca intelligenza de’ termini ,e de gli 
Idiotifmi Hcbraici , pcrcioche la voce turturis ( per cominciar da que- 
llo ) non lignifica in quel luogo l’ucello detto tortora , ma fi bene vna^ 
forte di ornamento, che all’hora portauano in tetta le donne di Palclti- 
na ; E ranche à giorni noltri, dicono, che in alcune parti dell’Affrica re- 
ità in vfo. Che c come vna mitra non molto alta, & eccellentemente ri- 
ca mata con pendenti da lei alcune fila fecondo la conditione, altri di fie- 
ra, 


3 8 4 1 / Predicatore ddP amgaroLt 

ta, nitri d’oro, altri di catenelle di perle, ò gioie., ii limili'. Et il fenti- 
niento di S alomone in quel luogo, è Ita to, come noi nella noftra l’ara fra- 
te habbiamo dichiarato, Cioè , 

E cotefta tua bellezza, ò fpofa mia tanto pii è da pregiarli, quanto che 
è naturale lenza artiriclo alcuno, e lenza fi co:E(Tcndo mucro per fc 11 ef- 
fe le tue guance più belle, che fe fodero ornate di quallìuogha ò tortora, > 
ò mitra , od altro ornamento muliebre. ^ 

E còli occorre in qucll’altro paragone , " 

Siene turris Dauid coliwn tuum . 

One gii mtcndenn fanno che gli Hebrei per lo collo piglialo moire 
volte la datura , e la uita , ò la taglia della perfona : E pero .non ha vo- 
luto dire il pallore che il collo della paitora fpflccome vna corre : ma^ 
comefediceflc, i ?i , 

Coli diritta ò fpofa mia è la tua vita.c coli eminente con bella propor- . 
tione la datura, che più dricta non è , nè più lodeiiole la btjlliilìuia tor T 
re di Daiiidde. 

E coli del nafo dobbiamo dire.il quale non femprc fignifica quefta par 
te del volto, che (Irne all'odorato tana nafo, alle volte nelle Icritturc fi 
piglia per lo fdegno, c alle volte per la inaieftà . Per Io (degno , come nel 
a. de Regi .d iz. A feendit fumiti de naribui eius . Come in Giobbe ai De 
ndribut cim preudtt fumus . E come nelle lamenrationi due volte ,<juc_» 
quello die noi efponiaino. /lidie /r<e furons fui, il Tello Hebreo dice, In t 
die irx tufi fui . Per la maicftà che altri moftra nel fembiantc, fi piglia per t 
il medelimo nafo, ouc dice Efaiaal 20 . r • 

Qmcfcite ab torni ne, cuius fptntus ih turibus eius effe 
E conformemente tribbiamo dichiarato noi nella Cantica, 

'Ifafus tuus fieni tunris Libasti , qua refpiat centra Damafcum. 

Cioè , 

Lagrauità mifchiatacon dolceza die tu tieni, apponto hi del ma- . 
ghi.fico, come la torre del Libano che ntrouiamo in andando à Da- t 
mafeo . 

E coli fi vede che non bifogna correre à dannare quello che non rntcn 
diamo: anziché nelle fcritture facrc, ouc alcuna cofaci paia dannabi- 
le, d uiamo fubito credere di non bene intenderla. E tanto ci balli ha- 
uer detto intorno alle compararioni , e metafore della Cantica. Del re- 
do, che Come dice Demetrio non foto le metafore mal fatte, generino 
freddezza , ma anche le troppo fpelTo vfatc : quello medefimo dille an- 
cora il Cardinale di Verona nella fua bella Retorica Ecclcfiaftica , nel 
Capitolo delle metafore con ciucile parole, 

A t atuntaduertendum e(i , ne clerici frequentibus verbi s translati t frigtdam effi- 
cimt oratioHcm . uientes illis non ueluti condimenti s ,fch tanquam cibis facieta- 

tem , aut pou us naufeam paiiant. 

Nel qual vitio eflendo corfo alcuno denoftri tempi benconofciuto da 
fua Signoria Illullrillìma, ad ogni modo con tanta modcllia ne ragiona 
quanto è quella. 

Quod qmbufdam icntigiffct noftra tempeflatc prudentes viri obferuarunt , 

• L'vltima lorte di parole generami il freddo , delle quali in quello di- 
feorfo vogliamo ragionare , fono gli Epiteti : dequaali dice il Venera- 
bile Beda nel libro de tropis facrx fcriputrx , che Epiteton efi prxpcfita diElio prò 

nomini 


Sopra la Particeli* LXV. 38$ 

nomini , c (bggiungc , che frajl’àntònomafia , c l'Epiteto , quella è la dif- 
ferenza , cne ntonomafia viicm nomini s futtmet , E piteton nunquam cil fine 
nomine . 

Di modo che, fé io dicendo il Signore fenza altro intendo, 

Dominus bis opus habct ■ 

Quella -è a ntonomafia : (a doue s’io dico con San Luca ncgUarti, 

Ee Dominai quidcm le fui &c. i V.l j 

Qua la medelìina parola Dominus , che fenza il nome Iefus . faceua^ 
Antonomafia,cqngiuntoco'nildcttonomc£erucpcr Epiteto. Il Padre 
Granata nel quinto della fua Rcorica al Capitolo fello: parlando de 
gli Epiteti , dice, anch’egli quello che di fopra nel Commento difcorrc- 
uamo , Cioè che in Poematis licebit natur dibus E piibetis itti , vi Candid* nix li- 
quidi fonici &c.In orditone profi ( dice egli ) non apportebit adbibcillpubttatiifi 
hmpbafnn quondam babca>u,& ad rem propofitam pcrtincant , ut Hon impctrabit 
confa n tam iniquam ahjKnjhic iusbjfimo . 

DieeVn ultra cola "quiui il medèfimó padre, degnaci edere auucrtita. 
Cioè che fe bene la moltiplicatione de gli Epiteti c vitiofa , nondimeno 
in vna occafionc lì può admertecc , quando Cioè di molti Epiteti infic- 
ine fi formanu allineerà la diflìni rione , ò deferittione della cofa , della 
quale noi ragioniamo . Comt\>uc PApoftoIo San Giuda parlando de gli 
lieretici , dice , che fono, 

In epulr, fms macula lonuiuantes ,fine umore femetipfos paficntesy tiubcs fine 
aqua , qua d remis cìrcumfcruntur , arborei autummales ,'mfiuttuof * , bis mor- 
ta* eradicata ,fbtttns feri morii, defpumamcs fua s confufiones.sydcra erranti a. 

T ale egli c quel luogo di Chimtfco . 

{Superbia , eli Dei abnegatio , aipematio hominuin , Iaudum proge- 
nics , Iterili tatisargumenrum, diurni adiutori) expulfio, iluporis prx- 
curfor , lapfuum minillra ,‘cafus matcrix , iracundix fons , fimulationis 
ianua.firmamcntum dxmonum , deliclorum cullos,, duritix, & cru- 
delitatis artifex , compafiìonis , & mifericordia: ignoratio : amarus exa- 
&or . immitis iudex . Dei aduerfatrix , blafphemùc radix.] 

E quello di Origene patlando delle donne. 

Mutici caput peccati , arma Diaboli, expulfio paradifi , mater delitti , corruptio 
legis , 

E veramente in quella maniera coaceruati .molti Epiteti , alle volte fi 
admertono:Turtauiachi freqncntalfe anche foucrchiamcntc qucilolino 
dodi tare, darebbe nel freddo. Si come nel freddo danno fenza eubbio, 
que’ predicatori , Che fuori di propalilo ad ogni parola volendo aggiun 
gerc il fuo Epiteto , dice il Cardinal di Verona cne, 

T^iinquaoibeatum Paulum nominant , quinTarfenfm dicaut , 'Njmquam D<j«i- 
dem quia SeremJJi numadiun&ant . 

Et in vero qucl’Sercmlhmo Dauid in bocca di moiri predicatori hà 
hormai acquieta vna vena del rincrelceuolc: mà noi baderà quello 
che habbiamo detto intorno alle parole, che nella orahone .generano 
frigidità . 


Parte Seconda. 


Bb 


PAR- 


* 


j8 6 


vU. 


PARTICELLA 

SESSANTESIM A SE STA. 

. mio w w». u i v 

TBSTO DI DE M ET RIO i 

,*i: . . ■ , t ' . -i ir."-t \J nr::I'.:bf'r j. tip 

Tradotto da Pier Vettori . 

* Ompofitio antera frigida , qwenon numero fa , fed extra nnmerum 
(fi : & omnibus in partibus longum babet velati tali;. H*«r» p *9 
ti; t lui x*P* r n«>!f dei àròpiàt ìvm ; nibil enim babet aptum era- 
no tu , ncque in tufo pofitum, propttr continuai iontm longarum 
fyllabarum. ■> 



nx 


PARAFRASA 



' La coiTipofitione, è ftrutturà delle parole ancora riufei. 
ri fredda , quando oltre il conueneuole fara fouerchia- 
mentc numcrtfa : Comcfefcnza framezo alcuno,trop- 
pc filiabe lunghe liauelTc couunouate in quella ma- 


niera . 


Hxevr tiuùv àerlw'^àow- 
llxr a; HpoSyèpiit curii;. 


• iflf.r' 


COMMENTO. 


I Duemc^ivcrft Greci polli nel fine della Tarafrafe douettero (fiere di 
qualche autore antico, ma di cui non ci sà per apponto'- £x ilfcntimento lo- 
ro farebbe, come fein Latino diccffimo, 

Acccdens in noftrum regionali. 

Vmuerfa noftrareftaexi dente. 

Ma à noi poco importa quale fia il loro fentimento : Eglino non fono addot 
ti fenon per e fiempio d' una compofitione troppo numerofa per hauere troppi 
filiabe lunghe vna vicina all’altra : egid doniamo ricordarci, che nella ‘Parti- 
cella 27. dicemmo, che la lungh zza delle filiabe dà magnificenza al ragiona- 
re, ma la troppa magnificenza è freddezza '.e però troppe filiabe lunghe con- 
t'mouate fanno freddo. Tanto più nel fecondo verfo Greco cuc quattro fpox- 
ti et, fono in quattro voci, ciafcwia delle quali fà loffrondeo , che i cofa noiofiffi - 
ma urne fc in Latino diccffimo. 

Irun 


• .1 


Sopra la Particeli* LXVl ' • 1 %T 

irirn caelomilìtnobis Candida luno. 

(he per auentura ver/o ftmile intatto Virgilio non fi tremerà mai: Ben fi 
trontrd che egli molti parole di due fiUabc batterà polle in vmcrfo , bo- 
ra due , * *' 1 1 a " " * ‘ j* C 

Monftra Dcum rcfcro . 

Ho,, t,i. .y.i. a : ii jc, : a o. z a x 

Thurc calentar*,. 

Bora quattro, -*■ . . , .l 

Proij ce Se. la man u iànguis meus. . > 

Bora cinque, , Si ... ,,, u , v , t! 

Arma virunique canó Troi^qui primusab oris. .*■ v • 
Horqfei. , , v'o...>. ■. , 7 

Ipfa canas orofincmdcdit orcloquendi. 

Et anche fi trouerd che egli molti ver fi baur a fatti tutti di fpondei, eccet- 
to i! quarto piede. Come, 

Stàbant orantes primi trafmitterc curTum. 

Tum de.iium admitti (lagna exoptata reuifunt. 

Ex tempio Aeoea: loiuuntur ligorc membra. 

Irim de celo indie Saturnia lune. 

Ma che egli come diceuamo in ciafcuna delle quattro voci,ciafcuno de’ quaf 
tro Jpondei habbia formato, quello non fi trouerà ; Tercioche la compofitione 
troppo hnga,e fredda farebbe : Cbefeal Poeta, fredda farebbe, ben habbiamo 
d dire, che alle profe dunque le troppe lunghe fillabe continuate Jreddifi ime 
Jempre riufiiranno. 

Tfoi nella particella 47. enei d'ifcorfo, che habbiamo quìui appartatamene 
te fatto intorno al numero oratorio Italiano, affai chiaramente habbiamo mo - 
firato, che nelle coje della lunghezza, e brcuìtà delle fillabc,niuna proportidhe 
può cadere frà Greci, ò fra la'tint è noi, hauendo quelli ciafcuna delle loro fiU 
labc,ò lunga, ò breue : là dotte noi : non piu ciré vna fola fillaba habbiamo lun- 
ga per ciafcuna uoce, quellacioè, fopra la quale rifiede l’accento : e perciò l’ae - 
comadate l’e/lempio Greco, al noflro Idioma, ni forfi il precetto ifìeffo , non è 
molto à propofito . Tuttauia non mancheremo di dire , chefe noi ancora nelle 
profe contmouafiimo una doppol'altra fen^a frame^zo alcuno, molte fillabe 
accentuate, fen-^a dubbio noi faremmo tronfia, c fredda la ftruttura.cfc bene al 
Tetrarca è fiato lecito il dire , '} 

Fior’frond’e rb ornbr’antr’ond’au re foaui , 

Con fette fillabe accentuate una preffo all'altra, & un’altra volta, 
Quanttcr in part’altr'huom'daqncl ch'io fono. 

Con dieci accenti ferrea framezzo alcuno, in profa nondimeno, tata Bruttu- 
ra tale farebbe fouerchiamentc numerofx , e t ronfia ,e eia fimo di queflì uerfi ri 
iatto à profa , ma pronunciato con gli accenti continouati , faràchiarifl.mo 
efiempio di quella compofitione fredda, della quale in quefia particella hi ra- 
gionato Demetrio, &c. 


E b a PAR- 


388 ;'y.v- . ' •• > 

PARTICELLA 

SESSANTESIMASETT i’m A. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 



Bjgidum autem e fi & verfus continuo s fùnere , quod faciunt non- 
nulli, &qui tegantur à continuatione : poema enim intempt « 
fliuum , frigidum ejl : qutmadmodum , & quod fnperat men- 
furam . 


PA&AFR.ASE. ■). 


SRcdda cofa è ancora il mettere continoaati ver/i nelle-» 
profe in modo, che dalla rtruttura, e continouationc del 
ragionare non vengano coperti: Pcrcioche qualunque co 
fa c Poetica, eccede la cunueneuolc mifura della prola > c 
«là ne] frigtdOjC nel troniio, &c. 



commento; 


N On appare fi chiaro quale di due co/e ci prohibifea Demetrio in quella 
Torturila ; ò il permettere che nelle no/lre profe alcuni noflri verfi à 
(tappino ; onero l’inftriruene tal bora degli altrui. 

Della prima di quefìe due cofe babbtamo ragionato abbondantemente nel- 
la fettione 17 . preffo al fine di quel difcorfo,che vi facemmo del numero orato- 
rio Italiano, e della feconda poco fopra nella Tarticella 61. à quali luegbie 
donerebbe buffare di remettere il lettore : T uttauia quanto alla prima di que- 
fie due cofe replichiamo qui : che nelle profe vitiofa cofa è il lafciarft fcappare 
verfi con rime : Che rifpondono à gli heroici de’ Latini ,e de’ Greci, ma verfi ferì 
za rime rifondenti à l ambici , così è impofjibile l’impedire , che nelle proftui 
non n’entrino, come le migliori profe latine e Greche,imumerabilt verfi, lam- 
biti barino per entro, e come le migliori profe Tofane, & in particolare le no- 
nelle dei Boccacci moltiffimi verfi contengono 3 (sfridi dice Mefier Leonardo 
Salmati vna galante cofa : fbcil 'Boccacci non fece maivcrfi,tbe fojfero degni 
dieffere nominati verfi, fe non quelli , che per le profe fece non accorgendo- 
ftne ; Come* 


■; 


u 


Sopra la "Particella LXV li. $ 8 £ 

la luce il lui ftU naor la notte [ugge . 

E rx già l On < nte tutto bianco. 

Ef altri fintili, troppo più belli e più legiadrì di quelli, che egli fece quando 
ne volle fa re : J’« che Je Demetrio qui ci commanda, che nelle proJ'e non lafcia- 
mo entrare ver fi noftri, dalla parola, Verlus continuos , fi vede che palla di 
più ver fi, uno apprefio all’altro ; e JèfoJJe flato italiano, haurebbe aggiunto, e 
ver fi con rime, perche quelli foli fra noi nfpondono àgtiheroui. Che Ji egli 
intende de ver fi altrui Lutai calo bifogna che egli fi accordi con Je mede fimo 
cue poco prima bà detto, che V infinte tal hor ver fi altrui accrefce magnificen 
%a al ragionare : e tutto l’accordo,come dicemmo all' bora, (là nel farlo di rado 
e difcrèia mi nte , e per lo più (pelare i uerfii in modo, che non reflino uerfir. E 
fempre accommodarh nella compofititnc ne tira in maniera, che diuengano par 
te di lei : t quelle c intele adoperarci, che nella fopradetta 'Particella ói.cvn 
molti ejjcmpi del Boccacci JleJJo procurammo di mettere innanzi àgli oc- 
cbi, &c- ì i t 

DISCÓRSO ECCLESIASTICO. 

H Anno molto (imbolo, e molta conucnicnza inficme le materie , le 
quali nelle due pattate Particelle hà trattate DcmctriotPercioche 
compofitionc troppo numcrofa,e fredda pare, che fia quella, oue 
molti verfi fcappano(quafi nó volendo egli) allo fcrirtoreJ: fe Ucmetrio 
nella Particella 67. uc’ verfi ragiona non alieni,macheil profacore fi la- 
fciavfciref.'riuendo.qucdaaponto pare, che fia quella troppo numero- 
fa co npofitionc.di cui egli trattò nella Particella fettantefimaleda. Co- 
munque fia, di tutte quelle cole habbiamo già noi ecclefiafticamcntcdi 
fcorfo.c per quello che appartiene alle prediche Italiane attai abbondati, 
temente habbiamo dimollro,chc quado bene ette alcuni verfi pure, che 
rimati non tollero anche attai frequentemente admettertero: c quando 
bene vn poco più fonoro parcfl'e lo itile loro che all'alcre profe oratorie 
non conuienc.ad ogni modo quello in loro farebbe comportabile , che 
perauctura altroue farebbe viuofotc la cagione c, perche nel genere ora 
rorio agonift co, cioè concionalc.non sò che di maggiore contentio ne,e 
di maggior ribombo è necettario.chc altroue non (1 richicde.Madi tut- 
to quello vegganfi di fopra non folo gli duedifeorfi della Particella 17. 
c del la 61; ma riueggafi anche diligcn temete quello della Particella 
che quiui dentro più copiofamcnte.fi rrouerà trattato quedo foggetto , 
chequi faccia medierò il replicarlo. Noi per hora à propofitodel non 
lafciarfi fcappare verfi'Hcroici nella profa latinaivoghamo in quedo luo 
go addurre vncttempio della Bibbia ideila : oue hauendo l’interprete 
premetto un mezo verfo Pentametro foIainenre,ad ogni modo fi fente , 
che da vn poco di noia,c che genera non sò che di freddezza . Quedo c 
nel 14. c .pitolo della Genefi , ouehaucndo Abramo fpogiiaco Cha- 
dorlaoinonrre di tutto quello , che egli poco prima haucua rub- 
bato facchcegiando Sodoma , venne il Rè de’ Sodomiti ad Àbra- 
mo pregandolo , che fotte contento di vendergli le perfone, rat- 
tcncndo per fe rutto il di più : E le parole che dice il Re di So- 
Parce Seconda. Bb j do ma 


3 50 f? Predicatore del PatdgaroL 

doma fono quellc,nelle quali all'intcrprcto c vlcito il mezo vedo in qné 
ilo modo. 

Da nubi animai , estera tolle libi. 

Clic in vero dà vn poco di failidio : c di qui (I può raccogliere , quan- 
to maggiormente farebbono danno al ragionamento, fe molti vene in- 
traueniflero: ò Heroici nella lati na:ò con rime,che àgliHcroid refpon 
dono nella noftra fauella Italiana . 


PARTICELLA 

SESSANTESIMAOTTAVA. 
TESTO DI DEMETRIO l 
Tradotto da Pier Vettori . 

7* ad fummam quale eH ofientatio , tale & frtgut , qui 
cnim buomo glorio fa efi , qua fibi bona non adfunt , ra- 
fia t timtn Jcbaberc , & qui par tris ribus adiungittu- 
mortm , & ipfe in paruii orientanti fe ftmilis eH : 
& di munì quale efl t quod in proverbio efì,ornatum pi » 
SkUum , tale eH & quod mio tutto ne ciatum eH in par. 

vis rebus. 

PARASASES. 

N lèmma quale è la oftentatione, tale è il fredda ; 
Conciofìacofa, che fi come gli huomini vani c glo- 
rioso lì vantano di hauere cièche non hanno, o ag 
grandifcano con milantamcnti le picciolc cole , che 
hanno cosi i freddi , & inetti dicitori a colè troppe 
piccioIe,& ouc non bifognaadoprano vn ragiona- 
re troppo magnifico, e troppo grande.*e mettendo le magnihccnze 
del di re, eie grandezze in torno à ioggetti vili c ballili può dire Col 
prouerbio,che ornano ii pcftcllo, , 





COM- 


StfraU Particeli* L XV 111. J9t 

COMMENTO. 


E Cco accennato da 'Demetrio, quello che noi chiaramente dicemmovrl Com 
mento della Particella ij. verfo il fine . Cioè che grandiffima propor- 
tene hanno in verfo di fe la lingua, e la vita degli huomini. E che fi come quat 
tro fono le note del dire, così à quattro in vniuerfale pojfono ridurfi tutti gli 
flati delle perfone fiumane : Angi che fi come eia [cuna delle note hà vicino vn 
tritio , così d ciafcuno fiato d‘ huomini , vn vitiofo fiato fi ritroua vicino . e fra 
t altre fi come al dire magnifico i vicina la nota frigida: così allo flato magni- 
fico è grande nella vita fiumana vicino èilvitio de gli ofìcntatori, e vani, i 
quali à quello, che nonflianno ofìentano , à cofepicciote e vili come fegrandifli- 
ine fufiero cercano di incarire . Tali nature imitarono Terentio in T cafone , 
& altri hi altri ; e tali cofiumi aponto dipinfe fautore ad Hcren n lum , nel 
quarto libro, nella lingua da lui chiamata Notatio : oltre l’efjempìo aulenti - 
ihiffimo di Cuccio Porco, ò Griccio 'Balena, o Griccio fmbratta , che vogliamo 
dire quando , 

‘Poflofi prefjo al fuoco à federe cominciò con l 'futa ad entrare in parole , e 
dirle ch'egli era gentil Intorno per procuratore,é ch’egli baueiu de’ fiorini più 
di millantanuo'ie, fenga quelli ch'egli haueua à dare altrui, che erano angi più 
che meno : e che egli fapeua tante cafe fare, e dire , che domine pure vnquait- 
che : e fenza riguardare ad vn ju* capaccio , fopra il quale era tanto vntume, 
che hauerebbe condito il Calderon d’ Altopafcio, & ad un fuo farfetto rotto , e 
rapczgato, & intorno al collose fatto le diteli a J imitato di fuccidume , con più 
macchie, e di piu colori , che mai drappi foffero T artarefehi , ò indiani : Cf alle 
fue fc arpe ite tutte rotte ,& alle calge sdrucite le difle ( quafl fiato fofie il 
Siri di Cafìiglione ) che riueflir la volcua , e rimetterla in arneje , e trarla di 
quella cantatiti di Ilare con altrui , e fenza gran pofieffion di baucrc ridurla . _» 
in (peranga di miglior fortuna, & altre cojeafiai. 

E tali aponto dice Demetrio, che forni prefatori frìgidi, perche magnifico 
modo di dire uogliono dare alle cofe fi baffe , che non io comportano , eque fio è 
freddo rcfpcttiiio : o così tronfiamente e 'Poeticamente ragionano. che con fred- 
do tfl liuto mettono troppa magnificenga in quelle profe , le quali ben mode- 
rati la comportano, ma non fouj tibia , e queflo mettere grandegga , oue non 
con t icne,dice Demetrio , che è come dice il prouerbio, ornare piste l!um, emen- 
do chiara cofa,cbe ad iflrumcnto fibafso , e così da cucina quanto è il piflello 
fciocca , e (ouerchia cofa farà il dare qual fi uogliaontamento : A queflo pro- 
uerbio Latino ,e Greto , ornare piftellum ne habbtamo noi italiani uno che ri - 
filande per aponto, ma è un poco brutto : In fommain vece di ornare un pi- 
acilo noi diciamo indorare vno di quegli , che cacciatift fra pomi diceuano , 
Nos poma aaumus . 


Bb 4- BI- 


3 5 2 Jl Predicatore del PanigaroU 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

V Amarore cheTrafofie ci raprefentarano le fcritturc facrc nel pri 
mode’ Regi al capitolo i7.nella progenie del Gigante Golia-., 
de! quale lafciamo apdare.che tutte le attieni, c tuttcle maniere 
pura oftcntatiónc crino, c pura gònficzza,in particolare fi edde fuori di 
modo.c venr- f..- furono qucl'e pirolc, che egli dirte àDauiddc, 

Dabo ( orna tun vo'atihbus cali,& beflijs torre . ^ - 

Che fe altri dirà clic a quello rilguardo fredde dunque , e ventole tu- 
rono a ctìta quelle di Dauid , il quale perle rune rifpofe anzi io , 

Dato t tribun a cafìrorwn Vqitijtum badie volalUibus cali & bejlt^s terre . 

Di qui diciamo clic (ideue conolccre quanto vna mcdcfimacofa, ad 
vn mede finio mododi dire da varie intcniioni, c varij fini regolato di- 
uerfe facci c polTa vcllir- c di bene, e di male, e quello chi in vno e vino; 
effere neII\iltto Crandiflima virtù; Egli è vero che Dauid di tutti i hih- 
IK’i dice quello, che Golia di lui fido hnuca detto , e di douertar quello 
fi vanta centra vna moltitudine, che Golia contra vn fanciullo folo van-. 
tato pur fi era di doucr fare: E nondimeno ollcntationc ventola c quella, 
di Golia,che tutto fonda l'opra le humane forze fuc: E deuotiflìma con- 
fidenza è quella di Dauid , li quale però innanzi alle minacce fopradet- 

tedice, . , . 

Tu venti ad me cum gladio , & biffi a • & dyveo : & ego verno ad te in nomine 
Uomini exercituum Dei agtninum ffidtlt &c- k aoppohaaer fatta la mina©^ 
Cia per inoltrare di non hauerui dentro altro hnc , che la fola gloria di 

^ Vtfciat omnii terra quiaeft Deus in Ifrael,& nourcii uniuerfa Fede fio Imc quii 
non in gladio, nei mbajia Jaluat Dom'nus.ippus imm est bvUum , o tiudct . os m 

Etfeinpi di oftentationi eTrafomci vintaton polfono c fiere anche 
cuelli.chc habbiamo accennati altroue.dc’ G’gati, de Nabucdonofor- 
ri,de’ Ni canori, de’ Antiochi, c fomigiianti, de qnnu poco più giù, oue 

tratteremo delle hipetboli fredde hauere vn'altra volta a ragionare. Fiu 

tanto impari da quello luogo il noltro Predicatore Chrntiano , che fe ad 
alcuna perfona in qual fi voglia luogo è cofa vnle.a lui in pergamo c ne- 
ceflariiflima colà il fuggire ogni minima ombra di oltcn catione : non 
olienti dottrina,non memoria.non eloquenza: & in fomrna non lancia, 
»è dica.nc accenni cofa , la qual polTa dar fofpetto , che egli piaccia à fe 
medefiino, e fi creda di meritare affai . Il Padre Stella nel l.bnccmolo. 
Che egli fece de modo cena on ondi, nel capitolo $7. Comincia da qn- He pa- 
lolc-.Caueal E uangehcus praco ne fuggcjìum afeendens ftamet honoris poi Marnate- 
fumee, am predicci. E nello fri fio capitolo molte effe atiertilce, dalle qua- 
li il Predicatore deue atterrirli per non dare fofpetto di ollentationc , e 
di vanità: Come farebbe Che in pergamo non entri mai à du e.chc altri 
dica male di Ini, & à volerli difendere., & lice! nouerit obtredatoi c uomna 
fuo irnominiofe detrabere nefe deferta ibidem. Che laUaiundus ingenq oc umen 
LoSdetì ne mai lodi le cole che egli è per dire , o vi face* appararci 
«Lccndo; Bel concetto mio fcntirctchora) 0 cofc fiumi chetane* ne ito 


A 


Sopra la Partkelìa L XV 111, jpj 

fgtquod nìrnis fero fi ) n,o et com menditlusf acritici clic tutto è iattantia, e pa- 
re, dice il Padre biella, clic cglt voglia dire: Si tam breui temporis ( palio 
prpterfpem tolta, tmqtum mirifica. pr pitto, quid fi temporis anguilla non pra - 

mcreii . . 

Che più vn’alrr® auertimenro gratiofiifimo ci da in quel luogo il me* 
defililo padre : Cioè che il Predicatore non deuc mai moftrarc di haucr 
perniale, che vi fia poca audienzaà fcntirlo, perche confetta di hauer 
dunque gufto nclPciTcr fentito da molti , c di o (tentare fe fteflo degno * 
che molti lo fentano . 11 Signore quello c certo vna delle più alte predi- 
chc,cheeg!i facelfe mai, la fece nel pozo di Samaria ad vna donna fola , 
e meretrice^ Et il Cardinale Santa PralJcdc nella Inllruttione ,che;egli 
diede (lampara à Predicatori , anch'egli quella medefima auucrtenza 
inculcò, nedefuggesiu mquameonaonator conqueralur fibicoronam non adejje 
frequetuium auditor um. E pure dal pergamo conuicne, clic vengano riprcli 
quelli, clic non vanno à fentirc la parola di Dio : Mac quello officio 
Piianno piu rollo à fare i Curati, & 1 Vefcoui , oue predicano , che que’ 
Predicatori , 1 qualipredicano percoopcrare,onde Soggiunge la inllrut- 
tionc d; Santa Praflede, l{eprcb:niii timenhcet prtferùm parocbui ucgligcn- 
tiam popoli, fi quando non frequens ad conuonem conumtt. Ouero fe pure il no- 
llro Predicatore lo vuole r affiora fare egli llerfo , faccialo con tanta de- 
prezza, clic egli chiarilfimamcnte dimoili i, che non fi duole per fc 
ftefso; ma per intcrcfse di quelli che non vengano:Cioè che nella infre- 
quenza dell'auditoriojCgli nó mira al rellarc egli più e meno honorato : 
iqa alla pcrditaclie fanno quelli , che non lentono la parola di Dio: 
E però quello può egli fare, quando ò folo predica in una Città ò à tutti 
quelli, che nella medefima città, nello|ftelTo tempo predicano vgualmé- 
tc, infrequenti fono gli auditori) ; che fealla predica di lui venilfero po- 
chi, ma à quella d’un altro nel medefimo tempo Ielle gran concorfo,in 
tal cafo, non ha mai ne anche ad accennare il Predicatore cofa pcrtincn 
te à frequenza, ò non frequenza di auditori, perche quà non può preré- 
derc di farlo per interelfc altrui , andando eglino à fentire i popolile bc 
ne non da lui , la parola di Dio.&douendo egli , fe c come deuc clferc , 
predicatore di Dio, c non di fe (letto, pure che il popolo fenta la parola 
di Dio, non premere che dalla fua bocca,c non d’altri fia fentita: ma di- 
re tanto balta à ine : Stuc per me fiue per te,dunimodo bonari ficctur Cbnflus. I n 
fontina chi vuole làpere tutto quello, che fi può làpcre in materia di ben 
Predicare, legga con aucrccnzai padri antichi, che vi trouerà dentro ci- 
gni cola: e quello ancora, come il Predicatore polfa dolerli di haucre_, 
poca audienza potrà impafarfi da Padri, ma notalitemCnte, c fingoiarilfi 
inamente daSanto Ambrofio nel fermonc, che egli fi de grano fitupis. La 
doue egli li duole di non haucreaudienza,cconfefià, clic non predica 
volentieri Cun poca audienza. E pure tanto diferetamente lo fà , c cosi 
nioltradidolerfcnc pcrfcruigio di quelli, ;che non fenronot clic non fo- 
laniente dice, che di quella maniera coti le prediche fue non gtoua , ma 
Che Con lemedcfime nuoce à quelli , che non vengono . ìl luogo è 
bcllilfimo, &c ingcgnofillìmo : c però Io fermeremo quà fotto come 
gÌ:CC‘ _ 

Libenteruos predicare etgraUuiieropus Dei facere mMifcfiù efl, fed cù uidemus 
piuiti èfratribus pigri# adEttlefiù tonuenire, <Qr dominiti! precipui dicb minimi 

cale- 


3 $ 4 11 Predicatore del PanigaroU 

tadefiibus interejfe myHcnfsyr^djcamus inwti : 7 {on quomspigeatloqui ,fcd quia 
ntgligermm prgdicatio mitra grauet polius, non emendet . Ideo inaiti loquimur, 
e-r tacere non pojfumus, pr [dicano emm uoftra in plebe ani regnavi operatur , aut 
pcrnam : I\egnum credula perfidia panavi : Qwjqms emm frater dominici non 
intensi {aerarne tu , necejfario apM Deum cajirorum defertor e/i Ditiinorurru. 
'Hpm qnomodo fé excufare potcjl , qui Sacramentorum die pr-nimm ( ibi domi pre- 
parai , praniium celcjte contcmnit * Et ventris turam fac cn , amine fu[ negligit 
mciicinamt E veramente non potcua già dii meglio Sant’Ambrogio 
che dire, che egli predicaua mal voloncieri à poca audicnza:pcrche pre 
dicando agrauaua il peccato , anzi era occafionedcl peccato della ne- 
gligenza à quclli.che non venivano àfcntirlo. Concerto che egli impa- 
ludagli EuangcIiAi: E carità che egli imparòda Chriito ideilo: del 
quale noftro Signore Giesù ChriAo parlando San Marco nel Capito- 
lo 6 . diceche egli nella patria fua non potcua fare miracoli . T^o/i pote- 
rai tbt virtutcm vUamfacere . Che pare cofa A rana c difficiliffima per ede- 
re intefa : Tuttauia doppo molte c varie cfjpofi rioni , San Gieronimo fi- 
nalmente à giuditio noAro c quello, che dà nel fegno . Egli prima dice y 
clic la voce non poterai nel luogo di San Marco non vuol dire , che il Si- 
gnore non potclfcaflo'uramenrc fami miracoli, ma che non vegli facc- 
uavolontieri, e nonfi potcua indurre à farglipcrla rcpugnanza.chcvi 
haueua : In quella maniera che nella Gcncli al 37. fi dice, che Fratres Io- 
fepb non poterant ei pacifice loqui , & al 44. che Bemamin non poterai rcltuqucre 
palrem fuum , non perche non potefTero alTolutamenrc , ò quelli trattare 

{ •acificamerte con GiofefFo,òqucAo lafciare il padre; ina perche malvo 
onricrilof.iccuano e con repugnanza . E coli il Signore nella fua pa- 
tria non poterai , fare miracoli , cibi ve gli faceuamaliffiino volentieri: 
E la cagione è ( dice San Gieronimo ) perche preuedendo , che eglino 
neanche con i miracoli erano per credere , conofceuancllo Aedo tem- 
po, che quanti più miracoli faceua, tanto pm aggrauaua il peccato della 
loro incredulità: Fà miracoli Chriito inmtus nella fua patria , perche-» 
fpeCl atores ciusmir acida gr auabant, rum trr.endaiant . E noi, dice Sant’ Am- 
brogio à poca aud.e iza predicarmi* multi ■ qmanegligouiorcs predicano no- 
ftra grauat potius , non emendai . 

Che fù come ogiun vede ìngeniofifTìmo modo per poterli dolere-» 
della infrequenza dell’audirorio,fenza dare vna minima ombra di vani- 
tà in fe Aedo. Doucndo, ( per tornare homai onde partimmo)il predi- 
catore Chri Aiano fopra ogni altra cofa fuggire in pergamo ogni , auen- 
gachc monoinillimo fofpctto di oAcntatione. 


1. ~.t:' }t 1 



PAR» 



Digitiz 


SESSANTESIMA nona. 
TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 



T qui, aiunl qnidam oportere r es paruas ampli dicere, & fignum 
hoc c/]e putant esimia f acuitati! dicendi . Egoautcm Volycra - 
ti quidem Oratori comedo , laudanti, vt Agamemonem , m an~ 

n»- — titbetis, & translationibus, & omnibus tropisaptis laudai ioni- 

bufi Ludebant enim , nonfcrio agebant : & ipfe Hit eius fenptioni tumorlufus 
eft . Ludere igitur liceat,vt aio: quodverò decet in omni re/eruandum cfl.Hoe 
ejl aptè, (3 accomnodati ipfis, fingala res fura verbis cxponendaX xiles exi- 
liter : & ampia ampli . Quemadmodum Y'nopbon de Teltboamnf qui par - 
uus, & puh. ber c/l nquit ovret StTclet/o t Lu,/xiy*f ntt od ,ngj\o'( JY breuitatc 
emm campo fitionis,(j terminatione int * tantum non mon/irauit nobis par- 
uirm eum amnem effe . Alias autem quidam, loquens dr ftuuio fimih Tele boa, 
inquit Os diro Tdr ^ofixày tptarèfiiaàijnrti<ÌK^itotifScc^itasxr t tanquam de 
K‘lo loqucretur pranpitante^tut de iflro cum irrumpitui mare.omnia igitur 
hac, frigus vocantur . 

PARAFRASE. 


A potrebbe dire alcuno. Anzi il fare, chele co fé picciole 
per mera forza di dire paiaoograndi , in quello appare 
ia virtù e l’arte di chi ragiona: Alche rilpondo, che al- 
tra cofa è il dire le cole picciole magnificamente, altro 
il trouarc ragioni, e maniere perfarlo parer grande. Quantoalra- 
gionaredi cole baile altamente, fefi là per giuoco pati : Che quan- 
to a me non nndilpiace, che Policrate fi ha bui lel'cameute pollo 
tal iora a lodare vuiliìine cole , e perlònc con tanti antitheti, tante 
traslatiom, tanti tropi,c tanta magmficenza,comc le hauelfe lodato 
vn’Agamennone perche in iòmma nel burlcico, vno deglilchcr- 
zi di lui c ia frigidità; ma oue fi dica da veio, io dico che le cofe eoa 
parole a loroconuementi deuono dirli, e feruando altri il decoro , 
delle balle badameli te,e delle aite magnificamente deue ragionare .■ 
E perciò eccellentemente fece Òenofonte , oue parlando del piccio- 
]o;ma vago fiuraicello Tele boa, difle chcera , 

Hty<UjAr<.v, xaAoV Si . 

Cirandc non già , ma bello si . 



Metten- 


g 9 g 11 Predicatore del PanigaroU 

Mettendoci con la breuita de membri , e e. n la terminatione ini 
monofillabi quali inanzia gh'occhi lapicciolwa di detto t.ume* 
J_,a douc colui» che parlando duo bumiccllo limile dirle» che 

Cf? Da monti Laurici prccipitofamcntc fccndendo prorumpCua^» 

10 Quanto à me non sì qual più magnifico modo di direhaurebbe 
voluto vlarc, ledei Nilo, ò deil'HiHrohaucflc ragionatole. 

COMMENTO. 

* ». 1 'ÌhL 3 

molta ragione propone Demetrio queflo dubbio , perche mero i fi 
/ fuul din per legno d’un gran dicitore , che egli le cofe bafie tifare alte» 

6 betel, ffituo , che vna delle principali partile impari l'Oratore, 

come diremo nella Tanicella feguente è la amplificai, one : eJMa lareftojia i 
btllifsima, che altro è Udire ina cofa baila magnificamente Infilandola tutta- 
via nella fua propria bafieg^a : altro il trovare luoghi e modi di amplificarla 
fi, che gli aj col tanti la ricevano per molto maggiore di quello, che a prima vir- 
ila l'haue fiero filmata . 

tre fiempio fi d’un poverello tutto firacciato,enonconofiiuto,Jenonper 
mendico altri dice /se, Eccovi vn riccbifiimo Imomo , non v’è dubbio , che ò per 
burla fi crederebbe ch’egli parlafie, che foffe fuori di fé : la dove Je egli comm- 
tiafie à moflrare,che la virtù di troppo gran lunga fà più ricchi gli huommt , 
chela fortuna, che ivirtuofi tuitii fuoibeni ficoportano: Che dvirtuofi nin- 
na cola può mancar mai , f cofe tali: e poi mofi rafie queHo tale x muofiflimo 
cfiere finza dubbio così facendo la tofa hauerebbe amplificata fenza mio di 
fluidità, e con molta laude di eloquenza , Ma diqurflo modo di fare fi cof<L* 
piatole grandi per amplificatone parleremo nella Partitella figuente : Fra 
tanto dell'altra maniera j cioè del ragionare di cofe bafie magnificamente , fi- 
(bcdific Dani tuo ni due parole, e dice refolutifiimamcnte, che per giuoco, e di 
burle fi può fare alle volte, ma da vero non mai ; e fra quelli che à fuo tempo 
burfifeamente haucuano firitto, e per giuoco haneuano prejo afionto di lodare 
conmolta magnificenza cofe bafie, nomina Volicratt: Il quale I oberate viene 
nominato am he da c^inftotile e fu J {ethore ò Hopbifla , che fi diletto di trat - 
tare molte cofe baft , come fe di magnificentifiinu bauefje ragionato j ScrifsC-m 
in laude de’ Topi , « he non fono però il più magnifico foggetto del mondo, lodò 
r Bufnide,e Clitcmneflra , perfine più degne di btafimo, che di lode , & alcuno 
altro bornio baffi (fimo fi fognò, che parlafie, del quale due Demetrio, che fi fi- 
dò comi fe ha uè f se hauuto à lodare vn’ Agamennone, che d, quefla maniera bo- 
fogna intendere queHo tejlo, cioè che manchi il nome del fidato da Murate. 
£ non come hannofatto alcuni , che il fidato da luifofst Agamcmnone,ilqua- 


Sopra la Particella LX IX. j 97 

le Agamennone non farebbe vero, che per burla folamente douefie poter fi lod 
dare : I« fomma il parlare di cofe biffe magnificamente lo concede Demetrio i 
ibi lo fa giuoco: e dice quello,' che diremo noi ancora vn poco più bafio: cio.è 
thè la freddezza ne" componimenti burli fchi aiuta grandemente quei giuo- 
chi, e quegli feberzi : Ma oue ft'parli dauero . dice che bijogna feruare il deco- 
ro, e per efjcmpio adduce il luogo di Senofonte nel quarto libro deU’e^tnabafe, 
oue dice, cheti fiumicello T cleboa , 

Grande non era gii-, ma bello tì. ' 

1 / quale tjjempio, percioche il mede fimo Demetrio quafi al medefimo propo 
filo lo hà addotto di fopra rulla Particella 7. E noiquiui longhiffimamente di 
lui habbiamo ragionato -.'però à quel luogo fimpliumtnte ci rimettiamo -, oue 
fi vedrei ancora il vitio dichi altramente baruffe detto,e per confeguenza ilfred. 
do,che commife colui, re ferito quà da Demetrio, il quale d’uu fiumicello fonile 
à Tcleboa così magnificamente parlò come fe del TSfilo, ò dell ffiro bauefic rx 
gionato . E quello batti quanto al te fio di quefla Tarticclla . Solamente per- 
che quitti dentro dice 'Demetrio, che la freddezza ne' componimenti burleschi , 
fi deue comportare anzi aggiunge grafia '■ e perche egli moHra , che fino à fu» 
tempo tali forti di burltjibc compofitioni fi faccuano, nonuogliamo mancar 
dcdire.cbe la noflra lingua Italiana, anche in quefìo come in tutte l' altre conu 
pofitioni,nc alla latina cede, ne alla Greca : t_Angi crediamo noi , che più forti 
di fcriucre per giuoco habbia trouate il uoftro Idioma , che non Irebbero maii 
Greci, ò i Latini , le fefte, le rapprefentationi, le frottole, le difperate,i rifpetti * 
la barzellette, oltre molti Dialoghi j nouclle tutti fimo componimenti per gi- 
uoco , Se bene il (aualicre Satinati diflribuendo tutti i fopradetti componimeli 
ti, & altri, quali fiotto la Poefia plebea, quali fitto la Contadina, come la He- . 
ca,t la Hencla, quali fiotto la Enigmatica, come quella del Burchiello , Si altre 
in altre maniere , burlcfcbi\propnamente non vuole, che fiano,fi non i Capito- 
li del H ernia, e di chi hà cercato di imitarlo-, E veramente in quefìo genere pof- 
fiamo dire, che il Bernia diede il nafcimento,e la perfettione al poetare burle- 
fico .Tfclquale a ponto occorre il più delle volte quello, che dice Detqetrio, ciré 
faceua in prò fa Tollerate : cioè che bajfiffimifiggcthji pigliano à lodare-, Co- 
me il forno, il melone, il mal trance fi, e fintili, & ouunquefi burla , fi vede* 
ebe è vcrifjimo quello, che dice < Dcmetrio,cbe le frigidità danno grandtjfwnui 
gratta : come quello del B 1 mia già allegato da noi . 

Dal più profondo e tenebro fi Centro , 

Oue collocò Dante i Brutti, e i Caffi, > S 

fà Cloridante mio nafier i f affi , 

Laroflramula per vrtarui dentri, 

(osi quello del T affi , 

Come ne l'Ocean s'ofcu ra infcfidj 
T rotella il fende to> buio , e JonantCjj 
tA le J ielle cnde‘l Volo i fiammegg iantt* , 

Stanco noctbkr di notte alza la tcftdj, 

" Tal'» 


Ì'9 8 // Predicatore del PanigaroU 

Tal'io mi volgo ò bella gatta in quella^, 

Fortuna auuerfa alle tue luci Sante^t • 

• E quello che feguita ; *Al quale per auentura non cede di frigidità burlefc <e 
quella cfdamationc del Caporale nel Capitolo dplla Corte, quando battendo det- 
to, che vna Topaò Sorcbale daua impaccio fino d giorno , ef clama /ubilo con 
mio Fp i fonema magnificentiffimo. 

O gran virtù della nafccnte Aurora, 

Far col bel lume fuo fuggir le Sorcbe . 

Ma quelle cofe à "Poeti appartengono ; Che fe d profatori vogliamo poffare, 
dal Boccaccio foto : oue egli burlefcamente ragiona, molti freddi gratiofiffimi 
potremo cauare;^in\i in due occaftoni fà parlare freddamcte,& inettamente , 
ciò fono bora perche colui che parla,burla,efd i freddi per giuoto ; & bora . 
perche , chi parla, e balordo è crede di dir bene : T^c/ primo modo fece il 
Boccaccio site (JMafo del Saggio parlafie d Calandrino del Faefede Bengodi, 
ove difieebe, 

Si legauano le vigne con le falcicce,& haueuaft vn’oca à denaio, & vn pape 
rogionta,& crani ina montagnatutta Hi formaggio Parmeggiano grattugia . 
to / opra la qua le liauan’ genti, che ninn’ altra cofa faceuan, che far macchero- 
ni, e rauinoli,e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gettauano quindi giù , e “ 
chi più, ne pigliata, più fe n’bautua, & ini prefio corrtua mfiumicel di Ver- 
naccia della migliore , che mai fi beucfje , ferrea bauerui entro gocciai 

(faqtuLj . 

E nella feconda maniera fece per mera fcoccheria , che ma tiro Smonta» 

dicefic, 

Tuucii 'manzi come io fono bell buomo, e tome mi fanno bene le gambe in 
ih la perfora, & ho vii vinche pare vna rofa, & oltre a ciò fono Dottore di 
me dicine, che non credo, che voi ve n’babbiate niueo,osò di molte belle cofe , e 
di belle Canzonette, e votene dire vna , e di botto incominciò à contare , 

E poco più giù. 

Così fatto come tu mi uedi, mio padre fù gentil buomo benché egli fiefie in 
Contado, & io altre fi fon nato per madre di quelli da Vali echio. E come tu bai 
potuto vedere, io bo pure i più bei libri, che più belle robbe,cbe medico di Firch 
\e.\nfe di Dio io hò robba,cbe cojlò contata ogni cofa delle lire preffo d cento 
di bagattini gid è degli annipiù di dicci. 

Btllifftmo è ambe quel freddo, ch’egli fece fare alla moglie di Tofano, qui- 
do fingendo efiaalla prefenza del marito di uolerfeg tiare nel pozzo , come 
tofa grauiffma,vltlma di quante doueua dire, e qua fi juo c fremo testamento 
diffe nell’ andar fi à precipitare. 

Hor ecco io non po fio più /offerire quefio tuofaUidìo, 

D/o il ti perdoni, farai riporre quella mia-rocca, che io lafciò qui. 

Ideile Comedie che ogni dì fi fanno i Trafori i Capitan C ardori, Or altri fi- 
, mftfìtf&rtoft & cflcntatori foldati , tutto il loro ridiculo fondano fui freddo , 
dilla impojfibìluà che dicono , come di baucr tagliati d traucr fi dicci buomini d 

— ■ ‘ i n * 


Sopra la Particella LX IX, $ 99 

tm tratto, e fintili : fi pochi anni fora pa fiati, che Lucio famofo fornico, e qua fi 
Hofcio de’ notici tempi vedendo, e confederando in Ferrara inuoui cofiumi,e le 
fir anie maniere d! un barbiere vecchio , chiamato meffer Grattano dalle cotiche 
natiuodi Francolino ni comò vk parte riitculofiffima per la f iena, tutta quafi 
fondata fui freddo , la quale.efercitò poi eccellentemente per molto tempo t>n_» 
Lodouico da Bologna, & bora mollila fanno rapprefcntarc tanfo , che anche 
fuori della Scena in quella maniera di burle fio ( che alla giornata fuhiama ) 
molti buoni componimenti fi forno fatti e in verfi , e in profa : E fra gli altri 
Gioan 'Battifla "Bacia donne gentil’huomo Ventilano , & amiafjimo mio vi 
compofe già vna Oratione congratulatoria, nella creatione al Doge di Kicolao 
Tonte, che io donatami dall" autore, che Ima i morto tengo apprefio di me come 
vna gioia ■ fi credo che pochi componimenti in fuo genere fiano mai vfciti piu 
compiti di quefia Gratinila Oratione . Ha eflafra altri luoghi per cattare il ri 
fo molti freddi eccellentifiimi i quali in quella lingua fanno doppio effetto, Mesi 
à noi ballerà di tradurne vm,ò due nella lingua noflra , & apportarli : t ome 
quello, oue narrando vna ’mbafeeria , che baucua hauta detto Tonte al To- 

paie de ferini do le cercmonie,ch'egh fece prima che cemìnciafic à parlare dice: 

Folle introdotto dotte era il Tapa : E quitti con vna bella rcuercnga,conyn 
cauar di capello- E ( quello che più importa in quejio fatto ) co’ vofirifiiuali m 

quell’alt ro,oue battendo difeorfo fopra molte qualità e vhtu diluì , final- 
mente con molta ma tùficenga fi ferma e dice: ' 

Hora non afpettate più fapient i S enatoti , e voi Doge Serenifiimo , che io dt 
co fi comuni parli, e che da altri pofiano effere participate : Woh dirò che fiate 
Doge, perche Dog* fino Itati molti : Tronche fiate dotto, eloquente, ricco, buo- 
no, e benigno, perche dotti,eloquenti, richi , buoni, e benigni fono molli : Voglio 
dire cofavoflra,di voi propria,particularc di voi-, E cofa tale , che da tutti gli 
huomini dd Mondo, ouunque gira il Sole, à voi fola deue effere inuidiata. *4 voi 
dico nella creatione del quale quello è fuccefio,che bora dico, e che particolarif- 
ftma e notti fiima cofa è fiata : Eccola fiate attenti , perche l’effer fatto Doge ò 
Screnfiìmo Doge è vita bella cofa: Ma t effer fatto D^gt dell’anno 1 5 7^- * 
tanti di Margo, quello fuori che à voi , à turno altro i occorfo , & à ninn altro 
occorrerà già mai . 

E di quelli freddi tali molti ve ne fono: Ma à noi bafla battere data la mo- 
lila di quefli due# metter fine al Commento di quefia particella . 



tUJ. Mr> iIoìjo:*} ^ • 

'MrfwVl . ‘i -fr • . * 

PAR* 




409 

PARTICELLA- 

SETTANTESIMA. 
TESTO DI DEMETRIO 4 

Tradotto da Pier Vettori. 

_ w 1 

I unt fané pania magna alio modo, non ope eiut , quod mirti- 
ni è dece t: [e<l alienando neceffario . vt cum Imperatore m 
aliqucm , qui us pania; ex Jcntentia conficerit , efferre vo^ 
lumus, tanquam magnai rei feliciter adminiflrarit. e cu 
qued E pborin Lacedemone eum, qui delicati, & non ex in- 
Jiitutis tlliui telluris pila luferat , virgis candii : buie enim 
J'ua v* paruu aud tu exifìenti ,granditatem acquirimut hoc paHo . Vt qui pu- 
fillos prauos mora impumtos relinquunt,uiam maioribus jcelcribut aperiunt: 
Et quid ob paruas rei contra lega commìfìas èportet punire ma gii, non ob 
magnas:& prouerbium feimus.principinm vtique dimidium totius, tanquam 
[imtlcillud fu paruo malo , vel quod nullum malum paruum e(i . Sic quidem 
liccat Varuam viflonam magnam facete verbit , non tamen utgeras aliquid , 
quod minime deceat,fed quemadmodum , quod magnum e/l conter itur utiliter 
[ape numero, [ic utique & paruum extolli poltrii . 

PAR A' FRASE. 

Vanto poi all'ampJificare, c far parer grandi cofe per 
iua natura piccioJc, diciamo che vi <i modo da farlo, 
non dicendo con indecoro le cofe balle magnifica- 
raen teglia trouando luoghi, e concettilo’ quali dia 
mo grandezza alla cofa , e la facciamo (limare mag- 
giore di quello, che da principio ella apparcua_,.* 

E quello alle volte è neceffario à farlo: Come ouc habbiamo a loda- 
re vn Capitan Generale, chcnonhabbiapcròfattcpiìigrandiim- 
prelc che tanto- Certo chi voleffc lodare quelli phoro Spartano, 
il quale fece battere vno non peraltro, fenon perche troppo deli- 
caramentc,e non all'ufanza della patria giocaua à palla, per ampli- 
ficare quello fatto in fefteffo affai debole bifogncrebbcdirc . Che il 
non punirei delitti minori nelle Rcpubliche, apre la ftradaalle-* 
maggiori colpe; Anziché bilogna più punire i piccioli misfatti, 
etcì grandi, come quelli ne' quali le non vi s’ha l’occhio fi incorre 
più fpeffo . Che fi come il principio (dice il prouerbio,è la metà del 

fatto) 




Sopra la Varicella L XX. 4 o T 
^atto.* Co(i ogni piccioi male èia metà de’grandifsirtii mali, iè per.» 
. non. è vero quello che è verifsimo, cioè che niun male li può domali 
dare picciolo . E di quella mcdcfima maniera anche d'vna picciola 
Vittoria potremo ragionare amplificando fcnza indignità > perche 
fi come le cofe grandi poflono eflere con decoro ellcQuate, cofi pot 
fono lepicciolc cll'cre aggrandite, & amplificate . 

COMMENTO. 

r~3 • *« . .* 

tV.i* 1 

D E Ila amplificatione oratoria, e della extenuatione,cioi de’ modi, co i qua- 
li fi hanno da far parere maggiori , e minori le cofe , trattò frittotele 
in tre luoghi della fua (Retorica ; nel fettimo Capitolo del primo libro , nel 1 9. 
del fecondo, e nell’v l timo del mede fimo : Se bene i dire il vero, e nell'vltimo , e 
nel 1 9. del fecondo egli fi rimette à quello che haueua detto nel 7. del primo: nel 
qual luogo effondo ridotti tutù 1 beni à tre> che fono fini de i tre generi del dire: 
Cioèl’vtileal deliberatiuo, il giuflo al giudiliale,e Monello al demolir aiuto, m 
fegna di più -frittotele comefipoffa perfitadere ,che qualuque di qucflibenifìa 
i maggiore, i minore : Ef apporta molte maffime,quafi elementi e luoghi topi - 
ci,onde fi poffano cattare dtuerfi Entimemi per amplificare, ad ettenuare qua- 
le fi voglia bene, come farebbono . 

Che maggior bene è quello che è fattiuo di maggior bene. 

E quello ebe è più degno di effere eletto per fette fio. 

E quellocbe è fine di maggior bene . 

E quello che ha manco bifogno dell’altro . 

•E quello che può fiar fenga l’altro non è conuerfo . 

E quello che è confa delialtro . 

E molte cofe fimili : dalle quali come da certe , e permanenti fedi potrà chi 
che fia andar cattando Entimemi e ragioni per amplificare quale fi voglia coft : 
€ quella fora amplificatione con decoro, perche non per ciò diremo le cofe bafic 
magnificami nteeeon freddezza : ^fngialle t olle farà neceflario ivfare am - 
plificationi tali, non neceflario fimpltcemente vuol dire Demetrio, ma neccfjario 
per effequnc il noflro fine -, perche fi per cafo batte fimo d lodare vn’lmpt roto- 
re- di alcuna picciola imprefa ben farebbe bifogno da varij luoghi T opici anda- 
re amplificando actta imprefa, affinché più lodato riufiifle il facitore di lei ; B 
l'ejfempiocbc adduce Demetrio è belli ffimo di thivoleffe lodare qncll’^phoro 
de' Lacedemoni, il quale nel fito affilio cofa maggiore nò fece, che far battere vno 
pcn he egli, fuori del tofiume delta patria haueffe giocato à palla : nel qual cafo 
ben conutru bbe inlegnar fi, fi? iti quella maniera che habbiamo detto nella pa- 
rafrafe andare. amplificando la co fa : Nello JleJfo modo bifognen bbe procede- 
re fe volt ffimo lodare quella anione degli - freopagiti , nella quale iti fanciullo 
condannarono per quello fittamente , che «gli ad alcune pernici , crudele diletto, 
pigli affé di canate gli Oicbi. Come fi dice che alla nottractd auuer.ne in vn 
Parte feconda. C ( fantini. 


é M Jl ~Vrc0.iCj.ton del PdmgaroU 

f i implicito 'Principe , il quale worje da vna tcjiugme , ch'egli haueua in mano 
più di.ttfz’hora flette firmo affettando che efla vn' altra volta cauafle il capo , 
tl quale canato egli con molta ferocità glc lo {piccò co ideati, e ben fi vide poi 
che fiegni erano quelli, dalla pefjima riuficita che egli fece : (omunque fita,quefta 
arte di fare con varij argomenti parere le eofè maggiori, ò minori vsò Cicerone 
dicci milla volte nelle fue or attorti : Efranoflri il 'Petrarca marauighofamen- 
tefiene fieruì nella Canzone , 

Quell’antico mio dolce empio Signore . 

Et il 'Boccaccio in T edaldo , quando volendo Tedaldo prouare fai fornente * 
alla donna,cbe il male del quale efla era fiata riprefk , era minore del male che 
ella haueua fatto afte nendofene difle , 

M« pollo pure che quello fiagrauiflìma colpa ; non i molto maggiore il ffb 
bare vn’huomo ? l’ ucciderlo ?ÒU mandarlo m] Efilio tapinando per lo mondo f 
Queflo concederà ciafcuno : 

E quello ebe feguita . CMa dnoi poco fiaà propofitc il ragionare di queflo 
tale modo di amplificatane : pcrciochc efla fra le parti del dire alla htuenùom 
appartiene, e non ponto alla docutionc. 

D ISCO RSO ECCLESIASTICO. 

N On occorre oue Ecclcfiafticamente fi difeorra il penfar pure à Voler 
trattare di cofe burlefchc ; Solamente diri:imo,che dell’operc di co 
loro , i quali per burla hanno lodate , e celebrate piccioli (Time, c vililfi- 
xnecofe, mollrò di hauere molto buona cognitione Monfignor Cornc- 
iio,e con grandiflìtru arte fe nc Teppe Chriftianamenre valere nella pre- 
dica delle ceneri , quando per moftrare, che la immortalità della fama 
era vna vanità , principalmente quella che altri dalPeflere celebrato da 
ferirti altrui promette a fe mede fimo, di (Te cofi , 

Promettano pure i Poeti co i verfi loro la immortalità della fama de 
grandi : Cantino tra i lauri, e l’cllcrc : Fingano tra ciancic e fauole à mo- 
do loro quella eternità, che non hanno trouata mai per fe ftefli , come la 
daranno ad altri ? &àvoi che grand’vtilc apporterà mai quello edere 
celebrati ò da oratori 6 da Poeti ? Non hanno eglino celebrato ancora le 
cicale di Tifone ? le rane di Licia ? le formiche de Mirmidoni I c l’infa- 
meSardanapalo, c l'empio Nerone, ambi mollri del mondo , c paefi-di- 
fucili della terra non fono (lari honorati dalle vane , & pernitiofe adus- 
tioni de bugiardi Poeti, & oratori ? 

Quello enei! Campano nella orationeCinericia haueua detto latina- 
mente prima con quelle parole . 

Scd implent ora Poeta grandi fono verbmum , & quarti ipfi nec balte nt , ncc rbi 
pofiita fi t fciuut calerti hninortditatem pollicentur . Qudais Poeta. Quorum ifìa 
eìl immoti Jira< inter Liunn hoderafique decantata? Confitta inter nutas & fabu- 
losi A ut quatti quafo allatura militatemi Quaft non Titoms diade : non rana 
Lyàotum , non M irmidonumfortnicc poetar um fimi verftbus celebrata, non Satda- 
Uao aliti aut Hero. 

Tu:to 


Sopra la Particeli* L X X . 40 $ 

Tatto in quella maniera , nei la quale dice in queite particelle Deme- 
trio, che Policrare per burla e baffiilicne cofe, e viliflìme , onero otiofiffi- 
me perlonc fi pofe co i fuoi verfi à celebrare • Ma come habbiamo det- 
to , co i noltri Ecclcfiaftici difeorfi non hanno che far ponro i builcfchi 
modi del faucllarc : E però all’altre materie di quelle due particelle tra- 
palando, cioè alla amplificatioac , pi;fiima& ingcniofilfima ci parola 
dillin t ione che alTegnail Cardinal di Verona fra le amplificatiom di noi 
Ecclefiallici dicitori , e quelle, delle quali i profani oratori fi fcruiuanó : 
Conciofiacofa chegli oratori Etnici profeflauano di far parere grandi 
le cofe che in fc ftelfc fono picciole : ma noi altri non inganniamo , anzi 
difinganniamo , e con le amplificationi noftre intendiamo di mollrare 
la grandezza di quelle cofe , che c (Tendo grandi ad ogni modo da cor- 
rotti giudici) vengono (limate vili , e picciole. Amflificattoncs nos adbibe- 
mus dice il Cardinale [non ob cara caufam,quam IfocratcsprofdTus ed, 
qui ad oratorem dicebat pertincrc parua cxtollere,& magna efficcre mi 
nima dicendo : fed vt res cognolcatur erte tanti momenti , quanti ell’rc- 
uera.quod nihil eli aliud quam homines ad finceritatcm iudicij reuoca- 
rc. J E già fappiamo noi che varijlfime fono le maniere delle amplifica- 
rioni , à parttbus.ab adiwiSts , ab antccedemibiu i circumjlmtijt , à confi ab effe - 
thbns incremento comparinone, ratiocinaùonc, congerie , c mi He : ma lappiamo 
ancora, come habbiamo detto nel commento , che tutte quelle cofe piò 
alla inuentione , che alla clocutione appartengono , óltre che di ciafcu- 
na di loro coli copiofamente trattò fra nollriil Padre Granata nel libro 
3. della fila Retorica, che foucrchia farebbe ogni fatica che hora vi ag- 
giungemmo: Quello folo diremo che trouandofi in vniuerfal e due prin- 
cipali maniere di amplificare ;vna pofitiua (per dire coli) e l'altra com 
parariua,vna nella quale aggrandiamo le cofe in fe ftefie.c l’altra, ouele 
inoltriamo grandi in paragone d’altre , c ncll’vna , encli’altra di quelle 
maniere cccellcntillìmi c (Tempi polliamo cauare dalle fcritture facre. Po 
fitiuamente aggradì, & amplificò, cioè fece parere grandc,quanto in ve- 
ro egli era il peccato dei Giudei Efaia quando dilfir . [ Va: genti pecca* 
trici,populo grauuniquitatCjfcimni ncquam,filijs fcclcratis.derclique- 
runt dominum, blafphcmauerunt fanèlum llrael abalicnati fune rc- 
trorfum .] 

E comparatiuamcntc lo amplificò Gicrcmia quando difie [Tranfite 
ad infulas Cethim,& videic,& in Ccdar mirtitc,& cófideratc vChcmen- 
tcr,& ridete fi factum ed huiufinodi. Si mutauit gens Deos fuos:Etcer- 
teipfi non finir Di;:popuIus vero meus mutauit gloria fuam in Idolum.j 
*E nel tcllamento nuouo , pofitiua amplificatione fu, quella delle laudi 
di San Giouan Battifta . 

[Quid exillis in dclertum viderc? arundinc vento agitatam ì fed quid 
exillis viderc? hominem raallibus vellitum ? Ecce qui inollibus veltiun-; 
tur in domibus regum funi: Sed quid exillis viderc? Prophaam ? Edam 
dicovobis&plufquam prophcta'm : Hicell cnimdequo fcriptumcll. 
Ecce ego mitro angelum meum ante facicm tuam, qui preparabitviam 
tuam ante te. Amen dico vobis non furrexit maior intcr natosmulicrum 
Ioannc Baptilla . 

E compararitu quella della peruicacia de Giudei . 

[V iri Niniulta* furgent in iudicio cum gcneradonc illa,dc condemrv»- 

C c 1 bunt 


■: • k - ■ , -T 

40 -# fi Predicatore del PatùgaroU 

I unte-ani, quia pamitenti.mi cgcrunt in predicanone Ion$: Et eccepitili 
quatti Ionas hic. Regina Aulìri furget in nnlicio cum gencratione ilta,& 
condcmnabit cani, quia venie à finibiis terra: audire fapicntiam Saloni» 
nis,&r ecce plufqiiam Salomon hic. ] 

Ma nei padri noftri antichi troppo più frequenti fono leamplificatio- 
ni in tutte le maniere, che medierà facciali portarne cileni pi quà. Il Pa- 
dre Granata ne apporta molte, delle quali noi , due fole di SanGrifofto- 
mo fcegliaino per replicare quà che fono bcllillìinc, quella; oue egli am- 
plitica quellolauare della Madalena, che venga la ontione di lei predi- 
cata per tutto il mondo, c l’altra oue egli aggràdifee il dolore di Giacob 
beptr la nucua hauura della morte di Bcniamin, la prima dice coli . 

[In omnibus Eccleliis appi Ilari rhulicrcm audimus,funt confulcs du- 
cei veri niulieres nobilcs in omnibus vtbibus , &c in quandunque orbi* 
parrenvdcucncris-, fummo cum lilcnrio audiunt omnes huius niulicris 
oflicium . Sunrreginxprimarixqucf(rminx,qux innumerabilta bene- 
fatta contulerunt in cos quibus impcrabant.qua* ne de nomine qiiidcm 
vili nota: fnnt. Hxc autem abietta mulier, quxfolum ctfudit vnguentum 
toro ferratura orbe decantatili ncc temporis quidem tam imnvnfalon- 
ghudo mcnioriam illius, vel cftinxir.vel extinguec vnquam , idque cum 
lattimi ipfum non eflct infigne . Quid enim magni crac vnguentumef- 
fundere, ncque perforai edet Celebris :Erar cmin mulier abietta, neque 
ìctus nobilis, ncque enim hoc facicbat per theatrum tranliens, fedin do 
modictnvdumtaxat huiiiiubus prxfcnnbus: Arcameli, ncque perfohas . 
vilitas,ncque telliuln panettai, neque Icciobiuriras, ncque vlla retali» 

•» potuit illius abolerc memoiiain : Quin potiusreginis omnibus , ac regiijj 
bus vniuerfis celi bfior eli rune hxc mulier, ncc vlla ctas obliuioni tradì . 
dir quod fattum eli. ] ■ i v -. ; 

E l’altra amplilìc-atione è in quello modo. ‘ «a 

[Neq; enim folnm lugcbatinorrcm,ledqpfum quoque mortisgenus*; 
phirihiaque crani qnxHliuspnimuniconftmdercnt : Quod amatxiibuat 
coniugis fìlius, quod mulier rcliquit.quod maxime dilettus, quod in ìp- 
fo xratis tlorc ,quod ab eo miflus.quod ncc in domo,ncquc in letto, ncc 
pan e coram affiliente, nec dice ns aliquid,& audiens,quod non comuni 
morte oinniù.quod viués à fcraiiimimnianicatc difeerptus fucrat, quod 
ile rcliquias quidem illius reperire potcrat, 8c homo condcre. ifta verò 
illi non in iiincntutecontigilTenc, quando.mclius terre potuiflec, fed in 
fcncttiitcvltima. ] •• ’• ;. ■ < 

Il Capanò nella orationc Cineriria amplifica in! tanti modi quefla proi 
pofitione clic bi fogna monrc,che è cofa di marauiglia il confederarlo y ì 
Monf.Cornelio non cede ponto nella imitationci come per dirne vn luo. 
go folo , oue il Cali .pano amplifica le grandezze di Aleflandro che pur 
morì anch’egli, é dice [ AUxander vano cognomcnto magnos , cum do- 
riiuilTctiT hericos, Tribai los,Boetiain,Thraciam,Dacos,Spartanos,Thcf 
falos, Achaiam,P<JloponelTiim otnncnitCuni Ionia , Lidiam, Canaio, Li- • 
Ciam,Ciliciam,Paphlagomam,Capadociain^cum Phxniciam , Pamphi- 
liam.Syriam maiorem,miuorcmque Armaniam,cutu P«rfidé,Mcdiara j/i 
Parthcnia,B.ittrianos,S»gdianos,Tatifos,AcGyptios,Hircanos,Mardos*I 
Sagas.lndos, cotnationes» Imperia, Regna fubegiir«r,m£intes,ljumina , 
Huria fupcrailet , loca al'peia, inaia , ir. accedi penctrafict, &ahos, fi Vf- 


Sopra la Particella LX X . 

qnam ertent mundos, filuit terra in conafFc&alTet fpeélli cius , cecidit ir» 
Icòfctim.&rvidicquodmorerctur.Et qua: vno mundo contenta: non crani 
cogitationcs.exiguo in locounaomneshorapericrunt.] 

Mófig.Cornelio la medefima amplificarionc imita in quella maniera. _ 
AlefTandro Macedone.che fi vanamente è dimandato il Magno, quan 
do egli hebbe domati gliThcrici>i Triballi.laBoctia, laTracia , iDaci» 
gli Spartani, laTcrtaglia, la Achaia, il PoleponelTo, la Ionia , la Lidia, la 
Caria, la Licia, la Paflagonia, laCapadocia» la Panfilia, la Siria maggiore, 
l’Armenia minore, la Perfia,la MediajBattriani, i Tauri), gli Egitti) ,gli 
Hircani.gli Indi* quando Irebbe fiipcrate tante Nationi , tanti Imperi) 
paflaro tanti Monticanti Fiumi , tanti Mari ; penetrato tanti luoghi do- 
ferti,inui),inacccfii; quando egli hebbe defiderato.e procacciato quegli 
infiniti Mondi, che Lognaua , c vaneggiaua Democrito , all ultimo fi in- 
fermò c mori , come gli altri huomini . Era detto figliuol di Giouc, la 
morte prouò ch’egli erti figlijwl d’un huomoiE colui.al cui grande ani- 
mo nó baftauano tati Mòdi, fu riftretto, e rìnchiufo in piccola Lcpoltura. 

Noi ancora ne’ noftri componimenti habbiamo procurato diampli- 
ficare,come quando volendo moftrare che gran commandamento era 
quello, che hauea fatte il Signore à gli Apoftoli, dicendo. Emtcs docetC-J 
omnesgentes , dicemmo che è tanto come dire, Andate dunque Apoftoli 
mici, voi pochi folarr.ente.cofi poueri come liete, rozzi, vili, idioti, vili- 
pefi, (pregiati, abhorriri, deboli, difarmati , e nudi» e fcrtzaarmi , lenza 
compagnia, fenza fluori. Lenza aiuti, c Lenza forze , Loggiogatemi tutte 
le Prouintie , acquiftatcmi tutti i Regni , debellatemi tutti i potentati , 
mettetemi (che non fi può dir più) lo fcalzo piede Lopra il gonfiato col- 
lo della Luperba Roma,& in vece dello lìendardo Imperatorio, Lpicgan 
do voi la pelcatoria rete , fate che cedan Lubito il Campidoglio al V all- 
eano, il Foro al Patibolo : E il Vedilo dell’Aquila allaCrocc . 

Ma delle amplificationi lìa detto aliai. 


PARTICELLA 

SE TTANTESIMAPRIM A. 


TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 

primis autem hyperbole frigidìjjimum omnium triple x au- 
«CCl r)rf tem e fi: aut cnim per fimilit Udine editur, ut illudi «r Itrtuunr 
liyj ipAte , aut per cxupcrantiam. vt illud Aio àittft» *»«' wr , a ut per 

id (jitod tfficinon potefl. f't illudOùpatvùùtifvft rj>ipv . Omnis 
igitur hyperbole, impcffìbiUt efl : ncque cnim niue candiditi s quicquam e/le po . 
tefl; ncque vento in curfu ftmile : hactamen hyperbole qua difta efl , eximic . _» 
nominai ur impoffìbilis. quam potiffimiim ob cau/am maxime fiigidavidctur 
Parte feconda, Cc $ omnis 


4 o * fi Predicatore del PamgaroL 

tmds hyperbóte,quia eì quod offici non potè fi, fintili; tft . Troptcr hoc autcm 
maximò, & (ornici Toetavtuntur ipfa , quia ex co quod fieri non potcft, tro- 
lune ridiculum . Quetnadmodum de Per/arum voracitate quidam dixit rem 
fine modo augens , quod campo; loto; rehquijs ventri s implebant . Et quod bo- 
uè; in mali; geflabant.eiufdem forma e/i, &illud. Magi; caluu; quàm fere- 
n 'itas, & magi; fami; quam coloquinta. illud vero . induro magi; aurea, quod. 
Sappbonis e/i, m hyperbole & ipfum dicitur : nec effici potè fi, nifi quod ex eo 
ipfo quod effici non potefl, verni fìat em in fe habet, non frigni, quapropter ma- 
xime aliquis admiraretur diumam Sapphonem , quod re , qua natura perii uli 
piena efi,& vixpotefi ciim laude tra&ari,vfa fuerit eleganter . Et defrigore 
quidem & hyperbole bac : nunc vero de eleganti notajiuemur. 

PARAFRASA 

R eddiflìma ( quello è certo ) è la hiperbole, la qua- 
le in tre modi fi fa: per fimi laudi nc,comc dicédo. 
Che alcuni caualh correderò come venti . 

Per comparacioni, come fe dicefiìmo , 

Che i medefimi erano più bianchi che neue . 

E per imponìbile, come feci vernile detto. 

Che i! tale con la tefia toccalfe il Ciclo . 

E quella vltima forte, quali per eccellenza piglia il nomedeJIa_, 
impolfibi!ità,fe bene imponìbile è parimenti che i caualli corrano , 
come vcntijò fiano più bianchi che neue . Et in foinma imponibile 
è quale fi voglia hiperbole; onde nafee che i Comici volendo dal- 
l'impofsibilecauareilridiculo, molte voltefi feruono della biper- 
bolc.’Come per denotare la voracità de' Pcrfiani, ditte vno. 

Che le campagne empiuano de gli efcremcnti de' loro ventri, e 
ehe’interi buoi portauaHo nelle maicellc . 

Molti prouerbi; ancora fono hiperbolici,comc quelli. 

Più caluo cheilScrcno. 

Più fano chela coloquinta . 

F t anche quello che dille Safo d’una donna , 

’ Che ctta era più d'oro, che l'oro 
Senza dubbio fu hiperbole; ma in quello amiriamo la Diuinità 
dell’i ngegno di lei , che da quelle cole che ad altri fono ó vitiole ,ò 
pencuJotc,efià ne feppe cauare eleganze, c gratie : E tanto hauendo 
noi detto del freddo, òdellalupcrbolc,allafcconda nota del dire 
pafiiamo bora inai, che è la venulla, & elegante . 



.. ,v 


COM- 


Sopra U Particella LX X L 407 

COMMENTO. 

Q Vattro forti di freddo dicemmo da principio che fi trouauano . Vno re- 
[pettino, egli altri tre affoluti.e di quefli,vuo nelle cofe, l'altro nelle pa- 
role, il terzo nella bruttura : E già di tutti babbiamo detto à ha fianca : e da 
quello che babbiamo detto, pofjiamo ancora bauer raccolto, che il più inetto mo 
do,& il maggiore freddo di tutti quefii,è l’afioluto nelle cofe , quando cofe tan- 
to grandi fi dicono , che ò imponibili , od almeno incredibili nefeono , come che 
le capre pafeeffero in aria / opra la pietra fcagliata dal Ciclope : Quejìo mede fi - 
mo dice ‘Demetrio ; Cioè che frcddtfjìmo riefee il prò fatare quando dice cofe r 
impofiibili : E però frcddifsime nella profa fono le hiperboli, le quali fempre , 
cofe impofsibili dicono : Chiama (icerone le hiperbole fuperlationem, Quin 
tiliano bora fupcrie^lioncnij & bora dcmcncicncemluperlationem_, t 
altri la chiamano Eminentia,<*/m excefluin. E tutti dicono bene : per quel- 
lo à che allude ancora la Etimologia del nome Greco : Cioè perche cbifd hiper- 
bole quafi [nettatore mal prattico , piglia troppo alta la mira , e dà troppo fi- 
pra il ber faglio, che però anche noi di certi che dicono cofe tanto fuòri del femi- 
nato fogliamo dire, che slanciano, che [cagliano, e voci fimili. Quintiliano nel 
libro ottauo al capitolo 6. oue parla dellehiperboli , ne fa più fpetie , ma De- 
metrio le riduce d tre . Pna detta per fimilitudine, l’altra per comparatane , 
la terza per imponibile '• E gli efiempi fono chiaritimi: de’ quali i primi due 
ambi infume fi trottano in vnfolo verjo di fiomero , oue lodando egli i caualli 
di f{efo in vnfol verjo con due hiperboli, vna per fimilitudine, e l’altra per com 
paratane, diffe , 

Corrcanqu.il venti, e più di neue bianchi . 

Che Virgilio nel 12 . della Eneida efpofe , (3 imitò pure in vn fol ver fi ec- 
cellentemente dicendo. 

Qui candore ntuesanteirenccurfibusauras . 

£t il ‘Petrarca per quello che fpetta alla bianebega difìe anch’egli . 

Quattro dcflrier viè più che neue bianchi . 

L’alt ro eff empio per la ter^a hiperbole dall’ imponibile , pure èd’Homero , 
oue parlando delle inimicitie, e degli odij, dice, che ciafiuno d poco d poco in-t 
modo che , 

T occan col capo il Cielo , 

Simile d quel d'Horatio , 

Sublimi feriain vertice fiderà-. . 

E quefle ultime hiperbole fi chiamano, come babbiamo detto, per imponibi- 
li, non perche anche l’altre due cofe imponibile non dicano; ma percioche d que- 
lla fpetie m i ncando nome, e/la come molte altre volte occorre piglia quella del 
genere : B afla che tutte le hiperbole alla feconda maniera de’ freddi , &alla 
mpoffibihtd fi riducono ; E però freddarne fino; Tanto che i fornici , dice 


Il Predicatore del PantgaroU 
'Demetrio, per cattarne il ridiculo fe ne vogliono: E M. 'Pier Vettori dice , che 
de’ più antichi (ornici intende come u iriJlofano,& L upolr.da i no de' quali ere 
de che fta canato i e f tempio , otte parlando egli della auidttd nel mangiare de? 
Terfiani,douctte dire, per quanto referifee Demetrio, che Cai ’wto di loro con gli 
ejerementi d’un giorno baflaua ad ingranare vita campagna , e che maiticaua 
\<n bue per mafcella . M odo di dire hiperbolico,ma Comico, e ridiculo , che noi 
medefmi ci ricordiamo gid di hauere da (ornici noflri mercenari j fentito imi - 
tare inUcrgamafca lingua afiat commodamente . 'Preffo àVlauto, & d Te-. 
rcntio ancora; principalmente, oue faldati glorio fi introducono di auefle hiper - 
boli, fi trottano molte. Che in vero efiendo ridicale, nella profa nobile e grane fi 
vede che non capifcono : Si come ancora pericklofevi faranno le hiper boli de? 
prouerbu, come quelle , 

Più caluo che il Sereno , 

Più fano che la Coloquintida . 

E fimilij quali ne Ha nojlra Italiana lingua, noi ne babbiamo de rifponden- 
tìffimi,comc jartbbono , 

Più caluo che il palmo della mano . » 

' Più fano che vn pefeca . ' 

. €t altri tali, che tutti in vero fono periculofi nella profa, e bifigna molto cau 
tornente adoperargli , e procurare , volendo noi valercene di farlo come ficaia 
Safo,cbc anche delle cofe impoffibili in vece di freddezze, caiuua eloquente, e 
grotte, come quando lodando t na donna dijfe , 

Che era più d’oro , che l’oro . 

Onde Demetrio la ibiama Diuina;cioè di qua fi fopranaturale ingegno : Che 
però anche Platone la domandò, la bella Safo, non peraltro, che perle bellez- 
ze dell'animo , efiendo efja quanto al corpo per qui Ilo che dicono fiata più lofio 
brutta , che bella, il Tetrarca noflro anch’egli è flato marauigliofo in c aitar 
grafie dalle hipcrboli impofiibili,come otte dice _» , 

Gli occhi ph't chiari che il Sole . 

E cento cofe fimili : Ulta fopra tutte in quel Sonetto tutto hiperbo- 
lico, 

Onde telfe esfmor l’oro , e di qual vetta . , 

. Ter far due treccie bionde ì e’n quali fpine 

i Colfe le rofe ? e’n qual piaggia le brine , ' 

T entree frtfche, e diè lor polfo e lentia ? 

Onde le perle , in cb'ei frange , & affrena 
Dolci parole bone fìe , e peregrine} 

Onde tante bellezze ,e fi diurne 
Di quella fronte più che’l Citi JerentLa t 
Da quali angoli mefie , e di qual t (pera . » 

Quel cele ile cantar , chemidis fitee 
Si che m’auanz i homai da dii far poco ì 
D; quel Sol nacque l’alma luce alter tu* . 

Di 


409 


Sopra la Vorticella L X X. 

Di quei begli occhi ond'i hò guerra , e pace.,. 

(he tpi cuocono il cuore iu ghiaccio , c n’ fuoco . 

E quanto àfPoetigià Zappiamo , che di loro proprio e la ben fatta hiperbo- 
le. Tic però la nega totalmente à profatori Demetrio ,ma in quella maniera , 
che le altre cofc ‘Poetiche hà negate loro > cqme fono le parole Jlrafordinarie , 
i firn ili. 

■ quali, ff come ha detto, che l’oratore fi può alle uolte feruire,pure che 
dìi rad?, e tantamente lo faccia . Così quanto alle hiperboli non foto à profatori 
l'vfo modello fette può concedere , ma di laude ancora fono degne le profe , 
che Lggiadramcnte Je ue uagliono, come fece il Boccaccio nella Pedona quan- 
do dijt e, 

Dei con la bianchezza del fuo corpo vincere le tenebre della notte. 

E molte altre filmili . Delle hiperboli , molte co fé 'dice Arinotele nel vnde- 
chno capitolo dfl t^r^o libro della "Retorica ver/o il fine j oue Je bene concede, 
che hiperhole, largamente parlando, fila ouunque inqualfiuoglia modo,ò ver 
fo il più , o verfo il meno di troppo fi paffa la verità , 

Come quando diciamo. 

Mille anni fono ch'io non t'hò veduto . Oucro, 

Di qiihà Pania non vi fon dth fàeffiì. 

0 filmili, nondimeno alla propria hiperhole vuole cheduecofe di ncceffità 
vi concorrano . Vna che fila per modo di metafora, e l'altra, che uenga proferi- 
ta con alcuno di certi fuoi propri modi di dire, che fono, diretti, baueretti deb- 
to,giudicareJli,haurcfii giudicato, pinfarefti,hauretti pen[ato,pareua, pote- 
va parere. 

E parole tali. E l’cff empio ch'egli adduce d’ima propria hiperhole fatta conrm 
t a fora, e col fuo modo di dire,è quella di colui, che d’un altro parlando, che ha- 
ueua nel uifq alcune macchie roj}e,dific, 

Che baucua vn uifo, che pareua un canettro di more, 

■ Simile à quello che difie il Boccacci della Tfuta , 

(fbe haueua vn paio di poppe, che pareuan due cetton de letame. 

6 delle donne di Tifa, 

Qome che poche ve nhabbiano, ebe lucertole uerminate non paiano . 

Aggiunge quiui oirìflotile con molto giudiiio, che le hipeibuli hanno molto 
del giouanile, per non dire del fanciullcfco . E la ragione i, perche qutl trapaf- 
famento pare, che nafea da impeto tale , che non lalciconfiderare oue , & in 
quali termini jia collocata la ueritd . Come lontano dal berfaglio danno per or- 
dinario quelli, che moffi da impeto, fenica pigliar con la mira slanciano, ò scoc- 
cano come lor uienmcglto : Ulta quttti tali impeti à giouanetti,anzi à fantini 
li perdonare fi po{jono,nonad buomini maturi , e però à quelli e non à qu* 
tti, dice *4 rifiatile, che fi contengono te hiperboli : Se già anche quefii in tale 
flato non fofjtro, che impeto d’affetto gli ifcufafle , 

Come fonagli adirati: iquah inquill’impcto non ben dittinguendo ilbcr- 
faglio , bene {fri fio m danno molto longi : £ però ^infintile dice, cbz_, 

Homero 


410 IlPredicatore del Panig, troia 

Uomcro giuditiofamente ad Achille irato fece dir molte biperboli in vn fia- 
to ; Che fk quando nell'ira fua cantra Agamennone, e/tendo inuitatQ à pren- 
dere per moglie vna figlia di lui , negò con molte biperboli dicendo, 

T^on sella fofie di bellezza , e d’arte. j, 

< P allude , e Citberea ; non con pik doni , 

Che non han polue i campi , arena il mare . 

Il Boccacci anch’egli finge, che'Beltramo di'Kofiiglione fia sdegnato lon- 
tra Giletta di Tfarbona fua moglie . E però d due Cauaglieri , che lo pregano 
à voler tornare al fuo contado, con due biperboli rifponde, 

~ lo per me vi tornerò all’ bora ad efier con lei, che ella qneflo anello batteri 
in dito, & in braccio figliuol di me acquiftato. 

(ofe ciré egli per imponibili flimaua, & i fattaglieli mede fimi , dice il Boc- 
cacci , che 

intejcro la dura condii ione polla nelle due quafit impoffibili cojè. ' 

M ad ‘Demetrio pare di battere d bafianga ragionato della nota magnifi. 
ca, e del vitio,cbe le è vicino, e però all’altra nota paj]a,che i la venufta. 

• 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

Q Vando altro argomento mancalTc per aflìcurarci, che non Tempre 
vitiofe fono le biperboli , quello folo donerebbe abondantemen- 
rc badare, che erte molto frequentemente, fi trouanftnpllc fcritrpreSan 
te . Il Padre Granata parlando di quede figura, dice, che eius eli non infrt 
qucn\iu Interi i fattói is vfus, celie ella rem attolbt fiupra fiderà , fed nonfupa 
modani . 

Et il venerabile Bedafra gli Schemi della fcrittura facra connumc- 
rando anche la hiperbole, dice, che Hipcrbolccflrf/ffw fidemexccdens.Et 
è bella Ja clidinrionc bimembre, che egli fà delle biperboli, che di quan- 
te fene fanno, tutte ad vnodedue vfi fcruono, ciò fono ò per aggran- 
dire, &accrefccie lacofa:ò per auui lillà, & impicciolirla . Per aggran- 
dirla, dice egli : Come quando nel fecondo de Regi al primo , lodando 
Dauiddc i due morti Saullc c Gionata, difle che erano dati femprc 
A qui Ut, relociotet , leonilus fortiores- 

’E per edcnuarla : Come quando nel Leuitico al ventèlimo fedo volcn 
do dire il Signore, che ogni piccioliffimà codi haurebbe sgomenti in’ 
guerra i figli di Ifraellc, quando non fodero dati ben con luijdide, 
Tenebitvo* fovitus folti voImus. 

Chele lafciandoqucltadidintione, à quella di Demetrio ci voglia- 
mo attenere, clic tré forti di hipcrboli fi ritrouino, per fimilitudinc, per 
jromparatione,c per impo(Tìbilc;di tutte quede maniere hipcrboli, c fre- 
quenti vi troueremo nelle fcritturcfacrc. Hipcrboli per fimilitudinc^ 
fono quelle, 

Dabo femen tuum fu ut flellas cali, eSr fiati arenavi maris . 

Sieut vtnbra die s nnjln . 

ktontes fitcul cera fiuxerunt . u 

Dm- 


Sopra la Particella LX X I. 4 1 1 

Dentei eius . vt dentei Leonii . 

Deduc quaft torrentelli lacbrymai . E fomiglianti . 

Per comparationi quello 

Candid torci 'Nabatei etus niue, nilidiorcs latte , rubicundiorei Ebore, antiquo *. 
Sapbyro putcbriorei . 

Pelociores ’.fuerunt perfequutorcs notili Squilli cali. 

Diei mei velociti! tronfici unt, quàm à texenle tela fucaditur. 

Denigrata eji fuper Carbonati fauci eorum : Et mille: 

E finalmente per imponìbile fono quelle, 

^ifeendunt vfque ad cceloi,& dcfccndwit vfque ad abyffoi . 

Omnis ceeloru/n ex ercitus tabefiebat. 

'Non eflq/u faciat bomm nop eit vfque ad vnum- 
Fundamenta montium conturbata funi. 

Moltiplicati funi fuper captilo! captai mei. 

Sibi videbatur flucìibui morii imperare , tir montium altitudine i in fiaterà ap- 
pendere . 

T umm cuiui ctdmen pertingat ad ccelum . 

E mille che della medefima natura per lafcrittura facra fi ritrouereb- 
bono .'Tanto più fe frà le hipcrboli volelfimoconnumcrare certi modi 
di dire che altri hanno filmati tali,comc farebbono quelli, 

Latentur cali , 

Ex ulta tcrra -> , 

G.tuicbunt campi . 

E limiliji quali veramente, cofe oltre la credenza dicono , ma pcrcio- 
chc ad vfod’un'altra figura fono formati, cioè della metafora in atto, 
dettatqualchabbiamo già di fopra ragionato: Però à propofito della hi- 

E crbole non ci par bene il farne mcntione . Più tofto d’un'altra forte di 
iperbole ci par bene l’auertire il leggitore, che è quando altri per accre 
fccrc vna cola, ò per aflicurarla afferma, clic elfa farebbe tale anche con 
vna condi rione hiperbolica : cioè anche fc cofa occorrelfe , la quale ec- 
cede la credenza humana, che fu per occorrere jnai , Come quello di 
Giobbe^, 

Si occidat me, in ipfo fperabo. 

E quello di San Paolo, 

Licei noi , aut jingclui de calo Euangcli^et vobii prcterquam quod Euangeli- 
Xauimui vobn , analbem* fit , 

Si tradidero corpus me un ita,vt ardcam , c bara alerti attieni non babeam, ni- 
btlfwn . 

Et altre tali . Et vn altro modo di hiperbolcè anche bcllo,quando di 
damo, in vn luogo folo elTerc congregato tutto, ò il male , ò il bene del 
mondo, òcofa limile: Come quando Giercmia nel principio del terzo 
Capitolo delle lamcntationi dilfe, che il Signore fi era voltato,c flagel- 
lato furto lui , c tutti i flagelli del mondo haueua conuertiti contrae 
lui folo. 

T autum in me vertit & conuertit mania» fuam tota die. 

Ma in fornrna non vi è bellezza, che nelle nofirccarrc non fi ritroui. 
e ci là ridere Demetrio, & in altri luoghi, equa, oue elfalta certe cofe dì 
fcrirtoii antichi, che nella lórananza de gli anni innazi nelle noftre (cric 
ture erano già frequenriifimc , c communilfimc . Simarauigliapcr ef- 
fe mpio 


7hh- Jl Predicatore del Pantgaroh ? « 

Tempio di Homcro , chefapule dite. 

Clic alcuni canal li correderò come venti , 

Per muftra,re la velocità loro ; che pure troppo più gratiofamentepet 
itibUrart DSttMde la vclocirà dello llclTo Dio dice. 

Qui voms nuoci ■ afeenfum tuum qui ambulai fuper penna s ucntorum . 

Stupilcc che il mede fimo di alcuni caualli,dicclle,che erano piu bian- 
chi, che ncuc. ' 

Che pure di Copra habbiamo detto* come dicerie vn noltro l'roteta. 
Candid torci niuc . ’ ‘ ' ‘ ’ 1 " 

Ha percola di grande ingegno, chetino dicerTc, 

Che li tale con la iella toccami il Cielo. •' 11 ‘ ' 

Che pure infine Mose fece dire à i Gigantidclla torre loto, ' y 
Cuins cacumcn allindai cadimi. ' \ 

Ma le marauiglic grandi tono, ouelaDiuinita 1 ! dice egli ) dell inge- 
gno di Saphoarriuò a dire} . • 

Più d’oro, che l’oro. ■ ! 

£ pure il nollro Dauid molto prima haueua trouatbegli quello modo 
di' dire, quando dille, che gli huomini erano più vani, che la vanità. 

Et il luogo c nel Salmo 6i . al verfetto nono, ouc fc bene la tradottio- 
nc Volgata dice, . . . 

l'cruntamcn vani fitti bominum , mendacei fitti bominum in fiatarti, ut deaptant 
ipfi de vanitale in idipfum . i 

Nondimeno Santcs Pagauino dali’Hcbreoad Iittcram traduce. 
Tantum uanìtai filli bominum ,'jmcndaaum filli uiri. In bilancei afeendendo ip- 
fi » naturare paritcr . 

Chei! T.irginnme Caldeo cfpone meglio cosi. 

Si acceperint boni ina flateram ponderante! fatta fina , tlli qiiidem ipfamet uani- 
tate crunt Uutorei. , . „ ' . . .. . 

Per non poter dire Vaniores , Et ilGianfcmo nella Parafrafc,dicc_che 
bifogna tradurre. 

In ttateram fi aficndant Icworei ertine uanttatc , . , 

Et aggionge : te eli In per bolci q uaft dicat- Punitale ma&h inni funi . 

Noi certo nella nollra paragrafi:, tutti e duei lentimenh habbiamo 

cercato di abbracciare, & habbiamo detto . 

Voi ò figliuoli de gli huomini , che mettere le voflrc fperanzein cofc 
vane : e che infino nelle ftatcre,che lòno ftromenri di giuftitia fate ingiù 
fti'tia, ben fi può dire , che fe folle in bilancic con la vanità, della vanità 
ifteflà più vani farcite ritrouati. 

Bada che il modo di dire, più d’oro, che l’oro, ocofa limile , danollri 
molto prima di Sapho era era (lato vfato : Reftcrcbbc hora,chc delle hi 
perbòli vlate da nollri aurori,c Latiui.e Italiani ragionammo ; ma trop- 
po più frequenti eflcmpi vi trotterà dentro ciafcuno, clic à noi fia necclla 
rio l’apportagli .Riccordinfi fidamente i predicatori Italiani, che quan- 
to le hipciboli cautamente vfate danno grafia al dire, tanto abufate fan- 
no freddo, & inetto il ragionamento . E pcròcomc dice il Cardinal di 
Verona. R<irò adbibeantur , ne ineptus uidcatur orator . 


P A- 


P A R T I C E L LA 

SETTANTESlM ASECONDA. 

• O i c l •* * •/* 

TESTO DI DEMETRIO ! 

,l Tradotto <U Pier Vettori. 

i Legans orati» Venere omni referta , (3 {alfa oratio cfì. Ve- 
■ nuHatum autem, b* quidem funt matura y & grandiora, 
\\ quf funt venti fiata poetarum : hte autem, burnita magli 
? & magis cornuti , qua funt ili <*, quj fintila funt dtcactbut 

| i ocibus . ccu ^irtàotlhs venufiata & Sopbroait K & Ly - 

J1 fi*, tlhtd tnim , turni fkaliùt aliquìs denta numerarti , 

qudm bigkoi, de anu proiatum, & illud . Quot dignui erat accipere piagai, 
tot accepit drachmas . Hutufcemodi vrbamtata, non funt difircpanta à vo«- 
bus dicicibut, ncque lotigè abfunt à Jcurnlitatc. 







P" A 


a A F R A S E. 



Enufla elegante nota di dire ù oue il ragiona- 
mento di gratie è picrto, & di bali: Ma delle verni* 
(lài edclle gracie, due maniere fi trouano : Alcu- 
■.«nemagiori, c più nobili, che rendono il dire leggia 
droiflondo, vago, granolo, ornato, & elegante, 
ì^vA AJflrc minori, c più Vili, che fanno il medefim.o.vi- 
uace,arguto , ingoinolo, piaceuole,guftofo,e fallo j Delle prime fi 
vagliono i Poeti-ply.mpbili , Comcquando Hornero difle , 
Scberzan'Jcninìri squadre, •* „*/ 

E ncgodcla Dea, - «Wffcicui 

Chelèfamofafopraogn‘altra è Rea.. .«;u. > . . v ^ ,.i 

Tutte pur’bclkfon^tutcte leggiadre. 

■ Oue fi vede chela .vagghezza del dire ritiene nondimeno la fuai 
d ign uà ì Delle altre fi vagliono i Comici gli Ari (tofani, t Sofrom,i 
Li fi; jCOi.e oue colui-d'unavcechia difle,' 

. A cui più facilmente, • 

. 'Numercrdìi (denti j che lediti.^ 1 

i Et acquei 10 nbcdi matopra liauelia ricchuto premio > . ' 

•tQiiantcsferzatémirkauihauere,. 

mTan^e dtacmciiai hauutp. 

Che fono motti arguti, e ingeniofi, noh thblto di&milià Quelli 
’-w * ■ che 




414 7 " Frenatore del Vangar 0I4 

che per pongere,e mordere fi dicono, & a quegli altri ufati per fe* 
cetia,chcrenon lìamo cauu, vanno à dare IpellontUa fcurruhtà. 

C o M M E N T O. 

D ElU(Jkcondq parte principale di tutto il libro di elocntione di Demetrio, 
qiiena ila feconda 'Particella jubìettìua,hauendo egli,come dicemmo, 
tuttala parte feconda diuifa in quattro partimmori conforme alle quattro 
note del dire , che fi trottano , magnifica cioè, xcnufla,tenuc,e grane : Le qua- 
li note, che cofa fumo , perche tante fumo per apponto, e per qual cagione con 
ordine tale ne ragioni l’autore, tutto qiieflo dami abondantemente ne’ com-\ 
menti è flato trattato delle due Particelle aj. exentefitna fefla . tìora dalla 
magnifica nota pafjando' Demetrio alla Few fia, non folamente col nome an- 
tico, due che è yu*evf°i , che Ai. Pier Vettori efpone elcgans, ma di pià dice , 
che è ritrai \uofif (efpone M efier "Pietro ) Venere omni referta 
& falla, e noi non crediamo, che fumo itati detti d cafo della oratane venufia. 
quefle due parole x*?iurri*n» 't , & **■*&’*. Ma teniamo per certo, che in que- 
fìidoinomi habbia accennato ‘Demetrio le due fpetie di uenufld , che egli pià 
baffo, quafi fubito era più chiaramente per douer difìinguerc : e che babbi os 
prefo per x*fitrrtrt**'t , la oratme,oue è leggiadra, & ornata.per le venuti à 
e grane piùhcbili re per Uafio^la mtdefimaj oue è arguta ,efalfa,per gli 
motti , e facctie, ò cofe tali ; 

E veramente è belliffima , e realiffima quefla diuifme di Dtmetrio, e meri, 
tana che gli interpreti vi fi ajfaticaflcro vn poco puh attorno ,& efponeflcro 
meglio i termini di quello, che pare à noi che habbiano fatto . j 

Tanto maggiormente , quanto che non in Greco folamente, & in Latino ; j 
pia nel volgare nofìfo Idioma ancora non fono una cofa mede fimo, il dire che 
ìoratione fia leggiadra, vaga, vtbana, ornata, fiorita, florida, gratiofa, uenu- 
fla, àmie, nobile, & elegante, ouero che fia arguta,capeflra,ingegnofa,viuacc, 
pròto, fucila, falfa, frizzate, pungete, mordente, burlefcajaceta, ridicala, e ftur 
rile ; e pure dall'ultima in poi tutte quefle cofe alla nota ucnufla, fi riuocano . 
Si come alla medeftma fpettano nò folamente da vna banda, le leggiadrie egra 
tie,le Venerigli ornamenti, i colorai lami, le vaghezze, e filmili -, ma dall’altra 
ancora diftcria,fcomuiata, caudine piaceuolezcgli fcher^i , gli apofteg - 
pii, le burle,i motti, le punture fi foli, le facctie, e poco meno che io non difii,infi - 
r\ 0 le fcurrilità,e le buffonerie . / tutte le cofe fopr adette, due fpetie formano di 
oratione ventiHa, vna più nobile e piena digratie , l’altra più bafia , e piena di 
/ali. Per e fiempio nel Boccacci , 

La Fiammetta, li cui capelli cran crtfpi , lunghi e d’oro , e fopra li candidi , 
delicati omeri ricadenti, & il vifo ritondctto,con vn color vero di bianchi gii,ti 
e divermiglierofe mefcolati , tutto fplendido , con due occbiin tcHa che pare- 
uan d'un falcon ptUgrino , e con vna boccuccia piccolma , le (tti labra paterna 
due rubinetti, forridendo rifpefe . ’ 

Que- 


Sopra U Particella t X X 11. 4 1 y 

Quefla i nota di dire venula-, ma per leggiadrie, ornamenti, e griatie: Dal- 
l’altro canto , 

Ctnofcendo lacerna che il termine della fua Signoria era venuto, leuatafi 
la laurea di capo, quella ajlai piaceuolmente pofe Jopra la teRa à Filo tirato, e 
difle; Toflo tiauedrcmOffeil Lupo faprd meglio guidar le pecore , che le peco- 
re babbiano i Lupi guidati-, FilóRrato vdendo queflo,difle, ridendo, Se mi fofie 
Rato creduto , i Lupi haurebbono alle pecore mfegnato non peggio che Rjtfitco 
facejje ad tsibilech. € perciò non ne chiamate Lupi ,oue voi fiate pecore non 
fiele: Ji cui Tqieifile rifpofe . Odi FiloRrato,voi baureflc , volendo à noi info- 
rnare, potuto apparar fermo , come apparò M affetto da Lamporecchio , e ria- 
vere la fauclla à tal' bora, che l’ofia fenica maetlro haurebbono apparato à fuf- 
folare ; Filoftrato tono fiondo che falci fi trouauano , non meno ch’egli haueffe 
tirali , lafciato Rare il motteggiare,i dar fi al gouerno del Regno commeffo co- 
minciò . 

£ quella pure è nota venufla, ma dell’altra [j>etie,non fatta tale per leggi* - 
drìe,ornamenti,e gratto, ma per argutie, motti, e fidi: Demetrio per effimpi» 
delle venuRà magmi e più degn , adduce vii luogo d’Homero,oue egli con infi- 
nita vaghezza defcriue Jcher^i di Tfiinfe intorno à Diana , che noi habbiama 
tradotto , 

Scherztn le Tfinfe à fquadre , 

E ne gode la Dea, 

(he fe fàmofa (opra ogni altra e re* 

Tutte pur belle fon ; tutte legiadre . 

eJMeffer T 'ter Vettoriaucrtifce quello , che è vcrìfltmo ; cioè che Vergiti* 
imitò quefio luogo nel medefimo foggetto,e con vguaie venufla, oue diffe, 
llla Pharecram, 

La tona; tacitimi per tentantgaudia peftus . 

Ferthuraero, grandienfque Dcasfupcreminetomncs 
Che fe la j dando iTocti ò Latini, ò Greci fra noflri Italiani rifguar diamo, di 
quefle venufla, e leggiadrie treueremo le migliaia, (ome oue il 'Tetrarca diffe » 
Chiare f re] che, e dolci acque , 

Oue le belle mcmbra_, 

TofecoleifChe fola irne par donna. • . : 

Gentil ramo , oue piacque 

(Con fio fpir mi rimembra) . 

lei di far al bel fianco colonna . 

Nerba e fior che la gonna 

Leggiadra ricouerfe , 

Con l’angelico fieno 

-der (acro fereno ; • « ■ , 

Oue cstmor co’ begli occhi il cuor m'aptrfe 

Fate v dicala infume 

'siile dolenti mie parole eflreme . . 

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416 Il Predatore del PanigaroU 

Et in moltiffìmì altri luoghi di lui •’ De* T affo non occorre ragionare , che 
già fi si che egli fòrfi troppo è pieno di quejie gratie,e di quefle leggiadrie: Egli 
nel Canto quintodecimo pereffempio di due fanciulle jcbe nuotano due t 
•E [ibernando fenvan per l’acqua chiara 

Due donzelle tee garrule e lafciue , \ , v \V,u 

Ch'hor fi [prudano il volto, hot fanno à gara vi>» • Ve itii'irrò 

Chi prima à vnfegno dettinolo arriue ■ ‘ 1 - , , ' •..« . 

Si tuffano tal' Ima e l capo , e'I dorfo 

Scoprano al fin doppo il telato corfit. • . - 

E puco più giù di vna di loro, che efee dal petto in sà fuori dell’acqua , 

Qual mar utinajlclla effe dall'onde ' . . v i.» ■ 

B ugiadofa e Stillante, ò come fuore 
Spuntò najeendo già dalle feconde 
Spume de l’Ocean la Dea d’amore , 

Tale apparite coftei, tal le fue bionde 
Chì me fltllauan chriSìallmo humore 
“Poi girò gli occhi, c pii* all’hor fi infinfe 
Que' due vedere ,e in fe tutta fi fir'mfe . 
h’I crin, che in cima al capo bauca raccolto 
I» vn fol nodo immantinente fciolfe , t 
Che luughijjìmo in giù cadendo c folto 
D'un’àureo manto i molli auorì inuolfe • 

O che vago fpcttacolo è lor tolto , 

Ma non men vago fù chi L ro il tolfe 
Così dall'acque e da capelli afeofa 
*A lor lieta fi volfc, e vergogno fa . 

Tlfdeua infieme, e infietne ella arrojjiua , 

Et era nel roffor più bello il rifo 
E nel rifo il rofior, che le copria 
1 In fino almento il delicato vifo . 

E quello che feguita : che potrebbono paragonar fi le bellezze ,'cbe egli 

iefcriue d' Armida, & addurfifìmili cento luoghi di lui medefimo. Se non che 
À noi è paruto di addurre la vaghezza di quejle natatrici , per contraporla d 
quella che il nojlro Boccacci pur deferire aneli egli ;ma con tanto minore tuffo , 
quanta è la proportene, che deue offeruarfi fra la profa e’I verfo : Egli nel fi~ 
ne della fejìa giornata , fatto andare te fette donne folefenza huomini in vna 
ameniftma valle : E quoti de (ditto con tanta leggiadria vn piccolo laghetto t 
che nulla più, foggiunge, che deliberate di bagnarfi,e pofla la fante per guarda^ 
Tutte e fette fi fpogliarono,& entrarono in efio,il quale non altrimentili lor 
corpi candidi nafeondeua, che farebbe vna vi rmiglia rofavn fottìi vetro. 

E* vn’ Stravolta qua fi allofleffo propofito . ùue nella T^ouetla del Uè farlo 
innamorato fà comparire le due figlie di meffer Tqeri de gU V berti , Cintura 
la bella, & f fotta la bionda co' capegli tutti inanellati jt con fopra effif ciotti una 

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Sopra la Particella LX X 11. 4 1 7 

leggìcr ghirlandata di Provincia, e vrflìtc d’vn vellimcnto di lino fottih/JwiO, 
e b anco come neve in fu le Carni, il quale dalla cintura injù era flrcctìjfimo , e 
da indi ingiù largo d guifa d’vn padaghone,e lungo infino d piedi, amendue nel 
vinaio, l'acqua del quale lóro fino al petto aggiungeua ,fà entrare . Tur quitti 
•può vedere ciafcuno cbecofafia veramente leggiadria di dire, vcmfìd, e gra- 
tta ; Oltre tutti quei luoghi, otte egli giardini, pratcUi, fintane, colli, pala gi, e 
tofe fmili deftriue,ne i principi} ,e ne ifini delle giornate : Tutto cbn tanti orna- 
menti, che non è mancato , chi di troppo poetico l’habbia voluto ta/larc; Forfè 
non ricordandoli, che di nove Ile, e non (Thiftorie trattava il libro, echeà ragua- 
glio di lui molto più Toctici,in famigliami deferiti ioni, fono flati m Uè proje lo- 
ro, Cir Eliodoro , & ^cchille Stano nè gli amori di Leucippe,c C litofonte, & 
altri lodatifjimi Greci : tAfadnoi tanto badi hauer detto deUa prima fpccie_j 
delle venufid . La feconda maniera di Venufld dice Demetrio, che è più baJSa , 
t men nobile, come quella: oueli orai ione > iefee piacevole per argutie , motti , 
fiali, e viuegze che vi fi metton dentro. Della quale gran cojfa è, che tutti ragio- 
nano, e tutti confe fiano , che non fi può regolatamente ragionare : Cicerone nel 
fecondo de Oratore dice. Ego verò omnt de re facetius puro pofle ab ho* 
mine non inurbano, quam deipfisfàcetiisdifputari. Quintiliano pu- 
re afferma che intorno d quefle tali vrbanitd,apena èpoffibile,cbe infegnamen- 
ti , ò regole fi diano . E pure tutti come babbiamo detto ne ragionano . o-/ <i- 
flotilc ne parla nel io. & 1 1. capitolo del terzo deUa Retorica, equini tutti 
gli cjpo fitori di lui . Trattò anche del ridicolo in particolare nella Poetica, ma 
in quella parte di lei , che non fi troua . Cicerone ne ragiona lungamente nel fe- 
condo libro de Oratore:' Quintiliano nel libro 6 . al capitolo quarto : tt ilnoflro 
Demetrio inquefio luogo: oltreché de più moderni longhiffimamente ne bd da- 
ti infegnamcnti,e efi empiii Tornano ne i fitoi libri de fermone : li mede fimo bd 
fatto mefler ^ fgo fi ino , * cfìa in vn (no opulento de viro bulico: Il mede fimo il 
(fonte TSaldaffarrc da Cafliglione nely & fi. capitolo del fecondo libro del fino 
Cortigiano : £ (Jìfonf dalla JC afa pure anch’egli nel Galateo ne difeorre , finga 
che molti altri fi fono dati a fare raccolte, e conferue di detti tali, come colui, che 
compilò gli apoftegmi iiTlutarco , come il nofiro Guicciardini nelle fut bore 
di recreatione ,e filmili : Tutti nondimeno con mifcuglio con fnjo, cioè non diftih- 
guendo fra motti, e motti, 1 quali fofjero fiali, quali facette, quali morfine cofc tali; 
forfi perche anche quelli , che delle nature loro hanno ragionato, non compita- 
mente pare che habbinno di f tinto : ‘Della affabilità non è dubbio che tutti fe- 
licitando la via peripatetica, ne ragionano: E dicono che colui è affabile,il quo- 
te in conuerfjtiont non dd in vno di due e fremi ,òdi voler troppo piacere alla 
' brìgata,e fenzt cireonftarrga alcuna negare ciò che fi nega,& affermare ciò che 
fi afferma : onero di contradire importunamente d ogni cofa , er effe re conteltr 
tioJò,c cauillofo : (JMa tutto qucflo non fà molto d nofiro propoftto : Vn’altra 
virtù pure appartenente alla conuer fattone, & in particolare al ridere, che fifd 
m comic rfat ione, dicono che è la facctia : t che faceto è colui , il quale con digni- 
tà, e con teanoflanzc debite fà ridere ,chi è prefinte nella conuerfatwne : là 
Parte Seconda. doue 


4 1 8 11 Predicatore deiPanigaroU 

àouc da vn' diremo Tctnco,ruflico , e duro, è, ibi nouadmette alcuna forte di 
rifu. E dall'altra eflremitdffcurra, e buffone, chi lenza cautela alcuna nè mo- 
dcratione ad altro non attende, che d fare per qual fi voglia modo rìdere la bri- 
gata : E quello pure ft auuicina i n poco più al nojlro propoftto ; ma non tanto 
che baffi: ?foi confiderai affai bene ciò che dicono gli altri, & in particolar e r 
effaminate diligentemente le parole di ‘ Demetrio qud, ci rifoluiamo d dire , che 
tutta la venuftd di quello fecondo genere , ò confifte m difeorfi più lunghi :ò in 
più breuidttti. In difeorft più lunghi, come quando per piaceuolegza narriamo 
fauolé fatte, ò da noi,o da altri, noueUe, apologie, accidenti piaceuoli occorft , ò 
cofc fintili : In detti più breui,di tre forti : Ciò fono,ò arguti, vrbani,e fa! fi firn - 
fheemente fernet che nè pungano alcuno jiè facciano ridere: ò pungenti acuti, ò 
faci tic. ridiculifdei quali nondimeno ,fe non fumo bea canti, facihfjìmamcnte , 
gli urbani danno nell'inetto , i pungenti nel mordace , & i faceti nello leurrile : 
J:fftmpi delle venti Uà, che nafeono da difeorfi più lunghi, Jono tutte le nnurll r r 
del 'Boccacci, le fauole di £fopo,gli t mblemi dell lciato,e filmili : OHa quan- 

to d detti breui,ouc la cofa è più difficile da diflingucrfi : * Detto rrbano feli- 
cemente, /enza che punge ffe, nè fattffe ridere, fù quello che referifee sirifìotile 
di Pericle, jl quale, (fendo itati vccift molti giuliani miteni fi ih vna batta- 
glia, di [ie. « . • •• 

Che la Cittd refluita perla perdita della giouentù non altramente che refia- 
rebbe l’anno fenza la primauera’.e quello del Boccaccio , oue tifpondendo d chi 
dice ua, eh' e gli troppo arnaua le donne, e che meglio baurtbbe fatto à fiat fi colle 
Uìlufein Varna/o,doppo auuiu ultra coja Joggiongc , 

Le hlufe fon donne, e benché le donne quello che le M ufe vagliono non vaglia 
no, pure e jje hanno nel primo affetto fimiglunza di quelle ■ fi che quando per al- 
tro non mi piactffero,per quel Itemi doterebbe piacere: ftnza ebe le donne già mi 
fur cagione di comporre mille ver fi, doue le wuft mai non mi furono di far ne al- 
cuna cagione.h queff tali modi di dtreffe bine nè piangono, nc fanno ridere, ar- 
guti nondimeno e fai fi fi pofjono ancb’efii chiamare , ptmocbe come dice Quin- 
tiliano molto bene : motto nè punge nte , nè faceto deuc trouarfit che non habbia 
fate : ma motto fai [offenda puntura, ò rifu crolliamo molte volte : non confiijlen 
do in altre la falfegza del detto, (e non in cfjer tale, che con la fua viuegfa porge 
diletto, e ponendo defiderìoin chi è pr e fi nte di fentir cofie tali , poffiamo dire che 
mette in altri fitte di Je fffJo;onde afiai bene mi pare che flcfijc vna volta vn mio 
ami co nella metafora, il quale trouadofi ad vna tauola, oue vna valorofa egen 
tilt Dama diffe: Date da bere al tale,& i no aggiunte, dategliene che la j ignora 
l’ha detto, rtpl icando vn terzo, e che dunque le pa role della Ugno ra mttton fit- 
te': njpofc egli, fi perche fon (alje- £ quejlo pure ancora fu motto vtbano , non 
fungente, ò faceto ; dalla quale Urbanità cadè nella inclita colui, il quale v olen- 
do pervadere ad u tlefjandro Magno, che douefie combattere ne’ giuochi olim- 
pici, perciocbe Olimpia fi domandaua la madre di lui. fini ( difit ) tua madre 
ò csfltjjandro : Al* di quciiimottiinfulfi , e inetti , più giù tratteremo abon- 
dant munte, oue ragioneremo del litio rum alla nota vcnufta-.Ter bora fgui- 


Sopra la Particella LX X II. 419 

tonde à dure cjjempi delle altre {orti de i motti , diciamo che motto pune nti fù; 
tue madonna Oretta difie al Qmaliere noiofo . 

cJMiJferc,qucflo voflro canaio ha troppo duro trotto. 

Et oue frefco da Celatico allafrecciofa fua nepote, à cui ogn’vno pareua. {pia 
ceuole, diffe , 

Se cesi ti difpiaccmogli fpiaceuoli come tu dì, non ti fpecchiar giamai. 

E quelli tali motti pungenti fono queUi, iquali diciamo che fe indifcretamcnte 
vengono vfati, danno nella vitiofa mordacitd , effondo (come dice Lauretta nel 
•Boccacci) Urtatura de i motti cotale, che e [si come la pecora morde, de nocofi 
mordere l'vditore,e non come il cane , percioche fe come cane morde [fe, il motto 
non farebbe motto ; ma villania. •Pecca alle volte il motto pungente, perche hi 
puntura fenza fale,& alle volte perche troppo grande ila puntura, & il morfo 
noni d’agnello, ma di cane, come peccò Vlatone finga dubbio, f or fi nell' vno , e 
nell’altro infteme, quando hauendogli (Tetto Oionifto Siracujano , 

La tua vita Platone pugza di dapocaggine . 

Egli finga alito fale rifpofe , »«•> - 

£ la tua di Tirannide . 

Se gii quanto all' a f prezza della puntura, non lo vogliamo efeufare per efjer 
egli flato prima affai mdiferetamente morfo; }n quella maniera che Menna . 
TSfonna de' 'Pulci ancb’effa molto nel viuo toccò con il fuo motto Mi/, Intoni o 

d’Orfo, dicendo CMcflere,eforfl non mi vincerebbe, mtrvonei buona moneta, 9 
E pure la efeufa il Boccaccio che offendo lagiouane fiata morfa, non le fi difdif- 
fe il mordere altrui , motteggiando . Et in vniucrfale, che quando per rifpofla 
fi dice il motto, fe il rifpondttore morda come cane, eflendo come da cane prima 
Siato morfo, non pardi rifpondere . In quella maniera che ben da cane fù mor- 
fo, c rimorfo quel litiganti, al quale in prefenza del giudice eflendo detto , 

Che abbai tùì rifpofe perche veggo vn ladro . 

E di tale moneta pagò, direbbe il Boccacci,qu.ili erano fiate le derrate ven- 
dute. Se bene à diYetlv rofe confideriamo bene il luogo, oue il Boccacci diceva 
qtteflc parole, non paiono à propofito,nè pare vero ebeti motto detto in quel Imo 
go habbia da metter fi fra il num>. ro de’ pungenti . 'Dice quella rtouella che tor- 
nando di (JMug'Uo mefjer Foreje da [{a batta grandiffimo D atore , e Ghie tto 

J inore, non punto meno illutlre, perche per vu’accidente loro occorfo erano am 
i due maliffimo ve fìtti, e tutti gaccarofì. Diffe M.Forefe à Ghietto. 

E chi crederebbe, ò Ghietto vedendoti bora , che tu fofji il miglior dipintore 
del mondo, tome tu sè . 

E che Ghietto fub.to rifpofe , 

(jMe fiere, credo, che egli il crederebbe all'Ima, che guardando voi egli cre- 
derebbe che voi lapctle l’abi, ci, nelle quali parole crede il Boccacci, c dice che vi 
fù morfo , t puntura -, ma noi intiero crediamo che tutto quello motteggiare fofi 
fe della prima fp ■eie, non delta j. turbano, cioè, e fai fi, e ciuile, ma non pungiate 
nè mordace '.perche fi vede che eglino tanto è lon gì che cercafjcro di morder fi 
vn l'altro , che angi procurarono di lo dare ciafcundi loro falfmente il comi 
v Di 2 pugno 


^io II Predicatore d-. I PdnlgsfoU 

parodi eucknza fingulare nella profe/Jioue di hu : <JM a quello importa^» 
poto. 2{oigià babbuino motti Jal/i, & uifulfijpungenti,e troppo mordaci : Se- 
guitano qut III che fanno ridere, i quali Je virthofijono, faceti ft domandano, fe 
vit'wfijturrih t per dare efjt mpi pronti in due parole : Faceto fa il detto di 
Chiiì)ibbio,quaiido à Currado fno padrone ih e ba ut ua /gridata la giù, diffe, _ 

(JMa voi nongridafleob oh à qutlla di bierftra. 

Cernitilo dalla Jua nota venusta nò filamenti caccia efclude tutti i detti 
fcurnli,ma non admette marno quelli che fanno riderete poco più giù moftra Ut , 
molta differenza che ji riti una fra il ridiculo e il venufìo . H gli principalmente 
admt tte gli vrbani t /al fi, nondimeno per la vicinità che quetìi ta H motti bino 
con i pungenti alcune vtnu/14, pungi nti accetta ancora,nomtnaudote però vena 
flà non nobili e Comu.be ; la dout x m di/ficultà nafee , pi rciocbejc le venuti 4 
più nobili Jerueno à . otti, t le più ba/Je à Comici ; e che dunque mole egli pe- 
raucnturaD. me trio che i Comici nonfiaho Totti t Tf /pondi no 4 qutjìo gl’ In- 
tcrprcti, e bine, < he quando egli dice le Tinnita piu nobili appartenere 4 Poeti, 
intende de Tutti bercili , o Inni, centra quali , e non centra àtutt! i Torti egli 
difhnguci Cornili, che fu vtro,il Tòlta ch'egli nomina di /opra i Hornero : e 
ducili, de i quali parla à bafio , tutti fono i vinta nflofanc, i oficne, e Ijfta . 

Solamente potrebbe ,e con cagione marauigharfi alcuno, che dicendo qudfopra. 
il teSio Greco ««« dferciiunt x a f ntt tapini 

Et bruendo ttaduU+M. Tur Vettoti. \ 

Ccu ÀnftoteJts vcnuftat;.s,& Sophrojiis,& ly r ix- 
2^,1 ad ogni modo nella Tarafraje,m eccedi njlot.lt habbìamo po/lo A ri 
Befane j ma in vero ( Ji crediamo che fi babbia da leggere, comi lo auutrtì alci * 
tu anni / ono il Maslouio,e M. Tur \ etton mede fimo ne approua la opinione,/» 
bene per pura icucrcnza di alcuni tetti antichi non Ln/igut : noi non bà da- 

ta noia qucBa rcuerenza de tefli :cciè paruto molto coline niente' , che fra fo- 
rnii fi ponga più lofio \sfi i/lofane i be esf i iflotilr, efii ndo noi cei affimi , che 
egli e Comico fù,ti ambe /olito a motti faceti;, onde diccua Cicerone nel a delle 
leggi,' he iàcctillìmus poeta vetcris Comedi; Artftofanes fukt.E Dente 
trio mede fimo poco più giù 4 queflo mede fimo propofito di facetie,due volte no 
»Ari/lotile allegherà, ma ^t niìofane : Se bene quanto 4 due efìempi di venufid 
Comiche, che vengono allegate q^à, non crediamo thè alcuno di loro fia di ^tri- 
fio fané ,ma il primo di Lifia,ccmefi qua da u tthenco , & il fecondo non fisa di 
- eui. "Burla nel primo Lifia con Efcbme . . , 

Socratico , inamor atofi di donna affai vecchia, e fdentata : E con motteggio 
di lei parlando dice , 
ui cui più facilmente^ 

Sumere re/ii identiche le dita. 

Ouc non fi può negare, che il detto non fofie aiuto t falfo,’tirtonfcriuendo\di 
cut/la maniera la vecchiezza di colei-.St ambe fu pugente come ogn’vn conofce : 
thè fi altri uorrd ch'egli fofie anche faceto,fcrfi dirà nero, ma certo non fu fenr 
file: E Demetrio nò potrà di menopchc de i molli ch'egli addurr 4 alcuni nonne 
* i H* 


Sopra la Particella L XXII, 4 2 1 

fiano infime falfi,e pongentx,CÌ ambe ridienti , ma bafta ette egli non in quanto, 
ridienti, e pongenti gli adduce ; ma da quella parte fola fanno à fuo proposto , 
nella quale fono vrbani, e falfr Q me oltre la pontura,habbia ambe vrbanità, 
il fecondo ejfempio di colui ebeadvn malfattore premiato difje . 

Quante sferrate meritaui battere, 

Tante dracme bai bauute. 

Motti i quali habbiamo nondimeno i credere che nella lingua loro, & aiuta- 
ti dalle circon{lan\e,con le quali quei Cornicigli differo,doutfìcro bautre anche 
più arguita aflai,e più fate di quello che moHrino d'hauere nell’Idioma nofiro: 
Balìa che per quello che Jpctta à Demetrio: Due fpctie dunque di V cnuflà nella 
nota ornata fi trouano,le prime fatte di leggiadrie e grafie, ù feconde di argutie 
e fati : • 

DISCORSO ECCLESIASTICO . 

S Onocofi graui.ecofi picnediMacftàlc fcritturc noftrediuine.che 
non (blamente fcurrilità,e ridiculi non fi trottano in loro già maùma 
le venuftà men nobili anchora non vi capono. E fe vnaoccafione non fof 
fc fiata, del la quale ragioneremo hor’hora.difiicilniente pure le venuftà, 
c le grane più nobili vi firitrouerebbono. La occafionee fiata la manie- 
ra conia quale compofe Salomone la fua Carica, la quale cftendo ( come 
habbiamo moftrato noi,oue rhabbiatnofcrirto Copra) vna Egloga Parto 
rale,piena di caftiflìmiamori.deCcritti fravn paftore,& vna pafiora,ma-. 
rito e moglie: h i portato quafi nccefiariamctc il foggetto.che lo ftiie fia 
llato in nota vcnufta,e leggiadra. Et oltre quel lo clic la materia hà porta 
toper fc medefima ,vi ha aggiorno lo Spirito Canto per la penna di Saio- 
mone tante leggiadric,tantegratie,t.ihti ornameli, tante deliric,rante va 
ghezzc,e tante nobili venuftà, eh.* io non credo che polle inficme.quan 
re de in Homero Ce ne trouano.e ne gli ferirti di Sapho.ò in altri authori 
ò latini, ò Greci, ò noftri, pollino non che auazare,ma arriuare, e le belez 
ze,e il numero diquefte : Si che ritroucremo dunque noi per le uenuftà 
nobili attilfimi eflempi nella Cantica principalmente , Se in alcuni altri 
.luoghi delle Icritture . Del refio non Colo non accade, fra noi à trattare-* 
dello fcurrilc, c del ridiculojma di quelle altre venuftà ancora non liauc 
remoertempi nelle Ceri rture noftre, le quali da Demetrio men ni bili ve- 
nuftà vengono chiamate appartenenti à Comici, eclie Ccherzi, motti, fa- 
ccrie, ponture, argutie, Cali,i fimili altre cofe in Cccomprendono.Anzi ol 
tre le Icritture Canoniche e fante, nc gli autori ancora Ecclcfijft;ci,c Gre 
ci,cLatini,e Italiani, fc bene venuftà nobili ritroucremo affai frequenti, 
non troueremo però mai clic fcurrilicà, ecofe ridiculchabbianocfsi fo- 
lciate trapeliate negli ferirti loro: E tanta è fiata la lorograuità.e feucri- 
tà,che a pena rariftimcuoltc fi trouerà pure, che alcuna men nobile uenu 
ftà,comc faceti.!, morto,arguria, òcofa (ìnule habbianoadmdfi. S.Gic. 
toni mo nella epi ftola ad Tqepotianum de ritaclericorum . r.igior ado de’ Chri 
ftiani Chierici dice .Otnnes dclntas leporet, ir rifu digitai vrbanitates , ire. 
ineptias tpnatofùm, in comedipt erubefamus in fecali bommibus dctefUtmir, quan- 
to mjgis in monacbis, ir in Clerica quorum ir bacetdotium propofito , ir propo- 
nine Seconda, Dd 3 Jttum 


41 Z Jl Predicatore del Panigarola 

fitumornuarSaeenktio. San Gr.gorio nella cfpulìtionc del capitolo fefto- 
decimo del primo de’ Regi, quando facendo Ifii comparire tutti i Tuoi fi. 

f ltad vnoad vno innanzi à Samuele per intendere da lui quale haudTc 
ddio eletto al Rcgno,fecc venire A mmadab,cSamuclic,difrc.?^tt butte 
tlcgit Dominu'uCogff unge: Amiiiadjb iìuerfretamr Vìbjtms : E con bella mo- 
ralità moftrachcglihuomini vrbani al regimento Ecclcfìaflico non me 
. ritano di c fiere admefTì,fe bene à dire il vero, egli la parola vrbanus, in 
fCntimento piglia, non totalmente conforme à quello del quale ci ferma 
mo horanoi. L’AbuIcnfe nel 44. cap. della Genefi, fopra quelle parole.» 
che dice Giuda à Gioiellò . Cum afccndifjmuiad fmulumtuwm patron m- 
firwn. nota in quello modo di dire vrbanità.e creanza: turbane per {uafttlm 
das,dum per nwdum vrb.miratis bimana, prtus proporne qnod pettina ad loj'epb vi- 
delicet Iacob e/Jè famulum eiut-tir poitea effe patron fuurn. fc poco più giu ; oue 
\Ciuda dicc,T^arraùrhus ci omr.ia quxloquutu* est Dominiti meta, pur foggiun 
gc il Tortaio, tue bic alia vibanitas, vt tum Dennms loqmmur , nondectslo- 
quamurin fccunda perfona f ed in tertia . Ere bella la ragionc,chccgIi tende, 
Quia ficfìngtmu'ì illum cui loquimur effe ita magnimi, vt ci no * colloqui, non merta- 
mur, & ideo in tenta perfona , quafi non et loquamur fedde co. Dice di più, che 
miflo poi di quelle due maniere e quel modo,ncl quale non loquimur tota- 
liter per ternani pe ? fonam fed ad jubflantiua tertia perfona, adì t ci tua pojjtffìua at- 
iunpmus dcnotantia feenndas per fonai: Come quando diciamo Santina* vc- 
5 lra,Dominatioveilra> ecofcfimili. E di quelle forti di vrbaniià dice il 
m edefimo, che alle volte licci rti ebani viris fatifìitdum tatuai non ad adula- 
tionem ijla corwertant . Ma in vero quella none propriamente quella vr- 
banità, della quale noi parliamo qua: Quelli ccrcanza: Elanoftravr- 
banitàc quella, che contiene nella conuerfatione, enei ragionare le face 
tie,leargutic,i fàli,e fbmigliami cofc: Delle quali tutte che Tenuità me- 
no npbili vengono chiamate da Demetrio , fc al noflro Predicatore con- 
uenga di vaIcrfì,qucfto è quello efie ccrchiamo.San Paulo certo fcriuen- 
do à gli Efcfi ndl principio del capitolo quinto, fecondo la editionc vul- 
gata dice prima, Fornicatio autem , & omni s mmundnia , autauaritia ucc nomi- 
ncturin vobii, c poi foggi unge, ani turpi ludo, aut Slultiloquiui/i , aut Jcurnliias , 

t ua ad remnonpeitinet. Nelle quali parole coli interpretate non pare, che 
an Paulo ci prohibifea altri modi di ragionare, che gli fcutrili,c gli ofce 
ni . Ma nel fello Greco la cofa flà altrimenti , come bene hanno aucrti-, 
ro e San Grifollomo, erutti i migliori interpreti , perciochc fcurrilitatin 
Greco ttutrapdia, la qualcSan Grifoftomo \mcrprcta : Faceliarumvrbatii- 
l«s, c tutti gli interpreti di A ri fio ci le, otte egli ne ragiona pure con la vo- 
ce rrbanitai fogliono tradurla. Di lei habbiamo detto nel Commento, 
che ragionò Ariflotile nell’Etica, quando doppo hauer polla fra le virtù 
la affabilità meza fra la adularionc,e la cauillatione, aggiunfe nel cap.S. 
quefl’altra virtù da lui detta Eutrnpo!ia,mcza fra la Bomolochia,chc è la 
fcurrilità,c la argbiotira, che è la rnllicità: La quale confile nelI’cfTcrein 
conuerfatione fclìante.e gratiofo,e trouar mododi tenere fenza indigni 
tà^llcgra la brigata: & in fomma nell’hauere, come diceS. Gtifurtomo, 
facetiatunn rbanitahm . Che in vero in fe ftelTa confìde'rata pare virinola 
c gratiofa cofa,c che renda l'huomo amabile e piaccuole; ma alla feneri- 
tàChrifliana S. Paulo non folo non Iaadmctte per virtù ; rhala prohibi- 
fce come vitio.c vuole che li come turpitudo , tir fìultiloquium , coli anche 

Lucro- 


» 


Sopra la Particella LX XII. 41 ! 

E utropclia fia fuggiu da noi : Et il Pentimento di San Paulo è come fiedì- 
cc(Tc,nola vos ani tur pia loqui > aut Sìulta, aut faceta , qux omnia ChriSìianis Ude- 
renl. Che fccgli àChriltiani fieculari,queftctalicofc vieta, ben fi può ve- 
dcrc , quanto più ftarebbono coli male à Religiofi , à Ecclefiaftici , Se in 
particolare à Prcdicatori.c in pergamo.Tuttauia alcun fiale,& alcuna ar- 
guiti, ma modellilfima fi rroua tal'horavfiara da Padri antichi anche nc* 
ragionamenti al popolo, come ouc ragionando Santo Ambrogio del cic- 
co di San Luca all’ottauo , perche franictte alcune cofedi Zachca, fiog- 
giongc poi gratiofiffimamente . 

Veruni ne cxcum illuni tanquam faSìidiofi pauperum cito reliquiffe videamur, 
dr,tranfijfc ad diuitem expeftemus eum,quu cxpcOauit & Dominus . 

Anzi lieda nella figura Apfitmos , la quale dice egli che ejt diflnm faceta 
vrbanitate expolitum per efiempio di lui , adduce quel detto di San Pau lo 1 
Galati, * • 

Vtinam abfcindantur qui vos conturbata. 

E vi èchi dice, che di Chinilo medefimo arguto, efalfo mododfdife 
fu quello in San Giouannial nono.quando hauendo egli detto, Veni,vt 
qui non uidcn!,wdeant,& qui non indentraci Jiant , Se hauendo per burla rifpo 
Ito 1 Farifei.'lty/igwa! & nascaci fumiti? replicò egli con molta gracia,e rati 
tando il Pentimento dalla cecità corporale alla Ppiritualc, dille, 

Sicpci ejfetis,nonhabcretis pecca; uni. 

Comunque fia delle venullà meno nobili , quello èccrtOi che ò niuno 
eflempio,ò rarifiìmi ritroucrcmo noi nelle Scritture fiacre , Se nè gli Ec- 
clefiaftici autori.- La doucdelle nobili venullà , e leggiadrie, pienilfitna , 
come diceuamo, è la Cantica, e molti Hinni Ecclefiaftici, oltre infiniti 
luoghi , che à quello propofito potremmo addurre de’ Sacri nollri ficrit- 
cori: Per efiempio nella Cantica.grariofilfimoc pur quel luogo, c pieno 
di venullà nobili, ouc la fipofiadice , 

F dette me flonbus , Stipate me mMs .quia amore lanruco . 

E quel l'altro, ~ 

Fauut difldlaus Lbia tua,mcl, &lacfub lingua tua. & odor uejlimentorum tuo - 
rumi ficut odor thuris. 

Et altri limili: Si come nè gliHinni Ecclefiaftici, non fi può già Penti- 
re più leggiadra cola di que* quattro verli. 

Qmcunquc pergts uirgines 
Sequiintur atqiiC laudibus 
P oft te canentes curfuant 
Wimnofque ddccs perforimi . 

E quelli de gli Innocenti, • ■4- 

Saluete flore s martyrum • * ^ 

Quos lucis tpfo m limine 
CbriSìi infecutor fu(iidil 
Ceu turbo nafeenres rofas . 

E quello che diciamo della Cantica, e degli Hinni, molropiù copio- 
famentc moftreremo à bafio con diuerfie occafioni ne' nollri Ecclcfialli- 
ci autori, c Iralianije Latini. Per hora nel fine di quello dificorfioàpropo 
firo di Pacetic,e di vrbanità, vogliamo rraPcriucrc vn gran pezo di ragio 
namenrodi S.GriPoftomo ftampato in Bafilea M D. XXXIX. fiopra le 
parole di S. Paulo àgli EPcfic.j. allegate da noi : il qual pezzo, chi non 
Vorrà leggerlo potrà laPciarc: ma chi lo leggerà, vedrà per certo rnoko 

D d 4 chia- 


4*4 V- Predicatore del P.antgaroU 

chiaramcnre.quaco i Cluiltian.i huo.mini, poco conuenienti'fiafto nò fo 
le le fcurnlicit.ma le vrbuniradi-ancora,e le facctic;Ecco le parole di lui» 
[Nullus igitur lìt nobis fermo nciofus,ex ociofo quippc fermoncinci 
dimus «Scili abfurdosipralcns téptis non cffundédi gaucbj.vcl ludhxsell, 
tribuladonù,& lamcnradomì;Tu verodenitcr vrbanis facetijs iocularis? 
" quis athlctanì fladiù ingrelfus, rettela folicicudinc cù aduerfario cercati 
di facetijs varar ? inibir Diabolus, circuir rugicns, vt rapiat omnia, mo- 
.ucr,ac tentar omnia, aduerfus caput ruum inucrtir, txrraq: nidumcijcc- 
rc remoliturdentibus.ftndet, ac fremir ; ignem fpirat aduerfiu faluteni 
ruam,& ru fede facetias cffundens i & qua- llulta funt, & ad rem non 
Conueniunr,tffutien$ ? Potcris iraque iplumbene fupcrare? ludimus dL- 

• IcdlirVis difeere Sanctorum conucrfationcm? Audi Paulum dicenrem. 
Tricnnium, inquit , nodles ac dits non dettiti cum lacrymisadmoncre 
vnumqucmq; vettrum. Si ver& prò Milefijs,& Ephcfijs tanta vfus eli di- 
Jigentia.non facetias loquens , fed cum lacluymis adinonitioncm infc- 

• rcns,quiddcali;s dici potcrit? Audi vero quid, &Corinthijs djeat, ex 
multa n ibulationc inquit, & anxictatc coidis fcnpfi vobis per niultas la 
ciymas. Et iterum, quis inrirmatur,& ego non infirmor? Quis offendi- 
tur,& ego non vror? Quin audi quid alibi dicat. Nam & nos inquit, qui 
fumus in lioc.tabcrnacuìo gcmimus,& per fingulos dics, vt ita dicam,ex 
hcc mundo migrare copiente Aportolo , tu i ides & ludis ? Belli tempus 

« eli, «Se tu qtue tripùdianr.um funt vfurpas? Non vides bella gcrcntium fa 
cies quomodolint triftes,contratìis fupcrcilijs terribilcs,&horroie pie 
na. Viden aciem oculorum autttramlcor excitatum faliens,& palpitas? 
animimi colledlum.rrcnKiitem, ac trepidamelo, vt’rnultam dilciplmam 
rcnimq; concinnitatem taccam . Itaeiue apud silos non licct turpe vcr- 
bum diccrc: immonc Icquiquidc-m temcrc,multum lilcntij illis, quiin 
cxercitu funt,fìbi inuicem inandantibus.fi crgoilli, quibuscum finii bi- 
Jibus,& carnalibus lioltibus bellum ctt,quiq; nihil ex fcrmombus nocc- 
ri poterunt, tanto vtuntur lìlcndo: tu cui, in fcrmombus bellum crt, ini- 
ino porior pars belli cam tibi partem incautam rclmques,& nudami An 
ignoras quod hinc potillìnium pluribus infidijs obruimur ? ludis , dcli- 
ciaris,facetias dicis,ac rifutn moues.nihil ittacuranslQuot funt ex face- 
tijs penuria, quot incommoda , quot ttultiloquia, fed talcs inquis non 
funt facctiz. Verum audi,quod ornnem facetiarum vrbanitatem reiecc 
r»t Apoftolus. Belli tempus eli, pugna 1 , vigiliaium.curtodùr.armatur^Sc 
scici . Nullum hic locum habet ridendi tempus , ìllud cium mundi ed . 
Audi dirittura dicentem ; inundus inquit gau debit, vos autcnjcontrilla- 
biminùmaloruin tuorum grada crucitixus eli Chrillus,& tu rides? Ala- 
pis pcrcuffus eli, rantaq; còmodi tui gratia ad ucrtcnda tépettatc, quar te 
occupabat.padus eft,& tu deliciaris? Et quomodo,quzfo,ipfum non ma 
gisadiracundiamptouocas. Vcfùm quondam nonnullis restila ditte- 
re nseircvidctur , qua-& dittìcilcvitatur, agcpaucade illa ditteianiui, 
quàm lìt mala,docentcs,etcnim diaboli opus eli illud facerc, vt indiffe- 
rcntia contemnatur. Primùm igitur, edam fi indifferens efiet rcs irta, nc- 
que fic tamen illam contemncre opportebat, fcicntcm quod ex ca gcne- 
rcntur magna mala,& ira crefcat, vt «Se in fornicationc fijpcnumerò defi- 
nar. Quod auté indifferens non fir,lunc liquet. Videanmscrgovndena- 
fcat'.immo verò videamus quale opporteat tire fanduiinanfueium fcili- 
cec,mitcm,Iugérsm,lamcmantcm*iC tribulatiufancluscrgo non dì, qui 

face- 


Sopra la Vorticella LX XÌI. 41 f 

‘ faCctins loquirur, quia rid.culus eft, qui hocfacit, (. riatti fifitGnrcus, ’ 
■atque Gentilis , illis dumtax.it licer, qui in leena ludunt . Vbi turpitudo, 
ibi Se vrbanar facetiar, vbinfus intempeitiuus , ibidevrbam faceti!. 
Hic audi, quid Prophcta dicac . Seruite Domino in timore , de esultate 
ei cuni tremore. 

Vrbanitas cnim mollem facit animum , defidem attollir, de conuicia_» 
fipè partorir, debella facit. Quidverò omnino nunquid intcr viro* 
conftmitus cs ? euacua, qui funt paruuli . Et famuluin pridem tuum in 
foro quicquam dicere quod non polfir, non pateris , ru vero cum te fer- 
uum Dei clfc dicas, facctias vrbanas in foro loqueris. Animum fbbiium 
nemo deciperi t voler effufum vero, ac leuem.quis non odiat, de infedtc- 
tur ? ipfe fuo telo fernet conficit , neceget diaboli infidiji, ac violentia. 
Vtidverò difeas , velnomcn ipfum vide fvTf*i*tKK, dicirur varius , 
vcrfiitus.inftabilis, leuis, in omnia mutabilis . litudverò procul eft ab 
illis, qui petra: feruiunt , con fellim vertitur, qui talis eli , & tranfmuta- 
tur,oportetenimipfiim , de habitutn.de verba, de rifinii , & grolTum, & 
omnia aliorum imirari, &fcomn«ata edam liniere, de exeogirarc , ta- 
lem oportet , nam de iltud illi opus cft . Mordere vero feommatis procul 
cftà Chrirtiano. Necelfc cft edam vrbanis deditum ficetijs minime 
necelTarias infcferecipcrcininiicitiascorum, quos temere falibusfuis 
lidie, due pitrfcntcs fint, feu abfentes audiant. Si cs iftabonacft, de 
honelta , ve quid nim’is iniungitur , fis mimus de nihil pudefias ? quam- 
Obrem ingcnuis veltris non uiandatis, vt hoc fidane , nonne rem iftatn 
iudicatis inoruui clfe inhoneftorum , de minime modeftorum . Magna 
mala mcntem illam, qui facctijs iftis vrbanis dedita eft.magua diffolu- 
tio, de vaftitas inhabitant . Harmonia illius hiulca eft,curiofilm , de 
niarciduin èft idificium , timor exrerminatus eli , pietas fugata , lin- 
guamhabcs, non vt alios falibustuiS mordeas, fed vt Dco gratias a- 
gas . Non vidtscos quos motionesvocant.Samardacos illos ? ifti funt 
vrbani ilii , extcrminatc obfectoex animis veftrisingratam iftam gra- 
tuiti . Parafitorum cft rcs ifta , mimorum, faltatorum, fornicantium mu 
iicrum , procul à mente libera, procul ab ingenuo , procul etiam à fer- 
uti. fi qìiilquam eft ignobili*, fi qnilquam eft turpis , &obfcmus,iftc 
fit devrbane facctus. , 

Multisverò res ifta etiam virtus quidam elle nidetuc , de hoc ip- 
fum ludlu dignum eft. Queinadmcdum cntm concupifccntia paula- 
tim in fornicationem prolabitur , ìufìt edam non vt vrbanitas il la gra- 
tiofa vidcatur . Nihil cnim illa minus habet grati* . Audi quippè quid 
fetiptura jdicat. AntetonitruUm properat fiileur , & verecundii ob- 
fcruantem prscedic.Vrbanoautcm nihil i in pu dentili* , iraq'ueos illius 
non gratia , fed dolore plenum cft . Eliminemus Conliierudinein hanc 
menfarum, funt veri nonnulli , qui de pauperes ìftud deceant, òabfur 
ditatein. Eos qui inrribulauonibusfunt,vrbsmis facctijs infcruirc facifit, 
ubi quifo morbus ifte nó inualuit ? Iam de in Eeclcfiam irtttodudus eft, 
iam de fcripturas apprchcndit. Dicanine,quo mali huius excellentia dc- 
inonftrem)Pudetqu:dem,attamcn dicam. Volo cnim oftcndcrequoufq; 
mal uni hoc progreilum fit,nevidoar minutala cXageràre, de qua re mo- 
dica quidam vobis dilferere, fi forte, vd ita queam ab iftoilos er- 
rore abd licere . Ncque putet me quifquam aliquid fingerci , de 

fed' 


416 II Predicatore del PanigaroU 

edquxaudiui referara. Contigic vt aliquis hmus farinxapud qiiera- 
quam corum exiftens , qui frientix grana fefe plurimum iadtirant ( feio 
quidcm me rifiuti morurum.vcruntamcn dicam) appolita fcutella di- 
gerir l fifa, ai l'utiiia.^n -roTt t'fy t6»' r.uKt'a , hdc cft apprxhendite pucri, 
ne qua lic ira ventri . te aiij vicidim vx ei bi Mammona, & ci, qui ee noti 
habee, Se mulea huiufinedi abfurda vrbanieas irta induxie,ur quando di- 
Cunt Iamnon eft genefis . Ad £bfurditaccm dico illud inquiunc, Se mo« 
reseurpes. funccnim hxc verba mentis ab omni piccate defedata, An 
igitur iftaverba non funt fulmine digna? Se multa ciufmodi alia,quxab 
illis dicuntur, inucn ire quis potcrit ? proptcrca adhortor , vt ifta ornni- 
no exterminata confuccudine ca loqnamur,qux nos dcccant. Nec Ioqua 
tur oraSanfloruin verba hominum ignomimoforum , acrurpitim , qux 
cnira partici patio iufticix , cum iniquitate ? qux communicario luci cu 
tenebria. Debebac cnimiucunduincflenobis, Se amabile, vt ab omnibus 
abfurdis nos iplos abduccremus, quopromifla bona confequi valere— 
mus . ne tantopcre diftoluti circnius, mentifquc diligentiam, lacrimo 
niatn tot modis yaftaremus , ac pcrdcreinus. Mox cnim conuitiatur. Se 
malcdicit, qui ciufmodi facctijs vrbanis ftudet. Qiu vero conuitiatur in 
numera mala fibi ipfi accumular . Compolltis itaquc duabus iftis anim£ 
fpcciebus, rationique inftar cquorum bene parentium fubiugatis concia 
pifecnda fcilicet,& irx tumore, ita mentem vice aurigx illis imponamus 
vt & palmam fupcrnx vocationis apprehcndamus,quod contingat oro f 
Mos omnes confequi in Chrilto Iclu Domino noltro,&c. 


PARTICELLA 

SE TTAN TE S IMA TERZA. 

TESTO DI DEM E TRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 



Lludautermn <T*' t'Iua vuotiti Taìgwri : ><«*»- 

. Se P«a dfry/cifn TiKfrdi KAKti ti Trrit*» & h.t funt 
qux vocantur digmtatis piena verni fiata, & ampi p. Vtitur 
auleta ipfti Homerus #liqnando , £9 ad exacerbandtim , ac 
vhn rebus addendum : UT ludens terribilior e fi pi imufquc 
ipfe videtur inuenifle terribile! letta* e* , cm illud de maxi, 
mè remota ab omni lepore per fona de Cyc’ope inquam «V/»« >«* tit- 

rial , reliquos antera primos .quod fertur jctlUti Cyoopis muniti ■ nonenim 
ita ipfum reddidit dirum ope aliorum , cum duos riyffis focios deuorarit , nc- 
que ex ingenti ilio lapide , quo prò forìbus vtebatur : ncque è bacalo, vtex 
baevrbanitate . Vtitur autem buiufmodi forma, &Xenopbon. Etipfc ^ 
• • * quoque 


Sopra la Particella LX XI IL 417 

quoque dctrbìtates indurii è leporibui . ceu de armata (alt atrice. interroga tut 2 
Vaphlagone , num ctiam multerei fori pip forum fuermt in bello . Janèinquit: 
ba namque, & regtm fugar ant ; duplex cairn granita tappar eterea venu - 
fiate . vna quidem , quod non multerei fecutx funt ipfos in bcllumfied t^Ima- 
rones' altera uerò, in regem, fi adeo imbecilliti erat,vt à mulienbut in fugatn 
uerteretur ,/peciei igùur leporum tot , talefque funt. 

PARAFRASA 

B Omunquc fia Pvlo ordinario delle venufià non è 
dubbio, che cpcr dar diletto. EnondimenoHo- 
mero le ne valle anche tal hora per fare le colo 
t più terribili c più fpauentofe. £ parlando parca, 
che moftralfe maggiore brauura, c che folle il pri 
mo , che fapclfc fare fpaucnteuoli i motteggi : 
Come quando fece,cheil Ciclopc diccfle, 

A chi facc’io >1 fauorc. 

Di lafciarloper vlcimoà mangiarlo? 

Che fù apon to quello,che è paflato in prouerbio, 

Vnfauor da Ciclope, 

Il qual Ciclope forfi da Horacro fu fatto parere più fiero persi era 
dele,e fi terribile modo di motteggiare , che per gli due compagni 
di Vlifle, che egli fi dcuor” ad vn palio per la fmifurata pietra , che 
gli feruiua di porta alla fpelonca .epcr la pianta intera, che le ferv- 
* uiua di baftonc & appoggio.-Senofbntc anch'egli caua tal hora bra- 
uura da motteggi •• Come quando interrogato quel Graco da vn Ph- 
flagcnne.in prclcnaa di cui hauea afta fiato vna greca armatale ncl- 
l'effercito Grecoanche le donne folfero fiate, nfpoflefubito. 

Per certo fiate vi fono, perche effe medcfimeiu fuga hanno cac- 
ciatoi! voftroRè . 

H dicendo così due cofe con brauura e feuerità venne à dimofira- 
re: luna quali forti di donne follerò ncireffcrcito Greco, Cioè 
A11 azoni : e l’altro quanto da poco doueua cflere il lóro Rè, le don- 
ne fole lo pofero in fuga : Ma a noi balli haucr moflrato quante lpc 
eie di venufià fi trouino, &;c. 

COMMENTO. 

Q Vattro cofe vuol dire Demetrio in materia delle uenufld, Vna quante 
fiecie di utm flà fi trouino : e quefloi gii fatto nella Vorticella paffa - 
ta • l'altra qual fia l’ufo loro ordinario , e come nondimeno alcuni dìfufatamen * 

tefe 


4 1 ? 7? Predicatore del Pamgaroù 

tt fenc [uno ferviti; e quitto fà egli in quefia particela: Laterza in quali 
{oggetti principalmente fogliano fondarfi le venufià : e quitto dirà cgliutUs 
Tur tiullx fegutnte. 

E finalmente quali ftano i luoghi communi ; onde le venufià ftpofiono co. 
tu* e : e di quctlo tratterà per molte Tarlici Uè mfinoalfine diquejla nota ve- 
na fi a . Per bora efiendo ordinario xfo delle venufià l’e fiere adoperate per fa- 
re più ornatole più piaceuole il ragionamento , ammira Demetrio l’ingegno di 
Homcro, che fù il primo i faptrfi valere delle burle, de i motteggi per ina- 
grire e fare più terribile il pattare : Jn quella maniera, ciré da medicamenti fi 
cauano veneta, e da vencni medicamenti : E l’cfjempto è oue tgli parlò di Voli- 
femo Ciclope, U quale egli fi sforzò di defcriuerc per molte cinoflanze bor- 
rendo e terribile . 

Difie fra l' altre cofe ,'cbe à x n patto folo mangiò, anzi trangugiò caldi cal 
di due compagni di P lifie ; ilebe non filo imitò, ma auaniò nella perfona delC 
Creo l’^Cr lofio in quei ver fi. 

Vbumana carne meglio gli fapeua, v. •' 

€ prima il fa x 'eder,che all'antro armi, 

Che tre de notiti giovani, c’baucutLj, 

Tutti li mangia, anzi traguggia x ini . 

Difie del mede fimo Ciclope lo ttefio Homcro , che alla entrata del fuo ficco 
vna pietra fmifuratabauea,eperfittenerfi invece di battone vn grand òrbo 
re hauea in mano, delle quali due cofe la prima pure accennò l’^t nofio nell’Or 


to dicendo , 

Viene àia flallaeil gran fafio ne leua-j • 

E l’altra del medi fimo Tòlifcmo efirefie gentilmente, Ouidio nelle meta- 
morfofi ; oue dificj. 

Cui poftquam Pinus baculi, qua: pra*buit vfum . 

Ante polita eft antennis apta ferendis. 

t tutte quelle cofe fi vede, che fino grandemente atte per metterci manzi 
à gli occhi la fierezza, e la terribilità di Tollifimo .Tuttauia vn motto, che 
Homero gli fà dire, lo rende fopra tutte le cofe fiauentcuoliffimo, vedendoti ; 
che egli à tanta crudeltà a rriuaua, che infino del deuorare huomi/u vitti , fi pi - 
gliaua fchergo, onde diceua, 
chi faccio il fauore_j , 

*Di Infilarlo per lx Itimo à mangiarlo ? 

E Demetrio nottro parlando di utrgutìe , e di venuttà argutamente ne for 
ma egli ttefio una dicendo, che Homero più terribile hà fatto il Ciclope col mot 
to,cbe colla pietra, e col bafione : In quella maniera , che di [oprati medefimo 
difie, che Homero pure haueua fatto sì memorabile T(erco nominato una fola 
volta nel fuo poema come y lifie , ò Achille. 

■ Vice di più Demetrio , che da quitto ver fi d’ Homero, nacque ti prover- 
bio di dire , 

Favor da Ciclope, 


Quanto 


Sopra U Vorticella L X 'X 11. 4 1 f 

Optando altri a doni co[a nociua , c perniciofaje ù< n forft in rifpetto di al* 
turfaltra foffe manco tale, come fagliamo dire , Egli bà hauuto gratta di 
douer effen impiccato ; out panna, che alcuno merita fie,ò per mgiujlkia por- 
tale pericolo di hauer /uppUtio maggiore . 

Di quelle forti di grafie da Ciclope, erano quelle, che tante volte dice Cor. 
tulio Tacito, che faceuano quegL impcradori , an^i quei mo/lri Romani, quan 
do facendo morire huomini innocenti , faceuano nondimeno loro grattatine po - 
te fiero elegger fi qual genere di morte più loro parcua • Come, 

Sorano, & Scr inliardaturmortis arburium. 
q^el 1 6 degli annali, & altroue. Ef anche il no Uro Boccaccio fece fare vn» 
di qurfli doni alla Violante da Mifjer Amerigo fuopadre, quando , 

(jMtfc veleno in vn nappo con vino, e quello diede ad vn Juo famigliare ,& 
vn coltello ignudo con cffo,c difie. 

Dà con quefle due cofe pila violante, e fi le dì da mia parte,che preflamente 
prenda qual luotel’vna di quefle due morti, ò del veleno, ò del ferro. 

ponto minore fà la corte fia del famigliare mandato, il quale foggiunge 
il Boccacci , che 

• Perche ella cofì lofio non elcggcua , le dicea villania,e volatala conflringe- 
redi pigliar fino . ^ 

Senofonte amh’egli, dice Demetrio, che imparò à feruirfi bene di motteg- 
gi per brauura : e l'efjempio ch'egli ne apporta è ncll’ilsfnabafcal libro Jefioi 
One alla prefenyt d’un huomo di Tafiagonia battendo vn Greco per dargli fo- 
lazzo fatto ballare vna faltatrice armata , lo volle mordere ilTaflagone do- 
mandando fe nc gliefJcrcitbGreci, fi armauano donne : alche pnHamintcri- 
fpofe il Greco con motteggio breuifiimo , , 

Sì fannoiccbe fiavero poferoinfugailvofìro'Rt. 

Oue fi vede che il Gre cocolla frizza del pronti filmo motto rifeofie fcjltflo , 
rìmorfe, chi l’hauea rnorfo, e con molta brauura mostrò il valore della ^ma- 
gone, e la viltà del 7{è cacciato da loro. 

Di quella forte di motti braui fù quello di Leonida, quando efiendogli det- 
to, che l’eferciio di Serje era fi nume rofo, che faettando annuuolaua 1 1 iole, e di- 
cendogli t no, 

1 nemici fono vicini à noi . 

Et 1 gli à loro rifj>o/c_3 ■ « 

E noi combatteremo alTombr&j . 

I quell'alt 10 , quando f amido la tr.oflra de* faldati ’m %A tene , &àcafo ef- 
fondo fi quiui pr< fio az y flati due galli , marauigliandofi molti di vederli fi ua 
loro lamenti combattere, nuolto egli à f Idoli, 

E quelli, difie , non combattono pi r la patria . 

M<* troppo noiofa , e troppo lunga riufartbbe la fatica noflra,fiin ogni fot 
tedi morti tutti quelli ò d'antichi, òde" moderni volt ffimo ammafiare, che nel 
medefimo genere fono flati ò detti , ò ferini . Giàmofirammodi Jopra 
quanti fia fiata fatta quell opra, d quali ci rimettiamo. Solamt/nc à quello 

propofito 


Sopra la Particella LXX 1 II. 4J1 

lordante i° os cws; Per giru.n denciu.n eitis formido; Corpus illius 
quafi (cura fufìJu : compadtuin fquamis (è prarmcntibus jvna vni con- 
lungi tur , &nc fpiraculum quidem intercedi: per eas . Sternutano eius 
fp!cndorignis,&rocuh eius.vt palpebra diluculi : Deorceius iampades 
procedunr (icut rxdar,ignis accende. De naribus cius proccdit fumus, li- 
cut olla; uiccenfc atque feruemis : Hilitus eius prutius ardere facit, & 
fiamma de ore eius egreditur. Cor eius indurabitur tanquam lapis, & 
unngetur quali malleatoris incus. Cum fablatus fucnr,rimcbunt ange- 
li: Cumapprchcnderireum gladius fubliltere non porerit ncque batta , 
neaue thorax . Rcpu tabi reni ni qualjpalcas fcrrum,& q ufi lig„ um pu . 
cria uni ars. Non ftlgabir cum vir fagittarius , in (tipulam vcrli funt ei la- 
pules rundx : Quali ftipulam xltimabit malleum , & deridebit vibran- 
tem haltatn. Sub ipfo erunt radij folis,& Iternct libi aurum quali lutum. 

1 cruclcere faciet quali ollam profondi! n maris , Si poncr quali cum vn- 
guenta bulinine . Poli eum lucebit fé i ni tacili ma b ir aby|lu m quali tene- 
icentem.Noncfi fupcrterram potcltas,qu.rcomparciurei , qui fadlus 
eli vtnullum rimcret . Olirne fublimc videi, ipfc eli Rex fuper vniucr- 
los tihos fuperbix. ] • 

Cile fc di fillomi ni limolici vogliamo ragionare per ogni modo , non 
cede ponto di horrore al Polifeino di Ramerò | a deferittione del Gigan 
te Golu nel primo de* Regi a! 17,011, li dice Oc egli era, 

[ . ntl| dinis fex Cubitoruin & pai. ni, ec cuilis.rrca fuper capurcius*» 
& onci ha naca md icb uur . Porrò pondus lorica: eius quinque inillia 
Iklorumxiis crat.&ocreas aureas habebat in cruribus, &Clypcusau- 
reus regebat hunicros eius , ballile aurem haltx eius crat quali liciato- 
R-'i ri tCXCnC1Um, ' plu 11 aucem fcmim eius fcxccntis liclos babebat 

Et altre cole tali. Che (e Demetrio oltre la deferittione della pcrfon'a 
del Ciclopc Itupifcc , c iò H omero Phabbia fatto crudelmente motteg- 
giare, a no. pare che p.u terribile alfai forte lo fcherzo di Golia, quando 

J i VCnirC lnCO ' irr 2 . non / . d ‘ jltro binato Dauiddc.clWi baftoncj 
e frombola con vnamarirtìmoforrifo gli dille, 

'Kunquidcgo cauis fum,quod tu venisad me cum lucido: fed veni ad me, & da- 
bo carnes tu u voi. udibili cali bcshji terne . 

1; JP* d ‘ vcnultà ò feberzi borrcndi fono tutti que* terribi- 

brtimi rifi di Dio , de quali fi tratta in varij luoghi delle Scritture facre , 
come farebbono nel Salino 1. 

Qui habitat in caii% } irridebit cos . 

Nel Salmo j 6. - .... 

Dominili vitcmdrndebii eum . 

Nella Sapienza al 4. ’ a*. 

llloi autem Dominu • irridebit . 

to uT e Zlt/lì 0rr0re prouerbi j aI P rimo > d °PP« hauer dee 
r da vn S rif<» ?ror mo: qua muocaui & renutihi &1. Egli mcdclimopu- • 

c L a vn n 0 artl arilIìmo caua la terribilità dicendo , y 

adJwu^ Mmi ' ltmtHMeflr0rÌdel ”’ &f ub f‘ mn * b ° cum Hobis , id quod timcbatii 

mnifn»« C K • < ? clla natura pure fono nella Scrittura., 

molti luoghi, oue altri con Ironia, c fornitoli lamentai minaccia^ 


me 


4 ] 1 Jl Predicatore del Pummarola 

me quello neM’Ecclcfialte .J 1 1. 

lattare ergo luitcnis in Mefceniu tua , & in botto fu cor tnum in diebu'i iute»* 
tntis tua , & ambula in uyt coi di s tui & in mtuitu oi ulj, um ìuorwn .' f 

Qu ifi dica fori idi nd.u n .r mcntc.l'a purealla peggio che tu fai,raa. 

Setto quod prò ognuni bis addirei te Detu in ntJiuum. 

E quell' altro fomtgli.m infimo ne’ Treni al 4. 

G aule £r latore fitta Ldam,qux habitat in terra Hus . 

Statrenc pure in allegrezza c tetterò terra di ldumea-.chc anche per te 
ftà app.irecchiatoil Pagello. 
te quoque peruemet caltx . 

Cnci.i vero fu più terribile , e la minaccia più operò pronunciata con 
quello rifo ironico, che fc fcinpliccmente folle llata proferita. 

Nella Gencfi Ironia amara fu qclla , 

Ecce .4 damfaSus eft quaft untu ex ttobts . 

E quel l’altra, 

Ecce fon.niaior uenit. 

Nell Efodoal 14. quando vedendoli auuicinare l’clTercico armato de 
gli Egitti) , temettero gli, Ifracliti, e lì lamentaronodi Moisc, non è 
dubbio che il farlo con Ironia fù più atroce,& accrebbe l’alprezza della 
querela dicendo effi, 

Ferfttan non crani fepulcbra in Aegypto , ideo tuli fi uos,ut moreremur in foli in- 
dine^ • 

Similiflìmo à quello ne’ numeri al 16. 

Renerà india isti nos in terram,qu£ finn riui s laftis,& mellis, & dedifli nobit 
fofeffiones agrorum, & utnearum : *An&oculosnoRros uts eruere ? 

Se bene niun luogo vi ha forfi nelle ferirmi cjouc meglio fi fcuopra il 
derlfo della Ironia , che ouc Helia con acerbo modo di dire motteggia i 
Sacerdoti di Baal con quelie parole , 

Clamate uose malori . Deus entm eli: htfjrfitan loquitwr , ani in diuerforio e/ì t 
ani in itinere: cut certe dormii ut exciteiur . 

Scherzo amaro, fi vede che c anche quello del Salmo 49. 

Si cfuricro,non dicam libi . 

E quello di'San Palilo^ 

P uto quod & ego fpirilum Dei habeam . 

E ne gli atti di Santa Lucia,che legge Santa Chicla nella fella di Iei,fi 
vede che Pafchafio giudice crudclimmo, à guifa del Ciclopc di Homc- 
rodavna venullà volle cauare il terrore , quando con vn billiccio mi- 
nacciando dille , 


Cefjabunt nerba ,cum ucntum erit ad uerber '* 
Ma di quello aliai. 





1 • 4 n 

PARTICELLA 

SETTANTESIMA QVARTA. 

■ TB STO DI DEMETRIO 
Tradetto da Pier Vettori. 

V nt autem hi quidem in rebus lepores , ceu nympharumJk 
horti,hymai£Ì, cupidines, tota Sapkonìs pcefts ; huiu [ce- 
rti odi namqne,quamuis ab Hipponaftc di^af aerini , lepi- 
da, junt. <3 ipfa res hilarius fu a / ponte e fi.: nemo enim ca- 
nithymenxum iratus:nequecupidinem E rinnym faciel ut 
locutioms ,autgigantem: ncque ridere plorare . Quapro- 
pter fi quii in ri bus lepos e fi, hac omnia locutio facil ve- 

pu fliora. ceu Slf S 1 èrvTcìvS'apinKcvpir^haipiiìrdiifàr K*ao V «Jnfiiw ,'ta.pix t*n 

srautrm. hic euim & lufcinia e fi lepida auis: & ver, natura lepidum,multum 
Samen ornamenti à locutioue : & funi venujliora, illui > & Mud W* 

iaficvncvpn, diccre de aui quxfcilicet poeta propria funi. 

PARAFRASÒ. 

• * ‘ . • 

f 

Oggetto delle venurtà fouo fenza dubbio prìncipalmen- 
te,hortidi ninfe, himenei, amoretti ,c tutto l’argomento 
della poelìa di Sapho: effondo else cole per fua naturali 
leggiadre e vaghe , che nè anche Hipponattelc potrebbe 
dire fenza grana; E non cfsendo poflìbile , che qual fi voglia Jocu- 
tionc per poco ornata, che fia ragioni rdegnofamcntc di Hi. i, eneo, 
òfàcciache gli Amoretti furie appaiano, òmofiri, òcheilrifofia 
pianto; Che le à quelle cofe tanto leggiadri in fc llcfsc aggiungerà il 
ragionante anche parole e modi di dire gratiofi e vaghi, tanto mag 
giorefaràia vcnufla. Come quando Homcro parlando d’una roh« 
gnuoladilfo, 

Comeauara fanciulla. 

La nepotediClori all’hora canta* 

Che fi luegliano. i fiori in ciafcun prato . 

Oue già Tappiamo che e l’Vfignuolo eia primauera, vaghe cofe Co 
no verl'o di fomedefirae, ma à quelle alcuna vaghezza propria lua 
aggiunfe ilPoeta, principalmente appropriandoqucllcparolcaua- 
ra fanciulla,c nepotc di Clori ad vcceìlo, le quali alla vergine Filo- 
mena apparteneuano. 

Parte Seconda. He 




COM- 


454 fi Predicatore del PtmìgtroU 

C O' M MENTO. 

’ J r \ . , * , r * * 

S Eguita Demetrio à dire , quale pa l'ordinario paggetto delle venuti à : 

E quali materie pano per fe flcjjè e per natura propria leggiadre , eva- 
gbe: E dice quello che è veri (fimo, cbe tali jonogli botti delle 7^tnfe,gli H ime- 
nei ,gli dimori , e tutto l’argomento del poema di Safo : La quale Safo, crede 
mcjfer'Pier’Vettoritbe componete gii àlcund cofa ,oue minutamente deferi- 
, ut f)e borii diT^infc, come HomeroncU'Oiiffea l’antrodclle "b/mfe dtftrifie ; 

E cbe però ‘Demetrio fra le vaghe cofequefle arti diTdjnfe babbia r ammetta 
tate . Se bene à dire il vero ò cbe Safo babbia compofla coja tale ò nò , perche 
egli botti in fe fltjp,e le Jqinft in fc medefìme fono leggiadre tofe,tanto più ra- 
gioneuolmcnte vernile materie faranno congiunte injicme gli botti delle Dfirt- 
fe ; Il Tafìo noftronondi 2(i nfa, ma di Maga certo un botto dtfcriffem modo » 
che io non so otte maggiore v agbcgga , e leggiadrie poflano veder fi radunai » 
infime- quando difft, * 

Tot cbe lafciar gli auuilupati calli 

fn lieto afpetto il bel giardin s’aperfe i - 

utcqtie fiagnanti , mobili Cbrtflaìli 
f ior vari/, e varie piante, herbe diuerfè 
apriche collinette , ombrofe valli , 

Scine e fpelonche invna vifla ojferfc , 

E quel cbe'l bello e’I caro acquila ì l'opre 
L'arte che tutto fa nulla p Jcuopre 
Stimi ( tì miflo il culto è col negletto ) 

[ Sol naturali e gli ornamenti, e i pti 
Di natura atte par , che per diletta 
L' imitatrice fua feberzando imiti. 

. L'aura, non ch'altro e della Maga effetto » 

L'aura che rende gli arbori fioriti .* 

Co’ fiori eterni , eterno il frutto dura , 
t mentre (punta l'un, l'altro matura . 

trcnco t/i po,t tra l iflefia foglia , 

Sou ra'l napente fico inut ctbia’l fico. 1 

fendono àm ramo un con dorata jpoglia 
L’altro coovtrde,il nouo,e'l pomo antico . 

Lufiurreggiante Jerpe alto e germoglia 
La torta vite,oue è più i borio apri co , 

' Qniivua ba in fiori ace>ba,c qui d’orl’haue, 

O dipÌTopo,c giàdmtttar grane . -, 

■. > Ef il Boccacci mede fimo H/int volta anch’egli nel ‘Decameron deferiffe vn 
giardino con tutte quelle vcnufli,d me pare cbe pofmo maginarfi maggiori * 
quando d'vn giardino nel principio della terga giornata dice cori, ■ •** 


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Sopra laParticeUa L XX IP, 4 j / 

Effo haueua d’ incorno da Je, e per la me^o in affai parti vie ampiflime tutte 
dritte come ttraci,e coperte di pergolato di viti , le quali faceuan gran viUa di 
douere quell' anno affai vue fare , e tutte all'ima fiorite fi grande odore per lo 
giardino rendeuano,che me/colato infieme con quello di molte altre cofi, che per 
lo giardino oliuano , pareua loro effere tra tutta la fpetieria che mai nacque in 
Oriente. La trera delle quali vie tutte di rofai bianchi e vermigli, e digelfomini 
erano quafi chiufe,per le quali cofi, non che la mattina, ma qual' bora il fole era 
più alto Jenza effer tocco da quello vi fi poteua per tutto andare: Quante e qua- 
li, e come ordinate pofic fufiero le piante, che erano in quel luogo , lungo farebbe 
à raccontare, ma niuna n’è laudatole ,la quale il noflro aere patifca, di che quiui 
non fia abondeuolmente : Tfel me^zo del quale , quello che è non men commen- 
dabile che altra cofa che vi fofie,ma molto più, era vn prato di minutiffima ber 
ha, e verde tantoché quafi nera parea dipinto tutto forfè di mille varietà di fio 
ri : Chiù fi d'intorno diverdifiimi,e vini aranci e di cedrici quali fiauendoi vtc- 
c hi frutti, e turni, &i fiori ancora non filamento piaceuoleombra d gli occhi ! , 
ma ancora all’odorato faceuan piacere . Ufi me^zo del qual prato era vn fon- 
te di marmo bianchi{fimo,econ marauiglio fi intagli . fui entro ( non fife da na- 
turai vcru,à da axtificiofa ) per vnafigura,la quale / opra vna colonna, che nel 
megzodi quella diritta era,gcttauatant’acqua,e fi diritta ver fi il Cielo, che 
poi nonfenza diletteuolfuono nella fonte cbtirijjima ricadea,,cbe di meno hd- 
uria macinato vn molino, la qual poi ( quella dico che foprabondaua il pieno 
della fonte) per occulta via del pratello vfcita , e per canaletti afs ai belli, (3 
artificio/amente fatti fuori di quello diuenuta pale fi tutto l’intorniaua : E quin- 
di per canaletti filmili, quafi per ogni parte del giardin difcorrea . E quello che 
feguita. Che fi noi fi come de gli boni, cori de gli bimenei, e de gli amori ad- 
dotti da Demetrio per / oggetto di venufià volt [Jimo lungamente ragionare, tro- 
tteremmo fenga dubbio ne i nofiri e Poeti, e profatori Italiani, cofi leggiadramen 
te, e così vagamente trattate tutte quelle materie, quanto ò latini, o Greci au- 
tori facefsero giamar. iVl4 à Demetrio tornando , gratiofa cofa èquclla ch’egli 
figgiunge,che quefte tali materie fono fi gratto fe, che ne anche Hipponatte fin- 
%a gratia farebbe poffibile che le trattajse. Il quale Hipponatte fi ba da (ape- 
re chefù vn Poeta lambito afiai tctuco enoiofo huomo , ma di più con vn mo - 
fiaccio cofi contrafatto, cofi cagnagzO, e cofi da 'Barone),, che i pittori di quella 
età fi pofero i pingerlo per beffa, & ad attaccarne magmi per tutto : Di ch^ 
egli fi adirò tanto , & allajùa naturale ritrofia con quella occafione aggiunfe 
tanto veneno e tanta fti^za, che più niuna cofa di/se mai fe non mordacemente , 
e uenenofamem c: E però d meflra re quanto le materie fopranominate filano gra 
tiofc,dice eccellentemente ‘Demetrio, che ne anche Hipponatte femprefgratia - 
tifiimo potn bbe di cofi tali ragionare filila gratti : ‘Perche in fimma chi vuol 
fare, che gl ’ bimenei nonfiano cofe allegre : Chi farà mai chi gli amoretti fìano 
furiefi moiiri ? (che per giganti baurafii ad intendere in quello luogo mofiriè 
cofa chiara ) e chi farà che il tifo non fu riforma fia pianto ? Certo neffuno.Epe 
rò refia chiaro che trattate materie filmili anche jenza alcuno aggiunto d’artifi - 

E e 2 ciò di 


Dif 


I 


4 3 <5 1 / Predicatore del PanigaroU 

t» di chi le tratta fempre verni fie faranno ,egratiofe : Ma molto più faranno lo 
dice Demetrio fe oltre la natura leggiadra delle cofe trattate, anche chi le trat- 
terà aggiungerà d'ingegno fuo manie re di dire, e parole venufle,e gratioje • cjjen 
do egli tenffimOfCbe s’io ragionerò de t figli di Venere ^mo faranno fempre^ 
grattofe cofe : E nondimeno dicendo io , 

I piccioli amoretti. 

T^on riufeirò sì vago come dicendo , ' » 

I pargoletti amori. , 

'Perche la mcdcfma cofa ben fempre vaga infe hà nondimeno della maniero 
dtll’cfjer detta più venufid rieeuuìa nel fecondo modo, che nel primiero . E co- 
fi occorrenell'efiempio , che adduce ‘Demetrio tolto dall’Odifieadi H omero, 
oue alla naturale vaghezza dille cofe fi vede che bà aggiunta molta grattai 
ancora /’ artificio del Poeta : Parla dell’? formio in quel luogo Homcro,como 
babb.amo detto nella Varafrafe,e dice- • ' ' :i - 1 

(ernie auara fanciulla , 

La Kepote di Clori all’ bora canta, 

- Che ftjuegltanoi fiori in ciafcun prato. * V ; 

E t e rumente le materie fino vaghe per fé fltffe : la Tritnauera , & il canto 
deli'/' figliuolo ■ Ma quanto dquefla vltimafe Homero bautffe detto, 

\l rofignuolo dolcemente canta . \ 

•Ben lìaiircbbe la cofa in fe burnita la medefima venufid per fua natura > ma 
dall'ingegno del Poeta non haurebbe guadagnata gratta alcuna : la doue dice 
Demetrio, che fu grandiffma aggiorna divagbegga, e propria del Poeta il do- 
mandare l'i figliuolo, Fanciulla auara,e nepote di Clori. (fife ebefe te conuengo- 
no no» per quello che ijma per quello che fu, cioè non come ad augello tale ; ma 

* tome à Filomena figliai Vanirne eforclla di Progne +be in velilo tale ditono 
i Poetiche fi trasformò. Virgilio anch'egli parlando del mede fimo votilo per 
dar grafia al dir e, non con il nome di rofignuolo , ma con l’antico di Filonu na lo 
domandò. 

Qualis populea m$rens Philomcna iub vmbra • , 

Amiffosquaeriturfoetus. 

£ l’^frioflo ad hnitatìone di Virgiliojtntbt l’altra fonila mtrodufie dirido, 
Qual Progne fi lamenta e Filomena } 

Ch’d cercar efea À figliuolini ita era, 

Utronailnidoiuoto. . 

Et jtrifiotile loda al medefimo propofito t ti detto di Gorgia nel J. tap.del 
tergo della Retorica , [al qual Gorgia hauendo vna rondine , che gli vo lauafib 
fra febigzatoaidoffo, dice rifiatile che molto allaccilo dtfje , v 

Quella i vna brutta cofa ò Progne, 

Efoggiunge che il motto fù bello, perche la tofa non tra brutta come ad veti 
lo,mafibene, tornei V ergine: Comunque fiafio non credo certo che in materia 
di canto d’vtelli più gratiofamente potefje dire alcuno di quello thè Ufo il T af- 

• hmqutiucrfii 


Soprala Particella LX XIV . 4 j 7 • 

V egro fi augelli infra le verdi fronde 
Temprano à prona lafciuette note. 

E qullo che feguita;tL perche M.Tier Vettori <\uà per cjfrmpiodi materie 
leggiadre , leggiadramente ditte addinola deferii tione del fiore di fi tulio in 
Vt flos in lèptis fccretijs nafcitur hortis . tierft, 

Ignotus pecori nullo contufus aratro ; 

Que:n mollicnt aur*E>fir;nat fol>educat himber. ,* . 

Multi illuoi pucri, multa: optauerepuellaj. 
jt noi pare bene per feruigio della noflra lingua il mettete qui Appreso, CO 
me badatala mede (ima cofal'^t rìojlo , 

La Verginella èjimite à la rofa, 

€he in pclgiardin s« la natiua finna • . , 

tJWentreJolae pleura ftripofa *. 

gregge ne paflor Je le auuìcina . • • vf ' 

• * L'aura loaue,e l'alba rugiadofa 
L'acqua ,la terra al fuofauor s’inchina 
Ciouani vaghi, e donne innamorate 
temano batterne i feni e tempie ornate . 

E come della (le fa rofa difft il T affo , 

Deb mira ( egli cantò ) (pontar la rofa ■ . 

. Dal verde j ito modefla e verginella > 

Che rnegzo aperta ancora e mez’afcofa , 

Quanto fi mofiramen, tanto è più bella. 

Ecco poi nudo il ftn già baldanzofa - . 

Difpiega: Ecco poi Ungue, e non par quella. 

Quella non parche defitta inaliti 
Fù da mille donzelle, e mille amanti. 

Luojii tutti , oue troppo bene fi vede quello che dice Demetrio , cioè quanto 
alla naturale uaghezzi delfoggctto poffa aggiungere di venufli e di gratta l’in 
gegno 'di chi ragiona . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

C Hi laude dalla Intera di Danctrio IcNinfc,c jjjl’Himenci.chc fono 
cole f.ui o!ofe,c vane .* k Er i n vVcc loro me t tette Verginelle, e inanimo 
ni; finti, potrebbe poi aggiungere cadi amori , Se horti, & ogn’altra forte 
di cofa perfe med stima II ggiadra.Et haurebbe nò della Pocfìa diSaphb 
trouato l’areòmen*' ;ma fi bene della Calici di Salomone : S'ino le vere 
note della Camici vn Choro de Vergini G.urofo 1 imi rane clic Aane fan 
pre in fcen.a.ajlc •uu'i horad;ce la fpnfu^idiwo votò fili* HicrufaLem fiin- 
ucnenth ddcclu t, mium & mmtìetis ci quiaamate tan&ueo- Et bora lo lpofo, 
*4 di aro voi fitte Hi-i ujalem per Cuprea* eeiuolque campo» itm , ne fufcitctts,7ieque 
euigilare faciatis J.tcclu )• quo idufquc ; pfa vela. 

Hiiì eneo è fogge tto dì tutta l'opra , perche d’altro quiurnon (i tratta 
che di accidenti àùtiénnri frafpofa c fpofa fino alla vltima vnionc loro, 
quando la fpofa finalmente. 

Parte Seconda. E e } jificn- 


!■ 


v 




t 


■ 4i* Jl Predicatore del Panigarola 

A fondu de deferto delitiji ajjlueni inni x a foyer chicli um tuum. 

De gli amori coniugali di quelli dùc li ragiona quiui fempre.e fi come 
la fpwfa con fella di effe re ardentemente innamorata dello fpofo . 

Fidate me flonbiu , iìipatc me nula , qua amor e Imbuco. 

Cosi lo fpofo di efiere (lato ferito da gli sguardi di lei afferma libe- 
ramente. \ 

Vidneraflì cor menni furor ma, fpoofa vulnerafi cor mcnm. 

Anzi in tutti i luoghi quafione nellaCantica.fi adopera la parola Vbe 
ra, i più intendenti hanno tradotto ^tmores lignificando vgualrtu-ntc la 
parola Ebraica Daddaim,c le mammcllc,c gli amori . 

Che fc horti.piate.fontane.ecofc fimili tutte venufte dcfideriamo,di 
cofe tali, cquafi piena la Cantica fcntcndofi dire da ogni banda , 

Sicut lilium intcr fpims , ftc amica mcn -> . 

Sic ut inditi inter Ugna j) luarum , fic etile £ius meus. 

Fiorei apparnerunt iti terra uofìras. 

Pinete fiorenti dedernne odorem fuum. 

[Hortusconclufus foror mea fponfa.hortus conclufus, fons fignams, 
Emilfioncs tu.Tparadifus malorutn punicorum , cuoi pomorum fru&i- 
bus . Cipri cum Nardo . Nardus &: Crocus . Filtula , & Cinnamomum , 
cum vniucrfis lignisLibani;myrrha,&aIoc cum omnibus primis vn- 
guentis. 

E cofe fimili. Nelle quali non c manco vero, che dal la cofa fola nalca 
la venuftà : ma che dalla forza e dallo ingegno dello autore molta leg- 
giadria, e molta grada vi Ila fiata aggiunta , lo anderemo mofirando ad 
occafioni . Per hora diciamo, che oltre quello, che fi contiene nella Can 
tica, altri luoghi ancora fi rrouano per le Scritture Sante, i quali e per 
l’artificio delrautore.e molto più per la natura delle cofe dette riguar- 
date in femedefime piene fono di venuftà c leggiadria. Come ouc li de- 
Icriucil principio dei conuito d’Alluero in quelle parole. 

[ Iuffit fcptein diebus conuiirium prxparari in vcftibulo horti , Se ne- 
nioris.quod regio cultu,&manu confirumcrar. Et pendebant ex om- 
ni parte renroriaaercicoloris,&Carbafini,achiacinthini fu (tentata fu- 
nibus billìnis, atque purpureù,qui eburneis circulis infcrti crant. Se Co- 
lumnis marmorf is fulciebantur: Icctuli quoque aurei, Se argentef r fuper 
paui.uentum finaragdino. Se pario (traumi lapide difpofiu crant , quod 
mira varicratc pidurx deelarabat.] 

Et ouc del medefimo libro fi dicc,che 

[ Efter circundata eft gloria fila , cunique regio'fulgerct habitu, aduni 
p(it dua? fanui!as,& fuper vnam quidem innitebatur, quafi prx deliti is^ 
Se nimiateneritudine corpus fuum ferre non fuftincns , altera ’autem fa- 
mularuin fcquebatur dominam, dctlucntia in hunium indumcnta fu- 
itenrans .Ipfa vero rofeo colorevultum per fu fa, Se gratis, ac nitcntibus 
oculis, &c.] 

Et altrouc . De gli autori Ecclcfiaftici poi apena occorre ragionare^ , 
perche niuno di loro v’c, alqualenon liaoccorlb innumerabili volte ha- 
u ere à trattare di venuftecofe, ccon venuftà. E già di fopra nel difeor- 
fo fcifantefimo quinto apportammo noi vn luogo di San Cipriano Tan- 
to leggiadro, c ramo venufto.chc à Santo Agoftino paTuc troppo: quello 
oue detto San Cipriano diffe, 

Vctùinus 


Sopra la Particella LX XIV. 419 

Tetamus bine falem : dant fcceflkm vicina fecreta, vbi dum erratici pjlnùnm 
btpfus pendali s ncxibns per arwidines biiulas repunt ,viteam porticHm frondtA-r 
teli a fecerunt . 

Ma oltre di quefto vogliamo addurne noi ancora vn folo di SanGri- 
foftomo,mainuero lcggiadri(fimopcrIamateria,che tratta, c molto pii 
per le vene dà e grafie, che v’aggiunge, c il luogo nella homilidz^. ad 
pop u! uni Ah 'loibenum contri irafecntes, oucincondemnatione dell'ira , cf- 
fallando egli l’animo d’un huomo quinto,c però comparandolo ad vna 
leggiadrillima cofa dice tutto quello . 

[ At micis huius mens cuidam mentis vertici fiinilis eft,auram haben- 
ri tcnucm,parum radium,pura fontium fluenta,inultafquc florum ama- 
ri tates vernantiumque pratorum, Se hortorum plantis,& floribus fron- 
dentium. Se aquis vi ridanti um irriguis : Si quis autem & fonus immur- 
muretjdulcein & mulram infparget audientibus voluptatem, vél auese- 
tiam canon fummis arborum infidcntfrondibus,&: cicada:,ac Iufcinix, 
Se hirundinesconcentum quendamconcorditerefficiunt muficum. Vcl 
zephyrus arborum folijs fenlim afpirans, pinos,& piceas fuflurrantes.dc 
cygnos frequenter imitans,& rof.v,ac viol?,& floritcs fc lenitcr inclinan 
tcs,& viridantes, quali mare cerulcum blande fluéluans exibent. Quin- 
imo multas aliquis inuenire ibi polfet imagincs . Nam cum in rofas qui- 
dem refpcxerit.iridcm fe vidcrcjmtabit: Cium vero violas , pontum flu- 
dluanccm:at cum Iilia,caslum,eft Se alia quxdam vox, cum à vertice mó 
ris aqua per riuos fpontc defluens , Se fubicdlis lapillis quieto fono fen- 
fìm immurmurat:& ita membra refoluit per voluptates,vc (latini laxan- 
tium oculis fomnum ingerat . ] 

Che certo non potcuagià San Giouan Grifoftomodi cofe ragionare, 
che fodero verfo di fc medefime più leggiadre .-eie grafie, c le venullà, 
che egli di fuo ingegno vi habbia aggiùte.colui folo non vederi, il quale 
non (apri quali cofe (iano venti dadi, e gratie.Monf. Cornelio nella fróte 
della prima (leda predica di venulte cofe venatamente ragiona dicédo . 

Si come in vn gran Prato pieno di vaghi , Se odorofi fiori , è difficilli- 
ma cofa ad vn girar d'occhio fapcr difeernere il più bello tra tutti, e il 
più odorifero, perche ciafcuno con la fua vaghezza , e col fuo odore pa- 
re, clic inuiti gli occhi e le mantecò riparlar mutolo l’uno à gara del- 
l’altro dica. 

Che fai viandante (chepcnfi ? Che miri fio fono il primo piglia me, 
e lafcia il redo : 

Il medefimo fece egli nel prologo della Predica della Beata Vergine 
con quelle parole. 

Se negli horti.e ne’ campi, gli alberi c le piante per non edere ingra- 
te.rcndono à gli agricoltori in abondanza,e fo*lie,c fiorile frutti , c la_» 
giullinima terra madre comtnunc paga il debito al Contadino delri- 
ceuuto feme : c quel che feguita. 

E noi ancora moire volte à cofe venufte habbiamo procurato di aggiu 
gerc gratie,c con cofe di nollro ingegno: Se bene per hora vna fola dc- 
Icrìttionc vogliamo (criuere.quà, che facemmo vnà volta in vn prologo, 
di cofa infc (teda certo leggiadra, cioè della vanità del Pauone : oue fedi 
nollro alcuna leggiadria di pjù fia data accrefciura,giuditiofarà de' leg- 
gitori: le paròle nodrc furono quede. 

E e 4 Quan- 


440 Il Predicatore del Panìgarola 

Quando fra fiori ,& herbe, hauendo per vn pezo tirata dietro ( lungo 
ftrafanoal manm) la vnica Comma delie fue belle piumeja (piega final- 
mente in ainplifiimo giro, e c< Ila varietà de’ Tuoi colori, quali dicendo al 
rato, e pur ti vinci ,pol’cin theatro oftenta le fue pompe ricchilfimcil 
auonc : fe bene da principio vagheggiando fc lidio erimirando con 
irai madira mano la gran madre natura, di porpora, d’azzurro, e d’oro 
no habbia formatoquel ricame occhiuto, ne piace à fe medefimo, giu- 
bila diconrcnto.gongola d’allcgrczza,c (là pur troppo al toro, c baldan- 
zofo ; che non sà nondimeno , che fe tal horj riuolto l’t echio al piede 
brutto lo vede ( come vede ) efehifo, curuo,ritorto,adunco,ruuido, ro- 
zo,e mal vcllitodaquel deforme offclb, tutto il bello fi fcorda.e pieno di 
dolore, manda conciulato ,qual querele indiftintc, òconfufc buftem- 
mc, horribihncntc le fue (Irida al cido,&c. 


PARTICELLA 

SETTANTES 1 MAQV 1 NTA. . 

» * 

TESTO DI DEMETRIO" 

Tradotto da Pier Vettori. 

*4tpè autem & res iniucunda funi natura , & odiofx : ab 
eoaut F m,quidicit fiunt btlares . hoc autem apud Xrno- 
pbontem r idetta pi imam imuntum ej]c , tum acecpijjct 
enim expertem rifui pcrjonam & odiofam^glaitadam 
Terfam, nfum inuenit ex ipjo Itpidnm 

Hai autem tjl potentiffima venti 
fiat, & qua max'tmè efl in arbitrio iucntis : rtt enim natura odio/a erat , Cr 
inimica leporis, quemadmodum & yiglaitadas : hic autem. tanquam paté fa- 
tti , quod è talibus ctiam rtbus iocus elici poti fi , quemaamodum & à calido 
refrigerati , cale fieri autem àfrigidis rebus . Qiiia autem fpcctis venufln . , 
lui n demonjlraturn efl, qua funi , & m qtabus inaiane , mne & locos indua- 
bo , x nde vemiflatcs ducuntur. Sunt autem nobis, ha quidem, in uerbis : hre 
autem in rebus iuditabimus igtiur & locos fcorjum . primos autem, tot qui 
in ver bis funi . 



ii 


PA RA- 




•&r . 


Sopra la Vorticella L XX V , 44 1 

PARAFRASE. 



E per - ' è vero, che i dicitori colà folamentc portino 
aggiungere leggiadria , ouc la cola è già vaga per fe 
ficlla: ma palla tanto oltre lo ingegno diche dice: 
che bene lpedb anche da cole per le mcdcfiine tetri- 
ccenufte.caua venufia, c piaceuolezze : Che forfè 
fu da prima inucntionc di Senofonte : egli certo par 
landò di /glaitadePcrfianohuomo,chcnon rideua mai , noiofisfi- 
nio,&odioiifsiiuo,ad ogni modo dal non ridere diluì troua modo 
di far ridere noi .dicendo , 

Prima da tc fi amerebbe fuoco che nfo. 

E quelle tali vcuulla lbno le più ingegnofe , che facciano i ragio-’ 
nanti,e quelle che più pendono del J’aibitno loro, pcrcioche per far 
le non hanno bilògno di venufia nella cola, ma qualunque fia il fog 
getto , eglino la grati.i vi formano dentro per le medefinn : come fe 
con cole fredde rilcaldaisero,c con calde lafircddaflero : Hora poi- 
ché habbiamo veduto quante fpetie di venufia lì trouano, & oltre 
l’ufo , quale è il loro ordinario foggecto, posfiamo a trattare delle 
fedi,ede 1 luoghi communi: onde elle fi cauano-I quali perciochcò 
nelle parole,ò nelle cofeconfifiono,oltre alcune cofe, che deliaco- 
pofitionc dire. uo poi,per hora da quelli faccianci , i quali nelle pa- 
role fole fono riporti. 


COMMENTO. 

• ••*-■ \ .■* * r ~ 

< * * ♦ 

V E rumente è tutta forila d'ingegno quella, dilla quale parla In qui fio tuo 
go Demetrio , quando cioè tffcndvlecofc di cui altri parla per Je jtep* 
fc mefte , tctricc , e lenitati flsmi dalla piactuoltgj^a , e dal tijo , cd cgt.i n o- 
do il dicitore tu caup qnajià mia fot^a venufia , t metti ggt 1 1 tè gran lau- 
de di Scmfn/;U l’tfiere egli flato il prima che di qui Pia maniera h.:ibta /apu- 
lo qua fi dal ghiaccio tarare il fuoco, e dal fide il meli :il luogo che di lui al- 
lega Demento , è mi fiondo libro della fuopcdia , ouc fi deferiue la nanna « 
di gl aìt aia .tanto nttofa,c Idrica, e che nulla più ; natura inimita d’egni 
piaecuole^a , & buomo veramente dyirairtr , expertem rifus , Ivi. tariff- 
ino da ogni grafìa , e che non ridtua mai , in quella maniera > che Cici rene df 
fC , ibi UM arco Craffo , ìlqualc una fola eolia in fa uita rife , per qui fio 
ancl/igli a>« Acts ft , venuta nominato . Hora con qntflo tale glaitadc 
dice Stnofontc , che ragionar a Hifìajpe t E che bauendogh i*s/glaìtfr- 
At detto i 

Èfbt 


44 Z fi Predicatore del PanigafoU 

E che cerchi Hitajpe} forfi ti farmi rideret'Non certo, rìjpofi HiRafie,tbt 
ben fi io come df te più lotto fuoco fi cauerìa che rifio. 

Che fu in materia tetrica piace noie riff>ota,e che dal non ridere d’altri fa ri- 
dere noi. Tanto più nel Greco, oue quella parola cauar fuoco hà più emfafi, t cbc 
mnbà nell'italiano, come fie diceffimo latinamente excudere ignem. 

Che però anche Virgilio di fie , 

Ex filicis venis abltruùim cxcuderec ignem. 

< JHefier Tier lettori dice che in Italiano nofi.ro fi potrebbe dire, 

£ fi canard pròna dalla rapa {angue . 

Et vn mio amico ragionando d'vn'huomo he fiale con chi procuraua dimet- 
terlo in buona corner fattone diceua, 

fhe prima fe ne farebbe cauata vna biatemma che vn motto : 

Ulta à queflo mede fimo propofito, della mede filma natura, e fimilijjìmo al - 
Veffempio addotto di Senofonte,à noi pare che feifie il detto di Lorenzo de Me- 
dici raccordato anche dal Cafiiglioni nel fuo Cortigiano, quando effendo eoli im- 
piegato in penfieri graui: e procurando vn buffone magro con fuemelenfaggòn 
importune di farlo ridere,alTvltimo venne fii^za à Lorenzo egli difie, 

Hora fiat ti in mal’bora,cbe fe tu mi folle fica ti, non mifarefii ridere . 

£til 'Boccaccio no Uro al fiteuronon è flato inqueflo artificio ponto dameno 
di Senofonte , poiché da perfine e mahnchonichiffime , & adiratiffime ba faputo 
cauar e modi placatoli , e per farciridcre. Vere fiempio ninna perfino credo 
io che pofiiamo imagiuarci, più lontana da ogni piaceuole^za, più / litica , e più 
noiofa che quella di meffer 'Ricciardo di Chimica ,fpoffato, dolente , e trifio. E 
pure nel defiriuere la per fona di lui per bocca della 'Bartolomea , trono modo 
cofi piaceuole,c feflofi quanto è in quelle parole , 

Andate , e sforzateui di viuere , che mi pare ungi che nò che voi cifliate a 
pigione, cofi tificuzzo,e trislazuol mi parete , 

£ poco più giù, 

‘fiicuituttoprcmcndouinon fi farebbe vno fcudellin dì {alfa. 

Tarimente perfino più lontana da piaceuolezze,'- più be Oliale apena poffio 
tuo psnjare che quella rammentata anche dal Dante dimefier Filippo èrgen- 
ti, huomo forte ffdcgnofo, iracondo e bizzarro più che altro .Et anche no» era_» 
fefia da ridere, oue il detto rgcnti , prefi Brendallo per li capelli^ traccia- 
tagli la cuffia in capo, e gettato il capaccio per terra con le pugna , le quali ha - 
ueua che parcuan di ferro, tutto il ufi gliruppe . 

E pure entro ad attione tanto lontana da piaceuolezzamefie il Boccaccivn 
detto piaccuuliffì mo, oue dice figuitando la medefima battuta. 

Che non gli lafciò in capo capello che btngli cole fife. 

Che riefee tanto piùgratio/o quanto che prima hauendo egli deferitto quefìa 
Brandello haucua ditto che era più pulito che vna mnfea, con fua cuffia in capo ; 
con vna ‘gazzerina bionda, e pi r punto fenza vn capei torto hauerci . 

• £ di quefli modi di vanità canate da cofc lontamffime da ogni vcnuflàjc ne 
Vouerebbom mille in quell'autore pufitiffimo ; oue fi conclude come dice < De- 
" mctrio. 


Sqfra la ParticeBa LX XV» 443 

mctrio,cbe ìnfuo arbitrio era l'efiere vcnujlo e piaceuole , e che non haueua bfi 
fogno fc fiere aiutato tifile materie, perette anche in [oggetti grado fifiimifiape- 
ua oue volata c fiere grado fo e fefieuole; Che è vn’tfcfidare con le cofe fredde , 
ò rafreddare con le calde ; In quella maniera che lanate il verno le mani nella 
ncuc bollono, e l’e fiate nell'acqua calda fi rinfrefea ; Ma delle quattro cofe che 
dicemmo di [òpra, che gii tre ne ha fatte 'Demetrio, mofirate doè le fpctie del- 
le venu sìa, che fono due, la più nobile delle leggiadre, e la più buffa de i fati , in- 
fognato l'ordinario vfo loro, che è per dilettare , fe bene alcuni anche à fgomett- 
tare fe ne vagirne : E dettoci quale è l'ordinario loro foggetto, cioè le cofe leg- 
giadre, e gradofe : Come anche delle tetriebe e mefìe vi è chi per forza d’inge- 
gno le si cauare . Mora vuole paffare 'Demetrio alla quarta delle cofe propo- 
fie-, Qoè ad infegnare i luoghi , e le fedi , onde le vrbamtà fipofiono cauare ,i 
quali luoghi perche ò nelle parole , ò nellepfe confiftono ; per ò prima che egli 
tofa alcuna dica della compofidonc , nel primo luogo delle parole appartenenti 
à qucflo fatto ; E poi delle cofe ragionai . 

DISCORSO E CCLESIASTICO. 

D I vn Colo Dottore Ecclefiallico , Se à vna fola occafionc vogliamo 
addurre ertempi per Io propofito del quale fratta Demetrio, ma 
molti e belfilfimi . Il Dottore c Gregorio Nazianzcno, del quale 
ne il più dotto, nè il più eloquente fi potrebbe addurre: E laoccafioncè 
oucegli ragiona del Iifcio dclledonne: Chein vero crediamo pur noi, 
che la più tctrica,la più odiofa,e la più llòmacofa cola non fi porta vede- 
re che vna vecchia lifrìata: E pure egli di cofa tanto djfgrariatainnumc- 
rabili grafie, c venuftàcaua nel ragionare. Come farebbono parlando 
alle donne medefime lifeiate. 

Dei formilm foedh coloribui inungitisàtart iamnon facies, fed Uruat gcfictit . 
Chein Grttocanchcpiù gratiofo per lobilliccio , conciolìacofache 
npóetnrtr lignifica la facia.c 'opotùthov la mafchera;ma più oìuc;fipulibri- 
tudo vobis d natura negata efificundom deforminem fugite . • 

Pulcbrituduiem, quxmamlut atque arte con pariti ur . 

Pulcbriiwhncm qua alena producitur , atque « triuidtbus muliercidis , g-r qui- 
dam pauci s oboli s enti poti fi ■ 

Vulchritudmem, q ua al fio fa in tararti fluitate ad iifum confi fiere po/efi, qua 
etiam lacryntarum r inali s pioditur &guttts exigws adco labi fafiatur, atquc’dde- 
tur,vt gena, qua priusgratijfimo quodatn nitore pr adita crai : eadcmrepetite non fi- 
ne magno hominurn rifu bicolor,fubatra, marmar ea,nigra,miiiioque tinti a appartai - 
Flagittofum cibi efiportabikm f ormoni multisque modts debtlem babau . 

.Alter um corpus Dei efl, alter um mortus . 

Penelope! injlar tclam nofiu fotuis, interdium texis . •• 

Internò Hccubam* extemè H eie nani refers . 

V enufias ifia Adonidi! bonus efl cito marce fieni . 

Volypt color, liner st in drena defiripta . . 

n tu cumgr acculi formim babau non timesitc detrafiis libi alienti ppnnis Ti- 
fimi monc.is ì ' 


V ficus 


444 IlTredicatore del PanìgaroU 

y nuns color m miilieribns amuùilts ejl tubar HU,quem pudor gìgnit • 

Et altre vcnuiiu e grette molte caua quello eloq icnuiiimo Dottora 
in qiiel luogo da cofa tanto ftomacofa , tome ciafcu t> facilmente potrà 
vedere per le mcdclìmo, che noi in quello tale /oggetto, non fiamo per 
fermarci più lungamente . 


PARTICELLA 

SE TTAN TES IMA SESTA . 

TESTO DI D E-M fi T R I O • 

• . • 

Tradottoda Pier Vettori.- 

Tatim igìtur prima rjì véuìftas ,<ju<e vafeitnr ex e onci fa 
oratione, quando idem d latatum inucnuflum fiR tm fue - 
rit;à celeritite autem vcnujìum. velutìapud Xtnophorr- 
tem T i? s'v7it'.wt6i ìuSir (cinti 7hc it>J f. : : sV« ìy -j àu']iit 

tiJ'ct drTi/uì KirS'ù'.Ofxaf reset. Tee Tnp'jWiiuirct . yji 

(ÙTof. quodmrn adiungttur iltud inquarti t?yj* tìhrtt ob 
crfiomtn venutiatem gignit ;fi auttm dilatai un fuifjet piu 
ribus verbis,quod feiheet btec vera flint .plani emm altri s babebat perforata s , 
narratio nuda fui ffl t pi o ventiliate . Sape autem (4 ditte res per vnam offe*. 
dunturpd vcnuflatenf paricndam. ceti de magone dormiente quidam inquit , 
qttod arcus intenfus burnì iaccbat,& pbarctra piena, f.utum fub capite: citigli-. 
la autem non folwtnt : in boc enim & infitutum commemorata m e/l de cingu- 
lo,<& qttod illa non foluerat cingulum,diu ris per inam ixpofitioncm } & ex 
hac concifme,elcgans quiddam natimi ejl. 



PARAFRASA 


’ Primieramente molta venufià riccue il ragionare 
da certe maniere di brama, cconcilioni :auando 
quello che più diflfutàmentc detto, haurebbe del- 
l 'ordinario , afchorcluato c fretto fi fa più gratto- 
fo: Come in Senofonte, 

— 1 - Mofiraua Agiafiaciie Appollomdc non potcua 

eflere Greco , e fra laltrc cofe, con l’br cecilie forate all'Afiatica di- 
ceria d’hauerlo veduto: Edicca vero- 
Oue quella parttcella,c dicea vero, coli conciamente detta trop- 
po 



Sopra la Particella LX XVI, 44 y 

pò maggiore leggiadria ritiene, che fc fi forte quali narrando più 
lungamente detto, 

ficeraia venta, che egli le orecchie all'Afiatica forate haueua . 
Parimente per la medefima concifione, e brcuità fi dà grana al 
dire; quando hauendolì à narrare due cofc.efle con vnaibia le fpie- 
ghiamo, come della Araazone dormente dille colui , 

In terra haueua riporto l’arco, piena era la faretra , c fotto il capo 
hauea lo feudo; 1 1 Ci n to erte non lo fciolgono mai . 

Che non haurebbe hauta gratia alcuna, fc due cofe fpiegando haà 


uefle detto,. 

Erta il Cinto non s'hauea fciolto, perche non fogliono le Amazo» 
nifcingcrfi mai. 


COMMENTO. I 

S E bene nell’infegnare i luoghi delle venufld non più fi refiringerà Deme- 
trio allena thè all'altra forte di loro , fi vede nondimeno che principal- 
mente dille venufld nobili ragiona : Cioè delle grane, e delle leggiadrie , 
non delle a rgutie,e dei fati, ò motteggi . Frale quali nobili 1 enufli, gratiofa i 
quefla della breuità.e conci (ione, co/i bene J piegata da lui nel tefto, e da noifL* 
nonerriamo cofi chiaramente reprefentata nella Tarafrafe : che poca faticala 
occorre che aggiungiamo. Efia nafce,oue quello che più lungamente fi farebb e 
potuto dire , e più lungamente per l’ordinario fi farebbe detto ,.con gratia fi 
afchorchia,e breuemente fi dice : E queflo-ò che m poche parole fi efprhna ilfuc 
co di mollerò che in vna cofafola,fi riduca la narratione di due: Del primo mo- 
do l’efiempio che adduce ‘Demetrio è tolto da Senofonte nel terzo libro della 
vdnabafe: oueefiendo morto Ciro, fi trattano in qual maniera l’ efferato diluì , 
fatuo poteffe ritornare in Grecia ;& hauendo vn certo * dpoUonide , ebefingeua 
d’efier Greco, dato * neon figlio indegno ; cioè che al nemico f^èdt’Ferfififup- 
pticafje per libero ritorno : riprefe quefto parere -4 già fta vero Greco, e ma- . 
gnau imo : E fra 1‘ altre cofe che egli diflc, moStrò che t^sfpollonidc non era ^re- 
co, e che egli n’era fiteuro, poiché gli haueua vedute foratele orecchie, che tra co 
fa vfata da gli sfiatici foli, e cofa che non haurebbono i Greci fatta mai : fi. Se- 
nofonte aggiunge che queflo che diceua c^igiafia di i^sipollonidc era veriffi. 
mo : ma lo aggiunge con vn modo di dire mo^go , e concifo in maniera che dà 
gratia grande dicendo , 

1 gli con le orecchie forate allopatica diceua di bauerlo veduto : E (ficca 
vera. 

E veramente quanto alle cofe , chiariffima cofa era che in quel tempo folii 
"Barbari vfauano di portare le orecchie forate: E che età cofa feruile , onde ha- 
uendo vn certo lOfncano ditto ingiuditio , che egli non fentiua la voce di Ci- 
Cerone , Cicerone per motteggiarlo c pungerlo di Barbaro t di finto, rijpofi ^ 
fritto, 

Se 


44 6 Jl Predicatore del PanigaroU 

Se valde mirari,cum aurcm perfora tain haberet; 

(JMa que fio importa poco . Quanto alla elocutiont . Sì vede ancora molto 
euidentementc,ibe qitefie tali maniere it conci fune, e brevità danno molta grò* 
tia-, tt à qui sìa di Senofonte . 

Egli con le orecchie forate all’ut ftalica , dùca di batterlo ceduto , e diceOLa 
vero, 

tuffai fimile è vna del Boccacci in (JM. Tur Torello in quelle parole t 
CMeffcr Torello dando alle parole di coflui fede, che eran ver'iffime, e ricor- 
dandoli &c. 

Oltre che in molti altri luoghi co la fola breuità fi vede, che egli ba data gru 
tia à fuoi modi di dire , come nelgelofo che confeffa la moglie ;Je egli bauefic a 
dalla moglie fatto dire , 

Io mi pofi in cuore di darti quello, che tu andaui cercando, e come deliberai di 
faremo fi mi è venuto fatfo. 

lAlftcuro non hauerebbe hauto la metà della gratta, else hebbe dicendo , 
lo mi pofi in cuore di darti quello, che tu andaui cere andò, e die ditelo . 

Isella novella di Hrendcllo e Ciuccio, fe del defmare di mefier Corfo Donati 
baueffe detto , 

Torirfi dunque à tauola, primieramente hebbero del Cete , e della Sorra,& 
apprefio del pefee d’ evinto fritto, e da quello in poi altro non hebbero . 

Ter certo che vi farebbe mancata quefìa leggiadria , che diede vna conci- 
fione dicendo , 

Toriiji dunque à tauola, primieramente hebbero del Cece,e della Sorta, & 
apprefio del pefee d'jl rno fritto fenza più. 

£ medefimamente mila mutila di Rjc riardo Minotolo non haurebbedata 
tanta gratta al fuo dire Catella in fimili parole , 

lo non sò à che io mi tengo, che non ti ficco le mani ne gli occhi , e te gli cavo 
della tcfla . Come fece dicendo , 

10 non sòà che io mi tengo, che non ti ficco le mani ne gli occhi, e traggogliti. 
£ di quefte gratiofe conci [toni, e afiljorchiamentifinnumerabili fe ne trouano 

prcjjo à detto autore . L’altro mono di breuità gratiofa, e conci fune venufta , 
è, quando due cofe fi ) piegano in vna fola : Come fece colui, il quale d’una A ma- 
zone, dtffe , 

In terra haucua ripario l’arco: l’iena era la faretra , e fitto il capo haueua 
lo feudo: fi Cinto, effe non lo fiiogluno mai. 

In vece di dire , 

11 Cinto efia non l’hauea friolto , perche non fono folite le ^{magoni di feto - 
glierlo mai , 

Che in vero fi vede, che il primo modo per la concifiuneha grafia maggiore , 
e fe bene vna cofa fola fi dice , l'altra nondimeno viene vgualmente fottointefa : 
< fratta tale adoperò quel Fiorentino, il quale per mordere lafiatua dcll'Herco - 
le, e del Cario fatta da Baccio Bandinelli, vi appiccò vna notte tre verfi che di- 
cenano in perfona di Cucco <■ 


« Sopra LParticeBd LXXVU 447 

Remi deh non mi dar, vacche e vitelli 

Ti renderò. 

Il bue l’ha battuto Baccio B andinelli . 

fn vece di dire non ti poffo rendere il bue, perche t’ha hauuto ‘Baccio Bandi - 
neUiiche è à ponto la medefima maniera di venutti,di cui parla in quefio luogo 
Demetrio : oltre la capcftrcria del ribbobolo col quale in Fiorentino popolare - 
fio, battere il bue, vuol dire ejjere vna befi'ia . Del re/lo guanto alle A magoni, 
duriffima fappiamo che era la loro difiiplina militare ; t però i molto poffibile 
che in campo almeno effe non fcioglieffero mai il balte o, che cofi chiamauano il 
Cingalo della militia -, E quanto al dormire con lo feudo /otto la tefta, anche 
Marnerò fa che T^ettore ,& t'hfie trouanoi faldati di Diomede dormenti con . 
le tette fopra feudi: Et il T affo facendo dormire il Soldano /tracco, e ferito d’u- 
na lungba battaglid pur dice , che , 

S ul terrea nudo , 

Cerca adaggiare il faticofo fianco . 

E la tetta appoggiando al duro feudo,. 

Ruttare i moti del penfter fuo fianco . 

CMa gratto fi concifìone fi fi anche in vn’ altro modo , quando molte cofe in 
vna fila tirata di parole fi referifeono ,efi dicono in vn fiato , che difiefamente 
narrate farebbono fiate molto più lunghe, (otne quella in Andreuccio da Te- 
rugta della firuigialr di madonna Fiordal: fi, quando bauendo ella finito il fuo 
ragionamento con quelle pa rote cantra ^Jindrcuccio . 

Buon’huomo. E mi pare ebe tu fogni. 

Soggiùnge il Boccaccio , 

Et il dir quctto,& il tornar fi dentro, e chiuder la finettra fù vna cofa . 

T ale fù quell’ altro modo di dire in Terenelln . , 

Il quale, qua fi in vn mede fimo punto bebbe perfettione , efù rafo il doglio , 
& egli fiottato fi -, eia Tcronclla tratto il capo del doglio , & il marito vfeitone 
fuori . 

cMa più (fireffe quello in Calandrino della Elitropia par landò fi di Bruno , 

Et il dir le parole ,e l’aprir fi, e’ l dar del ciotto nel calcagno à Calandrino, fù 
tutto vno . 

. . • 1 v - • w .. v . • » * j i f *5 *.•» , ^ . ; 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

V Eramente nelle fcritture noftrc Canoniche la conditone , e la bre- 
uità non fi rirroucià coli frequènte , perciocheajizi porterà l’vfo 
di quella antichità facra 5 che molte volte con più parolc,e clauiule 
vcniflT cro (j- r j ttc qucllccofejcquali douendofi rcpetcre, farebbe bafta- 
toad accennarle , vfauano gli antichi fcrittori di quella lingua di repli- 
carle anche molte voltccofi interamente,come da.principio, dette le lu- 
ut’uano : e di ciò innumcrabili efTcmpi fi potrebbone addurre: le bene-* 
con vnfoloche neadduciamo chiartflìiiu reiteri la cola. E quello farà 
n elcap. j.di Danielle: ouc ecco che dice prima, ^ 

' ItaqUC 


4^8 Jl Predicatore del Van 'tgaroU 

Itaque Tfabucbodonofor Rea nàfit ad iongregandos Jat-apnis magiftratus, & tu 
dica, duces, & tyrannos,& prefetto' , omntfquc prim ipcs regionwn, vt conue ni- 
nni ad dedicationem fìatuaquarn erexcrat Habucood v ,;i.Jor Rex. 

E poi doue ballerebbe a dire ; ti omnis bi lonuenerutit: e coli direlbono 
i Greci , i Latini , Se i nolhi , egli replicando tutto , foggiungc immedia- 
tamente , 

T unc congregati funi fatrapa maatflraius, & indie es,dues & tyrattni , dr opti- 
mates,qui etani in peteflatibus confluirti, & vmuerft principe s regionum,vt conue - 
ttircnt ad dedicationem {tatua, quatti erexerat l^abuibodonofor Rex. 

Il inedelimo poco più bailo la gridare dal trombetta alle tribù , e lin- 
gue lotto pena di fuoco . 

In bora qua audieritis fonitum tuba, & fisluta,& Cubar*, Sambuca & V folte - 
TÌj,& Sntipbonia,& vmuerft generis mufiiorumuadéics adorate flatuam aurcam » 
quam conflituie T^abucltodonojor l{ex . 

E liibiro replica.' , 

Vi audierunt omnes popuh fonilum tuba fiflulp, & albera,' & fambuca,& ffid 
ferii, finiphonta,& omnis generis muficorum,cadctes adorauerunt sìatuatn annotto 
qutm conflttucrat T^abuihodonofor Rea . 

Nè contento di qucllo.oue poco più bado da Caldei vengono accula- 
ci j tré fanciulli, pure replicano i Caldei , 

Tu Rex pofui[ltdecretum,-pt omnis homo qui audierit fonitum tuba flflul{,dr ci- 
thare,fawbucp,& pfalteni,& Jimpbonig &■ vmuerft generis tnufteorum proflernaì 
fe,& odor et flatuam m cani . 

.E pure poco appallo parlando il Rè à Mifacche,Sidracche,& Abdena 
go, torna à dire , 

7 '{unc ergo fi eflis parati quacunque bora audieritis fonitum tubp,fiflulp,citbara, 
'fambuc£,& j>Jàltcrij,& ftmphonie, omnifque generis mujkorum > prollemte vos » 
dr adorate flatuam quarti feci . 

Sempre come li fentc , con tanta replicationc delle medclime parole , 
Che quelli ancora ,'i quali, quella tale letrione cantano nel Sabbato fin- 
to, oue à detta claufula arriuano,con vna forte di vniforme più rollo pre- 
cipitio checorfo le pronuntiano , equclli che Hanno à fcntirecon dcll- 
derio le alpe; cacio, c ne ridono , Nelle ambafeiate ancora, fuo le la ferie- 
tura dal mandato far replicare per appontole medclime parole, con le 

S ualidal principale hebbe lacommilfione: Come nel capitolo 14. della 
icne(i,ouc Abramo dice al più antico fcruidorc di cafa Tua • 

T^oti aciipias vxorem film meo de filiabus Canarie or um inter quos babito ,fed ad 
terroni, & cogtutlionemmeam proficifcaris , & inde acciptas vxorem fitto meo 
Ifaac . 

Et il fcruidorc arriuatoin Mefopotamiail padre di Rebecca , non il 
fuoco folodclfambafciata.ma le parole medclime referifcecoltrcchcin 
vniuerfalcjouc i Greci, c Latini,e noi Itali ani, le pcrfonc che introducia- 
mo, facciamo per lo più ragionare in obliquo : la lingua delle) facrc carte 
quali fempre fà fare i ragionamenti in retto : Come iàrcbbe,oue noi di- 
remmo, 

Iuflìt filia muLiervtuas adhuc afferret, ipfe vero dixit fe non baiare . 

La feri ttura dice, 

Dixit mulier ad filimi fum . *ifjer mihi adhuc rat : 

Et lite refpond turni baheo . 


Chi 


Sopra la Particella LX XVH . 449 

Che per l'ordinario dTt-ndo più lungo modo di dire, che non cil ncu 
flfo; perqncfla cagione, e per l'altre clic habbiamo dette» e per uioltc_* 
che fi potrtbbono dire auuicne , che quelle concifioni , e breuiia .delle 
quali parla Demetrio, non cofi fouenic fi troueranno nelle feritore fan- 
te. Turtauia Alcune pure vi fe ne trottano :E fra l’altre molta gfaria pare 
à noi che nel cominciamento della fanta Gene fi > apportino qcl hnc di 
ciafeuno quali de ifei giorni quei breuiflimi concili* 

Etfafìumcflita. ’ " . 

Conio giudicherà anche l’orecchio medelimo nel fc ntir pur proferire 
Vna di quelle claufule, quella per efiempio. 

Gir mi net terra berbam uirentem , &-facicntem femen , & lignum porrà fcrum 
iuxia gerita futuri : Cuna femen in femeàpfofitfhpcr terram . 

EtfMumefiiU. ' _ . . 

Fra Dottori noftri ancora molte claufulc fi trouano.ò molti Periodi 
terrtìmanti in ccrteconcifioni venulVe, che in vero danno molta gratia, 
come quel luogo di San Leone Papa, nel fcrmonc fecondo della natiuità 
del Signore.che dice, 

'Hon b'-c cogitetur p mentis conditio , fei nafeentit arbitrinm , qutfic homo notai 
efiu’ uolebal>& poterai . 

L quello di Monlignor Cornelio nella feconda patte della predica del 
laallcggrczza.il quale apportiamo volonticri,perciochc fà anche à pro- 
polito della noftra intétione principale , che è di mollrarc di tropo gran 
liinga fuperiori gli ferini degli erhnici.lc parole in fommadi Monfìgnof 
Cornelio termi nanne con molta yenuftà in vna concifionc fono quelli • 

Fù fempre coflumc di Gentili ingemmare le cofe loro con le lcnten- 
*c grauillimc delle Gcrc fcritture, fi come quegli che da|fc,fenza noi età 
no poueri c mendichi , e di fildfufia, e di ogni fcicnza,bcnche,comc env- 
pij poi, perche parefiero loro, c non noftre , le copriuano con altre paro-, 
le ,non dico le ornauano, le adultfcràuàno. 

Che fc della feconda maniera di Concifionc vogliamo ragionare, oue 
di duccofeche dourrebbono dirfi.vnafola detta, fa intendere l’altra tac- 
ciuta, come quella, 

. li Cinto non lo fciog liono mai . 

Fa intendere che quella Amazo nc non l’hauca fciolto : di quella ma- 
niera difaucllaredarò vn folo clfempio nelle fcritture j ma chiarimmo, 
& in va luogo celcbratiffimo, cioè in San Giouannial u. quando dop- 
po haucr detto CaifatTo. Expeditul vnus moriatur homo prò pupillo, volendo 
SanGiouanni inoltrare che quefta era fiata per quella bocca infame,pà- 
rola dello Spirito fante», fra l’altrccofc dice, che 

Cum cffetVontifex anni illiurpropbetauit . 

Nc pero dice che 1 Pontehci foifero foliti di profetare : ma da quello 
che egli dice fi intende quello che egli tace : E noi intendiamo vna grati 
propofitionc.ina certi Hi mi: Che qualunque volta il Papa confermerà vn 
Coixilio generale legitimo , . 

■7ipn loqutìhr àfmettpfo, fed quia Crii 'Ponti fex, prophetabit « 

• ' «A. , . * . ' '*1* • ’ • d ^ * 

Parte S econ da. PAR- 


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PARTICELLA 


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SESSANTESIMA SETTIMA . 
TÈSTO DI DE M ET R I O 1 

Tradotto da Pier Vettori . 

'■>' » « »•!*.'» 0 . »- r •* vVT* h'VtVtiWill'U • -M ••• -> 

Ecundus aule m lacustri ab ordineiidmermn prhnumrjuidem * 
pofitum, vel medium ,’nucnufìu fit : infine autem,venufium 
ceit Xenopbon ìnquitde Cyro.dat autetnipfi & dona , equum , 
&tunicam & torquem, & agrum non amphus diripi ; in bU À 
tnim vltimum eli , qu od verni fiat cm efficit . agrum non am- 
pi ius dinpi , propter imitatcm doni & proprietattm .tati fa 
autemefl locus rcnuflatis ; fi tianque primum pofitum f tufi et ,inucnnfUur 
vtitjuc fuifiet: hoc pa fio, datipfidona, agrum amplius non diripi , &‘-equuth , 
& tunicam, & torquim . nuueverò ctim antea dtxifict v filata dona, vftirnum' 
importuni t eo pcregrmtim & infunimi ex nuibus omnibus tollera eli ve- 
nufìas . 

PARAFRASA 

. " f *' # 3 * 

Afcc qualche volrala venuftà ancora dall’ordine fola- 1 
mcnte,quando vna cofa polla nel fine dà grada, che nel 
principio ò ne! mezzo, ò non ne darcbbc,o non tanta j- 
Comc quando Senofonte parlando dei doni dati da 
CiroàSiennefidiflc, ~ 

Gli donò vn Cai. allo , vna velie, vna collana , e che i Tuoi campi 
non gli fodero guadi . 

Fra quali doni,l'vIdmo è quello che ègradofomarcndocofa nuo < 
ua che ad altri venga donato quello, che egli pofliede. Tuttauia fe^ 
fòlle fiato pollo nel principio in quello modo ; 

Gli donò che i fuoi campi ^ottgli fodero guadi, & vn Caualìo, 
vna veda, e vna collana. • -o . , 

Non haurebbehauuta grada alcuna, oue il fentire quella nouiti , 
eflrauaganzancl fine, hebbe del gratiofo affai, e del piaceuolc. 

31? % ;# >il a li*. • * ’ jV -4* • fi > . ; «• «irti *’ 1 ,n lil # ìuS 



C ,0 . M , M E N T O. 

• 1,^ ’•» o* 1 1’ ' . tt a*»’ V» f «lai • *J* j • »W. i *• ’« • 


Q Vefio c fiempio di Senofonte è canato dal primo libro dilla ^ fnabafeioue 
narra Senofonte alcune amorctiolezze , che rcftuctte (no in Per fu da 
vn i ignorano di quel paefe , domandato S tenne fe : & i doni allo incontro , che 

'■> >r. r* ” t irò 


* Sopra la Tarllcelht LX XV II, «ffi 

Ciro fece à lui : l quali doni narra egli Senofonte molto più dipintamente ,e 
più or natamente, che in quello luogo uon referifee Demetrio : tumida la foflan- 
•%*ila medefìmaie quanro all'arte , tutto confile nell’ordine , cioè nell’ battere 
collocato in vltimo quel prcfcntc , che baueuadelnuouo,e dell’ inu ficaio . E for- 
fè pare che non fta cofa fi nuoua,nè fi frana , che pajjando vn Capitan Gene- 
rale con vn giofio efferato per vnpaefe, faccia faluaguardaqd alcuni, affine 
che i beni loro non pano manomeffi da foldati : ma ad ogni modo à prima vdita, 
il nominare la filuaguarda dono, ha dello Urano, poiché àgli huotnini noi fo- 
gliamo donare quello,che non hanno, e non ciò che poffeggano . Si che fù pure 
mufitato queflo dono: e come tale hebbe grandtffima gratta pollo nel fine, quan- 
do doppo a' tri doni tutti ordmarif '■ Ecco che alla (frantila ci venne quello à rif- 
uegliarc,c qua fi à f alleatale con la fua novità : £ 1‘ orecchie meiefime non pof- 
fono negarlo, eh e altra gratta è il dire. 

Gli donò cauatlo,v:sle,f oliava^ e Putii fuo reflaffe fuo. 

Che non farebbe sfato , tifando, - - ^ 

Gli donò che el fuo reftafle fuo , e caitallo,vrfle, e collana. 

Venti Hi di quefla medefuna maniera è quella colla, quale diciamo, che al ma 
le de gli oc bi tré cofe fono neceffarie, retirateza, a Amenza', e non toccarglife 
non col gemito : oue non è dubbio, che tutto lo fcherzo Pi nell'ultima coja _* , 
poiché non toccare [e non col gemito, è non toccare. 

£ pure che l'h.iu effe detto prima,non batterebbe battuto gratia . come dicendo, 
che tri cofe fono neceffarie ■ 

7^on toccar gli occhi fé non col gemito, e ritiratezza, & attinenza . 

Tqel medeftmo modo, domandato xno Spagnuolo , quale fofieil più deftde- 
rabile canco,che deffe il Re, rifpofe, 

Sen^a dubbio il goilcrno deU'ìndii , fetrè cofenonlo guaPaflero , i peri- 
coli del mare , la conucrfationc di' barbari, e l’efscre troppo vicino i Ma- 
rini . 

.. Trilla quale rifpoPa, quello chi frizzò, fù, che l India fofte troppo vicina 
à Madrid , volendo lo Spagnuolo denotare, che quanto più lontani fonai go - 
uerm dalla per fina del Rè, tanto più utili fono i chi gli tiene . tJMa quello , 
che niellò quefla grafia, e le diede, forza fù il metterla in ultimo, oue chi l'ha- 
uejfe posta nel principio ,ihauerebbe mlanguidita cflrcmamcnte ; E nel Boc- 
cacci ancora fl trottano infiniti luoghi , òtte le gratic confiflom nili’o r dìne , & 
vna cofarclla detta in vltimo ha del capcflro e del gralwfo , che ditta prima _j 
binerebbe dello fneruato e J'ciapito : Per efiempio in Alberto da Imola . 

Nè mai carne mangiata ., ne beucua vino , quando non lauta che gli pia- 
cefscj . 

Chi bauefte detto . " ■_ 

E quando non lattea , che gli piace fse, non mai carne mangiava , nè be- 
uta vino. ' . .. ■ 

Hauercbbe leuate tutta la gratia. Similmente in Frate liberto , 

Fuoco noi toccherà , che non fi fenta. 


F f a. C>i 


1 


iWruìickort iJcl.PahlgaroU' i*' , 

Chi muta l'or dine, leuait Jale ■ Così in ’jMichclt Seal^a-t , "1 

T^on thè di Fintile, ma di tulio il mondo, òdi Maremma. 

D icafi , , . 

Ma di Maremma, e del mondo. , 

Et i lessata la gratta : 

t^Ma gratiofo e(stmpio,e molto (imiti d quello di Senofonte è quello m%An 
detticelo di Bcrngra , quando /landò egt già cacciato di cafa, e dolendofi della-» 
Jua forte difse. 

Ohimè la[so,i» come picchi tempo bo h perduto cinquecento fiorita , & una 
forella-t . 

Oue il perder* della forella à chi fi ricorda di quel fatto i galanti/Jima co» 
fa, e frc$% 4 ma rauigiiofamentc per tfsere nell'ultimo luogo. 

1 S; i. • • V 

DISCORSO ECCLESIASTI CO. 


A ' Propofìco de’ prefenti : Se à Demetrio pare fi llrana nel luogo al 
legato di Senofonte la maniera de’ doni, clic ecce C:ro à SincclTc, 
ben gli farebbe paruto più Urano fe haucife cmilidcrarq bene vp 
luogo della Gcnelìalif. capitolo; oue ragionandoli del quali teftapacil- 
to di A bramo, fi dice, che 

« D edit Abraham cunfta, quf poffiieral Ifue , filij s autem concubinarum largi- 
tsK efi ninnerà . 

Chea dire il vero, fecali ructociòchcpollìdcuadonòad Ifaaco, po- 
co preciofi prcfcntipare.chepotelferoreftarc per doucre cfler donati à 
iigliuoli delle concubine . > t , s 

\k fi rifponde che la parola, canti a qux pojfiderat , in quel luogo per 
quei foli beni fi intende, che noi immobili chiamiamo, oltre i ! quali non 
'è dubbio,chccofegli poterono rollare, de quali fare i prefenti a gli altri: 
E quello c quel luogo bel!ilfimo,del quale il Dotrifilmo M.Cefai e Barò- 
nio nc’ fuoi Annali Ecclefullici , che to domando miniere di gioie fcol- 
piteànoftri rempi.fi vaici fcruigio della cognitionc di chi folTero i Ma- 
gi : 11 qual paltò, perche noi nel Compendio di medelimi annali habbia- 
mo abbreuiaco , c farro Imitano, tale quale lo facemmo,ci gioua di por- 
tarlo qui . E le parole iftclfc fono quelle . 

Quali follerò i Magi, c d’onde vcnilTcro cosi molte Cofc ne fono fiate 
dette da gli interpreti, che à noi ballerà aggiongetne vna fola . Nella Ge 
nefi al aj. fi dice che Abramo da Centra concubina hebbe molti fieli ,e 
difendenti: Tra nomi de quali vi fono anche quelli ,chc faranno a nò- 
ilro propofito. Sabi.Madian.Epha. Si aggionge,che quelli, Àbramo vi- 
uénte dtuife da Ifaacco . E però lafciato ad Ifaacco tutto quello che pof- 
fedeua^à qucllijaltro non diede die mnncra.alcuni prefenti , c gli man- 
dò ad habitare in Odiente, ad plagam Oricntalcin . Epifinio nel Cqpen- 
diodella Dottrina.trattando di quella hitloria aggionge due cofe: . Vna, 
qual folle rOiicntc,oue andatfero ad habirarc quelli tal i : e l’altra quali 
fodero i prefenti, che diede loro Abramo. 

Laparteoue aadar jno ad licitare fa Arabia, ( dice egli) nel'.i quale 
. . ' • alcuni - 


Sopra U Particeli* LX XVll. 45 $ 

•tSleurìldi loro da tuoi propri) nomi nominarono Prouincie, Come Saba 
i Sabei,& altri : imperlo più habitarono eglino nella Prouincia pure 
Arabica della Migódia: Eri doni che fece loro Abraamo furono oro, in- 
cenfo,e mirra, che cosi ci infognano le tradotrioni Hebree, forfi per mi- 
flcro di quello che doueua auucnire ne’ fuoi difendenti, e forfi nudan- 
dolo Abramo à rutti loro.Tanro più che millicaméteil laici are le poflefi* 
-{ioni ad lfaacco.e dare i prefenri à quclli.pare chfc acccnalTe,chc al Giu- 
daifmo quali veniua per heredità la fede: ma i Gentili nelle primitie lo- 
ro con limili prefenri Phaucuano à riceuere.Comunque fia,(e noi uoglia 
ino che i tre magi fiano de difccndéti datigli diCetura.ogni cofa accor- 
da. J nomi Mad'tan,&Epha: omnesde Saba uenienf, che rum dicemmo che 
fi rrouauano fra difccndenri di Cetura . 1 prefenri JiurH,Thm •>& Myrrbì* 
come appunto diede loro Abramo. La fituationc del mòdo, perche l'Ara 
bia clferc Onerale alla Giudea,lo dice infin Cornelio Tacito nella hitto 
ria al libro y.; & Abramo.dicc la Gcncfi.chc mandò quelli ad Orientale 
plagam.Vicdi più>che appunto cóuicnc à ehi viene di Arabia il portare 
Tha: & Myrrhì, panche diuidono i CJpfmogratì l'Arabia in Thurifera , 
& My rrhif eri. E finalmente oltre tutte l'altrc cagioni , per le quali altri 
crede, che i tre Magi fi doinandalfi.ro Magi, quella afiai chiara farebbe, 
che elfi non dalla fcienza,tali veniflero domadatij ma dalla Patria, eche 
come di Pcrfia vengono i Perii, e di Francia i Francefi., così uenirtero di 
Magidia i Magi: Ma pérauem;ùra troppo lunga digrclfioncfarà Hata la 
n ultra : Hora tornando donde partimmo, non lolamcnte diciamo,chc li 
come Urani ì Demetrio parucroi doni fatti da Ciro àSinecfle.così (Ira 
uaganti gli farebbono'potuti parere qucllfiahe fece Àbramo à figli di Ce 
tura: ma diciamo che li come là, cosi quà, tutta la marauiglia pende dal- 
l'ordine. Perciochc fcla Santa Genc(idiccflc,che Abramo itigli di Ce- 
tura p ri m ic un c n tc, dedit muterà, Se poi ad Ifaacco , c unflaqme pojjedcral , 
molto più ageuolmentc fi potrebbe intéderc,che oltre quei doni_ già fat 
ti, rutto ciò che gli rcftò, dpnò Abramo ad Ifaaccorlà.dòue coininciadofi 
à dire, che Abraamo ad Ifaacco donò cwida q uxpoffidebat, il foggi ungere 
doppo.che egli àgli altri dedit muterà >e[uc(lo è qudlo.chcfà marauiglia- 
re,& acri (fimo retta l’t (Tempio no(lro,per mottrarc quello che dice De- 
metrio, che alle uolre la gratia,c 13 ucmiltà nafee dall'ordine folo,e da ef 
fere polla una cofancltìne, laqualenel principioòncl mezo non pro- 
durrebbe certo il medelìmo effetto. Che fe quello «(Tempio non pare co 
sì ben chiaro: Ecco che ne adduciamo vn altro pure delle fritture chia- 
rilfimo.e belli(Hino,& oue niuno può negare, che dall’ordine njfca la ve 
nuftà e la grafia. Tm funi diffidila nubi) qu-irtam peni t tu igaoro'Viam aquila 
in calo: Piani colubri fupcr pctram.-Piam itami ih medio mari: & uum airi ni odo- 
lefcentia. Cosi dice Salomone ne’ Prouerbijal jo.Etil luogoè pieno di 
molta granate la gratia li vede chiaro,chc nafee dall’ordine.e dallo cfic- 
re pollo in fine cofa.che non fi afpettaua : Perciochc efiendo le rfc prime 
Cote, tutte cofe lenii bili, e delle quali una auuiene in aria,cioè la uia dell* 
Aquila, l’altra in tcrra,la via del fcrpe,c l'altra in acqua, la via della naUe 
p arcua.chc la quarta cofa.di qlla tale natura douclfc e(Tcre,e pure fi parta 
fubito da cofe narurali.à cofa morali.cja parola Placche di (opra tre voi 
tc fù prefa letteralmente,!! prende metaforicamente prorotte ogni 
Cofa ci riefee Ifpcrata.c di (lare, che fc Salo.nel 1 . luogo h mclTe pollo ql- 
Seconda Parte. F i } lo 


i 0L 

454 llPredkalore delPanìgaroh 

defimo che ftanita farebbe tutta la vcnuftà.Nè però vogliamo dfffimtiln 
rc,ò infingere di fapere quello che notano in qncl luogo il Lirano.ei piò 
losche egli pofe nel quarto, chiaramente può vedere cìafcuno perfeme- 
intcndenti della lingua Hebraica. Cioè cheoucnoi diciamo Viamviri 
h adolcfcentia , fi habbia à leggere, Viam viri in adolefccntula .Anzi accet- 
tiamo , Si abbracciamo caramente quefta feconda maniera di Icrtionct 
come quella, che ci accenna il marauigliofo miftero della incarnatio- 
nc del Signore nella Vergine ; Tanto più , che appunto la parola viri , 
quàèin Hebjrco, la voce Gabcr, con la quale medefima Hicremia al 
rrcntcfimoprimo del mcdtfimo miftero , ditte . Fantina circmdabit Gabcr 
idesìvirum , eia parola adolefccntula , quàèin Hcbrcola voce dilata» 
con la quale medefima Efaie al fettimo del medefino miftero ditte. 

Ecce alma , idcfl virgo conctpit . 

- Ne è marauiglia , che àSalomone paia fi difficile via viri in adolefcen- 
ìuU , perche dello ftcftb ditte Efaia Cencrationem cius quii enatrabit ? Co- 
munque fia , ò che diciamo Viam uri in adoUJccntia , ò in adolefccntu- 
la , feinpre per quello , che tocca à noi, refta la gratia intera , e fesnpcc 
dall’ordine fcmpliccracntc nafee la venuftà. 


particella: 

SETTANTES1MAOTTA VA. 

* j 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 

• r» 

Enercs autcm,qux nafeuntur è figuàs , perfpicu « 
funt : plurhnpque apud Sappbonem . ceu ex reptt L 
catione quodam loco fponfa ad 'Tartbcniam , inquit 
Papiok-TaffiirM. voiui AivoCraScc» f fyc Miteni re- 
fpondttipfi cadtm figura Ovkìt, S fa Vf ; f t - vg 
»*£». maior enim verni fìat appara , qudru fi temei 
difitm effet (2 fine figura . K^ttqui replicai io ad 
res exaccrbandas potius imenta uidetur , bf C veri 
& grauiffimis rebus abutitur ai uenuflatem . Dacie 
an ter» Venere sali quando & ex rclationc , ut cum de uefpere inquit E Vi/>i 
raeifuc Fuor, irya, ^ fut narri fivaiSa : etcnim hicltpos exifìitè noce 
ille t*?is,quf adidem reftnur: multai autem alias ab ijfdimaliquis promere 
fofiet venerei. 



P A- 


Soprala PartlcelU LX XVII 1, 4fl 

PARAFRASE. 

Hiare poi fono per fé raedefimc quelle venuftà, le 
quali dalle figure nafcono.* Che aprcffoà Saffo fono 
molte •* Come quando cffa con duplicatiotfc fa chela 
fpofadica, 

O Partcnia , ò Partenia e doue vai ? 

E che Partenia pure duplicando rifponda,' 

Per noa tornar men vò , per non tornare . 

Oue non è dubbio, che maggiore gratia hcbbere le parole dupli- 
cate, che non heucrebbcro hauute fole : e già fappi.tmo che quella fi 
gura del duplicare le parole , pare trouata per inafprire il ragiona- 
mento; ma Saffo anche le più fcuere cofe fcppe ridurre à leggia- 
dria, e gratia : Nè dalla duplicatone fola cauaeffavcnultà, ma dalla 
rep etitione ancora,cofne oue dice , 

Efpero il tutto dai . y . 

Dai il vino, dai la capra» . 

Dai alla madre il figlio. ; 

£c da gli ferini di lei » molte altre gratie per modo di figure fi po 
triano addurre, &c. 

C O M M E N T O. 

N On conutrebbc, che ouunque noi m più luoghi (Cuna meicftma cofa hauef 
fimo à ragionare , in ciafc uno d'effi , i mede fimi termini efponeffimo, à 
le islefle cofe ridicemmo : Che cofa fiano figure di parole, l’habbiamo detto nel 
Commento della Vartkella trentèlima quinti . Quale figura fta la%epctitiò- 
ne, e molte cofe appartenenti i lei habbiamo apportate nel Commento della 
Tarticella 37. E finalmente, quafi tutto quello che della Duplicatione fi può di 
Te, da noi è flato detto nel Commento della Tarticella 39: 2 (el quale bah* 
hiamo anche mojlrato in quante occafwm ,&m quanti fini hanno acccjìuma- 
to i buoni autori , e Catini, e Italiani di duplicare 0 fenza framezo , ò con fra* 
rnczo di piccioliffime particelle allune parole pei loro feruti ; Et efiempi nel- 
l’vno,e nell'altro Idioma habbiamo apportati in abondanza : e veramente du- 
ce bene Demetrio , che la Duplicatione bene f pe fio fi fa per inafprire il ragio- 
namento, come fino quella marito marito, egli non ciba vicino che non fine 
marauigli . 

E quell’ al tra , 

Elle fi vorrebbono recidere- elle fi vorrebbono viue viue mettere nel foco : 
E fimUi. fervono anche , come habbiauio detto in quel luogo adaltre note , 



1 


45 6 Jl Predicatore del PanlgaroU 

& ad altri fini, ma non per tanto alla venufià ancora giouano tal' bora marauu 
gliofamente, come oue Dante dice. 

Già era l'^yfngcl dietro à noi nmafo , . 

l’i^sfngtl che n’ banca volti alfifiogiro . 

E l'K^iriofio . ' * >' ' ; 

Sò quanto (ahi laffa) debbo far, sò quanto. * , . ' . ... 

, Di buona figlia al debito conuicnfi. ■* 

LtilTctrarca 

1 diè in guardia àSanTietrohor non più nè. > *5 ^ 

Et il Boccaccio 

Ohi fe dolente fe . , 

E ftmili.Oltrè l’effempio addotto in quefio luogo da Demetrio:il quote da gli 
firittì deità 'Toctcfla Saffo è flato tolto, nè fi sà bene à chi ragioni inquei luogo, 
la jpofa ; conno fu cofa che queflo nome Tur tenia in Greco c nome proprio# of- 
fa cffere,& anche appellatiuo, fignificanU la virginità , comunque fia,efja dice » 
0 "Partenti ò ‘Partenti e doue vai > 

E fa rifondere , 

Per non tornar men vi per non tornare . 

E Demetrio nota legratie delle due duplicationi che veramete fono Hate leg 
giadriffime : E fi compiace di lodar di nuouo il grandiffimo ingegno di qurfla don 
na,la quale fi come di fopra,diceuamo,chc dalla biperbolc, la quale Juoletfjeré 
fredda, cauaua venutici, dicendo , 

Tiù d’oro fei,cbe l’oro . 

Cofi bora dalla duplicatane che fuole effer figura feruenteà feueritàpur co. 
va grafie dicendo , >• + 

0 Partcnia, ò Partenti . 

E quel lo che feguita : Etilmedefmo fà effere conia figura detta rflatione , 
della qnalenel (finimento della particella yj. dicemmo molte co fe, che il lettore 
con poca fatica potrà riuedere , & adducemmo molti luoghi, oue efia aggiunge 
magnificenza al ragionar e, come mi Petrarca, • 

Quante vtili boneSle 
V ie {prezzai, quante fefie ? 

"Enel Bottaccio. 

Tuonerà egli nobile giouarte : non era egli tra gli altri fuoi Cittadini bello } 
Tiph era egli valorofo ? 

£ quello ché figuita.Tfpi diciamo che la medefima fetue anche alla venufid, 
e molte volte viene adoperata per femplice leggiadria ; fome nella Barbetta** 
del 'Boccacci, 

yien dunque o 4mor cagion d'ogni mio bene t 
•D'ognifpcranzp,e d'ogni lieto effetto . ' 

E come nell’ ef se pio dì Saffo addotto da Òemetrió, e da noi tradotto nella f>à 
rafrafe,il quale à che propofitof offe detto,non fisa .ma non riletta manco poto 
H fjperlo: perche la rcpetitianefola vi fi confiderà dentro; E cbeqnesla babbitt 

qniiii 


Sopra la Farne etia LX'XV li L 457 
quitti molta venufià e grafia, chiariamo appare feltra altro aiuto ; E cori dou^ 
rebbe efiere finito quello che in quello contento per diebiaratione iella 'ji. par- 
ticella babbuino à dire : Je vna coja detta nel mede fimo commento da CM.Tier 
Vettori non cifacefje dubbio -.cioè (dice egli) che la duplicatione, fe bene nella _» 
Greca lingua partorifee venuflà, e grafia, ne IL no fi r a Italiana nondimeno i co 
fa frigida, Ninetta: E che fila verojòliicontandinil'vfano per l'ordinario ; Et i 
Comici all' bora fe ne feruono, quando perfine fciocebe , e rufliebe introducono i 
ragionare : E veramente noi non poffìamo negare , che in alcuni contadi di T 0- 
fcana non s’vfiino molto tali modi di dire . 
fogli voglio gran bene gli voglio 

eviene fate gran ferwgio, me ne fate . V •’ * 

E fimili: Et anche è vero che alcuni Comici de ’ noflri , hanno introdotti con- 
tadini, & anche Cittadini di alcune fpetiali città di T ofeana à ragionare di que- 
fla maniera ili S cena : Ulta non fà per qutflo, che tutte le duplicationi nella no- 
flra lingua filano inette c fredda E però quando Ad- Pier Vettori bà detto , ite* 
ratione n verborum in noftro fermone parere frigus, crediamo che egli 
habbia voluto dire che alle volte i fredda, in quella maniera nella quale parla- 
no homines rudes,& 1a.11 irrident Comici. Che del refio lei non efjcre firn 
pre tale,anxl nella no flra lingua ancora efiere fiata vfata con molta c magnifi- 
cenza e gratta da più celebrati autbori , affai lo babbiamo dimoflrato noi nella 
particella trentesima nona . 

DISCO RSO ECCLESIASTICO. 


■ V Oi Tappiamo che Demetrio Faferco hebbe fenza dubbio per le ma 
ni il corpo delle antiche noftre fcritture ; pofciache coinè habbia- 
mo detto ne gli Ecclefiaftlci Prolegomeni, egli per ordine di Tolo 
meo Fiiadclfo fù fopraftantc alla rraduttione, che ne fìi fatta in AlefTan 
dria da fettanta interpreti. Ma conofciamo bene anche che ù non le Ielle 
Con iftudiojò non piacque à Dio di dargli tanto lume » che egli pure vna 
minima parte conofeerte delle bellezze loro, ne anche -di quelle , che da 
glfEcniciauthori etanO (limate tanto t Che fe egli le fole cofeappartc- 
nenti alla elocutione vi haucrte auuertitc, anzi quelle fole hauelleau- 
ucrtite che fono nella Cantica, e che à nota venufta e gratiofa cònuCn- 
gono,cgli a! ficuronon haurebbccofià ciafcun parto ammirata Saffo; 
maral fia di lui. Noi delle due figure , delle quali ragiona qua Demo? 
trio , cioè della rcpetitione,c della duplicatione, habbiamo Ecclclia- 
ftiCanicnre’ ragionato ne gli due difcorli Ecdertaftici 37. & 39. E tanti 
ertempi da tutte le fcritture Canoniche» e da vari) Ecdertaftici authori e 
Latini e poftri habbiamo addotri.chcapenn altri può giurtamenrc credè 
rechecofa nlioua portiamo apportare ih qticfto tuogoiE pure nouilTima 
bifqgna che fi.i.Conciofia cofa clic oue là noi quelle fole rcpctitioni.c du 
plicauoni trattatilo clic alla magnitica nota faceuaoo» qua di quelle fole 
‘ 1 parila- 


4)8 fi Predicatore del PanìgaroU 

parliamo, che alla venulta e leggiadra lì contanno:E quelle fc bene da al 
tri libri facri ancora le potremmo trarre, come fenza dubbio venufta i 
quella di Dauidde.ouc dice , 

Sicut vnguentum qnod defccndit in barbm, barbam , Aaron . 

Et altre : nondimeno alla fola Cantica lì reltringiamo quali à vna mi- 
nierai àvna fontana di venultà. ElTa delle rcpecitioni anche in'fìne 
fi ferue, come, ouc nel fecondo capitolo dice. 

Starle propera amica mea, columbi meaformofa mea, & veni. . 

E nel capitolo quinto , 

ciperi mtbi foror me a, amica mea, columbi mea, imm acidità mea. 

Ma perche habbiamo detto, che queltc propriamente non fono repe- 
titìoni,ma vn’altra figura detta conucrfionc: Però delle rcpctitioni pro- 
prie parlando, tale, c venuftiflìma diciamo chcfù quella. 

Indica mihi,vbipafcas,vbicubes. 

Equd1*a|tra, 

Suut hlium inter fpinas,fu amica mea inter filias . Su ut malia inter tigna fpi~ 
uà um ficdilettusmeus inter filios. 

E quella. 

Quo abiti diletta* tuia ò pulcberrima mulierum,quò declinami dilcttus tuust&r 
qua remus cum teium. 

Etaltrc limili: Chefc dell’altra figura, cioè della Duplicatone, ò ite 
rationc vogliamo ragionare, ben bifogna che quello libro ne fia vago , 
pofciache egli fin nella fronte iltefla ne porta vna infcritta, & efprelfiUx- 
ma,mcntrechecon duplicationc fi domanda. 

Cantica Cantico» um . 

La Cantica delle Cantiche, * 

Ma di piò duplicationc di parola fu quella , 

Tafanimi me cuitodcm in mncis uincam meam non cuHodiui . 

E molto più efprclTa,e più leggiadra queiraltra , 

E ice tu pùlebra ei amica mea : Ecce tu pulcbra et . Ecce tu pulcher es dilette mi , 
& decor us . 

La quale nella Parafrafe noltra Italiana al ficuro fi vede che non Cede 
alle marauiglic di Safo : 

Che fcclfa dice, 

ParteniaòPartcnia, edoue vai ? > 1 - 

Per non tornar menvò, per non tornare . 

E noi diciamo, 

0 1 come fei tu bella amica mia: ò come lei tu bella : 

O’ comefci tu bello amicomio: ò come fei tu bello, c gratiofo . • 

Et è da notare, che nella cditionc Latina, la parolache fign ifìca beite- 
la, viene non folo duplicata; ma triplicata, fi come non duplicationc* 
ma triplica rione c anche quelt'alrra pure del medefimo libro , 

V e ni de Libano fponfa mea , ueni de Libano , unii . 

Anzi delle quadruplicationi Icggiadnllimc vi fi trouano, fc qnadru- 
plicationi ci è lecito di dire . Come quella , 

Reuertere,reuericre Sunamitis. I\eueriere, reuertere ut intuemur te . 
.Equcll’altra, 

Qualis^Utlettus tuus ex diletto > ò puleberrim mulierm > qualis ctt dilettiti 

Che 

/ 


Sopra Lt Particella LXXlX. 459 

Che noi pigliando come infognano i migliori la paroIaex,come fc li- 
gnificane fra > à fornimento letterale le habbianio tradotto , ò parafri- 
■ZatO. 

Quale ccotcllo diletto, che fopra ogni di Ietto tu ingrandirci? 

Ma perciochevn’altra volta ancora di quelle figure habbiamo à ra- 
gionarcjbaftici in materia venufta quello, che in quello difceifo ne hab- 
biam detto . * 


PARTICELLA 

SETTANTESIMA NON A. 

TESTO DI DEMETRIO i 

Tradotto da Pier Vettori. 

^ifeuntur & ève>bo lepores , idtfì è tramlatione , vt de Ricada 
t\T*pvyairì ù'roncuàtu Aiywpeùr auM. Ofinrpr’ £» fhiym mx'tii 
tTiv'la^ivey mtùUiS un . 



PARAFRASA. 


He fe di ciafcuna parola verfo dife medefuna vogliamo 
ragionare, venufià e gratia^rande hanno le metafori- 
che , come ouc della Cicala fu detto • 

Dolce per l'ali melodia diftilla . 

E d'alcuncfrondi gettate nel fuoco, r , 

Arde la fronde e fifehia . . ... 



COMMENTO. 

D I quante forti parole fi trottino , dicemmo di fopra nel Commento della 
particella 44. e delle metaforiche in particolare trattammo molto dif- 
fufamente, dal principio della particella 45 .fino alfine della 5 1 . Hot* 
aggiùngiamo 1 , che non è marauiglia fele mede fìme parole metaforiche , che di 
fopra dictuamOyche nella oratione produce nano grandezza, bora diciamo, che 
danno vernili, e gratta: Primieramente perche come dicemmo nella particela 
la 25 .non ì intonile niente, che il mede fimo parlare fia magnifico , e venufto in- 
fteme: E poi percioche conforme à diiterfc cofe , dalle quali (i trans ferijcono le 
parole , vane qualità, e materie vengono à riccuere Ictranslatmi . E gii ha 

detto 


. ' 




4*0 fi Predicatore del PamgtroL 

ietto Demetrio nella particella 49. che le metafore alle volte grandezza fan- 
no, & alle volte bafje^a, conforme à 1 luoghi onde fi trafportano Conciofia- 
cofa che fe da cofe maggiori le traheamo, grandezza nè nafte, fc da minori pio- 
ciolezza: in quella maniera che di vna /quadra militare , 4 icendo Senofonte che 
efla fluttuaua, aggrandì la cofa , la doue fe del ma re haurffe detto, che fi dfor- 
dinauajenza dubbio in vece di aggrandire haunbbe impucioUto, & auuihto . 
E nella ile fa maniera diciamo noi , che da leggiadre co/e tolte le metafore or- 
nano ,eda leuere ina/prijtano ; Ter effempio parlando tuttauia del dire, di cui 
che fa: fe diciamo, 

Il tuono del tuo dire, oucro, : \ L, 

J 1/ mormorio del tuo raggiornare, ' ouerò, • ' . ■ 

Cote He perle dellè parole tue , oucro> 

Il folgore della tua lingua. * 

Senza altro Ji vede chiaro, che per la varietà delle quattro cofe , onde hab- 
biamo dedotte le metafore, quattro diuerjc qualità babbi amo dato alnojlro con 
cetto, magnificenza, picciotcz%a,leggiadn a , e aj prezza • Ma m qucjlo luogo 
della leggiadria , e venuHà foLmente fi ragiona alla quale che feruano gran- 
demente alcune metafore, lo dice anche rifiutile mi decimo , & vnduimo ca- 
pitolo del terzo delia Retorica, oue ragiona del parlare V 1 bino . E nè rende 
la ragione : Perche tutto quello, che facilmente ci dà qualche noiitia , natural- 
mente ci diletta , ma nuoua intelligenza oltre l’ordinaria non apportano ne Le T 
parole fir anitre, perche non ci fono note, ne le proprie, perche già le Zappiamo , 
ma le metaforiche fole : E però effe fopra tutte l altre fono atte à darci piace- 
volezza, e diletto : Ma delti notata firafordinaria , che produce in noi la me- 
taforagià habbiamo parlalo a ba fianca . Che e/fa ha tolta da cofe leggiadre 
dìa grafia, fi può vedere rntl’i fiempio di Tcriclc , che adduce -driHotile , oue 
parlando egli di cofa tanto {Mguifre , quanto eral’e/Jere Hata ama^zata qua fi 
tutta lagioucntù in battaglia , ad ogni modo con la forza d’unagratiofa meta- 
fora, fi refe gratiofo,& vrbano dicendo. 

Che la Città rcHaua perla perdita della gioventù , come reilarebbe l’anno 
fcn^a la primavera . 

h Lifta nell’ or mone fatta nè l’efiequie de’ Corinti morti d S alamina , ad 
ogni modo in fi fl> fio foggino trovò col mezzo della metafora modo diefierc 
vrbano, e venufìo, dicendo , 

Che la Grecia qua fi fanciulla co’ capegli tagliati à quella fepoltura conco r- 
reutLj. . , _ 4 , 

Che fe nelle funebri, e mefìifiime materie hanno forza le metafore tali di 
introdurre venuHà, e gratie : ben po/fumo crede re, che maggiormente faran- 
no per farlo, oue di cofe liete, & allegri foggetti fi ragioni • Come quando della 
primavera diffe Virgilio , 

Vere tuniant terra, & gentili* femina pafeunt. S : . - . < 

Che il Tetrarca tanto leggiadramente imitò dicendo , 

Quando’ l Tianeta, che dengue Urne , 

Ofd 


Sopra la Particella LX X IX. 46 I 

jti alloggiar col Tauro fi 1 itorna , 

Cade virtù da le infiammate corna , ' ’ 

Che vefle il Mondo di nouel colore: • %■;. 

£ non pu r quel che s ‘apre à noi difuo re • • •' ’ -* 1 » , 

le riue, e i colli di fioretti adorna, ' 

Ma dentro dotte già mai non t'aggiorna 
■ Gr arido fidi feti tereflre humore . 

7{e^ punto meno furono gratiofe molte metafore del T affo intrecciate tufi*. 
me t oue egli defcrijje alcuni effetti pur della primauera dicendo , 

Là t’apre il giglio , equi [punta la rofa , 

Qui forge il fonte, iui vn ru/cel fi fcioglie , 4 

E filtra , e intorni à lui la fclua aimofa 

Tutte parca ringiouemr le fpoglie, '' a3 V 

S’ammoUifcon ù fcorge ,e fi rmuerde • ' - \ - 

Tiùlieiammee in ogni pianta il verde . ~~ ■ 

Benché non piamente in materie fi vaglie quanto è quella della primauera 
ha faputii introdurre metafore leggiadre , egratiofeil lafio , ma nelle mette 
ancora e lugubri : (ome quando e fendo ammazzato ilgkuanetto Leibim dt^ 
Ce, che Solimano, 


Vede (ati dolor) giacere occifo , 
f y, Jl fto ti tbin,quaji iti fior fuccijo . 

j Et oue [opra Tancredi da lei creduto morto fà che Erminia die*» 1 
« Ohimè de ilumi già sì dolci e rei / ' 

Oue i la fiamma f ou'i il bel raggio afeofo 
*Dc le fiorite guano -, il bel vermiglio ■. 

Oue è fuggitoì ouc’l {cren del ciglio ? 

E finalmente bora del vallo di Clorinda maritate dice, * r * ■ 

D’un bel pallore ha il bianco volto affierfo < ' >* 

Come à gigli firian miste viole . '*■> 

fi bora del mede fimo volto di lei già morta 
E qua fi vn Citi notturno anco e Icreno 

Senza Jplendor la faccia colorita . . , ,* 

Che fe altri dirà che molte di qutfle più tofio comparationi fono , che meta - 
fare : facilmente lo concederemo , pure che egli fi ricordi qui Ilo , che di [opra 
habbiamo detto noi della diuerfità di qutfle due cofe : perche di quefla ma- 
niera veder à cbcalnoftro propofito non rileua quale di loro fila . ?/« lotto fi 
potrebbe dire che fin quà noi effempì non habbiamo addotti d altri, che di Poe- 
ti . E pure che noflro (topo è il ragionare delle profe ; ma aquefto diciamo che 
D ente trio ttefjo allega in quefìo luogo detti de’ Poeti , quafi prefuponendo 
quello che noi ancora prefuponkmo ; cioè che in cofa tanto chiara , quale fi vo- 
gliaeffempio batti; non et tendo alcuno cofi pocoprattico de’ buoni profatorì , 
che fra loro ancora metafore venufie , e leggiadre non habbia douuto leggere 
molte volte t . 


A 

1. 


4$l II Predicatore delPantgaroU 

Flos «etatisadolefcentn . < 

Viruraexccllentcìn preclari tum illi horaincs. 

Florem populi dixerunt . 

Praftanti.florentiquc fortuna; inuidetur. 

Gemmare vites,fitireagros, lxtas eflefegetes . 

JLuxuriofa frumenta . 

Tutte quefìe fono metafore di Cicerone, e tutte piene di venuflà,c dì grafie J 
Che fe ac gli Italiani noflri pafiando,del 'Boccacci vogliamo ragionar e, oue egli 
dice bora,cbe vn fiumi elio , 

^Argento vino pareua , che da alcuna cofa premuta minutamente fpru%- 

zaffi, 

Hora che l’acqua del fiume non altrimenti i candidi corpi delle dorme na - 
f coniau , 

Che farebbe vna vermiglia rofa in fotil vetro, *,* . 

Hora domanda il volto di T^epbile ~ ‘ 

* F refea rofa d’ aprile ò Maggio . ' > ‘A 

E gli occhi di lei , > 

Scintillanti non altrimenti, che matutme Belle. • 

In quelli , & mnumcrabtli altri luoghi come Panerebbe egli potuto per Ut 
via delle metafore aggiungere maggiore vtnuflà e grada al ragionare ? 

I due iffcmpi che quà adduce Demetrio non fi sòdi quale Autore frano , nè 
pure fe di due ftano , à divnfolo ; Et anche la lettera loro in Greco è affai dif- 
ficile ,c varie nè fono le cfpofitionife bene ànoiè piacciuto di feguitare in qtie/lo 
qua fi totalmente meffer Tier Vettori, il quale nel primo eff empio oue deliaca 
Cicala fi dice , 

Dolce per fa ria melodia diHi Ila. 

Vuole- (e bene, ) ebe la metafora venti Ha fila nella parola, difhlla, trafpèr 
tata da liquore d melodia. E nel fecondo, otte fi dice, 

»Ardc la fronde e fifehia . 'ì 

Tfelf ultima parola, nota la venuflà della metafora , con la quale dalVbuo - 
mo alla f rafia ardente è flato trasfarito il fifibiare; E veramente quanto al- 
la prima metafora , che qnefla voce fidi are, ò difUUare tra/portara in luoghi 
non fuoi, generi leggiadria; argomento cc ne po fono fare tanti luoghi,oueil Te 
trarca fi n’i feruiio,come ja rt bbono , 

1 (pnuien che’ Iduol per gli occhi fi difilli e , 

Cb’bor sudai Ciel tanta dolcezza fìille , * et 

V Saluodiqucl,che lagrimando fililo, . * ' 

Come Amor proprio A funi figliaci infilila . 

Et altri ; ma di queflo affai . Hora noi paffiamo ad vn’altra cofa de- 
gna d’efler intefa , e che potrà giouare ; E diciamo che fe bene ^Deme- 
trio in tutto queflo trattato della nota vcnufla non ragiona quafi mai , 
-fenon delle venuflà, che egli chia ma nobili, cioè delle leggiadrie, e delle grafie, 
non facendo quafi mcnùoue alcuna delle altri meno nobili, che fino le arguite , i 

fali. 


S opra la Particella LX XIX» 4 6 j 

{ali, & ì motteggi : fi nondimeno da auuertire,che da tutte quelle cofe , dalle . 
quali fi poflono cauare le prime venutlà , dalle mede fime trarre fi poflono le 
feconde ancora : Et in particolare , fi come babbiamo veduto , che con l aiuto > 
delle metafore fi fono formate molte grafie , e molte nobili vcnufìà : (ofi bah - 
btamoàfapere che la metafora è luogo attiffimo per fabricarui jopraalle oc - 
cafoni foli gratiofl, & arguti motti: Cefifodoto (lo dice *4 rifiatile nel j. della 
Retorica) volendo pungere gli o ettenefi perche le congregationi toro fode- 
ro tumultuofe , oue molti in vn medefimo tempo parlajjero , e cofi poco ordine 
fvferuafj'c guanto' dicono (fé bene io non lo credo ) che fi faccia ne configli della 
fitta d'y^dfti : -volendo in fomma Cefi lodato di quefla confufione mordere gli 
ditene fi', in vece di dire che non douefficro cofi freffo fare congregationi , leuata 
la metafora da co fa militare di/se, 

-A uertite ditene fi di non dar tante volte all'arme , 

T ale 1 quello che mette il C ortigiano, yuan do ad vno che fi chiamava "Botto- 
ne , fu chi {landò nella metafora del Bottone medefimo diflc, » 

Tu {arai vn dì B ottone, e’ l cape Uro farà la finefltlla. 

E nell’afiedio di Parigi, con vn motto tale mandò Trattano à burlare i TÒ- 
rigim dicendo, che egli cooperarla à fargli Janti,poiche 

Dal Cardinale batteranno le indulgente , dal Tanìgarola le prediche , e da 
lui bancrcbbono i digiuni . 

E più arguto ancora diurne il motto, quando la metafora è doppia, cioè quan 
do viene dato per rifrojta perfiflendofi tuttavia in una metafora che babbia a- 
doperata quello à cui fi ri fronde : Come occorfe pureà Tariginel medefimo . 
tempo aU’arriuarecbe f iccoljoccorfoil Duca di Parma: al quale bautndo 
mandato à dire T{auarro,chc lo andaua ad incontrare con vna montagna di fer 
ro ( che cofi cbiamaua tgli la fna cavalleria') Parma all' tm antro Japtndo 
ch’egli nonbaueua vnfoldo, eebe fenza danari non durano le guerre , re- 
Jpoje, 

c Maggior paura mi farebbe vna collina d'oro. 

lAlBottone che fi buriana dì vno anibore che b atte ff e mal fatta vna come - 
dia ,e fra Patere do fc gli difie , 

fa re la voflra comedia bifogmrebbono per lo apparato quanti legni fono 
in Scbiauonia . 

Dice il Cortigiano, ebe flando nella med‘fima metafora, rifpofe fubito queir 
l'altro , 

E per l’apparato della tua Tragedia balleranno tre legni follmente. 

UWa f> ratiofofù quello di (ofmo di cJWedici pure refrondtnifo nella mede u 
fima metafora, quando battendogli vnfuorufeito di Firenze mandato à dire, 

Che la gallina cotfaua : 

.Oliale, rifpofe egli, poffono (Oliare le galline fuori del nido. 

fi Moro noilro Duca di Milano per fe e per noi ir f elice, bauendo à certi 
bifida dori Fiorentini montatala imprefa ch’egli fi baueua eletta d’ina f pa- 
letta, ò bruflia,con la quale voleua denotare, Je tfrere per nettare Italia, t cac- 
ciarne 


464 H Predicatori del PamgaroU 

tiarne vii Oltramontani ■ E domandato che ne pareua 1 °™- 

Tiene ce ne pare ( nfpoferogli mbafc, adori, anz, m quello i Vrofetr) Ec- 
cetto che molte volte auiene,cbe eh, fpa^za altrui J,ra le polve ado fio afe. 

Di qurHa natura fu quello addotto da C itero ne 
Quid larrasCatule? quia cc furem video. 

Di quella quello del Corpulento d cauallo,al tu, per vna Città , ouepafiaua 
efitndo domandato come poi tana la valigia manzi ? . 

Cof, (rifkofc egli )t’vfa in terra di ladri . 

Don Vietro di Luna già condannato à morte, ferme i. Voggto,tbe venete 
do due abbati di $.Ecaedctto,& egli fuperbamente interrogando loro . 

Ouc andate tornii 

^tl cadavere, i ri. j* 

Refpofero efi: c pur da metafora ; ma fondata m vnafauola fu loftherzo do 

Antonio , quando dicendo Stfio Tttiopcr moftrare, che dictua vero, e che non 
era creduto , 

Jo fono vna Qa fiandra . , . . 

-Bjfpofe egli ]ub:to per mordere la ìmpudicitia vituperofa di lut. 

cJW a con molti odiaci. 

*advn 'If apolitano , il quale importunamente , e notamente lodaua il Ro- 
gito di 7 <{apoli,& ad ogni fiato diceva , 

Ch’ egli era vna coppa d’oro. , 

Tù chi (lomacato, per efitr e preferite non ficurò didire co fa non vera, £«* 

TÌfpofc La. . .. 

Coppa d'oro è ; ma piena di ferpi . 

I di quefli tali motti , e / ali fondati nelle metafore infiniti fe ne potrebbono 
addurre,? di già nati, e che ogni giorno nafeono . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

E Pure fiamosù le marauiglic: E Demetrio per cofefiu pende, & r in- 
uencioni molto leggiadre accetta, e molto nuouc, le due metafore.^ 
del fi (chiare, e dello fiillarc ; le quali nondimeno, con troppo mag- 
giore leggiadria , e venu Uà erano fiate vfate nelle feriteti re noftre le mi- 
eliaia de gii anni alianti : Del fifehio , qucfto ecerto , fi fcrui Dio ragio- 
nando ad Elia, e con infinita grana lo trasferì all aria dicendo. 

Ma delle» fi] 11 are apcna fi puòdircin quanti luoghi con fommavenu- 
ftà fi fono valute metaforicamente le facre carte. 

ctò fono Ionio al ,.fc Amoffo .1 

5 >.an.bi diclino. 

; Stillabimt monte, dulcedinem . . . _ _ . 

E Giobbe con metafora leggiadra anche in cola tneua,accotntnoaan- 

do lo fiillarc al piangere nel ricapitolo dice, . . ' . 


S&pYdla PartkeSa^ L X X IX. 4 6 j 

• . 4 d Dtum fluidi oc iti us metti . 

E pure gratiofatnente rrafportandoegliil medcfimo fallare aU’elc- 
quentcmenrcragionarc,poiclie nel capitolo 19. hà dertpcheal ragiona- 
re di lui ogii’huoino ftaua attento, c eh e nibil addire audebant ver bis eius. 
foggiurige fubito-. * 

. \ Et fuper tUos fiillabat eloqui um mentri 

Metafora cheda Dio medertmo fi\ vfara in quel Canticoche egli ftcP- 
fo derte à Moisè perche Io cantarti ro i tigli d'ifraellci la doue doppo ha- 
ucrrconrHolrainagmficcnzacominciatoda quelle due metafore in at- 
to p piene di Erqphaff? 

udite cali qua loquoraudi.it terra verba oris mei. 

Dalla rii a follici nota parta alla venulla,econ quattro metafore gratio 
feindolcifcc il ragionamento dicendo, • 1 

<• 'Coqicreflat'mpluui.rdoflrinamta . ' 1 ' 

Filai vtróseloqiuimr> enm- ;b«> ; tdi - lii'j «ièti-A 

Quo fi irtiber fnper ber botri . 

Et quafiftillx Jitper gromma. ;(,f >*'!/ 

E già Tappiamo che di quelle alcune non metafore propriamente , ma 
comparationi dcuono dirli : ma mille volrcfiabbiamo detto, che fra me- 
tafore c comparationi, non faremo più differenze : e di ciafcuna di loro 
in vece dcll'altre indiftintamente ragioneremo . Balla che habbiamo ve 
duro come anche nella medclima parala fallare habbianofaputo mille 
volte cacciare di ciucile venuflà le nollrc fermare, le quali fecero llupirc 
Demetrio, quando eglivna volta incappò^ ritronarnene gli authori 
fuof:E coli portiamo cìirc di quella marauiglià di Ariftotile, perche altri 
iti- materia mella haueflclàputo valerli di metafore, &alm modi di di- 
re gratioli : Che per mia fS , ne* noftni Santi libri, ertempi fe ne trouano 
tanto più gratioli, e più leggiadri di quelli , quanto più leggiadro d’vntu 
fpin a c vn giglio . Per eflempio perche nel. Commento , di alcuni sfini- 
menti habbiamò ragionato: Eccone due della fcrirtura fiera : Vnoin 
pedona di Ellerre,e l’altro della Spofa: E veggali fi: cofa tanfo mella con 
maggiore leggiadria, hora fenza metafora, Se hora conmcraforc potrà 
venirci palla manzi à gl’occhi . Di Efterrc poiché haueua detto di fopra 
che cita era rofeo colore rultum perfufa : oucfuicne per paura della irata^ 
faccia di Affilerò dice ohe, x.\ 

Regina cbrrmt , & in paltcrem colore mutalo laffm fuper ancillam mima- 
uit caput. 1 . ’t, ' 

Et poco più giù . " • • ■ : • • ; ; ... 

- Cumquc loqueretur,turfus corruit, & peni eraminata e fi. 

Et Li fpolà molto più sfoggiaramente, ouefi fcntc venire lo sfinimen- 

to,orida,ò Jà,lorellc j 

Ècco per amore io inIanguidifco,e fuengo. 

Fulcite me fiori bus, fh paté me malie- quia amore langueo. 

Et vn’al tra volta ouc erta cofa tanto mella vuole efprimere, quanto è 
il dolere,chc erta hauca (cntito nello jmaginarfi,chc lo fpofo lì forte par- 
tito adirato da lei, ad ogni modo metafora tanto gratioli adopramuanto 
èqueltu.-.' • u [DÌ <• ? ,.. vn-l irj : ' i o J ] 

\Anma mea liquefali a e fi . ■ 

Che fe di materie non mcft$ habbiamo à trattare , Se in particolare»» 
•- 11 Parte Seconda. Gg della 


Sopra U Particella LXXX. 477 

rem quoque frontistnalojrumque gibbi cxubercnt. Et licer- oflìumlom 
pagéconnexà, & acquata confinia circù.uallare videanturmrer harc^ne- 
dii fune oculorum orbés,& luti ad caucndum,& ad intuendum liberi, Se 
decori ad gratianijvt potè inChryltalli fpecie rcfulgentcs, in quorum 
medio pupilli funr, qui videndi munus operantur: Hi nequaincidcn 
tis iniuriceoffcnljonelida^tur pilUhinc inde confcrds , vclur quidam 
vallo perirai iranv-munmhtur. ] 

Fra gli Italiani baderà che adduciamo vn luogo di MonfignorCornu 
lio nella predica dpi Pallore, oue egli deferiue la ltagionc dell’Aprile, « 
del Maggio . 

La quale da fchizzinolipcrauentura farà (limata vn poco poetica, ma 
1 noi baftcràvche ai propoujtodi cui parliamo molto leggiadrillìme mc- 
taforc contenga i.n le mcde(ima^c è quella. . 

In fomina.tuieila parte dell’anno ' c quanto hi di bello il) nollro mon 
dp : ! ‘qUapto hi' di vagola noftra tèrra : quanto hi depuro il nollroCie- 
l*o : Sellile veramente ( per v fare quella parola de gli Allrolcghi) tutto 
giocondo.c tutto Fortunato: l’aria non hi più ira con noi , èdiuentata_> 
clemente è' dolife,h'a fatto celiare quei venti rabbioli: Comincia à fpira- 
reaure fpaui c tepide :Ecin luogo drqitcl le piogoic importune ci man- 
da dolcemente le fue rugeiadc: Igiouanià quella bella temperie dell* 
anno efeono fuora lieti, e fpogliano lccampagne,& i bofehi de’ loro ho- 
nori : IJcontadini ornano le phiomeloro, con le chiome degli arbori: 
Quàlcc quella giouanencHa Città dicnooslinfiòri £ E perle ville che 
non s’inghirlandc ? E ben fenza grada, chi non pianta in quelle calcnde 
che fi auuicinano un maggio alla porta de’ Tuoi più cari . In Comma ogni 
-cofa fpira grada e amore , • 

, NonArEdcracome ogni cofa ridcèNon vedere come ogni cofa adorna? 
Infin per gli ilcrpi fchcrza la Dea Flora , per tutto gigli , per tutto rofe , 
per tutto gcifomini, per tutto lì veggono di ogni forte fiori, e bianchi , e 

t iaUi/ «perii : Che bello fpettacolo è quello, che ci fi la madre natura? 

ra quali morto il mondo,hora rinafee ; Però fi allcgranoranto,c fanno 
'àgara le Ninfe.clcgraticpcrininctarci i far fella feco. 1 fiumi fi ritira- 
no denrro i loro ahici : la terra ch’era grauata rroppo dalla mole delhac 

3 UC, ripofa,c quali inuaghira di Te mede fimn,di'picciolc herbette, come 
i tenera lanugine li cuopre tuttala faccia : Gli alberi nngiouanifcono, 
crome vedeteli adornano quanto più pofibno per innamorarci: I campi 
verdeggiano : gli animali tutti ritornano i loro amori ; Et gli vecchi del 
Cielo quando fanno i^ai fi bella, muficain ructoPanno , come in quelli 
due meli, l’vnoprelTo‘i Gentili facratoà Venere , l’altro à Mercurioe 
i Maia ? ò dolce primaucra : ò fiori della Pr imaucra Aprile, e Maggio. 




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PARTI CELL A 

OTTAN T'ESIMA. ^ 

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nuirt!' ih 


TESTO DI DEMETtU 0 Z 


M» r.it 


WI.V 


Tradotto da Pier Vettori. 


z : { 


ii 

fn j-'vo ; t 9/jr.y ì.UÌaji/ :ann. quotai- ijl cbaUrpiJ. 

1 Jmftó verbo i&dihtyarambico Vf’mrn •nj*Ta¥(ttkàt*- 

’ £ *' ?Ttpvyvv Tevrìtftmrw' mrpvyv* tÙJTe *>!**<* t quama- 

^nèaccommodaucomad^s fwt , & fatyrorumfabulìs 

| litfioMts . Et è vulgati vtique verbo iiafatur, vt cura Jfri 

Siatela inquìt Ora y<L? pirÒTu «pi • e/Topi/SoV.pv ytyofia. 
et è faiiout idem W eodem Oc* >*/> icirjntf m) h- 

lù.ttMiuj&Tiffr’yiyor* : : illudenim ysrirHf conjuetkdinif 
idiotarumiam cfl- illudvcrò i/rrmefa^umex dvrìt. aitisn. *>k»L j.I> 

•i : ; <*» '.• t i.*>iÌ£ • ili orc<->. Mre 

PARAFRASA. , , 

• ’i :• nifi .vive nòti ?r.s Ji ri.fi! 5 ;ru i!*r’D m V. non 

mundi .<1 - n i i ijtq tod: -L m , . t . /<• ■ i.*. .i : ■■'• r! ;d» 

Eruono anche allò venufta certi nqrai congionti^ 
e duplicati len^a difcrctione & altra ditirambica. 

come oueA dille, TiUr.i :.vi-.t|-Ji iqTsfi i'g «q niml 

Plutone che è ^ighor de gli Alinégti; T i c : 1 r*l 
1 ‘Ma aH^védiiftà meno nobili, anii à quelle prfn 
i cipaln.ente ‘delle Comedic,e delle Sàtire; Sico- 
$ne alle medefime fcruc ancora /'adoperare certe parole alfai plebee* 
everte fatte di nuouo, tua licentiòfapicqte. Come oue Ariftoti- 
.iediife, , . i : !.■ . . l :.:i : .'i . l*«q li l •' .o 

i Gufa rtto piò mtrnacq mi faccio, óci/ffipno, tanto più loftudkxhet- 

l»i Mù+ùaa*-- . , io! s .-.h . i .ih imi» ii.- nini: * :--nr.« '!.^v 




COMME NTO. 

< 19 ( 9 J» 



j 4 . e nel 5 5 '- otte fra l’ altre coft dicemmo , cb( di lo ro altre fe ne 1 man* be- 

4 §0 • **•* 


Sopra la Vorticella L X XXL 4 < ? 

»t, e modefìommte fatte, come legislatore, architetto e finiti', & oltre fat- 
te troppo arditamente, &alla Ditirambico, come Cielo moltifronte,terra Ca- 
pigro [Si, e tali : Dicemmo ancora (franto A l’vfo loro, che te ben fatte e di raro 
vfate fanno magnifica , e grande la profa ; la douc fe ò mat fitte foito,o ambe 
ben fatte troppo fpeffo fi vfino, urtiofila rendono, fredda, tronfia, e Poetica • 
Tuttavia conforme alla dottrina di^triftotile nel fettimo Capitolo dii tergo 
delta Storica aggiungemmo , che anche le mal fatte , o troppo fprffi vfate in 
tre tafi fi pofiono comportare nel parlare Tathetico,0ie fimo impadroniti 
de gli a fiottanti, e nelle Ironie : Et bora da quello , che difle Demetrio ncltxj 
particella 69. a ggiongiamo,che nel portare burlefcoancora Umedefitne fipof 
fono computare : Si che da primo ai ultimo : raccogliendo eda^f nfiotile,c da. 
‘Demetrio tutto quello, che delle parole indifcrctamtntc congiunte fi è detto jò- 
cludiamo dunque, che in guattito luoghi fi admettono, mi dire 'Vatbttico.Oue 
ftamo impadroniti de gli auditori, nella- I torna t nel "Buile[co,\la quello che dì 
ce bora Di me trio, cioè cl/e le mede finteci troie Ditirambicanicoté congìuntcfer 
upno alle venuflà; A qualf di qtMtr&cjpi fi hi eghà ridurrei \oi: certo al pi i 
mo,ne al fecondo, ma ò al terzo,ò al quitto, ò alla Jronia,òal ridicalo, o burle 
[so ; Delle quoti due cofe ragionò Aùflvtile nel penùltimo cupo del terga della 
"Retorica, c fhfie ebe fra il ridicalo c la Ironia vi tra quefl* fola dif ettata, ciré 
la Ironia era più nobile, perche tbi la focena volata diLttarc fe ite fio, & il ri- 
diculo, o l corrile più ignobili chi nottua deiettare altrui . (omunque fla, quatti' 
do Demetrio dice, che i nomi Ditirambicameute congiunti firueno alla venu- 
Hi,non intende delle ven ifid nobili, che fino le leggiadrie, e le gride, ma del- 
le non n bili, cioè de i moteggì filfi, acuti, & anche faceti, e ridicali, i quali alle ' 
due eccettmi terga è quarta dette di fipra fi riducono: ainzi pcrciocbe fra 
motteggi ancora più propriamente feriamo i nomi congiunti , & i ridienti , e 
burle fibi, che à [al fi, & arguti, però dice chiaramente Demetrio , che fcruono 
principalmente dctfe par pie alle Comedie, & alle Satire -, e quello che egli di- 
ce delle parole malamente raddoppiate, fi loà da intendere ancora delle indi firn ' 
tanpente fatte, e dette plebee. L'efjempio ch'egli adduce delle parole troppo 
arditamente congiunte, non fi sa di quale Poeta fi fia,nè anche il [entimenfo df‘ 
lui è troppo chiaro ', perchela parola Greca oi-ftpvymt' non appare fe 
fia accujatiuo nel numero del meno, o genuino in quello del più : B afta che per 
quello che toccqjtlfi ct)fy,cbe deue (fiere cfiemplifi.aia, fi uede che in Greco iet 
ta parola lignificante cofa con ale negre , è molto Ditirambicamente congiuu-: 
ta.7[oiper ridurlqall'ltaliane /sabbiamo dette \linegri,che noni for fi tanto 
indifircta uoccqijuuifi fi Grecq per cffeit,coafopne a quella che forma la Ita- 
liana confuctMine, iomdndfihdo un vetetib Caponegrtt. ‘Détta Greca" dice M. 

. Pier lettori, che fi firuianebe sfriilofane, e non è marauigha , perche que - 
fio è q ad medefimo otriflofaoe,c non A riflotile,dal quale diceua [oprar Demo, 
trio, che erano frcqucntifSimamtntc tifate le venuflà non nobili, (he fe quitti ta$ 
li nomi in qual fi 'voglia maniera congiunti, fino attifèimi A Comedie e fu 
noie, non è duroni marauigtia , fe lidie fne novelle ; & in quelle priu- 

Gg i tifai- 


so irti 

A 

• 

% i k-j* 


4JQ fi Pndlcaìort dcl PaiùgaroU 

cifalmente, oue fi fa beffe d'alcuno , tante volte Je rie [erutto l'iugegnofiffi- 
mo noi] ro 'Bottacci , come otte di Madonna f fotta difi e, bora 
Donna Zuccaluenco , bora , •• > >:l . ‘ 

Donna Voto fila, > ' ' > 

E di maefiro Simone medico, e di Ciouani di sello difie , 1 ’ 

. Cbeciafcunodiloroera - --v 

Vn'lauaceti. , i : i... • 

E del giudice Marchigiano, che era, 

Vno fquafimodco . : i - i .> • trti 

Che pure quella è parola congiunta , %■ 

E della moglie di Lrculano , * 

Vna piabiafitto > e fpigohfira. 

È molte altre fimili : Ma tornando à Demetrio , egli feguita i dire , che il 
mede fimo < ffetto , che fànno nelle venulìd (umiche e non nobi li le pa iole ma- 
lamente giunte , lo fannoatuorale plebee, e le indiferetamente fatte ; e Cefi 
fempioytb egli adduce da vna Spiflola di ^iriflotilt , tutte due quelle forti di 
parole contiene ; 

Tcrtiochcdi en do quiuì Ari/lotile per ifeberzo e burla, che quanto piò fa- 
lò flaua , più gliveniua uogha di fìudiare fauole ; perefpnmcre la foVttudi^ 
ne fua due parole vtò , vna plebei/fimd, e l'altra formata à fi ra tot lo da far 
mede fima ,tbe diedero grandifiimo garbo alla facetia\ La plebea fù mirt- 
eo f>« , che doueua in quel tempo e fiere vfitatisftma della infima plebe, tt 

la fatta fù duract , che noi habbiamo tradotta ijftimo . E veramente , thè m 
componimenti tali, come fono lettere in burla, ò comedìe, ò mutilerò fimili f 
quadrino malte volte parole tali, anche dalnoHro Boccacci fi può raccoglie- 
re, il quale, come dicemmo altroue, non fola plebee, ma contadine parole anco- 
ra adopc rò molte uolte bene à su huopo ; Come 

La Ufila , il BaloncbiOfZaz^ato, Gombine , Qtrreggiati, Frenello, Staggì*, 
le, Liejco, S cor garzone ,Sopptdiano, 

£t altre,che può vedere illcttore : t quanto alle parole fatte per ifeber^p è 
burla -, Come fono , 

La Cianciali fra , la Semìfiante,l*-Scalpedia , laScbinchimurra , la Gtime- 
dra , Coreografia ,F amacena . 1 1 

: Può vedere il medefimo lettore quello, ebe nel Commento della Tarliceli tu* 
$p.ne habbiamo ragionato. 


DICORSO ECCLESIASTICO. 

O Yedivenuftà ignobili folamtnrc , c feurriti li ragioni ad attrai 
non appartenenti , che àComedic, e Satire , chiara colà è, che 
dalle Scritture noftrc tutte graui, c tutte diuine , indarno altri fi 
affaticherebbe per cauacne elfeinpi. Nè meno materie burlcfche, ò co- 




Sopra la Particella L X X X. 471 

fc tali admettono gii Scrittori notiti Ecclcfiallici.ò Greci* ò Larim.òlr* 
liani che fiano, Si che della materia, della quale nella precedente parti* 
cella, c nel precedente Commento fi c trattato, al ficuro non haucrcmo 
in che Ecclcfiafticamente dilcorrere. Solamente quanto- allaparoku 
nivtX*- La quale dice Demetrio che à tempo fuo era cofi^plcbeo; io non 
me ne marauiglio ponto, poiché àque’ «;cmpicofi nule finpieg/Ito cralir 
mò naci fino; cioè la folitudine , che infino Annotile ilfauio non ha ver» 
gogna di dire.cheqtianropiù è folo, piùglivien voglia di tludiarein fa» 
uole; Chelavoce nit*x<x tìabbia lignificato (éfnpre Hu jipo'fijl icario , 
quello non folo per Dc.iictrio.K A'riftotile s'intende in quella particel- 
la: Ma tutti i noveri Padri antichi,cqnjinciandoirifino d^ Dionifio Arco 
Pagica nel medeu no rcnrtmfc'nto l’hanno prefa: E San Cicrònimo nella 
EpiilolaadEiiodoriwi, dalla etimologia di quefta voce argomenra à pcr- 
fualìone dell 1 fi ditndine quando dice : Interpretare uocabulum Menai hi, 
idejl inumi qwd fa<.is in turba qui {elusesi E veramentein quell» luogo pa- 
re che San Gierommo a gii Eremiti foli Conceda, il rtpiuc di Monaco» 
ma trecento anni prima che gli Eremiti commciaflcrà in San Paulo pri- 
mo Eremita; de’ nofiri Santi Monaci ragiona Dfonifio Arcopagitancl 
capitolo p. della Ecclcfiitliea Hicralthia , A il meddirho Sah Gicloni- 
mo nelle Epillole ad Cuftaibiùdeferuauda virgwìtate,cad Rjifìicù mondi butti 
de vita monaihorù , così à-Cenobin» come a gb Eremiti appropria detto no- 
me: In modo che più vniucrfalmente parlando, bifogna dire con Gallia- 
no nella Collationeottaua: che monaci prcllodi noi fono (imi quelli , i 
quali à Coniugijs abflinerU, & d parentum fecònfortio , ac rnundi biùus conucr fa- 
ttone fecernuat, vi foli Deo per lontcmplattoncm inbxreant . Oui.ro con Dioni- 
fio Areopigita.oue di l'opra, Che monaci fono gUelli,i qual i rebus diwfibi- 
tibus relitiis, Monadi, idefl diuinitati foli piacere conundunt. che c altro che fc- 
pararfì per attendere meglio alle laitolé : c già cpdó io qhc .quando i no 
Uri primi Santi contemplarmi prefero queir» nome> egli alfai plebeo, & 
humilc douelle edere , perche la humiltà Chrilliana femprc hi richie- 
llo così, che i più Santi nuoinini.non dc‘ piùfuperbis e gonfi, ma de più 
modelli, e balli nomi fi fono feruiti, come Religioni vediamo cflerfi fat* 
te femprc con rituli di minori, di minimi, di humiliati.di fcrui, e limili . 
E, come ialino il Pontefice. Romapo Vicario di Chrillo in terra, non più, 
che fcruo de*, ferui di Dio vuole elferè nominato: Ma fucila c la grande* 
za del Cluilliancfimo.c delle nollrc religioni, che applicati loro anche 
i più vi!i,c più contemptibili nomi contraggono dignità è grandezza , c 
fi fanno fommamcnce honoraci,c reucrendi : In modo che e tutti gli al- 
tri hanno mutato natura : c quello in particulare di monaco, il quale al- 
l’hora era plebeo quando il grande Ariftoriìe monacò fi faCcua per attc- 
dercallc tauole: bora honoratiflimo , c dignilfimo è, quando picciolo 
San Benedetto <* tanti per vnirfi contemplando àDio,du tutte le altre co 
fc fcqucftrati, monaci fi fono fatti, c folitarij. . k , , 

Ma di quello foggetto del monacato: &,in parriiqulare chi vuol vedèj 
re quanto Celebrato fia egli femprc llaco. Se ammiralo datimi i Sanu 
antichi , quanto lia ilato da Diauoli odlato.e dagli Hcrcticì.-e finalmeià 
te chi vuole h uicrc armi potentiflune pefi difenditi^ di^fe bclhMnmiè 
de gli innouatori de’ nollri tempi : alPArfcnalc ricorra «fella Chttfi* Ca- 
»holica,che Cosi chiamo io il non mai à pieno lodato libro delle cvntro- 

G g 4 u«6= 


47* fi Pndtiatorc del Patugafola 

ucrùc del mio hum diffidino, ina quanto può altri imaginare ■ valbrofUG»' 
nio Padre BclarminioA'C. in I 


PARTICELLA 




£i £ ;V frtl 


OT TA N TES1MAPR/M a. ‘ 

n '‘'li- nR 

T E SIO D r D E M ETR IO * 


Tradotto da Pier Vettori. 


m 

ut 



Vltaautem verta ex eo quod de alìquo vfurpata funi, lepi- 
di {mt.cen.Oyàpo'pyit cvth K òkttZiùrjfì to' . bic cnhn 
lepos exiflit ex co quod in anem lufu, vt in hominem. & quod 
, minimè v filata veri w attributi aui . hi imitar leporer ab ipfis 
ucrbis cxoriuntur. .y 


(Ur.vK 1 


PAR 

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A F R A S E. 

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• oQx 

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lOlte Volte ancora deuentano jMac<uoji,c‘gratioftJ 
! le paròle, quando abufandole per dirè com , a t6-| 
I fc le appropriamo, le quali nonne lòiio ordinai 
t riamente capaci , come ouc colui ad un ucccl- 
i lodili^, . :*•"* . ^ 

Qj Anche àgli fleflìadiilatori aduli. 

Oue tutta la gratia fu, lo lchcrzarc d’nn uccello, come s’egli folla 
Dii huómo,c quella cofa attribuirglielo^ ^adulare, che à gli huomi- 
fòli appartiene -, c quello detto lia delle parole prelc ad una 



-ini' ‘ •..ijtibr.Hi nit flint* .*jvj : . il . .i •fr i-: uelor. n 

CO M MENTO. 

i.ioiViiq i ! li 1 H;il!.i •. i i: .. •••uof’ . ;• • >• t* ! olla iTjI» 

N Onlifogna correre con latita fretta quefio luogo* con quanta pare d noi , 
che l babbiano pafiato altri cflv fuori Sciogliamo bene inttdcrc in quid 



-o £ la. gratta tenjisk ibqvtfla paffì&aduli , miti quale viene detto alt\$. 

i- s -J e dio 


Sdraia Pdf'tUelia LX X X ì. 4 ;> 

ulla ch'egli adula : Ma qq4t ò egli H fondamento di quefia venufla} quale è iP r 
luogo onai fi caua qui fra gratta £ £ tbt cofa è quella che le dà la leggiadria, e la 
ptaiCHoltzza l QuàjvJceh diffifufrà igertbe fe diamo, che quefia grqtia^ 
nafeè dalla metafora , conciofiacofa che l’adulare metaforicamente daU’buomo 
viene trasferito all' eccello : noiinvna parte diremo vero-.ihequà dentro è me 
tafora , e che la metafora da’ gratin ; Ma fe tutta quella gratin pende dalla 
metafora , che accadala d replicare quello, che gii nella Tattici Ila 7 p. è fla- 
to ditto abondantcmentc ? T^on è f opra àqueflo luogo quattro ò fei pagine il 
luogo della Particella 79. oue ‘Demetrio iptfguÒ,cbc vno de’ luoghi per cattare 
ride, voluttà . ,. e le. grafie eramttaforarflper.t fiempio addufjc. quel 

verfo j- -j. v \) vii • ' ! v i 4 (ù . 1 1 iit ' 4 ; - :**•• ' u\ 

Dolce per l’ali jnclqdia dittili», ; > v . ; • 9 \ 

£ quell' altro. , ■ ; . . 

_ K *4r.dt laftpade-e fifebia. ;*> •' " * • Vs- • 

^ £ noi t ai{ l Commcntq coìi molti, ejfempì in più d'una lingua confermammo 
1 laccu.lhjhnc ; ouc dalle, parole nHtaforùòcft&và vcnuflàf gratta. Si che, 
tnqitcflqvfirfo, • 

yiyduchc à gli ttefsi adulatori aduli . . 

,'fiou per altro nafte la gratin [e non per la metafora , egli doueua addur- 
fi per può de gli cfSfìftpi di quel luogo della ‘Particella 79. e non aggiongen- 
dofi.quàcofi nkiftà alle dottatoli * fùperfluo pare, die fu l’infegnamento , e 
fyori di pfopofito. replicato . -, 

Forfi fi potrebbe dire, che nella Particella jp. Demctrio parlò delle me- 
tafore communi, e qui parla della metafora in atto , della quale parlò anche _» 
elsirijlotile appaltamele nell’vndecimo capitolo del terzo della Retorica , e 
per la quale , operationi animate fi danno à cofe inanimate , come ouCm 
fi dice. -x 

V olaucin le factte, .... icrr • • .. V. ‘ 

Di ferir dtfiofe . , 1 • 

0 almeno à cofe non ragioncuoli fi tra frodano operationi. huntane , come : 
farebbe quà, dicendo àdvccello, V .• 

MnchcJ gli fleffi adulatori aduli . ■ ■ - . 

Ala anche àquetto fi ri fronde, che delle metafore in alto ancora, già 
ha parlato altra volta Demetrio nella Partitella 47. oue noi altresì nel Com 
mento babbiamo con molti cfjempi dichiarata la virtù , & il ualor loro -, efe 
viene replicato, che in quel luogo l'autore delle metafore in atto parlò in quan 
tp feruiuano alla magnificenza, e quà nt ragiona , come hanno da effere ado- 
perate per la vtnuflà ad ogni modo non fimfee quefia replica di Jodis- 
farci : \- v ' ' . . • 

Primieramente perche in quel luo 0 fi vede che , m uniucrfale fopra tut- 
te l’ altre per quale fiuoglia effetto loia Ja, meta fora in atto. E poi perdo 
che nella Particella 79. fi vede chiaro , che egli di tutte le metafore ra- 
giona, di tutte dice che fanno venustà, fe, vengono bene adoperate à tale yfr- E 

” ' ‘ che 




47 4 1 / Predicatori del Van'ìgaroU 

^the egli quitti comprenda ancbora le metafore in atto , e non babbitt à far dì lo-- 
ro appartato infegnamento , da quefio appare che tutti due gli effempi , ch’egli' 
dà, fono di metafore in atto, et di operatami trajportate da (fife ragionatoli, à co 
feò non animate, ò non ragionatoli. 

Dolce per l ati melodia difìtlla. 

(.sfrdela fronde fi fifehia ■ 

Si che battendo egli già altroue infognate , le grafie cattar fi dalle metafore : 
onde fi catta effa quella gratin quà , 
t^/fnch'à gli flefii adulatori aduli: 

Ecco la rtf polla di Demetrio itle fio : Quefla gratta fi catta non dalla meta* 
fora, ma cxeoquod verbi funt vfurpata . Cóltro è dire , che la gratta na- 
fta perche la parola fu traslata, altro perche fu abufata , cioè perche fia paro- 
la non ponto c onuenicnte alla cofa , alla quale Ì applichiamo : ( JMa dirà alcuno, 
fe non è conucniente à quella cofa,dunque è tirata da un'altra , e per confeguen - 
■afa i metaforica ; lo concediamo, e diciamo , che la medefma parola abufata , è 
infìememente trans ferita : ma la grafia non nafte da lei in quanto è trasferita , 
ma in quanto è abufata : E fefoffe pofiibìle à trouare parola trasferita, che non 
foffe abufata , effa haurebbe la grafia, della quale fi parla mila partitella 79. e 
non baurebbe quefla della particella fei : Quando dunque à un' tft Uo fi attri- 
buifee l'adulare , quà vi è doppia gratta , f.vna che è quella dtd’a particella 7 9. 
perche [egli attribuire vna cofa, che è propria'ièeWbuomo'eValt'ra che è quel -> 
la di qucfto luogo, perche fe glifi fare vna cofa difeonueniente à lui : t già delle 
còfe Immane attribuite à beftie demmo effempi nella particella 47. come quelli 
dite del 'Boccacci. 
tAuucduto Leoncello . 

Fidehfftmi Cani . w - , ' 

Et altri. 

Hora in queflo genere di trattar e di beflie , comefefoflero buomini, aggio»- 
giamo, che grattofo molto fù quel luogo di Catullo . De paflere mortuo Les- 
bixoue egli f de, bel anima di qutWvcello morto vada à qua luoghi, oue crede- 
vano effi che andafjero le anime humane, dicendo , 

Qui nunc it per iter tcnebricoliim , 

Iliuc vnde negant rcdirc quemquam : " “fe ; 

Atvobtsraalè licnialae tenebrie ' 

Horci, qu* omnia bella dcuoratis, 

1 lana bcllunj mihi paflerem abitui itti*. 

* Il Petrarca anch'egli, due pernici introduce prefe da lui, che da lui medefimo 
in dono mandati ad altri, come fefoflero buomini, ragionano co fi. 


0 / piè de i colli, oue la bella vetta 
“Prefe de le terrene membra pria 
La donna, che coluiche à te ne'nuia 
Spi fio dal fanno lacrimando dtfla . 
Libere in farce paffauam per qui fia 




• H 

>« .-*•> n. 




va* 


S opra la Particella L X X X l . 47 y 

. t Vita mortai ch'ogni animai defia 

Senza foffictto di trouarfra via 

Cofa che al noflro andar f offe molefla. 

. ; E quello thè fognila : rJMiAti anchora hanno in quello genere felicemente 
[(bendato facendo epitafii d cani morti, d v etili, & ad altre befiie, fe ben fòrfi 
pochi mai tanto gratio fornente, quanto fece colui che nella "Vigna de'Craffi d ì(p 
ma, [opra quella picwla baftta, onde fi monta d cauallo, fece l'Epitafio allago 
mula di cJM. Tarife de’ Graffi morta pochi giorni erano , tbe fu quello che 
Jegue , < . ‘ V; 

*1- DisPedibus. 

Ciuccia: mula: dorfifenu,& clumfcrz manfuetnc,& Paflueta:, CtK 
iusinlulcura ve diffulturaaccommodctur , fuppedancum hoc Paris 
Craflus Crafls mulse bcncfcrcnti cum riiii pollile . 

Vexic annos 1 ì.rnenfis 1 6.dies quadraginea duos,cura dimidio. 

Quanto al dire che befiie adulano; come dite quello efjempiodi Demetrio al» 
l ocello , \ 

insinché d gli Beffi adulatori aduli 

‘Dei cani fi dice egli quafi ordinariamente . Tanto che infino Ludovico Viue 
nel dialogo familiare fecondo perl'effercitio della lingua latina, che egli intitula 
Prima ialutatio. Ed che vn fanciullo domandando vncagmolo dite, 

RulcioRufciohucCanicule fcftiuillìmc . Envecauda adula tur» 
vtfc in poftenorcs pedes cfigie . 

Cbetuttc fono venuftd e grafie nate per effcrfidcofe non ragionenoli attrfo 
butte operationi non conucnientid loro , e cofi fi hd da intendere il noUro luogo 
di ‘Demetrio , tome infino d qua habbiamo di fior fi : M a d dire il vero babbia- 
m 0 vna aggiunta da fare affai buona : la quale per ragioneuole rifletto ci lp^ 
ruto di rifiruare in noi fino d quelì’ljora : 
t in fomma die la gratta di qui fio ver fi. 

Anche à gli fltffi adulatori aduli . 

Tfafca non perche la parola aduli fia trasferita filamente , ma perche pai 
abujata anchora, que/ìo è chiaro, perche delle gratie che nafeono dalle file trafi 
Utioni gid .lìd ragionato l’autliorc nella particella 79. e perche egli dice aperta- 
mente qua , che quefla grafia nafte, ex co quod verba vfurpaea fune . Ma 
tbe cofà intenda Demetrio per qutfìa vfutpatione di parole, perche non i fi chi* 
ro, noi habbiamo detto che la parola aduli i abufata perche non i conuemntti 
vallo ; i fe bene dtqueiia-maniera, tutte le parole metaforiche fino vfurpate , 
perche tutte d luogo non proprio vengono trasferite : habbiamo nondimeno det- 
to che dall e mede fune parole fecondo due rifletti con fiderate in quanto fono me- 
taforiche, nafte la gratta della particella 79. & in quanto fono abufate nafee U 
venulìd di qui (la partitella gì. Hora diciamo di piu . Che abufart le paroleè 
anchoraquando diciamo d chi non i per natura atto ad intenderle , e parliamo 
con quelli (cbtr^andOfCO i quali da vero non fi può parlare : E però la grafia di 
quefla particella i fe non filamtnte all' viello fi attribuifie attionc che non gli 
' conniene: 


4jS 'fi PrtiicntoYC dèi Pdnlgaróla v a 1 

tonatene : ma fe chi lo fi con lo Sleffo vcello ragiona , come fe egli frfffvn'biko* 
mo. Qìc fe del mede fimo vallo è fiato detto 

IgU i gli fltffi adulatori adula . ' • * ' 

Oi<à ben vi è la gratta della parVttillà 79 . pèrche la pdrota adulati è mèta - 
firiea , & quella di quello luogo perche all Vitèllo fi di attiene non conuentenÌc[ 
propriamente à luì , ma maggiore fari la gratin ,}éabt»fttemoemcln'lcparole' k 
nell'altro modo, cioè iagionandocen l'vceUo^fiefjo -fe dtèlUdom feconda per-, 
fencu'f **' * ‘ \ ’•■»& j\»u.?.ì{o ih khtai 

finche à gli fleffi adulatori aduli . •'"'A 

£ queflo i fichu ro, che chiunquivn volge ti & penfiero , ne fentiri fubito la 
forza: Et ordinariamente vediamo , che per /olà infittito di natura, gli huomini 
gratiofìè frfleuoli molta volte in matèrie dibrflie non foto fi contentano di darei 
ffiafio ragionando di loro, come fe f afferò ragionévoli, ma trattando con loro fiefi 
fi come Je foffe'ro buomtrù te la cefi riefee gràttofif/ima, e da Uiarautgltofagufto 
i chi fente: ( ’ofi i ih cagnuolo diremo , ■■■ '■■ : . 'ì 

Venite qui Signorino, come Siate voi, come ni fono io ingratìa ? •• 

£ cofe tali : Cofl diceua ^t rifiutile, e noi lo re ferimmo di Jopra , chei Gorgia 
hauendo una rondine fchizzato in vn' occhio, egli riuolio i leifleffa dtfle, 

* QueSlavon è però tofadaben creata fanciulla ò Progne . « 

iti noi in queflo genere occorfe ina tofa gii, che qualunque volta ci torna al U 

l'animo ci dànuouo piaceri t Cavalcano, tfstndo frate fmplice , con altri frati 
dell'ordine mio , e fra gli altri col P adre / uangelifla da San Marcello , detto il 
CMarctirmò fhuomo dottiamo efantiffimo , màgrattofo ìnihora e fcfieuole , 
quanto fi pofia credere : oli quale ina volta ch'egli fmontò , effondo figgita la 
mula, e con molta fatica /unendola ribauuta per ifthif are firtnle imontro, cofb 
tìffiduamenteflaua poi / oprai chèa niun pàfio por difficile e pcricolofo thè fufie+x 
non fmontaua mai: Efraglialtri nello feendere d'vna lunga montagna, effendat 
tutti noi altri i piedi, & egli pure tuttauiai cavallo, finte ito, che gl t ero dietro 
più vicino de gli altroché egli non rò che parole contmouate diceua, ni potendo- 
mi bnaginare con cui egli parla ffi,auicinatomi vn poco più, mtefi che tgli colila 
fua medefma mula ragionati a m queflo tenore , ■ ii 

• Orbe : hot vedi ciò che hai guadagnato ifuggire.Che fe ben tu fuffrdorm a da 
bene} E che io mi poteffi fidare dite, advfjo io dijrnontarei, e tu andareSli à pica*, 
‘di come vanno i altre-, Tufei fuggiti, SS hai fatte le pazzie : E tetto ciò che te nei 
viene, oue io non fmontao mai,bor uà là. ■ 

‘Parolelhe m’hebbcro ifar fmafet Ilare delle rif<t%-& anche bora mi dannar 



latiuaj. 


Svjovfr-.u t, 

. . .* 


•U.H. Ili. .1 , t.'iMV.tT . : 

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»V A . i iw 




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D b 


-kto 


ni ' 

Sili. 


SofnlUPurtiicIU ’ LJfXXl . 47 $ 

discorso ecclesiastico. 


.‘tu 


D EUe metafore in atto 1 e di quelle particolarmente nelle quali & 
ad irratiotjali.òad inanimare coft,attioni ragioncuoli-S; imma- 
ne artribuifcono,tairiiora le npllrc fcriture & à noftri fcrirtori Ec 
clcfiaftici aifai da noi e (lato ragionato ncirEcclcfiaibco difcorfo, del- 
ia particella 47. . Jì - ' 

• Fluruina ptaudenimanu. • . . . • 


•' tri.. 
;,Hb 


,q 00(1 /Ilfltt , u 


ita. 


HIl'OI' 


-rmroìjr , 


u2* 
oli r ■ 


E.udulunt manta, 

• . Ex nlt. urne colla actingcntttr. 

Inflitta & fax 0 fi alata funi, ■ 

A late rida trfngit- . ' , . 

Tutte quelle , e molte altre dicemmo clic erano metaforedi quella* 
maniera ; Si die , fc la bellezza,dclla quale parla Demetrio in quello 
luogc »inai.ìro non confifteflcjchc in far fare à cofc irragionouoli,ragio 
neuoJtatuonijgià diciò farebbe trattato àbailàzatMainucro come Jiab 
iha Vio. dòtto nel Commento, nói crediamo, che doppia gra^rifh reg- 
ga quella vernarti- .Vita già detta che cofeirragioncuóli , attipnj l)if§o 
fciano fare non ponto loro conucnie-nti . E l'altra «he nofmqdelìmi à 
quelle Cofc volghiamo il noftro RiMure 

pon folio a tre à ieruirci , ò iHtendcroi.'E di quella natura ppit ngljc ferir 
, ture .fiere fc ne trillano moltc,Gavnc oueDauidde difo.;\ , . , 


Ukid cifriti mare quod fugisli. 


tSMJ-1 


.• .I^n^s^pti.fplp,iconu,cncuple attion? al n>are jj&ggirqrfnp non ef- 
fendo manco il mare <}i natura tale che potefle ò vdirc , ò capire i ra- 
4^.p >1 |ge'ntieUE)auid4. < -' * Nólmcdclimo poc^o fp^o.tWtte quelle altre-» 
•gffftft» Atene vnpocppiòmqgiiilichc.pqraiientura alla qqt^-vcnufljf 
leqp-comiienc. ..r.rr -Ir. fjì\ 

ouOli/lupe/crtc itili fuperboc, • • > 

- * 4 ndnalum,iar ambia pcrcipt terra . m 

ut. .A udite ctthqHf loquor , audiat tei ra nerba oris Mà, . ! ,^ 

-• .£ lbiiuglawut . Età quella grana purc-.ii peitrcbbono ridprre rutti 
-quei dcuocrtlmùlwtodi di dire J( con quali eie ferii tu re fiere , &i padri 
Écdeflaitid, banche i predicatori pij de, ooAu tempi, praUdcaoo ralV- 
Jiota^f creami cirraginneuoh A lodar Iddip.: Einon dicono ‘mica àgli 
.veellì ^ohe adulino àgli adulatori, ma elTorcatio e gli vocili , e. tutte le 
cofc create à lodare il lorocreatore: Nt-J qual genere di ragionare deup 
il priiicipalilfinv-» luogo darli fenza dubbio alcuno al Salmo J4&.0UC ra- 
gionando quali i, tutte le creature Pauidde. 

■rt- laiuJatùefMtjdffi:, Sol* Lune 0 Sitila , Imen , cali , equa fupcr calot , draco- 
nei , ahyflt ;gnis , grondo ,n:x , giu ics , fpiruus pi ocello) um , S onta , celici, li- 
-grw f iidi t fai, Ctdrtàcrlìt: ptiora ,'jeipeuUsirdMcres pomata 
n/'Cofejuttv leqqua ì nccon brucine leniniano ciò die dicelfc Dauid, 
ut con Ivqca erano. arteà lodare Dio : Hubbmmo detto , con beccai, 
pcrciochcin due altre maniere rottele creature fenoattiflìme à lodare 
Dio, ouiaoin.quanto dalle bellczfi e.dallc qualità loro qurdi da muto 
•-'ilo li . le 


* 7 * ; Il Predicatóre del ‘TfdgtroU . ?, 

le lingue viene palefata la grandezza,c la bontà di Dio,in quella manie 
ra, cne diceua il Salmo, 

Cétli enarrant gloriarti ÙeL 

Oucro in quanto conofcendo io in loro quali in fpccchi gli oblighi 
ch’io tengo à Dio, eia bellezadi lui^ dalle creature piglio occafione 
di lodare il creatore: Del primo modo diceua San Gicronimo, 

Omnis creatura , non voce ,fed opere, laudai Dominum , quia ex creaturis con* 
Jequenter creator intelkgitnr,& in fwgults openbus atqnc efjcftibas Dei magni- 
ficentia demoti flr atur . E del fecondo diceua San Gregori® Nazanzenó » • 
[Omnia Deum laudani > & inenarrabilibus , & mutis ctjam , ve ita_> 
dicam , vocibus Dcum glorificant : Narnquc prohis omnibus gratiae à 
me aguntur Deo , atquc hoc patio mea laus, qua Deum ego laudo pro- 
pter illa , iplorum quoque laus cfficitur , duin ab illis ego laudandi oc- 
cafipnem acci pio.] • '' 

Comunque lia , propriamente parlando , non fono certo quelle cole 
nè atte à fentire la clTortarìone cne noi facciamo loro» perche lodino 
Dio , nè à lodare con vocc,e con bocca Iddio. E pure Dauid come hab- 
biamo detto nel Salmo 48. trattò quella grana marauigliofamentc: E io 
fpirito Santo , polliamo dire , che imitò fé ftelfo, quando ad imitatione 
del fopradetto Salmo , fece che nella fornace ardente , dalle bocche de 
tré fanciulli Mifach, Sidrach,& Abdenago vfeifle vniformemente quel 
marauigliofo Cantico , 

Benedicite omnia opera Domini Domino- 

Nel quale come vengano clfortate à lodare il Creatore loro.’ 

Cali , aqua fuper Calosfol , luna , iteli* , imber, rot > fpiritus , igni s » aHus » 
noBes ,dtej,lux , tenebra, fulgura , nubes, terra, montes, germinando , fonica, 
maria , /lumina, cale , omnia qua mouentur in aquis , volucres , beili* , c ’r pe- 
cora . 

Ciafcuno lo può vedere nel cantico medelimo , ma con quanti mi- 
fieri j , e con quanta diuina arte quello fia (lato tatto , altroue non po- 
trà alcuno meglio, che nel Danielle del valorolillimo padre Pererio ài 
quarto libro. Noi fra tanto in quella materia dell'cflbrrare le creature 
irragioneuoli alla laude di Dio , non polliamo , c non vogliamo noi ad- 
durre alcuni elfcmpi del Carili! fro, c fuauillimo noflro padre San Frati 
ccfco ? Tanto più degni di elfere faputi , quanto , che non foto in que- 
(lo Sant'huomo parcua che folle ritornato lo dato della innocenza ori- 
ginale , vbbcdcndoloà vn eremo infino le più indomite fere : Ma mol- 
te volte gli fece grafia Dio, che le irragioneuoli cofe, quali ragione- 
uoli fatte , modraircrocfprclTamentc d'intcndcrlo , e nella maniera che 
meglio poteuano , gli rifpondelTcro : E veramente fono molti gl’cllcm- 
pi , che fé ne potrchbono addurre) ma à noi vogliamo che balli il re fe- 
rire due folcattioni di detto padre, ma per magiore autorità rcgiltran- 
do le parole mcdelime della Cronicità dell’ordine , le quali , quanto al- 
la prima attionc fono quelle, . , 

Elfondoil padre San'Francefco andato àpredicareallaCittà d’Agu- 
bio , la trouò polla in vna grandiffima difpcrarione , per cagione d’vn 
lupo , che non folo gli guadaua, e mangiaua 1 bcdiami ; ma gli amazza- 
ua gli huomini, c lejdonne ;e(i mangiaua le creature tonde non pote- 
uano più vfeire fuori della Città, fé non armati, & in compagnia , per 

il che 


Sopra La Particella LXXXli 477 

ilchccglipoftofiin vn tratto in orationc,fc n'andò col compagno 1 
ritrattare il lupocontra il voler di rutti i Cittadini , che temi-unno di 
lui . Ne volendo egli che andane alcuno con elfo lui > fi fparfe rutta la_. 
cittì per vedere quello fpetcacolo per tutte quelle colline c coftc , dalle 
quali c circondata tutta quella Terra , nè vi (tetterò molto j che vidde- 
ro venire ferocemente il lupo alla volta del Santo; là onde tutti comin- 
ciarono ad alzare le grida al Cielo , dicendo che fugiffe ; ma il fcruo di 
Chriito armato dell’armi della fede inuitta, ammolamcnte gli andò in- 
contro ySc opponendogli il fegno della Santa Croce, in vn momento 
lo fece diuenire di lupo, agnello, e poiamoreuolroentegli difife, lupo 
fratcl vicn qui . Io ti comando da parte del mio Signore,chc tu non of- 
fenda nè me, nèalcun’altro. 

Cofa (tupenda, che à quelle parole, il lupo fc gli gettò à piedi, 
alpcttaua quello che voleua il Santo far di lui , à cui il Santo diffe.Tu 
hai comcllì tanti homicidi , e fatti tanti danni à quella Città che meri- 
ti mille volte la morte, l’anime di quelli clic hai morti, gridano giudi- 
tiaconrra di te innanzi à Dio , ma perche tufcihumiliato,fe tu mi pro- 
metteffi emendarianc , io ri vorrei far perdonare, alche il lupodi terra 
rifpondeua applaudendo col la coda , abballando la teda, e gemendo 
parata che volclfe dire, che l’vbidircbbc . Il che egli intendendo, hor- 
sù , foggiunfe , poiché tu non vuole far più male, da qui innanzi io ri 
prometto di farti dar da mangiare per tutto il tempo della vita tua da_. 
quella Città , perdonandoti tutte leoffefe pallate, cerne fenon l’hauelV 
fi mai offefa, che ben fappiamo che tutto ciò l'hai fiuto fpintodalla ne- 
celfità della fame ; ma dammi la tua fede di non gli offendere mai più , 
Alle quali parole fubitoil lupo alzando la zampa, gliela diede in ma- 
no . 

Hora ( foggiunfe il Santo ) è nccefTariochc tu venghi meco fenza 
timore atomo, e così fc n’andò dietro di lui , come fc fulfc fiato vn Ca- 
gnuolo. E gionto il Santo in piazza , con il lupo, ilconcorfo che fu di 
rutto il popolo, non fi porria mai dire, vedendo coli gran’miracolo, 
perii che egli fece loro vn fermonedimoftrandogli che per i peccati ld 
dio mandfluaqucfti flagelli à gT’huomini * ma che la bocca di quello lu- 
po non era niente in comparatione della bocca del lupo infernale che 
afpetratia poi l’anime per diuorarle eternamente , eche però faccflcra 
penitenza , fcvoleuano clTerc liberi , c dall’vno, e daH’altro. Vedete-» 

( difTe poi) ecco quà il lupo che mi hà promeflo di non fami piùmale, e 
coli voglio che voi mi promettiate di farle le fpefe, acciochc cglijfe pof 
fi» mantener. Il che premelTogli dal popolo, riuolto al lupo gli dille, 
che promertclTc ancn’egli à loro di non gli fer mai più male , e diman- 
dale perdono . Mirabi I cofa , il lupo inginochiatofi fnbiro, in fegno di 
pentimento diede del mufo in terra, e poi facendoli il Santo «fi nouo 
dar la mano in fede della pace. Io p ometto foggiunfe , e per l’vna c per 
l’alrra parte , eco fi vi (Te per due anniconrinoui fenza che i cani manco 
gli abbaiafliroin mezzo alla Città , e poi fi morfccon gran didimo feon * 
tento di rutti i Cittadini ,che vedendolo s’infiaramauano ncll’amordi 
Dio per la memoria di cofi gran miracolo , c bene firio che gli haucua 
fatto per mezzo del fuo fcruo fanrifsimo Franccfco. 

E quanto alla feconda, quelle. 


Rac- 


■s 


4*78 11 Precettore del PamgaròU ■ io/. 

1 Raccontano San Bonauentura , c Sant'Antonio , che edendofr parti- i 
tóSàn Francefcodelfa villa di Carnerio, prima che arriuafic egli à Be- 
ramo,viddc vn gran numero d'vcclli di diuerle fpccie fopra vn albero». 
Se all’mconrro.cTcfsivn altra fquadra, cofa.chc invero era degna di 
vedere, perche pareua che denota (Tero vh non sò che foprti.l’ordinafiofc 
fi pome apparile , perche il Santo infpirato da Ditti fatti fermare i fooi 
cbtnpagni adierro fe n’andò à predicare à quelli vcelli ; e gionto all’aU 
b'ero i (aiutò dicendogliela pace del fignore (in con Vòii E gli vcelli. rnò^. 
tirando fegni d’allegreza (ì apparechiarono tutti à quella prcdita,eqnel 
li cfie'erano sul albero, fecfero in terra, c (i pttfero m ordine carigli al- 
tfr, e con mólto filentio pareua che Befferò afpcttando il Santo padre 
che incominciafle. Onde egli die principio in quella forma, fratelli 
miei vcelli , voi fere obligati molto à laudare Tempre Iddig vullro Crfca. 
ròrc.pciche v’hà'datel'ali ,con le quali pofsiate volare pcp l’aria le- 
gfenvrente, ouunqHe piò v’aggradi, gratin che non l’hiconcijlfa à tan- 
ti altri animali i Se in oltre ci v’hà adornati , e vediti di piume di varij* 
vaghi , Se dilettèuoli colori , ecreaticoi corpi leggieri ,c vi fedentv» 
ftnzà voftra fatica, faccndoui godere dellefatichc dcgli luujhuni.eper 
che v’hà concedo vn fifotioro, cdiletreuolcanto,e viconfeiuainfì co. 
piofo numero dal principio del mondo , c nel diluuio vi prcfcrliò mila? 
colofamentefnandando le coppie di tutte le voftre fpetie .noli ‘arda, di 
Noe à faluarlì , e poi v’ha dato per danza vno de i quattro, dementi , e 
però la fcricrura^ folita chiamare vcelli del ciclo yoltte che peftèdcrc i 
monti » c lé coljlne , le valli, c le pianure, tutte à vodro dilcxfoje le fon-? 
ri, e irmi; e gl’albcti.elccofe per i nidi, e fdpra turno, che per U* 
bócca del fignore de (To , fi è degnato Iddio dar tcdnnonio al mondò?» 
chcfenzache voi filiale, c che voi vi affaticate, egli hà penderò di ve- 
dimi , c di date , c di verno , e darui tutte le cofe neccTlarie alla voftra 
conferuarione . 1 quali tutti beneritij fono contrafigni dcli’atnorc eh© 
il Signore vi porta comcà fuc creature. Però fratelli, cforelle benedet- 
ti da Dio.guardarcui di non edere ingrati à Tua Diuina Macdà ; ina fero 
pre laudatela , gì à che v’hà dato il modo co’ vodri dolci accenti ,.diuo- 

camentc.amcn. **’ • • 

Finito il Santo ch’htbbc’ quella predica (mirabil cofa) tutti quelli 
vcelli cominciarono ad aprir il becco, & à batter l'ali come voleflero 
drrc , vi ringraziamo , ma fton potendo proferirlo con la bocca , abbal- 
lando le tede; gli diedero ad intendere la riuerenza che lor gli faceua- ‘ 
no’, c che afpettauano la fua beneditnone per laudar Iddio , c partirli . 

I quali giudi miràndoilSanto padre ne prefe vnaconfolationc infinita* 
vedendo come quelle creature erano vbidicnti aTcceatorc.ecofi per li- 
centiarli diede loro la benédirrionc fua. Qual riceuura da tutti , vinta- 
mente s’inalzarono in aria , riempiendola tutta di fuattilsimi accenti, c 
fe n’andaron via , diuide-ndofi tutti in qiuitro parti , conforme alla be- 
nedittione datagli dal Padre in forma di Croce. . 

Gofe.afcoltatori che alla Capienza humana paiono per auentura in- 
filile: ma ò pazzo > ò cicco chi notivi nconofee dtmro Capienza di- 
uina. :.>.)■ i 1 1 -ni 1 . olo u . » »> •' .1 ; -Iti 

° h’VlMVr. • qo-Jtì 


J P 


PAR- 





i - t . *79 

PARTICELLA 

ottantesim aseconda. 

T ESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da ‘Pier Vettori . 

1 X collisione autrn & de viro, qui prsjlct catoni ? tppbt 
I jjfau t ni IffKCf* riiiìit i Àngolo.-*" f,r bic.n.le 
porem pota r genuìt collatio quàm magniludititri , atqui 
luebatipfidicere. Verro, bus i elmi luna àlijs (tdenbus , 
velfol fplendidior ani quacitnqne alia maga propria poe- 
____________ tarum . Sopbron autem & ipfefimih forma inqnit , 

eà"r"T'" fJ M* Kaù **fi* «■ TM » T fòt ItffUt (U»ii£rTI tìtr Ttf fth*TOUi T fi 

ma< Tu *1**1*101 ittiuru bic venusta cjì collatio , & qua Uludil T rotami 

Unquam putrir. 

parafrase. 

| Ratiofa cofa ancora è vnaccrta manieradi paragoni, 
quando con vn colpo dia ho 4 due:c lotto Ipctiedi tare 

vnacomparatione,introduciamoòlodc, òbiafimo di 

perfona, ò perfone cheal principale noliro propoiìto 
non appartengono: 1 ale fòli detto di Saffo , 

Pcrroco taiuo magiore de grhuoinmi del Tuo pacfc,quàto è mag 
giorc Lcfbio di tutu i poeti furaltieri. 

Oue già fi vedecne haurcbbccon paragoni frequenti nelle boc- 
che de’ Poeti, potuto far Permeo tanto maggiore de lùqi , quauco ò 
la luna,ò'l fole fono più chiari dell’avere lidie , ò cole limili ; ma in 
vece di grandezza volle in quel luogo generar gratta, e venulta pi- 
gliando uccafione di lodar Lefbio:Come fece ancora;( ina per bia- 
fimarc)Sofrone,quandodi certi fanciulli-che tirauano fdtuche,e 
paglie contraalcuni huomini, dille, 

t tanto malefaccanolorq,quanto ne fecero i Troiani ad Aiace. 
Chefù vn pigi iareoccafione di burlarli de*Troiani,cdiWttar- 
gli da fanciulli. 





\ 


Seconda Parte. 


m 


COM- 


•Qts 


. 

r 


c 


IlTredtcatore del Panigarola 

O M M E N T O . 


480 


E nfiai chiaro quello che infcgna 'Demetrio in quello luogo : e la maniera 
della venufld è belli ffima , & gratto fiffima ; la quale in \omma confifìe in 
qutfioyche quando noi ragioniamo i'vna ò per fona, ò co fa, C habbiamo bifogno 
a’ì na terza, ò cofa, ò per fona ò per paragonami la nofìra , ò perrafiomigUar- 
utla,ò per profcriTHcta,ò in qual fi voglia altra maniera per referirla à lei , noi 
lafiuto tutto quello, cbz communemente pare che fi dourebbe pigliare, prendia- 
mo vna perfuna che peraltro non fa ponto à propofito noflro , e con qutfla oc- 
cafione,ò la lodiamo, 0 la buftmiamo,ò ci burliamo di lei-, come per e {] empio , fe 
ragionando noi del valore ineflimabile del Signor Duca di Parmafin vece di com 
pararlo d Scipione, à .Amb.ilc,à fefarc,ò fimili,diceffimo , 

Egli è ft valor ofo Capitano, quanto fù brano Prelato il Cardinal 'Borromeo . 
Onero biafimando diciffmo , 

Tarma che è si brano in Fiandra, quanto fu vile Tortocarera in affrica 
Oucro dict (fimo 

T utto tutto è dato alle cofe militari Tarma , io fio per dire più che alla bro- 
da M onft gnor tale . 

Oucro d’ima donna. ” ; 

Epa h.ì pù gioie attorno, che non bà rogna la tale . 

E cojc fimh,nel qual modo digratie,bifogna auertire che quanto' à le tofe fret 
Icqiulift fard la rclatione e le perfone che verranno congiunte, haucranno mi- 
nore conuenicnz t fra fe Hcfìe, e maggiore lontananza mostreranno , tanto piti 
gratio fa riufciià la cofa. E però, fe diremo quanto à le cofe 
T anto è vai oro fo l’arma, quanto è brano E mena . 

baurd tanta gratta, come fe dice fimo . 

T auto è valorojo Tanna, quanto era latito Borromeo. 

Perche fra valor ofo e brauo, troppo maggiore congiontione ft truoua, che fret 
brano e fante : E nel biafimare,fc diremo. 

Tanto e brauo Tarma, quanto fu vile Portocarcra. 

Tfon fard fi gratin Jo quanto dicendo, 

Tantoè brano Parma quanto briaco il tale ; 

Terc he fra brano, e vile , vièti nfpctto , e legame della oppofitione , Mie fret 
brano , e briaco nono’ è vna minima tonuenienza al mondo: U co fi quanto alte 
ptrjone, tanto fard maggiore la grada-, quanto le perfone comparate hauranno 
manco che fare infume: E più gratiofo fardildire , 

T anto ( balla madonna tale, qua nto è btflia il Dottor tale. * 

Che non appartenga punto d lei, che non farebbe. 

T anto i epa bella, quanto è btflia fno marito . 

i^AnztyOut con decoro fi pofla fare , quanto più d perfine baffe opporreste 
grandi,& in contrario, tanto più placatole riufeirà la gratta ; £ tutta la ragie, 
• - ite i , 


Sopra U Particella L X X X 11 . 4 % i 

ne iyptrche in fomma quanto è meno efpe (tato, e quanto più pare lontana dal no 
flro p' Opoftto qn< Ui tòt tiriamo in ragionamento, tanto maggiore diletto diamo 
à c hi ci [ente : l ' B ncac- i non vsò perauentura qnefta venutlà per apponio nel 
modo comp teatino, nel quale fono gli efiempi addotti qui da Demetrio , ma ai 
ogni modo operò il ntedefimo,tirando diuerfe volte in ragionamento perfone_,, 
che non facevano ponto i quel proposto, e che fi vede che vi furono tirate /ludio 
famintc, non ad altro fine t he pei butlarfent ; Qme quando fece che fate Ci- 
polla parlando de fuoi peregrinaggi , e delle maraviglie vedute in India Tatti- 
nafea ,/ ggiungeffe dicendo , 

Ala di ciò non mi la] u mentire M afo del Saggio , il quale gran mercatante 
io trouai là,i he fchiai ciana noci, e vende ua i gu/ci i ritaglio. 

Epocopiùg’à che il mede fimo trattando dell' vno de Zoccoli del buon Gire- 
tardo da Billangna,aggiungc//e , 

Il quale, io non hi motto i Firenze donai i Gherardo di "Banfi, il quale in lui 
hi grandi (fima diuutione. 

E in altri luoghi fimili: De gl'e/J empi addotti da Demetrio , il primo è verfo 
di Saffo,che nciinproja italiana babbuino ridotto dicendo. 

Termo tanto maggiore di tutti glihuomint del fuo paefe quanto è maggio- 
re Lesbio di tutti i Poeti Foreflicri. 

Ouefivede,cbealpropo[itodilei,nonera ponto necefiariala mentionedi 
Lesbio. E pure e/fa col meg^o della comparatane prefe occafione di lodarlo, che 
à dire il vero, dice "Demetrio fenza trattare di Lesbio non le farebbe mancato 
tofa, con la quale efprimere comparatiuamctc il medefmo: Come facendo Per T 
roco tanto maggiore de' fuoi huomini,quanto è la Luna, ò il Sole delialtre fleì- 
le,à cofe fimili, frequenti apprt fio à Poeti: Ma e/fa volle introdurre Li sbio in 
ragionamento, per dirne bene . Me fi e r Pier rettori qua dice , che della compa- 
ratane della Luna fi fi ruì Horatio, quando di/fe 

Micatintcr omnes iuliuinfidus . >: 

VeJut intcr ignes Luna minorcs. 

E di quella del Sole Lucri tio dicendo 

F-t omnes i 

Reftrinxit ftellas exortus vtacrius Sol. 

cMa di quefte medefme comparatavi, molti altri luoghi fi trouarebono fra 
Voeti Latini , fé torna/Je à conto i/ cercargli : £ fra nofiri italiani e horamai fi 
trita quefìa comparatane di dire, • . 

Cojlei che fra le donne è vn Sole . ouero 

E veramente fra le flelle vn Sole . 

E cofe tali, che apena gli orecchi de’ giuditiofi po fieno fenza noia fopportarle. 
Cheilverfodi Saffo fia tffametro,noni maraviglia t febeneeffa per l’ordinario 
•per fi tali non fcrifie, perche pure alle volte ne fece : Onde anche Ouidio la intro- 
duce à dir cofi , 

Forfitan & qua re mea fine alterna require 

Carmina cum Jyncis lìtn magia apra modis. 

t/Hh a Eia 


4^2 il Predicatore del PatùgaroU 

U U fa rendere ragione di ciò, dicendo che alle volte per accommodarfi alfe , 
occafwni , altri componimenti fece , che lirici : Come pure attera Snida, la & 
epigrammi tal' bora hauer compoUi,& Elegie. Seguita l’altro effe ni fio di So- 
frone , il quale crediamo che da Demetrio fta flato aggiunto à quello di Saffo , 
perche ynone haueffìmo fatto per lodare, e l’altro per biafimare" Eglicerto par 
landò di alcuni fanciulli, che con polut,efefluche percotendo altri, niun male fa- 
entino loroypiglia occafione di dir male di T roiani,e dice, 

Tanto male face it ano laro, quanto nefe ero i Troiani ad aitate. 

F veramente egli aggiunge vn’ altra parola cioè , quan o ne fecero i Troiani 
con le fotti ai stiate , la quale parola primieramente è ambigua , perche non fi 
s a fe voglia dire, quanta ne fecero battendo gettate le forti, onero, slattando I r - 
nude fune fòrti, che ò dilegno ò di terra fi faceuano cantra ^sdiate : £ poi la hi- 
Jlovia è ofcura,e non tocca da Ugnerò : E però noi , non effondo ponto ni ccflarùt 
quella parola al fitte, al quale è dato tejìcmpio ,l’ babbuino xolontier trala- 
f fiata. *. 

DISCORSO ECCLESIASTICO* 

D Eflamecfcfuna natura qitaff è vn'kltrVlbrfe dì grafia, quando in ma 
perfona hàuendo fodara vnacofa’, e vt Icn dola paragonare ad vn 'al- 
tra, quella ra!c incfpctr.itamcntè, nella r. arfon a ifterta ricroniamo : Et in 
quello modo in vece di darle vna lode fola, pigliamo oecalione di darne- 
lc due. Come fece San Paulo à gli Ebrei, quando dilfc , 

Tanto rncltor augelli tffcfius , quanto difjcrcniius fra din nomcn hxrtdétauit . 
Ouc fi vede , che per far comparauone, che C bri Ito Signor nollio fia_» 
maggiore de gli Angeli /piglia occafionc inifpcttatadi inoltrarlo figlio 
di Dio. 

Chi cnim dixit altquando stngclorum. Filius meta es tu. 

E quello che feguita. Del rcfto la venuftà propria, 'addotta qui da De^* 
netrio nelle fcritture fante, non fitiouerà fi facilmenteiEr anche ne’Prer 
dicatori ò Greci, ò Larini.ò Italiani, farà faci! cofa, anzi conueneuolc co- 
fa, che non fi ritroui: pcrcicchc non potendo erta metterli commodamen 
tc in vfo fenza ragionare di particolari rcrfonc, quello nel pergamo con- 
uiene per Iopiù,chcfia fuggito dal predicatore: E già Tappiamo noi che. 
Monfignor Corneho alle volte non fe ne aucrtì : Come quando nella ter 
za p.lrtc ddla predica della Incanninone fattain Vincgia,Jnon foto ra- 
gionò dal pergamo fingolarmente al Doce,ma pigliò anche occafionc di 
parlare à M. Pietro Zeno in quello modo 

Quello ù flato troppo gran fauore ScrcnilUmo Prcntfipe ,‘che la fubli. 
mita vollra lì è degnata farmi: inchinandoli dal fojio fuo mandarmi à di- 
re dal maellro delle cereinoniejche io predichi quaro mi pare * cchc non 
afcbreuij pomo il ragionamenro iniojc.bcn l’horac tarda. Riconofco che 
è Hata legnalata grana, Se molti me ne naiiranno inuidia : tanto più , che 
non hà merito alcuno la picciolezza mia, con la grandezza firn: Main've 
et di ringratiarla Poi che non mi conolco ballante, mi sforzerò di non st- 
ufare 




SopuUVartlcelU- LX X XII» 48$^ 

KrìT-irr li Diri e ri za delle orecchie lue > e di quello eccello Senato , che lì 
j-Ji.. j’^fcoltarmi coli attentamente. Clanfluno Signor Pietro Zeno, 
porche vi liete degnato di hauenpi per figliuolo , ringratiatc voi con la 
▼olir 1 natia eloquenza quello gran Principe,* cui pel valor voftro, oltra 

gion ire i particolari lai pergarao.tcactctcmtfpiu baite* appoftatainentc. 

P AR TICELL A 

OTTANTESIMA TERT 1 À • 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

St autem quadam venuHas propriè Sappbicet ex im- 
' mitaiione confili j, cura fcilicct aliquo iam ditto muta- 
ne animumjj tanquam penimene ipfam dixiffe , ceu 
incinti. <sflce iam fupertiminare extollite fuòri; ge- 
nte ingreditur aquaht Marti : viro magno multo 
maior, tanquam reprebendens fe ipfam , quodimpof 
libili vfa e ti byocrbole , & quod nullus Marti xqua- 

mr-~ y - - ■_ j,, hsetl . tiulitemaiittm firmJt^illuddeTdtma- 

^^Tt^^Tl^Tfnifi T« s a.0\* f, ts ò ri ìli u*T*&Ka 7«jpv du* 
ì àt/JLOI F.o v Kcn» jci 0 yi[**7* T *0 7* . 

PARA FRA SE. 

N’a ltra venuflà quali propria fi può domandare di Saffo, 
che nafee dalla mutationc del configlio, quando haucn 
do chi che fia detta vna cola, quali fi pente di haucrla 
_ detta, e la muta. Come quando Saffo dille , 

'Alzategli vici olà,mafiri,e le porte 
Cli’vno intra di ftatUrfregUaleà Marte, ^ . 

Certo d’ogn’huomo grande, affai maggiore . 

Oue fi vede, che eflà quafi reprcndeleltcffa.d’hauere vlataimpol- 
fibilehiperbole, facendo, ( che non puòellerej vn'huomocgualeà 
Marte: E mitiga il concetto con la mutatone: T a-le ancora è la venu 
fia, oue pare che altri foffcpcr dire vna cofa,c che mutato Ja taccia, 
come dufe colui ragionando dii elcmaco. 

Parte Seconda. H h j Inan- 




q 8 4 11 T recitatore dèi PamgaroU i 

lnanzi al Palagio di lui legati erano due cani: Potrei dirne anche 
i nomi -, ma à che giouerebbe i I Capergli ? Che veramente diede gra- 
tia al ragionare» inoltrando di mutar configlio nel tacerei nomi di 
quei cani. 

C O M MENTO. ' 

S J può ragioneuolmenteridurrcqucEla vcnufià, della quale bora tratta De- 
metrio alla figura detfa correttione , dì cui ragionò l' tutore ad Heren^ 
nio nel quarto libro , e noi altre fi affai lungamente ne trattammo di fopret 
nel commento della particella 3 p. Effa,dice quell’ .Autore* colili id,quod'di- 
ftumefl,&proco;id,quod inagisidoncumvidetùr,repanif . Evera - 
mente quando efia in vece della cofa pofìa muta configlio , e leuando quella ne 
mette vtut maggiore, non è dubbio thè genera grandezza , e magnificenza , fc* 
fit infignior. Come in quegli esempi. . 

Quid fi irte luos holpircs rogalTct,imoinueniflet modo» 

Poltqu.un irti vicerunc, acque adeo vieti funi. 

Duorura hoftium intra moeaia,atquc adco in Seuatu videmus #, v ,* 
Lacerum crudelitcr ora . 

Ora,manufque amba* . 

Hic tamen viuit;Viuit? Imo vero & in Senatum venie. 

Siede il Signore, anzi il nemico mio . 

, Vennero apre fio d Dante, augi pure con efio lui . 

Draconi erano in Caucafo per grandezza, e per grandezza, e per moltìtuJL 
ne mar miglio fi. . 

Et altri: cl/e tuftiìome fi vede fanno magnificenza • Ma non t inconiuniot- 
te, che fi mifebino It note, tome diccuamo di [opra ^ Etantopiu può tiare , ebd 
vnatnedefiwa figli* a apporti e magnificenza , e grafia infume: ■ di quefia in 
particolare , poiché l'autore ad Herenrùum per mofirarela magnificenza bd 
detto, che per mcgo di lei, rcs fit t n fign ìor, fubito per aggiungere la vtnufìdg 
diceche finga In, ncc rei, nec nerbi gratia animaduerla eflct . Oltre 
che vi pojfono c fiere de' luoghi, oue efia produca', leggiadria , fenza magnificen- 
za. E queflo ouunque mutando parola, non tua maggiore ne agiunge , md con 
vnà minore mitiga la prima, ò ne mette ima eguale , ma più cfiirimentc , ò tace 
quello, thè haueua penfato didouerdire , ò in quale fi voglia maniera mutan- 
do configlio , non però aggiunge cofa alcuna à ciò che haueua detto prima L#« 
Dt metrto in queflo luogo due effempi adduce , vno di ‘affo , c'I’altro d’vno au- 
tore non nominato , ne’ quali tutte le maniere comprende della gratiefa muta - 
tionedi fon figlio , concio fu cofa che potendo fi rffa fare in due modi, ciò fono ,ò 
mutando la parola , ò tacendo quello , che fi voglia dire : il primo effempio di 
Saffo ferue al primo modo dHeggiadra corrcttione ,&il fecondo alla feconda 
maniera , 

». . ' Jtlzfitte 


Sopra U Particella LX XX.11* 48 J 

•' sfigate gli vfci olà maflri,e le porte. 

Ch'ano entra di natura eguali à Marte , 

Certo d’ozniJjHomo grande affai maggiore. • 

Ecco referti pio di Saffo. Ouefi vede,cbe cofa bauendo nominato imo per fio. 
tura vvualc d 'JUarteft auede che la biperbole è I tata impofibile , perche mun 
n huorn può trouarfpdi fiatura tale: E però correggendo mitiga la biperbo- 
le, edite. 

Certo /ogni huomo grande affai maggiore. 

Che è gratto fiffìma maniera : tanto ptù t chemtroducendovnagratu,injtcme 
leua vn difetto alla oratione : Che già habbiamo veduto quanto vitto ft cofa pa- 
no le hipeibtli imponibili , e quando freddo , & metto facciano il ragionare. E 
però impariamo quà dall’ e ff empio di Saffo , ebeoue vruccnc fcapafieit boc- 
ca , ragionando potremo meditarla dì modo con la mutationc del confìglio , e_» 
con la tornarne, tbe efja produrrà gratta, e leggiadria . E la cicatrice forni- 
rà per ornamenta. Cicerone d\ na correttione in qutflo modo mutando parola, 
fi valfe,non per grattala peramartgja,tvjè ptr m » r dere, e mordere da cane, 
non du ^y/gneUo quando fittiti caufa di Micelio di C Iodio dijjc • . 

Nifi intercederci raihi ininucitia cuoi iftiusmulierisyiro; Fra- 
treinuoluidiccre: Temperine erro. . . , , 

Conforme à quello , che Virgilio nei ver fi gmernli , (fe fui oh» fuoi) 

Uffe, ■ 

Gum loquorvnanlihipfcccàtur intera. 

Simile affai d quello d, Saffo farebbe ,fe alcuno volendo lodare un giouancdi 
bellezza diccfje , 

Egli è bello come vric^fngelo : Certo più bello di qual fi uoglia huomo. 

O in altro modo tale', "Per e fiempio poi della feconda maniera di quefla muta - 
itone di confìglio, quando fitacequtllo che pareua che volt fimo dire ,' adduce 
Demetrio vcìfi d'uri autore antico, ma non ne dice il nome : Che non fimo det- 
ti uerfi di Saffo, appare dal pronome tutte col quale egli ragiona di detto Poeta, 
che mafcultno ogni uno uede che è, e non f minino . c^Jlcutu leggeuano nel te Ho 

9,pdrnM[Htyj» . 

E però credeuano che detti uerfi fofjcro d’uno autore domandato T eterna- 
to , ma in nero "Poeta antico con qui fio nome non fi ricorda • £ M. Pier lettori 
ton la fua folita diligenza mofìra , che non come di f òpra fi ha da leggere , ma 
mpì tiiKtfiàyunj ; onde fi uede che detti uerfi non da T dentato furono fatti, ma di 
Telemaco figlio di V lift e ragionauano , e bene à propofito, perche al mede fimo 
anche Homcro diede due cani che lo guidauauo : ‘Di qiufloiale dunqutfi parta ', 
ET il concotto del non tono fiuto Poeta è quefio . 

Innanzi al pala io di lui legati erau due cani,potrei dire anche i nomi, ma à 
che giouerebbe il fapergti } •' 

Otte fi uede che tutta la gratta pende dall'hauer mutato con figliole dall’tfser 
fi qua fi pentito di douer dire i nomi de’ cani, e però hauergli tacciuti . Di quelle 
forti di mutalionidi confìglio tacendo, e non profeguendo più lungamente quello 

' Hh 4 che 


il Predicatore chi < TmgaroU- 

che patena che fi voltjfe dite , molte fc ne trottano nel mflroBoccacci : Comi 
quella nella prejìo -.cute mentre pane thè egli fia nel buono , e voglia feguirevn 
PORO À difeotrere di lei, egli {ubilo mutando configlio tronca il ragionamento , 
e dice , ' * * • i ' . 1 . i ;/ 

" ' i->cfme mede fimo increfce andarmi tanto tra tante rrdfim raudgenio , por- 
thè volendo bormai lafiiare flar quella parte di quelle, che io acconciamente póf 
fo lafiiare ,dico . 

Et oue,bauendo narrati molti vitifdrM.Ciapelletto[, mentre pare incorftua 
per douerne dire degli altri, jpj^za-, e dice, 

• Perche mi dijìtndo io in tante parole ? egli era il peggiore buomo che forfi 
Mai ttafiejje . \ 

. Et otte effendo frate Cipolla fui narrarci Juoi peregrinagli , muti con figlio 
dUccndo , 

* t 1 *■ J 

Ma perche vitto io tutti i paefi cerchi da me diuìfando ? ( 

Che fe per afiomigliarfi maggiormente a Wefiem pio di Demetrio, ouefi tocca 
toinomt de* cani, alcun luogo del 'Boccacci vogliamo, oue egli ancora tauia «*» 
mi , che parcfje lui douer dire : può firuire quello del prologo , oue ragionando 
delle doMe che fitrouarono in finta M aria ìfQucllqfike, 

Li nomi delle qualiio in propria forma raccontarti, figiuffa cagione da d&r 
Iq non mi teglnffi, : , v : : 

Et in Ma/htto da Lamporcchio ,oue parlando di quel collegio di donne, dice 9 
Il quale non nominerò per rum diminuirljn parte alcuna fi fama fua . . , 
Etanto bafii pct dichiarate quella fetòda maniera di mulatione di configlio ? 
Intorno alla quale vna auuertenza ancora vogliamo dare , che quanto più vici- 
no fard andatoti ragionante d douer dire una cofi: tanto fird maggiore la gra- 
da , mutando con figlio , e tacendola . Sono tcrti che pigliano {tufi fingendo d 
uolere [altare unfoffi: e poi per iflrada fi peni ano, e fi fermano ,orule t;e nafte 
tifi nc’fpcttatori-. M a. finza dubbio tanto i il rifi maggiore, quanto egli[ pica 
innanzi è cor fi : e fi infino sii la margine medefimadel foffo è armato , e poi 
s’è fumo: tanto più grada ricette quello feberzo . E aofi diciamo noi , ebe 
quanto più uitino fi anderà à douer dire la cofi , fe bene fete per dire fi comin- 
cia fie à proferire ( pure che fi faccia con decoro ) e poi fi taccfie: Tanto più leg- 
giadra ferita grada . 

Certo oue quell’autóre dijfe ,- 

lnnauji alia porta del palagio legati erano due cani , potrà dire anche i no* 
mr t midcbtghuerebbeilfiperglt. 

Forfi più grado fi modo farebbe fiato, [e haueffe detto, . 
fintanti alla porta del palagio legati erano due cani , i nomi ile’ quali tram fi 
Benché che gioita fipete monti ; 

Feroci fimi, erano eglino jen^a dubbio. r , , ^ 

O cofi fintile • > ■ .‘j. -. u>.V- ' 


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SopraL Particeli* LX X K 1 I 1 . 487 

!) . C. 4 « 

DICORSO ECCLESIASTICO. ' ' 


* ’ 4 l * . ’ *' U » . 

k Ssertipio di éon figlio murato per modo Hi corrcttione> oue come 
dice l’autore ad Herennimn,tollitur quod difiutn efl,& magie idoncum 


3*1 - 


E 5 v 

reponitur, puòeffcre euidctiffimoquello Hi San Bafilio nella ora- 
tione prima del digiuno, oue dopò haucr detto , 

Quid facili us, & leuius rejiri efi multate vifius notlcm tfaducere^m ciborum 
copia opprtffum tai crei 

Subito muta configlio, e corregendo l’ultima parola dice, 

‘ Vel poliusneiocerequidcm, fediremo feverfdrccumgemenìdifrumpitur. 

Sari Gregorio Papa in qUefti modi di dire c affai frequente : Ncll’ho- 
milia della Madalena dice, / 

Quid igilur miramur fratres fMtriam venientem , an Domimm fufeipien - 
lem? 1 ■ ' • •->. ' 1 ■ ;■ ; • ' ’’ 

E» fnbi to'«»ut»€onl»glio,e dice , . .... • 

Sufrìpicntem dicam , an trahtntcm » Diami meliu trahentem , & fufeipienì 
ter» . * 

E con la medefima maniera di venuftà neH’Homilia della Pafqua,poi 
che hi dettò che l’Angelo 

Stola candida eoo pc>tus apparu t quia fvHiiiiiatisnoJlrxgaudiarMnJlrauit,can 
dorenimu r Jlis fplaidoremnoiìrx denuntiat folemnitatis. 

Subito mutando configlio aggiunge, 

'Hpflrp dicamiti an fux f fed ut fueamur iierius , & fux dicrnns >' & no* 

fk* ■ 

Che fe vogliamo cffcnipio di vna mu catione di Qonfiglio , in quella-, 
maHÌeia,ncll.rqua!e vnacofafi tace , cheli era voluta direte pbco me- 
no, che fi era detta s gratiofiflimo in quefto fù Sap Gieronimcfnella Epi 
Itola ad Eliodòro, nella quale doppo haucrlo pregato vn poco à volere, 
come egli hatkua promeffo venite all’Eremo, fu hi to muta configlio: 
correggere Beffo, c quali clic quelle preghiere gli frano frappate di boc 
ca à mal fuo grado . foggiungc, 

Scd quid ago ? rurfu s nnprouidus ob r ecro : abeant preces : blandimenla dife- 
ttane, debei amor- la fui uafeii qui rogamem contempferas , forfitan audircs ob - 
ittrgantem . - 

Quid facis in paterna domo delicate niles t 
yR rallum, vbi fojja ? 

E quello che feguita : c ne gli Italiani , 8c Ecdefiaftici Componimen- 
ti, mille nuuationi tali di configli fi ritrouano , come per dirne vna 
fola: oue nella predica della Transfiguratione dice prima Monfignor 
Cornelio , • 

Quante cole hiurci da dir qui, &c, 

E poi foggiunge fubito , 

Ma io non voglio, nc cffaggtn’ando i viti), nc amplificando le virtù eP 
fere troppo lungo , c parere irrirtiodefto à tanta modeftià de’ paticmi o- 
rccchi voftri . 

Quello che potrebbe parerrpiù difficile, c fWor/i nelle fetitturefi po 

icfTc 


4-83 fi Predicatore del PanìgaroU 

tede tremare effempiade 1 primo modo di mutato conlìglio > oue fi dice 

ima cofa : c poi come mal detta fi corregge, 

Et inuero chi confiderà che la fcrittura c tutta parola di Dio: e che per 
confeguenza quiul parola non può effer mal dctta,fàcilmcnteconclude 
rà, che mutadone dunque di configlio di quella maniera non c poffibi- 
le, che vi fi ritroui: epurcVna ne Dubbiamo trouata noi tanto bclla-r» 
e tanto propria > che nulla piò > c che comparata con quella di 
Saffo . 

Vno entra di datura vgnalc à Marte , 

Certo d'ogn’huomo grande affai maggiore . 

Di tanto fé la lafccrà dietro , di quanto qiiell'huomo di lei ccdeua a* 
Marte; Et c quella, quella correttione che fa Gieremia nel fecondo ca- 
pitolo della fua profetia, oue hauendo nominati gli Idoli Dij, [ubico 

corregge fc Hello, moftrando, che tali erano à parere de (ciocchi , ma 

Dij inuero non erano» ne poteuano nominarli: c le parole fono quelle a 

che forniranno per termine di quello difeorfo 

Tronfile ad infui ai Cethim , & finite, & in Cedar mùtile , & confiderà* 
te rcberucnter % > a- ridete fi faClum cil bmufinodt . Si mutauit getti Dcos 
fini . . ■ 

Ecco la correttione . . i 

ò Et certi ipfi non funi Dij. ii-,‘ 

E* pure dall'altro canto . ’*'’••• • ' ; 

* Topuhu meni murami gloriam fuminldolum. Siti 

Obsìupcfiite fch fuper hoc, &c. ‘ - V 


pd , 

. .) X . 


-4 

T 


PARTICELLA 

* » . • 4 

ÒTTANTESIMAQVARTA. 

I JJ-, _ • • *v ” A - . „ 4. , . . , * r È ti 

T ESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 



j tur mn ampliai fuppiter notati vide tur, fed Homerus, w verfits 
Ikmoì mtfCj ex hoc maior extitit lepos . 

1 . ... 


91 i 


PARA- 


' 


Sopra UPdrtìceUd LXX XlV. <*8i 

P A R A F R A S E S. o 



‘Ratia acquisiamo ancora al ragionare inferendo^ 
ui, òintcri,òfpezzativcr/ì,che fiano conofciu-»* 
ti d'altri autori, come ouc burlandoli Ariftofane 
di Gioue,chC co i Tuoi folgori nó percuotciTc i rei , 
e federati huomin i aggiunte. 

Ma gli batta di batter le fue Chiefe. 

E lunio il Promontorio Atheniefe. * 

Chefìi piùtotto vn pongcrc Homero, chcGiouc , biattetrimande*. 
il può dire con vn ucrlò ben di lui, ina non da luià tal propolito, 
detto, &c. 

, . •*'. •«*, ' ivo 

) C O M M : E N T O- 

, ’ . . . > 

G li due volte : cioè nella “Particella 6i. e nella 67. babbiamo aboiJ\it- 
temente trattato dtll' inferire nelle nofire profe ver fi pioppo 

hauerne tnojhato,cbe in quattro maniere principalmente pa/Ji^no falobab 
biamo aggiunte le cautela con le quatti' Inibiamo à fare , vt cornimi di 
molti, e molti eflempi del “Boccacci in particolare babbiamo addotti , r, : -nati 
come in regole è (pecchi pojla altri conofcere la ma, & il nudo di Uu adope- 
rare ver fi d’altri. 

1 quali bene adoperati, non è dubbio , come diceua Demetrio nella dettai 
“Particella 6i. che molte volte apportano magnificenza aU'orationc, ma i an- 
che verifjimo , che in fieme con la magnificenza danno grafia •, e molte noi te, La 
non facendo magnifico il ragionare ; lo fanno nondimeno venti fio, e leggiadro,. 
Qomc per eJ]empio t oue il “Boccaccio feruendofì d’un vtrfo di ‘ Dante dijje . 

Il Cielo ancor che crucciatole fa, non perciò le fue bellezze eterne «c* 
niegd-t . 

2 f,on è dubbio che è magnificenza, e leggiadria acquiBòfià doue quando pur 
feruendofì d’un ve rfo de Ime de fimo difie, 

La doma che haucuà d gran diuitia lacciuoli. 

Quiuì al ficuro non magnifico fece il dire, ma ce rto gratto fiffimo-, E di que 
fie gratie canate dal mede fimo “Boccacci col mezzo de’ verfi di Dante inferiti 
nelle fue profe chi ne vuole vedere molti ejfempi, rilegga quello, che babbiamo 
ferino di /opra uerfo il fine del Commento nella Particella 6x. Tale gratta fa- 
rebbe fe altri i/cu fandofi con vn amico di non hauerle fritto, diccffc. 

Del non hauerui io fritto, oue fiano intefe le mie ragioni metto trouar pie- 
tà non che perdono . ‘ * 

Onero fi dopò hauer difior/o afftttuofamentc vn pezzo volendo aggiunge- 
re alt re cof e, diccfse, ■,_ ki 

E per- 


- 



4 CO rJl^redicataredelV/tnìgaroù 

E perche tn poco nel parlar mi sfogo, aggiungerò pure anche queflo. 
Onero ragionando di vtio mutabile, & tncunjiantc dice f se . f - 

£ per tal variare egli vede di gouernarfi prudentemente. 

Ocofe jimili . L'e/sempto che apporta Demetrio è di riflofane Comico 
mordaciffìmo in vna fauola fatta da lui contea Socrate , nella quale non per. 
donando egli nè anche à.Gioue, di lui fi burfa, che non fulminando gli buomini 
federati, attenda coi folgori i rumarci fuot flts fi tempi/ ,& HVromontorio 
ài aitine detto Sunto. 

Le quali co fé : cioè che fi [fero tocchi dal folgore alcuni tempi/ , & il Pro- 
montorio Santo, fuionodette da Homero ; ma non d quello propofitodi rim - 
proucrare à (jtaue,tht le futejte j e peto m queflo confi/ie la grafia di -4 riflo- 
fane, che egli ficaie del ver [o di Homero ad altro propofito, e quafi à viua-u 
forila fi beSlemmiatorc Homero : Come fe hauendo Horatio detto, che Gioufi^ 
baueua, 

Rubente . , ( . „ 4 , . 

Detterà faeras iaculatus arces . 

scèttri tirando qiicflo fìe [so uerfo ai altro propofito contra Gioue dice/ic 9 
Stultc quid tandem fiiris,& rubente. *j, 

Detterà facras ìacularisarces. ‘ . ■ 

Oue fi vcdrcbbc-infcrito di maniera il verfo H oratiano della befìemmia , > 
che befìemmiatore parerebbe Horatio. E per parlare inno fi ra lingua , Come 
fé hauendo detto il Petrarca , 

Tonerà e nuda vai filofofici . 

filtri volendo ef sorta re chi che fia ad ignoranza, & à mala uita, fra gli al~ 
tri argomenti yfafsc anche queflo. 

Che in fommaà cofe utili, & honerate douendofì attendere, non quella filo- 
fé fa mendica , e sfrontata deue elegger fi , che pouera, e nuda fe ne uà per 
tutto. 

E quafi facefse il Petrarca mede fimo datore del reo configlio : e tanto bafli 
hauer detto della prima maniera delle venujìà , dilla quale principalntentefixp 
piamo che parla Demetrio. 

’bfpn la fetando però d’aggiungere noi, che aneli ’ le altre venufìà meno nobi 
b, cioè t fiali, e le punture, le faeetie, & i motti , bene (pefso da queflo mede fi - 
mo luogo ficauano, cioè da uerfo ò intero, ò [pelato d’altro autore, quello che 
diceua Cicerone parlando delle faeetie ni l fecondo dell Oratore , else Sxpe ©- 
tiam verfus faceti* mtcrponitur, vel vteft, velpaululum immuta- 
tus,aut aJiqua pars verfus . 

1 1 egli medefimo in q<el luogo alcuni efsempi ne adduce . Il mede fimo di fise 
il Conte Baldafsarre Calìiglionenel fuo Cortigiano, cioè ancor faceta cofa^ 
interporre un uerfo è più pigliandolo in altro propofito , che quello, thè lo pi- 
glia l’autore. Et uno de gli efsempi, eh egli adduce, è d’uno che hauendo brut- 
tate difpiaceuole moglie, & essendogli dimandato, come flaua, rifpofi , ^enfialo 
tu, come io debbo filare, che 


Fur- 


49 r 


Soprano, Pa> fucila LX X X IV. 

Furcarum maxima lima me cubat . 

^xjaggm^e ani he alcuni altri , che noi e per alni rifpetti tralasciamo , & 
ambir perche la cofa è fi frequente, che poco bifogno l>à di eftere dichiarata io 
effempi. E già di quelli che con vn verfo motteggiano, ogni giorno ne fintiamo 
le migliaia , come di alcuni, ebe ca vn dottore fconcacato,dal quale dubitJ.ua di 
ritenere t na ingiuita fi utenza , dtfje . 

Sia il legifperito come fi vuole, ma almeno non faloppa la tegge. 

(he è vu verfo rotto del Tetrarca nella cannone, miai non vuo più canta • 
re . E di quell’ altro , che parlandofi d'ima dorma affai vecchia , e dicendo vno 
accecate da amore, che efia era bella tome vn foie , rifpofe egli fubito con un me 
verfo del Tetrarca j 
E d'altretanta etade . 

Ma fmpre fono più belle le aggiunte, le quali tome dice Cicerone, lacefiiti 
dicimus:& bd fempre più dell’mgegnofo il ripungere, che il pungere . 

T anto più fe fìiamo nel mede fimo genere. 

' Di /opra mcjlrauamo quanto erano belle le rifpofle , che fi faccuauo perfi- 
fendo mila metafora prefa da chi bauea proporlo: Et bora diciamo che dine - 
Htfimo'pccorre ne’ ver fi, che fc altri ad un verfo da chi cioè fia rifponde con vn 
altro verfo, fubito {tanto più del mede fimo autore) gratto fifsima rieftt la fit~ 
ceda-: Come cuorfe ma volta che flando molti umici in vn prato d burla d 
re, e fiher^.are,come fi fd , perche vno di loro ad un altro dando vn grande ut 
tane nel petto difi e, 

Chi fmarrita bd la firada, torni indietro. 

L’altro ribauutofi deliramente con una gambarola,pofe il primo, lungo e di 
flefi in terra , c dtfje il ucrfoappontoche figue, 

Chinonhdalbcrge , pofift fui uerde. 

In Siena fi giucca, come fi sd al giuoco della Me (loia : nel quale chi bàia 
me ilota in mano, percuote chi uuolc dicendo un uerfo,& il percofio è obligato i 
rifponderne un altro .occorfe che nella fiefja Città d’ima r Datna borie fìtjsima 
era innamorato uno fcolarc dì affai bafsa condir ione, ma di più , fi balordo e fi 
importuno, che con indiferetamentc uagbcggìarla era cagione di fare , che efsn 
col marito pai e molte uolte,e quitte noti haucfse ; & una fera apontoad una me 
defima ncglia,e la donna fi trouaua, & il manto era prefente ,elo fcolare al- 
tresì , 

Il quale cfscndogli ucnuta lameflola- Indifcretifsimo al fililo, d percuote- 
re la donna cor fi, e rum ofiante che il marito fòfie prefente , le di fi e i due utrfi 
dell'arioso. 

Dunque bocciar fi belle , e dolci labbia, 

*Dcut altri , fi bocciar non le poft’io ? 

*4 quali la donna piena, come fi può credere, di /degno fubito con due altri 
del mede fimo autore rifpofe , 

Sol per Signori e Cattaglieli è fatto « 

Ì1 Fonte, non per te befiia balorda, - i 


DI- 


49 1 fi Predicatore del PanigaroU 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


N Oi non faprèmmo veramente aggiungere cofa quà , la qualenort 
folTe fuperflua , doppo le molteche habbiamo à quello propofito 
dilcorfcncl Difeorfo Ecclclìallico Ci.San Gicronimo con ve- 
rnarti allega vn vccfo di Virgilio ne Ha Epiilola ai l\uUic wn mon.uhunt% 
oue dice , 

Matrem ita vide-, ne per HUm alias ridere cogaris quorum vtdtu s cordi tuo bs~ 
itane, & tacitwn vinai fub yeBorc vulnus. 

Monfìgnor Cornelio, venuftufiinamcnre nella predica della peni- 
tenza Clirilliananon fu lo inferì , ma allegò verfi del Petrarca dicendo» 
AI modo, che dille qcl gentil Poeta Tofco. 

E del mio vannegiar vergogna c il frutto, 

E il pentirli, c il conofcer chiaramente , 

Che quanto piace al mondo , è breue fogno . 

Et ertempi à quello propofito non ci mancarebbono poco meno che 
innumcrabili . Ma come habbiamo detto, farebbano fuperflui . Sola- 
mente vna cofacheci torna alla memoria, ci dàoccalìonc di lucrare 
di alcun pericolo importante al nollro Predicatore , c noi non voglia- 
mo perdere l’occalìone: Quello fi che hauendo Monfignor Ccrnclio 
fìnitalafua predica dell’Alccnlione ,gratiofaincntc con quattro verfi 
dicendo, . 

Horsù qui hò finito. 

EnCbnfh R egis t> iwnpbum diximus. 

Qui debellato damane prgpoiens , 

Coiifeeudit Calum Jlemiuaie fu'pdus . 

Ergo ip/t bonor & gloria . In Jee'fcc. ~>tmcn . 

Vn predicatore che Tenti m trio noi , volendo imitare , anzi auanzare 
Monfi.Cornelio , nel fine pure di una predica della afeenfione, in vece 
di dire come haueua dcttoil Bi tonto . 

Horsùqui ho finito, 

E.nCbrihi&c. DilTe. 

Horsù gii hò finite tutte le altre parti della oratione, hò proemiato, 
hòdiuifo , hò narrato, hò confermato , hò confinato, rclla l’Epilogo 
foloj ò quale unglio che quattro verfi lo formino . 

EnChriJli f{egis.&c. 

Che fù cola la qual à tutti i giuditiolì , che vi lì crollarono prefenti , c 
piacerla di ri lo diede, edi Itomaco: Et 1 mchora dà occafioncdi ricor 
dare ai predicatore , che per quale lì voglia occorrenza,fc non forte più 
che neccrtarijffìma non fcappi inai à nominar i termini dell’arte in 
pergamo . , 

Er ecco che hò finito il prologo, bora (late attenti allanarratione. 
Diceua vn alerò con vgtialc innettia; Elfcndo cefi poco ragioticuole, 
che vnoquandq ragiona dauero , fi lifer intendere di haucrc l’ànimo a 
i termini dclPartetComc farebbe fc facendo altri queftionc dauero con 
vn nemico fuo , nello fi erto atto dei combattere, e del coItellare,di col- 
po in colpo , andaflc dicendo , 

. Quello 


Sopra la Particella LX XX V. 493 

Qufflocvn diruto, qu.ftocvn roucrfcio, quclloé vn fendente,que- 
fto è vno (cario » quella c vna fioccata . 

E cofe limili • Solamente in contrario pare clic faccia vn luogo della 
fcrirtura medefima , Cioè nel fine del ì.Capitolo del fecondo libro dè 
Macchabei , oue fi dice , 

H ine ergo narrationem inctpiumtf yde pr sfattone fantini di riffe fufficiat . 

‘ Ma à quello ri fpon diamo , che eflendo Ilari que* libri da diuerfi au- 
tori podi inficine : Et in p.irricu lare efien do il luogo che diciamo da vn 
b rematore di Giafcno Cireneo , chiunque egli fia (lato ridotto alla for- 
ma che egli tiene, fi è contentato lo fpiritofanro di accertare quanto ar- 
ia elocutionc Io (lilcdi lui, ò regolato , ò nò ch’egli fia flato , pure che • 
quanto alle cofè. Se al foggerto egli ne anche vn minimo ponto fifia 
fcoflato dalla verità. E poi potremmo anche dire,chc molta differenza 
fi croua fra hi fiorie , e prediche. 





PARTICELLA 

OTTANTE SlMAQVt NT A. 

TESTO DI DEMETRIO 

» T 

I radotto da Pier Vettori. 

V . •. * . * ’ • ,1 - 

^fbent antem quiddam fcfliumn & allegorìa qtuedam.quemad- 
nwdum illnd&i*t~iTdiS'uy u'uait óxumrftpH . Et Sopbronif il la, 
qua de fnnb. prolata funt dritti t a v un y a mp vuut t ove o'ptnp tx*s 
* Saui?tn rrerrmeu yip « f» to~k TaXineU St £a> 

o-Du £/ qualunque de mulicribus allegoricc loquitur , tanquam 
de pifitous Zet*bÀi< yr.uKuUpt ov KopyÓKttrXipeùr yavumtv M%rtùftanr,£t aptio 
ra nimis huiufcemodi omnia & obfiena funt. 

parafras e. 

Anno del gratiolo ancora le al legorie ben fatte : Comò 
ouein Sofronc quel vecchio, ad altri vecchi diccua. 

Quà,inuito io tutti voi,chene’ capegli hauetc colo- 
re fiutile à mici , à nauigare . Che à dire il vero altro 
hormai non allettano i pari nofiri,fc non il vento, per 
feiàmpar J'ancoredaH'aJto,eri tirarli in porto. 

Il mcdefinio autore molte volte ancora adopra allegorie oue 
ragiona di donne,per fare col mczoloro intendere cole ofeene: Co 
me quando dice, 

Cho- 



494 1 1 'Trcdtcatore del PmgaroU 

. Che i'uauilfimo cibo lòno le conchiglie acne donne vedoue. 

£ cole limili . -Mi quelle forti di ignobili & obicenc vcnulta a Mi 
4 bulloni le luciamo, 

COMMENTO. •"* 

B l fogna che ci ricordiamo fptffo quello ebe diffe Demetrio nella Tartìcel • 
la 25 . del mefcolamento di tutte le n te dd dire vna con l’altra. Eccetto 
della tenue con la magnifica: Qie di quefio modo non ci marauig /eremo , 
quando da lui le mede fimi- coje ci 1 erratmo mftgnate , per rendere , e più ma- 
gnifico,* più grane, & anche più gratiofo il ragionamento . Di tanto ufficierò 
io, che quelle cofe le quali lo fanno magnifico, non feruii inno d farlo tenue , ni 
ir, contrario.'Del retto motte ai quelle co(c,cbe fanno e magnificenza, e grani - 
tàfanno anche gratia,c fcambieuoìmcnte. Delle allegorie in patibolare ragio- 
nammo noriuugamente nella particella 5 7 .oue Demetrio nofbo che ejie tal' ho 
rj gencrauano magnificenza , & aj prezza infume , Come quella <U Dtomfio 
Sir ac nfano à Locrenfi. 

. Farò che ri cantinole Cicale interra. 

E quella de' Lacedemoni à Filippo. 

* D tonico è d Chorinto. 

t E noi , altri tJJcmpi dii mede fimo apportammo. E della natura delle alle- . 
gorie tanto dicemmo che bora non fi mcSiini che altro ne aggiungiamo: Sola- 
mente riduciamo altrui i memoria, che l’allegoria non i altro fi uon vna conti 
tonata metafora . F però non deue parere fli ano , come metafore fi trottano -~e 
magnifiche , CS afpre , e leggiadre ,fe allegorie ancora fi trottano , le qi.alie 
magnificenza danno all’ or attorie , e graniti come gii fi è detto ; & anche gra- 
fia , come dice Demetrio in quello luogo. T\ r i i foto egli che lo dica ,percbc in- 
nanzi à lui di molti anni, lo difk A rifiatile ntW 1 ndecìmo Capitolo del terzo 
della l{ eterica , oue ragionando del parlare vrbano , e gratiojo, mfigfiò che . 
fra 1‘ altre cofc thè davano grati a , erano qut detti allegorici, i quali hanno 
altro ■ fen/o di quello che fuonano le parole -.'Et è da auertire , che in quel luo- 
go ilFilofofo pn.efJtiHpio di allegoria venulia , adduce quel detto med'ftmo 
che da Demetrio jù apportato f ir ejjèmpiò di allegoria magnifica e Jcuera. 
poi. 

Farò che vi cantino le ci alem terra . 1 1 . 

• Hora Demetrio trattando { :omt fàppiamo ) prin tipalmente delie venuflà 
• nobili , e gratiofe ,due efitmpi apporta di allegorie tali , ambi e due canati dal 
mede fimo autore, cioè da Sofrone. <^{ a il primo per ingiuria de’ tempi cofi 
" corrotto-, t guaito, che per molta diligenza ,r fatica che vi babbia fatto intorno 
Oli efjer ‘Pier Vettori, ad ogni modo non fi è potuto ridurre è forma tale ; thè 
'Upròpojitodcll autore fene cani ; £ petòànoi nella P ara fra fc d parato me- 
'-glioil d tumularlo, onori ne dire parola alcuna;Tanto più che il fecondo e affé 

chiaro , 

ai. 3 


Sopra la Particella L X X XV, 40 <> 

chiaro, e V .Allegoria vi li vede dentro gratto fiffima, mentre che vn vecchio ai 
altrj vecchi parlando lotto coperta dt nauigationt ,e di porto, tratta la vicinan- 
za Mia morte loro difèndo . 

Qua inulto tutti voi à nauigare.Che à dire il vero altro bormai non appet- 
tano i pari mitri ,fe nomi vento per [dar pare le ancore .dall’alto , e ritirar fi 
in porto. 

oueji vede che l’allegoria noni delle communi, conti dicemmo' nella particella 
j 7 .ma ielle proprie , Cioè di quelle che hanno qua fi in ciafcuna delle px rote la-t ' 
appluationc , e la corrifpondenza : pigUan loft qui il nauigtre per lo viuere » 
il vento peri’ bora deila morte, l'altro per la vita, il tenari’ ancore per lo rom- 
pere i legami vitali , il porto per la morte , e il ritirar fi in porto pel morire : 
Con tanta proporzione e co semenza: Q>e in vero ni più grado fi nè più leggio, 
ira potrebbe effe re l’ c^fllegaria . ^tnhidamo fecondo, volendo m.iftrare che 
ouentm fia promefjapl mutar parola tal’ bora non è uule,ancb'egU con grado 
fit allegoria diAe, 

Elbe fta vWo-.però la natura alle pecore fa fempre mandar fuori vna me- 
defima voce,& alt’ intorno diuerfe, 

£ C Itomene interrogato perche haueffe rifa , mentre vnproftffore d’arte^ 
oratoria parlata di guerra, pure con allegoria rifpofe, 

Perche non mi pare che d rondine conuemffe quel verfo ma ad L^quila-t 
fi bene. * 4 - 

Ile gorix gratto fa fù anche quella del Tetrarca, quando per diferiuere leu* 
vecchiezza dijie. 

Già sù per l’^ilpi neua da ognintorno. 

E* vn altra volta. 

I capei d’oro fin far fi d’argento . 

Et il Boccacci gratiofa allegoria adoperò , quando pacando il reggimento 
da Donne ad buoniini fece dire dalla TQina Sperante d Filofirato,d cui fi daux , 
la corona, 

T0H0 ci auedremo fe il lupo fappia meglio guardare le pecore, ohe le pecore 
babbiano i lupi guardati. 

Et allegoria pur gratiofa, fe bene tn materia mcfla,fù quando volendo dire 
Filojlrato che baurebbe cominciala fentire allegierirfi il dolore, dijfe, -dicuna 
rugiada cadere J òpra il mio fuoco comincierò dfintire. 

E mille altri ejjempi fe ne potrebbono addurre : tJMa meglio è pafiart con 
Demctrt 1 ad vna altra forte di venufld, nelle quali /ogliono molti, ma in vero 
per buffoneria folamentc,e per burle valerfi delle allegorie '■ Cioè quando fotta 
velami d’allegorie, ragionando di donne, alcune cofe o/cene vogliamo fare interi 
dere: Vale, dice Ùt me trio, ebefù vn luogo di Sofrone mede fimo ,oue volendo 
egli di f e in materia di donne vna ofeenitd, 

Qje fuauiffirno cibo fono le conchiglie delle donne vedoue. 

Intendendo feiiza dubbio , come dice tìeficbio come fi vede lai luogo mede- 
fimo in udtbeneo per Conchiglie, altro che ioncbilie:In quello fù mxraut^iofo . 

Parte feconda, li IJlefier 


7/ Predicatòredel PtwìgaroL * 

c Metter Giouanni Boccacci , il quale nelle nomile Jue , venendo affretto dalli 
materia, e dalle occaftom à nominare vi ta infinità di volte il mede fimo attoofee 
volita fi Jempre con allegorie lo coprì, & allegorie dtuerfi,Cme 
Tratti per lo piouofo. 

Calcole di tejfi triti. ' * 

ynciniattacati. . * 

Entrate di Montenero. , . v • . 'j t 

• Dianoli in inferno. i 

E unto fimili .Che è però laude di lui non ajjoluta , ma di fuppofitionCj ' 
Cioè thè efiendo fi egli afir etto ionia materia ch’egli prefi à dontr nomina * 
re atto tale , fece lodeuolminte à toprirlo ton alligo! le : ma non doniamogli 
lodarlo thè egli faglie file : ma non doniamo già lodarlo ihe tgli Jet glie JJc ma- 
terie, che à trattare di cofe tali lo dout fiero aflrignere , Dtmcino ceno , non, 
Cbnjtiano ma Gentile , e hn fieni vuole che lafiiamo qui ile tali munii re di ve- 
ri uflàie (ictrone ancoranti i.de Oratore Juttc quejie fcurnlità^rohibifct al- 
l oratore. 


DISCORSO ECCLESIASTICO. 


N Oi dicemmo ncIDilcorlb j 7 ,e dicemmo il vero, clic ninna cola er* 
più frequente nelle (crinite noilre che i’alkgoria: E <juiui pure tan 
ti cflempi ne apportammo, che rapportarne di nuouoc quali fuprrfiuo^ 
Tutrau a perciochcin quel luogo fi ragionadiH’allegoiinin quanto par- 
tori fr e magi 'Iìccn7a,e (oneri tàìe qua della mcdeHma fi parla , come cita 
genera vcruiftà.cgratia.pcio alami clTempi in quello particolare non fìi- 
ràn .. pchcaddtidamo: An/ichein vna parola folavn libro intcronc- 
nriniamo,iI quale unto da capo à piedi.di leggiadre, e grariofr allegorie 
c pieno: Che è il libro già molte volte detto oellacantica di Salomone.. 

Nel qnalc efTrrdo Terza dubbio tutti quegli pnftorali amori , Icorzc, 
e cor t cecie , che (otto di fe nafeondono medolle c lucohi di coTc diuinc » 
per forza ne nafee, che quanto quiui lì dice, tutto è allegorico, egratio- 
i^fìmo . . 

Ofiulctur me oftuloorisfui. __ v 

Altri baci fono queiti,che quelli che n»i communeméte intendiamo - 
Melma fune riera tua vino . 

■ Altre mammelle, ò altri ancori (bnoquelli,che gli ordinarij .E coli «fa 
etnia à fondo feorrcndo tutto il libro , allegorico e egli tutto , e pieno «fi 
quella maniera di vcnu(là,oItrc che fparfe quà e là per gli altri libri delle 
fttritturcCanonichcinnumcTabili allegorie lì trouano,c venuftiflìme . 
i iìu) biberit ex aqua,qmm eoe dabo a , non fittici in atcrnum- • 

M. qua qu.m ego dabo fiet fom equa JJientis in vitam aternam . 
fiegiones funi db* ad. mt fieni , 

Quefte,& altre infinite fono rnttc giurie della natura di quelle, del/t-» 
quali parla Demetrio in quello luogo: E tali pure fe uc trottano à ciafcun 
p allo^icr gli padri antichi . Come Farebbe qncllo in SanGieronimo mi- 

fchiando 


Sopra la Particella LXXXV. 4 9 7 

{fcfiiando allegorie e metafore , ( chcaU’vltimQ continouata mt».ilorai 
l’allegoria,) fcriuendo à Ruffico monaco dice. 

[ Non mihi nunc per virtutum prata ducendus eft riuulis nee laboran. 
dum.vc oftcndam cibi variorum pulchritudinem florum , quid in fc lilia 
habernt puritacis .quidrofaverccundi* poffìdcat , quid viola: purpura* 
promittatin regno, quid rutilantium fplcndear pidura gcounaium. J 
E poco più giù. 

Oh il ir ih difertijjimis virit Greci* legimui , qui stfunum tumoreniUuic 0 
fucabani file , & lux un anta flagella vineas fdaòus rcpnmebant , vt eloquenti * 
torcuUru , non ucrborum Vampuus : fed fenjitum quafi vuotimi expreJJìorubHt re - 
dund.rcnt • 

San Bafilio ragionando dello fcaricarc della confcienza : con molta 
gratia da vna allegoria cominciò, c poi la medefima mutò in vna fintili tu 
dine di quella maniera . 

• t'nnfquifquc noftrum priufqu.mt in vltimum difcrimen.& verniciem adducati*, 
oneris par lem , quàm p'un.nam deponat , ir priufquam fchapha fluElibus obiuattr 
tnercium iati ar am faciali q ua t nullo iure collegerit . 

In fin qui dura l’allcgoria.liora ecco lacoinparatione. 

[ Sicuri nantx (I quid rerum neceflariarum in naui vehant , ac tcmpe- 
ftas grauior,& periculofior cxcitctur , qua: nauim pondere opprcffain fc 
minitetur obruturam.quàm celerrime frtiffunr ntagnam eijciunt partcm, 
ac nihil parcendo merces in mare exfiauriunt,quò nauis fubleuctur,& in- 
tegris, faluifquecorporibtis pcriculuni cuadant,ita hoc nos multò magis 
quàm illos& confu lere opportet,& faccre.] 

San Leon Papa quanto gratiofamcntc vsò aljegoriaouc difie.chc, 

[Ad agriculturam myfttcam vocamurqua fegctes& palmitum ,atque 
-atborum vires, quibus fiumana fuftentatur innrmitas fpiritualibus fiu- 
dijs excolantur, vt domin-cus ager fuis ditetur imperite , 6c quemnun- 
qnam expedi t clfe fine fructu.de propria fiat vbertate.f^cuirdior. ] ^ 

E S. Cipriano parlando della gloria de bcati,comepotcuacon piùgra- 
tiofe allegorie dipingerlo.ched cendocome diffe, 

[ Vbi virenribus campis terra luxurians.alcuno fc induit graminc, 6^ 
redolcntepafcitur fiore, 'vbi altumncmora tolluntur in verticcm , & vbi 
■arborem denlìorcoma vcllit, quicquid curuantibus ramis fccna deia- 
«ensinumbrarit: Omnia illic non frigoris.necardoris, nec vtin autum- 
no arua requiefeunt , aut vt itcrum vero nono tellus toecunda parturiat : 
Vniuscunàa funt tcmporis.vnius pome ferunturxftatis. ] 

E quel che feguita: Che fc 1 Demetrio paruc fi ingegnofa cofa il fenti- 
re fotto allegoria di nauigationc lo fiato della vecchiezza , che gli fareb- 
be partito fe hauefie aucrtito , oue con la medefima allegoria defermen- 

■ doli le vite de gli huomini nelle fcAtturc facre, fiora fi dicc,chc 

Vdocius cumini qudm naucs poma portantes 
Hora che ciafcuna di loro 

EJl n.viis,qu* pertranfit fluii uantern aq uà , cuius cum pr*lcnjt non esl vefligium 
inuenire ncque Jemitam cariti* illius in flutttbus. 

E cento cofe tali. Gregorio Nazanzeno fù affai frequente nelle allego 

■ rie, e delle allegorie magnifiche in lui grandiflima copia fi porrebbe ino- 
ltrare, ma fe vna vcnuftà.c grat iofa ne vog!lamo,gratiofiflìma certo, c ve- 
li z nuftilfima 


nul't flìma fb quella nel fine del proemio delliorarionc della na'tiuità * 
ouc egli dice , 

[Ari verò placet, vt quandoqitidcirt hodarno die conuiuatoris mone- 
re perfungar vjbis egrcgijs cotuiinis fennonem ìe his rebus , quàm fieri 
porcrit lautilfimum, atque mflgnificennflìmuni apponam vt pcrfpcdlum 
Jiabcatisquam belle, & indigenos, pcrcgrinos,& vrbanos,ruflicos,<Si: de- 
litijs addidlos & opibus claros,honio à dclitmabitincns , paupcrac do- 
tno carcnsalcreqiit.it. ] 

Monfignor Cornelio non (blamente fù felice in molte allegorie for- 
mate da fc mcdelimo ; ma in riporre anchora le lcrirturah , cornea 

ouc dice. 


Quelle fono le condirioni che voi viandanti. cioè viatori douctc ofler- 
uare nel celebrare la Santa P.ifqnà . I’cr l’arroftiredeli agnello, la dcuo- 
tione dello fpirito arfo dell’amordi Dio; per le lartucheainàrc , il dolor 
■de’ peccatijpir lo fanguc nelle porte, la memoria della pallìone di ChrP 
itojper lo mangiare in fretra, l’allegrezza del cuore. 

t quello che fcguita.b noianchoranon foto nelle prediche nolhc hai» 
biamo molte volte, come babbuino faputo il meglio adoperate allegorie 
(ìinplici, ma di quelle anchora ( proprie torli all'I taluna lingua) le quali 
in vna lunga continouationc di parole metaforiche vanno di metafora 
in metafora corrifpondendocdh la proprietà, come farebbe quella, :m 
Piaccia à Dio che feiarpata l'ancora del lìicnzo , c (dolca dal lido di 
quello petto la nauicclla frale delToratione mia, fpinta dal vento di que- 
llo fiato,e da’ remi di quelli denti,fuori del golfo della brcca,ptr la ma- 
rina di qiull’aria porti licurnmenrc le merci de’ concetti entro ài fclicff- 
mi porti delle orecchia de gli animi vollri. 

Ma delle allegorie vcnuiìc Ila detto hortnai à fnfficienza : Reila quel- 
la parte della particella prefcntc di Demetrio , ouc egli tratta di urlai 
coh allegoria materie olcenc. Del quale foggetto che ne le fcrmure no- 
-flre,nc i Santi padri habbiano dataci occafione di ragionare, alfai pnò cf 
fere chiaro àciafcuno. Tuttauia una codi fola uogliaino dirne, che non è 
bcnechel! tralafci . Ciocche nella Cantica al capitolo 4, due volte pare 
che la fetittura coli ofccnaméte habbia ragionato, che gl’interpreti quali 
per coprire la ofeenità di lei , hanno mollrato di eflVrc allretri à non tra- 
durre la parola, fc non con circonlocutione.Sono i luoghi que’ due > ouc 
ella prima dice, 

Oculi lui columbarum abfque eo quod intrinfecus laici. 

E poco apprclfo foggili nge , 

SicMt fragmeii mah punici gente tute abfque eo quod intrinfecus Liei. 

Oue e da auertireche nel rcllc» Ebreo uh io quello che San Gierorritri© 
hà cfpvftcr abfque eo , quodintrinfecusHtet , non èie :non vna parola fola, la 
quale invero lignifica hcbraicamcnre la parte ofeena delia donna ; ope- 
rò S.Gieronimo per fuggire la ofcenitàlia detto circonloqucndo , 
vAbfquceo quod extrinfci us loia. 

E Snnacho ha tradotto , 

Extra tacituruitatontuam 

ijuafi dicelfe , oltre quello di te die li deue fadere, in queha maniera 
che noi le medefime cofe domandiamo le vergogne , perche è vergogna 

il ra- 


S opra b Particella LXXXV, 4 99 

il ragionarne: E nun li può negare che lina gin andò detti efpofitiom cjuf— 
ui contenerli ofccnità, ha .nuTfatto bene a coprirla con circonlocutionc: 
Mac pure anche cofa itruna voler credere che lo fpirico fante habbia vo 
luco due voice , vna fi prcllb all.’altra di cofeobfcenc apertili! iiamcnte 
ragionare: Oltre che.non è però decoro, che'rogionando vn partorc-con 
vna paftorcll;r>la lodi di beitela m certe partili fatte, che follmente col 
penfarai le farebboiio vcrgogna.E quando fi hidefle à fare, poco propo- 
fuo il inifehiame le lodi con quelle de gli occhi.e delle guance dicendo . 

* Octdi itti colimbnum proter viduam i n*-o .* 

Sicut fragmen mali fiatici gena tue f rotar vuluam . m 

E quando lo fpirito fanfo Aelia lingua Hebrca lo hauefic fatto, al ficu- 
ronon farebbe conuenuro.l gl'interpreti il correggere quali lo Ipinto 
fanto,e inoltrarli più modelli è più vergognotì di lui. Siche , con quella 
reuerenza clic deuc portarli à traduttori li graui , c tanto antichi , dicia- 
mo quello Che altri hanno atiuertito innanzi à noi: Ciocche la medefi- 
nu parola, lacuale Ugni fica co fa olcena.come habbiamo detto.con vn’al 
tra acceptione lignifica certi fiocchi iti capegli ricciati.chc le donneali’- ■ 
horaper leggiadria fi lafciauano ondeggiare fòpra lafrontc principal- 
mente dalla binda delle tempie , Se infili prcllo à gli occhi : I quali cape- 
gl i , non è dubbio,chc dauano gratta gride à quelle parti che copriuano: 

E però dice Io fpofo alla fpcffa,conic traduce S.Pagnino 
Oc uh ui eolumbarum infra com*mtium> 

Sia*’ fragmen mali punici tempora tua iniracomm tum . 

Cioè c^ine noi iubbiamo dichiarato nella noltra parafrafe quanto al 
primo luogo. 

Gli occhi tuoi fono occhi di colomba, c tanto più rifpìendono^cfcin- 
trlla 10, quanto che quali afcorti fotto i capegli,che vi pendono (opra, pa- 
re che da nafcoltó ci lacerino. " 

E quanto al fecondo . ite . » 

V n meli grano aperto mirto di fianco crolfo fembrano le tue guance , 
e le tue tempia a nchoia fedite fort’i capegli clic vi ondeggianlopra. 


P À“R t I c E LTTX 

r- * l -Jltaà • . * (Vi : 

OT TANTESiMASESTA. 
TESTO Di DEMETRIO 'l 




Tradotto da Pier Vettori. 

\ *t autemqu<edam,& quo proter expeftationem venufìat , utiUa 
■ Cyelopis quod polir emum commodam Vtin : non enim expefia- 
bat tale munus, aut V'yftes , amt qui Iryìt . Et * tnflopb inet de 

1 . Porrate inquit K«p4 ’* t *ft*K‘ux»e, ÌVf» 7 ku h»fldr,àc rìt va. 

v pti Atro . iamenim ex duobus locis bic extitit venoflus : nBn 
enim jtlum proter expeelationem id illa tum eli, fed ncque refpondrt prìo- 
* Parte Seconda. .Il * ribus : 



& U 


JOO 


Jl Predicatore del Pan^aroU ■ 
ribus : buiufcemodi autcm inconfequentia,yocaturgrypbus,quemadmodum tu 
lias,cjui apud Sopbrontm oratori m agii : ni ni enim diut quoti cobxrcat J ibi ip - 
apud (JMcnandrum itidcm prologus Mefrenix . 


I 1 -i. 



Ol 


p A R A F R A S E. if: 

. 

L Enu generano anchora fe cofc,chc fuori d’ogni nortra 
* efpcttauonc ri vengono fentitc. Come quando il Ci- 
i , c)ópedifle.. J : 

---n ^ - . A i ilfauorc, . , 

Di ternario per vitimoà mangiarlo? * 

Che in vero nè Vii/feda PoiifèmoeTpcttaua preferite taIe,quando 
lofent ,nè noi da Homero,quando la prima volta lo leggiamo. Ari- 
ftofane parlando di Socrate dilfc ‘ 

1 gli volceggiòTObililco,poi pxefo il compatto, leuò la velie dal- 
la paidira c , . .* 

Che fonò feuza dùbbio colè inelpcttate .• ma hanno vn’altra verni. 
lhìcongiunra,che è quella della inconfegucnza ,ò dello fpropo/ìto 
che vogliamo dire fiche altri hanno chiamato Grifo. In quella ma. 
mera che Sofrunc introduce Bulia , il quale dngcdi ragionare deir- 
a rte dd dire,cnon dice claufula alcuna cheli attacchi con lai tra . E 
Alenandsoanch’egli nella fauola da lui intitulata MdTeniapurevi. 
fa vn prologo tutto pieno non d’altro che di fpropofiti . 


\ Uè 


COMMENTO- 


T? Sfumiamo primieramente la lettera di Demetrio ; cpoi di quefla ucnufht 
X2 j fib inex^edato ragioneremo un poeppiù lungamystp . Dice Dime tifo, 
e dici uero cBe molta' gaatia,& anche facetia ( che all’ una, & all’altra di que- 
flcutnufià può f jc*#irt il n.cacfino precetto)' danno certe cojt ne ‘ ragionameli 
ti, che fuori d’cgni'efpc ttatìcne fi duino di ibi le' ferite ; e Meramente in tutte 
le cofe gratiojisjima è la maini. E per leggiadra cbepa;ò arguta quale fi «o- 
glia Hinufld, je-r.oi fa pretttdefsmo, e la cjpcttdjsnno , ogni grafia ferrea dub~ 
Ino perderebbe efsa,& ognìjale : Si domanda quefta tarmi ! là m Latino ab i n- 
cx periato , come habbiamo detto , & in Greco w*p* wfitStnia» , che cosi 
la.notiwiaam.be t iccront Dell’Epifilla ad Voluoimum Eutrapelum . fi VA 
y empio ebe apporta Demetrio è qudmc de fimo*, che egli diede nella Tarticeilm. 
•j fàcile uennflà terribili del frdepCy quando difee, .. v • ■ fa.' 

O/ cui faccio io d /nuore, 

Di laf ciarlo per ultimo à mangiarlo ? 

Cb( à dire d itero, come dite Demetrio ifiefsor, non poteua Ftifse regione- 

uolynnte 


Jì 


.(.tu 


Sopra la Vorticella LX X XV 1. ' 501 

uohn'nte efpettare un dono (i fi>auagante . Et à noi mede fimi, quando lo leg- 
giamo m Homero, parola più nuoua,la più intfpettata ,ela più HrauagartK 
co fa del mondi, l’altro efsempio è de -Ariflofane in una fattola ch’egli fece per 
mordere Socrate, & intitololla , oue non attaccando cofa cioè Jìa alla 

precedente, dice tri cofe , che non hanno ponto à che fare una con l’al- 
tra , cioè 

Sgh uolteggià l’obclifco , poi prefoU compafso , letto la uefle della pi- 
le/irj_, . 

Cofe come fentìamo, che hanno tanto à fare infteme come la Luna co ’ gran- 
chi . E quello modo di venufìà veramente è incfpcttato : anzi aggiunge, perche 
non può ni \nd>e ragioneuolminte rfp.ttarfi ; e però dice 'Demetrio , che qui 
v’è doppi t grata : t'na di mefpettauone , e l'altra di inronfeguenga , la q.talé 
in co nf guen za, i Greci Chiamano àrhK >tevQi<tr f & i Latinì&iyphum.febcnc 
infenfoun pocodiuerfo pa re , che pigli qùeHa parola *4 ufo Gtllìo nel fecondi 
capitolo d4 primo libro . •' '' 

2(oi Italiani qitifleinconfcgncnze domandiamo fprdpófiti. Et il pati. ir tL» 
fhidiojamcntc diquefla maniera , domandiamo fpropofìtart , córqcìDftr jièffi 
ella fprotiifta, [proni fare, & è da notare quello, che dire 'Demetrio , cftfi Co- 
miciantichi, ragionamenti lutfghiiiitrodaceuano, tutti à fpropoftto per burla, 
t febergp: 

(ome dice , che Sofrone introiufìt ’Bulìa i ragionare tfi qkcfla maniera , { 
Menandro fece il prologo della fua 'Jìfefjenia, tutto à fpropofiti, che fareb- 
bono gratiofa cofa d efier ucdutc,fe ingiuria di tempo, e l’ima e l’altra delle fo- 
prad tteoprcnoncihauejje leuate : e tanto bafh per la tfpo fittone della lette- 
radi 'Demetrio . . • 

Dopò la quale panario bora alla cofa in fe flcfJa,ciol allenenti Hà , e face « 
ite, le quali fi cattano da quello luogo, che domandiamo ab i ncx potato V "Pri- 
mieramente ha blu amo ben da credere ch’egli fta m >!to utile, e frequentato, poi 
che tutti quelli, chi hanno ragionato di quella materia, ne hanno fatta mentio - 
ne.^iriftotile nel capitolo vndecimo Helter^o della Pletorica , oue parla delle 
argutie, alle andò à qucfto Teodoro dice feconìo la efoofnione del faro , qut- 
fie parole: Fa/Ji argutia ancora come dice Teodoro mettendo aitatiti cofcnfio- 
ue ; & nucue s’ intendono, quando fono Rrauaganti,e ( come dice igh) che non 
rifondono aU’ifottatione, che n’haueano innanzi. Cicerone, olite quello thè ne 
parla m-llakpifloLrfopraUegJta da noi, dice di più pel fecondo dt Oratore qup 
fle parole iktis ellcnorilsunum ridiculi genaSjCucn aliud expVftaimis, 
aliuddicituf. <- 

fi Tonfano. Facctia etiam ,dice, & inexpeftato dicitur: fi Stjìa nell'o- 
piifculodc viro Au1k:o> Secundus locus dirr ,abincxpcftatofumitur. 

Et il C ortigiano. Quella forte adunque di motti, che più s’x fa per far ridere 
è quando mi efpcttiamo d’vdire vna coff,& colui, che ri fponde ne dice t n altra, 
tr chiama fi fuori d' opinione : e dt queìli, quelli che hanno refa la ragione per- 
che quefio luògo fta a rguto e faceto s tutti in im mede fimo modo hanno detto , 

li 4 v^/ri- 


501 11 Predicatore dd ‘TnigaroU 

K^Jnjìotìle j perciocbe ù pace il nojlro proprio errore ^ par ebe l dròmo dica,'- 
eAsiJlà veramente , & io m' ingannano . 

Cicerone , quuu jbu'ucciplis nollererrorrifum mouct . E* il Corti » 
grano. Voicbe naturalmente dilettaci in tai co/e il noHro errore medefmo . 

« c Aia ècommunifftmo e larglòffuno queHo luogo: e ciò uolejje ben bilanci *» 
tele cofe, per anenturatTouerebbe,ihc poche facette fi dicono, le quali m qual* 
che maniera non traggano origine dalla nouità , t dall edere fuor d'opinione : - 
Turi auiale più propriamente tali à noi pare che pofjaao ridur/r d fette capi S 
prime quando affettiamo vna parola, e colui con cui parliamo ne dice vn at 
tra : le feconde, quando t /peniamo vna parola : CS egli la dice ma alterata . 

La terza, quando tfpt ttiamo vna parola , & egli la dice fenza alterare.: ms 
itila medefìma ne fà due. r 

La quarta, quando efpettiamo vna parola, egli la dice non alterata , e non 
/pezzata, ma in dfutrfo feufo da qutìlojbe cfpettauamo noi. 

La quinta, quando efp.t tifino vn concetto, egli ne dice un altro, e peraucn 
tura il contrario: La x flla, oue colui che parla con noi, ci rrfponde diucrjarm nte 
da quello, che ifptttiamojiugèdo d'hauer male intefa la mitra inttnogatione. 
Jj*/ettima,Sf ritma quella, che dice Demi tri > dilla mcinfigne>.za,q:iàdo altri 
ci parla fuori di propofito;Cbe tutti in vero fono tuo fi molti brille in tiafeuno 
ài loro fono Hate formate ,e fi formano ogni giorno facetie,& argutie g>atiofiJJi 
fnr.T^d primo modo oue fi ricette ima parola per vn altra, può ferrare i '(£i m 
pio, che apporta \AriHotiU mede/ìmo di colui, che ragionando d'un altro difip . 
Cal^aua vn gentil par. .. i, 

E mentre ogn'uno a/pettaua ch’egli /aggiunge fi e di {carpe, ò dì Hiualctti, 4 
cofe fimili,rgli fuori d’ogni opinione aggiunje,dt Pcdignoni. -■ 

Che fono quel male de piedi, thè viene per troppo freddo, e che da Latini tie- 
ne domandato Pernioni s , da Greci XùtxtSuor da Tofani, come habbiamo di Uo 
* Vetig‘mi,c noi Lombardi domandiamo le mule : Come Jarcbbe,fe ragionando 
io d una a una ‘Dama, dicefji, 

Efia baucua un colar o di gioirà capegli carichi di perle, ricckifjimi pendenti 
alle orecchie, le braccia attorniate da prttioft manigli: e le dtta tutte cinte di ro 
gna. Che inuero tutta la facetia farebbe fiata nel mutare vna parola in vn al~ 
tri : cincin dire in vece della par ola arme Ili, che fi afpettaua,la parola rogna, 
che l fiata fuorid'ogm efpittatione : 

Tfcl jt tondo modo dicendo fi la medtfima parola, che fi efpctta.ma alterata , 
può fruire quello che due Sui tomo, che dicevano i H^roam per burlare Claudio 
e pungere hracbiza,chc in ucce di dir e Tiberius ClaudiUi. N cro.diceuano, 
Eibenus Caldius Mero. - * 

tifi olile oue di /opra mila 'Retorica ne mette molti e/Jcmpi tutti fondati 
nel tramutamentn (furia Hi Jja parohr.ma trasferiti ella lingua ridirà non fa» 
no il medi fimo effrttoic però il Viaclomini ne apporta egli di quelli che peffona 
fruire al r.oHro 1 dioma: Come quel lo di colui, che la fiata l’arte di l dire s’efo 
dito all'agìicollura,dd quale f dijje. Egli doppo unti am lonfnmau ad irte, 

t arare 


\ 


• % 


Sopra Lt Particella. LX X XVI* jcfrj 

parare Retòrica JmaUneittc è fatto buono A r atorc. 

Ouf fi ajfpettaua Oratore-? quell altro, di che per una donna baueua gettato 
quanto baueua ,e poi l'hauea pie fa per moglie, (gli la prejeper moglie , & hi 
con lei confumato il patrimonio. One fi ajptttaua il matrimonio. 

- Voi vi fate con tanti argomenti delia uofira nobiltà cooofcere molte mobile 
ìiijfc un altro in vece di nobile. 

p macftro Scimione in vece di Simeone diffe il Boccacci, & TcriuUtore. . 

Ter procur Atorc ,& ricenda. • ' •> 

Ter f atenda, e molti fimiti. La terza maniera diciamo che fifa ,fpez\anio 
vna parola in due, e dicendola (pagath,oue altri la afpetta intera , che è quel 
Vtodo che dice il Cortigiano , che vti Cioan Crìfloforo coirla Ducbeffa d’Vrbi- 
n o, quando parlandoli di fare vn mattonato à un tale camerino, egli /pelando 
la parola diff e, ch’egli. K 

Matto nato più del tale no baueua conofiiuto alcuno mai fimile farebbe, ma ; 
nella manie ra oppofla cioè giungendo in una due parole diuife, fe dicedo altri di , 
itfiderare i feruigi di jua moglie in caja una fanciulla, ò putta che uogliamo di 
re, ma che fufie polita, e netta, altri ducfse , fame miete i na putta netta , npn 
partite da Ila. tale. UtHa quarta manierali dicono cojc fuori d’opinione , dicen- 
do', la medefima parola,cbe feajpttta:ma m altro finjo. e di queflo anche tri - 
piotile, ouc dtfqpua mette efiempì',mapocogioucuoli alla noflra lingua ; onde A 
Caro nc accomoda ducano di chi parlando dfun foldato ladro, dicefse. •> 

Egli mena eccellente mente le mani. L’altro d’uria donna publica. 

Ella è donna d’afsai . Che in tutti due i luoghi le parole ,cbc fi efpettarebbc ** 
no per lode, murando il fi ufi fe) Mirti bono pc r biafimo. T ale fù quello di C ofimo 
Gran Ducaci quale paJsando,oue un Cittadino Fiorentino affai pouero, ma Fra 
télo d’un Frate Generale d’un ordine ricco Jaceuq un fontuofo palagio , 

Ftrmatvfi à t imitarlo, & interrogato ,cIm ne gli partfsr, 
tJM'.ltò bene me ne pare,rijpofe,e che egliefea del generale * 

Tarola,cbt altri potè filmare che lodajn la cafa per non bau tre efta dell’or 
dinario, e nondimeno notr.ua i furti del frate, à tonto de’ quali il pouero Cittadi 
no fratello di lui fpcmlcMa da Trincipe . M.t^jUfiandto ficcolómini , dice che 
vn Cittadino Sam.fi fattq ricco, ma di [chiatta bafsj,c figlio d’uno [pedale, con- 
trattando con un tubile ghdifie. Loti ìli tuoi argomenti Juriogenerali,t chel'al 
ttogliujpofefub.to. ) tuoi nò, che faranno fempre fp< ciati. 

S inule d quello di pioemie detto ad uno\ di [chiatta di Coco , che defideraua 
nonsoebefauorì, l-go tibt quoque fauebo. , ■>. ■, 

Oue la parolq quoque ajpettata in un Jenfo , fi uede che ne bi un altro . Il 
quìntp modo ducuatuo,tbi era qnando ajpettauamo un concetto da uno, che ve- 
lami tue donerebbe du lo,& egli nondimeno contea ogni contro opinione rifpon 
de q dine rfo,ò tutto il'cdtraijo.Tale ne nfenfee uro il t feudi Facino, come huo 
tho crudele ,ma Capitano brauo.al quale lametanJofi un Cittadino, perche vno 
de’ futi Joldatigl hauefte tolto il mante uo,t Infilatolo incafutca. lluomo da he 
tUfdifse Facino, mica meglio, che non può cftcrc fiato mio sUdaiaqucjio tale . 


jo-f Jl'Tredkatore del Panìgaroù 

^tUb replicando il pouerello,che pure fi era fiato analmente fuori (toni, 
opinione, rifpofc Faccino, 

; i° fo certo di nò, chefe /offe de’ miei , nè ambe la (amie liti batterebbe lèi 
fctata,non che fi buona cafacca. 

L Rumor edi Bologna definando in buona compagnia , fuori di propofin fi 
ffid dir male d'ina natione , e fra l' altre co/e à dire che erano tuttiladri , «1 
obebaiicndo rifpoHo vno della brigata , non cono fciuto da lui . che guarda jfr t 
ciò che diceffe: e che per tutto v' erano de’buonljC de calimi. Egli pure confer- 
tnaua,che tutti erano ladri ; e (fucilo defilamenti cercano dt rimontilo da que- 
llo penfiero , ou’egli perftfieua : jufino à tantoché hauendoglt detto l'H uuoret 
e che è ficte voi forfè 1 di epa Ua naticne ? Ij hauendo egli ri] pò Ho di il : oue t/ft* 
ti e f pel Canario che chiedile perdono, egli r molto d un fermdore , 

0 là, dijfc tale bibbi dunque cura alla mia cappa,cbenon è finirà. . * 

. 'Ab inex pelato di quella mamera ancora, fé bene non fono nfpofie , fini 
certi modi di direbbe fi v/ano Jpeffo. 

Come farebbe à dire , . 

figli non è dotto dotto, ma non è manco dotto , 

Quando fi afpettaua,che altri dictfjc,rna non è manco ignorante. & m quefl» 
genere, è bell (filmo, quel luogo del Boccaccio nella Ciuta^ga, 

Tuonerà però troppo gtouanc, madia haueua il piA brutto vifo,& il pi * 
contrafatto, che fivedefiemai : •- > jr 

^Que perla forga delia particella aiuerfatiua', ma, patena , che doutffr r 

' LUa nonera troppo giouane , ma haueua afiaibelvifo . 

<JWa gratìcfiffimo modo è il /ejio, quando la rifpofla che ci viene data, è fuet- 
ti della nojlra ejpcttatiouv, perche colui che la dà, finge d’haucr ìnttfa la no fi rii 
propofla in altro Jcnfo ,da quello, nel quale la dicemmo: lereffemph può feriti- 
re quello eh: dice il Stfjàd’un tale, al quale t fendo dettò, 

,, ' E cbeouoitwtf/io lidia, clajàatidarc vno.fchiaffb ? 
yu elmo. 

'Rifpofc fubito : e gratiofamrnte , perche oue l'interrogante domandati* t 
qual mercede ogltvoUua, eghfinfc a’ intender e, quale difeja ci de fiderà fic. Tar- 
lo fù quell alerò ai colui, à cute fiondo domandato , * 

Quale coja faciffe meglio bcuere. • Vi ' •• ' V '* 

Oue altri ajpetu.ua, che egli ò l’oliuo diceffe, ò ccfa fintile, ’ ’ 

1 V.\Lii 

Bjfpafe egli fingendo di credere, che domandato gli Slato /òffe non qual co- 
fi <kfì* miglior gufto al vino, ma qual pianta p:ù atto hquort produci fje ad 
efferc beuuto . 

2(on longi da Firenze ma affai tardi dubitando vn viandante di douer tro- 
uare le porte firrate ad vn fanciullo difje , ” 

'iVotrò io entrare in Firenze? v. ’ , . , 

E conte no ? rifpofc il fanciullo, che v'entra un carro di fieno. 1 


I 


Sopra la Particella LX XXV III. 50J 

Fingendo <f intenderebbe egli non della tarditi dell' bora, ma della capaciti 
della porta dubita/fc : Tali modi, e della medejima natura fono quelli , quando 
nella propofìa trouandofi una parola equiuoca,e che può bauere due fenft , co- 
lui che rifponde, finge di bauerla prefa nel fiutimento , nel quale il proponente 
non T banca prò poti a -.Come quando lo Spaglinolo domandando bere , diffe, 

Vino. ' , ’ ^ 

E l'italiano fingendo d'iliumicre vino, cioè vcmu,& alludendo alMeffia, 
& al CUaronifmo rifpaje, 

. Vino y m h.tnmàfksv, n. . . , vt* - * *v[ 3 F r 

.■£ pu rime>iti quando. dicendo yno ad vn altro, ù 

i Boomnfero. . VlU . -v . 5 . . ■. 

t Ver modo di [aiuto , egli fingendo di prenderò la parola [ero per tardi , ’ 
rìfpofe. 

Et tibi malum citò. * 

r. E nella lingua noflra, di quefla natura fà lo feberzo, che narra il Cortigia>. 
no, quanto. à- M . vlrJnmbalit. Taleotti. venendo propofh) vn buomo dettifìimo 
per ma tiro de' fiioifigli, e fra le con iiUom nella mercede dicendo, chi lo propO 
neua, che bi fogna. dar gli anche da dormire, perche egli non banca letto , rifpofq 
/ ubilo Mcffer Umibala facendole vijie di prendere la parola letto in altro fir 
golfi calo , 

E come può egli effere' dotto fe non hà letto ? ■*. 

tUtfla l'vltimo modo, che è quello del quale ragiona Demetrio nel fine di tute 
fla particella , quando nel parlare dicolui,cbe ragiona con noi,fentiamo per bur 
la, ey ai fificolamente inferita meonfeguen^a, c fpropofito : e perauentura fra 
tutte le ipctic óeU’int/pettato, di quefla fola ha fatto mentione Demetria,per- 
' che-muna cofa può efier manco appettata da noi, che di fentire un ragionamen- 
to , oue ninna coja babbia confcgueo^a, nè appiccatura con l'altra, e tutto fin 
à fpropofito. 

Vedi fe è pa%zo,diceua quello, che ha nome "Bartolomeo. 

Etti 'Boccaccio ovunque int rodue huortiini accorti à parlare con goffi, e ba- 
lordi affatto , jempre fà che ne * loro ragionamenti infermano delle cofe , che à 
quelle bestie può parerebbe vogliamo dire qualche gran cofa ,mam vero fimo 
àfpropofita.Come quando domandando Ferradoal Bologne fe, quanto egli jfòfioi 
longi dalle fue contrade, fà che egli rifponda , 

Ho io fonui di longi delle miglia più di bella cacheremo. 

E tal medefimo propofito quafiuolendo fapere Calandrino quante miglùta 
fojie lontano il paefe de’ r Bafibi,fache Mafo del Saggio rifponda, 

Haccene più di millanta, che tutta notte canta. 

E poco appreffo , parlando de' fruir aldi de Bafcbi , pur fà dire allo Heffit 
CMafo, m , 

Uffmeraldi v’bà maggior Montagnebbe Montemcrellobbe rilucon dime 
^4 notte, vatti con Dio. 

E molti fintili. Et il medefimo Boccacci con vno fpropofito fini U nouella di 
J Tofano, 


5 o 6 Jl Predicatóre del PamgaroU *•£ 

T 0 furio, quando, battendo concini' ,i he v 

' %i -\A moda del vitUn’rnaitu ùoppo dannofò patto. • • • •' \ usi» 

- Soggiongt fuori di tinti i propofin de! mon to , ’•»" .. 3* 

* £ v«.m umore, eumou fiottio,? tutta la b- ig«ta. '■ t'owì 

ffjvfilamentt oc*o> re t ht ut' hot a argutiaidue , & vn motto ò du0 

fi fauumo dittai fia miniera ma fi come due Utmetrio , thè àjuo’ tempi ra- 
gionarti et,u,t prologhi interi fi cronaca ha fatti tutti i jprepufitt , e fi ma cou - 
jcguenza alcuna : Loft à no tiri tempi non fono mancati rinati ingegni , che il 
mede fimo in notfra lingua habbiano fattoli mattaccini del (a v o , molti credo- 
no che da lui fo fiero fatti in ([unita forma ,cioè a fpropofitj Ri be it certame 
icuntinouati jcntimentifia vn cenare quello che non v‘è , e quello che l'autore 
loro non hd votutóshe vifiJ.Cbe più dettò panzone del Vetrina « cJM.it nom 
nò più cantar, non è mancato chi habbia detto il medefimo,ethi habbia credu- 
to che cfja ftudiofamentt fife fatta à fpropojuo . T^oi mi de fimi ceno babbu- 
ino veduto Lutto Comedumte , del quale dtfopra vn’ altra volta con laude bah 
biamo fatta menitene, in vna come dia ca lui intitolata Pazzi Perugino, : 

raprt fintare egli mede fimo la perfona del pagzo , e ragiohare lehore intere 
cofi fi mp>r à fpiopufito , che m anche vna minima clau/ula mai fi attaccamo 
all’ alt re : Vittoria Tuffimi viue ancora, dorma iegniffma nel fino genere d' ef- 
fere celebrata per vna [iugular ita , e marautgha della età noflra : Ufia nata im 
Pincgia di padre dottrjfimo: ne ’ teneri anni del padre ftcjìo imparò oltre le co- 
fe della Tofana lingua , tanto di Filofifia,& altre fetenze, che con Dotti huo- 
mitu fi può ragwntuohnentt comparare : Ma di pò effendo non fo per quali ac ■ 
udenti, pofia fi à recitare in Scena , in qucjìa hiflrionha arte d tanta ErceL. 
lenga èperuenuta , che aperta lafi ia fperanga ad altra di potere mai più i fi 
(tceifio grado armare ■ TÌfon vi è principe nò Hj in Europa che con ammira- 
tile e gn fio non habbia [entità la Lucilla , che cofi in Scena fi fi effa nomina- 
re : ouc non filo tutti i co fiumi efprtme in fefleffa , & in tutti gli affetti infitto ■ 
con i colori del t olio fi trasforma ; Ma per tornare d onde partimmo , anche _» 
quefìa difficihjffìma arte del parlare contmuatamentc à fpropofito ha affe- 
guita m modo, clreà giud ilio de gli intendenti hàfuperato Luiio di gran bri- 
ga : £ tal' bora in habito di pag^a cofi pazzamente ragiona , che per poco fi 
impazzire chi la finte-V e di più in Italia noflra, che olirei motti i fi propo fi. 
to,Cfi ragionamenti fi nga fallimento ,vn giuoco ancora habbiamo trovato 
degli [propo [iti . Seggono ni Ile veglie , e nelle radunate , mt fi liuti infiemr m 
buemmi , e eonne in giro : in modo che di Ila corona magni luogo t il pi inòpia 
1 in ogni luogo è il fine ; Quindi comintiandocbi clje fta , al vicino , dalla vici- 
na alcuna cofa dici nell'oreuh o , come fari bbe fo voglio ò cofa fonile ; h t effa. 
d ehi frgue ccntinouando ilpropofitone dice vnaltraiome farebbe Gran'bene. 
Rfin qui non fi può fallare ; ma oue la terza perfona hd da dire vn altra cofa 
alla quarta /fuuafic bene fi accorda con la feconda , nondimeno è fanliffima co- 
fa, che di fiordi dalla prima, come fi diceffie. E l'amititia , tbe hauerebbe conti, 
nouatune con il fecondo detto, perche gran benebl’amkitia j mano » con tutto 
: < i Uro,- 


Sopra tu Particella L X X X V I. 507 

il ragionamento, non eficnJo ponto à propofito il dire, lo voglio gran bene J Va 
nticitia.E fe il tergo comincia ad allontanaci dal propofito, ben poffiamo inut 
g':uare,ch molto più lo fanno e il quarta, e il quinto, c di mano in mano ; Di ma 
mera che quando e finita U ruota , fe ciaf cu no per ordine dice ciò che egli hi 
detto, non foto molti per efierevfcuidal propofito, mettono pegrw(cbe tale ila 
legge del giuoco,) ma raccolto infume tutto quel parlare, forma vno de be’ gri 
pbij& vita delle belle incoufeguenzc,e de’ più begli Jpropofìti che pofiano ten- 
tar fi ; E tanto à propofito di ciò che due Demetrio baffi hauer ragionato de* 
fpropofiti . • 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

V Na volta fola panie nelle fcrittnre facre che il Signor noftro , fe 
non parlaflc , almeno operatìc à (propofito , quando hauendo- 
gli gli Scribi cFarifei condotta aitami la donna colta in adulte- 
rio in San Gioanm qH’ottauo.Ei battendogli deno. 

In lege Motfis maudauit nobis huiufmodì lapidare : Tu ergo qiùd dicit ? t 

Egli, die# il ti-fli),cbe invece di rifpondere à propofito loro, fi pofe 
qiir.fi à fpropofito à fcriiterc in terra • 

le fui antan intintemi fe deorfum digito feribebat in terram. 

Ma fi- leggiamo accuratamente i facri interpreti , due cofe trouiamo: ’ 
Vna che con molto non fidamente propofito , ma mi fieno fu fatta auci 
la attionc : E l'altra che in occafionc tale l’operare à fpropofito farebbe 
fiato ì propofitiffimo .San Gicronimo nel libro fecondo contraPtla- 
giitni dice che il Signore per far vergognare gli accufatori della donna, 
fende i peccaci di loro nu-defimi in terra , di che eglino hebbero tanta 
Confufionechcd/Her#»/ vnut pafl alium. Sant’Agoftino nel quarto decon- 
fenfu Eiwng-Ik-da , Alenino , Eutitnio , la glofa ordinaria , c cento , tut- 
ti apportano dichiatationi mifteriofiffime: Come fatebono che il Signo 
re li inchitvò,c fcriffe in terra, per moftrar loro , che in vece di guardare 
il peccato nella donna doueuano humiliariì , riguardando nella terra 
della ptopria confidenza ,c dei propri cuori ,ouc peccati molto mae- 

{ [iori hauere bbono rin ouari : onero che lo fece per inoltrare , che qucl- 
a legge di MoÌSC,la quale cflì gli rinfacciauano.à lui non era fuperiore, 
perche egli fteffo era quello , che con ilditol’haueua ferina nelle tauo- 
lc : ouero per dare ad intendere che fc bene la legge di Moisc ferina in 
pietra era duriffima , l’EuangeJica nondimeno ferina nella terra de-» 
cuori più mite doueua efiere , e più fuauc : ouero perche vedeflero che 
il dito che è la DiuinirJi. , In digito Dei cjicio demonia , alla terra della 
humanità fi era vmro nella incarnatione di lui: ouero che egli inclina- 
to, & humiliatojfjccuai fegniin terra,cioc miracoli in quefio mondo; 
ouero per rinfacciar loro che efiì in quefta accula , non l)io haucuano 
inanzi à gli occhi , ma terrene pafsioni : ouero per taflarli giuftamentc 
che non fodero i nomi loto Come quelli de gli A portoli ferirti in Ciclo, 
»na fi bene in terra.conformc al detto di Gicrcmiaal fettimo._ 

Donane recedane! àfc in tenafiribentur k 

Et 


5 o8 * Il Predicatore del PanigaroL 

» Et altre molte cagioni tutte milteriolc, & a propofitifsimo adduco-, 
noi facci Dottori : Ma à noi piat-e foimnamcntc il dire che la anione 
folTe à fpropofito, con quella aggiunta pcrc,perc oche in tale occafìo- 
ne l’operare à fpropofito, ci a pu che àpropofico: E la ragione è per- 
che il Signore in quello fatto voleua inoltrare che eglino erano quelli 
Che fuori di propofiro ragionati ano, che vna queftione non apparte- 
ncnteàlui proponeuano , celie però non mcritauanoche egli pure ar- 
renderti: ciò che fi diccrte, ina ogni altra cola più tr ito fuori di quel pro- 
poli to facefie : E già dice Eutimio nel medefitno luogo , clieanticamca 
tc vi era quella vfan za , che chi volcua dare ad intendere à chi ragiona- 
ua con lui che egli non mcricartc di ctfer fcntito,fi ractteua à fcriuerc ini 
terra, in quella maniera, che noi altri in occafionctale ,ò ci mettiamo 
à fifehiare , ò à cantacd tre , ò cofa famigliar! tc : Si che è vero che il Si- 
gnore fece cola fuori di propólito; macliefù à propofitifsimo per mo- 
llrarechecolì àpiopofito parlammo cfsi , che non roeritauano pure di 
cflere attefi : E che quello fcriuerc in terra folf c latro à que Ito Hoc. di 
inoltrare, che egli non badaua alle p troie loro, lo inoltra nella Bibbia-, 
Compiti reale vna parola aggiunta, doppo fcnbcjit m terr.xm . Cioè ***'* 
yumt X* quale fe bene da alcuni viene efpojia non fìngerti , e ere* 
dono che voglia dire , cheli Signore veramente fciiueua caratteri in- 
telligibili , altri nondimeno efpongono che fmbebat dijjìrr.uloni Cioè per 
inoltrare di non attendere pure à cofa clic diccfiVro, c per dare ad in*- 
tcnderecon vna arcione quafi à fpropofito, che à fpropolitififsimo era- 
noie parole loro . Anche San Palilo fu vna volta creduto che à fpropoli 
toragionaire, quando in prefenzad’Agrippa, edi Berenici predicando 
egli di cofcaltilsiiqe gli dirtc Fello Prende, infanti Tante : Multf Ititene te 
tèi infantai n conncr lune. 

Ma troppo chiaramente vede ogn’vno, chi fii quello che à fpropofiro 
ragionò o Fello, ò l-aulo . Noi congiungendo ledile cofe , delle qu.ili 
ragiona Demetrio in quella particella, ciò fono, gli fpropofitt, c gli ina*- 
fpcttat^, diciamo che la fcrittura ralhora marauigliofamcnte gli con- 
giunge inficine: mentre che molte volte in lei fi vede che alcuui fanno 
certe inrcrrogationi,che paiono à fpropofito , E non le fanno per altra 
cagione.fenon à fine che rispondendo quelli, co’ quali ragionano,egli- 
no pollano con la replica dar’loro qualche colpo inafpcttato. Per cileni 
pio propofe Natan à Dauid vna cofa, che potelfe parere à fpropofito 
quando gli dille nel a. de Regi al ti. 

t Duo viri crant in Ciuitate vna , vnus diucs , Se alter pauper : Diues 
icbnt oue s,Se boues plurimos valdc, Pauper auté nihif habebar omni 
no prarter oueni vnam paruulam, quatti emerat, & nutricrat,dc quae cre- 
tierat apud rum culli tìlijscius limili de pane illius comedens, Se de ca- 
lice eius bibcns , Se in finn illius dormiens.cratque dii ficut filiatCum- 
.que peregrinus quidam vcnilTet nddiuitcm, parcens ille fummere de 
cuibus , & bobus fuisvt cxhibcrercònuiuium peregrino illi , qui vene- 
rar ad fe , tulit oucm viri paupeus Se pnrpatauit cibos homini , qui ve- 
nerai ad fc:J 

E pure quando Dau id che hauea già tolta Berfabcc ad Vria ,& adul- 
terato con lei rifpofe*. 

Finti Vcmitm s qnoniam filini meriti (Sì vir , qui fecit bet . 


Al- 


Sopra la Particella L XXX VI. jo> 

All’hora con la replica gli diede Nata il colpo non afpcttato dicendo » 
•T u es tilt vir . 

E quclio'chc feguica. Nella medefiroa maniera può parere fpropofito^ 
in San Matteo al zi. che il Signore i Giudei narrila parabola della Vi- 
gna, e'dc gli agricoltori ingrati, & interroghi dicendo, 

• Cum venerii D ominus vinep , quid ficiel agricoli* Ulti * 

Ma fi vede l’arte dminajpolcuchc hanuta la rifpofta. 

Molo* male perdei, & vint avi fiam loubit ahjt agricola. 

Subitocon la replica non allettata punge . 

Ideo aufcictwr a ttobis regntm Dci y & dabitur genti faci enti fruii uni. 

Con la Samaritana che haucua da farcii volere che ella chiamaflcfuo .► 
marito ; •• 

Vaie voca nino n tuwn . 

Ma doppo la rifpofta, 

Virum non babeo . 

Ecco la non temuta ferita Jt 

Bene dixifli, quia virum non babeo , quinqueenìm virai babtòflU grquem nunc 
habes non ejl tuus . 

A Farilci doucttc parere vn grifoà fpropofito il (cntire che parlandoli 
di dare il cenfo à Cei ire.egli domandi di vn numifma , > 

Cuius efi imago bxc,& fuperferiptio > 

Ma dcuettcro bene auederfi , che era ftato molto à propofito quando 
doppo h.iue re e di rifp olio. 

Co. far il , 

Si fennrono replicare, 

• Riddile ergo qui fune Cffvis Cffari, & qua funi D« Dea . 

E c i inedefimi nó doucttcro auifare a quale propofito .dotnandaflé vn* 
volta loro il Signore , 

Quid uobti videiur de Chriflo ? cuius filius cjlt > 

Che poi lo doucttcro molto bene intendere quando doppo bapcrc^ 
detto efli , D auid. 

Sentirono nella replica argomentare, e dire 
Quomodo ergo Danni in fpintu vocat cum Dominion ? 

E di quelli pfiempi molti fi potrebbono addurre. Si come de gli (che»- 
zi ab incfpe&aio (e volefiìmo cauare cflempi da Dottori ò Greci, ò Latini 
per certo clic innumerabili ce nc foccorrerebbono. Come quello di Sarv 
t'Agoftino, OU-* parlando à Giudei, che haueuano corrotto icuftodi del 
fepolcro affine ,jche diccfiero d’haucr domiito.cche mentre dormiuanp 
era da difccpoli ftato inuolato il corpo del Signore dice. 

Dormiente* tette* adhibes, veri tu obderrnitti . 

E molti piùefpreffi : Mafe vogliamo ftare nelle facre ferirti] te, c fir v<^ 
gliaino duecfsépi belliffimi, di quella maniera di vcnuftàai inexpettata » 
olle altri rifponde alla noftra interrogaiionc in altro fentimcnto di quel- 
lo che da noi veniua afpcttato, come oue domandando colui, 

E che vuoi ru ch’io ridia, e lafciari dare vno felzi aliò? ».i 

Rifpofe l’altro, 

Vn’elmo, 

Primo può efiere quello di San Paulo,oueà Romani al i j, doppo ha- 
ucr detto. 

Vis 


t 


510 Jl Predicatore del PamgaroU 

Vn nominine poteflatm. 

Oue altri afpetta ch’egli infegn'ilporerfare ogni male fcnza paura def 
fupcrior (ubico con molta grana mutafcntimcnto,c dice 

Bonum fac ■ 

Ma ftupcndoè il fecondo che, voglfamo addurre dal j .capitolo del fe- 
condo de Macchabei.oue è da Capete, clic hauen do Scleuco Rè di Siria.» 
gran dclidcrio didiftrusgcreGiirufalcmme,dc il Tempio Santo.gia una 
volra haucua mandato Eliodoro fuo Capitan generale con groflo cfleroi 
toà quello cffecro,& il Signore con ruoni c folgori,& altri tlagelli di ma 
riera hancua rotte le gemi , Se impaurito il Capitano .che apena potuto 
fùgirecon la uita era venuto al fuo Re, narrando le grandezze di L)io , & 
affermando che non era bene l’attendere più à imprefa tale, alla quale e- 
g : i quanto à fc non farebbe ritornato giamai . E pure non li era muffo 
dalla fua rftir.ationc il Re: anzi deliberando di nuouo di mandare vn 'al- 
tro efferate» ne volendolo guidare Eliodoro alintno Io pregò à voler di- 
re, chi pareua à lui clic foffc per ctfcr buono à quella carica , 

Quii ent aptus adlm fcn.el Htcrofolynam mini. 

Et ecco la vcnullà (tupenda ab inexpeflato che mentre il Rè afpetta che 
egli gli rifponda.qualc huomo per valorc.e brauura meriti di cffere man 
dato: Eliodoro in fentimcnto tutto uario gli rilponoe. 

Si qucm bobe , hoflem. 

Cioè, io non ti faprci dir quale tu douefli mandare , le non fe fòrte fra 
noi altri alcuno , che tu odi; , che quello farebbe vn mandarlo ad efprcf* 
fa'ruina: 

E già dichiara eoli fc (Urto dicendo , 

Si quciii boba hcjlem , am reciti lui tnftdutorcm, mille illue & flagellatimi cinti 
Tecnica, fi lanini cuafirit . 

Maà noi e ballato accennacela venurtà , la quale conlifte in quella^ 
propofta . 

Quii cui aptui adbuc ftmel Hicrofulymam mini i 

Et in quella inafpi ttatirtìma nfpofta • 

Si quem baia bujtem . 

Poffono ancora quelle venurtà abinexpeftato vfarli ral’hora nelle npftrc 
prediche Italiane , ma bifogna farlo con molta deftrczza, per non dare 
nello fcorrilc , ò nell’infipido', efe li fanno mordendo vitij riefeono me- 
glio: Come pcrcrtcmpio ragionando noi in vna Città, oue tutti gli olfitij 
di giuffitia veniuano vendutile per confcguesza vedeuano anche 1 Giu- 
dici lefentcnzeloro ( fotli conformandoli à quel Pentametro 

Emerat ipfepriut, vendere iute potcfl.) 

Occorfe che riprendemmo una mattina grandemete la corruttela de* 
giudici, echc il mede-limo giorno furono à noi alcuni dolendoli, che ha- 
uclTimo troppo agramente riprefo. Se à volerci pcrfuadcre che in vero in 
quella Città vi era molta giuffitia : onde noi tornati l’altra mattina in 
pergamo, c fingendo di uolcrc efeufare quello, che il giorno auanti haue. 
utiiio detto, per fine della ifeufa concludemmo dicendo , 

Che veniuamo articurati, che non folo in detta Città non vi era tanta 
ingiuff iria,comc haucuano detto il giorno auanti, ma che vi era giuftitia 
da vendere . 

Et vn’altra volta in un’altra Città,venendo diuerfì importunamente k 

dirci 


Sopra la Particella L X X X V IL 511 

dirci che Je noftrc prediche piaceuano ; ma clic la Città haucrebbe dc(T- 
derato che folli ino vn poco più frequenti nelle rcprenlioni , celie quello 
era un popolo che amaua grandemente l’efTcre riprefo , à noi doppo ha- 
ucr fcntica quefta cantilena molte volte, fcappò la patienza , & vna mat- 
tina in pergamo fingendo di lodargli di quefta fantamodeftia > c dique- 
fto humilillimodelidcrio di elTcrenprefi c’aggiungemmo. 

E bene fi accorgerà ogni Predicatore, clic uenga in quefta Città di que 
fto desiderio di lei ; poiché il vero fegno di uolere cflcrc riprefo Tempre , 
c il non emendarli mai . 

Si pofiono anche in pergamo vfarc di quegli fcherzi venufti ,che con- 
fiftono nellaaltcratione dclIgparole,e nelle allulioni à gli Etimi,ma tut- 
to deliramente, come diccua il Cardinal di Verona che , 

Veronaerat aere una. t 

E San Gregorio Na^nzcno parlando contra Giuliano apoftata alle 
volre non , 

Iulianum 

Ln domandaua *, ma 

IdotiMiim . ... 

E Monf. Cornelio nella terza parte della predica della imitatione, in 
vna incza pagina due uolte adopera il mcdclimo falc. Vna ouc dice che, 

Eleuterio mandato inlnghiltcrta San Germano veramente germano, 
ingenito, (anto, candido . 

E l’altra ouc dice, 

Saflonia troppo faflea,e troppo dura . 


PARTICELLA 

OTTANTESIMASETT/MA. 

1 _ . • • * . . 

TESTO DI DEMETRIO 

Trado tto da Pier Vettori . 


<Aepe a ut em , & membra fimilia peperei unt vcnujlatem , ut in 
quii e_sfnéoteles E*ju«V àflwàirt'yùtìtràyHfatì'AQer .fUTÓrfìa. 

far piyarjixJi rtytifav «V«6 LuuÒs , ìlei róryefxàrxTèvjJ-iyrer • 
cum a, mi deftens in ambebus membris in idem nomen procreabit 
uenufÌAtem. Qued fi dempferit ex alter utro membro , illud f fmulfubflH- 
leris leporem . 






Parte Seconda . 


KK 


P A- 


5ii 


Il Predicatore delPantgaroU 


PARAFRASA 



affai foucntc danno gratia,e vcnuftàal dire lecorrifpon 
denze de' membri ne’ periodi, come quando o/riAoti- 
le diffe. 

Di Atene mi fcacciò il Règrande, e di Stagira mi (caccia 
il freddo grande. 

Oue quello hauer terminati tutti due i membri nella medefima pa 
rolagrandc,è (lata gratiofa cola: e che (ìa vero, eluda vnodiloroia 
leualic, inficine leuarebbe tutta la leggiadria. . 


COMMENTO. 


P -Arlò Demetrio molto (fattamente di [opra nelle due particelle 2 r, r 12. 
di que’ Periodiche ornati fi chiamano per le corrifpondengc de’ membri , 
le quali cor rivenderne egli dife che in tre maniere potcuano auucnire : 
cioè ò per contrapojitione,ò per equalità , ò per finuhtudine : E noi mi commen- 
to riducendo la cofa à maggiore facilità dicemmo, che tutte le cot r: fiord tti^f . 
de’ membri ne' pei iodi ornati, al numero di vndict Ji riducono ccnetofa cofa che 
ò i membri hanno contrapofitione nelle cofe Jote, ò ih Ut parole ,ò nelle eofe ufie- 
tne,ò nelle parole fole, ò in apparenza (olamentc,ò hanno parità di Jillabe, òfo 
no fmili nel principio, cominciando òdaena he fa parola, oda ma quafi [refi* 
parola, ò fono fintili nel fine, ter minando ò nella Uefa fillaba , ò nella ilefia ri- 
ma, ò rulla fifa parola, ma prtjarn due fignificati , ò ne Ha mede firn a paro n . 
prefa nel mede fimo fentimento. ^iddueer. tuo anche in quel luogo molti tfempi % 
oltre quegli di Demetrio , 1 he tutti potrà andare à t edere qutui il lettor e fetida 
dare à noi fatica di replicarli.'^ noi baila per bora l'amunircehe fc bene De- 
metrio quà dice che gratiojì fono i membri con fimihtudinc, e nell cf empio ch’e- 
gli dà, non vi i fe non l’ultima fimilitudine, quella della medefima parola col me 
defmto [igni ficaio : fi ha nondrmtno da intendere, che e tutto U fimi!itudini,c ha 
parità, e tutte le contrapnftioni ne' membri vjate diurnamente danno uenuflà 
e grana: E però nei nella parafrafe in vece di dire che danno grattale fmilitu- 
dini de’ membri, con uoce più vniuerfale, la quale icmprcndc tutti gli i ndici or- 
namenti fopradt tti balliamo detto che danno vcnuflà, e grafia le eornjpondcn- 
ze de' membri. £ quefla è dottrina di Demetrio mede fimo , il quale doppo ba- 
utte nella particella 2 x. trattato non drlla fmilitudinc fola, ma di tutti i fopra - 
detti ornamenti, nelle 2 2 .poi di tutti infume ragionando, quanto all' tifo loro, di- 
ce ch’eglino per ninna manie ra conutngono alla nota feuera & ajpra , ni me no 
oue adoperiamo il dire afettuofo,ò morato ; ma giouano alle uoltc alla nota ma • 

gnifica. 


Sopra la Particella LX X XV» 5 M 

giù fica, come ftcaua dagli ferini di Gorgia, e di Socrate, e fempre generano, di- 
ce, venuflà egratia . E l’ eflempio ch’egli adduce in quel luogo i queflo mede fi* 
mo, eh' egli apporta quà da vna epiflola di oiriflotile. 

Di -a tene mi fenato il fii grande , e di Stagira mifcaccia il freddo grande . 

Intorno al quale, percioche all’ bora dicemmo tutto quello che conueniua , i 
quello fieflo luogo ci rimettiamo. Vna fola coja diciamo, che fi come in quel luo 
go hauendo egli detto, che tutti gli ornamenti de ' membri danno gratia, non ap- 
portò però d queflo effetto altro eflempio che quel filo, cofi in quefla particella , 
fe bene egli altro che queflo mede fimo eflempio non adduce, non però vuol dire , 
che quella fola forte d’ornamento che in lui fi troua facci grafia-, mattando nel- 
la medi [ima vniuerfalità diali’ bora, dobbiamo intendere noi fimilitudini , cioè 
cornfpondenze,& afficurarci che tutte quelle vndici forti di corrifpondenze,oue 
la nota non fia ò graue,ò patetica, ò morata fempre bene vfate,ò con dijerettio- 
ne,ò magnificenza grado fa, ò gratia femplice almeno daranno al ragionare : B 
queflo intendiamo tantodcllegratiepiù nobili, come delle men nobili ,percbee 
delle venuflà gratiofe, e de’ motti arguti in eia fi una delle i t.corn/pondenze fi 
fono molte uolte fermati, & ogni giorno con laude di chi li fine vengono 

Tfella prima maniera , per eflempio , oue vengono contrapofle cofefole , può 
feruire quello per leggiadria, t , , 

Come il troppo freddo quefla notte mi offefe , cofi il caldo m’ incomincia a fa- 
re grandiflim a noia , 

E quello nella mèdefima noueHa dello [colare. 

Se il Sole ti comincia' à fcaldare , ricordati del freddo , che tu à me fuetti 
patire . 

E per motto può feruire quello di quel giouane f iocco à cui e [fendo venuto 
voglia di utdere il mondo, e dicendo però dfuo padre , 

‘Padre mio datemi tanto ( e nominò vna quantità di denari ) affine ch’io [of- 
fa andarmi d far conofiere '■ rifpofe [ubilo il padre , figlio mio piglia il doppio e 
procura che ntfluno ti conojca . 

Trilla feconda maniera con contrapofitione di cofe e di parole infume fu leg- 
giadria la venuflà d’tfocrate addotto da 4 rifiatile, oue difle 

Tfon deonoi flit ladini per natura e fiere fatti foraflieri per legge. 

E pungente fi il motto di quel prodigo, il quale da un'auaro huomo offendi- 
gli detto, 

Quando cefferai tu di gettare il tuo? rifpofe , 

Quando tu cefferai di rapire l’altrui . 

Tfella contrapofitione delle parole fole, gratia fu quella della 'Bartolomea, 

Se effi non furono ale’ bora del mio honore •gelofi, io non intendo effere al prc- 
fente del loro. 

E motto quello di Chiotto 

Chi mai veduto non t’haiuffe, credi tu ch’egli crede fio che tufòffi migliore di- 
pìntor del mondo ì 

gK x Credo 


514 2/ 'Predicatore del PamgaroLt 

Credo ch’egli il crederebbe all’ bora che guardando noi egli crederebbe , che 
voifapefle l’a, bi,ci, 

Tacila contrapofitione di apparenza folamente gratta fu quella. 

O che io flarò con l«ro,ò con loro Rari io . 

E motto pon gente con ironia quello . 

roi fiete vngiufliffimo amico, poichevgualmete noie te, che ilmiofia uoftro, 
e thè voRro fia il mio . 

Tacila corrifpondenza della parità delle ftllahe eccone unagrat'wfa . 

E non come T edaldo ucnutò di ftpri à riccucrlo fe gli fece incontro ; Ma co- 
me T edaldo dalla fepoltura quiui tornato fuggir fi uofle temendo . 

£t eccone una mottegginole à una vecchia 

Tià toRo numerare ui pojjo i denti, che uoi mi pofflate numerar le dita. 
Quanto alle ftmilitudini poi, cominciando dalla mede [ima parola , per esem- 
pi delle due forti diuenuflà poliamo pigliare quello in natura de fogni , 

Che effi non ftano tutti ueri, aflai uolte può ciafcuno di noi hauer conofciuto . 
E che effi tutti non ftan falfi,già di fopra nella nomila di Filomena fi è di- 
moRrato . 

E quello , 

Se tu parli canti, fe canti, cauti male . > .... y/‘ / ; 

Cominciando da parola fimile quello, 

- Rjtro fu di ualor^hiaro di fangue . ». > 

E quello, 

tenfione mentre dici di darmi, pafjione mi dai terminando nella mede finta 
ftllaba quello , 

Come l’hai conofciuto Je non l’hai praticatto i 
E quello , 

Come è egli dotto, fe non ha letto ? ■ ... rf 

T er minando nella mt defima rima , . ' 

Chi i reo, e buono è tenuto, t può f are il malese non giti creduto. t . 

Lt qucR’ altro , ■ 

Ter farti conofcere nobile, ti fei moRrato mobile. 

Terminando nella flefla parola in più fenfi. . r . 

Queflo ebefà del Giulio, non Male un Giulio . 

E quello, 

cMtrita d’effer lodata aflai, perche è donna et affai . 

£ finalmente terminando nella medeftma parola nello Refso fignificato per 
leggiadria può /crune quella, r 

2{on può far meglio l’huomo che ricordarfi i’ effer buomo . 

E per ifcbcrzpqucflo che allega quà Demetrio di Mr, Rotile, 

•Di irtene mi / cacciò il Ri grande, e di Stagira mi faccia il freddo 
grande^ . 




D I- 


Sopra la Particella LX X XV 1 . 515 

DISCORSO E CCLESIASTICO. 

B Enec poflìbilechc molte contrapofirioni,& in vniuerfalc che mol- 
te corrifpondenze de’ membri producano alle volte venuftà fenza 
magnificenza come quelli, 

Ecce tu pulchra es amica mea ecce tu fulcher et dilette mi . 

Ouc li uede chiaramente , che il parlare è leggiadro è non magnifico : 
ma non è già potàbile che alcuna forte di contrapofitione , òcorrifpon- 
denza generi mai magnificenza e grandezza nel dire fenza aggiungerai 
a nchoravenultadc,e gratin. E però tutti glielfempi, die noi demmo nel 
difeorfo Ecclefiaftico n.di tutte le 1 1. forti di corrifpondenze ne’ mem- 
bri .tutto dico polTano fcruireanchora à quello luogo.Qtiiniicioèinquan 
to generano magnificenza, e quàcome producono leggiadria . Veggagli 
in quel luogo il leggi rorc.Jchc à noi fouerchiacofa farebbe il replicargli, 
nè mena conuicne che altri ne appoi riamo, effendo quegli e molti, e mol 
to chiari. Solamente per dire alcuna cola in quello picciolo difcorlo , c_* 
perche fra tutti gli ornamenti de’ membri la Paronoinafiu, ò annomina- 
tione.ò bifticciochc vogliam dire.pare la più capcftra , & alcuni fi ren- 
dono difficili à credere che da padri graui Ila (lata frequentemente ufa. 
ta, vogliamo à glielfempi che ne adducemmo in quel luogo aggiunger- 
ne alcuni altri in quello tutti pieni di leggiadrie di gratia. 

Elfempio adducemmo all’hora di fant’Agoftuio in quelle parole , 

Hoc agamu'' bene, ut illud babeamu* flette . 

Hora ecco San Cipriano de babau V irgtnum , 

Captili tibi non fura, quos Dew featfed quos Diabolus infccit • 

Eccolo de Tflo,&buore . 

Stare dcbetmfbuSui animus damparatus femper ad repugnandum , quam eflad 
impugn.indum femper psratiu mtntuus . ' 

Eccolo nel fei mone della mortalità. 

D cfualìos fratres non ejfelugcndosaum feiamuseos non ammétti, fed premiai. 
Ecc.» San Bernardo in cinque luoghi , 

Fruftra ni titur qui non innititur . 

Benigna charitas aflluit . non dcjluit . 

Futitram boininis gloriam damon uidit , & inuidit: Cain numera Detu non rcfpi- 
cit, quia illum deficit . 

Magna fuperbta eft uti dati s quaft imiatis . 

Ecco San Gicrommo foprafcfaia parlando della Chiefa, 

Oppugnatur fed non expugnatur . 

Ecco Gregorio Nazanzcno contra ledonne ornate. 

Interne Hecubam, externe Elcnam refèrs . 

Ecco Mon f.Cornclio oltre le tre annominationi che dicemmo , 

Vite evita 
Fecondo facondo . 

Attento intento. 

Ecco di più , 

Tutto ciò che hai, che puoi, che (ai che (ci . Sei forfè fi imprudente , ò 
impudente. 

Ridono,& irridono. Emilia. 

Seconda Parte. 


KK ì PAR- 


PARTICELLA 

OTTANTESIMAOTTA VA. 
TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 

T accufaticna vtique recondita, quandoqtte fintila funi tem- 
poribus , qucmadmodum apud Xenopbonlcm Heraclider, 
qui titubai cum Seutbe , a tee detti ad fmgulot connotai , 
& hor tatti illos vt dono danni Scutbi , quod quifque fo- 
rum baberet : bai cnim & venti flatcm ahquam pra fe fe- 
rma ,& accufationa retta Junt. Venera igitur, qua in 
verbis ixifluntjot funi , & loci . 

PARAFRASE. 

Erte punture coperte a nchora;oue fi fa vifiaefi faraltoe 
fi brahmano copertamente i vitij di euichefia>hann® 
molto del gratiolo. Come quando Senofonte di Seute 
Principeauanlfimo dille, 
égli tutti i Capitani de Greci conuitòin cafafua, e prima che fi 
mangiargli fece trattenere da Heracltde fuo cortigiano, il qua- 
le per buona conucriationc non mancaua anche didireà ciascu- 
ni di loro, che fe hauclTi.ro alcuna cofa pretiofa douelTero donarla ì 
Scute . 

E tanto batti hauer detto delle venuto, ie quali nelle parole eoa 
fiftono,edci luoghi,ondeclfe fi cauano. 

COMMENTO. 

E Glii gratiefiffìmo quelle nodo di pungere altrui velatamele, che i Latini 
domandano Latente* cnuiinationes^ifrro accufationes recondi- 
tas,ò opertas ue!o, con»? dice Mcffer Tier Vettori ,b in modo frmile-.e Ceficm 
fio, che adduce 'Demetrio, a fai bt ne di mofìra la natura loro. Egli dal fello lo 
taua della u inabafedi Setto fonte ;oue vn certo Regni o nominato Scute ha tre- 
ma conuitato i capitani Crea ,ma veramente per mera auanita l'harn ma fat- 

to,Jpe- 




Sopra la Particella LX XX Vili. 517 

to operando in qutfla occafione di douere cficre riccamente prefentato da loro> 
il che volendo deliramente notare Senofonte ,dice che Heraclide cortigiano di 
lui, defhnato à trattenere,cbedciafcuno di loro perfuadeua il douer donarti 
alcuna cofa à Seuteie co fi nota copertamente Senofonte l'auaritia di Sente , e 
forfè ancora la inciuilità,c mala creanza di Heraclide, che coft leggiadro modo 
baueffe trouato di trattenimento . E veramente ( lanciando bora Dimenio, 
perche egli in quello luogo è chiariffimo per fe mede fimo ) diciamo pure che fe 
bene è lecito tal’hora il pongere motteggiando i viti j altrui principalmente 
oue altri ejfenio flato morfo morde altrui, e paga di tale moneta, quali fono J la 
te le derrate vendute nondimeno i morfi non folo hanno ad e fere da pecore , e 
non da Some, ma hanno da tffere coperti ^ velati ancora. E (fendo verifiìmo che 
chi alla fooperta motteggia altrui di vitij ò difetti , ch’egli habbia ; motto per 
certo non dice, ma villania.Ver eff empio quando ( come dice il Cortigiano ) in- 
umato vno da vn altro che baueua vn occhio folodiffe , 

Io rcslerè volentieù,perche veggo vuoto il luogo per vno. 

Collui perche morfo da cane, e fuori di propo fito, villano fk piò lofio tini» 
motteggiatore: E tale perefiere troppo /coperto ne Ha politura fà quell’ altro, 
il quale ad vno che non banca nafo domandò, 

Oue appicchi tu gli occhiali ? 0 con che finti le rofe i 
La doue non folo comportabili, ma gratiofi e lodcnoli fono i motti, oue fotte 
alcun velo, e fotta alcuna coperta fi pungono gratiofamente i vitij d'alt ri : Et 
il modo di farlo, fe bene à piu luoghi perauentura fi potrebbe ridurre, noi non- 
dimeno due foli ne apporteremo qua, che ci paiono i più gratiofi; l'vno quando 
mordiamo fotto fpecic di lodare, e l’altro di efeufare. Sotto fpccie di lodare alle 
volte occorre queflo, quando di due parole che applichiamo ad vno la prima . 
fate che fia in laude , e fubito la feconda trabe e la prima, e fe flefia d biafimo, 
tome quando il Boccaccio diffe,cbe Gianni di Tacilo non era meno /officiente La 
unteci che fofie Gianni Lottcrungbi. __ 

E come diciamo ogni giorno . ZJalorofa befìia , gratìofo pagpfo ; e fimili . 
UW * là dire il vero queflo non è il proprio modo di biafmare fotto (pecìp , 
di lode . "Proprio modo f il, quando colui , come dice il Car»,d’vna donna dìfho- 
ticfla diffe , 

Che era donna d ’afiaì . 

E d’vn foldato ladro. 

Che menaua eccellentemente le mani. 

Oue fi vede eh: la fuperficie del detto è tutta laude, e tutto il fucco è blaft - 
fimo . T ale fu quello di Calliciatida , a cui bauendo C leandro fuo conftgliere 
configliata vna cofa vtile e non htgiufia , ma indecora à vn ‘Principe magna- 
nimo difie, 

Jo veggo che tu mi configli eccellentemente, dicendo chefe tu fuffi me,farefii 
cofi, perche il medefimo farei io,fe fuffi te. 

Che tolfe poiquafi di pefo, ma graliofiffmamentc il (filarini nella fua fpiri- 
tof ffima Tragicomedia, quando configliando Lineo pafiore al gionanetto Sii - 

K X 4 uio, 


5 1 8 Jl Predicatore del Pamgarotd / 

piombe lafciafiele cacete, d atttndefie alla quiete f. dicendo > 

Co fi certo farei fe Siluiofoffi. 
là il Cjuarnno che Sitino rifponda , 

Ed' io fe fojji Limo. 

E tanto farebbe ba fiato, e forfè per la breuità farebbe flato più frisante, 

. fe bene fà che aggiùnga. 

Ma perche Stimo fono. 

Oprar da Siluioc non da Lineo voglio. 

C" e P°i dal mede fimo Lineo gli fà rinfacciato quandi battendo Situi ci nfa 
lo ferifa Dorindq e dolendo fene mijeramcnte glidiJJe Lineo. 

Dimmi , 

Tu che v iui da Siluio e non da Lineo. 

Qurflo colpo c’hai fatto fi leggiadro, 

Efors’egli da Lineo à pur da riluto ? 

trionfo Caviglio ( dice il Cortigiano ) che effendo flato per cofarelle in pri- 
gione, e venendo d palalo, ad vna Dama che gli dijfe , 

, < ^djfè s ignor Ionio , che mi pe/aua della vofìra prigionia , perche cre- 

dcuamo tutti che il f{èfoffc per fatui impiccare rifpofe fubito , 

lo ancora n'hebbi paura [ignora mia: Ma fidai fempre nella vofii a [cui ma 
corte fia, che m’hauefie chiamato per marito. 

Qae rie fee grado fo à chi si, che in I f pigna à condannati ft dona la vita,ogni 
volta che da meretrici vengono chiamati per mariti . E forfi in altro tempo 
da cane farebbe fiato il morjojma la puntura data à lui era fi grane che non 
meritaua perauentura meno . Tia fia che per quello che tocca d noi pungendo 
la impudieitia mentre efxltaua la corte fia, fece vna di quelle gratie ouejt biafi- 
ma fingendo di lodare D'vn Tiranno Prodigo diffe vno, * 

Egli è tanto liberale , & che non contento di donare il juo , dona l'al- 
trui. 

D'vn faldato ebefuggiua dall'ordinanza fù detto , 

Egli è tanto fo’lecito che parte fenza licenza . 

£ tutto qut(ìo,e ftmili,nue fi bia finta folto fpecie di lodare : Del qual moda 
non v ponto meno gratiojo quell altro, ouc fi pongo fingendo dicfcufarc . Come 
in quell' E pila fio fatto all’Aretino, 

Qui giace Peritino amaro Tofio , 

Che dtfie mal di tutti eccetto Dio. 

Ne fia cofi conci fi. 

Ma fiefeusò dicendo. J noi conofco. 

E tanto bafìi de ’ motti che accufano copertamente, & anche delle vcnufU 
che fi cauano dalle parole. 


SopraLt PartùeHa LX XXV III, 519 

c) ‘V*: •* f , ' ■'! .. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

’pOntura coperta, e gratiofifsima fu quella che dicemmo nel djfcorfo 
1 86. del Signore alla Samaritana, 

Bene dixitìi,quia virum non habeo/quinque enim viroi babttisìi,&quem uunc 
boba, non cfl tuus. 

E li vede che fu del genere di quelle, che mofirano di lodare, c bia- 
limano, pcrcioche comincia il Signore à lodare la donna di buone pa- 
role dicendo, • 

Bcnedtxifti. 

E poi la ponge di mali fatti foggiongendo, 

Vir , qttem num boba, non eli tuus . 

Gregorio ìSlazatizcno nell’oratione prima contra Giuliano , hornJ 
fotto fpeciednode, hora per modo di efcuCi lo trafigge molte volte. 
Come oué per modo di efclamatione.ò Epifbnema d ice, 

O fap'.entem ammani ad tndefacienlnm . 

E più ballo oue inoltra di efcufarlo, edice che fipuh difendere di ha- 
uer Fatte le tali attieni, perche inucro non le hà fatte per altro che par eC 
fere inimico della vera Religione. 

Jfim fi per aci ufitionem quoque ipfius coup difendendo, esì , eo mihi ad rerum 
fiaiu, ri perturbai, dum adduùus videtur , quòd oduerfus pietatemjmerct. 

In; à pqco il dqpnantfa. ' , 

Sapientoni in vitto. 

E\cellcntcm impiotate. 

E non molto doppo, tingendo d’clcufarlo, perche hauefle murato il no 
me de’ Chriftiam , & hauefle ordinato clic clSi non pii! Chriltiani , ma 
Galilei veneffcro domandati , dice , 

fi forte hoc ea rationt fecit , quod huiUfee nomimi vim , & poteslotcìn infiar 
damonum rcforwidaret . 

San G irolamo contra Ruffino, il qual faccua profefsionc di grandifsi- 
m o Greco, c faiIiuandUgrammatien -Latina. dictrecwì> 

yiro ctuditiffimo , qui tontam habeat fuentiam /criptorum ueterum , mamme 
Crpcorum ut cium peregrina feti ai ur penèfua arili fut , 

Et in vn altro luogo , non per modo di lode; ma di efcula, fingendo 
d’efcufarlo, perche in vece di dire vna par la Hebraica, ne hauefle det- 
ta vn altra, gli rimprouera che haudTefaHilic'ato il titolo d’vn libro, c 
quello che era di Eufcbio Arriano,hauelTeintitolato di Panfilo martire. 
E le paiole fonq quelle , 

Idee mirim fi prò Bar hannina feri putrii Barrabam , cum lontani babau licen- 
tiain nommuin immutandorum ut de Eufebio VampbHim , de buratto morto erti 
fecent. 

E più gratiofamente p:ù à ballo di certi errori in Grammatica , ò di 
lingua Ch’egli hauea fatto IVfcufàió-quefto modo, 

'Hfii forte jc luterai non dtdiciffe tur abis quòd noi uh & abfque in, amento per- 
facilè (redimiti. 

Noi medcGmi ancora in molti luoghi;ma nelle lctdoni principal me- 
te. 


5 io Jl Predicatore del PanìgaroU 

te , che facemmo , contra Calumo di quelle ponture , fotro fpecie di’ Io 
de , ò di efeufa ci feruimmo alcune volte , Come oue dicemmo , che fc 
cjjli uon poteua rcflare ad argomenti CathoIici,era da cfcufarc,Percio 
che fc bene in vnacaufa vgualmcnte giuda egli auanzerebbe molti , 
oue nondimeno egli protegge laingiuftitia , conuicnc, che eceda^à 
tutti . 

«t oue hauendo Caluino adoperata la diftinrionc della Latria, e della 
Dulia fuori d’ogni propofito,& in materiajouc non cape, per cfcufarlo 
dicemmo. 

Ma che importa’Bafta che in alcuna forte di adorarionc fi fcruonodi 
quella dillinrione gli Scolallici.fc bene il pouero’Caluino no hebbe coli 
ventura di indouinarc,n quale l’adoperaflero. 

E poco più giù;oue dicédo egli che i Gctili non crederiano che nelle 
ftatue loro fclfe Dio , c che noi adoriamo impiantente le noftre, lo pun 
gemo dicendo. 

Et hà ragione, pcrciochc hauendo egli molto più del Gentile che 
del Chriftiano , bene doucua cflere , protettore de* Gentili , e non 
di noi . 

E di quelli efiempi molti potrebbono addurli da quel libro: ma à 
noi niuna cofa'piacc meno , che il ragionare lunganicute di noi me. 
defimi . 


PARTICELLA 

OTTANTESIMANONA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

“H. r ebus autem ducuntur Veneres ex prouerbio. natura enint 
vcnujiti reseli pronerbìum , ut Sophron /«Ve vini *9*0 v*r 
trx'ltpu^rrtyer , & a H 0 quoaam loto mquit . E a: ungue erti* 1 * 
Icontm pinxit . Torynam cdolauit . Cuminum feuit : ctemV* 
duo bus prouerbijs, & tribus fuperindufìis utitur . vi lepo- 

prmibiiijiui l *\i mmero cre f cant ì f erme quf cuntla exfabuUs ipjìus 



SopraL ParticelU LXXXVI. 511 
ARAFRA 5 E. 

•Allccofe poi fi cauano grafie , come fril'altre da 
prouerbi; che à dirci! vero, c gratiofa colà per fua 
propria natura il prouerbio. inbofrone li truoua 
quefio Prouerbio. 

Beui tù ? diceua queilo , che ftrangolaua il 
padre. 

Et in altro luogo dtceua il medefimo autore. 

Dall'ugnella piato il Leonella Torma ha lpaz7ata. Cimino hi 
feminato . 

Tanto amico de’ prouerbi. che per moltiplicare gratie tallliora 
ducètren’hà vfati vn l’opra l'altro, e perauentura non v'eproucr* 
biocche egli nelle fue fauole non babbi adoperatole. 



COMMENTO. 

V olendo noi ragionare de’ prouerbi : primieramente habbiamo da arenerà 
tire, che quella uoce prouerbio, ò almeno proucrbiare^tUc notte fi piglia 
in i n lignificato, che non ha ponto à che fare col propofito noflro,e tal’oora con 
vn fentirnrutOjcbc è afsai vicino al noHro propofito ; ma che però finitamen- 
te pa i landò non i il medef imo . 

2qe l lignificato lontaniamo da noi fi piglia prouerbiare per motteggiare 
mordacemente , /gridare, e villaneggiare : (osi nell'argomento del Calandri- 
no della Elitropia ; oue dice il 'Boccaccio nel fine, quelle parole. 

La moglie il prone ròta, & egli turbato la batte. 

Che fé vogliamo faperc inter amente il (igni ficaio , vediamo la ncutttaiHef- 
fa,cue pur replica, che tornando Calandrino di M ugnone, etrouandofi Moine 
T efla fua moglie in capo della fiala , 

(omhtciò pruuerbiando à dire. 'JWai Frate il Dianolo ti ci reca, ' gni gen- 
te ha già de finato quando là torni à definare. 

J n quefio medefimo fent mento adoperò la medtfima voce la vccthiarclhL» 
domandante elemofma,che doppo la duodecima volta fù nominata troppo folli- 
cita, e ributtata da Mitridones,oue diffe, 

O liberalità di 7{atan, quanto [ci tu marauigliofa, che per trentadue porti, 
che hà il fuo palagio, fi come quefio, entrata, e demandatagli Imo fina, mai da 
lui, che eglt moCìrafle,r 'uonoJciuta non fui , e fempre l’hebbi , e qui non venuta 
ancora fc non tredici, e r tconofciuta,e prouerbiata fono fiata . 

E più chiaramente, oue la feruigiale di madonna fiordalifo fotta fi alla fine- 
Jlra , diede dell' vbriaco per lo capo al poucro -Andreuccio da "Perugia, di- 
ce U 


511 • Il ^Predicatore del PanlgaroU 

ce il tejlo,cbe Fattafi alla finejlra prouerbiojamente dijje . Chi picchiai 
là già ? 

£ quello, che feguita. Che i vn Sentimento, come diceuamo, lontaniamo dal 
noflro proposto, e del quale perciò non occorre , che ragionia -no più oltre . In 
i4i altra manina, prouerbij con fignificato troppo diffufo ungono d mandate 
le Sentenze, tutti gli apofoegmi, tutte le pxopofitioni attenenti alla uita mora - 
le, & in fomma tutti i detti foflamioft, e bnui, cb: infognano alcuna cofa,cbe 
debba ò far fi, ò fuggir fi nella conuerjationc bimana . 

In quello fonfo dijje il Petrarca ,. i ; •, )i 

Vrouerbio ama, chi t’ama. - j ' J 

E pure in verità {cuci amente parlando quefio piccolo detto , 

-Ama chi t’ama , 

Bene i egli Sentenza, come mofireremo più baffo, ma non già prouerbio . 
fi 'Boccaccio anch'egli dice. j . 

cuoche per voi non fi po/lp quel prouerbio intendere , che communcmcn- 
te,ft dice per tutto , cioè che le forni» in ognicoja fempre pigliano il peg- 
giore . 

E pure quefla clan fola , 

Le [emine in ogni cofa pigliano il peggiore , 

^inch’efoa fomenta i - t ma non prouerbio. Un’altra volta il medeftmo Boc 
caccio dijje, 

yfano i volgari vn così fatto prouerbio . Chi è reo buono è tenuto, può fa- 
re il male, e non è creduto . 

E pur quitti ancora Erettamente parlando: fontenza dijje égli, e non pro- 
uerbio- Che fo altroiie dijfe . 

‘Come che gli I. mommi vn cotal prouerbio vfino . Buon cauallo,e mal cattai - 
lo vuole fpctoue. 

0 quefio sì, che fù propriamente prouerbio, e non fontenza, ò altro . E co- 
sì propriamente v so la uoce del prouerbio l'atrio fio, quando difie. 

Che fouente in prouerbio il volgo dice , 

Cader de la padela nelle Ifrage . t » . 

Et in altro luogo , 

Tonar come fi dice à Samo ’n afi , 

Trottole à ditene, e (occodrillià Egitto . 

Ma per Japeré quefla d'iftintione , per la quale de [opra notati detti , altri 
ateettianu per prouerbij, fi altri nò , bi/ogna che diamo la fretta ,ep ropria 
dt fornirne, o deforitttonc del prouerbio , colla quale reflerà egli feugj altro di- 
filato da tutto ciò che non farà prouerbio . 

E già foppiamo noi che il prouerbio è vn detto compito , e breue ; ma non 
bafìa quefio : Bifogna che fta compito il prouerbio, cioè che dia perfetto Sen- 
timento di quello ch'egli contiene; chefoe lafciaffe l'animo pendente, prouerbio 
alficuro non potrebbe e/fere .Ver efsempio. 

Suole afono dà in par e te. 

Snelle 


Sopra la Particella L XX XI X. 52 $ 

Quefle poche parole fole, fé altro non vtnefic loro aggionto prouerbio, non 
farebbono, perche fofpefe dalla particella qual compito jestimento non dareb- 
bono,t reflerebbono jen^a uerbo principale: (fheje altri dicejse. 

Quale nel tempo del (JW aggio accefo da libidinojo appetito, e ruzzando per 
tutto con afpri calci percuote l'a fino nella parete , tale dalla medefima parete 
per e ftere efsa ò di mattoni > ò di vino , certo dunffima, riceue egliil dolore nel 
piede, con cui bi percofso . 

Qui non è dubbio, che compito farebbe il fenfo: e pure non farebbe prouer- 
bio, per efsere troppo lungo il corfn delle parole , ; li doue dicendo. 

Qual a fino dà in parete , tal riceue. 

S£uefìo bellifftmo prouerbio è, perche compito è breue • Ma ecco. 

Sono le Belle ornamento del Ciclo . 

trinche quello detto è compito, e breue . è egli dunque prouerbio ? Dicia- 
mo di nò: perche il prouerbio bt fogna, che contenga alcuno ammaeflramento, 
ò immediato, ò proffimamente mediato per ferutgio della conuer fattone bu- 
riana, & in fomma ch’egli mofln alcuna cofa che debba ò feguirfi, ò fuggir fi 
nell’attiom de’ gli buomini . Ver efsempio, 

Can che lecchi cenere, non gli affidare farina, 

- Qui immediatamente ci vita infognato , che à chi conofciamo inclinato 4 
farci danno, non doniamo fidar cofa, nella quale egli ci pofsa nuocere \ 

L'acqua corre allo’ngiù . 

€qui immediatamente fi dicc,cktlecofe all'ultimo feguono lunatura ,eln 
ragione, e però proffiffimamente viene ingegnato à noi, che con uana fatica non 
ciuogliamo loro opporre . 

Rafia che fin qui il prouerbio è un detto compito, c breue, cheinfegna al- 
cuna moralità . cMa qual detto infegnò mai la più bella moralità dì qucjloì 
evinta chi t’ama . 

E pure habbiamo detta, che non è prouerbio i‘ ha bbiamo detto, ciò ridicia- 
mo di nttouo : e diciamo il vero, e quello che dice e^friflottle mede fimo neU’nn- 
decimo capitolo del terzo della Retorica, e la ragione i,penhe il prouerbio, ol- 
tre le fopt adette condutonibtfogna di più che quello, che infogna non lo info- 
gni con parole proprie, ma conmttaforiche. £ quella fola ila differenza fra 
la fentcnza,& il prouerbio, che la fentcmza , è un detto brente compito , ihc 
« infogna alcuna moralità con parole proprie. Etti prouerbio è un detto breue, c 
compito, che tnftgna alcuna moralità, ma ftmpreeon metafora . fn modo che 
nella [enUn^a quel proprio fi hà da intendere, che efsa dice, ma nel prouerbio 
quello fi bà da intendere nonché egli dice, m* che folto il ut lo delle Juc rotta, 
foie fi contiene. 

ma ibi t’ama . .r;:, ', 

Qui tutte le parole fimo proprie, ni altro ho da intendere, fe non ch'io eh b 
ha amare ehi m 'ama, là doue dhendoft, quale a fino dà in parete, tale i iceue . 

2\(on il calao Jolo dell’afino hò i confiderai c, ma quello chele me tafore , ò 
la allegoria m’injigna, diri ch’io nou debba far male ad altri, penbe alti i ne 

farà 


ji4 J/ Predicatore del Panìgarola 

farà à me. E fe noi vogliamo il mede fimo concetto, & il medefimo ammuffita 
mento detto in forma di prouerbio, \i in forma di Sentenza, i-Cto 
Qual’ a fino dà in parete tal ricette . 

Quello è prouerbio . 

Chi la fà , l'afpetta . 

E quello è il medefimo concetto, ma in maniera di fentenza ,fe bene tal’ bora 
come habbiamo detto di fopra fi confondono i termini & anche quejl'vltimo fa- 
rà domandato prouerbio. Ffcl medefimo modofe noi diremo , 

Ogni dignità hà il fuo pefo . 

Quella è fentenga , e pure fe proferiremo il medefimo concetto in quella 
maniera _» , 

Dotte i i m poggio, è vna valle . 

Quefio farà prouerbio. Vn’altraconditioneanchora bifogna che habbia il 
prouerbio : Come che i prouerbi hanno ad effe re già triti, v fittati, e conofiutiffi- 
mi nel parlar comune. Di maniera chefe altri dicejfc , 

Egli non fi deue fidare Filomena àTereo. 

Quello farebbe ben detto compito, breue, morale, e metaforico, che ftgnìfica- 
rebbe che non cofi ad ogn’vno principalmente à mali , e rei cufiodi doniamo fi- 
dare le cofe nofire,ma perche la favola onde è tolta la metafora non i cofi cono- 
feiuta da Catti, però non farebbe trito, e voi gaio il detto, e per confeguenza non 
farebbe prouerbio, là dove fe per lignificare il medefimo concetto noi diteffimo. 
Egli non fi deue fidare la pecora al lupo . 

Quc/lo come tiito , e cono fiuto da tutti , prouerbio farebbe ferrea dubbio 
Onde nafee , che non è m no tira potè lìà il firmare nuoui ditti breui , compiti , 
morali, e metaforici, i quali poi col tempo, quando fi faranno fatti volgati, e tri- 
ti, far anno proverbi/. F. perauentura , quando mejjer iftccia >do di Chimica tor- 
nando da <JMonaco,à chiunque il falutaua, ò d‘ alcuna co fa il domandava , mu- 
ti’ altra r.òfa rifpondea, f non 
Jl mal furo non vuol fifta. 

Quello per molti giorni douette penare à far fi prouerbio, là dotte bora come 
affai uolgato detto , prouerbio deut con ragione poter ^domandare : Siche tor- 
nando cfqutUo che la feiammo, diciamo dunque jbc frittamente, e rtgorofgmen 
te parlando, Tuttequelìecomitiomfirithuggonoalprouerbio,ch egli fut-a 
detto compito , breue, morale, metaforico, e vulgato : T uttauia che con manco 
rigore ragionando, le fintengc popolari, ancb'efoe proutrbifi domandaoo molte 
volte. Come il Tetrarca diffe\. 

Trotter bio, i^yfma chi t’ama . 

Et il Boccaccio , ■ i 

Quel prouerbio: Che le fimine fempre pigliano il peggio. 

EÌ/mifc. Quelli certo che Demetrio apporta in qui fio luogo per effempi, tut- 
ti fono ragirneuolmcnte proutrbif : Se bene nel primo di loro: Cofi è corrotta 
la lettera, che non filamento non fi vtde,oUe confifla Inforca del prouerbio, ma 
meffer Pur lettori mede fimo confcffa di non intendere il ftnfo. Etcuemefjer 

Tictro 


ò opra la Particella LX X X 1 X. 525 

"Pietro non è armato, quanto alla intelligenza dilla lettera, vano forati pro- 
curar di giugnere • 2(oi vediamo follmente , cl/egti era ino di quei prouerLi, 
che fi fogliono proferire col nome dell'inuentor loro, che, & in latino,& in Gre- 
co fono molti . E noi Italiani anchora frequentemente l’vftamo ; (orno farebbe . 

Vini, e vedrai, diceua Carafula . 

E quattro, dice la Merla . 

Il mal furo non vuol fefia, diceua mefier Bocciardo . 

dìU altro, diceua quel da ì^orchia . 

Dille mani, dice il zonfò . 

E di queSìa natura moftra che f offe quello primo di Demetrio , terminando 
in qutfte parole , 

Diana quello, che flroggaua il padre . 

Ma che cofaegli diciffc , la corratela del te Ho non permette, che noi i inten- 
diamo.^ Icuni hanno cjppflo ch’egli dicea . 

Beui tù ? 

£ coft habbiamo Jeguito noi nella parafrafe.Che fefoffe vero, fi potrebbe per 
eonie 1 tura credere , che quello tal prouerbio fi applicale à coloro, i quali anche 
nelle più federate cofe burla ffetb, ò nelle più orrende . Di modo che [e altri per 
cajo ammazzando vn innocente, cantale, ò burlale, noi potftffimo dire. 

Beai tùì diceua quello che Jtrogzaua il padre. 

Ma come habbiamo detto, T utto è Jetnplice coniatura , cofa che non occorre 
de gli altri, dt‘ quali fappiamo,che , 

i x vnguc leoncm pingerc. 

• Vuol dire da vna picciela parte venire in cognitione del tutto : E gli al- 
tri due.,, 

Toryna.neradcre.Cuminum fercre . 

SD’huomim foucrcbiamente porcili, e fordidi, fi togliono dire : Che però è da 
crederebbe feruendo tutti due ad vn mede fimo fentimcnto,di tutte due vn Jopra 
l’altro per maggiore vcmltà fi valefic Sofrone : (lime vediamo che di tre ap- 
preso à ftgmficare il medefimo concetto fi valfe l’jlrioflo in quei due vcrji , che 
allegammo di fopra . 

"Portar come fi dice à Samo i va fi . 

Trottole à (-/itene, e foco drilli à Egitto . 

Del Petrarca, credono alcuni che egli componete tutta la canzone , Mai non 
vi più cantar, per queflo à fpropofito come dicemmo mila particella 86. perche 
• efia non fife altro che vna catena di molti prouerbi , prendendo nondimeno la 
voce prouerbio neimanco rigorojo Juo ftgm ficaio. Comunque Jìa, dice Hemttrìo, 
che l'inferire talbora prouerbi ne’ ntfhi ragionamenti, aggiùnge molta i cnufìà: 
Et è forza ebe fta coft, quando non f offe mai pc r altro, fé non perche tutti i pro- 
verbi propriamente detti, fono metafore . E noi già habbiamo detto ebegratio- 
fiffìme fono le traslationi. Sofrone in ciò foggiongc Demetrio, ehefù frequente 
tanto , (he dalle fauole di lui , qua fi tutti i prouerbi di quel tempo fi potrebbono 
raccogliere-, (ofa che in Mero il "Boccaccio nelle Jue none Ile non hà fatta co fi f re - 

qu:n- 


11 Predicatore del 'VxntgmU 

c.H'.ntcmcnte, pochi forje nella no tira lingua ma tale frequenta farebbe Ha- 
ta akttatWHC,& hauti bbe indotta fitUtà-, ma per ogni modo fi vede che à luo- 
go à luogo, egli col megzo del prone rbio feppe molto bi ne, ( confórme all'argo- 
ritento di Demetrio ) acqui tiare leggiadrie ,e gratie à fuoi ragionamenti.fn Ta 
lano di CMolefcJa Margherita uolcndo motirarc che il marito non baueuaa- 
puto ingqnnarla, dice , 

Oh egli haurebbe buon manicar co‘ ciechi. 

In Alberto da Imola fi dice ch'egli conobbe madonna Lifetta. 

Terreno da ferri fuoi. 

delfine della giornata fettima, lametta per dire, che non volta vendicar- 

fi,f tìnto difie , . < 

fa non voglio motirare d'e fiere di [chiatta di can botolo . 

Ideilo [colar e, e V edotta, dice il teflo. 

Lo f colare chi di mal pelo haueua taccata la coda . .a 

E nel fin dice che gli fcolari fanno , 

Dotte il Dianolo ticnla coda . 

2 \(e‘ Sane fi dalla cafla,la moglie del zoppa dice alla moglie dì Spinellacelo. 
OUadonna uoi m’hauctc renduto pan per fotaccia . 

In Martellino difono i compagni di lui , 

T{pi habbiamo co tini tratto dalla padella, e gettatolo nel fuoco. 

E 'Rinaldo d'^tfli di fe He fio diffe , 

Vitto all’antica, e lafcio correre due f oidi per ventiquatro denari. 

E di qiictìi affai fi poffono ritrouare nel Boccaccio , che fe altri raccolta de fi - 
dera baucre di molti e prouerbi,e riboboli, che à noflri tempi tifano i Fiorentini, 
nel Dialogo del Vanbi,troppi più perauucntura ne vedrà, ebe egli non Lauri 
ò defid crato,ò Jperato di uedere . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

P Efthc il medefimo libro di Salomone con due titoli viene infcritro 
Vafobo/fxioè Salomonis , Sc'Prouerbta Salomoms > per quello San Bafi- 
lio commentandolo} & in particolare trattando della infcrittionc, 
mofirac quale fiala propria fignificatione di quella noce prò nerbi um , c 
come alle volte venga non così propriamente prefa. 

Propriamente la parola prouerbium, lignifica quel medefimo,chei Gre 
ci chiamano erapeiuìa, & i migliori Latini adagium , Se. dice San BafiJio , 

. fermo uulgatus, qui in uij s plcrumque dtcitw cìptet cium apud cMcrnosuia nomina- 
tur. E la clefinirionc del ptouerbio, (dici il medefimo,) può vl\'erc,E erba 
ad uiam uulgi ufu tr itum > & quod à paucis ad f malia , plura tronfimi pi ufi . 

' Ouc fi vede e per la parola tratifumi , che il proucibio ha da clTcrevna 
lentcnza metaforica, e per la parola tritum, che bada ilici c di già vul- 
gata, c popolare. 

Nè però fi piglia Tempre quella noce cosi Arenamento , ma alle uolte 
lignifica il medefimo, che la voce parabola , che in Hebrco , fi domanda 

Miile, 


Sodala Particeli* LXXXl X. * 17 

Miste, e nel Greco venendo da ««fajMax», che lignifica campar», me (Irà 
elice vnafentenza, la quale per Innilitudincc coinpararione.che infc- 
gna atcunacofa, come fecero tutte le parabole del Signore. Et alle vol- 
te prouerbium anche più largaméte fi piglia,e prouerbi fi domandano tut- 
te le fentenze morali, da’ Greci domandate yrìfiat, pure che habbiano 
vn poco dell’ofcuro, e del recondito . Che la voce prouerbium alle volte, 
lì pigli nel mcdcfimofcntimcntoj che parabola, fi vede nel libro, fojlra 
detto ; oue le medefime fentenze con vno di due nomi indiftintamerite 
vengono chiamate Trouerbia , & parabola Salomonis , & anche fi caua da 
quel luogo di San Giouanni al io. 

Hoc prouerbium dixtteis Iefus\ oue non è dubbio , che il Signore non un 
adagio; ma vna parabola haueua detta loro; e che non fedamente per 
Parabola; ma anche per qual fi voglia fentenza ofeura fipoffa prendere, 
da quell'alno luogo fi raccoglicin San Giouanni al xvj. Hoc in prouerbjfs 
loquutus funi uobis.uenit borauum lam non loquar in prouerbtjs ; oue il Sighorc 
al licuro, ne adagi haueua dctto.nc parabole ; ma.fcntcnze vn poco ofeu 
re fidamente: Oltre che contenendoli ne’prouetbidi Salomone molti 
detti, i quali ne adagi fono , nè parabole , e pnre. con nome vniuerfalt-» 
domandandoli eglino tutti prcuerbi.giafi vede quanto largamente vie- 
ne allcuoltc prefo il fignificatodi quella voce. 

Ma parliamo noi di lei in più rillrettolcntimcnto. Beda nel libro de 
tropis fura fcriptura , auucrtifce anch’egli, che ire tropusadeòlatd palei, ut li- 
ber Sdomoiu> .quoti nos fecundum Hebrxot parabola* dicnnus ,apud Grxcos nouien 
proemiar wn hoc e sì prouerùiorum arce perù. 

Ma propriamente parlando, due prouerbi, per eflempio, allega egli in 
quel luogo; Vno, che vsò San Piero nella fua feconda al fecondo per fi- 
gnificare,che doppo la penitenza torna al peccato, & c quello. 

Carni reuerfus ad vomitimi fuum. 

E l’altro , che fi adopera , oue vno, che non c d’vn arte , fi mette 1 c£ 
fercitarla, & è quella, 

& Saul inter propbetas ? , 

Oucè da notare, che alcuni detti tilhora vengono letteralmente^* 
proferiti ad ogn’altro vfo , che di prouerbij , i quali nondimeno i poco- 
venendo metaforica mente, ò allegoricamente v fati dal volgo, à poco à 
poco prouerbij diuengono . Come quello appunto, 

& Saul intcr propbetas ? 

Clic da principio per SauMc folo letteralmente fH detto, ma apprelTo 
hanno le genti coli «immunemente cominciato ad viàrio in ogni occa- 
lionedi perfona , qupahqmd artts , quam non didiat , (diccBeda/to vfurpet 
che horrnai prouerbio c tritfflìmo è.diucnuto.Chriilo nollro Signore 
medefimo alcune volte di que’ prouerbi vsò, che in quel tempo erano 
volgatilfimi . Come qpeljì , 

Tranne duodccim bora fionditi. , 

4 . 7$ fuga vcjlrqfiat h.etne, vel S abbati. 

Qui non hxbet , vendat twucam , & ematgladium . 

EtaWomighanti.Eri (acri Dottori pure, non fidamente di que’ prò 
ucrbij fi fono firmiti , i quali dalle fcritrurc (agre hanno potuto caua re, 
ma di quelli ancoraché à tempi loro nc’ libri de’ profani, c nelle bocche 
de popoli erano più frequenti. San Bafilio nella Homilia XXIV. ado- 

L1 pera 


5x8 fi Predicatore del PamgaroL 

pera quello. ^fquam cribro forre. \ 

NclTHomilia fella deH'ell'amerone, • ■ ’ 

oi lanearum telai texere. 

Nella Epidola 1 16. ■i».” 4 

C duo non eli cum ariete anietandum- ’ n.il •;**•*/»?'•*'* *[ » 

nell'Homilia prima', t.|jii‘oiuJlo'lWb i ■ ' 

Pertufo Dolio hourirc. • «" •' ^ o i : ot- m b- 

NeH'£piftol.i4r. - r . ' •'* iti .-si.- am al au . : ?» 

Ex vnguibus Lcortem. • 'i * J ;ot‘» _ .’ u-r::b •. 

NeH’Epillolaad monachum elapfum, ' ri ' ■ ' 

In tnuio impedititi. 

Et altroue molte voItc:Gregorio Nazanzcno in vari luoghi v& 

Saul intei propbctas. 


P vacui à mela cut filare. 

Eia regia incedete. 

FtiUndm in dolio addife ere . 
Seminata penar /under e. 

Inaimi feedor ionio qui. 

Quid pale x cum trinco- 
Afinai quereli tem regnimi inuenirc. 
Cult am cadentem lapidea ex canore. 
Rem in nouacula arie fìtameffcy 
in vinca quoque fptnam najci. 
luto lutwn purgare. 

Vn.xm htrundmem ver non facete. 
I\adentem viciffim radere. 

Cantra torrentevi non inaiti. 


1 n. l '’iijio'.v. i fi fifoni oul*'J.: p xh> 

.(•‘hqMwl’ 1 a) - ai, A v.«te* t vj 
bitifl cuaur.rt :£cLi. a fi «ouoii a 

r ti jhtn»sjno 50 fb jjiIO isissmtldìsi 

ria' c ’in« oflcTi r 'i.b® éwilti pi.hrr»^ 
li: i rffj > iiotni.li . t l» 

P il. .!• oiDiq azionali». ,<t 

:ii(ffiflil 1)00 noi. .«> 
i' jìildc.ui'jiii;.' . v, • 

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>\ìYì> ,4 -j ; v. 

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■ t»ì* 1 r» fl f ' *f dir .j p 


fytxtiiifl:. ...Ir .ìs 

Et altri moltidìmi prouerbij ma Tempre con molta dignità.e dedbfo: 
E coli egli come gli altri Dottorili vede che nelle concioni graui,e ma- 
gnifiche,ò pgouerbi non vfano, ò de' prouerbiplcbei almeno non li va- 
glion, òfcpure,di rad ole ne feruono , alcun mitigamento aggiungo- 
no, che leua l’indecoro . Onde à noi non piaccioho, ne polfono piacere 
que’dicitorijò fcrittori in noitra linguai quali non folo nelle prediche 
in vocej ma anche nelle rtampate , lenza mitigamento alcuno , prouer- 
bi; li balli li fono lafciati vfeire dalla bocca , e dalla penna , quanto fo- 
no quelli . 

Saluar la capra, & i cauli. 

Dar vn colpo al cerchio, c I’alrro alla botte. 

Edere Cane dell'ortolano. , l " 

E limili altre plcbeità : le quali quanro fi debbano fuggire, moftrà di 
tonofccrc molto bene il Padre Granata nella fua Retorica, dicendo , 

[Adagia non vulgarem orationi & lidem , &[ornamcntum addane, 
quorum non eflìc inops Ecclclìadcs i n lingua Tua deber, quatruis in hoc 
genere, quxdam ninnimi humilia,ac pene fordida funt,quz dicentcs aa 
rontarcm,& granitatem minuenr, 

Enoimcdelimidiqudlaforte-d'indeCoro vn 'altra volta ragionere- 
mo l fuo tempo . Fri tanto vn bit ra Cola hi d'antierrirc il predicatore 
in materiadi pr ouerbi,chc molti Te ne truouano introdotti da pruden- 
za diabolica,e Che puzzano grandemente di Athcrifmo , contra quali 

bifo- 


Sopra la Paiilcelik X C . 529 

bi fogna che egli » qualunque volta fi prefenta la oc&aGone faccia velie, 
menti inucttiue,c difcuoprail rcncno,chc hanno in corpo.Tali fono gli 
infrafcritti,c (inaili , . . 

A configlio non chiamare il Confcuore. 

Viui à giornata. 

Chi hi danari, hi tutto. 

Bcllacofacflerpadrone. • 

Tanto c ogn'vn,quanto fi tiene. 

Se la legge hà da romperli, fia per regnare. 

A chi ti può nuocere, tu gli nuoci. 

S*io non fon,quel ci/i cro,non voglio dTer quel ch’io fono, 

Loda tutti, c piacerai. 

Sauio à chi la vi ben fatta. 

Chi hi in odio te mettilo in odio ad altri. 

Aiuta vn gran’ncmicò percaltigarne vn maggiore. 

Chi è rco,c buono è temuto, può Fare il male c non c creduto. 

Di quei tali detti , che impropriamente fi chiamano ptouerbi) e di 
molti altri limili, tutti empi) , evenenofi trouamino noi vna volta, che 
hauea fatta vna buona raccolta l’IUuftrilfimo Cardinal’di Verona.,, 
alfine di andarne confutando hor’vno, hor altro nelle prediche, che 
cgliogni fella faceua al popolo fuo. E così deuc fare ogni pio Predica- 
tore: e dall’altro canto loaarc,& elfaltare fino al ciclo tutti que’ prouer- 
bi,ò detti, ò ientenze popolari, che contongono c inoltrano religione , e 
pietà chrilliana: Come farebbono, 

Chi ben viue,ben muore. 

Chi hà Dio , hà tutto. 


Chi non fi feorda di Dio. Diq non fi feorda di lui .- 
Et altri limili. ! M 


* 


PARTICELLA 


..v 


NONANTESS1MA. 

*»•' iVvv.i),’,..* tt) Vv ,*'»* % .il . * v 3 iTCi 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 


■*ìu 

•’vVi 


1 T fabula cum ufurpatur tempefliub , uenufta e/l . ftue uetus , ut 
i^slrifloteles de aliqua ìnquit , quod fame perii , roftrum mton~ 
quens:ha autem plefiitur,quia cum tl'm Ixmo e/jet , intima bo~ 
. ^ Jpitem affecit.bic igitur uetere fabula ufus efl,& communi. Mul 

tas autem prateria finghnus utilcs & accmmodatas rebut y voluti quidam de 
tic dicens,qwd ma cum lima e xtetiuarctur , & pmguefctrel , adfinxit . bine 

Lia &fa ' 



Dig 


by GoÉfglc 



5 i o 11 Predicatori del ParttgaroU 

& fabula cxort affl^uod lunap perii fdcmnon tnm tantum ex tpfo commi 
Tunafif tt * am fabula prtJefcTt lepidum quiddam , qup fiuti fi clan 


P A R A F R A S E. 


xiD 



E fauolc, anchora opportunamente vfatc riefeono 
i gratiofo.'òchc lìanodelicgn fatte.òche accouimo- 
datamentea noftri proposticele formiamo da noi 
rtellì. Deìlcgia fatte iàrebbe per effónp io come diffe 
AriQotilc quella dell’aquila indccchiata che è, alla 
quale dicono dice egli , che fi mcurua di maniera il 
becco, che non potendo mangiare muore di fame, in pcnadVna 
grande ingiuria^ villania, che effendo ella altre volle h uomo, fece 
ad vh'tìofpiteluo . Nouafenefinfc vna colui, il quale interrogato, 
eruual cagione col crefcere, e (cerna re delia luna ingi a trufferò, e 
gatti, vna f'ua fàuoktra ordì, nella quale inoltra uà che 
altre uolte la luna parto riffe un gatto. Che fù graaofa p cr.dtfe cole, 
per effefe nuoua fauola,e perche rtmaginarfi vn gatto che nai'ca dal 
ia luoa,ha gratia,e lepore iti le . 


I 


COMMENTO- 


Q Ve fio nome fauota da jtrifioùle nella 'Poetica viene pfefo molto diuet - 
fan ente da quello thè noi lo pigliamo qui, peniothe quitti fi p> t dt la fa- 
itola per la parte principale del Toema,ttuè per tutta quella mica a trio oc , la 
quale trfsuta ool uertfimile,e col nccef}ario,i la bafe, il fondamento , t la foflarr 
za del poema, tbe.ì fini Mento lontamffimo dal rtofirt proposto . eJMa il me- 
de fimo ^rifiatile in altro luogo ragiona della fauola nel lignificato nofìro : Et 
illuogo è mica piloti lo.drljiccrido ih, o Odia I{itoma , tue ragionando dei- 
l’tfitvipio : dice che con ifsempio tuoniamo, quando vna fimileatttone auurnuta 
taci orniamo , c da Iti d quella ai gì mt ntn mo , che è nofira u, lenitone di doucr 
pervadere ; <Jl1a qutfio due Ariftotiie in vita delle due maniere puòauueni- 
re,percicchc,oueio anione narrk mo , « he raramente è oceorfa, onero vna fimi" 
\ie anioni fingiamo danne vkdefimranemodata al nofìro fine., E quefto fecon- 
do membro aniPtghfi dmtdt,,ptrcht e fingiamo vn’attmne papaia frd buoni- 
ut piamente, e quejh i para Pia, otte rovi introduciamo cofe imagi ne noli , co- 
me animali, piaraép-fimilr, e quefla è Apologia , ò fauola che uogliamo diri* : 
•dì gii eff empi cbkgli adduce fimo itti Uff: mi, ni occorre che andiamo tarandone 
di più Mari . Vuole v ri oratore pervadere à Greci , che non Infimo , che il 7^ 
c i .1 ‘ di’Pcrfi 


'Sopra U Particella X C? • % } I 

de ’Petfìs'ìnftgnorifca ddl’kgato , perche quello è U modo d'afialir poi la Ore » 
era, e thè fu vero due,‘icordateui. 

Che anche Dario non pajso in Grecia prima che bauefìe prefo l’Egitto , 
prtfo che t’hebbc pajso , e Xerfe non tentò la\fptiiùone centra la Grecia fin che 
P Egitto non fu bijuafoiejlà . ■ ...» u.i • < ' n' 1 - 1 

• 'Qdefio fù persuadere con f c/lempio nella prima fpecie , che ratienc A nome 
del ge.iert'Cni con attioni Immane jinuU, già veramente attuante, ~4prcfio, 
vuote pcrjuadere vn" altro che i magijlrati non ft debbano trarre à forte : per- 
che dice , 

Quello farebbe non altrimenti , che fc da naviganti fi mettefie al timone co- 
lui, non che lo Japcfie reggere, ma che vfcifie à cajo . 

Qittjla è fimilitudine fQtoèat rione finta, ma humana , che t-^frillot ile di- 
manda Parabola ■ Doppolaqualefcguita quello, che fà à noflro propofito, cioè 
l’apologo, e la fattola, che è anione finta con intcruento dtcofeirragioneuoh. (o 
ine quello de U :fuo>o contra talari, dice ri rijlotile,ò di Efopo in difefa d’vu ca 
po di popolo vjurpatorc del C omnmne:. che in vero tutte due fino gratiofe fa- 
ttole. Steficoro ha tendo gli Htmcnei eletto per generale deli èfiercito f alari 
loro Capittno,e di ft gnau io di dargti-vna groffa guardia perla fua perfona , fi 
eppofe à quello pt n fiero, dicendo, c!k per valer fi di luiconcra altrui, non douef- 
fcro fa rio li potè aie, che egli iella fua potenza poteffe valer fi lontra di loro, & 
4 que fio propofito fin ite,dtffequcUo,iheoccorfegià. 

Seanafi il can tilo filo i godere vna Prateria , quando arriuato vn ceruo à 
turbargli il pafcolo ft ne [degnò il cauallo, e domandò alihuomo che modo vi fa 
rebbe per cacciare il terno: Fauliffma farà il modo,diJJc Ìhuomo,fetuUfciche 

10 U metta vn freno , e che ti monti adofioion una lancia in mano , perche in tal 
cafo,al cenno del freno tu mi porterai doue bifognerà, & io avanzerò il ceruo: 
conf uti il c 4 nullo, e pnfeti freno, e montagli adu fio t'huomo , in quell’ bora che 
mai più potè nautre il canallola fua libertà, £2 anche ade fio rtmanjeruo . 

Efopo poi, volendo perfuaiereà Samif.,xhe non doue fiero. mutar e quel capo 
loro, che già s'era arricchito de' loro beni,diffe , 

Raduta in vn folio vna volpe, nè potendoli mouere fu in vn tratto da capo 4 
piedi piena di mofebe canine , le quali efiendoui fiate gran pegzo adofio pafsò 

11 riccio , e mofio à compa/fione di leu poiché fluitarla dal fango non polena , 
almeno le domandò [evo letta, che egli kmojibe procuraffedi cacciarle d’ ad- 
dogo : c_Al che, non di grafia, non il fare amico mio , dijjela volpe , che ouc_» 
quelle gii fitollc poco fanguemt f occhiano, je al partir loro nuoue ne /oprane- 
He fiero troppo maggiore danno mi fatcbkono . 

Che fono in vi ro dite b'elhifimi e^/pologi , ò fauole , di quelle appunto le_, 
quali due i >eme$rio in qu-lto luogo , che bete vjate pofiono dare molta gratta 
ù'r azionamenti , òche delle già fatte li fruiamo t ò che da noi mede fimi le fin- 
gi j latito . • •> 

Tcone Soffia parlando delle fanale, morirà che rinfiorile in altri luoghi 
> Varie Seconda, Li j più 


5 1 i Jl 'Ttèchcatare detVdtàgaroU 

più abondantemente ne ragionafie , thè doueano ejjere in quelle opere di lui, 
che per no/ira nula ventura non fitruouano. Frd /altre coje dite, che A ri- 
{ionie infognala t thè il vero tafo grammaticale per narrare le fauole douer) 
tjjere l’accufatiuo , e tbe gli antichi malto lodeuolmente accolìumauano così , 
perche x olendo mitigare quella impojfibihtà , & incredibilità thè porta fecce 
la fauola ,w>* dice nano che co fi (offe, maelte co fi ejjere baucuano dettogli anti- 
tbijfimi: E peri non in nomina tino diceuano , 

-• Lupus &leo,il lupo All Icone; 

Mainaccufatiuo. -, 

Lupu.n & Ieonem fcrunt,il Iupo,& il leoni dicono 
Ejjt rfi ma volta trouati in fieni e, ■ \ 

■ . (umunque fta , fé all'oratore è conce fio il nalerfi (fé bene parcamente, j r 
della fauola , tanto più lo deano poter fare ,&i "Poeti ,e gli altri profatori , 
thè Oratori non fono. 

Cicerone nel fecondo de Oratore dice,ebe il dire apertamente rem aliquam 
aut fadam, cui tamen aliquid fallì adfixuin fit,aut totum 
bella di materia locandi '.antiche fuoridegli ftber^i anchora , in mate- 
rie grani , altri frfia vulmente fornito di fauole , ne dà egli due ejfempi , vno 
di CMano Crafjo , e l'altro di Quinto Sceuola : ma d noi per bora più fa i 
propostoti ragionare delle fauole vfate nelle gratie , erte glifi ber zi : come di 
quelle ani bora parla ‘Demetrio , e per ejjcmpio di fauole già fatte , vna dice. 
Demetrio ne apportò ^infialile nel nono libro della hijloria de gli animali; ouè 
kparole di lui fono quefte mede fune > nella traduzione di T codoro Gaza. 

iieneiccnnbusaquihs , roftruiu lupcrius accrefcit, incuruaturque 
fubwidc magis,magiique, vcdauumfàme ìntercant. Cuna data 
di fàbula. • , 

( Etto come fi vale d‘ vna fauola già fatta da altri) vt hoc ita accidie*' 
quilat, quomaincum olmi homo drct,hof"pituniunain metileni. . 

vdrvgi nel medi fimo libro poco più tù,cioè al capitolo dee imo, parlando d’v- 
na terza Jpccit divertitola, pur {à mentione di fauola gii fatta , e vlgatAa 
dicendo, r 

■ Scd ftcUampiger cognominata ( io fàbula di, vt oliai è lcruo ia 
«iena tranfien t ) rbers otiofaque cfl . 

• Quanto poi alle fauole (he altri fi finge dinuouo . (p fi dice Demetrio ,fece 
colui , il quale mterrogato perche i Gati^mgrafjafitroe finagrafforo col ere - 
fiere e femore della Luna , formò /ubilo vn’ apologo , ò fauola , ouefinfo che 
la Luna vna volta partorire vn gatto : £ veramente quanto à galliche gli oc- 
ebiloro fi varifitoal variar detta Luna , lo dice violo Gelilo anebora , ma tbe 
al mede fimo moto finagrino ,(3 tngrajfino ,come fanno le conchiglie, quello 
noni fi chiaro , ni rdeua che fta vero ; perche à noi bajla che con vna fauola-a 
{abito formata fùrijpoflo y e cbegratiofatofa è venalmente ne’ ragionamenti 
pure che opportunamente, ò fauole tbe mquclloflefio tempo noi formiamo. 

. Delle' 


' Sopra la Pdrticeftd COW 5 5 J 

1 Bette quali fauole l'apportare efiempiqni , farebbe co fa e noia fi, e/uper. 

flia : noto fa, per la lunghezza loro fouerchia , conaofta cofa che ne babbuino 
i libri pieni, come il libro delle fattole di bfòpo • . .. , 

Gli emblemi deW Mòtto ; Etiti molti luoghi l bore di ricreatone di me fa 

fer Ludovico Gmcciardini,& altri. , J . 5 ' 

Tiù tofto diremo noi vna cofa affai vtìle i noflro parere: Coti <Mfm pro- 
tettoti Demetrio didouernoi talhora acquifiar grafie al ragionamento con 
l’ infoimi fattele , fi riduce il narrare anebora tutte quell’ altre farti di] face tic , 
che ? li autbort domandano facetie pià lunghe. 

CiccTont nel fecondo de OT&toycdicc f che Duo flint genera &ccturuni> 
quaru ù alterimi retrattatur,alteruna ditto. ‘ 

£ fi come quando e [pone che cofa fta il fecondo modo di faceti* dice 9 che è 
quando fi motteggia con motti breui , cfalfi , in ditto quod verbi aut fen- 
tcntiac quodam acuinine inouctur. 

c’ori per dichiarare il primo dice che è, fi quando quid tanquam ali- 
qua fabella narratur, fiue habeas vere quid narrare polfis, quod ta- 
mcn eft mendaciunailisafpergendum, iiuefingas; Oue fivede chiaro 
che egli m quefte feconde facetie non fi rinchiuderti narrare delle fauole fole 
propriamente dette ; ma d’ogni auuemmento , ò occorfo ,ò finto, che ptfja dar 

Ì lacere à chi lo fente , come gli efi empi n’apporta , che pojìono vederft in quel 

lOgO . ^ 

E perche in queflo tal modo di narrare auuenìmenti,bi fogna, che chi narra , 
tfprima in alcun modo i co/lumi di chi interuiene nel fatto , ita fatta demon- 
ftrcs.vtmoreseius, dequonarres vt fermo, vtvultus oinncscxpri- 
mantur , però tggmgne vn’auucTtimcnto notabile , che quella imitatane do* 
ue nondimeno efiere modcfla,c decora, e non bujfoncfca . 

Munorum cftenim numa mutano. 

1 1 Sofia Dcuiro aulico ai capitolo quarante fimo ,diuidqndo anch’egli i 
ragionamenti (he fanno ridere , diceche ìhj breuesfunt, comeimotti , ah; 
autem prolixi.atque oblongi.fi quando quòd tanquam aliqua fabèl- 
la narratur , nel qual fecondo membro includendo egli te facetie del Toggto , 
e del 'Boccacci , fi vede che alla fauola propriamente di attionifra cofeirragio- 
neuoli non fi reflrmge . 

1 1 mede fimo dice meffer donarmi dalla Cafa nel fuo galateo , e pure anch'e- 
gli à quelle piaceuole^ze , che non confinone in h reni motti ; ma in fauellare 
diftefa, econtinouato riducete nouellc del Boccaccio , le quali al ficuro, fauole 
non fono, cioè ipologi flrettamente prtfit . 

E finalmente il Conte BaldaJJarrc nel fuo Cortigiano anch'egli per quello , 
’ che facci al noflropropofito, dice che vna forte di facitie è , che con vrbana,& 
arguta premeva confi/le in vn detto foto ,&vn'altra che confitte m piaceuo- 
le,e contmouata narratone di cofa ò fi guita,ò finta '.lequali cofefiguite,e finte, 
atte i generare vt baiati, e gratta, e talhora piotatole rifa, oltre la fauola pro- 
ti 4 prfa- 


?edl 


l. 


joogle 


5 i 4 Predicatore del Pummarola 

priamentc ditta , dilla quale hà ragionato Demetrio , fono di molte forti, nf noi 
b abbiamo in animo di ragionar di tutte, fi bene d' accennarne alcuna. E fra 
fialtre , iberna n‘è,tl recitare con buona gratta alcuni difetti d’altri , mediocri 
però e non degni di maggior Jupphcio , tanto più Je vna certa fiochezza /em- 
piite v’t congiunta . 

t'omeje narra// no le m lenfagmi de gli buomini, da Buda, che diedero que- 
rele al Sole , perche venendo eglino alla talbora à Caldano,, c ritornando alla 
fal(à B ijlo,egh d‘/io Jcruprc lo/on; gli occhi , e cioè per fentenza del Senato 
venendo loro cambiate l'ore d. Il' andar e, e del tornare, 4->ofic fi contentò di la- 
J dargli ilare . ,; ;o 

H i ani he grafia il narrare vna gran bugia . Come di colui , il quale volata 
far fi credere i 

Q>c eficndogli vna uo’.ta , non sà per qual / ciagura entrato vìi noiciolo di ci- 
riegiin un'orecchia , e non haucndolo potuto trarre : l’anno Jeguente fi /enti 
vfarc non sà ibr dall’ ore echio, e trouòch'erano fogli di C irc %}°> conckfójfe co- 
fiche il nocciolo fomentato dall’ /tumore , e dal caldo della tcjU ( aggiongiamo 
e dal letame dell’ orecchio) bau.fse prtjo , e già fi fofse fatto vna pi cuoiaio 
piantarella . 

Gratio/a co fa pure è il.narrarealcunr beffe fattefi fra tali e tali: tanto piti , 
quando chi vd per beffare rafia chiarito , (3 à pie del beffilo re Ha il beffatore, 
fame quella , che occorfe d m IJer 'Bernardo Bolletta col fan? iglò di sitila del 
Cardinal San ‘Piero ni Simulo, narrata da lui f le/lo nel Cortigiano , vegffo il fi- 
ne del fecondo libro . Sono anche al tuniche cattano granitffima gra ria dal nar- 
rare al uni fogni fatti, ò finti ; ma principalmente finti, come fu quello di mef- 
ferf laminò) Tornir ogp referito dii Cafa nel fuo Galateo , perche in fomma i 
fatti damerò, fe non fi racconciano con bugie , per lo più hanno dello ffrop^ fitto, 
ed infieme fono fogni : Se bene noi crediam lolon fieri quello , che dice i l Gala- 
tto,cbc i fogni de’ faentini , e dotti fono migliori , e più fauij , che quegli de gli 
Idioti , p:r non dire che fieno migliori delle attioni anebora , che fanno uon dor- 
mendo gli Idioti . 

In quella maniera che difle Lorenzo de’ Medici à quello /ciocco, che fi haueua 
truouato nel letto molt i tardo . 

di quale rimproucranioglitl dormir tanto , e dicendo , 

do à qnefl’bora bò giù fatto qutflo , eque filo, t qutjlo, e uoi ancor dormite ì 
Stomacato, rifpcfc Ljorengo : 

Per mia fè % che più vale che poffo bauere fognato io in un’ bora , che quanto 
puoi baucr fatto tu in quattro. 

f inalmente gratiojiffima cofa è in conuerfathne il faper dir bene vna nouefi- 
la. Che può auuenire in due maiuere,perehc,ò diciamo la nouclia fin t blamente 
per none! Lare, e perche il no fi io principale intento è ai notte dire miu.Ua : Come 
tutte le tento del Decameron di quefla miniera furoni dette : onero che ragio. 
minio d'altro à no. irò piopojito inferiamo ò tutta una nouclia, ò parte di lei , 
4 . “ tibnper 


Sopra la Vorticella X C . 5 } f 

non per Mutilare principalmente, ma per valerci del contenuto dì quella attio 

ne à nuflro propofito . 

fotte fece il medefimo 'Boccaccio nel principio delia quarta giornata, quan • 
do per rrfpondere à gli affai tori fuoi, e reprenfioni , mtroiuflc la non com- 
pita nouella delle Tapere,cbe però bauendone detto quanto per luifaceutL*» 

foggm n /e , , 

CMa auere infino à qui detto della prefente nouella voglio, che m ba- 
fli , & decoloro nuolgomi allt quali l'ho raccontata . Dicono dunque alcu- 
ni , tre. 

7 ^è però è coti facile il faper ben dire vna nouella, ò diSìefamente narrare 

vn'auedimeuto . r ee 

E che fu vero, vediamo che molti volendolo fare , riefeono frcddiffìmi , e 
fciapitial ooffibile, come faceua Mliffer lo faualiere de madonna Oretta j» 1 
quale, come che la nouella , la quale egli, voleua dire, nel vero da fe fofie bcT 

liffìma*; , J , , . r 

Egli nondimeno borirò, e quattro , e fei volte replicando vna mcdejttna pa- 
rola, (i bora indietro tornando, e tal volta dicendo , io non dtffi bene , cjpcfio 
ne' nomi 1 rrando ,vn per vn altro pon: adone , fieramente la guaflaua ,jenia _» 
ebe egli primamente fecondo la qualità delle petfone,e gU alti ,cbe accaduta • 
no, profuma . 

'Di che à madonna Oretta , vedendolo fpeffe volte , veniua vn / udore , SS 
vno sfinimento di cuore , come fe inferma fofie , e fofie Siala per ter- 
minare . ./»••• 

E gii per proludere d qtieflo dijprdine , da molti fono flati dati auucrti- 
me, ni , in qual modo fi debbano gratiofamcnte narrare auuentmtnù tali, e 
quali iole narrandogli s'babbino à fuggire. Comeda Ciccrone t ouedifop>a t 
e da altri Se bene noi di quello cogliamo contentare i,c he n’bà detto il ga- 
lateo, e trafportando qui le parole tutte di lui mede fimo, che intiero ci pare che 
io vaglino mettere fine al Commento di queSia nottante finta particella : le* 
quali parole fono quejle , 

Vn altra maniera fi tritona di folla^geuoli modi, pure pofia nel fauci- 
lare , cioè quando la piace uolegZa non confiSìe in motti, che per lo più fono 
breui ; ma mi faucliir dislefo, e continuato, il quale voi’ efiere ordinato, e be- 
ne efpreffo , & rappre fintare i modi, le vfinze,gli atti, & i cofiumi di colo- 
ro , de’ quali fi parla fi , che all’auditore jiaauijo , non vdir raccontare , ma 
divedere con glioccht fare quelle cofe ,cbe tunarn, il che ottimamente fcp- 
pono fare gli buoimni ,ete danne dii Boccaccio , come che pure tal volta , fe 
io non erro, fi cont r afu ff ero più, chea donna , ò à gentil' buomo non fi fareb- 
be come nato, dguija di coloro, che recitano le comedie, & ò uoler ciò fare, bi - 
fogna hauer quello acci lente , ò nouella, òhiSiorta, che tu pigli à dire bene 
raccolta nel la mente , eteparole pronte , ed apparecchiate fi , che non tic>. di- 
venga tratto dire , Quella cofa,e quel cotale , Quel, come fi chiama , ò quel la- 
, uoro , 


$6 II Predicatore del 'Vanigarofa 

'•«oro , deb aiutatemele à dire , & ricordatemi , com’egli hd urne , percioche 
quefto è appunto il trotto del faualier di Madonna Oretta . 

Et fe tu reciterai vn auucnimcnto , nel quale vengbmo molti, non dei dire , 
colui difit , & colui rifpofe, percioche tutti fumo colui ,fi che, chi ode f 'adirne a 
te erra. 

Conuiene adunque che chi racconta, ponga i nomi, e poi non gli / cambi , & 
oltre d ciò fideel’huomo guardare di non dir quelle cofe , le quali taciute , la 
monella farebbe non meno piaceuole , ò ptrauuentura ancora più piaceuole. 
Il tale, che fu figliuol del tale , che Jlaua à caja mila via del Cau.mcio,nobfO- 
nofcerievoiì fb'ebbe per moglie quella di<jian Figliagli. Vna colai ma- 
gretta , che andaua alla Mefja in San Lorengo ? Come nò t an^ì non cono - 
feerie altri , vn bel vecchio diretto , che portaua la galera , non vene ricor- 
date voi. percioche fe foffe tuffano , che il cefo faffe auuenuto ad un' al- 
tro, come à coriui , tutta quella lunga quifliene farebbe fiata di poco fructo, 
anzi di molto tedio à coloro, che adottano, e fon uoghuft e frottolofi di , fornire 
quello auucnimcnto c tu glihauercflc fatto indugiare , fi come perauentura 
fece il noflro Dante. 

• Et li parenti miei furon Lombardi . 

Et Mantoani per patria ambidoi . 

Percioche niente nlcuaua fe la madre di lui fa (le nata da Calzuolo , ò am- 
ebe da Cremona . 

£ quello che feguita ; oue non ucgliamo , quanto à quefto ultimo inftgna- 
Vitnto mancar di dire , che fi auuertijca molto bene d quelle parole del 
Cafa-», . 

’ Le quali tacciate , la nauti la farebbe non menu piaceuole , Percioche molte 
tofe nella nouella ooffiamo dire, che non nleuano all'intelligenza ,pure ebegio- 
nmo al la piaceuolegza . 

' (òme non rileuaua il faptre, come fi nominafie la vicina, con la quale uoleua 

'andare à dormire Cornar Gemmata , e pure dice il Boccaccio per aggiongtrt 
piaccuoltg$a, 

Cloe hauea nome Zitta Comprtfa di Giudice Leo. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

-*•»•• • ’ ■ \ . t ••• ... V ; - ... 

' vi E gli Ecclcfiaftici fcmtori ancora affai variamente fi rruoua vfaro 
JN quefto nome fabula, & il primo modo è lonrano affai dal propofi- 
» to noftro, percioche traendo alami fcritrori il nome fabula à fan do, un 
<o ciò che pubicamente fi dice, domandano fauola, ò fìnto , ouero che 
.«gli fìa:c di queftamanicu alle volte delle piò certe, e più fode hiftorie 
. del mon do , (òtto nome di fiutola ragioniamo : così San Girolamo nel 
^Commento della Epiftolai à Filemonc. 

Lontum eri fi vclhndiuerfa ludaorum gefla pcrtumte,& tutam Sanfmii fabtt 


Soprala Particeli* X C. 5 $7 

. Còsi Origine nell’Homilia quinta nella Gcnefi,parIando di Locce. , 

VoflhacimrefertwiUafamofiJJima fabula, inquafiribiturfiliaseius artefib 
ratai concubitum patri s- 

Cosi vn altra volra San Girolamo nelIaEpiftoIaà Caftrutio, 

[ Nc cxcedam menfuram Epiftolx, breuiter tibi fabulam rcfcra, qux 
infantile mex temporibus accidie: San&us Antonius cum in vrbem Ale 
xandriam effer accitu’s,& ifTct ad cum Dydimus ccecus, cum eius admi- 
raretur ingcnium fcifci tas.ai t. Num rriftis es quòd oculis camis careas ? 
Gonfenfit . Cui Antonius, Miror, aie, prudentem virum cius rei dolere 
damno,quam mule? habcnc>&: non Ixtariciuspoflcflionc, quamAngc 
li meruerunt. ] 

Ne’ quali luoghi, & altri fi vede chiaramente così offerii prefo per fe- 
uole le hiftoric , che anche le hiftoricfacrc da Padri Santiffimi fauole 
fono fiate nominate : Che hora non fi doucrcbbe fare in alcun modo, e 
chc’l faceffe,come darebbe fcandalo.così meriterebbe cafiigo , poicia- 
che per lo nome di fauolc.non più le attieni vere: maù le falle Colameli 
te,ò le finte s’intcdòno, colà che mortrò d’aucrtlre molto beneClcmen 
te Alcffandrino allegato da Eufebio nel terzo delle hiftoric al capitola 
xxiij. quando correggendo fe fteffb dice . 

Aldi f.ibulam : non fabulam fedrem gejlam » quf adbuc in memoria homi- 


num vigei. _ 

Certo per attione falfac buggiarda prefe San Girolamo il nomedt 
fauola, quando noi libro de fcriptoribus Èctlefiailicis , parlando de gli atti 
Corrotti al l’hora, (che hora fono emendatali mi) di Sata Tecla, Se in par 
ticolarc ragionalo d’vna gran menzogna, che vi fi diccua di non sò che 
Leone battezzato da Tecla, dice, 

Intur periodo s Punii, Tecla ,&totambaptio'ati Leoni s fabidam inter apo- 
crifu jertpiuras lomputamua . 

£t in quello fornimento, fauole fono tutte l’attioni de’ falli Dei, Se 
altri, narrate bugiardamente da poeti, cioè bugic.e menzogne cfpreffe : 
Nè però fin quà habbiamo trouato ancora il proprio lignificato di quo* 
fta voce, perche propriamente non c la fauola nc arcione vera , nè attio- 
ncfalfa, ma é attione tìnra: e fe alcuno non arriua cosi bene ad inten- 
dere la diltintionc fra attione falfa.&r attione finta , legga Santo Agofti- 
fio nel libro fecondo delle queftioni Euangelichc, alla quefiionc cin- 
quantefimaprima,ncl libro contratncndacium adCoflcntium al capitolo de- 
cimo crederi chiariffimo : Perche in fornma falliti è , oue diciamo vna 
Cofa che non è , ò perche crediamo falfamente noi, che effa fia, ò per fa- 
te che Credano fellamente gli altri ch’cffa fia : li dose molte volta fin^ 
giamo una attione edere auuenuta, che non lo è , non perche altri creda, 
che effa fia auuenuta : ma affine che da lei per modo , ò di fimihtudinc 
ò d'allegoria , ò di corelario , ò d’altro, alcuna cefali caui , la quale ò 
▼era mente è, ò veramente conuiene, che fi fperi, ò faccia: e di quella 
mani era dice Sant’ Agoltino, f noti omne quod fingimus, mendacium 
«ft,fed Quando id fingimus, quod tlihil lignificar, Cum autem fidtio 
tiofira ad aliquam veram fignitìcacioncm refertur , non eli nicn- 
pacium.] Wavrt ani ini *.. , • .» i. 

E per queftojben poffon tf fé pa ritti IrvrfiifiiH còlè do £ andarli finte; 


5 3 8 11 Predicatore del Tanìgarola 

ina’fWJc non tnai:E fin qua retti conchiufo.chc<la fiutola anche fra ferie- „ 
rnt fagri,fc bene impropriamente fi piglia ne’ due fopradetti (enti men- 
ti , propriamente nondimeno né arcione vera lignifica, ne fùlfa, ma_* 
fintatola delle attioni tìnte già liabbiamo detto nel Commento di 
niente d’Ariftottle medefimo', che altre fingiamo che fijno pattate fra 
huomini , & in altreanche cofe irragioneuoli introduciamo. E clic 
le feconde fole, e non le prime, fattole fi polfono propriamente cbiJ: 
mare. Et il medefimo dtciamòchcauuienc nelle icrimtre fiacre, nella 
quali moltittimeattioni finfl* il Signore attuenure irà huomini , come 
feminati', nozze, agricolture ,conuiti j*c limili , che tutte ben parabo- 
le fi polfono chiamare , ma non fattole . Là douc fe alcuna attione tìn- 
tavi fi ritruoua , .attenuta fra cofe non ragioneuole, quella tale pro- 
ptiamentc, ò fattola, ò (per fiigire in libri fi gratti ogni fitbidofo no-, 
itìe, ) apologo fi dette chiamare: Come, per efÈntpio, ne fu vn belli fi, 
fimo nel nono Capitolo de’ Giudici : oue fi diccch’haucndd i Stellimi-, 
ti ad inftanza d'Abitneleco amazzari , da vno in poi, tutti i tìgli di Gic- 
r< boa, che guittamente doueano cflerPrcncipi in Ilracllc, e fatto Rè 
AbtmeleccoiftettbtToatan quel folo figlio, che s’era faluato, venne 
in luogo di d’onde potcacttcr fentito daglihuomini di Sichcn,e vo- 
lendo moftrar loro che haueuanolafciati t veri Regi , per fare vn am- 
bi nofo, &; indegno , e che però dal medefimo Rè , clic s’è haueuaqo 
fitti, farebbe venuta la lormaledi trippe, e nato il loro caftigo , tutto 
quello con vn apologo folo, dice la feri mi fa ch’egli infinuò in quello 
modo, » 

[Icrunt lignavt vngerent fupcr fe Rceem , dixcruntque oliux. impe- 
ra ncbts . Qua: refpondit . Nunquid polfitm dilercre pinguedinetn 
meam , qua &T)ij vruhtur, & hamincs,& venire , vt intcr ligna pro^. 
moticar ? Dixcruntque lignaad arborem ficttin , Veni , & fiiper nosrcv 
gnnmaccipc: Qirxrefipondir cis: Nunquid polfitm dcfcrerc dulcedi- 
nem meain , frutiufquc fuauilfiraos: A: ire ve inter estera hgna promo- 
ucar? Loquurique funt lignaad vitem. Veni , Si impera nobtscQux re- 
fpondit eis. Nunquid pottinn deferere vinum nieutn, quod Ixtificat 
Dettm , & homines, & intcr lignacxtcra promoucri ? Dixerunque om- 
nia lignaad rainnum : Veni ,& impera fupcr nosiQita? refpondit cisj 
Si iterò me Rcgctn itobiscotillirùitts, ucnite, &fub umbra tnea requie- 
fcite fi-autein non uultis, cgrcdtatueignis dorammo, Se diuorctccdros 
libani.j- 

De fogni non è dubbio che la fcritrurainoltiflìmi ne referifcc,comc 
di Favnonc , di Nabuedonoforre, e d’altri : Ma chi è prartico de’ Santi 
libri sì à qual fitte il Signore manda i fogni talhora,e come fcruano per 
uifioni : E cornei fogni che quiui fi narrano , più graui,c più impor- 
tanti fono, che non fono gli ltudi,c le uigilic de’ profani autori . Che 
fic un fogno uenuftifsimo, egratiofifiimn (togliamo trottare nellcfcrir- 
tttre, feruitc ci può artifsitrumenrc quello della fpofa nella Cantica» 
oueelfa dice , che in fogno haucua fornito , ueduto il fuo fp ufo, e poi 
fùcgliandofi s’era rrouaingannat.i: 

V«x dilettimi. Ecce iiìerotuu fdiqts in t; ounùus, tratifilictis colla . Simi - 
fa di dite ti us me us Cape* , binatile ceniorm . . 

En iyfe 


Sopra la Particella X C . ’ f}9 

Tn ìpfe sl.it pofl pmcttmnojtrHin » refpicieus per fan» trai > profpìciau per con • 
ceilos. - 

Infino là à baffo , ouc cffa quafi vaneggiando in fogno dice fuori di 
pcopofito, v- 

Capite nobii vulpes parwdìi . 

■ E poi nel principio del capitolo terzo rifucgliata dicej, che credendo 
perdo fogno d'haùcr vicino lo fpofo,Io cerco per io lctto,c non lo trouò. 

- Ih IcduLo quefmt , &■ non nuoti ■ 

Ma quello non fa gran farro à propofito noftro, 

Noi per feruigio del noltro Predicatore Italiano , l’auuertiamo , che 
qualonque volta egli hi occafionc di referire alla dillclfa qualfiuoglia 
attione vn poco lunghetta, fia hiilori.i,par aboia , apologo , ò altro , con 
molca grana conuicnc, ch’egli procuri di farlorpercioclie fi comedi que 
ftc tali co fc grati afa me» te dette , niunaè.chc doni maggior guil'o : Coli 
delle uicdcnmc inettamente^ Ig irbaumcnrc apportate, muna è più nat 
iofa , e più faticuole . Daremo vn cifcmpio folo tolto dalle cofe noilre 
medefime joue fi vederà .quanta fatica , de arte bifognò che poneffìino 
vna volta per rcferirc la tintoria di G .ette j con ta nta varietà che non fà 
tiaffe. 

Era Gieftediccmmo,vno di qvu-’ Giudici antichi, che intioo innanzi 
àRcgi gonccnaiunoil popolo Giudeo, & era accefosì di fdegno, c d’ira 
cótra gli Ammo un,fche per hauere vittoria fece Voto a Dio differirgli 
in holoc mito lub t «^qualunque perfetta à lui vittoriose ritornate, tof 
. fcfoon della porta della propria cafa venuta incontroiEt ecco, che mcn-> 
tre abbattuti 1 nemici, & arfe le ville,c le contrade loro, lieto e trionfan- 
te fe nc ritorna à cafa, vna tua lìgi moietta, de vn: genita , c bel li ili ma , lu- 
me de gli occhi fuoi,folazzo della fua vecchiezza, fpcranza della Tua po 
fternà,cantando,c giubilando, fuor della porta fc gii incamina’ncontro;. 
Mi(cro;ma rchgionlfiino padre: Scidit vesttrni.it a fui. H cu heu filia mea deci- 
tivù rne.cir ipfàdecepta fr, citiamo. Fù per rompete il voto, tù per r.on ìlta- 
re al pati j, pietà r.itcaerilcc, religione l'indura,timer lo fprona,amor’lo 
frema; infino à tanto che Con’animo virile intcf/l voto la pargoletta-, 
figlia. Nò nò, ò mio padrc,dice, In me, In me pur fi comici tà il. ferro :Fa( 
qìiòd pollicitui cttStehn quella mia vita hai compra la vittoria, quella mia 
vita paglu,fc il molto fangue de’ nemici tuoi , coniurro il fangue della 
figl mola tua hauca damercatarfiiecco il imo l'angue in pregio; Se cotc- 
Ita mano,che alle nemiche carni hà fatti tanti llratij.nclle figliuole cac- 
nijdouea per pictadc incrudelire: Ecco le carni mie.Dimittc folamcnte, 
vi duohus tnenfibus circumtam monta & piantar» virgmuatan meam , e poi at- 
diu offerirò quello collo al tuo coltello, cquclto nudo petto all’holo- 
Ca itilo. E coli feutt ottenuta la liCcnzaibt pianta fc (ledale tornata al ma 
cello, c offerta alJ'alcarciEr apertole il feno, c cauatole il cuore , fù la in- 
nocente figlia dalle paterne mani ( ahi per pietà crudele) data à 
morte. 

E così rrtolt’altre volte c*è bifognato fare, t E molto meglio di noi 
l’hanno fapùto fare/c Monfignor Cornelio, E il Fiamma, e’I Fran- 
Cefehinò, de altri. Come ni gli fcrictiioro , fi può facilmente vedere, e 
quello balli quanto al fcfetire in pergamo hiilorie , de anioni, che fianca 
Veramente inir attenute. 

J Quanto 


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54 ® Predicatore del PantgaroL 

Quanto ài fogni. Ce noi narriamo alcuni de" (belliche nelle'lcrittuce » 
fagrc vengono referiti , poiTono qucfti alle hiftonc ridurli : Ma antica» 
menrc,accolluraauano alcuni predicatori d'inferire nelle prediche, an- 
zi di cominciare bene fpclTo le prediche), narrando alcuni finti lorofo- 
gni,col mezzo de quali à poco àpoco (oprala propofta materia an- 
dauano cadendo: Di quelli fe ne poilono vedere alcuni , in vn ferme- 
naie detto il Gemile , comporto già per Ambrogio) Eremitano Vcfco» 
uo,c Suffraganeo di Mantoajouefcbcnelacofanon difeomparc, Sci 
que’ tempi perauentura doueua edere di gratia.c di gufto.hoggi nondi- 
meno haurci per perieoi ófa l’ifriitationc.Dclle fauole.'^e' Poeti, c de* fai 
li Dei, in due maniere polliamo ragionare.Pcrcioche.o vogliamo narrar 
le compitatncnrc,e confutarle , ò alluder loro fidamente per alcun)no- 
flropropofitoiNel primo modoè veao, che, e Gregorio Nazanzeno, e 
Clemente Alertandrino,& nitri ne gli fcritri loro.moltc volte fi fono dif 
fulì ad apportare ('intere tauolede’ Gentili, & à mortrarc che fauolofo 
era ciò clic da loro Dittino era tenuto;ma coli richiedeuano que’ tempi, 
pieni per ancora di molta gentilità, principalmente quelli di Nazianzc- 
no,pocoinanzi à quali haueua Giuliano Apoftarainoifaogni pietra per 
rifufcirarc il quali morto Gentilifsimoilà douc chi hora perdelfc tempo 
in pergamo à inoltrare che Gioue non è Dio , né Giunone Dea , c limili 
fciocchezze.incttifsimocó ragione douerebbeefTcre Iti maro per ogn'u- 
no.Né però è da prohibire l'altro modo del valerli delle fattole per allu- 
fionc folamcnte,che moftra ertiditione, pure che non fia accompagnato 
da ortcntationc.Grcgorio Nazanzeno aduerfiu multerà , alcune fauolc di 
poeti narra, ma premétte loro che fauolc fono, dicendo. 

[Quidam ohm, vt poeta: fingimi, inanis,&informis Echus amore ca- 
ptili per montes , &fcopulosobberrabat, Alius formam fuam depo- 
nens ad ainplexandum pulchritudinis exitiofe fimulachrum in fontein 
infili)! . 

Equellochclegtiira.San Bafilio della fauola delle 5irene,fi fcrue con 
quella dcftrezza, 1 

Un «uresob/lrucrc non mtnus quàm ylyffem ad cantum , SyrenarwnfctiJJc di - 
tunt opportebit , 

Monlignor Cornelio in materie grauifsimc:dcl libero arbitrio,alludc. 
al Pomo delle tre Dee dicendo, ’ 

Quanta difeordia hà porto qucftojpomo della libertà dclHarbitrio hu 
mano nellaChicfa di Dio tra Carolici, & hererici ? 

Efinquà,manonpiùolcre,credo,chefialecitoil valerli delle fauolc 
de’ poeti in pergamo.Dcl rerto che altri referifeaò parabola,ò apologo, 
ò fatto per altri.òfubricato da fe medefimo, quello non fi deue in alcu- 
na maniera pronibirc ; ma benes’hà d'hauere grand’auucrtenza coinè 
la cofa venga fattaiE non bifogna,perche fia il giorno di Pafqua; perche 
fi predichi doppo definire, perche fidano mutati cibi, e perche molti 
. dormano, per quello ardire di poetarci formare panzaniche,c filollroc 
cole tali in pergamo , che col penfarc fidamente ad alcune , che ò io hò 
fcntite,ò da chi l'fià fomite , mi fono (late referite ; non fojsè mi venga-, 
maggiore,ò vcrgogna.ò coleraiNoi vna volta fola, che ci ricordiamo in 
tutto il rciupo della vita nortra,habbiamo portata in pergamo vna fimo» 
letta fabricata da noi roedefimi. 

Eft 


Oigilizec 


Sopra la Particeli* X C I. 54 1 

E lu mentre predicando contrai nobili Francefi fcguacidi Nauarr»# 

■ * < • « • I /*_ ... .11. I 



dopò haucre con chiare ragioni fcoperta la fialide , & il vcneno di que = 
Ila propolla, apportammo ancora vn apologo ò fanolctta , che vogliara 
dire, d’un’artionc, cheoecorfc già fra la Volpe eie galline perciochc/- 
Eflcndofi auuedutc lepouerc galline, che alcune volpi rendcuanolo» 
ro inftdie,nè ad altro mirauano,che alla ruina loro, clfc con alcuni vaio 
rofi cani s’vnirono,c fenzaloronpn andauano già mai, Di chcdolcndo* 
fi afpramentelc volpoche perciò impediti , vc^euano chiaramente i lo* 
difegni : 


ro 


Deh comari galline, dirtero loro, quanto torto fate à voi mcdefìmC, 
& alla nobiltà uoftra , praticando con fìmili Forte di gente , quali fono 
cotefti maftinacci . Deh mandategli in mal’hora , che noi in tal calò v< 
feruiremoin veccloro.evi faremo honoruioli compagne. Tutto bene 
rifpofer all’hora le galline; ma finche voi fitte volpi,c fin ch'hauetc df» 
ti, configli voftri al ficuro non accetteremo noi. 


jT 


PAR T 1 C E L L A 

N ON ANTESIM A PKI MA- 

TESTO DI DEMETRIO 

■ ’V 

Tradotto da Pier Vettori. 


S' 


vtepè autori & ex timore immutato nafeitur venu/Jas, quando fruflra^ 
ahquis timuerit, voluti, citigulum vt ferpentem , vel furnum ,yt butun? 
telluri s : qua /ani Si ip/a magis apta comadijs fu nt . 


PARAFRASE. 




| Afte venullà ancora, 'quando vna -fiaura fi^i cotì- 
uerte in rifo,cidè quado noi ò altri, vna cofa préù- 
dendo per un'altra, nchabbiatno timore, la quale 
trouiam’ poi che non c quella, che credemmo, e 
cheragioneuoimente non ne doueuamo temere. 
Come colui , che da vna cintola ritorta in terra 
uggì credendo che folte vnaftrpe: òchi d’unaboccadi fornace te- 
me credendo che folle un hiato della terra ; Benché à dire ii ucro 
quelle ucnullà fono delle me n nobili, più atte alle Come'die , che 
d altro, &c. 

COM- 




Sopra la Particella XCl. y 5 ; 

&Hfj quando altri credendo, vna cofa diuerfa da quella che è, la teme itti ta- 
te , thè [e li conofcejje mun’timore nè dovrebbe, ne potrebbe bauere, all’ bora ri 
tonofcwt* ch'egli l'bi fe ne ride, tanto fanno quelli , à cognitione dt’ quali il 
fatto viene : Verbi gratta ; ‘Dite il Boccaccio che offendo ^ Jndrcuccio da P«- 
r ugia pieno di putito per vn cafo auuenutogli , & bautndolo due fuoi campa • 
gm, cullato dentro d un [occhione invn pojzo per lavarlo , foprauenne la fami- 
glia della Signoria: Della quale ,eficndo faggini compagni d’ Andreuccio ,e 
volendo alcuni famigliai bevete , traffeno Ufecchione,dal quale , come ufeire 
videro {Andreuccio , cofi di fubita paura prefi ,fenz' altro dire Infoiarono la 
fune, e cominciarono quanto più poterò d fuggir e :quà fonza dubbio prefero 
vna cofa per altra , che crederono ^Andreuccio , qualche dianolo e [fere, ò cofa 
tale;ld douefeper quello, che eta,l'hauefiero conosciuto, al [scuro molti & ar- 
mati , da lui folo,c nudo non doiteano fuggire ; e però la paura apprefio à dai 
la’ntcfe fi mutò in rifo,onde foggionge il 6 occaccio , che faputa la cofa i compa- 
gni d’.Andreuccio , ridendo gli cantarono chi flati eran’coloro,cbe tù’l hauean 
tirato . E quando il medefimo Andreuccio flava nella fcpoltura dell’ Arcate - 
[cono ■■ E che venuto vn ladro per rubbar e l’anello Spifcopale ,poflo il petto 
/ òpra l’orlo dell'arca , volfe il capo infuori , rientro mando le gambe per do- 
ver fi giù calare : £f Andreuccio prefòlo per l'vna delle gambe fé fembianté 
di volerlo giù tirare, ond’cgli mife vno [irido grandtflimo.Al ficuro Andrene 
ciò mede fimo ò all’ bora , ò penfandoui, doppo che fù in ftcu ro, dovette molti 
volte fra fe Re fio, e con amici ridtrfenc: Come che colui di cofa hauefle battu- 
to paura , altra credendola , che in fe non era degna di fi gran' tintore: T^el me- 
de fimo modo douea ridere "Bruno , quando vedeua la gran paura che bavetta^ » 
matlro S mone credendo vn Dianolo e fiere, quello che tra Buffalmacco col pel 
licion nero i toner feto, (omunque fia,drce dunque Demetrio , che gratioja cofa 
fono qucfli tali timo ri, che riefeom in tifo ; Egli efsempi ch’egli adduce fi vede 
che fono apponto della natura di quegl" vltimi che dicemmo : Come occorren- 
te egli, quando alcuno credendo d’bauer ueduta una ferpe fi / ùgge , e trovata . 
thè è una cintola, £t altri credendo di ueiere un’hiato,ò una uoragine della ter - 
ra,fiJgomcnta,e poi troua che era una bocca di forno: Cioè di quelle / orna i che 
fatto terra fi fanno, come di carboni, di calcine, e fimth ; Cicerone ad Fra- 
trcin in una cpiflola narra un cafo fimile : Che conducendo egli da Baie d Na- 
poli in una Lettica Tolomeo \è,cbt all' bora per fuoi affari fi trouaiia in Jtalia , 
e per bonorarlo più facendolo feguitare qnafi da guardie, da cento armati ; oc- 
torfe dice, che Tolomeo , il quale non fapeua d’efsere compagnato da tanti , 
aprendola lettica , e uedendofi attorno tanti armati , dubitò ebed fuoi danni 
fefsero congregati, e n’hebbe grandiffimo timore:e di che Qccrone dice , che ri. 
f è grandemente : apernit letica in , ille pxnt timore, ego rifu cor- 

rili: V n altro gratiofo avvenimento narra in qucHo luogo UM.ffcr Tier Vet- 
tori , cauato da "Plutarco nel Shnpofiod’ un huomo molto ricco, ma avaro: il 
quale per ridere di qur. Ha maniera, uno /carpione finto pofe addo/so al un (no 
parafitoidi che il parafino hebbe uer amente grandifjima paura , e diede molto 
Parte Seconda. M m da 


^ Digit 


5^4 V Predicatore del PamgaroU 

do ridere al padrone, fe bene afiai prefio gli chiufe la bocca e al rifo,e alle partì 
legnando [oggiunf;oh bene, padrone, uoibauctc fatta paura d me, ora itogli», 
io fare paura d noi ■ Digratia donatemi tanta fomma di denari; accennando che 
all'auantia di lui ninna co fa polena mettere maggior timore , ebe debbia d’ ba- 
vere d [pendere. I raggi, che i contadini iiengono attaccati da vofiri fanciulli » 
e che alla fprouifla [coppi andò fanno che ne temono que" poveri buomìni come 
di arcbibugiaìe,ò di 'Bombarderemo di quella medcftma natura-, T ulte in fot» 
ma uenuftd, comiche più tolto, che altrimenti; E queflo uogliamocbe ci baffi 
d‘ batter detto intorno alla uennfld del timore mutato in tifo \ Et intorno alita 
tré fpecic de‘ timori; Soggiùngendo folamentef poiché fumo in materie pia- 
cc itoli ) ebe mijfer t^ilfonfo de’ "Pa^i non ne conobbe fe non due forti . Egli 
ra Ttodcfid di P rato;ouc trottando ft un ucccbio con un figlio difcolo, doppo baue. 
re ufato ogn'altro rimedio per correggerlo , finalmente andò al Todcjìd, e nar 
ratoglt l' infoiente del figliuolo, lo pregò chi digratia lo faceffc chiamare dfe,e 
quitti non però male alcuno gli facefic;ma un poco di paura folamente -, J l ciré 
battendo accettato di douerefarc Mcfier Jllfonfo , & effendo un giorno uenuto 
queflo giovane, fi re tirò il Todefld foto in una camera, otte pofloji un pelliccione 
d rouerfiio indo fio, e un cappucciaccio In teff a, ufcì in tale babito , ou'era H gio- 
vane, c faltellando attorno di lui cominciò d fargli Baco, Baco ; cofa della quale 
tanto i lungi, che baucfse pau ra il gioitene ; che an^i ne fece le maggiori rifate 
del mondo, e nella fua fantafia reputando il Vodefid feemo anzi che non, à cafct 
più che mai infoiente fe ne tornò ; Il padre dituiintcfoil tutto, fu di motto al 
todefld-, e come feppe più dijcretamtntc gli ntoflrò cheque fio non era modo di 
dover far paura ad un giouanc di quella etd; E ebe per amor di Dio lo pregaua 
i ridomandarlo di nuouo , e con modo più conueniente d mettergli qualche ti- 
more • E cofi fi faccia, di fte Mefser . Alfònfo : E ritornato poco doppo il giovane, 
prendere, e fpogliare lo fece, e dargli di più dalia carrucola fino in terra trègra 
dijjime frappate di corda; Diche dolente d morte eftendo il giouanc tornato À 
taf a; Et cfsendo il padre con grandiffime querele uenuto à lamentar fene al P o- 
dcfld.fferiouatemi di gratta amico mio,difte CMcfter *4lfon[o , che inucro io 
non hà altri, die quefli due modi da mctterre paura;Ma ciò fia detto incidente- 
mente per burlai paffiamo ad altro. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

D Ve volte notantcmentc hcbberogli Apoftoli nel teftamento nuo- 
uo , vano timore; e di cofa temettero , della quale non doueuano 
temere, nè peròconofciura che l’hcbbero, fi voltò il lor timore 
in tifo ; ma fi benein grandiffima , c fingolariffima confolationc : la pri- 
mo fil in San Marco al fi.quando offendo eglino di notte in mezzo al ma 
re con tanta tcmpefta,chela'nauicclla rimancua coperta , e poco meno 
che fommerfàdaironde,mcntrc clic il Signore.chc folo era rimado in 
terra cambiando fopra’i mare gli venne à foccorcrc . 


Tuta- 


opra la Particella XCL 5*5 

VuKiuerwit Vhxntajma cjje, & excLmpuicruni. . . 

E l’altra inSan Luca al XXI V.quando doppo la rcfurrctionc fila, c£ 
fendo il Signore infperatamcnte apparito fra loro.e detto pace à voi. 

Centurbati, & conterriti exìflimabxnt fe fpiritum uidere. 

Per rimediare al primo timore,dicc il tefto,chc il Signore diffe loro.’ 

Confidile , ego fum notile (mere. 

E per leuare il fecondo. 

[Qaid turbati cftis,& cogitationes afdcdut in corda veftra.Vidcte ma 
nus meas,& pedes mcos,quia ego ipfefum. Palpate &videte,quia fpiri- 
tus carnem & offa non babet,ficut ine videtis habere.] 

Con tanto.non rifo.ma con tanta loro aljcérczza,che appena potcua- 
uano credere quel lo, che vedeuano, e per ancora dice il tefto, 

T<tpncredebant,& mirabantur prp gaudio. 

Ma di più.vano timore è tutto quclllo ch’habbtamo in quello mondo 
noi, temendo quafiuogliacofa da Dio impoi,anchc la morte, onde il me 
defimo Dio diccua, 

[Nolitètimcrccos,quiocciduntcorpus,animamautem non poffunt 
occidere, fed potius timctc eum.qui potcil & corpus & ammara perde- 
re in gchcnnam.] 

Et vnvalent’huomo diccua, Chc|chi ama Dio'.* con Dio ama ogni co» 
fa:E chi teme Dio,da Dio impoi non téme cofa alcuna, in quella manie- 
ra che dice il Sauio Qmstimet Deum.nibil trcpidabit . Ma di quello affai.Noi 
a quella occafione non vogliamo mandar di di re al nollro Predicatore, 
chelliaauertitodi non fi mettere certe vane paure in pergamo, le quali 
poffono cagionare grauilfimi danni in lui: Et à quello propoli to voglia- 
mo dare clfempio di cofa che occorfc à noi medefimi.Èro io molto gio- 
uane cioè di età di 13. anni, quando predicai laQuarefima , che fù la pri- 
ma che io intera predicarti mai, in Sata Maria dclFiore, Chicfa Catcdra 
ledi Firenze: E fc bene l’età mi faceua fouerchiamente baldanzofo:e 
l’applaulo di queirhumaniflìina Città mi dauaanimo grande . Tutta- 
uia pur mi rcllaua tanto giuditio,che conofceuo la debolezza mia , c la 
gtaueza del pefo , e molte cofe di tanto in tanto mi fgomenrauano {tra- 
ttamente : . 

Maniunamai magior mente di quello, che fece la venuta del Nontio 
di N. 9 ignore,la prima volta ch’egli mi venne ad vdirc : Percioche ogni 

Q uattro parole ch'io diceuo, vedeuo chiaramente ch’egli crollaua la tc- 
a,nclla maniera che fogliono fare quelli, i quali fentono cofa che difpia 
ce loro: Chelafcio penfarc ad ogni giuditiofo.fe era cofa per douermi 
turbarci E fe vn gioua ne com’ero io , vedendo , d parendogli di vedere 
difguftato di fc colui, che rapprefentaua la perfona del Papa, haueua ra- 
gioncuole occafione di doucr temere : E pure non fidamente! quello d- 
more.fi mutò in aliegrezza,quando egli, che era Monf. Brifcngo, che fù 
poi amicifllino mio, e Vefcouo di Vigeuano, fubito doppo la predica mi 
mandò à vifitarc, cprefentarc , c lodare: ma fi mutò anche in rifo entro 
di me.quando andatolo io à reucrire in fua cafa, trouai che quel crolla- 
re di fella era in lui naturale difetto &o>dinario : V’e vn’altra cola mol 
to degna d’cfferc auuertitar Che il Predicatore alle uolte fuori di pr*po- 
fito fà paura à fe tnedefimo ; méntre che doppo haucre detto alcun pez- 
zo della fua predica, comincia à imaginar di non dir bene quella mutti- 

M m a na,di 


146 11 Tre di ut or e del PamgaroL 

na,di non dargullo àchi fcncc, di h. uerc (loppa fra denti» e Cofe limili , 
lequalioperano.che quello che non è,lia, cioè che egli in vero mentre-» 
ftà in quella anfietà,non dica con quella grana, nè dia quella fodisfateio 
ne che conucrrebbe . E però bifogna procurare, ò di non lafciarfi reni- 
re quelli pcnficri in pergamo, ò fe pur vengono di Capergli, prima con vn 
poco di breuc , c iaculatoriaoratione à Dio: E poi con alcuni artificio!! 
rimedi), fra quali i più potenti à me paiono due. Vno, fcè podibilc pi- 
gliare occafionedi far qualche paufa, c ricominciare con nuouo tuono 
di uocc; l’altro, fe non fi può quitti far paufa , almeno mutare due ò tre 
vo.'te, e rompere L continouacione Vnifona del ragionamento. In San 
Pietro di Roma ftauamo noi una volta in qucft’anfictà, quando entran- 
do alcuni Cardinali, e però fermindofi noi vn poco , quando ripigliam- 
moil ragionamento in altro tuono : ci trouammo fenz’altro guanti della 
noftra infermità, & altre uoltcci fiamo (emiri del fecondo rimedio rom 
pendo l’vnifoneirà,perdircosl,della predica: Se bene quanto fieno gio- 
ueuoli quelli rimedi , apena farà pofiìbilc che l’intenda , chi non Tappa» 
rcrà dalla pratrica (leda : Quello che intenderà ogn’vno c, che quell' an- 
fietà.e quello timore nafeeda fouerchio dcfidcrio di piacere : E cheli» 
vero, tanto più facilmente nalcc , quanto perfona più eminente , e meno 
folita à fentirci , fi trotta in quel tempo aa afcoltarci : E però medicina^ 
uniu^rfalc à que(lo,&i molti altri mali è,il non haucre gran fete di pia- 
cere ad huomini . 


PARTICELLA 

NONANTES1MASECONDA. ' 

T B S TO DI DE M E T R I O 

Tradotto da Pier Vettori . 

T imagints vtiqut funi i cnuflx, fi gallum Meda fimilcmdi- 
c*t ,quia triftam recìnti ferì : regni autori , quii purpureut 
c/ì, vel qui* cum clamarti gallitele plimus, non fecus acque cum 
rtx tlamat,& metuimus . 

PARAFRASE. 

Laine comparationi alrrcfi fonogratiofej Comefe died'- 
fimo , che il Gallo è come il Rè di Medi : perche anche 
egli porta il turbante alto ,c come Re vefie diPurpura, 
& al canto di lui cofi falciamo veloci fuor del letto, co- 
me ad Yjaa voce del Re pieni di reucrcnte timore corriam fobico. 

COM. 





SopraU Particeli* XC IL J47 

|U-.GJWO^ 


COMMENTO. 


;• ivt>v.’< 

ist s.VWrt v'v 

' 

O Ve fio èvriodi quei luoghi , ne' quali dicemmo cbe Dr metrh pigliaua_i 
qucfla parola tmagine nelmedefimofentimento, nel qualek piglu Uri. 
Ootile nel a e nel il. capitolo del' tergo della «storica : chi per colluttane. 
eOki9aratioM,òfimilUudinecJ>evogliamdire: Cbe gii in quello fign, ficaio 
non la prefe egli, quando nella particella 93 .ci auuertì,che volendo di metafora 
fare imagi ne, gua rdaffìmo d non fare compar atione . c Ma quale differenza fu 
fra metàfora, muffine in quel modo prefa,e comparatone, affai chiaramente d « 
noi fu detto nella particella 46, S i tome neUa 5 sfacemmo vedere. ClxfebeiU 
l’im itine nel fecondo figntficato pigliata , come fi piglia qui , cioè la compara- 
tone è propria de' Trotti, nondimeno alle benfatte profe qualche volta anchora. 
non di f tona iene : £ di ciò molti cfldnpi adducemmo cbe in quelluogo ,piace^ 
dogli potrà riardere il leggitoie . Per bora diciamo , cbe effendo la compara- 
tone ( per quanto dice Unfto file ) m menomici ma cofa differenti dalla meta, 
fora, di qui viene, cbe à quante coje ferue la metafora ,d tante gioua la Compaq 
rat iòne, e per confrguenza potendo dal parlare metaforico come babbiamo va- 
àuto , nafeere molta uenuftd dal ragionare , il medejimo babbiamo a dire con 
*Demctrio in quefìo luogo, che pofja prouenire altresì dalle compar ottoni. U n- 
ri per che he, come mille volte si detto, due forti di venuflà fi ritrouano , le più 
mbili,cbe fono le leggiadre, cbe meno nobili, che fono le burle, c gli feberzi : ag. 
tiongiamo chea generare coft l'vne,eome l'altre di quefle tali venufìd, fono ac- 
commodate l'imagini. E veramente fra Torti nofiri Italiani, la cofa ipiù chia- 
ra cbe bifogni ragionarne, . A ' •' 

•. Cerne tolbora al calda tempo fuolt 
Semplicetta farfalla al lume auegza 
-cDicc il Tetrarca. ' . ■ r ’ ■ 

■ La Verginella è fimile alla rofa 
■j ‘Dice rio fio . : i V 

D vn bel pallore hd il bianco volto afperfo 

Come d gigli farianmiflc viole . - 

• ^.Dice il Tajio . E tutte fono comparationi , cbe fanno venufìd nobile , e leg- 
giadra : $» come anche fri profatori fe ne trouano della mede fimi natura . Per 
tfiempio,oue il Boccaccio difesse tulle tauole mefie con touaglie biancbiffime, 
e tutte di fiori di gineflra coperte. 

Erano bicchieri, che d’aricntopareuano. 

E più, oue egli difie, che 1 r . 

T^eifite del ruotato /untore vn poco arrofsì , e tal nel vifb diuentuqualfre- 
f carola i'^tprile,ò di Maggio in si lo f chiarir del giorno fi mofìra. » 

In quefìi ,(4 in altri irmnmerabili luoghi non i dubbio cbe le comparationi 
fanno venuflà nobile : c JMa ì ueriffìmo ancliora chele mcdeftmefono atte afa- 
Parte Seconda . Wff» 3 redi 


ì DU 


UÌjH nibiili’ 


rn -bratto nitri i0 - ib 
aWciCiSJèi uiì ùnsvi al/ì-nt 

0 iti* ri , s! ! Oi)ut'..:ì 


$ 4 $ ?? Predicatore del Pdnigàrdta 

re di quelle venufìd,che fcruono più à burla, e fcherzo, thè leggiadria e grafia: 

F tà queftetali fi tudc^themra Qeflt;yipiofli Qcmtujp,ilquale,ehe habbia del 
C umico, anche da qutfh) ne foffìatn o eflc ? ctrtf, concio fatti fa, che egli da vniLa 
delti comcdie d'^t nflofanc l tolto quafi di pefo ; oue apunto dice dritto fune 
cheli Callo fù gai f(2 di 'Terfr cefi-potente, e gaghardoche in memoria duple? 
fio tinche hoggi,ou*cgttcanu, tutti gJiarteficigaglta r damante forgor.o ad affah- 
A '“" 4r " ~ ■_* - r, ‘ '• nr* • 

‘Demetrio più di/ufiment e fendendola cofa dice , che gratioja imagint ja~ 
re bb effe due fi imo "•••'*' : ì ,vp 

tbe il Callo è comcil Rj de Medi, perche anch'egli porta il tui tante alto ,* 
come 'Rè uefìe di Torpora,& al canto di lui coft falliamo veloci fuor del letto : [ 
Come ad vnamce delRè pieni ih r inerente tmore,corriamo / abito . ,,n 

£ luraminte chei R idi cJttedi , e Ter fi Joli portafiero la Citbafia alta co-v 
me crcfìa divallo , ciotti glialtn beffa , lo dicono gli autho ri antichi, c che di 
porpora ve fi fiero i Regi, anche da quello fi può cattare che Orati o nomina , . \ 
Purpurea* tiaras. . .. 

Quanto alle compar ationi . Che effe alle volte diano molta piaceuolegx* , « 
fieno <ùfpaj)o,non v‘è dubbio alcuno. A(e folamente diciamo noi,cbe efieprodu^ 
catto queflo per efiere inette, come quelle di colui, thè difie , 

C he l'a fino fuo col baRo addo ffo peretta un Tullio, o di quell-altro . . , r il. 
Che due futi figliuoletti {anfanano , come due fparhieri ,ò di quella , T* 

Che haueua <vw nafo-lungcrccmc un Senatore . h\v 

O fintili : Ma diciamo , che ftmilitudim atte e rifpon lenti danno il mede fimo 
gufio molte volte, principali» evie oue fi fanno per denotare la deformità del 
torpo d’alcunOj Valdccmm indentur imagi ncs, dice (terrone nel feconda 
de Oratore , quaiferè in dcfor;mtatein,aut.aliquid uitium corpo rudu 
cuu tur cuin /iimlitudme turpioris . tl’cfiempio ch'egltapporia e canato 
da jc me di fimo . »: . . 7. 

Vt meura illud in Hclmium Manciara . Iamoftendam cuiu£uo- 
di fir . Cum ilk.- oftende quxfo , demonflrau i digito pì&u.n Galluin 
in Mariano feuto Cirabnco fuo Nouis dirtortuin,eiccta lingua, bue- 
cis fluenti bus, nfus eli commotus’: mhiltam Mancia* lumie ui- 
fumefl. j ' 

ufr fiorile anch'cgUncl ir . capitòlo del terzo della Retorica apporta cf- 
empi ftmilt,ccme fe dice fimo . 

ffhe vnfonator di flauto fomiglia à una feimìa , onero, • > 

Che vno di uefla curta pare un lupo bagnato , ' u . 

Tale fu quello che diffe il Cortigiano- 'u.. A 
Rimanda il naligion eh. t'affo miglia . 

£ nel ‘Boccaccio molli e fr empi fen: petrebbono addurre tome oue dice. 
Ciocia Qiutagza haueua vn color verde e giallo, che panna, che non à Pio> 
fole, ma i Sinigaglia hauefie fatta la fiate. 

JLtallrouc inmateria dolorofa-. 

Che 




Vili 


S/tpraLFarticelU X'Cl I • 

(he il corpo della redatta /lata al Sole /non corpo bumano , ma più tojto vn 
cepperello inar/ìcciato parata . 

1 itili altro luogo più propriamente, che ' * ■ < - 7 

La TJuta era grafia, gro/fa, e picchia /■ malfatta,e con un paio di pdppe , thè 
parcuan due ce/ìon da letame, e con un uifio che parca de ’ Baroncì . V. . 

E molte volte : oltre che di q/tffic filmili cofie,ciafitun dì he fientumo alcuna-: 
Et bora v’è chi dice,cbe il tale pare unfiaficio difitope mal legate,. 

Horac’ie ....... I 

La tale s’a/fiomiglta à vn fiacco iofia /compigliate, >' q 

Itera che , 

Il mofiaccio dettale, ò della tale pare una Luna in quintadcctotu. ' ’ ’ 

E in cento foggie : che il ridirne più fiat ebbe hormai egualmente è difpiacc 
ttolCjCfiiiori dipropofito . 

. z.tj «il ui* *41 l' ino ( j r.> r riivlr»*/ ?j 

DISCORSO ECCLESIASTICO» 


yxElle compara rioni habbiamo nel Difcorfo Ecclefiaftico cinqpante- 
JL J fimotcrzocosì diffiifamcnte ragionato, chcdipocopiùdii quella^ 
materia può hauer bifogno il nollro Predicatore! Vero è ebe di loro qui 
ui parlammo inquanto ìeruonoà magnificenza, equi dilorofi ragiona 
per quello che potono giouare à venullàe grafie: ma troppo più impor 
ta al Predicatore il iapcre cfler magnifico clic leggiadro: E molte volle 
le medefime coniparati.oni>chpaggrandilcono,infiemc danno ornamen 
to.Si che per quelle & altr$ ragioni,i iblidTcìnpi.chc in quel luogo ap- 
portammo, che furono molti, c vari, ci doucrebbono;ballare. 

Tùttauiaper non mancare ir» cofa alcuna alla curiofirà de leggitori, 
fe altri dcfidcra eflempi di comparauonipuramcntc leggiadre c venu» 
ile, tanti diciamo, che egli ne potrìcauacc dalla Cant'ica'di Salomone, 
quanti non che al bifogno; rqa potranno feruire al dciìdcrio fuo. 

Fafiaculu- myrthx diletius m cu - mihi. , , 

. Bonus Cypn culeUus meus rnihunrmcis Engaddi. 

: Situi liliwa inter fpiuai, fitc amica meamter filias. 

Situi ttulus uuer Ugna filmi um ,/udildlus iùcus mlcrfilios. 

Qua ejiifia,qup ajccndit perdeferium jicui virgola fiumi, ex atomaùbtu myrrbg 
tfr i buris. (ir VHiuerfi pulucris pigmcittarijt , 

Et altre j uno mcrabil i< che anche nella lingua noftra venuilifiìinc fa.- 
rebbono.e lcggiadrilfimc,coinc fc diccflìmo . 

Siati uita Coi-, ine.: tìbia tua. 

Bende di porpora paioli k tue labbra. 

Sicui firagmen mali punici gena tute • ... 

Vii nv,i grannato aperto fembrano le tue guance» 

Duo ubera tua , ficut duo binatili capre * gemelli, qui paficunlur in liUfi. , 

Duecaprcttmi bianchitimi, e vezzofi, che vajjan pascolando per gli 
gigli paion le tue mammelle. 

Fauus di fi il lam Libia tua. 

Min 4 Fauo, 


f| T - UPrtdicJtore del PanigarctÀ 

i i .uio/che ftwli rude, è lutila bocca . - ■ ‘ *\ 

Er altre fintili . In ogni cafo Uà da amterticc grandemente il Predica-» 
torc>chc fi come ouc vuole ertercj»agk:i'àc<.)>non.d< impigliale le «rompa 
jratiomdacofe. vili, c furdide: St orie vuole cficrchiaroiiion Ijc «Tene trar 
re da cofc troppo filtrili,# obfirufr , cosi mie vuole <(U*tc leggiadro : e 
ve mirto, non le deue c.iu.ire da tufi tctriche.e nierte ; dia di più non dea 
ne manco prenderle da cofc tanto leggiadre, che h.’.bbino pure vn a mini 
ma ombra del- (afelio. . 

Il Padre Granata nella fua Rctorica,parlado delle limili tudinie coni 
pa rationi, dice quelle pattile . . \n\ri. •' . X*\- 

[ Mcmincris tamen nequaquam ex rebus fordidis.&r lui ;r.jl. bus .nc- 
que item ex ofcurisi nimiumque fubtilibus, tic ad incdligcnduni dimci- 
Jibus fimilitudiiHS funund .s.ife. 

Et iò àggiiingò tri ìrnicria dì Venuftà , chè’nè'anóhd dà cote ò amoro- 
fe,ò lafciue.ò delle quali Poeti amorofi, e lafciui fieno fiditi dr frequen- 
temente valerli non c bene , che il Predicatore pigli le fue fimiluudini. 
E perauucntura di quc{le medefime comparationi, che fi trouano nella 
Cantica, «idi quelle ite Ile ch’habbiamo rdilfitohai,aÌtune'nbà quadra- 
rebbono al pergamo, & alla predica. 

Del rcfto occorre alle volte, che per certi modi impliciti , con molta.. 
Vebfiftà.molrècofitparatfmii infieme , quali allegoria vtngono wcujcih 
IO, Che pure danrtoigrardfllìma gratia i/P FagiOnaM: Come tcceSan Gì : o 
lamo, il quakàlllnìendoi vn luogo di CièerUnepro Mare# a, «Ire dice i 
f Quod li è portò folti enbbits'itjm iam in porruro «K alto eucharur prarct 
riere fummo (Iti dio folenr rempdlauim ratiortem rie prcrJonum,&4o«q 
rum, quod natura fcnjvrijs faueamus, quxeadcmpceiculj,qaiba> nos 
perfunóli fumus,ingrcdiantur: quo me tandem ammoscile oportet pio- 
pèiarn ex magna iadtarionc terra'n videntem in hunc;> pili video maxi- 
mas tcmpertares effi-lubcund.is.J . 

< Alludendo diccSah Girolamo ì quello luogo di Cicerone , quella ti- 
rila fori (ft nella E pillola d’EIiodoro. 

«• [ Et ego non iritegris rarc.vel mcrcibus moneo, fed quali nuper nau- 
fragio ere dtus in libris timida nauigàrionis voce denuntio : In filo xllu 
Charibdis luxurixfalutcm vorat .Ibi orevirgineo ad pudicuix perpe- 
tranda nauftagia Scy ilxum rcnidens libido blanditur.Hic barbatimi hr- 
tus: hic Diabolus pirata j cum focpjs portar vincula capiendis . Isohte 
Credere, oolite elle (ècnri, licer in modum ftagni furti ni xquor arrider r, 
JjVet vi x finitima iaccmis clementi fpiritu terga crilpcntur, irutgnos bic 
campus monies ha.bct . Intus crt pcriculum-Intusert bollisi «xpedite ru* 
ricntes . Vela fufperditc.Crux antenna ligatur in trontibus . Tranquilli 
tas illa rempeftas eft . ] ; . 

Clic fono tutte, fic vi miriamo bene , comparationi granortluine: ma 

proferite per modo di metafore,# allegorie, e fenza far corrifpondere 
le parole propic fegregata mente alle traslate, la quale corrifpondcnza la 
rebbe apparire moltopiù cfprcfic le rtmilitudini,come occorfc,e fi vede 
Chiaramente in' quello luogo di San Cipriano, che dice, 

[ Ecclefia vna cll,qux in multitudinem latius incremento ftrcunditv- 
tis cxccnditur.’Qupmodo folis multi radij,fcd lumen vuoiti, # rami ar- 
boris tnulti.fcd rotur vnu, tenaci radici fundatam , & cum de lente vaio 
, r V mii. 


Svpfd la PM tiulh X C t t. 5 J I 

filli' plurimi cfif uQ^tjnemorofiras iKerdiifufa vidcatar exundantis Co-' 
pùc l.trgiriircjiihira*- tameri feruatur origine. Abeile radium folisàcor- 
pore.diuifiónem hicis Vnitas non capii. Ab arbore, frange ramum, fra- 
ti^ gertnÌRàte non pò ter ir. A fonte prefetndc nuum, prxcifus are fece . 
Sic & Ecclelia Domini luce perfida per orbem tatuo», radios fuos porri- 
git.umun ramen lumen cfl,quòd vbtque drffundiuir, ncc vnicas corpo- 
fis feparacnr: ramos fuos in vniuerfai» tcrram copia vbcrtatis extendit » 
prdflUcntes làrgitcr riuos làtius cxpandir.vnum tamen caput eft , Se ori- 
gb iinsii& ma matcr ffCundirant fucccfibnbns copiolu. }: 

Refta hora quèllo,chc diceuamo nel Commento, cioè, che molte Co* 
parationi danno g\i(lo,qtiando vengon# fatte per denotare la deformità 
«lei corpo di cui che fia,come quella . 

Rimanda il Valigion , che ti fomiglix. ' . . 

0 Al qual proposto" diciamo,che ncjle grauifiìme fcritture noftre.fcur-i 
rtitàfomigFianti ribrt fi'rttrouano; ma fibcncvnattificiomarauigliofo 
rifpon dente à quello ; cioè, che moire mite con comparationi cauace da 
tm.nili bruti .vengono ben feueramentc; ma anche con gratia repre- 
fencati idifetrinon dc’corpi , ma de gli animi altrui . 

, Il Signore medefimotato, di~cuicllojartifi€Ì« fi valfc.quandoparlan- 


1 


l 


dodi E rvU, ili flicA vTl 
Die ite vulpi Uh . 

Ma per cuibptrajnrellTTc^za di tutto qtjcfto modo ^comparare, due 
luoghi foli addili rtiiio.cnc'd daranno inttcìlie ; è rintr^datricnto , e gli 
ctlcmpi . 

VndtliSaniGnlbffoftiÓ n<fll.Lftòmili.ytc. nfllji C^èntìi.tJ’alfto di Cle 
mente Adelundrin®, nell’adbrtaròria adgentet. Quello'di san Grifofto- 
ino dice cosi . fv: ; >/ : * (■ Alvi' 

[ Diuina fcriptura propter affedtitìnes va'nàS inferrtubantes ab irratio 
nalibus,& à fcris cognominationes,his,qui rationc infigniti funt,impo- 
nit.interduiucancs ob imp.udeunam»& impttum vqcat, diccns. Cane* 
muti, non ualcntes latrata IjUCt^qnjo.b libidine equos . Eqminquitin- 
fumiicnte.s vt.uiquifquc ad v.vnm proxunì fui. interdum afinos.ob 
Atipia: ute ’.i, & luditarc in . Comparafus eft inquit iHmcntis insipienti» 
bus,& fimilis fa di us eli illts . Interdum vero Leoncs, &; Pardos vocatob 
rap.uitatc.li, & habendi nuidiratem . Aliquandòvcròafpidts.ob fraudo 
lentianr. Vèncnttm , inqtìit,afpiduni fub labijscofum. Nonnunquam 
ferpenteS,' 5; Vipera* oblatens venenum, «Scmaliliam, ficut& loanncs 
clatnabae diccns. Scrpectos progenies vipcratupkquis vobi* dcmonltra 
b't. funere à ventura if,» * Infuper <k ali.vatftfhuntbiis ie(ppndcJitia no- 
mina imponir^vt fic vèl tardè confufi> ad fuamaiiquando redeant nobi- 
liratem.Òc fuo generi confjdefcntur.aifeétìo^ibus fuis diuinas ltgcs pr$ 
fcrant.quibus fosdelinqucndo permiferùnt/ 

£ quello di Clemente c quefto . 

[ Sglus quidcrn ldus,tx his qui ynqqam fperunt canto/ribus.difiìcilli 
mas ferasjhou-yines manfuefecit. Volucres quidèni.cos qui ex ipfis funt 
Ifpcs ; Jerpcrites verpi eòi qui dèceptòt'és.St Lerinés^As , qui funtani- 
inofi,&: ad ir.un conciMr.t. Sues aUtem.qui funt vblnptnri di dici . Lnpos 
autem.eos.qui Ihatràpadef-iinpides aurem . & 'irgiiafimt infipicntes . 
Prxterca lupi di bus ^quoque e(V intbifilibciu ino, ‘quicfcuc&us ignorati 
ei'jr.i tia. 


5 j i 1/ Predicatore del PamgaroU . 

■fjs .Teitisnobis accodar vox propilei ica. Potcns clVcnim Deus ex his la 
pidibus rufcimtc fiUos Abralìx.gui mefeuerat muliam infdnain,& cor- 
disduritiani eorum.qut lapidautruru aduerfus vprit^tpin .excitauir lo 
mcn pietatisin DeumjcX'gcntibm,qua: cre<Ud5 runt Lpidibus . Rurluin 
qnofdam virulentos,acimpoftores t iuftitia: intì<iiaotcs*.appcUauic^en^»» 
mina vipcrarum . Sed horarri quoque £irpcr)tii)cn,,li qtiis pcnitcntia dii 
«Susftieric,uerbum fua (ponte fcqucns.bomftDci offici tu r> Alios allego 
rice drcit Lupos peilibus ouimn in«lucos»cosiinuencs,qui in forgia hority 
num fune ra patos. Has ergo-òmnes ■imuivutlìraas fatafi^ taleslapidcs^ 

iplècadertisCanrorinmanfactos liominis trans(ormauii.,J ; j 

Dauiddeanch’iglidiCfua, « ! : n:.q 

Inolile fieri fuut cquus & mulus . .. ■ . 

Et il noltro Predicatore Italiano.fccón giudicio, horagli auan doma 
4orà Lupijhora gli ingannatori volpi, e cole limili, none dubbio alcuno 
che da quello modo di coroparationp,non foloutUitàciiu;tQ,rnavcoU'f 
ftà ancora c gratia potrà facilmente cauare. : j 1 


l Prèdi 


•Ut 


PARTICELLA 


nonantesimatekta. 

TESTO DI DEMETRIO' 

. i ' " 

Tradotto da Pier Vettori. 


.Ut 

1 » 


n A 'ornarti 
o >ìl»oni 


’in. 



*-X byperbotrs autem Veneree maximèexoriuntur,qua.frt 
J quentantur in comxdijs :■ omntt enim byperbcle impo/fibi- 
lis e/l , 1 1 i_sfrìfìopbanes de ingluvie Tifarli jnquit l ,ftod 
a/Jabant boucs infuno prò pambus de Tbracibus vcrò al 
ter, quoti Medotcs rex mtegrum boucm gcliabat in mala . j 
hiujdent autem generis & bui ufeemodi funi , magis fa- 
mi toloquinta, & magis caluus ferenitate . Stilla Sap~ 
phonit, multo pallide in caniti fuauior. UWagis aurea auro: omucs enim bis* 
iujcmodi Venertt ,exhyperbolÌT profeta funt,& fi diferepantinur fe. 

P A R A F R A $ E. 

’ Vanto all’HipcrboIl » già h abbiamo detto > : che uenuftà 
* rie nafeono ; ma principalmente dalle men'nobili» cCo 
iniche,chc per rimpo(IìbiIicà»la quale clic contengono» 
t**s 7 *^ Come quando Anfiofanc dice, chci Perii coccuanonc| 
form buoi interi , in uecc di pane : c qucll’altro diiTe, parlando 

Traci* 





«v- 




SopraU Particeli* C XI II. * J ;* 

Tfaoi ^frtil lófdiftc tutto vin buctcncua fi:* lctnafccUcj oltre quéi' 
prou.Tbi pitrtbipt-rbolici. 

Pihlknoctìe laColoquinudi^’qqoo sa 
Piùcaluo cheli fcreno. 

E quelli diSaffo. , , j , ? vi p : ri 

.P^ùfoaued’ogniflrumentó ratifico. v Ci r 1 

P-iìid’òro che l’oro. . 

■ Sio tutti producono veauf^à: 1 ^ bene differentemente , cibi qu»> 
fti.ulumi leggiadria c gradategli altri burla>e rifo, &c. 

COMMENTO. 

rii y. sù iiunXi r L • .. . . ! ’] r . 

f ' _ » • •• foup 

H abbiamo di f opri netta ‘Particella 71. coti (fattamente ragionato deL 
^ì'hiperboli , che perfora non ne vogliamo dir altro • fe non pregarvi 
Lettore che dia \<n‘ occhiata A quel l uogo: T unto più, che tutti glie fiempt anco- 
ra,thejtUtga qui Demetrio , da vno impeli ,fono quei mede fimi per appontOp 
ch'egli alleai in quel luogo, 

- iftl quale, fe bine egli diffe, che de Poeti Cornicierà principalmente l’hi- 
pcrbole : non negò però, che modrflamente vfata poteffe anche in altri Tott'ife 
nelle profe mcdeftmcriceucrft : cLdngicon l‘efj empio di Saffomottrò,cbe an- 
che delle venutti nobili fe ne cauano,fe bene à dire il vero, per lo piùferuono le 
hiperbahalle ( omedic,& alte venuHA meno nobili, e burlesche: Qctrone nel 3. 
dell'Oratore dice anch'egli, che venuttA burlcfchefi lauano talhora dalla biper 
baie; c l'ef empio (b’egh n’ adduce è queflo. 

Vclut tu ÒrafTc in concionerà libi ipfutnmagnurnuideri Mertv 
miuin, ut in forum defccndcns caputad fornicali Fabij dimitteret. 
Che il (ortigiano gratto fam ente imitando difje. 

Che vn prelato fi teneua tanto grand'huomo , che quando egli entrane in 
San ‘Pietro, s'abbafiaua per non dare della tejla nell’ architrauc della porta . 

E queflo batterebbe qui , attefo ciò chealtroue n'habbiamo detto ; Si non 
che bì fogna auuertire,che piaccuoli fono ancora, è ridiente affai CUrlì hipcfboli, 
òccceffì, che afona ftiocibrdiconyfon perche inuero fino ectclfi ; ma percio- 
chc A loro paiono tali- Come douetìc cedere il marito di moina Eehulon di 
fare la maggior hiperbole del mondo, quando intendendo che effa ritomaua il té 
barro del Sére, diffe colericamente , 

VA rendigliel lotto , che corniola te nafta , e guarda , che di cofa , ebe »<*■ 
glia mai: . X I ,* < 

Ecco l hiperbole A fuo parere, io dico fe volefse l'afm'nottro, non che aU* 
tro,non gli (indetto di ni. ••«*» 51, «n.V» - .Uri *7’ 

£ (JMtflro Simone quando diffe A "Bruno , 

Hgli non viuehoggi alcuna per fona , per cui iòfattftc ogni cofnrfoàu io fa- 
rei per te . e per poco fe tu mi diccffl,chc io andaffi di qui A Tea tolga , io credo 

che • 


11 PreìfidaiòreriM f&MBigbaUtfl 

ioi/bndedei 7 - i Comunque Ita t cbcdaUc Inerbali fi< canino venati!, que- 
Sì o è certo , ma di diuerfe maniere dice LHmetripy cioè bora gratiofe, bora riti 
cole thè in uerfo di fe mediarne troppo diftrenu foao^ome nedremo bar' bora. 

• Ci. J.-i H jijfi 

1. DISCORSO |CCJ,ESIASTICO.- ’ 

yOn occorre afpetrarc.chc dalle /criuurc polire , e ? a SaP'i Dot- 
J tori noi addupjamo hìpcrbqh buVltTchc . Eoi qi!fftc»èhe gra- 
i ui fono irificmfc, & orbare, vn buon nuififetórrèc-. ppotTamint> 

^ ^ già nel Difcorfo Ecdefiaftico fetiantcfimoprin o che il leg- 

gitore per fefteflo potr^quiui andare i riucdcrc. Qnà.pcr di pure alcu 
na cofa.due fidamente, o tre altre Uipcrbcli aggiongercnuT donnette in 
quel luogo. 

' »sComc quella ncllaGcncfi al quatanfefinioprnr.o,- oue parlandofidd» 
lamolta abondanza, che mercé della prudenza di Giofetfo., fi trouqil 
Egitto, dice il tcfto. 

Tonfatine fui t abundantia tritici, ut arena morii copquarcfur . 

Enel fecondo del Paralipomenoaf nono’, oue parlandoli delta FfoM 
ta» chcmandauaSalotnonecon nauigationc di tre a nnià torre oro db 
Taruoim , cioè de gli Perii ( crcdoéo,) poiché hà detto l’oro che u(f* por- 
tarla,^ fcirtùes-drVaaos^ dentei Elcfbantotun • 1 in Jmen tp parlando del 
l’argento, e de i Cedri dice, 

fcffantamque co firn probuit argenti in HiaufJcm quofi lopidum , dr ccdrarù tati 
tam multitudinem > relutfuomoruifl,quagignkntur in cmpcjb ibus. 

, Hipcrbole ancora, ò idiotifino hiperbolieo è quello per moftrare tuoi' 
tittidincdi mortalità;oucneÌ 4 . de’ Regi al ai, fi dice.che 
t Infuper &■ f angui rum innoxium futi tMMaffes multum ninni,donec implactuò 
hierufdem ujque ad oi. 

I;- E tanto baiti dcll’hiperbole. . miad ili in» fT 


— 


PARTICELLA 

NONANTESS1MAQVAR.TA. 


liut 


TESTO DI DEMETRIO 1 


Tradotto da Pier Vettori. 


r<o! n\ 


■ V»fc nna 

V * t' 

* • 


» I flint autem ridiculum ac venuflum,primum quidem materia : Vena* 
P rum namque materia fmtjrympbatum borthcuptdwesrfud quidem 
*■ Ter non ridentur. rifui autem,i rut (S Tbafttci. tantum igitur in- 


terfe di tiabunt Quantum Tberfues i cupiiipe. 


PA- 


Pigiììzsid^ 



Sópra la Particella X Cl V. 5 $ J 

RASE* 

Equali cofc , cioè le venuftà leggiadre , e le ridicole 
in molte cole l'onodifcrenti fra fe fteffe . Primiera- 
mente nella materia , conciofiacofa , chele leggia- 
dre bifogna che fieno belle come horti di Ninfo, 
Amoretti ,c cofc tali, che tutte piaccuoli lbno, e 

_ non ci fanno ridere . La douc ridicole non fono le 

colèie,rjonlònodeformi,ebrutte;CorncTro,e Ferine, e limili: In 
maniera che fra’lgratiolò,c’l ridicolo tanta differenza Para, quanta 
fra T erlitc c Cupido, &c. 

M M E N T O. 

. * , . I j ’j v* .a 

H jt uendo molte volte netto di [opra Demetrh, che delle nenuRd, altre . _* 
fono più nobili, altre meno , e molte volle battendo difì'mto , quefla tale 
e/ierle.giadra , eque fi’ altra ridicola : Finalmente fi rif lue di uolere più ejat- 
tamcntc mufìrare cinque differente, che fi trottano principali fra' l gratto jo, fi 
il ridicolo, de’ quali egli con proprtjffimo nome Greco, il primo chiama Myo’.cr 
il fecondo, iv%*-?i , e veramente c’apriranno grandemente l’animo qucflectn- 
que differente, principalmente la prima appartenente alla materia, & all’og- 
getto ■ Se noi però alcuna co/a batteremo prima detta in uniuerfale del 
e dtl rtfo . 

Il qual tifo di quattro forti dicono che può trouarfi quelli , che ne fermi 
Xjfo cioè naturale, rifu ftmolato , rifo egritu dittale ( per vfarc il termine loro, e 
rtfo violento, ò almeno non naturale fen^a malata . 1/ primo rifo i qui Uo, che 
nafee ogni giorno in noiuedendo o igeiti ridicoli , ò [emendo cofe degne> t di tifo v 
deLqualc più à baffo parleremo fempre ■■ ’l^ifo ftmolato è ,quandorm battendo 
noi nè cagione, nè noghadi ridere, ad ogni modo per alcun noflro dtfJ(gno,òpcr 
coprire alcun nofl >v affetto cercbtam > di farlo, come dice il Tetrarca ragionan- 
do prima d’vn fimolato pianto, e poi d’un ftmolato rifo, in otto vtrfì. 

Ctfarc,poi chc'l traditor d’Egitto 

Gli fece il don del honorata teff a , . a 

[riandò l’allegrezza manifeste 
Tianfe per gli occhi fuor, fi tome è ferino, \ 

Et ^tnmbal quando al’ imperio affitto : i/. 

Vide far fi fortuna fi mole fa, '• i : • . 

Hifc fra gente lagrimofa e tnèfla 
Ter isfogare il fio acerbo dr fritto . 

ffhe il mio dottiffimo, & cloqucntìffimo Sig . Giano Telufto traduffe in que- 
fi* maniera, m 

». Cu:n 


* 




\ 


55 6 ■ Jl Predicatore del PanlgaroU 

Cura vidifletgeneri caput. 

C*fum fraudo ioccr lasci tiara prasmcns . 

Toto pecore ; lacrymis . 

Non fe continuici Pjnis & Annibal. 

Sorte.-n videt vt altcram. 


V- 

Sic fit triftitiam quihbcc vt fuatn . 

Vultu.&rtecitiamtcgat. 

Htfoegritudinalc nel tergo luogo nafee , dicono i medici, quando altri ò per 
foucrcbio fpargimcnto di f angue fi muore , ò per hauer fouerchiamentt mangia 
to Qroto,ò Zafferano, che vogliam dire. C he per ciajcuna di qutjie due cofe egli 
muore ridendo. E finalmente rtfo non naturale, -, ma fenga malatia è quello, che 
anche sforzatamele mandiamo fuori, oue fiotto le affellc , efiomiglianti parte _■ 
ftamo fòlle tirati: eJUa quelli tré ultimi à noflro propofitto non fanno . Quanto 
al primo ebe cofia egli fìa , come fi generi, oue flia, e cofe fintili, dice (ftctronc nel 
fecondo de Oratore, che dobbiamo lafciarlo difiputar £ à ‘ Demetrio , come quelle 
che più al naturale Ftlofiofo, ò al Ulledico che all’ Oratore, ò all’arte del dire , 
appartengono. 

cJVta quale fia la materia, e l’oggetto di lui : Vnde fit, dice Cicerone, quali 
fieno quelle cofe, che fanno ridere, & vbi fitlocus>& quali regio ridicull, 
quefio finga dubbio non deue pretermetter fi. 

E noi tanto più d propofito ne parliamo qui, quanto che quello è quel mede- 
fimo che in quefìa particella tratta Demetrio: e che perauenturanon i fi faci- 
le, come ad alcuno pofla parere . 

Cicerone oue di {opra dice che ca ridentur vcl fola, vcl maxime , quac 
notant,& defignant turpitudmcm aliquam,non turpitcr , le quali pa- 
role fe il Conte ’Baldafiarre da Cafìiglme l’intendefie,ò nò, non conuiene il de- 
terminarlo . 

Egli certo finga fare mentirne alcuna di Cicerone dififie cofi. 

Il loco dunque e qua fi il fonte onde nafeono i ridicoli, cqnfifle in una certa de* 
formità : poiché {blamente fi ride di quelle cofe , che hanno in fe dificonuenien- 
tia,& pare iheftiano malcffcnza però Slir male . Jo non sò altramente dicMér 
rirh. cj\ia fe voi, da voi Hefifì penfate, vedente che quafifiempre quel, di che 
fi ride, è i na cofia, che non fi conuiene, e pur non flà male . 

Tali fono le medefime parole del Conte nel 2 . libro delfino (orti giano, le qua- 
li egli mofira d’ accorger fi , che filano affai bene intricate , dicendo da fe medefi- 
mo dì non fiapere in altra maniera dichiarare ; Et i» atro intricata cofia ì il di- 
rebbe diquellc cofe ridiamo che pare che flianomale , finga l tarmale, e molto 
peggio che quello di che fi rile, è vna cofia che non fi conuiene , e non fìa malesi . 
’lfii à noi può cadere nell’ animo, che qucflo fofile ilfcntimcnto di Cicerone, quan 
do dijie che le cofe ridicole fono quelle, le quali defignant turpitudi nem ali- 
quam nò turpitcr . 1/ Seffa nel fuo libro de viroyiulico dice,emeftradifoio<> 



/ 


Sopra la ParttccìU XClV . 5 57 

Bar fi tutto fopra *4 rifiorii e, e che quefla fu difinitione del mede fimo strinoti} 
le : che ridiculum cft dcliÉhimjaut turpitu{lo,qux cft dolori* txper*». 
minimequc aftii&iua . 

E veramente dice affai; ma non tutto almeno fugatamente (che forft queU 

10 cheà noi pare che manca, potrebbe fott' intender fi) in fomma fra huominita 

11 apena oftamo d'interporre noi il noflro parere . Tuttauia imparando da loro 
mede fimi, e dichiarando fidamente un poco più le cofe, cioè effi hanno voluto pii 
ofeuramente apportare ; diciamo : Che materia , & oggetto del ridere : è fem - 
pre alcuna deformità : Con quefla Hmitatione,cbe la detta deformità non deno ^ 
ti in colui, net quale fi troua congiunta nè attuale e prefente fceleratezza, nè aU 
tuale e prefente afflizione. Delle quali due cofe,vna crediamo che babbia nel- 
la fua difinitione accennata Cicerone, e l’altra il Sefia; ò Affiorile mede fimo , 
(Juateria del rifa è la deformità , ma fienza federatela, e però dice quello • 
turpicudo non turpiter. 

C Materia del rifio è la deformità j ma fienga afflittone , e però dice queflo , 

Turpitudo,quaseftdoloriscxpcrs, mimmeque aftliftiua. E la rad 
gione è perche col rifo è fempre congiunta l'allegrezza , e finzf allegrezza non 
fi ride ; Ma due affetti itati in noi per cofe che vediamo in altri , fono attiffimi à 
leuarci fubito l’ allegrezza , l’odio, e la compaffione . Horaje noi con la defor- 
mità udiremo fiele ratizza fubito odiaremoje con la deformità uedremo afflit 
tione, fubito compatiremo. E naficndo in noi odio,ò compaffione, mancherà l’aU 
legregza,e per confcguenza il rifo : Siche materia del rifo dunque congì ungen- 
do tutte due le diffinitiom fopr adette , bifogna neceffariamente che fu deformi- 
tà, ma fenza fceleratezza, e fenz’affhttione . Habbiamo aggiùnto attuale , O 
prefinte, perche fi bene quella deformità, che ci fa ridere baueffe hauuto già ori 
ginc da fceleratezza, ò dolore, pare che in quel tempo nè l’vna,nè l’altra di qut 
fi e due cofe l’accompagnino, non per quello ccfia in noi l'allegrezza , ò manca d 
rifa. Ma gli e fiempi ci faranno cbiariffimi . 

Si trouano alcuni, i quali contorcendo fi per fe mede fimi le facce , e centra fa- 
cendo fi i uolti, Zr adunando gli occhi, e florcendo flranamente il moZaccio , fan . 
no certi vifacci^he ci fanno per forza ridere . Etutto per batter quell’atto tali 
grandi filma deformità in fe . Ora mettiamo che bauendo un’amico noflro dolo- 
ri colici, ò altro accidente dolorofo, egli nè più nè meno, come quel primo venga 
dall’acerbità del dolore a tiretto à contrafar fi, e Jìorcerfi, di que Rotale amala- 
to rideremo noi i Certo non lo faremo, fe non fumo i più crudeli huomini del 
mondo; E pure l’atto è lo ficffo,& è ma medefima la deformità ,fe non che prò-, 
ma non era, & bora è congiunta con affittitine, la quale affhttionc generando 
in noi comp affione, ei leua il gaudio e’I rtfi: Che fi per fua mala forte, coftui dal- 
la forza dell’infirmità fofie condotto à reflar fempre di quella maniera contra- 
fatto : (erto unothedoppo la m alalia il uedeffe tale, potrebbe riderne, perche 
f e bene da aff ittone foffe flato originata la deformità , oramai con effa non fa- 
rebbe più in alcun modo congiunta . 

Tfoi udiamo per ordinario che ohe vno interra piana cade , non poffiamo 

non 


J 


5 5 8 Jl Predicatore del TamgaroU 

non ridere, & oue caie da alto non ridiamo, perche la miftria preuale alla del 
formiti dell’atto-.e più potente è quella per farci compatire , che quefia per fot 
ci ridere . E quanto alla f celer ate^za, bell ijimo è l’ e fiempio, che narra Cale - 
no nel libro 4 . de locts affcftis. Che gettando uno per colera alcuni vafi [noi pro- 
pri] fuora d’una fine lira , ne rideuano tutti gli aftanti ; ma oue egli ui getti vn 
fanciullctto fuo figlio, fubito ceftò il ri/o, e fi mutò in odio contro, il padre, e com 
paffion del figlio, che abbracciò tutte due le co/e che diceuamo . Si chepo/fiamo 
dunque conchiudere, che materia del ri/o è fempre de formiti, fi uer amente, che 
fia fen-ga fiele ratc^za, ò miferia,e come direbbe vn' altro, fernet pena, e Jen^a 
colpa ; Ma fimpre deformiti . 

T ulto il contrario di quello, che occorra nelle venu/li nobili, il [oggetto delle 
quali bifogna naturalmente che fieno femp re co/e leggiadre e belle . t abbiamo 
detto naturalmente, perche non vogliamo noi, come dicemmo di / opra , cioè an- 
che da co/e brutte, e mefie conia for^a dell’arte non fi po/Jano trarre venu/li e 
grafie-, ma naturalmente, e ordinariamente parlando , di quello che le cofe pro- 
ducono inquanto tali , e non aiutate dall’arte, certa co fa i, che leggiadre fono le 
cofe bellc,c ridicole le brutte : E però molta ragione hi battuta Demetrio di di- 
fiinguerela uennfli perla materia,dicendo,che del veuu/lot gratto fi, materie 
■fono Orti di 7{infe, Amoretti, e cofe fimilrfii deue del ridicolo, [oggetti propor 
donati fono TroeT crfite,cbc fono due huomini ambi introdotti da Omero. T ro 
ncU'Qd'.JJea , Terfìte nell' Iliade, & ambi deformi/fimi, Terfite per deformiti 
di corpo, che nano era difforme, e dipartito, & Tro non tanto per deformiti di 
corpo, che angi gigante era, cioè maggiore deglialtri huomini -, ma per defor- 
miti d'animo , che c/fendo tale, & aw/Jimo alla [attica, ad ogni modo mendi- 
cando fi accattaua iluiuerein lttaca, infingardiffimo quanto potefie il più, e ri- 
dicolo i tutti iT^elle fomedie che ogni di fi recitano, le parti della leggiadria _» 
vediamo che le fanno Tfmfe, giouani innamorati, e firn ili, e le ridicule i z ani , i 
^Magnifici, e tali: E t nel Boccaccio [oggetti di venu/li gratiofi fono fiati con- 
numerati, e ne’ fini di tutte le giornate, orti, fontane, pratelli,muficali fomen- 
ti, danze, carole, amoretti, laur ette, [ammette, filomene, e fimilt Che quando hi 
voluto far ridere, ò per difiarute^a di corpo hi introdotto la 7/uta , e la (iu- 
tazza , ò per defo rmiti di co fiumi ,tioi per troppo [ciocca [impliciti- i Cucci 
imbratti ,ifecondi,i maeflri Simonifi Calandrini, e fimili . Jn maniera tale, che 
fi come dice Demetrio, che quanto alla materia, tanta differenza è fra il Uggia 
dro e il ridicolo, quantoè fra T erfite e Cupido : Qofi po/Jiamo dir noi, tanta ii- 
ftintione e/lerui, quanta e fia nel ‘Boccacci fra Tquta c Fiammetta, ò fra Ciuta^ 
za e Tieipbilc* . 


PA R TI CE L L A 

t. u 

NON ANTES1MAQ_V /NTA. 


TESTO DI DEMETRIO 

• iito • (<u 

. Tradotto da Pier Vettori . 

* ■ • 

~ 4% r}:b 


l/lant autem &locutione ipfa : vemHum etiim cum orna- 
ta profertur , Ci per nomina pulebra, qua in primis pa- 
riunt Penerei >ccu itimi n oiKlyytfainiryttix roveri o<troi, 
& illud x^ffUdrS'ùiv ridiculum autem , & nominum eli 
bumihuin Ci communiorum ■ cuiujmodi e/l »roy yàp a uri- 
■fui ufi 'ixovbiiis u uì.t tftfftuW rtptryiyt*. Dande deli tur ab 
ornata lottinomi ,C' prò ridiculo mtraculum efficitur. V e 
nere s fané funt cum modeliia : ornare autem verbis ridicala fimile eH atque li- 
r>ium ex poltre. Quare Ci Sappbode pulchritudine cancns ,vtitur verbis pul- 
chris,Ci tota fuauis cfì,& de cupidimbus vtique , & de aere, Ci de baleyone , 
Ci omne pule bruni nomen i ntextum e/l in ipjtui poefi : non nulla autem &ip- 
Jd fabricatatfl . bitter autem ir rìdi t agre/hm fponfum ,d ianitorem qui 
ver/atur innuptiji , valde bumiliter Ci pedc/lribus potius nominibus quam 
poetici s , quapropter magis licet bxc ipfius poemata loqui quam cantre , ncque 
vllo palio accommodarc ai eborum , utl ad lyram , nifi Jit aliquis eborus qui 
loquatur , 




PRAFRASE. 


Ppicllo fono differenti anchora quelle cofe nella ma- 
niera delle parole, colle quali vengono dettejconCio 
Ha cofa che le materie leggiadre Cogliono narrarli 
con ornamenti di dirc.c parole belle cgiatiole, come 
quello del la primauera, • 

Si dipingono 1 prati di ghirlande 
F quello del rofcignuolo. 

La nepote di Clou . 

La doue le cofe ridicole con uocabilicommunijc balli fi dicono* 
come quello già detto. 

Quanto più monaco mi faccio, & ijllimo, tanto più lo ftudio del* 
lefuuolcmi piace. 

Anzi chi leornaiTe,leucrebbeloro l’cfler ridicole,e le farebbe 11q. 
macole, e l’autore farebbe maraiiigliare i giuditiofi.* perche b. nc ha- 
Tai te Seconda. Mu no da 



ì 


Digiti^ 


5 $ Q II Predicatore del Pamgarola 

110 da edere ornate rnodcltamcnre 1 e venulii nobili, ma ornare ! e ri 
alcole, ctantocomc polire vna fci mia . E che ila vero , Saffo vedia- 
mo, che oue ragionò di bellezze, d’amori, d’acre, d'Hclicone,ccofe 
iìimli,parolcbcllilfi.ncvsò',etia'nttgratie, che quali tutteibno infc- 
rite nel fuopoema , anche in parte trouate da lei: £ pure oue volle 
far ridere parlando d’vnofijolo di villa , cd’vn porttnaro contadi- 
no à certe nozze, tanto baiamente, ccon uerli li pocoiiuincrofi ne 
ragionò, che paiono anzi profe che vcrli, nè lì potrebbono cantare , 
o tuonare, fe già un cantare non lì tronafle coli poco nutnerofo, che 
Ione come; vn familiarmente ragionare . 

COMMENTO- 


r'X&V cofe dice Demetrio appartenenti d quefla feconda differenzi : vnn . 
A-/ che le materie leggiadre con omamenti,e bellezze di parole fi trattano, 
e r altra che le ridicole con parole bafie , e modo di dire commune donano trat- 
tare . Delle quali due cofe, la prima poca fatica hauremo à dichiararla , poiché 
epa mede fimo: un'altra uolta,<ioè nella particella J4.i1 Demetrio è fiala, e da 
noi abondanìemenle commentata : Et è quello tanto più vero , quanto che an- 
che ino di glie fiempi, che adduce qui ‘Demetrio, fu da lui mede fimo allo fieffo 
effetto apportato in quel luogo dicendo. 

Comi dtotra fanciulla. 

La nepote di' (fiori all' bora canta, 

Che fi fiiigfiànó ì fiori in etafeun prato. 

E noi quitti non lafciamma mancar effempto de’ nofiri autori J taluni, i qua 
icdJ rofignuolo,e della Trimaucra, materie leggiadre,leggiadri(Jimamcntc 
fiat tufferò : i / come de I’P fignuolo in particolare (oppiano che fecero gid , e 
liomero,e Sofocle prefio à Greci, e che Saffo, referente Suida ;la Lufcimaan - 
nontiatrice domanda della P rimaucra : l altro : efjempio di cofe leggiadre , 
dette leggiadramente addoto qua da Demetrio, veramente nel Greco è belliffi 
ino, fi et che di quattro parole. 

TleixitàtTai fjLt'r y£*,'nt*un’ antri* 

Due, 1 a puma e L'vltimafono parole giunte , e gratto felinamente giunte, 
oltreché le lettele, che le compongono per natura danno loro vcnufìd , e gra- 
tta , che in ftaliano non fi potrebbe compitamente imitare, Tuttavia fi potreb- 
be dir cofi. 

Si dipingono i prati di ghirlande. 

Vt ^ c ebed [oggetto ègratiofo , Cioè il fio tire dei pra'i, ma anche il 
tnodp àpi dire bà aggi unta grafia, primieramente per la metafora della pittu 
tra , r poi per hauer fatto cheque' fiori , che confufamentc , & à cafo nafeano, 
t{uafi in ghirlande artifiiiofamtnte tefiute compirono nella frittura . lf Pe- 
trarca nof.ro parlando di Primavera^ pratile tofe tal ; , bora dtffe thè il sole, 

.Hjufic 


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£ opra la Particella X CV. 

Hjuefie il mondo di nouel colore. 

Hjra che egli. 

Le rute, e i collidi fioretti adorna. 

Ora , che, 

Dal lito Occidental' fi muouevn fiato, 

(1>c fà ficuro il nauigar fienz’arte, 

E defilai fior' fra l' herbe in ciaficun prato. 

S e bene in materia di fiori fparfi rum c redo che cofia leggiadra, fofiìe mai piè 
leggiadramente detta li quello, che difife il Petrarca meiefimo nella guari* - 
fidanza della Canzone -Chiare frefiebe e dolci acque, con qut' ver fi. 

Da be’ ramifeendea, 

Dolce ne la memoria, 

V na piaggia di fiorfoura il fino grembo. 

Et ella Ji Jedca. 
tì umile, in tanta gloria, 

Couerta già del’ amorofio nembo ; 

Qual fior cadea fini lembo. 

Qual sàie treccie bionde , 

Ch'oro forbito e perle, 

Eran'quel dì à uederle , 

Qual fi pofaua in terra,e qual su’l onde. 

Qual con vn vago errore, 

Girando parea dir qui regna amore. 
llT afilo in materia de’ fiori difile coti. 

Parean vcrmigli'nfiemc,e bianchi fiori. 

Se pur gli irriga un rugiadofio ne mbo, 

Quando sà’l apparir dei primi albori. 

Spiegano a l’aure liete il chiufio grembo. 

Sialba che gli mira, e fie n’appaga, 

B’adornarjeu : il crin’douenta vaga. 

^ t-tinvn altro luogo facendo tefifiere non poche ghirlande alla UMag/t . \ 

De i liguflri e de i giglì,e delle rafie, 

Le quai fiorian'pcr quelle piagge amene. 

Con nou’artc congiunti indi compofe. 

Lente, ma tenacijjimc catene. 

thfe. ponto meno felice i fiato il 'Boccaccio in aggiungere ornamenti ,e legia- 
dn /oggetti , & in particolare à quefli tali di prati , di fiori, e di ghirlande co 
me ouc.difije nel principio della feconda giornata. 

Tutte le donne, & i trigiouani le uat i fi, ne’ giardini fe ne entrarono ,e le ru- 
giaaofie erbe con lento puffo ficalpit andò d’una parte in vn al tra, belle ghirlan- 
de facendo fi, per lungo /pati o dipo» tando s 'andarono. 

E nel commiumento della tcr^a. 


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562, Jl Predicatore del Panigarola 

Vn prato di minutiffìma bcrba e verde tanto thè quafi nera parca , dipinto 
tutto fuori di mille varietà di fiori . 

Et in cento iltriluogbi , cheap poi tati troppolungo farebbcroil commento 
di quefla particella: Tacila quale aggiunge ‘Demetrio, che oue le materie vena 
Sic come babbiamo vedute con ornamenti di parole ancora da buoni autbori 
vengono fatte pìùgratiofi : tutto in contrario le cofe ridicole da quegli c’banno 
giuditio con parole baffo e plebee vengono raccontate,dclle quali parole plebee , 
quel mede fimo effempto cidi, c he egli pure del mede fimo diede nella particel- 
la 80. cioè. 

Quanto ,pjù monaco mi faccio, & ijffimo tanto più lo fludio delle fauole mi 
fiate. 

Il quale, perche quiui fu à baldanza difeorfo , non bà in queflo luogo di nuo- 
ua fatica mcSlìeri. E pcrò à quello palfiamo,cbe aggiunge Demetrio. Cioè che 
le cofe ridicole fc ornatamente fi proferifìero , perderebbero l’efjere ridicole ,e 
farebbero miracolo , cioè farebbero che altri fi marauigliafle del poco auede r e 
dell’autore, che baueffe voluto, come fi dice, polire ina 'rcimìa : Che è tanto co- 
me dir e, che bauc/ie poflo ornamentinone non conucngono : poiché come dice Lit 
ciano . Suina fcrapcr inni a . Sgià noi Utdiurno clie gli autori gìuditio fi [er- 
bario queflo ammacflramtnto di Demetrio , di dire con parole bajje le cofe ridi- 
cole, fenza ornarle in alcun modo . Come fece t’^iriofto, quando di Gabrina ve- 
flita alla giouanile diffe . 

Ilauca la Dormacela crefpa buccia 
Tuo dame indillo, più de la Sibilla 

E parca cofl ornata vita bertuccia. 

Quando pcrmouer rifo alcun vcflilla. 

1 quello che feguita: E quando deferiutndo il T^ano veduto da giocondo oue 
fisa , diflecbecra 

e Vno fgrignutomofìro,e contea fitto . 

Con parola tanto plebea, quelito è quella di fgrignut 0 . 
rMa fintiamo il Tìocc accio, quando dipinge J^uta,la quale dice che era , 

. Vjta fante graffa e grofia, e piccola , e malfatta, e con un paio di poppe , che 
ptreuan due celioni da letame, e con vn vi/o che parca de B tranci , tutta fudata 
vr.ta,& affannata . 

E quando ci degna la Ciuta-gza 

oli# quale non era però troppo gioitane -, ma ella haucua il più brutto vifo, Ci 
tifiti coutrafatto che fi vcdcffe.viai,(Jjf: ella baueuail nafo fibiacciato forte , t < 
c le labragroffe , & i denti mal compotii,e grandi, e fintiua del 
guerfihpè piaierafenza mal d’occhi , con vn color verde, e giallo , che pareua 
che )fonfljFìtfoli,ma à S inigaglu bauefle fitta la Siate , Ci oltre à tutto queflo 
e htftiWBf 4 l 0 f'& un poco mjrua dal lato deflro,& il fuo nome era Ciuta, e per- 
cfc copfagojjrzA uffa battala, da ognhuomo era chiamata Ciutagzd. 
c Ch'in utmcffffì ridicole, con parole più conformi , e pi 4 atte non tra già 
fofjìbile che JìJpfcgaJJcra . 

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Sopra la Particella X CV • 56 $ 

E eoli dee Demetrio che focena la ceUbiattffima Saffo ; la quale ove ragio- 
nano d'cofe venufle nobili , come di be l zze,d’ onori, d’aere , di ^il, ionio fintili 
fogcetti,non fi può dare,qu nte gratiee quanti ornamenti v'agginngtua co i 
Jmoi verfi;Ta oti,cly fi come di Sofrone dtffe Demetrio, che nelle favole di lui fi 
Jarebb ro trovali tutti > proverbi vfati,cofi dice che ne' rerfi di Saffo fi fareb- 
bero trovate tutte te grat e da altri vfate,e di più, molte trovate da iti fl-fia. 

Epureefjam d>ma;oue ragionò per far ridere dice» tenone contadine, 
efvn portmiro villano, ce v’era,cofi baffi e plebei verfivi pofr,clie api nafi 
pofjono cantar per ver fi ; tMx di ftefla gra i Voetrffa ogni cofa è perduta : 
T'foi in vece d lei die a * > che il noflro Boccacci coli eguagliò queflc artificio , 
che quando v Ue anch'egli d.f nutre cofc contadine jce.’Etimieramente dalla 
Bt Untore dije,che 

?^ct vere tra pure va* Placatole e frefea fiore fogza brunagza , e ben tar- 
chiata, 3 aita i meglio fxper macinar che alcun' altra. Et oltre à ciò era quel- 
la ebe meglio fapeua fonarci cembalo, e cantare, L’acqua corre alla Bonaria ,e 
menar la ridda, e' l ballonchio quando bifogno face vacche vicina che ella ha ve fi- 
fe, con bel moccichino e gentile m mano. 

Et appresa, quando fece che Bmtiurgna del Mag%o marito di lei ri pondi f- 
fe i chi gli domandau > eueffo andafje, parole tali gli fece dire, che non sò fefaf 
fero difficili à cantar fi come quelle ni S ijfo ; ma certo fono anche malagevoli i 
proferire, & adinendére.E fòro quefte gnaffe ih buona verità io vò infino i 
fitta per alcuna mia vicenda ; £ porto quefle cofe à fer Bonacorfi da (jmefir;- 
to, tiri mi aiuti di non io che m’hd fatto richiedere pervna compar agione del 
paren or io, per lo pericolai, ir fuo il giudice del dificio. 

Ba da che le cofe leggiadre dunque con belle parola denno dir fi, < le ridicole 
dicemmo, che por nominare i figli 4* tenere, meglio che, 
moretti pi coli. 

Era il dire. 

Pargoletti amori. 

Et bora in contrario diciamo jcht chi deferiaendo 

yj\ dargantaciio il Tifano dictfSt, 

EgU/opra pargolette gambiccìuole, vita non piccola per fona regge, &ima 
tifi a afiaigrofja con un rub condo ni fo. 

figu, 0 direbbe mahffimo-Cbe per lo contrario proportionatameate ut 
gemerebbe ltcendo,cbc 

Egli [ opra quattro dita digamhaccie mal fatte nona una difotufia trppa , 
con uno fiato di capo,e < o* un moflacdo tintoci uin corfo. 

Pache m lemma te cofc ridicole non vogliono tfkrt ornate, t chi Cornatile 
eofe, leva il derifo,e fà ridicolo fé me efim>i;ln qntll i marne cache bangio met 
tornente orato quell’ oratore nel Senato ^pmano,e domandando ad un’ altro, fe 
baueua mofja compaffi<m c :'ìfiunacofa,rHpofequello,ho maifentita più degna 
di compaffione, intendendo mndmenotheaU'oratore,enon al Cliente era doup 
tah pietà. 

Parte Seconda. Nn 3 PR./I- 


Dig 



5*4 • 

PARTICELLA XCVI- 

TESTO DI DEMf TRI^ 

Tradurrò da l'icr Vettori. ..•»,• •' ^ 

' » * , k 

, ^ ixime ante dtflant & ex voluntatcnon.n. firn ila vult qui dde* 
èia tur leporibus & quùifum ioncifat,vtrn ài ter corum chieda 
te .alter vero uideri.Lt à con'equenfibtitvtiq; his.n.r/us comi - 
tatur bis vero J ut. Et ex loco:hic.n.»i/nsartes & leoorum , in 
in /atyro& comeqijs travedi lautem Vrntns qii de rcùpitm 
imltis.-ri.ut autemi imicus tragedia : neq-, e<im cogitarci aliquis trageuiam 
uluentim.quiajatyram fcrihet proiragedia. * ... 

P A R A F R AS E. * ' 

*1 . > ) » : • t JM v . \ / • J 1 ?* • ; :* 

Inalmcntclctrc vltimcdifcrcnzcjdairintentioncjdali’cf 
feito.c dal luogo fi pigliano.-Pcrciochcjouc chi ragiona di 
cofe uenuftc,egratiofe,hà in animo ^muaghtre, c mode- 
llamele dilettare gUanimi di quelli, che fencono. Dall'al- 
tra banda,chi cofe ridicole dice, vuol far ridere.e mettere le cofein 
burla'-onde nelèguc anche diuerlò effetto negfiafcoltàri,che legra 
tie,lc lodano, e delle facetie fi ridono ; Oltre che le facetiealla Co-> t 
media & alla Satira appartengono, la doue la Tragcdu,fe bene ricc 
uc le grane, non però le facetie ò le lcurrilità. Che a dire il vero, nó 
cade pure nell’animo che la Tragedia lcherzi.E chi tale penfafledi 
farne, vna,vna Satira lcriuerebbc,c non vna lragedia,&c. 

COMMENTO. 



D ifficilmente ccn vna parola fola fi poffono così bene fpiega'e in Italiana 
lingua quelli , quali dicono le venuflà e le gr atte più no 1 ili , come fifa in 
Idioma ìò Greco, ò Latino- in Greco nomina vntale Demetrio in quello luogo 
ivpipieof. Come dicono tutti che fù notabilmente Lifia Oratore: onde Cicero - 
Vie lo chiama venulhffimum, e Diomfio ^hearnàfi 0 dice , thè egli mqueflo 
genere dixenufìà nobili , e grafie fù Intcriore d tutti gli a'trì Oratori : CÓlùi 
dall'altra banda, tl quale dice tofe da ridere, faceto s’aidimanda, t fe troppo ol 
tre paflaffeurrum lo nomina il Latino, t noi buffone; Comunque fta , fra' Igr it- 
tiolo, & il face 0, uefla diffe-enza è dice D metrio,cbc’l primo ciuutl da' ua 
ghe\ga ediletto,mancn rifo li doue il fecondo ci uuol fariidert ■ E noi delle 
grotte ci còmpaciiamo e le lodiamo, e delle facete ce ne ridiamo : Tffè folamen 
te nelle cofe 'dette ti fermiamo ; 'md pafiando à gl : autori, del faceto pigliamo 
tif ,e burlale del gratiofouaghe-gja ,e diletto: Uffa qw Ho, che più importa ? 
che le grjtìcjn ogni luogb per terribile e meflo che fia, poffono. adoprarft . Là 
doue le" co fendici ,bcneà Sàtire t Comedie appartengono ; ma ronmaialla 
Tragcdta.S uer amente che legratie da ogni luogo poffano trarfi, g’d lo moflrò 

Dcwe- 


Digitized t 


opra la Particella X C VI. 5 <? $ 

Demetrio nella pa r fucila 7]. cucila 7 };Tdclla 73-, oueda cofe terribili mo- 
flròfiòc Homcro baueua canato gratta facendo dire al Ciclope , 

U chi face' to’ l fattore 

'Dilafciarlo per intimo à mangiarlo, 

E nella 75; oue mofirò che da cofe tanto me He quanto erano i coflumi <£A« 
glailida Terfianofb chi troni) modo di cauar grafie dicendo. 

Vi ima da te ft catterebbe fuoco, che rijo . . 

E noi ne’ commenti di quelle due particelle affaiabondantementehabbiamo 
i quel propo filo ragionato: ft che ,che le gratie anche nelle mede ftme tragedie 
pojjano entrare, non v’è dubbio : Cofa che non poffono fare le materie ridicole', 
non contenendo in alcun’ modo che la Tragedia fchcrzi , e chi ftcefie vna Tra- 
gedia tale, erra r ebbe, e fa rebbe pi A to Ho Satira ,che T ragedia ■ Ma decomponi 
menti tali de’ Gn ci, poco dice M. Pier Vettori, che pofftamo horamai più giudi 
care fCjfendoci qua fi tutti fiati leuati dalle ngiurie de’ tempi. Quanto alle notici 
le nottre Italiane, noi crediamo,e vediamoci macflro loro, che altre allegra- 
rne fono, e gratiofe, altre ridicole, altre mettifiime ; altre come quelle cb’hebbero 
allegro fine nella giornata quinta, c molte altre meftifiìme,comc tutte quelle, ò 
gran parte di quelle della giornata quarta, /otto il reggimento di Fdojleato, ò 
ridicole come quelle di Ferando,di (alandiino, di Tuccio, di Maflro Simone, di 
Hclcolore,& altre. E veramente gratie , e venuflà nobili anche nelle mefie fi 
ritrouano; ma nelle nouelle mefie,cofe da ridere non lifono inferite mai,& oue 
anche nelle allegre , cioè d’allegro fine alcuna cofa mdìa fi narra auanti, mai 
quiui fifa mentione di ridire, fi gii alcuno non ride, il quale fappia che quella 
tal mefiitia e mt feria fta per conuertirft in all: grezza, c piacere-Ter efiempio, 
nella nouclla di Gioitami! di Vrocida,otte egli e la gtouane amata da lut,ftiondo 
il comandamento del Rè erano fiati menati in Valtrmo, e legati ad vn palo nel- 
la piazza, è datanti àgli occhi loro fuoco e Hoppa apparecchiata per doucrgli 
ardere, lenza dubbio tragico era il figgi ito, e meHijirm f attione. Et anche le 
parole che di fi e (fiottami all’ Ammiraglio Ruggiero dcll’Oria furono picto- 
ftfiime,e mciJifii/nc, cioè 

1 ° ve RZ‘° c h’i° debbo, e toHamente morire,uoglio adunque di gratta, che co 
meio fon'conqucflagiouanefia quale io hò più chela ma aita amata, & eliaca 
me, con le reni i lei iioltato, (Sella òrme, che noi fumo co’uifi l’uno all’ altro ri- 
uolti,acciochc morendo 0, vedendo il vifo [no ne pofia andar confolato. 

E pure à fpcttacolo’sì tragico , e di parole fi compaffioneuoli , dice il tcHo , 
cbeRuggiiri rijr.’ma perche fapetta di fare con lajui autorità ritornare à do 
lenti gtouani ogni affamo in fammi confolatione : e però, 

'RflcnJo dtffe. Volentieri, io farò sì, che tù la vedrai ancor tanto , che ti rin- 
ere fieri . 

’ Rafia che le materie tragiche, in quanto tragiche ben riceuono lemtnuHi, e 

le gratto alcuna volta, ma le rifa non mai in alcun tempo. • 

* . * 

’ v* Nn 4 PAR- 


PARTICELLA 

NONANTESlMASETTlMA. 

f 

T E S TO DI DE M ET R I O 

Tradotto da Pier Vettori . 

T entur autcm aliquando & prudente; ridicali; ad tempora qua- 
' ceu tn ts ' ^ ccm *tij s ' £t in increpatmibu; ad - 

^xj^wpoD utrfus delicatiore;, vt tclauge; tbylacu; ,3 Crauti; Tattica, & 
lenti; laudatiti, fi legeritabqui; ad luxuriofo; . buiufctmcdi unti 
ijlfcrè& lynica ratio, etenim bmujumodi ridtrula praccpti or- 
ditici» ad fumimi, & Jentcntia . 

PARAFRASE. 

I perù diciamo noi, chcanchc gli huomini grani , c 
prudenti non debbano ral’liora dir cofc facete, e da 
ridcft = ma di rado,& ad occalìoni opportune, come 
à certe fede, e recrcationi,c eonuiti : ouero ripreden 
do, e tafl'ando quelli, che troppo delicatamente viuo 
no. Come fc a chi troppa cura tiene del corpo, ve- 
nidc detto, eh 'egli 
Ricantali faccQ. 

Che fc contra quelli tali fi leggelTc,ò la Poetica di Cratcte , ò Poi 
pera di colui, che lodò la lenticchia, quiui dentro molti motti fàcet- 
fi troucrebbero,chegliporgcrebbono . E di queda maniera con fa; 
cetie foleuano acerbamente riprendere e mordere i Filofofi Cinici- 
Poiché inucro molte uolte lefacctic pigliano natura d’auainaedra- 
menti, c di fentenze. 

COMMENTO. 

H isfurebbe potuto credere facilmente alcuno, che fra l'altre differenze, 
frà legratic,e le facelie, anche quella bauefic à mctttrfi , che quelle i 
gli buomini prudenti e grani alle volte conuenifiero-.Squefle non mai : -4l che 
rifpmdequaft à taciuta obi et tione ‘Dtmctrio inqueflo luogo, c moflra che an- 
che à piii grani, e più prudenti burnì ni al le volte le fate tic conncngono:e prin- 
cipalmente 




Sopra U Particella X C fi' IL 5 <<7 

ci pai lite in due cafi.i'vno quando fi trottano A ree «aliati , ferie ,c conviti t 
E Valero quando riprendono buo tini deiuati, (enfiali , & cffiminaSh’E vera-, 
mente ibi ad buumnigraui,come A f(rg: , p rincipì,fi natoti, Fiiojof,c limili non 
contieni’ a rifate profejfionc nè di motttggiaton , nè di fuetti, (fuetto è jteuro, 

' pertbe eglino rxgtontnohntnle denno tirature co fc ferie; ani di diletto fi trai 
ti, eglino deano volere cfjere dilettof,e non dilettare altri, in quella Maniera-» 
che alle prtfenze loro fanno cantare altri,c non cantano efii. I: quefia è ina del- 
le fatiche, che detic fare l buomo grauc;Cbe fi bene egli conoftefe jl:j]o attijsi- 
mo , e di più inclinati! fimo al motteggio & alle focene. £ fe bene gli corrono , 
come fi due i be’ detti in bocca, ad ogni modo ricordandofì dello fiato fuo deue_, 
trattenergli , e non laf.iargli vfeire- Cofa difficile certo , -perche come diceucL* 
quello più ageuolmentc fi trattiene in bocca vn carbone accefo, che vita fi ce tu, 
-o vn motto Ma nella difficoltà confjle la vtriit; E f e bene i prnuu talbora più 
torio che perdi re vhJjcI detto vogliono perdere vn amico, t Vrcncipt nondime- 
no, più torio denno perdere tutti i motti, e tutte le facetie, che far cofa indecen- 
te alla grauitA loro ; 6 pero di Filippo padre d’-dlcf] andrò difje T ito Liuio, che 
-Eratdecorior natura ttuàtn Re^ein dccct: & nejacer feria quidein 
rifufatis ccuipcrans'£^ all'età norira due Frencipi [taluni ,grauiffimì per 
altro , & eìoquentiffimi , che [mono il Signor Duca Ot tauio, & il Signor 
Marc’ i~A ut nio Colonna da alcuni L^fri/ìa ubi furono tal volta notati, che in 
quella materia non frenafkro mai gli impeti dei toro veramente vclouffimi, 
e mcrauigliofìffitui ingegni. Se bene noi crediamo che la cenfu ra fofie indefere - 
ta, concio fucufa che non Jempre hanno da eflcre proibiti glifiberzifi motti, e It 
facetie A gli buomini grani; E fi come difje quello che, 

Semel in anno ritic Apollo. 

Cofìdice Demetrio, quA) che ad alcune occafioni, il trattare materie non fa- 
lò gratiofe , ma ridicole ancora ad buomini grani e prudenti non difiònuicnt-*: 
E principalmente nelle recreationt,ferie,e conuiti:Èfe' quali comi iti, come hab- 
bino da jchifarfi due eflremi, la garrulità , & il totale filentio , finga che vi fi 
parli ò legga: Seconnenga parlare di materie fi lofo fi che Se ficefjcro bene quel 
li che vi trattauano in confitta le cofe publiche: Se il proporui Enigmi , e grifi 
contenga, ò nò, e finalm lite quali forti di ragionamenti, e con quale moderatio 
"tic babbuino A mifchiaruifi, tutte quelle , e molte altre materie appartenenti A 
ragionamenti conuiuali potranno diffufamente veder fi prefio A Fiutar co ne’ 
Simpofii,A CMacrobio nel fettimo de' Saturnali, & in vn opera fatta, non mol 
traimi fino da hnomo erudito , e digran.lcttiont , intitolata Antiquitatum 
Conuiualiuoi ria quale quando efpurgata verrà concefia A molti che laleg- 
-geranno , non è dubbio ebe molta vtilità apporterà all’intendimento di figget- 
eti tali. 

In particolare comeconticnga ne’ corniti valer fi di motti, e di facetie lo infe 
pia eccellentemente Tlutarco nel fecondo libro del Simpofio,ouc quanto A mot 
troice quella fentenza d’oro,che di&oriu.n inuenire gratum ci, qui inccf 
litur, & c;tra nioleftu.ii fallo dicco impetcrehaud vulgaris cftperi- 

tia>. 


3 5 8 ft Predicatore del PamgaroU 

tiae,& dcxtcritatis . L ntl mede fimo modo il trouare ne' cor.uitì facetiegra 
■ tioje che non offendano alcuno de’ loimtati, e non leuino la dignità & il decoro 
d per fona grane che le dica, non l co fi facile. Tuttauia xn jono de modi per po • 
terlo fare .'Per cfftmpio,il dii e alcuni motti che non pongano alcuni de’ pr e fin- 
ti-, ma qiialrb' bicorno abfcnte degno per l'aperta fua mala vita d'edere odiato 
da tutti i prc/cnti, quello potrebbe dar dilt tto,fxr ridere con decoro e fenza af- 
ftttaùonc.Qime fé d\ no conojciuto per ladro da capponatiti in tauola à cenala 
diceffe 

Voi non fapete, che venendo ho trouato il tale , & in poche parole babbi*- 
mo fatto vn gran'iiftorfo. Egli mi hà domandato fe renino qui i cena,& io hò 
rifpofloche fi,ma che vi Tettano anche i dormire. 

il mede fimo occorrtbb ,fe altri motteggiando punge fie Se mede fimo. Como 
fece Lsfntigono loJco,e quaji cieco, al quale in Tauola c(Jendo donata vna fcrit 
turaferitta con lettere molto groffe:i chi la diede, riuoltadifìe . 

E tanto più cara hi da effe re, quanto che anche i lofihi la pofton leggere. 

Si come gratiojiffimo modo in conuerfationc è il fingere di dtr'male à cui che 
fui , accennando conia Ironia cof: contrarie , dalle quali egli hahbia canffimo 
d'effer lodato. Come fe ad vn ''uomo fptendido,e che tenga molti ftruidori in ut 
fa mentre Cimata à dcfmarfeco.tti lifpondcfft, 

lo verrei i ma ci fari quef io tncommodo , clic non haurtmoin eafatua chi 
àftrua. 

E cofe ftmili : le quali perche con molt'altie ne’ fbpradttti luoghi fi poffono 
vcdere.pi rò à noi bafia i raccogliere con Demetrio, che anche gli huominigra 
ui,e prudenti, dunque poffono ne' cornuti trattare materie ridicole. Et il mede- 
fimo, poffono fare[dicc pur Demetrio) per riprendere i troppo delicati, & effe- 
minati.Li doue vn dubbio fi lo ci nafce Ccnciofiecofa che noi irouiamo che mol- 
te volte da huomini graia Jono flati con facetie agramente tipreft anche molte 
altre forti di vitif. Come auaritia, ambitioni, e fintili . Come dunque Demetrio 
d delicati, & effeminati foli fi reflringe? E loro in particolare dice, cha fogliano 
ton facetie pungere gli huommi graia t o// che rifpondiamo: Che fenga dub- 
bio anche gli altri vitij di qucfla mcdefima maniera fi poffono nprindoC-j : 
i^la di questo in particolare Jì fi mentione , perche oueglialtri paiono degni 
'ifodio, quello pare degniffimo di rtfo,& oue i gli'auari,i crudeliefimUi noi vo 
giamo male, de’ troppo delicati , <3 effeminati habbiamo qua fi compaffioue , e 
ce ne ridiamo. Certo icffempio che apporta Demetrio fi vede che è cantra vno, 
che troppo dclicatamnitctt nata cura del corpo fio. CMificr Ticr y et ton nel- 
le cofe della lettera, fra l’ altre cofe tutte, dtligentiffimo cerca vari modi d’cfpo- 
fitionc c Ma in fomma teniamoci i quello che mKtzvyxt m Greco vuol dire fac- 
to e polito : E calciamone ,cbe al vno , che poliua troppo il corpo , da 

fiuomograue fù letto ridendo, che' egli hauea vn c . Polito facco. 

Che gii (appixmo, che ficco i flato domandato qutfio corpo anche dal pro- 
uerb.o iteffb : In quella maniera che al' vno altro, che faceua’l mede fimo, in ve- 
ce di facco, con la metafora del fe poltro fù detto . 

Quando 


c 




$$9 


Sopra la. Particella XCV 

Quando eefferaitu mai di poi re tote Ho [epolcro; 

£dt fiut i fac t e pungenti Lontra delicati dice Demetrio . ch’erano piene i 
fuo’ tempi due opere : Ciò erano la Po ticadi Cratete eia lode della Lentic- 
chia, delle quali, p< r < jjerfi elle /mante, ninna cofa habbiamo che dire : Tiene pof 
ftamo agiung-re che è veriffìmo quello ,chs egli foggmnge , c ol che i Cinici di 
queHa mani’ ra molte uclte con fa etie pungeuam: perche per quello che da_j 
“ Diògene Laertià fi catta, e da altri, fianrcerti , che Diogene c ’p i Ht’ Cinici di 
quella maniera molte uolte col rifo ficea piangere ,e con lafacctia a griffi m3~ 
mente riprcndeaa.Ver effcmpio,~4d un gioitane effeminato , che di non so che 
gli baucuamo()a quiRione,rilpqfc . , ■* 

7fon >. rima fono per fetoglierti il dubbio, che tu alz indo i panni mi lafci ut~ 
edere, (c (eimalthto òfèm’na. j. . ' • ' ; ' 

Facendo certi giouani alcuni atti lafciui con molta dcRrezza,& interroga a 
to Diogehe come gli parefle cbeji portafiero bene, Quantomeglio,diffc, tanto 
manco bine. 

Vn ricco ignorante egli lo chiamò , , -, 

Pecora conia lana d'oro. , j 

c_sid un golofo che cenando mangiaua oliue folamente quafifuogliato 
Segno, difje Diogene, che non defmafìi oli >e. > 

otd un giouanettoche effeminatamente ft poliua,diJe, 

Se per gii huomni in uanoffe perle donne infano. 

*Ad un altro effeminato ch’ha 'ira profumati i capegli,difie. 

Cote Ho profano del capo ti fà pwgp/ar la ulta. 

Ture ad un effeminato difle, 

T ratti te Hefjo peggio che non li trattò la natura , che out effa ti fece huo - 
montiti fai donna. < "> 

certi g ouanctti/.be battendolo domandato fané ft pofero à fuggire. 
Tfpn habbiate paura, difse,cheil Can‘ noumanga beHio'e. 

) Deputando una uolta dico(e grani , e riceuthdo poca attentarne , fi po ft à 
Cantare una frottola , ò uno flrambotto ; di che ridendo ogni Intorno , e Hando 
tutti attentiffimi, 

Ecco difse,che hò trottata materia degna della uoftra attentione. 

E di qutfte cofr mille ne potremmo addurre oue/empre Diogene con face- 
t\t punfe.ffe bene una ue ne fu per, dire il vero Un poco Rrana, benfatta in conui 
to,e per rip re dere fin modo che haueua tutte due le qualità detteda Demetrio: 
ma ad ogni modo un poco troppo e/òrbitante. Quando in ùn conuiio chiaman- 
dolo fané quegli che u erano, e come à cane gettandogli deliofsaiegl’- per di die 
irò fi pofe à pjfciare addofso à quelli che ( edeuano : Et finte rrogato con amaritu 
dine pc'ch; co fi facejse, rifpofe, Coft fanno iCani 


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DI- 


tT fi Predicatore del PemgaroL 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


94«9),96,&* 7. 

N EI Difcor(bEccleliaftico7i. noi ragionammo lungamente delle 
ficetic, econ griuilTimc autoriti de’ Padri antichi inoltrammo, 
chi fc bene levenulli più nobili vengono concedute , non però deue 
il Chnltiano e Religioro valerli delle ignobili .come facctie, morti, 
«limili , neanche nella coridiana conuerfacione . Dal che con argo- 
mento da meno i più bora due cofc cauiamo.V nache le neanche la fa- 
cetia viene permeila al Giri diano , c Religioni, ben polliamo credere 
che tanto meno gli fari conceduta la (currilicà ,«Sc il rifo.E l’altra, che fe 
di quelle cofe egli non s'hi nè anche à valere nella Conuerfationc fami 
liarc, ben cola alTordillima farebbe, fc egli pubicamente in pcrgtmo, 
con motti, ò buffoneggi ,ò cofe cali voldlcimmcr tifo igliafcoltanti.Si 
che effe n do tutta la maceria del rifo.e delle rid'cole cofe, più lóranadal 
Chrilliano Prcdicatorc.chc non è dalla terra al cielo; non doari parere 
marauiglia.fe noi quattro Particelle tra (borrendo irniente, c rutto quel- 
lo che del rlf> ragiona il nollro autore, quali tenga mirare crap ulando , 
vnpicciolo Difcorijo (blamente aggiungeremo. Nel quale per quanto 
appartiene al I noffro Predicatore, per amor di Dio lo preghiamo , ch’e- 
gli, comedafuoco, li auemlci dal dir’c >fcin periamo, I e quali potano 
mouer rifo alla brigata-E perche ninna materia è più lubrica, nc più pe- 
ricoloni in quello fatto di q lello che li (ien a le riprenlioni , che ven'gon 
fatte alic donne: però in q iel > conuiene ch'egli ila oc ilatilli.no: e che 
riprendendole, in m iniera lo ficcia,ciie gli huomini,cioè certi giotiinac 
ci fpenlierad non habbiano i cauare occafionc di f ir del le ri au\E vera 
mente tutte le riprenlioni , cheli tanno appartatamente alle donne dal 
pergamo, doucncano occalioni di alcuna dilfo utionc: perche fe non f.»f 
le mai altro,nc’ conuiti.c nc i balli clic vengono fatti il giorno incdcli- 
modoppola predica , quelli che fono fcarfi di partiti, t clic i penfarui 
mill’anni non faprebbono onde rrouare il coniinciamcnto, p«.r trattene 
re una Dama, hanno la vetura loro,i poter uale rii dell! reprenlionc del 
Predicatore, e da quella cominciare il ragionamento. 

Ma perche il vi 10 ad alcuno noccia , non per quello fe gli deue dar 
bando: nè perche il fuoco arda le cale c le ville, per quello mancherò 
rio à noilri b fogni di accenderlo : E nella mcdclima miniera, perche.* 
le riprenlioni fatte alle donne diano ad alcuni occ »(ione di vaniti , non 
però ouc conucnga,& ouc crediamo, che liano per elfer gioueuoli, celTe 
remo di farle.Si veramente , che con dcllcoiia , c inodeflia le faciamo: 
E fopra il curro in maniera tale, che ragioncuolinente non habianoda 
eccitare il rifo in que' che Tentano; Chcfe , ò per noftra imprudenza, ò 

E er colpa alrrui , aucrtircmo che d’alcuna cofa , la quale ci lia vfeira di 
occa, nellacorona degli afcoltanti lia nato rifo; In tal cafo,duecofe 
bifog ìache auertilca il Predicatore , Vna per non farla , l'altra per far- 
la: La prima che egli per quanto gli deue efler caro l’honor di Diocla 

mae- 


Sopra la Particella XCV II. 571 

(U de! ilio ufficio , non notti alfe mai pur vn minimo fegno d’hauercJ 
anch’egli voghadi riderc,nè face (Te pure vn minimo fegno di bocca ri- 
dcnrc.E l’altra, che anzi lunetta (ubico nel feuero,faccia il volto dell’ar 
rhi,c fc è pofs:bile,encri in materie fpauentatifsimc.come morte, giudi- 
rio, inferno, e fimili. Da quelle due cofe nafee vn’altro atterrimento, che 
fc inai doniamo auertirci dal dire cofe facete, eche nuiouanorifo,lo do 
uiamo principalmente fare nel fine delle prime parti , ouelià da imme- 
diatamente feguitare la pattfa , & il ripofo : E purecontra ogni ragione 

f uro che molti prcdicatori.fe mai fanno ilfaceto.e poco meno clic il buf 
one,aU’hora lo facciano,ò con occafione di chiedere cleinofina , ò con 
altra occorrcnzatCofa che ita tnalifsimotnc in alcuna maniera (ì deue in 
quellapaufa lafciarcil popolo ridente : Prima perche hauendo allMiora 
gli afcoltatori tempo di ragionare infiem<>accrefcono vn l’altro la mate 
ria del ridere, e poco meno, che non fi fà vn picciolo carncualecto.E poi 
perche in tal cafo mancano tutti e due i rimedi fopradcrti : Tu non puoi 
cioè inoltrare vifo gènero : anzi molti credono che tu ti fi) nafcolto per- 
che tu non porefsi trattenere il rilbjNè hai occafione di palliare à mate- 
rie fcuerc, Conciofiecofa che tu poliscaci. Del rcltopofciacheDemc- 
trio Tempre moralifsimo pare clic per 1'ordin.uio prohibifea il ridere à 
gli huomini graui , concedendolo in alcune occalìoni fidamente ,comc 
di contriti, di puunirc c limili, à noi ancora par’bene il dire a quelto pro- 
pofito,fe àChnftiani cpnuenga il non ridere mai,ò pure fe à certi tem- 
pi, & à certe occ.ifioni ria lor concedo il ri dere . E veramente fe à chi hi 
nome di Chriltiano non lolfein alcune forti di colè più nccefTario l’am- 
nrirarcche l’imitare Gli ri Ito , coli conile irebbe al Chriltiano l’aftenerfi 
feiripre dal ridere .tome fi Signor noltro non fi troua che rideffe mai. Zo 
roaltrc folo fra tutti gli huomini Cubito natonfe,c fiVnial fegno, dicc^ 
Santo Agoflmo nell’vndccimo della Cuti di Dio al capitolo I+. E che 
ria vcro,egli t'ù poi il primo inuei«oro( per quanto dicono) ddl'arti ma 
gìche.Là doócil primo è Colo deltruttore dcU’àrri Magiche.Chr,eChri 
ito ben pun(è,enafcs.ndo,e morendo, e Copra la Citta di GuTufulcinme, 
& al Sepolcro di Casaro: nuche egli ncand;e>n minimo’ lorrifo faccfi- 
fc.qucfto non fi truona mai . Salomone ncH’Ecclcfiaftc dice ,‘che Mclior 
ejl ira risi i . Et vn Santo Padre era (olito di:dire, che ouc vedeua vno che 
ndi-flès’imaginaui checolui noncrcdcfiechefitroualfenc giuditio, nè 
Inferno.Tuttauia non ottanti le fopradtrtc cofe , non hanno da cflcre 
cefi feucre le noltre legge in quella materia . Molti ridono come faceua 
Democrito per burlarti delle vanità, c de* foucrchi dilegui de gli huo- 
mini , &:in quello fefttimcnto.inhn Dio, fi dice, che 
Dendcbit eas . 

Ma ltando ancora nella proprietà della parola ridere, quando Io fàc- 
ciatno in (bau irà d i conucrfitionc.ò vedendo cofa deforme fenza fcele- 
ratezza,ò fenza afTittione,in tal cafo pn micramente diciamo , che alle 
volte fi ci prefigurano oggetti tali, che non è in noltra podeltà 1’afleocrci 
dal riderete poi foggionghianao che quando anche da noi penda il far- 
lo, ò n^p fyrlo.ad ogni modo non ci viene tolto tempre il douerlo fare. 
ScriUedife medefimo D'one, Che fù Senatore Romano ne’ tempi di 
Commodo Imperatore, che dando l'Imperadore nel Teatro verino da 

Ercole, 


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5 7 * // ‘Predicatore del Pan'tgarota 

F.k:uIc,c vpkndo elTer tenuto Ercole.c.tiglio diGioue, fe bene il ridere 
Uberebbe poftoalcrui in cuidentilfimo pericolo d’cfTere facto morire» 
ad ogni modo né egli, nè gli altri Senatori vedendo tanta leggiadria nel 
l.’iinperatore,po(Tibi'eerache fe nea(lcne(fero:Etal ficuro haurebbono 
davo, nelle maniglie rifare, (e non che egli dalla Corona del lauro, che 
toncua in tcfta,fpiccata vna foglia fe la pofe à mafticare.c coli infognò ì 
gli altri che douclfero fàrciaffine che dal maluaggio faporc di quel fuo- 
co dettata, ne’ mafticantila naufca,leua(Tc loro il rifo.Si che, che non Zìa 
tempre in noftra poterti ['attenerli dal riderc.qucftoc chiaro. Ma di piò 
tu>n c anche vero , che la fenttur i Santa , ò i San ti Padri ci comandino 
che il ó ridiamo mai, (c bene c’auucrtifcono che molto di rado l’habbià 
aio à raee:econ modeiiia, lenza cachinni, lenza Ibcpiti, fenza fmafcella 
menti, e fenza certe finanic,cbcanchc à Icggicriflìmc pedone (l ino ma 
le.Giobbc confelfa di fe mcdelimo nel Capitolo zp.che tal'hora in con- 
ucrfationc ridata, ma aggiunge. 

Si ridebam ai eotjtan creìebcoit nubi. 

Cioè.io fottencuo di maniera per l'ordinario la m*a grauiri. ccofi di 
tado.e con tanta diicretionc vfciuo tal’hora à qualche moderato rifo, 
pile appena parcua ch’io ridette , &i circolanti apena diftingucuano » 
che fotte rifo . Salomone anch'egli non comanda che non fi rida tal'ho- 
ramw pone la differenza cheè fra la maniera del ridere dello fciocco,c 
quelladelSauio dicendo, 

Faimi in rifu exaltat vocem fuam , uir autem fapiens vix taiitè ridebit. 

Cofa che molti arrecano per gran lode à Platone, che egli ne’ libri del 
le leggi mQftrafic,chc dalla maniera del ridere fi cauatte gran fegno del- 
l»grauita,ò leggerezza di chi ride. E pure tanto innanzi l'haueua dee* 
to Sai >mone con le fopradcrtc parole, che anche con qucll’altrc. 

Situi ioni tus fpmxrmn ardentium fui olla ftc rifui fatui. 

San Bernardo nel, libro de formula boneflp viu,dicc in quello propofito, 
quella belliflìma fentenza. 

Cacbinnis fernycr abflincas rideasrarò. 

Sant’Ambrogio vn poco più feucramente nel primo libro dò gli offi- 
cij al capitolo XXII I. dice coli, 

T^on folum profufos.fed omnet etiam iocos declinando! arbitror : plenum tamen 
fu.iuitatìr & gratta Jhmoncm non ifj'e indecoruni. 

Macccellenteincnie dillingue il tutto San Giouan’Grifoltomo ncl- 
l’Hotpilia decimaquima fopra il capitolo nono della Epitlola à gli Hc- 
brei,in quella maniera. 

Et quid ? Malum eli rifui i inquisì T^on esì molum rifui : fed mattini quando fit 
importuno tempore , & iitimoderaiè : R ifus emm tnditiu tjl nobis , vt quando ami- 
co , posi muliniti tempori! viderimus.lroc faciamuaqu mio aliquos delinquente!^ 
Umettici, vtnfjueamui eos ri fu. non vi iaccbutemur>&- femper rideamus.J\ifus bl- 
esi anima nosìrp vi remiffionem al: quando hjbe.it anima , non ut dijfundatur. 

E tanto dòuicbbc ballarci in quella inatcria;ma perche Demetrio nel 
la particcllap7.diccchein due occafioni gli hnomini grauipolfono moc 
teggiare.cio fono ne’ conuiti,e nelle politure coperte: non vogliamo 
mancar di dire,che nelle facre lettere ettempio lubbiamo della primi-, 
drqucllcdue cofe, nc'Giiuiici al decimoquarto, quando Sanfone nel 
'Confitto per ìllare in buona conuerfatione propoie l’Enigmi dicendo. 


S opra la Particella X C VI IL 5 7 J 

De comcdcnte exiu.t cibus, & de forti egrejja cfl duL cdo. 

E quanto alla feconda, cioè alle politure faccte.oltrc molte , che n’ap- 
portammo nel difcorfoeccle(iaftic0 75.vnafóla purdi Gregorio Nazan 
zeno ne vogliamo aegiongerc ancora,quando contra le dounc che fi li- 
fcianodice,che quelle fiano fatte vecchie, 

Earum caro dcnfiffimis rugis fimiam propcllil. 

Cioè , venute che fiano le rughe la S i mia fpari ice predendo laSimiaj 
per quella faHiimitationcdi bclloche haucuano nel voIto:Che nel Gre 
co è gratiofiffimo modo di dire , fe bene nel noftro Italiano non nfpon- 
dc cofi,c forfi farebbe meglio dire, che 

Inuecchiate che fiano, l'età lcua loro la mafeara. 

Comunque fia, poiché Demetrio hà per cofa tanto gratiofa che vno 
Tiabbia faputo nominare il corpo humano fotto metafora di lacco , defi- 
dcrerei ch’egli hanclfe faputo che lecentinara,c forfè le mfghara d f anni 
innanzi,]' nòllri fagri autori haucuano introdotta cofi quella traslatio» 
ne,CioèDauid nel Salmo acquando dille. 

Confcidtjii faccum mauri. 

Che dalla maggiore, e inighor parte degl’interpreti, vicn efpoilo pei 
lo corpotohre che frequenti mmaitrtnte della inedefima metafora fi fo- 
no forni ti 1 Dottori Jìcclefiaftici, come San Bernardo , quando dice che 
limonio non è altroché, 

Sperma felidwn,frcntflercoris, cibili verw'WW.Et altri. 


PARTICELLA 

NONANTESIMAOTTAVA 

TESTO DI DEMETRIO 

T radotto da Pier V errori. 


j S: autem & morum fju.ee! am declaratio ex ridiculit, & nel 
lufivnibiii, vcl incemprrantia . Velati qui vinum f-tfum ie- 
Inbnit Tàt'mKavi à> 7 Ìoì,i»x } oppofitio tnim qua in nomini- 
butexifht,& cura,delarat quoddam frigni motum & cmi- 
f mum incultum.De diftis qttidcm ’tanquam imago quxdam 
, . tjl.oppofttio enim faceta .vtentur autem buiufeimodi ima- 
gh'ib ut, ri tsdègyptìd clernatìi Jongum & atn,m hotlìhtem. 1 1 cÀd. trina ouit, 
fluitata in man.buiufctmodi qùidem vtentur : fin alitati ,fugicmùsdifla tan- 
q ilam cornicia. 





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305 


574 


fi Predicare del PanìgaroU 

PARAFRASE 


N ogni calò il modo con cui fi dicono le facctie , di- 
chiara grandemente e i'cuopre l’ingegno e la natura 
di ehi le dice, le egli fia di buouaconuerfatione, e di 
piaceuoli coltunn , ò di duro ingegno , e temperata 
natura : Come per efiempio colui, il quale hauendo- 
heuuto vino pieno di poluc dille, 
mi ìm duini tirimi 

Al ficuro volendo moflrarfi faceto, fi dichiarò infulfo, e freddo, 
hauendo polla molta cura in vnaoppofitione fuora di propofito: 
Chele tai'hora perridere,ò pungere altrui vorremo mettere certi lo 
pranomijChc hanno Tempre inclula fimilitudincj, c comparatione; 
come domandando vn huowo lungo e nero, 

Clematc Lgittia. 

Oucro vn huomo che nauiga affai, ma (ciocco. 

Pecora marina. 

O limili. Anche quiui hauremo da procedere cautamente , c pro- 
curare leinprc che la fàcetia non douenti ingiuriai villania:E tan- 
to balli hayer detto quali incidentemente del ridicolo. 

f , J 1 it 

r v X A / A #v X Jt 

COMMENTO. 

« || 

Q Villo che dice qui Dcmc trio, che nelle facetie,ene gli fcherofi gli huomi 
ni fiuoprono grandmante le nature, e gli ingegni loro, non Jolamente è 
ver ijjimo in fe: ma lo diffe ancora moli' anni prima di Demetrio "Piatone me- 
de fimo nel //6>odelcgib is,chein ipforifu maximum ìncltfignù, tum 
grauitatis,tu.n leuitatis . 

E noi Jlcffi per ifpericnza lo [appiamo,i l’babbiam' detto hor bora, che il ve 
dere che "fina per/ona apena modicamente foggbigni, e [orrida ne gli [iberni, ò 
che vn’altra tu poco più liberamente Ji rtiajji nel nfo,ò che vna tcr^a fi abbati 
doni, e fmafcclli nille rifate,c ne' cacchioni, tutte qucfle varietà di ridere varie 
opinioni generano in noi di col ro ne quali le veggbiamo. 

‘ Demetrio dice,che ndicula deelarant morcs, ejoggiungc due forti di na 
tu r e,che ci fanno conofcere lufionis, uel intemperantne, ouela feconda di 
qucfle parole in Greco in molti tefli i , ma in alcuni altri ancora è 

ùyamKxrlis , Cbcfcal primo modo fi atteniamo, non fono oppofie quefle dttCj 
nature lulion!s,5>C intemperanti® . làdoue [eia feconda I itera vogliamo 
feguire, appunto l'oppo fittone fa h bbc e(prcfia,c vorrebbe dire Dtnutrio , che 
dqlmtdo che tiene altri nel burlare , conejuamo J ubilo fe egli è atto ò inetto à 

Ì li 

' * • ' r-t 

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Sopra la Particella X C FU. 577 

gli fcber %},& all: facetie,efe i d'ingegno fatile, c piacevole, ò pure ruflico,e ri - 
tropo: Comunque fu,à noi balla in uiunerjale, che dal modo, coi quale altri bur- 
la, facilmente conofciamn i cojlumt di lui . 

flora diffìcili' ffimo è l’effcmpio, che Demetrio ucat>porta , e (JHefler Tier 
Vettori così bene vi fi è affatuato attorno che mila più , nò però fi afficura d’ht 
nenie trouato il netto : T^oi che più totìo à i precetti di Demetrio, che alle pa- 
role di lui habbiamo volto l'animo : ciattengbiat no molto volentieri alla pro- 
fitta di Michele Sophiano apportata da 'JMejJcr Pietro , e vogliamo credere , 
chc’l teflo fu corrotto, e che oue dice, 

, mirai* ani citte* , 

Che in latino vorrebbe dire fpeluncas prò sneo habbia à dire, 

vèr mirti* *«TÌ iin'crt . j 

Cioè Pel eum prò 5 neo, e la hifloria ftà così, che eftendo in una 0 Fieri* . 
vfc ito non sò che vino da vna botte, l’oFlr, da terra così pieno di poi uè, lo raccol 
[e: Et in véce di buon vino lo daua à bere à gli hofpiti [noi, de quali vno baucn 
dotte bevuto, dijfe come di iopra,iu vna delle due maniere, che habbiamo dette : 
(fhe fe e^ li dtfie nella prima , 

Speluncaspro sneo. 

T^oi confeffiamo,che non poffiamo imaginarci,cl>e cofa egli voleffedire, & 
in qual cofa confiflejjc l’argutia, nè qual cofa potefie figniftcare la parola sneo 
in quel luogo : là dotte fe noi diciamo nel fecondo modo Pelcum prò sneo 
l'argutia è chiara, e conjifie in vno equiuoco . Perche in (jreco la parola •miKtt 
ftgnifica vino polucrofo,e Pileus sneus: e così in queSìo Sìa l'argutia, che co- 
lui dice tu m’hai dato Tileo, per Eneo, che pare che voglia dire vn Rjper vnal 
tro,evuol dire, tu m’hai dato vino cattiuo per buono. 

La quale argutia EuSìatìo che la fece già l’hebbe per gratiofa'-, ma Deme- 
trio che intende quelle cofe meglio di lui,dice’chi fù freddi/fima cofa:e che colui 
che la difle mettendo cura di trovare rncoiUrapoSìo in cofa fi minuta e fordi' 
da,moftrò animo poco atto alle gratioje ò facete vtbanùà: & inuero [e promct 
tendo vn’osìe di da rei matuagia , ci deffe poi cattiuo vino, e noi dice (fimo, 
Tubeuania c'hai data malvagia in vece di malvagia . 
is/l fteuro alcuna argutia diremo : ma fredda ,& inetta, delle quali imttie, 
perche habbiamo à trattare nella nota vitiofa, che è vicina alla venufta : Però 
più oltre non uc ragioneremo in quejìo luogo . P afferemo più tofìo all’altro pre 
cetto,cbe in materia di ridicoli ci dà ‘Demi trio : uoè che oue per ridere , e per 
pungere altrui, vogliamo mettere di quei fopranomi,che fempre hanno cògiun- 
ta la fimititudi ie, procuriamo di farlo modeFlamente,e mordere da agnello , e 
rion da Lupo . T ale fù quello che diceuamo di fopra,che.vsò Diogene Cinico con 
tra il ricco ignorante domandandolo . 

Pecora con la lana d oro . 

Ove ft vede che fi ben: Diogene non ef prime la comparatone, effa nondimeno 
ti’èmJvft, come fe fi dtceffe , 

T u fei fmile a vna pecora con la lana d’oro. 

Parte Seconda. 


O o £ così 


57 6 11 Predicatore del PanigoroLt 

E così fono i due, che apporta Demetrio . 
firmate Egittia ,c 
Pecora Marina. 

Df’ quali quanto al primo fi caua da Diogene Laertio,che fù detto di Zeno- 
ne Citico,il quale e fendo di flatura lunga, e follile, e di colore negro, vemuo-i 
per burla chiamato (leniate Egitti*, ebe è un' erba della mede [ima fiaturn_, ; 
e del colore ifìeflo'. Jn quella maniera, che noi buominitali fogliamo chia- 
marti , 


Canne , pertiche, lucertole. 

0 cofe filmili. 6 quanto al fecondo, fe bene v’è qualche difficoltà tocca da-t 
M effer Vier Vettori intorno alla lettera, nondimeno s’hà da credere, tome bab 
bt.rno accennato nella parafrafe,Lhed'unbuomofciocco:mamollo dato alle 
coje del mare ,i en> fft detto ch’egli era 

Vna pecora marina. 

(omunque (ia,l‘ ammattir amento di Demetrio, che in quefli ta lifopranomi , 
& in tutti i mot ti,coe ferifeano altrui, noi fiamo cauti, e modcfìi,c che cerne di- 
celiamo di f opra ponghiamo j ma non mordiamo ; ò come dice il 'Boccacci, mor 
dumo tome le pecore, e non come icani,e facciamo in modo che il motto f ia mot 
to e non villana . fc già lappiamo noi che Jtmpre il motto ponente bà per fi- 
ne il dare i n poco di dolce alla perfonaponta : onde diccua (icerone che. 

Maledillo mhilhabet propofiti praiter contumc]iam,ma tgliflef 
f°foggmnge,chc } fi pctulantius ia£tatur,conuiciuin; fi facetius,vrbani 
tas nomina tur. 

Ter e/lempio per voler pungere uno di bafiardo : hauendo egli detto ad un 
altro vefiito dimoiti colori. 

T u pari vit papagalloje gli viene rifpoflo, 

£ tù vn mulo . 

Vede ogn’uno qui, che il motto è fenga fiale, & è pio tofto ingiuria, che mut 
to ■ là doue quando tirando pietre un bafiardo. contra à Diogene : ma in luogo 
oue erano molti, egli gli difie , 

0 là guarda che non volendo tu potrtfìi percuotere tuo padre. 

Quefio fi vede che è molto più fai fo : Ma quello fù gratiofiffimo, quando ad 
vn fora filerò, che à marauigha era filmile ai ^tuguf lo, domandando l’impe- 
ratore. 

Tua madre fù ella maià Roma ? 

'Rifpofe egli j libito , 

7qon Signore : ma mio padre sì. 

Quanto à motti, che fi cauano da fopr anomi con la fimilitudine mclufa, de’ 
quali principalmente ragiona in qnefìo luogo Demetrio, à noi pare, che infor- 
marli fof]e,come inmolt’altie cofemarauigliofoil Boccacci. T auto più che ad 
vna Beffa perfona alle volte molline addattò ,i quali non habbiamo peri in 
animo di raccogliere qui eHtci noi : CMa per darne vn faggio, pigliamo una 
donna fola, & un’buomo foto, vna donna fcijica,e fia Madonna Lifetta , & vn 
1 bicorno 


Sopra la ParttceBa X C V IH. 577 

hi, omo goffo, e fia Mafìro limone, cuccieremo com'egli l'ima , c l'altro di Uro 
babbia faputo trattare. 

Di madonna Mena, quelli fono gli Encomif, 

'Donna bamOmbergob , fentite dtlfctmo ; Donna meflob: Donna Zucca 
al uento ; Dolce di fati ; c Madonna baderb. Donna poco fib, con pocofalc io 
Zucca-, Di piccola leuatura. 

E dt Mafiro timone queflo è il panegirico . 

Vn animale : Con pecoraggine: (on qualitatiua' melonaggine da Ugnata; 
Maeflro dolaato , zucca mia da [ale : Medico da latime : Cetra de Sagittali : 
Fn lauacect; Tinca mia da feme. 

E fe altro uc n'bà che non babbiamo auuertito: e tanto bafli bauere con De- 
metrio ragionato delle materie ridicole. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

L Alciando rutta quella parte di quella particella; ouedtl ridere,c del 
ridicolo fi ragiona, intorno à quel Colo decorreremo brcuetncntc, 
clic Demetrio vi tratta di Copranomi : Ne però Copranomi venufti 
c [leggiadri folamentCj ò che habbiano dello fcurrilc , e che fieno atti à 
far ridere troucremo nelle fcritture , ma fi bene alcuni , che ritenendo 
molto gratia.tnirano nondimeno princi palméto à feucrità. Se ad afprcz 
za|: c per non vfeire del teftaincnto nuouo > Colo tale fù quello,col quale 
San Giouani nominò i Farifci . 

Gemminaviperarum i Figli di vipere. 

n Del quale fi fcrui anche il Signore medefimo contra i medcfimi Fa- 
rifei in San Matteo al xxiij. ma due altri belli filini ne aggiunge dicendo 
che erano . 

Dira caci : Guide cieche . 

Simile ì quello del Profeta, 

Carnei muti : Cani fenza voce. 

E che erano , 

Scpulchra delibala, (e polcri imbiancati. 

Al qual fopnnomc aggiunfe egli anche la cagione della proportione 
dicendo, perche i fcpolcri tali 

[ A foris parcnt hominibus fpcciofa,intus verò piena funt offibus mor 
tuorum,& omni fpurcitia : fic & vos foris quidem parctis hominibus iu- 
fti.inrus aurem pieni cftis hypocrili,& iniquitatc. 

E fi vede, che per notare la hipocrifiain altri quello imbiancamento 
doueua cflere aliai m vfo à quei tempi , pofciache San Paolo ancora ne 
gli atti volendo trattare da hipocritoil Pontefice gli dille , 

1 er cutiat te Deus parici dealbate. 

i^la bellilfimi Copranomi furono quelli co'quali Giuda A portolo nella 
fiòt Canonica ragionò de gli Eretici de' Cuoi tempi nominandogli , 
jMaeulf. 

T^ubes fine aqua., 
u irborcs autumnJes infru&uoft- 

O o 1 • Fluii us 


578 fi Predicatore del PamgaroU 

Uutlus feri nuns . 

Sydera erratili a. 

Gregario Nazanzeno.h. bbc colera, come era ngtoiu , che Giuliano 
Apoftata,;uChrirtiani leuando il gloriofo nome di Ch^tiani,unon’ha- 
ucfTe porto loro à Tuo parere dishonorato, ciò era, 

' Galilei. 

E però nella prima inuctrìua, che fa contra di lui , quattro fopranomi 
gli mette, e lo domanda . 

, Idolunum, dona uni, & T awii raum . 

ldoluiium, perche adora' tagli Idoli : Vifxum perche era deuotoal tem- 
pio di Gioue, che era in Pila Città di Elide, ^idotuwm, perche con molta 
fpcfii,c frequenza haucua fatti celi brare i giuochi di Venere, c di Ado- 
ncicTauricraum, perche molti Tori liaucua di fua mano facrifìcati à gli 
Idoli, & a Diauoli . 

Danno i Dottori fieri à gli Ippocriti vari; nomi bellirtìmi , come fa- 
rebbono. 

Canne vuote. 

Vuoua d’afpidi 

Viti fracide. 

Santi dipinti . 

E limili: ma chi in vna tirata fola vuol vedcrcmolti fopranomiebert 
fatti,vegga quella parte della noftra Caluinicadecima ortaua, & vlrima* 
oue raccogliemmo inficine molti fopranomi polli da varii Santi Padri 
à gli hcrcticijchc noi aggiungeremo quà , eferuirà per line à quello di- 
feorfo . 

Perche fappiatc il concetto nel quale i padri antichi hanno hauuti gli 
Hcrctici, vi dirò i nomi foli, con cui gli hanno chiamati, e voi daquclli 
comprederete fubito il rcftantc. Origene nel 13. di San Matteo gli do- 
manda gioie falfe, perche fi sforzano di rifplcnderc fenza valorcalcu- 
no: San Grifoftoino ncll’homilia 19. in Matteo gli chiama fcimic , poi- 
ché imitano gli huomini e fon peggiorile bruti . Gregorio Nazanzeno 
neU'orationc prima contra Giuliano gli chiama Camaleonti , prche fi 
trasformano in ogni colore.eccetto che nel bianco, cioè ogni fedeaccet 
tano, dalla Romana impoi . 

Danufceno nel 3. de fide Catholica.Idrc.chc femprc pullulano vene- 
natiffimicapi : Cipriano nel Concilio Cartagincfe, adii Iteri della Chicfa 
con tante concubine quante fono le fette, c lelor conueiiticule. San Gì 
rolamo nella Epillola ad Cipnanutn ragni, che tclfono tele , e apponto 
per le mofche,mentre vanno irgmnatidoi più idioti . Origene nel trat- 
tato 3. nella Epiftola di San Giouartni. Annchrilti.San Grifortomo nel- 
l’homilia quarta inS. Matteo membra putride, e rami precifi dalla Chic 
fa . San Girolamo fopra Zaccaria , Idolatri , perche vn Dio fi fìngono à 
lor modo . 

Origene nel Salmo all'homilia 3. falfificatori di monete, perche 
cercano di corrompere le fcrirture. Grifortomo nell’homilia 4<>.in Mat 
teo ferpcnti,pci tre cagioni, perche fimo di vani colori, perche vanno Co 
pia il loro ventre: e mangian terra:Cioè fonoinllabili , fi muouonopcr 
J’iiitcrefro,e non mirano fe non cofe terrene . 

San Girolamo in Efaia : Pardi macchiati; Sant’Agoftino nel Salm. 3^. 
• Dracj.ii. 


SoprjtU VtrùcclU XCIX. $7$ 

Draconi. Origene iiefThoinilia quarta della Cantica V olpetce di Sanfo- 
ne,chc brucciano le biauc.cipc i frutti dcU'opcre . San Grifoftomo nell* 
Homdia 46. in Matteo. Vipere, perche fondofto il ventre della loro pei- • 
ma madre Santa£hicfa • Origene nel trattato ji.in Matteo Giudi, che 
traducono Cimilo con il baccio : Nazareno ncll'pratiaoc doppa il 
litio Vi tot Od, ladroni. ' 

Sant’Agoftino nel libro fecondo delle queftioni Euangeliche alb.quc 
ftionc 4. Lcprofi.e pcllilenti: San Girolamo fopraOfca al libro fecondo 
alCap'tolo7.foruaci bollenti: queii cuocono i pani d’Antichrillo.San* 
t’Agollino de conuenierma dtceni plagarum , Rane garrule , & ini» 
portarne. 

Cipriano nella Epillola ad Nouatianum gli paragono al corno , che 
vfei io fuora dell'arca s'andò 3 *ferrfiar nel’ fango . Oltre che la Icrutura-i ' 
tncd'efuna.&c. 

». ■■ ■■■ «■) » m V : f , 






PARTICELLA 

. . ... ili.- ■ 

NONANTESlMANONA. 

VESTO DI DE METRIO 

T radono da Pier Vettori , . 




' _ , t . r • • , 

S Fficiunt autem lepìdnm genut ’oratiomi, & ea, qup dicutt- 
tur pulebra votabuìa-definitauim ipfa Tbcopbrajlus fte.' 
Tulcrittaio nomina efì quod id auiitum , ucl afpcfhtrn iu~ 
tundum e fi, vel q<od e fi fentcntu boneftum . cxfrf afre-' 
fhnn antan . iucunda boto fi (modi funt'/fd 
_ JU* M » q tl tfcumque enim iucundi videntur, b*c & cum di - 

llttltU r, pulita .4 ) ) 

*Ai auditum annui . concurfus emm eorum >*,fonorutn 

J m iddam bdbct,& ut? et:am W .fittcramm . Et danniti dittiti r.°b Jfiajtem 
abitui atti abituri, -u ai 'vlw dunites, & r**p*iiu> ; T.xpur fententìam ai*, 
tetti piena r t.it, i od [triodi finir , ctu ^X^pro *«&• > bmftius cft , 

WmetW splmoresbumotisfu^ 

laTi.itva <* j *V bK :,a «*'1 

qi iv ' -A* «4» !•«'*• -Vg» V. 

TT^f» » • . - 

aVetr, -JV-v’V ^ A .vistar»! s 

iitvro ; 3 V.nt\uoiUt Vtfcftsn TS(»A 


, 

^ 5 ^ ni 1^ i- - a. 

vi t' i - : 


y aiti! 

.Sv6 r vllroili» 




Pòrte Seconda.' Ou 5 PA- 


* • > 


5 8 O Jl Predicatore del PanigaroU 

PUAFRASE, 


-G.’ 

Woif 


3<?tì 

rb.o'n 

«iuH 



, Ora tornando alJevenuftà nobili , leqyali dallep» 
rolclì pollone cauarc,diciamo,chegrandiflìinagra 
tia aggiunge al ragionare, che ivocaboh.co’ quali 
lì ragiona, fiano belli: £ belli dice Teofrafto,che 
poilono edere in tré modi; Ciò fono, ò perchcrap 
predenti no colà grata all’occhio, ò perche in fc ftcf 
• ^ ii fìatio diktteuoli da udire, ò finalmente, perche 

efprimanopiùhonoreuolmentc il concetto: Grati al vederefonoj 
come, 

Aulito, fiori to,colorato. -- 1 

E tutte quelle uoci , i cui lignificaci fonodilcttcuoli divedere *. 
per le fiefsi ad clicre vditi fono,comc ■ v 

CalliltratoGtouanni. 

£ iìmiii,n^ quali fi leti^ cheilconcorfodelIedueE, , e dclleduc 
n. lìa piaceuolilsmio; 

Tantoch9quvitoalla n, gli Attici, in molti luoghi la mctteua- 
uaiiti;ouc oirhnariamcritcHoft fi richiederne è pfcmantiauano . 

Auueafli j hjjj VDKfàjhjf' 

Ouc comniunanente.bifognaua dirè, uril&bf. 

AnuijSf TuKpa.T>t. 

^P.^'ncute occorre, chela med^fima cofa potendoli con due 
no ni ugualmente figniticarc,unodiloro’lael'prir»cràpiù honore- 
uoli. ente, come pare che fili honoratainente fi trattino 1 pailàti do- 
mandandoli, . 

An tichj,che vecchi. 


-vn rui 


l'Mi I • 4lH*1 MI» 1 "Mlt" < »» 

COMMENTO. 


1UM 


i ' l 2è 


K1.4UJ1VI 


"VrOnAroi/ fai ile queSìo luogo dì Demetrio , come pare che l'habbùno lì i~ 
IN retatogli efpofitoii, i quali doueuano ànoflro parere, penfare prtntìcra- 
tkentc^be ùemetrio qui vuole mfegnared cattar gratin dalle parole fole , non 
dalle cofeftgmficate, in modo elee la mede finta cofa,più gratiofament? con que- 
sta parola Jì profcrifca^hc con quella. E pei fuppofèo qui fio douc tutto mirare , 
fe egli lofà,ò nò, che à dire il vero , quanto alla feconda Jpetie di parole belle , 
la cofapafja fenza difficoltà, perche tutta la grafia nafeetn loro dalfeffere com 
pofle ditali itali lettere. E di quefia maniera la venuSìà con fiSìe nella voce j 
fenza paffare al fortificato : <J\1a q tanto all altre due : fé le prime fono belle , 
perche figmficano cofc belle , e delle viri ine dite Tt off aito mede fimo , chela 

btlfe 3^- 


Sopra la "Particella XCl X» 5 8 r 

biUezzaeflin fintarti* . fonie dunque feruono quefle due frette À Dèlie trio 
per cavare venuflà dalle parole folci 

E già fappiimo noi , che la difinitione di Teofrajlo i belliffima data da ini 
nel libro **£**(, come ne fi fede anche Dionifio u ilicamafieo : E che egli 

notai domanda quelle parole, tbe in latino Cicerone domanda fplendida, tr altri 
domandano pulcra,e noi poliamo domandare parole belle . Et anche fu verif. 
fimo quello ch'egli difjc , che le parole fono belle , è perche raprefentano cofe* 
grate al t edere , ò perche fono grate effe ad e fiere vdite,ò perche con maggiore 
honorcuolegza tfprimono il concetto : cMa tutta l'importanza fidai intende- 
re come tutti tre qutjli modi di parole belle pò fiono fcruireà Demetrio in que- 
llo luogo : oue egli fi i riHretto i trattare delle venuflà che nafeono dalle pa- 
role , c non dalle cofe . E ptr cominciare da quelle, che dice Teofraflo che fona 
belle, perche raprefentano cofe belle : come rofe, fiori, giardini, fontane, e fimili : 
correi, che ci ricordafiimo,ibe nella TarticeUa 74, enctla 94. gii due volta 
Demetrio, trattando delle materie venti fi: , e delle cofe venufie , s‘ì firn ito di 
quelli mede fimi effempi: E thà detto che gli horti delle Tqjofe , gli amoretti, le 
rofe , e cofe fimili fono venufie per fi fiefii, tanto che Hipponatte mede fimo non 
• le potrebbe fare non venufie- E poi all ' bora diciamo noi, che la venuftd hi ori- 
gine dalle parole, quando la mede fima io fa con que fio nome proferita igratio- 
ft,e con quello nò. ma che la vcnufld nafta , perche la tal cofa venga raprefin- 
tata,e quella nò, quella puri venufià nata da co fi , e non da parole : Che vera- 
mente è difficolti notabile : E noi affai bene habbiamo affaticato per trouarmo 
do di t ifcirne: E finalmente per Viogratia habbiamo trovato maniera perinfe 
grutre , che alle uoltc la cofa è la mede fima, e potendo effere efrreffa da due pa- 
role, am bedue quelle pa rote in fe mede firn e quanto a Uà compofitione delle let- 
tere fono vgualmente belle, e nondimeno di loro una è bella, e l'altra i brutta in 
quanto vnacofi belle, e l'altra cofe brutte rapprefenta ali'rmaginaiione ri fi- 
na : (JUa fe diciamo che lignificano una cofa flefia,come poffono bauer queka 
differenza } beiiiffimo la poffono bavere , perche infieme con la cofa he lignifi- 
cano, ò per lo fuono loro, fi fono proprie,ò per lo luogo di d’onde fono trasferite, 
fe fono meta finche, ne raccordano vu’ altra, che quanto farà ò più,» meno beb- 
bt,più ò meno bella fi ri la detta me. Ter tfiempio,& è del Cofa ; Se voglia- 
mo dire che alcuno fi i fatto tndietro,pofiiamo dire , 

Egli fi è ritirato . , *>..•: u r - L 

Ouero 

Egli s'i rinculato. ■ 1 •. 

£ tutte due quefle voce retirato,e rinculato fignificano il mede fimo far fi in'~ 
•iutr»,etutte due quanto aU’vditofono vg/utboente dilettevoli, nòdimmo per- 
ette la feconda racco rda-vna parti del nnfiro corpo affai bruna,verò molto pM 
•bella farà A* prima: E enfi neUcmetafore . Se vogliamo dire, che da una fonte 
fp!CibiauamoUacopua’acquc,poffiamdirc, n > .. 

Efja fonte verfaua moli' acqua . '■> 

Onero 


0 » 4 


5 Si II 'Tre fautore del Panigxrola 

r hff* fonte vomitaua molta acqua . "> \ 

E tutte due quelle voci uerfaua , e uotnitana fignificano ilmedtfimo [catta* 
tire; E (quanto all’ vitto fono vgua Intente dilettatoli , nondimeno perelx la fe- 
conda ci rapprefenta inatto felli fo, e brutto, però più bella è la pi ima ; E tofi 
Mediamo fciolta la di fficohd, che alle volte la medcfma coja detta da due paio. 
le,con una riceue gr atta, con l’altra nò , perette di quelle due parole, oltre il ft- 
giiificato commune, una di più cofe belle ritorna alta memoria, e l’altra nò ; E 
dt queflo modo non nella cofa communcmcnte figmficata , ma nelle parole me- 
df fime couftjie la ga.it ta . 

. iqèquà occorre dir altro, fe non quello che bà notato anche Ermogene, che 
ft beni T eo fra fio del i ifo foto ragiona , come fenfo più nobile di tutti gli altri , 
nondimeno come nota anche il Caja ad altro proposto mi principio dii Cala * 
feo,tl mede fimo s ’bà da intendere anche di tutti gli altri [enfi. 
t Cbefe per e fi empio io uorrò dire , tu fet di mala aita ,fcn\a dubbio, diuerfo 
affìtto farà il dire , 

t Tu dai mai t fi empio . » 

Outto 

Le tue attioni puzzano. 

. E di quefli-tali c fiempi enfiano potrà formar fene à fu o modo. T affiamo ho* 
XAallattrga fpeùe dt palombelle , qua: habent honefìum in Tentenna, 
dice Tcofrajto : E fe quali pare che battendo anch’efSela forza nel ftgtn ficaio , 
Vou dunque [uno gratofe per fe medeftme : Ma à ciò fi nfponde molto più fa* 
cilnunti che all’altra difficoltà non ftnfpondeua ; Perche fluide che pureta 
medeftma cofa è quella, che un ve demo f irata, da quale fta l’vna delle due paro 
le, in modo cioè tl lignificato non è diuerfo-, ma il modo dtlftgnificare,cbeiu una 
m iniera più che nell’ altra pare bonoreuolmente efprtflo , e pure non dalla co* 
fd', ma dalla parola neramente nafee la gratta : E Ì< fiempio che adduce De* 
mitrio anche nel nofiro Italiano quaft che compitamente rifponde. rigiufi.ano 
dice egli j U meieftm t cofa quelle due voci #>**<“»/ ? c ‘,e nondimeno la 
prima di toropare che dia dignità maggiori alla cofa nominata, ecoùmfta- 
liano lignificano il mede fimo quefle due itoci, antichi e vecchi. 

■: E nondimeno fe io parlerò per cafo di San Girolamo'^, di Sanfjtmbrogio, e 
tali, più decentemente gli nomnerò dicendo , 

I Tadri antichi, che i padri vecchi. 

E coft habbiamo due forti di parole belle , le prime che fono tali , in quanto . 
oltre il principale fignificato raccordano alcuna cofa bella : e le feconde, le quali 
fortificando che che fta , con maggior decoro dell’altre lo ftgnificano . Ilota re* 
Rapo l’ altre, thè propriamente /yer fe fteffe pofiono domandar ft bclle,perche 
non in tanto fono belle in quanto cofa bella, ò bellamente ftgnificano } ma finga, 
battere un minima rifguardo nùal modo del ftgnificare , nò ai fignificato fjono 
tompofle di lettere tali , che per fe fteffe, fe bene non fapiffimociò chele parole 
ftgmficaffero, te le farebbono piateuolmtntc udire , e con diletto - f e tali, dice , 

Demi - 


S oprala Particella X CI AT. } 8 > 

Dtmstrìo ,xhc fonf prinàfalmmt* quelle oue fono concorfi di duci. té 

come. %_I_ vi ! JL Si à- * * 

x*Mi ef*rot t e Amar 

‘Delle qualsia prima babbi amo ritenuta dell'Italiana parafrafe,e t altra 
neceffi ria m ente babbiamo mutata dicendo 

falliilrato,e. Giouauni . r .-j r*v^ A T O fl T 
Ditfntfio \Jélicarnàfco, aneffeglidi quefli due t ohe or fi ragionala la prece 
denta dona egli alia i, e dice J che le due IJopra ogn' alt raeoja fanno belliffime 
le parole, che può efjer nero ambe della Italiana lingua , poiché ; otte nel fecon- 
do libro della jua profa ragiona CMonftgnor 'Bembo della forile natura di 
tiafeuna delle lettere . arnuato thè è alta t, db e ,|J 

Ùltrtà quefte, molle e delicata, e piaceuoltffuna ilal,& di tutte le/ue con 
pugne lettere dolcijjinia . 

E qua nto àNaìf. poh he hd foggiano che la 7^, è afpra-, ma dì genero fo fpi 
fèto, della . dire . G'mcgzcivopoi fa quelle due, la <JM, t la % il fuono 

dette quali fi fente qua fi lunato , e cornuto nelle parole. Certa cofa è (he nella 
itoflra favella, oltre le due l, e le due >t,g*andì(fima bellezza danno anchora 
alle parole le due g. come in quefte uocijiitggiarc , pennelleggiarejauolcg- 
gtare,e fonili. Che però in molli luoghi ucnujti, molte di tale natura ne inculch 
il 'Boccacci, come per dirne qui un Jolo ; oue deliberando le donne di deuere an- 
dare in contado , e narrando Pampinea venufliffimamcntc i piaceri eh lui, 
diffe , 

• guiui s'odono gli vcelletti cantare, teggionuìfi uerdeggiare i colli, e le piar 
mire, & i campi pieni di biade non altramente ondeggiare., iht il mare, e d'aL 
beri ben mille maniere , & il Cielo più apertamente , il quale anchora che cru- 
ciato ne fta,non perciò le fuc bellezze eterne ne nega. 

Entro alle quali poche parole, chi numererà quante uoct ui fiano belle per la 
maniera che dice Demetrio, e quanti concorfi di l, e di g, iflupirdfra fé Beffo, 


i autore . 

< ili jl ulobi ■ i'irijjj o'ii boi hjìx fi 
i.uo:; .bil’.oqmoj ;]ns. lac».- 


Ptrtou , bdsho!iìo> ibo 









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» . . ni .n.iifl iì Srb-UiKìvf iiico T { a«* . j w. 

* ( II 5 P c!) ,' ’B 013 n.l ' 

.... N 

<U.l ni h \ ;i 3tib54l leu ;ss» 

essala 


PAR. 


TESTO DI DEMETRIO 1 

Tradotto da Pier Vettori. 


Tud mnfiucs autem dicitar quoddam nomen lette, et akerum 
a\pcnm 7 (3 ahud corri pattuì», (3 aliai lumiium . Lette 
igitur ritmi a tfl, quod per uocaleraut ovina aut piarci <• 
ditur,ut Ai ut ajptrum aattm, fc Pt"** C3 ip/um inique hoc 
afipeium nome tmit attorie fui tpfiat prolatum. Compattavi 
aaetm anceps, (3 tnixlnrn xquahrer Intera. Tamii am au 
lem in tribus , latitudine longitudine , fi f Itone . ceaPf^rà prò Pfonii : cttnim 
ajpentatcm ex priore Jyllaba babct,& ex ficcando, Longitudinem quidem prò 
pier prodottami latitudmem autem, propter tófiuctudintm 'Dorami lata enim 
omnia lequuntur lores. Quare ncque aliquos notali ant,vtcbantur Dorico fier- 
mone.fijd amari attitifijabarU ; lingua cnitn trittico rotundum quiddam habet 
&popularc , & huiuficmodivrbanitatibus aptum.bnc fané propter inflitu- 
tum prolata fiat , i dieta autem rtomunbut leuiajòla Jumtndum , ut tlegant 
■quiddam iab^nUa, 

PAR A- FRASE. 

i ’ ' *. . f . V ' M« * *»•* ’ • ..'„W 

Mufici certo più fottilmente anchora diflinguon 0 
lcuoci,&inoun,dicendochedi loro altri fonomol 
li , altri afperi, altri fodi, altri gonfii : Molli quelli , 
che fono q uali total mente comporti di uocali: come 
a/ or, ò come farebbe , 

Hauca . 

Afpn quelli , chcconcorfi llrepitofi hanno di confonanti , come 
fiifip m che v uol dire voratiit , fimilc fentimento di fc rteflò , ò come 
larcbbe , 

Strano . 

K limili ; Soli quelli, che fono ugualmente comporti di lettere 
molli , &afprc ; è finalmente gonfii dicono che fi fanno i nomi per 
Jiinghczzajljrghcz a,e finttonc; Come in quello nome , 

P ? ' ,T *, oue la fiottone & alprezza Uà nella prima lìllaba per quel 
cuocerlo di cóibuanti,la lunghezza in tutte due le lìllabe •• £ la Jar- 
» ghezza, 




Sopra U Par ttce/Ia C. 58 $ 

ghezza gliela danno i Dorici pronunciandolo, come fanno tutte 
l'altre cofe con le uocali molto lungnc e fonanti; Ondenalce an- 
chora che i motti,c le punture, che uogliono elfere irtrette, e popo- 
lari, non alla Dorica ma all’attica lì formano; per hauere l'Idioma 
attico non sòche di rotondo , e di coinmune piùattoa limili urba- 
nità: Ma perauentura quando habbiamo detto di quella dmifione 
de' Mulici, poco ha fatto al nodro propolito. la Comma di tutte le 
dette Corti di parole, le molli e luaui,come più belle nelle nobili vc- 
nuda&’hatino da prendere.£t infin qua lia detto della nota ucnuftà, 
in quanto ella dalle c ofc,e dalle parole tuen latta tale. 

Commento. 



I X Oicbt Demetrio mede fimo confefjafcbe quanto egli dice in quello luogo 
J di que/ìa più efquìftta di ni fune dì voci fatta da UMufict, non è i propo 
fitofaremo'pene efeufatt ,fe dicendo il m:deft>no anco» noi,poco ci affa, 
ti. beremo intorno à lei. Tanto più, che qnan lo bene, cjia nel (jreco parlare /offe 
à propo flit ffìmo, ad ogni modo alla nofìra fatatila Italiana non potrebbe fe non 
con molto lontana prò pontone dedu rfi'j Et tnfom ma , tutto quello (he fe ne pub 
dire, è, che trottandoli anche fra noi parole di m<Àte forti , come dice il Bembo 
atei fecondo dèlie prò fe, noi alle venufli nobili quelle douremo eleggere, che fono 
Jé piùfoaui,e li più mollile quali non è dubbio cioè fi fanno tali,non da lunghez 
ega,ò breuità di ftllabe,cbc quella non Tbabbiamo ; ma da mifhtra di U iferc+ 
tali. E quanto alle lettere, quale natura babbia ciaf cuna di loro, oltre che . l 'Bcm , , 
bo otte di fopra lo diffe dita* amente ,Htgga fi ancora quello che ne Commiati, 
27,41, 41, c 6 o.n" habbiamo ragionato : E Tedieranno le cofe di maniera apersi 
te, che non vi fard bifogno d’altra noftra fatica in quello luogo. 

> J *->”• ■ Hi i! ’i 1 >. rii Il ; I* 1 tifi 

DISCORSO ECCLESIASTICO, ^ 

'99jCJOO'. k ‘ > ; 

S Ono veramente minute le cofe delle quali in quelle due particel- 
le ragiona Demetrio : E perauentura direbbe meglio che ad ahrc 
liuterie padalììino più gioueuoli . Tuttauia non vogliamo lafdar 
di inoltrare, che anche quelle minutic deil'arrccolicfquifitc han 
novedutoi Retorici Ecclcfiaftici, c non hanno mancato d’infegnaric; 
come putrì veder ciafeuno da vn luogo del Padre Granata nel quinto 
Capitalo del quarto luogo della dia Retorica, "il quale tolto di.pcfoda 
dotte è,ci piace di difendere qui, & c quello. 

Scdcum eandemrewfrequenter plora verba ftgnifitent , qttod Sjnonima rota- 
tur commodiora femper, 3 - meliora egli tenda funi-, Confi# tmm inter bxnpfa ver- 
ba Jm effe alijs ruidentiora grand torà b lesìiorafublnniora, tuttdiora mundio- 
ra, vocaltora,i»njl /uittoìjju i; e:.c mpb g>aiM, 

Qhji- 


b si sllfl 

l nudalo? mjIm 


11 Predicatore del PanigaroU 

r I hunquam moderati o & concertare > 

*Uutnftdixeris, ' . 

- 'Et fi,modeflia,tonfligere, pi»,:: .prn i .btnoiti 

. Granàio™ funi. . j j. iir . MnoCj* isi:oq 

Immani* contraddire oftimus offìciefi/fimus, ' ^i v di' . ì -»a o-ii:;. 

i>uam b.tc, injuPT fiMillin 

filagnu*nccare bonus, off tiofus. , ,, f/ ^ 

1 /« vn’nerfum quidem optimi ex fìmplicibus rtrbis creduntur ; qti<e , aut ma- 
xime exdamant » aul fono funi iucundiffimx : -Et Innesta quidem turpibhs potiord 
femper ,necfordidns vnqu.mun erudita oratione hcus.Caterum quod od vfum at- 
tirici , in quo m ùor obfcnutio e/i , ejr dùlebius verbortm fic bibcndùs e/l , vi cum 
return , ite quibus dithnu s natura & dignttate col) eremi , ({ebus cnim itroctbus 
vcrbaettamipfaaudituafperamiz,is conuewunt : Quodenimucrbumm re grandi 
Optai* ad magnifica fuent , in re biondi tumidum erti : Contrai aerò , qux bu radia 
circa rtt magnai , opta circa minora uidcntur -, Et fi cut in oratione nitida notabile 
eli b urnitili ucrbwn , & uelut macula : ita à fermone tenui fublimc > nitidumque 
difcod.it : fitque corniptum , quod in plano tumet . 

Che è quali rutto|quelIochc da Demetrio ncHe duep.tflateìpartioelle 1 
c flato accennato, e che in quella materia ’polfibile è, clic venga da_. 
raaeilri dell'arte in (cenato. Che fc oltre gli infegnamepti » noi defider . 
riamo di vedere come in fatti fono (},ui quatti prececii da. notici Ettjlcn. 
fuftici Italiani , podi in dTccqrione ►aprali qualeiì voglia libro fk' bqo ;v 
ni; oue che lia, c fi trotterà , che ò pcrarre , ò per nat n .■ Ir nondcaf>-< 
pare delle parole dati auuedtitillimi . Per effe m .'in. L: bel fé' prime-* 
paiole di tutti i libri delle prediche di Morittgnor; Cornelio Rino 
quede, 

■Mentre con pia fede quella infinita bontà di Dio ruminando con- 
templò . S. • • n.c ò‘',r: .1 t.Y £ 

Oue veggafi digratia fc due parole di migliore, «Se di pili vago.fuoivn 
era polfibiìe che tcrminaflcro la claufula di quelle due, ruminando 
contemplò. 


Ma feguita , 


zie 


Che in quelli folcnillimi giorni di Celette dolcezza ridonda, hauen- 
do rorato 1 cicli di’fopra.ftillato i colli di latte, c di miele, &c. 

Che è pure vn dire coli pieno di parole iu fc flellc bellc,chc nulla più,» 
non clfcndo polTTbilc à trouare voci più vaghe, che 1 ' 

Ridonda .nanendo ftillato, colli, lartc. 

E limili : E fe vogliamo paróle noii fo*o belle per fc ftelfe , ma perche 
cofc grate ad alcun fornimento rapprefentano: EcCo poco dopo nel prin 
cipio della prima parte , 

Si come in vn gran praro pieno di vaehi , & odorofi fiori , è difficilif 1 * 
fimacofa ad vn girar d’occhio fapcr difcemercil più bello fra tutti , e il 
più odorifero , 

Oue non c già da credere . che &' alla veduta 1 & all’odoràro,più grar 
*e cofe pdirano clTcre ripprcfentarcfl^r però It.-.bbiamo noi còli giurai#— 
elle parole di Monfìgnor Cornelio , che non cònfcflTamo che egli ^in- 
tra alcune 'parole alcuna volta Jiaurebbc potute /cogliere di miglior" 

grana. 


Sopra la Particella CI. 587 

gratia, ch’è non fece : Coni per effeiupio, nel nnc della predica della 
ìmirationcjonc dicendo egli quelle parole àChrilto. 

Coli venga il Turco, & il Giudeo ad adorarti , & à leccare iveftigi 
de’ piedi tuoi . 

Noi veramente ci Tentiamo vn poco offendere da quella parola lecca- 
re , che puzza di cocina . E più tolto hauercinmo voluto dire lambire, 
E fe quella voce non forte (lata buona , trouarne aJcun’altra , e quando 
neffima fe ne forte trouata , ricordarci di quel detto vcnllimo. Quxcom- 
tnodi dui non poffunt , non dicantur . 


PARTICELLA 

CENTESSiMAPRlMA. 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 

(sdfiitur au'em & ex compofitionc elegans . non e fi fané 
procltuc de buiufetmodi modo difputare:ncque (nini quic - 
quam traditum (fi à fupcrioribus de eleganti coni pojit io- 
ne prò virtbus tamen conandum cft dicere. 

Fort affé cnim exìflat voluptas quxdam ac lepos , fi con - 
flruxerimus tx tei fibus compofitionem,fiue integris,fiue ' 

dtmidutis. non tamen vt ip fi intelligantiir efie ver fu sin coirne xione orationis. 
fed fi fepararit aliquis fingillatim iltos & difiinxent , tunc demnm à nobis ip - 
fis dcpribendantur effe verfus. Si prxtcrea verfus fpcckm babmrint ,tandtm 
gignent venuflat in. Latenter antera 1 rrepit venufias ex buiufcen.odi \ ol opta- 
te. hit plurima quidem buiitfiemodi fp eia 1 fi apud Verpatiticos, & apud Pia 
toncm,& apud Xmophontt m,& Herodotuinjortaffccttamapud Demofìbe- 
n< m multis loàs.l buàdidts taminfugit banc Ipcciem. hxcmpU auto» ipfiut 
fumerei aliquis bete, velati Diexarcbus inquit ir i *«* aKias uftefùiluiiìu 

Ttii iniKÌ xt erra ; amborum cium membrornm exitus quiddam continent quoi 
fimilitudimm babet verfus . ob coimexwncm antan eJr contino atiumm oc culi- 
tur quoi fmile illic ver fui e fi ; voluptas vero non parua fibfì . Plato fané in 
multis ipfo numero elegans efi,txtenfo qnodammoio } & r.tque fefftonem haben 
te neqni longitlidincm : bornm enim alterum Jubtile e fi & grane : longitudo 
vero magni ficum. fed tanquam alieni rei lubrica fimilia funt m mbra , & ne- 
ifùe ver fibus omniiio ) n"nue or nttonì remota i virfn.ceu in difputatione demtt- 

fra 

' ' - - . \ 

• Digitized by Gói 



5 88 Jl Predicatore del PanigaroU 

fica de ambo NuùbìtAiyniu Et rullili Mtrv/>;£«*7t ytianiuirx ùsrorSt m'ìte 
iitrtyint'y fruiìyt* Et lurfus T c (tir wpù toi’.wti Suuoh Ji'r %rj!t Ttf nSnfor tjuà 

*a£»r : fu enim ehgans & carnorum aperte, fi autem cuerja compojitione lUa 
dixcrisiu*A*£i> %un*f tiìuftr ut\ SianKHoKor tot @ ì»v.ab/luleris ex oratione orti 
nem leporem,qui in ipfo numero man t:non enim vllo modo in fententia , ncque 
in fmgulis uerbis.lt de muficis vtique in/ìrumentis rurfus lepidi: aptauit tor- 
ba, vbijiilicct inqtiit rtùpajìnfoiKfiwmuKtu^adTi^ . li aatt q ue C uerfacoag- 
me ni j rione illa dixcris t *.wrà*oAir ah Tirai t e ffj eie s quiddam fimile et, qui longe 
aliam flruHuram fequatur.Huic autem adiungit Kedav Ka.r <typ*or mlt toiuìt*, 
tùprytiyTK im:ext enfiane enim & longitudine , ualdi venuti è imitatus tji ali- 
quo modo fonum fitlulx erit autem id planum,fi aliquis mutata compofttiene 
idem dixerit. 

De (legar, ti igìtur ilio , quod eminet ex compofirìone , totvtin re ar- 
dua. ’Dictnm autem & de nota eleganti, in quibutmanet , & quomodo 
gignitur. 

PARAFRA S E. 

Erta che diciamo alcuna cofa della Compofitionedi lei , 
H fVijSp c ^' > ^ qual numero di proià à lei cronuenga .* Che non lari 
faci] colà, poiche,febencgliantichi del numero oratorio 
c magnifico hanno ragionato che è il Peanico , del venu- 
flo nondimeno non hanno mai parlato. Tuttauia ci sforzeremo 
quanto potremo di darne alcuna regola. E pfcrauentura venurta_, 
egratioia làrà la co.npofitione , fé faremo che le claufolc , ouc 
nella magnifica finiranno, nonPeam, che fono piedi non atti al 
verfo,quiui terminino in piedi atti à verfì , anzi in uerfi,ò inte- 
ri , ò rotti , ma coi] incorporati con tutto il rimanente dd.’a_, 
bruttura , che, chi non lalcioglie, non porta accorgerfi, che fiano 
vedi. Et il medefiiiiooccorrcra>fe finiremo in alcuni picdi,nt’ qua- 
li veramente non poterti: finire il veriò , ma che paia che fieno di 
quelli, ne'quali finifee il verfo : Come di quella gratta babbuino 
molti cifempi nc’ Peripatetici, & in Platone, & io Senofonte, & in 
Erodoto. Forlì anche ir molti luoghi di Demortene, ma non mai- 
prelloa Tucidide, ilqualeichifò quella mameradinumerofacom- 
po(itione.Uicealco certo fra Peripatetici dirte coli, 

ir lAtariieirayiae vtirgvjUunS» rltù liAixUrÓrra 

Oje con molta grana tutu e due 1 membri terminarono vgual- 
mente con le cinque vltimelillab:» in modo che paceuano fini de* 
verlì , e pure verli in quella maniera non hauerebbono potuto ter- 
minare. Tali tcrminationi con quello numero appontonè mancan 
te fubito, nè troppo crtenfo, via Platone in molti luoghi , che fono 

gra- 


1 


Sopra la Particeli a C f. 5 8 f 

gratiofiffime,e non hanno nC della profa fcmplice , nè del compito 
verl'o ; ma correnti fono,cfonori , e paiono verfi, come oue dice 

HuÙtniMytfar 

E poco più giù finifceun Periodo. 

W (ÌL'V ohe* 

Etvn’altro, Ù 9 tpnìnf»r*t*it»^»r. 

Oue fe haueifc detto rwffi* .oueroin»AaJ;H,u*iptifuftr liuede 
che tutta la gratia, e tutta la vcaufta del numero fi farebbe leuata. 
Nel medefimo luogo termina un’altro membro coli , 

ah* IT cu x.e.rtì'Oohiv 

Che lèj haueffe detto aanévhJr nonlhauerebbe hauuta 
gratia alcuna . E poco più giù, parlando della zampogna paftorale, 
imita quali con vna certa lunghezza , ma moderata , c col numero 
fopradetto il fuonodi lei, dicendo. 

hoàou xetr &yp tv triti va/jtirn rùpty^ivrtt il h 

Coinè uedrà fàcilmente, chi muterà la loia ftruttura delle parole, 
perche inlieme troucrà d’haucr leuata la uenullà E tanto badi, co- 
inè in colà difEciiiliìma,haucr ragionato del numero ucnufto, & in- 
ficine hauer inoltratoli] quali cale confida, & come fi genera que- 
lla nota del ragionare,chc elegante, e uenulla tuen chiamata. 

co MMENTO. 

P oiché la materia che fi tratta in quello luogo è quafi la meiefima thè fi 
trattò di (opra nella V allietila 17. cioè del numero delle Vrofr , (e non 
in quanto colà fi tratta del numero che fi appartiene all 1 profa magnifica , & 
oratoria , e qui alla vcnuHi, e leggadra,fjrd in ogni modo bene, che il lettore 
à quella particella, & al Commento di lei dia un'occhiata , à fine d'intendere 
più facilmente quel poco, che qui usi fiamo per aggiongere ; fn fomma per le 
molte d>ff -unge, ditte quiui da noi, che li trouanofia la lingua Greca, e l'Uà 
liana tJr In particolare per batter noi nella nofira fvidla,ne fili tbe, ò lunghi , 
ò breui per f t medeftme,ni per confeguenga, forte alcuna di piede mftrici : 
ne nafceneceffariamente, che le regole date da Demetrio , e da ^drifloiUe, e 
da altri Greci intorno al numero delle proft loro, à noi non pofionoin alcuna 
maniera feruire. E per ònon ci fiamo curati nella Varafrafe di tradurne gtìcf 
fempi Greci: tanto più che anche dmedefimì Greci non feruono per ragione 
dtl [igni fiato, ma in riguardo di piedi metrici, i quali nella tradutt ione non 
è pijfftbile che ftconfer ua fiero: E per quello che fpetta à Utmetrio,non baug- 
do i documenti di lutmquefta particella a farci giouamtnto alcuno , ci ba- 
fttràefporlo alla grafia con vn poco di Commento.e poi come facemmo net nu 
mero magnifico , coft in queflo numero venuflo alcuna cofa appartatamente 
diremo del noflro numero venuflo Italiano : t veramente à ragione ‘Dente- 

Dcme- 


Sopra la PdrttcelU CI • 591 

effetto 1 tran difmcntc il numero or a torto, e che fu fimpre V etnico, Ma in Vin- 
tone principalmente dice D metnoebe fi troni frequentemente vjato quello 
numero: e dal ttr%o libro Irtamente atlianpubltca.out egli parla della mu- 
fica , che i materia venuftae grattofa , caua Demetrio di quefia forte di nu- 
mero quattro, ò cinque t fi empi. I quali, perche come habbiamo detto per lo li- 
gnificato non hanno tht far niente, e per la quantità dtllefiUabe pure niente 
rileumo alla Italiana lingua , però quel Jolo ci ba fiera d' batterne dimoftrato 
fbe dalla nofira parafrafe fi può cauare . 

Digrefsione intorno al numero venuflo 
Italiano. 

P otrà eflere molto breue quefia digre filone, poiché lunga afsaì è fiata quel- 
la che habbiamofatta nel Commento dilla particella 17 . intorno al nu- 
mero oratorio della noiftra fauella : Quiui potrà vedere il lettore tutte le co- 
le , le quali, cofi all’oratorio numero feruono , come alvcnufio . Enoiqui • 
quelle fole coje diremo, nelle quali il numero uenufio è differente dall’oratorio: 
la p\ima è come dicemmo ar che nel Greco , che oue neU'oratoiio habbiamo à 
tener conto de’ principij,e de' fini delle ciatiformi venufìobafta bautte au- 
uertrnga ifini : la feconda, che oue nell'oratorio non era bene il fin remai • 
clau fola alcuna in monoftUabo, nel uenufio i mono fiUtbi nel fine danno tal - 
bora gratta grande . Come quando interrogata Tampinta da Demeo all bo- 
ra f{i di Ha biigata, fe era viro che haue fiero le donne iuvn certo accidente 
cominciato prima à far de' fatti , ebe à dir delle parole , rifpofe con venuti 
nobile , 

Signor noflro sì . 

E per venuti à burliera , come quando ha uen do il Vrologntfe detto à re- 
tando quanto erano longi dalle fue contrade, ri/pofe egli , 

Gnaffe cotcflo è bene affai, e per quelche mi paia, noi douemmo 
eflere fuora del inondo tanto ci ha . 

La ter^a è, che oue nel numero oratorio , bene i finire più che fi può in pa- 
role di due filla '>e,nel venufio è meglio à finire in parole almeno di tri, e [e fo- 
no anche di più iillabr,non fanno male alcuno . 

Qui è bello c frefeo Ilare, & hacci come voi vedete, e tauolieri, e 
fcharchien, c può cialcuno feconda che affaminogli c più di piace- 
re diletto pigliare. 

Quello fine è di tre fillabe. Ma 

Le donne parimente, egli huomi tutti lodarono il nouellare. 

Eccone di quattro. 

Potremo dire la fortuna eflere alla nofira andata fauorcggiantc , 

Che è bellifiima parola di cinque fillab e, 

E ricordoui che egli non fidifdice più à noi l oncrtamcntc anda- 
re, che faccia à gran parte dell’altre lo ftar difhonertamentc. 

E qtiifla pure è ai fet & alcune di più fe ne troucrebbono fe l’opera lo va- 
leffe.La quarta differita è, che oue nel numero oratorio, l’accento nell ’ vltitn a 
Parte Seconda. p p fiiuba 


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191 1 1 Tredìcatore del PanigaroU 

fillaba dell' ultima parola , non conviene , nella venufia bà gratta gran- 
diffima , 

il Ciclo ancoraché crucciato nc Ha, non perciò le fuc bellezze 
terne ne nega, le quali molto più belle fono a riguardare, che lemu- 
ri vote della noftra Città. 

Tutti fopra la uerde herba li pofero à federerà' quali clladiflc 

Coli: 

Et in materia builefca la Bicolore . 

fila n’è diuenuta fanina di mondo pur per ciò. 

La quinta è che oue nell'oratorio numero, gli accenti nell’ ultime parole 
dourcbbonoejjcre nella fitlaba penultima, ò ante penultima al più : net ve- 
nuflo non foto nell' antipenultimi hanno gratia,come oue fi dice, 

Per douere la brigata , fe fianca fofle del ragionare, rallegrar con 
alcuna nouclla da ridere. 

Ma in olire anche più iù, come nel Gelofo , 

lo mi polì in cuore di darti quello che tu andaui cercando e d fe- 
ditilo. 

Etin Ricciardo t_Mi natolo. 

Ti ticco le mani ne gli occhi, e traggotigli. 

Finalmente quanto à ver fi, [e bene h abbiamo mofirato nella particella 17 
che anche nella nota magnifica è imponìbile à fuggire, che ver fi /en^a rime 
non v entrino, come nel latino entrano i lambì : qua nondimeno diciamo, che 
nel venuflo numero, non folo non lo doniamo fuggire , ma (ludiofamente ve 
ne doniamo lafciare entrare : E crediamo che molti di quei uerfifi quali hab- 
biamo mofirate trcuarfi per k p<ofe del Boccacci, egli non imprudentemente, 
maf!pendolot>trvenufidncglifacc(fc entrare. Come quello. 

t ra già TCricnte tutto bianco , 

tfimdi : tJMa fi è di più, thè One nel numero oratorio il lafciarui penetra- 
re rime, farebbe cofa indiar, tjTima ntlle vtnuRd il farlo, ma deliramente i 
cofa gratiofa : e la defìreo^afld à metterle un poco lontanate , e non fopra d 
>ei fi fattiima à membri che non fianouerft.Come quello , 

igiouani lì credettero primieramente ellcr beffati , ma poiché 
v iddero,che da doucro parlaua la donna, rifpofero lietamente fcef. 
fere apparecchiati. 

E qutji' altro . 

Tutteledonne,&itrègiouanilcuatili,ne’ giardini fe n'cntraro- 
no,e le rugiadofe herbe con lento palio fcalcitando di una parte in 
un’altra belle ghirlande facendoli per lungo fpatio deportando 
t'andarono . 

E qutjiobafli del numero uenuflo : oltre quello , che dalla digrejffionc nel 
Commento 17.fi potrà cauart, oue dell' oratorio babbiamo ragionato. 




tv*. 


DISCORSO 


Sopra L Particeli a CI, j$j 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


N E’difcorfi ecclefiaftici 17. e j j.cofi diffufamente difcoremmo 
del numero Predicatorio ( per dir coli, ) e come polla, ò debba 
il Predicatore lafciarfivfcireà bello Audio non rimati verfi , ò 
. dalla penna ne glifcritti , ò dalla bocca in pergamo.che à pena 

*n quello luogo retta che foggiongcrc. Solamente perche in quel luo- 
go con Demetrio dicemmo, che tali verfi fanno il ragionare magnifico, 
pare dubbio come fi dica quà , che eglino medefimi all'altra nota Tema- 
no, che venufta fi chiama, e leggiadra : Ma in due maniere rifpondiamo 
breuilTìmamcntc, l’vnachc come habbiamo detto molte volte non han- 
no quella incompofiibilità,c repugnanza fra di loro le due note venufta 
e magnifica, che hanno le due Magnificat Tenue : E però fe bene niuna 
parte del ragionare fi troueràmai che magnifica fia inficine, e tenue; 
molti luoghi nondimeno ui fono, i quali c grandezza hanno inficine c_> 
venurtà.nc’ quali il numero de' verfi che habbiam detto gioua molto ag 
giungendo e l’vna , el’altra delle fuddetre cole : c perauenrura ouenoi 
volemmo uno ftilc magnifico fenza leggiadria , come occorre , quando 
in compagnia della magnificenza habbiam bifogno della fcucrità,& 
afprczza nelle riprcnfioni,& inuettiue.c fimili; in tal cafoil numero de’ 
verfi fopradettonon farebbe vgualmcnte gioueuolc: maone ci piaccia 
che lo ftilc noftro habbia del magnifico, mapiaccuoleinfieme, come per 
dire il vero habbiamo procurato (non sò fe habbiamo afieguito noi) che 
habbiano le noftre prediche, à quefto fare vtiliffimo è detto numero, e fi 
vede che non inconuiene che il medefimo, &alla medefima magnifi- 
cenza ferua, & alla venufta. Oltreché (e quella è la feconda rifpofta) 
non deuc darci marauiglia , che mifchiati fra la profa alcuni non rimati 
verfi, hora magnificamente venufta la rendano, & hora ben venufta; ma 
tcnuc,c fenza magnificenza.: poiché vna medefima cofa in uerfi magni- 
fici fi può dire,e leggiadri infieme, e la medefima fi può merterc in verfi 
tali, che con la yenuftà, niuna magnificenza habbiano congiunta . Il che 
affine che meglio redi conofciuto, pigliamo per eflempio l’Inno di San- 
ta Chiefa_,. 

I$lc confcfjor Domini facratus . 

E vediamo con quanta^magnificcnza, c venuftà infieme lo hà fatto in 
verli Italiani frale fuc fpirituali rimcil candidiamo tnilfcr Giufcppe 
Nqzzohni.c poi approuiamoci à porlo noi in vcrG pure Italiani, ma te- 
nui, e fenza grandez za,e vedremmo l’cfpericnza, che noi dcfidcriamo : 
Ecco come dice mifler Giufcppe 
Quello à Dio confcflor facraro c caro, 

Onde hor fella ne fi (bienne il mondo, 

Hoggi i Tuoi mertià chiari feggi al zaro, •••; •. \ 

DclCiel lieroegiocoìido. . 'A 

Qui giù di vita humil fantac pudica • .. 

Fò mentre die vigor la felice alma. 

Di pace Tempre, e di pierade amica, 

A la terrena fai ma. 

P P 1 Hor 


Digiti 


o 


Jl Predicatore del PantgaroU 


• A 
ri 


>n‘ 


ini 


J94 

Hor rinfcrmc altrui membra opprciTc tanto. 

Clic ogn’opra han già perduta di natura 
In vn momento al Tuo fcpolcro Tanto , 

Dolce ri Tana e atra . 

Onde in Tuo honor qucft’humil choro noftro 
Canta dolci hinni,horcon denota mente n 

Perch’ei col Tuo valor da l’alto chiortro 

Nc gioii i eternamente . * tildi r 

Sia falutc evirili, fia gloria eterna, >t I < --fiv 

A chi il Tornino del Ciel Tedendo preme, 

'A chi il mondo l’Abirto e’ICiel gouerna, 

Vnico e trinoinfieme . 

(.olì fece Italiano quell’inno mifler Giofcppe. E ucramcnrenon po- 
teua con foto ma venuftà aecorzare come fi Tcnte maggiore magnificen- 
za, merce & alle rime,&a!lefigurc marauiglioTc,& à 1 lumache per den 
tro vi fono, & alla feci tezza delle parole magnifiche, c leggiadre , c cole 
limili : le quali mettiamoci à lafciarc noi,e lenza rime, ò altri ornamen- 
ti non ci Tcoltiamo quali traducendo dal latino, crederemo quanto le 
niedefimecofeci riufeiranno tenui, c dituefle . 

Iflc confeffor Domini f aeratili 
Fcjla plebi i uiui celebrai per orbent 
Hodie Ixlus meruit fccreta : i 

Scauderc cali . 

• Quello al Signore ConfefTor (aerato 
La di cui fella celebra hoggi il mondo 
Hoggi dal mondo meritò fa lire 

- Lieto nc’ Cieli . : -tlo > 

Qui pius prndcm, humilii pudicus 
Sobri ut casini futi & quietili ■■ i . 

V ita dum profeti! regetauti enti li i.nro:. 

Cor poris attui . 

Pio,prudcnte, humilee pudico, 

Sobrioecaflo, fù egli c quieto, 

. Mentre la vita vegetò di lui 
Le Tragif membra . 

%Ad factum cuius tumulumfrequenter 
Membra langnentum modo finitati 
Sduohbet morbo fuer mi granato 
Resti munì ur . 

Al di cui facro tumulo foeente 
Le membra inferme torto à finitati 
Di qual rt voglia morbo fiano op prelffl 
Vengono refe . 

yndenunc nofìenborusin honorem 
Ipfiui binmm ccmit hunc hbenttr 
Vt piji enti mettiti luuemur 
Omne per puwn . 

Onde hoggi il noltro Choro perhonorc 
Di lui queà’lnno Canta uolcnticri 


: rana 

i noi 

Mfflitt 4 , 


• ni'»*:.. 

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:nn jiqu vilan ti saiqlii 
i «on ol.ibuqdl il riv 
'idcrl Citjfin alili ol “.!■> 
{Off ldd;!l<^»orlt 5iih 
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595 


Sopra la Particella Cl • 

Affine ch'egli col pregar ci aiuti 
In ogni tempo 
Sit fdus illi decus atque virtù 
Qui fupra cali reftderu cacumcn 
T otius mundi machinam gubernat 
Trinus&vnus . 

Salute àqucllo.c vertù, &honore - »>' ' 

Che fopra il Cielo rifcdendo,querta 
Di tutto il mondo machina gouerna 
E trino, & vno . 

Quà le mcdcfimecofe che miflerj Giofeppc con verfi, magnifichi,e 
leggiadri diffe ; da noi in ucrfi non magnificili, ò pure con qualche venu 
ftà fono Hate dette]: Si che fc de* verfi in fc ftefii differenti tanto fi ritro- 
uano,non habbiamo da marauigliarci.feconlc debite circonftanze po- 
rti verfi fra li profa due effetti tanto differenti) proda ranno, quanto fono 
hora magnificenza, & hora non magnificila venurtà. 

PAR TICELLA 

CENTESIMASECOND'A 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 



Ve madmodum autem magnifica propinqua erat frigida nota , fic 
concinna propinqua e fi quadam vitiofa ■ nominant autem ipfam 
communi nomine Cacozelum. T^afcitur vero & ipfa ex tribù , 
quemadmodum & reliqua omnes . 


PAft.AFR.AS E. 


a A fi comeallanota virtuofamente magnifica vicina e r a 
vna uitiofa, che frigida domandauano : Cofi alla venu- 
fia della quale habbiamo ragionato, propinqua è vna_* 
nota pur vitiofa,che rattenendo il nome del genere Ca- 
cozelo vien chiamata. Et erta anchora, come tutte le al- 
tre note in una delle tré cole può nafccrc,ò ne’ concetti , ò nelle pa- 
role, ò nella compofitione . 


*/ % 


i 


Parte Seconda.' 


Pp 3 COM- 


T ! ~ ^ 

5 9 6 il Predicatore del PanigaroLt 

COMMENTO. 

V Eggaft d quello propofito in ogni modo la "Particella 6j.&H commento 
di lei,oue fi veder d come le vertù tutte habbtno vitij propinqui : e carne 
battendo ciajcuna virtù due viti opptlìi, vno più dell’altro fi domandi talCj : 

C Ma fi vedrà ancora per la medefima cagione à ciajcuna nota di dire fi doman 
daoppofio quel vitto, non chela fà poco tale , ma troppo tale : "Di maniero^» 
ebe fi come oppofio alla magnificenza è il vitio, col quale fiamo virtuofamente , 
e fouertbiamentc magnifici: cht frigido fi chiamaua-.Così opporlo alla nota ve- 
rnila è quel vitiofo modo di dire, col quale troppo venu/h nuJciamo,& affetta- 
ti : e quefio lo domandano i fetori Cacozclo ; Si bene inuero, tirando il nome~» 
del genere alla Ipecie: perciocbc fignificando Cacozclo, inepta imitatane , cosi 
imita male chi per efiere magnifico, è troppo magnifico , chi per ejjer tenue , i 
troppo tenue, e chi per efiere afpro , è troppo ajpro , come chi per volere effer 
vcmHOfl troppo venujìo. e però dice Quintiliano nel libro ottauo al capitolo 
che MutguKtr, ideft,inala affettano per ornile dicendi gcnus peccct» 
&**/.<> (o^vucaturquicquid eli vieta vircutein ,quotics ingemum 
iudiciocarct, &fpecic boni falli tur, omnium in eloquenza vino- 
rum pesfiipum. 

Tuttauia così hanno vfatoi fietori d’appropriare quello' generico nome di 
Cacozclo d quefia vitiofa nota, che alla vcnufìd fi oppone, e così Jeguiremo an- 
cor noi : . Auuer tendo che fi come due finti di venuitd dicemmo difopra, che fi 
trouauano,le più nobili, e le meno nobili ; così in ciafcuna di quelle venuttd può 
naficere Cacacelo : N elle prime quando altri volendo efier gratiofio dd nell’af- 
fettatoie nelle feconde, quando altri per voler far vdire,dà ntl buffone magro ; 
ediffipito : Ma in vniuerjale dice Demetrio cbe,ò nelle coje, ò nelle parole , ò 
nella compofitione può naficere il Cacozelo. come occorre anche nell’altie note 
tutte, ò vtrtuofe, ò vitioje ch’elle filano: e di già nella magnifica , nella fredda , 
e nella venufid l’ /sabbiamo veduto : lo vtd remo bora piacendo d Dio nel Caco- 
Zelo, &c. 

PARTICELLA 

CENTES1MATERZÀ. 

- TESrO D I DE METRI O 

Tradotto da Pier Vettori. : 

1 ^ fententia quidem, qutmadmodum quidixit. Centaurus fé ipfum equi. 

tant.&cum velie t Alexander in olympicoccrtamint currere , quidam 
ita dixtU Alexander tutte matite nomai. 

PAr 


Sopra la Particella CUI.- 5 97 

PARAFRASE. 

Afceefla ne’ concetti,e nelle cofc, quandoaltri affet- 
tando di dire motti » c làcere dice cofc inette ;Comc 
colui il quale d’un Centauro ditte» > 

Eghcaualcafe ffelfo. 

Equell'altro, cheperfuadcndoad AlettàndroMa 
gno, che doueflè correre ne* giuochi Olimpici./ per- 
che la madre d'Aleflàndro haucua nome Olimpia) ditte. 

Alcttàndro corri il nomedi tua madre. 

«’/l I '} » i SJ ‘ >-V - .V 

COMMENTO. 

P Taeeffe d Dio che non haueffimo ogni giorno troppo gran numero d’e/fempi 
in quefla materia del (acogelo,e della inettia ne’ motti, e nelle fateti e_, ; 
Che inuero è co/a da flomaco il uedere,e fentir certa forte di genti, che vogliono 
fare i motteggiatori, & i faceti ,e perche veggono altri lo sd fare credono , che 
fia facile il farlo, e feng/ altro fi mettono alla prima, e rie/couo come Dio vuo- 
le. Di te rJMi/ler Gioii anni dalla Ca/a nel Galateo, e dice bene, che il motteggia- 
re non è fatto per ogni lmomo,e che motteggiare non dette chiunque vuole : ma 
chiunque può ; cioi chiunque hdvna certa [pedale prontezza, e leggiadria-» 
d’ingegno, la quale gli huomini materiali e groffi certo non l’hanno : ma di pili 
anche molti per altro d’ingegno abondeuolt e buono non hanno quefia qualità, e 
non risjcono . ' / 

Quanto v'è di buono è, che l’huomo [e non vuole , non fi può ingannare in 
queflo fatto. Tercioche oue il motto , e la facetia viene bene adoperata e fatta 
( non meno di qui Ilo che facciano i /(/.letichi ) per forga fà allegrare , e ridere 
quelli che fentono ; S i che oue tu vedi, che da tuoi motti, e dalie facetie tue que- 
llo non rit/ca, fenza altro puoi efiercerto,che tu non/ei atto d queflo mefìiero , 
e rimanerti di farlo. € pure huomini fi trouano, i quali motti dicono , e facetie 
d lor parere, che in vece di allegrar c,flomacano e firaccano la brigata; E fé pu- 
re alcun ride, non per la gentilezza del motto lo fà,ma per l’inettia di chi mot- 
teggia ; In quella maniera che diceua Mafiro Simone, 

• t dirotti più, che io non vi diffi mai parola, che io non facc/Ji ridere ognibuo 
mo-,fi forte piace ua loro, &c. 

Et e/fi tuttauia credono d’effere gratiofi, e falfi , & ad ogni parola vogliono 
motteggiare ; e detto ch'hanno il motto ne ridono effi medejimi mafccl'atamen 
te, e fanno cenno con vn occhio d cui che fia,per mo firare d’efìere ben capefìri, 
e fe veggono che nijjuno altro rida, tanto più alzano le rifa effi mede fimi, e qua- 
le tirano con vna mano , à qual % ettano vn braccio d collo, da quale domanda- 
no i thè ne dite me/fer tale i non dit’io bene ? non lo colfi u ? pani ch’io de/fi 
, Pp 4 » . 



Digitized 


5 9 8 fi Predicatore del Pattinar ola 

ìn br acca, c tante di quelle melcnfaggim aggiùngono, che è tua morte. Tanta 
piò che fi come molte forti di vrbanità fi trouano,cosi molte fpeUe d’inette vr 
banità vi fono, enon^vn fol modo di far e, col quale varij huommi pecchino m 
qneflo fatto, ma molti. 

Tereffempio, alcuni vi fono, i quali non fi contentano di dire le venufid ai 
occafme, mai ogliono, che fintiate quelle, che appofiatamente hanno frìtte in 
fuoi madrigali, ò Sonetti, ò Epigrammi, ò filmili. £ doppo batterai letto inettie 
flrau.t ganti, vi fanno à guardare in bocca , affettandone l'applaufo , filtri vi 
narrano impreje c'hanno fatte , e prima che le dicano ve le celebrano cffi Sìtffi 
per arguite: filtri doppo un proemio, d’hauerci à dire vn accidente occor/o lo- 
ro che vi fard fmafcellare delle rifa , vi contano ima filafrociola inetta , e pii 
noiofa di quella di Madonna Oretta : Vi vn’ altra fot te di gente, che, ò à ptopo 
fitto, ò nò,ò à tempo di ricreatione,ò di cofe ferie, quafi portata da impeto d’in- 
gegno vuole fcherzare sii tutte le parole: e fé dite . 

‘Domanda il barbieri . 

Fjfponde . --.•vi,-?' 

-Amfi domanderò il Barbademari . t 

■ Se dite, 

Dominus magifter. ^ 

Dunque dice dì dominus quiter, perche eli magis ter. 

E fimili fcioccberie: filtri’ fanno prò ffione di rifondere fcmpre in -pa- 
no fcnt imeneo, e fe domandi loro, 

Con chi fiete andato hoggi in tal luogo t 
Co’ piedi ridonderanno . 

SC dirai, 

fame fi cuoce la tal cofa ? 

Col fuoco fubito diranno : > ' 

< — dltri pretendono di trouare fempre errori , è abufi nel xeXro dire ,e/e 
gli domandate , 

Oue guarda quella fine fra ? 

La fmeflra ( dicono) non hi occhi. 

Oue rifponde quell’ ufeio ? 

Io non l’bò mai fentito rifpondere . 

E cofe tali: Ma fopratuttii noi' paiono mfopportabili i bificcianti. Ohi- 
mè, che cacca . 

Sentire vn'buomotalbora di prof e ffione anche grane, che ad ogni voce vuol 
fare vubificcio,e fe dite, 
fo mi uggito radere . 

Meglio (dicono) farebbe rodere. 

. Se dite , < • >• « ■ , > t .\ 

fi tale è bello . 

Ma non uà al ballo, 

Soggiùngono, ò à propofito,ò nò, equtlcb’èptggio, per maggior noflra 

i'i» 


S opra la Particella CHI • 5 99 

i'mgtgno Ulhora moltiplicano J opra la medeftma parola ibifticcr, come occor 
fi un i nolta i me, che per mia difgratia in prcjcmp d'una per/ona anche gra- 
tto, bauendo dette non fòche, 

D’e fiere fiato aitai pozzo. 

In vn tratto mi finttj venir adiofio tutte quefle inettie Signor sì,madeye 
efierevn pt\zo , altrimenti voi bauerefìe dato puzzo àie fiere pa^o pii 
f va pano . 

C0/4 che mi flomacò tantoché oue il faceto bifiicciante ridendo à piu non 
pofioefpettaua le mie rifa; lo per mia fi haucuoftiz^a fi grande, che volentie- 
ri l’baueri battuto . 

E per poco che anche bora ridicendolo mi adiro . Ma tal fia di que- 
efìi faceti : ’ Torniamo à Demetrio, il quale di quelli tali motti mfulfi , Ci 
inetti, ne' quali altri crede d imitare quelli, che gratiof, amente motteggiano e dà 
nel Cacozelo , due efiempi aporta finga però nominare gli autori . 

1 / prime fù d’vno , il quale vedendo vn Qmtauro , e volendoui motteggia- 
re attorno , 

Ecto difie chi cavalca fe medefimo. 

Cofa.come fi finte afiai m(tta,e diffipitxfarfi no meno di quell' altra, la qua 
le pure in materia di Centauro nari a Eufiatio interprete d’Uomero , d vn tale , 
che pure d’vn Cintauro difie , 

£quusrutfathoimncin,homoque‘cacatcquum. 

Il Juondo l jjctn pio, lo trahe Demetrio da vno, il quale trovando fi in luogo; 
oue Mi fiandra CMagno domandava parere à Juoi amiti, fe doutfie egli mede- 
fimo correre ne' giuochi Olim pici, quefio tale ricordando fi thè la madre d'yi lef 
finirò Olimpia, ò Olim piada, fubito come doueua efierevn {ufficiente lauaceci, 
O ~ n afiuto puicaflrtllo, ridendo sfodrò fuoravn motto, edific, 

(erri Ue JiaiÀi od nome di tua madre. 

b\a ibe diremmo noi, fi trouaffimo clx. de' noflri Jtaliani i migliori , anzi 
afioLtanu nte il miglior pi ofatore bauefit tal' Intra dato in quefle mettici hfrd 
Val tre haurfie vita \ olia con \ n motto Jolo,abbraeciat< tutte le vitiofi qualità 
di tutti,e due gli efiempi di DcmetrioiT^oi non pefiiamo credere, che altri in- 
fin qua dubbia potuto Jcorgere in noi, ò mala volontà, ò pocaofieruanzaverfo 
le eojt di Mifier Ciouan’Bociacci.^lnzi di, bitiamo più lofio in contrario , che 
alcuni l tgguido quific nofltt cofi fiano per dire tb’egli ci piace troppo ;ethc 
boni fia coja non fia che noi lajciamo conofiere d battere tanta prattica in vn li- 
bro non però il più boni fio del mondo, nè il piu devoto ; quali nondimeno ri 

fpondiamo che bauert bbono gr andiffima ragione , fe vna.tro libro ci faptfieru 
infcgnurc, il quale al noftro propofito vgualmentc potefiefiruire ; 'Hot trattia - 
mo la elccutione della proja Italiana :Eper configuenga habbiamo bifogno di 
cauaregli efiempi da un ptojatore Italiano, e ibejia elaffico, & al quale conce- 
dendo il primo litigo tutti gli inteneriti LaLbiar, 0 nella maggior parte delle cofc 
l’autorità di lui per fcmma,e non le ofino di ecntr adire ; V n libro tale , fi no-* 
Uro Idioma mi Japrauno moftrarc queftì, io tonfi fiero che non doueua <fqui 

fittamente 


Digitile 


6 00 il Predicatori del r Patugarola • 

fornente moflrared’bauer lette le to/e del Decameron ;fepfo fa fonile non fui 
potranno prefentare, mi dorrà di non battere anche più diligentemente Jludia- 
taquefla per fapermene vaierete gidnon paffafiero più hmangi quefìi tali, e 
diceJJcro;Cbe io non mi doueuo mettere tifar cofa,la quale mi neceffitafse ad ha 
acre tanto bifogno di quejto autore , il thè concedo io & apertamente confefso, 
che farebbe cofa con ftder abile, o vera, ogni volta che d lei non contrapefafie la 
utilità , che bo creduta che pofsa per feruigio di Dio cauarjl da qucfla opera ; e 
la ncccffità che mi è parafatitene haueftero molti di quelli, che delle cofedi 
Lio ragionano tutto gio mo; Onde concludo', che Je il fine di tutta l’opera è fan- 
t 'ifjimo ; E fcà quello fine non fi poteua arriuare fenz’adoprare queflo libro 
(tonfarne nondimeno à quello che la cenfura Ecdefiaflica permette) poffono 
pèrauentura qucfli tali perdonarmi sì minuto errore; E contentar fi che delle 
fpoglie d’Egitto io mi fappia fornire per honor di Dio;Ma troppo babbuino di 
gredito; Tanto più che ne Ile cofe , che vogliamo dire Intra non habbiamo bifo- 
gno d’ifcuforci, perche Itonoriamo troppo il Boccacci, ma perche non fórft ad al- 
cuno paia che gli portiamo poca riucrcnza;eficndo noi deliberati di dire,che nel 
le materia de ' motti, c delle facetic, egli non fù felice ;c pèrauentura più di due 
Cacozclifi Utfcio anclt egli ufeire della penna, nella giornata fella, & altrove , 
ouunque al motteggiare fi diede ;T(è quefla è oppmione dì noi foli, ma è Hata-» 
fempre di tutti quclli,cbe hanno drittamente gmdicalo;E fra gli altri Ctoiffer 
(jiiuanni dalla Cajahuomo di finiffimo ingegno, e difodifiimo giudicio; E quel- 
lo che più importa Fiorentino anch’egli , (j ofieruantiffimo del 'Boccacci , ad 
ogni modo aHretto dalla verità nel galateo dice che i motti perauentura non 
convennero gran fatto a Mefjer Ciouan Boccaccio. E poco più giù, bauendo rac 
contati molti modi inctti,uili, e plebei dimoteggiare aggiunge. Cotali furono 
per lo piu le piacevolezze, & i motti di Dioneo. Dalle quali parole ci fiamo la 
f ciati indurre noi à confiderà re intorno à un motto del mede fimo Dioneo ,fepe- 
rauentura egli fu ti inetto, che abbracci tutte le mtttie di dire egliefiepi addot 
ti da Demetrio; Queflo è nel fine dell a Jettima giornata [otto il reggimento del 

10 fiefio Dioneo ; oue battendo il Sfinita la fua novella, nè altro rt fondo i di- 
rete volendo egli fare fonditrice nel regno la Lauretta,dice il te fio, che 

Levata fi la corona di tefia,fpra il capo la poje della Lauretta dicendo; Ma- 
donna io ui corono di uoi medefima. 

Motto fe io non erro io fi inetto, quanto pano i due di Demetrio infume; Poi- 
ché (e Cacozclo fù lofeberzate nella altufione del nome della madre d’i—/fltf 
fandro dicendo. 

Corri il nome di madre. 

Voco più gratiofa per certo riefee qucfla allufme alnome di Lauretta, c 0^ 
tonandoti di Lauro, e dicendo , 

■ lo vi corono di uoi mede fona. 

Efe nè fi può fentire quella inettia,chc * i 

11 Centauro cauatcbe fe mede fimo, 

ideo più piacevolmente fi ftnurà,cbe \ 

* ' • Lau- 


Sopra la Particeli* CI. Coi 

Lauretta venga tororata di (e medesima. 

Ma noi habbiàmo un'altro fcrupulo grandi ffimo in queRo fatto ,il quale non 
battendo faputo da noi Beffi Iettare à noi mede fimi, vogliamo dirlo qui , con de - 
fiderio che altri arriuando ìngeniofamente -, oue noi non fumo potuti peruenire t 
lem ò à noi,ò d quelli, che nelle cofenoftre la leggeranno detta difficoltà : H ab- 
biamo detto { à quelli, che la leggeranno nelle coje noftre ) perche iufin qua non 
habbiamo trouato alcuno, che , ò l’habbia oppoRa , ò l’habbia difitfa nel Boc- 
cacci . In fomma noi crediamo che il boccacci facendo dire à Dioneo le parole 
fopradetu,mamafie all’ingro(io,ò di memoria, ò digiuditio . E tutto il fonda- 
mento del nojlro pcnjiero (là nel ricordarft, quando fu battista la Lauretta , 
e le altre fei donne : Dice il Boccacci nel printipio del Decameron che ; Hello, 
venerabile chiefa di J, anta (JUaria nouclla vn martedì mattina fi ntrouarono 
fette giuliani donne, le quali doppo vari ragionamenti per fuggire le miferie del- 
la pefìilenza di Firenze deliberarono d’vfcire della Città, e ritirar fi in conta- 
do andando boggi in queflo luogo , e domani in quello, & allegrezza, efefloL» 
prendendo. 

Dice di più, che per guide toro prefero tri giouani de’ quali l’vno era chia- 
mato Lanfilo , e Fdo firato il fecondo, e l’vlttmo Dioneo . E che con qurfh tali 
ufeite in contado per dieci giorni interi, con l'ordine che quivi fi vede le cento no - 
utile raccontarono, e tutte quelle cofe fecero , che nel Decameron uengono refe • 
rite-, E fin qua non è ancora battezata Lauretta , ni alcuna delle altre , perche 
non fi dice mai thè qucfle donne, ò quando vfeirono di Firenze, ò quando flette- 
rò in Contado fi mutafferoi nomi fra feflefje. Solamente doppo eflere occorfa 
tutta quella attione , quando il 'Boccacci la volle raccontare, all' bora egli Re (lo 
mutò loro i nomi: Ecco le parole efprcjje 

Li nomi delle quali io in propria forma racconterei , fé giuRa cagione di dir- 
lo non mi togliefie,la quale è qucRa,chc io non uoglio, che per le raccontate co- 
fe da loro,che feguono,e per l’afcoltatc, nel tempo auucmre alcuna di loro pofia 
prendere vergogna . 

E poco più giù nominandole cgliflefjo , dice 

La prima e quella, che di più età era , Tampmea chiamarono : e la feconda 
Tkmmetta, Filomena la tcrza,e la quarta Emilia , & apprefjo Lauretta dire- 
mo alla quinta alla Jcfla Trafile , e l’vltima EliJa non fenza cagione no- 
mineremo . 

Di modo che auàfi troua chiaro l’origine del nome di Lauretta : E fi uede, 
thè efja mentre fi novellava perpofamento Lauretta non fi domandane-, ma col 
nome fuo nella propria f rma veruna nominata. Il ehe Bando coft , efeeffa al- 
l’hora Lauretta non tramarne poli à queflo nome Lauretta alludere Dioneo di- 
cendo nel me t ferie la corona del lauro, 

c Madonna io ui corono di voi medefima . 

Ter certo à nome, che effa in quel tempo haueffe,non poti bavere rifguardo : 
e fé egli mirò à quello che alcun tempo doppo le douca mettere il Boccaccio, no» 
Mutilante fù egli, ma Trofeta , 

-- PA&- 


Dig 


601 

particella 

centesimaqvarta. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 

Kf nom'mibus autem gigneretur ftc , ceu\ Hjftt rofam fuaui 
colorem : translatio nanque illa rifu , valde prater ti quoi 
decet [ampia e fi ,& illud ver bum compofitum fuauicolo- 
rcm , ne in poemate quidem aliquis poneret bene fanus , vcl 
vt quidam dixit,quod fubfifiulabatptnus aurtt, in locutione 
fané hoc palio . (ompofuio autem anapaftica , & qua ma- 
xime ftmilis eUfraBis {£ fine vlla dignitate verfibut , quatta max ime funt So- 
fadea , vt mollla%M\eMKi<jujti7i*d*v-i.n, Se 2 Hat fxthiluj tÌKmf* tigli* kclt’ 
Jf * " P r0 ilio atio/y TnfJÓi'tt /jlixìUu lUTdlt^tìv verfui enim videtur in aliam 

formam mutatus,ut illi qui feruntur è maribus in feminas conuerfi.tot quidem 
& de praua imitatone . 

PARAFRASE. 

nelle parole nafee il Cacozelo,quando altri affetta 
tamente per parere venufto, ò trasferifcc,ò congion 
ge parole, come fé Ci dicefle, 

Oueòla metafora del ridere non è condecente, è 
la parola fuauicoloreà tale, che da chihà giuditio 
ne’ vcrli ftcflì non fi metterebbe , non che nellepro- 
fe. Tale ancora fu quello di colui,ilqualc parlando di pini fcom dal 
vento diffe. 

Mollo da ,1'aura fiftulaua il T>ino . 

Finalmente nella compofitione fi genera Cacozelo,quando altri 
credendo di inoltrartene venufio , e leggiadro, forma una compofi- 
tione anapefiica tutu fneruata,c cafcantc,e finale à quei uerfi di So 
tade,oue diceua 

EKu\at Kx vu.au KeÌAvJ.ey 

Et vn’altra uolta; oue in uece di dire i 

L’afia fqualsò la delira fopra fpalla, dille, * •> 

L’hafia Iqualsò lòpra la delira lpalla. : 

Che 




Soprà la Particella C1V. {o $ 

Che fu un trasformare il ucrl'o. come quel li fi dice, che occorre- 
ua , i quali di mafehi ueniuauo trasformaci in femine: £ tanto batti 
del Cac ozelo . 

COMMENTO. /' 

H abbiamo in vna "Particella fola rincbiufo tutto quello che Demetrio di'. 

ce e della locutione,c della compo fittone inettamente venu/ìa , percioche 
quanto alla locutionc,afiai facili fono le cofe che hàno à dirfi, e quanto alla com 
pofuione poco giouano tfle alla no lira fauclla Italiana . Jn fomma chi è troppo 
venufio,è inetto, e malamente affettato ■ E però in tutte quelle parole, le quali pa 
fono dare uenufld,cbifd ectcf}o,di nel Cacoztlo,& in particolare chi da co/e ve 
nufit fà tmslationi, ma troppo lontane, e che di due parole leggiadre ne fà una 
fola ma affettatamente , come l’vno e l'altro di qutfli vitq fi trouerebbe in que- 
lle poche parole , 

T^ifc la rofa fnauicolore . 

Habbiamo detto, fi trouerebbe, perche no crediamo che cofi fia flato detto per 
alcuno ; ma che Demetrio da (e flejfo habbia firmato detto ejfempio . E quello 
che ci fà credere così è, perch’egli t te ffo foggi unge, che cofa tate muno non pa g^ 
go affatto a r direbbe di mettere nc anche in verft,non che in profa: E veramen- 
te crediamo che parerebbe anche maggiormente la inettia di qtteflo e fiempio, fe 
egli vi f òffe tutto, ma teniamo qua fi per certo, che per ingiuria di tempo fia cor- 
rotto il te fio, & alcuna cofa manchi;\Queflo è cer. o che la parola Rpfain accu- 
fatiuo fla nel Greco non in nominatiuo,e lignifica non la cofa che ride-, ma quel- 
la delia quale altri ride, come fe in latino diceffimo . 

iUfitrofam fuauicolorcm. \ 

Onde ne nafte che macbiamo di fapere quale fla la cofa ridente i E polche De- 
metrio dice, che qniui il ridere è traslato , bifogna che non fìa huomo, ò donnola 
quello , ò quella che ride , perche di quefli è proprio il ridere : me che fia altra 
cofa che per fua natura non rida : Er anche tale, alla quale non pofia fe non inet- 
tamente per modo di metafora attribuir fi il rifa'. Come fe fi diceffe , 
i fi fico rife della rofa fuauicolore . 

■ O cofa ftmile : la quale perche come habbiamo detto manca nel tefto , perciò 
non poffiamo compita mente vedere la inettia della traslationc . "Bene è chiara 
quella della parola giunta, (fonciofia cofa che fe bene, eia fuauità , &ilcolore 
fono per fe fleffe cofe leggiadre, il formare nondimeno vna parola fola dicendo 
foauicolore, imita affettationc farebbe finga dubbio. Vogliono alcuni, che la pa 
rota melliflue , dilla quale fi ferut il Boccacci nel pàncipeo della quarta gior- 
nata dicendo, 

■ La fiauità delle parole melliflue , 

Ma piggìcare vn poco di quello vitto : d noi tnuero pare che le co- 

fe fi guardino troppo perii fittile : E però paffiamo a'i'altro effempio, non 
più fatto da Demetrio ima addotto da lui, come detto da altri, di colui , 
i ■ , r ” il quale 


Dlgitizetfby Googli 


$04 V Predicatore del Pani far ok 

il quale parlando del rumore tbefaecuano alcuni pini agitati di picciolo Mento t 
fortuna parola ancb'ejjo troppo affettata diffe f 

Snfiyr&it Jwiffvpuf* vóto: aòftvt 

Che mefjer "Pier lettori bà tradotto t 

Sub fiftulabat Tinus auris - 

(erto molto ingenio f amente ,conciofia cofa che la parola f ubfi fiutare in lati- 
no arte beffa farebbe per foucrcbia uenuHd inetta, T^oiin Italiano habbia - 
tuo detto. 

cJMofio da l’aura fiflulaua il Tino . 

Credendoti come fi può U meglio d’bautrc noi altre fi efprefa qualche inet- 
tia nella voce , 

Fiflulaua . 

Il Polivano dall’altro canto anch’egli efprimendo quefio medefimo rorHore 
de pini, fece errore ;ma non quefìo errore : Egli diffe coft . 

7^ò quando foffta vn ut ut olmo ageuole 

Tra le cime de pini, e quelle trombano . 

Che veramente fù errore, poiché la parola trombano per esprimere il tomo 
re cagionato da vn uentolmo ageuole fi troppo ilrcpitofa cofa : E non fi può ne- 
gare che quiui mfn nafctffe frede^za compar attua -, ma non già il particolare * 
Catorcio oppofìo alla nota venuti a : 

Il Sannazaro parlando del mede fimo romore,che fanno le cime de i pini, con 
vita gratioja metafora fuggì tutti gli (cogli, e diffe , che mentre un tale pa/lore 
Jonaua la fampògna, 

I circo (lami Tini mouendo la loro fommitd le rifpondeuano . 

cJMa di quefio non più . Seguita ‘Demetrio à ragionare della inettia che na- 
fte non più per le cofe,ò per le parole, ma per la compo fittone fola , e per lo nu- 
mero . intorno al qual numero hauendo noi ragionato già due volte : Una del 
numero oratorio nella Particella i-j. e l’altra del uenuflonella tovfemprc^ 
babbuino detto quello che i venffimo : Che in materia di numero i precetti de * 
(jreci alla Italiana nofira fauella non appart ■ ngono ponto : E però potremo be- 
ne in quefio luogo dichiarare Demetrio , ma applicarlo d noi , quefio non già . 
Egli dice che in Greco il tefjere la pro/a di troppo frequenti anapefh fa dare in 
quefio vitto della affiti attore : Et cjfnapofii Jappiamo noi che fono i piedi me- 
trici contrari à Dattili, che hanno le prime due breuij l’vltima lunga , come in 
contrario hà il Dattilo, la pi ima lunga, e l’ altre due breui. Di quefit tali fatta la 
profa Greca dice Demetrio, che doiienta ftmile à certi verfi languidi, e ferzo , -r 
fojfiflcnza, 

Quintiliano prò fa tale , domanda compofitionem fratoni ,che farebbe 
tanto come fe dice/fimo in lingua nofira una compofitione fneruata,effemmata , 
e come diffe il Boccacci della nepote di F re fio da Celatico , piena di f mance ri e, e 
cafcatite di ve^zi , 

T ali accenna Demetrio che erano i verfi di Setade,& il mede fimo del mede- 
fimo Sotade affermano tìepbe fiume, Cf Hemogcne : che egli cioè fneruatiffimi 
_ verfi 


Sopra la Particella CIV . 60$ 

vtìfi fucata pieni di napefti,e fi dilettano, di corrompere i medefimi uerfi di 

tìomero,e trasformarli in qucflafncruata forma di compofitione, che era tan- 
to dice ‘Demetrio , come di mafchi fargli diucnir f emine : Di lui fono tutti due 
gli efjempi , che allega qui Demetrio -, ma il primo tanto co rrotto , else meffer 
Tier Vettori medefimo confeffa di non intenderlo : e noi perciò non ci fiamo cu- 
rati di tradurlo -, Bene /sabbiamo in qualche maniera tradotto il fecondo, non 
perche nella noflra lingua pofsa refpondere l'efsempio à ciò , à che nella (jreca 
fu allegato : non hauendo noi ni A napelli , nè altri piedi metrici : ma per non 
pafsarlo fenza dirne cofa alcuna- oltreché jenon per ragione de piedi, almeno 
per altre cagioni, troppo inetta cofa farebbe il dire , 

L'afta fquafsò la de (ir a foprafpaUa . 

In vice di doucr dire 

L’afta fquafsò fopra la fpalla deflra . ' 

cJMa come diciamo, al nofiro Idioma quelle cofe molto poco rìleuano; Quan 
to ànoife uogliamo fapere in poche parole quale compofitione Italiana può da- 
re nel Cacogelo, andiamo d uedere la Tartufili i o i ,ouc habbiamo mfegnato 
d formare il numero venttfto: £ per regola uniuerfate proponiamoci, che tutte 
le uolte che adopereremo foucrcbiamtnte, e con ecceffo le cofe che fanno il nume 
ro venufto,egli fibito douenterà inetto, & haueri dato nel Cacogelo: Del qua- 
le fia dunque detto J baftan ga,& hauendo poflo fine à due note con le fue vitto - 
fe uteine, ciò fono alla magnifica con la frigida , & alla uenufta col (acozelo, 
paffiamo bormai à uedere quello che dice Demetrio della terga nota che i 
la Tenue . 


DISCORSO ECCLESIASTI C O. 


A Nchc à queftp grandini mo pericolo fi pongono i Predicatori ,i 
quali vogliono fare de falfi, de’ faceti, e de’ motteggiateti in per- 
gamo: Che non cifendo, come habbia no detto nel Commento 
cofa pcrogn’unoil motrcggiare,& emendo egli medierò troppo più dif- 
ficile, che altri non auifa, bene fpclTo in vece di vrbanifà danno nclC-v 
cozejo: c credendo di dire ben grati ofe,c facete colardlc, dicane così 
feiapite, & inette mdenf.»ggini,chc à giuditiofi.che danno à fenrire fan 
no venire griccioli di freddo per la vita,comc di quartana: 

Vno ne Pentimmo noi, il quale in vna predica del Cicco mendicante, 
quando fu à domandare nel fine della prima parte la demofina, fi cre- 
dette di douerecrtere molto capeftro piegando il popolo ad imaginar- 
fi, ch’egli forte il cieco mcndico.che chiedcfie i'demolìna,c fin qua pur 
farebbe ftaco m?.nco «igle : ma l’ a duna galante fu quando egli fog- 
gion(c_, . 

E fecgli eramendiqp foggjonfe , Ecco che anch’io mendico, perche 
per finir preda-mpnfe , meno urtai dico di quel che dourci . 

Emi ripofo . 

Che 


1 Digitized b 


€o6 Jl Predicatore del Panigarota 

Che lafcio pcnfarc,le à giurinoli dice.- di piatiiai. le il motto merita- 
ua rifo.ò pietà . 

Vn’aitro non contento di dare fpafTo con parole alla brigata, fc non 
v’aggiungeua i fatti quando tu nel fine Ila predica della Domenica di 
pa(lìunc,ouc dice il cello che il Signore per vfeir dalle mani di coloro* 
che viUuano lapidarlo abj'condit Jc , con Tua molto ingeoiofa face- 
eia dille , 

^tbfcondil fe il Signore in quello modo . 

Et il dire così, & il celarli bocconi nel pergamo ,& il non clTer vedu- 
toquella niatnna più,& il nmanercil popolo lenza bencdictioné.c len- 
za fipere per vn poco fe la predica forfè finita ò nò, tu tutto vno: e tutto 
effetto del facetillìmo ingegno di quel buon padre: il quale, e tutti gli al 
tri, che de’ motteggiatori vogliono fare in Pcrgamo.fc làpdfcro.chc co- 
faèCacozclo,e quanto facilmente fi dà dcntro,e fc vedelfero Demetrio 
in quello luogo, forfi che non haurebbono tanto prurito di far ridere co 
loro.i quali troppo farebbe meglio à faper far piangere.In fbmina tre co 
fc à qucllopropofito defideraremmo noi, che i Predicatori# ricordaffe- 
ro. Vna che in vniuerfalc la faceria, & il motto non fono fatti pcrlo per- 
gamo.nè vi conucngono ponto . L’altrochc quando pure alcun Predica 
toredoueffe hauere licenza di dire in quello genere alcuna cofarclla, ad 
buomint già prouctti d’età fidamente li c jnucrrebbe,tcnuti di Santa vi- 
ta.graui di coltumi, famofi grandemente nella profeflìonc.eche à quel- 
la città hauelfero predicato molto tempore follerò già come fi dice pa- 
droni à bacchetta di quel popolo: E la terza, che ad ogni modo anelici 
quando non difeonuiene il tarlo, difficililfima cofaii Caperlo fare, c per 
confcgucnza pericolofillima cofa il porti à volerlo fare . e 

Del redo poiché quella parola Cacozclo.non folamcntc lignifica co- 
me habbiimo detto di fopra la mala imitarionc nella vcnuftà,& vrbani- 
tà, ma in vniucrlalc ogni lotte di nula imitatone. Però à quello propo 
Cito uoglramo pigliare occafione quà di ricordare al nollro Predicato- 
re, che per amor di Dio,tutto quello ch’egli vede che Uà bene ad vn’al- 
tro Predicatore,non s’imagini ,che fia per illar bene à lui : e quello che 
più importa, che quello ch'egli vede clic sà far bene , e con mcrauiglra_. 
vn’altro Predicatore, non creda cosi torto di douerlo faper fare anch’e- 
gli. Che à dire il vero, da quello abufo, e da qu erta temeraria imitationé 
rimane quali corrotta, e gualla horamai rutta la profcllione del predica- 
re. Dourebbono pcnfarc gli huomini.che difficilmente fi troua vn fa- 
ione, ad vn farfcrto.chc llia per apponto bene aduepcrfonc: e che fc li 
hanno da medicare due infermi.anchc della medefima infermità , alla_> 
proportionc delle forze e de’ llomachi loro fi formano le dofe da medi- 
camenti: Nel veftirc, Pabulo è grandirtìmo, che quello che Uà bene al 
volto d’una donna grafia, vna magra fenz’altra dilhntione fe lo mctttu» 
anch’cfla,cparc vna momia : c quello che conuicne ad vna macilente, fc 
lo verte vna corpacciuta, c feinbra vn Carnouale : Vna già che haueua_» 
vn voltino piccolifiìmo, e per fila difgratia affai bfn giallo, perche vide, 
che ad vn’altra di faccia compita, e grolfa, anzi che nò, ftaua bene vna_» 
frfcggia.ò lattuca, che vogliam’dire di camicia, affai alta.fc ne pofe fubito 
vna allccoma anch’efla.e vi campcggiaua dentro, fi bene con quel vifet- 
locroccojchc vn mio amico folcua dirc,chela faccia di lei in quel colo- 
ra 


Sopra la Particella C III. 6oj 

re pareua vn melarancio in vnn coppa diMaiorica : In fomma non tutto 
quello che (la bcnead'vno, ftà bene à tutti : Staranno bene in pergamo 
certi ornamenti à vn Canonico regolare, che non iftarebbono bene à vn 
Cappuccino : e per pigliare le di(lintioni,non dalla proferitone, ma dal- 
la natura, e dall’arte, alcune tirate farò io in vn fiato foto.chctùpcrclTtfr» 
di minor lcna,non le farai fenza fpezzarlcin duc,ò tré I voghi', c fenza.» 
inghiottiroducò tre volte il faliuo,con tanta naufea di chi fente.che fa- 
rebbe (Iato molto meglio il non farlo: Vn Predicatore, che fentiua vn al- 
tro che fàceua bellilfimecoaceruationi,fi credette, clic per] farle ballarti: 
à cacciare molti e molti termini infieme, e precipitofamentc recitargli : 
& vna volta parlando di Aftrologi , 

Vadano in mal’hora , dille , quelli maledetti Aftrologi con i Tuoi fur - 
fum , dcorfum , dextrorfum , fmiftrorfum , retrorfum , e con il gran zenit lor 
Capitano . 

Che in vna villa douette dar marauiglia , dchaueranno creduto facil- 
mente quei pouerelli, che quel Zenit, folfcvn Bafcià.ò vn Rais;mainue 
ro chi non sì lar Iccofe non lì ponga à farle, & habbia inanzi ì.gli occhi 

3 uello penderò, che le cofe belle non fono facili, c che fe fono diffìcili nó 
a altri da per fuadere à fe Hello di douerle fapcrc cosi fàcilmente fare : 
Chefe pericolofacofa cdidarenelCacozclo, e nella mala imititionc 
col porli à fare folamentc delle particolari cofe.chc fanno gli altri, quan 
to maggior pericolo è di dare nelle inettie, cfecosi può dirli nelle fei- 
mie,à chi fi pone à recitare imparate à mente di parola in parola le pre- 
dichealtrui ? 

Santo Agoftino nel libro quarto della Dottrina Chriftiana al Capito- 
lo 29.difputafe fiapeccato,eledifpiaccia à Dio, chevn Predicatore va- 
da in pergamo à recitare prediche non fatte da fe, ma comporte da un 
altro; 

Et à prima fronte pare disi , cliefia peccato, e che Dio l’hal bia à 
male, e fia per caligarlo, perche egli lleftoin Giercmiaal capitolò z j.fra 
gli altri peccati ,chc minaccia di douer punire nei Profeti , che erano» 
Predicatori di quei tempi, vi pone anche quello di predicare cofe d’al- 
tri, dicendo , 

Ecce ego ad Propbetas qui furantur verba mea vnufquifque à proximo fi». 
Tottauia conclude Sant’Agollino che nò, che non fanno peccato que 
Ili tali : e le parole di lui fonoquellc . 

[Suntfanc quidam, qui benepronuntiarcpolTunt, quid autem pronu 
cient exeog 1 tare non polTiint . Quod fi ab ahjs fummant eloquenter , là- 
pienterque compofitum memoriaquecommcndcnr, acque ad populum 
proferant fi eam perfonam gerant non improbe fàciunc. Sic enim quod 
ptofc&io vtilceft, multi prjcdicatoresveritatis fiunt,nec multi magiftri, 
iìunius veri magillri idipfuin dicane omncs,& non fint in cis (chi (unta. 

Ne però dice Sanc’Agoftino, che quelli tali prudente? f idane, ma dice lo 
lameme.che non improbi /aaiwr.cquanto all’autorità di Gieremia, dice-» 
Sant’Agoflinoclic, l^on deterrendi jfunt i/li voce I eremi ie Vropbetn , per qnem 
Deus arguii eos qui fwantur verbaeius vnufquifque à proximo fuo . 

Perche dice egli, che ladro èchi nibba quei d’altri, ma la parola di 
Dioc di tutti quelli che l’orteruano,e però feti Predicatore fàqiullochc 
dice, ancora ch'egli non l’habbia comporto, fempre predica il fuo ;Bfe 
Parte Seconda. non 


6o 8 II Predicatore del PanigaroU 

■onfà quello che dice,ancora che egli medefimohabbia comporta la_»- 
predica , dice cola non fila: 

[Ercontingitvt homo difertus & malus fermonem quo vcriras prat- 
diceturdicendumabalionondifcrtofed bono ipfc comperiat : Quod 
cum fitipfe àfciplo tradir alicnum ,ille ab alieno accipit fuum, C'um 
verò boni fidele* bonis lìdelibus hanc opcram commendai», vtrique fua 
dicunt, quia & Deus ipfbrutn cit , & cuius fimt illa qua: dicunt , & ca_» 
fuafaciunt, qux non ipli coniponcrc potucrunc> qui fecundum illa 
eou’.pofite viuunt.J 

Che c vnabclli(s:mi , &ingeniolìfsima rifpolla ; ma pcrauuentura^ 
non tato letterale, quàto farà vna che diceuamo hora noi,Cioè che i prò 
.i’cti anticamente predicando diccuano: Coti Dio ha riuclatoàmc che 
io v'habbia à dirc:E però quell: di loro , i Quali non hauendo dii hauu- 
ta la riuelarionc , di cofe rendale ad altri diccuano Col: Dio hà rcucla- 
to à me.qucfii fitrabmO** ho bum Deiàproximofuo.E ccn la menutachc di 
ceuano.grandifsnnacolpacommcttcuano , e grandifsime pena menta.-. 
uunoiMa hora lacofa non illà così, perche la parola di Dio nella lcrtttu-t 
ri, e nella Chiefa fua à tutti è reuelata comunemente, e non più à quello, 
che àquello,c pero dicala chi vuole che egli non la rubba mai, cieli va- 
le della computinone altrui, bene acctptt uerbum bominis , ma non veti» Dei 
i proximo fuo . Si che, che il recitarci mente prediche altrui non lia pec- 
cato, a quello ci accordiamo volontieri: pure che altri confatila a noi 
qucllOjOieè verifsimoiChc ècofalubrica, e pericolofa, e di non molto 
flutto, e che bene fpelTo fa dare i predicatori , con rifo , e naulea di chi 
firme »crCacozeIi,e nelle rncltifsimc inmatiom. Corre nel f.ibbato dop 
po la quatta Domenica diajuagragclsima vn Vangelo, che comincia. 
ifp fumiti X miatdiy fopra ilqualc noi facemmo già in Firenze vna Predi- 
ca di Dio luccjoue moftrammo(per quanto fapemmo) in quali, &iu qua 
fe maniere Iddio lia, e polla, e debba clscrc chiamato luce ; t perche il 
g arnaauanti eracorfo il Vaugclodi Lazaro relufcitato,& vfcitodel fc 
pulci ojdicemmo nel prologo che, 

he bene à chi ciccilelle tene bre,non c coll facile l’affifarli nel fole, fpe 
rauamo nondimeno con l’aiuto della mano , cioè della grafia di Dio ta- 
re fencrmo tale à gli occhi loro, che anche vici ti il giorno ananti fidarne 
te dal fcpolcro di Lazaro, direbbero per poter fermare lo fguardo entro 
z quella fomma luce, che diccua. 

Edafon lux mundi. 

L già era vn pezzo che noi haueuamo riueduta quella nollra predi- 
fa, quando in vn giorno di mezza fiate per la fella che corrcua d'vn Apo 
Itolo leggendoli il Vangelo Vos eliti lux mwiJiytk elfcndo noi andati in 
Bologna à fenrirc vn predicatore, che fopra quel Vangelo pred icaua: ec- 
co cne di parola in parola lo fornimmo recitare quella noltra benedetta 
predica : la quale fatta per moflrare che Dio è luce , lafcio pcnfarc come 
quadrauaal Vangelo che diccua , che gli Apolidi erano luce : ma pure 
quello fiii acchiamcnto fe gli direbbe perdonatole non che il poucr'huq 
mo recitando il prologo come ftaua à parola per parola : fece fenza che 
redimo ( cred’io ^)da me impoi inrcndclTe quello, ch’egli voleflc dirc,& 
«m ie venilfe lo fpropolito.che i BolognefiiI giorno auanti folfero vfeiti 
d.l fipo fcto di Lazaro; Et vnaluo predicando in mia prefenza laptcr 

dica 


Sopra la 'Particella C V. top 

dici ch’io feci nella feconda Domenica di quarcfima.il terrò anno in 
Roma.c predicandola in vna Città ou’cgli non era fiato mai più,hauca 
ii poco intelletto, che diccuacome llaua nella mia predica. 

Di quello non parleremo , perche già due -volte in tal giorno come 
hoegi ne habbiamo ragionato infieme. 

Clic à dire il vcro.fono errori troppo groflì , e falli troppo crudeli , 8c 
io confclfc.chc pochi poi all’vltiino faranuo quelli, che daranno in idra 
uaganze coli cfshorbitanti;ma ad ogni modo fia giuditiofo c cauto quan 
to vuole,chc feinpre fi mette egli ad vna pericolofifiima imprefachi re- 
cita imparate à mente di parola in parola le prediche altrui. 

Non ti può mai ftare.come diccuamo,coli bene alla vita vna uelte nò 
tua , che chi hà giuditio non s'uuegga che à dolTo tuo non fù ella fatta, 
e che , ò in prefitto , ò à nolo conuiene che tu te l'habbia prela:E mede» 
fintamente occorre delle prediche altrui , le quali , rcfoluiti pure, c non 
ingannare te medefimo col darti ad intendere che fiano iftimare tue, 
che da certi idioti,cpouerctti,òfcminellc impoi, pochi huoniini di qual 
che giuditio fi ritrouano,che non riconofcano fubito il furto:Tanto piè 
che e quali impolfibilc che alle volte al predicatore da Nolo ( per dir 
cofij non venga qualche occafionc, ò pcrclemofine, ò pcrindulgenze, 
ò per altri accidenti , di douer dire alcune cofe , che nel protocollo non 
poterianoeircre fcritte:ncl qualcafo , la differenza dello Ili le riefee ran- 
co grande , c da quelle parole fuc alle non fue fi troua tanta difiintione, 
che non ponto meglio campcggiarebbc fc vcdelfimo vna verte divelu- 
to rattoppata di facco. Recitano quelli tali le prediche altrui, che hanno 
mandate à memoria con vna fretta indicibile, conte quelli,à quali dubi 
tando della fragilità della memoria, pare vn hora mill’anni di venirne 
à capojEcomc fanciulli , che recitino di fettimana > fi vede , che vanno 
fcmprevmfoni) e che tremano di non ifeordarfi alcuna cofa: ondena- 
fcechcrattionenon può hauere quel decoro magiftrale, che conuiene, 
nè la perfuafione viene fatta con le repliche neCctfaric: nè le riprenfio- 
ni inoltrano autorità, nè gli infegnamenti quella ficurezzache Infogne- 
rebbe. Perciochc fi come vn arciero.il quale caminando hauclfc da (toc 
care l’arco contra alcuni, che lontani fodero da lui,|fc in fieuro luogo , & 
in largo fcntierocaminalTe, ben potrebbe gmllillìma pigliarla mira, c 
quali ficuramente ferire: là douc mentre egli fopra vno pericolofo , e 
ftrettilfimo ponticello polfalTe, più haucrebbe bifogno di guardarli ài 
piedi, che di penfare come le treccie fue facclfero colpo; Cofi il predica 
tore clic predica dal fuo.camina per lcntiero largo.e và fieuro, e fenza-, 
hauere necelTità di mirare à feftclfo.altronon mira,fe non come ferire, 
c perfuaderc: là doue cofi ilrettoc il ponticcllo;oue titubando cantina il- 
Predicatore alicnojchc à pena può far altroché mirarli à i piedi, cioè an 
dar penfando di mano in mano alla fcrittura ch'egli recita, fenza hauer 
pure vn minimo penficro.oue le treccie delle parole fuc fiano per arri- 
uarerChe è quello che fà il popolo non riccue quel giouamento die do- 
uerebbe : e che per belle c ben fatte che fiano le prcdiche.non pare che 
habbiano vchcmenza,ò neruomè meno riceueno lolida lode: E che fia 
vero; Mai nonfiètrouatochevnodiquefti predicatori da (cartafacci 
habbiaprefo gran nome, egrido vniuerfalc, e pure le prediche polfono 

Q_g z tfstfte 


6 1 0 fi Predicatore del PamgatoU 

.«Acre belliflìmo , Scegli dirle con grana (maggiore » che non farebbe 
medefimochc lccompofe: Ma perciochcnon fono di lui fteflo, non è 
potàbile che egli dia loro quello fpirito che richieggono:E però ben fa- 
^rà vno di quelli lodato vnaquarelìma in vna Città , ma l’altra non pia- 
cer à,& anchc,oueftrà grato, Io farà dalla minuta plebe (blamente, òcO 
molta mediocrità, ma grido di laude grande Se vniucrfale, non acqiliflc- 
jrà egli mai. 

- E cantobafti dell’impararc à mente le prediche altrui . Hora dicia- 
jno vn altra cofii : Ma e le mie proprie, che io flclTo hò compofte-», 
ò compongo: conuiene egli che io di parola in parola le impari.come 
1 ho ferine ? c che io à quella inedcfimarlcritturaoblighi me mede lìmo 
lenza mutarla ponto nel ridirla ? Da vna banda pare di sì : perciochc nó 
c dubbio, che più limate fono le profe,penfatc e feritee di quelle, che al- 
la fproueduta cfconodi bocca: c pero più eloquente pare che lia per 
riulcirc chi dalla Icritrura non fi partirà, che quello il quale , come gli 
(occorreranno dirà le cofe in pergamo . Dall'altro canto pare di nò. 
Conciolìacofa che in quello cafo molti di qucimedcfiini incòmodi, ritor- 
nerano,i|quali diceuamo,cheoccorreuano àchi imparaua le prediche al 
trui,c foprail rurto(perchc quello è quello che importa} non farà pollibi 
le , che chi fi obliga à parole anche lue , habbia mai quella padronanza 
del pergamo, quelle magillralità , quella vehemenza variabile fecondo i 
bilogm,chc gioua tanto al popolo:e tutte due le opinioni fono vere , ma 
bilognadi(linguere,edire, che pctdilett arce meglio obligarli alle pa- 
role: per infegnarc.e per maucre , c meglio il non farlo ; Certe orationi 
clic fi fanno per efercitacionc fidamente , & alcuni ragionamenti cheli 
lanno nelle accademie, ò limili, non c dubbio, che conuiene imparargli 
di parola in parola.e dirgli con tutta quella limatura. Con la quale furo- 
no ferirti da noi . Ma nelle prediche bifogna hauer dillinrionc , perche 
fc beno otte non infegaiamo, nè molliamo, polliamo dir le cofe aponto 
come le (criuiamo, nondimeno oucarriui amo alle dottrine, Scagli af- 
fetti, bifogna lafciar le velfiche, e la falfa riga, c la intauolatura,c nuota 
re, e lcriuerc.c fonare,coine il prefente bifogno ci ammacllra . Cofa che 
auerti marauigliofamenta fanto Agollino nel ideila Dottrina chrilli a- 
na,al Capitolo io.oue dice,che mentre il Predicatore infcgna.ò pcrfiia^ 
dc.s’egli c valenthuomo.conofce benillimo da certi mouimenti.fc il po 
polo ha finito di capire la cofa,ò diconfentiruire fin’à tanto che non ve- 
de quello , ha con uari modi da replicare gli infegnamenti , e le perfua- 
fiom. Sola erttm mota fuo lignificare auidj multitudo cognofcendi , vi rum intilie- 
xerit : Quoddonec ftgjafiutt vtrfamdwn e sì quod agitar multiniotia varietale dieta* 
di. Hora fcntali quello. Qupd in potè stali non babent, qui preparata, dr ad 
verbum mtmoriter r cicuta pronunciane . Si che non può faper mai il prcdica- 
tore,comc egli habbia da trattare la dottrina, e gli affetti, poiché in que- 
llo li hà da reggere fecondo che vede i mouimcnti de popoli : opero in 
quelle parti della predica che trattano, quella cofa fuori d’ogni propo- 
ne farebbe l’obligarfi del tutto alla fcrittura:Nel prologo,e nella intro- 
dutcione,per l'ordinario noi non infegniamo nè molliamo : e però que- 
lle due parti , io giudicherei bene che il Predicatore l’impamlTc à men- 
te come itanno di parola in parola, perche quanto più Innate faranno 
IfenzaalFctat rione) tanto più di foneranno gli animi de gli afcoltantial 

rima- 


Sopra la Particella CV . Sii 

rimanente della predica: «Scanchc il Predicatore in quel pezzo di prr* 
dica mie zzerà le ilclfoad vn numero buono, di maniera che quando di- 
ca lenza obligo di parole, con buon numero medefimamente ragionerii 
Del redo da quelle due parti in poi, prologo , Se introduttionc: e fepur 
fi vuole anche , da alcune prime parole della feconda parte , tutto il ri- 
manente del la predicalo hò per necclfario, che debba dirli fenza obli- 
gatione di parole, e che chi altramente fa.faccia inalidì ino . Ma diciamo 
vna cola ancora: Già vediamo che il prologo , l’introduttione , e quel 
princi pio di feconda parte.nc’ quali ho da obligarini à parole, conuicne 
nccclTariamente.che io di parola in parola l’habbia feruta: ma il rema- 
ncate della predica, ouenon hò daobligarmi, farà egli meglio ch'io di 
parola in parola le fcriua,ò pure perche non hò da obligarmi à quel di- 
pendimento.che in certi capi fol’io l'accenni? Pare che ila meglio il non 
difendere, perche non è neceifario: e che i foli capi ballino: e noi da vi» 
pezzo in quà.in capi foli habbiamo podi i concetti noltri : Ma l’habbia- 
mo fatto per nccelmà,c per non hauer tempo : Che del redo fiamo del- 
la opinione contraria, e teniamo che niunacofa al Predicatore fia più 
vtile, che il dillendcrc à parola per parola tutte le prediche dacapoà 
piedi : non per obligarfià quelle parole : ma, perche da quel difendi- 
mento fempre rimane nel dicitore non fo che di niagiore leltezza ; Ol- 
tre che quello fà , ch’egli vi manco vagando.* c che nelle volte da con- 
cetti à concetti , che fonocome i inodt del corpo della predica, egli vi li 
porti con maggior gratia: Se anche che egli più per apponto làppia 
quanto habbiaà durare la lua predica apprelfoà poco, lenza hauere a 
dare in certe lunghezze llrauaganti . Cofe che non tutti intenderanno 
coli facilmente : ma quelli che fono dell'arte, cchel’hanno clfercitara 
molto tempo, ccon aueitenzc,conofceranno molto bencche diciamoli 
vero: Se arguendoli alle cole detee da noi in quello dtfcorfo, prediche al 
trui non impal eranno à mente, le propic le fcriueranno , c difenderan- 
no totalmente, fe bene quelle parti fole ne manderanno à memoria che 
habbiamo detto,c nel redo ferberanno le llelli liberi ailc occorrenti ne- 
celfità. Di Sotade chccofa fendile Àranafio, & altri Ecclelìallici auto- 
ri, ragioneremo nel Difcorfo 169. 


PARTICELLA 

CENTESSiMAQViNTA. 
TESTO DI DEMETRIO 

. . s A ? . il 

Tradotto da Pier V ettori . 

D E tenni nota, hibcremus & rtt quafdtm f Mafie pufillut & fatta* 
h tic accomodai if.vt quod an»d Lyfiam rii. 

O hìi'ivr tfiiuiS"irKuujj,Tvt 

Q.q 3 PARA- 


é il II 'Precettore del PamgaroL 

PARAFRASE. 


f Eguita la nota tenue, la quale con firtendo anch’oda, come 
1 altre, nelle cofe, nelle parole, e nella bruttura loro ; Co- 
te bade, & accomodate à quello genere di ragionare fa- 
ranno; Come oue dille Lilia , 
yna ca fetta doppia i la mia, che tanto hà dì f opra , come dibbaffo. 



COMMENTO. 


C ome qua cominci la terra patte fubiettiua della feconda patte principe 
le di tutto il libro, e per qual cagione effa fia tale , e tutto ciò tb’c ap- 
partenente a diuifione potrebbe in quefto luogo ridir ft, de [finiamo che il tet- 
toie per leuam fatica vegga da fe mede fimo nt’Vrologomeni al Q. p.tclo del- 
la diuifici e. K di piò nti principi) dei Commenti delle due particelle 15. e 27. 
fi come nella mede [ima particella a 5. e nella 26. cln la fegue,ootrà e^li vede- 
re pòche appartiene ingenerale allenote del dire, cqu-l luogo tcn^a queffii 
tenuetdelUijualecominc'amohora piò coattamente à Ji/torrere; tfja da De- 
metrio viene ebiamata •"x 4 ' 1 ' j ' latini quefio genere di dire dornandanojtenuc 
dicendigenusjfubtilc, exile, paruum,fummifluin, prclfuiri, intimò, 
fiCCUtn . £ noi Italiani peffiamo nominarlo modo di dire balfo , piccolo, 
tenuè jCommune, ordinario, cfimili. Dicenamo nella particella ay. 
ih fini, ci e egli fra gli fiati degli buomini, rifponde à Cittadini fimptici,ai 
aittgum,c plebei : £ benché egli con tulli gli altri generi del dire poffa me- 
jcolarfi,dal magnifico in poi ; non dimeno fe di fe jolo il confi Striamo, egli fi 
li bua, cu e [eriga magtiificcnga,nè venufìà.tè ajprigga, alcune cofe bafjc con 
parole comuni, e con compo[ueone ordinaria vengono ragionate. M.Ttcr ret- 
tori in qttr fio luogo dice che quefia nota forf ancora fi donala latinamen- 
te tcnuisobfimihtudincin coiporis.in quo gracilità* eli. £ Dimenio, 
il quale p ò abboffo dimofirad qual parole, e quale finltura vi fi contenga , 
in qt tfia breuiffima partitella hfgna con vn’efltmpio filo quali forti di co- 
janlle buffe e piumlc le frano appropriate: El’eflempio di Lifia t.el principio 
di quella oraliene ouc egli di fende Eratoflcne, il quale tffendoaciufaio di ba- 
utte vccifo vn’adulttrodi fua moglie, & e jsemao penero , & abietto huomo, 
nel defertuere la fua piccola taf a dice , 

VnaCafetta doppia eia rata, che tanto ha di fopra come dab- 
balTo. 

. . One fi vede ebe la cafa,tioè lacafupola.d ■ Ut quale fi perla, è basfiffima,& 
egli anche h fi niòbiffacol diminm:uo,oob in vrcedi Caia, norninando'a 
Caletta CfciJW . ytrgthoTotla migri fi minimo , ad ogni modo volle 

arici/ egli 


iWi 1 ® t riVcn 


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Sopra la Particella C V . 6 1 j 

"aech’eglìtnofirare taliboia la f liciti iti fuo ingegno nelle Jifcrktiom di caft 
tenne . Trindrpalmtnte nell'opufcolo da lui chiamilo More tu ir. ; outfi vede 
tiftgtt delle pii bafie cofe del monde cofl accomodatamente ragiona 
proportionatamente altroue . 

Arma virumq;cecinit: Eccobafjr^e. 

Iam nox hybernas his quinq; peregerat horas 
Excubitorq; diem cantu praedixerat ale» 

Simulus exigui culcor cùm rufbcus horti 
Tr.rtia ventura: metuens ìciunu lucis 
Membra leuac i'cnlim vili denuda grabato. 

Sollicitaq; inanu tenebra; explorac inerte» 

Vcftigatq; fucura : laHùs quem deniq; fenlit . 

Paruulus cxuflorcrnanebacflipitefumus . • 

Et cinisobduftascchbat lumina pruna:. 

Admouet bis pronam luminili fronte lucernam, 4 

Et producit acu lluppas hti aure carentcs , 

Excitat,& crebri; languentem flatibus ignem . 

Tandem concepto tenebrie fu Igore lecedunt. 

Oppofitaque inanu lumen dcfcnditabaura» 

E poco più già 

txiguus fpatio, uarijs fed fcrtilts herbis . 

Horcus erat ìunflus calulx>quem vimina pauca , 

Et calamo redimita leuimumbatbarundo. ^ _ , 

One pur fi vede che anch'egli col diminutivo nominò la picei » Iu n- 

duscafulg .Et in materia tenue toft tenuemente ragionò, che nullo fiù: Qo[e 
tenni e balje ditte anche molte volte accomodatamente il 7etrarc a t i<jme 
Leuata era à filarla vecchiardi 
Dilcinta e l 'calza e dello hauea il Carbone 
Come 

La fianca vecchiardi pellegrina 

Raddoppia i palli e più , e più s’affretta 

E poi cosi Toletta . >- 

Al fin di fua giornata f a 

^ al’hora è confolata 

P’akun breue ripofo,oue eli oblia 

La noia e'i mal della parta ta via,. 

E più giù pure adoperante il dinftnu'.iuo ca fetta , e pad indo dvn pa- 
ttare. 

Poi lontan dalla gente 

O cafetta,o fpclònca 

Di verdi fronde ingionca . . 

Et in noln altri luòghi: Manti Boccaccio tenue, e beH ffimo deferirlo ne d l 
vnacifttta è Rutila dell hofi:,ou( allog arono Timido & Adriano i ti pian 

Q_q 4 ài 


6 1 4 fi Predicatore del Pamgarold 

di c^iugnone, della quale oltre che egli col dimiuutiuo alberghctto la cbia + 
ma,aggiongc de più quelle mt de fune parole . 

* Or*nóhaucarhortc,ch’vnaCamerettaaflaipicciola,nella quale 
erano tré letticeli! mcrtì,comc il meglio l’hofte hauea faputome v'c- 
ra per tutto ciò tanto di Ipatio rimalo, eflendonc due dall’vna delle 
fide della Camera, e’i terzo dirmcontro à quegli deU’altra , che al- 
tro che rtretta mente andar vi lì poterti:. 

£ quello chef gnu a . Slmilmente viene con tenuità oroportionata deferit- 
tilacifitla di Compir "Pietro dure fanti, oue fi dice che ComparPietrO ha- 
uendovnapicciolaCafettainrrefanti.apcnabafteuoica lui, &ad 
vna Tua giouane e bella moglie, &aH'ulìnofuo, e nonhaucndófe 
non vn picciollettLccllononpoteua come vokua onorate Coin- 
par Gianni, ma cor.ueniua, che eflendo in una liia rtalletta allato al- 
i’A lino Tuo allogata la Caualla di Compar Gianni , che egli aliato a 
lei l’opra alquan tu di paglia lì giacerti: , 

Che più t l-ù',1 palctit'buomoil Beccaccioni quello tenue modo dir agitola - 
re , ch'egli fenati indecoro ardì di metterfi à deferiuere appoftameate infittoci 
co fa tanto baffo e indegna, quanto è uno diqutiluogh ,oue naturalcufo ri- 
chiede che altri uada à dilporrcil fuperfluo pelò del uentre. 

Equeflo in jl udr cuccio da "Perugia con qm tic parole , 

U qual luogo, acciochc meglio intendiate, e quello , cheé detto, e 
ciòchcfegue(co:ncrteir.-,uiiiiortrcrò.,)Egliera in un Chialfetto rtret 
to(Comcfpciro tra due Caie veggiaino) iòpra due trauicelli tra i’uoa 
cala all’altra porto , alcune tauole compite, & il luogo da ledere po- 
rtocene quali tauole quella.chc con lui cadde.era l'u na . 

Meftmvi di nota tenue noi farà cofi difficile il rtirouateà migliaia nel De- 
cameron', eflendo quel libro per la maggior parte non d altro modo di dire coni 
pvflo,cbe del tenuo mifcbialo non dimeno col venuflo. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

Q Vanto bene habbiano mòli rato pii autori Ucc’cfinrtici , non lo 
lamenrccon !‘t>fo,macongli infegnamenti ancora, dicono- 
feere la diftintionc delle note del dire. F. qn >.nro copiofatnen 
te& eccdlcntementehabbu ne* libri delia dottrina chrillia- 
na dati c precetti, & cflempi Santo Adottino, tutto quello dicemmo noi 
c«*n ben lungo trattato ncU’Eccleliallico dilcorlo if.E perche fra le prò 
polmoni diSant'Agoftinovna vcn’cra , la quale diceua che cofc tenui 
non è pofsibilr che dica mai il Predicatorejcflcndo tutte le cofc , ch’egli 
trattabili che grandifsioac. 

Omnia enim magna funi qui dteimus. 

: Per quello nel difùoflo iS. noi dillinguemmo la colà meglio, c con- 
dkidcmmo che quanto al fi ne, tutto ciò clic diciamo è grandeConciofia- 
c#fii cue tutto a ria.* grande ed eterno viene riferito : ma che non fà per 
, ; quello 


Sopra la Particella CV, 61$ 

quello.chc confidai ace le colo in fé modelline , fi come delle grandi ne 
dico il Prcdicatore.così delle mediocri , c delle tenni , non ne porta egli 
mcdefimamentc dire.Diftinrione la quale hora ci ritorna grandemente 
à huopojPcrcioche fefompliceincnte forte vero che niunacofa tenue, c 
balla potefie diri il Cnriftià'no dicitore,vano per noi farebbe il precet- 
to di quorta particcllajoue fi ordina, che nella nota tenue , cole tenui , c 
balte debbano diffida doucrcftando in con trario chinrifsimo,chc di tut 
te le forti di cofe tanto polsiamo dire noi , quanto gli al r ri ; noi ancora 
dobbiamo dunq; hauere per certo che vna delle conditioni che fi richie 
de alla nota balfa,è che ella di cofe magnifiche grandi non ragioni.E già 
l’cfscmpio tratto da San Paolo, che noi nel detto ìj.difcorfo apportarci 
nio-per la nota tenue aliai chiaramente di cofe minute e bafsifbime , par- 
la dicendo. 

Tendati, qu m reliqui Ironìe apud Carpum, venjciis afa tccum,& libros , ma- 
xime Meni membrana!. 

■' Ma fe alcun altro di nnouo ne vogliamo adurrcttenuifsimc fono le co 
fcchc dice dtifno pouerello Natanne à Dauid nel fecondo de Regi al 

il. quando d ce che 

Vaupenhbil babebat ornatilo prjeter ouem vuxm paruul am quarti emani ir nu- 
mera!, ir qua (reurfot a pud rum cum filijs eìufiniddc pane ilhus comedcm , ir 
de calice e:m lubens ir in fmu di', ui dormititi ifralq uè Uh /ir ut fiha. 

E tenuifsimepurc fon > quelle cofc.chc dice Booz à Ruth, ciò fono. 

. ai udì jilia , ne vada'i in alter uni ayum ad colhgendum - nec recida s ab hoc loco: 
Jid iungere ; -urliti mtfciir vbi niefjuerm t,feq nere. Mandaui enim pueris n.eis , vt 
nomo mole d hs fu libi', fed cium fi /inerii, vadc ai farciti ulas ir bibe aqius.de qui 
bus puen mci lubuiU.L i quando bora uc fendi juent unii bue, ir comcde pancm,ir 
intinge bu celiai n tu.vr. in arilo. 

Ne punto meno tenui fono le cofe, che fi foggiongono ,cioè clic la 
pouerella Rutre. 

Seditad Mcfib un latus,'& congcffit polentoni fibi , Ccmeditquc ,& faturatécj 
clì,ir tuh: rehqiiias. aftque inde Junexil.ut /picas ex more colliderei. Ir coltcgit 
m agro u fq \ad uefperanr ir que co'lcgcrat unga cxdps ir exc untiti jnuenu boi dei 
quafi Epbi menfuraniadesl Ira tnodios . 

In Italiano poi fc bene tutte le cofe di Dio fono come ftoltitia fauia co 
fi tenue grandezza nondimeno quanto alle cofe in fc:Ecco quanto/òno 
tenui, nella nota tenue quelle dd Padre Pafsauarlti oue dice cosi. 

Leggeli nella vira de Santi Padri, che era vn Santo Abbate, il quale il 
Signor della Prouincia il volle venire à vederetla qual cofa ftntmdo 
quel Sanro Padre fi volli d’vn ficco à modo d’vn ftolro,c prefe vn pezzo 
di pane in inailo e del Cacio : E venendo il Signore con molra compa- 
gnia à vilitarlo,cg!i fi pofe in fu l’ufcio della Cella fua,e dalia di moifoin 
queftopancc in quello Cncio,e non rifpofe à cofa elicgli fofsederta à pa 
rola veruna, c non lafciò il mangiare.anzi più fi ftudiana Icoftumata men 
te facendo maggior bocconiila qual cofa vtggendoquclSignore i’hib- 
be à di fp roggio. u partendoli, l'Abbate rimale nella fua ftuiezza,auucn- 
gachc parerte dolca humiltà , e fuggi la ftolta fuperbia. 

. E di quelli modi di ragionare, oue in nota renue,cofe tenui c bafsr,(fe 
n'-n qiian'd à finì, almeno quanto à fe medefime) vengono dctcc,infini- 
tfl! poti\bbono addure. 

PAR- 


■Digitizecf 



6\6 


PARTICELLA 

CENTES IMASBSTA. 

TF-Sro D I DEMETRL O 

f 3 J 

Tradotto da Pier Vettori. 

Erba autent omnia propria efle dtbent , & ex confuetudine z 
cjuod enim non difccdit à confuetudine , c/l omnibus tcnuius : 
quod vero extra confuetudinem c/l & translatum, idem ma- 
gmficum . Et ncque dupltcia nomina p nere ; et ntrarit nan- 
que nota & luecfunt . Tacque cium facia : ncque quacunque 
alia magnificcntiam pariunt. 

PARAFRASE. 

A le parole in quello modo di fauellare tutte hanno ad 
edere proprie , & ordinarie . Conciotiacofa, che le com- 
muni & ordinane hanno più del picciolo, e del bado: La 
doue le ilrafordinane e peregrine , grandezza arrecano 
« lplendore: E però, n > parole congiunte bilogna adoperare qua, né 
nomi fatti di nuouo,nc altre di quelle parole, le quali al la magnifi- 
cenza diccuamo chel'cruiuano : pere «oche etiti contrarie fono que- 
lle due note magnifica etenue.che le cofcdeH'vua di loroàpenaè 
pofsibilc,che ti confacciano in alcun modo all'altra. 

commento 

P Lsfffa Demetrio dalle cofe alle parole : E t oiebe hi mo/lrafi quali forti 
di cofareltc alla nota tenue propriamente appartengono : bora dite con qua 
le forti di parole barbiamo i dirli . TtyJ qual luogo mute cofe per ioulbginz* 
di lui farebbe necefiario , thè apportammo , fe non /afferò quel/x medtfmc , le 
quali di / opra nella particella 44 habbiamo luagameute trattati ; E (he peri 
la/ciercmo fatica al lettore di andarle d vedere egbfleffo ; qud re plu.be re- 

mo Solamente ^che trouandofi in tre maniere prejo que fio termine di Parole prò 
prie -, (ioè ò per parole non forafherc } blamente , come in quefla maniera fareb- 
be proprio il dire la lampade del mondo.ouero per parole non forefliere, e non 
basiate, come dicendo il Tiancta,ouero per non forefliere , ni traslate, nè gene- 
ri ibf. 




Sopra la Particella C V. €ij 

riche, come dicendo il Sole. Qua noi crediamo che Demetrio alla nota tenue vo- 
glia, che conuengano principalmente le parole proprie nel fecondo Jentimento '• 

Cioè che non pano nè forestiere , nè metaforiche ; m a quelle che la fauella cor- 
rente propriamente adopera: ò che effe generiche poi fiano,ò {pi a fu he, ò equi- 
voche, ò pnonirnt , ò altre : Che fe altri dirà , che Cicerone nondimeno oue ra- 
giona della nota tenue, non t [elude da lei le parole metaforiche -, c_si quello in 
due maniere rifponderemo : Trmie- amente , che tronandofi due forti di meta- 
fore, altre che per fe ftefle nafeono nella bocca anche del i olgo,& altre, che ftu- 
diofamente vengono formate da gli intendenti : qutfie feconde fono quelle , che 
"Demetrio efclude dalla nota tenue ; E le prime fono quelle che Cicerone ad- 
mette, dicendo . ( he la fua nota tenue può ff/f»*,transJatione fortaflc ero- * 

bnoti;madi quella maniera di translatione , qua frcqucntiHìmè fermo ois 
vtitur non modo vrbanorumjfcd etiam rulhcoium j E pabifogna ri- 
chiamare aliammo qui Ilo thè pine diceuamo nella > atti, ella 44 col parlare 
ordinario, e flraordin rio, che ciajiuno di loro può t fiere di due forti- ordina ■ io 
t'toècommune , & ordinario fielto ; H dall’altro canto Straordinario magnifi- 
co ,e flraorama io poetico, r tronfio : il che iìando così, accordiamo la diuerfi- 
làfra 'Di mct io e f icerom ,p<opofta ; ma t.on conciliata di M.Vter Vettori: E 
diciamo, che oue la nota tenue uenga adoperata m un parlare [culto e nobile, ia 
tal cajo come dice C icc o/i^teiiins 1 Ile orator, baflcra,il>e fia , in faciendù 
verbis non audax ,6c in transfcrcndis ucrecundus& in prifcisreli- 
quilque ornamenti* & verboruiii,& l'cntcntiarum demiflior • ha do- 
ve fe altri nel parlar corrrn’e, e popolare fi vaierà della nota tenue , quiui con- 
uerrà che egli come dice Demetri >, totalmente lafci, & nomina duphcia» & 
fa fìa,& magnifica, & transJata, & quacumquefunt extra confuetu- 
dincm ,£ la > a gioì e, che egli rende, è quella mcdtjima,che ethfUffo refe neh- 
la particella 44. pcnioche omn c quod eli extra coniuctudinctn* magni 
ficum e(l , & quicquid eli cxconJuctudineabicdum . \n quella manie- 
ra nella quale difie ripetile nel teizo < ella TQtorua al capitolo t.tid ato 
uc al mede fimo prvpofit > apportato da noi, che i) ut dere i forcateli piu cirr-uo 
ue, che gli ordinai ifCittadt 1 : non per aito ,fe non perche la Tarpi porgt r»c- 
rauiglii : £ la me rauigii rende magnifici e diletto i fumé : £ già [appio- 
mo che molte forte di p- role generano magnificenza : Se b ut 'Demetrio qui 
efplicitimentc nomina le congionte fellamente e le fatte, delle quali chi no lidi 
Jkfamcnte vedete, che cofx fieno, come generino magnificenza , & efji n/pi a tal 
propofito , potrà rileggere quello che da Demetrio , e da noi ne è fiato f ritto , 
nelle p titicellt 54. 5 q.e 5 < 5 . £ quello che aggiunfe Demetrio rei fine di quella 
particella , cioè che la nota magnifica , t la tc-ucnon fi companfia .0 i-fie- 
me, pur da lui, e da noi fi potrà uede e [piegato nella pa-tuilL vini inna- 
ffi a~> . 

rlx -i-’i - t i-i'isT;- ’ ■ 

DISCOR- 


Digitized by 


;o( 


6i8 


il Predicatore del ' PanigaroU 
DISCORSO ECCLESIASTICO. 

V Egganfi tutti gli efTcmpi , che habbiamo addotti di nota tenue , A 
nel proffimamente p Allato difeorfo , ò nel uenrefimoquinto : E fi 
troucrà che hanno faputo molto bene, c forfi infognato effi l’in- 
fegnamento, che dà hora Demetrio, gli fetittori Ecclcfiafiici, pofciachc 
ouc tenuemente hanno hauuto à ragionare , non mai di quelk;parole-> 
hanno adoperate, le quali al modo del dire mignifico e grande appar- 
tengonojchc fà alle uoltc nel ragionar baffo , la (agra (cri nura, ò per dir 
meglio gli interpreti di lei alcune metaforiche parole hanno mifchiatc , 
lì uedecnc fono fiate delle più ordinarie > e più communi : Et anche ad 
ogni modo danno non sòche di nouitàall’on echio; Come quando nel- 
la hiftoria di Giofcffo dice il tefio chela occafione dei fogni e dci,ragio- 
naincnti di lui , 

ljiuidix,&odij fomitem minifhanit . 

E più chiaramente nel 3. de Regi al terzo, nel ragionamento che fan- 
no le due meretrici innanzi à Salomone , nel quale , che c tutto tenue J , 
perche ha lafciato l’interprete entrare vna parola un poco magnifica , (*c 
ne fente fubito la nouità. Ecco, 

[ Oblitero, mi domine , ego Se mulier hxchabitabamus in domo vna , 
Se pcperi apud eam in cubiculo. Tertio autem die pofiquam ego pepe- 
rà pcperit&ha:c,Ó(^cramusfimul,nullufqucaIius nobifcum m domo, 
exc.eprisnobisduabus. Mormus eli autem fiiiuiiruilicrishitius nocte : 
donniens quippeopprdfit cinti : Etconfurgensinrempcftx no&is filem 
tio.tulit filium meum de Iaterc meo ancillx tuar dormienti;, Se colloca- 
mi infimi fuo. Suum auté filium, qui crat mortuus, pofuicin fimi mco. ] 

E cofi feguita il ragionamento tutto in nota tsuue , nel quale, fé do- 
mandiamo à qual fi uogliahuomo mediocremente giudidofo, quali pa- 
role fra tutte qucllc.che habbiamo dette gli fia paruta vn poco più nin- 
nata dell’altrc,niuno farà, che non la conofca , quella cioè . Intempefiae 
nodis filcndo 

Che in vero in un parlare ordinario, c tenue, eccede vn paco, ma lo fi 
anche Tenore , Se inficine c'iqfegna , che bifogna dunque elfcrc cautiill- 
mi,c che oue tenuemente fi ragioni , non altre parole che proprie Se or- 
dinarie hanno da adoprarfi. biella Gcnefi al 3 t,ouc Giofeffo rende con 
toà Labannodc fuoi pafiati feruigi dicendo , 

[Vigintiannis fui tedimi oues rtur» & capra: fterilesj non fuerunr, 
arictcs gregis rui non comedi :nec captimi ebefiia offendi tibi :Ego 
damnuin omne reddebbam : quicquid furto peribat,àmccxigcbas. Die 
noeluque atftu vrgebar,& gclu.fugiebatquc fiminus ab oculis mcis, fìc- 
que per vi ginn annos in domo tuafcruiui tibi. ] 

Fri tutta la tenuità del ragionamento quella claufulctta 
Die nofluque xflu vrgebur & gela 

Si (ente, che e per lo numero magnifico ,jc per la metafora della paro- 
la vrgere alza un pochetto più, che forfè nó bifognerebbe: cofa che non 
fà un’altra metafora, in un’altro luogo della fcrittura,cioè nella parabo- 
la del figlio Prodigo, che egli . Quiui fi dice 

Cupie- 


Sopra la Particella C VI. 619 

Cupicb.it implere uencrcm fuum de filiquis, qim porci mmiucabant , & nemo 
illi dabat. 

.. Che c parlare molto tenue e baffo. E Cubito fi foggiongevna bella.* 
metafora. Cioè, 

In fc tener fus dixit 

E nondimeno non offende,perche febene è metafora, è affai commu- 
ne,&ordinaria,|e molto frequentemente fi fuol dire anche dalla plebe, ( 

che quelli, che rinfanijfcano: Ritornano in le, 

. Ma de' nomi ftrafordinari), e giunti, c farti,efimiji, ne* difeoefi Ecclo- 
fialtici 54.C 55. babbuino bene a baftanza ragionato. 


P A T IC ELLA 

CENTESIMASETT/MA 

* 

' TESTO DI DEMETRIO 

T radotto da Pier V errori . 

I primis autem planam oportet efìe locutionem, planam xutem in plkri- 
bus. Trimum quidem inproprijs . 

PARAFRASE. 

COpra il tutto conuiene , che nella nota tenue altri procuri di pat»^ 
i3 lare chiaro, facile, ed intelligibile : E quella pianezza e chiarez- 
za didire fi guadagnerà, le altri, ragionando, adopererà prima pa- 
role propri e «. 

COMMENTO. 

N Elle due note paffute, quattro cojehd fatto Demetrio fe ne ricordiamo • 
Hi in ciafcuna di loro detto quali cofe le fi contengano, quali parole . _» , 
quale Struttura, e quale fu il vitto che le è vicino : Qui vuole fare quefìe mcd& 
fime cofe, ma di più quattro altre, che fono mezzane, come nella nota tenue s'ae 
qutfli la chiarezza-, come la euidenza,come la perfuódentia . c in particolare co 
me fi fermano bene le ^pillole, e le lettere famigliar i : Ne però fi egli qui He 
qnutrn.doppo le quattro dette 4i / opra ; ma per fuggire la fatieti , che nafte.* 
dall'cffere \nifornu,va tramezzando di qucSla maniera . 

« Tri- 


(6 lo Jl Predicatore del Panìgarola 

c "Primieramente bà infignato nella particella 105. quali cofe à quella nota 
tenue appartengono appreflo nella 106. che è la precedente dicbiaró:quah pa- 
'role le contengono: Hora antiche egli ragioni della Strutturala questo tuoga 
finefclufiuamentc alla Particella 1 1 6. infegna come fi poffa acquisiate la chi a 
rcz^a nel dire -.quindi fino alla li -parlerà dellafiruttura,e compofitionc tenue-. 
Voi fin alla 14. tratterà della euidentia . 

Dalla 14. fin alla 26. di Ila per fuadenza: oue cominciando ragionerà della 
■ nota cpiflolarc fin alla particella . E da quel luogo fin alla del t ilio oppofio al- 
la nota tenue, che è l'aridità . r Bajla che per noue particelle intere comincian- 
do da quefita per tutta la decimaquinta ad altro non attende Demetrio , che ad 
inJegnare,come ragionando poffiamo effere chiari, lucidi,c facili, & intilligibi 
li: e ben con molta ragione- pofeiaebe -Anfioule mede fimo nel principio dttfi- 
Xondo capo del ter^o della 'Retorica tutta la principale virtù del ragionare con 
flituifee nella chiarezza . 

Elocutionis igi tur virtù* dilucid itatc dcfiniatur. 

Che il Caro tradujj'e Habbiafi per diffinito,che la virtù del parlare confili* 
ncll’cficr chiaro, & c^Ariflotde flefio nel mede fimo luogo ne rende la ragione , 
percioche oue il parlare non fita chiaro, manca del fuo proprio fine; che i quello 
del far fi intendere ; e quanto è mcn chiaro, meno affcguifce la fua intentione: N i 
fi ennn oratio figmficct,non habebit opus l'uurn ,cioè ( dice il Care) fe 
non fi intende, nonfi l’officio fuo. E t in effetto noi vrggiamo,cbe gli filli più bel 
li drl mondo, fono anche i più facili del mondo. 

Tfiund tofa fra Latini è più chiara e più lucida del parlar di (JUarco Tul- 
lio ; l^iuna, fra noi Italiani è più facile, e più co> rtnte à gli intendenti della La 
lingua, che lo Jtile delle nouelle del 'Boccaccio t Qhe fe egli in altre opere fue è fi* 
tomen chiaro f è anche flato men bello: -Anzi quello è un fegno per conofcere 
fe altri fia armato in pojfedere compitamente lo fhle di una linguali uederefe 
egli è preuenuto à chiaramente e lucidamente ragionarui dentro . 

Tutto il contrario di quello che fanno molti, i quali fi arrecano à molta lau- 
da: e credono di douere efier reputati grandi barbaforte fe gli filli loro riefeono 
Jcabiofi,dijficih, intricati , ambigui, cquiuochi,e poco meno ch'io dico, pieni di lo- 
to e faffi.ln quella maniera che imo non meno [officiente lauaccci che foffe Gian 
ni Lotbtringbi, lodando vita volta à me lo fide (l'un tale , fra l'altre fue quali- 
tatiue mellonaggini da legnaia mi dtffe, eh’egli era tanto bello e tanto forbito , 
che due, e tre paggine , fi fior renano tal' bora ,fenza trouare un nerbo prin- 
cipale . 

. Ma tal fia di lui : In fomma la più bella co[a,chc poffa batter e uno fide, princi 
palmente nella nota tenue, è l'effere piano, ebiaro, lucido, f arile, & in fomma t ce- 
le, che f emendalo, ò leggendolo noi, di [patio in Jpatio ragionatole, fetida fatica 
fi ci quieti l’animo , efenza rimanerci dubbio alcuno , ò fenza hautre faticofa 
mente à fpecularui intorno, per quello, che fpetta allo fide, ci refti chiaro, e lue' 
do il Jcntime»to,di quanto è fiato e detto , ò feriti 0 . Quella tale virtù dunque 
della chiarella vuote Demetrio in noue particelle infegnare , come poffiamo. 

. con- 


Digiti 


Sopra la Particella C V H. 6 11 

eonjeguìre ; Et il primo infegnamcnto è, che per tfier chiari, bifogna adoperare 
parole proprie . 

Pianura autem in plunbus.fcd priraum in propri js . Quel medtfmo 
(he diff: ^riHotile oue difopra . . 1 

Dilucidane autem reddunt orati onem,qu.'C propria funt, fiòc no? 
mina, 'lue vcrba: Cioèdiceil Caro. Quella chiarezza dii dire fi fà, quando 
le parole fono proprie . 

E già nella particella 44. balliamo difcorfo , & anche nella precedente re- 
plicato inquante maniere fi intenda alcune parole èfier proprie ; cioè, ò non fo- 
raflicre,ò non metaforiche, ò anche non equiuocloe , nè generiche , t fe bene pet 
fare cheto file fia baffo e tenne, baila adoperare parole proprie nelle prime due 
maniere-, cioè che non fieno nè straniere, nè metaforiche di meta f re peregrine j 
nondimeno per farle di più chiaro, lucido, bifogna anche aggiùngerai l’altre. 
qualità -, Qioè che non fiano nè equiuoche,ni generiche -, Tcrcioche quanto alle 
equi no che ciajcuno sà,cbe fono piene di ojcuùta , onde però diceva A riflotile , 
che parole tali erano per gli foffifli, i quali non vogliono effere inteff, ma quan- 
to alle generiche ancora, non è aubbio,cbe molto più chini e e più ejprimenti fa- 
ranno le fpecifiche, come perejjempio più lud i % cofa farà il dire, 

f ho fxbncata una cafa, fcolpita vna Slatoa,pinto vii ritratto,compoflo un 
r Totma,e tcfluia vita tela, che con noce generica dire di Iutiere fatta vna Cafa 
fatta t na fatua, e ciò che fegur, e quefto era quello , che diceua A ri fot ile nel 
quinto capitolo dilla Retorica nel libro tergo, che fi hà da parlare con uocabo 
li proprii,cioè non generali nè circonfcritti ; Ma di quefto luogo d'c^Ariflotile 
abondantcmcntc ragionammo n-.Ua particella 44. Ter bora refi conclufo quà 
che per effere chiare bifogna adoperare parole proprie ; cioè non ltranicre,non 
metaforiche di metafora recondita, non equiuotbe,e non generiche . 

f '/ ? . It* A ' à* i • -I -•( •.*»*!* M.JV .iL > 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

P Er quello che fpetta jlliofcurezza, la quale nalce negli fcrirti,e ne* 
ragionamenti, non dalle frafi.ò dalle conili turioni ; ma dalle pa- 
role per fe medefime ad vna ad vna, c non in ri fguardo d’altre cor$ 
fiderarc,farà facil co/a, clic nelle fcritturc noftrc Canoniche , principal- 
mente nelle antiche, alcune ofeurità tali fi ritrouino, fi peraltro cagio-j 
ni, come c molto più per efler Elleno da Idioma tanto lontano dal noltrd 
ftatc tratte, quanto è l’Hcbraico . 

Per eflempio . Perche nell? lingua Htbrca la medefima voce lignifica 
l’vltima volótà del teftatorc,& anche qual fi voglia contratto,di qui na-i 
Ice, che gli interpreti anche in latino della parola . 

Teflatnemum . 

P:r tutti è duc^quefti lignificati fi fono ferititi , &■ bora per la volontà 
de 1 teli trore hanno detto. 

(Li teflamenlum c 3 ,mórs ne ce ff et fi inttreedat tcTiatoris. 

. ‘ " flora”* 


611 llTr equatore del PanigaroU 

• -Horà per la promertàò parto. ■ 

Memento domine icjìatneutitut . 

Che è imponibile clic ni alcuni luoghi non habbia generato vn poco 
di ofeurirà . 

La parola Ruah nell’Hcbreohabbiam! già dettovn’altra volta, che 
vgualinente lignifica il vento, 'e la terza perfona della SantilfimaTrini- 
tà: & appunto nella latina lingua vnacosì corri fpon dente fc ne le ctro- 
uata.che anche cita ritiene la medelìma cquiuocatione,cioc la voce » 

Spiritus . 

La qual però, fc non forte che, come ad ancora fagra, polfiam fempre 
ricorrere alla efpofitione della Chicfa,dc*CódIi), de Pontificie de" San 
ti padri, ci lafciarebbe tal’hora ofeura, Iaclauluiaoucc polla, corno 
quella , 

Sfirittu 'domini fcrebatur fuper aquds. 

Et altre : ma troppo babbuino noi da ringra tiare il Signor in quello 
fatto,perchc come dice Santo Agoftiuo nel terzo della Dottrina Chri- 
ftianaal capitolo fecondo, 

[ Rarirtimc,& dirtìcillimè iuucniri potell ambigui tas in) propriis ver- 
biSjquantuni ad libro* diuinarum fcripturarum fpcdl.u, quam non auc 
circunftantiaipfa fermonis.quacognofciturfcriptoruin intenrio,autin- 
terpretum coIlatio,aut prxcedenris linguxfoluatinfpcdlio.] 

Eccetto fc non è in alcuni luoghi non rileuanti,oue venendola mede- 
lima voce davarii interpreti variamente efpolla, poco importabile quel 
poco redi di ofcUrità, e che noi in qual fi voglia fentimcnto, la riceuia- 
niOjCome per ertempio in Efaia al i4,la parola. 

Quipod . 

Vani interpreti diucrfamcntc la traducono quale Ericium quale Erina- 
cium, quale tebinum, quale nofttum,Se altri altriiucnrc > & in El'aiapurc al 
41. la voce. 

Schitaib- 

Che variamente viene interpretata horarp/«<jt»,hora buxum , horainal 
tri modi : c quella famofa di Giona al 4. 

KiKéton. 

’ Intorno alla quale fù tanta Iirc,fc quell’arbore, ò hellera fo(Te,ò cucur 
bita,ò altro . Nafcc ancora ofeurità nelle parole femplici della fcrittura 
per lapuntuationeHebraica, non eflendo dnbbio,cnc la medefimadit- 
tionc per varij ponti, tanto variamente fignirica,quanto fa la voce , 

034 Che variamente ponruata , hora Ribar fi legge ,efignifica ver- 
bum, & hora deber, e lignifica pefìcm . Occorre di più che il medefimo no 
me proprio conucnendo à due , tà ofeurezza , come 
Farao. 

Non c il medefimo quello di Giofcrto, e quello di Moisè, ne c il 
medefimo 

Hxrodes . 

Quello, che fece morire gli Innocenti Fanciulle quello , che fece ta- 
gliar la tclla à San Gio.Batn(la: E dall’altro canto genera tal’hora ofeu- 
rirà, il non faperechedi molti nomi lamedefimacofa fia chiamataco- 
mc per ertempio, la Città oue mori il Signorc,con tutti quelli nomi c da- 
ta con diuerfi tempi nominata. 

Salem- 


4 


Sopra la Particella CV IL 6 1 $ 

Salem» te, Hiere, Hierufalem Hiebui,Hebufdcm. Lu%4 Rethes,Solima.Hiero- 
lima > & Elia. 

Ma fopra il tutto i tropi nelle fcritturc fagre frequentiflimi poflfono 
ofeurare grandemente le voci,&iconcetri,fe altri non ne hà prattica.». 
Se auertenza: come per metonimia il braccio douerà lignificare Ia_, 
forza . 

Brachium corum non fcruabit cos. 

Per analogia il medefimo dourà elTcre pigliato p er lo profilino. 

Vnnfquifque coment brachijfui rorabrt ■ 

Per Sinecdochc l’animaìignifichcrà l’huomo. 

D<t nubi animai . 

E la carne il medelimo . 

Ve rbum caro faftum efl. 

Per metafora il Leone hora lignificherà Chrifto 

V icit Leo de Tribù Giuda. 

Et hora il Dianolo. 

Tanqu.tm Leo rugieni. 

Per Antipafijbcnedire vorrà dir maledire. 

Come in Giobbe al fecondo. 

Si non infaciem benedixit ubi idefl malcdixerit. 

E nel terzo de’ Regi oue fi dice calomniato Na- 
both perche 

Benedixijjet fiegi, idefl mdcdixi/J'et. 

Et anche lenza troppo, l’idiotifmo snedefimo Hcbraico porta, che mol 
re parole, imitate poi de gli interpreti, affai ditterfe cofe figni ficano da_> 
quella, che la purità della Latina lingua ammetterebbe: come yerbum fó- 
gni tìca/t £7 w». 

7 ioti cfl imponìbile apud D eirni omne verbtcm. 

Come bumiliari vuoi dire afiligi. 

H umiliami firn tamii . 

Come nomen vuol dire auftoritas. 

In nomine meo demoni a attieni . 

Come confiteli vuol dire nngratiare. 

Confiteor libi pater domine cali, & terra, quia abfconiiflihpcàfapientibus , & 
prudentibus,& reuelaftì ea paxuuln. 

Et altre limili: Che tutte congiunte con l’altrc maniere di parole ofeu 
re dette di fopra, fanno che veramente per la ragione dell’Hcbraifmo ri 
mangano in alcuni luoghi lenoftre Canoniche fcritturc con qualche o- 
feurità . 

Si come c per gli medefimi rifguardi, anche i Padri antichi in alcuni 
luoghi imitando lo fti le «iella fcrtttura, fono fiati men chiari. & aneliti 
perche alcuni di loro dall’ufare parole antichifiìme , Se hormai poco in 
vfo,non fi fono guardati, come fra gli altri Tertulliano, il quale invece 
di pqualem effe , hauerà per efTcmpio detto pariari . 

lipn rapinom exiflimauit pariari D co . 

Ej altre voci limili : oltre che feriuendo cofe appartenenti alla gentili- 
tà, & à i riti loro, nomi bene fpcfl'o fono fiati sforzati ad vfarc pnncipal 
mcnteil medefimo Tertulliano, e Cipriano, c Gregorio Nazzanzeno, e 
Clemente AldTandrino , che fc la gioucuoliilìma fatica di chi vi hà fatti 
Parte Seconda. Rr fchct» 


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6 1 4 2 / Predicatore del 'PanigaroU 

cholij intorno non ci aiutai!; in vna forama o(curità,farebbc ncccHario 
che rimanedìmo. 

Del redo cioè dalle occafioni fopradettc in poi, nó c dubbio che quan 
to alle parole femplici, delle quali fole per bora ragiomamo,e lefcrittu- 
re fante,& i noftn Ecclefialtici autori , per lo più chiarillìmi fono dati e 
lucidi flìmi . Ma notantementc per allegarne- vn Latino, &vn Italiano 
ambedue nella nota tenue, chiariamo c dato nelle die EpittoleS. Grc- 
gorio.come oue dice ( e fcrtutà ancora per edempio di fotnma carità in 
vn Pontefice, 

[Neceditatcm paticntibusPontificalcconucnitadcdc dibfidium. Pro 
quo experientia- tuar prxfenti authoritatc prxcipimus, quatcnus Albino 
priuato luminibus>tilio quondam Martini Coloni, fingulisannis duas 
tremides,finealiquadiIatione prxdarc non definat, non dabitatura fuis 
hoc fine dubio rationibus imputari . J 

EChiaridìmopur in nota rcnueèltato quell 'autore Ecclcfiadtco Ita- 
liano, che anche per purità di lingua allo dedo Boccaccio non hà dacc- 
dcre,cioc ii Padre Pa(rauanti,comc,ouc dice, 

Leggefi nella vita de’ Santi Padri, che Santo Antonio vna volta orado 
vide tutto il mondo pieno di lacciuoli del Diauolo,i quali era teli in ter 
ra.c lacrimando dille . 

Or chi potrà (campare di tanti lacciuoli, che non da prefo da qualchu 
no ? c vdi vna voce,che gli rifpofc.c didc,l’humiltà fola,ò Antonio, non 
potrà eder prefa . 

E poco più giù. 

Il Diauolodide vna volta à S.Macario, perche mi vinci tu ? Clic fc tu 
digiunilo non mangio mai;fe tu vcgghi.io mai dorm©;fe tu t'adatichi, 
operandojio non hò mai ripofo:E rifpondcndo egli Aedo alla qucllionc 
fua di de , 

La tua humiltà fola mi vinceva qual non hò,nc polfo hauerè io. 

Che fe altroue mai conuicnc.chc altri procuri d’eder chiaro c facile , 
principaliifimamente conuicnc quello al pergamo.e la ragion è in pron- 
to.pcrciocheniun luogo fi truoua.ouc più importi l’tdcrda tutti chiara- 
mente jntefo.chc da lui. Il Padre Granata nel Cap.j.dcl 5. libro della fila 
Retorica Ecclcfiaftica, tratta anch’egli della nei lpicuità, clic deue liaue- 
rcildicitor del pergamo : e per quel lo che metta non alla tcllura delle 
parole,niaalle parole prefe per femcdefimcjdiccanch’igli che niunaco 
fa ci farà c(Ter più chiari, che fc per lo più di parole proprie ci feruiremo. 
Trini emm pcrfitcuilatcm cfjiciunt pi oprtù nerba quitta ». ai in, a pars ferri, otiti iou 
fiore debcl-Cc rea poi quali (iano quelle parole proprie, che fanno chiare! 
*a:e dice che non Tempre le cofe con le parole propric.cioè co’ nomi lo- 
roproprij denno edere nominale, ouc ò bade federo per riufeire quelle 
voci.o fordide.ò cblccnc. Macheinvcro per proprie parole bil'oena 
chf noi prendiamo quellc,chc noi guittamente crediamo che fieno più 
e fprimcnti,più lignificanti, e che hnbbiano meglio da dichiarare quello 
che diciamo: In quella maniera clic Santo Agottino nel ideila Dottrina 
Chriftiana a) cap. io. ci aueitiua,che ncll’infegnare noi non penfadìmo 
ad altra qualità ne Ile parole, che all'eder Elleno fignificaHtt,& t finn, enti : 
Quid cairn p rodeii, dice, toquulionu integrila s quarti non fequitur inulleàus au- 
duutu, cura loqiicnli annuito nulla fu caufafiquod ioqtttmut .non intelligunt , pro- 

f ter 


ed 


Sopra la Particela CVH. 6 1 5 

pfer quos ut inietti goni loquimur ? Qui ergo docetuitabii omnia nerba > qua: noe do- 
cet. Et fi prò eis alia integra, que mtelligantur potejìdicere,id magis eligct ■ Si attt & n 
non poteHfiue quia non funi fine quia in pràfentia non occurrvnt,utitur ctia nerbi-, 
mtnus mtcgris dum tamcn rei ipfi doccatur atque diftatur integri . t piu giu. 

Bonorum ingeniorum infignts efl indoles.in uerbii ucrum amare, non nei ba ■ Qjaa 
enim prodcsl cìauis aurea , fi aperirc,quod uolumusjion potett i ut quid obrjl li- 
gnea fi hoc potefì ? quando mini quarimut-.nifi patere quod claufum ejt r 

E tanto dourebbe badare di hauer detto al noitro Predicatore, perche 
egli nelle parole die forte chiaro,non fi trattado qui d altro che delle firn 
pTici parole: Tuttauia il defiderio,che habbiamo di giduare,ci fa digre- 
dire vn poco à pregarlo che per amor di Dio anche quanto alle cole , & 
alle matcriCjChe tratta egli non habbia per grandezza il ragionare di co 
fe tanto alte, che non fianointcfe:Ic quedioni recondite di Filoforia, cdi 
Theologia nonfono fatte per Io pergamomè il pergamo per lororegran 
differenza conuicnc che fia fra’l pergamo, e la Catedra; fra la Chiefa,e la 
fchuolaie fra la predica fatta à plebe promifcua, c la lettione fcholallica 
fatta àfcolari,& intendenti: E già ime non piace che alcuno fi metta a 
predicare, il quale in alcuna delle fcholadichcTheclogie, oTomidica, 
o Scotidica,ò quale fia non habbia fatto corfo,c non fia più chcmcdio- 
cremen te fonda tOjperchc in nero chi fenza quedo Archi penzolo fi met 
te à interpretare ò lcritturc,ò Padri, in molto pericolo mette fe, od altri, 
e dura eofa farebbe l’efplicarc Virgilio ò Cicerone fenza faper Gramma 
tica ; Tuttauia non tutte lecofe.chc conuicnc, che fappia il Predicatore: 
le medefime conuitnc,che egli le infegni dal pergamo: Ne pcrautientu 
ra può farcofa manco utile à i popoli, c rr.cn conueniente al fuouffitio» 
che fenza edrema nccedità, la qual à pena può auucnirc mai , che à di- 
fputare fottigliezze fcholadichcncl pergamo, c dichiarare ò didintione 
ex naturarci, ò laHcchcita,ò f milicofe; le quali, oltre che’l popolo non 
intende, veggono anche i giuditiefì chc’l predicatorc.non per altro le ap 
poi ta,chc per far fapcre ch’egli le sà, c per quedo dicono fcandalizati , 
che egli non Cbriflurn predicai, fed femeiipfum . Nelle indruttioni date dal 
Cardinal Santa Prartcdc al predicatore, una ne è qneda ; Subtiliores qua- 
ftiones apud imperitam multitudinem ne attiugat . 

Maprima,c meglio, dirtc San to AeomnoiSunt quxdamqug fua uinon in- 
telliguntur aut uix intelliguniur,quantolibct, & quamlibct,quamuis plantiffmè di- 
centn uerfentur eloquio, qua in populi audietitiam,ucl rarò ji aliquid urget,uel nun- 
quam omnino mi muda Junt . 

Diremo quedo ancora e finiremo la digrcrtionc,& il difeorfo infieme, 
che trottandoli vn Predicatore anche affai famofo in Italia, il qual veni- 
uaogni mattina in pergamo con un E'trum, cioè con alcuna qucftioncj 
fotti lirtìma, che dalui ad partei vcniuaeccellcn»emcnte difputata : & ha- 
uendo egli ad vn amico fuo giuditiofo domandato , che cofa gli pareua , 
delle fuc prediche, & in particolare de gli Ftrumchc egli difpuraua, acu- 
tamente gli rifpofe l’amico, padre perdonatemi, le prediche per altro mi 
piacciano: Gli Vtrtan, mi paiano Otri, ma pieni divento. 


Rr » PAR- 


6i6 

PARTICELLA 

CENTES1MAQVARTA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 

> linde in c<pulatis . quod autem carct ciniunffonibus , &dfio- 
luium cfl totum, obfcurum omne efl ; ìncc tu enim fin ulo - 
tum membrorum principia propter difiol, ti. ncm .qucmadmo 
pc re éfìolut Q 1 H(iaC ‘ ! ‘ f cri P !a : tttnimbtc tcnebricoja efficit m.gna ex 

parafrasa 




Poi fc fi feruirà bene degli attaccamenti ; Concio- 
^ aco ^ a > c ^ c 1 componimenti difciolti e non attac- 
cati,per lo più,ouc habbiano da eflere letti, riman 
gonool'curi. principalmente perquefta cagione, 

. ^ che di alcune parole non rapendoli, fc con iepre- 

cedcnti,òcon quelle, che i'eguono, debbano attac 
carfi,incerti e dubbij refiano 1 cominciamcnti de’ 
membri: Come occore ne gli fcntti di Heraclito,la ofeurità de qua- 
li, in gran parte procede da quella caufa lòia . 

COMMENTO. 


C He cofaftanà attaccamenti , e di quante forti, afai lonzamente da noi è 
fatto di/corfo nella particella 1 1 . oue babbiamo ditto , ch'attaccamenti 
fi trovano, ò cong ontiui fimphcimtnle, come la Et 

Qjuefio ragionamento con gran piacere toccò l’animo del UWaefìro, e par - 
ueglt ebe la fortuna gli bauefie al Juo maggior de fiderio aperta la via. 

O fojpcnfmi firn plici, coni e la mentre, 

t-Mintrc che lo / colare quefio diceua , la miftra donna piangeva dì con- 
tinuo . 

0 finalmente fofpen fui accoppiati icone fono quantunque c nondime- 
no non pure, e ma, 

K°” 


Sopra U Vorticella C Vili. 6 27 

, 2(pn pur mortai ma morto, 

E filmili; Ex tramane di grandiffima importanza è l'aioprarc bene gli at li 
taccamenti nel parlar e, e n. Uo firiuere,comc lo dice rifiatile nel principio del 

quinto Capitolo del terzo della /{clorica , oue ragiona d. Ila correltione , del- 
la lingua : Ulta oltre qa<Uo che appartiene alla concinone , gioua anche 
•gran temente il buon vfi loro alla chiarezza : Ter e fiempio, come vedre- 
mo più baffo , e come lo dice risiottle oue di fopra , che di due attaccamenti 

accoppiali, ne ma teff vno e l'altro, e non lo rendeffi mai , ò doppo troppo f pa- 
tio, e con troppe inferme fk,ofiurif}imo lenza dubbio farebbe il ragio namento : 
oltre che anche t / empiici attaccamenti bene vfatì, molte volte leuano di 
grandi ofeunti: E fra l'alt re, Che è quella che dice Demetrio qui giouano à le. 
uar quell’ ofeuritd che nafee quando perla dijgiontione del ragionamento , refi 4 
dubbio oue ftano i principi / de' membri ■ Ter tffempio. 

Ibitis redibms minimi capieimni. 

Questa fu ri/poflad’vn oracolo, ad alcuni, cbehauenano domandato, fe an- 
dando in tale uogo, erano per tornar fatui finga tfiere prefi da nemici. La qual 
rifpofla m ifcritto, fecondo due forti di pontuationi,può bauer due diuerft,anzi 
due contrari fintimcnti:Tercioche fi la virgulaflard fra la parola redibitis> 
■* la parola minime, fard il pentimento felice per loro, e conforme dioro de fide - 
rida doue fi la virgola fard pofla fra la parola mimmè e la voce capicmini fa- 
rd tutto il contrario. > 

Ibitis rcdibicis, minime capienaini. 

Tornante fatui. ' t ■ \ m ■ ‘ V. 

Ibitis redibitis]minime,capicmini, c •> v 1 • 

Sarete prrfi.Comefi in Italiano dice fimo, 

Andante, tornante nò? fareti prefi, 

Outro, Andante tornente no, farete prtffi, 

Che fi quelle parole imaginaremo , ebe fumo proferite finita anione chela fi 
àiHingua,ò firitte finga pontuatione,che le dichiari fiempr e faranno ofeurifii- 
me . E tutto per la dijiuntionc , la quale non lafierd ebe intendiamo fi la voce 
minime con la prccedente,ò con la figuente babbi i da eficre congiunta -, la doue 
d tutto fi potrà prouedere con vn filo attaccamento congiuntiuo : Pcnbe , 
dicendo fi , » 

Ibitis redibitis,& minime capiemini. 

tender ite, tornente, e non farete prefit. \ 

Qtd fi vede, che 1 1 congiuntione pofla oue è pofta finta ogni ofeuritd, e taf eia 
tbiarifiimo il pentimento. Siche occorcndo molte volte quella tale ofeuritd della 
inetegza dei principi dalla diffolutioncjUWa in vniu. rfalc da qualunque (agio 
ne efia nafea, ò dalla difiolutione,ò da altro , grandemente bifogna autrtire ne‘ 
nofìri componimi nti di non dari i dentro, e di fare in modo che d'vna ò più pa- 
role pofla, ò pofiefra due membrifi fra altre parole , non poffa maircflare in 
dubbio, fi con le precedenti, ò con le figuenti debbano attaccaci: Per efiempio, 
Doppo bauerti portato odio grande amore ti prefi. 

Parte Seconda. Rr | Quello 


6l8 Jl Predicatore del Tanigarota 

Quello modo di dire non è buono , ò che refi* in dubbio fe la parola grande, 
di U' udio, o deli ^dinaro i.bba intender fi. 

Cioè fe tu vogli dire che 

Doppo battergli portato grande odio, gli bai prefo amore: onero che 
Doppo battergli portato odio, gli bai prefo grande Amore. 

7fè bijogna riccorerre qui alla prolatione ,‘ò alla pontuatione , dicendo che 
dal modo di proferire ft conofcc la diflintione, onero che dalle virgole ben polle 
fi diflingue fubito qui Uo che fi debba intendere -Verdoche come dice bene il Tic 
colo-, nini nella Tarafrafc del quinto Capitolo del terzo libro della Retoricali, 
Chi vuole frittele bene, non bà da mettere fperan^a alcuna nell'aiuto della poi i 
tuatione;ma fare il fuo componimento tanto diflinto per fe mede fimo, che ne an 
che la corrotta pontuatione, bafli à renderlo dubbio ed incerto . Come s' altri ha- 
uefje] detto , 

Dopo haucrti io grandemente oditto amore finalmente ti hò prefo. 

Qui corrompono pure coi punti , copiatori, ògliftampatori quanto uoglia- 
mo,cbt ofeuro non renderanno mai il pentimento deli autore: E molto più facil- 
mente dalla verità del finimento ,fi conofcerd la corruttela de punti, che dal- 
la peruerjità delia pontuatione venga ofeurato il componimento . QueSta me- 
de {ima oj entità che noi trattiamo quà del non [aperfe,fe con le precedenti, ò con 
le fegucnli debba intender ft congiunta vna,ò più parole , è quella che trattano 
anche i logici, ma ad altro propo fuo), oue ragionano degli FJen hi : Eia falla- 
cia, che da quella ofeurità nafcc,è quella che effi domandano f allieta compo- 
ii tioms.cW vnajpctie di lei : Come occore in quell’ efiempio , che fi catta deui 
cA rijlotile nel libro primo de gli Elenchi. 

Qutcunque littcras l'cit mine di dicic ras. 

Ou-fe lapartìcella nunc viene congionta con la antecedenti parole ve ri/fi - 
pia èia propo fittone, che chiunque nunc fcit li tteras.cas didicit :la douefe fi 
congionge colile feguenti, non è i ciò, che chiunque littcras fcit , cas nunc di- 
dicit, trouandoji de’ molti letterati ette già da molti anni le lettere impa- 
rane che bora fanno. Similmente,^ è nelitjìeffo luogo d‘ A rifiatile, 

Qui vnuinfolun poteft terre inulta potei! ferre- 
Se la parola folum determina il potcl’l falfo è che colui, il quale folamen- 
te può portare rno,poffa portare ptù.la doue fe fi congiunge con i'vnuin di mol 
te cofe io à mìo piacere ne pofio portare vna fola e molte , come mi vien be- 
ne tale è quello, 

Quod viuitfcmper cft . 

Oue non è vero,che tutte le cofe che viuono,ftano eterne : Et è vero che le co- 
ffe quali ftmpre viuono,fono eterne. 

£ di quefle molte fe nepotrebhono addurre. Ma à noi baflerà con 'Demetrio 
dire che di quefla forte di ojcurità furono grandemente o [curii componimenti 
i’Heraclito,nè però ne adduce egli tfjempio alcuno-Ma ^yiriflotile, 1 he della 
me le fina cofa danna lo flc fio Heraclitontl terzo de' la ‘Retorica al Capitolo 
5 .aU ega attchs vtt ejjcmpio di lui, oue fi vede ofeurità, nata dalla incertezza del 

pria- - 


: Digiti; 


629 


Sopra la Particeli* C y HI. 

principio: E le parole tradotte dal Caro fono quelle , . 

Di quefla ragione che i vera femprefono gli huomini ignoranti: 

One non fi si, fc la parola femore con la precedente, ò con laf giunte voci 
debba congiunger fi. E fe egli habbia voluto direbbe quella tal ragione fia fem 
ore vera:ouero che di quella ragione ve. a, ne [mogli huomini [empì e ignorati, 
tt. T beone Sopbifla oue parla di quefla medefma ojcurtd, adduce lojUfJo tjjent 
pio di Heraclito ima di più ne adduce alcuni ancora di H omero, de quali, vno 
ne e/pone in quello luogo Meffer Pier lettori . Che feruti i noi per dire che fe 
Marnerò , e Virgilio anch'cffi in alcun luogo non hanno potuto fuggire di dare 
in quella ofeuntd della incerte %{d de principi Jten fi potrà perdonare al noftro 
Boccaccio, fe anch’egli qualche volta haurebbe potuto pii interamente guar . 
darfene : Ver esempio tuia nouella di firn ne, oue tgh diluidice t 
E dilauoratore di beitela fubitamente giudice diuenuto. 
i_s*l fuurofe la pontuatione non aiutai, non farebbe co fi facile il diflingue 
rcje egli prima fofie flato lauoratore di bellezza, e poi battere hauuta vita giu- 
dicatura^ pure fe egli dilauoratore che era prima, fofie poi diuenuto giuda e di 
bellona. Similmente "Baciar do Minutilo oue di patella, parlando, dice che bu- 
ttata un marito. Il quale ella honeili/Jima piu che altra cofa amaua. 

Sensati accorrere d punti anche qui fi potrebbe cauillare fe effa [offe pii 

che altra cofa bone fiiffima.ò pure fe più (fogni altra cofa amaffe l marito', 

Et in Boiardo daWvfignolo oue dice, l’appetito del poffedere la cofa amata 
liberamente e ferrea alcuno indugio g'ifecc dire , fenga punti non fi fapribbefe 
tappetiti del poffedere liberamente e fenza indugio la cofa amata lo face fi e 
cofì dire; ò pure l'appetito delfpofledere la cofa amata glifacefe dire tofi libe- 
ramente e fenza indugio. , 

Ma maggiore ofeuritd di quante in que/ìo genere egli n’habbia maifatte,fù 
quella in T aneti di in qui Ile parole. 

(j m [cardo il prefe e auifando coftei non fenza cagione doutrglielc bauer do 
nato E cofi detto, partiti fi con effò se ne torni alla fua cafà. 

Oue tanto elongi chela puntuatione habbia aiutaticht bà fatto danno gran 
diffimo. Conciofiacofache mettendosi due punti auanti alle parole, e cofi detto, fi 
applicano dette parole dGuifcardo , il quale in vero non bauca detto nulla ; la 
doue me ttendo fi i mede fimi punti, dopo le parole . 6 cofi detto ,fì uede che fi in- 
tende delle parole, le quali hauea di tte Hi/monda , & ilfcntimcnti refla ecce « 
lentiffimo ; Baila che à quello pericolo fip fe il Boccaccio che [ofir in mano • 
d’un copiatore , ò d'uno flampatore difiorpiargli quel luogo,la douefe egli ha- 
uefle detto, 

Cuifcardo il prefe, & auifando coflei non fenza cagione douer gliele hauer 
donato, & bauer cofi detto, partiti fi Sic. 

Scn^a dubbio fuggita fi farebbe l’ofcurìtd,nè bauer ebbe potutola corrutel 
la della puntuatione pn giudicare alla chiarezza del componimento . Comun- 
que fia,fuggafi dunque quella tal forte d’incertezza de' prim ipi da chi vuole > 
riufeire chiaro nel ragionare ■ Et oue fi può prouede r con gli attaccamenti, pio 

Rr 4 ueggafi, 


.Dii 


30 


6 3 o Jl Predicatóre del Pamgarold 

iteggafi-, Tofciachein vero, molte volte nafce quella tale Incertezza dall'etere 
il ragionamento dijciolto e fenza attaccamenti. 

iv. • * ’ f V * • . jìV , Ja . u \ t ■ , .< . * 4 cy 

discorso ecclesiastico. 

' •- vr ym 

N Fl difcorfo Ecclrfiaftico ìi. trattammo molte cofc di quelle-» J 
che in matèrie di attaccamenti nelle facrc fcrmure , c da altri , 
c da noi fono fiate oflcruate: Qui trattando la medefima mate- 
•. ; . riain rifguardo della ofeurità, o chiarezza, che da gli attacca- 

ntnti r t fi è non refi.pofti ònon porti Tuoi erter. generata;aIcunacofa di 
flT. : * vergognaino à dire, ma che è vera: Ciocche troppo più fpcf 
ciac non uorrcinmo,habbir.mo fintiti predicatori , ma in uero gioui* 
nctti.e poco-efperfi, anche nello fteflo Comineiamcnto de’Tuci ragiona* 
en ti.- mettere vno de gli aCcopiati attacca.- «enti , e non ricordarli mai 
*. ll i fpiegatoò implicito il compagno di modo clic con 

. libile ofeu ri tà, fi» (pela è rimafai’oratione. Sentono quelli tali i prilli 
ci pi; de prploghini ben fatti cominciare da longo Periodo , c per confo 
?<kk Z1 "i uctc nc * primo membro alcuno appicco fufpcniiuo» Comcfa- 
ft j- c •- conic »P°' c * lc > < l ua ) n do, mentre, 

, . P af c loro.comcè intiero, che quello fia vn magnifico mo- 

0 dui ire: EJo uogliono imitare: Ma non hanno le regole : Et Io fanno 
cosi a feinplicc fuorto d'orecchia . E però non cmerauì glia le danno nc^ 
rpai : E bene fpelfo ; dopo h.vjcr incito un lì come non lì ricordano mai 
P*u del coli doppo vn lebene lì feordano del nondimeno,? cofe tali: MA 
Principalmente fallivano molti nc’ prologhi, che végono incftati fiprq 
u c..uiluletta:E ben ragionerà quale lignificando conlcg.ien ia, fempre, 
prefupone vno appiccamento lofpenfiuo inanzi di fc:Ciòfr»no,ò poi-' 
che, o polciache,ò fc,ò nitro talc;É pur molte uolte lenza alcuna prece- 
dente fofpenfiotichabbiamo fentiro huomini con molta ofeurità, anzi 
lenza Pentimento alcuno elferfenc feruiti.Monfig. Fiamma nella prc : i- 
ca della giuftiriaCliriftianacomincia il prologo così , 

Pofciache dopo le gloriofc fatiche , i fanti crtcmpi,c gli alti meriti di 
Chrifto, la via incerta del Cielo è fatta ficura e facile à noi fedeli, lì co- 
me tanti fecoli prima hauea promeflo l’oracolo ccleftc di Elaia dicendo,, 
K-runt pratu in dirtCla c ir afpeiain vias planai . 

■ E ben ragione Vcnctiacafa. 

E nella 6 del niiffir, ejl dia- così. 

Se quello facrofanto giorno del Sabbato , che c l'vltimo* fra i giorni 
«Iella fettimana, termine , d’onde i ncomincin, Se ouc fini Ice quello giro- 
«lei tcmpo.il quale, volgendo fempre,lì inultiplica in mcli.anni, luftri, o. 
fecoli; dal fattor del mondo col fuo ripofo fri fantific.uo, Se lìngolarmcn 
tc fatto Ulullre: E ben ragione, cara Città chcMonC Cornelio nel proe- 
mio delle ceneri dice, 

Poiché tutte le cofe nella vita humana hanno Ialor vicende, l’età, i 
coftumijgli htìmori , gli (ludi, onde da tanta uarictà prende fi gfan bel- 
lezza e grafia il noltro mondo ; •*- 

• E ben ragione fanta Città . 

Et in quello deiPallegrezze . , ; w\ .. . 

Se la 


Sopr 


tra la Particella CV II 6jl 

Se la horrend.i c*dura morte del migliore, come vnico prezzo della re 
dcntionnoftra>'.ci è (tata in quelli giorni fi prctiofa,& cara: E ben ra- 
gione, che-» . • 

Et in Comma non fi troua mai in proleghi ben fatti , quefto modo d‘ 
dire : E ben ragione che da alcuno appicco fofpenfiuo lì,ò pcrche,ò tal 1 
non fia proceduto . Anzi fc bene 1^ natura delle cole, eh# vengano dette» 
richiede che nel medelimo pri ino membro del periodo vn’altro appicco 
fofpenfiuo fi ritroui , ad ogni modo) anche quello vi fi pone, dai quale 
ha da prendere la claufulcrta,{chc hauerà nella fronte.; e ben ragione per 
«(Tempio ( Diciamo in poche parole quello, che fi direbbe con più lunga 
e più ornata tela. ) 

Se mentre il Sole fi parrc,i partorì, che tutto il giorno hanno pafeiu to 
il gregge , per fuggire la noti; à cafa[il riconducano : è ben| ragione che 
noi ancora, 

Ecco che nel primo membro vi era l’appicco fofpenfiuo mentrc,ne pc 
rò hauédo à ftrguitarc.è ben ragione.habbiamo lardato diprouarc vii’ al 
rro fojpeufiuoj che, è fiato fc , .il quale l’e ben ragione hà nauuta coqfc- 
guenza: Ecofi bj.fogna fare: », 

E pure non e vna volta fola quella che Subbiamo fentito dicitori gio- 
uani clic imitano ad orecchia entrare in pergamo e dire: Comefe di- 
ccflero . 

Mentre il Sole fi parte, i partorì, che turtoàlgiorno hanno pafeiuto il 
grcgge.pcr/uggicela notte à cafa il riconducono, è^ben ragione che. • 
One li vede che il fcntimcnto manca e l’ofcurezza e, grandiflìma: E 
tutto per non faperfi altri ben valere degli appiccamenti: E perla trop- 
paconfìdenza per non dire temerità, che mette ne gli huomini la unita- 
rione fenza regole : Che à ciafcuno par d’imitar bene, e chi non hà lerc- 
gole,non può faperc fc imiti benc.ò nò:Ma di quefto più habbiamo det- 
to,chc noncrcdcuaraodi douerdire. Paflìaino hora à quello che e più 
proprio di quella particella di Demetrio : Cioè à quella ofeurità che na- 
fce nel dire di Abiuro, eden za attaccamenti almeno fcmplici dalla incer- 
tezza de principi^, la quale primieramente fi hàda fapcrcchc fi bento 
quanto Demetrio e molto meglio l’hanno allenita molti de noftri Padri 
tcclcfiaftici .come firtbbono , Eutimio nel capitolo a. di San Matteo, 
i^ant’Ambrogio nel fatino j<5. Sanr’Agortiao nel 3. della dottrina chri- 
ftianaal capitolo a. e nel quinto de Genefi ad.littcrara al cap.4. Se altri 
che tutti hanno infegnato , che dobbiamo quanto più portiamo fuggire 
incertezze tali.fe bene tutti hamioconclufo clic il fuggirle fempre e qua 
fi cofa imponìbile. Nel folo principio del Vangelo di San G io. vi fono 
tre ofeurità nate da incertezze di principi. Eccoli, { 

• r Jn principio crai vtrbum,& uerbum crai apnd\Jcum > & Deus crai uerbnm, hoc 
trai in principio _ 4 

Qui noi diciamo che bifogna dire 
ErDew erta verbum , 

Hoc erta in principio _ 

E gli Arriani diceuano che bifognaua dire 
F.t Veni crea, / ,.Y b 

Verbum hoc erta in principi». 

Più iiianzi ! 


Baiavi Itsyc i 

; in cmaii:. « 


‘ \ 


Omnia 


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<?j2 

Omnia peripfum fatta funi 
Qui alcuni leggano 
Stne ipfo fattimi efi nibil . 

Quodfattum efi in ipfo vita erat 
Et altri leggono, 

S ine ipfo fattum ett nibil quod fattm efi. 
In ipfo uita erat 
Qtuui pure 

Quodfattum eli in ipfo vita erat . 

Alcuni leggono 
“ 'fattimeli. 


Il Predicatore del PamgaroU 

la funi, & fine ipfo fattum efi nibil quod fattm eli 


W . 

Et altri 
Quod fattum eft in ipfo, 
t'ita eroi 

San Paolo nel primo capitolo della epiftola à Philippenfi dice 
Coarttor autem d duobut : defiierium habens diffidai, & effe cum Chrifio, multi 
mais meli ut: permanente autem in carne, ncceffdrium propter uot . 

E reità dubbio fc bifogni dire 
Coarttor à duobut 
O veramente 

duobus deftderium habeus 

E nella feconda à Chorinti al capitolo 7 - dice Mundemus nos ab omni in- 
quinamento carmi, & f pirite, per fmentes fantifkationem in timore Dei. 

E pur quiui fi dubita fé uoglta dire 
Mundemus nos ab omni inquinamento carnis & fpiritut 


O veramente. 

Et fpiritut perficientet fanttificationem ■ 

San Girolamo (opra Abacucco nel primo cap. dice quelle parole, 

.✓ tbfurdum efi ad hoc Dei deducere maieSìatem , ut feiat per momento fingala-* 
quot nafcanturCulices , 

Oue fe diciamo che Dio 
Tfon feit per momenta fingala 
Quot najeantur CuUces 

Ilìcnriracnto è uerifiimo, perche Dio non aquilta di momento in mo 
mento nuoua cognitione.ma fe diciamo che Dio tfpn feit 
Termomenta futgula quot nafeantur culices 

11 fentimcnto è hcretichiflìtrm, perche niuna cofa fi troua fi minuta, 
che Dio ab eterno non habbialapùta per quel tempo, nel quale hà battu- 
ta ad edere. San Cipriano feriuendo à Pupiano dicecon T ronia ; 

yt Deus &Chrifiuseiusagert tibi gr aliai poffint, quod per te fit-dnttftes , <+r 
tettar altari eorum par iter, & plebi rcfiitutus. 

E reità dubbio fe uoglia dire 
Vt Deus & Chrifius ciuf . 


O veramente , 

E ius atere tibi gratias poffint f 

Et in luminane fra latini, nc fra Italiani autori alcuno fe ne truoua, 
che totalmente habbia potuto fuggire quello fcoglio . Tuttauia ciafcu- 
no deuc procurare di felli farlo più che fia polfibile. Del redo, oue nelle 

fcritture -k 


Sopra la ParticeUa CVI1Ì . (5jj 

Jcrirturc fagrc per quella incertezza redi alcun dubbio, con quali rego- 
le, altri habbia i difintricarfene & à truouare il uero : Santo Agoftino 
nel x. capitolo del terzo della Dottrina chriftiana , ne dà infegnamenti 
pcrfettiflìmiji quali in tre fole regole confiftono: la prima, ouc nella in- 
certezza , vno de due fentimcnti è heretico come in quel primo dfem- 
pio del Vangelo di San Gio. «Se in quello diSan Girolamo habbiafi per 
licuro che il uero è il Catolico : la feconda ouerutti due fono Carolici , 
ma uno più conforme al conrcfto di quel luogo dell’altro, piglili il più 
conforme: la $. ouc tutti due fono vgual mente Carolici , & vgualmente 
quadranti al contcfto,piglifi quale fi uoglia, che non fi cafo. 

ybt enim neque pnefenpto fida , «eque ipjins femtoms textM ambiguità* explica- . 
ri potejl, rubli obesi fecundim quamhbet earum , qux oHenduntur ,[enientiamdi- 
ftmgucre . 


PARTICELLA 

CENTES1MANONA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

Tta igiur foitafìem-git conttntionibus diffolu'alr cutio : 
radi mautcm& hilirtc «ira vera *r: txcitat enim adionem 
dijj‘ lutto . Li (tettò %e- ò idonea fcriplioribus eti , & tan- 
qttarr munita crniui fiiombus,& han obcau'amviquem 
tJMm ndrt eflorum opera uti ntur, cfuicjl inmu'tts par- 
tib t Ufio'utus : pbilemenem <nt mlrgu t . Qjcdverò 
accommodata restii afl >ri difio uno,' xtnplo bocine figrur £ «r«- 
; fic : nin .ù folti un cogìt eum cium qui nolit a ftu a iuua<e 
ptftptt' dt/lolurioncm . Sincro coli ig fa oratitnei la dixerts. lSt£iplw*gì 
t ’riKrcy turpi eu,mu ] tam vacuitatem afj Huum vi earum copular mn eo it- 

tici r: omne autem quid eft vicuum ab ajft(ìibus,efi xtmotum ab fti ne iut 
autori & alia animadmrftones biflrionibus apta, saluti & lon apud E uriti. 
dem,quiarcum arripit , & Cygno mmaiw aui , flcrcorc m]uinv tì <mula- 
ebra Deorum : ctenim motus multos prabit biHnom curfus ad arcum. & vuL 
tus elatioad calum oerfona loquentis cum cygno, & rcliqua omnìs confuma- 
tiojicìa ad ornandumbiflriontm, veruni r.on efl nobis nunepropofitum defili 
dio biiirmum *±tre. 


»■} 



31 /) 


PARA- 





PARAFRASE. 



Erue più torto il par lare lenza legatura alle contea 


tioni , oue col gcflo , e colla pronuntia vengono 
aiutati quei vuoti della difgiuntura; Che pero an- 
che il parlare di quella marnerà, hiftnonico fi 
chiama rapprefentattuo; Ma oue componiamo 
ragionamenti non perhauerglià dire, ò perche 


altri gli habbta à rapprefen tare,ma perche habbiano ad edere letti ' r 
in tal cafobifogna fare, chcfenza aiuto alcuno cllcrno pollano clTc- 
re correntemente mtefi, da chi è per leggergli . 

E per òcon gli attaccamenti, habbiamoa riempire c quali fortifi- 
care que' vacui, che rimarebbero nel parlare difgionto . E quella è 
la caufa , per la quale gli (erteti di Monandro nò danno gullo,(e non 
(èntendosli noi con attione pronunciare, perche in molti luoghi 
hanno delle dilgiunture: la douc quelli di fiilemone,chc fono ricm 
piti con gli attaccamenti, anche lcn za attione^lblaincntc letti ci 
piacciono; per eflempio; Ecco 

L’ho concetto, l’ho parturito.lo nodrifeo 
Quali vede che quei vuoti delle dilgionture sforzano chi pro- 
nuncia anche ch’egli non uoglia, ad aiutare la intelligenza di chi 
fente,condiucrfcpaufe, egclli,cmutationi di voce*- la douc chi at- 
taccatamente dicedr. 

Lo concepire lo parturii,& hora lo nodrifeo 
Senza dubbio con le copule lcuarebbe molto affetto al ragiona- 
mento; ma lcuan dogi il’afi etto, ghleuercbbe inficine la ncccdità 
deH’ationc: Egià Tappiamo che chi compone coleda douer edere 
rapprcfentate,molcealtrcaucrtcnzeancora bilògna chehabbia.pcc 
dare occalione , e quali necedità de diuerli gerti e moti àgli hirtrio- 
ni : Come nell’Ione tragedia di Euripide, oue li legge che iono cu- 
flode del tempio di Delfo, piglia l'arco , e minaccia a un Cigno che.» 
co’fuoi eferementi imbratta il tempio; non v’è dubbio che per rap- 
prefen tare quello l’hauercà correre a ll'arco.cdarui di piglio,ealza 
re la teda verfo il Cignone crollarla, minacciando, e cole limili, fono 
tutte belleoccalioni, che hà datoti Poeta all’hillrionc per diuerfi 
moti: Ma noftra in ccntione non è il ragionare in quello luogo dsl- 
J’arte rapprefentatiua. < 





C O M- 


Sopra la Particella. CV 1 1 H . tfjj 

COMMENTO. 

C Heil parlare slegato e iifciolto 'non fta fempre inutile , angi che di lui 
molte e grandi rtilttd poffa cavare chi ragiona , afai chiaramente fù 
infegnato da Jtriftotile nel 1 1. Capìtolo del tergo dcUa storica, & il no/lro 
Dimenio mede fimo alcun frutto della difgiuntura hà addotto di (opra nella 
particella 37. ove noi ancora nel Commento molte cofe ne babbiimo difeorfe 
più ampiamente che medicei faccia il replicarle : Qua bora Demetrio accenna 
■pria diflinttone di A nfiotile nel fopradetto Capitolo intorno à generi de' ci. 
ponimenti : Cioè che altri fono fatti per doutre effere detti in voceerapprefen- 
tati, altri per dovere eflere folamente letti. Et aggiunge quello che il medtft- 
mo^iriftotile accenna. Che al primo genere di dire che egli Contentiofo chia- 
ma & bifirionico, più conviene il parlare slegato efenga appicchi: & all altro 
Che i Greci Grafi co domandano , molto è più conveniente il ragionare legato 
e con attaccamenti. Ma à noi per intendere tutto quello connitne ilfarf d 1 più 
alto,& vn poco più diffufamètt trattare quefta materia: la quale perdoche in 
gran parte pende dalla intclltgengt di quello termine contentionc, & oratio- 
ne contentiofa. Terò (ibi dafapere , come eccellentemente ne difcorre<J\f . 
^tlcfjandro Ticcolommi nella parafraje del fopr’ allegato Capitolo di rifia- 
tile, che in duemaniere fi può intendere, che vn parlare fta contentiofo, onero 
perche fta in contradittorio con altri oratori , onero perche per nfpetto degli 
afcoltanti bi(ogna,tbe fta vebi mente sforgatofutcofo.c nel quale l’oratore , 
per tenere à freno la moltitudine che fente, conuhne che fi affatichi come 
f fofte nili agone e combattefjcila prima di quelle due conttntioni cerne fi ve- 
de èptr rifpt ito di chi dice mconlrarir,la[econda in ugucrio di chi Uà àfen- 
tire. Et le bene come diceM . ^ttrflandro di tre generi di dire, che fono il di mo - 
fhatiuo,& il giudicale & il deliberativo, fili « due ritinti poffonoefjere con- 
tcntiofi del p>.mo modo di contentiat e ; non è però veioà r.o/lrog/uditio,che 
dii fecondo nodo di Conttntione.non poffiuo tfftre e non fianojpcfo contea 
tioft tutu 1 generi, anh' il demoliranno . Hora ci faremo intendere: llgcne- 
ral giudicale g'àji vede cktanmtnteperogr,ivno,chceglifoivialiffmiin:ète 
è contentiofo nel primo modo: Cioè Comraaittorio : Tercwcbeconjiitein ac- 
cult e diffe . e ftmpre in quefto genere due parti fi ritrovano che contraftano 
ir, fu me . il deliberativo non pan fi fi formalmente poSlo in Contradittorio. 
Tuttavia molle rotte ottone che i configlieli combattano e controllano in- 
fume, battendo i parerti vuo deWaltro,ò perche credano coft convenire al fer- 
uigio delle cofe pubiuhtfo per particolari Uro pcffionied'intenfji: Si che an- 
che il genere ielibtraùuo può eh mar, fi in qutfta prima maniera di Conten - 
l,onc altercativi contradittorio, e Contentiofo . Solo il genere étmoftratiuo di 
qutfla Contentioncnun ì mai co ntentiolo.peniochd non bacon chi contrafla- 
ie,mafmphcmcntc loda òbiafima quello che alvi , di lode ò dibiafimo pu- 
re, de fta degno. C he Jc ove vno ledaiVn'aUrobiafimajJèj in contrario, quefto 


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Jl Predicatore del PanlgaroL 

per altro non potrebbe efjer fc non per perfuaiere a' giudici ò Senatori , che ò 
t5dannajJero,ò affo!ueffeto,o premia ero o puniffiro i Itale lodatole ò vitiqfò. 
Etintal cafo dourndofi la natura dt’ generi conofeere dai fini, già fi vedreb- 
of ,f/« e fin do la lode & il biaftmo ad altro fine indrtjz ito, de mofiratorio cef 
farebbe defiere quel genere, & ò giudicale ditterebbe ò couffultatiuo fi che 
(landò nella pr. ma maniera dicontentione , ebeft attende in riguardo à Con- 
traddenti, fumo col Ticcolomir.i e con dinotile j e concediamo che conten- 
tiofi di quejt a maniera poffono r fiere i componimenti in genere giudicialt ò 
deltb eratiuo,r/ta non mai quelle del puro efemplice demofir attuo . 

Hora [affiamo a Uà feconda maniera di Contentione che fi confiderà in ri- 
guardo di quelli, non to' quali controlliamo, ma a’ quali ragioniamo : E nella 
qual maniera contenliofo domandiamo il parlare, quando non ai vnoò pochi 
giudiiiyo fcnatori,ma à folta turba, tumultuante ragioniamo, la quale à far- 
%a di dire b, fogna che fia tenuta quefìa da noi : Quella forte di contentione 
M.ydlefiandro.nel genere giudicale non la ammette, perche innanri i tut- 
ta la moltitudine del popolo non fi fanno i giuda fi forenfi,ne meno la ammet- 
te egli nel genere demoflratiuo . del quale dice quefie medefime parole . Ma 
dell vnacdcll al tra forte di Contentione c priuo li genere demo- 
lirà tiuo . Solamente la ricene nel genere deliberanno potendo e fiere che 
nonjuumente a poche perfone Inibiamo laWhora occafionc di ptrfuaitrt al- 
cuna cofa, ma alla intera moltitudine di tutto il popolo : Con quella diflintio- 
ne, che quando a pochi per fendiamo , genere dclibcratiuo fimplice fi doman- 
da quello, a doue pervadendo à tutto il popolo concionale fi domandavi il de- 
liberanno genere che adopr eremo ; E co fi fecondo lui il genere demoflratiuo 
non nccu e alcuna forte dt Contentione : il giudiciale vna [ola cici la Contea - 
*"tomi ‘l deliberatiuo tutte due perche fe è fimplice riceue la prima, fc Con- 
cionale la feconda . Che fono tutte co fc digmjjime della filicitd deWingetno 
di quel grand buomo : E conforme alla dottrina di rifiati le & quello che 
nc tempi d *4 nftotUe doueua effere ffolito di auuevire . Tuttauia fenoi miria- 
mo non quello thè all’bora fi factua, ma quello chela natura della cofa patifTe 
tbt fi potè fie fare, & quello che d‘ all’ bora in qui hà cominciato à forfè • noi 
trottiamo veramente ebe la feconda maniera di contentione nelle or ationi Con- 
Cio nah, non folo al genere deliberanno , ma à gli altri dueancorapuò vario - 
neuolmente appartenere . Habbiamo veduto noi in Tarigli a turba del p iù 
minuto popolo perfuafa da alcuni fedith fi effere cor fa alla Cafa d’vn grande 
vffic ale per volerlo veci dere : E mentre epa fi trattancua nella via Public* 
per isforgar U porte della Q»f* affacciarli vnhuomo eloquente ad una delle 
finestre, e quiui con tante, e tante viue ragioni abbattete le aecufe fatte da fe- 
aitiofi, t fi eloquentemente defendtre , non dirò il reo ;.ma l'infelice vociale, 
che il popolo non filo fi è quietatola contra quelli che hautuano ingannato , 
bà pollali furore ; ; QueSloragionamcnto noni dubbio che fà in genere giu - 
dittale, (e bene non fu nel foro ordinario , Ecrfi fà contenliofo nel primo mo- 
do contra ifedttiofì accufatort deU'vfficiale; ma fi ancora fatto ad vna molti- 
tudtne intera tumultuante, la quale con grandijffima vebtmen *4 di dire biffo- 

ini 


Sopra la Vorticella CV UH. 6 37 

gnò che fofit trattenuto, dunque fù anche contentiofo nel fecondo modo . Né 
bifogna dire , che quelle fono Ctfe che di rado occorrono , e che mitl’cmni non fé 
ne vedrà vna tale iptrcioche noi adefjo non andiamo cercando quello che fi ac- , 
coflumi di fare, ma quello, che la natura dei generipatifea . E ci bafla bauer 
mo fhato che il genere giudicale per fua natura non rifiuta la feconda materia 
ài Contfutiof.ejtpt.ò 1 fiere anch’egli Concionale, e nd fecondo modo Conten- 
tiofo . Si come del dtmoflratiuo, paffiamo vn poco più auanti , e diciamo che 
quello genere, fc bene non può cfftr contentiojo nel primo modo : nondimeno 
nella feconda mani era, non folo può effer Concionale, e contcntiofo,rna alla gior 
tiara t difeorft fhnfliani lo adoperano in quella forma, e da pergami notiti à 
moltitudine quafi'jn numerabili di popoli fi predicauo fpefjo non altro che lo- 
di di lar.tt,e / amenti qual tempo pur bfiogna sfor^arfi di matenere così quel- 
la moltitudine quieta af.rgà di dire, come fi farebbe fe congenere delibera- 
tiuo ai alcuna cofano da alcuna cofa la perfuadtffimo ò difu ad (/fiuto : Si che , 
quantoà noi, diciamo dunque cbtficomein ciafcuno delli tre generi fi può ra- 
gionare ad vn foloò à pi chi ,ccsì inciefcuno dilato fi può ragionare e fi ra- 
giona al popolo . £' per confeguen-ga ciafcuno de tre generi può effete Con- 
cionale -, ma U Concionale fempre è contendo fo, della feconda manna di Con- 
tentane , dunque ciafcuno delli tre generi può tfjcredi qui (la feconda ma- 
niera Contentiojo. fc fe vogliamo più diftinta enumeratone, diciamo coft : Scio 
diffcuderò ò accuferò inan^i à pocbi,[arà il mio di e ingcncre giudittale Conten 
tiofo nel p imo modo, ma non tul fecondo. Se innanzi à tutto il popolo, farà pur 
giuditialc e cantentiofo rulla feconda maniera ancora. 

Se perfuaderò à pochi, contradicendo ad altri, che babbiano difjuafo : Sarà il 
nuo genere deliberatiuo fmplue & altercattuo nel primo madore à tutto il po 
polojarà pur dtltber attuo e contentiofo nel primo moda , cioè contradettorio 
ma concionale ancora e contenutilo nel fecondo, cioè veemente e sformato. Fi- 
nalmente lodando e bia fintando ò innanzi à poch/,ò à tutto il popolo , non fard 
à tutto il popolo Qoni. onale Jur a egli c nella feconda mutuerà Conti ntitjo. 

Hora da tutte qucfle coje dette da noi, pcfiìamo chiaramente raccogliti e, che 
quattro forti di componimento pofjono fare gli oratori: l primi non pi r prcnun 
tiarglini fargli pronuntiare in voce già mai, uè peri beali uno Ltbbia à fendr- 
gli direnila per ifcriuergli follmente, e lafciargli ftritti affine che da pn finti e 
pofteri ftano letti :ò almeno non principalmente per dirgli, ma di prima intera 
tionc per lafciargli fcrittr.E di quella maniera fono molte orationi m genere . 
demon/lrattuo compoflc non tanto perche fumo pofte in anione recitando fr, ma 
molto più con intentione che babbiano da rcilare ferme nelle mani degli buo- 
mini, & ad e fiere lette da molti di tempo in tempo: I fi condì fono qui l fi, i qua- 
li vengono fatti principalmente per dirgli in voce, ma fen^a forte alcuna di con 
tcntione.E qucfle fono le orationi demoflratiue fatte peri fiere recitate innanzi 
advno òà pochi fenga vn minimo penfiero,cbe b abbiamo à rodare fcrittt (ot- 
to gli occhi altrui. Sono i terzi que’ componimenti che fi fanno per dotargli reci 
tarein (ontrario,ma fenza la feconda cont emione. Come molte orauoni giudi- 
cali 


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6 3 8 II 'Tre dica, tòri del Panìgaro la 

fiali e delibo- atiue da ejjerc dette innanzi ad vno ò à pochi & citatori b giudici: 
E finalmente la quarta & clama forte di Componimenti è, oue le orationi vtn 
gono fatte per douere effe re dette innanzi à tutta la quafi infinita moltitudine 
del popolo: ò che in genere giuditiale fumo ò delibi ratino ò detnoftratino, che 
tutte in quefla maniera recitate Concionali fono, e nella feconda maniera C on- 
tcntiofe. riflotile il quale fi compiacque ftmpre di ridurre le diuifioni à diiCj 

tuonili, riduce nel Capitolo fopra allegato anche quefla à diuifionc bimembre , 
rglibafla il dire , che di tutti i Componimenti , altri vengono fatti ptr e fiere 
letti ,& altri perche fiano fintiti m voce . Il che battendo fiabilito truoua poi , 
6' accenna molte differenze che fra quelle due forti di Componimenti fi ntro- 
uano:La prima è che la locutione dei componimenti, i quali vengono fatti per- 
che fiano li iti, da Greci viene domandai a, yr*pt*ù che in lingua noflra importa 
rebbe fcrittibìle ò fatta per fcriuerta perche jia Ulta. E l'altra da Greci viene 
chiamata ayarirtM anche vrraafmM , Cioi contenttofa rapprefentatiua : 
La feconda è che i componimenti da efftr letti bifogna che fiano fatti con mol- 
ta maciìria,efquifitezza, e diligenza, e che ogni minuta parte di loro fìa degna 
di laude: La douei componimenti da recitar fi folamente bafla, che nelle prin- 
cipali parti habbiano proportene , del reflo peffeno effere fatti più allagrofla 
e con minore artificiata ter^at che i primi (omponimtnji hanno da/otniglia- 
rc alle pitture che per intcnderfi fi veggano e tonfiderano d’apprefio-.Et i Jecon- 
di alle profpettiue, le quali ò à pronùfctta moltitudine vengono vedute dalon- 
tano-.La quarta che l opere de buoni fcrittori, oue fiano recitate paiono troppo 
fintte,e angufleja doue quelle de buoni dicitori pofte in fcritto paiono troppo 
diff ufi, e lufsuriate -L a quinta che nei primi componimenti bijogna fare dimo- 
doché effi finza aiuto di attione poffono tffere facilmente intefi da chiglilcggr. 
E nei fecondi bifogna vfare ogni arte per conflringnerc quafi, e sformare fi ftef 
Jo ò altri mi pronuntiarli à douere adoperare molti moti e gefìi e mutationi 
di voce : E di qui nafeono le altre due differente , Vna che net componimenti da 
legger fi non bifogna replicare t oppo Jpefjo le mcdefhnecofi , perche le me J efi- 
mecoje replicate finza aiuta fafìidifiono, la dotte nt’ fecondi componimenti fi 
poffono replicate le fi epe co fi. Concio fia ila Uva io modo di p onuniarle leui 
h o ilfafiidio e quafi la id ■ » tità-, E l’alt a (he e l’vltma è quella che fola to- 
ca Demetrio qua che ne’ componimenti grafici hi figni adopera t la locutione co 
palata conat accanenti , e non lafciare que' vuoti che rende cbbt.ro difficile la 
intelligenza alle tote : la dotte ne gli «go'iflici , è bene d vfare la locutione di- 
fgiunta e slegata, pofeiache que" vacui, oue non fono attaccamenti , come dice_, 
•Desueti io quafi sforza o il dicitore à dotte li riempire con t arij gefìi , moti, e 
toni. Que fio tulio ò dice ò aceeiv a ^Arifiotih nel fopra allegato Capitolo:^ che 
noi vna cefi fola vogliamo aggiongere dalla parte de' componimenti da effere 
atteggiati e pronont iati: Che fi bene le fette qualità dette di fopra conitengono 
à tutte le compofitioni che hanno da effere dette in voce principaliffim imentc 
nondimeno conutngrno alle concionali Contcntiofi nella feconda manici a &le 
quali!) anno innanzi à tumultuante moltitudine da effere recitate , Quefla prin- 

cipaU 

1 ' •' Digitizedby( 


Sopra la Particella C IV. 6$9 

tipalmentc oltre tutte l’altre domandano i Greci agoniflice anzi Mefler A lef- 
andrò Picolomini nel luigo idlitu dice cheque He fole , Concionale i (jreà 
le domanianoagomilice 3 d luogo oue la moltitudine concorre d fin irle do- 
mandano ergane, perche dice M el]er oi leandro per te> ere d freno, la turba 
de gli afcoltanù con la velyemtnga^ con l'arte del parlare t ioh attione e pre- 
muti* hiHronica aliando e variatilo molto la voce & agitando conferente 
efpteffione la perfora, hà juafii oratore à Contendere, a manenere la pugna 
cott i propri turbatemi afcoltatori , Comefe in vi ta pugna & in vn Certame fi 

riir otta le. , , 

Quefle medefime Concionali orationi manco di tutte l altre hanuo da «atte- 
re minuta diligenza ò efquifltedQga. Egli oratori hanno da procurare , dice Mtf 
fer A lefjandro, che le giudicali e le deliberatine , & maffimamente le concio- 
nali h abbiano poco dell' e fratto e dell’efqu fi o .Qitefle tfreffe fono alla vera fimi 
Illudine delle profpettiur. Et è bello quello che dice il Pucolomini,cbe alla vici- 
nanza e lontananza de' l oghi velia pittura n/ponda la minore ò maggiore 
eroflezza ò acutezza de ginn elleniche (en ono l‘oratorc:£pero fi come il pit 
tore quanto più da lontano hà da efrere veduta la fua profpe lina tanto la fi 
più combut te e co fifa, Co fi il dicitore quàto da più prormfi ua moltitudine hi 
ila effere fintilo d fuo ragionamento, tono deue farlo maio ejquifrto , e men li- 
mato. £ di quì,/oggiungc,Chc le orationi Concionatine meno di tuttel altre han 
no da contenere in fe minuta e diligente politezza . D alche nafeerd finz altro 
La quarta qualità, che quifle più tutte l’ oltre fe faranno pofle ifcritto,riufcira - 
noi ampie troppo, e lufrurianti: Diceuam » nel quinto luogo , che leoratiom da 
dover fi dire,i menano far fi in modo che sforgaffiro quafi il dicitore ad atteg- 
giare', Et bora diciamo che fra tutte i’ altre la O ncionale tiene quella ragione, 
che tiene la vera hi flrionica alla P oefia.V {penalmente alla Tr.gua,CTaUa 
Comica: 

Etinvn altro luogo dice che di quefle tale orationi. 

La pronuntia hifinonica è quafi lo {piato e l’anima. 

Onde nafeeranno fenz’altro le due vitime confi guenze eh fe quefle Orat;orn 
Condonali dtnno battere più uebemente attione, & effere piu dtU j lire , affine 
che il dicitore habbia d mouerfi & agiutarfi.-dunque in loro p ù che nell' altre 
fi deuono replicare tal’bora le fUffc cofi: Et adoprarfi bene fpc fio delle di/gion- 
turtìfi dei parlare finza atta carnuti ■ Che certe quanto d quefl'tltima cofa, 
dice vero f Demetrio(& bora finalmente ritornamoà litiche la locutione con- 
giunta deue adoprarfi nelle feritane fatte peri fra lette, ma nelle agonifìtee, 
e Contentiofi, eccitano grandemente l’ anione di chi hà da pronunciarle , le di - 
[giunture ^e que’ vacui che rtfìano ,out dovevano fi apor fi gli attaccamenti . 

E però foggtonge egli e nota la differenza, che fi vedeva ne gli feruti di due Co 
mietei quel tcpufi'.hc quel li di M diandro non doucano efìcr guSìo fi non rapre 
fintai, perche etano pieni di difgionture, la dove quelli di F demone anche letti 
piacevano, e facilmente vernano intefi per eff ere riempili de fuoi attaccamenti. 
Al quale propofito non vogliamo mancare di direbbe fimile a i componmen- 
Partc Seconda. SI ùai 


6 4 0 Jl Predicatore del Patiigaroh 

ti di eJWenandroedt F demoni, in quefla qualità dell’cffere uno più atto ad ef- 
fere letto, e l'a troad c fiere rapprtji ntato , ànoi pare che pano due componi* 
inenti Drammatici ufi iti in qutfia età da duefilttiffimi ingegni no Siri Italia - 
hi. Ciò fono J.’ multa fauuh bof.bereccia del Tafio.lt il Patlorfido T ragicth 
media pafiorale d l Guarini: t già fi vcdde ebeti G ua ri tu, il quale firtfit ah unì 
anni doppo l’altro, bebbe gran liffima cmulationc alTaflo'- £ qua fi tutti leco- 
ft trattate dal Signor Toiquafo procurò egli bora di trattare in contraria , & 
ho a in dm e r fa maniera, ruminando tatuo olfrfiv quello fuo peti fiero che tal'bo 
l a imitò, trattando cofe diuerfeequafi Contrarie in C boro intero del Tuffo, non 
falò mila qualità del Ver fi e firn ih t udine delle flanze, augi nelle medefune ca- 
denze, ma terni nido eia unno de ’ Ve rft con le mede fune parole . Q it fù nel Qìo 
ro fuo ebe itale per intermedio fra l’adito quarto, 

‘ E quinto, e che comincia , 

0 beila età dell’oro 

HilpondentcaUborocbencll’^imintafitruoua fra il primo , (J il fi condo 
-A tto,epure anch’egli comincia , 

O bella età dell’oro . 

ejA'laquefio à noi importa poco : Quello che vogliamo dire è t thè fé confinò- 
riamo quelli due componimenti ,truouiamo che l’Lsfminta ambe à ehi lo legr 
gc,ric(it f ac iLffmo, eleatt on di lui piarne chiare vengono intefe da tu ti : U 
daue il VaSìorfido , crcd amo che forji rapprc fintato darebbe magg or gufio , 
ma certo à che lo legge, per le molle co fi che in alcuni luoghi alla intelligenza. 
di lui bijogna prefu porre , rafie fiabrofo e difficile : Il Taf}o,oue dubita ch e,* 
yna anione la occorrere fra due ò più perfine rapprefi ntandofi in Scena, dal T 
le fole parole ai quelle , che vi interuengono non fu r erriufint ben hiara, cef- 
fi d’ farla ra H prefi' tare , ma un 'Oau e terge ctr Jone, che venendo n Se naà 
d ri et' ha e< la ve du a altroue tutte qui Ile m nuli- nr / piegano , che fi efla fiffe 
rapprefentala, bifigncrtbbe prefipotre: la doucil Guarini ambe le difiicihjji - 
me att oni da efiere /piegate, fà rappresala cucila /iena, oue r pprefntate 
non è d bbio,che fono per rfifeire chiari/fime , ma lette filamenti non poffi no 
dalle parole deghintcrlocuton riccuere tanta luce, che non rimangano con mol 
la nccefJU à de’ prejupo fitti . S per con'equtnga ofiure . 

Per esempio vuote il Signor Torquato Ta/Ju n Ua prima ,, ina del tergo 
atto defiriuere la uiolenga,che tenta di fare vn Satiro à ina Jijnfai oue molte 
minut e mteruéngono, le quali fe q ■*> fio fiat • nella fi cna fi rappi efentaffe , fa- 
rebbe enfi difficile che pei le file parole del S < tiro e della ’hftnfia , oue fi eggrfi- 
fiero fcr,tte,vcnijero in cognitio e ; £ però che fà ? non lo conduce infetti ,ma 
introduce Tirfi p itlore , che dicendo d’hauerlo egli con esimici ta veduto , con 
tutte le cirt onfiange chia ■ iffimamente lo riferifca,c dica , 

Ecco miriamo dvna bore legata 
La gi annetta ignud come nacque 

Età legarla fine er: il fuo c<i'- e , 

Il fuo crine meiefmo in mille moli 

• - * Alla 


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lh k( A .^ ^ 


Sopra la Particeli* ClX .’ 

~Jt la punta tra auolto, e’I Juo bel ci i to 
C he del feti vergimi fù pria cuftode 
Dì quello fluoro era Mimflro,& ambe 
Le mani al duro tronco le flringea , : 

£ 1 1 pianta m defma bau' a preflati 
L gami lontra lei, cb’ ve a ritorta 
D'vn piegbeuole ramo,bauea à ciafcuna 
De le tenere gambe. *4 fronte à fronte 

ZJn Satiro villah noi le ved mmo •.,» ' In ' v, 

Che di legarla pur allor fin a : 

Ella quanto pot a faceua fchermo , 

Ma che ba » irebbe potuto à longo andare i 

Quafi 'a medeflma attione ,ci e vna violenza che tenta di fare vn Satiro i 
vraftfinfa detta (orifca vuole jpiegare il Cuarini nella Sa na 6. dell’atto fecon 
do : E la introduce in f iena : £ fa che fra loro due paffano queflc parole , 

Sai sAbi feltrata bor pagherai 

Qredemi bor pagherai di tutto il fio. 

(or. Turni flraf ani ohimè, come s’ifoffi . ■ i 

Vnagioutnca : Sat. Tu’ldicefl à punto : 

Scuotiti pur fé far, già non tem’io 
Qhe quini i bor tu mi funga, à quefla prefi 
T^on ti varranno inga< ni un’altra volta 
Teo'Juggifli maliugta, ma fe’l capo 
Sìuì non mi L fi inda < no fu (fatichi 
* D’vfcirnii boggi di mano, 

Cor. Tuoi tu dunque crudele, à quefla chioma 
Che ti legò già il cuore 4 q -eflo uolto 
Soffrir di fare oltraggio j* 

Sat yienpurv.a 

Corion vò uenir. Sat.Tqon ci verrai mainagli { 

Cor. 2\(on mal tuo grado nò. Sat. Tu ci verrai 
Se mi i red ffi di lafciarci queflt "Braccia. 

Cor. No i ci venòj e queflo capo 

Di lafcia mi ere re ffi . v 

Sat Tu ci metti 

Le ma i,nò con queflo anco potrai 
‘Difendei peruerfr. Cor. bora il vedremo 
Salir, ili certo. Cor. Tira ben Satiro: dio 

Fiaccati l . olio. Sat. * ibi me dolente e laffo 
Ohimè il c ■■ po, ohimè il fianca, ohimè la fchiena 
O che fiera c data à pena pofio 
Moue mi ì r leuarmene : E pur veto 
Ch'ella feofugga, equi rimanga il tefibio. 




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€+1 Jl ‘Tredicat or e del Pannatola 

Q> mentecatto, fcnza capo leiì •' •' vj.> 

Senza capo fei tu : Chi vide mai > T> 

Hucmd te p ù fcbcrn to? Inrmira s’el'a 

Hà faputo fuggir quando tu meglio . n ' . .. X 

La penfam ti nere Ter fida magi i i.u .» «* • . • +■ 

7/on ti baflaua haui r m< nt to il cuore 
k ’l uolto,c le p* rolc,e’ ri/o, e' l /guardo 
S’unco il crin non meni ui ? 

Tarole,' be vi r amento in /cena qu ndo faranno aiutate da utiuta di co/e , e 
di alt oni , non è dubb o che far art', o cbiarijjìme : tua lette follmente nel libro 
tue fi habbia d prefu porre che qui flaTfnfa bitte/] e vna chioma fintaelafio- 
9 litffe,elalafcio(Jein marnai Satixo,eco[eftmili,al /curo non riefee fi facile , 
tome apcrti/jima farebbe la inttlbgtnza ogni unita ebe ut a u*^apr finca fof- 
fe venuta m fa < a à referired’ batter veduta altroue quefla attiene : E gid fap- 
p amo ir che altre caufe ancora mouenoi Toc ti per farebbe in fee arappre - 
f rumo, ò riferì/ ano /riamente le atto i , & altri effetti {oppiamo che da qne- 
fli diuerfità fog tono nafeert: Mi per quello ch> tocca à not,bafia il dire ei e le 
cofe rappre/tntate,riefcono più diffici'ida efitreintefe quando /leggono, e le re 
ferue più facil ; E thè in jomma cv fi in quello , come in ìltrecoje j ìnule , alla 
fin i . tndi e di Carenand o, e F l mone , noi vedr m» cb aramente che d que- 
tìi due no/ri ncbilijfimi autori, mhripiù il Tafio è farci he ri (no ^ tnu-ta po- 
tile effirt da 'efori faedment intef >.,epm procurò il Gu trina che il Ta’tor. 
fido, ogni benché difficile at iom\ rapirefenta/e in Scena ; Mora torniamo à 
'Ditnitno , il quale per mo/rarecom: il tarlare d /giunto sforai q<iafc l reci- 
tante i motiegefli', & il congiunto più fac le ri- fra pire fiere mtefo da cbi lo 
Ugge: t/fempio adduce d’ vn uerfr Senario , che noi crediamo che /a di Malan- 
drò, & è qui fio, 

L'Irò concetto ,t hò pi rtoritrjo n : dri'co 

0*e fi i ah, che quella donna, 1 1 quale di un fuo figlio fu intro fotta è dir co- 
ti , lifogr. ò per for^i che p irla'! e con molto affitto , e che per empirei vuoti 
della dfffoi-tura, molte mutatimi face/ìeed: gcfloedi voce : la doue dice De- 
metrio, e dici ben ,f< e/Ja biu fie detto , 

loluoncipif,elo ptrtutij, & boralo nodrifio 

Senza dubbio e [affetto infi mt\fe nt farebbe lenito, t la v bemenga dilla 
anione : D {giuntura tale,du i M. Pie/ Vettori be fù quella di Cicerone par- 
landone attinia, 

A bnt,exccflìt,euafit erupit.. 

Tale quell’alt ra 

Multa incanni, multa audiui, multa legi. 

Tale quella, che adduce Mnfiot. ifl /Jo,ouedt/opra,&il Caro tradutt toti. 
M'iduf’ ncontrai,lofippliai. 

£ più baffo 

jqrcad ’ E fin: 3 . _ 


7^'reo 


Sopra U Particeli* CVllì* 64$ • 

“tyereo giacile 

T^erco il bello 

Il 'Boccaccio, fe bene non hà fcrittc le nouellefue perche pano rapprefentate, 
ouc introduce nondimeno alcuni à parlare con affetto, molte uolte adopera que- 
fta difgiontura ; Come in fola bacetto quando Pietro dello Qamgiano lo repren- 
de dicendo . 

Male hai fatto-, male tifiti portato : male hai i tuoi maefiri ubbiditi :T roppt 
danari ad un tratto hai fpefo in dolcitudine . 

Ala diqueile dijgiunture a fai babbiamo ragionato nella particella 37. Se- 
guita Demetrio incidentemente à dire, che molte altre auerte-ze hi fogna, che 
babbuino i Poeti Drammatici, per dare octapone,e quafi neceffità àgli biflr io- 
ni d’hauere recitando à vfare molti moti, molti gejii, e molte mutationi di vocìi 
E di ciò caua un’ 1 fiempio da Euripide , il quale in unafua Tragedia nominata 
fon che anch'ito gi viue, introduce vn giown tto nominato Ione figlio di Apol- 
linea di Creufa figliuola di E nttco 7 {e di Mtene , ilqualc e fendo edituo, ò cu- 
Slode,che vogliamo dire del tempio di polline ni Delfo finge il Toeta che fi 
adiri, quando varff eccelli dal Mo te Parnifo,er,tran do per le fincflre nel tem- 
pio, con gli eferementi lo fporcano; Et à quello effetto fà che egli vn’Mqiiila pri 
ma minaccia: E poi entrando un Cig>o, all’arco corre, e lo piglia, c uolge la teff a 
all’vccello elobraw: Cofechenon fi veggono, oue fi legga la fauola,ma fi uede 
che è fatta di modo che bifogna che mi > appre/entarla tutte qucfle cofe dall’hi - 
flrione , che rapprefenta Ione , vengano fatte ; in quella man e<atbe nel luogo 
del P aHorfido da noi fopra allegato non uediamo leggcndolo,che il Satiro cada 
e ri/orga,e fi iroui in mano la finta chioma di Corifa, e cofe pmili: ma vediamo 
che iaurore di maniera hà formato il "Poema, che chi rapprefenta il Satiro, bi- 
fogna che faccia tutti quelli moti . Vero diquefio che appartieneà glihiflrioni 
dice Demetrio che non è fuo pr. pofito il uoler ragia are , e torna à quello ch’e- 
gli hauca cominciato , cioè a t in fognare, come parlando eftriucndo fi acquigli 
facilità e chiarezza à componimenti. 

DISCORSO ECCLESIASTICO/ 

N Oi habbiamo grapdilTìma confolationc di haucrc da Ariftotilc 
medefimo canate quelle cofe, le quali nel Commento di quella 
particella li '.bbiamo apportate. Ciò fono la gran diftintioncchb 
lì'troua fra i componimenti, che vengono ferirti non ad altro fine fe non 
perche fian lerrije quel!i>che hanno da crtere recirati,dc arregiatuDi qui 
la differenza norabilifiìma , che hà da effere fra le orariorii Empiici à cf- 
ferc dette inanzi à pochi ', c le Concionali de agoniilichc ,’che hanno da 
tenere in freno moltitudine tumultuante di popoli : E finalmente le d£- 
uerfe qualiràich’e ciafcnno di quefti generi conuicncchericcua. Perciò»- 
che di quella maniera non folame’nte fifpondiaiho noi, ma diamo ma- 
teria à tutti i predicatoti , per fiiperc rvfpondere alla maggior parte del- 
le oppofitfonijChe vengono fatte alle prediche ftàpate , & anche à qiicl- 
Partc Seconda . S J 3 le. 


Digitized t 


. 644 Il Predicatore del ‘TanigaroCa 

le, che altri (ente in voce. E già tappiamo noi, che huomini dotti daue- 
ro,e che habbiauo letto & intefo bene Ariftotilc, nondàno in quefte in- 
nerrie. Mac anche (frana cofa, che vno il quale di Retorica non vede 
altra che quella ad Herennium. Clic in Ariftotilc non pefcò mai , ò pe(cò 
rane ,& à cui in mille anni non (i farebbe intendete , qual differenza fia 
fra la oratione grafica , c la Agoniftica : E delle Agonift ielle , quale fia la 
Contcntiofa alrercatiua.e quale la contcntiofa Concionale, (frana cofa c 
dico che vn tale, venuto la fera doppo la fchuola ad vna libreria , c quiui 
fra altri della fua profellìoue , dato di piglio à vn tomo di prediche di 
Monfignor Cornelio, ideilo habbia ardimento di giudicarle , e Cenfu- 
rarlc,c torccrui fopra il nafo,c trouar loro dentro a fuo parere cento er- 
rori di arte: Che fono poi cenro cofe.che l'Arte ncccflariamente richie- 
de, ma egli non lesi . Sono ( dicono)qudlele prediche di Monfignor 
Cornelio, nelle particolari c minute parti poco efquilite, c fi vi è bellez- 
za è fidamente nelle parti più principale^ più alla grolla : Pouerelli. E 
cofi fi calia da Ariftotile clic coniiicne che fi faccia nel genere Concio- 
nale : E fc fi faceffe altrimcntc farebbe errore . Sono, dicono, quali pro- 
fpettiue belle da lontano , ma che da vicino non hanno cfquifirezza di 
artificio: Pouerelli . E cofi appunto dice Arillotilcchc ricciiieJe il ge- 
ni re Agoniftico; E fc fodero d'altra maniera, non iftarebbono bene: So- 
no troppo diffufe.c troppo lufturianti: Pouerelli. Leggete Andatile che 
di ce, eli e le cofe ferrite per doucre elfcrc recitate conuienc che lì.ino co- 
fi, altrimente farebbe male: Sono piene di repliche: Et vna cofa fola tal - 
hora molte volte uerria (Sene in virie maniere ) ridetta. Pouerelli. Stu- 
diate Ariltotelc ccauarctc da lui , cheouc fi (criuucofii , che habbia da 
elitre detta innanzi à tutto vn popolo, conuienc cofi. Se il contrario (à- 
ubbe fallo. Sono tropposlegatcedifgiuntc , e lafciano troppi vuoti e 
fenza attacamenti: Pouerelli. Leggere non folo Ariftotilc, ma Demetrio 
ancora in quello luogo , chcui diranno, che al componimento Grafico 
Il ir. bbe male quello che voi dite: ma cheall’Agonittico nò : E che, chi 
ffimaaririmciircsà poco. Sono pie ic di Comparationi un poco poeti- 
che in fino ne'cominciamenti di proemi; ftcflì : Pouerelli . Leggete A- 
riftotile, c Demetrio, Se anche quello che habbiam > fcritto noi nel di. 
feorfo jj.che imparare, e, quali lia il vero proemio della Predica , qua- 
li diano quei proemij fecondo Ariftotilc, clic feruono per ricercare: 
quali fi habbiano ad vfarc nel genere Agoniftico . E troucretc,chcchi 
facdfcjcomc vorefte voi,farebbeilcontrariodi quello, che vogliono! 
Dotti. Ma (opra il tutto la cola dcll’atciooe è quella , ouc trionfano in 
materia di Prediche dette in voce : parendo loro chela vehemenza de 
noftri gefti, &il molto e concirato moto , che facciamo in Pergamo, fia 
contra iutti i termini dell’arte, e quali inefcufabilc . Ondeanchequcl 
noftro amicojdcl quale ragionammo nel difcorlb 40. fi crcdcua d’haucr 
fatta vna grande oppofitione à Predicatori de* noftri tcmpi,pcrchc egli- 
no la oratione loro . 

CcfhcuLtorifs,ncq -, rnquà quietis manibus aliuuartnt . Cofa dice egli che i pre- 
dicatori non iftabene , perche hi quali dell'hiftrione. Infelice. Ma fen- 
tiamo l’Arciucfcouo Piccolomini , che haucua altre lettere , che di Cu- 
iu.li , 

t\el genere Cjneionde per tenere à freno U turba degli afioluuti tori la rebe- 


Digiti; 


Sopra la Vorticella C I X. ^4 5 

menta, e con l'arte del pa, lare , c con anione c pmnuntia bfirtomea aliando ,cua- 
riajtdo molto Li note & agitando con fattene ejprefiìone la pedona, 
tore i Contendere & mantenere la pugna con i propri turbulenti a f collettori ■ io r.cfc 
in un cenarne, & in una pugna fi ntrouajjc. 

Vna pronimtia quafi hi Rr ionica à quello dire Concionale tiene quella ragione, che 
tienela uera hislriomca alla Poetica, & fgctialmentc alla Tragica • 

Delle orationi Concionali , la pronuntia hifirionica è quafi lo f pii ito e la- 

^Equcfle fono tutte cofe cauacc dalle midolle d\ \riftottle,e ndotre da 
vno de maggiori Peripatetici della noftra età, fe bene alla Cognizione di 
alcun cordato & intelligente non doucanoclTerc peruenute. Ad tf. lu- 
ne, il quale lo riprendeua perche gclliculalTc troppo , o menadi- troppo 
le mani , rifpofe Dcmollcnc ch'era dato peggio à menare le man. nella 
legatione à Filippo , ouc era fama che Efckme haucfll r.ccuuto danari , 
e fi folfe lafciato corrompere . E forfè anche no. in noltro propofito ad 
alcuna cofa fapemmo accomodare quello menar di mani : Ma oc- 
corre. Baila che fappiano i predicatori la differenza , che e fra il lor di- 
re Concionale, c quello de gli altri oratori .E pero non timeanfuerboajpcro. 

E non fi fgomcntono, quando tal’hora vengono loro per colpe oppolte 

quelle cofc, che fono fomma laude . A noi in Roma mentre pnrdicaua- 
mo à vna innumcrabil moltitudine in San Pietro vcniua oppollo anche 
da nollri amici, ma non più intendenti che tanto, perche non dicemmo, 
come il Padrc'Tolcdo fcdatamétc.con minor moto, con più paule.emc- 
no Concitatamente . Et in vero per lo luogo ouc il Padre Toledo dice . 
Cioè in una fala innanzi al medefimo Papa , e moiri Cardinali , non li 
può dir meglio di quello che egli dice , e partiranno molte età pt*” 11 , 
che arriui alcuno à tanta perfettione : Ma fc egli chcegiuditiolirtìmo 
hauerte cagionato, ouc ragionauo io, non haucrtbbe detto cosi : 1 crche 
à me conueneua fra popolo tumultu.imcntc il gcncrcAgcmftico.eCon- 
tcntiofojChenonconucniuaàlui : Et io lo diceuo a quelli > che me ne 
parlammo, ma Dio sà fe m* intendemmo; Io certo dubitai di no ^deli- 
berai però di fare un giorno la mia giullificationc nel 1 ergamo iftcllo . 

Con quelle parole che fcruiranno per fine del Difcoi lo. 

Efpofitione non sò fc vgualmctc accomodata alle parole, ma forfè piu 
atta al pergamo & à quelle Concioni popolan.Nellc quali troppo gran- 
de è la di riferenza da quei ragionamenti , che fono manco communi : E 
troppo grande dirtinrionc che altri ponga dal ragionare invnaUlaà 
Dotti, ò parlarci., vn tempio à indi<ferenti;diciamo coli: fiaci vn pittore 
il quale due opre fue quali egli vuole.habbia da far vedere vna qui bullo 
-in terra ad huomini intendenti di Pittura ; 1 altra colà su alto da terra, ò 
da finellra àvn popolo fpettantc. Certo è che quà giù cofe tninnttlfimc 
potrà inortrare, piene di fumi , e d’ombre di fchcrzi, di delicatezze, di 
diligenze e di patienze.-Efe coli può dirfi più torto miniate che d.pinre: 
La douc cola sù vn grau (lendardo bifogna eli cgli fpicgh. con dentro 
imaginationc di Giganti, nelle quali tuttala diligenza fik nellapropor- 
tione delle parti.c nella viuezza de’ colon : De rcftn mente f.a efquif.ro 
ne minuto . E coli occorre nei ragionamenti che quando pr.uatamcntc 
* , Il 4 w 


-Dfgil 


645 II Predicatore delPanigurola 

f poil'ono trattare: la doac da quelle Toni akitlìmc dei pergami noi) 
miniature bifognachc portiaino.u aColoilì: Echequei fenfi abbraccia- 
Vno,che fanno più vibombo , e che quali torrenti, traggon fòco le menti 
di chi afcolta. 


PARTICELLA 

CENTESSiMADECIM A. 

• .. . ' » -tefà 

T E STO DI DE M ET RI O 

ì . . 1 

Tradotto da Pier V ettori . ' 

Fugiat autem plana fcriptio, & ambiguitaùt • 7 • ’ * 

PARAFRASE, 

I N fomma per efler chiari bifogna,che fuggiamo ne’ noffri corti 
ponimenti tutte le ambiguità. 

co mmento. 

\ Jl^pricettomolto vniucrfile è queflo,e che abbi acciamolto, percioche 
V qnafi innumnabili fono quelle cofii le quali nel noflro ragionare pof-. 
fono rendere dubbioilfcntimento.Tante che Quintiliano al libro fitlimo,& al 
Capitolo decimo dice , che alcuni Filufofi hanno creduto, par ola non ft trauaffe- 
ouc non giaccia ambiguità. 

Nullum effe verbum,quod non plura fignificet. „ 

Benché à dire il vero ì riè differenza fra l'ambiguità, che fi frollano in ha- 
cuna delle parole /eparatamente à qutUe delle quali in quello luogo partp, 
•Demetrio: le ambiguità delle parole ft domandano equiuocationi,ele parole 
che hanno pià [entimemi fi domandano equiuocbci quelle, delie quali diccua 
rinfiorile che ft vagliano volontieri i Sofifli , t delie quali parlammo noi neU 
le difcujjìoni,ihe facemmo delle parole nella particella quarta t ma diquefìo 
non trattiamo bora . 

Tratta bora Demetrio di quelle ambiguità le quali non nelle parole fi tra- 
ttano , ma nella frattura t compofttiontloro , per eflere effe legate e compone 
ih modo, che varif pentimenti fi ne pofiono trarre . E quefle fono quelle che * 
deci, come fi anche Demetrio quàecbiamano Eli latini togliendo 


Sopra la Particella C X • 64J 

Uno tot dal Gr«Ó»Amiibologicas l’hanno nominate an^i noi Italiani anco - 
ra t ^mfibol°S' e U domandiamo . Di quefie i Dietetici ne gli Elenchi, hanno 
raccolto un numero gran di fimo, il quale non è perènne farlo che (oratore e- 
fquifitamer.U lo fa b pi a: El’ autore ad Herrenium,non folovon ifiima vtile 
il fiperlo,m a dannofa crede che farebbe fetenza tale.Sunt qui arbitrentur , 
dicecj/rnfl/ffónifoMroadhanccaufamtraftandam vehementer per 
tincre cognitionem Amphiboiogicarum, tamquasà Dialettica prò 
fcritur,-nòs vero arbitramur non modo nullo adiumcnto elle, fedpo- 
tius maxime impedimento . 

E quello che feguita . Ttone fe fida oue parla delle ambiguità ne raccoglie 
anch’egli molte : Et il mede fimo fà Quintiliano nel Capitolo de ambiguo 
chef come diceuamo il deiimo del libro fettimo. Machie colui fi pocointcn- 
déntefil quale non fenta, tue tnailaujula ò più fpofanoin dubij fentinuntì 
ricetterà ì E quello balìa per non douolefcriuere tali: E per fuggire oue fi pro- 
cura ibiar(XX a ' come per lo più nella nota tenue, di non permettere , che non 
entrino ambiguità.tìabbiamo detto oue fi procuri ■ ehiare^a, perche ci/iccor - 
diamo bcmlfimo ,che fecondo l'arte data da o4rifìotile i nel fecondo Rapitolo 
del tergo delia storica può venire occafione adoratore , n> Uà quale egli non 
folo non debba fuggire (ambiguità ,ma jìudtofmunte fare il conciarie, quan- 
do cioè egli fi troua debile, nella caufa,e non hà che dire. Che in tal cafo deut in- 
tricare, e confondere più, che può, e vfarccircon/crittioni & amphibotogie per 
non la [dar par tre, che gli manchi che dire. Ancorché potrà facilmente auucpi 
re, che qneUi,che lo pentiranno, cr ed tr anno, che lecofe ch'egli dice fimo diritte 
uo,ma che per difetto loro auenga,cbe effi non le intendano. Si firiumo anche 
volentieri dt ampbibologic gli oracoli dice tifi ùtile, Cerne occorfe quanto do 

mandando all’Oracolo di Delfo Crefo l{e di Li di, [e egli afialt andò il l{egno di 
Ciro I{e di Terfia ne riportarebbe tutoria, t lo diftruggerrebbe . l’Oracolo ri- 
fpofe co/i . Crefo d’Hafi varcando oltre il confine , 

D'vngran \egno vedrà l' ritimo fine . 

E bine da quefia impu ta, fegui i{ fine d’vn Bjgno, ma non dì quello che in- 
tefe Crefo, il quale con la V.ttoria credcano di doucre ruinare il Pregno di Ciro 
Con la perdita defirufie quello di fe [le fio, e la propria vita: El in queflo Ora- 
colo dice Cicerone nel libro fecondo di Diuìnatione ,fù moltopiù ingeniofal* 
4 mphibologia,cht non fù in aitilo che Ennio dice chef ù riJpoftoàVirro, 

Ait te Aìacide Romanos uincere pofl*c. 

Che in vero troppo aperta vi tra dentro l'ambiguità . E coinè dice gratiofit- 
n$tnte cJllarco Tullio : [Ila Amphibologia quaeCrtcfum decepit, vei 
Chryfippum potuiflet fàllcre,hasc vero ncEpicurumquidem. 

Effe vip fi di Amphibotogie fono , come queUo addotto da Quintiliano, ouCa 
tino in tcilamento ordinò , 

Poni ftatuam aurcam haftam tenentem . 

Oue non fi iifingue , fe la fatua fi a quella che hà di e fere d’oro , ò f ba- 
ila fola . 


Dig 


H<ercs 


6 4 8 Jl Predicatore del PantgaroU 

Harcs meus vxon enea damnas cftoarg 1 nei, quod clcgcrit, pen- 
do ccntum. 

Che pur qua non s’intende , fe all’herede , ò alla donna fi a Hata lafciata la e- 
lettione : 2 V* gli ablatiui latini dice Quintiliano , che fi trema quafi naturale* 
jimphibologia,per chi dice Calo decurri capetto 
7 v(o/j lafcia intendere yédccurit per apertum calura, Onero cumca- 
lum apertura clTct. 

E gliaccu/atiui ancorarne fi congiungano con verbo infini tino fanno molta 
ambiguità, come quello 
Aio te Acacida Romanos vincere poflc 
E quello 

Chremetemaudiui percufifleDemeara 

Oue non fi sà , quale fia ilpercofio, ò il percotcntc Cremetc,ò Demea : M<* 
qm fio più che in tutte te lingue occorre nella noHra l taluna, la quale bauenda 
le medefime definente in tutti i cafi d’vn numero : troppo Jpcfjo occorte, che di 
due nomi c ongiunti con un nerbo attiuo non fi fappta quale fia l'agente , ò il 
pallente . 

u ilefiand’O ama Filippo 

Quà, quale diremo noi che fia l’amante, e quale l’ama’o ? Certo fard diffìcile 
fSr imponìbile il difìing«erlo fe le circoflan^e delle cofe , ò dette, ò da dir fi non 
lo dichiarano . £ però bifogna avvertire di non dare in quefle ambiguità , & 
vfaruì il rimedio di Quintiliano , cioè di rijoluere con vfo di ablatiuo :Cbefc 
altri haucjjc detto , 

Dj efiand ro viene amato Fi ’ippo 

Quiniuna ampbibologia farebbe potuta nafeire. 1 ^ 

Il Boccaccio mi principio della prima giornata dice , 

L’eflremitd delta allegrezza il dolore occupa . 

E quale è l’occupato I allegrezza, ò il dolore ? 

Egli lìcffo in S.Ciapelletto dice , 

La cui malitia longo tempo foflenne la potenza e lo fiato diM. Muf ciano 
E quale fù fofienuta, la m ilitia, ò la potentia } 1 

In Ghii'monda 

Quella viltà ui ncendo il fuo animo a ’tero 

Qualfù vinto, la viltà ò 'animo. Ideila vedova dello fcolire . 

Tqonpot ndo a Immanità ui cere lafi rt^za. 

He qui appare chi vinca , à re Iti vinto : fe non quanto le circonflam^e della 
co fa lo moflrano-E quello è quello con che à baftanza viene efeufato queflo po~ 
litiffimo orato e, il quale fe in alcuni l oghiha lafdate vfcirfi da la p'nna 
' Squiuo ationi, o amphibo ògia,in qit i luoghi Julamente l’ha fatto, nelli quali , 
dalle circonlìanze delle cofe , ò dette ,òda dir fi , vtniuano le tcn. bre (ufficia*, 
temente rifchiaiatc. 


Sopra la Particella CX, 649 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


T Vtre le e ofcurezze,Ie quali ne’ componimenti occorrono, à diui- 
uifionedi due membra fi podbnoagcuolmenre ridurre: Concio- 
fiacofacbc|, ò ede in. alcuna parola (ingoiare e per le medefima.» 
confiderata confidono,ò nella compoficione,c midura,che noi fiutiamo 
delle parole l’vnccon |l’altre. Delle prime di quelle ofcurczze ragio- 
nammo non per quello che ad Ecclcfiaftichccofe appartiene, nel di (cor 
fio della particella ioSrouc incidentemente vna ancora ne trouammo di 

J uclle , lejquali dalla Compofitione pendono , cioè oue per incertezza 
el principio dubiofo rimane il fcntimcnto , pome ouc l’Amano voleua 
che fi diedre. 

Et D ut' eraty 

Verbali hoc crai in principio npud D eum. 

E noi dall’altro canto per la regola della fede craiumo certidimiyche 
bifognauadire. 

Et Dent c rat tur bum, 

Hoc er.i t tu principio apnl D eum. 

Hora di tutte le altre ambiguità della Compofitione in vniucrfa/e,co 
me lo dice'Dcmerrio , co.: diciamo noi che e dal predicatore nel perga- 
mo, c dalI'Eccledaltico fcrittorc ne’ fuoi componimenti deuono edere 
quanto fi pofT.i il più fuggitc,& ilchifate. Santo Agoftino di quelle tale, 
ambiguità in due luoghi apollata nente cagiona. Prima più difficilmen- 
te c più alla logicale in vn libro, che egli intitola, Trincipia Dialettica- 
li poi più à Ceruigio del Predicatore c del iletore Ecclefiallico ne’ li- 
bri della Dottrina GhrillianatE veramente i luoghi, onde pedono nalce- 
re ambiguità nelle legature delle parole Tono molti . Tuttauia à noi vo- 
gliamo che balli l'accenarnc alcuni pochi, e tutti con clTempi cauati dal 
lelcritnire fiacre, affine che.eda quelli c da gli altri limili fiappia auuer- 
tirlì .chi Ecclefiadicamcnte farà per ilcriuere ò ragionare: E poiché-» 
quello di che fi pirio g : à,ni(c:aa dalla incertezza dei-principio , dicia- 
mo cosi, chcquattro altri che aggiongiamoquà, naficonoil pri no da in 
certezza di pronunriatione, il fecondo da incertezza di puntuationc, il 
terzo da incertezza di declinationc,& il quarto da incertezza diCóftru- 
tione:N ificono alle volte ofcurczze ne gli (cri tri, che non nafccrcbbono 
in vocc.quando quello che è ficritto.dcbb.a edere con vno,ò con vn altro 
portamento di voce pronuntiaro,muta fienrimento. 

Come nelle Ironie. Per edempio nell’Ecclcfialtico all’vndecimo è 
fcrirro così , 

[Lattare ergo iuucnis in adolcficcntia tui, &inbono fit cor tuumin 
in diebus iuucnrutistu.T,& ambula in vijs cordis cui , intuita oculorum 

tuorum .] 

One fie lenza girilo Ironico ò pronunciamo ò leggiamo, pare che l’Ec- 
cledile configli il giouane à dare allegro c fare alla peggio : E pure per- 
che tutte quede parole Con Ironica pronunriatione hanno da edere prò 
ferire, però i! fienrimento loro c tutto il Contra;io,eben fi vede dalle pa« 
par ale che egli agg unge. 



Er ( 


6 5 O 1 1 Predir atòr del PamgaroU. 

[ EtjCi. èfed feti quod prò omnibui bn addai et le iota mui in i udiri um. 

Quali voglia dire. 

Oh bene. Si Eh gouanc, tu te ne vai à capo alto eh ? E non ti ricor- 
di di quello che ha da edere ? Hor via fa pure à tuo modo , fà come tu 
fretti. Fà alla peggio: ma riccordati che di tutto haià dar conto ì 
Dio . 

N è i Regi al quarto fono quelle parole, 

Gaude & Iptare filta tdem, qux habitat in terra Hks. 

La quale fc alla pronuntiationcnon rimira dime, parrebbono vno in- 
ulto ad allegrezza : E pure fono minacce : E che fia vero feguita^ 
fu biro , 

~Ad tc quoque perucr.ict calix . , 

Nc’ libri de Regi dice Gicremia à profetti di Baal, 

Clamate noce malore, Deus e il enim Baal, 

One il ragionare fenza pronunuatione propria pare vn Confido, c có 
la promimi a debita è vna irilione,onde feguitar, 

Forfitan ejl c? m Interfono, 

Nella Gcnclial 3. 

Fece didatti faUui es quaft «»«$ ex nobis. 

Senza pcnlàre al modo della pronuntia , non hà il vero fornimento 
chctl’Ironico:Ecofi quello, 

Tretiumquo apprettami [um , 

Regcm ucHrum crucifigam, 

S pera in Domino enpiateum. 

Fece homo qui pofuit D cum adiutorctn fuum. 

Si cfunei 0 non da am libi. 

E (omiglianti modi di dirc:Chc tutti dalla maniera 'della pronuntia- 
tionc , con cui denno elTerc proferiti , lì vede che aquillano contrario 
fornimento di quello , che à primo tratto pare che la fempliee lettera ci 
dimoftrirE quella e olcurezza& ambiguità nara da incertezza di pro- 
nuntiauone. L’altra c da incertezza di puntuatione.principalmcntc pon 
tuatione interrogatimi: poiché fornendo molte volte la intcìrcgationc 
per ncgatione,Comc farebbe oue fi dice. 

Quii poteft facerc mwidwm de immttndo conceptum femineì 
Quali voglia dire:ncfluno:bcncfpi db occorre, che la mcdefimaclau- 
fulaja quale fenzala ponruationeintcrrogatiua haurebbe affirmatiuosc 
timento:Con laintcrrogationelòhabbia negatiuo: E quindi à chi "è in- 
certo di quella maniera di pontuatione, redi tanta oleunti . Nella Epi- 
llola à Romani al Capitolo 8.dopohauer dctoS.Paolo, ,i 
Quii accufabit aduerfus eleSos Dei? 

Soggiunge, 

J\eus qui iufiificat? 

Che fenza intcrrogatione vorcbbetdirecofa alfordilfima,la doue con 
intcrrogationc modra il vero, che I{ous non accufatf 
Et apprelTo, 

Quii ejl qui condemnetfChriflus le futi 

Pare per l’interrogationc in fenfo negatiuo dire il vero, chcncll’affir- 
matiuo farebbe faJlilfimo.A Romaui al 2. oue, . 

Quod mtbt bonrnn eratfa£lum ejl mon ... - . 

Non 


Digiffzr 


S opra U Particella CXt • * 

Non vuole affermare fenza intcrrogacionc, che lalegnefia mortifr*- 
ra:rna per modo d’interrogationelo vuol negare: 

E, che fia vero, aggio nge 

4 Abfìt » ,, . • 

' Tutto in contrario : oue Santo Agoftino dice fenza ìntcrroganone^ 

alcuna^ 


Qui crauit te fine te, non iuUificabit te fine te. 

Gli hcrctici de noftri tempi, per oleurare il luoge 

/• /• à m «L . f J li _ I - /il f 


uuimn». u». v-. r . )r v — go , c tirarlo ad heceri- 

co fenfo , quali che Iddio così fenza concorfo di noftro Ubero arbitrio 
fia per giu(tificarci,comc ci hà creato,lcggono con puntuationc interro- 
gatiua. 

Qiu creduti te fine te, non inflificobit te fine te ? ... 

Di modo che la incertezza della pontuatione principalmente interro 
Satina, vediamo che cagiona bene fpclTo ofeurità gran didima : come lo 
medeiì inamente la incertezza della dcclinationc.cioc il non lapcrc al 
cuna volta in quale di due cali habbia vna parola da elTere micia, la qua- 
le dall'cflere , ò nell’uno, ò neU’alcro pigliata genera grandillima diffe- 
renza di fentimento. , 

Nella primadeTclTalonicenfial 3. diccS. Paolo, • 

Tropterea confidati fiwnui fi\Ures in uobis. , r r 

Effe non fi riccone al teito Greco, non fi sa fc la parola fratres fiaaccu- 
fatiuo.ò vocatiuo,e voglia dire , 

Confidatiti funi fratres. Ouero 
Confiolaius film ego, 0 fratres. 

Nel Salmo nono , 

Inimici dcfecerwit frante* in finem- . . , , 

Qua molti credeno , che la parola inimici fia nominanuo plurale , oc e 
gcninuo fingolare.che vuol dire, che 
Le forze del nemico fono mancate . 

Nel Salmo 116. 

Ecce hsteditas domini filfi . - , ,, 

La parola fili) è primo cafo del numero del piu, & pare fecondo di 

quello del meno . 

Nel Salmo 44. 

Propterca unxil te Deus Deus tuus . 

Delleduc vociDcus,che paijono due nominarmi, la prima c vocatiuo: 

Nel cantico di Maria Vergine , 

Suficipit Ifirael puerum fiuum. » • c 

Stimata da molti primo cafo,non Io è, ma quarto li bene : oc oue m o. 

Matteo fi dice, 

Totensefi Deus de lapidibu^fuf citare filiot ^ibrab* • 

La voce ^ìbrah* non c gcnitiuo, come molti credeno, ma datiuo.Me- 
delimamentc, 

'Nujuuid hoc tempore rcfiitues regnum ifirael . 

La parola Ifirael pure datiuo c , enon gemtiuq , e per finirla. Quello 
oue fi ingannò vn huomo eminentiffimo à noftri tempi, che in fentimcn 
ro non proprio (e ne valfe,ouc dice il Salmo, 

Si mei non fuerint dominati lumimmaculatus ero. 

Non è la parola mei primo calo del numero del più dalla voce 


Dirli 


6 j i fi Predicatore del PanigaroU 

mafetundodi quello dd meno della parata i go. E tanto balli quanto 1 
quella terza incertezza, alla quale fuicedc IMtima di quelle che propo- 
ni mmo,cioè la incertezza della coilruttione, quando non ben Tappiamo 
quale, di due cali limili innanzi o dopo il verbo vada Collocato nella co 
ftrutrionc.Comc 

Chrcmetcm > & Demeam. 

Che dicemmo : .»* ntn 

£ come occorre, oue nelle parole . 

Hoc e/l corpus meum. ■> 

Alcuni heretici vogliono, che la coilruttione dica, 

Corpus meum efi Isoc. 

Il mio corpo e quello, che è qua, che farrebbe altri bene fuori di prò-' 
polito i e noi liamo certi, che bifogna dire , 

Hoc e fi corpus meum. Cioè, -> 

Quella cofa.che hò nelle mani c veramente è realmente il mio corpo. ' 
Ma di quella force di ofcurità, habbiamo già ragionato nel Commcn 
to : ne altre forti di ambiguità habbiamo in animo di arrecare quà: ba- 
llerà che il Predicatorc,c lo Scrittore Eccle(iailico,e da quelle, c dalle al 
tre liftiihprocurinodi guardarli quanto potranno il più : e fc bene nelle 
feri trurc facrc.perla traduttionc da lingua tanto lontana,|alcunc ne tro- 
uerrannoalle voltc,fappiano nondimeno come dice Sanco Agoftinoncl 
terzo della Dottrina Chriltiana al capi colo 4 .in fine. Clic 

[ Raridimc, & dilfìcillimc iuueniri potili anibiguitas, quantuni ad li 
bros diuinarum fcripturarum fpeèlat ,quam nonaut circumllantia ipfa 
fertr.onis, quacognofcitur fcriptorum ìntcntio , autintcrpiecumcolla- 
tio,autpnrcedemis lingtia*foluarinfpt&io. 


PARTICELLA 

#« \ * \ . ' ’ * ' i ’ ' i * • ‘ » 

CENTESIMAVNDEC1MA.. 
TF.SrO DI DEMETRIO 

t ? - t Xf 

Tradotto da Pier Vettori. 


Jgura autem vtaturea,cjtue\ocatur F panalepfts. Fpanalepfs au- 
ttm eft eiufdem copula inlatio in illis partibus oratioms,ejUxpofl 
longoni Ipatium infcruntu r . ceu, 0<r* pi r f*pa%t fihrxsrts.ìuti tic 
ilù9pi*Uo*uTtcpt'f«.To,K<tjxffi'i!orrii70rHMjuìltii£cirTttrt'vc\iip>u* 
ni, X 0 j ìpiptvKMr evi. dricam, 7 *v£*. par , fermò cnim copula peto 

inlata redegit nobisin memoriali! , quod propuf tur» fuerat , & reduxit nos ad. 
principium . 


para: 


- Sopra la Particella CX1» 



PARAFRASA 


T anche leueremo bene fpclfo le ofcurezze,fe dop 
po longe ìntcrprctationi cifcruiremo della figura 
Epanelepli : la quale ali’hora fi fa , quando hauen 
do noi cominciatcà direaicunc cole: e poi frapo- 
fiene molte altre, alcuna coletta delle prime re- 
plichiamo, quali per riappiccare il ragionamen- 
to,!) ritornare nell’animo a chi ci afcolta , quanto 
haueuamo cominciato a dirc.-Come in quel luogo, 

Et io certo le cole, che habbia fatte Filippo : Come habbia mina- 
ta la Tracia : come pretò Cherfondò : Come alfediato Bizantio: co 
me ndn tela ^fmphipoli , quelle cofe certo non le dirò ; oue la par- 
ticella certo replicata ci rammenta ciò che fi diceua, e quali ce ridu- 
ce al cominciare. 

COMMENTO. 



P Ende tutto queflo infcgnameMo dal leuare la ofe uriti , che viene nella ero- 
ttone introdotta dalle interpofi ioni, e per co fequenga dalla intelligenza 
diqu-flo termine ìntcrpolitioni . 

‘Del tuale con affai lunga digreffione ragiona t JM. tleffand' O Riciolomiri 
nel capitolo quinto della fu* Varafrafc nel terzo libro della Reto ica d’Lsfrt- 
Jlotile tedi e che di due forti d'intcrpofitioni ft ritrovano ; Marne oue le cofej 
interpoft: vengono con loro congiuntine particelle legate, econnc/le con le cofe 
fra le quali fi interpongono : c ['altre oue le cofe che /i interpongono, rimangano 
in tutto fciolte,e fe parate dall' altre cofe , fenga che con particella alcuna cort- 
gutn iua venga ,olegate,& vnite. Delle prime efjempio dice che può efferc* 
quel luogo , 

Quefta Eccellenza e gloria , t'io non erro, . z , 

Grande 4 natura*. . ' 

E quell’altro . l 

Si pia l’ombra d'*Aachifc non fi perfe. 

Se fede merca ncflra maggior mufa , - ' . . . i 

Quando in effigtio del figlio s‘ accorpi* 

quali luoghi fi vede, eh la mtcrpofitione* m vV ì 

~ S’iononerro. . « c ’V •..« 

£ l'altra^ * , ■ 

Se fede merta nofìra maggior mufa * 

\~Ambe con le cofe fra le quali vengono interpone rimangono v'n ite dall a_, 

par - 


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6f4 U 'Vrtdicàbrt del PantgartU 

f Attutila fc, la dotte dicendo il Petra> c a , 

G ntil ramo , oue piacque, 

Con fofphi, mi rimembra 

lei di fare al bel fianco colonna . 

■£t alerone, 

•Cercato bb fempre folitaria vita. ■ noi ' ■/ 

r Le ritte il Janno,SS le campagne eibofebi, f. 

Per fuggir quelli ingegni* 

Quid le due interpreta noni. » 

.Con fofpiri mi rimembra, &, . ' £ 

Le rute il fanno, t le campagne e i bofcht, 

Ambedue fi vede che slegate fono e totalmente 
dif dolce: . . . 

Soggiunge cJW. L*Slef}andro,cbe dì quelle due intero fumile feconde fo- 
lamente, cioè le slegate fono quelle che meritano il nome Greco , ma deriuat» 
hot mai anche ne Latini, e ne gli Italiani, di ‘Parentele chele tonte elegate ,fe 
"Parente fi, fi chiamano tali in vero non fono, ma fi vfurpano quii nome ; Onde 
anche vn’altra cofa auertifce,che quelle note ftmictrctilari , le quali nelle frit- 
ture , per chiudi re le parente fi fi foglkno adoperare ,alle Jpiccate e slegate 
inter pofttioni folamentc conuengono, e chi altroue le adopera,moflra di non fa- 
pere qual fia vera Varentefi . 

T^oiin tutte e tre qucflt cofe, che dia eJM. -4 lefiandro alcune dubitazioni 
babbiamo non leggieri : £ primieramente, oue egli dice che intcrpofitioni del- 
la feconda maniera fono quelle, le quali da congiuntine particelle non vengono 
.legate , cifà mer auigl tare vntfjempto, ch'egli mede fimo adduce, cioè quello di 
Matite , 

(jià era (e con paura il metto in met . o . 

Là u oue l’ ombre tutte eran couerte . 

"Hel quale (JU.^ilefJandro nomina mterpofittone slegata, e ferina congium- 
tiua particella quefla . 

, £ con paura il metto in metro 

E pure efla dalla co : ula, SS che i principal ifftmo attaer amento fi vede che è 
legata. Se già egli dagli attaccamtnti c vg untiuiche fanno legata la inter- 
pofitione,non efclude la copula , SS come pare che faccia vn poco più bufo, oue 
truttand",fe in quelli verfi del Petrarca L’alma che ifolo à Mio fatta gentile 
Che già d'altrui non può venir tal dona 
Sim ile al fuo fattor flato ritiene 
T rattando dico fe nudi i interpofition e 
Che già d altrui non puàuenir tal dono , 

S ia della prhn t maniera , ò della feco da: cioè delle congiùnte, oucro delle. 
slegate dee , che feftefpone che, per perche come fanno al cu ni, la intt rpo fittone 
è delle congiunte : ma feftefponeffe, che per &,in talea fola interpo fittone fa- 
rebbe dette slegate e difgtuntc: il che come fi intenda e come le interpofaioni 

attac- 


Sopra U Particella C XI. 6 5 f 

attaccate con lo CI babbi no à dotti andar ft slegate , c fcn ga congiuntine parti- 
celle à queflo tajciarcmc ch'altri uclga il pen fu ro . T'ipi alla feconda conclufio- 
ne:del Ticcolomini pa fiondo ouedice , cheli congiùnte intcrpofitnni non posi- 
no , nè deueno chiamar fi Tarentefi , non uogliamo mancar di 'tre eh" quefla 
co fi e fiatta regia non è perù fiata feruata da Commentatoli 1 iti itlufin , come 
Seruio , D natJ,& altrii quali motte inurpojitio i dilgiunte n 'glt authoricom 
mentati doloro yhanno affai libera" ente c lamate panntefi : £ fi vogliamo 
lanciare gli Uri rJM. Vi r Vettori I uomo ual rofiffimo mque >a medefima 
particella di Demetr o chebabbiamoper te mani, omment^ndola df .o propo 
fitto dice che in quefie parole di Marco T « Ili » 

Quoties ego hunc Archiam vidi Iudices Cutorenim vcftra beni- 
gniate quamquam me in hoc nouo genere diceadi tam diligenter 
attenditi 

Tutte quelle che fono d>ppo la parola Judices fa no ma parentefi : £ pure 
niuno ui è che nonuegga,ib elle non islegatefono , ma vi ite e congiunte con la 
part cella enim,jtnzi effondo nero, che la tpanalepfi, come duerno piu baffo, 
nrnfiadopra fenonper rim dio alla parentefi , nccefiaria cofa èchenell’cffem - 
pio che adduce quà D me trio per la E pana le p fi , vi jia dutiq; dentro Parente- 
fi pure Mediamo che tutta quella interpofitiene , 

Come habbia mi ata la Tracia, come pefo Cberfonefo > come affediato r Bi- 
Stantio, come non ref > Amphipoli, 

Senza dubbio da congiuntine particelle , viene alle cofe fra quali effd fi in- 
terpone legata e vnita. Si che accofiumando moltiautori eruditi, r fra gli altri 
MSPier Vettori, angi Demetrio ifiefio di domandare parent fi, anch< le in - 
terpofittoni legate e congiunte,à no: non parerà di far m j le, [t faremo il mede- 
fimo : Si come quanto alla terza cofa eh ' M. le fiandra diccua , non habbia • 

mo per futuro , che ouunqui da note fimic rcular 'i vengo o cbiufe interpofitioui 
congiunte, quiu f mpre ignoranza habbia da argumentarfi,ò dell’autore , òdi 
eh tr:fcriffe,ò di fium; 0: Jn Virgilio /» l ggono quefie parol -, 

Oi'ocij ( ncque enim ignari feimusantc malorum)ò paffi gra- 
uiora_> . 

Et in tutte le migliori f lampe , i fegni della parente fi fono collocate, ouegli 
babbiamo pofii noi; E pure la interpo fittone è congiunta con la particella enim. 

Più giù nel mede fimo libro de Ila Eneide fi dice ,\ 

Hic tibi( fabor enim quando hac te cura remordet 
Longius & voluens fatorum arcana tnouebo , 
fiellum mgensgcretltalia 

£ nelle buon' (lampe viene frgnata la parentbcfi,e pure la interpofìtlone non 
èslegata: In Cicerone nella oratione prò Sexto Roicio Amcnnq,e 
migliori l lampe vengono lette con fegni di parentefi tutte quefie interpol 
fuioni , 

Sin à uobis ("id quod non fpero) deferat: 

Aiunt hominem (v t erat furiofus,) refpondifle> 

Parte Seconda. Tt Brc* 

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6 j 6 li Predicatore del r PamgaroU 

fireuem poftulationcm afferò, & ( quomodo mihi perfuadcoj aJ> 
quanto aequioretn, 

AJter( fi Diji iminortahbus placet ) tcflimoniumetiam ìnfextutn 
R ofciuin di&urus cft 

E tutte fono legate con particelle congiuntine, fi come mi Petra rea, e nelle 
piiicorrete flampe di lui qucRe e molte altre interpofitiont fono congiùnte , & 

hanno il fegno della parente fi . 

t^sfmor ( e vuo ben dirti ) > . j 

Difconuicnfid Signor l’ejjer fi parco : 

E perche de ò m’mucgha 

Ragionar dt’ begli occhi - <■: uil ogo ufi? 

Tjecofaècbemitocibo 3 • ' sup, i..ipr>u,1 ,p 

O fientir mi fi faccia coft adentro 
Qorjo (ptffot rientro, 

E finalmente fe del noHro Boccaccio vogliamo trattare , non v' è dubbio (he 
nel Decameron di lui molte non legate interpofitiom , confegni diparentefi no- 
tate fi trouano: Come quella 

-4 quefla brieuc nota ( dico breue in quanto in poche lettere fi contiene ) [e- 
guita prettamente la dolcezza . 

E quell' altra , 

E [calle nojlre cafe torniamo ( none i fe J voi co fi come a,me aduiene )io di 
molta famiglia ni aria olir a per fona in quella fenonla mia fante t< Quando im- 
pauri fio. 
fi que la , 

O x oi d folagzare (3 d ridere , (3 d cantare con meco infieme vi drfponete 
( tanto dico quanto alla uofira dignitd s'appartiene) ò uoi mi licent'iate 

t limili; Ma è anche vcrifijimo , che ne tefii corretti vltimamente con fom •* 
ma diligenza l anno 7 {da quei valent’h . omini , t le 81 dal Salutati moltiffi - 
me interpofitioni fi trouano legate , e giunte , e nondimeno fignate con note di 
parente fi. 

Come q elle, 

Vercioche ciafiuno ( qua fi non più viuer dónefle) haucua&c. 

E ra v funga ( fi come ani bora hoggi vtggia -no ufare) che le donne, &c. 

-4 diu enne {fi come io poi da per jo .a degna di fede fintq ) che nella vene- 
rabile chiéfa. 

(benoiveggiarno (fe prima da mortenon fiamo fopragiunte) che fine - 
al Cielo . 

E t altre innumerabili, che ciafiuno aprendo in uarij luoghi il libro potrà co- 
fi trouare , come noi quelle quat ro ne' primi fogli fidamente habbiamo raccol- 
te j fi che, per tutte le cofie dette, à noi non pare ficuro il conchiudere,che le fole 
i terpofiticni slegate i dijgionte merit noti nome , C ifignt di pa rentefi j Si 
come non finiamo manco di approuat e quello che il Salutati nel libro 3 de fiuoi 
auer imeni , al capitolo 2 j; cioè chrgli interponimenti più corti, non meritino 
: • '• iiific- 


Digiti 


Sopra U Particella C X I. <57 

di eftere chiuft con note fimicirculari. (ome quefli, diròcofi fallo Iddio, e fimi, 
li, ma che in tal cafo ballino due virgule,in i ect di fe < icir olari, nò uedcndo noi 
che ritieni che il fegno fiatale ò tale , pure che egli la mtdefrrac f- rapprcf en- 
ti - Et effendo noi cbi ; ri ,f alla natura delle parente fi ricerchiamo, che la mi- 
nore, ò maggiore bremtd ò longhrgza, in loro non diw e (Jet ballante à mutar 
natura-, c Ma di quello fta d ito incide t m >te affai . Hora tornando al noftro 
prop 'fio . E n ominando noi fenza fcropulo col nome di parente fi tut i gli in- 
terponimeli , ò longhi, ò breiti , ò slegati , ò eongionti eh fiano, diciamo con 
e_sfrìJìotile nel quinto capitolo del tirzo libro della Rtt r ca , che vc> ameiite 
fanno /■ mpre ofcuroi ragionari V. troppo longhe,ò troppo molte interpofitio - 
ni; come occorfe in quel luogo diZJirgi io n l iz. dell « net de 
interca R eges (ingenti mole Latinus 

Quadrijugo vehiturcurru cui tempora circum > 

durati bis fcx radu fulgentiacingunt -ù -M 

Solis aui fpecimen: bigis it Turnus m albis» 

Bina manu Jato crifpans haftiJia ferro. 

Hinc pater Aencas Romana flirpis origo, 

Sydercoflagrans clypeo,& casleftibus armis , it 

Et iuxta */<fcanius>uiagQ* ipes altera Roma:) : 

Procedunc cartris 

E mll’efiempo addotto da -Arifiotìle inedeftmo, 

Io difgnaua parlato che l: hauefji diqu flc ta li cofe , e poi di qu'fie , C 1 m 

tal modo di partire . . 

Oucf come p-cftpme Arrotile , le tali e tali cofe farrannod ttc [piegata- 
mente, faranno tanta interporti n fra le parole lo dilfgnaua,e le panie di par 
tire che ofcuriffimo ne uerrà à r.man re il ragionamento, t però a que l a ojcu 
riti, la quale nafee dalle troppo longh: inter pofitionì alcun rimedio bifog' a, 
che penfiamo. E due ce ne Jòuuengono, de quali vno a porta -A nftotile oue~» 
di fop a,e l'altro Demetrio in queflo luogo . 1 1 rimedio d'-Ahilot le, echeoue 
babb.amo fra due cofe à narrarne molte , quelle tali molte noi non le dottiamo 
narrare fpìegatamente , ma ridurle i qualche breuifjima ge -tralità . E ■ oi 
fi ita !a cl. tifila, dijlribiurei ■ particola e na- ratine quello chege calmene 
fiera ac,<nn ito . Verefiemtio , V-ig ho i.cll'all g lo e ([empio fa quelle due 
copi : -li parole, che fa no la clangla intera: interca Regcs , c Procedimi 
caftriS) volle inurr onere tutte le varietà de ghhabiti i.t’ quali \ue Tiegifi fe- 
cero vedere: edoppo haute delio. 

Interca Reges , * . 

Cofi minutamente cominciò à narr-re deìli hibi i dtem o. 

Ingenti mole Latiaus 

E qui Ilo che tegnia, ebeovouerfi bifognò ch’egli i r t, rpcn:fje prima che 
aniuafie il verbo prir.c pale quii ta-i te, Procedunt Caftris 

El'hip.rtaton (eccmo'ta ofe uriti: isì che fecondo -A. iflotih fi r A"bb e prò 
nei ito, le fi a le panie Interca Regcs e quelle p roccduntcaftns^/- hx- 

T t x u ih 


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658 Predicatore delPantgaroL 

vtffe ingenerai felamtnte con po tuffi ne parole accontala la varietà de vefli- 
ti loro , e poi finita la claufula , narralo il nudcfimopiù minutamente in que- 
tìotno.'o. 

Intcrea Rcgesvariis infignibusaufti 

Froccdunt caftris ingenti mole Latinus 
11 E tutto quello cb : feg ita. E nedo esempio a Hutto da Ar' fiatile dice egli 
me defimo cbcvfato fi farebbequeflo r me lio,ogm ujlta checue fi dille, 

' fa Jifegn tua parlar che g‘i oauefie di qteficcofe , e di quefic & . n quello 
modo d partite, Si ‘offe detto, 

‘Parlato cb’io gli barn (fi, d feg”a 0 di partire , t q itilo che gli uoleuo dire , 
erano quelle cofe , e quelle ài in tal mo io che in vero li uede che ittmo rime - 
d o,per non don; r fan troppo l ngbe int.rpofit ov.Ma non ri farebbe eglt al- 
cumi-n- ‘io, per poter fare alane iògbe interpo fettoni: Ecfeaiogn modano» 
ge er.ffi oof..,rità} Q^edo è audio che infogna q<d Oc net ri *.tf tn dispu- 
tale dittamo fecondo lui, cheti rimeliotont'a la ofeuritàd Ila ] longa patente - 
fi ò intt rp fili neutro noni che lafiiura £p anale p fi ; la quale fi fà , quando 
delle parJ: diti' iaeanzl alla inttrp fittion , alcuna fe ticiiduic à gli afiel tan- 
ti m memoria affine che tgLuo tip g alo il principio n aio dante la lo t^afra- 
mtfia,f ppi >u ioni uarlo à qu llu Jj: jcgu-: Come fe quando y irgi io oiff', 
JntercaRegcs . ■ V 

E poi foggiunfe tutta quella longa interpo fittone Latini!» &C. finalmente , 
doppo la mutpofitione e tutte due le anteudeuu paiole bauifjc replicata 
dicendo, 

Intcrea Reges inquarn procedere caftris. 

Afpiciat, 

Ef almeno i na fola, \ì 

Sic ergo indutosre£csproceccrecaflris, . 

Afpiciat, 

0 cofa fintile- Sedei me le finto remedio fi farebbe valfo Ve fi empio di K^iri- 
flotile fe batte ffe dato, 

lo difegnauo, parlato che gli haueffi di qnefle cofe, e di quelle & in quello 
modo, dtfegnauo dico di partire. 

Demetrio di quella figura Epanalep fi , che ftrue per rimedio alle Tare » - 
tefi , adduce vncfj empio, fautori del quale propriamtnte non fi sd , ma per lo 
foggctttocb'è trattato, ffioi che mucttiua cantra Filippo fi può facilmente cre- 
dere che fila di Dtmoftenc.E dice co fi, 

£f io certo le cofe che babbia fatte Fi!ippo(come babbia minata la T rada , 
fame prefo Chcr forte fo, Come affediato B zantto , come non refa ^Amphipoli , 
quefie cofe certo non le dirò, 

Ouc la parola certo mefla innanzi alla interpofitionc e replicata doppo, fi ve 
de che riduce alla memoria quello ebe per la longa interpo fittone poteu 1 efitrno- 
vfito , e continua le antecedenti cofe con quelle ebe frguvno: In Greco la paro - 
la replicata i vna fcir,al propofito della quale dice Demetrio che , 

Epa- 


Dìgitize 


Sopra la Vorticella CXt. 6 ^9 

Epanalepfis eft eiufdem copuli illatio. 

Oucro perche quella kpbnalepft di quel luogo replica "vna copula.ouero per- 
che nella Epanalepft quale fi voglia parola replicata ferite per copula: Cioè per 
attaccamenti del fine al fuo cominciamenro ■ Comunque fta chiariffimo effempih 
4.' vna bella Epanalcpft è quella de Cicerone nella orationeper %A tibia Voetq 
allegato ad altro pnpoftto {opra da noi, ouc con 'Parentefi, & Epanalcpft in 
fumé dice così, 

Quoties ego huncArchiam vidi Iudices( virenim vedrà beni- 
tate,qdoniam me in hoc nouo genere dicendi tam diligenter atten 
ditir)quoties ego hunc vidi cum litterarum fcripfiliet nullam. 

£ pure fà il medefimo contra Tifone dicendo , 

Mecurn enim tam Lucius b’iauius Cuci tua legationc indigni isi 
mus , atqueijsconfihjs > quibus mccum in confutatu meo coniun- 
ftus firn ad conferuandam rempublicam dignor) mccum fuit. 

Et uella Jcttima in Vene. 

Cuius veomittain innumerabilia federa, vrbani confulatus , in 
quo pccuniam publicam maximam difsipauit, txules fine lege re* 
ftituit, veftigalia vendidic, prouincias dcpopuli Romani Impe- 
rio fuftuJit,regnaadduxitpecunia,Jeges Ciuitan quem impofuit, ar 
mis aut obfcdit,aut excludit fenatum, v t ha:c mquam omittam. 

‘Bella Ipanalepfifù anche del Taflo, quando doppo hauer detto virgilia- 
no di Rinaldo fpirito errante il vidi,& infelice. 

E doppo hauer po/la. 

L’interpofitione di due ver fi, che fpettacolo , 

Ohimè crudele e duro. 

Qual frodi di hofredo à noi predice, fub ito con Epanalcpft replico, 

10 il vide, e non fu fogno, de. 

7^el 'Boccaccio fitruoua vneffempìo fimìUfimo à quello , che apporta De- 
metrio quà,oue egli dopo vna longa parentefi ion la replicatione ò t vna copu- 
la fola,Ctoè di qutfla particella Che forma vna bella Epanalcpft. Euola in 
UVtalìro Simone in corjó. 

^iuenne che (parendo à M .lo maeflro vna fera à vegghiare parte che il lu- 
me ttneua à Bruno, e che la battaglia de' Topi, e delle Gatte dipignea bene ha- 
uerlo co’fuoi honori prefo)che egli fi difpofe d’aprirgli l’animo fuo, 

Tale è vn altro luogo in Compar ^ tanni, in quelle pai ole. 
eJMa conueniua ,cbe ( c fendo in vna fua fallata allato all’ \A fino allogata 
à lei j opra alquanto di pagl/4 figiacefie.T ale quello ncW Andreuola, 

Già Dio non voglia ibe ( cofuaro giouane e cotanto dame amato e mio ma - 
rito) che io Jiffcrì che àguija d’un cane fia fpellito. , 

Tale quello in Lidia, 

11 rioftrato bora veramente confi ffo io cbc(comt voi diceuate dauanti, cheto 
fal/am nte vedi fi mentre fuijopra il pero : 

Tuie quello m Li fabetta, 1 

Farce oiccouda . Tt q jtutn- 


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€60 11 P ridicator delPamgarola, 

%Aucnnevn giorno che (aomandandouela molto incantar ente) che Tutto de 
fratelli le difie , 

7ie Infogna dire che in alcuni di quefìi luoghi le Tarentefi ; non pano fi pro- 
prie, per clic à noi baila l’hauer mofirato,che in occafionc di qual fi voglia inter 
ponimento fempre contea la o[curuà,ihe da lui può efjere caufata, Eccellente ri 
medio ila hpanalepfi. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


C Omc la Epanalcpfi , per quanto habbbbiamo veduto altro non c> 
fc non rimedio della troppo longa parentefi : Coli della parente- 
li ragioneremo prima.e poi della EpanalepfitBcda nel libro de 
tropi sfacra fcriptura dice che Tatcntbefis e il interpolila racionatio diuifie fen- 
lentia ■ 

E non c fc non buona la diftìnitionc ò defcrittionc, che vogliam dire: 
Ma beni (Timo è l'e(fempio,che egli adduce di San Paulo nel a. Capitolo 
della Epillola à Galati. 

[Cum vidiflcntquod crcditum cft mihi Euangelinm prxputi; ficut & 
Petro Gircumcifionis ( qui cnim operatus eli Petto in Apoltolatum Cir 
cumcifionis,operatus eli mihi intcr gentcs)Et cum cognouilficnt grana 
qnx data eftmihi Iacobus &,Cephas,& loanncs,qui vide bantur coturni 
nar cfTc.dcxtcTas dederunt mihi.&c. 

Ouc non c dubbio che tutta quella parte diletterà , che noi fotto note 
di Parcntelì babbuino rinchiuda , da tutte le migliori (lampe viene nel 
njedefimo modo rinferraa. 


E che per cfprcfla Parcntelì tutti i più grani interpreti la riceuano : 
Anzi fc Be da hauefse voluto dal mcdcfìino Capitolo della mede(ìma_> 
cpiftola vn altra cfprcfifiìnia Parentcfi , di poche parole innanzi alla fo- 
pradetta,haurebbe potuta addurrc,;Cioc que Ila, 

» Abpsautcm qui videbantur effe aliquid (quota aìtquando fueiint nihil mea in- 
terrii Deu< pei fononi homttus non occipite) n.ihi emm qui videbatur cfle altquid ni 
hit contulcrunt- 

Parentcfi nella medefima Epiftola fiù anche quella, 

Chrtfius not redemit de maledillo le pi fall us pio notài maledidum ) quia firiptù 
efi,& MtlediCl us homo qui pendìi in tigno) ut ingentibijs beneditio u ibrahx fenet 
iu C hnflo lesi- 
E quell'alrra, 

Vnum quidem in monte Syna in fei uitutemgmeram qu& eil u Igor { Syna cnim 
mons efl in -Arabia, qui comunClus cfl eiqu^mmc est Hicrufalem) eil Jcruit cura 
pipi fuiij 

E quell'altra come vorrebe il Piccolomini fenza attaccamento al- 


cuno, 

TratresQecundum hominem dtco)& tamen bomints confirmatwn tefiamentum 
nano fperuit. 

In modo tale che feda vna fiala Epiftoladi San Paulo Cinque parcn- 
lefi cCprcfliifime habbiamo apportate, ben può vedereci alcuno che in 

nume- 


Sopra la Particella C XI. 6 6 1 

numerabili da tutto ù Corpo dcllejfcritturc facre, Te ne potrcbbono ad- 
durre: E che inqucfto calo il far de gli abondanti farebbe ollcntationc» 
oue fenza dubbio, ma/cria fuperaret opus. , 

Ne Padri antichi ancora, a pena U può aprire foglio, ò pagina,oue Pa- 
rentefi ritrouino.Come ( per allegarne vn lòlo Cioè San Girolamo)oue 
egli ad Euftachio dice, 

H$c ideino domina mi Eu fiochi um fcribo ( dominam quippe vocare debeo domi- 
ni ) vt e fi ipfa principio le fiorii agnofccres &c. 

Oue inuitando Marcella ad rus BetlAcmituum dice, 

Verum vt ad viUam,&ad Marirc diuerfonum vcmamut ( plus laudai cnim 
vnufquifque quod pojfidu ) quo fermone , qua voce libi fpeluncam faluatoris ex 
ponam ? 

Oue ad furiant de viduitate feruanda fenza attaccamento dice, 

. C atei um vidua>qux in dclttcjs ejl ( non ejl mewn [ed *Apofìoli ) viueru mor- 
lua esl. _ 

Et in mille luoghi fra noftri Italiani in Monfignor Cornelio folo ,Pa- 
rcntefi fono quelle. 

L'huomo nollro citeriore li corrompe ( lo dice San Paulo) che perciò 
fi dimanda corpo dalla corruttionc. 

Non fi può ( mentre viuiame) lafciar del tutto quella vecchieza. 

Si abbarta tant o che ( come fe hauelfe bifogno di noi) ci prega che vo 
gliamo conuertirci. 

E fenza attaccamento, 

L'hipocrito non folodinanzi gli huomini,ma dinnanzi Dio (sfaccia- 
to c fenza vergogna ) ardifeedi dire &c. 

Et altre infinite, le quali perche pollano edere fotto gli occhi dichiun 
que pure apre il libro , non più oltre non ne ragioniamo, maàcofa non 
coli facile palfiamo.Cioè alla Epanalcpfi.Di quella pur ragiona Bcda an 
cora nel librodc gli fchemati della facra fcrittura-.E dice così apunto, 
Epondepfis e fi fermonis in principio uerfu s pofiti in eiufdem fine repetitio, 

E dice alcuna cofa ma non tutto in vero quello cheli deue direnime- 
ne in propofito nollro: Percioche fc bene folfe vero:Che prefa in più am 
pio lignificato quella voce Epanalcpli , non imporrarti: altro» fe non rc- 
petitione della medefima parola nel principio enei fine della Claufuia, 
Come Ternano i due ertempi di Bcda, 

Gaudete in Domino femper,uerum dicogaudete, 

I{eus quii fimilis era ubi ? ne tacea s ncque compe fiorii Dewi, 

Nondimeno più llrettamentc c più propriamente intcfn la figura Epa 
nalcpfi , non fi contenta che la parola fia Hata reperita in principio c in 
finc-.mache fra mezzo vi fia Hata vna parente!! , e che la repctirionead 
altro fine non venga fatta, che per tornere in mente à chi afcolta,ò legge 
quello , che innanzi alla detta Parcntefi fitrartaua: Nclqnal cafo fi ve- 
de che gli ertempi di Bcda non vagliano:E che à propofito della Epana- 
Icpfi notlranon portone prouareiE forli parerà ad alcuno(e gli parrà ve 
ro ) che il ritrouarne ertempi nelle fcritture facre , non fia per elfcrc coli 
facilc.Tuttauia fc ci penfiamo bene, già due ne habbiamo allegati di fo- 

J raeccelentiflimi , il primo il fecondo, Cioè di quegli ertempi, che 

abbiamo cauato dalla Epillola à Calati, Percioche oue San Paolo, 
dico , 

. > T t 4 Cum 


Digit 


tii 11 'Predicatore del Pamgat'oU 

C umuidiffent quod creditu n est inibì EuaigeLium preputtj > ficai & Vetro «r- 
cunafiwus . 

E doppo hauer fo^ionta la Parentefi , 

Qui enim operanti cìf Varo] &c. 

Torna adire, 

htcognoHÌffentgratiam,qux data eli mi hi, 

Non è dubbio che replica la incdcfìma cola detra di foJJra Come ft> 
diccflc, 

Cum cógnouiffent inq itam grati am qmm diri mi hi datam fuiffe, 

E tuttoilTagionainento paraf'nzato in Italiano può evertale, 
Haticndoconofriuto Pietro Giacomo cGiouanni,che àme coli era 
data fatta gratia di doucrecflcreil Predicatorc'de Gécili come à Pietro 
de gli Hebrei ( perche in vcrocofi haiicua data à me virtù il medclimo 
Sig.pcr la predica delle Genti.comci Pietro di quella dcli'bbraiiim )ha • 
uendo dico Pietro Giacomo c Giouanni, la detta gratia fattami , volen- 
tieri in Compagnia loro all'officio dell' Apollolato mi rcccucttcro . 

Et il medefimo fi vede nell’altro clTempio,ouc pure quando dopo ha- 
ucr detto San Paulo, 

Abijt autem,qni indentar effe atiquid 
E dopo hauer aggiunta la Parcntcfi. 

Qailes aliquinlofuciintiiìbrf mea interefl, - i-'- ; 

Deus perfonam boritimi non accipit, . i^l.i g 

Torna adire, 

Alibi enim qui aidebantur effe atiquid nihil contulerunt. 

Anche quella è cfp redìmili a Epanalcpfi,coinc fe dicede. 

Da quelli i quali all’horaprctro à credenti fi vcdeu.iche erano in gran 
didima ilima ( non parliamo quali altre volte fodero (lari, che quello à 
mio ptopofito non fà.c Dio non hà partialità da perfona a perfonaj da 
quelli dico che fivedcuano edere in illima talcà me non è (lata da 
ta autorità alcuna, 

E ben nota Adamo Safbaut Eccelcnridìmo interprete di San Paolo; 
che feoue egli dice, ' - 

M ibi enim, 

Hauellc detto, 

Mihi ergo , 

Più chiara farebbe (lata la Epanalepfi, magli Hebrei nelle repetirio- 
ne della , enim, fiferuano in vece del la «jo Taf? parent/xfim dice Adamo 
Safbou r.qnia longior effredit .A poslolus per repetitionem ai id, quod caperai [ab 
diuerfa forma, 

Eccola Epa nalepfi, 

Hfdit antem ad id quod inflituerat per uocabuIum,enìm, quod Latini faciunt per , 
ergo. 

Ma lafciamo noi quello edempio. Et nndiammone à trouare vno 
nel tellamcnto antico, il più bello che io creda che potede mai addurli, 
perche la Parcntcfi è lunghidìma , quato altra forfi ne fia in tutta la Bib 
bia,e la rcpetitionc è fatta per le medefime parole detta di fopra.c la par 
riceHarepetcnte,non è enim ma la comune & ordinaria. Cioè Lrgo,ò ita- 
que Eccole in Giudi tre al Capitelo ottauo, 

Cum audiffet bxc nerba ludith mduay 

Que- 


f 







SyuUVMialLCXl. es\ 

t Quello c quello che fi dice innanzi alla Parcntefi: Ecco laParenrcli; 
lonslTi fsi.ua quanto altra porta trouarfene, , 

[Qua: mt filia Merari fili) Idox: Tilij Iofcph filli Ottetti} EMufity ia- 
nonfil) Gedeó: fili; Raphoiir-.fili) Achitob:filij Mrlchic:filij Enaifili) Na 
thania?:filij Salathichfilij Symeon:filij Ruben , & vir cius Manafsestqui 
mortuus eli in diebus mefss hordeacear. Inftabatcmm fuper alligante* 
manipulos in Campo & venit arrtus fuper caput cius: Et mortu» eli m 
Betlnilia citiitatc fin: & fcpultus eft illiccum pambus fuis.Erataurem 
ludith relióta cius vidua iam annis tribus Se menfibus (ex. Et in fuperio 
ribus dorr.us fin fecit libi fccrctum cubiculum , inquocum pucllis fuis 
Claufa morabatnr,& liabens fupcrlumbos fuos cUiCium : icuinabat om- 
nibus dtcb.vita: fin- prarter fabbara,& ncomcnias,& letta domus Ifrael. 
Erat a u rem eleganti afpcftu nimis.Cui vir fuus reliquerat diuitns mul- 
tasi' fornii ; 5 <*ipiofam ac pofscfsionc armctis bouom Se grcgibus ìuum 
plenas.Eterathàxin omnibus famofifsima: quoniamtimtbatdcminu 

valde:necerat qui loquereturdc illa verbum mattini.] 

Tutta quetta.come ognun vede c vna longhilsima interpolinone, tan 
to lunga clic apena è pofsibile.chc altri fi ricor i qual cofa lotte fiata det 
fa innanzi àlei>E pure ecco il, rimedio d’vna cfprcfsifstma Epanattpli, 
có rrpeti rione delle mcdtfime parole, & aiuto di vna particella Jllaiuia. 

Hxc i tanni rum audtjjct quoniamO^ias promififfct, quod tranj.Uo quinto die 
froderei uuitjtemintiftt ad presbyteroi &c. 

Del retto quanto ad autori Ecclcfiaftici, vna ci battana di apportarne 
d’vn Padre Greco fatto Latino, e l’altra d’v n Italiano:!! pruno e Grego- 
rio Nazianzcno trattando della Chicfu di Nazenió,ouc dice, 

[Vis nobis aliata eft frames & amici (vi Urani enim fidenifinon eo 
tempore , rune quidem certe impiombo) Via inquarti nobis attulit 
eum potius fcncdtus , tum amici vt Icniter dicam benignitas.] 

E l’altro Monfignor Cornelio, oue dice, 

Ricordateui Ricordatcui di quella voftra fragilità Chrittiani : Che t 
à quello firn (ptrconcludcrc hormai qucfto principio del noftro ragio- 
namento )à quello fine dico e non per altro,fi /a hoggi quella Ccrimo-' 
nia delle fiere Ceneri, ' ■’ ' 

Ma di quello affai . Diciamo hora alcuna cofa appartenente a predi- 
catori Italiani de’ noftn tempi, jfra quali molti fi trouano , che femprc_> 
nello ftcfso cominciare della predica, e nelle prime medi (ime paro- 
le , vna Parenti fi cacciano , vra Eparalipfi : Dicono cioè due, ' 
ótre ò quattro parole t Poi odiano vna infilzata de vocatiui indiriz- 
zata à quelli che g'i fentono: E quella prqnnntiata che hanno con 
voce p-ù Commetta del folito, nella maniera che .la Parcntefi foglio*!) 
no elitre proferire , Cubito le parole innanzi ii vocatiui dette ripiglia- 
no , c con aiuto della parola , dico , vna compita Epanalcpfi nc foi- ‘ 
mano : Come farebbe. 

Quando ne' tempi andati (Illuttrifsitni Reucrcndifsimi Prelati , Se- 
natori Eccclentilsimi , Dottifsimi lurifcc nfiilti. Fratelli e forclle ricom- 
pre col Sangue pn tiofìfsimodi Chrifto Signor noftra ) quando dico nc '* 
tempi andati.&C. « ‘ 1 

E tal’hora in varia forma ripetano leparole della Epanaltpfi ; ondcjpi 
• ‘ gliano 


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€64 tÌPr echcatm del PanìgdroU ■ 

S piano anche cccafioiic di modrare copia di locurioni , come larebbeJ 
liccndo, 

• Quando nc tempi andati (Illuftriflimis Signori ReuerendilfimiPrela 
li; quando dico nelle età pallate . 

Ma Tempre fanno larcpetuionc ne mai pure vna volta cominciano fen 
la Pareteli, Se Epanalcpfi : Il che fi come ad huomini intendendo di mol 
to giuditio habbiamo trouato,chc c gràdcinente difpiacciuto,così à noi, 
fc vogl iam dire il vero.non piace in alcun modo tela ragione principale 
è , pcrcioche oue non c Parcntefi , quitti nc la pronuntia deue vfarfi più 
foinmelTa del folito, nè Epanalcpfi conuiene in alcuna maniera, che fi 
ponga: mala fola interpolinone de vocatiui, indirizzati à quelli, che fen 
tono,perlongache fia,emunerofa,nonè mai propriamc.ntc Parentclii 
dunque nè coi modo di proferire dcuccfiere modrata talc,necou la Epa 
naleprica rcpetitione. M.Aleflandro Piccolomini già nel Commento ad- 
dotto da noi, ouc parla di quelli tali vocatiui, c totalmente della nollra^ 
Opinione: c noi perche altri fi chiarifcamcglio,lc ideile parole di lui vor 
gliaino apportare quàchc tono quelle , 

E molto più ancora è da mcrauigliarfi di coloro, che chiuggon per pa- 
rcntefi le parole di Cafo vocatiuo , che s’vfan di porre nelle orationi c 
parlamenti che fi fanno, òli inditi zano à chi fi fia, come per eflcmpio di 
ccndo , 

Quantunque volte gratiofe e belle donne meco penfando, &quel che 
fegue in alcune itampe fi chiuggon con legno di parente!! le parole 
(Gratiofe c belle donne) 

Ancorché in qualche mcgliorc (lampa non fiano rachiufe, come vera- 
mente non han dae(Tere:ficome non han da chiuderli, nc da (limarli per 
Parcntefi, tutti li cali fatti, Se polli cali vocatiui , che fi interpongono co- 
me dicendo. 

Io fono tutto pieno di merauiglia,nobililfimi afcoltatori,che in vn gior 
nocosìfolcnne. 

Et in limili altre così fatte locurioni , nelle quali tutte non hanno da^ 
chiuderli peralcun modo così fatti nomi vocatiui. non contenendo cofa 
in tutto difgionta e feparata, come è manifello. \,. # , 

In fin quà il Piccolomini, al la autorità del quale fc vogliamo (lare, co- 
me merita in vcro,che noi diamo, già fi vedc.che nonhauendoi vecariur 
indirizzato à gli afcoltanti natura in fc per poter formare parcntefi; non 
foto fanno male le dampe,lc quali con note di paren teli gli rinchiudono.* 
ma non bencancora fanno quei Predicatori , clic con tuono di parcntefi 
gli pronuntiano : e come à parcntefi Epanaleptichc repctitioni loro fog- 
giongano : Che fe da quedo giuditio altri perauenturavolclTc appellare, 
c non odantc l’autorità del Piccolomini , c d’altri co’ denti volcd'c rattc- 
ncre la opinione Tua, c dire, clic oue longa interpolinone devocatiui fi 
ponj>a,qucda in maniera di parcntefi debbia fenza dubbio elfcre ò profe 
ritao fcritta: A quedo per ogni maniera refpondiamo, che longa ìntcr- 
pofirionc dunque non fi dourebbe poncre : Tanto più che gli antichi Pa- 
dri, non mai più che vna parola ò due al più in vocatiui hanno à quedo 
propoli to co n (u minate, come fare bbono , 

Diiefttjjìmi, 

_ ; Fra- 


Sopra la Particella C XI* 66 j 

E r ^mi°iian^: Et anche i buoni moderni Italiani, à pocchiflimi voca-, 
thii hanno ridotte le vocationi loro.clfcndo pur troppo baftate.che dop- 
po la più eminente perfona dell'auditori* gli altri con vna generale vo* 
catione, fìano comprefi . 

Come farebbe , 

lllultrilfimo Signore. E voichemi Tentile. . . 1 

' Senza che tu vadi à raccogli ere, ciVelcoui, e i Canonici, ei Capei labi» 
e i Curati, c poco meno, che io non dico infino à i Sagreftani . Si che noi 
crediamo dunque che niuna interpolinone di vocatiui debba edere pro- 
ferita con parcntefi : & ouc tu dichi , che le lunghe interpofitioni hanno 
ad eficre di quella maniera pronuntiate; à re rclpondiamo.chc appartie- 
ne il non ne fare alcune mai,che cosi lunghe fiano ; Ma anche le breuiffi- 
mc ( dirà vn’altro ) denno eficre in modo di parcntefi , c fe vn vocatiuo 
folo fi ponefle.pcr modo di parcntefi deue eficre pronuntiato. Quello ve 
ramente non è vero : Ma quando fede vero , almenodi Epanalcnfi cosi 
breue framefla non haurebbe bifogno : E finalmente fc tu vuoi, che ogni 
vocatiuo fiaparcntefi,non mettere vocatiui dunque fubito ncpnncipii 
de ragionamenti, che in quel luogo al ficuro la parcntefi non conuengo- 
no : c’quando vi conuenifiero mcglio,che cofa del mondo ; ad ogni mo- 
do il poruela Tempre verrebbe à fallidio predò à chi non dilli: In fontina 
chi non è oftinatillimo,deue ragtoneuolmente cótcntarfi di vedere quel- 
lo, che hanno fatto i buoni autori, & à quelli attenerli. San Pietro in quei 
ragionamenti, eh’ egli fa nel principio de gli atti de gli Apoftoli altri vo- 
ca nui non adopera, che quelli brcuilliiiu . 

Viri ludpi. 

Vari lfratliUt 

Viri fratret. t *'• 1 i 

Principe* popoli &feniores ■ ^ , 

E firn, li, non mai con parenrefi , ma al ficuro Tempre fenza Epanalèp- 
fi : Santo Stefano la fua longhillìma oranone,comindacosi # ! 

Viri fratres y & paires nudile , 

San Paolo ne gli atti al il- raggionando alla moltitudine del popolo 
in lingua Hcbrea pur difie . 

Viri fratres & potrei ondile. 

Vn’altra volta al Concilio. i 

Viri fratres. . * 

E raggionando innanzi al Rè Agrippa , ben dille alcune parole innan 

zi al vocatiuo cosi . 

De omnibus quibu s accufar à Iudfis Rea: ^grippa. . 

Nè però con Lpanalepfi alcuna di lòto* replicò , ma foggionfc al 
dilongo . 

jt eliimo me beat am apud te cum defenfurus me bodie . 

Sant’Agoftino quali Tempre doppc vna ò due parole del Termonc , ag- 
giongc il vocatiuo. 

[Vt domino Se Taluatorc noftro fratres diledliflimi ante multa tempo- 
ra propheratuin eli. ] 

Modo fratres charijjimi, cum diurna lettio legeretur . 

Et il medefimo fanno quali tutti 1 Padri, nè però alcuno di loro, repe- 
rendo 


Oiqitiz 


Dogle 


(5 ì 6 II 'Predicatore del PantgaroU 

tendo dopo il vocaduo le cofe prima detta , torma Epanalcpfi: Moftfi- 
gnorCornclio,cMonfignor Fiamma, mai pure vna uolta fola non pofc- 
ronc’ principii dc’prologhilunghc interpofidoni di vocatiui con Epa-, 
naicptiche rcpctitioni : 

Il Padre MaeftroFranccfchino in materia di quelli vo .attui è (lato vn 
pocovario: Vna uolta, che ècofararillimae ftrfi non vfata mai più da 
predicatori Italiani, cominciò tutta lapredicada 1 vocatiui m deli mi, clic 
tri la predica ch’egli fece della ncceflìtà del Concilio in Bologna , ouc le 
prime parole fono quelle . , 

Reuercndiffimo, & RcligiofifiimoMonfignorc,Clarifiìmi, & prcilan- 
tillimi Magillrati : Inclita, valorofa,ltudiofa città di Bologna. Come c la 
poucra natura n olirà humana, Scc. 

Altre volte doppo alcune parole ha aggiorni anche numero!! vocati- 
ui, come nella predica di due Miftcri fatta in Concilio . 

In tale ilato in tanta contortone, dirò anco opprcrtione di fpirito giace, 
la mifera vecchia,& decrepita noltra Gicrufalemmc. lllullritlìmi & Re- 
uerendiilìmi Signori, Clarirtìmi, & prcftanullìim oratori ; Amplillìmi Se 
Rcligiortrtimi Padri, 
fniucrfalc, & facrofavta Synodo. 

Ne perciò doppo lì lunga interpolinone replica egli cofa detta alianti, 
ma feguita fenz’altro il fuo ragionamento : In vna loia predica di quan- 
te ne fono fcritte , lì trotta che deno Padre habbia doppo i vocatiui ado 
pcrata Epanalcpfi *, ma anche raodelblltuu, c di una parola fola: ouc 
nella predica del nafeunento di Chrillo comincia cosi , 

Mentre hoggi in ogni parte celebrano ( Serenillima Signora, Reucren 
difilato Monfignor mio,Clarifli mi oratori: Gloriofa &alrna Città Vinc- 
gia ) celebrano tutti i fideli reucrcntc c prctiofa memoria della maggio- 
re, c miglior grada, che mai dalla infinita bontà di Dio ticcuelfc il 
mondo . ■ 

Ma à dire il vero.nondcue vna Rondine farci la primaucra : Efeegli 
folo fra tanti hauelfe da clfcre imitato, almeno non quella volta foli-, 
haurebbe da elfere ìeguito, oue egli vna cofa fà , che in tantc,e tante al- 
tre prediche non fece mai . 

E tanto balli delle parcntcfi, & Epanalcpfi ne‘ cominciamend polle 
delle prediche; intorno alle quali fe altri nella opinione fila uorrà pcr- 
fiftcrc, non dourà però haucrc per raale,chc noi la noilra habbiamo libc 
ramentc apportata . 

..jìl , r J 

i !‘jbo : irsq sub à •> *«j ,U ìiijms: . v** rftojj A*j«i tòt 

. < •• ; !. >u . If 

•oq.n.ifiJi jr.: .•"» i.tjf'i:i£j>!iòi 'dloift vt u r: j jn ■ • iV i ” 
- T fi - v r\r. 

. t>»tS1V.' JvfYjlwii ilHl .li ' . | v 

PAR- 



*' •- 1 667 

PARTICELLA 

*■ CENTHSSIM ADVODEC1MA. 
TESTO DI DEMETRIO 

j 

Tradotto da Pier Vettori . 



T di Aio vero fit ria ta , opus eli etiam Lis i 'erti dicere : iurun- 
dius :nim e fi ali /uo modoquo I concifi"sefl ,quò apertiti s , vt 
e nini. qui p/atccnreunt, a'iquindoron tctuuitur , ftc & loculi» 
non auditur propter cele/ itati tn\ 


parafrase. 

Nzi per fare ben chiaroil ragionamento, non fola- 
mente vna parola , ò due poco prima dette conuerrà 
tai’hora replicare, ma tornare a dire interi interi dei 
concetti, c delle cofcdc ttc da noi gran pezzo auanti: 
E gii lappiamo chclccofe Ijreucmentcdetreenon 
replicate riescono più gratioie , ma non coli chiare , 
nò coli intelligibili . Conciofiacola, che fi come quelli i quali.ci paf 
l'ano innanzi correndo , nonpoflòno minutamente cfl'cre con fide- 
rati da gli occhi nofln , cofi le cofc conciamente e correndo dette, 
fuggouo molte volte fen za edere bene apprese da gli orecchie dal- 
1 animo di chi afcolta . 

.V. ; ut' 1 

commento. ; ' : 

» W • > W { *\ 1 > - *' 1 ; i • ' - ' 5 1 * 1’ • • i ‘ o C 0 1 • ** *<» * 

i"0 * 1 A, * 4 ; . V 'ttiVACtè 

1 2^ tre luoghi babbi imo già ragionato aboliamone ite di cuePa figura 
detta %it>etìtione,rulla particelle (cioè ) j j.niVa jg.e ne! a 78. Et n (in- 
funa di loro barbiamo ue ditto rari ji effetti di lei, comi efia renarne/ te vfeta 
e magnificenza produca mi ragionare tvei.cme za,/ venti fi de afpr,gza,& 
a ! tre cofc, le quali dffidenamo,che altri ne’ foomdetti luog ' » ra a a vrdere_j, 
oue cofi chiari n onera anche g i effempi i 1 ciaf uno degli iff tti di lei , che non 
potrà ragio'iiuolmcnte diltrfi dtll’cpcra ro'in, 

Qui hifìarebbcil ci e, tb * lòerr. (trio un’altro ’ff tto d lìatT{prtitione ad 
du.CfCb. è di rendere chiara, pia-, a, aperta, & ine II gibtlt fa locat one ; Se non 

Me 



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66 8 Jl ‘TrcJicdtore del Panìgaroht 

fife neeefiarìo rauert'ri,ehe quefia rep (tiene, della quale fi parla qui, non i 
quella medefima, della quale ne' fopradett' luogh ■ è flato mg onato E che fu 
vero , memi Gr-ii midefimtlo mofirano : Qnequellani' fopraa<tulu giri w 
vaKiKtyufiu n dit.ik-rKtt.fit.cry.it viene nam.nita,lx doue quefla nota ft\ryla. 
fi domanda, e la dijfi rtn^a i cu -flambé fila La medefima parola viene dupli • 
iata,ò[..b lo tome, 

0 C< ridon Coùdon 
O Thais ò Thais 

(attutila Catinella t ' 

(JUaritJ Mari o 

E filmài : ò c n poibiffimo frami^zd . Come, 

Ad aelum tendensardentia lumina fi-ultra 1 ; "I # 
Lumina, nana tencras arcebanc vincula palraas 
Parti litio? parti, ch’io la rechi? 

E t altri: la douequd,ta repetit one non fi fdnè fubito, ni iui è poco, ma un 
pexjodoppo-, E quello , che fi to na i dire no i è vn a parola ò due, ma un con- 
cetto tufo & v a lofa intera. Et infortirne quefìa Dilogia, ò repctitiom del- 
la q ale tratti mo qua, ociorre , quando co> fiflendo la intelligenza di quello 
thè tigniamo g' andemi ntt in w a cofa : Se bine quella tale noi la diamo già , 
nondimeno tue venga occafionecbe per rutili gen^a de' fatto ali’afcoltante con 
uenga il ricordai fila, ne i per fatilitarr , la torniamo mttram nf à dire : Et è 
qutjfo m figliarne rito , diuerfo da quello ,cbe h abbiamo ditto d UaEpinalepfi , 
perche la Epaialcpfi, doppa alitane InterpofitiO’ i ,pr.ma che fintfea laclaufu- 
l* re plica una, ò poche panie di quelle che furono dette innanzi al proponimen- 
to: ma que.ta deppo finita non filo voaclaujula , ma molice molte .non ma à 
due parole fole , ma un'intero c< mero torna à ridire del iwto all' afcolt ante : Si 
*be d ucrfiffmaè quefla figura,# fi di da Epanalepfi poco f pradetra, come da 
tu: te quelle replicatimi, rrpetition •, & itcrationi di par de, delle quali altrous 
da Di metr:o,e da noi è fi io ragionato . E qu'n 'i p fimo faci'.tnen te c r nei iar- 
fial.une apparimi centra itti niche pare ih fit/ou ni fra g'i finitoti dill'ar 
te del dire : Come farebbe che molt di loro dannano eom’ vitto fi le r pinatio- 
nr, E Tleooe fofiflai r pa> titolare dice cf < ih pare coltrar qffirna à quello in- 
fegr, amento di Dim trio ,ii i<heit replicare le me le firme cofe,unfufi rende , 
& ofeuro ilrag onamento ; Ma bijogna d<re ,cte di altri forti di npititioni 
hanno parlato quell', e dia tri Demetrio; E quando della mede [ima ragion a fi 
fi Theone , ad ogni tue do diciamo che Elt modus in rebur, e c'e 'uonr al- 
cuni ficchi dlxrbt modera am ne pn fi ,jim ne A. amenti, & , lire mifura 
pigliaiirnfieonovve r, (nfi le r. plica foni fui i /* tempo ,& abufiunmeate 
adoperate tanto co r fofa,& of un ( ove dice Thco r e ) fanno Inorati ne, qua* 
tote mediate & àtimp fatte {come dite ’D metno qua) cbtarijjìma la rendo- 
no efiiiliffìina: t — dnofi Dimetrhmearfi t,o <o~fiffa qui , < he -Inori replica- 
rle dire (tifi' finterete, e eernneoq elio (he fi ha da dir e, ha più del grotte fi e 
delfiaut ; ma quà filiamo nella chiarezza fila : E quefla mofie uolte rema r 

pregiu- 



Sopra la Par tìcelU C X 11, €69 

pregìudiùo dalla velocità; In quella manera dice Demetrio, e benebbe quii > 
te cofe , le qua'icorrendo ci pafì.no imangt ,noné poffibilecbe didimamente 
tengano apprefe da gli occhi noHri . 

in fomma il replicare à certi bifogni cofe dette da noi vn pezzo prima , è co- 
fa ihe dà molta chiarezza al ragionare . E fc bene Demetrio non ne adduce ef- 
fcmpi alcuni , mi nondimeno alcuni pocchidel Boccacci: c fi cbia ine porremo 
quà,che dal fentir quedi, à ci feuno molti altri, ne torneranno fubitià mente. 

Jn njciardo Minatolo tutta la intelligenza di qu i fatto p nde principal- 
mente dall' efjere flato ofeuriffima la camera, oue Catella con ì{iaardo da le Fi 
lippello creduto fi ridufje : 

E però non bafla al Boccacc'o batter detto di f òpra un oto^zo a <ant\ 
Haneuacoflei nella cafa,oueil bagno cra,vna camera ofeura molto fi come 
quella nella quale ninna fineilra,che lume rendeffi,rifpondeua . 

Chea baflo,oue Catelli è già nella camera entrata torna à dire. 

La camera era ofwrfflma di che ciafcana delle paniera contenta , ne per 
lu-gimente dimoraru rpnndeuangh otch p ù potere . 

Similmen'enel Gelofi dallo f pago ,\due cofe alla intelligenza erano neceffa 
tijfflme , vna che quando il gelojo tornio Monna S fmonda,bauefle fpcnto il lu- 
me: E l'altra che egli fi crede ffe tagliando icapegl alla fante di tagliar 4 / al- 
la moglie; Etneo quanto alla prima di quefle cofe, che non contento il Boc- 
caccio a’bautr detto diSifmonda,cbe 

Spe> to il lume clienti a camera ardeua,di quella fi vfeì. 

Dinuouoquan ’o il gelofo torna da ui H r fjofà dire. 

Tu hai fpcnto il lumc,perche 10 non ti truoui . 

E quanto alla feconda noico tento a'hau.r ditto, che egli alla fante 
Vlt manente tagliò capcgli, 

Ini à un pi zzo rama à due, 

Ea lutala d nq e di f anta ragione e Hglatole i capeggi, come dicemmo 
T ulto per la chiarezz a ch’egli Japeua , che era per dare qui, come dà jem- 
prgbtnc nfiiiUn pet tion un della p troia fola e J ubilo , come nella Epana- 
lepft,ma doppo un pezzo della cofa intera. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

• 

C Omc non fi trouarono , nc fi «olieranno mai dicitori in qual fi vo ” 
glia genere,! quali di cofc tanto difficili, e tanto alte ragionatfero’ 
ò fiano per ragion are,quanto fono quelle che ogni giorno trutriaT 
mo noi predicatori della fedc,e della vita di Chrifto . Cofi ì niuno ma 1 
fùtanto ncccfiario il procurare per tutte le maniere di farfi intendere • . 
E fra falere cofe il replicare bene fpciTo.c repererc.duc c tre ,!c più uolrc 
vna medefimi propofirionc , quanto à noi . Ma vi è ffi più : Che non fo- 
llmente per chiarezza c per farci meglio intendere Cociamo noi ral’ho- 
ra quelle rcpctitioni; ma per tre altre Cagioni ancora i Cioè perimprld 

• ' ficne,' 


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Sopra la Particella OLII. 

E per auen tura à Timorco volcua inlcgnare San Paolo, che egli per 
dubbio di edere reputato importuno, non vfaiTc di replicare lecofe che 
importauanoalla lalutc quando gli fcride. 

J tift& opportune & importune 

11 terzo vfo della replica diccuanoche era per ficurezza» come cene 
feriiimmotarhoranoimedcfimi nelle Icttioni Caluinichc , in certe piu 
difficili, & oue potemmo dubitare, chcvna parola malignamente da gli 
heretici prefa facclfe parere il nollro fentimento non catholico, Che pe- 
rò diceuamopef cfTempio la replico mille uolte. 11 dire che l’opcrc del- 
la penitenza non ci difpongano alla giii(lificationc,c herefia , 1 1 dire che 
J'opire della pcnitczaci meritinola giuftificationc è herefia. Il dire che 
Papere fatte in grana ci difpongano iolamente,c non ci meritino la glo- 
riai herefia . 

E forfi più chiaramente, quando hauendo noi nella prima parte della 
predica che facemmo nella legationc di Parigi, dette alcune cole, che du 
Dilatiamo non forfi federo in mala parte da huomini maligni interpre- 
tate, liibito nel cominciamento della feconda dicemmo così, 

in due parole afcolratori, perche lacofa importa, torno à ricordami la 
ptopofinone.chc vi dilli difopra,!a quale li dome hauete qua la più ce- 
lebre fcola dd \londo,cofi potrete commodamente intormarui fc è più 
vcra:Cioè,che chiunque tratta di fami far pace con l’hercticocon que- 
lla fola fpcranza.che egli lì farà poi Catholico,pecca morralmente: E fe 
non lafcia il trattato non può edere adoluto, neanche in virtù del Giu- 
bileo. 

Finalmente fi replicano tal’hora le propofitioni di tanto in tanto,non 
peraltro conte dicetiamo,che peromamentojln quella manicrache Da 
uid nel fallilo roó.di tanto in tanto con grandilfima ucnuftà replica quel 
ver Tetto , 

Confiteantur domino mifericordia eius-dr mirabilia eius filijs bominum . 

E quanto alle prediche edempio fingulariffimo di quello ornamento, 
può edere la primaparte della predica delle Ceneri di Monfignor Cor- 
nelio, nella replica che vi 15 fàcon molta gratia,dopociafcuna quali dd- 
Ic amplificationijdel teina principale , Cioèdclle parole, 

Memento Memento homo quia Cinit es &■ in Qntrem nucrteris . 

Se bene in quello fatto del replicare alcune parole del Tema molte 
volte nelle prediche bifogna andarci con molta diferettione : E non lo 
fare , fc le parole mcdcliinc , non vengono grandemente à propofito di 
quello che altri timfee di dire, quando vuol fare lareplica.ln quella ma- 
niera , che ne’ refponfori; clic (anta Chitfa fi dire alle lettioni del Ma- 
tutini,non pare che Tuonino bene le repliche che fi fanno , le non acca» 
deno col fentimenro del verfety? ; Come per edempio doppo ialctuonc 
quarta del ConfcdbrPontctìce,oueha detto il Refpon Torio , 

Innati Damd ( etuwn meum.oleo fallilo meo unii tnmMaiiiu etimi meaoMXt- 
Itili: urei , 

Et otte il verfetto hà detto , 

Tfiktt profìciat inimichi iti co ■& filmi iniqui! olii non apponat nocete ei.] 

Granofamente (là la replica , 

Manui enim me a auxdi.éiutr ei. 

Pecche molto à propofito, è che la cagione per la quale il nemico non 
Parte Seconda. Vu nà 


5og 


6yi fi Predicatore del Pamgarola 

flà pernuoccrgli.fiai’hauere foco la manoc l’aiuto di Dio . Clic non ftà 
cofi bene per ellcmpio il Rcfponforio dopo la terza lettioncidi fanta 
Chiefa,ouccrtcndofi detro primieramente , 

Virgo gioì tofa fempcr Esangdium Cbrifli femper gerebat in peQorc, tir non die- 
bus neq; noUibus vjeabat à colloquili Duòmi & orinone- 
Et hauend.'foggiunto il Verfetto, 

Efl fiere t urti Va' ertane quod libi volo d tetre, ’* 

^tngclum Dei bjixo anutarem qui rumo T^tlo cuHodu corpus maini. 

Subito foggiunge la replica, 

colloquili Dimmi & orinone . 

Che in vero non quadra mente , perche l’angelo al ficu'ro non la dif- 
fendeua, da colloqui) di Dioe dalla orai ione: E coli occorre in molti 
predicatori^ quali hauendo ò fentito, ò letto ne’ buoni certe repliche di 
che mi fartecon fomtnagratia,c uoJcndo imitare adorrecchie lenza re- 

I ;ole: hora per ventura fi abbattono i fare , ciac la replica concordi con 
c cole dette, & bora tanto lontana ne la fanno cadere , etanto fuori di 
propolito che nulla più .Si che & in quella, & in ogni altra cofa farà be- 
re, che chi non hà le regole & i prrccctri,non lì fidi molto della fola imi- 
tatione.chc certo cffcr troppo più fpelfo che non sò ridire, ci la dare nel 
le feimie e ne’ Babuini : E fin qua balli hauere ragionato delle repliche; 
Hora à propofito d’vna cofachc dice Demetrio incidentemente fin que- 
lla particella , nn’altra noi ancora ne vogliamo dire per fcruitio del no- 
ftro Predicatorc.Dice Demetrio, che lì come quelli i quali ci palfano in- 
nanzi correndo, non polfono edere minutamente conlìdcrati da gli oc- 
chi noftri, Coli le cofe correndo dette fuggono molte volte fenza elitre 
bene apprefe da gli orecchi c dall’animo di chi afcolta: E noi che piglia- 
mo tutte le orationi di giouare( fe bene quello più all’artioni appartiene 
che alla clocutione^ad ogni modo à quello propclìtodiciamo.Chenon 
è dunque bene che il predicatorecon vna indicibile velocità da princi- 
pio à hnefenza pigliare egli mai fiato, nedar tempo ad altri di ripigliar 
lo.prrcipitofamcntc reciti più cofe, che ridichi la predica fua: non (bla- 
mente perche molti credeano che ciò auenga , perche il prcdicatorc.fi 
muoui di paura di fallare , egli paia mill’anni di fpcdirla, ma perche 
anche in vero,non fauno le prediche dette con tanta celerità la iinpref- 
fione,chedourebbono ne gli animi di quelli , che fentono: E perche in 
in quello vitio fono fiato nella mia giouentù più inuolto io, che huomo 
del mondo, mi riccordoche vn amico mio grauc c buono mi diccua . 
Che li come nel mare fopragiongenda un’onda all'altra, e rompendo 
vna l’altra, ninna ne arriuaua in tcra fino alla fpiaggia. Coli dei concetti 
delle mie prediche, coli prccipitofamenrc uno ne aggiongeua aderto al- 
l’altrp che tutti fi rompeuano.eniunopqtcua rimanere intero nella me- 
te di chi mi fontina -.Onde diccua il medefimo che chi partiua dalle mie 
prediche fapeua che io haucuo dette molte cofe buone.ma quali elfc fof 
fero, non potcua fapcre: E tutta la mia lode fi riduccua à venire detto 
dal popolo, che haucuo pur gran lena,c che non ifputauomai. 


PAR- 


DigTteed t 



■ • «Ti 

PARTICELLA 

CENTES1MATER.TI ADECIMA 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 

! Vgere autem oportet & dicen'rformat , qua ccflbut obli- 
qui t con fìant j ctem<n hoc obfcurum, cui- [modi e fi Vh liflì 
loculi). Concifws auem e.umplm obliqua locurtnii , & 
hac de caufao>-f"rarfl i lu <apud Xemobont? ,c>uq<*od 

rtniptit iute* v<rnr>*vfc Mltaiue it kouùmv, rà/n»! *X<*- 

■xUiis kun.tta.ifi.uflm ngldin'nuuptv hoctnm reflit cafibut 
prvUcum ou“r hoc t*&o « a*> 

HLÓtf\ot y * tir tic \*«*T*i Tifine uty» • 

paRa^rase. 

~ Onuicnc di piii che chi vuole eflere ben chiaro fug- 
ga certe forme di dire, tutte fatte, ‘òp^r la maggior 
parte di cafi obliqui.*’ Delle quali perche fu pieno 
lo ftilc di Filifio,j>crò fù molto ofeuro; Efe nc vo 
ujf gliamoin poche' parole vn’cffcmpio folo,talefìi 
3 ] quel luogo di Senofonte, oucegli diflc'. 

Te gaTce intefe cgli’andare di Toma io Sicilia , e ramo Egittio 
fujuere per Capitanò,)molti di Lacedemoni, cmoltidi Ciro ifleffo . 
Che fe egli hauefledetto . 

Molte galee partede Lacedemoni., c parte di Ciro fi efpettauano 
in S icilia,e Capitano loro era T atuo Egittio . t 

Più lungo forfi farebbe egli fiato, ma certo, più aperto c piu 

chiaro. 

COMMENT O. 

D E cafi obliqui quello che dicemmo nelle due particelle jf.a ìS.nonhd 
punto tbe fcaexon quello che fi ragiona qui : cJMa bene fari vtiliffima 
r V 11 z co fa 



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(f 7 4 $ t VreJì( 4 tore del Pantqaroid 

rofathe fi riuegga almeno correndo ciò che ne ragionammo nella partitila 59. 
Diffe quitti Dimenio cbc bruniti luoghi maggiore grandma danno al ragio- 
nare le pai ole 1 n cafi obliqui accommodate cbc in retti , e neaddu/le cficmpio di 
Senofonte, ouc de fàrrifalcau di trtaftrfe rigionindt diffe , 

1 stelle [quadre de greci pensò di fargli irromperle c disfarle. 

Che fù più magnifico che fe cominciando da cafo retto bautffe detta. . 

Egli pensò che irrompendo dourjjcro disfare i greci 
7 {oi in quel luogo alcune cofe dicemmo (fe » on f amo errati ) affai à propo- 
sto, ma fra falere vna ne fh : Che larcaufè per la quale i cafiobliqui fanno ma- 
gnificenza è , ptrciocbela d [reta enonfoiunb aofeurità i fin pr e magnifica 
c dalla tompofuione per enfi obliqui non è dubbio, che fi mpn maggiore 0 fiuto, 
tà n ifce,cbe da quella cbc fi fi adoperando i remi LI ibe non foto Jerue à ques- 
to, cbc dice qià Demetrio, ma è il mede fimo, non dicendo cgl altro ,fe nonché 
per cfb-rc ben chiari, bifog a fuggire la {frattura de c'afi obliqui, la quale fem- 
pre ò tanto ò quanto rende oftura la ; rofa . Egli quella tale comp fittone, ccn 
noce Greca chiama . £ dice che o{ u i per -cagione di Iti furono gli 

{«ritti di FìltHo, chefù Siracufano t {cultore di biHorie . Di -uefloFihfto ra- 
giona Cicerone ><l 1 libro de oratore,^- in una delle Epiftolc ad Q. F atremi 
Qùin iliano anch’egli ne parla e con laude-, c he fe egli pare che di facilità e eh a 
re^za lo laudi, non però i contrario à Demetrio mflio , conciofiacofa , else non 
fimpl.cemente & affolutamt te lo n mina tale, ma pcmpqratmmente , & in 
parago ne foto Ji T ucidide . 

flit fé noi f rà Latini , Wfloriei , ccnfidereremo bene inmoltiluo'hiloflili , 
per altro, belhffìm > di Cornelio Tacito. troveremo fo fi più effempiebe non vor 
remo di ojcuutà nata da cafi obliqui . Ma à ‘Demetrio non baila 1 ‘ batic- detto 
in uniuer], ile, quale autore fa pe> tale cagione o{curo,chem particolare quello 
è quello che egli dice Euur*ft»Tif»r oda ce vn’tfftmpin efprefio di Sei-ofonte 
nel prino libro dc’.l'c^dnahafe , otte rendendole cagioni per le quali banefie 
Siem mefi la fiate le fomm’tà di menti già prima fortificate da lui, e fri l'a' tre 
caufe effe adone vna l’ battere egl intefo che le galere *t’ Lactdemo i, e di Ciro 
comotteda Tanto hgittio paji aitano di Toma nSi iUa ; tutto quello dice Se- 
nofonte ia compofitionc 0 liq a, he da noi al meglio che fi è potuti rimane tra- 
dot a in que fio modo, le galee 1 tefe egli andar e di To ia in Siàltac T-mo 
Eg ttio bauere per Capitano molti de Lacedomoni e moiri di Ciro ifìc(Jo. 

Oue n.nèdu 'ih io che anche per qualche altra tofa nafte la ifcuntà , ma in 
vero che nibel’èffere n accufaùuo iafo , e le galere ,e Tamo delle quali Cufe 
p’incipalmcntc fi ragiona, non hi fe n <» cfcuratoil ragionare ; £ nell efjem pio 
g reco potranno gli imenienti facilmente lognofiecil meiefmo-, Cbefe egli, di 
ce Demei r ustori cafi retti ha efji detto. 

Molte g lice parte de Lacedemoni e parte di Ciro fi cfpettaumo in Si.ilia. 
Ecapi’ano loro t<a Tamo fgittio. 

Certo cfu non 1 rifarebbe nata vgua'e ofeurità, noi nella fopr^detta particel 
L 1-}. all egi netto effitnpre di Cicerone, tdel Petrarca, e del Boccacciq , onci 

tufi 


Sopra la Particella C XV» &JS 

caft obliqui col me zo d’ vita decreta cfcurità generarono magnificenza , come 
quello di Qcerone , 

Cogitanti mihi fepenumcro,& memoria v etera repetcntij&c. 

Come quello del Petrarca, 

Del vario Siile in ch’io piango e ragiono 

Tra le nane fperan^e &c. 

E quello del Boccaccio nella oratione di Tito, Crede fi per molti Filofo fatiti, 
che dò che t’adopera da mortali , piada gli Dij immortali difpofiti: ne e prt- 
Hcaimento . . 

Oue veramente fe egli per cafi retti hauefle detto mi Iti Filojbfi credono che 
quinto [amo i moitai,i Dij le dispongano e proueggano . 

Sen dubbio manco magnifico , ma più chiaro farebbe Slato il ragionare : 
jCome vediamo che procurando quaft fcrnpre queSìi accurati’Jimo autore ltL_> 
eh aregza,egliquaftnonmai dalla compofitione (i parte dai cafi retti '■ Eque - 
fio è fi frequente, che di apportami effempi nonfà meSlieri. 


p A R T I C E L L A 

CENTES1MAQVARÌTADECIMA 

* 

TEST O DI D E METRI O 

Tradotto da Pier Vettori. 


T demum naturali ordine nominum vtendum ,cuiufmodi 
e Sì illud E vlìaprùtin vi wir Si$*t irxxivni iì( ror rìqttr 
nihvtr : primum enim appellatum efi de quo : fecundum 
autem , quod hoc efi , quod oppidum , & alia deinceps . 

1 Pofiet quidem igitur Ci contra fieri , ut illud efi Er 
ìfópnnon enim penitus hunc probamus ordinem, ncque al 
tcrum irnp obam s ,vt expofuimus Jolum naturalem formam ordinit . I» 
narrationibus autem, fiue à retto afu incipiendurn Eviì ay.ro / «V» ras fut_» 
ab accujandi, cuiu finodi efi hoc A iy*va>ÌTiS ayrorrti, vi*.**, jilij autem cajut 
obfcuritatem prabebunt Ci panam,CÌ i; fi qui dicit,CÌ ti, qui audit. 




«fc* 3? 


Parte Seconda. 


■ A v 

Vv 3 PA- 


Digitized t 


^7* Il Predicator del ParÀgaroL u 

PARAFRASE. 


Finalmente nel l’cnunciationi pare che molta chia 
„ rc2za generi il Teguire l’ordine naturale : Cioè 
metter prima quella cofa, della quale Taltravien 
m iésm detta, c poi doppo il verbo, quella cheli dieedi 
??! ® lei.- come quello, 

Eurazzo cuna Città , che refta à mano diritta di 
quelJiji qualientrano nel golfo Ionio. 

Oue lì t; pollo prima il loggcttoDurazzo, e poi fi è veduto il pre- 
dicato, che è una Città &c. 

Tuttauia non è male il mutare anche tal’hora queft’ordinc>comc 
ouc Ho mero dille, 

Vna Cittade c Ephura 

Ne noi intendiamo quà di lodarne piùunochcraltro,fenondi 
dire che iJ naturale è il primo : Quello bene dclìdenamo, che fiof- 
ìcrui eirattamente,che tutte lcnarrationi,,ò da nominatiuo calo in- 
comincino come quella, 

£urazzoc vna Citta, ' % 

O'da acculàtiuojcomefe diccllìrao, 
HurazzodiconoeflereunaCittà. iC. i v;vv . 

Più aperto e più chiaro . 

COMMENTO. 

N On è così d fficile come altri moflrj di crede c la intelligenza dì quello 
l ogo di Demetrio. Co' Logici ciiiitendcrcmoadintrattoicghinfom- 
ma vuole, che oue h- bbia da et nuntiarfi vna fropofitione comp ta,cnc babbi $ 
/abietto, copu la, t predicato : ordine più naturale e più chiaro fia , il a ir pri- 
ma il Jubietto, aprc/Jo la copti ‘a, e poi il predi iato, che non farebbe fe con or- 
dine conuerfo il predicato fi diceffe pr, ma, & il /oggetto poi : Ver efi.mpio fi in 
vna propofitm e haueffimo ai enunfare 'a beltà eh T^ma,più naturale e piti 
chiaro oi dine fecondo Demetrio jareb le il dire , 

J{oma e bella Città , 

Che il dire , 

Velia Città è 1{oma. 

Qoefìo è tutto quello, che egli nel pi incipio di quell a p , rticella ci "vuole irò- 
fognare :oue per la paro'a, dequo, eglii, tende il fubietto del quale l'altro 
viene predi, atoj e per la parola, quid hoc eli , intende quello tbc di lui fi prem 

dica £ 


Digifeedl 



Sopra la Particella C X IV . 677 

dica ;eglieficmpi fono ihiariffìmi , nell'ordine naturale quello di Tucidi'.e. 

Duralo è vna Città , & 

One ft vede che d<- ‘Duralo, pollo prima fi predica la Città, che è detta-» 
poi:E r.e l'altro ordine, quello di Homero, 

Vna cittade è Epbura , 

Oac ad Epbura,cbe è (abietto, fi prepone Città che è predato: E veramen 
te tutt e die qutfii ordini hanno ah una cofa buona infcTiù chia 0 èli primo; 
ma più vago i.l fecondo : & quando per fefteffo non fofit piùvaga, fi douerth 
bi > gli alle volte vfarfi per fuggire la faiictà: e pei ò m umiterjale tiiuno di lo- 
ro da ira Demetrio : & hà per bi ne ebe liafeuno ne venga à fuo luogo adopera 
to : Solamente dice che più mtu rale e per confcgucn^a più chiaro è il pr.mo • 
cJMa in vero non è tanto m ggiore la ch'uregz 1 di quello, ci'e perciò non deb- 
ba molte volte abbruciar ft la vaghezza di quello : T^ota quà cJW. Pi r ^tl- 
tori, che in Greco alcuna volta , la parola laùilp figmfica dì due co fi d th la 
più lontana , & ‘**V W lapin vicina ; & ihe in Latino altresì. Cicerone mede 
fimo dicendo, hanc &iUam, per hiDCfbà mtefa la pr.made.ta cofa,cpcr 
illam l'altra : Hora tornando noi dalle parole al fornimento diciamo, che coi 
Francefl non accade procurare quella xariità, p< nhe tffi m eterno adoprano 
l'ordine naturale, ne mai per difgratia pure ina uolta fola adoprartbbero 


l’altro. 

omecjlvn belle ville. 

Diranno eglino fmprr . 

Vne belle ville ehi T{pme . 

Tfon diranno mai : Età noi fouuiene che fentcn b predicare in Tfi Dama di 
Taiigi maehìro G briftim "Ffi^z fo, huomo do 3 iffimo , C 3 che nella Francefe 
lingua ha poflo fìudio perche egli i certo propofuo cominciò dicendo, 

cMifericordieus pere e fi ilvfaiamtnt nofìre Seignur. 

Scntij io vna donna à m * vici a , che ad vn’ altra vicina d fe diffe , n’efl pà 
Franzoi . 

I < Jrtci nondimeno han r o altramente u fato e come mohìrano g’itff mpi di 
1 "Demetrio quà, di ci > feuno di due ordini fi fono ferutii : in Latino V irgilio , fi 
jerue dcll’oi dine naturale quan 0 difie , 

Fama malum quo non aliud velocius vllum. 

E dell’altro in quel luogo . 

Vrbs antiaua fuit 7*irii tcnucrc colon i,Cartago. 

Del na uralc pure fi valfe CM. Tullio dicendo in Verrem . 

Herms cft Ma.nertmus omnibus rebus in illa ciuitatc orna- 
ti/fimuj; 

£ dell’altro pure in Per rem nella $ .oratione. 

Oppidum eft in Hclefponto Lampafcum. 

In noflra lingua Italiana : ecco n l Tafìo tre effem- 
pi di ordine naturale 

Gie.ufalem fouru due colli è polla 

• V u 4 E maus 


• Vu 4 


<578 fi Predicatel i ilei PaMgaroU 

Emani e C ttà cui breuc firada . »t, ^ j -> ; v«b 

Vallai fiittà della Giupea nel fine. i- :<\ 

E per l’altro ordine dice r gl: V h»\viL: •'> tO 

7{eltempio de’ Cbrifliini occulto giace i oiKysnmi » S:io^ 

Vn fotter anco altare . nktUu t.aV 

E poco più giu. r’ife ■ »i ?» 0 

Vergine era fra lor di già matura. i-.i. « V - v - « 

Virginità . 

E jtàvn pe^zo prima che [pieghi il nome dì Sofronia. 

Che fe nel 'Boccaccio rimir. amo feu\ i fine t fiempi e per l’uno, e per l’altro 
di queftt ordini trotteremo, a 

Era gid l’Oriente tutto bianco. ri. \ r o 

Eie fole fù già antic biffi ma fi' ttà. . 

Tancredi Vr enee di Salerno fù Signore affai human*. ,: \ • ». 

Marfilia fi come voi fapete è in Trouenza , 

Tutti: juefìi e cento a' tri baino ordine naturai: : e pure molte altre tol- 
te diffe, 

fu incorna un gentilbiiomo chiamato Publio Quintiofù Lucio, • 

fù vn giouar.e poco tempo fà chiamato Pietro 'Boccama^a. 

Vicino di Sicilia e vnalfolctta chiamata Lipari. \ 

In Salerno fù vngràdiffìmo medicoin Cir^g a, il cui nomefù majlro M.ar 
5 Y 0 dalla 'JMontagna . 

E t altri, fecondo che al valcnt’buomo pareua ò di douer fuggire la fatietd , 
onero che tal’bora più di chiarezza , e più tal’ bora di uaghezza facefie me- 
fii ri: v : 

Comunque fu ccn quella occ afone papa 'Demetrioai vn bel hffimo,& in- 
uiolabile inftgnamento, cioè dìe le narrationi, le quali, come tutti dicono, di i hia 
re^a grand ffima hanno bifogno f mpreò danominatiuo, ò da auufatiuo co- 
sì dei bono cominciar fi : 7{e però apporta egli tsuou/ cfjempi, ma contento di 
quello di T ucidide ditto di f opra . 

Duralo è Città, &c. 

f. 'Dice che buona farebbe fiata la narratile ancora ft fi foft detr. 

Dura zio dicono efjer Città, (fc. « .. 1* 

Ma che in qual fi uoglia altro cafo, fc brofa & ofeura fi fari bbe fatta di mo 
do la or a itone, che & à dicitori haurebbe data noia & àgli ascoltanti ; flora 
nella medt fimamanicra , che bd fatto Dcm-. trio , à foprad.tlì c fiempi così 
Latini,comc Jtaliani ci rimettiamo, i quali feco > la forma ufata da lui, dal 
nominatiuo nell' dccu fatino f ranno trasformati , ad ogni modo uedri mo , che 
cbiartffima la /daremmo la narraxionc,ma in altro cafo non mas tanto. 


oinonijl ;tl :u In fri ut 

' ji r*'< ufy." ' si cià tv 'mì $< 

iSi • 

<r:Ai 


DI- 




vn.mH ^ j V * 


Sopra UV or Ùcella C X IVi 679 

D ISC O RS O ECCLESIASTICO. 

D Elle tre cofc che nelle due particelle 1 1 j.e 1 i4.infegna Demetrio: 

Ciò fono: che i cali obliqui generino obfcurità, che l’ordincna- 
turale Ila il più chiaro, e che dal primo , ò dal quarto cafo debbano co- 
minciarli le narrationi ; la prima da noi anche cóneflempi Ecclefiaftici 
fù ad altra occafione trattata nel difeorfopp: E furono così molti, e così 
efprimcnti quegli eflempi: che il riuedergli in quel luogo douerà bada- 
re: Qua fidamente vogliamo aggiongcre,chc fc à Cicerone paruc di ac- 
crefccrc magnificenza al ragionamelo, con quel poco di moderata ofeu 
riti : che porta bene vfato il cafivobliquojquando egli difTe , 

Cogitanti mibi ftpe numero, & memoria uetcra repetenti, pericoli fwfjc, QEra 
i ter, itti uidcri Jòicnt.qui&c. 

Non ponto meno paruc il medefimo à SantoCipriano noftro,nc’pon 
/ to meno à propolito , fi valfe egli nella meddima parola del medefimo 
/ cafo obi i quo, quan do feriuendoà Nouatiano diffe. 

[Cogitanti mihi 8c intolerabiliret animo arfluanti quidnam agere de 
bcrem de inifcrandi »frarribus,qui vulnerati non Propria voluntatc.fed 
diaboli ficuicntis irruptionc :adhucvfque,hoccftper longam tempo- 
rum fericmagcntcs-pmasdarcnt^ccc aborins-tft aliijshoitis,tfc iplius 
paterna- pietatis adncrfarHis hcretjcis,Nouatianisqui non tannini, vti» 
Ethrtgclio fignificaìum cfl)ficut Tacerdos vel ieuita iaccntcm vulnerarti 
prarteriret : fed ingeniofa ac nouacrudclitate fauciatum pptius cccide- 
rct, adimeqdo fpem falutis,dcnegando mif'cricordiam patris ,|rcfpuen- 
do pxmtentiam fratrìJ.] 

E certa cofa è chq la magnificenza nel Cafo obliquo iipfce dalla ofen- 
rità.e cht; per confeguen te, molto maggióre chiarezza ipperteiìmo fem 
prei cali retti, come.oue il medefimo Cipriano dice. 

Ex uh 0 le tui,& graudor beatiffìmi fra ih s cognita fide ac lùnule ucjlra , 

OueSan Gicronimo dice, 

Frater .Ambroftus tua mibi tmtnufcida perferms detulit ftrr.ul & fuauiffmai 
litio as • • 

Ecin tutti iluogbi limili. Del refloquanto al fecondo infegnamento 
intornoalle ordinenaturale,noi in due libri foli di San Gieronimo 
podi a ino addurre più di due millaelfciupuCioc in quello de fcnptorilM 
Ecclcfiajìicis Se in quello de locis Hcbraffis que Tempre elfo propone il fog- 
getto c:oc l'Intorno, ò fecne dicono le qualità e l’opre coma farebbe. 
Marcus fmt liifctpulu - & ìnterprr. Tetri, 

Olì mette il nome del luogo , fc nc aggiongc il lignificato corno . 
farebbe. > 

^trasefl Armeni p, 

Che (c conforme àgli eflempi dati nel Commento vogliamocela 
pi di ordine ò naturale ò non naturale,à quello non naturale . 

Fù vn giouane poco tempo fà chi amato , 

Pietro Boccamazza , 

Può corrifpondere quello. 

Virerai in terra tìm nomine Job, 

- A '* Et 


Digitized by 


,OOgL( 


68 o 


Il Predicatore delPamgaroU 


Et i quello naturale, 

letale fi antichilfimaCittà, (T 

Può corrifpondere qucll'alrro, 

S tifoni Ciuitas, regni eòa exordtum fuity 

Certo eheJcnarrattionc da cali retti principalmente debbano co- 
minciarti , c quello così fi è potuto imparare dalle fcritture noftreca- 
nomche,che nulla piu: pofciache in Joro , apena narraiionc alcuna fi 
troua mai, che dal luddetro caf« non cominci, Cerne ptrpicliarc prin- 
cipn de’ libri fidamente, r ' 

[In principio creauit Deus carlum Se tcrram Hxc funt nomina filio- 
rum tirati. 

Et faélum eftpoft mortem Movfi feriti domini vtloqueretur domi 
nus ad lolite. Firn vir vnus de Ramatila l’opliim , de monte Efraim , Se 
nomcn ctusElcana.Tt biascx tribù & duirate Nephtalim. Arpharad 
Rtx Aledoium fubiugaucrat multas gentcs imperio fuo. 

yir eroi in torta tìus nomine Job 

Et al tic che il diligente leggitore potrà con non molta fatica racco- 
gliere per fe incdefimo. 


PAR TICELLA 


CENTESIMADECIMAQV1NTA. 

„ TESTO DI DEMETRIO ^ 


Onandu autem eiì nònmlògitud'mc por riger e cìretonfcriptionet. 
è ptmr ìktìvSo v e>ir,<Va»flir/Ui r WC Lfì rfum virar jmì 

tit^Hirirfed fua [ponte defmere & pati vt requiejcat au 
dit or hoc patio , » u^tkvtr p'H (tir in vìptcvi iftve tritai «Ti «ir 


UkAd-rt.r -. multo enim ftc planiti t. Quemadmodum qux multa ftgna habent 
via, d multai requitte t: ducibus enim ftgna ftmilia videntur.qux vero via fine 
figniscrit,eademquefueritjuifimilit , & fi parua fuerit, incerta videtur . De 
trattone quidem piena bue , vt panca i multis t & maximè in tenni ipfa 
tratione vtendum eft . 


Tradotto da Pier Vettori, 



non s'.ìzvpt.^lsr.tsicn ut at>ru.itijfier>yjnrt‘; 


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Scpr a la PartkelU C XV. €Sl 

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PARAFRASE, 

A fopra il tutto chi vuole eflcr chiaro, non tenga confo» 
ghezze de’Periodi, troppo tempo fufpcfo l’aniino di chi 
alcolta,come quando Tucidide di de, 

Et in vero nafccndo il fiume Achèloo dalle radici del 
monte Pindo,e oaftàndo per gli confini de Dolopo,e toccàdo quel- 
li de gli Agriani, bagnando di più le terre de gli Amphilochi de 
glrAcarnacinon longidaStratoCittàdcgliOniadi vaà sboccare 
in mare . ' 

Più tolto refoluendoi participij in verbi principali lafci,che il ra 
gionamentodi tanto in tanto proportionatamcnte termini» e la- 
ici quietare chi lo leegeò fente come fc fi diccflc molto più chia- 
ramente, 

Nafcc il fiume Acheloo dalle radici del monte Pi ndo,e paflà per 
gli confini de Dolopi : Quindi toccando quelli degli Agriani, ba- 
gna di più le terre de gli Amphilochi , e de gli Acarnati: E final- 
mente non lungi da Strato Città de gli Eniadi vài sboccare io 
mare . 

Perciocheficome le firade,le eguali di tanto in tanto hanno ò fc 
gniò alberghi òaltririfpofc, quali che per guide ci feruono quc’fe- 
gni,ci Tonno conofciutiisimerla doue per breui che altre liano, oue 
fiamo Tempre à vn modo fenza fegno alcuno incerti ci riefeano , e 
fallaci. Coli de' ragionamenti ci occorrc,che fecondo che più ò me- 
no pofate ‘hanno , più e meno chiare, & intelligibili ci douenta 
no^E tanto ci badi hauer detto, fra il molto che fi potrebbe dire del- 
la chiarezza del ragionare per quello principalmente, che alla nota 
tenue hà da feruirc. 

COMMENTO. 

D EÌla longhezja i brevità de* "Periodi e quando convenga che piv,ò me- 
no lunghi gli facciamo , ragionò Demetrio nella prima parte di quella 
opera afidi aboni internate . ^e contento di quefio,oue diede infegnamenti 
per la nota magnifica t iur qui ni ancora nella particella 2 p.ne ragionò, e diffe 
(he alla magnificenza del ragionare ferve grandemente la lunghezza de’ Te- 
riodi , an-gi del mede fimo effempio fi valfe , del quale fi ferve in quefla fttt io- 
ne : Cioè d’vn luogo di Tucidide nel fecondo dell' ^inabafe, oue egli deferiue il 
Corfo del fiume Archelao; il qual luogo diffe, che con la lunghi zz<*f ua fat- 
ua notabile feruigio alla grandezza d.l dire,e mutato che egl‘ fojje, mojirò. 



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) 


69 1 11 Predicatore det 'Vanigarota 

tbc infieme haurtbbe il ragionare perduto molto della fua malefld la dotte 
bora tutto in contrario dice, che Inficiato, come fid ricuce più jfiuro : la doue fie 
fi muta (fie, molto maggiore ibidFtféhccfikcfàì il ragionamentc-.T^i i ma- 
rauigha, perche anche di (opra babbiamo t-eduto ad altre occajìom , chela 
ùfeurità dilcreta produce magnificenza ,e chi però in molti luoghi, chi vuole 
ejfier cbiaro,bifiogna cbemanchi d'efifierc tanto magnifico : In fiorume i noi pa. 
re che la cofafia fi facile qud,ihe non habbia hi fogno d'altra dichiarationc. 
Tiu lofio douiam ammirare la ingeritofa comparatione di Demetrio tratta 
dalle vie à ragionamenti : Tfielle quali vie non è dubbio, che molte ui fono 
dt’figni.cbcftruono per dimofirator del viaggio, di quella maniera, che Tlu- 
tarco dice nella vita di Gaio Gracco , che da lui alcune firade, con colonclle , 
di miglio in miglio furono diflintc. E Toltilo ferine di quella maniera, i Bi- 
mani tutto il Viaggio difilin fero, che è da orna al godano. Che fi tali coloncl- 
le ), e termini non vi fono, pure che vi filano fiptfifc ò tifi ò alberghi, ò altre di- 
flintioni,fcruono tutte quefie grandemente al non poterfidi leggiere fallire il 
Cantinella doue per bene che eglifìa,fie ninna cofia vi fi trotta dentro, dalla qua 
le aiutata la memoria nofira labbia di tanto jq tanto , che le rammenti la flra- 
_4 a filili flint iofa l,che rie perdiamo tifilo: E a fi. dice Demetrio occorre ne’ ra 
giovamenti : i quali quantamanco pefate hanno, tanto piùofhurici ne [cono : 
£ però per dare loro chiarezza dorila ma di tanfo in tanto la filare che termi, 
rii no, in verbo principale e qiuttantt: £ cafio che innanzi allarmo del verbo 
principale molti membri trouafifimo pronuntiati per maniera di partici pif , e 
per corfieguenzafiufpefi e pendenti, vera via di far chiaro il parlare, fard il ri- 
durre tutti tjut’ pattiapif.ò alcuni di loto in allietanti verbi principali.Come 
nell' Efjcmpio di Tucidide, oue egli per quattro participij ci linea fofpefi men- 
tre diceria, * ' 

Etin vero nafcendoil fiume ^ Ccheloo dalle radici dd CMonte Tindo,e 
pafjando ptrgli confini de Dolopi.e franando quelli degli Agnani, bagnando 
di più le terre de gli ^ tmphilocbi e degli Scarnati, non lungi che Strato Cit- 
td degli Eniadi va à sboccare in CU are, 

H oi rifiorendo tre participij it verbi principali, in vece d'vna pofata ,cbe 
egli baueua,ne gli babbiamo date quattro dicendo, 

Trofie il fiume Ahtloodalle radici del CMonte Tinio,t pafifia per gli con- 
fini de Dolopi : Quindi toccati do quelli de gli c^lgrìani bagna di più le ter- 
re degliyimpbilochi,e degli *4 carnati: E finalmente non lungi da Strato Qit 
td degli Eniadi vd à sboccare in mare. 

Il Boccaccio nofito fu cofi chiaro, t facile, che d pena froderemo eJ]tmpi,ouc 
alcuni participi) per magior: facilità, doue fiero nfduer fi in verbi principali , 
tuttauia per parere di dire alcuna coja diremo così : In Cupido fatto volare , 
oue dice, 

Cofil-i hauendo’ogid tutto vnto di Mele, & empiutodi fi p*a di penna 
mattale mefiaglivna canna in collo, & vramifcbcraiu capo, e datigli dal- 
, ‘ rnano va gran bafionCyC dall" altra due gran C'aoxJ, eh: dal maglio ha- 

uet 


Digita 


Sopra U Particella CXV. < 58 $ 

uea menati m/i>àòvno à Ria'to,&c, 

Haurebhc pot to dire, ‘ 

Cosini basendoli già twto vnto dì mele lo empi di fopra dì pe,<na trutta • 
qii mìfit d -fiù vrte (alena h Collo, & via mafthira in Capo, Ci datogli daU 
l'v.a mano v*gr,nba lo e,e dall’altra due gran ani che dal macello battei 
menati, mandò imo à 'Rialto . 

7fel principio d Ha terga giornata, in vece, di dire come dice, 

L« Domenica, ìa Rei >a legata, e fatta tutta la compagna leu are, & baveri 
do già il fu if calco gran pego davanti manda o al luogo doue andar doucano, 
a [sai de Uè cofc opportune, e che quivi preparale quello eh ’ bifognaua, reggen- 
dogli la ratina in camin ,p tjlam nt- fatto ogni altra cofa caricare qua fi quia 
di il Cimpo levato con la falmeru ria idò- 

P er auintura con più pofate più chiaro farebbe riufeito dicendo, 

La ‘ Domenica la Reina levata fi (• t <>ta la compagnia levare : Et il finifcaU 
co, il quale balletta giàgra pegzo davanti mandato al luogo dotte a i dar e dove- 
vamo a fs ai delle efe opportune, e che quiuipr parafsequtllo che bifognaua 
reggendo già la Reina in Camno , f reftamene fece ogni altra cofa caricare : 
R q aftqu niiit Campale i ito, con 'a Salmtria n’and ò, 

E nel mede fimo luogo, poiché fono arrivati fi giardino otte dice il tcflo. 
Andando adunque contenti/fimi dintorni per quello facendoli di vari ra- 
mi d’a' ben ghirlande bclli/fime , tuta ia vd nio for fi venti maniere di canti 
d’vcctlh quafià pruoua l’unl'altro canto, s dccorf.ro &c. 

For fi p.it lucidamente fi farebbe detto, 

-Andando adunque con ’ emiffimi d’t torno per quello faceuanft dì vari ra- 
mi d’alberi gbi' lande bclliffmr.S tuttavia vdendo . 

E quello thè /ignita, in Jtndreuuoìoda Perugia otte fi dice, 

OWolti de vicini avanti defìifi,e levati fi credendo lui efsere alcuno f piace - 
uole,il quale quelle parole finge fs per notare quella buona [emina recato fi à 
noia il pi- chiare, il quale eghfaceua,ft i/i alla fine fi ra,non altremente che ad 
un Cane fot fjliere tutti quelle della contrada abbaiano addofso , cominciarono 
à dire. 

Si pot adire, 1 

Molti de vicini auanti de fi fi, fi leuarono, e cred> ndo lui e fi ere alcuno [pia- 
cevole^ quale quefl parol fingi fs per nomare qu Ila buone femmina, [trec- 
ca ono à vota il picchiare, il quale egli faceva, e fattifi alle finefirc &c. 

In Goflanga e Marmici fi dice, 

Martuccio bonorata multo la gentil dona con la qual: la fi òfìanza dimorata 
era, e rtng'a • iatala di ciò che in fcruitio di lei haueua adoperato, e donatoli do 
ni quali à lei fi con facevano, & accomandatala i'Dio, non fengamolte lagri- 
me dalla ofìanga fi partì. 

Che con più pofat potead r così. 

Martuccio homo molto la gcmllouna^QU la quale li Co fi unga dimora - 
aera, . -- 

. Erin- 


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684 fi Predicatore del PanigaroU 

E rin grillatela di ciò , che in feruigio di lei burnita adoperato , doni le dici 
de quale à lei fi confactuono,& accomandatila. 

Benché & in qutfii,& inoltri luoghi Somiglianti renderebbe molto bine 
fi a ragione U Boccaccio, petcht così hiutfie lauto, ò per fuggire l? uniformi - 
tà e fatietàfo per alita caufaiTUì àuoi cadde in animo di mirare difetto in 
lui,ma di apportare alcuni tfkmpi per maggiore dichiaravo. ic di Demetrio : 
il quale battendo perftruigio della nata itnue qua fi incidentemente trattato 
della tbiare^a , borane ai alla nota tenue ritorna y fi come di /opra mcfhò 
quali parole età fé kfofftro proprie jCofi bora unole ufi guai c quale compcfi - 
tiene e [irutlura fi le coautnga, 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

S Onofi chiare qtianro allo ftile leSanrenoftrefcritturejChc àpena 
fi tremerà bcil’dlcinpio in loro, oue per moltitudine di participi; ù 
di altre maniere di fofpenfionc, ofeurezza pur mediocre non che 
notabile fi potette, accennare: La onde à rvoi coruiicne fare tatto il con- 
trario di quello , clic hà fatto Dcmeuiocon Tucidide : Che oue egli rn 
luogo di lui attui afeuro, hà moflrato come tifolucndo i participi; fi fa- 
rebbe chiaro:noiairoppofito,*i chiariffimi luoghi delle fcritture potre- 
mo moftrarc,come ponendo fofpcnfione ne' membri fi protrcbbono|fa- 
re alquanto ofeuri.-per ettempio. 

In principio Creami Deus Calmn & terram.T erra autem eroi irmanis & uacrn, 
& tenebre crani fupcr facicm abyffi , &Jpmuu domini farfebatmr fuper aquat . Pi- 
xitque Deus fiat lux,& fobia eli lux. 

Di quelle parole quanto alla Frafc;io non credo che le più ciliare ai 
mondo potrebbono ritrouarfi, fc non fotte mai per aJtro,fe non perche, 
come dice Demcrrio,in cosi corta ftrada (uno fei alberghi, Cioè in sì po 
co corfo di ragionamento fei verbi principali , e fei ftabihflìmc pofa- 
te dell'Animo; Che fe ne leucrcmo Cinque e ne lafciarcmo vn folo 
dicendo. 

C umm principio crtafiet Deus Ca lum & ttrram, Terra autem effet hiatus , & ua 
tua & tenebra effent fuper faciem abijfi,& fpiiitus dominifeteretur fuper aquat ,di 
Xitque D e us fiat lux & fatta e fi lux. 

Di quella maniera niuno credo io cttcrc di così debole intendimen- 
to, che non vegga quanto fi fia leuato chiarezza alragionarc ,& ag- 
giuntai di ofeuntì : Etiltncdcfimo fi farebbe, fc e»c San Giouan- 
ni dice. 

In principio erat uerbum , & uerbum crai apud Deum , & Deus crai uerbum. 
Hoc trae tu principio apud Deum, omnia per ipfum fa&a funi. 

Se didelfe con fofpenfioni* 

Cum in principio effet uerbum , & uerbum effet apud Deum , & Deus efiet 
uerbum : Hoc autem effet in principio apud Deum : Omnia per ipfum fitta-, 
funi. 

Ne' profeti perauentura fi potrebbe trouare qualche poco di minor 
chiarezza,& in particolare fi tremano alfe volte eoaccruationi, di parti- 
ci'pii non rcfoluti,i quali fe fi rifolu effe ro, più chiara lare bbc lenza dub- 

-*■"> l bio 


Digit izefl 


Sopra laVartkella CXF 1 . 685 

bio la fcrirtura, Come quella di Ezcchicleal iS. 

[Qtr>d fi genucrit filiurn latronem ctfpndentcm fanguinem & fece- 
rit vnum de iftis &harc quidcm omnia non facientem > (ed in montibus 
comcdentem,& vxorem prosimi fui pol uentcm, Egenum & pauperem 
contnltatcm,rapicntcm rapinas,pignus non reddentcm,& ad idolum le 
uantan oculos fuos,abhorninationcm facientem : Advfuram dantein. 
Se ampiius accipicKtcmtnunqutd viuct? Jslon -viuct.J 

Et altre finii Ir, ma bifogna ricordarli che à quel modo di dire profeti- 
coda chiarezza troppo ilquiGcanon idarebbe bcac : Fra Dottori Eccle- 
fiaftici Latini, i meno chiari quanto allo Itile fono forfè Tertulliano 6^ 
Ireneo: Et in loro alcuni efserfipi di parricipij non rifolati farebbe age- 
nolcofa che (itrouatfero, come lenza dobhio nello fri le vfato dalle bol- 
le apoftol idre, c per trianiera de’ parricipij non rifoluti, le per altri ino- 
di di folpenliooc , lì pregiudica fpcfsoalla chiarezza , ma come habbiar 
mo detto nelditcoiib i 7 aSc alla volitaci (crac jjSf alla magnificenza & 
al decoro,& à cento cole buone. 

- 

PARTICELLA 

CENTESIMADECIMASESTA- 


TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 

Vgcrc autem in campo fittone formx huius oportet ,pri- 
' rnttm quidtm longitudine s menbrorum jmagnificum enim 
quidam e fi omnii longitudo , quemadmodum & in beroi- 
lis metili hexametrum beroicum , quod vocatur propter 
magniludmem , (3 quod conuenit heroibus : corri xdta au- 
tem contrada eft in trimetrum nona ; Tlerunquc tgitur 
membris trimetris vtemur, (3 aliquando incifit. qutmad- 
moium ‘Plato quidirn inquit Kani{dw%Bi(H('ict <bh}<u* ; 

crebra enim requietes (3 alleuationes . ^efchmts autem inquit . EuaBn’/xtB» 
/xi'riuì Tur QdK»rir Kvx.n'a> vv$ tiB\«JÌ7&irir Jt*7iB**ffiy- 

Habeant autem & Jcdtm formam extrmx partii mirnbrorum.& bafim: 
vt funi illxqux didxfunt : proda fi tona enim in po/lnmix partibus magni fi- 
cx,cuiulmodi funi ili* Tbuiydidis ^x tK " ei f *** ** •rruì ov »’fW:£t m qua 
fcquuntur. 



4% 6 Jl Predicatore del P Mitigar oLt 

PARAFRASE. 


5 fWd 


VTIl 



A quale nota tenue quanto alla compolìtione,&" 
alia flruttura, principalmente deue fuggire le lun- 
ghezzedelleclaululc,ò membri che vogliamo di- 
re iConciofiecofa che Tempre hà del magnifico la 
lunghezza, in quella maniera che dell’Eflametro 
^ verTo per efierede’più lunghtfi Teruono 1 Poemi 
heroici;e le Comedie nuoue apcna de trimetri fi vagliono: Ecofi di 
Claufiiie trimetre , c tai’hora , non di membri , ma di iaculi fola 4 
mente hàda valerli la profa tcnue-Comc quando Platone dille, 
Miceli lucri nei Pireo con Glaucone, 

E quello che feguita tutto pieno di fpelfifiiine quiete e pelature; 
E quando ETchine Socratico cji£e, 
bedeuamohierifopraldfediddl LiceoJ, pue gliÀtleti^brdinaooi 
loto combattimenti. " 

t fopra tuteo habbiamo i membri per qucljla nota ne fine loro po 
Aura e quiete, non pendenzaVfofp'enfionc , percioche tutte' le lo- 
fpenfioni in fine hanno del grande come quelle di Tucidide. 

Et in vero nalccndo il fiume Achéloo dalle radici del monto 
Pindo &c. 


COMMENTO. , , , 

N EI principio dtlìtt nota 107. facemmo vna affai dijì'r ta diuiftonc] di 
quanto era per far e 'Demetrio in tutto qi e fio trattato dilla nota te- 
nur,E fra t’altre coijè dicemmo che eili duppo hauer parlato delle cofe , e delle 
parole , che fono proprie dì lei baurebbe qua fi cigredito à trattare della eira* 
rctgacbefe leconuiene , epoi farebbe tornato à ragicnarc della compofit.o- 
ne che le appartiene: (onte lo fà in quefla parti, ella e nella ftguenre-.T^elle qua 
li tutte e due bifogna ricordar fi , quanto fono oppefiefrafe flcfjclanota ma- 
gnifica^ quef1a t e però nonmarauigliar fi ,fe aponto con rari] i ifignamentr, 
egli ci dà à quegli co’ quali rii’ figliò già à magni fi .ament ragli nate. V gl: cer 
to nella pa ricetta 28. dific che alta magnificenza del ragionare grandi fimo 
g-cuametito dauano te lunghezze d Ile Ctau fiele-, E per e fi mi add /?e_, 
le injcrittioni delle hifione di Tucidide e de lleiodoto, tei e quali la pri- 
ma dice, 

Tucidide -dtenefe la guerra fcriffe , che fragri benefit ,&i Teloponefifi 
fece. 

E l al - 


DigitiZed 


Sopra la Particeli* CXVÌ» <5.87 , 

E l'altri Di Herodoto HàlUarnaJfeo la replicatane della bìfarieu, 

è mila prima parte diquefi’opera , oue egli de’ membri ragiona , & 

oue mofli a di quale trifora colimene cbegli formiamo, quel medefm « dice oc 
quà viene replicato da lui: Cioè che nelle materie magnifiche hanno le claufo. 
le ad eflere lunghe, ma nelle tenui breuiffime : E fi ferue apunto della medcji- 
ma Compar ationi tratta da Totti, Cioè cbfperò de' verft eflametri fijeruono 
gli E piteti,e de più breui,e Lirici ó pomici, come quelli, 

Difpettofa S citala, oLL' T 

Chi ti hiiò ilcet u(! lo, 

Tortami v ino & ^ icqu a, 

'Nel mene fimo luogo per far conofcere, quanto alla magnificenza conuenga 
no i lunghi m mbri,CT alla tenuità le breui claufole, adduce Demetrio varq 
effimp, emine. Qmmcnto molto più ne babbiamo aggiunti edipotfie, e di 
prafe non filo Latin* ,ma anche aliane, in modo che il replicargli qudjareobc 
voi-.i,& al leggitore nonfiourrd dtfpiacere il ncconerc vn tratto a fondergli: 
De gli incift ancora , de quali fa Demetrio mentane in quefto luogo , che coja 
pano, babbi imo lungamente difeorfo mila particellavndeiima : E ( esempio 
di Platone oue dice. 

Scefi hi*, ti nel Tino con (jlaucone, 

L'habbiamo va altra volta trattato nella particeli a io. fi come dell efjem- 
pio di Tucidide in materia del fiume csfchelao , non foló ragionammo nella-» 
particella 29. ma nclia precedente à quefìa ancora thè è la 1 1 5 . Si chepochc 
cofe fono qui entro che alttouc non ftutno fiate dette da noi.Comedie nuoue qua * 
le fujlcrolo infegna accur. tamentc CMcfler Ticr Vettori in quefìo mede fimo 
commento, e conclude che fofitro quelle di alcuni coetanei di ‘Demetrio, come fa 
rebbono di eJHenandro,di ^Apollo doro, di fibilemonc e,/i mite : Ma che cofa fi a 
il (offendere la Claufola, Cioè non lafciare che cfla qutfii l'animo di chi afiolta 
con terminationc di verbo principale, mille volte fi è dettto, principalmente-» 
nella particella tz. E però dì quanto appartenga alla dubiaratione di quefia 
particella vogliamo hauer detto ajìai. 


. -b . Er. :ni li: cb f ;.ivin*r 


j. ouicq 6ih - 1 iSiitìjrsjeftm 

,.l"OU Oibtltt oli irti 

• 

'OlifO 

lift! Òli orti 013 Olili! 3 tOfciU: 

:,rial ornili bit* swjiì i . 

• 

il vAo 

1 , * 

DB -di l.Slour i i ■ 



. . Vi ' -n 





forte Seconda. Xx PARr 


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6 88 

PARTICELLA. 

CENTESSIMADEC1M ASETT1MA . 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier V ettori . 

V pendi igitur funi , & longorum elementorum concurfus 
informa hac , Cf dipbtongorum : turni dum e nim e fi om- 
nis produflio . Etjicubt,breuiacum breuibus cont ur re- 
te opoit et ut'*<brr*tJÌvTÌti±*-±Kàittr ,vtl brenta e um 
longis, vtd iKtof aut alia quipiam ratione per breuem lit- 
teram, Cf demum intclligi efie abieftum bunc modum lo- 
cutionis.Cf vulgarem , Cf hacipfa fati m.fugiat autem , 
. MJ ignee figurai ; omnt enim quod nolana appofitam babtt, prati r confuetu- 
dinem efl,& minime vulgate . Euidentiam autem Cf probabilità! em maxima 
cima bac recipiet,de euidentia igitur Cf probabilitate dicendum . 

* ' ‘ Vi -.•!*' ' I" *j\, ò t 

P AR A FRASE. 

>wnn * * • t .. ; N \ 

Eue di più fuggire quella nota, tutti quei concorfi 
di vocali lunghe e di diftonghi, i quali diccuamo 
eflcre atti, a rendere ( come tutte l’altre lunghez- 
ze ) gonfia ò magnifica la orationc ; e fe pure alcun 
concorlb fi admette, fia, ò di breui fra fe ilcife 
come, 

ICC )UAcc «V» 

Bello è ciò che è nuouo 

Onero di breui con lunghe come nella parola 

Hi AMf 

11 Sole 

O in altra maniera fi dia ad intendere, che baffa c volgare.ecom 
mune nota di dircà bello fludio uogliamo fcguirej E che perciò an- 
che le più illufin figure andiamo l'chiffando", e tutto ciò che hà più 
del notabile. Sapendo noi molto bene, che oue la l'crittura merita di 
elfere nella margine con alcun legno notata per infigne quiui fuori 
dcH'ordi uanoconuiene che cflalia, e non volgare. £ quello balli 

della 




Digitizec 


Sopra la Particella C XP II. 689 
della compofitione del la nota tenue* alla quale fi come grandemcit 
teconueniua la chiarezza* coli conucnendole vgualrnente laeui- 
dcnza*e la probabilità; di cial'cuna'di quelle due cofc è bene che ra- 
gioniamo. 

COMMENTO. 

F V nelle particelle 41. & 41, oue ragionò lungamente 'Danetro dclcon- 
corfo delle vocali, e de i diftongbi : £ noi quiut molta fatica mettemmo per 
addate are le cofc de’ Greci in f alche maniera àfcruigo & vfo della nostra fa 
nella Italiana, la quale ft come moflrammo che al pari d'ogn’altra bà concorft 
naturali, coft pud’ogn’ altra dntmmo bauere conco» ft accidentali di lettere 
vocali: 'Ben tornammo à dire quello che prima ancora haueuamo detto nel 
trattato del numero oratorio , cioè che ninna ò vocale o altra lettera nel noflro 
Idioma , può ptrfua natura , & in riguardo di fe medefima effere chiamata i 
longa,ò breue,ma aggiongemmo,che quello che puffo à Greci ,& a latini oc- 
corre per gli feontri dclle\o ali ò breui ò boghe , il medeftmo auuiene à noi , 
per gli rincontri delle uocali, ò più aeboli.ò più gagliardi : lequalicome fieno 
dimaggiore, i di m nor fuono,pìù ò meno fpiritofe,e più ò meno gagliarde-», 
quitti pure con la autorità del Bembo lo fiabilimmo: E finalmente tanto man- 
ti pafsò la diligenza noflra, & il defiderio di giouare, cioè di cinque vocali ba- 
ttendo noi moftrato non paterfi formare più che quarantacinque concorfi, noue 
per ciafcuna di loro , finalmente con *n minutiffimo Catalogo mettemmo fiotto 
gli occhi di vnoin vnoper quarantacinque feontri quali piu tenue, eq'tali piu 
magnifico renda il ragionamento: Ideila medefima particella 41. facemmo 
quafi la medefima diligenza intorno à diftongbi: In modoebi quà à noi non pa 
re che faccia mtflicri,il replicare noioj amente cofa alcuna : Concio fiaco fa , che 
fe al leggitore piacerà didare una occhiata à qnel luogo , Jubitof nza alcuna . _» 
fatica rifarà cap ciffimo di quefìo,e non folamente per quello chefpetta à G-e 
ci veder à quiui dichiarate tutte le cofe che replica Demetrio in quefto luogo.ln 
fin gli e fiempi ifieffi ; cJMa ai più per la proportene, che trouerà data dì noi 
alle coje della noflra lingUa, imparerà anche faediffimamente, quanto al concor 
fi, delle vocali, e de diftongbi, comebifogna regger fi in quefla nota tenue , nella 
quale, fi come hà trattato Demetrio de Ila chiarezza, cofi volendo trattare bo- 
ra della euidenza prima, e poi della perfuadentia e probabilità, noi ancor acon 
lui à dire della euidenza trapaliamo. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

D A quelle due particelle ninna cofa relulra * della quale ecclefialli- 
camcntc polliamo ò dobbiamo di nuouoragionarc,conciofiacofa 
che tutto quello che à longhczza ò brcuità di membri appartie- 

X x 1 ne. 


6 QO Jl Predicatore del ^Pamgaroùf 

ne, c come magnificenza, ò tcnuità ; nc nafea nel ragionare, da noi ne' di. * 
feorfi fello c fetrimogiàè (tato abbondantemente trattato : E quanto al 
concorfo delle vocali.c de diftongbi,quello che nc habbiamo volutoci! 
re,comeincofanon molto niellante Riabbiamo detto in quel difeorfo, 
che mettemmo folo doppo due particellcja 41 .cioc.c la 41. v^ua non vo. 
gliamo dire altro , fc non che la diltinflionc delle Comedic vecchie e-» 
nuoue moftrò di cofioEcere rpdltdfccncSan Gicronimo , & anche di fa- 
pere che le vecchie erano lari riccTniliunc,élÌcentio(?rtìmein riprendere 
i coturni anche nominatamente de’ particolari, quando (criucndoad 
Rtifticufn monachimi de viuendi forma dille quelle parole. ... r 

[Scio me olfcnfurum elle quìm plurmios qui generatemi de vitijs di- 
fputationem in fuam referto t contumcliam : Et dum inibì irafeantur, 
fuam indicane confcieruiam : Multoquc.peius de le quii» de meiudi 
Cant : Ego enim neminem nominabo,nc^ veteris Comcdùc liccntia cer- 
tas pcrlónas cligam.atquc rcftri.ngam. ] 

Al quaje propofito.noi non vÀ^liìiqo però entrare à dire, quanto ftfer 
male che vn Predicatore ò cfplidtaincnrc ,ò implicitamente norimat 
di qua! fi voglia vitio alcuna perfóna particolare dal pergamo ( che di 
quello à porta fatta ragionaremo in altro luogo) ma vogliamo ben dire 
che quando egli in vniuerfalc riprende i vitij.fe altri vuole applicarli la 
repicnliofic àfe foiose prenderne fdegno,douc il predicatore , come di- 
ce S. Gicronimo, dice anch’egli : Vrmt de uobis qk*mdc me iudicatis. Predi- 
cauamo noi vn’Anno in una Città inlìgne: Et cuui teftimonio il Signore 
Dio,chemainoihauemmo intentione dinotare; nc talfafc perfona al-< 
Cuna particolare :Tuttauiavn ben grande di quella Città mandò à far 
quercia con noi, che non facertìmomai predica, nella quale nondicefli- 
mo cofe che à lui con biafimo potcuano elfere applicate : Al che noi con 
rutta la inodertiadcl Mondo rifpondcmmo.e prucurammo di allicurar- 
lo della nolìra veramente ingenua c candida uolontà: Ma quando egli 
non quietandoli, ci fece replicare con colera il medefimo , no potemmo 
fare di meno clic non rcipondeflìrno : Che in mano di fui (Email fare in 
modochc cofa che io ò altri predicatori riprendertimo, non gli potette 
mai edere applicata; E forfi hauremmo fatto meglio, fc le parole fopra-^ 
dette di San Gicronimo gli haueffimo mandate fcrirte, ma con l’aggion 
To di quefte, che à quelle nella inedema Epirtola immediatamente fe- 
£uono> 

[Prudcntis viri cft,ac prudentium feminarum dirtimulare, imo emen 
darequod in fe intclliganr,& indignati libi magis quàm mihi.ncc in mo 
nitorem maledica congcrcre.quictfiiifdcin tcneatur criminiVus, cer- 
te in eo melioi crt,quod liu ei mala non placcnt . 

. V: -\Ml yiìb h i«\ 


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i tufo. -..CO , , ri -jK rj^ti'TiriK'P'itf» A ^ 

■ fCd >1* O i>WWT!ll0f| \ f 

•••*•• ’ il'óynidiiiìiiadSjwl i sibo!!«jpc;:a; m*i- * 


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>5 «iti 


PAR- 


L A 


PARTICEL 

• *■ V A f ; * . > » 

CENTESIMADECIMAOTTAVA. 

TESTO DI DEMETRIO 

T radotto da Pier V ettori. 

• ■ * ! y.\ 

fintimi autem deeuidentia , oriturautem euidcnùa primutn 
(ju dim ex. acca ala nariatione , & tum reliftum cfl nibil 
r.cque amputai um velut <T’*t &omnis 

I ac col Ut o : cui ientum emm habet ex co quod cullila di- 
lla funt qua cucniii»t , & nttllum omifiumeji. Et rurfus 
equo uni m funere Tatrtcliyvbiirqut . 

Oh/.i i (AlT-Àffirtt , Si Aiti yeifJ'iffrv ìjj.^nrofcùtiiTiv t'milwCUnlìa 

hac pcrfpicua fuut ex co quod nibil reltUum eft eorum ; qua eueniuut, & 
mentre « , 1 • 

P A R A F R A S E. 



Primieramente della euidenza; la quale (per co- 
minciare da quello infegnamento) naice molte 


mmciare da quelto ìniegnamento,/ uau-c mu/it 
fi| volte da acriuologia» cioè dal narrare accurata- 
■j, mente in vn fatto tutte le minutie,Jche vi occorfe- 
ro,cnon tralafciarnealcuna;comequandoHome 

ro nel defcriuere il pericolo, che cori’e Achille diaf 

fonarli ncJ liumeScamandro preiToaTroia, mette iottogli occhila 
cola con quella comparatone, 

tttfSr' Àrfpixmyir .1 * ; > ■ . i>... 



Coua'huomo irrigatore, 

E quello che fcguira,‘fcnza alcuna cofa prètcrmettcredi quelle» 
che in tal cafo doueflero auenirc : Et anche ouc ncH’eflcquirc di Pa- 
troclo corrono 1 caualli,& oueHomero dice,chc 
Di Diomede ì caualli col fiato 
E ìfcaldauan d'fc untelo il capo c'1 dorfo 
Purquiuidall’Acriuologia nafcel’euidenza,e daH’eflerfi minuta- 
mente detto tutto quellOjCiieali’hora è venfimilc chcaueniflc. 


? ‘ i Parte Seconda.’ 


Xx 3 COM- 


Ol 


ilTm&catore del PanigdroU 

COM MENTO 


q 


O ltre l'bauer mo fìnto Demetrio come nelle altre rute, cefi nella tenue , 
qialì cofe l: convengano , quali pirole,e quale czmpcfìtionc. Trequa- 
l ta di pii inlegna che cfia donerebbe bau re. Chiarella, Euiien^a,t proba - 
bilità; Et n che maniera ciafcum d< laro dette poter ft acquifere : E già della 
chiarezza h abbiamo ragio ato a ballami : Hora egli pxfia alla evidenza , 
la quale fi bene non è così facile ad inter, dere che enfia fia , [periamo nondime- 
no per alcune cofe dette da noi altrove ,di farla chiara in modo , che l'cuiden^a 
iHefìi fra euidente-.In Greco fi doma di tfja E 2 “ tati uno dee ciré ui 

latino Clarone li domanda Éuideutiam ’Dionifu Halicarnafeo , nella vita 
di Ltfiia pa land ■ di quefta m defima virtù del r agi-mare, 1 a chiama con quefìo 
tome **p=*flA*u Qcaò io. EDtm trio He fio -tarlando nome, non folo***tyn* 
dice thè è ma 11 medefimo tìalicvnafieo nello fiefjo luogo , i oh ndo mo- 

firarccòtbcefjaè,dice , 

Eu-dentiacflvisquardamacfàcultas, qua: ante fenfus apportat 
eaqua:dicuntur, 

E i eremi nte non fi può dir me gito: Ter clock: l'evidenza hi non sò che 
più che la chiarezza'. Et alle rotte vita cofia può efiere d tta chiaramente, ma 
r.on e uider, temente : Vere he la ciiaregzifià : che noi intontita no lacofa ,ma 
e. iiinz 1 opera indire, che ci paia di hauerh innanzi à glio. chi'- la jUalc di- 
filli ione chi t noie intendere bene , vada à vedere la ifiintiane che fi titillo- 
file nel Caf itolo il. del tergo de II a Hetorica fiale mctafoi e fimplici, e le me- 
te fare inatto , le quali egli condnofìro nome che haibiamoptr le mani , pure 
domanda metafore tràpyHar Et Hat ni lt domandano Metaforas cui- 
dentesicunoin actu.owe'o ante oculos poncntes. £ ncijta um le do - 
maniumo meta fon %iu : in atto, moptrationt, reps e{entan:i,mitt<nti innan- 
zi àgli occh . E ci [e filmili. Di qutfie hahbiamo trattato nei lungamente 
iella partici 111 47. al qual Iwgoiixrrendc chi legge, fumo ficuri che acqui - 
fitràgra de a iute per intendere, eie co fa fila quella cuidenga , la quale in fom - 
ma altro r.on è fe non per rane maniere trcuare quello fine, di firleiofe,che 
diciamononf lochiare , macofieu denti, che eh le [ente, gli pa' a dibatterle 
ir.nangiàgiccchi: Diuturno in quel luogo, cheft io diceffi, 
s Itt quii tiuo C vn'a-gui'Ja , 

biffai chiar orni farei fitto i tendere, ma fe io dicefji , 

Ter qu el nuo guiggan n ‘ani > uila, 

S»a lathiutiza bbeptflata in euidenga, & kaucrei polla la cofia in- 
utngiàgi 01 chi di chi mi hiuejfie fintilo, non con altro aiuto, fie non pache oue 
primi l baimi nominata conqu fle , 

• E vn’arguiUa , 

t-ydppr fio '.‘basirci reppiefi ntati in opcration: e meta , 




SopraU Vorticella C XV li T. <S9l 
Guizzo un’anguilla , 

Che è grandifmo aiuto aU'euiien^a : ma queHe eofe nueggan.i in quel 
luogo . Ter bora Demetriovuole infegnare,come olire la Chiarezza ,noi poj- 
ftamo nel noflro ragionare acqui/lare cuiden^aiCioe quafi mettere le cofc,cba 
diciamo f otto gli occhi di chi ci (ente: Etmfei particelle per ordine ce ne da fei 
amaelìramenti : Ma prima di tutti in quella particella ni.dice che quello fa. 
remo facilmente col mego della ^icriuologia:la quale ^icriuologia così delta 
in Greco da cJM.Tier rettori uienc tradotta Accurata narrano : E Dcme- 
trio mede fimo la diffimfee dicendo, che è Cum re licitumcft, ncque ampu- 
tatum,& cunfta difta funt qua: cueniunt & uuhi commiflum eft . 

Cioè quando potendo noi con poche parole dichiarare noifieffi ,& i n una ceno 
centralità tare ÌKtadiTt una attiene ò co fa, non ce ne contentiamola per far. 
la euiden te ad una ad una narriamo tutte le mi nutie che allhora occorfero: Ter 

effempionarrando r^rioUo il combatt mento ,ò duello HducTaUdma^ai 

chiaramente fi farebbe fatto intendere diondo, che ogni maefiria & ogm arte 
ufauano combattendo, ma pereffere euidente ufcì delia generalità e con mar a- 
uigliofa acriuologia ninna di quelle cofe tralafoò , le quali allafcbcrma appar 
tengono dicendo , 

fanno bor con lunghi, bora con fintiefearfi 
Colpi ueder, che maflri fon del giuoco , 

Hor gli uedi ire altieri,hor rannchiarfi . 
flora coprir p, bora moflrarft un poco ; 

Hora crefcere manti, bora ritrarji 
Ribatter colpi, e fpeffo lor dar luoco , 

Girar fi intorno, e d’onde l'uno cede , 

L'altro baucr pofto incontinente il piede. 

Et il Taffo tutto in contrario uolendo dire come cobattedo infume Tancre- 
di, t Clorinda,più all'impeto Je lafciauano reggerebbe badafiero all'arte, qua. 
fi una isicr biologia contraria 4 quella dell' ^itiojìo formando ,& à lei fem- 
pre alludendo difie , _ 

Tqon fchiuar : non parar : non ritirarli , 

V oglton cofior -, ne qui dtflre^a hà parte 

Non danoi colpi finti, hor pieni, bor fcarfi .... „ . . vv 

Toglie l’ombra e’I furor ivfo dell’arte, 

Odi le fpade borribilmentevrtarfi, . t. l: . : L 

ji mexp il ferro : il piè d’orma non parte 
Sempre è il pii fermo, e la man fempre in moto , 

2^f feende taglio in van , ne ponta à vuoto . 

Demetrio m quello luogo due effempi adduce da Homero 4 quetto propos- 
to: E le centinaia haurebbe potuto addurne, perche fi vtide che quel gran 
Porta fra gli altri ornamenti dtl fuo Voemajittefc 4 quePofludiotamcnte. 

1/ primo addotto quà da Demetrio i quello oue parlando Homero di oc- 
chine notante e tettarne di faluarft dentro al fiume Scorri andrò , dcfcriuc di 

Xx 4 ■“* 


* l.rfl limiilìfi 

•» 1 . ‘ 


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** * *'* » 


• iOttìHUfU 


Sisifi \ ’i t j. 


ma- 


694 liPreduatòr del PanìgdroU 

maniera gli impeti di quelle onde , che i cu [uno pi re di battere irmanz : àgli 
occhi pò fina, che quaft fommerfa da aque con infinito fiento procuri di fai- 
uarfi , cofa che non fi f cordò d\ mitare /'<_✓/ iofto, quando efftndo adulo 'Bran . 
dimane dal Tonte ouc banca combattuto con "Rodomonte dice, 

'Brandirne te il corri nte in giro folle 
7qe la [abbia il deQrier che‘1 fi ndo [malia.» 

Tutto fi ficca, e non può ribauer fi, < 

Con rifeb o di refìarui ambi fommerfi. 

Venda fi lena, e gli fd andar fofiopra, 

E dotte è p ù profondi gli trafporta. 

Va TSrandmarte f otto e l defi iter / opra . 

E quel che feguita. <JM. Vi t r lettori in quefio me le fimo Commento adda 
ce per bellìffima termologia quilla di Virgilio , ouc nella Georgica deferiue 
il villano folli etto à prouedere,cbe per mo ta ficcità non fe gl m o ano le mef 
fi : e noi allo incontro adduciamo per t.on min gratiofa quella , ouel'tr.oflo 
deferiue il virano follicito à proni d re, che per la troppo bumiditd non fe gii 
affondinole meffe. 

Comtil vtllxnfe fuor per l’alte fponie , 

Trapaffa il fiume e cerca nuoua firada, . , > . 

Frettolofo à vietar, che non s’ajfonde v> H 

1 verdi Pafcbie la [perita biada. 

Indarno s’afjattica, e fi confonde. 

Che f repara quiui, che non cada, 1 

Quindi vede lafciar gli argini molli, 

E fuori' aqua /picchiar con più rampolli . 

Benché fe di yirgt io vogl amo ragionare, continue termologie à no : paio- 
no alcunide f<oi opufculi: e fra gli a' tri il Moreto, ouelafciamo andare tutte 
le altre deferitele» : Per bora come fi potrebbe narrare più minutamente tut 
to ciò che Oicorre macinando di quello > (he fi faccia in quelli verfi. 
Fuiuscratterrf frumenti pauperaceruus, 

Lime ilbidepremic,quantuin menfura petebat. 

Qua bis in oftonasexcurrit pendere libras, w \ 

Inde abit,atiìrtitquemoJae;paruaque tabella, .v* 

Quamfixanipancsillosleruabatinvfus 

Lumina fida locat: geminostune verte laccrtos, -i v ) 

Liberate* cinftus yillofategmine capra - 

Perù erri t cauda filices, gremiumque molarmi) , 

Admouct inde manus operi , partitus vtramque 
Lsua minirterio,dcxtracrt intenta labori. . 

Haec rotatatfìduisgyris,6*concitatorbem, ' >i • \ 

Trita Ceresfilicum rapido decurrit ab i£hi. , 

Interdum fefla fucccdit laua forrori , '*-•• 

Alternatque viccs . modururtica carmina cantat > 

Agrcrti* 


Digitize 


Sopra la Particella C XV 111. 

Agreflique fuum folatur voce Jaborem. 

Il fecondo luogo di Homero apportato da Demetrio quà , èoue egli deferì 
vendo il corfo de carri, nelle eflequ : e di Patroclo , per mostrare quanto fofje 
vicino il carro di Diomede à quello di F. umelo , dice che i cauoll i di quello rp- 
f calda tana con il fiato il t. rgo di quefto, luogo che imitò gratiofamtnte Virgi- 
lio, quando dlfft, u ; 

Quo deinde fub ipfo. . 

Ecce volar- Calccmqueterit cura calce Diores 
Incumbcns humero. 

Vn luogo di Catullo dice Off. Pier VettO'i,cbe è bello , ove à proposto del 
filar delle Parche de fritte minutamente vita donna filante, qui fi dice f e 
Levata era i filtrla vecchiarei a 
Discinta è fcalga , e drflo bava il carbone. 

Di 7 ercntìo veramente gentilìzi ma i la ^demologia, otte dice, 

Adfores fufpenlògradu tacite ireperrexi , 

Accedi, afhti, animara coinprc/fi,aurem adinoui. 
cJMa in vero à quello proposto di andare pian piano per non eftr fintilo, 
non è da (preggiare quello dell' c^frioflo, oue manda ti gargotte dell’hofìe di 
Zattina d ritrovai e la notte Fiammetta giacente fra due amanf, che dice, 
y 'ttne à l’ufcio e lo fpcgne,e qui l gli cede 
Entra pian piano e ua d tenton col piede 

Fdlungbii puffi e fempre in quel di dietro, >•,!> ’• 

Tutto Jt ferma,e l’altro par che moue, .i 

guila,cbedidirtemaneluetro ->M >p o.» 

7fon eh ’l terreno babbìa à calcar, ma l’uoua > 

Et in la mano inanti Jimil m tro. 

Va brancolando fin che’l letto tr. otta . 

tjlia di fi fatti ornamenti le migliaia potrà trottare ne’ nonri "Poeti Ita- 
liani, chi fi darà briga di cercargli: 

E fendo co fa cbiara,che in qui fio più copio fi fono flati éff, che quali altro 
fi voglia Tot ti di altro idioma . 

però chiudiamo totalmente iVrofatori: -Anzi diciamo che ancia’ eff 
alla propor tione fi fono p-r fare euidenze fruiti ecce lentemmte delle -Acri 
uologi , come qua ■■ do il 'Boccacio del marito di Tetronella di{fe,chc 

Eofh già i ferri fuoi,& iffiogli tofì in camicione, fi fece accendere vn lume, 
e dare viu radimadia, efuui entrato dentro e cominciò à radere. 

E di colui che volcua rubare l’A anello nell : fepoltura dell’ \Arciui f coho di 
Ifapoli. eh po'io il petto fopra l’orlo dell’ Arca uolfe il capo in fuori, e den- 
tro mandò le gambe per don-, rfigiù cala - e . . 

E di Bruno mafeberatoad orfo mila pianga di Santa Maria novella ve- 
dente M.Simont, che cominciò à faltabtllare , & à fare vn’nabifjart grandif-' 

r f mo t 


696 il Predicatore del Panigat'oU 

fimo sù per la piazza , & i fu folate, & ad vrlare , & deridere, dguija che 
ftimperuerfato /offe. 

Ma di ciò tanti ejjempi ci darebbe il Decamerone, quanti haurffimo patien- 
eiaditrafemere. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

P Arerà esfa difficile, che quello ornamento della Acriuologia il quale 
perauenturaè il più vago, il più colto, & il più gentile , che habbia 
tutta l’arte del ragionare, nelle fcrirturc noftrc, principalmente nelle-» 
più antiche, le quali d’vna certa fc non reuerenza , almeno veneranda 
(impliciti fono ripiene,!! polla ritrouareiE pure nel lib. ideilo di Giob- 
be, che forfè fra tutti i noftri Canonici è il piùantico,nóche vnaò due, 
ma molte, varie , lunghe, bclliffimc, Se accuratilfimc Acriuologic fi veg- 
gono : Come fra l’altrc quella ouccgli deferiuendo vn cauallo da guer- 
ra dice, 

[ Gloria narumeiusterror: Tcrram vngula fodit:ExuItat auda&er. 
in occurfum pergit armatis: conremnit pauorcm.nec cedit gladio;fuper 
ipfum fenabit pharctratVibrabit hafta.&Clypeus : feruens,5cCremens 
lorbet tcrram: nec reputar tuba- fonare clangorem . Vbi audierit bucci- 
narti dicit, Vah,procul adoratur bellum cxhortationem ducum , & vlu- 
latum cxcrcitus. J 

Efaia anch'egli belliffimi eflempi del medefimo ornamento ci può da 
re. E fra gli altri le due Acriuologic congiunte nel capitolo terzo : l’una 
che deferiue il ludo delle donne Hebrec, e l’altra la miferia, nella quale 
haueuano à cadere, con quelle parole. 

[ Pro eo quod eleuat^funt fili$Syon,& ambulaueruntextenfo collo, 
& nutibus oculorum,ibant,& plaudebant,ambulabant,& pedibus fuis 
compofiro gradu incedcbant: Decaluabit dominus verticem filiarum 
Syon,& dominus crincm carum nudabit.Indieillaaufcrctdominusor 
namcntumcalccamentorum,&lunulas,& torqucs,& monilia.&armil- 
las, & mitras,& difcriminalia,&pcrifcclidas,&murenulas, &olfa&o- 
riola. Se inaurcs,& annulos,& gemmas in fronte pendcntcs,&: mutato. 
ria,& palliola,& linteamina,& acus,& fpecufa,& fyndoncs,& vittas, & 
chcriftra,& crit prò fuaui odore fartor,&pro Zona funiculus,& prò Cri 
fpanri crine caluirium, & prò fafeia pettorali cilicium.] 

Nè ponto meno belle f« nc trouano ne gli ferirti di Salomone : come 
quella dell’huomo cattiuo c maligno, ne’ Prouerbij al terzo. 

Ì Homo apoda tavir inurilis graditur,orc peruerfo annuir oculis.tcrit 
c, digito loquitur: prauo corde machinatur malum,& omni tempo- 
re ìurgia feminat.] 

E quella della meretrice pur quiui al fettimo . 
[EtccccoccurritiHimuiier ornatu meretricio prarparata ad capicn- 
das animas,garrula,& vaga, quicrisimpaticns, nec volens.in domo con- 
fiilerc pedibus fuis: nunc foris,nunc in platcis,nunc iuxta angulos infi- 
dians : Apprchenfumquc dcofculatur iuuenem, & procaci vultublan- 
ditur dicens , vi&imas prò falutc dcuoui hodic rcddidi vota mca,idcir- 
* co 


Sopra la Particella CXV111. 69 7 

co egrefla furti in occurfum tuum,dcfiderans te videro, Se reperi:Intcxui 
funibus lc&ulum meum,llraui rapetibus pidtis,& Acgypto,afpcrficubi- 
lemeum myrrha ,&aloc , & cinamomo: Veni inebrumur uberibus » 
Se fruamur cupitis amplexibus,donec illucefcac dics.] 

Di quella di Ellt-rrc habbiamo già più volte ad altri proporti ragio- 
nato quando efla. 

[Dictertiocircundata cft gloria Tua: Cumque regio folgcrct habitu 
aflumplit duas famutas.Et fupcr vnain quidem innitebatur quali pix de- 
litiis. Se minia teneri tudine corpus fuum fcrre non fultincns, altera au- 
ledi fainularuin Icqucbatur dominam dcflucntia inhumum indumgn- 
ta fuftentans . ] 

E feci pareli? bene il farlo pochi libri li trottano nelle fcritture (acre* 
da quali cfl'cmpi di quello ornamento non ci delle il cuore di poter ca- 
uarc. Si come ne* padri, c Greci Latini innumerabili , fi cene offerireb- 
bono . 

- San Cipriano de fpettactdis mettendoci innanzi i gli occhi i dishonc- 
lli giuochi della Scena dice così . 

[Scd vt ad Sccnx iain lales inucrecundos tranlìtum faciam,pudct re- 
fcrre qux dicunrur, pudet ctiam accufarc.qux hùr: agendum llrophias: 
adqltcrorutn fallacias, mulierum iinpudicutas, fcurrtlcs, ioCos , parali- 
(osfordtdos: tpfos quoque patresfamilias togitos.modo llupidos , mo- 
do oblctenos, in omnibus llolidos , ccrtis nominibus inucrecundos ; Se 
cuin nulli homi num genere ab improbis ilio ferinonc parcatur, ab om- 
nibus carnea ad fpedtaculumconucnicur : corninone dcdecus delcótau 
vidclicct vel reccgnofccrc otia, vel difccrc : concurrirur in iliud pudo- 
ris pnblici lupanarium, ad obfcaenitatis magillcrium , nc quod fecreto 
minus agatur, quàm quod in publico diicitur. Se iuter iplas legcs doce- 
tur quicquid legibus mtcrdicitur.] 

San Gregorio Nazianzeno,periuadendoci à fuggire le fclleprofane, 
& fatte alla gelile, per maniera di negatione ordilcrvnabellillima Acri 
uologia nella predica di Natale con quelle parole. 

[Ncc domus limina fertis coroncmus.ncc chorxas agicemus , ncc vi- 
cosornemus, ncc oculum pafeamus : necaurem cantu dcmulccamus, 
nec olfaclum ctfxminemus.nec lenocinijs.guttur tiullcmus , ncc tacfcui 
obfequamur, (prompds inquam illis ad vitium vijs pcccatisq; canunt ) 
nec tcneris Se circumfluentibusvellibuscmolliamur: quorum vtquxq; 
pulchcrrima ita maxime inutilis iacet : nife geminamm fplendonbus : 
nec auri fulgoribus.nec coloni niarrificijs natiuam pulchritudiné emen- 
ticntibus,aiq; aduerfus ìmaginem Diuinatn txcogitatis, nec coni mefla- 
tionibus & ebnetatibus , quas cubilia Se lafciuiacomitantur quando- 
quidem malorum magillrorum, mala dottrina eli , vel potius malorum 
feminum mala feges : nec torosaltos (ìruamus : cantui dclitias llcrnan- 
tes : Nec vina cenerofa: coquor lenocinia , liquorum profufas magnili- 
centias in prcno liabeamus: Ncc terra Se mare charum nobis.ac pretio- 
fum ftercus otferanr.hoc enim nomine delitias ornare foleo.] 

Alla quale Acriuologia, per honorc di noi Italiani uorrci , che ncap- 
poneflimo vn’altra : quella Cioè che fà tutto incontrario Monlignor 
Cornelio per inoltrare con quali foiennità uienc celebrata daChriftia- 
nideuoti, principalmente in Lombardia la làntilfima fella delCorpus 

■ Domini 


Digltized 


<Jl Predicatore del PdtùgaroU 

Domini, otic egli nel principio della feconda parte della predica del Sa- 
cramento à fuoi Bitontini dice. Nelle città nobili di Italia vedrette III- 
contini có infinito uoitro piacere in quella giornata, ik àqucB bora vna 
moltitudine infinita d’huomini, di donne, di vecchi, di fanciulli , clic in 
grandi fchicrc dalle callella,e dalle Ville di tutto il Contorno non ven- 
gono,ma corrono,, ma volano nelle Ci tt à,: E tutti in varie ioggie orna- 
tillimi per accompagnare con ogni nucrenza , & ogni obfcquio quella 
fantiflima proccflìonc del Corpo di Cimilo noltro Signore; la terra ouc 
calpe tirano le genti, c più fparfad’ogni forte di fiore, che non fono gli 
Belli prati d’AprilcjC di MaggioiLfcono i prelatizia loro fcgrcti nel fan- 
tuario, e con infinita magnificenza di apparato di Argenco,di Oro, di 
Gemme , fanno honoratillima inoltra delia dignità loro , & mandando 
innanzi tutti i rcligiofi , fc bencadobbati in velli fiacre, che hanno pon 
fa che, clic rapprclcnta la maicttà di quella Chiefa trionfante , lì, tirano 
dietro le Catctuc de’ Signori, de’ nobili, de* pupillari. 

E quello che feguita : Santo Ambrogio ndrEfaimronc di quante 
cofe parla, quali altretantc Acriuologic foi maj Come quando dcilc api , 
e del loro lauoro dice , 

Certas omnes certarc de tnunere alias inmgilarc putrendo uiSndia diasfoilid- 
tam cajiris adbibtrc cujiodiam , alias futuro} ex fiorate imbres , or ex fiorare i wr- 
fus nubi uni, alias de foni uscirai fingere, alias taretii infuJanifionbM ac «Aligere a 

Che anche noi imitando alla meglio che Capemmo pure c o Acriuo- 
logia dicemmo una imita , che dell'Api, coli nel lauono mirabile fono 
ben dittanti gli offici) chedi loro . i 

Non folo con ordine inconfufo deliberano altre i fiori, altre portai» 
le fomc,l’aiutano alcune à (caricare tal tre le portati dentro all’ofhcina , 
polifcan quelle i faui , gli imbrunifeono quelle , l quali aromatari ne 
formano, altre il inclc,n.a fiori ancora per Scurezza, c coinmodo,c dclr 
l’opera inficine, c de gli operanti; E le viuandicrc vi fono,c l’aquaiuoje, 
c le fentincllc,e le rondincrc, e le guerriere, c le Capitanerie , E intorno 
al Re, che per maggior grandezza non hà l'ali, c le portatrici vi fono, c 
IcBaffiereiEtintìn lafua guarda,c la fua Corte, 

Monlignor Cornelio nella predica della Vigna, come dicemmo già 
ad alrro propolito, pofe in euidenza la Corfa de Barbari, per quelli, che 
uannoà vedere. 

Benché tenendo l’occhio fifa à quel Causilo, al quale deliderano i 
primi honori vegg.ino,che per modo di dire mette l’ali ài piedi, per et- 
fiere il primo à toccare la meta, vola non corre.dclìdcrofo anch’egli del- 
la fua gloriaci fanciullo lo sferza, & fperona, la Brada è fpcdita,non hà 
intoppi ne ritegno : non li poflono però tenere , che d'vn dolce, c foaue 
inganno ingannando fe Belìi, non fi muouono hora ad vna parte, & hc- 
ra ad vn'alrra,con le mani,con le fpallc, con gli occhi,!! (tendono come 
fc haueffero la sferza, Bringono i piedi come fe hauclfcrc^li fpcroni , fi 
girano come fc gli fedeflero lopra: &: hauellcr la briglia in manoinci-, 
tandogli l’amore à far unto ciò che ponno in) fattoi (uo quafi che que- 
lli moti, & qucBi gcBi pollano in qualche cofa giouar loro alla Vit- 
toria. 

Noi in vn noBro ragionamcnto.ouc della corfa de Bai beri ci occorfe 
ragionare, partendo tutta quella anione in più parte, più Acriuologic 

ancora 


Sopra la Partitella C XJ/ll L 699 

ancora nc formammo, la prima defcriucndoi Barbari mentre fu le mof-. 
Ir afpeftanoi I cenno,in quello modo . 

Gran piacere è il vedere, quei caualli alle moire quafi impacienti della 
dimora torcerle ItdTì.muouerfi, agitarli, foffiarc,rognirc,annitrirc,zap- 
par col piede, fpumar per la bocca , sfumar per le nan , crollate il capo, 
feu orerie chiome: E fermi ancor col corpo di già correr con l’animo 
C volare . usi). m . ii ; . 

La f-conda dipingendoli principio delcorfo con quelle parole . 

' Gran' piacere d ad vn cenno di tromba , calate le moire, e quali dilca- 
tcnatii piedi ai corridori vedergli tutti vniti llcndcr fe fteffi al corfo , 
andar di pari vn polo, non auanzarfi vn l’altro . E poi come valore ò calo 
vuole, bor andar l’vno innanzi , horrcltar l’altro indietro , bora fuperar 
quello, hor vincer qtiello.e con bella vicenda per vn poco di tempo, eia? 
fcun quafi di loro, edere inlieme vir.citorec vinto . 

La terza ponendo in euidenza , Paul dici che hanno di vincere que’ 
fanciulli, che cacciano 1 canati’ :Colì, 

Gran piacere è il uedere la magnanima gara di quei picciol ragazzi’, 
che vi feggon fopra, mentre indifefeti contra i lor palafreni, & importu- 
ni, hor con mano, hor con piede, gli trauagliano, horcon la sferza batto- 
no , hor con lo fprone pungono , c mentre fon portati pare che portano 
elfi i portatori . 

La quarta ponendo fotta gli occhi , qucJlo che trattò Monf. Cornelio 
della pallìonc de fpcttatori.ma più brcucmcnrcccfi 

Gran piacere il notare l’applaufoe la pallìonc de gli alianti', che ò da 
firade publichc ò da tìnellrc, ò palchi d’alcun di quei caualli appallìona- 
ti,fi muouonoancorelfi.fi (torcono, fi girano.ne potendo altrimenti, at- 
mcncol cenno aiutano e col grido. . A 

La quinta 3c vlrima del guadagno del palio e del fip del coffo in que- 
lla maniera’. * 

E finalmente quando vn de Corridori hi già di molto fpacio pairato 
tutti gli altri, e giunto quafi alfine delio ila dio, Li (Tu. fi tcuóuaé affitto, e 
slenato,c fpolTato,e bagnato e fumante, & anchelà re, ad ogni modo gran 
piacere c il vedere com’egli , quali dalla vi Ita del premio , nuoua lena e_* 
fortezza ritenendo aggiunga piuma al piede q fiamma al cdore, fi allon- 
gha,fi dilleridà.raddòppi) ifcorfo,più e piiVli affretti, c tal {fteffballame 
ta.qual fù prefso alle molle finalmente vi arri ili e vinca il palio. 

D’ vno fciocco che à cafo ò non volendo fcarchi vn’archibugio à ruo- 
ta, ci foiiuicne che dicemmo vna volta coli. 

Mentre invaghito della bellezza e nouid di lui , hor rimira la canna, 
hor vagheggia la caifa.hor tocca le molle ,tiór guarda il /affo c Ituzzica 
ogni cofa: Ecco che tocco per fua feiaeura il fèrro, che gli Uà fotto il ven 
tre c che rattiene l'impeto del tutto , (cocca la mota , Icorrono igifi, s’a- 
pre il focone, percuote il cane, vrta i canali il felce, ne fcaglino fcicitille., 
s’accende il zolfo.entra per lo fpi raglio, tocca la polue intorno, nc n?lc« 
nuouo fuoco, che mentre con fragore fcagliadi piombo un globo»: dalr 
l’altro canto il tnancggiantc llolto’, fenon pc rclla offefo ; rimane al- 
meno, àcofi grandec iniolito ribombo, per vn gran pezzo attoniti) e 
fiord ito. * 

Vn’alcrauolta trattando di quello che fanno gli vccelli quando paQfo 

no il 


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DI 


7 °° Predicatore del PantgaroU 

no il mare dicemmo nel principio d'vn prologo tutto quello. 

Quando la nella fin d’Aurunno fatti dalla natura & Aftrologhi c Me- 
dici eccellenti per potere ifchifare le ingiurici i danni deH’imminentc 
inuerno,e per trouarc altrouc più temperato il Ciclo , fpiegando alcuni 
augelli fin’oltrc il mare il volo le ne padano arditi da quelli nollri lidi à 
gli Africani: perche per prender pure in fi lungo viaggio tal’hor qualche 
ripofo fanno , che le maritime Campagne, ferino non hanno edifitioò 
pianta.nè pollono accertarli d’hauere di ritrouar fra via, ò alcuni di noci 
cartelli che caminano,od alcun di quegli alberi,chcdi tele e di corde nan 
no le fronde ci rami, chi non sà? Coinè bella 6^ vtileauertenza, nella 
picciola bocca prendon fu (cello ò legno , ouc liano rtracchi portolo 
giù nelinarefopradilui,comcfopravnacimbafiripofano|, c con bella-, 
vicenda, portando hora erti il legno. Se hora il legno loro , hor erti naui- 

? ;ando , hor le naui uolando , in parte finalmente e fc flirti conducono e 
c naui . 

E veramente in quella forte d’ornaméti.&rcuidenzahabbiamo hauu» 
to noi ò per cdercitto ò per naturale inclinatone tanta faciliti , che per 
auctura più numero di Acriuologie noi foli habbiamo fatte ( quali e licito 
date licno)che molti altri lcrittori del medefìmo genere inrteme:E chi vo 
leifc dalle noftrc prediche llampatc,eda ftamparli,e da quelle, che fcrit- 
tc à mano rimarranno approdo di noi, cauare le fole Acriuologie certo e 
fcnzahipcrbo!c,li miglia ne caucrebbc, e di loro fole v no aliai più che 
giufto volume fi metterebbe inficine. 


PARTICELLA 

CENTESIMA DEC1M ANONA. 
TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pi et Vettori . 

V apropter fepe, & ripetuto cui denti im facit potine, quàm 
fernet dierre , quemadmodum illud Et/j'’<ù/Tvr tjì £òrrdt 
lta*à<,rj^veù aTeSa,irT» ypa#n< **KÙr : bis tmm pofì - 
tum *■&**'< tuident.orcm cflendit malcdiHioncm . Quoi 
iiutem{T tji& obijciunt , it loquacion piopttr rtpetiumes 
muttis cjuidem fot t affé locis refle obijount- mu'tir autem 
non fentiunt ho >vois emdtntmm : ponit tmm idem , qua fspt babet maio>em 
v'm. Cutufmodi funtbxc . Stryaglius quidam t ir Medus , fi mina Sacida ex 
equo deitfla : pugnerà tnim ftmw * apud Satas,rt si tnazoots ) tum uidifjet 

Sa- 



Sopra la Particella CX 1 X. 701 

Sacida fomofam & fiorentini atate y potflalem illifecit vt fatua abiretypofie * 
ifUsfceierib is,cnm ama et illam,repulfan paffus efi, fìatuit:igitur fttum me- 
li a vi tim fin re , antea autem fcribt epifìolam ad mu'ierem hanc ipfam accu- 
fans . Ego te conferuaui , & tu opera mea conferuata et : ego autem tua opera. a 
pertj. Hit reprebenderet aliquis fortaffe y qui breuitati fludcrct,qnod bis nullam 
obeaufam po fttum efi et conferuaui te , & per me conferuata es : i lem enm li- 
gnifica nt ambo . Sei fi abfluleris alterum illorum, vnà abtìuleri: & euidtn- 
tia n , & quimfeitur ex e iti lentia affeclum . prateria quod infertur , illud in- 
qu m perii, prò peno* euidentius efi, quia ita res exitum babuit, quod enim fa- 
bum iam efi , grautus efi quàm quod futurum efi , autaihuc fit . Et omnino 
vtique porta bic, pottam enim ipfum uourit aliquis merito , cuidentia opifex 
efiinvniuerfa btfioria. 

PARAFRASE. 



Vidcnza fanno molte volte ancora certe repetitio- 
nidi parole òdi concctcì ; Come lenza dubbio di- 
cendo colui. 

T u fieffo che mentre cgl 1 era viuo ne d iceua male, 
hora che è morto,pur ne Tenue male . 

Con la repetitione della parola male, più cuidcn- 

teha tacca la lualedicenza altrui , che fe egli non l’haueife replicata . 
E veramente non fi può negare, che ( T eli» fia fiato vn poco loqua- 
ce^ m alcuni luoghi habbia replicato foucrchtamentc,ma in alcu- 
ne repctitioni ancora non merita biafimo, baucndolo egli fatto per 
darecuidenza maggiore al ragionare; Pcreffempio ncJIehifiorie 
di lui fi legge: Che hauendo Stringilo foldatoMcdo gettata da ca- 
uallo in battaglia vna donna' di Sacia (pcrcioche combattono le 
donnediquel paefecomcleAmazonc) come frefchifiìma cbelliili- 
ma la vide,non lolo non ramazzò, aia di lei fienffnnaiucte fiaccefe, 
tanto che haucndola liberata e richiedala del fuo amore, e da lei ha- 
uendohauuta crudelilfimarepulfa , deliberò l’infelice e) rifiutato a- 
mante,negando à fe ftelTo ogni forte di cibo,di uolcr morirc;Ma pri 
ma vna lettera le fenile, e dentro fra l’altre quelle parole. 

Ecco che 10 ti hò conferuata in vita , & in vita per opra mia fei 
conferuata tu, & 10 per opra tua morto fono . 

Nel le quali ad alcuno che altro non mirafie fenon breuità, po- 
trebbe parere che fouerchia folle quella repetitione. 

Etili ulta per opra mia conferuata tu, 

E nondimeno,chi la leuaffe, tutta la euidenza di quel luogo lcua- 
rebbc,e tutto l’affetto che da quella euidenza nalce, fi come piùcuj- 
d ente ancora fu 1 1 dire , 

Mor- 


Dic 



yoì, .7 Jl Predicatore elei Panigiroù 

’ Morto fono • C R i', tl . 

- Che dire ’ 

Iorauoro, ’j • . . * 

Concioiiacofa che più imprime il fcntirc,chc una cola ha già at- 
ta , che non fa che cfla all hora fi faccia, ò fiu per farli . fct in lomma 
quello poeta ( che non lenza ragione può domandarli Cteiia, le be- 
ne ha lcritto profa ) fi vede che in tutcoil corto delle hiltone lue 
grande artefice è fiato tempre di euidcntia . \ 


COMMENTO. 


rft 

.4 -T 

A* 


N On è gran lofa che v»a" figura medefima ò nella medefima , o in pii ma- 
mere per (fifa generi vari j effetti . 

Della repetitione babbiamo gid tante volte trattato , che per poco ei è venu- 
ta i noia : Et vltimamente mila partitella 1 1 i.dicemmo , che effa apportati! 
chiarenti ; ma bora diciamo di pù che oltre la chiarezza , cauja bene fpeffo 
e indenta ancoratici /blamente g oh a il rephcare.perchc la cofa venga p> ù fu- 
tilmente iuteja (che appartiene alla ebare^ga ) mi d fare fi più ebe vita co fa 
già tntefa da noi ci fi imprime e fcolpifca di maniera nell ’ animo , chea paia de 
bauerlafotto ilfenfo : (il che i proprio della euidenza) e pero il fi corno docu- 
mento che ci da Demetrio, ondé p affiamo fare eludente il noflro ragionare : Et 
adoprar tal’ bora alcune repellimi ben fatte , & d tempo : Et il prono efftm- 
pio ch’egli ne adduce, fù da lui medtftmo ai altro proposito addotto nella par- 
ticella 2i, e fempre fenza nome d’autore -, Otf " rifi otile anche egli nel ca- 

pitolo nono del j .della Retorica di quello medejimoejjtmpioft vai fi, ragionan 
di membri ornati ne’ pe riodi . 1 

Tu Ile fioche mentre egli era vino ne dictui male, bora che è morto pur ne 
ferini male . 

Quefio è l’eflcmpio,nel cjuale non è dubbio che la repUcatione della parola, La 
male,fd più euidente la maledicenza di colui, cantra il quale fi ragiona, che non 
farebbe fi vna uolta fila la medefima voce fi fuffe adoperata, in quella manie- 
ra, nella quale q -andò il T affo ne II’ Egloga fidi e ad Lsiminta 
Hit vino al pianto mio 
I\iJponder per pleiade ifaffi el’onde 

E fofpirar le fronde 3 

H ò uiflo al pianto mio 

7 (o ■> è dubb o,ch( con la repetitione del ver fi primo c quarto, maggiore cui 
denza hd nuuuto il dolore di i/iminta,c're fi egli vna fila ioti fofie fiato det- 
to: Demetrio con que fi . octafmne affa d di fendere Ctefia autore all’ bora af- 
fai frmofacatla ùhp iatture, che all unigli duu. noverche di quitte tali repe-> 

ti;io;i troppo frequentempue ji valefie . 

Et in 


Sopra la Particella CXlXc 705 

Et intiero, confejja Demetrio che egli olle volte fouerchiamente fe ne Jerul, 
ma olle volte ancora dice che le adoperò giuditiofamente , &d tempo , ptrw- 
uarnceuilema & aff et to\fù quello Ctefta per patria Gnidio e per profefftone 
Medico per la quale prof e fi oneferiue 'Tluta reo nella vita di u irtaferfe ,il mi- 
gliore, che egli à quel Rifu grandemente caroMi di più egli mede fimo fcriffe 
le hiftorie de Verfr.fe bene per quanto dice Vl*tarco,oue di [opra, co fi piene dì . 
fattole, che forft anche per qutlìo,dice Demetrio in quello luogo , che con effere 
egli profatore & hi Storico, oc n però difdiceuail nominarlo Poeta-. Certo quan- 
to alle repetitioni, quella che aporta Demetrio è bclliffima : E tutta la hitìoria 
/opra la qu ile effa fi fonda è fi chiara chi non hà bifogno alcuno di efplicatio- 
ne.Vel pa fedi Sacia d’onde conia donna combattente dice Meffer Pier Vetta 
ri in queflo Commento, che ne ragionano Catullo in alcun’luogo, e Strabone alle 
gando vn tale Oiirillo porta di poco nomr.Ma quello à noi importa poco. la re 
petittone certo in quelle parole, 

Ego tc conferuaui & tu oocra mea conferuata cs, 

Si vede che i Eludente cJr affettuofifftmatp. noi non filone poeti oueghef- 
Jcinpi f-'no frcqitentilfimi,ma nel Decameron ancora potremmo addure repeti, 
tioni fimili à decine, fe per bora non haucffiino deliberato, che due fole ce ne deb - 
batto baftart'.ynodeiTima quando parlando alta f»a donna dijfe, 

La mia vira verrà meno e morrommi,c potete efiere detta di me micidiale , 

E l'altra di Ver enei a al marito, 

Egli cif no de' ben leggiadri, che m'amano e voglionm bene, & botinomi 

mandato Sic. . 

(he feà quello riguardiamole incidentemente dice Demetrio qud,che più 
tuidentemente moHra altra la fua amorofa paffione dicendo, 

lo fon morto, Che dicendo, lo muoro di quella maniera di ragiona- 
re, c di domandar fi già morto cofi: fono pieni tutti i Per fi de’Voeti Ita- ■ 
liani, che perauentura horamai generano in quello f atleta, e noia à chi gli 
legge.,- 

D 1 SCORSO ECCLESIASTICO. 

N On farebbe difficile ne’ noftri Dottori e Latini Se Italiani il ri- 
rrouare molti luoghi , onc le medefimc parole , ò i medefimi 
Concetti per maggiore Euidenza , & cfpreffione fono fiati rc- 
plicatijComc quando Monfignor Cornelio difTe, 

Chi viuc in quefta vita come fe non hauefle a morir mai»muorc di for 
tc che nell’altra vita non riuiue mai, 

Ouero ouc dice parlando alla morte nella predica dcll’Allegrezze. 

Tu con la fila morte fei mortajTu lo diuorafti ma fofti diuorata,e me 
tre conjlc tue ingorde fauci ardirti d’inghiottirlo,con vn folo fuo inoltro 
rimaneft t (tinta. 

E cento cole lìmilcjtna vociamo pafTarc più sù,e delle fcritturc mede , 
(itnc dar molti eflcmpijne’ quali fi vede chiaramente che le medefimc 
Pa rte Seconda. Y y cofe 


Djgitizéd by 


I 


-04 I* 'Predicatore del Pantgarola 

cofecon altre parole ad altro fine non fono fiate replicate che per mag- 
giore Euidenza e maggiore affetto. 

" Omnia per,ipfum fatta funt,& fine ipfo fattimi efl nibil. 

Quà Ce non Caino errati, niente più dice la feconda Claufula che Ia_> 
prima, ma tutto c per Euidenza maggiore: Nc’prouerbì) alj'otrauo 
dice la Capienza , 

0 Viri ad uos domito, Ut nox mea ad filios heminum, 

Purquiui, 

lutti fimi ornnes fermoues mci,non e/l in eis prauum quid. 

Nel inedefimo luogo, 

.Acci pile dijciphnam me am, & non pecuniam,dottrinam magie , qn»m aurum 
tligite . 

Nel Salmo, 4;. 

Dominus uirtutum nobifcumfufceptor notter Deus Iacob. 

Ne! 77. ‘ 

T^on cuttodierunt tettamentum Dei , & in legeeius noluermt ambulare . 

Nel 37, 

milite te omne deftderium mtum : & gemitus incus a te non ett abfcon- 
ditwi . 

E mille volte Tempre al medeCmo fine , non peraltro cioè adoperan- 
do la replica , fc non perche le feconde parole facciano più addente le 
prime. Del refio quanto à quello che dice Demetrio, che vii afflitto 
cfprimc più la fua paflìonc dicendo. Io fono morto, che dicendo io 
muoro: belliflimo ne habbiamo noi l’ifTcmpio , fra mille altri, in Da- 
uid nel Salmo 87. oue dice di cffcrc non in cafodi morte, ma già morto 
c fpacciato . 

F attui fum inter mortuos liber. 

Che fe bene quanto al fenfo miftico fi può applicare al Signor noftro, 
che folo fu Inter mortuos Uber , perche folo c morto perche hà voluto c po 
teua non morir mai,c folo hà potuto per fua virtù rifòrgere; nondimeno 
quanto al fentimcnto letterale, non c dubbio che la parola Hebreari- 
fpondéte alla rtoftra Latina, f/6er,vuol dire morto affatto fpedito fpaccia 
to ; Può anche feruirc per efsempio , che dia Euidenza maggiore il dire 
vna cofa come già fatta>chc come da farli , quel luogo in San Giouanni 
al j.ouc parlando il Signor di quelli, che noncredeno in lui, dice. 

Qui non credit, iam indicata ett, 

Che fc bene vari) variamente interprerano.Santo Agoftino nondime- 
no;efponc che iù detto aponto come diciamo quà noi per maggiore ccr 
tezza,e maggiore Euidenza : 

E che fe bene i non .credenti hanno da eficrc giudicati ancora, non- 
dimeno. 

Vi cert'ffima damnati to non credentium figmficaretur,dicit laxn iudicatus ttt. 

.issiti 1 .. ./ , ‘,-.<'1 £ÌHrt >3,ó- 

t>(1\ 1 iter* rflLicuif fi: ut ~ yìènccì j, . ' r.Xt'j ^ 

od. XiJóllO o! L h.ifclà jUfcl ihTcrttì - l-; • 


" ' . . : 
ajóo ■ 1 • ÌLI 


PAR- 


Jiglti 


*r 


O . 7 0 5 

PARTICELLA 

CENTESIMAVENTESIMA. 

TESrO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

E luti in ijs 0 porte tea qua fatta funi non xno verbo di- 

cere /afta e fie, fed paulatim, fu fpenfo auditore & traduttori- 
lo in cojdem animi motunboc Cuftas in nuntio de Cyro mor- 
tuo facit. Cum vcniff' tcnim nuntius, non ex tempio dicie T* 
rifatide mortuim effe Cyrum : hoc enim fuiffet quodfertur 
Scytbarum vox : I ed primum quidcm nuntiat, ipfum vicifie 
hxc autcrn gaui/a e fi & foto animo commotaideinde querìt exì'Jo . Tì^x virò 
Tt agitatile vcrò innuit fugit . Et hetcfkf^ptofcrmonc : 7 ifapbztnes emm ipfi 
hor unica» fa eff Et rurfu squarti . Cyrus autcm vbi nunc e fi ? nuntius autem 
rcfpondct. quo loco decet fortesviros dcgerc.Eaulatim , (4 breut progredirne, 
vix tandem vt dicitur, rupie ipfum, cum yalde morati & euidenter ojlendtf- 
fet nuntium nuitum narrare calamitatem rilam,& matrem etiam conte fif- 
fet in marorem & eum,qui audit . 

parafrase. 

Orae lo fa particolarmentc,quando à poco à poco, e non 
tutta in vn tratto fece che venifle data la infelice noua 
della morte di Ciro fuo figlinolo alla Regina Parifati- 
dc.Chein véro maggiore Euidenza, e maggiore varie- 
tà di affetti generano le cofe dette di quella maniera 
non verfatc,ma quali influiate nell’animodi che fente.Ecco il niel- 
lo tornante clell’£flercito,il quale non dice fubito à Parilatide, 

Ciro è morto. , „ . , . 

Che quella farebbe Hata come li dice voce da Scithi ;raa dice, 

Cirohà vinto. 

Di che rallegratali la madre interroga, 

E del Re che c fatto? 

Il Rè è fuggito, 

Benc°gU Uà (dice la madre.) Ecco i frutti de’ con figli del fuoTtf- 
faferne. Mae Ciro dou’c ? oue arriuano per lo più gli huomim di 
ualorc militare. - 


Dì 




7 o 6 Jl Predicatore del TanìgaroU 

Dice il meflfo ; E cofi à poco à poco trahcndola oue egli voleua 
finalmente fcoppia,c dà la nuoua della mortc;Macomc li vede con 
inoltafuidenza ,e molta varietà d'affetto , per quello modo vlà- 
toda lui, di dare àpocolà poco;, e quafi sforato alla mala noua. 

COMMENTO- 

C rediamo noi non orante il parere di qualche valent' huomo in contra- 
rio che quejlo fia il tergo ammae flr amento ,che dà Demetrio pcrcloe 
altririefca Eiadcntcficl ragionare: febeue pareà primo tratto che 
tutto incidentemente venga detto, per Jeguitarc ntlleLudi di Ctefta,il quale* 
C te fu, non è dubbio che viene lodato qua, e di Euidenza come prima , ma per 
%n nuouo artificio: Cioè non Jolamente come diceuamo di /opra di fare certe 
repetitioni Euidentijfimeima di fare anchora che i fatti oue fi narrino, cofi à po 
co à poco vengono narrati, che grandemente Euidenti rie fono, e molti mali ge- 
nerino prima nell' ànimo di chi gli fente : Et in vero iflnniamo nùcbi cofinel 
dare buone, come ree nouelle fi habbia vgualmente da vfare qucflo artificio di 
Demetrio : Tuttauia nelle cattine none la cola è più chiara : Che chi le dice in 
due parole largire e lunghe come fono , troppo amare e fen^a mitigamento fi 
trangugiar le pillottila douechi d poto à poco le uà accomodando, almeno in- 
dora l’aloè e come diteti Tafio dando medicina potabile ad amalato fan- 
ciullo . 

Porgiamo afpcrG.. 

Di foaue liquor gli orli del F'ajo, 

Labi/Ioria della quale tratta teffempio addotto quà è affai chiara per ft* 
mede fmo, ‘Di Tanfatide Regina erano figli Q™, & rtaferfe ; Ciro grande- 
mente amato da lei. Artaferfe odiato,ma che fra tanto occupaua il fiegno, (3 
efiremamente fauonua vn Tifiafonefuo (onfiliero inimico Capitale della Regi 
na. Fra quelli due fratelli nacque guerra ,e feguì battaglia, nella quale Ciro ve 
rumente prcualfc,e pofe strtafcrie in fuga, maegliut nmafe morto: E quella 
è la mala nuoua,che fà portare Ctcfta alla fi; gena, ma con molto artificio, che 
in vero fe di colpo il mefio hauefie detto, Ciro i Morto, 

.Dice Demetrio che quella farebbe fiata come fi diceua ali’hora in prouer 
bio voce da Scitai, il quale prouerbio vn’ altra volta ad altra occafione ver- 
ri addotto da Demetrio puma, che fimjcx quella opera : 

7^0» fialiani quando altri porta male nou'Ue indifcretamente , lo doman- 
darne il corno •• Et in ogni materia à chi fenga coniim -nto alcuno dice le cofe, 
come le Jhxno, diciamo che dice al pan pan:, ò che d ee le cofe fuor fuore ò co- 
fe fimili -, Comunque fia, il mefio,che venne d Varifat’de dicendo prima , che 
Ciro hauea vinto, e poi che csl rtaferfe tra fuggito : E finalmente che Ciro la 
era perutnuto,oue è ragionerie e folito,chc gli buomìni forti arriutno, fi ve- 
de che con infinita lifenttme andò con ducendo la fiegina per vari} affetti , e 


Sopra la Vorticella CXX. 707 

r he co fa tanto brutta guanto è la morte con più hcnorato muiluppo non ertfyof 
fi bile, che le prefentafle : apporta con quella occafionc xJM.Pter Vetlortqui 
nel fno Commento vn luogo di Cicerone, oue anch’egli, la morte glorio (amente 
hauuta in guerra celebra grandemente, con quelle parole. ■ _ 

In fuga faeda mors eft> in Vittoria gloriola.' ctenim Mars iplccx 
acicfortiflimum quemquefibioppignerat. 

Mq in vn'uerfale delle morti bonorate,bcn dijje il no Uro "Poeta, 

Vn bel morir tutta la vita honora . .... 

E d’vna morte così così , cioè di quella Guìfcardo , fu marauigliofo il mo- 
do, col quale da Gifmondo ne fece ragionare il Boccacio in quelle parole. 

Tu hai il tuo corjo fornito , e di tate, chtnte la fortuna tei concedette, tu / ’e 
fpac ciato ritenuto fe alla fine, alla qual ciof un corre,lafciate hai la miferia del 
mondo e le fatiche, e dal tuo nemico mede fimo quella fepoltura hai , che il tuo 

valore hà meritata . , 

(jMa tonando aU molta d'fcretlione e cautela del Meffo che venne à ‘To- 
nfati le : Certo che non così difereto ò cauto fù quello, il qual nella Gteruf ale- 
me liberata porrò nuova à Goffredo di molte infelicità inficine ,nel fine del Can 
to quinto; meffo così indiscreto che nonfolamcntc » 

Poluerofo anhelante invifla afflitto 
In atto d’huom , che altrui nouelle amare 
Porti, e moflri il dolore il fronte Scritto 

Si lafcia da tutti vedere, ma di più in preferita dimoiti , cesi amplifica le 
male nuoue, che , ,, _ . . 

D' una in vn’ altra lingua in vn momento . J U 

TSje trapala la fama , e fi diflende 
E il volgo de Soldati a’to fpauento, 

Hd della fame che vicina attende . 

Tfon così nell’Egloga del medefimo autore , oue Dafne u olendo narrare d 
Situ a la morte da/e creduta d’^dminta.con infinita difaetttone lofd ,clavd 
conducendo à poco d poco ò ponto, come fi infogna qua con euidenza , e con af- 
fetto. Ecco. 

Dafne. Ohimè tu viui. 

filtri non già. Sii. Che dici iti rincrefce 

Forft ch’io viua fta i (JMi odi tu tanio ? . n 

Daf. JUi piace di tua vita, ma mi duole . 

Dell'altrui morte: Sii. E di qualmorte intendi : 

Daf Della mirtei ’jtminta: Sil.ahi come èmort&ì r.-.^ : 

Daf. fi come non so dir, ne so dir anche 
Se iuer l'affetto , ma per certo il credo 
Sii. Che è ciò che tu mi dici i & à che rechi 
La cagion li fua morte i Daf. s fila tua morte. 

Sil.l non finte- do. Daf. La duranonella 
De la tua morte, . begli vdì , e credette 
Éartc Seconda. 


tttyxn 


aV/à ih: cli\ 


Y y J muri 


7 o 8 fi Predicatore del Pamgarola -> 

ìiaurà porto al mefchino il laccio o’I ferro , -, 

0 d'altra lofa tal , che l'baurà ocufo , 

Ed il Guerrmi anchora nella Scena z. dell'atto quinto introduce un Me/- 
fo, che con mo Ita euiden^a,& affitto à pocoà poco in filila ciò che è per di- 
re nell'animo di T diro, ma perche il dtjctrfo è un poco lunghetto , meglio fa- 
rà che nel luogo medefimo , altri louadaà r enei ere . Eiratanto tornando al 
medeftmo Tajfo, chi vuol uedere,oueegli tolfe di pefo quella maniera del fer 
uotche poita nuoua della morte del figlio alla Regina Tarijatide, leggalo nel- 
l'atto quinto d Uà Traged a fua, oue duucado un (amtriero dar nuoua alla 
J{egi"a de le morti ai Torrifmondo,e di ì\o[monda ambedue juoi figli, de' qua 
li ciajcuna baueua ammalata fe ftefia .* apunto interrogato anch'egli dalla 


Regina, 

Oue è la mia Ho (monda ì 

7^on rtfponde ha ucci fa fe me di firn a , ma dice. 

Oue ella uolje . , 0 « y 

£ pure feguitando la Regina è dicendo -j 

£ Torri /mondo i , v y,i , rt 

finche qui non dicchd dato morte àfefieffo: madia. , 0 - 

• • . • • • • • • ij-’, 

In quel rncdcfimo loco. 

Oue egli uuol. 


DISCORSO ECCLESIASTICO. 

E Così gloriofa cofa il morire ad huomini valorofi in guerra, che_j 
anche ài quelli i quali pertradimento da loro nemici vendono 
vccifì, non negano le fcritturc alcuna laude,: Conte occorfe nel 
cafo di Abner,nel ì. de Regi al $. 

11 quale fe benefù da Gioabbcinfidiofamcmc cauato di vita, ad ogni 
modo ne lo loda Dauidde grandemente con quelle parole, 

[Nequaquam vtmori folcnt ignaui,mortuus eftÀbner: Maiius tux li 
gata- non funt,&pcdcs rui non (untcompcdibus aggrauati: Sed fieni fo 
lentcadcrecoram filiis iriiquitatis ficcorruifti.] 

I)c! refto quanto alladifcretion?,che deuanonauer quelli, i quali dan 
no ò mandano nuoue in felici, principalmente in materia di morte ; di- 
fcreti al ficuro non furono anzi indifcrctiflìnii i figliuoli di Giacobbe , 
quando per far credere al padre la morte da loro tìnta di Giofcffo, con 
tanta rnfticirà gliela fecero fapcre,quanto che' 

T ulerunt tum cani cius,& in [anguille hadi,quem occidcrant.tmxcrunt, mitten- 
te i ,qui ferrent ad patrem, & dicercnt. Hanc inuenimui. Pide vti uni tunica fili / lui 
fit, an non. 

Onde non fu marauiglia fe dopò Iutiere il pouero vecchio detto , 

T unica filli mei cfl.fcra }rffima comedtt rum . 

Doucntò tanto incófolabile, che fe benei figliuoli fi congregarono à 
confolarloj.idogni modo dice il tcfto,chc egli, 

- t 'ìipluit 


Sopra la P artìcella CXX. 

Tjoluit confolationem accipere, fed alt , defecndam ad filmm marni tugcns min- 

^hEcrcto parimente ffi il meflb , che portò à Dauid la nuoua del!*, 
morte di Saul.e Gionatà dicendo fenza mitigamento alcuno. 

Fugit po pulus ex prillo, & multi corruentes expopido mortai Junt.Jtd or iota, 

tir tonata filmi aus incenerane. o. 

Che tu cagione di farc.chc Dauid ne moftrarte tanto rifenumcnto,& 
in particularc,chc della morte di Gionatà> fi rammaricali c con que c* c 

neridìme parole. .... r 

Dolco fupcr te frater mi lonatha , decoro nimts, & amalnlts fitper amoretti mu- 
ticrum: fieni matcr unicum amai fihum juum,ita ego te diligebam . 

Di quei due, che partiti dal campo vennero a dare la nuoua à Dauid 
della Vittoria hauuta dal Tuo Capitan Generale Ioab: mainfiemc : della 
morte del Ino tiglio Abfalon ; nel principio cialcuno di lorofudilcrejo 
perciochc ciafcùno cominciò à dare la buona nuona della Vittoria , di- 

SMue f\cx. Bcttcdifìus Domami Deus eius, qui conclufit I tornine s-.qui lenitici ut 
tttauus fum contro dommum menni Figcm- 

Et il fecondo. , . 

JBoWim apporto n untumi domine tr i I{ex: ludìcauit emiri bodieprote dominus, 

de m.viu omnìum,qui furrexer un t connate. 

Ma quado Dauid, come fece Panfatidc.cosi anch egli domando nuo- 
ua del.tìglio, 

Ffl ne pax pucro abfalon. .. - , n 

All'hora Achimaas tu difcretirtimo.e deliberando come il meno a 1 a 
ritatide.di non dare cosi in vn tratto il boccone amaro, dille, 

Fidi tumultuili magnimi, ami muterei loabfcruus tuus o Rex , meferuum titum 

^Ladoue tutto in contrario fcpraucncndo cofi indiferetirtimamen- 

te,e con tanto precipitio dille . . . r , 

Fiant peni Abfalon immiti domini nei Regis,& uinuerfi.qut conjurgunt adner 

^ Che non fù marauiglia. Ce il poucro Dauid quali inconfolabilmentc , 

piangendo cominciò à gridare. . 

Fili mi Abfdon,^t bftlon fili mi,quis mihìtribuat,utegomonar prò te : stbja- 

lon filimi- filimi ^ibjalon. - . 

La buona nuotia.che portarono le donne à gli A portoli i della refuret- 

riot)£ del Signore fc à poco à poco rhauclfc.ro data dicendo. 

Cosi ci c occorfo , fiamo andate & habbiamo trouato cosi , c cosi , 

Al ficuro haurebbe hauuta piàeuidenza, c più credulità, la douc per 
fouerchia allegrezza non dicendo Elleno altro fc non^ 

S aia uidimui Dommum. . 

on c marauiglia ( aggionta la grandezza della cofa)fei poueri Apo 
rtoli cosi fubiro, non alfentirono: d come anche à Tomafo non fu con 
molta cuidcnza data la nuoua da gli Apoftoli , quando quelle due paro- 
le fole gli dilfero , 

Che forti fc à poco à poco con cuidenza maggiore fc gli forte narrato 


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710 -l! Predicator del Pamgarola. 

il fatto occorfo otto giorni prima, egli tanta incrudeliti , Se oftinauone 
non haurebbc inoltrato : Ma delle nuouc , e del modo del douerlc dare 
fia detto affai : Quanto alla euidenza , che fi aqui Ila dicendo le cofe à 
poco à poco : Certa cofa è che quando il Signore in vn tratto diffe à- 
Marta, 

X-cfurget f ratcr luus. 

Ella non nc cauò la intelligenza della refurcttionc particulare: c che 
bavero dille , 

Stio quiorefurget in refur e Elione in notti [fimo die. 

La douc quando il Signore vuol dire la cofa à poco,à poco diede cui- 
denza anche ad vn mi derio mageiore,con quelle parole, 

[ Ego funi refurrcclio.iSc vita. Qui credit in me etiam fi mortuus fuc- 
nt,viuet:& omnis qui viuir,&: credit in ine , non iv.orictur in a-tcri.utìi. 
Credis hoc ? ] 

Ali-hora prontilfima Marta rifpofe . 

Ego credtdi quia tu es Clntflus fihus Dei uiui , qui in Iurte tr.undun ucnifii. 

Mcdefimaincnte in San Giouanni al 3. detta in vn tratto quella gran 
propofitione. 

'Hifi quis natus fieri t denno^non potè lì uidere fegnum Dei. 

Non Irebbe tanta euidenza predo à Nicodcmo ch'egli non diceilb 

Quornodo potè sì homo nofei cum fu fenex, ’bftnquid potè fi in uentrem moiri s 
fux iter uni introirc , &■ nafi i 

E nondimeno dettogli à poco à poco.miftcrij anche maggiori, hebbe 
ro euidenza tale.chccgli non hebbe ardimento di fare oppofitionc al- 
cuna. Si riduce à quello dire à poco ipoco vna figura da Latini chia- 
mara//dweff/onellaqualequello,chcindueparolc ( ad vn tratto detto 
noh moucrebbc.fpczzato in parte c detto à poco à poco fi grandillìmo 
effetto : Come per c (Tempio: non haurebbc San Gicronimo data molta 
euidenza à quella propolìtione,chc 

Heremi incommoda funi por u: perdendo. 

Se in vn tratto Phauell'c detta, oue partendola in più parti,i 5 c à poco i 
poco dicendola, fece grandidimo effetto in quello modo. 

[ Paupcrtaren^rimcs ? Scd beatos Chrillus patì per cs appellat.Labore 
tencris ? atncmoathleta fine (udore coronatur. De cibocogitas ? fed fi- 
«les-faincm non timer. Super nudam metuit humum ciccia iciunijs mé 
bra collidere ? fed dominus tectun iacct .Squallidi capitis horretincul 
ta Carfari es > fed caput tuum Chrillus ed. Infinita Eremi vallitas terret? 
fed tu paradifum mente deambula : Quoticfcumque illue cogitatone 
conlcenderis,totics in Eremo non eris : fobia fine balneis attrahitur cu 
tisjfcdqui inChrillo femel lotus eft.rton ili 1 necclTc eli ireruin lauarc , 
Se vt breuiter ad cundla audiat Apoflolum rcfpondentcm.Non funt,in- 
quit.condigna- p.alfioncs h.mis fa-culi ad fupcrucnturam gloriam, quse 
rcuelabitur in nobis. 1 

Simtlilììmo à quello di San Cipriano à Confclfori dannati al mct- 
tallo . 

[ Non ponctur in metallis lc< 5 lo,& culcitus corpus,fcd refrigerio, & 
folatio Cimiti fouetur : Humi iaccnt fclTa laboribus vifcera,fed p^na n6 
eli cu in Cn ri ito iaccrc: squallcnt fine balneis membra fitu,& forile de- 
forma, fed fpintualitcr incus abluitur quod foris carnalitcr fordidatur: 

Panis 


Digii 


Sopra la Particella C X XI. pii 

Panis illicexiguus: Ac non in pane folo viuichomo, fed in fcrmone Dei. 
veftisalgentibus deeft: fcd qui Chriftuininduit veftibusabundanter 
&culcus eft: Semitoni! capitiscapillushorrefcir,fed cum fir caput cum 
decimusqualccfique capili illud doceat nccclleeft, quod’ad domini no- 
men iniigne etl : Omnis ifta deformitas detcftabilis,& fa;da gcntilibus, 
quali fplcndorepcnfabitur. ] 

E fra noltri Italiani ancora molti cvarii eifempi fi potrcbbono addur 
rc,nc quali il dire le cofeìk poco à poco aggiongcrcbbc cuidenza gran- 
de : ma puicuidcnrec lacofa per fé mcdciima, che di più Inngo difcor* 
fo habbia bilbgno . 


PARTICELLA 

CENT ESIMA VENTESIMA PRIMA. 
• TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori . 



qjtur auttm & inde euidentia , cum dicunturea t qu<e confequuntur 
res . y e luti de rufìico bomine iter f oriente , quidam inquit , quoi 
longè audiebatur ftrepitus pedum ipfius accedenti ! , tanqu am 
non euntis tlliusjei quaft tellurtm pedibus verbcrantis . 


PARAFRASE. 



tanti calci. 


Alce euidenza ancora, oue narrando noi alcuna co- 
fa,qucllc di più referiamo, che Cogliono feguitarine 
< alcuna di loro .‘Come colui il quale ragionando 
d 'un contadino che caminaua; dille, che da lungi 
vn pezzo fi fentiu.i lo ftrepito, come fc egli non 
.Copra la terra caminalTe , ma alla terra !delTe_» 




n&tt * 1 

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COM- 


UV uil 


7 1 1 Jl Predicatore del PanigaroU 


COMMENTO. 



^tre quello quarto infegnamento quafi vna parte del primo, perche il dire 


le co (e che ad vn fatto con/tguono fi può dire che (fetta, & appartiene al- 
la ^termologìa ; Cioè alla efprejsa narratone di quel fatto : T uttauia ( come 
fi vede) 'Demetrio gli distingue . E la ragione della difìintionc crediamo noi , 
che fia, percioche nel primo infegnamento fi narrano ac u ratamente tutte le co 
(e, che occorcno, mentre l’attione fi fà, e nel 4 fi dicono anche quelle che fluita- 
no deppo il fatto: Come per c(fcmpio,chi diccjjc che U contadino calumando pa- 
reva che piflafie vue,qiufio farebbe acriuolog'a ; ma dicendo fi che dal camma- 
re di lui nafeeud , e feguiua vnoflrcpito, come fe egli baurfie dato de ' calci a Ila 
terra, quefio tiratamente parlando non è ^termologia, cioè narratone minuta 
di cofe che occorrono nel fatto, ma di cofe che lo confeguono . 

• E veramente fù galante il detto di qucSìo autore incerto , il quale d'ffe che 
lo fin pito del contadino caminantt , era come fe co’ calci egli bauejje battuta la 
terra. M.Vier lettori dice che filmili evidenza fù quella che vsò Dante, quan- 
do con bella ^ termologia battendo deferitta la paura, che batteva hauuta vn vii 
laro dubitando, che il verno tornaffe. 

Il villanella à cui la robba manca 

E quello che feguita, finalmente quello dice che alla paura fuole in fimili gen 
ti feguitare foggiongendo. 

Onde ei fi batte l’anca. 

Di quefta maniera , il Boccaccio pofftamo dire che con * termologia dtferifie * 
la laficgga di Calandrino doppo la fattionc del UMugnone , quando Bruno , e 
Buffalmacco lo fiottarono . 

Suinto (i anjanio à guifa d’httom laflo federfi, 

£ quello che ne feguiua, foggionfe con quelle pa role poro più giù , 

7{pn poteva raccogliere lo fpirito à formare intera la parola alla rifpofìa . 
7^el deftriuere vn e farcito che marchij, molte volte hanno gli fcrittonvfate 
^termologie belli ffìmt; Chefe tal'hera hanno aggiorno l’effetto della nub: di 
f olue, che vi Jtguita,come quando il Tafio,d J]e 
Tfoua nube di polue. Ecco vicina 

E fimili, tutto queSio,non al primo,ma à quefio quarto modo di generar e eui 
dtnza,conuienc che venga re ferito . 


N On ve cofa bella al mon ’o.che nelle fcritturc nofire non fia, e 
dalle fcritturc nofire non fia fiata canata : Ecco in Giofueal 
oue fi defcriuc come fi fermò il Giordane per lafciar pattare à 
piedi afeiurri l’arca del Signorc,c l’cficrcito intero d’Ifracllc.fe al fermar 



D IS C O RS O E CCLESIASTICO. 


ild’vn 


Sopra la Particella C X X / . 7 r J 

fi d'vn fiume fi poteuano dire due cofe che più ncccdariamentc feguifc 
fero di quefte dice: Ciò fono : Che dal vado insù le acque s’ingroltadeT 
ro,e fi facedcro quali monte,c dal guado in giù leaegue correderò al ma 
re c lafciadcro l’aluco afeiutto : E tutte due quefte cofe, che bifogna che 
feguitino al fermarli d’vn fiume,di-e la fcrittura con quelle parole , 
Stctcrunt aqux difendente! in loco vno,& ad injlar montii mtumefentes appa- 
rcbanl procul ab urbe, qug uocatur Edem ufquc ad locum Lari bari , qux autem infe- 
riorcs crani iti mare folitudinis ( quod nuuc uocatur .mortuum ) dtfeenderunt ufque- 
quo omninodeficereut. 

Che fc vn mare chi nomhà feorfa Come il fiume in vna parte fi fecca, 
qual cola tanto nccedariamcntc feguc , quanto che di quà e di là reftino 
Tonde altidime.c chel’afciutto rcfti coaie invaile Et ecco la fcrittura, 
che quando fi fecca il mar Rodò, oltre il rimanente della Acriuologia di 
ce anche quello che feguc , 

Eroi c ni iti aqua quafi murus à dextra curuum & Uuia, 

Vn’altra cofa legue.ouc vn mare fi fecchi,chc per forza i monti c i col 
li, che fono fotto Tacque, calado Tacque, pare che (aitino fuori,come arie 
ti,ò agnelli. Et ecco Dauid come lo dille bene, 

M onta cxultauer uni, cioè exilierunt fuut anela, & colla fu ut agni oainm . 

In unaCittà , che abrufci.niunacofa più nccclTaiiamcntcfcgue, cho 
grandifiima quantità di fumo . 

E la fcrittura ouc deferiue l'incendio della Città di Naine Giudici al- 
l’ottauo, fra Tal tre cofe dice, che guardandoli in dietro gli huomini di 
lcich’erano vfeiti à fcaramucciare con Giofuc, 
y idem a! fu mu n urbis ai Cxlum ufi ue con fender e . 

Et i Gabaoniti per dare euidenfca alla loro menzogna, Se per far crede 
dercà gli Ifraeliti chc/oftero huomini di lontaniftìmo paefe , e clic per 
difficili viaggi fodero uenuti à ritreuarli , tutte quelle cofe moftrarono 
chea longone màlàgcuolc camino fono lolite di fcguitarc: onde dicela 
fcrittura t in Giofuc al nono che malitiofamente au dando, 

[ Tule'runt (ibi cibaria faccos vctcrcs annis imponcntes,& vtres vina- 
rios /eidos atquóconlutos , calceaitìentaq; per antiqua, qua: ad indicium 
vetiiftatis pitacijs confuta erant : induti veteribus veltimentis : panes 
quoque quos portabant ob viaticum duri erant , Se in fruftra com- 
minuti . 

Gregorio Nazianzcno dopo la Acriuologia ftupenda,ch’cgli fa d’vna 
donnalifciata , che ò rida fmafccllatamente , ò pianga, c fi bagni il uolto 
di lagri me,ò in altra maniera, guaiti la lifciatura,aggionge fubito quello 
che ne feguc. Cioè che 

Cena qux prius gratiflìmo quodam nitore prpdita crat , repente non fine magno 
hi minuTiriJ'u bicolor,ftbxtrx,marmorea,nigrx,minioque lincia apporci. 

Che fe à ragione di quello me de finto ornamento vogliamo mettere 
que’ luoghi oue i Padri antichi hanno con molta eloquenza deferirti gli 
effetti che ad alcuna padione dell’animo fogliano fcguitarc , quale acri- 
uologia farà più compita anche delle cofe confeguenti , di quella che fa 
San Cipriano dello inuidiofo, quando dice, oue vno habbia inuidia^, 
feguono, 

[Hincvultus minax, toruu.s afpedlus, pallorin facie, in labijs tremor, 
ftridetin dentibus verbarabida clfrenata.Conuicia manus ad c.rdis vio- 

Jentiam 


7 1 4 // Predicatore del PanigaroU 

Jentiam promptar ctiam fi gladio interim vacu£,odio ramen furiof^ mtn 
tis armata:, ] 

Che noi procuriamo d’imitare vna volra, quando deferiuendo rn 
vbriaco dicemmo, 

Brutto (porco & borrendo fpcttacolo c quello di uederc ebro vn’huo 
ilio: O miteria: Giace colàpel fango, òfiede nella poluc, ò corre àguifa 
di baccante, òcamina con irrcgii!ariffimomoro,vn’lniomo pure, eragio 
ncuole, ma con cofi fopita la ragione dal vino , che più ragioneuolc è in 
quel punto qual fi voglia animale irragioncuole : Qua inciampa: colàca 
de:ln un canto vrta: nell'altro percuote: da vna banefa gli cadde la vcftc: 
dall’altra fi (corda il manto: col corpo vacilla : col capo tituba: co’ piedi 
cefpita: con la lingua balbetta: ardenti ha le guance: fcompigliatc i cape 
gli: fpumofa la bocca, (porche le nari: bit-echi gli occh : nelle parole pa- 
rila: obliquità: nel palio errore: nel capo vertigine: nello fiomaco nau- 
(ea : Os habet & non toquìtnr,oculos habel & non uidet , huomo ma peggio af- 
fai chebellia,euiuo mà peggio affai che morto 

Nelle quali parole comeche l’acriuologia anche ftrettamcntc prefa 
vi fiamanife(ti(fima,molrecofe nondimcnoti fono ancora, che all’inlc- 
gnamento di quella particella poffono fcruite. 


PARTICELLA 

CENTHS1MAVENTEC1MASECONDA 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 



Voi autem Vlato de Hippocrate inquit , tu adhuc nox tfiet, quod 
erubui/iet'iamen'm apparebat lux, xt color a/pici potucrit, 
quin euidentiffimum (ìt,ncmo inficia: iter-, eui dentea autem nutx 
eft ex cura, qux adbibita tfl in ea or at ione ,&cx co quod recor- 
datus c/l noBu ad/e vcnijjc Hippocratem. 


parafrase. 


jVidentiflìmo ancora fù quel modo di diredi Platone nel 
■Protagora , quando hauendo egli detto che di notte era 
venuto Hippocrate à trouar Socrate, &Q iui àpoco fog- 

„ _ giongendo,che per alcune parole dettegli , vidi Socrate 

che Hippocrate arrofsl, con molta cuidenza leua lo fcropulo che nc 

• potcua 



Digitizi 


Sopra la Particella C X XII, 71 j 
poteua nafcere neiram.no del icrtore,e dice 

lam enint aurora p aulì f per illuxerat , quo vultus eius patere habitus 
poterai ; 

Perciochegià tanto di lume daua l’aurora , che diftingucrli i colo 
ri nel uolto di lui facilmente poteuano , 

Ouefi vedctchcl’euidenzaè nata daH’elTerlì l’autore ricordato 
d’hauer detto,chedi notte era ucnutoHippocrate, cdaH’haucre pe 
rò leuata la difficoltà che potea nafcere, come dunque a tal tempo li 
fcorgelTe il ro libre nel uolto di lui . 

COMMENTO. 

V Sa cofa Demetrio qui, che egli per ["ordinario non è accomunato <Tv fa- 
re, polche otte altroue prima ci dà la rcgola,e poi l’eflempio: qui dall’e f- 
fempio comincia, ‘e poi ne catta l in fegn amento : E noi crediamo che egli lo fac- 
cia perche l’cjlcmpio è tanto chiaro in fe , che ciafcuno qua fi per fe mede fimo ne 
può catare la regula : E veramente è beWjfima q:i:(ìa quarta maniera di eui- 
den t^a , quando riccor dando fi altri di hauere detta cofa che pojja mettere ferg- 
polo nell'animo di chi fonte, fubito da fe fleffò ne leua la difficoltà , e rimedia al- 
t inco /mentente: An^i occorre tal' bora che altri fàla piaga à bello jludio per 
bavere ai adoperare il Cauterio ; Cioè in prova dice alcuna cofa, che pofia par- 
torire di fficult ì , per moHrare velocità d' ingegno nell'ejfene fubito aiedutto, 
e finezza di giuditioinellhauere opportunamente rimediato. 

.Il luogo disiatone ènei Dialogo da lui chiamato Trotagoras, oue Socra- 
te dice , 

Superiori nofte ante lucis exortum Hippocrates ad me venit &c. 

Dice vn poco più baffo, 

Valde adhuc profonda nox, fed eamus ad aulam vbi deambulai- 
mus quoad aurora lucefcat , 

Et m quello p ■ ffeggiamento dice che . 

Hi.ipocratcs erubuit. 

Il che può dare molta difficultà , come veieffe Socrate à queWhora il rofiore 
i’Hmoocrate,e però con euidenga gentili (fimi fggionge fubito Vintone quel- 
lo che licita ogni fcropu lo , 

lam cni.uaurora paulifper illuxerat, quo vultus eius patere habi- 
tus pocerat , 

Oj dio ne' principio lei libro nono ielle met amor forfè', fà dire al fiume Ca- 
lidario, che egli deputando con Hercole,hmeu 1 detto che non era ragione, che 
Hercote buomo [empiite non cede (le à lui , onde ootenio nafcere fcrupolo come 
HcrcoU fofìe hu mo (triplice: Ecco J libito aggiunta lacuidenga , 

Noaduiu eraullcDcu». 


U 


7 1 6 . ' Il Tr educatore del PanigaroU 

llmetfefimo oue fà,che Bibhde ferma al franalo ifuot federati penfierì,le 
fà bagnare la cera della lettera per figli lare con le lagrime. ‘Diche potendo 
nafet re Jcrupolo, come non lo fece ella, come fi acofiuma col filmo . Ecco la cui- 
dinza~t , 

Quam tinxit lachry mis, lingua dcfccera t humori 
< E quella ificjja cuti en za è quella, la quale fi v[a,qua*do nominando noi una 
perfona ò cofa col nome proprio, ma non /apulo da quelli che a follano, aggiùn- 
giamo f ubilo tale eflere il nome d- quella ò perfona ò cofa, di cui noi trattiamo : 
come oue Cicerone nell'oratore dice , 

Cumambulandi caufain Lycamm veniflemus. 

Ecco l’euiden^a 

Nannd fupcriorigymnafionomcncft 
E come dice il Ta/fo nel prologo dell'Egloga 
T^e la piaga di Siluia fi a minore , 

Che queflo è il nome dell'ut Ipcflre T^in fa . 

E come il 'Boccaccio in molti luoghi Cìionna tale ( dice ) che cofi era il no- 
me della donna 

E tutti gli altri : l'atrio fio vsò famigliarne euidenza, quando facendo leg- 
gere da Orlando alcune eofe ferine per mano di UHedoro , fi auide dello fero - 
pulo chepoteua nafeere perla diuerfità delle lingue, e rimediò /ubilo dicendo. 
Era fritto in rabico, che il Conte 
(oft bene intenda come latino. 

Quel mede fimo, thè fece il Boccaccio in M. Tettilo , poiché rimediando allo 
fr opulo chepotta nafu re, come il Saladino mtendefieilnofiro Idioma, di/Je, 

1/ Saladino e compagni e familiari tutti faptuauo latino -.perche molto bene 
intendemmo, & erano intefi. 

Di Virgilio moflrammo vn' altra euidenza di /opra noiad vn' altro propofi- 
t o, quando egl diffe. • 

Ad c*Juui tendens ardentia;Lumina fruftra lumina, nam teneras 
arcebant vincula palmas 

cJW a da Cte fia neU’e/Jempiothe allegò poco prima Demetrio, fine può et - 
uare vn’ altra, oue hauendo egli ditto, 

Stiyaglius quidam vir Mcdus,femina lauda ex equo deiefta . 

Peri he può nascere frupolo come vna f emina fo/fe quiui à cauallo fagrion- 
ge fubito. 

Pugnane enim faemin* apud Sacras, vt Amazones . 

-dii e/Jempio di "Platone allegato qud,oue dice che il roflore fi vide nel vol- 
to 4 Hip poetato per e/jere pafiata la notte, ri fponde certo molto bene, ma d * . 
contrario fintimi nto quello del Boctaci io , oue dice thè non fi potè vedere vn 
roliorc di volto.per efiere faprauenuta la notte con quelle parole nel fine della 
quarta giornata, 

Più dichiarato l’baurt bbel'afpetto di tal donna nella dauza era fi le tene- 
bre della faprauenuta notti, il ro fiore nel t ifa Hi Leo venuto nò bauefie nafiofa. 

Cofi 




Sopra U Particella C X X II, 7 1 7 

Co fi hauefse egli hauto il mede fimo aueriimcnto à proportione nella notici- ' 
la dtli’Andreuola e Galeotto t ouc certo vn proco di Euidtnza pare ànoi che fa 
tebbe Hata necefsaria : Egli dice che ^indreucla pregata da (falliotto , 

La fcguente notte nel fùo giardino il r, cenci te. 

Et anche b: fognava che fofse grande bora di notte , perche della f miglia di 
lei ciaf: uno fi fofse ito à colocare , & ej sa fictir amente fofse potuta andare à 
ritenere nel giardino l’amante : Oltre che doppo alcuni podi: accidenti che non 
polena portare lo fpatio di molte borc,efia medefima difse. 

Egli non andrà guari di tempo che giorno fta, 

Si che (jtiando Galliotto arriuò con lagiouane nel giardino era , per farlxj 
bifogna dre,& il medefimo 'Boccaccio lo conclude che fatto notte era ; E pure 
egli flcfso foggionge fubito ,cho infieme, 

estolte rofe bianche e vermìglie colfero percioche la /lattone era. 

Che in vero buon occhio bi fogni che bauefsero à distinguere di mega notte 
fra rofe bianche e vermiglie fe già non vagi amo dire, che colfero molte rofe, le 
quali in (e sìeff e, bianche e vermiglie eran ,fe bene effi di che colore fofiero non 
potevano co fi all’ bora feorgere. Èt anche quà l’andare trouindo i gambi delle 
rofe di notte , non dovette e fiere fenza pericolo di punger fi alcun ditto : oltre tbe 
più bafso dice che nel medefimo tempo l’^tnireuota à Galliotto, 

Spejse volte riguardava in volto, 

Ver veder fenga dubbio fe mutatia colore, E pure e notte era-, e l’alba non 
era vicina à vn pegzo,& altro rimedio nonfà apportato allo fcropulo, fe non 
che bifogna imaginar fi che quella notte da chianffimo fplendore di luna fofse 
illuminai j j E che quello non fi fin curato di dire il Boccaccio , Come cofa la-$ 
quale dalle altre dette da lui,necefsa r iamente fi racogliepa.Tanto più che non 
èfempre a tiretto ad vfare le medefime bellezze vno fcrittorc,ma tat’bora alla 
Evidenza vuole che fi vegga ch'egli attenda , e talhoracon iSìudio Maggiore 
all’ ef ter brtuc. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

D I quella medefima natura di Euidcnza, che confitte nel leiure 
gl i fcropuli.che potrebbono nafcerc à chi lcggc,ò fcntc,fe ne tro 
uano efsempi fenza fine ne’ Dottori e Lacinie Italiani, fe bene 
noi di vn folo per ciafcuna delle due linguecicontcnrcrcmojcome di co 
fa che non ci pare più necefsariache tanto. San Gicrommo nella vita di 
Santo Hilarionc haucua già dettoi molti ttratij che faceua del filo pio 
prio Corpo quellaenedetto Santo:E quanto egli fofse nemico ,'non che 
delle deli eie, ma delle commodicà,c per poco ch’io non dilli delle necefi- 
fitàiftefsc . Laonde hauendopoco più bafso à dire. Come il medefimo 
Santo per andare à non sò che luogo afsai vicino l’afinello fi fece condu 
re per caualcarlo,entròin penfiero che à leggitori potcfsc nafcerc fuco- 
puio,e potefsero dubiure,Come yn fi grande difpreggiatorc di commo 

• - ' ‘ " diti. 


Digitizec 


7 1 8 il Predicatore del PanigaroL 

dirà, per fi poco fpatio di llrada , non à piedi , ma portato volefse fare il 
fuo camino. 

E però doppohaucr detto, ; 

Quadam die profictfct flatuit,& addurlo afelio, 

Subito lcua lo fcrupolo, < 

7 (ims qmppc cxefus ieiuniji uix progredì potei at. 

E moftra che per mera impombilità,iì faceuaj quello, efsendo egli dal 
la longhezza Se aufteritàde* digiuni c(lcnuato& affiacchito in, modo, 
clic à piedi non era pofiìbilecheper alcuna maniera caminafse: Il Padre 
Pafsauanri , doppo haucre in vn lungo detto clic la feienza della facra 
Tenitura, ogni vnola dcuc'hauerc, fi ricorda Tubilo che quella propo- 
fitione non è ficura , c la mitiga leuando lo (crupolo in qui Ilo modo, 
Non pure i macfiri,é i predicatori clic hanno ad ammaellrarc, Se inlc 
gnarc ad altrui debbono iludiar d’haucr la feienza della Diurna fcrittu- 
ra,ma eriandio gli altri. 

Et ecco il mitigamento, 

Ciafcuno fecondo la conditione Tua, 

Ma ve di più che nella fcrittura med clima gli Euangelifti iftefsi han- 
no hauuto ciucilo penfiero di fare Eludenti alcuni luoghi , col leuarc le 
diftìcultàjchcpotefscrocfsercnatc . ComeinSau Giouanni al quarto 
Oue hauendo detto Ja donna Samaritana al fignore, 

Quomodo tu ladani cum fu, bibeieà me petti ,qua jum n.ulicr Samaritana ? 
Viene peficro aH’EuaDgelilla, che altri non intendente dc’coftumi di 
que' paefi pofsa marauigliarfi delle parole della donna: E fubito leua lo 
fcrupolo dicendo, 

T{on enim coutwitur Iudai Samaritani s, 

Medcfimamente oue Cai fnfso dice, 

Expedit ut unu c homo mortai ur per populo , 

Accufa San Giouani che ad altri troppo fauia c troppo mifleriofa può 
parere quella rifpolla d’un huomo federato: E però leua fubito la diflì- 
cultàcdicc. 

Hoc autem à fcmctipfo non dixitftd cum ejjet Tontife* anni illius, prophetauit. 
Vn’altra volta il medefimo Sau Giouanni hauendo detto chciGiu- 
dei non volcuano che, 

Rpnanerent in truce torpora faabbato, 

Pcnfa fc quello pcrauentura à forellieri daua qualche fcrupolo Se ag- 
giunge,- 

E rat cnim magnui dies ille Sabbati. 

Occorc anche bene fpefso, come tutti quattro gli Euangelille fono 
vnEuangelo folo,che lo fcrupolo che può nafcerc in vn Euangclifla,coti 
marauigliolà Euidcnza loleu.i l*altro:E per cfsépiochc ne daremo tan- 
to ri piace più , quanto che conuienc nel foggetto con quello di Plato- 
nc allegato da Demetrio in quella particella: Ragiona nel Capitolo ai. 
San Giouanni delle donne, che vanno al fcpolcro del Signor e dice, 

Vna autem Sabbati Marza Maddalena uemt mane, cum abbuc tenebra eflent ad 
monurnentum & mdtllapidem futtatum* monumento, 

Cofachc può mettere fcrupolo incili legge Percioche fradbuc tenebrf 
tremi dirà chi chi fia,in quald maniera uiduUptd m fubtamm. 

E però vn altro Euangclifta ita Cioè Marco al 16. leua lo fcrnpolo.mo 

Arando 


Sovra la Particella C XXII 1. 7 1 9 

Arando chele bene li leuarono.che erano le tenebre-ancora, nondimeno 

prima-che haucfscropndelucpccparationid’yhguenti & altre cofe ne- 

E prima che hauefsero finito il loro viagggio, tanto tempo fi interpo- 

fe.che già era chiaro, & al mancamento arriualono, i 

Orto uni fole, , . .. . . 

Che più ) alle volte prcuienc la Icnttura , e non (blamente nato che e 
lo fcrupolo lo leua , ma àuilan do che egli fià per pdtcr nàlcerc, alcune 
cofe vn pezzo prima dice,chc pofsono parcrc^fuori di propofito:E pure 
oue quella cofa li dirà che gencrarcbbe la di(hcultà,io vedo che l’altra 
fù propofta per leuarla:Comc per effempio nel terzo capitolo deludi- 
ci pare lenza proposito alcuno,che la fenttura parlando di Aod dica 
che egli, . 

y trdouenhmu vrodcxtern utebatwr • 

E nondimeno , fe non hauefse detto qucfto molta, difficultà na- 
icercbbc più balio, e non parerebbe da credere che quandocgli vol- 
le ferire col pugnale Eglonne tiranno , lo faeelse con la finiftra_>, 

[ExtendirAod finiftram manum ,&,tulit ficam dcdextcro femore 
fuointìxitquecam in ventre cius. 

Che fe altri dirà: 

Ma e che rilcuaua anche qucfto , che noi hauelfimo à lapcre , che egli 
con la finiftra mano l’hauefsc ferito ? 

Ridondiamo, clic non v’c mi nuda fi picciola nelle fentturo , 
che non rilevi molto per gli 'rtiifterij il faperla: 

Ma di più anche letteralmente, quali moftra TAftutia di Aod, 
che pofe il pugnale à quella parte , oue Eglon non douettc ragio- 
ncuolmcnre dubitare che egli fofse: 

E di quella mano fi fcrui per ferirlo, alla quale il fofpettofo Tiran- 
no, non doucttehauer l’occhio, non potendo egli con ragione dubi- 
tare, che da altra mano, che dalla delira, venifseroi colpi dichiuolcl- 
fe offenderlo. 

E tanto balli di qucfto incidentemente. 




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Parte Secondi, 


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PARTICELLA 

CENTESSiMAVENTESlMATERZA. 
TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier V ettori . 


Sftiheseutm foni fatiidm tff cìt , reluti illud KoVtif 
J' « 5*ifa?nó n«w« f ir*rta,*Ànarta : mutatiti ei Hn e/i 
Spillate /itti ir,£Qkalitatcmillam : ormus autrmimua- 
tto euidcns quiddam iti fe babet • Et /afta uttqnc tornirla 
culi enùam gì^nutt, quia initationc fidata junt , qutm- 
— ■ , . grmodum illùdi*'*™'***. Si aulir), wimrit dtxi/jct, nc- 

que imit Jtus ejjtt bbmttt canes , ncque tuidcntta rila illic cn titifjtl^tr illui 
T}«>'*T>f< Ti'Vtique ad pofttum illi A**’WT»r J adì ui tuìdcntwumttddit oratio- 
ntm.C deeuidentia quidcm,vt crafio modo dicerc licuit tot. 



PARA FRASE. 

\ gratiofo modo di euidenza c quello, che noi pro- 
duciamo imitandoquanto polliamo col tuono delle 
voci la natura delle anioni ò cele, che diciamo ‘ co- 
me farebbe narrando cole afpre con afpro tuono, in 
quella maniera, che Homero parlàdo de’ compagni 
d’Vlilfe preti da Polifemo pc’ piedi, eco’ mifcn capi 
percoli in terra di fle. 

ks WTI ri' ì>xi?o Ktt. 

Stridono ie ccruella. 

E ragiona odo d’un viaggio fcabrolb.cdifugualcdifle, 

Tloryeè S' diana, Karrna. ^ 

Ogni cola sii e giù. 

Ouc la inequalita del fuono rifponde marauigliofamcnte alla di 
fugualianza della ftrada : c di qui viene , f perche Tempre la imita- 
tione dà euidenza ) che i nomi formati di nuouo , come quelli che 
per imitare uengono fabncati, Tempre fono cuidentiflimi ,comc il 

Aavrarrte. 

Di Ho mero detto del Lambire de ’ lupi,chc fc có la voce ordina 
ria virem t , folle flato detto, muua euidenza haurebbe hauuto;anzi 
l’hauere aggiorno in quel luogo, la parola rA»«r»n , che ad alcuno 
* zZ d può 



Dii 


Sopra la Particella CX XIII» 711 

può parere fupcrtlua, acrefce grandemente l’cuidenza , della qua le 
cuidenza balli, cièche così alla grolla habbiamo fino adhora ra- 
gionato . 1 

COMMENTO. 

I l f e Ho, ir Tritino amiefiramento è quello intorno alTeuidenga : il quale 
fe bene ncn ragiona fenon deldoutrc imitarecon apprezza difuono le co- 
fe a fon- fi bd nondimeno da intendere più r niuerfalmtnte di ogni prò porr io. 
nata, ehm fatta imitai ione . E vuol dire in frmma,che fe bene per cfitrcliia 
ri ba fiacche adoperiamo voci le quali figmfìcbinolacofa che vogliamo dire, 
nondimeno all’ bora faremodi più anche cuidentc eia metteremo innanzi à 
oli occhi, quando le voci nonfolo fignifiebermno col Pentimento-, tua famiglie- 
ranno anche col fanno alla cofa ifiefda. Come il cidert de vn bue vccifo non po- 
lo fit fignifìcato.ma famigliato dal prerctpitio di qutflo vtrfo cadente . 
Frocumbit hunubas. 

E gii habbiamo Ioniamente trattato di (opra ne'.tf particella trente fi- 
mo come pofja trottare 1‘ a fprex^.ò in eia fami delle parole ai via ad vna 
ò nella Bruttura, che tengono fra fe medefme: otte anche Demetrio diede mol 
ta lode à Tucidide, che non foto per efìere magnifico in certi luoghi faceua le 
compofitioni afpre,come in quello. . . 

E certo l’anno per quanto appartiene agli altri morbi affai fanofu. 

Olla vfando le parole ancora della meieftma afpre^a più volontari di- 
ccua,fìridore,che grido, fptxzito, che rottocfimili. Virgilio e tìoratio,lò di 
cemmo vn altra volta , che parlando ambe due di cofa tanto p’cciola quanto 
i vn topo,ambedue pure per imitare col fuono finirono i verfi in mcnofìillabe 
quello dicendo. 

Sxpà exiguus mus. , , . 

Sub tcrris poluitque domos,atque horrea tecit. 

E qutflo . 

Parturient montes,nafcctur ridiculus mus. 

Senofonte per imitare la pitciol<xza del fiume T cleboa non follmente 
vsò due membri picciolffimi , ma aajcuno di loro finì con monoflillabo , 
dicendo ■ ^ 

evTot Sinruukàt (*ir,(At?«f tu. . . 5 

Che noi come potemo il meglio fcruando 1 mmofUllabi traducemmo, di- 
cendo. 

Belloin vero sì, ma grande nò. ... 

Se bene à dire il vero non feruono i monoflillabi per imitare folamnte pie - 
ciole^za, ma molte volte rigore, Qr* comt - 

Prasruptus aqua; mons» 

■ Auerfa Deaemcns. n- • 

• - 7 z a Uitit • 


7 li • y I Predicatore del PamgaroU 

l3ixi toccano nox- 

* £ quel luogobclli/fimo,«ue olirà vnx infin ti dialtreafpie\ze,fi vft an- 
che quella dii monosillabo in fine dicen doji, 

Manet impcrterritus ìlle. 

Hoftem magnammum oppenens,& moleiua fiat. 

eJMa noi quelle co/è meieftme halli mo già dette di Jcpra nella particel 
la 30, oue habbiamo anche adddoiti efjtmpi di Virgilio ,di Cicerone, del Te- 
trarca, e del Boccaccio, ne' quali eglino con l’afpregja del di e hanno arttfi ■ 
ciò lamini e tmra'tla grandezza ò afpregga de" /oggetti : Habbiamo di più 
nella particella 60. moflrato come col fuont non del a oratone , ma delle voci 
prefe per fe medefime : fi fta fatto lo fiefio : e nella panie- Ila 5 6. habbiamo 
mo tirato come i nomi fatti di nuouo , ferii ano Mimitarione : e quitti babbia- 
mo mfino dichiarato il medcftmo effempio hi Homero nella parola u« 

Ai-rtorrtf. 

(^be -daucc qui Demetrio , 

In modo che non potendo noi dire cofa quà,la quale da noifieffi non fia fla- 
to di J opra abondantemente trattata , non ajjaticbaremo fuori di propofito il 
leggitore, ma lo rimetteremo alle dette particelle 30,56. eòo. i^juert iremo 
fclamente »» que fio luogo, che bcll ffima fù la imitatione del Petrarca, quan- 
do per dejcriuerela fretta della vecchiarei la pdegrina,doppo bauer detto . 

Raddoppiati pafio. 

Raddoppiò ai, ch’egli la parola p'ù e diffe , . 

E più , e più s'affretta. 

Che in vero fù vn metterla innanzi à gli occhi, e farcela vedere à carni na- 
te. -Alcuni dicono che arte di luifù ancora, m vna materia afpra,& acerba il 
dir: più to lo per evidenza, difoitto, che dijoitto. 

Per isfjgare il f no acerbo difpiito. 

Tuttavia n >1 di que lo ci rimettiamo à chi sà più di noi : il Boccaccio certo 
in Cimone per q ,anto fi vede in tutti i tefli migliori, vtò nfpitto in vece di ri - 
/ petti • 

£ tenga troppo rif oitto prende e alla rifpofìi difie . 

però crediamo che quivi fofie quello vjato per dare euidenga,e per aue 
tura non fign.ficx la voce nfpitto in quel luogo, ciò che molti peufanotMa que 
fio non ì à nvfiro propofito. 

! DISCORSO ECCLESIASTICO* 

D E gli ftrcpitofì ragionamenti, clic Cogliono generare magnificen- 
za, parlammo con eirempi Ecclcfiaìtici nel difeorfo 30. c fra gli 
akri allcuammo della fcrirtura que* Verfctti del Salino 
Moabcr -AgarentGebal, & -Ammon & -A mdcc Torte principe* corum filetti 
Ortb,& Zeb,& Zebee,& Salmana. 

E da San Gicrommo,c da altri Padri Latini & Italiani altri cficmpiacL 

du- 


SopraU'Pàrticelìa CXXÌV. 

du«mmo,oue Tempre la afprczza è (lata quafi madre della magnificer\ 
za.Habbiamo ancora pure con Ecclcfiaftici elfempi, ne’ difcorli fo. e 
6 o. parlato della imicarione che fi fa al Tuono delle parole , o di nuouo 
fatte, òaltre:Comc fece Paulo Emilfeno Vefcouo, quando predicando in 
AlefTandria nella Chiefa di Cirillo prefente Cirillo medefimo , iMJuale 
doppo lui haueua da predicare anch’egli, c valendoli in laude di Cirillo 
della metafora della tromba,Epiteto unto foaue,e tanto imitante le die 
de che in Latino rinrerprete meglio non hà potuto cfprimerlo che coi» 
lai parola ma£iiiloqw.n(U/iiuam , E le parole tutte lono quelle, 

Quomain yatuniei twjtram tuli fks baibunem,expefi afe patri t uejlrifipientiam. 
udijtis taùrnu/n p.ifìoudem: ^indiati tubum magmloqucntiflìmam. 

Al quale propolixo* pojci\c tutte le cofc che ragioniamo di predica 
fanno per noi) li ptu>c:ttiare,èhc non (ólo non è nuouacofa, ma è Ecclc- 
fiall ico coltumc aiitichilTìino,chc palfando vn V efeouo per la Chiefa del 
l’altro, qui uj iia militato^ predicare, e prediche : Et il proprio Vclcouo 
hora fenu l’hofpile ,’À: hor.T-ih prefenza di lui anche egli faccia Tuoi ra- 
gionarti entr.Nel le Con Ili tu noni Apoftolichc rauolte da Clemente Ro- 
mano al libro fecondo al Capitolo 6i.fi dice così: 

[SiLpifcopusabalioEpifcopatuvcnerit, rogabis cum oEpifcopcvt 
fcrmones h.tbeat ad populum tuum,ad doccndum accotnodatos premit 
ras)ei etiam Euchariluam offerte, &cogeseum,&vtvelpopulo bc^ 
nedicat.] ... S 

Nel Concaio Carragipéfe quarto al Canone 35. fu decretato in que- 
ftimanjera * . . 

[Epifcopijfi ad alteriti*; Epifcopi Ecclcliam uenerintin gradu fuo 
fufeipiantur ,dc tam ad Vcrbuin faciendum,quàmad oblationcm con- 
fcruandaminuitentur.] 

Gregorio NilTcno fenuendo à Flauiano , fi lamenta che efiendo nato 
hofpite iucafa di ElladioCcfarenfe, nonglihauriVe EUadio fatte que- 
ftc forti diinuiti , Cioè à predicatore , à dir niella c con quella occalio- 
neàdarclabanraEuchariftiaal popolo, & à benedirlo? Eufebio nel j. 
della hiftoria al Capitolo indice che offici; tale con foprabondante Im- 
manità fece infino Aniceto Papa inuerfo Policarpo Vfcouo di Smirna, 
quando ei venne à Roma. Santo Ambrogio nel fcrmonc 48. quali line a 
mezo fi diffonde à lodare vn Vc(ccuo,chc il giorno auanti, haueua à fue 
preghiere predicato à Mi|ano & era ancor prefente , 

[jdc(lcrna die fatisaccepilfe credo vos fratres dilecli , tra&aubus do- 
. mim,& ffatris noftri prafentis Epifcopi,qui tanta facundia res DiuinaS 
difscruìt,vt predicano eius piena fuerit facerdotij gratia , oratoris clo- 
qucntia.inmtutione dodlons,] 

E quello che feguità : E nelle homilie di Cirillo Aleirandnno.vedia- 
mo che la fettiina c la ottnua'fono di Paolo Vcfcouo Emifi'cno , il quale 
ii\Ale(Tandria,coiT)e habbiamo detto alla prefenza di Cirillo predicò 
due volictE la nona è di Cirillo,clic alla prefenza del fuo hofpite tagio- 
nò.Si civiche il predicare vn Vcfcouo nella Chiefa di vn altro inuiiato 
dà lui fia Eéclefi illico coftume antichillìmo, di quello non vi è dubbio: 
Coli piacetle à Oio,chc continualle à giorni noftripiù che non fa la Ec- 
clefialtica vfaiiZa,m'> fc io non predico nella mia Chiefa, come ardirà 
Parte Seconda . Z* 3 va 


7*4 Jl*Trt fatimi iplfdtfamU 

vn Vcfcouo di inuitarmi à predicare nella fua : £ fé io non fono atto à 
predicare ne alla mia Chiefa,oc alle al tre, come non haurò vergogna io 
meddìmo ad inuitare altri che faccia quello, che dourei fare io,cnon 
faccio i 

Ma tutto quello iia detto incidentemente,& in paflfando . 

PAR T1CELLA 

CENTES1MAVENTESIMAQVAR.TA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

D perfuadendum autem aptum in duobut mane t, in eo qaod pla- 
num eli , & in eo quod xjitatum ■ o'fiu um enim & extra ton- 
Juetudinem, alicnurn eflà ptrfuadtndo . Verba igitur ncque 
cximia'ntque enfiata fedar io oportet in genere dicendt proba- 
bili , c r eodem pado compoptionem flabilem , & rubli habentem numero • 
[um . 

PARAFRASE- 

A perfuadenza finalmente e probabilità che voglia 
ino dire, in due cofe principalmente con fide ; Ciò 
lono,che nclnoftro ragionare non lìamoofcuri, 
nèafiettati:perciochele cofe, le quali non lì interi- 
dono,nonperfuadono,nèmeno quelle, che fono 
ftrafordinarie . Si che quanto alle parole , effe non * 
hanno da edere finguJari e tronfici la fljuttura lorofoda bifogna 
che da,e non fatta con numero quali à (altelli. 

COMMENTO. 

D I tri qualità , le quali principalmente diceua Demetrio appartenerli 
alla nota tenue,(l)iare^za,Euiderr^a,e "Probabilità, già due ne bà egli 
trattate à baflanza. I{eda la terzana quale in <jr eco, "rivo ne fi ibi*, 
ma, in Latino proba bilitas, £ noUtalianì ptrfuafionc la foffiamo nominai» 

ree 




/ 


Sopra la Particeli* CXX1V . 7*5 

n-OkeoTtlammiJu'Brnbo neifecondo, Ubro, iefic (uc profane difie, che di 
letrepxrti del ragionar e, fuono, numero, e van ti ,e pxaceuoleT^a, due altre 
ancor a al medefimo fine fé ne potevano aggiùnger e, il decoro , eia 
Et invero tali lodò grandemente quella vltimj parte , dicendo , Che moliti 
teniture e £raui,e paceuofa per altro compite^ mancano di quella perfna- 
denza, fono poco meno che vane : & indarno f adoperano te non hanno ancora 
dal torca ito q ‘fjìa rapitrice degli binimi di . hi afcolta . <JMa oue egli volle 
dimofirarci qual co fa ella foffe, non so fé vguxmnte chiaro cir.ufcì. Muu- 
tenoni queìla perfuademi quella , la qual- è biuuta per fio fine dall arte 
deli ’ora re: percioche fe co fi fof]e,ad intendere c Topatamente le, , Hognere h be 
come dice il Bembo, tutte quelle moltifjìme cofe raccoglie re, che dalla te del a- 
rare.fi fcriuono , oltre che opportarebbe ejja piu alla fiotta tenue, che all «lite 
anzi alla magnifica come quella d Ua quale maggiormente ft (cruc l oratore, 
farebbe più p ropria: E finalmente efia di quello modo in que' ragtonam'ntt fa- 
ti fi trouarebbe,cbe lodando, ò biaftmando^ccufa-do à defendcneio,co f, pian- 
do, òfconfiglixndo vogliono pervadere altrui, la douequtSlanollra ptrfua >cn 
Z a,w ogni ragionamento bqogna che fi truoui, anche, n quell, ebe narrando, fi- 
l amente, ò mfegnano, ò commandano, balla quale fi vegliatola procuranodt 
douer fare: Ma fe non è la nojlra perfuadtnza quella dell oratotefibe t o/a i el- 
la adunque ? Ecco il Bembo. < . . . 

Efla è quella occulta virtù, che in ogm voce dimorando commoue altrui aé 
gfientired ciò che egli legge, procacciata più tofio dal giuditn dello Jcrittore, 

che dall' artificio de' Maefiri, 

Che fono vna bella tela di parole, Ma nonfo come atte per fe fole i farei in- 
fetidire compitamente la natura di quefla noflra perfuadenga.-DeUa quale vor 
rei anzi trouare che ne ragmnaffe i noi, che bauernoi à dichiararla ad altri, tut 
tatua diciamo che il pervadere dell’oratore tonfi ile nelle cofe , che egli dice, 
pofciache,ò egli pervade dafefieffo moflrando itali co/lumi, ò dall’afcol tante 
mncSUnio in lui i tali affetùfi dalla cofa pronandola con le tati ragion,-, E tut- 
ta quefla probabilità giace in fare che la cofa,la quale diciamo, utga approvata 

da chi Infinte. , , , f n 

Ma vi iva altra probabilità , la quale non mira pmcipalmente, che quelle 
eofe,le quali diciamo, fiano approuate,ma chcilnofiro ragionare ifttffo fìaap- 

* r °EccoÌa differenza : lo tìportoà donare alar i frutti in vn vafe? q<iuideb 
bo procurare che que’ frutti fiano tali, che habbuno à piacerti, m a debbo anche 
mettere ogni Studio, perche il ('afe fia fi polito che no n tiflomacbi , any e ac- 
ereta l’appetito, che fe altrimhe folle, poco varebbe che i fruttifero p,a C euo 
li inuerfo fe niedefmi,pofciache ballerebbe la dif omitd.e fcbiuegza de I Vafe 
à renderli fpiaceuolie noto fi}! n propofito noflron i doniamo aue > tire, che le io 
fe , le quali diciamo, fiano atte ipcrfuadc'e fefijmo ora-ori, & anche meritino 
diefftre approuate in ogni ragionamento:ma doniamo auer ire di più non filo 
orandojma anche familiarmente conuerfaudo à ragionare di manierale il no 

Zz 4 ftro 


716 11 predicatore del ‘TamgaroU 

flrofauc Ilare fia volontari af coluto e con gu fio d. chi finte, c non metta ni fu, 
fpiciont ni ahbborrrinento in quelli, che afioltano. 

E qurfla ila probabilità, e perfuadenza di cuiragiona in qutfìo luogo il no- 
firo T)emetrio,yi fono certe huomini che fi dice ffeog o c, non fi p inno fiate A 
ferire, & à pina aprono la bocca, che ti fiomacono,dtcbino ciò che vogliono 
altri vene fono , che fi ti narrafftro vna noiofiffima cofa,ad Ogni modo nel dirla 
ti danno gu fio, £ à quelli tali perche pigiamo grande .amore al loro rag'ona- 
re,però molto più uoloutierici difponiamo d credere, che àgli altri • CMtffer 
Cioanni dalla Cafa nel fuo Galateo, trattò fra C altre co fi anche quella , (ime 
in buona conuer fattone fi labbia a ragionare, di modo che ilfaucUare , non fola 
per lo fuggeito,ma in riguardo di,e medefimq babbia à riufiire grato, gufiofo, 
e con dignità ptactuole. 

E farà bene à vedetele cofi che quiui egli più minutamente ne ragiona] Che 
quante à Demetrio in quello luogo , egli più vniuerfalmente à principio nini 
tendo le cofi, due foli auerriinentt ti da n quefto fatto ;Qju>è che fi uogliamo,che 
il nofiro parlare habbia probabilità e perJuadenza,cioi fia a fiottato con afien- 
fò e amore, facciamo in modo che egli non fia nè ofiu o,nì affettato; E la ragio- 
ne è chia riffima; Perche oue finiamo ragonare ofeur amente, et infufpcWamo, 
& ilfujpctto non fi lafita facilmente credere ; Et oue crediamo certe affetta no- 
ni, e certi ragionari in poma di forchetta, ci Homacbiamo,e quelito fiomaco non 
ti permette, che pofjiamo amare & approuare;Egià quato alla ofiurità , affai 
habbiamo ragionato di fopra trattando il fuo conti ano, che è la eh arenai 
Habbiamo anche à più propofiti faudlato del non doucrc adoperare fe non à 
certi luoghi parole flrafordtnarie,. nonmai parole t ronfi e ; Equa replichiamo 
con maggiore neciffità,che ne', parlare tenue, in ni^nam^niera^on vi tnifihia 
mo dentro affettatamente fancllan pompo fi, come quello, 

Crede fi per molti filofo fanti . , 

E come dicono cbcfccc(c non fece fiere) il 'Boccacci ne gli altri fuoi trattati 
del De camerone impoi ;Edi {iù doniamo anche auertire due Demetrio , che 
non filamento le parole non fiano affettatela ni anche la flruttura loro ; F ti 
ragionare habbiamo con vn numero commune , & ordinario , non magnifico e 
fompojoi fDi Ila quale difiint ione potranno veder fi i fundament{ ouedifiprà 
m più d’vn luogo habbiamo ragionato del numero. 7^i bifogna dire, che il par - 
lare ornato e flrafirdinario,è pure più bello che il commune , e però dourebbe 
e fiere più approuato;percbe tutto è vero d fuo luogo, tfo i dubbio dice il Cafa , 
che più piaccuole coja è U vedere danzare che tl veder cambiare, ma queflo fo- 
pra i balli; Chef e altri per le firade andafie dannando, quiui la cofa farebbe ben 
ridicala, ma non Lcdeuole ; E cofi il numero oratorio ,ele parole tjquiìti ben 
fono più belli dell’altre,ma à luogo loro; E però nelpar'an tenue, tanto è luti 
gi che fiano per acqutflare probabilità ò perfuadczga,cbe più lofio ci rende ran 
no noiofi,e Romaiofi à chi ci f entri A, 



Sópra U Purtkelld C X X IV • 7*7 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

C He la aiFcctationc principalmente nel dicitore ecclelìallico fiacofa 
noiolìtlima, e che ci rende odiofo e fpiaccuole quello che ci ragio^ 
ni, quella, oltre che e cofa chiara, c anche da noi (lata e toccata c di 
fcorfj molte volte in altri luoghi di quello medelìmo libro . Qtiaatro- 
nendoci noi all’altra propofirionedi Demetrio: Cioè che il parlare ofcu 
ro non Ila grato , c non habbia quella perfuadenza, ò piaccuolczza che 
COnuerrcbbe. . 

Per pruoua di quello vogliamo far paragone di due fcrutori ecclelìa- 
ilici antichi ,ambi Africani, & ambi Icriucnti in Latino , e per vedere^ 
guanto vno di loro , cioè Tertulliano per lo (lile che hebbe duroc tcne- 
brofo,riclcapoco grato à chi lo legge. E quanto l’altro, che è Cipriano, 
per la chiarezza c (baili tà del dire à chi hà giuditio e orecchio, amabilif 
fimo riefea e piaceuoliflìmo : E già fappiamo noi chegrandilumo c dot- 
tilTiino huomo fu Tertulliano, e tanto (limato da Cipriano giedcnmo, 
che come fà fede San Gieronimo di hauerc intefo da Paulo della Con- 
cordia , che era dato Cancelliere di Cipriano , egli niun giorno paljain 
lenza haucr letto alcun pezzo dcll’opre di lui , c quando commandaua 
che gli folìcdato tal libro, in vece di dire , Dammi Tertulliano , diceua 
Tempre: Da Magiilrum. Tuttauia lo dite nó era chiaro, c per confeguen- 
za non hà quella perfuadenza intrinfcca , della quale ragioniamo quà: 
E fra il dire di lui e quello di Cipriano tanta differenza li truoua, che dt 
quello dice San Gieronimo aiPaulinij’n de inflitutiane. monaci), che Tertul- 
Iwius crcber e fi in fentcntij*,fed diffìcili* in loquendo, e di quedo,che Bcatus Cy- 
f riami injlar fonti* funjjjimi dulcis inceliUZr placida*, 

LattautiaFirmiano anch’egli nel quinto libro delle uiltmmone par- 
lando dello di le e della frafedi Tertulliano dice, , 

[SeptimiusTcrtullianus fuitomni genere littcrarumpcritus, tedia 
loquendo panini facilis,& ininus comprili, «Se multino oblcurns.J 

E trattando di San Ciprianodice , [ Vnus & prxcipuus&claruscxti- 
titCvprianus, qui magnani (ìl i gloriam ex artis oratoria: profeilione 
qu.elierat , ic admodum multa confcriplìt in fuo genere miranda : brat 
enim’ingcnio facili,copiofo,fuaui, & ( quac fermoms maxima edvirtus) 
aperto, vt difcernere nequeas vtrum ornador in loquendo, an facvlior in 
explicando, an porentior in pervadendo quifquam fuerit. ] 

Ma il vero modo per conofcere la differenza fra loro: E come 1 vno 
per l’ofcurezza non fia p . ccuolc.e l’altro per la chiarozza.fi e il prende- 
re luoghi di ciafcuni di loro e conferirgli inficine : franto piu t-he grat- 
tarono tutti due fra gli altri vn medelìmo foggetto: Cioè le laudi della 

^ E San Cipriano pare che ponclTe cura di trattarlo.co rnedefìmi argu- 
mencic luoghi di Tertulliano , ma più chiaramente c piu loaucmente 
detti : oltreché prima che li ucng.i alla mareria, il modo, col quamcia- 
fcnno di loro diucrfaaicntc lì inrro luce , hà tanti differenza di giatitu- 
dine.che quello folo ci dourebbe ballare per clTcmpio Tertulliano co- 
mincia coli, . r/- 

[Con- 


I 


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7x8 II TrtÀìytyrt del Pan'tgaroU 

[Confiteor ad Dòminum Dcum faris temere me fi non etiam impun- 
denter de paticntia componere fufum : Cui prxftandx idoneus omnino 
non fum vt homo nullius boni, 'quando oporteat dcmonftrationcm Se 
commendationem alicuius rei adortos , ipfos priusin adminiftrationc 
eius rei deprehendi , Se conltantiam commouendi propria: conucrlatio- 
nisauthontatc diligercene didta fa&is deficicntibus crubcfcant : Atqnc 
vtinam enibefccre ìftud remedium forar vri pudi r non cxhibédi, quod 
afijs fuggelhim imus,exhibcndi fiat magiftcnuni &c.] 

Che fi vede,che è bello c buono, ma durillìmo : la douc fentafi hora U 
foauirà di Cipriano , e quanto con maggiore chiarezza c dolcezza fi in- 
troducc,mcntrc comincia cofi, 

[De paticntia loquuturus fratres dileCtiflìmi,& vrilitares ehiidcrom 
moda prxdicaturus . Vnde potius incipit m quàm quod nunc quoque 
ad audKnriam,veftram parientiam uidco ncceflariam , vt ncchoc ip fum 
quod auditis& difciris fine paticntia faccre pollìtis. Tunc tnim demum 
fermo & ratio fpiritualircr& etìicacitcr dicitur,fi patientcr , quod dici— 
tur.audiatur. J 

V Ma pigliamo vn medefimo luogo trattato in qutllo propofitodacia- 
fcun di loro . Trattano ambedue, che i Filofofi anch’clh laudano la pa- 
ticntia, ma che non eflendo la loro patientia , virtuofa, noi non da loro » 
ma da gli ammaeftramenri diuinil'habbiamo da imparare. Et ecco co» 
me dice tutto quello Tertulliano . 

[Bonum paticntia: etiam qui cxcè viuunt, fumma uirtutis appellarlo* 
nenonorant: Et PhiIofophi,qui alicuius fapicnti; animalia deputantur» 
tantum illi fubfignanr,vrcum interfe, fc varijs fcdlarum libidinibus. Se 
fcntcntiarum xmulationibus difcordent,folius tamen patienriar in coro» 
mune mcmqresjhuic vni fiudiorum fuorum commiferint pace m. In eatn 
confpirantjincam fxderantur. 1 1 li inadfellionc virtutis vnanimiter 
Audent : omnem lapicntixoftcntationcm de patientia prarfqsunt^'gran- 
de teftimonium cius eft,cum etiam vanas fxculi difeiplinas ad laudem , 
Se gloriampromouct: Autnumquid potjus iniurix ? Cum diuina resiti 
fecularibus artibus voluratur?Scdviderincilli,quos moxfapicnrìx fine 
cum le culo dcftrudbr ac dcdecorarx pudebit : Nobis cxercendxpadcn- 
tixauthoritatem non alfertiohumana xquanimitatis fiupore formata» 
fed viuaaccxlefiis difciplinx diuina difpofitio delegai; Deumipfum 
oftendens partenti; exempium, ] 

>Coli Tertulliano: Hora ecco il medefimo luogo trattato da Ci- 
priano , 

[Patientiam fefeélari philofbphi quoque profirentur,fed tam illa pa- 
ticntia falla eli , quxm Se falla làpicntia eli: Vnde enim vcl fapiens cfle , 
vel paticns pqlfit,qin ncc fapicrrtiam,nec patientiam Dei nouir, quando 
dci;squi libi fapere in mundo uiden tur , ipfe monca t Se dicat , perdarxi 
fapientiamfapicntium, & prudentiam piudentium reprobabo ? Quare 
li fapicntiaillic vera non elt, elle non potcll& vera patientia. Nam lipa— 
tiens file eli, qui hutr.ilis & miris eli, plnlofophos aurem nec humiles vi— 
dcmuscircnecmittcs, fed libi multum placcntes , &hocipfoquod fifc>i 
placcant,Dco difplicent: apparct illic non effe veram patientiam , nt»j 
fif infoicns anedlatxlibertaris audacia, & exerri ac feminudi pcdlcris in— 
uerccunda iaótantia: Nos autem fratres carifiìmi, qui philofophi non 

ver- 


Sopra U Particeli* CXXlV, 71* 

verbis > fed fa&is lummus, ncc vcftitu fapientiam , fed ventate prarferi- 
mus,qui virtù rum confciendam magis , quam ia&antiam nouimus , qui 
non loquimur magna, fed viuimus quafi fetui & eultores Dei , patiedam 
quam magiderqs c?Iellibus di il imus,obfequijs fpiri talibus prybcamus. 
•EH enim nobis cuna Deouirtusillacommunis. Inde patienda incipit. 
Inde claritas cius & dignitas caput fummit : Origo & magnitudo parten 
ti* Deo aurore proccdit : Di ligenda rcs homini.quz Dco chara clt.*Bo- 
num quodamat,maicdasdiuinacommcndat:(ìDominus nobis& pater 
Deus ed.fedcmur paticntiam Dei paritcr & patris;quia & fcruos oppor 
tet effe obfcqucntcs,& tilios non depeteffe degenres.] 

Sipotrebbono addurre altri luoghi che modrerrebbono anche più 
efprcifa la differenza che fi truoua fra la durezza dcll’vno di quelli au- 
tori>e la foauità dell’altro : Ma di grada leuici il leggitore la faticatigli 
in mjno Tertulliano nel libro de paticntia , e di luogo in luogo che egli 
tratta , vada à uederc il medefimo trattato da San Cipriano nel Cerinone 
de bono partenti? (che rutti quafi i luoghi di quello pare che quello hab 
bia hauuto per imprefa di trattare anch'egli ) & oltre di quello della di- 
ucrfità in generale, ponga l’animo in particularc à didingucrc la fcabro 
fitàdell’vno dallaplacidczta dell’altro, cuedrà efprclfo quello che dice 
Demetrio , cioè quanta forza habbia la chiarezza difendere c grafie 
persuadenti i ragionari . 


PARTICELLA 

CENTESIMAVENTESIMA^yiNTA. 

TESTO DI DEMETRI O 

Tradotto da Pier Vettori. 

L bis fai tur exiflit faftum ad per{uadmdnm,& in eo quoi 
TheophraHusinquit, qitod noncunfla riporti t accurati prò 
lixoque exponere , f(d quadam relinquere auditori vt ipfe 
nti Ut at, (4 Cjgjtetfua vi : imn etùm intellexcrit quod rmtif 
fum efi à te, non auditor {olum/td & teflis tuus efficitur. Et 
fimul beneuolentior efi : accutior enim {ibi uideturtua ope- 
ragli an{am ti prab- iftì intelligendi: contro auttm omnia vt fluito expotiert, 
fimile efi damnantì auditore m . j 



PARA- 



< 73 © Jl Predicatore del PantgaroU 

parafrasa 


>irrff 


T anche giouerà per fare , che approuato » e grato 
riefea il nofiro ragionare l'auertuncnto datoci da 
HI Teofrafio, cioè il non dire cofi cifattainente ogni 
cofa,ma tacerne alcuna, alla quale chi afcolta hab- 
bia con la forza del iuo ingegno ad arriuare • Per- 
cioche affeguendo egli per fc Aeffo, quello che noi 
hauremoà bello Audio tacciuto.ci fara, & afcoltatore & approuato- 
re inficine; oltre chcriceuendo occafione da noi di conolcerc le ltcl 
fo peringcniofojfe ne compiacerà, e ce ne vorrà bene ; la doue tutto 
in contrario il dichiarare ognuni nucia ali’alcoltante , veramente c 
vn trattarlo da Aupido,e da lciocco. 



COMMENTO. 


W >a 


G T/atiofoauertìmcnto è queflo, che diede già T co fra Ho , & horarefinfee 
Demetrio, rioe < he acqui flaremo grandemente gli animi di chi ciafcolta 
fe in qual fiuoglia occafione d’bauere d ragionare ,pioJlr(rcmo di / dar fi molto 
de gli ingegni diquellicheflamodfentire,e di vedere che <ffi non filo non hab 
bianobijovno di molta ncflra fatua, per donerei poter capire , ma che flam ba- 
tili, come fi due per intenderci deenni-.e già dtU’oppoflo vediamo la nera a di 
quefìo precettore ci r duciamo d minte quanto difguflo ci danno, e quanta fli^ 
\a ci fanno coloro, i quali anche in cofi facili(fime,mo tirano fempre di dubita - 
re che noi non gli intendiamo . • 

lntendemir.S.V.S.meintcnde . In tendetemi vini 
o Dio vorrei effere intrfo qud, . 

E fimili modi di dir e, che fono i piàflomacofi del mondo ; T auto piu che pi- 
glia ufanza di valcrfine , tal’boragti dice poi anche in cofi faciliffime ai efier 

C per co» feguen za trattando cbiafiolta cofi da balordo che in fi no della luce 

del Sole fia ragioneuolc il d. bitaret'e%lila vegga ;Monf della ( \aja,aivn pro- 
posto filmile , oue moflra che non conni’ ne il dir parole ilx babbiano faporc^m 
amaro, dice che cu fi babbi - à dar colpa ad ahuno, doniamo ò pigliartela tu ta 
per noi,ò alrr.en: pigi arne buon parte e farcela lommune con ibi ci (ente, co- 
me ! e alcuno amico hauefie detta co/a, che non fio fio, e la quale non poteffimofar 
di meno ebenon moflrajjimo falja, più gcntilmoao farebbe il dire, inquefto ere - 
Uochenciciingannamo:Cheildire,inquefto voi hauete errato . £ cofi i» pro- 
pofito noftro,oue l'buotpo h abbia dubbio di non donne ejferc intefo , molto me- 
glio fard il dire. 




Sopra la Particeli* C X X/. 7jt 

7fon io s’io mi fofare intendere 
Ocofe tali, che il dire, 
yoi non m' intendete, òm’intenfete voi ? 

E fomiglunti ; T ut taui a anche que fio mitigamento non fihaiavfare fen- 
Z_a ncccffità: p rciocbt chi ui afcolta, ione fee all’ vltimo che dite in quella ma- 
niera p:r modeflta.ma in verità fi auede che voi vi diffidate, che egli n’intenda; 

E questa vofira diffidenza à lui per fòrza b. fogna, che fia noiofa e difpiaceuole, 

& infi iquài precetti fo .0 afiai groffolani , ciò òche non bifigna apert*m r ne 
di re ad uno. 7 u non m'intendi ne m tirare diffidenza dicendo . M‘ intendete noi 
nè an.he fatto fpetie di tirare la colpa à fi dicendo . 

lo non mi fa fare intendere , t Ma bara paffiamo à piti fittile' (peculationc , 
Teo fratto e Demetrio, e dicono che di più bifigna trouare modo gentile ,e fen- 
ica ffettat ione, colquale ragionando mottramo di fidarfi grandemente de gli 
ingegni, che ci a fiottano . E que 1 lo fi fà dicendo le co fi, non affa tto affatto, e con 
ogni accuratezza, e proliffiià, ma tacendone alcune di quelle, le quali fino necef- 
farie i faperfi , e fi tede che noi per altro non le tacciamo, fi non perche ci affi- 
curiamo ne gli ingegni che afioltano,che à un cenno ci bauranno intefì: qua fi ta 
diamente diciamo ( òfcioicbi bifigna dire al pan pane , effirattllare le cefi , e 
dichiarar loro dall’ut al t{um; ma con voi altri bafìa accennare, che fubito ca- 
pite: Que fio infcu [abile di fior fo, che pare chi faccia chi adopera queflo precetto 
di Demetrio , e che pure infenfibilmente entra nell’animo de gli a fiottanti gli 
obliga cttrmamente , efà che il nffiro ragionare fia loro grato e piaceuohffi - 
mo . Solamente ci fi potrebbe opporrebbe pura, di [opra grandemente ci i lla- 
taxommandata la chiarezza > olla quale non pare che fin punto utile il tacere 
di quelle cofe che deano nel fatto che narriamo necefiariamente fip-rfi ; ma à 
quetto refpond turno, ebe tutti gli eSlremi fino vitto fi, e che tutte le virtù hanno 
ifuoi termini-. E co fi anche la chiarezza, la quale non dette però arrivare per di- 
chiarare più le cofe à noiofa , e fuperflua ’proliffità , ma batta che tanto dica _» 
quanto è ucce fi ano che fi dica ò quello lafci,che fiamo certi, che finga c ffer detto 
Jaràintcfi: Tanto pù nafeendone questo altro bene dt Ila probabilità, e del 
farfi noi di quettn mamera grati à chi afcolja : non filo pc rche moflrammo di 
fidarfi del loro ingegno,ma anche ionie dice Demetrio, perche dando noi loro oc 
cafione di far pruoua del loto intendimento , e di lonojcercfi tttffi ingcnitfi , ti 
hanno obligo e ci vogliono bene.de’ bene che lor pare, che noi facciamo toro;?er 
effempio fi altri ragionando dicefie (pnmipalmente in contar fittone d' buomì- 
ni eruditi ) 

Quella che convgual piede balle le capanne de pcutri, 6' i palagi de prin- 
cìpi, cioè la morte . 

Tfpn è dubb oche quella vittima partici lla.coè la morte , offenderebbe gran 
demente gli affollanti, picche parcireblcloro,chetubaueffi dubuato.che fen- 
za la tua efpofitione non foffero fiati per dovere intendere la difiutticne di //<*_» 
morte ,la doue,fe diremo noi finz’altra agionta, quella che convgual piede bat- 
te le capanne de’ poveri,® 1 palagi de’ 1 nncipi . 

‘Harem* 


Dia 


7 J 2 // Predicatore del PanìgaroL 

Daremo gran gu fio à gli afcolianti , col la/ iar loro occaftone d’intendere, 
che cofa fu q e/ìa tale : Edi mano in mano quanto faranno più vani e più glo- 
rio fi tanto meno potranui celare quefla compiacenza, che baieranno nel proprio 
ingegno: Quale farà cenno al Micino dibattere tnte/o ; Quale non potrà tratiner~ 
fi e dirà forte 
Lamorte: 

Quale pafserà più innanzi, e uorri anche, che fifappia ch’egli habbia intefo 
da quale autore fia prefa quefla deferii none, e dirà, 

UH. Hot atto . 

E tal vno non contento di quefio, vorrà anche accennare il luogo: E come fi il 
non dirlo gli hauefieàfar gauazollo, non potrà fare che con una mala gomita- 
ta al vicino, non aggionga, 

Pauperum taoemas, reguraque turres, 

Confcruand ) tuttauta ver/o .1 dicitore baituolcnga, & obligo per la occa filo- 
ne hauuta da lui di cono fiere egli He fio e di moflrare ad altri la finezza ( a f ho 
parere) dello ingegno fuo . Ciflonoftro quando di/fe al famigliare di CMcf- 
fer Ceri, 

f cJH. Ceri non ti manda à me, ma ad zittio. 

Senza aggiongere altra dichiaratane, diede occaftone ù M. <j eri di conofiere 
la prontezza del fuo stendimento, poiché come fi dice in quel luogo , 

S ubilo gli occhi s’aperfiro dell'intelletto , e dì/Je al famigliare , taf dami ve- 
dere che fiafeo tu riporti, e redutol difie ; Ciflo dice vero e dettogli villania gli 
fece torre vnfiajco cono encuole . 

E/ occaftone purfimile diede F refio da Qelatico alla facerofa nepota quan- 
do diffe. 

Se vuoi dun que » iuer lieta, non ti fpeccbiar giamai 
Se non che 

Ella p ù che vna canna vana', & à cui di fienno pareua pareggiar Salomone 
non altramente che vn montone haurebbe fatto, intefe il nero motto di Frefco , 
anzi difie che i Ila fi uoleua fpeethiare come l’ altre; E nella fua grof/ezza fi ri- 
male. Guido Caualcanti anch'egli, quando alla brigata di M.Betto "Brunelle - 
/ chi Hando fra arche de" morti. 

Signori uoi mi potete dire * cafa * offre ciò che vi piace 
‘ Diedcloro molta occaftone di far pruoua di fi fi effi intendendo per femede - 
> fi mo quello, eh' egli fìudiofamentc hauea tacciato: E fi bene gli altri non intefe- 
ro anzi dtffero che ciò ch'egli hiueua rifpofio, 

7/on ueniua à dir nulla) 

M.Betto nondimeno intefe galantemente e lo / piegò agli altri dicendo, 

Quc/ìe arche fono le cajc de’ morti, perciotbe in efie fi pongano e dimorano i 
mortile quali egli dice che fononoftra cafa, à dimoftr arui, che noi e gli altri huo 
mini Idioti e non letterati ftanoà comparatone di lui e de gli altri huomini 
fuentiati peggio c/m Immini morti ; E per ciò qui e/fendo noi, fiamo à cafa . ^ 
«offra.,. __ . j 

•Della 


Diòil 


Sopra L Particella C X XV, 7 j j 

Della quale dich a atìone egli doueite bavere compiacela fra fe medcfimo , 
(fobligoa Guido che occvfìo’ìe gli hauejje data, non filo d'approuare egli Jteffo 
l’ingegno proprio ,ma di far fi anche tenere per valorofo dalla brigata fra , che 
però dice il te/to-, 

E tennero per innanzi M. Betta fittile, & intendente Cavaliere , 

Ma di quejto fia detto afiaì. E fe bene gli effempi noftri da molti fino fiati ca- 
ttati, fappiaft nondimeno che non filo nil motteggiare, ma in ogn’ altra forte di 
ragionamento , acquifta gratitudine , probabilità e perfradenza il ragionante 
mofirando di fidar fi nell'ingegno di chi finte , e di tacer molte cofe per fuurez- 
7g,cbc anche accennate / blamente da lui faranno mie fi . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

N On fi può finir di dire quanto fia ncccfiario non che vtilequcfto 
vltimoaucrrimcnco,ancheà noftri Predicatori fiacri: Anzi come 
forte alcuna di dicitori nonfiritruoua ; la quale più infiegni di 
quello che infogniamo noi : così à noi più che à turti gli altri conuiene 
l’hauercura, di non molìrardi credere , che certe forti di perfonchab- 
biano bifiogno di imparare certe forti di cofe, le quali farebbe loro mol 
ta vergognai] non fapere . 

Gli oratori antichi nel foro folamétc diceuano ò nel Senato, ne* qua- 
li luoghi, non occorreua che ò feienze infegnadcro , ò autoritadi e luo- 
ghi diffìcili intcrprctafl'tro t Noi nella Chiefà ragioniamo , ouc non fo- 
lamentci buoni coftumi pervadiamo, ma le fcrirture ancora habbiamo 
da tfporrcjt le feienze (acre habbiamo da infegnare, le quali molte voi 
te principalmente 1 # fcolaftiche , feoza aiuto di fetenze naturali c non 
facre.non pofTono cfl'er dichiarare: Siche,che più di rutti glialtri dicito 
ri del mondo habbiamo da infegnare : cucito c ccrtiffinio ; Ma è anche 
vero dir moire volte fono il pergamo ad afcoltarci (fanno huomini ben 
intendenti c fcicntiati, 1 quali le cofe che noi vogliamo infegnare, così 
compitamente fanno quanto noi,c ferfi più: c con i quali é grande indi 
fcretionc il trattare come fe infegnaffimo à fanciulli , e non lafciare co- 
me auifano Teofrarto,e Dcmeltrio, molte delle cofe che fi potrebbono 
dire, quali in gratia de’ loro intendi menti : Predicami già in Italia ad un 
confclfo ouc non erano nc donnc,nc plebe , nc indiftinta moltitudine , 
ma molti cminenduimi huomini (olamcntc:& alcuni altri tutti bene in- 
tende nti,vn Padre dotti!lìmo,e giuditiofillìmo, il quale fc bene à me pa 
reua,chc non poted'c dir meglio di quello, che diceua, nondimeno per- 
che tal’hora infegnaua dift elàmente certe cofe, che in vero farebbe (fa- 
to vcrgogna,che quelli non l’hauclfcro faputc,mi ricordo che non fi po- 
tette tenere vno di loro ragionandone meco, che non ncnioftraflc vn po 
co di rifentimcnto: cdoppo haucrlo peraltro laudato come conucni- 
ua grandemente, con il ma che dà laconcia à ogni cofa,foggionfe. 

Ma i foraftiesi.che lo fcntono,dcnno alcuna volta credere ch’egli crc- 
da,chcgliafcoltanti fuoif.ippi.mo molto poco.. 

E veramente in quella maniera non è così facile da edere trouato il 
. vero 


7 i 4 M VnàìcAtor del P strigar oL. 

vero modo del predicare , pcrciochc dall'alttu canto fe 'tu per rifpettò 
de detti, che ftmono alcune cofe taci, che eglino doutrebbono Capere , 
perauentura quelle tacerà monche Cai ute da molti altri haurebbono lo- 
ro fatto grandirtimo giouamento.E può có vita dillintionc di tre mem- 
bri diciamo così: Che ° noi predichiamo puc tutti fono dotti, onero oue 
tutto c minuta plèbe :ouero come auuiene in certe Città inlignc.ouc 
con molta plebe, molti ancora eminenti , efeientiati huominNltanno à 
fcnrirc. 

Nel primo cafo intiero io crederei che l’abbafsarfi ad infegnare certe 
cole di faenze fpccubtiue non folle bene : e che per crtempio non con- 
tienine nè il dire diltcfamcnic che rrc fodero i principi; naturali, mate- 
ria, forma, e priuatione,nc che quando lì dice DioTrino,li habbia da in 
tendere, Vno in cfTcnza, e Trino in perfone,nc cofe limili. 

Nel fecondo cafo, pure che non lì infceninocofc ò vane ò troppo fu- 
perion alla capacità di chi fente,ogni cola li potrà infegnare: «quanto 
più altri fi abballerà à fmir.uzzarc lecofe,ranro farà opra di maggior ca 
jità,e più lodeuole: Ma nel rerzo cafo,chc è più frequente, più è anche 
difficile li non vi rare in ifcoglio : Tuttauia fc confidcriamo gli ferini de 
dicitori notòri e Greci e Latini c Italiani, & in particularc le conlidcria 
mo quegli di Monfignor Cornclio,chc in quella come in molte altre co 
le citato auedutillimo , molte maniere troucrcmo per potere fuggire 
ogni pei iculo e nello Hello Tempo, infegnare à i limplici, fenza offende- 
re i Dotti: Egli predicando vna volta della giuftiiìcationc in Padoa, & 
cfponendone minutamente i ntifteri , perche altri haurcbbc|potuto op- 
poncre,che à fi dotta Città non conueniua l'infegnarc. cosi ditòcfamen- 
te,fe ne purgò marauigliofamentc dicendo,che le bene in altro era dot 
tiflima,in quello nondimeno haueua bifogno di imparare. 

Padoa tu lei l'Ateiic di Italia. Evergogna,chc ertendo nelle altro 
feienze macltra di tutte le genti, tu non Tappi quelli milteri della, Chri- 
ftiana religione, nc’quali confitte la tua làlutc,ma anche tu Tei Hata Calci 
nata ne’ partati tempi. 

Altre volte hà detto le cofe fcicntifiche,chc hà voluto dire, ma come 
Capute dai dottiglielo Centiuauoin quello modo, 

T ti faij dotto , che «fi idem motus in imaginem , & in rem cuius efi imago , 
quia imago non ad fe,fedad alutd dicitur , & totum quod est ilhns , efi ad quod 
rejatur. 

E poco più giù. 

!? Tu fai che la verità delle cofe confitte nel proportionarlì alla lo- 
ro.Idea, Et vn’altra volta, 

. Tu fai che li marauigliaua fi forte quel gran Padre Cipriano, & forfè 
più clic non fece già Nicodemo,comc folle portìbile,chc l’huomo fi mu 
tarte dentro, rimanendo quello itertb di fuori,che era prima. 

Tal’hora volendo abballarti!! infegnare vna cofa atòai communenc 
fece quafi feuia co’ dotti dicendo. 

Attenti femplici, che voglio,chcogn’huomo, & ogni donna me in- 
tenda. 

Tal’hora le cofe che volle dire, moftrò non di infcgnarlc , ma di rc- 
uocarle (blamente alla memoria degli intendenti, come farebbe di- 
cendo, 


Non 


Soprd la Particella C XX V, 7 $ J 

Non hauete voi letto , che gli huominicon l’arte dell’ingegno loro 
hanno fatto feorno alla natura? Ouero. 

Non hauete letto di Alcffandro Magno , che quando Tenti ragionare 
de gli infiniti mondi di Democrito, mandò fuori quel fofpiro.ohime mi 
fero, che non fono padrone ancora d’un mondo intero? Ouero. 

Etil tuo Plinio,non narra egli dell'Elefante che fù amacflrato à fcri- 
ucre lctrcrc Greche ? Ouero . 

Non vi ricordate voi di ciò che fece il gran Padre Giacobbe. 
Nellcallegationi parimcnte.molte voltcin grana de dotti, traUfeiò t 
nomi de gli autori , come dicendo , 

Et quel Pocta> che tu fii non diceua egli, 

ToUicitis Duces qmlibei effe potefl. 

Et altre volte accennò in vnmerfale gli autori tacendone i come fa- 
puro i particolari nomi: come nella feconda parte della cognitionc di 
fe ftcflb. 

Non fenza ragione quelle due parole Greche. 

Trofie te ipjum furono (limate da quei gran faui. 

Ouc è da aucrtirc la forza della parola quello , quella , quelli, e fimi* 
li , che accenna Tempre cofa faputa da chi cifentc. Di modo, che fe 
io dico , 

Le tali parole furono (limare affai da alcuni gran fauii. 

Qua non prefuppongo che tu lo fappia: ma dicendo. 

Furono (limate da quei gran fauii. 

Pare cheto implicitamente dica, da quelli tali che tu fai:c però anche 
gli antichi con il pronome illc molte volte hanno voluto inoltrare di crq 
dcre,chc quello che diceuamo, già foffefaputo da molti de gli afcoltan- 
ti,come quando Gregorio Nazianzcno predicando ad Cli. 

Epifcopot non diffc, 

T^ona Aegyptiorum plaga. Irte efl contrettabilibus tenebria grauior. 

Perche non volle mollrarc di credere , che elfi non lapeffcro molto 
bene per fe medefimi , quale folle la nona plaga delle Egitto , ma dùTc, 
Teoria illa ~4egyptiorum plaga ,& e. 

Quella che già sò, eh e voi fapetc. Et vn’altra volta , 

Qutn celebratam quoque ili am mundi vafliutem . 

E così in molti luoghi: Et anche in altre maniere : fc bene à noi bade 
ràl’haucrc acccnnato,quantoconucnga il moflrar di credere, che non 
tutti i nodri afcoltanti habbiano bifogno d'imparare certe forti di cofe: 
Così però che non battiamo nell’altro e(lremo,come fanno bene fpcflb 
quellijChc imitano fenza precetti d’ arte : Fra quali vno ve nè fit, il qua- 
le Tenti vn valent’huomo.chc predicado à un Capitolo dell'ordine fuo , 
nue erano huomini dotfilfimi dilfc à certi propofìti. 

Come voi fapetc Padri meglio di me. 

Come voi (ledi hauete infegnato à me,& il valente imitatore non rar 
dò molto,che predicando egli llefTo ad vn confcffb oue altri non fi tro- 
uauano,che donnicciuole e contadini, anch’egli difTej 

Come voi fapetc afcoltanti meglio di me, e poco mancò , che noq 
diceffe. 

Come voi flcffi mi hauete infegnato . 

Ma quelli fono d? frutti , che produce fenza l’arte la imitarione . 

Aaa PAR- 


i 


ì t .11. 


CENTES1MAVENTESIMASESTA. 

TES rO DI D E METRI O 

Tradotto da Pier Vettori. 



* Via autem & nota EpifloUris egrt tenutine , & de ipfa 
| dictmus .^truvfnìgit.ur , quiexfcripfit ^.niìoteiti E pi 
, (ìvlas, ati.oport ere eodem fhlo dialogarti fcribere & Epi 
: fidar, e/le namque epiflolam tanquam alterano partem 


dialogò ■ Etdicit aliquod forta[fe,non tamenomne : opor- 
tet enim fafhm effe aliquo modo magis , quam dialogum 
Epiflolam .hicenim hnitatur ex tempore dicentem: bxc 


autem , fcrbìtur & dcnum mtittiur al. quo modo. Quii igtiur fu loqueretur , 
cum amicoyvt^rifioteles ^tntipatrumffuper exulefe ne fcripftt,qui inquti. Si 
autem ad omnes fugar Ine abit,vt non reducere liceat,planum e/t non e/le in - 
kidendum bis, qui apud infera /nnt,iedirei olcntibus , qui enim fiedi/putat 
demonfìranti magis fimilis i/ì,non fornii iartierloquenti. 


dilc.ncl quale habbiauio a fcriucre le Epidoto , e let- 
tere familiari =c però di loro l'ara bene che diciamo 
alcuna cola • 

Artemonci! quale traferiflè epublicòlc Epistole 
di Ariftotilc dice,chc in vn uicdefimo dito hano da 


ffriuerei dialoghile lettere • Terciochcla lettera viene quali ad 
edere l’una delle due parti del dialogo: e forfi tocca qualche buona 
colà ; ma non dice quanto bifogna ; perche in vero l’Epiftola ha de 
edere vn poco più elaborata , e più elquifìtamente fatta, che il dialo 
go . E la ragione è, perche nella fenttura de dialoghi habbiamo da 
imitaregh huotninicoincpropriamentcalla^proueduta faucllano 
fra di loro, la doue l'EpiftoIa hà da edere vn parlare penfato e conli 
deratamente fatto, come quello chepoiliamo ragioncuòlmente ere 
dere che mandato all’amico quali noftro dono debba edere conier- 
uato da ita .* Andatile per edempio in una fua epidoto ad Antipa- 


PARAFR. ASE. 



Quefta medefima nota tenue appartiene ancora lo 


Soprd la Particella C X XVI. J j 7 
tro ragionando d’vn uecchio,che era flato perpetuamene in edilio' 
dice cosi > 

Ma le egli ogni tal poco tempo cacciato in qualche eflilio ci fcó- 
parc,ne m fuo arbitrio rimane il ritornate à noi>per certo chenoa. 
deueau tonarli alla morte perinuidia , che egli habbiad’hauere* 
quegli di là, che anch’eill in perpetuo bando mandati , non pollo* 
no in alcun modo ritornare: il qual modo di dire , ben conucnneà 
Epi itola, ma lenza dubbio à Dialogo non farebbe conuemente, nò 
hauendocgli tanto del familiare«c non penlato, quanto lo Alle del 
dialogo richiede. 

COMMENTO. 

I 7\( quefla nota tenue, molte coft ( co me dicemmo già) bà fatto 'Demetrio 
più, cbe nell’altre non bàv fato di fare: Egli bà trattato, quali cofe, pa- 
role, e ilrulture fé le appartengano, e dirà poco apprefjo quale fui il vitto che 
le è vicino : Cbe fono le quattro ordinarie cofe che egli in ciafcuna delle noterà 
bà trattato. 

tJMadi più con occaftone di lei bà ragionato della chiarezza del dirti 
della CHidenxa e della probabilità : Et bora perche m quefia nota tenue le Epi 
fletei lettere famigliavi dcuono fcriuerft , però di loro ancora vuol dire alcu- 
ne cofei e veramente ( per quelle poche cbe fono ) Eccellentiffime e le quali dico 
noeffere tanto più dii gcntementc allertile, quanto che lo fcriuere in altri ge- 
neri non così à tutti occorreva l’hauere à fcriuere lettere famigliar i ad amici 
epadronifluefìod tutti è quaft commutici Et alla no/ira età dicessi. P ter 
Vettori ( fe bene noi crediamo cbe di quello che occorre nella Latina lingua 
egli ragioni ) efjendofì qua fi fmarriie tutte le altre parti della eloquenza, 
quella delle Epiflole uicne nondimeno ritcnuta,& battuta in pregio, e da molti 
con moltiflìma laude efiercitata. Comunque fia per douer ragionare della Epi 
flola i Demetrio da vna co fa comnda molto necefioria : cioè dal cercare fe in 
yn mede fimo fide babb ano da fcriuerfì le Epiflole,& i D alogb-. ì Et adduce 
■la opinione di Anemone, i i qualche parte lodata , & in altra non accettata 
da lui . Quii fofiequeflo tsirlcmone non fi sà per apunto , nt opere di lui fo- 
prauua:o( cbe fi fappia ) à t.ofbi tempi : Egli per quanto d ce quà Deme- 
trio trafilile le Epifìo e da nftotile ; TVe però importa la parola Green 

tra fcriuere fiocamente io qual fi vogha modo , ma come dcebene 
<JM. Veti ori panche allegandone vn'efif mpio in Pophtrio , traferiuere ex au. 
togra fojleuare dall’originale ò altro libro corretto e divulgare s Et infiamma 
moti r a quei lo, eh e fe ne dice quà, che qutfPoucmo raccoglieffi forfi da duerfi 
luoghi, òdavn libro f òlo cauafie e metteffe m netto le Epi/iole di -A nflotile , 
eie publicaffe in modo cbe poteffero di tutti efjer lettali che facendo egli può 
«fiere finalmente, che egli innanzi, d detto libro, come fi vfa aku na cofa mettef 


Il 8 II Predicatore del PanigaroU 

fc di Juo è pioemo ò lettera, ò altro , oueà propoftto dell’opera trattaffi dello 
(lilc delle Epifi ole , e qn Ilo dicefje che vitti: rt ferito quà : Cioè che in vn me- 
de fimo fide ha* t fiero à fermerete E pfto'c, & »D a'ogbi,e che non fojjtro 
quafi i Dialoghi altro, che vane Epiflo'e pafhnti fra due che ragionino , ne 
fofje altro la Epiftola, che l’una delle due parti dei 'Dialogo . opinione la qua- 
le dice Demetrio , che in alcuna cofa è buona , ma in altre non deue accettarli . 

E vuol dire chein molte cofe con Tengono la Epiftola ,($ il Dialogo, come mo 
Arammo già, che conuen uano nella forma dii "Periodo nella Particella ao; 

C in altre cofe, che diremo poi : ma in molte altre ancora hanno da efjere di- 
uerfe; e fra l’altra la maniera dello fcriuere nel Dialogo hà da efjere più baf 
fapiù famigliare, e mino colta, che quella delle lettere . 

fùtto Alcyon o dice mi. Pier Vettori, che nel proemio di alcuni fuoi li- 
bri fcritti de exiliotefercndo quefto luogodi Demetrio intift, che egli voleffe 
lo file del Dialogo douere efjere più alto, che quello della letterata in verità 
egli andò molto lontano dal Jegno, perche ne i vero che il Dialogo habbia ad 
efjere tale, ne c he ‘Demetrio lo dica in quefto luogo: Augi dice egli tutto il con 
ir ano, e non fi contenta ne anche della egualità \ come pareva che baflaffe ai 
cArtemone,ma vuole che la lettera, (it fàfta inagis qua in DiaJogus > cioè 
come efpone eccellentemente il V ittori, fit magis expoJita,f te ragion j ch’e- 
gli neadduce fanno il luogo chiaùffimo , che la Epiftola ognuno si, che fa 
ferine come cofa pefata , e che fi manda qua fi dono perpetuo che habbia da ef- 
fere conferuato dall’amico : la doue nel Dialogo perfone babbuino da imitare , 
le quali parlino come communemente , & alla quale fproueduta fi auofiuma di 
fare almeno fra eruditi : Qhefe quefte ragioni addotte da Demetrio, non fofiero 
affai alte per [e flcfjc à dimofirarc quale fvffr il fentimcnto di lui in quefioluo- 
goft’cftempio che egli di A rifiatile adduce ,è ben tale che non patìfce,cbt pren- 
diamo errore : E veramente vi fono delle difficoltà intorno à quefio cflempio , 
perche le epiftole di ^Ariflotile per noflra difgratia dalla ingiuria del tempo ci 
fono fiate tolte : Et dpaffo, che ne allega qui Demetrio fi vede chiaramente _• 
che è corrotto cflroppio: Qhc Arifiotìle ferme fiein quella Epiftola ad Antipct- 
trum, quefio è chiaro : Ef anche d ce Demetrio, che ragionaua in quel luogo de 
exult f effe, di vn vecchio che era fiato fempre bandito . 

: E dicendo quefio Demetrio,cioè volendo che fappiamo, che Ariflotile parla 
di vn bandito, e bandito vecchio bifogna per forza che quel luogo feberzafie in- 
torno à quefto tale, e come bandito, e come di tale età : Cofa (he ben nota M .Pier 
Vettori con quelle parole. 

Mihi veiifìmilc elìaliquid Icporis clegantiacquein cuna locum 
afpcrum fuifl'c ab ea aitate, propinqua morti,perpctuoque illi cxilio, 

<JMa quale fu quefia grati.i la corruttela del luogo non pattfie clx fi difeer 
na I? non fofje vero vn penfiero che i ca àuto nell’animo à noi, cioè, che otte 
Ariflotile portato da Demetrio dice, 

Si autem ad omnes fugas hic abit, vt non rcduccrc liceat, planuin 
cu non effe inuidendù his>qiuapud infcros funt rcdircvolentibus* 

Quella 


Sopra la Particella CXXV • 

Quella particella non effe tnuidcndum. non d tutti fihabbia da appli- 
care, ma à quel vecchio folo. Quaft che i vecchi correndo ver fola morte mo- 
ftrino d’bauere inuidia e qua fi di feguitarecon emù! alme quelli che fono di là ) 
Eperòd'vn vecchio, che ad omnes fu gas abit , cioè che femprc i m effilto e 
non può tornare, dice mirili otite, che egli certo nonhà ragione di muidiare, co- 
me gli altri -vece hi à quelli, che fono di Id ndperpetuo effilio ,echc non poflom 
tornare, fiondo ani» egli (fe bene di qui ) pur femprc bandito, fenza poti r tor- 
nare: Comunque fa il modo, colquale di fje quefìo Jchtrzo -Anftoùle fù molto 
pulito, limato, ejqutfito, e quaft in maniera di uno che pompofamentc ori , non 
che alla foprautduta ragione . 

£ pero bene ad vna e pi fola conuenne , ma i Dialogo certe non faria conue - 
liuto . F fendo que fiala venta: Eque fio il fintimcnto di Demetrio in queflo Ino 
go,che molto più colta habbia da Sfere 1‘ e pi fola come co fa pofata, che non deue 
tfert il Dialogo, <ht muta per fané, che finga preuia conjideratiune ragionino 
nfieme . 

Olf. Benedetto Varchi net fuo Dialogo delle lingue,parlando una volta de 
Dialoghi in vniuerfalc introduce H Conte che interroga cori, 

Quale è la più bufa maniera di fermerei o. ' 

@cdtte voi (he fiale lettere} 

Et egli rifpondendo dice tutto qutl’o che ha ditto Demetrio qui : ecco 
Tiò^aiDaloghi, perche lo fcmtremn è parlare femplLemente, ma vn 
parlare p.njato :douei Uiatogi bornio d cfe<e propriamente come fi fattila 
tfpritn t re i co fin m i dicolorii eh 1 incfjid fautlla re fi introducano . 

eringi egli ci 1 eua vnaxlubùatienc non da fpreggiare, perche vediamo pure 
che molti 'Dialoghi fono di cofe alte, e non fono fatte, come la plebe ragiona , e 
può egli Soggiunge, 

E nondimeno quegli di Alatene foto altiffimì, ma per rifletto alle altezze., 
delle mati rie: E pur intendete come fifauclla dal uolgo,ma da gli buomini in- 
tendenti & eloquenti, bunhe alcune cofe fipofjono , anzi fi deono cauare anco • 
ra dal volgo , 

'fn modo ch’egli vuol dire quello, che è veriffmo : Che il Dialogo ha da effe- 
re baffo non quanto a'Ie materie, per. he ninna maio ia è tanto eminente, la qua 
le in Dialogo non debba poter fi tratta re : ma quanto al modo , col quale trat- 
tano infiemegli inttrloiutori , ilq. ale ha daefiere femprc come fi alla fproue- 
duta rag’onajjero, e co • e ordina i.mcnte fi fauelh : E fe tu dì cofe alte gli fai 
ragionare, interlocutori tali ha da fcieghere,cbe d cofe talipofjano in famiglia- 
re e non pò fato ragionamento dijoircie : Vintone certo altiffime materie in- 
troduce ne’ Juot ‘ Dialoghi , ma per bocca di Socrate t fimili : £ queflo con modo 
di di re tanto famigliare, che io f no nel T ime a, ouehaaa di fio tre re Socrate fo- 
pra i maggiori fegreti d< Ila nato ra,ad ogni modo fomite come cornine ia, 
Vnusjduojtres^uartnsautcra òamiccTima^ eorum qui à me he 
ri conuiuio accepri viciffim me accipiant nunc.vbi nam eft? 

Cominciammo che finga d> bbio per vna epiflola farebbe troppo baffo : Et 
i Parte Seconda. *4 a a $ il me- 


74 ° // Predicatore del PantgaroU 

il mede fimo fi vedrà deferiuendo , e per quello ‘Dialogo di fiatone , e per tutti 
gli altri. 

£ pure dice Diogene Laertìo,the Tintone fù quello , cbt polì, e limò , anofi 
che foto riiufie à per fiutone il componimento de’ dialoghi. 

Marco T ulliodice il t' archi , chefù diurno ne’ firn dialoghi ; ma egli fu an~ 
che compitiffimo nelle epifiole : E però da lui folo fi può molto bene dittmgue- 
re la differenza be ha da t fiere fra lo fhle de’ dialoghi e delle ep floleiChe ccr 
to non crediamo nocche in dialogo egli bautfie malfatto , che vno interlocuto- 
re hauefje detto all’altro , 

tgo omm officio ac potius piccate erga te cxtcris iatisfacio omn i- 
bus,iniiu ipfi nunquam ùtisfacio. 

È quello che feguita , k è che in cpi tuie baUtfft mai fatto ragionare cofi alla 
ftcnf ala, come pare che face ffc Sceltola quando dijje , 

Cu r non inmamur,Crafrc,iociatenj ìliuur, qui eft in PhasdroPla 
tOHis,nammcha:c tua PJatanusadmonuit , quxnon mmusad opa- 
canduin hunc Jocura paculis di difiula ramis.quam illa &c. 

Fra gl Italiani notiri lodeuolmcnte han io feruti dialoghi l eone E breo, M. 
Sperone, il Varchi, & altri : E tutti hanno ufata man i ra di direcofi famiglia- 
re e brfia , che alla lettera non fi farebbe conucnuta: Come fi Lione Ebreo 
quando dite, 

Sol Iddio ti fatui Filone, tu pafii così finga parlare: Ftl. eJMi jalutala ne- 
mica della mia falute,pur Iddio ti fatui ò Soffi a, che vuoi tu da me ? 

E come fa femore il E archi, fé bene ih alcuni luoghi tanto familiarmente , 
che piu totto pare quella vna familiarità pie bea, che nobili ,fe già non uiene _* 
efeufata ,percbeancht gli eruditi à Firenzi accoflu mino di parlare con fomi- 
gl anti riboboli. £omc oue dice , . - 

yoi tn’ bautte toccalo l’ugola: Deh fine fapete più, racontatemtnt de 
gli altri ’ • 

Maio à dirti gli, 

Chi dice fìe ch’ella fojjc Lombirda , ckefxrrefle voi ? Come quegli da "Prato 
quando pione , 

Vci far e fi e buo ' o per la fi sla de’ Magi, 
tome ficte più lontano che i> Gennaio dalle Mere 
Cb’tgl.vt fatila parere vn’Octa . 

La lingua Greca non farebbe atta ad efiere f attorina alla volgare . 

Facciamo à far buon giuochi, 

E mille di ukefìi modi di dire , i quali fi vede che à te api di Cicerone , non fi 
foUit ano mettere ne- bene feriti dialoghi, nè meno ite tipo di Platone : fi già 
non è am he quefta vna prcr,gatma d.lla nottra lingua volgare fopra le fue fat 
torme : Ma di .fuetto non o u . Quanto alle lettere volgari Italiane noi non 
crediamo ibe alcuno /rabbia pur unofeupato il primiero lungo , in modo che 
da lui n Ila nofìra lingua, come da Cicerone nella latini , pofja per uin d’efiem- 
pi,t<ar fi alcuna regola mappellabiU'-Tuttauia per quello che Jp^tta al folo prò 
- .... pofito. 


Sopra la Particella C X X VI. *J41 

pofitojd quali ragioniamo in quello luogo , fi noi pigliaremo in mano aleute 
ben fatte lettere ,e che habbiano il uero decoro delle lette re, troueremo i lor mo 
di di d re,vn poco p ! ù rilcuaati &aln, che d dialoghi non conuerrebero , e tali 
in fomma che da huommi che ragionino infume fen^a precedente con fider alio- 
ne non farebbe vcrifm le, che veni fiero vfati . Ter esempio oue il Caro à ma- 
donna Ifabetta -4 rnolpb na de' Cuidiccioni nella morte del Vef couo fuo } ratei 
lo ferme cofi , 

‘Dopo la grani (finta perdita del Ve fono fuo Cordialiffimo fratello , & mio 
fluì rito S ignote fono fiato tanto d condolermene con efla lei : parte per non ha- 
uer potuto r f pirare dalla grandezza del dolor mio, & parte per non i inoliare 
mici l’acerbezza del fuo : Vere oche fcrimndo'i, ò di dolore, ò di conjolatione 
conutntua eh' o le ragionalfi . Il dolermi con una tanto afflitta mi pareua vna 
fpecie di ci udeltd . Co fortore vna tanto fonia mi fi raprefintaua una forte di 
prefunttonr, oltre eh da vno fconfolato, & d: (petalo quale io reflaipcrla fu * f 
motte, mojfi trami nteinsù quel primo ((ordimento, neflun conforto le potea 
venire . 

Al ficuro che di quefla manie ra non rajtonarebbe vno alla fprouifia con vn 
altro, t però li vede che anche le ben fattcnodrc lettere Italiane , fono come di- 
cemmo fuperiori allo flilc del dialogo . Habbiamo detto le ben fatte e con de- 
coro, perfhe 'oppiamo ancora, chcvenefono molte anche alle fìampe, e tenu- 
te belle, e che danno maggior gufo alla brigata : le quali in uero non hanno fìi- 
le troppo (uperiore d quello dt’ dialoghi : F tilnoflro AI. -4 n tubai Caro mede fi- 
mo hebbe vnà fi rana gante inclinatione , ££ vngetuo lubrichiamo per dare in 
quello I coglio,come quando fcriue à M. Vgolmo Martelli ; 

• Terche io fono vna certa figura, comedouete bauerc intefo dal Varchi, fen- 
za troppo (lare in(u conueneuolt,mi ui dò, e dono per amiciffimo,c ve ne fòcar- 
ta,emi vi obliga &c. 

E molte altre volte : Del 'Berna non voglio ragionare, e lafcio che cominci 
lt lètteti, come à gli abbati Cornati. 

Signori miei longum efjetje io uoltffi firiuere d tutti tre prx dignitate rei,& 
per far um &c. 

<JMa la importanza è che horamai c, uefle tali fono tenute le più belle lette- 
re : 7^e à noi cade in pen fiero di volt r caccio re dalle lettere tutte le facetie e i 
( ali, an^i vegli ammettiamo molto uclcnticri,ma ben a piacerebbe, che vi bef- 
ferò in maniera diuerja e più alta ci e di dialoghi : T^e vogliamo che fia veduto 
d noi, ma che altri finta Demetrio , il quale mole < Ite la efiftola h- bbia manie- 
ra di di re più alta che il dialogo ; E poi co ftden vna di quefle lettere burlefcbe, 
e vegga, fi efla è talr,ò fe Demi tt,o mentre, òfed n (Irò tempo ha hauuto d na 
[cete una terza (petit di lettere, che per efitre più che famigliai i,famig iarijfi- 
me habbiano ad e fiere domandate . 

Del Beccaci o * oflro,& in parti calare del fuo Decameron, che èqutl’oebc 
tifi rue :n qutfìa fatica, p co poffiamo vaiti ci dpropofito di dialoghi, o di lette- 
re famigliar! j Tuttauia vogliamo dire alcuna cofa . Cioè che eflendo quefla . 

-4 a a 4 opera 


Digii 


741 fi Predicatore del PatngaroU 

•pera, non Drammatica pura( per dir coli ) ma mijh, in Li occorre che trejor- 
tidi pei fo'ic ragionino : Ciò fono , ò l’autore mede fimo, ò quella per fona ebe 
racconta la nouilla,ò qualche perf na i> quelle, che interuengono nella., oue Ila: 
Ter efiempio parla l‘au tore,q andò dice nella r.oucUa di T o/ano. 

Il f{è come la nouella di t.lifa fentì baucr fine , così [en^a indugio verfo l a - 
Laurea la riuo to,le dimoflrò jdìc gli ptaceache ella dice/se » 

Tarla la perjona raccontatrice della nouella ; Come fi ce allora Lauretta , 
che coft cominciò- , 

■ : O Amore clienti e quali jono le tue forze , chentii configli e chen i gli atte- 
dimene . 

£ finalmente parla alcuna ptrfona iaterefsata nella notte lla,comeouc Tofa- 
no nella fle f sa mutila dice alla moglie , 

‘Doma tu ti fatichi in vano,perciocbe qua entro non potrai tu tornare . Va 
tornati la doue infitto ad bora fe’ flato , 

Il die {laute dittamo noi àpropo fitta no (Irò che fe mir aremo bene , qua fi fem- 
pre oue parla L autore , ò chi racconta la nout Ua lo fide è maggiore , & è quafi 
epiiiolare e quafi fimpre out parlano gli interlocutori delie mutile , la marne 
raè piùbaf)j,e più confórme d quella de' dialoghi : E tanto ci bafh battere 
accennato : con tfperanza che chi vi farà con fiderai ione, non citroutri di molto 
allontanato dal veto. . , 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


S iamoli bene auenturati noi Eeclcfiaftici in quella materia di Epi- 
‘ftolrc lettere famigliari:Che non foto franoftri autori in tutte le 
lingue habbiamo effempi di perfetriffìme ccompitilfimc lettere. 
Ma habbiamo chi hà apollatamente trattato dei modo del compirle.* 
E quello non mica vn autóre ignobile, ò mediocrenna PEmincntilfitro 
Teologo, Et in tutte le feienze humanc eruditismo & cloquenriffìmo, 
Gregorio Nazianzcno.Eglr in vnn fua Epillola ad Wcopulum,\ a quale co 
alcune altre manca per ancora in alcun ftampc , dilpura fedamente & 
cfmi i fìramente del vero-modo di co.nporrele Epiflole. 

Tratta della brcuità.elonghezza loro: Comehabbiano daefferca£ 
fai facili, ma con dignità:Ecinfino come in loro.fi potfano.e fi debbano 
fpargcrc lcvcnuftà.c le grafie^ 

E Mcffcr Pier Vcttori.il quale afferma di hauerc diligentemente let- 
ta detta Epitlolamon c lontano dal credere che Nazianzeno quando la 
fcriffe.hnneflc già letto quello picciolb trattato di Demetrio nel mede- 
fimo genere, pofciacheafle medefimc cofequafi pare ch’egli alluda, e fi 
accordi fuori che alla quantità della lettera , che Demetrio cfcludc co- 
me vederemo poi.la lunghezza.Grcgorio non vuole .che l’Epillola en- 
oo à determinati confini ila rinchiufa,ma che conforme alla maggiore 
jp minore quantità di cofe^che fihabbiano àfcnuere,elfac più breuepof 
Faeffcrc c più longa: 

* *. ■ ■. v ' ‘ "" ' *' Ma 


-i* Soffrala Particella C XXV l. 7* J 

'Ma di qfto à fuo luogo: Fra tanto c da aucttire che varijdìme forti, di cpi 
(loie proprie noftrc , c non conofciutc , ò vfatc da foculari , Iiabbiamo 
Tempre hauute noi Lcclefiaftici : Come farebbo no lettere , òEpiftoIc-», 
F arrtkiteX òmunicMorie,CatoUcbe, Vacifiche^ommendatrice.DtmiJJbrie, Memori 4 
li. Commonitorie, Smodali, Enilitiibe,Brcui, *4 poftohibe > Cleriibe , r attorie , 
gir Altre, delle quali tutte eccellentemente come Tempre ragiona, 
e dichiara quali liano.il nollro valorolilfirao Baronio nella feconda par- 
te de’ Tuoi Annali, nell’ Anno del Signore 141. 

Ma in particolare per quello che fi bora à proposito noftro» tre forti 
di Epiilolemolto diucrTe dalle tamigliari diciamo noi, che fi vfano 
anc'noggi nella ChicfajCioèjPaftoraljtMagiftralitc Decretali: le paltq- 
rali fimo quello,. Ielle quali fi vagliano i VeTcouiperpredicare(li può di- 
te in ifcritto ) à Tuoi popoli , quando ò abfenza, ò altro impedimento 
non pcrqiette che eglino i bocca, e di preTenza lo polfaho lare-.E qui fio 
è.Così antico rito dclliChiefa, che gli Apertoli medefimi lo introdurte- 
lo, nìaltro fonotutrcleS<u«cEpiftalc,c di Paulo e di Pietro, e di Gio- 
uanni.e di Giacomo e di Giuda,che Pastorali lettere. 

E(fecoft può dirfijicmtc Prediche: ne dii foli l’hanno (attornia dop- 
po loro perpetuamente fino à tempi noftri c durato l’vfo , e dura an- 
cora., . 

1! Tanto più in vigore, che non era nella età poco prima palfata, quan- 
tochein quella noltracon relTcmpio Tuo l’Iià rinfrcfcatoil gran Car- 
dinale Santa Praflcdc , né folamentc Pili Tatto con l’eilcmpio , ma con 
J’amaellramcnto ancora, in quelle parole della Tua inllitutione oue 
dice. 

[Et vero quamquam EpiTcopus atfiduis offici) fui paftoralis labori- 
bus muneribufquc occupatillìmus , Tatpc ad omnem popuhim fibi com- 
mifsum Concionem baberc non potelhramen tana vetcrem,ntquc adeo 
ab apoilolicis vTque temporibus denuatam rationem adiuberc Ihide- 
bis , v t diocxfis Tua: populis à fc diltancibus por litteras patì orafe» ahqui 
do cancionetur : Hanc cnini conciona n d» viam nou modo Sj liciti» Patt 
lusApoltolus tenui:, kit euam exteri Apoftoli , qui pcrEpuì I.is aòfcri- 
tibus predicatimi .Idem ab antiquis , Sanélifsimifquc patribu^ fiailita- 
tum elle conilat : quorum animi eochuitatis amore flagrarunr.vt ali) 
in exilium pulii, ali) in Cultodiam detrufi, vclalia rationc à grege com- 
mifib procul remoti , abfcntefue , cum coram non poTscqt Epiftola- 
rum paltoralium fcriptione vtqrentur ad concionandum.] 

Santo Ignatiomentrc da ferociftimi foldati veniua condottò à mori- 
re àRoma, ad ogni modo quelle Tue belliftimcpaftorali fori Tse, che par- 
te da Policarpo , e parte da Philippenfi raccolte Tplendyno anc'hoggi 
tanro nella Chiefa: E quello che gli fece, innurrrcrabili fecero doppo 
lui: E molti buoni Vcfcoui ,fanno anch’hoggi:E tutte quelle Epiftole 
di quella maniera Tono quellechepaftorali Iiabbiamo nominate. Le fe- 
conde fono le magiftrali : le quali coli chiamiamo , perche per mezo lo- 
ro à queliti di facrc Tcienza.c di Tcritture hanno rifpofto i loro autori , ò 
in altra maniera di cofe Dottrinali , ma principalmente con intcrprcta- 
tioni di luoghi fcritrurali hanno ragionato: Che però anche Epiltolare 
cTpofitionc di fcritrurali domanda quella talc,che nella Biblioteca di Si 
ilo viene ditfinica in quello modo, 


74 * 1 / Predicatori del Tamgarofa 

Epiflolari metbodo rfifunt hi, qui D iuinas fcripturas per litteras & E pi fi oidi ai 
mieoi, prcfcrtim confidente* tranfiniffas explanarmt. 

TalifonomoltcdiqucIIedtSant'AgoftinocomcadForfMaMtHtw &Tau 
limon de ridendo Deo& altri. Tale molte di San Gicronimo comcqucl- 
lc delocisEbraictiydc erroribm Origenis. 

• E tutte quelle che fra cllì Sant'Agoftino,e Gicronimo pafsarono: 
Sant’Ambrogio alcune magiftrali Epiftole di quella medefuna manie*- 
ra compofe: 

Ma più di tutti Ilidoro Pclufcota Greco difcipolo di SanGiouanni 
Grifoftotno : il quale viuendo à tempi di Teodofio il giouane Impera- 
tore, come fcriuc Niceforo nel libro 14.3! Capitolo yj. dieci milla Epi- 
ftolc magiftrali lafciò fcritte, nelle quali quali tutri i più importanti e 
più difficili luoghi delle fcritture cfpofe , <8c per ancora mille cento , e 
4S.dice Siilo che àVenetia nella Biblioteca di San Marco fenefitrouai- 
no. Finalmente Epiftole Decretali fono quelle nelle quali i Papi ,uelai 
Confultationes refpondcnt/rtf aliquod atdendum ant agendum decermmt . Come 
le compilate da Gratiano prima, c poi da tanti, che ciafcuno troppo 
bene sà che cofa fono ; Hora ne di quelle, ne delle altre due forti di let- 
tere che habbiamo detto , Cioè nc delle paftorali , ne delle Mag ; ftrali , 
ne delle Decretali intendiamo noi di ragionare in quello luogo , nc ad 
altre forti di Epiftole, òletrere vogliamo applicare gli i nfegnamenti di 
Demetrio , fe non alle famigliar! , o di negotio , Cioè à quel li , che pet 
compimenti e carezze fra amici vengono fcritte, ò qucll’altrc che per 
occorenti negoti; in qual li voglia forte d’huomini , anche à Principi ò 
fra Principi c rcpubliche pafsano ogni giorno. E già di quelle vltimo 
alcuni efsempi antichilfimi habbiamo nelle fcrirture noftre ; Come in 
Compendio la lettera che fece fcriuerc il Rè Afsuero alle Cento 17. Pro 
uintic fuc , in Eller all’ottnuo affine che fofse reuocaM , quella che con- 
tra Giudei haueuaferitta Amanno j Et in follanza pure quella , che fe- 
ce fcriuerc Dario figlio dii dafpe, nel primo d'Efdraal 6 . perche fofse 
redificato il tempio de Giudei ; E diftefa quella che fcriueno gli Ebrei 
di Giudea , à gli Hebrei di Egitto nc’Machabci al Capitolo nrimo.del 
fecondo libro . Epiùefprcfsamcntedituttel'altrc quelle, che ferine-* 
no gli Hebrei à Spartani, c gli Spartani à gli Hebrei nel primo de’ Ma- 
chabci al duodecimo , otte li vede che per quella età, molto buona è 
laEpiftola, nella quale Ionata à nome de Giudei procura ftabilimen- 
to di amicitia con Onia Rè di Spartani : E che aponto alla Spartana , 
molto Laconica ebreue, è quella che rifponde OniaàGionatà in quel- 
ita maniera. 

l{ex Spartiatarum . Onia s lonatha fiuerdoti magno fiilutcm : Inuentum efi in 
fcriptura de Spartiatis gr ludais , quoniam funi 1 ratrei , & qmd fimi de genere 
Abraham : Et nunc ex quo hac cognouin us benej autis finbentes nobis de pareva 
vefìra : fed & noi refcnbmus robis : Pero» a notira , &• fajjcjjiuncs nofirgreStrat 
flint & reflra nofirx : & hac mandami/, us nuntion Vobis . 

Ma non attenendoli per hora alle fentture fole Canoniche . Vcgganfi 
in tutti i Padri noftri Greci e Latini , le lettere non paftorali, nè magi- 
llrali , nè decretali che hanno fcr'trc ,c li trouerà , che intiero lafapicn- 
zaèllata feeuita dalla eloquenza , perche ncfsuno infegnamento in 
materia Epiftolarc li trouerà dato ò da Demetrio oda Arili orile, ò 

da al- 


Sopra la Particella CX XV IL 

da altri ch’eglino non habbiamo compitamente ofseruato : 

t quanto alla differenza , che vuole Demetrio , che fi a fra il Dialo- 
go, e la lettera, leggali San Gregorio foló ne’ Dialogi, oCjn alcune 
delle lctt .-te fue più'fa nigliari; E fi vedrà la diftintioncviuisfimamante 
cfprefsa , fenza che noi , con particolari luoghi ci affatichiamo à porla 
dinanzi à gli occhi . 


u 


P AR T1CELLA 

CENTES1MAVENTES1MASETTIMA . . 

ii ; ir iv om 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

f 'ìTaoi .viti*' i e ci $.*/;, a tv>\ ■ \ . vr 

T filutiones crebra, qualet roncohgtuuntepiflolis: olfiu- 
rum enim in fcriptione dijlolutio. Et iUud quoifaiìum tfl 
ad tmitandnm,non tfl ita proprium fuumque ferptionit » 
vt certaminie .Velati in Euthyd me. Quinta! SocraW» 
cum quo beri in Lyc (0 dfputabasì quando vos magna tur - 
ha hominum circumfi :bat.ht cum paulum proceljilfct in- 
fe>t.$anèmibi peregrinile qu idam vide tur effe, cum quo difputubas,quis t rati 
buiufeemodi enim ornnìs locano & imitano bijirioni congruit magie , non tpi- 
fiolii qua fenbuntur . 



parafrasa. 


ito. 

Ani 


VìlX 


T anche alle Jrpjrtole non conuengono certi modi di 
dire difetti e fognati, principalmente fe troppo fre- 
quenti fi vladcro.-Percioche come habbiamo detto nei 
componimenti , che li fanno per douerc edere lettifo; 
lamentela diilbiutione hjMempre deli'olcuro ; Et fc bene cita è ac- 
Comodataali’attiO0^ > 6^.?lla reprelèntatione,non però cofìò prò* 
pria a coinpommeuti grniici, cornei gli Agoniflici . Certo ouè Pla- 
tone nell'Éutydemo dicci .■ ...... - < 

, 1 chi era colui ò. Socrate,col quale tu pallèggiaui hieri nd Liceo? 
quando tanta gente vi era attorno ? h 

Epoco più giù,» •• •' j. :• . . . 

A me paruc egli foraftiero, quel tale, con cui tu difputaui : Chi 
craegli ? . ; . t . 

t . Modi 



Dig 


7^6 ' dedicatore del TanìgaroU 

Alpdi limili di dire cofj difciolti,ben gioirebbero alia attiono 
Jiiftrionica di chi hauefle à reprefentargli, ma'all'Epiftole non con- 
tengono, le quali non ad’altro fine vengono fcritte, che per douc- 
rc eli er lette. 

: bvttl gi fs.i, ,• * 

COM MENTO. 

ù T T rj r > j <-*-» fr i r j- 

P Er intera ectmpitiffrma intelligenza diquefia particella altro non oc- 
correre non rivedi rem tratto, o richiamar fi all* memoria ,fe non tnt- 
to quello, che dific Demetrio nella particella \po.bxbt noi aggiunge- 
mo nel Commento, almeno quel poco, che dice nuotile nif duodecimo Ca- 

pitolo dei ter^o dilla 7^ tyrica+dellagrap differenza che fi truoua fra duege- 
r. eri di componimenti, fno fatto per e fere rapprt ferita to e dettto in voce, e Cal- 
ti o per douere tffere letto jolamentf. Il primo di qu<fii dicemmo, chi da Greci 
Agonifìuo veniva chiamato, & il fecondo grafico: t molte furono ledili ntio- 
ni che fi trovarono fra loro, ma primicalmcnte quella , che & all' bora faceua, 
& bora fd fola al nofl ro propvfito : Cioè ciré al primo genere di dire cAgoni- 
fìuo, coni ait iofo,& biflnonico più e mione il parlare slegato efenza appichi , 
otte all’altro che (grafito nominiamo più confd il re giovare legato, c ton attac- 
camenti, c la ragione èiTercoche quei vacui , che itti farla re slegato retiamo 
la oue dover , bbono tffere le partic ■ Ue congiuntiueffe con anione non vengono 
aiutate, Ufciamo molte volte ambigua la intelligenza , e fredda la te dura del 
fompommcnto-ladoucoue babbuino le cofc fritte ad efiire recitate ,que’ me- 
de fimi vacui fanno buono effetto,perche twtano Catione lùdrionica , e quafi 
sformano il dicitore à douergli riempire, con varij getli, e moti , e tuoni di no- 
ce:€f empi di tutto ciò furono dati all'bora molti, C3 efprefji : E tutta la coffa fù 
dichiarata iamode,c^e àpena àg udaio nofiro potrebbe efia ritener dichiara- 
tane maggior ; Si che p^r quello,che appartiene al nofìró proposto: bifogna ri 
cordarci folamtnte,cbi le hpiftole fono del genere grafico, in quanto non han- 
no da tfiere d ttem voec/na lette piamente, E che i Dialoghi più lofio ago- 
mflici deuono dirli, ò almeno icprtftnt attui, inquanto m it amo perfine , che in 
vette con tal gefli e moti dicevano così . E pero oue al Dialogo le difgim.tiue 
convengono, alle E pifìolevn parlare legato deve da' fi, e conattaccam nti E fa 
r¥in fotrma,cbe chi leggerà la tua lt ttera,non Ixtbbia bifogno d" alcuna varia - 
tione,nè Ji moto, ne di voce per douerla intendere, ma efia da fuoi attaccamen- 
ti, Or altre particelle fia diflint a in modo , che n.nfofla con alcun vacuo ge- 
nerare ambiguità. Ter e fiempio l’bò loncetto , l hò par tur ito , lo nodnfco. 

Cofi fi potrebbe dire in vn Dialogo, cìx in vnt Ultra biofnartbbe r 
dire , 

lo l’hò concetto, & bollo partorito, & bora lo nodrifeo, 

In vna orai ione ben diffe Q cerone , 

Abijt,cxceflìt,cuafK,erupit. 

; ' . Che 


S oprala Particella C X XV I V. 747 

Che in vna Epijloia non fi fa- ebbe j rrifchiato à farlo troppo fptfso. 

Et il 'Boccaccio fece dire in voce dal Canegiano à Salabaetto 
Ma le bai fatto, Male ti (ci portato, Male bai i tuoi C . Maeflri obed-ti , trop- 
pi danari ai vn tratto bai fpefo in dolcitud ne. 

Che fe in vna lettera gliele baite jjc fa to fcriuere al (curo d’altra mari ercL» 
haurebbe ragionatoti, fe al.’efsempio addotto qui da Demetrio vogliamo vol- 
ge» fi, al ftcuro molta (pezzatura, e dijìaccamèto fi truoua in quel principio del 
PEutydemo di "Piatone : che nella Tarafrafe /sabbiamo dichiarato : & il quale 
fe bene fecondo il io fiume Demetrio non adduce intero, tanto non dimeno ne ap 
porta quanto bifogna per lo fuo propofito-.Cbe à dire il vero in vna lettera fa- 
migliare il dire, 

Chi 1 racolw,à me parfortflicro,chi era egli ? 

Si vede che farebbe ino fpropo/ìto:Ecco quelle dì/giunture , le quali feaza 
ejjerc empite da qualche attione non pofion 1 proferirli, alla lettera che è com- 
ponimento grafico non fi af}arrbb:ro in alcun modot'bji però vuole 'Demetrio 
Uuare tutte le difgiunturc;ma almeno de(idcra,cbe folutiones non (ine ere 
brae, Che fe pure ce ne (cappa alcuna, vediamo che fu fola , E fe in vna lettera 
lo facciamo, non lo facciamo mmoltefPer efjempio In vna delle lettere flampir 
te de’ diuerjr.che aprendo io dcafo il libro, mi è vtnutaaUemani ,fono quelle 
parole, 

loto troppo bene Meffer "Paulo, che la ftrada,oue hor camino, è lontana dal 
diritto f intiero . Sò che le cure che occupano la mente mla,mi t rcndono ingrato 
al Signor ' : sò che debbilo mio farebbe de. 

E fono buone parole' Et in vna 0 catione ò predica ò Dialogo, out qut' uacui 
potè fiero t fiere acutati dall’ attione, farebbero troppo. E for fi anche nella let- 
tera per vna uolta pofion 0 comportar fi ; Tuttauia io baurei più toflo volu- 
to dire, 

Jo sò trop 0 bene Me/ser "Paulo che laflraia oue hor camino, è lontana dal 
diritto fenttero;E come cono fio che le cure, che bora occupano la mente mia mi 
rendono ingrato al Signore, Cofì intendo pur troppo cbt debito mio fareb- 
be &c. 

alcuna corruttela, la quale pare cht flanella letteradi quefla particella 
da WL'fser Pier Vettori viene aueruta , e remediata in modo , che non occorri 
aggiùngerla-, Tfoi intorni alla lettera trecofe loie dicemo; Vna che oue egli di- 
ct.quod faftu.ncfl ad imitanduin , uuol dire que’ componimenti che fona 
fatti per ctoueree fiere rappre feritati . L’altra che oue dice .Non ert ita pro- 
pnutn fcripturis vt ccrtaminis. Si hi da intendere noni fi proprio del ge- 
nere grafico, come dM’ t^dgoniftico.E finalmente, che oue dice Epiftol* qu* 
fcribuntur uuol direte Epifale, le quali fimprefono in genere grafico. 

£ coft babbiamo tfpofto nella ParafraJt,hora pajffiamo ad altro. 

f ^ rtrfiftei fìlli .» !ihi VliX 

f . 1 1 4 i.'fl li. Oli'* DI Itili wXJ.v’V 1+'^ 'JL i ». 'I ••ysJ 

DI- 


Digii 


7^8 11 Tredicatore del Panìgarola 

DISCORSO ECCLESIASTICO. ' 

S lamo in grandiflimo pericolo tutti noi, clic per Io più attendiamo 
à fare componimenti Agoniftico.di non date, ouc ci venga occafio 
ne di farne de O ratici , ne gli indecori, e nelle impertinenze :*Et in 
particolare, chi la maggior parte del tempo fcriue prediche , conuicnc 
hauendo à fendere lettere , che habbiagrandiflìmacura , di non dare-» 
non fidamente nello ftile magnifico, quale alla lettera non conuienc, 
ma in certe difcioltura ancora come dice Dememo quà, & in certe ma- 
niere atte ad ertele iapprefcntate,lc quali nella lettera, che per altro non 
viene feruta che per doucre cflerc letta , fono indecenti(Tìme,c poco me 
no che ridicole: b gii facemmo mentione di fopra ad altro propofito di 
alcuni, i quali fc in vna lettera famigliare poflono introdurre vn prolo- 
go di predichetta, credono di far troppo bene : # Età noi non hà molto* 
venne vna lettera, la quale cominciaua, 

Si come il valorofo progenitore del gran fanguc Romano Enea. 

Ma quelli per auucntura,anzi al licuro,non fono manco di quelli che 
compongono prediche, ma che le recitano, à quali comcpai;ono bcl- 
lilTìmc quelle cofe ne' prologhi , coli in tutti i luoghi credono , che cal- 
zino della medelima manicraiE di quello non occorre che ragioniamo 
La importanza è , che de buoni vi danno dentro:E perche ogni uno per 
valenr'huomo che fu habbia paura e llia cauto,c quando dallo fcriucrc 
prediche paifa à fcriucrc lettere , vada circonfpcttil1ìmo,vogiiamo dare 
vn crtempio atto à fgomcntarci tutti di Montignor Cornelio medefi. 
mo coli grand ’huomo , Coli intendente di precetti del direte coli accu- 
rato in mete le cofe fuc.Eche nondimeno m vna lettera fua, che vi alle 
Itampcjdicde llrauagantemcnte nelle maniere Agonilliche , nei difeio- 
glimenti, nelle cfclamationc & in molte altre cofe, che al componimen- 
to grafico in alcuna maniera non poflono conucnire : La lettera è quella 
di cui facemmo già mentione vn altra volta, chclillampa nel principio 
del primo Tomo delle prediche, in rifpolla ad vna, che le uà innanzi di 
Mefser Bernardino Tomitano:della quale lappiamo che chiunque hau 
rà giudi rio, giudicherà come noi,e le cofe ilcflc lo conuiccranno. Per cf 
fempio comincia la lettera in quello modo, 

elicili fono bene fauori viui i Segnalati , che vi e piacciuro 
farmi . 

Che per vna predica formale e pompofa , e vero che non farebbe có~ 
minciarnento tanto alto quanto bifognercbbc:Ma ad vna feconda par- 
te di predica , ad vna homilia , ò ad vn fcrmone pieno publico , farebbe 
principio atti Ili mo. 

E perconfcguenza nonattoalla famigliarità , e verecondia( perdir 
così) che deue haucr la lettera: Tanto più con le due parole viui e re- 
gnala» , delle quali la prima e metaforica,c l'altra llranicra , non fi tro- 
uando come ognun sà nella noftra fauella il nome fegnaiato . Ma quello 
è poco,feguita la difgiuntura dannata da Demetrio. 

Quelle fono ben pruoucdcl vollro Amore verfo di me , che non 
han paragone . 

- E tanto 


Digii 


Sopra la Particella C X X V II. tJ49 

E tanto mc*o accettabile è quella difgiuntqrà quanto che è congiun- 
ta con la reperitione quali cicli la mcdcfima parola: Quelli . Quelle, che 
c ornamento ò da non mettere nella lettera , ò non almeno nella fronte 
didei . Ma che diremo di quello che feguita apprefso à! due lince , : 

Dio iinmorrale onde comindarò Signor Tomitano inio, 

E chi non vede che quello c de più Eccelli modi di dire, che porta ri- 
ccuere il dire condonale, non che lo fcriuere Epiftple’.Si come per aucn 
tura è anche troppo tronfia per vna lettera quella claufula.oue egli dice 
Al raro e veramente Diuin Panegirico.chc h?ucre comporto per im- 
mortalarmi. 

Ma fenza dubbio non è Graphica la difsolurione.che legue. 

Che fi è degnata amarmi tanto quale io mi ftia: trasformarli in me fi 
vàiamente, vnirfi con lo fpirito mio con tanto ardore* 

E molto peggio Uà qucIPaltra fatta di tre Vcrfi continui , ouc dice dì 
fentir piacere di quell’Amorc , 

Chehà potuto accecare occhio fi viqo. 

Che hà potuto illuftrar pietra fi ofeura, 

Chehà potuto abbellir tela fi rozza. 

Tanto più legni rata da vna Apeftrafe che in vero ci fa parere di veder 
lo in pergamo ouc dice, * " 

Perdonami tu Signore Iddio ch’io fono sforzato a diuentarc ambino 
fò per poter riconofcere vn giorno quello animo fi nobile, 

E quello anche è poco appetto à quella efclamatione, 

O lume raroiO anima ben degna dei Colli Euganei.rutta Eugjmca.tut 
ta Eugenia nobile , illullrc , & nelle lettere e nei collumi aliena in tutto 
dal nollro volgo , 

Che fi vede pure che fenza anione non e portìbile , phe fia pronuntia- 
ta;Echc però in componimento graphico non haueua da efsere riccuu- 
nj Maveggachi vuole la lcncra per fc medefimo. Che in vero bellirtì- 
me cofc vedrà, ma non proportionate à lettere, E di qui conofcerà, fe fi 
grand’huomohà dato in qualche fcoglio quanto cautamente conuenga 
che nauigWamo noi altri;, E quato fia vero quello ch( dicevamo < | 1 . Prin- 
cipio che à chi per l’ordinano compone cole Agonilliche, c facilirtìma 
cofa il fare impertinenze nelle Graphic ie,e fra l’altrecolc il fare entra- 
re di que’difcioglimcnti ncllc.lctterc;chc fenza atrionc non è polTibile 
che venghino pronuntiatcìE che alle prediche fole e fomiglianti cofe fi 

confanno. 


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«Atout .qtrtifcri’ flv 


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r 


PARTICELLA 

CENTESIMAVENTESIMAOTTAVA. 
T STO DI DEMETRIO 

m f ■ i t • , 

Tradotto da Pier Vettori . 



Lurtmum autcm habcat Epifìola moratum', qucmadmodum fi 
‘Dialogus : fsrmè cnim qutfque imaginem animi fui fcnbit epifl o- 
lam.Et licet quidcm & ex alia orniti oratione udore morti fcriben 
tir. è nulla auttm pc.vt ex epifìola. 


PARAFRASE. 


Vello di commune hanno le F-piftole &i Dialoghi, che 
in ciafcun di loro dcue l’huomo moratamente fcriue- 
re:principalmente nella Epiflola,! a quale hà da fcruire 
L per vna imagine dell’Animo di chi la fcriue : Che fc be- 
ne in tutti i componimenti li conofcono in qualche modo i collu- 
mi di chili fi, in ninno però così compi tamente auuiene quello, co 
me nella Epillola. 



COMMENTO. 

P Ochi termini horamaici viri otcaftone di douer dichiarare ,ch< altroue 
non pano flati efpofii da noi . Qud dice * Demetrio che la Epifìola hà da 
e fiere morata .Età noi perciò appo ttrehbe il dire, che cofa pa ragionare mo- 
rato ■, ma tutto ciò così diffuf amente infegnammodi f opra nella particella $4. 
chequi in vece di replicare bafta accennare. CMirato diceuaun che e ragiona- 
re in imo di tre modi . Trimieram ■ nte quando egli è boni fio , modeflo , e non 
continente cofa alcuna cantra buoni coflumi . Et in quella maniera anche chi 
diceffe propoptionifpeculatiue ; (ome fare bbono, Chriflo è morto. La fapiengq 
i cofa altifpma parlarebbe morato Perche il Juo parlare non far bbe vitiofo , ò 
mal co fi amato, ma modi fio, e bone fio-, 

“Hfl fecondo modo parlare Morato p dicerno , quando parlando efprime, 
qualche inclinatione dell’animo fuo,ò buona, ò rea ch'ella pa,ò ccnue niente à 
luiyò non conueniente fPer ef empio dicendo altri, Chriflo è morto, queflo è Mo- 
rato 


jftized b 


Sopra la FaHÌcdU CXX V I Iti 7$I 

Votò nel primo modo ma non nel fecondo;E dicendo bella cofa è il rubare mora - 
«o è aucflo nel fecondo modo , perche e/prime inclinatione dell’animo ,ma non 
nel primo, perche la inclinatione i federata . E finalmente morato fi dice), che 
parla vm quando efprime alcuna inclinatione dell'animo , proportionata afe , 
ondefe vn ladro diceffr, Bella cofa i il rubare, parlerebbe morato nel fecondo» 
e nel tergo modo, ma non nel pr. mofla douefe un Santo Prelato diceffe . fatile 
t0 fa è U fentirc la parola di Dio,quefii in tutte e tre le maniere moratamente ra 
gionarebbe . in proposto noftro fi può dubitare di qual forte di morato in- 
tenda Demetrio, quando due che la Epiftola deueeffere morata ; E noi rifpon- 
diarr.o che della feconda maniera egli intenda fenga dubbio ; fioè che nelle let- 
tere habbiamo non à lìar fempre nelle propofitieni fpeculatiue , ma per lo più 
d ua lerci delle morah;£t à uarie occafionicjprimere noi fleffi nello fcritto, e fa- 
re come egli dice una imaginc dell animo noflro : 

Ma aggiongiamo bora e diciamo che Demetrio deue anche perfuporre , che 
chi ferine la lettera fia huomo da benefiche eflendo , [e egli uorrà tfpt mietei 
fuoi veri coflumifgli efprimera buoni: E di quella maniera fard la Epiftola in 
tutte tre i modi morata-, 

CMarco Tullio nel bel principio delC Epiftola , che è prima nella flampe 
oue dice , 

Ego omni officio &c. 

Tarla Morato, perche fe ne caua ageuolmente che egli fia d’animo grato e 
cono/ unte. 

Il Bembo oue fcriutnda à Tapa (fernet e di nuouo afjunto al Pontificato dice 

Mi rallegro di queflafua felicità : E non tanto dell' e fiere ella Papa, che non 
reputo cofa feliciffima per fefolo cotefto foggio, quanto del'hauer voi occcafio- 
ne e modo eflendo Tapa di poter giouare alle gentile longhe lor temperie tran 
quillando,e le tenebre rajjerenaudo. 

Parta morato, & efprime il de fiderio ch'egli tiene di vedere giouato al pu- 
blico il Boccaccio, oue nella prima nouella fiche altri cominciando dica, 

Conuen uolecofaè cariffime donne , che eia febe duna cofa, la quale l’ huomo 
fd dell' ammirabile e Santo nome de colui, il quale di tutte fu fattore , le dea 
principio, 

Tur parla mora'o , & efprime animo religiofo ,epio : E diquefli effempi in 
tutti gli auttori,& in tutte le opere fe nè potrebbono addurmolii, perche infom 
ma fi come di: iamo che fd vna cafa, nell’edificio edifica fe fleffo: Co fi ne’ compo 
nimenti altri efprime fe mede fimo, ma principalmente nella lettera, che deue ef 
fere vna ione , C3 imaginc efprefla di chi la ferine. ^ il qual proposto vna fola 
tofa vogliamo aiche auertire,e poi paflare ad altro , Cioè che potè do efprimerfi 
nelle lettere inclmationi d’animi tutte buone,ma di molte forti e coflumi tutti 
buoni, ma in narij generi, iafeuno nelle lettere, non folo nella lettera deueefpri 
mere collumi buoni, ma anche proportionated fe:(he fe vna Donna in vna fua 
lettera dìce/le alcuna cofa tenuemente à buone e Santo Capitano fenga dubio , 
buoni coflumi cf premer ebbe, ma non propor lionate dfe.E di quello ba fi i. 

Parte Seconda. Bbb DI- 


7JX Jl Predicatore del PamgaroU ^ 

•' • -i -i ■ •' «t <irr<\ \ *‘.vt 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


P Taceffc à Dio che queflo'precetto dito da Demetrio in quella pat 
ticella dinanzi à gli occhi di tutti Ecclefiaftici.fode quando fcrfj- 
nono lettere. E fi contcntadero vna volta di credere, che fi come 
non fono le medcfimc velli quelle, che bada portare vn (oldato , 
ò vn monaco,co$i non è il nicdelimo modo di fcriuerc quel lo, che hà da 
tenere vn cortigiano , ò vn Rcligiofo . Si crouano fecrctarii, 1 quali per 
molti anni fcrucno à padroni l*eculari,e bene fpeflb faldati : poi padano 
à fcruirc à Signori Ecclefiaftici e Religiofi : & ad ogni modo fc ne Han- 
no fu i irte dermi formularii, vanno del medefimo trotto, c non voglio- 
no ricordarli, che clfcndo tanta diuerfità dal foggerto à chi hora ferue- 
no,à quello che era loro padrone già; è imponìbile, òhe alcuna diuerfità 
non conuenga che fia anche fra le maniere dello fcriuerc, che hanno da 
tenere l’vno, e l’altro; la lettera conuiene come dice Demetrio che fia 
morata: cioè chemoitri buono , cproportionato collume in chi la fcri- 
uc : Ma chi è colui, il quale fia per credere ò allumare , che il medefimo 
cortumc.Sral foldato fia proprio, & al Rcligiofa?In fomma hó fi dourcb 
bono mai leggere lettere di huomini Ecclefiaftici, le quali, ò non hauef- 
fero per foggetto ragionamenti facri , ad almeno in quale fi voglia mate 
TÌa-c di negotio,e di componimento, c d’altro non fodero afpcrfe à luo- 
go a luogo,quafi di gemme, ò di detti della fentturaj ò di allufioni ad ef 
iùò di propoli uoni dcuotc,o di religiofc mcntioni di Dio c Santi, e cofe 
limili . E fia pur certo il Principe Ecclefiaftico,chc quanto più grande c- 
gli lode : c quanto più tali fodero le lettere di lui, tanto più lodcuoli fa- 
rcbboiiò,& à lui fere bboqio maggiore honore : Si come vediamo per e- 
fpèrienza, anche à giorni nollri ,che quei pochi Signori Ecclefiaftici, 1 
quali dalla R-cretaria loro non lafciano vfeire lettere , che non fia di al- 
cun religiofocoftumc abbellita, troppo più à giudiriolì danno fodlsfat- 
UonCjChe non fanno gli altri '• e più gratia hà vna piccola allegoria , ad 
vnaallulioncelia à vn verlb di Dauidd*> o cola limile: che non hanno 
cento miila,c bucci amante fauon,cgratic,c fcruitù, & infino regalare , 
c rclHr fcruito di lare , c limili frafcheric,c cofacce, che empiono quaU 
tutte io lettere de’ nollri tempi 1 1 Santi Padri antichi lafciaino andare , 
che bène rpeifo nelle lettere loro Decretali, paltorah,magiftrali,& altre, 
pure ècdeliafiichee Icrimirali macerie traballerò : Ma quando ancora 
fuauiti, e dolcezza fra amici , ò negotit non Ecclefiaftici haueuano per 
fo^eettOvnd ogni modofempr^ all’hcclcfiaftico traheuano , e tale vo c- 
n.uVo tfhr We U lettera, quale fe non alla quahtà del foggetto, certo al- 
la coni -turno dello ferìtroroc.nuenJJe .San G»«onimo per 
Marcella ferme lingraiiandola, pciche à lui , a Paula , ad Eultochio 

c \ordiic ^ IrWouauaMH faciln^tu” ficlìfog 


st aua,ni,o s nic°r»àftnumcwotcligio- ' rScus 


[Saccus 


Digiti 


Sopra la Partitella €XXVlll. 75 $ 

. ;I *|accus orationis fignum atquc ieiunii eft : (èlio, vr forias pcdcs viréd 
non moucat .CcruijVtaccenfo lumine fponfi cxpetfteruraduentus. Ca* 
liccs mortificar ioncm carnis oftendunt , & fcmpcr animum admarty- 
rium pr^paratum , Calix quippè domini incbrians, quam prirclarus dt , 
Quod aure Si matipnis.offcxjiì irmfcaria parua, paucis animahbus eucn 
tilandis : elcgans lignificano eli doberc luxuriam citò reftingui,quia mu 
fcae moritura: oleum fuauitatis cxtcrminanr. 1 - 

Et più cfprefiamente ringrantiando Euftocnio di alcune cinigie, che 
ertagli hauea mandato à donare, fchcrza prima vnpoco con bèlla cru- 
cinone fcculare dicendo. 

Accepimus Cancflrtm ceraùs refertum talibus , & tam rbpnali verecundia rii 
boni bus . vi ea turni » incitilo delata e*ifbm*rim , Siquidtm hoc penus pomi Pcm- 
to, & Armenia fubiu&atis,dc Ccrafutio ptnmus l{ ornarti pet tulit, vnde cr de patria 
arbor nomai accepit . 

Poi fubito fra gli fchtrzi, non fi feorda di afpcrgere Ecdefiaftithe , e 
feri temali cofe,e foggi ohge . 

[ Igitur quia in fcripturis caniftrum ficis plenum legimus, cerafa verò 
non inuenimus mcoquoalIatumeft.idquodallatHmnon eft predica* 
mus : optamufque re de illis pomis fieri, qux contra tcmplum Dei funt, 
& de quibus Deus dicir. Quia bona valdc.J 

Santo Affollino quafi tutte le lerrcrcfcruicdi materie Ecclefiaftichc. 
Tuttauia alcune; ve ne fono di fimplicirtimo componimento, come per 
effempio la izj.ad Oronrio.che non fi altro dice Targomenta medefi- 
mo,fe non che refalutat illtanu Scc brenirtima . E pure non perde occafio- 
nedi attaccare materia.e modi di dire Ecclefiaftici: e perche Orótioha- 
ueua detto nósò che della fantità di Agoftino.Egli $cc eh* il fonte del- 
la fantità è Dio,e quindi aggionge.che prega . 

[ Vt Deus incomparabilitcratqueimmutabilirer bonus, qui per fuam 
potentiam , tam bona: tu* mentis cftinftitutor,fcd ctiam pergratiam re 
ftitutor. 

Anzi in vna altra Epiftola i } $. à Seucro Abbate, che lo hauea Iodato 

S randemente ri fponoe pregandolo à non volere nelle lettere attendere 
lodare altrui, ma à di fcriucrc di cofe.che ad Ecclcfiaftici fiano più con 
uenicnti,e come dice l’Argomento • 
l^e mntnis laudibus cerici , fed potine sa trafitti qua propriùs pertinent ad 
pittatati . 

Di San BÉrnardo non occorre ragionare, che in vero le Epiftolc di lui 
fono centoni di Scrittura facra , Come quella al Clero Milanefe, 
Bencdifii uos * domino,quon&n fludìo,& induflria>ciuitas rcflra liberata cfl ab 
errar e, & nlt fio febifmate ad Catholtcam redijt vmtatem • Exift fermo ifle inter Ca 
tbolicos,audiuit & lutata cfl Syon.&c. 

E quello che di quefti Padri habbiamo detto in rutti gli altri medefi- 
m amen te G ritrouerà. A noftri tempi Ecclcfiaftichi modi di dire hanno 
quelle lettere Rampate, clic Monlìgnor Boterò fcriflc ànomedeH’lllii- 
ftrirtìmo Santa Prafiede: Et quelle dell’India, che raccolfe, e traduffe il 
candidiamo padre Martei : Ma tutte quelle Latine fono : Ne npi fappia 
'mo che per ahche Rampate fiano di Italiane ,' le quali in quella forma di 
EcclefiaRico fcriucrc a pollino dare e fodisfattionec cn cippi Ò . Vfaito 
alcune più reformate religioni de’ noftri tépi,di cominciare vgualrr.en- 
; - Bbb 1 te- 


f 54 M Predicatdr del Pamgarold. 

te tutte le lettere loro ò Latinc,ò volgari che iiano da alcune ftcre (àlo- 
tatiom, come farebbono. 

Pax Cbrifii . 

Crolla & P<tr. 

E fomighaiui.che in vero hanno dello Ecclefiaftico grandemente : fr 
bene non ofiimo di pervadere, che habbiamo communemente da effe- 
L j rj tofto,In «rte quaii preccrioni.chc fi fanno nel finire del- 
le lcttcrc,defidcramo,che «ano auertiri gli Ecclcfiaftici : c che quiui al- 

^n^ I r 0ftrmofp rr < ? Rcl,s,ofo * c pregano, à quelli 1 quali fcriuono 
“°J? co 5 tcm Porah folamcn te,comc lunga vita c fanità,c fimi liì ma cer 
Cri ,-S CO c rc<il T C,COmC / ll g um cnti di-grane, feritori di fpiriro,accre 

lamenti di Sanu doni, confolationi nel Signorc.ecofc tali : le quali ere 
dano i fegrctani de Signori Ecclefiaftici 1 noi per quella volta , clic fa- 
ranno gioie delle lettere loro : e che douedo cffcrc la lettera femprc mo 
rata, i veri collumi de gli Ecclcfiaftici, hanno da effer quelli chchab- 


PARTICELLA 

CENTESSIMAVENTESlMANONA. 


1 1 1 


TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 


iv 



I A gnau do autem Fpifìolé eontrabatur,qitemadmoeum et 
locutio : ualde enim longp,& preterea erottone tumidio- 
res,nonperueritatem Epidoti, fed opera effetti, que gau 
dere ad firiptum babear.t.quemadmodum Tlatonu mul 
la, & Epifìola Tbucydidis . Etflruftura qtitJcm uer bo- 
rni» diffolutior potius fin ridiculum enim in oibem indù 
dire fententiar , tanquam non Spigolarti, fed caufam fenbas, & nonfolum ridi 
culum , fed ncque amicitu aptum : quod enim prouerbio fertur ,ficum dice - 
re, idem in Epiliolis oportet c uHodire . Scire autem oportet, non folum elocu- 
tionem, uerum etiam ret quafdam effe accommodatat Epiflolit. i^drijioteles 
fimi, qui preter cetcros uilctwr confecntus formam Epifiolarem . Hoc autem 
non f'eribo ad te inquit: non enim EpiftoLt accommodatum e fi. Si enim aliquis 
in Epijiolafophifmata fcnbit,& nature rationet , fcribit quidem , non tamen 
Epifiolam fcnbit: expreffio enim quedam amorit debet effe epifìola, conci fu , 
& defimphei rctxpofitio, & in nominibus fimplicibus . 

PA' 


t: 

■A- 


Sopra UVatÌmIìa CX X IX» 755 

PARA FRASE. 



Buono anche le lettere eflcre nò fouerchiaraente luti 
ghe, e lo Alle loro non flrafordinario, nè efquifito ; 
Perciochele lunghiffime Epiftolc,e di locunonegó 
fia,non Epiftolc veramente fono, ma libri, con la fa 
lutationein fronte;Come ve ne furono peccanti in 
quelle molte di Pia tone,e quella longa di Tucidide. 
E fi come quanto alle parole non hanno da eflcre troppo elaborate 
le lettere, così quanto alla ftruttura,nonconuiene,che l'habbiano 
tutta periodica , & intrecciata , ma più difciolta e meno affettata : 
Conciofia cola che lo fcnucre vna Gpillola come fi fa vna oratione 
è cofa ridicala: e non fnloridicula, ma anche poco conucniente, 
ouc lì tratta fra amici, co’quali più alla lomplice bifogria proceda 
re, e come dice il prouerhiodiceai fico,fico ; E finalmente non folo 
le parole, c la ilruttura delle lettere deue edere propria loro, ma la 
materia ancorarle cole che che trattano: Eche Ila vero Ari ftotile, 
che nello fenuere Epiffoleoccupò il primo luogo fcriuendoad vn 
amico fuo difle. 

Quello non ti fcriuo io , perche non e foggetto atto per ,Ja Epi- 
ftola. 

Che à dire il vero, che in lettera trattafle fofifini e naturali fpccu- 
lationi,ben fermerebbe egli alcuna cofa,ma lettera non già; Douen 
do la lettera eflere vna efpreflìone del l'amore , che habbiamo a gli 
amici noftrijbrcuemcnte feruta di materie ordinarie, econfimpli- 
ceftile. • 


COM MENTO. ; 

-li. • dttti.Uo* r.tu;ar'li''td)h%l - \ '* •** 

N On tanno atterrito glimterprcriaud, che Demetrio in q-tefia fola partii 
cella, che ha l biamo per le mani hi appartatamente tra t tato della Epi - 
fìola quelle tre cofe,cbe egli di ciafcuna delle note del dire ì folito ad infognate : 
Cioè quali parole fi le conuengano,qua'e fìruttura e quale materia : E vtramen 
te lo fi egli a fi ai pafiando,ma pur lo fi, e chi ti confiderà b ne , ve lo ritmout 
dentro daflUtiffimo : Solamente , prima di tutto ciò in due parole ragiona della 
tnifura icUaepifl la-; E dice, she noi hanno le lettere (come è vero) ai ejjere 
fruerc' lamenti lunghe : Che fe con la L ngbcgza hauranno anche parole Hra- 
fordinarie e Hde troppo colto, non epiflole dice egli daranno chiamarfi[; mali- 
bri con la falutatione in fronte , 

E urto n. n de e’.opaffarr certi u mini di lunghezza le lettere , altrimente 
Parte Seconda. fibb j annoiano 



UPrtchattore del P uniparo U 

*mma n ° grandemente ; Et anche i non intendenti, /e bene nonni fanno rende - 
r *“‘ a &'°ne> cono Jcono nondimeno, eh: è cofa che non i.ld bene -. E qualdice,che 
* L ett f ra > m "fo*dia : Qual %ifa mufo , e la domanda hifloria, e quali in 
vnamamaaquak mun' altra fi ne piglia burla: Se bene pochi p à grado/, u 
n e “Demetrio dicendo, che tali epifìole longhe e gonfie , non 

taLu * ° Mei, cmilfaluto in fronte : E/fendo ebenonm quan- 

fa #***'#**#*' '» V*nto cominciano , da fi uales bene eft , 6 cofa 
forma di cpiftoie: h(è bi/ognt dire,chepur rodiamo, che de’ va 

Zi TauH m Ìn tem?l ht ' n *& r * tf4 « ter e lunghiffime ; Terche io conofco 
P in quefia età maggi ,rt di ciò che fumo già Vintone, e Tucidide ; E pure 

t : *j e 1 * *** che lal ' hor * '">!>?<> lunghe epiiìole perdona Demo - 

fZ>,' C ° e , m W'^fa'ro nule- Concerto perche effi non conofcejjero che 
f cenano male, e che eccede nano la giuiUmifura d-.llo fenuere lettere, ma per- 
ir V ZfZ r b ' n '* ftriue * e ' d !** cofa grane, w> otend la ini/pathmi - 
noe rinchiudere ylefiero annidi lare non conucmcnte forma a'ia epiHola , che 

* U * c * r dl famere ciò che haueuano in animo, e non fi curarono per all' bora., 
lZbliìZ° J * a * OH* coounodé fcnbi non polTunt, non 

CMarco Tullio nel libro quinto delle fueepidole familiari, vna ne ferine i 
t-ucto cominciarne Gora a me tccuai , la quale vernante non fòla è prohffa 
aJJai, ma fi uedecbe nello fide nonfaua il decoro delle lettere, & i <.ofi colta, co- 
meje eg ihauefit hauuto à fare vn y or aliane ; E pure egli medefima lauda que- 
st a mede finta e { pi ilota ferii, endo a i ittico , ma fi rifonde, che in alcune co fi è 
aHiiaoile , fi bene nonin tutte-, Emo te volte occorre che quelle cofe più piac- 
ciono agli autori , otte piu il /indio hanno collocato , ò che egli ui fi nebiedefie ò 
no : Etnolti dicono (fe bene noi non fiamo di quel pare 'e) che ehi hautfie fatto 
fare guidino del Boccacci mede fimo intorno alto pere (ue, e gli pii lodate bau - 
rebbe la Fiammetta, & il Corbaccio,chc il Damertne. 

Sia come fi vote, le lettere dunque quanto allo fide, non lo dtuono haucre,nè 
gonfio, nè magnifico, macome fi dirà abbiffo, tenue nicchiato con vcnuHà -. E 
che oltremente fd ,-tiofa fk bene-: E quanto aUaloCut onctial genere epistolare 
pecca grandemente : Che fi bora dalle parole alla bruttura vogliamo ’.pafia- 
w anche Quàbaìlar ebbe à dirc,ehe la fi r ut tura non ha da e/Jere, come nella no 
ta magniti ca,ma fi bene come nella nota tenue e venufia : T ut lauta dice 'Deme- 
trio che fi ha da fugare la maniera del dire Periodica]. E già dobbiamo ridur- 
ci à mente quello, che da noi è fiato detto nelle particelle 1 4. 15. e 16, intorno 
alle profipCTioduhe, tuie moSirammo che in uniuerfale, 'ne troppo periodica^ 
ha da ejerc la prefa , ne troppo difitfa : onde rimettendo noi il lettore à quei 
luoghi, che fono chiarirmi e pieni di c/fempi, quà aggiùngiamo follmente , che 
ouefi habhia da declinare ò nel troppo intrecciato, ò nel troppo diflefo . La epi- 
Qoladeueàvgi dare nel fecondò ejtremo, che nel primo; E perche come diceua» 
rno nella particella 2 o; ragionando de periodi ad vnojid imo, anche eglino pof- 
fov) cJfcrepiiLc meno ritorti, ondare Jpctie ne nafeono . Ciò fono, il perioda 

(bei 


Cl-iu 


Sopra la Particella CXXkX , ?*7 

fa t n ritorto) l’hiflorico che è'mezano ì & il Dialogici), che è A pin-rfmrf 
fi . „oi otte nella e pinola fi habb a da adoperare V triodo, diciamo come dicem- 
mo anche quiui , che il •Dialogico principalmente doniamo adoperare , ri qual* 
quanto s'intrecci , e come fi faccia , tutto in quel luogo fi troucrd abbondante- 
mente dichiarato ; 'Baila che in vniuerjale poco /Indio bi fogna -thè altrrmo/ln 
d’hauer poflo nella nota tpiftolare ; E quefto ( dice Demetrio ) per due caufr , 
l’vna perche i ridkula cofa lo fcriuere ima ipiflola come tu fartftt vnxaratw- 
ne * E l'altra perche in vero fra amici, come ordinariamente fra tali jijc > tuonò 
le epiflole, quanto piò alla fimpliceft procede, è meglio : E finga /lare) opra pon 
ti/li Infogna, come dice il prouerbio dire al fico, fico. 

P rouerbio , del quale dice M . Tier Vettori che fi ferue anche Luciano in vn 
libro ch’egli firiffe de legenda hifteria; Et al quale tifpcnde nella mitra lingua 
il dire al pan pine ; Come fi puòtomprtnderc da quello, che ne duod Varchi 

^Dirc d pan pane, e dirla fuor fuor a, e dire lacofa come ella fia liberamente 
e chiamare lagatta gatta, < non mucia, finalmente doppo le parole t la Urtatura 
dice •Demetrio, che anche cofe proprie afe deuc botare U epiftola ; Trattando fi 
molti foggetti, che in vero à lettera famigliare non conucrrcbbono , come fono 
lottili dijputtr, quell ioni naturali K e cofi fomighanti , li quali chi lefcnue,non 

fcriuc conuenicitcmcnte epiftola. _ 

« Dotando come dice Demetrio , confummarfi la epiftola m amoreuolie jitt) 
fra amici, trattando di cofe ftmplici,e con fide non ftraordimrio • cMa Ulì tt f 
Epicuro firifle pure tre epiflole, tome ecftrfc Lacrtu>,vna ad Herodotum , l'al- 
tra ad r Pitbockm,e la terza ad Menccbau, nelle quali tratto di tojealntfimq; 
ciò fono, de rebus natutalibus, de rebus l'upcns , derebus bonis ac 
lu,, lo fap piamo, ma non fi te bene; E* A gran Cardinale Coniamo direte, [enfi 
fei M. Tri fette (jabr ielle vna ltttera,intorno alla dlftintmc, che deoeoredf*. 
fi,chefia fidi intelletto e la mente ■ Tutto lappiamo,: Ulta [appiano ancora, 

come iicequàd nofiro autort,cbe virifìofile fi come intuitele altre cofe gran- 

dtjfJimOjCQlijinflc meglio epifite di quanti iniuMTÌ à Ini, ne infino, à Demetrio 
bauefjero fritto mai, e pure bebbe tanta dtflintioneda cofa a cofa nello fcriuc- 
ujettera,ibevna uolta èffe, 

Quefto non tifi riuo io perche non òfoggetto atto per la epiftola. 

E tanto ci dourebbe ballare per fine disile fio commento : fi nonfofie due » 
fiate l'bauerneà vfiire jenzahauerci detto parola dentro del noflro M. Gio- 
vanni 'Boccacci , d l quale fe bene non fi trouano lettere ridotte in volumi , tip 
vanno però per le mani de gli buomini alcune, che fi crede chefiano di lui;h fra 
Poltre, vna mi tergo tomo delle lettere di diuerfi, firittaeomefi crede da lui è 
Old. Tino de’ Bpjfi,tbc comincia, 

loflimoM.Tino , 

La quale in vero è più longa , che Demetrio non dica conucwrfi à lettera ; 
Ma è gratiofa cofa il uedere la feufa ch’egli fieffo ne fa, nella quale non filo mo 
. fira di fapere il precetto della conucncuole mijura delie lettere, ma pare che e- 


73® fi Predicatore del Panigarola 

gli entro à Demetrio mede fimo l’habbu ietto : E thè però illuda à quello che 
dice Demctno,cbe le troppo lunghe lettere, non fono lettere , ma libri : Ecco le 
parole del Beccucci nel fine della lettera , che fcruiranno ancora perfine di que- 
sto commento. 

Credcttimi,quando pre(i la penna , donerai fci iuere vna lettera conueneuo- 
le , OS egli m è venuto Jcritto prefio che rn libro ; Ma tolga vìa 'Dio ih'io di 
tanta lunghezza mi/cuft : /perendo , che fe altro adoperar non potrà la mia _* 
ferie tura , almeno quefiofarà, che quanto tempo m leggerla mette, cte, tanto i 
vojln Jojpirim torrà ; 


PARTICELLA 

CENTESIMA TRENTESIMA 


testo di demetrio 

Tradotto da Pier Vettori . 

ylchrìtudo fané ip ftut erunt inter amicot apta k Undici * , cjr 
crebra prouerbia il tic inclu fa : etenim hoc tantum in ipfa e- 
xi fìat fapicns, quia populare quiddam e/i prouerbium , & 
commune,qui auCtm fententias edit , & fuadet a'iquid ,non 
eifmilis c fi, qui perepidolam loquatur/ed per mathinam. 

| n/lotelcs fané & dcmonfìrauonibus quibufdamlods vti - 

turipiftdarum proprìji,ceu docert veleni ,’quodcodem pafìo decet beneficia 
confcrre in magnai ciuitatct,& in paruaifinquit : r Dij enim in vtrifque aqua- 
les, quaproptei quia g rafia De £,aqualcs conflit uentur à te apud rtra/quf. et- 
tnim tp/um quod de mon fi ratur aptflol* accommodatum e fi , & demonflratio 
hxc ipfa . Quia autem & imitati bui ahquando & Hegibui fcnbimus ,fmt fa- 
né hx cp;flola,paulò tlatiortt aliquo modo : attendere nanque oportet & perfo- 
nairt, cui fcnbitur, daitor fané fuetit, non tamen vt volumen fu prò cpiftola-:, 
qutmadmodum ilLx t^dn/iotriis ad lexandrum , (3 ad Uwnit propinquos 
eptfiola Piatomi . r r t 

In uniuerfum autem miferatur cpiflola quod ad locutionem facit,ex duabus 

iVmTunHi enUSÌa *” qUam & teaU ' * & dt tp,ÌÌ0U qU ‘ dam ’ & f ,mMl de 



<* *■ ' i • : .mi «i.'Vm 

-, V.l» '4 aft JrtR *»•••* ;Y>,L »! 

T & f ‘ 1 ♦ rtC rj* . 





P A- 



Sopralt Particella C X X X. 75* 

PARAFRASE. 

altre bellezze ò fauiezze hanno da edere nelle let 
tcreiChcgli offitij amorcuoli , e carezzofi,chc paf- • 
l'ano fra amici; Et alcuni prouerbij gentilmente 
afpcrfiui per dentro; Che fe bene fauia cofa c il prò 
ucrbio, nondimeno come populare e commune vi 
fi può admettcre, la douc chi con fentcnze voicffe 
perluadere alcuna cofa , già per maniera di cpirtola non parrebbe» 
che ragiona (fe,ma di machina; le demolirà tioni anch effe lappiamo 
che per epillolanon fono atte: Tuttauia Ariflotilc gratiofamentc 
fcriflevna volta, . r 

Sono e nellegrandi,’c nelle piccioleCittà vguali i Dei , e Dee lo- 
no le gratié, dunque non difconuiene,che tu & alle minori, «a le 
maggiori Città vgualmentccompartifchi Icgratictuc. 

Ma in vero la dcmoflrationc tu coli gratiofa,ccofi piena di uenu- 
ftà,chc anche alla cpilìola non dilconucnne,oltre che bitogna ricor 
darli, che oue ci venga occalione di fcriuerc,à Regi»&C. 1 Citta inte- 
re, le grandezze di que’ foggetti richieggono , che noi un poco piu 
jilcuatc facciamo le epirtole,& anche piu longhe,cofì pero che non 
diuengano libri; Come vedemmo che vn poco più alte delle ordina 
rie furono le epirtole,chc fcriffe Arirtotilc ad A lctfandro , e Platone 
à parenti di Dione. 

In (omnia fia la nota cpirtolarc quanto alla locutione vn mirto di 
due note, della tenue, cioè e della uenurta. E tanto baftì haocr detto, 
e della epirtola,e della nota tenue. 


COMMENTO. 


i 1 


S E miriamo bene i tutta quefia particella di 'Demetrio poffiavto dire , che 
tglt fà cinque cofe : accenna vita regala vniuerfale ■ ne porta tre limitatio- 
m , e fina mette conclude tatto il trattato ;la regn'a è, che nella eoifio li non 
vuole che (i trattino dentri cofe alt-, ne di fetenza, ne per modo di dima fi ratto- 
rte , ne con iti te troppo r'ieuàio , ne troppo largamente , ne in fomma admette 
in e fia ccfa alcui a, per l'or datario. fe noni fimplui off tq amorenoli , t le caren- 
ategli ordma. fi negorfi,che paffano fra amici c amiti; E queflogià di fopra^» 
fù anche fiahiltto da n i,in mo lo che non occorre il replicarla attorno. 

Delle tre hm.tationi la prima è, che fe bene non poffono nelle epiflole dnrfi 
etite cofe alte e pien- di ^piew^a , poffiamv nondimeno arrotare uefno J fpar- 

errai 


7 ^0 Ji Predicatore elei Pantgaroh 

geni dentro molti prouerbif ; Chef e bene il proverbio i co fa fauia , nondimeno 
è co fi volgare e commune, che la (pillola non lo rifiuta ; onde vediamo che T e- 
rentio ueU' binària proverbio fauijffìmo pofe in bocca di ferito , & il Boccaccio 
nelle novelle da bocche di Idioti, e fimpliciffimi hvomi ni , molte volte favijffìme 
cojeper modo di proverbio fece che fi fentifiero : Tfpi dalla natura del prover- 
bio : Et m quale maniera egli fia dipinto dalla fentenza , copiofamente ,e con 
molti efiempi babbiamo ragionato di Jòpra nella particella # 9 , ove ricorrendo 
il leggitore, molte cofc trouara, che revocate in memoria per la intelligenza di 
quello luogo gli gioveranno: 2fcà noi parcdi aggiùngere altro, fe non che alca 
ni proucrbij , che finitamente parlando non fono proverbi] , come farebbe* 
quello , f , 

./ tmachtt’amd % , 

Dalla epilobi non deutno effere efdufi . £t anche alcune fmtenze tal'hora 
non fono fiate abhorite,nt da Marco T fillio, ni da quelli che regolatamente han 
no fcritte epiflole : Ma Demetrio ragiona, come fideue fare per lo più, £f ordi- 
nariamente è vcrifiimo , chi il proverbio come cofa popolare ben fi admettc+ 
nella letterata la fentenza nò,dellaquale [intenda chi dentro ad vna lettera 
ftvalefie per perfuadere che chi fia ad altri, dice ‘Demetrio cioè Joqueretur 
guai] per machinam, che altri hanno tradotto per artem , ma neramente 
lumachina è piu À propofito noflro ; Ef il fentmento può e fiere in due modi , 
onero perche le cofc arufidofe , che hanno bifogno di machina,fono preferiti , e 
Jbafordinane, e tali forebbona le fentenze nella eptflola : onero perche ne i poe- 
mi, quando non fe nepofiono fare lefoìutioni,fe non per interuenimento di Dei, 
fi domanda, che fciogliano la fauola con una machina: E queflo fc togli mento fat 
to con reuelationi , & oracoli di Dei , è cofa tanto fauia,cbe naturalmente non 
vi fi potrebbe armare: Onde vno che faccia dell’ oratolo, e troppo fauio men- 
tre ragiona, fi dice che parla per machina, come occorrerebbe dice Demctnofe 
altri oue non conmene , cioi nelle famigliaci lettere volefie introdurre ad ogni 
paffo fauqfiime fentenze. 

Infommaeofcftuieefcicntificbcnonriceue la lettera: Tuttavia quanto al- 
la fauie^za viene i prouerbif: E quanto alle cofefcientificbe j ( che è la feconda 
imi tallone) riceue anche tal volta alcune demofirationi, anche in forma efpref- 
fa fiUogifiica,purc che filano tante gratto fe, e tanto venufle,, che diano orn amen 
toefalcalla epiflola : E t in vero l'efiemfrio d'atri fintile è belliffimo , quando 
volendo egli perfuadere ad vno,che non manca (fc di fare alcuna grafia ad vna- 
(fittà minore per bavere fatta la medefimaad altre maggiori , diffe come bab- 
biamo detto nella Tarafrafe . 

Sono e nelle grandi e nelle picciole Città vguaft i Tip, e Dee fono le grafie , 
dunque non di [contiene, che tu &alle minori ,& alte maggiori (i ttà t guai- 
mente conferifehi le gr atte tue , 

Che fù, come ognun uede argomento in forma e mm atto per ft fleffo à capi- 
re in lettera famigliare : Tuttavia fù in materia fi gratioft : E quello fcherzo 
del pigliare le grafie, bora per le Dee, & bora per gl] benefici] fù cofi frr^zan. 

te,an^i 


Sopra U PartìcelL C X XX . "j6l 

te, anzi ornatiffima ne tettò U lettera : In quella maniera, che non fola in vni 
lèttera, ma infino in vna nouella, e burle fca afiai , ardì il 'Boccaccio di portare 
vtut dtm ?flr attorie filhgiftica t ma della tnedefima natura , oue fece chela fcaL 
%a dicefje. 

Quanto gli huomini fono più antichi, oiùfonogentOi, 
ehi che ninno altro huomoji che fon più gentili . 

Finalmente latenza limitatone di Demetrio è che la epìflola dalla fuami- 
f ura, e dal [no fide ordinario , fi può inalzare , & allongare vn poco, oue in luo- 
ghi fcriuiamo più dell ordinano elettati, come 4 f{egi, & 4 Qàttadi intere . Do- 
uendo noi battere molto riguardo fempre alla proportene che fi troua fra noi, 
e quella, 4 cui fcriuiamo : 7fè però concede 'Demetrio che qwfto allonganftnto 
fi faccia ad ogni arbitrio, ma con qualche mifura ancora ’, & in modo eoe, come 
egli diceuadifopra,e come difje il Boccaccio nella lettera 4 M- Vino, la eptfto- 
la non douenti libro . fi qui aggtonge Demetrio, vna elaufula molto ambigua , 
che dice, 

Com furono le lettere di u friftotile ad flefiandro, e quella di Viatorie 4 pa 
remi di Dione, 

Toicbc battendo egli detto, thè le epiftolcfumo vrt poco più rdcUàte , non pe- 
rò come librine Joggiongendo, come quelli di friftotile, non fi intende fe le epi- 
stole di b . friftotile fianot fiémpio delle virtuoJe,& un poco più rilcuatejjucro 
delle mtioje c paffute à mifura di libri . 

M. Vier rettori tiene la feconda opinione, noi la prima, altri 4 quella fi ap- 
pigli che più le piacer 4 : E fra tanto per vltima particella di quefta fittioni : 
Eccoindue parole data intera forma eregula allo ftile epiftolare : fìa egli ( di- 
ce Demetrio ) mitto di tenue e vénufto -, Uora noi fappiamo che cófa fia nottL . * 
venutta e della tenue Jin qua babbiamo abondantemente ragionato • fi però ai 
altro i bene che paffiamo . 

tu : r- iì>." *V itfìV'V onor.ll • •»>'■> j i • • / rt« viu 4 v?a*» 

DISCORSO ÈCClÈSIAStlCO. 


i Baroncifono più ènti* 


N ")n mettiamo infiéme i diftorfi di quelle due paniceUe , perche 
nò folle per hauere ciafcana di lóro tanra occafionc di ragionane, 
che giufto difeorfo Eedcfialtico potefFc forniaruifi intorno : ma 
pereioche in vero coli Fono intrecciare , & incatenate fra di loro tutte.» 
quefte materie, che per quanto adEcctdfiàftrco difeorfo appartiene hab 
biamo giudicato meglio il non fcpararle , c quel poco chejne vogliamo 
dire ad vna loia linea ridurre. E primieraineritc quanto alla mifura déllfc 
letterc,San GieronimonòfttOjiivedt'clBe era della opinione di Deme- 
wiojCioè che' determinara,e non troppo longarriifota haaefle da efTert 
quella delfa epiftbla , poiché nella Epiftola clic egli fcriuc ad VaulinuUt 
fresbycerum de omnibus Diuiitf biftoru lu/ris dice queffe parole, 

Hac 4 me perfenpta funi bremter ( ncque enim epiSlolaru anguttij eaàgari lon- 
riut patiebatur. 

Tuttauiadi diuerfa opinione fili quello , di dui dgli lì gloria' , dottfc 

di 


76i U Tredicatorc del PanlgtroU 

dimaeftro, 

Quo magiflro gloriar & exulto. 

Cioè GrcgonoNazianzcno: il quale nella epiftola ad[lli(obalutn oae 
trattar* profefjo del modo del comporre l’Epiftole , non folo non accet- 
tala fi burla della opinione di qudli.i quali tropo angufti prefcriuino 
i termini alla epiftola: E quanto à fc concede, che conforme alla molti- 
tudine delle cofe.chc hanno da dirfi,e più breue , e più longa fenza de- 
terminarione alcuna polTa formarli la lettera. E noi ancorai quali nel 
Commento della particella zp. habbiamo affermato , clic quelli i quali 
troppo lunghe fanno le Epiftolc, fanno male, qui diciamo che d’ogni 
«ij futa dtuono fenza vitio edere accettate : 

Nè però fiamocontrarij ànoi medefimi, perche ouein quel luogo de 
feculari ragionauai.no, qui de gli.EccIcfiaftici huomini parliamoti qua- 
li principalmcntedeuc edere à cuore, non fc la epiftola pade i termini, 
ò nò, ma fc le tali,e tali cofe polfano fenza danno dcll'animc tralalciarfì. 
Gii habbiamo detto che fra noi, lettere paftorali, magi tirali, e Decreta- 
li d ritrouano:E tutte quelle niuno credo io,(ia li temerario, che dentro 
i determinati Cancelli voglia inchiuderfi:Ma di più le lettere delle rela 
rione , Come è egli podibile , clic non fiano tanto più c meno longhe-», 
quanto più e meno molte fono le cofe che hanno da refcrird?Vicnc per 
edempio la lettera annuale dal Giappone alla Cópagnia del Giesù ogni 
anno,& hi da referire tutto ciò che quei buoni e Santi Padri in que’luo 
ghi tanto lontani, e barbari conifudori, econifangui Iorò vanno ope- 
rando: Hor quelli tali,hanno eglino da lafciarc di dire la maggior par- 
te di quello che palla, perche Demetrio Falcreo non voglia che le lette- 
re eccedano vna determinata longhczza'? Si potrebbe farc,dirà alcuno 
vna picciola letterata quale al Rcucrcndidimo Generale loro fra affiti) 
di carità c fuauiti,dicede ancora di mandare lardatone annuale delle 
cofe: 

E.quèfta mandarli appartata dalla lettera non in forma di lettera , ma 
ò di trattato, ò di rclatione,od’altro.Tutto bene , ma vogliamo noi cre- 
derete in vna religione come è quella ouc viueno hoggi de’ più fi ni in 
gegni, & de più fodi guiditi; del mondo, non lia ftara veduta cofa li de- 
bole quanto c quella? Habbiamo dacredcrechc l'h abbiano veduta: 
Echepcr*cIcrtionc vogliano fcriuerelc lettere nella longhezza necef- 
fariajPrimicramenteperchefarebbc indignità , chelìvedelfc che huo- 
mini vicino al martino, & occupatilGmi nella opcratione Euangelica, 
haueflcro voluto pur penfarc, fc la lettera richiegga tale , ò tale iiii(u ra : 
E poi perche in vero Fra Eccleliaftici principalmente, i quali più alla v ti- 
fila, cnc all’arte hanno da mirare , niuna lettera pure clic lia mediocre- 
mente gioueuole può mai clferc fouerchiamentc prolilsa: Si che in que- 
llo che appartiene alla determinata quantità della lcttcri , noi corno 
Eccleliaftici, con Demetrio non ci accordiamo ; Ne meno conutniamo 
con lui à credere che certe forti di materie,cntro alla lettera non pofla- 
nocapire:Nc ci importa molto, che Anftoti le fa del medefimo parere, 
Conciolìecofa elicne Ariftotile ne Demetrio, ò Eccleliaftici furono , ò 
ad Eccleliaftici fenderò, de quali Eccleliaftici laconditionceii grauc , e 
lo ftatO c li degno, che niuna materia può cflcrc fra le cofe Diuinc lì relè 
uante, che eglino nelle lettere loro, non debbano poterne, non folo fen- 
•" aa 


Sopra la Particella C X X XI. 763 

la biafimo,ma ancora con laude ragionare : Che fe macerie fi graui e fi 
alte poflono elfi trattare, ben dunque ancora e fervenze pofsono adope 
rate, fenza che machinc paiono, c demoftrati ,iil,ouc viene lorbene di 
feruirfcne:Comc vediamo in fatti, che tutti i Padri antichi hanno lode- 
uolilfiimmente nelle lettere loro vlato di fare principalmente nelle ma 
giftrali: E per confeguenzaci hanno dato animo di difeordare quà in 
quattro cole da Demetrio.L’una perche noi crediamo che à gli Ecclcfia 
ilici non debbe efsere preferitta alcuna determinata quantità nella let- 
reraf L’altra perche crediamo , che i medefimi di qualfiuoglia materia^ 
benché altifiìma pofsano r elle fue lettere ragionarci la terza e la quar- 
ta.pcrchc confcguentcmt ntc e le fentenze,e le dimoftrationi,ouc le ma 
tcrieil richieggano.crediamo che debbano loro efscrc cóccdutc. Del re 
fto in quattro altre cofc con Demetrio molto volontieri conueniamo. 
Ciò fono che anche le lettere de gli Ecclefiallici,non habbiano locutio- 
n'c ftrafordinaria;Che non habbiano (bruttura e compofitione rronfia, e 
poetica, che lanota loro fia mifchiata di tenue e venufta: E finalmente 
che anchtfcflijouc famigliarmentc c foaucmcntc fcriuono lettere, alcuni 
prouerbij per venuftà e grafia, vi pofsano tal’horae debbano inferióre; 
Come ve ne hanno fenza dubbio inferiti , c molti , c con molta grafia; 
GregorioNazianzcno nella prima Epiftola à Celefio prefetto doppo 
hauere graciofamentc fcherzatq con lui finifee in quelle parole. 

Silemio noflro obferuare de fine, allocai prouerbium dicam dteam non minus ve- 
runi quxmbrcue-.Tum videlicet cxntaturus Cygnns cum Gracule toc aerini. 

Nella Epiftola 47. ad Amphilochio allude à quel prouerbio. 

Tfon fio rore viuunt Cicadx. 

Nella 49. à Bos furio, finifee la lettera dicendo. 

Bis enim ad eundem lapidem impingere uecordibm folum tribali parxmia , 

Nelle JJ.ad Euftachio fophifta quello,chc i nodo dicono. 

Quale afino dà in paretc,tal riccue, 

Eglidifse, , . .vM.ftiuni 

fadentem uiciffim radere » 

E la Margine dice, 

T alia audies,qualia in alios dixcris. 

S.Bafilio nellaEpiilora4i.«id Maximum Thilofophum,<lice 
Cognofcimus itaquc te per litteras,quantum vt aiuut,per vngues Leonem. 

Santo Ambrogio nella Epiftola j t.ringratiando Felice, perche gli ha- 
uefie mandato à donare alcuni bellilfimi Tartutfi dice, 

Mifisli mihi tuberà . & qiudem mira, magnituitnis ut stupori foretti ea tam gran 
dia . Troiai in finn, ut aiunt abfconderc: fed alus quoque demonjlrare maini. Itaqne 
pa rlem direxi amica, par lem nubi referuxui- 

Di San Gicronimo la cofa è chiari (fi ma , e frequentiffima : Nc punto 
meno fi vede nelle epiftole,c lettere de altri aurori Ecdcfiaftici, così La 
tini, come Italiani;Sebene quanto àgli Italiani con vn EfTempio folo ci 
baderà dire che Monfignor Cornelio anch’egli in quella' lettera atTo- 
'*nitano,della quale habbiamo longamcnte ragionato, doppo hauer det 
ta alcuna cofa Morata,& Ecclcfiaftica in quelle parole. 

Piaccia à Dio.nclle cui mani ogni fpinafiorifee &c. 
Anch’cgliquafifchcrzandocon vn prouerbio ò ribobolo , anzi con 
due dice, 

PoUIamo 


7^4 M Predicatore del TanigaroiSt 

Polfiamo dallf ccn Ture di quei ,'che viuono , fc folle 1 tortoci empie- 
ranno 1 bofsoli di fané nere, Sicuramente appellarci al benigno giuditio 
della polteruàiutura&ciTerc àgioria di Dio non mo lira j fognati per 
Sèmpre di pietra bianca. 


PAR TICELLA 

CENTESIMATREN TES1MAPRIMA, 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

Irina autem efì tenui vitiofa forma, qua vocatur arida: tiaJcU 
turautem & hxc in tribus.tn fententia quidem; quemadmo- 
dum quidam de Xerfe inquit,quod defeendit Xcrftt cum om- 
nibus Juis : valde enim extenuauit rem , prò ilio , cum cun&u 
*A[ta,dicens cum omnibus fuis. Circa locutionem autem exo- 
ritur aridum, quando rem magnam pufiUis yerbis quis expo- 
fuerit.ceuGadareus de pugnanaualipropc Salamoia ait. Et de F baiar ide ty- 
ranno quidam inquieti quibus enim in rebus Tbalaris moleftus fuit grige n 
tinis;pugnam enim naualem tantum & ty ranni ftuitiam,non nomine ilio fi qui 
bus ncque moleftus fuit,oportebat dicere, fed magnis & qua decerent rem , de 
quaagebatur. 

PARAFRASE. 

A quale anche eda non meno della magnificat della 
venufta, vicina hà vna vitiofa nota, che arida , ò lec- 
ca viene chiamata; E confitte quello uitio comcgli 
altri già detti , ò nelle cofc,ò nelle parole, ò nella 
flruttura;Nclkcofc come dilfe colui parlando del- 
rinnumerabillc efferato ,col quale Serie era uenu- 
to contra la Grecia , 

Xerfe in Grecia è uenuto con tutti ifuoi.Chc pure có tuta l’Afia 
bifognaua di re, e non,con turni Tuoi. N elle parole, quando u na co- 
fa grande con minute parole uiene efpoltatomc quel Gadarco par 
landò della bataglianauale fitta predo à Salatnina; £ queli’altro 

che 




Sopra U Particella CXXXl : 
die trattando delle horrcnde crudeltà ufatc da Filari tiranno à gli 

Agrigentini difle, , . , , ' 

Se in alcune cofette hà data Falan qualche noia à gli Agn- 

^ Vedendoli chiaro,chfc cofe tanto grandi quanto erano quel ma- 
rinino conflitto c la tirannica crudeltà di Falare^ltrc erano chcco 
fette e con altre parole doucano eifere cfprclle che di dar qual- 
che noia t 


COMEMNTO. 

C Omeàtiafcuna Selle quattro vìrtuofe note, ma vitiofa fui vicina, e 
quali fiano quelle, e perche filano tali,afìai da noi fà detto difopra nel 
la "Particella i 3, & nella fefjanteftma terrai nella quale feff ante finta 
terga ancora cominciamo à ragionare di quella che è vicina alla magnifica, e 
fredda fi chiama : Si come nella particella io», del Cacozelo principiammo à 
trattare, che alla venufta nota fi oppone, & in quella particella Iji.di quel - 
la vitiofa nota difcorriamo,che alla tenue i vifina: la qu ale in Greco «ut 

viene nominata » i Latini, noizm aridam,/<x chiamano ò ficcami ieiu 
na n , ò con voci fimili,e noi Italiani, ari a pure digiuna, fecca, gretta, e fimi- 
li pofjiamo domandarla : Et il dire che cofa ella fta non è difficile ogni volta , 
che ci reduebiamo à memoria vna propostone , che dicemm o nel Commento 
della Tu ribella 63. Cioè che ciaf cuna delle vìrtuofe note uà à dare nella vitio- 
fa jua vicina ogni volta, che cfla fia troppo tale : La magnifica , ove fta troppo 
magnifica fi fà fredda : La venufla oue fta troppo venufla riefee in cacogelo: 
\agnue fatta troppo graue,diuient indecora : E nello fle fio modo arida douen 
Itela tenue, quando è troppo tenue : UMa in quante maniere pofja effere trop 
po tenue, e per cmfeguenga arido vn ragionare, fe bene Demetrio lo dice , cioè 
in tre modi, nelle cofe, nella locutione,e nella ftruttura, nondimeno chi vi ptnfk 
meglio tritona intorno à quello di molte difficultd : € chi confiderà bene gli e f- 
fempi, che à apoorta Demetrio,ptr le cofe aride, e quelli che egli ci dà delle pa 
rote aride, forfi così poca, anzi coti mi fera diflintione vedrìfra loro,chedi 
chi gli apportò, celierà non leggiermente marauigliato : e più flupito ioueri 
ragioneuolmcnte re Rare de gli interpreti, i quali difficultà tanto apparente è 
chiara non filo non habbiamo procurata di fpianare, ma non pure habbiamo 
mo firato di vedere : 

Noi diceuamo nella fofr allegata particella 6q,che]nel ragionare,ilfred io 
che i oppofìo a ‘la magnificenza può efiere di due forti . Vna oue il ragionare 
è freddo ref pettina mente, e compir atramente, cioè oue il ragionare eccede di 
troppo gran lunga li cofa ebe fi tratta . L'altra , oue egli è freddo afi’olutamen 
te, non in riguardo della co fa, ma per fe mede fimo: Et que fio in tre mo di tone- 
rò perche le cofe fono maggiori delle pojffibilc,ò delle credibili , onero perche le 


7 6 6 II Predicatore del PamgaroL 

ferole fono pii tronfie, che à quali fi voglia pro/a pofiano appartenne: ent- 
ro perche la firuttura,ò pii lunga i,ò piu afpra, ò pii numerofa di qui Uo^be 
à magnifica profa fi convenga : Ver effmpio, & adduremogli efitmpi medeft- 
midi Demetrio in quel luogo. 

Sen^apiedi flato fi mar borato in tavola il bicchiere. 

Que{lo i freddo refpettiuo, perche troppo alt mente fi ragiona d‘un bicchie 
ro: ma non è freddo afioluto,che fi può trovare materia, cue la mede finta lo- 
catione non farà, come fedicejftmo, 

Sen^a pie di Sialo fi inarborato nel foro l’obelìfio , 

La doue Je diremo , 

Che mentre P <À. fimo gettò la pietra fopra vi fi vedevano pa fiere Se capre. 

Qui il freddo non è refpittiuo, perche le parole non fono maggiori della ca- 
pe: ma la cofa è fredda afiolutamentein fi fieffa,peccioche è maggiore di quel- 
lo che fta ò pofiibile,ò veri fimile. Similmente fi noi diciamo. 

Le tremanti e fanguinofi lettere da me con volto calorifico e furate. 

Tfon è dubbio che le parole quà fono freddiJfime,non comparativamente , 
ma afjolntamentc, perche in quale fi voglia materia , faranno fimpre troppo 
più hcentiofe e tronfie, c bei qual fi voglia profa non conviene : L finalmente 
fe diciamo, 

Fior’fron d'berb' ombriti antri à me fiauiffimi e tariffimi . 

finche qui vi è freddo,non comparativo, ma afioluto nella flruttura , per- 
che troppo più afpra è quefia campo fittone di quello, che quale fi voglia profy 
paija che ricchiegga . 

E così vediamo che nella nota oppofla alla magnifica fi incorre iluitio del- 
la frigiditi in quattro modi : ò comparativamente per rifpetio delle parole al- 
le coje : òafiolutamcntt nelle cofe,ò nelle parole, ò nella flruttura : Il che f labi 
litogii t replicato bora come babbiamofatto ; Cerchiamo perche oppofito- 
rum cadcm eft ratio; Se nella vitlòfa nota oppofla alla tenue occorra il me- 
de fimo ò nói E quanto i Demetrio da vna banda pare, che di quattro forti di 
aridità refpondenti i quattro forti di fredegza egli ragioni, mentre che quanto 
alla aridità comparativa egli dice , che exor i tur aridum quando rem ma* 
gnam pufiJJis verbis quis expofucrit, e delle altre tre dice, che nafeitur 
aridi tas in tribus,&c. 

Ma dall’altro canto, che vi penfa meglio , e chi confiderà bene la natura de 
gli e fiempi ch’egli apporta.fi vede che egli due arid. tà filamenti tratta: la com 
paratiua,oue le parole fino minori della cofa : & quella fila afoluta , che ftd 
nella compofitione : del re fio egli non ragiona, ne di aridità afioluta nelle cofe , 
ut di aridità, afioluta nelle paiole ; Ecco gli effempi. 

Serfi in Grecia è venuto con tutti i fuoi . 

Quefia è aridità compar attua, perche c‘fa tanti grande, quanto era Ve /fer- 
rilo di Serfi, non doueuarfitre nominata con parole fi tenui, quanto fù il dire 
ton tutti i furi. Similmente. Stinahune cofittt bà data talare qualche noia 
àgli Agrigentini . 


Anche 


Sopra la? MU CX XXL 1*7 ' 

litiche àueflt 1 1 frigidità comparati , & egli medefnnolo dice, thè qui 
exoritur anduiti .quia rem magnam pufillis vcrbis quis expoiuit. > 

di a i t ri efjempi poi che egli adduce nella particella feguente faranno dafn 
vii'nà afioluta nella compófitionti flruttura, che uoghamo dire : dunque c Dt - , 
tetrio,q <à non parla fé non di due aridità la comparala , e quella fola affo- 
lutatici nella Bruttura : Ma ui è di più che egli non può manco parlare di 
altre che di quelle due: perche ondo il ragionare non può trouarfi ih altri mo- 
di thè in quelli due: e pure dirà alcuno la frigidità fi truoua intuite quattro 
U fopraiette maniere? Già hàbbiamo detto cheè ucnfjìmo, & bora diciamo 
che è nero anche quello , che l'aridità in due di quelle maniere non può efjere: 
cioè non può trouarfi aridità afjvluta nella co(a,e non può trouarfi aridità affò 
luta nelle parole : La frigidità afioluta nella cofa è quando fi dtee una cofa 
troppo mag t iore;che nonè poffibile , ò credibile che ella fia : come chi dice/- 

C’ che 

li tale era fi grande, che con la tefla toccano il C irlo. 

Ma dico io dùnque l'aridità afioluta mila codierà , quando fi dirà una co- 
fa troppo minore , che non è poffibile, à credibili che t Ua fia , come ebeduef" 


fe, che 

Il tale era tì picciolo che pafìaua per vn forame a ago. 

E così pare veramente. Tuttauia chi confiderà meglio, trova il contrario : e 
taratone è, Perche ogni cofa cheefca dal poffib'le ò dal verifimile , òcheefca 
verfo il troppo grande, ò vérfoil troppo p'tàolo, tempre è hipcrbolica,ma come 
dicemmo nella particella 71. tutte le hiperbo'e fono frigide : dunque non foll- 
mente le cofe dette maggiori, ma anche le minori del verifimile perche anch ef 
fe hi serbo tiche fono, però non aridità generano, ma figidità-.e così vedano che 
non fi può trouare aridità afioluta nella cofa : Si come pur diciamo che non fi 
può trouare aridità afioluta nelle parole: per che fe bene fi trouano alcune pa- 
role' tinto fententiofe,e tronfie, che à ninna forte di profa conuengano , perche 
eccedendo dano nel poetico, non fi poffono però trouare pane alcune tanto baf 
f e . c he da qualche forte dipro/a tenue, inmaterie beffe non jiano accettatele co- 
sì vediamo chiaro , che oue quattro frigidità fi trouano, vna comparativa , e 
tre afiolutc, belle cofe, nelle parole, e nella flruttura: Due fole tenuità poffono ri 
trouarfi j y ria comparatine, & vna afioluta, che è quella della lompofitiout: 
cJMafe così è : Come faluaremo dunque Demetrio, il quale inquefla particel- 
la numera tre forti di aridità, e dice che aridum nafeitur in tribus? in fen- 
tentia,locutione,& compofitione . < 

Qua veramente la cofa i difficile: Tuttauia diciamo, che Demetrio per ma 
tener fi in poffeffo di difforme per ciafcuna delle note.quefh tre ponti,cofe, pa- 
role, e flruttura: Però hà detto anche quà che l’aridità fi trova, nell cof e, nelle 
parole, e nella Bruttura : c 5 W<j in vero nella Bruttura fola fi troua aridità affo 
luta, come vedremo nella particella feguente: E tutta t altra aridità e compirà 
tiua,la quale in riguardo de fuoidue termini , bora fi domar da dell co/e , & 
bora delle parole :Tctcioche in quanto le cofe di troppo eccedcno la aridità fi 
Tarte Seconda. Ccc confiderà 



Dii 


7^8 1 1 ^Predicatore del PanigaroU 

tonfidera riguardando le co[e\ It in quanto lt parole vegono di tropfoecce- 
dutt : Laviedtfhr.a aridità pare ibi flanella parola; la medtfima [cala, in 
due modi ton fiderata , fi domanda afctnfo e defcenfo : t la medcfima aridità 
comparatila in quanto fi coi, fiderà bora mirando la cofa, & bora le parole, tut- 
ta aridità nella cofa fi chiama, & Ima nelle parole : bafla che è fempre aridi- 
tà compai attua, ne mai fi truoua ò nelle cofe,ò nelle parole aridità afioluta : 
De metr o di altro ragiona , che di due aridità . La compir alita in quefla 
particella, e la affoluta nella {eguale , delle quali poiché la afioluta e nelle co- 
pofitione,e la tomparatiua ft può con fiderai e ò per la co(a,ò per le parole, pe 
rò mantenendoli nel folito pofleffo bà po/la l’aridità, i n fentencia ioquutio 
ne,& compofitione, Balia che quanto fi dice dunque in quella partici Ila, 
tutto appartiene alla mede fimo cornparatiua aridità , ò che cjja per la parte 
della cofa venga con fide ruta, ò dille parole e tutti gli effempi , che fi mettono 
qua, ad aridità iomparat ua appartengono: t ra quali il primo non dice Deme 
trio di cui fia , Ben fi vede di che parla cioè di quello qua fi innumer abile effer. 
cito, col quale Serje ajjalto la Gr telatila granicola della qual cofa veramen- 
te fù cornparatiua artdttà.il ragionare in quejio modo. 

Serfe in Grecia è venuto con tutti i fuoi • 

Che almeno doueua dire , dice Demetrio, ccn tutta /V l fia, ma il dire, con tut- 
ti t fuoi poco più tenuemente, fi potrebbe ragionare, je d’vn p ct.olo padre di 
famiglia accu/ to da quegli difuacafa firagionajjein quella maniera, cbé Ci- 
cerone nel quarto libro contro Vene, di due Tadn di famiglia diffe : 

Hcraclius ille,& Epicrates longe imhi obuiam cum firn omnibus 
procclfcrunt . De quelli altri due esempi vno non viene disìejo , ma credono 
gli interpreti e bene, che ciò auenga, perche ò le medefime ò fimiglianti parole 
dictffe il Gadareo della battaglia nauale fatta prefio à Salammo, che diffe quel 
loaltrodeHacrHdeltàdiFalaricontragli^grigentmicioècbeegli, , 

In alcune cojette bauea lor data noia . 

Quafi che cofetta afiai leggiera,e noia affai debile fia il torre gli honori, e le 
facoltà altrui, e di più con ejqmfitiffimi tormenti leuar loro anche le vite iftef- 
je. In [ornma in tutti quelli effempi fi vede tome due Demetrio , che rem ma 
gnam pufilhs verbis quis exponit. E che per conseguenza, òche fi miri 
la cofa euidcntCfò le parole euidenteffempre cornparatiua è la aridità, 

•Mi Lai -i 1 *!t f . 4 i <4 , V.S y y 1\ 

• * « ; -vit Hiflfròi, > :n .x 

2t r _ V . 1*111’.) Li -- * , • • iJ.A iI hwm.ìs-x * ♦ 



4 -. 


7 ** 

CENTESIMATRENTESIMASECONDA. 


partice 


1 T 

X.UV 


TESTO DI DEMETBI O 

• 

Tradotto da Pier Vettori* : a\ 




Tsjr campo fittone autem mfeitur arìium , fine quanto ere - 
bra futrintincifa.vt in apborifmis. Vita heun,anloiga, 
occafio acuta ,expcrientia lubrica : vel quandi in n agna 
re amputatum fuerit membruti/ ,& mnplnum. Qiiemai 
medum quidam girili idem acni 'ani quod non fmn in pu 
gnam naualem prope Sai am nam,*4tqui inqvit fuarpente 
Cerei venie, &vna uebifeum fug-auit : jt riftides autem non : ab/cifio enim 
tir indecora,& intempejliu» tft . 



PARAFRASE. 


I \ 



[FinalmÉtc nella compolitione e flruttura nafeeari 
’ dità quando ò la profa quali lauoruzzo à pezzuo- 
la t tutta fatta di pie cioliflìmi membri, come quel ,» 
JadegliAphorifmi. 

Breue è la vita, longa l'arte , precipitofa l’occa- 

/ione, lubrica la cfpcricnza : ouero trattandoli di 

Cola grade li vàà terminare in vnaclaufulaconcifa fpezzata,c quali 
zoppa, comedifle colui, acculando Ariftide, pcrchenon folle com- 
parso nella battaglia nauale diSalamina. 

Ma che diremo, che infin Cercre,nó chiamata, e da fc rtefla vencn 
do hà combattuto per noi: Et Anftidenò? 

Oue li vede chiaro,che quello afcorchiamentò di membro, inde* 
cororiefcc, cfgratiato. 


COMMENTO. 

Oppo che hi trattato Demetrio nella antecedente particella della corri pa 
rat iua ariditi, in quella della a f aiuta viene à > agior are, la quale nel- 
la compolitione e Ihuttnra con fi (le : e dice che in due modi princ palmenti fi 
fi trillo la compofttme : cioè è quando efiafifà di troppo fpeffi conci fi , omo 

C c c z quando 


D 




Digitizeti 


fi- 


’77<) Jl Predicatore del Pani gara U 

quando » materie grandi fi\àà battere in vna ciaufulctta. finora, e f cianca • 
ta ijt veramente deltvna e dell' alti adì quelle due cole fa ria che dire ajfat , ma 
per gratin di Dio,fiamo pan aiuti à termine che he r attui pota fatila ci refia : 
i lacaufaé che à pena douendo più flirecoftaLunà Demetrio, chedaluiflef- 
fo ad altri proporti in quella medtfima opera non fta fiata delta, à noi bafttrd 
ritcordarei luoghi, oue de' midi fimi foggetti è fiato ragionato, & d quelli ri- 
mandar chi legge : 'Della aridità che nafe-da troppo jptffi comifi neliaprofa 
ft è parlato ne Ih partitella quinta , al me de fimo esempio appunto to’ lo dal 
principio degli ^ iforifmi : Editatila che figen ■ ra dall' intoppate m ultimo in 
vn membro Jciancato, trattò il noflro autore mila particeha decima non a : Ci- 
cerone ancora come noi dici mmo nil Commento della quinta Irebbe molto in o- 
dio qutRo modo di dire arido per la breuitd degli incili . £ nomi» alo con nomi 
flomacoft, gcnus fcrmonisjnon liquidum, nonfu/uir., acproflucns, 
fed exiie.aridunijconcifunijac imnutum.eJr altrouc fcìfìuiu, nunutQ, 
& puerile^ alttoùe abieft uni & ficubuin fimi! hmum , quod còcid it 
dilùmbatquc fcntcntias •• n 

Come veramente egli fà,e come fi può vedere dagli e (f empi, che nei appor- 
tammo in quel luogo, oltre qutflo medeftmo allegato e quà,c la degli e^iforif- 
mi di llippocrate : Del quale fi maraviglia Al. Tur rettori, tome Hcrmogene 
dica bem ,biafimandolo tanto il noflro Demetrio: ma pi ima in uniue i (ale dici a 
mo die anche Demetrio à molte occaboni còotdefibe i membri breqtffimi flia- 
no molto bene, come ft può vedere nella particella j .& 8 . e poi quanto al prin 
cipio degli iforifmi, non ue diamo noi,cbe Demetrio afjolutamtntc lo danni t 
ma dice jot ameni e, che compofttione tale inmatcria magnifica batterebbe del • 
Varido-, Quanto all’altra aridità poi, cbc\nafce dal dare i* vna clattfu la in fL 
' te che fi a finora, di queflo nójolo come habbiamo detto pa>lò Demetrio nella 
particella igrmane parlò ancora jftifl otite nel nono capitolo dd tergo della 
Pletorica, oud diede quel bello eflen.pio,di coloroj quali laminando à chtufi oc 
chi fi crtdtndo che un peggo di ( pàtio rimanga per ancata tfjmp che fi truom 
ò muro, ò altro ofl dculo, pr ima ci quello, che imapfiàutnc lo rltiCua no, & ur- 
tandovi dentro, at tengono rigettati indietro : fu ero» e dice che di qutfla ma- 
nina, verborum ainbitus infringetur: Demetrio della particella ipt difle, 
che fic periodus incifa,& claudx flnnlis. 1 

Equa dice che huiulccmodi abfcidìo indccora , & intcmpeftiua 
eft- E l’efitmpio che egli adduce quà (oltre quelli che demmo noi nel Cernirne n 
to della ig,)i belbffimo: tfb però fisa di ibi fta prrappotoma fu d’uno il qua 
le acculando tydni, idem ^ Itine , perche mn fcjje cor corfo anche egli con gli 
altri alla battagli inaiute di Salomina dijje, comedi fi fra nella Para f refi ter 
minando n qui l pic.olo cónci fo, 

Et bò lide nò ? 

Che meramente fi uede, chcfà uà modo di due arido , ficco , gretto', e » nitui- 
tìjfimo . 

• «f 




3 


’V «L 





PAR- 



» * 

: * 77 * 

PARTICELLA 

CENTESlMATRENTESiMATERZA. 

testo DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 


yiufc'modi quidem abfciffìontbus in alijs utcndum e fi. ft- 
pè I anèfcnfm ipfe frigidum quiddam eli ,cr,utnunc nomi 
t. amiti, cacoiclus:con>pofitioautemabfuJJa, & quie furti- 



li j w ~ r * 

tur Jenfuteiui licenuam. Quimadmodum de co ,qui cu m 
l'XO’C monna mixtus crat,dixit quidam • quod nor.mifcc - 

- t . ~ru> am "liui i uni >p!a : fai fui enim ut aiu nt,cxco apparet. 

compu/iuo ameni contraila furatur aliquo modo ticcntiam cittì rtiiefjicit aule 
quxnuncnomcn babet &l*wt'nyi*r concretam è duobui malti t cx mala affé 
(lattone, p roptcrrem,& ex arido ptopter compofttionem. 

parafras e. 

E bene quella concifionc , & afcorchiatura del- 
l'ultimo membro alle volte gioua; Principalmen 
ie, oue ne gli antecedenti alcuna cofa Ha (lata det 
ta,ò fredda, ò inetta, ò in altra maniera difdicc- 
uolc;Che in tal cafo quella breuità della claulu- 
la chefegue,qua(I ci inuola, c lieua da gli occhi la 

brutezza preceduta. Come occorfe in colui , il 

il quale hauendo à parlare di cofa licentiofa,emeno che honefta , 
cioè di chi con la moglie morta haueua carnalmente Slacciato con 
rn membro cortifiìmo in fineiquas' uelo» e non ci laicicfu edere dii 
honefta tale,dicendo, 

E veraméte fé è uero,chc egli conlagia morte moglie fi machial 

fe, troppo la amò ■ _ ........... . - 

Ne bisogna dire, che di quella maniera piu uttii fi umfeono infie 
me , la frigidità à cacozelo, ò dishoncftà delle prime claufulc , c la 
fmozzatura deH’ultima- perche tuttoèuero, ma cosi auiene » che il 
fecondo uitio fi fà rimedio al primo. 



1 1 


Vili. 


Parte Seconda. 


C c t 3 COM- 


v 



77 * 


Il PrcMcAtorC del ?unlg<troL 

COMMENTO. 

I ’Hfino quando nel principio qua fi di quefia opera , cioè nella particella 1 9 . 

noi ragionammo de membri piccioli po/li n:‘ fini de’ periodile bene ordina- 
riamente dicemmo che qu Ila {mozzatura fa riuf ire Jpt fata e \oppa la compo 
fittone: Tuttauianel fin: del commento foggiungtmmo , che in molti luoghi 
r.Ond.mcno e bclliffìmi lelfuo De ameron M.Gio.'Boccacci bauruavjatajmor 
zatura tale: E che però era neciffario,che quefia regula patifjc alcune ecccttio- 
ni: Eche alcune cofe fi trouaffero,ne' quali non foto n n fife male, m a gioita fc 
grandemente il mettere membruti coìft breui in fine : Quello mede fimo che bo- 
ra dicequd Demetrio con quelle parole , 

Huiuiìnodi quidem abfcidìonibus in alijs vtendum eft. 

Il Boccaccio in madama pentola diceuamo,che diffe , 

Trefolo quel dì fece Corrado fefla al genero, &àji altri fitoi e parenti c_» 
amici, ma à molti altri. • ; 

Et m Ghifmonda 

Ma la pouértà non toglie g'ntìle'gza ad alcuno, ma fi haucte. 

E di quefii efiempt ve nejarebbono molti, otte femprela afcorchiatura del- 
V vi timo membro darebbe gratili Oltre che feci ricordiamo b>ne, nella nota ve 
nuflaalla particella -j6; fra altre figure che danno leggiadria , e gratta al ra- 
gionare ,prefe Demetrio quefia dtlla concifione , C? afcorchiatura in fine e per 
esempio ne apportò quefie parole di Senofonte, 

cJi/tofiraua *4 grafia, che spollonile non polena e fiere Greco , e fra l’ altre 
co fi con t orecchie forate all’ S ftalica diceua d’baualo veduto ,c dicca vero 
alle quali aggiùngemmo anche noi effempi in no f tra lingua; Come quello, 

Jo mi pofi m cuore di darti quello che tu andata cercando, e diedettlo 
IttbbcrO' del ccce , e della fora , (3 apprefio del pifit d’Srno fritto fot- 
%a più . 

lo nomò à che io mi tengo, che non ti ficco le mani ne gli occhi , e trag- 

gogliti : 

Si che, effe quefia tale fmozzatura in alcuni cafi gioui, ràfia chiariamo; Ma 
fra tutti gli altri bello è quello che auertife qua Demetrio: cioè che quando nel- 
le clan fate precedenti hibbiamo fatta e frigidità ò cacone lo , il fare bremffìm x 
l’vlti ma clan fila è quafi vn rapire di mano à chi [ente tutto il periodo in modi 
ch’egli non poffa confiderai la paffata brutterà: Intorno alle quali parole 
dell'autore nafice una buona difficoltà e non trouata da altri : Perciocbe in que- 
fia afcorchiatura rimedia fittamente alla frigidità , & al cacacelo, che fono le 
due note vitiofe oppofìe alla magnifica,?^ alla venufla, dunque non rimedierà 
all’ indecoro, che è la nota oppofla alla nota grane, e che occorre dice ‘Demetrio 
nelle cofe, quando aliquis turpes res & obi'cznas aperte dicit . 

E puie i’effempio che allega qua Demetrio per quella parte, nella quale ero 

vttiofo 



Sopra la Particella OtXXIII» 77 $ 

yitiofo non ptCCtua nè in frigidità, nè tn cacozelo, ma in indecoro, hauendo ape r 
tamente parlato di cofe ofcurc\, cioè del mfchiarft che hauea fatto colui con la 
donna morta : tMa diciamo, che come auertimmo di fpra nella partictllcu» 
iQì.qaefla parola cacozelus , che Cigni fica inetta imitatione in due maniere 
viene prefa,alle volte longamente nel fuo proprio fignificato, & alle volte ftret 
tamente attribuendo fi il nome del genere ad vnafpetie ; In quello fecondo mo- 
do cacacelo viene prefo alle volte per lo vitto opporlo al' a nota venufta : E co fi 
l’hà prefo Demetrio di fopra nelle particele ioi,io;,& 104; Oltanel pri- 
mo per cacozelo fi intende quale fi voglia inetta imitatione , ò che altri troppo 
magnifico pai li ,ò troppo venufto,ò troppo tenue, ò troppo graue,cbeinfomma 
come dice Quintiliano nel libro 8 .al capitolo } . 

Cacozelus per omne dicendigenus pecca t. 

Ef in queflo Pentimento generico , lo piglia qui il noflro autore : E quan- 
do dice^t : 

Siuc fenfus frigidum quiddam fit,fiue cacozelus . 

Vuoi dire,ò che il pentimento pecchiin frigidità, ò in quale fi voglia altro vi 
tio ; E dì quefia maniera l’efienipio dato à baffo nel uitio dell indecoro fe bene 
non appartiene al cacozelo fpecifico,e nondimeno contenuto folto il generico, del 
quale fenza dubbio e non dell'altro ragona il no Aro autore ; Che però per mo- 
firare che non piglia il cacozelo come lo prefe già , ma che lo piglia in genere 
per ogni uitio, però moflra che queflo è nuouo lignificato con quelle parole J 'ca- 
cozelus vt nunc nominainus . 

Cioè il cacozelo non in fpetie come lo prendeuano già , ma in genere come lo 
pigliamo adeffo co fi fi uede che qual fi voglia eflempio di litio , ch'egli ha- 

ueffe allegato femprc à cacozelo prefo di quefia maniera fi farebbe ridotto : E 
che quando Demi trio dice che lafmogzatura dcll’vllimo membro allevolteeo 
pre la frigidità, i cacozcli,vuol dire che copre le frigidità, e quali fi voghi- 
no altri vitij , che nelle precedenti e più lo ghc claufule pano potuto occorrere . 
Cofit fofle egli frora chiaro l'cffcmpio ch'egli ne adduce ; ma & il luogo chiara- 
mente è mendofo, ne fi sà onde fia prefo ; Afe alcuni degli interpreti hanno tro- 
ttato m do di nfanarlo : Et io fpmma all’vfo,al quale è allega tonon può fcrui- 
ie in alcun modo . 

Solamente cauiamo,cht vno vi fu, il quale hauendo detto che vn’ altro con la 
moglie morta haueua carnalmète giacciuto, perche fi auuidt che queflfeofa ob- 
feena apertamente detta haueua dato nell’indecoro : però rimediò con aggio» - 
gere vn membro mozato in molo, che quafi leuò dipettoàgli afeo' tanti la con 
fideratione della bruttezza detta ; Ma in qual modofufle feg'<ito il virio,r qual 
fofle il membretto piccolo. che lo coprì , dalle parole del teflo non è poflibile che 
fi raccoglia, ondehabbiamo prefa licenzi noi per giouareà leggitori di accom- 
modarenel mede fimo foggetto l’eflcmpio ànoflro modo, & habbiamo det- 
to cofi, 

E veramente fe è vero thè egli con la già morta moglie fi mifchiafle trop- 
pi l’amò . 


Sopra U Particella CXXXIU. 775 

S.Gregorio Papa diceua,chc „ 

D ittinx uirtutis operatane facundiusloqiàmur , cum obfhtpefetndo reticemus , 
Dionifio Areopagita , ieguitò da Damafccno e da tutti diceua, che di 
Dio meglio fi dice ciò che non £, che non fi può dire ciò ch’egli fia : On- 
de Monf. Cornelio dilTc, che nelle grandezze di Dio fi come il concetto 
manca Tempre dalla qualità delle cofe: cofi la parola non a ttinge mai be 
nc l’Idea dell'intelletto, . „ 

E noi vna volta nella predica di Dio Rèalmedefimo propofiro dice- 
mo, che di Dio più veramente fi penfa che non fi parla , & egli più vera- 
mente è che non fi prnfa; perche di lui il concetto vince ogni noftra pa- 
rolai la eflenza vince ogni noltra Idea . 

Si che per quelle à cento altre auttorità e ragioni , che fi potrebbono 
allegare, clfendovèrilfimo , che con niuna forte di parolefi poflono de- 
gnamente fpiegare le cofe di Dio.dunquc tutto il ragionare di lui, vitio 
lobifogneràdirechc fia tutto digiuno & arido : Come lo farebbe fenza 
dubbio fc la necelTìrà.e la impothbilità non lo efeufaife, ma alfai dà, chi 
dà ciò che hà,& affai fi chi fà ciò che può . 

Vitiofa nota Se arida e il fare mala , & imprudente feelta di parole , e 
dire con parole balte quello che con alrrc,e magnifiche voci fi farebbe-» 
potuto trattare: ma il ragionare di Dio, con quelle parole che habbiamo 
( perche pari alla grandezza di lui niuna ne habbiamo ) quello à colpa , 
Si à vitio non fi ci può arrecare . 

Del vero come le compofitioni fatte di concili , e quali à pezzuoli fo- 
nino ma!c,c diano neltarido, di quello trattammo abondantementc nel 
difeorfo ccclefiaftico della parricella quinta , oue con buona occafione-» 
defendemmo ancora-alcuni fermoni d’Innocenzo Papa,i quali di quella 
forte di fpezzata compofitionc parcua , che potettero talfarfi : E quanto 
allaariditàchcnafce dal fare, che il periodo in troppo breue claufuletra 
vada à terminare, ma come quello medefimo alle volte ancora polla gio- 
uare, tutto cffattaptentc habbiamo trattato nel difeorfo ecclefiallico del- 
la particella decimanona, . 

Bene è vero, che non damo difeefi à inoltrare in parriculare , che cop- 
po le natrarioni delle cofe obfcene , certe breuità di claufule giouino a 
leuare quali la memoria del detto, e à coprire la ofecnità, ma anche di 
quello quando volelfiino non ci mancherebbono clfempi , come nella^ 
Genclial 38, oue hauendola fcritturavn poco diffufumentc narrata la 
ofcen'tà di Tamar, con Giuda fuo focer o , finalmente quafi con vna bre- 
uifiima claufuletta ce la ICua da gli ocelli dicendo. 

Concepii ,& furgem abift , 

Et anche l’ambafciata , che mandò Berfabee à Dauid , doppo materia 
obfcena,non poteua clfere più breue, perche fil vna parola fola 
Concepì , 

Ma quello al principale nollro propofito poco fcrue. 




<k*I? 


«il re 

1 &l(Ui 


PAR- 


/• 


*1: 


P 7 A R T I C E L L A 

CENTESIMATR.ENTESIMAQyAR.TA. i 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 



T * 1 u * * grauitate quod reliquum e fi aperta rfie po{J< nt ex iji,qua 
diflaiam fimt ,quod& hacexiflitmtribus ,inqutbus etiam for - 
» xrfuxfunt ante ipfam : etenim res quadam per fe ip/as funi gra- 
tin, aito vt qui dicuntipfar ,graucs vidcantur ,quamuis non gra- 
uitcrdicant . 

parafrase- 

| Erta la quarta & vltima nota del dire,chegraue,feuera,ve- 
hemente, & afpra nominammo : E che anche clTa come 
ie altre , in tre cofe confi Ile, nelle cofe che fi dicono,ncl- 
( le parole, c nella loro lìruttura . E di quella quali tutta fi 
può làpere di quanto li è già detto. 

COMMENTO. 

Q Vefìoèquel luogo oue infino ne’ prolegomeni al capitolo della diuifionc 
dicemmo, che era per douer cominciare l'vltima parteditutta l’opera. 
Cioè il trattato della quarta & vltima nota del dire.] 

E già che fumo quefìe quattro note, & ne‘ prolegomeni mede fimi fi accennò , 
a nelle particelle if.ei 6 .fi iijje,e nella 7 1. fi replicò, e nella 105. pure fi tor- 
nò à dire : Et in tanti luoghi à tante occafioni fi è inculcato , che bora mai l'an - 
daruìfi di nuouo per entro rauolgendo à noi medefimi increfce . 

Era le quattro, quella è quella, che i Greci domandano turo mix turar, do- 
mandano vn oratore, ogni •polta che egli in quefìo genere di ragionare babbi « 

I ualche Eccellenza.Qicerone ie Oratore, &altroue con rarq nomi difpèfanio 
),lo domandagenusdiccndi, vehemens, acre,contortum,atrox,vi- 
brans, incitatimi. 

E filmili. Et in quello genere principalmente fono le orationi di lui in Ver 
rem , in Pifoncm, in Vatinium , in Catilinam, & in Marcum An- 
tonia m. 

K oi 


Digiti: 


4... - 


Soprdla Particella OX XXI V . 777 

T^oi Italiani poliamo ragioneuolmente domandare quella tale nota, Scue 
ra , afpra , vchsmen tc , ardente , atroce, auftera,impctuolà , t cenno. 
mi tali: 

Et in fomma di quefla nota fici tagliami quando reprendiamo , 0 minac- 
ciamo, ò commendiamo afpra menti , ò ci auertliamo , ò facciamo tfftcra - 
tioni , imprecationi , inuettiue , e co fi fomigiianti |. 'Riprendendo fi ne val- 
fi il 'Boccacci , cantra cattimi Cortigiani nella nouelh d. Guglielmo Borftere 
quando di/le , 

ZJn valem’buomo di corte e co fumato e ben parlante, il quale fù chiamato 
Cjulielmo Borftere, nonmiga ftmite à quelli, li quali fono boggi,li quali non feti- 
da gran vergogna de conotti e vituperinole coflumi di coloro ,li qualialpre- 
feme vogliono c fiere gentil’ buomini, e Signori chiamati , e reputati , fono più 
lofio da dire aftni nella bruttura de tutta la cattiuìti de’ vili(fimi buomini al- 
lenati ,’che nelle Corti: E la iòne à que’ tempi foleua effere il lor mefliere , e 

conjumarft le lór fatiche, m trattar pace, dotte guerre òfdegni fra geni il' hit orni 
ni foJJcrnati,ò trattare matrimoni), parentado, C 3 amifla, ò con belli motti e 
leggtadridi ricreare gli animi de gli affaticati , e folagzarle Corti e con agre 
re]po*ftoni,ft come "Padri mordere i deffetti de cat tini, e que fio con premi) af- 
fai l'ggteri : Uoggfdi r apportar maUdall’ uno all’altro, infeminare Quanta, 
in dire cattiuitì e triflitic, e che t peggio in farle nella prefen^a de gli bnomi- 
ni,e rimpr onerare i mali, le vergogne, e le t riflette vere , e non vere l'uno al- 
l’altro, e con falfe luftnghegli buomini gentili alle cofe vili , e fcetcrale riir are, 
s’ingegnano , il lor tempo di confummare: E colui è più caro hauuto , e più da 
miferi, t feoflumati Signori bonorato,e con premi j grandmimi effaltato\, ebej 
più abftomincuoli parole dice,òfd atty.Gtan vergogna ,e biaftmeuole del mon- 
do prefente, & argomento affai euiiàite , che le virtù di qttd giù dipartitoft 
hanno nella faccia di viti) t mifeft vtuenti abbandonati. 

Hota pur graue , ma minacciando fù, oue Scarabone buttafuoco difie ai 
y^indr cuoio. 

Io non sò à che io mi tegno,cbe io non vigna la giù e diati tante bajlonate, 
quanto io ti veggio muouere, afino fifttdìofo , Cj ebraico che tu dei e fiere , che 
quefla notte non ci lafcicrai dormire pctfon'. 

Comandò in nota molto fcucrc Bnfyiegna del Marzo, quando Colori- 
to , perche Bdcolore e hauefte prefo il tabarro elei fere , per pegni , le* 
dlJÌCa, ; 

Dunque tu, tu ricordanza al fere:Fò Voto à Cyro che mi vien voglia di dar 
ti vngran fergozzonc:Va,renieglitl tofìo , che Caaciola te nafci,e gua rdo~» 
cioè di cofacbevogla mai, io dico seivolefit fa fin noflro, noi, gli fta detto 
di nò, 

Querela afpra fù quella di Catella. 

e_Aht quanto è mifera la fortuna delle donne, e tome è male impiegato l’a- 
tnor di molte ne’ mariti.Jo mifera me. E 

lo mifera me. i: 

Efìe- 


77 $ // 'Tredikttore dclP<wìg*roU 

tffarathne quella ai£bìfmonda . 

Uhi iulciffimo albergo di tutti ì mie piaceri: Maledetta fta la crudeltà di Ut 
lui,che\con gli occhi della fronte hor mi tifd vedere, 

Imprecatane, & inuettiua quella di "Pietro da iqjnciolo contro le dorme , 

Voi fiete tutte cofi fatte, e con l'altrui colpe guatate di ricoprire iwojlri 
falli: Che venir pojfa fuoco dal Cielo che tutte v’arda : generation peffmcL» 
ebe voi fitte. r, . 

Ma effempi di nota grane ,&afprc ,à moltiffimi propofìti , non Inficieremo 
mancare più baffo: fra tanto dice Demetrio, che come le altre note, cosi quella 
ancora inare co feconfìftr.E c/m vuole grauemente, cioè alteramente Ci agra- 
mente parlare-, cofeatmi bifogna ihcdica, con parole tali , c con Jlr ut tura che 
vi fta accomodata-, 

licite tutto come fi pofla fare infrenerà Demetrio , cominciando } dalle cofc; 
E noi hauremo quella commodità,che hauendo da feruire à quejla nota, non al 
tre co fe quafi,ma in altra maniera vfate,di quelle clte ad altri propofìti habbia 
mo di fopr a dichiarato; molto più facile e più breue ci riufeir-à quello vltimo 
trattato di quello che labbia fatto qualfiuoglia de gli a nteiedenti. 

• * :v»»B >•>- - "» i v.^krten i'AtM's: ov.’ ui.ilvt 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

N On ci mancheranno cflempi Ecclcfiaftici fircqucntiiTimi per qua 
le fi voglia cola, che gli richiegga.in quella nota graue : concio- 
lircola che in quello genere di dire, fono fatti non fidamente-* 
quali tutti i ragionamenti dei profeti antichi, ira nel tcllamcnto nuouo 
ancora.tutte le prediche di San Gio.Battifiji.c quali turte quelle del Si- 
gnore:01tre elicne' loro fcrmom fono fiati molte volte vehemcntilfi- 
migli antichi padri c Greci, e Latini . E pure nelle Italiane prediche al- 
cuna non fe ne truoua , che à luogo à luogo ò non reprenda , ò non mi- 
nacci, od in altra maniera.della vchemenza non fi vaglia , c della fcucri- 
tà:Ec anche Predicatori habbiamo,i quali dal principio al fine de’ ragio 
namenti loro da qncfta nota fola vchenicntc he afpra non efeeno quali 
mai,Comc il Padre Lupo e fimile.i quali non è dubbio che fanno mol- 
to frutto.e meritano molta laude;Se bene non tutto ciò che d Iodeuolc, 
cimitabile. E non di rutto quello che fi può imitare àciafcuno vgual- 
mentc,proportianata riefee la imiratione. 

h Gieremiafra tutti gli altri profeti (principalmente ne’ primi i j.Capi 
foli della fua profccia ) e vchementillimo tanto che da lui folo d’ogni 
forte di afprczza potrebbe cattarli efiempio: Ma per bora . Ecco quanto 
vehementc fu quella reprenfione nel Capitolo fecondo. 

[Obllupefcirc coeli fupr hoc,& ponx eius defolamini vchcmcnter di 
cit dominus, Duo cniir, mala fccit populus incus: Me dercliqucrunt foci 
tema qux viux,& fodcrunt libi CifternasiCiflcrnas difiipatas qux con- 
tincre non valent aquasi&c.Dereliquifti dominion Dcum ruum co rem 

E ore quo duccbat te per viam?Er nunc quid libi vis i 1 via A«'gvpti vr bi- 
as aquam cui bidain?Ec quid tibi vis in via cum via Affiryonimiyt bibas 

aquam 


Digitized 


* 

Sopra la Particella C X X X IV . 0 J'J9 

aquam f uminis? Arguet tc maliria tua, & aucrfio tua increpabit tc . Set- 
to «Se vide quia malum , Se amarutn cft rcliquilTe te dominum Deum 
tnum:& non effe timorati eiusapud retdiritdominus Deus exercituu . 

A fcculo cò*nfregifti iugum meum|: rupiftivinculamea,&dixifti. Non 
fcruiam.In omni cnim colle fublimi,& fub omni tigno frondofo tu prò 
‘ fternaberis mcretrix &c.] . . ; 

Ne però reprenfione punto meno afpra fece il Signore à Scribi era- 
tifei nel 13 . di San Matteo dicendo, ... 

[Va: vobis fcribi* Se pharifiri hipocritar, quia decitnatis menram 5^. 
anctum, &cuminu:n, vtreliquiftis quxgrauiorafunt legis , &iuùi- 
ciuin & mifericordiat:i,& fidem, lince opportuit faccre,& ilìa non omit- 
tcrc.Duces cacci excola ntes calicem,camclum autem glutientcs: V* vo- 
bis fc br& pharifati hypocrit£,quiamandatisquod defbriseftCalicis, 

&. paropfidis,intus autem pieni eftis rapina & iinrrmnditia_. 

Phariliec C£ce,munda prius,quod intus eli calicis & paropfidis,vr fiat 
id,quoddeforiseft,mundum.Va: vobis fcriba:,& Pharifari hipqctitx, 
quiafimilescllisfepulchrisdcalbatis :qu.raforis apparent hominibus 
fpcciofa,intus veto piena flint ollìbus mortuorum & omni fpurcitia. Sic 
&vosà foris quidem apparctcs hominibus iufterintus autem pieni cftis 
hipocnfi,& tniquitate. Va: vobis fcribar,& plurifasi hipocrit.r , quia ardi- 
ficat s fepulchia prophetarum,& ornatis monumenta iuftorum , & di» 
citis . Si fuitTcmus in diebus patrum noftrorù , non clfcmus foci) in fan- 
guinc prophctarumalt.iquc teftimonio cftis vobifmctipfis.quia fili) eftis 
eorum, qui prophetas occidcrunt. Et vos impletc menfuram patrum 
veftrorum :Serpentcs gcnimina vipcrarum,quotr.odo fugictis à iudtcio 
gehenna:.] 

E già Tappiamo, che quali fempre con lereprenfioni vanno congiun- 
te le minaccio: 

Ma ad ogni modo didime cofe fono, e di loro fi come quelle più rada- 
no le colpe cosi quelle più fgomentano con le pene. Come oue Amollo 
al capitolo nono introduce il Signore che dice, 

Tercute cardincm & conioucantur fiuperlitninaria. - iuaritìa enim in capite om- 
nium, & nouijjìrnum eorwn in gladio in t orfici am. T^on erti fugaci * , ir qui finge- 
rti ex eis non Jatuabiiur.Si deficenderint vfiquead infermum, inde nunus mea edu- 
ca eoi.&fiaficeuierint vfiqu: ad cxlum,mde detrai} m coi.Et fi abficondtu fiuerint 
inueiUce Cor nidi, mie fcrutans auftrameos.Et fiielauerintfie ab oculis meis in prò 
fiundo marii :ibi mandabojcr penti mordebil eoi .. E tponam octdos meos fiuper eoi 

in malum: cr non in bonwn. 

Cdmmandarr eneo troppo più afpro , che altro non pur fentirc , ma- 
imaginarc fi polTa farà quello , nella fentenza finale concra i dan- 
nati . 

Dificedite maledilli in ignem xtcrnurn , qui paratus efl Diabolo , & ange- 
la eiui . 

Et afprilfima querela qncHa diEfai a, 

. .A udite cali ir ambia percipc terra quoniam iominus loquutus eibFUios enu- 

trini ir cxaltaui ,ipli autem fipreuerutti me ire . ■ 

Che feeifecrat ioni vogliamo. Pur troppo fonofeuercquclledi G 'ob- 
bc nel terzo Capitolo, quando, . I 

, bldcdtxti ilei firn, ir locuiut efl.? eretti dia, in qua natiti fimh&noxJn auu ,di- 



* 


780 Jl Predicatore del PanigaroU 

£i urti cfl.Conccptus cfl homo. Dia ille vcrtatur in tenebra , non requirat cum D età 
de fu per non illufiretur luminc.obfcurent celum tenebrp,& umbra mortu-occit- 

petcumcaligo,& tnuoluatur amaritudine &c. 

E delle imprccatione.in molti luoghi delle feri mire trotteremo accr- 
bilfime.Come quella di Dauid nel Salmo 8i. 

Fac iUisfuut Madian & bijarc,fcut Tabtn in torrente Cifon, 

Tonc principeseorumficutOreb,& Ieb,& lcbec,& Salamoia > 

Toneillos vt rotam,& fu ut Riputar» antefacicm venti. 

Sicut ignis qw comburi t fduam , & fic ut fiamma con 'iuren< montcs: 

Ita perfequeris tlloi in tempeRate tua, & in ira tua turbabi s eos. 

Ma vediamo di più ne'Padri Latini alcun luogo bene» & eloquen- 
temente trattato in quella nota graue,c per horaferuafi Santo Ambro- 
gio nel libro ì-dePirginibus doppoil principio, ouc deferiuendo lamor* 
te di S.Gio.Battirta.mifchia infieme troppo bene e magnificenza, c gra- 
uità,& anche terribile venufta dicendo. 

Propterdifcumbentcs : Quid indigniusquàm, vthomicidium fieri 
iuberct ne dileumbentibus dilplicerer?E t propter iufiurandum: O rcli- 
gionem nouam tolerabilius peieralfct.Nc iufiurandum violctur,percut 
citur innoccns. 

Quid prius horrefeam ncfcio,Tolcrabiliora penuria, quali facramen- 
ta fune tyrannorum . Quis non cum e conuiuio ad cartcrcm curfari vi- 
dercr,pùtarctprophetamiuirumeircdimitti ? Quis inquatn cum audif- 
ft t natalcm efic Hcrodisfolemncconuiuium.puell^optioncm eligendi 
quod vcllct datam mifliim ad Ioannem ob folutionem nonarbitraretur. 
Quid crudclitati atm dclitijs ? Quid cum funeribus voluptati ? Rapitur 
ad pocnam propheta conuiuiali tempore,Conuiuiali prxccpto,quo non 
cupcrct velabfolui: Pcrimitur gladio: Caput cius afferturin difco:Hoc 
crudclitati fcrculum debebatur, quo infatiata epulis ferocità* vefee- 
rctur: 

IntuereRex accrbilfime tuo fpe&acula dignaconuiuio : Porrige dex- 
tcram nequidfxuitixtuxdefir.vtinterdigitos tuos riui defluant facri 
cruoris.Etquoniam non exaturari epulis fames ; non reftringui poculis 
potuit , inaudita firuitix fiftis, bibe fanguinem fcaturientibus adhuc 
vcnisexeéH capitisproflucntem.Cerneoculosin ipfa morte feeleris rat 
tcftcs,auerfantes Confpetfhtm dcliriarum.Clauduntur lumina non tam 
mortis ncceflìtate.quam horrore luxurix. Os aurcum illud exangue ci- 
tius fententiam fcrrc non poterasiConticcfdt & adhuc timetur. Lingua 
tamen qux folce etiam'poft mortem officium feruarc viuentis palpitan- 
te licei motu damnctinceftum.] 

Che veramente è bclliflìmo luogo , e che doucrcbbe ballarci ;Tutra- 
uia Tentiamone vn altro di San Grifoilomo contrai ricchi auari,ncl- 
l'homilia 17, ex variis in Mathaum loca , oue vedemo fe in nota gra- 
uc può elTcre rcprenfionc alcuna , più magnifica infieme , c, più fc- 
ucra . 

[Tu quidem Phafianos,&artagenas> Arturrares, & omnia cab vo- 
latilia deuoras , «Se quid pauperi replear ventem , non largiti* : tu qui- 
dem verte ferica, leporina. A: diuerfo vcftimcntovtcris, depauperi nudo 
ncc lineum vcftimentum largiris.Tu habes in domo tua laquearia dcau 
' rata,parictcs preciofos, vcftitos marmorc,cblumnas purpurea*,^ capita 

corura 


Digitizt 


! 


Sopra la PartlceUa CXX XIV . 781 

eorum deaurata :&rpaupercm nec profpicerc quidcm promittis . Sed 
cum irreuocabilis finis adu cncrit , perges ad mfcros nudus boms open- 
bus rcmancnte domo cum omni ornaru filo m tcftimonium auarinx 
tux’vnus quifquecnim prxtercuntium dicer, Hxc domus ìlliusfuitra 
ptor’is.prxdonis Se auari.quantasviduas afflixit , quantos orfimosdenu- 
dauit.quantos miferos fecit ,vthanc domum pollideret ? Nolo miht di- 
cas.quiadiues confili fum.vel prxfedus.aut Comes feu fenator. De di- 
enitatibus nunc non difputo ,qux à Deo ad bencfacicndum omnibus 
conducuntur.-fed de illis , qui inflati fuperbia dignitatum puranr fe ira- 
morrales cum ipfa dignitarc futuros , &non confidcranr conditionem 
fuam,quia de terra funt,& in pulucrem rcdigenrur, Se. prò pauca Ixtitia 

prxfcnti perpetua fuftinebunt tormenta . ; 

Attendis pauperem, Se dcfpicis, nec rccogitas , quomam homo eli li- 
cut Se tu Homo eli chara pofiellio Dei , homo cuius caufa firmarum eli 
ccelum.e’xtcnfum mare, ’fun data eli terra fupcraquas : propter qu£m fol 
oritur,& incuinbit,luna crefcit,& decrefctt.allra rmcantia furgunt.pro- 
pter quem dluerfa ammalia quadrupedia,volatilia, & natantia, propter 
quem terra producit hcrbam,& dat cibaria in tempore luo omni anim$, 
propter quem montes & colles, vallcs, decampi, propter qutm fSnres,& 
flumina, (lagna, & paludcs, propter quem tempora, menfes Se anni .- 

propter quem Angeli, & Archangcli, principatus Se potellates , fedes & 
dominationcs , Cherubini de Seraphini , Se quid multa loquar ? propter 
quem vnigenitus tìlius Dei faneuinem fuum fudit,& genus redemit hu- 
manum,& vr pauperes non delpicerentur, formam Terni fufeepir. ] 

Che noi in vna nollra predica , fenon traducémo, almeno imitamnio 
grandemente: E potrà fcruirc quello pezzo di nollro , e per clTcmpio 
Italiano in nota grane : E per fine di quello trenteli moquarto difeorfo . 

Ahi ricco , c crudele che non fi può dir peggio ? Tu dunque i più pre- 
giati cibi, leviuande più delicate , Se i più genero!! vini cheli ritrouino, 
per fola delitia , ti deuori e trangugi à cialcun tempo , e alcuna cofa vile 
che empia almeno il ventre , e mitighi la fame al poucrello, con ifdcgno 
gli nieghi e lo difcacci ì Tu delle pelli loro,pcr farne vede à te , gli ani - 
mali più nobili difpo|li , Se al poucro ignudo perche almeno fi cuopra-. 
riondai pur lana,ò lino. 

Splendono entro al palaggio tuo c marmi,e porfidi, e abieti e credi , e 
infino argenti, & ori, c innanzi alla tuaporta ha il poucro mendico per 
letto il fangose per coperta il Ciclo : Ma verrà tempo credimelo che nu- 
do d’opre fccnderai tu all’inferno : E in tcllimonio della auatitia mace- 
llando il tuo palaggio jEcco diranno quelli che paleranno, oue habitò 

3 uell’cmpio,qucir’auaronc,quel rapace: Infami mura,che de beni di Ve 
eue c pupilli, e di furti e rapine folle fatte: Ne qui bifognadire-.Oh ric- 
co è il Cardinale , ricco è il Prelato : Che io delle dignità in riguardo di 
fc medefimo non parlo,le quali in fe non fono male , e Dio le dona, pèr- 
che faccian bene : Parlo di coloro/i quali gonfi; del fallo della dignità, fi 
lordano la miferia della conditionc: Ciocche polué fono e in polue 
torneranno : E che à pochi diletti fuccedcranno eterne anguftiec pene : 
E quel poucrello ò ricco che tu difpregi tanto,tardi conofcerai che c hqo 
tnojCome tu : huomo cara gioia di Dio: huomo per cui fu fatto il Ciclo, 
fpiegato il mare > fondata quella terra fopra Tacque : huomo à feruigio 

" ” di cui 


7& 1 M Predicatore del PanìgainfU 

di cui nafcc, e tramonta il Sole ; crelce e cala la Luna >a fcintilIano le Stsfr- 
Ie, produce fieno il prato,e mefle il campo; à cui, e montile cottijc valli* 
e fonti, e fiumi, e paludi, e fiatili, e giorni, e inefi, & anni e tempi fcruo- 
no oc Angeli, & Arcangeli, evirtudijcdominationi, c principati, c poto* 
Itati, c throni, cCherubi ni , cSerafini: Dicali homai quello che troppo 
importarhuomo c quel pouercllo che tu cacci, per cui Iddio .atto huomo 
fparfe il (angue : E perche tu anche il poucro iftimalfi , prefd forma di 
poucro e di fcruo . 


PAR TICELLA 

CENTESIMA TR£|N T E S I M AQVJNTA. 

-TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 

Q Vemadmodwn T beopompus tibicinas in Tirao, & lu panaria, & tibia 
vtentes ,& cànentetftir jaltantes , hac omnia grauia nomina exijìentia, 
quamuis languidè dixerit, grami vide tur . 

P A R A F R A S E. 

yj Ofe appartenenti à quella ultima notarono tutte lé 
atroci, uiciofe,afpre e reprcnlìbili, e quelle fono t* 
li, che chi parlando ne fa mciitione,pare che tiatti 
afpramente,fc bene peraltro lo ftilc di lui non fof 
fetale: Come occorfe in Tcopompo , il quale oue 
_ per notare icoflumi effeminati degli AtcncfidtP- 
fe, che altro non fi uedeuano quiui,che 

Dishoneflefonatrici nel Pirco,e Lupanari, e fonatori, emulici, e 
fallanti, perciochc fece quella congcriedi cofcreprcnfibili , panie 
che imamente & afpramcntedicciTe anche con illilc,che in ucro 
era languido e fncruato . 

COMEMNTO. 

F V , T to pompo Jcrittore maledice n ti (fimo dc'fuci tempi: Scrive con tra "Phi- 
lifpo \i di Macedonia, e contra i cofiumi degli isftencfi mede fimi . ) 

. . Vice * 



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m ¥. 

Sopra la Particella CX XXV» *, 8 f 

> Due Vlutarco che egli di Dcmoflcnt ancora diffe molto male , ma d torto : 
Sficertne in vna epiflola ad dittico , come di fcrittore acerbo e maldicente ne 
fi mentione ; le cofe , le quali dice Demetrio che appartengono d quefìa nota , 
chiqrijjime fono à ttafcuno, perche fe quefìa nota confitte ,in riprendi re,minac . 
ciare,biafimare e cofe firn ìli, fen?a dubbio cofe attenenti à lui fono tutte le coir-' 
pe,che poffono e fiere riprefe tutte le pene, che poffono • fitte minacciate e fimi- 
li ; £quefle tali hanno tanta fona, che chi ragionando contra alcuno inculca di 
quefìe tali fimpre pare che acerbo dicitore fia ; Come che molte volte egli per 
altro fta fncruato : T^è quefìa proprietà delle cofe gratti fole ; ma delle cofe in 
generali . Chi dice cofe magnifiche, come che lofiile fia bafio,part che altamen- 
te dica , & il n edeftmo occorre in tutte le note, che chi dice cofe attinenti ad mia 
nota , pare che conforme à quella ragioni ,fe bene per altro le parole/ la com- 
po fittone non vi quadrano . 

Quello che difìe Demetrio nella particella 4 ìJn materia di magnificenza, 
oue pure del mede fimo tafsò egli lo flefio T topempo dicendo . Qua re & gra- 
uesquofdamdicùt.utTheopompum.qui grauj? non grauncr dicit, 
Ttffcmpio ch'egli adduice qua fi uede chiaro in quale {oggetto fù. Cioè mentre 
Teepompo contra gli effeminati cofìumi degli cilene fi faceua inut ttiua : che 
veramente le cofc , ch’egli ammafia infume fono attifjime ad effeminare ogni 
Citt* , e digniffime di inucttiuaiMeffer Tic r rettori à queflo propofito di cofe 
effeminate e disbonefìc amavate infume da tutori per mostrare federate z 
Za de cofìumi, fi riduce à mente vn luogo di Cornelio Tacito nel libro quinto- 
decimo di gli annali, oue parlando delle publiche dishonefià di Herone di- 
ce così , 

Naues auro 5 1 ebore diftinfta: , remigefque exoleti per attates 
fcicntiam libidinum componcbantur uolucres, & feras diuerfis è ter 
ris& ammalia maris Oceano abufq; petiucrat. Crepidimbus fta- 
gm , Jupanaria aftabant.iUuftribus reminis completa > & con- 
tea feorta uifebantur nudis corporibus . lam gcitus , motufquej 
• obfcasni . 

me fé ne ricorda vn altra che, che veramente fù btlhffimo.-quando a Su- 
brio Flauto Tribuno domandando perone perche hauefie confpirato contra di 
lui,rifpofe egli conbrcuiùaciìbiffima, 

Oderam te, 

£ doppo bauer detto alcune altre parolc/mmafsò infume tutte le pù infigni 
feelcragini di Tienine duindo. 

Od ilfc ca?pi,poftquam parricida matris,& uxoris, auriga,hiftrio, 
& incendiaria cxtmili . 

Che ben fi vede clu per Tfetoncfù nota grane & acerba da vero, perche di- 
ce Cornelio Tacito /Ite 

Neronis acccdifle conflitit, qui vt faciéndis feeleribus promptus, 
ita audiendi quae fecerat iniòlens crat. ■, 

Grane pure fu quello di Cicerone nella orationcproSeflio, . , 

Tane Seconda. Dii Clo- 


Dii 


784 M Predicatore del *. PamgaroU 

Clodius fempcr fccum (corta , fcinpcr cioletos , fcmpcr lupas 
ducebac. 

£ quel caltio di colui che bi-giardmente volendo biafimare vna Città, d>J • 
ft,sì allbora ffolamente tornerò d vederti, 

Cum la;no,mcretrix,fcurra,Cincdus ero. 

Che fe per gli "Poeti Satirici co fi volgari come latini andiamo decorrendo, 
di quelle forti di tffìempi , trotteremo mille : Ma d noi batta addurre vn luo- 
go del Boccaccio ,loue anche egli per notare gli effeminati coflumi d! alcune mol- 
te coffe m cu ca inffieme tutte di effaminate^za piene , e di la fio. Eccolo in 
Tedaldo . 

a^yihi vitupero del gnaulo mondo . Efjinon fi vergognano d’apparir mor- 
bidi ne’ veBimenti,& in tutte le cofe loro : E come Calluronfi con la a e/la le- 
vata pt ttetuti procedono, e che è p'ggio ( lajciamo flare a’hautr le lor cantare 
pient d’albarelli , di lattouan,e d’vngucnti colon, e di fcattole di vari confetti \ 
pane a’ ampolle , e diguajladette, con aque lauorate,e con oli di bottacci di mal 

uagta e di Cieco, e d’almi vini pretioffffimi traboccanti '■ intanto che non 

... ma botteghe dijpc^iali, ò d' -unguentari appaiono più tofloà riguardanti) 
tjft non fi vergognano che altrifappia loro ef)crcgottoji,Cfc. 

coltri luoghi molti potrà per fe Beffo ntrouare , chi vorrà nel Deca- 
meron fimilid quello: mentre noi con più vtile fatua paffìamo ad altro. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

C Ofc appartenenti à nota graue,fc fono come fono le colpe e le pc 
ne: e le i propofito di quello infegnamento di Demetrio fan- 
no, come fanno tutti que’ luoghi, ouc ò fi riprendono molte col 
pe,ò fi minacciano molte pene, adunate inficine : già vede ogni 
mediocremente prattico,che balla aprire quale fi voglia libro ò Canoni 
co,ò Fcclefiallico per ritrouare clfeinpi: Delle pene dell’inferno con no 
ta molto teucra dille Efaia nel fine del capitolo ottauo . 

[ Non cratin cis matutinalux,& tranlìbit per cam,corruct,&: efuriet 
& cum cfurierit,irafccrur,& maledici! Regi fuo,&Deofuo , & fufpiciet 
furfum,& ad terram intucbitur,& ecce tributario, & tenebra, dillolurio 
& anguftia , & caligo perfequens , Se non potent auollarc de angu- 
llia fua . ] 

Ma fra Dottori Ecclcfiaftici vn luogo attifiìmo per raprefentare la no 
ta,che habbiamo per le mani, non folo per le cofe, che vi fi dicono , ma 
per le parole che vi fi vfano,& anche per la fcabrofità delta (trattura ,|c 
quello di S.Cipriano nel libretto de Laude martyrij,ouc parlando dell’ 
inferno dice , 

[ Sa'ucrus locus cui gchenna nomcn eft, magno plangentium mumnu 
re, Se gemitu,& erudlantibus fìammis per horrendas fpiflx caliginis no- 
&es, la:ua femper incendia camini fumantis expirat: Globbus ignium ar 
ftatus obftruitur,& in variosp^m exitns rclaxatur.Tuncfauicndi pluri 

ina 


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Sopra la Particella C XXXV. 78 $ 

ma genera.tum in feipfeconuoluit.quicquid ardoriscmillì cdax fiam- 
ma cruciane. Hos quibus rccufata vox domini, & imperia fuere contem 
pta difparibnscocrccc cxitijs.pioquc merito falutis exafl^vires fuas fug 
gerit, cium pars fceieris diferimen imponit: <5c alias quidem molcs into- 
lerabilicuruat.aliàs pcrabruptum cliuofi tram iris collem>vis firua prx- 
cipitat.&cathenaruin (Iridentium nexum grane pódus inclinar , funt «Se 
quas agec ftri&im rota& ìndefclfavertigo.&quas tenaci intcr fc denig- 
rate conllridlas adhxrcs corpori corpus includat , vt & abfumat incen- 
dami, & grauct ferrum , & fc cruciet turba multorum.] 

San Gregorio anche egli in molti luoghi coaccruòf per dir cosi) pene 
di inferno.come nel libro nono de morali in quelle parole. 

[ in inferno erit frigus intoletabile,ignis in cxtinguibilis.vcrmis im- 
mortalis,fctor intolcrabilis, tenebra palpabilcs,flagclIacxdentum,vifio 
dxmonum,confufio pcccatorum.defpcratio omnium bonoru:crit cnim 
miferis mors fine morte, defe&us fine defedai, quia mors ibi fcmperinci 
pit,& deficcrc nefeir. ] 

Òue è da auertircjdie anche la venuftà è terribile, e quello’ fchcrzo di 
morte lenza morte più inhorridifcc.chc fe non vi fi forfè fchcrzato; cofa 
che ben vide il gran Padre Granata , e trattando anch’egli dell’inferno 
nel primo trattato del fuo memoriale, pure intorno alla vita, & alla mor 
te fece così terribili (che rzi , clic farebbe cofa di fraude il non portarli 
qui, &r anche nella medefima lingua, per non leuare loro la grana. 

O vida mortifera: ò muerte immorraluNo fecomc te llame : fi vida, 
fi muerte: fi cres vida corno me tas ? y fi eres muerte corno duras ? Ni re 
Damare lo vno ni lo otro , per que cn lo vno y en lo otro ay algo de bic. 
En la vida ay defeanfo y cn con la muerte termino (que cs grande aliuio 
de los trauayos ) tu mi tienes defeanfo, ni termino ques que cres ? E res 
lo malo de la vida: y lo malo de la muerte : Per que de la muerte tienes 
el tormento fin cl termino.y de la vida, la duration fin el defeanfo ;De- 
fpoiò Dios à la vida y à la muorte de lo bueno que tcnian.y pufo en ti lo 
que reftaua para caftigo de los malos . 

Ma quello fia detto incidentemente. QuantoaH’eflempio, che addu- 
ce Dcmctrio.ouc Teopompo am malfa infieme molte lafciuc cofe, Se ef- 
fcminatc.non crediamo noi che ne Teopompo ne altro autore adunaf- 
fc mai con notafeuera infieme più cofe appartenenti à lufTo di quello 
che fece Efai a in quel luogo contra le donne nel capitolo terzo,ad altro 
propofito altre volte allegato da noi,oue egli dice, che leuerà loro il Si- 
gnore. 

Lunulas,&torqucs,& moniIia,& armillas, & mitras.&difcrimina- 
lia,& perifcelidas,& murenulas,& olfadorio!a,& inaurcs , Se annulos , 
& gemmas in fronte pcndcntes,& mutàtoria,& pallida, & linteamina, 
& acus,& fpe , ;ul3,&: fyndones,& vittas>& theriftra. 

Del rello oue fiano nominati e riprefi molti viti) & aceruati , che fan- 
no afprezza.innumerabili luoghi fi potrebbono addurre . Comcquello 
di MonfignorCornelio.oue dice:chc ne’ giorni di Carncualc tutti 
Hanno fatto à gara à chi potea far peggio in fpefe fuperflue, in habiti 
dishonefti.in parole fporchilfime.in compagnie federate, che io non vo 
glio hora dire per riucrenza di quello luogo gli flupri,irapti,gli incedi, 
& altre federiti. 


D d d 1 Et 


7 8 £ Jl 'Predicatore dei Pampero Ul 

Etin tutti i Padri c Latini e GrcciiMa dando nella feriteura fola . Ec* 
co Gicremia nel capitolo fertimo. 

Furari, occidcre,adulterariyÌHrare mendacità , libare Baalim , &ire pojl Dm 
aiienos . 

EccoS.PauIoàGalari. 

[ Operacarnis flint lornicatio,immiitìdiiia > impudicitia > luxuria,ido- 
Jorum feruitus,venelicia,inimicitia,contentioncs,xmulationes , irx, ri- 
xx, dilfcnlìoncs , fe<dx,inuidix,homicidia> ebrietatcs,commcirationcs, 
&his umilia. 

E nel primo capitolo à Romanijcomc diuene per vna fomigliantc co 
aceruatione di cofe rcprenlibili , afpra larcprcnuonc e la nota del dire, 
ouc gli nomina egli Idolatri. 

[Replctos omni iniqui tate, mali tia,fornicatione,auaritia,ne<juitia, pie 
nos inuidix,homicidio,conrentionc,doIo,m.ilignitace : fufurrones , de- 
tractoies,Dco odibiles,contumeliofos,fitpcrbos,clatos, inuentores ma- 
lorum,parentibus non obcdientes,infcipicntes,incompofitos, fine affe- 
clionc,abfque federe, line mifericordia.] 

Tutto perche hanno quella forza le cofe feuere di far clic la nota ac- 
culiti femprc come dice Demetrio fcucrità,& afprczza,&c. 


particella 

CENTESIMATRENTESIMASESTA. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 



\Ompo fittone forma becficrctprimum quiJem,ft ine fa labe ut 
prò membri! : Ungitudo cnim aifioluit impetum illuni: in 
pauto autem mutium appanni grauius eji :ext mplurn e fi 
illud Lactdamoniorum ad < Pi ihppum. Dionyftus Corimbi: 
/i autem porrexi fieni ipfum, * T’ionyftus amtffo principatu , 
Corintbi mendicus viuit,docen> luterai, narrano femèfuif- 
fet potìus prò cornino. £i inalijs vtique natura breuiter loquebantur Lacones: 
grauius tnim efi quod breue efl,&aptum mandati s dandmprolixè autem di 
terecongruit,cum aliquis fapplex eft,atque poflit. Quare & fymbola babent 
granitala, qu:a fimilia funi breuiloquentijs : et tnim e\ breuiter diflo fu [pica- 
ri plurima licer. quemadmodum ex JymbolisJic & illud . tìumo rebis cicad re 
canent , grauius allegorici prolatum, qudmftfimpliciter ditlum ejjet, arbò- 
rei vobis extiientur . 


Soprala Particella CXXXVL 7 87 

parafra se. 

Vanto alla compofitione,& alla bruttura ; Primiera- 
mente bilògna aucrtire, che alla fcucrità,& afprezza 
di quella nota graue grandemente l’adoperare clau- 
fulcbreui : e più torto ìncife che membri: Conciofia 
cola che dalla lunghezza viene leuato l'impeto al di 
re : e le cole riHrette e contorte hanno più del vche- 
n.ente ; Come quando i Lacedomoni dilferoa Filippo. 

Dionifioè in Corinto. ,, ... • 

Che le dirteiainente hauellero detto. 

Dionilìo.cùe fi potente era, e fi arrogante, ecco che in Corintho 
mendicamente viue,& infognandole prime lettere à fanciulli agra 
inclite mantiene fc medefimo. l( 

V \Ui.narratione haurebbe hauuia forma quello modo di dire , c nò 
di minaccia, fcgu Tappiamo chealtroue ancora tempre parlauanq 
brevemente gliSpartani, come quelli che affettando fcucriti , &a- 
ipr^zza,conofceuano, cheà quello, &i al coinmandareèatta la brq- 
ùità : La doue il ragionare prolifici e longo più torto alle lùpplichc* 
conuienc,& a chi chiede aiuto , Et i fimboll ancora per quello han- 
no del graue, e Teucro; perche fono concilamente detti: Eie minac 
eie brcui più sgomitano, perchecomc per labreuitàdcfimboli mol 
te cofe andiamo penfando Che poflXiò, voler dirvi :" 

Con per la brcuita'dellc minacele molte cofe male andiamo dubi 
tando.chc poflànoaucnirci. » 

Corto quando Stcfuoro difleà LocrCnfi . 

Io ui farò cantare Jecicalnn terra più Igomentò, quella allegori- 
ca. brcuita,chc fe egli chiaramente hauefle de^o. 

Vi farò dare il guarto alla campagna. •. 

oT'* M !>■ ulti 

COMMENTO. - 

.... 

* •• • *1 

M Oltt belle cofe dice Dewtrin in quella particeli >,ma ne anche vna fola 
di loto, che da lui non fi* fiata detti di lopre,' da noi nc mede fimi luo 
gbi para orinata. e commentata ■ Vtggmfilc pitturile 8. 9. io, & 11- con i 
Commenti Ir: eroi occort età aggiungere pure vna fila parola inefpofitione 
tkquefia particella \J6. Nè donerà p rimeriti è/ùr fi alcuno, che Dt mi trio 
così per appunto replichi te me b firn - cofe: perche come d cruamo nelCommen 
to Iella particella 18, non pece * il m-dico.oue tratta dell>bile,à dire che il rcu 
bar b rad [j fra Coltre fre vitti chiedi ira tt> à cacciar la bile': e così non 
pcccaDitnciriocue tratta della nota auc,à direebri m mbribieii'e poui- 
Fartc Seconda. Ddd 3 no: 



7? 8 11 Predicatore del PanigaroU 

no : Se bete oue trattò de membri breui dife,che fra gli altri fio: effetti proiu 
tettano ancora granita, & afprcxz i nella oratione: In fomma ciré i membri bre 
iti facciano graniti ,fù detto nella particella oltana : Quale d jfcren^a ftafra 
membri, e inciji nella vndedmj: che quanto lt cofc fi rcflrngouo à minor Imo 
gofiano più vcbcmenti, nella decima, e nella vndecima-.L’efiempii de’ Luce de 
moni i Filippo, fa addotto al medefimo propofito , t tramutato come fi jà am- 
ebe q ià, mila particella decima -, Che i Lacedemoni per moflrarefeuemà feffe- 
ro breui fi dìflc nella ottaua : (he la lungbt^a conutnga alle /uppltcbe, nel- 
la nona : Che i fimboli egli orac»li,dalla breuitd rictuono grandetta, nella vn 
decimate he le minaccie quanto fino più breui, fiano più terribile, nella decima: 
E quanto all‘al!egma,& all’esempio dal cantare le Cicale in terra, veggafi la 
particella 5 7. One lutto quello fi ritroueià,cbe qui tiene replicato . Oltre che 
nel Qommento fi troutranno ancora e/ìempi addotti da noi, chiaritimi, e diflin 
tifimi : Per bora ci balla dire, che molto bine inte/e Gifìppo, quanto le minac- 
ele non ifpìegate filano fpauenteuoli,quàdo conclufe il ragionamento à gli ^Att- 
nefi dicendo . 

Quanto lo (degno de 1 Romani animi po(Ja,fcmpre nimicandouì,ùfarò per 
tfpenen^a conofiere. 

E quanto fiano atte le clau file tencife à sbrigarfi da gUimportuiù, mofìri 
di conofiere cJMadonna F ranci fende’ due jxmanti , quando dice il Boccatr 
t io, che 

Ct n rccifa rifpoHa fi gli tolfe daddojjo . 


DISCORSO ECCLESIASTICO. 


C Hc Icfcritturc facre in particulare,ma i Santi Padri ancora habbia 
no vfato di fare le minaccie, c le reprenfioni loro con picciolc, e 
riftretre claufulctrc,e più torto con incili, che co’ membri, Se hab 
biano inoltrato di conofcere molto bene che la breuità nella noragra- 
ueaccrcfce la fcucrità^ quarto noi nel dilcorfo Ecclefiaftico decimo, 
habbiamo così à pieno trattato, che bafta,fcnza più il ricorrere àqucl 


luogo ifterto. 

Mane T bocci Tbares , 


Tìumeratum, appenfimÀiuifim. f 

Quella minaccia fatta da Dio à BaltalTare Re de Babilonij , fi vede-» 
che con la breuità & ofeurità fua.pcncrròvnolto più, che fc alla aperta e 
quafi per modo di narracione gli forte ftatoderto, che compita ertendo 
la iniquità in lui,era ragione che hormai al pefo della colpa , fc gli delle 
Ja pcna.c da lui venifle diuifo,Sc trasferito in altri il regno ftio, 
y a va va babuaHtibui in terra. 

Dicea l’Apocalifli In Efaia al ventefimoquarto apportammo vn luo- 
go afprifli mo,ma pieno di-concifi.Comc tale e in Dauid quel luogo del 


Salmopj. 

Inlelligiteinfipientei in popolo &c- 
E tutto il Salmo ji. cotura maleditemi che comincia. 

Quid 


SoprxU Particella CKXXVll. 789 

Quid rloriaris in maUtia,qui potrns cumquitatc? 

San GiouanniBattifta apcna d’alito che di Concini! taleua minac- 
ciando , 

Tarate viam domini , 

RcSas facile femitas cita, 

Omnis uaihs tmplebitur. ... . . . 

Omms mons collii bumiliabitur.Gertimnauiperarum qms ojtcndit uovi sfo- 

gete iucntura ira: 

Securis ad radicem arbori* pofitdcfl» 

Omnis arbor non faiicnsfruftum bonum excidetur- 

E fomiglianti.Si come anche il Signore medefimo,. 

Va tibi Cora^ain, 

Va tibi Bct faida, 

Diccua . E catti i padri diceuamo noi in quel difeorfo decimo, e mo- 
fintiamo con effempi che faceuano il medelimo : Si che riuegganfi 
come habbiamo detto in quclluogo, cLcuifici digrada la fatica del 
replicare . 

PARTICELLA 

CENTESlMATRENTESiMASETTlMA. 
testo DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier V ettori . 

E rhdosfanè contorta! valde tfìeoportetinfine.cirium afflo 
tram graue quiitdam efìifoluiio autem /, mpheius, & pro- 
bi ingenif fignum : qutmadmodum antiqua omnis locutio: 
fmp icesemm antiqui. Quapropter in grauitate fugete* 
oportet qt*ò tfpeciem habet CS antiqua indolir , & numeri 
antiqui m orai ione ;St confugere maxime ad eatn, qua nunc 
cominci omn a granitateli mtmbrorum igitur huiufctmodi depofitioncs , 
Sl/ri^òypra tv rote me ir tisi ti a,aujJipiìr : api A maximè funi ab CO numero 
quein dixi. 

P A R A F R A S £, 



He fe i membri in forma di periodi faranno intdTuti,& 
intrecciate,! n tal cafo nella nota graue , fiano i periodi 
ben ritorti in fine . Concioficcofa che quella ritortura, 
& intenfione hà del vchemcnte , la doue la fcatenatura 
: dii'olutionc,ha più dcli’antico,c del femplicc ; Che già lappiamo, 

Ddd fi che 



D 


ll'Predicxtore del PamgetroU ? 
che alla buona procedcuano gli antichi; E peròouc vogliamo pa- 
vchcmcnti,e formidabili, tutte quelle cole , e quei numeri 
n abbiamo a fuggire nel ragionarc,chc hanno delJ’Antico ; 

E ritorcere bene 1 membri ne’ periodi , come fece Dcinofteno 
quando dilfe, 

Jocqrto li-perche flimauoferuigio della Città il Jeuarc legge ta- 
le, Con, c perche al figlio di Cabria dcfideiauodi giouarc di aiutar- 
gli, inquanto à me e (lato pcihbilcnonhòmancato. 


COM MENTO. 


sfitti ' ,» 

D 


E' periodi ragionò lungamente Demetrio nella prima parte di tutta 
l'opera dal apartictlla n.fino alla 1 5 ; eia tutte (fu elle eofe furo- 
no dette eie per noi pojlono far in tjuejlo (immtnto: tra Ì altre dop 

JlClfll’Jt/ì ct\f% (aG'm t\cvi/\A/\ ... r. fi n 1 r »• 1 .« 


- — r w / ' rea* uiiic uvy 

po tjjirji moflrato che cofafofje, periodo, &m cbexonfiflejjc la formalità di 
lui , ridde partitile lì.e 13, f e guilv Qemetno per tre pomicili Un furala 
1 1-15X1 6, a f agma re di due forti djgprojk ambenti, ojc r rtia troppo fcat na- 
ta^ l’altra troppo periodi^: 

(Jlta quefìo rjnà nonfà intfiro propeso: perche in inetta partii ella non 
1 noie moflràte Dcmnriofe nel a nota grane babbi a li profa da ' battete molti 
periodi ò nò : Che q« elio lo tratterà egli più abbafjo odia partali* i*i. 

Ma a periodo per periodo, di ciafeuno di loro feparalament: prefo , ci injegna, 
thè non ri nrfo babbitt da efiere, ma ritorte ; In quella maniera iberni nel 
principio d Ha particella 20 diccnamo, che vi è molta differenza dal dire , l e . 
lidi’ tf^rcito ha- biano da efierctocbi ò molti arcie i al dire quanto biute n- 
fo,ò ritmilo debba ciafeuno de gli arcieri bauerc l’arco. Ih fumma Demetrio di- 
ce che rulla nòta grauei Ver iodi hanno daejerc ben mor 1 : E perdo bifora 
diurni a inclite qiallo ebe mi a particella io. militi ga me a re trattammo del 
laritO’tUia di Te riedite coufiditart in quante maniera ingiù la nota grane. 


; ■» r-i* uy^ntji, e pere oc s mcacjtmi oppiati 

piu fno vcrfoil principio delle claufttle.Q+anon può voler dire Detti tuo de 
il periodo delia noia grane debba e (fere più ritorto nel primo modo , Cioè per 
batter più membri, perche f oco abba/iamella particella 141. d ra ebemque -« 
Jlanott il periodo mole baie rt poabi membri, (joè due folte nè manco può in- 
tendete die la ritortura babbia à pendere dalla lunghezza dille claufulc, per- 
clugià ha ‘etto dijopra nella particella precedetti , -che molto bteui in ’quèfla 
nota vogliono efierei membri.Si che de gli altri tre trìodi, filamento bifogneu» 
cb'tgi) tute aia: E [opra t etto del terzo t'Ctuè che nella nota grane faranno fer. 

utgiot membr) de peripli anch'effi periodici: 

< & J» ,J n -U* ? a Utcdla i.8 ,ft pu ò andare 4 vedere come vn Membro foto pof- 
- ' f •• Jack 


Digitìzed by ( 


Sopra U Particella C XX XV II. 7*>I . 
fa e fiere periodico : £ come vn peri /do poffa e fiere fatto de periodi . 'Periodico fi 
domanda vn membro, qu mdo tutte le parole precedenti tengono fofpefo f unia- 
mo di chi fente,& il ritorcimento dell' viti me lo quieta: On de e tutte le claufu- 
le che hanno i verbi prin ipal infine fimo tali, e molte altre , le quali in altr±j 
maniera Intuendo tenuto fojpefo l animo di chi hà [entità ò letto , nel fine fata- 
rne r.t l'hanno quietato . 

j diurna m c pfa i^hauer compafitone à gli afflitti, 

Qàt fio non è membro 'Periodico. , 

» *A gli aff ■ tti haucr comp afflane Ammana co fi è, 

Qitefh fi bene . . i. 

Come 'Dio lafua fonila domenticata nonbtpcua , cofi fimilmente d'hauer 
lui à mente dimoflrò, 

'■ Quefio è Periodo di due membri ambi, e dite periodici : Che fe egli ha- 
Uff) detto , V f 

Come Dio non baurua dimenticata lafua fonila, coti fimilminte dimoflrò 
cf hjHereà mute lai . ' 

Qua ben ut farebbe flato periodo, ma intrecciato di membri fimpliti,e nò pe 
riediti; fi fòrfi alla notta magnifica non è così connemtnte 1 adoperare mem- 
bri periodici > nè periodi fatti di periodi : ma nella noi a gran- dice qua Dcme- 
f io, che e bine à fare eh e periodi fine contorta: in fine.^W fe bene anche in 
V r m mirre può intender fi, 4 noi non dimeno piace l. intendere, che egli voglia 
che de ’p riodi nella nota grane almeno l’v'timofta frmpre Periodico; E l'eHem 
p o tifigli adduce già altre volte allegato da lui , di Demofìem nella oratione 
m eptiac n,lo moflra Orar amen e, otte ,l[ piamo membro polo per queflcL-t 
ragione apportato qua dall' autore ( fe Tiene noi tutto il periodo , .babbitt 
tuo poflo nella parafrafe ) periodico , è per apunto fritti: te in fine , \di- 
cend'', 

Di aiutargli, in quanto à me flato poflibi!c,'io~. hò mancato. 

Che no farrbbcflato tale, fé baurffe detto? *• c . i 

Tfan hò mancato d ai ’targli, inquanto à me è flato poffibile. 

Al. Tullio n Uà prima Vini ippica nel principio mentre parla quietamente 
t putìdtduunte fà vn periodo di due mtmb.ì , ambi impicci e non periodici, 
c due, «j. 

Aiitcquamderepublica,patres confc.-ipti.Hicam n,qosHicenda 
hoc tempore arbitror.-Hxponam vobis br cuicer con filmai , & profe- 
ftioni$,& retìerfioms mcx. 

la doue nella feconda oue vU'ib comìnriare con nota grauee vehemen- 
tc: Ecco vn periodo di tre m.mbri,ma b cue , c tutti c tre ntort , e pe- 
riodici . 

Quoniam meo fato P.C. fieri dicacnj vt nenao his annis viginti rei 
public£ hoihs fucritqumoa bcllu neodera tempora mihi quo pi* 
indicene. 

Scontra Catìlina. . v "" 

Ad 


Digitiz« 


N 


7 9 » Il Predìcator del PanigdroU. 

AdmortcmteCatilinaduci iulluconfults iampridetn opporte- 
bat ; In te confern pcitcm iftara, quam tu in nos omncs iam dici 
inachinaris. 

Etapprefjo. 

An vero viramp/iflìmus P. Scipio Pótifcx Max. Ti berium Grac- 
cum mediocntcrlabcfaèiantcìn Ila tu m reipublic* priuatus interfe 
cit:Catilina veròorbein terne cccdc acque inccndijs vacare cupicn 
tCiH nos Coni'ulcs pertcreinus. 

Che fono tutti periodi , come infegna Demetrio ritorti grandemente infine , 
e pieni di membri Pcrioiui:Jl Boccacci alla f{eina di Francia accefa di gran- 
dìffimo jdegno contraile onte d'ytnguerfa fi parlate con membri retorti in 
queSio modo . 

{j fi i Dunque Ja rò io villa n cau oliere inquefla guifa da voi dal mio de fiderio fcher 
nità t Vnqua à Dio non piaccia, poiché voi volete me far morirebbe iovoi voi 
morire ó cacciar del mondo non faccia, 

0 pure ritorte in qui Sio modo furono leccali file delle vitine parole che à 
CM -Guglielmo "Rolfiglione difìe la moglie, Ciò Jono. 

y oi faceSìe q <eflo che disleale e maìuagio catulicr dee fare : Che feto non 
isforgandmi egli l’hauea del mio amor fatto fignore e voi in quello oltraggia 
to, non egli, ma io in prima ne doueua la pena portare . 

Come anche molto Periodica fi vna fila claufula dello fcòtarc alla Pedona, 
quando difìe, 

Quantunque io àquila non fta , te non Colomba , ma velenofa ferpe cono- 
fccndo come antichtffimo nimico con ogni odio, e con tutta la forza di profegui- 
te intendo. 

Ma di quefio affai. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

H Abbiamo già detto motte volce,che nelle feri tturc facre,nonbifo- 
|gna far conto di hauercà rirrouare moltitudine di periodi inrrec 
ciati: Perche nè quella età locomportaua, nc perauentura la gra- 
uirà e diuinità di que* componimenti, lo richiedcua : Certa cofa è anco- 
ra, che pendendo le claufule ad vna ad vna, non molte fé nc ricrouaran- 
no di ritorte, cioè che tengano fofpcfo Tempre l’animo di chi legge, c che 
portando il uerbo principale,^ cofa limile molto aU'ingiù ,.non lafcino 
quietare lino al line . 

Tuttaiiia alcune pure fe ne potrebbono addurre principalmente dal li 
bro ì.de Machabci.come quella al capitolo terzo. 

Et lemplum quod potilo ante timore, & tumuli u eroi plenum, apparente onnipo- 
tente domino gaudio & latina impiotimi cft, 

E quell'altro al quinto, 

Vemm non propter tocumgentem,fcd propter gentem locum Deus elegù. 

Et 


Digifized by 


Sopra U Vorticella CXXXV1H. 793 

Et più giù 

Et qui derelitto in ira Dei onnipotenti s efi, iterimi in megrii Domini recondito- 
itone cum jummaglotia cxdtabitur , 

Et altre limili* anzi nella nota grauc ancora alcune clnufulc Periodi- 
che con i verbi principali in fine fi potrebbono addurre. Come quello in 
Giobbeal capitolo 38. 

De cuius utero egreffa eli gladei,cr gel* de calo quisgenuit? 

Quii ennorrabil cdorum rationem , & conuentum cab quii dormire faciet. 

Et altre: Mainvero farebbono molto perche: la doue tutto in con- 
trario,^ per gli ferirti de Santi padri decorriamo , infinite fc ne ritroua- 
no: Et in pochi luoghi parlano erti vchcmentemcntc aframente , 
ouc di)qucfto infegnamento non fi vagliano , e le cUufulc in fine non ri- 
corcano . 

Ecco Gregorio Nazianzenocontra Giuliano, 

Si is maini cenfendkt efi, qui credidit, quid tandem ille prò eo exiflrmandui fit^td 
fida bibita efi ■ 

Si mora illiui non prxmdiffe in crimine ponendomeli, vitium ipfim rbi tandem 
collocabimui ? 

E più giù 

Quid mirum fi il, qui ab huiufmodi placiti 1 prodibat,atque ab huiufinodi 

yegebatur,erga cum quifibi fiderà babucrat bonoremque mandauerat , Mia infi- 
de fi Aer ncque f e gefienti 

San Gieronimo con tra Ruffino dice. 

Quii vnquam catholuorumjn di fput attorte fetfarum turpitudinem et, aduerfm 
quem difputat,obictit ? 

E di eflempi tali piene fono le pagine de' fcrittod latini . Si come an- 
che nella Italiana noftra fauclla quafi fcmprc.oue vfiamo modo afpro di 
dire, ritorciamo le claufulc : Per cflempio,comc quando noi in vn luogo 
dicemmo. 

E come quello pregherai tu che ti defenda , il quale in tutto il tempo 
della tua vita di offendere non hai celiato mai . 

Con quaj cuore in tuo aiuto , quelle mani preghcrai'che fi muouantf» 
le quali perche non habbiano à mouerfi tu ftcflbcon chiodi di colpe pu* 
gentitfìme hai graffino: Come vorrai che veloci) in tuo foccorfo fiane 
que’ piedi, che fopra duro tronco,tu ftcfTo co’ peccati hai conficcati l 

E quello che feguita . , , UNO 


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Digitized hy Gì 


GEL t 

CENTESIMATRENTHSIM AGITAVA. 

TESTODI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori . 

«•..* * . • '• - J nj. . u ... * ’ ' .1 :o a 

E Fficìt antem otiahdam , ex vìolentia in tompofitiòne frauìtatcm : grave* 
enim multi s locis,&. quod agre proferì ur, voluti vi* in* prales . Exem- 
plum e il ‘Demoflenicunt illud. A (tir, ri tmdt ùfùr ìZììhu. 

" ■ ‘■'I nV.ft 

PARAFRAS E. 

>. ttwwAwtn 

Afccfeuerità ancora nel ragionare dalla afprezza del- 
la compofitiòne, conciofiacolà che tutto quello,che 
con djfficuJtàuicnepronuntiato,hàdeiralpro,coùaé 
afpre ncfconolc llradc Icabrofee difuguah. E rale 
fu ij luogo di Dcmoftenc,ouc egli dille tour*» of* 
i^f*v<u lecito è à uoi dare . 

jiifiiil# j Li\ Jéi .1 r . i ;; li... .. .4 ììvijij 

COMMENTO. 

: )!x. ifè!i 4 j 1 ùjh h •» r Mji <• •. m i m "1 

. ' • * A •* • * .* ! ? 

N 0 « fj/f wn molto ragioneuole lo fcropulo , che nacque a CM. Vier ret- 
tori , perche in nero pare che quanto dice qud Demetrio, daini fiefio al 
medefimo propofuo venga replicato poco più dba fio nella particella qq,oue 
difec/zeCacophoniagrauitatemefficit. * 

UUa la rijpojla cheti mei fimo M. Piero apporta è anche baniffltritf ire- 
rifjima : Cioè che qud fi ragiona della afprezza , e più bafio del mal fieno : ò 
per dir più chiaro, qttd fitratta di quelli fcabrofità che nafte nel proferire dal 
concorfo flrepitojo, che fami alcune lettere infieme,ò vocali, ò confortanti che 
fiano : E nella particela 1 44 fi tratterd di q i Ila efpregza e fcucritd, che na- 
fte dalfentire , certe fìrepitofe definente ^ c non placatoli fiori n U' ora tiene : 
£ gid di queflo firepitofo coricar jo dì lettere ìjk volte fi è ragg onato di / òpra 
ma ad altro propofitn, vna nella particella fó,e l'altra nella 41: £ quitti dnoi 
pare .che tutto quello fi fia detto, che di con orfo di conjonan i,ò di [contro di vo- 
calità naturale, à accidentali, ch'egli fia, fi è potuto dire : .apportò Dirne trio 
neUa pa rtiulla j <3, per efiempio di ajpra compo fittone vn vtrfo che da noi fu 
tradotto t f 

■ ■■ - Coll’ar- 

Digitlzed by * 




794 Uk .r. / 

<P ARTI 



Soprdla Particeli* CXXXVlll . 7^5 

Colmarmi il forte Ettore u i'iace afialta, 

E t vn luogo di Tucidide, che noi traducemmo . 

E certo l'anno per quanto appartiene à gli altri morbi,molto fanofù. 

• Et appunto fi feruì anche quiui del me de fimo paragone delle flrade faffofe , 
e difuguali, dicendo , che gli ferini di T ucidide per quefic afpregze aprouano , 
che chi gli leggeua, andafie quafi vrtando,& incappando per viefeabrofe e mal 
lajlricatc . 

biella 4 1 particella poi], oue del concorfo delle uocali in particolare egli ra- 
giona oltre alcuni altri efjcmpi diede quello. 

Bello è ciò che è nuouo . 

Et in nero fi è egli veduto chiariamo in que’ due luoghi, che l’afprezza del- 
la compo fittone genera magnificenza, ma dalla medefima è anche certo, che na 
fee feucrità e durezza: In modo che in quefla nota grane, chiunque ò reprendé- 
re uoiràfò minacciare , ò cofe fimili ,femprepiù formidabili riufeird e più au- 
serò facendo la compofttione per vari / concorft fcabrofa & afpra , che Infician- 
dola correre piana e molle : 

Manct imperterritus ille , 

Exoritur clamorque virimi, clangorque tubarli in, 

<• Clamorque virum,ftndorque rudentuin. 

La fera voglia, che per mio mal crebbe. Con la qual %oma e fuo’ erranti cor 
reggi. Con vn coltello il petto del (juardaflagno aprì : E con le proprie mani il 
cuor gli trafife. 

lo con quelle mani gli lo flrappai dal petto. 

Tuttiqueftie mill' altri ,fonoluoghi, ouela fcabrofità ir Ila compofttione , 
ferue allagrauità & afprtT^za del ragionare : Sicome moltiffimi altriefiempi 
fi troueranno dati da noi nella particella 41 per quella afpregza in partatela-, 
re, che nafee nella fauella,non dal concorfo di quali fi vogliano lettere ’, ma del- 
le vocali folamente : à quali fe vogliamo aggiongerne due folamente , qui per 
dire alcuna cofa non detta, oue il Boccacio vuole farci parere afpro e feuero il 
giudice, da cui ueniua e fiammato Martellino, penfifi di gratta quauto maggiore 
afpregza egli diede dicendo, che , 

Era vn ruuidohuomo, 

fhe fehanefie de.to - - ~ - 

Vn'huomo ruvido 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


A Noi medefimi rincrefcerebbe il ritornare à ragionateti: quefU 
materia, cioè della afprezza che nafee dal concorfo delle lettere , 
e de gh effetti dinerfi,chceffa produce. 

Trattammo di lei, con eflempi ccclcfiaftici , àvarij propofìtint ’ ,ti- 
feorfo 30, nel 41, nel 56, nel 60, nel 1 17, enei 113: Et in alcuni di detti 
luoghi cosi abondantementc ne ragionammo , che in vero il rirornare'à 


7$<f fi Predicatore del ParùgaroU 

di (correrne quà farebbe pura fuperfluità : Bene hauremo della cacofo- 
nia à parlare ancora vn poco più à bado nella particella 1 44, ma (ì come 
habbiamo detto nel commento, in altro lignificato di quello» che in que 
Ito luogo foni afprezza di compofitionc . 

Quà uogliamo richiamare Colamento à memoria l'edcmpio , che ap- 
portammopoco Copra di; San Cipriano nel libretto della laude del mar- 
tiiio,oue in vero Cono molte clauCu lette di coli aCpra Bruttura, e tral’al- 
tre cofe tanto piene di lettere CcabroCe, come r x, e Comiglianti, che Bene 
da quel Colo ci polliamo accorgere , Ce hanno Caputo i noftri ecclcfiallici 
quello precetto , che la nota grauc viene accrcfciuta dall’aCprezze C|fca- 
brolità del dire : l'inferno, dice egli 

Magno pLangentnm murmure,& gemitu> & cruUmtibus flammis per borren- 
ias fpijf* cxliginis nottes ftua femper incendia camini fumamisexfpirat 
E poi 

Clobus ignium arti atus objlruitur , & in varios pptx e*itus relax at ut- 
E più bado 

Er aliosqudem mola incoi erabilis curual-dios per obruptum cliuofi trami ti s col- 
lcm ms fxua precipitai, & cathenarum flridentium nexum inclinai- 
E doppo quello 

Sunt & quos agens fìnti im rota & indefeffa vertigo,'& quos tenaci inter feden 
filate confìntlos adhprens corposi corpus imludat . 

Modi di dirc,che non bifogna credere, che fiano à cafo, principalmen 
te in S.Cipriano che fu grandiffimo maeflro di Retorica > gloriosi Rptori- 
cam docuit, dice San Gieronimo nel Catalogo de’ Icrittori ecclefia/lici : E 
che ne gli altri luoghi, oue per arte non conueuiua edere afpro.tanto era 
longi dalla fcabrolìtà , che anzi (dice purSan Gieronimo nella cpiftola 
ad l’aulinuinj ne gli Ccritti Cuoi, lnflar fontis purijìmi lenii inceffit , & 
placida s . 


\ 


PARTICELLA 

centesimatrentesimanona. 

testo didemetrio 

Tradotto da Pier Vettori. 


[Ontraria auttm contrarijs oppofita & fimilia vetba inperiodis 
fugie-dum ett : tumortm enim efficiunt, n'.n grauitatem: mul- 
ti sautem locis & frigus prò granitale, vcluti Thcopompus con 
tra fodales Pbilippi dicens , diflo'ui’ oppofitione grauitatem , 
inquit tnim.tolpf òvuli 7bùfùnrirrK,artl>tT»prei t or rp»**i Sr»r,jnani mim 
illi [indio ,uel potine pruno [indio , animnm adbibens auditor ,extraomnem 

tram 





Digitizéd 


Soprala Particella CXXX 1 X. 7 97 
iram exifìit . Multa fan' ab ipfa rebus tanquam cogemur componete rotim- 
dè t & grauiter,cuiufmodi ejì Dtmoflbcric <m hac Cl< ^ipydpHrit < 
rOràì' tÙK it ** armìtuO ìkusÀ^s » v ipfa cnim res , & or- 

da \pfius,innatam aperte babu t compofitionem, & nè fi vim quidem adbibue- 
rit,aliquis fatile altter tpf- m cvmponeret. In multa e im rebus componimi a, 
velati qui per dccliues vias cuirant,ab ipfa rebus tradì . 

PA RAFRASE. 

E bifogna in alcun modo nella nota graue adopera- 
re periodi ordinati, con membri, ò contrapolli, ò 
vguali,òforaighanti,perchcaft'ettationi tali, gonfio 
rendono il ragionare, ma non Teucro, e fpeflo lo fan 
no freddo ancora, & inetto, come quando T eopom- 
po contragh amici di Filippo dille. 

Quelli amazzatorichc il giorno uoglionoclfcre (limati fi crude- 
li àgli huomini, fono però la notte per gratta loro troppo cortefi à 
gli huomini; Di Filippo in apparenza amici, ma di Filippo in eflen- 

za amiche, , . 

Che lenza dubbiocon taliornamenti fneruoafcl Hello l’impeto 
del dire . E quelli che fentono cofc tali , uolgendo l’animo à quella 
inutileanzi vitiofa diligenza, perdono lo ldcgno,e non rimangono 
più irati, Dcmoltene medefimo , ( non che Teopompo) una volta 
pareche delle in quello fcoglio, quando paragonando la lua vita 
con quella di Efchine , c leattioni mecamchc di Efchine,alle nobi- 
li di le Hello, con fouerchi concrapolli dilfe. 

Quando tu mercenariamente in<egnaui,io pagandoti imparauo , 
uandotu rccitaui tn feena io llauoa uedere, quando tu crraui, io 

fchiauo, . 

Che a dire il vero chi| adopera quelle maniere di fcherzi , piu e li- 
mile huomo che fchcrzi,che a l'degnato e fiomacato: S 1 che nel la no 
ta graue da fuggirli hanno ornamento tale; Eccetto quando le cofc 
fictfe,che diciamo ci sforzano quali à fare la compofitionc di quella 
maniera, come quando Demollcne dilfe. 

Si come fc alcuno di quegli, che limili cofe promulgarono, folle 
fiato cafligato, tu hora non le promulgatili : Coli fchora calligato 

farai tù.muno per l’auenirc le promulgherà . 

Che certo fi uede, chea pena con molta faticali farebbe in altra 
maniera potuta formare la compoli tione. Etin molte cofe occorre , 
che per forza bifogna , che fcguitiamo il foggetto con la firuttura , 
come fanno quelli, che correndo all’ingiù per luoghi montuofi non 
coli apoda loro fi poflòno rattenere . 



Die 


7$ 8 il ‘Treiìcatoré del PamgdroU 

COMMENTO. 

H ^Abbiamo fatto vita picciola traslatione di lettera in quello luogo : per 
ridurre infume tutto quello che à quello proposto dice Demetrio de 
Tetrodi ornati: De quali ad altra occifione parlò egli longamente L# 
di f opra in due particelli,nella 21 ,oue moflrò quante forti di Teriodi ornati fi 
ritrouino : e nella 21. tue injegnando in quali luoghi conuenga,ò non conuen~ 
ga l’adoperargli, poco meno che non difie tutte quelle cofe appunto, che qui yen 
gono da lui,non però fen^aragicne replicate: Si riducono tutti gli ornamenti 
de Teriodi à tre capi foli à contrapo fittone di membri, ad equahtà, & à fimi- 
giunga : Se bene più minutamente diuidendo dicemmo, ouc di {opra, che vn- 
dtei maniei e di ornamenti ne nafceuano,cbe erano fontrapofutone nelle cofe', 
tome quello , 

Come il troppo freddo quefla notte mi off effe, così il caldo mi comincia d fa- 
re grand.jjma noia. 

Ccntrapofitione di parole, cerne in quel luogo. 

Te r conciarti di quella cofa,ehe tu più ami , come tu bai lui con figliato di 
ciò ch’egli più umana . 

C entrapofiticne di cofe, e di paro!r,ecme fe fi dice [fé , 

Quegli che perlaterra ferma nauigòcon naui , lo flcfjo per la marina fece 
amino à piedi . 

-A ppartnga (ola di ccntrapofitione come, ò che io fiatò con loro ,'ò che con 
loro fiatò io. 

E qualità di filiale, Come , 

Quanto più pronto verfo di noi è l'animo, che ci me firate: tanto più grande 
verfo di voi è l’ebligo,che ve ne habbiamo . 

Somiglianza nel cominciare dalla fleffa parola , 

Che effi non fiato tutti ve ri, a fai volte può ciafcun di noi hauer couofeiuto. 
E che efji tutti non fieno fai fi già di J opra mila nouclla di Filomena fi i dirrto - 
firato, somiglianza nel cominciare da bifliccio 

Tenfienià mer.on già, paronimi dette egli fi bene'. 

Temination e in vna medefima fillaba, , 

Come l' hai conoftiulo, fe noni’ bai pratticatoì t 

In vna medefima rima, 

In fi fatta maniera in 01 dine fi metterebbe, che > .j> 

La prima volta, che iui torna fi e, via la menerebbe, - ■ , ^ 

In vna medefima parola, ma equivoca. 

Vuol far del Giulio,c non vale rngiulio. 

Et in vna medefima parola vniuccamentt prefa : Come 
Tu Beffo , eie mentre egli travinone dici ut male, bora eie rgliitrorto 
pure ne ferivi male, 

Demetrio in quefto luogo con quelle parole contraria, & fimilia abbrac- 

. . / * da 

y’;. : w. ■* <*■/• Digitized by C 


Sópra Lt Particella CXXXlX. *J9P 

eia in genere, tutti quitti ornarne» ti, perche tutti i contropali, h in effenza , i 
in apparenza dalla voce, contraria vtngono'comprefi . Ef infume con i mem 
bri fintili. anche gliequali, perla parola, Umilia, tanno da e fere inteft: fiche 
ingenerale prohtbifce,(he muna forte di Terio di ornati, nella notagraueefe~ 
uera debba e (fere adoperata da noi. 

Ere rende la ragione ; perche ornamenti tali gonfiano la oratione , ma non 
le danno granii à,o Jtuerità,anzi più lofio la rendono firmata, & effeminata ; 
e mentre cerchiamo di cotnmouere gli afcoltanti, eglino intenti à que ’ Lenotinij 
del dire ; fenza dubbio perdono ogni commotionc,ma di più {limano, che chi di- 
ce, manchi di giu ditto Jchcrgando nelle cofe grani , e collocando, o ut non dtue, 
nana, anzi ntioja diligenza: t'efjcmpio di queflo uitio in Teopompoè ilmedefi 
mo, che egli lidia a j. particella ai mede fimo propo filo addufie così tradotto 
da noi per te ragiovi,(be in quel luogo allegammo. 

Questi ama %z<> ton, che il giorno uoglionoefierc Filmati di natura fi crude- 
ltà gli huo mini,lo»o però la notte per grafia loro troppo cortt fi d gli huomini: 
‘Dtfilipoo in appanrrga amici:ma di Filippo in ejftnga amiche , 

Di lui, e di Ttopempo potrà andarftà uedere quello, che quiui dicemmo: 
1 Fora (oggiongiawo.cht non è mtrauigha, fe alni in quitto fioglio hanno da- 
tojpojciache il mtdefimo Demoflene, da Demetrio uieue notato, ebeinquefio 
mede fimo uitio (i fin alle uolte lafciato trafeorrere : il luogo di Demoficne non 
è intiero, ne pefio per ordine : Tuttauia tanto, ne uicnt allegato , che ui fi uede 
il uitio, cioè una troppo affettata contiapo fittone in mattria.out egli uoleua ef- 
fere tenuto atroce. 

Che ueramente ùoltndo egli ttcmacofamente comparare le fueopere firn - 
p re nobili alle mecamcbe di 1 (chine, non bifognaua con tanta efquifittZjQt or 
tiare le claufult,tomc fi fece dicendo, 

Quando tu mercenari intente injegmui, io pagandoti imparano , quando tu 
recitautin Scena,io ero gettatore nel theatro,e quando tu crrauifio fi [chiatto . 
E pure in molti luoghi mofìra Demetrio di e fiere ofieruavffimo di Demoflene, 
ed’hauerlo femore reputato grandiffimo fra gli Oratori: <JMa di qui due co . 
fe pofjono canai fi: yna quanto fra ingenuo Demetrio, che anche in quelli , che 
egli grandemente ama, non d ffimula gli errori : e l'altra quanto fiano imper- 
fette le cofe humane, e come ninno fi truoui così eccellente in quale fi voglia . j 
profeffione , che habbia da prefumere di non errare : onde piglia animo <JM. 
Pier Vettori in qui fio luogo, di addurre anch'egli vn luogo di Cicerone, vitio- 
fo à fuo parere in quello me de fimo mio, di bauere in mate ria atroce, troppi or 
namenu inculcati in fune fi luogo è cantra di ^Antonio & è quefio . 

Vt ìgitur in fetnimbus eft caufa ar borum,& ftirpium, fic huius lu- 
fìuofiilimibcJiil'ementuiuifti.-Doletistres excrcitus Populi Ro- 
mani interfeflos? Intcrfecit Antonius. Dcfidcratis clariflìmos ci- 
ues? Eos quoque vobiserripuit Antonius. Auftontas huius ordinis 
adAiOa eli? Adflixit Antonius; omnia denique qua: poftea uidi- 
mus,quid au cera mali non vidunus ? Si reitè raciocinabimur vn i ac- 
Par te Seconda. E e e cepta 


8 co 11 Predicato r del PamgaroLt. 

cepta referemus Antonio;Vt Hclena rroianis,fic iftchuic reipublì 
ca; caufa belli, caufa pdhs,atqueexitij fuit • 

E veramer.te fi vede che M. Tullio non doucua haucrgran colera , perche 
bebbe agio di elaborai e con tanti ornamenti il fuo dire , i quali ptrcioche M. 

‘ Pietro accenna ad vno ad vno : Et anche ogni buomo mediocremente intenden 
te gli può facilmente difccrnerepcr fe me de fimo , noi più oltre non ifiaremo à 
ragionarne : 

Il Boccacci , dicemmo noi ,oue di [opra che da molti veniua incolpato del 
me de fimo errore nel ragionamento fatto da Gif monda à Tancredi e principale 
mente in quel cominciare da doppio Bitìiicio. 

Tancredi nè à negare, nè à pregare fon difpofla , percioche ne l’un mi vor- 
rebbe ,ne l’altro voglio, che mi voglia, &c. 

Qic fe bene dicono effi, il biflicciare alle volte non gli fù dif detto, come in 
Scr G a pellet io. 

Che fuo fojtegno, e ritegno era, 

Come nella mega nouella delle Vapere, Tofja pofeia pt noftri bifogni à Fi. 
tenga andare. 

Come m P inuccio . 

Tofela allato al letto . 

E Jòmiglianti, nondiméno, oue Gifmòda i trouata i* errore,t tutta comoffa, 
comincialta d parlare, non patena che fofie tempo di biflicii : Dicemmo pari . 
mente nel mede fimo luogo, che à molti non placarono gli ornamenti polli dal 
Signor Torquato Tafìo ntl ragionamento di ^drmida à Rinaldo in quel 
luogo. 

0 tu che porte. 

Teco parte di me, parte ne lafci . 

0 prendi l'una,ò rendi l’altra, ò morte, 

Da infieme ad ambe . 

rJMa dicemmo ancora , come e per l’uno , e per l’altro di quelli autori cre- 
d : amo, che fi poffa nf paniere, e liberargli ragionewAmcntt da ogni ombra di 
errore . 

Tanto più che oltre quello , che dicemmo là ; fi potrebbe anche dire quello , 
che aggionge qua DemetrioiCioè che in certi luoghi le cole iflefjc,che diciamo, 
ficauanoper for-ga gli ornamenti di bocca, perche fonatali iht uogliono (fiere 
dette così; e fi durerebbe fatica à poterle dire in altra maniera : t{el 7 ual cafo 
gli ornamenti : non nocciono ponto , perche paijono naturali , e venuti da fe , e 
non danno ac pure minimo fofpetto di afJcttationciTale dice Demetrio fù illuo 
go di Demoìene lontra jlflocratc in quelle parole già altre volte ad altro pro~ 
pofito allegate . 

Si come fe alcuno di quelli, che fintili cofe promulgarono foffe flato cafìiga- 
to,tu bora non le promulgarefti,cofife bora cafhgato farai tu,niuno perl’aueni 
te le promulgherà . 

Oue non è dubbio che ornamenti belluini inter utngono , ma coti naturali , 

che 

, • y 'J Digitizetfby £ 


Soprd LtPartktS* CXXXIX. 801 

et, ».» j„oaionap»».o.<!r«S»'«»».S»‘"« **'«“>*' mnUr “ 

Pontifcx.Maxi-us r.bcriuo, 
Graccum med.ocmcr labefartantcm rtatum reipublic? pnuatw uf- 
terfecit , Càtilinam ucrò orbem terne cade atquc incendi js tartare 

cuDientem nos confules perferemus . ... 

Von è dubbio che adopera c ontrapofli.V altri ornamenti, magli ornamen- 
ti fono tanto naturatile no damo noia alcuna:Efe par iamo del Boccacci, oue 
fono eglino più ornameli, che in quelle parodie qual, lof colare irato dice ab 

U ^tadorna E lena fei miei preghi, li quali io nel rero non feppi bagnare di 
lagrime: ne far melaticene tu bora Sporgere i tuot.m hauefiero impetrato 
la notte che io nella tuacortedi neue prima mortuo di freddo di pottrceffcre 
me fio’ da tc pure vn poco [otto il coperto , leggier co[a m, farebbe il prefente 
tuoi efiaudire: ma fe cotanto hor più che per lo pafato del tuo tonar t, ca le, & 
etti eraue il cofiafd ignuda dimorare , porgi confili preghi a colui, nelle cui 
braccia nontiincrebbe quella notte che tu ftejìa ricordi ignuda Ilare. 

Qua, e nelle parole cbefeguitvnc non màcano contrapoJh,& altnornamen 

ji-.epureperchevengonoquafidafenonoffendono: 

Ecco in 'Riccardo dall'V figrmolo , dicendo la moglie dMefer Li V o che xn 
poco ntrofetto era che Catterina voleua dormire al calo dell yftgnuolo,njpon 
de cJi.Ligjo in colera, e con vn contrapoSlo. 

Che Roffignuolo i queflo d che ella vuol dormire ? 

loia farò ancora addormentare al canto delle Cicale. 

E pure il contrapoflo non Uua la colera perche viene naturaliffimo. In forti- 
ma oue. fi amo irati non bifogna ad operare pur parola che mofiri affettata dili 
genxa: «ir oue introduciamo à ragionare perfine irate ò che vogliamo moflrar 
irate habbiamo à far le ragionare con tanta naturalità, ebe non ui appaia den- 
tro pur minimo vefligio d’arte alcuna. 

“Nel che come in tante altre cofe marauighofo fu il nofiro Boccacci : Tanto 
che non ci poffiamo contenere dallo fcriuere quei quattro luoghi di lui, oue egli o 
donne irate introduce a ragionare, ò che fi fingano irate : Ma con tanta natura- 
lità, ette è imponibile non dico il poffare, ma il ne anche da longi auictnarft : le 
due fintamente irate furono la moglie di Pietro Vinciolo contro la moglie di 
Htrcolano : e la Peronella col marito,e le due véramente irate furono Latella 
con Ricc ardo (JMinutolo credendolo Filipellafuo marito: t la madre di Mon- 
na sifmonda col genero: le parole della moglie di Pietro fino quefle , 

Ecco belle cofe: ecco Santa, e buona donna, con quello cbtfeguc,&c. 

Peronella col marito. 

Hora q efla, che nouella è, che tu così tofio tomi à cafafta mane, con quel- 
lo, che feguita. 

Fra le veramente irate così dice Catena, ^ .... 

jibì quanto è mifera la fortuna delle ione, e tome' male è impiegato l amor 


Sopra la Particella CXL • 804 t 

ti i termini', 'come pare che Demetrio voglia , ce ne afficurano mol ti de 
noftri fantiflìmi & cloquentiflìmi Padri, 1 quali anc.te in materie afpnf- 
finìc e fcuerifltme, infino nelle reprenfiont piu acerbe, non fifono fflur- 
dati punti dagli ornamenti delle claufule ,o pure fi vede che non han- 
no perduto punto della vehemenza loro : Marena certo piu afpranon 
crediamo noi che po(Ta ritrouarfi.che quelladcllaoccifioneche 
rc Herode de’ fanciulli innocenti, & in nota grauiflima , e fcucriflìma e 
Santiflìma ne ragionò Sarò Agoftino n ci pri nao fcrmone * Mmnb. 
che c l’o trauo de SanBis, E pure fc egli s aftcnciTc da gli ornamenti. 

<C, [Mar‘er crincs capitis difiipabat , qux ornamenmm capitis amit- 
tebat : Quantis modis infantein volcbat abfcondcre, , ìpfc fc 'n^ntu 

lus publicabat ? Nefcicbat tacere, quia nondum didiccrat formidarc. 
Pu^nabat matcr &r carnifcxtllle trahcbattilla tcncbat.Ad Carmficem ma 
ter clamabat.Quid fcparas à me quem gcnui ex me? J 

E quello che feguita. Sant’Ambrogio , oue iratiffimo & afpnffi imo 're- 
prende vna Vergine corrotta,, ad ogni modo vfa tutti quelli Con- 

tr ri)c Dei virginc fa&a cscorruptio fatanx: De fponfaChrifti fcqrtum 
exfcrabile;Dc tempio Dei, fanum immunditii ; De habitaculo fpir ìtus 
fanSTtugurium Diaboli ; Qux incedebas cu.n fiducia vt colomba, 
nunc toSFln tenebris ficut folio ; Qux tulgcbas vt aurum propter 
Virginiraris honorem ; nunc uihor fada cs luto plarearum , &C*J 
Che più S. Cipriano accora tiflìifio oue con grauiflima nota.fà afpra in 
uettiua^conrra le donne che fi lifciano;non folo ad altri ornamenti arri- 

uà, ma infino ai bifticciifteflì , . r 

Ocuii tibi non funi autu Dew fecit,fed quos Dubolus mfccit. 

E Gregorio Nazianzeno nel medefimo foggetto pure afpramcnte re- 

prendendo dice, , 

Foris Helen.m.intus Hecubam fingts. 

Di modo che non deue dunque edere incolpato « anc teMo™gnor 
Cornelio, fc tal'hora nelle reprenfione in nota afpriflima ha detto. 

Sci forfè fi imprudente, ò impudente tu ni oloto. 

Quanti pieni di fchcrni ridono & irridono i communi guai del Cri- 

qualche volta paflando più auanti fino à triplicare il bifticcio 
hà detto, _ . r 

Città che fei tutta aucrfa.eucrfa, e pcruerfa. 

Et dopo vna tirata di cofe rcprenfibili, & afpriflimc , Come furti , ra~ 
fti,incefli>c fintili hà aggiunto, 

Homuidtj fratricidi^ paricidìi . 

* 

• • */* /in/tra ' I 


Parte Seconda. 


Eee | 


PAR- 


805 

PAR TICELLA 

’ Centefimaquarantefima. 

■ TE STO DI DEMETRIO 

t + 

K 

Tradotto da Pier Vettori. 

Fficiens autem gremitati* e fi in fine ponete quod grauiffi- 
mum e fi : Comprebcnfum enim in medio hobcfcit , quem- 
admodum illud AnVfibenit. 

Z^tìòr yàp ììIwiIth Jtbpa'vtf t K 9fuyÙH»r tùecreìf , fi enim 
aliquis ipfum fic mutato or ine componat 2 xttàyydpiK 
fpjyira>riwct*i'vSt>erno{ quamuis idem dixerit , 

non idem amplius ex'iflimatur dicere . Oppofitio antan , 
jquam de Tbeobompo dixi,in D emofìbenicis etiam illis non cÒgruit,vbi inquit 
E rt y usi ad S"ì’7ìMÙuIjju . ititueUf.i?* ti tforreiv ir pira} ar irne , t'yàtii'Siaì 
fjlui , i£eV/i»Téfi* y* Si ìtvpmtr 

Tar enim efi alieni, qui prauaarte vtatur , propter redditionem , ve Ipotius 
ludat,non fìotnachetur. 

PARAFRAS E. 




Onuicnc ancora nella nota grane oue più parole, 
i òcofefeuerc, habbiamoà dire, ordinarie in mo- 
do, che la più atroce relti in finc.-conciofiecolà che 
, polla in mezo perderebbe grandemente della Tua 
forza e reterebbe quafiobtufa : Per cflcmpio oue 
_ fidifle,^ 

Chi non fi dorrebbe vedendo vn pouerello, non hauere altro 
che v^na Caletta di paglia , e da quella ancora efler cacciato 
fuori ? 

Se con ordine mutato fi folle detto. 

Chi non fi dorrebe vedédo cacciare vn pouerello da vna fola Ca 
fetta di paglia ch'egli haueua^ 

Veramente il medefimo fi farebbe detto,ma non con la medefi- 
ma afprezza, ne vgualmentc fi larebbono mofii à fdegno gli afcol- 
tanti . 


si 3 


.K£>00‘»Ì5t 


15 1 


COM- 


Digìlizeci t 




Sopra U Particella CXL, 805 

C O M MENTO. 

L O dirà Vii poco più biffo Demetrio meiepmo , che lefleffe cofe, le qua- 
li furono infegnate per fare magnificenza , feruono ancoraa agraut 
td,& apprezza , pure che frano con buona proportione diuerjame te 
adoperate. Quefio infestamento che fi dà qua, fu anche datonell(U> 
particella /i. con qurta diflint, one , che là cifù infognato t 
cofc magnifiche la più magnifica infine per generare mgntficenza 
viene ietto che di molte cofe grani la gran, fl, ma righiamo ^^elZ 
di far più grane e più feut ra la oratione : E già quanto a la \ de P ’ 

celio , », antodi noifù detto nel con. mento di quel luogo, che chiunque lo vedrà 
poco bifogno haurà di mona noflra fatica: C oftfofje egli t hiaro l cflempio 

ferui nati più ^dntifleni .Et il luogo in fe perfora l ifogna che fa coi rotto 
0 che Demetrio lo ateav afte folamate, come copti tuel tempo con-./ . u ‘ 
tutti. Mefier Vier Vettori diligentiffimo evali roftffimo vi hà fatto at 0 
ta quella fatica che fi bafla à fare: E pure confcfia di 
uarne tanto fent i: mento, che fu tatuale per la applicatone P" 

pofito. Baila che tre cofe cariamo datlo flcfjo Me\)e> Iter qu . f 

rota ofoyaidt. flgnifìcba òfloppia , ò paglia , òfarment',o <x f 
uilcyOuc facilmente fi accende il fuòco. L'altra, che la voce ** I ' 

te può panificare riforgcnte,ma anche diacciato, Elaterycbcin que l 
ce pure A'nede con pfle tutto il pefo,e che quella è quella ,1* quale dice De- 
metrio che deue per maggiore acerbità lafciarft in vltimo : , 

Dalle quali tre cofe poiché fi hà à indouinare,a noi no « è paruto di far male 

accomodando l’effempio in queflo modo ■ . . 

Chi non fi dorebbe , vedendo vn pou rello non hauere altro che vna capita 

di paglia, e da quell’ ancora eflcre cacciato fuori? 

Ver che di quefla maniera p vede, che fi và ere fiondo, qua fi chef a mf i<lj> 
non hauere altre chewa cafetta di paglia, ma molto maggiore l tfferne ■ anco- 
ra diacciato . 'Eque fio effere affacciato [tè 

egli poHo nel me^o non haurebbe hauuta forza eguale , Come fi fi M- 

JC d cb?non fi dorrebbe vedendo cacciare v npouereUo da vna fola cafetta dipa 

^iSamdàl mede fimo infignimento oue dice , che c aucndum cfì nc 
decrefcat oratio . Etapponto in materia di nota grane efeuera dà gli cj em- 
pi fuoi, oue dice, che ....... r r„_ 

Fortiori non eft fubiugandum àliquid mfirraius.vt facrilcgo tur, 

autlatronipetulans. £cc che 


Digiti, 


So 6 11 Predicatore del PamgaroLt 

Che à aire il vero in n atcria d’ingiurie non baurebbe del buono , il dire le 
maggiori innanzi alle minorijComejarebbono dice Quintiliano. 

Sacrilego ,t ladro , 

Onero, 

Ladro & infoiente, *•■ - 

Ladoueil u ire ad vuo, 

Infoiente, ladrone facrilego. 

Si vede che è acerba cofa , e che di pafio và aquijìando afprt^za maggiore . 
Di Cicerone dcmn.o nella particella 3 1 .alcune esempi, Come 
iolitu(io,vaAuas,fuga. 

Deferta, intuita, reheta. 

Efimih : E deI\Boccacci poffono ejjcre à proposto no Uro quello ch'egli dice 
di Jtflefio nel Cominciamento della quarta giornata, 
Ejprenderannomi,morderannomi,lacerarannomi, 

E quello di che fi duole la vedoua acrefcendo fempre i fuoi guai, con la pau- 
ra di efjtrein bocca à maggior numero di gente, oue due , 

0 fuenturata che fi dirà da' tuoi fratelli da parenti, e da vicini , e ge- 
neralmente da tutti 1 Fiorentini, quando fi faprà, che ta Sij qui trouata^ 
ignuda ? 

La Bartolomea amh'efii per mofìrare i fuoi bifogm.e la fiochezza di A f. 
Inaiar do, andò crefcendo quando colerica difie. 

Voi doueuate vedére, che io erog’ou.tnc e frefca,e gagliarda . 

Olla più di tutte fù accrefciuta la afpre^za anzi la crudeltà , nell’ 'umetti- 
*a della moglie di Viete 0 di V muoio, lontra quella di tr colano , quando eficu, 
fempre crejccndo in atrocità di pena dtfje, 

bile fi vorrebbono veidere. Elle fi vorrebbon viue viue metter j nel fuoco, e 
faine cenere ; 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

• 

D I quella figura, la quale ài Latini viene 'chiamata Incremcntumc 
come erta dalla gradarione rta differente, c della Coaceruationc, 
ò Congerie che vogliamo dirc,al1ai chiaramente habbiamo trac 
tato nel dilcorlo Ecclefialtico 3 1, Quello che quà (blamente fi muta, Ca- 
lne habbiamo detto nel Commento, è, che olle quitti andauamo coordi- 
nando le cote ò parole più magmfiche,per generare inacni licenza mag- 
giorenni ci infegna Demetrio à Lir il medefimo nelle cofe.r voci afpre, 

- per accrcfccrc (lucriti all trtVmpio clic adduce Demetrio di colui che 
non hauendo altro,chc vnacafuccia di paglia, a nchr di lei venne caccia 
ro,può contraporfi alla parabola da Natane» detta à Dauid, di quel poue 
rei lo sii quale non hauendo altro clic vna fola pecorella da lui amata 
come gli occhi Cuoi, anche di lei da vn ricco fù fpogliato. 

[Pauper nihil habebat omnino prarter oucm vnnm paruulatr , que 
erat ìlli lìcut tiha:& diues quihabeb.it oues òc botfW plurìmos v.'ld- ,par 

US 

• v. • -y' ' J DigitizerLby ( 


S opra la Particella CXLL 807 

cens fumerei de' ouious;& de bobus fuis, vt cxhiberct conuiuium pere- 
grino, tulitouem viri paupctis.] 

Ma quanto alPandarecrefccndo , nota San Grifoftomo nell homiha 
14 della prima à Chorinti,chc anche ne gli argomenti . oue S. Paulo con 
più ragioni habbia d i prouare che fia,fempre va crefcendo, c di mano in 
mano lafcia le più potenti in vlcimo: Gli argomenti’ dal meno al più an- 
ch’eglino pigliano forza dall’andar crefcendo, come quello di Gieremia 
al cap. iz. . 

Si cum peditibus currcns laborafli , quomodo contendere poterti cum equa f 
E quello 

Si in lùridi, quid in arido . . 

E limili: Ma in vero la tìgura noftra non abbraccia tanto, e fi rcltringe 
à i luoghi, come habbiamo detto, oue fra vnaconfidcratione di concetti 
ò uoci > Tempre fi và inafprcndo il ragionare : Di che per e (Tempio ci po- 
trebbono fcruire anche di quelli che nella nota magnifica hab piamo ad- 
dotti; ma per non replicare, bellilCmo ne adduremo uno di S. Ambro- 
gio ad (''irginemlapfam nel capitolo $; oue riprendendo atrocemente det- 
ta donna , c ribaciandole con qual uolto folTc erta per douer poter com- 
parire dinanzi à gli huomini,accrcfcc la cofa,fcmpre con incremento iti 

quello modo . , , „ , .... , 

[Si homincs in cane conftirutos,& alicuius fella dclicli obnoxios non 
potes intucri; Tarn graui cófufione fepulta.quid facies coram caftis apo 
flolis ? Quid facies coram Elia, Daniele, & tantorum cxcrcitu propheta- 
rum ì Quid faciescoram Ioanne? Quid facies coram Maria ? 

Epiùgiù nel capitolo 6. 

De Da vtrgtnc intolcr abile eli vel turpe aliquid dici,ucl aedi , 

E poco appiedo 

Multum audaxanidtum temeraria . . 

Monf.Cornclio va pur crefcendo in afprczza, quando rinfaccia 
Stupri , rapii, iiucfli . 

Ilomiadti fralricidij paricidij. 

Solamente in vii luogo, cioè nel fine della prima parte della predica 
della imitatiouc,ouecon accrbilfima reprcnlionc narra i viri) di quel lc- 
colo, pare che vn'incremento vada à rouerfcio.òuc egli dice. 

Si gitta dietro alle fpalle Iddio.Chrifto la Vergine 1 Santi c le Sante 

Che pcrauentura bifognaua dire che altri fi fà poco conto. _ 

Delle fante, de i fatui, della V ergine di Chri llo,& infino di Dio iftelTo. 
MabifognadircjChc egli habbia fatta vna implicata conleguenza, & 
habbia voluto dire, . . • 

Si getta dietro alle fpalle Dio, e per confegueza tanto piu anche Gon- 
fio, eia Vergine c i fanti, c le fante . 

Di Giuda diccuamo noi che era 
Sconofcentc, ingrato, traditore 
Etvn’altrauolta 
Heretico.Atheo, Diauolo; 

Ma troppo chiara c la cofa in fe medefiminè cóuienc che in maggior 
numero di ell'cmpi confumiamo il tempo . 

; PAR- 

I* ■ 


Digltized by L 


8o8 

PARTICELLA 

Ccntefimaquarantefimaprima . 

f TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier V ettori . 


I Onuènit autcm granitati, & petioiorum crebritas,& fi illa in re- 
liquis'formis idonea non t/i : continenter enim pofita metri ima - 
ginem refere’,quod dicatur deinceps, & fanègrauis metri vi luti 
cboliambi funi . Simul fané crebx fini , & conci jx : dico autcm 
bimembre s quxdam : quia fi multorum membrorumfuerint,pnl- 
cbritudincm potius adfcrent,non grauitatem . 



parafrase. 



\ Vanto alla frequenza de periodi, fe bene la profa tutta pe 
nodica , e non framezza ta , altroue è vitiofa; nella noti 
grauc nondimeno hà del pungente: E quei periodiche 
continuamente cadono uno l'opra l'altro, hanno quali 
forma di poema, cdi verfi fcholiaiubi fatti anch’cffi à quello effetto 
di mordere al trui j Si che in quella nota lìano pur fpeffì 1 periodi, ma 
fìano brcui,cioedi due membri c non più: Che ledi più claufulc 
fodero, ben più bellofarcbbonoil ragionare, ma non si atroce. 


COMM ENTO. 


D lceuamo di (opra nella particella 137, ebeuiè molta differenza fra 
l’inftgnare come babhiano da e/Jere pofli, pochi ò molti peri di nella 
profa, ò del farci inti ndere come più ò meno ritorto habl ia ad effere 
ciafcun di loro : Qucflo documento della rilO'tura di c ajcun perù do nella nota 
grauc, e fu dato di {opra nella detta particella 1 37. bora ci da l’altro , Dcmc 
trio , cioè come babbi imo da eflertin lei fpc/fi fra fe med fimi i f triodi : £ già 
doniamo ricordarci che nelle particelle 14. 1 5.6 16. trattò Dcm trio in vniuer 
fate di due forti di profevitiofe ;vna per e/Jcre attaccata con fmplici congion- 
tioni fen^a bauer ponto di treccia periodica : E l’altra per effere tutta periodi, 
fenza fram^/zo alcuno mai di claufula non intrecciata : E di quefla profa tale , 
egli alcuni mali effetti diffe;[ quali moftra molto ben: di ricordar fi qui in quel- 
le pa 



Digitized by Go( 



Sopra la Particella C X LI, g 09 

le par ole, & fi periodorura crcbntas in ahjs formis idonea non eft. 

7 uttauia non ottani- che altroue la prò fa period ca fta vit.ofa ; n'Ua nottua 
grane, egli non fo'o la admette , ma la loda ; E dice che quei pei iodi continuati 
vno addoffo all'altro, fono come non intrame (le efpefiffime punture -, fn quella 
maniera elici ve rfi dio liambi , ebe feguitano immediatamente vno dopo l’altro 
fono att fjimi à inuettiui : Cb: à quejlofine fappiamo che furono trouato da buo 
mo fatirichiffimo : Cioè da Hippocrate Efejio . 

Vuole in fomwa Demetrio che quando vogliamo percuotere vno, non gli dia 
mo tempo di refpirare : ma che con con inuati periodi vno (otto l'altro , quafi 
con non interrotte pcrcojje t’andiamo offendendo ; 2^è bifogna dire che il mede- 
fimo fi farebbe con continuate claufole fimplici : permeile come il (affogettato 
dalla mano femphccnonfà ta .ta offefa , quan o quello che viene (cagliato dal 
giro della frombola : Così più entra o , e fanno maggior paffuta le parole /ca- 
gliate dal giro del periodo , che mandate folamente dalla mano della claufula 
fimplice e non intrecciata . 

Solamente bifogna auertire che non (uno longbi i periodi in quefla forma di 
dire , ma breui , cioè di due foli membri : e qut/lo perche quelli che di tre, ò di 
quattro fono, ornamento grandi /fimo, e bellezza dantoal ragionare-, e in que- 
fla nota attroce,niuna cofa le è maggior nemica, che l’ornamento, e le bellezze, 
fiche per l'impeto che porta /eco il giro del periodo -.buona cofa è vfare conti- 
nuati periodi ; ma perla bellezza che effì danno al ragionare, bifogna adope- 
rargli quanto fi può più breui c meno apparenti: Ecco M-Tulho . 

Hos ameni viri fortes fatisfacere reipublicx ridemur, fi irtius furo 
rein ac tela vitcmus.'^fd inortcm te Catilina duci iuflu Confulis iatn 
pridein opportebat, in te conferri pcftem iftam,quatntu in nos om- 
nes lain diu machmaris , an vero vir ampliffimus P. Scipio Pontifcx 
maximusTiberium Graccum inediocriter Jabefaftantcm ftatuiu rei 
publicic priuatus ìnrerfccit , Catilinain vero orbem teme casde, afr 
queincendus vaftarccupientem nosconfulcsperfcrremus. 

£ più giù nella medefima oratione 

Quid attendis ? quid annnaduertit horum filentium ? patiuntur: 
taccnt; Quid expeftas autoritatem Joquétium ? quorum voluntatem 
tacitorum perfpicis. 

E quell altro 

Domus tibi deerat ? at habebas . pecunia fuperabat? at egebas*. 

£ quello ad Herennio,che èefpr, fiflimo. 

Credo inimicum quem nocentem putabas in iudicium adduxifli? 
non,|nam indemnatum nec eft : ieges qux ìd faccre prohiben t veri- 
tus cs? at nc fcriptas quidem ìudicalli ; Cum ipfe te veteris amicitia: 
commonefacerct commotuses? l atnihilhominus,fed etiamftudio- 
iìus occidifti . 

7/el Boccacci, fe non (piegati, almeno implicati periodi , continuati e tutti di 
due membri fono quelli ,oue Tito dice dgli^tenefì 

11 


Digit 


fio 11 * "Predicatore del Pan'igaroL 

Il vofiro coniglio de de Sofronia à Q'ftppo gioitane e filofifo, quello di Oi- 
fippo la diede à gioitane e filoio fo : Il ucflro con figlio la diedead Jilencfe, e 
quel diGifippo à Romani . Il vofiro ad vn gentil gioitane ,quel di Cifippo ad un 
più gentile . li uoflro ad vmicco giovare, quel di Gifippo ad un ricbfsmo. 

E quello che feguita,fi come nella Jit JJa maniera fono anche quelle claufulet - 
te fe non intrecciate, almeno continuate à due à due , ove fi narrano , le virtù di 
fer Ciapclletto e dicono. 

Imitate ad vno homicidio , ò à qualunque altra rea cofa fenza negarlo mai 
xolont ero farri ente l' andana, e tiù volte d fcr rr,&ad vccidcre huomtni , con le 
proprie mani fi treno volentieri j 'Befìemmiatore di Dio e di fanti tra gramtif- 
fimo, e per ogni picei la cofa , fi come colui, thè più che alcun' ditto era iracon- 
do . cltiefa non ufatta giamai , & i f aerarne ut t di quella tutti come vii cofa 
con abomneuoli parole ftberniua . 

Sono anche continuati e di due membri quei piccioli periodi, to’ quali T edal 
do dice à monna ^ irmellina , 

Che voi rubateli Tedaldo già di fopra ve ò drnoflrato togliendoli uoi , che 
fua di voflra fpontanta volontà erauate diut tutta . 

^tpreffo dico che in quanto in uoifù , voi 1‘ recide He, ptrcioche per voi non 
r'mafe , moflrandoui ogni horapiù crudele ch’egli non fi vcctdefie conte fuCj 
mani . E la legge vuole, che colui che i cagione del male che fifà , fu in quella 
medefima colpa, che colui che lafà. E che i >oi del fuo effilio ,e dcll’t fiere anda- 
to tapino per lo mondo fette anni non fiate cagione, qui fio non fi può negare . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

I N quella maniera che la fcrittura facra c fofira di formare i fuoi pe- 
ri odi. portiamo dire, che quafi tutto il libro de*proucrbij di Salomone 
di periodi di due membri è formato,come fono quelli, 

Filitti fapiens Letificai patrem: Filtut vero Rulliti maflitia cfl mattisfu a. 

7qU prodet unt thefaun imputata tuflitia veroitberabit * rut rte. 

Egeftatem operata cfl mania remiffa,manui autemfortiuni di ulti ai parat . 

Qui congregai in mefje filati fapiens cfl, qui autcr/ijlcrfit a fiate filim confufionii. 
E qua» tutti gli altri . Verocchc non tutti fono in nota graueiMa an- 
che nel feuero modo di dirc,molti ve ne fono , come tutti quelli che mi- 
nacciano c rcprendono,e quando quiui non ne fodero, non però in altri 
luoghi della fcrittura ce ne mancano edempi : In Giobbe al capitolo j8 
parla Dio (ledo à Giobbe ,ccon accrbiflima inuettiua vuole inoltrare, 
quanto fono lontani gli huomini dal potere,non clic cópetcre con Dio, 
ma intendere pure la grandezza di lui : E lutto quali il ragionamento 
per maggiore vehemenia fi fi di periodi fcritturali di due membra per 
ciafctino . 

Eccogli 

Quii efl piuma pater, vcl quii genuitflillas roris f 
D e cut m viti o agre fa eft giacici? &gdude efio quii genuit ? 

Tfjtmquid 


Sopra L Particella C X LI. 8l i 

7{umqmd coni ungere valebit micantcs fielltis Tleiad.tr , autgyrum arfturi pfr 
tius dijjjpare ? 

'Njtmquid notiti ordinem,ctli,& pena r.itionem ciuf in terra ? 

T^umquid mittis fulgora ir ibunt ? & reuertcntia dicent tibi adfumus ? 

E molti limili . In Giercmia pure dice periodi di due membra l’uno , 
fono quelli 

Quid uis tibiinuia .Aegypti,ut bibas aquam turbidam ? 

Quid ubi. Cum uia.AfJynorum,vt bib.tr aquam flurninis . 

EÌc vogliamo palfarc dalle fcritture antiche alle nuoue nella epillola 
i.à Chorinti,in nota grauc fono nel cap. 1 1. tutte quelle coppie , liora di 
incmbri,hora di incili , 

Hitbrei futili & ego. 

Irradile furiti & ego . * . 

Semai A brabefuntl ir ego. 

. Mini tbnChnfiifunt? & ego. 

E ' \ • \ 

piu giu 

Quir infimuturi ir ego non iufìrmor ? 

S uis fcanddigaturì ir ego non vror ? 
oivna volta con molto impeto inculcando periodo di due membri 
diceuamo alla Francia in Parigi . 

Metterai ru in quella fedeonehà feduto Lodouico fanto,vno che non 
adora, e non inuóca i Santi ? 

Vngerai tu dcU’oglio facro tuo , vnochc fpregia c foglio, c tutti i fa- 
cramenti ? 

1 Spererai tu rifanationi miraculofe da quella mano , che fuma Tempre 
di carotico fanguccedefia dico? 

Ornerai tu di corona e di giglio quella fronte , ouc c deferitala ruina 
tua ? Darai tu il luogo di Carlo e di Pipino coli gran defenfori della fede 
Apoftolica à quello, che con parole horrcnde , di già minaccia alla fede 
Apoftolica?Piglierai tu per buono un giuramento Jtegio,ouc non fi giu- 
ri la manutentione della catolica fede ? 

Vn’altrauolta dolendoci noi che per gli beni terreni, altri perdcllc gli 
eremi pure con periodi di due membri dicemmo . 

Quelle temporali richezzc, che fono poca terra congelata , fanno che 
fcorìlate le eterne non thefaurizemus in Carlo. 

Quelli temporali honori.chc fono pochi fumi de(lil!ati,fanno chi la- 
feiamo gli eterni, oue Qui tegilime certauerit,coronabitur. 

Quelle temporali bellezze, che fono poco fango colorato , fanno che 
non curiamo le eterne, le quali roncate voluptatis potarent not. 

Et un’altra volta nella predica della oratione , volendo con molta ve- 
hemenzainfinuare, che niunacofa è tanto difficile, che con l’oratione 
non fi porta ottenere, diceuamo. 

Che vuoi? che fi chiuda il Cielo? lo domandò Elia, e l’hebbe. 

Che s'apra il Cielo? lo domandò il medefimo e l’hebbe . 

Che fi fermi il Sole? Io domandò Giofue c l’hcbbc. 

Che ritorni il fole? lo domandò Ezechia e l’hcbbc. 

Che venga fuoco del Ciclo? lo domandò Elia e l’hebbe. 

Ch’cfcan fonti da filli? lo domandò Mofc c l’hcbbe. 

Che l’acqua fi follenga? lo domandò Pietrose l’hcbbe . 

Che 


Digiti 


8n 11 Predicatore delPanlgaroU 

Che caminino i mòti? Io domandò Gregorio Taumaturgo e l’hcbbe . 

Che riuiuano i morti? lo domandorono molti e l’hcbbcro. 

Che vuoi? fapienza? là domandò Salomone c l’hebbc. 

Gratia ‘ la domandò Dauid e l’hcbbe . 

Cielo c Paradilo? lo domandò il ladro,e l'hebbe: anzi non lo domane 
dò e l'hebbe : ò mani piouitrici di mcle,ftillatrici di manna, diluuiatrici 
di gratic . 

Ma parliamo d'alari, che di noi fteflì . Gregorio Nazianzcno nella fe- 
conda contra Giuliano, volendo con nota afpriilìma conferire i riti gen- 
tili con gli chriiliani,pure con periodi di due membri dice, 

Ignem extmguat forcipe; tuu;, prudente; eSr facrp virgine; lampade; fuas fponfo 
oc Cendant , 

Ignommiofa , & obfcura verbo prpeo tuns taceat > Divina meus prpeo lo~ 
qualar , 

Vreftigioft; & fatidici; tuia libri s finem conjlitue-Vropbetici folutn&-*4pofloU- 
ci cuoluantur . 

Ffdas tua; & tenebri piena; notte; comprime : ego contra [aera & lutulenta 

priuilegia excitabo 

*Adyta tua & uùu in Orcum ferente; obtlrue: ego per fpicuaa,& in eptum du- 
cente; praibo . 

Che fe à quei due perioderà di Cicerone 

Domu s libi deeratì at habebas : 

Supererai ? al egeba; . 

Vogliamo opporre due d’vn noftro fanto, ecco S.G ieronimo nella pri 
macpiftoLa: 

T acercm; fed quod ardenter volebam,moderatc diffìmulare non poter am. 

Impenfiu; obfecrarcm ; fed audire noleba; quia fmiliter non amaba; . 

Oltre che nella] medefima cpiftola della medefima natura fono tura 
quegli altri 

Taupertatem tìnteti fed bentos Chriflu; paupere; appellai . 

Labore tener i;,at rumo athlcta fine f udore coronatur . 

De cibo cogitas, fed fide; famem notitimef.fupcr nudam me fui; humrn exefa ieiu 
njjs membra collidere, fed daminus tecum iacet . 

Squallidi capiti; horret . intuita c {forte; ? fed caput tuum Cbriflus efl. 

Infinita eremi vaStìta? te tenet ■ fed tu paradifum mente deambula, &c. 

lÉÉ 

. 

- y r ^ • , r ' * * * "* ^ ^ 



8ij 

PARTICELLA 

Centefimaquarantefimafeconda. 

TESTO DI DE M ET R I O 

Tradotto da Pier Vettori . 


Dro autim concifio fórma buie rotìlis , vt & reticere multi : 
locisgrauius fit, r ettiti Df moflbenes KrSyt)ftr.ù^*vyty.at li iu 
Sii loytfif uTar.a rodi iy *lf>v turar poaittTiiyopZ. 

Ferme tmm cum tacuerit bic,grauior omni dicentefuit . 

pARAFRASE 

N fommma chcà quella nota gioui grandemente 
Ja brcuita, anche da qucfto.fi può vedere, che talho- 
ra la reticenza medefima le.fà ferue; Come oue De- 
moftene dille. 

Et io certoima tacciamo di gratia. 

Che in vero più fa egli in qucfto luogo , fcucro 
atroce tacendo , che con quali fi vogliano parole, non farebbe 
ftato . 




COMMENTO. 


P atria Demetrio in quefla particella i^ì.dellareticenga, la quale da 
Greci viene'chiamata irroriti**™ ; E pure della medefima reticenza 
r agi oneri oi ù bafto nella particella 148. E de gli interpreti non Zap- 
piamo fe tutti, ò babbiano auertita la difficultà,ò l babbuino /ciotta’- Tfoibre- 
uemente dicemo alcune cofe,cbe faranno per feruire à[quatro luoghi aflai vici- 
ni qua in Demetrio fra [efteffi,cioèalle partici Ile 142 ,cbe è quefla, allago 
143. alla i^7,& alla 148. E qui Uo che vogliamo dire è. (he quattro modi di 
dire fi trouano,oue le cofe che vogliamo dire , ò non fi dicono , ò f piegai amente 
non fi diceno, e noniim .no che non farebbero fe le medeftme cofe , òfi dicefìero, 
ò fpiegatamente f editeflero.fi primo modo è quando diciamo di non voler di- 
re vna cofa e non la diciamo. Il fecondo quando diciamo di non volere dire alcu- 
na Cofa , e pure la diciamo, ma correndo, fi terge» quando diciamo di bauer 

ditta 


814 fi Predicatore del ParùgaroU 

detta alcuna cofa, e mofiramo Manetta detta in modo , che de alcuni habbùt- 
tno voluto effere intefe,e da altri nò. Il quarto finalmente quando non faccia- 
tnomcntionealcuna,nèdinon voler dire, nè d’hauer detto, ma diciamo le cofc 
tanto velate , che in più fentimenti poj]ono ejjere riceuute da chi afcolta . 
“Del primo di quefli modi ragiona Demetrio in quefla particella , del fecondo 
nella 1 48. Dt l terzo nella , q. 8 . del quarto nella 1 4 ; . Veniamo à gli eflempi . 

Sprezza Virgilio in ragionamento e dice di non volerlo dire ,come nonlodi 
ce in quelle paiole, 

Quos ego; feci motos praflat componcrc fJufìus. 

E queflo è il modo di quefla particella, oue fi dice di non voler dire v na cofa, 
e non fi dice:] 

fi Bociacci dall’altro canto dice non voler dire tna cofa,e pur la dice, oue nel 
Thr.a mette quefl e parole, 

Lafcioyflare de' coflumi laudeuoli,c delle virtù fmgulari , che in voi fono, le * 
quali haurebbono for^a di pigliare ci afeuno] altro animo di qualunque buo- 
no . 

E queflo medeflmo lo tratta Demetrio nella particella Centeftma - 
quaranti fimafeltima-t . I^el terzo luogo, dice il Petrarca di hauer det- 
ta ma cofa,, che non tutti faranno per intendere , quando doppo hauer 
detto queflo 

1 die in guardia à S.Vietro,hor non più nòjoggionge. 

Jntendomi che può, che me intendo io . 

.E di queflo ragiona Demetrio nella particella 148 finalmente quando fh 
detto à Locrenft . 

Le Cicale vi canteranno in terra, 

Queflo fù quel modo di direvelato, che non così fubito feopre il fuo fenti- 
mtnto,& è più terribile à chi fente, del quale ragionò già Demetrio nel trat- 
tato delle allegorie, e di nuouo ne ragionerà nella particella feguentcVer bora 
quanto à noi,ciba[ìa d’ bavere [coperta quefla diflinttone,con animo d’haue- 
re à trattare più compitamente di ciafcuno dt’ membri di lui à luoghi fuoi : E 
quanto alle due reticentehauereauertito, che non fono la mede fina cofa : per- 
che nella particella 148 .Si tratta quella reticenza, oue altri dice d hauer detto 
cofa che alcuni, ma non tutti hauranno intefa , tome quando C cerone difìe , 

Cuius etiam domi iam tum quiddam molitus eli, quid 1 dicam ipfe 
optiate in telligit. 

La doue quà della più propria e più fcolpita retueirga,& ^(pofiopefi fi ra- 
giona. oue altri trattando à fc fiefjoil dire nel me^o, qua ft mutato di pen fie- 
ro dice di non voler profegutre quello ch’egli bauea cominciato à dire : e come 
dire di voler fare, eosìfà e tacr,ò parla d’altro . Come fi v. de aperto nell’tfltm 
pio, che adduce Demetrio di Demoflene, che dice. 

Etto ttrto 1 mi tacciamo di gratta . 

fono così per appunto le parole in Demolitile, ma per quello che fà pe* 
noi, tanto cene bafia hauer portato qua, da! proemio dell' Oratione prò Ctefi - 

f bontà 


Sopra la Particella CX L Ì L 8 f f 

phonte: Che i luogo tanto i propofito i ciò : che anche Quintiliano quanti 
della sipofiopefi i reticenza trattò nel libro nono,di quello mede fimo ejjem- 
fio fi ualfe per dichiararla. E neramente più mafie egli tacendo, che fe hauefie 
'parlato : Èfimprcqucftitaiimodidi reticenza v fati nella nota graue da hué 
mini irati, riefcono più fpauentofi,che fe la nihtaccta dtfìefamente veniffe fat- 
ta . Qome appare chiaramente nel ejprefiifftmo e fiempio di Virgilio addotti, 
dar.otdi [opra. 

Quos egojfed raotos pr$rtat coraponere flu&u*. 

Che il Tuffo nel fuo Hjnatdo al canto 1 1. affai apertamente imitò, quando da 
cJW ombrino ad alcuni fuoi, che i {{inaldo non pottuano refiflerefece dire . 

Voi gente infame vii turba negletta , 

La qual' io : ma tempo è che l’ira a fi rene. 

Vi nzi pur che la volge è sfoghi altroue . 

Marco Tullio nelle Oratore quella udpofiopefi domanda con nome Latino 
{{eticentia e fautore ad Hcrcnmum, La dimanda Tracifio,ene formatine ef 
i empi che fono ifeguenti. 

Mihitecumparccrtationoneft, ideo quod popuhis Romaniu 
me ("nolo dicerc necui forte arrogansuidear)rcautcinf«Epc ignomi 
aia digrumi putauit . 

Tuiftanuncaudesdiccre,quinuper aliena: domui? non aufim 
diccre, necum te digna dixcro, me indignimi quidpiam dixille 
videa r. 

Quintiliano nel luogo fopra allegato da Cicerone mede fimo caua un tffetn- 
pio in quefie paro’ e , 

Anhuuisillelegù,qiiamClaudiusàfc inuentam gloriatiti mcn- 
tionem faccrc auibs cflct viuo Milonc ne dtcam ConfuJe ? 

De noftru.u enim omnium non audeo totum dicere . 

Ma delta reticenza molte cofe dette da noi, potrannovederfì nil Commento 
della particella 58. 

7'(e/ Boccacci e nel popolo Fiorentino anchoggi vi fono certi modi di dire , 
cheferuono à quello fine, di mofir areiche altri non uoglia dire vna coffa , che ft 
efpettaua ch’egli dicefie. 

Come farebbero , ■ 

I ddio lo si : Jd tio si chi : Iddio si come : Dio ve lo dica: Iddio uri diri per 
me e fintili e vene efiempi . 

Laqua'etgli ogni uolta , che beuutobaueua troppo, tonciaua come Dio 
nel dica , 

Come egli miconci,iddio vt’ldica per me. 

E t in altro autore , .[' .ì 

Furono squartati Iddio si come > ■ ' 0 T ’ f 

tJMancandofi di guardare Iddio ri chi . 

Vn' altro modo,ehr feruta ! medtfimo è II dire . 

SÒ bcn’to quafi vaglia lo sò io,ma ncu lo uoglia dire, come è'eeua la tatto- 

Parte Seconda. Fff Ime a, 


8 t 6 Jl indicatore del Panìgarota 

loaea^àtJM. Beccar io di Chiavica, 

Toiche que/ianotce il Callo cantò, tàbene,eime i! fatto andò ,&c. . ■ 

ìlmedcfrno Boccacci fin^a troppo ò idiottffimo diffe di non voler dire, e non 
diUe nel fine d Ha defcrittionc della peflccon quelle parole , 

*4 me mede fimo increfce andarmi tanto fra Unto mi ferie avolgendo: perche 
polendo bomai Iqfciare /lare quella parte di quelle , che io acconciamente pojja 
’lafciare,dic),&c. 

Se bene qua neramente larct'cenganon fù il notagrttue : tpetò non fece 
l'effefro, che come due Dime trio e£a /tifare in tal ufo: Che adoperata dal- 
l’auirato Jà più Unibile la minaccia, e mette più/pauei to in chi la lente. 

, «fetali * 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


D I queda manieradi reticenza , la quale propriamente fi chiama^ 
Vracifto, oue diciamo di non voler dire, c non diciamo , due volte 
Riabbiamo già Ecclqtiadicamentc ragionato. Ciò fono,ncl comin 
o del difeòrfo decimo, c per tutto il cinquatclìmoottauo.Nei 

Wl> (blamente. 

Isonne cognpfcent omnu,qui opcrantur iuiquitatem, qui demant plebea rneam 
ficut i/cjm panit,. 

Tu vero homo unanimis qui ir.ccum duUes capiebas cibos. 

Semel turate: in Sanilo meo fi David menti or. 

Fili} bomtnum ufquequo graut corde ì ■ ■ . ► 

^tutina mea turbata ejl u.tldc.Jèd tu domine u/quequo } . .. ì \ 

Iurta tua domine wrtutum re* meus, & Deus meni. • >-. 

Etialixmeusinebrians. 

Tutti quelli luoghi facemmo vedere, che erano cosi cfprcfTc prccifio- 
ni.comc li folTe quella di Virgilio . 

Quoscgo. 

Come fc volefle dire Dauid . 

EcheCredenodi non hauerfene à pentire quelli che peccano. Bada. 

Ma tu òhuomo,che mi taccili dell’amico, & intino mangiaui meco.- 
Hora non diciamo più . 

Già l’hògiurato,e non mentirò. Non dico altro. t , > 

. E uoi Egli de gli huomini,pure odinati . 

Eh.’ balta. 

Iomiaffligo Signore : c tu de fine à quando ?Tu me intendi: 

I ruoi altari ò mio Dio,òmio Re: I tuoi altari ? non dico più . 

Et il tuo Santo Calicc,che inebria: ò Dio tu intendimi . 

Che fc finalmente nel detto del Salmo,non fi crouala particella die e- 
fprime la rcticenza,comc non fi troua manco nel 
Quoscgo. 

Di Virgilio: non rilcua,pcrcioche bada che òfpiegata,ò implicita efia 
vi fia: fuora de Salmi diccuamo,cbe ncllcjparole della Genefi 
QmmsquioccideritCain. 

Molti 

j * i. .thL. oi^rirt " 


Digit 


Sopra la Particella C X L IL 8 IJ 

Molti grauifiimi tiuomini raconofceuano la; figura' precifióne ; é idaua 
le dne’feguenri parole à Cain ideilo, quali fi dicefie. 

Cainno farà punito fcptuplum ; ma anche quello che amazzera lui, 
bada. Cioè. 

Anch'egli farà grauementc punito. 

In Efaia al quinto . 

7{ift domus Multa deferta furint grarìdes^r pulchm &'abjquc fubitatorc . 

In Gicrcinia al zi. 

Si non pofuero te foktudinem. . - ; 

In Ofeaal tz. 

Si in Galaad Idolum. 

Nella Genefi al rf. 

Ego uadam abfque Uberis , & filini procurato rii domutmeaifle Damai cui E- 
tiex.Br . 

Tutti quedi luoghi, fi può vedere nel detto difeorfo jS.comc pure rc * 1 
ccnzc c precifioni riabbiamo moftrato,che fono • E cosi quelle affai cele 
bre di San Gieronimo . 

Trttdens mecum leftorinteUigit quid dicam: & quid magii tacendo loquar. 

Quà,per dir pure alcuna cola di nuouo , vn luogo folo del Maeftro di 
SanGicronimo vogliamo aggiiigere, cioè di San Gregorio Nazianzeno, 
ma con reticenza tanto cfprefla,c precifione tato fcolpica.Cnc nuha pju : 
pofeiache non folo dice alcuna cofa c tace come , 

^a dice di non voler dire, e però tace, come Dcmoftenc allegato da 
Demetrio . Et io certo, ma tacciamo di grana . 

Et il luogo aduerfuì muhcres fe ornantes, verfo il mczo:oue doppo haucr 
detto.come il voler piacere ad altri, che al marito fia periculofacofa: co- 
me alla donna fia imponìbile, che non piaccia colui » à cui eda fi aut gga 
di piacere. E come quindi à poco à poco cominci à nafccrc domcdichez 
za, udendo palfare piùauanti fubito con yna precifione interrompe le 

ftefib è alla lingua commoda,chc non dica . 

[Marito fudfcit natiua tua pulchritudq.fi aurem ea plunbus |Viris noti 
fecus.ac re£tè,aciem gregibus pr.xdat.quid Inde accidet? Deleaabir te 1 
le, qui tua forma delcaatur,afpe&umque afpcdui rependes . Mpx rilus 
mutuumquccolloquium: idque furtiuum primo: ctemde libcrum atque 

Hora eccola reticenza, le appunto in nota grauel, che inafprilce , c fà 
più feucro il ragionamento . 

Cane porrò loqvtx lingua, ne qup deimept fequuntur.eloquaris. 

E come dice di non voler dire, cosi non dice che c la propria lpctie di 
reticenza di queftaparticclla,&c. 


v'.suna fa* 


oboiv. u ritmai Ifaà ?r mwwv 


• '.-.l'v. t-.'i ó\th iH 

Fff » PAR- 


Diq 


»f |8 .U \ ^ rvO 

PARTICELLA 

• I v* * a . . , * 

Centcfim aqua rantefim aterz a. 

V TESTO DI DEMETRIO 5 

i - i 

Tradotto da Pier Vettori . 


E 


T per deos fermi utique & oh [e vita stnultit toc is granita t tfl: gta- 
hùìs enimquod fufp ciones tatuiti fui gign:t,quod autem cxpUmtum 
\tft,contcmnitur . 



parafras e. 

É il tacere le cofc (blamente gioua à quello genere di ra 
gionare, ma il dirle anche ofeuramenter perciochela 
minaccia coperta Tempre ci fa dubitare di pcggio.E però 
più ci sgomenta, che le (piegata folle, & aperta. 

COMMENTO. 


D I quattro modi cbt noi tt alt amo nel principio del Commento paffato , 
queflo fi il quarto, sue le cofe pur fi dicono, ne alti ni dice di volerle tor- 
cere, ma velatamente fi dicono: e pet que Ilo, che appartiene al pre/mte propo- 
fito'.f così velatamente fi fatinole minacele, che i minacciati hanno occajtone di 
ftendetne maggiore Jofletto, che fe feoper tornente fofjero fatte. 

CMa di tutto que fio per apunto hi ragionato Denteinolo vn’altro luogo , 
tipi nella particella 57. ro» quella fola differenza, che in quii luogo egli ne ra- 
gionò incidentemente, e quatte tratta ex profeffo. Tatiana Cantore quiui del 
la nota magnified, e deÙe coft,che poflono generare magnificenza e Fra lequali 
bauendo con molta ragione allocata anche la allegoria , OH parlate velato , 
qua/i, obiten diffe , che il m< de fimo nelle minacele finiva grand iffimamtntet 
Come maggior errore douette mettere Steftcoro nt Locrcn[t dicendo, 

Vi farò cantare le Cicale in ter ré . 

Che fe egli lane [[e detto . 

V i darò tlguaflo alla campagna . 

Gli huommi più ci sgomentano vefliti , che nudi, t pii hotrOrt ci mettono 
le tenebre della notte,che la luce del giorno ( dice Dtmctrio pur quiui ) e nello 

tleflo 

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Stpr* U Particeli* CXL1I» ® * 9 

fieRo modo vitate le min urie >e quali nelle tenebre della ofcurità,più terrore ci 
danno , che fé libcre,& aperti ri veni fleto fatte : Tqpi in quel Commento dite - 
uomo, che il minacciare qutfla maniera ofeuramentt è quello che i Latine 


dicono } . , 

Imicere alicui fcrupulura, & i noBri mettere vna pulce nell' orecchia , 

ouero un cucumero in corpo à cui che fta . 

E Jogg ongeuamo che dal volgo ifleflo pofflamo imparare quello documen. 
to po fa ache anche gli huomini idioti, e le donne fìmplici, per moftrarfi piu ter 
ribilt nelle minaccio , adoperano certi modi di dire, che hanno la minaccia idi- 
plicata c velataci [piegano quello tbt altri babbia da temere. 

Come farebbono , 

Baila. i * 

Viui, e vedrai. 

Tu non ’ai ciò che bolle m pignata. 

Tlon femprerile la mogie del ladro . .... 

Tqon ne porterai il guadagno i San Giacomo di Galif.a . 

\^i risederci . 

S 'e non tela rendo , fr gitami . 

J macini hanno aperti gli occhi • 

Sufica pianfe. , . 

E co fe fimi Le tutte più horribiliper eflert uelaie e coperte, che non ftrebbo- 

no,fe fi dicefle , 

lo ti uoglio ferire, ò ammazzare, 

0 lofi tali, che cofi nude, anzi difpregh generarebbono.che tìmore.Tito par 
Un lo àgli A tenefl per e fiere più terribile, fece U minaccia non [coperta , ma 


velata, e di fle, . 

Quanto lo [degno de ' Romani animi pofla, vifaròpenfpenenza conojccrc. 

Enfila nouelU di Ghfmonda-poiche Tancredi irato ofcuramentc diffe, 

D 9 u [cario il quale io fece fta notte prenlere, quando dello fpiraglio vfrir 
va: hògid prejo partito che farne. 

Si vide che ghijmonda dubitò peggio che non era , che t(U ndo egli peran - 
co ratino, ([[a 

auwtò gideffere morto il [ho <jui [cardo. 

Che fé vogliamo più chiaro del fole vcd>. re quanto fia più terribile la mmac 
eia velata che fopata: £«• che quando monna Gbita die e i T ofano fin^La 
fpofarti : 

Se tu non me apri io ti farò il più tri fi’ huom che viua , 

fon gran iflima paura nfpofe T ofano , 

* E che mi puoi tu farei 

La doue oue e fta fi [piegò e fuelò U minaccia dicendo, 

lo mi getterò tu queflo7og'Zn,cheò qui vicino,nel quale poi effendi troua- 
ta mona, nmna per [ma fa * che i teda , che altri che tu p ehi regza mi ti bah 
hiagittata; feoft, òri cunucrrd fuggire, ò perder ciò che tu bai & eflerei a 
1 alte Seconda. fff I bando, 


8 2 0 l [Predicatore del PantgaroU 

bandtyò cornerà che tifia tagliata la ttjla, fi come à micidial di me che tu ve* 
ram ente farai fitto. ~ " 

*4 U’ bora fi vide che egli perdette la paura,e 
Ter (pi. Ha parola niente fi mofie Tofano dalla fua fiocca [opinione. 

D IS C O RS O ECCLESIASTICO. 

T Vttc quelle cofe , le quali hauranno natura c forza di fare più 
afpra c più terribile le minaccie , tutte più nelle facre noftre 
fcritturc fi troucranno,che in qual Ila altro libro del mondo : Co» 
mcchcinniun libro al mondo habbial’autorehauura tanta intentione 
di fgoincntareeon le min acce delle pene, quanta nelle fcritturc noftre 
ha nauuto Iddio. I libri de’ Profeti fono da capo à piedi pieniflìmi di 
minacele: Minacciando cominciò clini lefue prediche San Gio.Batti- 
fta:h tutto l’E u.ingclio,chc è tutto buona nuoua,ad ogni modo più par- 
la dice San G litodomo de fupplnio quàm de Regno : Ma la ragione è bellif- 
fima:La quale èquefta,che per quclto più d’ogni altro èalpro e terribi- 
le Iddio, perche più d'ogni altro è foaue e mifericordiofo : E per quello 
più minaccia di calligarc,perche più à voglia di non caftigare: Che 
feegli haueftc desiderio di punire, non minacccrebbe.Cane che abbaia 
non morde diceil Prouerbio:Chi minaccia qon vuol dar e,Hosìes ( dice 
San Grifoftomo ncll’homilia fopra il Salmo fèrtimo ) grqui voluta fup- 
lictum infligerc-non modo id non dietim fed etiam ìd edantes inuadunt-ne qui funi 
punienii,firefciueriiit,caueant : ^it nonfic Deus,: fed colina omnmo,& fradicie , 
& differì, & ver bis terre & nihil non fuit,vt qua minai ur non afferai, 

' . E poco piu giù fopra le parol cinupa-auit vqfa ntortis dice che contra i 
t^inmni,qulum parati fuit te,no vt emirteretur fed vtrcponeretur,Sc in vniucr 
fale,che quanto le minacele fono più afpre, tanto maggiore c la manfue- 
tudine di lui quo di c it intolerMiora co Ma efl muori dicit maifuetudmc, perciò 
che tutto fa perche ci emendiamo, e foggiamo le pene,e&» minitur gc/jen- 
namnemittatingebénam.S: che fi come per edere Dio rutto mifericordia, 
non cella con minacce difgomentarfijCofi per la inedefima cagione niu 
nacirconftanza tralafciadi quclle,lequali hanno forza di fare più afpra 
e più terribile laminacela ; fra le quali effendo pnncipaliflima quella 
del farla coperta c velata fono allegoria, di qui nafce.chq nelle fcritturc 
fiacre innumcrabili di talifc ne ritornano. E già nel difcorfoEcclefiafti- 
co J7.vn buon numero di eflcmpi al medefimo propofitó adducemmo, 
che quiui potrà il leggitori riuedere perfe mcdaimo ; Oltre che oue in 
Daniele ferine la mano nel muro. 

Mane J betel phares, — ’ - ;t • 

Oue hora dice Gicremia, 
y irgam vigilantem ego video , . > 

Hora, u ' > il \ . .!» 

OUam facceli fm ego video , 

E centomilla fomigliante cofe,delle quali fonopienifiìmi iPropheti, 
affai bene può comprendere ciafcuno,le è vero quello che diccoamo 
nel principio del detto difeorfo j 7 .CioècEc fecofa alcuna appartenen- 
te al 


Soprala Particella CXLIV. Sii 

*e al dire impararano gli Etnici dalle fcritture noltrc ( Che Sant Am- 
brogio dice che tutte le apprefero) quello fenza dubbio ne fu vua» 
del fare col mezzo della ofeurità , e delle allegorie piu hornbilc mi- 
aaccicj&c. 


wmm 


PAR XI CELLA 

Cenrefunaqumnt clima quatta. 

TESTO DI DEMETRIO * 

ì !.. » ! ' ' ' v 

Tradotto da Pier Vettori. 

\. x ^ o ih 

frx;.’ --gl Stautem ibi cacopixnia gravitati m ffiti'y & rraxime ft ret,dejfua 
avitur t cgueritbacvilu t Hcmer lum dlud’iùut ipfiynr*v ,*•*& 
tKf Ictbat tri ni .££ cupbon a utentem , tucriyerjhpt 

" ” ” ■xpvtff‘tp?yita-Ar,toTotfiì'pni<pytrtj*r.Jtd ncqui tju d rìt ita gl 0- 
itisi) fus efiet, ncque ferpens i' fc.Hocigitur Jt£ì,in is extwplunt d aliatonie- 
fìabimur firmi ia . ccu prò il o «VfVr aypo4 iV * 3f 5 '4 tv<t > •' pio ilio autista 

•« I» y\, 

parafR ase - 

A Cacofonia ancora in molti luoghi , ferue alla 
leuerità , principalmente , oue il foggetto lo ri- 
chiede, e viene quali imitato da quel malfuonaCo 
me oue Homeio dilfe, 
rpttt t fttf ffor aìiycvo $tv. 

x_^/ toniti Tra, s vijo fcrpcntc pauitant. 

Tuttu 1 roiani pel ferpente trepidano, L .z. 

Che già fi vede che con la mutationetfvna parola loia fi (china- 
ua la Cacofonia: ma ne Così graue farebbe paruto l’autore, nesl ter- 
ribile il ferpcnte:E conformeà quello eflempio, molti altri ne potè 
mo trou are-Comc d icendo in vece di. 

‘Ta.’rr'cC v i *V 

& in vece di » **e*ytnT.**f*yw » V X 



Fff 4 CQM- 


Dlg 



til II Probatori dclTinìgAroU 

COMMENTO- 

. . • •, \ + * • •• *4 

N EIL t particella i ) t. dicemmo quale differenza f off 1 fra l’infgnamcn- 
to che in quel luogo daua ‘Dtmet io, e quello che egli da qui : Cioè che 
quitti egli t< altana di quella afp retgpga e be nafeeda concorjo di le Iter e, o confona 
tifb uocali .h'tUc funate qui ragiona di quella feuerttà^be nafte di quale fi vo 
glia mal f ono che art. fi c ofamente fi mn oduce nella orat'one . E già [oppia- 
mo thè per l'or din rio la Cacofonia è vaio : & ogni catti -o fuono regulata - 
mente deue tffer efebi fato dami, ma nella nota grane tal 1 bora occorre il con - 
trario:(ioè ihe rfia non foto i vitto , ma accrefce la ftueriti al dire, e la mime 
t a ò repienfwne,ò muttiiua,ò altro, ouefuon firepitofo'. concorra , pii afpra 
riefee e più atrocf.Tanto più dee Demetrio (& èbelliffima attenenza) fé la 
eofa, della quale ragioniamo lo richiede m modo che efia venga q a fi imirata 
da quel fono:H»rfiero ragionando de' T rotane,’ quali volendo falire l- tr ncee 
de' Greti feop -rfero prodigi fornente vn'tcrrtbiliffimo ferpent ,fravn poema 
luttodivtrft effameiri,ecb per co>f (guereza tutto era fi tv àfi' ire iripe - 
rmlrhnt longa , mette un Verfo die pnffcc in jumbo ; Qomi fin Latino 
éitefic-i , 

Attoniti Tro« vifo fcrpentc pauitant . 

Che noni dubb o thefd C acofoma,e nuouo, e flrer ite fò\ fuono, tuttavia net- 
ta deferitimi di cofa atroce , * uolendo imitare la tertibUiià del fer pente fi 
meglio dire così ; E ft uede ebt la Cacofonia in detto luogo non colpa fù , ma 
art litio -lo quella miniera che arti fi t io fà quando Pi gii io diffe, 

Cornua vclatarumobtendimus antennaruui. 
i più efprefjamenie quando vnitanJb bora il cadere del 2T»f [airi fi alo con 
Cacofonia natada monofdlabo diffe, 

Procuuibit burnì boi, 

E t bora il precipitio della notte , 

• , Rintoccano nox. 

E fonili- E come fcce il Vet a ca quando d'fie, 
franto poffomifpetro e fi mi flò. 

L'autore ad Ut reo numi nel pimàùioquafi,òp'to più gii del quarto libro, 
mate alcune forti di Cai opbonie , Come f rei borio per tvntorfi ai uo cali, 
Baccacatncac amenifsHnac. 

"Per troppa frequenta ddhfiefia lettera. 

OTite tute Tati tibi unta tyrannwculifti* 

Pc>’ offiduità i’una medefima parola. 

Nato cinus rationis ratto non cxtct,ratiom ratio none/l fidem 
feabere. 

Ter iJenl tà di cadenza , 

Ridiata^ploraQtcs^lacrymantcìiobtcnaotct* 

«/•* 


S&pra U Particella CXLV . f 1 f 

E fmili : T^oi per bora dicumo che fittigli muffitati fuoni nella profano s 

E fra gli altri quello del terminare rottamente un monofillabbo fanno (*- 
ceffona i 

CMaqueflo medefmo del monoftUahofd anche feueritd nel? orati >negra- . 
ut onde Mediamo, che il Boccacci,oue hi introdotto perfino ir ita d ragionare, 
ritolte,' molte c tonfale loro bà fatte terminare in monoftllabe. 

T^eo e mainagli hnom che in f{. 

Traditor disleale, thè tu si. 

(aie uituperato che tu si. 

égli non ne fu degno {battere una figliuola fatta come fé’ tu ; Frate be- 
ne fld, 

io hò molto più caro che egli ricetta uittania [e riceueme la dee fbe io bob- 
ina liafimo per lui,fra’e[benc Jti, 

€ tento forni gliomi. 


PARTICELLA 

Ccntefimaquarantcfimaquinta . 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier V ettori . 


r fmentet autem aliquando & ìnconìunBìones vel rt.&fi 
precipitar fugere beiufci modi terrrìin-itionem,vi’ um muL 
tit loits vtilis,& hoc erit . ceu tùniof*i‘rna*i* , f # ìr *} 

tÌTÌuMftSt , vt illud r a t, aitala vr, y fcd in. Home ic S 

magnitudintrn effetti in coniu fìiones trminatio. Efficeret^ 

v autem quifpiam liquando &graueg r ^t dtc^ndifiefnù di 

tot. E>f J 4‘ i'tVT» riir *f/wvvwT»,t/»<p • ** 

umilino enim Uu,tas,& quodjuauiterprucmrudaurcs clegantis nota propria 

tfi t non graniti ha autem nota maximi (entrarla videntuj • 



. K. 


ì'ìh» ■w. 

I ea.iten+'rjA'* yb 


PA- 


Òigìl 



8*4 // T’reAcatorttldPanigtroh 

PARAFRASE. 





1 ' w ì 4 J ' ~ * 4 \ . t ■ ' i • « • t « VC‘ 

» Nzigioucrà tal’horail terminare le claufule,in quelle 
due particelle congiontiue,f* < &™, le quali peraltro 
non vi lìarebbono benc ; Come oue colui dille» 

OvKtvpti'i/iift uir.à^iaf i’r^àM'r'ntkat fi. 

7^0-, me laude dignum laudawt m do,damnauit nero . 
Laudato non folonon mi hà, biaiimato fi bene. 

Et oue Homero di/Tc , 

, - ’A »< 

Sdutumque Sibolumque : ' ’ ’ 

IfchciiOjSefcholo « 

Che le beiiem quello luogo la terminatione in congiuntionifc- 
cc magni ficenza.e non feuenta , altrouc nondimeno farebbe lenza 
dubbio i’altro effetto, come fe fi dicefle, 

S e iflrfcripfit, objì ltitimqje,obirnpitattmque. 

Colica /cricco colture per fcioche2Za,epcr crudeltà 
Ouerocontaminatohacoflui 

Sacraq e fauci que 

E le cole fiacre, e le cofefante 

In iòuima ledefincnzefoauiallanota venufia appartengono; E 
per conlegucnzaalla graue fi confanno le afipre,apena trouandofi 
duenote,ic quali più contrarie fiano frale fteflcdi quertcduc. 

CO MMENTO. 

^ V il l|\, » '• . Hil‘J \ f > | • ( • ’ •' SI*?*» , . T 

l * .< 

E Quali -otta co’formatione del precedente insegnamento , quello che in que- 
!U par :ictUa infegna Dem' trio . Come fe voUffc direnante effer vero che 
la Cacofon a allevate gioua alla feueritd,cbe per ciò nella nota graue ( quello 
che alt * oue jar ebbe b uijmeuole ) fà alle volte feruitio il t. minare le claufule . 
n(UC due partitile lt © T| . 

* ^■^ua.enti quello i vno ili quei precettici quale alla <oflra lingua l'alia- 
na difficilmente fi può accommodare : fn latino pure babbiamo due paiticelle 
tamen & q uam ihe poffiono rijpondtre alle due Greche : E poffia mo dire thè 
tifine ai quelli due alle uoltefà ojpregz*-. Cerne fe dueffimo , 

Licet hic feruus tuus non efletjpcrculfiftì tamen ; 

E poi loggiongeffimo , 

Quintino percuffiftiquc.occidi/lique. 

Oue fi ve crebbe, che le particelle longhntiue in fine acre/cere b bono atrtei- 
u < ~n^ a nt ^ ano ^ rM fauella Italiana ,mueio non è cofi, perche mettiamo caffi 
che alla tamen ponejfmo alla quam , nondimeno certa cofa òche noi non bab- 
biamo 


Dii 


Sopra la Particella C X LV. Sij 

hiamo particella alcuna, di maniera . orrlfponde , te, che pofia pofporft alla cofa, 
la quile da lei viene determ nata : Come più ampiamente habb amo t rateato , 
tue ragionammo delle particelle congiuntine nella panie Ila ^4. L'cficmpio 
che Demetrio apporta per la panicela S'* , òdi lui fiefo bifogna che fila fiato 
formato, ò almeno non fi il di cui fta,fe non che dtperfona fà, la quale fi dola- 
ua che oue lode doueua afpettarc,biafimo bauefje riceuuto ; E per atcrefacrt la 
atrocità di queflo fatto, due claufulette terminò ambe in particelle indeclinabi- 
li, l’vna cioè in n*'r,el 'altra n fi che noi in lati 10 habbiamo procurato d’imi - 
tare dicen lo affai goffamente , 

Non me laude dignum laudauit modo,damnauit vero. 

Et anche in Ita'iano al meglio che fi è potuto habbiamo detto, 4 

Lodato non filo non mibà,biaft natili bene. * 

L'altro efiempio già fapp amo tuttoché è d'Homero , pofciache dal mede fi- 
mo Dtf netriofù allegato di f ipra nella par tic Ila 3 q. E fece bene D metrio i 
ricordare qui d'hauerlo allega 0 in qu~l luogo.-perebe interne fi riduffe à men 
te che ad altro propofito quiui era fiato addotto, cioè per moHrart,th: quelle* 
iterate conghntioni 

Schxnumquefcholu nque. 

Genera <ano magnificenza. Come in vero la generano , t noi nel mede fimo 
luogo, e nella partic 111 77. oue ad occafhne buona fi replica U me lefitmo , con 
e fi empì moiri e latini, e volgari mofi ammo(cme fi può andare àriueiere) 
che la frequenza delle condii tioni r ndeua in alcuni luoghi magnifico il ragio- 
nare . Qui Demetrio pare che dia vn’effcmpio filo, oue le particelle congiun- 
tine non come in Homero facciano magnificenza , m 1 feuerità : Tuttauia fono 
due, vno, 

Òb ftultkiamqueob impictatemque. 

L'altro, 

Sacraquefanftaque , 

E quiui bifogna auertire , cht da due fonti può nxfcere la feuertà in quefll 
effempi,o ero dalla moltitudine delle congion ioni, onero dal luogo o ue fono po- 
fte,c oè nel fine: fgoi Italiani di una fola 'i que ile maniere poffia no nella nota 
grane aiutarci, cioè dalla moltitudine d Ile congiont ioni, come fe dicefftmo , 

Tu mi hai danneggiato e nella obba,e ncll'houorc,e nella ulta fieffa , 

Ma dell’altro modo nonpofiumo valerci non hauenij noi particella congion 
tiua atta aie fiere pofpofia : E pure Dm trio qu l nontratta delle congiontio- 
ni in quanto con la molti udine fcruon > alla feutrità , ma con li p fpo fittone fi- 
lamenti, e co n quella Caco fon a, eh. dall’efiere pofle à terminare l- claufule fi 
f ente che ne nafte: E eh' fia vero coi regola uniuerfale conferma il precetto 
fingulare dicendo, che tue la fumiti delle defi unge gioua alla nota venuBa-tt 
tutto in co trario alla grane gioita l'afpregpga ; £ queflo per e fiere queB' due 
note fra fe mede fi nc contra 'qfiime : igon perche ( come dice molto bene cW. 
cpicr Vettori ) fra tutte le quattro note quefle fumo le più oppofle, che queflo 
appartieni alla magnifica in rif guardo della tenue : ma perche doppo quelle * 

due 


8i6 II Precettore del fadgdroU 

due , qutfte altre veramente hanno molta contrarietà : E poche eòje vi fimo le 
quali ad vna di loro appartenendo , all’altra non fi difdtcon e : Tuttauia alcune 
ve ne fono j come i giuochi & gli Jcber^i , che ejfendo proprijfjìmi della nota 
venufia, hi nondimeno Demetrio detto di / opra e lo replicherà bar bora pii dif 
fufamente ,cht alle uolte / eruono anche grandemente al la feuerità, & alla 

ejprequL*. 

discorso ecclesiastico; 


C Ornitene ouuertire in materia di Cacofonia duecofe appartenenti 
al nollropropofito , I*vna che molti fuoni di lingue (tramerei noi 
paiono mali e itrepitolì , che à gli huoinini , de quali quelle lingue fono 
natie, non paiono tali : E l’altra che per hauere la noftra fauclla Italiana 
tutta fi può dire la terminatione in uocali , apena Cacofonie artifitiofe , 
che vino non habbiano,vi fi polfono formar dentro : A noi Italiani non 
c dubbio che la Tcdefca lingua, vna perpetua Cacofonia ra(Tembra,che 
à gli huomini di quel paefe non è cofi, anzi ui dilli nguono effi per den- 
tro i buoni da icattiui filoni, egli eloquenti fra loro anche delle artifitio- 
fe Cacofonie vi dénofaper indurre: E cofi nella lingua Ebrea, non é'dub 
bio che efla alla latina comparata di piò ftrepitofo Tuono ribomba, che 
folitc fiano di fupportare l’orccchic noftre : T uttauia in rìfguardo di fe 
medefimo non. fi può egli domandare reo fuono quel tale: E noi però 
oue nelle fcritture noftrc.voci Ebraiche come di nomi propri & altre fo- 
no rima Ile, Te bene in paragone delle latine dure ralfembrano, non però 
per edempi di Cacofonia polliamo ragioneuolmente addurle. 
Orcb,Zeb,Zcbec,& Salmana 

Chi dubita che all'orccchie latine non dia fallidio quello Tuono ? E 
nondimeno in Ebreo non lo deue fare nc potcua l’interprete ò doueua 
in alcun modo mutare i propri) nomi : 

Filij Iaphet Gomer,& Magog,& Madai , & Iauan, & Thubal, Se Mo- 
foch,& Tyras Porrò filij Gomer Accnez,& Riphat,& Togarma. 

E poco più baffo nel medefimo capitolo io della Genefi 
Fili) Chus,Sabx,dc Ncuola.&r Sahara, & Rccma Se Sabataca. 

E nel capir. 1 4, oue fi parla di que’ quattro Regi che modero, guerra à 
cinque, i nomi loro fi dice che erano 
Amraphel rex Scnaar,& Arcoch.rex Ponti, Se Chodorlaomor rcx Tla 
metarum,&Tadal rex gcntium. 

Che per la nouità fono llrepitofe voci,ma da traduttori noftri non.do 
•euano edere mutate in quella lingua, non hanno fuono fpiaccuolc fi 
che per cdi-mpi di Cacofonie non deuono Terni rei . 

Ertempi di Cacofonie nc' libri Canonici polliamo domandare ragio- 
neuolmente quelli, i quali nella latina lingua fi vede che da gli interpreti 
▼i fono (lati formati à belio iludio, e che quiui p<r inafpnre i ragiona- 
menti , ò per altri loro pcnficri fono dati polti da loro', Come crediamo 
,ccrto,che con merauigliofo ai tifino , e per far [più fi. nero il commanda- 
mcnto d’vu padrone irato, fide fatta terminare, d^in Cacofonia, de in 

Mcno- 


Digil 


Sopra tu VirticclU C X LV. 817 

Monnfillabojqucilaciaufula in San Luca al 18. nella quale iralus psterfa- 
milias dixtt fcruo Juo . 

E.xi cito 1/1 plattaj & rieos ciùtatis,& pauperes debiles, & tato s> & claudos 
introduc bue. 

Che già vediamo con quanta poca fatica fi farebbe potuto mutare lo 
ftrepito di quelle due parole 
Jmroduc bue 

Se all autore per facro artifitio , non folTe piacciuto Io ftrepito di quel, 
fuono. Pare fimilmcntc che fiavitiodi foucrchia fimilitudine di deli- 
jicnze.ouunquc la fcrittura replica tante volte i nomi di quelle fette* 
genti : 

morr&orum , e$r Vhere^eorum, & Canantorum , & Hctljeorum,& Gctfao- 
rum,& r HeH£otum ì & Tabafeorum. 

E pure in molti luoghi la ncccftìtà merita fcufà,& in altri l’artifit io lau 
de la triplicata parola 
Va un ua > 

Nelle fcritrurc facre.quanto hà il fuono più ftrepitofo, tanto più (cru* 
alla nota graue,& alla minaccia come ncll'Apocalipfi 
V a U£ b.dntaunbus in terra 

Et altroue: None manco piaceuole fuono di Gieremia quello della 
triplicata.» 

•Aaa Domine Deus, ecce nefeio loqui quia pucr ego fitrn. 

Ma ad ogni modo fi vede che c artifitio^lfimo, fc no ad inafprire, per- 
che quitti non fumo in nota grauc,almcno all’altro vfo del quale più ra- 
giona Demetrio in quella particella , cioè ad imitare le cole col fuono : 
Che in vero non farebbe ftatojpoftìbilc imitare più efpreflamcnte vno 
fcilinguatoe ballettante fanciullo che dicendo > 
a a Domine Deus &c. 

Ma di quella imitationc col fuono già più d’vna nolta habbiamo ra- 
gionato di fopra'.del redo quanto allccongiótioni, ccrtacofaè che non 
le pati (ce nelle termi rrationi fe non di rade la nollra lingua . e però non 
occorre ragionarne: E quanto alla terminationc in Monofillabi,chc ella 
alle volte accrefca la feutrità.comeinS.Luca , 

Introduc bue 
Et in Gieremia 

rguct te mMtia tua,& auerfto tua increpabtl te 
Et in molti altri luoghi di quello ancoraci ricCordiamo d’hauere altre 
volte parlato : Quà per hora pigliaremooccafionedì dirc vnacofa fola : 
Ciocche le il ben ragionare c di tanta forza , che Come dice Demetrio 
imita infin col (nono, e mctre quali diftefe le Cofcmanzi àgli occhi, beh 
dunque fanno torto à fc (ledi que’ predicatori,’ i quali inoltrando di dif- 
fidarli del puro valore delle paiole fur , fi aiutano anche talhora fuori di 
proponto con iftromenti ertemi ; Sappiamo che giouò molto à muoue- 
re gli affetti, che vna donna già fpiegaffe in guidino la infaguinata carni 
eia del marito che gli era (lato occifo.ma quella era donna, & il guidino 
era forenfe e criminale , c mille altre circonftanzc concorrcuano , che ^ 
nelle chicfc,e ne’ pcrgaini non concorrono . 

11 far fare certe reprefantationi nel pergamo medefimo, mentre fi pre 
dica principalmente il giorno del Vencrcìanto.già fi vede che da Vcfco- 

ui pru- 


Digitized 


8 a 9 li Predicator del PanìgaroU. 

ui prudenti e pij.non viene più permeilo Ne pure lì concedc,che i! pre 
dicatore per fare vn,ccce homo, come diceuano gli antichi , mollri vn’* 
huemonudo c fanguinofoin pergamo, òcofe tali : Habbiamo veduto ì 
tempi noftri Predicatori portarli nel luogo, ouci faldati portano il col- 
tello, vna croce affai horrcnda i legno, c mentre predicarono à diuerfe 
occauoni cacciar mano alla croce, c col rnezo di quella oftenfìone , far 
ipoito moto in alcuni di quelli che afcoltauano . Tuttauia ve n’erano 
anche molti che non ne riccueuano frutto , e che dalla parola fola hau- 
rebbonofentito mouerfi più efficacemente : oltre chea mal dcuoti c di- 
letti era non folo attrattone , ma occafionedi motteggi: Etin fomma 
quando bene in que’ tali foffe ftato.come era, l’atto lodcuole, non però 
era imitabile: E quanto à noi configliamo.che quanto meno può altri in 
pergamo fcruirfi di rtromenti ertemi, lo faccia : Nella predica della pafi. 
iione , fanno battere alcuni certi colpi di martello fopra vna incudine, 
per efprimefc la conficatione in Croce del Signore, che noi ne lodiamo , 
ne biartmiamo. Noiccrto fatto non lo habbianro mai: ne luògo habbia- 
mo trouato rtudiando , dal quale habbiamo potuto cauare coniettura_>, 
che i Santi Padri antichi lo faceffcro. 

Vi fono anche alcuni che in occafioni di preghiere , ò lecoregge ò le 
funi, de quali fonocinti,fi mettano al collo, il quale atto à noltro giudi- 
nò vna volta al più in tutta vna £)uarcfima pure fi può comportare, pure 
che quello che pende dalla coreggia ò fune fu fi longo .chefenzafcin- 
gerfi altri fc ne porta valere ; <^|ie del tcfto, che vn frate ò Aguftiniano, i» 
Francifcano fofito à comparerò ftretto ne’ fianchi e cinto, redi in perga- 
mo difeinto largo c con l’habito trasformato; in una cocolla da Mona- 
ci , quello à noi non può piacere in alcun modo . Et in fomma noi defi- 
•deraremo che il nollro Predicatore doppol’aiuto della gratia del Si- 
gnore che c il principalirtimo aiuto, mettefe la confidenza dcJI’infegna- 
rccdcl perfuadere nel ben ragionare, e non in quale fi vogliano cofe 
efteriori: E fi raccordarti che la parola ben detta dal pergamo hà gran 
forza : Come bene moftraua di conofcerc Gregorio Nazianzcno, quan- 
do non potendo dichiarare in terra non sò quale difficultàal fuodifee- 
polo San Gicronimo , fi artìcurò di douergliela fenza dubbio far pene- 
trar del pergamo, ò almeno di doucrlo far infegnare,fe intedendoò mo- 
llando d’intendere tutti gli al tri, egli folo moftraflc di non intendere . 

[ Pra-cepror quondam meus Grcgorius Nazanzenus (diccS.Gieroni- 
uioad Ncpotianum) rogatusàme vtexponcrer, quid libi vcllet in Lu- 
ca Sabbarum fprhft'yptTt* degan ter lufi t . Docebo te i nquicns fupcr hac 
re inccclefia,in quàmihi omni popu lo acclamante cogeris inuitusfeire 
r quod nefcis,aut certe li folus tacucris, folus ab omnibus llulritiacon- 
demnaberis.] 


imi.' r. 

qbif'.-.yli 3& , «offrii» i 
Od?. 




uciJa-'joaJOD 


sjq il siìaim .uniti ib-mi >9 »-« ** *« J ' ; 

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PAR. 


Dìgitizi 


. 


* 819 

PARTICELLA 

f I . 1 __ . *1 I ' * é A ,1 !| n L . JB 

Cenccfimaquarantefimafefta. 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 


7 /àn<? multi! locis ex ioco admixto per/picìtur cx'tflcrcgn 
uitai q<adam . P eluti in comedi)! & omnis cyni ut mo- 
dus stilla Crztetis -xifnJU yaul'stfxiruin òita-ri Ti/par. £f 

M«/ D og ni s, quod m Olympia di fiumfuit, cum arms- 
tui cucumfiet , accurrens ille ,fefua voce prxdicauit vin- 
cere cuncìos homiies probit att'.ttenim ride tur nox illa 
fimul & admirationis e/l , & Jenfim etiam mordet a’.iquo mo lo occultus eius 
fenfus . E l q<odm f rmofum dtftum futi ab ipfo : cum cium ludiretur ctrm 
formofo puero Diogene! , commota aliquo modo natura eius c/l: putto antan 
pertentfxBofakuquc ab co ab/l- affo: Trono animo fu puer,i-iq <it: non enim 
fum hac fimi u; riiiiulum enim tfl quod in ptmptu ejleus d fti,graus au- 
tem qua l tet illic vis . Et omnino,vtbreuiter dicam,omn tfpeies cynica ora - 
tionis blandenti fimul alieni fimilis efl,& mordenti . t / tumur autem ipfa 0 
oratore! qnandoq-ic,& vfi funt. Lyfias quidem <» amato em anus dicens,quoi 
procliuius erat numerate ipfius denta , quin digito! : eternai graui/Junum 
quiddam)fimul& tnaximò tidiculum monflrauit effe m <m il!àm\. Homerus 
autfmillud Oyw»’>»* ì top*t,vt antea notatume/l . 



parafrase 



| Pureanchc i giuochi talhora egli fcherzi,cheproprij fo- 
noddla nota venufta ,giuditiolàmente vfati pungono 
e fcrifcono grandemente, c di quella manieraalla nota 

graue appartengono •• Come fi vfaua ordinariamente 

nel Jc comedie antiche; E come erano foliti di fare ì Cinici; Fra qua 
li bellifliino fcherzo fu quello di Cratefequandodiflc> 

Pc ra e nel mezo al mare 

E quello di Diogene , quan do di un tale che haucua vinto ne’ gi- 
uochi olimpici gridando il trombetta , Ecco , ahi ha uinto gli huo- 
inini , 

Corfe egli c dille 


Gli 



8 $ O fi Predicatore del PamgaroU 

Gli huomini vinco io gli feria de gli huomini , 

E quel l’altro del medelimo, quando lottando con un fanciullo, & 
cfftndofi di alcun’atto naturale di lui Igomcntò il giouanctto,forri- 
fe egli e difle , 

Non temer iìg!iuolo,chc tale non fono io 
Ouc fi vede che Ja puntura è coperta: E che in lomtna tutto il par- 
lare de Cinici pare che baci e morda: Anzi gli oratori ancora molte 
volte fcherzando pungono; Come Lifia quando burlandoli di chi 
amaua vna donna vecchia di lei difle. 

Tiù torto identità le nuraercrcfti, che le dita. 

Et Homcro ancora fece parere più atroce e più feuero Polifcmo 
con quello fcherzoamarirtimo 
A cui faccio io'l fauore, 

Di lafciarcper ultimo à mangiarlo ? 

COM MENTO. 

! "I 

D I quefli febergt amari, e pungenti, un’altra volta fi è ragionato affai co 
pio/amente nella particella ,oue anele Demetrio per ifcba^o tale al- 
legò quel medefmo Jiomero cb’cgli adduce qui, 

A cui faccio col favore . 

"Di la fecarlo per ultimo à mangiarlo ? 

Eque Ilo di Senofinte quando interrogato quel Greco da vn T a fitto no fi fai 
tatrici Greche fifiero Hate nell’ e fi er cito rifpofe. 

Ter certo fiate vi fono , pofeiaebe efie mede fine in fuga han no pofio il vo- 
ftrtfie. 

£ noi in quel luogo altri effempi uarij agiongemmo al mede fimo propoftto . 
flora Demetrio fra le cofe,cbe f truono alla nota graue e [tutta, anche que- 
lla mette, che alcuni feberzi fogliano rendere ajpro il dà e, e pungere, e mordc- 
re grandemente quelli contra quali vengono dette. E dice che de tali erano pie- 
ne le Qomed e antiche : 

Et i detti de i filosofi Cinici : e beni da credere che così fofie, perche quanto 
alle Comedie fappiamo, che efie ad altro fine non erano fai te ,cbe per mordere ( 
emoricndocorrcgge i vitif degli huomini: Il che volendo gli autori di effe per 
femore il decoro Comico fare col me^o del ridicolo , ben bi fogna ua che fattoi 
feber^i fa fiero le punture; E de Cmiri fi leggiamo U vite loro in Diogene Laer 
tio,& t dettiloro,nl gli yipoftimi di Tlularco vediamo cbiaram ntc chcriden 
doft di tiafeuno dauano punture gran ii . E con modi di dire che pannano fal- 
li, fi facevano fintile amar firmi: Quello apunto (he di loro dice Demetrio 
qud,cbe eorumoratiofimiJi»eratblandienti,& mordenti. Che noi per 
iflarc in una metafora pii vfata babbi imo tradotto b acci tre mordere, ma per 
Mietitura patlandofi de Cinici, & alludendoli à Cani,i quali propriamente non 

.bac- 


Sopra la Particella C X LV L Si r 

bacchino. più hauea efprefio Demetrio, ccl vezzeggiare, che noi eri lacci :rc z 
Comunque fin : egli di Comici non apporta effe n pi, perche piene nò erano le Qo 
medie à fuoi tempi : ma de’ Cinici tre esempi apporta , Pno di fìnte T ebano , 
e lue dì Diog'w Ole fio, t ap > itU i fetta Cinica : è merauigli t , che egli di 

Cnre ficca m-ntiom honireuolc : p 'rche ui fiero tutti dua à un tempo ,tfw 
tono amici ; te bene t’ami citta non cominciò fe non doppo , che e Demetrio fi 
band to d' Atene, nel quii tempo, effendo in Tibe andato Orate i vifrarlo:& 
bauendo altamente rigion to della modcrationc , con la quale deue efierefup- 
pori ito l'effilio.dtce Vluta r co,che Demetrio malcd'ffe le fue occupazioni paca- 
te che fino i q<cl tempo fofteo fiate cagioni, di no* lappargli guftare coouerfa- 
t.oni di buono tale n Ua iolcezz* dell* contemp,atione. Seri nono, che à qucito 
piede fimo (frate hauenlo il noFlro Demetrio Fatereo mandato J donare pane, e 
vioo, gl Uv'nogh rimandò, e diffe, 

Tiacefie à Dioche le fontane pane tncora prolucc fiero, che tic anche il pa- 
ne accetterei. 

Hora queflo frate fuoam'co, e Filofofo Cinico dice Demetrio, che fcher^m 
do niorlea. Et atd uè perefiemvo vn detto d : lui , del qua' e an he 'Diogene 
L icrtio nella aita pure di lui fa mentione più dillintamente . Egli in fomma , 
o lecerti ver fi di H omero trattauano di Creta mutò il nome Greco di Creta, in 
quella voce motip* , che lignifica la Tnjca,che portauano ad lofio i C ini ci, & ad. 
c attò alla Tafci f-a tutto quello che di Creta diccua Homero , dicendo che la 
T.tfca,cuìla viti Cinica ca cioccata nel tango della fuperbia, cioè foli effi Cini 
cima erano fuparbi: Che Aderto Tarfe di P era non arriuauano Parafili, né 
mei e tri. i, nò fi ni li, e produceua a glio, porri,ficbi,Lupini,e c<fe tali. 

Et in fomma mutando Creta in Tera,e per Tira intendendo Uuita Cinica, 
la d fi ri fi e in modo, ebe agramente perciò penfe tutti quelli ebe i lei non fi da 
uano,&i quali viiiofamcntr e Jeluatamnite piumato. 

Qoefìo mede fimo Cnte Tebano fù quello , al quale di \icodcmo Citaredo 
efjcn lo Flato dato vn gran pugno mi volto : egli fopra il liuidore , & il fegno 
d'I pugno pofe vn bollettino , alla g'" fa che fanno i pittori fopra lehnagim da 
loro dipinte. che diccua , * 

Nicodemus fccit . 

Et il medrfimo fò quello, che per mordere i colami di uno, chefaceua delti 
bera'e, ma tutto 7 fuo v'tio/amcn'e fpcndeua, publicò come un libretto da Con 
ti, fatto à nome di quel tale che diccua. . 

£ più diti al cuoco cnto feudi , % 

E più al rJMe dico dite groffi, j. . , . ; 

E pù all’ adulatore tir <uio, , 

£ oiù al C0 n figlierò il fumo. ‘ i 

£ p ù alla meretrice un talento, 

E più al Filofofo undananno. , 

Delle q iati cofe tu'tefi può vedere come egli tacciando mordefft.E come 
gli fchtrgj di luìfofitro di punture niente di amarezze: 'Di Diogene che fu ca 
Parte feconda. Ggg po 


8 3 1 JlPredtcttort del PanìgxroU 

fodiquefla fetta più (.butta è la cofa, che mtft^ro (tati ragiontrne . Tattauìs 
due efempine adduce Demetrio. 

Il primo de quali come auertifce anche ileo pìlitore in volgare degli ~4p<> m 
fiegmidi Plutarco, veramente nella nìUrahigui, Itali tni perde il (ale; ma 
nella Grecai beli (fi ma pnr vn bifhccio,che fi troua fra la voce ftgnifica huomi 
ni, e quella che figa tfea ftrui : In fornitane giuochi oli mptei hauen io u no nel 
corfo degli armati vinti i conto renti,& ali v finga di quel giuoco publicando- 
lo il trombetta e dicendo: 

Ecco coi hi vinto g ! i altri huomini , che hanno corfo , leuato Diogene 
gridò . 

Seruos ipfc vicic, ego viros vinco . 

Che m Latino bauri la forga nella p troia viros , la quali fìgniZcando non 
qual' fi ioghi huomini , mai virtaofì,vol e dire Diogene , che qtclli che haue- 
uano corfo nonmerttauanodiq ie la eradiejfere chiamati viri, mafibene 
quelli i quali con lui con orreuanoalli virtù, & al uatore . 

£ non è meraviglia che quella uolta face(Jì for^a Diogene in quello punto , 
che l’huomo virtuofo non fu buomo, perche mo te altre uolte fchergò col mede- 
fimo icher^o, come quando con la lucerna inmano fra una moltitudine infinita 
di pei Ione con vi fi » d huomini diccua. 

lo cerco huomini. # 

e quando domandato in qual parte della Grecia haueffe veduto huomini bue 
mrifpofe. 

Huomini in neffun luogo, fanciulli in Sparta. 

E quando domandando egli huomini in una piagfga,& efjenio connrftmol- 
tigh cacciò dicendo . 

Chiamo huomini, t non fletto di beflie 

Etahroue: Il fecondo effemp'to che di luì adduce Demetrio, i inmateria pa 
to k ornila, & anche affai ofeura : Terciocbe oue Diogene dice , non lum i- 

]is non i’uitende bene à qual cofa egli dica d non efjer fimile-fe intente di quella 
parte del corpo fuo, della quale baucua bauuto paura ilfanciullo,vuol dire io n o 
mi muovo lenza ragione, e per fimplice nitufa,comc effafà : ma fe intende din o 
eff ere firnile al fanciullo me de fimosi molto e più pongente,e vuol d:re,non ha- 
mr paura che io non fono inclinato à farete cofe,che tu fei inclinato à patire* Co 
munque fta : Si ve de che alla Cinica bacciando morde : Q°f a cl}e hanno poi fatta 
anche gli Oratori & i "Poeti . 

Gli Oratori, come Li fta quando contra Efchine,che amaua vna donna ueccbia 
•éfie,chetgli all'amata fua . 

“Più tono i denti numererebbe, che le dita . > 

Et i Tot ti come Homero, quando volendo Tolifemo mangiarti compagni 
truffe fece che egli difje > 
jt cui faccio il favore. 

DÌ lafciarlo pervlttmo à mangiarlo ? 

De fiali due effempi , perche difoprafi è più uolte ragionamento, altro per 


v . , ' Sopra la Torricelli CXJLVI. 833 

bora non nt trattammo . 

Solamente quanto d quello che Crate fibet\ò pervertendo à damo altrui, 
alcuni ver fi di Homero^à noi toma in memoria , quanto genti mente faofie il 
medefimo coluì,il quale udendo biafimare,ihc egli d ceua ( non rò fefofie reto ) 
che tra tutto dato alla gola, & al utntre,comt ft fofse un Eue,prtft quelbel difli 
CO di rtrg'tioyche dict. 

Nafte pluittota redeunt fpcftacula mane. 

Diinfuni lui penimi cum Ioue Cariar habet. 

Rio pervertì in quefio modo. 

Nofte cacat tota.rcd eunt icntacula mane, 

Diuifuin ingeniumcum bau e, talis habet. 


oie rodi 


iin/ftì 
ÒiJ&lÌì (fi* 


ViiVib 
1 .qai»j 

nuiiM: 


DISCORSO ECCLESIA STICO. 


D EIIc Comcdic antiche comeSan Gieronimo hauelTe cognitione,lo 
dicemmo neldifcorfo i }6,8c al legammo quelle parole di lui od r* 
jticum Monachum 

'Ne c veteris Comedtx iicentit certas pe> fonai eligam atqvc ffrfìringcm. 
Habbiamo ancora delle venuftà terribili , < degli <cherzi amari, affai 
abondantemente in materia Ecclefì.illica ragionato nella particcila 73 ;& 
alcune cofe pure nè dicèmmo nella US. 

[Latrare ergo iuuenis in adolefccnria tua,& in boro fit cor tuum in die 
bus iuuentutis tua: , & ambula in vijs cordis tui , Se in intuiti! cculcrum 
ruorum , fed feito quod prò omnibus hicadducet re T cus in iudicium.] 
Tutto quello modo di dire di Salomone,fù fenza dubbio più terribile, 
e più fpaucntofocon vnaquafì pernii iffione ironica, che fe negando fem- 
pliceincnte forte dato proferito. 

E cosi qucll’altro. 

GauJc, t (tare filia Edon, ad te quoque pe/ueniet col ix. 

Nella Gcncfi quelle parole, ‘‘ • .t., i 

Ecce Adam faBm eli quali uniti ex nobis. 

E quel l'altro , ‘ • * J|- ; ’ ,i 

E cce fon.niator ucnit . '** 

Cioè l’cfpolìtore dei fogni,rutte per la ironia e^er lo fcherzo fono più 
pungcnti.che per altro accidente non farebbonp, fi come molto pungen- 
temente di quella maniera mordemmo Moife i tigli d’Ifraelle,quando di 
ecuano , 

Forfitan non crani fepuUbra in Aegypto , ideo ttdilìi noi , ut moremur in fdi- 
tudine . 

Et vn 'altra volta più flomacofamente, 

pe vera induxifti no s in tcrrjm,qup fluit riuis tallii , fjr mcllis , & dedifii nobis 
pojjef/ionei agrorum,& vtneatum, An&otulos nojlros ut s cruere- 
Ma più ironicarmntcdi tutti , 

Helia, quando burlandoli de Profeti di Baal diceua. 

Clamate uoce malore; Deus enim eft,& forfitan loquitur, aut in diuerforio efl,aut 
in itinere, aut certe dormii, & excitetwr. 

Ggg z Ne 


artùfli.! 
J.oup ai 






■>rw r 
in a 


aìbVfioE) off! ✓'T 

bri ornVh*>5tf, l 


Ss 4 2/ P medicatore del PanigawU 

Nt'mcdcfimi luoghi Ibpradctri babbuino ancora apportato alami ef 
fempi di San Gicronimo,ò di San Gregorio Nazanzchr., mie èfl^ih varie 
cccalìorii, con lo fchcrzo arrotano la puiitnra,econ la lituana la tanno più 
penetrante: I quali preghiamoti Icggtctorc, cileni grana , ii compiaccia 
di rilcgijerc,mccrechcnoi per dire pure alcuna cola nuoua in quota par- 
ticella,! oggi ongumo,chc aliai pungete Iclurzo, «Se amaro forti io fù quel , 
lo,dcl quale la nientionc Io ite Ilo Nazanzeno^/i nobilita male moratktn con > 
quelle parole . . - . 

[ Quidam olim prò bis quidem parenribuS rtatus.vertim omni vJtfcfrii 
genere infamis, ali; cuipiam,vt genere non admodum darò, acfplenrli- 
dc>ita eximia vii tute prardito maiorcs fuos inlbleiuius piofcfcbatclllc au 
tem perquam fuauiterarEÌdens,vcrbum memoria dignum pronuntiaifit, 
Mihi inquit probro gcnus meum elc.iu ameni generi tuo.] 

Del rclto chi legge le due Oratiotn dello Itolo Gregorio con tra Giulia- 
no à ciafcun palio troua di quelli fcherzi amari > & ironie pungenti . 
Comcquelle , < v ■ •; , ) . » • r 

0 fjyuntem animam ad mJefaeitndum . 

Vi egiegium vintili trnoi a adonti io£tn col . 

Saputiti» umilio. 

E Xiellcnlcnt Impelate. 

V ir omnium p udenti ffimus. 

Opina» I\ei p iddìi ( ^i ntìiies. 

L nulle tutte comrala pcrlpn^ di Giuliano, oltre ificuni fclierzi contta 
li Dei adorati da lui,tutti i fatti con fonima gtatia,ò fomma puntuta; Co- 
me ouc dice 
Di ianytptdct. 

Deus qm oboi Dcos denotai- pitica eferil . 

Et ouc in duce Orpheo à lodale Giofue con quello verfo , 
htfptcT ò Dima» Rjx maxime iìercore teSe. 

Età dire d’una Dea, 

Hxc vbi fada Dea cll,coxam detraxit utraitique. 

Simile à qucllojche di Ccccrc dilTc Clemente Aleflan.drino nella cllbr 
tationc alle genti, e che traduce Arnuli$/iu.l libro quarto concia Gentili 
in quello modo , 

Sic ctfata fimul vcllem Contraxit ab imo, 

Obiccitqueoculisformatasinguinibusrcs* / . . . , 't*i "* 

E quello che fcguita,&c. 

-nasuo, ’j’*> » C'aTttC! ■ i 

ih obliaupr . e: I”. ;j r l i Hk !/. on.-.uotiorn animuo tfbujiib OHtSir n j 
^ < a h * .rt — **a i - a ■ , o0..iiò3> 

«usovsRt w ow mppjpKm r.«\jWp>\wt>i5 wonm.'SSfw’l 




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Digltized 


4 


PARTICELLA 

9 »j}fl£ 19 <)l M<i inti; ' j » • . r . : . • . 4 j; ' 

Centefim aquar antefi m afettim a. 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori. 

T autrm & èfigurit nafeeretur gravitai, dicemut ex figuri* ìgtur 
(e nten' <rum, ex omiffionr quiiem uocataftc. Olynthum quidem t 
Cr (Jditbonem,& A polloniam , & triginta duooppida Traci* , 
omino : in hoc tnim & iixit eunéb 1,9*; noluit , &fc «mietere ili é 

ait. T tetti reflareut dicendo ulta, & amariora. 

parafrase* 

He fc delle figure à quella nota appartenenti uoglia- 
mo ragionare : Fra {quelle delle cofc accomodatiflì- 
ina è la omillione ; quando altri dicendo di non uo 
ler dire alcune cofc,pur le dice,comc in quel luogo di 
Demoftene 

Di Olintho.di Methone.di Apollonia , e di trenta- 
due Cittadi della Tracia, non uoglio.che parliamo: ouc tutto quello 
fi dice.chcfi vuol dire, ma con un modo che fà dubitare che vi folte 
ancoraché dir di peggio. 

COMMENTO. 

D e Ue figure della oratione , comeuengano chiamate e da Latini, e da 
Greci , che cofaclle ftano,df quante maniere fe ne trovino , qual dif- 
ferenza fia fra figure ai cofe, e figure d> parole: E come à ciafcwia 
nota di dire, alcun* figure, fi di parole', ciré di co fe,dìLhnt amente lonuengano , 
tutto quello diligentemente da noi è flato efpotio nella particella 1 5 . 'Di que- 
fta om tifone anco* a della quale fi ragiona q»d, alcuna cofa trattammo nella 
particella 141 ourfra 'a reti emaciti, dicemmo effere quella differenza , che 
nella reticenza , altri dice di non uoler dire una cofa , e non li dice , & i Greci 
quella figura d imandano d**rt»’r»rtt,come oue Virgilio difje, 

Quosego, fed notos &c. 

La dove in quella orninone che C Autore ai Herenninm nomina , Occu- 
Seconda Parte. Ggg 3 patio 




JIQIl 


11 'Tre dicitore del PantgaroU 

patio, & i (jruì dotti ondano altri dice di nonuoler dire atta co* 

fat pur la dice-, Gli efienp l ,clx adduce l’autore ad Herermiutn fono quefli . 

Nam de pucritia quidem tua , quam tu orani intemperantia: 
addixifti,dic€rem,fihoc tempus idoneum putarem, nuncconful- 

torclinquo, ... 

Illud pr*tcreo,quòd rei militari te infrequentcm tradidilti . 
Deinde quod ìnioriaruraiàtisfcciftit-ucio Labconi,mhil ad rem 


pcrtinereputo. 

Non dico tcab focijs pecunias acccpiflc : non fum in co occupa- 
tus,quod Ciuitatcs,eegna,Domos omnium depeculatus cs,furta,ra- 
pinas,omnestuasomitto. 

Demeti io per cfftmpo apporta uni ioga di Demoftene , ouefacendc egli in 
uettiua con tra 'Philippo, e trattando de ’ mali trattamenti fatti da lui ai alcu- 
ne Città ,con queBa figura dice, 

'Di Conato, di ditene , di Apollonia, e di trentadue Cittadi della Tracia 
non uoglto che parliamo. < 

Mtficr Pier lettori da Cicerone toglie un E fiempio bclliffimo nella Philip 
pica V li. in quelle parole. "J _ I\ , ± 

Cuius ut oimttam innumerabilia federa vrbani Confulatu* 
in quo pecuniam publican maximam difsipauit, exules fine Iege 
rcflituit , vcftigaha vendidit ,prouincias de populi R. Imperio 
J'urtulit, regna addixit pecuniam , leges Ciuitaci per vim impo- 
fuit-armis, aut obfcdit, aut exclnfit fcnatum,vt h*c inquam omit- 

ta *£ quel che figutiaX. neramente l’vjo di quefia figura in tutti i buoni autto- 
ri è tanto frequente , che da fi Beffo ciafcuno potrà trovare moltitudine di ef- 
■ fi mpi,Tuttauia per dir qualche cofa del noflro Boccacci, cinque effempi appor 
tarano da lui ancora . 

J / primo nella donna del melano. 

lafiiamo Bare ch’ila te l’habbia in molte coffe mofirato , 

Il fecondo nel ^ima, , .... 

lafcìo fiate de’ coftumi laudeuoli,e delle virtù /iugulari che mvoi fono. 

xP ■ \l terzo nella or ationc di Tito. 

lo lafiio ilare xolonticri quelle , che già lontra al volere de padri hanno t 
manti tre fi, e quelle che fi fono con li loro amanti fuggite, e prima amiche fono 
Hate che moglie s quelle che prima con legrauidanze e co' parti hanno t matri 
moni pdlifat) ilx con la I rgua. 

1/ quarto nella medeftma oration 
- tomi taccio per vergogna dille mie ricbex^e&c. 

eJMa tfpreffiffimo per la nota grave , il quarto nella Inuettiua crudele^ » 
che introduce il 'Boccatei nella nouella de vermini , in quelle parole, 

Lafiiamo Bare di hauer le lor canore piene di alberelli, di lattouan, e ,«* 
unguenti colmi, di fcattole di vari confetti piene d'ampolle e diguafladntc con 


Digitile 


Sópra U Particella CXLVl II. 8j7 
gtjuclxuorate , e con oli, di bottacci di malnata e di Greco, c Coltri vini pretto 
ftjjimi trabboccanti. 

: DISCORSO ecclesiastico. 

R Agionadi quella figura fono nome di occupinone il P^«Gra- 
natancl libro quinto dell a fuaEcclefiaftfca Retorica al Capito- 

- lo 14. Eie medefiinc parole di lui fono quelle: 

Occupatioeiì cum dicimus nos pr sdente, aut non fare > aut noUcdicere tdquod 

urne maxime dteimus. . - 

Eroue poco più biffo ragiona della volita di lei, dice cofi, 

H f c vttlis cft cxoruatioft aut remujuam non pertmjt al if * o^ndere.oa^ wm 
monuiffeprodefl , aut fi longum ignobile , aut planum , aut non potefì ferri, 

m ÌhÌ‘nTc^hno i principaliflimi luoshi, e tempi, ne* quali conuienc 
valerli di quctla figura : l’effctupioche U mcdcfimcPadre Granata alle- 
gai di San Cipriano nella Epiftolaà Cornelio, & c quello. 

r Tacco de Iraudibus Ecclefia: fadis Confu. urrationes & adulterila» 
& varia deli&orum gcncrapraocrco: Vuum illud ifl quo non mea , nc- 
queMiominum.fed Dei cauli eli ; de corum facinore non puto effe reo, 
rendimi quod à primo llatim pcrfequuoonis die , cum rcccntia dclin- 
duenriuni faci noia ferucrcnt , 8c facrifitijs nefandis.non tantum Dia- 
boli altana , fed adhuc manus ip fa lapfarum acque 
municarc cum lapfis , & pinitcntw agenda non intercedere non dcfii- 

"cheA occupatone è, figura tale panche quella oue nonfi dice di non 
voler dire.ina di hauer vergogna àdirc-.Effeinpio del medefimo San Ci 
priano potrà cffcrc quello nel libro de fpedaculis, oue dice, 

P PudJrcferre qua duruntur.pudctetiam xcufarequ a funi. 

adulterorum fdldt us : m atteri tmpudtatias : fcurritcì toeof, parditosJordidos. tpfot 

quoque patr tifarmi tas togato*, modo ftupides, modo obfcanos,m omnibus Jiohdosxer 

*SuSS*T C^iio occupaiione pi 4 «rpreflaA tempio più «cu 

IO fo!atóo qS'ateo magno Pompeo moilafcio i Tini . ' ' J;?' 

fcioCreta, c il redo della Greciamon commemoro i Gothi, che tante 
volte col loro furore hanno ruinato quella rua Roma, che già mctteua 
paura alle ellrcmc parti del Mòdo,* il Sole non vide mai Imperio mag- 

^ E più Isaffo ( per non partire dalla medefima predica ) oue egli di- 


ce 


Hanno fatto à gara à chi .porca far peggio in fpefe fuperfiue, in habi- 
ti dishonefti.in parole fporc hiflìthe.in < Compagnie federate, .che io non 
voglio;hora dire per riucrcnza di quello luogo,gli ftupn,i ratti, gli me 

fti,& altre fcclcrità. , ... . . ... .. 

Ma il trouarc effempi di occupatiom ne gli ferirti de Padri , ò Jtalia- 

Ggg 4 no ’ 


9 $8 : lt 'Predicatore del PamgaroU 

fi» , ò Latini non è gran cola: Più difficile per l’haucrneà ritrouare nella 
facra feri (tura mcdelìma : E pure anche in lei vno per hora cc ne fouie- 
ne bcllilfimo : Et in vn luogo d’vna Epiltola di San Paolo , che è de più 
ornati luoghi, che folle perpoterccflcr mai, quale fi voglia lecularc,or- 
natiffimooratorc:Egli è nei Capitolo vndeci ino della tpiftola à gli Hc- 
brci.oòe primieramente adopera San Paolo due figure congiunte lplcn- 
didifiìmcjla rcpetitione.e la dillolutione. 

Fide Moifes grxndis fatili i negami fc cfje filium fili a Tbaraonis . & fide reliquie 
*/# egyptum: & fide celebrawt Tafqua. Fide tronfici uni mare fide muri Hlerito ctir- 
ruerunt circuita dierum feptem . Fide l\aab meretnx non pc>v,t cura incredula, ex- 
ci pieni exprob-itores. 

In fin qui durano la repetitionc,con la difiblufionc: Poi Ecco vna oc- 
cupatione, ouc dice che non ha tempo per parlare di alcuni, e pure ne 
parla . 

Et quid aihuc ditam\. Deficeret cnim me tetnpus erurr antem de Ctdeon Bar oc b 
Sampfon, Ieptbe,Dauid, Samuel, & prophetis. 

E poi fi volta ad vn altra figura bcllidìma domandata arridilo e dice. 

Qui per fidem dcuicerwt l{egna,opcrati fiunt inflitta adepti funt repromiffionei : 
obturauerwu ora leonwrr.exunxerunl impetum ignir.eff'ugaucrunt aciem gladii-con- 
uJuerunt de mfirmitatc.fortei fatli funt in belloicafìra verterunt ex terorum. 

E quello che feguita. Ma à noi balla di quello ornatifliino luogo cf- 
fcrci preualuti , per quello fcmplicemente che appartiene alla occu- 
patone . 


PARTICELLA 

Cemtcfmiaquarantefini sottana. 

; TESTO Di demetri o 

fi 

Tradotto da Pier Vettori . 

Q V* autem ìam ditta eft retittnt 'ia,ijfdcm m oribus a$n t,graHÌortm ejft 
ciet orationem . 

parafrash, 

E T «na reticenza ancor.», che hà!del medefimo andare, gioua 
grandemeat; per far parere il ragionamento piti aipro, c più 
fcucro . 



Diai 


S oprala Particella CXL Vili 8 J9 

COMMENTO. 



a 


» 


E Cco (jutUa difficultà delle due reticente, della quale trattammo nella par 
ticc Ila 141 : oue pur dicemmo quello che bora replichiamo : Cioè che 
quella reticenza ,e quefla intanto fono fra loro digerenti, in quanto che, in quel - 
la fi dir di non voler dire alcuna cofa e non fidicela doue in quefla fi dice iba - 
uerlagià detta tanto , che chi bfognaua hà intefo , fe bene non forfè gli altri: 
spella prima non occorre più dareefjempi ; Di quefla Demetrio 1 non ne porta 
alcuno:(JWa da (f cerone fe ne può cauart vn bell iffimo ,ouc contra Marco *An 
ionio parlando di ciò che fra lui e Clodio era pagato dice , 

Cuius ctiam domi ìam tura quiddain raoJitus etti quid dicam, ip- 
fe opti me intclligir. 

Come fe dicefle, 

In Cafa del quale in fin da quel tempo egli alcuna cofa macbinò : Bene inten- 
de egli ciò ch'io dico. 

Che i veramtnle\modo affai fe nero, perche fà che gli sfollanti molte volte 
fitfpettano peggio di quello che i.Et in quefla figura molta fimihtudine è con la 
pagata'- E for fi per quefla cagione dice Demetrio che ijfdem raonbus affi- 
li» • Quintiliano nella declamatone promilite trattando alcune cofe in fe fìcf 
fe molto ofcene,pure anche egli moflra d’hauer detto, tanto che altri habbia in 
tefo e di tacere, ò quello che di più baurebbe potuto dire, oue dice, 
impcrator pudet ine quod intelligit. 

£ quello chefeguita ; Jl Petrarca tanna fola Cannone , che fu quella Mai 
non vò più cantar due modi di dire vfa che hanno grandi {finta affinità con que - 
j Ha forte diretuenza-Vnooue dice, 

1 die in guardia a S. ' Pietro bor non più nò. 

Jnt n lami chi può,the me mte d io. . : ; . 

El'ahrovn pocopiù baffo inqufUe parole, "~' t 
Trourrhio ama chi t’ama è fatto ani: co, 
lo tò ben quel che dico. 

dDel'Boccaici nel DitJmeron,nonci {occorre luogo più che tanto efprefto, 
oue egli di quei a figura fi fu firn ito; Ma vi fi potrtbbono per aut ' tura ridur- 
re alcuni modi di di re pu r nella t, ol.t grane , oue altri crn a ’tn garrendo , t di 
alcune cofe trattando ciré dire hon eli amente non fi posano, moflra di tacer le, 
perche celò conc i fi garrire, troppo bene ad vncenno leintenlaperfe mede - 
fimo; farne oue la \artolomea dice à M.Rjccardo di fberiz’ca. 

Sevoi trattale fa ilo ò {eie , come volte efiere tenuto, ioucuate benebautr 
tanto conofci'nento , che voi dou uatc vedere che io tro gnuine , efrefa ,ega- 
glìarda,,e oer coofequente conofcere quello alle giouani donne oltre tip -e fi ire 
&*l mangiare' benché die ter vergogna noi dicano ) fi richiede , il che come 
voi ilfaciaimtc,voi il vifap,te. 


EU 


Dìgitizqd 


$ 40 II Predicatore del PanìgaroL 

E la moglie di "Pietro di Vinciolo al marito. 

Che pojio che io fi* dato ben veft.ita,t ben calzoni* , tu fai bene come io Hb 
d’altro . 

D ISCO RS O ECCLESIASTICO. 

N On fono coli frequenti gli elTempi di quella forte di reticenza, ò nel 
le fcritture facrc,ò ne i padri, come deU’alrra;tutrauia tra quelli del 
l’altra che habbiamo apportati .nella particella;4i; Vno della fcrirtura 
ne pigliercmo,& vnod’vn padre antico, che per aucntura à quella pili 
che all’altra appartengono . 

Quello della fcrittura é ouc il Salmifta dice. 

Tu vero homo vnanimis, qui mccum dulces capiebas cibot. 

One in vero pare che fi voglia dire. Si 

Ma tu ò quello che mi fai dell’amico, Tu me intendi, 

E quello del Padrc.c quello di San Gieroniino ih quelle parole. 
Viuiou mccum lector intellifft^uid dicam • 

Quali voglia dire. 

Bene è quà chi mi intende, 

Cheè laproprijllìma forma diquefta reticenza . Pare ancora che £ 
quello mododi dire, pollano ridurli quelle predizioni che faccua il Si- 
gnore àGiudafenzanominario, 
l'iuis &■ uobis me traditami efi. 

Quod facisfaccitius. 

E fimili:ouc apunto tanto diccua egli, quanto il traditore potcrte in- 
tendere, c non altri. Del rcllo quanto alla prattica del nollro predicaro- 
rc,e delle noftre prediche Italiane, di quella figura ci portiamo valere in 
nota graue , & nelle reprcnlioni , in tale occaììone : Quando Cioè , ò il 
vitio che reprcndiamo e commune , c che molti fogliano commettere ; 
oucro quando vn folo Thà fatto, nè però fappiamo chi lia fiato . Nel pri- 
mo cafo à noi pare che aliai ficuramcntc fi porta vfare in pergamo que- 
lla figura.Come farebbe, le facendo inucttiua contra quelle madri, che 
alleuano male le figliuole dicertimo. 

Ma è di quelle cnc diremo? che non folo Tantamente non alleuano 
ma di fua mano Tornano, c le lilciano , e le fanno affacciare alle fineftrc, 
& ingegnano loro il modo di adoperar la rete, e il vifchio? E qualche co- 
fa peggio ? Ben vi fon quà di quelle, che mi intendono. 

. Percioche in vngrofio auditorio facile cofa è che molti madri (imo 
col paioli di quello difetto , à ciafcuna delle quali la reticenza dà vna_. 
grandirti ma pon tura, par cale quali per quello modo di cficre notata à di 
to . E pure.nc alcuna particulare viene ortefa , nè altri può imaginare, 
che per vnà fola fia fiata fatta la rcprenfionc.La doue nel fecondo cafo, 
tutto il contrario auienc,quandovn foto hà commelfo il delitto , c cia- 
rlino il sà, Come farebbe fc predicandó noi in vna Città , ouc il Vefco- 

uo per paura della pelle forte via fuggito, dicertimo, 

Mala cofa il vedere il lupo vegnete efreggirfi il pafiorejma io nó sòjfc 
Ha il mede fimo, l’abbandonare il greggeper paura del lupo,ò per paura 

dì qual- 


Saprd la pArthelld C X I X ! • 8-41 

di qualche altro malé.Pcnfici à chi tocca. _ . .. 

Chequa-il Velcouo faprcbbe certo di c fière notato egli fo lo. Tutu gli 
occhi del popolo contieniti in lui grandiffima confusone gkaccrelce- 
rcbbono.In modoche quanto à noi ouc li tratti di viriod vn lolo e co- 
nofciuto.habbiamo l’ufo di quella figura per indifcrcplfiuio i b quali il 
medelìmo ìS poco meno crediamo nel terzo cafo,oue vn misfatto 
ti che vn folo habbiacommcfTo,fe bene non fisàchi.Comefeprcdican- 
doin luogo, ouc la notte atlanti vn libello fàrnofo fenza faperfene l au- 
tore folle fiato attaccato.dicelfimo, 

E chi l’hà fatto hà anche tanto ardire che e quà prefcnteje vede eh io 
lo miro,e non fiarrofla.Ma b.cn me intende . 

Pcrciodie in tal cafo diamo occalìonc.à quali tutti quelli dell andito 
rio di fare millc.ò vani giudici; ò temecarijiEt anche chic (tato, le li ima 
ginacheper qualche modo il predicatore Phabbia potuto fapcrc,u lca- 
dclizza della indilcrctione di lui,e l’odia à.mortejMa in certe cole mo- 
rali^ redole non polTono elTere Tempre vniucrfali.c forme ; le circon- 
ftanze fono quelle che a nplilicano e limitano , Et il giuditioc quello 
che bilancia epefa. A noi balla accennare le difficoltà, & ìfuegliare 
gli ingegni. 


PARTICELLA 

Ccntefimaquarantefimanona . 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier V ettori . 

Dfumatur autem figura /enteriti* ai grauitatem efìiciendam ; 
Qua vocatur Trofopceia.ceu.Cogitate vobis maiores obijeere, & 
die ere hxc quacunque illa fuerint , vel Graaam , vel patriam , 
fumpta forma muliebri. Quemadmodumin epitapbio flato. 
Ofìlij,quod quidem bonis par enùbus orti eflit . Et non ex pro- 
pria per fona dicere fed ex per fona parentum ; multo entm euidentiora & pù- 
nto ra efic pt rfpiciuntu r Vi perfonarum illarum, potius autem dramata fìunt. 
fpteiet quidem feritemi arum & figura fumeturjvt ditìum eflutenm tot fura, 
qua dilla funt ex empii loco. 



\ 


Usiti >. 


no». 




PA- 


Hqz 11 Precettori del TamgaroU 

•' b ' ■ • h : rpifc 

PARAFRASE 

Afopra tutte gioua quella figura, che noi chiamia 
ino Profopopea,Comc fc dicelfimo, 
Imaginatcuiafcoltanti,chc 1 v offri maggiori me 
defimi fiano qua ordenti, c che improuerando- 
ui le pallate cole dicano.-ò figliuoli &c. 

O le in altro! modo , ò la Grecia , ò la patria co- 
me Ce v^na donna fofJc introducemmo à ragio- 
nare , In quella maniera che Platone ncll'Epitafio introducendo 
i padri i dire, 

O figli, chedi buoni padri nati fiate, 

b quello eh. feguita , molto maggiore euidenza , egrauità diede 
al ragionare, che fc l’oratore m Tua propria pcrlòna haueflè parla- 
to. E fi può dire che ha del Drammatico querto modo di fare. Ma 
qualifortedifigurcdicoicalla nota grauc appartengono, da que- 
lle poche fi impari le quali per modo di elTempio lòiamentc, habnia 
mo apportate. . 

COMMENTO. 

S Vlcndidiffima è quefla figura, della quale in quello luogo parla Demetrio j 
ma conofciutiffima ancora tanto , che ninna fatica hauremo à mettere per 
dichiararla . 1 Greci la chiamano mok:i Latini tallio ra la doman- 

darono perfonarum fillio ò con nomi [muli, ma all' titano fi rifoljeno di far cono 
mune il nome Greco, e di chiamarla anch'effi Profopopaam in quella manieralo 
thè anche gli ftaliani nofiri , col medefimo nome di Profopopea ne ragionano : 
Uffa fi fà , come dice Demetrio , quando il dicitore introduce nitriche ragiona- 
tole finge perfone che quefta, ò quella cofa àfuopwpofito die no, di lei ragiona - 
no Cicerone , Quintiliano, t\uulio, le fiandra jofiH», e tutti i fetori. I quali 
fe ben pare che vanamente d ftinguano li maniere della Vrofopopea,nci nondi- 
meno hauendo bene confiderato cto che dicano, crediamo che d due capi pofiano 
ridurfi tutte le diuifioni ,e ciafiuno di tapi atre maniere . La di 'filone d Ila . 
Trojopopea diciamo noi, ò fi piglia dalla parte della pe‘Joru,ò cofa, la quale uie 
ne introdotta à ragionarti ouao dalla parte del modo,col quale la fac.iaino ra- 
gionare . fi primo capo in tre membri fi diuidc, perche ò facciamo ragionare 
chi non è. nè mai fù atto à farlo ,com* cofeirragtoncuoli , in mim>iee e filmili : ò 
(hi fù atto ma non è p ù, cioè buoniini , ò donne morte : ò chi fi) & è atto anco- 
ra,c:oè buoni ni, ò donne che per anco viuano . Et il feconda capo pur anche effo 
riceue diuifwne bimembre ,conc>ofucoja che, ò noi facciamo che quei tali dico- 
no le 


Digi 



Soprala Particella C X LI X . 8 4$ 

no le cofi che babbuino dette noi, ò che parlilo effi cofe fu*, ma in obliquo,!) co^ 
fe fue ,ma ut retto : Gheflempici faranno intendere . É primieramente quan- 
to al pruno capo, da Cicerone pcfjiamo canate effempi di tutte tre le forti di in - 
tei locatori. Di chi non i, ne fu mai atto d ragionate, quando nella prima ora - 
fone contea [aldina introdurla patria, La Italia e la t{epublica.à doler fi per* 
che egli tafcia andare in effllio Caldina ,enon piu lofio lo faccia morire , con 
quelle parole. 

ttenim fi inecum Patria , qua: mihi vita mea multo ertearior,.! 
cunfta Italia, fi omnisrefpublica Joquatur.MTulliqui Jagia, &c. 

Di chi era flato atto à ragionare , ma non era piirper effer morto , quando 
nell'or aliane prò C^l-Cdo introduce, Appio C Iodio cieco, già morto di mi ti 
anni d doler fi con Clodia fua defecnicnte per la vita di f bone diamente menata 
da lei, e dice. l; . . . v .. . V 

£xiftat igiturex hac ipfa forailiaahquisac potiffimuncaecus ille , 
minimum cnirn dolorali capiet qui iffcun non videbit, qui proietto 
fi extitcric fic agct,& fic loquetur; Mulier quid ubi cum C^lro ? 1 quid 
cuin ho.nineadolefcentulo?&c. 

Di chi era flato , & era per ancora atto à ragionare pmebe vinetti , quando 
nella medeflma oratione alla medeftma Donna introduce d parlare Tubilo Ciò 
dio fratello di lei in quefta forma . 

Jtemoucbo illuni fcncii. durum, ac penò agreflun , hifque tuia fu- 
raam aliquc.n ac potiffimum minimum fratre.n tuum > qui efl in ilio 
genere vrbaniffi;nus,qui te a nat plurimi , qui propter ncfcio quain 
credo umiditateli!, & no£>urnos quofdam inanes mocus tecu n le n- 
pcr pufeo cù microrc forare cibauit . Eum putato cccum loqui. Quid . 
tumultuaria forar? quid infanis? &c. 

dal Tetrarca med-fmo in quella fola cannone, che comincia , 

Spirto gentil che quelle membra reggi . 

T ulte quefìe tre forti di perfone in pnfopopea fi veggono condotte : I\omxa 
che non polena piè mai bauea potuto parlare . i 

"Roma ogn’bora 

Con gli occhi di dolor bagnane molli 
Ti chier merce da tutti i fette colli. 

Fabntio già morto , 

Come cri che Fabritìo 
Si faccia lieto udendo la nou ella 
E dica l{pma mia fard ancor bella 

Et vna moltitudine di perfone varie,oue dice, u.t t r u •ao,, »ìv\ 

Le dinne lagrimofe,c’l volgo inerme. ;•« ”t*d\ ‘.'.c 

*Dc la tenera eiate, e i vecchi fianchi, . .n -là- ' i, "a 

. C'hanno fc in odio e la fouerchia aita • 

E meri fraticelli^ i bigi e i bianchi 

Con l’ altre fcbierctrauagliat et inferme .£Ì> . . o *'■ ' 


Grida- 


8 /\ 4 Jl Predicatore del Panigarota 

- Gridano ftgnor noHro aita aita . 

Quanto all’altro Capo f oi alte volte , come diccuamo il dicitore parla egli 
JlcfJo : E poi dice imaginateui che quefìe cofe medefme r e le dica ancora, il ta- 
lee il tale: (onte fece Monfrgnor della Qafa,qui*do Coppo batter pregato Car- 
lo Quinto con molte per fua fiori alla refìiiutione di Piace n %a foggionge , 

Di ciò vi pregan > futilmente le mifiire contrade d’Italia, di voftri vbidien 
tifimi popoli, e gli altari e le chic fe 

coltre volte h introduce, chi ragiona da fe, ma in ragionamento obliquo, co- 
me oue il medejimo Caja,dice nella flcffia or aùone . J * r ' i ‘ >n,r> 

Le timide e fpauentatf madri di quefta nobile Vrouinria piangendo , & i 
man giunte , con lamia lingua vi chieggon mercè che voi procurate p<r ‘Dio 1 . , 
che la crudele preterita fiamma &c. 

E finalma te altre uoltt fi introduce chi parla in retto , come proprio fe egli • 
Me prefente e ragionaf\c,c qu / la e la più propria , e la più illuflre maltiera di 
‘ Trojopopta : Tali furono tutte le tre che habbiamo dette di Cicerone, 
.MarceTuLhquidagis? *) ’ 

MulierquidtibicumCalio? . j 

Quid tumultuai*» forar? 

T ali fù quel falera addotta da Quintiliano, oue egli fece dire à Milane. 

O fr ultra ilici fufcepti Iaborcs, ò lpcs fallaces, ò cogita tiones mete 
inancs. ' • ‘ ■ J '' 

Tali quelle di Demoftene & Eficb ne che veggono apportate da TubUofik- 
tilio,c da A le {fiandra jofifila j E tale quefta di c PÌatone,che per esempio adduce 
in quello luogo di ‘Demetrio : Oue Socrate che or a, Ci orando lauda alcuni mor. 
ti per la patna,iu retto introduce i padri loro che dicono , 

0 figliuoli che di buoni Tadri fiate nati, 

E quello che ficgutta,nel qual cafo per fare profopopeà, Socrate cóme dice* 
Quintiliano, fi non deducitDeos, iàltem excirat infcros ; Etapontoco- 
tuc dice Demetrio formava Dramma: Cheg<à fappiamo tutti che i Toemi- 
oue ilfioloauttore parla, fono racontatiui pur'r.oue parlatgli, & anche intra, ■ 
duce altri à parlare fiotto racontatiui miftt : ma oue egli non parla mai , come* 
nelle comedie, e tragedie, quelli tali fimo drammatici : tfiegìà non fiartaflc tome 
•pna delle perfionc nccefijaric affa fauclla , i he perciò ccmedia rtftail Poema di 
Dante, fe bene egli in perfionafiua propria molte volte ragiona ) comunque fta , . 
dramma fi intendeìntroduttione'di perfionc à parlare ; E ptròmolto bene no- 
mina Demetrio la profopopea vìi ‘Dramma: E noi infittiti efiempì di b Ih (fi 
meprojopopcepot uamo addurre, fila co fa nmfofiechìarifjima : Per boravi 
foto non in nota grane, mah nota magnifica ne adduremo, dalla orarie ne di M. 
Stbaftiano Citi flitnano , nella oratione d Ladislao ì{è di Ungheria, domandan- 
dogli aiuto contra il Turco in quelle parole , 

Fingete ò pietofiffìmo fiè, cheta CbriHiana f{etigione,inperfimacfvna pic- 
tofa Madre vi dica quefìe parole . Ecco ò figliuolo cariamo , io fon qu Ila tua 
tJUadre chrifliana religione , mifera e dt folata , la nudi per il pafìato,mi glo- 
riati* 


Digitiz 


Sopra ia Particella C X LI X. 8*y 

rìaua di tanti Imperij , d tanti Hcgii . di tante Vrouincic, di tante Città , Era 
(òftitutain ma [ubi me fedia , fuegina ddle genti, e rìluceua di gemrn’,e d’oro « 
prefente tu mi uedi poucra,& afflitta, Jp gliata di tanti ornamenti, fonar 
lida,e lacera di fi rite . 

Guardati pregodi qual piaghe mi hà percolo il commune nemico, e qual 
f r%c apparecchia contra di me, e di che vtfle e di m' labbia fpogliata . (Mi 
hà to'.’o Conflantinopu'i per lo pjffato Regina di tuttoVOriente . Mi hà rub- 
bato l'I fola di Tsfegropontc , occhio della Grecia , Hà occupato gran parte del - 
l Epiro fiottopofla la (Macedonica , la \\ifta,la lllirit . Hà afflitto con mira- 
bili occifioni la Dalmatia , l’I Siria ,eil Friuli : Finalmente ha prefo Lepanto 
Cittadella Grecia . Chem relìa altro battendomi [pagliata di tanti ornamen- 
ti , fe non che mi affalti nelle vifcere ? e fonarci le membra ? e finalmente tutto 
il corpo mi confami ? il quale fe voi mi Cete figliuoli voi mi douete difendere • 
D oue dfbbi io mifera fuggire , fenonà voi "Principi chrifliam , i quali già mil- 
le cinquecento anni vi ho nutr.ti,c mantenuti nel mio feno ? UH a da chi otter- 
rò io l’aiuto, fenoitda teò fapientiffimo figliuolo , e dalle tue forze ? Dehnon 
abbandonar tatua madre,enon permetter ch’ella fta [chimo alle beflie crudeli. 
Se con quelle parole la pietoja maire vi parlale , foflerefte voi, che lefue pre- 
ghiere foffero in nano ? Soflerefìe voi che il uoflro aiuto vifuffe richieflo in dar 
no ? e che ella foffe fola, & abbandonata fenza fame vendetta? C3 co fi ferita ef- 
fer tratta in mi fera feruitù ? 

M a di quella figura fta detto à ba(ìanza,& anche delle figure delle cofe non 
vuole parlare più Demetrio , prefuponendo che dalle già dette pofiauedere 
ogni t mo quale forte di loro alla nota graue fta opportuna . 


DISCORSO ECC LESIASTICO. 

C ’-le Fc Caere (crirture vfino di (cnn'rff di.quefta nòbili (Ti ina figura 
ProCopopea, affai agcuolmentr ci doucrà effere crcduro,pcrche 
da dortiffìmoTcoIogo , Se antichilfimo padre Io faremo dire-» : 
cioè da San Gregorio Nazanzeno , il quale net principio del la 
oratione quarta del la Teologia, advn fuo propofiro dice quefte rnede- 
fme parole. / 

[ Pleraqtic enim ex his.quar anima caret (criptura per Prolopopeiam 
loquentia inducérc foler , vrillud Marchxc3tque illa Jixir.A: abyffiis 
dixit ,Non ufi in me . Et Coeli cnarranreloriam Dei: Et rurfus framei 
aliquid imperatur , Se raontes ac collcs cxultationis caiifam expo- 

r °San Giuftino anch’egli nel terzo capo di Elaia in quelle parole 
Et marebunt, atque lugebunt porta eius 
Dice coli, 

Hfc enim dicendf formula euidentior redditur, & ftgnificataior , fi quando fiat 
per eiufmodt profopopeias . 

Et in quelle parole del capitolo quinto 


Sigiti 


8 4 6 11 Prtdicdtor delPuté^aróla, 

Dilatami infcrnui a nitnam Juam,gr apertimi os J nutrì . 

. J'urdicr , 

- ?{pn qito.l inferma arunum fatesi, Jid cuptoii fcnnmcm rendere iignifcaiHic- 
r cm, ai ei.pritmnd.im comrmnauonem, euìdaams idi vutur ajJimiLuwne perfone: 

• 2 t uolens timorcm in auditor um animo s mudefxnton fixius :mpntnere,tn prSj'opo- 
ffi perfiilit. 

Ancoraché à dire il vero tutti gli effetti pi addotti fin qui, ò dal Naza- 
7cno , oda S. Giuilino , coli propri) non fimo, che dimolro più propri) 
dalle fiacre (entrare no» lene po.iunoc.iti rre : Come (pei dir quello no- 
ia ) oue da Salomone nel primo capitolo de’ pronabij vic.it introdotta 
. la ùptenza à predicare innno per le piazzr,c gndarc,c ragionarci 

[ Sapicntu fioris predicai, in plateis dar v*>ccm fiuam, in capite tinba- 
taimclamirat.iu foribus portai um vrbis proferì verbafina dicens; V fqtic- 
quo pannili diligiti* iurdutiam .> Se dui ri ea qua- limi libi hoxia cupicni, 
Cc imprudente!, odebunt fcicntiainrConucrrinnni ad coreprione meam; 
tn prò fera m uobis fipirituin incanì, & o iteti dam uobis v erba mea: Quia 
vocaui 3 e rcnuillis. ] 

(E qua comincia la nota grauc ad inafprirc ) 

Èxiendt manurn meam>& nonfmt qui ofptcertl, dtfpc\.{ltomnc confili, meum , 
< mcrepMonet mc.u neglenijiis : E&o quoque in itiieruu ueitro rtdebo, gr JubjJ- 
ttabo,cum uobis id quod temebatis aduenent gre. 

Somigliante à quella prolòpopca c qucll’altra pure della mejelima 
fapicnzancirottauode’Proucibij.cuc dice Salomone, 

[ Nunquidnon fiapicntiadainitat , & prudentia dar vocem fiiam ? In 
funimiscxcellìfquc vcrricibu.' (òpra viani , in inedijs femitis llans ìuxra 
portas ciuitatis, in iplìs fiori bus loquitur dicens . O viri ad vos elamita , 
óc vox mea ad filios hominuin , inrtlligite pai unii alluciam, dctnlìpien- 
tcsanimaducrtitc: Audi te quoniam de rebus magnis loquutura filini,] 

E quello clic ficguita. San Grifiollo.no invili homi In de elreniofina 
& collatione advn fiuo propolito introduce il giorno della refiurcttione 
iltcfla à ragionare . 

[Hacomnia volens, ipfie noluit in nicmoriam referrediem illuni in 
medium attulit , ipfium in aduocatum affumens , qui vmcuique dicerct . 
Cogita homo quanta,& qualia bona acce putì lue die : Quauns malis cs 
libcratus.qualis eros antc,qualis poffea f..< 5 lus cs.] 

Santo Agollino pur chiedendo elemolìna , nel fiermonc 41 . de verbis 
Dòmini, introduce Chrilto In profiopopea di quella maniera . 

[ Et taincn Chrillus icit libi .Da mihi ex co quod tibi dedi. ^oid c- 
niui attulilli quando venilti 1 oinniaqux creaui, creata hic inucniitiiNi 
hilattuliffi; Nihilhinctollcs. De meo mihi quarc non donas? (Muatu 
p'.enus cs, & paupcr inaimeli . Primprdia vettra attendile ambo nudi 
nati c(lis,& tu ergo nudus natus cs . Multa hic inuehilli,nuiH|iud tecuin 
aliquid attulifti : De ineo quiro: Da de reddo. Habuitli me Lrgitorcm, 
Tacito debiiorem (Panini eli quodd xilubuiili ne largitore. n : fac me 
debitoremj Habenm re fixncrarorem .pauca mihi das,plun reidaity Ter 
rena mini <tas , carlcltu reddam .Tcpora'ir mihi dus,xcerna rcllicuam , 
Cibi reddam.quandotemihi reddidero. ] 

Et in vn'alttu luogo conti. 1 l'epilic la di panticniano ri libro primo, pu 
ic in profopt ; ca ;..:rcdUwv tu ei.ufia ui Filddiiha, 

[Exi- 


Oigitizec 


Sopra la Particella C X LI X, 

[ Exiftat enim aliqua illarum partium in nomine Chrifti nobiliflima 
eeelefia , vcl ex illis feptem cefi placet; potidìmum Philadelphia , qux de 
myllico nomine perlinguali! Grecam , fraternam intimar chariratcra. 
Ai.dtamus igitur voccm eius.nec eius palcaloquatur, fcdfrumcntum,fi 
ergo dicac iftis: filici in me arguitis fratrcs,quid accuUtis,] 

Pi S. Cipriano noi porremmo allegare molti «(Tempi di profopopeo 
bclliiììme,ma per prenderne due illuìtri, pigliamone vno oue egli intro- 
duce Dio à parlare , e l'altro il Uiauolo: Dio introduce che parli con Ir 
donne Ideiate nel giorno del giuditioin quello moda, 

[Opus hoc menni non cft,nec lue imago r, olirà cft: Cuteni fallo me- 
dicammo polluilli : Crinem adulterino colore mutalli ; Expugnata cft 
mendacio facies , t guracouuptaell: Vultus alienuscft: Dcum videro 
non potcris.cum oculi tibi non funt,quosDeus fecit, fed quos Oiabolus 
inveir. Illuni tu /celata cs rutilos,atquc depi&os oculos ferpentis imita- * 
ta es. De inimico tuo computa; Cun ilio pariter arfura . ] 

Et il diauolo pure introduce in profopopea il mededmo S. Cipriano, 
nel libro de opere, & eleemoiina gratiolìfTamente dicendo , 

[Ponat ynulqui/juea ucoculos iuus diabolum cum feruis (Uis,ideft 
cum popolo perditi rmis , ac monis in medium profilile : plebe Cimili 

£ ri-fente,& mdicanrc,ipfo comparationcs examinc prouocare, diccnté. 

go prò iilìs quos mecum vides,ncc alapas accepi.ncc flagella fullinui, 
nec crucem pcrtuh, nec finguinem fudi, nec tainiliam meam prcrio paf 
fionis,& cruoris redemi : bed nec regnum illis ctrlcllc promitto,ncc ad 
paradiflim rcllituta immortalitate donno rcuoco : Et munera mihi qui 
prctiofd,quam grandia, qua- nimio & longo labore quadra fumptuolìllì 
mis apparatibus equiparar rebus fuis, vcl obligatis, in muncris appara- 
tioneiu, vcl venditis, acnid cditio honella dicceli tri t, con uicijs, ac fibi- 
Iif ei;ciuntur,& furore populari nonnunquam penelapidantur.Tuos t(i 
Its inunerarios Chriftc dempnllra, illos diuites,illos copiolìs opibus af- 
fluentes,ac in Eccleda pr$d JcnteA fpcclantc te eiudnodi munus edat , 
oppignorati, vel diftralljs rebus fuis, imo ad C^ldles Thclàuros mutata 
in melius poiTcdìone translatis ? in illis muncribus meis caducis atquc 
terrems nemo pafeitur ? nemo vellitur , nemo cibi alicuius, & potus fo- 
latio fullinct? cuncla intcr fiirorcm cdentis,& fpccìantis errorem prodi 
ga, Se Unita voluptatum fruftrantium vanirate depcrcunt . iJlicin pau- 
petibus tuis tu veftiris,& pafccris.tu tcrcrnam vitaraopcrantibus polli- 
ccris,& vix tui meis prodentibus adacquar? qui à te diuinis merccdibus, 

& prxmijs cxlcftibus honorantur . ] 

San Gicronimo nell’Epitafio di bledlla per confutare Paula madre di 
lci,che ne piangeua incofalabilmcntc lamorte,introducc la (teda mor- 
ta Bledlla à dir così , 

[ Si vnquain me amarti mater , d tua ubera fuxi , fi tuis Inftituta fura- 
monitis,ne inuidcas glori* mcx,nec hoc agas , vt à nobis in perpctuuui 
fcparcmur,putas elicine foiam: habeo prò te Mariani matrem Domini, 
mulias hic uidco quas ante nclcicbam . Oquantum mclior cft irte com- 
mitatus ? habeo Annam quondam in Euangelio prophetantem : Se, quo 
magis gaudeas;tantorum annorum laborcs ego in tribus meiifibus con- 
fequuta fum . Vnam palmaincaftitatisacccpnnus. Mifcrcris mei, quia 
mundum rchqui i at ego veltri fortem doleo , quos adhuc fatculi career 
Parte Seconda . Hhh in- 


34 ® 7 ? Predicatore del PamgaroL 

includi: : quos quotidic in acic pnrluntcs,nuuc ira.n unc auarirìa,nunc 
libido,,nunc variorum incentiua vitiorum pcrferant ad ruinam . Si vis 
vtmater mca fis,cura piacere Chrilto . non agnolco Matrem meo Domi 
nodifpliccntém,loquirur,illa& alia multa, qua: racco , & prò re Donii- 
numrogat.] 

Anzi non cótcnro d’una profopopeia fola S. Girolamo nel medefimo 
luogo, & al medefimo propofito vn’altra ne introduce di Chriflo mede 
fimochcà Paola piangente,appaia,& dica. 

[Irafcctis Paula, quia tua filia mca fa<fta cft filia: indtgnaris de iudicio 
rneo,& rcbcllibus lacrymis facis iniuri ini poflìdenti ? Scis enim quid 
de te, quid de caucris tuis cogitem . Cibimi cibi denegas,nó iciirniorum 
.audio , feddoloris. Non amo frugali tatem iltam>ieitmta iitaaducrfarij 
mei fiint. nnllam animam recipio.quar me nolente fcparar à corpore. ta 
* Ics Unita Philofophia habeat Mirtvres.habcat Zenonem.Clembrotum, 
vcl Catonem.fupcr nullum requiefeir Spiri tus meus,nifi fupcr humilem 
& quierum, &trc.nantcm vcrbamcaihoc eli, quod mihi in monafterio 
promittebas ? quod habituà matronis c.vtcris fepararo > tibi quali reli- 
giofiorvidebarisf mcns illa .qua: plangir.fericorntn vcftium eit.Interci- 
peris,& morcris: & quali non in meas mrius ventura fìs , crudelem ra- 
ti icem frigia t fugerat quondam & Ionas animofus Propheci;fed in pro- 
fondo marismeus fùit.Si viuentem credetes filimi, niinquam plange- 
res ad meliora migrarti: . hoc eli, quod per Apoftolum !mmm iufleram , 
ne prò dormientibus in fimilitudinem gentìam triftaremini ? ] 

Il Padre Granata nel libro terzo della fua retorica al Capitolo nono 
fra gli altri eliempi di quella figura vita bellilfima profopopea introdu- 
ce del VefcouoOlbrio,ouecgltcon la fua Polita pietà,& eloquenza, ne! 
principio del libro (àttimo delle fueinllirutioni, introduce la patria me 
dclima,che fi lamenti di quei padrini quali buona edtrcationc non dan- 
no àfuoi figliuoli: ma noi lede' moderni habbiamo à valerci di vn altro 
pur Vefcouo pijfiiino,&: cloqucntirtiino e molto amico, c Signor noltro, 
ci vogliamo vilcre, che pochi meli prima con molto danno e d’Italia , e 
di Santa Chiefa p.ifsò à incglior vita;o di Gicronimo Ragazzoni Vcfco 
uo prima di Famigolta.poi di Bergamo, il quale dodpo la morte di Gre- 
gorio quarrodecimo facendo l’Orationc àCardinalLchc erano per itr- 
trarc in conclaue,fra l’altre cofe dific cosi, 

[Quod fi EcclcfiaDei, fponfaChnlti, quam mine veltri* humcns fu- 
ftrneuT,alloqui vos potfet : harc piane vobifcum agcrct. Vidua ego proxi 
ma fponfi mihi dilcétilfimi obitu.uobis filii à selciti meo immórtnliquc 
fponlbtraditafum.vtmecius Vicario dcnuocopuleti 1 :. Rugamaurma- 
culam nullam habeo, SanGa funi, forinola funi , mei fimilcm fponfu-.rt 
hic rcquiro,vt libcros procrecmus quam fimillimos noftri.pnrlcnti hac 
mea vidtrirare angultijs multi? premor, periculis alfliétor , fcllinate fili) 
populo Dei patrcm.mihi fpófum.quam primum deligite, & quandoqui 
dem veltro: auttoritati, ac tutelar, quali pupilla commiira funi , menni fo 
lummodo commodum,&utiIitatem,ccu fideles.curatorcs rcfpicite: & 
vobis ipfiscriam.hac tanta in re diligcntcrconfulite, Seuerilfimam diui 
ni iudicii uindi&am.in huiufmodi elcétionibus i SummisPontificibus, 
comminatam,& vcltrunreadcni in re iufiurandum rerigiqfilfimè pratili 

wm ifttmefccnrcs . Neque mar ituri paulo poti Santifiìrai, atque inno- 

* * ccntiflimi. 


Digii 


Sopra U PartueUa C X LI X ; * 4 » 

cenrilTìmi. Pont.Greg. (cuiusmemonaminbenediaione<ft) graui(Ti- 
mam cam de re admonitionem paterno aflfe&u, fummoque amore pr®- 
ftatur, 8r omnium penevcftrum lacrymis exceptam obliuifcamini. J 
E già in quella materia tanti cflcmpi Latini habbiamo apportati , che 
il foggiungerne moltitudine di Italiani quanto farebbe facile , tanto fa- 
ria cofanoiofa : E però diremo un* prosopopea fola da noi 
fatta in vna predica ddla prima Domenica dell Aduento nelle parole, 

dl Er«« fcnaiH Sole,& Luna , oue introducémo il Sole,* la Luna, che ve- 
nendo manzi al giorno del gì uditio ottenebrati .defTdcrafTero, che le tc 
nebre loro faccflero conucrtirc i peccatori^ di quefto detti peccateti ra 

g ' MÌfèri°nluhecon i noftri lumi v’habbiamo nelle brutezze vofire 
tante volte temiti ò'pcccatori : Almeno oue co’ noftri lumi , vi aitinola 
care cos in q,'-fto diremo con il fottrar del lame rorefGmo .mu- 
tuali à conuerfionc : Raggi «oilri che già nccefi alettaft e : pcrchchora 
foniti, non sgomentate ? Di noi due non v è dubbio che frà poco faremo 
farti nuoui.d' haurem maggior lume delie habbiamo hauuro mai . Ma 
voi huomini: Ma voi peccatori, ò in felici, ò militi . Deh oue nacquero 
talhora i notili lunai,giouino h.ora almeno le noli re tenebre:, oc oucuno 
Uri lumi han fatto tencbrc,facciano hora le tenebre al6*u libine. 

• 

PARTICELE A 

Centcfima cinquantefima. 

" TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori . 


iivtcr al 


-uùA< 




<]uci luogo 


Erlorum aut'm figurai Irarii feligentim , licei grauiorem rendere 
oratior.em.è àUplitatione,t>*7 beb* autem,vicna ciuitcs,l media 
Crocia rapta eh : tteratum emm verbum grauv.atm ifficit. 

PARAFRASE. 

Così delle figure delle parole, chi faprà con bella uarie- 
tàfcicglierequelle,chc à quella nota feruc no, più grane 
lenza dubbio, e più acerbo col loro aiuto fara il lagio- 
n amento : E fra l’al tre con la duplicationc , come in 


Digit 


Parte Seconda. 


Hhh x Ti bc 


$50 . MB cà^Mor-e ìLi l'uwìjrria 

*• TcbcafcoIrantijTebecitta quu lugli occhi noitri » ncll’umbilico 
ifteflò dell a Grecia c'è Hata rapita . 

Oue fi uede che quella parola replicata Tebe, hà aggiorna molta 
uehemenza al l’ora cionc. 

COMMENTO. 

D ille re peti flotti, e delle duplicationi delle parole già è flato parlato da 
noi, in molti luoghi: Ciò jono nelle particelle 37, 3 9,7 8,109,1 la. 119» 
& 1 27, & è da credere, poiché in tanti luoghi , & à tante ceca J ioi i ne hab- 
biamo ragionato, che poco barm ai ci refìi da douerne dire . Totrd il Lettore 
per quello che appartiene alla figura duplicaiiene , della quale parla Deme- 
trio in quella particella , vedere quello che ne habbiamo detto noi nel Com- 
mtnto della 37/ perla repeti flotte, della quale fi tratterà nella Jcguente, riue 
dirà ciò cioè ne habbiamo detto nella 3 9. 

’tfoiquà replichiamo jolamente -che dupli catione è oue nella fleffailaufu- 
la, una medefima parola ò immediatamente , ò quafi mmedìàtamimt fi repli- 
ca : Come farebbe , 

Marito marito egli non ci bà vicino, che non fe ne marauigli. 

H repetitione, ou: nel comìnciamcnto di più claufule la meiefima parola fi 
riafnme,come in quel luogo . 

Tipn era egli nobile gioitane ? non egli tra gli altri funi Cittadini bello ì non 
era egli valorofo in quelle co]e,cht à gtouani li appartengono ì non amato? non 
hauuto caro ì non volontier ueduto da ogni huomo ì 

E già della duplicaùonc difle Demetrio nella particella ) 9. che efìa face- 
ta magnificenza,: ne apportò efftmpto congiunto con vn'altra figura, cioè con 
la corrcttioae dicendo, 

*Z>raconi erano in caucafopcr grandezza : E per grandezza e per moltitu- 
dine maraniglioft. 

E di lei mede (ima diflc nella particella 7 S.che bene adoperata gentraua ve 
nuflà, come otte Saffo diflc, 

0 Tar tenta, ò Varienti,: dm e var, • 

E da Varienti fcccrifponicre, - 

Terjion tornar men vi, per non tornare.. 

Hora egli foggioigc,cbsla at; leftm 1 figura adoperata con giu litio nel ra 
gionarfeuero aggiùnge feuerità : E l‘efle/npio,ch'egh adduce è bellijfliino, cana- 
to dalla Orationedi Efchin: contea Ctefi fonte, in quelle parole, 

T ebe afcoltanti, Tebe Città qui tù gli occhi no tiri, nell’ ont bilico ifltffo del- 
iaGretixt’è data rapita . 

*jyel qual luogo dice <JV/.P ; er Vettori, che alcune Rampe errano, che met- 
tono un 1 volta fola Tebe veienloft chiaro, e per Demetrio qui , cherepheata 
bfogmcb; fiali i>o:t Tebe : B- anche per ^ tpfino potare, il quale valendo fi 


Sopra la Particella C L» 8 $ 1 

di qutfh effempioad altro proposto, pure tutta laforga fece io quefie,che du 
plicata vifoffela voce Tebe. 

Cicerone in nota grane e feuera adoperò la duplicatìone quando difje'. 
Non deeft rcipublicae confìlium, ncque auftoritas huius ordiais 
Nos nos d ico aperte, confulc s ,dcfucnus. 

E prò trilione . 

Confitcretur, confiterctur inquam,fì feciflet. 

Di Dante apporta M. Per lettori un luogo allo flejjo proposto non fole 
duplicato, ma triplicato in que’ ver fi. 

Quegli ch’ufurpa m terra il luogo mio , 

Il luogo mio , il luogomio, che vaca , 

7^è la preferita del figliuol di Dio, 

Fatto hi del Cimiteno mio Cloaca . 

E noi nella particella j. alcuni efjempi caliamo anche per] la feueriti dal 
Decamerone,come fono nella Pedona. 

~ibi Catti nella , Cattine Ita . 

In Veronell «•, 

Chiarito , Marito. 

In "Pietro d* bindolo. 

Elle fi rorrebbonouiueviut metter nel fuoco. ’ 

£he il Lettore potrà perfe mede fimo riut dere. 

DISCORSO EC CLESIASTICO. 

D A'vna, banda ci difpiacc l’haucrci horamai quafì in ogni luogo à 
rimettere icofe derredi (òpra, dall’altra farebbe molto peggio il 
replicare noiofamente i ciafcun pafTo le tnedefimc cofc cne hab 
bia’no gii dcrre.Tanto più,ouc così abondanteincnre habbiamo ragio- 
nato di.alcuna cofa, quanto in vero di quella figura della iteratione ò ge 
tninatióncjò duplicationc, che vogliamo dirc.habbiamo gii Ecclcfiatli 
camcnte parlato nel difeorro $9. oue anche habbiamo detto ,che Beda 
fotto la Greca ucce iW ut l( , b difiìnifce , e dice che , efleiufdcm nerbi in 
eodem uerfu fine aliqua dilatione congcminatio. 

Se bene i dire il uero bifogna aggiaiigerc,/wftxfcv» uerfu , ouero inea- 
deht claufiula , c poco più giù ,fìnc diqua dilatione , ouero , curri modica dila - 
tione . 

Gli efTempi chequiui fi adduflero.fiironomolri.e chiari, e di alcun Pa 
dre,e della Scrittura fantamedcfima ; Tanto che intiero noi) occorre- 
rebbe aggiongero altro .Turtauia per dire alcuna cofanon detta, appar 
tenente propriamente i quella nota grane: duplicationc afpra c feuera 
diciaino,chc fu quella che fece Dio ftcflb in Giercmia al fettimo quan- 
do dirte, 

T^unquid ergo fpeluncalatronum falla efl domus ifia. 

In qua inuocatum eli nomea meum in oculisueflris. 
t Parte Seconda. Hhh 3 Ego 


Bigitized by Còogle 




8 5 1 II 'Predicatore del Pamgarola 

Ego fum. Ego Còmi Ego nidi dicit D ornimi. 

E quella in Ezechiele al trentèlimo: 

*'lùlatc,va va dici, quia iuxtaefl dies>& appropinquai diesDomini,diet nubis, 
tempus gentium erit . 

E così molte e molte nei Profeti, le quali pure aprendo i libri loro fa 
rà agcuoli (lima cola à ciafcuno il ritrouare . 


PARTICELLA 

Centefimacinquantefimaprima . 
TESTO DI DEMETRIO 

•> 1 .1 'V 1 , 

Tradotto da Pier V ettori . 

ì T extat qua uocatur òr *$<>?£, Vtillud- Contra tcipfum 
! vocis : contra leges vocas: contro democratiam vocas.fi- 
il pura antan bacii da triplex efl :etenim epanaploreij 
fortaffe ditta e fi , quia idem uerbum refertur a i tic pria 
cipium,& afyndctum , [me con un chombus enim ditta 
- -[ — -, - f funt ; & o'fMOTiKtvTOf , ob termini tionem illius c fa 

pè , It grani tas coacervata efi ex tribus . Si autem dixerit altquis ita.coutra 
y.T l *n pc rfr» Armnrrat'iarmiOClf.'rtni rum Rtjurìi CufluUrìt VYdl4lt&- 




vaiensTytbocbi . Si namqut copulata bac fucrint cóniuntlionibus , mino- 
ra crunt . 

PARA FRASE. 

I come la rcpctitionc ancora gioucrà molto, come 
in quel luogo , 

Ru vSP Contra te ftelfo chiedi : Contra le leggi chiedi s 

' contra la democratia chiedi. 

Se bene quiui à dire il uero non una fola figura , 

' tre inficine concorrono,la Epanafora, che coinia 
' eia dalla medefima parola.-il Difciolto,che mette i 
i membri fenza copule: e l’Omiotileuto,che fa finire le claufule nel- 
le ifielfa uoce ; e di tutte tre quefle figure nafee la grauità; Che fc al- 
tri 



Digjtized by 


Sopra la Particella CLXl . 8 J j 

tri haueflc detto. Coatra tc (ledo, e contra le leggi, e contra la De 

Al ficuro inficine con le figure, tutta la fcuenta, e uehemenza ha- 
urebbe leuata; principalmente per quello , che fpetta alla duiolu- 
tione ; la quale in vero anche fola è vihementiflìma, come ouc De* 

mortene dice. „ , n - „„ 

Ecco come parteggia largo per lo foro, col mortacelo gonfio, con 
Jc ciglia arcate, di panà Pitocle.nel qual luogo chi metelTe le copu 
le, lo farebbe men graue, e lo mitigarebbe. 


COMMENTO. 

G ià quattro effetti de Ila figura rrpctitlne ci fono Siati infegnati da D e- 
metrio in varu luoghi.Cioi che e fi a genera diuerlanùte^ vjata,magw tee 
7a, venustà , cluare^a , euidenza : Del primo tratto egli m Ha particella 
ìi.del lineila fi-dcl terzo mila i la.delquano nella 119. Horaegh aggio n 
ve il quinto , che nella nota graue efia ferve di più à feuenta , 6 a, prezza- 
E già di quella figura certe cofe vniuerfali.come farebbe de nomi di lei , G reci, 
e Latini, e cofefimtli afiai habbiamo detto mi nel Commento della particella 
, 7 -oue anche molti efiempi baUiamo addutti , chi altri potrà vedere per Je^ 
Ile fio. Qtià l'cfirm piombe adduce Demetrio in nota graue, ì cavato dalla mede 
finta oratione di tfchine conira Ctefifoute , della quale ragionammo difopra , 

che noi habbiamo tradotto. . . . 

Contra te Sic fio chiedi contra le leggi chiedi, contra la Demccratia cinedi, 

7 yel quale fe vogliamo co afide rare la fola Epanafora e repetitione,tutta la 
forga t là nella parola contrada quale nel comineiamcnto di ciafcuno de’ tre mi- 
bri replicata accrefce, verametc feucritdffn quella manierarci acrebbe m Ci 
cerone, la rcpetitione (itila voce Tu, quando difie, . • 

Tu luccm afpicere audes f tu hos intuere? tu in foro ? tu mvrbc? 
tu in ciuiuin elle conlportu i tu illam mortuam i tu imagincs ìpfas 
non perhorrdcis ? .... 

Enel Boccaccio in quel luogo di Pietro di bindolo, -■ 

Ecco belle cofe : Ecco Sanza e buona donna, che coSlei dee è fiere : peto fede 
d'boneSla doma. 

E nel Tetrarc 1. 

Quante vt Ai, bonefle, 

Pie /prezzai; Quante ftfle ? _. , 

<JMa tornando al, ’ e ff empio di Rfibine , egli da D tonfilo Halicarnafiio , d 
qucflo me defilino firopofito fu addotto : E certo con circoftanze tali , che fi può 
crederebbe égli haueffe prima letto Demetrio, e che t ue dice, che di tu efitm- 
pioera fiato lodato da altri, di Demetrio intenda: il quale come fà anche l'Ha- 
licarnafieo, nota, che la Jcucrità di lui nondtmtno,non dalla fola Epanafora nae 
" tìhh 4 que 


8 J 4 ltVredicatoì't del r Pamg*rola 

que,ma da tre figure congiunta inli cme-.daUa ^pernione rrpltcando fi nel prin- 
cipio di tutti i itrmbri la voce cantra: dal difgiumo , che i Greci chiamano % 
<tVWi£i- non frenando fi frag’i tre membri copula alcuna . E d Ila tcrminatio- 
ncnclmcdefimoyche ifjrccicbiama otutitriKtoZiv e 1‘ utore ad Hertnii no- 
mina, fame fio terminando tutte le claujule rulla parola ifleffa- llmedefimo 
Demetrio qu n lo nel a nota magnifica p i lò dilla repelli one,& addujje l'cf- 
fempio di HomtrOyihe noi traducemmo cofi . 

Tfireo da Sma tre galee conduce , * j 

T^ireo d’^tglaia figlio, e di Caropo, 

Tfjrco che di belli r za ogn’ altro eccede, 

•Aggionfe che qutui .incora non la fola repet itione faceua tuttala magnifi - 
ccn%a, ma la di/Jolutione ancora: per effére i membri fenza copula alcuna. 

E noi à cfiul p opofito di emmo quello, che bora cigioua di replicare : Cioi che 
nrn è gran cofa il trruaie la rrpititione congiunta con la di fiolntione : perciò- 
the\\ouunque nella repetitione ,non è principi-idi clan futa , alcuna copula o 
affirmatiua , ò ncgatiua Jcmpre la repetitione è diJciulta.Pcr efjtrnpm. 

Et mimico proderas > & aimcum liedebas 6c_ tibi ipfi non coii- 
Tulcbas. 

E Salutarono e ringraziarono, 

Qui l la repetitione non i di] ciotta ,pc rche la voce , che ft > e plica e la copiti a 
affìrmat ua. €t oue ft dice. 

.Nec reipublic* confuluifti, necamicis prò fui fci , nec iniraicis 
rcftitd'ti. 

parente ne amico. 

F. quitti pure conia repetitione , non è amefja la diffolutione , perche viene 
replicata la ìflefia co pula ncgatiua : Del reflo Jempre la repetitio-ici dijciolla, 
come m Tito. 

Doue ti hfcì tnfportare all' irragion: uolc appetito , douc 'alla lufinghuo- 
lefpet arroti 

E nel fine dell’opera. 

Quali libri quahl parole } quali lettere fon più Sante? più degne ? più "pene- 
rande} ih: quell- della Diurni frittura } 

Si che, che ncL’cffempiodi Efchinela Epanafora fta congiunta con l’^ifinde 
to,è co fa qua ft ordinaria: mi di flrafordinario viivnx terza figura, che i Gre- 
ci domandano Omioteleuto, quando le claufule nella mede fima voce tennina- 
no-quefìa,l‘ autore ad Heremo , la chiamò Qmuer fio , c ne addujje ejjempi co- 
me farebbono, 

Fopulus Rommus iuftitia vicit.ar.nis vicir, liberalitate vidft. 

Clelius homo na'juscrat.ingeniofijs erat,doftuscrat, 

E fom glianti-.Cbe fe occorre che quelle due figure repetione,e conuerfionc fi 
vnifeono infume in modo che le claufule habbiano & i mede fimi principe & i 
mede fimo fini., all' b ira la figura terra n licerne da quelle due , dall’autore ad 
Iitrennium viene chiamata Complcxio,vbi,uj« egli , & rcpctitur idem 

perniimi 


Digitized b\ 


Sopra la Particella CL XI. 8 $ $ 

primum vèrbuiiifjepjus,S^ crebro ad idem poftreaiura reuertimur. 

Come farebbe, 

Quil'uncqui federa (aepcrupcrunt ? Carthaginenfes . Qui fune 
qui crudele belluui in Italia gdTcrunrPCarchaginenfcs.Qui iùnt qui 
Italia u dcforinaucruntfCaritiagincnlcs. Quifuntqut fibipoftu ant 
ignolci?Cartliaginenl'cs. 

Come fù iju'llo del Boccaccio in Tito, 

C hi baierebbe T to fmza alcuna del beratione polendoti egli honeflamente 
infingere di 1 edere fatto prcnt JJimo à procurare la propria morte , per leuare 
Cifiopo dalla Croce, la qua le egli hefso fi procacciava, fe non co/lei ? Qbi hau~ 
rebbe Tito finqa alcuna dilatorie fatto Ubero i^ytleffandro à commumcare il 
fuo av.ipij [fimo patrimonio con Giflppo,alquale la fortuna il fuobaueua tolto, fé 
non cotta? Chi baierebbe Tito finta alcuna fofpitione fatto feruentiffimo à con. 
cedere la fon Ila à Gcfippo, il quale vedeua pouenffimo , & in eli rema m feria. 
pofìo,fe r on cofieìì 

£ come fù queflo i’ E fibine, 

Centra tejìefic cbiedi;contra le leggi chiedi, Contea la Democratia chiedi. 

Del quale però dice bene Demetrio, che in lui > on da tre membri principal- 
mente come intende Halicarnafsro , ma dalle tre fig i re di [ òpra dette nafee li 
granita ; Tanto più trouan do fi fra loro la figura ~Afyndeton,(ioè la difiolutio - 
ne, la quale ambe per feflefsa Jcnza compagnie d’altre figure Jempre rende nel- 
la nota grane più fiueroil ragionare, E la cagione fi bene non la diiequd il no- 
flro autore, quella che egli mede fimo difsedi fopra nella particella 1 09. C iob 
perche nella difgiontiira que' vuoti, oue doucn.tr 0 porfi le copule voglino efie- 
re aiutate da aitioneie quella attione, ebe per forza bifogna mctterui , hà fem- 
pre non so che del x ebemenic,Efsempio di queflo adduce Demetrio quà vn luo 
go di Demoflene ,oue dicendo egli male di Efchine e volendolo mettere in inni- 
dia & odio prcfso al populi ,come buomo gonfio fuperb*,e non curante dice. 

Ecco come paflrggia largo per lo foro, col moflaccio gonfio, con le ciglia arca 
te di pari àVitocle. 

Oue fi vede che la fola di folutione acre fee gr ademente l'acerbità ; Inqu Uà 

meni rack • occor fi, cui C: cerone difie, 

Valtanturagri, diripiuntur villa:/ mutes familia , virgines pueri 
ingenui abripiuntur,n.ilitibus, traduntur. 

1 Boccaccio intcndcnttfnno di queflo artifitio, oue il Cortigiani riprende la 
Saabaeteo,con membri ùifciolti fà che dica. 

Male hai fatto, mal ti fc portato, mal hai i tuoi maeflri obediti , troppi do- 
niti ad vn tratto hai fpefo in dolcitudine. 

Oue Catella crede di fgri lare H marito , con parole difcioltegli dice le in- 

giurtcj . 

S 07 ^o,cane,vitut>erato, 

Oue la madre di UWontia Cjhìfmonda garriffe con ìlgener in quello Epana 
forafde^noffiffimo pure difciottamcntcdice. 


Domine 


Dk 


>ogle 


856 // 'Predicatore del Panìgarola 

D ornine fallo tri fio, » briaco doloro fo,che non fi vergogna. 

E la moglie di Tofano intrata in Cafa pure e con parole , e con] clan J ule di- 
fficile dice. 

trilla Croce di Dio vbriaco,faHhìiofo tu non in tr crai fi à nette fio non pof- 
fO più / offerire ijuefli tuoi modi; Egli conuit ne ch'io faccia ad ogni buono , chi 
tu fi’. 

Ma lafciando il parlare dellt figure, & incidentemente dicendo rn a' tra co 
fa,cjuanto bene il 'Boccaccio volendo anche egli come ' Demolì ene mettere a’ tri 
in odio per\anitd,efuperbia,e principalmente per vna forte di pajieggio vano 
in vn luogo dice , 

Come galhtron fi. con la tefìa levata, pefloruti procedono, 

Che pure anche quitti concorre la difiolutionc delle clan fai e , & in vn altro 
luogo ferina difciolto. 

Pavoneggiare nelle Chiefe,e nelle piazze non fi vergognano. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

E T anche quà liimo in materia gii abondatilTitnamcntc trattata 
da noi nel difeorfo Ecclcfiallico $7. oltre che à molte altre occa-' 
(ioni di quelle figure habbiamo in varii luoghi Ecclefiafticamen 
tcragionato.E però non fiamo per fare altro qui clic per apportare tre 
nuoui efiempi di repctitioni dilfolute , Vno della feri trura.il fecondo 
d’vn autore Ecclcfiallico ltaliano,& il terzo d’vn Padre Greco , antico, 
n a fatto Latino, Coli però che ciafcuno de gli tre ila propriamente in 
nota graue.c fcucra. Il primo della fcrittura potrà edere qucllo,ouc5o 
fonia nel primo Capirolo volendo inafprirc gli honori del giorno del 
giuditio dice, 

[Dics irx,dics illa: dics tribulationis & angufti.v, diescalamitatis, 
& miferix , dics tcnebrarum Si caliginis , dics nebulxdc turbinis , dies 
tuba*, & clangoris, fupcr ciuitates munitas , & fupcr angulos cxceifos.] 
Il fecondo farà di Monfignor Cornelio , edouerà piacerui tanto piu 
quanto che anche egli haurà congiunte inficine tutte c tre le tigurejnpa 
nafora, Difciolto, & Omiotcleuto, come hà apputo IV (Tempio di Efcln- 
nc allegato in quella particella da Demctrio.Ecco l’ElTtmpio del Biton- 
to nella predica delle ceneri . 

Ouc fono quei foldati ,.chc hanno combattuto tante volte , che hanno 
prefi tanti Re, che hanno riportate tanto ricche fpoglie.che hanno trion 
fato tante volte in quello tuo Campidoglio? Sono cenere. Oue fono ran- 
ci faui, tanti Filofoti, tanti Poeti, tanti oratoti, che hanno infegnate tante 
fcicnticjtantc arrivanti ftudij Greci, Latini, Barbari ? Sono cenere. One 
fono tanti PrincipiRè, Tiranniche hanno fabricato Città,Cailclla,Tcm 
pij, piazze, corri, llatue,Acadcmic,thcatri ? Sono cenere.Oue fono tanti 
populichc hanno habitato quella terra .quelli colli, quelle campagne, 
che fi fono bagnati in quelle Tberme, che hàno nauigaro quello fiume , 
che fi fono cflercitati in quello Agone, che hanno cantinato per quefte 

ftra- 


Dig 


Sopra la Particella CLX. I. 8 j 7 

ftrade,che hanno goduto quello Vaticano? Sono cenere. 

Finalmente vogliamo addurre rclTcmpio del padre antico da Grego- 
rio Nazanzeno , contra Giuliano nella prima inuettiua : E quel Io che lo 
farà più bello farà , che potrà compararli con quello di Cicerone con- 
tra Catilina, che habbiamo addotto nel commento : Quello diCicc- 

T u lucem afpicere audes ? tu bos inlucri ? tu in foro ? tu in urbe ? tu in ciuium effe 
confati ut tu illam mortuam^ tu imagfnes ipfas non perhonefàs. 

E quello di Nazianzcno cominciarne dalla medefima parola e, 

[Tu ne aduerfus Chrillifacritìtiumcumtuis piaculis, &execrationi- 
bus? Tu ne aduerfus eumcruorem , quo mundus purgatus dietim tuis 

cruoribus ? Tu ne bellum aduerfus pacem fufeipere ? Tu ne mantim ad- 
ucrfuseam toIlere,qua:&pro te,&:propter te dauis transhxadt ’ lune 
aduerfus fel guftum tuum ? aduerfus Crucem trophamm? aduerfus mor- 
tem oprcirorem ? aduerfus rcfure&ionc infureclionem>iSc rebcllioncm - 
aduerfus inartyrem ne martyrcs quidem ?] 


PARTICELLA 

Centefimacinquantefimafeconda . 

T E S TO DI DE M ET R I O 

Tradotto da Pier Vettori . 

Vmi vtiq; poffet & votata , vt apud Demoflbenem 

illui . 2{on dixi quidem bac , nonfcripft autem , ntqut _• 
fcripfi quidem, non obij autem lega'ionem , ncque legatio- 
nem quidem obq, non per fuafi autem Tbebanis : fermi e- 
nimaficndcntioratio fimilis cH ad mima maioribus,ft 
autem fic aliquis bac dicerct . Ego cum & dixijjcm & 
fcripftfjem legationtm obij, & perfuafi Tbebanis, na rra- 
tionem folum,nibil autem grane ederet . isfd fummam autem figura verbo- 
rum ,& atìionem, & contentionem prxbent dicenti: in primifque difiolutum , 
hoc eftgrauitatem,& defiguris quidem ambabus tot. 



PAR- 


4 


8 5 S f Predicatore del V animar où 

PARAFRASA 

H I può anche adoperare à quell’ vfo la fignra detta Gra- 
dationc.couie predo à Demoflenc, 

Tal colà io non didì mai, non la dilli , nè la ferini* 
non la fcnin,nè mai feci tal leganone,non feci tal le* 
gacionc.nè in altra maniera lo perfuaii à Tcbani . 

Oue pare che quafipervna fcala vada Tempre crc- 
feendo la vcheraenza: Chele in contrario altri hauefle detto. 

Lo dilli, e lo fenili, poi fece quella lcgationc,elo perfuaii a_. 
Tebani . 

Benehaurcbbe egli narrato il fuo concetto, ma no con vehemen- 
za. In fommalc ligure delle parole danno grande occalìoneene- 
ccflìta di attioneal dicitore, e principalmente la Dilfolutione, e 
per ciò fanno per confequcnte di maggior vehemenza il ragionare : 
Ma delle figure , coli de i concetti, come delle parole , a quello pro- 
poli co Ila detto affai. ' 

COMMENTO- 

A Vena fi truoua autore, il quale della elocutione h abbia ragionato, e fra le 
'figure delle parole di quefla non babbia fatto montone ; la quale da la- 
tini talbora g radat o ,e talbora afeenfio viene nominata, e con altri nomi, ma da 
Greci, molto p>opriamente**ii**S', poiché per lei quaft pcrvna /cala, conforme 
dnolìribifognifi fate, e fende. ^Alefiandro Sophifiadice , che Gradati ofit 
vbi propofitum caput ad maius produccntes in ftngulis mèbns ean- 
dein diftionem,& pnncipiu.n,& finem faciemus- 

L’autore ad He renaio , dice che, Gradano eli in qua ante adconfc- 
quens verbuiu dcfcenditur, quam ad fupenus contccnfum efl. Quin- 
tiliano dice cl>e, Gradano repetit, qua: ditta funt, & pnufquam ad aliud 
dcfcendat,in priori bus refi Hit. 

Maglieffempi baflano d farlacofa fi chiara che b: fogno non vi fa di dejcrie 
tione : 6 fra gli altri att (fimo bifogna che fia qu-fh che a dduce ‘Demetrio, da 
Demo/lene nella difefa di ftc fi fonie : 

Ha:c hec dixi quidcrn , l’cd ncc fcr ipfi, ncc fcripfì quidem,fcd nec 
obii leganonem.nec obli quidem,fei nec perfuaii Thcbams . 

Tofciache del mede fimo fi vale ^flefjaniro Sophifla , e dello flejfo fi ferite 
Quintiliano al medefimo propofiro nel libro nono , e diceche eli exemplu.n 
Dotili! munì. Se bene il medefimo Quintiliano pur quiui alcun’ altra ne ag- 
gionge come quello . 


Africa- 


Suff-1 la Par ha Ut Culli fi ')'j‘ 

Africano vireutem mduftria,uirtus gloriam, gloria x nulos co.n-* 
parauit. 

£ quell' altro. 

Non ergo magis pecuniarum repetundarum.quàm maieftatiY.ne- 
que màìcftatis magis-quàm Plautiaslegisj, neque Plautixlegis ma- 
gisqiùina.nbitusjnequcambitusinagisquàmoamimn legum iudi- 
cia pcricrunt. 

E quello d a. Homero imitati, 

Ioue propagatus ert, ut pcrhibeat Tantalus 

Ex Tantalo pelopsex pslype autem fatus 

Atreus,qui noftrum porro propagat gcnus ; 

^Alefiandro fofiHa,e fautore ai Herennio, e gli altri aneti e(Jì varij efictnpi 
adducono di gradationi, e da Cicerone mede fimo vno belli fimo fi può cauare , 
One prò Vublio Quintio dice , 

Si debuiflet Scxte petiifes rtatiin,fi non ftatim paulo quidetn poli , 
fi non paulo, &aliquando. 

V quale esempio, perciocbe è in materia di debito,e eredito tifi correre nel- 
l'animo nella fleffa materia v n ditto commune nofìro Ualiai.o, che pure in fe 
Jìefio contiene la l'icfja figura gradarione, quando,cioè diciamo , 

Chi prefla tlfuo non lo ribàje lo nbd, non ft lofio, fe fi lofio non fi bene,fe fi 
bene perde l'amico . 

T^tl 'Boccaccio non è co fi facile il ritreuare que Ha figura . 

E fot fi lo fece il valent’buomo , battendo manzi le parole di Quintiliano , il 
qual dice, che Gradatioa pertiorein habetartem,& magis affeftatam, 
idcoquc eflerarior debet. 

T uttaiiia affai uicino vi andò quando diffe, nelVautnimento di Madonna là? 
fetta, che 

Efìa lo diffe alla cornatela comare à certe donne. Que He donnea mariti, & 
ad altre donne, e quelle à qui Walt re . 

Che le fofìe flato in materia feuera , & afpra , finga dubbio haurebbe acre - 
feiuta grandemente la vebemenga’ (omedice Demetrio che fanno molte figu- 
re dii parlare, ma fra tutte la difio'utione, per. he in lei per riempire i vuoti, e 
nell' altre per altre cagioni ha bifogno il dicitore d' anione, e quefla tale genera 
vrhemenza . F. tanto vuole Demetrio che gli balli iu quefla nota hauer detto 
delle figure, co fi delle fentenge, come delle parole . 

D ISCO RS O ECCLESIASTICO. :b 

I L Signor Cardinal di Verona ,& iiPadrè Granata, egli altri, 1 quali 
Ecclefiartiche Retoriche hanno porte inficme: quali tutte per efTem 
pio di quella figura da Greci detta da larini Gradano fra gli 

altri delle fcritrurc (acre adoperano principalmente quello di S. Paolo à 
Romani al quinto, oue egli dice, 

, ' I Cloria 


lùk 


8 6 o Jl Predicatore del PanigaroU 

Clon Mia in tnbulationibus fcientes, quod tributano paticntiam operatili: patii fc- 
tiaautcm probationem.probatio veio fpathfpes autemnon confonda. 

E fanno benifiìmo,pcrcioche fant’Agoftino mcdclìmo tante ccntina- 
da d’anni inanzi nel capitolo fertimo , del libro, quarto della Dottrinai 
<rfiriftiana,doppo hauer referiro quello iftcflb luogo di S. Paolo , fe bene 
non confetta che S.Paolohabbiaqtiiui voluto per precetto d'arte accorri 
modare la gradarione : Anzi dice, che fi qui* imperite perititi , artiieloqucn- 
tix prxccpta ^ipofìolorum feculum fuiffe contenderei ,àibristian:s docili indori f- 
que riderella , lì contenta nondimeno di confentire , che alla fapienza, la 
eloquenza anche fenza eflefe chiamata fra caminata apreflo .* E quanto 
alla gradarione, foggionge . [ Et ramen agnofeitur hic figura.qux xaì/mÌ; 
Grece, latine vero à quibufdam cft appellata gradatio , quoniam fcaiatn 
diccrcnoluerunr.cum verba vel fcnfaconneclunturaltcrum ex altero : 
ficut hic ex tribulatione patienriani.ex paritaria probationemjcx pfoba 
rionefpcmconnexam vidctnus.j ' ' ■■ • 

Gradarione mcdefimaincnte c quell’altra pure di San Paolo nel cap.8. 
à Romani,quando dice , 

Quos prxf uiity & prxdefìinauit, quosautem pridefiinmt , hot & vocauit , tr 
qua vocauit, bos & iuliifttauit,quos atuem inJtiJicautt,illos & glorificami . 

E per maniera diinteirogatione, pur feccia inedcfima figura lo ftefi. 
Io S.PaoTò quando à Romani ditte . 

[jQuomodoergo inuocabuntin qtrem non credidcrunt ? autquomo- 
docrcdent ci quem non andierunt ?quomodoautcm audicnr fine pre- 
dicante? quomodo vero pr.xdicabunt,nifi mittantur? 

Che fe vna gradatione di gcncrationc uogliamo , come quella che da 
Homcro allega jguintiliano. 

Ex Ione Tantalui-, ex TaMaloTtlopcs , &Tclopc sdireni ^Ureo nostrum 

gcr.us . 

Troppo più longa c più bella èia noftta nel teftamento nuouoinSan 
Matteo. 

librami genuit Jfaac , lfaac autem genuit Iacob , Jacob tutem genuit Ivdanj. 
Qltrcmoltifiìmc altre tali che pcrlcfcritture ( principalmente del re- 
ftamento antico) fi ritrouano. InS. Aguftino aliai famofacqncllagra- 
dationc, nella quale egli dice che bifogna, 

Cognofcere,coguotcendo amare, amando / ofjìderc poffidendo fruì . 

Ma di più vn’altra bcllifiìma nc fece egli fopralapuruna canonica di S. 
Gii '.dicendo. 

[ Charifa^vrperficiatur,nafcì tur: cùni fncritnata,«utritmj:cum fuc- 
rit nutrita, roboratuncum fuerit roboara.pcrficituncum venerit ad per- 
fezioni dici t. Mihi viucrcChriltus cft,& moti lucrum.] 

San Gregorio Papa trattando delle prelature, con una gradarione pur 
dice clip, * .a , ' 

[Confiderandum cft ad culmcn qu ifique règiminis qualiter veniati <Sc 
ad Inerite perucniens.qualitcrvmat & bene viuens qualiter docear, «Se 
recte docens infirmi** tetri fuam quoridie qnanta confideratione cò- 
gnofe-u .] 

E San Grifo (Ionio nella feflànrefimafefta Homeliaad populum An- 
ti©chenum,che., 

l'bi tributario, il» confolatio,vbi confolatiofibi &■ grati». 
i . Si co- 


Sopra la Particella C LI L 8 6 1 

Si come San Cipriano ancora vna volta de opere & eteemofina,dicc 

Qui fecwidum pr recepito* Dei eleemofinas facit Deo credit, & qui bibetfidei ve 
ri tatem, fcru.it Dei timor em,qtà auiem Dei timorem feruti , in miferationibus pau- 
pemrn Deum cogitai . • , 

Etvn altra volta nel cominciare il fcrmone,ch’cgli fàdezelo& liuo*- 
redicc, 

[Zelare quod bonttm videas', & affidile tnelioribus lene & modicum 
apudquofdam criinen videturfratres chariffimi: dumqueexiftimatur 
leue elle .Se modicum, non rimetur.duin non timetu^contemnimr.dum 
contemnitur.non facile vitatur. ] 

Noi in vna predicabile facemmo già della Afcnfione intorno alla al- 
Iegreza.&all’applaufo.che faccuano gli Angeli ireirAfséfione del figno 
re forma -o vna gradarione, dicendo che vati) luoghi delle fcritturc fa- 
ere lo anmintiauanp. 

Gli Angioli à gli Arcangiolijgli Arcangioli à i Principati , i principa- 
ti alle yirtudk 

E coiì di mano in mano fino à i Serafini : c nella predica pure della-. 
Afcct)fione,che£ (lampara, parlando de’ falci di Chrido dicemmo, 

O die fa!ti:ò> che falci ; Di Cielo in terra. Di terra in Croce , di Croce 
nel fepolcro.dal fepolcro al Limbo, daljLimbo al mondo , dal mondo al 
Cielo.Dne altri ne farà ancora dal Cicloalla Valledi Gioiafatto c dalla 
valle di Giofatàtro al Cielo. 

Monfignor Cornelio nella predica della Vigna vna piccioli gradati» 
nefàoucdice.che 

Le piante di Torto terra.nel le radici na(cono,epoi padano dalle radi- 
ce al tronco.dll tronco à i rami. 

Et il Padre M.Franccfcliino.nel principio della predica del nafeimert 
to di Chrido dice che egli nacque. 

Come raggio da Sole , Come lume da Raggi, comi? fplendar da_. 

lume , 

E tanto ci donerebbe badar Iiaucr ragionato di queda chiaridìim è 
conofeiuriffi na figura,fe vna fola didìcnltl.ma affiti grande,non li d pre 
Pentade , d’vn altra figura Cio<?, la quale à primo feontro tanto ’c fomi- 
gliante à qucda,che à penavi è che la diding ia,e nondimeno notabilif- 
fime differenze fono fra loro:Come farebbonò.Che vna è figura di paro 
le, l'altra di cofe,l’vni non è farti per argomentale, l'altra argomentan- 
do concluder coTe fimi), E queda tale figura quella che i Greci doman- 
dano Sores,S: i Dialettici Latini domandano, 4rgumc<ttum de primitivi- 
timum , Come quando Cicerone per prouare che le fole cofe nonede era 
nobuonedifie. 

[Etenimquicqui^,fit quodbonum (it, id expetendum , quod autem 
cxpctendum,id certe approbandum, quod vero approbandum , id gra- 
tum acceptumque habendunuErgoetiam dignitas ci tribuenda ed. Bo- 
num igitur omnc laudabile:Et quo efficitùr vt quod fit honedum , id fi t 
folum bonum.J 

Ouc non è dubbio che fi vede chiarifiima la gradatione ; mi fi vede 
ancora che quiui, non ferueà femplice ornamento; ini ad argomen- 
to e prona, c che pcrciò.non di parole è figura,ma di cofe: Per eiìempio 
fc noidiccffimo. 


Alla 


862 1 1 Preduator del PaKtgarola. 

. ^* a , tc f ra Vl £ ina è l’Acqua, all’Aqua l’aria, all’ariail fuoco,'Quà farcb 
be gradarione rcmp]ice,ma le peruoler prouare, che due citrcmi fra gli 
eJcnieim fono I acqua, e il foco dicemmo; 

rflrJn^ C l na r C ! nì è r acqua, airacqua l’aria , all’aria ri fuoco, dunque 
direni! fra gli dementi fono la terra, e il fuoco. 

A, la .\S ur . a > n ° n ^«bbe più figura di paro!a,ma figura di cofc.non 
farebbe piu ui^w mmir non farebbe più gradano, ma a primo ad vl- 
Umhmargun.mmo: Della quale argumétationc non fi amo però così sfor 

" ' ’ : h p “? r P ft®?!n° dat Ì c, [ cm PÌ « Latini, c Italiani , anche ne* noftri 
EcclefiafticijComcfra Latini cccclcntiffìmo fò quello di San Gic 
ron inoneHa hpiftola ad Lliodorum quando per prouare, che il monaco 

fihif. rh C c C vfC r rcd ^° ndc - cra nato ’ e chc nclla Patria «* quali iropof- 
iibih.,che fi confcruaffe pcrfctro,argomentò in quello modo, 

[Nemo propheta in patria fua honorem habet . Ar vb, honor non eft, 

di ihfvffi!* frequens iniuria, vbi autem irtiu- 

na,ibi Se indi natio, vbi indignano ibi quics nullatvbi qiiics non cft, ibi 

r “* à P ro Po fi t° & P C «Mucirur, vbi autem pcrinquiettidincm aliquid 
auferturex fiudio minus hr abeoquod tolhtur , & vbi minuscftpcrfé- 

d|C1:£,hl / fuppMtaripncil a fumma nafcitur,mona- 
chum.perfedum in patria fua eflc non polfc. 

Fri E nrffH,rn° ftra n ngUa Italiana ’/ Urc C3,e ' m ° d ° « cllC tCnnC il P -M. 
Sr nri l prima parte della predica del nafeimcnto di Chrifto, 

Z J ,Ch n Pr,n f LP a , lc , Inrcnt0 del Predicatore nel «riderò della ni 
nui i,doueua edere li farlo bene intendere, quando dide, 

ft f S^Z,% r, a 0 r 0 '!, tà ' ChÌ volentieri non honora quello mi- 
„ fjl” 1 ° dl Chr ' rt o nato : ma non l’honora chi non l’ama , 
bene quifto’gnm'cafo. ° C0I10 ^ C * *' principi c conofcctc ben 

C,nìr ^,t ltr ^ V ° lta potop ' ù ba(To, nella medefima predica vsò la mede 
rK^lkt* ar S orncnta re il medefimo padre, quando per moflrare 
che il bambino nato vcnma dal paradifo.dille quelle parole, 

O11 ?„ 0 " de ; 5 ‘ dnnqucvenutoJRifpofeEfaia-.che di molto lontano: ma 

i 1 “ n ^ anQ - nr P°^ effo mcdefiìmo chc di fopra ? ma quanto da 

'“f'J 1 ° f f d Sa cro fimbolo che dal Ciclo:ma fono i Cieli, da qual Cic 
lo adunque. rifpofcDauid nel Salmo, chc dal fommo Cielo eia lua vfei- 
ta:ma quale c egli quello fommo Cicitrfrifpofc Gioxhc dal feno del pa- 
dre ctcrno,dunquc a concluderla onde viene eglildal Paradifo. , 


1* latori. :<3>Mn 
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ARTICELLA 

Cemtefimacinqtiantefirnaterza. 

TESTO DI DE MET RIO 

Tradotto da Pier Vettori. ' ' ' 

. ... •' -ww. w ’• 

Erba autem amila futnantur,qu<ecunquc & in magnifici ni 
ta prater quàm quo non ad cardini ti ne tri : etemm t erba 
transferendo lictt grautora facere,vt dluJ Tytboni feroci, 
ter agenti, (2 multo fluenti contea tot . C llatìoncs autem 
. granita' t Minimi idonea propter longiiudincm , ceu Uud. 
_ • Qatmadmodum autem gcnerolos can s , rudis , tem ici*, 

aprumirruit : pulchr tkdù enim (2 exquiftta quotiamoti in hit pcr/puitur: 
granirai antera, vcbemtns quii tam efie vult& concifum , <7 commi pcrcu. 
timtibui [inulti . • ». ; \ ■' 

PARAFRASA 

►Vanto alle parole in fc rtefle, tutte quelle le quali alla no- 
ta magnifica rcruiuanOji quella grane ancora gioiran- 
no vlate ad altro fine: Cioè per accrelci-re fcucriù,le 
metafore faranno attifIimc,comequdJa. 
ioaJ torrente della fua eloquenza m’oppofi. 

Le imagini ancora gioueran no, come ouc Demoftene dille par- 
lando dVn pericolo . 

Quello quali nc.nbo iella Città vn mio decreto ha fatto fuanirc. 
Ma vtili non farannogu le comparationi dirtele, come quella, 

Si come i giouani cani, e generoiì, ma non clfercitati ancora nel- 
le cade gagliardamente, ma non cautamente i cignali afialtano . 

E quello che feguita : Pcrciochequiui dentro. troppo fi V'edcdel 
bello, e dell'efquifito,cofa che non admette il parlare feuero , & ira- 
to che vuoleefierc brcuc,c vchemcnte,&a guifa non di picca, ma di 
pugnale ferir d’appreflo . 



N 


COMMENTO. 

« # *r. ,• ,»• . i 

Ori vi è termine sicuro in quefla particella , che olitone da noi non [ut 
flato ad altro p> opofito dichiarato ■ tJMa di pii non pii monto ef- 
Seconda farce. ili / empio 


Digiti; 


8 64 M Predica tore del Pummarola 

f mpio chi di fi opra ih altri luoghi non fa flato da ' Demetrio addotto , e da noi 
tfpeflo . Quante fotte di parole fi tvouino Conforme alla dottrina di i^dnflo- 
tilt ,e quali alla nota magnifica poteflcro auommodarfi,da noi fu detto nel corri 
mento della particella qqfifegucnti ■ Delle metafore cominciammo à ragiona- 
re nella 45, eforfi troppo abondantementene parlammo ; Delle imagini,che 
altro non fono fe non metafore mitigate , fi parlò nella particella 4 6, e delle 
comparationi poetiche, e diflefe nella particella 5 3. Quefli luoghi Je gli piace , 
riuegga i‘ leggitore ,£9 à noi n n dia fatica di replicargli . 

elio che di nuouo dite Demetrio qua è, che tutte le forti di parole, le qua- 
li ferutuano alla magnificenza giouc ranno ancora allagrawtà , fe à feruigio di 
lei le indir izartmo . E non è marauiglia , perche come altre volte habbtamo 
detto grandiffima affinità hanno in ver fio di Je medefime quefle due note. Quan- 
to alle metafore diceuamo vna volta , che elleno fono di tanto giouamento nel 
ragionare , thè à tutt . le nrte feruono : E Demetrio fitffo d cena nella parti- 
cella 49. che infitto metafore fi trouano, che faceuano baflezja nella orationc'z 
Et alcune ve ne f no ,’cbe nel mede fimo tempo à due note feruono, come aponto 
quefio 1 fjcmp 0 di Drmoflcnc , 

• Io al torrente della fuacloquenzaMioppofl 

Il quale fi come difie il no Uro autore nella particella qi.cbeferuiua alla ma 
gmfìccnza,cofi bora dice, e dice vero , che fece il parlare più vehemente c JM. 
Pier Vettori dice, che Ho ratio in materia di eloquenza anch’egli di metafora fi 
valfc tolta da fiume, ouc dijje di Lucilio ‘Poeta , 

Cumflucret lutulenti^, » 

Ma quefio non è molto à noflro propoflto : Che le metafore nel parlare irato 
giouino,di qui anche lo poffiamo vedcrc,cbc nelle ingiurie , che diciamo ad altri 
bene fpeffo trafportiamo nomi, come farebbono , 

Quefli lombardi cani . 

Sozzo cane vituperato . 

Vedi beSiia d’huomo 
y^dfino falìidiofe & cbbriaco, 

E Somiglianti: oltre che dì altre forti dimetafore, infino allagate tanto, che 
pa/lanp ai allegorie ( che quà per bora non diflmguiamo) pure vediamo tutte 
le inucttiue come, io ti ho bauuti miglior bracchi alla coda, che tu non credati . 

• . ìl tuo campo non l’altrui hai lauorato . 
l’acqua e pur cor fa all' ingiù 

Et altre : e co fi feruono anche le imagini,come quella del Tetrarca . 

Fatto banca quafi adamantino f malto , 

Come qu.lla di Cicerone prò S. f{ofcio 

Que.»i tu c patrunonio, tanquara è naufragio nudum rpeulifti. 

£ qucHa allegala qud di Dcmoflcne 

Quafi nembo . ... 

Della quale anche il Longino fi mcntione con laude: 1 / Boccaccio in materia 
ir ata,e[eucra, anche egli vna tmagine adopera ouc dice, che Simone 

,, Fiero 

„ j-fC't* Digitized Ijy C 


Sopra la PartktUaC L 11 h 

Fiero come vn leone fenza altro feguito di alcuna /oprala naue de' 'Radia- 
rti /aitò . . 

La quale imagine perauenlu^anon è metafora mitigata, ma comparatone 
fe vogliamo Rare nella feur ità de’ termini : Tuttauia è tanto breue , che non 
difdfce : Co fa che non fi mila mcdtfmaoccaftoncdel fallare (opra vnanaue 
altrui e nel medt fimo [oggetto di leone, quella che il mede ftmo Boccaccio ado- 
pròinCerhino,ouedifie, 

£ quiui fu mal grado di quanti ve n’i rano montato ( non altramente che un 
leon famelico nell' armento de' ghuenchi venuto borquefìo, bor quello frenan- 
do prima co' deeti,e con l’ogne la fua ira fatta , che la fame ) con xnafpada m 
mano bor q elio bor quel tagliando de’ Saraceni , cruaelmente molti ne vcufe 

Gnbmo. -j. 

"“Che veramente in materia graue non ifl’ffe molto bene , e la Itmgbe^za , & 
efqui faenza della comparatione ftvede che fneruò lavebemen^a: cM**™ 
fi può femprc femprc Rare ne’ politigli dell’atte : £t in qucRo mede fimo fallo 
ncddiamo che cad te Senofonte, quando volendo moflrare la ferocità del gioua- 
netto fro, tinto efquijttd comparatione adoprò , quanto è quella che babbiamò 
poRa nella Varafr ifc . 

E Cicerone mede fimo diede talhora nello ReJJo Jcoglio , come quando prò 
Sexto Rofciofn materia irata diflc, . . 

Antenbus cibaria publicé locantur,& canesalunturin capitoJio, 
vt fignificent , fi furcs vencrint, & capit. fimilliiuacft accufatorum 

ratio • «/?••<• 

E quello chefrguita : E di vn’altro luogo pure in quello ifleftogcnere vitiofo 
facemmo ment ione difopya^oueloflejjo M. Tullio accufando Jt^eriJJimaTncnte 
Marco Antonio , ad ogni modo due comparationivna preffo all'altra imulca 
laprima-f. . 

Vt ìgitur in feminibuseficaufa arborum,& fiirpium, fichuius lu- 
ftuofilfima belli femen tufuifti, 

£ poco aprefio 

Vt HelcnaTroianis,fic ifte huic rcipublica; caufa belli, caufa pc- 
ftis,atquccxiriifuit. 

Si che con la compagnia eChuomitù tali può hauerc fallito anche ogni altro 
huomo. 

Hafta che peri’ ordii aro , quando vogliamo moRr arci irati c vehementi, 
ben pofftamo vfare metafore , & imagmi : ma le longbe , e dftefe compara % 
tioni de ito no e {fere fuggite di noi , come quelle, le quali battendo troppo del- 
l’efquiftto , e dell'elaborato , non pare che adimmo irato follano conue : 


nire, &c. 


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fdtf irPrtJkdiòré del PanìgaroU 

1^.?. * \ t' R*’ ’ ? 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

* >* * M * • » *'*' r*w 1 n - t ji'i'tv »? r atttv tj 

voti •'» w ' ìwt - iiùitmi ' Stti-i % VjiSijn - 

V Hfamcnre non ci doneremmo totalmente rimettere qnà» à quan- 
to Gabbiamo «.imoncl difeorfo ccclelìaftico 4j.e nel 46. oue c del 
.. le metafore, c ddlcimagini copiofamctehabbiamo difeorfo: nc ■' 

lUeucrebbe , che quim in rifguardo della nota magnifici hauciììmo ra- 
gionato, poiché dice Demetrio , die Jc medefimc parole, le quali ad uni 
di quelle due nqre giouano , anche nell’altra ferueno : Tuttaula per gu- 
fto di chi legge , diremo ancora alcuni ellcmpi di metafòra in nota gra- 
uc fiinplicc, oue fi vedrà moltocHiaro , quinto 'dalli traslative lòia Ira 
ftata inafprira, 8c inacerbita la forma del ragionale : Come fù negli atti 
de gli Apollo li,óuc volendo ò. Luca dcfcriucrc la rabbia de Giudei con- 
ti» Tanto Sccf;tno,«on quelle due metafore coli afpra la fece 
DilltiabtwtHr cvrdibus . 

E/ firidcbant dentéus in cum y ' 

Metafora ancora.ò allegoria (chequi non diilinguiamo) fu quella dì 

Gìeremia.qaando alla gente d’Ifraellcdiflc al capii. ' 

Sub pumi Ugno frondofo tu profternebaris meretnx. 

3 J£t in Etectrifeleal ij. 

Ebnctaie & dolore rcpleberis calice m troni & infitti p * 

,• Et cpotabis illuni, vfque ad j orci. 

t quella di Amolle al 6. ■ . j 

fifumquid correre queunt in petris equi ? aut arari potè fi in bubalis,qui conuerti- 
flis in amaritudtnem iudiciuiH,£T fruii wHiujbutmabiyntbium. 

, Et altte in numerabili, in S. Ambrogio l'opra il fecondo di S. Luca vi è 
vn luogo bcllilTìmo, oue ì orecchia (blamente può fentireogn’uno ,’chc 
muratone fi il ragionare, quando efee dalla nota renue, & entra nella, 
grauc.c dal parlar proprio al metaforico: Egli parlando cheChrillo crk 
obcdicnlealla Madre, dice tenuemente. 

Et miramur fi patri deferti quifubdit ut mairi ? Non vtique infiimitatii > fed pie- 
tot it ijt.t fubietlio e fi . 

E poi eccolo ad un tratto adirato', & entrato in nota grauc,chc al fuó- 
ho,non che ad altro fi cognofce , 

ttoilat licci fpms emijjuf latebra coluber perfidi ét caput,' & ferpentinii euomat 
Ttncna petlonbus . 

Mutatione che noi ancora vna volta imitammo nella caluinica prima, 
ouehauendo detto in nota ordinaria, che lo feopo di rutta ladifputa era 
ilritrouarela vera ciucia , Tubi to inalzammo, de ìnafpiimmo il ragiona 
mento mutando nota c dicemmo, 

Trouiamo pure c fermiamo quella anchofa: E poi frema il mare.rug- 
gifea il C; elu,afl aglianò l’onde , infultino i uenti, che la nauc è ficura , e 
lenza alcun periglio . 

Quanto alle iinagini , che eife ancora nella nota graue fi polTano ado- 
perare : chiaro cc nc fà quel bel luogo di Dauid, oue per far parere più 
afpro il pericolo.in che egli fftrouaua, diflc à Gionata ai primo de* Regi 
ai zo. 

Qjfini' 


Digitized t 


t 


oprai* Particeli* CLi li* 

Qiunimo riiàt dommus, & rimi anima tua, quia uno tantum (ut ita dicàm) gra 
du ego morfque diuidnnur . 

» Del redo per quello che appartiene allacomparatione,rc bene te poe- 
“tichce longne àchi parla imamente, al ficuro non pollino conuenirc, 
'turrauiache delle più modelle lì poflanonclla nota graue adoperare è 
"'Cola certilTima.comc qnando Efaia dille. 

Fatta fuiffet ficut fiumen pax tua , & iuttitia tua ficut gwrgitis morii , & fuijftt 
quaft arena femen tuum,&flirps uteri tut,ut lapilli eius . 

E Sophonia 

• E J f mdetwr ftc Ut humus fang uis eorum , & cor por a eorum fu ut ttercora . 

Et Efaia vn’altra uolta . 

Uppietwr ficut puluis montium à fatte veuti,& ficut turbo cor am temperate. " 
— Et altrouc 

perelinquetur filia Sion ut umbraculumin ùrica, & ficut tuguriumm even- 
na ario . '• 

*" Gregorio Nazianzeno anch'egli nelle piàafprc lue i nu errili ccotitra 
Giuliano Apollara, non li attiene iiacomparationi,come quando dice' - , 

[ Quemaduiodum Camaleontcm aiunt in quid uis facile mutaci , atq; 
omnes fubin’dc colores candore vno exceptofufciperc. (fabulofum enim 
illum Protheum Aegyptium Sophillam prartereo ) lic ctiam ille Chriltia 
nis piate nclcroentianj io quid uis fc vcrtebat,l 

e poco più^ìù d C . o r x ; ’ 

[Multitudo quippe , etiam fi in prxfens ìras cupidìraterquefuas coar- 
ccat ( qucmadmgdumignis in materia lariranssautannis violenter inhi- 
bitutf) occalionem nafta fuccéndi.atqùe friimperecònfueuit,] [ 

Et vn’altra uolta nella mcdelima inucttiua , ma perauentura vn poco 
troppo lungamente ouediflc, 

[Quemadmodum Actneum ignem narrant Aetnx'rndicibusabfcon- 
di,infcrni cxundanrem.violenrerquéretcrttum , arquecomprefium ( fi- 
ne hoc aliud qnippia elt,fiue anhelitus exerneiari giganti*) de more qtfi- 
dem horrendum quondam fonum ex una parte edere , fumumque pro- 
pinqui mali indicctn vertice fuo euomere.quod lì forre exuberantiorfiie 
rir,nec iarrfvi vlla rctineri queat , tum vero finibus fuis *(lu vehementi 
extrufum'jlhrfuirtque re ndenrem,ac£ipra.foram»na fua fefe eflundérem, 
nonnullas quoque fubiacentis terra: partes incredibili ilio, & bombili 
$uxu perualtare : eodem quoque modo illum reperire licet,aliquarifpcr 
quidcin libi ipfiimperantem , ac fophiltici edifti impoftura rcs nollras 
grauibus incommodis nfficientem : ctetcrum lì quando ira? impotenria 
cxuberanrior c(Tet,tum ne ànimi quidem peruerfiraté premere , teftam- 
que habere polle', veruna aduerfus pium diuinumque ordinem nollrum 
nuda.atque aperta perfequutionc grafi ari : ] 

Noi certo nella Caluinica noftra terza, volendo mólti are comeCalui 
no non Capendo rifponde re all’argomento dclfa fuceilione Apoltoltca, fi 
volge alle ingiurie , e alle bialtemme di alcune comparationi ci fcruim- 
mo,c non ci panie che raffreddaflcrorimpecpd.cllanota graue.quando 
àgli afcoltatori dicemmo. 

Ma haucte mai veduto vn vccellaccio colto al uifchio , ò prefo alla re- 
te, che quanto più fi fcuote, tanto più s’impania , c più s’intrica ? haucte 
mai yeduta vna fiera incatenata, la quale doppo haucrc prouata ogni ar- 
Parte Seconda , Iii 3 tc,& 


Digiti; 


ly Googi 


le. Se oprato ogni forra per ifeiorfi, doppo^^^ato cento fcolTe, dop- 
oohauer fatto cento impeti, e tutti vani, alrvltimocomincia iipumarp 
fole per la bocca,à digrignare i denri.c mandar fuori fpaucnteuoli vrh » 
émcntre altro non potcndo.fi affatica di mordere la caccna.talhorui lar- 
feia il dente , e rode bene fpeilb anche le proprie carni.* E co» fa Calu 
no incatenato e (fretto dall'argomento della fucdlìonc Apolfolica . Mir 
fero quanto fi dibatte , quanto fi torce, quanto fi fcuote e tutto in nano/ 
la onde all’vltimo fi rifolucinpoca fpuma di ingiurie, eco il dente del- 
la fua innata malcdicenza, cercando di far danno à noi , Io fa pure à 
fteflo.dcl quale fi fà certo argumento^he fc haueffe ragione, non vfena 
calumnic: ma tal fia di lui . 


Il Predicatore del t* 


•ni 


PAR TIGELLA 

Centefimacinquantefimaquarta. - 

• i •>». i • j jzì f'j ’ )”f. rniinfi * 1 ' n .Ufijovl iru;i!i 

TESTO DI DEMETRIO 

Tradotto da Pier Vettori. 


in 


-a, itu r autem & ex tunBo nomine grauitaiqucmadmodum & eoa* 

'^ttndomngitmuUagrauiter Jt 

fi quii almd Imujccmodi e{i t & apud. oratorcs vttqut tnuemre alt- 
tput multa butujtemodi . 

pARAFRASE- 

A anche parerepiiucerbo il ragionamento il congionge 
; rede' noWfer parole doppie ; Ioqudla manierale 
laconfuetudine medefiraa, certe cofcabomineuoU > con 
nomi giuntinomina,comc una meretrice uilc> 

ftraccabordclk 
Et vn'huomo pazzo 

Girauento. _ . , ___ 

1 Efimili: che molti negl» oratori le nctroueran no. 



f 1 1 . 


OOSU, l/D zì.-IinM ffi r»- t<ji 

. ' hncyjd 3 :u.'i 


CO**. 


Diàìttzedi 


l Sopra U t èrticeli* Chi V • 
COMMENTO. 

P Ofe di [opra ma regota vniuerfaU •Demetrio, thè tutte te forti dette fi*- 
Iole le quali aUa «** m^ificaponauoiyUa grane " 

le : Secondo la quale pojjìamo cfficurarft di quello, de fi J 

fio luogo-. Qioè che le parole raddoppile ferino aV *J'^’£^ 0 ”t 
la partitella «4. fù mo firato che alla magnifica grand, minte firmano . So 
lamcnte ì àZlt«irt,ibt in quel luogo pofe U medefmo auto-e vna «««'»- 
ne,dicenio,che non bifogna un peròchel parete ^ddcppaie fofieio veda** 

t a magmfica,nè troppo Jptffo vfate^iè troppo U ^ amn ^ZflsTl 
bica congiunte r La q « ale eccettuine ma 1 >-on accettiamo m Ui nota gran , aru 
TdiciaS Tele oue vogliamo mofìrar, f, irriti, & cue gl, ufo lta> V giudicano , 
defunto tali Je bene\ontra alcuni e fpefjo , e audacemente 
comiunti tanto lungi fard daltefhrc vittofo il ragù namrnto, che nediucnft 
rà eoli più acerbo,epiù pungente: E que'<0 non lo diciamo ai noflro capo mot, 
t quel medefmo chefù detto da Arrotile rei letthno capitolo d f tet V > l br ° 
tUUaRcJna,c da noi fu (fe non fame errati) dili 
mento della fopradtua cinquantefma quarta Parcella: J 
auel luogo, che in tré luoghi moni giunti fanno gianuiffino (magione pa 
lare Tafetico, quando fiamo impadroniti degli a » imi, che v fintone, 1 ntUetio 
n,e! e^ZZT^ramo diramente :Vfia dfcgli intinde 
ti anche treppo lpefii,& audacemente rad dopp iati, t l altra, tht pi lepar - 
quando U dk toref, vuole rr.cfirare 

tui a n t i grave; Onde diceua qt.iui il Caro.ibe in tal tafo tonjata male mfor 
mar nomi raddoppiati,ccn ogni licenza, (cmejaiebbono. 

^fim^E^MepaLro Ticcolomini «ri medefmo luogho, & almede- 
ftmo propo fitto ci concedeua, che 

Fedifrago, giramondo . . 

E famigliatiti potè fiero efiere 0 ufati, ò formati danai. 

Si chequi dunque non admettiamolaeccettione , che nella ruta magnifica 
addufìe Demetrio ma in umuerfale quando fumo, ò vogliamo me flrarfi vati 
centra alcuno, diciamo che è lecito r ungi che è vtile Sformargli addofionomi 
gionti e raddoppiati con quale fi voglia licenza: In quella maniera dice Demc 
trio, che fa la confuetudne medefimaila quale fe bene ptrl ordinano raddop- 
pia i nomi con molta modtSì 'ia, come oue dice. 

Legislatori . %/itckitit,ù. • » - , , • 

E tali,o ie nondimeno hi da nominare cofe vthflomacofe, t abl omtaeuolt , 
anch’efia con molta audacia raddoppia le voci : Come oue nomma via vile me 

rctrice in Greco 
Xarianvwur, 

Pane Seconda. In 4- " 


Digiti. 


by Gooq 

7 O 




870 Ji Predicatore dd PaatgaroLt ■>"' 

Etvnhuomopa^zo. 

Tfl»/>4TA«>*. S' T ' V * \ * -, ■ . 

Che noihabbiamo tome meglio babbidmo potuto hclld nopra fautlla , ho» 
tradotto, ma imitato dicendo , , 

Straicaboi dille, e girauento. '* 

la Latino dite < JM.Tier Fcttoii,t dice bene, thè non è così facile il tróua* 
TCtfìempiyii quefh nomi audacemente raddoppiati per ira £ per fare più acer- 
baia- inutili* a : c J.tacbc in veci di porgere 1 nomi , jijono gli Oratori Lati, 
ni aiutati, ton gli t\ iteti, tome quanto dettone nella feconda Tbihppic* 

èffe. • . 1 

Is vomefts fiuftis efculentis.vinumrcdolcntibus grcnuumkiunv 

il totumtubuiMliiuplcwit- rcJt 

T^tll'J talamo noilro più pi e {lami pte fi trouarebbono rfjcmpi rfcfofjc ne - 

ctfjatiol'addurn moltitudine. . . ' " 

* Ter bora auda. emente raddoppiata formò la m oglie di V tetro iiVinciolo > 
quando factndoinattiua contrala mògie di E rcolano difje , 
t La quale c vna vecchia picchiapetto ,fpigoliftra. 

£ mila nouella della donnd,cbe inganna il melano, ou e il mezzano atro* 
cernente riprende l’amico [noi fe bene non raddoppia nomi , nondimeno hanno 
quafi la medefima for^a certi partkipij , gramamente introdotti , nen* 

*. tre dice . . 

Uimecere i E eco honefio buono diuewto andator di notte, aprttor di giar- 
dini, e falitor d’alberi. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

N EI difeorfo 5 f.Si ragionò per uia Ecclefiaftica di quella mareria 
e nomi gionti in modo,chcquà baderà in nota graue.addurre 
vn’clTcmpio.òduc: oue,doc,altfi clfcndoitato habbia per piu 
afpramentc ferire cui che Ila, di due voci fatta vna atta grati de- 
mente adcfprimcrc if vitio di quel taleiE già fappiamo che contra 1 De 
.moni Itlegnofamcnte formòS. Paolo quel nome giorno. 

*p»f. 

* Che da S.Hilario dicemmo che pure con vna voce gionta di nUouo , 
fù tradotto* cioè 

Muniifottntcs. , i , 

Ma' oltre à quello fe à padri arftiéhi Vogliamo palfare.bellilTtmo efsé- 
pio polliamo cauare da Gregorio Nazanzeno contra Giuliano non fola- 
mente, O’ue egli cori noce cbngionta 4 ma fatta lo nomina 

Idoliarium. . - j ì * 

Ma piò à propolito nollro,oue in vn grandilfimo sdegno-Cotra di luì , 
per poterlo ben ingiuriare c riprendere àfuo raodojfonru ia congiunta 
« chuouavode. or.Z-jr'l 


Digitized-i 


Sopra UPkrùceUa CLIV*\ ® 7 1 

Chntticids. ' . ■* 

hcquaquam laquco.vc illc pxnitcntis animi fignum cdidiftì) Se poft l Ha 
rum Chrifticida,& poft Iudxos Dei hoftis. 

In quella maniera che Manfignor Cornelio anche egli P" P°« r £" 1 
reconafprczza yqa titataichc gli faccua d» vati,, che erano allora al mon 
do formò ad imitinone dììnmaid^efarKii^ la voce 
Fratricidi , e dille, 

bUommdi , Fratricidi, Patricidif. . vn’hereliirca', 

- E noi medefimi ragionando con infinito fdegno centra rn herenarca, 

che fDacciaua del fommo Sacerdote nel fuo paefe , ad ìmitatione dell 
due voci Antipapa, Se Antichrifto , ne formammo hcentiofamcnte vna 
nuoua,c giunta, cioè 

1 E dicemmoche perlai non mancana-di fare,con l’Arroganza e fuper-r 
bìafua 

• ^Antipapa > jtnticbrifio,& J vtidio. 


particella 

-MMtti -Onn*? 1 NW v 'jhlT» li eli , ■ . ■ ; ift'l lìtui fcu M ; 

Ccntefimacinquantefimaquinta. 

TESTO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier V ettori . 


muoo 

divi? 

lunu 



tKÌti antera nomvndtivt,qu£ conuenhnt rchut . ceu de ilio quidem, 
ì qui tì CT attutò feccri . Ankare de ilio autem, qui ri & aptr 
ti & cum vccord’a. e £ 1 *< 4 ‘ 1 '- e £« De ilio auttm qui dolosiyCr 
occultò * Ir^vtrirJ'ifty^u . Vtl fi quid buìufctmodi eft actomm 
datum rebus nomea. x 

* p/^RA FRAS E. 

! 1T anche importa affai l'adoperare voci ben pro- 
! prie alla Cofa della quale palliamo, e che fpeCialif 
I fimamenteefprimanoil uitio centra il quale uié 
fatta lainuettiua.-Come fe parliamo d’urta cofa 
fatta per violenza, ina copcrta,domandarla. 
Stratagema. 

Se per uiolenza aperta. 



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8 71 J/ Predicatore del TcfugaroU 

Soperchieria. 

Se peraltutia pura lenza forza. . -snudi -f 

Inficila, òfraude. 

O altra colà limile. 

r «iJfn 1 

> i;, 1 " 7 ,,0 J i- n^jJooM .. rJfnjp^l 

COMMENTO. 

E C<o(fe non erriamo) approvato da Demetrio v n giudkio fatto da noi net 
Commetto della particella 44.7^ quale trottano grandijjima iifficuf- 
td 4 e /porre, che co/a hauefje voluto intendere jt rifìotile per quella forte di pa 
iole, che egli domanda nca/xat , & i Latini orna tus, e/t bene adducemmo va- 
rie opinioni di xalent’butm.mi : concludemmo nondimeno/ che due fiero gli al- 
tri) che ad ejjere parole tali , tre condilòmi fi richiedevano : Che nonfofiero 
firanure, non metaforiche^ non generiche: ìqe queflo dicemmo noi di jolo ca- 
priccio ma con buone ragioni lo mofirefi>mo,comtcia/cuno nel /opra ditto luo 
go pt r/e mede fimo potrà leggere ^ggiongcndo bora che qucflonoRro pare- 
re viene approuato qua da Demi trio, il quale in veromquefla particella di qae 
fte tali parole ragiona, che tm filo nè ilramere,nèmetaforicbe/onoima neo»- 
che generiche : an^i fpecificamenU,e propriamente così vnt co/a figmficano , 
tbelei da tutte l’altre /petie, che fitto il mede fimo genere fi trouano, intera- 
mente d Binguono . 

£ l’efitmpio l chiaro : pojciachi fitto que fio genere dì fare ingiuria , trova a 
do/i più Jpctie, corre farebbono farla con forza, e aflutia infieme,ouero con fòt 
za cptrta,ò con aflutia fola,dice Demetrio, che doviamo di ciafitna di quefle 
tofe ragionare con parole, che lei dal/ altre diBinguano, come farebbe nominato 
dote per ordine. . 

Srat agema, òfopcnher.a , ò in fidia. 

C beton è altro fe non dire, che cobbiamo vfar uoci,le quali fpecifiche fia- 
no,e non generiche, come dalle panie Grece, cbèegli acopra , intendono faciL. 
mente » pratichi di quella lingua : E Meramente che le parole proprie, e Jpeci- 
fiche facciano magnificenza, non vi dubbio alluno, ma fanno ambe granii# : 
e fi ma/prifie molto la cbja,f emendo morette tiafeunvitio con ilpropriono- 
me, e /emendo, che ci a/cuna delle attioui venga ejpieflaeol nome cheijuo pro- 
prio : Come Cicerone quando voleva ragionate di vna et trota fatta per forza 
diceva prò Quinto Ligario. 

Si cum hoc domi fàccremus, tu repente irrupifles. 

E à’una entrata fatta quafì frauduleniemente, 

Irrepitin fenfus. 

Oltre che di c^intcniodi/fc, che . 5 . 

‘ProrupitBrunduGura » thè 

Se ad urbcm rapi ebat, che r 

Ulani libi legationem erpurgauit . 

-p * *- co~ 


Digiti; 


SoprdUTnrtktlU CLV» 

g cob fimiti tutte con parole dette tanto proprie à quell* Moni viofraW 
obecualice [emettono mariti "'»:($* feuefr lf'wu 
ri »o*/iamo e Qempijn Anito onderà la tofa : non ,ro *™f°f i Ut °> 

fri A di qualche nome. Uguale olla proprietà delle voci, ntn hoibia granfi 
mente attefo , Eccoti Boccaccio in Taluno . 

&7p£dfpi*ì^^f^ propria di quello attentar fti Cofl in 
Cimone. 

Del mero de conuiti rapite. ... . • „ 

£ quando \JMefitr Simone ne ; beile alquante dramme ingorga- 

' Qnal voce più efprintertbbe di quelli ? UWa bafla aprire U Boccaccio , e 
leggerebbe tutto fari esempi à qut rio effetto . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

Tlbsnerebbe.che pofledeffimo bene la lingua Hebrea in modo clic 
le proprie, e fnecifìche voci di lei potemmo difcrmcrc : E che in 
1 > ni, ella lingua haueflìmo animo d’infegnareelocu none, che al ucu 
rr, pflVinsi àouefto propolito di Demetrio , nelle noftrc fentrure anti- 
che non mancherebbonaEt in vero l’allegarne dalla tradottile non é 
fi proprio-.Tuttauia.ouechi hà rradotro.hi nei modi di dire afprc, , e fé- 
uèri adoperate fpccifichc parolc.fi vede, che accrefciuta perciò hà egli 
la feuerità.e l’afprezza grandcmente.In Efaia quel luogo, 

Dmliquerunt dominion . Blafpbcmaucrmt Santi um Ifrael , abaltenab fiati, re- 

* f< 5rvede che piglia gran forza dalla proprietà delle parole . Specifiche 
anche fono leparoledi Gieremianel ? 

Domum non rtdifUrMnSemeatcm *on fetenti meam non pUntabtus. 

E quelle di Ezechiele, oue per bocca di lui rinfaccia il Signore alla Si- 
n^olranefCap. id.la ingratitudine dicendo. 

Urite JtvJ,Emund.m fan^rinem ex ***** ole o : vettim * difiolortbuf, 
caldani te biacinto, cinti te byfatndri tejubti hbui 

Ne'Machabci ^' ouc ^ lCC 1 lc ”° c “ c * 

StójK^4!ÌES^«ta* t-**w e co« 

pofir», «'»«>>"« » _ 

Ma auellochc ci farà ben conofeere la forza delle parole proprie cfpe 
cificheVarà.fe confidereremo à quello propolito la natura della figura 
de«a da Greci Parandole ,la quale apunto in quello conliftedi difccr 
nere fra le men proprie, e le più propneparoIc.E pero 

C °ln potimi*, fed non Riamar. opcrwm, 


871 


B 


fpccifica ne folli- 
Paolo nella z. de* 


8 J 4 Jl Predicatore del Panigaroh 

tuìmur-perfecutìonetn patimur,fcd non relmqmmw.deifctmur,fed non per ima f, 

Vn Gentile, ma moralismo d iccua.che dell’huomo otiofo , inutile, e 
£il vecchio, ben lì puòdir cfuUfcduou dire wxi, 

ó £ nella ^pillola, che fcriuono i preti Romani à Sah Cipriano dclapftt 
bella Paradioilcle è quella. 

P ulfentforci'fcd non confringent,àlcttnt limcn ncleftx,fed non tranfAunt. 

Noi vna volta diceuamo,che , 

La fidutia di Calnino.non era tede, ma fperanza:anzi nó modella fpew 
ranza.ma temeraria (ìcurezza. 

Et in vn altro luogo, à propoli to di libertà Euangclicache., 

Altro era liberti, Altro licenza, . . * ^ ^ ' 

Ouc Tempre fi vede che tutta la forza (Il nctl’efierd la vote propria, C 
fpccifica.eche quello folcap;cfcegfandemcjve la fcueriti.Chc fc in afc- 
tre note, che nella grauevoìeffimo addurre cfTcmpi •, innumerabili ce ne 
fouerrcbonojCome quella bel la Paradiallole diS.Gicronimo ncll’Epita- 
fio di Nepotianojoue di lui morente parlando dice, 

Intelligeres illuni non emori,fed animare, & mulxre amkosaion relinquerc. 
Etaltrc:Malafciandocl’altrcnote ,& anche la figura Paradiallole': 
Monfignor Cornelio in vna reprenfione accrbillìmache egli là, none 
dubbiojchc accrefce motta afprezza con le parole fpecifichc , c proprie, 
fc bene alcune metaforiche ancora vi fono mifchiarc.ouc dice, <f~l 
Non uedi mifera Città, che lei fatta pollribclodi lulfuria.fomace.d’a- 
uaritia, inferno di peccati mortali ì 
E poco doppo. 

Le donne hanno perduta la vergogna,! preti hanno gettata laToga,i 
monaci lacuculla, i fatti fono imp.izziti.e rimbambiti i vecchi, 

E noi pure ( come fapemmo il meglio ) procuràmo con la proprietà 
delle paroledi inafprire il ragionamento, quando per eccitare Carlo no 
no]Rc di Francia.checi era prcfcntc, alla guerra contro il Turco ; nella», 
predica di Dio Rè dicemmo, 

Haurà dunque l’Ottomano dicroto per tanti anni, Taciteggiate tante 
Cittadi ? de(lrutte,arfc,ruinate tante Prouincic ? Vccift con lupremi fup 
plicij tanti populi?Che piò haurà quella gente ne mica di Dio?defprcgia 
ta la religione di Chrillq ? profanati i tempi ì fpogliati i facrarij ? rdtre le 
Sante (lame ? disfatti ttàbcrnaculi ? fparfe le reliquie? Calpcllati i Sa- 
eminenti ? Et à vendicare tante onte, non fi uniranno iPrcncipiChri- 
Itianhc fc fi vnifeano i Chrilliani non fi vniràil ChrillìantlTìmp ? 

E già di quella particella dourebbe ballare quello, che habbiamo di- 
feorfo: fe non che per dare ( come crediamo di doucr fare ) gtillo al leg- 
gitore, vogliamo vn poco mettergli quà aitanti à gli occhi vna medefi- 
ma cola, trattata da noi nella medefima predica: Vna voltacon paroFfc 
proprie , fc bene con alcune metaforiche intcrmillc , e l’altra volta con 
parole tutte metaforiche , e perpetua allegoria , affine che fi vegga che 

f ier ciafcuna di quelle fie.fi può,fe fi sà.caminarc vgualmente allo (l«P. 
b fine.Lactìft che trattatilo fa la mutationc di Francia dallato felice à 
mifcrilfimo: Se quando volemmo farcia deferittionc' con parole quafi 
tutte proprie, dicemmo cosi. • ’ • 

Che à dire il vero, E chi conofccrebbe pur la me(la,c languente facci:», 
di quella già fi bella cgloripfaProuimui Cara Francia.gcmma d’Eurò 


Digitiz 


Sopra la Particella CLV l. 8 7 5 

pa fior del mondo, Come andaui già altera e Tana, Come già hora ftjuatt 
da,c impiag.ata:Qncllo che hò veduto venendo à Parigi, le Città auedia 
tc,i Campi abandonati, le terre noncolnitatc,iGomrtìertij rotti, iyillag 
gi arfi,i Camini interrótti, i Viandanti prcfi,c cento cofe fimili.Deh non 
me lo far dire, che me nc feoppia il Cuore. 

Coli dicemmo quali letteralmente, hora Tentiamo il medefimoin al- 
legoria^ fotto fimbolo d' Naue. 

Poucra Francia veramente nauc.ma già più ricca , che non funi 'Hauti 
Tharfts-E coli già ripiena d'ogni bene , che Eroi quafinauis inflttarii ■ Naue 
((i porca di re) conte fiata mi Ita tutta d’auorio.c d’ortì:Naue fi propria- 
mente clic per in&gna in quella prima Città di lei , anzi de Europa hà 
vna gra nauc:Ma mifera, cnc già per li campi del mare trionfante c altc- 
tra con bonaccia fi grande fpatiaua:Ethora Ecco.Comc è fluttuante , Se 
agita, quante onde la ptrctiorono : quante procelle, l’agitano .Come Iti 
gonfio e minacciante il mare: Che Uiati , è Voragini la oftenra.Comcè 
turbato ilCicloiComc fono fpelli i folgori & i tuoni:Coine freme Aqui 
loneiComerinuolueilrurbojComefono vicine CariddieScillc»cinfa- 
miifimi feogh Acroceraunij. 


PARTICELLA 

* . • . • . » . r t *. .. r I 

Ccntelimacinquantefimafcfta. x 

TESTO DI DEMETRIO r 

Tradotto da Pier Vettori . 



il Xfo//i autem , guadammo do fumptu,ntn magnitudinem fa 
! cit [olum-.y irumlt grauìtatcm, Pelati illud: Hpn diedre 
manum intuì habmtem oportet fefcbmejed legat'wnem 
i bre intuì manum habentem. Et illud, Verum illt t]ui £«- 
boeam fu* drtionn facit : uonemm vt faterei orationem 
grandem elatio'adbibita eft,fed vtgra’iem Efficitur autem 
boccum iti) ip)o tempore, quonot extulerimus,accufautrmus aliquem tanqua 
f nim Itti* ~de fthincmihii vero T'bihppum MftujaK 
■ . i •• aixA '.t vL WiióbsiaKwi'obwWf 

r : ,tym * Ai H*S t '**\ 


' .Digit 

* 


3 7 $ V- Predicatore del PamgaroU 

PARAFRASA 


.1 ii) 

£b 



1 A bel l i lima manieradi acerbità introducono certe 
amplificatiom in vn certo modo fatte; oue perche 
voglia no aggrandire^ vogliamo pougere :Come-» 
oue hauendo Efchme, per burlarli della gclhculatio 
!Ji ne di Dcmoftcne, detto che gli oratori antichi non 
- faceuanocosl ,echenon btlògnaua njenar tanto le 
manijegli per tallir lui che nella legationeà Filippo li fofle lafciato 
corrompere da prefenti & haucflefli può derubato; finfc di concc- 
«ere,& accrefcerc il détto, e dilTe, 

VeroEichine che nella attione oratoria bifogna tenere le mani 
à fe.ma bifognarebbe anche tenere le mani à fe nelle legationi. 

Et vn altra volta hauendo detto Filippo , chcda certi bifognaua 
guardarli.rifpofe. 

Si bene, ma molto più da quelli che ci hanno tolto Eubea- 
Oue li vede chcl’amplificationegenera acerbità mentre che oue 
amplifichiamo , quiui ponghiamo , come da Demoftene nel primo 
cflcrapio fu ponto Efchinc,c nel fecondo Filippo. 


COMMENTO. 


H isfbbiamo in queHa particella fatta la parafrafe pèrauentura vn po- 
co troppo piena, ma inuero per dichiararci non potcuamo far dimeno: 
E la dichiaratimi tanto più tra ncc< fiaua , quanto mcnociparc .che 
gl i interpreti ftano arriuati à far fi bene intendere, in che confida propriamen 
te la formalità (per dir cofi)di queflo in franamento. La parola Greca , la quale 
vfa Demetrio è Hjaiptafo La qual <JM< fier "Pier Vettori dice, che fignijiccc-» 
extolli & toto corport erigi. E moflra ciré metaforicamente fia prefa per 
lignificare ampi ficai oni,& accrcjcimento/ ome èveriffìmo-.nèaltio vuol di- 
te Demetrio quà,fe non che vna certa forte diamplificatione è molto atta alla 
nota graue,&à ferire altrui ragiontndo : ma quale fia qucjla tale amplifica- 
t ione fin vero non vediamo chi ibabbia detto. E noi ancora perauentu ra non fi 
apporr tmo:Tuttauia confiderata bene la natura delti due e fiempi addotti da 
Demetrio crediamo di n on errare, e diciamo che qucjla tale amplificati .ne fi fà 
quando hauendo chi che fia detto alcuna cofamoi tutto ciò < he egli hà detto gli 
fiaccamo buono, e diciamo che è vero, ami extolJimur amplifichiamo , e mo 
firiamo di volere in comprobatione di ciò , che egli hà detto , ò à proposto di 
quello che egli bà detto, aggiongere alcuna co fa : Et m qucjla aggiorna diciamo 
tofacheloponge,elomorde di alcun d fetta fico . Cofipcr apu- to crediamo- 

che 


Sopra U Particella CLVI . 877 

che Ria la cofa: E gli effcmpì adioti ce lo moRrano . D -’ quali il primo luogo 
ogn’vn sà che è di Demo Rene nella oratione de ementita legatio ne.Oue ef ■ 
fendoft Efcbine burlato della attimedi Demo Rem dicendo, cb'ei gefliculauxj 
troppo: E che coti non factiiano gli oratori antichi, 1 quali orando ten’uano le 
mani fotta la vcRc finga muoverle putto. ‘DcmoRcne di quà prefa occa - 
fone di dare vm ferita mortale ad Efcbine, e di raccordargli come egli infidel 
mente fi f off e portato nella legatione datagli dagli fittene fi d Filippo , one egli 
danari,e prefenti da quel Eè baueua Cantra ogni douere accett ito , Ecco conte 
vfaper apunto la amplificatone che dice Demetrio: Gli fd prima buono il fuo 
detto dicendo, 

Vero E f chine che nella attione oratoria bagnerebbe tenere le mani d fe. 

' Poi finge nel rncdefimo propofito dì vo'er di più , Cioè anche altreoccafio- 
ne,ouc bi fogna fare il medeftmo,E nella aggiorna caccia la puntura, 

<JMa bisognerebbe anche tenere le mani d le nelle legationi. 

E tutta la grafia vediamo che Ri in quella frafe di doppio fenfo tènere le 
mani à fe. La quale come dice Mffer 'Pier Vettori , ci fi può figli fi are il non 
rubare, come il non ge[liculare:Cbc anche fi farebbe potuto dire, con queRa al- 
tra maniera menar ternani , che anche il Caro nella Varafrafe di ^ iriRotilc 
adoprò vn fenfo di rubare-.quando di/le che altri dicendo di vn foldato. 

Egli mena bene le mani. 

Fmfc di lodarlo li brauura,e lo biafimò di ladreria: E cofi aburcjbe potuto 
dire Demoflene, 

Veroò Efcbine che nella attione oratoria non bifogna menar le mani, mx 
non bifognerebbe mancho menarle nelle legationi. 

Del mede fimo Demoflene è anche il fecondo effempio nella oratione, che egli 
/«f prò CtelìphonteoH? pur fi vede il m'de fimo artificio, oue Lanendo Fi- 
lippo detto che da altri bifognaua guardar fi , piglia occa pone di gettare in oc- 
chio d lui l’ingiuria ch’egli baueua fatta d ?/i elicne fi togliendo laro Eubea , 
e doppo haucrgli conce n o,che da quelli tali bif ignava guardarfr,moflra diac- 
errfeere la co fa, e di agg’ongere altri, col quali pure bifogna fare il mede fimo, 
e cacciando n Ila aggton a il veneno di e, 

Afa molto piu da quelli,che ci hanno tolta E ub 'a. 

E già crediamo noi che la cofa reflipc'fc Reffa chìara;Tuttauii per mag* 
giure dichiaratone aggiùngeremo alcuni e f empi ; Come fi veramente di que 
sìa natura quello, che occorfe fra due, de quali efi ndo vno tenuto di pocbifji- 
ma Religione, e qua fi Ateo queRo advn altro fuori di propofito rimproueran- 
do poco timore di Dio, e dicendo, 

£b tale e bifogna temere 'Dio , 

L’altro fubito rifpofe, 

Tu dici vero che bifogna temtrlo,mt prima bifogna crederlo, 

Oue la natura di que fio infegnamento fi vede tinto efpreffa , che nulla pii ; 
N el 'Boccaccio fe non totalmente, almeno in gran parte è fimilt il detto di Alati 
na Nonna de" Pulci quando per pùngerla in materia di boneflà,baueudole det- 
to 


Sy9 11 Predicator del Pantgarola. 

to CMeffer L^fntonio d'Orfo , > 

Cr edere fid vincere, 

Vfifpofc ella non negando & aggiongendc,e nella aggiorna pungendo. 

M effiert e forfè non mi vincerebbe ,ma vorrei buona moneta. 

La qual buona moneta, come andane à mordere Meffer sintomo ,non occor- 
re ,che noi to ridiciamo; T'ffl fine ancora dell' opera poiché bà ietto ebe alcune 
donne lo taceranno di mala bngua,e vtlcnofa , ver hauer detto male di cerici, 
fu b ito finfe di admeitere , e di amplificare , et empire l'amplificatione di vene- 
no dicendo, 

■ Jt qucHc che co falliranno fi vuol perdonare, percioche non è da credere cbt 
altra che gmjla cagione le muoua-.percbt queHe tati fono buone per fané, e frig- 
gono ildifagio,t macinano d raccolta, ermi ridicomo,e fe non che di tutti rn po- 
co viene del Caprino, troppo farebbe più piaceuole il prato loro, 

Tacile quali parole nirno è chinonveggala pontura, C il veleno. ■ , , 


DISCORSO ECCI ESIASTICO. 

* * ' 4 *4 \ «;v -:vr. 4 vr non 

D I quefte tali forti di amplificationi , anche con vn poco di puntu* 
ra fono alcune, le quali fi pofiono facilmente ridurre alla figura, 
che fi domanda ConccJJìo, quando concediamo alcuna cofa che al 
tri 'fi, anzi defideranioche fia fatta più che nòti fàfima in quello di più, 
che defideramo.'che fi faccia moftriamo il difetto , 8c il meno in quello 
che fi è folito di fare: Come per eflempio oucSato EucherioLugduncn 
fc cfTortando alla vera vita dice, 

[Amanrcs vitam hortamur ad Viram,Vcra ratio cft nerfuadendi cum 
id pofcirur.vt impctrcms à vobis.quod concùpifcimtPfo virar quam di- 
ligttis.legàtìone apud vos fungimur,& hanc quam omnesexiguam ama 
ris,infinuamus,vt ametis xtcrnani.-Qunm quo pafto amemus nefeio , fi 
non hanc quam nmantis erte quam fpeciofiflìmamcupimus.Itaquc iftud 
quod cum anftum fit piacer, placcar magis , fi poteft clic perpetuimi 
quod apud nttt predimi habct.cum finem habeat,fit nobis lupra premi, 
il poteft clic fine fine.] 

Che forfi farebbe più cfprcflb;fcnellanoftrahngua dicemmo. 

Ben doucuo io hoggi impetrare perche di quello vengo à perfuadcr- 
uijChefominamentc ilefideratc,cnon folonon voglio che non Io faccia- 
te, 'ma vcn<*o à pregarui che lo facciate più che voi no fare. Voi defidcra- 
tcVita , &°io vi prego ì dcfidcrare Vita : Anzi oue la defiderate longa : 
Deh desideratela eterna : oué la bramate allegra : Deh procurate; d'Iia- 
uerla felicetmi piace chcvogliatc viuerc:maperpciuaincnte:E clic quel 
lo che anche finito vi pare fi pretiofo, fopra ogni pregio fia ftimaco da 
voi.quandoè infinito. _ . . ■ 

S. Cipriano de bobilu virgmum diccua, 

V tendimi dicit e/fu diuittjtPjfire [ed ad tts [aiutarti. 

E quello che fcguitjù Che veramente era conceffione , ma' non Imtea 
congimua laamplificattonepongcnrc.cómcfcad vri ricco pompofo,ma 
non clctnollnisro dicelfimo, j V 

Tu 


'Sopr4 là Particella OLPTl 879 

Tu dici che Voi cheli móndo vegga che tu feiricco:^Bene ftà : egià Io 
fai fa'pereai ricchijmaftehc lo fcppiano anche ì poucfi . 

A gli Anabatifti nella difputa.chc la yeta^ede ci faccua della vera Chic 

^'Che'dic'eAnabatifta.Chc nella noftra Chicfa vi fono de «li Aiiari» Ne 

fono dico iò: Che vi fono degli incontincntl?Àmzi de luffufiofi eonfef 
fo De vaniiArtchc de'fuperbiflìmimi contento: Ma efedonoquclloche 
non credi tu:E però della veraChiefa fono, che non lo lei tu. . 

E più efprdTamentevn altra voltai Calumo in materia della adora- 
tone de’ Saoti , oueegli diceua , che noi muldplicauano Dei , c noi n- 

fpondeuamo, che egli falfificaua la parola ìllcfla di Dio, con quelle pa- 

r °NÓn è dubbio, chft male facemmo noi fcuoleflimo mettere più Dcjj 
^ troppo peggio fi colui , che il folo Dio cheUi è . uuole che fia bu. 

giardo . . , ' 


— - " 




PARTICE LL A 

Centefima ciaquamefiniafatima. 

• ■ q 

TESTO DI DEMETRIO 

’ ' IV -1 . * >.£ 




' 1 


T radono da H c r V ettori 


•'«V. 


J{aue a utem & ìnUrrogantcm tot , & quiaudiunt qui- 
dam dicere,& non enunciarti tm . Ptrumilte, qui Subo- 
taro fu* diuonis facit , & caflillarn appugnande atti- 
ca adì ficai , Vtrum b<ec faciens tniumm fecit & paccm 
folmt annon ? tanquam enim in dubium vocàt audito* 
rem frmilem confutato & qui nihil rtjpondere pofftt . Si 
autem ftc mutato ilio d xerit aliq»is i imufiifecitj,j& pa- 
Hum fo'uit, plani docenti t & non arguenti fhnilit efitt . > "■ ^ i > > 



t 


PARA F R A S E. 


j Cerfiacofa èancoia lo flririgcrc tal'hora, ò il reo . àgli 
afci. Itami interrogandoli, é non narrando finaphcc- 
mente; 

....ww Come Demfoftenccontra Filippo, i 

Ma ciu li yfurpa Eubea .c fabrica vna fortezza contrai! paefe At. 
' Parte Seconda. ' “ , KKX 



8 80 li Predicatóre dtlTfamgaroU 

tico;qucfio tale fa egli ingiuria, e rompe egli là pacco no? r 

Pcrcioche di quella maniera pare che li confonda l’auditore, e 
che venga ridono à non poter rifponderc-.la doue fc fi dicdfe, 

Chi fi vfurpa Eubea,e fabrica vna fortezza contra il pael'e Attico 
fa in giuriate rompe la pace. 

Di narra tioocfiLdaretjbc fórma ai ragionare, ma non inuettiua, 
ùreprenfione; .<> • ■ , ;r V,. 


COMMENTO- 


■!* 

7 


D I alcune iuterrogationifle fiali fogiionò fare gli Nitori à gli auer fati, 
ragionando .Annotile, t doppo lui tutti gli interpreti nel 18. capitbló 
del ttrzo libro della {{clorica, ma veramente non fono quefle, delle quali par * 
la quà Demetrio: quelle appartengono alla inui ritiene , e quefle alla aloiutn* 
ne : Quintiliano je bene nel libro nono, dimoile forti d'ini errogationi tratta , 
che alle e locutiqne fpeltano^flra l óltre di àuefltz \ncora-\eqquaU fola à Hoi ba 
fla iti toccare quà-, e due con Demetrio, che ejfa è, dite loletiaó noi dire u na co fai 
che è chiara, per far veder e^che ne anclx il reo, àgli afcoltanti flotrebbono ma 
rif ponderai, la diciamo mterrdgmdòg{{,ór{dé l iàfeecéi patendo} che non /ap- 
piano rifpondcrc, re Siano come confu fi. Ma per aucntura con la deferittione noi 
la o /curiamo ìjE. u olendo dichiarare qiiffla fianierq fi diri' la intrichiamo’, 
{fendo effa per fe Siefla tanto chiara : e tanto infeghata à tutti dalla natura 
flefla , che non u’è plebeo, uè ruHico fuomo nc dotmiccwla $ fittile* che repren- 
dendOfò garrendo, S ih altra maniera acerbamente parlando non fc ne uaglia : 
Come quando la madre al figlio dice. 

Traditore uien quà, perche hai fatto coti? nonti dijjc io obe tu nonio facf 1 
fi J bora qual cofa mcntereffi tu i 
E limili : che fe haucfse detto J, 

Tu hai fatto una cofa mala , la quale già ti baucua detto , cbt tu non doueffl 
fare : e però tu meriterefìi molta pena . 

Bene baucrebbc dettoti mede ftmo,manon conlamcdeftma acerbità . 
Quintiliano dice molto gratiojamente, che quefle fono quelle interrogai iodi f 
le quali uengont fatte, non nofcendi,fed arguendo onero non fife ita n- 
di,fed infiandi gratia. 

£ da M.T.ullio lltflo adduce quelli cflempi. 

Quid endra tuus iUcT ubero diftriftwr in acre pharlàlica gladius 
agebat ? 

Qnoufqdc tandem abutercCatilina paticntia noftro? ) 

Patere tua confilianon fentis ? U-siisQi 'jjj •" 

1 quali difciogliendo egli medeftmo,e ri ducendo à forma, ò narrtìÌHA,ò « mi . 

mterrogalìua dice, tire. > ..fi. ri- 

Magis adefi; quàm fi diccretur. 

1 Patcnt 




Digiti 


■Sòprd'là'PdrtKeJU JJIfi 

Patent tua conliJia . 

Diuabuceris paticntia rto.flr?, ;j C £ Ji Q J <’ '■]. 

£ quello chefcgutta : M.Tier rettori anche egli da Cicerone adduce efiem 


UU>)IU 11 vu-ri,» •\>C3 Jnc. •/ 

quauj.quan (Ui)ciojhoiteiJi m>KCrb'J>„(c<i fflùliwtt 
ti-.cu ii Ifbc ùiblt ) oacc'vcilc coniungif’ 

E q <c'lo prò .A rchaiPoeti MU’<z'aucrftrao*~.i; , ; 'j:v • ti:; j .o .:j ■■ 
Q_iil :nini ^oru n idtìr.nlrl Gracchc poteH» Heraclcxnc ctrecu 
afcripcu.n nega bis ? 

tt altri : il Vararci nella Cannone Italia nt’atoaefu irltnnjjttno [t vai- 
ft a'tcuil c -tt f*cJio modo di Jirc,co')ie,duendot . * 


<no> 


rtJiu 


51 I 0 / all A 
5 < ul| ’M.U.'i i ■!<{ l’ti , ut<I 
! Vi. Vk. 'M mì,.. 

1«2 ni *j( isj-jV i >:M i J 

-'1^1 

1 sjib allovalfA 


(fbe fan più unte peregrine fpa le ì 
E più £ ■« . 

■ Q^ aUoip ? qu Ig'udithì òqrtildtjl noi 
tattldirt il ! veino. 

Touero e te fortunt djfìhte,c /parie-,' si ; 

Terfcg’ùrc , e’u d /parte, . . . T , 

r, 'Cenar gen’e e, gradire. •, / |. , , 

ir Che Jpargt l fangue , e venda l’olaia à preg-X? • , r -n, . •> \- 

Tfe! Bo.ciccìo .trJeitt ifi n - interro* iti ini finiti j lei-di Vi fai lo, me dii', 
\on è molto ma gt re p rato II 'ubar ■ vn buono 1 , tuu-dcr lo ,o'i mandar - 
lo u e(fiho t .'pnuóio perdo m-ndo? t 

È p ù ‘lift . 

t/oh c' i citi nohVe gioitane ? eoo era egli t>4gli altri furi Clttadin 1 bello? 
novera tilt v tlorti/ò in quelle io/ e che àfioumi $ hp: ance gonO? non amalo? 
non hauoto ca y o ? non rtolonVerv àuto da ogn 1 bum b ? 

£ più ardenti ancora /mono le interri ‘gittone di Cut Ila, quando dtfìe. 
Orto '.'/ano 0 mal •aitobuor.o c-nt bella come fu la moglie di ì\ic nardo 
. t fòìq'rtòh) ? non fq- t ohpO' t ì ■rnt.d.toinà ? Clic non rìjpoodi fogzocane , che 
llì cobi fili dime 

E ben fi y:/i eftfl f 'nftpagjitlfrvfom dice *Demtrh,te*d-ino à voler far 
parere, che Caut< fino fu confi/ i,enon fapp a, nè po/ia ragioneuolmente ri/pon 
d re: pofcia che tante io 1 te dice Cattila. , . Vi . 

f henin riipondi f zi.v-cene ? 

Che non r/p n li reo h ionio ? Qhe no i di qua' che cQja ? 'e tu d uenuto wrt 

to'o ad- ■ domi ? ‘ 1 

l{i‘Hareb're che diteffimo aleni co fa dcH'cjJempin di Demolì eie , che in 
quella partici Ila à inalo propojito a 'lega ^Demetrio ; ma in r ejo egli è ft 
cl.ua or he douianr contentar p di quanti attorno 4 lui h abbiamo fallo' nella 
par afra/e . _ . f - 

V KKK 1 DI- 


. Il 'VreMcaforedel Va nlg troia 

. _io:. :<j. •'•• ir? 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 



1 detto c fcrittoj hanno i Sari interpreti auertito.che ncfle Sacrc'fttic 
ture vengono vfate le intcrrogarionr, fi adopranoalle volre leinter- 
rogationi (dicono S.Grifoftomoncllihoni.u u. della prima à Corinti* 
& Teofilato nel 3. à gli Hcbrci ) non perche l'interrogante fia dubiofo 
di ciò che egli interrogala tutro in contrario , per inoltrare maggior- 
mente la ficurezzi e chiarezza della cordella quale egli ragiona , Co- 
me nella Gcnefi al decimoterzo. { 

Tfonnetota terra coram te efi t . .. • ‘ ‘ 


Trotine hoc [cripta funi in libro Regimi udf ? 

Alle volte fi interroga (dice S. Agoitino nella Gcnefi) non per dub- 
bio , ma per merauiglia , come interrogammo gli Angeli in Ef.ua, 

Quii eli ijle.qui ucnit de E don tinnii uejbbus de Bofral 
E la Beata Vergine in S.Luca. 

Quomodo fiet ifl*d,quoniam uirum non cornofco ? 

Alle volte dice S. Gregorio nel fecondo de* morali al capitolo terzo 
non intcrroga,chi che fia per altro jfe non perche in vero non è chiaro 
di ciò che egli chiede e defidera di faperlo : Come quando gli Aportoli 
in S.Luca al nono del Cicco nato dillcroi 
{{abbi qms peccauit Ihkaut parentcì eik^vt cscus nafccretur ? ^ 

Per inoltrare ancora ladittìculti della cofa, dicono S. Gicrommoin' 
?<a«w,al 3 ,& Origene ncll’homilia 1 8. ne’ numeriche tal bora fi fanno 
interrogationi.Comc in S.Luca al 1 3. 

Quis putru eli feruta fidtlit ? 

E nel Salmo 1 3. ... _ u 

Quii afeeniet in imntetH domini , dui quisflobit in loco Sondo eiiu ? 

Euthemio nel Salmo 8z. S. Ambrogio nel libro primo contra Notiaro 
al Capo quinto. S, Gicronimo foprail fecondo capitolo di Abaccuco , 
tutti doppo Origene nel libro ottauo della Epiftol a à Romani al capito 
lo i«r. diconojche alleuoJrcnon foloper moftrarc difficoltà fi vfa la in- 
terroga tionè, ma per moftrareimpo(fibilti:Come inEfaia al cinquan- 
tc limate rza. 

Generationm cita quii eiurrabit ? ' •» 

Eftenua alle uolre la intcrrogationc,come nelSalmo 1 3. 

Quid efl homo. quiammor a eiusl ... ’\ 

Alle uoltc dcfidera,comc nel Salmo 4. • , 0 , 

Quis oQenditnobii bona i • 

E nel Salmo V+. 

Quit dabhmibipcnnas, ut columbi. 

Et in altre variifiimcmànicrcviene adoperata: Mam'propofiro no- • 
ftro,& nella nou grauc,& afpra, quando come diccuamo nel Cornine n- 


Come in S.Luca al 14. 

Isonne cor noflrwn crai ardern in nia- 
Come cento volte nel Paralopemeno, 




to,non 


Digitize 


Sopra U Particeli* ChVSLL 

Sacre Arri t ture intrauenuto : Percioche oitero vnò interroga j per- 
che l’altro veramente rifponda, ma affine di trouare nella rifpofta di In!» 
ilmodo diconfondcrlo con lareplica : oucro la intcrrogatione fitaco- 
mc'dicc Demetrio qua, non perche altri habbia à rifponderc.ma perche 
non rifpondendo paia da noi confufo,& ammutito. 
i Nel primo modo doppo liauerc Natan propolla la fua parabola a Uà 
uid.lò interrogò qual mcritcria quel ricco ingiufto,aflìncchc hauutada 
Dauid la rifpoua, Ciò fu, j 

Film morta erti uir tilt. 

Potelle egli nella replica canfondcrlo.e dire. 

Tu es die tur . ,J . , 

E quello. che feguita : nel medefimo modo, interrogò il Signore i Giu 
deidopno la parabola della Vignaio quelle parole, timo v • :. / 

Quid furici dominai vinca agricoli} illis 1 P-' 

. Alfine che eglino per fc lìclfi.fì confondcflcro dicendo, • • 

Maio* male perdete umeam fuam locabtt diti agricoli!. ; p. ■> ' 

Così domandò loro, y - 

Cuius csì imago, & fuperferiptio: 

— Per potere doppo la rifpolla loro, — — 


FLcplicar<|dicen|lo, ! J J T 

%rémite,ergo qua fimi Csfaris Ót 0 i, &qu*J*nt 


Dei D eo . . n 

Così puregji;interro2o diCcjvfm Oli!'.) fimi OlItìiJ 
Quid uobis ridetur de ChnJìojuiui filiutestì 


rorm 


f u 

, 


Alfine che refpondendo clfi,come fecero, 

Dauid . 1 ,i il . . ( 1 O. Tt I 2 

PotefTe confondergli con quella replica, 

Quomodo ergo Dauid notai tum in Spinta Domini _.,nr 

dicM,& c . i 

Ma in vero quello, fe bene è in nota afpra, non è però il proprio modo 
di cui in quella particella G ragiona.- ■ -r * 

EfTempio del vero e proprio modo di quella particella, può efTcre, oup 
nonafpetrando rifpofla ■alcuna dafiioi afcoltanti , ma per fare piò acer- 
bo quello che lenza intcrrogatione farebbe flato meno afpro, dice Gicre 
mia nel i.capitoIo, i u > 

Et nane quid libi uis in uia jlegypti.ut bibas aquam tmbidam ? Et quid (ili etm 
via A [f tri orum, ut libar aq um /luminisi -.a A a 

EtoueEfaia alquidfodice ‘ 

f Nuuc ergo habitatorcs Hierufalem,& vir Inda : Indicate inter me j 
&;vineam mcanuQuid cftquod debui vi tra facere vinear mex, &non 
feci ci ? an quod expe<flaai vt faceret vuas,& fccit labrufcas. 

In Giobbe quali tutto il capitolo 38.C pieno di quella force d’interro- 
gationi acerbe. Come 

Quid cjl pluuix’, pater ? Qmsgenmt iìellas roris f De cuius utero egrejja^fi 
glaties ? 

E famigliami . Ma in S.Paolo più che in ogni altro canonico’' autóre, , 
ve ne fono di belliffime tirate, come auclla contra Giudei à Romani al 
l.bcn veramente piene di flomaco,e di punture . 

Seconda Parte. 


KKK ) Quj 


$84 •* I^Predkatore dilPknìgAroU 

* ' 5 { Qai alluni docesjteiplam non doccs? Qui pnrdicis non ftfrandiftru 
inraris ? Qui d»cb non m.cchandumjmxcharis? Qui abhomitvarisidola, 

• fieri legia facis ?quimIcgegloriaris,perprcuaricarionem legis Deum 
umhonoras. ] - t : . : 

E quell altra ndLa prima de’ Corinti al nono. ! i* 

[Qiysmilitatfiris llipcndiis vnquain ?Quis piantar uineam,&drfn» 
i£u «ius non edit ? Qiiis pafeit gregem, & de la&e gregis non mandu*- 
cat ? Numquid fccundutn hominem hxc dico» 1 An Se lex h«ec non dicic. 

Gregorio Nazanzeno fra le molte intt rrogationi limili, che egli ado 
pera nelle lue inuettiuccontra G':iili.Tno,dicc anche cosi . 

[Vnde hoc tibi in mcntem venit homo oinniù lcui(limc > & inexplebi 
»Jiflime,vtfcnnoncs,&: dottrinar bmnanioris ftudia Chriltiams auferas. 
Vnde & qua ex caufa ì Quis Mcrcurius Lcg’ius, (ut ipfe dixerit) hoc nbi 
in mcntem induxit ? Qui corrvbStes pcrucrlì,& imudi dxmoncs? Qux- 
ro ex te quodnbi ime dogmatcuclis,qa equo te rario moueat, vt litteia- 
rum>& eloqueniix.iVudjis,nulloCxcmplo nobis interdica^. ' 

E tanto balli in cofa perle medeiima chiai illima. & faciliilima. 


■ <■ ■ 1 ■ ’ 1 


P A R T I C E. L L A 


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>/iIG lìi j Ot) £1 . • 1 - * » 

T E STO DI DE MET RIO >. 

,3 iiiqyj r.lTiup to' i ribnt ■ , 3 alb oU 
► ■ 0 ;; • .« .».•>. 

£ 3 . irti»’. 


Centefimacincpantcfima oteaua 


Tradotto da Pier Vèttòri . 


i ni • 


iwrix 


c)d 





oLqmpiiqoiq òitq rto;i c r.iqif 

\V a autein vocatur iriix»»', t(l quidem di ciò maonrt plurimum aU- 
Y tem prodefiet ad grauiiaum. Sxemplun autem ipfws,iUud.DemQ 
& , fibeais : Morbus cuita ~dlbcmtnfes gra tis incidit in Grtfiam ; 009 
fuipt aito grasse . :q: 14. luti /.i ■■ 

t«i Vas; b.iituUvCjRia. - -'i Vi ma*'. tt» virthv.f td 


PARAFRAS E. 


tettvrpQ>-fci 

irli 3 3uoi3 
r/i 1 


La commoratione altresì amplifica la acerbità in materia 
; acerba, come quel luogo di Dimoitene, ■~ l) • - 
\ In una grande infirmiti è caduta la Grecia. 

E quello che feguita.- che fe più breueraente , efenzafer 
maruifì tanto intorno foflfcftató'detco, non farebbral ficilro itato lì 



vcbcmeocc. . 

Uia'.u!o>liiaI>aiO cu no a 


iup 


it ir!: ciqc '. • ‘ 1 ?. yi . iint pinoli 
jaab -rfi-xt cn .1 osi a» 

. 3 ILI r „lf - 


Soprala Particella CL Fili • 8 8 55 

COMMENTO. M 

Mi. 

\:u. '»«&«» 

i"V T 0 n è il primo luogo quello, nel quale ci è occorfoà vedete, che da due eoi 
1\| fe contrarie è nuo il medeftmo effetto: Ctffere i membri tutti copulati di* 
cenami vna volta che faccua grandezza , & il medeftmo nafceua dall' e fiere 
tutt dilgiomi :.£ noi in wiiuerfale rendemmo allora la cagione , perdi* cefi au- 
ucnijje_,. 

Hora ec o vn’altro cefo ove da contrari f fi genera lo fleffo : perciocbe otte là 
eoncifione e la breuità , & infino la reticenza habbiamo già detto che fanno a. 
(f>ro il ragionar e, bora diciamo che anche il fe marfit più lungamente che la ne. 
teffità non richiede fopralaftefh co/a,moflra alle vol.eira,Cr acerbità, e que- 
fio domandam i Greci tenitori, e Cicerone nell'oratore Commoratio , fi coment 
Commoratio pure fi domandane l’opera ad Her nnium: fi bene dgiuditio no- 
firo molto diuerfai quella commoratione ad He>enninm,da quella ebe fi tratta- 
qui ; E la differenza confile in quello , che l’autore ad fiere nnium parla d’vn*_ 
commoratione, che non giace in vn luogo foto della oratiane,ma che t fparfa per 
tutto il ragionamento , e che come egli dice tanquain fanguis perfufuseft 
per totuin corpus orationis, quando l'oratore bau ndo vn fundamentn che 
d lui pare che vagì a affai, piglia occafione mo Ite volte netl’or adone di tornar, 
ui fiora, & ad ogni pafio lo rinculca,che però di quefia tale commoratione dice 
l'autore ad Herenitum , che non fi può dare vn luogo per effemoio , perciocbe 
ella non confìfh’i t vnluogo fui 1 della oratione,ma in molti luoghi infume fpar- 
fiquàelà per lo r agio lamento, la douc la commoratione nofl'a in legnata in 
quefia particella , in fingulari luoghi giace, quan io hauti do noi à riprendi re ò . 
pungere chi che fia doppo bauer data una puntura, la replichiamo in altre ma- 
niere, e vt fi f rmiarno /opra, non per maggiore inteUig nz,t de gli afcol tanti ,à 
quali farebbe bifiata per ciò a prima claufula, ma per amplificare quella col- 
pa: e per moflrare che di fligza, e di fdegno non ci fappiamo qua fi partire da . 
quel fogge tto . 

Quella tale commoratiorte ’JH. Tullio nel _j. de Oratore , la dimanda figu- 
ra pinzi uolendo numerare alcune figure , la mette nel pr mo luogo dicendo , 
Nani & co.ntnoratio una in re perniulcum raouec . "Demetrio noflro 
fi vede che non la riceue per figura , pofciache , fe per tale l’haueffe non quà ne 
raggionarebbe,ma con le figure ne haurebbe trattato , nè è marauiglia dicendo 
Cicerone mede fimo, che in materia di figure fono fiati molto diuerfi Ultori, 
&C quidam nonnul Jas non purabant effe figuras , quas tamen retho- 
res alijs arbitrarentur in corum numerum effe inciudeudas. 

L’eff empio che adduce Demetrio , ò hauendolo egli più lungamente difiefo 
per colpa de librari reila troncato , ò egli co fi manco lo allegò , per accennarle « 
jolam ente, come quello che ognuno sà douc fi troua ; Cioè in Demoflene de fai fa 
legationt ; la douc effa girando egli contro traditori , e dicendo che à qui ’ tempi 
/ ' K&K. 4 


885 'Jl Predicatore del PanigaroU 2> 

principalmente bìfcgnaua punirgli , pofciaibe cofi granmu'titudme,nt pullula • 
ua ogni giorno comincia dicendo . ( 

inumi grande ìnfcrm tà ó tene fi è cadi, ta la Grecia, 

E quando replicando con varif modi il mede fimo concetto, e p:r fi fendo nelle 
Beffe cofe per qualche fpatìo , moftra che non è dubbio con quella tale dimora , 
molto [degno, e molta acerbità ; Cofa che coft ipefto occorrerne gli ordinarti ra- 
gionamenti de gli huomhi,e cofi fpeffo fi vede ne’ ferini de' buoni autori in nota 
grauejche apena ne bifogn ino efjempi; T uttania bella ccmmoratione fìt quella 
madre di Monna Sifmonia contra il genero, quando in due pa ole potendo dire 
la viltà , e la bafle^za del nafeimento di lut,vi fi ferma vn pt^o , e parendo 
che la lingua non fi fappia feofiare da doue il dente duole ; Tuttauia quella 
diceria vi fà intorno . 

- Col mal’anno poffa egli iffereog^i mai, [e tu dei [lare alfracidume delle pa- 
role d’vn meicatatuxzo di feccia d’a fino, che vellutini di contado,& vfeiti del- 
le troiate, ve Riti di romagnuolo,con le cal^e à camp melle,come egli danno tre 
folti, ttogitono le figliuole de’ gentiluomini, e delle buone donne per moglie 
fanno arme e dicono, lo fon de’cotali, e quei di ca[a\mia fecer cofi. 

E quello che feguita. \ • 


DISCORSO ECCLESIASTICO. ? 


D Ellc due commorationi, dette nel commento, vna ; quella cioè cho^ 
tratta fautore ad Hercnnium gabbiamo già trattata anche noi di 
fopraad altra occafionc,&: kabbiamo inoltrato, come efiaper tur- 
il corpo della predica cintane diffida} Cornei buoni. Se intendenti 
dell’aire predicatori Italiani noftri Ce ne fiano ben feruiri : E come quel- . 
y clic per fola imitatione fe ne uogliano.molte uoltc danno in ifcoglio,e 
(per vlare il scrinine di Gregorio Nazanzcno ) fimiarn indinne . flora 
” ci offerifee l’altra trattando da Demetrio in quella particella: la qua- 
lc,qual cola (ìa già nel com mento fi c detto affai chiaro: Et il replicarlo 
con fubito darebbe noia. Mauicdipiù: Che neanche elfcmpi coni- * 
modamente fe ne polfopo dare , non perche efla per tutta laorationcli 
diffonda,, come l’altra : Che anzi giace in fingnlari luoghi del ragiona- 
mento,? determinaiitfimi, ma perctochc confiftendo clfa nel fermarli e 
raggirarli attorno alla medefima cofa, e nel non faperfi qua6 per ifdegtio 
partir da lei, e nel replicare in varie maniere, òcon reprenfione le mede- 
lime colpe.ò con minacciclc medefime pone, quelle cofc al ficuro,non 
di una,ò di poche claufulc abbifognano,ma di molte: le quali fe in clfem 

E io ucnilfcro addotte, troppo maggiore fpatio di fcritturarichiedereb- 
ono.chc al noftro inrerito non rta conucncilolc. E g'à uediamo che De- 
metrio medcfiiiio rrlolfo ( fi Colile crediamo noi ) dalla irtclfa difficulrà, 
flon apportò per effempio di commorationc , tutto uno de’ luoghi , che 
rna commotatioite occupalfc : ma di uno di loro gli badò d’accnnare ii 
comincia mento: E cofi faremo noi . E però nelle fcritture facrcpercf- 
fetnpio fcrua il primo capitolo di Sophonia da quel luogo» : 

. “ Con- 


Digìtt; 


Sopr.Ut*HKtk*CU'ri.l. rr 8 «7 

fi ucicrl Xrilfimo.chc noti tratti.- 

do coli Pc non una cofa fola:Cioè l’honorc d'vn g.orno Polo: ad ogni 
do coli ui fi ferma Untoattonw , dc-isttaptc -irtan^ere procura di imp 
mere il mcdefimo.chè indie quelli che non intendefTcro I arte.e non fà- 
peficro pure il nome della figura , cònfdfarebbono à orecchio che quiut 

*%S8SSSS ’g "Natante,,,, U- prima mutrriui conrr. 
Giuliano , cPaPperando contra la malignità di lui i perche di tutte le lct- 

rata anche con la Pliilippi* feconda: Maà p.ropofito noftrogm.of.ffi- 
mo c il modo.col quale Gregorio Nazanzeno fi introduce adePaPperare 
contra lafopradctu malignità di G mli.ino: Che* doppo hau?r detto che 
vuole adoperare la lingule la eloquenza contra di lui.fpggionge , 

r Etiftiquidem barcana poTchrè conucmc vt Pernione cruci e tur prò 
eoìcelcTC quod in (eifnoncs adnlif?t',',qui cnm omniiirarlone praxj.fto- 
rom comciUncs finr,ì)S tamen tanquam propri* ad fcperimcrent „chn- 
ftiinis per inuidiam interdice , ftultiffimefanè dofcrmoai^s coguan* 
homo omnium, ut fibi videbatur facundimmus. J 

Non fi ferma quà , ma girandoli Pdcgiiofamentc intorno à quello vn 
pezzo forma una Commorationc bclli(Tìm ? ,anzi nel corpo dWitta la m- 
ucttiua tornando in molti luoghi ad esagerare quello fatto: Etmcialcu- 
no di luoghi fermandoli buone pezze : Si può dire che intorno al mede- 
fimo uitio celi c per mttaia orariane forma la prima pommoranone , » 
inciafcun luogo, ouc ritorna à. lei,jie forma alcuqadi quelU». delle quali 
noi ragioniamo r •InMopCCopwlio, elTeyipiP 3f|U priwk maniera di 
SIS&Enm CKÌfelKO?,) lj. pt,h,t,.partt rnrra dell» 

predici dèlie ceneri, oncia claufiila , 

M mattò homo,tfUiscvùs cf,&tn tmerem rtuerteris. 

Tenuta Pempre tìrrma e replicata , & in «arie maniere trattata, none • 
dubbio che è labifc-,de il fondamento dcHa uniuerfalc commoratidnci 
di quclia parte: che fc altri hora di qucllafcconda force, di<onirtiprat>o-t 
n e vuole uedere cilcmpi , vegga uerbi grafia il luogo della terza parte 
della predica della imiratìone, oue fi parla della ueraUbcrtà chri (liana , 
oucro quello nella terza parte della predica delle ceneri , ouc cfiTagerap- 
do contragli abufi del Carnouale>cominCia, 

Roma mia cara non è più tempo di giuochi . 

E feguira un gran pezzo, (empre nella medeuma còla Commoranao; 

E uedtito che (làbbia quelli.ò fonili luoghi, gli confetifcaconil memen- 
to della prima parte delle ceneri , & intenderà fubito per fe Hello chia- 
rilfimamcntc, quale fiala natura di ciafcuna delle due commoranom. 


PAH- 


883 

PAR TICELLA 


•jfli ir.stj Jjj 

-numi P' è 

-.ii 
«1? 


nv 


Centefimacinquantefimà nona. / 


>oh 

Uff! 

Tini 



iiiO 

mi 


TESTO DI DEMETRIO 

111U1 j i.- Ili t m, ^ ijCi jijflftl 1 E£V ttì 

Tradotto da Pier Vettori. 

gufili firj/.iu, ;jq : - flifrt 

•^.tOfilih 1 119 veri OJ-illlj IS-. i(J. i\y tfoll 4 

rj—fl ««Irai gr qui tupnuvruàf vocatur retinoti 

gtiuitatii & qui odiofai rei borni verbi t edit ,& ini pia iti. 
KW P f em faRa pia ■ feu qui vittoriai aurea! conflati iubebat , 
&vti pecunia illa ad btllum , non fu locutusctt confida a- 
tè . Tercutiamus Vittoria s ad bellum : odiofum cairn ita 
I fuifitt , & {inule c.ontumcla vexanti Deas,fed melioribuf 
ne rùis. ytamur rifiorii! ad bellum,non cnim penultimi vittoria! funile fuit» 
ita prolatum } fedfociasfibi fattemi. . 

. • r! ':ì : " ■■■■•!■ < - c- ooc-i-l 


PARAFRASE. 

I . : . ì * * fi 

Olii* '.‘i i v i tili^ ili :d\S.ì'a . * . ; tj t)tj;u n r é i f 

E però cncccffario che per edere acerbi, vfiamole 
parole,® le frali nella maggiore) loro acerbità •• ma 
potremo talhora mitigarle con J'cufimifìno. Cioè 
trattando cofe odiofe e dì cattiuo augurio, con pa- 
role amabili, cmcgliori; e perauenturaratterem» 
in ogni modofofficicntefcuerità. Quegli certo il 
quale eilorraoa gli Atcnefi à ipe^zare c fendere alcune itjtue do*, 
rotella Vittoria per farne danari à ffcrmgio della guerra , non dille, 
temerariamente, 

Spezziamo le vittorie 

Che haurebbe hauutoijuefto modo dì dire del male augurio, e 
della bedemmia, madide-, •' 

• E di quali cole polliamo vfarc più proportionatamentc che delie 
vittorie in guerra? 

Che fu grati olà maniera di ragionare,® nonparuc che li volcflcro. 
fpezzarcqucllclJ®®,matbrfi inaiuco . i , 






C O M- 

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SÌfr* UPamelU ’C'tetX» 






A CM.Vier Vettori nella tfpofuiontdi quifh particella tutele vh dubbif 
molto ragionatole: Verciocbt t) att md bora Demetrio della ttitagra- 
ut, & infegnsi docVìidr fletè feueti ,& acerbi , tanto ò longi che iEufimfmo 
cofl domandato da Greci ferita àqUeflo : che ami mitiga egli la acerbità, & * 
flato lionato per leuare la troppa f uerità, & afprcgza. la rlfpofla dello fltflo 
(JM. dietro è, che però fi uede che Demetrio notldifl* affobramentc, ehe-nefoj 
fé per nafeer e granita, ma con particella dubitatiuaflriffe i bortafìc autem . £ 
di più nòti diflv ebeti EVffoiìfmó gemtaffè totalmente grattitela aliquid gra- 
nitati:' Chi in turo fonò fdii fiori sfitti buone )<*tgne dell'ingegno diqueltia-. 
tàtt'kuomo . V.VlÌVoi^W\UtOftR&ì\jHtoQ'. »|W 1 »' »* ,J • l 'X 

Tuttaitiadnoi i uenuto vn’ altro pcnftoròyt'ltiiahbllèho fedito nella para * 
frafe : Che 'Demetrio noifà'ogti t dire qua- chèdobbìdmo vfarè t Eufimifmo 
per efiere acerbi ; ma che ouc ci pare neceflarioT^fnrbfnon reììkmo'pttpaU’ 
h Hi pétdkre t'tftiéìlacètbiti'Y- perche anche mkigdìhmi^Euflmifmo laf re- 
fe ,ò la paiola perfe fhfjagrauc ,fempre retmebit aliquii fluita tii-VChe 
apena DèrictHo ibi fèrir* 1‘ Eafimifmfitrebbe più acerba fa ìofa,ma potreb- 
be anche effert che non mìùgàtafoffe troppo acerba e di malaugurio, Od odt'ifdp 
E però ci fà animo che in tal cafo la mitighiamo ptt*cardiiamente , che ad ogni, 
modo rattiene fempre qualche parte di jtiteritda tfehemengacXofi pare ’d noi 
thè debba intender fi quello luogo . rimettiti ioci perir fempre i più lucidi inge- 
gni. 1‘ Enfi mifmo fra tanto, come fanno gliintendentlaùrO non {igròfita ,che 
■ buono augurio , li vfaré l’ Enfimi fmo in propofhónoflro altro non è, che certe 
cofe ò odiofcyò ofcure,ò di ma.’augurio’fdirli cotipfarole amabili, e che non por- 
tino quella br utenza in fronte . Tutto ih contrario diquefìo dice M ."Pier letto- 
ri eh ; fece colui, il quale ad una i morata donnJamita àditi, uolendo aprile il 
fuo de fiderò, per vfare parole modefle diffe lefòffe piaccialo l'baurebbc 

voluta fuergognare : Ma fi nza burle ; Di quella nte-lcfimamanieta di mitiga- 
menti tratta Quindi ano ancora nel libro rumo gè dicitfre fonoqkcHì ,’i Quali 
resafperas mollius fignificant, è ne addhft'due èflempi ) Il primo i di Te- 
mi Hocle, il quale quando effortaua gli ^ytttnefi che vf iflero tutti delia diti 
lenza laf darti prt ftdio alcuno ,& anda fleto àd{ncoi.tiaUÌl nemico fuggì di di- 
re quella parola .nn -V. 

bandoniamo ’a Città: • n '- K - 

‘ Perche fonaua male,& bau tua dtU'impiogmd còn triodo pfifjinio diflé, • 
Lafciamo in cura d Dei la fitta' v .ci.-t v 
C he fu mitigamento, & Enfimi fintò molto gtatìàfò i' il fetortdotfl empier fù 
quel mede fimo che apporta anche ‘Demetrio in quello luogo , di uno H quale 
effortando gli c^itemfi che per far danari ifionigiù dellòguitira doueflcro 
fpegzare e fendere alcune Hatue d’oro dedicate alla ‘Dea Pittori ignori difk , 


Sftg; 


Oyv IllFl 

Spezziamole •vittorie, ma 


Il predicatoti kl pjtnigfwte 


t 


yftamo le vittorie inguerra. 

(he intiero fà mitigamento gettile # dettocon hort$m* grafia. Cicerone 
anch’egli à quello effetto pa riandò di alcuni che erano flati vccift,per non vfa re 

fu" 1 - ' * | ^ 


mitigamenti, onde per ef tempio in vece di diri , i.' j • 

Il tale i morto, diciamo n<\ou.v. 

jltaleèpafsatoà miglior aita- ■ rriv.mtf Ir’. V, i\ót*JìAv 
Dio l'hà chiamato afe , 

•E tofe filmili : Et in quefio il 'Soecatciocome nell’otre coffe, è flato auu ratiff^ 
fimo, che non folamente , tomcdj>emo à più. fi roprio luogo » he fofe ofeene 
grandemente hont fiate, ma le odioffe ancora ha proferite con modi amabili > (0^ 

me quefli apunto dcLmotirt dicendo,;, $ r . ,t\\ , Vhmiì »T 

Diquefla vita pa fiata, honoreuolmente fu fepeliu. , 11K , ) ^ 

Di quefia dolente vita fi partì, 

. 0 felici anime, alle quali , in un mede fimo dì anemie il . [ergente amore, < Lq 
mortai'- ulta te> minare, 

.<.£ coffe tali'- Et ilVetraxca ton abondanja poetica molto più variamente an ~ 
cpra mitigò quclìomofo effetto di morire, dnerulo 
. Che vede il caro padre venir meno . .« iÀo\* v»» «»»4s o«i ónq 3. 

E veggio prefio il fin della mia luce, ■ :iv,: ; vin-ii «MIm «mm 

"Potrà fmarrire il ffuo naturalcorffo « .t.jjmi •« , A • tu • ’ \ o vi» 

prima ch’io torni à voi lucen’ifleUe •>, .< • \ . i' v -%à1 .w? 

. Maio farò fotterain ffecca ffelua.,<\ i, m \ «t txtcw \ ' 

„• Finche l’vltimo dì chiudaqucflìacehi. up-'v* tfttib » .v<>vi\on,v Ve is\oi 
^ Che menar gli anni miei fi tofloà ruta, uiWV . ts>Vi ’tJ 

J, Qutìì’amma gentil che fi diparte { m-W ilkv^Wih.kMVJ't èii 

' *4nz} tempo chiamata all’altra vita. 

ì.S^uantapiàm’ attuino al giorno cflrcmo . \j V. » 

i-fiafia toiìo del ffuo corff rd mia. , i u --.. 'Juùxj. uum Oihva 

■. lo ffentio dentro al cuor- venir già meno utiioi •; ••.rii >t 

, fyi Jpirtì. m» v ■ • t 

-j .. •; - i i_ Fin ch’io fia dato in preda , :Va . t inaiìri G.bv\t im w ì\iA ikj n\ 
*4 chi tutto dif parte. • t ‘- t\ir.^ùb'.r v yt 

Trarebbe à finqutfl’afpra pena, e dura . b ow V.voi»«n.«i^ 

grafita prigion oidio fon ebfi ffo. \\ ■ - , • i •* *$,• WWr&t • 

E come vita ancor non abbandono. :?• . \ i> ititi ' 

5T (Ire aiizi il mioflì,mifr4portana alfine, r.t ti\yì& 

v Ef artmail miotffìfifltd unj>dfi»*r i(T vi m. fcWot^h ito cvrì\^ -w 
o ). i ; fine di ffpirito priue ih %• vói 5\ niK; i'.y. obnuit o'.' ^ . 




Sopra la Vartktìla CLl X. *91 

F t in diuerfe altre franche tutte fenza mai nominare t odiofo nome iti mo- 
rire, con Eufimifmi gratiofiffimi bannofigmficatt il medefmo . r ; 


DISCORSO ECCLESIASTICO* 

V ogliamo dire vna cofaà propofitodcll'Eufimifmojcheci piace 
grandemente, e come non l’habbiamo trouata detta da altri , coll 
vi h ibbiamo dentro vn poco di compiacenza: Noi crediamo che 
PEufirnifmo non folo ferua à mitigare la acerbità: ma che alle tioltc fer- 
uaà impedire clic la acerbità non fia mitigata: E quello quando noi hab 
biamo a farcinuettiuecontra terze perfone in prcfcnzad'huomini ,chfe 
di quelle tali perfone terze fono affettionati, & appaflìonati , perciochc 
in tal cafo , oue nollro intento è di inafprire gli animi degli afcoltanti 
contra que’ terzi , vfando ingiurie troppo Aperte , c modi di dire troppo 
*fpri, facciamo contrario affetto , che anzi fubito la affettione fà che gli 
alco'ratoi i.à quelli li inno compaifione.e contra noi li accendono di fde 
gno: E però in tal cafo nittnacofa farà maggiore effetto di afptczza.che 
H mitiga nepto della afprezza che è PEufirnifmo . Per effempio predi- 
cando noi à vn popolo heretico Se affettionato gravemente à quei mi- 
nidri herctici che l'hanno corrotto.Te di falto cominciatlìmo à dirne ma 
le, e con mol ta acerbità e di ve. 

Caligherà Iddio di pene eterne quei federati herctici , clic vi hanno 
ingegnato il fallo e predicata Micrcfia: Che fuoco venga de Cielochc 

gli a'brufci : . I ‘ , ‘ ... 

Ecofc fidili : al ficuro non face no effetto, alcuQOxonua detti rrn- 
niftri , anzi più tolto contra noi ftelTì : Che tutto in Contrario con l’Eufi- 
uiifmo faremo molto più fe doppo luucrc ben prouata la ucritàcatoli- 

ca diremo, i 

E pure à uoi potierclli è.ftato infegnaro altrimente, che Dio perdoni à 
chi certo non lo doueua fare: Et à voi apra gli occhi à miglior lume. 

Chequifiitedecticilcnifigamenro'inaljnifce: E hort tanto più Ciro 
douremo tenere il documento , quanto che S. Paolo medelimo è quello 
che ce lo infegna . Egli nella epjjlplaà Galani fi duole di cofachc meri- 
ta infinita fcuerftà,*: afprezza: Cioè che detti (Salati doppo haucre apc- 
na abbracciato la ucra fede di Chrifto.un intratto da pfeudoapoftoli , Se 
herctici fi fiano lafciati perucrtire,& contaminare: E qùà grauiflìmi fo- 
r.oi precari e di Galati medefimi , e di quelli die gli hanno ingannati : 
Turrauia in cola che merita tanto fdegno, perche la piaga è ancor frefea, 
e perche i Galati fono per anche appaflìonati di quei pfeudoapoftoli , mi 
tigaS. Paolo la afprezza con l’Eutìinifmo. E primieramente in vece di 
dolerli di loro , ufa per l’Eufimifmo una parola men afprac dice > che fi 
marauiglia di loro. 

Mirar quii ftt nm cito trasfrrimini in ediud Enangelinm 
Poi per maggiore mitigamento di tutto quello delitto getta la colpa 
iu altri.e come dice Adamo Sosbout, videatur ingenim Gdatarum dam- 

nare leuims , & inconjianti a >ceu per (ometttwam fatti culpam reiiàtm (fendo 

apoflolos . E di 


Digitized b 


:Jl Predicatore del Panigarola 

£ di quelli apostoli ancora, parche sàdici Galati ne fono appaflìona- 
n,non parla con amrezza.c non dice fono herctici federaci, e ve hanno 
ingannato, e dofe »mili,ma con Eufimifmo gratiofillìmo dice, 

Tììfi funt altqui,qui vos conturbante 

Come fe da urùnq ad vidimo dicelTc, ;y . () 'i ; ( , 

Et in néro Gitati Inferi liptrra pirnoMm regimarmi come uof vr fiate co fi 
prefto mutati, fc già non fono alcuni fra noi, clic vi inquietano . 

Che pure lì ircttoche più lintigata nó potai» edere l‘afprczza di qpefc. 
Io che c,pia fjhe'piÙKtfotto h.niri fdnz'à dubbio fatto il mitigamento ,'cife 
non haurebbe tà£ro.l’afpcczzf iile<rà.* la quale 1 afprézza di mano in nia- 
uoCiU- S.Paolftrio! difcoTlb’della l-piitofuifi uà più impadronendo de eli 
aniipi.de G.dan^oiifenzJ mi ngamcnro lu (adopera, Onde òrincz^ la cpi- 
4 oUf«ii?.a tanti Etròmifmi dice loto y u < mimo ìium ■ > ni '. 

-, Ouiitn{aaGi‘atK\H'Ui unfijcUnuxMtniè'jeiire ueritati 1 . ' , ih q> . 

E qu,Uijii line con muggjortafpteiz'a ■'••r. n-n. i 

« t lenir» abfiiHdtnrnr.qtii w pieiturtint : • ■ >1 >*. r . il >' 

l' Balta che mentre la plagile flVefc.i non Infogna cffhfperare : E mentre 
gli animi danno appallionati , nonbifogtia'ul'are molta afprez za : Cheti 
f*£ cb - l>c . t ' rtc P !0 ^ onri3rilJ E'mqiletlo calìa diciamo, e diciamo uéro,cl\c 
lEunnufinopon fido -non mitiga'l'afprczza; ina è antedetto contra ip 
mitigamento , chopper Ic'lleìfó ui'fi prodiiftbbe*. E ta'rtto baiti in quclto' 
piopolico. lì * tjrrtfiojbiul ibsl 

«Vj ih :> Àlidi of. 'vi r <31 
' I hi! : J 

PARTICELLA 

-t'iia l eoaoi e. ó' . . *'ii unii ; : . : '.1,1:1 io 1 • 

Centefima fefantefima. , ■ r - . r l . 

testo di demetrio 

. « .■ 

Tradotto da Pier Vettori . - 

l? ,■! uui<Ail • «. ..; pili . :ir rtupiliiO ih ni .- o;: ì:d£*c 1 L krt 
-tv i, - (ÉMfiBW WpBWPWWr 

J{auia antera £? Dcmad'aéCia , & fi proprium & abfur - 
dune modani babtrè v dentar i E Me ridir interri ipjorum 
grauitasytxtmpb ftlus r.x allegorici. quod^m affini /- . 
fto,&quod fortume Sì ,f\ljyperhoU\ C uiu modi t(l l- 
lud . T^ùn n ortuus e fi isfl xander c_i ftbmitijes,omàcs 
mini te rrx 0 ore c?da±imp e rf fa. efsèt, litui entrmkì V, 
quo.pfaufusefl fofitun prò it*rw , alltgoriomi ejì il ftmul l^pvrbilicuià ; 
illudamela omnes ti rrasfeiitirefaedarat oph uilexalulti, & ftmulquidddm 
fa(lum ad confltmandum babettt orbici} coll finm rr tùbus , omim autem 
conjUrnatio grane quidam <fl , quia bombile . E ikjdtmform* <fl ilhtd . * 

Hoc 




Sopra la ParficelL CLJ& 995 

Hoc pkbifeitim non ego fcripfi fedbeilum^Alexandrifpiculo fcrìbent. Etili 
lud.Similis cairn cft Macedonum exercitus,poftquam interijt Alexander, Cf 
dopi txutento.Et alibi rurfus . tyonquxmaiOrum alate pugnantem in nani - 
bus, /i d vetulamjandalia inoutm &p:ifanam forbentem-.lUudtnim vetulam 
obfcure dicu' 't prò infi>mam,& exilem iam.Et vna patefaciens imbecillitatent 
ipjius fuprumodumjilluiqutem ptifanamforbentem , quia cameni tunc diui- 
dens (4 tota dedita epulis,difperderet militar tm pecuniam. De r Dcmadeaigi~ 
tur granitale fatis.bxc fiat. Etfiillalubrcum quiddam babtt&non valiti 
p/ 0 '.um*d m tandumùndl cairn & quiddam poctkum in ea forma.fi qiiiden i 
f q-.ticum cfiallcgona &bypcrbole, & empbafis ; poetieum ameni tnixtum 
comoda ib òi silo/ i. ••• ... ì 
liti . . 

-IJ-. '1 I-.' A !> A -C f> À - ' 

■I. r ■ 1 V a r ts. A 5 £. 


« K i >%rt* 



y.f rjv u u lyiiD 

Cerbi riefeono parimente alcuni modi di dire alla 
Dcmade^j'le benehanpo vp>poqp del lìngularee 
dello flrauàgàntciÈ la acerbità nafee in loro da tre 
figure vniteinficme:Da enfafi,perchc mettono ina 
zi àgli occhi vn altra cola, qltre quella dedico* 
\no; da allegoria , perche quello fanno cqn,C<ln ti- 
riate metafore: e da hipcrbole , perche cofe dicono, che eccedono 
quclloche ordinariamente è credibile che po/Ta efleré:Talifu quel- 
la di Demade ideilo, quando volendo mofìrareà gli Atene», che 
nondoueuano legiermente credere, vìi romore che cqrreHa lènza 
Certo autore,che Aleflàndro folte morto,fra l'altre cofe dille; 

Se Alclfandro fodemorto;di coli gr<m cadaucro tutte le parti dal 
mondo fentirebbono il puzzo. 

Oueil dire che le terre fentirebbono il Lezzo; Cioè nò haurebbfi 
o cognitione chiara, fu allegoria,ma allegoria h ipcrbolica,pcrchfl 


no 


troppa grande eccedo e ,chf vncqdW c ?°it9lpi^..f accia tepore per 
tutto il mondo; E quella hipcrbolica allegoria generò rchfafi,perT 
che pofe di quella maniera ìnanai^gli, occhi la grandezza.e la po- 
tenza di Alelfandro, oltre che quàdentro,daH? tre figure dette nacr 
que vn altra cofa,cioe vn non sò che di horrore & ogni h orrore làp> 
piamo che inafprifce . Dèlia medelìma maniera ragionò Hiperide, 
quando riprefo d’vn ordine che haueua fatto, volendo inoltrare che 
necdCtà ve lo haueua indotto; 

Non io lo fende, dide , ma la guerra , e la penna fu[l’hafla d’Alef- 
fandro . > -i , >>.» ,'i ’ - : • ■ qv.j 

E nello fteflò modo ragionò Leo dalle q uando morto Alclfandro» 
per mollrare che l'cficrcito di lui fe bene grandidimo non era, più 
formidabile dille, . , > •. .i:.i ^ 

Si* 


•4 1 



Simile è I'cflercitode Macedoni morcoAleflkndfo à Polifetiwy 
ma lenza occhio. 

E t altroue pur della ftefla natura fu per inoltrare quanto indebo- 
lita era la repubhcadegli A tenefi il dire. ' 

Non è afeolea tori quella repùbhca più quella guerra armata chc> 
in battaglia Nauali combatteua,maè vna vetchiarella debile in pU 
iielle,che ftà forbendo lattouari. 

Oue allegoricamente nella vccchiarella fi efprime la debolezza 
della republica, ma con hipèrbolcj E quel forbire lattouari può an- 
che moftrare la crapulatila quale ella fi era.data {pendendo in con-, 
uiti e ludi quello che à foldati altre volte era l'olito di darli.’ j 
E tanto balli haucr detto della Demadea grauità: Se bene in vero il 
porli ad imitarla è «ola pcricololà>perchc dia hà piolto del Poeti- 
co, per le tre figure, enfàfijalkgoria , & hrpcrbo'lc «'che tutte à poeti 
apparta-— ' 

ri .1: «l'trt 


mm i ... 

moto di valer fina- Certa co fa è,come da A tento ,eda Vlutarco fi può cattare 
che di quefli detti Dcmadt fu abondan ijjìmo-neperò di lui fono tutti quattro 
rii effempi e bé adduce Dtmctiio,ma il primo folotSt bene Demadei fi doman- 
dano anche gli altri per Uhnhatìone : Evirar» nie in quefli tali detti tutte è' 
tpe le figure concorrono che Demetrio dice , delle quali che cofa fia alleg >ria_^' 
abondan temente habbiàmo detto nella particella ^y.tihrcofa fta htpe troie 
nella 71. tirella filo laEnfaft,la quale dite Quintiliano nd libro noto, (he è 
, cum ea aliqtlo diilo latens aliquod eruitur,Eg/< tfi. mpi i he egl* di fo- 
no vno di Virgilio in quel verfo, 

‘ 'Non Ialite thalami expertutn fine crimine vitam Regcre mo-' 

n .1 Ir i j'i * 


Oue oltre il principale intento di D'ione fi tonache tfia il viuere fingalo 
Mario, reputano viuere da bcflia,c l’altro di Outdio, oue facendo dire m i tu 
<em nte à M gfga, 7 : T 

Feliccin coniuge raatrem. 

Sì riai crgl'te che < ffa federatamente ardeva nell amore J el padre: Et ir fom- 
maperqudlocbefpcttainoflrop>opofitt>baflafapere,cheEnfafi , do uè olirà 
quello che pare che vOg'ia dire il ragionamela ,cht fe*tirtnt,aUuna ul.:aco - 
fa fi ci pone auanti i glt occhi il che come occorre ordinar umnit m Ile allego- 
rie nefuno è ciati, on vegga: E peri fon e mara- ii ufi ìu ^mfl. d< tti alla De- 
mad a iut' a*e*endo allegoria, • onw rt ambe Enfafi ma di più cfiin lo l'ulle- 
gpru in cofa di ecce fio, pi internale panna, te La fnpcrho'.t : C oinc p» r troppo 


rii. tal ri. 
ssidu:. 
:n . 

Snicnoj 



re fera:. 


cbia- 


Sopra LVartlceìh C L X . . . *'» 

Moramente fi vede ne gli efìempi,cbe addate Demetrio principalmente nel 
primo, che è di Démodé iflejjo-.co fi bene efpofio da lui,\e cofi minatamente atta 
toma ti fato di noi nella parafrafe,cbe stza altro ognibuomo vede,oue in lui fi a 
no polle, e l’ allegoria e l‘enfafi,e la hiperbole,e quell’ horror e che da tutte e tri 
le fopraieite fig are egli dice, che nafte: T^è hifogna dire, tbe pur di /offa dice •- 
uamo chela moltitudine de gli ornamenti leuaua là acerbità, perche quello i 
vero oue gli ornamenti, che fi vfano,non fono per loro natura atti à generarla, 
tome fono quelli de' quali ragioniamo in quello luogo . Seguita il fecondo ef- 
fempio,il quale veramente non è di Dcmade,ma P lutano, & U Longino ne fan 
coment ione come di detto di Hiperide, ma alla Demadea.conciofiecofa ebonf - 
}en io la Città di ditene dalla forza d’Mefianiro ridotta à r/.olto perìculo, 
ordinò con vn Tlebefcito . Hiperide che i fòreftieri fi facefjero Cittadini , CS i 
feriti liberi, & che le donne & i fanciulli nel Tireo fi maniafierofia quale ordì 
nanza come flrauagante,efjcndo altre volte gettata in occhio ad Hiperide, egli 
per indire che mera necefità l'baueua ridotto à farla, e che cofi allora cormeni- 
ua alla D tmadea rifpofe, 

Tyon io lo feri fi quello "Plebe (cito, ma fa necefità della guerra lofcrifle,epén 
tu à fcriuerlo fùfbafìa de jt le fiandra, 

Oue fé b' ne 'Demetrio non fi forma à farlo , fi pofono agevolmente di mo- 
ftrare tutte le tre figure:l’enfafi mentre fi ci mette mangi la neceftà,(4 il pe- 
ndilo di quel tempo -la allegoria mentre che con metafore continuate fi ragio- 
na' e la hiperbole pa rendo fi che la guerra fcriua,e l’hafia fia piuma : £ cofi oc- 
corre nel tergo effempio , il quale eficrc dato di Leoftene fi caua da 'Plutarco 
nel libro,oue egli difputa. 

Verum rcsgcfta: ab Alcxandro fortun* tribui, debeantan vir- 
tuti . 

(ertamente il Ciclope accecato, mette vnenfafi innanzi àgli occhi, quanto 
babbia perduto V efferato bautn ione conia morte di c^ilefandro: E tutto il 
parlare come fi vede, è allegorico, e pieno di hiperbole : nè punto metto accenni 
nel quarto effempio,il quale fe bene non fappiamo di quale autore propriamen- 
te fofje , pofamo nondimeno ragioneuolmente credere , che foffe del medefimo 
Leoftene: E tutto è fi chiaro che di nuoua e [po fittone non bà meflieri : Se già nò 
y ole fimo quanto alle parole fermarci à dichiarare che cofa fofjero Sandali, t 
P tifana, ma qu e fio non è il noflro intento, e bafla per noi che fi fappia che quel- 
le erano muliebre portature , e quefia pollone medicinale , (he erano tutte coft 
che con hiperbolica allegoria metteuano inangi à gli occhi i qua nta debultgza, 
& infingardaggine, & anche à quanto lufio dice Demetrio, fofie venuta la re- 
publica degli ditene fi. filtri e f empi in quefia materia à noi non pare nece fa- 
rio l' ap por tare, concio fte cofa che quefiifonofiatimo'tiechiari:Tuttauiadic>a- 
mo che nella nolìra lingua filmile detti ogni giorno fi fentono, Come quando il 
Tatuar ro dife, 

Che andrebbe à trouare Tarma con vna montagna di ferro , 

Che da noi di fopra ad altro propofito è fiato allegato : Come quando , 
Parte Seconda. LJ1 altri 


D 


$96 11 Predicatore del ParùgaroU 

altri dice parlandoli di iifficult à , >.-\swv< ;v.i 

tot addoglierò tu i nodi con la fpada , . «. . S - ; 4 

ib\)£ tento ftmili . 


1MS1 

JìX.\lv ’i ) t'ftw O» 

0 • « 


; DISCORSO ECCLESIASTICO. 


N On è vna fola I4 fignificatione di quella parola Emphafis ma an 
che predo à i Rerori foli, fono per lo meno due. E quella della 
qpale fi.fieruc Demetrio ìp quello luqgOjnon c la più co ninni- 
ne: Ma per l’ordinario parola detta per Empitali .intendiamo 
• quella, la quale 9 grauid.i.c. pregna, c che del ragionante non viene det- 
ta , fe ben (ola , perche fola li intenda, majptrche cdoate da Itfr, molte fl 
> fotrointendono . Per clTctnpib quando Abfalonnccómmandòà fiioi fec 
uidori che ammaxzarterO Ammonne.c foggiunfc, 

■'Nplite timor, Egofurr, qui prcctpio vobn. . 

Ciafcun vede che nella parolaEgoli troua Emphafi, &c tino coiqc 
t fc dicelfe, . (l , , : ’ , 

ió.intchJeti^ve Io commandorlo chevi porto dcfcndcrc da qualun- 
que huomo, ve ne volerti: punire. 

Nella rqedcfima maniera, la mtdefima voce £gohàEmphafi,ouc in 
• Gieremiadice il Signore. 

T^e timeas à facie corum,quia tccum ego fum. 

- E tutte quelle volte ouedoppohauer detto ChriftoSignor noftro ne 
gliEuangeli, i , 

Ditt umejl unti quii &c. , 

Soggiongc per contrapoftq,& Empitali, 

Ego aittcm dico vobis, ' * " ' ' 

Ouc in Giobbe fi dice, . „ { 

Homo rullìi de mnliere . 1 * 

S.G’rcgorio dalla parola wMfrerecaua l’Emphafi e dice. 

Quid in/e b.ibet fortitudini!, qui natus e fi de infirmiate ? 

In San Marco al j4,ouc il Signore à SauPietro.chc fi uantauj di non 
douere mai abandonarlo.dicc, 

.Amen dico libi , quia tu bodie tu notte bx , priufquam Gqllus bis cantetjcr me 

V^Non {blamente Emphafihàquel còhrrapolto <// fcù efwma'Emphafi 
hà anedra la voce Tu & il pronome h ic,m notte hx qual? dica, 

Tu luche prefumi tanto , In quella medefiina notte , nella quale fai 
ranto del mio (ui(cirato,£riim che due volte il Gallo, che è creatura lei\ 
■za ragione col Tuo cauto mehabbialodato.tu tre uoltcconlc tue befte- 
IT)ia mi negherai. 

Et uniucrlalmcmc^iunque nelle fcritturc l'acre fi trouano certi pro- 
nomi,che pai>ono foprabondanti;in tutti loro bì fogna riconofccrc Em- 
piii fp.Cortit; farebbe in quelli, 

Cu< us no n fum dig nus Joluerc Cortigiani cale tomenti eius, 

Mons flou in quo babitafii 1 n eo. 
t Cuuts Deut Ixobadiutor eius. 

sv.lt 1 . 1 . •. . ,„i. .. 4 Voi 




Sopra la Particella C LX, 897 

V bifuni Dii corum, in qmbus confifi fura in eis, ' ! ^ 

Cuiut vcntiUbrum in nunu eius. ,1 

^id bxc non poter ant ref fondere illi, . 

Quorum non audiantur voccs eorum . ■! t 

D omnustn Celo fede seìus, . j 

E (imilùMa come habbiamo detto dclfa Empitali in quello fentimen- 
to non ragiona in quello luogo Dcmctrio,& in quale lignificati oo.c egli 
Ja pigli , da noi e fiato nel Commento à baftanza infegnato. Se bene pei 
rauentura à chi andaflcconliderando meglio non farebbe grancofa,il 
ridurre anche quella forte di Empitali allaPrima":Comunquc lia perche 
della Allegoria , e della hipcrbole , habbiamo à fuoi luoghi ne’ difeorfi 
Ecclcliallici abondantcm^ntc crajrato.Quà andiamo pcn (andò folamcn 
te fc à quello detto di Dcmade,nel quale fà che dal cadauérodi AlefTan- 
dro di lezo empia il mondo, polliamo oppore noi un luogo del Signore 
mcdclimo , oud egli fii che Pòdorepured’un Gadauero, ò corpo folo 
uenga fentiro da tutte l'Aquilc del mondo con quelle parole. 
f'bi fuer}t(;orpus,iilicco)igrcgaÌM>Uux ir , 

Quiui come li può uedèrc parla il Signore dtlla vertuta di fe ftclfo al 
giuditio, e delle molte menzogne, che diranno molti pfeudo Prophc- 
ri, volendo darcadintcndcre,cheegli»ò in qu9/lo luogo lia.od’in qucl- 
l’altro. .IV 

Ecce blCyEcce iUic-Eae in deferto: Ecce in penetrahbus . Mavoidiceil Si- 
gnore non crediate alcuna di quelle cofe: e dormite pur licuri,chc quan 
do verrò fo conq^efto rneddin*» corpo à giudicare» non haurò bifo- 
gno , che altri mi accenni , ma lenza altro tutti i mici eletti lo fapranno. 

E tale farà per fc lìelfo l’odor di quello corpo,chc verranno à troUatt- 
lo tutte le Aquile’. 

Vbicunque fucrit corpus, Mie congrcbantw & àquila. 

Al fecondo clTenipio, otte Hcperide hiperbolicamentc dilTc che per 
pena da fcriucre,gli haueuaferuiro l’haftad’AlclTandró, troppo più alta 
mente rifptìnde il detto del S ignore mcdclimo nel Salmo, ouc per pen- 
na dice, che ferue la fua lingua iftefTa. , 

Lingua mea calamus fcrib <e veloci ter fcribentit. 

AI che alludendo, deamplificando dicemmo noi vnavolta,che nella 
legge nuoua 

Di vifccrc c di cuori eran fatte le carte, di li ngue le penne ,Scriuente 
era Dio,c vclociflimo mele,' c latte crarinchiollro, delira la mano: ne 
d’altro era la legge che di fuoco . 

Della morte di AlelTandro.c come rimanclfe PelTcrcifo doppo la mor 
te di lui, tratta nelle fcritrurc nollrc il principio de’ Libri de ’Machabci. 
E quanto all’ultimo elTcmpio,oue della republiea deli i Atenei! fidi- 
ce,che era latta vccchiarella.c debole: anche noi nelle Caluinichc 00- 
ftre,oue ragionammo del danno,che han fatto l’herelic à molte Proujn 
eie d’Europa : 

Della Francia dicemmo, che 

Quali frenetica volge ua i denti in fe fte(Ta,fquarciaua le carni,rompc 
ua l’olfa,fucchiaua le medolle à fc medelima . 

Della Fiandra, che 

Impazzita à guifa di cagnaarrabbiattacacciaua i denti ne i fallì, mor- 

Lll z dcua 


«izèjl t 


8$8 '•< Il Predicatore del Pamgarolà 

Beila le pietre, diftruggcua itcmpii.incrudcliuanellcimagini. e l 
Dell’Inghilterra, che O 

Quafi per la bcuada d'una nouella Circe trasformata di Leone in Co • 
riglio,e di Lconza in Lcprc,àcanui d’una femina tremaua. 

Che fono tutti, fc ui fi penfa bene modi , che tirano allagrauità Dc- 
madea,e che hanno tutti in fe ftellì,ò poco ò molto. Se cmpnafi>& alle- 
goria,^ hiperbole inficine . 


PARTICELLA 

Ccntcfima feflantefsima prima . .r 


TESTO DI DEMETRIO 


-n\' 
-it • 


Tradotto da Pier V ettori . 


1 1 1 % ’j* 

ohihos^ 
rulov* I 
.CtltA'i 





io J’ * j j r. 

ìVod autemvocaium efi figuratum in oratione, biàusatatit 
oratore s ridienti trattane, & curri emphafi ignobili [intuì, 
& tanquam revocante in metnoriam ter. Verum autem eft 
figura oratìonis,cum duobushis prolata , ideSl cura ftru an- 
di decorar», & ponendi retintuto . Cum Radio quidem deca 
ri, eeu Piato in animo habens uexare contameli)! AriHip~ 
fum,& C Uombrotum , qui in Regina gutturi , ac ventri parebant , cum in 
vincali! cfjel Socrate! i^ithenii [patio multorum dierum, & non nauigarant 
ad Soda! erti, & Dottorcm. Et filili non diSìabant tota ducenta Stadia Albe- 
rai. ha x omnia apertè quidem non dixit : fuiffet enim contumelia tali! or alio, 
jed cum dignitate quadam hoc patto . Cumcnm quafitum eJJ't è Pbsdone , 
qui unà fuijjent cum Socrate, Mcqueomna enumerafiet,rur[u! interrogata! a* 
AriSì:ppui,& Clcombrotm prsfentcì adfuificnt, minime inquii : in Argine* 
enim erant: cuntta enim quf fupra ditta funt, apparita in eo,ìn Aegina erat. 
tr multo acerbtor or alio videtur ,cumret ipfa patefaciat quod illic acerburn 
efi, non ille qui dkit . cum igitur fin • meta fortafjc ^Arifkppui , foctfque il - 
lins utxari contameli ji po[Jent , figurati tamia Tlato conuicmm in illos 
iecit. 

• ■ fi ' 

aq r:r .['aiti t". iir.-. >i •.<? *->ì v±i .i:il . \Jj 

tdi,Ci1v . ' ' ■ 1 

-rat ■ attiri y^hi<;'ir^. >-.< i orr.r'j t kìiv 

.1 s TU * PA- 


Digitizod 




P A 


Sopra la Vorticella . CLXL ^ 

r A F R A SE. 



*%««< ì 

Ih torto bifogna procurare di fapcr nelle reprenCo-’ 
ni.enelleinuettiue ben valerfi di quel modo di 
dire chcfigurato.ecopertofidomanda. il quale io 
vero ali oratori de* nortn tempi non fanntt v ‘ arc ; 
c pare loro di far bene,quandofcopcrtamente cco 

n enfafi buttano inocchio 1 vitij altrui,chec colari- 

aTaTerche il vero modo di trattare in fimil fatto , e conicruare 
d decòro c mctterfi in ficuro , U che fi fa nonmominando fpiegata- 
i “ *cofc EnSS t dilfiStaiunente reprendendolc: Come qua* 

quali a, mei fiderò concerti ad «ferirli f ““7X ‘«i- 

molti ne raccontale, e finalmente effendogh domandatole fra que 
fli Arirtippo,e Cleombroto fóffero fiati, relpondefie, 

Òucrtiueramentènon'ui' furono, hla erano ìn-Egina. 

erano in E S ina p.i. acerba» . 

chcfcapcrramcntcfi foftedetto, cglmo m.o'j arono ^ : ^ g»deE 
famiciua , & altre cole limili , c tutta quella figurata “ a ^raiive 
de che Piarono non la vsò per la feconda caufa ,cioè per metter 
JicurOjChe di querti tali non occorrcual, ma'.fimphecniente pe> lap 
nia.cioèper non fa' e indecoro. . . .j 


GOMME 


N T 


o. 


Itili 


V 


. . * 1 I ; a ■ ' ** • . n\ • • ■' 

Tìl flint* materia t tjHfla,cl:e .mmUàmtwtm 

l ■Tammtbtmr'mma mio wfio ori, fi, io a io, ole '* 

1 dicitore dal con to luo parli con decoto,c dal canto d altr non offenda in ma 
itfZmpToowZ o‘wfi rW oiiofio- Cornile ìuolim,,, iu,/,,^- 

6 Seconda Parte* 1 3 


£go fi Prei&cutore dcLPaniguroU Z 

gìonamrt.ti icfe brutte, e quelli à quali cofi /copertamente u erigono rinfacciate, 
troppo altrimenti fe ne fi ccano t 77 , 

E però 'ìduulk\mtniCf£c:uario,iice btmetrìo, gli otatnr'/dt’ fuHtcmpi, i 
qual a quefie duccoje non ba sendo l'occhio, finga figura, nè coperta alcuna r e 
prtndeuano,&. enujaùano. E fi» frano fin tempi ancora m alcune città d'ita 
l wa fi fall mele fimo, non p rio delle reprenfiont /acre de’ Predicatori , per It. 
quali iiautmo ohm luogo d ragionare , mi nelle mutuine fortnft babbiamo 
Jèntito noi fitffi in alcun luogo, i dicitori , nè feruirt il decoro à nofiro giuditto ; 
'ftèbaucr intra à nictttrfi inficino : Comunque fu, quanto al reptendere, queflo 
tnedefimo cbeiufigna qua [Demetrio, mene inf guato da altri Rotori ancora,*? 
in particolare da Tcóoó Sufi fio, il quale per modo di male dicenga figurata , e 
fatta coH[dccoro adduce uniuogo di hfibt/r,ouc egli douendo à Demoflent ira 
fiutare una cola bruttiffim r , 

Tqt anche di [Idi luogo, onde effe la noce, bà egli puro . 

Che fi» imitato da Cicerone dice il Vttiou,ouc nella o> aliene prò Sextio,im- 
■ fiutando Gì Ino dii tecot fimo diik. 

lnterfuitepuhs,&gràiulationibus,pa.rricidaruru', jnquo tamen 
• «fi me vJwi^cum Lilaarc nc munte « cit me os ùumacus. 

Dcmettio fri tanto per.efjempiqdi ma e. utn^a coperta , è figurata porta 
i>» luogo di "piatone nel Piedoni, tanto chiaramente^ j poti 0 aa noi nella Tara- 
'■ frafe, che poco hà Infogno di mona fatica : Laforga irifommaflà nella vicini - 
■■fidi Egrnujoltbel’efkre eJ]o luogo pueque’ tali à Uff, e crapule attendeuano. 
Cbefepcrmoltetinfcnmiirniglit fa. fiero fati dijcotìi, & innegotijirdqi 


il 


iWK Carcerato, e condannato loro rnae$lro,& qmico,con altri amici, e difcipuli, 
non foffcro<oncorfi,na l’efiere<osì mani per fetnplice deliba i è non venire , 
■troppo notabile mancamento fu, e troppo gratiofimintc fatto tifare da Fe- 
'donecotdire. 

r Ihppoe Cleombroto nw.vtnero.ma crani in Egina. 

Ove è molto bene da auertìrc quello, che figgionge il nofiro autore, che cnm 
fine metu,forcafl’e Ari fìippus, fociqucilhusuexari contumcli/s po- 
tuiflent figurateti uefi Piato coninuium in illoi iecit, per imparare , 
thè la fola fuurt’gZa noh hà da'eftere cagióne, che reprenltamo copertamente , 
deflramcnte,ùoè per non tirarci aldoffo odio, ò danno’: mamolto più ildeco- 
ro,e la dignità di noi ficffi,per la quale anche con homini vihfji mi, e da quali no 
•fièfliam oleine re caft alcuna, adogti modo doniamo procedere creatamente , e 
itici riprender gliioon dire-ai pan pane , ma figuratamente fare il medefimo ef- 
‘ foto . Cofo che miLtabeae doieua japer far piatone, perche anche Gorgia mal 
■'trattato di dui diffè , 

PulchrenoiHc Piato maledicerc. Qoefio luogo di Uicerto è belli /fimo : 
tpud ridar fi à quella forte di pontur e, nelle quali acculiamo altrui, fìngendo di 
«feufire, come dell" ^dfrctino,cb: non haueua detto male di Dio* 

ÙW« fi e fiutò- dicendo, i noi conofco . . 


Diflit 


Et 


Sopra la Particella C.LXI. c 9° I 

Et altri molti luoghi limili, de quali, perche babbiamo à bafianzi'fd'tta rac 
colta nella particella SS.Terò quànon addurremo nuoui effempi, rimettendo- 
ci à quello, che in quelluo^o fi potrà ucdere : Solamente non nogliamo manta- 
re di dire, che i noi non pare, che <JM. Guglielmo B or fiere ionefje batter impa- 
rato molto alle fcuole di Tlame, ò diDemetrio inquelto fatto deltajiarefji- 
tu altrui figu> atimCnte, qua nto offendo c on p troie affa i amicheu n li, eednleci - 
U otto menato da <JM. Erminio digrimatdì in fjenoua , V domandato da lui , 
che alcuni cofa gli doueffeinfegnaie,cbemai più non fofie fiata vedutala qua 
le etti poteffe far dipingere nella fata della fua cafa . ( 

Seui piace, rijpohe, io ue ne infegnatò una , che uoi non credo che uedefiegit 

mainateci dipingere la corte fu . . . . 

Che inueronon mcritaua Marmino ,almeno dal Bor fiere di ritenere ingiu- 
ria fi feoperta. EfeiMorfiere i qvtltempo.era fi gran ualcntbuomo di corte, 
quale uicn detto,cbccra,alficuronon tratto ì cortigiani di quel tempo t meglio 

creali del m’ ndo. . 

UH otto p ù gratto (ò modo dipongtrefu qucllo,che i ’SÒ Frefcocon la nipo- 
te dicendo. f .... 

Figliuola fecofi ti difpiacciono gli fpiaceuoli,come tu di, fe tu uuoi uiuerlte- 

ta,non tifpccchiar giamai. ,, 

Ma diqueftctah' punture, nella notauenufia i b a fianca affato ragionati 

da noi. 


DISCORSO ECCLESIASTICO. 


3 il A 


G Randiauertiiuenti in materia- di reprenfioni conuicnechc habbn 
il predicatore della parola di Dio; Et anche per lui fa quefloche 
infogna Demetrio in quella particella di fcruarc il dccoro,e di no 
douer parlare di certe forti di peccati e vitij, fe non molto copertamente 
c figuratamente. Ma troppe più cofe oltre quella comi iene, che egli a- 
uercifca,c che à troppo maggiori circonflanze egli habbia l’occhio : San 
Gregorio Papa tuttala terza parte del fuo libro della cura pallorale fpen 
de in quello foggetto falò : di infegnarc con quara cautczza»econ quan 
ta uarictà il predicatore , & il prelato , debeat admonere fubditos. E forma 
trenrafei combinationi di. diuerfità à tal propofìto, intorno à ciafcuno 
delle quali egli hora più, hora mcn lungamente difeorre, che fono 
quelle . . 

Quod diter admonendi funi viri,alitcrfemina- 
bitter muenct, alitcr Jena . 
jlliter inopcs, diter locupleta. 

*Aliter lati, ditcr trilla. 

^t li ter fubditi.ditcr Pr alati . 

, bitter ferui ditcr D omini . 
bitter fapie>ucs,duer h ebeles . 




f.n 


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( aliena r opere cmtendunt . 

editar, 


5 ÒÌ II Predicatore delParù^ok 

jlhtcr protim,aÌiUr puftlbuntnci » 

^4 li ter impatientes, ditcr patitntet 
jititerbencuoh, diter mudi. - . 

* Aliter fimpliiet, ditcr impti • 

bitter rnmis taciti, di ter nwUilàqm vacataci . > 

t Alita pigri. ditcr prpapttes , 

Aliter manfuctt, diter ir aciitlui . 

• Alita bumtles, aliter ciati ■ 

Aliter pertinace^, diter incoi! sì. mtes 
Aliter gule dediti, ditcr abilmente! 

. *t* r ’* UÌ * r “>*“* ^ 

-bcant tubami, & lamcn aliena rapire non dcJfJtHiH . 

[Aliter pacati,aliter difeordts . 

SttKi dinne predicare ualcant, pii ninna humilitale formi- 
d."^Lfq“”p™<i.catione lm perfeaio,vel «ai proh.b«,& .amen 

^7iS& appetunt profpcranlur, UH» qui «. qui- 
dem concupifcunt,fed tatnen aducrfitatc tatigantur. 

Aliter coniugio obliga ti>aliter liberi . _ 

Aliter pcceaiorumcarnis confai), aliter ignari . 

Aliter qui peccata dcplorantopcruiti.alitcr qui coguationum 
Alìwrqui admiifa piangimi ncc deferunt » alitct qui deferunt * nec,!*- 

“ AÌ^unil iciia qui facium laudani . alile! qui acatto. pr»u« . ned 

‘ a A"e?5“pin.inacopfcicnli.rupiilanmr, aliter qui in culpa e* con 

fil AHKt qu ! minima licci licita facilini, alitei qui fc a paiuis cullodiuc. 


menr . 


eunt, Se bona'publice, aliter qui boha qui fa*, 
i quibufdam fatte publicè male de fc operarli 


mvm « . 2» ' ... ,ii) 

Aliter qui mala occulte agunt, 
cium abfapnd an l » & tamen quib 

^Tveramenre noi poteuanio tacerle , & accennarle folamcnt^. Tute*» 
ina ci è parato bene lo fpiegarlc , affiliò che eia felino da Mhtevatì«isdi 
flati, che hanno da edere riprefi anzi d queflt poche varierà arg ^ 
do le altre innumerabili, che fc ne potre bbero addurrCtConofca * 

quanto più che non fi può dire, difficile cofa fia al ptedicatore della paio- 
la di Dio il fa pere accomodatamente , c propórti ohatamep te p • 

Tanto più che come dice il medefimo luogo dclme^fimoS.Gr^ » 
f Sape nliis officiunt.quc alijs proiuntj, quii SCplerlinque hcib x . qu* 
hzc anunalu cnqtjiqm, alia u«idunt & fibilus c^nos iniR. 


Sopra la Particella C LX H. 90 J 

inftigar, & mcdicamenturn quod hunc morbum iinminuit, alteri vircs 
iun CT cc,& panis qui vitam forcium roborat,paruulorum nccat . ] 

Et c da atterrire» che in quello luogo San Gregorio Papa » c°tne m ma- 
ceria importantilfima non contento della fua propria autorita,alkga clic 

inanzi à lui hi detto il medefimo dicendo. 

[ Vt cnim longc ante nos Reuercdx memori? Gregorius Nazanzenus 
edocuit, non vna cadcmque cundis exhorracio congruit , quia non cun- 
dos par morum qual icas aftringic. ] 

Che è cofarara,chc ne’ padri antichi, vno di loro nominatamente cm 
l'altro.H conuieneche il parto di Gregorio Nazanzeno à quello propofi- 
to fia bcllilfimo, poiché Gregorio Papa fi rifolfc di citarlo : Come bcllilli- 
mo c veramente è dcgnilTìmo d’eficr letto, nell apologetico primo non 
molto longi dal principio: Quiui come fisi defende fc ftefio il Nazan- 
zeno perche per non accettare vn Vefcouado folte in ponto, e dopo varie 
altre ragioni fi ferma finalmente nel confiderare di quanta difficultà fia , 
il ben gouernate vn Vefcouado , c fra l'altrc cofe, dilficiliflìma cofa dice 
che c iì ben predicare, e proportionatamente riprendere , per la varietà 
delle coir.pleifionijC dei inali, i quali troppo più varij medicamenti » eri- 
medii richieggano.che altrui a pena potrebbe imaginarfi giamai.In fom- 
ma ècofi bello il luogo, che fe Gregorio Papa non fi è fdegnato di citarlo, 
à noi fi bene è vn poco longo non deue parere fatica il trafportarlo,e ften 
derlo: Egli dice così . ... 

Non enitn cxdem rationesnecijfdcm aniinarum ìinpcrus , funt maris 
gt feminx,tenedutis,& adole(ceutix,diuitiaru:n , & paupcrtatis , hilaris 
exporrcdiquc animi, & mxrorc afHidi,fani Se xgrotantis,principum,& 
fubditorum , eruditorum , & indodorum , audacium Se meticuloforum 
manfuctorum,& iracuudorum : munere fuo prxclarc fugentiuni & prola 
bentium: Quod fi accuratius adhuc rem expcndas,quantum interuallum 
inter coniugatos Se cxlibes intcriedum reperies ? In ijs rurfus qui cxli- 
batum ampìeduntur, quantum inter folitudinis alumnos , Se cos qui fo- 
eictaxe,alioru.nquc contorno gaudent , d'Idiuainis crit ; quantum in tee 
vietine fpedatimmos altiusque contemplationc aflTurgcntcSjSceos, qui 
redo dunnxat itinere progrcdiuntur quantum rurfus inter vrbicos,& ni 
fticos.intcr fimplices apertofque& verfutiores.intcreos qui in rebus gc 
rcndis verfantur,& quietis a nantes , inter cos qui ab aduerfa rerum mu- 
tatione vulnus accepccunt, Se eos qui profpero curfu ferantur.nccdurio 
re vnquam fortuna confidati funt 1 horum ne vnicuiquc cupiditatibus 
nonnunqtutn animique impctu magis inter fe diffenint.quam corporum 
figurisi iim.aintntis,aqt li maius, elemcntorum , ex quibus conftamus 
iuifturis,& tcnperaincpps.ac proinde nec facile regi, gubernarique pofi- 
funt ; veruni quemadmoduin non eadem mcdicamcnta j nec cadem ali- 
menta corponbus omnibus oflfcruntur,fcd alia alijs,habita vidclicet, vcl 
fanitatis corum.vel aduerfx valetudipis rationeseadc quoque modo ani- 
mx diuerfa ratione difciplinaquc curantur.I) porro curationis teftes funt 
qui in morbi* htiiufcemodi vcrfantur.Alios monct orario : alij Antiftitis 
exempio componuntur:alijcalcaribus opus habent , alij freno . Nam qui 
lenti Se fegniter ad virtutem mouentur t hi verborum ftimulis cxdtandi 
fuut : qui vero fpìritu plus quain par fit, ; incalefcunt , ac precipiti animo- 
iuta impctu feruntur , vclut cquulci gcncfofi procul a meta curii tantes, 
' , * iios 


S © 4 Jl 'Predicatore del Vangar ola 

Ho* vtique orarionis frxno coercere.acvelut obltri&o collo retardare 
prxllitcrit.Alfjs laus prodell,ali)s rcprehenfio,uiodovrraqtic tcmpcftiue 
adhibcatur: nam intempcfliuè,& fluite adhibita nocuinentura attulerit • 
Alios cohortario ad ofiìcium ducit,nlios obiurgario atq; hxc rurfus alios» 
li rcmotis arbitris rcprehcnfionc emendcntur,funt rurfus, cui libcrius rf 
prchcnlipudorem emacili abllcrgant .contraqucpriuatiscaftigationi- 
bus mcliorej fìanr, ijfquc quos viccm fuam dolere perfpiciunc,hoc munc 
risviciflìm reprendant, vteoruin admonitionibus parcant .Quidam ita 
fludioscaccuratcque obfcruan ii hinr, vt ne minima quidem Se leuillìina 
eorilm errara diiTìinulcntur, minimum, qui co quod peccata lua ncutini 
cognita forepur.’.nt ( quandoquidem id moliuntur) prudenti^ callidita- 
tifque laudcni libi iiifoJcntem arrogane : contra in alijs ad nonnulla con- 
uiuerc fatius tucrir ( ita vt videntes non viécamus , Se audicntes , 
non audanius, quein uiiiiodum dici folit) ncalioqui iplì nimium crebris 
obiurgationuni aculcisconfixi,& obrutiad derperationem incitecur,can 
demque proieClo pudore, quod ad inf!e£lendos,allicieiidofquc homincs 
mire efficax mcdicamcntum eli, ad quoduis nefas perpetradum audacio 
res reddantur, quin ctiam cum nonnullisitaagendum cft , vt irati homi. 
nis,A:contcmncntis,ac de falute coruni defperantis fpccicni prxtcfcras , 
cum tamen re vera ncciplìsirafcaris.ncc contemnas , aut prò perditis ac 
deploratis liabeas, quorum vidclicet natura id requirit: Alij rurfus lenita- 
le, & humilitatc curandi,coniUnclaquc animi alacritate. Se promptitudi- 
ne ad meliorcm fpem reuocandi . Alios vincere, alijs cedere , plcrumque 
vtilius fùcrit.Alióruniitcmopes Se porcntiam,aliorumxgcflatcm,cala-> 
milatcmque,vcl laudare, vcl cxcrcari : Ncque cnim quemadmodu in vir. 
turc,& vitio.ita rem fc habere videmus, vt illa prxclariflima fetnper om- 
nibulque maxime fru&uofa, hoc contra turpilfimum,perniciofilfimuui- 
quefir,codein modo medicina quoque holtrxca eli ratio, vtvnumidé- 
que medicamentum ijfdcm femper vel falubcrimum fit.vcl pcriculofifc, 
fimumivcrbi caufa accrbitas,autclcmcntia,fingulaquccx his,qux proxi 
me à nobis enumerata funt.Vtrum alijs hoc tncdicinx genus bonum ac- 
que vrilc fueritialijs contraria medendi ratio condux crit,prout,opinor, 
vcl rcs, nel occafio tulerir,vclxgratantium denique morcsadmifcrinr. ] 
J^ux quidem omnia ratione dillinguere , atquc ita exauc profpiccrc, ut 
tota medendi ratio in fummam colligatur.iinpoffibile eli , quanracum- 
que Cura Se diligcntiaingcnijquc fjgacitate pollcar. in rcbultanienipfis. 

Se experimentis ca curatrici rationi,&medicoper(picuafiunt.] 

Tutte quelle cofe& alcune altre diccGregorio Nazanzeno, nel luo- 
go citato da San GregorioPapa , d elle quali fi può ucdcrc chiaramente 
quan re auertenze nella materia del reprendcreTtonuiene cheliabbia il 
Predicatore, e quanto farebbe imponìbile chetigli all'olticio fuo liipplif 
le mai coiirpitamcnte.fc carità, & aiuto della grafia del Signore non con 
cordiera. Del redo quanto al particularc precetto di quella particella 
Come ilpredicatoredi certe forti di uirij non debba apertamente difeo- 
rcre,tna apena accennargli,ci riccordiamo di haucrc trattato in un altro 
luogoà fufficicnza.E d'hauer detto che neanche dc’uitij delle donne in 
generai hà egli tanto più fè è gioitane à fare troppo lunghi difcorfuChc 
f* Gregorio Nazanzeno una oratione fcCc intiera contra gli ornamenti 
delle donne,ouc nioflrò di faperc tutto ciò, clic dalla più uana donna del 

mondo 


Dii 


w 


Sópra la Vorticella C LX I. • 9 Q J 

mondo potcrte eflere faputo.efc Efaia al Cap.j. nominò in un fiato tut- 
ti i più ci'quifiti ornamenti delle donne. 

Lunulas.torques,armillas,r>;oililia,' ' '1 

E tanti altri, diciamo che diuerfi fono i fortumi di qucrti tempi dalla 
femplicità di quelli, e Gregorio Nazanzcno medefìmo nella ftertaora- 
tione dònfeffa , che quando la faccua,gìà era di età uecchifsima,dj 
cencio, 

lunnfcctis auiem , nam [eneftui natura fua loquax effe confuta». 

Certa cofaè che oueeg i à certi uitij arriua.tacc, e non gli uuol dire, 
i Cane loquax Unyu,ne qua: deinceps fcquuntur,etoquaiit . 

Perche intendali prcdiCatore.giouane.e di minore aijrtomi, quinto 
à lui canne hg 1 ferbare il decoro, e'come dice Demetrio , ò non toccar. 
gli,ò molto copertamente c figuratamente toccargli. l 


PARTICELLA 

t - 1 1« , 0* u. . il.v-ii-zH. i >1oiJ J * 1 ■ ■* OiC! u !f 

Centefimafcfantefimajfeconda.' ; 




T E S TO DI DE M ET R I O 

Tradotto da Pier Vettori . 

t O*' Ul 

^fepè auiem vtl cum ty ranno, vel cum alio quopiam violento 
'nomine loquentes,eum volumuripfiobijcerealiqtùd,necefta 
rio agemus hoc figura tota. Ve Di metriens Tbalereus in fra 
ternm Macedoncm in fella fedcntem,altion loco,& purpu- 
rea vi cblamydim indutum fuperbeque legationes Graco- 
rum accipietem figura vfus inquit,cum vtlltt notare illuni, 
accepìmns olimlegatien‘'mobeuntes,&nos hos,& Craterum bunc. etenimin 
ilio detnonfìratiuo hune perfpititur fuperbia Crateri tota irrifa figuratè.Eìuf- 
dem fojms e/l & illud Tlatonis in T)ionyfium,qui mentito sfuerat & rtegaut- 
ratjgo libi Vlato nibil prcmift.Tu certi per Deos immortale!: etenim conui- 
tlui'fl mentus fuifse:& babtt in (e oratio illa figuram,amplam ftmul & àpe 
riculo vacua m. 



•V'jjh iUvV 6* •».! .nVl*. èjff 

-nni#* .-ir-ii, ivxv • citta 

*^ v wiiv« •' \> '■ T v Jeji* j ^ 

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A 




PA- 


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SO 6 




PARA FRASE. 



! Vanto alla licurczza pai, quando con tiranni, ò al- 
| trihuomini violenti h abbiamo da trattare, ccr- 
, tofenza quello modo di dire figurato nondob- 
* biamo gettare loro in occhio le loro brutture, ma 
| con molta cautezza procedere m modo che non 
| paia, che uogliamo lor fare ingiuria : Come fece 


Demetrio Falcreo, quando cllcndo andato con altri huomini hono 
ratinimi ambafciaton per la i'ua patria in Macedonia, flandoloà 
fentirc Cratero Macedone da una fcggia d'oro uellito di porpora , 
c con molta arroganza fece uenire à propofito il ragionare di am- 
bafciarie,cdilse, 

Si comenoi ancora molte ucdte arti bafeia tori mandati à noi htb 
biamo nccuuti,c qualche uolta quello medelìino Cratero, 

Fingendo come lì uede di ragionare ad altro propofito, c nondi- 
meno in quella parola, quello medeliihó Cràtcreo pungendolo 
afpramente,cheegli tanto arrogante fuperiorità, non lìuergognaf- 
fe di tenere con coloro, prefsoà quali non molto prima il medclì- 
mo officio hauea fatto,chc alhora riceu cua.Coli Platone con caute- 
la rinfacciò à Dionilìo un fallo giuramento , quando dicendo Dio- 
ni fio , 

Io Platone niuna cofa (i ho pr omeflo 

Si hai fatto per Dio, 

Pifpofeegli iafciando dubbio fe per Dio affirmaflc Alatone, che 
coli cra,ò pure checgli per Dio hauefle promelfo , gli rinfacciane; 
chefumanicra comelì uede figurata c cauta. 


Of feconda cagione per la quale nelle rep tenfiorì , enelle accufebabbìa- 


mo da pr 0 cedere figuratamente e cautamente diceuamo , che tra per non 
tirar fi ad lofio odio alt' « i,e mettere in p riculo noi medi fimi , E però fe mai à 
quello fine c Onuiene feruirjìdi queflo infognarne wo a IV bora lo douiam farebbe 
con tir mai tratt amo,ò altri hu mini potenti & imp tuofi , che hanno le ore- 
chi- delicate & impatienti,e che facendo fi legge della volontà, prontiffimi fono 
alla vendetta. Demetrio queflo propofito adduce due efiimpi . tt il primo è di 
fe mede fimo: qua da effe» do mandato Amba'ciadore in cJM aie doma, e fi olen- 
dolo con molta arroganza vn tali Cratero, che altre v Ut era flato in ditene 
ambafeiadorc à lui capo allhora della rep ubica per pungerlo vece tarlo di 

quefla mjolenza non difie però , 


CO MMENTO. 


GM 

zei 



Quale 


Sopra LVdWutU* C L X fi *0 7 

Qua e infolrnga è cottila ? nin ti ricordi tù, cbe io fono da quanto tu ? 

£ che fe bora fono ami a foia dorè à te , altre volte fti flato tu ambjfciadorc -» 

ime i' ••••»’ 

Scofe fintiti : ma deliramente fa’ ta venire occafione di parlare d‘ quella tale 
ambafeeria diffe, 

E noi ancora ambafciad.ri riceuemmo , e fra gli altri quello O utero, 
Beffo . 

One fi vede ,cbe quelle parole <fu flo Cratere Ole fio vogliono dire figurata- 
nitnte & in fuo linguaggio : Quella beflia cbe [cordata di fe medefima mena 
bora tanta purga . E veramente il detto fu bello : E degno cbe ‘Demetrio non 
lolafoiafle perdere , e venendogli fe bene à propo fitto ne facefje mentione : 
Tanto più cbe egli non fù,mè foto. ni primo cbe allegafìe effempi di fe me de fi- 
mo, e per modo di terza perfonaionde ridicola cofa i il volere di qnd tirare ar- 
gomentatile que fio libro non fiadi ìòcmetrio-.Come lo hi fi chiaramente mo- 
flratoil vdorofo jMefier Vier lettori, cbe il ripetere le mede [ime coje fuper- 
fluo farebbe* [aggiungere altre[non cofi facile . ni natura filmile, Croi cauta- 
mente c figuratamente detta dice Demetrio, che fu quella puntura con la qua 
le tuffato fu da Tlatone Dionifìo tiranno di m vteare à vna protnrffa fatta da 
lui congiuramento: Se è bello il luogo tanto più d vederlo in fonte, Cioè nella-» 
Epistola adpropinquos Dionis chi frali epifiole disiatone i lafettima. 
Quiui fra medie altre cofe narra Tlatone, che battendo Dionifìo vn giorno pro- 
meffo e giurato di non douer far danno alcuno a i Heracli le, nondimeno inten ■ 
dendofiilf-guen:egiorno,cbeegli lóvolea far prendere, miauano egli, e Teo- 
dote intronarlo, One pregandolo Teodote con molte lagrime per la falutedi 
tffo Heracli de, dice Platone, cbe per conciarlo gli diffe : 
i . Bono iilapicnoòTheodocccs, non ennnalilcrfaccreaudet Dio- 
ni(ìus>quam hcn proim/it. 

Std di buona voglia Teodote, cbe non ci mancherà Dionifìo di quanti ci pro- 
mife bitte. 

inique fio dir eberifpofe Dionifìo con volto fiero, e tirannico, 

Nihil proimfi ncque magnum, ncque paruuin. 

Tffjn bo\oromeffa cofa alcuna nè grande ne picchia. 

Et all bora dice Platone cbe egli replicò, 

Imo vero per !)eo> promiiifti non fatturimi te h;c ipfa, qus nunc 
nefaciashicdepecarur. 

^ingi per Dio bai pi ome fio di non douer fare quelle cofe, le quali quelli ti 
prega hora,dy tu non togli fare- 

'Elei q <al detto per cofa figurata e cauta ben fi può notare la ambiguitd del- 
la appliiatione di quella parolaVer Deot perche non diflingucfe fia Tlatone * 
chi giura, ò fe egli dica che D tonifio bà giuratola vi fono anche in tutto 1 1 ra- 
gli namento delle altre cautele, fi tu ertenge belli ffime- Principalmente due ; la 
prima, oue non rimo roterà Tlatone à Dionifìo lapromeffa fatta parla ido con 
lui alla dirutta e dicendo, 

Ih 


8 o 8 11 Predicatore del PanigaroL. 

'Ricordati che tu ci promettcflila tal co fa , 

CMa lo fi indirettamente confolando Teoiete con quelle parole, 

Sta di buona voglia T code te .che D ioni fio non ci mancherà di quanto ci prò- 1 ' 
mifebieri. 

£ la feconda y che non gli dice. 

Tu ci promettevi quello di che bora ci manchi, ò ci mancherai. 

Ma, Di che quefli ti prega che non voglio mancare, • 

Cbefcfimira bcne.fù modo di dire molto figurato e cauto , e veramente de- 
gno d’effere addotto da Demetrio per efietnpio di que’ luoghi , ne’ quali i buoni 
dicitori per non mettere (e fteffi in peruuto nelle reprenfioni & accufe toro,figu 
ratamente ragionano. 

-ìV.V. : r\< *i\ ; .i, •' • "’i It, 6» iiqiu i \y> '<!:■ iti i oU«i'C 

D I S C O RS O ECCLESIASTICO. 

.•!»«>' tcon il óVaiol.u iu ttnSV 

D ice benifsimo Demetrio, che per n^n mettere in periculo c per non 
iionincorere l’odio di quelli clic hanno da cflcrc riprendanoti 
nuinrimcdioc migliore, die fare le reprenfioni figurate e caute : Marie 
al predicatore Euangelico convenga haucre quello rifpetto humano ve 
le egli habbjacon artificio à procurare dimetterli in ficuro,cdi declina 
re lamaleuolenzadi quelli;chc hanno daelTer? riprefi daini , quello, tÙ 
molto più alta fpeculatiopc è , che i Demetrio non apparricne.E già <Jj 
cemmo noi ad altro propofito,cjic dal pergamo non hà mai il Predicato 
re per qual fi noglia cofa ad arriuare ì tanta particularità, che egli od in 
ifpecialità nomini alcuno de’ riprefi, ò Io dipinga con parole in modo, 
ch’egli fia conofduto, anzi fe alcuni uhi; li trouano tali , che in quella 
Città ad altri , che ad vn folo non pofibno conucnirc , di quelli tali non 
hà da ragionare . Per la medefima ragiona i peccati del Prcncipi , che à 
lui fol o appartengono.non hà egli da rcprendcrc,perciochc può auifar- 
lo particularmcnte , oltre che noi uediamo per' efpericnza ogni giorn.o 
chiaramente, che chi punge la fama del Principc,apibifce 1’aura del po- 
polo. Anzi contra collumi de chierici, e facerdori, non deue manco fare 
inucttiue il Predicatore, ma hauere fempre manzi à gli occhi le parole, 
chcdiceil Gaetano nePprincipio del Commento fopra il zj.Cap. diSan 
Matteo,fopra quel palio. 

Super Cathedram Moifi federunt fcriba & Tbarifei . 

Ciò fono, 

[Nectamen dicitdominus:Scderunt facerdotes aut Pontificcs pro- 
pter rcuerentiam ordinis facerdotalis: lege Euangelium nùquam inue- 
nics Iefum nominalle facerdotes aut Pontilices arguendo, aut rcprchcn 
dcndo,fcd fcribas aut Pharifxos profeflores fcicnrvr & morum.lnftruc, 
do Prardicatores ,vt non prxdiccnt contra facerdotes aut Pontificcs in 
fpecie propter rcuerentiam ordinis.] 

Si che fe i Predicatori noilri non hanno, come non hanno mai dal Per 
gamo da reprendere in particularepcrfona alcuna, non accade che cer- 
chino di figurare, ò mafchcrarc le reprenfioni per non difpiaccrc, che ca 

co e 


Diaitized 


v' Sopra la Particella C L X I 1 . 809 

to è Iongi.qhe Ja reprenfionc vniuerlalc difpiaccia , che anzi i popoli ne 
hanno prurito llrauagantc . E certe Città in particulare non vorebbero 
mai clic il predicatore faccrte altro in Pergamo, che riprendere. Saa 
Bafilio ncll’homllia ij. diccua che à gli afcoltanti Tuoi piaccuano le re- 
pren(io:ii , 

f'oi-yerò reprebenfìonibus iftis ad beneuolentiam potius prouocati ejlis><jr lin&Uf 
notila verbem maiorii de fiderii incitamentum fcciitis. 

Ma erano le rcprcnlioni vniucrfali.Ie quali coinè habbiamo detto na 
difpiaccino mai, ni mai pongono chi le adopra in pcriculoalcuno.Inten* 
derido nondimeno per reprenfioni vniuerfali.le indiftinte/e che à nino 
pattitjplare fi polfono applicare, Come dicendo male in vniucrfale de gli 
Àuari,dc,i iufTuriófi.Cioè di quelli che nella Città fi rrouauoj tali perciò 
clic ,pcr altro.vna forte di reprenfione vniuerfale è odiofilfima , quandq 
Cioè altri cfplicitamente dicelfeche quanti fono in quella’Città, tutri 
fono tali , fenza eccettuarne alcuno , Che fenza dubbio otfefi fc nc'ter- 
rebbono tutti i particulari,In quella maniera, che diceuaSan Paolo à Ga 
lati al quarto. 

Ergo immicui fatiti* furti vobis,vcrum dicens votisi 
. , Ma quello per hora non è à propofito noftrd : Noi infin quàlubbia- 
mo in notilo linguaggio voluto dire due cofe,e cattarne due altre : la 
prima di qtiellc.che habbiamo voluto dire è » che le reprenfioni del pcr^ 
gamo non hanno mai da ertcrc,fc non vniuerfali cioè indillintc, l’altra 
che difendo tali non ci metteranno mai in periculo prouocandoci odio 
Contra; E delle due che habbiamo voluto cauare , la prima è che quan- 
to alle reprenfioni fopra dette non occore dunque cercare con Deme- 
trio le figure, e le mafeare, percheron ci facciano cenno: e la feconda 
che nè manco con noi accade ildifputarcfepcr rifpctto humano, c per, 
paura di non metterli à rifico habbiamo noi da lafcnrle ò no. Solamen-, 
té due cole pure in contrario ci fi prcfentano,l’vna che San Paolo nella 
prima àTimothco al Capitolo quinto dice, 

Veccalorem cor am omnibus argue. — ■ ■ 1 Tr “ — -*~- 

E l’altra che non fidamente San Gioan Batti (la lappiamo che ad Hc- 
rode diccuain particulare , Se iri faccia* T J . 

licei libi baberevxorem frati istui. a - 

Ma innumerabili altri predicatori, coli fi fono à Principi , Se à Tiran- 
ni particolarmente opporti, chp perciò aqcbe.gU>riofiflrmc palme di mar 
tiri) hanno meritato diotfenere . MaVerimcnté qUanìò' al luogo di San 
Paolo non è chiaro che. egli quiui ra|£oni,dcllarcp^cu(ionc del p<rga- 
mo.Eperaiientùrapjù fconueoiente fèntitienco di quel luogo c iò ihten 
derlo della Corcttione giudicale ; Come dilfc altra volta il Signore: 

Si te non audierit,dic E ccle/U. E quanto à San Gio.Ihttirta fi potrebbe dire 
che egli ò priuatainente dicclle ad Hcrode, 

T^on licei, libi &c. ... ' 

O chefe benequcllccofepuDlìcamenre glidiceua ) ch'fc non però pre- 
dicando le dicefie: onero che molle cofc degne di lode ncj Santijnon fo- 
no però fenza particulare indiato degne di imiratìone: oucro che caC 
conueniuain que’ tempi, che hora i coftumi della nollr* età non Io pa- 
tirebbero, ò in altra maniera. Tuttauia à noi pare meglio il dire : Che fa 
bene per l’ordinario del pergamo non fi ragiona , nè fi deue ragionare 
, contra 


5 Sopra la TartutU* C LX lìti f 1 1 

PARAFRASH. 

S I come figurati fono ancora certi modi di dire ambigui>ije.<iua 
lt altri non sà fc vogliano lodarc»ò biafima pc : E tutto qqc!j|o 
eli t vuol vedere come fi fi bene ; legga ij f flange di Efc^iqf, 
ouc le cufiche di Tclauge fi dicono , apena fi può difiinguqrc 
fc per ammira tione,ò per burla vengono dette: E QUC!» PQP c pro- 
priamente ironia, ma hà bencnonso chedella ironia* 

C O M M E N T O. 

iM' ‘ l * . * - ‘ : 

-?M<r r * ì" * cr. ..Vi ■ '.‘t. \ i • * V ■ 

F ] turato furiare in fontina nelle reprenfiom ,\e nelle accuft » eque (fo che i 
coperto e velato, e nel quale recando dubbia loffefa , altri non può rise- 
nere per certa la ingiuria^E pericoli perforai bifogna che fiano que'dettt,i 
qual: foni tanto ambigui, de altri non intende feper lodare o per btéfim^e 

yentono profenti.Cbe però Demetrio con vn nome Greco giunto bd nominato 
r.Va^» Vw e UH. c Pler Vettori in due parole Latine molto bene bi tradotto 
Vitupcrationcs ìncertas,/* bene egli nel nome Greco alcuna corróttila hi 
emendata che in lui fleffo fi potrà vedere,non efiendo min Hata munitone n*- 
iìramqutfle fatiche di attendere alla lettera, ma felicemente a precetti 
dell’arte, e di non efìere punto Grammatici,ma Retorici : Sono quelle vitupt- 
rationi incerte, quelle le qual: anche proferte dal dicitore reità incerto fe fiatfo 
lodi ò beffc.oue è da aucrtire molto bene quella parola anche proferte per- 
aocbe noi credi tm» che in queflo giccia a quella differenza fra qucHo mi do di 
ambiguità , e la Ironia , die Demetrio accenna folamé- te ; & altri Interpreti 
che Gabbiamo veduti, non dichiarano ; E già della Ironia trattammo noi (ah 
buona occasione di [opra nella particella $ 4, oue inoltrammo per U nflofilt, 
che cofa ella folle, & in che fofie differente dal ridiculoiEt mfomma douafn- 
no chela Ironia hà tutta lafuafor^a nel modo del prqnuniiire: Co* fio fi cola 
che quiui fi dicono cofed: altroché in [e Hcffefono buone e hmoreuoli ,jna dal 
modo li pronuntiarefi cognofce,che vengono detto affine, che altri le prèndaci» 
nel contrario Jenti menco’.C omt farebbono in UH.HfCCardo. 

Jo tò che fiete diuenuto vn prò Caualiere, 

In MaHro S nnone, 

E dopo molte delle fue fauie parole, 

{futi f tocche :ntjl Gt lojo dallo J pago , 

Hauctc voi vd'to come il buon voifro cognato. 

Cioè cattino: In T?iet>o dì y 'tncio’o. 

Ecco fonia e buona Donna. 

'Parte Seconda. M min Cioè 

4 -4rwT u/V »«*<• ... 


5>I l Jl Predicatore del PamgaroU 

Cioè cattiua e feltrala: Et in mille luoghi, fempre con forza canata dalla . _» 
pronuncia, per le quale parole in fe fìejf- buo>e fi vede certo che fon) dettecon 
contrario fine; Co fa che non o.corre nella ambiguità , che hahbiamo per le ma- 
rnila quale, oue la Ironia dee cofe per fe Beffe honoreuoli ai colui ,di cui ragio- 
na, qu fla di e cofe che poffonoeilere & honorcuoli,C5 biaftmruole>& ouela-t 
Ironia prormnti'ta che è,ajcia chiara che vuole biaftmare : qui anche doppo 
la pronuntia la ambiguità reità nella fua forga , perche le cofe d tte pofiono 
effe’ prefe & in buona, & in catt ui parte: Come per esempio , quando'Bru - 
no diffeà Buffalmacco di maflro Simon - . 

Feimam-.htc tu non ni trouerefli vn altro di qui alle porti di Bangi di cofi 
fatti . ' 1 •J'I 

Oue [e le cofe procedute non lo dicbiarafiero,anch: doppo la pronuntia refla 
rebbi ambiguo, fi egli per lodare Maflro S/mone haurfft detto così , ò per vo- 
lerne la bu> la: E fe hauefje voluto direbbe di quiui alle porte di Tar gì, fi va- 
le ut bicorno, ò pure i fi valorofo lauaceci,non fofle flato per iouereefjere liona- 
to. E di quella natura dice Demetrio che erano le cofe , le quali fcrijje EfihinCu 
di Telauge: » 

]/ quale Efchinee fiere fiato amkijffìmo di Socrate, & huomo di valore lo di 
ce Laertio nella vita di Uiifiue fra alcuni Dialoghi che compofe fà mt n tione di 
vno in titulato it Telauge:che deue efsero queHo del quale parla qua . "Deme- 
trio, e del quale parla anche Atheneo,e ne apportò alcun fragmento che vera- 
mente è tale fiale dice quà il nofìro autore, Cioè che & in laude & in vitupe- 
ro dì Telauge può efsere prefo. 

Egli dice parlando di Telauge pallio non porta fe non prefo affitto à puocbi 
quattrini il giorno da vn tintore,d’ un Colletuccio vecchio di cuoio và veBito 
con vn paio difearpe raperà te veccbtffi ne. 

Che [ono cofe le quali reflando >n dubbio ,fe egli per difpregio del mondo le* 
facefse,comc Diogene Cinico & altri-, ò pur per mera auantia ejordidegga, 
refla. incora ambigua e figurata la ingiuri i e non fi sà , fe lode ò burla fuonino 
le parole. 

DISCORSO ECO LESIASTICO. 

N On occorre ragionare di quello precetto di De netrio in materia 
di predicanone Euagelica, perche apena podonochriftiane orec 
chic fentire battezza (ì grande , quanto farebbe fc il predicatore- 
delia parola di Dio , che deue etere tutto ingenuità > e tutto chiarezza , 
per quello rifpetto folodi non difpiacercad huomini , de quali nondi- 
meno S. Paolo,/! hommibus placerenhCbrijit feruw< noneffem: fi mercede à far 
gerghi in pergamo à parlare di due lingue , ànon lalciarfi intendere , & 
mfìnoà tanto arriualfe.che trattando, ò di vna perfona,ò di unacofa, al- 
tri non ballarti: ad intenderete egli ò la lodate.ò la vituperate. Tengali 
quella bell'arte i Comici: tengalclaEfchine,tcngafela i Retorici,& elo- 
quenti del mondo.chc noi in uecc di lei.nelle nollrc prediche, fchictez- 
za uogliainojingcnuità, purità, c chiarezza rale,che infino i piu ballile 


Sopra la Particella CLX III. 9IJ 

i Dirozzi ingegni Appiano diftintamcnte quello chehabbiwno volito 
Xeequeliolhe habbiamoò lodando, ò biadando volutq,ò feritoie- 
fSSSSS» < °‘Sig nor notec ouc «I, , mn, luagiu «prato- 

do ad impertinenti & importuni qucfiti,vsù le parole , 

Tudixijìi. * 

Come ojie in rerrogandolo Giuda. 

Wjmquid ego firn RabU' dijje, ■ \ 

Tu dniHi . 

l Jtdiurouper Deumvtuukut diccu nMs,fi tu es Chriflutfilius Dei uiui,dife, 
tU E? interrogandolo i Pontefici: Tu ergoetfìlius Dei , pur rifpofe, 

hnmufqueTb.l; altri luoghi fomiglianti dicono molti, che il Signore 
vfa artificio di non uolcr lafciarc intendere fe egli o di sì, o di no nfpon 
j ->1 anelito fattogli>& apunto con rambiguità,chc dice quà Dcmerno 
^“uTglf“icS,,;«Xr .gli affenmà neghi, come fc mtcrogm 

doci alcuno in terra di hcrctici, liete voi cathohci. 

Noi per paura non volendo ne affermare, ne negare refpon delfinio 

' V Main vcropocohonore fannoqucfti tali , alla diuina feuerità del Si- 
gnor nortro,il quale oue non è parfo à lui che gli interrogano non fiano 
fiati degni di rifpolla.benchàucciuto molte volte. 

MaoucMu^atenlpofte , per niun timore fiumano, hà mai lanuto di 
darle chiarilfimc, & apertilfimc. E tali fono anche tutte le lopradettc . 
Pcrcioche quelli modi di dire, 

Tudixijìi. 

E°liufih,come hanno veduto i più intendenti delle lingue,fono idioti f 
fimi Ebrei, i quali non ambiguità portano in fe ftclfi: ma chiara,, & inge- 
nua’affirmationc : Il che quando da molti altri luoghi non li potcflcca- 
uare.chianlfimo apparirebbe dalla fola rifpofta,che ìlSignorefece a Cai 
faffo, quando gli domandò fogli era Chrifto, che oue Matteo dice eh 
Signore rifppfc» 

Tudixijìi. 

S. Marco dice, che dille, 

modo che non potendo effere difeordi gli Euangelifti , neceffaria 
cofa è, che per idiotifiimo Ebreo fiano 1 fopradetri modi pure affirmatio 
ni. Ecofi fi vede che nel il Signore per humano rifpetto parlò mai am- 
biguo , nè al predicatore Euangclico conuerebbc in alcuna maniera il 
farlo : E noi ci ricordiamo che trouandofi gli anni i partati in Parigi, e ve- 
nendoci lodato vn predicatore , perche predicando già molti i anni quali 
ogni giorno, niunohuomo per Cottile che foffe ad ogni modo haueffe 
mai potuto fieramente raccogliere fe egli alle parti della lega pendeffe 
ò di Nauarro.cou poche parole rifpondemmoj, ma ftomacofamcnte che 
egli alla valle di Giofaffattc parlerà più chiaro: E di quello aliai . 

bimm a PAK- 


PARTI CE L L A 

‘ I '* t-m Il ? I 

Ccntefi m a feflantefi m a quarta . • r ; 


\ TESTO DI DEMETRIO 

* 

Tradotto da Pier Vettori. 





Offet autem al quii & aliter figura imcliierefceu fic . Quarti 
nonUbcnier auiiunt reguli Copuline a fcminx {tu t reca- 
ta, tum [uademus ipfisnon peccare, non rccia via dicci nut : 
fedfiue aliot quofpiamvituperabimus, qui firmila fecerut. 
Ccu ad Dionyfium tyrannum coatra Virala riderti tyrdnum 
dicttnus & Tbalarid s fcritatem . P tllaudabimus aliquot 
qui contraria ‘Dionyfio fccerint . ccu Gtloncm rei Htei ontm , qui tauquam pa- 
rente t Sicilia & magìjlri fatte : et cairn aimoneturq ù audit fimul (S non con 
tumelia *exatur,& amulatur Gcloncm,quem vitti laudari ,Cf ipfe laudem ap 
petit . CMulta auttm buiufeemodi apud tyrannos,ctu Tbilippus quidè, quia 
altero oculo orbatus orat,irafccbatur,fi quit appella ffet preferite ilio Cyclopcm 
nel oculum omniito . Hermias antera, qui ^ ita mei dominus fuit, £? fi re ‘iqua 
in aita rnitis erat (vt firtur) non a quo animo pafuseffit,ftqu s appellaflet 
tultrwm,vel fcftioncm,vtl cxeftioncm/juia euwubuscrat. bxc antera dui pa- 
té facete volens maxmi natwam priticipumvhoruni , maxmi requirentem 
oraiionem,qux minimi in lubrico verfetur : votai ur vero Uh figurata . tt fa- 
te ftpe,& pop u li magni & potentes egent htùufcem odi fijoaaoraùonis ,qutin- 
ddmodum tyratmi . Velati populus ~dtbciùcnfutm qui Grxcix prirx.patum 
obtinet,& affentatores aiit, & CIeoncs,£f Cleopbontts .afientai’i quid-m igi . 
turjurpccsì ; reprehcnicrelubricum: optimum autemquod intera lium eli 
inter bxc , idcSi figuratum . Et aliquando ipfum iUum qui peccai loudabimut > 
non oh ca qua peccar, jed ob ea qua non peccami . ccu ira ummotum, quod be- 
ri landabatur , miti s cognitus in peccatis tllius , & qiiod di • nus,qcw xmula- 
rentur,dciuibusbab tuteil : i beate r cnim vnufquifque imitai urfcipf:u» , & 
conatur lauderò laudi adultere : potius auttm vnam xquabikm lauderò 
/acero. 


• , ••• ■ ! ob.. 

!i "ini i,t .Jbe '-JÌi 

VMyj rr ;j t j 

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li . 


P A- 


Digii 


, r S oprala Particella C L X1 tt , JM J 

P A R A F R A S £, 

Perche non fentono volótieri gli huomini e le don 
negrandi, come Regi Regine c limili rinfacciarti 
i fuoi di retti, con loro figuratamente potremmo 
procedere in uno di tre modi.-Ciò fono, òbiafiman 
doli uuio loro in altri, come alla prefcnzadi Dio 
nido vituperando la crudclta,c tirannide di Pala- 
ia virtù oppofta in altri ,come nel medefimo luogo 
dicendo che Gelone, e Gierone furono padri, emaeftri della Sicilia, 
perciochc di quella maniera non verrà ingiuriato Diomfio , & egli 
l'cntendo lodare alrri,diuenrerà forfè emulo di quella laudc,ò final- 
mente lodandola virtù oppolh in lui medefimo, le egli mai alcuno 
atto ne fece, di cui fi polla ricordare, come in uno iracondo, che vna 
volta vsòinanfuctudine , dicendo quanto piacque quello atto à tut- 
ti ,c quanto ne ft lodato : Conciofiacofa che cial'cuno imita volon- 
tari lèmcdpfimo,e procura di aggiungere laude a laude, anzi di fare 
rullala fua uira feguente, e continuatamente lodeuole: Balla che in 
vnodi quelli tre modi , e in qualche altro bifogna figurare' il dire, 
quando parliamo con tiranni , 1 quali non foto non poifono fentir 
parlare de* fuoi difetti , ma nè anche di quelle cofe, che gli riducono 
loro a memoria . Come Philippo fenza un’occhio, non poteua pati- 
re che altri in lùa prefenza parlale di Ciclope , anzi nè anche in al- 
cuna maniera di occhi. Et Hermia Signore di Atarneo , perciochc 
era caffrato,fc bene peraltro affai manfueto, nondimeno fi adiraua, 
oue ièntiua ràmcntarr,ò renaglieli taglio, ò cofa limile, onde fi può 
affai bene conofccrc le natura de’ potenti, quanto fia pcriculofa cofa 
il trattare di difetti loro ; E quanto utile fia in tal calo il fare l'ora- 
zione figurata. E quellochediciarnodc’ tiranni, intendiamo ancora 
di certi populi perla fortuna e potenza loro fatti lùperbi,comede 
gli Atcnefi , che eflcndohoramai padroni della Grecia, non fanno 
conto fc non degli Cleoni,eCleofonti, Scaltri adulatori. Mal’a- 
du lare è cofa fordida , & il reprendere fcopcrtamente penculola ; E 
però attenendoli al mezo con l’orationc, come babbuino detto , fi- 
gurata,habbiamo da procedere . 

COMMENDO. 

Q uanto è bella ( i he in vero è bèllijfima ) tanto è facile e per fe fleffa cbii 
ri queSla particela che babbi amo per le mani , fondata j opra una g>an 
ythid^ebe non fentono volontari iVrinapi ó le Tri'icipeJJe, che i partii ulari 

Parte Seconda. Mmm $ viti j 



$1 6 .Il Predicatore del T anigarota 

vitif rinfacci loro : pinzine anche le priuatc pcrjonc l'hmno caro : ma Udì- 
(piacere di quefii non può nocere più che tantu-la doue il difguflo di quelli l af~ 
fai periculofo : E per ciò dice Demetrio, che oue fi traiti con Uro , figurate cioè 
coperte & indorate hanno da efiere le reprenfìoni,e le accufe : £ quefta in uno 
rii tre modi, come habbi-mo detto n Ila parafrafe . fra quali ù primo& il 
fecondo bauuoil par t mutar e ejjcmpio aggiunto, cioè bia firn indo altri del mede- 
fimo vitto, come talari in prtfen^a di Dicnifio, oueroloda-ido altri della oppo- 
fla virtù, cene in pnfen^a del mede fimo lodai, do Gelone, Gierone, per lodare e 
quaii ntojira anche Demetrio in due parole , quali hanno da e fiere i 'Principi 
tuoni m ngu rdodc’Juoi Judditi,cioè tome mai fin, e padri lo>o,piouedcndo lo 
fole co/e ucce piane, & infegnando loro buoni cofiumi , principalmente con l’ef 
/empio - Quanto al tergo modo pure anch’egli ha Cefi empio, ma vago (come fi 
dice) e di cui che fiat Verckche confiflendo quefio modo in lodare alcun’atto 
della uinùoppofìafin vno il cui vitto babbuino intentione di nnfacciargli,dice 
'Demetrio che ciò farebbe, come Jè volendo noi riprendere rn’nacundofio loda/ 
fimo d’ alcun’ atto di manfuetudine , che egli il giorno auanti hauefie fatto . La 
doue fe bene egli dice il giorno auanti, fi hà nondimeno da intendere, cioè poco 
■ prima, & in fomrna tanto prima folamente , che noi pofliamo ragioncuolmente 
credere, eb’ egli ne tenga memo ria . 

E jouo fondatigli ultimi duoi modi, nella emulazione ,che per t ordinario hai 
no gli h uomini della laude , che fallendo lodare altri , deftderaoo di imitare^, 
quelli : E molto più fentendo lodare fe medefimi, fiinuagbifconodi quello, che 
egli fà loicuoli,e dcfileranodi /ufi più, e più degni di laude tale , annidi me- 
nare la vitaloro,in modo che fia non interrotto U merito deU’honore. Si che bi- 
fogna dileggiare con i Principi : l quali dice il nofi ro autore, che hanno tanto 

delicate le orecchie , che non folo non pofiono patire di fentir/i rinfacciare diret- 
tamente i difetti , ma ne anche di icntirfi dir coft c re indirettamente gli vada i 
ridurre loro in memoria: Come Filippo padre di c^f.efiaidro non polena^» , 
perche era fenzj un prchk, /apportare che in prejenza fila fi non naffe Ciclope 
nè che fi par lafie pure di occhi, & Hermia Signore di -Atarneo percioche era 
c a/i rato, non vokua fentir parlare di tanaglie, ò di tagli ),efe bene per natura.» 
etamaofuetiffmo,in quefio cafo nondimeno g<an didimamente fi adira ta: Che 
fofie Filippo ogi’vno lo i4,e come egli reitaje mgloriofi imprefafenza vn’ oc- 
chio: Che U Ciclope Polifcmo hauefie fecondo che dicono i Pam, un'occhio folo, 
anche quello è chiaro . 

\Di tìtermia non è ft celebre il no ne : Tuttauia Arl/lotile He fi) fù amico di 
Ini,eloanlò 4 p Citare, anzine fcrifse uerji in lode: di che anche da [noi emuli 
fùta fiato, come di cofa indegna i’vn Filofofo , e che hauefie celebrato buomo 
nondegno di filerò honorato da penna late . Comunjae fi*, di ingegno mite , 
dice anche Demetrio ch’egli era : £ noi da tutte le cofe che fi dicono quà di que- 
fli due potenti Filippo H He r mia ,treinfegnamenti cauiamo ànofiro propos- 
to : fi primo che non douia no arrifebiarrià tafiare i difetti de P rincipi,fe be- 
ne non fono morali ni per colpa loro,pofciacbc nè Filippo, ni tìcrmia hautuano 

punto 


'Digitizéd b 


Sopra U Particella ChXlV- J l 7 

di colpa nC mancamenti loco, ma quello cca pcoucnutoiaU 

^r;5SEK»ifS=^'* 

Perdita dell'occhio, ( come fi agretto à 

mofiene) fi con gloria ,e pure fi adtraoa nel /enti ria accennare . 1 ter 
timo, che non doniamo fidarci, perche il potente ptrfua ”*'*”£ *“** f* 
Hcrm-J cure era mitiffimo per naturate nondimeno , ad ogtu rm ma memo- 

5eus^& Ay rr 

otte vn <jna»fo auertimento, ehefe bene [entiffimo , cheilTrtn pe J 

/o di rag marne direttamente noi : E l'effempto c heUiffmenferitoaa 
disimporlo, e da ■ Machione Saturnali, occorfo in Antigone,* quale ejjcn- 
doancb’elli come Filippo fenza Cocchio , e come dice il Tetrarca , *»D«e 
lofeo di quello fuo difetto burlata egli Beffo in modo, che efjeudog 
Zlirccmcfc, ilincc con, acaucc, molto 

W, rf : , c mcdefimo. E nondimeno perche Trocretio eh n àttrti ibed,ccuan °> 
thè il le l'hJrebbt veduto con buon occhio tifpófe. buon occhio non p f 

^^gmhi^fòtitun lòfece (rucifiggere : Si f '**”*',**£ dell L 
ne lei Caporale foffe fiato (olito , che non fappiamo , à P re " d "\ bM ^ d . Ì!ff. 
fua Beffa lofcbezza,ad ogni modo non farebbe ftato,e non fu ftcu f , 

dire nel fuo capitolo della corte come egti di'Jc , 
jl Uborft’lmio Signor guardina dritto, 

Polca vederci à tutto aperto il Cuore, 

E quel che intorno e fuor ci ff/ieferitto. 

Olla di auello affai . Ricetto habbiamo conofciutovn gentil humo na- 
to Ai non legitimo matrimonio , il quale diquefiofuo difetto burUua i epa £» 
pVffo : £ ci ricordiamo, che una voliafra f altre, vrtato da certi mul, fi voltò 

C tli fratelli.cos i poco rifpctto ci portiamo fra noi altri ? ^ _ 

E pure non paffarono bore, che leggcriff, manente motteggiata 
me de fimo, ne vene però fieramente alle mani co motteggtamrn .UU- . 
Tori, quanto à !olcbi,dice qua vna cofagratiofa , che con vncer o Jtf*. ** 
guarlaua torto, ma per altro gentile e valorofo, hauendo v no nel lodargli ale». 

^ jt me certo pare ella lo leuoliffima , fe già l'amore, che le porto non mi ac- 

E gli tanto fieramente fé nefdrgnò,che nulla Pii . E fa fi • fi Tjcii freddi 
lettori in Latino dice,che egli diflc , nifi me prorfu» amor c*cum reddi- 
to^ Forft dico, difie egli. Mmm 4 Si 


51 3 /7 Predicatore dei PuoigaroU ^ 

Si Cruore non ni fà vedere torto. , ' , jt ' t) . ^ 

^illudendo à quello del Tetrarca, 
u imorih 'o cbro ben fan fi veder torto . 

2 yel qual (.ufo fe l'amico non guardaua più diritto , 'he tanto , 'veramente 
quella tartagline glthaurà data noia: E quello medefnno , che (erigiamo noi 
bora, letto da vn ofto non gli darà gran gufo , egli parrà un’borà nuli' anni , 
thefi tfea di quello proposto: Dal quale entrando in vn'a'.trajpccie di difetti 
naturali, pure ci ricorda , che vn homicciolo in [{orna, no folo fifdegnó con vno , 
che e fendo fi egli a edotto ato lo nominò 
Dottore in ftflo decimo. 

^ Macon vn predicatore prefi colera , perche in una predica preferite lui, due, 
ò tre volte hautffe fatta mentione de’ Traimi : Etera bella che alcuni burloni : 
actortifi deli h umore, \con il nominare follmente il Cardinale Sarnano , perla 
virtù di quelle due vitame fillabc,ad ogni lor piai ere lo inunltgiauano. Qbt con 
potenti, non baurebbe hi Sognato far così, e che l’hauefe fatto afu prettamente 
fi farebbe pentito dì efier faceto . bfl follmente co’ Tri '.api due Demi trio bi- 
sogna guardarle da queflo ; ma lOnque' popoli ancora, con quelle republù 
che,cl>e per la felicità e potenza loro fono insuperbite : Che già Ariflctile nella 
1 Politica moftra chiaramente quanto dc'colimn fiano fimi/; à tiranni alcuni po 
putì interi : e pi rauentura da Tecfn/io di,cipulo d’^t rifiatile imparò 'quello 
alcionia Tert patetico ,i Ino tiro Dome tuo : Quanto à C leone , e Qleofonte , che 
fòffero popolari adulatoti motte ne,ncn folo da 'Demetrio, ma da altri autori , 
tome da ytriftofane,e da Tlatone Comico fu finito : Ma belliffima l la conili 
fumé della particella noflra.ihe C adular eicof a fordida: & il reprendere peri 
culofa: lì che però con alcuno de’ ire modi detti, òion alcuna altra uia bifognx 
cheprocediimo nel trattare co’ Principi : Se già non ri piace fe più diluititi 
modo, che tenne la gentildonna di Guifcogna col l\è di Qpri,quando in Cipri ar 
rinati e per oltraggi riceuuti volendoci richiama' e al ({< fintele ch’egli era di fi 
rimefa vita,e da fi poco benebbe non de egli l’altrui onte con giufiitia vendi 
ca f e, angiinf nife con vitupereuole viltà à lui fatte fof eneua, che effapropo - 
flodi voler mordere la miferia\teito del fiè,aidaiafne piangendo dauanttjì 
lui, di fio. 

Signor mio'io non vengo nella tua pr e [eriga per uendettt,che io attenda iel 
la ingiuria, che mi è fiata fatta, ma in fodtsfadmcnto di quella tt priego, che tu 
mi inftgni,come tu fofferi quelle, le quali io intendo, che ti fon fatte, actiocbe di 
te apparando io pofa patitntemente la mia comportare, la quale' fallo Iddio ) 
feio far lo potejfi uolontieri,li doterei ,poi così buon portatore rie sè. 

eJMa à dire il vero non era bifogno di figurata ormone per ragionare con co 
fiui,tl quale fe bene era potente e Trmcipe,era nondimeno tale, tue niun perita 
locorreua.cbilo morieua : chiunque hauti cruccio alcuno, quello col fargli al- 
cuna onta ò vergogna sfogau*. 





c/ 


Digiti; 


) 


S #/>r * U Particella CLX1 Vi 


91 » 

*»*: " ; > * < . . J 

A 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

D I quanrc cofe hà detro Demetrio in quella particella.noi intorno 
ad vna fold vogliamo Ecclcfiadicamcnrc difcorrcretCioè à quel- 
la, oueegli diceche Sordida;cofaè la adulationc : Nè però altro 
in fqmma vogliamo dire, fé non che fc infin gli Etnici dicitori haucuano 
per colti mecanica l’adulare , quanto deue egli procurare il predicatore 
della parola di Dio, di fuggire anche ogni ombra di adulatone in perga 
mo? MonfìgnorCornclio (come dicemmo già ad altro propofiro ) vsò 
alle volte di ragionare ftmigliarmente dal pctgamo ad huomlni p.articu 
lari, che dauano àfentirlo, come quando nel principio della feconda 
parte della predica della incarnatione fatta in Vinegia.non folo ragionò 
prima col Doge dicendo , 

Quello è (lato rroppo gran fauore ScrenilTìmo Principe , che la fubli- 
mità vodra fi è degnata di farine inchinandoli dal Solio fuo mandarmi 
à # dire dal Maellro delle Cerimonie che io predichi quanto mi pare. 

Mal? voltò anche ad un parriculare Senatore, e dille, 

ClarilTimO Signor Pietro Zeno, pefchevi fiete'dcgnato di hauerm? 

? er(figliuolo,ringr.itiatc voi con la vodra natia eloquenza quello gran 
rincipeyà'Ciii pel 1 valor vodro, oltre quello de* voflri maggiori fiere 
fitearo. ' 1 ; . ‘ 

Et vn’altra volta predicando il giorno della Epifania inPauia.purfi 
voltò in particularcall’Alciato.e dille, 

Non vi ricordate Signore Alciato gloria de’ Letterati del nollro feco- 
lo: Non vi ricordate dico quel Di(lico,&:c. 

Fece anche vn’altrà cofa più frequentemente.chc fé à prefenti non ra- 
gionò.almeno de’pr'efbnti.e viui ragionò con laude: Come per dare vii 
elTc-npiofoIo nella predica di Chrillo Pallore .quando non prcdicandò 
à Bologna, ma à Rorhn, Sé in luogo otie moiri Cardinali erano , ad ogni 
modo per volerne laudare vn particuIare.pigliòoCcafionedi dire quello 
che fi facetia à Bologna con quelle parole, 

Infino à Bologna che è il Cuore di quella Santa Sedia (ohimè) come 
fi darebbe hoggi, fc non folle darò Lorenzo Campeggio, che non vorrei 
folle qui' prefenre hoggi per poter dire, fenza oifendere la modedia de 
gli orecchi fuoi, qualche parte del fuo gran valore.della fua molta pietà*. 
N'ami confido rcrò,che non folo tu Corre Romana, ma c la Spagna, e la 
Francia, e l'Inghilterra, S: la Germania tutta sà quanto hà patito, Acche fi 
e)cfpodo quali fino al martirio, per far quello che fi contieniti! ad vn le- 
gato di quella SantaSede Apodolica Tu il fai Henricoottatio Rè di In- 
ghilterra : Tu il fai Reina fua moglie . E voi lofapete tutti, Tcdefchi : a- 
preflb di citi vaierà anco eternamente, con gloria il nome fuotChe vin 
ti dalla verità non potere fare.che non lo celebrate nelle udire hidorie. 
Ma per tornare onde fiamo digredì. 

S.Bafiliofrruiendo à Santo Ambrosio la fua Epidola in numerocin- 
quantefima quinta, lo loda di varie cofe fomm.imente : c così fanno feri 
uendofi Agodino à Gieronimo.Gieronimo ad Agodino, & altri Sanri : 
Ma quefte fono Epidolc c non prediche : In prediche, c dal pergamo lo- 
dò 


Die 


910 11 TreJ tiatcre del Panigar ola 

dò Paolo Emiffeno Vcfcouo,Cirillo8*Tiiarca d' Alexandria, che era pre 
fonte mentre egli mimato da lui nella Chiefxmedcfiiua Aleflandrina ra- 
gionaua: E Cirillo medélimo predicando doppo Paolo, ina alla prefcn- 
za di Paolo pure con molta laude ragionò di lui .come fi può vedere fra 
lchomilic di Cirillo alla fettiiiia,allaottaua, de alla nona: E Santo Araj 
brogio predicando un giotno,doppochcvn’altro Vefcouo il giorno aua 
ti haueua predicato, &: era ancora prcfcnte, tante lodi accumula di luu 
che di tutta la predica la parte maggiorre ih lode di detto Vefcouo,fi có- 
fuìnmò.coinc nel fehn0ne4a.fi può vedere , del quale alcuna parte non 
ci farà grauc di trafpottarc in quello luogo, allìcurandoil Lettore, che 
quello che rimane di tutto il fermone , hon è tanto quello che trattale 
laudi del detto Vcfcouo.c clic noi tralcuriamo qua. . 

[ Hcltcjna die fatis acccpiffe vos credo fratres dilcdli traébatibus do^ 
mini,& fratris vcftri prelòncis Epifcopi , qui tanta facundia rcs diuinas 
diffcruic,& predicano cius piena fucrit facerdotis gratia , oraioris clo- 
quentia.inlli turione Docloris: Ncc miruin fi is qui in Pontifici o prima- 
tus honorem obtinet.obtincatctiam in predicando primatus eloquiuin 
8 c virtutes Dei.quas Sanili pccloris arcano depro;nit,facundi fcrmonis 
orationccoinmcndcc, acque ideo paruitatem incam feio auribtis vcllris 
minus foluo placituram: Quis cairn cont,cntùs'fic potare de riuulo, cum 
polfit haurirc de fonte. Terra cnim aquarum tenucipi rorcm.omnino nó 
l'ufcipit, pollquam eam largus pluuiaru imber infuderit . Sic igitur ve- 
ftra di leciio i nudata fanili (accrdocis eloquio.fcrmonis rii ci patietur vile 
fallidium.quamuis cnim doilus uir.quàuis dclcrtus orator,c lógius Vide 
bitur fi ca-perit loqui , prefentc mcliorc : Scd tamen habet folatium firn 
iftaconfulio: Nihil cnim ruboris eli comparationc fumimi facerdotis 
difplicerc minimum faccrdotcm : Prefertimcum iuuare me polfit , bea- 
toruin infignc ConfortiumiSicnimDauid vnius fpcietati Sanili alre^ 
rum Sanilum fieri poflc primat, dicCns. Cum SaniloSanclus eris : Cui 
ego ne quamuis imperi tum.quamqis pcc catorcm nqp patem fieri polle 
predicatorem vircucum domini tantprum Confortio niagiftrorum. Igi- 
tur quoniam bcatillìmas fratcrnoller Sanitorum Ajollolorum laudes 
magno eli profequutus eloquio,debemns i?c nos iplius fepultiirain do- 
mini predicatore^ quia vnius corporis membra videmus fimilibus ob 
fcquijs procurato fimilibus quoque integrum corpus predicationibus 
exornatur.Vidcamus ergo de domini corparc.poftqua de Cruce de polli 
tur, quid gcrarui &c.] 

Tutto quello Santo Ambrogioioue fi vede che egli J oda anche di clo- 
q ùenza chi hi predicato innanzi à lui»& abalfa fe ltclfo . E fi paragone 
da fe all'altro: E dice che sà.chc doppo quello non porca piacerc:Q cofir 
fimilijle quali molto volonticri habbiamo referite affine che quando cer 
ti Ariitarchi de nollri tempi, fentono de’ n offri Predicatori che fanno al 
tretanto , non corrano fubitoà fare guidino di vanità in loro: E fi con- 
tcntinochc fi falli fono.fia il loro errore commune con Ambrogio coi> 
Cirillo.con Paolo Emifleno,& tanti antichi,cSaiitilTiini padri : Se bene 
da l’altro cantoà dircil vero quanto à noi .cornei! fiamo> guardati più 
clic habbiamo potuto da lodare vlui c prefenti nelle prediche nollrc . 

E fcpurc dubbiamo fatto.con tanta fobrietal’habb i nno facto , quanto 

.ouc del Signore Cardinale Gaetano in Parigi hauendo dette alcune co- 

- - r e 


Sopra la Particella CLX I V, 91 1 

fe in ben meriti Alma laude Coggiongento Cubito. 

Ma egli è prefentc c noe haurà per bene che io con laude ragioni di 
lui, e Cenzt laude non se nc può parlare. 

Cofi non ci pare bene, che Tenta molta neceflìtà altri fi metta à loda- 
re htiomi ni viui e prefcntbT-into più in matcra d'eloquenza c di predi- 
che . E Copra il tutto perictilofa cofa ci pare il volere per modeftia com- 
parare Ce ad altri, e fare certe Corredi cercmonicin pergamo, che in ve- 
ro à molti non fi affanno punto;E noi ci ricordiamo ne’ capitoli princi- 
palmente, oue molti predicatori vno doppo l’altro hanno à predicare, 
di hau ere ralhora da alcun predicatore,Centito dir coCe in lande di quel- 
lo che hà detto prima, e di quello che dirà poi.che adeflo ancora à pen- 
farci ci C.inno aggiacciare il Cangue perleucne: Nc però ce ne Ccande- 
liziamo, 'perche janchc Paolo EmifTcno douendo predicate doppo lui 
Cirillojdtflc, 

] VerUm quoniam paticnter noftram rulirtis balbutiem.expeciatc pa- 
tris vcftri fipientiatn: Ari di iris calamuia Pafloralen : Aitdictis nunc tu- 
bam magniloquenti fTimam. 

Ma tutti i facifici) vogliono il Cale. Quello Tappiamo noi che quanto al- 
l’auditore l’eflerc prefencc à vno, che m prcCcnzadi molliti lodiin Cac- 
ciai vna grande anfietà: 

•" E che dall’altro cànro per quello che dice , Sordida coCa , Come dice 
Demerrioiè anche l’ombra Cola della adulacionc. Oltre tre altre pijfime 
e prndentiffime ragioni, che contra il lodare i viui.c preCcnti dal perga- 
me apporrà il Signore Cardinale di Verona al libro primo della Tua Rc- 
toriea al capitolo u. dicendo. . 

[Viuenres Ecclefiaflicits orator perraro laudar , *ut quia ignoratur 
laude ncan virupcrationc quis dignusfit.cumncmo pcrtlìt affirmare 
aliquem DeocfTe gratum;aut quiadum viu Lotus domefticis & acribus 
inimicis oppugnamur.Sc inccrtus eli pugni exitus, aut caitet hoc maxi- 
me,nc dulte venenum cxhibcns viuentibus noCeac, & turpem adulatio- 
nis notati fiibeac .] ■ 1 i- ‘ •• i ■ t 

P A R .T I C E L L A 

oSivil; lì'jb ilio i/. com.qcU : .uj. i inveir.’ ». <. sin 

CcntefimafelTantefslma quarta. .1 

TESTO DI DEMETRIO 


Tradotto da Pier Vettori. 


1 autem aliquis & alìl'r figura iauolucre,cen fu. Qua noti li- 
benter auiiuntreguli opulenta fantina fui peccata, cumfuade- 
musipfis non peccare, non rtfia ut* dicemus, fedftue aline quof- 
xn_r L piani uituperabhnus,qui ftmitia fcccrunt. Ceu ad Dionyftu tyran 

mm contri Thaltridtm tyrannum dicemus, & ’Pbilarilis ferìtatem. Pel lau 

-* di !• 



Oli 11 Predicatore del Pamgarola. 

<!abimusaliquot,qui contraria D'myfto fccerint . ccu <jelonem,ucl Hieronem , 
qui tatiquam paicntcs SÌ tilt a, & magifln fuetti ttenim admonetur , qui audit 
frani & non contumelia ucxatur,& xmulatur Celonem > quem uidet laudari , 

- & ipfe laudtm appetit . cJWulta autori buiufcemoii apud tyrannos,ccu Thi • 

- lippus quid etri, quia altero oculo orbatus erat,ira[cebatur , fi quir appellaffet 
frafinte ilio Cyclopem,uel oculum ormano- Hermias autem, qui ^4 tattici domi 
nus fuit,& fi reliqua in aita mitis crai, utfertur,non aquo animo paffus effct, 
ftquis appeìlafiet cultrum,uel fiflionem,uel cxcilionem, quia eumchus erat . 
irte attera dixi paté f -tetre uolens maximi naturam prir.cipum u forum, ma- 
xmi iequirentemorationem,qua minimi in lubrico uerfitur,uocatur uerò illa 
figurata.fLt [ani fapiyCr popuh magni, & potente s egent buiufiemodi forma 
orationis ,qnemadmodum tyranni. Felutt populus -Atbenienjium,qui tiraci p 
frincipalumobtmet,& afientatoretalit,& Cleones,& Cleopbontcf afsentari 
quidem igitur, turpe efl : reprebenderelubricum .optimum autem quoi m ferie 
ìium efl inter hpc,ide(l figuratum.Etaliquando ipfum illuni qui peccatjauda- 
bimus,non ob ea qup peccai, fi d ob ea qup non peccanti. ccu ira commotu ,quod 
beri laudabatur,mitts cognitui in peccatis ilhus,& quod dignur, quem amu- 
larintur,À ciuibus habitus efl , libentcr cnim unufquifquc imitatur fé ipfum t 
er conatur laudem laudi adne&ere , potius autem unam pquabilem laudtm 
factrt. 

PARAFRASA 


mT in fomma,fi come della medelìma cera altri un cane 
finge, altri un bue,altrivncauallo; Così Jo fteflò vitio 
IjJDir'fi vani in vane forme reprendono -'e fra gli altrurcfono 
i principali modi ; il pruno, oue fi narra il uitio , e quel* 
Joches’ufa di fare,come farebbe dicendo, 

-Hoggidi 1 Padri ben procurano di lal'ciar ricchezze à. figliuoli , 
ma non virtù, con la quale fappiano ben valerli delle ricchezze. 

E quello fi domanda modo Anftippico,perciochecosì repre ndc- 
ua Ariihppo Circnacio ; 11 fecondo non narrando quello che lì fà, 
ma iniègnando quello che fi domabile fare, e così reprendeua Seno 
fonte, che però haurebbe detto , 

Non ricchezze l'ole bifogua lafciareà figliuoli, ma principalmcn 
te virtù, con la quale delie ricchezze fi (appiano valere . 

E finalmente il modo di Socrate imitato da El'chine e daziatone 
èbciliflìmo.ouefiriduceiltuttoad inteTogahOni,6f a poco à poco 
fi fa che altri da ic fteflò, ò conofce,Ó confeila la colpa c quali fórma 
àferacddimolareprenfione.Còmcfedicelliino, 

Hor dimmi figliuole quanti danari ti laici > tuo padre? aditi nó 
è egli vero ì Aliai come tudicii>ocratc;oh bene, ma è umù per làper 



Sopra U Tarli cella CLXV • Di $ 

gli ufareti Megli lalciataò nò? < ■ 

‘ Oue fi uedecheuiene conturbato ilgiouane,ercduttog!i inraé- 
mom la Tua ignoranza, c ut ene incitato a imparare; 

£iuctogentilmentc>e con creanza ,< non come fi dice allafciti- 
ca • Et in ucro quello tci«o modo quando fu trouatofugrandemet» 
tclodato,anzi faccua ftupire chiscriua.per lagratia, che porta feco 
nel reprendere, c per la cuidàza,che ferbia.c p Ja inaicfta,che ritiene; 
Ma della ora t ione figurata,e del modo del figurala fia detto affai, 

CO M M E NT O. 

, ' .li \ . . M 

I L parsone di cui fi ferue Demetrio della cera formata in varie ima gì hi , 
no ri è di Itti folo,ma adoperato da molti in molte occafioni , e fra gli altri da 
quelli yChe fermano cofe naturali , oue con la proportione delle forme arteriali 
nella materia formata cercano di farci intendere la introduci ione delle forme 
fitflatitiali, nella mah ria informe ; Fù oirtflippo difetta citvtacma meglio crea 
lo de gli alp i, e quafi vn cin'co Cortigiano , onde dice Laertio nella vita di lui , 
che Diogene lo domandava un catte ( ignorile , e Dionifio in cui corte egli fi re- 
- farò molto, ne tenne fempregrandiffimo conio - 

Jl modo v foto da lui nel rep < ndere, dicendo quello che fi fi , e come fi pecca, 
$ affai communi fra tutti gli altri modi ; E forfi non lo trouò egli ; ma l’usi 
cjjai.c quindi ^trilhppo fi nominato: EdiSenofonte nel fecondo modo pera- 
uen ura fù il medefimo . 

Stl eneq tanto al tergo m^do crediamo certo che Socrate fra Etnici ne folfe 
egli Ile fio l’inuentore ; F la raggile che ci muoue à co fi credere,è, pofciache ha- 
v endolo imitato fi, uòmini tanto mfigw,quà to fono E [chine, Platone, & altri, a i 
Ogni modo di firma Socratica hi rattenuta il nome . T ulti tre que fio è certo 
fono figurati, cioè coperti, perche in tutti fivfa artificio , affine die chi viene ri, 
prefo ferita con minore ojft nfione la puntura ; Tifél tergo fi fi che il riprefo da 
fe medefimo fi conni' ca;i,el fecondo non fi dice paro'a del vitio,ml primo fe be- 
ne fi nomini il vitio.fe ne tratta nondimeno ingenerale : E non fi dice, H tale fi 
co fi, ma hoggi tìgli huoir ini fanno cofi: Si che intatti tre, come diciamoci par- 
lare i figura"), fu») figurato , cioè ornato di figure e lumi oratori/ ciré in quello 
ferimento uo« prendano bora ’efiere figurato , ma per coperto velato , diffi- 
'mulato/J artìficipfan\e n ri fatto. . 

Oue con modelìia e cranga fi reprenie,e non ( come dice il proverbio) al* * 
Scitica : Che gii d' quello prou rbio h abbiamo ragion.i’0 di fopra , oue vrial- 
tra voi a fe ne Cernì D: met'io,nrl Pattato del'aeuide* za a'ia particella 1 io. 
di efjempi che adduce qui il noHro autore, anzi l’effempio variato in tre for- 
me, qua fi cera in tre figure ch’egli adduce, non i di particulare alcuno autore , 
ma d.i lui medefimo tr Ulto,* > a r iato ad vlìliti de’ leggitori : Et è fi chiara- 
mente dijpo/lojche di tnuna dichiaratane ba bifognOj Cbcfc ad qbondanga va» 


9X4 ^ Predicatore del PanìgaroL 

gliamo dal Boccaccio trarre uneJscmpio,pcr eufemia de’ tre modi : alla e^frì- 
fiippa diciamo i he furono ripvt fi i corti tam Ut notiti tempi, narrandoci quello 
che v fatto di fare , quando in Guglielmo 'Bor fiere dijse di loro l’autore . 

• Hoggidì in rapportare mah dall’vno all'altro , in [minare zinnia, in dì. 

re cattatiti e infime, e ebe i peggio in fare nella prefin^a de gli buomini, o 
rimprou: r+re i mali, le vergogne, e le tnflezzc vere e non vere l’vno all'altro, 
c con falle lufingbe gli buo" mi gentili alle cofevili,e J tele rate ritrarre, t mge* 
gnano il lor tempo di confumare . 

N*l fecondo modo alla Senofonticarcprefe la moglie di T of ano, quando non 
difse però al marito tujc ebro,e non metti acqua nel uino quando beui,n.ain ve 
cedi quello che ri faci ua dicendo quello che haurebbe douuto fare, menti e egli 
giraua attorno al pi zzo, gli difse , , 

Egli fi vuole inacquare quando altri il berpion pofeia la notte. 

£ finalmente alla Socratica , intemgando,e con le rifpofiemedefime del ri . 
prrfo cohucnen olo 

T i daldo con la dorma ftta quando difse. 

Ma pofiocbt fia da concedere &c. 'Non è egli molto maggior e peccato U 
romperlo ? Non è molto maggiore il rubare un’ buono ? l’ uccidere, ò il man. 
da rio in effilio tapinando per lo mondo > Qnefi o conceder i elafi uno. 

E quello chef tguita , otte é da auertire che nella forma Socratici-noni ne- 
cefiario che il riprefo fempre rijponda per fe mede fimo, ma bafia che il repren- 
dente dfe mede fimo m perfona del reprendente rijponda^he altrimentc potreb 
> be feruire qut fia forma al dialogo , & ad ogni parlare drammatico,ma noi al- 

l'or attonc, od à filmile altro modo di ragionamento . 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 


C Hc Ariftippo : Che Senofonte ? Che Socrate ? che cofi Dio ci doni 
la fua Tanta grafia , come niuna di quelle tre forme di reprenfione 
vi ni, della quale le migliaia quafi degli anni auanti , non fi fianoferuite 
Jefcrirture noftrcà ciafcun; parto : Se bene per fuggire la longhezzaà 
noibaftarà inciafcuna di loro vn folqeiTcmpio: Ciò fono della Ariftip- 
pea quello che diccEfaia, 

[DercliqucruntDominum, blafphcmaucrunt San&um Ifracl, abalic- 
nati funtretrorfum,] 

Della Senofontica quello che dice Salomone, 
fili fi te laftautmit peccatore!, ne acquiefcai eis . 

£ della Socratica quello di Gieremia , 

Numquid feruus efi lfrad, aut vemaculust Quare ergo fall ut eli in (ri- 
don ? &c. 

Noi fra tanto ci ricordiamole nel fine del difeorfo i6v, ci rimetterti 
nioàquefto luogo, per douerc dire qui alcune cautele fante , epruden- 
ti^ìme,le auali dalla fcrittura iltelTa fi imparano per quelle reprenfioni, 
che fuori dei pergamo vengono fatte da noi : Noi affine di mettere noi 

fteffi 


— Sopra la Particella CLXV • 9 1 S 

ftefn in (latro, ò di declinare l’odio di riprefi, ma per gioirne loro mag- 
giormente, e perche larcprcnfionc non reiìi fenza frutto: Et in veromol 
fé e molte fe ne porrebbono addurre , fe bene no. di fòt fole per hora vo- 
gliamo contentarci, la prima è , che prima che cominciamo a riprendere 

mettiamo ogni (ìndio, tk ogni deftrezza per fere che quello che ha da cj 

fere riprefo,confc(fi la colpa, della quale io vogliamo reprcdcrc : Perche 
in vero il dir male ad unodi cofachecgli non accetta di hauer fetta, e 
apuntocome medicare vna piaga non matura lenza .lenitimi Naunn^ 
non riprefe Dauiddé dell’adulterio , &homic.dia, fin che conla para- 
bola della pecorella non l’hebbe quali fatto confortar 1 errore. - E pia 
efprelTamentc il Signor noftro , quando volle rcprenderc la Samaritana 
procurò prima con la commirtionc, 

J y adc uoca,uirum tuum ,, . , 

Di cauarle di bocca la confcflionc dell’errore in quelle parole 

Virum non habeo 
E poi la riprefe. 

Quinarie utrot hìbutRi,& quem nunc habcs,non ejt tuoi ■ . . 

Econ i di (cepoli, di Emau(fc prima procurò con la interrogatione 

'Nos fpcrabamus,quod efjet rcdempturuslfratl ■ 

1 Er all’hota (blamente doppo la confcllione gli riprefe dicend > 

O fluiti, & tardi corde ad credendo»!. 

La feconda chriftiana figura, anzi modeftia nelle r epr enfi o" lc ’ ch 
oue doppo lo fcoprimcnto della colpa, noi medcfimi , che colui Che n a 
ueire ad efTere riprefo.reftarte per fe medefimo à ^.ezaconfufo, non 
dòuiamo pairare piò aujmti & aftenerfi dal reprenderlo: ^ quell ama. 

nicra, nella quale il Signor nell’horto, doppo hauere.trouato una uo t 

gli Apoftoli dormenti,& hauergli riprefi con quelle parole. 

Sic' non pot ut ihs una hora w^Ure mccum ? - „- m , n ere 

Quandola feconda voltagli fregi io. Se erti moftrarono di rimanere 

tanto confrfi, che come dice il tefto, 

Afriom Tl ?!gnowaftepCT*do(ì dalla reprenfione fenza dire pure ^ vna 
mi ni ma parola fi partì: la tcrza.che quando alcuni non molto contuma- 
ci venzono riprefi da noi per non fargli reftare confufi affatto .vfiamo 
quella carità di mettere alla riprenfionc naedefima ^cunaparola , daUa 
auale eglino portano cauarc alcun modo daefeufarfi : Come tece 11 ot 
onore pur nell’horto, quando riprendendo gli Apertoli, pofe fi può dir. 
loro in bocca la fcufe.chc haucuano àferc in quelle parole , 

Soiritus auidem prompioa cH,caroautcm infirma. ... ... „ • 

La quarta è , che quando noi riprendiamo vn timido, e di 
tura rer non difperarlo trameniamo fempre alcune parole di (peran 
za : Come fece Nawnno, quando in perfonadi Dio reprendendo Dauid- 

\egm fliper Jfratl.^te%o mòte demmo 
mu n D omini tui , & nxorcs damim tm in fata tuo » deiique ubi drnwn J 

poi oue il pouero Dauid afpettaua , che fi foggiongeffe , 


91 6 li t ?reJic 4 toredelPmg 4 roU 

auanti più bene alcuno non haurebbc riceuuto tutto in contrario caccia 
Dio parolai fpcranza c dice. 

Et fi panca fiat tfia,adijci<m ubi multo maiora , $uarc ergo contcmpfijli nerbato 
domini ì 

La quarta è,che reprcndendo ò i ngiuric non diciamo mai, ò quelle fo 
I ; lamentele quali alla confeifata colpa formalmcnrc appartengono , co» 
me bene il Signor nel viaggio di Ein Jiitjàdllcipuli che haucuano con- 
fefTata la colpa dicendo , 

fperabamus ere. ,, , , 

Quelle fole ingiurie dilfejchcdalla medefima confcilìone' fi racco» 
glicuano, 

O fluititi? tardi corde ad credendovi, . . ' 

Finalmente la fcda,& ultima per bora e, che doppo la nprenfionc pCr 
fare che tanto maggiormente rclli quieto il riprefo»e iappu d'c/Teredi- 
to giallamente riprcfo,aggiongiamo le ragioni che lo tanno colpcuole , 
e cne à noi hanno data giuda cagione di douerlo riprcniicr.c : Come fe- 
ce il Signorc,quando doppo haucre ripcefo i due dilèepojj , per inoltra- 
re anche con le fcritture quanto haucua meritato di .edere fiprcfo la in- 
credulità loro. 

Impioti à Moife &Prophctis . 

E tanto balli delle noitrc chridiane cautele , in naateri«4i reprcnficH 
ri : Che le non damo crrati,d’altfo faperc fonochc quelli di Demetrio ì 
Ma altra fcuola c ancora l’Euangelica,che le Peripatetica, 

, _ 


PARTICELLA 

Cemefiiaa fefantefuna fella , 

T E S TO DI DEMETRIO 
Tradotto da Pier Vettori . 


Euor autrm m compofit'one verborum , quali in primis vfi 
flint , qui è difciplina ifocracs exiere, reformidants con- 
iurf m kocalium littcrarurn , n m valile aceommodattts efi 
oratimi gratti ; multi nanque ex enne urju ipfo efficerentiff 
vrauota , o» Hud Tw yt? pmhu» nràmtt ava’^j , ri i* 

^ , ^ tfAtrùyèpìyvyi ir ialiti ti tóti. 

Si eu’em unni 'tato ilio contundo , ficaliq' it dixerit . 

T ni »#ài {putì yé? *v tì i(U in prnmoò tvrJbnct , »i ya.f % i-roKiJfjipLu ìyny* 



»• veri 


2\(o » parm exm . t^rauitutir : quia muliis Utit (f finomm illud concnr -, 
' “ fiiscrit 


Digitized 


SttpraU Particeli* C L XV l. '*>*7 

Jus erit forujìe grautti s. ttenim illui ipfum fine cura tra&atum,& tanqttam 
firn fpontè natum grauitatem quandam affimi . maximè cura itatos nót effe, 
aut iniuria affedos oflenderimus : Qttra auttm qu* ponitur in leuorc t & api* 
flrufb*ra,non irati , fcd lu dentiteli . & eiut , quipotms txoriut ah quid . £f 
quemadmodum figura vocata diffolutum } effiiit grnpitaitm,vt iam dtBum ejt, 
fictfiìiici difjoluta ommno tempo fitto . Signum autem huitts reieit &iUud 
Hipi onafiit , tum cairn v liti vexarè contumelijt ttrmic s » fregil vtrfum & 
prò refìo ilaudum ferir ,4? va- utttn d numero, i-tefì granitati idoneum & coti 
tumeiia,qnod emm numtrofum iSl'.audituquetUtundum,UudJ.U'.mbuttonue- 
ràreimavispquàtnvituprrut.Totetunide con.urfuditlnffnt . • ' vi* 

P A R A F R A S E. 


i . . v* V » *1 i 

Velia lenità certo, che nella compofirionc delle paro- 
le; fuggendo tutti gli icontri delie vocali vfauano 
Jfocrate, &T ifuoiaqucfta nota grauc non conucr- 
tc bh« : E però con alcuni cpncotG ih nota fcuera.dif 

feL'en.ofiene. * ..... •/ , . 

fa / 9 viuW rvrttr^ ^ At/^v ( ov ùvyep «>*>*• 

m m T$Tt i ~ 1 1 

Che fehauefte detto. . . r 

/tu» ooAlf/e* tù S'nft (W-f mtoui^avfdrt'ti. *Jy*f §|»^lu> «>*>« 

ttkait »• . _* , 

Non è dubbio che leuando lo Crepito delconcorlo inficine ba- 
urebbe lcuata la fcycrità : Eia cagione pyòt»flere, pvciocheoue vo- 
gliamo moftrarft irati, ò offefi habbiàmo da adoperare modi di dire, 
qhe paiano naturali, efenza artifìcio.* la douc la artificio'à lenità 
* piu fi confai chi fchcrza,cbeà.chi hàcolera,> più conuicnepcr or- 
nare che per accufare ò reprcnderc : Oltri che fi come i membri dif- 
foluti fanno grau)tà,cofi le difjolute vocali , e non unite per conci- 
fione , c che fia uéitvHipponattb petfntiléVe! fàremuettiue, infino 
vna nuoua forte di verfo ritrcuò rotto difloluto, e fpezzato , paren- 
dogli quello che è vero,che il numerofo dire,e,chc all’orccchic pia- 
ce, mcglioal lodare fi confàvch’eàl biafiteare'.equi anfcòra finifceil 
parlare di concorfo di vocali . 

COMMENTO. 



S 


I vede ogni giorno mille volte quan topo ffa la paffione negli huommi : In 
f mma quoti o lfocratehd data tua gran noiaalnofìro Demetrio intui- 
ta qrefìa opera : e noi ne rendemmo la ragione ne" prolegomeni. EgUyCioè 
Parte Seconda. Noa Dente- 


'.A 


8 11 Predicatore del Panierata. 

‘Demetrio , gii m quella mede finta ma gra e, mila pance! la i jg. moftrò 
quanto le fojje conueniente l’a/pregza della Compo fittone t e nella pattiteli* 
quantole giouafie talhora la Cacefenia . • ; .uij. 

£ pure torna i dire , thè non b> fogna in quefia nota fuggire lo ftontro dcL 
le vocali , come faceva l (ocrare > e che il lafciare alcuna co fa di flrcpito nel ra- 
gionamento ,gli aggiunge feutrad ; & in vero anche nella nota magnifica , pri 
ma in uniucrfiile dt f concorfi delle lettere trattò egli nella particella jo, e poi 
appartatamente diqucllo delle vocali nella 41 . £ però non è meraviglia fe an- 
che qui, doppo l’uniuerfale trattato de' roncorfi , di quelle delle votali ragiona 
appartatamente tele due ragioni, che tgli allega fono molto buone : Ciò Jono , 
perche l' buono irato non hd da mofl rare artificio , c perche tutta la difiolutio- 
ne nel dire ha del feuero : Se comt anche la trouata di Hippunatte , della qua- 
le,# egli, e noi altroue habbtarho ragionato', fà molto à propofito . L’effcmpio 
di Demo itene nella oratione prò Cte fifoni e da noi non è fiato t adotto , perche 
confluendolo viri* dt lui nelle lettere iHefie , egli in altra lingua non la ritter. 
rebbet Ma di quello benedetto feontro di vocali, tanto abondantemente habbia- 
mo trattalo nella particella qi,e quiui tanti efiempi anche nella nofira lingua 
uè habbumo dati, che non ci pare ni ncceffari«,nè vide, il ragionarne bora più 
lungamente. r 


UfUl 


PAR TI CELLA 


Centcfimà fèfTantefima iettima. 

T ESTO DI DEMETRIO 


•ov *Jlf 
r Siili i 

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«M&iu 4 :iuitygi Tradotto da Pier Vettori. 

-nniq - ojc?.s*> ,onilo!nb nj itIÌtoJ't* ib :j.i ì\ «nona sr,i 

T>Roptnquflnutem cB quotarti & grani not{vt ueu fimtle efìvitiota, &ipf* 
A rocatur autem inuenuDa . • r 

.1». fu» iu w ’w r> jifii «Ou 1 


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4^n«TSUm': <»iRi»u&tbi o.ij'iki *ìt>j v ’• ■' ' 

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--•v\ ii le. .fi .tosi si: i 1 


Diaiti. 


,«■ 


SopraL Particeli# CLV Xll, 919 

PARAFRASA 



Inalmentcalla nota graue.comcaH’altre, vicina c parcaien 
te la foa nota vitiolà,la quale inuenufta fi chiama, ò tnde- 
coia t Ct ella ancora in tre cofe con fi lì c > nelle cole, nella 
coippofitione,c nelle parole. : r. 


COMMENTO. 


)V«& viiAìi 

‘j 


D Elle vitìofenote in imuerfalc tutto quii' oche ragionevolmente doueua 
dir fi, dicemmo noi nella particella vimejimaauìnta,- molte cofe ne bah 
biamo replicate nelle particelle 63 :iai.& 131. Quel fola che bora ci pare di 
douer ripetere è > chele virtuojenote douentanovittofe, ogni volta che fono 
troppo tali , come chi troppo magnificamente ragioni di net freddo , chi frop* 
po venutamente , nel caco gelo; chi troppo ternamente, nttl’arido : efinalmen 
te chi troppo afpr amente, e trop 00 feuer amen’ e vuol dire, vi di colpo i battere 
nell’ indecoro, che i quella quarta nota vitio fa , della quale ragiona qui il no, 
Uro autore : Efiada Greci viene chiamata : Cioè lenza grafia . 

E tJMifier r ftet lettori in Latino la chiama inucnufta, che potrebbe fèr- 
uire anche al no Uro Idioma Italiano, fe non che hautndo domandata noi la ter 
ga nota con qutfio nome di venufii , panerebbe , che lainuenuflà piti tolto d 
iti, che à qttefta quarta douefle opporfi ; e però , indecoro eleggiamo di nomi - 
narla: 1 . 

Tanto più che veramente , chi troppo afpro vuole efjere ,nelf 'indecoro per 
forga bifogna che caggia . 

fn quella maniera thè Diogene Cinico, e gli altri di fua fetta , per uoler pa- 
rere troppo buoni molte impertinenge faceuano : E fe vn padre Cappuccino à , 
noftri tempi , per affettare troppo grandemente t’aforezga , e la feueritd , Un - 
taffr acetato andaffe , che parti vergognofe / egli vedefleto,al ficuro nell’ inde- 
coro direbbe ognuno ch’egli bauefiedato : e quello che diciamo delle nife , oc- 
corre ne’ ragionamenti altresì: quali nafee dunque l’iodecoroogni Molta , 

che la grattiti dà ndl’tcceffo . 

E quefio in tre modi può occorrere fonte anche in fattele altre note, coti n ir 
tuofe, come uitiofe auueniua : cioè i perche altre cofe indecori dica 1 i con firut 
tuia mdccora, ò con parole indecore . 

Fra la nota magnifica certo, e que flagrane è da auertire, che gr mdiffima af 
finità fi truoua : E però in quanti modi nafee il freddo Lontra dmignafico , m 
tanti figen ra ii-idecoro contra l’afpro : pigile medefme cofe, U quali da un 
buono pqftto tropo magni fif/tmEte dette far ebbene fredde, da un boom irato 

Nnn * irato 


apra la Pari teglia CLXV1U. 941 

4 -ofa la quale piacerte à Dio : che confidcraffcro molti di qqefli, ette 
fermerà imitatione predicano fenza arte, chefiauederebbonochemol 
tc cofe belle in altri,fono bruttirtìme in loro: c per amor di Dio non hab 
bianoàmaJe, che lo replichia\no tante» uoltc, perche c troppo grauc il 
danno che ne fegue : Contra decoro parimente tanno qtlei dici cori, i qua 
li non folo non hanno rifguardo qual cofa à (e flcfli conuenga ò nò , ma 
non mirano ancora qual cofa à quale auditorio conuenga, nel qual vitio 
bifogn^per forza, che cadano quelli* che vn folo Quadragcfiinale impa- 
rato à mente recitano a tutti i luoghi douc fono mandati, come fc le me 
defime medicine à tutte le forti di malarie conucniflero , e come fe non 
forte più che nccefTafia la cautela, che Salditene metlefimo ci infegna, 
quando per moltrarc che conforme alla diuerfità degli afcoltanti , va- 
rijilinii hanno da ertecei noflri' ragionamenti' dice ncllciEcclcfìaitico 
al 37. 

[ Curo viroirheligiòfo rradba de fan&irate , &cum iiiiuflo de iuftitia , 
Se cum mulierede his,qu.T a'mulatu r,cum rimido de bello: cum negotia 
ture de iraicdtionc.cum emptorede vendirìone: Cumuiro timido de 
bello : Cum liuido degrati;sagendis,cumimpiode piccate: Cum inho 
nello de fiondiate : Cum operario annuali dcconfummationcanni:cutn 
feruo pigro demu 1*4 opcrationc.] 

E fi come l’indecòro nel ragionare prefo di quefla maniera nafee, ouc 
altri non pen fa bene , quii dicat,autcm dicati cosi nafce,oue altri non confi- 
derà, quid dicat,aut quo fine dica /, Se forfi in altre maniere: Ma quello modo 
di indeòoro., in qucfiiafigniticatiene troppo più diffido è di quello, che 
a|la decurione appartiene , & in particolare à quello propoli to di clocu 
none, nel quale hora fiamo . 

Che à dire il ucro fc della elocutione in uniuerfaTuogliamo trattare : 
Indecoro fono tutti i vitij, che alle uirtuofe note vengono oppofle,indeu 
cora cola è il ragionarchronfio , indecora l’affettata venuflà .indecora la 
grettezza ò aridità, che Vogliamo dire, c tutti , la douc.prendcndo la vo- 
ce indecoro più llrcttamente.comc noi facciamo qui , i quel uitio folo 
Jaridducciamo, che alla nota grauc fi oppone, dcoue volendo altri fare 
dcll'afpro , c del Teucro ,ò cole troppo afprc dice , ò con compofitione 
Troppo Teucra, ò con parole le quali ò affolutamcnte o comparatiuamen 
tc troppo accerbc fono : Ma di quefla già nel Commento habbiamo det- 
to affiti. Ir. v- 


-i*Vr i.ttn •* »V» 1 Ah** ‘ * m i \ 'vi' 

J sWj -, ri*ivb • ' i n*.-u»: »'ir ttvti U 'i 

Ijiat :fi: . 

jkWvteMt T o»zn .'a»Ji ♦. i»4 .ti *v..v • iiq J?*' ’ 

ucoib vrv&oq fc^twviv*' t ««ifcpldtttà ■jtt.itre'v . •" •- 
umi.kwih .«< «tr. «vnlv • ■< . ìùH J*r i.r vitti . 





Nnn 3 VA- 


Parte Seconda. 


* 4 i .viwì "Ji., - 

P A R TI C E L LA 


ter. ,<:• 
l’ SIV * 
•t'nr '■ 


CentefimafelTantefsimanona. 

TESTO DI DEMETRIO 

• Tradotto da Pier Vettori . 


. 1 iJ 3 
ngóiid 
i 0761 
2U?K 


Jfeitur autori in rebus , quando aliquÙtturpet ret , & oh frenai 
apcrtè dixerit. quemadmo iumqut a, cufat Timmdram, ut que 
qui dium corpjre fecerit : Me cairn & peluim , & nummulos ’, 
ter leftulum, & multarti bmujcemodì , quatti avrei non ferunt 
mcrctricum Jupptlleciilem in foro effudit, 

parafrasa ‘j 




Afce 1 indecoro nelle cofe quando nel reprédere i vi 
cij di cui clic (ìa, altri apertamente, e con nomi pro- 
pri j cole óblcenc rammemora,!!) fchife,ò ftomacheuo 
li , od in altra maniera laide e brutte; cóme fece co- 
lui.il quale acculando Ti.naqdra , perch e di quelle 

1 folle /tata che per picciol prezzo ucndono il corpo 

oro,à quella occafionc è del letto ineretricio,e d'alcioni uali propri, 
r tal arte,c d’altri termini dishonelli fece mentione ,i quali dà mo* 
delle orecchie non pollunolenaa noia edere tentiti. ■ f ■ > : - 

, M -. n'Jft ..••ib-rìl . <1 .lo; . t «: t<> 

COMMENTO. . - ì 


V Eramente è grande impertinenza quando per dannare le ofeeniti 
de' fatti altrui dtuemamo in parole ofeene noi, e ci Infoiamo vfà- 
re d t bocca voci men che benedir, Che fe altri dirà ; CMa c come 
hautndonoi neceffità di dire cofe non bone dìe, potiamo farci in • 
tendere fenga addoprare parole tali che le panifichino ? 

Of que dìo per rifpondere più chiaramente : Riduciamo que dìa materia 
à fette capi : 'Primieramente habbiamo à procurare quanto poliamo di non 
efiereafirttiiÀ trattare materie dir bone ile, e per elettane non lo doniamo 
far mai. 


• Prosai sin 


Se- 


i « «V 


Sopra Lt ParticeUa C LX V II 1 . 9 4 J 

Secondariamente , o«e « venga neteffitd , od occafme di trattare vn 
[oggetto , tignale , e bonefle , e disbonefle cofe contenga , alle bonefle [ole* 
babbiamo ad attener fi. Tergo ( equefioèil proprio di queflo luogo) Oh* 
fumo poHi in neceffiid , o per accufare altri , ò peraltro di ragionare di cor. 
fe ofeene più copertamente , e più pudicamente lo doniamo fare che fra pof- 

l T^el quarto poffiamo addurre, che fe io[e ditbonefìe dir bonefle Gabbiamo ho 
ratamente à ragionare, tanto più fard dif uictuolc fe in materie bonefie alcu- 
na par oli dii bone (la ci lafceremo vfeire : • t 

odiato bifogva atterrire di non dire nè anche parole > o fraft , che fe ben^M 
ofeene non fono per fe medtfme , à fentimtnto nondimeno ofeeno ò per me- 
tafora , ò peraltro modo funofoliti di venir tirate : t^/ingi nel fello luogo 
nè anche fraft ò parole doniamo vfare « che vi peffano facilmente efjcre^» 

trìate : . 

E finalmente nel [ettimo,& vltimo luogo quelle parole 0 compofitiom 
ancora babbiamo da febifare, che [e bene non hanno , nè puf] ono ritenere . _» 
[tonificato oficno , in effe nondimeno fi I ènte rifonare alcuna disbone Ha ; 

E per cominciare dal primo di quelli capi : 2(oi non crediamo che for- 
te alcuna di circdnHanza. baili ai ifeufar vno , il quale fenga nectffiti^ 
e propria , t lattone tratti materie ofeene : Seppiamo quello che diffe Ca- 
tullo , * 

Non coflam efle decet pium Poeram. 

Ipfum verficulos ndul ncceise cft . V,' 1 5 ' 

E quell altro, ■ 1 

Lafciuacftnobispagina, vita proba. ’ - - 

t quell' alilo ùll’atnuo ntU’SplUlfio, 

Laloiuus verfa mente pudieu s cras, 

C Ma noi diciamo in contrario, che di rado auiene che chi è impudico ne 
gli [ertiti , non lo fiaaltrcfi nella wto: E quando e [offe di vita caHiffima , 
queflo non ha Ha per efeufart la of ceniti della frittura . Chef e quefia ifcufiu» 
va'cfiaò [offe dovuta atuntrfi da gli Etnei, al ficuro ad huommi Chri- 
fi, ianinonè di giovamento alcuno, d quali viene commandato, che buone bah- 
biano le attieni, e le parole : E fe peccato i in loroil dnhoneflamente opera- 
re , peccato è ancora il meno che bone fi amente ragionare . Siibr,cbevno 
ferina le Sfanne , e le ipotonie ,e le Ticpe , e le erranti ,e fi « ili , e ci vo- 
glia far credere , che ò come Cbrifhano non pecchi , òcome hwmo p ire non 
fia anche di coHumi hnpvdiciffimi. di quelle due cofe ilcreitrne vna fareb- 
be bcrcfia.e l'altra Itiouhegza cflrem unicum fifonofcufjt di 'azionare 
lafciuameitc per lanaura a el luog ■> ,ò del t>.mpo , nel fiale ragmauano, Co- 
me il "Poeta de gli botti oue dice, ’ ’ ' : ' 1 '• 

Non forar hic habeat Phaebi,non Vita Taccilo» 

Ncc qua de Parto vertice nata Dea eft. ; 

2inn 4 ** 


£44 ^ V recitatore del dfrìgarota 

Et ilnottro 'Boccaccio nel fine dell’opera in quelle p .rote, - ■*? 

x^ippreffo affai bene fi può cono fiere quefie coft noa nella fhiefau , 
ielle cui cofe , e co» 4 nmi,r cor vocaboli bonedffimi fi conuiea dire , ne 
ancora nelle fende de Filo fi fatai , dou l'honettd non meno , che n altra 
parte i rithiefla , dette fono , nè tra ■ chierici , nè tra Filofofi in alcun luo- 
go , matta Giardini in luogo di filajzo , tri perfone gio -ani benché, 
mature , e non pieghevoli per novelle, in tempo nel qutlé andar con ù 
braghe in capo per ife mpo di fé era alti più bonetti non difdiceuole, det- 
te fono. 

Mad dire il vero quefie fono fiufe affai frivole, e coperte di Frafcbe : 
Che gii lappiamo tutti, che qu: luoghi , e que’ tempi Jeruirono d quettea 
autore , per dire quelle cofe ; E non quefie cofe difiero eglino, per feruire 
à quei luoghi e tempi : T^e bifigna dire qua do al Roccucio che egli no» po- 
teva nè doveva fcriuere ,fenou le cofe raccontate , e che più d quelli che /«_, 
difiero , e non d lui deve imputar fi la ofeenitd dalla materia: perche Come di- 
te egli tteffo. 

Egli baurebbe buon manicar co’ ciechi , e noi faremmo bene (ciocchi , fe lo 
credeffimo. 

T^èbafta dire che la qualità delle nouelle richiede co fi, e che egli volendo 
narrare novelle tali, non baurebbe potuto in altra maniera raccontarle ; per- 
ciotb ',(ì come molte novelle hd egli non mifchiate di ofeenitd , co/i ò quelle fa- 
le haureb >e potuto fcriuere , à di fomiglianti aggiungerne quanto gli foffe . _* 
fiato in grado : Oltre che fe novelle non fi pojooo fcriuere fenza ofeenitd 
nivn lo tofir 'mgeua d fcriuere cofe tali ‘ ' \\ 

Et baurebbe con molto maggiore lode quanto al (oggetto potuto in altra 
materia impiegare la felicità dello ingegno e della patirne fua ; Onde- nafer , 
che ni anche vn altra feufa vale quella , Ooè ove -egli dice quelli ipkro- 
ICj, 

Ffiuna fi diihoncfia cofa è che con bonetti vocaboli dicendola fi difdica ai 
oguibora, -n .r. • .. .\v. i*. -, . •; 

-> Che fono parole veri/fime, ma]bi fogna Intendere bene quel termine ai 
ogni Ima, ibqualt non deve lignificare altro che tempo di Hecejfitd,nelqual tem 
pò e cafo, quando fu mo agretti d dire cofe nè fu re che con bonetti vocaboli fi di 
cono, non dtf dicono, ma egli non bebbe alcuna neceffitd ài dovere fcriuere noucl- 
le mtfie dio finità: 

Et in vni ver fole tutti quelli che per fimplice elettione fi mettono d fcriuere 
iubonede cofafcriuan le pure quanto vogliano più bone jiam tute ,ch: la elet- 
trone del foggetto farà fentprc biafimevole. 

E però non neghiamo noi anzi appromam » ,& ammiriamo , cerne diremo 
più biffo da cautela bonefld , colla quale il Boccaccio cofe dirhonitte bone- 
Sìa mente diffe, ma che egli cofe tali fi mette fit d fori nere, di quefto ni poffia- 
mo pai doniamo efi tifarlo ; 

E quel- 


V 


Sopra U Particella C LX V H 7 . 945 

E quello thè diciamo diluì , diciamo di lutigli altri autori ; che per elet- 
thni, ò hxnno ferino materie lafciue, òcofe lafciue hmno framez\ate finga 
neceffità : Come fi vede in molti Spifodtj dell’ ^trioflo ; t)el quale in quan- 
to "Poeta fa ■ piamo, chela nolra ustione hà dapreggiarfi molto. 

£ tan oi longhicbe 'o limiamo Poeta volgare ò Triuia 'e , che angi ci 
duole di non poter arriuare J cono fiere molte ef luifitiffimt bellezze di 
lai, che paianola capaciti del nojlro intendimento: Tutlauia oue hà mi- 
fi biato lafciuie , e di Tljetia' detto , e di Fiammetta , e d’altri , cene duole per 
fin bene : 

E ci pa re che habbia macchiato fe mede fimo fuora di proposto' ; E chi. 
fe bone (Te battuto l'occhio à Virgilio , anche m queflo , come lo hebbe in tante 
alc-ccofe , hxurebbe vei’to che di molto maggiore lode gli farebbe fiata per 
effe re vita continua, e non'mai interrotta honcflà : 2? [gna adunque non feri • 
nere mai (oggetti éshonefli tenga neceffità : Seguita in fecondo capo , nel qua- 
le diciamo che quàdo alcuni foggetti occorono dibattere d trattarr.quali e pudi 
camtntt,c lafciuamentc pof/ono e fiere trattati, i quella parte habbiamo da at- 
tener fi , con la quale può rimanere congiunta la honeflà : Come per e fiempio 
bauendo à ragionar di amori, adoperar e concetti , che cfprtmano la paffiòne , 
t lodino il (oggetto , ma non tocbino tifine , che huomini carnali vipofiono ba- 
tter dentro } Come fi vede che fanno tutti quelli , che con ghtditio portano nel- 
la nofìra fauella Italiana; 

E come ftee il Tetrarca con tanta honeflà e mode (Ha, che come che egli d’a- 
more bumano tratti , tuttauia à quale fta più honeflà Verginella non è di- 
f dice noie il leggerlo : iMeffcr benedetto Varchi à queflo propoftta nel Tuo 
Dialogo ft diffonde vn poco più, & allegando alcunì t verft del Tetrarca , comi 
quelli. . v ■ v ' - >i - A i.AwicUjik;--. : 

-AlVhora in/iene in men d’vn palmo appare, ju -i -r, 1 'V: w .. i) 

"Viabilmente quanto in quefla vita, Vi . V» 

-Artefingcgno può fare- tp . : ;.*« V • ' i«»y. 

£ quegli altri, . M 

„4l'tuo ptrtir partì lai mondo dimore, ; -■ o» . . a. j 
E corte fta; E’I fol cadde dal Cielo, i u . ì • . .V.; » i ì 

£ dolce incominciò farfi la morte. 

CMofl’a quanto il Petrarca ne gli amori , non Venere faceffe vedete che 
amaua , ma Diana-, 

De ( tt rgo capo, dicemmo che faceua maggiormente i proposto di 'Dente- 
trio qua ; • t < .• «.-• e ' -..t. ■ <«■,• t.\ 

. Et è quello , oue per neceffità ft hanno i trattare materie dishoneUe ; nel 

r ii tafo dice D em’ trio, che almeno non apertamrnte,nè con dithonefìe pam 
habbiamo i ragionarne ; E qui cauar ebbe fafcu r adel Boccacci, oue dice che. 
Tifino a cofa fi duhonella è, che con boneflt vccaboli dicendola fi difdica og ai 
Jmr*. 

Et 


946 11 TreJkdtm del PantgaroU 

Et è veriffimo quello che dice M. Giouanni dalla Cafa nel fuò Galateo con 
quefle parole, 

Et dcifxpere , thè come che due ò più parole vengano tal volta à dire vita 
mede finta co/a , nondimeno tvna fati più honefta e l’altra meno , fi come ii 
dir*. 

» Con lui giacque ; e della fua perfora gli fodisfece , percioche quefia Refi 

fa- , Sentenza detta con altii vocaboli , fartbbe dishoneSla cofa ad vdi- 
te quefta , 

E quel cbtfcguita ; Cofa la quale hi ragione il 'Boccaccio di dire , che egli 
. crede di affai coment uolmente bene hauer fatta-, anzi haunbbe ragione di di- 
re d’hauerla flupendamente fatta : "Perche in vero ì cofa di grandtffima ma- 
rautglia il vedete in quanto gran numero de luoghi bruendo egli bauuta acca- 
fione di nominare il medefimo aito ofceno,lo hà femprecon varie maniere coft 
modeflamente rapprefentato,ibe fenza pure vna minima ombra di ojcemtd, 
anche cafltjjime orecchie y fe lo pa/Jino: Tanto che infino quelle perfone che t 
dishonefiamente a Coprano ,fàtbe honeflamente ragionino: Come la Ttclco- 
re nini ina, 

F emina di mondo. 

Quello che nei nome proprio farebbe Rato diboncRo àfentire , Et infin Uu» 
Ceciltana di Salabactto nemica dell' bone fld,honeRamente ragionarne che Cofa 
arriua mai più lafciua che à dire vna volta, 

Cofecone Ut perfora mia è al piacer tuo,cofi i ciò che ci è, e ciò che per me fi 
può tallo commando tuo. 


E laftkolofa donna ftdisbonefla,che da Mangione veniuaprefiata à vettu- 
ra ad ogni modo folata à cacoaluine di Calandrino , ninna parola meno che ho- 
neRa di/JcDi modo che fe il Boccaccio oue per elettane, ragionò di qucRe ma- 
terie, per nectffnà ne hauefie trattato , ninno fi trouen bbe m queflo fatto pii 
lodinole di lui : 

Tfen cofi quell' oratore dice V)tmetrio,il quale bauendo da ateufare Ti- 
mandra d'bauere venduta feftefja à il prezzo d molti: 

£ però ejjendo neceffitato à ragionare di cofe of cene, non vipofe la cautela. ^ 
che conuemua, ma alla aperta trattandone e con vocaboli disbonefii , tuttala 
feueritd del ragionare fece ebepaffafie nella vtiina vaio fa nota , Qoi nell’m- 
decoro . ■ i- , . 


'dominò egli , dice Demttrioconifuoiproprif dishontfli vocaboli fra Ita 
altre, tre toje ofcene,il letto, il pre^o,& il vafe dell’aqua . Che nell % noflra 
lingua non fanno il medefimo effetto, maneda Greca fono voci di natura ta- 
le , che non ogniò letto , ò Vafe,ò pregio, ma imrettkq follmente ligni- 
ficamo^ co fi apertamente , che fcrrga roffore da bonefle perfone non pof/om 
effer fentite . 

Hxrmo gene dice che ‘Dcmoflcnt anch’egli vnd volta accufaudovna rea» 

t emina 


Sopra la Particella CLX Vili. 9 47 

femint di dishgnefld , troppo apertamente vocaboli diale ofceniti propri} 
adoperò :f e bene dalla oratione di lui fatta in q tefio propofno , qutlla parte. 
i fiata leuat i, che quello indecoro conteneua , fi come con mo 'togiuditio dal li~ 
boccinolo veramente d'oro de gliamori di Leucippo, e Clctofònte compoHo 
per Achille Tatto, e tradotto in lingua Latina iloquentis (imamente dal no - 
ftro nobili sfurio & eruditi sfimo MeUores lAfnniballe dalla Croce, vna par ^ 
te è fiata Icuara, che con ndecoro filmile baurebbe potuto contaminare , e mac- 
chiare tutto il rima aente dell’opera : Cicerone certo , oue in materia di disbo- 
nefiàfd crudele inuettiua contra Clodio nella oratione prò Ai. Colio, ai ogni 
modo non dà mai in alcuno indecoro -, 

Efe egli ancora nella Vrofopopca dì ^ ippio Ceco vuol far mentione dell'ac- 
qua, come fece l’oratore contra Timanira , apena con qucfU parole medefi- 
mt loffi. 

Ideoaquarn adduxi,vt tu ca inccftè vtcrere, 

Et il Boccaccio, oue da Arriguccio 'Berlingbieri, e de Tietro di bindolo 
fà fare inuettiue crudeli contra le mogli coìte in adulterio , ad ogni modo 
con parole bone flit fine gli induce d ragionare , Cbe è cagione che ilragiona- 
mtnto loro fcueroCS afpro fila, e non indecoro-, Che fe come babbiamo detto, an- 
che indi sbonefìi loggctti doniamo boneslanente ragionare , tanto piti fu- 
mo tenuti ad auertire di non lafciarfi che fra miterie pudiche, impudiche 
parole ci efeano dalla bocca , ò della penna ; £ però non ci piace , cbe Dante 
dicefie , , , , ...... . 

Tfon donna di Trouincie,ma bordello . 

Et alti oue, . • 

Le mani altro con amendue lefitbp,, , . . , 

Tic che iArioflo nella Satira dictfle, 
i Lavile aiulation Spagnuola, . 

i Tofi* bfi la fìgnoria fino in bordello , 

£ cofe filmili. E quando il Boccaccio feci dire alla madre di Monna Cifmon v 
da, che il genero era venuto dalle Troiate, 

Con le tal^e À campanelle, e con la penna in Cielo u , 

Et altroue , l 

T^onglt toicaua la camicia il culo. „ . . . •<. . I 

Et in altro luogo. 

Il tuiatorto de Tbu nana gener.it rone . 

Intatti quelli luoghi, e limili, fe bene non vi è ofeeno fi gni fiato ,la voce 
nondimeno per felìejja fignificantc ofeenttà non ci finì fce di piacere. 

C Ma vY di più , (e qurfió appartiene al quinto capo da noi propoflo) cbe 
non filo vocaboli di disbonefto lignificato non babbiamo d yjarf: ma da quel- 
le voci, e da quelle frafit babbiamo ancora da a uer tire , cbe fe bene per feSìefi 
fe impudiche non fono', hanno nondimeno dalla confuetudine ricevuto la fimo 
pentimento, e come dice Quintiliano nel libro ottano , cura mala coniuetudi- 

nc 




Lv.h.J 

u. !)l£ 


Jigitlzed 


$ 4 8 Jl Predicatore del PatdgaroL 

ile in obfaenuinintelledìuin fermo detorcuselt. > t - 
(jli efiempi che egli dà nella lingua latina fono 
Dufìuraexercitus 

Pattare bcllum # ^ • 1 1 

•De quali fo_ gienge egli quefie bellifftme parole, che quamuis di Aa fuilt 
fandlè & antiquata mcn redden tur a nobis.fi Dijs placet , quam cul- 
pam non fcribcntiumquideui ìudicio.fcd iegentiuin , tauien vi- 
tanda quatenus verbahonefta moribusperdiduuus , &cuinccnti- 
bus eciam vitns cedenduin efi . 

‘Di quifla natura nella italiana fauella fono fatte quelle voci che il "Boccac- 
cio numera nel fi' e dell’opera : Ciò fono . 

Fero, cauiglia, mortaio, p< fallo, (alfieri*, unortaieUo . • * 

E mille fintili : tutti per jt (leffi di pudici JJimo fignificato , ma che ad ogni 
modo, perche l’ vfo gli hà torti adofccnità dtueno efiere fuggiti da noi, fi tome 
d noi in quefierfìefjo libro ì Infognato andare Jihermcndo , oue dalla quantità 
CU quelle parti del periodo, che membri fi chiamano, habbiamoragionato^ più 
tofte clai- file breut e lunghe habbiamo detto, ihe in altro modo per lo pericolo 
ebegii haurdconofciutoU leggitore , che farebbe flato nell’altro modo didi- 
% re. E quello che diciamo delU voci fi hd da intendere delle frafi ancora , qua- 
li farebbono > »• » j 

Scuoti re il pelli (ione, • 1 

Attaccar i vocino. 

Et altre tali : ^in%i nel feflo luogo non foto que' vocaboli ò modi di dire bai 
biamo da fchifare , che già dqll’vjo fono fiati tirati à lignificato ojeeno , ma 
quella ancora , che da petulanti ingegni potrebbono facilmente nceuere impu- 
dica interpretatione od allufioni-.babb amo detto facilmente, perche fe volef- 
fimo pero fuggire tutte quelle voci e frafi , le quali anche lontanijfime da im- 
pudicitta, pofjono efjtre fiiracchiate à [tonificare ojctmtd , di quefia maniera 
non bijognerebbe parlar mai . 

E come dice Quintiliano : Sefugiamo tutte le parole , qua: cum longif- 
fimeab obfcamtatc zbfìnt, nondimeno da loro ingegni petulanti, occa- 
fionc turpitudincm rapiunt , di quella maniera mini ioqui.tutum cft. 
Quello che difje Ouidto 
Quaeque latent mcliora putat 

FU tirato à impudico fentimento, ma v‘i di peggio, che ode parlando del ma- 
re difje Virgilio, ' >’ 

Incipiunt agitata tunaefccre 

Scr ut Celio che fù Cacofaion : £ che fù tirato à mal fentimento : augi che 
Virgilio dìucua antiuedere que fio-pericolo, t fchifarlo . 

Tacila mitra fauella tali furono quelli di Dante apportati nel Ga- 

lateo , 

Se non de al vifot difotnmi vtnta 

Però 


Stprxà Particeli* Cib 'X r U /. fj 9 • 

'Però n- dite , onde è pre.o pertugia 

Vim dietro à noi, che troverai la bue a . ' 

£ forft tale fu quello del 'Boccaccio , quando nel principio delli nouella nv 
ni, delia giornate pur noia, da una donna g Oltane e beVa^hefù 8 imita fece di- 
re quelli pai ole , 

Dunque à gli buomini dobbiamo , [ommamente honoraniogli foggia- 
teteli - , , 

Che io so certo che non iouettero effere dette fernet , che almeno Dioneo ne 
forridefie . 

Finalmente nel àttimo , & vltimo luogo , fi hanno da fchifare le diuifio- 
ui ancora , e le compagnoni, cornpofitioncs & diutfionci , dice Quintilia- 
no, dalle quale può nafeere voce di lignificato disboneHo, quxiniuriain pof- 
fun t afferro pudori . Cioè non bifogna dire panie, fe bene bonefiiffìme del- 
le quali vna parte fi po/da canate, cheprefa da (e fin nome impud co, come nel 
tema del verbo rinculare preje da fiele due -ultime fillabe farebbero un nome . 
brutto, epe òdi quitta voce non è bene chea fcruiamo: £ queftoé ilpcricul* 
della diuifime . .... 

Si come incontrario per fuggire il rijthìo della compofitione più lofio bar- 
biamo à dire , ^ j „• i.l •jùjnoov. j moco~:oi oac < • 

Con e fio noi. 

Che , 

Con noi . 

Tercbe in quelle due parole, congiongendo la prima monofillaba , con l<u» 
prima fillobi deh a feconda , ne nafienbbe come ogni buomo f ente una noce di ■ 
lignificato ofeena: E perauentura troppo minute fono quefle auerteno^e. Tutta - 
uia haut rie intefe non potrà effere fe non di giouamento . E quello che bobe 
biamo detto delle ojiene ppii , intenfiufl delk febife ancora , à per altro lai- t 
brutte. .j 

DISCORSO ECCLESIASTICO 

D I due luoghi nc^capitolo della Cantica , ouc cfpofitori anche 
grauifTìmi hanno creduto trouarfi alcuna cofa molto ofeem: E pe- 
rò con circunlocutione («ducendola hanno detto. 
vdbfquceo quod intrinfci us latet. , 

Ragionammo noi nel line del Difcorfo ecclefiaftico 8j: E moftram- 
mo, che meglio confidcrata quella parolachc diede cagione alla cir- 
confcrittione, non ne haueua bifogno alcuno > pcrciochc eira in voce nè , 
anche vna minima ombra coritcncua di ofeenita . . . , 

Ci ricordiamo ancorarti haucre ad altro propofiro auerriti i predica-, 
tori noftri , non folo à fuggire ogni concetto ò parola ofecna in perga*' 
ino (che quello donarli fare, per fcmedcfimoc troppo chiaro) ma i 
non dare pure occufione à poco pij c male affetti huomini , di rrare qujd 

fi voglia 


$40 Jl ‘Predioaure del ParugaroU ! 

fi vogliacofaò parola ad ofccnità: Anzi dalli vanità ancora Riabbiamo 
procurato di fare, che riguardino: Cioèdaqualc fi uoalia cola, che à 
vagheggiamenti e amori appartenere , infino mutando Ta uocc amore , 
in bencuolenza , ò carità , ò limili ( perche infino in quelle anguftid CÌ 
cacciano le petulanze de rriòdcrnringcgni ) dclrello per quello che ap- 
partiene alle fcrirturc fantc,oltre i due luoghi detti di foptamon è dub-' 
bio chcaltroue molto chiaro, e moke volte pare che non coli fi guardi- 
no da parole e concetti ofceni,comc conuctrcbbc, . iì 

,A per Hit vuluam eius . , 

Concludi vuluam aia . • \ 

AntequameKuetdevulua,fanSificauite. * 

Sub oidiu tigno frcmdofo cu proflernebaru mcrctrix. . , 

Fornicata Cjiium omatoribui . . 

* Tutti quelli , c molti altri luoghi fomiglianti , inucro fe tradotte in 
qoftra lingua davno de* nollri predicatori fodero detti in pergamo , 
r'ebbono degni di reprenfionc , & inefeufabile ofccnità conterrebbero' 
infe llellì: E pure la fcrittura fanta gli adopera: Matrecofc bifogna 
confidente, l’vna clic in quella lingua alcune cofe nondifdiccuano,i 
che nella noilra fonarebbeno male: l’altra che la fimplicità di quel fc-, 
colo mqlte cofe admctfeua* che non admcttcrebbcla petulanza della 
noilra età: E finalmente che molti modi di dire da] principio non era- 
no ofeeni, anzi furono introdotti per coprire la ofccnità, che con l’dTerc 
flati tante volte ufatbfi fono fi può dire,logri in modo che non la copro- 
no più,c con verccundia non pofiono piò clfcre in certi luoghi,ò detti.ò 
fenati. 

Come percttempio, ouc San Paolo parlando de* Gentili à Roma- 
ni dille, , .. 

Ffminct corumimmutaucrmu natwralem ufm , in euro ufum qui efi corata na- 
tura/n . ........ ‘ 

Non è dubbio che à quel tempo quello fò vno de’ più velati, e niù mo . 
detti modi di dire , che in materia tale ‘potette elitre vfato : Ma da quel 
tempo in quà,tanti hanno adoperato quello velo,cnc egli horamai lalcia 
troppo veacrc, quello che c fotto : Echc dicettchoggi in, nollri lingua 
tradotto à parola per parola 
yfus contra naturarti 

Però menoofccnamcnte ragionarcpbe', che fc ( come fi dice) diceffe 
al pan pane. Sicheperlctrecofegià dette non douiamo marauig bar- 
ri fe nelle fcritturc antiche alcune cofe ci occorrono talhora.lc quali me 
no honefte ci paiono di ciò che conuerrcbbc : Anzi dall'altro unto con 
molta maggior ragione habbiamoda flupire della indicibile modettia 
dello Spirito fanto , in que* fanti libri, che eflendo neccttitato per la ue- 
rità della hi(loria,c per la corrifpondcnza del millcrio, à fare molte 
uolte menrione di atti ofeeni, ad ogni modo con coli honefti c ben vela- 
ti modi ne hà ragionato , che piò ucreconda ne piò honefta cofa potreb- 
be defiderarfi . 

Cognomi Adam E uam uxorcmfuam 
lntrcfjus cii Dauid ad B&fabcc 

Ecco quanu honcità : t nel teflamento nuouo principalmente in San 


Sopra U Particeli* ChXV U,I. 94 1 

Paolo, quaudo egli nt Ila prima de Corinti a] to.dicc, 

Siue manJucaucntis,fiue bibcritis, fitte quod diudfacitis. 

Dice Origene nell'homilia quarta nella Genefi , che cum Vanita dixit , 
fine auod diudfacitis , inttcrccundia coniugij negotia uerecundo fermone fignauit- 
Nella prima de Tclialonicciilì al quarto, ouc S. Paolo ta nto modellar 
mente dice , 

Vt ne quii jupergrediatur & citcumfcribatin negotiofratiem fuum. 

Erponeil luogo S-Gicronimo a gliEfefi al 4. Iddi nefuam coniugem de- 
retina nnis,alterius polluere querat uxorem . 

Nella prima de’ Corinti al 7 quelle frali 
Vxori uir debitum reddat 
Tipltte fraudare inuicem 

Ciafcun uede quanto fono pienifiime di chriftiana,& euangclica mo- 
4 cllia : Coli quelle altre 
, Voffidere uaft infanti ificatione . 

Impartiti honorem mfirmiori uafculo . ri _ • . ■ ! 

- E per dirne una fola ancora.oucS. Paolo àPhilippenfi al 3. dice. 

Quorum Deus uenter tR, «ir gloria in confufione ip forum 
Se bene uarij variamente efpongono , la verità nondimeno c dicevn 
valentuomo dc'nollri tempi, che confu/io prò pudendi s capitur, &■ gloria prò . 
hnpetu tibidinis 

Che fe lo Spirito fanto mede/imo, nel ragionare di cofc ofcenecon 
tanta cautela e proceduto,b‘cn dunque hanno dai intenderei predicatori 
de’ noftri tempi, quanto più eflattamcnte.c lludiofamente conuiene loro 
il guardarli da ogni minima fofpicione di ofccnità : Dico anche nel tra- 
durre cofc fcritturali che intorno ad atri ofeeni lì trauaglino : Ónde per 
auentura haurebbe fatto meglio Monf. Fiamma, fc per defcriucre la nc- 
refia prima, epoilaoohmàde! fenfo , di altro fimbolo fi folTe feruito 
nella predica del timor di Dio.chc di quello della meretrice, ò fc valen- 
doli di lui, alnicnoip materia lirica non fi- fqfic fermatoli longamen- 
t$: Ne coli clìàttamen te di Una in una hauefie dichiarare quelle qualità 
della donna publica , che da Salomone ne* prouerbij al 7, vengono det- 
te: Certo fral’altrc dofeildircin pergamo quali fiano gli abbracciameli 
ti e le poppe della meretrice non fuhoneftifiimacofa, ma per quello che 
tocca alle poppe, non fù manco dolcifiìma cofa: Perche ouc Salomo- 
ne dice, 
lncbriemur uberibus 

Niente manco chc-poppe lignifica in quel luogo la parola uberibus : la 
quale in Ebreo èia noce Dadaaim , che vgualmcntr lignifica mammelle, 
e delirie ò amori : E però fc bene anche nella cantica al primo fù tradot- 
to ubera ouc fi dice, • 

Melma funt ubera tua urna , 

Et in Salomone uberibus 
Inebriemur uberibus 

Nondimeno i bene intendenti conofcono,che la fpofà non parlò del- 
ie mammelle dello fpofo, ma uolle dire , che ledeliticdi lui auanzaua- 
no ogni piacere. Ne la donna di Salomone volala che altri fi inebriai 
fc di mammelle, Che à dire il nero farebbe vnadfrauagante metafora , 

fc bene 


/ 


fcbcnc di dilitiec di amori : Ma quello fìa detto incidentemenre : Ag^- 


#41 V ìl Predicatore del Panìgétrola^ 

1 A .4 » A A -J ■ M - - mi. f? _ I _ " I . 


giongiatno quello foloin due paróle, che come diceuairo nel commen- 
to , coli qui deli deriamo che quanto habbiamo detto delie parale ofce- 
ne.li applichi vgualtncnrc alle lalde.cbruttc.òchccpfa laida e bruttaci 
Tamentano. Cóme una uolta diccuamo.cheitl Monf.Cornélià fi fareb- 
be piacciuta più, la parola lambire ò limile che leccare, ouc'cgli dice, 

1 Coli venga il Turóo,& il Giudeo ai adorarti, & à leccarci vcfligi de’ 
piedi tuoi. 1 

Et in un'altro luogo ancora, cioè n I principio della prima parte della 
predica della giullificaiione, oue égli dice. 

Alzate gli orecchi, aprite gli occhi, fermarci piedi, (late «trenti, c pcn 
detc dalla mia bocca . 

Veramente qùcll’alzaredi orecchie nónfinifledi piacere ad alcuno , 
venendo loro ritornato à mente quali fiano quegli animali > che hanno 
quella virtù di potere alzare , & abadarc gli orecchi, od in altra maniera 
moucrgli. Che certo l’huomonon l'hà . 


Ompofitio aut'm pcrfpuitur efie muenufìa ,fi diuulfa finti - 
lit fuerit , ejuemadmodum qui dixit . Si auto» fic fi habue- 
rit hoc & hoc , inttrfictrc. Et fi membra nullam habue ùnt 
inter fe coHigationem fed fimilia fuenr.t fradu . E t periodi 
vtique comintntes & long*, & qua fuffocant dicentes, non 
folum fatietatit piata rei funt ,Jed etiam m 'mtme Juaucr. 





•i y»n 


i 




TESTO DI DEMETRIO 


ip,[(|tfi.j nDOB -jb 


RIO 


Ili 


Tradotto da Pier V ettori . ^ , 





\n 



Sopra U Particeli* C LX 1 X • 9 4 ? 

ina edere quali gettati uno addotfo all’altro ,oucro tutto in contra- 
rio per edere la profa troppo periodica , ò per ellcrc i periodi tanto 
ionghi.chc fatano, chi fcntc,e relhno fcn*a fuauità. 

COM MENTO. 

D I ciafcunodiqueftivitiji quali dice berne trio che rendono indecora 
la compostone della profa, hi *d «&« proporti , in altri luoghi 

ragionato, aoè delle troppo lunghe interpj filoni nella particeli i ut, 
delta profi troppo jotenata nella 1 5 , della troppo p.riolica,e de ' Teriodi ti op 
po lunghi nella 1 6.e 1 7 ; £ qu'ui noi ancora ne' commenti tante cofe i tilt prò - 
pofii bahbumo raggionato , che poco ò nella ci rejlerà che dire: ~dr>fl.te.nel 
5. capitalo del terzo librò iella R, e-orica parlò delle troppo lunghe interpoji- 
t ioni, e ne diede per eflempio,come fe altri dkefie , 

lo di fognato parlato che le haueffi di quejle tali cofe, e poi di quefit Ci in tal 
modo di parlare, 

Oue egli prtfup pone, che in vece di que’ cenni di quefle tali ctfe.e di aueflo d 
in tal modo altri /pagatamente dica il tutto,& in tal cafo ta nto lontana rerrd 
ad effere le parole di partire da quella , io diflegmuo, chccfcwiffma ne rifarà 
la orai ione: Si come anche Dem< trio qua nell'esempio che adduce: 

C onuerrd fe coftfatà la tal cofa,c la tale, e la ta!e,amagzare. 

- ■ "Prefupone che quelle cofe tale e tale e tale fpiegatamente fi dicano, & alito, 
ra non è dubbio che la inter po fu ione fard lunghijfima , e la troppo lontananza 
fra le due parole conucrrafi amazzire non folo genererà ofcurezza,ma nel - 
U nota graue anche indecoro: £ già Jappiamo che àquejio inconveniente ni fo- 
no due nmcdij, Vvno dato da ^dtiftotile, l'altro da Demetrio : Il primo ì,met - 
tendo tutte le cofe che uogltamo dire in breuffima generalità, e poi f piegandole 
in particulaie,come farebbe , 

C onuerrd accufanio alcune cofe amagzare , e le cofe faranno la fa/o 
e la tale . 

Et il fecondo fornendoci della (panale pf, cioè replicando alcuna parola dee 
fa innanzi alla ùnga inter po fittone \come fe iicefftmo , 

Conuerrà,fc co fi fard la tal cofa,e la tale, e la tale, converrà di emaciare . 
t-M* (liquefi: rimedij abond^nmente habbiamo ragionato nella particella 
lll.e qud non è il luogo loro . 'Bufando d no fi 0 propofito il dire , che oue in 
tutte le" note , le troppo lunghe interpofitioni fanno ofeura la profa , nella nota 
graue la fanno anche mdecora , & hanno for%a di levarle ogni feuentd & a- 
fpregza : Onde d noi pare che t« queflo genere peraventura troppo lunga fòf- 
fe una inter pofitione del Boccacci «, quando nel’ incanto da' vermini difje, 

*ibi uituoero delguafto mondi : Effi non ft vergognane d’apparire morbidi 
ne’ Vcfìimenti Ct ntuue le cofe loro: E come galu tronfi , con la ere fa levata 
pettoruti procedo ‘"ite che è peggio ( lafciamo fare d’hauer le lor camere piene 
farle feconda. £00 d’ai. 


944 M ntredicatoredelPanigaroh 

d’albarelli, di lattouari , e d'unguenti colmi, di fcatiole divari confetti piene t 
d’anpollc,e diguaflaiette co ac^ue lauorate,ccmoliii bottacci di malvagia, 
ed> Cieco, e di altri ui'. i pretiofiffimi Rabboccanti , intanto che non camere di 
.••...ma botteghe d fpetah , ò a’vnguentari appaiono più toflo à rifguar * 
danti, ejji non fi uerg< gnano ch’altri fappia loro e fiere gottoft . 

E quello ihefigmta : Chefir/i farebb, flato più da irato , ghaurebbe fir- 
uatomtno la feutriti , t laf prezza ,/efenza filonga interpofitione hauef- 
fe detto, 

E chi è peggio tffi non fi vergognano che altri fappia loro ejjete gottoft: oltre 
che hanno le o<o camare p erte d‘ alborelle. 

Olia qutflojta accennato filameli te, e r me fio àgtudit'to de più intendenti . 

- La feconda cofa che dice Demetrio che fa la compì fittone indecora , è il fare 

la prv/a troppo diflefa, e non punto intrecciata , m modo ( come egli mcdefi- 
tno dijje nella partitella laiche quelle claufue, e qui ’ membri paiano gettati 
à cafi uno ad o[;o ali alt r ■ ,e non babbuino iomfionden%a,ò fiflegno alcuno m 
riguardo d< fi medefime : Che fe altri dirà che au ^i Cicerone d ee che niun mo- 
do di uvei più ajpìo.ch: quello oue fi fece binisaut ternisuerbis lenza lega 
tura alcuna, e lo Sleffo Demetrio ha già detto che muna co/a è più afira,che la 
difiolutione e la dijgiontura , à quello re fiondiamo che cft modus in rebus . 

E che gli eflremi fino i uitiofi : E fi come altro non è la nota mdecora , chela 
troppo afpra,cofi quelle cofe che moderatamente ufate fanno la filiera nota ,fo- 
uerchiamente adoperala fanno la mdecora : E coftoue il disgiunto è vii tuo fi , 
il troppo disgiunto genera vitto . E che fia vero fi uede che anche l'altro cflrc- 
mo,aoè I'e/jert la profa troppo periodica i tntrccciatajbatte nel mede fimo uiiio : 
Onde fl può raccogliere , che non per gffere tale ò ta le la profa è mdecora , ma 
pere/jerlo fouerchiamcnte . 

Quanto à quello che dice Demetrio, che anche le fiere troppo lunghi i perio- 
di genera fatteti, (il miecoro, molto bene auertifie M. "Pier Y ettori,che in due 
modi poflonù e fiere troppo lunghi , ò perche troppo membri habbiano fi bene 
ciafcuno di loro afiai breve, ouero perche troppo lunghi membri habbiano fe ben 
pochi ; E pero diceua Demetrio di Jopra che nella nota graue , di due membri 
fili voritbhonoeffer'i periodi, equtflinon moltolunghi : M a di tutto ciò, ne* 
luoghi propri ’j , mato à baflan'ga . 

DI. RSO ECCLESIASTICO. 

D I quella t ìiera di compofitione indecora difloluta, Se effemina 
ta.dcuem nrendere Santo Aranafio che era l’opera di Arrioda 
lui intitoli a Talcia, quando nella cpiftola De fcntenàa'Dionyfà 
vdlexandrttu dille che Atrio . Uarefim ftum,T afiia effeminati! rtdicuhfque nu- 
meri! conferì pia in Imeni pomuigarat 

E nel fermonc fecondo cantra jdrrìcmt nominò lottile di detta opera 

1 difilli»- 


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Sopra la Particeli 'a CLX IX. 945 

diffbbilìoren f, & elumbatiorem » c foggiunfeche da detto ftile ficonofceua 
animi tius effeminano,#- mentis purilago, E poco più giù lo domandò/?»/*»» 
monbus numenfque effeminatum : Solomonc anch’egli di quella medcfima 
nota indecora, crediamo che uolclTc notare il medefimo libro , quando 
nel Iibto i al cap.zo.dirte della medcfima Talia parlando : Ciuhs libri fly- 
lus ( ut audiui,nunquamenim hbrwn illuni legert contigli) ita diffoluttu efl,ut pra 
molline deffluat : & quella iftcrtacifeminatezza dellaTaliafi ucdechc al- 
lufc Conlttmrino Imperatore, quando fra l'altrecofedirte ad Arrio. D c- 
pone Itane feeleris amentian , ò predite vrbanis moribus & clara voce , & ad infi- 
ttenti am perfidiata male decantami. ucramcnte quel pezzo, che ne traferiue 
Santo Atanafio nel fermonc fuo contro \rrionot il fecondo, fc non di me- 
tri, almeno di numeri.è cofe fintile à quel modcllo,che dà Demetrio no- 
ftro della nota indecora , che noi in altro efiempio qui , che di lui foto 
non ci uogliaino feruit‘e,& è quello , 

[Ex fecundum fidem cle&is Dei,peritis Dei,pueris fan&is, retti gra- 
dis : qui fanttum Dei fpiritumacccperunt, illa didici , ego ex fapientiac 
confortibus,ab hominibus Dei difeipulis pcromniafapientibus:Horum 
per vciligia , cum cadcm dogmatum opinione inctflì : Egoillc pericli- 
tans multa pafi'us, propter meam ce Deo exiftimationem ; à Deo autem 
fapienriam condidici,& cognitionem cognoui. ] 

Vna fola diflìcultà ci occorre , che cficndo fiata la Talia di Arrio fimi- 
lillìma allo ftile di Sotade, <$c hauen do Demetrio di fopra nella particel- 
la 104 detto chiaramente che compofitio S otadca molli s & frMaadCactyge- 
lumpertinet , non pare come quello Itile che Demetrio attribuifcc alla no- 
ta inucnulla,lo portiamo noi giuftamenteaflegnare alla indecora. Sozo- 
meno parlando della Talia, dice che Sotadicis cantibm frmilù ride batta . 

E Santo Atanafio in più luoghi , ma notantementc nella epiftola de 
fententia Diony fii, dice che coufiabatefjeminatis ridtculifque numeiis ad fimi- 
litudinemidegyptij Sotada ( che Sotada , c non Sotada, come bene hà auerti- 
to l’accurariÀjiJioiJaxonio Infogna leggere in quel luogo ) il quale altro 
non vuol dire , le non che Arrio quali vn nuouo(ma Egittio) Sotade 
(oue Pai tro Sotade fu cretenfe ) haucua anch’egli con lo medefimo ftile 
comporto il libro fuo:Ma quello tale ftile dice Demetrio che è Poppollo 
alla nota uenufta , come dunque l’opponiamo noi alla graue ? In quella 
maniera refpondiamo nella quale dice Dcmctrio,chc tutte le note com- 
municano inficine, dalla tenue con la magnifica in poi : Onde non è ma- 
rauiglia , che lì come le medefime cofe fredde ( come dirà Demetrio 
nella particella Arguente ) fono talhora anche indecore , coli la roedefi- 
macompofitione per varii rifguardi ,& indecora fia, «Se in uenufta: Di 
Sotade certo.dcl quale dice San to Atanafio , che eroi Itomoapud E tnicosri- 
dtcnliu, quel lochene habbiano detto Ephcftionc Hcrmogcnc, c De- 
metti o medefimo nel noftro commento della particella 104 fi potrà 
vedere , 

vveW'.v. fr»»*** 

1 Qoe à PAR- 



itii 


946 

PARTICELLA 

Centefima fcttantefima . 

T B S TO DI DE M ET R I O 

Tradotto da Pier Vettori . 



fibi ipfts flint b£C ambo . 

PAR 


\lirbis etiam fuperes venuti* ìnfuatàores uidentur : quemad - 
modum C litarchus de tenthredone bt titola fimili apri inquìt 
K»r arali ptr t £ u / o’fhrlu).n<rt'r]»r*iS'i ut £df tu Kit tfvt 

Tanquarn de boue fero, vtlapro Erymantbto loqutns , & 
non de apis quodlam genere, quare contingit inuenuilam fi- 
mul orationem fieri, & frigidam . Vicinami tem ahquo modo 


A F R A S E. 



fralmente quanto alle parole, quelle medefimc, le quali ge 
neranofrigidità, fanno anche indccoro,comc oue Clitar- 
co d'vno anima luccio fi nuli ad un'ape difle , 

Per gh monti fi pafcc,c nelle caue querele penetra, & 

^Che cèrto più non haurebbe potuto dire ,d’un feluaticoc fiero 
buc,ò dello fletto cignale di Enniantc? . Onde nacque che freddo fu 
il ragionare & indecoro per la molta affinila, cuicinan*a, che fra 
quelli due ulti; fi ritruoua. 

CO MMENTO. 


:« ’ : » v 

H abbiamo di poto [opra nella particella Ufi, quante vicine frano 
fra di loro, la nota magnifica e la grane ‘ e per confeguente quanta vi- 
cinanza babbiano in verfodife Beffe le loro notevitiofe oopofle, fredda & hu 
decora. Onde non i marauiglia fé quelle medeftme parole, le quali dette in nota 
magnifica da huomo quieto fanno frigidità, dette in roto grane da huomo ira- 
to,* che voglia parer tale fanno indeeoro . Solamente è da auertire , eh* come 
dicemmo nella particella fj. in due modi Ir parole pnfjono generare fredde^ 
za, vno afiolutamente, perche fono troppo poetiche, e troppo tronfie coma 

quello, 

- Le tre- 


Sopra LPartìcelL CLX X. *47 

le tremanti e fanguinofc lettere da me con i olio calorifico eflarat'. 

E l’altro rejpettiu mente, per che m riguardo della co fa, che [igni ficano fono 
troppo alte, e troppo magni ficc,&i res parua , dice ‘ Demetrio , non fuftineC 
tantum tumorcm loquutionis .Come Jé dictfie, 

Serica piediftallo t Rato inurbo ato in tauola il bicchiere. 

Pe quali due modi, quanto al ficcandola regula c'habbiamo data b vrùutr- 
fiale e fempre vera.E tutte le Icquutioni le quali troppo fiupenori faranno alla 
cofa lignificata, come nella nota magnifica faranno freddo, cofi nella no’ a afpra 
faranno indcioro’-LMa quanto al piimo modo farà poffibile che alcune- paro- 
role in [e fleffe difconuentuoli alla nota magnifica , nondimeno alla graue non 
dif dicano E quello lo cautamo da c^iriiiotde nel fetthno Capitolo del tergo li- 
bro della Retorica, oue egli Concede che quelle voci, le quali nella nota magni- 
fica farebboru freddezza pojjono nondimeno in tre occafioni venire ragioneuol 
niente vfate,efra qutfìe tre nella oratione r Patheùca,Qoi{come habbtamo di 
cbiaratonoi nel Commento della particella cinquautefima quarta ) quando il 
dicitore fi vuole moHrare irato, che è appunto nclhenota graue. Le parole di 
linfiotile nella traduttK'ne del Caro fono quefte, 

L’vfar più Epitheti e più compofli,e voci forefliere fi conuìene fpecialmen - 
te al dire affeltuofo : "Percioche a vno adirato fi comporta facilmente che con 
parole doppi ; dica che colui di chi parla,fofie vn fcaucgzacoUo, òvno fquafla- 
forche,ò con parole forefliere che fofle vn vigliacco, ò vero vn mecciante , 

E cJM. Jtleflandro P iccolhuomini nella parafrafe di quel luogo pur dice 
tbequtHe parole. 

Fede fiago, giramondo, marrano Joflregato, 

E fomiglianti che à chi quieto dice, non li comportarebbero, ncll'buomo ira- 
to fi pojiono,c fi deuono tolerare:Si che molte parole dunque le quali affoluta- 
mente prefe,& per fe flefie farebbono freddo il parlare magnifico , non fanno 
però indecoro il parlare irato:Eforfi per queflo, perche la regola nonèvni- 
uer fiale nelle parole aflolute,però *. Demetrio in queflo luogo, dell’affoluto inde 
toroneUe parole non ha dato eflempio, ma fittamente del Comparatiuo : Se be- 
ne non è dubbio, che fe altri anche di quelle parole che rifìotile nel luogo fo- 
pradetto concede attirato, troppo fpe[fo,etroppo indiferetamente fi feruifle;al 
fteuro pajfarebbci termini della permis fiume, Cf ingrandii fimi indecori ambi- 
rebbe à dare. Del reflo(come h abbiamo detto)nel fi condo modo,cioi nel Com- 
parai uo la regola rimane vniuerfaletE tutte le parole che dijòuerchio ecced o 
m il [oggetto, Oue nel magnifico fanno freddo, nell' afpro fanno indecoto : ter 
tfjtmpio, oue colui dicendo quietamente, 

Serrga piediftallo è fiato inarborato in tau la il bicchieri. 

Formò vna frigidità, fe egli con ira bauejft detto à vn feruidòre à cui chi 
fta , 

*4 hi federato e traditore , 
tare in tauola il becchieriì 

H uà infime col freddo farebbe nato mora f indecoro: E fmigUantemente 

net- 


ti dunque fernet piedifUUo bai ardito diinarbo- 


9 4- 8 U Tredicatùre del Pa>, HgaroU 

neU'Effemph di Clitarco addotto iti quitta partitella da Demetrio, fe beile il 
dire d’vnoanimaluccio come vnjtpe, 

Ver gli monti fi pafce,e nelle cane quercie penetra drirrumpe , 

Sempre farebbe fredda cofa: nondimeno fe la medefima veneffe detta in CO - 
lera,come farebbe, 

T m duique qtafii%Ape per gli monti ti pafcie nelle cane querce penetri & 
wrumpiì V' 

Sarebbe effa e fredda infume & indecora: E tutto due Demetrio perla vb 
cminga come delle d»e note virtuofe magniftcba e grane, co fi de’ due vitij loro 
oppo ttùndecora.efrrddo . Quanto i Clitarco , del quale fi ragiona qui batta 
/opere che fi Greco efcrirtore d’bittorie , ma douette efjcrc grandemente veto 
tofo,e a are nel freddo afjaijoncioftecofacbe non folo il no/iro autore da lui pi- 
glia efiempio di quitto vitto, ma il Longino ancora lotajja della mede fimi col- 
pa, e M. 'Pier rettori due che tra quafi paffato in proverbio, che oue altri tropi- 
po più gonfiatamente rafionafìe di quello, che alla f oggetto materia comuni/ 
fe,cglt alla fhtar (bica fofie detto che trntaffe, onde anche Ze^ze in vna epi~ 
JioU certi amici, i quali troppo più di quello eòe i lui pareva d meritare Vha- 
umano lodatoci Ecctfjo C lUanhico tafsò. Quintiliano in moti ria di bidone 
due peggio, i he Chiarelli probaiur ingcniutnifides infamatur . Ulta A 
noi poco importa la qualità delle porfone, oue altro non cerchiamo che la veri- 
tà delle tofe ; 

t tanto ci batti bavere con Vaiato del Signore ragionato, per iìchiaratme 
e commento, nel libro della elocutione di Demetrio Falereo. 

DISCORSO ECCLESIASTICO. 

N On vogliamo in quello vltimo difeorfo attenerli allo infegna- 
mcnto di Demetrio , ma con poche parole poggiar molto più al- 
to»& oltre àgli indecori trouati da lui,trouarnc vnonoi troppo 
più difdiceuole } e troppo più dannofo , ( ma per difgratia noftra troppo 
più commune ancorajdi quale fi voglia alerò che polla ritrouarfi: Inde- 
coroc ( dice Demetrio) oue Jc parole del dicitore non fono proportio- 
naro alle eofe.che egli dice,: Ma troppo maggiore indecoro c ( diciamo 
noi)ouc Invita del Predicatore, non fi accorda con la dottrina , la quale 
egli infogna, e co’ coftumi ch’egli perfuade. E quello fecondo indecoro 
tanto è più dannolò del primo:che oue quello non fà altro male , che di 
macchiare alcuna particella del ragionamento : quello è di tanta ruina, 
che egli folo è cagione, che la maggior parte di quante prediche fi fan- 
no al mondo, rcltifcnza frutti. Vn autore antico & grauiflimo cercando 
onde aucni(Tc,che pochi apoilolihaucuanoccnuertiro il mondo» tanti 
predicatori»apena poteuano far buoni pochihuomini, & anche di rado 
«Ipondcna à fe medcfimo,chc Cebene jraduatoreserdnt mdti, operarii non 
dimeno crani palici perche chi predicai» non mancaua,ma chi conforme 
alla fua propria predica opcraflc,di quelli non vi era tanta copia. E quà 

non 


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» • Sopra U Particella CLX X. 949 

non bi fogna ingannarci à partito.cheniunaelonuenzd'perfuaderà mai, 
nè Tari mai cfficace,fc colui che Ce nc vale non è cenuro buono.Ariftoti» 
le mcdcfimo frale tre condiuoni che fi richieggono al perfuaderc ret- 
tela prima quella della bontà . E rutti gli Etnici ftefii diffimiconol ora» 
tore Virum bonum difendi pcritum conofcendo eglino molto bene, e volen- 
do far conoscere ad altri che può efierc eloquente quanto vuole vno un 
jqato trillo, che la eloquenza di lui non perfuaderàmai : Che fe quello 
occorre nc’ diciroriprofahi,e fe eglino parlando de gli ftillicidi, c delle 
heredità non fanno fede predo à giudici fenon fono loro in buona opt- 
ai ione-.ben può. di quà argomentare il predicatore Euangelico qual ftuo- 
ttfcfarà egli nei popoli predicando la caftitàiincntre fiaconofciùto incon 
tinentc J laelemofina,auaro>ccofe Cimile£mmmtadifpicitui',predicatiocon- 
temnitur dice San Gregorio : E per efperienza fi vede , che la eloquenza 
d’vn prcdicaiore conofciutodi mala vita.è quali v na eloquenza cquiuo 
cacomc vn fuoco dipinto , chec fimililfimo all’altro, ma non rifcalda: 
òComevna freccia fpontata.chc batte anch’clfa, ma non fà pattata; on 
de delle prediche di quelli tali fi può dire che fadf funi favittx paruulerum. 

E noi alle volte fiamo foliti di dire, che le prediche di coloro che fono in 
mala opinione , fono come certi coltelli di Ciurmatori , i quali hanno il 
manico vuoto Se accomodato di maniera, chcjpianjp vengono caccia- 
te dipunta.contràciiichefiàin vécedi ferircil nemico, rientrano tutti 
nel manico,e ben pare che fiano penetrati nel corpo di colui, ma in vero 
non gli hanno pur fatto vna minima piaga:Cofi la eloquenza del predi- 
catore vano,edi mala opinione, ben pare che vada à ferire i populi.maj 
rientra tutta nel manico bufo e vuoto d’ogni virtù, ci oc fa forfi che il pre 
dicatore ne venga lodato , ma che il ptmolo ne faccia frutto,quefto non 
già mai:San Gio.faccua frutto perche E rat uox Era tutto voce. Cioè non 
la lingua fola,ma tutta la vita di lui predicaua.chepcrò anche il Signo- 
re quando, la vita di lui prima lodò, c poi la linguaiVogliamo dire di piu: 
Che noniolo la eloquenza de' ririon non fi pafiata, c non fa forza > ma 
per padroni che fiano quelli tali dell’arte ;ad ogni modo in pergamo 
principalmente nelle reprenfioni non pofiono clfcre eloquenti , perche 
il rimorfo della Confidenza gli fncrua,& mentre predicano contra vn vi 
tio , il ricordarli che eglino vi fono dentro à gola.fà che fi fgomentano, 
che pare loro che ognun dica e tù . Et in fotr.ma non c pofiibile che pre- 
dichino con quella Energia, fenza la quale la eloquenza fi può dire che 
non è eloquenza:E quello è quello che diceua S.Gregorio nel 14.de Mo 
rali.cheil Signore pre diavi*, potefiatem habetu , perche il non eC- 

fcreàfe (lefibconfapeuole di vitto alcuno,lo faceua in tutte lereprcnfio 
ni contra quali fi vogliano colpe arditilfimo&cfficacilfimo. Siche non 
e!Tendodiinq!U'poffibile,chechi è di mala vita,òfia eloquente ouanto 
conuicne,ò che la eloquenza di lui faccia frutto» già fi vede, che brutto 
Se dannofo indecoro è quello che nafee, oue fi truoua fproporione fra 
la Dottrina e la vita ; E però per fine di quelle nollre poche fatiche di- 
ciamo noi.che fe bene le cofc,che habbiamo infegnate per fe mefideme 
crediamo , che fiano atte a far gran feruigio à prcaicatori,fappiamo non 
dimeno al ficuro, che non balleranno per fare , che vn predicatore che 
non fia tenuto buono,faccia frutto; Ben farà pofiibile che vn predicato- 
le di fama vita gioui grandemente ai p»puli,& aiutato da quelle farà 

anche 


o Ilprtdic 4 tort JelVétmgtróU 

anche frutto majggiore;Macon quelle folc,lcnza esempi ari ri non acc* 
de trattare) che il Coltello ritornerà nel manico , Se egli ò non farà! elo- 
quente, ò lo farà più torto da Ciurmatore , che da Predicatore , e lenzi 
vna minima vtilità ne gli afeoleanti: Procuri dunque il Predicatore di 
poter dire con Dauid-.Sine imqwtate Cucciai & dirtxi : Cucciai prima con la 
vita,e poi dirtxi con la lingua.Procuri di poter dire con S. Paolo Contate 
qua audiflis,& &dtftis,in me non audifli t {blamente, ma wdiftis ancora. Et in 
tal cafo,fc da quefti (quali fono)noftri pochi fudori gli parrà di riceuere 
alcuno aiuto,nc ringratij il Signore,dalla cui mano ogni bene procedei 
E di noi fi contenti di credere quello folo, che puro dcfidcrio di gioua- 
rc ci ha fatto fare qucllo>di cui .con la grati» del noftro Signore fiatno 
veputi al fine. 


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