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Grice e Cocconato












 Gian Francesco Galeani Napione, noto anche come Francesco Galeani Napione conte di Cocconato(Torino, 1º novembre 1748  Torino, 12 giugno 1830), è stato uno storico, letterato e poeta italiano.

Ritratto di Galeani Napione tratto dal volume “Dell’uso e dei pregi della Lingua Italiana", Milano, Giovanni Silvestri, I, 1819.

Biografia

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Ritratto di Gian Francesco Galeani Napione, 1830

Nato a Torino da Amedeo Valeriano e Maddalena Maistre, fece studi giuridici coltivando parallelamente l'interesse per la storia e la letteratura influenzato dagli insegnamenti di Giuseppe Bortoli.

Alla morte del padre nel 1768, entrò nell'amministrazione delle Finanze, diventando intendente nel 1779.

Nel 1773, pubblicò il Saggio sopra l'arte storica, dedicandolo a Vittorio Amedeo III di Savoia.

Su incarico del governo savoiardo, pubblicò nel 1780Osservazioni intorno al progetto di pace tra S[ua]. M[aestà]. e le potenze barbaresche, dove si proponeva la formazione di una confederazione tra gli stati marittimi italiani sotto la guida del papato per difendere il loro commercio marittimo dall'attività dei pirati barbareschi.

Da sempre ostile alle mire espansionistiche francesi, si adoperò con scritti successivi: "Idea di una confederazione delle potenze d'Italia" (1791), "Memoria sulla necessità di una confederazione delle potenze d'Italia" (1794) promuovendo casa Savoia, in luogo del Papa, come guida di una confederazione di stati italiani [1] e questo gli valse alcune promozioni nell'ambito dell'amministrazione sabauda.

Nel 1791 pubblicò l'opera sua più famosa, Dell'uso e dei pregi della lingua italiana, caratterizzata da una netta avversione alle idee illuministe del tempo, con una decisa posizione contro il Cesarotti che, nel Saggio sulla filosofia delle lingue applicata alla lingua italiana (1785) aveva teorizzato la lingua come una materia in continuo divenire. Galeani Napione dichiarava la necessità di rifiutare parole e forme derivanti dalle lingue straniere; il saggio è uno dei primi manifesti del Purismo.

Nel 1797 venne promosso a generale delle finanze.

Nel periodo dell'invasione francese, il Napione si ritirò dalle funzioni pubbliche per farne ritorno dopo il periodo austro-russo e quello napoleonico.

Fu proprio sotto Napoleone che il Napione, pur senza entusiasmo, divenne prefetto di Vercelli ed insignito della Legion d'onore.

Nel 1801 fu nominato socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, poi presidente della classe di scienze morali, storiche e filologiche.

Nel 1812 fu eletto membro della nuova Accademia della Crusca.

Dopo la Restaurazione nel 1814, fece parte del Magistrato per la riforma dell'Università.

Alla sua morte molti dei suoi componimenti poetici vennero conservati dal genero Luigi Nomis di Cossilla.

La città di Torino gli ha dedicato una via nel quartiere Vanchiglia.

Onorificenze

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  • Discorso intorno alla Storia del Piemonte. Torino: Presso i librai Gaetano Balbino, e Francesco Prato in Doragrossa, 1791.
  • Dell'uso e dei pregi della lingua italiana 1791
  • Dell'uso e dei pregi della lingua italiana, Firenze: Molini e Landi, 1813 (Google libri).
  • Saggio sopra l'Arte storica
  • Osservazioni intorno al progetto di pace di Sua Maestà e le potenze barbaresche (1780)
  • Elogio di Giovanni Botero , 1782
  • Idea di una confederazione delle potenze d'Italia(1790)
  • Memoria sulla necessità di una confederazione delle potenze d'Italia (1794)
  • Del nuovo stabilimento delle repubbliche lombarde(1797)
  • Lettera a Francesco Benedetti sul merito dell'Alfieri poeta tragico 1818.
  • Della patria di Cristoforo Colombo (dissertazione), Firenze 1808
  • La Griselda - tragedia
  • Monumenti dell'Architettura antica. Lettere al conte Giuseppe Franchi di Pont, Pisa, 1820.
  • Amico d'Italia 1826, 1827
  • Morte di Cleopatra

Altri progetti

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Collegamenti esterni

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Gian Francesco Galeani Napione, who wrote 

Dell'uso e dei pregi della lingua italiana, was born in Turin in 1748. In 1812, he was elected to the Accademia della Crusca, a prestigious Italian language academy. 

Birthplace and life
  • Birthplace: Turin, Italy.
  • Background: The son of Count Carlo Giuseppe Amedeo Valeriano and Countess Maddalena de Maistre, he was a member of the Piedmontese nobility.
  • Career: While holding several high-ranking civil offices in the House of Savoy, Galeani Napione pursued his passions in history and literature. He became an early supporter of liberal reforms and Italy's eventual unification. After the annexation of Piedmont by France, he abandoned politics to focus on his studies. 

Key publications
In addition to Dell'uso e dei pregi della lingua italiana, Galeani Napione's notable publications include:
  • Saggio sopra l'arte storica (1773): In this work, dedicated to King Vittorio Amedeo III, he put forth the idea of a developing Italian national consciousness.
  • Osservazioni intorno al progetto di pace tra S.M. e le potenze barbaresche (1780): In this piece, he proposed a confederation of Italian maritime states.
  • Historical and biographical works: Following his return to academia, he wrote on a range of topics, including the famous admiral Christopher Columbus. 
DELL'USO E DEI PREGI 


DELLA 


LINGUA ITALIANA 


LIBRI TRE 


COGLI OPUSCOLI ANNESSI ALLA EDIZIONE 
È * 
DI TORINO DELL'ANNO 1791 


NUOVAMENTE RISTAMPATI, RIVEDUTI, 
E DILIGENTEMENTE CORRETTI 


Satis mirari'non queo, unde hoc sit tam insolens 
domesticarum rerum fastidium . i 
Cic. de Finib. Lib. I, $. ur, 


TOMO PRIMO 


FIRENZE 


PRESSO MOLINI, LANDI E COMP. 
MDCCCXIII. 


ted 


si 


[ 
LI 


. AVVERTIMENTO 


Le Opere del Sig. Cav. Galeani Napione. 
Torinese riscossero l’approvazione,-e le 
lodi dei maggiori Letterati d’Italia. In una 
delle prime ch'ei desse a luce (1) avendo, 


egli contradetto ad una opinione manife- 
stata dal chiar. Tiraboschi nel Tom. I. del- 
la sua Storia, questi nella seconda edizio- 
ne di essa (2), scrisse. che quell’eruditissi- 
mo Cav. avea impugnato l’opinion sua 
molto ingegnosamente, e di pui con una 
urbanità che dovrebbe esser comune a tutti 
i Letterati; quindi riferite le riflessioni di 


lui, dichiarò che ci si arrendeva di buon. 


grado. Di poi in var} luoghi inserì degli 


interi squarci delle Opere di essa; ed ogni. 


qualvolta gli cadde in acconcio di mento- 
varle , sempre ne parlò con elagi. 

Non meno per lui glorioso fu l’incontro 
che ebbe presso il do Bettinelli il suo 
Estratto ragionato del Viaggio di Anacarsi 
in Grecia (3), giacchè quell’ Uomo insigne 
scrivendoall’amica suo Canonico De-Gioarn- 
ni, che gli avea procacciata quell’ Opera, 
ebbe a dirgli: che presala tra mani non 
gli era stato possibile di respirare , èd inter- 


1) Saggio su l'Arte storica , Tor. 1773. 
2) Tom. I. in nota. . o. 
(3) Torino 1790. 


; 
VT 


i n ne 


e CP ni 


AVVERTIMENTO 


rompere la lettura....Che in essa egli avea 
ammirato lo scrivere, il pensare, il sape- 
re, l'ingegno, il giudicio, e con tuttociò 
la gran moderazione dell’Autore...., e 
per fine che si rallegrava col Piemonte che 
avesse Scrittori da far invidia a Parigi. Ma 
. éiò che val più di tutto si è che quel dot- 
to Uomo si dichiarò forzato , per dir così, 
dai ragionamenti di questo Socrate Ztalia- 
no ( com'ei chiama l'Autore) a ritrattare il 
. troppo favorevole giudicio da lui forma- 
to dell’ Opera del Socrate Francese. Molto 
todato fu il discorso, ch’ egli dettò sopra 
l'Arte Militare del Tasso, sia dalle Efeme- 
ridi letterarie di Roma (4), sia dal dotto Se- 
rassi nella sua celebre Vita di Torquato (5). 
Le stesse Efemeridi di Roma (6), ed il Gior- 
nale Pisano (7) nei belli, e ben ragionati 
ragguagli che diedero delle due Traduzioni, 
«una delle Tusculane di Cicerone, e l’altra 
della Vita d’Agricola di Tacito, attribui- 
«scono al Cav. Napione il doppio, e raro 
vanto di traduttore fedele, e di tradutto- 
re filosofo . | I 
Di altre opere di lui parlarono con lode 
il Conte Borromeo di Padova (8), il Cav. Ip- 
polito Pindemonte (9), e il dotto Bibliote- 
cario Pozzetti (10), il quale lo chiama 


(4) 1778. N. 22. 
5 Lib. ‘o 
6) 1805. N. 33. 
7) T.8. N. 15. 1806. 
089 Notizie dei Novellieri Ital. Bassano 1794. Pref. 
» VIT XL XV. | - 
55) Elogio del Mar. Spolverini. 
10) Dissertazioni sopra alcuni passi della Vita di 
Loreizo De Medici. Boloj. 1310. p. 60. 


‘abi n 


AVVERTIMENTO 


Lume, ed Ornainento della Piemontese 
Letteratura . 

Per quello poi che riguarda particolar- 
mente l’ Opera sua Dell’ Uso e dei Pregi 
della Lingua Italiana, senza parlare nè del 
Bettinelli, che tosto vi fece plauso, nè 
delle sopraccitate Efemeridi Romane, che 
ne diedero un bellissimo ed onorevolissi- 
mo estratto (11), il Tiraboschi, dopo aver- 
gli scritto che di pochi libri egli era tanto 
soddisfatto quanto del primo tomo di es- 
sa, compita che fu, oltre al citarla più vol. 
.tete con lode, come fa di altri scritti di 
lui (12), la disse..... « Opera degna di 
« quell’ingegnoso, ed elegante Scrittore, 
« in cut la nostra Lingua ha avuto il più 
« giusto conoscitore de’suoi pregi, ed il 
« più valoroso Apologista, che sia stato fi- 
« nora (13) «. 

Il dotto Segretario dell'Istituto Nazio- 
nale Italiano nel Discorso preliminare pre- . 
messo alle Memorie di quello, commenda 
a cielo quest Opera , dicendola Zccellente, 
e Classica per ogni titolo (14). 

Il valente Professor di Belle Lettere, e 
Storia nel Liceo di Trevigi, Mario Pieri, 
così scrive di quest Opera... . » Gloria eter- 
« na a quel nubile ingegno, e veramente 
« Italiano, che con tanta dottrina ci ven- 

nl 1792. N.7.8.9 10. rr. | 

È St. T. VIII P. 11. p. 920. 1234. 1267. 1314. 
T. VII. p. 484. e 512. Ediz. di Modena 1793. 

(13) T. VII. P. ni. p. 1311. 


(11) Memorie dell’ Ìstit. Nazionale It. T. I. Bo- 
log. 1809. 


* 


AVVERTIMENTO 


« ne accennando l’uso, éd i pregi di quel-. 
« la Lingua divina, ed entro valorosa- 
« mente in campo contro i di lei avver- 
« sarj ec. (16) «. 

Quanto poi siasi apprezzata quest Ope- 
ra, anche dai dotti Toscani, abbastanza il 
dimostrano e quello che ne scrisse l’eru- 
ditissimo Bibliotecario Zannoni, chiaman» 
dola bellissimo Trattato , e dicendo, che... 
« tornerebbe assai bene che per tutta l’ I- 
« talia si leggesse come libro elementare 
« nelle scuole ec. (16) « e l’indirizzar che 
fece il Professor di Lettere Greche nell’U. 
niversità di Fisa Ab. Ciampi le sue applau- 
dite Memorie di Messer Cino al N. A. co- 
Mme a quello, che tanto si era adoperato, e 
si adopera di continovo per mantenere, e 
promuovere la purità dell'Italiano Lin- 
guaggio . | | 

Un Libro così universalmente pregiato 
dai dotti dovea fra non molto farsi raro, 
e il fu in effetto, Quindi dovea natural- 
mente nascere il desiderio della ristampa 
. di esso. Uno degli Editori dei Classici Ita- 
liani, che si stampano in Milano così espres- 
se il suo voto per una nuova edizione.... 
« Se. gli stampatori Italiani avessero a cuo- 
« re daddovero la gloria delle Italiane Let- . 
« tere, come sogliono sempre: protestare, 
« sarebbe questo il tempo di riprodurre 
« alla luce un Opera. che quantunque sia 


Cei 


(15) Delle originalità. nelle Scritture, e dei pre- 
mj. Padova 1810, | 
- (16) Giornale P Ape N..9. Fir. 1806. 


AVVERTIMENTO 

recente, già si è fatta rara, voglio dir 
quella dell’Uso e dei Pregi dell’Italiana 
Favella; stampata in Torino l'anno 1791, 
il cui Autore è il Conte Gianfrancesco 
Galeani Napione, letterato esimio, de- 
gno dell'amore d'ogni vero Italiano, e 
noto anche per una elegantissima, ed 
« esattissima traduzione delle Questioni 
« Tusculane di Cicerone (17) «. Ecco or 
dunque che noi, secondando il nobile zélo 
di quel savio Editore, prendiamo col fat- 
to a provargli, che ci sta a cuore daddove- 
ro la gloria delle Italiane Lettere. ristam- 
pando l'Opera del Sig. Galeani Napione, 
diligentissimamente purgata dagli errori; 
e difetti, che si scorgevano con dispiacere 
nella prima edizione di essa, onde possia- 
«mo lusingarci a buon dritto, che questa 
mostra ,, soddisfacendo la brama di.moltis- 
simse studiose persone che cercavano in- 
vano di procacciarsi la prima, ne farà la- 
ro dimenticare la mancanza. Lo» 

I giudiz]j qui sopra accennati, tutti pro- 
feriti da illuminatissimi giudici della ma- 
teria dal N..A. traltata, bastano essi soli a 
sciogliere, ed annientare le#due. opposi- 
‘zioni, che far si potrebbono all’utilità e 
convenienza della nostra impresa; una 
‘cioé che l'Opera, essendo stata scritta per 
1 Piemontesi e pel paese loro, a questo de- 
‘vono essere ristretti i vantaggi, che si pos- 
sono aspettare dalla lettura di essa; l’al- 


Z_ A 


ùÙ fa 


(17) 11 Mflmantile, Mil. 1807, Collezione N. 126, 
Avviso ai Giovani studiosi dell’ It. Letterat. p. vi 


AVVERTIMENTO 


tra che dessa fu scritta in tempi anteriori 
alle grandi mutazioni di Stato avvenute in 
Italia, e così in circostanze troppo diverse 
da quelle in cui trovansi di presente gl'I- 
taliani e la lingua loro. I 

Tutti i celebri Scrittori sopraccitati han- 
no ravvisato, e lodato in quest’ Opera la 
giusta , profonda cognizione della Lingua 
Italiana, e la più valorosa difesa, che mai 
se ne sia fatta; ma la Lingua Italiana ap- 
partiene a tutta l’Italia; onde la causa che 
si tratta nel libro, è quella di tutti gl’ I- 
taliani. | 

Il giudizioso Zannoni vorrebbe che si 
leggesse questo Libro in tutta Italia , sed- 
. bene, dice egli, sia diretto ai Piemontesi . 

Ed in vero altro è, che l'Opera sia diretta 
| al Piemontesi, altro che sia fatta esclusi- 
vamente per essi, e che vi si tratti l’argo- 
mento con le mire ristrette al solo Pie- 
monte. 
* Tutto all'opposto, l'A. lo tratta nel mo- 
do il più grandioso ed esteso, in cui possa 

resentarsi un tema siffattò ; e lungi di 

limitare le sue vedute a’ confini della pa- 
tria sua, sffazia egli eruditamente per i 
più vasti campi della Letteratura si Italia- 
na, che straniera, sì moderna che anti- 
ca, e vi passeggia, per dir così, come in 
‘sua casa. 

Erano poi già avvenute le grandi muta-. 
zioni di Stato tra noi quando, e il mento- 
vato Zannoni consigliava agl’Italiani tutti 
la lettura di questo Libro ; e ? editore M1- 
‘lanese del Malmantile ne proponeva la 


AVVERTIMENTO 


ristampa, affermando anzi che sarebbe que- 
sto il tempo di riprodurla alla luce. Infat- 
ti, e chi potrà darsi a credere che la dot- 
trina, il sistema del Cav. Napione sì op- - 
pengano in qualche modo o alle veglianti 
Leggi, od alle generali mire di chi ci go- 
verna, quando anzi ne seguono esattamente 
.lo spirito ed il dettame? Se una Legge So- 
vrana ha stabilito in Piemonte l’uso dell’i- 
dioma Francese per le scritture, che il 
pubblico reggimento, ed i privati negoz) 
. risguardano, è altresì noto a tutti, che l'u- 
-so della Lingua Italiana si è conservato 
colà, non solamente nel pubblico insegna- 
mento, ma particolarmente. nella Classe 
di Letteratura , e belle Arti dell’Accademia 
Imperiale delle Scienze, e che anzi questa 
sola Lingua esclusivamente adoperar si 
dee negli Atti di quella Classe, ed in tuîti 
li scritii che si spediscono a nome di es- 
sa (18). - ì 
Ora , qual altro mai è il sistema, il pro- 
ponimento del N. A.? Egli il dichiara aper- 
tamente in più luoghi dell'Opera sua, ma 
specialmente dove lo circoscrive all'uso 
Letterario della lingua, in libri di amena 
letteratura, scientifici ed eruditi, ed alla 
pubblica generale istruzione (19). E non 
è egli evidente, che tal sistema è quello 
stesso preciso che, dal Governo adottato, si 


(18) V. Vita dell’Ab. Bettinelli dove si citano. 
di $$ 42. 43. 44. del Regolamento di quell’ Accade- 
. mia. Torino 1809. pag. 62. 69. Ven. 1810, pag. 97- 

(19) Lib. I. C. 111, $. 3. Lib. 11. C. 111. $. 2. 3. 7. 


AVVERTIMENTO 


eseguisce colla pratica giornaliera ? Ed i To- 
scani, in ispecie, come potrebbero mai sup- 
‘porre a un tal sistema contrarie le mire del 
Governo, essi che in modo così particolare 
godono i frutti della munificentissima pro- 
| tezione , che l’ Augusto Regnante si pregia 
‘di accordare alla lor Lingua, la di cui pu- 
rità egli si mostra sollecito di conservare, 
anche col mezzo di grandiosi premj desti- 
nati a coloro, che con maggiore successo 
ad un tal fine scrivendo si adoprano ? 

Altronde poi l’Autore; lungi dal condan- 
nare lo studio di Lingue straniere, prende 
anzi a provare di proposito (20), che esso 
giova non poco a’progressi delle Scienze, e 
delle Belle Arti, e lo dimostra colla ragio- 
ne, coll’autorità, e con l'esempio suo pro- 
prio, giacchè niente può meglio provare 
una tale verità, che la doviziosissima sup- 
pellettile di notizie tratte da Lingue stra- 
niere, la quale è base insieme ed orna- 
‘ mento di un'’Opera piena di cose , qual’ è 
la sua. | 

Che se nel confronto delle Lingue, Ita- 
liana, e Francese egli asserisce e sostiene 
la superiorità della prima, protesta però, 
‘che tiene gli Scrittori Francesi celebratis- 
simi del Secolo di Luigi XIV. in più alto 
concetto, di quello che facessero i Fran- 
tesi medesim», nel tempo in cui egli scri- 
vea. Anzi di più, nel paragone delle due 
Lingue, egli non fa altro che esporre le ri- 
‘ flessioni degli Autori Classici Francesi me- 


(20) Lib. I. C. 11. $. 3. 


' AVVERTIMENTO 


desimi, che Egli non solamente accetta 
per giudici della Lingua lor propria, ma 
dell’Italiana stessa eziandio (21). Al che 
aggiungeremo noi che la moderata libertà 
con cui l'Autore parlò della Lingua Fran- 
cese nel suo libro, già ben noto in quel col- 
to paese, non impedì che scienziati insi- 
gni di quella Nazione, non solo facessero 
plauso ad alcune delle più recenti Opere 
- di lui, e da noi medesimi pubblicate, co- 
me alle traduzioni delle Tusculane di Cice- 
rone, della Vita di Agricola di Tacito, al ' 
° Libro della Patria di Colombo, e suoi Sup- 
‘ plementi, ma che inoltre dotta chiamasse. 
ro quest'opera stessa, Dell Uso e de’ Pregi 
della Lingua Italiana (22). - 

Quanto al sistema della Lingua comune 
‘d’Italia adottato dall’Autore, qualunque 
esser possa l'opinione in questo partico- 
lare di alcuni altri Scrittori, è però co- 
‘sa palese, che non solamente si è quello 
de più valenti Letterati d’Italia, e segna- 
tamente de’ più dotti e spregiudicati To- 


(21) Lib. IT. C.1. e $$.1. 2,3. 4. 

(2) V. II Primo Estratto del sig. Senatore Lan- 
junais inserito nel Monitore Francese (9. Settem- 
bre 1809.) « M. Galeani Napione ( ci devant In- 
« tendant des Fiuances du Piemont pour le dernier 
« Roi de Sardaigne) Litterateur connu , mème hors 
« d” Italie, par plusieurs ouvrages de gout et d° e- 
_ « rudition (4). # s 
“Quindi iu nota (1) «Deux traductions en Italien, 

« lune des Tusculanes de Ciceron et l’autre de la 
« Vie d’ Agricola ( toutes deux imprimeées a Pise ), 
‘ « etnn savant Livre intitulé Dell’ Uso e dei Pregi 

« della Lingua Ituliana 2 vol. in 8. 


» 


AVVERTIMENTO 


scani, ma che inoltre è affatto coerente 
alla volontà spiegata nel Decreto dì rista- 
bilimento dl celebre Accademia della 
Crusca dall’ Augusto. Imperatore ,. a cui 
piacque pure di nominare il nostro Auto- 
re Socio Corrispondente dell’Accademia 
medesima. | 

- Ad ogni modo, il Libro fu scritto più 
di venti anni sono, mentre il Piemonte 
. vivea sotto altro Governo, con leggi di- 
Verse, con diversi costumi, e l’ Autore 
scrisse coerentemente al sistema di quel 
tempo . | 

| Ma se questa particolarità merita , co- 

«me a noi sembra, d'essere da ogni savio 
lettore considerata, non abbiamo credu- 
.to però che indur ci dovesse a fare va- 
‘ riazioni di sostanza nell’Opera, onde ci 
siamo ristretti a quelle sole, che richie- 
. devansi per l'esatta e diligente correzione 
del testo. | 

Si è poi giudicato di dare un ordine di- 
verso, e più naturale agli Opuscoli in- 
seriti nella prima edizione di Torino del- 
l’anno 1791: che tengon dietro all'Opera , 
poichè manifestamente si scorge, che fu- 
rono collocati in quel modo, per la sola 
casualità di essere stati compiti per la stam- 
. pa uno prima dell’ altro. : 

Se questa nuova edizione verrà favore- ‘’ 
volmente accolta, come si ha ragione di 
‘ credere, dal colto Pubblico d’Italia, procu- 
reremo di accondiscendere alla brama, che 
si mostra da molti, di veder ripubblicate 
raccoltè in un solo corpo le Opere tutte del. 


« 


AVVERTIMENTO 


l'Autore in var] tempi sparsamente stampa- 
te, nel qual caso procureremo altresì di 
potervi aggiungere .non pochi componi- 
menti suoi inediti, che, secondo le no- 
stre notizie, egli serba tuttora fra le sue 


carte. 


“% 


| AL SIGNOR CONTE 
FELICE DURANDO DI VILLA 


CONSIGLIERE DEILE REGIE FINANZE 


GIANFRANCESCO GALEANI NAPIONE 


F ra coloro, che prender vorranno in ma- 
no quest Opera mia per leggerla lusingar 
io non mi posso di rinvenirne alcuno pre- 
venuto per essa più favorevolmente di Lei, 
signor Conte amatissimo. Alcuno poi al 
certo non vi ha, che sappia meglio di Lei 
i motivi, che mi hanno spinto da prima a 
dettarla, e le circostanze, che ne differi- 
rono la pubblicazione; nè che con mag- 
gior efficacia mi abbia incoraggiato a darla 
alla luce; dal che fare non gia affettata 
. modestia di autore , ma altre più partico- 
.lari considerazioni mi tratteneano . E bensì 
accorgimento di autore il mio il presceglie- 
re che fo in Lei un leggitore, quale bra- 
merei, che fossero tutti, per ragionar di 
essa brevemente, e per dirle alcuna di 
quelle cose , che soventi volte brama mag- 
giormente di dire chi scrive un libro, che 
non di sapere chi si fa a leggerlo. Il con- 
| siglio, che da Orazio di lasciar maturat 

-gli scritti insino al nono anno è stato da me 
per forza di necessità seguito , non per pru- 
denza di avvedimento . Sebbene più di die- 


N 
cr anni or sieno passati, dacchè l Opera 
gia ega terminata, le incumbenze, che mi 
vennero successivamente addossate in due 
Provincie, e le domestiche vicende ezian- 
dio, come a Lei è ben noto, non mi lascia- 
rono agio in tutto qR*! tempo di poter ba- 
dare ad animo riposato a cose di lettere. 
Richiamato poscia in. questo mezzo dal- 
l’augusto nostro Monarca in Torino , men- 
ire ‘io facea già tra me stesso pensiero di 
condire i brevi momenti d’ozio, che avrei’ 
potuto aver liberi dalle altre mie occupa- 
aioni , che più gravi si chiamano , e che io 
dirà soltunto diverse, col riveder questo mio 
gerial lavoro già quasi posto affatto in ob» 
blio , mi toccò di soffrire il colpo più fiero, 
e crudele, che ad uom possa accadere 
| giammai. Rimaso per sì improvvisa percossa, 
lungo tempo come fuor di me stesso, grave 
mi riuscia la vita, che non potea più or- 

mai in altro impiegare , che apianger la mia 
sciagura. Molti furono gli amorevoli con- 
forti, che Ella in quella afflizzion mia mi 
porse, e per cuò non le potrò mai esser 
grato abbastanza; ma uno tra essi, che 
maggiormente contribuì a rimettere in cal. 
ma il travagliato mia spirito fu il consi» 
gliarmi ch’ Ella fece di cercar modo di ap. 
plicarmi il più presta che per me si potesse 
ed alcun lavoro appartenente a quelle fa- 
coltà, ché, secondo il noto detto di Cica- 
rane , se per una parte rendono più belle, 
e gradite le cose prospere , apprestano pu- 
re d’ altro canto scampo , e sallievo nelle 
avverse .. Ella poca tempo prima di me 


m 
erasi trovata nella circostanza dolorosissi-. 
ma di doverne fare l’esperienza. Cerchino 
altri chi di noi sia stato più infelice, Ella 
perdendo un unico figlio, io una consorte 
adorata , poichè rifugge l'animo di avvol- 
gersi di nuovo tra idee così funeste ; en- 
trambi però, dopo quell insensibile, e tar- 
do ristoro, che somministra la lunghezza 
del tempo, e la sazietà stessa del dolore, 
abbiam cercato sollievo negli studj delle 
lettere. E chi mai, anche tra quelli, che 
le odiano, e le sprezzano superbamente, 
sarà con noî così severo , per non dir cru 
dele, che voglia riprenderci per aver cer- 
cato a’ nostri mali un così giusto rimedio, 
e così innocente ? Breve, e di pochi giorni 
per altro fu il lavoro, che da me, riavuto 
alquanto, s intraprese, e questo si è il Di- 
scorso intorno alla Storia det Piemonie, 
che sta in fine dell'Opera; nè i doveri an- 
nessi agli uffici miei permettendomi di po- 
ter rivolgermi ad alcuna fatica letteraria, 
che esigesse lungo tempo , ripigliai ad un 
tal uopo queste osservazioni mie sulla lin- 
gua nostra stese tanti anni prima 2 iVel 
mentre poi, che mi ricreavan queste col 
rammernmorarmi, nello scorrerle che io fa- 
cea, i tempi passati più felici, non trascu- 
rai di giovarmi dei lumi, e delle specula- 
zioni, che o mi occorrevano alla mente, o 
da molti valentuomini vennero fatte sullo 
stesso argomento , studiandomi di portar 
POpera, in quanto per me si. polea, a 
quel segno, a cui mi sembrò, che richie. 
dessero di portarla i progressi fatti negli 


Ty 
studj, e gli evenimenti in quell’ intervallo 
di tempo succeduti. Le circostanze pertan- 
to, in cui da me si attese ad un lavoro di 
tal natura, ed il fine, per cui (prescinden- 
do dall'importanza dell’ argomento) il ri- 
pigliai, dee giustificarmi abbastanza, senza 
che faccia mestieri il ricorrere a quel luo- 


| go di Cicerone (1) fatto troppo comune” 


resso i Letterati, e sempre volutosi igno- 
rare da quelli, che nol sono, con cui da 
una consimile accusa si difende dello at- 
tender ch’ egli facea agli studj della bella 
letteratura . Ad ogni modo col pubblicar 
opera anche di mera erudizione non cre- 
d di far cosa, che alla principal mia 


| professione si disdica . Il signor Conte Car-. 


‘ li tuttor vivente, adoperato in affari di ri- 
lievo nella vicina ‘Lombardia Austriaca, 
e già Presidente del Supremo Consiglio di 
pubblica Economia , e del Magistrato Ca- 
merale di Milano, quante opere non die- 
de alla luce di antiquaria, di erudizione, 
e di amena letteratura? L’unire la coltu- 
ra delle lettere cogli studj più austeri, e col 
mareggio degli affari, cosa, che eccita 
nel cuor dell’uomo le generose passioni, e 
spegne le vili, era ne' tempi andati ezian- 
dio pratica degli uomini più grandi della 
nostra nazione. Carlo Pascale gentiluom 
| Piemontese, Avvocato Generale nel Parla- 
mento di Rouen, Ambasciatore dei Monar- 


chi di Francia a diversi Potentati di Eu- 


ropa, e autor di un libro (2), il primo per 
(1) Cic. pro Archia n. VI. i 
(7) Legatus stamp. in Rouen nel 1598; in Parigi 
nel 1612. con dedic. dell’ Aut, al Grao Canc. Silleri. 


v 
. avventura, che dottamente siasi scritto in- 
torno alle Legazioni , tenuto in gran con- 
cetto da esperti negoziatori anche a’ dì no- 
stri, non fu ad un tempo stesso anche scrit- 
tor di bella letteratura (3), e valoroso an- 
tiguario ? (4) Ne quai tutti diversi aspetti 
Ella ce lo presenterà luminosamente nelle 


Memorie, che ne ha raccolte. Taccio del è - 


Fabro, di cui toccai altrove (5); ma per 
sérvimi di un più conchiudente esempio 
, patrio, e quasi famigliare , ad Anastasio 
Germonio Giureconsulto riputatissimo, che, 
di Professore di Ragion Canonica (6) giun- 
se poscia (cosa non insolita allora ) ad es- 
sere Ambasciatore del Duca nostro (17) 
Carlo Emanuele I. in Ispagna, non fece 
alcun torto l'aver pubblicate nel 1580. le 
sue Sessioni Pomeridiane, opera (8), in cui 
della lingua Italiana , e della Latina, e di 
Poeti, e di amena letteratura si ragiona 
ampiamente . Che se alcuno de’ nostri Giu- 
| reconsulti, ed uomini di Stato, non meno 
che certi scienziati profondi. in quelle, che 
chiamansi scienze esatte, insistessero dicen- 
do nulla provare gli addotti ‘esémpj, e bia- 
simassero quelli stessi nostri antichi perso». 
| naggi, della cui autorita io mi fo scudo, 
a tali loro biasimi io non posso fare altra 
risposta, salvo col BID: vstantemente a 
5; ) De opt. genere elocutionis . 
4 Corona, seures omnis ceronaria ex priscorum 
monumentis illustrata. Parisiis 1610. i 
(5) Prefaz. alla Griselda Trag, 
(e V. Pancirol. de claris legum interp. 


Tirab. Stor. della lett. It. T. VII. part, 2. p. 1/7 
(8) Zeno note al Fontan. T. I. p.35. 


Vi 

leggere il mio Libro. Sembrami inoltre, 
ehe, anche senza prendersi tal briga, do- 
vrebbe far nascere in mente loro qualche 
dubbio di esser in errore, e che ingiusto 
sia il poco conto, in cui tengono ogni stu- 
dio appartenente a cose di lingua, il con- 
siderar, che tutti gli uomini sommi pensa- 
‘’ rono diversamente. L’ acuto, e troppo ‘fe- 
‘dele ritrattista della Politica de’ tempi suoi 
Niccolò Machiavelli (9) non credette per- 
duta fatica lo scrivere della lingua propria; 
‘ ed i nostri Fisici tutti, e Matematici più fa- 
mosi dal Galileo insino al Manfredi, ed al 
Zannotti cura grandissima si prendeano del- 
le cose di lingua, e così pure praticarono . 
gli uomini grandi delle straniere nazioni . 
Da chi ha fatto di fresco lungo soggiorno 
in Germania sento, che il celebre minera- 
logista Perner non solo gusta le opere di 
bella letteratura, ma della lingua propria 
Tedesca è appassionato agnatore, ed oltre- 
modo zelante di conservarne la purita. 
Quanto agli uomini di Stato basteranna per 
tutti il Cardinal di Richelieu, ed il Conte di 
Hertzberg. Fondatore il primo dell’ Accade». 
mia Francese ambi anche gloria di elegan+ 
te scrittore; il secondo protettor della lette- 
ratura, e della. lingua sua naturale Tede- 
sca , la difese cogli scritti contro il defun. 
to Re di Prussia suo Signore (10), tradu- ‘ 
cendo egli stesse in Tedesco lunghi tratti 
(9) Machiavel. Op. T. VI. ediz. di Firenze 1783. 
Discorso co. p. 115. pe 

- (10) Histoire de la Dissert. sur la littor. Allemans 
-de, publiée a Berlin en 1780, | 


| vir | 
del sublime Tacito per mosttarne la forza , 
e l'energia. Ora ciò posto, i succennati 
nostri severi personaggi vedendo consuma- 
ti Ministri, e scienziati profondi concedere 
a sì fatto soggetto buona parte de’ pensieri 
loro, non dovrebbono cominciar a sospet- 
tare almeno, che vi possano essere discus- 
sioni di punti in fatto di lingua di tale na- 
tura, che non solo non pregiudichino alla 
gravità, ma sieno inoltre degni di venir 
ponderati dagli uomini più autorevoli di 
una nazione ? Diversamente da tutti gli al- 
tri grand’ uomini non la pensò anche in 
questo particolare quel Principe, che a 
buona ragione chiamar si può il rigenera- 
tor del Piemonte , voglio dire il Duca E- 
.manuele Filiberto . Questi in mezzo a tante 
altre sue cure per riordinare lo Stato scon- 
svolto, non picciolo pensiero eziandio si 
prese per darci una lingua, qersuaso sin 
d’ allora di quella verità tanto tempo dopo 
dimostrata da sottili filosofi, che quanto 
più presto un popolo ha una lingua per- 
fetta, tanto più rapidamente si spiegano, 
e si perfezionano le facoltà intellettuali . 
Egli pertanto ‘non. solo la letteratura, e la 
lingua Italiana protesse con regia munifi- 
cenza, ma volle persino, che da’ Magi- 
strati, e da’ Notai ‘ogni atto pubblico in 
idioma Italiano si stendesse. Vero è, “ghe i 
Giureconsulti più ostinatamente, che gli 
scrittori di altre scienze, si sono mantenuti 
în possesso di scrivere in, Latino bene, o 
male, cosicchè un chiaro Letterato (11) 


‘ (11) Demna Bibliop. part. II, p. 118. 


VITI 


potè affermare non conoscere opera lega- 
fe, nè raccolta di orazioni giudiziali, che 
‘ mostri qualche eleganza di stile, o purità 
di lingua Italiana, e sia di qualche valore 
nella sostanza; e non ostante i sopraccen- 
nati providi stabilimenti perseverarono i 
Magistrati nostri nella usanza di stendere 
in Latino le sentenze ragionate, che chia- 
mansi Decisioni, unica occasione, che ab-. 
biano di dar saggio pubblico del loro stile. 
Ma grazie sieno pur rese al nostro comune 
amico il dotto, ed ingenuo signor Collate- 
rale Jacopo Durandi (12), che primo dopo 
più di due secoli sì uniformò a quell’ ordine 
salutare, primo osò declinare da una pra- 
tica, che, sebbene ultimo reliquato del. 
l'antico abrogato sistema, sembrava rispet: 
tabile perla sola antichità, e ad una lin- 
gua intesa da pochi, offuscata da intrusa 
barbarie, e mancante di termini per gli usi 
nostri, osò sostituire, come ogni ragion 
volea , la nostra, 

Tutto il sin qui da me detto intorno alla 
importanza delle cose di lingua, e segna 
tamente della lingua nostra, che si è l’ Ita- 
liana, fu piuttosto da me accennato per 
trattenermi seco di oggetto ad entrambi gra- 
dito, che per persuaderlo di un’ opinione 
dalla mia diversa . Quello , in cui non sia- 
mo interamente diun medesimo avviso si è, 
ch’ Ella crede, signor Conte mio, che da 


(12) Motivi della Sentenza Camerale 12. Genn. 
1789. nella causa del Consortile di Valperga contro 
la Comun. di Salassa a relaz, del sig, Collat. Tacopo 
Durandi. i | | | 


rx 3 
me siasi in alcun particolare trapassato al- 
quanto i giusti termini nel difendere una 
giusta causa. Ella me ne fece più di una 
volta dolci, ma efficaci rimproveri, e da 
altre coltissime persone ne intesi anche dei 
più animati. Pare adunque in primo luogo 
a Lei, eda queste persone ( tra le quali ve 
ne sono eziandio di quel sesso amabile, che 
tanto giovar potrebbe alla mia causa, quan- 
do mi riuscisse d’impegnarlo in favore di 
essa ), che io siami mostrato troppo avverso 
agli scrittori Francesi, e che con troppa acer- 
bità intenda svellere ogni radice di quella 
lingua, escludendone ogni uso affatto in 0- 
gni ordine di persone tra noi. Sembra in 
secondo luogo a Lei medesimo in un cogli 
altri dotti, che anche oltre al dovere per 


me si restringa lostudio, el'uso della lingua . 


Latina, che tengono essi doversi conservare, 
non solo per adoperarla elegante, e colta a 
. fine di preservare il buon gusto dell’ aurea 
| antichità da ogni corruttela, ed infezio- 
ne, ma per servire, eziandio più disadorna, 
alla più facile comunicazione tra gli scien- 
ziati di Europa, ed a quegli usi tutti, in 
- cui alcuni impiegar voleano la lingua uni- 
versale vanamente cercata. Molti perciò 
de’ nostri uomini , ed Ella pure, signor Con- 
te, che è di natura socievole e cortese, si 
lasciano persuader ad usar nelle scritture. 
dottrinali, e di apparato la lingua Latina, 
e nelle colte, famigliari, brillanti, ed an- 
che appartenenti a scienze di moda la Fran- . 
eese; ma di grazia, se dobbiamo parlar noi 
Piemontesi Latino colle dgite,. e Francese 


X 


colle colte , e gentili persone; non potrerno 
più parlare Italiano, eccetto colle rozze, 
colle idiote, e plebee. Del rimanente, nes- 
suno de’ moderni Francesi tiene in più alto 
concetto di quello, che io faccia, gli scrit- 
tori celebratissimi del secolo di Luigi XIV., 
che essi osano al presente di chiamar bar- 
baro, e che aureo io chiamo, ed illustre; 
che anzi il voto mio sarebbe, che si faces 
se da noi in Piemonte in favor della lin- 
gua Italiana , quello, che si fece da’ Fran 
cesi in pro della loro in quella età. Sieno 
i Francesi, ma sieno in Francia, dirò io 
con tutto questo colla frase adoperata da 
un dotto scrittore di altre persone ragio- 
nando , e di un’altra contrada; nè a Lei, 
ed a tutti quelli, che discreti sono, dovrà 
sembrare ingiusta questa mia dimanda . È 
sebbene siam posti noi ai confini d° Italia, 
non v’ ha forse nazione , a dir così, più Ita- 
liana della Piemontese da ormai mille anni 
er dominio non interrotto di Principi, per 
antichita di famiglie, per armi proprie; on- 
de dovremmo essere zelantissimi di conser: 
var l’original nostro carattere incorrotto, 
escludendo l’uso delle lingue straniere, che 
il modo di pensare, e le opinioni straniere 
porta seco infallantemente. Comunque siasi, 
i letterati di prim’ ordine, gliuomini gràndi 
di entrambe le nazioni Francese, ed Italia- 
na si tengono vicendevolmente in quel con- 
cetto, che meritano, e quasi respirando un' 
aria più sgombra dalle nebbie de’ pregiu- 
dizj, non hanno in questa parte il difetto 
nazionale, che presso i Francesi consiste 


XI 
nello stimar troppo le cose proprie, e presso 
gli uomini volgari in Italia (e.tra essi molti 
annoverar si debbono, che son tali senza 
avvedersene ) di far troppo caso delle stra- 
niere; i quali opposti nazionali difetti me- 
ritano di venir combattuti dagli uomini savj 
di entrambe le nazioni. 

| Rispetto poi alla lingua Latina, verso 
cui Ella alquanto ingiusto mi crede, trop- 
po lunga cosa sarebbe il qui ragionarne, e 
mi rimetto a quanto ne ho detto nell’ Ope- 
ra medesima, e segnatamente al Libro ter- 
zo. Toccherò qui soltanto di volo quella 
ragione evidentissima, che, se tutte le na- 
zioni, le quali all'uso della lingua Latina 
sostituirono in ogni cosa, ed in ispecie nel- 
la pubblica istruzione la propria, tosto ri> 
nacquero a ruova vita, e più floride diven: 
| RETO, e più potenti, e perchè mai vorremo 
noi perseverar in un uso, che, qualunque 
vantaggio aver possa per alcuni, si è rico- 
nosciuto riuscir in pratica per l'universala 
dannosissimo ? Non rammenterò nè Tede- 
schi, nè Inglesi; non i Francesi medesimi. 
La Svezia, dove'in un colle arti di guerra 
ora fioriscono pure le lettere, e le scienze 
più a’ giorni nostri riputate, non adopera 

iù quasi che la lingua propria ne’ libri 
dottrinali, che è però una lingua unica: 
mente parlata da una popolazione non 
maggiore di quella dei Dominj in Italia 
del nostro Momarca. Così usa di fare già 
da qualche tempo anche la Danimarca ;, 
nè adoperano queste nazioni la propria 
lingua soltanto ragionando d’agni materia. 


xi 
co’ proprj compatriotti, ma eziandio par- 
lando alle straniere Potenze rie’ passapor- 
ti; ed alle posterità in iscrizioni, in meda- 
glie. Che se non temono que’ popoli, e 
quegli scienziati di valersi de’ loro idiomi 
sconosciuti nel rimanente di Europa, ed a 
poco popolate contrade ristretti, perchè mai 
noi Piemontesi esiteremo a far uso univer- 
sale in ogni cosa nostra di una lingua qual 
si è l Italiana, che non solo è la più bella 
“che sia sorta dalle rovine dell’ antichità, ed 
è lingua propria di sedici milioni forse di 
persone, ma è lingua conosciuta, ed ap- 
prezzata da tutte le colte nazioni? Ed a 
mostrar come possano aver corso nelle più 
rimote regioni i libri sia dotti che eleganti 
dettati in lingua nostra, senza uscir della 
Svezia, di cui si ragionava pur ora, basti 
il recarne in prova quanto asserì avere in» 
teso dalla bocca stessa della Regina allora 
regnante di Svezia molti anni sono un Ca- 
valier Veronese (13), che la Verona Ilu- 
strata del Marchese Maffei, e la Merope 
del medesimo autore aveano bastato a far-. 
le prendere affetto grandissimo alla nostra 
lingua, ed alla nostra letteratura. Ma non 
sono ad ogni modo io il solo, nè il primo, 
| come. a luogo opportuno ho accennato 
nell’ Opera mia, che brami, che ogni cosa 
si scriva in lingua propria. Tra’ Latinisti 
medesimi di questi ultimi tempi di maggior 
. grido non vi fu un Bonamici, il quale, 
sebben tutta la celebrità sua dovesse alle 


(13) V. Pindemonte Risposta alle oppos. fatte alle 
Op. del March. Maffei T. I. p, 87. Verona 1754 


i 


| 


XIH 


lettere Latine, contuttociò in una orazione 
sua mostra con validissime ragioni doversi 
coltivare a preferenza da noi Italiani il pro- 
prio idioma, ed essere più conveniente, e 
più utile al vantaggio della repubblica 
letteraria, ed alla saggia contemplazione 
delle cose sbandir dalle scuole quella man- 
chevole, e fecciosa favella, che chiaman 
Latina (14), dacehè la perfetta, e polita 
aver non si può se non con immensa fati- 
ca ? In vece di sì fatto Latino scolastico 


vorrebbe egli che introdur vi si dovesse la 
. nostra lingua dolce, candida, ed'a sapersi 


più agevole assui, se pure questa stessa 
agevolezza, che a tutti comune la rende, 
non è quella per l'appunto, che fa, che 
alcuni di genio vanamente superbo la di: 
sprezzino. E quando quella eleganza tanto 
vantata avvien che riesca di ottenerla in 
quel sommo*grado, di cui sieno i moderni 
capaci, non vi ha forse ragione di temere, 
che quell’antica veneranda patina non in- 
grandisca , e renda più augusti gli oggetti, 
di quello che sieno in se stessi; e che, in 
vece di cose, allo stringer de’ conti, ricchi 
ci troviam soltanto di parole ? In una scelta 
adunanza essendosi letta una delle Orazio- 
ni Latine del peraltro dotto Gravina ottima- 
mente tradotta, come cosa originale, ven- 
ne giudicata cosa fredda oltremodo, e tri. 
viale ; tanto è vero che abbaglia anche i 
dotti la pompa, e la maesta elegante di una 
lingua antica. Visi vede per entro, come 
(:‘) Orazione in favor della lingua Ital. Bonam. 
Op. T. 11. p. 134 Angustae Vindelic. 1764. Ru 


XIV 


nelle cose tutte dell'antichità , più di quello 
che c'è, e quello stesso che non ci è. All ud- 
timo poi io non ho mai osato di sosterer opi- 
nioni così avverse alla lingua Latina, come 
avea in animo di fare un altro valente La- 
tinista , che fiorì în principio di questo seco- 
lo, l Abate Domenric® Lazzarini (15). Egli 
in una sua Opera, di cui ci è restato sol- 
tanto il disegno în una sua lettera al. Cre- 
scimbeni, non solo biasimar intendea co- 
loro, che lasciano di adoperar la nativa 
lingua per usar le straniere, o dimostrar 
come la Latina per una somma penuria di 
voci è poco atta ad illustrar le cose filoso- 
fiche, ma inoltre assumer voleasi a provar 
(quello, che io non ho avuto mai cuore di 
affermare ) che la nostra lingua sta a con- 
fronto della Greca, e sopravanza la Lati- 
na. Tai cose io non sostengo già, ma dico 
soltanto ch’ ella è nostra; e che per giun- 
gere alla coltura dell'ingegno , per goder 
dei comodi, dei piaceri, e dello splendor 
della vita conviene in ogni cosa nostra ado- 
perarla. La coltura universale non si dif- 
fonderà mai in una nazione , il popolo sa- 
.rà sempre rozzo, feroce, indomabile dove 
non sia sparsa quella certa cognizion di let- 
tere, che otterer non si può se ron se me» 
diante la lingua propria. E mediante que- 
sta instituzion popolare soltanto si può spe- 
rare, che tra la gente minuta si scemino i 
disordini, e le risse, come avvertì savia- 
mente l’ aureo nostro signor Canonico De- 


(1%) Presso Fabroni, Vitae Italor doct. excel. vol. 
XIV. Dominicus Lazzarinus pag. 104. e seg. 


Xv 
gioanni (16), che soggiunge inoltre, che in 
tal modo tutti gli uomini popolari sarebbo- 
no. più disinvolti nelle arti, più avveduti nei 
contratti, in ogni traffico più attivi, ed in- 
dustriosi, e per conseguente cittadini mi 
gliori, e più vantaggiosi alla patria. Ma 
non è antica massima, diranno cert uni, 
che una nazione letterata, e colta è più 
difficile da governarsi ? e non è perciò, non 
solo perduta opera, ma perniciosa quella 
di diffondere i lumi in ogni ordine di per- 
sone? Ma l'antica massima non è che un 
antico errore a giudicio di Bacone (17), e 
di tutti i savj, e per tale lo dimostrano le 
storie. Chi leggerà le più sincere Memorie 
di tutte le antiche, e moderne nazioni tro- 
verà, che i secoli dell'ignoranza furono 
ognora quelli parimente della ferocia , del- 
le feta a , del sangue; all’incontro do- 
ve fu maggior coltura, la i Principi rispet- 
tati, e sicuri con maggior gloria domina- 
rono su popoli fortunati, e tranquilli . Vero 
è che si può fare abuso dell'ingegno , e del 
sapere dai dotti, come della autorità, e 
delle ricchezze dai potenti, ma i Regnanti 
profondamente versati nella scienza di Sta- 
to, nel mentre che si pigliarono cura gran- 
dissima per fare scelta di quelli, cui con- 
fidar l'autorità si dovesse , è nel por riparo 
alla sproporzione delle facultà eccessiva , 
della coltura stessa delle lettere, e de’ lette» 


(16) Ignatii Dejoannis Cathed. Ecc. Casalensis Ca» 
nonici Oratio habita in R. ‘Taur. Athe. IX. kal. Jul, 
MDCCXC. p. 33. | 

(17) Bac. Verul. de dign. et aug. scient. lib. I, 


xvi 


rati si valsero come di un istromento effica- 
cissimo di buon governo. Filippo di Mace- 
donia, Alessandro Magno, i De-Medici, 
Carlo Emanuele I., Federico II. per se 
stessi , Augusto secondato da Mecenate , Lui- 
gi XIII., e Luigi XIV. per mezzo di Riche. 
lieu, e di Colbert, valendosi delle lettere, 
e della protezion de’ letterati, acquistarono 
l'impero più lusinghiero che dar si possa, 
quello della pubblica opinione. Non è il 
favore, ma lo sprezzo delle lettere che ca- 
giona pregiudizj gravissimi. Gli uomini di 
ingegno non curati, vilipesi, perseguitati , 
si esasperarono, cliedero a divedere il bene, 
di cui sarebbono stati capaci, morigerati, e 
ben diretti, col male che cagionarono irrita 
ti, e corrotti. Ma dalle cose di lingua in 
troppo diversa materia mi son lasciato tra- 
sportare. Tempo è udunque di por fine ; 
tanto più che mi avvedo, che non posso 
far dono di un libro sulla lingua Italiana 
ad un ammiratore appassionato , ed intel- 
ligente del Petrarca, qual Egli si è, signor 
Conte amatissimo, in un giorno più fausto 
del presente, epoca memorabile del famoso 
innamoramento di Madonna Laura, ori- 
gine dell’immortal Canzoniere di Messer 
Francesco, il più vago, e prezioso giojello 
di nostra lingua. | 


Torino .... il dì sesto di Aprile 1791. 


TAVOLA 


DEL CONTENUTO NEL PRIMO VOLUME. 


! 


- ' LIBRÒ PRIMO 


“ IN CUI TRATTASI DELLA NECESSITA” DI AVERE UNA 


LINGUA SOLA DOMINANTE PER VALERSENE NELLE 
OPERE TUTTE D’INGEGNO, E SI DIMOSTRA DOVER 
ESSER QUESTA L’ ITALIANA IN PIEMONTE. 


Ciss I. Importanza dell'argomento influenza del- 


<a - 


le lingue sui costumi e sull’indole délle nazio- 
N + è 0000 000 + Pag.i 
6. I. La lingua è uno dei più forti vincoli , che 
stringa alla patria . >. .0... 0... 2 
$. II. Della cura , che le nazioni antiche si presero 
delle cose di lingua, . 00 a ta 
6. MII. Sollecitudini delle nazioni moderne in fat» 
to di lingua. . . .... 0... 10 


Caro II. Necessità di servirsi della lingua naziona- 


le nelle materie scientifiche . . . ,°. 16 
6. I. Connessione tra le idee, ed i segni -. . 1 
S. 11. Le lingue viventi sono di miglior uso delle 

morte per filosofare, e per negoziare. . . 19 
$. ITT. 11 servirsi delle lingue volgari nelle ‘opere 

d’ogni specie è il mezzo più proprio per ren- 

der colta ana intera nazione . . . 


; e». d 
$. IV. Si scioglie un’ obbiezione del Card. Pallavi- 


cini contro l’uso di dettar in lingua volgare i 
Trattati dottrinali. . . +... . +. 30 


-$. V. L’uso deltelingue volgari nelle e scienti» 


fiche non rende il sapere di più difficile acqui- 
MO e, e e e DE i I 
$. VI. Traduzioni di opere scientifiche , ed istrut- ' 
tive... , cd e dita a a 100 
$. VII. Non vi sarebbe inconveniente , quando si 
trattassero in lingua volgare le case apparte- 
nenti alla Religione . +. . +... . 38 
$. VIII. Sentimenti de’ più chiari letterati Italiani 
moderni intorno allo adoperar la lingua volga- 


re ìn ogni opera instruttiva. , . +0. . AL 
i Adi 


a AVIII 


Capo HI. Dimostrasi, che ciascuna nazione dee a 
vere una sola lingua volgare colta,e che l’Ita- 
liana, e la Francese non possono essere entram- 
be ad un tempo lingue volgari colte in Pie- 
nionte- ic © e Ra e È a Se 49 

6. I. iliverso concetto, in cui sono tenute in 
Piemonte la lingua Italiana, e la Francese ; 
conseguenze, che ne derivano. . . + . 46 

6. 11. Non sussiste l’ esempio de’ Romani , e degli. 
Italiani antichi per provare, che sì possono -a- 
vere due lingue colte ad un tempo. . . 48 

6. INI. Studio di lingue diverse utile ai progressi 
delle scienze e delle bell’arti. . +. . . 64 

. IV. Insussistenza dell’ asserzione , che vi sono 
Piemontesi, cui riesce più facile scrivere in 
lingua Francese, che nella Italiana. . . 7I 

6. V. Si esamina il sentimento di quelli, che ten-. 

gono doversi scrivere ‘in lingua Francese le o- 

ere di.scienze esatte . . +... è + 74 

Caro IV. Si prende a provare; che la lingua volga- 
re colta naturale al Piemente si è la lingua. 
Italiana. o . .0. 6000. ++ + + dI 

6. I. Scrittori celebri Piemontesi scrissero tutti in 
lingua Italiana. + 0.606... Sa. 

6. IL Genio della lingua Italiana conservatosi in 
Piemonte , non ostante le invasioni dei Fran- 
Così > © aa, I a e a 800 

6.11I. La Savoja, ed il Piemonte, sebbene formi- 
no uno stesso dominio, ebbero sempre lingua 
diversa . .0.0 0 +00. 6 + + + 93 


LIBRO SECONDO 


CHE CONTIENE IL PARAGONE DELLE DUE LINGUE 
FRANCESE E ITALIANA. 


‘Capo I. Carattere della lingua Francese, quale si è 
a’ giorni nostri. + + + + +0 + 0. 97 

| $.L. Mal fondati elogj dati alla lingua Francese 

(© dal P. Bouhours . . . . . +... 98 
6. IL. Giudicio, che danno della lingua Francese ì 
iù celebri scrittori di quella nazione . 101 

II. Giudicio, che i critici Francesi recano 
della lingua loro, in ispecie confrontandola 
colla lingua Greca, e colla Latina. +. +. 108 


XIX | 
. 6.1V, Carattere della lingua Francese prima del 
Cardinale Richelicu, impossibiltà di far rivi- 
vere tal lingua. . 0... .0. e. 153 
SG. V. Lalingua , che parlavasi in Francia nel fine 
del secolo XVI. non era lingua naturale alla 
Francia. è. +°% è è. 0 è 4 s 122 
Capo ll. Carattere della lingua Italiana . . 125 
- $. I. Opinione dell’ Abate t‘esarotti intorno ai di- 
versi pregi delle lingue . . . . .-. 126 
6. II. Superiorità della lingaa Italiana riconoscia- 
ta da’ più celebri traduttori, e scrittori Fran- 
Cos + & ale. e a 131 
6. III. Armonia della lingua Italiana, e risposta 
. alle accuse in questo proposito. .. . . 137 
, $- IV. Costruzione della lingua Italiana; si difende , 
da una taccia datale dall’Ab.. di Condillac. 142 
6. V. Lingua Italiana arricchita colla letteratura 
antica e straniera -. . . . . +. . 152 
$. VI. Abbondanza di voci della lingua Italiana. 160 
- $. VII. Scarsità di libri elementari, e di tratteni- 
mento in lingua Italiana . . . . . +. 165 
6. VLIL Attitudine della lingua Italiana alle ope- 
re instruttive, e di arti; chiarezza, e precisione 
della medesitta . . . . 0... +. 191 
6. IX. Abbondanza delle voci in lingua Italiana 
contribuisce alla precision sua . . . . iî0 
6. X. Osservazioni intorno al modo di formare i 
si Dot in lingua Italiana. . . . . . 182 
Capo Il. Paragone de’ suoi pregi estrinseci, e delle 
universalità delle due lingue Francese, ed I- 
taliana . . ... 0...» 186 
$. 1. Lingua Italiana più facile ad esser imparata 
dagli stranieri , che son la Francese . -. 187 
f. IL. Quanto poco diffuso l' Idioma Francese pri- 
‘- ma di Luigi XIV. . . .. +... . 192 
6. LI. Ragioni, per eui la lingua Francese si dìf- 
fuse sotto Luigi XIV.: mezzi posti in pratica 
atalifine» - Leo ie ene a 10) 
6. 1V. Lingua Italiana più estesa della Francese 
prima del Re Luigi XIV.; migliori fondamen- 
ti.della sua universalità . . . . . . 209 
Caro IV. Ostacoli, che inipedirono, che la lingua 
Italiana continuasse ad essere lingua univer- 
sale i. w “È © Sea #& £ & rd 210 


. . . 


$. T. Declamazioni de’ Latinisti contro la lingua” 
Italiana. . .0.0.0. 0... + 210 
6. IT. Danni cagionati alla letteratura Italiana dal- 
l’uso di dettar le opere dottrinali in lingua La- 
tini co le 4. die, è e A e e RIO 
6. ILL. Danni, che soffrì la poesia Italiana dal col- 
tivarsi troppo le lettere Latine . . . . 218 

$. IV. Eleganza maggiore degli Italiani Latinisti , 
ostacolo a’ progressi della lingua volgare. 221 
Caro V. Ficende ; è stato attuale della lingua Ita- 
liàridi .<.ui è « i e € e a DA 
$.1. Stato della lingua. Italiana fuori d’Italia do- 
po la metà del secolo scorso. . +... 229 

6. Il. Libri antichi Italiani di trattenimento diver- 
si di genio da quegli scritti da un secolo a que- 
sta parte >... +00 +. + + + + 230, 
6. III. Opere d’ingegno s’ adattano sempre più o 
meno al.genio dominante del secolo. . 238 
6.IV. Genio delle opere antiche Italiane di tratte» | 
© nimento men soggetto a variazioni, e più ra- 
picoiee di quello delle opere Francesi mo- 
CEDE. L00666 00 24I 
6. V. Gusto degl’ Italiani ne’ dialoghi, e nelle ope- 
re.di amena letteratura più tonforme a quella 
de’ Greci, e de Romani . . . . +. + 246 

6. VI. Motivi, per cui la letteratura galante Fran- 
cese è al presente più diffusa della Italiana. 253 

6. VII Diversità, SR passa tra il genio, ed il bel- 
“Jo spirito o L06600 + n 299 
- €. VIH. Esagerazioni intorno alla pretesa univer- 
salità della lingua Francese., ed al poco corso, 
che si asserisce aver fuori d’Italia la nostra, 263 
Caro VI. Motivi politici per iscegliere a preferenza 
da lingua Italiana per lingua volgare colta în 

| Piemonte . +. 00060060 274 
6.1. Leggi de’ nostri Sovrani. e regolamenti per 
istabilre ogni volta più la lingua Italiana in 
Piemonte... . 0... 0.00 + + 103 

6. II. Ragioni politiche, ché mossero i nostri Prin- 
cipi a fissare la lingua Italiaha per lingua vol- 
gare colta in Piemonte. . +. + » è è 277 


DELL'USO E DEI PREGI | 


DELLA 


LINGUA ITALIANA 


. LIBRO PRIMO 


CAPO L 


IMPORTANZA DELL'ARGOMENTO ; INFLUENZA 
DELLE LINGUE SUI COSTUMI, E SULL’IN- 
DOLE DELLE NAZIONI. 


XP uell’istromento dalla patura all'uomo con- 
cesso ,-per via di cui non solo il piacere ed il 
dolore si manifesta, ma s’instruisce, si delibe- 
ra, sì persuade, si comanda, e- che sommini- 
stra i segni medesimamente., per mezzo de’ qua- 
‘ li Panima richiama tra se stessa le idee, e le. 
connette , il linguaggio in una parola; dalle di- 


verse inclinazioni di una nazione, dai diversi 


studj, ed arti dominanti, e dalle vicende, cui 
va soggetta, può ricevere modificazioni: &sen-. 
zialissime. Dipende adunque in gran parte da- 
gli uomini medesimi il perfezionare quest’ or- 
gano, e quanto sarà desso più perfetto , tanto 
più facile riuscirà l' acquistare il sapere, l’istru- 
zione pri pronta, la meditazione più profonda, 
più sensibile, più generosa, più energica l’anima. 
stessa; ondechè le speculazioni tutte, e le cu- 
re dirette a migliorare un sì fatto universale 
istromento sono troppo più rilevanti di quello, 
che a prima fronte sembrar possa. Gli uomini 


grandi dell’antichità, non solo della lingua loro 


Pel, I. Ì 1 


- 


erano teneri amatori, e lodatori continui, ma 
tale sollecitudine se ne prendeano, che eccessiva » 
sembra a’giorni nostri. Cesare, quel letterato 
guerriero , le di cui doti erano sì rare, e sì ri- 

1. splendenti s che per poco non abbagliaiono. la 
posterità nel recar giudizio dell'uso abomine- 
vole, che ne fece, in mezzo allo strepito delle 
sue vittorie, tra le pratiche di Stato , tra’ suoi 
studj, e tra’ suoi amori non tralasciò di dettar 
Trattati appartenenti a cose di lingua (1). E Ci- 

. cerone nel tempo istesso , in cui scoppiava la 
più gran rivoluzione del più grande Impero del- 
la terra, e che stava pendente la rovina, che 
dovea opprimerlo,, intorno a minuzie gramati- 
ticali consultava il suo amico e confidente Pom- 
ponio Attico. * 

—— Inquesto secolo dietro la scorta dei Le-Clerc, 
dei Locke, deì Lebuitz, nomi grandissimi , iGe- - 
novesi, i Du-Marsais, i Condillac, i Michae- 
lis, i Cesarotti, ed altri sottili ingegni hanno 
creduto di dover esaminare filosoficamente la 
natura delle lingue; mentre altri si sono appli- - 

‘ cati più particolarmente ad osservare, e descri- ‘ 
vere il genio, l'indole, la storia di un deter- 
minato idioma Laande questa materia di gra- 
maticale, € letteraria, che al più era, è diven- 
tata filos rfica, e diventar dovrebbe eziandio po- 
litica, sa il giovamento, che può arrecare 

. alla civile società. 


S$.I La Lingua è uno dei più forti vincoli ; 
che stringa alla Patria. 


. Sele voci di nazione, e di patria non sono 
del tutto vuote di significato, se è cosa impor- 


( 1) Blakwalius de Preest. Class. ques. cap. II. $. 3. 


sn 


mi 


INFLUENZA DELLE LINGUE $. 1. 3 
Ùi * e. e °° ®. . ud , 
tante , che ogni società civile abbia ‘un carattere 
suo proprio, da cni quasi da interno spirito 


venga animata ogni singolar persona, se i mag- 


giorì progressi nel sapere, la maggior gloria 
della nazione, i maggiori piaceri, e ja maggior 
coltura della -vita non sono oggetti di picciol 


momento, certa cosa è, che ogni via, ed ogni. 


spediente atto ed opportuno per accendere 
vieppiù questo fuoco, e per istringere sì fatti 
avventurosi nodi, non si dee trascurar di ri- 
cercarsi dagli studiosi, nè ‘di p@rsi in pratica 
da chi l'autorità alle cognizioni congiunge . L’a- 
vere una lingua propria , il coltivarla, l’amar- 
la, l’apprezzarla, il-farne uso non«meno nelle 
solenni pompose occasioni , e nelle severe, che 
pelle familiari e ‘brillanti, non è -l’iiltinig: 
motivo , che stringa gli uomini, ‘e glf'affezioni 


alla contrada, in cuiggivono; che giovi ad im-° 
primere in loro cuore un carattere originale, , 


e sì fattamente proprio della nazione, talchè ne 
risulti il più vivo interessamento per lo pubbli- 
co bene, sparso ne’ diversi membri di essa, ela 
più intima, e salda unione del corpo politico, 


e degli ordini di persone, che il compongono”. 


Non è da dire di quanto minuti clementi com- 
poste sieno le più gran moli, e quante picciole 
cagioni abbiano avuto parte negli effetti più 


strepitosi. Quell’ eroico amor della patria, che 
spronò Greci, e Romani ad imprese così ma-, 


gnanime, procedeva dal gran concetto, in cui 
tenevano ogni cosa loro anche oltre il dovere. 
Alla cura, che si prendeano per diffondere la 
lingua loro, al conto, che ne facevano, all’ar- 
dore, con cui la coltivavano attribuir sì dee in 
gran parte quello spirito patriottico, che tanto. 
in essi si ammira, quell’ entusiasmo nazionale 
produttor di azioni sì straordinarie, che altri 


I 


VIS 
"a 


sl di =. a 


cl LIBRO PRIMO: CAP, I. 


è pressochè.tentato” a negar fede agli scrittori, 
da cui ci vengono descritte. 

Quando regnava l’antica, , diffidente, ed esclu- 
siva politica bastava il dire nazione, che par- 
lasse lingua diversa, per intendere nazione ni- 
mica. Certamente non troppo filosofica, nè 
_ troppo umana era una tal foggia di ragionare; 
conteneva però questo di vexo, che le nazioni, 
le quali facevano uso di lingua diversa, diver- 
se erano d’ indole parimenti tra di loro, il che 
in tempi; ne’quali Te società eran piene di so- 
spetti , perchè deboli, e nascenti, ed in cui il 
genio conquistatorio delle età barbariche faceva 
‘credere; che non si potesse esser felice, se non 
se disirussendo il ben essere altrui, tanto vale- 
va, quanto nimiche, I climi, i costumi, le lin- 
gue sono*mura di divisione (2), che assai me- 
glio di quella famosa de’ resi» ; separano, e di- 
, stinguano le nazioni. Si potranno talvolta sfor- 
zare in qualche parte, ma non riuscirà mai di 
rovinarle. Dica pure a suo senno Luigi XIV.: 
nou vi sono più Pirenei; i Re di Germania da 
Otione il grande sino a. Carlo V. scendano a 
piacer loro in Italia; i valorosi Inglesi conqui- 
stine pure provincie Francesi, e salgan pure sul 
trono d’ Inghilterra i Duchi di Normandia; que- 
ste unioni non saranno mai, se non se violen- 
te e passeggiere. La massa d’acqua ritenuta a 
= forza rompe gli argini, sì divide, e scorre. to- a 
* sto di bel nuovo naturalmente ne’ proprj suoi 
canali. Se tutto ciò è in natura, non solamente 
riuscirà ognora impresa disperata il tentare di 
sradicarlo , ma tonviene inolire cercar modo di 
trarne profitto, non essendovi forza veruna in 


» 
è’ 


(a) Embser la Paix perp. I. Par. p. 60. Manheim . 


INFLUENZA DELLE LINGUE $.1.. 5 


natura, la quale ben maneggiata , e diretta, pro- 
durre non debba vantaggiosissimi efletti. | 

Che il materno linguaggio sia un segno, che 
ad un tratto naturalmente ci metta innanzi tutti 
i vincoli, che corrono tra” concittadini, e ci 
rammenmori le idee tutte più gioconde della pa- 
tria radunate in un sol punto, pienamente il di- 
mostra il singolar senso di piacere, che si pro- 
ya.abbattendocì.in lontan paese a ragionare con 
chi parli lo stesso linguaggio. Ed in vero sàrà 
il cuor dell’ uomo in tal guisa formato (3), che 
con dolce interna commozione, e singolar die 
letto si ritorni a visitar que’ luoghi stessi scl- 
vaggi, ed alpestri, i in cui altri abbia fatto lun- 
.ga dimora, tanta è la.forza dell’ abitudine (*), 
e non debba pigliar affetto a que’ segni, che le 
prime, e più gradite 1 impressioni gli rammenta-' 
no, e le persone più care, ed i momenti più 
felici? E se quelli, che in loro gioventù in più 
luoghi si. trevarono, e con molti di nazioni di- 
verse convegsarono, non saranno al certo co- 
tanto della patria loro innamorati come quei 
buoni Alpigiani si quali per la sola lontananza 
da essa cadono in isfinimertto, non sarà forse 
‘vero , che quelle nazioni, e ‘quelle | persone, che 
di più di usa sola lingua fanno uso, meno sa- 
ranno attaccate al suolo, al pensare, ai costu- 
mi nazionali in confionio di quelle, che di un 
solo idioma principalmente sì servono? 

Una prova di questo sì è, che non mai, se 
non in un cogli stranieri costumi s "introdussero 
ad € essere comunemente parlate , e adoperate 


n) 


- (5) Cic. 4, amicitia n. XI x. 

(*) Leone Allacci avendo perduta la penna, di cui era- 
si per quarant'anni servito, nesentì tal dolore che a gran- 
de stento trattenne le lacrime . Mosa de Re Diprosa, 
tap. XI. pag. 51. Pong: 1704. | 


6 LIBRO PRIMO; CAP. 1. 


| lingue straniere. Quando i Greci portarono le 
Arti loro, ed i lora vizj in Roma, la lingua 
Greca prevalse pressochè alla Latina tra que’ le- 
ziosi Romani, che alla voluttuosa Attica elegan- 
za aspiravano. Così il Provenzale fu coltivato, 
e si sparse in un coi costumi di quella nazione 
in tutta la meridionale Europa dopo il Mille; 
e dicasi lo stesso dell’Italiano in Francia al 
tempo delle Arti Italiane in quel Regno intro- 
dotte dal Re Francesco I., e quindi sotto le reg- 
genze di Italiane Principesse. Osserva il Bem- 
bo (4) favellando di Alessandro VI., che poichè 
le Spagne aveano mandati i popoli loro a servi- 
re il loro Pontefice a Roma, e Valenza il Col- 
le Vaticano occupato, a’ nostri uomini, ed alle 
nostre donne altri accenti aver in bocca non 
piaceva, che Spagnuoli. In un colla politica, 
co’ Principi, e co’ Ministri Spagnuoli s’ intro- 
dusse adunque sin dal principio del secolo XVI. 
quella lingua tra noi, e quindi più «stabilmente 
nell'ultimo passato col lungo deminio avuto da 
quella nazione sopra una gran parte d’Italia: e 
nel presente si è stabilito il lFrancese idioma 
colle mode, co’ Romanzi, co’libri galanti. 


ti S. II Della cura, che le Nazioni antiche si” 
, presero delle cose di Lingua. 


pe 


— Mossi dalle suddivisate considerazioni tutti 
gli antichi, e moderni popoli, che sia per glo- 
ria guerriera risplenderono, come per coltura 
di scienze, e per vanto di prudenza, e di arti 
pacifiche, sempre delle lingue loro si presero 
cura non picciola, e di estenderle, e farle pri- 
meggiare si dimostrarono solleciti oltremodo. 


(4) Prose lib. I. v. Ariosto Satira II. 


— 

INFLUENZA DELLE LINGUE $.11. 7 
Guardaronsi essi con precauzioni scrupolose, 
ed eccessive eziandio di corromperle. co’ linguag- 
gi de’ popoli forestieri, e tuttora si guardano'di- 
ligentemente. Sarebbe uno sfoggiare troppo fa- 
cile, ed inutile erudizione il venire annoverando 
partitamente le soliecitudini de’ Greei, e de Ro- 
mani per estendere le Lingue loro, e per farle 
dominare, e gli espedienti messi in pratica per 
ottener un tal fine con calor grande, e con as- 
 siduità non mai rallentata. Con alcune sole os- 
servazioni su tal soggetto di un erudito e pro- 
fondo Inglese, che ebbe non ha guari ad esa» 
minarlo, si verrà a dimostrar pienamente come 
queste due più rinomate’ Nazioni dell’ antichità 
si contrastaronò l’impero dell’ Univérso per 
questo rispetto , egualmente che per ciò, che ri- 
sguardava la possanza, e la gloria della dottri- 
na, e della dominatrice sapienza ni 

I Romani, osserva il signor Gibbon (5), i 
quali a tal segno erano. persuasi della influenza 
del linguaggio sui costumi, che uno de’ più ser} 
loro pensieri fu di estendere sol progresso delle 
armi loro l’uso dell’Idioma Latino,.di tal fat- 
ta, che gli antichi dialetti dell’ Italia, il Sabino, 
PEtrusco, il Veneto caddero in oblio, ottener 
non poterono, tuttochè signori di sì vasto Im- 
pero, e tuttochè portato l'avessero dall’ Africa 
‘insino alla Britannia, di ridurre i Greci ad istu- 
diarlo ,‘ed a farne Uso , nè con dolci ed insi- 


(5) Storia della Decad. dell'Imp. Romano cap. II. T. I. 
p. 64. della Trad. Ital. Di questo Scrittore, che ad una 
scelta, e copiosa erudizione congiunge il pregio di Filo- 
sofo profondo, e di consumato Politico , 1’ Abate di Ma- 
Dbly nell' opera sua: De la manière d' écrire l' Histoire p. 
217. Paris 1783.- reca un giudicio, che fa gran torto al 
senno di chi lo ha pronunciato. V. Biblioteca Oltramon= 
tana, vol. VI. 1789. . p. 281. . 


i 4 x 
8 LIBRO PRIMO, CAP. I. 


nuanti maniere, nè colle vigorose e violente. 
Questa differenza distinguca perciò le due por- 
zioni dell’Impero con una diversità di colori, 
la quale avvegnachè restasse nascosta, e celata 
durante la prosperità, divenne più visibile a mi- 
sura, che le ombre del Settentrione scesero sul 
Mondo Romano. Le contrade Occidentali furo- 
no civilizzate dalle mani stesse, che le soggio- 
garono , ed appena i Barbari furono ridotti alla 
‘obbedienza, che il loro intelletto si aprì a tutte 
le impressioni della scienza, è della coltura; 
laonde la lingua di Virgilio, e di Cicerone, . 
sebbene con qualche inevitabile miscuglio di 
corruzione, fu così universalmente adottaia nel- 
1 Africa, nella Spagna, nelle Gallie, nella Bri- 
tannia, e ‘nl Pannonia, che soltanto ne’ mon- 
tu, e tra’ rustici abitatori delle più rimote cam- 
pagne si conservarono le deboli tracce della 
Lingua Punica, e Celtica. L'educazione, e lo 
studio inspirarono insensibilmente nei nativi di 
que’ paesi i sentimenti Romani, e l’Italia non 
‘solamente dettò le leggi, ma impresse inoltre 
il suo carattere ne’ suoi Provinciali Latini. Essi 
sollecitarono con maggiore ardore, ed ottenne- 
ro con maggior facilità il titolo, e gli cuorì, di 
Cittadino Romano, sostennero la dignità della 
_Nazione nelle lettere. e nelle armi, ed al fine 
produssero nella persona di Trajano un Impe- 
ratore, che gli Scipioni non avrebbono ricusa- 
to per loro concittadino. È 

Le circostanze de’ Greci erano ben diverse. 
Dessi aveano troppo buon gusto per risolversi 
ad abbandonar la propria lingua, e troppo amor 
proprio per adottar alcuna instituzione stranie- 
ra; conservarono tenacemente la lingua, ed i co- 
stumi degli antenati loro anche dopo di averne 
perdute le viriù, ed affetta ano dà disprezzare le 


ai 


| INFLUENZA DELLE LNGUE $. 1. 9 
rozze maniere de’ Romani conquistatori, mentre 
erano costretti a rispettarne la loro superior 
forza, e prudenza. Tanto più, che l'Asia, la 
Siria, l'Egitto eraho coperte di città Greche, 
e che nclle magnifiche, e splendide Corti di 
quelle contrade univano i Principi, ed i Ma- 
gnati l’eleganza Ateniese al lusso Orientale. 
L’ Egitto poi, il quale serbò l’antica sua Lin- 
gua, non mai formò un tutte coll’Impero Ro- 
mano, e que Popoli perciò nè bramarono, nè 
meritarono la Romana Cittadinanza. I Romani 
del resto, sebbene apprezzassero , ed imitassero 
i Greci Scrittori, non usavano con tutto questo 
di preferire le geniali private loro inclinazioni 
alle salde e rilevanti massime di politica, e di 
Stato. Mentre- conoscevano le bellezze della 
Lingua Greca sostenevano la dignità della Lati- 
. na, cosicchè l’uso esclusivo della seconda fu 
conservato inflessibilmente nella amministra 
zione sì del civile, che del militare governo. 

Ma d’altro’ canto ì Greci così ostinatamente 
rifiutarono di far uso della Lingua Latina, che 
| queglì stessi tra’loro Filosofi, che lungamente 
dimorarono in Roma, e tra gli altri un Plutar- 
co, che pur s’accinse a dettar le Vite degli il- 
lustri Romani, poca, o nessuna cognizione ne 
aveano. Gli uomini grandi fra’ Latini bramosi 
di aura popolare, che ultrepassasse i lìmiti delle 
Latine Provineie, si trovarono perciò costretti a 
far uso della Lingua di Atene nelle Memorie 
loro private, e nelle Storie, che stesero , 0 pro- | 
curarono, che stese fossero delle imprese da es- 
si a glorioso termine condotte; tanto, benchè 
servi, ed al Romano Impero sottoposti, con- 
servarono #ncora degli antichi spiriti i Greci. - 
Nè già per vaghezza di novità, e per noia delle 
, cose proprie credettero gli ambiziost Romani 

| n 


20 LIBRO PRIMO , CAP. LL 


. di dover abbracciare un tale partito; perciocchè 
‘Cicerone (6), che dettò la Storia del suo Cou- 
. solato nella Lingua di Atene, e che scriveva ad 
Attico di ritoccarne lo stile, con quanta cura 
non si affaticò mai sempre per arricchire, no- 
bilitare, e diffondere la lingua propria? E Lu- 
cullo, in cui la brama di esser pregiato , e cele- 
brato tra’ Greci gareggiava con quella di essere 
riconosciuto per uomo Italiano, non si prese 
forse la briga (in verità poco necessaria da pi- 
gliarsi da uno, che scriva in lingua non sua ) 
di spargere a bella posta di barbarismi , i Co- 
mentarj (7), in cui avea descritti i famosi suoi 
campeggiamenti? Tale era adunque la tenacità 
de' Greci nel non volersi sottoporre alla lingua, 
come sottomessì si erano alla dominazione dei 
Romani, che sforzarono i vincitori a declinare 
in questo particolare da una fermezza, che sem- 
brar poteva in altre cose eccessiva, se non ne- 
gli ordini pubblici, e ‘nelle occasioni di appa- 
rato , e solenni, almeno per ciò, che riguarda- 
va ‘ciascuno singolarmente, ed in più particolar 
modo i privati interessar potea. 


S.IMI. Sollecitudine delle Nazioni moderne . 
In fatto di Lingua. 


Le moderne nazioni salite a più alta celebri- 
tà per vanto letterario non meno, che per for- 
‘za y ed opulenza (dacchè le lettere sono sem- 
pre o cagione, o frutto di grandezza ), con qua- 
le ardore non si fecero a coltivare.le loro lin- 
gue volgari? Tutto ad un tratto sotto il regno 
brillante di Luigi X.IV. la lingua Francese, tut- 


(6) Cic. ad Attic. lib. le Ep. XIX, 
- 47) Cic. loc. cit. fa 


? 


‘INFLUENZA DELLE LINGUE $.111. 11 


x 


‘tochè messa in ceppi-da una mano di servili 
* gramatici; emulator? nelle cose letterarie della 
prepotenza, ma non. dell'ingegno dal protettor 
loro mostrato în quelle di governo, vantò serit- 
tori in ogni genere. Tutti i grandi uomini, che 
in tutti i secoli, in tutti i paesi, in tutte le lin- 
gue, o profondamente filosofato aveano, o im- 
maginailo con entusiasmo, o con saviezza, e con 
vivacità descritto , parlarono la lingua di così 
colta nazione, mercè le fatiche di laboriosi, e 
disinvolti traduttori. Nè le scienze più astru- 
se, e recondite sdegnarono in grazia de’ Fran- 
cesi di spogliar la barbarie, ed il mistero , e di 
scendere famigliari ad instruire discepoli gen- 
tili cotanto. Le ricchezze di un gran regno, la 
natura socievole e cortese della nazione, il 
fermento di una capitale immensa , il genio 
dominante di novità, di eleganza, di pulitezza, 
la grand’arte della conversazione studiata se- 
riamente, e messa in pratica di continuo, la 
più grande unione di popolo, che sia in Eu- 
ropa parlanie la stessa lingua, e sotto uno stes- 
so governo, tutto contribuì a rendere l’idioma 
Francese ricco di opere infinite, E se tutte non 
sono profonde,.ed originali,-tutte son tali pe- 
raltro da poter venir lette con piacere, e con 
quell’interessamento, con cui si ascolta a ra- 
gionare una persona colta familiarmente. Ma 
la lingua Francese sola venne coltivata, e pro- 
mossa. Non che, dopo quell'epoca; rari furo- 
no quelli, che facessero uso di lingue strauie- 
re, che stranierì modi portar seco potevano, 
ma scarsi pur furono i Latinisti medesimi , se ne 
eccettuiamo alcuni Regolari retori di professio- 
ne, e precettori di Latinità, ed alcuni Giuristi, 
e Maestri in Divinità Scolastici non ancor di- 
rozzati abbastanza, che alla lingua del Lazio. 


Lal « 


12 LIBRO PRIMO, CAP. T. 


troppo grande onor non faceano, e non ne a- 
vrebbono certamente potuto fare a quella della" 
Senna. i ° 

Nè dell’onore, e della estensione della pro- 
pria lingua meno zelanti mostraronsi i loro vi- 
cini, ed emuli perpetui gl Inglesi, tuttochè più 
difficil fosse il diffondere presso le nazioni col- 


. te quella lor lingua impronunciabile , e dal co- 


mun ceppo delle lingue meridionali di Europa 
assai più lontana. Bacone, uno de' primi, e dei 
più profondi Filosofi di quella nazione pensa- 
trice, fece omaggio delle speculazioni sue alla 
lingua patria; e dopo lui, facendo passare alla 
rassegna tutti i Genj sommi di quell’Isola, che 


‘ trattarono non solo soggetti poetici, o popola- 


ri, maastrusì, scientifici , e severi, pochissimi 
se ne troveranno , i quali abbiano adoperato 
idioma dall’Inglese diverso; così praticarono 
l’acuto Locke, l’animoso Franklino, e lo stes- 
so gran Neutone. i > _ 

E la Germania avrebbe mai potuto vantare 
un Gessner, un Kleist, un Klopstock, e tutta 
quella poetica famiglia elegante, e numerosa, 
quegli storici colti, quei critici giudiciosi e di- 
sinvolti, che smentirono gli antichi pregiudicj 
delle ‘altre nazioni .di Europa per conto del - 
buon gusto dei Tedeschi nella bella letteratura; 
e gli scrittori tutti di quella nazione sarebbono 
forse giumti, sebben dotti, sebben laboriosi, a 
quel grado di celebrità , a cui arrivarono a que- 
sti ultimi tempi, se in vece di obbligar le scien» 


ze a parlar la lingua del popolo, avessero con- 


tinuato a stendere le opere dottrinali nella Lin- 
gua Latina, e le amene, come alcuni usavano 


‘di fare, nella Francese? 


«Per questo verso l’intese la nascente, ed or- . 
mai chiara, ed illustre Moscovia, che alla glo- 


- 


| INFLUENZA DELLE LINGUE $. II. 13 
ria letteraria aspirando come ad ogni altra spe- 
‘cie di celebrità, e facendo anche in questa par- . 
te sì rapidi progressi, ben lungi di adottar cie- 
camente le lingue viventi, che hanno: maggior 
seguito, per traspiantare in quelle rimote Set- 
tentrionali regioni i frutti della letteratura Eu- 
ropea, le opere bensì di maggior grido in quel- 
le dettate trasporta nel suo linguaggio. Non tolti 
per dir così in prestito, ma proprj si vuole, 
. che sieno de’ Moscoviti il sapere, e l’urbanità, 
comune Peleganza, e la coltura, cosicchè pos- 
sano (se pure invincibilmente non vi si. oppo- 
ne il clima ) gareggiar una volta co’ medesimi 
loro precettori (8). L’ Imperatrice regnante non 
contenta, sebben nata Tedesca, di coltivar la © 
lingua volgare Russa con tradurre ella medesi- 
ma libri stranieri, fondò non ha guari una nuo- 
va Accademia di Lingua. Direttrice, e come 
Presidente di essa nominò la celebre Principes- 
sa d’ Askow (9), ben sapendo, che tocca al bel 
sesso il metter in voga le lingue; principali 
Accademici il Metropolitano di Pietroburgo, 
ed altri gran Prelati, il gran Ciambellano, il 
gran Mastro della Corte, l’Ammiraglio , e molti 
Generali, Consiglieri di Stato, e Senatori, vo- 
lendo i Magnati d’ogni ordine, -le più dotte, 
le più veneraride$ le più potenti, e le più ama- 
bili persone tutte occupate ad arricchire, e col- 
tivare la lingua e la Crusca Moscovitica. Do- 
po il celebre Ascivescovo Prokopovich, già sen- 
tiamo, che un altro Prelato Russo, 1’ Arcive- 
scovo di Mosca Platon, si fa ammirare per la 
sua eloquenza, e-tuona nella Imperiale cappel- 


(8) Andres, dell’ origine, progressi, e stato attuale d’o- 
gnì Letteratura T. 1II. p. 64. Parma 1787. 
(9) Nel 1783. —_ =. 


ire LIBRO PRIMO , CAP. 1. 


la di Pietroburgo, come già Massillon alla cor 
te di Lujgi XIV.; già si parla non solo di un 
Lomonosow, di un Soumarokow, ma di un 
Kherascow (10) autore del gran Poema della 
Russiade, se non il Tasso, il Voltaire del Set- 
| tentrione; ed oltre ad un Macicow Ufficiale del- 
le guardie Imperiali autore del Falso Demetrio 
e di alcune altre Tragedie Russe, sembra, se- 
condo che asserisce il nostro Abate Deniva (11), 
che un Demetreski dar voglia alla Russia il suo 
Shakespeare. 000° 

Di quello, che si è fatto testè in Moscovia, 
già da parecchi anni ne è tenuta la Svezia pa- 
rimente alle cure di una Principessa. L’istitu- 
‘ zione dell’ Accademia di Belle Lettere di Sto- 
kolmo diretta principalmente a coltivare la na- 
zionale eloquenza, fu opera della Regina Lui- 
gia Ulrica (12)..E sebbene, come osserva il pre- 
‘lodato nostro Abate Denina (13), alla metà del 
corrente secolo appena si sapesse, che il linguag- 
gio di que’ Popoli potesse usarsi in libri, opere 
appartenenti nan solo a Bella Letteratura, ma a 
varj altri generi rammenta con’ lode ]l’ Abate 
Andres, onorata menzione facendo eziandio di 
quelli, che si distinsero non meno nella sacra 
eloquenza sui pulpiti, che nella eloquenza po- 
litica nelle assemblee nazionali. Il regnante 
Monarca poi per incoraggiare sempre più il 
teatro Svezzese ha congedata- sin dal principio 
del suo regno la compagnia degli attori Fran- 
cesì (14), giacchè quella lingua se da molti anni 
può mostrare le dotte Memorie dell’ Accademia 


(10) Andres, Orig. e prog. T. LI. p. 366. | 

(11) Vicende della Letterat. T. 1I. p. 194. Berlino 1788. 
(12) Andres, Orig. e progr. T. IHl. p.60. . 

(13) Vicende della Letterat. T.JI. p. 122. - 

(14) Andres, Orig. e progr. T. II. p. 363. e seg. 


INFLUENZA DELLE LINGUE $. IIÎ. ‘15 

‘delle Scienze, vanta pure più volumi al pre- 
sente di opere teatrali. Oltre al Messenio, che’ 
primo compose tragedie Svezzesi poco regolari 
alla corte della famosa Regina Cristina , ed al 
Cancelliere Dahlin, che scrisse posteriormente 
drammi alquanto migliori, si pregia ora la Sve- 
zia di un Adlerbeth Segretario del Re, riputato 
il Tragico più valente tra’ suoi dal, Cavaliere 
Eugestrom, di un Conte Gyllemborg, di un 
Folberg, di un Rotmar, e di altri traduttori 
di componimenti teatr ali Italiani , e Fraucesi; 
nè mancano Poetesse, le signore Holmstedt, e 
Malmstedt; e per fine lo stesso Monarca re- 
gnante ha composto recentemente un dramma 
intitolato: La Generosità di Gustavo Adolfo, 
recitato da’ Cavalieri, e dalle Dame della sua 
| corte sul teatro di Utrichsdahl. Quai progres- 
si non può fare una lingua quando è favorita, 
e promossa con tal calore dai Sovrani, dai 
Grandi del Regno, e dalle Gentildonne (15), 
tra le quali baster nominare una signora Édui- 
ge Nordenfiycht, che della casa suo formò qua- 
si un’ Arcadia Svezzese? - 

Gli Olandesi famosi una a volta per lettere La- 
tine, i Pollacchi, i Danesi si sforzano di avere 
opere di letteratura, teatro nazionale; e non vi 
ha oramai nazione ia Europa, dove non siasi 
preso il partito di lasciar di far uso delle lin- 
gue straniere , e di pregiare, perfezionare, e col- 
tivar la propria. 


Ps 


(15) Andres Orig. e progr. T..IlL p. 60; 


16. LIBRO PRIMO; CAP. II. 


CAPO II 
NECESSITA” DI SERVIRSI DELLA LINGUA NAZIONALE 
NELLA MATERIE SCIENTIFICHE . .- - 


Se da taluno, per lo ‘sin qui detto, inferir si 
volesse, che la tenacità mostrata dalle nazioni 

iù potenti, e più rinomate nello attenersi al- 

‘uso della propria lingua da altro non proceda; 
se non se da nazionale orgoglio, ed altro frut- 
to non produca, eccetto quello di mantener di- 
stinti, e colla impronta dell’ original loro carat- 
tere i popoli - troppo andrebbe lungi dal vero. 
Era un erròre dell’antica politica il darsi a. cre- 
dere, che divise fossero le diverse società civili, 
affinchè le une aspirassero ad ingrandirsi sog- 
giogaudo affatto, distruggendo, rendendo tri- 
butarie, od almeno abbattendo la possanza, le 
ricchezze scemando, ed il commercio delle al- 
tre. Una più umana ragion di stato ha convin- ‘ 
to (i Filosofi almeno) che il vero bene di una 
particolare nazione non può andare disgiunto 
da quello della universale umana società. Se un 
determinato popolo coltivar intendesse la lingua 
materna, e ne facesse uso in tutte le scritture 
per giungere una volta a costringere le altre na- 
zioni a servirsene, con danno de’progressi del 
sapere, e della coltura presso le medesime, ben 
lungi per questo di meritar lode, si vorrebbe 
da tutti, come presuntuoso , biasimar altamen- 
te. Non intraprendo pertanto.in questa parte 
dell'Opera mia a persuadere, e consigliare al- 
cuna determinata nazione a far uso della propria 
lingua per arrivare un giorno a sottomettere, a 
dir così, le altrui, e a dominare sulle rovine 
loro; ma intendo bensì di mostrare, che da 


— = Tg — > — Cer 
+ venire e 


- 


USO DELLE LINGUE VOLGARI $.r. 19 
tutte per bene generale delle scienze, delle arti, 


della universale istruzione, e coltura si dee ado-. 


perar la lingua loro materna in ogni opera d’ins 


gegno. . 
$.I. Connessione tra le idee, ed i segni. 


Che nelle bell’ Arti. toccar non si possa la 
più alta meta scrivendo in lingua non propria, 
è stato da uomini di finissimo intendimento, e 
vie maggiormente dalla esperie»za dimostra- 
to (16;. Quello, che è degno di più special con- 
siderazione si è,’ che non pochi, e non leggieri 
vautaggi ne deriverebbono per l’accrescimento 
dell'umano sapere qualora la materna liugua si 
adoperasse da ognuno per trattar cose scientifi- 
che. Quando sì fatta pratica generalmente si se- 
guisse, più facile riuscirebbe il comunicar i pro- 
pr) pensieri, meno recondite, e più familiari a 
tutti diventerebbono le scienze, si perfezione- 
rebbe ogni volta più il linguaggio , e meglio ri- 
sponderebbe all’intelletto di chi se ne serve, 


«came la mano di un esercitato, e valente dise- 


gnatore segue il concetto, che quesii tiene iu 


mente racchiuso. Quante volte non si ‘perde 


un pensiero, perchè non sì presenta tosto una 
frase per esprimerlo? Le lingue tutte in due co- 
se principalmente servono di ministre alle scien- 
ze; a somministrar primieramente una abbon- 
dante copia d’idee mediante le voci, che ne so- 
no i segni; a fornirle in secoudo luogo chiare, 
precise, ed esatte il più che si possa per mezzo 
di voci diverse, e di diverse frasi ad un tal fine 
appropriate. Ora se le scienze non parleranno 


(16) Algarotti Opere T. HT. Saggio sulla neces. ec. Ret- 
tinelli Lett. di Virgilio all’ Arc. e Risorg. d’Italia . Th. 


Ceva 5ylva de Ling. Lat. 


18 LIBRO PRIMO, CAP. IH. 
le lingue volgari, ron mai avranno queste se 
gni, che rappresentino oggetti scientifici. Os- 


‘ servò il dotto Michaelis (17), che l’idioma Boe- 


mo è affatto privo di voci apparterenti a cose 
di mare, perchè que’ popoli non ne hanno idea, 
essendbne troppo lontani. La nazione pertanto, 
nella cui lingna materna colta non si scrivono 
opere dottrinali, e non si tratta quistione veru- 
na appartenente a scienza , sarà mancante d’idee 
oltremodo. | 


Se questa difficoltà poi, collo studio di lin. . 


gue dotte morte, o straniere; si può superare 


dalle persone letterate; non potranno mai des- 
se con qualunque anche ostinata fatica vincere 


altro ostacolo ai progressi del: sapere, che na- 


sce dalla inesattezza delle idee, che presenteran- 


| no sempre le voci di una lingua dalla materna 


divèrsa. Azioni, che sono materialmente le me- 
desime, osserva un-profondo Inglese (18), che . 
non solo sono moralmente buone in certi casi, 
eattive in un altro, ma che inoltre son tenute 
per innocenti, e lodevoli in una contrada, e ri- 
putati odiosi mancamenti in un’altra: che le 


definizioni del furto, dell'omicidio, del tradi- 


mento sono diverse secondo le leggi dei diversi. 
paesi, e conchiude perciò, che le voci, le quali 
esprimono i doveri esterni degli uomini in una 
lingua non hanno equivalente preciso in un’ al- 
tra. Ora se ciò interviene trattandosi di lingue 
vive, trattandosi di voci esprimenti cose rile- 
vanti ; delle quali gli uomini si pigliano cura di 
fissar per legge, od almen per consuetudine il 
significato, quale confusione, quale oscurità non 


IT 7) Influ: des lang. sur les opin. | 
i 18) Ferguson Inst. de ‘Philosoph' Mor. cap. III. sess. 
1. 


pei 


» 


USO DELLE LINGUE VOLGARI È. IT. . 19 
ne nascerà ove si tratii di lingue morte, e di 
quelle’ voci, che non sono state fissate per leg- . 
ge, 0.per uso costante, ma vanno vagando po- 


. pelarmente, o:corrispondevano a idee inesatte, 


ad opinioni diversissime. dalle correnti, a co- 
stumi, a_modi, a leggi, di-cui non si ha più 
notizia , o si ha incerta, e vacillante ? 


- 6. IL Le lingue viventi sono di miglior uso. 


delle morte per filosofare, e per negoziare. 


Ben ‘si comprende la verità del sinquì divi- 
sato dalla maggior parte degli studiosi, i quali 
ancorchè. versati nelle lingue antiche, qualora 
# principale intendimento loro non sia il fare. 
studio di lingua, o di ammirar le bellezze de- 
gli oratori, e poeti Greci, e Latini, ma bensì 
di dar opera da -dovvero ad una scienza, pre- 
feriscono sempre, sia per istudiare, come per 
iscrivere, la lingua, che naturalmente, o per 


| esercizio fatto, intendono maggiormente; una 


liagua corrente, che ritardi loro il men che sia 
possibile l’ intelligenza de’ concetti altrui Jeggen- 
do , ed il manifestare, e spiegare i propr] scri- 
vendo, o ragionando, cosa, che nessuna lingua 
può far meglio della materna. Quanti uomini 
dotti in Greco, ed in Latino, quando lo scopo 
delle ricerche loro è di cose, e non di lingua 
nè di stile, si valgono, se non altro, per rispar- 


| mio di tempo, di traduzioni, e non ricorrono 


ai fonti, se non quando vi può esser pericolo 


«di errore, e che da una voce, o da una frase 


può dipendere .la- diversa intelligenza di un 
qualche testo importante? | | 

Quanti non vi ha, se pur tutti non sono, 1 
quali ove si tratti di vincere la difficoltà di una 
materia spinosa, ed astrusa, in cuì forza, € 


» 


20 | LIBRO PRIMO, CAP.-II.. 


tontenzion continuata di mente sì richicgga, nen 
amino meglio che sì faccia uso della lingia ma- . 
terna? Per poco che diversa sia una costruzio» 
ne da quella, che si adopera nella lingua di co- 
lui, che studia; per poco che ritardi a presen- 
tarsi alla mente di lui il significato di una sola 

voce , può far tosto smarrire il lago sottil filo 

di un raziocinio profondo, di una speculazione 

importarite, che già si stava per afferrare, e rac- 
cogliere in un punto. i. : 
. Quello, che succede meditando gli scritti al- 

trui, a più forte ragione, e più frequeutemente 

interviene nello speculare, e nello steudera, e 
manifestare i proprj pensieri. Un filosofo quan-. 
do trova nella sua lingua una voce già \ado- 
perata , che corrisponda , sebbene inesattamen- 
te, ad una idea, la rettifica, e ne fissa, e deter- 
mina il significato; e quando manca affatto il 
vocabolo non teme in caso di necessità di conlar- 

lo di nuovo. Quante nuove voci non ha intro- 

dotto, dice il sig. Michaelis (19) ; la filosofia Vol- . 

‘ fiana nell’ Idioma Tedesco, ed a quante non ha 
cangiato l’antico significato? Ma se egli scrive 
‘in lingua morta, è privo affatto di questa. liber- 
tà. Ecco il motivo per cui barbari erano, e con 
ragione per certo rispetto i più sottili tra gli 
Scolastici, anche dopo che già erasi ristabilito 
il vero buon gusto della. sana, e purgata Lati- 
nità (20). Dicevano essi doversi lasciare il pre- 
gio di eleganza a coloro, che andavano dietro al- 
le parole non alle cose, a”gramatici, agli uma- 
nisti. Si erano perciò formata una lingua Lati- 
na a lor modo, un gergo pieno di barbarismi, 


Ù 


’ 


(19) De l Influ. des opin. sur les lang. p. 10... Sua 

(20) Il Pallavic. prefaz. alla Storia del Conc. dice che 
gli Scolastici, ed 1 Legisti hanno una agevole, ed iguo- 
bile efficacia di stile. 


USO DELLE LINGUE VOLGARI €. Ir. 21 


che adoperavano con una libertà tale, che ne 
risultava un impasto, un colore del tutto alieno 
dalla vera -Lingua Latina, un linguaggio, che 
ritiene ‘assaissimo dei rozzi dialetti popelari, 
che comunemente parlavano. Godevano mag- 
giori privilegj scrivendo in quel lor Latino, che . 
se avessero fatto uso di lingua volgare, atteso- 
chè in quella guisa ognuno sì creava, a dir co- 
sì, un linguaggio. a senno suo; il Pomponazio 
perciò asseriva non saper altra lingua dalla Man- 
tovana in fuori, quantunque in lingua Latino- 
barbara, e non in puro dialetto Mantovano 
dettate abbia egli le opere sue scolastiche. 5 
Gli Aristotelici più acuti, i Giuristi, i Teologi' 
più profondi non volevano impaccio nello sten- 
dere i prosaiocul loro, non volevano badar'a 
cose di lingua, nè adoperar lingua , che rallen- 
‘tasse il corso de’loro pensieri; che anzi dopo 
il rinascimento «delle lettere Latine riguardava 
no con dispregio. quegli tra loro; che facevano 
professione di Latinisti, e non era del tutto a 
torto. Non so qual giureconsulto spregiudicato 
scancellava, per attestato del Bodino (21), dal 
ruolo de’ Giureconeulti l'Alciato, chiamandolo 
Ciceroniano; e d’altro canto lo stesso .coltissi- 
mo Germonio, che tra’ primi la purgata Lati-- 
nità, e la Romana erudizione introdusse nella 
giurisprudenza ecclesiàstica , il Germonio (22), 
io dico, lodatore.instancabile degli Alciati, dei 
Budei, de'C luiac], degli Agostini, mette Barto- 
lo alla testa di tutti i Giureconsulti, anche per 
‘ sentimento del sopraccennato coltissimo Antd- 
nio Agostino, che il chiama il miglior di tutti - 
| topo Giustiniano. Del resto poi a nessuno da 


(a) Praef. ad Method. Mist. 
lisi Ses. Pomer. sess. IP. p. 366. 


22 =. LIBRO PRIMO, CAP. IT. 
moderni giuristi della scuola di Alciàto, e di 
Cuiacio attribuì il dottissimo Grozio (23), che 
pur n'era ottimo conoscitore, quel vanto da lui 
dato a quelli della prima scuola Italiana, tutto- 
chè semibarbarica , chiamandoli ottimi legisla- 
tori anche-allor quando erano cattivi interpreti. 

Chi scrive in una lingua non sua, antica, e 
straniera , 0 convien che scriva barbaramente, 
o è necessario che scriva conmistento, e con fa- 
tica, senza speranza di poter mai giungere alla 
eleganza , alla forza di quegli scrittori, che sì 
fatti idiomi adoperarono come proprj, e nativi, 
L’entusiasmo ha luogo anche nel ragionare più 
‘astratto, e nelle materie più spinose, e sottili’, 
A che adunque spegnerne il fuoco, a che ritar- 
darne l’impeto coll’impaccio di dover cercare, 
e scegliere voci , e frasi, che mai non si affac- 
ceranno alla mente con quella prontezza, con 
cui si presentano le proprie? Chi aspira alla 
gloria di elegante scrittore servendosi di lingua 
diversa dalla materna, oserei dire, che non 
penserà mai originalmente, non sarà mai genio 
sommo nelle scienze non meno, che nelle bel- 
le arti, nè potrà dire giammai con Dante: 

< +, + + « 10 mì soh un, che quando + 

e Natura spira noto, ed a quel modo 

-* s Che detta dentro vo siguificando. ‘ 

Il comporre a centoni* come di necessità far 
si dee adoperando una lingua morta, quando 
sì voglia che elegante riesca la dicitura , suppo- 
ne una fentezza., ed un freno nello ‘scrivere, 
che non sarà mai il caso né del genio profondo 
investigator delle cose, nè di una immaginati- 
va forte, e_creatrice. Siccome i poemi affatto 
nuovi , ed originali furono tutti dettati in lin- 


23) De jure B. et P. proleg.. 


USO DELLE LINGUE VOLGARI $. II. 28 


gue. viventi, parimente in idioma materno ste- 
sero i più acuti pensatori le speculazioni loro, 
od almeno in un Latino così fatto, che, come 
quello appunto degli Scolastici, più si accosta- 
va alla Latinità di Teofilo Folengo, che a quel-_ 
la di Cicerone. Quanto è scorretto, impuro, sgra- 
maticato , e barbaro il Latino, in cui sono det- 
tati diversi i inni della Chiesa, sequenze, e ritmi 
composti ne’secoli di mezzo, che altronde però - 
sono più teneri, più immaginosi , più affettuosi, 
ed espressivi , che non gli inni eleganti del Fla- 
minio, e del Vida? In così fatto rozzo Latino è 
pure dettato il libro della Imitazione di Cristo, 

‘ che dallo spregiudicato filosofo Fontenelle (24) ‘ 
è riputato il miglior libro, che uscito sia di ma- 

. no .d’ uomo; Latino assai più espressivo , che - 
‘non sia quello Cicerpniano, in cui pretese vol- 
tarlo 1’apostata Savojardo Sebastiano Castalio- 

ne (25): e trai Cronisti parimente de’ tempi di 
mezzo raccolti dal Muratori riescono assai più 
piacevoli, più vivaci, ed.espressivà quelli, che 
affatto barbaramente scrissero, e senza prendersi 
cura nessuna della lingua, che non quelli, i 
quali alcun poco conservarono di buona frase 
Latina . L’ Azario, e Guglielmo Ventura sono 
più originali di molti ‘altri, perchè più rozzi. 
. Chi ha cose nuove da dire conviene che in gran 
‘parte si formi una Lingua, come una nascente 
repubblica ordina le classi de’ suoi cittadini; ed 
allo stesso modo che dopo serrato il Consiglio 
l'autorità sovrana restò in Venezia presso le fa- 
miglie in esso comprese, così presso degli anti-. 
chi Latini scrittori è depositato I erario delle 
voci Laine; ; il quale nonsi può in verun mo- 
do più accrescere da’ moderni. 


{96) T. IT. p. 74. Amster. 1754. Vie de Gorneilt 
ada Fontanini Bibl. T. IL p. 456.0 


è 


54 LIBRO PRIMO, CAP. II. 


: Sebbene le cose tutte di religione vadano in 
Hicu: Latina, pratica che era in vigore più na 
mai nel sesolo XVI.; ciò non ostante la lingu 
Lat .a serviva di lingua di apparato anche allo- 
ra, non già ci lingua di discussione, che era 
l'italiana. Di fatti i presidenti del Concilio di 
Tresto adopcravano ne’ loro gravissimi dispac- 
ci diretti al cardinal Borromeo il linguag- 
gio Italiano, come si ravvisa da non pochi di 
essi riferiti dal Lagomarsini (26). Ed il car- 
dinal Commendone s il più destro negozia- 
tore, ed il più indefesso che. forse abbia av u- 
to la corte di Roma in quel secolo, servi\a- 
si eziandio della lingua lvaliana nelle Memo- 
rie (27), in cui rendeva conto delle commis- 
sio;:i addossaiegli. Non tutti quelli adunque , 
che possedono una. lingua antica, e straniera 
ameran meglio perciò di iero , 0 deitare’ 
in esse materie astruse, e dottrinali , o appar- 
tenenti ad usi, ad arti, ad affari, a negozia- 
zioni correnti, piuttosto che nella ‘propria. È 
se più particolarmente ragionar volessimo del- 
la lingua Latina, oltre alla difficoltà, che ne 
risulta ( massimemente per conto di certe scien- 
ze moderne ) dalla novità delle cose da spicyar- 
si, ed oltre alla impossibilità di essere ad un 
tempo elegante al sommo da una parte, € dal-| 
l’altra originale, e profondo , si avrà sempre 
un nuovo osuitolo, ed intoppo nel viricere la 
sottigliezza della materia involta in segni, e vo- 
caboli sicuramente meno comuni de’ ‘volgari. 
Se in Italia, e fuori d’ Italia si fece uso sì gran- 
de , a sì esteso di una così chiamata lingua Latina 


DI 
e 


» 
(26) Note alla epist. del Poggiani. 


(27) Poggiani Ep. T. III. p. 262 ep. 303. V. la Vita del 
| Commendone del Graziani. 


SL. 


USO BELLE LINGUE VOLGARI $. m. 25 


scrivendo di cose dottrinali, moltà nè sono 
i motivi, che si verranno in progresso ‘partita- 
mente annoverando; i principali di questi sono 
îl darsi falsamente a credere, che le lingue vol- 
gari atte non fossero a spiegar concetti scienti- 
fici, il mistero, ed il letterario orgoglio. 


S. HI. 2 servirsi delle lingue volgari nelle 0- 
pere d'ogni specie è il mezzo più proprio 
per render colta una intera nazione. 


Ma quand’anche dagli scienziati superar. si 
potessero tutti i divisati ostacoli, il più forte 
motivo che vi abbia per persuadere a dettare 
ogni opera instruttiva, e dottrinale in lingue 
volgari resterebbe tuttavia in suo pieno vigore 
per lo rispetto di diffondere le scienze, il buon 
gusto, e la coltura in ogni ordine di, persone. 
Distingue ottimamente il signor Michaelis (28) 
le nazioni dotte in due specie; ‘comprende la 
prima quelle, ‘che pr ‘oducono molti scienziati, 
od almeno scienziati di un certo ordine; la se- 
conda quelle, ove nel grosso della nazione vi 
sono più cognizioni, vale a dir quelle, dove i 
gentiluomini privati, le persone di guerra, di 
manegg gio, di traffico , i i cortigiani, i magistra- 
ti, gli artigiani stessi, e gli abitatori di contado 
hanno maggior estensione di lumi, un gusto più 
fino, e più pur gato; ed osserva , dii ì popoli, 
‘che si trovano in questi ultimi termini hanno 
mai sempre una lingua più ricca di quelli della 
prima specie. Non è impossibile, soggiunge e- 
gli, che sorgano dei gran Botanici in una na- 
zione, che parli una lingua scarsa di vocaboli 
appartenenti a Botanica , ma dove la lingua bo- 


(33) Infl. des opîn. sur les lang. P. n 
Vol. l. S 2 


2 


26 . © LIBRO PRIMO, CAP. II 
tanica è pyù ricca si possono acquistar cognizio- 


ni di tal genere perfino dalla infanzia, efar più 
grandi progressi nella gioventù. Quello, che 
dice questo dotto Tedesco ragionando della 
scienza de’ vegetabili, oguun vede, che appli- 
car si dee ad ogni arte, e professione; ed ecco 
pertanto il motivo, per cui dove la lingua po- 
polare è lingua ad un tempo colta, e lingua do- 
minante, colta eziandio, instrutta, e gentile si 
è la-nazione, e non succede quello , che inter- 
viene talvolta altrove, che uomini dottissimi 
in alcuna professione trovinsi nella dura neces- 
sità di walersi della penna altrui. per potere 
spiegare tollerabilmente in alcuno idioma i pro- 
pr) concetti. sala ci 

I Sassoni sono i più colti popoli della Ger- 
mania, i Toscani dell’Italia, e la nazione Fran-. 
cose è la più colta di tutta Europa generalmen, 
te parlando, perchè la lingua delle leggi, de' li- 
bri, della istruzione non è diversa da quella, 
‘che sa parlare il popolo eziandio più-abbietto . 
È per lasciar da parte Francesi, ed Inglesi, 
quella nazione medesima, che in fatto di dot- 
trina e di buon gusto arrivò al più alto grado 
di perfezione, Intendo la Greca, di nessun'altra 
lingua mai non fece uso, se non se della pre- 
pria, il che mirabilmente. giovò a rendere le 
scienze popolari, ed a formare un’ Accademia, 
‘a ‘dir così, della Grecia intera. Quando una 
lingta diversa dalla adoperata dalle gentili bri- 
gate s'impadronì de’ collegi, e delle adunanze, 
e dispute letterarie , il sapere divenne barbaro , 
e resiò confinato in certi determinati limiti. 
Restarono le scienze, quasi in un popolo, o 
setta a parte, coucentrate in una poco nume- 
rosa classe di persone, continuando .l’ignoranza, 
e la rusticità a dominare nel popolo; il che non 


USO DELLE LINGUE VOLGARI £. III. 27 

. e. e 3°. ° i 
è da dire quai pregiudicj arrechi non ché all’ u- 
niversale della nazione, ma eziandio a’ letterati. 
medesimi. Non è già il popolo solamente, che 
si risenta della ‘barbarie antica qualora i libri 
non parlino la sua lingua , ma le stesse persone 


dotte non si spogliano mai dei pregiudicj lette- 


rar], nè.si tergono da quella ruggine, che in 
una vita lontana dalla società si contrae. In 
somma le scienze, le arti, le instruttrici, e di- 


rdzzatrici della vita , le delizie vere degli nomi- 


ni, Ja vera gloria delle nazioni non diventano. 
mai in questo. modo famigliari, e comuni, 
non discorrono mai per twtte le vene, nè vivifi- 
cano in ogni parte l’intero corpo politico di uno 
Stato. - i a. | 

H tempo, che passò dal Mille insino al Mil- 
letrecento fu pure l’ epoca, in cui una lingua 
a tutti i dotti comune, che chiamavasi lingua. 
Latina, signoreggiava in tutta Europa, per non 
esservi ancora ‘alcuna lingua volgare regolata, 
il: che sembra essere il desiderio di certuni, 
eppure quanto rozza non era quella dottrina , 
quanto poco diffuso il sapere nel generale delle 
nazioni? Tanto erà rozza, e per conseguente 
feroce a que’ tempî l'Europa, che Leibnizio 
fissò in que’ secoli 1’ epoca della maggiore igno- 
ranza dominante. La prima nazione, che ebbé 
scrittori volgari degni di venir paragonati cou 
quelli dell'antichità fu la nazione più colta, è 
fu l’ Italiana; ma cominciandosi in appresso a 


coltivar le lingue volgari, si separarono le per- 


sone di lettere in due classi: }’ùna di quelli 4 
che professavano dottrina soda, e severa : 1’ al- 
tra de’ begli ingegni, che aspiravano a spiccar 
nelle brigate galanti .. Quindi 1’ affettazione, ed 
il fasto pedantesco ne’ primi, e le del tutto su- 
perficiali, e leggiere cognizioni , la svoglia- 


. 28 LIBRO PRIMO, CAP. II. 


tezza, l’avversione alla fatica, ed il disprezzò 
- della vera dottrina ne ni : 

Non altro ostacolo, se non la pratica di scri- 
vere in lingua dalla volgare diversa tenne la 
dotta, e laboriosissima nazione Tedesca per 
tanto tempo lontana da un sapere elegante 
sparso per ogni ordine di persone sia d'alto 
allare, che brillanti, e gentili. Comunemente 
‘in Germania (diceva anni sono il rinomato 
scrittore delle Memorie di Brandeburgo (29) ) 
il pedantismo infetta, e contamina insino i poe- 
ti. ]l linguaggio delli Dei è prostituito dalla boc- 
ca di un qualche oscuro reggente di collegio. 
Le persone ben nate son troppo non curanti, 
sou troppo altiere per discendere a maneggiar 
la lira di Orazio, o la tromba di Virgilio. Il 
Barone di Cata usc'to di schiatta nobile, il 
Pope della Germania, fw de’primi a darsi a cre- 
dere, che il vanto d’ingegno non potesse giun- 

ere a macchiar la chiarezza de’ suoi naiali. 
Pure c' c'ò non ostante gran tempo non è ancona 
| passato, dacchè al celebre Montesquieu (30) 
venne dato’ sinceramente, è con tutta serietà 
un avviso da un gentiluomo di corte in Vien- 
na; che mal si confacesse a persona distinta il 
comparir autore, essendo tai cose da lasciarsi 
. a’ polverosi-maestri di collegio . 

Nou succedeva già così -mercè il non esser- 
vi tal divisioni di linguaggio, e perciò di genio, 
nell’ antica Grecia, quando Socrate del pari che 
Aspasia istruivano conversando, e scherzando, 
ben lungi di ostentar superiorità, e di salire 
in cattedi@i. a.far pompa di sapere con impe, 
riosiià , e letterario sopracciglio. Questa contra 


è SA 


‘ (99) Tom. Il. p. 139. 
(80) Leu. fam. v. 


mme E 


USO BELLE LINGUE VOLGARI $. HI. 29 


ria pratica di non. -separar la lingua del sapere 
da quella delle grazie, e del piacere, la filoso- 
fia dalla vita attiva, i profession di lettere 
dalle funzioni della magistratura , del ministe- 
ros ‘del comando delle armi fu sicuramente ca-. 
gione principalissima della eccellenza , a cui 
pervennero gli antichi. L’udire i filosofi è ag- 
guagliato da Tcrenzio-(*) alle caccie, ed agli 
altri diporti proprj della giovanile età; e si è a 
gran torto, esclama Montagne (31), sl sempre 
ingegnoso, e vivace Montagne, che si dipirgé 
la filosofia a’giovani come inaccessibile, e con.. 
un aspetto aggroîtato , tristo , e severo; “niuna, 
‘cosa vi ha più gaja, più gioconda, più lietay e 
.baldarnzosa a dir così. Un gabinetto , un giar- 
‘dino, la tavola, la compagnia, e la. solitudine, 
il mattino, e la sera, qualunque - luogo, qua- 
lunque ora è sempre a proposito per. la filuso- 
fia, che ha il privilegio d’insinuarsi in ogni co- 
sa. Invitata da Platone al suo convito, Con 
qual destro, e garbato modo non si adatta al --- 
tempo, ed alle ‘circostanze? Siccome la strada ,: 
che si fa passeggiando in una galleria non istan- 
ca tanto, tuttochè maggiore d’assai, come qua- 
lora altri prefisso siasi di recarsi ad un luogo. 
determinato, nella stessa guisa incontrandosi 
 Pistruzione così alla sfuggita senza disegno; od ‘© 
obbligo di tempo, e di luogo, e véntado ad 
incorporarsi con tutte. le ‘azioni nostre, fa il 
corso suo senza generar fastidio nessuno . | 
Ora come mai diventar potrà l'istruzione 


lai 


| domestica ,e famigliare , congiungersi conti- 


(*) » Quod lesi faciunt laplescenigli ì 
» Ut animum ad aliquod studium adjungant, aut equos 
» Alere, aut canes ad venandum , ant ad philosophos. 
°T d°- And. act. I. sc. £. 
(31) Èssais, liv. I. chap. 26. n. 8. et 9g. 


3o LIBRO PRIMO, CAP. HM. * 


nuamente alle operazioni della vita, quando 
parli lingua diversa dalla volgare, e natia? Il 
solo cangiare di lingua sarebbe come voler da- 
re il segno, che si ascende in cattedra, si esige 
attenzione, e silenzio, e che si fa pensiero non 
più di conversare, e di passar leggermente sen- 
za impegno da cosa a cosa, dal dotto al comu- 
ne, dal serio al piacevole, dal severo allo: a-- 
meno, ma di gravemente, e magistralmente 
parlamentare. n 


- $.IV. Sé scioglie un’ obiezione del Cardinale 
°«. Pallavicini contro l'uso di dettar in lingue 
| volgare i Trattati dottrinali. 


Il Cardinal Pallavicini per dimostrare che” 
nelle scritture di materie erudite si vuole ado- 
perare la lingua Latina, prende a confutar }’ o- 
pinione del Muzio (32), il quale affermava l’i- 
dioma Italiano esser più comune del Latino 
dundaridosi su questa considerazione; che l’Îta- 
liano oltré all’essere inteso dalle Italiane per- 
sone, lo era eziandio da tanti stranieri, i quali 
o per bisogno, o per:diletto ne avevano fatto 
studio, che perciò. a tanti non poteva estendersi 
l'intelligenza dell’idioma Latino. Ma i libri. 
- Italiani ( riflette il Pallavicini ) che trattano 
materie dottrinali non si dirigono a tto il vol- 
go d’Italia, e pochi di coloro, che ignorano la 
lingua Latina sono capaei di trarne profitto; nè 
parimente, soggiunge egli, scrivonsi a que’mer- 
catanti di straniere nazioni, che per necessità dei 
traffici loro apprendono l’idioma Italiano, e con- 
chiude che tra coloro , i quali per acutezza d’in- 
gegno , e per tintura di lettere. possono inten- 


(32° Prefaz. al Trattato del Bene. 


> 


USO DELLE LINGUE VOLGARI $. iv. 31 
derli, e profittarsene in.tutto.il mondo, certa 
cosa è che maggior numero d’uomini sa il lin- 
guaggio Latino, che il nostro. Questo argo- 


‘mento potrebbe pigliar maggior forza, e vigo- 


re, ove alla lingua Francese si silatiasie per- 
chè si è quella lingua vivente e parlata ds ona” 
nazione più numerosa. della Italiana, e perchè 
è intesa in quasi tutta Europa non solo dalle 
persone letterate, ma eziandio da tutte le gen 
tili e brillanti. 

Con tutto ciò io stimo che sulla provino così 
fatte ragioni. Le opere scicutifiche non s’indi- 
rizzano soltanto a. quelli, che dotti sono, ma 
anche a quelli, che bramano diventarlo, anzi a 


| questi principalmente sori dirette; ora di posto 


quanti non vi ha, i quali risolvendosi di dar 
opera in età già alquanto provetta ad una qual- 
che scienza grave, ‘e non conoscendo a tra , 
fuorchè la ‘propria’ lingua, ove premetter vi 
debbano lo studio di un idioma incognito ai- 


fatto, abbandonano l'impresa? So che diilicit——— 


cosa si è che uomini così fatti riescano uomini 
sommi; servono. nondimeno: a diffondere il sa- 


pere, a farlo apprezzare, a rendere una nazione 


più instruita, a far applaudire al merito dei v. ri 


dotti,a somministrare occupazione a persone, che 


passerebbono altrimenti il tempo nell’ozio, od 


mu cose peggiori dell’ ozio, servono in somma 


indirettamente a mantener vive le scienze, ed 
a spingere qualche raggio’ ad illuminar quelle 


| classi di persone, che ne son più rimote, essen- 


do, come testè dicea, i libri diretti piuttosto ad 
istruir chi non sa, che ad occupar chi è già ad- 
dottrivato. I libri di erudizione, di fisica, di 
matematica, di filosofia, ed si di scienze. 
teologiche, di cui-abbonda la Francia, furono 
quelli, che resero la nazione più colta, e più 


39 LIBRO PRIMO, CAP. H. >» 


instrutta d’ogni altra di Europa. Questo si è 

uno de’ motivi, per cui l'Accademia delle scien- 

ze di Parigi sempre volle che in Francesc det- 

tate fossero le sue Memorie, di modo che non 

fu permesso ad un uomo grande come il Cassi- 

ni, Italiano qual era, d’inserir in que’ volumi le 

| sue dottissime osservazioni nemmeno in lingua 

Latina, trovadosi sempre alcuno degli Accade- 

- mici apparecchiato a tradurle in Francese. E. 

quando dopo lunga dimora fattain quel regno, 

essendosi riconosciuto tal volta mal tradotto, 

entrò in pensiero di stendere i suoi pensameuti 

in. Francese idioma , universali furono gli ap- 

plausi che ne ottenne, di ciò con lui congratu- 

landosi lo stesso Monarsca, Ed è veramente da 

dolersi che questo fatto narrato dal celebre Mon- 

signor _Fabroni (33) non lo abbia spinto lui 

medesimo a stendere quelle eleganti vite d’ Ita- 

liani scienziati piuttosto in lingua Italiana, che. 

nella Latina. Quanti che dotti non sono le leg- 

—_——gerehbono, e s ‘invoglierebbono di diventarlo 

quando dettate fossero desse in lingua nostra ?. 

Che all’incontro essend8, come sono, Latine, 

non pochi anche più che mezzanamente addot- 

trinati, nelle cose massime fisiche e malemati- 

che, o non le leggono, o certamente cou miuo- 

re avidità e diletto di quello che farebbono. 

quando quella tarita. eleganza più particolar- 

mente alla lingua, ed alla nazion nostrà appar- 

tencido, più “direttamente mirasse a renderla 

chiara, illustre, e rinomata; tanto più che ol- 

tremonti tra la gente legziadra, e brillante, se- 

gnatamente iu Francia, son forse. più quelli, 
che leggono l'Italiano, che non il Latino. 

Per” farla breve, lo” scopo. principale .di un 


f 


© (33) Zitce Ital, doctr. excel. vol. 1F°. pag. 256... 


-— e, 
USO DELLE LINGUE VOLGARI $. iv. 33 


autore esser dee, rendere la scienza, di cui trat- 
«ta comune il più che si può nella nazione per la 
quale ci scrive, e quest’intento in nessun modo 

meglio couseguir si puo come scrivendo nella 
lingua propria. Non è adunque necessario il ve- 
nir a confronti di lingue, nè di cercare qual sia 
idioma, che aspirar possa alla universalità in 
Europa per istabilir la massima , che ciascuno 
scriver debba d’ogni materia nel suo linguaggio 
natìo. Importa , che le scienze giunger possano 
a quella perfezione maggiore, “diccui sono ca- 
paci, non già che un libro inteso sia da tutta 
. Europa, e se l’adoperar le lingue volgari nei 
tratiati scientifici contribuisce, come è dimostra- — 
to sopra , a'loro più rapidi e più estesi progres- 
si, bastar dee questo ‘rispetto per determinare 
ogni nazione, che abbia liugua, ad abbracciar 
un sì fatto partito. N ou è forse cosa più vantag- 
giosa che ogni singolar nazione sia vie più col- 
ta, e più addottrinata, abbia un carattere suo 
proprio , vanti scrittori originali, che le scienze 
si avanzino a più gran passi verso il sommo, di. 
quello - ‘che importi una qualche maggior fac: li- 
tà, che ritrovino per avventura aleuni dotti nel 
‘comunicarsi più prontamente i pensieri loro?. 
Non è adunque l’ambizion nazionale, ma il ve-. 
ro ‘bene delle scienze e della umanità intera, che 
persuader dee, ed animar ogni seienziato a far 
uso in ogni materia anche dotta e profonda dcle 
la lingua propna i 


SV. L'uso delle lingue volgari nello opere 
scientifiche non rende il sapere di più diffi- 
cile acquisto 


Ma a questo pr oposito esclamano £ gli appassio- 
uati fautori SH lingua Latina: che pur troppo 
2 


» + 


34 LIBRO PRIMO, CAP. IT. 


la pratica di dettar opere d’ogni ragione in lin- 
gue volgari e proprie delle contrade diverse in- 
trodlottasi i in Europa rende di più difficile ac- 
.quisto il sapere, ebblisando a studiarle tutte 
quante sono, o tenendo separate, e disgiunte af- 
fatto irremissibilmente le diverse nazioni per 
ciò che a scienze, ed a dottrina sì appartiene. 
Quando peraltro, replicherò i io, mediante tal uso 
ogui nazione in Europa fosse più colta, le scien- 
ze fossero più diffuse, e capaci di far. progressi 
maggiori , il che ne sarebbe una conseguenza, 
ancorchè le produzioni d’ingegno così agevol- 
mente non pervenissero alle estere nazioni, e si 
comunicassero vicendevolmente tra’ dotti, man- 
cherebbono perciò forse i buoni Hbri di andar 
una volta nelle mani di tutti? Dacchè diverse 
lingue volgari regolate esistono in Europa l’in- 
conveniente è inevitabile; e se si vuole arrivare 
a conoscere intimamente le diverse nazioni; che 
le parlano, conviene intenderne l’id’'oma. Chi 
sa il Latino, intende soltanto que’dotti stranie- 
ri, che ne fanno viso nelle composizioni loro, 
ma chi intende le lingue straniere intende dotti, 
ed indotti, il che come giovi maggiormente ad 
unir tra loro popoli diversi, ognun sel vede: 
non essendo i soli dotti coloro, da cui i veri 
dotti sappiano trarre utili cognizioni. > 
Qualora si desse un miglior sistema alla let- 
teraria educazione non sarebbe poi cotanto dif- 
-ficile, trattandosi di lingue viventi, il farne ima- 
parar più d'una, se non a segno di parlarla, 
e di scriverla correntemente, quanto almeno è 
necessagio per intenderle, cosa vie più f rcile 
uando ciascuno si restrinugesse alla intelligenza 
| de’libri della profession sun. La d'fceoltà di ap- 
‘ preuder lingue diverse viventi non è tanta quan- + 
ta appare a prima fronte: in Costantinopoli è co- 


® 


USO DELLE LINGUE VOLGARI $. vi 35° 


sa assai comune l’udire un fanciullo parlar Fran- 
cese col padre, Greco y olgare colla madre, e Tur- 
co co’ suvi coetamrei , e Miledi Montague (34,25) 
‘sicura aver conosciuti fanciulli in quella città di 
tre o quattro anni, che parlavano Italiano, Fran-. 
cese, ve ar, . Tuscoe Russo , il qual ultimo idio- 
ma imparano Gedinariagiente dalle nutrici foro, 
‘ che sonodi tale contrada. Negli eserciti Ausiria- 
ci poi qual è quell’ Ufficiale disinvolto, che nono 
abbia tre o-quattro lingue.in pronto dilemmi 
sime tra loro di genio, e di carattere, la Tede- 
sca, la Francese, la Boema, l' Italiana? Quante 
liuzue non: stadisno. i giovani Russi di qualche 
riguardo secondo gli stabilimenti del signor Bet» 
scki, e quante pure non s’insegnano in tutti 
collegj di Germania, massime trattandosi di gio- 
vani destinati alla guerra ;;od alla mercatura? 
Ove si tratti adunque di loi “ue vive, e sì pren- 
da per tempo una miglior via -di quella che co- 
 munemente sì adopera vello-insegnar il. Latino, 
e ci restringiamo*alla semplice intelligenza , ed 
all'uso per necessità, è indubitato non esser 
po» cosa tanto ardua. f) giungere a posseder le 
‘ lingue più celebri di Europa. E quando costrin- 
gere non volessimo i professori di scienze esat-. 
te, e severe a farne studio; mancano forse i 
traduttori, e col solo dia la lingua Fran- 
cese non sì ha forse.il mezzo’ di leggere ogni 
opéra dotta o erudita che venga alla luce, e 
dettata sia in altra lingua volgare ® ignorata? IL. 
Francesi potrebbono fare per questo capo nel- 
la letteratura, ciò. che gli Olandesi, ed altre 
potenze marittime fanno nel cominercio, co- 
municar a tutta Europa ì. prodowi delle conira- 
de più disgiunte e rimote. -. 

| (34) Letters Writen duringher Travels ec. let. XL. p. 
178,179. Paris 6179: | RR au 


36 | °——°‘’LIBRO PRIMO, CAF. II 


CS VLT raduzioni di opere scientifiche , 
ed istruttive . 


. Non mi è ignoto quali e quanti sieno i biasi» 
mi che si danno a’tradattorf anche più valenti, 
e quanto difficil sia il tradurre da una lingua in 
un’altra , potendosi riguardar ciascheduna come 
intraducibile a cagion del suo particolar carat- 
tere, frutto sia del clima, che del governo , del 
genio , degli studj, e delle occupazioni de' 

poli. Ma convien distinguere in due classi gli 
scrittori tutti. O son, dessi autori di opere ap- 
partenenti a eloquenza, a poesia, a letteratura 
amena, in una parola di componimenti dì ra- 
gion dell’immaginativa, oppure di libri dot- 
trinali, instruttivi, e di seienze esatte . Quanto 
a’ primi si verifica. ciò che è detto, che ogni 
lingua ha certo colore; certo andamento, certi 
vezzi suoi propr), che non si possono esprime- 
re con parole, e con frasi equivalenti in un’al- 
tra; sono fiori, che appassiscono, perdono la 
natìa loro freschezza, e vivacità traspiantandoli, 
‘per quanto morbido sia il terreno, che li riceve, 
e destra ‘la man che li coltiva. Le migliori tra- 
duzioni in questo primo caso non agguaglieran- 
no mai l’originale, ed il loro-merito consisterà 
sempre nello accostarvisi più o meno. SI 

| La cosa non va però così ove si tratti di scrit- 

- ture della s8conda maniera , vale a dire scienti- 
fiche, e dottrinali. Una proposizione di Euclide 
si dimostra egualmente in una traduzione Lati- 
na, o volgare, purchè il traduttore non ignori 
la geometria, come nell’ original Greco; ma chi 
potrà dipingere e rappresentare con egual calo- 
.re, € forza nelle lingue moderne un quadro di. 
Omero, o di Virgilio? Oltre. a ciò dal sistema, 


- MI, 
N 


USO DELLE LINGUE VOLGARI $. vi. 37 


dal filo del raziocinio, dal complesso di tutto 
un libro scientifico ne risulta una tal luce, che, 
quando dotto pur sia il leggitore , corregger po- 
trà i difetti medesimi di una traduzione imper- 
fetta. Per questo motivo asseriscono certuni, 
che S. Tommaso, senza sapere punto nè poco 
di Greco; meglio di ogni altro abbia inteso 
Aristotile quantunque da ‘lui meditato sulle. 
barbare traduzioni Latine derivate da altre an- 
teriori in lingua Arabica. | È 
Se per una parte: adunque, per arrivare al 
sommo nelle arti di ragion dell’ immaginativa, 
vuolsi scgivere in lingua natia; d’altro canto 
non potrà mai chi ignora la lingua originale 
giungere a gustar tutte le bellezze di opere così 
fatte per eccellente che siasi il traduttore. Chi 
vuol trarre il maggior diletto possibile dalle più 
celebrate opere di pittura convien che osservi, 
ed esamini le ‘tavole medesime pennelleggiate 
dagli Artisti, e non già che si appaghi di rimi- 
rarne soltanto le stampe. Non interviene però 
così nelle opere di architettura, ed in tutte quél- 
le, che vanno soggette a linee, ed a calcoli. Le 
prospéttive geometriche degli edificj, le piante, 
gli spaccati, i disegni esatti delle fortificazioni, 
delle macchine, non selo riescono bastanti per 
darne una chiara idea, ma ‘servono inoltre ad 
imprimerla più precisa nella mente, e a darci 
una cognizione più circostanziata, e più minuta 
dell’opera stessa, mettendo sotto gli ‘occhi, co- 
me in una notomia, i diversi aspetti, e le parti 
principali del tutto l’una dall’altra distinte, 
.separate, e sconnesse. o o 
| Ciò posto, se si tratta di opere originali ap- 
partenenti a poesia, ad eloquenza, a bella let- 
teratura è pressochè impossibile, che le tradu- 
zioni riescano nulla più di stampe più o mero 


380 LFBRO PRIMO, CAP. II. 


perfette di quadri originali; ma quando ‘sieno 
traduzioni di libri scientifici savanno piante (E 
disegni di macchine, e di edificj , che esattamen= 
te, e talora anche con maggior precisione del- 
‘l'oggetto medesimo, gli rappresentano. Gosì 11 
Genovesi consiglia chi vuol farsi a leggere il 
dotto Trattato della legge naturale di Cumber- 
land di servirsi piuttosto della tradùzion Fran- - 
 cese di Barbeyrac, che non della stessa ope- 
ra drigliao: 


8. VII Non vi sarebbe inconveniente quando | 
si trattassero in lingua” volgare del cose 
appartenenti alla religione. 


Un più grave inconveniente, che quello non 
. sia di obbligare allo studio di più lingue, o di 
doversi valere di traduzioni, pretendono. alcuni 
di ravvisar nella pratica di stender trattati di 
cose scientifiche nelle lingue volgari. Questo sì 

è il prostituire che si fa in tal modo, come di- 
du essi (35), al volgo le cose giavi. o sopra 
tutto il far diventar trattenimento degli oziosi 
que’ punti dilicati di religione, che vogliono es- 
ser discussi da uomini saggi e prudenti. Riflet- 
ter peraltro si dee, che una-tal foggia di ragio- 
nare suppone che la religion vera, in senso di 
cotesti troppo timidi zelatori, abbisogni di quel 
velo misterioso, con cuì coprivano. le false i 
rovinosi loro fondamenti; della qualcosa nulla 
dir si può di più. assurdo, dacchè uno de’ più 
luminosi pregi della Cristiana verjtà si è il non 
| temer altro, se non se le tenebre, e il venir 
fuori più fulgida esaminata dall’occhio più per-. 
spicace nella piena luce del giorno, esame, che 


(35) Lampiltas , saggio della letter. Spag. t.] IL p. iovec 


USO DELLE LINGUE VOLGARI 6. vit. 39 


ben lungi di sfuggire chiede essa, ed implora 
incessantemente da’suoi più ostinati nemici. 
Di fatti gli antichi Padri Greci e Lativi trat- 
tavano nelle lingue loro correnti le quistioni le 
più recondite, più sottili, e più importanti di 
religione, e non già in Ebraico, lingua dalla mag- 
gior parte di essi, e svgnatamente da uno dei 
più dotti, vale a dir da S.. Agostino, ignorata a 
un tal punto, che sulla imperizia di essa una 
ingiusta accusa contro di loro intentò, lo serit» 
tor Tedesco della Storia della filosofia, voglio 
dire il Bruckero (36). Se vi potesse esser peri- 
colo di scandolo in questa parte sarebbe sicura- 
mente per conio delle traduzioni de’ Libri Sacri 
in liague: volgari. Eppure queste non fureno. 
mai dalla Chiesa vietate, e si diele ordine sol- 
tanto con precauzioni prudenti, che non si spar- 
| gesse il veleno col mezzo di- volgarizzamenti, 
in ispecie dopo che insorséro i novatori nel se- 
colo XVI. Che anzi nelle prime sessioni del 
Concilio general? aperto in Bologna, e prose- 
guito in Trento venne prescritto che si dovesse- 
ro: tradurre in Italiano: molti scritti :de’ Santi Pa- 
dri, e l’incumbenza venne addossata al celebre 
amico del’ Casa Galeazzo Florfmonte Vescovo 
di Sessa (37). Di questo fatto ne consta e dalle 
traduzioni tuttora esistenti, eda una- lettera 
scritta al cardinal Cervini che fu poi Papa Mar- 
cello I. , tuttochè non si legga in alcuna delle 
- due famose storie del Concilio di Trento; e tan- 
ta era la voga, che aveva preso questa ‘cosa, 
che Annibal Caro forbito, ed elegante corti- 
giano, traduttor ne’ primi suoi anni delle Pa- 
(36) V. Bonafede, storia della filoggfia tom VI. p. 45. 
(37) Goujet Disc. sur le renouvellement des etudes p.. 


490. /isc. sur l’hist. Eccl. de 1 leury. Par. 1273 l.ife of 
Reginald Pole by 1A. Philips. vol. I. p. 432. Oxford 1765. 


4o LIBRO PRIMO, CAP. IF. 


storali di Longo (38), e negli ultimi dell’ Enei- 
de di Virgilio, impiegò la sua penna in tradur-. 
re eziandio sacre orazioni ad istanza dello stes- 
so Papa Marcello. 
Ad ogni modo, ora che l’empietà sì serve 
> per diffondere i suoi errori delle attrattive delle 
lingue volgari, e perchè ostinar sì dovranno i 
savj, e religiosi uomini a voler trattare lc cose 
di religione in lingua recondita? avrebbe forse 
.il Bossuet recato quel vantaggio, che recò al 
‘Cattolicismo i in Franeia, qualora dettato avesse 
. le dotte sue composizioni teologiche in Latino 
idioma? e potrebbono forse al presente con 
iscritture Latine i difensori della religione por 
argine in quel regno alla incredulità? Si è il ca- 
so della eloquenza, che vorrebbono alcuni se- 
veri filosofi sbandire dalla umana società. Se i 
malvagi se ne prevalgono per riuscire ne’ loro 
disegni perversi, e perchè non dovrà esser per- 
esso lo armarne eziandio la verità? Senza che, 
nota un difensor della lingua *Italiama, l'Abate 
Buganza (39), anche dove cerchiamo istruzione 
e giovamento li bramiamo per natura congiunti 
al diletto; ed ‘è  unegabile , che nelle scritture 
stesse dottrinali*quello , che viene dalla purità , 
e sceltezza dello stile ( eleganza, che non si può 
mai ottenere in sommo grado come nella pro- 
pria lingua, e che non riesce mai come in essa 
sì cara ) è.il diletto più durevole, e permanente. 
d’ogni altro. L’argomentar sottile facilmente 
annoja, il movimento degli affetti, perchè feri- 
sca vuol esser passeggiero , le imagini, e lc fi- 
gure in troppa copia riescono fievoli, e senza 
‘ vigore, il solo stile onde si tesse il componi- 


» 
(38) Gio. Battista Caro let. dedicat. di i osadio tradu- . 
zione. 


(39) Disc. p. 39. pe . 


sd empprricae © > rc = 


USO DELLE LINGUE VOLGARI $. vit. 41 


mento è capace di tenere il lettore attento, e di 
- @dilettarlo insino al fine. 


S, VIII Senumenti de' Dia chiari letterati Ita= 
| diani moderni intorno allo adoperar la lin- 
gua volgare in ogni opera istruttiva. 


Certa cosa è adunque per lo sin qui divisato . 
che si vuole ogni volta più stabilire Y uso di 
scrivere d’ogni materia iu linguaggio colto ma-. 
terno, non ostante lc ragioni apparenti contro. 
una sodio pratica allegate da alcuno degli usi 
antichi vedi tenaci. Così usarono di 
fare tutte le nazioni più rinomate dell’ antichi- 
tà, così usano a’ dì nostri non che Francesi, ed 
Inglesi, ma Tedeschi, e Svezzesi, e Moscoviti. 
medesimo non fard rimanente lungo re- 
gistro di tutti gli scienziati Italiani, che in lin- 
gua patria dettarono le opere loro anche scien- 
tifiche, e dottrinali, i quali tutti tener si deb- 


| bono in conto di partigiani di questa opinione. 


Per restringermi a quelli, che exprofesso spie- 
garono in questo particolare il sentimento loro, 
e parlarono come si suol dire in massima, il 
dotto Vallisnieri valente illustratore della storia 
naturale, a lungo, e partitamente in favor della 
lingua Volcase. ‘arringò in una sua prolusione, 
animandoci ad imitar anche in questa parte Gre- 
ci e Romani, e cercando in ogni modo di disto- 
glierci dal far tributo delle speculazioni nostre 
‘a lingue morte o straniere (40). E da questa pro- 
lustone un anonimo autore trasse soggetto di 
una lunga, ed erudita dissertazione, nella quale 
ei modi stranieri introdotti in un colle stranie- 
re lingue in Italia, e l’iguoranga vituperosa della 


(40) O». del Vallis Tom. HII. 


4o LIBRO PRIMO CAP. II. 


nostra, anche presso le persone altronde instruite. 
meritamente sì riprendono. Nè diversamente 0-0 
pinarono dal Vallisniefi il celebre, e sensato 
Muratori, e quel brioso, e fervido ingegno del 
Genovesi. Il primo di essi non solo confortò 
sempre i letterati a servirsi della lingua materna 
nelle composizioni loro d’ogni maniera, e la 
maggior parte delle opere sue dettò in lingua 
Italiana, ma di più fatto vecehio, una delle ope- 
re sue maggiori e più celebrate, le Antichità 
Italiane de’ tempi di: mezzo ( quasi pentito di 
averla da prima stesa in Latino idioma ) voltò 
| in linguaggio Italiano, traduzione, che viene dai 
medesimi più dotti antiquarj per l’uso comune 
all’opera Latina preferita. sa 0 
Il Genovesi poi niun’altra cosa mostrava aver 
maggiormente a cuore, e più sovente inculcava, 
che di far parlare ‘alla lingua volgare la lingua 
| della filosofia. Non sono a- parer suo da ripu- 
tarsi popoli colti, senon se quelli, dove le scien- 
ze, e learti vi parlano la lingua naturale; per- 
ciocchè le lingue, al dir di lui, son come vasi, 
che contengono le nostre idee, e la nostra ragio- 
ne, onde pretendere non si può di esser uomini 
enni in un paese, ed avere i vasi della 
ragione in un-altro, esclamando in fine che le 
scienze sarebbono ‘state sempre forestiere in Ita- 
lia infino a tanto che non parlassero la lingua 
del popolo. Nè contento di incoraggiar altri a sì 
falta impresa, s’accinse egli stesso a stendere in 
lingua volgare un corso di filosofia , che avrem- 
mo a quest’ ora perfetto, e compito a grande ono- 
re della nazione, e dell’autor suo , se prematu- 
ra morte non.avesse troncatò sì lodevole disegno 
 Jn gran parte perg condotto a termine. Nè già 
egli si rivolse all’ Italiano per difficoltà, che pro- 
‘vasse nello seriver Latino; cheanzi avendo sem- 


i 


USO DELLE LINGUE VOLGARI $. vii. .43 
pre nella sua prima età fatto ‘uso di quell’idio- 
ma, gli dovette costar non poco il formarsi uno 
stile Italiano , il che per-wero dire non gli riuscì 

‘gran fatto, avendo in quasi ogni opera sua variato 
maniera. i I si 
—_ Un’operetta indrizzata a provare questo me- 
desimo assunto, e seguendo principalmente le 
orme dal Genovesi segnate, dettò, non pochi 
anni già son passati, l'Abate Giovan BattistaBu- 
ganza (41). Ed in vero il propagarsi, che fa una 
verità così fatta per le Ttaliche provincie è un 
sicuro presagio, che allignar debba una volta in 
tutte, e.che s’abbiano.a vedere sbandite, le pra- 
tiche contrarie , sradicati i pregiudic), trionfare, 
e difendersi il sapere, che si tenea in duri ceppi 
ristretto .. - È ai 
Che più? tanta è la forza della verità , che nel- 
lo stesso secolo XVI., che fu il secolo princi- 
palmente in Italia de”Latinisti, non furono già 
soli i Campanella, edi Tassoni, spiriti bizzar- 
‘ ri, intolleranti, ed amatori di novità, che ab- 
biano mostrato desiderio, che ognì materia scien- 
tifica, cd instrutuva in lingua volgare si trattas- 
se per rendere la coltura, ed il sapere comuni, 
e popolari. Lascio da parte l’acuto filosofo Pe- 
ripatetico Pomponazio, di cui ho toccato sopra, 
e lascio da parte eziandio il suo più elegante di- 
scepolo Speron Speroni, che con tanto calore 
, lo studio della lingua volgare coltivò, e prumos- 
se. Quello, che forse riuscirà nuovo a più di. 
uno, lo stesso elegantissimo Paolo Manuzio , 
forse il maggior Latinista, ed il più Ciceronia- 
no, che sorto sia dopo il rinascimento delle let- 
tere Latine, fu costretto a confessare , che allo 


{ 


— ‘(41) Discorso intorno alla lingua , di cui servirci dob- 
am o ec. Mantova 1771. - bi 
: S ° 


2 


SR _ 


44 .- LIBRO PRIMO, CAP. tt 


insegnarsi le scienze in lingua dalle volgari dio 
versa attribuir si do:cano i pochi progressi fat- 

| tisi insino.a ° tempi suoi nella filosofia. Egli ci 

-— Chiema agli stessi luminosi esempj dell’ antichi. 
5 tà; loda 5] famoso D. Diego Urtado di Mendoza, 
perchè sebbene dotto in Latino, iu Greco, i in Ara- 
bo, ed in altri idiomi, pure nello scrivere la lin-- 
gua natia Spagnuola adoperava; e quasi presrgo 

| della rivoluzione, che seguir dovea nelle scienze, 
ragiona delle scoperte, che si sarebbono fatte 
nella natura delle cosé , quando la lingua mater- 

na alla dignità delle scienze s'innalzasse (*). Ed 
in-fatti il merito del secolo seguente ( secolo che 

- sicuramente fu più filosofico del tanto vantato 
XVI.) non solamente consiste nello essersi DE 3 


-% . . - 


(*) » Annos triginta ponimus in verbis percipiendis, 
» quantulum spatii restat,,ut res ipsas consideremus? 
» licet ad antiquitatem anvimum referre : num aut Grae-. 
» ci illi philosophi, quorum nomen celeberrimum est, 
» ea, qua, ab /giptiis acceperant /Egiptio potius quam 
» patrio sermone scripta reliquerunt, aut nostri aliè- 
-» ‘na lingua non domestica sunt usi, cum ea qua vel 
. » de Gracis sumpserant, vel ipsi pepererant in usum 
» posteritatis explicarent? Corìistat apud omnes gentes , 
» qui suas cogitationes litteris mandare voluerunt, eos 
» fere iis esse.verbis uso8s quorum significationem matris 
» in gremio cognovissent, quod item nostra state si fie- 
» ret facile -contingeret.... utin philosophia, veterum 
» inventis non nihil, vel etiam non parum addi posset; 
» neque errim eos qui fuerunt usque eo cogitatione, in- 
» genioque processisse ekistimandum est, ut iis , qui fu- 
» turi suni, quod praterea cognoscerent nihil relique- 
» rint. Multa latent adhuc retrusa, atque abdita, que 
» eliciat; et evocabit in lucem si quis investigandis ra= 
» tionibus, et perscrutandis rerum caussis, ab ineunte 
»: state suum studium dederit, quod ab iis fieri, com-. 
» mode non potest, vel potius nullo modo potest, qui- 
» bus non ea lingua, in qua alti educatique sunt, sed ea. 
» qua veteres utebantur scribere consilium est. 
P. Manutius ad Dieguga Aurlad. de Mendoza în Phi- 
Pesoph. Cic. P. I. 


OTT 


1. ——-_—  —e- er 


USO DELLE LINGUE VOLGARI $. vin. 45 


tate tanto innanzi le scienze in Italia, in ispecie 


fisiche, ma nello averle fatte*parlare la lingua 
Italiana, e nello avere tutti i grand’ uomini Ita- 
liani di quella età, gli vomini sommi, quelli, 
che come Galilei, come Sarpi . come Montecuc- 
coli variarono l'aspetto delle ‘facoltà , cui diede- - 


. dero.opera, in Italiano idioma spiegate le sublt- 


mi loro speculazioni, e le profonde opere det- 
tate, che li resero immortali. LIA 


DIMOSTRASI , CHE CIASCUNA NAZIONE DEE AVERE 
| UNA SOLA LINGUA VOLGARE COLTA , E CHE LA 
ITALIANA y E LA FRANCESE ) NON POSSONO ESSERE 


ENTRAMBE AD UN TEMPO LINGUE VOLGARI COLTE 
IN PIEMONTE... ela di 


Dopo esser vemuti rninutamente divisando i mo- 
tivi, che più Sodi, e di maggior forza sembrati 
ci sono ad effetto di stabilir la massima, che o- 
gni casa, non meno appartenente a scienze ché 
a bella letteratura, stender si debba in lingua 


. volgare letteraria , strano parer dovrà sicuramen- 


te a più d’ uno, che ancor si abbia da risolvere 
altra quistione per determinare qual sia la lin- 
gua di cui ragionar intendiamo; ed a -ponderar 
inoltre, se più d’uno possa essere l’idioma vol- 
gare colto in alcuna contrada. Indispensabile re- 
sta nondimeno il trattarle, quando alla pratica 
della nazion nostra restringer vogliamo il più. 
ampio soggetto infino ad ora discusso, 


460 LIBRO FRIMÒ, CAP. ITI. 


6. I. Diverso concetto, in cui son tenute in 
Piemonte la lingua Italiano, e la Francese; 
conseguenze che ne derivano. 


Se confessar vogliamo apertamente il vero, 
F'attual sistema nostroin fatto di lingua, ed in cui 
già da gran tempo ( qualunque siane la cagione ) 
ci troviamo, è tale che la lingua Italiana viene 
riguardata come la lingua d’ istruzione popola- 
re, delle cose di religione, e de’ tribunali, e de- 
‘gli autori gravi; la Francese all'incontro come 

uella della gente leggiadra , delle gentili briga- 
ie, delle nobili persone, e segnatamente delle 
gentildonne più spiritose, e di chi ambisce la 
‘gloria di persona brillante. Ora da quanto si è 

detto sopra ne risulta, che lo esaminar partita- 
| mente, se gli scrittori Piemontesi d’ogui ma- 
niera servir debbansi tutti di una sola lingua 
scegliendo tra 1’ Italiana e la Frarleese; oppure 
se gli autori di certi generi di opere valer si deb- 
bano dell’una, altri dell’alra; non è quistione 
meramente letteraria,ma politica altresì, e si ri- 
duce a considerare, se sia spediente che il genio 
della nazione divenga Francese del tutto, o del 
tutto Itzliano ,oppur se meglio convenga lasciar, 
che una parte della nazione resti per questo ris- 
petto , a dir così, Italiana, e l’altra Francese, 
quale si è il caso nostro presentemente. 
| Edin fatti certa cosa è y-che da non pochi Ita- . 
liani veniam riguardati come nazione appena 
Italiana, tuttochè de’ Francesi in"nulla veniamo 
per nazion Francese riconosciuti. Il marchese. 
‘Orsi (42), che prese a difendere pareechi scritto- 


. (42) Consideraz. del March. Orsi. Dial. VII. $. VIII. 
p. 376. Modeua 1755. | 


UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. 1. ‘ 47 


ri ‘Italiani a torto censurati dal P. Bouhours, ab” 
battendosi in un’accusa data da. questo letterato 
| Francese al nostro troppo a’ suoi tempi famoso 
Abate Tesauro, non si credette di aver miglior 
modo per uscir di mano dell’ avversario, e di- 
fendere in questa parte l’onor d’Italia (. vera- 
mente difficile a sostenersi qualora fosse stato. 
tutto: riposto nel buon gusto di quel nostrb A- 
bate ), che di negarlo per Italiano; e vediam 
tutto giorno rigardarsi la nazion nostra per que- 
sto rispetto come un miscuglio difficile a defi- 
nirsi. Facciamoci pertanto avanti ogni cosa a 
considerare se il rimariere in questa situazione 
indecisa -in fatto di lingua non porti seco alcuno. 
inconveniente, e non sia per arrecare danni non 
piccioli alle lettere, ai progressi della coltura 
tra noi, e scemar quella affezion medesima, che. 
verso la patria nutrir si dee. | 
. Se d'cessi, che nessun ente intermedio nella 
gran catena della natura fu giammai riputato . 
pirfetto, che gli animali anfibj sono per l’ordi- 
nario schifosi, e deformi, che le nazioni semi- 
barbare peggiori: sono delle barbare. affatto, in 
somma de nessun ordine, che nessun instituto , 
che non parta da un solo principio , e che da un so- 
lo spirito mosso non sia, non potrà mai riuscir 
vantaggioso, e produrre grandi effetti, se tutto 
ciò dicessi, mi servirei di argomenti, od ora- 
torj soltanto o soverchiamente spceulativi , ed 
astrusi. Quello che affermar si può senza tema 
di errore si è, che una nazione , la/quale in due 
s1‘divida , in vece di avere il carattere di entram- 
be, non ne avrà veruno; e che i diversi ordini 
di persone, che la compongono non saranno 
mai tra di loro in un solo corpo congiunti a quel. 
grado, che il sarchbono qualora non regnasse 
questa diversità di genio , diversità che dall uso 


_ 


* 


48 LIBRO PRIMO ; CAP. ITI. 


principalmente di lingua diversa procede . To 
non asserirò mai che un popolo per amar la pa- 
tria debba avere in odio le altre nazioni; convien 
. essere ben poco ragionevole, e poco umano per 
aver mestieri dell’ odio per incentivo all amore; 
ma per lasciar da parte, che quando avvien che 
si parli di classi numerose di persone, ancorchè 
della nazion medesima, si vuol concedere assai 
al volgo, ed a quelli, che volgarmente pensano, 
sfido l’anima più spregiudicata, ed il cuor più 
sevs'b'le, che non si senta con minor affezione 
portato verso coloro, che hanno un genere di 
vita, un modo di conversare, di pensare, di a- 
gire diverso dal suo jin una parola verso Ie per- 
sone di una nazione diversa, quali nel caso di- 
visato diventerebbono in certo modo le diverse 
classi degli stessi concittadini le une rispetto 
alle altre. 


8.II. Non sussiste l'esempio de' Romani e degli 
Italiani antichi per pravare che si possono 
aver due lingue colte ad un tempo. 


È 3 


‘Ma dirà taluno: non trattasi di dividere una . 
nazione in due corpi di genio, d’indole e di lin- 
gua diversi, ma di fare bensì che le singolari c 
‘medesime colte persone di una stessa civil socie- 
tà abbiavo due liugue per le mani, e le ‘possieda- . 
dano a segno di valersi dell'una, e dell'altra 
all'occorrenza indifferentemente. I Romani, di- 
ranno essi, non coltivavano la lingua Greca in 
un colla Latina? I due idiomi non esercitavano A 
come osserva il sopraccitato sig. Gibbon (43), 
al tempo stesso la loro scparata giurisdizione 


‘® 


(43) Stor. della decad. dell’Imp. Rom. tom. I. cap. II. 
‘P. 64. 


UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. 11. 49 


per tutto l'impero, il primo come il natu- 


ral linguaggio delle scienze, il secondo come 


‘il dialetto legale degli atti pubblici? E quelli tra’ 


Romani, che ‘congiungevano la coltura delle 


| lettere alla pratica degli affari non erano egual- 


mente versati nell’uno e nell'altro, sì che quasi 
impossibil era il ritrovarne alcuno, che una li- 
berale educazione avesse ricevuto, ;] vale ad un 
tempo stesso la lingua Grica, e or del 
Lazio non sapesse, e secondo le occorrenze non 
adoperasse?-Gli Ebrei, che vengono dagli eru- 
diti chiamati Ellenisti, studiavano, parlavano, 
e si servivano parimente della lingua Greca ol- 
tre alla nativa Joro . E malte Provincie alla Fran- 
cia confinanti non si valgono indiflerentemente 
della nazionale, e della Francesc? che più? (pro- 
seguirap dessi a “dire ) i primi padri medesimi 
dell’Idioma italiano, non furono ottimi cono- 
scitori della lingua Préi enzale, cd antica Fran- 
cese, e scrittori ‘giundio, come, per allegarne 
un solo famoso esempio tra suoli , il fu lo stes- 
so maestro di Dante ser Brunetto Latini? E nel 
secolo XVI., il secolo tanto vantato della lin- 
gua e della letteratura Italiana, non si coltiva- 


‘ rono del pari, e con egual felice riuscita de La- 


tine lettere e le Italiane? ? Ora se una Jivgua che 
imparar si può solamente da’ morti scrittori, 
parlata da un popolo, i di cui costumi, modi, 


religione, ed arti son materia di dotte discussio- 


ni, e d'interminabili controversie, se una lin- 
gua così fatta, si studiò , e giunse ad essere co- 
nosciuta ed usata pressocl:& al pari della propria 
dagli Italiani nella età tanto celebrata dei Medi- 
ci, e perchè non potranno i Piemontesi; oltre 
alla Italiana, siudiare, scrivere e ah egual- 


mente bene la Fiaticese: avendo in pronto, ol. 


tre a dotti, eleganti, e leggiadri scrittori, là vi- 
Vol. 1. 3 


50 LIBRO PRIMO , CAP. III. 

va voce di tanti uomini d’ingegnq di quella na- 
zione, con cuì possono conversar di continuo ? 
Tanto allegar potrebbesi da chi prendesse a 
difendere l’attual sistema per conto di lingua, 
in cui trovasi il Piemonte; e le ragioni addotte 
stimo che sien quelle tutte che possono recarsi 
in mezzo per giustificare la pratica presente. Io 
non voglio affermare (sebben vi potesse esser 
ragion di affermarlo ) che la lingua Francese sia. 
al dì d’oggi nelle nostre contrade, per rispetto 
a certe singolari persone , ed a certi ordini me- 
desimamente, la sola lingua colta esclusivamen- 
te da essi adoperata; concederò che i più spre- 
giudicati, i più assennati coltivino e possiedano 
egualmente questi due idiomi. Mi ristringerò 
bensì ad osservare, che se nel primo caso ( vale 
a dire quando in due corpi si dividesse la gente 
letterata e colta della. nazion nostra, uno dei 
quali parlasse in lingua dall’ altro diversa) due 
diverse nazioni, quanto alla foggia di pensare 
e di agire, verrebbono per dir così a formarsi 
nel medesimo paese; d'altro canto, quando le 
stesse singolari persone si servissero di due lin- 
gue ad un tempo, e le parlassero indifferente- 
mente, ne deriverà per necessaria conseguenza, 
che ,.0 ne preferiranno sempre una in lor cua- 
re, o non giungéranno mai a sapere nè l'una, 
nè l’altra perfettamente. Men male sarebbe a 
arer mio separare e dividere in due classi i 
etterati e le colte persone di un paese per que- 
sto rispetto, che il tentare od il lasciar intro- 
durre negli individui medesimi duc gen) con- 
tradittorj. So che in mente di non pochi Pie- 
montesi è la lingua Italiana in concetto di. lin- 
gua di gravità , e la Francese di vezzo, allo stes- 
so modo che non so qual principe chiamava la 
sua consorte compagna in dignità , e la favorita 


| UNA SOLA LINGUA VOLGAR® 6. ir. 51 


compagna per diletto. Ma non vi sarà forse ra- 
gion di temere che i furtivi amori coll’amica 
non diminuiscano, e raffreddino gli aftetti di 
molti cuori ben fatti verso la legittima sposa? 
senzachè una delle due lingue mentovate esser. 
dee presso la nazione, e nello spirito di ciascu- 
no in concetto di lingua nobile, e 1’ altra rima- 
ner nel grado tutto al più di lingua cittadine- 
sca. Ora qual sarà la persona d’alto lignaggio , 
di maneggio, di corte, di guerra, quale la da- 
ma brillante, che scrivere e parlar voglia in 
una lingua considerata per dirla in una parola 
come la lingua de’ Frati, e de’ Curiali? . 
. Per qual motivo non trionfa la scena tragica 
in Italia, avvegnachè fantasia, sensibilità, lin» 
gua, metro, entusiasmo, tutto în ‘tale impresa 
‘arrida’ agli Italiani ingegni, avvegnachè tutto 
cospiri a farli riuscir felicemente? Non altra si 
è la cagione, se non perchè il primo spettaco- 
lo, il signorile, il principesco, si è l’opera in 
musica, edi poeti, e gli attori tragici ben son 
lungi dal poter ottenere le ricompense, ed an- 
che gli onori e gli applausi, che ottengono in 
Italia, e fuori d'italia i chiamati virtuosi, e 
virtuose col loro ‘seguito numeroso di sonatori, 
é di operai, a dir così, di teatro. Se la lingua 
Frapcese sarà in Piemonte la prima, giammai, 
sì saprà, giammai s’apprezzerà l’idioma Italia-, 
no dai grandi, e specialmente dalle ‘dame pri- 
marie e colte, che son pur quelle, alle quali in 
un co’poeti vien concesso persino dal dotto Mi- 
chaelis :1° impero delle lingue; e gl’ ingegni 
straordinarj non saran mai ingitati a dettar le 
opere loro piuttosto nella Italiana’ che nella 
Francese favella. Nè serve il dire che dividono 
essi i loro pensieri, ed i loro affetti tra la na- 
tural lingua, e la forestiera diventata necessa- 


Nn 


» 


Da -IBRO PRIMO, CAP. III. 


ria. Il regno delle lingue mal comporta le di- 
visioni al pari degli altri; se una non comanda, 
è umiliata, assoggettita, trattata da serva per 
non dir da schiava, e tuttociò, che è oppresso 
e conculcato non può esser mai grande, nobile, 
‘nè generoso. Vien biasimato meritamente il 
gran Macedone da Quinto Curzio (44), per- 
chè nelle lettere, che spediva in Europa do- 
po aver debellato Dario servivasi dell’ antico 
ancllo, e su quelle che gli affari dell’ Asia ri- 
sguardavano improntava il sigillo della gemma 
a questo fine ‘adoperata dal vinto Monarca di 
Persia, quasichè con questo esteriro segno mo- 
strasse di non aver animo bastante di reggere 
entrambe le nazioni con un solo spirito, nè 
capace di sostener la fortuna di entrambi gli 
imperj. Egual riprensione meritan coloro, che 
non hanno la grandezza d'animo di dichiararsi 
di una nazione, e che improntano i concetti lo- 
ro collo stemma di segni tolti da una lingua 
straniera, che tanto val come dire, con modi 
stranieri, non essendo altro, come più sopra 
si è mostrato, le voci diverse dalle diverse na» 
zioni usate, che rappresentazioni, e segui di 
pensieri e di costumi diversi. 

Una nazione dove più lingue abbian corso co- 
me lingue volgari letterarie, è divisa in più 
nazioni, ed il popolo non sa lingua veruna. Da 
ciò ne segue che il gusto ,di queste, a dir così, 
diverse nazioni sarà differentissimo; pedante- 
sco quello de’letterati; svogliato quello della 
gente leggiadra, e delle brigate gentili; rozzo e 
plebeo quello del popolo. In Francia la plebe, 
egualmente che i dotti, e la nobiltà, gusta, ‘ed 
ammira Voltaire, Racine, Moliere, In altre 


' 


(44) Curt. ib. PI cap. PI. 


UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. II. 53 


«eontrade certa generazion di letterati vuol tra- 


gedie, e commedie grecheggianti: opere musi» 
cali, e traduzioni dal Francese querule e pian- 
genti i begli ingegni e viventi in società; il po- 
polo scurrilità buffonesche (nel che ha. minor 


| torto) e maravigliose, forzate rappresentazioni. 


romanzesche . D'altra parte qualora una lingta 
sola da tutta la nazione principalmente come 
propria si coltivasse, si amasse, si avesse in 
estimazione, oltre ai rispetti toccati dello invi- 
gorirsi vie più Famor della patria , ed il carat- 
tere. nazionale, e di congiungersi con vincoli 
più saldi il corpo politico, quanti altri beni 
non ne verrebbono? quanto non diventerebbe 
più comune la lingua volgare colta, quanto non 
sarcbbe più. facile l’ impararla? pri pa 
facilità non appresterebbe agli scrittBri per ispie- 
gare i loro concetti? sarebbe inoltre molto più 


agevole, che la gente minuta e rurale una lin- 


gua colta avesse, una oltre al proprio dialetto 
ne intendesse, il che esprimere non si può 
quanti vantaggi porterebbe seco, sia per ren-. 
derli in generale meno rozzi e feroci, sia per 
instruirli.ne’ doveri loro, cosa che resta presso- 
chè impossibile ne’ termini, in cui si ritrova 
questa essenzialissima parte della nazione, ri- 
dotta, se ben si riguarda, alla intelligenza del- 
l*unico suv popolare dialetto E qual maggiore. 
stimolo alla gloria non avrebbono gli sscrittori 
Piemontesi qualora sperar potessero di conse- 


guire gli applausi riuniti di tutti i concittadini 


loro, i quali se sono i più difficili, gli ultimi ad 
ottenersi ., sono però appunto i più dolci, i più 
consolanti, i più cari e graditi. Qualora tutta. 
la nazione si riuvisse ad accettar la lingua Ita- 
liana per propria, ed a far omaggio ad essa di 


tutte le: acquistate cognizioni, qualora ogni or- 


54 LIBRO PRIMO , CAP. HI. ì 
dine di persone: ne facesse studio, l’apprezzas- 
se, l° adoperasse, quale ampio, maguifico e 
splendido teatro non si aprirebbe innanzi agli 
autori? che all’incontro al presente ehi detta 
opera poetica alquanto sublime (che si è pure 
il genere più popolare secondo i moderni costu- 
paî ).in lingua Italiana, rinunciar dee alla tante 


‘ da’ poeti ambita lode, ed agli encomj della più 


iii 


bella metà della-nazione, la quale legge bensì 
avidamente, e gusta i Voltaire, i Bernard, i 
Marmontel, gli Arnaud, i Beaumarchais; ma, 
se vogliam confessare il vero, non va molto in- 
nanzi nella intelligenza del Tasso, del Petrarca, 
e degli altri lirici nostri di grido, e forse non 
intende il tanto rivoltato Metastasio, quando 
non parla d’amore. 

Le naziortt; di cui si è sopra parlato , le quali 
banno fatto uso , per quel che sembra, di più 
di una lingua ad un'tratto, o coltivarono le 
lingue antiche, e straniere per erudizione, e pet 
rendere più ricco, e più perfetto il proprio 
linguaggio, o studiarono lingue antiche soltan- 
to, oppure se tal pratica tengono di avere due 
lingue indistintamente in conto di lingue vol 
gari colte, ne provano parimente i perniciosi 
efletti cel perdere, o corrompere in gran parte 
il genio, l'indole, il carattere patriottico. Lo 
affaticarsi per giungere all’ acquisto di una lin- 
gua antica già morta, per conoscerne tutte le 
bellezze , per servirsene con eleganza , disinvo]- 
tura, e venustà, che fu ciò, che tentarono Pe- 
trarca, e Boccaccio, e recarono poi ad efletto 


nel secolo XVI. molti nostri letterati Iraliani 


rispetto alla lingua Latina, può im vero eztan- 
dio apportare alcun pregiudicio alla lingua vr 
vente volgare, pregiudicj, che forse dovremò 
accernar partitamente più sotto. Quello, che è 


. È UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. nm. 55 


| certo però non darà mai un’aria straniera alle 


composizioni volgari; tanto più quando la lin» 
gua antica, di cui sì tratta, abbia connessione 
per ragion d'origine, e di genio colla lingua 
volgare vivente parlata da una determinata na- 
zione. Le composizioni volgari saranno in mi- 
nor numero. perchè men riputate; avranno un 
andamento antico; ed allo stesso modo delle 
opere di que’ pittori, i quali troppe studio han 
posto sulle statue, e sui bassi rilievi antichi, 
riusciranno secche, statuine, affettate, maesta- 
se bensi, e venerande, ma meno nostre, meno 
maturali, men famigliari, e gradite alla comune 


degli uomini. Ma alla fin fine, che una nazione | 


«moderna nelle sue fattezze, e lineamenti si as- 


somigli ad un’antica spenta, massime eve que- 
sta antica sia stata madre di lei, è cosa senza 


“dubbio men fuori di proposito, e mene strana, 


che se dessa rassomigliasse ad una straniera m0- 
derna: sembrerà tutto al più che sì tentà di far 
rivivere sotto: farma noyella l’autico idioma; 
e non già che la lingua vivente si venga corrom- 
pendo, e degenerando, eome nell'altro caso 
che vestisse le forme di una lingua straniera . -È 
cosa assai consueta il veder rinnovate in alcuno 
de’ discendenti le sembianze degli avi, che al- 
Pincontro si addita come cosa mirabile, che 
tra due persone di diversa schiatta corra conso- 
miglianza veruna. | 
L’ esempio poi de’ Romani, che la lingua 
Greca in un colla Latina adoperavano , ben luu- 
gi di somministrar una prova contra quantosi è 
sinora cercato di stabilire, cioè che una sola 
esser debba la lingua volgare letteraria, non fa 


| forza veruna ; che anzi serve a confermare vie 


più come difficil cosa sia il riuscir a maneggiar 


due lingue ad un tratto come lingue correnti ©. 


- 


56 LIBRO PRIMO, CAP. IT. 


La lingua Greca presso i Romani non era già 


‘riputata soltanto qual lingua di vezzo, come 
ogaun sa, ma inoltre era tenuta in concetto di 
lingua dotta, come quella, che avea il pregio 
di aver portate le scienze, e le arti belle in Ro- 
ma, ed era in quella riputazione, in cui, è al 
‘presente la lingua Latina presso i moderni Eu- 
ropei. Le arti Greche, la filosofia, l’ eloquenza 
Greca dirozzarono la lingua, edi costumi dei fe- 
roci domatori del Mondo. La pura lingua Latina 
pertanto del secolo di Cicerone, e di Augusto 


riconoscea la lingua Greca quasi per madre, od. 


almeno negar non si potrà che abbia quest’ ul- 
tima moltissimo infuso del suo genio, e de’ suoi 
spiriti, de’ suoi pregi, delle bellezze sue nella 
lingua del Lazio. Tullio medesimo imitàva De- 
mostene, e Platoneg Virgilio Omero, Esiodo, 
Teocrito ; Orazio Pindaro, Alceo, e gli altri Li- 
rici. E così alcun tempo addietro Terenzio, e 
poi Lucrezio, il primo Menandro, ed i Greci 
‘comici, l’altro i didascalici poeti imitati avea- 
no. Quindi Sallustio emulò il vanto di Tuci- 
dide , e lo stesso praticarono altri storici Lati- 
ni; Catullo, e gli altri elegiaci Latini si gloria- 
vano di camminar sulle traccie segnate da Cal- 
limaco, e dagli altri elegiaci della Grecia. Avea 
adunque la Greca lingua presso i Romani tutta 
l'autorità, la venerazione, il concetto, tutto 
l'uso di una lingua dotta; di una lingua ma- 
dre. D'altra parte era la lingua Greca in Roma 
la lingua delle persone, che vantavano urbani- 
tà; gentilezza, e voluttà ingegnosa; era la lin- 
gua del conversare ameno, e signorile ;» avea 
tutte le qualità di una lingua vivente per esser 
agevolmente appresa; era la lingua delle gra- 
zie, e degli amori, e quasi direi del piacere, e 
della dissolutezza insegnata dalle beltà le più 


4 


A 


x 


UNA-SOLA LincuA voLcare f. 1. - 57 
seduttrici, da’ giovani servi Greci, e dai Gycci 
artisti ne’ luoghi consegrati al piacere , non men 
che nelle scuole dei profondi incagatori della 
matura, è dei savj, ed austeri filosofi; avea cia 
somma " dal canto suo il sapere, il fasto, il di- 
letto , e 1° eleganza, e. dovea esser facile oltre-. 
modo per tutti questi rispetti Parrivare a pos- 
sederla. Con iutto ciò, non solo mai non giun- 
se ad esser lingua dominante in Roma ne’ bei 
giorni della Repubblica, e dell’aurea Latinità, 


ma di tante opere in essa dettate dai grandi cel 


Lazio, nessuna salì ad alcun grado di rinoman- 


za. E che quelle scritture Greche di Latini au- 
tori non fossero nè stimate da’ Greci, nè ripu- 


. tate assai da’ posteriori Romani, come quelle , 


che scritte non erano nella lingua naturale dei 


compositori, e per conseguente co’ difetti ine- 


vitabili di chi scrive in “lingua mon sua, mi 
sembra, che a buona: ragione argomentar si 
possa dal non essersene conservata, e salvata. 
dalle ingiurie del te mpe neppur una tra le det» 
tate ne’ tempi migliori di Roma, quasichè la 
sorte non abbia voluto favorir quei lavori, che 
non erario stati consegrati all’ onore del patrio. 
idioma . I Dodici libri dell’ Imperator Marco 
Aurelio sono la sola opera, che ci resti degli 
scrittori Romani, che si valsero della lingua 
Greca ; ma è da notarsi, che venne egli dupo 
tutti: gli autori Latini di grido, dopo Seneca, 
dopo Tacito, dopo i Plinj, dopo Quintiliano 
e vadasi diendo:; e che non ostante il favore. 


da lui accordato aì dotti, pochissimi son gli 


uomini di quella età celebri per sapere, se se 
ne traggono i filosofi, e questi ancora per la 
più parte stranieri (45). Non parlo delle opere 


(45) Tirab. Stor.della letter. ltal. T.IL.lib.1I. capii $1v: 


’ 


58 LIBRO PRIMO, CAP. ITT. 


di Giuliano detto l’apostata, idolo di alcuni 
begli ingegni Francesi, e degli ammiratori lo- 
ro; oriondo della Dardania , nato in Costanti- 
nopoli, educato in Atene scrisse intempo , che 
Greco era già diventato l’ Impero Romano, on- 
de in nessun modo non può esser riguardato 
per coneittadino dei Silla, dei. Luculli, dei 
Pomponj Attici, dei Ciceroni, e degli Augusti. 
. Del rimanente, il soverchio affetto posto dai 
Romani alla lingua, a’ costumi, alle arti dei 
Greci in tempi, in cui quella generosa nazione 
avea degenerato cotanto dalla antica sapienza, 
e virtù non fu l’ ultima tra le cagioni della de- 
cadenza, e della corruzione loro. Nè i tristi 
effetti di una tal pratica tardarono a' comparir 
palesemente ne’ secoli del basso impero quan- 
do in un serraglio Greco-Asiatico di eunuchi 
xicolmo erasi trasformata la corte de’ Romani 
Augusti. Nella età stessa di Cicerone coloro, 
che affettavano più del dovere la Greca elegan- 
‘za non erano sicuramente nè i cittadini, nè gli 
scrittori migliori. Io non mi aécingerò a sve- 
lare appieno il carattere di Pomponio Attico; 
i vincoli di amicizia, con cui era stretto col- 
l’ Oratore Romano debbono meritargli qualche 
indulgenza: quantunque a dir vero la sua non 
cioranza del pubblico bene, e del destino della 
| patria, il timor suo di offendere i grandi nel- 
l’adempiere ai sacri doveri dell’ amicizia, l’ ozio 
voluttuoso , in cui menò i suoi giorni (46) nol 
‘ possano sicuramente far riguardare come il mo- 
. dello di un buon cittadino, di un vero amico, 
di un savio filosofo. Attico mercè il suo înge- 
gno, le sue ricchezze, le sue aderenze, ed ami- 


| (46) Middleton, life of Cicero Vol 111. p. 362.378. Lon- 
don 1742. ea 


- 


a 


0 . 2? DI 
UNA SOLA LINGUA VÒLGARE $. 11. 59 


cizie co grandi potea assumere il pericoloso i in 
vero, mà unico virtuoso ufficio in tempi torbi-. 
di, v Joelio dir quello di conciliatore. I fazio$i 
sono sempre fanatici, hanno sempre, tanto da 
un canto, come dall'altro, una parte del torto; 
ed invero se Attico si fosse gittato nel partito 
degli ottimati, o de’ popolari non avrebbe fat- 
to altro colle sue ricchezze, e col suo credito, . 
se non se accrescer l'incendio; che già divam- 
pava in Roma; ma chi meglio di lui, quando 
entrato fosse con pure intenzioni ne’ pubblici 
maneggi , avrebbe potuto moderarne l’impeto? 
persuader a repubblicani ostinati, che l’Impe- 
ro romano dovea cangiar forma , e diventar una? 
monarchia? insinuar massime di sano governo, 


e.non di dispotismo ai fautori della potenza di 


un solo? Ma egli non pensò che al privato suo 
vantaggio, ;e preferì i piaceri di una vita volut- 
tuosa, elegante, e tranquilla ai pericoli, cui 
espor si dovea per esser utile alla patria, al 
piacer sublime della virtù. Le sue. belle qua- 
lità pertanto devono essere giustamente sospet- 
te; le amicizie da lui coltivate in entrambi i 
partiti erano per sicurezza propria, prevedendo 
tfoppo bene, come uomo accorto ch'egli eray 
\che ora gli uni, ora gli altri avrebbono dovuto 
prevalere. E i grandiosi doni, la apparente li- 
| beralità sua v’ha ragion di credere, che altro 
fine non avessero, se non se quello di salvar le 
rimanenti sue ricchezze. L°abate. Frisi tentò 


di difenderlo dall’ Epicurcismo (47), ma non gli 


. riuscì che di liberarlo dalla taccia di quello più 


grossolano . Spiacemi che ne abbia fatto mate- 
ria di elogio: perciocchè sembra, che ciò dia 
peso alla ingiusta accusa, che i filosofi fisici mo- 


_ sé 


(47) Elogio di Pompoliio Attico, Milano 1780. 


% 


60 . LIBRO PRIMO , CAP. II. 


derni eziandio, seguendo l’ antico. Luerezio, 
sieno per l' ordinario propensi al sistema di mo- 
rale uscito dagli orti di Epicuro. 

Ad ogni modo, Tullio medesimo in più ila 
ghi delle opere sue coloro tra' suoi concittadi- 
ni, che alle Greche lettere erano di troppe èf- 
fezionati biasima , e riprende apertamente, ed in 
più special modo nel libro suo, che porta per 
titolo 1’ Oratore morde quella folla d’imperiti; 
che alla eloquenza Aitica aspiravano. Ma per 
dipingere al vivo il carattere di cotesti fanatici 
delle cose Greche tra’ Romani, non abbiamo 
che a recare in mezzo per saggio il ritratto di 
fino tra essi, voglio dir di Cajo Memmio, nato 
di famiglia illustre, uomo di lettere, e di ma 
neggio , e che carteggiò con Tullio medesimo, 
dal quale si può far ragione del carattere gene- 
rale degli altri magnati Romani oltre-il dovere 
propensi alla lingua, ed alle usanze Greehe (48). 
Erudito nella letteratura Greca vien questi det- 
to da Cicerone, e della Latina svogliato affatto; 
arguto oratore, ma che sfuggiva, non che la fa- 
tica dell’arringare, ma persino del meditare. 
Nello serivere versi lascivi fu così sfacciato, e. 
senza pudore, che Ovidio (49) medesimo pre- 
tende di giustificarsi coll’esempio di lui. Epi- 
eureo di professione al pari di Attico, e degli 
altri voluttuosi Grecisti Romani, e poeta li- 
eenzioso , a lui 11 poeta Epicureo Lucrezio il 
suo poema indirizzò; nè la vita da lui menata 
fu discrepante dalle massime della sua Setta, e 


> dalla oscenità de’ suoi poemi. Volse a’ suoi pia- 


ceri la moglie di Lucullo; ebbe una lunga cor- 
rispondenza amorosa con Mucia consorte di 


(48) De clar. Or. n. LXX. % 
(49) Trist. 11. v. 433. Plin. Ep. III. lib. 


UNA SOLA LINGUA voLcaRE $. 11. 6i 
Pompeo (50), e le sue avventure in questo ge- 
nere famose erano in Roma. Entrato negli af- 
fari si oppose per alcun tempo ai disegni di 
Cesare, ma fu ben tosto guadagnato da lui col- 
la irresistibile forza del denaro. Messosi quin- 
di nel numero de’ candidati, sì scandalosa, e sì 
manifesta fu la sua baratteria, ed eccitò ad un 
tal segno l'indignazione nel popolo, che sebbe- 
ne sostenuto dall’intero partito, e dalla pos- 
sanza di Cesare, non solo ebbe a soffrire Daf. 
fronto della ripulsa, ma accusato nello stesso. 
anno, e sbandita gli toceò di passare la più gran 


parte della sua vita in Atene in esilio.(51). Ec- 
co quali erano i cittadini, quali gli scrittori 


Romani, che alle Greche lettere interamente si 
abhandonavano.. Non era adunque senza fonda- 
mento , che, sì fatta :inclinazione al Grecismo, 
che l'affetiazione di adaperar quella lingua fu 
sempre come un contrassegno di costumi cor- 
rotti risguardata da’savj Romani. Ognun sa 

uanto alle lettere Greche avverso fosse Catone 
i censore, ed il buon vecchio Marco Cicerone 
avolo di ‘Tullie soleva dire essere de’ suoi con- 
‘cittadini come degli schiavi oriondi dell’Assiria, 
che quelli, che sapevano. ottimamente: parlar 
Greco erano i più malvagi, ed i più tristi (*). 
Sin ne’tempi della maggior corruzione- l'usò 
della lingua Greca colla consueta acrimonia sua 
rimprovera Giovenale alle dissolute donne Ro- 


. 


(50) Cic. epist. Cantabrigia 1n4g: col.comento Inglese 
di Gio. Ross. Memarks upon the XIlI. Bock epist. 1. 


_T. 41. p. $91. i 


(51) Middleton life of Cic. Pol. IT. p. 108. 
(*) » Nostros homines similes esse Syrorum venatium, 
» ut quisque optime Grece sciret, ita esse nequissimuna. 


_» Cic.de Orat. lib. AL. n, LXVI. 


60 LIBRO PRIMO, CAP. III. , 


mane (*) congiungendo tale accusa con quella 
delle più infami libidini. Di fatti quegli, che 
abbandona l’uso della lingua propria per ade- 
perarne una straniera, rinuncia in certo modo 
alla patria, prende la divisa, abbraccia i costwt- 
mi, e le idee, e le opinioni della nazione, di 
cui affetta l’idioma; e postochè è delle lingue 
come delle arti di guerra, e di pace, che per 
l’ordinario non diventano dominanti, se non se 
dopo l'epoca della maggior zloria de’ popoli, ne 
segue, he il diffondersi che fanno fuori, ed al 
di là de’ naturali loro confini, succede appunto 
in tempo, che la soverchia potenza, e le smi- 
surate ricchezze han generata la corruzione dei 
costumi nell’interno. Ì giudiciosi Scrittori Fran- 
cesi del secolo passato non erano gran fatto 
letti in Italia da’ nostri maggiori, che al certo 
non avrebbono avuto sì gran voga tra noi i Te- 
sauri, ed altri così fatti autori ampollosi, e fal- 
samente arguli, se gustata avessimo quella di- 
citura facile, schietta, e naturale, che era loro 
propria. Gli scrittori nostri, che si preserva- 
rono dalla infezione del Scicento , il dovettero 
bensì agli antichi modelli Greci, e Latini , a’qua- 
li pure-siam tenuti del generale ristabilimento 
del buon gusto in Italia nel principio del secolo. 
presente. Gravina, Guidi, Maffei, Zeno, Laz- 
zarini, Manfredi ci richiamarono alla imitazio-. 
ne de’ classici dell’antichità, a’trecentisti, a’ cin- 


+ 


(*) » Nam quid rancidius, quam quod se non putat'ulla 
‘ » Formosam nisi que de Tusca Gracula facta est? 
+». De Sulmonensi mera Cecropis? omnia Grace, 
. » Cum sit turpe misagis nostris nescire Latine. 

» Hoc sermone pavent, hoc iram, gaudia, curas, 
. » Hoccuncta effaundunt animi secreta, quid ultra? 

x Concumbunt Grace... ec. 

Juven. Satyra FI. 


x \ 


UNA SOLA LINGUA voLcare $. 1. 63 


quecentisti nostri, non a quella de’ Francesi, 
che aveano maggior grido a’ tempi loro, sebbe- 
ne ne conoscessero il giusto valore . Nè le ope- 
re assennate di Bossuet, di Fenelon, di Bour- 
daloue, di Nicole piene di massime sane di mo-. 
rale, di politica, e di religione erano lette tra 
noi in fine dello scorsorsecolo con quella avidi- 
tà, con cui il sono al presente quelle dell’ Au- 
tor delle lettere Persiane, di Elvezio , di Voltai- 
re, di Rousseau, di Raynal scritte con princip) 
alle prime direttamente ‘opposti. | 
.Che se per ultimo , ripigliando il nostro sog- 
getto, ci volgiamo a considerare il sistema di 
lingua in quelle contrade sopradditate alla Fran- 
cia confinanti, in alcune di esse, quantunque 
per nulla .a quella monarchia soggette, vedre- 
mo i costumi, i modi, la foggia di pensare, la 
gloria letteraria medg@ima nazionale, di cui si 
piccano, sì fattamente Francese in un colla 
lingua, che si possono chiamare provincie Fran- 
cesi, tuttochè nulla abbiano che fare nel poli- 
tico con quel Regno. Rousseau, e Necker, seb- 
. ben Ginevrini, sono scrittori Francesi al pari 
di Montagne, e Sully. Altre poi, che intendò- 
no ritenere in parte un carattere nazionale in 
un co’ modi, e col linguaggio, le ravvisiamo in 
rali termini, sia per conto dello spirito patriot- 
tico, che della letteratura, che non troppo iù- 
vidiabile sembra lo stato loro. Il seguiì dai 
Fiamminghi le foggie , lo apprezzarsi , ed il col- 
tivarsi da’ medesimi il linguaggio Francese(52) 
“era un istinto secreto, dice il P. Bouhours, che 
gli avvertiva loro malgrado che doveano for- 
mare un corpo solo-colla Francia. Del resto, in 
Costantinopoli, dove si parlano tante liugue- 


(52) Entretiens d'Ariste p. 56. È 


64 LIBRO PRIMO, CAP-INI. 


diverse, pochi sanno leggere, scrivere, e par- 
- larne correttamente una, come notò ia stessa 
Miledy Montague (53); ed i Turchi medesimi 
letterati, sebbene sappiano valersi dell’ Arabo 
nelle cose di religione, e scientifiche, e del Per- 
siano nella poesia, e nelle materie amene, e ga- 
lanti, oltre al linguaggio Turchesco (54) per gli 
affari comuni, non sono ‘contuttociò mai giunti 
al grado di celebrità, non che de’ Greci, e dei 
Romani ,.ma nemmeno degli Arabi, da cui in 
un con qualche lume di scienza hanno tratti gli 
ordini, e gli instituti politici , guerrieri, e reli- 
giosi, i quali popoli tutti di una sola lingua do- 
| minante' principalmente si servirono . n 
$. TI $ tudio di lingue. di utile a ‘progressi 
delle s scienze, e delle bell'arti. 
® 

Coll’ animare ogni nazione, e singolarmente 
la nostra.ad abbracciare una lingua sola volgare 
letteraria dominante ron s'intende già di esclu-. 
dere lo studio di altre lingue per arrivare ad 
intenderle, ed anche a parlarle, ed a scriverle 
in alcune occasioni. Si vuole unicamente mo- 
strare, che non è conveniente in nessuna ma- 
niera di porre quella cura nelle lingue stranie- 
re, che pure impiegar sì dee in esse quando al- 
tri. li giungere a possederle in guisa da po- 
terne gar uso pubblico, o letterario in libri tan- 
to di amena letteratura, che scientifici, ed eru- 
ti, edin questo modo si viene a du ezian 
. dio la difficoltà, che nasce da alcuno» “degli esem- 
pj allegati. Nè io son già di avviso, come alcu- 


è 


(53) Lett. XL. p 179. Paris 1779. 
(54) V. Toderini, Lett. Turch. Maffei, Scienz. Cavall. 
lib. UL cap. VIL 


| UNA SOLA LINGUA voLcane $. 111. 65 


no peravventura potrebbe darsi a credere, che 
la cognizione di varie lingue riuscir debba 
d’impedimento per coltivarne una sola princi- 
palmente, sia che si tratti di lingue antiche 
spente, sia di straniere viventi. Quello, che a 
| parer mio è pregiudicievole oltremodo , si è il 
«riporre la principal cura, il pretendere di ac- 
quistar fama, e celebrità, adoperando lingua 
dalla ‘natìa diversa, o due a un tempo colti- 
vandone come lingue volgari letterarie: che del 
resto io porto opinione; che lo studio delle 
lingue diverse sia per sommiuistrar lumi, ed 
ajuto non picciolo tauto alle facoltà, che sono 
di ragion dell'intelletto , come alle arti eziandio 
d'iinimaginazione: purchè venga un così fatto 
studio ne'debiti limiti ristretto . Il primo grado 
al sapere, dice 1Ì Salvini (55), si è l’intendere; ; 
il secondo lo spiegarsi: ora a chi riuscirà più a- 
gevole lo spiegarsi , se non se a colui, che in 
più lingue sarà. addottrinato, e particolarmente 
in quelle, in cui saranno state maneggiate le 
scienze , ed insegnate? Non veggiam noi, che 
ue’ popoli , i quali ebbero la sorte, o l’abilità 
di trovare i primi qualche cognizione; o di trat- 
tar qualche scienza, a tutti poi di qualsisia lin- 
gua tramandarono certi termini; e certe parti- 
colari proprietà, le quali nelle altre lingue sì 
conservano (56), ed a cui non è lecito senza in- 
giustizia verso. i primi autori di sostituire altri 
vocaboli? I savi dell’antichità non si contenta- 
rono perciò dello studio di una sola lingua quan- 
tunque della propria soltanto facessero uso. 
‘pubblico ; e letterario, e tosto che rinacque lo 


- 


(55) Disc. sopra lo stud. delle lingue. 
(56) Machiavel. Disc. sopra. da lingua Ital. opere T: VI, 
| p.120, ediz. di FEib\tgo, in4.° 1785. 


- 


66 . © LIBRO PRIMO, CAP. HI. 


studio delle lingue, rinacquero pure le scienze 
tutte, e la coltura dopo la seconda barbarie di 
Europa. La lingua volgare medesima divenne 
più colta, più ricca , più regolare, e più espres- 
siva per opera principalmente di eoloro, che 
prima, e con maggior ardore si volsero allo 
studio delle antiche lingue, e delle viventi più 
celebrate‘. Tali furono il Petrarca, il Boccaccio 
| e poco tempo avanti Dante medesimo, che con 
lungo studio, e con grande amore cercava gli 
eleganti volumi Latini. Per rendere perfetta la 
lingua propria convien conoscere quelle altre , 
che han maggior fama di essere perfetii istro » 
menti dell’intelletto, e del cuore. Per esten- 
dere il più che possibil sia la sfera delle idee, 
e. per far in modo che la lingua propria possa 
tutte rappresentarle, è necessario inoltre cono- 
scere la storia delle più riputate nazioni dell’ u- 
niverso. Ora per penetrare addentro nelle leg- 
gi, ne’ costumi, nel genio, nella dottrina dei 
| popoli più rinomati , certa cosa è, ehe resta ine 
dispensabile lo studiarne la lingua insino ad un 
segno almeno da poter leggere originalmente i 
loro classici scrittori . 

Nelle arti stesse d’immaginazione è da cre- 
dere, che una non mediocre cognizione di lin- 
gue ajuti, ed invigorisca la fantasia; e che pos- 
sa, ovenon manchi il buon. discernimento. dar 
campo di far prede nobili, e-.segnalate , e di ar- 
 ricchir la propria lingua colle spoglie loro. Che 
la Grecia abbia tratte le scienze dalla Fenicia, 
e dall’ Egitto è cosa troppo palese; quello che è 
degno di più particolar considerazione. si è, che 
nor solo la lingna arricchì, ma la mitologia , e 
la poesia Cicca creò Omero mediante }’ ajuto 
della straniera erudizione. Il dotto P. De-Mazi- 
stris ha mostrato come questo Re degli scrittori 


ittori 


UNA SOLA LINGUA voLcare G. ni. 69 
fosse appieno informato della dottrina più arca- 
na della nazione Ebrea, ch’egli avea avuto mo- 
do di ritrarre da’libri sacri, sebben custoditi ge- 
Iosamente. I più rilevanti avvenimenti , che ne? 
poemi di lui s'incontrano, glì intrecci più in- 
gegnosi, a parere di questo critico valente (57) 
nou hanno altra origine; fuorchè la cogni- 
zione, che Omero avea della sacra storia, da 
eui corrompendoli, e sfigurandoli ‘li trasse. 
Quanto nella lingua, e nelle arti ‘Greche pro- 
fondamente versati fossero i Latini poeti , non 
fa d’uopo rammentarlo di bel nuovo, ed i 


principali fra’ nostri, oltre alla lingua Latina; 


ì più rinomati idiomi, ehe avesser corso a’tem= 
pi loro intendevano, e ne sapevano tanto da 
farne qualche uso', tuttochè saviamente non si 
aecingessero a riporre la priucipal gloria inessi 
come nell’Ivaliano . E se lusingato erasi il Pe- 
trarca di giungere alla immortalità colle ‘cose 
sue latine, dovette egl? stesso disingannarsi, e 
riconoscere , che le volgari sue composizioni 


eran quelle, a cui sarebbe stato tenuto in ap- 


presso di tutta Ja sua più popolare, e maggior 
celebrità. I Documenti di amore di Francesco 
da Barberino vengono: dal Crescimbeni (98) lo- 
dati per la gran pratica, che im essi L’autor di» 
mostra de’poeti, e della lingwa Provenzale. KR 
sebbene questo sapore, e questo gusto di lins 
gua; e di letteratura Provenzale sia per avven- 
tra in lui eccessivo, ciò non pertanto , non so- 
lo venne annoverato dalla Crusca tra i buoni 
serittori testi di lingma, ma se non si fosse la- 
sciato tirar troppo dalla forza della rima, sa- 


‘ (57) Ze Magist. Apol. Ss. Patr. Diss. ult. praelim. Ro- 

mae1772. v. Blackwaliusde proest. classic. auct. cop. VEII. 
(58) Stor. della volg. Poesia, vol. kll. p. 90. Mauni, 

lez. di lingua Tosc.p..37. Fontanini Eloq.Ital.T.1I.p.3. 


68 LIBRO PRIMO, CAP. IT. 


rebbe l’ opera sua , a giudizio di esso Crescim= 
beni, una delle più belle’ antiche memorie, 
che vantar possa la nostra poesia. Dante, e Pe- 
trarca, e Boccaccio la lingua medesima Pro- 
venzale possedevano, ed i due primi non eb- 
bero a sdegno d’inserirne versi interi ne’ loro 
componimenti. Il Bembo ristaurator della lin- 
gua Italiana nel secolo XVI. non ebbe ribrez- 
z0 di dettar per galanteria rime Spagnuole , dac- 
chè lo Spagnuolo avea corso a que’ tempi in 
Italia, come fa al dig il Francese, rime, 

che furono poi molto tempo dopo date alla lu- 
ce. E per non diffondermi di troppo basterà il 
dire, che al Tasso erano acuti stimoli di emu- 
lazione gli encomj, che. sentiva a darsi al Ca- 
moens per la sua Lusiade (59), e che egli me- 
desimo era®lodatore grandissimo de’ romanzi. 
Spagnuoli da lui letti , e studiati, del pari dei 
Francesi, con cui ne fa il confronto; e che fi- 
‘ nalmente l’ Ariosto, non solo studiate avea: le. 
lingue Francese, e Spagnuola ; e letti que’ me- 
desimi Romanzi (60), ma diversi da que’ due 
idiomi tradotti ne avea per fecondarsi È men- 
te, per esser più ricco nelle sue invenzioni. É 
tra gli stranieri Milton, e Voltaire (61) (per .la-. 
sciar da parte la cognizione, che aveano di 
molte altre lingue) furono così al fatto della 
nostra che il primo, oltre all’ aver tratto il sog- 
getto del suo gran poema da non so qual rap- 
presentazione triviale Italiana, scrisse versi Ita-. 
liani, il secondo lettere, le quali, se non. sono 
in tutto Italiane, mostrano però, che egli più 


(59) Tasso, Disc. del poema Epico. 

(60) Pigna, Romanzi, Vita dell’Ariosto. 

(61) V. Rolli, Vita di Miiton premessa alla Traduz. 
Ital. del Paradiso perduto . Menina, Vic. della Let. T. 1}. 
p- 66. 67. . di 


duz, 


} 


ì ‘UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. 111. 6g 
che mezzanamente la lingua nostra sapea . Non 
è _adunque lo studio delle lingue straniere che 
sì biasimi, che contrario sì reputi a’ progressi 
della letteratura anche amena, che opposto si 
giudichi alle buone: antiche idee patriottiche ; 
che anzi io peuso col dotto Michaelis (62), che 
la cognizione di lingue diverse servir possa, 
com'è detto sopra, a correggere, e perfezionar 
la propria mediante le altre. Si è l’uso lettera- - 
rio , € pubblico di esse, si è il cercar di pro- 
cacciarsi fama, e celebrità per mezzo delle me- 
desime, si è ;l farsi in certo modo tributario 
delle altre nazioni quello, che da coloro, che 
hanno un cuore Italiano tra’? Piemontesi, di mal 
animo si soffre, si è il vedersi rapire dalle lu- 
singhe di uno straniero idioma, e di una stra- 
niera letteratura chiari ingegni nati per illu- 
strar la patria, e che in questa guisa nè accre- 
scon gloria-alla proprià nazione, nè onorano la 
straniera. 

Che se coll’ esempio di Menagio, e di Re- 
gnier , letterati Francesi, che dettarono opere 
în Fingua Italiana intendesse alcuno di accusare 


come ristretti soverchiamente i confini per noi 


fissati all’ uso, ed allo studio delle lingue stra- 
niere , e presumess: di darci la taccia di troppo 
severi, e sconoscenti verso la brillante nazione 
Francese, gli scienziati della quale non isde- 
gnarono di far uso, in un colla loro, della no- 
stra lingua, da tutto ciò ritraendo per necessa- 
ria conseguenza, che più d’una esser possa la 


‘lingua volgare letteraria, io son d’avviso , che 


ben di leggieri gli ricaziceble dr diiigannatai, 
ove ponesse mente alle considerazioni , che so- 
no per fare, In prime luogo è cosa fuori di con- 


(62) Zn/2. des opin. sur les lang. 


mo LIBRO PRIMO, CAP. TIT. 


troversia, che nè l'uno uè l’aliro de’ mente- 
vati scrittori furono uomini sommi, e tuttochè 
gareggiassero co’ più colti verseggiatori Italiani 
della età loro, con quelli, che infetti hon era- 
no della corruzione del passato secolo in fatto 
di ame::a letteratura, non ebbero con tutio ciò 
la sorte di fondare una scuola, qualunque si 
fosse, nè d'inventare una nuova maniera, an- 
corchè difettosa, come quella, a cagion d’ esem- 
pio, del Ciampoli, o del Marini eziandio . Cor- 
re in secondo luogo diversità non picciola tra 
il dettar componimenti poetici come fece Re- 
gnier ,.ed in parte anche Menagio , e lo. scrive- 
re in prosa sciolta , e corrente (*), La lingua poe- 
tica, quando non si tratti di una scuola nuova; 
è più fissa; la frase dee di necessità venir pon- 
derata , e qualora originale non sia lo scrittore, 
‘ come al postutto non lo erano i succennati, si 
può comporre a centoni, ed uno imitatore può 
trasformarsi, come appunto fece il Regnier, 
nello stile di un autore lungamente: meditato. 
Nella prosa all’incontro, come di andamento 
più libero, e più naturale, riesce più malage- 
vole l'imitazione , allo stesso modo, che mag- 
gior perizia di disegno si ricerca per ritrarre i 
lineamenti di una persona quando sono meno 
decisi, e meno spiccati. Ma per lasciar tutte 

este considerazioni in disparte, si vuol ri. 
flettere, che nè il Menagio, nè il Regnier usci- 


1% 


(*) » Regnier, a dirvela giusta, parla froppo ben Ja lin» 
gua Toscana, vi sfodera di secco in secco un complimento 
alla Boccaccevole; vi viene addossa con una delle frasi del 
- Petrarca stemperate in prosa, che mettono chi ‘lo sente 
fin suggezione, e fanno stentar lui medesimo, allorchè 

queste non gli sovvengono quando ci vorrebbe». - Let= 
tera di Lorenzo Panciatichi al Magalotti tra le famiglia» 
ri di quest ultimo T. Il. p. 18. - 


= 


UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. II. 71 
rono dalla più ristretta mediocrità nella lingua 
loro natìa Francese, e farono nella poesia, di- 
ce Algarotti (63), come Pussino mella pittura, 
uominvi Francesi, ed autori Italiani . 


S.1V. Znsussistenza dell'allegazione, che vi 


sienn Piemontesi, cui riesce più facile scri- 


vere in lingua Francese, che nella Italiana. 


Qualunque peraltro sia l'inclinazione nostra 
naturale in fatto di lingua, e per quanti sieno i 
pregiudicj, che ne derivano dal tenersi più di 
una sola lingua nelle nostre contrade in conto 
di lingua volgare colta, ciò non pertanto alcuni 
coli Piemontesi sono di parere, che le estrin- 
seche circostanze , ed il sistema positivo , ed ar- 
bitrario delle cose abbiano fatto cangiar faccia 
al sistema proprio, e naturale. E siccome è sa- 
vio avviso di quel vivace iugegno del secolo di 
Augusto, che fu tanto filosofo, quanto un poe- 
ta, ed un cortigiano abbiano potuto esserlo 
giammai, doversi l’ uom sottoporre al corso or- 
dinario delle cose, e non presumere di poterlo 


variare a suo senno (difficile non solo, ma di-° 


sperata impresa ), così tengono cessi doversiì la- 
sciare, che ciascun Piemontese scriva in quella 
lingua, la quale attesa l’educazion ricevuta, i 
viaggi, la pratica delle persone, colle quali ha 
più lungamente conversato , è in caso di poter 
meglio adoperare, e con maggior: franchezza: 
ciascun si serva dell’istrumento , di cui ha pra- 
tica, e conoscenza maggiore. ll pulveroso Cu- 
riale, cui esser debbono sconosciute le grazie 
oltremontane, il Regolare esemplare, che ha 

i | | | \ 
(63) Saggio sopra la necess. di scrivere nella propria 
ling. op. Tom. IL. pag. 15. 


Pa 


72 LIBRO PRIMO, CAP. IIT. 


fatti suoi studj in Italia, servansi a lor senno 
della lingua Iialiana. Ma il cavaliere colto, la 
gentile dama vissuti sin da’ primi lor anni tra 
maestri, tra libri, in collegi, in ritiri, ove 
Francese si parla ,. nelle truppe, alla corte, per- 
chè dovranno aver ribrezzo di servirsi di quel- 
l’idioma, che più velocemente, e più facilmen- 
te tien dietro alle idee loro, e meglio alla im- 
maginativa loro corrisponde? Confessano esser 
questa condizione infelice della nazion nostra 
.. affatto contraria a’ progressi della coltura, e del 
sapere; ma sostengono esser male irrimediabi- 
le, piaga inveterata, contro cui nè ordine poli- 
tico , nè industria di letterato non vale. 
E qui eutrano ‘alcuni a magnificar la lingua 
- Ttaliana, ma le lodi stesse, che le danno son 
dirette a distogliere i Piemontesi dal coltivarla. 
La dicono lingna armonica, ampia, energica, 
e maestosa eziandio , ma più difficile ad impa- 
rarsi delle lingue morte medesime. Non altro, 
se non un ostinato, e mai non interrotto stu- 
dio posto negli autori classici di essa sin dai 
primi anni, un lungo usar con uomini Italiani ,. 
e la dimora fatta in quelle parti d’Italia, dove 
più-purgata, e più scelta si parla , asseriscono 
poter render capace alcuno a spiegare i snoi 
pensieri in quello idioma, che mostrauo di cre- 
dere difficile al pari della lingua Fenicia , 0 Co- 
ptica. Doversi restringere chi non ha fatto per 
tempo tali stud) alla intelligenza degli autori 
° Italiani, ma,giammai doversi impacciar con lin- 
gua scabrosa cotanto. La lingua Francese ‘al- 
l’incontro mercè la gran copia di libri, e di 
uomini di quella nazione coltissima , e spirito- 
, che in Piemonte s’inconirano, acquistarsi 
agevolmente, e poter altri giungere ad imparar- 
la, mercè la precision sua, e la sua chiarezza , 


\ 


UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. v. 73 

dalla viva voce di quelle amabili persone, e di 
que’ libri saporiti, conversando, scherzando, . 
quasi per passatempo , se»za impallidir sui testi 
della Crusca del buon secolo, e della età di Lion. 
X., e senza durar pressochè fatica nessuna. 

Ma se tanta è la facilità di acquistar quello 
idioma , perchè mai, ripiglierò io, tra gli scrit- 
-.tori, che chiamar si possano e per nascita, e 
per soggiorno fatto in Piemonte veramente Pie- 
‘montesi, sì pochi son quelli, ghe abbiano det- 
late opere Francesi? perchè nessuno tra essi 
dettò opera di qualche estensione ? perchè nes- 
suno sì arrischia di pubblicar qualche scrittura 
Francese senza l’ajuto , cd il consulto di qual- 
che Savojardo, od anche Nizzardo? perchè nes- 
suno , tuttochè vi sieno ingegni grandi, e spi- 
riti elevati, e nutriti di tutta quelia letteratura 
Francese, che da un Piemontese ricever si pos- 
sa , potè andare esente dalle censure dei dilicati .- 
Francesi, e talvolta da’ motti signorili bensì, 
ma perciò non pungenti meno, nè meno ama- 
rt? perchè mai in una ‘parola nessuno vi fu, 
che non sia stato riconosciuto, od accusato al- 
meno per istraniero da que’giudici inesorabili, 
che siedono di là dalle alpi, e pronunziano con 
tanta severità sentenza sulle opere d’ingegno in 
lingua loro dettate? e perchè mai non ostante 
le tante cure, che si prendono i gentiluomini 
nostri, e l’instituzion Francese, e i modi Fran- 
cesì, ed i Francesi precetiori, sì poco n’è il 
frutto; e d’altro canto non ostante che sia }V’I- . 
taliano negletto, e quasi pianta inutile vegeti 
senza onor di coltura, veggiam ciò non pertau- 
to anche a questi ultimi tempi autori. Piemon- 
tesi gareggiar sì in prosa, che in verso co’ mià 
gliori scrittori d’Italia? Non si avrebbono che 
a levar via gl’ impedimenti , e gli ostacoli, che 

Vol. I. 4 


oh LIBRO PRIMO , CAP. IV. 


‘ attraversano al fiorir pieno, ed intero della 
lingua Italiana in Piemonte, non si avrebbe 
che ad impiegare in ciò parte delle fatiche, e 
delle cnre, che non si risparmiano per renderci 
stranieri nella patria nostra, e sicuramente la 
prima nazione Italiana anche per questo ris- 
petto sarcbbe quella , che prima delle altre al 


più dell’alpi si presenta. 


SV. SI esaming i sentimento dî quelli, che 
tengona doversi scrivere n lingua Francese ’ 
le vpere di scienze esatte . 


Non tutti peraltro coloro tra’ Piemontesi, che 
tengono doversi conservare qualche uso lettera- 
rio, e pubblico della lingua Francese la pen- 
sano allo stesso modo; e non v'ha cosa, che 
meglio dimostii l’incoerenza del nostro siste- 
ma in fatto-di lingua, quanto la diversità delle 
opiiioni, in cui sì dividono. Un sentimento 

ertanto restami ancora a ponderare di alcuni 
doitissimi Piemontesi, che nulla ha pe fare 
con quelli insino ad ora combattuti. Sono que- 
sti ultimi persuasi, che la lingua Italiana esser 
debba la dominante nelle cose, dove poco ,-od 
assai giuochi la fantasia; e nou solo inte dono, 
che di tal lingua ci prevaliamo come vostra; ma 
inoltre (ottimi conoscitori dell’idioma d’ lialia, 
e del Francese ) son d’avviso , che, quand’ an- 
che libera fosse la scelta, preferir si dovrebbe 
la lingua Italiana in tutte quelle opere cziandio 
dottrinali, in cui l’ autore. sì preficga di scrive- 
re clegantemente, od anche unicamente di non 
trascurar-le attrattive di una maschia ,: € virile 
‘eloquenza appropriata al'soggetto . Parlando tut- 
tavia di opere meramente scientifiche, e special. 
mente di opere, che trattino soggetto apparte- 


ìl 


= -— 


é 


" WNA SOLA LINGUA VOLGARE $. v. 15 
nente a quelle, che a’dì nostri chiamansi scien= 
ze esatte, storÎa naturale, fisiologia, matemati- 


| che sì pure, che miste, fisica, chimica, e vada- 


si dicendo, scienze, che con grande apparato si 
coltivano, e che formano l'occupazione, od il 
passatempo diila nobiltà letierata, tengon des- 
si, che migl'or consiglio sia per i Piemontesi lo 
adoperar la lingua Frarcese. La dicono in que- 
sia parte più precisa, e più chiara, fornita di 
tutte le parole tecniche; e soprattutto più uni- 
versalmente dai dotti stranieri intesa; e se a ben 
riuscire nell’amena letteratura Francese si op- 
pone, quanto a noi, una differenza di' genio, 
direi così radicale, ed innata, osservano troppe 
fatiche, nè troppo studio non ricercarsi d’aliro 
canio , per. giungere a poter far uso di quella 
lingua in cose di pura, e mera dottrina. Esser 
buona sorte, che finalmente siasi convenuto frai 


dotti di far uso di una lingua sola, li: gua vi- 


vente, facile oltremodo, quando a quest’ uso si 
restringa , intesa da tutte le colte non meno ; 
che dalle gentili persone di Europa; nou già 


come la Latina per l’addietro ristretta soltanto 


alle Università, ed alle Accademie, ma usata 
nelle Corti più splendide, e nelle adunanze, e 
nelle eonversazioni più festevoli , e più liete, dal 
letterato, dal mercatante, dal guerriero, e perfin 
dalle signore stesse più amabili, e spiritose, che 
non isdegnauo talvolta, mercè la letteratura Fran- 
cese, di Stender la mandilicata, non che al com- 
passo , alla sfera, alla macchina elettrica . od al 
chimico fornello, ma allo stesso sanguinoso 
coltello anatomico laceratore, 


Tuttochè sembri, che la natura di coteste | 


scienze esatte, e severe sia di essere conosciute 


‘ da professore, o totalmente ‘ignorate, io negar 


non voglio, che una così fatia diffusione di su- 


- 


76 LIBRO PRIMO, CAP. IIT. 


perficiali notizie ad ‘esse appartenenti tra le per- 
sone disoccupate abbia indirettamente recato 
alcun vero vantaggio alla società, ed ai più 
reali progressi del sapere, se non altro sommi- 
nistrando trattenimento innocente, e facendo 
apprezzare gli scienziati più profondi. Differirò 
più sotto a trattare della naturale indole, del 
carattere, e della universalità delle: due lingue 
di cui ragioniamo , e ad esaminare, se (tolte 
alcune estrinseche circostanze) non sarebbe più 
agevole rendere l’Italiano, Hnguaggio univer- 
sale., quando questo fosse lo scopo, a cui mi- 
rar si dovesse; e per ora mi ristringerò all’ e- 
sempio delle Accademie di scienze esatte fore- 
stiere, alla vera utilità della nazione, ed alla 
gloria, che ne viene dallo arricchire la lingua 
propria non solo de’ fiori ridenti della immagi-- 
nativa, ma eziandio dei succosi frutti e nutri- 
tivi delle scienze, e delle arti vantaggiose. 
Tutte le Accademie di sì fatte scienze, che 
ad imitazione della famosa del Cimento insti- 
tuita in-Toscana dai discepoli di Galilei, si 
fondarono quindi in tutta Europa, se ne eccet- 
tuiamo alcune di Germania, tutte della pro- 
pria lingua nazionale si servono per istendere 
le speculazioni, e le scoperte loro. E tra quel- 
le medesime della Germania non poche a’ dì 
nostri dettano pure gli scritti, e le Memorie 
loro in lingua volgare, come fa la stessa Acca- 
demia delle scienze Svezzese, altre continuano 
ancora nell’antiea pratica di quella nazione di 
spiegar le cose dottrinali nell’idioma Latino, e 
nessuna, fuorchè la sola di Berlino, stende i 
suoi Atti in lingua Francese. Nè di ciò è da far 
meraviglia , atteso che, per lasciar -da parte, 
che tutta per avventura la coltura, la dottrina, 
l'eleganza, ed il traffico medesimo, che al pre-. 


n 


— n 


UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. v. 77 


sente. fioriscono nel Brandeburghese, e nella 
Prussia, tutto quella contrada lo deve a’ Fran- 
cesiì colà rifuggiti per cagion di religione dopo 
la tanto decantata, e tanto rimproverata rivo- 
cazione dell’editto di Nantes , per lasciar, dico, 
questa considerazione in disparte, ognun sa, 
che i due primi capi di quella dotta società, 


Maupertuis, e Voltaire, erano Francesi. Di 


Francesi sono sempre stati ridondanti gli eser- 
citi del Re, e dicendo gli eserciti di Federico ILL 
exa lo stesso come dir la Corte; originar) Fran- 
cesi son per lo più gli Accademici, e per ultimo 
Federico stesso educato nella Francese letiera- 
tura, avanti che la Tedesca: fosse stata arricchi- 


ta di opere così fatte, che meritar potessero 


l’attenzione di lui, il gran Iederico è scrittor 
Francese. Ondechè ben lungi di doversi questa 
Accademia risguardareé qual società letteraria 
Tedesca, risguardar si dovrebbe piuttosto co- 
me una Colonia dell’ Accademia delle Scienze, 
e dell’alira delle Iscrizioni, e Belle Lettere di 
Parigi fondata in riva alla Spree (*). 


NE | | 
(*) Così da me si scrisse parecchi anni prima della 


morte del Re di Prussia Federico II., e prima, che dal 
nostro Abate Denina si leggesse all’ Accademia di Ber- 
lino l’apologia di quel Sovrano intorno alla preferenza 
da lui accordata alla letteratura Francese stampata in 


. Dessau nel 1787., dove vien mostrando come a’ suoi pri-. 


mi tempi dovesse il defunto Re preferir la lettura de’ li- 
bri di belle arti, di storia, e di traduzioni de’ classici det- 
tati in Francese a’libri Tedeschi. Veggasi pure il Saggio 
sopra la vita, ed il regno di Federico II. delto stesso Au- 
tore ( Essaz sur la vie , ec. cap. 17. p. 26). Quanto all’Ace 
cademia di Berlino, Leibnizio nella prima fondazione- 
le aveva assegnata fa lingua Latina, come avrebbono 
desiderato i dotti Tedeschi, Italiani, e di altre nazioni; 
ma il Re, che voleva esser membro della sua Accade- 
mia, leggervi i suoi componimenti, e stamparli ne’ vo- 
lumi delle Memorie Accademiche, il Re non sapeva il 
* Latino ( £ssaz sur /a vie ec. chap. XI. p. 95.). In fine del- 


n8° LIBRO PRIMO, CAP. III. 


. 


Del rimanente coloro, che così tenacemente, 

‘e con tanto calore sostengono doversi dettare le 
opere di scienze chiamate esatte in lingua Fran- 

eese, mostrano senz’ avvedersene di esser più 

solleciti dell’ interesse loro privato, e della glo- 

ria propria, che della fama della nazione, del- 

la istruzione pubblica, e del vero bene degli 

uomini.Ed in vero quanto ngn è più rilevante il 
contribuire alla maggior coltura di .una nazio- 

ne, di quello che il sia lo essere più presto 
letto dagli stranieri scienziati , a’ quali perveryà 
di necessità ogni buon libro una volta, purchè 
‘contenga verità alla universalità degli uomini 
veramente vantaggiose? Non mancano mai tra- 
duttori ai libri classici, qualunque sia il sog- 
getto, che trattino , allo stesso modo, che non 

mancano mai vagheggiatori alla bellezza. L’ a- 
ver dettati il P. Beccaria i suoi libri apparte-. 
nenti a cose fisiche in ischietta, e disadorna 
lingua Italiana gli tolse forse il modo di esser 
conosciuto in Francia, ed in Inghilterra? Lo 

stesso dicasi di Franklin noto a tutta Europa 
ron men per le sue scoperte fisiche, che per 

le sue politiche operazioni, sebbene scrittore 
Inglese; e quanto scrisse parimente nella pro- 
pria lingua Inglese Priestley sull’aria fissa, nou 
venne tosto tradotto in tutte le lingue di quelle 
nazioni, che con felice successo danno opera 
agli studj della natupa? E perchè non imitar al- 


i 
la sua vita poi, disgustato Federico degli autori France- 
si, cominciò a far più conto dei dotti del suo paese, e 
scrisse al Dalembert , che vedeva doversi attenere a’suoi 
Tedeschi, se legger volea buoni libri. Diede opera quin- 
di davvero alla lettura de’classici, ed impegno i lettera 
ti, che verano iu Prussia a tradurre le opere dell’anti- 
chità, che avea egli volontà di leggere ( Essai sur /a vie eg. 
part. LI, chap. 190. p. 351.) 


“ 


i 
Pi x 


UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. v. 79 
meno Bacone, Bodino, Galilei, Grozio, Pal- 
lavicini, ciascun de’ quali dettò prima nella lin- 
gua propria. nazionale le opere sue, quindi le 

tradusse, o tradur le fece sotto i suoi occhi in 
lingua Latina, che a que’ tempi era più della 
Francese conosciuta? Il Cardinal Pallavicini tra 
essi la ragion chiaramente rie spiega: perciocchè 
-dopo aver detto, che stendeva il Trattato suo 
del Bene ( opera profonda, e dotta in vero) in 
Latino (64), affinchè non gli mancasse lingua 
per parlare colle straniere nazioni, aggiunge 
che dettava pure l’opera medesima nell’idioma 
‘ Italiano, per imitar nella pietà verso la patria 
quegli antichi Romani, che procurarono di far 
comuni al materno linguaggio tutti i tesori del- 
la Greca sapienza, del che Cicerone tra gli altri 
sì spesso, e tanto si gloria. 

Cosicliviiamo adunque, che dué lingue ad 
un tempo non possono essere lingue dai di 
una stessa nazione; che i l'bri scientifici, quan- 
do si voglia cficacemente senderle illuminata, 
vogliono esser dettati in idioma colto materno, 
e che i buoni effetti, che da questa pratica ne 
derivano, servono maggiormente a diffondere 
nella società umana le cognizioni, e la felicità . 
Perciocchè qualora ciascuna siggolar nazione 
sarà per questa via più dotta, più colta, più 

, animata dell’amor della patria, più atta a spie 
gare nell’ originale sua forza l'originale caratte- 
re, di cui è dotata, ne ritrarranno anche circon= 
Vicini popoli un reale vantaggio indirettamente, 
se non altro per ragion di emulazione; una na- 
zione costumata, savia, e fel ce comunica le sue” 
buone qualità a ‘confinati , come non è possibi- 
le il non risentirsi dei viz), 0 DTRCla ferocia di 


60 Pallavicini, Lielaa al Trat. del Bene, 


80 LIBRO, PRIMO , CAP. III. 


una nazione vicina barbara, o corrotta. E se 
intorno a tutto questo muover non si può veru- 
na quistione, a che dubitiamo ancora? a che re- 
stiamo’ esitanti, e perplessi nello stabilire, che 
da’ Piemontesi si debba in ogni genere di scrit- 
ture, e di opere anche appartenenti a scienze 
esatte adoperar la lingua Italiana? 

Vero è, che alcuni altri tra noi soverchia-. 
mente affezionati alle cose oltramontane inferir 
potrebbono dal sin qui divisato essere bensì ne- 
cessaria una sola lingua volgare letteraria domi- 
nante al Piemonte; non poter due lingue ad un 
tratto esercitar la giurisdizion loro, ma non es- 
sersi sufficientemente dimostrato , che questa es- 
ser debba l’Italiana; poter per lo meno, a pa- 
rer loro, esser libera la scelta, ed in tal caso 
‘molti vantaggi venirne dal concedere il primato 
al Francese (65). Le quali due asserzioni giu- 
dicando io tali da-non potersi sostenere, mi ac- 
ciugerò a dimostrare primieramente, che non 
vi ha luogo a scelia, essendo la lingua Italiana, 
e non già la Francese la lingua colta ‘naturale, 
c propria del Piemonte, e passerò quindi a dis- 
cutere ampiamente il secondo più difficile que- 
sito, vale a dire, nella supposizione, che non 
fosse men natyrale al Piemonte una delle men- 
iovate due lingue in paragone dell’ altra , se con- 
verrebbe scegliere a preferenza piuttosto la lin- 
gua Francese, che non l’Italiana; quistione, la s0- 
luzione di cui sembrar potrà per avventura men 
meccssaria , ma che servirà sempre a toglier via 
ogni menoma, difficoltà , e ci aprirà il campo a 
fare il confronto , la storia, l’analisi, a dir co- 


(65) V. Denina, Pensieri diversi, Vicende della letter, 
Berlino 1785. T. IL p. 229. 


UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. v. 81 


sì, non tanto letteraria, quanto politica di due 
lingue celebrate, e pregevoli cotanto . 


CAPO IV. 


8I PRENDE A PROVARE, CHE LA LINGUA VOLGARB 
COLTA NATURALE AL PIEMONTE SI È LA LINGUA 


ITALIANA. I 


Che la lingua Francese sia un frutto straniero 
al suolo del Piemonte, e per nulla all’indole 
nostra adattato nè poche, nè leggieri ragioni il 
persuadono. Se poniam mente prima di tutto 
al nostro comune, e popolare dialetto Piemon- 
tese, sebbene uno de’più rimoti dalla lingua 
purgata, e colta d’Italia a giudizio di Dante (66) 
ad ogni modo peraltro il ravviseremo per Ita- 
liano: che altrimenti non lo avrebbe al certo 
annoverato tra i dialetti Italiani quel creator 
della lingua sin dal secolo XIV. Ed in vero se 
attentamente lo ascoltiamo, in bocca special. 
mente di coloro, i quali non hanno cognizione 
di lettere, nè di lingua Francese, e che non 
affettano leziosaggive, e morbidezza, noi scor-, 
geremo molto bene, che, tolti‘ gli accorcia- 
menti , le desinenze, e le sfigurazioni delle voci 
( come in ogni dialetto interviene), e tolti al- 
cuni termini, i quali ci sono stati lasciati dal 
continuo traffico togli oltramontani , l'impasto 
però del dialetto è Miano affatto, Italiane so- 0 
no le frasi, le immagini, i proverb), e Pordi- 
ne stesso, e la costruzion gramaticale lontana 
da quell’andamento sempre regolare, ed uni- 
forme della lingua Francese. Italiani son pure 
i generi, ed Italiano sopra tutto è l’uso fre- 


(66) De vulg. elog. lib. I. 
| 4. 


4 


89 LIBRO PRIMO, CAP. IV. 


quentissimo tra noi dei diminntivi graziosissi- 
mi, e vezzosi, e degli accrescitivi ora dispre- 
giativi, or vigorosi, e pieni di energia . E se poi. 
si facesse l’ esperienza di parlare entrambe que- 
ste lingue a persona Piemontese, la quale non 
‘avesse mai sentito motto nè di Francese, nè d’ 1- 
taliano, certa cosa è, che assai più intendereb- 
be della seconda, che non della prima. 


8.1. Scrittori celebri Piemontesi scrissero tutti 
in lingua Italiana. 


Che un frutto esotico sia la lingua Francese 
in Piemonte, come gli agrumi nel settentrione, 
ne è una prova manifesta lo scarso numero de- 
. gli scrittori nostri, che in quell’idiama detta- 
rono non già opere compite, ma Saggi, ed o- 
puscoli soltanto, e che questi non ostante uno 
studio ostinato posto in esso, e non ostante un 
modo di pensare, un modo di veder gli ogget- 
ti tutto Francese, e l’essere taluni personaggi 
di molte lettere, e forniti di vivace ingegno non’ 
sono potuti giungere con tutto questo, com” è 
detto sopra, a contentare le difficili superbe 
orecchie oltramontane. Che se alcun dicesse, 
che l’eloquente apologista Francese de'Gesuiti , 
e l’erudito scrittor della storia di Provenza (67) 
sortirono pure la cuna in Piemonte, per lasciar 
da parte che il secondo nacque in città troppo 
vicina alla Francia, ed offhor piena di France- 
si, entrambi poco più che nascer fecero in Pie- 
monte, passarono lor prima gioveniù, andaro- 
no a siudio in Francia, nè mai di scrivere in 
altra lingua fuorchè Francese si piccarono; in 
.somma furono nella letieratura come nella re- 


(67) P.Cerruti. P. Papon. .. 


il 


LINGUA VOLGARE DEL PIEMONTE $.1. 83 


ligione gli antichi Giannizzeri nati Cristiani, e 


Maomettani zelanti perchè allevati fra’ Turchi . 

Appera all'incontro tra noi comparve qual- 
che raggio di coltura di lettere, e si credette 
che una lingua volgare potesse esser capace di 
‘trattar soggetti ser), e .scientifici, che veggiam 
tosto adoperata la lingua Italiana comune alle 
«altre Provincie d’Italia. Tralascio l'inutile ri- 
cerca quale sia stato il nostro più antico scrittor 
Italiano, e mi basterà il mostrare, che il lin- 


guaggio Italiano già fioriva y ed era riguardato. 


come la lingua volgare colta del Piemonte sin 


nel secolo XV. Dalmazzo Berardenco valente. 


antiquario nato iu Valoria nél 1414, che rac- 
colse iscrizioni in queste contrade sin prima 
della metà di quel secolo, e trascrisse quella 
famosa dell’ arco di Susa nella maniera medesi- 
ma come tanto tempo dopo la pubblicò poscia 
nel Museo Veronese il Marchese Maffei; questo 
nostro letterato, io dico (68), in una sua lette- 
«ra uscita alla luce non ha guari si vale della 
lingua Italiana, contrassegno sua Sai , che era 
dessa sin da que’ tempi la lingua ©rrente an- 


che nel Piemonte superiore. Ed in tanta vici-. 


nanza della Francia, con tante, e troppo stret- 
re relazioni e vincoli de’ Marchesi di Saluzzo 
co'Francesi, la lingua Italiana era in quel se- 
‘colo medesimo la lingua volgare dominante in 
quella Città. Ciò si raccoglie non solo dalla 
descrizione dell'assedio di Saluzzo del 1486, 
stesa in Italiano da un Bernardino-Orsello gen- 
tiluom Saluzzese, e dedicata a Madonna Mar- 
gherita di Foix, ma eziandio da un’ Accademia 
Italiana insin d’allora instituita in Saluzzo, le 


(68) Vita di Dalmazzo Berardenco' scritta dall'ab.Mej- 
ranesio. V. Giornale di Modena T.XXI. p. 117. e p. 126. 


84 LIBRO PRIMO), CAP. IV. 


adunanze della. quale si tenevano nella sala 
grande del Castello . Nè il Marchese Lodovico, 
e la Marchesana di Foix sopraccennata di lui 
consorte si coutentavano di presiedervi, e di da- 
re il soggetto, su cui ragionar sì dovea: per- 
ciocchè esso Marchese Lodovico lesse alcuni 
suol ragionameuti sopra Vegezio , come quello, 
che facea professione di soldato, e fu quind? 
Vicerè di Napoli per lo Re Francia; e Marghe- 
rita di Foix, tuttochè Francese, coltivava. la 
lingua Italiana, e ne promovea con gran calore 
lo studio (*). 

I primi storici, che abbia poi avuto il Pie- 
monte in lingua volgare in quello stesso seco- 
lo, quelli, che se sono ben lungi di essere i nò- 
stri Liv), i nostri Sallustj, tengono però il lno- 
go dei Pison Frugi, e de’ Valerj Anziati, voglio 
dire Gioftredo della Chiesa, Galeotto del Car- 
retto, Benvenuto di S. Giorgio stesero nella 
lingua d’Italia le opere loro. Nè furono già 
questi, come ognun sa, uomini di picciol le- 
guaggio, come neppure il furono buona parte 
de’nostri sé@fffttori Italiani del secolo seguente. 
Un Conte Matteo de’ Couti di San Martino 
(famiglia , in cui in un colla chiarezza del san- 
gue si trasfuseil genio alle Muse Italiane insi- 
no a questi nostri tempi ) annoverano tra’ primi 
regolatori della lingua Italiana, e che fu in cor- 
rispondenza di lettere col Bembo; un Conte 


{*) L'Orsello dedicando a Margherita di Foix la de- 
scrizione mentovata dell’assedio di Saluzzo soggiunge, 
ehe non poteva quel suo ragionamento indirizzare - se 
non a voi sola , dacchè la lingua Italiana con maraviglio- 
sa prontezza , et facilitade apparaste, et tanto in simili 
materie di valere con ammirazione degli dotti, che vi fan-. 
no corona dimostraste.- Monumenti della letteratura Sa- 
luzzese manuscritti presso il sig. Viucenzio Malacarne , 


LINGUA VOLEARE DEL PIEMONTE 6.1. 85 


Federigo Asinari di Camerano assai valente ri- 
matore lodato da Annibal Caro; un Alessandro 
Tesauro, nobile Fossanese, autore della Serei- 
de, poema didascalico patrio , non men caro al- 
le Muse, che alla economia Piemontese; un 
Girolamo Pensa Cavalier Gerosolimitano imi- 
tatore dell’ Alamanni nello scrivere epigrammi 
in volgare, oltre ad un numero non picciolo di 
gentildonne Piemontesi uscite dalle famiglie del- 
la primaria nobiltà assai colte rimatrici, delle 
quali Perudito signor Ranza raccolse le Memo- 
rie (69). E qualora col Villani volessimo com- 
prendere nel Piemonte anche il Tortonese pri- 
ma che fosse aggiunto agjli altri Stati della Real 
Casa dominante, ci sì presenterebbe il Bandello 


Vescovo di Agen nato in Castelnuovo (70), che 


nello scrivere novelle. seppe assai meglio imita- 
re il Boccaccio, di quello ‘che i Perarchisti tutti 
abbiano saputo imitare il loro modello, ed il 
‘ Valenziano , che può stare a fronte co’lirici più 
rinomati del Cinquecento, .ed il Montemerlo 
‘ raccoglitore di frasi Italiane entrambi pur Tor- 


tonesi. E per lasciar da parte il Caccia gentiluom.. 


Novarese, ed il Gozzelini Monferrino, e Ghe- 
rardo Borgogni di Alba pocti di qualche grido, 


non posso fare a meno di non ricordare il Bo- 


tero savio, ed infaticabile scrittore, e profondo 
politico rinomatissimo . | 

Dietro a questi gli altri autori tutti, che col- 
tivarono con qualche buon successo le lettere 
in Piemonte ne’ due ultimi passati secoli, furo- 
no scrittori Italiani ; e se lecito mi fosse il ra- 


gionar de’ moderni , di quanti chiari nomi non , 


potrei fregiare il bel novero, nomi che queste 


(69) V. Memorie di donne letterate. _ r 
(70) V. Elogio del Baudello parte Li. Piemont. illust.- 


ii 


f dì 


86 ° LIBRO PRIMO, CAP. IV. 


Provincie illustrano dal Varo al Tesino, e che 
nella età nostra arriechirono la lingua, e la let- 
teratura Italiana di storie utili, di acute specu- 
lazioni filosofiche, di dotti libri critici, e filolo- 
gici , di scelte rime, di applauditi teatrali com- 
ponimenti , e di opere medesimamente spiranti 
quel lepore, e quel sale frizzante degno di Lu- 
ciano, e di Addisson (71), che sembra più par- 
ticolarmente riserbato.,, quasi pregio privativo, 
.a quelle Provincie, dove la più scelta lingua di 
Italia è più comune, ed è più famigliare? Una 
tal copia di scrittori, che Italia tutta per suoî ‘ 
riconosce , e de’ quali anzi si’ pregia , ripetendo- 
ne a gara le lodi, non dovrebbe disingannarci, 
e far palese a tutti, che il genio dominante tra 
noi si è l’Italiano? massimamente qualor si ri- 
fletta , che oltrealla lingua, ed agli scrittori , il 
modo stesso di pensare, di operare, di gover- 
narsl ne’ diversi accidenti della vita, i costumi, 
. Je inclinazioni, tutto in somma” purchè il con- 
trario imperjosamente non comandi la forza ir- 
resistibile della moda } scuopre un’indole con- 
forme a quella degli altri Italiani. 


S. II Genio della lingua Italiana conservatosi 
in Piemonte non ostante le invasioni deb 
Francesi. da 


Questo carattere Italiano si conservò sempre 
incorrotto nel corpo della nazion nostra duran- 
te la residenza che fecero di là da’ monti non 
pochi de’ nostri Sovrani prima del Duca Ema- 
nuel Filiberto, non ostante le lunghe zuerre, e 
lelunghe stanze, ch’ ebbero gli eserciti Francesi 


(71) Passeroni, Barretli, l’autor del Parlamente Ot- 
taviamo. i 


LINGUA VOLGARE DEL PIEMONTE 6.11. 897 


ornemici, or collegati in Piemonte, non ostan- 
te le occupazioni di tratti considerabili di que- 
ste contrade, come del Marchesato di Saluzzo 
sin verso il fine del secolo XVI., e di Pinerolo 
insino allo spirar del seguente, per non parlare 
del dominio avuto da’ Francesi in Asti nel se- 
colo XV., e XVI, e delle invasioni di presso- . 
chè tutto il Piemonte regnando il Duca Carlo. 

IL. (*). Non che a que’ tempi in cui venne in 


(*) TI chiarissimo nostro Abate Denina ( Z'icende della 
letteratura 10m. ll. Pensieri diversi, edizione di Berlino 
p. 239) dice, che nella valle di Susa confivante colla 
Savoja, e col Delfinato usavasi la lingua Francese nelle 
‘cuole , e ne’ Tribunali sin verso il fine del Regno del Re 

Carlo Emanuele, il quale per un particolare regolamen- 
to ordinò, che in vece del Francese si usasse 1 Italiano . 

Come a persona, che ha passati in quella contrada alcu- 

ni de’suoi anni migliori mi permetterà il signor Abate, 

che , con quella confidenza , ch’ è propria dell’antica no= 

stra amicizia, lo avvisi essere stato egti in questo parti- 
. colare ingannato. Nella Provincia propria di Susa nelle 
scuole, e negli atti pubblici si adoperò sempre la lingua, 
Italiana, non altrimenti che in tutto il resto del Piemon- 
te, dopo che il Duca Emanuele Filiberto nel 1561, proi- 
bi «aviamente.il loro sciaurato Latino alle curie, ed @' 
notai. La lingua Francese era bensì ,-ed è tuttora la lin- 
gua del pulpito, de’Tribunali, e delle scuole in tutte le 
terre del Delfinato che compongono le valli di Sesana; 
di Oulx, di Bardonedhe, e di Chaumont cedute dalla 
Francia alia Real Casa di Savoja nel 1713, in vigor del- 
la pace di Utrecht, e state quindi aggregate alla Provin- 
cia di Susa. Ed appunto perchè al presente formano par- 
te di una Provincia Italiana, il Re Carlo Emaguele con 
un suo biglietto, che indirizzò nel 1750, all’Intendente 
{ che è anche Riformator delle scuole della Provincia ) 
stabilì uno stipendio per un professor di lingua Italiana 
nel Collegio di Oulx, stabilimento necessario, dacche 
gli ordini, e gli editti si promulgano in tutte quelle terre 
in lingua Italiana. Come questo utilissimo provedimen- 
to non abbia potuto sinora sortire il suo effetto, tutto- 
chè chi scrive non abbia sicuramente tralasciato di far le 
opportune rappresentanze, uon è qui il luogo di parlar- 
ne. Servirà però il sin qui detto a mostrar l'origine del- 
to sbaglio del citato nostro celebre Scrittore. 


n 


-” (d 


88 ‘ LIBRO PRIMO, CAP, IV. 
Piemonte, ed in Torino morì il rinomato Ma- 
rot, ed in cui moli Francesi vennero al segui- 
to di Madama Margherita di Valois, ma pur 
anche nel fine del Mille cinquecento, e dopo 
innoltrato il Seicento, la nazion nostra tuttora 
intatta, nulla sia ne’ costumi, sia nella lingua di - 
Francese tenea. Di fatti Giovanni Argenterio ‘ 
medico , e lettor di Filosofia nella Università di 
Torino volendo render comuni due Trattati scrit=. 
ti i lingua loro da due Medici Francesi intor- 
no alla preservativa, ed alla curativa della pe- 


ste (72), cice aver pregato il signor Gio. Mi- 
‘ chele Crotti Segretario del Duca Carlo Ema; 


nuele I. a volersi torre il carico di tradurli per 
essere in lingua straniera, ed in queste nostre. 
contrade poco familiare al pubblico; îna quello, 
che è più, Don Carlo Umberto di Savoja Mar- 
clese di Mulazzano (73) figliuolo naturale del 
prefato Duca Carlo Emauuele L., e di una prin- 
cipal Dama della Savoja, e che poi fu Gover- 


natore della Citià di Mondovì, in una sua lette- 


ra scritta nel 1626 , mentre che già era Colon- 


nello di un Reggimento, confessa, che, avendo 


ricevuto una lettera in lingua Francese da non 
so qual Ufficiale intorno ad effari della sua sol- 
datesca, non gli rispondéa per non saper egli 
scri\ere iu quella lingua (*). Or si consideri che 


(72) Rimedj più veri, ed approvati contro la peste. 
Torino presso Luigi Pizamiglio 1598. v.la Dedica in data 
dei 7. Settenibre . . Ve Pg) 

(73) Guichenon Hist. Geneal. de la Maison de Savoje 
T. li. p.-446. RE 

(*) All’Officiale che mi scrive anco di questo particola- 
re non rispondo per averini esso scritto in lingua francese 
per non saper io scrivere in quella lingua , e così mi fa- 


vorirà V. E. di disingannarto . - Lettera di D Ca: lo Um- 


berto di Sayoja in data di Cherasco 5. Marzo 1636. di- 
retta al Presidente Prospero Galeaui Governatore del 
| i ì 


‘ Mondovì. 


LINGUA. VOLGARE DEL PIEMONTE $. il. 8g 


questo signore, sebben personaggio di alto afla- 
re, uscito di sangue Principesco, figliuolo di 
madre nobile oltramontana , non solo ignorava 
la lingua Francese più colta, ed elegante da po- 
terne far pompa, ma n’era al” buio a tal di non sa- 
persene servire scrivendo per necessità di nego- 
‘ zio ad un semplice Ufficiale; osservisi che non 
solo erà persona principalissima per nascita, 
ma eziandio uomo di maneggio, come manife- 
stamente risulta da molte lettere di lui, che. 
conservo originali, ed anche dal solo essergli 
stato affidato il comando di un Reggimento dal 
Duca suo padre, Principe avveduto quanto altri 
mai; riflettasi per ultimo, ch'egli non mostra ri- 
brezzo veruno di confessar l'ignoranza sua di 
quella lingua , non cerca sutterfugj è ma tal co-, 
sa palesa apertamente, e poi sì faccia ragione 
del pochissimo conto, in cui è da credere fosse 
tenuto dai grandi l’ idioma Francese in Piemon- 
te. Se qualche studio si fosse posto allora in es- 
so dalle gentili, e nobili persone, si sarebbono 
almeno recato a vergogna d’ignorarlo affatto . 
Non cominciò pertanto ad allignar quella 
lingua, nè a gittar radici in Piemonie presso 
quella, che chiamavasi buona, ed anche alta 
società, se non da' un secolo circa a questa par- 
te sotto le reggenze delle due Duchesse Cristi- 
na, e Giovanna Battista , entrambe. Francesi. 
Quella fu l’ epoca appunto, in cui oltre ai limi- 
ti della Francia si diffuse l’idioma Francese, 
ed impossibil era in tanta vicinanza di contra- 
de, e corrispondenza d’ interessi , che non s’in- 
troducessero in Piemonte i modi , le usanze, e 
er fine la lingua di quella nazione, che, giusta 
Poi dell’ Abate di S. Real (24), rie- 


(74) Le veritable érat de la France en 1691. MS. presso 
îl sig. Cav. di S. Real. | 


80 LIBRO PRIMO, CAP. IV. 


sce mirabilmemte a secondare le naturali fem- 
minik- inclinazioni sia nelle opere d’ingegno., 
che ‘con quelle di manuale industria. Ciò non 
pertanto la nazion Piemontese non prese, se 
non se superficialmente una così fatta tinta di 
modi , ed usanze Francesi; è le leggi, la pub- 
blica istruzione, le produzioni letterarie anche 
sotto il femminile governo di quelle Principes- 
se Francesi continuarono ad essere Italiane; i 
più savj tra’ Piemontesi-, unitamente al Popolo, 
sempre Italiani si riputarono, e per Italiani 
.scmpre fummo considerati da ognuno, e a dis- 
petto di tanti, e tante tra noi contaminati di 
Gallomania, tuttora il siamo. Che più? per 
sm ne’ difetti ci dimostrammo Italiani in que’ 
tempi medesimi : perciocchè se nel Cinquecen: 
to non erano mancati scrittori al Piemonte as- 
sai applauditi, che scrissero colla eleganza, e 
. col buon gusto in quel secolo comuni in Italia, 
avemmo nell’abate Tesauro uno de’ principali 
antesignani di quel turgido , metaforico, e fal- 
samente concettoso stile, che corruppe, e de- 
formò nell’ultimo passato secolo tante opere di 
Italiani autori altronde ingegnosissimi . 

Che se-non sono gli Italiani così difficili co- 
me i Francesi ad accordarci il consorzio loro, 
la loro socieià letteraria; gli uomini più gra :di 
della nazion nostra di nutrir sentimenti lialia- 
ni, eziandio dopo quillé reggenze ognora si. 
vantarono. Rechiamone un esempio in un uo- 
mo di guerra, ordine di persone, che più d’ogui 
altro atfeita la lingua, cd i modi Francesi. Il 
faito vien narrato dal Marchese Maflci (75), o- 
ror di Verona, dell’ Italia tutta, a cui tanto. 
‘Gee la letteratura del Piemonte da lui riguar- 


(76) Verona illustr. parte LII. c. v. p. 308 ediz. in 8? 


LINGUA VOLGARE. DEL-PIEMONTE $. 11. Ql 


dato come una seconda sua patria (76). Nel 
prinéipio del corrente secolo vennero -colle 
truppe Francesi in Piemonte alcuni ingegneri 
di quella nazione, e come bramosi di conoscere 
gli uomini celebri nell’arte da loro professata, 
cercarono del signor Bertola ingegnero di gri- 
do , che molto più ne acquistò poscia: nella di- 
fesa di Torino. Cortesemente questi gli accolse; 
ma parlando essi ( come sempre fanno nelle 
contrade straniere gli uomini di quella nazione) 
in Francese, rispondea l’altro in Italiano, af- 
fermando di non saper il Francese, siccome 
«quello che non era uscito mai d’Italia, ed avea 
fatto i suoi studj in Toscana. E perchè grandi 
facevano essi le meraviglie come altri potesse 
senza la lingua Francese aver appresa 1’ arte 
* loro, molto più mostrò egli di farne come aves- 
sero essi potuto diventar ingegreri senza ben 
posseder l’Italiana . Seguita transazione su que- 
sto punto, convenuto che ciascun parlasse la 
propria lingua, chiesero al Bertola que’ Fran- 
cesi qual concetto avesse formato del Vauban j: 
e del suo nuovo sistema di fortificazione. Egli, 
che come buono, ed antico Piemontese, era di 
umor gioviale, e quella ignoranza di libri , e. 
dell'idioma Francese ad arte fingca, per tra- 
stullarsi alquanto , rispose non sapere che auto- 
re si fosse cotesto ,,nè qual professione atesse 
fatta. Guardandosi l’ un l’altro in atto parte di 
beffa, e parte di meraviglia, cominciarono al- . 
lora quegli Ufficiali Francesi a magnificare, e 
ad esporre ampiamente colla voce, e colla pen- . 
na le invenzioni a questo autore attribuite. Ma 
it Bertola, senza nulla scomporsi, ripigliò no- 


56) V.la Dedica dell’ Arte diplom. al Re Vittorio A- 
medeo Il. i 


92 LIBRO PRIMO, CAP. IV. 


lissime essere a lui tali cose tutte, ma aggiun- 
‘ se non esser queste punto in Italia nuove, ma 
antiche molto, ed essere state ‘dagli Italiani in- 
ventate, e poste in opera gran tempo avanti. E 
qui fattosi più serio il discorso, comineiò a ca- 
var fuori suoi libri, ed a squadernar sotto gli 
occhi loro le opere dei De-Marchi, dei Catta- 
neo , dei Busca, degli Alghisi, e di tanti altri 
nostri valenti scrittori di quel. genere sino del 
secolo XVI, e i disegni delle Fortezze. a que'® 
tempi da loro ideate, e piantate, facendo loro 
osservare perfettamente espresse, e descritte as- 
sai prima che il Vauban nascesse quelle parti- 
colarità, che credevano da lui pensate , ed in- 
trodotte, di modo che attoniti quegli Oltramon- 
tani, da lui si partirono con molto miglior con- - 
cetto del valor Italiano anche in questo partieo- 
lare, di quello , che ne avessero da prima (*). 
Tal fatto non si è da me qui recato per dimi- 
nuire in nulla le glorie di quella abbastanza fa- 
mosa nazione, ma soltanto per accennare un e- 
sempio insigne tra molti, che mostrasse quan- 
to di cuore Italiano si sieno mai sempre pregia- 
ti que’ Piemontesi, i quali non meno per inge- 
gno; che per amor verso la patria, e per segna- 
Jati servigi più degli altri si distinsero: aggiun- 
gasi, che non vi ha contrada in Italia, dove la 
nobiltà primaria sia ed Italiana d’origine, e più 


antica , ed illustre, come due secoli ormai son. 


(*) Sarebbe da desiderarsi, che si raccogliessero , e si 
dessero alla luce le notizie della. vita, e degli studj di 
questo nostro valoroso ingeguer Torinese , che si può 
chiamare primo iustitutore, e padre di quelle nostre 
scuole militari di Artiglieria, e di fortificazione ora ri- 
nomate in tutta Europa. Forse ebbe egli per maestro 
“quel Donato Rossetti, jche pubblicò qui ia Toriuo la 
sua Z'oriificazione a roveècio nel 1678.. | 


' 
LINGUA VOLGARE DEL PIEMONTE $. 11. 93 


passati ebbe a confessare un gentiluomo nobi- 
lissimo Napolitano al nostro Botero (77); e do- 


‘“ ve minor numero si trovi di famiglie illustri di 


origine forestiera, e dalla Italiana diversa , il 
che principalmente derivò dal non avere avuto 
in queste contrade lungo, nè ampio dominio 
Principe alcuno straniero da gran tempo a que- 
sta parte. Molte sono bensi le famiglie origina- 
rie Toscane, e delle altre Proviricie d’Italia, 
come i cognomi medesimi, non che altro, il 
dimostrano (*), e tra le altre Piemantese è di- 
ventata la discendenza del primo storico di va- 
glia ( Dino Compagni ), che vanti la Toscana, 
e per la scelta delle cose narrate, e per la ma- 
niera di raccontarle anteposto dal celebre Mura- 
tori a Ricordano Malaspina (78), ed ai due 
Villani, de’quali ultimi è eziandio più antico. 


S. II La Savoya ed il Piemonte, sebben for- 
mino uno stesso Dominio, ebbero sempre 
lingua diversa. 


I limiti naturali non sono già solamente in- 
alterabili nella geografia fisica, ma parimente 
nella letteraria. Sino da’ più rimoti secoli sono 
quasi una stessa famiglia da uno stesso Sovrano 
governate la Savoja , ed il Piemonte; ciò non 
ostante la sua lingua, ed i suoi studj ciascun 
Popolo ritenne . Tutti gli scrittori Savojardi fu- 
rono Francesi, i Piemontesi Italiani. E se il so- 


(77) Botero Ret. di Piemonte p. 202.Torino 1607. 

(*) Tali sono Orsini, Colonna, Pallavicini, Sanvitali, 
Maffei , Alberti, ec Nella sola Città di Pinerolo, tutto- 
chè posta all’ ultimo confine d’ Italia , rammenta MSusi- 
gnor della Chiesa Falcouieri , Capponi, Martelli , ec. 

(28) V.Murat. prefaz. alla Steria di Dino Compagni R. 
I. Tom. 1x. p. 466. 


» 


94 . LIBRO PRIMO , CAP. IV. 


prannominato Corte di S, Mariino fu uno dei 

rimi grammatici dell’idioma Italiano, Claudio - 
di Seyssel, , anche egli contemporaneo del Bem- 
bo, fu il primoa dettare opere dottrinali , e tra- 
duzioni di autori classici in lingua Francese, 
Vangelas fu il primo regolatore dal moderno 
riformato idioma della Francia, S. Real uno 
de’ più rinomati scrittori: del secolo di Luigi 
XIV., e Ducts meritò di occupare a questi ulti- | 
mi tempi il luogo nell’ Accademia Francese lar 
sciato vuoto da un Voltaire. 

Si è la natura medesima, che col frapporre 
tra noi, e le oltramontane nazioni gli asprissi- 
mi gioghi delle alpi, col farci nascere sotto il 
cielo d’lu:lia, coll’ inspirarci in cuore gli Ita- 
liani sentimenti, col darci inclinazioni, costu- 
mi, modi agli Italici popoli conformi, col ren- 
derci oltremodo difficile 1’ uso della lingua 
Francese, ed il far corpo con quella letteraria 
repubblica, facile d'altro canto, e connaturale 
cogli Italiani l'unione, Italiani ci vuole, ed alla 
linzua Italiana ci chiama. E non v’'ha che la 
nausea delle cose propri: la tirannia della mo- 
da, l’affettazione, la svogliatezza , il poco amo- 
re, anzi l'avversione a’ costumi nazionali, che - 
spinger ci possa a spogliare i in questa parte l’in- 
dole nostra per vestirne una straniera, lascian-. 
do, a dir così, le armi appropriate alle nostre 
forse per impugnarne altre, che d’impaccio ci 
riescano non mai di difesa. E non dovremo 
temer du s che c’intervenga nelle cose lettera- 
rie, come appunto in quelle della guerra suc- 
cesse a-quel nostro Astigiano, che nel famoso 
abbattimento di Quadrata (79), avendo prese le 
armì contro la nazione Italiana per li Fraucesi, 


(19) Guicciardini, a d’Ital. lib. V. all'anno 1503. 


Sai 


= epr ee TETTE 


rali 


LINGUA VOLGARE DEL PIEMONTE $. IT. 95 
non solo con essi divise l’onta di rimaner vin- 


to dagli Italiani, ma, restato morto sul campo, 


si giudicò allora da ognuno meritamente aver 
portata la pena della sua stoltezza , giacchè per 
nazion forestiera avea voluto combattere con- 
tro l’onor della patria (80)? Laddove quando 
tutta intera la nazion nostra alla lingua Ital'ana 


.si volgesse, allora si potrebbe dessa dar vanto 


di esser quella, che siccome dalle porte Itelia 
tutta ‘col valore, e col consiglio protegge, e di- 
fende , “e ne veglia alla sicurezza, così contro il 
torrente, che la straniera letteratura, gli stra- 
nierì costumi, e le stranierc dottrine in un colla 
lingua straniera seco traendo, minaccia d’ in- 
nondarla, opponesse parimente , come in parte 
già fa, val'do argine, ed insuperabile . 

Posto adunque, che ogni rinomato popolo 
servito siasi mai sempre della naturale sua lin- 
gua, la cognizione, e le ricchezze degli altri 


| idiomi non impiegando se-non se per rendere, 


più dovizioso, più maneggievole, p'ù elegante 
il proprio, e natio ; posto che la lingua Italia- 
na sia, come di fatti si è, la lingua volgare colta 
de’ Piemontesi , in essa dobbiam porre il nostro 
principale studio per renderla comune alla na- 
zione tutta, sia a quelle classi di persone, che 
un'altra ne coltivano, sia al minuto popolo, 
che nessuna; dobbiamo adoperarci per renderla 
celebre, conosciuta, ed illustre ogni volta più” 
fuori d’italia; il che in nessun’altra guisa ot- 
teuer non si può , forchè col dar opera alle ar-. 
ti, alle scienze, ed alle lodevoli professigni di 
ogni maviera , coll'amar ]a patria, coll’apprez- 
zarli, collo imbeverci di sentimenti nobili, e* 
geuerosi, colla magnanimità, col valore, e 


(80) V, il Gioviolib, II. della vita di Consalvo,' 


LS 


96 LIBKO PRIMO , CAP. IV. 


quindi collo spiegare in ogni occorrenza: nella 
lingua nostra i proprj concetti. L’amor della 
patria, di Ila gloria, della virtù, le stesse co- 
gnizioni, e lo studio di adere la propria 
lingua furono le ali, che portarono dall’ una 
all’ alia estremità dell’ universo, e che traman- 
deranno a’secoli rimoti la fama ‘delle più rino- 
mate nazioni. 


ei 


FINE DEL LIBRO PRIMO. 


a” 


è = 
DELL'USO E DEI PREGI 


DELLA 


LINGUA ITALIANA 


‘LIBRO SECONDO 


CAPO Ll 


CARATTERE DELLA LINGUA FRANCESE QUALE 
. SI E A’GIORNI NOSTRI, 


Aug io mi lusinghi di avere ad evi- 
denza dimostrata la necessità, in cui trovansi i 
‘Piemontesi di riconoscere la lingua Italiana per 
lingua loro volgare letteraria, necessità , per ra- 
gion di cui non si può ad essi concedere la fa- 
coltà di scegliere tra essa e ‘la Francese quella 
che più gradisse; niente di meno per toglie? 
via ogni dubbio, che rimaner potesse sopra di 
ciò, conceder voglio, che libera sia per anco 
una tale scelta, e dico, che eziandio in questa 
supposizione si vorrebbe scegliere la Italiana 
bensì, e non mai la Francese per lingua volgare. 
dominante da tutti i Piemontesi scrittori. 

Non mi è ignoto, che strana a più d’ uno 
sembrar dovrà una così fatta asserzion mia, e 
veggo molto bene, che mi accingo a difficile, e 
perigliosa impresa. Mi è forza entrare in di- 
scussioni, e paragoni scortesi in certa mamiera, 
e dispettosi, essendovi impegnata la gloria let- 
teraria di due nazioni grandi. Procurerò ciò 
non pertanto di governarmi in modo di non of- 

Vol Lg “A 9 


dia 


-98. LIBRO SECONDO 3 CAP. I. 


fender ogni ragionevole persona. E prima di 
tutto devo avvertire, che non tanto per guar- 
darmi dalla naturale prevenzione, che altri in 
me veglia supporre, eome perchè da me stesso 
mi eonesco ron abbastanza versato nello. stu- 
dio della lingua, e della letteratura Francese, 
io non farò altro in questo paragone delle due 
‘lingue, che mi è-forza intraprendere, se non 
se schierare sotto gli occhi altrui le riflessioni 
fatte in questo proposito da autori elassici, e ri- 
putatissimi, per lo, più Francesi , i quali -non 
solo accetto per giudici della lingua propria, ma 
. neppur rifiuto per recar sentenza della Italiana, 
ogni qual volta ne abbiano avuta qualche co- 0 
| gnizione , e per determinare quali sieno i pregi, 
quali i difetti sia dell’ uno, che dell’ altro.i- 
dioma. ne 


SI Mal fondati elogj dati alla lingua 
Francese dal Padre Bouhours. 


Certamente tra gli spassionati, ed intelligenti 
| giudici della portata, del genio, e del valore 
de’ sopraccennati due linguaggi non si metterà 
mai da’ Francesi medesimi di senno il P. Bou- 
hours autore de’ Trattenimenti di Eugenio, e di 
Aristo, Nessun dichiarato nimico della pulita , 
chiara, e gentil lingua della Senna sarebbe mai 
potuto riuscire ad annoverarne con maggiore 
accuratezza i difetti, di quello; ch’ei fa per 
trarne soggetto di commendazione, e di encomjg 

uasì fossero pregi unici di quello idioma. Se 
il moderno Francese non ha diminutivi si è per 
essere lingua seria , e. grave; se non ha ssuperla-. 
tivi sì è perchè mal soffre le esagerazioni ; se à 
ristretta tra’ ceppi gramaticali, se manca di en- 
| tusiasmo , non ha forza per sollevarsi, non im- 


‘cme. Ai 


= 


CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $. 1. QQ 


. magini vive, non belli ardiri, si è per esser lin--. 


guaggio più d’ogni altro ragionevole. Se non 
conosce lingua poctica, non parole composte, 
si è per esser dessa la più naturale, la più sem- 
plice, e schietta di tutte le lingue. Se non: ha . 
voci sdrucciole, è più propria ad esser parlata; 
e se per fine non è capace d’iuversione, appun- 
to per questo superiore ei la dichiara, e vinci- 
trice delle lingue tanto yantate Greca, e Latina 


più d’ ogni altro idioma di così fatto vizio infet- 


te. Non vi ha in somma difetto , che quell’ uo- 
mo imperturbabile non rivolga in lode, e pre- 
gio luminoso ; non tralasciando neppur le vicen- 
de, a cui dovette andar soggetto il linguaggio 


Francese, per cui antiquati sono , e vieti gli 


scrittori contemporanei, non già dirò di Dante, 
e di Boccaccio, ma del Tasso, e del Guarini, 
per trarne materia di nuovo elogio. Se non fos- 
se noto abbastanza con quale candidezza abbia 
scritto il Padre Bouhours, e qual fossero i sen- 
timenti di a@ore verso la patria sua, da cui era 
egli animato , sospettar si potrebbe in vero, che 
avesse egli scritto ironicamente, e che il mali- 
gno piacere pigliar si volesse di metterne in ri- 
dicolo in così fatta guisa la lingua presso le na 
zioui straniere. La lingua Italiana poi da questo 
buon Gesuita si vilipende come se del più g- 
scuro , rozzo, e sgarbato dialetto si trattasse, 
che uom abbia parlato giammai; e ravvisando 
appunto in essa quelle, che a parer suo son” 
maéchie opposte a’ pregi da lui trovati nella lin- - 


. gua sua, sebbene in realtà sien lodi, conchiude 


in una parola non troppo filosoficamente, nè 
gentilmente, che il carattere proprio del lin- 
guaggio Italiano si è di esprimere al vivo quel- 
lo de’ saltimbanchi . n 

Lorenzo Pianciatichi, che trovavasi in Pari» 


f 


Pa 


:200 LIBRO SECONDO , CAP. I. 


gi quando uscirono alla luce cotesti Dialoghi, 
non è da dire con quale orrore udisse così fatte 
calunnie , e villanie, com’ei le chiama. Auima 

erciò in una sua lettera il celebre Conte Maga- 
Jotti (1) a ribatterle; soggiunge non bastare il 
passarsela colla solita scusa, dicendo della no- 
stra favella: Lu 

3, Ella è sì glorìosa, e ciò non ode; 

doversi impugnar la penna, e per maggiormente 
obbligarlo a ciò, avere sparsa voce apposta per 
tutto Parigi, ch’ esso Conte stava componendo 
un discorso in difesa della lingua contro tali non 
meno sciocche, che maligne accuse. 11 Magalot- 


ti peraltro non ne fcce poi nulla, ed il Redi sol- 


tanto nelle note al Ditirambo accennò, che bia- 
simevoli non crano i dimimitivi, senza nomina- 
re nemmeno il P. Bouhours . Ma ciò, che gli 
Italiani non fecero, venne fatto indirettamente 
da’ più rinomati , ed eleganti scrittori della Fran- 
‘cia, per veri difetti del proprio idioma ricono- . 
scendo quelli , che difetti pur sol, e per con- 
seguente come pregi lodevoli le qualità opposte. 
Ad ogni modo io son sicuro, che nessuno, tra 
tanti savj, e spassionati uomini, di cui abbon» 
da quel coltissimo Regno, vorrà vietarmi , che 
in vece di attenermi ad uno scrittore elegante 
bensì, ma senza filosofia, e senza vigore qual 
si fu il Bouhours, io riconosca per giudici in 
fatto di lingua Francese i sommi genj Fenelon, 
e Racine, i savj e giudiciosi critici Rollin, la 
Mothe, Dacier, e Brumoy, ed i tanto nella età, 


| nostra vantati scrittori Voliaire, e Rousseau, 


. 


pesi 


(1) Lettere T. 11. p. a0. - Lett. del Panciatichi dei 20, 
Febbr. 1671. | | 


57 2959 è 


ti 


- — 


Pia 7 Denatest SR 2 


CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $. I. 101 


S. I. Giudicio , che danno della lingua Fran- | 
cese t I più celebri scrittori di quella nazione. 


Io comincierò per contrapporre al Bouhours 
il formator del Telemaco , personaggio, in cui 
le belle doti dell’ intelletto. gareggiavano .con 
quelle dell'animo, di finissimo gusto dalla natu- 
ra dotato , che estendeva le cognizioni sue dal- 
le scienze le più severe insino alle arti le più 
amene , capace egualmente di sostenere un lu- 
minoso impiego nell'ampio teatro di una corte 
strepitosa, di riuscir amabile nelle brigate dci 
cortigiani, e nelle dotte adunanze, di vivere a 
se tra ilibri nel silenzio di una tranquillità stu- 
diosa , nutrito tra i classiei delle lingue antiche, 
e scr itor immortale nella propria. Quest’ uo- 


mo grande adunque, -il quale Lori tanti rispetti 


conoscere dovea intimamente l'indole, il ge- 
nio, la portata, le forze, i pregi, e le imperfe- 
zioni del Francese idioma, stese una scrittura 
sua indirizzandola a quella Accademia, che sic- 
de sovrana maestra del gentil parlare, in cui 
sembra ch’ei siasi preso l’assunto di confutare 

nto in lode della comune lor lingua venne 
dal Bouhours divisato, se pure confutar dir si 
può il riconoscere per imperfezioni manifeste 
quelle , chel primo riguardò come doti lumi- 


mose, Ed in vero ,. trattandosi di cosa apparte- 


nente a buon gusto, a fino sapore di lingua, e 


. di lettere, io non saprei come confutar si possa- 


no in altra guisa quelli, che lo hanno deprava- 
to , fuorchè eol dire, che di una diversa natura 
sien dessi da quella degli altri uomini, che lo 


hanno migliore; e quando si facesse il caso, che 


star dovessimo, senza alcuno esame, a giudicio 
di uno dei due mentovati autori, non credo, 


102 . LIBRO SECONDO; CAP. I. - 


che da tutte le .assennate persone tanto stranie- 
re come Francesi esitar si voglia un istante nel- 
l’accordar la preferenza all’immortale Arcive- 
scovo di Cambrai sull’ elegante Gesuita.. : 
Confessa il Fenelon, che l’attual lingua Fran-. 
tese, dopo i tentativi troppo arrischiati di Ron- 
sard, venne da' gramatici impoverita, ridotta a. 
scheletro, e messa in ceppi, correggendosi da 
essi l’ error del primo con un eccesso contrario. 
Non esar mai dessa procedere, se non se a nor- 
ma del più scrupoloso, e più uniforme metodo 
gramaticale , ed esser tolta in questo modo la 
via d’ogni sospensione, d’ogni spirito, d’o- 
gni aspettativa, d’ogni sorpresa, d’ogni varietà, - 
e sovente d’ ogni magnifica, e maestosa caden- 
za. E quanto difficil sia il voler introdurre. ma- 
ny s ed onda Ciceroniana ne’ periodi 
raucesi, ben il dimostra, che quelli tra essi, 
i quali tentarono di chiamar la-lingua lorò a 
cose grandi, cadono spesse fiate nel turgido, e- 
scono dalla natura, e non vanno esenti dai rim- 
proveri degli inesorabili puristi lor nazionali. 
Ho udito io medesirao-prù volte persona d’in-. 
gegno , e che ben sapea , € per priucipj la sua 
lingua’, affermare trovarsi scorrezioni, ed erro-'. 
ri gramaticali pressochè in ogni facciata di uno 
de’ più riputati pomposi serittori, che vanti la 
Francia , il signor Thomas , error, che da un 
Italiano, il quale non sia molto al fatto dell’in- 
dole, e del genio della lingua Frantese sarebbe: . 
ro scambiati per figure, e modi di dire andan- - 
tissimi , comuni. Perciò Fontenelle, chiamato. 
a buona ragione il tipo del bello spirito Fran- 
cese, e che molto ben conoscea sin dove giu- 
gner potesse la sua lingua, consigliava (2) con 


(2) Prefaz. alla Storia degli Oracoli. - 


PI 


È i e 


dr, fidi ae 


CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $. IT. 103 
quel suo modo festevole non doversi mai dar. 
nel sublime, se non se in caso di necessità estre- 
ma, quasi sì trattasse di dar nelte campane in 


caso di universale pericolo. Dio buono! Egli 


aggiunge, un sì fatto stile è sì poco naturale: 
alla lingua Francese, proseguir dovea . 

. Un celebre nostro letterato (*) intendentissi- 
mo di cose poetiché , e poeta ei medesimo non 
volgare, antepone schiettamente l'antico liricò 
Ronsardo al famoso Gievambattista Rousseau, 


‘e protende, che l’attuale poesia Francese, non 


solo abbia un genio contrario affatto al Pinda- 
rico, ma inoltre che i versi Francesi altro-non 
sieno, fuorchè un verseggiamento, vale a dire 
una prosa misurata, e rimata. Àd ogni modo 
gli stessi critici Fggncesi di questi ultimi tempi 
confessano , che Ronsard fu poeta pieno di entu- 
siasmo; e veramente inspirato da fuoco celeste: 
che ha una immaginazion pronta, e feconda, e 
dipinge al vivo quello , che 'tacconta } che quan- 


 tunque soventi volte enfatico , sa però esser gen- - 


tile; soggiungono, i suoi versi non sono buoni 
versi Francesi, ma son versì poetici più di quel." - 
li d’ ogni altro , e Omero, e Virgilio non iuse- 
gnano a far versi Francesi meglio di lui (3). 
Conchiudono adunque, che legger si dee come 


tn poeta, che abbia scritto in-lingua straniera, 


(*) Apostolo Zenò vote sla Bib. del Fontanini T. HI. p. 
103. » La poesia Francese ha un genio tutto diverso dal 
sy Pindarico; e benchè ella vanti i suoi /4 Mosse, Rous- 
»» seau ,,e Voltaire: iversi loro non sono più che un ver- 
3, seggiamento , cioè a dire, una prosa misurata, e rima- 
», ta. Se traloro fu mai alcuno, che sopra gli altri si 
» 80llevazse,eghi-è stato Ronsardo che buon poeta si fece, 
n studiando i nostri bravi Italiani: ma di presente lo- 
+» darlo in Francia sarebbe un farsi oggetto di derisione , 
, edi favola. » 

(5) 7. Annales poetiques. 


104 LIBRO SECONDO , CAP. I. 
‘e colla stessa disposizione di spirito , colla qua- 
le si leggono appunto Omero, e Virgilio. Non 
insegna Ronsardo ad esser poeta Francese, ma 
iusegna ad esser gran poeta , se pur tal cosa in- 
segnar si può. Ma la comune de’leggitori Fran- 
cesi, non ostante le esortazioni de’loro più savj 
letterati, non vede mai altro, fuorchè quello , 
che li circonda; non legge Ronsard, come non 
legge nè Omero, nè Virgilio; ed il loro genio, 
eome la loro lingua non si può addimesticare 
colla poesia sublime , ed entusiastica. Un con- 
trassegno tra molti si è quello , che coloro tra i 
Francesi , i quali sufficientemente intendono la 
lingua Italiana, e ne gustano in diversi generi 
gli scrittori; nientedimeno, avvezzi come sono, 
a quella fredda lor poesia , giescono insensibili 
alle bellezze de’ lirici Italian}. Hanno, starei per 
« dire, in conto di fursennati il Chiabrera, il Fi-. 
licaja, il Guidi, il Menzini, quantunque la tan- 
to decantata Ode alla Fortuna di Rousseau pa- 
ragonata con quella del Guidi sullo stesso argo-" 
inento, sia nulla più di.un freddo discorso meè» 
*so a fronte di un immagiuoso poema . | 
Diceva il Marchese Maffei scrivendo al Vol- 
taire (4):,, Gli Accademici primi regolatori del- 
ss la lingua Francese per darvi la gramatica vi 
s, tolsero la poesia,, e ben s’ avea egli ragione; 
perciocchè quale può essere mai, non che la 
poesia , ma l’ eloquenza di una lingua soggetta 
ad un andamento così uniforme, e così metodi- 
co? tanto più se si aggiunga la scarsità tanto di 
voci, come di frasi, che nella lingua sua ravvi- 
sa lo stesso Fenelon, il quale confessa, che da 
circa cent'anni addietro al tempo, in cui scri- 
vea , altro non si era fatto, che ristringerla , im- 


é 


(4) Lettera al Voltaire sulla Merope. 


CARATTERE DELLA LING. FRANCESE  (. II. 105 
poverirla col pretesto di purgarla , essendosi ir- 
remissibilmente sbandito troppo maggior nunge- 

. Ù | DO è ® 0 è 
ro di vecchi vocaboli, e modi di dire, di quel- 
lo che se ne fossero introdotti di nuovi. Ma ri-' 


| stringendoci alla poesia, la severità della lingua 


contro ogni inversione, ripete Fenelon, rende 
difficile oltremodo lo scrivere iu versi France- 
si. Sembra che cercato siasi piuttosto il difficî- 
le, che il bello;.un poeta Francese, a giudicio 
di lui, è obbligato a travagliarsi tanto per la di- 
sposizîone, ed il collocamento di Gna sillaba, 
quanto attorno a’ più alti sentimenti, alle vive 
pitture, e aì tratti energici. Ben-all’opposto, - 
dic’ egli, interveniva agli antichi, presso a’ qua- 
li le inversioni facilitavano le cadenze numero- 
se; Ia varietà, e tè espressioni ‘patetiche pren- 
devano la forma di grandi figure , e servivano a 
tener. sospeso lo spirito nella aspettativa. del 
grande, e del: meraviglioso; le quali difficoltà 
tutte da lui molto ben riconosciute nella poesia 
Francese il sospinsero, a ‘parermio, a dettar@ 
in prosa il suo Telemaco. Conforta pertanto if 
Fenelon (5) gli scrittori suoi nazionali a ten- 
tar nuove voci, e nuovi modi; ne fa sperar buo- 
na riuscita per la ragione, che un nuovo più. 
comodo sentiero si preferisce tantosto ad un’an* 
tica strada disagiata. Oltré alle voci semplici, & 


nuove, confessa mancare il suo idioma di voca: 


boli composti, di frasi, di modi di esprimersi, 
e di quell’arte di congiunger voci, che non vi 
ha uso di unire insieme. E ben lungi di biasi4 
mare il linguaggio Franeese che usavasi primd 
del Richelien, non ha il menomo ribrezzo di 
dolersi, e di compiangere la perdita dell’antica 
lingua dei Marot, dei D'Ossat, degli Amiot da 


(5) Lett. è l’Acad. Fr, art. 3. 
na 6; 


106 . © LiBRO SECONDO, CAP. I n i 
lui detta più vibrata, più naturale, più ardi- 
mentosa, più energica, piu passionata. Ì 

Nè fu il solo il Fenelon a piangere il destino 
di questa antica lingua, e a desiderarla con vi-, 
vo rincrescimento. Il tenero, ed elegante Raci- 
ne (6), dovendo recare alcuni luoghi di Plu- 
tarco , sì serve della traduzione di Amiot, di- 
sperando di poter giugnere colla lingua moder- 
na Francese alla venustà della traduzione. nel 
vecchio stile del mentovato autore; e l’assenna- 
to Rollin (7) attesta che non leggevasi mai da 
lui questa traduzione medesima senza rammariì- 
| carsì per la perdita d’infinite voci di quell’ an- 
tico linguaggio pressochè altrettanto energico, 
quanto quello di Plutarco . Il giudicioso Sana- 
don poi asserisce non essersi surrogati a’ vocabo- 
li,c modi di parlare or nobili, or concisi, spesse 
fiato naturali, e leggiadri usati dagli antichi 
scrittori di quella lingua (8), e andati fuori 
d’uso, altri così fatti, che sieno equivalenti; 
ec il tanto dai troppo arditi pensatori moderni — 
eelcbrato Bayle osserva (9g), che sarebbe stato . 
desiderabile , che gli autori più illustri, i quali 
&iorirono a’°tempi di quelle proscrizioni, si fosse- 
yo vigorosamente opposti, e non avessero lascia- 
‘to spogliar la lingua di voci, ed espressioni va- 
ghissime; e soggiunge, che gli scrittori più va- 
lorosi; que’ medesimi, che meno sentono l’im- 
paccio della povertà della lingua non lasciano 
di lagnarsene. A questi illustri , cd autorevoli 
giudici del Francese idioma aggiugner si vuole il 
La-Mothe(10) ; il quale sostenne contro il Vau- 


. {6) Pref. dà la Traged. de Mitridate . 
(7) Fist. anc. T. xr1: Plutarque. 

‘ (8) Note all’Ep.Il. lib. IT. di Orazio. 
(9) ict. art. Gournai, Remarq. (BH). 
(10) La Moihe le Vayer lett. 59. e_69. 


LI 


CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $. IT. $£09 
gelas, che le sue soverchiamente serupolose cor- 


rezioni, e men giuste censure tendevano alla 


rovina, non che della eloquenza, mà della lini- 
gua stessa Francese, che riducevano alla men- 
dicità ; e che le volpi di Sansone non avcano sì 
crudelmente devastato le messi de’Filistei, quan- 
ta era la rovina, che le regole degli Accademici 
‘menar-doveano nella messe letteraria di quella 
nazione. E per recare alcun più moderno scrit- 
tore, affinchè sia manifesto qual concetto for- 
mino della attual loro lingua i più fini conoscito- 
. ridi essa, il leggiadro, e gentile Remond di S. 
 Mard (11) estendendosi ampiamente nelle lodi 
dello stileda’Francesi chiamato Marotico dall’an- 
tico poeta Marot, unico reliquato della vecchia 
lor lingua, non teme di affermare essersi guastato 
il Francese per abbellirlo; che la lingua di Amiot, 
e di Montagne aveva tutte le doti, di cuì abbi» 
sognava; che poscia si è impoverita, e che tut- 
tora si va privandola di voci, di modi di dire; 
onde in vece di essere espressiva, e vivace, è 
diventata nobile, e fredda . Nella poesia sul gu- 
sto di Marot, segue a dire il signor Remond, 
‘. quando la voce debole; e fiacca , che si usa co- 
munemente , non corrisponde alla immaginati- 
va dello scrittore, si serve egli dell’antiche più 
energiche; e siecome sì fatto stile gode del pri- 
‘vilegio di non illanguidire giammai, a cagion 
di una troppo scrupolosa costruzione, diventa 
più conciso,e più naturale di quello , che sia la 
| comune maniera di scrivere che per essere trop- 
po misurata, e regolare, riesce il più delle vol- 


| te fredda. Finalmente l'Abate Talbert nel suo 


(11) Oeuvres T. r. Poelique: Reflection sur le sonnet 
p. 136... | 


i 


108 ——LIBRO SECONDO) CAP. T. 
Elogio di Montagne premiato dall’ Accadenìia 
di Bordeaux (12), chiama la sua lingua mono- 
tona, timÎda, incapace d’inversione , e di quei 
furti avventurosi, che hanno ‘arricchita la lette- 
ratura Inglese, costretta a sacrificare ad una ele- 
gauza smervata tutta la sua energia, tale in una 
. parola, che oltremodo difficili, e per. conse- 
guente meno perfette, riescono l’ eloquenza, e 


la pocsia, soggiungendo, che affinchè ricuperar 


potesse le sue forze; converrebbe retrocedere di. 
due secoli interi. Tutti questi scrittori adun- 
que, del pari di colui, che saviamente disse, 
che senza Montagne l’ Accademia non avrebbe 
fatto altro , che acqua chiara , che è tanto come 
dire, che avrebbe formata una lingua pura ben- 
sì , ma senza vigore, senza forza, senza brio, 
«senza elevazione, tutti confermano l’ osservazio- 
me di que’ due uomini sommi, che come guida- 
tori della dotta schiera ho avanti ogni altro 
messo in campo, Fenelon, e Racine. 
8. INI Giudicio, che i Critici Francesi recano 
‘ della loro lingua , in ispecie confrontandola 
colla lingua Greca, e colla Latina. © 


Che se alcun dicesse, che non già assoluta- 
mente della lingua loro così ragionano i più 
dotti, e.colti tra’ Francesi, ma soltanto parago- 
nando la lingua , di eui si servono al presente, 
coll’ antica usata intorno al fine del secolo X VI. 
da’loro ‘più riputati scrittori; ad una tale diffi- 
| coltà io risponderò in primo luogo , che comun- 
que si scoprano i difetti, e le imperfezioni di 
un idioma, sia pigliando il regolo dalle astratte, 


| (12) E/oge de Michel Montagne par l’abbé Talbert 1774. 
in fine della prima parte. a 


CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $.I{I. 100 
e filosofiche idee della perfezione, sia mediante 
| quello più palpabile del confronto , sussistono 
| sempre i difetti medesimi, ‘e la diversità in altro ‘ 
non consiste, fuorchè ne’ diversi mezzi adopera- 
t per riconoscerli; che anzi il confronto con u- 
na lingua diversa, e segnatamente con un idio- 
ma parlato una volta dalla stessa nazione nella 
stessa contrada, io il reputo uno dè’ mezzi più 
. appropriati per ottener l’intento, e certamente 
| è un mezzo meno astruso, men fantastico, men 
soggetto all'errore, di quello che sia lo andare 
speculando dietro alle sottigliezze di una perfé- 
zione rdeale. i di 
. E quando poi altri bramasse, che questo con- 
fronto si facesse con quella lingua, i di cui au- 
tori classici son venerati come il modello del 
‘buon gusto in tutta l'Europa colta, voglio dire 
la lingua del* Lazio, io mi conteuterò di recare 
in mezzo quanto in questo proposito viene in- 
gegnosamente divisando il rinomato traduttor 
Francese delle Georgiche di Virgilio il signorDe 
l’ Isle (13). Quel popolo Re, dice adunque enfa- 
‘ticamente questo. scrittore, non avea vocaboli 
bassi, e modi, de’ quali sdegnassero servirsi i 
| grandi, ed il carattere originale della nazione 
improntava di un’aria di maestosa nobiltà tutte 
le azioni sue. I Romani si vedevano ognora in 
pubblico e a dir così in prospettiva; laddove i 
Francesi si vedono da vicino e più per minuto, 
ondechè nelle tumultuose assemblee de’ primi il 
bollor dell’ambizione, l'entusiasmo della liber- 
tà faceano fermentare con violenza le passioni, 
mentre nelle ristrette società Francesi la brama 
di gradire, lo spirito di galanteria, le impiccio- 
lisce, le modifica, le trasforma. Con tal govere — 


(13) Pref. è la traduct. des Georgiques p. 30. 


110 LIBRO SECONDO, CAP. T. 


no, con tai costumi, quanto non dovea essere più 
pomposa, più energica, più vibrata, più espres- 
siva, e passionate la lingua del Lazio? I Romani 
viveano più nella campagna; i Francesi moderni 
in città ( prosegue a dire il signor De l’fsle) dal 
che ne inferisce , che a’ primi dovea esser dato il 
dipinger meglio, e rappresentare gli oggetti fi- 
sici, ed attribuisce a questo motivo il riguardar- 
si la lingua Fraucese come incapace di poesia 
epica , la quale a forza d’imagini si sostiene e di. 
descrizioni. Senzachè molto bene seppe questo: 
traduttore osservare essere l’idioma Francese 

ripieno di vocali mute, di sillabe sorde, inarti- 

colate, indistinte, che ‘ingannano l’ orecchio , 

infievoliscono il suono, son nemiche d’ogni ar- 

| monia; e ripete le accuse sopra mentovate del. 

la niuna inversione , dell'obbligo di disporre 
ognora le frasi nello siesso ordine di costruzio- 

ne, e della difficoltà di unir voci tra loro con 

destro modo,-onde più aggraziato riesca il giro 

de’ periodi, e varia, e numerosa la cadenza. 

Ma prescindendo da’ paragoni, e della lin- 
gua loro parlando i Francesi scrittori senza re- 
lazione ad alcuno antico, o moderno idioma, 
tralascian forse di darle biasimi non piccioli , 
e taccia d° imperfezioni considerevoli? e questi 
non sono già scritiori superficiali per dottrina, 
o ineleganti disprezzatori della venustà del di- 
re,.ma i più versati nello studio di essa, que-. 

gli appunto, che, per averla più lungamente, 
e meglio maneggiata , ogni qualità sua conosco- 
no intimamente .. Quanto quello, idioma sia 
mancante dal canto dell'armonia, di cui pur 
ora ragionavasi, ben il riconobbe sli che 
nelle cose musicali, non men che di iii 
potea recar sì fondato giudizio a Giovan-Gia- 


‘CARATTERE DBLLA LING. FRANCESE $.ITI. 111. 


- como Rousseau (14), se di qualità più diretta-. 


mente alla letteratura. appartenenti vogliam fa-. 
vellare; l’erudito Dacier:(15),.e la dotta sua 
consorte, anche in questo d’ accordo col. chia- 
ro suo marîto, non cessano di chiamar la lin-- | 
gua loro impacciata, e schiava piuttosto che 
ritenuta, sempre timida, e ristretta, sempre 
priva di un bello ardire, perchè sempre tenuta 
in ceppì dall’uso, e senza la menoma libertà; — 
mancante delle tinte più dilicate, non men che 

di quella pratica, che consolazione di parole. 

da alcuni dicesi assai adattamente, per via di. 

cui si rendono. gradite, e nuove le voci mede- 
sime dure, basse, e disaggradevoli, priva di 


«numero, e di quel così fatto misto di austero ,. 


e.di florido sorgente di grazie, e perciò della. 
poesia Omerica principalmente incapace (16). 
Chi poi, come il Bouhier (17), la disse meno 
ricca, meno energica della Inglese, serva del-. 
l’uso, e delle regole, timida ad un tal segno, 
che le ‘figure un poco forti, ed i voli della im-. 
maginazione sono ascritti a vizio per non dir 
riguardati come stravaganze; tal altro come il 


‘ Segretario medesimo della Crusca Parigina, vo- 


glio ‘dire 1’ Abate Du-Bos (18), anti-musicale, 
ed anti-pittorica la giudicò per costituzion sua; 
e Voltaire (19), che ogni stile; se non can e- 
gual lode, certamente con franchezza, e com 
bravura non ordivaria maneggiò, giunse a qua- 
lificarla per mancante per anco di precisione, 


( n) Lett. sur la imusique Franc. fom. 1. p. 241. Avast. 
1769. e È 

{15) Notesà l’ Art poétique d’ Horace. 

{36) ad. ivacier pref. d la trad. de l’'liade. 

(17) Pref. dà la traduc. de Caton d’ Addisson. 

(18) Ref. sur la poés. et sur. la peint. 1. part. sect: $6. 
| (19) Qédie. dOraste. Essai sur la poes. épique. 


- 


4 


119 LIBRO SECONDO, CAP: 1. ‘’ 
di ricchezza, di forza, e per la meno ‘poetica, 
‘ delle lingue di Europa. iti " 

Nè gioverebbe l’opporre ad un sì fatto -giu- 
dizio le eccellenti tragedie e commedie, che 
pur vanta il teatro Francese, senza controver-- 
sia il primo teatro di Europa, poichè giusta- 
| mente riflette il poc’ anzi lodato signor De l’I- 
sle (20), che lo stile della tragedia è assai poéo 
diverso da quello. della conversazione nobile, 
e lo stile della commedia da qu.illo della con-' 
versazion famigliare; e che l’idioma Fraricese. 
ristretto a que’ due generì , è rimasto timoroso 
e povero nel resto per modo che, imprigiona-' 
to ognor sulla scena, non osa spaziare libera- 
mente pei vasti campi della poesia amena , flo- 
‘rida, sublime, e pomposa. Una dilicatezza su- 
perba, segue egli a dire, ha sbandito un iufi- 
nito numero di espressioni, e d’immagini, e 
la lingua nel farsi più dignitosa è diventata e- 
ziandio più povera. I grandi collo abbandona- 
re al popolo l’esercizio delle arti, gli hanno 
lasciato parimente le voci, che ne esprimono 
le operazioni. Aila povertà, per questo mede- 
simo rispetto , la debolezza, a parer suo va cone 
giunta; perciocchè il popolo infonde nel suo 
parlare quella franchezza, quell’ energia che 
con forza dipinge, ed impronta le idee, le pas- 
sioni, i sentimenti; laddove il linguaggio dei 
grandi è misurato, cauto, e circospetto al pari 
di essi. Ora dopo tutti questi giudizj intorno 
alla lingua loro di scrittori Francesi, massime. 
critici, e traduttori non dovrà esserci permes- 
so di compendiarli tutti con recare in mezzo 
quanto, appunto parlando delle traduzioni di 
Omero tentate in lingua Francese, dice il ri- 


(20) De £ Isle, Discors. cit. 


CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $.III. 113 


momato nostro Italiano scrittore Abate Betti- 
nelli (21), che fu in Fraricia, conversò con Vol- 
taire, e quella letteratura, e quella lirigua co- 0 
nosce fondatamente? Que? versi a compasso, 
esclama egli adunque, quelle cesùure taglienti, 
quelle rime aggiogate , que’tronchi sensi, quel- 
la prosaica costruzione, tanti sordi dittonghi, 
tanti suoni nasali, tal povertà di voci compo- 
ste, di frasì pittoriche, di figure, di traslatri 
ponno stare con Omero? | 


S. VI. Carattere della Sage Francese pri- 
ma del Cardinal di Richelieu; impossibili- 
tà di far rivivere tal lingua. 


Ma qui potrebbe ripigliar taluno: se i difetti 
del moderno Francese sono molto ben cono- 
sciuti da’ più eloquenti, e sensati scrittori di 
quella nazione; se cospirano tutti unitamente 
a propor riforme, se richiamar vorrebbono a 
un di presso l’antico loro linguaggio che par- 
larono:, e che scrissero non sono ancora due 
secoli passati, ‘e perchè mai, per .deprimere: 
quell’idioma , si vorrà parlare soltanto di quel- 
lo, di cui attualmente si servono, e non già dì 
quello, che adoperarono una volta, e che gio+ 
va sperare, che debbano ripigliar ben tosto, 
‘essendo troppo breve, e troppo agevole il pas, 
‘so dal conoscere un difetto allo emendarsene? 
a chi in cotal modo ragionasse, io risponderei 
risolutamente , che non ostante le querele ed i 
lamenti dei più assennati Francesi per la lin- 
gua perduta dei Montaigne, e degli Amiot, è 

inutile il lusingarsi, che dessa'possa risorger 


(21) Opere Tom. vin. Saggio sull’eloquenza p.t19. 
nota (a). 2 


\ 


114 LIBRO SECONDO, CAP. I. 


giammai dalle sue ceneri, e che possa nemme- 
no aver luogo la riforma della lingua dal Fene- 
lou suggerita, col prendere per arricchirla, ed. 
invigorirla voci, espressioni, maniere di. dire 
da ogui parte, cosicchè di pianta a rifare, ed a 
ricompor sì venisse. Oltre al gravissimo osta- 
colo contro una tale letteraria operazione av- 
vertito dal Conte Algarotti (22), cioè il trat- 
tarsi di lingua già fatta, ed alla quale tanti libri 
hauno come posto il suggello, un altro a parer 
mio insuperabile vi si frapporrebbe; ostacolo 
che annienterebbe ad un tratto un tal teutativo 
più presto in Francia, che in qualuuque altra 
conirada. - | Dee 

Quella brillante, e leggiadra nazione, quan- 
.tunque sembri così wogliosa di cose nuove, 
venga comunemente d’incostanza tacciata, ed 
ami di cangiar così sovente di fogge, e- di sen+ 
timento ne’ suoi. libri, e ne' suoi discorsi ,quan- 
do si tratta però di agire, e non soltanto di 
parlare, è forse quella, che nelle vicende ‘dei 
secoli abbia minore alterazione. sofferto nello 
spirito e nel carattere patriottico; intanto chey 
se Bodino e Montesquieu troppo più del dove- 
re attribuirono all’ influsso del clima nelle leg- 
gi, e ne’ costumi de’ popoli, si è appuuto per- 
chè niuna nazione, quanto la propria loro, 
somrhi.;istra maggior pretesto di spingere tan- 
oltre, voglio dire sino all’ eccesso, ed all’ er- 
rore una sì fatta verità. Quali vedetei Galli 
a’ tempi di Cesare, tali trovate i Francesi nei 
secoli delle Crociate; sotto il regno di Carlo 
VIII., di Francesco I., e di Luigi XIV. Socie- 
voli; ed ameni, pieni di brio, e di confidenza, 
amanti de’ bei motti, per modo che bastò una 


| (22) Saggio sopra la lingua Franc. Op. tom. 3. 
. sa R 


Ù 


. 


CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $.1v. 115 


facezia ingegnosa ‘a far prorompere nelle risa 
un’ assemblea de’ capi principali degli antichi 
._ Galli raccoltasi per consultare di cose di Stato; 
e che il primo libro originale in prosa, che 
vanti il Francese moderno, cioè le famose Let- 
tere provinciali, è libro, la qualità dominante” 
di cui,.sebben di argomento gravissimo , si è il 
motteggio. Vantatori delle cose loro non pic- 
cioli, nati per ridurre a perfezione le cose al- 
trove inventate, più spiritosi comunemenute, 
che gli altri popoli, sempre inclinati ad un go- 
verno militare, alla militar licenza , ai piaceri, 
alla galanteria, agli amori (*), a tale, che un 
senato di donne tra i Galli rammentano Plu- 


(*)-Hagti, tra mille esempj della inclinazione della na- 
Zion Fl®ncese agli amori, quel libro,, che giusta quanto 
narra il Benedetti, fu ritrovato uelle spoglie de’ Francesi 
dopo la giornata di Fornovo contenente i ritratti di tutte 
Ze cortigiane dal Re Carlo VIII. amoreggiate durante la 
conquista del-Reguo di Napoli, ch’ erano in tal numero , 
che nel breve spazio di un anno se n'era potuto fare un 
giusto volume, anno nel quale a tanti altri affari nella 
prospera, e nell’avversa fortuna avea egli dovuto bada= 
re. Del resto bruttissimo di aspetto era quel Re, cosicchè 
il Guicciardini il chiama più simile a mostro, che ad uo» ‘ 
gno, privo d'ingegno affatto, e di giudicio, essendo piut- 
tosto freddezza in lui, e remission d’animo quella, che 
alcuni chiamavano bontà; e nel 1494 . ron ‘era punto com 
nosciuta in Francia ta galanteria , e la voluttà elegaute,, 
che v' introdusse poscia Francesco I., onde kon sembra- 
va egli nato agli amori . Ma sentiamo quello, che dice in 
questo proposito lo stesso Montesquieu in una lettera ve» ‘ 
nuta nitimamente alla luce in Inghilterra, e stampata 
quindi nel Giornale Francese intitolato Esprit des Jour- 
naux-Janvier' 1790. p. 2653. » — Il existe ‘en France un 
» vice radical qui ne pourra peut étre jamais ètre extir- 
» pé, parce que il vient des femmes qui parmi nons se 
» mélent de tout, età la fin ruinent et détruisent tout 
» +. -.. En France les femmes perdent tout parce que el- 
» les se croient propres à tout, et les hommes sont assez 
» foibles, assez puerils pour complaire à leurs caprices . 
» La nature cependant les forma pour obrir eq. 


116 LIBRÒ SECONDO, CAP..I. 


tarco (23), ed. altri antichi scrittori; cd un 
Magistrato Francese, il Presidente Rolland , 
osserva gravemente, che alla amministrazione 
. delle donne avendo succeduta quella de’ Druidi 
( Giansenisti Pagani) i Galli, sempre vincitori 
de’ Romani sotto il governo femminile, diven- 
nero loro tributarj sotto quello dei ministri 
della religione (24). Del resto l'instabilità loro 
medesima nelle foggie, nelle mode, nelle opi- 
nioni correnti -circa le cose frivole, essendo 
stata ognora una qualità loro inerente, serve vie- 
più a dimostrare l'immutabilità del geuio lor 
nazionale. E questo carattere - poi , da nessuno 
meglio conosciuto e descritto , che da-loro me- 
desimi, a tale, che dei loro difetti fecero com- 
medie saporitissime, e che nessuno arrjyerà a 
dipingere più al vivo queste non poché volte 
amabili imperfezioni di . quello, di abbiano 
fatto il più festevole, ed il più grave scrittore, 
che si abbiano, voglio dire Moliere (25), e 
Montesquieu , questo carattere, dico , tanto al- 
tamente è infisso nel cuore di quella nazione: 
che ncppure il ridicolo (26) sparsovi sopra a 
larga mano ( per anima Francese il più valevole 
ritegno ) potrà arrivare a coreggerli, e traspari» 
rà tra i biasimi di quell’ istesso, che i suoi 
compatriotti ne riprende. Montaigne (27) die 
ceva sin da’ suoì tempi , che sembrava, che i 
| Francesi facessero tutto quello, ehe. sapevano 
per farsi odiare dagli Italiani, da lui tyovati 
(33) De viriutibd. mul 6. YI. gr ì 
(24) Récherches fur les prérogatives des Dames Par. 
1787. p. 21. , 
(3bj Les Facheux act. 1. scen. 1. Montesquieu Esprit des 
Loix liv. IX. c. VII. liv. XiX. ch. FP. i i 
(26) 77. Le Frangois d Londres Coméd. par M. le Boissy. 
(27) Foyage en Italie en 1580. im. 11. p.i5ì ediz. ia 
42. 1784. i sà 


#ARATTERE DELLA LIN6. PRANCESE $. Iv. 119 


‘garbati e cortesi, ma che non potevano giusta- 
mente tollerare la sfrenatezza ; e l’insolenza lo- 
ro. L’abate Raynal poi (28), sebbene stenda 
ur velo su questi nazionali difetti volgendoli il 
‘ pìù che può in virtù, non lascia però di descri- 
verli al vivo, e di enumeràrli tutti diligente- 
mente; ed il recentissimo autore della storia 
secreta della Corte di Berlino (29), dopo aver 
recati diversi tratti di sventataggine, d’ indi- 
screzione, e di petulanza de’ suoi nazionali, co- 
me di uno che fece aspettare il Re di Prussia a 
desinare dov'era invitato ; e di un ‘aliro, che 
‘trattò con ‘eguale, se non anche con maggior 
famigliarità 1 Imperatore a Praga, soggiunge 
essere indicibile il torto, che fanno costoro al- 
la intera nazione. Ma il male si è, che tuttì 
questi scrittori Francesi, dopo avere ricouo- 
sciuti i loro difetti nazionali, confessati inge- 
nuamente, ed apertamente biasimati, vi cado- 
no poi essi medesimi vergognosamente; fanno 
come quel celebre loro comico Du-fresne, che 
- rappresentava eccellentemente sul teatro la par- 
te del millantatore, ma sceso dal palco, e de- 
posti gli abiti di scena. continuava nè più nè 
meno a far daddovero lo stesso personaggio, 
che avea poco prima fingendo. messo in ridi- 
colo. Perciò quegli, che forse’ meglio di tutti 
conobbei pregi , ed i difetti della nazion sua, 
e più d’ogni altro seppe cavarne profitto, vo- 
glio dire il Voltaire, descrivendo la presa di 
Costantinopoli fatta da' Crociati nel 1204, ed i 
disordini commessi da’ soldati Francesi, riflet» 
te opportunamente, che il carattere nazionale 


(28) Mist. PhAilosoph. des deux Inaes liv. P. chap. XY. I. 
p. 95. e seg. ediz. di Ginevra del 1798t. 
(20) Zlistoire Secréte de la Cour de Berlin 1789. tom. 1. 
piro. 3 


118 — ‘LIBRO SECONDO, CAP. I. 


non ha mai cangiato (*); ed egli stesso, seb- 
ben si vantasse tanto di essere spregiudicato , | 
sebbene mostrasse di coltivare lingue straniere, 
di apprezzar la letteratura, ed i costumi delle 
altre nazioni di Europa, con tutto ciò; se ben 
sì riguarda, fu costantemente in ogni cosa sua 
dî genio affatto Francese. Una sola particolari- 
| tà basterà a dimostrarlo . Tra le altre ‘cose de- 
gli Inglesi, che aveva egli sempre affettato di 
si maguificare assai si è il gusto loro nel fabbri-" 
care, nel piantar boschi, e nel costruir giardi- 
ni; nulladimeno nel suo ‘castello di Ferney, da. 
lui rifatto di pianta, tutto volle alla Francese, 
cosicchè ogni parte di esso riuscì perfettamente 
| a dir così francesata, al pari di qualunque villa 
de’ contorni di Parigi, edi boschi sigolarmente 
vennero colla solita monotona regolarità del 
Le Nautre scompartiti in viali in forma di stel- 
le (31), senz’altra diversità da quella in fuori 
di essere più piccole o DA grandi, di maggiore 
o minor numero di raggi 
Ora se agevole riuscir possa il far cangiar. 
lingua ad una nazione così tenace de’ proprj 
usi; lascio che le persone assennate il giudichi- 
no; tanto più tenendo i Francesi il loro idioma . 
in concetto di quella i importante cosa, che si è; 
e che, se bene si riguarda, non furono già in 
essa così instabili come si crede comunemente, 
. e come il sono nelle foggie, e nelle mode frivo» 
le, che spargono in tutta Europa. Da Pascal, e 


(4) » Les Eglises furent pillées : et ce qui marque assez. 
» le caractère de la nation QUI N’ A JAMAIS CHAN- 
» GÉ, les Francois dauserent avec des femmes dans le 
» sanctuaire de l'Eglisse de Sainte Sophie, tandis qu'une 
» des prostituées qui suivait l'armée de Baudouin chan- 
» tait des chansons de sa profession dans la chaire patriara 
» cale - Voltaire Essei sur l’histoire , chap. 57. p. 370. 

eu The European Magazin For. May 1780, pag.3l1. 


CARATTERE DELLA LINE. FRANCESE $. IV. 119 


da Cornelio a questa parte la. lingua loro, di 
tanti libri in ogni materia arricchita, non can- 
‘giò al certo sostanzialmente; e se vi corre dif- 
ferenza tra gli scrittori del secolo di Luigi X.IV., 
ed i più vicini a’giorni nostri, non è differenza 
di lingua, ma differenza di sapore, e di gusto 
di eloquenza, come differenti sono Cicerone da 
Seneca, Livio da Tacito, Virgilio da Lucano. 
Egli è incontrastabile, che prima della institu-. 
zione dell’ Accademîa avevano i Francesi una 
lingua -diversa dalla in oggi corrente: ma si po- 
trebbe muover quistione, se la lingua che sî 
scrivea a que’ tempi fosse la lingua più appro- 
priata al temperamento, all’indole naturale del- 
la nazione, che se ne serviva; se fosse dessa 
frutto spontaneo del suolo di Francia, ovvero 
trasportato da clima straniero , e che.perciò, co- 
me succede delle piante esotiche , degenerar do- 
vesse. ben tosto, quando continuamente i semi 
di fuori trar non si volessero. n 
Grandi rivoluzioni inoltre, gran cangiamenti 
nel governo, ne’ costumi, nella religione stessa 
seguirono circa.all’ epoca della instituzione del- 
l’ Accademia. I Francesi, setto it ministero del 
Richelieu, diventarono quasi un’ altra nazione 
da quella, che erano per l’addietro, e perciò 
coi nuovi costumi, e nuove leggi, nuova lingua 
prender doveano, così comandando quell’ infles- 
sibile Porporato. Si era meglio stabilita la giu- 
risdizione sovrana , spenti i troppo formidabili 
magnati, scemata di molto l’autorità del governo 
feudale, obbligati i gentiluomini a menar vita 
più socievole, e cittadinesca, fiaccato l’orgoglio 
de’ sempre tumultuanti Ugonotii, unita in som- 
ma la nazione in un sol corpo, Che all’incontro 
per lo addietro la licenza, e la ferocia delle 
armi, la varietà delle sette in fatto di religione, 


120 LIPRO. SECONDO . CAP. T. 


» 


e de politici partiti, l'anarchia prodotta dalle 
discordie civili, le varie corti di diversi Princi» 
pi, e de’ Grandi, che ancora al pari de’ Priucipi 
ne aveano, gli infiniti stranieri, singolarmente 
Italiani, che per negoziazioni politiche, per ra- 
gion di traflico, per mestier di ‘milizia, al se- 
guito di Italiane Regine in quel regno si trova- 
vano, davano alla nazione un aspetto affatto 
diverso da quello, che prese dopo il regno di 
Luigi XIII. Si riprodusse £a dir così, in mezzo 
alle civili dissensioni > alle guerre di ‘religione, 
alle grandi operazioni di Stato la nazione, ed 
‘una nuova generazione d’ uomini ne sorse, che 
‘con nuovi modi, nuovi costumi, nuova foggia 

di pensare, e di vivere, nuova lingua eziandio 
seco portò ‘nattiralmente. E siccome l'estrema 
eleganza, e pulitezza è forse contraria al genio, 
che si compiace di una età dove le passioni 
grandi, i i gran vizj), e le gran virtù si spieghino 
‘ampiamente, età più poctica, che abbia una 
non so quale originale rozzezza; così la lingua, 
che nacque, portò l'impronta della pace, e del- 
la uniformità di un secolo voluttuoso, e trau- 
quillo, mentre che l’altra, sebbene in parte. 
men regolata, spaziava però più lungamente, c 
più libera, più intraprendente maggiori cose 
tentava, e felicemente ardiva di eseguire. lù 
somma tanto riuscirono queste duc lingue di- 
verse, quanto diverso era Montaigne rinchiuso 
a'tempi delle guerre civili nel suo fortificato 
| castello tra i merli, ed i pouti levatoj, in mez- 
zo alle armi, ai cavalli, ed ai libri della dotta, 
e severa antichità, da un cortigian profumato 
di Luigi XIV., in uua Corte pomposa e spi- 
rante lusso, e morbidezze, tra mille piaceri, 
e solazzi, tra le attrattive più lusinghiere delle 
dame gentili, tra i versi i del tenero Racine, e 


= 


CARATTERE DELLA LING. FRANC. $. IV. 191 


+ "fel salace la Fontaine. Senza che sueceda nn 
così fatto rapido, e totale cangiamento di cose, 
senza una universale rivoluzione ‘di strdj, e di 
costumi, e senza che si trovi un nuovo Riche- 
lieu, il quale sapesse così efficacemente volere, . 
e con tanta prontezza farsi ubbidire, è impos- 
sibile che sia mai per avere effetto la riforma 
piuttosto bramata, 10 credo , che sperata da 
quell'uoggo grande di Fenelon, e riuscirà sem- 
pre inutile il far tentativi in quello idioma. 
Non vi vuol meno di sconvolgimenti così fatti 
per imprimere un nuovo moto in quella nazio- 
ne, per farla camminare su traccie diverse dal- 
le consuete, per farle in qualche parte cangiar 
il suo carattere, il suo patriottismo, a cui è 
dessa più d’ ogni altro popolo fedele, non ulti- 
mo motivo certamente della sua celebrità , pos- 
sanza. e' grandezza, che compensa i suoi di- 
fetti, e che già più d’ una volta la salvò da im- 
minente manifesta rovina. 
. Ma quand’anche non ostante i divisati osta- 
coli, conceder volessimo , che ridur si potesse 
in atto la proposta riforma, sicuramente i capi 
della nuova lingua dovrebbono essere di ne- 
‘cessità nazionali, e tra’ Francesi riputati assai, 
per potersi lusingare di aver seguito, per ac- 
corgersìi quale impressione facessero nel popo- 
lo le novità tentate, per poter vedere se altri 
tien loro dietro, e soffermarsi se scorgonsi ab- 
bandounati. Uno scrittore non Francese, che di 
quella lingua si serva, dovrà sempre dividere 
colla turba degli scrittori di second’ ordine i 
biasimi, che i più dotti tra Francesi danno al-. 
là propria lingua, confuso nella mandra degli 
imitatori; e non potrà giammai avventurar no- 
vità senza che, come ignorante piuttosto della” 
Hingua , in cui scrive, riprender si faccia, che 
Pol. I. GU 


LI 


19,8 LIBRO SECONDO, CAP. I. 


lodare come creatore di una nuova foggia df 
esprimersi , ed apritore di intentato più lumì- 
noso cammino . i 


S. V. La lingua, che parlovasi in Francia în 
fine ge! secolo XVI. non era lingua natu- 
rale alla Francia . | n 


Per ‘chiarirsi appieno della difficgltà della 
succennata impresa da un cantò, € Sella faci- 
lità, che si ebbe dall’altro pér eseguire la ri- 
voluzione nella lingua, ordinata, a dir così, 
dal Richelieu, è da considerarsi non esser cosa 
abbastanza palese, com’ è detto sopra, se quel- 
da antica lingua Francese tanto bramata dai 
più rinomati scrittbri del regno di Luigi XIV., 
ed usata da quelli, che fiorirono sotto France- 
sco I. sin oltre al fine del Cinquecenta, fosse 
pianta nativa, e connaturale al suolo che la 
produsse. Perciocchè quando un sì fatto lin- 
guaggio non troppo si confacesse al genio della 
nazione, e da estrinseche' cagioni in Fraricia 
fosse stato introdotto, alimentato e diffuso, 
assai mimore,per necessaria conseguenza verreb- 
be a farsi la meraviglia per la solenne proscri- 
zione, a cui dovette soggiacere, e per essersi 
dall’ Accademia fondato sulle sue ampie rovine 
ua nuovo più regolare, e più pulito, ma men 
grande, e meno maestoso edificio; come tal- 
‘volta si vedono ridotte a ‘piccioli deliziosi casì- 
ni le reliquie di una qualche augusta mole, € 
‘veneranda dell'antichità. 5 

Di questa parte della storia delle vicende 
della lingua Francese :possono forse con mag- 
giori lumi, e più sicuri ragionare gli Italiani, 
che non gli stessi nazionali Francesi. Jo non 
so quali scrittori intendesse mordere Arrigo 


CARATTERE DELLA LING. FRANC. $. v. 123 


‘Stefano ‘co’ suoi Dialoghi sul nuovo idioma 
-Frarcese itolianizzaio ; nè so qual lingua surro- 
gar ei volesse a quella adoperata a’suoi giorni 
tanto da’ Poeti come da’ Prosatori Francesi. Si 
raccoglie peraltro ch’ egli riconoscea l’esistenza 
di una lingua Francese diversa dalla corrente , 
mentre egli serivea , e che più naturale la ripù- 
tava, e più conforme all’ indole de’ Francesi di 
quella > che biasima. ll fatto sta, che le opere 
tutte più celebrate del secolo XVI. dettate in 
quell’idioma, sono, come ben notò l’ Algarot- 
ti (31), così somiglianti nello stile, nei. “modi 
di dire, nella costruzione, e nella mimica stes- 
sa di formare i periodi, “alla lingua. Italiana, 
che si potrebbono con pochissimo lavoro val- 
tare.in nostra favella quasi parola per parola. . 
Del rimanente non si può concepire come il 
precitato Arrigo Stefano preferisse l’.idiorma 
Francese all’ Italiano, accennando egli .stesso 
essersi dovuto accingere innanzi al Re a con- 
. futar coloro, che anteponevano la lingua no- 
strà. La lingua di Montagne, di Amiot, e di 
aliri scrittori contemporanei dello Stefino non. 
| può esser quella che da lui veniva preferita al- 

italiana (32), sia perchè troppo all’ idioma 
nostro aonforme , sia perchè è da lui biasimata 
‘per questo rispetto appunto di essere italianiz- 
zatla, soggiungendo , ‘che la maggiore purità di 
essa. cercar. si voli neppure nella Corte, in 
questa come nelle altre cose depravata, dic’.e- 
gli, e licenziosa oltremodo. Dobbiam pertanto 
inferire ,. che la lingua da quesjp erudito | perso- 


- (51) Op. tom. ITT. Saggio sopra la Lingna Francese. — 

| (39) Zit tempus quum în ea sermonis puritas quaeren-. 
da esset: ar nunc în eo , sicut et in alits-rebus , miram et, 
plane depravatam licentiam usurpat Hypomneses de Gall. 
dina: ia praef. 1582. 


194 LIBRO SECONDO; CAP. T. 


naggio messa innanzi alla Italiana sia quella 
adoperata da Comines, e dagli altri autori, che 
scrissero prima che regnasse Francesco I. , epo- 
ca, in cui gli Italiani, a giudicio dello Stefano, 
ne cominciarono a corrompere la purità. Ora 
se quel barbaro idioma possa venir preferito 
alla lingua del Petrarca, del Boccaccio, del Se- 
gretario Fiorentino , del Guicciardini, dell’ A- 
riosto, del Tasso, lo abbandono al giudicio 
d’ ogni Francese spregiudicato . 

Di questa mirabile conformità, che passa tra 
l’idioma nostro, ed il Francese, che si parlò, 
e si scrisse da Francesco I. insino a Malherbe, 
a Vaugelas, ed alla instituzione dell’ Accade- 
mia, oltre all’esagerato predominio de’ Mini- 
stri, e de Cortigiani Italiani, ed oltre alla. ra- 
gione allegatane dal mentovato Conte Algarotti a 
vale a dire lo studio posto in quel secolo dai 


| Francesi nella poesia’, nella letteratura , nelle 


belle arti, e nella politica stessa ne’libri Italia- 
ni contenuta, altra io penso esserne stata l’ori- 
gine, intendo il -coltivar, che si facea più comu- 
nemente da ogni maniera di persone in Francia 
le lingue Greca e Latina, sul modello delle qua- 
li formata si è l’Italiana. Ognun sa, che il 
principale, il-massimo difetto di Roneard con- 


| siste nello aver preso ad imitar troppo servil- 
‘ mente i Poeti Greci. Subito che furono poste 


in dimenticanza le arti Italiane, subito che 
venne riguardato come pedanteria il travagliar- 


‘si di soverchio intorno alle lingue antiche, ab- 


bandonati al groprio loro genio, lasciarono 
i Francesi troppo agevolmente una lingua, al 


| certo, ragguagliata ogni cosa, più pregevole di 
quella, che poscia adottarono , ma instillata a 


forza di educazione letteraria diversa , e di stra- 
nicri costumi; e gli scrittori più grandi, che co- 


I° 


CARATTERE DELLA LING. FRANC. f. v. 125. 


noscevano meglio della comune l’ Antichità 7 
furono ridotti a piangere la lingua perduta, ed 
a sottomettersi al giogo della nuova corrente, 
allo stesso modo, che i savj, e sensati uomini 
di Stato desiderano i buoni principj, ma obbe- 
discono a quelli, cui tocca loro di soggiacere. 


«___ CAPO TI. _, 
CARATTERE DELLA LINGUA ITALIANA. 


A motivo di quello, che io son venuto sin qui 
‘divisando , io pretender già non voglio, come 
presuppor potrebbe per avventura taluno , che 
coloro tra’ Francesi, i quali tanto encomiaro- 
no quell’ antico loro linguaggio , abbiano avu- 
to intenzione di .celebrare in questo modo la 
lingua Italiana; quello che inferir ne voglio si 
è, che, qualunque fosse l’ intenzigg loro , cer- 
tamente Taliudolo; e inerme sì grande 
mostrando per esser desso andato in disnrso, 
fecero senza avvedersene gli encom)j dell’ ha- 
| liano, tanto a quel loro perduto idioma con- 
forme. Potrei bensì troppo facilmente far pom- 
pa dei pregi della nostra favella, riepilogando 
quanto ampiamente in commendazione di essa 
‘ne scrissero il Bembo, il Varchi, il Lollio, il 
Salviati, il Buommattei, il Dati, il Salvini, il 
Gravina, il Maffei, l’ Algarotti, il Bettinelli, 
ed ultimamente il nostro signor Abate Deni- 
na (1), e tanti critici Italiani, e gramatici, 
che dal principio del secolo XVI. insino-a’ di 
nostri fiorirono. Ma siccome sembrar potreb- 
bono questi soverchiamente affezionati alle co- 
se patrie , ho fatto pensiero di prevalermi del- 


(1)-Bibliopea par. 1. cap. IV. 


dei 


> 


126 LIBRO SECONDO, CAP. II. 
le considerazioni fatte in: questo. proposito dai 
più rinomati tra”Francesi, i quali ne ebbero 
qualche cognizione , secondo che da prima pro- 
nisi di voler fare, quelle consegrenze traen- 
done, che-sorgono dalla natura stessa delle co- 
se direttaziaente. - o 


S.I. Opinione dell'Abate Cesarotti intorno 
© «i diversi pregi delle lingue. 


Vero è, che tutte queste nostre ricerche in- 
torno ai pregi delle due lingue, Italiana, e Frane 
cese, riuscirebbono inutili affatto, anzi andar 
non potrebbono esenti dalla taccia di vanità 
pedantesche, se attener ci dovessimo in fatto 
di lingue a ciò, che ne pensa il celebre Abate 
- Cesarotti. Ma siccome vi ha chi teme, che le: 
nuove filosofiche dottrine di questo valoroso 
poeta mon siggio per recare egual giovamento , 
e lustro alla prosa Italiana, come nuovi spiriti , 
e vigore infuse nella poesia la famosa sua tra- 
duzione di Ossian, prittia perciò di procedere 
‘ innanzi resta necessario di fermarsi alquanto 
ad esaminare uno di que’ principj, sopra dei 
quali egli fonda tutta la macchina del suo si- 
stema. Niuna lingua, dic’ egli (2), originaria- 
‘mente non è né elegante, nè barbara, miuna è 
assolutamente superiore ad un’altra, tutte na- 
scono allo stesso modo, cominctané rozze, e 
mieschine, tutte hanno imperfezioni, e pregi 
dello stesso genere, tutte sono piacevoli agli 
orecchi del popolo, per cui son fatte, tutte son 
capaci di armonìa imitativa, tutte sì vincono, 
e si cedono reciprocamente in qualche pregio 


. (2) Saggio sopra la lingua Italiana dell Abate Cesarot» 
ti parte prima $ 1. pag. 2. e seg. Vicenza 1788.0000 


CARATTERE DELLA LING, ITAL, $. I. 127 


| particolare. Le differenze, che vi sono, segue 
‘a dire, non esser sensibili; ognuno aver ragio- 
ne in casa propria, nè esservi popolo colte, 
che creda di dover cedere agli altri in fatto di 
lingua, benchè tutti convengano nelle idee, che 
formano di perfezione; tutte le lingue in som- 
ma aver difetti, che danno luogo a qualche. 
bellezza , e bellezze; che ne escludono altre non 
men pregevoli. “a ni 
Tali sono i dogmi di generale tollerantismo 
nelle-cose di lingua professati dall’ Abate Cesa- 
rotti, ‘tollerantismo, che v'ha chi crede non 
possa riuscir meno fatale alle,lettere, ed al ca- 
rattere naziouale di quello , che a’ buoni costu- 
mi il tollerantismo religioso; e che nel resto 
nulla possa produrre di buono, ma soltanto in- 
trodurre, e spargere ‘ogni volta più, sotto il 
pretesto di vantare una maniera di pensare spre- 
giudicata »la disistima della lingua propria, che 
è l’imprenta più viva, e più palpabile del ca- 
rattere nazionale, eduna fredda, e:filasofica in- 
differenaa per tutte, Coneederemo , che le lingue 
nella infanzia loro sieno deboli, mancanti, im- 
perfette, sebbene anche in que’ principj ravvisar 
si possano i segni della futura grandezza, ed: Er- 
cole in cuna fosse diverso da Tersite . Ma lascian- 
do pa abbozzi, e paragonando le lingue giun- 
te al vigore della florida loro età, non ricono- 
see; e non 'eonfessa lo stesso. autor nostro, che 
lefune possono avere qualche pregio, qualche 
bellezza , che amanehi alle altre? Che se egli pre 
tende, che questi pregi debbano esser vinti da 
altri, e queste bellezze particolari cscluderne 
altre non meno lodevoli, diremo noi non sapée* 
re come possa avere egli fatto , quasi colla hi- 
lancia alla mano , esaltamente questo confronto 
di tutti gli idiomi, e come dimostrar possa di 


128 LIBRO SECONDO, CAP. Il. 
averli trovati, ragguagliata ogni cosa , tutti ap- 
puntino dello stesso, e medesimo peso. Cre- 
diamo anzi di poter senza tema di errore af- 
fermare esservi lingue, che vincono le altre 
per esser dotate di maggior perfezione, di pre- 
gi più luminosi, e per soggiacere a minori di- 
fetti. | "SPIE 
Per provare ‘una verità così fatta non ab- 
biam mestieri di profondarsi in troppo astruse, 
e sottili speculazioni. Ognun sa, che le lin- 
gue sona un risultato del clima, dell’indole, 
del naturale ingegno, del carattere morale, 
delle arti dominamti, degli studj, delle profes- 
-.sioni, della instituzione politica delle nazio- 
ni diverse. Ora chi negar vorrà, che i climi 
più felici, che le nazioni più ingegnose , e più 
immaginose, in cui le nobili passioni dell’ amo- 
re, e della gloria più facilmente si accendono; 
che inventarono, e perfezionarono le bell’arti, 
e le scienze, e famose furono per virtù politi- 
che, e guerriere hon debbano avere una lingua 
più pregevole, e più perfetta? Nè giova il dire, 
che ogni popolo creda perfetto il suo linguag- 
gio, perciocchè l’ errore per esser comune a 
tuiti non diventa per questo verità; nè un in- 
ganno, anche universale, potrebbe far cangiar 
la natura delle cose. Con questa stessa foggia dî 
ragionare tentarono non pochi di distruggere, 
non solo le idee fondamentali del bello, ma e- 
ziandio i principj del gusto, e dell’ onesto . Nim 
vi ha deformità, che presso quelche barbara 
popolazione non sia stata scambiata per una 
bellezza; nè vi ha costume empio., dissoluto , 
ed inumano, che non sia stato praticato come 
buono, e giusto da qualche popolo corrotto ‘0 
feroce. Diremo perciò che non esistano i prin- 
cip) metafisici del Bello; e che la intrinseca bon- 


+ 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. $. 1. 129 


tà, e reità delle azioni. sia una invenzione dei 
Moralisti fanatici, 0 degli astuti uomini di Stato? 
Del rimanente è poi forse cosa pesta del tut- 
to fuori di controversia, che agni popolo. pre- 
ferisca la lingua propria. alle straniere, ed alle 
antiche? Certamente se intendiamo per popolo 
coloro, che altra lingua non sanno salvo la pro- 
pria, la terranno questi in concetto della prima 
lingua di tutte, non avendo il modo .di farne 
confronto con alcun altro idioma. Ma tra colo- 
ro, che arrivarono a possedere ad un certo sc- 
gno le lingue antiche o straniere, quanti non 
confessarono apertamente i difetti del proprio 
linguaggio natìo;, e riconobbero il pregio degli 
altri? Tutti i dotti delle colte nazioni non -sono 
concordemente d’avviso, che la lingua Greca 
fu la piu bella, e la lingua Latina ‘la più mae- 
stosa, che abbiano mai parlato gli uomini? E 
rispetto all’ armonia, non si concede da tutti 
Ja palma alla lingua nostra, anche da quelli, . 
che una parola sola non ne capiscono, cd il suo- 
no materiale ne intendono soltanto? Non rico- 
noscono tutti i popoli non barbari, che l’Italia 
è 11 nido della miglior musica, e del linguaggio. 
| più musicale di Europa? E come si potrà dipin- 
gere ,con lingue antipittoriche, antimusicali, 
con tanti suoni indistinti, con tanti monosilla- 
. bi sia veri, e proprj, che tali divenuti per la 
pronuncia, come interviene nella lingua Fran- 
cese, che non hanno colore, nè carattere pro-. 
rio nel suono, secondochè osserva giustamen- 
te l’ Abate Bettinelli (3), mentre le voci Ita- 
liane-han tutte carattere, e fisonomia pittore- 
‘sca?-con qual fondamento adunque potrà affer- 


(3) Lettere di Diodoro Delfico lett. XE. p. 46. Giorna- 
-Je di Modena tom, XXXVIII. 1787. 


6. 


330 LIBRO SECONDO, CAP. IH. 


mare il Sighor Abate Cesarotti, che gli altri 

linguaggi di Furopa capaci sieno di armonia 

imitativa al pari-del nostro? E non dovrà egli. 
per avventura temere, che da certi antichi rigi- 

. di Htaliani non si voglia ravvisare questa sover- 

chia sua condiscendenza, come nata dal pregiu-° 
dicio pur troppo éomuue di affettare i costumi, 

e di adular ‘le nazioni straniere, e non come 

proveniente da quella gentilezza , e cortesia 

connaturale alle anime generose, e perciò pro- 

pria del Signor Abate, di voler piuttosto cedere 

di quello , ché ci appartiene, che usurpar del- 

Faltrui? tanto più che i suddivisati difetti sono 

pure schiettamente confessati, e candidamente 

ticortosciuti da non pochi valorosi critici Fran- 

cesì siccome abbiam veduto più sopra. 

E per rispetto ai pres? della lingua Italiana a 
confronto, non che della Francese, ma di tutte 
le altre moderne, nè io, nè qualunque panegi- 
rista di essa riputato da’nostri begli ingegui più 
fanatico, e più pregiudicato potrebbe maggior- 
‘mente vantarli di quello, che fa il dotto, ed 
ingegnoso professor di Belle Lettere in Edim- 
borgo, il signor Blair. Ragionando egli della 
pieshevolezza dì vir linguaggio, o sia della fa- 
coltà dì adattarsì a diversi stili, e maniere, ri- 
conosce la lingua Italiana come assai più forni- 
ta di questa dote, che non la Francese (*), me- 


{*)» Among the modern Tongues the Italian posses- 
» sesa greatdeal more of this flexibility than the Fren- 
» ch. By its copiousnéss, its freedom ofarrangement and 

‘» the great beauty and harmony of its sounds, it suite 

— a itself very happily te most subjects , either in prose 

» orin poetry; is capable of the august and the strong, 

‘» as wellasthe tender; and seems to be on the whole, 

» the most perfect of all the modern dialects which 

» have arisen out of the rnius of the ancient» Leciures 

on Rhetorie and Belles /.cttres by Hugh Blair-Lect. 1X, 

the Eagiish language vol. 1. p. 200. Basil. 1788. 


“n 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. f.1. 134 


diavte la sua copia di vogi, la sua libera costru- 
zione, la straordinaria bellezza, ed armonia dei 
suoni, felicemente, dic’ egli, si piega ad ogni 
soggetto, ianto in verso come in prosa; è an- 
gusta , energica, e forte al bisogno del pari, . 
che. tenera,.e dilicata, e conchiude con chia- 
Marla la più perfetta di tutte Je lingue moder- 
ne, che sien sorte dalle ruine delle autiche. 
S.II Superiorità della lingua Italiana ricono- 

sciuta da' più celebri Traduttori, e Scrittori 
. Francesi. : | 


|. Ma dopo aver acceunato qual concetto aves- 
sero della lingua loro i Francesi più in essa 
versati, ved'amo qual giudicio abbiano recato 
dell’ Traliano quelli fra essi, che ne ebbero co- 
guizione. Io non metterò di nuovo in campo la 
folla degli antichi Poeti Francesi del secolo di 
Francesco I., i quali tradussero, ed imitarono 
Petrarca, e gli antichi nostri rimatori; non 
rammenterò chi scrisse novelle a que’ tempi sul 
far del Boccaccio (1), e degli altri nostri no- 
vellatori, tra’quali si annovera la Regina. di 
Navarra Margherita sorelladel prenomivato Mo- 
marca; non parlerò nemmeno di quegli altri let- 
terati Fraucesi, che nel secolo stesso di Luigi 
XIV. con tanto calore la lingua nostra coltiva- 
rono, che dar potrebbe a credere, che in Jor 
cuore l’ anteponessero alla lor natia; additerò 
soltanto , che nessuno tra essi fu meglio in gra- 
do di doverne riconoscere, e confessare la su- 
periorità come i traduttori degli antichi. Ob- 
bl'gati a rinvenire espressioni, e vocì corri- 


(1) V. Bailiet sugemernt ves Scavars T. IV. Meilin de 
S. Gelais. LAS 


Y 


” 


132 LIBRO SECONDO, CAP. I1. 


spondenti alle frasi dell’ autore da tradursi, 
ben dovettero avvedersi quante riuscisse ad un 
tal uopo povera, e mal adatta la lingua loro, 
quanto cattiva prova faccia ‘al paragone. Tutto 
quello, che allega il sopraccitato Signor De 
l’Isle (2), in favor della lingua Latina, con- 
frontandola colla Francese, sì può volgere, ed 
applicare Jateramente a favor dell’ Italiana. Ba- 
sti lo accénnare l’osservazîone di questo Scrit- 
tore, che, unicamente con una lingua capace 
d’inversione , ritrovar si può quella più ginsta 
proporzione, che regnar dee nella forma delle 
frasi, e quella gradazione, che si ricerca nelle 
idee. Per questo , ed altri così fatti motivi la 
dotta Madama Dacier (3) non ha alcun ribrez» 
zo di riconoscere la superiorità del nostro idio- 
ma per tentar traduzioni dalle lingue antiche, 
per questo capg specialmente encomiandolo. 
E quell’ elegantè Grecista, che giunse a far gu- 
stare a’suoi nazionali te ascdie di Sofocle, e 
di Euripide, voglio dire il Brumoy (4) , aper- 
tamente concede, che certa naturalezza dilicata 
propria de’ Greci si esprime più facilmente col- 
la lingua Italiana, che non colla Francese (5); 
ed altrove ragionando della traduzione dell’ E- 
dipo, di Orsatto Giustiniano; afferma, che la 
lingua nostra è più pregevole, che la Fran- 
cese , più capace delle graziose dilicatezze Gre- 
che (6). 

Ma ‘senza essere, a dir così, dalla necessità 
costretti a coniare una verità così fatta, e 
Voltaire, e Thomas, e Rousseau quanto larghi . 


(2) Disc. prelim. a la trad. des Georgiques. 

(5) Pref.à la traduc. de Terence par Mad. Dacter. 
(4) heat. des Grecs tom. 11. p. 455. 

(5) Ré/lec. sur l'iphigenie en Aulide. 

(6) T4éar. des Grecs tom. 1. p. 418. 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. 6. 11. 133 


non furono di lodi verso la nostra lingua? Più 
propria per la poesia della Francese la chiama 
il primo ‘in più luoghi delle opere sue (7), il 
che a giudicio.di ehi diritto estima ogni pregio 
‘porta séco, e comprende; perciocchè se a’ Poeti 
si dee principalmente, secondo che osserva il 
rinomato Michaelis .(8), la perfezione delle 


lingue, certamente l’aver lingua più poetica, 


maggior attitudine ad ogni specie di poesia, ri- 
guardar si dee come la misura del pregio, e del 
valore maggiore, o minore di un determinato 
idioma . Una lingua abbondante, armonica, es- 
pressiva, pittoresca, che francamente cammr 
na, ancorchè tra’ ceppi della rima,.e del metro, 
- sarà infallantemente capace di esprimere ogni 
concetto sublime , sottile, spiritoso, familiare, 
sarà capace di vario andamento, or maestoso, 
sr disinvolto e gentile, .e di procedere con leg- 
.giadria, e con grazia anche ‘in prosa., come 
.una persona, che abbia appreso il ballo, con 
miglior garbo passeggia. La lingua Greca, che 
per consenso di tutti i dotti vantò:i Poetì più 
‘ricchi di fantasìa, più affettuosi, e più forniti 
di buon gusto non fa minor pompa.di sè nelle 
-opere oratorie, storiche ; e filosofiche. La pa- 
tria di Omero, di Pindaro, dì Anacreonte, di 
Sofocle, di Teoerito , fu quella di Demostene, 
di Platone, di Senofonte, di Tucidide, di À- 
ristotile, di Archimede. E dopo Dante, se i 
tempi, ed i governi diversi tolsero il campo 
alla popolare eloquenza, sorsero però ciò non 
ostante in Italia il Secretario Fiorentino, il Ca- 
stiglione, il Guicciardini , il Paruta, il Sarpi, 


(1) Essai sur la Poésie Epique Prefaz. alle sue tragedie. 
Lettera al Marchese Maffei. 
(8) nfluence ec 


ri 


134 LIPRO SECONDO , CAP. 11. 

il Galilei, il Magaloti, il Redi, e ta nti alte 
Scrittori, che sono come i classici del sapere 
Europeo colto , ed elegante, dopo che la nua- 
va luce della letteratura, e «delle bel} arti ri- 
sorte cacciò ‘in bando l’astrusa, e barbara, 
sebben profonda dottrina degli Scolastici. 

Il signor Thomas (9), che si è poi lo serit- 
tor Francese, il quale con maggior pompa,ed 
eloquenza maneggiato abbia lo stile oratorio, 
che che dir si debba de' suoi difetti, di quai lodi 
non fu giusto largitore verso i primi lumi del- 
la nostra lingua? E Rousseau, quegli che tra’ 
moderni vantò Ja più naturale, la più schietta, 
la più insinuante, e la più seduttrice eloquen- 
za, chi non sa qual alto concetto non aves- 
se dell’ Italiano idioma? Dante, riflette cgli, 
emulator degli antichi, ebbe l’ardire di espri- 
mere ogni cosa; adcestrò gli Italiani a sp'egar 
colle parole ogni idea, ogni pensiero. All’in- 
contro accusa i suoi nazionali di essersi insen- 
sibilmente chiusa la strada di esprimere ciò, 
che le altre nazioni si arrischiarono a dipinge- 
rc. Ma quello, che merita maggior considera- 
zione si è, che un uomo qual era il Rousseau, 
che con tanta maestria maneggiar sapea la pro- 
pria lingua, e giudicare con sapore così ‘sano 
di cose alla musica appartenenti, si opponga 
con calor grande, come fa, all’ opinion di co- 
loro (che nè son pochi, nè mancano tra gl'I- 
taliani medesimi ) i quali, seguendo il Padre 
Bouhours, tengono esser la lingua ‘nostra ca- 
pece bensì di armonia dolce, e tenera, e di 
melodioso flebile concento, ma non mai atta 
ad imboccar la tromba, ed a far sentire wn 


(9) Essaisur les eloges, chap. XXKAW 11. 


CAMATTERE DELLA LING.ITAL. €. 11. 135 


- suono terribile, e maestoso (10). Dopo aver 
recata la famosa ottava del Tasso (11): 

« Teneri sdegni, e placide , e tranquille 

ce Repulse, e cari vezzi, e liete paci, 

ce Sorrisi, parolette, e dolci stile 

« Di pianto, e sospir tronchi, e molli baci; 

« Fuse tai cose tutte, e poscia unille, 

« Ed al foco temprò di lente faci, 

cc E ne formò quel sì mirabil cinto, 

« Di ch’ ella aveva il bel fianco suceinto; 
mette innanzi, per combattere una sì falsa idea, 
l'altra stanza non mero celebre dello stesso 
Poeta, sebben di genere troppo diverso: 

ce Chiama gli abitator dell’ ombre eterne 
ce ]l raueo suon della tartarea tromba. 
cc Treman le spazfoge atre caverne, 

_« E l’aer cieco a TR rumor rimbomba : 

ce Nè sì stridendo mai dalle superne 

ce Regfoni del cielo il folgor piomba; 

c Nè sì scossa giammai trema la terrà 

‘e Quando i vapori in sen gravida serra (12). 

Sfida quindi il Rousseau ogni lingua vivente ad 
un così difficil cimento, a far mostra di sè in 
due tuoni diversi cotanto, affermando, che, se 
‘ogni altro idioma sperar non potrà di arrivar 
alla patetica dolcezza, é soavità incantatrice 
‘della prima stanza } dovrà pur confessare di 101 
aver nerbo, fiè forza bastante di esprimere la. 
orrenda, piena, e rauca armonia inferriale del- 
la seconda (*). Credesi comunemente, che la 


(10) 7°. Rousseau let. surla musig. Fran. Oeuvr tom. I. 
(11) Gerusalemme canto XVl.st. 25. 

(12) Canto IV. stanza 3. ; 
(*) L’Abate Bettinelli ( Disc. sopra a poesia op. T. V. 
p. 44.) perprova della robusta asprezza della liagua nor 
stra oltre alla sopraccennata stanza del Tasso cita quelie 
dell’ Ariosto « Aspro conceato, orribile armonia » D' alte 
querele, d’ululi, e di strida » L’alto romor delle sonore 

trombe » Di timpani, e di barbari stromenti ec. 


136 . LIBRO SECONDO, CAP. 11.‘ 
lingua Latina sia più romorosa della Italiana ; 
che la figlia peraltro possa contrastare per av- 
ventura questo pregio alla di lei madre ne è 
una prava, che la sopraccennata stanza è tratta 
dai seguenti versi del Vida nostro Vescovo di 


Alba (13): 


» + * © ecce igitur dedit îngens buccina signum; 
Quo subito intonuit caecis domus alta cavernis 
Undique opaca , ingens , antra intonuere profunda 
Atque procul gravido tremefacta est corpore tellus ; 


1 quali versi Latini, sebbene originali, sono 
strepitosi meno, e men conosciuti, e men ri- 
nomati degl’ Italiani del Tasso, il quale fece 
poco più che tradurli. Disse adunque assai a 
proposito il Baretti (14), con quel suo modo 
sempre animato, e vivàce, se non sempre cor- 
tese, e gentile, a quegli stranieri, che tacciano 
di lingua effeminata la lingua nostra senza co- 
noscerla : leggete Dante, leggete 1’ Ariosto, leg- 
gete il Tasso, e troverete, che i Diavoli, i Dan-- 
nati, gli Eroi Cristiani, ed i guerrieri Saracini 
son ben lungi dal parlare un linguaggio sdolci- 
nato, e molle. In Metastasio medesimo , che 
tanto studio pose nello scegliere le voci più fa- 
cili a pronunciarsi, voi troverete, che Catone, 
Regelo, Tito, e Temistoele non parlano sicu- 
ramente una lingna effeminata. Non vi ha al- 
cuna lingua, in cui come nell’Italiana ritrovar 
sì possa in tutti i,tuoni quel canto nascosto, 
che nel favellar distinguer sapea Cicerone (15). 


(13) Christiados lib. I. 

(14) /isc. sur Shakespeare et sur M. de Voltaire par 
Joscph Baretti londres 1779. p. 170. È 

(15) Lise... «1 dicendo etiam quidam cantus vbscurior. 


CARATTERE DELLA LING. 1TAL. $. HI. 137 


S.III. Armonia della lingua Italiana, e risposta 
. alle accuse in questo proposito . 

Ora. traggano innanzi coloro , i quali asseri- 
scono snervare la lingua nostra l’ eccessivo nu- 
mero delle lettere vocali, e sopra tutto quella 
monotonia , dicon essi , stucchevole di termina- 
re nai sempre con una di sì fatte lettere le sue 
voci. Se ogni vocabolo formasse discorso da 
per sè, potrebbe forse sembrare di qualche pe- . 
so la taccia, che essi le danno ; ma chi non ve- 
de, che in un periodo , ancorchè brevissimo, 
rapidamente un vocabolo all’altro succede, e 
formano insieme congiunti un solo tutto, che 
è sofisticheria-da non comportarsi il voler con- 
siderare separatamente ne’ suoi elementi? Qua- 
le si è la bellezza della natura, 0 dell’ arte, per 
sorprendente , e meravigliosa che sia, la quale 
’non iscompaja affatto, se col microscopio vien 
riguardata? Fd è sofisticheria egualmente il com- 
porre artificiosamente un periodo Italiano , le 
cui voci terminino tutte in una stessa lettera vo- 
cale, come fecè Arrigo Stefano , e quindi biasi- 
marla per questo medesimo spiacevole concor-. 
so, e fastidiosa desinenza (1). Quando altri 
voglia dar mala voce a qualunque: idioma per 
questo rispetto , gli verrà sempre fatto, col ri- 
. mario alla mano, di-compor periodi di voci, 
ché facciano rima tra loro, che sarebbe troppo 
maggior difetto , che non terminar le voci colla. 
stessa lettera , inconveniéfiti , e difetti, che ogni 
scrittore sperimentato sfugge di leggieri, anche 
ualora il caso, siccome talvolta interviene, li 
faccia nascere. Del rimanente dieei diversi sua- 


(1) Aypor. de lîng. Gall. in praef. 


138 LIBRO SECONDO, CAP. IT. . 


.ni per lo meno trovò Prisciano in ciascuna let- 
tera vocale, come avvertì anche Agnolo. Firen- 
zuola scrivendo contre.il Trissino (3), in guisa 
‘che una lingua, che terminasse sempre per vo-. 
cale tutte le sue voci, riuscirebbe per questo 
solo motivo più varia di una , che fe terminas- 
se tutte per consonante. E } Abate Bettinel. 
Hi (3) osserva, che la lingua nostra mediante 
. le elisioni ha pure gli e muti, e mute chiama 
tutte le nostre voeali al fine del verso non tron- 
eo, e' non accentato . Lascio da parte gli infiniti 
troncamenti , che adopera la lingua nostra per 
isfuggir il concorso delle vocali, e lascio da 
parte le voci stesse terminanti in cowsonante, 
che mon sono sì poche. Ma quello, che rende 
YHtaliano idioma più aggradevole all’orecchio 
si è l’esser meno di ogni altra lingua infetto 
di consonanti aspre, e spiacevoli: Laddove il 
Francese , oltre all’ abhondarne straboechevol- 
mente, in ispecie è ripieno di s, e di sibili, 
che alla s si accostano, della qual lettera: nes- 
suna è più ingrata, pe? nodo, che i Greci la 
chiamavano lettera selvaggîa, lettera impura. 
Questa verità tanto è manifesta, che un dotto, 
.e spregiudicato Inglese non ha ribrezzo di af. 
fermare, che'a motivo di questo difetto, anche 
alla Hngua- Inglese comune, taluno de’ più ae- 
elamati poetr Britanni (4), tentando di espri- 
snere la più sosve armonia, ed il: dolce con- 
cento degli augelli, fa sentire in vece }' orrido 
fischio dissonante de’ serpenti. Or chi non ve- 
de, che la giusta, e proporzionata meseolanza. 
di vocali, e di consonanti nella lingua nostra, 


. (2) Discacciam, delle nuove lettere Op. Tom. 1. p. 238. 
Firenze 1763. i 
(3) Op. Tom. V. Disc. sopra la poesia p. 7 se 
(4) 7 ebb Remarks on the Beauties of Poetry p. 93' . 


- 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. $. 11. 139 
cosicchè di necessità non vengano ad accozzarsi 
insieme troppe, nè troppo poche tanto delle 
une, come delle altre nel discorso, nè vi si ri- 
petano soverchiamente le medesime (*); les- 
ser tutte le leitere articolate, e spiccate, dote, 
che manca alla lingua Francese; il poter. lo 
scritiore, mercè la copia delle voci, la facoltà 
d’introdurne con giudicio delle nuove, e la li- 
bera eostruzione, adunarne insieme un mag- 
giore, o minor numero secondo ehe porta il 
seggetto; e chi non vede, io dico, quanto tutto 
questo contribuisca a rendere una lingua espres- 
siva , armonica, musicale ad un tempo, e pit- 
toresca ; pregi, che nessuno negar potrà, che 
abbondino assai più nella lingna nostra, che 
non nella Francese ? Ma se la lirigua Italiana è 
la più armenica d’ogni altro idioma vivente, 
virce per questo rispetto la Latina, e forse e- 
guaglia la Greca, come mai fecero così eattiva 
provai versì esametri, e pentametri, che dal 
Tolomei nel secoto XVI., e da alcun alro a 

(#) Questa dote della lingua Ftaliana dî sfaggire fa troppa 

vicinanza, e la tipetizione di una stessa leiteva, ségna- 
tamente quando sia vocale , si ravvisa nell’ aver eorrette 
| col tempo le voci stesse tolte da lingue straniere, renden> 
dole di migliorsuono di quello, che fossero nelle lingue 
originali. Ne basti un esempio tra mille. Dice Dante fnfi 
Cant. XXI. _ i 

» Come nell’ Arzanà de’ Viutziani 

» Bolle l’inverno la tenace pece, ec. 

La voce Arzanà , tratta come parecchie altre dall’Ara- 
bo ( v. Murat. Antich. Ital. Miss. XXPI ) era di fresca 
data in Italia. Non avea perciò ancora a' tempi di Dan- 
te spogliato il difetto natio. Divennta Italiana venne 
corretta dal clima, dall'uso, o da quel genio, qualunque 
siasi, che alle lingue presiede, e la voce, che restò si è 
Arsenale, voce, come ogriun vede, di più grato suono, 
levata via.la ripetizione soverchia delle a; ne nacque pu- 
re /Varsena; altra voce all'orecchio assai meno spiacevo- 
Je di Arzanà . da 


140 LIBRO SECONDO, CAP. IT. La 


uesti ultimi tempi sì tentò d’introdurre nel 
a Italiano; nè sonarono meglio alle. 
purgate orecchie Italiane di quello., che sonas- 
sero alle Inglesi. metri così fatti, che il Syd- 
ney (5) si arrischiò pure d’introdurre nella 
poesia di quella nazione, onde venne detto, 
che il verso Inglese zoppicava di mala grazia 
s11 piedi Romani? | | 
To risponderò primieramente a questa oppo- 
sizione, che non è chiaro bastantemente, che. 
sì fatto metro ripugni affatto all’indole del no- 
stro idioma. Annibal Caro (6), uomo intel- 
“ ligentissimo delle cose di lingua, sebben dica. 
noq piacergli i versi fatti col numero de’ piedi 
antichi, parendogli, come piacevolmente si 
spiega, fatti davvero co’piedi, soggiunge però 
intendere solamente dei fatti sino allora; che 
quel tentativo non gli dispiaceva, ma che le 
brigate aveano cominciato a dargli addosso 
troppo presto, senza avergli quel rispetto, che 
aver si dovrebbe a tutti i principj delle cose, 
conchiudendo desiderar egli, che vi si mettesse 
davvero una persona di vaglia (*). Del resto 
poi potrebbe darsi, che fosse della lingua no- 
stra ih questo particolare, come appunto è del- 
la Inglese, che a giudicio del signor Foster (7) 
non ha tra le sue voci un numero sufficiente di 
dattili, e di spondei, onde potersi servire del- 
l’ antico metro eroico, ma tende pittosto alla 


{5) And Sydney’ s verse halts illon Roman feet. 
‘ (6) Lettere Vol I. lett. 58. p. 48. a 
- (*) Un intero Poema epico in versi esametri Italiani 
sulla fondazione di Torino ha intrapreso, e già condotto 
a buon termine il signor Conte Marenco di Castellamon- 
le, valoraso nostro poeta, di cui ne abbiamo inteso reci- 
tare dei tratti immaginosi . e ricchidi poesia assai. 

(©) An Essay on the different nature of accent and 
quantity chap. I1I. p. 48. Eton 1762. 


‘CARATTERE DELLA LING. ITAL. $. ir. 11 
misura de’ versi giambici, e trocaici. Ad ogni 
. modo ciascuna lingua ha il suo particolare an- 
, damento. Se i versi golla misura degli esame- 
tri mal riescono in Italiano, mal riescon pure 
i Latini rimati (8), e colle nostre misure più 
consuete, dacchè non mancò chi. tentasse persi- 
no sonetti Latini. D'altro canto poi sonano be- 
nissimo in nostro linguaggio i versi endecasil- 
labi, i Saffici, ed altri metri Latini Oraziani, 
che s'incontrano nel Chiabrera, nel Rolli, nel 
Metastasio, e che ultimamente, dopo tanti se- 
‘ coli di poesia Italiana, diedero campo di aprt- 
re una nuova scuola sul nostro Parnasso al va- 
loroso poeta il signor Conte Fantoni. All’ ul- 
_timo una prova convincente, che il difetto di 
metro eroico nulla abbia che fare coll’ armonia 
di una lingua , si è, che la lingua Tedesca lo 
‘ammette a giudizio dello stesso defunto Mo- 
narca Prussiano (9), non troppo prevenuto in 
favore del proprio idioma. E chi sarà mai que- 
gli, che ardisca chiamar per questo motivo più 
armonico, ragguagliata ogni cosa, 1’ idioma 
Tedesco, che non l’Italiano? Ben a ragione 
pertanto il celebre Abate Lazzarini in un’opera 
da lui ideata , di cui parla Monsignor Fabro- 
ni (10), lodar volea la lingua Italiana sopra la 
Latina , anche per questo rispetto di essere sta-. 
ta priva, attesa la diversità del metro, di quel- 
FP aiuto, ch’cbbe la Latina dalla Greca, nel 
dar fuori tante maniere di comporre. Potrem- 
mo chiudere questa parte, che tratta dell’ ar- 
monia della lingua Italiana con recare ciò , che 


(8) v. Dialoghi gi Stefano Gnazzo. Della poesia Lati- 
‘ma, e Toscana p-198: Piacenza 1587. ve: i 

(9) De la litter= Allemande p. 11 

(10) Lettera del Lazzarini al Crescimbeni *pre:so Fa - 


broni Zitae Italor. doct. exec. "T. XIV. pag. 105, È 


buena AN 


142 LIBRO SECONDO ; CAP. JT, 
in questo proposito ha pure notato uno scrit= 
to:c spagnuolo il signor Stefano Arteaga (11), 
che è del tutte conforme a quanto ne pensava 

il Rousseau; ma avendo” questi, in ‘certe sue 
— annotazioni (12), messe in campo diverse mal 
fondate accuse coutro la lingua Italiana , vitto- 
riosamente dileguate dal celebre Storico della 
letteratura Italiana (1 3), siccome non accon- 
sentiamo aì biasimi, così non crediamo di do- 
verci prevaler delle lodi, sebben giustamente 
da lui al nostro idioma attribuite. i 
$. IV. Costruzione della lingua Italiana : si 

difende da una taccia datale dall'Abate di 

Condillac . e 


Le prerogative suddivisate, di cui a prefe- 
renza del ‘Francese gode il nostro idioma , non 
solo più armonico il rendono, ma più maneg- 
gevole ‘eziandio, ed una lingna maneggevole , 
ognun vede, che a qualunque soggetto, sia gra- 
ve, che piacevole, sia dotto, e severo, che a- 
meno, sia recendito , che comunale, «può con 
facilità grandissima piegarsi. La liogua Latina 
non può quasi procedere senza :invertir' l’ ordi- 
ne naturale; la lingua Francese non ha facoltà 
d'invertirlo; Ja lingua Italiana può ed inverti- 
re, e non invertire, secondo .che meglio torna 
im acconeio e secondo che meglio si confà allo 
«stile ,.in cui quegli, che se ne serve intende di 


(11) Rivol. del Teatro music. Ital. cap. IT. 

(12) Annotazioni del sign. Ab. Arteaga alla Dissert. del 
sig.'D. Borsa, Ì 
(157 Tirab. Stor. della Lett. Ital. pref. al T. HT. ediz. 
di Modena .787. V. purei Dialoghi tra il sig. Stefano Ar-_ 
teaga, e Andrea Rubbi im difesa della lett. ltal. Veuez. 


1784. 


GARAFTERE DELLA LING. ITAL. f.1v. 143 


adoperarla. A questo pregio della lingua Italia- 

na non pose mente il dotto Abate di Condil- 
lac (1) quando asserì esser dessa propria a con- 

‘traffare tutti gli altri linguaggi, ma priva di ca- 
‘rattere proprio, ed originale, allegandone per 
motivo (giacchè troppo facil cosa si .è il tro- 
vare la supposta cagione di ùn effetto immagi- 
nario ), che i mostri scritfori, ‘usati da prima 
ad imitare i modi, ed il giro delle frasi della. 
lingua Latina, non seppero più scrivere, se non 
seimitando © ila lingua Latina stessa , od alcun 
altro idioma, quasi dipintori privi di fuoeo 

originale, che‘non sanno trarre un segno senza 

avere davanti una carta, un modello, od un 

gesso per guida. Nè lascia dì osservare in ap- 

presso, ascrivendo ad universal difetto della na- 

zione ciò, che è colpa di alcuni soltanto, che 
al presente l'idioma Francese si è quello, il 

genio di cui, ed ‘il sapore tentano d’imitare gli 
Italiani, secondo l'usato loro stile di appog- 
giarsi sempre ad alcuna lingua straniera . 

Io ripiglierò prima di tutto: i nostri scrittori 
più antichi, più riputati, e classici, e «chi non 
vede, -che quantunque ‘nudriti de’ libri dell’ an- 
tichità , hanno tutti un carattere loro :proprio, 
che dai Latini li distingue? Non parlerò ‘dei 
poeti per esser la cosa troppo manifesta. Ve- 
niamo a’prosatori ,-ed a quelli tra ‘essi, che 

. sono più conosciuti fuori d’Italia, quai sono 
gli storici. Se la lingua nostra non avesse un 
carattere originale, come sarebbe possibile, che 
avessimo storici originali? come potremmo in. 
questa parte superare tutte le nazioni moder- 
ne? Nè questi sono già vanti, e pregiudicj na- 
‘zionali; che anzi vi lia taluno tra’ nostri lette- 


| (1) Coursd'etudes T. XV p. 175. 


1/44 LIBRO SECONDO) CAP. IT. 


rati (2), che troppo severamente ne ha recato 
giudicio. Qualunque sieno pertanto i difetti, di 
cui possano dessi venir tacciati, il Voltaire con- 
fessa in più luoghi non aver la Francia uno 
storico, qual si è il Guicciardini, da contrap- 
porre all’ Italia, e celebra parimente il Segre- 
tario Fiorentino, nella pura qualità di storico 
considerandolo. E il Bolingbroke (3), uomo di 
lettere , e di maneggio, e che conoscea più che 
mediocremente la lingua, e gli scrittori nostri, 
non ha alcun ribrezzo di collocare il Guicciar- 
dini succennato sopra Tucidide, e di egnagliare 
il Davila a T. Livio; che anzi per combattere 
quell’ accusa, che vien data a quest’ultimo di 
‘essere troppo sottile, e fantastico indagatore 
dei secreti istromenti di que’ gran moti, che eb- 
be. a descrivere, narra, che il Duca di Eper- 
non (4), il quale tanta parte avuto avea nelle 
‘guerre civili di Francia , ancora vivente allor- 
chè uscì alla luce la storia di Davila, non solo 
coufermò la verità delle cose ivi raccontate, ma 
facca le meraviglie, come uno straniero , qual 
.€gli si era, avesse potuto essere appieno infor- 
mato de’ consigli più secreti, e delle pratiche, 
e negoziazioni arcane di que’ tempi. Osserva al- 
trove lo stesso Milord Bolingbroke nulla aver» 
vi nella storia di più difficile di que'ritratti po- 
litici in generale, che presentano l’aspetto dei 
tempi, e de’ paesi diversi, e dopo aver accen- 
nato, che trovar non'sapea alcun’ opera di tal 
natura presso gli antichi eseguita a dovere, sog- 
giunge, che il primo libro delle storie Fioren- 


(9) Bettinelli pref. al Risorg. d’ Ital." 
(3) Bolingbrok®s Letters on study of Fist. Vol. I. 


P. 197. 
(4) Morì il Duca di Epernon nel 1642. vecchio di 88 
anni. v. Henault Abregé de l’ Hist. de Frauce , 


© 


| CARATTERE DELLA LING, ITAL. $. iv. 145 


tine.del Macchiavelli è un pregevolissimo ori- 
.ginale in questo genere (68), e che alcun’ opera 
del famoso F. Paolo în questo stesso modo di | 
scrivere è forse inimitabile. La contrada dell’ Eu- 
ropa, dice il signor Blair (69), doveil genere 
storico abbia fatto maggior pompa di sè negli 
ultimi secoli, è senza dubbio l’Italia . Tosto do- 
po il rinascimento delle lettere Macchiavelli, 
Guicciardini, Davila, Bentivoglio, Fra Paolo 
si distinsero oltremodo nella storia . Questi tut- - 
ti se ne formal®uo le idee più giuste, e riusci- 
rono dilettevoli , instruttivi, ed interessanti scrit- 
tori, talchè , qualunque sieno i difetti loro, me- 
ritano, ragguagliata ogni cosa, di venir collo- 
‘cati nel primo ordine degli storici moderni. Il 
sign. Gibbon poi ultimamente affermò (70), che 
il Guicciardini, il Macchiavelli, Fra Paolo, ed 
il Davila erano giustamente riputati i primi sto- 
rici delle moderne lingue di Europa, insino a 
tanto che in questo secolo sorgesse la Scozia a 
contrastar questa gloria all’Italia medesima. 
Una lingua, la quale, a giudicio degli stra- 
nieri medesimi illuminati, può vantare scrittori 
così fatti, io non so con qual fronte potrà limi- 
tarsi al solo uso di contraffare gli altri idiomi; 
quasi a servile, e buffonesea condizione condan- 
nata. Egli è vero; che il Bettinelli accusa i no- 
stri storici di aver troppo imitato gli scrittori 
dell'antichità, ma io son certo, che egli con 
questo biasimo , che credette di dover dar lero, 
non pretese mai di negar ad essi il pregio, rag- 
guagliata ogni cosa, di essere uomini originali, 


i NETTO » 
(68) Lefr. on study of History Vol. II. p. 186. 

. (69) 2/air on Ràetoric. and Bell. let. lect XXXVI. Hi 
storical Writing Vol. 1H. p. 65. | 
“ (70) Gibbon's History of the Decl. and fall of the Ro- 
man Empire chap 70. not. 89. - 2 i 

Voll di 7 


© 


146 . Lisro SECONDO, CAP. II. 


e tanto meno di metterli sotto gli storici di qua- 
lunque altra nazione moderna. Ragionavasi una 
volta tra colti, ed eruditi soggetti, degli storici 
nostri, e venendosi, per ‘quanto mi sovviene, a 
confrontarlì co' Latini, si dovette conchiudere, 
non potersi ravvisare tra gli uni, e gli altri, se 
non se rassomiglianze generali; e queste rasso- 
miglianze risguardavano la qualità delle cousi- 
mili circostanze estrinseche de’ tempi , de’ luo- 
ghi, delle cariche sostenute, e de’ consimili suc- 
cessi descritti, piuttosto che un@intrinseca con- 
formità ne’ concetti, nello stile, e nel sistema 
delle .opere loro; la quale difficoltà di formare 
un paralello de’nostri cogli antichi vie più di- 
mostra l’oviginalità de’ primi, LD 
Non ni:ga, che se a giudicio star volessimo 
di alcuni più del dover affezionati alla Latinità : 
vuota, ed a ciò, che alle frasi Latine, ed all’on- 
da di que’ periodi si confà, tra’ classici Italia- 
ni ammetteremmo serittori così fatti, che da- 
remmo peso alla prima parte dell’ accusa del 
Condillac. Ma agnun sa, ghe il Bembo co’ suoi 
seguaci, il Casa medesimo nello stile didattico, 
ed aliri scrittori del secolo XVI,, i quali, ri- 
guardando la lingua nostra came morta, rac- 
cogliean frasi da quelli del Trecento , ed il giro 
del periodo imparavanao da’ più pomposi tra’ La- 
tini, non. sono al presente riputati assai, nè. 
gran fatto studiati. Che più? ll Boccaccio me- 
desimo , tuttochè qualche condiscendenza usar 
si debba al primo prosatore, secondo. l’ordine 
de’ tempi, più. regolato, e gentile della lingua - 
nostra, tutigghè inarrivabile ei sia nella imita- 
zion del cosiume, tuttochè naturale, ed espres- 
‘sivo in que’ soggetti delle sue novelle, che più 
si accostano allo stile comica, tutto si trasformi 
nelle cose stesse ch'ei narra, con tutto questo, 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. $.IV. 149 


‘a’ cagione appunto di quel suo sempre pom- 
‘poso andamento, e dell’affettata «dicitura, non 
ha più quel sì gran numero di adoratori, che 
vantava una volta, e buona parte vide ca der a. 
terra degli altari alzati ad onor suo. 

Lo stile poi adoperato da’ moderni Italiani, 
o è vizioso, ristretto ad alcuni ‘pochi, e biasi- 
mato dai più savj; ed in tal caso, sebben tolto, 
ed imitato dai Francesi , non può recar tal dan- 
maggio lingua, da farla risguardar come tutta 
gerteralmente infetta, e priva di carattere pro- 
prio: o è uno stile naturale, schietto, clegante, 
“ma non affettato , florido:, ma non coricettoso, 
qîiello stile, che esprime una nobile, e disin- 
volta conversazione, -instruttiva, e dilettevole 4 
e questo stile non può esser mai imitato da’ mo- 
derni Francesi, a’ quali, secondochè osservò lo 
stesso Voltaire, troppo vanno a grado îl dire 
sforzato, l’ epigrammatico, il sentenzioso, e 
l’entusiastico. Senzachè questa maniera di scri- 
‘ vere schietta, e naturale ha tra noì esemplari 
antichi lodatissimi, ed anteriori di più secoli a 
quelli del Regno di Luigi XIV. Gli scrittori 
nostrì del Mille trecento sono tutti, general- 
‘ mente parlando, concisi , se ne togliamo il Boc- 
caccio. E se rifiutar li vogliamo come troppo 
aridi, digiuni, e sparsi di voci antiquate, ab- 
biam pure il Macchiavelli - sopraccitato, léò 
stile di cui non ha invecchiato pressochè pun- 
to-, nè poco, il Castiglione nimico dichiarato 
della lingua Fiorentina, e della Bocaccievole 
dicitura; il Bandello, che scrivendo Novelle 
seppe pigliar nuova strada, che,.se non è mie 
gliore di quella battuta dal Boccaccio, alla lin- 
gua corrente a’ dì nostri sicuramente assai. più 
si accosta. Tutti questi nacquero nel 1400., e 
nel principio fiorirono del secolo XVI.; e di 


148 =. 11eRo SECONDO, CAP. IT. 


. un tal modo di. serivere si piccarono i più ri-. 


nomati scrittori di quello stesso secolo, che 
tuttora vengono riguardati come i maestri del. 
bel parlare. Il sempre gentile, e colto Annibal 

Caro richiesto dal celebre scrittore delle vite 
degli artefici del Disegno Giorgio Vasari a spie- 
gavgli il parer suo intorno allo stile, di cui avea 
stimato doversi servire nello stenderle, dopo 
aver lodata l’opera di lui (71), come ben si me- 


| ritava, soggiunge desiderar soltanto , che igggl]- 


cuni luoghi si levassero via certi trasportî di 
parole, e certi verbi posti nel fine, talvolta 
per eleganza, che nella lingua nostra a lui. ge- 
neravano fastidio. In opere simili, ei conchiu- 
de, la dettatura vuol essere appunto come il 
parlare, aver più .del proprio, che del metafo- 
rico, o del pellegriuo, e del corrente più, che 
dell’affettato. Nè solamente al troppo rumoro- 
so, e risonante giro de’ periodi, ed ai rimoti 


trasporti sì dimostra contrario il Caro, ove si: 


tratti di opere, che, come la sopraccennata del 
Vasari, sono per natura loro di-stile mediocre; 


ma quello, che è degno di maggior considerazio- 


ne, non sa neppure appraovar tal cosa interamen- . 
te anche nello stile oratorio. Di fatti scrivendo 
al Salviati, e ragionando dell’ orazione di questo 


. Cruscante in lode del Varchi, non ha alcun ri- 


PA 


brezzo di dirgli, che la composizione delle pa- 
role, per bella, artificiosa, e figurata, ch’ ella 
si fosse, gli pareva alle volte confusa; ed ag- 
giunge (72), che credeva proceder questo dalla 


lunghezza de’ periodi, per esser dessi di più 


membri, che non bisogna alla chiarezza del di- 


(71) Caro Lettere famil. Vol. I. lett. 174. p. 289. Padova 
1763. | “i 
: -{y2) Caro Lett. T.1I. lett. 865 p. 475. 


e 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. f.Iv.. 149 


re, il che fa confusione, e si lascia indietro gli 
uditori. Finalmente nell’ ultimo scorso secolo, 
sebben tanto biasimato da chi non ne conosce, - 
che gli ampollosi scrittori, il Dati , il Magalot- 
ti, il Segneri, iFRedi erano già pervenuti, se- 
«condo che osserva il nostro Abate Denina (73), 
a quel grado di precisione, e di costruzione a- 
nalitica, di cui tanto si vantano ì Francesi, e 
prima, che i Francesi medesimi Pe aspi- 
rarvi. Ecco pertanto , che lo stile chiaro, pre- 
ciso, naturale, e disinvolto è tanto antico fra 
noi ;\che nessuna. moderna nazione, non che fa 
‘ Francese, può vantarsi di esserne stata maestra ‘ 
all'Italia. Ad ogni modo quello, che evidente> 
mente dimostra essere la lingua Italiana dotata 
di un proprio suo, e special carattere origina- 
le, si è, che vengono meritamente biasimati 
anche al giorno d’oggi, sono di leggieri rico- 
‘nosciuti per corruttorì, e non sono sicurameu- 
te scrittori di pr'mo ordine coloro , che imita- 
‘no in Italiano la sintassi, e la mauiera di fra- 
seggiare Francese (74), e trasportano, sènza 
necessità veruna , nel nostro idioma, le voci, €. 
i modi di dire Francesi (*). e 


. (73) Letter. critig. pour servir de supplem. au Disc. sur 
la question - Que doit-on à l’ Espagne; par l Abbè Deni- 
na Berlin 1788. Papi. n 
(74) V. Bettinelli prefaz. alle opere sue . | i 
_ (*) Non pochi lsaliani resteranno meravigliati dal’ 
Amostrar, che fa l'Abate Cesarotti di risguardar come in- — 
separabili in Italia il genio filosofico , la coltura' delle — 
»’ scienze , ed il Francesismo ( Saggio sopra la lingua Ita- 
liana p. 157. , e p. 118.). A me pare, che il Francesismo 
nulla abbia prodotto, che il Francesismo, vale a dire 
wua ridicola , e dannosa imitazione di lingua, e di co- 
stuni stranieri. Non concede egli, che Firenze merita 
d'esser chiamata per doppio titolo l’ Atene d’Italia, per 
aver propagata tra noi , e diffusa Ja luce della filosofia , 
come dianzi avea propagata quella delle lettere? I nostri 


ns 


150 LIBRO SECONDO, CAP: IT. .. 


Concederemo al Condillac, che quelli, che 
imitano .servilmente, non arrivino giammai ad. 
eguagliare gli autori imitati. Gli uomini tutti, 
come-avvertì assai: bene il solitario meditativo 
poeta Young (75), hanno ur carattere proprio, 
che si trawisa, e si perde col voler ciascheduno. 
diventar altro, per via d’imitazione, da quelloy 
che naturalmente si è; 8’ impiccioliscono dessi 
in questa guisa, e tutto quello, che, abbando- 
nato all’indole spontanea, riuscirebbe grande 
tanto nella letteratura , come nelle diverse pro- 
- fessioni della vita, meschino , ‘ed abbietto per 
via dell’arte diventa. Ma che perciò? L'accusa 
va a ferire direttamente i Francesi scrittori, gli 
Italiani-non mai. Se gli scrittori Francesi non 
‘imitano quelli di alcun’altra nazione, non ne 
segue già da questo per necessaria conseguenza, 
che non imitino in nessun modo. Concedendo 
FP Abate di Condillac aver dessi tutti un, carat- 
tere loro proprio , ‘uno stesso colore uniforme, 
anzi-per questo appunto celebrandoli, non è 
forse costretto a confessare, che tutti 5° imita» 
no vicendevolmente, e quasi senz’ avvedersene? 
Gra non è forse miglior partito (quando pure 
imitar si. debba), che ciascheduno a seconda 
politici, i nostri filosofi, i nostri vomini grandi in ogng 
maniera di scienzenon seppero scrivere senza ajuto di li- 
bri Francesi ? Sarpi non iscrisse prim di Bossuet, Gali- 
leo prima di Cartesio? L’ Accademia del Cimento non fa 
il modello di quella delle scienze di Parigi? La Francia” 
non cercò Cassiniin Italia? Quanti politici , quanti scrit- 
tori di guerra, di architettura, d'ogni Facoltà prima del . 
predominio Francese! Qual bisogno adunqne di libri , e 
di letteratura Francese tra noi? Qual è lo scrittore di poe- 
sia veramente celebre, che. abbia affettato il Francesi- 
smo? Quale ajuto trasse lo stesso signor Abate Cesarotti 
dal Francesismo per tradurre l’ dntico poeta Celtico, 
traduzione, che il rese celebre in Italia? 


(75) Young la Comp. orig. 


CARATTERE DELLA LING. ITAL: $. Iv. 15? 
dell’indole sua, del genio, e del soggetto, di 
cui intende trattare, sì rivolga ad esemplari di- 
versi, piuttosto , che copiarsi l'un l’altro nella 
guisa succennata? Esserido libera la scelta, ed 
ampio il tesoro, da cui scegliere, vale a dire 
lingue, ed autori d’ ogni contrada, e-d’ogni se- 
coto; ciascheduno. imitatore perderà meno di 
quel carattere originale, che annida in lui, 6 
che, a giudicio di Young ; viene dalla educazio- 
ne, sia Tetteraria, che domestica , soffocato ed 
oppresso. » 

Inoltre, se sî dice aver un carattere suo o pro- 
prio una lingua, la quale fa, buona prova in pe- 
chi generi di stile, in ciascun de’ quali domina 
nna certa uniformità, che, se mal non m’av 
viso, si è il caso della lingwa Francese, e per» 
chè mai l’attitudine di poter riuscire in tuttà 
non formerà il carattere speciale di un altro 
idioma? tarito più, che, tra Je lingue viventi, 
appartenendo per avventura questa qualità alla 
sola lirigua Italiana, giunto all’essere la più 
‘armoniosa, ed èspressiva; il pregio di lei , ‘ed 
Îl carattere ‘principaley e doiminante ne costi? 
tuisce? Lo sbaglio del dotto institatore del 
Principe di Parma in ciò consiste, che non fece 
differenza da lingua a stile. Se avesse egli affer- 
mato la lingua Francese non avere, se nonse 
pressochè uno stile, l’ Italiana averli tutti, co- 
| me di fatti la cosa sta, non avrebhe sicuramen- 
te con una sì fatta asserzione dato il biasimo 
alla lingua nostra di nori avèr carattere proprio; 
ma disse: Ia lingua Francese non imita alcuna 
altra lingua ,-l Italiana le contraffà tutte, ed il 
contraffare, supponendo ognora un dla 
od un modello, malto al di sotto del quale 
restar si deé di necessità, venne a dare una tac- 
cia non picciola al linguaggiò Italiano . E que- 


152 LIBRO SECONDO ,.CAP; If 


sta accusa essendo.uscita dalla penna dì un no- 
mo istruito assai, e che, attesa la lunga dimo- 
ra fatta in Italia, avrebbe dovuto conoscerne 
l’idioma, tenderebbe a deprimerlo , ed avvi- 
lirlo nel concetto degli stranieri troppo ingiu- 
| stamente, se non si fosse riputato egli stesso te- 
nuto a soggiungere, che arrischiato per avven- 
tura potea essere il giudicio suo in questo par- 
tieolare, ondechè ne lasciava ad altri la risolu- 
zion decisiva. Siccome quell’ istromento musi- 
cale, che può adattarsi a tutti i tuoni è assai 
‘più perfetto di quelli, i quali di un solo, o di 
pochi son capaci, così senza controversia ri- 
guardar si dee per maggiormente perfetta quel- 
la lingua, che ad ogni stile si piega, in con- 
fronto di altri idiomi, che in troppo più angu- 
éto giro si ritrovan ristretti. © | 


$. V. Lingua Italiana arricchite colla lette» 
| ratura antica, € straniera. 


Del rimanente, il rimprovero dell’ Abate di 
Condillac è una lode, ed un vanto singolare 
dell'ingegno Italiano, derivando da quel me- 
desimo principio, che, ‘ben diretto, per due 
volte rese l’Italia institutrice, e reggitrice del- . 
le colte nazioni. Tanto è vero; che gli Ita- 
liani seppero in ogni tempo trarre dalle stra- 
niere genti tytto ciò , che secondar potesse i lo- 
ro disegni nelle cose, sia di Stato, sia di guer- 
ra, sia di lettere, che, siccome ognun sa, per 
| consenso generale de’ savj, si attribuisce in gran 
parte la grandezza, a cui giunsero i Romani, a 
questa qualità, ed al nissun ribrezzo, che mai 
non ebbero nell’ adottare tutti que’ modi, in. 
stituti, armi, leggi, costumi, che’ contribuir 
potevano a condurli all’altezza, cui salirono, 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. €. v. 153 


tuttochè fossero usati ‘da prima dai debellatî 
nemici. Oserà fagse alcuno, a cagione di que- 
sta pratica costantemente tenuta d& essi, nega- 
re un carattere proprio a quel popolo domina- 
gore ne’ suoi più bel giorni? carattere , che, ben 
lungi di rimaner sommerso in fondo tra tutti. 
questi ondeggiamenti, vîene portato a galla, e 
spazia, e signoreggia , e trionfa sopra gli stra- 
nieri usì adottati, come sopra conquistate spo- 
glie, macstosamente. Au 
« Dopo la rovina dell'Impero Romano, sin- 
chè gli Italiani si destassero dall’alto sonno; 
. in cui immersi gli aveano le eccessive ricchez- 
ze , la corruzione morale, e politica, e }’avi- 
dità dci Barbari predatori, e sinchè îì nuovi 
Settentrionali abitatori dominanti prendesseroè 
costumi appropriati alle nuove sedi , restò que: 
sto pregio eziandio, e questo distintivo della 
mazione Italica nascosto, e sopito, ma fuidei 
primi, in un colla libertà, colle arti, col com- 
mercio , a spuntar verso il Mille. L’ epoca del- 
l'universal risorgimento d’ Europa a’tempi del- 
le Crociate viene comunemente fissata . Pregiati 
erano a quei tempi gli Arabi; i loro sottili stu- 
dj, le giostre, le tesi, gli amori, la cavalleria, 
e la gentilezza medesima, dé cui in quella età 
erano specchio alle altre &azioni, divegnero 
- soggetto de’ pensieri degli Italiani. Succedette» 
ro i Provenzali nella coltura, nella galanterìa , 
nel brio; e gli Italiani tosto si studiarono di far 
proprio quanto di gentile, e di spiritoso ebbe- 
ro occasione di ammirare net modi di quella 
nazione, tanto più, che nel regno di Napoli, 
ed in altre parti d’lialta ebbero i Conti di Pro- 
venza lungo, e brillante dominio. Nel secolo 
XIV. si comiuciò a conoscer meglio la storia, 
e gli scritti degli antichi Romani, e con-un ar- 


7. 


è 


Y 


Cola di Rigazo (76), uno 
straordinar), e singolari, che sieno sorti giam- . 


. 154 LITRO SECONDO, CAP. Il. . 

dire, e con un entusiasmo senza pari si credet- 

tè di poter tentar Re farli rivivere. 
egli uomini più 


mai, sì specchiava ne’ monumenti de’ secoli R0,, 
mani, e speculando su quelle rovine, e magni- 
ficandole, e studiando sui libri dissotterrati ,.sì 
sentì compreso da un ardente desiderio, eroico 
e sempre memorabile, di sollevar Roma alla 
prigoiera grandezza. Fattosi capo del Popolo 
Rginano, sertisse al Papa, che se ne fosse tosto 
dovuto venire a far residenza ‘a Roma, scrisse a 
Lodovico il Bavaro, ed a Carlo di Boemia, che 
fra certo tempo, per mostrare le loro ragioni 


Fassa l’Imperio, in Roma comparissero ; e con 


ar voce di voler la Repubblica Romana all’an- 
tica grandezza ricondurre, richiamò l’ universo 
all’ obbedienza del Campidoglio . È sebbene non 
siasi poi egli saputo nell’ acquistata autorità, e 
grandezza mantenere, qualunque giudicio for- 
mar se ne voglia a’ dì nostri da cert’uni (77), 
non fu mai.atto nè più illustge , nè più famosò. 
Intanto fra i libri dell’aniichità, e le antiche | 
Romane idee grandiose , tra le Arabe sottigliez - 
ze, ei versi, e le miorbidezze Provenzali SCOp- 


| piò il carattere originale Italiano, che dominò 
“sopra ogni cosas wi assodarono Repubbliche, 


pacquero nuovi, e si dilatarono àntichi Princi- 
pati, si estesero i traffici; l’ Italia, divisa in 
piccole Sovranità, fu la prima contrada di Eu- 
ropa, che vantar potesse marineria, commer- 
cio, e lettere.a preferenza di ogni altra nazio- 
ne. Schiusi i semi del vero , del grande, e del 
‘ (76) Vita di Cola di Rienzo presso il Murat. Ant. Med. 
Aevi Vol. III. p.249. v. Gibbon History ofthe Decl. of 
the Roman Emp.ch. 70. uu | 

(79) Botero Disc. delia Nobiltà p. 244. 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. G.v. 155 
bello, le arti figurative fecero pomposa mostra 
di sè, e sorsero i tre Padri della lingua. Petrar- 
ca sì lasciò addietro d’immenso tratto i Tro- 
vatori Provenzali; ik Decamerone spense la fa- 
mha di tutti 1 Romanzi anteriori oltramontani, 
che già insin d’ allora dalle nostre donne con 
grave danno del buon costume leggevansi (78), 
come Francesca da Rimini per sua rovitia pro- 
vò; e Dante, non contento di vincere in ro- 
bustezza di stile, e forza d’immaginazione 
gli scrittori di visioni, che aveano voga a’ tem- 
| pi suoi, parimente secondo l’uso Provenzale, 
ebbe inoltre il vanto di essere il primo, che 
rese più comuni le idee delle scienze recondite, 
ed astratte, e che seppe far parlar dottamente 
una lingua volgare. Che Dante, e Petrarca ab- 
biano spento del tutto il nome, la lingua, ed i 
componimenti de’ Trovatori, è cosa così ma- 
nifesta, che venne riconosciuta candidamente 
dall’ Abate Millot nella Storia (79), che intra- 
prese a dettare di que’ precursori della poesia 
‘Francese. Ma che i tre Padri della lingua Ita- 
liana riguardar si debbano come destinati a fis- 
sar l’ epoca della letteratura tanto in Inghilter- 
ra, quanto in Francia, ed in Ispagna, sembre- 
rà un vanto esagerato della nazione Italiana. 
Eppure nulla v' ha di più incontrastabile. Gar- 
cilasso, e Boscan studiarono Petratca, e gli al-. 
‘tri classici Italiani in Ispagna a’tempi di Car- 
lo V., come studiati erano in Francia dalle. 
Priricipesse reali, e dai gran Signori alla corte 
di Francesco I. E per rispetto all’ Inghilterra il 


{78) Dante Inf. Canto V. « Galeotto fu il libro e chi 

« lo scrisse. V. 15”. SE : 
(79) Discours préliminatre sur l’ Hist. des Troubadours 

p. LXXAIF. v. prre Dialoghi tra il sig. Gio. Andres, e 
Atndrea Rubbi p. 38. Venez. 1787. 


156 LIBRO SECONDÒ, CAP. 11. 


signor Warton (80) attesta, che la lingua, e la 
civiltà d’ Italia erano studiate, e stimate in In- 
ghilterra da que’ signori, e cortigiani, che aspi- 
ravano alla lode di un sapere elegante, e che 
i sonetti del Petrarca erano i.gran modelli del © 
comporre. E convien dire, che già molto tem- 
o prima bramassero gli Inglesi di conoscere 
a letteratura, e la poesia Italiana; giacchè veg- 
| giamo al Concilio di Costanza (81) due Vesco- 
vi Inglesi fare, in un col Cardinal nostro di Sa- 
luzzo, Amedeo, figlivol del Marchese Federico, 
così calde istanze a Frate Giovanni da Sera- 
valle Vescovo di Fermo, perchè voltasse in La- 
tino Dante, che a tal fatica si accinse di buon 
grado quel Prelato, e la condusse a termine 
nel 1416 , mentre si trovava aucora a quel me- 
desimo Concilio. Sebben pertanto alcuni fasti- 
diosi declamatori, elodatori de’ tempi andati ri- 
prendessero i loro contemporanei per aver ab- 
bandonato, in cose di poco conto, le pedate 
de' loro maggiori, e preso a seguire gli usi, e 
le foggie straniere, ed a studiarne le lingue (*), 
chi negar vorrà ciò non ostante, posto quanto 
abbiam sin qui divisato, che i popoli Italiani 
vantassero in ognîì cosa, e singolarmente m 
ciò, che sì appartiene alla lingua , nel secolo 
XIV. un carattere loro proprio, e nazionale? 
. Nel secolo che viene appresso seguì la presa 
di Costantinopoli. I Greci sfuggiti dal dominio 


. (80) 7. 77arton Hist. of English Poetry T. 3. sec. 19, 
20 presso Denina Vic. della Jetter. T. I. p. 535. 
(81) Fontanini Bibliot. T. I. p. 355, 356. 
(*) Relinquentes suorum vestigia patrum ..-. coepe- 
ruut strictis.... vestibus uti more Hispanico, tondere 
‘ caput more Gallico, barbam nutrire more Barbarico, 
furiosis calcaribus incedere more Theutonico , variis. 
linguis loqui more Tartarico .- Opuse. de gestis Azonis 
Vicecom. R. 4. Tom. XII. pag. 1033, 1054. 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. È. v. 157 


barbarico , e dalla ferità del conquistatore Ot- 
tomano , portarono la lingua degli Omeri, e dei 
Platoni in Italia. Si studiarono allora gli anti- 
chi con un’avidità eccessiva, si ractolsero co- 
dici , medaglie, si formarono biblioteche, con- 
tribuendovi la stampa, che prima in Italia, che 
altrove ampiamente sî diffuse verso il fine del 
secolo. Ma non ostante il pregio, per avventu- 
ra soverchio , in cui erano salite le lettere Gre- 
che, e gli studj tutti dell’ antichità, tanto man- 
ca, che glì Italiani fossero servili imitatori dei 
Greci rifuggiti, che nessuno di questi ultimi po- 
tè giungere ad un egual grado di celebrità let- 
‘ teraria, a cui pervennero non pochi Italiani di 
quella età; e la lingua Italiana, sebbene allora 
pochissimo coltivata, vanta in quello stesso se- 
colo le Stanze del Poliziano, operetta originale 
per ogni verso, che risguardar si voglia , l’Orfeo 
del medesimo, primo abbozzo della Pastorale, 
e forse dell’opera in musica , il poema del Pulci 
‘stimato da alcuni, e sopra tutti il Bojardo, che 
dal canto dell'invenzione non la cede ad alcu- 
no, e che si può chiamare il padre poetico.del- 
l’Omero Ferrarese Lodovico Ariosto. 

Quanto vario fosse nel principio del Cinque- 
cento il modo di conversare nelle diverse corti, 
quanto diverse le foggie, gli abiti, i costumi, 
.sì può raccogliere dal Cortigiano del Castiglio-. 
ne (82); ed intorno al gusto di parar camere 
sì vuol notare quanto accenna un Cavaliere del 
la stessa famiglia dell’autor del Cortigiano. che 
scrisse pure circa que’ tempi (83,; perciocchè 
dopo aver questi ragionato de’ var) modi di a- 


{ 


(82) Lîb. II. fol. 70, 71. Venezia 1559, nti . 
(83) Ricordi di Mousiguor Sabba Castiglione Cav. 
Geros. Ric. TX. do n o 


* - 


£ 


158 .- LIBRO SECONDO) CAP. IT. 


aobbarle, come allora costumavasi, con mede4 
glie, antichità, pitture, scolture, ed istromenti 
di musica, soggiunge, che alcuni le adornava- 
no con panni di arazzo venuti di Fiandra fatti. 
a figure, e fogliami; e chi con tappeti Turche- 
schi, e Soriani, e spalliere barbaresche; chi 
con cuoi ingegnosamente lavorati, venuti di Spa - 
gna; ed alcuni altri con cose nuove, fanitasti- 
che, e bizzarre, venute di Levante, é di Ale- 
magna. Non traluce anche in ciò il genio degli 
Italiani di voler godere di ogni specie di bello ? 
il bello eroico, direi -così, ed il bello esotico, 
e barbaro? In mezzo a questa varietà di gusti 
‘ciò non pertanto, in merzo a’ Romanzi di caval- 
leria Spagnuoli, ed anche Francesi ora condan- 
nati ad un eterno oblìo , dipingeva, ed ottene- 
va applausi Rafaello, scriveano il Segretario 
Fiorentino, il Castiglione, il Guicciardini, il 
Bandello, e cantava le immortali sue ottave. 
l’ Ariosto, facendo trionfare sopra tutti questi 
gusti stranieri il genio, il-gusto della lingua, 
e della nazione Italiana. ui i 
Il dominio di Carlo V. in Italia, le guerre, 
e le fazioni Imperiale, e Francese resero gli 
Italiani a’modi di quelle nazioni piegati, e pro- 
pensi, con predominio dopo la metà del secolo 
‘stesso X.VI. degli Spagnuoli, predominio, che. 
durò (tuttochè con qualche mescolanza di ge- 
nio, e di partito Francese) in alcuni Stati, e 
famiglie Italiane sino al regno di Luigi XIV. 
Main quest’ epoca eziandio, quanto di’ spiriti 
Italiani non dimostrarono i Duchi di Savoja, i 
| Medici, diversi Sommi Pontefici, e tra le Re- 
pubbliche Venezia, ed ‘a giudizio del -Boccali- 
ni (84) la stessa Genova, che dagli interessi 


(84) Pietra del paragone rag. II. 


GARATTERE DELLA LING. ITAL. $. v. 159 


.degli Spagnuoli tanto in apparenza sembrava pur 
dipendengg.? Gli Italiani, come acconciamen: 
‘te avverté il mentovato Politico (*); sono una 
generazione di uomini, che mal si dimesticzno 
sotto la dominazàone straniera, e sebbene age- 
volmente prendano i costumi delle nazioni si- 
‘ gnoreggianti, serbano tuttavia nell'intimo del 
cuore vivissime le antiche massime loro con- 
naturali . Ora: setraspariva il genio Italiano Rel- 
le stesse Provincie soggette, e dipendenti da 
. estero domini , ne’tempi in ‘cui Potentati stra- 
nieri in gran parte signoreggiavano l’Italia, the 
dir si dovrà nell’età nostra, im cui >può oggi- 
mai vantarsi di avere Principi naturali in ogni 
suo Stato? Certa cosa si è che non ha la na- 
zion nostra abbandonata l’antica pratica di vo- 
ler approfittarsi per arricchir la sua letteratura, 
per promover le arti, per goder degli àgi, e dei 
piaceri della vita, e per vie maggiormente per- 
fezionare la lingua medesima, dei modi, delle 
‘usanze, dei libri, e delle lingue di quelle na- 
zioni, che ora primeggiano in Europa, quai 
‘sono Tedeschi Inglesi, e Francesi, ma non si 
‘è per questo scordata di èssere Italiana yin ispé- 
cie nella lingua. Negli Scrittori stessi tinti di 
colore straniero soverchiamente, e di vizj infet- 
ti opposti del tetto al genio dell’idioma nostro, 
se pur sono di qualche ingegno forniti, un non 
so che balena sempre di nazionale, che li di- 


“€ x*) Sono (gl’ Italiani ) gràn mercatanti della, foro 
servitù, la quale trafficano con tauti artific}, che con 
essersi solo posti in dosso un pajo di braghesse alla Si- 
‘vigliana forzano voi a credere , che sieno divenuti buoni 
Spagnuoli, e noi con nu gran collare di Cambrai, perfet- 
ti Francesi. Ma quando poi altri vogliono venir al ri- 
stretto del negozio mostrano alirui più denti, che non 
hanno cinquanta mazzi di seghe. ». 

Boccalini, Pietra del L’arag. rag. X& 


\ 


è 


160 LIBRO SECONDO, CA P. Il. 


Di stingue in fatto di stile da quegli stranieri au- 


tori da essi più del dovere apprezagti, e stu- 
diati qualt esemplari. Allo stesso modo, che 
nei'‘nostri dipintori, anche di gusto corrotto , 
sì vede sempre lampeggiare, a giudicio &eghi 
intell'genti, un raggio di buona mauiera, che 
per Iraliani li dimostra, e gli scopre. 


_$. VI Abbondanza di voci della lingua 
| Italiana. - 


Oltre a questa proprietà , di cui abbiamo im- 
fino ad ora ragionato, di poter venir gittata in. 
forme diverse, a dir così, di diversissimi: stili, 
non poco contribuiscono eziandio a rendere la 
lingua nostra varia, espressiva, adattata a tutti 
i soggetti, l'abbondanza: delle voci maggiore 
senza paragone in essa, che nel Francese idio- 
ma, e la facilità, che abbiamo di trarne al bi-. 
sogno, e col debito discernimento delle nuove 
dalla Latina tanto alla nostra conforme. Per 
tale sua proprietà non solo viene dessa celebra» 
ta dal Lellio, dal Buommatteiy che più ricca del-- 
la stessa Latina Ja pretende, e da tanti altri 
ciîfici Italiani; ma questo pregio non le viene 
per sin conteso da’ più eruditi Francesi. Nè la 
scarsità della propria lingua dajlo stesso enco- 
miator più fanatico del Francese idioma vien 
negata, voglio dire dal P. Bouhours, il. quale 
un tal difetto in nuovo vanto rivolge secondo: 
il consueto suo stile, riguardando come ric- 
chezza della sua lingua l’esser costretta a ser- 
virsi, come ‘fa troppo sovente, di una voce me- 
desima in sensi disparatissimi. . — 

Si vuol notare peraltro esservi alcuni, anche 
tra gl’italiani, che la maggior ricchezza dell’ i- : 
dioma uostro g petto del Francese, non sulo 


fa: i 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. $. v. 161, 


Îmettono in dubbio, ma neggno apertamente, 
Dicon essi , che quelle diverse migliaja di voca- 
boli di più, che vanta la Crusca a fronte del 
Dizionario dell’ Accademia F rancese, non deb- 
bono-annoverarsi tra le ricchezze della lingua, 
non venendo dagl’ Italiani che han senno, ado- 
perati giammai, tuttochè di Crusca, per essere 
o pretti Fiorentini, o bassi, vili," e contadine- 
schi, o antiquati, o formati a capriccio. Ma se 
non si vuol dar retta alla Crusca nell’ adoperar 
ciecamente , o ricercar con affettazione queste 
«voci ammesse; non si vuol neppure obbedir 
ad.essa nel rigettare una copia grandissima di 
veci , senza ragion nessuna, escluse, e che com- 
pensano abbondantemente sì fatta mancanza. 
Si biasimi ( che ben se n’ha ragione) chi asse», 
gna le prime sedi della lingua Italiana a’ Capi- 
toli della Compagnia dei Discipliuati, alla Vi- 
ta di Barlaam, alla Collazione dell’ Abate Isa-. 
ac, ai Laudesi, al Trattato delle trenta stolti.. 
zie, quasi che tengano questi rancidi autori nella. 
lingua nostra il luogo, chè hanno nella Fran- 
cesé i Pascal, i. Corneille, i Bossuet, ii Fene-. 
lon, i Boileau. Si derida chi riguarda ‘tutto ‘ 
quel secolo come aureo, chi preferisce le -stra- 
ne,.e disusate voci di costoro per formare il 
capitale della lingua, perchè autenticate dalla, 
Crusea, a quelle adoperate dal Bandello, dal 
Nardi, dall’ Ammirati, dal Muzio, dal Davila, 
dal Bentivoglio , dal Paruta , dal Sarpi, dal Pal- 
lavicino, eda tanti altri valentuomini, che pur 
non fan testo. Si derida chi li siudia come clas- 
‘ sici, ne procura le nitide edizioni, li tien cari 
quai giojelli; ma non si pretenda, che povera: 
sia la lingua, perchè quegli Accademici, in ve- 
ce di sfoggiarne i tesori più moderni comuni a 
tutta Italia, amarono meglio di far pompa di 


® 


Dia 


162 LIBRO SECONDO, CAP: NM. 

que’ vecchi e tavola sucidi loro centi; preferi- 
rono i Jaceri polverosi quaderni degli indotti ar-- 
tigiani Fiorentini alfe opere, ed alle scritture ela» 
 boratissime dei Letterati, e degli uomini di Sta-. 
to Lombardi, e di altre Provincie. Un lungo 
eatalogo , dice il signor Abate Denina (85), sî 
potrebbe fare di vocaboli usati da autori citati 
nella Crusca, e da’buoni Scrittori moderni, che 
non sono ancora registrati in alcun dizionario. 
di lingua nostra. — | | ma 
| Oppongono. altri : se fa lingua Italiana è si-rié- 
ca, ed abbondante, a che dagli Scrittori, più 
riserbati èziandio , si adoperano voci straniere, e 
talvolta anche Francesi, quandochè il più po- 
vero idioma della Senna va guardingo, € cauto 
oltremodo in questo particolare? Come mai 
può esser ricca una lingua, che spoglia delle 
sue vesti-la più povera per ammantarsene? Ri- 
sponderò ‘io come i conquistatori, che per e-. 
stendere i loro dominj non la perdonano af 
popoli anche più poveri, ‘che incontiano nel 
corso delle vittorie foro; Se tante sono le vo- 
ci, ed i modi di dire Provenzali, e Francest 
ne’ nostri primi Scrittori di grido sin dal seco- 
lo X-IV., se così adoperarono i più riputati Pro- 
satori del X.:VI., e se così fanno quelli tra’ mo- 
derni, che son persuasi l’uso esser quello, che 
governa le lingue, non se ne vuol far le mera- 
viglie. Ogni lingua ricca fu sempre ricca a que- 
sto modo, vale a dire mediante l’ attitudine di 
farsi più doviziosa colle ‘spoglie delle altre. Lo 
inconveniente da temersi si è soltanto, che quel- 
Ja libertà, la quale, a norma del consiglio di 
Orazio, vuol pigliarsi con riserbo , non degene- 
ri in lintenza sfrenata, che si è il caso della 


© (85) Bibliop. par. I. tap. P.p. nia 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. €. vi. 163 


lingua Inglese, che per caglon di questo abuso, 
divenne altrettanto ricca quanto barbara, e va-. 
riabile in ogni generazione, fluttuante, incerta, 
il che è mal peggiore. Per questo meritano bia- 
‘ simi, e rimproveri quegli Italiani Scrittori, 
che trasportano, senza necessità veruna, voci 
Francesi nel nostro ‘idioma, e quello, ‘che è 
peggio i modi di dire, il ARPA ‘al colore, 
‘el’andamento di quella lingua, il che mani- 
festa una maniera di pensare , una inclinazione, 
un anime Francese-avverso alla patria sotto 
corteccia Italiana. Ma ad ogni modo l’abuso di 
una facoltà non esclude 1’ uso legittimo di essa, 
anzi il presuppone . 

Del resto in una nazione così ordinata come 
l’ Italiana, e che una lingua adopera . cotanto 
varia, cotanto pieghevole, cotanto armonica, 
espressiva, ed abbondante, e chi.non vede che 
“gli Scrittori esser dovranno d’indole diversa, e 
perdere assai menadi quel carattere originale, 
e natio, che ciascun ha dalla nascita sortito; 
che più agevolmente spiegar dessi potratmo nel. 
la forma più nuova, è più. adattata ai diversi 
aspetti, sotto di cui ognun d’essi il mondo ve» 
de, ogni coticetto loro, ogni immaginazione, 
ogui ideas che fermenti loro ‘nell’intelletto? Sa- 
ranno per éonsegu&nte più eriginali gli Scritto- 
ri di cose oratori@, o poetiche; più var, e di 
qualità pregevoli diverse forniti gli storici, edi 
politici; ed i più severi. Filosofi medesimamen- 
te capaci di spiegare più chiaramente, e di tra: 
. sfondere, ed imprimere nelle menti altrui il ri- 
sultato profondo delle sottili lorg speculazioni . 
Perciocchè se dalla lingua stessa, nella quale 
meditano i più acuti pensatori vengono soccor- 
si, e diretti per le oscure, e difficili vie del sa- 
Pers; secondo che stima il dotto Tedesco Mi- 


ba 


à; 


164 . LIBRO SECONDO, CAP. I. -- 


chaelis (86), e perchè non riceveranno essi aju- 
tg maggiore, e fomento da una lingua, qual sî 
è l’Italiana, che mille idee ad nn tratto , attesa 
l'abbondanza sua, alla mente presenta vive, di- 
pinte, fiammeggianti; da una fingua , che obbe- 
diente a chi maneggiar la sa, franca batte, e ar- 
dimentosa senza adombrarsi ogni insolito cam- 
mino. L’energico Montaigne vuole, che lo Scrit- 
tore sia in grado di potersi formar a suo senno, 
a dir così, una lingua, aftinchè l’espressione su- 
perficiale non sia, ma penetri collo stesso vigo- 


re, e forza nell'animo altrui, con cui il concet- 


“to informava la sua mente. Se un tal fine con- 
seguir si possa. più agevolmente nella lingua 
Italiana, che nella Francese, ed anehe nella 
Latina, le tre lingue più universalmente adope- 
rate, ed intese in Europa, il lascio a giudicio 
di coloro, che le conoscono intimamente. Se 
J’ autorità trasporta a-viva forza là, ove da pri» 
“pa non poche volte facean.pensiero di non an- 
dare i moderni Scrittori Latini, l’uso non per- 
‘mette di battere a’ Francesi, se non se pochi; 
e consueti sentieri. Sono entrambe queste. lin- 
gue per diversissima causa limitate i oa 
e ristrette, l’una, perchè da gran inno estin- 
ta, l’altra perchè signoreggiata dalla prati» 
ca troppo vivente, da cui vietato è il dipar- 
tirsi, il giogo pesante del qual dispotico im» 
pero ben mostrarono desiderio di scuotere al- 
cuni de’ più valorosi Serittori del secolo di Lui- 


gi XIV., e tra gli ditri anche il La-Bruye» 


re ($7), ma nessuno si attentò a farlo giammai. 
, | i 


n 


| (86) Influence des langag. ec. 
(87) Carac'ères chap. XIV. in fine. 


» 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. $. vir. 165 


S. VII Scarsttà di libri elementari, e di tratte- 
. nimento în lingua Italiana. 


Ma se la casa va così, diranno alcuni, perchè 
adunque sì scarsi sono i libri di arti., singolar- 
mente meccaniche, in lingua Italiana, e perchè 
mai s'incontra tanta difficoltà nel trattare sì 
fatte materie? E perchè mai i libri elementari 
delle scienze son pressochè tutti dal ‘Francese 
tradoti, come pure le compilazioni non. pe- 
santi, non pedantesche; perchè tanto più ab- 
bondanti i libri dottrinali Francesi? Perchè mai 
.riesce arduo cotanto il dialogizzare nel nostro 


‘idioma ,, e perchè i libri, che rappresentino. 


una conversazione nobile, e signorile, o man- 
cano affatto alla moderna letteratura Italiana, 
a sono vinti in merito da opere Francesi? Chi 
un tal difetto alla Italia rinfacciasse, dovrebbe 
rifieitere in primo luogo, che il nor aver dessa 
al presente una sì chiara, linda, é corrente lin- 


gua di conversazione , qa la. cagion ne 
i 


sia, onde è più difficile, che le nostre com- 


medie moderne, dialoghi piacevoli, satire, ro- 


manzi, lettere famigliari -spirino quell’aria ga- 


lante, signorile, disinvolta, e portino. l’im-. 


pronta tanto vantata di quella, che chiamasi 
buona società delle opere Francesi più riputa- 
tate di tal genere, questo difetto, io dico , pro- 
duce un vantaggio grandissimo , ed ha compensi 
tali, che in ogni caso dovrebbono far preferire 
sempre il nostro all’ idioma Francese. Due 
pregi singolarissimi, ed importanti-io son di 
avviso, che dall’ accennata mancanza derivi» 
no, la stabilità -della lingua, e la varietà più 
originale degli stili, e degli Scrittori. il Frau- 
cese nello scrivere non riguarda, che alla pra- 


166 LIBRO SECONDO, CAP. II. 


tica dominante; l’Italiano all’incontro qual- 
| che cosa bensì all’uso concede, ma norì sì è 
l’uso vegliaute del parlare, che nella più gran 
| parte d’Italia non può avere davanti ,' non par- 
Ja.:dosi la lingua colta Italiana dalle civili per- 
sone, come in ogni Provincia di Francia si par 
‘la la lingua colta Francese, ma si è bensì l’uso 
dello scrivere. Studia perciò la sua lingua negli 
autori più riputati, che in una nazione organiz- 
zata in tal. mado saranno sempre gli antichi, 
onde a mivuor varietà, ed a mén frequenti vi-. 
cende va nel sostanziale soggetta. Ma d’.altro 
canto i diversi dialetti d’Italia, cui taluno at- 
tribuisce la maggior ‘armonia, e bellezza della 
lingua , avendo un genio particolare loro pro- 
prio; diversa educazione ricevendo gli Scrittori 
nei diversi stati d’Italia, di costituzione , di am- 
piezza, di situazione, e di massime, e costumi 
tra loro differentissimi; diverse essendo pure 
le società letterarie nelle diverse capitali di que- 
sti Stati, nè 'alcuna potendo aspirare di dar 
| Porme, e la'legge alle-altre, ne seguirà da tut- 
to questo, che ciascheduna particolar persona, 
che attenda alle lettere, potrà più liberamente . 
‘scegliere in mezzo agli Scrittori antichi, e mo- 
derni , all’ uso, agli stud}, alle diverse pratiche 
letterarie, e formarsi uno stile proprio, una 
maniera sua, qual nobile metallo Corintio . 
Men dominato, ed inceppato da una uniforme, 
ed. unica. legislazione iu fatto di lingua, e di 
stile, men perderà di quello spirito originale, 
di cui. ciascuno è più o. meno dalla natura do- 
tato, e che forma uno de’pregi più rari delle 
opere d’ingegno, che non verrà nè nnpiccioli- 
to nè ristretto tra ì legami della instituzion 
letteraria , e della moda. Quell’ autore perian- 
to ,.che avrà spiriti elevati, coltura, e dottri.. 


CARATTERE DELLA LING..ITAL. $. vit. 169 . 


na impronterà le opere sue d’ una foggia diver-. 
sa, e rapirà le menti de’leggitori con una gra- . 
ta novità. . . ni 
° Nè è da dire, che l’abbondanza di voci, e la 
varietà di stili, di cui è la, lingua nostra capace 
non si debba mettere in conto di una difficoltà 
da superarsi da ‘chi adoperarla intende lodevol- 
mente. Quando una sola si è la diritta strada 
non vi. ha pericolo di. shagliarla; laddove non 
è così facile lo scegliere tra. diversi anche buoni 
partiti il migliore. E per ciò che alle voci si 
appartiene, non è ‘forse vero, che nel mentre 
che uno che detti in lingua Italiana sarà per- 
plesso nello scegliere tra le voci diverse, che se 
gli affacciano la più. ealzante per ispiegare il 
suo: concetto , la più nobile, la più grata all’o- 
recchio , la più conveniente allo stile, lo. Scrit- 
tor Francese non. esiterà un-istante per rinve- 
nir la parola, che la lingua sua gli sommivi- . 
stra per riempier.la. nicchia di un pensiero ?. e 
<iò non solo perchè questa si è il più delle vol- 
te unica ,-ma eziandio per esser pratica assai 
costanic di quello idioma il servirsi comune- 
mente di una stessa voce, come è detto .sopra 
per esprimere idee differentissime. Ora ciò po- 
sto, siccome la: difficoltà della rima, e del me- 
tro fa talvolta scoppiare de’ bellissimi pensieri, 
così, qualora Jo Scrittor Italiano sia persona di 
buon gusto fornita, gli ostacoli da superarsi 
per questo capo lo porranno-sulla strada di mo- 
strarsi originale, e di arricchir di nuove stile, 
‘di nuove bellezze la lingua, senza cadere nel . 
manierato , nel difettoso. La lingua Latina è .. 
come un cavallo sfrenato, che trasporta. lo 
Scrittore duve gli pare, e piace; quante profa- 
nità non ardì di proferire il Bembo per mostrar-. 
sì Ciceroniano Ni quali scrivendo in idioma vol- 


-168 LIBRO SECONDO, CAP. ITx. 


gare non avrebbe lasciato sfuggir dalla penna 
sicuramente? E quanti Poeti non sono Jlaidi, e 
lascivi in Latino, trattivi come a forza da una 
frase dell’ altrettanto impuro, quanto elegante 
Catullo? L’idioma Francese è uu ginnetto gen- 
tile da maveggio così bene addestrato, e così 
ubbid'eate al freno, che non è pregio di cava- 
liere il reggerlo, bastando il placido impero di 
una mano anche femminile, e che non serve 
se non se per andare a diporto. Il linguaggio 
Italiano è un corsiero forte, brioso, instanca- 
bile come quelli de’ Paladini de’ Romanèi, non 
men belli che animosi, ad ogni impresa attis- 
| simi, alla giostra non meno che alla battaglia, 
ai viaggi, alle armi, ma che feroci, ed alteri. 
non obbediscono, se non se alla mano degli 
Eroi. "© Li - 

. Una monotonia di gusto non fu mai il carat- 
teristico delle nazioni più famose per elegante. 
dottrina. Quanto non suno diversi tra loro i 
Greci Scrittori? Ed in Roma stessa a’ tempi di 
Cicerone, tuitochè la letteratura Latina fosse 
tutta conceutrata in quella Capitale immensa, 
vi regnava ciò non. pertanto un gusto diverso 
anche per ciò che appartiene alla popolare elo- 
quenza , che, oltre ad essere un genere mede- 
simo di composizione, avea pure uno stesso 
popolo per giudice. A Bruto, così conforme 
di sentimento nelle cose di Stato con Cicerone, 
non andava a grado la maniera sua di arringa- 
re, di modo, che avendogli Cicerone. indiriz- 
zata l’opera sua, che ha per titolo l’Oratore, 
ossia della miglior maniera di arringare. schiet- 
tamente gli rispose, non essere di genio suo 
quel genere di eloquenza, ch’ ei commendava, 
e pregiava sopra ogni altro (88). E non vi fu 


(88) Ad Atticum lib. XIV. cp. #0. : 3 


» 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. 6. vir. 169 


chi , come attesta Giovenale, giunse a chiamare 
il padre della Romana eloquenza Sawvojar-. 
do (89) facendo allusione alla piena abbondan- 
‘te del suo dire, accusa di cui con ragione deb- 
bono andar fastosi que’ buoni nostri compa- 
triotti, come di fatti se ne pregia il P. Mo- 
ned (90), e che spiega per avventura la ragione 
di uma certa conformità tra Rousseau, e Cice- 
one, che pur da alcuni si ravvisa în tanta di- 
stanza di secoli, e di lingua? Qual meraviglia 
pertanto, che diversi sicno tra loro gli Scrittori 
Italiani? E non sarà questa piuttosto una nuo- 
‘va rassomiglianza della nazion nostra, e della 
nostra letteratura con quella de’ popoli più ri- 
momati dell’antichità? (*) 
Meglio ‘raffigurar non si potrebbe lo stato 
. tanto della letteratura Francese come della Ita- 
liana, in fatto di lingua, e di stile, che col pa- 
ragonarlo alle scuole de’ Pittori dell'una, e 
dell’ altra nazione. In Italia quante scuole di- 
verse, e tutte belle, ed originali! son tante 
quante le Provincie, e starei per dire le Città 
principali; e ne' quadri usciti dalle mani degli 
‘ Arteficì di grido, di qualunque scuola Italiana 
sien dessi, sempre si vede maniera diversa; 
popolo vario, teste Greche, e Romane, aspétti 
barbarici, Levantini, Arabi, che all’incontro 
gna sola si è la scuola pittorica Francese , e le 
fisonomie de’ loro quadri (se ne eccettuiamo 


(89) Rufium qui teties Ciceronem allobroga dixit. Juv, 
sat. PIL. 0. 214. i i 

(90) Apologia seconda per la Serenissima Casa di Sa- 
voja. Torino 1632 p. 142. | 

{*) « Noi vantiamo almen trenta Scrittori viventi in=- 
« signi, robusti e vivaci, senza che l’uno sia copista 
« dell’altro. La varietà nel buon gusto non è essa pro- 
« pria solo di noi Italiani?» - Aubbdi Dialoghi in dif 
della lett. Ital. p. 15. opuse. I. - | 

Vol. I. 8 


170: LIBRO SECONDO; CAP. II n 


quelli di alcuni artisti, che a forza di studio I 
liani divennero) tutte consimili, e tutte Fran- 
cesi. Chi troppo arrischiato trovasse questo 
paragone considerì che la sola lingua, che ab- 
‘bia il Francese idioma si è la lingua di conver- 
sazione, come credette di dover candidamente 
.confessare il soprannominato signor De cl’Isle. 
| Vario può essere questo stile, può comprende- 
re sotto di sè parecchi generi; v’ha conversa- 
zione dotta, e piacevole, arguta, ed ingegnosa, 
‘schietta, e naturale, nobile, faceta, famigliare, 
e plebea, ma è sempre conversazione, ed una - 
..s0la scuola formano tutti questi stili. Sono 
della scuola Fiamminga Rubens dipintore trep- 
po sfarzoso, e Teniers troppo ignobile e ple- 
beo; e questo caratteristico della 'scuola Fiam- 
«minga non fu dal primo tradito nel copiar che 
fece due quadri del Tiziano, i quali, se si vuol 
dar retta al valente Pittore Tedesco Mengs (91), 
“son come un libro tradotto in lingua Fiam- 
.minga, che conservi bensì i pensieri, ma abbia 
perduta tutta la grazia dell'originale. Non tutti 
‘però i Pittori della scuola Veneziana sono Ti- 
ziani, son Tintoretti, son Bassani, quantun-, 
.que si ravvisi in essi un gusto conforme, un 
censimile andamento. A questo stesso moda si 
può dire, che la letteratura Franeese non ab- 
bia stile diverso dallo stile di conversazione, 
quantunque il conversare di Bossuet, e di Fer 
nelon diverso sia da quello del Voltaire, e .del 
Ginevrino Rousseau; ‘ed il conversare di Cor- 
neille, e di Racine, da quello di Moliere, di 
Boileau, di Rousseau Giovan Battista. Nelle 
tragedie più pompose di Corneille s’incontrang 


e. (91) Opere tom. II p. 69, ediz, in quarta; 


CARATTERE DELLA LING. ITAL\ È. vII. tt 


‘frasi famigliari tanto (92), che non si soppore 
terebboro in alcun genere di poesia nobile Ita- 


‘liana. Lo scrittore più originale in fatto di sti-. 


le, che vantar possa il secolo di Luigi XIV. si 
è il La-Fontaine, e ciò appunto perchè non 
isdegnò di congiungere la lettura, e lo studio 
di Marot, di Rabelais, e degli altri antichi Poe- 
tt, e Scrittori scherzevoli della nazion sua,'e 
sopra tutto de’ classici Italiani (*) alla pratica 
della lingua corrente a’giorni suoi, e potè in 


tal guîsa, tra lo stil de’ moderni, e ’1 sermon 


prisco formarsi una lingua tutta sua, che si è 


il caso appunto degli scrittori Italiani; ma per. 


ragione della matevia non esce però neppur egli 
dallo stil succennato di conversazione 


S. VIM. Attitudine della lingua Italiano alle 
Opere instruttive, e di arts. Chiarezza, 


e precisione della medesima. 


Comunque siasi di ciò, ripigliar potrebbono 
gli oppositori, e qualungne compenso ritrovar. 


si voglia alla mancanza in: Italia di uno stile 
nobile, e disinvolto ad un tempo, e familiare 
da adoperarsi in dialoghi, lettere, e romanzi 
instruttivi, contpenso tale, che faccia‘aver caro 
a dir così il difetto, il difetto medesimo, ciò 
non pertanto, sempre sussiste. E perchè mai 


Ù) 


(93) Ces piùces de théatre , doivent étre écrites dans 


un style naturel qui approche assea de celui de conversa- 
.; * Voltaire Essai sur la Poésie Epique, chap. 1X. 
în fine. | n 

- (*)» Quautanux autres Auteurs Francois ( oltre a Re- 
« belais, Marot, e l’Astrea del D’ Urfè }il eu lisoit peu, 
« se divertissant mieux, disoit il, avec les Italiens. Aussi 
« lut-il et relut-il 1’ Arioste et Bocace qu’il aima siugti- 
« lierement, et uil sgut si bien S'Approprier» = Pic 
Ie Fontaine p. XI, XII. i 


& 


172 LIBRO SECONDO, CAP. TI. 


*attribuir questo si vorrà piuttosto a cagioni 
estrinseche rimediabili, che a vizio interno, ed 
organico della lingua stessa ? Perchè sostener si 
vorrà, che la lingua. sia propria a tutti gli sti- 
li, quando manca di quello, che se non è il 
‘più pomposo, si è però lo stile, di cui si ab- 
bisogna più spesso, e più comunemente? Per- 
chè non sarà più spediente, a’ Piemontesi in 
ispecie, di prevalersi di altra lingua, almeno 
| nello stendere opere di sì fatto genere? E per 
conto della scarsità grandissima di libri scien- 
tifici massimamente elementari, libri di arti, 
inispecie meccaniche, compilazioni critiche, ed 
erudite, ma eleganti, non milita già la ragion 
soprasaritta , cioè il ‘dire, che manchi lingua di 
conversazione vivente alla maggior parte delle 
Provincie Italiane. Perchè adunque sì scarsi 
sono i libri, che mostrar possa l’ Italia di qual- 
- che valore in tali materie? Non si dovrà attri- 
buire al genio della lingua ripugnante a’divi- 
sati soggetti, e'che, non ostante l’ abbondanza 
‘di voci, varietà di stili, e maneggevolezza van- 
tata, piegar non si può è’ più comuni, quoti- 
diani, e necessarj usi della vita; e come i pom- . 
-posi abbigliamenti serve soltanto nelle solenni 
‘occasioni, e non nelle usuali e giornaliere, 
«‘riuscendo in queste altrettanto rozza, o sgar- 
‘bata, o piena di affettazione, quanto la Fran- 
cese è colta, disinvolta, e gentile? E perchè 
mai (nella supposizione, che libera fosse la 
scelta) non si dovrà preferire una lingua, che 
| serve a ragionar con chiarezza , e con precisia- 
.ne delle cose necessarie, e degli affari occorenti. 
‘della vita, ad una, che è propria pressochè 
‘unicamente a parlamentare? si 
«7.A queste, e ad altre così fatte opposizioni, 
che si sentono alla giornata, risponder patrei, 


CAKATTERE DELLA LING. ITAL. $. vit. 173 


che esagerata si è l’allegata mancanza, percioc- 
chè sì scarso non è il numero di opere Italiane 


di stile mediocre, e famigliare lodevolissime, ©’ 


di libri di arti, di scienze, di critica, e di let- 
. teratura, di commedie, di dialoghi, che con 
tutti i lor difetti contrappor si possono a’libri 
Francesi. Ma sebben cosa vera io dicessi, e. di 
cui ci occorrerà più sotto ragionar di proposi- 
to, mi si potrebbe replicare, che lo stesso A- 
bate Bettinelli rende giustizia per questo canto 
agli scrittori Francesi , che innalzarono la loro 
lingua ad una perfezione ben rara, Voi sentite. 
generalmente ne’loro libri quel tuono di libe- 
ra, ed amabile compagnia, quella scioltezza (93); 
e disinvoltura , quel decoro spontaneo, e cara, 
che troviamo conversando con quella nazione, 
. @ che non è frequente tra noi . 
Potrei, una sì fatta superiorità concedendo, 
restringermi soltanto a sostenere: che la lingua 
nostra ha tanti altri pregi, che compensano lar . 
gamente questo difetto : che dovendosi scegliere 
tra gli scrittori gravi, i Politici assennati, gli 
Storici di prim’ ordine , î Poeti grandi di tutti î 
| secoli, e di tutte le contrade, quai sono gli Ita- 
liani, e gli Scrittori di conversazione Francesi , 
che non hapno nè maggior durata, nè più am- 
pio teatro, nè lodatori di maggior senno di 
‘ quello, che ottenga qualunque. moda passeg- 
giera, chi ha l’anima grande preferirà una sta- 
bile gloria ad una effimera celebrità : che per 
ultimo qualunque siasi la lingua Italiana, non 
è ai. Piemontesi permesso valersi di alcun’al- 
tra; perciocchè, se i Lombardi, a giudicio del 
Tasso, nello scherzare, e motteggiare non pos- 


| | a 
(93) Giornale di Modena tom. XXXVIII. Lettere dì 
Diodoro Delfico, lett. X. p.a7. . i e 


° 1794 © LIBRO SÉCONDO; CAP. IT. 
sono gareggiare co’‘l'oseari (94), non potran- 
ho mai gareggiare a più forte motivo co’ Fran- 
cesi, servendosi di un’ arme così disuguale, 
qual si è una lingua affatto straniera, sempré 
mal conosciuta. Ma, se io a difendere ‘un così 
angusto terreno mì riducessi, mi partirei dal 
mio primo proposito , vale a dire, che nel ca- 
so, che libera fosse la' scelta dil’idioma, 1’ I- 
taliano , piuttosto che il Francese da’ Piemon- 
| tesi preferîr si debba. Si vuol supporre nel 
‘ presente ragionamento ; ch'egual sia ne’ nostri 
nazionali l’ attitudine (sebben non è) di bene 
impossessarsi tanto dell’ uno, che dell’ altro. 
Hnguaggio , e chi, in questi termini rimanendo; 
d’ altra parte la pretesa superiorità al Francese 
accordasse, a mal partito troverebbesi ridotto . 
Di fatti, se lo stile oragorio , poetico, pomposa 
e nobile è il più-vago, e sorprenderite, quello 
delle arti, e della conversazione è il più comu- 
ne, ed'il più gradito all’universale eziandio $ 
non sàrebbe perciò così agevole il determinare 
quale portar dovesse il vanto . Senzachè il mas- 
simo pregio della lingua Italiana, che vien ri- 
posto nel poter servire, € piegarsi a qualunque 
soggetto , cadrebbe a terra irremissibilmente. 
. To pertanto non mi laseierò indurre giam+ 
inai ad asserir tai cose, e ad abbandonar Îa caui 
sa della lingua nostra, quantunque non abbia 
‘ella bisogno di mia difesa , e sia piuttosto noi; 
che manchiamo alla lingua, non già la lingua, 
che manchi a tioi. Coloro, che tacciano l’idio- 
ma Tialiano come mancante di chiarezza, e di 
precisione (che non son pochi, nè poco auta- 
revoli tra gli Italiani medesimi) îo reputo, che 
vengano tratti inavvedutamente in errore dallo 


(94) Presso Zeno note al Fontan. tom. I. p i57. . * 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. È. VIII. 175 


attribuir, che fanno, a difetto della lingua, ciò 
che è colpa de’ mal esperti imitatori di alcuni 
de’ nostri antichi. Per preparar la materia si 
vuol prima di tutto -stabilire qual cosa comu- 
nemente s’ intenda per chiarezza, e precisione 
nella dettatura. Vana, ed inutile impresa sa- 
rebbe il voler definire ciò, che per nome di 
chiarezza intender sì debba; e sarebbe imitar 
el Geometra soverchiamente sottile, e pro- 
ndo, che, con intralciate dimostrazioni ac- 
cingendosi a provare i primi principj dell’arte 
sua pareva, che, per quanto a lui s’aspettava, . 
intendesse di farne dubitar della certezza. Dirò 
ciò non pertanto, che la chiarezza dello stile 
comprende tutto ciò, che può influire nel far 
che le idee, ed i ragionamenti dello scrittore 
passino intere, vive, spiccate nella mente di 
colui, che legge, e vi si imprimano altamente. 
Le voci pertanto, le frasi, il giro del periodo, 
tutto alla chiarezza contribuisce. La precisione 
stessa, se ben si risguarda, resta sotto di essa 
compresa, perciocchè altro non è in sostanza , 
se non se la certezza, e la stabilità del signifi- 
cato delle voci, e modi di dire, e la copia di 
essi per esprimere ogni oggetto , speculazione, 
ed opera della natura, e dell’arte. | 
Ciò posto io non saprei come mancar possa 
la lingua nostra da questo canto; maneggevole 
. som’ ella si è , piegar si dovrebbe ad esprimere 
ogni idea vivida, e lampeggiante, eccettochè 
oscure, inesatte, e tenebrose sìen desse in mente 
dello scrittore , 0 questi ignori la lingua propria , 
caso pur troppo assai frequente in Italia. Per- 
ciocchè, per’ parlar più particolarmente della 
precisione, a due capi si riducono le accuse: 
alla mancanza di voci per trattar certe mate- 


rie: alla incertezza del significato di quelle, che 


176 LIBRO SECONDO, CAP. Il. 


abbiamo. Dicesi in primo luogo scarseggiar la 
lingua Italiana di voci, e di modi di dire appar- 
tenenti a scienze fisiche, ad arti meccaniche. Io 
concederò senza alcun ribrezzo, che qualche 
voce manchi all’ Italia per esprimere afcun’ o- 
pera, od oggetto; ma quale si è mai la lingua 
vivente, che tutte abbia le voci tecniche di tut- 
te le professioni? Siccome vi sono professioni 
particolarmente proprie, e ristrette a certe de- 
terminate nazioni; siccome certe arîi, e scienze 
furono da certi popoli prima che da altri col- 
tivate , così que’ soli furono i primi a creare il 
dizionario tecnico, ricevuto, e seguito dalle 
altre genti, che quelle arti in appresso adotta- 
rono. Non isdegnò l'Europa intera, ed i Fran- 
cesi stessi, sebbene tanto schizzinosi, non eb- 
bero difficoltà di concedere la cittadinanza loro 
a tante voci Italiane di disegno, di marineria, 
. = - di architettura, di musica, di guerra, di com- 
| mercio ; e perchè dovremo noi esser così timi- 
di, e riserbati, e non ardire, quando per av- 
ventura ci mancasse alcun vocabolo, di trarlo 
da quelle nazioni, che ci hanno la cosa inede- 
sima somministrata? Avendo arricchito di tanti 
nostri tesori le moderne lingue di Europa, non 
oseremo all’occorrenza valerci di alcuna voce 
Francese appartenente alla vuota scienza aral- 
dica, ed alla frivola nomenclatura della caccia, 
e delle mode? Senzachè, se parliamo di scien 
— ze naturali, matematiche, e fisiche, son forse 
a noi chiusi i comuni erar) delle lingue Greca, 
e Latina, onde trarre quanto può farci di me- 
stiert? E nello appigliarci alla pratica di attin- 
gere più liberamente a quei fonti, godiamo 
dello speciale, e singolar privilegio, che troppo 
iù conformi son quelle lingue al genio, ed 
all’indole della nostra, di quel che il sieno 


Z 


GARATTERE DELLA LING. ITAL. $. VIII. 197 


‘ ‘agli altri idiomi di Europa. E dopo che i Ga- 
lilei, i Viviani, i Redi, i Magalotti , i Bellini, 
i Vallisnieri, i Cocchi, scrissero in lingua Ita- 
liana opere classiche appartenenti a fisica, ad 
astronomia, a geometria, a medicina, a storia 
naturale, a matematiche, io non so con qual 
fronte dir si possa, che manchin le voci per 
ispiegare i proprj concetti in quelle materie. 
Non so pertanto come il nostro signor Abate 
Denina siasi lasciato sfuggir dalla penna, che 
tra gli scrittori di storia naturale, di politica, 
di economia, di tattica se ne trovano in tutti 
gli Stati d’Italia, che preferiscono di scriver 
Francese, per lo motivo, che quando gli Ita- 
liani voglion parlar di cose, che hanno relazio- 
ne a scoperte moderne, sono più imbarazzati 
di quello, che il sieno tutte le altre cole na- 
zioni (gb). Mancheranno le parole in Italiano 
alla scuffiara, al cuoco , al fabbricator di vezzi, 
e di utensili di moda, ma non mancheraano al 
certo all’architetto, allo statuario, a chi edi- 
fica palazzi, a chi pianta fortezze, al militare, 
all’ agricoltore, al trafficante, al musico, al di- . 
pintore. E, se il Presidente Pompeo Neri, il 
Pagnini, 1° Abate Galiani, il Genovesi, il Cone 
te Carli, il Cavalicre Filangieri, e tanti altri 
scrissero di cose di politica, e di pubblica eco- 
| nomia a questi ultimi, tempi, lo $copoli, lo 

Spallanzani scrissero di chimica, di metallur- 
gica; di storia naturale; e il Conte Algarotti, 
«ed altri tmostrarono come sia ricca la lingua 
militare Italiana, avendo scritto di tattica, tan- 
to tempo prima de’ Francesi, il Machiavelli, il 


(95) Sur le caractère des langues , e! particuliererment 
des modernes par MW. l'Abbé Denina. Menuires de l'Acu- 
dén. de Berlin 195). p. 489» 

1 8, 


198 LIBRO SECONDO , CAB fa 20 
Palladio, ed'infiniti Italiani del secolo XVI.(g6), 
cosicchè fuvvi chi colle parole dell’acuto Fio- 
rentino giunse a spiegare anche le moderne 
evoluzioni Prussiane. Taceio delle altre parti 
detla scienza militare, e della fortificazione, di 
gui tanti scrissero, dal Capitano de Marchi si- 
no al Cavaliere de Antoni, Ma il commercio 
non fioriva in Italia in-un colla marineria, più 
di quello, che abbia fiorito in alcun’altra na- 

‘ sione di Europa, quando vi nacque, e si per- 
fezionò: ia lingea? D'agricoltura mon iscrissero 
infiniti Toscani antichi, e mioderni? Il P. Mar: 
tini non tscrisse in Italiano l'Opera sua classi- 
ca sulla musica? E la biblioteca de’ Pittori, e 
di tutti gli Artisti non è cosa manifesta, che è 
‘originariamente tutta Italiana? Che se dalle arti . 
nobili passar vogliamo alle meccaniche, egli è 
sero, che essendo l’Italia in molti Principati 
divisa, e gli artigiani adoperando comunemen» - 
tei loro rozzi particolari dialetti, nè gran fatto 
tra loro. praticando, mancano molte voci per 

-  «ignificare istrumenti, ed operazioni di mani- 
fatture, e di usuali mestieri. Ma, se diritta- 
mente si riguarda, apparente soltanto è 1’ ac- 
cennata mancanza,€e s’ ignorano bensi, ma non 
‘mancano. per l’ordinario le voci. Di fatti, di 
moltissime di esse arti manuali si hanno vecchi 
scartafacci testi di lingua. Basterebbe studiarli 
per valersene al bisogno: e tutto al più si po- 
trebbe, per intelligenza comune, infino a tanto 
che il dizionario di quella tal professione. fosse 
maggiormente diffuso e «conosciuto per tutta. 
Italia, spiegar, per via di postille, ciascuna 
voce tecnica Italiana purgata , colle parole cor- 


{9g6) Il sig. Maulandi Ufficiale nel Reg. gim. di Susa v 
Bibliot. oltrem. 1789. vol. VILI. p..172. e 189. Di 


CARATTERE DELLA LING. ITAL. $. VIII. 179 
rispondenti de’ principali dialetti @*Italia. Anzì 
impresa utilissima sarebbe, che in questo mo- 
do si compilassero un dizionario universale di 
arti, ed-un altro di storia naturale, delle pian- 
te, insetti, fossili, facendo in grande quello, 
che; secondo una volta intesi, avea in animo 
di voler fare uno sperimentato , e colto nostro 
Architetto (97) nel riformare di pianta il di- 

zionario del disegno del Baldinucci. 
‘Mancano pur troppo i libri di arti meccani- 
che all’ Italia, mancano non pochi mezzi, ed 
incoraggiamenti , che non è qui illuogo di divi- 
sare partitamente, per intraprendere opere di 
tal natura, ma non manca sicuramente la lin> 
gua. O si ha l’arte, e basta che lo sexittore di- 
scenda nell’ officina per impararne le voci pro- 
| prie, e tecniche; o manca l’arte affatto, ed al- 
lora qual sarà la falsa dilicatezza, che trattener 
ci debba dal prevalerci delle voci tratte dalla 
lingua di quella nazione, che o le inventò pri- 
ma d’ogni altro, o con maggior lode le pro- 
fessa attualmente? Ad ogni modo le voci Ita- 
liane appartenenti all'agricoltura, alle arti fab- 
— brili, e ad altri mestieri eomunali sono intese. 
da tutti, anche dalla gente rurale, e pressochè 
in tutte le Provincie le medesime, se ne toglia- 
mo la diversità delle desinenze. Quelle poi, che 
riguardan mestieri, alla perfezione de’ quali gli 
scienziati abbiano contribuito, per l’ ordinario 
sono tratte dalla fisica, dalla meccanica, dalla 
chimica, e perciò voci scientifiche. Restano per- 
tanto unicamente le arti di mero lusso, le mani- 
| fatture di moda, le inezie del mondo muliebre, 
e queste in vero scarse sono di vocaboli tecnici 
Italiani, ed abbondano mirabilmente di termini 


; (97) Il sig. Archiietto Piacenza. pa 


“% 


LI 


“> 


180 - tro seconno, CAP, 11. 


Francesi, eSsendone sempre piuttosto ingoni= 
bra , e carica, che fornita quella lingua: quan- 
tunque la massima parte di essi giornalmente 
vada fuori di uso, e perisca senza remissione 
prima degli oggetti medesimi, che nacquero a 
designare. Ma che? o conviene aver tanta virtù, 
e tanto vigor d’animo di poter rifiutar le cose; 
oppure, se le cose accettiamo , ed avidamente 
cerchiamo, a che il frivolo riserbo, e l’inutil 
ritegno di non voler adottare per nostre, in 
un colle cose, le voci eziandio che le rappre 
sentano? 


8 IX. L'abbondanze delle voci della lingua 


Italiana contribuisce alla precision sua. 


Dagli stessi pregi della lingua nostra traggono 
motivo certuni di darle biasimo. Dicono essi, 
mancar l’idioma Italiano di precisione, attesa la . 
sterminata copia di voci, e di modi di dire’, di 
cui va ricco, ed attribuiscono ‘a difetto della 
lingua ciò, che può essere difetto di discerni- 
mento in alcun di coloro, che l'adoperano, e 
che è sicuramente una lode della linsua mede- 
‘sima. Negar non si può, che questa abbondanza 
maggiore studio richiegga, maggior buon gusto, 
e maggior pratiea nello scrittore, onde sceglier 
possa le voci più espressive, più propric, più 
correnti, ed i modi di dire più appropriati ‘al 
soggetto, ed alle circostanze; ma quando ven- 


‘ga questa difficoltà vinta , e superata felicemente 


da chi scrive, le opere, che ne risulteranno, 
molto maggior perfezione avranno di quelte det- 


tate in più povere lingue. È fnor di dubbio, che 


i moderni dipintori pennelleggiar potranno con 

maggior vivacità, e maestrìa una tela, e sfog- 
È ® è \ . 

giar la perizia loro nel colorito, rappresentando 


CI 


CARATPERE DELLA LING.ITAL. G.ix. 181 


tutte le tinte della natura, di quello, che far 
potessero gli antichi con dazsoli loro quattro 
colori, che si dice, che avessero. Lo stesso in- 
tervenir dee nelle scritture. Riuscirà sempre 
più perfetta quell’opera (poste le altre condi- 
zioni eguali ), che verrà dettata in lingua più ric- 
‘ca. Vizio ingenito, e naturale di una lingua sa- 
rebbe, e chiamar si potrebbe lingua mancante 
di precisione, qualora tra coloro, che i’ adope-. 
‘rano, stabilito non si fosse vicendevolmente di 
far uso di una piuttosto che di un'altfa voce in 
‘un determinato significato; cosicchè dagli unì 
più proprio si stimasse per rappresentare una 
‘ data idea un tal termine, o modo di dire, men- 
tre dagli altri se ne giudicasse diversamente. In 
questa supposizione recar non si potrebbe in- 
. contrastabilmente a lode di linguaggio nessuno, 
‘ per abbondante che fosse di vocì, una tanta in- 
certezza. Ma la lingua nostra chiamar non si 
| potrà giammai difettosa in questa maniera, mas- 
simamente per ciò, che riguarda le principali 
sue voci, quelle, che sostengono, e che nutri- 
scono il discorso. Una prova manifesta di ciò 
‘ si è, che da cinque secoli sussiste, sì scrive, e 
‘’si parla, e gli antichi scrittori nostri son letti, 
e gustati tuttora anche fuori d’Italia. Quella, 
che alcuni credono; e chiamano mancanza di | 
precisione nella lingua, o è difetto particolare 
di certi scrittori, cui piace più lo strano, e l’an- 
tiquato, che il corrente, ed il moderno, e lo 
‘ sforzato, è contorto, che il naturale, e lo ‘an- 
dante; o è un certo gusto particolar di compor- 
. re, una scelta di voci, e di modi, tra diversi 
 esmalmente lodevoli, che in Italia è in libertà 
di fare chi scrive, che meglio rappresenta il ca- 
rattere di lui, che impronta di un genio origi- 
. nale ciascun’ opera di conto, le dà un certo co- 


= 


182 °* LIBRO SECONDO, CAP. IT. 


lor natio , e che, ben lungi di recar noja, e fa- 
stidio, forma conse le diverse scuole della pit- 
tura, e i diversi aspetti, e 1 popolo vario rap- 
presenta dipinto sl'quio di , nel mo- 
do che abbiam sopra avvertito. 


8.X. Osservazioni intorno al modo di formare: 
| i periodi della lingua Italiana. 


Che se dalle voci, e dai modi di dire facciam 
‘passaggi®8 alla composizione, ed al giro dell’o-. 
.tazione, e de’ periodi, in quanto .-alla chiarezza. 
contribuisce, chi mai accusar pretenderà l’Ita- 
liano idioma come mancante di precisione, e di 
chiarezza perchè è capace di numerosa cadenza, 
-e di spaziar ampiamente? Se la lingua-Italiana 
nella Poesia grande, nella nobile eloquenza sa 
levarsi da terra, sa fare inarcar Te dota. come 
dicea il Pindaro Savonese, mediante lo stile di 
trasposizione; sa pur trovare la lingua della na- 
tura in chiarezza, ordine, e semplicità, e riceve 
lo stile mediocre, e tenue cziandio. In questo 
. stile scrissero, come abbiam toccato più sopra, 
‘non pochi Trecentisti medesimi, autori di Cru- 
sca, concittadini, e contemporenei del pompo- 
so Boccaccio. Con ragione perciò fa le meravi- 
glie l’ Abate Bettinelli, che non s’accorgano. i 
più de’ Francesi mancar loro una lingua , cioè 
la lingua poetica, che è la più sublime, e più 
cara alle anime eccelse, e sensibili, mentre 
Greci, Latini, ed Italiani due ne hanno; e co- 
me l’Abate di Condillac dopo aver vissuto in -. 
Italia più anni, negar potesse.agli Italiani que- 
ste due lingue diverse, della Prosa, e della Poe- 
sia. Ed una specie di. Poesia chiamar si può . 
l’eloquenza sublime. 0-00 | 
. Negar non voglio, che se ne eseludiamo il 


CARATTERE DELLA LING. ITAL $. x. 183 


genere epistolare, ed instruttivo., anche nello 
stile mediocre ritenga l’Italiano assai più del 
genio della lingua Latina, di quello, che faccia 
ogni altro idioma moderno, voglio dire di riu- 
nire, e connettere in in solo periodo maggior 
numero d’idee. Ma questa pratica, ben lungi di 
doversi ascrivere a difetto , come fa l’Abate di 
Condillac, e ad imitazione servile, a me pare 
piuttosto lode, e qualità pregevole degli inge- 
gui Italiani. Ognun sa, che îl vedere, e discer- 
nere diversi oggetti in un sol punto, il cono- 
scerne le relazioni tra loro, il comporre di 
molte idee particolari una generale, il veder le 
idee secondarie, che rischiarano, confermano, 
o orteggiano la principale, si è uno de’ pregi 
maggiori delle menti più vaste, e più sublimi. 
V’ha pertanto ragion di eredere, che questa 
pratica ‘degl’Italiani, di radunare comunemen- 
te in un periodo più cose, che i Francesi non 
fanno, provenga da una facilità maggiore di ra- 
pidamente trascorrere, e vedere, e combinare 
cose diverse insteme. La chiarezza è un pregio 
senza controversia; ma si è un pregio soltanto 
qualor si arriva a svolgere, e spiegare cose a- 
struse, e recondite; poiché quando procede da 
freddezza, da superficialità, è spregevole, e da 
tesersene nessun conto da ogni persona, che 
abbia fior dì senno. Laddove una certa oscuri- 
tà, quando è profonda, i è sublime, 
quando è inevitabile, quando è tale, che coll’at- 
tenzione si può vincere iù una parola }’ oscuri- 
tà della costruzione Latina, ha compensi tali, 
che può riuscir grata, %e dilettevole, non che 
lodevole, e vantaggiosa. 11. Castiglione (98), che 
molto bene conoscea il genio della lingua Ita- 


(98) Cortig. lib. 1. fol. s6. 


184 ‘LIBRO SECONDO, CAP. TI. 


liana, nimico dichiarato della affettazione, e la 
cui deitatura molto si confà alla maniera de’ più 
disinvolti, e purgati Italiani scrittori de’ giorni 
nostri, loda quel modo di scrivere, che porta 
seco un poco di acutezza recondita, e nen è 
così noto come quello , di cui si fa uso. parlan- 
do ordinariamente. Osserva, che in questa gui- 
,sa i componimenti acquistano una certa auto- 
rità maggiore, e fanno, che il lettore-vada più 
ritenuto, e sopra di sè, e meglio consideri, e 
.sì diletti dell’ ingegno, e della dottrina di chi 
scrive, e che col buon giudicio affaticandosi un 
poco, gusti quel piacere, che si prova nel con- 
seguire le cose difficili. E conchiude in appres- 
‘so, che se l’ignoranza di chi legge è tanta, ® la 
.sconsideratezza, che non vaglia a superar quel- 
la difficoltà, la colpa non è dello scrittore, nè 
.per questo si dee stimar la lingua men bella. 
Chi è caldo, e passionato odia l’uniformità ; 
.coll’ alterare, col sospendere l’ordinata costru- 
zione, attizza la curiosità, e tien fissa l’atten- 
«zione. Sino il volgo se è commosso parla in fi- 
gure, trasposizioni, trasporto di frasì-, e più in 
«quelle contrade dove ha maggior fuoco ,ha mag- 
gior anima; il che dimostra, se dobbiam dar retta 
| a certuni, cheun popolo, qual si è il Francese, 
che si è fatta una lingua serva, e pedestre, è 
più freddo in sostanza di quel, che sembri in 
apparenza vivace (99); brio , che vien però det- 
«to da molti fuoco fatuo, e caldo superficiale. 
Ad ogni modo poi, quando non ostante il 
.sin qui divisato ravvisar si volesse qualche di- 
 fetto nell’ Italiano in questa parte della chiarez- 
za, e della precisione, certa cosa è, che previe- 
ne questo piuttosto. da cagioni estrinseche, le 
sul si potrebbono levar via, che non da vi- 


‘(99) Bettinelli lett. cit. lett. X. p. 19 
J 


CARAYTERE DELLA LING. ITAL. f.x. 185. 


zio organico inerente alla natura primigenia del- 
la lingua nostra. Sono le circostanze estrinseche 
di principati divisi, di opposti studj, di com- 
mercio impedito; si è la trascuratezza nostra, 
la poca cura, che si prese della lingua propria, 
il troppo affetto portato or alle antiche, or al- 
s le straniere; si è l’ostinazion nostra nel non 4 
adoperar Altra lingua salvo i provinciali rozzi 
dialetti favellando; si è l’albagia di alcuni To-, 
“ scani de’ tempi passati di voler fare della lingua 
Italiana una lingua municipale; son tutti questi 
i motivi, per cui l’idioma Italiano non ha fatti 
i progressi, che avrebbe dovuto fare di sua na- 
tura, e non è ricco di opere d’ogni maniera co- 
me esser potrebbe , siccome appunto il Fran- 
cese per opposti motivi fu ‘spinte tant’ oltre 
quanto per umana industria spingere si potesse. 
. Le belle qualità, e le imperfezioni di una lin- 
gua possono essere a lei inerenti, e sue conna- 
turali, oppur. dipendenti da cagioni affatto e- - 
strinseche. Ben è vero, che difficile cosà riesce 
il determinare con precision matematica , quali 
‘tra esse sieno intrinseche, quali estrinseche, 
perciocchè non è più agevole il riconoscere in 
una lingua quanto dalla naturale sua indole 
proceda, e quanto opera sia delle circostanze 
diverse, di quello, che facil sia il distinguere, 
‘nei costumi, e ne’modi di una persona ciò che 
nasca dal naturale temperamento, da quello, 
che migliorato, aggiunto, o depravato abbia 
una buona, o trista educazione . Ma la difficol- 
tà, che s’incontra nel segnarne i limiti non fa 
«che la distinzion non sussista. Paragoniamo 
pertanto i pregi estrinseci sì dell’uno , che del- 
Taltro idioma, e consideriamo se questi sien 
tali, che debbano far preferire la lingua Fran-. 
cese alla Italiana quando libera fosse la scelta. 


J 


. 1686 LIBRO SECONDO, CAP. 11. 3 


CAPO III. 
f i 
| PARAGONE DEI PREGI ESTRINSECI, E DELLA 
UNIVERSALITA’ DELLE DUE LINGUE 
FRANCESE y ED ITALIANA. 


Qual delle due lingue avrà maggior facilità ad — 


essere imparata dagli stranieri? La lingua Ita- 
liana è articolata, non così la Francese; or chi. 
non vede, che tutti quelli, che Francesi non 
sono, pronunciano, e ritengono assai più facil- 
mente voci intere, spiccate, e perfette, che non - 
ispezzate, mozze, e ripiene di dittonghi, e di 
sibili indistinti? Di fatti, o la lingua materna 
di quegli stranieri, che si accingono ad imparar : 
l’idioma Francese, è articolata, o no. Se la 
lingua loro naturale è articolata , non v'ha dub- 
bio, che più agevolmente impareranno, e pro- 
nuncieranno un altre idioma di consimil tem- 
pra. Così veggiamo Spagnuoli, e Tedeschi più 
facilmente pronunciare , e parlar ]’ Italiano , che 
non il Francese. © le lingue loro, eom’ è della. 
Inglese, sono parimente inarticolàte, ed in tal 
caso; siccome dittonghi loro, e le loro regole 
di pronuncia saranno diverse del tutto da quel- 
le della lingua Francese, incontreranno trop» 
po maggiore difficoltà, che nello imparar la 
pronuncia Italiana, pronuncia che un uomo 
de’ più grandi, che abbia avuto l’ Inghilterra; 
corrsigliava di far imparare a’ giovani, per po» 
ter mediante questa apprender le lingue meri-. 
diouali, quai son per- un Inglese la Latina, e‘ 
la Greca . (*) Del resto è regola tissa della pro: 
(*) Nel Trattato della educazione composto da Mil- 
ton a richiesta del suo amico Samuele Harblib, e stam- 


pato in Londra soltanto nel 1783. presso Paynenell Ka 


- 


4 


- 


"PREGI ESTRIN. DELLE DUE LING. 6.1. 187 
nuncia Inglese, che tutte le voci Francesi (le 
quali molte sono in quell’idioma ) esprimer si 
debbano con un accento affatto dal Franeese 
diverso. Forzati quegli Isolani a prender le 
voci Francesi, non ne vollero accettar il suo- 
no, per modo che appena si riconoscono in 
bocca Inglese per parole Francesi. Ora non è 
più facile il passare da una pronumcia irrego- 
lare , ed imperfetta ad una intera, e regolare, 
che rion il passare ad una irregolare diversa? | 


SI Lingua Italiana più facile od essere 
imparata dagli Stranieri, che non 
. la Francese. 


Tutte le nazioni di Europa potranno pertanto 
riuscire a parlare, e pronunciare più facilmente 
il nostro idioma, che non il Francese; e tanto 
più agevolmente giunger potranno a fare acqui» 


. sto del linguaggio Italiano in quanto che un’altra 


facilità lero appresta, che unicamente gli ape. 
partiene, ed è ‘esclusivamente: propria di. esso; 


Quantunque Fontanini, e Muratori(100) abbia» 


no pretesò che in grandissima parte siasi formata 
1a lingua nostra colle voci tratte dalle lingue 
stratto de’inigliori Trattati soprà l educazione intitola» 
to l Ajo- The tutor. Dice adunque Milton - « Si devone 
» insegnare ad un piovane le regole della Grammatica, 
» nen trascurando | 

» wocì, e massimamente delle vocali nel modo, che l’u- 
» sano gli Italiani; poichè ( dic' egli ) uoi altri abitatori 
» de’ climi settrenionali, per ragion del freddo, non 


‘» apriamo mai la bocca quanto è necessario per pronun- 


» ciar con grazia una lingua meridionale » - Milton avea 

Viaggiato in Italia, e conoscea la lingua nostra sufficien= 

temente dna 
(160) Etoqu. Ital. lib. 1. Murat. Antichità Ital. Diss. 


a pronuncia chiara, e distinta delle © 


(188. risro sEcoNDO, CAP. II. ui 


settentrionali, l’impasto, ed il fondo della. 
lingua, quello, che le dà l'essere, e la forma , 
come più diligentemente osservarono Maf- 
fei, Zeno, Algarotti (101), per non parlar di 
Leonardo Aretino, di Pierio Valeriano, e di 
altri critici del secolo XVI., è interamente 
Latino. Ora qual non sarà la facilità per im- 
| parar l’ Ialiano rispetto a quegli stranieri, che 
colti sono ad un segno di saper quel tanto di 
Latino, che nel nostro secolo da nessuno, 
fuorchè dallè persone del tutto idiote., e roz- 
ze, s’ignora; che facilità, dico, non sarà quella 
di avere vin così fatto punto di appoggio? E se 
pure rimaste sono nella lingua Italiana alcune 
voci settentrionali, come di fatti alcune ce ne 
sono restate, tuttochè non formino partie so- 
stanziale della lingua , tutte. le nazioni setten- 
trionali , che ora son pur quelle, che dir si può, 
che primeggino in Europa; avranno, oltre alla. 
facilità divisata, un ajuto, un soccorso di più. 
- Edin vero nello studio delle lingue i Lettera- 
ti, e le persone colte delle nazioni settentrio- 
nali hanno un vantaggio sapra quelli delle Pro- 
wiucie meridionali perciocchè per mezzo del 
Latino, comun ceppo delle lingue meridiona-. 
li, hanno dessi il mezzo onde farne acquisto 
senza durar troppo gran fatica, il che non in- 
terviene a’ Letterati di Francia, d’ Italia, di 
Spagna, cui manca un così fatto veicolo per. 
imparar i linguaggi del Settentrione. 
D’ altro canto però una tale particolarità 
rendere dovrà sempre in Europa più comuni, 
e più universalmente intese le lingue dalla La- 
tina derivate, e più di tutte render dovrebbe 


| (101) Maffei Verona lilust. T. I. lib. XI. Zeno note al 
Fontan. tom. I, p. 3a. Algarotti Pensieri div. p. 16. 
pere Tom. VII. O 


“ 


PREGI ESTRIN. DELLE DUE LING. f.1. 189 


l’Italiana, che senza controversia nella maestà, 
‘nell’ armonia, e nell’ andamento spira, e ritrae, 
qual figlia primogenita, e prediletta, le mater- 
ne sembianze. Pare che per contrar] difetti sie- 
no men perfette le lingue Francese, ed luglese 
da un canto, e la Spagnuola dall'altro, che 
‘non l’Italiana (*). La lingua Spagnuola soprab- 
bonda di vocali, ha parole troppo piene, e la- 
‘bili. Troppo rigide, abondanti di consonanti, ‘ 
e mozze, e tronghe gli idiomi Francese, ed In- 
glese. Il nostro all’incontro sì contiene ne’ ter- 
mini, ed in un giusto mezzo tra un eccesso, 
e l’altro, cosa che chiaramente apparisce in 
quelle voci in ispecie, che sono, prescindendo 
dalla terminazione, e dalla pronuncia, comu- 
ni'a tutti i suddivisati linguaggi del pari, che 
al nostro. Comunque siasi, la costituzione 
della lingua Italiana è tale, che in pochi mesi 
può essere imparata , intesa, e pronunciata da 
qualunque persona non Italiana di ‘mediocre 
coltura, e di mediocre ingegno fornita. 
Sembrerà a taluno, che la maggior copia di 
voci, di cui”a petto del- Francese va ricco l’ i- 
dioma Italiano, tra le quali due lingue per 
questo rispetto passa diversità sì grande, che il 
precitato Conte Algarotti, il quale entrambe as- 
sai bene le conoscea, giunse a paragonare ad un 
chitarrino la Francese, l’Italiana ad un gravi- 
cembalo, sembrerà, dico, che questa abbon- 
danza cagionar debba difficoltà maggior nello 


(*) Quanto alla lingua Tedesca un dotto, ed impar- 
ziale Scrittore di quella Nazione il sig. Schwab (sur  U- 
miversal. de la langue Francoise pag. 395. Hist. de l’Aca- 
démie de Berlin, 1785.) confessa ingenuamente, che non 
potrà mai questa esser lingua universale per esser la più 
difficile di tutte le lingue, e medesimamente più diffi» 
cile della lingua Greca, e della Latina. 


190 . - LIRRO SECONDO, CAP. II. 


apprender la lingua Italiana, che nello impos- 
‘ sessarsi della Francese assai più ristretta. Tan- 
to più che, siccome abbiam notato sopra, da 
una così fatta abbondanza nasce non picciolo 
intoppo, e cagion di esitare nella scelta de’ vo- 
caboli, e dei modi di dire. 'Futto bene; ma in 
primo luogo io non intendo già, che gli stra- 
nieri debbano porre studio tale nella lingua 
‘nostra a segno di diventare scrittori Italiani. 
Siccome conforto ogni Italiago a servirsi della 
lingua propria, così porto ferma opinione, che 
per le stesse ragioni convenga agli stranieri far 
uso del loro idioma. Ma d’altro canto, per gli 
stessi motivi, per li quali io tengo, che la co- 
gnizione, e l'intelligenza delle lingue straniere 
giovi ‘a vie più perfezionare , ed arricchir la no- 
stra, penso per queste medesime considerazio- 
| nì, che convenga agli stranieri porre studio nel 
linguaggio Italiano. È cosa ben diversa intende. 
re, e gustare eziandio una lingua, dal posse-o 
derla ad un grado gi poterne far uso letterario, 
e pubblico in libri, e componimenti dove sì ri- 
chiegga una perizia di lingua , ed tu cui si deb- 
ba fare sfoggio della venustà, c delle grazie del 
dire. Oltre di che quell abbondanza, e dovizia - 
della lingua nostra, se ben si risguarda, è in 
| «massima parte prodotta dalla facilità di trarre 
“voci dalla lingua Latina, ondechè non dee re- 
car difficoltà a chi ( come sono i colti stranie. 
.xi ) ha ricevuto una qualunque siasi instituaion 
liberale. e sO 
pure da considerarsi, che questa abbon- 
danza della lingna nostra non è già di tal na» 
tura, che in ogni libro sia necessaria, ed in 
ogni genere di eomponimenti debba farsene 
pompa . La lingua iialiana in tanto è abbondan» 
te, in quanto spiegar può ogni diverso concet» 


PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. $. I. 101 
‘10, non già în quanto spieghi le cose medesime 
con maggior numero di parole , il che sarebbe 
. essenzialissimo difetto. Produce bensì questa 
abbondanza la facilità accennata, e riconosciu- 
* ta di piegarsi ad ogni stile, ed allo stesso tempo 
è cagione di quella difficoltà , che vincer si dee 
dallo scrittore nello scegliere le voci appropria- 
te, e convenienti alla materia, ed al genere di 
“ componimento , che ha per le mani. Un ammi- 
ratore del Metastasio asserisce , che di quaranta 
quattro. mila parole radicali, che secondo il 
“computo del Salwini ha la lingua ‘nostra, la 
‘musica non ne può adottare più di sei in sette- 
mila, ed il commenda altamente per aver avu- 
to l’arte di dire con sì poche parole cose nuo- 
ve, cose belle, cose tanto difficili a dirsi(102), 
anche da chi scrive in prosa, una delle princi- 
pali cagioni sicuramente della celebrità di lui 
fuori d’Italia. Da ciò ne segue, che chi tra gli 
stranieri si ristringe alla intelligenza di un dato 
gencre di libri Italiani, non è necessario, che 
sappia, ed intenda tutte le voci d’ogni ma-. 
niera, che in ogni stile possono venire adopera- 
te da un autore Italiano. Chi intende Metasta- 
sio, ed il gusta, non intenderì Dante, e chi ape 
pieno intende il Segretario Fiorentino, non sn- 
‘ pràadattarsi troppoallo stile del Boecaccio(103), 
come già il nostro Vescovo di Saluzzo. Monsi- 
gnor Cesano, non che al Davanzati, e ad altri 
pretti Fiorentini. Dego 
Che se poi parlassime di scienze, e di arti, 
ognun vede, che queste hanno i particolari org 
dizionarj, e che ‘colui, il quale a cagion d’ e, 
gempio , intende i libri fisici non intenderà fox 


(109) Baretti pref. al Metast. - È 
. (103) Zena nate al Fontanini tone. 4. pda, 


192 "LIBRO SECONDO, CAP. III. 


se i libri di disegno, di guerra, di mercatura;s 
la qual cosa non succede solamente qualora si 
tratti di straniero, che studj una lingua non 
sua, ma mblte fiate interviene eziandio agli 
stessi nazionali. L’artefice solo è quegli, cui è 
concesso di ragionare con parole proprie, e 
tecniche dell’arte da lui professata. Ma che se_ 

gue da ciò? Non ne segue altro, se non se, che 
ogni straniero, che studj la lingua Italiana per 
uso della propria professione, dee sapere ì ter- 
minì di essa, che compongono quel tale deter- 
minato dizionario . E se poi fa lingua Italiana ha 
parecchi di sì fatti dizionarj, avendone forniti 
non pochi in un colle arti medesime alle altre 
lingue, e nazioni di Europa, la diversità, e 
moliiplicità loro non impaccierà chi di un solo 
di essi, o di pochi abbisogna. Che anzi, per 
ciò, che appartiene a diverse arti per origine I. 
taliane, troverà già le voci ‘nella propria lin- 
gua, di cui meglio intenderà l'etimologia, stu- 
diando l’Italiana, e le terrà più agevolmente in 
memoria, come più significanti ; allo stesso mo- 
do, che un Geometra ed un Anatomico ; il qual 
facciasi a studiare la lingua Greca, non avrà 
più mestieri di definizioni per'intendere la mag- 
gior parte de’ termini, de’ quali avanti mecca- 
nicamente, e materialmente in certa guisa si 


serviva. a 


f 


| 8. II. Quanto poco diffuso l'idioma Francese 
di prima di Luigi XIV, 


Ma se la lingua Italiana di tanti pregi natu- 
rali è dotata, se con tanta facilità può venire 
appresa, se sì gran vantaggio ne viene dal pos- 
sederla , perchè adunque tanto è più comune- 
mente intesa, e diffusa la Francese al presente. 


PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. $.11. 193 


in Europa? La parlatura Francese, disse già 
Ser Brunetto Latini maestro di Dante, esser la 
più comune di tuiti i linguagggi, e lo stesso è 
pure a’dì nostri. Nè questo attribuir si vuole, 
come per attestato dell Algarditi (104) confes- 
sano gli scienziati tra’ Francesi medesimi, ai 
particolari pregi, od intrinseco valore di quel- 
la lingua; ma perchè in essa furono d’ogni tem- 
po scritte cose popolari, piacevoli, e che allet- 
tano i più. La lingua Francese, conchiude que- 

sto brillante Scrittore, informato assai, e per 
nulla avverso alla letteratura oltramontana, ha 
voga in Europa per la medesima ragione, che 
l'hanno i cuochi di Linguadoca, i drappieri di 
Lione, e le scuffiare di Parigi. Troppo severo 
sembrerà a più d’ uno il giudicio dell’ Algarotti; 
ma consideriamo passo passo le vicende della 
lingua Francese, e della Italiana, e si verrà a 
scoprire, che la lingua Italiana prima sorse dal 
Gotico caos;che una volta, e molto prima del- 
la Francese, fu universale; che l'intelligenza di 
‘ essa non è ristretta tanto, come-sì pretende da 
certuni , e che da circostanze estrinseche, e va-. 
riabili dipende il diffonderla sì ampiamente , 

anto la Francese medesima . 

Quella , che chiamasi da Ser Brunetto Latini 
Logi più comunedi Europa, se dirittamente si 
risguarda , non era giù lingua esclusivamente 
propria della Francia. Era questa la lingua Ro- 
manza nata dalla corruzione della lingua Lati- 
na , e lingua pressochè universale alle contrade 
meridionali dell’ Europa circa il Mille. Nacque 
da essa la lingua Romanza Francese, Romanza 
Italiana, Romanza Spagnuola (105), rifug ggen- 


(104) Pens. div. p. 148, 149. Opere T. vir. 
(109) 77. Millot Hist. litter. des. Troubadours. Tirab. 
Sor. della letter. Ital. T. Iv. p. 282. 


Vol. 1. _ 8 


194 LIBRO SECONDO, CAP. III. 
do in ultimo tale idioma in Provenza, accolto 
sotto un clima ridente da una corte brillante, 
ed ingentilito dalla fantasia riscaldata, ed amo- 
rosa de’ Trobadori, che il resero la lingua di 
tutte le ben create, e vivaci persone dell’ Iralia, 
della Francia, della Spagna. Perciò veggiamo. 
scrittori Provenzali in quasi tutte le Provincie 
d’Italia; nè mancarono al Piemonte e Nicco- 
tetto. da Torino, eil Monaco di Fossano, ed al- 
tri così fatti cantori da erudita (1068).penna in- 
volati all’obblio. Quindi le gare tra i Proven- 
zali, e gli Spagnuoli cenfinaati, che pretendo- 
no aver: essi dato origine a quella coltura, a 
quella generazion di poeti, che andavano dî 
eastello in-castello cantando , ed amoreggiando. 
quasi cavalieri erranti della poesia. Ad ogni 
modo , quantunque alla corte de’ Principi di 
Provenza maggior comparsa facesse , e maggior 
gentilezza vantasse la lingua Romanza (107), 
non si può ravvisare, che come una stessa i 
gua nel sostanziale non ancora depurata dalla 
. mondiglia de’ secoli rugginosi, che più risplen- 
dea in quella contrada, ma ehe non era propria 
solamente di essa. Era questa lingua, in una 
parola s a giudicio dell’'‘erudito Padre Par 

n (108), una sola lingua informe , in parec- 
chi dialetti divisa, e parlata da moltissimi popo- 
Hi, tra‘quali i Provenzali intorno al Milledu- 
gento erano quelli, che un dialetto. men rozzo 


(106) Elogio MS. dei Trobadori Piemontesi scritto dal 
sig. Conte di Villa. v. Lampillas Saggio di Lett. Spagn. 
(107) V. pure la pref. dell’ Ab. Tirabos. all'Opera del 
Barbieri dell'origine délla poesia rimata, Modena 1790. 
‘ (108) Z7ist: de Prov. T. 11. v. pure Rémarg. sur la lan 
gue Frangoise des XII et XIII. siècles comparé avec les 
ngues Provencale, Ilalienne et Espagnole dans les mé- 

© mes stècles par Mons. de la Crune de S. Palaye. Mém. de 
l’ Acad. des Inscript. etc. T.xx1r.p.671. ala 


Li 


PREGI ESTRINS. DELLE DUE LINC. 6.11. 195 


adaperassero . E lo stesso Brunetto Latini scris- 
se în lingua Romanza( sebbene Romanza Fran- 
cese) il suo Tesoro, come porta in fronte quel- 
l’opera in un codice a penna, che si conserva 
. nella Biblioteca del Re di Francia (109)..Ma 
per lasciar da parte, che secondo che, ha dimo- 
strato il signor Bartoli (110), furonvi scrittori 
Italiani anteriori, o per lo mero contempora- 
nei de’ più antichi Provenzali, per lasciar tal 
cosa da parte, tutta «questa Provenzale, e Ro- 
manza letteratura venne spenta ; e cacciata nelle 
tenebre da’valorosi scrittori Italiani, che sor- 
sero nel Mille e trecento, ela lingua Frandese, 
durante il secolo XIV., ed il susseguente XV., 
non ambì, nè tentò di primeggiare in Europa. 
Quando il.Franceseidioma cominciò a spoglia- 
“re la barbarie antica, e la rozzezza, ciò fu sotto 
il Regno di Francesco I., cercando-di prendere ‘ 
forza ; disinvoltura, evenustà coll’imitar la lin- 
gua nostra, edi nostri scrittori. Ancora dopo 
la metà del secolo XV1. Amiot (111), lodan- 
do. Arrigo II. , ed il defanto Re Francesco per 
la protezione accordata alle lettere, e per gli 
incoraggimenti dati a coltivar la lingua France- 
‘ se, ed amplificarla per via delle traduzioni dei 
libri dell’ Antichità; augura ‘in fine alla lingua 
sua, che-possa aver corso un giorno, ed esser 
rinomata, e celebrata al. pari dell’Italiana, e 
della Spegnuola. Penò ciò non pertanto ancera 
un secolo intero quella: lingua a diffondersi 
presse le colte nazioni di Europa; ed abbiam 
veduto sopra quanto fosse poco intesa in Pie- 


(109) 7”. Hist. de l'Acad. des Inscript. T. r.11. p. 297. 
(110) Reflect. impart. ec. p. 320. 

( 111) $£pitre dédic. de la Yraduc. des vies do Plutarque 
1599. 


196 : = LIBRO sEcoNDO, CAP. IMI. 


‘monte (112), e poco pregiata, già innoltrato 
‘l’ultimo scorso secolo. 


| S. II. Ragione, per cui la lingua Francese si 
— diffuse sotto Luigi XIV.; mezzi posti in 
pratica a tal fine. i 


Toccò adunque tal gloria al Re Luigi XIV. 
Riunita la nazione in un corpo, fondato stabil- 
mente il Regno della gentilezza, e della corte- 
sia, messe le scienze astruse, le dotte opere 
dell'antichità, la severa erudizione alla portata 
d’ gni persona, l’arte. di fare un libro galante, 
e leggiadro da porsi in mano delle donne le più 
leziose , e degli uomini più svogliati, per aju- 
tarli a far fuggire il tempo, divenne un ramo 
fruttuoso del commercio Francese. Sparsero 
‘ quindi la loro letteratura facile, ed amena per 
tutta Europa , letteratura, che rappresenta l’im- 
magine di quelle disinvolte, ed urbane conver» 
sazioni, di quelle cene di Parigi, allo stesso 
modo, e colle stesse arti, con cui nuove fog- 
gie di donneschi abbigliamenti edi vezzi, e di 
utensili eleganti mandano dal loro paese ad in- 
nondare; ad ingentilir , dicon essi, le rimanen> 
ti nazioni. E se il rinomato Abate di S. Re- 
al (113) osservò non essere così debole il fon- 
‘damento di questo commercio di galanterie , co- 
‘me potrebbe sembrare a prima fronte, per» 
ciocchè ha per base quella condiscendenza, e 
propensione , che si ha in ogni luogo per con- 
tentar donne, e fanciulli, de’ qualii Francesi 
hanno una singolare abilità ad incontrar il ge- 
nio; non si dovfà dire, che uno stesso scopa 


(112) Lib. I, cap. IV. p- 88.0 
(115) État véritab. de la France MS. 


PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. $. III. 199 
non abbia, ed una egual ventura toccar non: deb- 
ba a quella loro letteratura? vi 

L'abilità di fare un libro, secondo che:.otti- 
mamente avvertì l’ Abate Bettinelli (114),.è ui 
«ma nuova moda , una manifattura di quel pae- 
se. Vi vuole un certo gusto, un particolar 
discernimento per tal lavoro nello scrivere, e 
nel pensare, e questo gusto comprende ezian- 
dio il materiale de’ volumi, la qualità delle 
stampe, ela forma medesima più grata, e più 
acconcia. Ora tutto questo parte da quella me- 
desima eleganza propria della nazione France- 
se; e questi libr moltiplicati , ‘e sparsi dal ne- 
goziante Olandese, dallo Svizzero , dal Ginevri+ 
m0, sono una manifattura essenzialissima . di 
quella nazione al pari delle altre di moda, în 
. guisa che moltissimi libri chiamansi antichi 
. mentre l’autore è ancor vivente; ed'‘un libro, che 

due, o tre anni addietro, al pari di un nastro, 
di-un’ acconciatura , di un vezzo, ‘era riguarda- 
to come il tipo del buon gusto, smaltita l’e- 
dizione, come delle altre mercanzie vuotati i 
fondachi, cade del tutto a terra immerso in pro- 
fonido irrevocabile obblio. o 

Egli è ben cosa incontrastabile , che con così 
fatti libri sì è avverato quanto presagiva insin. 
dal fine del secolo scorso il dotto Conte Maga- 
lotti (115), vale a dire che i libri Francesi, e 
j.dizionarj d’ogni maniera avrebbono fatto col 
tempo , che pochissimo si studiasse : perciocchè 
molti studiosi, che si sarebbono applicati a ve- 
der le cose a fondo negli autori classici , allet- 
tati da una così fatta facilità, si sarebbono ‘cotn- 
tentati di vederle così superficialmente; onde 


(114) Risorg. d’ [t. T. II. p. 39; 40. 
(115) Lettere fam. T. II. p 160. 


198. LIBRO SECONDO, CAP. III. 
la coltura più universale sarebbe divenuta, ma 
più rari ne sarebbone stati i frutti. Ed a’ Fran- 
eesi appunto attribuisce il celebre Monsignor 
Fabroni (*) la colpa di avere introdotta, e 
sparsa una varietà di dottrine, una enciclope- 
dia superficiale, nemica de’ progressì del vero 
sapere in Italia. i De 

Inoltre la soverchia vaghesza di nevità pro- 
dusse le esagerazioni, ed i paradossi nella let- 
‘ teratura, contrar) al buon gusto, ed alla veri. 
tàs allo stesso modo, che le strane foggie ca- 
ricate, che si succedono cantizuamente, ca- 


se svogliature, come se chiama il va- 
rep ne Mengs (116), le quali non hanno 
altra bellezza, che il merito :di non aver esi- 
stito il giorno precedente, deformano la natu- 
ral beltà, e son tali, che nessun buon pittore 
idealista la immaginerebbe giammai. Quindi 
n’è venato, che non pochi autori in Francia, 
quasi lavoratori prezzolati, e trafficanti som 
| diventati mercenarj, e come negozianti fab- 
bricatori de’ librai, pratica, che non si cono 
sce in Italia, non iscrivendosi, se non per solo 
amor del sapere, della gloria, e ben sovente 
con iscapito delle proprie sostanze(**). E quin- 
di n’è.venuto ceziandie , che si studia più di 


- {*) » Quod malum si ad nos, ut reor, a Gallis ma- 
xime pervenit, qui artem se tradere gioriantur, multa, 
atque infinita propemodum parve labore noscemli, fa 
tebinaur profeoto nullamà ab iis potuisse literis securim 
infligi graviorem ». n 

Vitae Ital. ducs. excel. T. VII. p. 8. 1781. Pisis. 

(116) Opere T. IT. p. g5. ‘ 

(*#) Antico si è il male in Italia. L'Arte storica del 
Mascardi, opera secondo que’tempi assai pregevole, sa-- 
rebbe restata invenduta, se il Cardinale Mazzarino non 
ne avesse fatto comperare grandissimi parte degli esem- 
plari. — v. Fontanini Biblios. T. I, p. vio. rata (1). 


PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. È. II. 199 © 
scrivere cose, che piacciano, che cose, che 


giovino, e non saprei, se, come serve uma tal- 


ratica mirabilmente a diffondere sempre più 
a letteratura, e a dar di che campare a’ lette- 
rati mal provveduti di beni di fortuna ; non 
eontribuisca pure d’altro canto a lusimgar l’a- 
mor proprio, a prostituire la dignità delle 
scienze , a. moltiplicar le opere danmose, o su- 


perficiali, a fomentare in luogo di svelltre i 


razionali pregiudic). E la celebrità , tanto cons 
cordemente bramata, raramente ‘ottenuta, ‘e 
sempre vana ricompensa delle fatiche lettera- 


rie, quanto non è anche di più facile consegui-. 


mento in Francia per li divisati motivi? Passa- 
no i libri rapidamente da un estremo all’altro 
di quel regno, ed i I'rancesi di natura loro cu- 
| pidi di cose muove, ‘e che niente mai fanno 
senza dar negli estremì, nniti in un corpo s0- 
lo, pressochè tutti colti, e gindici almeno su- 
perficiali d'ogni materia appàrtenenie a lette- 
ratuta, portano testo alte stelle il anòovo ap- 
plaudito autore. Quindi i ritratti, ed i rami 


d’ ogni persona di qualche grîdo , e persin degli . 


attori di teatro, quindi le statue, ed i busti 
eretti a Voltaire, onore segnalato in vero, se 
un simile non fosse stato dalla nazione conces- 
so nel Regno medesimo di Luigi XIV. a Sca- 
ramuccia comico, o pet dir îneglio , saltimban- 
co Italiano (*). si | 

E non dovrem dire, chè gli autori Francesi 
fanno soventi volte, per ciò che appartiene al- 
la gloria, e riputazion lorò, come que’ dissi- 


> (*) » IL eut fe plaisir de se woir bientòt gravé ( Scara- 

» mouche), et mèéme mis en marbre. On paroit les 
» chemitées, et les cabinets de son buste, et de sa fi- 
» gure. - Zie de Scaramouche par le sieur Angelo Co- 
siantini. Lyon 1695. p. 166. 


i 


200 LIBRO SECONDO, @AP. III. 


patori delle proprie-sostanze, che riducono ad 
entrate vitalizie il lor patrimonio? per voler 
gioire degli applausi prematuri de’ contempo- 
ranei, si privano di quelli della giusta poste- 
rità. L’universale carattere de’ suoi nazionali, 
non meno , che de’ letterati Francesi, troppo 
ben già venne espresso da quel Porporato lore 
poeta, quando, dopo avere al vivo descritte 
sl vaghissime bolle, che coll’acqua. intinta 
+ disaponesi fanno, edi lucidi brillanti colori, 
- di cui momentaneamente. si adornano, la pom- 
pa, il pregio, la durata del loro trionfo ad es- 
se non teme di paragonare (*). 


S.IV. Lifigua Italiana più estesa della Fran- 
cese prima del Re Luigi XIV.; migliori 
a fondamenti della sua'universalità. 


Non già l'impero della volubile moda, nè 

il genio delle donne gentili, e de’ Jeggiadri, e 

brillanti giovani signori, molto prima che fuori 
della Francia conosciuto fosse il Francese idio- 


“ma, Stabili di là dalle alpi la lingua Italiana, 


| ‘((*) » Frangois, connoissez votre image 
i » Des modes vous ètes l’ouvrage 
» Leur souffle incertain vous conduît;. 
» Vous seduisez: l'on rend hommage 
» A’lillusion qui vous suit. 
» Mais ce triomphe de passage 
» Effet rapide de l’usage | 
La » Par un autre usage est détruit. 

Bernis Epit. I1. sur les Moeurs. T. 1I. p.37. ediz. del 
1771. ia | 
-» Chaqne semaine a son héros en bien, comme en 
» mal. C’est la contrée aù il est plus facile de faire 
» parler de soi, et le plus difficile d’en faire parler 
long-tems . Raynal. Hist. des deux Indes, liv. V. chap. 
XI. E poco prima avea detto de’ suoi nazionali ;- 
« C'est en quelque sorte un peuple de femmes. 


PREGI ESTRINS, DELLE DUE LING. $. IV. 201 


che, ad orita de’frapposti estrinseci ostacgli, per 
poco non si sostenne dominante ‘in Europa, e 
che, non ostante la decantata universalità del- 
‘ l’emula sua, si serba peranco in vigore nelle 
ultime contrade, più di quello, che comune- 
mente da noi si creda. Il vero buon gusto , ed 
‘il sano sapore, tanto nelle opere di ragion del- 
l’immaginazione, come nelle arti del disegno, 
la dottrina deglî Italiani autori, men numerosi 
de’ moderni Francesi, ma più originali, che 
scrissero di cose politiche, e scientifiche, la mer- 
catura, le pratiche di Stato,-e la scienza di 
guerra, di cui furono maestri gli Italiani alle 
altre nazioni, gli storici rinomatissimi furono 
quelli , che reserd la nostra lingua, prima d’ o- 
gni altra moderna, lingua dotta, colta, apprez- 
zata, e studiata per tutta Ruropa. _, 

Io non parlerò dell’ Imperador Federico TII., 
e del Re Enzo di Sardegna (117) Principi Te- 
deschi, che sin da’ primi anni del 1200, detta- 
rono in quella lingua Italiana nascente poetici 
componimenti. Ma certa cosa è, che i tre padri 
di essa oscurarono del tutto lg fama di quanti 
avessero scritto avanti loro in idiomi volgari, e. 
perciò li veggiamo poscia nel secolo X.VI. stu- 
‘ diati, 1mitati, e tradotti da'Spagnuoli , da Fran- 
cesi, e da Inglesi, com’è detto sopra. Nel se- 
colo, che succedette a que’ tre primi lumi, la» 
lingua Italiana venne trascurata: alquanto . Dal 
1400. insino al 1500., osserva il Dati (118), 
correa per l’Italia una opinione poco men che 
universale, che in lingua nostra solamente scri- 
vesse chi non sapesse scrivere Latinamente, la 
qual sentenza riuscì assai dammosa, non tanto 


(117) Rimatori ant. testo a penna cit. dalla Crusca. 
(118) Prefaz. alle Prose Fior. sp 
N: | di 


202 ‘ LIBRO SECONDOy CAP. III. 


per la corruttela della lingua pura, ed elegante 
adoperata da’ migliori Trecéntisti, che riempiu- 
ta venne di errori, e di Latinismi, come si può 
yedere nelle poesie del Tibaldea, del Serafino , 
del Britonio, e di altri di quella età, quanto 
perchè, facendo perdere l’affetto verso l’idio- 
ma natio a’ più dotti, e scienziati, li atterrì dal 
dettare in esso i loro sublimi componimenti, e 
massimamente di quelle materie, di cui era 
scarsa , 0 totalmente. marchevole. 11 Cardinal 
Pallavicini (119), ed il Bettinelli attribuiscono 
tal negligenza al genio dominante della erndizio- 
ne, all’ ardore, con cui diedero opera i grama- 
tici, ed è critici di quel secolo allo studio del 
Greco, e del Latino, studio*a que’ tempi più 
che mai coltivato, favorito da’Principi, e fo- 
mentato dalla stampa trovatasi, dai codici di- 
sotterrati "dalle medaglie, ed antichità scoper- 
te, raccolte, riunite in gallerie(120), in biblio- 
teche singolarmente dagli immortali  letterarj 
Eroi della gran famiglia De-Medici. Tengono 
in una parola, che il troppo travagliarsi, che 
fecero gli Italiani di quella età intorno a quan- 
to fatto si era dafli antichi , abbia telto loro il 
modo di tentare cose nuove nella proptia lin- 
gua. Da questa verità riconosciuta , e confessata 
da’ nostri scrittori, ben si può scorgere in pro- 
xa, quanto sia vane per una parte il vanto ac- 
cordato alla Grecia dal signor Abate Lampil- 
las (122) d’aver quella nazione sconfitta la bar- 
barie, e di aver portato la luce, e la coltura 
delle scienze per la seconda volta iù Italia; ma 


(119) Lett appartaalla seconda ediz. della Storia del 
Concil. di Trento. Bettinelli Risorg. d'It. T. Il: p. 36. 
(120) V. Saggio istorico della R. Galleria di Firenze 
Vol. I. p. 9. © seg,, Firenze 1779. | 
(431) Saggio sopra Ia leiteràt, Spagnuola T. III. p. 88. 
/ o 


| PREGI ESTRINS, DELLE DUE LING. f£. IV. 203 
d’ altro canto non è da dire perciò, come fa 1 A- 
bate di Condillac (122), che que’ Greci fuggiti 
di Costantinopoli, i quali promossero lo studio 
della lingua d’Omero, edi Demostene in Italia, 
| abbiano chiusa la strada a que’lami, che già a- 
veano balenato sulle nostre contrade, contra- 
dittorie accuse di due stranieri poco affetti alla 
* Italiana letteratura, le quali da per loro si di: 
struggonò. Basta scorrer lieverhente que’ tanti, 
che scrissero della vita, e degli studj del gran 
Petratca, ed ultimamente il Tiraboschi (123), 
ed il Bettinelli (124) summentovato, per chia- 
rirsi appieno , che, rispetto a questo gusto di 
antichità , altro non si fece nel secolo XV. in 
Ialia, se non se proseguir quanto erasì nél- 
l’antecedente intrapreso, contribuendovi soltanto 
i Greci, i quali già facilmente. trovarono rico». 
vero tra not, c 1 altrove, perchè appunto 
l’Italia già erasi , ifnanzi alla presa di Costanti-. 
nopoli, a quegli studj rivolta. Ed il sigoor Vol- 
taire medesimo, più giusto verso di noi, affer- 
‘ma, cheil risorgimento delle scienze, delle let- 
tere, é delle bell’arti fu opera tutta dell’inge- 
gno degli Italiani, e de’ Toscani principalmer- 
te; in nulla de’ Greci rifuggiti (*). E 

‘ Del rimanente, e ehi oserà di affetmare, che, 
qualora non si fosse con tanto calore coltivata 


(122) Cours d’Etudes T. XV. p. 165. 

(123) Storia della let. It. T. V. p. 366. 

(124) Delle lodi del Petrarca Bassan, 1786 p. 25e p. 78. 
. (*),, Ils firent (les Toscans) tout renaître par leur 
2; seul génie, avant que le peu de science, qui ètait re- 
,» sté à Costantifiople refluat en Italie avet la langue 
,3 Grecque par les conquéetes des Ottomats: Florence 
s, étoit alors une nouvelle Athèries.....ori voit par là 
,3 que ce n'est point aux fugitifs de Costantinople, ga, 
.,, on a du la renaissance des arts, Ces Grecs ne purent 
,; euseigner aux Italiens, que le Grec. - Zostaire, Essaî 
sur l Hist.chap. 832... | a, 


204 LIBRO SECONDO, CAP. II. * 


l’ erudizione nel secolo XV. , avremmo ciò non 
ostante avuto tutti gli nomini grandi ; che fiori- 
rorto in appresso? Ritardarono i Greci, e l’e- 
rudizione ritardò forse i progressi della lingua 
nostra; ma è da credere, che rudrita nel silen- 
zio, ed imbevuta lungamente delle opere più 
pregiate dell’antichità , abbia acquistato forza, e 
lena per poter dispiegar l’ali a più felice volo 3 
per poter gareggiare colla Grecia, e con Roma 
nelle cose di lettere. Nè altri, fuorchè il signor 
Abate di Condillac (125), nelle opere de’ più 
vantati nostri scrittori ravvisa quel cattivo gusto 
del secolo, in cui-si formava la lingua , che e- 
gli ci rinfaccia ; che anzi Voltaire, troppo mi- 
glior giudice, ne’ nostri autori di grido, del pari 
che in quelli dell’ antichità, ripone il Palladio, 
a dir così, del buon gusto. el cattivo gu- 
sto, di cui ragiona il Con , ad altro non 
si riduce, se ben si risguarda in senso di lui, 
se non allaccostarsi , che fanno molti degli 
scrittori Italiani nel giro del periodo, e nella 
costruzione, piuttosto al maestoso, e vario an-. 
damento della lingua Latina, che non alla bre- 
vità impaziente, e regolare degli i incisi France- 
si; in somma nel non essere la lingua Italiana 
la lingua di quell’ Abate , che prese, secondo il 
consueto dei più tra’Francesi , dalle cose pro- 
prie il regolo per giudicar delle altrui. 

Ad ogni modo sul bel principio del secolo . 
XVI. seoppiarono ad un tratto moltissimi scrit- 
tori di lingua Italiana, ciascuno nel genere suo 
di prim’ordine, tutti allevati nel seculo antece- 
dente, tutti degli scrittori antichi studiosi, e 
grandi estimatori; il Segretario Fiorentino, il 
Castiglione, l’ Ariosto jil Guicciardini, celebra- 


4 


(125) Cours d’etud. Tom. XV. p. 167 


PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. $.1v. 205 
tissimi, il Bandello, ed il Valenziano nostri 
nazionali, il primo il miglior novellatore dopo 
il Boccaccio, l’altro che col Bembo, e col San- 
nazzaro divide la gloria di aver ripurgata la 
poesia Lirica amorosa dalla ruggine contratta, 
entrambi i quali meritano di esser richiamati 
alla luce del giorno. Ed al Bembo succennato 
non piccioli encomj son pur dovuti, se non al- 
tro, per essere stato il prîmo a tergere, e rego> 
lare, mediante i precetti, con felice riuscita la 
lingua ; onde di lui cantò l’ Ariosto, 
‘. 00. + + + Là veggo Pietro (126) 

« Bembo, che ’l puro, e dolce idioma nostro, 
« Levato fuor del volgar uso tetro, | 
ce Qual esser dee ci ha col suo esempio mostro. 

Vorrei sapere qual cattivo gusto ravvisi il di- . 
licato Abate .di Condillac' nelle opere di tutti 
questi grand’ uomini , lo stile de’quali dopo or- 
mai tre secoli , al pari delle ben guardate dipin- 
ture, conserva tutto il fresco, ed il rugiadoso 
di cosa florida, e nuova? Ed ecco tosto il lin- 
guaggio Italiano il linguaggio più pregiato di 
Europa durante tutto il secolo XVI. Speron 
Speroni nella Orazione in morte del Bembo pre- 
Jodato attesta che Francesi, Spagnuoli,  Tede- 
schi, Ungari, e Greci aveano a caro di leggere 
opere Italiane, ed in lingua nostra medesima> 
mente favellare. Lo stesso assicura Alberto Lol- 
lio (127) il quale intorno alla metà di quel se- 
colo fioriva; che anzi aggiunge, che perfino in 
Inghilterra era già da moltissimi conosciuta, a- 
mata, onorata, ed in pregio tenuta. Ladhde non 
si tardò molto ad aver nitide, ed accurate edi- 
zioni di opere Italiane da que’torchi , la prima 


(126) Furioso Canto XLVI. Ott. 15. 
(1237) Orazione in lode della lingua Toscana. 


206 È‘ LisRo SECONDO, CAP. 18. 

delle quali, uscita in Londra nel 1581. , setore= 
do che fu avvertito dall’ eruditissimo Ze- 
no (128), vien dall’autor suo Pieruccio Ubal- 
dini dedicata a’Gavalieri, e Gentiluomini della 
nazione Inglese, Taccio le tante altre edizioni 
fattesi in quel secolo de’ più riputati autori di 
lingua, correttissime , nitidissime dagli Stefani, 
dai Rovilli, in Parigi, in Lione, ed in altri luo- 
ghi della Francia, e hon poche eziandio uscite 
dalle stamperie della Germania, e della Sviz> 
zera. x ni | # | 

| Ma chi non riconoscerà una prova manife- 
sta del gran concetto, in cui era fuori d’Italia 
Ia lingua nostra nel veder Carlo V., e France» 
sco I. nemici ostinatissimi, ed in tutto il rima» 
nente di genio affatto opposto, in questa sola 
| cosa di un animo, edi un cuore, gareggiare a 
chi più favoriva, e beneficava gli scrittori, e 
glì artisti Italiani, edi grand’uomini d’ogni ge- 
nere? Lascio in disparte i Trivulzi, gli Strozzi, 
i Medici, iDoria, i Pescara, i Colonna, i Ran- 
geni, i Fregosi, e tanti altri capi di genti da 
guerra Italiani, che guidarono in quel secolo 
gli Imperiali eserciti, ed i Francesi. Carlo V. 
leggeva, per quanto dicesi, le opere del Segre- 
tario Fiorentino, e del Castiglione, onorato au- 
che personalmente da quel Monarca . Tiziano, 
ed altri artisti ottennero da lui distinzioni se- 
gnalate , e larghissimi guiderdoni. Della muni- 
ficenza, con cui il suo emulo generoso France- 
sco I. proteggesse le arti Italiane, ne son picne 
le stori&, ed i libri di que’ tempi. Alla sua cor-. 
te infiniti erano gli uomini della nazion nostra, 
specialmente Fiorentini, gli Alamanni,i Vinci, 
i Cellini. Comunissimo poi era fatto il linguag- 


. (128) Note al Fontan. Tom. II. p. 263. 


È ___17—17—._—É— _ 


PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. $.IV. 207 


gio Italiano alla corte di Arrigo II., per modo 
che, senza uscir, di Francia, que’gentiluomini 
l'imparavano perfettamente, e si parlava con 
somma leggiadria da Madama Margherita unica 
sorella di quel Re ( quindi Duchessa di Savo- 
ia), e da molti valorosi signori, e Dame (129), 
che nelle stanze di lei s'adunavano, leggendovi 
anche, quasi in Accademia, con grazia grandis- 
sima ‘aleuni Italiani componimenti. E quanto 
fossero gustate le lettere Italiane in Francia” 
‘da’ Principi, e gran signori, da moltissime let- 
tere del Bandello si'raccoglie, con cui ora agli 
uni, ora agli altri vien dedicando le sue Novel. 
le (130), del che abbiamo altrove più di pro- 
posito ragionato. Sino a quello scellerato ‘uo- 
mo, mordace, e pressochè senza lettere dell’Are- 
tino otteune ricompense dai Principi stranieri i 

iù grandi de’tempi suoi (131), tra essi persi 
no dal Re d’ Inghilterra. Ben si può far ragione 
in qual grande concetto la lingua nostra tenes- 
sero, procurando dessi di acquistrarsi un uo- 
mo, che così male per ogni verso l’ adoperava. 
Che più? qualora possenti Regnanti fuori d’ Ita- 
lia nudriti con raro esempio professavano lette- 
ratura, preferivano l’Italiano all’ idioma. loro 
natlo per servirsene nei loro componimenti. 
‘ Ferdinando I. Imperadore essendosi volto a 
tradurre le Filppiche di Demostene, non si 
- volle d’altra lingua prevalere, che della Italia- 

na, del quale onore da un tanto Monarca all’i- 
dioma nostro impartito ne resta la perpetua te- 
stimonianza in una rarissima edizione di questa. 


(129) V.Rag. avuto in Lione tra Clandio d’ Herberè, 
ed Alessandro degli Uberti. Lione presso il Rovillio 
1557. pag. 5. i et 

(130) Piemontesi ill.Elogio del Bandello part. 1."p. 85. 

(131) Mazzuch. Vita dell’ Aretino p. 77, Bresc. 1763. 


- 


208 | LIBRO SECONDO) CAP. III. Uni 
«traduzione imperiale, che vidi già presso il. 
‘chiarissimo Abate Denina da lui felicemente 
-scoperta, € possednta . i 
Ma ciò, che dimostra maggiormente quanto 
diffasa fosse fuori d’Italia, e segnatamente in 
- Francia la: lingua nostra, ed intesa, e gustata 
ida gran parte di quella nazione, si è il vedere 
sin dal secolo XVI. introdursi, e stabilirsi la 
commedia Italiana in quel regno. La Calandra 
del Bibbiena (132) fu con magnifico apparato 
rappresentata in Lione nel 1548. in occasione 
della solenne entrata di Arrigo II., € della Re- 
gina Caterina în quella Città. E Margherita di 
 , Valois Regina di Navarra, che al pari del Re 
‘Francesco I. suo fratello intendentissima era 
della favella nostra, oltre a diverse rime Italia- 
re, che sono in istampa , avendo pure compo- 
ste alcune cose drammatiche , chiamò d’Italia i 
migliori comici, che aver potesse , affinchè in 
sua corte le recitassero. Tanto essendo gustata 
la nostra commedia, non dovea tardar guari 
al ottenere un pubblico stabilimento, come di 
fatti il conseguì sotto Arrigo III. nella stessa 
Capitale del sno Regno ; ed i comici cognomi 
pati i'Gelosi diedero principio, con approva». 
zione Sovrana; alle loro recite nella primavera 
del 1577. nella sala del palazzo di Borbone. Nè 
era questo un privato trattenimento , ma pub- 
blico di tutta la Città, come raccogliesi lallo 
scrittor del Giornale del prefato Re Arrigo UI. 
recato dall'accuratissimo Apostolo Zeno, nel 
qual Giornale si sog.iugne, che tale eravi il 
concorso, che quatiro de' migliori predicatori 
iusieme non ne aveano alo10 sermoni l’egnale. 
‘Gli Italiani poi vedendo dominare la lingua 


(152) V. Zeno note al Fonianini T. LL p. 361. 


PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. $.1V. 209 


loro, non mancarono già a se stessi coll’ affetta- 
re idiomi stranieri. Annibal Caro interrogato 
da un gentiluomo Napolitano, se a quelli, che 
nelle lettere loro usavano la lingua Spagnuola 
risponder si dovesse nella lingua medesima, 
sebbene avanti di spiegare il suo sentimento si 
venga lungamente scusando,.e sebbene, come 
cortigiano ch’eglinera, e che ben vedea essere 
la lingua Spagnuola in Napoli la l@gua della 
nazion dominante, proceda eow molti riguardi, 
pur dovendo conchiuder, così asserisce: che, 
senza offesa di persona , e di nazione alcuna, 
credeva di poter dire (133), che meglio, con. 
più decoro, con men sospetto di adulazione, e 
men pregiudicio di servitù si scrive, e si rispon- 
de nella lingua propria, che non nell’altrui . 
Soggiunge in appresso, quasi fatto più animoso 
innoltrandosi nel discorso, che una. sì fatta sen- 
tenza sembravagli tantoschiara, che non abbi- 
sognava di allegazioni, nè di ragioni, nè die- 
sempj. Mercè la sollecitudine degli Italiani, e 
mercè delle opere loro d’ingegno, e di mano 
lodatissime, fatto era dunque comunissimo in 
quel secolo l’idioma nostro in tutta Europa. 
Le Raccolte delle Lettere di que’tempi il dimo- 
mostrano evidentemente, comé quella famosa 
delle Lettere de’ Principi, e specialmente quelle 
del Giai ica (134), e del Caro. Il primo, 
non che altro, la sua eloquente risposta al Val- 
des da lui scritta in Ispagna, e che sicuramen- 
te era indirizzata, più agli Spagnuoli, che agli 
Italiani, dettò in lingua patria; ed il secondo 
nelle lettere di negozio stese da lui a nome del 


‘. (133) Caro Lett. Vol. 11. pag. 289. 
(134) Lett. di neg. del Castiglione Tom. tr. p.175,Pa= 
dova 1771. 


_ 


210 LIBRO SECONDO , CAP. III. 
Cardinal Farnese, scrivendo all’Irmperadore , 
al Re di Francia, di Spagna, di Portogallo, di 
Polonia, alle Regine, alle Principesse, ed ai 
Prelati, Ministri, Capitani, e Signori principa- 
lissimi di quelle Corti sempre adopera la lingua 
Italiana; e la stessa cosa fece anche, innoltrato 
il secolo susseguente, il Cardinal Bentivoglio . 
® * 
° CAPO 1V. 
‘ OSTACOLI CHE IMPEDIRONO , CHÉ LA LINGUA 


ITALIANA CONTINUASSE AD ESSER 
LINGUA UNIVERSALE. 


Or che veduto abbiamo quali applausi meri- 
tato, e cònseguito avesse Îa lingua nostra già 
sin dal secolo XVI, chi tra gi stranieri si da- 
rebbe mai a credere, che a’ pregressi di lei si 
opponessero ostacoli estriaseci gravissimi? è 
che coesistesse in Itatta, in wn cogli uomini . 
grandi, che l’avean portata di tà dalle alpi, è 

da’ Pirenei, una generazione di persone dot» - 
tissime, coltissime, a nient’altro fntente, se 
non se a deprimerla, voglio dire î tanti Latis 
fiisti di quella età medesima? 


8 Declamazione de' Latinisti contro la 
n Lingua Italiona. 


| Primo dannose frutto della eresia letteraria 
de’ Latinisti prenomihati fu la prevenzione fal- 

sissima, insinuatasi eziandio in mente di colo- 
ro, che davano opera al proprio idioina ,. ché 
la lingua Italiana non avesse vigore, e nerbo 
‘bastante per innalzarsi alla sublimità del poe- 
ma eroico, prevenzione, che. sì sostenne sin 


OSTAC. CHE EBBE LA LING. ITAL. f.L 211 


oître alla metà di quel secolo. E dicendosi, che 
atta non fosse alla Sublimità del poema eroi- 
co, tanto valea, come dire, che propria non 
fosse, salvo per novelle, per versi armonici, e 
per componimenti di stile tenue, per iniratte- 
| ner signore; ch’era appunto l’opiniore, che gli 
eneomiatori , e professori della lingua trionfale 
del Lazio avevano, 0 mostravano di avere del- 
l’ Italiano idioma, incapace, a parer loro, di 
tentar nulla di grande, e di magnifico (*). Ma 
ristringendoci prima di tutto al poema epico, 
se il Trissino avea forse colla sua Italia Liberata 
piuttosto dato peso, che altro alla ‘accusa dei 
Latinisti, alcuni peszi di Dante, e di Petrarca 
medesimo potevano troppe agevolmente sgan- 
narli. Con tutte cîò lo stesso Bembo, celebra» 
to, come restitutore della lingua Italiana, con- © 
fortava l’Ariòsto a dettar il Furioso in idioma 
Latino. E se questo non è degni agi più 
«regolare , ed in ogni Bua parte nobile, e mae» 
stoso {per la quale impresa al suo autore izms 
mortale non mancavano certamente te forze; 
incontrandesene ‘tratto tratto de’ saggi troppo 
luminosi, che piena fede me fannò), v'ha ra- 
gion.di credere, che uh così fatto falso presup- 
posto nou ne sia stata l’ultima cagione. La tra» 


. (*) Il Castelvetro nella lettera dedicatoria della Poe- 
tica di Aristotile da Iui volgarizzata , ed esposta ( all’Im- 
‘perattor Massimiliano ) stampata in Viennanel 1570., 
palesa le cagioni, dalle quali fu indotte a scrivere l’opera 
sua in. nota volgare, e ciò per far prova, dic’egli, sè 
Fosse possibile con le voci proprie, e naturali di essa , si 
potessono far vedere , e palesare altri concetti della men- 
te nostra, che d'amore, e di cose leggiere, e popolari; 
e ragionare, e trattar d’arti, e di dottrine, e di cose gravi 
e nobili, senza bruttare, econtaminar la purità sua con 
laimmondizia delle voci barbare , e scolastiche, e senza 
variare, e alterare la semplicità sua con la mistura delle 
voci Greche ye latine , «Cc. a 


212 LIBRO SECONDO , CAP. IV. 


duzione dell’ Eneide, della splendida, della 
magnifica Eneide tentata dal Caro dopo. la me- 
tà dello stesso secolo, e che, sebbene inferio- 
re di molto, pur è sinora la men discosta dal- 
le bellezze poetiche dell’originale, fu da lui 
intrapresa, come accenna in una delle lettere 
sue (135), per far conoscere la ricchezza, e la 
capacità della lingua contro l’opinion di colo- 
ro, che asserivano. non poter dessa aver poema 
eroico, cosa, com’ei segue a dire, ché non 
pochi credevano a quei tempi. Ma sorse poco 
dopo il Tasso, e colla Gerusalemme Liberata 
vittoriosamente eonfutò chi tena il contrario 
partito, mostrando. quanto potesse la lingua 
Italiana in fatto di magniloquenza , e di pompa 
di stile sfoggiato ,. e ricco d' ogni più sfarzoso 
ornamento . 

Per lo stesso motivo di IR l'Italiano 
come linguaggio i incapace: :di- tentar materie gra- 
vi, ed.importanti, e di. descrivere le grandi ri- 
voluzioni di Stato, non so qual Latinista i tert- 
tò di persuadere il "Machiavelli (136) di stender 
latinamente le sue storie, onde, quasi per yen- 
detta, tuttochè traduttor elegantissimo di Te- 
renzio , il tacciarono d’ignaro di lettere Lati- 
ne. Primo il Machiavelli dice il Bodino (137), 
dopo più di mille anni, in cui la barbarie avea 
coperto ogni cosa di folte tenebre, si fece a 
scrivere di materie di Stato; nè vi ha dubbio, 
soggiunge, ; che molte cose, e più fondate avreb- 
be scritto egli, se avesse congiunto lo studio 
delle opere degli antichi filosofi, ed istorici 
colla pratica de’ negoz), cognizioni, che gli 


(135). .Lett. Vol. IL p. 247. 

(136) V.Algarotti Scienz. milit. del Segr. Fior. lett. XI, 
p_67. Op.T.1v. | 

‘415 7) Merthod.Hist. cap. VI. p. rà1. 


MSTAC. CHE EBBE LA LING. ITAL. G.1. 213 


mancavano, per attestato del Giovio, come le 
opere medesime di lui il palesano. Ben è da 
credere, che questo dotto Pubblicista Francese 
avesse letta la critica soltanto del Giovio, sen- 
za mai rivoltare nè i Discorsi, nè l’ Arte- della 
guerra, nè alcun’altra delle opere del famoso 
Fiorentino; che al certo niente più vittoriosa- 
mente di esse distrugge l’ accusa di quel Latino 
‘ storico venale, e meglio dimostra lo studio po- 
sto dal Machiavelli nelle opere classiche del- 
antichità. Ma così va la bisogna quando s’ha 
‘ per nemica una classe intera d’uomini, tanto 
più di parolai, e di minuti gramatici. Comun- 
.que siasi, non vha dubbio, che .il ristringer 
la lingua a' componimenti leggieri, il megarle, 
che certuni faceano, l’attitudine a cose grandi, 
la tenne più lungamente nell’infanzia di quel- 
lo, che naintalmente restata vi sarebbe; ma da 
questo canto già è gran tempo, che cessato è 
i pregiudicio, e venne sbarbato, e sradicato 
‘allo stesso modo, con cui il Cinico sciolse le 
sollisticherie contro 1’ esistenza del moto. 

Di questa indiretta guerra, che facevano al- 
l'Italiano idioma paghi peranco non érano i. 
Latinisti del secolo XVI. Vennero in persona, 
di fronte, ed a visiera alzata a combatterla; 
guerra troppo p'ù fiera, e crudele, ed ostina- 
tissima, che insino a’giorni nostri ha durato, 
e che tuttavia iu parte è viva più. che mai. Il 
solo Latino da grandissimo numero di letterati 
era tenuto, durante il 1500., in conto di lin- 
gua nobile, g da uomo dotto, e di grave, e 
soda letteratura fornito. Agostino Vespucci 
scrivendo in principio del secolo al Machiavel- 
li, per dargli una convincente dimostrazione 
dell’ affetto, che gli portava, come una gran 
cosa gli assicura, che la lettera, che avea da 


= 


214 LIBRO. SECONDO , CAP; IV. - 


lui ricevuta, quantunque detfata in lingua Hta- 
liana (138), tuttavia, come da questi proce- 
dente, avea trovata grazia presso di sè, e grata 
gli era riuscita. E Mario Corrado anima, e 
‘sprona il Manuzio (139) a stringer la penna 
contro la lingua Italiana ,-e contro quelli, che 
la sostenevano, da lui tutti inettissimi giudi- 
cati, quasi che, si trattasse di difender la pa- 
tria, e gli altari da manifesta rovina. Ma nes- 
suno inveì con tanta acrimonia contro la lin- 
gua patria, nessuno si lasciò trasportare da un 
cieco fanatismo a straziarla, e ad oltraggiarla 
più villanamente, quanto il fervido Calabrese 
Gabriele Barrio (140). Questi non pago di a- 
vere scritti tre libri per magnificare, e celebra- 
re la lingua Latina, in altra opera sua storica 
grossolanamente insulta senza riserbo alcuno 
- tutti gli scrittori volgari. Parla de’libri loro co- 
. me pieni d’inezie, di villanie, e di menzogne. 
Li chiama fatti per gli artigiani, per le femmine 
«volgari, per la plebe più vile , e per le donne 
medesime di mal affare. Nè di tutto questo con- 
tento , i volgarizzamenti detesta, e sopra di co- 
lore, che avrebbono- osato di voltare in lingua 
Italiana }e cose sue, chiama, fatto furioso, la 
vindice ira del cielo, quasi che temesse, che le 
recondite sue dottrine- andassero per le mani 
del volgo in questo modo tradotte, impresa, 
che per buona serte insino ad ora cadde in pen- 
siero di nessuno. Finisce in aria d’ inspirato 
| profeta, presagendo, che quanto prima la lin- 


(138) Literae tuae nobis nudius tertius redditae quam=- 
vià etrusce pergratae tamen fhore. Bandini Collee. Mo- 
num. ad Hist. litter pert. p. 49. o 

(159) V. Bandini loc. cit. & 

(140) De Calab. antig. et sita lib. presso 11. Blakvval. 
de praest. class. p. 8.9. _ sì rod 


Cai 


OSTAC..CHE EBBE LA LING. ITAL. $. 1. 216 


gua Latina avrebbe di bel nuovo spaziato , e gi» 
noreggiato ampiamente. in un col Romano 
mpero per l’universo ; e che le volgari compo- 
sizioni tra breve sarebbono irremissibilmente 
perite in un co’ loro autori. o 
Quanto sia riuscito falso il vaticinio , ognun. 
sel vede. Ciò non pertanto si venne a gran ten- 
zoni tra i professori delle Università , ed i lette- 
terati più popolari di allera, volendo i primi 
tutto Latino (141). Romolo Amaseo nel 1529.4. 
trovandosi in. Belogna Carlo V., e Clemente 
VII., arritgò per due giorni contro. la lingua 
Italiana_pubblicamente, e moltissimi sono gli 
Italiani declamatori intenti a deprimere la lin- 
gua propria; un Pietre Angelio da Barga, un 
Celio Calcagnino, un Lazzaro Bonarmico, un 
Carlo Sigonio., un Gonte Lodovico Nogarola, 
ed altri assai. E quel, che più mi pesa , tra es- 
. si debbo pure annoverare un uomo grande no- 
stro Piemontese, ed uscito di famiglia congiun- 
ta di parentado co’miei antenati, vale-a -dire 
Monsignor Anastasio Germonio. Dopo tre se- 
coli di letteratura ‘Italiana, dopo tante ‘opere 
celebratissime , anche di grave argomento , 
che aveano illustrata ; ed arricchita la lingi 
gua, dettò questi le sue Quistioni pomeridia- 
ne(142)a nient*altro dirette, se non se ad esal 
tar la lingua Latina, e ad abbassare il nostro 
colto idioma natio. Dopo i Pascal, i Corneille, 
i Racine, i Bossuet, i Fenelon, i Moliere, chi 
‘ avrebbe osato insultare impunemente in Fran- 
cia la lingua da essi adoperata? chi avrebbe pre- 
tese prai di distogliere i begli ingegni di quella 


141) Zeno note al Fontanini T.Lp. 35. a a 
162) Pomeridian. Quaestiones Aug. Taur. 1580: în 4. 


216 LIRRO SECONDO, CAP. 17. 


nazione dal coltivarla, obbligandoli a scriver 
Latino? 


S.Il Danni cagionati alla letteraturara .Ita- 
liòdna dall'uso di dettar le opere dottrinali 
in lingua Latina. 


Questo sciagurato impegno di screditar la 
propria lingua fu il motivo, per cui l’Italia, sola 
forse irale nazioui che ottennero grido per van- 
to di scie.ze, ed aîti s e che ad un tempo aves- 
sero una lingua volgare regolata, non può an- 
noverare nella biblioteca Italiana molti degli 
uomini più grandi, che produsse dopo il rina- 
scimento cdielle lettere; molti de’capiscnola del 
moderno sapere, che cagionarono îe più stre- 
pitose rivoluzioni, e fanno epoca nella storia 
letteraria, tuttochè sorti dopo che la propria 
lingua già era conosciuta, e studiata dappertut- 
to. Egli è vero, che oltre agli infiniti poeti , sto- 
rici, e scrittori di amena letteratura, il Segreta- 
rio Fiorentino, il Vinci, il Tartaglia, il Palla- 
dio, il Marchi, il Galilei, il Viviani, il Sarpi, 
‘ il Botero, il Montecuccoli, il Redi, ed altri 
nomini originali, tali forse, che non ne ha la 
Francia un pari numero ,ciasceduno nel suo ge- 
nere, da contrapporvi., non furono ingrati verso 
la patria, ed arricchirono colle loro speculazio- 
ni, e dottrineiltesoro della lingua Italiana. Ma 
quanti d’altro canto sdegnarono di renderle tri- 
-buto, e di depositare in libri volgari i loro 
pensamenti? | È at I 

Non parlo degli scrittori anteriori al Nille 
cinquecento, Scolastici, Teologi, Medici, e 
Giuristi. Se fu sciagura dell’Italia, che quei 
primi padri della dottrina Italiana, tuttochè 
semibarbarica, acuti però e profondi, e primi 


OSTÀC. CHE EBBE LA LING. ITAL. $. 11. 2Îy- 


esterminatori dell'ignoranza, deitassero le ope- 
re loro in una lingua morta, .od in un gergo ‘ 
da essi unicamente adoperato, ed inteso, alla 
condizione de’ tempi se ne vuole in massima 
parte attribuir la colpa. Innanzi al M'lletre- 
cento non eravi lingua colta vivente in Euro- 
pa. Le scienze astruse, e spinose concentrate 
ne’ chiostri , e nelle Università non eran pasco-. 
lo per ogni civil persona; e la costituzion let- 
teraria di Europa, che a que’ tempi era in vi-: 
gore, esigeva, che ogni scienza grave, ogni 
dottrina soda in una lingua, che Latina addi- 
mandavasi, si esponesse. Fu pertanto sciagura 
comune ‘di tutte le nazioni Europee nascenti 
alle lettere, ed alla coltura. Ma dopo che si 
vide, e si conobbe per prova quanto potesse la 
lingua Italitma in ogni soggetto, non è forse 
disavw@niura particolare della nazion nostra, 
che tutti gli uomini grandi, che vi: sono sortii, 
non abbiano cospirato unanimemente alla glo- 
ria della lingua? Non è singolar disavventura 
quella, che distingue il tesoro , direi così , del 
sapere degli Italiani, da quello contenuto nei 
libri nella. lingua loro .dettati? Baronio, Bel. 
larmino, Aldovrandi, che nella storia ecclesia- 
stica, nella controversia, nella storia naturale 
aprirono le vie, e diedero le orme a Fleury, a 
Bossuet, a Buffon non servirono sicuramente a 
diffonder la lingua nostra presso gli stranieri, 
come della Francese fecero i secondi, senza che 
d’altro canto sien Latinisti tali da venir cele- 
brati per pregio di eleganza . Alciati, e Germo- 
nio poc’ anzi citato, primi eruditi illustratori 
della giurisprudenza civile, ed ecclesiastica in I- 
talia, non solameute scrissegg i Trattati loro 
Latinamente , ma il secondo aperta guerra ‘di- 
chiarò alle lettere Italiane. Così praticarona.. 


Vel. I. Ta 


ag LIBRO SECONDO , CAP, IV. — 
‘tutti i Giuristi in appresso sino a Gravina, il 
.più dotto, ed il più colto tra essi a’nostri ulti- 
ni tempi. Questi, quantunque assai bene ma- 
neggiar sapesse la lingua Italiana, nondimeno 
‘nen ne fece uso, salvo in opere di amena lette- 
ratura. Le opere sue scientifiche, quelle; da cui 
premetteasi gloria perenne, ed universale , stese 
in lingua Latina; ed un opuscolo di proposito 
| dettò (243), in cui prende a divisar i pregi di 
quell’ idioma ‘ed animaa coltivarlo a preferen- 
za del nostoe. | è © — —. | 
.. Sigomo, Panvinie , Manuzio, Vettori, Sca- 
‘ ligero, ed altri cento valoresi Italiani, che nel 
, ascolto XVL padri furono della Critica, dell’An- 
tiquaria , le cui fatiche farono poscia fonti ine- 
. sausti di emedizione, e fornirotto i materiali op- 
portuni agli scrittori delle Accadentie ol n- 
‘ tane, ed alle compilazieni. mederne difstoria 
antica, adaperarono parimente la lingua del 
Lazio. Lo stesso dicasi della messima parte dei 
Medici più ripurtati ; cominelando da’ Falloppj, 
‘+ dagli Argenteri, e:venendo-ai Fanioni, ai Mor- 


| S HI. Denni che soffrì lai poesia Iealiona dal 
na coltivarsi troppo de hottere Latine , 


. Alla amena letteratura medesima gravissima 
, pregiudicio ne venne dal eoltivarsi più che ra- 
‘ gion volesse la lingua Latina. Di quante specie 
. di poesia mancano affatto gli serittori al Par- 
naso Italiano, a ne sono assai meschinamente 
eccupate le nicchie, altronde pleusibilmente 
riemapiute da Italiani, i quali presero a dettare. 


(143) Gravina de lingua Lat. Dialog. ad En. Mar- 
finum .: o i doc di 4 


OSTAC. CHE EBBE LÀ LING. ITAL. 6. III. 219 
» componimenti loro in Latino? Abbiamo forse 
poemi sacri volgari da. contrapporre al poema 
| del Sannazzaro , ed alla: Cristeide del Vida ? 
Arte poetica eguale a quella del-medesimo Ve- 
: seoivo di Alba, che meritò un sì-bell’elogio dal 
rinomato traduttor Inglese di Omero, Alessan- 
dro Pope (144)? Elegie pari a quelle del Bera- 
bo, del Molza, del Castiglione? Il signor Ducis 
nel suo . discorso pronunciato nell’ Accademia 
Francese (145) nel prendere il luogo di Voltai- 
re, della poesia filosofica, e de’ poemi didasca- 
liéi ragionando , asserisce che la patria di Dan- 
te, dell’ Ariosto ;.e- del Tasso non ha. coltivato 
| un.sì fatto genere. Se: parla di poemi Italiani, 
| scarsi în verità, e di pieciol grido sono i com- 
ponimenti di questa maniera, che abbiamo. Ma 
dal secolo XVI. insino al: presente tutta la filo- 
sofia, oserei dire, fu. dagli Italiani posta in ver- 
si Latini dotti, ed eleganti dalla Logica Peripa- 
tetica di Adamo Fumano, sino alla Filosofia di 
Neutone dello Stay. Il troppo coltivarsi la lin- 
gua Latina dalle persone:dotte produsse questa 
mancauza in Italiano; che del resto, parlando 
«di poemi didascalici Latini, pare anzi, che in 
principio del. secolo XVI. gareggiassero a vicen» 
da i dotti Italiani. di mettere in versi-soggetti, che 
maggiormente erano astrusi, € più ripugnavano 
all’arte. Oltre al Fumano succennato , il Va- 
. lenziano nostro -Tortonese prese |’ Anatomia 
| per soggetto di un suo poema Latino lodato .dal 
Giraldi. Nè il Giuoco degli scacchî era materia 
| troppo poetica, èome non è trattenimento di 
poeti, sebben cantato in bei versi Latini. dal so-. 
‘  praccennato Vescovo di Alba; e la Sifilide, il. 


(144) Pope's Essai an Criticism in fime 
x145) 4 Marzo 1779. ali 


|. 220 © LIBRO SECONDO, CAP. IV. 


capo d’opera della Latinità moderna, non era 
certamente di natura sua soggetto , che sorrid 
dovesse alla fantasia di un poeta. w SE 
‘* Ma quello, che è degno di maggior conside- 
razione si è, che non mancano alla amena let- 
teratura Latina del Cinquecento due generi di 
ia, de’ quali è affatto sfornito il Parnaso Ita- 
iano, vale a dire le favole Esopiche, e:quei 
brevi poetici componimenti, che spirano un'aria 
di piacevole famigliarità , che presentano l’im- 
magine di una conversazione amabile , colta, 
e spiritosa, que’ componimenti in somma, che 
assai propriamente da’ Francesi versi di socie- 
tà addimandansi. Il Faerno nelle Favole, ed il 
Flaminio negli Endecasillabi sono andati tanto 
oltre in Latino, quanto fosse permesso a’ mo- 
derni, che scriveano in lingua affatto estinta. E 
per ciò, che appartiene a’ versi di società , che 
ci mancano, non ne sono già un compenso ì ca- 
pitoli burleschi, che presero il nome dal Berui, 
Quel genere, per naturale, e schietto che siasì , 
per amabile , e caro che riesca a buona ragione, 
è però affatto popolare, per non dir plebeo; ed 
al certo è cosa ( sebben pregevole, e nuova ) 
totalmente diversa da*sopraccennati componi- 
menti, Che all'incontro il Flaminio in Latino, 
quantunque inferior di molto, come esser do» 
vea, a Catullo, il vince di gran lunga dal canto 
della buona creanza: perciocchè alle corti dei 
Cardinali Polo, e Farnese non si usavano nè le 
oscene, nè le villane parole, che ancora puto- 
no, e fanno arrossire ne’ versi dell’ antico poeta 
Veronese. E da qui ben si comprende, che i] 
Latino in senso comune era a que’tempi non 
solo lingua dotta, ma lingua patrizia, e da Pre- 
Iato; l’Italiana, lingua di amore, di gentilezze, 
di trattenimento, di arti al. più, e di negozj. 


_ 


OSTAC. CHE EBBE LA LINE. ITAL. €. I1T. 221 


Del resto, essendo i versi di società frutto di us’ 
na corte brillante, splendida, e magnifica, di. 


una capitale, dove si riducono insieme gli uo- 
mèinì ingegnosi d’ogni parte, e di uno stato flo- 


rido, e potente, v’ha ragion di temere, che 


siasi lasciato passare irreparabilmente il tem- 
po più propizio per sì fatto genere di componi- 
menti; dacchè non pare, che sperar si possa 
‘îm avvenire corti eguali a quella: di Lion X., e 
di altri Pontefici di quel secolo per la scemata 
potenza de’ Papi nel temporale, e ciò appunto 
perchè allora le dotte, costumate, nobili, e ad 
un tempo eleganti persone facevano unica pro» 


fessione di Latinisti. Che del resto quanto ese-. 


guirono gli Italiani in una lingua morta , trop- 
po più facilmente avrebbono potuto recar. ad 
effetto in una vivente. Ma così andava la biso- 
gna; a que’ tempi moltissimi Italiani si lusinga- 


vano di far rivivere in ogni cosa il. secolo di: 


Augusto ,. e di esser soli a tener il campo. Dirò 
di più; credevano, che la Roma di Lion X. 
fosse la Roma medesima di Cicerone , e de’ pri? 


mì Cesari, come poco innanzi coi nomi Roma- _ 


nì assunti, ecolla superstiziosa venerazione del- 
le cose antiche , } Accademia di Pomponio Le- 


to avea rappresentata una commedia agli occhi. 


de’ savj, e dato peso alle ridicole accuse di Pa- 
ganesimo dagli zelanti imaginate. ' 


8 IV. Eleganza maggiore degli Italioni Loti 
nisti , ostacolo a' progressi della li 
volgare . | TAGE 


Questa idea di vivere ancora ne’secoli Ro- 
mani , idea nutrita persino nel principio di que- 
sto secolo dal Gravina, il quale, starei per di. 
re, credeva sognando, che esistesse ancora l’an- 


tica repubblica Romana, questa idea, io dico; 


223 LIBRO SECONDO , CAP. 195 


venne vie più famentata nel seco lo XVI. da 
concerso di altre circostanze . Oltre a’ rispetti 
dì religlione, per cui preponevansi préemj am- 
plissimi, ed onori a’Latinisti di grido, come. 
me fau piena fede Benabo, Sadoleto, Sannazza- 
re, Vida, e tanti altri, il fatto sta, che, sia per 
lo grande studio posto ne’Latini autori, ‘e per 
essere inen discosta dalla lingua «del Lazio la 
lingua, che si parlava comunemente, sia per i 

benigni influssi del cielo Romano, maggior era 
Ja disposizione a riuseir buon Latinista in Italia, 
che non fuori. Il coltissimo Mare’ Antonio Fla- 
minio dice, che non avrebbe mai consigliato al- 
cuno ad imparar dagli oltramontani la lingua 
— Latina (146), parendogli, -che queste delicatu- 
re tanto proprie fossero d’Italia, che gli stra- 
mierì , che Paveano oramai d’ogni cosa spoglia- 
ta, aspirar non potessero alla gloria della vera. 
elo za. Ed altrove, apertamente biasiman» 
do lo stile di Erasmo, e di Melantone, ch’era- 
no i più riputati Latinisti tra gli oltramontàni , 
chiama eosa divina il possedere, e conoscere lé 
bellezze, le proprietà ; l'eleganza, la purità, e 
ta ‘copia della lingua Latina(147), e ci fa sape- 
re, che a°giorni suoi quelli , che aveano .di tal 
eosa cognizione e glisto, erano ‘per lo più uo» 
mini grandi, e nobili; il che tutto serve di ri 
prova evidentissima a mostrare.quanto fossera 
stimate, ed avute in gran concetto le lettere 
Latine, con qual frutto , e con quale superiori- 
è sulle nazioni. estere sè caltivassere , superio- 
rità , che il coltissimo Monsignor Fabreni(148) 


A i ; 


(146) Ftana Lett. a M. Galeazzo Florimonte « 
E e Flam. Lett. a M.r Luigi Calino. | 
148) Zita Ital. dect. eve. Jo. Ant. Pulpius T. XITI. 
"p. 285. SI SE 


ÈSTAC. CHE EBBE LA LING.ITAL. Sv. 223 
è.d’avviso , che l’Italia siasi ogmora insino: aj 
nostri tempi ceuservata , è che egli colle; opere 
sue vie più conferma ,-e stabilisce. Nà i lettera» 
ti di oltremonti contrastavario a’ tempi del Flay 
minio questa gloria agli Italiani. Basti per tutti 
il rinomato Guglielmo Budea, che aì letterati 
Italiani concede le. prime, sedi nella erudizione, 
enelle lingua, e si restringe. soltanto è dire: nop. 
esser cosa da sopportarsi,i che i Frangesi nel- 
l’ultima classe del.iutto relegar at. lasciassero . 
Incòraggia quindi i suoi nazionali, ad emuler le 
glorie degli ingegni Italiani, non cgedendo. pe: 
rò, che aspirar potessero a maggior vanto, che 
d’ esser imen rimoti di quel,.che fossero dagli. 
| scrittori nostri Latini, da lui chiamati 49jorusna 
gencium (*). E scrivendo al Linacro letterata 
Inglese, con esso si congratula della: ni ae 
letteraria, che avea egli ricevuto in Italia, co- 
me di una felicità , ghe non eratoccata a lui (**). 
©r qual meraviglia, che tanti in Italia dessero 
opera alle Jettere ,. ed alla erudizione, atina ? 
— qual meraviglia, che una abilità così fatta ab- 


De 


{}5 ‘Ego vero, quod'ad hoc pertinet, sit propeniodum: . 
» censeo ‘Itaios Hàctenus meruiste, nt-{ute)utita dis - 
»: cam, suo literis bautioribus: studere videantùr , neque: 
» invitus fecerim, ut Italiae alumpia, velut majorum. 
» geutium scriptoribus, sedendi in orchestra liujus the=: 
» ‘atri jus ‘tribrra ;- sed' quis jatn' omini gradi, aut in 
ar quintano classem dejectos, aut:snminetos: Galloa essa, 
STRA de ‘Assa hib.1. p.. 8p: apud ‘Gripli». 
1 (6) . : ’ 


Sag 17 OSIO OTO O I NNT n î ue 

(t#) »'O'te Felicem; cui ‘olim contigit Italicam illam dos! 
» ctriuam‘auribus etiam, nedum ocutis taurire! Fd cum 
» animo adverto .infelicis sortis::meae reminiscor. — w.. 
» pureil libro intitolato: Magni D. Erasni Roterdami, 
Vita Lugd. Batav. 1649., singolarmente alle p. 6. 9. 17., 
da cuisi raccoglie, che a'tempi della gioventù di Erasm 
}’ Italia era tenuta in tutta Germania come il ricetto, ela 
fonte della coltura, e della-dottrina +: (; 0... , 


22 ° LIBRO SECONDO, CAP. IV. 

bia furati molti ingegni alla lingua ed alle lette- 
re Italiane? Meraviglia far si dee bensì, che il 
soverchio uso delle lingue dotte, e la stima ec- 
tessiva, che se ne facea non abbia sempre più 
impoverito l’idioma natio, è non lo abbia ri- 
dotto al nulla fuori d’Italia (149). Non ad altro» 
motivo , fuorchè ad una consimile pratica giu- 
stamente si attribuisce l’esser la lingua Danese 
povera più d’ogni altra lingua di Europa, non 
ostante che da lungo tempo-fioriscano le scien- 
ze in quella contrada: Ma quantunque nel se- 
colo XVI. un così scelto drappello di letterati 
Italiani, che avrebbero giovato mirabilmente a 
far trionfare la propria lingua, ne abbiano ab-. 
bandonatelebandiere, osa sì sostenne ciò non 

tanto per proprio suo valore -più di quello, 
| a 5 di: 


ite. ad 


% 


VICENDE , E BTATO ATTUALE DELLA i 
0 LINGUA ITALIANA. 0 - 


Se i Latinîsti, de quali abbiam. sinora ragio- 
nato, le ricchezze della nostra lingua scemaro-.. 
no, ed il numero delle opere, che dessa vantar 
potrebbe, non furono però cagione, che l’idîo- 
‘ma Italiano meno in quel secolo si estendesse; 
che la universalità in tutta la colta Europa in- 
sino oltre-alla metà -dell’ ultimo scorso secolo 
mon ne durasse; e che al presente non, sia ri- 
dotto a quel troppo ristretto teatro, chada cer-. 
tuni si crede. Nè impedir poterono questi no- 
stri Latinisti, che le opere tanto in un tempo, 
come nell'altro dettate in lingua Italiana, vera-. 


(149) Michaelis Influànee ec. p.i8:° +. 


VICENDE DELLA LING. ITAL. $. 1. ‘225 


mente utili, veramente pregevoli, pervenissero 


alle più rimote nazioni. 


I S.I. Stato della lingua Italiana fuori d' Italia 
dopo la metà del secolo scorso . 


Carlo Dati (150), che scrivea intorno alla 
metà del secolo passato, riguardava la lingua 
nostra. come in istato di accrescimento di fama, 
e come diffondentesi, ed avanzantesi felicemen- 
te. per tutta Europa. Chiama in testimonianza 
le Reggie di Allemagna, e di Francia, ove, al 
dir di lui, non era Dama, o Cavalier d’alto 
affare, che l’idioma Italiano non intendesse, o 
non parlasse, ed i nostri scrittori non ricercas- 
se, e non leggesse. La Duchessa di Vitry, per 
recarne alcun esempio , parlava co’ Toscani col- 
lc frasi più scelte del nostro idioma, faceva sen- 


. tir loro le finezze più squisite de’ nostri auto- 


ri, leggeva i nostri poeti, giudicava delle ope- 
re loro, faceva conserva, e tesoro de’ luoghi 


più belli, e ne recitava a mente de’ pezzi, che 


in bocca sua acquistavano grazia , e sembravang 
più galanti. Tanto scrisse da Parigi al Conte 
Magalotti un gentiluomo Toscano (151), nel 


centro del secolo di Luigi XIV., nel maggiore 


splendore della letteratura Francese. Ed in ve- 
‘ro, come mai Menagio, eRegnier, ed altri let» 
terati Francesi avrebbono posto sì grande stu- 
dio nella lingua nostra, qualora non fosse stata 
in grande estimazione presso i Grandi, e singo- 


larmente presso i Cavalieri, e le principali Da- 


me di corte? Non saprei poi dire qual lingua ab- 


(150) Pref. alle Prose Fiorentine. . 
(152) Lett. di Lorenzo Panciatichi di Parigi 24. Ottob. 
1670. tra le famigliari del Magal.-T. IL. pag: o. 


1 o. 


“» 


226 . LImROSEOONDO, GAP. Wo > 
‘bia ottenuto mai-fuori della natia sua contrada 
| gli onori, che ottenne allora la nostra in Ger- 
“ mania,e nella stessa corte imperiale di Vienna. 
©gnun sa, che l? Imperador Fedinando III, che 
regnò sin oltre alla metà dello scorge. secolo, 
facea le sue delizie della letteratura , € della poe- 
<ia Italiana. Fece egli fondare dall’ Arciduca 
Leopoldo nel 1656. un’ Aecademia di belle let» 
tere di dieci soggettì distinti Italiani composta ; 
tra’ quali primeggiava i? gran Raimondo Mon- 
tecuccoli , che nella propria camera :dell’ iImpe- 
yadore radunar solévasi con precedenza a? Con- 
siglieri di Statò , © nella quale madrigali recitò 
to stesso Arciduca (152). Da sì fatto stabili- 
mento ebbero senza dubbio origine ì premj,e 
gli onori, che colà cornfseguirono tanti Oratori 
sacri, e Bibliotecar]), €. Storici, e Poeti Gesarei , 
‘che formano serie insino a' dì nostri; ‘insino a 
Zeno, -ed a Metastasio ; ed. ebbe origine  pari- 
mente la protezione accordata da altri Principi 
della Germania a’letterati Iraliani.;: singolar- 
mente dalla eorte di Sassonia; dove.il Pallavi- 
eini tradusse Orazio, e da quella di Berlino, in 
eui il defunto Monarcà Prussiano con distinzio= 
pi, e guiderdoni il Conte Algarotti trattenne, ed 
altri Italiani ilustrà.: |<; == 0 Gta, SSA 
E chi negar vorrà, che ne’ cento , © più. anni, 
che corsero dai tempè del Dati a questa parte 
non sia stata arricchita la lingua Italiana di 
moltisssime opere degne della immortalità .tan- 
to appartenenti alla grave, e severa , cene al. 
Parmena letteratura , € per conseguente-siasi + 
gni volta più resa meritevole di essene. coner 
sciuta, e studiata dagli stranieri? Verò è, che 
Ja copia sterminata di libri Francesi usciti alla 


(152) Galtuazi Storia del. Gran Ducato T- VIL p. sie. 


VICENDE”DELBÀ LING. ITAL.!(. 1. 0237 
huce în questo intervallo di tempo converti alle . 
lingua della Senna quasi tutta Europa;-ma non 
vedo perciò rallentarsi, e spegnersi lo studia: 
dell’idioma nostro di là da’monti. Poco. impor- 
ta, che quello, che una volta faceano i Capita 
ni, 1 Ministri, i Professorì delle arti. del Disex 
gno, gli Storici, ed i letterati d'ogni maniera, 
ota il faccia, ‘starei -per: dixe, la sola Opera in 
musica col suo corredo; che'anzi la debolezza 
de’ mezzi, che si adoperano dimostra la facilità 
di ottener l’intento. Ad ogni modo la lingua ha 
ancora corse fuori d’ Italia dal Portogalle insina 
È Russia, dove non era giunta a penetrare in 
secoli -per lei più avventurati. Ogni nazione, 
che porti a perfezion maggiore alcun’ arte, e 
che della propria lingua si serva per ispiegare è 
proprj ‘concetti, rende, almeno per questo ca- 
po , la sua lingua universale . > a È 
Per lasciar da parte la musica, i cinque on- 
dini di architettura:del Vignola furono tradot« 
ti in lingua Russa, e stampati in Mosca. ne? 
principio di questo secolo.(153), ed il tradut- 
tore fu lo stesso Czar Pietro Alexiewitz; ed ill 
Piincipe Anttioco di Cantimir tradusse in lingua . 
Italiana, da lui sufficientemente posseduta , la 
Storia dell’ Imperio Ottomana:scritta dal Prin- 
cipe Demetrio suo padre (154). Oltre a questa 
signore scrissero, non lia molto, in lingua Italiana 
il celebre pittore Mengs, l'Abate Andresletterato 
Spagnuolo di chiaro grido:, l’ Arteaga, il Lam- 
pillas; ed altri-scrittori parimente Spagnuoli; ed 
alcun tempo innanzi alcuna delle sue opere eru- 
ditissime avea pure steso in idioma Italiano il 
| Hi dn | | 


* di: 


(153) Nel. 708. v. Mazaucch. Scritt. d'It. vol. IÎ. P: I. 
x oa) ROSI Mem. de' Gran Maestri dell’Ord. Geroa, 
. si. p. da - VI RE x È si e È 


- 228 .: LIBRO SECONDO,.CAB. Wi i > 


-itinomato Antiquario Winkelmanu , onde dir 
nonsi può, che ‘la lingua nostra men conosciu- 
ta sia dagli stranieri, che non la Francese, poi- 
chè sicuramente non si troveranno nomi mag- 
giori nell bell’arti , che stranieri alla Francia, 
abbiano scritto Franeese a? dì nostri (*). 


il 


LA . 


- 


. (*) Tl chiarissimo Abate Denina scrisse in Francese fa. 
Vita di Federico II. Re di Prussia, eda Prussia letteta— 
ria, e prima avea scritto in Francese alcuni-discorsi, 
tra’quali il celebre - Que doit-ox d l'Espagne , e le lette- 
re in confermazione. Îl Francese La-Veaux ( Cours fiéo» 
rique et pratique de langue , et de littérature Franc oise. 
Berlin 1786. Cahiers IX. et X )\ra le altre.cose, che 
lanciò contro questo nostro rinominato scrittore, dopo 
aver notati diversi errori di lingua, dice che i Fraucesi 
mon si espongono mai al ‘ridicolo di scrivere in fingua 
gion sua. Quanto al Discorso, ed alle Lettere soprac- 
cennate, avrebbe potuto rispondere il signor Abate De- 
mina al La-Veaux , come disse il Baretti scrivendo con= 

‘tro Voltaire ) PDisc. sur Shabespear, et sur Mr. de Poltai= 
re: Londres 1777. p. 133.(, che scrivea in Francese buo- 
no, 0 cattivo per essere inteso , giacchè la maggior parte. 
de’ Francesi non fanno studio di lingue straniere ,.e non 
intendono il Latino, non che l'Itàliano, e d'altro canto 
quel Discorso , è quelle Lettere contenevano materia ta- 
le, che non si potea civilmente richiedere un Francese a 

 tradurli. Ma queste ragioni non militavano per dettar in 

Germania la Vita di Federico Re di Prussia in lingua 
Francese . Il medesimo La- Veaux nella Vita dello stesso 
defanio Monarca, ch'egli pure dettò, asserisce, che le 
Rivoluzioni d' Italia non-erano opera dell'Abate Denina, 
ma di un doito Prelato Italiano, accusa ridicola, di cui 
a ragione il mentovato signor Abate si risente ( Essaz sur 
la vie de Frédéric' LI, p. 368. ), ma che it un Francese, 
che giudica sempre ‘prendendo ilregolo da ciò , ch'egli 

- farebbe, nasce dal non potersi persuadere, che un uoma 
maturo , autore di un’ opera classica , abbandoni la pro- 
pria lingna per adoperarne una straniera , in cui non può 
mai essere , dal canto dello stile, che scrittore di secondo 
erdiue , che sarebbe il medgsimo , comese Voltairegiunto 
sh Prussia si fosse posto a scrivere Italiano; massimamente. 
che’ Algarotti, uomo di corte , e giovane stato in Parigi, 
acrisse sempre, vivendo Federico , in {taliano . Confessa 
questi in una sua lettera al Bettinelli ( Let/. ined. p. 92, - 


VICENDE DELLA LING. SPAL. È. I. 229 
«---Mà'a nessun’altra tazione ha ‘nai cedutò 
l’Inghilterra-nello apprezzare, e promovere le 
arti, le lettere Italiane. Come una volta il Leti, 
che pur non era che scrittore assai comunale, 
così furono in appresso ben accolti sul Tamigi 
uomini di grido nelle lettere Italiane, l'Haim, 

. i ! 1: 4 A n . 
96.) che sebbene dovesse essergli famigliare il Francese 
idioma , troppo male avrebbe tatto se-avesse tolto per e- 
lezione a scriverein Francese piuttosto , che iu Italiano; 
fauto più, soggiuuge egli, che sarebbe ciò amar. meglio 
pizzicar la chitarra, mentre si può suonare ii Jiuto. E seè 
un peccato , come-esclama un autor Tedesco ( Mr. Harn- 
mendorf Vie de Frédéric le {srand ,. che un Monarca 
mato per illustrar la Germania ta tutti i generi, ne dis- 
prezzasse la lingua , otnon ne avesse cognizione, a migiior 
ragione possiam dolerci noi Italiani, che un-autore già 
illustre în nostra lingua, cui non mancano traduttori, 
abbia tralasciatoldi servirsi della propria lingua per valer- 
si di una straniera; tanto più che ben lungi d: avere iu 
pronto la discolpa , ch'egli medesimo addace in favor di 
Federico ( Essai sur la vie de Frédéric LI. p.'4193. ), :cioè 
che avrebbe dovuto a’ cinquant'anni fare studio di un 
nuovo idioma per iscrivere iu lingua propria, studiò e= 
gli in simile età , o per lo ineno fece uso, di una lingua 
. straniera per abbandonar ia natia con-tanta Jode prima 
maneggiata. Dice in vero il signor Abate Denina ( Prus- 
se littéraire Tom. I. pag. 469 art. Menina), che fu e gli per- 
plesso per lo spazio di tre anni, sedovesse scrivere Italia= 
no, o Francese ,ma che infine, malgrado di chi il cou- 
sigliava di non cangiar linguaggio, ha dovuto determi= 
narsi in favor del.Francese, e.soggiunge , che qualora sia» 
gli venuto fatto di scrivere tollerabilmente in quest’ ulti- 
ma lingua , ciò potrebbe ‘un giorno: serwir di prova , che 
la lingua , nella quale si.scrivono libri, s' impara più per 
mezzo della lettura, che dalla bocca delle madri, e delle 
mutrici. Ma, lasciando giudicar: a’ Francesi del merite 
Jetterario del nostro Piemontese considerandolo come 


scrittor Francese, non si è mai tra’ letterati di nessuna 4 
mazione dubitato, che, mediante un lungo studio ., si pòs- * 


| sa giugnere a serivere anche elegante:nente in lingua non: 
ropria. Quanti moderni non. iscrissero elegantemente 
sn Latino , lingua affatto morta, che è molto più ardua: 
àmpresa, che nuov sia quella di scrivere in Francese per 
chi sia nato, e. stato mudrito in Piemonte? Per, determi» 


{ 


4 


du 


aio .!.LIBROBECONDO y CAPKW. 0. 1 

il Roli; ib Martinelli il Barétti, edialtri il ‘son 
tuttora. Ciò posto, io dico così: o non è tanta 
la scarsità delle opere dettate in lingua Italiana, 
o troppo grande, e straordinaria esser dee la 
forza, ela bellezza dell’idioma nostroche con sì 
pochi presidj si sostiene», e:sì ‘diffonde in Ewro- 

a al segno che veggiamo, non ostantela piena 
ui libri Francesi, che; qualunque siensì, trat- 
tano d’ogui materia , ed fnnondano da ogni parte. 


$. II. Li&ri antichi Itoliani di trattenimentò 
= diversi di gerio da queghi scritti da un :se- 
‘ colo a questa parte. i / ©. © 
Gravissimo ostacolo, che si oppone per so- 
stener al presente in credito i libri nostri Has 
liani del secolo XVI., e renderne più comune 

in un colla lettura la lingua in Italia, e fuori 
d’Italia, si è la rozzezza, e la feroeia, che :re- 

SEE Se o eg e i ;. È ik I) Sal ; 

marsi a scriver.Francese sembra , che avrebbe dovuto il 
mostro Autore potersi prima lusingare fondatamente di 
riuscire a scriver Francese con quella stessa -dismvoltura, 
precisione, purità, brio, ed éleganza , comcni dettate s0— 
no.in Italiano le Rivoluzioni d° Italia , ele Vicende della 
letteratuia ; tanto più, che forse egli è.stato il primo au- 
4ore in prosa di questo secblo ;:che per li .sopraccennatò 
pregi. sebbene scrivessein Italiano , abbia «ia Piemonte. 
avuto:molti lettori in certi. ordini di persone , € seguata» 
merite tra.le Dame. Pare, che per certo dispetto lettera- 
rio,, come: talvolta fanno con un colpo di bizzarria gli ar- 
tisi più grandi, abbia voluto distruggere l’ opera:sua , @° 

dir col noto verso d’.Ovidio: ds. SRG SII 

» ‘» Servare potui; perdere an possim rogas? 

,: To tenge:eziandio, che l'essere stata. per lungo tempo 

. Sla lingua-Francese considerata tra-noi per lingua brillan» 
te; per lingua nobile abbia tentato di prevaricare questo 
mostre celebre scrittore. Del resto.potrà egli attribuir que= 

°‘ steinie querele a soverchio zelo per la gloria della lin- 
gua patria, uon maia difetto distima per lui, che da 
temo. tempo riguardo come uno de’ primi lumi d'Italia. 


VICENDE DELLA,LiNG. ITAL. $. 11. 281 
gnava ‘per anco allora pet ogni dove, ed ezian= 
dio nelle nostre contrade, sebbene più ingenti» 
lite dellealtre, edj modi, e le foggie, e gli stu- 
dj del tutto diversi (155), il.che non è da dire 
qual pregiudìicie recar dovesse a que’ libri in ap- 
presso, quando si travò aver. la coltura fatti 
progressi maggiori. Quando gli Italiani erano 7 
soli a primeggiar.in Europa: per opere, e per 
letteratura galante; quando erano dessi gli scrit- 
tori unici, 0 per lo meno: più pregiati di no- 
velle,-di romanzi, di commedie , di versi a- 
morosi, non solamente l’arte del conversare, 
l’urbanità , e la pulitezza non. aveano fatto. per 
anco i progressi, che fecero dopo ; specialmente 
in Francia; ma strano pur era.il: concorso dei ‘ 
warj componimapti, i. quali formavano quella 
letteratura amena , e cortigianesca , a dir così. 

‘ S'incontrarouo lo:spirito della cavalleria ancor 
dominarte, coe quello degli studj delle opere 
eleganti dell antichità ; la ferocia, ela barbarie 
delle fazioni, colla wmanità nascente; il Plato» 
nismo più ideale, e più fanatico, e le sottigliez- 
ze Aristoteliche introdette nell’arte dell’amo- 
reggiare, cogli eccessi più brutali , e colla dis- 
solutezza de’ costumi la più seandalosa; la su- 
perstizione, calla più sfacciata irriverenza nelle 
cose di. religione. E 39 genio. delle bell’ arti, :€ 
della gentileaza-ebbe il suo nido in mezzo ai 

buffoni tra le ecurrilità le più sconcie, e le più 
villane.. Da tutto ciò ne risulta un complesso 
tale; un colore; un carattéere.proprio del seco+ 
lo, diffieile a definirsì, ‘e che. non è più il nos 
stro. Da- cià lesoseenità manifeste procedéttero', 
e i tratti schifosi e troppo plebei di alcune poe- 
sie burlesche, e lesatire malediche:vomitanti' i 


(155) V. Elogio del Bandello part. H. pè 135. e 366: 


232 © rLIsnoseconso, CAP.Y. 
vituperj dal carro, e le commedie, che leggere 
mon sì possono senza rossore, e vergona da o- 
gni ben creata persona, conge il Varchi troppo 
ben conobbe (156), e confessò sin d’allora. 
“Le Rime del Petrarca, l’Arcadia del Sannaz- 
zaro , gli Asolani del Bembo pieni d’idee meta- 
fisiche, del pari, che il Decamerone, la Fiam- 
metta y il Filocopo , il Furiosò , ed altri Poemi 
e Romanzi troppo più di quel, che si conve- 
nisse ai sensi, ed-al corporeo inclinati, ebbero 
a que’ tempi infinité edizioni; e la multiplieità 
loro ben dimostra, secondo che osserva l’eru- 
dito Apostolo Zeno(157),con qrale avidità in 
| quel secolo si corresse dietroa si fai libri. Del 
| “nn tante ne furono le edizioni, che il 
chiarissimo Conte Mazzucchelli /158) si dà a_ 
credere, che , se infinite nou sono le copie, che 
tuttora se ne abbiano, altro non ne fu il moti- 
vo, se non se l’esserne state arse in grandissi- 
‘ ma quantità dalle persone zelantè del buon co- 
stume. E di questa specie di libri, quanti non 
se ne trovano nelle librerie, iu cui fatta siasi rac- 
colta di edizioni del Cinquecento, stampati in 
forma gentile, messi a oro , e vestiti di porpo- 
ra, e di bisso, come si esprime il buon Cava+ 
liere Sabb# Castiglione (159) di giusta indegna- 
zione acceso , perchè si stampassero questi con 
tanta magnificenza , e si fregiassero sì riccamen- 
te, mentre giacevano inonorate, e deturpate da 
ignobili caratteri le opere de’ primi lumi della 
Chiesa. Dalle Novelle, e Lettere del Bandello 
appare quanto pregiati fossero, eziandio fuori 
«d° Italia, i ibri Italiani appartenenti a lettera- 


‘ 


(156; Lett. al Duca Cosimo de’ Medici. -.... 
(157) Note al Fontan. T. 11. p. 161. 

(158; Scritt. d'It. vol. [I. part. III. p. 1338. 
(559) Ricordi di Sabba Castigl. n. CxIII, 


» 


- 


VICENDE DELLA LING. ITAL. S.-11. 233 


tura galante, e come non solo soprabbondasse- 
ro di questa merce le nostre contrade, ma se ne 
facesse commercio grandissimo al di fuori , allo 
stesso modo, che al presente si fa di libri Fran» 
cesi; per lasciar da parte-le ristampe oltramon- 
tane, e le antiche traduzioni in tutte le lingue 
straniere . i se Esa 
Il secolo XVI. fu il secolo.dell’ Italia, come 
il seguente quello. della Francia. Infinite: :son 
pure le commedie Italiane, che si hanno, dj 
que’ tempi; e Montaigne(160) passando per Fi- . 
renze non volle trascurar di farne incetta di un 
buon numero alla bottega dei Giunti , anzi dal 
modo, con cui ne discorre, pare, che si fosse 
proposto di provvedersene per. i suoi studj. (Che 
se le:commedie di que'tempi furono -Plautiney 
e Terenziane, gli antichi ron ne ebbero di us 
genere diverso; e di tal maniera non vi ha na- 
zione, che ne abbia un pari numera ingegnose,. 
festevoli, saporitissime. Le prime commedie , 
| che il DucaErcole I. d’Este fece con tanta pom- 
pa rappresentare iu Ferrara nel princìpio del 
Cinquecento non .furone comuvemente, seconz 
do che osserva il Tiraboschi (161), che tradu=- 
zioni di Plauto, e di Terenzio. L’uso di reci- 
 tarle,, ora nell’eriginale Latino, ora recate in 
lingua Italiana, durò ancora lungamente; e sin 
dopo la metà di quel secolo il Cardinal Ippoli- 
to II. d’Este fece dag alcuni nobili giovam rap- 
presentare il Formione di Terenzio (162), nel: 
la quale oceasione il M:‘reto- compose quel Pro-, 
logo, che tuttora abbiamo tra le poesie di lui... 


+ 


yes 


(160) Viag. in Ital. nel 1580. e 1581. T. 111, p. 164. 
| (161) Storia della lett. Ital. T. vir. part. 3. p. 159. \ 20 
Zeno uote al Fontanini T.1. p. 585. i 
(162) V.il Giovio nel Frammento pubblicato dal Tira- 
bos. Store letter. T. Ix. o 


234 ‘’ LIBRO SECGRDO, CAP.V. O 

Sorsero iritanto in grag quantità .gli imaitatori 
- in lingwa vòlgare, della qual cosa, quasi di una 
fiuova corruttela , si laguna il Giovioin un opu 
scolo, che dettò ‘poco - dopo il Saeco di Roma 
(163) (*), come quello, che seconda le massi» 
ine tiranniche,, direì così , dei Latinisti di allora, 
volea, che a quelli, che ignoravano le lettere 
Latine, fosse ‘tolto persino l’udir commedie, 
ed‘il'inodoi di ridere, edi solazzagsi. Se il di- 
| pingere fil vivo qualunque carattese, lo sforza- 

re ‘con motti d’ogni specie, e-céa salì al riso, 


i- (165) Nel 1597. . e 

(*) Cercasi in quell’opuscolo del Giovio pubblicatosi 
dal chiarissimo‘ Abate Tiraboschi ( Sfor. della letter. Ital: 
Tor. TX,'p. 315.) per qual motivo dai mederni esprimere 
più non si possa l’ antica Latina. pronvucia ; l’azione , il 
gesto , pat farla breve , il modo di deelamare; e la prins 
cipal ragione, che se ne allega , siè : € Quotiiam jucun- 
to dissima illa studia theatratium rècitationum, vete. 
» rumque'praeserttim comoèdiarim, quae per ingenmes ,. 
» 91 patritiozadolescenieà nnper agabé:tur , apud Rama 
n_-vam joventuterg penitus fuenint intermissa, irrune pen. 
2 tibus.in scenam vernaculis histrionibus in gratiam, ut 
$ putamus, foemiinarim, ac indottae ‘multitudinis ; 
v quae quum Latina, obesie auribus, mnon-attingant,- 
» usoa demaum ecurrarum, et samniorum, acomma= 
» ta, Tereutianie, et Plautinis: salibus anteponunt, a 
» quibus priscae puritatis anthoribus adolescentes, tara. 
» quam ab incunabiulis tenerioris eloquentiae, expedita, 
» ct salutari quadam disciplina ad pleniorem , et gran, 
»widiorera Latini oratori habitum. celeriter evadebant,. ‘ 
»,Quantam enim, paucis ante apnis, ii, quos modo 
» .nominavi, Blossius , el Grantità hominum adrdiratio» 
» nem excitarunt  quutn liadis capitotinis ,uovo Leomis: 
» X. Pentificata, Plautinus Poenolus iu honorera Julia= 
» ni fratris, qui tum Civitate dowabatur, est actitatus ? 
» Tanta enim id munus cum dignitate ad priscae aetatis 
» elegantiam peregere, ut tum Romanus populus Ro- 
» acios, et Asopos Latinos, a majoribus elit suis cum 
» Admitatione audfiri solitos, minime desideraret, .... 
» Protulit enim tum Roma: supremo, et fatali quedam 
» conalu , quidquid véteris arti, magnificeutiae , deco- . 
» risque receperat. ca A 


er 


VICENDE PELLA LING. ITAL. G. 11. 235 


fossero l’ unico scopo, ‘a cui. mirar debba il 
veta comico, avrebbono sicuramente compita 
| idea dì questa specie di poesia il Segretario 
Fiorentino, l’ Ariosto, il Cecchi, il Bèntivo- 
glio, il Gelli, il Firenzuola, il Lasca, ed altri 
assai, che a que’ tempi ebber grido, tuttochè 
assai scorretti in fatto dì buom costume, colpa 
di ‘un - secolo .soverchiamente, ed ‘impudente 
mente licenzioso:: Pa fatti Leon :X. nonisi ver». 
gognò di assistere nel Vaticano in un,colla Mar: , 
chesa di Mantova (164) alla rappresentazione , 
. della Calandra del Bibbiena} ed una delle più . 
amtiche edizioni di quella‘commedia spiega nel ‘ 
fiontispicio ‘essere stata-compbsta dal Reveren> ; 
dissimo Cardinale:di Sanià Maria in Portico, ie - 
recitata ‘in Venezia -dal ‘(Prete Giovanni. Sane- * 
se (165), quasichè di una commedia Gardinalf» © 
zia-un Prete esser dovesse .l’istrionè: tanta erà È 
la corrazion ia di allora. | 
La principal ragione: per altro ,-per cui non. 
alleno ua dai più ‘sì fatte :comméidie; si è 
| perchè i peeti:comici, come-:venne ottimamene 
te osservato dal Brumoy (16€) ; ‘pià di quello; 
chè intervenga a nessun altro autore, dipende» 
no da’ soggetti lore, e più d’ogni altro perciò . 
sono sottoposti ad. invecchiare ; le faeezio trags 
gono la loro farzadalte allusioni preseriti , dalle 
circostatrze; ed il sale‘ de’ motti antichi :svapora 
2 lungo andare, e'‘ciò che rimane è insipido . Le 
commedie pertànto, le:satire, e le possie pia- 
cevoli, le lettere famigliari devono. cangiar di 
moda più sovente, al pari di tutte quelle opere, 


(164) Tirab. Stor. della lett. It. part.IIt: p. 145. i 

(165) Calandra ed. di Venezia del 1522. v. Zeno note, 
al Fontanini T. I. p. 361. i 

(166) T4éat. des Grecs T. V. Dis. sur la cqamed. Gree. 
p. 240. e p. 509. i o sui 


+ 
236 LIBRO SECONDÒ, CAP, V. 


che dai diversi costumi, e foggie de’secoli di- 
versi, e dalla diversa maniera di conversare 
traggono il loro merito principale. 
Ben è vero, che la conformità, che passa tra 
ueste nostre Italiane commedie del secolo 
VI., e gli originali classici dell'antichità bastò 
per farle celebrare, anche in questo secolo me- 
desimo, dal dotto, e severo Gravina (167), il 
quale loda a cielo gli autori di, esse, per aver 
în questa parte recato in: Italia il gusto Greco, 
e Latino innanzi che l’adulazione delle potenze 
straniere facesse obbliare la gloria della libertà 
hatìa, «e riducesse la nostra nazione alla servile 
imitazione di quelle genti, le quali. ebbero da 
‘moi la prima luce dell'umanità. oi 
Comnnque siasi di questo, certa cosa è, che 
il. diverso modo.di pensare, e di conversare. 
introdottosi dopo, e glì studj affatto diversi, 
‘influirono non solo nella diversità, che passa 
tra-le commedie, i Romanzi, le opere di a 
ratura galante di que’ tempi, e e della no- 
stra età; ma è da credere eziandiò, che abbian 
dato motivo alle lupghe parlate tanto delle -tra- 
gedie, come dei dialoghi, che al presente tanta 
noia generano nei più. E chi è mai tra la leg- 
giadra gente al giorno d’oggi, il qual regger 
possa ad una conversazione di parecchie ore, 
che sempre si aggiri sopra lo stesso soggetto? 
Eppure il Cortigiano del Castiglione una sì fat- 
ta maniera di conversare ci rappresenta; nè è 
da credere, che l’ autor di quel libro persona u- 
sata alle eorti, lontano dall’affettazione, e ne- 
mico d’ogni pedanteria, che ripugnasse agli usi 
dominanti nella età sua, abbia così apertamen- 
te tradito il costume per mostrarsi imitatore de- 


(161) Rag. poetica Lib, II. y. a1, p. 166. 


VICENDE DELLA LING. ITAL. 6. 1. 239 


gli antichi. Lo stesso dicasi dell’ Arte della 
guerra del Segretario Fiorentino dettatata pure 
in dialoghi, dell’ Ercolano del Varchi, degli 
Asolani, e delle Prose del Bembo, e di tutti glî 
altri Dialogisti del Cinquecento . Era questa una 


conformità di più, che passava tra gli Italiani , 


di quel secolo, e gli antichi Greci, presso i 
quali la varietà consisteva piuttosto nell’ osser- 
vare sotto diversi aspetti il soggetto medesimo, 
che ‘nella moltiplicità degli oggetti: Il loro in: 
| gegno amante dell’ applicazione non si lasciava 
ributtare da una lunga discussione, o da una 
lunga parlata tanto nel Foro, come nel Liceo, 
e nel Teatro: Erano attenti senza inquietudine, 
e senza desiderio di cangiare scena. La moder> 
na infingardaggine, ed il genio impaziente della 
nazion Francese sparso, e diffuso in un colle 
mode in Italia, ci fa gradire chi tocca di tutto; 
nulla trattando fondatamente, e ci spinge a va- 
, riare i dialoghi tanto famigliari, come de’ tea- 
trali componimenti, senza saperci arrestare ; 


“ 


a 


»” 


come gli antichi, a’pochi, ma grandi oggetti: . 


Da questi opposti genj nasce, a giudizio di utt 
savio scrittor Francese (168), la diversità, ‘che 
passa nella costituzione delle antiche y e delle 
moderne tragedie, poichè i poeti seguono sem- 
re il gusto dominante . | 
Oltre all'uso del continuarsi a ragioner lun- 
gamente nelle gentili brigate della stessa mate- 
ria, e dalla medesima persona, si costurnavano 
pure ginochi d’ingegno, e scherzi, che al pre- 
sente sembrerebbono puerili , o frateschi. Ma 
uello, che a’begli ingegni de’giorni nostri , ed 


le persone brillanti nella società sembrar dee 


più ridicolo, e fanciullesco, -e che per altro: 
(168) Brumoy. Théat. des Grecs T. I pi at 


d 
(4 


238. LIBRO SECONDO, CAP; 11. - 


a que’ tempi era dallc più grandi, più dotte; e 
più leggiadre persone praticato, si è l’ uso. di 
novellare. Dalle lettere, con cui a diversi per 
onaggi il Dandello dedica i suoi troppo seven- 
te licenziosi, ma sempre eleganti, e disinvolti 
racconti manifestamente appare sì fatto. costu- 
me, perciocchè tutte da lui si dicono narrate in 
qualche signorile brigaia determinati soggetti .. 


6. IIL Opere d'ingegno si adattano, sempre più 
‘'o-meno al genio dominantedel secolo, 


È Li 
. L_] 
È ci 


Certamente .i. costumi suddivisati ,, trasfusi 
ne’ libri di letteratura colta,..ed amena di quel 
secolo. troppo sono da’ nostri:discordanti, e 
debhono per conseguente allontanar dalla. let- 
tura, di-essi tutti, coloro, che non sanno éssere 
pomini di diverso secolo da quello , in cui si 
sono abbattuti.a nascere, trasportarsi in.un: pae- 
se totalmente diverso, ed in una situazione, e 
sistema di cose affatto differente da quello, che 
tengono innanzi agli occhi della fronte, tutti 
eoloro in. una parola, che, :icome la massima 

rte de’ Francesi, sanno vixwere soltanto yella 
oa y coi costumi, e colle idee, che li cir: 
- condano.,, ll più de’ libri. sono’ pertanto. come 
utensili, che dall’ uso comune della vita, dapo 
qualche tempo passano nelle biblioteche, qua- 
sì, starei per dire, in Musei di antichità, noa 
già per. essere adoperati come prima da molti, 
| ma per formar l’oggetto dello studio di pochi 
«euriosi; al più si stimano al: pari dell’antico 
vasellame d’argento per la materia, ma non 
pel lavoro. Peche sono le opere di tutti i se- 
coli, e sebbene intanto ottengano queste i fa- 
vorevoli voti di ogni età, e di ogni nazione in 
quanto il vero , il bello , le gran passioni, e la 


| VICENDE DELLA LING. ITAL. $. It. 289 


matura non cangiano imai sostanzialmente , tut» 
tavia quiestéè medesime hasi fondamentali le. tro- 
viamo in essé sempre modificate variamente, 
Armida è diversa da :Aleina, ed i cavalieri er- 
ranti del Tasso da quelli dell’ Ariosto, tuttochè 
questi due poeti fiorissero uno sul priricipio, 
‘l’altro verso il fine dello stesso secolo; e per 
ciò, che appartiene a coltura, eleganza, dol: 
cezza, e soavità di costumi è più vicino a noi 
Virgilio di. quello ; che sia Dante. Hanno adun- 
que i libri) anche quelli, che sono destinati 
ad essere l’ ammiraziorie di tutte le età, un non 
so che di proprio:, chè (qualor non si opponga 
l'invidia, e la nansea delle cose moderne) ren 
der gli dee più graditi nelle circostanze. in cui 
vengono alla lace. Per quanto sieno vantati, e 
gustati a':di nostri Virgilio, ed il Tasso, nel 
. sono sicuramente. del pari ‘di. quello, che il 
fossero nel secolo.::di Augusto il primo, e nil 
fine del secolo XVI. il secondo. Con quale.coma. 
piacenza non dovea leggersi da' Romani alla corè 
te: del fortunato Ottavie un Poema, in:cui sì 
bella ‘mostra facea di.sè la steria.patrià (169)? 
In cui si erano vestite delle più belle:fonme pon» 
pompose, e lusinghiere, il diritto publico ,-là 
religrone, le massime, ed-i costumi: dominan» 
ti, e si 'vedeano .avverati i. presupposti ‘ora- 
‘ coli degli Dei, che aveano ai discendenti di Enea 
promessa la signoria dekmondo, cosicchè.egual- 
mente politico , che epico chiamar si potea al- 
lora quel Poema , a giudicio dell’ Algarotti (170)? 
E chi mai a’dì nostri, in cui spente sono affat- 
. to, e.messe in ridicola le idee della cavalleria, 

discreditate, e andate in disuso te Grociate, 
‘ ! 1169)‘. Blackwell Mem. of the Coutt of Aug. 

(170) Op: T. IIL sugg. copra Orazio pag: 566: 


e 
240 . ÎIBROSECONDO, C€AP..V. 


legge la Gerusalemme liberata col medesima 
trasporto, con cui leggevasi, non dirò in Italia 
soltanto, ma in tutta Europa dai contempera- 
nei del Tasso? Quando per l’ultima volta si vi- 
 dero uuite ancora le forze della Cristianità con- 
tro i Turchi e riportarono la segnalata vitto- 
ria di Lepanto (*); quando un Arrigo IV., un 
Carlo Emanuele I., e tanti altri Principi di 
cavalleria ancora sì piccavano ; quando î Poli- 
tici inculcavano ognora la colifederisione dei 
Potentaii della Cristianità per abbattere, e sog- 
giogare il Tiranno d’Oriente? 3 
I Pedanti copiano, ed imitano servilmente 
quello, che si fece ne’ secoli antichi, diversi in 
tutto da quello, in cui essi scrivono. Così usa- 
rono di tare 1 Latinisti fanatici,, gli imitatori 
agarbati del ‘Teatro Greco nel Cinquecento, e 
molti Petrarchisti nel nostro, in cui non si siu- 
. dia più la metafisica amorosa di Platone, nè si 
ticano le-corti di amore, come a’ tempi del 

tao inimitabile' mbdello . Gli uomini comuni 
si adattano in ogni cosa agli usi correnti, nè 
mai si levano di terra. Gli uomini grandi son 
nati per cagionar rivoluzioni nella Repubblica 
letteraria; ma pure ciò non ostante sempre do- 
vetiero gran parte sia delle loro prerogative, 
che dei difetti loro al secolo, ed alla contrada, 


(*) La battaglia navale di Lepanto fu combattuta nel 
1571., dieci anni soli prima della pubblicazione della 
Gerusalemme ; e nel 1609 il nostro Duca di Savoja Car- 
lo Emanuele I. intavolò nn Trattato co’ Cristiani di Ci. 

ro (v. Guich. Hist. Gén.ec. T. II. p. 566. ) ed è da cre- 
ere, che questo non fosse nè passeggero nè secreto, poi- 
chè nel 1611.sì fece in Torino una festa mista di macchi= 
ne, di balli, di musica , e di giostre, come allora prati- 
cavasi, la descrizione di cui si pubblicò colle stampe, nel- 
la qual festa si £igurò l'Isola di Cipro, la sconfitta dei 
Turehi , e la cenquista di quel Regno. 


IT 


e 


VICENDE DELLA LING. IFAL 6.11. 341 


in cui vissero. Ebbero da sì fatte circostanze 
ajuto nelle utili novità,-scusa ai difetti. L’am- 
bita aura popolare, se da un canto gli spinge a 
far prova di tutto il vigore del loro ingegno, li 
piega eziandio a secondare le inclinazioni dei 
più. Pochi sono, tra gli eroi medesimi della 
letteratura, quelli, che abbiano l’ardire ma- 
gnanimo, la forza di spirito, il sapere, e l’abi- 
lità di volgere ove bisogna il gusto del popolo, 
di urtar la corrente, mettersi ‘alla testa di una 


\ 


# 


4 


nuova schiera, e farsi leggere, e farsi argmi- > 


rare senza adulare, e promovere i pregiudizj 
nazionali. 


8. IV. Gusto delle opere antiche Italiane di 
trattenimento men sogketto a variazioni, e 
più ragionevole di quello delle opgge Fran- 
cesti moderne. » si 


Po 


. ‘Ma sebbene il corso maturale delle umane. 
| cose sia tale, che cangiar debbano poco od as- 


sai gli usi, ed i costumi dominanti coll'andar 
degli anni, egli è incontrastabile per altro , che 
nelle belle arti medesime, non che nelle scien- 
ze più gravi, assai più va. soggetto alle capric- 
ciose rivoluzioni della moda tutto ciò, ch’ è 
‘frivolo, e leggiero, in paragone di quello , che 
è sodo, e fondato in ragione. Gli abbigliamen- 
ti, gli ornati interni delle abitazioni, il gusto 
degli utensili, e delle galanterie, e vezzi don- 
‘neschi cangiano ad ogni tratto; laddove le mae- 
stose forme della bella architettura furono sem- 
pre sostanzialmente le medesime nel secolo di 


Alessandro , in quello di Augusto , e di Leon X4 


Partendo da questo presupposto, non. saprei; 
se la mod@rna letteratura Francese prometter 


| si possa maggior durevolezza dell’ Italiana. L’A- 


Vol. Z. AI @ 
% 


. .] 


) 


53 - LIBROSECONDO, CAP. V... 
bate Raynal (171) quasi a vanto della nazion 
sua vien dicende, che col felice contagio del- 
le sue mode dessa arricchisce lo Stato; che it 
Francese, simile a pe sesso. dilicato:, e leg- 
gero, che c’iuspira it genio degli abbigliamen- 
ti, domina în tutte le corti colla sua arte di 
piacere, che sì è uno de’ secreti della sta. ric- 
chezza , e della sua potenza; che altre nazioni 
henno dominato nel mondo colle virtà guer- 
riere, ma che la Francese sola ( quasi che non 
portasse il pregio d’impiegare in tale impresa 
il suo valore) dovea regnarvi mediante le sue 
debolezze. Io concederò a questo ingegnoso 
scrittore, che la cosa stia così; mi lusingo non- 
dimeno , che non oscrà negare egli stesso; che 
sarebbe avvilir di troppo la letteratura , quan- 
do. ques principj alle apere d’ingegno. adattar 
si volessero; sarebbe un considerar i librà co- 
me nastri, od altre merci di .moda, che po- 
trehbano forse arricchire per qualelie tempo i. 
commerctanti di. quella nazione, ma non mai 
illustrarin ne’:secoli posteriori al pari di quel 
lo, che abbiano resi celebri i Greci, ed i Ro- 
‘ mant i men numerosi loro: volumi. Nè saprei. 
dire, se abbastanza stabili, e sicuri sieno que 
sti' fondamenti, su cui egli: fa posar l’impero 
della nazion. sua: sulle altre; nè tanto meno, se. 
questa letteratura: effeminata possa essere il ca- 
‘80 delle anime energiche, e grandi, e se il 
danno, che ne riceve il buon costume, superar - 
non debba di gren lunga ogni altro. vantaggio .. 
Di fatti lo stesso Abate Raynal non teme di 
affermare, che le belle arti, ed i begli ingegni. 
(nel modo aggiunger. si dee, che ora son pro» 
fessate le prime, e on qui si giudica del pre- 


: (171) Tableau de © Barope Commerc. chap. VI 
£ % i 


- 


° 


VICENDE DELLA LING, ITAL. $.1t1. 243 
gio de secondi in Francia) civilizzando la so 
eietà, la corrompono, e che avvicinandosi i 
sessi, e'seducendosi vicendevolmente, it più 
debole insinua le sue frivole inclinazioni d’ine- 
zie, e di passatempi nel più forte, cosicchè la 
donna divien fanciullo, e Yuomo.in femmina 
si trasforma (1972).. | I 

D'altro canto poi , quando: giudicar dovessi- 
“mo della letteratura secondo il vero vantaggie 
che arreca, secondo la ‘ragione, e non secorido 
le leggi della volubile, e fantastica moda , quan- 
to non era più instruttiva, soave, e ricreante 
eziandio una conversazione continuata sopra il 
medesiggo soggetto, quale si è quella, che ci 
rappresentano gli antichi libri Italiani, che non 
il ragionar vuoto , interrotto, e svogliato, ed‘ 
brevi motti, or maligni, or equivoci, che si 
costumano a’giorni nostri? Quanto non erano 
più ingegnosi, e più piacevoli que’giuochi ge- 
miali, che allora si praticavano , che a roi sem- 
brano insulsi per nessun altro motivo, se non 
perchè più de’ nostri innocenti? Gli uomini si 
adunavano: allora. insieme per godere vicende- 
volmente de’ piaceri della società, per comùni- , 
carsi le cognizioni acquistate, moltjplicarsi i 
piaceri, ed alleviarsi le pene della vita., non già 
per tacere, e per gittare inutilmente l’ingegno:, 
il tempo,, e talvolta eziandio le sostanze. Non 
& adunque a torto, che il profondo, e savio fi- 
losofo Lockel173),ed il leggiadro, e sensato Spet- 
tator Inglese (174),bramerebbono, che sî mettes- 
sero în uso per divertirci, passatempi così fatti, 
che oltre all'essere innocenti, fossero utili ezian- 
 dé0;:e così vennero ai fine,senza: saperlo, un clogio 

- (172) Tabieou de Europe chap. rt- Popular. 


(17%) Locke de l'educ. des enfans p. 3x4. 
(174) T'he Spectator vo. 11 n:93. 


244 ‘LIBRO SECONDO y CAP. V. 


- dell’antica pratica Italiana . Perciò il primo vor- 

rebbe, che il suo allievo non imparasse alcun 
giuoco di carte; e lo Spettatore, dopo di aver 
accennato essere indegno di persona  ragionevo- 
le il trattenersi in certe occupazioni, tutto il 
vantaggio delle quali consiste in non esservi 
male ( la qual cosa, aggiunge, non sa , se pos- 
sa affermarsi di nessun giuoco di carte ), dice, 
sembrargli cosa mirabile in vero, che persone 
del miglior senno del mondo passino molte ore 
di seguito a mescolar, e levar le carte, senza 
avere altra conversazion tra di loro, fuor di 
.quella , che nasce da picciol numero di termini 
dell’arte, nè altre idee, che quelle di pacchie 
rosse, o nere in ‘diverse figure variamente di- 


‘sposte (*). Nè furono già soli il Locke, e lo 


(*) L’ autore anonimo di una Lettera intorno al giuo- 
‘co’ delle carte, stampata in fine dell'Opera intitolata 
Traité de la circulation, Amsterd. 1771. p. 548, preten- 
ia che il giocò di esse non sia stata l’ultima cagione 

ella mutazion de’ costumi succeduta in Europa. Gli or= 
rori delle guerre civili sono imcompatibili in una nazio- 
me, dové gli uomini del pari, che le donne perdono si 
..gran parte del tempo loro nel giuoco delle carte, le qua- 
(Ji per questa via ridussero le passioni in miniatura, 
.ondechè, se non vi sono gran virtà , conchiude egli, non 
vi son pure nemmeno gran vizi. Ma per lasciar da par- 
te, che per render dolci i costumi , e non effeminati, vi 
sono altri spedienti migliori, come, oltre alle geniali, e 
‘colte adunanze, ed agli esercizj giunastici, sono le bel- 
- le arti tutte, si vuol riflettereche sebbene il giuoco delle 
carte non siasi, massìimamente in Italia, ampiamente 
“diffuso , se non se nel secolo ultimo scorso, molto più 
antica ne è l'origine, e contemporanea della ferocia pe-: 
ranco. I giuochi detti di commercio sono una specie di. 
‘Angegnosa contenzione Aràba come le tesi, e le quistio- 
‘ni scolastiche - Le “nazioni settentrionali sono troppo at- 
‘tive , e più inclinate a’giuochi di ventura} ci volea la 
‘ sottigliezza Arabo-Spagnuola per inventari giuochi di 
«commercio. Gli inventori delle carte furono gli Spa- 
“gnuoli , e queste già erano in uso nel 1332. quando il Re 
Alfonso le pribì a cavalieri della Bauda, Ordine, di cui 


ai 


VICENDE DELLA LING. ITAL. 6. iv. 245 


Spettatore Inglese a lodar l’antica pratica del 
conversare Italiano a fronte della moderna nei. 


.moderni libri rappresentata di letteratura ame- 


na, e galante; un altro giudicioso scrittore di 
quella contrada, non che l’ uso, come i soprac- 
citati, ma la nazion nostra, e que’ tempi mede- 


non esiste più traccia , cosicchè il primo documento , che 


ne provi l’esistenza si è una proibizione di servirsene. 
Desse furono inventate da un Nicolao Pepino, e le let- 
tere iniziali di N. P., con cui erano seguate, diede il no- 


. me di Napies alle carte in Ispaguuolo ,°e di Naidi uegli 


scritti degli antichi Toscani, come di Giovan Morelli, 
che scrisse intorno al 1393. Gli Spagnuoli erano poi sì 
gran giuocatori nel secolo XVI., che in una edizione de- 
gli Statuti del mentovato Ordine fattasi nel 1578. in An- 
versa , città allora sottoposta al dominio Spagnuolo, si è 
troncata l'opera nel sito, dove proibiscono il ginoco del- 
le carte a que’ cavalieri , luogo , che manca anche in tra- 
duzioni Italiane, e Francesi ; e Pascasio Giusto, che fio - 
riva intorno al 1540 nel suo Trattato Ze a/ea asserisce , 
che viaggiando in Ispagna non ritrovò in certi luoghi vi- 
veri, ed il bisognevole di prima necessità, ma ciò non 
ostaute non s’ imbattè mai in castello , o villaggio così 
oscuro dove non sì vendessero carte ( v. Ec/eircissement 
hist. et critig. sur l invention des Cartes a. jouer par M. 
l’ Abbé Rive Paris 1780. ) Il Bullet presso il Beitinelli 
dice essersi giuocato alle carte in Francia poco dopo il 
1365.; furono colà adoperate nel 1393.; per divertir il 
Re Carlo VI. dalla malinconia, messe a oro , e dipinte a 
mano, e sin sotto 11 Regno di Carlo VII. successore del 
mentovato Re fu inventato il Picchetto (v. Bestinelli del 
guoco delle (‘arte annot. p- 38. 39.). Ma trovata nel seco- 
Jo XV., e diffusa nel susseguente la stampa dovettero di- 


ventar più comuni le carte, e con esse il giuoco delle me» 


desime ogni volta più. 11 celebre Montaigne nel Giornale 
del suo viaggio pubblicatosi soltanto nel 1774. parlando 
degli Abitanti della Città di Thiers in Alvernia nell’an- 


no 1581., quando egli passò per quella contrada dice : //e 


font principalement trafiq de papier, et soni renomés d’ou- 
vrages de couteaus et cartes è jouer - quindi aggiunge. 12 
y fus voire ( Montaigne ) fai re les cartes ches Palmier. 12 
y a autant d' cuvriers , et de fason è cela quedà un autre 
bone bésouigne. Les cartes ne se vendent qu'un sol les co- 
munes set les fines deux Carolus - ( Voyages de Montai- 


x 


il 


246 LIBRO SECONDO ) CAP. Y. 

| bimi, di cui ragioniamo per questio oapo «diret 
tamente commenda. Il sigeor Phillips favellan” 
do della-Corte, e de’tempi di Leon X. (179) 
osserva, che le conversazioni per l’ordiziario sl 
“aggiravano sopra argomenti di tal natiara, che 
in esse-poche brigate de’ giorni nostri ayrebbono 
potuto aver parte. Che se da’ modi di conversa 
re, e de’ giuochi, che allora costumavanti fao- 
- «iam ‘passaggio all'uso di novellare , in quel se- 
colo comunissimo, l'esercizio di narrare in lîn- 
gua colta con@hiarezza, con disinvoltura , con 
brio , pittorescamente un qualche fatto , or grane 
de, e maraviglioso , or terribile , or tenero, € 
affettuoso, ora festevole, e giocondo, quanto 
non, è da credere, che perfezionar dovesse In 
un colla lingua le facoltà intellettuali del nar- 
. ratore? | | i Si 


8. V. Gusto degli Italiani ne' Dialoghi, e nelle 
" Opere di amena letteratura più conforme @ 
quello de' Greci, e de' Romani. — 


‘* Qualunque sieno per altri capi Î difetti di 
quelle ‘opere, a dir così, di conversazione , soHtò 
id . 


gue tom. III. p. 454. 455. ) Tanto manca del rimanente, 
ehe il furor delle fazioni incompatibile sia col giuoco dei- 
le carte, che a’ tempi della famosa Lega in Francia gran 
ott eranò i principali capi di partito, senza esclu= 
erne it grande Arrigo IV.; giocatore it troppo celebre 
Duca di Guise, e sopra tutti gran giocatore il torbido Ma- 
resciallo di Biron. In tempi di grandi rivolizioni, e di. 
fermento generale , nali grandissimi partorì il giuoco ro- 
vinoso delle-carte; piccoli il piccol giuoco delle età, e 
‘ delle contrade tranquille ; se pure non si dee risguardar 
come un male notabite il dare per via del guoco agli o- 
giosi il piacere, che dallo studio , e daile utili occupa» 
gioni si ricava, ed il liberarli dalla noja, nel mentre, che 
miente operano di vantaggioso . È 
(175) The hist. ofthe Life of Reginald Pole. pig. Seet.1. 


ad 


-_ 


VICENDE PELLA LINE. IFAL..$. v. 247 


_ Altri aspetti riguardandole, e qualunque siasi il 
genio, ed il gusto dominante nella età mostra, 
pare adunque, che gli antichi libri Italiani , che 
ottennero grido in quel genere rassomigliar si 
debbano, ragguagliata ogni cosa, alle moli di . 

. Architettura solida, e pomposa, che nello stes+ 
so tempo in Italia sorgevano, alle vaste tele 
rappresentanti Istorie memorabili , che si pert> 
nelleggiavano , alle statue, ni busti, ai ritratti 
di uomini illustri, coi quali, non che i- luoghi 
pubblici, ma ie stesse interne stamze private sì. 
addobbavano. E d'altro canto sembra, che 
troppo bene rassomigliar si possa la moderna 
letteratura galante a’nostri gabinetti, e | ara 
lane, e carte Cinesi, 0 Parigine, e padiglioni. 
Turcheschi, e cristalli, ed intagli insignificanti, . 
in mezzo a*quali si può esser barbaro con magni- 
ficenza (*). Ad ogni modo il gusto di que’ Dia- 
loghi Italiani era al certo più conforme a quel- 
lo , che regnava a’ tempi della dotta , ed elegan- 
te antichità. La dottrina, anthe recondita, ed 
astrusa era assai più comune. I Dialoghi del 
Tasso si venivano pubblicando in uncoll’Aminta, 
e colle sue Rime in Ferrara, ed in Mantova in 
piccioli dorati volumetti mentre egli li compo» 
nea; dal che sì raccoglie, che non ostante , il 
* (*) In questa parte sembrava, che il gusto si venisse 
migliorando Gli Inglesi, entusiastici amatori dell’ an- 
tichità, col pregiar le cose nostre del secolo di Auguste ; é 
‘ di Leone X. gia ci venivano rimettendo sulla strada ani © 
liore ; bellissimi gruppi di gusio antico già si esprimono 
colla più bella porcellana di Sassonia secondo che brama= 
tava Aigarott ; ma la volubilità detta moda la vince, 
mè v’ha cosa , che faccia ingiuria maggiore a quel buon 
gusto che cominciava a rinascere rispetto agli otnati inte= 
riori delle abitazioni, quanto il metterlo in un fascie, 
colle foggie più barbare, e.più stravaganti, e lo abban- 
donarlo per sostituirgliele . Sarebbero più scusabili i. 

| moderni Sibariti, se non ne avessero avuto alcuna idea, 


248 LIBRO SECONDO ; CAP. Y. 


. Platonismo , e le sottigliezze Scolastiche, di cvi 
sono infetti soverchiamente, erano destinati ad 
andar per le mani del gentil sesso, erano libri 
di moda, di toeletta, diremmo ora noi; ed al- 
la fin fine i Dialoghi di Galileo, e del Segreta- 
rio Fiorentino sull’arte della Guerra meritano 
sicuramente in ogni secolo, ed in ogni nazione 
di essere anteposti a quelli di Fontenelle. 
Scrive il Bettinelli (176), che trovossi, anni . 
sono, a un duro passo un dotto Bibliotecario 
Romano provocato da un colto Signore stranie- 
ro a mostrargli in liugua Italiana un Timeo, 
delle Tusculane, o qualche Ciropedia almeno, 
infine qualche morale, filosofica, e delicata in- 
insieme, e profonda opera degua dì Luciano, e 
di Aristofane. Io non saprei; ma i sopraccitati 
nostri cinquecentisti, Castiglione , Machiavelli ; 
nel secolo susseguente il Galilei, ed il Pallavi- 
eini nel profondo suo Trattato del Bene, e nel 
nostro la Scienza Cavalleresca del Maffei, è 
Dialoghi del Vallisnieri sopra la storia natura- 
le, quelli del Zannotti rammentati con lode dal- 
lo stesso Bettinelli , a me pare, che rappresen- 
tino assai meglio i Dialoghi filosofici degli an- 
tichi, di quello, che facciano i Dialoghi Fran- 
cesi. E se l’ Ottica Neutoniana dell’ Algarotti 
non è potuta giungere a contrastar la palma al- 
le famose Notti del mentovato Fontenelle (co- 
si, che non è poi tanto palese ) riflettasi, che 
la filosofia del Neuton assai meno è capace di 
ricevere gli ornamenti, e le grazie di una fan- 
tasìa ridente, e poetica, come la Cartesiaua; e 
che Algarotti Veneziano, educato in Lombar- 
dia , visse la maggior parte de’ giorni suoi fuori 
d’Italia, onde studiar dovea la lingua, come 


. 


(176) Entusiasmo, p. 201. 


: ®» 


VICENDE DELLA LING. ITAL. Î. v. 249 


morta, pressochè soltanto sui libri. Del resto 

uai so:0 i Dialoghi in Francese idioma. sulle 
belle Arti, che garegiar possano con quelli di 
Monsignor Bottari? E le Conversazioni dell'A- 
bate conte Giuliari (177), sebbene dettate in 
istile forse più florido di quello, che a’ famiglia- 
ri trattenimenti si convenga, non temono però 
il confronto, dal canto della dettatura, dellt 
tanto combattuta storia del Beruvier. Moltissi- 
me Novelle, avvegnachè più brevi, sono del ge- 
nere della Ciropedìa, così pure la vita di Ca- 
struccio del Segretario Fiorentino , che dall’Al- 
garotti ti riguarda come una imitazione di Se- 
nofonte. Di Commedie Aristofaziche abbonda 
anche troppo l’antico nostro Teatro Comico, 
«com'è detto sopra, ed il medesimo Segretario 
Fiorentino tra gli loi , e la li- 
cenza. V’ha tal componimento del Gelli, che 
si accosta al far di Luciano, così alcun’opera 
del Firenzuola; che anzi i Ragguagli di Parnas? 
so del Boccalini furono una imitazione dei Dia- 
loghi di Luciano assai più originale di quelle . 
tentate oltremonti. Così avesse egli adoperata 
una lingua più colta, che non avremmo ad in- 
vidiare Luciano medesimo all’antichità, non 
che gli imitatori di lui a'Francesi, tanta si fu 
la dottrina; il brio, l’erudizione, e Ia pratica di 
mondo di cui era il Boccalini fornito. E ne’ tem- 

la noi più vicini la Parodìa de’ Grecheggianti 
 compésitori Tragici di Benedetto Mar cello, co- 
me alcun’alira del Metastasio, nonfurano cose 
‘ tutte Aristofaniche? 

Se il tempo non ci avesse involate le lettere 
di Cornelia madre de’ Gracchi celebrate da 


(127) Le Donne più celebri dalla samia Nazione del- 
l’ Ab. Conte Giuliari Veroua 1783. 


Lt 


250 LIBRO SECONDO, CAP. Y. 


Quintiliano (178) potremmo confrontarle collè 
lettere tanto vantate della Sevigné. Ma io son 
d’avviso , che quella matrona temperasse bensì 
colle grazie, e colla amabilità propria del suo 
stesso la rigida, e maestosa serietà Romana, non 
però ridesse come la Dama Francese, e schey- 
zasse di tutto, persino dei duelli, dei suicidj; 
degli incendj. Le lettere Italiane spirano uwua 
allegria più ragionevole, più umana, più sensi- 

bile; ed il ciel volesse, che vedessero la luce, 

od almeno sì facesse scelta di quelle ,.che meri- 
tano di essere conservate. Ciò, che si stampa 
in questo genere, non è sempre il meglio, che 

sabbia; e le raccolte, che si sono fatte, non 

comprendono per l’ ordinario che Cinquecenti- 

gti, oppure san di lettere di negozio, di lette 
re scientifiche, non già di mere lettere fami- 
gliari, il cui vera, ed unico pregio consister dee 
in quel certo lepore, ingegnosa negligenza, e 
e grazia spantanea propria dì sì fatti componi- 

menti. Se ne hanno ciò non pertanto delle ine-. 
dite, ed alcune ne ebbi sotto gli occhi, piene di 
sali, di naturalezza, di festività, edi attigismo, 
anzi sento esservi Letterato in Brescia, che ne 
ha fatpo raccolta di un numero sterminatissimo. . 
Ma attenendoci a cose già fatte di pubblica .ra- 
gione, dalle lettere dei dotti Toscani, che fiori- 
rono circa il fine del secolo scorso, Redi, Ma- 
galotti, Filicaja, Falconieri, ‘Panciatichi, per 
lasciar da parte moltissime del nostro secolo, 
si potrebbe fare una capiosa scelta di lettere fa-. 
‘migliari, cioè di cose affatto usuali, o che al 
più al più non eccedano la capacità d’ggui perso- 
na noa affatto rozza, da non temer il confronte 
di quelle d’agni più disinvolto scrittor Francese. 


(178) Lib. 1. cap. 1. 


VICENDE DELLA LING. ITAL. $, V. 25î 


Mancano alla letteratura galante d’Italia let- 
tere amorose. Quelle del Bembo, del Caro, 
del Parabosco, e di altri Cinquecentisti fanno 


al presente, atteso i cangiamenti de’ costumi, . 
fuggire Amore e gli amAnti sbigottiti.. Il pa-- 


ragonar queste con quelle di Fontenelle sarch- 
be paragonar l’arte di amare del gentile Ber- 
nard cogli Asolani di Messer Pietro Bembo, 


in cui sì ragiona d’amore. Di quelle, che in 


gran numero si scrissero ne’ tempi posteriori 
più a noi vicini, non se ne tenne conto. Gl’1- 
taliani non fanno caso di queste ingegnose fol- 
lie. So chi ne ha gittato al fuoco dei fasci, 
non già per riguardi di buon costume, ma per 
semplice non curanza. In Francia si pubblica. 
colle stampe ogni cosa #fritta, come s'incide 
in rame ogni bazzecola, che si disegni (179). 
| Tra noi opere insigni di dotti letterati, come 
quadri studiatissimi di valorosi Pittori no 
trovano onor di stampa, nè di bulino talvolta, 
che ne sparga la celebrità, come meriterebbe- 
ro giustamente. Ma che che dir si voglia della 
suddivisata mancanza , le nostre opere anche 


di amena, e galante letteratura son più dotte, 
più instruttive, più utili, e perciò anche Più. 


conformi a quelle dell’ antichità, che non le 
a rancesi. La lingua stessa mostra questo genio 
della Nazione. Gli Italiani derivano molte del- 
le loro espressioni, paragoni, e modi di dire 
nobili, grandiosi; ed eleganti dalle bell’arti, 
e dallo studio delle antichità , nel che vagliono 
assal, e ciò anche parlando famigliarmente, 
anche scherzando. I Francesi all'incontro an- 
corchè dotti, sono nella lingua affatto ineru- 


® 
(170) V. Algarotti Saggio sull’ Accad. di Fraucia ec, 
Op. Tit. cn # si 


7 


_ 25a LIBRO SECONDO, CAP. Y. 

diri ; dalle mode traggono, e dal ridicolo tutte 
le loro più usuali, e più favorite forme dî par- 
lare. Quindi è, che le donne- frivole, morda- 
ci, scherzevoli, ed un poco civette sotto i mo- 
delli, anche dei loro più valorosi Scrittori, in. 
fatto di lingua. Non è dunque da farne mera- 
viglia, se ua donna è il modello loro in fatto 
di lettere famigliari. Ma han forse i Fraricesi 
quel misto di dottrina, e di amenità, che tro- 
viamo ia. tanti Scrittori di lettere Italiani, co- 
minciando da’ mentovati Redi, e Magalotti, e 
venendo infino a Zeno, ed Algarotti, a Bian- 
conì, a Roberti, a Bettinelli? Quelle di Pascal, 


che sole, ch’io sappia, si potrebbono citare 


come-lettere dottrinali in Francese, hanno il 
dispettoso , l'amaro, sarcasmi , e l’atra bile 
tutta della sua setta; eloquenti bensì, ma non 
amene, fanno temer da chi legge un autor così 
fatt6, amarlo non mai. Laddove quanto non. 
sono soavi, e ricreantî, qual indole amabile 


non manifestano quelle degli Scrittori nostri 


| soprammentovati? Chi può leggere, -per re- 


stringerti ad un esempio solo, le lettere sopra 
la Baviera, e sopra Celso del sopraccitato Con- 
sigfer Bianconi, quantunque di materia, in 
cui sembra, che l’affetto non potesse trovar 


luogo, senza sentirsi destare in seno amore 


verso»chi le dettà, senza bramar di conoscer- 


to, d’ averlo per amico, e senza chiudere il 


libro, e piangerne con vivo rincrescimento la 
perdita? Ed è um peccato in vero, che la mor- 


te abbia interrotto il pensiere di lui di deseri- 


yere, come avea in animo. di fare, forse in let- 
tere consimili alle Celsiane (180) una storia dì 


Ovidio, e de’ suoi tempi tpccante la cagion del 


(180) Lettere sopi@celso let. x. p. 194 Roma 1779. 


x 


Li 


. 


VICENDE DELLA LING. ITAL. f. v. 253 

suo esiglio, toccante le due Giulie per avven- 
tura, com'’ei le chiama più sfortunate, che 
ree, toccante Germanico vittima dell’odio per- 
secutore, e della gelosia di stato di Livia, toc- 
cante i fasti d’ Ovidio, ed il gran numero di 
Poeti del secolo di Augusto, dei quali non si è 
fatta menzione da’ moderni. Che bel pezzo di 
storia aneddota non sarebbe stato questo, lu- 
meggiato da uno Scrittor così valoroso, che sa- 


pea rendere dilettevoli, e ridenti, anche le qui- 


stioni critiche le più spinose? a 


$ VI. Motivi, per cui la letteratura galante 


— Francese è più diffusa al presente della 


Italiana . 


. ‘Le altre opere di letteratura galante, come 
novelle, e romanzi antichi Italiani ( e tra que» 
sti restano compresi il Boccaccio, e l’ Ariosto) 
non si può dire, che sieno cadutcin oblio; che 
anzi come i Classici dell’antichiùà, taluu di es- 
si vien riguardato, anche daligfftezioni stranie- 


re, qual imitator, ed interpref@®*più fedelgdel- 


le bellezze della natura. E se si leggono «l 
presente piuttosto per istudio di lingua, e per 


‘altri rispetti scientifici daglis studiosi della sto- 
. rie, e della letteratura Italiana, che non per 


trattenimento delle gentili, e leggiadre persone, 
‘la ragione n’è manifesta. Oltre all’essersi can- 


giate le foggie, e gli usi del conversare, oltre 


all'essersi spenta la Cavalleria, eil Platonismo 
amoroso , oltre all’essersi inigliorato , almeno 
in apparenza, il costume, o per meglio dire, 
velata con una certa decenza la dissolutezza, ol- 


- tre ad esservi pochi, che sapp'ano trasportar- 


si, e adattarsi ad usanze affatto diverse dalle 
correnti, delle quali cose tuite si è toccato ‘più 


C) 


254 LIBRO SECONDO, CAP. Y. 
sopra , la principal ragione si è, chei libri T3 
taliani di sì fatto genere devono di necessità es- 
sere al presente men conosciuti , di quello, che 
il fossero una volta, quando non aveano a te- 
mere il concorso di altre opere scritie in altra 
lingua volgare, che potessero venir con essi a 
confronto. 0 i a 

L'Italia divisa, e ridotta in gran parte in 
provincia , l'influenza della Corte di Roma nei 
politici negozj, che tutta Europa risguardava-. 
no, scemata y-la riputazione di altri stati d’I- 
talia decaduta, o per esser dessi sostanzial- 
mente venuti a meno, o per esserne sorti altri 
della natura medesima in uutta Europa ; le ma- 
nifatture, o cessate del tutto, o notabilmente 
scadute; la mercatura, per cui gli Italiani, 
‘ eziandio nobili, e-letterati, in tutte Je più ri- 
mote contrade si diffondeano, avvilita, e di+ 
sprezzata; i Generali, gli uomini di Stato, gli 
artisti, che regolavano, difendeano, ed ingen- 
tilivano le forestiere nazioni, ridottisi a pochi 


er avervi la i allievi, e per altri motivi; 
9 
insigne cogli 


i rami di comrgercio caduta 
in: istato di languo:e l'arte libraria, tutto que- 
sto contribuir do» ea a diminuire la voga della 
lingua nostra, edya metterla fuori di corso. 
Ora aggiungasi la potenza, e le rumorose igp- 
prese di un Luigi XIV., il prestigio della mo- 
da, e delle manifatture di lusso, tra lc. quali 
4 libri, e Fimpcgno di diffondere la lingua 
propria, instillato dalla natura in seuo di tut- 
ti, e più ne’ Francesi delle cose loro lodatori 
non piccioli; aggiungasi la cura, che sì prese 
il Governo per fomentare, e favorire il cou- 
seguimento di uu tal finej per farla breve, sì 
consideri mi vasto Regno potente, colto, gen» 
tile, unito, e cospirante in un medesimo og- 


VICENDE DELLA LING. IPAL. f. vi. 255 
getto, e poi facciasi ragione, se la lingua no» 
sìra avuto non avesse troppo grandi, intrin- 
seci pregi dal canto suo, se non dovea di ne- 
cessità il Francese idioma, non solo in più 
stretti confini restringerla fuori d’Italia, ma del 
tutto sradicarla,.e perderla onninamente. 

Qnindi ne vennero tanti libri elementari, 
tanti Trattati, compilazioni di erudizione ame- 
na, € leggera, tanti dizionar]), tante storie, 
tanti romanzi, tanti viaggi, che, qualunque 
sîeno i pregi loro, e sebben forse nessuno di 
essi arrivi al merito di certe opere Ingliane, 
‘massimamente considerati i tempi , hanno pe- 
rò dal éanto loro due vantaggi: considerabilis- 
simi: il numero, ed una certa facilità, e disin- 
voltura , che rappresenta un conversar naturale 
di persone colte, e gentili. E quest’ultimo pre- 
gio è assfi più comunemente gustato, ed ap- 

laudito , che non l'acume di profonde specu- 
ia la fecondità di invenzioni originali, e 
| la imitazione medesima delle bellezze più gran- 
di della natura, e delle gran passioni, cui non 
è dato di esprimere al vivo se non a’ gen] som- 
mi-, nè di gustare se non da-quelli, che hanno 
disposizione a divenirlo. 


8, VII, Diverrsità, che passa tra il Genio, 
| e il bello Spirito. 


Il famoso Satirico Francese, e giudizioso 
critico Boilean era solito dire negli ultimi suoi 
anni: ,, quando io era giovane, Ovidio faceva 
,s le mie delizie; vecchio apprezzo Virgilio ,, 
detto che mostra evidentemente la superiorità 
del Genio (181) sopra quello, che i Francesi 


(181) Algarotti- T, VII. Peusieri diversi p. 127. 


7 


n. A | 
256 LIBRO SECONDO, CAP. V.' 


chiamano Spirito (*). Ed in vero chi molto 
ben covobbe lo spirito de’ Francesi, osservò, 


(*) Tra i diversi significati, che ha in lingua Italiana 
la voce Gezio, assai proprio e comune si è quello di un 
eute superiore allo spirito umano . Si può dire pertanto 
in lingua nostra in senso transiato , che ua uomo grande 
è an Genio , per denotare esser egli in certa guisa supe- 
riore agli altri uomini. ll Bettiuelli ( Enzusiasmo, Gerf 
p. 165. ) ed altri Scrittori moderni di vaglia, che profes- 
sano di guardarsi da’ Gallicismi, adoperano in questo. 
senso tal voce, a un di presso, come Cicerone ‘lib. II. 
de orat. ) dice di taluno, che nella disposizione degli ar- 
gomentfera un Dio; e divini si chiamavauo ad ogni trat - 
to gli uomini singolari in Italia nel secolo XVI. Sareb- 
he pertanto un Gallicismo manifesto il chiamare qualche 
Scrittore zonzo di genio ; Ma il dirlo un Genio assoluta- - 
mente, ed il contraporre il Genio allo Spzrito non è altro, . 
‘se non se prevalersi in nuove seuso traslato di uua vo- 

| ce antica Italiana per denotar con precisione i diversi gra 
di, e le diverse specie d’ingegno senza offendere in nulla 
la purità dell’idioma nostro. Assai più importante, e 
più difficile è bensì il determinare in che cosa propria- 
mente consista il Gezio ;.in che cosa lo Spirito. Qualche 
cosa di straordinario, e di nobilmente rozzo, dice Ad- 
dison (_Specrator tom. Il. n. 160.) , appare in quegli scrit. 
torì, Genj naturalmente grandi, che si meritano l’am- 
Îmirazione del secolo loro e della posterità, e che seuza 
paragone è più ricreare, che non tutta la leggiadria bril- 
lan'e di ciò, che i Francesi chiamano bello Spirito . Po- 
pe nel suo Saggio sulla Critica dice 
» True wit is Nature to advantage dressd 
cioè-i/ vero spirito non è altro , se non se la natura con 
tutti quegli abbigliamenti, che le stanno bene. Ma ag- 
giungendo dopo, che-/e opere possuno avere più spirito 
«di quello "che sia necessario per renderle perfette, » For 
works may have more wit than does them good dà a divi- 
dere aver egli applicate due diverse idee senza avveder- 
‘- senealia parola Spirito , poichè un’ opera uon pnò aver 
mai più di aa/ura oziiata con abbigliamenti convenienti 
( dacche egli così definisce lo Spirito ) di quelio, che ne- 
(-Cessar:o sia per renderla perfetta. Il valente critico In- 
| glese, antore di questa riflessione , il signor Webb £te- 
mark. cn the beauties of Poetry p.52 ) osserva parimen- 
te, che il senso di queste voci il più esatto , e più comune- 
menie ricevuto, si raccoglie, quando diciamo, che Ov.i- 


VICENDE DELLA Lino. 1rAL. 6: vu. 257 


ehe le qualità principali di esso consistono nel 
riunir cose, il più, che si possa disparate in 
un sentimento, ravvivar l’ espressione con una 
graziosa antitesi, e fare spiccare in che che sia 
quello, che v'ha di maraviglioso, della qual 
tempra si è appunto lo spirito di Ovidio; dal 
che ne inferì, che di tutti gli antichi Poeti, egli 
sarebbe quello ( massimamente giunto il corti- 
‘gianesco, e la galanteria, che regna nel suo 


dio ha spirito , e che Virgilio è un Genio; il qual senso 
verrà a farsi vie più chiaro dalla considerazione seguente. 
Se alcun dicesse, che Virgilio ha più spirito di Ovidio 
. desterebbe sicuramente le risa; eppure quando si desse 
alla voce spirito, un senso troppo ampio , 0 si consideras- 
— se come equivalente al Genio, uua tal cosa necesseria- 
mente dir si dovrebbe, il caratteristico del Genio è di sor- 
peudere, o con bellezze originali, 0 colla grandiosità delle 
idee,( Webb loc. cit. p. 50. 51. ). L'uom di spirito sceglie 
ciò, ch'è'‘più singolare , non già ciò, ch'è più bello, ed 
opera sopra di noi semplicemente colla sorpresa ; ma \''. 
uomo , ch'è un Genio, soprende con un eccesso di bellez» 
za.Siccomel'astuzia altro non'è , senon un accorgimen- 
to., che ha mire ristrette, così lo Spirito può venir chia- 
mato un Genio , che vede poco luugi. Di fatti gli'vomie 
ni semplicemente dî spirito vivace sono sagaci, maligni 
molte vol®, ed invidiosi 1'Genj più sublimi all’incoh- 
tro sono di natura maguenima,, ingenua, e schietti ed 
aperti- sdegnano servirsi degli artificj, lontani del pari 
dalla adulazione, che dalla maldiceuza . Il sin qui detto 
riflette soltanto le bell Arti; che se parlar dovessimo del- 
le scienze , direi, che il Genio nelle scienze scopre, ed 
inventa , Jo Spirito dispone, ordina, abbellisce . Il Genié 
mira sempre ai vero, al sodo, algrande; all’iucontro lo 
Spirito, per cattivarsi gli applausi popolari, cade non po» 
che volte ne’ paradossi, e nelie sottigliezze; quantunque. 
troppo grau caso neppnre far si riebba degli ingegui sottili 
in confronto dei grandi, ed ottimameute fosse usato a 
dire il celebre Pomponazio ni/ subtilius falsitate( Becadel- 
di Pira del Card. ( ontarini n. 23. ). Lo Spirito rende ag- 
gradevole e e comune il sapere; ma il Genio solo arric- 
‘chisce l’ erario delle umane cognizioni. In somma tra il 
Genio, elo Spirito nelle scienze passa la differenza , che 
v'ha tra Galileo , e Fontenelle, e tra qualche Politico 4- 
taliavo , e Montesquieu. }- * NERE 


— + 


258 LIBRO SECONDO ) CAP. Y. 


stile) che men degli altri avrebbe avuta T'aria 
forestiera alle Tuillerie, ed a Versaglia. Nello 
stile del pari, che nel fonde delle epere, e nel- 
lo stile delle scritture scientifiche, e non sole 
mente in quello de’ libri di amena letieratura, 
si ravvisa questa differenza tra il Genio, e lo 
Spirito , tra il carattere degli antichi libri Ita-. 
liani di prim’ ordine 4 e quello de’ libri France- 
si moderni, che han maggior grido. Tra lo sti- 
le epigràammatico, e brillante di Montesquieu, 
. e l’energico, e grave del Segretario Fiorentino 
passa lo stesso divario, che eorre tra i disegni 
«de Pittori Francesi di fiorî, e rabeschi per i 
drappi di Lione, ed i cartoni di Rafaello, che 
hanno servito a tessere quegli arazzi, che da lui 
presero il nome. Il signor Michaelis (182) ac- 
cusa a buona ragione i moderni Scrittori Fran- 
wvesi di affettar troppo ciò, che chiamasi Spirito; 
osserva, che gli stessi Scrittori classici di quel- 
la nazione non vanno esenti da un tal difetto, 
‘ chè compare in pieno lume ur si confron- 
ta colla bella semplicità degli Scrittori Inglesi, 
{ quali non pare, che si prendano pen@ero d’al- 
tro, fuorchè delle cose. 1 ritratti, di- cui son 
iene le storie Francesi, non sembrano meno 
biasimevoli a questo dotto Tedesco, di quello , 
che il sieno le lunghe parlate negli Scrittori 
Greci. Un altra vaghezza dello stile Francese, 
segue egli a dire, consiste in pensieri arditi, in 
proposizioni senza prova, e senza restrizione, 
che sì avventura no con un'aria trionfante, co- 
me se fossero incontrastabili, che piacciono 
perchè arrischiate appunto, ed inaspettate, e 
per quella certa affetuata brevità, cui si dà il ti- 
tolo di nobile precisione. Conchiude in fine ‘es- 


(182) Iaffluence des Options sur le langage Pi 1526 


% 


VICENDE DELLA LING. ITAL. $. vir. 259 


ser cosa troppo manifesta quanto un sì fatto 

stile riesca poco favorevole,sia alla verità sto- 

rica, come alla filosofica. Io non avrei forse e- 

sato di recare in mezzo il giudicio del signer 

Michaelis, se non vedessi essere affatto confor- 

me it questa parte quello dell’ Autore giudicio- 

so del compendio della storia di Francia, e 
quello eziandio di un famoso Scrittor Francese 
degli ultimi tempi, che dai difetti suddivisati 
non può chiamarsi sicuramente esente . Il primp 
osserva, che a secoli delle citazioni, e della e- 

rudizione, n’è succeduto un altro, in cui ben 

lungi di adottar le opinioni altrui, ognua vuol 

essere originale, in cui l’ambita lode di bell’in- 

gegno ha fatto trascurar quell’ingegno sodo (183) 

cosicchè eravi da temere non il secolo XVIIL 

mettesse in discreto lo Spirito, come il XVI. 

aveva messo in discredito l’erudizione. E Vol. 

taire dando i più sicuri precetti ad una giovane 
pi per far progressi nel buon gusio, e nelle 

ettere, dopo averla esortata a leggere soliante 

quelle opere, che da gran tempo sono in pos 
sesso degli applausi del pubblico , biasima a- 
pertamente il modo di scrivere quasi in enigmi, 
ed in èpigrammi introdottosi iu Francia ; sog- 
giungeudo (ciò, che fa più al caso nostro } che 
lo studio, che dessa avea posto nella liugua I- 
taliana, avrebbe mirabilmente giovato ad ac, 
grescere vieppiù quel naturale buon gusto 184), 

con cui era natia, perciocchè l’Ariosto, ed il 
Tasso le avrebbero recato maggior vantaggio di 
quello , che far potessero tutti gli avvertimenti 
suoi . 


(183) Henault Abregé Chron. de l'Hist. de France ad 
an. 1650, i 

Lara! des Scavens Lecemb. 1778 ediz. in 10 
‘ g.3558. 


= ù 


260 LIBRO SECONDO) CAP. V. 

Dal sin qui divisato, ognun può raecogliere, 
se giusta sia quella lode, che dà il signor Me- 
rian (185) alla moderna lingua Francese, chia- 
mandola il linguaggio della ragione ,. e la prosa 
del buon senso. Quel modo di scrivere, di cui 
si è parlato sinora, è molto più contrario alla 
ragione, di quello , che il sieno lo stile figurato, 
e la trasposizioni, che il medesimo autore tîe- 
ne in conto di reliquati di barbarie , quasi che 
‘la pulitezza, ed il. sapere debbano distruggere 
la natura. Il signor Merian per fare scomparire 
tutti i difetti della lingua Francese, trovò una 
strada diversa da quella del Padre Bouhours, di 
cui abbiam ragionato a luogo opportuno. Tut- 
te le bellezze , e tutti i pregi della lingua Gre- 
ca, e della lingua Latina, l'abbondanza delle 
voci, i traslati, le inversioni, le figure più ener- 
giche, ei le trova nelle barbare sconosciute }in- 
gue del Ceylap , dei C araibi, degli Uroni, ma- 
miera affatto nuova dì lodare la povertà, e la 
regolarità monotona della lingua Francese, e dì 
biasimare idirettamente l’Italiano idioma, più in 
questo conforme al Greco, ed al Latino. L’ii 
dioma Italiano ha figure, ha tropi , ha inversio= 
ni per valersene, quando il soggetto, il genere 
del componimento il richiede; ma non è perciò 
privo del linguaggio della discussione, della 
ragion fredda. Ha due lingue, non una sola; 
. come sì è mostrato più sopra, e ad ogni modo 
è meglio esser barbaro cogli Ateniesi, e cogli. 
Scrittori del secolo di Augusto, anche correndo 
rischio diaver quilche conformità cogli incogni- 
ti Demosteni, e Ciceroni de’ Caraibi, e degli 
Uroni, piuttosto che esser colto co’ moderni 
Sérittori Fraticesi. 


‘ (185) Analyse de la dissertat ‘sur l’origins du langage ec, 
per HH. Merian Berlin 1783. pag. 22 € vi 


VICENDE DELLA EING. ITAL. $. vir. 261 


Ma ritornando alle opere di letteratura ga- 
lante, delle quali più specialmente testè si ra- 
gionava, certa cosa è, che il genio dell’inven- 
zione maggiormente si manifesta nelle opere I- 


‘taliane di tal genere, che non nelle Francesi . Il 


La-Fontaine, che fu scrittore non mica de’ vol- 


° gari, ffasse dall’ Ariosto, dal Boccaccio, dal 
Machiavelli, e da altri scrittori Italiani la 


maggior parte de’ soggetti, ed i più famosi di 


que’ suoi, altrettanto saporiti, che lubrici rac- 


conti. E per lasciar da parte, che i due creato- 


ri del Teatro Francese Cornelio, e Moliere si 


servirono tanto delle cose siraniere , e persino 
dalle Spaguuole, chi squadernar volesse le an- 
tiche nostre composizioni Teatrali, e le Com- 
medie priucipalmente , ed i nostri Novellieri, 
troverebbe il seme delle invenzioni Frascesi, 
che levarono maggior plauso. Nel Boccaccio, e 
negli altri Novellatori, quanti non s'incontrano 
di que’ casi amorosi, tragici , e crudeli , che ora 
dominano sulle scene di Francia? Lo stesso dir 
potrebbesi d’altri generi riputati nuovi. Ognun 
sa, con quali acclamazioni siasi messa in iscena 
la rappresentazione Francese intitolata la Cac- 
cia di Arrigo IV. Ora due fatti del tutto consi- 
mili, cioè di Principi capitati tra contadini, ed 
umili persone ,. smarritisi senza seguito ed 
incogniti, quindi da cortigiani riconosciuti, 
(il che forma il più interessante di quel Dram- 
matico. componimento ) narra il disinvolto, e 
vivace Novellatore Matteo Baudello (186). Si 
è osservato, che colui, che sostenne a questi 
ultimi tempi 1: gloria del teairo Francese, vo» 
glio direil Voltaire, non prese quasi mai a trat- 


‘tar soggetto tragico, che da altri innanzi di lui 


non fosse siaio ma.;eggiato. L’Edipo (187), la 


(186) Nove. T. 1. Nov. Lvir. Novel. 2. T.tr.oo 
(187) Sabathier Trois Siecl. de la lit. art. Voliaire . 


LI 


964 LIBRO sEcONDO, CAP. Vv. 
prima sua opera teatrale la trasse da Sofocle, e 
da Cornelio, la Zaira in gran parte dall’Othel- 
fo di Shakespeare, Merope da quella del nostro 
Marchese Maffei, e dall’ Amasi del La-Grange, 
senza parlare di altre dî minor grido. Furono 
pure in fatto di leiteratura, di filosofia , di sto- 
ria tacciati Voltaire me: dimo di ‘avere tspilati 
gli scritti d° ogui nazione, Rousseau di Loche, 
di Hume, l' Abate Raynal di molti autori In- 
glesi poco sparsi in Europa, e poco conosciuti. 
Ed in ordine alle invenzioni concernenti le ar- 
ti, e le scienze, il Conte Algarotti, dopo aver 
fatta una lunga enumerazione di quanto debba- 
no queste agli i ingegni Italianî, restringe tutti 
i ritrovaii, cui dobbiam saper grado alla nazion 
Francese all'analisi Cartesiana, ad alcune sco- 
perte, e pratiche anatomiche, o chirurgiche, e 
(q uando annoserar pur si voglia tra Je inven- 
zioni memorabili ) alla Coreografia ; ( 188 ) per 
. cui, come si fa d’un’arietta per musica, si può 
scrivere un ballo, e trasmetterlo alla più tarda 
posterità (). 

L'ignoranza , in cui sogliono essere i Fran- 
cesì delle li; ugue forestiere, e della storia let- 
teraria delle altre nazioni “di Europa, l’alto 
concetto , in ui tengono tutte le cose loro, la 


(188) Algarotti Op. tom x. ediz. di Cremona, Lettere 
inedite p_14# 151 

(*, Voltaire peraltro sti ingenuamente che » c’ est 
» un Pilote Génois, qui a découvert le nouveau monde; 
» c'est un Allemand, qui à inventé l'imprimerie: c'est 
» ‘un Îtalien à qui nous devons les Iunettes, un Hollan- 
» dois a-iuventé les pendules, un Lialien a'trouvé la pé-- 
» sauteur de l'air; un Auglois a: decouvert les Ivix de 
n la Nature , et nous n’avons inventé que des convul- 
» sions. Trouvez moi un art, un seul art, une seute' 
» science danus.iaquelle nous n'ayons pas: Ieermattres cher. 
» les natuone-étrangeres. 4% $. 


4 
vicenDE ®ELLA LING. irAL. $. vii. 2607 


franchezza, con cui d’ogni cosa decidono, ed’ 
il dono loro particolare di tagliar ogni più se- 
‘ria quistione con motti vivi, e frizzanti, fa, 
chie contano eglino a modo loro, é trovano an- 
che tra gli Italiani medesimi chi sta a’ loro con- 
tt. Comunque: siasi, l’abilità propria de’ me- 
desimi di trar partito dalle invenzioni altrui, 
| (189) qualità, di chi già sin da’tempi di Ce- 
sare si vantavano., giunto alle divisate estrin- 
seche circostanze favorevoli per la letteratura 
loro, ed opposte a’ progressi dell’ [taliana, 
portarone: la prima a quell’auge di fortana, e 
di celebrità , che gode di presente; e non solo 
‘ l'uso della lingna Italiana restrinsero, prima 
la sola quasi universale in Europa, ma di più 
buona parte degli Iraliani stessi corruppero, fa- 
cendo loro preferire la lingua, le composizio- 
ni, e le cose Franeesi alle proprie. 


$. VHI. Escgerazioni intamo alla pretesa 
universalità della lingua Francese, ed al 
poco corso, che si asserisce aver fuori d'I- 
talta la nostra. o . ce: (S 
° Questatanto decantata universalità della lin- 
gua Francese viene peraltro oltre al: dovere, ed 
oltre ai confini del vero estesa da’suoi parti» 
giani; ed è piuttosto foudata sulla isnoranza, in 
cui sono generalmente i Francesi, delle lingué 
straniere, che sulla conoscenza; che abbiano gli 
stranieri del loro idioma; Quella predilezione in- 
sultante, che i Francesi hanno per la: propria 
nazione,-e che non possono: in. nessuna: maniera 


(189) UZ est summae genus solertiae atque ad' omnia 
inttanda.atgue efficienda , quae ab quoque traduntur, - 
aptissimuz. Caes. de Bello Gallic lib. wiL. . | 


£ 
264 LIBRO SECONDO, CAP.@f. 


dissimulare, siccome fa, che da’loro viaggi, 
che per mera curiosità, e non mai per iustruir- 
si intraprendono, altro non riportino, che pre- 
sunzione , come nota lo stesso Abate Ray- 
nal (190), così fa loro veder la Francia in ogni . 
‘contrada, e credono universale la lingua loro , 
perchè essi la parlano sempre , anche senza es- 
| sere intesi. Un gran Signore Francese, non 
senza coltura, dopo essere stato vent'anni in 
Italia non intendeva l’Ital'’ano, e biasimava al- 
tamente la Poesìa Italiana senza sapere, che co- 
‘ sa s! fosse, e senza intender un verso di Meta- 
stasio. Nè questo è caso singolare . Lascio cer- 
te ridicole scene, come di quel Parigino , che 
faceva le meraviglie, come non fosse ancora in- 
teso dagli Inglesi il suo linguaggio dopo trenta 
anni, ch'egli era in Londra, e di un altro, cue 
dovendosene andar in Sicilia, a chi il cousiglia- 
va di far qualche studio di lingua Italiana per 
essere inteso colà, rispose con una millauteria 
più che da Paladino, che avrebbe sforzato 1 di- 
ciliani ad intendere il suo Francese. Ma lo stes- 
so signor Du-Tillot, Francese spregiudicato 
quanto potea sil miglior gustatore de’ versi di 
“Irugoni, non fu anch’esso per questo capo 
buon Francese, e non giunse a far ridere il 
mondo, dice il Beitiuelli/191), col dare la cat- 
tedra di storia all’ Abate Millot, che insegnava, 
parlando Francese a scuolari Parmiziani, non 
sapendo esgo l’ Italiano? Non saremmo tentati 
dopo tutto questo di dire, essere il caso ( anche 
in questo particolare della lingua ) di quel ver- 
so del loro Poeta La-Foutaine , dove riconosce 
i | 


(190) Zlist. philusoph. et politig. liv. r. chap. xv . pag. 
6° ’ 2 ° 


(191) Lettere di Diodoro Delfico nel giornale di Mo- 
dena precit. let. x. nl : | il 


VICENDE DELLA LING. ITAL. $. vin. 265 

la vanità, come il vizio dominante della propria. 
nazione (192)? . | 

Che esagerata poi sia Puniversalità della lin- 
gua Francese fuori di quel Regno il dimostra 
palesemente il vedersi, che in Inghilterra si 
stampano i nostri classici ltaliani ; e se si parla 
di opere di qualche conto, e non di semplici 
quaderni, e fogli volanti, è forse maggiore il 
numero delle stampe Italiane colà, che non 
delle Francesi. In Germania i progressi, che 
fa la lingua nazionale sostituita al Latino di col- 
legio , la stima, in cui sono i letterati Italiani, 
ed i libri Inglesi più conformi al gusto de’ Te- 
deschi ( onde l’ Autor delle Memoric segrete 
della Gorte di Berlino lagnasi dell’Anglomania } 
pare, che distrugger vogliano quell’ asilo, che 
1 Francesi rifuggiti aveano procurato iu quelle 
contrade alla letteratura Francese; e persino 
quelle coste della Grecia , e quelle scale di Le- 
vante, dov'è rimasto qualche fievole raggio di 
coltura, e di commercio, intendono, e si ser- 
vono di una lingua Italiana corrotta piuttosto, 
che della Francese. Ma per questo rispetto me- 
rita special il Spagna, dove, . 
non ostante la vantata universalità della lingua 
Francese, così poca cognizione, e così poco 
genio si ha per quell’idioma, che quel dotto 
snilfinre Specinslo meritevole di un miglior. 
destino, che alla Corte del Re Vittorio Ame- 
deo II. concepì il disegno di un dizionario En- 
ciclopedico , voglio dire il Marchese di Santa 
Grux (193), credeva, che stendendosi in lin- 


(192) La sotte vanité nous est particuliere ; la Fontaine 
Fab. liv. VIII. Fab.xv. le Rat, et l'Eléphant.- 

{193) Avisos para la mas facil execucion de un diccio- -' 
nario universal cap. XVI.p.87. in fine del T_X. dell’ope- 
ra intitolata Ae/fexiones militares ec. en Turin 1737. 


Vol. I. 12 


266 — LIBRO sEcONDO, CAP. Y. sl 


gua Spagnuola una tal’opera, se, ne sarebbe fat- 
to smercio pjù pronto, per la sola ragione del 
facile esito, che avrebbe avuto ne’ vasti, e ric- 
chi dominj di Spagna, e delle Indie. Che se 
della letteratura degli Spagnuoli tengono poco 

conto i Francesi, la dotta colonia, che ne ab- 
biamo in Italia, le opere loro, e ciò, che ne 
scrisse il nosteo Abate Denina, ben mostrano 

come dessi s° abbiano il torto; e che a buona 
ragione dir si può , che il giudicare della lette- 
ratura forestiera senza conoscerla è un dono 
particolare, che la natura ha conceduto a’ Fran- 

eesi solamente. E nell’Italia stessa, che da cer- 
tuni si vuol far credere ormai tutta fatta Fran- 
cese, non è forse molto maggiore l’irragione- 
vole brama in molti di diventarlo, che la faci- 
lità, che s’abbia di acqui.tar quell’idioma? Ab- 
biam veduto sopra come il Piemonte in tanta 
vicinanza di paese, con tanti studj, con tanti 
libri, con una educazione, con un conversa: 

re Francese continuo , mai non ha potuto 
produrre uno scrittor Francese. E le tante 
traduzioni da quell’idioma, che escono conti- 
nuamente alla a in Italia, e non solo di ope- 
re elementari, o di trattenimento, ben dan- 

no a divedere, che il Francese non vi ha al- 
lignato tanto, come si presuppone, anche pres- 

so le persone colte, e addottrinate. Se la lingua 
Francese non servisse d’intoppo agli Italiani, 

anche letterati, massimamente di certe Provin- 

cie, a che tante traduzioni, che innendan l’Ita-' 
lia di libri scientifici, di diritto pubblico, di 
economia politica, di fisica, di chimica, di storia 
naturale? Non potrebbono bastar ristampe? E da 

credere, che la cognizione di quella lingua, che 
sì pretende tanto diffusa di qua da’ monti, sia 

in realtà assai ristretta; od almeno, che con 


VICENDE DELLA LING. ITAL. S.vin. ‘267 


tutta la cognizione, che gli Italiani ne hanno, 
con risparmio di fatica troppo grande faccian 
dessi uso delle traduzioni: che in vero convien 
ben dire, che-duro assai riesca loro il compren- 
dere il senso de’ libri oltramontani per appagar- 
si, anzi per preferir loro le infedeli, barbare, e 
prezzolate traduzioni, che gli sfigurano, e che 
servono soltanto a guastar la lingua nostra, sen- 
‘za agevolar lo studio, nè l'intelligenza della 
Francese. 

Non è adunque tanto estesa, come si crede 
comunemente È lingua Francese. Vediamo al 
presente, se tanto poco conosciuta sia poi a’ dì 
nostri l’Italiana, che un autore, che scriva in es- 
sa non possa sperar di esser letto di là dalle Alpi. 
La lingua nostra, dicea Carlo Dati (194), più di 
un secolo intero fa, non ha leggi, non ha im- 
pero , non ha scrittori di scienze, salvo pochis- 
simi ; quelli che la parlino puramente non sono 
molti, e tuttavia è tanto ricercata, considerata, 
e stimata da tutte le altre nazioni; onde avvien 
questo? Mancando i motivi, e le “cagioni della 
necessità, e del comodo , resta l’unica, e sin- 
golarissima del diletto originato dalla elegan- 
za , dalla copia, dalla purità, dalla dolcezza, 
dallo spirito, dalla nobiltà; e da tutte quelle 
altre doti, che si ricercano per costituir le lin-’ 
gue eccellenti. Ed in vero se per motivo di di- 
letto soltanto si durava la fatica a’ tempi del :so- 
praccitato scrittore, e si dura anche al presen- 
te, di studiar la lingua nostra fuori d’ Italia, 
che dir si dovrà quando vi sia, come in parte- 
già vi è, motivo di studiarla per instruzione ? 
Non è da credere, che le persone scienziate av- 
‘rezzea troppo più ardui lavori, vi si volgerane 


(194) Prefaz. alle Prose Fior. 


268 LIBRO SECONDO , CAP; V. 


no con maggior calore, e ne faranno più age- 
volmente l’acquisto , che non le dame spiritose 
straniere, e i dilicati cortigiani non assuefatti 
agli studj continuati , ed astrusi, e che per pas- 
satempo soltanto intendono di possederla? mas- 
simamente dacchè manca ad essi per lo più il 
presidio della cognizione della Îingua Latina, 
ajuto, che mai non manca a chi ha una, qua- 
lunque siasi, anche leggier tintura -di lettere . 
Oltre alle nitide, eleganti, magnifiche, e tal- 
volta anche correttissime edizioni di libri Ita- 
liani, che escono tutto giorno dai torchj di 
Londra, di Amsterdam, di Parigi, altri riscon- 
tri manifesti abbiam. pure del concetto, in cui 
è tenuta tuttora la lingua nostra fuori d’Italia. 
Sebben la comune de’ Francesi non facciano 
studio di lingue straniere, non mancano però 
anime ben nate in quella colta, e numerosissi- 
ma nazione , che abbiano in pregio la lingua, 
e-la letteratura Italiana. Il signor Goldoni, il 
miglior poeta comico senza controversia, che 
vantar possa in questo secolo l’Italia, venne 
con onorevoli condizioni invitato a passar d’ Ita- 
lia in Parigi, e colà trattenuto a’servigj di quel- 
la Regal corte, e di que’teatri, come Zeno, e. 
Metastasio , i migliori poeti drammatici, furono 
a’ servigj della Imperial corte di Vienna . Nelle 
Memorie sue spiranti una bonarietà, ed un can: 
dore, che innamora, dopo aver tessuto un ca- 
talogo di persone distinte ( tra le quali molte 
gentildonne ), che coltivano la lingua Italiana, 
soggiunge , che la nostra letteratura è molto 


.. gustata in Francia (195), che i nostri libri vi 


‘ sono ben ricevuti, e che le biblioteche di Pa- 
rigi ne sono abbondantemente fornite, Accenna 


- (195) Gold. Mem. T. III. cap. 33. p. 178. traduz. Ital. 


VICENDE DELLA LING. ITAL. 6. vini. 269 


quella -particolarmente del signor Floncel di 
sedici mila volumi tutti in lingua Italiana (196); 
parla del libraio Italiano Molini, che ne fa un 
commercio considerabile, dello spaccio delle 
sue commedie, e della premura con cui il pub- 
blico si è sottoscritto alla stupenda edizione di 
Metastasio (*) del pari cara, n bella, e fregia- 

ta coi rami dei famosi incisori Italiani Bartoloz- 
zi, e Martini (197). Ed altrove accenna, che la 
lingua Italiana è più che mai in voga in Francia: 
avervi molto contribuito il genio della nuova 
musica, leggersi, gustarsi, e tradursi i libri Ita- 
liani, ed i viaggi de’ Francesi in Italia essere di- 
ventati più frequenti. Ancorchè si volesse dire, 
. che l'amor della patria abbia fatto esagerar al- 
cun poco il signor Goldoni, nessuno però negar 


(196) Il catalogo della Bibliot: del sig. Flonce] stampa- 
tosi nel 1774. forma due voi. in 4. 

(*) Magnitica edizione parimente si è pubblicata in 

‘Parigi nel 1785. della Gerusalemme del Tasso in cin- 
que volumi iu 18. col testo Italiano da un canto, e la 
traduzione letterale in prosa Francese dall’altro per fa- 
cilitare lo studio del Tasso, e della lingua nostra a’ Fran- 
cesi. L'edizione è dedicata dal traduttore Mr. Panckoucke 
al fu Conte di Vergennes Ministro di Stato per gli affari 
stranieri assai riputato; e si trova in essa dedica lo squar- 
cio seguente di lettera scritta da quel signore al tradut- 
tor suddetto: = je ze veux point recevoir un hommage ; 
jentends en rendre un lorsque j'accepte la dédicace, que 
vous me proposez;.sl Je consens que mon portrai! parvisse 
a la téte de votre édition ce n° est puint comme protecteur 
de ceite éditton , mats comme amateur du Tasse. Je VOUS 
remetcie de m°'avoir fourni une occasion de marquer mon 
admiration pour ce Poète, gpique, a mon asis, parmi les 
modernes . | ei 
. Mr. Panckoutke avvisa, che già si stampava allora 
una traduzion letterale eziandio dell’ Ariosto col testo 
Italiano accanto, la quale dovea esser pubblicata in Di- 
cembre di quello stesso anno 1785., il che fu poi da lui 
recato ad effetto. | 

{197) Id. ibid. cap. XXXVI. p. 255. 


‘270 ‘’ LIBRO SECONDO, CAP. V. 


vorrà, che da tutto ciò chiaramente risulti non 
«essere la lingua Italiana quella lingua incognita 
fin Francia, che aleuni adulatori delle cose stra- 
niere pretendono in Italia di persuadere. Del 
resto, quanto sia l'Italiano comune in Ispagna, 
:si raccoglie dalla facilità grandissima, con cui 
‘nelle opere loro, anche di lunga lena; l'adope- 


|-rarono non pochi chiari letterati Spagnuoli. E 


rispetto alle vaste regioni di Europa sottoposte 
al dominio Ottomano, è notabile quello , che 
della: Moldavia ( e lo stesso a un di presso dir 
si potrebbe delle confinanti contrade ), narra 
il rinomato Abate Boscovich (198); La lingua 
del paese è presa, dic’egli, la più gran parte 
dal Latino, e dall’Italiano, e vi s'incontra una. 
‘quantità di quelle parole Italiane, che non sone 
derivate dalle Latine, come pure moltissime 
delle Latine s'incontrano mutate in quel modo, 
in cui le hanno fatte entrare nella presente loro 
lingua gli Italiani. Da ciò ne arguisce quel dot- 
to Raguseo, che l’origine della tanta affinità, 
che passa tra quella lingua Moldava, e la Lati- 
na, non si debba prendere dalle antiche colonie 
Romane, o da’ loro esuli, o da’ primi seeoli 
‘della Chiesa, come molti affermano; ma piutto- 
sto dal commercio, che vi hanno avuto gli Ita- _ 
liani pochi secoli addietro, e dalle loro colonie. 
. In Suciava, una volia capitale della Moldavia, 
verano, soggiunge il viaggiator medesimo, tren- 
‘ta chiese ripiene d’iscrizioni di Genovesi, ed 
in un candllo rovinato vi sussistono tuttora le 
armi di Genova. Ora dfiando quelle vaste con- 
trade in un colla Grecia, per una benefica’ ri- 
voluzion di cose, diventassero colte, -la lingua 
Italiana diventerebbe pure facilmente la lingua 
(198) Giornale di un viaggio da Costantiuopoli in Po= 
Jonia dell’Ab. Boscovich. Bassano 1784. p. 126. 


- 


Li I 


VICENDE DELLA LING. ITAL. $. VIII. 271 


‘regolata, e colta, come già lo è di molti Dal- 
matini, e come già in molte scale del Levante 
corrotta si parla. E quale estensione non po- 
trebbe pigliare la lingua nostra, qualora, sic- 
come v’ ha chi crede, che non possa chiamarsi 
del tutto impossibile , il commercio delle Indie 
Orientali si facesse per la strada dell'Egitto, e 
che gli Italiani, spogliandosi de’ pregiudicj ol- 
tramontani, ed unendosi almeno per mare, 
come è unito il Corpo Germanico per terra , 
ripigliassero le loro arti antiche del commercio 
navale, e con armata marinerìa trovassero mo- 
do di proteggerlo, e di farlo fiorire? Trovereb- 
besi allora di bel nuovo l’Italia nel centro del- 
} Europa, com’era a’ tempi de’ Romani. 

Ma, lasciando in disparte questi splendidi 
sogni, e queste magnifiche speranze, se i Mo- 
«scoviti nello stato attual delle cose già fanno 
raccolta, per quanto dicesi , di edizioni pregiate 
de’ nostri autori di lingua, come già da gran 
‘ tempo fanno gli Iuglesi, e la lingua mostra chia- 
mano lingua di Metastastio, quando avessimo 
in essa maggior copia di autori moderni scien- 
tifici, instruttivi, ameni eziandio , e leggiadri, 
d’ ogni genere in somma, e così commendabili, 
come si è Metastasio nel suo ( che al certo non 
«era il migliore, di cui foss’egli capace), e Rus- 
si, e Tedeschi, ed ogni nazione colta ab antico,, 
O recentemente ingentilita , chiamerebbe la lin» 
gua Italiana al pari della Francese, lingua uni» 
‘ versale. 

Dal sin qui divisato risulta adunque, che, 
non ostante gli ostacoli frapposti, il minor nu- 
mero, i pregi meno popolari de’ libri Italiani 
in confronto de’ Francesi, non ostante i conti. 
nui, e replicati sforzi di quell’emula nazione, 
l'idioma Francese non si è tanto solidamente, 


272 LIBRO SECONDO), CAP. V. 


ed ampiamente stabilito in Italia, come si pre- 
suppone; e che si è ancora sostenuto in: vigore 
di là dall’ Alpi, ed in tutta Europa l’idioma 
Italiano. Da quello, che una volta-pur fu, e 
da-quello, ch'è tuttora al presente, si può far 
ragione qual sia la natural sua attitudine per 
riuscir Elicona in ogni soggetto; ed operan- 
do, con tutti gli svantaggi divisati, i prodigj, 
che opera, ben è da credere, che di natura sua 
aspirar possa con maggior fondamento alla uni- 
versalità, e che con abbondanti frutti ricom- 
penserebbe le fatiche di chi attorno vi si ado- 


‘perasse. L’idioma Francese, campo sterile di 


natura sua ,'a forza di coltura si è fatto produr- 
re tutto quello, che portar potea; che all’in- 
contro il linguaggio d’Italia assomigliar si può 
a buona ragione alle provincie più felici della 
stessa contrada, le cui campagne, tuttochè fer- 
tilissime, mancanò di coltivatori . Il signor 
Schwab Accademico di Berlino, autore di una 


‘ Memoria sopra l’universalità della lingua Fran- 
p 8 


cese, compendiata dal signor Merian (199), a 
tre cause attribuisce principalmente l’universa- 
Ht di una lingua : al carattere dell’idioma me- 
desimo, alla coltura dell'ingegno del popolo, 
che lo parla, ed alle relazioni politiche di quel 
medesimo determinato popolo; e soggiunge, 
che la lingua Italiana , favorita grandemente 


«dalle due prime cagioni, non potè conseguir 


l'intento per difetto di essere secondata dalla 
terza. Ma per lasciar da parte, che questo au- 


. tore medesimo è costretto a confessare, che nel 


fine del secolo XVI., e priucipio del seguente 
la lingua Italiana già passato avea le Alpi, ed 
erasi sparsa in tutta Europa, è da notarsi, che 


(199) Mist. de l'Acad. Royale des sciences et bell. lettr. 
de Berlin 1785. p. 379. 


= 


n . 


VICENDE DELLA LING. ITAL. $.'vIlI. 273 


l’Italia è tuttora la sede del Pontificato , la' cor- 
te dell’ Europa, colla quale un maggior nume- 
ro di Stati abbiano relazioni, essendovi in Ro- 
ma Prelati, Ministri, ed Agenti di-tntte le corti 
cattoliche, ed anche Protestanti; ha Regni, Re- 
pubbliche, e Principati ragguardevoli ; ha com- 
mercio non solo colla Spagna, e Francia, ma 
colle regioni settentrionali, e col Levante per 
le vie del mare, ed invita oltremontani, ed ol- 
tremarini colti a viaggiarvi, ed a farvi residenza 
per isiruzio::e, per ammirarvi gli stupendi mo- 
numenti dell'antichità, per l’amenità del suolo, 
per le bell’arti alletiggrici; e per l'incanto della 
- musica, e dell» Lingua medesima . Se la Grecia 
ridotta in provinéia potè continuare a mante- 
nere l'universalità della sua lingua, non ostan- 
te il prepotente dominio de’ vi:citori Romani , 
come nol potrà far l’ italia florida tuttora , chec- 
chè ine dicano i detrattori, e libera da giogo 
‘ straniero, tanto più allorchè sapesse stringere. 
‘ maggiormente i vincoli degli Stati, che la com- 
pongono? Ma quantunque conceder volessimo 
ciò ; ‘che non è, che la lingua Francese neglì 
intrinseci suoi pregi in tutto eguagli Italiana, 
non è forse vero esser troppo miglior partito il 
farsi a comporre in un idioma, dove manchino 
ancora diversi luoghi da occuparsi, avuto ri- 
guardo alla odierna costituzione della repub- 
blica letteraria; a dir così, che in un altro, ove 
siasi già mietuto il meglio? Chi è il primo a 
scrivere di un determinato soggetto in una data 
lingua, ha da superar molte difficoltà în vero; 
ma ha pure ad un tempo un troppo gran van- 
‘taggio , vale a dire il non essere inceppato dal- 
l'esempio de’ primi scrittori, che hanno già fis- 
sato !l gusto della nazione, e forfnato scuola . 
E non sarebbe più glorioso il contribuir a ren- 


312. 


pui LIBRO SECONDO, CAP. V. 


dere una lingua universale, come per gli accen. . 
nati motivi troppo di legòieri far si potrebbe 
della lingua Italiana, che lo adoperarne una, 
che già il fosse, come si asserisce della Francese? 


CAPO VI 


MOTIVI POLITICI PER ISCEGLIERE A PREFE- 
RENZA LA LINGUA ITALIANA PER LINGUA 
VOLGARE COLTA IN PIEMONTE . 


Parlando sempre nella supposizione, che fosse 
in facoltà della nazion noggra il deliberare qual 
esser debba il suo colto idioma, se il Francese, 
evvero l’ Italiano, io dico, che sarebbe sempre 
più glorioso per. essa il difendere anche cotle 
opere d’ingegno l’onore della Italiana lettera- 
tura, come le armi Piemontesi guidate dal va- 


‘lore, e dal senno de’ nostri Sovrani furono in 


ogni tempo l’antemurale della Italica libertà . 
Ed allo stesso modo, che i Principi nostri di 
spiriti Italiani ognor si vantarono in un co’ più 
grandi uomini di Stato, che , secondando i loro 
disegni, vegliarono alla tutela, ed 2° progressi 
della pubblica possanza, e prospertià; così 
convenientissimo sarebbe , che la lingua domi- 


nante, che il nazional carattere , ed i nazionali — 


costumi. spiega, dimostra, ed invigorisce, di- 
versa non fosse dalla professione aperta d’ Ita- 


| liani, che per altri rispetti far dobbiamo. 


$.1. Leggi de nostri Sovrani, e regolamenti 
per istabilire ogni volta più la lingua Ita- 
liana in Piemonte. fa E È 
Persuasi i mostri Regnanti, ed i loro più ri- 
putati Ministri, che tutto concorrer dovesse a 


MOTIVI PER PREFERIR L’ITAL. $. 1. 275 


rendere Italiana affatto la nazion Piemontese, 
avvisarono,.che la lingua gravide influenza aver 
dovesse nel promuoverne, e coltivarne le pro-- 
pensioni, e la naturale indole, e giudicarono di 
maggiore importanza, per conseguir l’effetto, 
un tale spediente; di quello, che comunemente 
si creda. L’immortal Duca Emanuele Filiberto, 
appena rientrato in possesso del suo antico do- 
minio, ordinò per legge (200), che ogni atto 
pubblico stender si dovesse in lingua Italiana, 
e ciò mentre le vicine Provineie Lombarde pro- 
seguivano ‘a dettar ogni cosa apertamente agli 
interessi così del pubblico, come de’ privati, 
wgni scrittura forense, ogni giuridico procedi- 
mento in lingua Latina, pratica, che durò in 
que’ confinanti paesi sino a questi ultimi tempi. 
L’adottane anzi l’ordinar per legge l’uso della 
liogua Italiana fu quasi una pubblica professio- 
ne, che venne a far quel Principe (che a buon 
diritto si può chiamare il rigeneratore della na- 
zion nostra ) di Principe Italiano , come di fatti 
in tutte le rimanenti operazioni sue il diè in 
solenne modo a divedere. Soleva. compiacersi, 
come notano .le Relazioni degli Ambaseiadori 
Veneziani (201), ed ultimamente quella del Fo- 
scarini che non vi fosse esempio ( ed. anche do- 
po di lui mai non è stato ), che i nostri Sovra- 
ui abbiano avuto guerra colla Repubblica di 
Venezia, com’era ben conveniente, che seguir 
dovesse tra il più antico ‘Principato, e la più 
antica Repubblica d’Italia, che da tanto tempo 
ne sostezgono colle armi, e col consiglio la li- | 
bertà', e la gloria. E seppe egli finalmente man- 


(200) Ordini ec. nel 1561. V. pure Edit. di Carlo Eina- 

‘- muele I. dei 20 Dicemb. 1882., e le veglianti R. Costituz. 
lib. IH vit IL. 6.1. : £ 
(201) Relaz, MS. pag. mihi 154, 


276 LIBRO SECONDO , CAP. VI. 


fenersi arbitro del destino d’ Italia (202), e ser- 
bare in tutto sino all'estremo della vita 1’ ani- 
mo , ed il nome, di cui grandemente a ragion si 
pregiava, di Principe Italiano. La protezione 
da lui impartita alle arti, ed a’chiari ingegni 
d'Italia non n’ è l’ultima prova . Palladio dise- 
gnava edificj sontuosi a’ suoi servig), Paciotti 
piantava fortezze. Giraldi dettava Novelle, che 
con eleganti tipi imprimeva il Torrentiuo ve- 
nuto di Firenze al Mondovì; ed altri uomini 
di grido Italiani instruivano nelle scienze la 
gioventù nella Università da lui novellamente 

ristaurata. Nella sua corte stessa il Conte di 
Camerano, principalissimo Cavaliere, scrivea 
colte rime, tentava l'Epopea, ed una regolare 
‘tragedia condusse a compimento. Nell’ esercito 
pon pochi erano i capi Italiani; e la celebre 
Madama Margherita di Valois, cui innumerabili 
opere, come tra gli aliri attesta il Germo- 
nio (203), venivano dai dotti d’ogni maniera 
consecrate, seco lui d'uno spirito, e d’un cuo- 
re,.tuttochè nata Francese, nel proteggere i 
‘ begli ingegni Italiani secondava il genio del- 
:P augusto sno. Sposo, ed emulava in questa 
parte il vanto del suo gran padre Francesco I. 
Ed a chi mai ( quello, che merita maggior cou- 
siderazione ), se uon se ad uomini Îtaliani af- 
fidò l’instituzion letteraria del Duca Carlo Ema- 
nuele Î. suo unico figliuolo, e successore ‘204)}? . 
Il Giraldi poc'anzi mentovato, Guido Panciro- 
li, Gio. Battista Benedetti, Antonio da Vimer- 
cato , Alfouso del Bene, Giovanni Argentero 


(202) Elogio Stor. di Ein. Filib. p. 87. V. pure nota 220. 

(205) #. Zonsus de Vira Eman. Philib. V. Elog. Stor. 
di Em.Filib p.65. nota (174). Sess.Pomer.sess.ILI. p.240. 

Hai Guich. Hist. Généal. de la Maison deSavoye 1.11. 
p.381. . | i . 


MOTIVI PER PREFERIR L’ITAL. È. 1. 27% 


ebbero in diversi tempi il glorioso incarico di . 
‘ formar alle leitere d’ ogni maniera quel gran 
Principe. Or pongasi mente, che l’instituzion 
d’un Principe nato a regnare, si è il mezzo più 
efficace trovato dalla sapienza di coloro, che 
sulle cose di Stato più profondamente specula- 
-rono, onde imprimere piuttosto una maniera - 
di pensare, e di operare in una nazione, che 
“un’altra, di modo che l’educazione da lui ri- 
cevuta formerà ( singolarmente quand’ei riesca 
personaggio di spiriti elevati ) il genio domi- 
nante, il carattere di tutti i popoli, che saran- 
no sottoposti al suo governo. 
Nè è da dire, che il Duea Emanuele Filiber- 
«to accidentalmente un tal partito seguisse. Ita- 
liana volle la nazion sua per ragion politica, 
‘perchè molto bene scorgea , che l’ indole, il 
temperamento naturale de’ popoli italiano era; 
perchè in fine avendo alle cose d’Italia rivolto 
l’ animo , volea che i costumi Italiani in un 
colla lingua vie più infusi, e radicati ne’ popoli 
di quella parte del Piemonte odierno già sin 
d’ o posseduta dalla invitta Regal Casa di 
Savoja, servissero a riunir più agevolmente in 
un solo corpo di nazione quelle Italiche Pro- 
vincie, che presagiva, che aggiunte si sarebbo- 
no agli antichi domin). 


S. II Ragioni politiche, che mossero 1 ‘nostri 
Principi a fissar la lingua Italiane per 
lingua volgare colta in Piemonte . 


Che il sistema abbracciato dal Duca Ema- 
*nuele Filiberto in questo particolare della lin- 
gua, figlio fosse di politiche speculazioni piut- 
tosto, che di mera casualità, da ciò principal- 
mente sì raccoglie, che il corso natural delle 


-298. LIBRO SECONDO, CAP. VI. 


cose dovea allora spingere, e persuadère a se- 
guire i modi, i costumi, e l’idioma di Francia 
piuttosto, che quelli d’ Italia. Non parlo del 
lungo tempo, che durarono in Piemonte le. 
‘guerre, e le invasioni de’ Francesi dal principio 
.insino oltre alla metà del secolo XVI., nè del 
«dominio, che tennero nel Marchesato di Saluz- 
zo insiro al fine. Lascio da :parie quella affe- 
.zione, che in così lungo corso di anni. avranno 
.non pochi Piemontesi, segnatamente gentiluo- 
miui, contratta verso le. cose Francesi, di cui 
forse di mal grado si saranno spogliati, pregiu- 
dicio, cui un altro Sovrano men risoluto avreb- 
be forse creduto di dover mostrare qualche ri- 
.guardo.. Quello , ch'è più, ‘i progenitori del 
Duca Emanuele Filiberto, ’tuttoehè Signori di 
buona parte d’Italia sin dal Mille(*), da diversi 
secoli aveano sempre fatta la principal residen- 
«a loro di là da’maonti. Egli medesimo nato era 
in Chamberì, stato nodrito fuori d’ alia, in 
isua giovenile età in sulle guerre di Germania, 
e di-Fiandra, avea praticato corti straniere, gui- 
dati stranieri eserciti (205). Quelli, ch’ ebbero 
«cura della educazion sua, oltramoniani furono, 
e colui în ispecie, che n’ ebbe tutta la gloria, si 
fu Aimone di Ginevra Barone di Lullins. 01- 
tramontano pur fu il suo precettore Luigi Alar- 
det poi Vescovo di Losanna (266). La sua con- 
| (*) Lamberto Scafnaburgense all'anno 1066. chiama il 
Conte Oddone di Savoja marito di Adelaide Contessa di 
Susa, e padre della Imperadrice moglie di Arrigo IV. 
Marchio Italòrum; e V' Aunnalista Sassone all'anno 1067, 
Heinricus Rex ( di Germania ) Bertam filiam Ottonis.. 
Marcihionis de Italia, et Adelheidis, quae etc. V. Il Pie- 
monte Cispadano del sign. Collaterale Jacopo Durandî 
pag. 355. nota (q). 
(205) V. Elog. Stor. di Eman. Filib. Vercel. 1789- 


(206) Guick. Hist. Gencal. de la R. Maison de Savoye 
T. Il. p. 253. | | 


MOTIVI PER PREFERIR L’ITAL. f. H. 279 

| sorle, come ognun sa, figlia, sorella, e zia de’ 
Monarchi di Francia. Ogni cosa pertanto dovea 
portarlo a far dominare in Piemonte i costumi 
Francesi, se colla forza, e penetrazione della 
sua mente non avesse conosciuto, che i rispetti 
politici, e l'indole stessa naturale de’ popoli do- 
‘veano vineerla, e richiedeano., che la cosa an- 
dasse altrimenti; se nou avesse antiveduto ,. che 
il nerbo della potenza della Casa di Savoja .d’al- 
lora. innanzi -dovea esser riposto di qua dalle 
Alpi; la gloria, la rinomanza nel far rispettar il 
. nome, € la libertà d’Italia. 

Non fa d’uopo di passar adesso a mostrare 
«quanta di cuore Italiano.si pregiasse il suo sue- 
eessore Carlo Emanhele I., imbevuto d’ una 
educazione Italiana com’ ei fa, è cresciuto in 
«una certe pressochè tutta d’ Italiani composta. 
Ognun sa qual vasta parte degli antichi suai 
Stati di là da? monti sagrificato egli abbia alla 
sicurezza , alia gloria, alla difesa delle:contrade 
Italiche(*), voglio dire per restar pacifico Signo- 
re del Marchesato di Saluzzo; su cui vantava 
pure incontrastabili diritti; quanto per l’occu- 
pazione di Pinerolo fatta dalle armi Francesi 
nel fin de’ suoi giorni .si accorasse, disgusto, 
che non poce contribuì probabilmente ad ab- 
breviargli la vita;: come a lui, quasi ad unico 
| campione, e propugnacolo , e difensor validis- 
simo, tutti i popoli d'italia riguardassero. E 
qual fu 1’ uomo in Italia di qualche grido nelle 
scienze, e nelle arti, che da lui non ricevesse 

(*) » Con quest'aggiunta ( del Marchesato di Saluzzo: ) 
» egli resta padrone di.tutti i passi, per li quali si può 
» di Francia in italia calare..... onde sebben egli ha 
» dato in contraccambio a’ Francesi più terreno, ha però 
» acquistato più forze, e più sicurezza » Bo/ero Melas. 


del Piemonte stampata nel Leona in seguito all'opera 
de’ Capitani | 


280 LIBRO SECONDO, CAP. VI. 


dui i frutti delle sue vigilie non indirizzasse, ‘e 
che alla sua corte non abbia alcun tempo fatto 
dimora? Egli medesimo tiene onorato luogo 
‘nella picciolissima schiera de’ Sovrani, che alla 
civile prudenza, ed alla professione delle armi 
da lui con singolar perizia, se non sempre con 
‘egual felicità maneggiate, abbiano -eon raro 
vanto congiunto il pregio di letterati, e le opere 
di lui nobilitano il catalogo non men de’ Pie- 
‘montesi , che degli Italiani scrittori (207). 

Se la storia, a dir così, proseguir si dovesse 
‘della aperta, e dichiarata professione, che fece- 
ro i nostri Principi di genio Italiano, recar si 
potrebbe in comprova e la filosofica instituzio- 
ne, che ricevette il Duca Vittorio Amedeo I. in 
un co’Principi suoi fratelli da Giovanni Bote- 
ro, e la totale ignoranza della lingua Francese, 
in cui erano peranco a que’ tempi Signori di 
sangue principesco, e principescamente nudriti, 
tuttochè assennati, e colti, ed in negozj rile- 
vanti, ed in impieghi importantissimi adopera- 
ti (208). E se poi ragionar volessimo degli uo- 
‘mini di Stato più riputati, che a questi ultimi 
tempi abbiano le cose pubbliche amministrate, 
basterebbe per tutti, senza toccar de’ viventi, 
l’addurre 1’ esempio di quel personaggio (209), 
‘ che nelle politiche negoziazioni, e nel maneggio 
degli affari più gravì pressochè d’ ogni maniera, 
primeggiava a’ tempi, che il rinomato Marco 
Foscarini straordinario Ambasciatore della Si- . 
gnoria di Venezia stendeva la Relazion sua del 
nostro sistema di governo. . 


RoSno , favori, guiderdoni segnalati? che a 


. © (207) Zeno note al Fontan. "f. I. p.191. Tirab. Storia 
“ della lett. Ital. Tom. VILI. Rossotti p. 131. 

(208) V. Sopra lib. 1.-cap.1v. 6. IL. p.11. 

(209) V. Rel. MS. del Foscarini del 1743. p. mihi 163. 


MOTIVI PER PREFERIR L’ITAL. 6. 11. 281 


Per istringere adunque il tutto in breve, sem- 
‘pre furono persuasi, non meno i più celebri 
tra’ nostri Principi, che gli uomini più illustri, 
e più savj della ici nostra, esser più van- 
taggioso , e più conforme alla natura de popoli, 
più decoroso per l’ onor del Piemonte :l pre- 
giarsi di cuore, di genio, di costumi Italiani, 
che non ‘il seguire i modi, le usanze Francesi, 
e adoperarne l’idioma servilmente. La quale 
inclinazione, e spirito; direi così, italiano in 
nessuna maniera meglio si manifesta, che nel- 
l’abbracciar unicamente come propria, nel far 
uso pubblico letterario, e famigliare della lin- 
gua d’Italia. E chi dubitar vorrà, che alla glo- 
ria del Piemante più non si convenga, che gli 
augusti nostri Regnanti sieno ‘piuttosto i primi 
Principi d’Italia (*), ehe i secondi della nazion 
Francese? E con qual intimo senso di ricono- 
scenza non pretenderà l’ lialia per sua una sì 
illustre prosapia? Regale iuvitta famiglia, da 
cui, come si esprime îl famoso (3ravina (210) 
degli antichi Romani spiriti. ripieno , tanti sono 
sorti gli eroi per sostenere , e suscitare colle 
azioni loro la memoria, e }'esempio del: valor 
Latino, che sola chiamar'se ne può la deposi- 
taria; famiglia, come lo stesso scrittor prosie» 
gue a dire, che ‘fu sin dalla inclinazione del Ro- 


(*) Non v'ha cosa, che dimostri in più luminosa ma- 
niera ta primazia , direi così, de’nostri Sovrani sopra 
tutti gli aliri Principi d’Italia, come l'essersi sin dal 
1569. da Papa Pio V., e dai Duca Cosimo de’ Medici di- 
ehiarato espressamente, che col nuovo titolo di Gran 
Duca di Toscana dalla. corte di Roma concesso al men- 
tovato Duca Cosimo per terminar una volta in favor di 
lui la tanto dibattuta controversia di precedenza cella 
Casa d'Este, non s’ intendeva di offendere la preceden- 
za della Casa di Savoja - 7. Galluzzi Stor. del Gras 
Ducato di Toscana lib. 111. cap. r. Tom. MI. p.208. 

(210) Della Traged. in priuc. 


282 ‘LIBRO SECONDO, CAP. VI. 


mano Imperio dalla Divina providenza collo- 
cata in quella regione d’Italia, dove la fortez- 
za, e virtù Italiana, altronde discacciata o dal- 
1’ ozio, o dal piacere, o dalla fraudolenza , .fos- 
se dalla necessità del sito tra le insidie, ed 1 pe- 
rigli delle vicine guerre accolta , ed alimentata, 
‘ e ne’ proprj gloriosi trofei esposta agli occhi di 
tutte le straniere nazioni . ; 

Se per natura sua adunque la lingua Italiana 
può aspirar alla universalità al pari della Fran- 
cese, universalità, che da cagioni estrinseche 
soltanto le vien contrastata; se esagerata è l'uni- 
versalità della lingua Francese in paragone del- 
l’idioma Italiano, che riesce ugualmente bene, 
purchè adoperar si voglia ne’ soggetti leggiadri, 
ed ameni, come ne’ scientifici, e che in altri 
tempi serviva, non ostante i maggiori ostacoli , 
che se gli attraversavano , ed i minori ajuti, 
che avea, a tutti quegli usi, ne’ quali con tanto 
strepito si adopera a’ dì nostri il Francese; e 
se inoltre è più ricco non tanto di voci, come 
di maniere di dire, più sciolto, più armonico, 
più immaginoso, ed espressivo, perchè mai noi 
Piemontesi non. l’abbracceremo, e adotteremo 
per nosìro , anche nel caso, che libera ne fosse 
la scelta? E se all'ultimo le naturali propensio» 
ni, edi proprj nestri interessi ricercano , che in 
ogni cosa, e nella lingua principalmente, veri 
Italiani ci dimostriamo, e zelanti dell’ onore 
della comune patria; se in somma non possiam 
esser buoni Piemontesi, se non siam pure ad 
un tempo buoni Italiani (*), sembra , che ragion 

(*} Il Conte Carli termina un suo opuscolo intitolato: 
Della Patria degli liallani, il cui oggetto si è il persua- 
dere ogni persona dei diversi Stati d'italia. a considerarsi 
come della stessa nazione cou queste:-memorabili parole: 


- Miventiamo Italiani per non cessare di esser uomeni, 
Op. T. 1X. p.394. 


“ 


MOTIVI PER PREFERIR L’ITAL. $. 11. 283 
più non rimanga da aggiungere per persuadere 
ì chiari ingegni, che non mancano nella nazion 
nostra, a farne uso in ogni scrittura, in ogni 


opera di qualunque specie siasi, e di qualunque 
argomeuto. 


FINE DEL VOLUME PRIMO. 


i rar ci 


.— rP__ P 


E) 


dr 


5) 


i 


VOLUME I. 


ERRORI 


9g. che tentarono 


. 16. VAngelio, la Siriade 


n. altrove accennato (9) 
5. significato ; cose 


. . 33. se debbansi 


. . 25. accaduto in animo 


. 30. sconociuto 


. 16. Latini quelli 


6. non potremmo, non 


58. nota (59). il Zambardi 


4. tale quale 


109. » . 1. ult. alla mensa 


3. letto, tradotto 
2. alle seduzioni 
1. Pittori, incisori 


. 18. presente meno 
147. + ++ 


26. Gioliti, de’ Ferrari 


150. nota(176) Paolo Pallavicini 


152. nota]. 36. utroque dignis . 
151. nota l. 41. Lettere 


165. ... 


22. a p- 208. 


204. . + + 21. la Lingua regolare 


205. - 
223. . è 
253. . . è 
259. - 
262... . 
265. ... 
276 .. 
280... - 
318. ... 
324. . è 
ibid. . + 


. 17. sono riscritte 


- 


5 


CORREZIONI 


che trattarono 


l Angelio la Siriade 

altrove accennato (9)? 

significato , cose 

se debbasi 

caduto in animo 

sconosciuto 

Latini, quelli 

non potremo noi 

il Zambaldi 

tale, quale 

alla Messa 

letto tradotto. 

alle sedizioni 

Pittori incisori 

presente, meno 

Gioliti de’ Ferrari 

Polo Sect. x1. = Palla» 

vicini 

atroque dignus . 

Lettera 

a pag. 215. 

la Lingua Italiana la 
più bella delle Lin- 
gue viventi, lingua 
regolare ec. 

sono riferite 


6. N. B. la citazione (51) si trasporti due linee 
dopo, dove dicesi = narra il Gelli (51) 


5. in poche lettere 
n. det Secolo XVI. 
2, si riguardano 
32. riflessioni, di quadri 


. 18. a mal pensare propensa 


32. le Nazioni nostre 
29. de’ Romani, eserciti 


. 14. desiderio (45) 


nota (45) l 


di poche lettere 

del Secolo XIV. 

ci riguardano 
riflessioni, i quadri 

a mal pensare propenso 
le azioni nostre 

de’ Romani eserciti 
desiderio (44) 

(44) è 

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