Grice e Cocconato
Gian Francesco Galeani Napione, noto anche come Francesco Galeani Napione conte di Cocconato(Torino, 1º novembre 1748 – Torino, 12 giugno 1830), è stato uno storico, letterato e poeta italiano.

Biografia

Nato a Torino da Amedeo Valeriano e Maddalena Maistre, fece studi giuridici coltivando parallelamente l'interesse per la storia e la letteratura influenzato dagli insegnamenti di Giuseppe Bortoli.
Alla morte del padre nel 1768, entrò nell'amministrazione delle Finanze, diventando intendente nel 1779.
Nel 1773, pubblicò il Saggio sopra l'arte storica, dedicandolo a Vittorio Amedeo III di Savoia.
Su incarico del governo savoiardo, pubblicò nel 1780Osservazioni intorno al progetto di pace tra S[ua]. M[aestà]. e le potenze barbaresche, dove si proponeva la formazione di una confederazione tra gli stati marittimi italiani sotto la guida del papato per difendere il loro commercio marittimo dall'attività dei pirati barbareschi.
Da sempre ostile alle mire espansionistiche francesi, si adoperò con scritti successivi: "Idea di una confederazione delle potenze d'Italia" (1791), "Memoria sulla necessità di una confederazione delle potenze d'Italia" (1794) promuovendo casa Savoia, in luogo del Papa, come guida di una confederazione di stati italiani [1] e questo gli valse alcune promozioni nell'ambito dell'amministrazione sabauda.
Nel 1791 pubblicò l'opera sua più famosa, Dell'uso e dei pregi della lingua italiana, caratterizzata da una netta avversione alle idee illuministe del tempo, con una decisa posizione contro il Cesarotti che, nel Saggio sulla filosofia delle lingue applicata alla lingua italiana (1785) aveva teorizzato la lingua come una materia in continuo divenire. Galeani Napione dichiarava la necessità di rifiutare parole e forme derivanti dalle lingue straniere; il saggio è uno dei primi manifesti del Purismo.
Nel 1797 venne promosso a generale delle finanze.
Nel periodo dell'invasione francese, il Napione si ritirò dalle funzioni pubbliche per farne ritorno dopo il periodo austro-russo e quello napoleonico.
Fu proprio sotto Napoleone che il Napione, pur senza entusiasmo, divenne prefetto di Vercelli ed insignito della Legion d'onore.
Nel 1801 fu nominato socio dell'Accademia delle Scienze di Torino, poi presidente della classe di scienze morali, storiche e filologiche.
Nel 1812 fu eletto membro della nuova Accademia della Crusca.
Dopo la Restaurazione nel 1814, fece parte del Magistrato per la riforma dell'Università.
Alla sua morte molti dei suoi componimenti poetici vennero conservati dal genero Luigi Nomis di Cossilla.
La città di Torino gli ha dedicato una via nel quartiere Vanchiglia.
Onorificenze
Opere
- Discorso intorno alla Storia del Piemonte. Torino: Presso i librai Gaetano Balbino, e Francesco Prato in Doragrossa, 1791.
- Dell'uso e dei pregi della lingua italiana 1791
- Dell'uso e dei pregi della lingua italiana, Firenze: Molini e Landi, 1813 (Google libri).
- Saggio sopra l'Arte storica
- Osservazioni intorno al progetto di pace di Sua Maestà e le potenze barbaresche (1780)
- Elogio di Giovanni Botero , 1782
- Idea di una confederazione delle potenze d'Italia(1790)
- Memoria sulla necessità di una confederazione delle potenze d'Italia (1794)
- Del nuovo stabilimento delle repubbliche lombarde(1797)
- Lettera a Francesco Benedetti sul merito dell'Alfieri poeta tragico 1818.
- Della patria di Cristoforo Colombo (dissertazione), Firenze 1808
- La Griselda - tragedia
- Monumenti dell'Architettura antica. Lettere al conte Giuseppe Franchi di Pont, Pisa, 1820.
- Amico d'Italia 1826, 1827
- Morte di Cleopatra
Note
- ^ Gian Francesco Galeani Napione (1748 - 1830), su Torino Scienza.
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Collegamenti esterni
- Galeani Napióne di Cocconato, Gian Francesco, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
- Francesco Lemmi, GALEANI NAPIONE di Cocconato, conte Gian Francesco, in Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1932.
- Orietta Bergo, GALEANI NAPIONE di Cocconato, Gian Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 51, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1998.
- Gian Francesco Galeani Napione, su accademicidellacrusca.org, Accademia della Crusca.
- Gian Francesco Galeani Napione, su accademiadellescienze.it, Accademia delle Scienze di Torino.
- Opere di Gian Francesco Galeani Napione / Gian Francesco Galeani Napione (altra versione) / Gian Francesco Galeani Napione (altra versione) / Gian Francesco Galeani Napione (altra versione), su MLOL, Horizons Unlimited.
- (EN) Opere di Gian Francesco Galeani Napione, su Open Library, Internet Archive.
Dell'uso e dei pregi della lingua italiana, was born in Turin in 1748. In 1812, he was elected to the Accademia della Crusca, a prestigious Italian language academy.
- Birthplace: Turin, Italy.
- Background: The son of Count Carlo Giuseppe Amedeo Valeriano and Countess Maddalena de Maistre, he was a member of the Piedmontese nobility.
- Career: While holding several high-ranking civil offices in the House of Savoy, Galeani Napione pursued his passions in history and literature. He became an early supporter of liberal reforms and Italy's eventual unification. After the annexation of Piedmont by France, he abandoned politics to focus on his studies.
- Saggio sopra l'arte storica (1773): In this work, dedicated to King Vittorio Amedeo III, he put forth the idea of a developing Italian national consciousness.
- Osservazioni intorno al progetto di pace tra S.M. e le potenze barbaresche (1780): In this piece, he proposed a confederation of Italian maritime states.
- Historical and biographical works: Following his return to academia, he wrote on a range of topics, including the famous admiral Christopher Columbus.
DELL'USO E DEI PREGI
DELLA
LINGUA ITALIANA
LIBRI TRE
COGLI OPUSCOLI ANNESSI ALLA EDIZIONE
È *
DI TORINO DELL'ANNO 1791
NUOVAMENTE RISTAMPATI, RIVEDUTI,
E DILIGENTEMENTE CORRETTI
Satis mirari'non queo, unde hoc sit tam insolens
domesticarum rerum fastidium . i
Cic. de Finib. Lib. I, $. ur,
TOMO PRIMO
FIRENZE
PRESSO MOLINI, LANDI E COMP.
MDCCCXIII.
ted
si
[
LI
. AVVERTIMENTO
Le Opere del Sig. Cav. Galeani Napione.
Torinese riscossero l’approvazione,-e le
lodi dei maggiori Letterati d’Italia. In una
delle prime ch'ei desse a luce (1) avendo,
egli contradetto ad una opinione manife-
stata dal chiar. Tiraboschi nel Tom. I. del-
la sua Storia, questi nella seconda edizio-
ne di essa (2), scrisse. che quell’eruditissi-
mo Cav. avea impugnato l’opinion sua
molto ingegnosamente, e di pui con una
urbanità che dovrebbe esser comune a tutti
i Letterati; quindi riferite le riflessioni di
lui, dichiarò che ci si arrendeva di buon.
grado. Di poi in var} luoghi inserì degli
interi squarci delle Opere di essa; ed ogni.
qualvolta gli cadde in acconcio di mento-
varle , sempre ne parlò con elagi.
Non meno per lui glorioso fu l’incontro
che ebbe presso il do Bettinelli il suo
Estratto ragionato del Viaggio di Anacarsi
in Grecia (3), giacchè quell’ Uomo insigne
scrivendoall’amica suo Canonico De-Gioarn-
ni, che gli avea procacciata quell’ Opera,
ebbe a dirgli: che presala tra mani non
gli era stato possibile di respirare , èd inter-
1) Saggio su l'Arte storica , Tor. 1773.
2) Tom. I. in nota. . o.
(3) Torino 1790.
;
VT
i n ne
e CP ni
AVVERTIMENTO
rompere la lettura....Che in essa egli avea
ammirato lo scrivere, il pensare, il sape-
re, l'ingegno, il giudicio, e con tuttociò
la gran moderazione dell’Autore...., e
per fine che si rallegrava col Piemonte che
avesse Scrittori da far invidia a Parigi. Ma
. éiò che val più di tutto si è che quel dot-
to Uomo si dichiarò forzato , per dir così,
dai ragionamenti di questo Socrate Ztalia-
no ( com'ei chiama l'Autore) a ritrattare il
. troppo favorevole giudicio da lui forma-
to dell’ Opera del Socrate Francese. Molto
todato fu il discorso, ch’ egli dettò sopra
l'Arte Militare del Tasso, sia dalle Efeme-
ridi letterarie di Roma (4), sia dal dotto Se-
rassi nella sua celebre Vita di Torquato (5).
Le stesse Efemeridi di Roma (6), ed il Gior-
nale Pisano (7) nei belli, e ben ragionati
ragguagli che diedero delle due Traduzioni,
«una delle Tusculane di Cicerone, e l’altra
della Vita d’Agricola di Tacito, attribui-
«scono al Cav. Napione il doppio, e raro
vanto di traduttore fedele, e di tradutto-
re filosofo . | I
Di altre opere di lui parlarono con lode
il Conte Borromeo di Padova (8), il Cav. Ip-
polito Pindemonte (9), e il dotto Bibliote-
cario Pozzetti (10), il quale lo chiama
(4) 1778. N. 22.
5 Lib. ‘o
6) 1805. N. 33.
7) T.8. N. 15. 1806.
089 Notizie dei Novellieri Ital. Bassano 1794. Pref.
» VIT XL XV. | -
55) Elogio del Mar. Spolverini.
10) Dissertazioni sopra alcuni passi della Vita di
Loreizo De Medici. Boloj. 1310. p. 60.
‘abi n
AVVERTIMENTO
Lume, ed Ornainento della Piemontese
Letteratura .
Per quello poi che riguarda particolar-
mente l’ Opera sua Dell’ Uso e dei Pregi
della Lingua Italiana, senza parlare nè del
Bettinelli, che tosto vi fece plauso, nè
delle sopraccitate Efemeridi Romane, che
ne diedero un bellissimo ed onorevolissi-
mo estratto (11), il Tiraboschi, dopo aver-
gli scritto che di pochi libri egli era tanto
soddisfatto quanto del primo tomo di es-
sa, compita che fu, oltre al citarla più vol.
.tete con lode, come fa di altri scritti di
lui (12), la disse..... « Opera degna di
« quell’ingegnoso, ed elegante Scrittore,
« in cut la nostra Lingua ha avuto il più
« giusto conoscitore de’suoi pregi, ed il
« più valoroso Apologista, che sia stato fi-
« nora (13) «.
Il dotto Segretario dell'Istituto Nazio-
nale Italiano nel Discorso preliminare pre- .
messo alle Memorie di quello, commenda
a cielo quest Opera , dicendola Zccellente,
e Classica per ogni titolo (14).
Il valente Professor di Belle Lettere, e
Storia nel Liceo di Trevigi, Mario Pieri,
così scrive di quest Opera... . » Gloria eter-
« na a quel nubile ingegno, e veramente
« Italiano, che con tanta dottrina ci ven-
nl 1792. N.7.8.9 10. rr. |
È St. T. VIII P. 11. p. 920. 1234. 1267. 1314.
T. VII. p. 484. e 512. Ediz. di Modena 1793.
(13) T. VII. P. ni. p. 1311.
(11) Memorie dell’ Ìstit. Nazionale It. T. I. Bo-
log. 1809.
*
AVVERTIMENTO
« ne accennando l’uso, éd i pregi di quel-.
« la Lingua divina, ed entro valorosa-
« mente in campo contro i di lei avver-
« sarj ec. (16) «.
Quanto poi siasi apprezzata quest Ope-
ra, anche dai dotti Toscani, abbastanza il
dimostrano e quello che ne scrisse l’eru-
ditissimo Bibliotecario Zannoni, chiaman»
dola bellissimo Trattato , e dicendo, che...
« tornerebbe assai bene che per tutta l’ I-
« talia si leggesse come libro elementare
« nelle scuole ec. (16) « e l’indirizzar che
fece il Professor di Lettere Greche nell’U.
niversità di Fisa Ab. Ciampi le sue applau-
dite Memorie di Messer Cino al N. A. co-
Mme a quello, che tanto si era adoperato, e
si adopera di continovo per mantenere, e
promuovere la purità dell'Italiano Lin-
guaggio . | |
Un Libro così universalmente pregiato
dai dotti dovea fra non molto farsi raro,
e il fu in effetto, Quindi dovea natural-
mente nascere il desiderio della ristampa
. di esso. Uno degli Editori dei Classici Ita-
liani, che si stampano in Milano così espres-
se il suo voto per una nuova edizione....
« Se. gli stampatori Italiani avessero a cuo-
« re daddovero la gloria delle Italiane Let- .
« tere, come sogliono sempre: protestare,
« sarebbe questo il tempo di riprodurre
« alla luce un Opera. che quantunque sia
Cei
(15) Delle originalità. nelle Scritture, e dei pre-
mj. Padova 1810, |
- (16) Giornale P Ape N..9. Fir. 1806.
AVVERTIMENTO
recente, già si è fatta rara, voglio dir
quella dell’Uso e dei Pregi dell’Italiana
Favella; stampata in Torino l'anno 1791,
il cui Autore è il Conte Gianfrancesco
Galeani Napione, letterato esimio, de-
gno dell'amore d'ogni vero Italiano, e
noto anche per una elegantissima, ed
« esattissima traduzione delle Questioni
« Tusculane di Cicerone (17) «. Ecco or
dunque che noi, secondando il nobile zélo
di quel savio Editore, prendiamo col fat-
to a provargli, che ci sta a cuore daddove-
ro la gloria delle Italiane Lettere. ristam-
pando l'Opera del Sig. Galeani Napione,
diligentissimamente purgata dagli errori;
e difetti, che si scorgevano con dispiacere
nella prima edizione di essa, onde possia-
«mo lusingarci a buon dritto, che questa
mostra ,, soddisfacendo la brama di.moltis-
simse studiose persone che cercavano in-
vano di procacciarsi la prima, ne farà la-
ro dimenticare la mancanza. Lo»
I giudiz]j qui sopra accennati, tutti pro-
feriti da illuminatissimi giudici della ma-
teria dal N..A. traltata, bastano essi soli a
sciogliere, ed annientare le#due. opposi-
‘zioni, che far si potrebbono all’utilità e
convenienza della nostra impresa; una
‘cioé che l'Opera, essendo stata scritta per
1 Piemontesi e pel paese loro, a questo de-
‘vono essere ristretti i vantaggi, che si pos-
sono aspettare dalla lettura di essa; l’al-
Z_ A
ùÙ fa
(17) 11 Mflmantile, Mil. 1807, Collezione N. 126,
Avviso ai Giovani studiosi dell’ It. Letterat. p. vi
AVVERTIMENTO
tra che dessa fu scritta in tempi anteriori
alle grandi mutazioni di Stato avvenute in
Italia, e così in circostanze troppo diverse
da quelle in cui trovansi di presente gl'I-
taliani e la lingua loro. I
Tutti i celebri Scrittori sopraccitati han-
no ravvisato, e lodato in quest’ Opera la
giusta , profonda cognizione della Lingua
Italiana, e la più valorosa difesa, che mai
se ne sia fatta; ma la Lingua Italiana ap-
partiene a tutta l’Italia; onde la causa che
si tratta nel libro, è quella di tutti gl’ I-
taliani. |
Il giudizioso Zannoni vorrebbe che si
leggesse questo Libro in tutta Italia , sed-
. bene, dice egli, sia diretto ai Piemontesi .
Ed in vero altro è, che l'Opera sia diretta
| al Piemontesi, altro che sia fatta esclusi-
vamente per essi, e che vi si tratti l’argo-
mento con le mire ristrette al solo Pie-
monte.
* Tutto all'opposto, l'A. lo tratta nel mo-
do il più grandioso ed esteso, in cui possa
resentarsi un tema siffattò ; e lungi di
limitare le sue vedute a’ confini della pa-
tria sua, sffazia egli eruditamente per i
più vasti campi della Letteratura si Italia-
na, che straniera, sì moderna che anti-
ca, e vi passeggia, per dir così, come in
‘sua casa.
Erano poi già avvenute le grandi muta-.
zioni di Stato tra noi quando, e il mento-
vato Zannoni consigliava agl’Italiani tutti
la lettura di questo Libro ; e ? editore M1-
‘lanese del Malmantile ne proponeva la
AVVERTIMENTO
ristampa, affermando anzi che sarebbe que-
sto il tempo di riprodurla alla luce. Infat-
ti, e chi potrà darsi a credere che la dot-
trina, il sistema del Cav. Napione sì op- -
pengano in qualche modo o alle veglianti
Leggi, od alle generali mire di chi ci go-
verna, quando anzi ne seguono esattamente
.lo spirito ed il dettame? Se una Legge So-
vrana ha stabilito in Piemonte l’uso dell’i-
dioma Francese per le scritture, che il
pubblico reggimento, ed i privati negoz)
. risguardano, è altresì noto a tutti, che l'u-
-so della Lingua Italiana si è conservato
colà, non solamente nel pubblico insegna-
mento, ma particolarmente. nella Classe
di Letteratura , e belle Arti dell’Accademia
Imperiale delle Scienze, e che anzi questa
sola Lingua esclusivamente adoperar si
dee negli Atti di quella Classe, ed in tuîti
li scritii che si spediscono a nome di es-
sa (18). - ì
Ora , qual altro mai è il sistema, il pro-
ponimento del N. A.? Egli il dichiara aper-
tamente in più luoghi dell'Opera sua, ma
specialmente dove lo circoscrive all'uso
Letterario della lingua, in libri di amena
letteratura, scientifici ed eruditi, ed alla
pubblica generale istruzione (19). E non
è egli evidente, che tal sistema è quello
stesso preciso che, dal Governo adottato, si
(18) V. Vita dell’Ab. Bettinelli dove si citano.
di $$ 42. 43. 44. del Regolamento di quell’ Accade-
. mia. Torino 1809. pag. 62. 69. Ven. 1810, pag. 97-
(19) Lib. I. C. 111, $. 3. Lib. 11. C. 111. $. 2. 3. 7.
AVVERTIMENTO
eseguisce colla pratica giornaliera ? Ed i To-
scani, in ispecie, come potrebbero mai sup-
‘porre a un tal sistema contrarie le mire del
Governo, essi che in modo così particolare
godono i frutti della munificentissima pro-
| tezione , che l’ Augusto Regnante si pregia
‘di accordare alla lor Lingua, la di cui pu-
rità egli si mostra sollecito di conservare,
anche col mezzo di grandiosi premj desti-
nati a coloro, che con maggiore successo
ad un tal fine scrivendo si adoprano ?
Altronde poi l’Autore; lungi dal condan-
nare lo studio di Lingue straniere, prende
anzi a provare di proposito (20), che esso
giova non poco a’progressi delle Scienze, e
delle Belle Arti, e lo dimostra colla ragio-
ne, coll’autorità, e con l'esempio suo pro-
prio, giacchè niente può meglio provare
una tale verità, che la doviziosissima sup-
pellettile di notizie tratte da Lingue stra-
niere, la quale è base insieme ed orna-
‘ mento di un'’Opera piena di cose , qual’ è
la sua. |
Che se nel confronto delle Lingue, Ita-
liana, e Francese egli asserisce e sostiene
la superiorità della prima, protesta però,
‘che tiene gli Scrittori Francesi celebratis-
simi del Secolo di Luigi XIV. in più alto
concetto, di quello che facessero i Fran-
tesi medesim», nel tempo in cui egli scri-
vea. Anzi di più, nel paragone delle due
Lingue, egli non fa altro che esporre le ri-
‘ flessioni degli Autori Classici Francesi me-
(20) Lib. I. C. 11. $. 3.
' AVVERTIMENTO
desimi, che Egli non solamente accetta
per giudici della Lingua lor propria, ma
dell’Italiana stessa eziandio (21). Al che
aggiungeremo noi che la moderata libertà
con cui l'Autore parlò della Lingua Fran-
cese nel suo libro, già ben noto in quel col-
to paese, non impedì che scienziati insi-
gni di quella Nazione, non solo facessero
plauso ad alcune delle più recenti Opere
- di lui, e da noi medesimi pubblicate, co-
me alle traduzioni delle Tusculane di Cice-
rone, della Vita di Agricola di Tacito, al '
° Libro della Patria di Colombo, e suoi Sup-
‘ plementi, ma che inoltre dotta chiamasse.
ro quest'opera stessa, Dell Uso e de’ Pregi
della Lingua Italiana (22). -
Quanto al sistema della Lingua comune
‘d’Italia adottato dall’Autore, qualunque
esser possa l'opinione in questo partico-
lare di alcuni altri Scrittori, è però co-
‘sa palese, che non solamente si è quello
de più valenti Letterati d’Italia, e segna-
tamente de’ più dotti e spregiudicati To-
(21) Lib. IT. C.1. e $$.1. 2,3. 4.
(2) V. II Primo Estratto del sig. Senatore Lan-
junais inserito nel Monitore Francese (9. Settem-
bre 1809.) « M. Galeani Napione ( ci devant In-
« tendant des Fiuances du Piemont pour le dernier
« Roi de Sardaigne) Litterateur connu , mème hors
« d” Italie, par plusieurs ouvrages de gout et d° e-
_ « rudition (4). # s
“Quindi iu nota (1) «Deux traductions en Italien,
« lune des Tusculanes de Ciceron et l’autre de la
« Vie d’ Agricola ( toutes deux imprimeées a Pise ),
‘ « etnn savant Livre intitulé Dell’ Uso e dei Pregi
« della Lingua Ituliana 2 vol. in 8.
»
AVVERTIMENTO
scani, ma che inoltre è affatto coerente
alla volontà spiegata nel Decreto dì rista-
bilimento dl celebre Accademia della
Crusca dall’ Augusto. Imperatore ,. a cui
piacque pure di nominare il nostro Auto-
re Socio Corrispondente dell’Accademia
medesima. |
- Ad ogni modo, il Libro fu scritto più
di venti anni sono, mentre il Piemonte
. vivea sotto altro Governo, con leggi di-
Verse, con diversi costumi, e l’ Autore
scrisse coerentemente al sistema di quel
tempo . |
| Ma se questa particolarità merita , co-
«me a noi sembra, d'essere da ogni savio
lettore considerata, non abbiamo credu-
.to però che indur ci dovesse a fare va-
‘ riazioni di sostanza nell’Opera, onde ci
siamo ristretti a quelle sole, che richie-
. devansi per l'esatta e diligente correzione
del testo. |
Si è poi giudicato di dare un ordine di-
verso, e più naturale agli Opuscoli in-
seriti nella prima edizione di Torino del-
l’anno 1791: che tengon dietro all'Opera ,
poichè manifestamente si scorge, che fu-
rono collocati in quel modo, per la sola
casualità di essere stati compiti per la stam-
. pa uno prima dell’ altro. :
Se questa nuova edizione verrà favore- ‘’
volmente accolta, come si ha ragione di
‘ credere, dal colto Pubblico d’Italia, procu-
reremo di accondiscendere alla brama, che
si mostra da molti, di veder ripubblicate
raccoltè in un solo corpo le Opere tutte del.
«
AVVERTIMENTO
l'Autore in var] tempi sparsamente stampa-
te, nel qual caso procureremo altresì di
potervi aggiungere .non pochi componi-
menti suoi inediti, che, secondo le no-
stre notizie, egli serba tuttora fra le sue
carte.
“%
| AL SIGNOR CONTE
FELICE DURANDO DI VILLA
CONSIGLIERE DEILE REGIE FINANZE
GIANFRANCESCO GALEANI NAPIONE
F ra coloro, che prender vorranno in ma-
no quest Opera mia per leggerla lusingar
io non mi posso di rinvenirne alcuno pre-
venuto per essa più favorevolmente di Lei,
signor Conte amatissimo. Alcuno poi al
certo non vi ha, che sappia meglio di Lei
i motivi, che mi hanno spinto da prima a
dettarla, e le circostanze, che ne differi-
rono la pubblicazione; nè che con mag-
gior efficacia mi abbia incoraggiato a darla
alla luce; dal che fare non gia affettata
. modestia di autore , ma altre più partico-
.lari considerazioni mi tratteneano . E bensì
accorgimento di autore il mio il presceglie-
re che fo in Lei un leggitore, quale bra-
merei, che fossero tutti, per ragionar di
essa brevemente, e per dirle alcuna di
quelle cose , che soventi volte brama mag-
giormente di dire chi scrive un libro, che
non di sapere chi si fa a leggerlo. Il con-
| siglio, che da Orazio di lasciar maturat
-gli scritti insino al nono anno è stato da me
per forza di necessità seguito , non per pru-
denza di avvedimento . Sebbene più di die-
N
cr anni or sieno passati, dacchè l Opera
gia ega terminata, le incumbenze, che mi
vennero successivamente addossate in due
Provincie, e le domestiche vicende ezian-
dio, come a Lei è ben noto, non mi lascia-
rono agio in tutto qR*! tempo di poter ba-
dare ad animo riposato a cose di lettere.
Richiamato poscia in. questo mezzo dal-
l’augusto nostro Monarca in Torino , men-
ire ‘io facea già tra me stesso pensiero di
condire i brevi momenti d’ozio, che avrei’
potuto aver liberi dalle altre mie occupa-
aioni , che più gravi si chiamano , e che io
dirà soltunto diverse, col riveder questo mio
gerial lavoro già quasi posto affatto in ob»
blio , mi toccò di soffrire il colpo più fiero,
e crudele, che ad uom possa accadere
| giammai. Rimaso per sì improvvisa percossa,
lungo tempo come fuor di me stesso, grave
mi riuscia la vita, che non potea più or-
mai in altro impiegare , che apianger la mia
sciagura. Molti furono gli amorevoli con-
forti, che Ella in quella afflizzion mia mi
porse, e per cuò non le potrò mai esser
grato abbastanza; ma uno tra essi, che
maggiormente contribuì a rimettere in cal.
ma il travagliato mia spirito fu il consi»
gliarmi ch’ Ella fece di cercar modo di ap.
plicarmi il più presta che per me si potesse
ed alcun lavoro appartenente a quelle fa-
coltà, ché, secondo il noto detto di Cica-
rane , se per una parte rendono più belle,
e gradite le cose prospere , apprestano pu-
re d’ altro canto scampo , e sallievo nelle
avverse .. Ella poca tempo prima di me
m
erasi trovata nella circostanza dolorosissi-.
ma di doverne fare l’esperienza. Cerchino
altri chi di noi sia stato più infelice, Ella
perdendo un unico figlio, io una consorte
adorata , poichè rifugge l'animo di avvol-
gersi di nuovo tra idee così funeste ; en-
trambi però, dopo quell insensibile, e tar-
do ristoro, che somministra la lunghezza
del tempo, e la sazietà stessa del dolore,
abbiam cercato sollievo negli studj delle
lettere. E chi mai, anche tra quelli, che
le odiano, e le sprezzano superbamente,
sarà con noî così severo , per non dir cru
dele, che voglia riprenderci per aver cer-
cato a’ nostri mali un così giusto rimedio,
e così innocente ? Breve, e di pochi giorni
per altro fu il lavoro, che da me, riavuto
alquanto, s intraprese, e questo si è il Di-
scorso intorno alla Storia det Piemonie,
che sta in fine dell'Opera; nè i doveri an-
nessi agli uffici miei permettendomi di po-
ter rivolgermi ad alcuna fatica letteraria,
che esigesse lungo tempo , ripigliai ad un
tal uopo queste osservazioni mie sulla lin-
gua nostra stese tanti anni prima 2 iVel
mentre poi, che mi ricreavan queste col
rammernmorarmi, nello scorrerle che io fa-
cea, i tempi passati più felici, non trascu-
rai di giovarmi dei lumi, e delle specula-
zioni, che o mi occorrevano alla mente, o
da molti valentuomini vennero fatte sullo
stesso argomento , studiandomi di portar
POpera, in quanto per me si. polea, a
quel segno, a cui mi sembrò, che richie.
dessero di portarla i progressi fatti negli
Ty
studj, e gli evenimenti in quell’ intervallo
di tempo succeduti. Le circostanze pertan-
to, in cui da me si attese ad un lavoro di
tal natura, ed il fine, per cui (prescinden-
do dall'importanza dell’ argomento) il ri-
pigliai, dee giustificarmi abbastanza, senza
che faccia mestieri il ricorrere a quel luo-
| go di Cicerone (1) fatto troppo comune”
resso i Letterati, e sempre volutosi igno-
rare da quelli, che nol sono, con cui da
una consimile accusa si difende dello at-
tender ch’ egli facea agli studj della bella
letteratura . Ad ogni modo col pubblicar
opera anche di mera erudizione non cre-
d di far cosa, che alla principal mia
| professione si disdica . Il signor Conte Car-.
‘ li tuttor vivente, adoperato in affari di ri-
lievo nella vicina ‘Lombardia Austriaca,
e già Presidente del Supremo Consiglio di
pubblica Economia , e del Magistrato Ca-
merale di Milano, quante opere non die-
de alla luce di antiquaria, di erudizione,
e di amena letteratura? L’unire la coltu-
ra delle lettere cogli studj più austeri, e col
mareggio degli affari, cosa, che eccita
nel cuor dell’uomo le generose passioni, e
spegne le vili, era ne' tempi andati ezian-
dio pratica degli uomini più grandi della
nostra nazione. Carlo Pascale gentiluom
| Piemontese, Avvocato Generale nel Parla-
mento di Rouen, Ambasciatore dei Monar-
chi di Francia a diversi Potentati di Eu-
ropa, e autor di un libro (2), il primo per
(1) Cic. pro Archia n. VI. i
(7) Legatus stamp. in Rouen nel 1598; in Parigi
nel 1612. con dedic. dell’ Aut, al Grao Canc. Silleri.
v
. avventura, che dottamente siasi scritto in-
torno alle Legazioni , tenuto in gran con-
cetto da esperti negoziatori anche a’ dì no-
stri, non fu ad un tempo stesso anche scrit-
tor di bella letteratura (3), e valoroso an-
tiguario ? (4) Ne quai tutti diversi aspetti
Ella ce lo presenterà luminosamente nelle
Memorie, che ne ha raccolte. Taccio del è -
Fabro, di cui toccai altrove (5); ma per
sérvimi di un più conchiudente esempio
, patrio, e quasi famigliare , ad Anastasio
Germonio Giureconsulto riputatissimo, che,
di Professore di Ragion Canonica (6) giun-
se poscia (cosa non insolita allora ) ad es-
sere Ambasciatore del Duca nostro (17)
Carlo Emanuele I. in Ispagna, non fece
alcun torto l'aver pubblicate nel 1580. le
sue Sessioni Pomeridiane, opera (8), in cui
della lingua Italiana , e della Latina, e di
Poeti, e di amena letteratura si ragiona
ampiamente . Che se alcuno de’ nostri Giu-
| reconsulti, ed uomini di Stato, non meno
che certi scienziati profondi. in quelle, che
chiamansi scienze esatte, insistessero dicen-
do nulla provare gli addotti ‘esémpj, e bia-
simassero quelli stessi nostri antichi perso».
| naggi, della cui autorita io mi fo scudo,
a tali loro biasimi io non posso fare altra
risposta, salvo col BID: vstantemente a
5; ) De opt. genere elocutionis .
4 Corona, seures omnis ceronaria ex priscorum
monumentis illustrata. Parisiis 1610. i
(5) Prefaz. alla Griselda Trag,
(e V. Pancirol. de claris legum interp.
Tirab. Stor. della lett. It. T. VII. part, 2. p. 1/7
(8) Zeno note al Fontan. T. I. p.35.
Vi
leggere il mio Libro. Sembrami inoltre,
ehe, anche senza prendersi tal briga, do-
vrebbe far nascere in mente loro qualche
dubbio di esser in errore, e che ingiusto
sia il poco conto, in cui tengono ogni stu-
dio appartenente a cose di lingua, il con-
siderar, che tutti gli uomini sommi pensa-
‘’ rono diversamente. L’ acuto, e troppo ‘fe-
‘dele ritrattista della Politica de’ tempi suoi
Niccolò Machiavelli (9) non credette per-
duta fatica lo scrivere della lingua propria;
‘ ed i nostri Fisici tutti, e Matematici più fa-
mosi dal Galileo insino al Manfredi, ed al
Zannotti cura grandissima si prendeano del-
le cose di lingua, e così pure praticarono .
gli uomini grandi delle straniere nazioni .
Da chi ha fatto di fresco lungo soggiorno
in Germania sento, che il celebre minera-
logista Perner non solo gusta le opere di
bella letteratura, ma della lingua propria
Tedesca è appassionato agnatore, ed oltre-
modo zelante di conservarne la purita.
Quanto agli uomini di Stato basteranna per
tutti il Cardinal di Richelieu, ed il Conte di
Hertzberg. Fondatore il primo dell’ Accade».
mia Francese ambi anche gloria di elegan+
te scrittore; il secondo protettor della lette-
ratura, e della. lingua sua naturale Tede-
sca , la difese cogli scritti contro il defun.
to Re di Prussia suo Signore (10), tradu- ‘
cendo egli stesse in Tedesco lunghi tratti
(9) Machiavel. Op. T. VI. ediz. di Firenze 1783.
Discorso co. p. 115. pe
- (10) Histoire de la Dissert. sur la littor. Allemans
-de, publiée a Berlin en 1780, |
| vir |
del sublime Tacito per mosttarne la forza ,
e l'energia. Ora ciò posto, i succennati
nostri severi personaggi vedendo consuma-
ti Ministri, e scienziati profondi concedere
a sì fatto soggetto buona parte de’ pensieri
loro, non dovrebbono cominciar a sospet-
tare almeno, che vi possano essere discus-
sioni di punti in fatto di lingua di tale na-
tura, che non solo non pregiudichino alla
gravità, ma sieno inoltre degni di venir
ponderati dagli uomini più autorevoli di
una nazione ? Diversamente da tutti gli al-
tri grand’ uomini non la pensò anche in
questo particolare quel Principe, che a
buona ragione chiamar si può il rigenera-
tor del Piemonte , voglio dire il Duca E-
.manuele Filiberto . Questi in mezzo a tante
altre sue cure per riordinare lo Stato scon-
svolto, non picciolo pensiero eziandio si
prese per darci una lingua, qersuaso sin
d’ allora di quella verità tanto tempo dopo
dimostrata da sottili filosofi, che quanto
più presto un popolo ha una lingua per-
fetta, tanto più rapidamente si spiegano,
e si perfezionano le facoltà intellettuali .
Egli pertanto ‘non. solo la letteratura, e la
lingua Italiana protesse con regia munifi-
cenza, ma volle persino, che da’ Magi-
strati, e da’ Notai ‘ogni atto pubblico in
idioma Italiano si stendesse. Vero è, “ghe i
Giureconsulti più ostinatamente, che gli
scrittori di altre scienze, si sono mantenuti
în possesso di scrivere in, Latino bene, o
male, cosicchè un chiaro Letterato (11)
‘ (11) Demna Bibliop. part. II, p. 118.
VITI
potè affermare non conoscere opera lega-
fe, nè raccolta di orazioni giudiziali, che
‘ mostri qualche eleganza di stile, o purità
di lingua Italiana, e sia di qualche valore
nella sostanza; e non ostante i sopraccen-
nati providi stabilimenti perseverarono i
Magistrati nostri nella usanza di stendere
in Latino le sentenze ragionate, che chia-
mansi Decisioni, unica occasione, che ab-.
biano di dar saggio pubblico del loro stile.
Ma grazie sieno pur rese al nostro comune
amico il dotto, ed ingenuo signor Collate-
rale Jacopo Durandi (12), che primo dopo
più di due secoli sì uniformò a quell’ ordine
salutare, primo osò declinare da una pra-
tica, che, sebbene ultimo reliquato del.
l'antico abrogato sistema, sembrava rispet:
tabile perla sola antichità, e ad una lin-
gua intesa da pochi, offuscata da intrusa
barbarie, e mancante di termini per gli usi
nostri, osò sostituire, come ogni ragion
volea , la nostra,
Tutto il sin qui da me detto intorno alla
importanza delle cose di lingua, e segna
tamente della lingua nostra, che si è l’ Ita-
liana, fu piuttosto da me accennato per
trattenermi seco di oggetto ad entrambi gra-
dito, che per persuaderlo di un’ opinione
dalla mia diversa . Quello , in cui non sia-
mo interamente diun medesimo avviso si è,
ch’ Ella crede, signor Conte mio, che da
(12) Motivi della Sentenza Camerale 12. Genn.
1789. nella causa del Consortile di Valperga contro
la Comun. di Salassa a relaz, del sig, Collat. Tacopo
Durandi. i | | |
rx 3
me siasi in alcun particolare trapassato al-
quanto i giusti termini nel difendere una
giusta causa. Ella me ne fece più di una
volta dolci, ma efficaci rimproveri, e da
altre coltissime persone ne intesi anche dei
più animati. Pare adunque in primo luogo
a Lei, eda queste persone ( tra le quali ve
ne sono eziandio di quel sesso amabile, che
tanto giovar potrebbe alla mia causa, quan-
do mi riuscisse d’impegnarlo in favore di
essa ), che io siami mostrato troppo avverso
agli scrittori Francesi, e che con troppa acer-
bità intenda svellere ogni radice di quella
lingua, escludendone ogni uso affatto in 0-
gni ordine di persone tra noi. Sembra in
secondo luogo a Lei medesimo in un cogli
altri dotti, che anche oltre al dovere per
me si restringa lostudio, el'uso della lingua .
Latina, che tengono essi doversi conservare,
non solo per adoperarla elegante, e colta a
. fine di preservare il buon gusto dell’ aurea
| antichità da ogni corruttela, ed infezio-
ne, ma per servire, eziandio più disadorna,
alla più facile comunicazione tra gli scien-
ziati di Europa, ed a quegli usi tutti, in
- cui alcuni impiegar voleano la lingua uni-
versale vanamente cercata. Molti perciò
de’ nostri uomini , ed Ella pure, signor Con-
te, che è di natura socievole e cortese, si
lasciano persuader ad usar nelle scritture.
dottrinali, e di apparato la lingua Latina,
e nelle colte, famigliari, brillanti, ed an-
che appartenenti a scienze di moda la Fran- .
eese; ma di grazia, se dobbiamo parlar noi
Piemontesi Latino colle dgite,. e Francese
X
colle colte , e gentili persone; non potrerno
più parlare Italiano, eccetto colle rozze,
colle idiote, e plebee. Del rimanente, nes-
suno de’ moderni Francesi tiene in più alto
concetto di quello, che io faccia, gli scrit-
tori celebratissimi del secolo di Luigi XIV.,
che essi osano al presente di chiamar bar-
baro, e che aureo io chiamo, ed illustre;
che anzi il voto mio sarebbe, che si faces
se da noi in Piemonte in favor della lin-
gua Italiana , quello, che si fece da’ Fran
cesi in pro della loro in quella età. Sieno
i Francesi, ma sieno in Francia, dirò io
con tutto questo colla frase adoperata da
un dotto scrittore di altre persone ragio-
nando , e di un’altra contrada; nè a Lei,
ed a tutti quelli, che discreti sono, dovrà
sembrare ingiusta questa mia dimanda . È
sebbene siam posti noi ai confini d° Italia,
non v’ ha forse nazione , a dir così, più Ita-
liana della Piemontese da ormai mille anni
er dominio non interrotto di Principi, per
antichita di famiglie, per armi proprie; on-
de dovremmo essere zelantissimi di conser:
var l’original nostro carattere incorrotto,
escludendo l’uso delle lingue straniere, che
il modo di pensare, e le opinioni straniere
porta seco infallantemente. Comunque siasi,
i letterati di prim’ ordine, gliuomini gràndi
di entrambe le nazioni Francese, ed Italia-
na si tengono vicendevolmente in quel con-
cetto, che meritano, e quasi respirando un'
aria più sgombra dalle nebbie de’ pregiu-
dizj, non hanno in questa parte il difetto
nazionale, che presso i Francesi consiste
XI
nello stimar troppo le cose proprie, e presso
gli uomini volgari in Italia (e.tra essi molti
annoverar si debbono, che son tali senza
avvedersene ) di far troppo caso delle stra-
niere; i quali opposti nazionali difetti me-
ritano di venir combattuti dagli uomini savj
di entrambe le nazioni.
| Rispetto poi alla lingua Latina, verso
cui Ella alquanto ingiusto mi crede, trop-
po lunga cosa sarebbe il qui ragionarne, e
mi rimetto a quanto ne ho detto nell’ Ope-
ra medesima, e segnatamente al Libro ter-
zo. Toccherò qui soltanto di volo quella
ragione evidentissima, che, se tutte le na-
zioni, le quali all'uso della lingua Latina
sostituirono in ogni cosa, ed in ispecie nel-
la pubblica istruzione la propria, tosto ri>
nacquero a ruova vita, e più floride diven:
| RETO, e più potenti, e perchè mai vorremo
noi perseverar in un uso, che, qualunque
vantaggio aver possa per alcuni, si è rico-
nosciuto riuscir in pratica per l'universala
dannosissimo ? Non rammenterò nè Tede-
schi, nè Inglesi; non i Francesi medesimi.
La Svezia, dove'in un colle arti di guerra
ora fioriscono pure le lettere, e le scienze
più a’ giorni nostri riputate, non adopera
iù quasi che la lingua propria ne’ libri
dottrinali, che è però una lingua unica:
mente parlata da una popolazione non
maggiore di quella dei Dominj in Italia
del nostro Momarca. Così usa di fare già
da qualche tempo anche la Danimarca ;,
nè adoperano queste nazioni la propria
lingua soltanto ragionando d’agni materia.
xi
co’ proprj compatriotti, ma eziandio par-
lando alle straniere Potenze rie’ passapor-
ti; ed alle posterità in iscrizioni, in meda-
glie. Che se non temono que’ popoli, e
quegli scienziati di valersi de’ loro idiomi
sconosciuti nel rimanente di Europa, ed a
poco popolate contrade ristretti, perchè mai
noi Piemontesi esiteremo a far uso univer-
sale in ogni cosa nostra di una lingua qual
si è l Italiana, che non solo è la più bella
“che sia sorta dalle rovine dell’ antichità, ed
è lingua propria di sedici milioni forse di
persone, ma è lingua conosciuta, ed ap-
prezzata da tutte le colte nazioni? Ed a
mostrar come possano aver corso nelle più
rimote regioni i libri sia dotti che eleganti
dettati in lingua nostra, senza uscir della
Svezia, di cui si ragionava pur ora, basti
il recarne in prova quanto asserì avere in»
teso dalla bocca stessa della Regina allora
regnante di Svezia molti anni sono un Ca-
valier Veronese (13), che la Verona Ilu-
strata del Marchese Maffei, e la Merope
del medesimo autore aveano bastato a far-.
le prendere affetto grandissimo alla nostra
lingua, ed alla nostra letteratura. Ma non
sono ad ogni modo io il solo, nè il primo,
| come. a luogo opportuno ho accennato
nell’ Opera mia, che brami, che ogni cosa
si scriva in lingua propria. Tra’ Latinisti
medesimi di questi ultimi tempi di maggior
. grido non vi fu un Bonamici, il quale,
sebben tutta la celebrità sua dovesse alle
(13) V. Pindemonte Risposta alle oppos. fatte alle
Op. del March. Maffei T. I. p, 87. Verona 1754
i
|
XIH
lettere Latine, contuttociò in una orazione
sua mostra con validissime ragioni doversi
coltivare a preferenza da noi Italiani il pro-
prio idioma, ed essere più conveniente, e
più utile al vantaggio della repubblica
letteraria, ed alla saggia contemplazione
delle cose sbandir dalle scuole quella man-
chevole, e fecciosa favella, che chiaman
Latina (14), dacehè la perfetta, e polita
aver non si può se non con immensa fati-
ca ? In vece di sì fatto Latino scolastico
vorrebbe egli che introdur vi si dovesse la
. nostra lingua dolce, candida, ed'a sapersi
più agevole assui, se pure questa stessa
agevolezza, che a tutti comune la rende,
non è quella per l'appunto, che fa, che
alcuni di genio vanamente superbo la di:
sprezzino. E quando quella eleganza tanto
vantata avvien che riesca di ottenerla in
quel sommo*grado, di cui sieno i moderni
capaci, non vi ha forse ragione di temere,
che quell’antica veneranda patina non in-
grandisca , e renda più augusti gli oggetti,
di quello che sieno in se stessi; e che, in
vece di cose, allo stringer de’ conti, ricchi
ci troviam soltanto di parole ? In una scelta
adunanza essendosi letta una delle Orazio-
ni Latine del peraltro dotto Gravina ottima-
mente tradotta, come cosa originale, ven-
ne giudicata cosa fredda oltremodo, e tri.
viale ; tanto è vero che abbaglia anche i
dotti la pompa, e la maesta elegante di una
lingua antica. Visi vede per entro, come
(:‘) Orazione in favor della lingua Ital. Bonam.
Op. T. 11. p. 134 Angustae Vindelic. 1764. Ru
XIV
nelle cose tutte dell'antichità , più di quello
che c'è, e quello stesso che non ci è. All ud-
timo poi io non ho mai osato di sosterer opi-
nioni così avverse alla lingua Latina, come
avea in animo di fare un altro valente La-
tinista , che fiorì în principio di questo seco-
lo, l Abate Domenric® Lazzarini (15). Egli
in una sua Opera, di cui ci è restato sol-
tanto il disegno în una sua lettera al. Cre-
scimbeni, non solo biasimar intendea co-
loro, che lasciano di adoperar la nativa
lingua per usar le straniere, o dimostrar
come la Latina per una somma penuria di
voci è poco atta ad illustrar le cose filoso-
fiche, ma inoltre assumer voleasi a provar
(quello, che io non ho avuto mai cuore di
affermare ) che la nostra lingua sta a con-
fronto della Greca, e sopravanza la Lati-
na. Tai cose io non sostengo già, ma dico
soltanto ch’ ella è nostra; e che per giun-
gere alla coltura dell'ingegno , per goder
dei comodi, dei piaceri, e dello splendor
della vita conviene in ogni cosa nostra ado-
perarla. La coltura universale non si dif-
fonderà mai in una nazione , il popolo sa-
.rà sempre rozzo, feroce, indomabile dove
non sia sparsa quella certa cognizion di let-
tere, che otterer non si può se ron se me»
diante la lingua propria. E mediante que-
sta instituzion popolare soltanto si può spe-
rare, che tra la gente minuta si scemino i
disordini, e le risse, come avvertì savia-
mente l’ aureo nostro signor Canonico De-
(1%) Presso Fabroni, Vitae Italor doct. excel. vol.
XIV. Dominicus Lazzarinus pag. 104. e seg.
Xv
gioanni (16), che soggiunge inoltre, che in
tal modo tutti gli uomini popolari sarebbo-
no. più disinvolti nelle arti, più avveduti nei
contratti, in ogni traffico più attivi, ed in-
dustriosi, e per conseguente cittadini mi
gliori, e più vantaggiosi alla patria. Ma
non è antica massima, diranno cert uni,
che una nazione letterata, e colta è più
difficile da governarsi ? e non è perciò, non
solo perduta opera, ma perniciosa quella
di diffondere i lumi in ogni ordine di per-
sone? Ma l'antica massima non è che un
antico errore a giudicio di Bacone (17), e
di tutti i savj, e per tale lo dimostrano le
storie. Chi leggerà le più sincere Memorie
di tutte le antiche, e moderne nazioni tro-
verà, che i secoli dell'ignoranza furono
ognora quelli parimente della ferocia , del-
le feta a , del sangue; all’incontro do-
ve fu maggior coltura, la i Principi rispet-
tati, e sicuri con maggior gloria domina-
rono su popoli fortunati, e tranquilli . Vero
è che si può fare abuso dell'ingegno , e del
sapere dai dotti, come della autorità, e
delle ricchezze dai potenti, ma i Regnanti
profondamente versati nella scienza di Sta-
to, nel mentre che si pigliarono cura gran-
dissima per fare scelta di quelli, cui con-
fidar l'autorità si dovesse , è nel por riparo
alla sproporzione delle facultà eccessiva ,
della coltura stessa delle lettere, e de’ lette»
(16) Ignatii Dejoannis Cathed. Ecc. Casalensis Ca»
nonici Oratio habita in R. ‘Taur. Athe. IX. kal. Jul,
MDCCXC. p. 33. |
(17) Bac. Verul. de dign. et aug. scient. lib. I,
xvi
rati si valsero come di un istromento effica-
cissimo di buon governo. Filippo di Mace-
donia, Alessandro Magno, i De-Medici,
Carlo Emanuele I., Federico II. per se
stessi , Augusto secondato da Mecenate , Lui-
gi XIII., e Luigi XIV. per mezzo di Riche.
lieu, e di Colbert, valendosi delle lettere,
e della protezion de’ letterati, acquistarono
l'impero più lusinghiero che dar si possa,
quello della pubblica opinione. Non è il
favore, ma lo sprezzo delle lettere che ca-
giona pregiudizj gravissimi. Gli uomini di
ingegno non curati, vilipesi, perseguitati ,
si esasperarono, cliedero a divedere il bene,
di cui sarebbono stati capaci, morigerati, e
ben diretti, col male che cagionarono irrita
ti, e corrotti. Ma dalle cose di lingua in
troppo diversa materia mi son lasciato tra-
sportare. Tempo è udunque di por fine ;
tanto più che mi avvedo, che non posso
far dono di un libro sulla lingua Italiana
ad un ammiratore appassionato , ed intel-
ligente del Petrarca, qual Egli si è, signor
Conte amatissimo, in un giorno più fausto
del presente, epoca memorabile del famoso
innamoramento di Madonna Laura, ori-
gine dell’immortal Canzoniere di Messer
Francesco, il più vago, e prezioso giojello
di nostra lingua. |
Torino .... il dì sesto di Aprile 1791.
TAVOLA
DEL CONTENUTO NEL PRIMO VOLUME.
!
- ' LIBRÒ PRIMO
“ IN CUI TRATTASI DELLA NECESSITA” DI AVERE UNA
LINGUA SOLA DOMINANTE PER VALERSENE NELLE
OPERE TUTTE D’INGEGNO, E SI DIMOSTRA DOVER
ESSER QUESTA L’ ITALIANA IN PIEMONTE.
Ciss I. Importanza dell'argomento influenza del-
<a -
le lingue sui costumi e sull’indole délle nazio-
N + è 0000 000 + Pag.i
6. I. La lingua è uno dei più forti vincoli , che
stringa alla patria . >. .0... 0... 2
$. II. Della cura , che le nazioni antiche si presero
delle cose di lingua, . 00 a ta
6. MII. Sollecitudini delle nazioni moderne in fat»
to di lingua. . . .... 0... 10
Caro II. Necessità di servirsi della lingua naziona-
le nelle materie scientifiche . . . ,°. 16
6. I. Connessione tra le idee, ed i segni -. . 1
S. 11. Le lingue viventi sono di miglior uso delle
morte per filosofare, e per negoziare. . . 19
$. ITT. 11 servirsi delle lingue volgari nelle ‘opere
d’ogni specie è il mezzo più proprio per ren-
der colta ana intera nazione . . .
; e». d
$. IV. Si scioglie un’ obbiezione del Card. Pallavi-
cini contro l’uso di dettar in lingua volgare i
Trattati dottrinali. . . +... . +. 30
-$. V. L’uso deltelingue volgari nelle e scienti»
fiche non rende il sapere di più difficile acqui-
MO e, e e e DE i I
$. VI. Traduzioni di opere scientifiche , ed istrut- '
tive... , cd e dita a a 100
$. VII. Non vi sarebbe inconveniente , quando si
trattassero in lingua volgare le case apparte-
nenti alla Religione . +. . +... . 38
$. VIII. Sentimenti de’ più chiari letterati Italiani
moderni intorno allo adoperar la lingua volga-
re ìn ogni opera instruttiva. , . +0. . AL
i Adi
a AVIII
Capo HI. Dimostrasi, che ciascuna nazione dee a
vere una sola lingua volgare colta,e che l’Ita-
liana, e la Francese non possono essere entram-
be ad un tempo lingue volgari colte in Pie-
nionte- ic © e Ra e È a Se 49
6. I. iliverso concetto, in cui sono tenute in
Piemonte la lingua Italiana, e la Francese ;
conseguenze, che ne derivano. . . + . 46
6. 11. Non sussiste l’ esempio de’ Romani , e degli.
Italiani antichi per provare, che sì possono -a-
vere due lingue colte ad un tempo. . . 48
6. INI. Studio di lingue diverse utile ai progressi
delle scienze e delle bell’arti. . +. . . 64
. IV. Insussistenza dell’ asserzione , che vi sono
Piemontesi, cui riesce più facile scrivere in
lingua Francese, che nella Italiana. . . 7I
6. V. Si esamina il sentimento di quelli, che ten-.
gono doversi scrivere ‘in lingua Francese le o-
ere di.scienze esatte . . +... è + 74
Caro IV. Si prende a provare; che la lingua volga-
re colta naturale al Piemente si è la lingua.
Italiana. o . .0. 6000. ++ + + dI
6. I. Scrittori celebri Piemontesi scrissero tutti in
lingua Italiana. + 0.606... Sa.
6. IL Genio della lingua Italiana conservatosi in
Piemonte , non ostante le invasioni dei Fran-
Così > © aa, I a e a 800
6.11I. La Savoja, ed il Piemonte, sebbene formi-
no uno stesso dominio, ebbero sempre lingua
diversa . .0.0 0 +00. 6 + + + 93
LIBRO SECONDO
CHE CONTIENE IL PARAGONE DELLE DUE LINGUE
FRANCESE E ITALIANA.
‘Capo I. Carattere della lingua Francese, quale si è
a’ giorni nostri. + + + + +0 + 0. 97
| $.L. Mal fondati elogj dati alla lingua Francese
(© dal P. Bouhours . . . . . +... 98
6. IL. Giudicio, che danno della lingua Francese ì
iù celebri scrittori di quella nazione . 101
II. Giudicio, che i critici Francesi recano
della lingua loro, in ispecie confrontandola
colla lingua Greca, e colla Latina. +. +. 108
XIX |
. 6.1V, Carattere della lingua Francese prima del
Cardinale Richelicu, impossibiltà di far rivi-
vere tal lingua. . 0... .0. e. 153
SG. V. Lalingua , che parlavasi in Francia nel fine
del secolo XVI. non era lingua naturale alla
Francia. è. +°% è è. 0 è 4 s 122
Capo ll. Carattere della lingua Italiana . . 125
- $. I. Opinione dell’ Abate t‘esarotti intorno ai di-
versi pregi delle lingue . . . . .-. 126
6. II. Superiorità della lingaa Italiana riconoscia-
ta da’ più celebri traduttori, e scrittori Fran-
Cos + & ale. e a 131
6. III. Armonia della lingua Italiana, e risposta
. alle accuse in questo proposito. .. . . 137
, $- IV. Costruzione della lingua Italiana; si difende ,
da una taccia datale dall’Ab.. di Condillac. 142
6. V. Lingua Italiana arricchita colla letteratura
antica e straniera -. . . . . +. . 152
$. VI. Abbondanza di voci della lingua Italiana. 160
- $. VII. Scarsità di libri elementari, e di tratteni-
mento in lingua Italiana . . . . . +. 165
6. VLIL Attitudine della lingua Italiana alle ope-
re instruttive, e di arti; chiarezza, e precisione
della medesitta . . . . 0... +. 191
6. IX. Abbondanza delle voci in lingua Italiana
contribuisce alla precision sua . . . . iî0
6. X. Osservazioni intorno al modo di formare i
si Dot in lingua Italiana. . . . . . 182
Capo Il. Paragone de’ suoi pregi estrinseci, e delle
universalità delle due lingue Francese, ed I-
taliana . . ... 0...» 186
$. 1. Lingua Italiana più facile ad esser imparata
dagli stranieri , che son la Francese . -. 187
f. IL. Quanto poco diffuso l' Idioma Francese pri-
‘- ma di Luigi XIV. . . .. +... . 192
6. LI. Ragioni, per eui la lingua Francese si dìf-
fuse sotto Luigi XIV.: mezzi posti in pratica
atalifine» - Leo ie ene a 10)
6. 1V. Lingua Italiana più estesa della Francese
prima del Re Luigi XIV.; migliori fondamen-
ti.della sua universalità . . . . . . 209
Caro IV. Ostacoli, che inipedirono, che la lingua
Italiana continuasse ad essere lingua univer-
sale i. w “È © Sea #& £ & rd 210
. . .
$. T. Declamazioni de’ Latinisti contro la lingua”
Italiana. . .0.0.0. 0... + 210
6. IT. Danni cagionati alla letteratura Italiana dal-
l’uso di dettar le opere dottrinali in lingua La-
tini co le 4. die, è e A e e RIO
6. ILL. Danni, che soffrì la poesia Italiana dal col-
tivarsi troppo le lettere Latine . . . . 218
$. IV. Eleganza maggiore degli Italiani Latinisti ,
ostacolo a’ progressi della lingua volgare. 221
Caro V. Ficende ; è stato attuale della lingua Ita-
liàridi .<.ui è « i e € e a DA
$.1. Stato della lingua. Italiana fuori d’Italia do-
po la metà del secolo scorso. . +... 229
6. Il. Libri antichi Italiani di trattenimento diver-
si di genio da quegli scritti da un secolo a que-
sta parte >... +00 +. + + + + 230,
6. III. Opere d’ingegno s’ adattano sempre più o
meno al.genio dominante del secolo. . 238
6.IV. Genio delle opere antiche Italiane di tratte» |
© nimento men soggetto a variazioni, e più ra-
picoiee di quello delle opere Francesi mo-
CEDE. L00666 00 24I
6. V. Gusto degl’ Italiani ne’ dialoghi, e nelle ope-
re.di amena letteratura più tonforme a quella
de’ Greci, e de Romani . . . . +. + 246
6. VI. Motivi, per cui la letteratura galante Fran-
cese è al presente più diffusa della Italiana. 253
6. VII Diversità, SR passa tra il genio, ed il bel-
“Jo spirito o L06600 + n 299
- €. VIH. Esagerazioni intorno alla pretesa univer-
salità della lingua Francese., ed al poco corso,
che si asserisce aver fuori d’Italia la nostra, 263
Caro VI. Motivi politici per iscegliere a preferenza
da lingua Italiana per lingua volgare colta în
| Piemonte . +. 00060060 274
6.1. Leggi de’ nostri Sovrani. e regolamenti per
istabilre ogni volta più la lingua Italiana in
Piemonte... . 0... 0.00 + + 103
6. II. Ragioni politiche, ché mossero i nostri Prin-
cipi a fissare la lingua Italiaha per lingua vol-
gare colta in Piemonte. . +. + » è è 277
DELL'USO E DEI PREGI |
DELLA
LINGUA ITALIANA
. LIBRO PRIMO
CAPO L
IMPORTANZA DELL'ARGOMENTO ; INFLUENZA
DELLE LINGUE SUI COSTUMI, E SULL’IN-
DOLE DELLE NAZIONI.
XP uell’istromento dalla patura all'uomo con-
cesso ,-per via di cui non solo il piacere ed il
dolore si manifesta, ma s’instruisce, si delibe-
ra, sì persuade, si comanda, e- che sommini-
stra i segni medesimamente., per mezzo de’ qua-
‘ li Panima richiama tra se stessa le idee, e le.
connette , il linguaggio in una parola; dalle di-
verse inclinazioni di una nazione, dai diversi
studj, ed arti dominanti, e dalle vicende, cui
va soggetta, può ricevere modificazioni: &sen-.
zialissime. Dipende adunque in gran parte da-
gli uomini medesimi il perfezionare quest’ or-
gano, e quanto sarà desso più perfetto , tanto
più facile riuscirà l' acquistare il sapere, l’istru-
zione pri pronta, la meditazione più profonda,
più sensibile, più generosa, più energica l’anima.
stessa; ondechè le speculazioni tutte, e le cu-
re dirette a migliorare un sì fatto universale
istromento sono troppo più rilevanti di quello,
che a prima fronte sembrar possa. Gli uomini
grandi dell’antichità, non solo della lingua loro
Pel, I. Ì 1
-
erano teneri amatori, e lodatori continui, ma
tale sollecitudine se ne prendeano, che eccessiva »
sembra a’giorni nostri. Cesare, quel letterato
guerriero , le di cui doti erano sì rare, e sì ri-
1. splendenti s che per poco non abbagliaiono. la
posterità nel recar giudizio dell'uso abomine-
vole, che ne fece, in mezzo allo strepito delle
sue vittorie, tra le pratiche di Stato , tra’ suoi
studj, e tra’ suoi amori non tralasciò di dettar
Trattati appartenenti a cose di lingua (1). E Ci-
. cerone nel tempo istesso , in cui scoppiava la
più gran rivoluzione del più grande Impero del-
la terra, e che stava pendente la rovina, che
dovea opprimerlo,, intorno a minuzie gramati-
ticali consultava il suo amico e confidente Pom-
ponio Attico. *
—— Inquesto secolo dietro la scorta dei Le-Clerc,
dei Locke, deì Lebuitz, nomi grandissimi , iGe- -
novesi, i Du-Marsais, i Condillac, i Michae-
lis, i Cesarotti, ed altri sottili ingegni hanno
creduto di dover esaminare filosoficamente la
natura delle lingue; mentre altri si sono appli- -
‘ cati più particolarmente ad osservare, e descri- ‘
vere il genio, l'indole, la storia di un deter-
minato idioma Laande questa materia di gra-
maticale, € letteraria, che al più era, è diven-
tata filos rfica, e diventar dovrebbe eziandio po-
litica, sa il giovamento, che può arrecare
. alla civile società.
S$.I La Lingua è uno dei più forti vincoli ;
che stringa alla Patria.
. Sele voci di nazione, e di patria non sono
del tutto vuote di significato, se è cosa impor-
( 1) Blakwalius de Preest. Class. ques. cap. II. $. 3.
sn
mi
INFLUENZA DELLE LINGUE $. 1. 3
Ùi * e. e °° ®. . ud ,
tante , che ogni società civile abbia ‘un carattere
suo proprio, da cni quasi da interno spirito
venga animata ogni singolar persona, se i mag-
giorì progressi nel sapere, la maggior gloria
della nazione, i maggiori piaceri, e ja maggior
coltura della -vita non sono oggetti di picciol
momento, certa cosa è, che ogni via, ed ogni.
spediente atto ed opportuno per accendere
vieppiù questo fuoco, e per istringere sì fatti
avventurosi nodi, non si dee trascurar di ri-
cercarsi dagli studiosi, nè ‘di p@rsi in pratica
da chi l'autorità alle cognizioni congiunge . L’a-
vere una lingua propria , il coltivarla, l’amar-
la, l’apprezzarla, il-farne uso non«meno nelle
solenni pompose occasioni , e nelle severe, che
pelle familiari e ‘brillanti, non è -l’iiltinig:
motivo , che stringa gli uomini, ‘e glf'affezioni
alla contrada, in cuiggivono; che giovi ad im-°
primere in loro cuore un carattere originale, ,
e sì fattamente proprio della nazione, talchè ne
risulti il più vivo interessamento per lo pubbli-
co bene, sparso ne’ diversi membri di essa, ela
più intima, e salda unione del corpo politico,
e degli ordini di persone, che il compongono”.
Non è da dire di quanto minuti clementi com-
poste sieno le più gran moli, e quante picciole
cagioni abbiano avuto parte negli effetti più
strepitosi. Quell’ eroico amor della patria, che
spronò Greci, e Romani ad imprese così ma-,
gnanime, procedeva dal gran concetto, in cui
tenevano ogni cosa loro anche oltre il dovere.
Alla cura, che si prendeano per diffondere la
lingua loro, al conto, che ne facevano, all’ar-
dore, con cui la coltivavano attribuir sì dee in
gran parte quello spirito patriottico, che tanto.
in essi si ammira, quell’ entusiasmo nazionale
produttor di azioni sì straordinarie, che altri
I
VIS
"a
sl di =. a
cl LIBRO PRIMO: CAP, I.
è pressochè.tentato” a negar fede agli scrittori,
da cui ci vengono descritte.
Quando regnava l’antica, , diffidente, ed esclu-
siva politica bastava il dire nazione, che par-
lasse lingua diversa, per intendere nazione ni-
mica. Certamente non troppo filosofica, nè
_ troppo umana era una tal foggia di ragionare;
conteneva però questo di vexo, che le nazioni,
le quali facevano uso di lingua diversa, diver-
se erano d’ indole parimenti tra di loro, il che
in tempi; ne’quali Te società eran piene di so-
spetti , perchè deboli, e nascenti, ed in cui il
genio conquistatorio delle età barbariche faceva
‘credere; che non si potesse esser felice, se non
se disirussendo il ben essere altrui, tanto vale-
va, quanto nimiche, I climi, i costumi, le lin-
gue sono*mura di divisione (2), che assai me-
glio di quella famosa de’ resi» ; separano, e di-
, stinguano le nazioni. Si potranno talvolta sfor-
zare in qualche parte, ma non riuscirà mai di
rovinarle. Dica pure a suo senno Luigi XIV.:
nou vi sono più Pirenei; i Re di Germania da
Otione il grande sino a. Carlo V. scendano a
piacer loro in Italia; i valorosi Inglesi conqui-
stine pure provincie Francesi, e salgan pure sul
trono d’ Inghilterra i Duchi di Normandia; que-
ste unioni non saranno mai, se non se violen-
te e passeggiere. La massa d’acqua ritenuta a
= forza rompe gli argini, sì divide, e scorre. to- a
* sto di bel nuovo naturalmente ne’ proprj suoi
canali. Se tutto ciò è in natura, non solamente
riuscirà ognora impresa disperata il tentare di
sradicarlo , ma tonviene inolire cercar modo di
trarne profitto, non essendovi forza veruna in
»
è’
(a) Embser la Paix perp. I. Par. p. 60. Manheim .
INFLUENZA DELLE LINGUE $.1.. 5
natura, la quale ben maneggiata , e diretta, pro-
durre non debba vantaggiosissimi efletti. |
Che il materno linguaggio sia un segno, che
ad un tratto naturalmente ci metta innanzi tutti
i vincoli, che corrono tra” concittadini, e ci
rammenmori le idee tutte più gioconde della pa-
tria radunate in un sol punto, pienamente il di-
mostra il singolar senso di piacere, che si pro-
ya.abbattendocì.in lontan paese a ragionare con
chi parli lo stesso linguaggio. Ed in vero sàrà
il cuor dell’ uomo in tal guisa formato (3), che
con dolce interna commozione, e singolar die
letto si ritorni a visitar que’ luoghi stessi scl-
vaggi, ed alpestri, i in cui altri abbia fatto lun-
.ga dimora, tanta è la.forza dell’ abitudine (*),
e non debba pigliar affetto a que’ segni, che le
prime, e più gradite 1 impressioni gli rammenta-'
no, e le persone più care, ed i momenti più
felici? E se quelli, che in loro gioventù in più
luoghi si. trevarono, e con molti di nazioni di-
verse convegsarono, non saranno al certo co-
tanto della patria loro innamorati come quei
buoni Alpigiani si quali per la sola lontananza
da essa cadono in isfinimertto, non sarà forse
‘vero , che quelle nazioni, e ‘quelle | persone, che
di più di usa sola lingua fanno uso, meno sa-
ranno attaccate al suolo, al pensare, ai costu-
mi nazionali in confionio di quelle, che di un
solo idioma principalmente sì servono?
Una prova di questo sì è, che non mai, se
non in un cogli stranieri costumi s "introdussero
ad € essere comunemente parlate , e adoperate
n)
- (5) Cic. 4, amicitia n. XI x.
(*) Leone Allacci avendo perduta la penna, di cui era-
si per quarant'anni servito, nesentì tal dolore che a gran-
de stento trattenne le lacrime . Mosa de Re Diprosa,
tap. XI. pag. 51. Pong: 1704. |
6 LIBRO PRIMO; CAP. 1.
| lingue straniere. Quando i Greci portarono le
Arti loro, ed i lora vizj in Roma, la lingua
Greca prevalse pressochè alla Latina tra que’ le-
ziosi Romani, che alla voluttuosa Attica elegan-
za aspiravano. Così il Provenzale fu coltivato,
e si sparse in un coi costumi di quella nazione
in tutta la meridionale Europa dopo il Mille;
e dicasi lo stesso dell’Italiano in Francia al
tempo delle Arti Italiane in quel Regno intro-
dotte dal Re Francesco I., e quindi sotto le reg-
genze di Italiane Principesse. Osserva il Bem-
bo (4) favellando di Alessandro VI., che poichè
le Spagne aveano mandati i popoli loro a servi-
re il loro Pontefice a Roma, e Valenza il Col-
le Vaticano occupato, a’ nostri uomini, ed alle
nostre donne altri accenti aver in bocca non
piaceva, che Spagnuoli. In un colla politica,
co’ Principi, e co’ Ministri Spagnuoli s’ intro-
dusse adunque sin dal principio del secolo XVI.
quella lingua tra noi, e quindi più «stabilmente
nell'ultimo passato col lungo deminio avuto da
quella nazione sopra una gran parte d’Italia: e
nel presente si è stabilito il lFrancese idioma
colle mode, co’ Romanzi, co’libri galanti.
ti S. II Della cura, che le Nazioni antiche si”
, presero delle cose di Lingua.
pe
— Mossi dalle suddivisate considerazioni tutti
gli antichi, e moderni popoli, che sia per glo-
ria guerriera risplenderono, come per coltura
di scienze, e per vanto di prudenza, e di arti
pacifiche, sempre delle lingue loro si presero
cura non picciola, e di estenderle, e farle pri-
meggiare si dimostrarono solleciti oltremodo.
(4) Prose lib. I. v. Ariosto Satira II.
—
INFLUENZA DELLE LINGUE $.11. 7
Guardaronsi essi con precauzioni scrupolose,
ed eccessive eziandio di corromperle. co’ linguag-
gi de’ popoli forestieri, e tuttora si guardano'di-
ligentemente. Sarebbe uno sfoggiare troppo fa-
cile, ed inutile erudizione il venire annoverando
partitamente le soliecitudini de’ Greei, e de Ro-
mani per estendere le Lingue loro, e per farle
dominare, e gli espedienti messi in pratica per
ottener un tal fine con calor grande, e con as-
siduità non mai rallentata. Con alcune sole os-
servazioni su tal soggetto di un erudito e pro-
fondo Inglese, che ebbe non ha guari ad esa»
minarlo, si verrà a dimostrar pienamente come
queste due più rinomate’ Nazioni dell’ antichità
si contrastaronò l’impero dell’ Univérso per
questo rispetto , egualmente che per ciò, che ri-
sguardava la possanza, e la gloria della dottri-
na, e della dominatrice sapienza ni
I Romani, osserva il signor Gibbon (5), i
quali a tal segno erano. persuasi della influenza
del linguaggio sui costumi, che uno de’ più ser}
loro pensieri fu di estendere sol progresso delle
armi loro l’uso dell’Idioma Latino,.di tal fat-
ta, che gli antichi dialetti dell’ Italia, il Sabino,
PEtrusco, il Veneto caddero in oblio, ottener
non poterono, tuttochè signori di sì vasto Im-
pero, e tuttochè portato l'avessero dall’ Africa
‘insino alla Britannia, di ridurre i Greci ad istu-
diarlo ,‘ed a farne Uso , nè con dolci ed insi-
(5) Storia della Decad. dell'Imp. Romano cap. II. T. I.
p. 64. della Trad. Ital. Di questo Scrittore, che ad una
scelta, e copiosa erudizione congiunge il pregio di Filo-
sofo profondo, e di consumato Politico , 1’ Abate di Ma-
Dbly nell' opera sua: De la manière d' écrire l' Histoire p.
217. Paris 1783.- reca un giudicio, che fa gran torto al
senno di chi lo ha pronunciato. V. Biblioteca Oltramon=
tana, vol. VI. 1789. . p. 281. .
i 4 x
8 LIBRO PRIMO, CAP. I.
nuanti maniere, nè colle vigorose e violente.
Questa differenza distinguca perciò le due por-
zioni dell’Impero con una diversità di colori,
la quale avvegnachè restasse nascosta, e celata
durante la prosperità, divenne più visibile a mi-
sura, che le ombre del Settentrione scesero sul
Mondo Romano. Le contrade Occidentali furo-
no civilizzate dalle mani stesse, che le soggio-
garono , ed appena i Barbari furono ridotti alla
‘obbedienza, che il loro intelletto si aprì a tutte
le impressioni della scienza, è della coltura;
laonde la lingua di Virgilio, e di Cicerone, .
sebbene con qualche inevitabile miscuglio di
corruzione, fu così universalmente adottaia nel-
1 Africa, nella Spagna, nelle Gallie, nella Bri-
tannia, e ‘nl Pannonia, che soltanto ne’ mon-
tu, e tra’ rustici abitatori delle più rimote cam-
pagne si conservarono le deboli tracce della
Lingua Punica, e Celtica. L'educazione, e lo
studio inspirarono insensibilmente nei nativi di
que’ paesi i sentimenti Romani, e l’Italia non
‘solamente dettò le leggi, ma impresse inoltre
il suo carattere ne’ suoi Provinciali Latini. Essi
sollecitarono con maggiore ardore, ed ottenne-
ro con maggior facilità il titolo, e gli cuorì, di
Cittadino Romano, sostennero la dignità della
_Nazione nelle lettere. e nelle armi, ed al fine
produssero nella persona di Trajano un Impe-
ratore, che gli Scipioni non avrebbono ricusa-
to per loro concittadino. È
Le circostanze de’ Greci erano ben diverse.
Dessi aveano troppo buon gusto per risolversi
ad abbandonar la propria lingua, e troppo amor
proprio per adottar alcuna instituzione stranie-
ra; conservarono tenacemente la lingua, ed i co-
stumi degli antenati loro anche dopo di averne
perdute le viriù, ed affetta ano dà disprezzare le
ai
| INFLUENZA DELLE LNGUE $. 1. 9
rozze maniere de’ Romani conquistatori, mentre
erano costretti a rispettarne la loro superior
forza, e prudenza. Tanto più, che l'Asia, la
Siria, l'Egitto eraho coperte di città Greche,
e che nclle magnifiche, e splendide Corti di
quelle contrade univano i Principi, ed i Ma-
gnati l’eleganza Ateniese al lusso Orientale.
L’ Egitto poi, il quale serbò l’antica sua Lin-
gua, non mai formò un tutte coll’Impero Ro-
mano, e que Popoli perciò nè bramarono, nè
meritarono la Romana Cittadinanza. I Romani
del resto, sebbene apprezzassero , ed imitassero
i Greci Scrittori, non usavano con tutto questo
di preferire le geniali private loro inclinazioni
alle salde e rilevanti massime di politica, e di
Stato. Mentre- conoscevano le bellezze della
Lingua Greca sostenevano la dignità della Lati-
. na, cosicchè l’uso esclusivo della seconda fu
conservato inflessibilmente nella amministra
zione sì del civile, che del militare governo.
Ma d’altro’ canto ì Greci così ostinatamente
rifiutarono di far uso della Lingua Latina, che
| queglì stessi tra’loro Filosofi, che lungamente
dimorarono in Roma, e tra gli altri un Plutar-
co, che pur s’accinse a dettar le Vite degli il-
lustri Romani, poca, o nessuna cognizione ne
aveano. Gli uomini grandi fra’ Latini bramosi
di aura popolare, che ultrepassasse i lìmiti delle
Latine Provineie, si trovarono perciò costretti a
far uso della Lingua di Atene nelle Memorie
loro private, e nelle Storie, che stesero , 0 pro- |
curarono, che stese fossero delle imprese da es-
si a glorioso termine condotte; tanto, benchè
servi, ed al Romano Impero sottoposti, con-
servarono #ncora degli antichi spiriti i Greci. -
Nè già per vaghezza di novità, e per noia delle
, cose proprie credettero gli ambiziost Romani
| n
20 LIBRO PRIMO , CAP. LL
. di dover abbracciare un tale partito; perciocchè
‘Cicerone (6), che dettò la Storia del suo Cou-
. solato nella Lingua di Atene, e che scriveva ad
Attico di ritoccarne lo stile, con quanta cura
non si affaticò mai sempre per arricchire, no-
bilitare, e diffondere la lingua propria? E Lu-
cullo, in cui la brama di esser pregiato , e cele-
brato tra’ Greci gareggiava con quella di essere
riconosciuto per uomo Italiano, non si prese
forse la briga (in verità poco necessaria da pi-
gliarsi da uno, che scriva in lingua non sua )
di spargere a bella posta di barbarismi , i Co-
mentarj (7), in cui avea descritti i famosi suoi
campeggiamenti? Tale era adunque la tenacità
de' Greci nel non volersi sottoporre alla lingua,
come sottomessì si erano alla dominazione dei
Romani, che sforzarono i vincitori a declinare
in questo particolare da una fermezza, che sem-
brar poteva in altre cose eccessiva, se non ne-
gli ordini pubblici, e ‘nelle occasioni di appa-
rato , e solenni, almeno per ciò, che riguarda-
va ‘ciascuno singolarmente, ed in più particolar
modo i privati interessar potea.
S.IMI. Sollecitudine delle Nazioni moderne .
In fatto di Lingua.
Le moderne nazioni salite a più alta celebri-
tà per vanto letterario non meno, che per for-
‘za y ed opulenza (dacchè le lettere sono sem-
pre o cagione, o frutto di grandezza ), con qua-
le ardore non si fecero a coltivare.le loro lin-
gue volgari? Tutto ad un tratto sotto il regno
brillante di Luigi X.IV. la lingua Francese, tut-
(6) Cic. ad Attic. lib. le Ep. XIX,
- 47) Cic. loc. cit. fa
?
‘INFLUENZA DELLE LINGUE $.111. 11
x
‘tochè messa in ceppi-da una mano di servili
* gramatici; emulator? nelle cose letterarie della
prepotenza, ma non. dell'ingegno dal protettor
loro mostrato în quelle di governo, vantò serit-
tori in ogni genere. Tutti i grandi uomini, che
in tutti i secoli, in tutti i paesi, in tutte le lin-
gue, o profondamente filosofato aveano, o im-
maginailo con entusiasmo, o con saviezza, e con
vivacità descritto , parlarono la lingua di così
colta nazione, mercè le fatiche di laboriosi, e
disinvolti traduttori. Nè le scienze più astru-
se, e recondite sdegnarono in grazia de’ Fran-
cesi di spogliar la barbarie, ed il mistero , e di
scendere famigliari ad instruire discepoli gen-
tili cotanto. Le ricchezze di un gran regno, la
natura socievole e cortese della nazione, il
fermento di una capitale immensa , il genio
dominante di novità, di eleganza, di pulitezza,
la grand’arte della conversazione studiata se-
riamente, e messa in pratica di continuo, la
più grande unione di popolo, che sia in Eu-
ropa parlanie la stessa lingua, e sotto uno stes-
so governo, tutto contribuì a rendere l’idioma
Francese ricco di opere infinite, E se tutte non
sono profonde,.ed originali,-tutte son tali pe-
raltro da poter venir lette con piacere, e con
quell’interessamento, con cui si ascolta a ra-
gionare una persona colta familiarmente. Ma
la lingua Francese sola venne coltivata, e pro-
mossa. Non che, dopo quell'epoca; rari furo-
no quelli, che facessero uso di lingue strauie-
re, che stranierì modi portar seco potevano,
ma scarsi pur furono i Latinisti medesimi , se ne
eccettuiamo alcuni Regolari retori di professio-
ne, e precettori di Latinità, ed alcuni Giuristi,
e Maestri in Divinità Scolastici non ancor di-
rozzati abbastanza, che alla lingua del Lazio.
Lal «
12 LIBRO PRIMO, CAP. T.
troppo grande onor non faceano, e non ne a-
vrebbono certamente potuto fare a quella della"
Senna. i °
Nè dell’onore, e della estensione della pro-
pria lingua meno zelanti mostraronsi i loro vi-
cini, ed emuli perpetui gl Inglesi, tuttochè più
difficil fosse il diffondere presso le nazioni col-
. te quella lor lingua impronunciabile , e dal co-
mun ceppo delle lingue meridionali di Europa
assai più lontana. Bacone, uno de' primi, e dei
più profondi Filosofi di quella nazione pensa-
trice, fece omaggio delle speculazioni sue alla
lingua patria; e dopo lui, facendo passare alla
rassegna tutti i Genj sommi di quell’Isola, che
‘ trattarono non solo soggetti poetici, o popola-
ri, maastrusì, scientifici , e severi, pochissimi
se ne troveranno , i quali abbiano adoperato
idioma dall’Inglese diverso; così praticarono
l’acuto Locke, l’animoso Franklino, e lo stes-
so gran Neutone. i > _
E la Germania avrebbe mai potuto vantare
un Gessner, un Kleist, un Klopstock, e tutta
quella poetica famiglia elegante, e numerosa,
quegli storici colti, quei critici giudiciosi e di-
sinvolti, che smentirono gli antichi pregiudicj
delle ‘altre nazioni .di Europa per conto del -
buon gusto dei Tedeschi nella bella letteratura;
e gli scrittori tutti di quella nazione sarebbono
forse giumti, sebben dotti, sebben laboriosi, a
quel grado di celebrità , a cui arrivarono a que-
sti ultimi tempi, se in vece di obbligar le scien»
ze a parlar la lingua del popolo, avessero con-
tinuato a stendere le opere dottrinali nella Lin-
gua Latina, e le amene, come alcuni usavano
‘di fare, nella Francese?
«Per questo verso l’intese la nascente, ed or- .
mai chiara, ed illustre Moscovia, che alla glo-
-
| INFLUENZA DELLE LINGUE $. II. 13
ria letteraria aspirando come ad ogni altra spe-
‘cie di celebrità, e facendo anche in questa par- .
te sì rapidi progressi, ben lungi di adottar cie-
camente le lingue viventi, che hanno: maggior
seguito, per traspiantare in quelle rimote Set-
tentrionali regioni i frutti della letteratura Eu-
ropea, le opere bensì di maggior grido in quel-
le dettate trasporta nel suo linguaggio. Non tolti
per dir così in prestito, ma proprj si vuole,
. che sieno de’ Moscoviti il sapere, e l’urbanità,
comune Peleganza, e la coltura, cosicchè pos-
sano (se pure invincibilmente non vi si. oppo-
ne il clima ) gareggiar una volta co’ medesimi
loro precettori (8). L’ Imperatrice regnante non
contenta, sebben nata Tedesca, di coltivar la ©
lingua volgare Russa con tradurre ella medesi-
ma libri stranieri, fondò non ha guari una nuo-
va Accademia di Lingua. Direttrice, e come
Presidente di essa nominò la celebre Principes-
sa d’ Askow (9), ben sapendo, che tocca al bel
sesso il metter in voga le lingue; principali
Accademici il Metropolitano di Pietroburgo,
ed altri gran Prelati, il gran Ciambellano, il
gran Mastro della Corte, l’Ammiraglio , e molti
Generali, Consiglieri di Stato, e Senatori, vo-
lendo i Magnati d’ogni ordine, -le più dotte,
le più veneraride$ le più potenti, e le più ama-
bili persone tutte occupate ad arricchire, e col-
tivare la lingua e la Crusca Moscovitica. Do-
po il celebre Ascivescovo Prokopovich, già sen-
tiamo, che un altro Prelato Russo, 1’ Arcive-
scovo di Mosca Platon, si fa ammirare per la
sua eloquenza, e-tuona nella Imperiale cappel-
(8) Andres, dell’ origine, progressi, e stato attuale d’o-
gnì Letteratura T. 1II. p. 64. Parma 1787.
(9) Nel 1783. —_ =.
ire LIBRO PRIMO , CAP. 1.
la di Pietroburgo, come già Massillon alla cor
te di Lujgi XIV.; già si parla non solo di un
Lomonosow, di un Soumarokow, ma di un
Kherascow (10) autore del gran Poema della
Russiade, se non il Tasso, il Voltaire del Set-
| tentrione; ed oltre ad un Macicow Ufficiale del-
le guardie Imperiali autore del Falso Demetrio
e di alcune altre Tragedie Russe, sembra, se-
condo che asserisce il nostro Abate Deniva (11),
che un Demetreski dar voglia alla Russia il suo
Shakespeare. 000°
Di quello, che si è fatto testè in Moscovia,
già da parecchi anni ne è tenuta la Svezia pa-
rimente alle cure di una Principessa. L’istitu-
‘ zione dell’ Accademia di Belle Lettere di Sto-
kolmo diretta principalmente a coltivare la na-
zionale eloquenza, fu opera della Regina Lui-
gia Ulrica (12)..E sebbene, come osserva il pre-
‘lodato nostro Abate Denina (13), alla metà del
corrente secolo appena si sapesse, che il linguag-
gio di que’ Popoli potesse usarsi in libri, opere
appartenenti nan solo a Bella Letteratura, ma a
varj altri generi rammenta con’ lode ]l’ Abate
Andres, onorata menzione facendo eziandio di
quelli, che si distinsero non meno nella sacra
eloquenza sui pulpiti, che nella eloquenza po-
litica nelle assemblee nazionali. Il regnante
Monarca poi per incoraggiare sempre più il
teatro Svezzese ha congedata- sin dal principio
del suo regno la compagnia degli attori Fran-
cesì (14), giacchè quella lingua se da molti anni
può mostrare le dotte Memorie dell’ Accademia
(10) Andres, Orig. e prog. T. LI. p. 366. |
(11) Vicende della Letterat. T. 1I. p. 194. Berlino 1788.
(12) Andres, Orig. e progr. T. IHl. p.60. .
(13) Vicende della Letterat. T.JI. p. 122. -
(14) Andres, Orig. e progr. T. II. p. 363. e seg.
INFLUENZA DELLE LINGUE $. IIÎ. ‘15
‘delle Scienze, vanta pure più volumi al pre-
sente di opere teatrali. Oltre al Messenio, che’
primo compose tragedie Svezzesi poco regolari
alla corte della famosa Regina Cristina , ed al
Cancelliere Dahlin, che scrisse posteriormente
drammi alquanto migliori, si pregia ora la Sve-
zia di un Adlerbeth Segretario del Re, riputato
il Tragico più valente tra’ suoi dal, Cavaliere
Eugestrom, di un Conte Gyllemborg, di un
Folberg, di un Rotmar, e di altri traduttori
di componimenti teatr ali Italiani , e Fraucesi;
nè mancano Poetesse, le signore Holmstedt, e
Malmstedt; e per fine lo stesso Monarca re-
gnante ha composto recentemente un dramma
intitolato: La Generosità di Gustavo Adolfo,
recitato da’ Cavalieri, e dalle Dame della sua
| corte sul teatro di Utrichsdahl. Quai progres-
si non può fare una lingua quando è favorita,
e promossa con tal calore dai Sovrani, dai
Grandi del Regno, e dalle Gentildonne (15),
tra le quali baster nominare una signora Édui-
ge Nordenfiycht, che della casa suo formò qua-
si un’ Arcadia Svezzese? -
Gli Olandesi famosi una a volta per lettere La-
tine, i Pollacchi, i Danesi si sforzano di avere
opere di letteratura, teatro nazionale; e non vi
ha oramai nazione ia Europa, dove non siasi
preso il partito di lasciar di far uso delle lin-
gue straniere , e di pregiare, perfezionare, e col-
tivar la propria.
Ps
(15) Andres Orig. e progr. T..IlL p. 60;
16. LIBRO PRIMO; CAP. II.
CAPO II
NECESSITA” DI SERVIRSI DELLA LINGUA NAZIONALE
NELLA MATERIE SCIENTIFICHE . .- -
Se da taluno, per lo ‘sin qui detto, inferir si
volesse, che la tenacità mostrata dalle nazioni
iù potenti, e più rinomate nello attenersi al-
‘uso della propria lingua da altro non proceda;
se non se da nazionale orgoglio, ed altro frut-
to non produca, eccetto quello di mantener di-
stinti, e colla impronta dell’ original loro carat-
tere i popoli - troppo andrebbe lungi dal vero.
Era un erròre dell’antica politica il darsi a. cre-
dere, che divise fossero le diverse società civili,
affinchè le une aspirassero ad ingrandirsi sog-
giogaudo affatto, distruggendo, rendendo tri-
butarie, od almeno abbattendo la possanza, le
ricchezze scemando, ed il commercio delle al-
tre. Una più umana ragion di stato ha convin- ‘
to (i Filosofi almeno) che il vero bene di una
particolare nazione non può andare disgiunto
da quello della universale umana società. Se un
determinato popolo coltivar intendesse la lingua
materna, e ne facesse uso in tutte le scritture
per giungere una volta a costringere le altre na-
zioni a servirsene, con danno de’progressi del
sapere, e della coltura presso le medesime, ben
lungi per questo di meritar lode, si vorrebbe
da tutti, come presuntuoso , biasimar altamen-
te. Non intraprendo pertanto.in questa parte
dell'Opera mia a persuadere, e consigliare al-
cuna determinata nazione a far uso della propria
lingua per arrivare un giorno a sottomettere, a
dir così, le altrui, e a dominare sulle rovine
loro; ma intendo bensì di mostrare, che da
— = Tg — > — Cer
+ venire e
-
USO DELLE LINGUE VOLGARI $.r. 19
tutte per bene generale delle scienze, delle arti,
della universale istruzione, e coltura si dee ado-.
perar la lingua loro materna in ogni opera d’ins
gegno. .
$.I. Connessione tra le idee, ed i segni.
Che nelle bell’ Arti. toccar non si possa la
più alta meta scrivendo in lingua non propria,
è stato da uomini di finissimo intendimento, e
vie maggiormente dalla esperie»za dimostra-
to (16;. Quello, che è degno di più special con-
siderazione si è,’ che non pochi, e non leggieri
vautaggi ne deriverebbono per l’accrescimento
dell'umano sapere qualora la materna liugua si
adoperasse da ognuno per trattar cose scientifi-
che. Quando sì fatta pratica generalmente si se-
guisse, più facile riuscirebbe il comunicar i pro-
pr) pensieri, meno recondite, e più familiari a
tutti diventerebbono le scienze, si perfezione-
rebbe ogni volta più il linguaggio , e meglio ri-
sponderebbe all’intelletto di chi se ne serve,
«came la mano di un esercitato, e valente dise-
gnatore segue il concetto, che quesii tiene iu
mente racchiuso. Quante volte non si ‘perde
un pensiero, perchè non sì presenta tosto una
frase per esprimerlo? Le lingue tutte in due co-
se principalmente servono di ministre alle scien-
ze; a somministrar primieramente una abbon-
dante copia d’idee mediante le voci, che ne so-
no i segni; a fornirle in secoudo luogo chiare,
precise, ed esatte il più che si possa per mezzo
di voci diverse, e di diverse frasi ad un tal fine
appropriate. Ora se le scienze non parleranno
(16) Algarotti Opere T. HT. Saggio sulla neces. ec. Ret-
tinelli Lett. di Virgilio all’ Arc. e Risorg. d’Italia . Th.
Ceva 5ylva de Ling. Lat.
18 LIBRO PRIMO, CAP. IH.
le lingue volgari, ron mai avranno queste se
gni, che rappresentino oggetti scientifici. Os-
‘ servò il dotto Michaelis (17), che l’idioma Boe-
mo è affatto privo di voci apparterenti a cose
di mare, perchè que’ popoli non ne hanno idea,
essendbne troppo lontani. La nazione pertanto,
nella cui lingna materna colta non si scrivono
opere dottrinali, e non si tratta quistione veru-
na appartenente a scienza , sarà mancante d’idee
oltremodo. |
Se questa difficoltà poi, collo studio di lin. .
gue dotte morte, o straniere; si può superare
dalle persone letterate; non potranno mai des-
se con qualunque anche ostinata fatica vincere
altro ostacolo ai progressi del: sapere, che na-
sce dalla inesattezza delle idee, che presenteran-
| no sempre le voci di una lingua dalla materna
divèrsa. Azioni, che sono materialmente le me-
desime, osserva un-profondo Inglese (18), che .
non solo sono moralmente buone in certi casi,
eattive in un altro, ma che inoltre son tenute
per innocenti, e lodevoli in una contrada, e ri-
putati odiosi mancamenti in un’altra: che le
definizioni del furto, dell'omicidio, del tradi-
mento sono diverse secondo le leggi dei diversi.
paesi, e conchiude perciò, che le voci, le quali
esprimono i doveri esterni degli uomini in una
lingua non hanno equivalente preciso in un’ al-
tra. Ora se ciò interviene trattandosi di lingue
vive, trattandosi di voci esprimenti cose rile-
vanti ; delle quali gli uomini si pigliano cura di
fissar per legge, od almen per consuetudine il
significato, quale confusione, quale oscurità non
IT 7) Influ: des lang. sur les opin. |
i 18) Ferguson Inst. de ‘Philosoph' Mor. cap. III. sess.
1.
pei
»
USO DELLE LINGUE VOLGARI È. IT. . 19
ne nascerà ove si tratii di lingue morte, e di
quelle’ voci, che non sono state fissate per leg- .
ge, 0.per uso costante, ma vanno vagando po-
. pelarmente, o:corrispondevano a idee inesatte,
ad opinioni diversissime. dalle correnti, a co-
stumi, a_modi, a leggi, di-cui non si ha più
notizia , o si ha incerta, e vacillante ?
- 6. IL Le lingue viventi sono di miglior uso.
delle morte per filosofare, e per negoziare.
Ben ‘si comprende la verità del sinquì divi-
sato dalla maggior parte degli studiosi, i quali
ancorchè. versati nelle lingue antiche, qualora
# principale intendimento loro non sia il fare.
studio di lingua, o di ammirar le bellezze de-
gli oratori, e poeti Greci, e Latini, ma bensì
di dar opera da -dovvero ad una scienza, pre-
feriscono sempre, sia per istudiare, come per
iscrivere, la lingua, che naturalmente, o per
| esercizio fatto, intendono maggiormente; una
liagua corrente, che ritardi loro il men che sia
possibile l’ intelligenza de’ concetti altrui Jeggen-
do , ed il manifestare, e spiegare i propr] scri-
vendo, o ragionando, cosa, che nessuna lingua
può far meglio della materna. Quanti uomini
dotti in Greco, ed in Latino, quando lo scopo
delle ricerche loro è di cose, e non di lingua
nè di stile, si valgono, se non altro, per rispar-
| mio di tempo, di traduzioni, e non ricorrono
ai fonti, se non quando vi può esser pericolo
«di errore, e che da una voce, o da una frase
può dipendere .la- diversa intelligenza di un
qualche testo importante? | |
Quanti non vi ha, se pur tutti non sono, 1
quali ove si tratti di vincere la difficoltà di una
materia spinosa, ed astrusa, in cuì forza, €
»
20 | LIBRO PRIMO, CAP.-II..
tontenzion continuata di mente sì richicgga, nen
amino meglio che sì faccia uso della lingia ma- .
terna? Per poco che diversa sia una costruzio»
ne da quella, che si adopera nella lingua di co-
lui, che studia; per poco che ritardi a presen-
tarsi alla mente di lui il significato di una sola
voce , può far tosto smarrire il lago sottil filo
di un raziocinio profondo, di una speculazione
importarite, che già si stava per afferrare, e rac-
cogliere in un punto. i. :
. Quello, che succede meditando gli scritti al-
trui, a più forte ragione, e più frequeutemente
interviene nello speculare, e nello steudera, e
manifestare i proprj pensieri. Un filosofo quan-.
do trova nella sua lingua una voce già \ado-
perata , che corrisponda , sebbene inesattamen-
te, ad una idea, la rettifica, e ne fissa, e deter-
mina il significato; e quando manca affatto il
vocabolo non teme in caso di necessità di conlar-
lo di nuovo. Quante nuove voci non ha intro-
dotto, dice il sig. Michaelis (19) ; la filosofia Vol- .
‘ fiana nell’ Idioma Tedesco, ed a quante non ha
cangiato l’antico significato? Ma se egli scrive
‘in lingua morta, è privo affatto di questa. liber-
tà. Ecco il motivo per cui barbari erano, e con
ragione per certo rispetto i più sottili tra gli
Scolastici, anche dopo che già erasi ristabilito
il vero buon gusto della. sana, e purgata Lati-
nità (20). Dicevano essi doversi lasciare il pre-
gio di eleganza a coloro, che andavano dietro al-
le parole non alle cose, a”gramatici, agli uma-
nisti. Si erano perciò formata una lingua Lati-
na a lor modo, un gergo pieno di barbarismi,
Ù
’
(19) De l Influ. des opin. sur les lang. p. 10... Sua
(20) Il Pallavic. prefaz. alla Storia del Conc. dice che
gli Scolastici, ed 1 Legisti hanno una agevole, ed iguo-
bile efficacia di stile.
USO DELLE LINGUE VOLGARI €. Ir. 21
che adoperavano con una libertà tale, che ne
risultava un impasto, un colore del tutto alieno
dalla vera -Lingua Latina, un linguaggio, che
ritiene ‘assaissimo dei rozzi dialetti popelari,
che comunemente parlavano. Godevano mag-
giori privilegj scrivendo in quel lor Latino, che .
se avessero fatto uso di lingua volgare, atteso-
chè in quella guisa ognuno sì creava, a dir co-
sì, un linguaggio. a senno suo; il Pomponazio
perciò asseriva non saper altra lingua dalla Man-
tovana in fuori, quantunque in lingua Latino-
barbara, e non in puro dialetto Mantovano
dettate abbia egli le opere sue scolastiche. 5
Gli Aristotelici più acuti, i Giuristi, i Teologi'
più profondi non volevano impaccio nello sten-
dere i prosaiocul loro, non volevano badar'a
cose di lingua, nè adoperar lingua , che rallen-
‘tasse il corso de’loro pensieri; che anzi dopo
il rinascimento «delle lettere Latine riguardava
no con dispregio. quegli tra loro; che facevano
professione di Latinisti, e non era del tutto a
torto. Non so qual giureconsulto spregiudicato
scancellava, per attestato del Bodino (21), dal
ruolo de’ Giureconeulti l'Alciato, chiamandolo
Ciceroniano; e d’altro canto lo stesso .coltissi-
mo Germonio, che tra’ primi la purgata Lati--
nità, e la Romana erudizione introdusse nella
giurisprudenza ecclesiàstica , il Germonio (22),
io dico, lodatore.instancabile degli Alciati, dei
Budei, de'C luiac], degli Agostini, mette Barto-
lo alla testa di tutti i Giureconsulti, anche per
‘ sentimento del sopraccennato coltissimo Antd-
nio Agostino, che il chiama il miglior di tutti -
| topo Giustiniano. Del resto poi a nessuno da
(a) Praef. ad Method. Mist.
lisi Ses. Pomer. sess. IP. p. 366.
22 =. LIBRO PRIMO, CAP. IT.
moderni giuristi della scuola di Alciàto, e di
Cuiacio attribuì il dottissimo Grozio (23), che
pur n'era ottimo conoscitore, quel vanto da lui
dato a quelli della prima scuola Italiana, tutto-
chè semibarbarica , chiamandoli ottimi legisla-
tori anche-allor quando erano cattivi interpreti.
Chi scrive in una lingua non sua, antica, e
straniera , 0 convien che scriva barbaramente,
o è necessario che scriva conmistento, e con fa-
tica, senza speranza di poter mai giungere alla
eleganza , alla forza di quegli scrittori, che sì
fatti idiomi adoperarono come proprj, e nativi,
L’entusiasmo ha luogo anche nel ragionare più
‘astratto, e nelle materie più spinose, e sottili’,
A che adunque spegnerne il fuoco, a che ritar-
darne l’impeto coll’impaccio di dover cercare,
e scegliere voci , e frasi, che mai non si affac-
ceranno alla mente con quella prontezza, con
cui si presentano le proprie? Chi aspira alla
gloria di elegante scrittore servendosi di lingua
diversa dalla materna, oserei dire, che non
penserà mai originalmente, non sarà mai genio
sommo nelle scienze non meno, che nelle bel-
le arti, nè potrà dire giammai con Dante:
< +, + + « 10 mì soh un, che quando +
e Natura spira noto, ed a quel modo
-* s Che detta dentro vo siguificando. ‘
Il comporre a centoni* come di necessità far
si dee adoperando una lingua morta, quando
sì voglia che elegante riesca la dicitura , suppo-
ne una fentezza., ed un freno nello ‘scrivere,
che non sarà mai il caso né del genio profondo
investigator delle cose, nè di una immaginati-
va forte, e_creatrice. Siccome i poemi affatto
nuovi , ed originali furono tutti dettati in lin-
23) De jure B. et P. proleg..
USO DELLE LINGUE VOLGARI $. II. 28
gue. viventi, parimente in idioma materno ste-
sero i più acuti pensatori le speculazioni loro,
od almeno in un Latino così fatto, che, come
quello appunto degli Scolastici, più si accosta-
va alla Latinità di Teofilo Folengo, che a quel-_
la di Cicerone. Quanto è scorretto, impuro, sgra-
maticato , e barbaro il Latino, in cui sono det-
tati diversi i inni della Chiesa, sequenze, e ritmi
composti ne’secoli di mezzo, che altronde però -
sono più teneri, più immaginosi , più affettuosi,
ed espressivi , che non gli inni eleganti del Fla-
minio, e del Vida? In così fatto rozzo Latino è
pure dettato il libro della Imitazione di Cristo,
‘ che dallo spregiudicato filosofo Fontenelle (24) ‘
è riputato il miglior libro, che uscito sia di ma-
. no .d’ uomo; Latino assai più espressivo , che -
‘non sia quello Cicerpniano, in cui pretese vol-
tarlo 1’apostata Savojardo Sebastiano Castalio-
ne (25): e trai Cronisti parimente de’ tempi di
mezzo raccolti dal Muratori riescono assai più
piacevoli, più vivaci, ed.espressivà quelli, che
affatto barbaramente scrissero, e senza prendersi
cura nessuna della lingua, che non quelli, i
quali alcun poco conservarono di buona frase
Latina . L’ Azario, e Guglielmo Ventura sono
più originali di molti ‘altri, perchè più rozzi.
. Chi ha cose nuove da dire conviene che in gran
‘parte si formi una Lingua, come una nascente
repubblica ordina le classi de’ suoi cittadini; ed
allo stesso modo che dopo serrato il Consiglio
l'autorità sovrana restò in Venezia presso le fa-
miglie in esso comprese, così presso degli anti-.
chi Latini scrittori è depositato I erario delle
voci Laine; ; il quale nonsi può in verun mo-
do più accrescere da’ moderni.
{96) T. IT. p. 74. Amster. 1754. Vie de Gorneilt
ada Fontanini Bibl. T. IL p. 456.0
è
54 LIBRO PRIMO, CAP. II.
: Sebbene le cose tutte di religione vadano in
Hicu: Latina, pratica che era in vigore più na
mai nel sesolo XVI.; ciò non ostante la lingu
Lat .a serviva di lingua di apparato anche allo-
ra, non già ci lingua di discussione, che era
l'italiana. Di fatti i presidenti del Concilio di
Tresto adopcravano ne’ loro gravissimi dispac-
ci diretti al cardinal Borromeo il linguag-
gio Italiano, come si ravvisa da non pochi di
essi riferiti dal Lagomarsini (26). Ed il car-
dinal Commendone s il più destro negozia-
tore, ed il più indefesso che. forse abbia av u-
to la corte di Roma in quel secolo, servi\a-
si eziandio della lingua lvaliana nelle Memo-
rie (27), in cui rendeva conto delle commis-
sio;:i addossaiegli. Non tutti quelli adunque ,
che possedono una. lingua antica, e straniera
ameran meglio perciò di iero , 0 deitare’
in esse materie astruse, e dottrinali , o appar-
tenenti ad usi, ad arti, ad affari, a negozia-
zioni correnti, piuttosto che nella ‘propria. È
se più particolarmente ragionar volessimo del-
la lingua Latina, oltre alla difficoltà, che ne
risulta ( massimemente per conto di certe scien-
ze moderne ) dalla novità delle cose da spicyar-
si, ed oltre alla impossibilità di essere ad un
tempo elegante al sommo da una parte, € dal-|
l’altra originale, e profondo , si avrà sempre
un nuovo osuitolo, ed intoppo nel viricere la
sottigliezza della materia involta in segni, e vo-
caboli sicuramente meno comuni de’ ‘volgari.
Se in Italia, e fuori d’ Italia si fece uso sì gran-
de , a sì esteso di una così chiamata lingua Latina
DI
e
»
(26) Note alla epist. del Poggiani.
(27) Poggiani Ep. T. III. p. 262 ep. 303. V. la Vita del
| Commendone del Graziani.
SL.
USO BELLE LINGUE VOLGARI $. m. 25
scrivendo di cose dottrinali, moltà nè sono
i motivi, che si verranno in progresso ‘partita-
mente annoverando; i principali di questi sono
îl darsi falsamente a credere, che le lingue vol-
gari atte non fossero a spiegar concetti scienti-
fici, il mistero, ed il letterario orgoglio.
S. HI. 2 servirsi delle lingue volgari nelle 0-
pere d'ogni specie è il mezzo più proprio
per render colta una intera nazione.
Ma quand’anche dagli scienziati superar. si
potessero tutti i divisati ostacoli, il più forte
motivo che vi abbia per persuadere a dettare
ogni opera instruttiva, e dottrinale in lingue
volgari resterebbe tuttavia in suo pieno vigore
per lo rispetto di diffondere le scienze, il buon
gusto, e la coltura in ogni ordine di, persone.
Distingue ottimamente il signor Michaelis (28)
le nazioni dotte in due specie; ‘comprende la
prima quelle, ‘che pr ‘oducono molti scienziati,
od almeno scienziati di un certo ordine; la se-
conda quelle, ove nel grosso della nazione vi
sono più cognizioni, vale a dir quelle, dove i
gentiluomini privati, le persone di guerra, di
manegg gio, di traffico , i i cortigiani, i magistra-
ti, gli artigiani stessi, e gli abitatori di contado
hanno maggior estensione di lumi, un gusto più
fino, e più pur gato; ed osserva , dii ì popoli,
‘che si trovano in questi ultimi termini hanno
mai sempre una lingua più ricca di quelli della
prima specie. Non è impossibile, soggiunge e-
gli, che sorgano dei gran Botanici in una na-
zione, che parli una lingua scarsa di vocaboli
appartenenti a Botanica , ma dove la lingua bo-
(33) Infl. des opîn. sur les lang. P. n
Vol. l. S 2
2
26 . © LIBRO PRIMO, CAP. II
tanica è pyù ricca si possono acquistar cognizio-
ni di tal genere perfino dalla infanzia, efar più
grandi progressi nella gioventù. Quello, che
dice questo dotto Tedesco ragionando della
scienza de’ vegetabili, oguun vede, che appli-
car si dee ad ogni arte, e professione; ed ecco
pertanto il motivo, per cui dove la lingua po-
polare è lingua ad un tempo colta, e lingua do-
minante, colta eziandio, instrutta, e gentile si
è la-nazione, e non succede quello , che inter-
viene talvolta altrove, che uomini dottissimi
in alcuna professione trovinsi nella dura neces-
sità di walersi della penna altrui. per potere
spiegare tollerabilmente in alcuno idioma i pro-
pr) concetti. sala ci
I Sassoni sono i più colti popoli della Ger-
mania, i Toscani dell’Italia, e la nazione Fran-.
cose è la più colta di tutta Europa generalmen,
te parlando, perchè la lingua delle leggi, de' li-
bri, della istruzione non è diversa da quella,
‘che sa parlare il popolo eziandio più-abbietto .
È per lasciar da parte Francesi, ed Inglesi,
quella nazione medesima, che in fatto di dot-
trina e di buon gusto arrivò al più alto grado
di perfezione, Intendo la Greca, di nessun'altra
lingua mai non fece uso, se non se della pre-
pria, il che mirabilmente. giovò a rendere le
scienze popolari, ed a formare un’ Accademia,
‘a ‘dir così, della Grecia intera. Quando una
lingta diversa dalla adoperata dalle gentili bri-
gate s'impadronì de’ collegi, e delle adunanze,
e dispute letterarie , il sapere divenne barbaro ,
e resiò confinato in certi determinati limiti.
Restarono le scienze, quasi in un popolo, o
setta a parte, coucentrate in una poco nume-
rosa classe di persone, continuando .l’ignoranza,
e la rusticità a dominare nel popolo; il che non
USO DELLE LINGUE VOLGARI £. III. 27
. e. e 3°. ° i
è da dire quai pregiudicj arrechi non ché all’ u-
niversale della nazione, ma eziandio a’ letterati.
medesimi. Non è già il popolo solamente, che
si risenta della ‘barbarie antica qualora i libri
non parlino la sua lingua , ma le stesse persone
dotte non si spogliano mai dei pregiudicj lette-
rar], nè.si tergono da quella ruggine, che in
una vita lontana dalla società si contrae. In
somma le scienze, le arti, le instruttrici, e di-
rdzzatrici della vita , le delizie vere degli nomi-
ni, Ja vera gloria delle nazioni non diventano.
mai in questo. modo famigliari, e comuni,
non discorrono mai per twtte le vene, nè vivifi-
cano in ogni parte l’intero corpo politico di uno
Stato. - i a. |
H tempo, che passò dal Mille insino al Mil-
letrecento fu pure l’ epoca, in cui una lingua
a tutti i dotti comune, che chiamavasi lingua.
Latina, signoreggiava in tutta Europa, per non
esservi ancora ‘alcuna lingua volgare regolata,
il: che sembra essere il desiderio di certuni,
eppure quanto rozza non era quella dottrina ,
quanto poco diffuso il sapere nel generale delle
nazioni? Tanto erà rozza, e per conseguente
feroce a que’ tempî l'Europa, che Leibnizio
fissò in que’ secoli 1’ epoca della maggiore igno-
ranza dominante. La prima nazione, che ebbé
scrittori volgari degni di venir paragonati cou
quelli dell'antichità fu la nazione più colta, è
fu l’ Italiana; ma cominciandosi in appresso a
coltivar le lingue volgari, si separarono le per-
sone di lettere in due classi: }’ùna di quelli 4
che professavano dottrina soda, e severa : 1’ al-
tra de’ begli ingegni, che aspiravano a spiccar
nelle brigate galanti .. Quindi 1’ affettazione, ed
il fasto pedantesco ne’ primi, e le del tutto su-
perficiali, e leggiere cognizioni , la svoglia-
. 28 LIBRO PRIMO, CAP. II.
tezza, l’avversione alla fatica, ed il disprezzò
- della vera dottrina ne ni :
Non altro ostacolo, se non la pratica di scri-
vere in lingua dalla volgare diversa tenne la
dotta, e laboriosissima nazione Tedesca per
tanto tempo lontana da un sapere elegante
sparso per ogni ordine di persone sia d'alto
allare, che brillanti, e gentili. Comunemente
‘in Germania (diceva anni sono il rinomato
scrittore delle Memorie di Brandeburgo (29) )
il pedantismo infetta, e contamina insino i poe-
ti. ]l linguaggio delli Dei è prostituito dalla boc-
ca di un qualche oscuro reggente di collegio.
Le persone ben nate son troppo non curanti,
sou troppo altiere per discendere a maneggiar
la lira di Orazio, o la tromba di Virgilio. Il
Barone di Cata usc'to di schiatta nobile, il
Pope della Germania, fw de’primi a darsi a cre-
dere, che il vanto d’ingegno non potesse giun-
ere a macchiar la chiarezza de’ suoi naiali.
Pure c' c'ò non ostante gran tempo non è ancona
| passato, dacchè al celebre Montesquieu (30)
venne dato’ sinceramente, è con tutta serietà
un avviso da un gentiluomo di corte in Vien-
na; che mal si confacesse a persona distinta il
comparir autore, essendo tai cose da lasciarsi
. a’ polverosi-maestri di collegio .
Nou succedeva già così -mercè il non esser-
vi tal divisioni di linguaggio, e perciò di genio,
nell’ antica Grecia, quando Socrate del pari che
Aspasia istruivano conversando, e scherzando,
ben lungi di ostentar superiorità, e di salire
in cattedi@i. a.far pompa di sapere con impe,
riosiià , e letterario sopracciglio. Questa contra
è SA
‘ (99) Tom. Il. p. 139.
(80) Leu. fam. v.
mme E
USO BELLE LINGUE VOLGARI $. HI. 29
ria pratica di non. -separar la lingua del sapere
da quella delle grazie, e del piacere, la filoso-
fia dalla vita attiva, i profession di lettere
dalle funzioni della magistratura , del ministe-
ros ‘del comando delle armi fu sicuramente ca-.
gione principalissima della eccellenza , a cui
pervennero gli antichi. L’udire i filosofi è ag-
guagliato da Tcrenzio-(*) alle caccie, ed agli
altri diporti proprj della giovanile età; e si è a
gran torto, esclama Montagne (31), sl sempre
ingegnoso, e vivace Montagne, che si dipirgé
la filosofia a’giovani come inaccessibile, e con..
un aspetto aggroîtato , tristo , e severo; “niuna,
‘cosa vi ha più gaja, più gioconda, più lietay e
.baldarnzosa a dir così. Un gabinetto , un giar-
‘dino, la tavola, la compagnia, e la. solitudine,
il mattino, e la sera, qualunque - luogo, qua-
lunque ora è sempre a proposito per. la filuso-
fia, che ha il privilegio d’insinuarsi in ogni co-
sa. Invitata da Platone al suo convito, Con
qual destro, e garbato modo non si adatta al ---
tempo, ed alle ‘circostanze? Siccome la strada ,:
che si fa passeggiando in una galleria non istan-
ca tanto, tuttochè maggiore d’assai, come qua-
lora altri prefisso siasi di recarsi ad un luogo.
determinato, nella stessa guisa incontrandosi
Pistruzione così alla sfuggita senza disegno; od ‘©
obbligo di tempo, e di luogo, e véntado ad
incorporarsi con tutte. le ‘azioni nostre, fa il
corso suo senza generar fastidio nessuno . |
Ora come mai diventar potrà l'istruzione
lai
| domestica ,e famigliare , congiungersi conti-
(*) » Quod lesi faciunt laplescenigli ì
» Ut animum ad aliquod studium adjungant, aut equos
» Alere, aut canes ad venandum , ant ad philosophos.
°T d°- And. act. I. sc. £.
(31) Èssais, liv. I. chap. 26. n. 8. et 9g.
3o LIBRO PRIMO, CAP. HM. *
nuamente alle operazioni della vita, quando
parli lingua diversa dalla volgare, e natia? Il
solo cangiare di lingua sarebbe come voler da-
re il segno, che si ascende in cattedra, si esige
attenzione, e silenzio, e che si fa pensiero non
più di conversare, e di passar leggermente sen-
za impegno da cosa a cosa, dal dotto al comu-
ne, dal serio al piacevole, dal severo allo: a--
meno, ma di gravemente, e magistralmente
parlamentare. n
- $.IV. Sé scioglie un’ obiezione del Cardinale
°«. Pallavicini contro l'uso di dettar in lingue
| volgare i Trattati dottrinali.
Il Cardinal Pallavicini per dimostrare che”
nelle scritture di materie erudite si vuole ado-
perare la lingua Latina, prende a confutar }’ o-
pinione del Muzio (32), il quale affermava l’i-
dioma Italiano esser più comune del Latino
dundaridosi su questa considerazione; che l’Îta-
liano oltré all’essere inteso dalle Italiane per-
sone, lo era eziandio da tanti stranieri, i quali
o per bisogno, o per:diletto ne avevano fatto
studio, che perciò. a tanti non poteva estendersi
l'intelligenza dell’idioma Latino. Ma i libri.
- Italiani ( riflette il Pallavicini ) che trattano
materie dottrinali non si dirigono a tto il vol-
go d’Italia, e pochi di coloro, che ignorano la
lingua Latina sono capaei di trarne profitto; nè
parimente, soggiunge egli, scrivonsi a que’mer-
catanti di straniere nazioni, che per necessità dei
traffici loro apprendono l’idioma Italiano, e con-
chiude che tra coloro , i quali per acutezza d’in-
gegno , e per tintura di lettere. possono inten-
(32° Prefaz. al Trattato del Bene.
>
USO DELLE LINGUE VOLGARI $. iv. 31
derli, e profittarsene in.tutto.il mondo, certa
cosa è che maggior numero d’uomini sa il lin-
guaggio Latino, che il nostro. Questo argo-
‘mento potrebbe pigliar maggior forza, e vigo-
re, ove alla lingua Francese si silatiasie per-
chè si è quella lingua vivente e parlata ds ona”
nazione più numerosa. della Italiana, e perchè
è intesa in quasi tutta Europa non solo dalle
persone letterate, ma eziandio da tutte le gen
tili e brillanti.
Con tutto ciò io stimo che sulla provino così
fatte ragioni. Le opere scicutifiche non s’indi-
rizzano soltanto a. quelli, che dotti sono, ma
anche a quelli, che bramano diventarlo, anzi a
| questi principalmente sori dirette; ora di posto
quanti non vi ha, i quali risolvendosi di dar
opera in età già alquanto provetta ad una qual-
che scienza grave, ‘e non conoscendo a tra ,
fuorchè la ‘propria’ lingua, ove premetter vi
debbano lo studio di un idioma incognito ai-
fatto, abbandonano l'impresa? So che diilicit———
cosa si è che uomini così fatti riescano uomini
sommi; servono. nondimeno: a diffondere il sa-
pere, a farlo apprezzare, a rendere una nazione
più instruita, a far applaudire al merito dei v. ri
dotti,a somministrare occupazione a persone, che
passerebbono altrimenti il tempo nell’ozio, od
mu cose peggiori dell’ ozio, servono in somma
indirettamente a mantener vive le scienze, ed
a spingere qualche raggio’ ad illuminar quelle
| classi di persone, che ne son più rimote, essen-
do, come testè dicea, i libri diretti piuttosto ad
istruir chi non sa, che ad occupar chi è già ad-
dottrivato. I libri di erudizione, di fisica, di
matematica, di filosofia, ed si di scienze.
teologiche, di cui-abbonda la Francia, furono
quelli, che resero la nazione più colta, e più
39 LIBRO PRIMO, CAP. H. >»
instrutta d’ogni altra di Europa. Questo si è
uno de’ motivi, per cui l'Accademia delle scien-
ze di Parigi sempre volle che in Francesc det-
tate fossero le sue Memorie, di modo che non
fu permesso ad un uomo grande come il Cassi-
ni, Italiano qual era, d’inserir in que’ volumi le
| sue dottissime osservazioni nemmeno in lingua
Latina, trovadosi sempre alcuno degli Accade-
- mici apparecchiato a tradurle in Francese. E.
quando dopo lunga dimora fattain quel regno,
essendosi riconosciuto tal volta mal tradotto,
entrò in pensiero di stendere i suoi pensameuti
in. Francese idioma , universali furono gli ap-
plausi che ne ottenne, di ciò con lui congratu-
landosi lo stesso Monarsca, Ed è veramente da
dolersi che questo fatto narrato dal celebre Mon-
signor _Fabroni (33) non lo abbia spinto lui
medesimo a stendere quelle eleganti vite d’ Ita-
liani scienziati piuttosto in lingua Italiana, che.
nella Latina. Quanti che dotti non sono le leg-
—_——gerehbono, e s ‘invoglierebbono di diventarlo
quando dettate fossero desse in lingua nostra ?.
Che all’incontro essend8, come sono, Latine,
non pochi anche più che mezzanamente addot-
trinati, nelle cose massime fisiche e malemati-
che, o non le leggono, o certamente cou miuo-
re avidità e diletto di quello che farebbono.
quando quella tarita. eleganza più particolar-
mente alla lingua, ed alla nazion nostrà appar-
tencido, più “direttamente mirasse a renderla
chiara, illustre, e rinomata; tanto più che ol-
tremonti tra la gente legziadra, e brillante, se-
gnatamente iu Francia, son forse. più quelli,
che leggono l'Italiano, che non il Latino.
Per” farla breve, lo” scopo. principale .di un
f
© (33) Zitce Ital, doctr. excel. vol. 1F°. pag. 256...
-— e,
USO DELLE LINGUE VOLGARI $. iv. 33
autore esser dee, rendere la scienza, di cui trat-
«ta comune il più che si può nella nazione per la
quale ci scrive, e quest’intento in nessun modo
meglio couseguir si puo come scrivendo nella
lingua propria. Non è adunque necessario il ve-
nir a confronti di lingue, nè di cercare qual sia
idioma, che aspirar possa alla universalità in
Europa per istabilir la massima , che ciascuno
scriver debba d’ogni materia nel suo linguaggio
natìo. Importa , che le scienze giunger possano
a quella perfezione maggiore, “diccui sono ca-
paci, non già che un libro inteso sia da tutta
. Europa, e se l’adoperar le lingue volgari nei
tratiati scientifici contribuisce, come è dimostra- —
to sopra , a'loro più rapidi e più estesi progres-
si, bastar dee questo ‘rispetto per determinare
ogni nazione, che abbia liugua, ad abbracciar
un sì fatto partito. N ou è forse cosa più vantag-
giosa che ogni singolar nazione sia vie più col-
ta, e più addottrinata, abbia un carattere suo
proprio , vanti scrittori originali, che le scienze
si avanzino a più gran passi verso il sommo, di.
quello - ‘che importi una qualche maggior fac: li-
tà, che ritrovino per avventura aleuni dotti nel
‘comunicarsi più prontamente i pensieri loro?.
Non è adunque l’ambizion nazionale, ma il ve-.
ro ‘bene delle scienze e della umanità intera, che
persuader dee, ed animar ogni seienziato a far
uso in ogni materia anche dotta e profonda dcle
la lingua propna i
SV. L'uso delle lingue volgari nello opere
scientifiche non rende il sapere di più diffi-
cile acquisto
Ma a questo pr oposito esclamano £ gli appassio-
uati fautori SH lingua Latina: che pur troppo
2
» +
34 LIBRO PRIMO, CAP. IT.
la pratica di dettar opere d’ogni ragione in lin-
gue volgari e proprie delle contrade diverse in-
trodlottasi i in Europa rende di più difficile ac-
.quisto il sapere, ebblisando a studiarle tutte
quante sono, o tenendo separate, e disgiunte af-
fatto irremissibilmente le diverse nazioni per
ciò che a scienze, ed a dottrina sì appartiene.
Quando peraltro, replicherò i io, mediante tal uso
ogui nazione in Europa fosse più colta, le scien-
ze fossero più diffuse, e capaci di far. progressi
maggiori , il che ne sarebbe una conseguenza,
ancorchè le produzioni d’ingegno così agevol-
mente non pervenissero alle estere nazioni, e si
comunicassero vicendevolmente tra’ dotti, man-
cherebbono perciò forse i buoni Hbri di andar
una volta nelle mani di tutti? Dacchè diverse
lingue volgari regolate esistono in Europa l’in-
conveniente è inevitabile; e se si vuole arrivare
a conoscere intimamente le diverse nazioni; che
le parlano, conviene intenderne l’id’'oma. Chi
sa il Latino, intende soltanto que’dotti stranie-
ri, che ne fanno viso nelle composizioni loro,
ma chi intende le lingue straniere intende dotti,
ed indotti, il che come giovi maggiormente ad
unir tra loro popoli diversi, ognun sel vede:
non essendo i soli dotti coloro, da cui i veri
dotti sappiano trarre utili cognizioni. >
Qualora si desse un miglior sistema alla let-
teraria educazione non sarebbe poi cotanto dif-
-ficile, trattandosi di lingue viventi, il farne ima-
parar più d'una, se non a segno di parlarla,
e di scriverla correntemente, quanto almeno è
necessagio per intenderle, cosa vie più f rcile
uando ciascuno si restrinugesse alla intelligenza
| de’libri della profession sun. La d'fceoltà di ap-
‘ preuder lingue diverse viventi non è tanta quan- +
ta appare a prima fronte: in Costantinopoli è co-
®
USO DELLE LINGUE VOLGARI $. vi 35°
sa assai comune l’udire un fanciullo parlar Fran-
cese col padre, Greco y olgare colla madre, e Tur-
co co’ suvi coetamrei , e Miledi Montague (34,25)
‘sicura aver conosciuti fanciulli in quella città di
tre o quattro anni, che parlavano Italiano, Fran-.
cese, ve ar, . Tuscoe Russo , il qual ultimo idio-
ma imparano Gedinariagiente dalle nutrici foro,
‘ che sonodi tale contrada. Negli eserciti Ausiria-
ci poi qual è quell’ Ufficiale disinvolto, che nono
abbia tre o-quattro lingue.in pronto dilemmi
sime tra loro di genio, e di carattere, la Tede-
sca, la Francese, la Boema, l' Italiana? Quante
liuzue non: stadisno. i giovani Russi di qualche
riguardo secondo gli stabilimenti del signor Bet»
scki, e quante pure non s’insegnano in tutti
collegj di Germania, massime trattandosi di gio-
vani destinati alla guerra ;;od alla mercatura?
Ove si tratti adunque di loi “ue vive, e sì pren-
da per tempo una miglior via -di quella che co-
munemente sì adopera vello-insegnar il. Latino,
e ci restringiamo*alla semplice intelligenza , ed
all'uso per necessità, è indubitato non esser
po» cosa tanto ardua. f) giungere a posseder le
‘ lingue più celebri di Europa. E quando costrin-
gere non volessimo i professori di scienze esat-.
te, e severe a farne studio; mancano forse i
traduttori, e col solo dia la lingua Fran-
cese non sì ha forse.il mezzo’ di leggere ogni
opéra dotta o erudita che venga alla luce, e
dettata sia in altra lingua volgare ® ignorata? IL.
Francesi potrebbono fare per questo capo nel-
la letteratura, ciò. che gli Olandesi, ed altre
potenze marittime fanno nel cominercio, co-
municar a tutta Europa ì. prodowi delle conira-
de più disgiunte e rimote. -.
| (34) Letters Writen duringher Travels ec. let. XL. p.
178,179. Paris 6179: | RR au
36 | °——°‘’LIBRO PRIMO, CAF. II
CS VLT raduzioni di opere scientifiche ,
ed istruttive .
. Non mi è ignoto quali e quanti sieno i biasi»
mi che si danno a’tradattorf anche più valenti,
e quanto difficil sia il tradurre da una lingua in
un’altra , potendosi riguardar ciascheduna come
intraducibile a cagion del suo particolar carat-
tere, frutto sia del clima, che del governo , del
genio , degli studj, e delle occupazioni de'
poli. Ma convien distinguere in due classi gli
scrittori tutti. O son, dessi autori di opere ap-
partenenti a eloquenza, a poesia, a letteratura
amena, in una parola di componimenti dì ra-
gion dell’immaginativa, oppure di libri dot-
trinali, instruttivi, e di seienze esatte . Quanto
a’ primi si verifica. ciò che è detto, che ogni
lingua ha certo colore; certo andamento, certi
vezzi suoi propr), che non si possono esprime-
re con parole, e con frasi equivalenti in un’al-
tra; sono fiori, che appassiscono, perdono la
natìa loro freschezza, e vivacità traspiantandoli,
‘per quanto morbido sia il terreno, che li riceve,
e destra ‘la man che li coltiva. Le migliori tra-
duzioni in questo primo caso non agguaglieran-
no mai l’originale, ed il loro-merito consisterà
sempre nello accostarvisi più o meno. SI
| La cosa non va però così ove si tratti di scrit-
- ture della s8conda maniera , vale a dire scienti-
fiche, e dottrinali. Una proposizione di Euclide
si dimostra egualmente in una traduzione Lati-
na, o volgare, purchè il traduttore non ignori
la geometria, come nell’ original Greco; ma chi
potrà dipingere e rappresentare con egual calo-
.re, € forza nelle lingue moderne un quadro di.
Omero, o di Virgilio? Oltre. a ciò dal sistema,
- MI,
N
USO DELLE LINGUE VOLGARI $. vi. 37
dal filo del raziocinio, dal complesso di tutto
un libro scientifico ne risulta una tal luce, che,
quando dotto pur sia il leggitore , corregger po-
trà i difetti medesimi di una traduzione imper-
fetta. Per questo motivo asseriscono certuni,
che S. Tommaso, senza sapere punto nè poco
di Greco; meglio di ogni altro abbia inteso
Aristotile quantunque da ‘lui meditato sulle.
barbare traduzioni Latine derivate da altre an-
teriori in lingua Arabica. | È
Se per una parte: adunque, per arrivare al
sommo nelle arti di ragion dell’ immaginativa,
vuolsi scgivere in lingua natia; d’altro canto
non potrà mai chi ignora la lingua originale
giungere a gustar tutte le bellezze di opere così
fatte per eccellente che siasi il traduttore. Chi
vuol trarre il maggior diletto possibile dalle più
celebrate opere di pittura convien che osservi,
ed esamini le ‘tavole medesime pennelleggiate
dagli Artisti, e non già che si appaghi di rimi-
rarne soltanto le stampe. Non interviene però
così nelle opere di architettura, ed in tutte quél-
le, che vanno soggette a linee, ed a calcoli. Le
prospéttive geometriche degli edificj, le piante,
gli spaccati, i disegni esatti delle fortificazioni,
delle macchine, non selo riescono bastanti per
darne una chiara idea, ma ‘servono inoltre ad
imprimerla più precisa nella mente, e a darci
una cognizione più circostanziata, e più minuta
dell’opera stessa, mettendo sotto gli ‘occhi, co-
me in una notomia, i diversi aspetti, e le parti
principali del tutto l’una dall’altra distinte,
.separate, e sconnesse. o o
| Ciò posto, se si tratta di opere originali ap-
partenenti a poesia, ad eloquenza, a bella let-
teratura è pressochè impossibile, che le tradu-
zioni riescano nulla più di stampe più o mero
380 LFBRO PRIMO, CAP. II.
perfette di quadri originali; ma quando ‘sieno
traduzioni di libri scientifici savanno piante (E
disegni di macchine, e di edificj , che esattamen=
te, e talora anche con maggior precisione del-
‘l'oggetto medesimo, gli rappresentano. Gosì 11
Genovesi consiglia chi vuol farsi a leggere il
dotto Trattato della legge naturale di Cumber-
land di servirsi piuttosto della tradùzion Fran- -
cese di Barbeyrac, che non della stessa ope-
ra drigliao:
8. VII Non vi sarebbe inconveniente quando |
si trattassero in lingua” volgare del cose
appartenenti alla religione.
Un più grave inconveniente, che quello non
. sia di obbligare allo studio di più lingue, o di
doversi valere di traduzioni, pretendono. alcuni
di ravvisar nella pratica di stender trattati di
cose scientifiche nelle lingue volgari. Questo sì
è il prostituire che si fa in tal modo, come di-
du essi (35), al volgo le cose giavi. o sopra
tutto il far diventar trattenimento degli oziosi
que’ punti dilicati di religione, che vogliono es-
ser discussi da uomini saggi e prudenti. Riflet-
ter peraltro si dee, che una-tal foggia di ragio-
nare suppone che la religion vera, in senso di
cotesti troppo timidi zelatori, abbisogni di quel
velo misterioso, con cuì coprivano. le false i
rovinosi loro fondamenti; della qualcosa nulla
dir si può di più. assurdo, dacchè uno de’ più
luminosi pregi della Cristiana verjtà si è il non
| temer altro, se non se le tenebre, e il venir
fuori più fulgida esaminata dall’occhio più per-.
spicace nella piena luce del giorno, esame, che
(35) Lampiltas , saggio della letter. Spag. t.] IL p. iovec
USO DELLE LINGUE VOLGARI 6. vit. 39
ben lungi di sfuggire chiede essa, ed implora
incessantemente da’suoi più ostinati nemici.
Di fatti gli antichi Padri Greci e Lativi trat-
tavano nelle lingue loro correnti le quistioni le
più recondite, più sottili, e più importanti di
religione, e non già in Ebraico, lingua dalla mag-
gior parte di essi, e svgnatamente da uno dei
più dotti, vale a dir da S.. Agostino, ignorata a
un tal punto, che sulla imperizia di essa una
ingiusta accusa contro di loro intentò, lo serit»
tor Tedesco della Storia della filosofia, voglio
dire il Bruckero (36). Se vi potesse esser peri-
colo di scandolo in questa parte sarebbe sicura-
mente per conio delle traduzioni de’ Libri Sacri
in liague: volgari. Eppure queste non fureno.
mai dalla Chiesa vietate, e si diele ordine sol-
tanto con precauzioni prudenti, che non si spar-
| gesse il veleno col mezzo di- volgarizzamenti,
in ispecie dopo che insorséro i novatori nel se-
colo XVI. Che anzi nelle prime sessioni del
Concilio general? aperto in Bologna, e prose-
guito in Trento venne prescritto che si dovesse-
ro: tradurre in Italiano: molti scritti :de’ Santi Pa-
dri, e l’incumbenza venne addossata al celebre
amico del’ Casa Galeazzo Florfmonte Vescovo
di Sessa (37). Di questo fatto ne consta e dalle
traduzioni tuttora esistenti, eda una- lettera
scritta al cardinal Cervini che fu poi Papa Mar-
cello I. , tuttochè non si legga in alcuna delle
- due famose storie del Concilio di Trento; e tan-
ta era la voga, che aveva preso questa ‘cosa,
che Annibal Caro forbito, ed elegante corti-
giano, traduttor ne’ primi suoi anni delle Pa-
(36) V. Bonafede, storia della filoggfia tom VI. p. 45.
(37) Goujet Disc. sur le renouvellement des etudes p..
490. /isc. sur l’hist. Eccl. de 1 leury. Par. 1273 l.ife of
Reginald Pole by 1A. Philips. vol. I. p. 432. Oxford 1765.
4o LIBRO PRIMO, CAP. IF.
storali di Longo (38), e negli ultimi dell’ Enei-
de di Virgilio, impiegò la sua penna in tradur-.
re eziandio sacre orazioni ad istanza dello stes-
so Papa Marcello.
Ad ogni modo, ora che l’empietà sì serve
> per diffondere i suoi errori delle attrattive delle
lingue volgari, e perchè ostinar sì dovranno i
savj, e religiosi uomini a voler trattare lc cose
di religione in lingua recondita? avrebbe forse
.il Bossuet recato quel vantaggio, che recò al
‘Cattolicismo i in Franeia, qualora dettato avesse
. le dotte sue composizioni teologiche in Latino
idioma? e potrebbono forse al presente con
iscritture Latine i difensori della religione por
argine in quel regno alla incredulità? Si è il ca-
so della eloquenza, che vorrebbono alcuni se-
veri filosofi sbandire dalla umana società. Se i
malvagi se ne prevalgono per riuscire ne’ loro
disegni perversi, e perchè non dovrà esser per-
esso lo armarne eziandio la verità? Senza che,
nota un difensor della lingua *Italiama, l'Abate
Buganza (39), anche dove cerchiamo istruzione
e giovamento li bramiamo per natura congiunti
al diletto; ed ‘è unegabile , che nelle scritture
stesse dottrinali*quello , che viene dalla purità ,
e sceltezza dello stile ( eleganza, che non si può
mai ottenere in sommo grado come nella pro-
pria lingua, e che non riesce mai come in essa
sì cara ) è.il diletto più durevole, e permanente.
d’ogni altro. L’argomentar sottile facilmente
annoja, il movimento degli affetti, perchè feri-
sca vuol esser passeggiero , le imagini, e lc fi-
gure in troppa copia riescono fievoli, e senza
‘ vigore, il solo stile onde si tesse il componi-
»
(38) Gio. Battista Caro let. dedicat. di i osadio tradu- .
zione.
(39) Disc. p. 39. pe .
sd empprricae © > rc =
USO DELLE LINGUE VOLGARI $. vit. 41
mento è capace di tenere il lettore attento, e di
- @dilettarlo insino al fine.
S, VIII Senumenti de' Dia chiari letterati Ita=
| diani moderni intorno allo adoperar la lin-
gua volgare in ogni opera istruttiva.
Certa cosa è adunque per lo sin qui divisato .
che si vuole ogni volta più stabilire Y uso di
scrivere d’ogni materia iu linguaggio colto ma-.
terno, non ostante lc ragioni apparenti contro.
una sodio pratica allegate da alcuno degli usi
antichi vedi tenaci. Così usarono di
fare tutte le nazioni più rinomate dell’ antichi-
tà, così usano a’ dì nostri non che Francesi, ed
Inglesi, ma Tedeschi, e Svezzesi, e Moscoviti.
medesimo non fard rimanente lungo re-
gistro di tutti gli scienziati Italiani, che in lin-
gua patria dettarono le opere loro anche scien-
tifiche, e dottrinali, i quali tutti tener si deb-
| bono in conto di partigiani di questa opinione.
Per restringermi a quelli, che exprofesso spie-
garono in questo particolare il sentimento loro,
e parlarono come si suol dire in massima, il
dotto Vallisnieri valente illustratore della storia
naturale, a lungo, e partitamente in favor della
lingua Volcase. ‘arringò in una sua prolusione,
animandoci ad imitar anche in questa parte Gre-
ci e Romani, e cercando in ogni modo di disto-
glierci dal far tributo delle speculazioni nostre
‘a lingue morte o straniere (40). E da questa pro-
lustone un anonimo autore trasse soggetto di
una lunga, ed erudita dissertazione, nella quale
ei modi stranieri introdotti in un colle stranie-
re lingue in Italia, e l’iguoranga vituperosa della
(40) O». del Vallis Tom. HII.
4o LIBRO PRIMO CAP. II.
nostra, anche presso le persone altronde instruite.
meritamente sì riprendono. Nè diversamente 0-0
pinarono dal Vallisniefi il celebre, e sensato
Muratori, e quel brioso, e fervido ingegno del
Genovesi. Il primo di essi non solo confortò
sempre i letterati a servirsi della lingua materna
nelle composizioni loro d’ogni maniera, e la
maggior parte delle opere sue dettò in lingua
Italiana, ma di più fatto vecehio, una delle ope-
re sue maggiori e più celebrate, le Antichità
Italiane de’ tempi di: mezzo ( quasi pentito di
averla da prima stesa in Latino idioma ) voltò
| in linguaggio Italiano, traduzione, che viene dai
medesimi più dotti antiquarj per l’uso comune
all’opera Latina preferita. sa 0
Il Genovesi poi niun’altra cosa mostrava aver
maggiormente a cuore, e più sovente inculcava,
che di far parlare ‘alla lingua volgare la lingua
| della filosofia. Non sono a- parer suo da ripu-
tarsi popoli colti, senon se quelli, dove le scien-
ze, e learti vi parlano la lingua naturale; per-
ciocchè le lingue, al dir di lui, son come vasi,
che contengono le nostre idee, e la nostra ragio-
ne, onde pretendere non si può di esser uomini
enni in un paese, ed avere i vasi della
ragione in un-altro, esclamando in fine che le
scienze sarebbono ‘state sempre forestiere in Ita-
lia infino a tanto che non parlassero la lingua
del popolo. Nè contento di incoraggiar altri a sì
falta impresa, s’accinse egli stesso a stendere in
lingua volgare un corso di filosofia , che avrem-
mo a quest’ ora perfetto, e compito a grande ono-
re della nazione, e dell’autor suo , se prematu-
ra morte non.avesse troncatò sì lodevole disegno
Jn gran parte perg condotto a termine. Nè già
egli si rivolse all’ Italiano per difficoltà, che pro-
‘vasse nello seriver Latino; cheanzi avendo sem-
i
USO DELLE LINGUE VOLGARI $. vii. .43
pre nella sua prima età fatto ‘uso di quell’idio-
ma, gli dovette costar non poco il formarsi uno
stile Italiano , il che per-wero dire non gli riuscì
‘gran fatto, avendo in quasi ogni opera sua variato
maniera. i I si
—_ Un’operetta indrizzata a provare questo me-
desimo assunto, e seguendo principalmente le
orme dal Genovesi segnate, dettò, non pochi
anni già son passati, l'Abate Giovan BattistaBu-
ganza (41). Ed in vero il propagarsi, che fa una
verità così fatta per le Ttaliche provincie è un
sicuro presagio, che allignar debba una volta in
tutte, e.che s’abbiano.a vedere sbandite, le pra-
tiche contrarie , sradicati i pregiudic), trionfare,
e difendersi il sapere, che si tenea in duri ceppi
ristretto .. - È ai
Che più? tanta è la forza della verità , che nel-
lo stesso secolo XVI., che fu il secolo princi-
palmente in Italia de”Latinisti, non furono già
soli i Campanella, edi Tassoni, spiriti bizzar-
‘ ri, intolleranti, ed amatori di novità, che ab-
biano mostrato desiderio, che ognì materia scien-
tifica, cd instrutuva in lingua volgare si trattas-
se per rendere la coltura, ed il sapere comuni,
e popolari. Lascio da parte l’acuto filosofo Pe-
ripatetico Pomponazio, di cui ho toccato sopra,
e lascio da parte eziandio il suo più elegante di-
scepolo Speron Speroni, che con tanto calore
, lo studio della lingua volgare coltivò, e prumos-
se. Quello, che forse riuscirà nuovo a più di.
uno, lo stesso elegantissimo Paolo Manuzio ,
forse il maggior Latinista, ed il più Ciceronia-
no, che sorto sia dopo il rinascimento delle let-
tere Latine, fu costretto a confessare , che allo
{
— ‘(41) Discorso intorno alla lingua , di cui servirci dob-
am o ec. Mantova 1771. - bi
: S °
2
SR _
44 .- LIBRO PRIMO, CAP. tt
insegnarsi le scienze in lingua dalle volgari dio
versa attribuir si do:cano i pochi progressi fat-
| tisi insino.a ° tempi suoi nella filosofia. Egli ci
-— Chiema agli stessi luminosi esempj dell’ antichi.
5 tà; loda 5] famoso D. Diego Urtado di Mendoza,
perchè sebbene dotto in Latino, iu Greco, i in Ara-
bo, ed in altri idiomi, pure nello scrivere la lin--
gua natia Spagnuola adoperava; e quasi presrgo
| della rivoluzione, che seguir dovea nelle scienze,
ragiona delle scoperte, che si sarebbono fatte
nella natura delle cosé , quando la lingua mater-
na alla dignità delle scienze s'innalzasse (*). Ed
in-fatti il merito del secolo seguente ( secolo che
- sicuramente fu più filosofico del tanto vantato
XVI.) non solamente consiste nello essersi DE 3
-% . . -
(*) » Annos triginta ponimus in verbis percipiendis,
» quantulum spatii restat,,ut res ipsas consideremus?
» licet ad antiquitatem anvimum referre : num aut Grae-.
» ci illi philosophi, quorum nomen celeberrimum est,
» ea, qua, ab /giptiis acceperant /Egiptio potius quam
» patrio sermone scripta reliquerunt, aut nostri aliè-
-» ‘na lingua non domestica sunt usi, cum ea qua vel
. » de Gracis sumpserant, vel ipsi pepererant in usum
» posteritatis explicarent? Corìistat apud omnes gentes ,
» qui suas cogitationes litteris mandare voluerunt, eos
» fere iis esse.verbis uso8s quorum significationem matris
» in gremio cognovissent, quod item nostra state si fie-
» ret facile -contingeret.... utin philosophia, veterum
» inventis non nihil, vel etiam non parum addi posset;
» neque errim eos qui fuerunt usque eo cogitatione, in-
» genioque processisse ekistimandum est, ut iis , qui fu-
» turi suni, quod praterea cognoscerent nihil relique-
» rint. Multa latent adhuc retrusa, atque abdita, que
» eliciat; et evocabit in lucem si quis investigandis ra=
» tionibus, et perscrutandis rerum caussis, ab ineunte
»: state suum studium dederit, quod ab iis fieri, com-.
» mode non potest, vel potius nullo modo potest, qui-
» bus non ea lingua, in qua alti educatique sunt, sed ea.
» qua veteres utebantur scribere consilium est.
P. Manutius ad Dieguga Aurlad. de Mendoza în Phi-
Pesoph. Cic. P. I.
OTT
1. ——-_— —e- er
USO DELLE LINGUE VOLGARI $. vin. 45
tate tanto innanzi le scienze in Italia, in ispecie
fisiche, ma nello averle fatte*parlare la lingua
Italiana, e nello avere tutti i grand’ uomini Ita-
liani di quella età, gli vomini sommi, quelli,
che come Galilei, come Sarpi . come Montecuc-
coli variarono l'aspetto delle ‘facoltà , cui diede- -
. dero.opera, in Italiano idioma spiegate le sublt-
mi loro speculazioni, e le profonde opere det-
tate, che li resero immortali. LIA
DIMOSTRASI , CHE CIASCUNA NAZIONE DEE AVERE
| UNA SOLA LINGUA VOLGARE COLTA , E CHE LA
ITALIANA y E LA FRANCESE ) NON POSSONO ESSERE
ENTRAMBE AD UN TEMPO LINGUE VOLGARI COLTE
IN PIEMONTE... ela di
Dopo esser vemuti rninutamente divisando i mo-
tivi, che più Sodi, e di maggior forza sembrati
ci sono ad effetto di stabilir la massima, che o-
gni casa, non meno appartenente a scienze ché
a bella letteratura, stender si debba in lingua
. volgare letteraria , strano parer dovrà sicuramen-
te a più d’ uno, che ancor si abbia da risolvere
altra quistione per determinare qual sia la lin-
gua di cui ragionar intendiamo; ed a -ponderar
inoltre, se più d’uno possa essere l’idioma vol-
gare colto in alcuna contrada. Indispensabile re-
sta nondimeno il trattarle, quando alla pratica
della nazion nostra restringer vogliamo il più.
ampio soggetto infino ad ora discusso,
460 LIBRO FRIMÒ, CAP. ITI.
6. I. Diverso concetto, in cui son tenute in
Piemonte la lingua Italiano, e la Francese;
conseguenze che ne derivano.
Se confessar vogliamo apertamente il vero,
F'attual sistema nostroin fatto di lingua, ed in cui
già da gran tempo ( qualunque siane la cagione )
ci troviamo, è tale che la lingua Italiana viene
riguardata come la lingua d’ istruzione popola-
re, delle cose di religione, e de’ tribunali, e de-
‘gli autori gravi; la Francese all'incontro come
uella della gente leggiadra , delle gentili briga-
ie, delle nobili persone, e segnatamente delle
gentildonne più spiritose, e di chi ambisce la
‘gloria di persona brillante. Ora da quanto si è
detto sopra ne risulta, che lo esaminar partita-
| mente, se gli scrittori Piemontesi d’ogui ma-
niera servir debbansi tutti di una sola lingua
scegliendo tra 1’ Italiana e la Frarleese; oppure
se gli autori di certi generi di opere valer si deb-
bano dell’una, altri dell’alra; non è quistione
meramente letteraria,ma politica altresì, e si ri-
duce a considerare, se sia spediente che il genio
della nazione divenga Francese del tutto, o del
tutto Itzliano ,oppur se meglio convenga lasciar,
che una parte della nazione resti per questo ris-
petto , a dir così, Italiana, e l’altra Francese,
quale si è il caso nostro presentemente.
| Edin fatti certa cosa è y-che da non pochi Ita- .
liani veniam riguardati come nazione appena
Italiana, tuttochè de’ Francesi in"nulla veniamo
per nazion Francese riconosciuti. Il marchese.
‘Orsi (42), che prese a difendere pareechi scritto-
. (42) Consideraz. del March. Orsi. Dial. VII. $. VIII.
p. 376. Modeua 1755. |
UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. 1. ‘ 47
ri ‘Italiani a torto censurati dal P. Bouhours, ab”
battendosi in un’accusa data da. questo letterato
| Francese al nostro troppo a’ suoi tempi famoso
Abate Tesauro, non si credette di aver miglior
modo per uscir di mano dell’ avversario, e di-
fendere in questa parte l’onor d’Italia (. vera-
mente difficile a sostenersi qualora fosse stato.
tutto: riposto nel buon gusto di quel nostrb A-
bate ), che di negarlo per Italiano; e vediam
tutto giorno rigardarsi la nazion nostra per que-
sto rispetto come un miscuglio difficile a defi-
nirsi. Facciamoci pertanto avanti ogni cosa a
considerare se il rimariere in questa situazione
indecisa -in fatto di lingua non porti seco alcuno.
inconveniente, e non sia per arrecare danni non
piccioli alle lettere, ai progressi della coltura
tra noi, e scemar quella affezion medesima, che.
verso la patria nutrir si dee. |
. Se d'cessi, che nessun ente intermedio nella
gran catena della natura fu giammai riputato .
pirfetto, che gli animali anfibj sono per l’ordi-
nario schifosi, e deformi, che le nazioni semi-
barbare peggiori: sono delle barbare. affatto, in
somma de nessun ordine, che nessun instituto ,
che non parta da un solo principio , e che da un so-
lo spirito mosso non sia, non potrà mai riuscir
vantaggioso, e produrre grandi effetti, se tutto
ciò dicessi, mi servirei di argomenti, od ora-
torj soltanto o soverchiamente spceulativi , ed
astrusi. Quello che affermar si può senza tema
di errore si è, che una nazione , la/quale in due
s1‘divida , in vece di avere il carattere di entram-
be, non ne avrà veruno; e che i diversi ordini
di persone, che la compongono non saranno
mai tra di loro in un solo corpo congiunti a quel.
grado, che il sarchbono qualora non regnasse
questa diversità di genio , diversità che dall uso
_
*
48 LIBRO PRIMO ; CAP. ITI.
principalmente di lingua diversa procede . To
non asserirò mai che un popolo per amar la pa-
tria debba avere in odio le altre nazioni; convien
. essere ben poco ragionevole, e poco umano per
aver mestieri dell’ odio per incentivo all amore;
ma per lasciar da parte, che quando avvien che
si parli di classi numerose di persone, ancorchè
della nazion medesima, si vuol concedere assai
al volgo, ed a quelli, che volgarmente pensano,
sfido l’anima più spregiudicata, ed il cuor più
sevs'b'le, che non si senta con minor affezione
portato verso coloro, che hanno un genere di
vita, un modo di conversare, di pensare, di a-
gire diverso dal suo jin una parola verso Ie per-
sone di una nazione diversa, quali nel caso di-
visato diventerebbono in certo modo le diverse
classi degli stessi concittadini le une rispetto
alle altre.
8.II. Non sussiste l'esempio de' Romani e degli
Italiani antichi per pravare che si possono
aver due lingue colte ad un tempo.
È 3
‘Ma dirà taluno: non trattasi di dividere una .
nazione in due corpi di genio, d’indole e di lin-
gua diversi, ma di fare bensì che le singolari c
‘medesime colte persone di una stessa civil socie-
tà abbiavo due liugue per le mani, e le ‘possieda- .
dano a segno di valersi dell'una, e dell'altra
all'occorrenza indifferentemente. I Romani, di-
ranno essi, non coltivavano la lingua Greca in
un colla Latina? I due idiomi non esercitavano A
come osserva il sopraccitato sig. Gibbon (43),
al tempo stesso la loro scparata giurisdizione
‘®
(43) Stor. della decad. dell’Imp. Rom. tom. I. cap. II.
‘P. 64.
UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. 11. 49
per tutto l'impero, il primo come il natu-
ral linguaggio delle scienze, il secondo come
‘il dialetto legale degli atti pubblici? E quelli tra’
Romani, che ‘congiungevano la coltura delle
| lettere alla pratica degli affari non erano egual-
mente versati nell’uno e nell'altro, sì che quasi
impossibil era il ritrovarne alcuno, che una li-
berale educazione avesse ricevuto, ;] vale ad un
tempo stesso la lingua Grica, e or del
Lazio non sapesse, e secondo le occorrenze non
adoperasse?-Gli Ebrei, che vengono dagli eru-
diti chiamati Ellenisti, studiavano, parlavano,
e si servivano parimente della lingua Greca ol-
tre alla nativa Joro . E malte Provincie alla Fran-
cia confinanti non si valgono indiflerentemente
della nazionale, e della Francesc? che più? (pro-
seguirap dessi a “dire ) i primi padri medesimi
dell’Idioma italiano, non furono ottimi cono-
scitori della lingua Préi enzale, cd antica Fran-
cese, e scrittori ‘giundio, come, per allegarne
un solo famoso esempio tra suoli , il fu lo stes-
so maestro di Dante ser Brunetto Latini? E nel
secolo XVI., il secolo tanto vantato della lin-
gua e della letteratura Italiana, non si coltiva-
‘ rono del pari, e con egual felice riuscita de La-
tine lettere e le Italiane? ? Ora se una Jivgua che
imparar si può solamente da’ morti scrittori,
parlata da un popolo, i di cui costumi, modi,
religione, ed arti son materia di dotte discussio-
ni, e d'interminabili controversie, se una lin-
gua così fatta, si studiò , e giunse ad essere co-
nosciuta ed usata pressocl:& al pari della propria
dagli Italiani nella età tanto celebrata dei Medi-
ci, e perchè non potranno i Piemontesi; oltre
alla Italiana, siudiare, scrivere e ah egual-
mente bene la Fiaticese: avendo in pronto, ol.
tre a dotti, eleganti, e leggiadri scrittori, là vi-
Vol. 1. 3
50 LIBRO PRIMO , CAP. III.
va voce di tanti uomini d’ingegnq di quella na-
zione, con cuì possono conversar di continuo ?
Tanto allegar potrebbesi da chi prendesse a
difendere l’attual sistema per conto di lingua,
in cui trovasi il Piemonte; e le ragioni addotte
stimo che sien quelle tutte che possono recarsi
in mezzo per giustificare la pratica presente. Io
non voglio affermare (sebben vi potesse esser
ragion di affermarlo ) che la lingua Francese sia.
al dì d’oggi nelle nostre contrade, per rispetto
a certe singolari persone , ed a certi ordini me-
desimamente, la sola lingua colta esclusivamen-
te da essi adoperata; concederò che i più spre-
giudicati, i più assennati coltivino e possiedano
egualmente questi due idiomi. Mi ristringerò
bensì ad osservare, che se nel primo caso ( vale
a dire quando in due corpi si dividesse la gente
letterata e colta della. nazion nostra, uno dei
quali parlasse in lingua dall’ altro diversa) due
diverse nazioni, quanto alla foggia di pensare
e di agire, verrebbono per dir così a formarsi
nel medesimo paese; d'altro canto, quando le
stesse singolari persone si servissero di due lin-
gue ad un tempo, e le parlassero indifferente-
mente, ne deriverà per necessaria conseguenza,
che ,.0 ne preferiranno sempre una in lor cua-
re, o non giungéranno mai a sapere nè l'una,
nè l’altra perfettamente. Men male sarebbe a
arer mio separare e dividere in due classi i
etterati e le colte persone di un paese per que-
sto rispetto, che il tentare od il lasciar intro-
durre negli individui medesimi duc gen) con-
tradittorj. So che in mente di non pochi Pie-
montesi è la lingua Italiana in concetto di. lin-
gua di gravità , e la Francese di vezzo, allo stes-
so modo che non so qual principe chiamava la
sua consorte compagna in dignità , e la favorita
| UNA SOLA LINGUA VOLGAR® 6. ir. 51
compagna per diletto. Ma non vi sarà forse ra-
gion di temere che i furtivi amori coll’amica
non diminuiscano, e raffreddino gli aftetti di
molti cuori ben fatti verso la legittima sposa?
senzachè una delle due lingue mentovate esser.
dee presso la nazione, e nello spirito di ciascu-
no in concetto di lingua nobile, e 1’ altra rima-
ner nel grado tutto al più di lingua cittadine-
sca. Ora qual sarà la persona d’alto lignaggio ,
di maneggio, di corte, di guerra, quale la da-
ma brillante, che scrivere e parlar voglia in
una lingua considerata per dirla in una parola
come la lingua de’ Frati, e de’ Curiali? .
. Per qual motivo non trionfa la scena tragica
in Italia, avvegnachè fantasia, sensibilità, lin»
gua, metro, entusiasmo, tutto în ‘tale impresa
‘arrida’ agli Italiani ingegni, avvegnachè tutto
cospiri a farli riuscir felicemente? Non altra si
è la cagione, se non perchè il primo spettaco-
lo, il signorile, il principesco, si è l’opera in
musica, edi poeti, e gli attori tragici ben son
lungi dal poter ottenere le ricompense, ed an-
che gli onori e gli applausi, che ottengono in
Italia, e fuori d'italia i chiamati virtuosi, e
virtuose col loro ‘seguito numeroso di sonatori,
é di operai, a dir così, di teatro. Se la lingua
Frapcese sarà in Piemonte la prima, giammai,
sì saprà, giammai s’apprezzerà l’idioma Italia-,
no dai grandi, e specialmente dalle ‘dame pri-
marie e colte, che son pur quelle, alle quali in
un co’poeti vien concesso persino dal dotto Mi-
chaelis :1° impero delle lingue; e gl’ ingegni
straordinarj non saran mai ingitati a dettar le
opere loro piuttosto nella Italiana’ che nella
Francese favella. Nè serve il dire che dividono
essi i loro pensieri, ed i loro affetti tra la na-
tural lingua, e la forestiera diventata necessa-
Nn
»
Da -IBRO PRIMO, CAP. III.
ria. Il regno delle lingue mal comporta le di-
visioni al pari degli altri; se una non comanda,
è umiliata, assoggettita, trattata da serva per
non dir da schiava, e tuttociò, che è oppresso
e conculcato non può esser mai grande, nobile,
‘nè generoso. Vien biasimato meritamente il
gran Macedone da Quinto Curzio (44), per-
chè nelle lettere, che spediva in Europa do-
po aver debellato Dario servivasi dell’ antico
ancllo, e su quelle che gli affari dell’ Asia ri-
sguardavano improntava il sigillo della gemma
a questo fine ‘adoperata dal vinto Monarca di
Persia, quasichè con questo esteriro segno mo-
strasse di non aver animo bastante di reggere
entrambe le nazioni con un solo spirito, nè
capace di sostener la fortuna di entrambi gli
imperj. Egual riprensione meritan coloro, che
non hanno la grandezza d'animo di dichiararsi
di una nazione, e che improntano i concetti lo-
ro collo stemma di segni tolti da una lingua
straniera, che tanto val come dire, con modi
stranieri, non essendo altro, come più sopra
si è mostrato, le voci diverse dalle diverse na»
zioni usate, che rappresentazioni, e segui di
pensieri e di costumi diversi.
Una nazione dove più lingue abbian corso co-
me lingue volgari letterarie, è divisa in più
nazioni, ed il popolo non sa lingua veruna. Da
ciò ne segue che il gusto ,di queste, a dir così,
diverse nazioni sarà differentissimo; pedante-
sco quello de’letterati; svogliato quello della
gente leggiadra, e delle brigate gentili; rozzo e
plebeo quello del popolo. In Francia la plebe,
egualmente che i dotti, e la nobiltà, gusta, ‘ed
ammira Voltaire, Racine, Moliere, In altre
'
(44) Curt. ib. PI cap. PI.
UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. II. 53
«eontrade certa generazion di letterati vuol tra-
gedie, e commedie grecheggianti: opere musi»
cali, e traduzioni dal Francese querule e pian-
genti i begli ingegni e viventi in società; il po-
polo scurrilità buffonesche (nel che ha. minor
| torto) e maravigliose, forzate rappresentazioni.
romanzesche . D'altra parte qualora una lingta
sola da tutta la nazione principalmente come
propria si coltivasse, si amasse, si avesse in
estimazione, oltre ai rispetti toccati dello invi-
gorirsi vie più Famor della patria , ed il carat-
tere. nazionale, e di congiungersi con vincoli
più saldi il corpo politico, quanti altri beni
non ne verrebbono? quanto non diventerebbe
più comune la lingua volgare colta, quanto non
sarcbbe più. facile l’ impararla? pri pa
facilità non appresterebbe agli scrittBri per ispie-
gare i loro concetti? sarebbe inoltre molto più
agevole, che la gente minuta e rurale una lin-
gua colta avesse, una oltre al proprio dialetto
ne intendesse, il che esprimere non si può
quanti vantaggi porterebbe seco, sia per ren-.
derli in generale meno rozzi e feroci, sia per
instruirli.ne’ doveri loro, cosa che resta presso-
chè impossibile ne’ termini, in cui si ritrova
questa essenzialissima parte della nazione, ri-
dotta, se ben si riguarda, alla intelligenza del-
l*unico suv popolare dialetto E qual maggiore.
stimolo alla gloria non avrebbono gli sscrittori
Piemontesi qualora sperar potessero di conse-
guire gli applausi riuniti di tutti i concittadini
loro, i quali se sono i più difficili, gli ultimi ad
ottenersi ., sono però appunto i più dolci, i più
consolanti, i più cari e graditi. Qualora tutta.
la nazione si riuvisse ad accettar la lingua Ita-
liana per propria, ed a far omaggio ad essa di
tutte le: acquistate cognizioni, qualora ogni or-
54 LIBRO PRIMO , CAP. HI. ì
dine di persone: ne facesse studio, l’apprezzas-
se, l° adoperasse, quale ampio, maguifico e
splendido teatro non si aprirebbe innanzi agli
autori? che all’incontro al presente ehi detta
opera poetica alquanto sublime (che si è pure
il genere più popolare secondo i moderni costu-
paî ).in lingua Italiana, rinunciar dee alla tante
‘ da’ poeti ambita lode, ed agli encomj della più
iii
bella metà della-nazione, la quale legge bensì
avidamente, e gusta i Voltaire, i Bernard, i
Marmontel, gli Arnaud, i Beaumarchais; ma,
se vogliam confessare il vero, non va molto in-
nanzi nella intelligenza del Tasso, del Petrarca,
e degli altri lirici nostri di grido, e forse non
intende il tanto rivoltato Metastasio, quando
non parla d’amore.
Le naziortt; di cui si è sopra parlato , le quali
banno fatto uso , per quel che sembra, di più
di una lingua ad un'tratto, o coltivarono le
lingue antiche, e straniere per erudizione, e pet
rendere più ricco, e più perfetto il proprio
linguaggio, o studiarono lingue antiche soltan-
to, oppure se tal pratica tengono di avere due
lingue indistintamente in conto di lingue vol
gari colte, ne provano parimente i perniciosi
efletti cel perdere, o corrompere in gran parte
il genio, l'indole, il carattere patriottico. Lo
affaticarsi per giungere all’ acquisto di una lin-
gua antica già morta, per conoscerne tutte le
bellezze , per servirsene con eleganza , disinvo]-
tura, e venustà, che fu ciò, che tentarono Pe-
trarca, e Boccaccio, e recarono poi ad efletto
nel secolo XVI. molti nostri letterati Iraliani
rispetto alla lingua Latina, può im vero eztan-
dio apportare alcun pregiudicio alla lingua vr
vente volgare, pregiudicj, che forse dovremò
accernar partitamente più sotto. Quello, che è
. È UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. nm. 55
| certo però non darà mai un’aria straniera alle
composizioni volgari; tanto più quando la lin»
gua antica, di cui sì tratta, abbia connessione
per ragion d'origine, e di genio colla lingua
volgare vivente parlata da una determinata na-
zione. Le composizioni volgari saranno in mi-
nor numero. perchè men riputate; avranno un
andamento antico; ed allo stesso modo delle
opere di que’ pittori, i quali troppe studio han
posto sulle statue, e sui bassi rilievi antichi,
riusciranno secche, statuine, affettate, maesta-
se bensi, e venerande, ma meno nostre, meno
maturali, men famigliari, e gradite alla comune
degli uomini. Ma alla fin fine, che una nazione |
«moderna nelle sue fattezze, e lineamenti si as-
somigli ad un’antica spenta, massime eve que-
sta antica sia stata madre di lei, è cosa senza
“dubbio men fuori di proposito, e mene strana,
che se dessa rassomigliasse ad una straniera m0-
derna: sembrerà tutto al più che sì tentà di far
rivivere sotto: farma noyella l’autico idioma;
e non già che la lingua vivente si venga corrom-
pendo, e degenerando, eome nell'altro caso
che vestisse le forme di una lingua straniera . -È
cosa assai consueta il veder rinnovate in alcuno
de’ discendenti le sembianze degli avi, che al-
Pincontro si addita come cosa mirabile, che
tra due persone di diversa schiatta corra conso-
miglianza veruna. |
L’ esempio poi de’ Romani, che la lingua
Greca in un colla Latina adoperavano , ben luu-
gi di somministrar una prova contra quantosi è
sinora cercato di stabilire, cioè che una sola
esser debba la lingua volgare letteraria, non fa
| forza veruna ; che anzi serve a confermare vie
più come difficil cosa sia il riuscir a maneggiar
due lingue ad un tratto come lingue correnti ©.
-
56 LIBRO PRIMO, CAP. IT.
La lingua Greca presso i Romani non era già
‘riputata soltanto qual lingua di vezzo, come
ogaun sa, ma inoltre era tenuta in concetto di
lingua dotta, come quella, che avea il pregio
di aver portate le scienze, e le arti belle in Ro-
ma, ed era in quella riputazione, in cui, è al
‘presente la lingua Latina presso i moderni Eu-
ropei. Le arti Greche, la filosofia, l’ eloquenza
Greca dirozzarono la lingua, edi costumi dei fe-
roci domatori del Mondo. La pura lingua Latina
pertanto del secolo di Cicerone, e di Augusto
riconoscea la lingua Greca quasi per madre, od.
almeno negar non si potrà che abbia quest’ ul-
tima moltissimo infuso del suo genio, e de’ suoi
spiriti, de’ suoi pregi, delle bellezze sue nella
lingua del Lazio. Tullio medesimo imitàva De-
mostene, e Platoneg Virgilio Omero, Esiodo,
Teocrito ; Orazio Pindaro, Alceo, e gli altri Li-
rici. E così alcun tempo addietro Terenzio, e
poi Lucrezio, il primo Menandro, ed i Greci
‘comici, l’altro i didascalici poeti imitati avea-
no. Quindi Sallustio emulò il vanto di Tuci-
dide , e lo stesso praticarono altri storici Lati-
ni; Catullo, e gli altri elegiaci Latini si gloria-
vano di camminar sulle traccie segnate da Cal-
limaco, e dagli altri elegiaci della Grecia. Avea
adunque la Greca lingua presso i Romani tutta
l'autorità, la venerazione, il concetto, tutto
l'uso di una lingua dotta; di una lingua ma-
dre. D'altra parte era la lingua Greca in Roma
la lingua delle persone, che vantavano urbani-
tà; gentilezza, e voluttà ingegnosa; era la lin-
gua del conversare ameno, e signorile ;» avea
tutte le qualità di una lingua vivente per esser
agevolmente appresa; era la lingua delle gra-
zie, e degli amori, e quasi direi del piacere, e
della dissolutezza insegnata dalle beltà le più
4
A
x
UNA-SOLA LincuA voLcare f. 1. - 57
seduttrici, da’ giovani servi Greci, e dai Gycci
artisti ne’ luoghi consegrati al piacere , non men
che nelle scuole dei profondi incagatori della
matura, è dei savj, ed austeri filosofi; avea cia
somma " dal canto suo il sapere, il fasto, il di-
letto , e 1° eleganza, e. dovea esser facile oltre-.
modo per tutti questi rispetti Parrivare a pos-
sederla. Con iutto ciò, non solo mai non giun-
se ad esser lingua dominante in Roma ne’ bei
giorni della Repubblica, e dell’aurea Latinità,
ma di tante opere in essa dettate dai grandi cel
Lazio, nessuna salì ad alcun grado di rinoman-
za. E che quelle scritture Greche di Latini au-
tori non fossero nè stimate da’ Greci, nè ripu-
. tate assai da’ posteriori Romani, come quelle ,
che scritte non erano nella lingua naturale dei
compositori, e per conseguente co’ difetti ine-
vitabili di chi scrive in “lingua mon sua, mi
sembra, che a buona: ragione argomentar si
possa dal non essersene conservata, e salvata.
dalle ingiurie del te mpe neppur una tra le det»
tate ne’ tempi migliori di Roma, quasichè la
sorte non abbia voluto favorir quei lavori, che
non erario stati consegrati all’ onore del patrio.
idioma . I Dodici libri dell’ Imperator Marco
Aurelio sono la sola opera, che ci resti degli
scrittori Romani, che si valsero della lingua
Greca ; ma è da notarsi, che venne egli dupo
tutti: gli autori Latini di grido, dopo Seneca,
dopo Tacito, dopo i Plinj, dopo Quintiliano
e vadasi diendo:; e che non ostante il favore.
da lui accordato aì dotti, pochissimi son gli
uomini di quella età celebri per sapere, se se
ne traggono i filosofi, e questi ancora per la
più parte stranieri (45). Non parlo delle opere
(45) Tirab. Stor.della letter. ltal. T.IL.lib.1I. capii $1v:
’
58 LIBRO PRIMO, CAP. ITT.
di Giuliano detto l’apostata, idolo di alcuni
begli ingegni Francesi, e degli ammiratori lo-
ro; oriondo della Dardania , nato in Costanti-
nopoli, educato in Atene scrisse intempo , che
Greco era già diventato l’ Impero Romano, on-
de in nessun modo non può esser riguardato
per coneittadino dei Silla, dei. Luculli, dei
Pomponj Attici, dei Ciceroni, e degli Augusti.
. Del rimanente, il soverchio affetto posto dai
Romani alla lingua, a’ costumi, alle arti dei
Greci in tempi, in cui quella generosa nazione
avea degenerato cotanto dalla antica sapienza,
e virtù non fu l’ ultima tra le cagioni della de-
cadenza, e della corruzione loro. Nè i tristi
effetti di una tal pratica tardarono a' comparir
palesemente ne’ secoli del basso impero quan-
do in un serraglio Greco-Asiatico di eunuchi
xicolmo erasi trasformata la corte de’ Romani
Augusti. Nella età stessa di Cicerone coloro,
che affettavano più del dovere la Greca elegan-
‘za non erano sicuramente nè i cittadini, nè gli
scrittori migliori. Io non mi aécingerò a sve-
lare appieno il carattere di Pomponio Attico;
i vincoli di amicizia, con cui era stretto col-
l’ Oratore Romano debbono meritargli qualche
indulgenza: quantunque a dir vero la sua non
cioranza del pubblico bene, e del destino della
| patria, il timor suo di offendere i grandi nel-
l’adempiere ai sacri doveri dell’ amicizia, l’ ozio
voluttuoso , in cui menò i suoi giorni (46) nol
‘ possano sicuramente far riguardare come il mo-
. dello di un buon cittadino, di un vero amico,
di un savio filosofo. Attico mercè il suo înge-
gno, le sue ricchezze, le sue aderenze, ed ami-
| (46) Middleton, life of Cicero Vol 111. p. 362.378. Lon-
don 1742. ea
-
a
0 . 2? DI
UNA SOLA LINGUA VÒLGARE $. 11. 59
cizie co grandi potea assumere il pericoloso i in
vero, mà unico virtuoso ufficio in tempi torbi-.
di, v Joelio dir quello di conciliatore. I fazio$i
sono sempre fanatici, hanno sempre, tanto da
un canto, come dall'altro, una parte del torto;
ed invero se Attico si fosse gittato nel partito
degli ottimati, o de’ popolari non avrebbe fat-
to altro colle sue ricchezze, e col suo credito, .
se non se accrescer l'incendio; che già divam-
pava in Roma; ma chi meglio di lui, quando
entrato fosse con pure intenzioni ne’ pubblici
maneggi , avrebbe potuto moderarne l’impeto?
persuader a repubblicani ostinati, che l’Impe-
ro romano dovea cangiar forma , e diventar una?
monarchia? insinuar massime di sano governo,
e.non di dispotismo ai fautori della potenza di
un solo? Ma egli non pensò che al privato suo
vantaggio, ;e preferì i piaceri di una vita volut-
tuosa, elegante, e tranquilla ai pericoli, cui
espor si dovea per esser utile alla patria, al
piacer sublime della virtù. Le sue. belle qua-
lità pertanto devono essere giustamente sospet-
te; le amicizie da lui coltivate in entrambi i
partiti erano per sicurezza propria, prevedendo
tfoppo bene, come uomo accorto ch'egli eray
\che ora gli uni, ora gli altri avrebbono dovuto
prevalere. E i grandiosi doni, la apparente li-
| beralità sua v’ha ragion di credere, che altro
fine non avessero, se non se quello di salvar le
rimanenti sue ricchezze. L°abate. Frisi tentò
di difenderlo dall’ Epicurcismo (47), ma non gli
. riuscì che di liberarlo dalla taccia di quello più
grossolano . Spiacemi che ne abbia fatto mate-
ria di elogio: perciocchè sembra, che ciò dia
peso alla ingiusta accusa, che i filosofi fisici mo-
_ sé
(47) Elogio di Pompoliio Attico, Milano 1780.
%
60 . LIBRO PRIMO , CAP. II.
derni eziandio, seguendo l’ antico. Luerezio,
sieno per l' ordinario propensi al sistema di mo-
rale uscito dagli orti di Epicuro.
Ad ogni modo, Tullio medesimo in più ila
ghi delle opere sue coloro tra' suoi concittadi-
ni, che alle Greche lettere erano di troppe èf-
fezionati biasima , e riprende apertamente, ed in
più special modo nel libro suo, che porta per
titolo 1’ Oratore morde quella folla d’imperiti;
che alla eloquenza Aitica aspiravano. Ma per
dipingere al vivo il carattere di cotesti fanatici
delle cose Greche tra’ Romani, non abbiamo
che a recare in mezzo per saggio il ritratto di
fino tra essi, voglio dir di Cajo Memmio, nato
di famiglia illustre, uomo di lettere, e di ma
neggio , e che carteggiò con Tullio medesimo,
dal quale si può far ragione del carattere gene-
rale degli altri magnati Romani oltre-il dovere
propensi alla lingua, ed alle usanze Greehe (48).
Erudito nella letteratura Greca vien questi det-
to da Cicerone, e della Latina svogliato affatto;
arguto oratore, ma che sfuggiva, non che la fa-
tica dell’arringare, ma persino del meditare.
Nello serivere versi lascivi fu così sfacciato, e.
senza pudore, che Ovidio (49) medesimo pre-
tende di giustificarsi coll’esempio di lui. Epi-
eureo di professione al pari di Attico, e degli
altri voluttuosi Grecisti Romani, e poeta li-
eenzioso , a lui 11 poeta Epicureo Lucrezio il
suo poema indirizzò; nè la vita da lui menata
fu discrepante dalle massime della sua Setta, e
> dalla oscenità de’ suoi poemi. Volse a’ suoi pia-
ceri la moglie di Lucullo; ebbe una lunga cor-
rispondenza amorosa con Mucia consorte di
(48) De clar. Or. n. LXX. %
(49) Trist. 11. v. 433. Plin. Ep. III. lib.
UNA SOLA LINGUA voLcaRE $. 11. 6i
Pompeo (50), e le sue avventure in questo ge-
nere famose erano in Roma. Entrato negli af-
fari si oppose per alcun tempo ai disegni di
Cesare, ma fu ben tosto guadagnato da lui col-
la irresistibile forza del denaro. Messosi quin-
di nel numero de’ candidati, sì scandalosa, e sì
manifesta fu la sua baratteria, ed eccitò ad un
tal segno l'indignazione nel popolo, che sebbe-
ne sostenuto dall’intero partito, e dalla pos-
sanza di Cesare, non solo ebbe a soffrire Daf.
fronto della ripulsa, ma accusato nello stesso.
anno, e sbandita gli toceò di passare la più gran
parte della sua vita in Atene in esilio.(51). Ec-
co quali erano i cittadini, quali gli scrittori
Romani, che alle Greche lettere interamente si
abhandonavano.. Non era adunque senza fonda-
mento , che, sì fatta :inclinazione al Grecismo,
che l'affetiazione di adaperar quella lingua fu
sempre come un contrassegno di costumi cor-
rotti risguardata da’savj Romani. Ognun sa
uanto alle lettere Greche avverso fosse Catone
i censore, ed il buon vecchio Marco Cicerone
avolo di ‘Tullie soleva dire essere de’ suoi con-
‘cittadini come degli schiavi oriondi dell’Assiria,
che quelli, che sapevano. ottimamente: parlar
Greco erano i più malvagi, ed i più tristi (*).
Sin ne’tempi della maggior corruzione- l'usò
della lingua Greca colla consueta acrimonia sua
rimprovera Giovenale alle dissolute donne Ro-
.
(50) Cic. epist. Cantabrigia 1n4g: col.comento Inglese
di Gio. Ross. Memarks upon the XIlI. Bock epist. 1.
_T. 41. p. $91. i
(51) Middleton life of Cic. Pol. IT. p. 108.
(*) » Nostros homines similes esse Syrorum venatium,
» ut quisque optime Grece sciret, ita esse nequissimuna.
_» Cic.de Orat. lib. AL. n, LXVI.
60 LIBRO PRIMO, CAP. III. ,
mane (*) congiungendo tale accusa con quella
delle più infami libidini. Di fatti quegli, che
abbandona l’uso della lingua propria per ade-
perarne una straniera, rinuncia in certo modo
alla patria, prende la divisa, abbraccia i costwt-
mi, e le idee, e le opinioni della nazione, di
cui affetta l’idioma; e postochè è delle lingue
come delle arti di guerra, e di pace, che per
l’ordinario non diventano dominanti, se non se
dopo l'epoca della maggior zloria de’ popoli, ne
segue, he il diffondersi che fanno fuori, ed al
di là de’ naturali loro confini, succede appunto
in tempo, che la soverchia potenza, e le smi-
surate ricchezze han generata la corruzione dei
costumi nell’interno. Ì giudiciosi Scrittori Fran-
cesi del secolo passato non erano gran fatto
letti in Italia da’ nostri maggiori, che al certo
non avrebbono avuto sì gran voga tra noi i Te-
sauri, ed altri così fatti autori ampollosi, e fal-
samente arguli, se gustata avessimo quella di-
citura facile, schietta, e naturale, che era loro
propria. Gli scrittori nostri, che si preserva-
rono dalla infezione del Scicento , il dovettero
bensì agli antichi modelli Greci, e Latini , a’qua-
li pure-siam tenuti del generale ristabilimento
del buon gusto in Italia nel principio del secolo.
presente. Gravina, Guidi, Maffei, Zeno, Laz-
zarini, Manfredi ci richiamarono alla imitazio-.
ne de’ classici dell’antichità, a’trecentisti, a’ cin-
+
(*) » Nam quid rancidius, quam quod se non putat'ulla
‘ » Formosam nisi que de Tusca Gracula facta est?
+». De Sulmonensi mera Cecropis? omnia Grace,
. » Cum sit turpe misagis nostris nescire Latine.
» Hoc sermone pavent, hoc iram, gaudia, curas,
. » Hoccuncta effaundunt animi secreta, quid ultra?
x Concumbunt Grace... ec.
Juven. Satyra FI.
x \
UNA SOLA LINGUA voLcare $. 1. 63
quecentisti nostri, non a quella de’ Francesi,
che aveano maggior grido a’ tempi loro, sebbe-
ne ne conoscessero il giusto valore . Nè le ope-
re assennate di Bossuet, di Fenelon, di Bour-
daloue, di Nicole piene di massime sane di mo-.
rale, di politica, e di religione erano lette tra
noi in fine dello scorsorsecolo con quella avidi-
tà, con cui il sono al presente quelle dell’ Au-
tor delle lettere Persiane, di Elvezio , di Voltai-
re, di Rousseau, di Raynal scritte con princip)
alle prime direttamente ‘opposti. |
.Che se per ultimo , ripigliando il nostro sog-
getto, ci volgiamo a considerare il sistema di
lingua in quelle contrade sopradditate alla Fran-
cia confinanti, in alcune di esse, quantunque
per nulla .a quella monarchia soggette, vedre-
mo i costumi, i modi, la foggia di pensare, la
gloria letteraria medg@ima nazionale, di cui si
piccano, sì fattamente Francese in un colla
lingua, che si possono chiamare provincie Fran-
cesi, tuttochè nulla abbiano che fare nel poli-
tico con quel Regno. Rousseau, e Necker, seb-
. ben Ginevrini, sono scrittori Francesi al pari
di Montagne, e Sully. Altre poi, che intendò-
no ritenere in parte un carattere nazionale in
un co’ modi, e col linguaggio, le ravvisiamo in
rali termini, sia per conto dello spirito patriot-
tico, che della letteratura, che non troppo iù-
vidiabile sembra lo stato loro. Il seguiì dai
Fiamminghi le foggie , lo apprezzarsi , ed il col-
tivarsi da’ medesimi il linguaggio Francese(52)
“era un istinto secreto, dice il P. Bouhours, che
gli avvertiva loro malgrado che doveano for-
mare un corpo solo-colla Francia. Del resto, in
Costantinopoli, dove si parlano tante liugue-
(52) Entretiens d'Ariste p. 56. È
64 LIBRO PRIMO, CAP-INI.
diverse, pochi sanno leggere, scrivere, e par-
- larne correttamente una, come notò ia stessa
Miledy Montague (53); ed i Turchi medesimi
letterati, sebbene sappiano valersi dell’ Arabo
nelle cose di religione, e scientifiche, e del Per-
siano nella poesia, e nelle materie amene, e ga-
lanti, oltre al linguaggio Turchesco (54) per gli
affari comuni, non sono ‘contuttociò mai giunti
al grado di celebrità, non che de’ Greci, e dei
Romani ,.ma nemmeno degli Arabi, da cui in
un con qualche lume di scienza hanno tratti gli
ordini, e gli instituti politici , guerrieri, e reli-
giosi, i quali popoli tutti di una sola lingua do-
| minante' principalmente si servirono . n
$. TI $ tudio di lingue. di utile a ‘progressi
delle s scienze, e delle bell'arti.
®
Coll’ animare ogni nazione, e singolarmente
la nostra.ad abbracciare una lingua sola volgare
letteraria dominante ron s'intende già di esclu-.
dere lo studio di altre lingue per arrivare ad
intenderle, ed anche a parlarle, ed a scriverle
in alcune occasioni. Si vuole unicamente mo-
strare, che non è conveniente in nessuna ma-
niera di porre quella cura nelle lingue stranie-
re, che pure impiegar sì dee in esse quando al-
tri. li giungere a possederle in guisa da po-
terne gar uso pubblico, o letterario in libri tan-
to di amena letteratura, che scientifici, ed eru-
ti, edin questo modo si viene a du ezian
. dio la difficoltà, che nasce da alcuno» “degli esem-
pj allegati. Nè io son già di avviso, come alcu-
è
(53) Lett. XL. p 179. Paris 1779.
(54) V. Toderini, Lett. Turch. Maffei, Scienz. Cavall.
lib. UL cap. VIL
| UNA SOLA LINGUA voLcane $. 111. 65
no peravventura potrebbe darsi a credere, che
la cognizione di varie lingue riuscir debba
d’impedimento per coltivarne una sola princi-
palmente, sia che si tratti di lingue antiche
spente, sia di straniere viventi. Quello, che a
| parer mio è pregiudicievole oltremodo , si è il
«riporre la principal cura, il pretendere di ac-
quistar fama, e celebrità, adoperando lingua
dalla ‘natìa diversa, o due a un tempo colti-
vandone come lingue volgari letterarie: che del
resto io porto opinione; che lo studio delle
lingue diverse sia per sommiuistrar lumi, ed
ajuto non picciolo tauto alle facoltà, che sono
di ragion dell'intelletto , come alle arti eziandio
d'iinimaginazione: purchè venga un così fatto
studio ne'debiti limiti ristretto . Il primo grado
al sapere, dice 1Ì Salvini (55), si è l’intendere; ;
il secondo lo spiegarsi: ora a chi riuscirà più a-
gevole lo spiegarsi , se non se a colui, che in
più lingue sarà. addottrinato, e particolarmente
in quelle, in cui saranno state maneggiate le
scienze , ed insegnate? Non veggiam noi, che
ue’ popoli , i quali ebbero la sorte, o l’abilità
di trovare i primi qualche cognizione; o di trat-
tar qualche scienza, a tutti poi di qualsisia lin-
gua tramandarono certi termini; e certe parti-
colari proprietà, le quali nelle altre lingue sì
conservano (56), ed a cui non è lecito senza in-
giustizia verso. i primi autori di sostituire altri
vocaboli? I savi dell’antichità non si contenta-
rono perciò dello studio di una sola lingua quan-
tunque della propria soltanto facessero uso.
‘pubblico ; e letterario, e tosto che rinacque lo
-
(55) Disc. sopra lo stud. delle lingue.
(56) Machiavel. Disc. sopra. da lingua Ital. opere T: VI,
| p.120, ediz. di FEib\tgo, in4.° 1785.
-
66 . © LIBRO PRIMO, CAP. HI.
studio delle lingue, rinacquero pure le scienze
tutte, e la coltura dopo la seconda barbarie di
Europa. La lingua volgare medesima divenne
più colta, più ricca , più regolare, e più espres-
siva per opera principalmente di eoloro, che
prima, e con maggior ardore si volsero allo
studio delle antiche lingue, e delle viventi più
celebrate‘. Tali furono il Petrarca, il Boccaccio
| e poco tempo avanti Dante medesimo, che con
lungo studio, e con grande amore cercava gli
eleganti volumi Latini. Per rendere perfetta la
lingua propria convien conoscere quelle altre ,
che han maggior fama di essere perfetii istro »
menti dell’intelletto, e del cuore. Per esten-
dere il più che possibil sia la sfera delle idee,
e. per far in modo che la lingua propria possa
tutte rappresentarle, è necessario inoltre cono-
scere la storia delle più riputate nazioni dell’ u-
niverso. Ora per penetrare addentro nelle leg-
gi, ne’ costumi, nel genio, nella dottrina dei
| popoli più rinomati , certa cosa è, ehe resta ine
dispensabile lo studiarne la lingua insino ad un
segno almeno da poter leggere originalmente i
loro classici scrittori .
Nelle arti stesse d’immaginazione è da cre-
dere, che una non mediocre cognizione di lin-
gue ajuti, ed invigorisca la fantasia; e che pos-
sa, ovenon manchi il buon. discernimento. dar
campo di far prede nobili, e-.segnalate , e di ar-
ricchir la propria lingua colle spoglie loro. Che
la Grecia abbia tratte le scienze dalla Fenicia,
e dall’ Egitto è cosa troppo palese; quello che è
degno di più particolar considerazione. si è, che
nor solo la lingna arricchì, ma la mitologia , e
la poesia Cicca creò Omero mediante }’ ajuto
della straniera erudizione. Il dotto P. De-Mazi-
stris ha mostrato come questo Re degli scrittori
ittori
UNA SOLA LINGUA voLcare G. ni. 69
fosse appieno informato della dottrina più arca-
na della nazione Ebrea, ch’egli avea avuto mo-
do di ritrarre da’libri sacri, sebben custoditi ge-
Iosamente. I più rilevanti avvenimenti , che ne?
poemi di lui s'incontrano, glì intrecci più in-
gegnosi, a parere di questo critico valente (57)
nou hanno altra origine; fuorchè la cogni-
zione, che Omero avea della sacra storia, da
eui corrompendoli, e sfigurandoli ‘li trasse.
Quanto nella lingua, e nelle arti ‘Greche pro-
fondamente versati fossero i Latini poeti , non
fa d’uopo rammentarlo di bel nuovo, ed i
principali fra’ nostri, oltre alla lingua Latina;
ì più rinomati idiomi, ehe avesser corso a’tem=
pi loro intendevano, e ne sapevano tanto da
farne qualche uso', tuttochè saviamente non si
aecingessero a riporre la priucipal gloria inessi
come nell’Ivaliano . E se lusingato erasi il Pe-
trarca di giungere alla immortalità colle ‘cose
sue latine, dovette egl? stesso disingannarsi, e
riconoscere , che le volgari sue composizioni
eran quelle, a cui sarebbe stato tenuto in ap-
presso di tutta Ja sua più popolare, e maggior
celebrità. I Documenti di amore di Francesco
da Barberino vengono: dal Crescimbeni (98) lo-
dati per la gran pratica, che im essi L’autor di»
mostra de’poeti, e della lingwa Provenzale. KR
sebbene questo sapore, e questo gusto di lins
gua; e di letteratura Provenzale sia per avven-
tra in lui eccessivo, ciò non pertanto , non so-
lo venne annoverato dalla Crusca tra i buoni
serittori testi di lingma, ma se non si fosse la-
sciato tirar troppo dalla forza della rima, sa-
‘ (57) Ze Magist. Apol. Ss. Patr. Diss. ult. praelim. Ro-
mae1772. v. Blackwaliusde proest. classic. auct. cop. VEII.
(58) Stor. della volg. Poesia, vol. kll. p. 90. Mauni,
lez. di lingua Tosc.p..37. Fontanini Eloq.Ital.T.1I.p.3.
68 LIBRO PRIMO, CAP. IT.
rebbe l’ opera sua , a giudizio di esso Crescim=
beni, una delle più belle’ antiche memorie,
che vantar possa la nostra poesia. Dante, e Pe-
trarca, e Boccaccio la lingua medesima Pro-
venzale possedevano, ed i due primi non eb-
bero a sdegno d’inserirne versi interi ne’ loro
componimenti. Il Bembo ristaurator della lin-
gua Italiana nel secolo XVI. non ebbe ribrez-
z0 di dettar per galanteria rime Spagnuole , dac-
chè lo Spagnuolo avea corso a que’ tempi in
Italia, come fa al dig il Francese, rime,
che furono poi molto tempo dopo date alla lu-
ce. E per non diffondermi di troppo basterà il
dire, che al Tasso erano acuti stimoli di emu-
lazione gli encomj, che. sentiva a darsi al Ca-
moens per la sua Lusiade (59), e che egli me-
desimo era®lodatore grandissimo de’ romanzi.
Spagnuoli da lui letti , e studiati, del pari dei
Francesi, con cui ne fa il confronto; e che fi-
‘ nalmente l’ Ariosto, non solo studiate avea: le.
lingue Francese, e Spagnuola ; e letti que’ me-
desimi Romanzi (60), ma diversi da que’ due
idiomi tradotti ne avea per fecondarsi È men-
te, per esser più ricco nelle sue invenzioni. É
tra gli stranieri Milton, e Voltaire (61) (per .la-.
sciar da parte la cognizione, che aveano di
molte altre lingue) furono così al fatto della
nostra che il primo, oltre all’ aver tratto il sog-
getto del suo gran poema da non so qual rap-
presentazione triviale Italiana, scrisse versi Ita-.
liani, il secondo lettere, le quali, se non. sono
in tutto Italiane, mostrano però, che egli più
(59) Tasso, Disc. del poema Epico.
(60) Pigna, Romanzi, Vita dell’Ariosto.
(61) V. Rolli, Vita di Miiton premessa alla Traduz.
Ital. del Paradiso perduto . Menina, Vic. della Let. T. 1}.
p- 66. 67. . di
duz,
}
ì ‘UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. 111. 6g
che mezzanamente la lingua nostra sapea . Non
è _adunque lo studio delle lingue straniere che
sì biasimi, che contrario sì reputi a’ progressi
della letteratura anche amena, che opposto si
giudichi alle buone: antiche idee patriottiche ;
che anzi io peuso col dotto Michaelis (62), che
la cognizione di lingue diverse servir possa,
com'è detto sopra, a correggere, e perfezionar
la propria mediante le altre. Si è l’uso lettera- -
rio , € pubblico di esse, si è il cercar di pro-
cacciarsi fama, e celebrità per mezzo delle me-
desime, si è ;l farsi in certo modo tributario
delle altre nazioni quello, che da coloro, che
hanno un cuore Italiano tra’? Piemontesi, di mal
animo si soffre, si è il vedersi rapire dalle lu-
singhe di uno straniero idioma, e di una stra-
niera letteratura chiari ingegni nati per illu-
strar la patria, e che in questa guisa nè accre-
scon gloria-alla proprià nazione, nè onorano la
straniera.
Che se coll’ esempio di Menagio, e di Re-
gnier , letterati Francesi, che dettarono opere
în Fingua Italiana intendesse alcuno di accusare
come ristretti soverchiamente i confini per noi
fissati all’ uso, ed allo studio delle lingue stra-
niere , e presumess: di darci la taccia di troppo
severi, e sconoscenti verso la brillante nazione
Francese, gli scienziati della quale non isde-
gnarono di far uso, in un colla loro, della no-
stra lingua, da tutto ciò ritraendo per necessa-
ria conseguenza, che più d’una esser possa la
‘lingua volgare letteraria, io son d’avviso , che
ben di leggieri gli ricaziceble dr diiigannatai,
ove ponesse mente alle considerazioni , che so-
no per fare, In prime luogo è cosa fuori di con-
(62) Zn/2. des opin. sur les lang.
mo LIBRO PRIMO, CAP. TIT.
troversia, che nè l'uno uè l’aliro de’ mente-
vati scrittori furono uomini sommi, e tuttochè
gareggiassero co’ più colti verseggiatori Italiani
della età loro, con quelli, che infetti hon era-
no della corruzione del passato secolo in fatto
di ame::a letteratura, non ebbero con tutio ciò
la sorte di fondare una scuola, qualunque si
fosse, nè d'inventare una nuova maniera, an-
corchè difettosa, come quella, a cagion d’ esem-
pio, del Ciampoli, o del Marini eziandio . Cor-
re in secondo luogo diversità non picciola tra
il dettar componimenti poetici come fece Re-
gnier ,.ed in parte anche Menagio , e lo. scrive-
re in prosa sciolta , e corrente (*), La lingua poe-
tica, quando non si tratti di una scuola nuova;
è più fissa; la frase dee di necessità venir pon-
derata , e qualora originale non sia lo scrittore,
‘ come al postutto non lo erano i succennati, si
può comporre a centoni, ed uno imitatore può
trasformarsi, come appunto fece il Regnier,
nello stile di un autore lungamente: meditato.
Nella prosa all’incontro, come di andamento
più libero, e più naturale, riesce più malage-
vole l'imitazione , allo stesso modo, che mag-
gior perizia di disegno si ricerca per ritrarre i
lineamenti di una persona quando sono meno
decisi, e meno spiccati. Ma per lasciar tutte
este considerazioni in disparte, si vuol ri.
flettere, che nè il Menagio, nè il Regnier usci-
1%
(*) » Regnier, a dirvela giusta, parla froppo ben Ja lin»
gua Toscana, vi sfodera di secco in secco un complimento
alla Boccaccevole; vi viene addossa con una delle frasi del
- Petrarca stemperate in prosa, che mettono chi ‘lo sente
fin suggezione, e fanno stentar lui medesimo, allorchè
queste non gli sovvengono quando ci vorrebbe». - Let=
tera di Lorenzo Panciatichi al Magalotti tra le famiglia»
ri di quest ultimo T. Il. p. 18. -
=
UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. II. 71
rono dalla più ristretta mediocrità nella lingua
loro natìa Francese, e farono nella poesia, di-
ce Algarotti (63), come Pussino mella pittura,
uominvi Francesi, ed autori Italiani .
S.1V. Znsussistenza dell'allegazione, che vi
sienn Piemontesi, cui riesce più facile scri-
vere in lingua Francese, che nella Italiana.
Qualunque peraltro sia l'inclinazione nostra
naturale in fatto di lingua, e per quanti sieno i
pregiudicj, che ne derivano dal tenersi più di
una sola lingua nelle nostre contrade in conto
di lingua volgare colta, ciò non pertanto alcuni
coli Piemontesi sono di parere, che le estrin-
seche circostanze , ed il sistema positivo , ed ar-
bitrario delle cose abbiano fatto cangiar faccia
al sistema proprio, e naturale. E siccome è sa-
vio avviso di quel vivace iugegno del secolo di
Augusto, che fu tanto filosofo, quanto un poe-
ta, ed un cortigiano abbiano potuto esserlo
giammai, doversi l’ uom sottoporre al corso or-
dinario delle cose, e non presumere di poterlo
variare a suo senno (difficile non solo, ma di-°
sperata impresa ), così tengono cessi doversiì la-
sciare, che ciascun Piemontese scriva in quella
lingua, la quale attesa l’educazion ricevuta, i
viaggi, la pratica delle persone, colle quali ha
più lungamente conversato , è in caso di poter
meglio adoperare, e con maggior: franchezza:
ciascun si serva dell’istrumento , di cui ha pra-
tica, e conoscenza maggiore. ll pulveroso Cu-
riale, cui esser debbono sconosciute le grazie
oltremontane, il Regolare esemplare, che ha
i | | | \
(63) Saggio sopra la necess. di scrivere nella propria
ling. op. Tom. IL. pag. 15.
Pa
72 LIBRO PRIMO, CAP. IIT.
fatti suoi studj in Italia, servansi a lor senno
della lingua Iialiana. Ma il cavaliere colto, la
gentile dama vissuti sin da’ primi lor anni tra
maestri, tra libri, in collegi, in ritiri, ove
Francese si parla ,. nelle truppe, alla corte, per-
chè dovranno aver ribrezzo di servirsi di quel-
l’idioma, che più velocemente, e più facilmen-
te tien dietro alle idee loro, e meglio alla im-
maginativa loro corrisponde? Confessano esser
questa condizione infelice della nazion nostra
.. affatto contraria a’ progressi della coltura, e del
sapere; ma sostengono esser male irrimediabi-
le, piaga inveterata, contro cui nè ordine poli-
tico , nè industria di letterato non vale.
E qui eutrano ‘alcuni a magnificar la lingua
- Ttaliana, ma le lodi stesse, che le danno son
dirette a distogliere i Piemontesi dal coltivarla.
La dicono lingna armonica, ampia, energica,
e maestosa eziandio , ma più difficile ad impa-
rarsi delle lingue morte medesime. Non altro,
se non un ostinato, e mai non interrotto stu-
dio posto negli autori classici di essa sin dai
primi anni, un lungo usar con uomini Italiani ,.
e la dimora fatta in quelle parti d’Italia, dove
più-purgata, e più scelta si parla , asseriscono
poter render capace alcuno a spiegare i snoi
pensieri in quello idioma, che mostrauo di cre-
dere difficile al pari della lingua Fenicia , 0 Co-
ptica. Doversi restringere chi non ha fatto per
tempo tali stud) alla intelligenza degli autori
° Italiani, ma,giammai doversi impacciar con lin-
gua scabrosa cotanto. La lingua Francese ‘al-
l’incontro mercè la gran copia di libri, e di
uomini di quella nazione coltissima , e spirito-
, che in Piemonte s’inconirano, acquistarsi
agevolmente, e poter altri giungere ad imparar-
la, mercè la precision sua, e la sua chiarezza ,
\
UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. v. 73
dalla viva voce di quelle amabili persone, e di
que’ libri saporiti, conversando, scherzando, .
quasi per passatempo , se»za impallidir sui testi
della Crusca del buon secolo, e della età di Lion.
X., e senza durar pressochè fatica nessuna.
Ma se tanta è la facilità di acquistar quello
idioma , perchè mai, ripiglierò io, tra gli scrit-
-.tori, che chiamar si possano e per nascita, e
per soggiorno fatto in Piemonte veramente Pie-
‘montesi, sì pochi son quelli, ghe abbiano det-
late opere Francesi? perchè nessuno tra essi
dettò opera di qualche estensione ? perchè nes-
suno sì arrischia di pubblicar qualche scrittura
Francese senza l’ajuto , cd il consulto di qual-
che Savojardo, od anche Nizzardo? perchè nes-
suno , tuttochè vi sieno ingegni grandi, e spi-
riti elevati, e nutriti di tutta quelia letteratura
Francese, che da un Piemontese ricever si pos-
sa , potè andare esente dalle censure dei dilicati .-
Francesi, e talvolta da’ motti signorili bensì,
ma perciò non pungenti meno, nè meno ama-
rt? perchè mai in una ‘parola nessuno vi fu,
che non sia stato riconosciuto, od accusato al-
meno per istraniero da que’giudici inesorabili,
che siedono di là dalle alpi, e pronunziano con
tanta severità sentenza sulle opere d’ingegno in
lingua loro dettate? e perchè mai non ostante
le tante cure, che si prendono i gentiluomini
nostri, e l’instituzion Francese, e i modi Fran-
cesì, ed i Francesi precetiori, sì poco n’è il
frutto; e d’altro canto non ostante che sia }V’I- .
taliano negletto, e quasi pianta inutile vegeti
senza onor di coltura, veggiam ciò non pertau-
to anche a questi ultimi tempi autori. Piemon-
tesi gareggiar sì in prosa, che in verso co’ mià
gliori scrittori d’Italia? Non si avrebbono che
a levar via gl’ impedimenti , e gli ostacoli, che
Vol. I. 4
oh LIBRO PRIMO , CAP. IV.
‘ attraversano al fiorir pieno, ed intero della
lingua Italiana in Piemonte, non si avrebbe
che ad impiegare in ciò parte delle fatiche, e
delle cnre, che non si risparmiano per renderci
stranieri nella patria nostra, e sicuramente la
prima nazione Italiana anche per questo ris-
petto sarcbbe quella , che prima delle altre al
più dell’alpi si presenta.
SV. SI esaming i sentimento dî quelli, che
tengona doversi scrivere n lingua Francese ’
le vpere di scienze esatte .
Non tutti peraltro coloro tra’ Piemontesi, che
tengono doversi conservare qualche uso lettera-
rio, e pubblico della lingua Francese la pen-
sano allo stesso modo; e non v'ha cosa, che
meglio dimostii l’incoerenza del nostro siste-
ma in fatto-di lingua, quanto la diversità delle
opiiioni, in cui sì dividono. Un sentimento
ertanto restami ancora a ponderare di alcuni
doitissimi Piemontesi, che nulla ha pe fare
con quelli insino ad ora combattuti. Sono que-
sti ultimi persuasi, che la lingua Italiana esser
debba la dominante nelle cose, dove poco ,-od
assai giuochi la fantasia; e nou solo inte dono,
che di tal lingua ci prevaliamo come vostra; ma
inoltre (ottimi conoscitori dell’idioma d’ lialia,
e del Francese ) son d’avviso , che, quand’ an-
che libera fosse la scelta, preferir si dovrebbe
la lingua Italiana in tutte quelle opere cziandio
dottrinali, in cui l’ autore. sì preficga di scrive-
re clegantemente, od anche unicamente di non
trascurar-le attrattive di una maschia ,: € virile
‘eloquenza appropriata al'soggetto . Parlando tut-
tavia di opere meramente scientifiche, e special.
mente di opere, che trattino soggetto apparte-
ìl
= -—
é
" WNA SOLA LINGUA VOLGARE $. v. 15
nente a quelle, che a’dì nostri chiamansi scien=
ze esatte, storÎa naturale, fisiologia, matemati-
| che sì pure, che miste, fisica, chimica, e vada-
si dicendo, scienze, che con grande apparato si
coltivano, e che formano l'occupazione, od il
passatempo diila nobiltà letierata, tengon des-
si, che migl'or consiglio sia per i Piemontesi lo
adoperar la lingua Frarcese. La dicono in que-
sia parte più precisa, e più chiara, fornita di
tutte le parole tecniche; e soprattutto più uni-
versalmente dai dotti stranieri intesa; e se a ben
riuscire nell’amena letteratura Francese si op-
pone, quanto a noi, una differenza di' genio,
direi così radicale, ed innata, osservano troppe
fatiche, nè troppo studio non ricercarsi d’aliro
canio , per. giungere a poter far uso di quella
lingua in cose di pura, e mera dottrina. Esser
buona sorte, che finalmente siasi convenuto frai
dotti di far uso di una lingua sola, li: gua vi-
vente, facile oltremodo, quando a quest’ uso si
restringa , intesa da tutte le colte non meno ;
che dalle gentili persone di Europa; nou già
come la Latina per l’addietro ristretta soltanto
alle Università, ed alle Accademie, ma usata
nelle Corti più splendide, e nelle adunanze, e
nelle eonversazioni più festevoli , e più liete, dal
letterato, dal mercatante, dal guerriero, e perfin
dalle signore stesse più amabili, e spiritose, che
non isdegnauo talvolta, mercè la letteratura Fran-
cese, di Stender la mandilicata, non che al com-
passo , alla sfera, alla macchina elettrica . od al
chimico fornello, ma allo stesso sanguinoso
coltello anatomico laceratore,
Tuttochè sembri, che la natura di coteste |
scienze esatte, e severe sia di essere conosciute
‘ da professore, o totalmente ‘ignorate, io negar
non voglio, che una così fatia diffusione di su-
-
76 LIBRO PRIMO, CAP. IIT.
perficiali notizie ad ‘esse appartenenti tra le per-
sone disoccupate abbia indirettamente recato
alcun vero vantaggio alla società, ed ai più
reali progressi del sapere, se non altro sommi-
nistrando trattenimento innocente, e facendo
apprezzare gli scienziati più profondi. Differirò
più sotto a trattare della naturale indole, del
carattere, e della universalità delle: due lingue
di cui ragioniamo , e ad esaminare, se (tolte
alcune estrinseche circostanze) non sarebbe più
agevole rendere l’Italiano, Hnguaggio univer-
sale., quando questo fosse lo scopo, a cui mi-
rar si dovesse; e per ora mi ristringerò all’ e-
sempio delle Accademie di scienze esatte fore-
stiere, alla vera utilità della nazione, ed alla
gloria, che ne viene dallo arricchire la lingua
propria non solo de’ fiori ridenti della immagi--
nativa, ma eziandio dei succosi frutti e nutri-
tivi delle scienze, e delle arti vantaggiose.
Tutte le Accademie di sì fatte scienze, che
ad imitazione della famosa del Cimento insti-
tuita in-Toscana dai discepoli di Galilei, si
fondarono quindi in tutta Europa, se ne eccet-
tuiamo alcune di Germania, tutte della pro-
pria lingua nazionale si servono per istendere
le speculazioni, e le scoperte loro. E tra quel-
le medesime della Germania non poche a’ dì
nostri dettano pure gli scritti, e le Memorie
loro in lingua volgare, come fa la stessa Acca-
demia delle scienze Svezzese, altre continuano
ancora nell’antiea pratica di quella nazione di
spiegar le cose dottrinali nell’idioma Latino, e
nessuna, fuorchè la sola di Berlino, stende i
suoi Atti in lingua Francese. Nè di ciò è da far
meraviglia , atteso che, per lasciar -da parte,
che tutta per avventura la coltura, la dottrina,
l'eleganza, ed il traffico medesimo, che al pre-.
n
— n
UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. v. 77
sente. fioriscono nel Brandeburghese, e nella
Prussia, tutto quella contrada lo deve a’ Fran-
cesiì colà rifuggiti per cagion di religione dopo
la tanto decantata, e tanto rimproverata rivo-
cazione dell’editto di Nantes , per lasciar, dico,
questa considerazione in disparte, ognun sa,
che i due primi capi di quella dotta società,
Maupertuis, e Voltaire, erano Francesi. Di
Francesi sono sempre stati ridondanti gli eser-
citi del Re, e dicendo gli eserciti di Federico ILL
exa lo stesso come dir la Corte; originar) Fran-
cesi son per lo più gli Accademici, e per ultimo
Federico stesso educato nella Francese letiera-
tura, avanti che la Tedesca: fosse stata arricchi-
ta di opere così fatte, che meritar potessero
l’attenzione di lui, il gran Iederico è scrittor
Francese. Ondechè ben lungi di doversi questa
Accademia risguardareé qual società letteraria
Tedesca, risguardar si dovrebbe piuttosto co-
me una Colonia dell’ Accademia delle Scienze,
e dell’alira delle Iscrizioni, e Belle Lettere di
Parigi fondata in riva alla Spree (*).
NE | |
(*) Così da me si scrisse parecchi anni prima della
morte del Re di Prussia Federico II., e prima, che dal
nostro Abate Denina si leggesse all’ Accademia di Ber-
lino l’apologia di quel Sovrano intorno alla preferenza
da lui accordata alla letteratura Francese stampata in
. Dessau nel 1787., dove vien mostrando come a’ suoi pri-.
mi tempi dovesse il defunto Re preferir la lettura de’ li-
bri di belle arti, di storia, e di traduzioni de’ classici det-
tati in Francese a’libri Tedeschi. Veggasi pure il Saggio
sopra la vita, ed il regno di Federico II. delto stesso Au-
tore ( Essaz sur la vie , ec. cap. 17. p. 26). Quanto all’Ace
cademia di Berlino, Leibnizio nella prima fondazione-
le aveva assegnata fa lingua Latina, come avrebbono
desiderato i dotti Tedeschi, Italiani, e di altre nazioni;
ma il Re, che voleva esser membro della sua Accade-
mia, leggervi i suoi componimenti, e stamparli ne’ vo-
lumi delle Memorie Accademiche, il Re non sapeva il
* Latino ( £ssaz sur /a vie ec. chap. XI. p. 95.). In fine del-
n8° LIBRO PRIMO, CAP. III.
.
Del rimanente coloro, che così tenacemente,
‘e con tanto calore sostengono doversi dettare le
opere di scienze chiamate esatte in lingua Fran-
eese, mostrano senz’ avvedersene di esser più
solleciti dell’ interesse loro privato, e della glo-
ria propria, che della fama della nazione, del-
la istruzione pubblica, e del vero bene degli
uomini.Ed in vero quanto ngn è più rilevante il
contribuire alla maggior coltura di .una nazio-
ne, di quello che il sia lo essere più presto
letto dagli stranieri scienziati , a’ quali perveryà
di necessità ogni buon libro una volta, purchè
‘contenga verità alla universalità degli uomini
veramente vantaggiose? Non mancano mai tra-
duttori ai libri classici, qualunque sia il sog-
getto, che trattino , allo stesso modo, che non
mancano mai vagheggiatori alla bellezza. L’ a-
ver dettati il P. Beccaria i suoi libri apparte-.
nenti a cose fisiche in ischietta, e disadorna
lingua Italiana gli tolse forse il modo di esser
conosciuto in Francia, ed in Inghilterra? Lo
stesso dicasi di Franklin noto a tutta Europa
ron men per le sue scoperte fisiche, che per
le sue politiche operazioni, sebbene scrittore
Inglese; e quanto scrisse parimente nella pro-
pria lingua Inglese Priestley sull’aria fissa, nou
venne tosto tradotto in tutte le lingue di quelle
nazioni, che con felice successo danno opera
agli studj della natupa? E perchè non imitar al-
i
la sua vita poi, disgustato Federico degli autori France-
si, cominciò a far più conto dei dotti del suo paese, e
scrisse al Dalembert , che vedeva doversi attenere a’suoi
Tedeschi, se legger volea buoni libri. Diede opera quin-
di davvero alla lettura de’classici, ed impegno i lettera
ti, che verano iu Prussia a tradurre le opere dell’anti-
chità, che avea egli volontà di leggere ( Essai sur /a vie eg.
part. LI, chap. 190. p. 351.)
“
i
Pi x
UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. v. 79
meno Bacone, Bodino, Galilei, Grozio, Pal-
lavicini, ciascun de’ quali dettò prima nella lin-
gua propria. nazionale le opere sue, quindi le
tradusse, o tradur le fece sotto i suoi occhi in
lingua Latina, che a que’ tempi era più della
Francese conosciuta? Il Cardinal Pallavicini tra
essi la ragion chiaramente rie spiega: perciocchè
-dopo aver detto, che stendeva il Trattato suo
del Bene ( opera profonda, e dotta in vero) in
Latino (64), affinchè non gli mancasse lingua
per parlare colle straniere nazioni, aggiunge
che dettava pure l’opera medesima nell’idioma
‘ Italiano, per imitar nella pietà verso la patria
quegli antichi Romani, che procurarono di far
comuni al materno linguaggio tutti i tesori del-
la Greca sapienza, del che Cicerone tra gli altri
sì spesso, e tanto si gloria.
Cosicliviiamo adunque, che dué lingue ad
un tempo non possono essere lingue dai di
una stessa nazione; che i l'bri scientifici, quan-
do si voglia cficacemente senderle illuminata,
vogliono esser dettati in idioma colto materno,
e che i buoni effetti, che da questa pratica ne
derivano, servono maggiormente a diffondere
nella società umana le cognizioni, e la felicità .
Perciocchè qualora ciascuna siggolar nazione
sarà per questa via più dotta, più colta, più
, animata dell’amor della patria, più atta a spie
gare nell’ originale sua forza l'originale caratte-
re, di cui è dotata, ne ritrarranno anche circon=
Vicini popoli un reale vantaggio indirettamente,
se non altro per ragion di emulazione; una na-
zione costumata, savia, e fel ce comunica le sue”
buone qualità a ‘confinati , come non è possibi-
le il non risentirsi dei viz), 0 DTRCla ferocia di
60 Pallavicini, Lielaa al Trat. del Bene,
80 LIBRO, PRIMO , CAP. III.
una nazione vicina barbara, o corrotta. E se
intorno a tutto questo muover non si può veru-
na quistione, a che dubitiamo ancora? a che re-
stiamo’ esitanti, e perplessi nello stabilire, che
da’ Piemontesi si debba in ogni genere di scrit-
ture, e di opere anche appartenenti a scienze
esatte adoperar la lingua Italiana?
Vero è, che alcuni altri tra noi soverchia-.
mente affezionati alle cose oltramontane inferir
potrebbono dal sin qui divisato essere bensì ne-
cessaria una sola lingua volgare letteraria domi-
nante al Piemonte; non poter due lingue ad un
tratto esercitar la giurisdizion loro, ma non es-
sersi sufficientemente dimostrato , che questa es-
ser debba l’Italiana; poter per lo meno, a pa-
rer loro, esser libera la scelta, ed in tal caso
‘molti vantaggi venirne dal concedere il primato
al Francese (65). Le quali due asserzioni giu-
dicando io tali da-non potersi sostenere, mi ac-
ciugerò a dimostrare primieramente, che non
vi ha luogo a scelia, essendo la lingua Italiana,
e non già la Francese la lingua colta ‘naturale,
c propria del Piemonte, e passerò quindi a dis-
cutere ampiamente il secondo più difficile que-
sito, vale a dire, nella supposizione, che non
fosse men natyrale al Piemonte una delle men-
iovate due lingue in paragone dell’ altra , se con-
verrebbe scegliere a preferenza piuttosto la lin-
gua Francese, che non l’Italiana; quistione, la s0-
luzione di cui sembrar potrà per avventura men
meccssaria , ma che servirà sempre a toglier via
ogni menoma, difficoltà , e ci aprirà il campo a
fare il confronto , la storia, l’analisi, a dir co-
(65) V. Denina, Pensieri diversi, Vicende della letter,
Berlino 1785. T. IL p. 229.
UNA SOLA LINGUA VOLGARE $. v. 81
sì, non tanto letteraria, quanto politica di due
lingue celebrate, e pregevoli cotanto .
CAPO IV.
8I PRENDE A PROVARE, CHE LA LINGUA VOLGARB
COLTA NATURALE AL PIEMONTE SI È LA LINGUA
ITALIANA. I
Che la lingua Francese sia un frutto straniero
al suolo del Piemonte, e per nulla all’indole
nostra adattato nè poche, nè leggieri ragioni il
persuadono. Se poniam mente prima di tutto
al nostro comune, e popolare dialetto Piemon-
tese, sebbene uno de’più rimoti dalla lingua
purgata, e colta d’Italia a giudizio di Dante (66)
ad ogni modo peraltro il ravviseremo per Ita-
liano: che altrimenti non lo avrebbe al certo
annoverato tra i dialetti Italiani quel creator
della lingua sin dal secolo XIV. Ed in vero se
attentamente lo ascoltiamo, in bocca special.
mente di coloro, i quali non hanno cognizione
di lettere, nè di lingua Francese, e che non
affettano leziosaggive, e morbidezza, noi scor-,
geremo molto bene, che, tolti‘ gli accorcia-
menti , le desinenze, e le sfigurazioni delle voci
( come in ogni dialetto interviene), e tolti al-
cuni termini, i quali ci sono stati lasciati dal
continuo traffico togli oltramontani , l'impasto
però del dialetto è Miano affatto, Italiane so- 0
no le frasi, le immagini, i proverb), e Pordi-
ne stesso, e la costruzion gramaticale lontana
da quell’andamento sempre regolare, ed uni-
forme della lingua Francese. Italiani son pure
i generi, ed Italiano sopra tutto è l’uso fre-
(66) De vulg. elog. lib. I.
| 4.
4
89 LIBRO PRIMO, CAP. IV.
quentissimo tra noi dei diminntivi graziosissi-
mi, e vezzosi, e degli accrescitivi ora dispre-
giativi, or vigorosi, e pieni di energia . E se poi.
si facesse l’ esperienza di parlare entrambe que-
ste lingue a persona Piemontese, la quale non
‘avesse mai sentito motto nè di Francese, nè d’ 1-
taliano, certa cosa è, che assai più intendereb-
be della seconda, che non della prima.
8.1. Scrittori celebri Piemontesi scrissero tutti
in lingua Italiana.
Che un frutto esotico sia la lingua Francese
in Piemonte, come gli agrumi nel settentrione,
ne è una prova manifesta lo scarso numero de-
. gli scrittori nostri, che in quell’idiama detta-
rono non già opere compite, ma Saggi, ed o-
puscoli soltanto, e che questi non ostante uno
studio ostinato posto in esso, e non ostante un
modo di pensare, un modo di veder gli ogget-
ti tutto Francese, e l’essere taluni personaggi
di molte lettere, e forniti di vivace ingegno non’
sono potuti giungere con tutto questo, com” è
detto sopra, a contentare le difficili superbe
orecchie oltramontane. Che se alcun dicesse,
che l’eloquente apologista Francese de'Gesuiti ,
e l’erudito scrittor della storia di Provenza (67)
sortirono pure la cuna in Piemonte, per lasciar
da parte che il secondo nacque in città troppo
vicina alla Francia, ed offhor piena di France-
si, entrambi poco più che nascer fecero in Pie-
monte, passarono lor prima gioveniù, andaro-
no a siudio in Francia, nè mai di scrivere in
altra lingua fuorchè Francese si piccarono; in
.somma furono nella letieratura come nella re-
(67) P.Cerruti. P. Papon. ..
il
LINGUA VOLGARE DEL PIEMONTE $.1. 83
ligione gli antichi Giannizzeri nati Cristiani, e
Maomettani zelanti perchè allevati fra’ Turchi .
Appera all'incontro tra noi comparve qual-
che raggio di coltura di lettere, e si credette
che una lingua volgare potesse esser capace di
‘trattar soggetti ser), e .scientifici, che veggiam
tosto adoperata la lingua Italiana comune alle
«altre Provincie d’Italia. Tralascio l'inutile ri-
cerca quale sia stato il nostro più antico scrittor
Italiano, e mi basterà il mostrare, che il lin-
guaggio Italiano già fioriva y ed era riguardato.
come la lingua volgare colta del Piemonte sin
nel secolo XV. Dalmazzo Berardenco valente.
antiquario nato iu Valoria nél 1414, che rac-
colse iscrizioni in queste contrade sin prima
della metà di quel secolo, e trascrisse quella
famosa dell’ arco di Susa nella maniera medesi-
ma come tanto tempo dopo la pubblicò poscia
nel Museo Veronese il Marchese Maffei; questo
nostro letterato, io dico (68), in una sua lette-
«ra uscita alla luce non ha guari si vale della
lingua Italiana, contrassegno sua Sai , che era
dessa sin da que’ tempi la lingua ©rrente an-
che nel Piemonte superiore. Ed in tanta vici-.
nanza della Francia, con tante, e troppo stret-
re relazioni e vincoli de’ Marchesi di Saluzzo
co'Francesi, la lingua Italiana era in quel se-
‘colo medesimo la lingua volgare dominante in
quella Città. Ciò si raccoglie non solo dalla
descrizione dell'assedio di Saluzzo del 1486,
stesa in Italiano da un Bernardino-Orsello gen-
tiluom Saluzzese, e dedicata a Madonna Mar-
gherita di Foix, ma eziandio da un’ Accademia
Italiana insin d’allora instituita in Saluzzo, le
(68) Vita di Dalmazzo Berardenco' scritta dall'ab.Mej-
ranesio. V. Giornale di Modena T.XXI. p. 117. e p. 126.
84 LIBRO PRIMO), CAP. IV.
adunanze della. quale si tenevano nella sala
grande del Castello . Nè il Marchese Lodovico,
e la Marchesana di Foix sopraccennata di lui
consorte si coutentavano di presiedervi, e di da-
re il soggetto, su cui ragionar sì dovea: per-
ciocchè esso Marchese Lodovico lesse alcuni
suol ragionameuti sopra Vegezio , come quello,
che facea professione di soldato, e fu quind?
Vicerè di Napoli per lo Re Francia; e Marghe-
rita di Foix, tuttochè Francese, coltivava. la
lingua Italiana, e ne promovea con gran calore
lo studio (*).
I primi storici, che abbia poi avuto il Pie-
monte in lingua volgare in quello stesso seco-
lo, quelli, che se sono ben lungi di essere i nò-
stri Liv), i nostri Sallustj, tengono però il lno-
go dei Pison Frugi, e de’ Valerj Anziati, voglio
dire Gioftredo della Chiesa, Galeotto del Car-
retto, Benvenuto di S. Giorgio stesero nella
lingua d’Italia le opere loro. Nè furono già
questi, come ognun sa, uomini di picciol le-
guaggio, come neppure il furono buona parte
de’nostri sé@fffttori Italiani del secolo seguente.
Un Conte Matteo de’ Couti di San Martino
(famiglia , in cui in un colla chiarezza del san-
gue si trasfuseil genio alle Muse Italiane insi-
no a questi nostri tempi ) annoverano tra’ primi
regolatori della lingua Italiana, e che fu in cor-
rispondenza di lettere col Bembo; un Conte
{*) L'Orsello dedicando a Margherita di Foix la de-
scrizione mentovata dell’assedio di Saluzzo soggiunge,
ehe non poteva quel suo ragionamento indirizzare - se
non a voi sola , dacchè la lingua Italiana con maraviglio-
sa prontezza , et facilitade apparaste, et tanto in simili
materie di valere con ammirazione degli dotti, che vi fan-.
no corona dimostraste.- Monumenti della letteratura Sa-
luzzese manuscritti presso il sig. Viucenzio Malacarne ,
LINGUA VOLEARE DEL PIEMONTE 6.1. 85
Federigo Asinari di Camerano assai valente ri-
matore lodato da Annibal Caro; un Alessandro
Tesauro, nobile Fossanese, autore della Serei-
de, poema didascalico patrio , non men caro al-
le Muse, che alla economia Piemontese; un
Girolamo Pensa Cavalier Gerosolimitano imi-
tatore dell’ Alamanni nello scrivere epigrammi
in volgare, oltre ad un numero non picciolo di
gentildonne Piemontesi uscite dalle famiglie del-
la primaria nobiltà assai colte rimatrici, delle
quali Perudito signor Ranza raccolse le Memo-
rie (69). E qualora col Villani volessimo com-
prendere nel Piemonte anche il Tortonese pri-
ma che fosse aggiunto agjli altri Stati della Real
Casa dominante, ci sì presenterebbe il Bandello
Vescovo di Agen nato in Castelnuovo (70), che
nello scrivere novelle. seppe assai meglio imita-
re il Boccaccio, di quello ‘che i Perarchisti tutti
abbiano saputo imitare il loro modello, ed il
‘ Valenziano , che può stare a fronte co’lirici più
rinomati del Cinquecento, .ed il Montemerlo
‘ raccoglitore di frasi Italiane entrambi pur Tor-
tonesi. E per lasciar da parte il Caccia gentiluom..
Novarese, ed il Gozzelini Monferrino, e Ghe-
rardo Borgogni di Alba pocti di qualche grido,
non posso fare a meno di non ricordare il Bo-
tero savio, ed infaticabile scrittore, e profondo
politico rinomatissimo . |
Dietro a questi gli altri autori tutti, che col-
tivarono con qualche buon successo le lettere
in Piemonte ne’ due ultimi passati secoli, furo-
no scrittori Italiani ; e se lecito mi fosse il ra-
gionar de’ moderni , di quanti chiari nomi non ,
potrei fregiare il bel novero, nomi che queste
(69) V. Memorie di donne letterate. _ r
(70) V. Elogio del Baudello parte Li. Piemont. illust.-
ii
f dì
86 ° LIBRO PRIMO, CAP. IV.
Provincie illustrano dal Varo al Tesino, e che
nella età nostra arriechirono la lingua, e la let-
teratura Italiana di storie utili, di acute specu-
lazioni filosofiche, di dotti libri critici, e filolo-
gici , di scelte rime, di applauditi teatrali com-
ponimenti , e di opere medesimamente spiranti
quel lepore, e quel sale frizzante degno di Lu-
ciano, e di Addisson (71), che sembra più par-
ticolarmente riserbato.,, quasi pregio privativo,
.a quelle Provincie, dove la più scelta lingua di
Italia è più comune, ed è più famigliare? Una
tal copia di scrittori, che Italia tutta per suoî ‘
riconosce , e de’ quali anzi si’ pregia , ripetendo-
ne a gara le lodi, non dovrebbe disingannarci,
e far palese a tutti, che il genio dominante tra
noi si è l’Italiano? massimamente qualor si ri-
fletta , che oltrealla lingua, ed agli scrittori , il
modo stesso di pensare, di operare, di gover-
narsl ne’ diversi accidenti della vita, i costumi,
. Je inclinazioni, tutto in somma” purchè il con-
trario imperjosamente non comandi la forza ir-
resistibile della moda } scuopre un’indole con-
forme a quella degli altri Italiani.
S. II Genio della lingua Italiana conservatosi
in Piemonte non ostante le invasioni deb
Francesi. da
Questo carattere Italiano si conservò sempre
incorrotto nel corpo della nazion nostra duran-
te la residenza che fecero di là da’ monti non
pochi de’ nostri Sovrani prima del Duca Ema-
nuel Filiberto, non ostante le lunghe zuerre, e
lelunghe stanze, ch’ ebbero gli eserciti Francesi
(71) Passeroni, Barretli, l’autor del Parlamente Ot-
taviamo. i
LINGUA VOLGARE DEL PIEMONTE 6.11. 897
ornemici, or collegati in Piemonte, non ostan-
te le occupazioni di tratti considerabili di que-
ste contrade, come del Marchesato di Saluzzo
sin verso il fine del secolo XVI., e di Pinerolo
insino allo spirar del seguente, per non parlare
del dominio avuto da’ Francesi in Asti nel se-
colo XV., e XVI, e delle invasioni di presso- .
chè tutto il Piemonte regnando il Duca Carlo.
IL. (*). Non che a que’ tempi in cui venne in
(*) TI chiarissimo nostro Abate Denina ( Z'icende della
letteratura 10m. ll. Pensieri diversi, edizione di Berlino
p. 239) dice, che nella valle di Susa confivante colla
Savoja, e col Delfinato usavasi la lingua Francese nelle
‘cuole , e ne’ Tribunali sin verso il fine del Regno del Re
Carlo Emanuele, il quale per un particolare regolamen-
to ordinò, che in vece del Francese si usasse 1 Italiano .
Come a persona, che ha passati in quella contrada alcu-
ni de’suoi anni migliori mi permetterà il signor Abate,
che , con quella confidenza , ch’ è propria dell’antica no=
stra amicizia, lo avvisi essere stato egti in questo parti-
. colare ingannato. Nella Provincia propria di Susa nelle
scuole, e negli atti pubblici si adoperò sempre la lingua,
Italiana, non altrimenti che in tutto il resto del Piemon-
te, dopo che il Duca Emanuele Filiberto nel 1561, proi-
bi «aviamente.il loro sciaurato Latino alle curie, ed @'
notai. La lingua Francese era bensì ,-ed è tuttora la lin-
gua del pulpito, de’Tribunali, e delle scuole in tutte le
terre del Delfinato che compongono le valli di Sesana;
di Oulx, di Bardonedhe, e di Chaumont cedute dalla
Francia alia Real Casa di Savoja nel 1713, in vigor del-
la pace di Utrecht, e state quindi aggregate alla Provin-
cia di Susa. Ed appunto perchè al presente formano par-
te di una Provincia Italiana, il Re Carlo Emaguele con
un suo biglietto, che indirizzò nel 1750, all’Intendente
{ che è anche Riformator delle scuole della Provincia )
stabilì uno stipendio per un professor di lingua Italiana
nel Collegio di Oulx, stabilimento necessario, dacche
gli ordini, e gli editti si promulgano in tutte quelle terre
in lingua Italiana. Come questo utilissimo provedimen-
to non abbia potuto sinora sortire il suo effetto, tutto-
chè chi scrive non abbia sicuramente tralasciato di far le
opportune rappresentanze, uon è qui il luogo di parlar-
ne. Servirà però il sin qui detto a mostrar l'origine del-
to sbaglio del citato nostro celebre Scrittore.
n
-” (d
88 ‘ LIBRO PRIMO, CAP, IV.
Piemonte, ed in Torino morì il rinomato Ma-
rot, ed in cui moli Francesi vennero al segui-
to di Madama Margherita di Valois, ma pur
anche nel fine del Mille cinquecento, e dopo
innoltrato il Seicento, la nazion nostra tuttora
intatta, nulla sia ne’ costumi, sia nella lingua di -
Francese tenea. Di fatti Giovanni Argenterio ‘
medico , e lettor di Filosofia nella Università di
Torino volendo render comuni due Trattati scrit=.
ti i lingua loro da due Medici Francesi intor-
no alla preservativa, ed alla curativa della pe-
ste (72), cice aver pregato il signor Gio. Mi-
‘ chele Crotti Segretario del Duca Carlo Ema;
nuele I. a volersi torre il carico di tradurli per
essere in lingua straniera, ed in queste nostre.
contrade poco familiare al pubblico; îna quello,
che è più, Don Carlo Umberto di Savoja Mar-
clese di Mulazzano (73) figliuolo naturale del
prefato Duca Carlo Emauuele L., e di una prin-
cipal Dama della Savoja, e che poi fu Gover-
natore della Citià di Mondovì, in una sua lette-
ra scritta nel 1626 , mentre che già era Colon-
nello di un Reggimento, confessa, che, avendo
ricevuto una lettera in lingua Francese da non
so qual Ufficiale intorno ad effari della sua sol-
datesca, non gli rispondéa per non saper egli
scri\ere iu quella lingua (*). Or si consideri che
(72) Rimedj più veri, ed approvati contro la peste.
Torino presso Luigi Pizamiglio 1598. v.la Dedica in data
dei 7. Settenibre . . Ve Pg)
(73) Guichenon Hist. Geneal. de la Maison de Savoje
T. li. p.-446. RE
(*) All’Officiale che mi scrive anco di questo particola-
re non rispondo per averini esso scritto in lingua francese
per non saper io scrivere in quella lingua , e così mi fa-
vorirà V. E. di disingannarto . - Lettera di D Ca: lo Um-
berto di Sayoja in data di Cherasco 5. Marzo 1636. di-
retta al Presidente Prospero Galeaui Governatore del
| i ì
‘ Mondovì.
LINGUA. VOLGARE DEL PIEMONTE $. il. 8g
questo signore, sebben personaggio di alto afla-
re, uscito di sangue Principesco, figliuolo di
madre nobile oltramontana , non solo ignorava
la lingua Francese più colta, ed elegante da po-
terne far pompa, ma n’era al” buio a tal di non sa-
persene servire scrivendo per necessità di nego-
‘ zio ad un semplice Ufficiale; osservisi che non
solo erà persona principalissima per nascita,
ma eziandio uomo di maneggio, come manife-
stamente risulta da molte lettere di lui, che.
conservo originali, ed anche dal solo essergli
stato affidato il comando di un Reggimento dal
Duca suo padre, Principe avveduto quanto altri
mai; riflettasi per ultimo, ch'egli non mostra ri-
brezzo veruno di confessar l'ignoranza sua di
quella lingua , non cerca sutterfugj è ma tal co-,
sa palesa apertamente, e poi sì faccia ragione
del pochissimo conto, in cui è da credere fosse
tenuto dai grandi l’ idioma Francese in Piemon-
te. Se qualche studio si fosse posto allora in es-
so dalle gentili, e nobili persone, si sarebbono
almeno recato a vergogna d’ignorarlo affatto .
Non cominciò pertanto ad allignar quella
lingua, nè a gittar radici in Piemonie presso
quella, che chiamavasi buona, ed anche alta
società, se non da' un secolo circa a questa par-
te sotto le reggenze delle due Duchesse Cristi-
na, e Giovanna Battista , entrambe. Francesi.
Quella fu l’ epoca appunto, in cui oltre ai limi-
ti della Francia si diffuse l’idioma Francese,
ed impossibil era in tanta vicinanza di contra-
de, e corrispondenza d’ interessi , che non s’in-
troducessero in Piemonte i modi , le usanze, e
er fine la lingua di quella nazione, che, giusta
Poi dell’ Abate di S. Real (24), rie-
(74) Le veritable érat de la France en 1691. MS. presso
îl sig. Cav. di S. Real. |
80 LIBRO PRIMO, CAP. IV.
sce mirabilmemte a secondare le naturali fem-
minik- inclinazioni sia nelle opere d’ingegno.,
che ‘con quelle di manuale industria. Ciò non
pertanto la nazion Piemontese non prese, se
non se superficialmente una così fatta tinta di
modi , ed usanze Francesi; è le leggi, la pub-
blica istruzione, le produzioni letterarie anche
sotto il femminile governo di quelle Principes-
se Francesi continuarono ad essere Italiane; i
più savj tra’ Piemontesi-, unitamente al Popolo,
sempre Italiani si riputarono, e per Italiani
.scmpre fummo considerati da ognuno, e a dis-
petto di tanti, e tante tra noi contaminati di
Gallomania, tuttora il siamo. Che più? per
sm ne’ difetti ci dimostrammo Italiani in que’
tempi medesimi : perciocchè se nel Cinquecen:
to non erano mancati scrittori al Piemonte as-
sai applauditi, che scrissero colla eleganza, e
. col buon gusto in quel secolo comuni in Italia,
avemmo nell’abate Tesauro uno de’ principali
antesignani di quel turgido , metaforico, e fal-
samente concettoso stile, che corruppe, e de-
formò nell’ultimo passato secolo tante opere di
Italiani autori altronde ingegnosissimi .
Che se-non sono gli Italiani così difficili co-
me i Francesi ad accordarci il consorzio loro,
la loro socieià letteraria; gli uomini più gra :di
della nazion nostra di nutrir sentimenti lialia-
ni, eziandio dopo quillé reggenze ognora si.
vantarono. Rechiamone un esempio in un uo-
mo di guerra, ordine di persone, che più d’ogui
altro atfeita la lingua, cd i modi Francesi. Il
faito vien narrato dal Marchese Maflci (75), o-
ror di Verona, dell’ Italia tutta, a cui tanto.
‘Gee la letteratura del Piemonte da lui riguar-
(76) Verona illustr. parte LII. c. v. p. 308 ediz. in 8?
LINGUA VOLGARE. DEL-PIEMONTE $. 11. Ql
dato come una seconda sua patria (76). Nel
prinéipio del corrente secolo vennero -colle
truppe Francesi in Piemonte alcuni ingegneri
di quella nazione, e come bramosi di conoscere
gli uomini celebri nell’arte da loro professata,
cercarono del signor Bertola ingegnero di gri-
do , che molto più ne acquistò poscia: nella di-
fesa di Torino. Cortesemente questi gli accolse;
ma parlando essi ( come sempre fanno nelle
contrade straniere gli uomini di quella nazione)
in Francese, rispondea l’altro in Italiano, af-
fermando di non saper il Francese, siccome
«quello che non era uscito mai d’Italia, ed avea
fatto i suoi studj in Toscana. E perchè grandi
facevano essi le meraviglie come altri potesse
senza la lingua Francese aver appresa 1’ arte
* loro, molto più mostrò egli di farne come aves-
sero essi potuto diventar ingegreri senza ben
posseder l’Italiana . Seguita transazione su que-
sto punto, convenuto che ciascun parlasse la
propria lingua, chiesero al Bertola que’ Fran-
cesi qual concetto avesse formato del Vauban j:
e del suo nuovo sistema di fortificazione. Egli,
che come buono, ed antico Piemontese, era di
umor gioviale, e quella ignoranza di libri , e.
dell'idioma Francese ad arte fingca, per tra-
stullarsi alquanto , rispose non sapere che auto-
re si fosse cotesto ,,nè qual professione atesse
fatta. Guardandosi l’ un l’altro in atto parte di
beffa, e parte di meraviglia, cominciarono al- .
lora quegli Ufficiali Francesi a magnificare, e
ad esporre ampiamente colla voce, e colla pen- .
na le invenzioni a questo autore attribuite. Ma
it Bertola, senza nulla scomporsi, ripigliò no-
56) V.la Dedica dell’ Arte diplom. al Re Vittorio A-
medeo Il. i
92 LIBRO PRIMO, CAP. IV.
lissime essere a lui tali cose tutte, ma aggiun-
‘ se non esser queste punto in Italia nuove, ma
antiche molto, ed essere state ‘dagli Italiani in-
ventate, e poste in opera gran tempo avanti. E
qui fattosi più serio il discorso, comineiò a ca-
var fuori suoi libri, ed a squadernar sotto gli
occhi loro le opere dei De-Marchi, dei Catta-
neo , dei Busca, degli Alghisi, e di tanti altri
nostri valenti scrittori di quel. genere sino del
secolo XVI, e i disegni delle Fortezze. a que'®
tempi da loro ideate, e piantate, facendo loro
osservare perfettamente espresse, e descritte as-
sai prima che il Vauban nascesse quelle parti-
colarità, che credevano da lui pensate , ed in-
trodotte, di modo che attoniti quegli Oltramon-
tani, da lui si partirono con molto miglior con- -
cetto del valor Italiano anche in questo partieo-
lare, di quello , che ne avessero da prima (*).
Tal fatto non si è da me qui recato per dimi-
nuire in nulla le glorie di quella abbastanza fa-
mosa nazione, ma soltanto per accennare un e-
sempio insigne tra molti, che mostrasse quan-
to di cuore Italiano si sieno mai sempre pregia-
ti que’ Piemontesi, i quali non meno per inge-
gno; che per amor verso la patria, e per segna-
Jati servigi più degli altri si distinsero: aggiun-
gasi, che non vi ha contrada in Italia, dove la
nobiltà primaria sia ed Italiana d’origine, e più
antica , ed illustre, come due secoli ormai son.
(*) Sarebbe da desiderarsi, che si raccogliessero , e si
dessero alla luce le notizie della. vita, e degli studj di
questo nostro valoroso ingeguer Torinese , che si può
chiamare primo iustitutore, e padre di quelle nostre
scuole militari di Artiglieria, e di fortificazione ora ri-
nomate in tutta Europa. Forse ebbe egli per maestro
“quel Donato Rossetti, jche pubblicò qui ia Toriuo la
sua Z'oriificazione a roveècio nel 1678.. |
'
LINGUA VOLGARE DEL PIEMONTE $. 11. 93
passati ebbe a confessare un gentiluomo nobi-
lissimo Napolitano al nostro Botero (77); e do-
‘“ ve minor numero si trovi di famiglie illustri di
origine forestiera, e dalla Italiana diversa , il
che principalmente derivò dal non avere avuto
in queste contrade lungo, nè ampio dominio
Principe alcuno straniero da gran tempo a que-
sta parte. Molte sono bensi le famiglie origina-
rie Toscane, e delle altre Proviricie d’Italia,
come i cognomi medesimi, non che altro, il
dimostrano (*), e tra le altre Piemantese è di-
ventata la discendenza del primo storico di va-
glia ( Dino Compagni ), che vanti la Toscana,
e per la scelta delle cose narrate, e per la ma-
niera di raccontarle anteposto dal celebre Mura-
tori a Ricordano Malaspina (78), ed ai due
Villani, de’quali ultimi è eziandio più antico.
S. II La Savoya ed il Piemonte, sebben for-
mino uno stesso Dominio, ebbero sempre
lingua diversa.
I limiti naturali non sono già solamente in-
alterabili nella geografia fisica, ma parimente
nella letteraria. Sino da’ più rimoti secoli sono
quasi una stessa famiglia da uno stesso Sovrano
governate la Savoja , ed il Piemonte; ciò non
ostante la sua lingua, ed i suoi studj ciascun
Popolo ritenne . Tutti gli scrittori Savojardi fu-
rono Francesi, i Piemontesi Italiani. E se il so-
(77) Botero Ret. di Piemonte p. 202.Torino 1607.
(*) Tali sono Orsini, Colonna, Pallavicini, Sanvitali,
Maffei , Alberti, ec Nella sola Città di Pinerolo, tutto-
chè posta all’ ultimo confine d’ Italia , rammenta MSusi-
gnor della Chiesa Falcouieri , Capponi, Martelli , ec.
(28) V.Murat. prefaz. alla Steria di Dino Compagni R.
I. Tom. 1x. p. 466.
»
94 . LIBRO PRIMO , CAP. IV.
prannominato Corte di S, Mariino fu uno dei
rimi grammatici dell’idioma Italiano, Claudio -
di Seyssel, , anche egli contemporaneo del Bem-
bo, fu il primoa dettare opere dottrinali , e tra-
duzioni di autori classici in lingua Francese,
Vangelas fu il primo regolatore dal moderno
riformato idioma della Francia, S. Real uno
de’ più rinomati scrittori: del secolo di Luigi
XIV., e Ducts meritò di occupare a questi ulti- |
mi tempi il luogo nell’ Accademia Francese lar
sciato vuoto da un Voltaire.
Si è la natura medesima, che col frapporre
tra noi, e le oltramontane nazioni gli asprissi-
mi gioghi delle alpi, col farci nascere sotto il
cielo d’lu:lia, coll’ inspirarci in cuore gli Ita-
liani sentimenti, col darci inclinazioni, costu-
mi, modi agli Italici popoli conformi, col ren-
derci oltremodo difficile 1’ uso della lingua
Francese, ed il far corpo con quella letteraria
repubblica, facile d'altro canto, e connaturale
cogli Italiani l'unione, Italiani ci vuole, ed alla
linzua Italiana ci chiama. E non v’'ha che la
nausea delle cose propri: la tirannia della mo-
da, l’affettazione, la svogliatezza , il poco amo-
re, anzi l'avversione a’ costumi nazionali, che -
spinger ci possa a spogliare i in questa parte l’in-
dole nostra per vestirne una straniera, lascian-.
do, a dir così, le armi appropriate alle nostre
forse per impugnarne altre, che d’impaccio ci
riescano non mai di difesa. E non dovremo
temer du s che c’intervenga nelle cose lettera-
rie, come appunto in quelle della guerra suc-
cesse a-quel nostro Astigiano, che nel famoso
abbattimento di Quadrata (79), avendo prese le
armì contro la nazione Italiana per li Fraucesi,
(19) Guicciardini, a d’Ital. lib. V. all'anno 1503.
Sai
= epr ee TETTE
rali
LINGUA VOLGARE DEL PIEMONTE $. IT. 95
non solo con essi divise l’onta di rimaner vin-
to dagli Italiani, ma, restato morto sul campo,
si giudicò allora da ognuno meritamente aver
portata la pena della sua stoltezza , giacchè per
nazion forestiera avea voluto combattere con-
tro l’onor della patria (80)? Laddove quando
tutta intera la nazion nostra alla lingua Ital'ana
.si volgesse, allora si potrebbe dessa dar vanto
di esser quella, che siccome dalle porte Itelia
tutta ‘col valore, e col consiglio protegge, e di-
fende , “e ne veglia alla sicurezza, così contro il
torrente, che la straniera letteratura, gli stra-
nierì costumi, e le stranierc dottrine in un colla
lingua straniera seco traendo, minaccia d’ in-
nondarla, opponesse parimente , come in parte
già fa, val'do argine, ed insuperabile .
Posto adunque, che ogni rinomato popolo
servito siasi mai sempre della naturale sua lin-
gua, la cognizione, e le ricchezze degli altri
| idiomi non impiegando se-non se per rendere,
più dovizioso, più maneggievole, p'ù elegante
il proprio, e natio ; posto che la lingua Italia-
na sia, come di fatti si è, la lingua volgare colta
de’ Piemontesi , in essa dobbiam porre il nostro
principale studio per renderla comune alla na-
zione tutta, sia a quelle classi di persone, che
un'altra ne coltivano, sia al minuto popolo,
che nessuna; dobbiamo adoperarci per renderla
celebre, conosciuta, ed illustre ogni volta più”
fuori d’italia; il che in nessun’altra guisa ot-
teuer non si può , forchè col dar opera alle ar-.
ti, alle scienze, ed alle lodevoli professigni di
ogni maviera , coll'amar ]a patria, coll’apprez-
zarli, collo imbeverci di sentimenti nobili, e*
geuerosi, colla magnanimità, col valore, e
(80) V, il Gioviolib, II. della vita di Consalvo,'
LS
96 LIBKO PRIMO , CAP. IV.
quindi collo spiegare in ogni occorrenza: nella
lingua nostra i proprj concetti. L’amor della
patria, di Ila gloria, della virtù, le stesse co-
gnizioni, e lo studio di adere la propria
lingua furono le ali, che portarono dall’ una
all’ alia estremità dell’ universo, e che traman-
deranno a’secoli rimoti la fama ‘delle più rino-
mate nazioni.
ei
FINE DEL LIBRO PRIMO.
a”
è =
DELL'USO E DEI PREGI
DELLA
LINGUA ITALIANA
‘LIBRO SECONDO
CAPO Ll
CARATTERE DELLA LINGUA FRANCESE QUALE
. SI E A’GIORNI NOSTRI,
Aug io mi lusinghi di avere ad evi-
denza dimostrata la necessità, in cui trovansi i
‘Piemontesi di riconoscere la lingua Italiana per
lingua loro volgare letteraria, necessità , per ra-
gion di cui non si può ad essi concedere la fa-
coltà di scegliere tra essa e ‘la Francese quella
che più gradisse; niente di meno per toglie?
via ogni dubbio, che rimaner potesse sopra di
ciò, conceder voglio, che libera sia per anco
una tale scelta, e dico, che eziandio in questa
supposizione si vorrebbe scegliere la Italiana
bensì, e non mai la Francese per lingua volgare.
dominante da tutti i Piemontesi scrittori.
Non mi è ignoto, che strana a più d’ uno
sembrar dovrà una così fatta asserzion mia, e
veggo molto bene, che mi accingo a difficile, e
perigliosa impresa. Mi è forza entrare in di-
scussioni, e paragoni scortesi in certa mamiera,
e dispettosi, essendovi impegnata la gloria let-
teraria di due nazioni grandi. Procurerò ciò
non pertanto di governarmi in modo di non of-
Vol Lg “A 9
dia
-98. LIBRO SECONDO 3 CAP. I.
fender ogni ragionevole persona. E prima di
tutto devo avvertire, che non tanto per guar-
darmi dalla naturale prevenzione, che altri in
me veglia supporre, eome perchè da me stesso
mi eonesco ron abbastanza versato nello. stu-
dio della lingua, e della letteratura Francese,
io non farò altro in questo paragone delle due
‘lingue, che mi è-forza intraprendere, se non
se schierare sotto gli occhi altrui le riflessioni
fatte in questo proposito da autori elassici, e ri-
putatissimi, per lo, più Francesi , i quali -non
solo accetto per giudici della lingua propria, ma
. neppur rifiuto per recar sentenza della Italiana,
ogni qual volta ne abbiano avuta qualche co- 0
| gnizione , e per determinare quali sieno i pregi,
quali i difetti sia dell’ uno, che dell’ altro.i-
dioma. ne
SI Mal fondati elogj dati alla lingua
Francese dal Padre Bouhours.
Certamente tra gli spassionati, ed intelligenti
| giudici della portata, del genio, e del valore
de’ sopraccennati due linguaggi non si metterà
mai da’ Francesi medesimi di senno il P. Bou-
hours autore de’ Trattenimenti di Eugenio, e di
Aristo, Nessun dichiarato nimico della pulita ,
chiara, e gentil lingua della Senna sarebbe mai
potuto riuscire ad annoverarne con maggiore
accuratezza i difetti, di quello; ch’ei fa per
trarne soggetto di commendazione, e di encomjg
uasì fossero pregi unici di quello idioma. Se
il moderno Francese non ha diminutivi si è per
essere lingua seria , e. grave; se non ha ssuperla-.
tivi sì è perchè mal soffre le esagerazioni ; se à
ristretta tra’ ceppi gramaticali, se manca di en-
| tusiasmo , non ha forza per sollevarsi, non im-
‘cme. Ai
=
CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $. 1. QQ
. magini vive, non belli ardiri, si è per esser lin--.
guaggio più d’ogni altro ragionevole. Se non
conosce lingua poctica, non parole composte,
si è per esser dessa la più naturale, la più sem-
plice, e schietta di tutte le lingue. Se non: ha .
voci sdrucciole, è più propria ad esser parlata;
e se per fine non è capace d’iuversione, appun-
to per questo superiore ei la dichiara, e vinci-
trice delle lingue tanto yantate Greca, e Latina
più d’ ogni altro idioma di così fatto vizio infet-
te. Non vi ha in somma difetto , che quell’ uo-
mo imperturbabile non rivolga in lode, e pre-
gio luminoso ; non tralasciando neppur le vicen-
de, a cui dovette andar soggetto il linguaggio
Francese, per cui antiquati sono , e vieti gli
scrittori contemporanei, non già dirò di Dante,
e di Boccaccio, ma del Tasso, e del Guarini,
per trarne materia di nuovo elogio. Se non fos-
se noto abbastanza con quale candidezza abbia
scritto il Padre Bouhours, e qual fossero i sen-
timenti di a@ore verso la patria sua, da cui era
egli animato , sospettar si potrebbe in vero, che
avesse egli scritto ironicamente, e che il mali-
gno piacere pigliar si volesse di metterne in ri-
dicolo in così fatta guisa la lingua presso le na
zioui straniere. La lingua Italiana poi da questo
buon Gesuita si vilipende come se del più g-
scuro , rozzo, e sgarbato dialetto si trattasse,
che uom abbia parlato giammai; e ravvisando
appunto in essa quelle, che a parer suo son”
maéchie opposte a’ pregi da lui trovati nella lin- -
. gua sua, sebbene in realtà sien lodi, conchiude
in una parola non troppo filosoficamente, nè
gentilmente, che il carattere proprio del lin-
guaggio Italiano si è di esprimere al vivo quel-
lo de’ saltimbanchi . n
Lorenzo Pianciatichi, che trovavasi in Pari»
f
Pa
:200 LIBRO SECONDO , CAP. I.
gi quando uscirono alla luce cotesti Dialoghi,
non è da dire con quale orrore udisse così fatte
calunnie , e villanie, com’ei le chiama. Auima
erciò in una sua lettera il celebre Conte Maga-
Jotti (1) a ribatterle; soggiunge non bastare il
passarsela colla solita scusa, dicendo della no-
stra favella: Lu
3, Ella è sì glorìosa, e ciò non ode;
doversi impugnar la penna, e per maggiormente
obbligarlo a ciò, avere sparsa voce apposta per
tutto Parigi, ch’ esso Conte stava componendo
un discorso in difesa della lingua contro tali non
meno sciocche, che maligne accuse. 11 Magalot-
ti peraltro non ne fcce poi nulla, ed il Redi sol-
tanto nelle note al Ditirambo accennò, che bia-
simevoli non crano i dimimitivi, senza nomina-
re nemmeno il P. Bouhours . Ma ciò, che gli
Italiani non fecero, venne fatto indirettamente
da’ più rinomati , ed eleganti scrittori della Fran-
‘cia, per veri difetti del proprio idioma ricono- .
scendo quelli , che difetti pur sol, e per con-
seguente come pregi lodevoli le qualità opposte.
Ad ogni modo io son sicuro, che nessuno, tra
tanti savj, e spassionati uomini, di cui abbon»
da quel coltissimo Regno, vorrà vietarmi , che
in vece di attenermi ad uno scrittore elegante
bensì, ma senza filosofia, e senza vigore qual
si fu il Bouhours, io riconosca per giudici in
fatto di lingua Francese i sommi genj Fenelon,
e Racine, i savj e giudiciosi critici Rollin, la
Mothe, Dacier, e Brumoy, ed i tanto nella età,
| nostra vantati scrittori Voliaire, e Rousseau,
.
pesi
(1) Lettere T. 11. p. a0. - Lett. del Panciatichi dei 20,
Febbr. 1671. | |
57 2959 è
ti
- —
Pia 7 Denatest SR 2
CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $. I. 101
S. I. Giudicio , che danno della lingua Fran- |
cese t I più celebri scrittori di quella nazione.
Io comincierò per contrapporre al Bouhours
il formator del Telemaco , personaggio, in cui
le belle doti dell’ intelletto. gareggiavano .con
quelle dell'animo, di finissimo gusto dalla natu-
ra dotato , che estendeva le cognizioni sue dal-
le scienze le più severe insino alle arti le più
amene , capace egualmente di sostenere un lu-
minoso impiego nell'ampio teatro di una corte
strepitosa, di riuscir amabile nelle brigate dci
cortigiani, e nelle dotte adunanze, di vivere a
se tra ilibri nel silenzio di una tranquillità stu-
diosa , nutrito tra i classiei delle lingue antiche,
e scr itor immortale nella propria. Quest’ uo-
mo grande adunque, -il quale Lori tanti rispetti
conoscere dovea intimamente l'indole, il ge-
nio, la portata, le forze, i pregi, e le imperfe-
zioni del Francese idioma, stese una scrittura
sua indirizzandola a quella Accademia, che sic-
de sovrana maestra del gentil parlare, in cui
sembra ch’ei siasi preso l’assunto di confutare
nto in lode della comune lor lingua venne
dal Bouhours divisato, se pure confutar dir si
può il riconoscere per imperfezioni manifeste
quelle , chel primo riguardò come doti lumi-
mose, Ed in vero ,. trattandosi di cosa apparte-
nente a buon gusto, a fino sapore di lingua, e
. di lettere, io non saprei come confutar si possa-
no in altra guisa quelli, che lo hanno deprava-
to , fuorchè eol dire, che di una diversa natura
sien dessi da quella degli altri uomini, che lo
hanno migliore; e quando si facesse il caso, che
star dovessimo, senza alcuno esame, a giudicio
di uno dei due mentovati autori, non credo,
102 . LIBRO SECONDO; CAP. I. -
che da tutte le .assennate persone tanto stranie-
re come Francesi esitar si voglia un istante nel-
l’accordar la preferenza all’immortale Arcive-
scovo di Cambrai sull’ elegante Gesuita.. :
Confessa il Fenelon, che l’attual lingua Fran-.
tese, dopo i tentativi troppo arrischiati di Ron-
sard, venne da' gramatici impoverita, ridotta a.
scheletro, e messa in ceppi, correggendosi da
essi l’ error del primo con un eccesso contrario.
Non esar mai dessa procedere, se non se a nor-
ma del più scrupoloso, e più uniforme metodo
gramaticale , ed esser tolta in questo modo la
via d’ogni sospensione, d’ogni spirito, d’o-
gni aspettativa, d’ogni sorpresa, d’ogni varietà, -
e sovente d’ ogni magnifica, e maestosa caden-
za. E quanto difficil sia il voler introdurre. ma-
ny s ed onda Ciceroniana ne’ periodi
raucesi, ben il dimostra, che quelli tra essi,
i quali tentarono di chiamar la-lingua lorò a
cose grandi, cadono spesse fiate nel turgido, e-
scono dalla natura, e non vanno esenti dai rim-
proveri degli inesorabili puristi lor nazionali.
Ho udito io medesirao-prù volte persona d’in-.
gegno , e che ben sapea , € per priucipj la sua
lingua’, affermare trovarsi scorrezioni, ed erro-'.
ri gramaticali pressochè in ogni facciata di uno
de’ più riputati pomposi serittori, che vanti la
Francia , il signor Thomas , error, che da un
Italiano, il quale non sia molto al fatto dell’in-
dole, e del genio della lingua Frantese sarebbe: .
ro scambiati per figure, e modi di dire andan- -
tissimi , comuni. Perciò Fontenelle, chiamato.
a buona ragione il tipo del bello spirito Fran-
cese, e che molto ben conoscea sin dove giu-
gner potesse la sua lingua, consigliava (2) con
(2) Prefaz. alla Storia degli Oracoli. -
PI
È i e
dr, fidi ae
CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $. IT. 103
quel suo modo festevole non doversi mai dar.
nel sublime, se non se in caso di necessità estre-
ma, quasi sì trattasse di dar nelte campane in
caso di universale pericolo. Dio buono! Egli
aggiunge, un sì fatto stile è sì poco naturale:
alla lingua Francese, proseguir dovea .
. Un celebre nostro letterato (*) intendentissi-
mo di cose poetiché , e poeta ei medesimo non
volgare, antepone schiettamente l'antico liricò
Ronsardo al famoso Gievambattista Rousseau,
‘e protende, che l’attuale poesia Francese, non
solo abbia un genio contrario affatto al Pinda-
rico, ma inoltre che i versi Francesi altro-non
sieno, fuorchè un verseggiamento, vale a dire
una prosa misurata, e rimata. Àd ogni modo
gli stessi critici Fggncesi di questi ultimi tempi
confessano , che Ronsard fu poeta pieno di entu-
siasmo; e veramente inspirato da fuoco celeste:
che ha una immaginazion pronta, e feconda, e
dipinge al vivo quello , che 'tacconta } che quan-
tunque soventi volte enfatico , sa però esser gen- -
tile; soggiungono, i suoi versi non sono buoni
versi Francesi, ma son versì poetici più di quel." -
li d’ ogni altro , e Omero, e Virgilio non iuse-
gnano a far versi Francesi meglio di lui (3).
Conchiudono adunque, che legger si dee come
tn poeta, che abbia scritto in-lingua straniera,
(*) Apostolo Zenò vote sla Bib. del Fontanini T. HI. p.
103. » La poesia Francese ha un genio tutto diverso dal
sy Pindarico; e benchè ella vanti i suoi /4 Mosse, Rous-
»» seau ,,e Voltaire: iversi loro non sono più che un ver-
3, seggiamento , cioè a dire, una prosa misurata, e rima-
», ta. Se traloro fu mai alcuno, che sopra gli altri si
» 80llevazse,eghi-è stato Ronsardo che buon poeta si fece,
n studiando i nostri bravi Italiani: ma di presente lo-
+» darlo in Francia sarebbe un farsi oggetto di derisione ,
, edi favola. »
(5) 7. Annales poetiques.
104 LIBRO SECONDO , CAP. I.
‘e colla stessa disposizione di spirito , colla qua-
le si leggono appunto Omero, e Virgilio. Non
insegna Ronsardo ad esser poeta Francese, ma
iusegna ad esser gran poeta , se pur tal cosa in-
segnar si può. Ma la comune de’leggitori Fran-
cesi, non ostante le esortazioni de’loro più savj
letterati, non vede mai altro, fuorchè quello ,
che li circonda; non legge Ronsard, come non
legge nè Omero, nè Virgilio; ed il loro genio,
eome la loro lingua non si può addimesticare
colla poesia sublime , ed entusiastica. Un con-
trassegno tra molti si è quello , che coloro tra i
Francesi , i quali sufficientemente intendono la
lingua Italiana, e ne gustano in diversi generi
gli scrittori; nientedimeno, avvezzi come sono,
a quella fredda lor poesia , giescono insensibili
alle bellezze de’ lirici Italian}. Hanno, starei per
« dire, in conto di fursennati il Chiabrera, il Fi-.
licaja, il Guidi, il Menzini, quantunque la tan-
to decantata Ode alla Fortuna di Rousseau pa-
ragonata con quella del Guidi sullo stesso argo-"
inento, sia nulla più di.un freddo discorso meè»
*so a fronte di un immagiuoso poema . |
Diceva il Marchese Maffei scrivendo al Vol-
taire (4):,, Gli Accademici primi regolatori del-
ss la lingua Francese per darvi la gramatica vi
s, tolsero la poesia,, e ben s’ avea egli ragione;
perciocchè quale può essere mai, non che la
poesia , ma l’ eloquenza di una lingua soggetta
ad un andamento così uniforme, e così metodi-
co? tanto più se si aggiunga la scarsità tanto di
voci, come di frasi, che nella lingua sua ravvi-
sa lo stesso Fenelon, il quale confessa, che da
circa cent'anni addietro al tempo, in cui scri-
vea , altro non si era fatto, che ristringerla , im-
é
(4) Lettera al Voltaire sulla Merope.
CARATTERE DELLA LING. FRANCESE (. II. 105
poverirla col pretesto di purgarla , essendosi ir-
remissibilmente sbandito troppo maggior nunge-
. Ù | DO è ® 0 è
ro di vecchi vocaboli, e modi di dire, di quel-
lo che se ne fossero introdotti di nuovi. Ma ri-'
| stringendoci alla poesia, la severità della lingua
contro ogni inversione, ripete Fenelon, rende
difficile oltremodo lo scrivere iu versi France-
si. Sembra che cercato siasi piuttosto il difficî-
le, che il bello;.un poeta Francese, a giudicio
di lui, è obbligato a travagliarsi tanto per la di-
sposizîone, ed il collocamento di Gna sillaba,
quanto attorno a’ più alti sentimenti, alle vive
pitture, e aì tratti energici. Ben-all’opposto, -
dic’ egli, interveniva agli antichi, presso a’ qua-
li le inversioni facilitavano le cadenze numero-
se; Ia varietà, e tè espressioni ‘patetiche pren-
devano la forma di grandi figure , e servivano a
tener. sospeso lo spirito nella aspettativa. del
grande, e del: meraviglioso; le quali difficoltà
tutte da lui molto ben riconosciute nella poesia
Francese il sospinsero, a ‘parermio, a dettar@
in prosa il suo Telemaco. Conforta pertanto if
Fenelon (5) gli scrittori suoi nazionali a ten-
tar nuove voci, e nuovi modi; ne fa sperar buo-
na riuscita per la ragione, che un nuovo più.
comodo sentiero si preferisce tantosto ad un’an*
tica strada disagiata. Oltré alle voci semplici, &
nuove, confessa mancare il suo idioma di voca:
boli composti, di frasi, di modi di esprimersi,
e di quell’arte di congiunger voci, che non vi
ha uso di unire insieme. E ben lungi di biasi4
mare il linguaggio Franeese che usavasi primd
del Richelien, non ha il menomo ribrezzo di
dolersi, e di compiangere la perdita dell’antica
lingua dei Marot, dei D'Ossat, degli Amiot da
(5) Lett. è l’Acad. Fr, art. 3.
na 6;
106 . © LiBRO SECONDO, CAP. I n i
lui detta più vibrata, più naturale, più ardi-
mentosa, più energica, piu passionata. Ì
Nè fu il solo il Fenelon a piangere il destino
di questa antica lingua, e a desiderarla con vi-,
vo rincrescimento. Il tenero, ed elegante Raci-
ne (6), dovendo recare alcuni luoghi di Plu-
tarco , sì serve della traduzione di Amiot, di-
sperando di poter giugnere colla lingua moder-
na Francese alla venustà della traduzione. nel
vecchio stile del mentovato autore; e l’assenna-
to Rollin (7) attesta che non leggevasi mai da
lui questa traduzione medesima senza rammariì-
| carsì per la perdita d’infinite voci di quell’ an-
tico linguaggio pressochè altrettanto energico,
quanto quello di Plutarco . Il giudicioso Sana-
don poi asserisce non essersi surrogati a’ vocabo-
li,c modi di parlare or nobili, or concisi, spesse
fiato naturali, e leggiadri usati dagli antichi
scrittori di quella lingua (8), e andati fuori
d’uso, altri così fatti, che sieno equivalenti;
ec il tanto dai troppo arditi pensatori moderni —
eelcbrato Bayle osserva (9g), che sarebbe stato .
desiderabile , che gli autori più illustri, i quali
&iorirono a’°tempi di quelle proscrizioni, si fosse-
yo vigorosamente opposti, e non avessero lascia-
‘to spogliar la lingua di voci, ed espressioni va-
ghissime; e soggiunge, che gli scrittori più va-
lorosi; que’ medesimi, che meno sentono l’im-
paccio della povertà della lingua non lasciano
di lagnarsene. A questi illustri , cd autorevoli
giudici del Francese idioma aggiugner si vuole il
La-Mothe(10) ; il quale sostenne contro il Vau-
. {6) Pref. dà la Traged. de Mitridate .
(7) Fist. anc. T. xr1: Plutarque.
‘ (8) Note all’Ep.Il. lib. IT. di Orazio.
(9) ict. art. Gournai, Remarq. (BH).
(10) La Moihe le Vayer lett. 59. e_69.
LI
CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $. IT. $£09
gelas, che le sue soverchiamente serupolose cor-
rezioni, e men giuste censure tendevano alla
rovina, non che della eloquenza, mà della lini-
gua stessa Francese, che riducevano alla men-
dicità ; e che le volpi di Sansone non avcano sì
crudelmente devastato le messi de’Filistei, quan-
ta era la rovina, che le regole degli Accademici
‘menar-doveano nella messe letteraria di quella
nazione. E per recare alcun più moderno scrit-
tore, affinchè sia manifesto qual concetto for-
mino della attual loro lingua i più fini conoscito-
. ridi essa, il leggiadro, e gentile Remond di S.
Mard (11) estendendosi ampiamente nelle lodi
dello stileda’Francesi chiamato Marotico dall’an-
tico poeta Marot, unico reliquato della vecchia
lor lingua, non teme di affermare essersi guastato
il Francese per abbellirlo; che la lingua di Amiot,
e di Montagne aveva tutte le doti, di cuì abbi»
sognava; che poscia si è impoverita, e che tut-
tora si va privandola di voci, di modi di dire;
onde in vece di essere espressiva, e vivace, è
diventata nobile, e fredda . Nella poesia sul gu-
sto di Marot, segue a dire il signor Remond,
‘. quando la voce debole; e fiacca , che si usa co-
munemente , non corrisponde alla immaginati-
va dello scrittore, si serve egli dell’antiche più
energiche; e siecome sì fatto stile gode del pri-
‘vilegio di non illanguidire giammai, a cagion
di una troppo scrupolosa costruzione, diventa
più conciso,e più naturale di quello , che sia la
| comune maniera di scrivere che per essere trop-
po misurata, e regolare, riesce il più delle vol-
| te fredda. Finalmente l'Abate Talbert nel suo
(11) Oeuvres T. r. Poelique: Reflection sur le sonnet
p. 136... |
i
108 ——LIBRO SECONDO) CAP. T.
Elogio di Montagne premiato dall’ Accadenìia
di Bordeaux (12), chiama la sua lingua mono-
tona, timÎda, incapace d’inversione , e di quei
furti avventurosi, che hanno ‘arricchita la lette-
ratura Inglese, costretta a sacrificare ad una ele-
gauza smervata tutta la sua energia, tale in una
. parola, che oltremodo difficili, e per. conse-
guente meno perfette, riescono l’ eloquenza, e
la pocsia, soggiungendo, che affinchè ricuperar
potesse le sue forze; converrebbe retrocedere di.
due secoli interi. Tutti questi scrittori adun-
que, del pari di colui, che saviamente disse,
che senza Montagne l’ Accademia non avrebbe
fatto altro , che acqua chiara , che è tanto come
dire, che avrebbe formata una lingua pura ben-
sì , ma senza vigore, senza forza, senza brio,
«senza elevazione, tutti confermano l’ osservazio-
me di que’ due uomini sommi, che come guida-
tori della dotta schiera ho avanti ogni altro
messo in campo, Fenelon, e Racine.
8. INI Giudicio, che i Critici Francesi recano
‘ della loro lingua , in ispecie confrontandola
colla lingua Greca, e colla Latina. ©
Che se alcun dicesse, che non già assoluta-
mente della lingua loro così ragionano i più
dotti, e.colti tra’ Francesi, ma soltanto parago-
nando la lingua , di eui si servono al presente,
coll’ antica usata intorno al fine del secolo X VI.
da’loro ‘più riputati scrittori; ad una tale diffi-
| coltà io risponderò in primo luogo , che comun-
que si scoprano i difetti, e le imperfezioni di
un idioma, sia pigliando il regolo dalle astratte,
| (12) E/oge de Michel Montagne par l’abbé Talbert 1774.
in fine della prima parte. a
CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $.I{I. 100
e filosofiche idee della perfezione, sia mediante
| quello più palpabile del confronto , sussistono
| sempre i difetti medesimi, ‘e la diversità in altro ‘
non consiste, fuorchè ne’ diversi mezzi adopera-
t per riconoscerli; che anzi il confronto con u-
na lingua diversa, e segnatamente con un idio-
ma parlato una volta dalla stessa nazione nella
stessa contrada, io il reputo uno dè’ mezzi più
. appropriati per ottener l’intento, e certamente
| è un mezzo meno astruso, men fantastico, men
soggetto all'errore, di quello che sia lo andare
speculando dietro alle sottigliezze di una perfé-
zione rdeale. i di
. E quando poi altri bramasse, che questo con-
fronto si facesse con quella lingua, i di cui au-
tori classici son venerati come il modello del
‘buon gusto in tutta l'Europa colta, voglio dire
la lingua del* Lazio, io mi conteuterò di recare
in mezzo quanto in questo proposito viene in-
gegnosamente divisando il rinomato traduttor
Francese delle Georgiche di Virgilio il signorDe
l’ Isle (13). Quel popolo Re, dice adunque enfa-
‘ticamente questo. scrittore, non avea vocaboli
bassi, e modi, de’ quali sdegnassero servirsi i
| grandi, ed il carattere originale della nazione
improntava di un’aria di maestosa nobiltà tutte
le azioni sue. I Romani si vedevano ognora in
pubblico e a dir così in prospettiva; laddove i
Francesi si vedono da vicino e più per minuto,
ondechè nelle tumultuose assemblee de’ primi il
bollor dell’ambizione, l'entusiasmo della liber-
tà faceano fermentare con violenza le passioni,
mentre nelle ristrette società Francesi la brama
di gradire, lo spirito di galanteria, le impiccio-
lisce, le modifica, le trasforma. Con tal govere —
(13) Pref. è la traduct. des Georgiques p. 30.
110 LIBRO SECONDO, CAP. T.
no, con tai costumi, quanto non dovea essere più
pomposa, più energica, più vibrata, più espres-
siva, e passionate la lingua del Lazio? I Romani
viveano più nella campagna; i Francesi moderni
in città ( prosegue a dire il signor De l’fsle) dal
che ne inferisce , che a’ primi dovea esser dato il
dipinger meglio, e rappresentare gli oggetti fi-
sici, ed attribuisce a questo motivo il riguardar-
si la lingua Fraucese come incapace di poesia
epica , la quale a forza d’imagini si sostiene e di.
descrizioni. Senzachè molto bene seppe questo:
traduttore osservare essere l’idioma Francese
ripieno di vocali mute, di sillabe sorde, inarti-
colate, indistinte, che ‘ingannano l’ orecchio ,
infievoliscono il suono, son nemiche d’ogni ar-
| monia; e ripete le accuse sopra mentovate del.
la niuna inversione , dell'obbligo di disporre
ognora le frasi nello siesso ordine di costruzio-
ne, e della difficoltà di unir voci tra loro con
destro modo,-onde più aggraziato riesca il giro
de’ periodi, e varia, e numerosa la cadenza.
Ma prescindendo da’ paragoni, e della lin-
gua loro parlando i Francesi scrittori senza re-
lazione ad alcuno antico, o moderno idioma,
tralascian forse di darle biasimi non piccioli ,
e taccia d° imperfezioni considerevoli? e questi
non sono già scritiori superficiali per dottrina,
o ineleganti disprezzatori della venustà del di-
re,.ma i più versati nello studio di essa, que-.
gli appunto, che, per averla più lungamente,
e meglio maneggiata , ogni qualità sua conosco-
no intimamente .. Quanto quello, idioma sia
mancante dal canto dell'armonia, di cui pur
ora ragionavasi, ben il riconobbe sli che
nelle cose musicali, non men che di iii
potea recar sì fondato giudizio a Giovan-Gia-
‘CARATTERE DBLLA LING. FRANCESE $.ITI. 111.
- como Rousseau (14), se di qualità più diretta-.
mente alla letteratura. appartenenti vogliam fa-.
vellare; l’erudito Dacier:(15),.e la dotta sua
consorte, anche in questo d’ accordo col. chia-
ro suo marîto, non cessano di chiamar la lin-- |
gua loro impacciata, e schiava piuttosto che
ritenuta, sempre timida, e ristretta, sempre
priva di un bello ardire, perchè sempre tenuta
in ceppì dall’uso, e senza la menoma libertà; —
mancante delle tinte più dilicate, non men che
di quella pratica, che consolazione di parole.
da alcuni dicesi assai adattamente, per via di.
cui si rendono. gradite, e nuove le voci mede-
sime dure, basse, e disaggradevoli, priva di
«numero, e di quel così fatto misto di austero ,.
e.di florido sorgente di grazie, e perciò della.
poesia Omerica principalmente incapace (16).
Chi poi, come il Bouhier (17), la disse meno
ricca, meno energica della Inglese, serva del-.
l’uso, e delle regole, timida ad un tal segno,
che le ‘figure un poco forti, ed i voli della im-.
maginazione sono ascritti a vizio per non dir
riguardati come stravaganze; tal altro come il
‘ Segretario medesimo della Crusca Parigina, vo-
glio ‘dire 1’ Abate Du-Bos (18), anti-musicale,
ed anti-pittorica la giudicò per costituzion sua;
e Voltaire (19), che ogni stile; se non can e-
gual lode, certamente con franchezza, e com
bravura non ordivaria maneggiò, giunse a qua-
lificarla per mancante per anco di precisione,
( n) Lett. sur la imusique Franc. fom. 1. p. 241. Avast.
1769. e È
{15) Notesà l’ Art poétique d’ Horace.
{36) ad. ivacier pref. d la trad. de l’'liade.
(17) Pref. dà la traduc. de Caton d’ Addisson.
(18) Ref. sur la poés. et sur. la peint. 1. part. sect: $6.
| (19) Qédie. dOraste. Essai sur la poes. épique.
-
4
119 LIBRO SECONDO, CAP: 1. ‘’
di ricchezza, di forza, e per la meno ‘poetica,
‘ delle lingue di Europa. iti "
Nè gioverebbe l’opporre ad un sì fatto -giu-
dizio le eccellenti tragedie e commedie, che
pur vanta il teatro Francese, senza controver--
sia il primo teatro di Europa, poichè giusta-
| mente riflette il poc’ anzi lodato signor De l’I-
sle (20), che lo stile della tragedia è assai poéo
diverso da quello. della conversazione nobile,
e lo stile della commedia da qu.illo della con-'
versazion famigliare; e che l’idioma Fraricese.
ristretto a que’ due generì , è rimasto timoroso
e povero nel resto per modo che, imprigiona-'
to ognor sulla scena, non osa spaziare libera-
mente pei vasti campi della poesia amena , flo-
‘rida, sublime, e pomposa. Una dilicatezza su-
perba, segue egli a dire, ha sbandito un iufi-
nito numero di espressioni, e d’immagini, e
la lingua nel farsi più dignitosa è diventata e-
ziandio più povera. I grandi collo abbandona-
re al popolo l’esercizio delle arti, gli hanno
lasciato parimente le voci, che ne esprimono
le operazioni. Aila povertà, per questo mede-
simo rispetto , la debolezza, a parer suo va cone
giunta; perciocchè il popolo infonde nel suo
parlare quella franchezza, quell’ energia che
con forza dipinge, ed impronta le idee, le pas-
sioni, i sentimenti; laddove il linguaggio dei
grandi è misurato, cauto, e circospetto al pari
di essi. Ora dopo tutti questi giudizj intorno
alla lingua loro di scrittori Francesi, massime.
critici, e traduttori non dovrà esserci permes-
so di compendiarli tutti con recare in mezzo
quanto, appunto parlando delle traduzioni di
Omero tentate in lingua Francese, dice il ri-
(20) De £ Isle, Discors. cit.
CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $.III. 113
momato nostro Italiano scrittore Abate Betti-
nelli (21), che fu in Fraricia, conversò con Vol-
taire, e quella letteratura, e quella lirigua co- 0
nosce fondatamente? Que? versi a compasso,
esclama egli adunque, quelle cesùure taglienti,
quelle rime aggiogate , que’tronchi sensi, quel-
la prosaica costruzione, tanti sordi dittonghi,
tanti suoni nasali, tal povertà di voci compo-
ste, di frasì pittoriche, di figure, di traslatri
ponno stare con Omero? |
S. VI. Carattere della Sage Francese pri-
ma del Cardinal di Richelieu; impossibili-
tà di far rivivere tal lingua.
Ma qui potrebbe ripigliar taluno: se i difetti
del moderno Francese sono molto ben cono-
sciuti da’ più eloquenti, e sensati scrittori di
quella nazione; se cospirano tutti unitamente
a propor riforme, se richiamar vorrebbono a
un di presso l’antico loro linguaggio che par-
larono:, e che scrissero non sono ancora due
secoli passati, ‘e perchè mai, per .deprimere:
quell’idioma , si vorrà parlare soltanto di quel-
lo, di cui attualmente si servono, e non già dì
quello, che adoperarono una volta, e che gio+
va sperare, che debbano ripigliar ben tosto,
‘essendo troppo breve, e troppo agevole il pas,
‘so dal conoscere un difetto allo emendarsene?
a chi in cotal modo ragionasse, io risponderei
risolutamente , che non ostante le querele ed i
lamenti dei più assennati Francesi per la lin-
gua perduta dei Montaigne, e degli Amiot, è
inutile il lusingarsi, che dessa'possa risorger
(21) Opere Tom. vin. Saggio sull’eloquenza p.t19.
nota (a). 2
\
114 LIBRO SECONDO, CAP. I.
giammai dalle sue ceneri, e che possa nemme-
no aver luogo la riforma della lingua dal Fene-
lou suggerita, col prendere per arricchirla, ed.
invigorirla voci, espressioni, maniere di. dire
da ogui parte, cosicchè di pianta a rifare, ed a
ricompor sì venisse. Oltre al gravissimo osta-
colo contro una tale letteraria operazione av-
vertito dal Conte Algarotti (22), cioè il trat-
tarsi di lingua già fatta, ed alla quale tanti libri
hauno come posto il suggello, un altro a parer
mio insuperabile vi si frapporrebbe; ostacolo
che annienterebbe ad un tratto un tal teutativo
più presto in Francia, che in qualuuque altra
conirada. - | Dee
Quella brillante, e leggiadra nazione, quan-
.tunque sembri così wogliosa di cose nuove,
venga comunemente d’incostanza tacciata, ed
ami di cangiar così sovente di fogge, e- di sen+
timento ne’ suoi. libri, e ne' suoi discorsi ,quan-
do si tratta però di agire, e non soltanto di
parlare, è forse quella, che nelle vicende ‘dei
secoli abbia minore alterazione. sofferto nello
spirito e nel carattere patriottico; intanto chey
se Bodino e Montesquieu troppo più del dove-
re attribuirono all’ influsso del clima nelle leg-
gi, e ne’ costumi de’ popoli, si è appuuto per-
chè niuna nazione, quanto la propria loro,
somrhi.;istra maggior pretesto di spingere tan-
oltre, voglio dire sino all’ eccesso, ed all’ er-
rore una sì fatta verità. Quali vedetei Galli
a’ tempi di Cesare, tali trovate i Francesi nei
secoli delle Crociate; sotto il regno di Carlo
VIII., di Francesco I., e di Luigi XIV. Socie-
voli; ed ameni, pieni di brio, e di confidenza,
amanti de’ bei motti, per modo che bastò una
| (22) Saggio sopra la lingua Franc. Op. tom. 3.
. sa R
Ù
.
CARATTERE DELLA LING. FRANCESE $.1v. 115
facezia ingegnosa ‘a far prorompere nelle risa
un’ assemblea de’ capi principali degli antichi
._ Galli raccoltasi per consultare di cose di Stato;
e che il primo libro originale in prosa, che
vanti il Francese moderno, cioè le famose Let-
tere provinciali, è libro, la qualità dominante”
di cui,.sebben di argomento gravissimo , si è il
motteggio. Vantatori delle cose loro non pic-
cioli, nati per ridurre a perfezione le cose al-
trove inventate, più spiritosi comunemenute,
che gli altri popoli, sempre inclinati ad un go-
verno militare, alla militar licenza , ai piaceri,
alla galanteria, agli amori (*), a tale, che un
senato di donne tra i Galli rammentano Plu-
(*)-Hagti, tra mille esempj della inclinazione della na-
Zion Fl®ncese agli amori, quel libro,, che giusta quanto
narra il Benedetti, fu ritrovato uelle spoglie de’ Francesi
dopo la giornata di Fornovo contenente i ritratti di tutte
Ze cortigiane dal Re Carlo VIII. amoreggiate durante la
conquista del-Reguo di Napoli, ch’ erano in tal numero ,
che nel breve spazio di un anno se n'era potuto fare un
giusto volume, anno nel quale a tanti altri affari nella
prospera, e nell’avversa fortuna avea egli dovuto bada=
re. Del resto bruttissimo di aspetto era quel Re, cosicchè
il Guicciardini il chiama più simile a mostro, che ad uo» ‘
gno, privo d'ingegno affatto, e di giudicio, essendo piut-
tosto freddezza in lui, e remission d’animo quella, che
alcuni chiamavano bontà; e nel 1494 . ron ‘era punto com
nosciuta in Francia ta galanteria , e la voluttà elegaute,,
che v' introdusse poscia Francesco I., onde kon sembra-
va egli nato agli amori . Ma sentiamo quello, che dice in
questo proposito lo stesso Montesquieu in una lettera ve» ‘
nuta nitimamente alla luce in Inghilterra, e stampata
quindi nel Giornale Francese intitolato Esprit des Jour-
naux-Janvier' 1790. p. 2653. » — Il existe ‘en France un
» vice radical qui ne pourra peut étre jamais ètre extir-
» pé, parce que il vient des femmes qui parmi nons se
» mélent de tout, età la fin ruinent et détruisent tout
» +. -.. En France les femmes perdent tout parce que el-
» les se croient propres à tout, et les hommes sont assez
» foibles, assez puerils pour complaire à leurs caprices .
» La nature cependant les forma pour obrir eq.
116 LIBRÒ SECONDO, CAP..I.
tarco (23), ed. altri antichi scrittori; cd un
Magistrato Francese, il Presidente Rolland ,
osserva gravemente, che alla amministrazione
. delle donne avendo succeduta quella de’ Druidi
( Giansenisti Pagani) i Galli, sempre vincitori
de’ Romani sotto il governo femminile, diven-
nero loro tributarj sotto quello dei ministri
della religione (24). Del resto l'instabilità loro
medesima nelle foggie, nelle mode, nelle opi-
nioni correnti -circa le cose frivole, essendo
stata ognora una qualità loro inerente, serve vie-
più a dimostrare l'immutabilità del geuio lor
nazionale. E questo carattere - poi , da nessuno
meglio conosciuto e descritto , che da-loro me-
desimi, a tale, che dei loro difetti fecero com-
medie saporitissime, e che nessuno arrjyerà a
dipingere più al vivo queste non poché volte
amabili imperfezioni di . quello, di abbiano
fatto il più festevole, ed il più grave scrittore,
che si abbiano, voglio dire Moliere (25), e
Montesquieu , questo carattere, dico , tanto al-
tamente è infisso nel cuore di quella nazione:
che ncppure il ridicolo (26) sparsovi sopra a
larga mano ( per anima Francese il più valevole
ritegno ) potrà arrivare a coreggerli, e traspari»
rà tra i biasimi di quell’ istesso, che i suoi
compatriotti ne riprende. Montaigne (27) die
ceva sin da’ suoì tempi , che sembrava, che i
| Francesi facessero tutto quello, ehe. sapevano
per farsi odiare dagli Italiani, da lui tyovati
(33) De viriutibd. mul 6. YI. gr ì
(24) Récherches fur les prérogatives des Dames Par.
1787. p. 21. ,
(3bj Les Facheux act. 1. scen. 1. Montesquieu Esprit des
Loix liv. IX. c. VII. liv. XiX. ch. FP. i i
(26) 77. Le Frangois d Londres Coméd. par M. le Boissy.
(27) Foyage en Italie en 1580. im. 11. p.i5ì ediz. ia
42. 1784. i sà
#ARATTERE DELLA LIN6. PRANCESE $. Iv. 119
‘garbati e cortesi, ma che non potevano giusta-
mente tollerare la sfrenatezza ; e l’insolenza lo-
ro. L’abate Raynal poi (28), sebbene stenda
ur velo su questi nazionali difetti volgendoli il
‘ pìù che può in virtù, non lascia però di descri-
verli al vivo, e di enumeràrli tutti diligente-
mente; ed il recentissimo autore della storia
secreta della Corte di Berlino (29), dopo aver
recati diversi tratti di sventataggine, d’ indi-
screzione, e di petulanza de’ suoi nazionali, co-
me di uno che fece aspettare il Re di Prussia a
desinare dov'era invitato ; e di un ‘aliro, che
‘trattò con ‘eguale, se non anche con maggior
famigliarità 1 Imperatore a Praga, soggiunge
essere indicibile il torto, che fanno costoro al-
la intera nazione. Ma il male si è, che tuttì
questi scrittori Francesi, dopo avere ricouo-
sciuti i loro difetti nazionali, confessati inge-
nuamente, ed apertamente biasimati, vi cado-
no poi essi medesimi vergognosamente; fanno
come quel celebre loro comico Du-fresne, che
- rappresentava eccellentemente sul teatro la par-
te del millantatore, ma sceso dal palco, e de-
posti gli abiti di scena. continuava nè più nè
meno a far daddovero lo stesso personaggio,
che avea poco prima fingendo. messo in ridi-
colo. Perciò quegli, che forse’ meglio di tutti
conobbei pregi , ed i difetti della nazion sua,
e più d’ogni altro seppe cavarne profitto, vo-
glio dire il Voltaire, descrivendo la presa di
Costantinopoli fatta da' Crociati nel 1204, ed i
disordini commessi da’ soldati Francesi, riflet»
te opportunamente, che il carattere nazionale
(28) Mist. PhAilosoph. des deux Inaes liv. P. chap. XY. I.
p. 95. e seg. ediz. di Ginevra del 1798t.
(20) Zlistoire Secréte de la Cour de Berlin 1789. tom. 1.
piro. 3
118 — ‘LIBRO SECONDO, CAP. I.
non ha mai cangiato (*); ed egli stesso, seb-
ben si vantasse tanto di essere spregiudicato , |
sebbene mostrasse di coltivare lingue straniere,
di apprezzar la letteratura, ed i costumi delle
altre nazioni di Europa, con tutto ciò; se ben
sì riguarda, fu costantemente in ogni cosa sua
dî genio affatto Francese. Una sola particolari-
| tà basterà a dimostrarlo . Tra le altre ‘cose de-
gli Inglesi, che aveva egli sempre affettato di
si maguificare assai si è il gusto loro nel fabbri-"
care, nel piantar boschi, e nel costruir giardi-
ni; nulladimeno nel suo ‘castello di Ferney, da.
lui rifatto di pianta, tutto volle alla Francese,
cosicchè ogni parte di esso riuscì perfettamente
| a dir così francesata, al pari di qualunque villa
de’ contorni di Parigi, edi boschi sigolarmente
vennero colla solita monotona regolarità del
Le Nautre scompartiti in viali in forma di stel-
le (31), senz’altra diversità da quella in fuori
di essere più piccole o DA grandi, di maggiore
o minor numero di raggi
Ora se agevole riuscir possa il far cangiar.
lingua ad una nazione così tenace de’ proprj
usi; lascio che le persone assennate il giudichi-
no; tanto più tenendo i Francesi il loro idioma .
in concetto di quella i importante cosa, che si è;
e che, se bene si riguarda, non furono già in
essa così instabili come si crede comunemente,
. e come il sono nelle foggie, e nelle mode frivo»
le, che spargono in tutta Europa. Da Pascal, e
(4) » Les Eglises furent pillées : et ce qui marque assez.
» le caractère de la nation QUI N’ A JAMAIS CHAN-
» GÉ, les Francois dauserent avec des femmes dans le
» sanctuaire de l'Eglisse de Sainte Sophie, tandis qu'une
» des prostituées qui suivait l'armée de Baudouin chan-
» tait des chansons de sa profession dans la chaire patriara
» cale - Voltaire Essei sur l’histoire , chap. 57. p. 370.
eu The European Magazin For. May 1780, pag.3l1.
CARATTERE DELLA LINE. FRANCESE $. IV. 119
da Cornelio a questa parte la. lingua loro, di
tanti libri in ogni materia arricchita, non can-
‘giò al certo sostanzialmente; e se vi corre dif-
ferenza tra gli scrittori del secolo di Luigi X.IV.,
ed i più vicini a’giorni nostri, non è differenza
di lingua, ma differenza di sapore, e di gusto
di eloquenza, come differenti sono Cicerone da
Seneca, Livio da Tacito, Virgilio da Lucano.
Egli è incontrastabile, che prima della institu-.
zione dell’ Accademîa avevano i Francesi una
lingua -diversa dalla in oggi corrente: ma si po-
trebbe muover quistione, se la lingua che sî
scrivea a que’ tempi fosse la lingua più appro-
priata al temperamento, all’indole naturale del-
la nazione, che se ne serviva; se fosse dessa
frutto spontaneo del suolo di Francia, ovvero
trasportato da clima straniero , e che.perciò, co-
me succede delle piante esotiche , degenerar do-
vesse. ben tosto, quando continuamente i semi
di fuori trar non si volessero. n
Grandi rivoluzioni inoltre, gran cangiamenti
nel governo, ne’ costumi, nella religione stessa
seguirono circa.all’ epoca della instituzione del-
l’ Accademia. I Francesi, setto it ministero del
Richelieu, diventarono quasi un’ altra nazione
da quella, che erano per l’addietro, e perciò
coi nuovi costumi, e nuove leggi, nuova lingua
prender doveano, così comandando quell’ infles-
sibile Porporato. Si era meglio stabilita la giu-
risdizione sovrana , spenti i troppo formidabili
magnati, scemata di molto l’autorità del governo
feudale, obbligati i gentiluomini a menar vita
più socievole, e cittadinesca, fiaccato l’orgoglio
de’ sempre tumultuanti Ugonotii, unita in som-
ma la nazione in un sol corpo, Che all’incontro
per lo addietro la licenza, e la ferocia delle
armi, la varietà delle sette in fatto di religione,
120 LIPRO. SECONDO . CAP. T.
»
e de politici partiti, l'anarchia prodotta dalle
discordie civili, le varie corti di diversi Princi»
pi, e de’ Grandi, che ancora al pari de’ Priucipi
ne aveano, gli infiniti stranieri, singolarmente
Italiani, che per negoziazioni politiche, per ra-
gion di traflico, per mestier di ‘milizia, al se-
guito di Italiane Regine in quel regno si trova-
vano, davano alla nazione un aspetto affatto
diverso da quello, che prese dopo il regno di
Luigi XIII. Si riprodusse £a dir così, in mezzo
alle civili dissensioni > alle guerre di ‘religione,
alle grandi operazioni di Stato la nazione, ed
‘una nuova generazione d’ uomini ne sorse, che
‘con nuovi modi, nuovi costumi, nuova foggia
di pensare, e di vivere, nuova lingua eziandio
seco portò ‘nattiralmente. E siccome l'estrema
eleganza, e pulitezza è forse contraria al genio,
che si compiace di una età dove le passioni
grandi, i i gran vizj), e le gran virtù si spieghino
‘ampiamente, età più poctica, che abbia una
non so quale originale rozzezza; così la lingua,
che nacque, portò l'impronta della pace, e del-
la uniformità di un secolo voluttuoso, e trau-
quillo, mentre che l’altra, sebbene in parte.
men regolata, spaziava però più lungamente, c
più libera, più intraprendente maggiori cose
tentava, e felicemente ardiva di eseguire. lù
somma tanto riuscirono queste duc lingue di-
verse, quanto diverso era Montaigne rinchiuso
a'tempi delle guerre civili nel suo fortificato
| castello tra i merli, ed i pouti levatoj, in mez-
zo alle armi, ai cavalli, ed ai libri della dotta,
e severa antichità, da un cortigian profumato
di Luigi XIV., in uua Corte pomposa e spi-
rante lusso, e morbidezze, tra mille piaceri,
e solazzi, tra le attrattive più lusinghiere delle
dame gentili, tra i versi i del tenero Racine, e
=
CARATTERE DELLA LING. FRANC. $. IV. 191
+ "fel salace la Fontaine. Senza che sueceda nn
così fatto rapido, e totale cangiamento di cose,
senza una universale rivoluzione ‘di strdj, e di
costumi, e senza che si trovi un nuovo Riche-
lieu, il quale sapesse così efficacemente volere, .
e con tanta prontezza farsi ubbidire, è impos-
sibile che sia mai per avere effetto la riforma
piuttosto bramata, 10 credo , che sperata da
quell'uoggo grande di Fenelon, e riuscirà sem-
pre inutile il far tentativi in quello idioma.
Non vi vuol meno di sconvolgimenti così fatti
per imprimere un nuovo moto in quella nazio-
ne, per farla camminare su traccie diverse dal-
le consuete, per farle in qualche parte cangiar
il suo carattere, il suo patriottismo, a cui è
dessa più d’ ogni altro popolo fedele, non ulti-
mo motivo certamente della sua celebrità , pos-
sanza. e' grandezza, che compensa i suoi di-
fetti, e che già più d’ una volta la salvò da im-
minente manifesta rovina.
. Ma quand’anche non ostante i divisati osta-
coli, conceder volessimo , che ridur si potesse
in atto la proposta riforma, sicuramente i capi
della nuova lingua dovrebbono essere di ne-
‘cessità nazionali, e tra’ Francesi riputati assai,
per potersi lusingare di aver seguito, per ac-
corgersìi quale impressione facessero nel popo-
lo le novità tentate, per poter vedere se altri
tien loro dietro, e soffermarsi se scorgonsi ab-
bandounati. Uno scrittore non Francese, che di
quella lingua si serva, dovrà sempre dividere
colla turba degli scrittori di second’ ordine i
biasimi, che i più dotti tra Francesi danno al-.
là propria lingua, confuso nella mandra degli
imitatori; e non potrà giammai avventurar no-
vità senza che, come ignorante piuttosto della”
Hingua , in cui scrive, riprender si faccia, che
Pol. I. GU
LI
19,8 LIBRO SECONDO, CAP. I.
lodare come creatore di una nuova foggia df
esprimersi , ed apritore di intentato più lumì-
noso cammino . i
S. V. La lingua, che parlovasi in Francia în
fine ge! secolo XVI. non era lingua natu-
rale alla Francia . | n
Per ‘chiarirsi appieno della difficgltà della
succennata impresa da un cantò, € Sella faci-
lità, che si ebbe dall’altro pér eseguire la ri-
voluzione nella lingua, ordinata, a dir così,
dal Richelieu, è da considerarsi non esser cosa
abbastanza palese, com’ è detto sopra, se quel-
da antica lingua Francese tanto bramata dai
più rinomati scrittbri del regno di Luigi XIV.,
ed usata da quelli, che fiorirono sotto France-
sco I. sin oltre al fine del Cinquecenta, fosse
pianta nativa, e connaturale al suolo che la
produsse. Perciocchè quando un sì fatto lin-
guaggio non troppo si confacesse al genio della
nazione, e da estrinseche' cagioni in Fraricia
fosse stato introdotto, alimentato e diffuso,
assai mimore,per necessaria conseguenza verreb-
be a farsi la meraviglia per la solenne proscri-
zione, a cui dovette soggiacere, e per essersi
dall’ Accademia fondato sulle sue ampie rovine
ua nuovo più regolare, e più pulito, ma men
grande, e meno maestoso edificio; come tal-
‘volta si vedono ridotte a ‘piccioli deliziosi casì-
ni le reliquie di una qualche augusta mole, €
‘veneranda dell'antichità. 5
Di questa parte della storia delle vicende
della lingua Francese :possono forse con mag-
giori lumi, e più sicuri ragionare gli Italiani,
che non gli stessi nazionali Francesi. Jo non
so quali scrittori intendesse mordere Arrigo
CARATTERE DELLA LING. FRANC. $. v. 123
‘Stefano ‘co’ suoi Dialoghi sul nuovo idioma
-Frarcese itolianizzaio ; nè so qual lingua surro-
gar ei volesse a quella adoperata a’suoi giorni
tanto da’ Poeti come da’ Prosatori Francesi. Si
raccoglie peraltro ch’ egli riconoscea l’esistenza
di una lingua Francese diversa dalla corrente ,
mentre egli serivea , e che più naturale la ripù-
tava, e più conforme all’ indole de’ Francesi di
quella > che biasima. ll fatto sta, che le opere
tutte più celebrate del secolo XVI. dettate in
quell’idioma, sono, come ben notò l’ Algarot-
ti (31), così somiglianti nello stile, nei. “modi
di dire, nella costruzione, e nella mimica stes-
sa di formare i periodi, “alla lingua. Italiana,
che si potrebbono con pochissimo lavoro val-
tare.in nostra favella quasi parola per parola. .
Del rimanente non si può concepire come il
precitato Arrigo Stefano preferisse l’.idiorma
Francese all’ Italiano, accennando egli .stesso
essersi dovuto accingere innanzi al Re a con-
. futar coloro, che anteponevano la lingua no-
strà. La lingua di Montagne, di Amiot, e di
aliri scrittori contemporanei dello Stefino non.
| può esser quella che da lui veniva preferita al-
italiana (32), sia perchè troppo all’ idioma
nostro aonforme , sia perchè è da lui biasimata
‘per questo rispetto appunto di essere italianiz-
zatla, soggiungendo , ‘che la maggiore purità di
essa. cercar. si voli neppure nella Corte, in
questa come nelle altre cose depravata, dic’.e-
gli, e licenziosa oltremodo. Dobbiam pertanto
inferire ,. che la lingua da quesjp erudito | perso-
- (51) Op. tom. ITT. Saggio sopra la Lingna Francese. —
| (39) Zit tempus quum în ea sermonis puritas quaeren-.
da esset: ar nunc în eo , sicut et in alits-rebus , miram et,
plane depravatam licentiam usurpat Hypomneses de Gall.
dina: ia praef. 1582.
194 LIBRO SECONDO; CAP. T.
naggio messa innanzi alla Italiana sia quella
adoperata da Comines, e dagli altri autori, che
scrissero prima che regnasse Francesco I. , epo-
ca, in cui gli Italiani, a giudicio dello Stefano,
ne cominciarono a corrompere la purità. Ora
se quel barbaro idioma possa venir preferito
alla lingua del Petrarca, del Boccaccio, del Se-
gretario Fiorentino , del Guicciardini, dell’ A-
riosto, del Tasso, lo abbandono al giudicio
d’ ogni Francese spregiudicato .
Di questa mirabile conformità, che passa tra
l’idioma nostro, ed il Francese, che si parlò,
e si scrisse da Francesco I. insino a Malherbe,
a Vaugelas, ed alla instituzione dell’ Accade-
mia, oltre all’esagerato predominio de’ Mini-
stri, e de Cortigiani Italiani, ed oltre alla. ra-
gione allegatane dal mentovato Conte Algarotti a
vale a dire lo studio posto in quel secolo dai
| Francesi nella poesia’, nella letteratura , nelle
belle arti, e nella politica stessa ne’libri Italia-
ni contenuta, altra io penso esserne stata l’ori-
gine, intendo il -coltivar, che si facea più comu-
nemente da ogni maniera di persone in Francia
le lingue Greca e Latina, sul modello delle qua-
li formata si è l’Italiana. Ognun sa, che il
principale, il-massimo difetto di Roneard con-
| siste nello aver preso ad imitar troppo servil-
‘ mente i Poeti Greci. Subito che furono poste
in dimenticanza le arti Italiane, subito che
venne riguardato come pedanteria il travagliar-
‘si di soverchio intorno alle lingue antiche, ab-
bandonati al groprio loro genio, lasciarono
i Francesi troppo agevolmente una lingua, al
| certo, ragguagliata ogni cosa, più pregevole di
quella, che poscia adottarono , ma instillata a
forza di educazione letteraria diversa , e di stra-
nicri costumi; e gli scrittori più grandi, che co-
I°
CARATTERE DELLA LING. FRANC. f. v. 125.
noscevano meglio della comune l’ Antichità 7
furono ridotti a piangere la lingua perduta, ed
a sottomettersi al giogo della nuova corrente,
allo stesso modo, che i savj, e sensati uomini
di Stato desiderano i buoni principj, ma obbe-
discono a quelli, cui tocca loro di soggiacere.
«___ CAPO TI. _,
CARATTERE DELLA LINGUA ITALIANA.
A motivo di quello, che io son venuto sin qui
‘divisando , io pretender già non voglio, come
presuppor potrebbe per avventura taluno , che
coloro tra’ Francesi, i quali tanto encomiaro-
no quell’ antico loro linguaggio , abbiano avu-
to intenzione di .celebrare in questo modo la
lingua Italiana; quello che inferir ne voglio si
è, che, qualunque fosse l’ intenzigg loro , cer-
tamente Taliudolo; e inerme sì grande
mostrando per esser desso andato in disnrso,
fecero senza avvedersene gli encom)j dell’ ha-
| liano, tanto a quel loro perduto idioma con-
forme. Potrei bensì troppo facilmente far pom-
pa dei pregi della nostra favella, riepilogando
quanto ampiamente in commendazione di essa
‘ne scrissero il Bembo, il Varchi, il Lollio, il
Salviati, il Buommattei, il Dati, il Salvini, il
Gravina, il Maffei, l’ Algarotti, il Bettinelli,
ed ultimamente il nostro signor Abate Deni-
na (1), e tanti critici Italiani, e gramatici,
che dal principio del secolo XVI. insino-a’ di
nostri fiorirono. Ma siccome sembrar potreb-
bono questi soverchiamente affezionati alle co-
se patrie , ho fatto pensiero di prevalermi del-
(1)-Bibliopea par. 1. cap. IV.
dei
>
126 LIBRO SECONDO, CAP. II.
le considerazioni fatte in: questo. proposito dai
più rinomati tra”Francesi, i quali ne ebbero
qualche cognizione , secondo che da prima pro-
nisi di voler fare, quelle consegrenze traen-
done, che-sorgono dalla natura stessa delle co-
se direttaziaente. - o
S.I. Opinione dell'Abate Cesarotti intorno
© «i diversi pregi delle lingue.
Vero è, che tutte queste nostre ricerche in-
torno ai pregi delle due lingue, Italiana, e Frane
cese, riuscirebbono inutili affatto, anzi andar
non potrebbono esenti dalla taccia di vanità
pedantesche, se attener ci dovessimo in fatto
di lingue a ciò, che ne pensa il celebre Abate
- Cesarotti. Ma siccome vi ha chi teme, che le:
nuove filosofiche dottrine di questo valoroso
poeta mon siggio per recare egual giovamento ,
e lustro alla prosa Italiana, come nuovi spiriti ,
e vigore infuse nella poesia la famosa sua tra-
duzione di Ossian, prittia perciò di procedere
‘ innanzi resta necessario di fermarsi alquanto
ad esaminare uno di que’ principj, sopra dei
quali egli fonda tutta la macchina del suo si-
stema. Niuna lingua, dic’ egli (2), originaria-
‘mente non è né elegante, nè barbara, miuna è
assolutamente superiore ad un’altra, tutte na-
scono allo stesso modo, cominctané rozze, e
mieschine, tutte hanno imperfezioni, e pregi
dello stesso genere, tutte sono piacevoli agli
orecchi del popolo, per cui son fatte, tutte son
capaci di armonìa imitativa, tutte sì vincono,
e si cedono reciprocamente in qualche pregio
. (2) Saggio sopra la lingua Italiana dell Abate Cesarot»
ti parte prima $ 1. pag. 2. e seg. Vicenza 1788.0000
CARATTERE DELLA LING, ITAL, $. I. 127
| particolare. Le differenze, che vi sono, segue
‘a dire, non esser sensibili; ognuno aver ragio-
ne in casa propria, nè esservi popolo colte,
che creda di dover cedere agli altri in fatto di
lingua, benchè tutti convengano nelle idee, che
formano di perfezione; tutte le lingue in som-
ma aver difetti, che danno luogo a qualche.
bellezza , e bellezze; che ne escludono altre non
men pregevoli. “a ni
Tali sono i dogmi di generale tollerantismo
nelle-cose di lingua professati dall’ Abate Cesa-
rotti, ‘tollerantismo, che v'ha chi crede non
possa riuscir meno fatale alle,lettere, ed al ca-
rattere naziouale di quello , che a’ buoni costu-
mi il tollerantismo religioso; e che nel resto
nulla possa produrre di buono, ma soltanto in-
trodurre, e spargere ‘ogni volta più, sotto il
pretesto di vantare una maniera di pensare spre-
giudicata »la disistima della lingua propria, che
è l’imprenta più viva, e più palpabile del ca-
rattere nazionale, eduna fredda, e:filasofica in-
differenaa per tutte, Coneederemo , che le lingue
nella infanzia loro sieno deboli, mancanti, im-
perfette, sebbene anche in que’ principj ravvisar
si possano i segni della futura grandezza, ed: Er-
cole in cuna fosse diverso da Tersite . Ma lascian-
do pa abbozzi, e paragonando le lingue giun-
te al vigore della florida loro età, non ricono-
see; e non 'eonfessa lo stesso. autor nostro, che
lefune possono avere qualche pregio, qualche
bellezza , che amanehi alle altre? Che se egli pre
tende, che questi pregi debbano esser vinti da
altri, e queste bellezze particolari cscluderne
altre non meno lodevoli, diremo noi non sapée*
re come possa avere egli fatto , quasi colla hi-
lancia alla mano , esaltamente questo confronto
di tutti gli idiomi, e come dimostrar possa di
128 LIBRO SECONDO, CAP. Il.
averli trovati, ragguagliata ogni cosa , tutti ap-
puntino dello stesso, e medesimo peso. Cre-
diamo anzi di poter senza tema di errore af-
fermare esservi lingue, che vincono le altre
per esser dotate di maggior perfezione, di pre-
gi più luminosi, e per soggiacere a minori di-
fetti. | "SPIE
Per provare ‘una verità così fatta non ab-
biam mestieri di profondarsi in troppo astruse,
e sottili speculazioni. Ognun sa, che le lin-
gue sona un risultato del clima, dell’indole,
del naturale ingegno, del carattere morale,
delle arti dominamti, degli studj, delle profes-
-.sioni, della instituzione politica delle nazio-
ni diverse. Ora chi negar vorrà, che i climi
più felici, che le nazioni più ingegnose , e più
immaginose, in cui le nobili passioni dell’ amo-
re, e della gloria più facilmente si accendono;
che inventarono, e perfezionarono le bell’arti,
e le scienze, e famose furono per virtù politi-
che, e guerriere hon debbano avere una lingua
più pregevole, e più perfetta? Nè giova il dire,
che ogni popolo creda perfetto il suo linguag-
gio, perciocchè l’ errore per esser comune a
tuiti non diventa per questo verità; nè un in-
ganno, anche universale, potrebbe far cangiar
la natura delle cose. Con questa stessa foggia dî
ragionare tentarono non pochi di distruggere,
non solo le idee fondamentali del bello, ma e-
ziandio i principj del gusto, e dell’ onesto . Nim
vi ha deformità, che presso quelche barbara
popolazione non sia stata scambiata per una
bellezza; nè vi ha costume empio., dissoluto ,
ed inumano, che non sia stato praticato come
buono, e giusto da qualche popolo corrotto ‘0
feroce. Diremo perciò che non esistano i prin-
cip) metafisici del Bello; e che la intrinseca bon-
+
CARATTERE DELLA LING. ITAL. $. 1. 129
tà, e reità delle azioni. sia una invenzione dei
Moralisti fanatici, 0 degli astuti uomini di Stato?
Del rimanente è poi forse cosa pesta del tut-
to fuori di controversia, che agni popolo. pre-
ferisca la lingua propria. alle straniere, ed alle
antiche? Certamente se intendiamo per popolo
coloro, che altra lingua non sanno salvo la pro-
pria, la terranno questi in concetto della prima
lingua di tutte, non avendo il modo .di farne
confronto con alcun altro idioma. Ma tra colo-
ro, che arrivarono a possedere ad un certo sc-
gno le lingue antiche o straniere, quanti non
confessarono apertamente i difetti del proprio
linguaggio natìo;, e riconobbero il pregio degli
altri? Tutti i dotti delle colte nazioni non -sono
concordemente d’avviso, che la lingua Greca
fu la piu bella, e la lingua Latina ‘la più mae-
stosa, che abbiano mai parlato gli uomini? E
rispetto all’ armonia, non si concede da tutti
Ja palma alla lingua nostra, anche da quelli, .
che una parola sola non ne capiscono, cd il suo-
no materiale ne intendono soltanto? Non rico-
noscono tutti i popoli non barbari, che l’Italia
è 11 nido della miglior musica, e del linguaggio.
| più musicale di Europa? E come si potrà dipin-
gere ,con lingue antipittoriche, antimusicali,
con tanti suoni indistinti, con tanti monosilla-
. bi sia veri, e proprj, che tali divenuti per la
pronuncia, come interviene nella lingua Fran-
cese, che non hanno colore, nè carattere pro-.
rio nel suono, secondochè osserva giustamen-
te l’ Abate Bettinelli (3), mentre le voci Ita-
liane-han tutte carattere, e fisonomia pittore-
‘sca?-con qual fondamento adunque potrà affer-
(3) Lettere di Diodoro Delfico lett. XE. p. 46. Giorna-
-Je di Modena tom, XXXVIII. 1787.
6.
330 LIBRO SECONDO, CAP. IH.
mare il Sighor Abate Cesarotti, che gli altri
linguaggi di Furopa capaci sieno di armonia
imitativa al pari-del nostro? E non dovrà egli.
per avventura temere, che da certi antichi rigi-
. di Htaliani non si voglia ravvisare questa sover-
chia sua condiscendenza, come nata dal pregiu-°
dicio pur troppo éomuue di affettare i costumi,
e di adular ‘le nazioni straniere, e non come
proveniente da quella gentilezza , e cortesia
connaturale alle anime generose, e perciò pro-
pria del Signor Abate, di voler piuttosto cedere
di quello , ché ci appartiene, che usurpar del-
Faltrui? tanto più che i suddivisati difetti sono
pure schiettamente confessati, e candidamente
ticortosciuti da non pochi valorosi critici Fran-
cesì siccome abbiam veduto più sopra.
E per rispetto ai pres? della lingua Italiana a
confronto, non che della Francese, ma di tutte
le altre moderne, nè io, nè qualunque panegi-
rista di essa riputato da’nostri begli ingegui più
fanatico, e più pregiudicato potrebbe maggior-
‘mente vantarli di quello, che fa il dotto, ed
ingegnoso professor di Belle Lettere in Edim-
borgo, il signor Blair. Ragionando egli della
pieshevolezza dì vir linguaggio, o sia della fa-
coltà dì adattarsì a diversi stili, e maniere, ri-
conosce la lingua Italiana come assai più forni-
ta di questa dote, che non la Francese (*), me-
{*)» Among the modern Tongues the Italian posses-
» sesa greatdeal more of this flexibility than the Fren-
» ch. By its copiousnéss, its freedom ofarrangement and
‘» the great beauty and harmony of its sounds, it suite
— a itself very happily te most subjects , either in prose
» orin poetry; is capable of the august and the strong,
‘» as wellasthe tender; and seems to be on the whole,
» the most perfect of all the modern dialects which
» have arisen out of the rnius of the ancient» Leciures
on Rhetorie and Belles /.cttres by Hugh Blair-Lect. 1X,
the Eagiish language vol. 1. p. 200. Basil. 1788.
“n
CARATTERE DELLA LING. ITAL. f.1. 134
diavte la sua copia di vogi, la sua libera costru-
zione, la straordinaria bellezza, ed armonia dei
suoni, felicemente, dic’ egli, si piega ad ogni
soggetto, ianto in verso come in prosa; è an-
gusta , energica, e forte al bisogno del pari, .
che. tenera,.e dilicata, e conchiude con chia-
Marla la più perfetta di tutte Je lingue moder-
ne, che sien sorte dalle ruine delle autiche.
S.II Superiorità della lingua Italiana ricono-
sciuta da' più celebri Traduttori, e Scrittori
. Francesi. : |
|. Ma dopo aver acceunato qual concetto aves-
sero della lingua loro i Francesi più in essa
versati, ved'amo qual giudicio abbiano recato
dell’ Traliano quelli fra essi, che ne ebbero co-
guizione. Io non metterò di nuovo in campo la
folla degli antichi Poeti Francesi del secolo di
Francesco I., i quali tradussero, ed imitarono
Petrarca, e gli antichi nostri rimatori; non
rammenterò chi scrisse novelle a que’ tempi sul
far del Boccaccio (1), e degli altri nostri no-
vellatori, tra’quali si annovera la Regina. di
Navarra Margherita sorelladel prenomivato Mo-
marca; non parlerò nemmeno di quegli altri let-
terati Fraucesi, che nel secolo stesso di Luigi
XIV. con tanto calore la lingua nostra coltiva-
rono, che dar potrebbe a credere, che in Jor
cuore l’ anteponessero alla lor natia; additerò
soltanto , che nessuno tra essi fu meglio in gra-
do di doverne riconoscere, e confessare la su-
periorità come i traduttori degli antichi. Ob-
bl'gati a rinvenire espressioni, e vocì corri-
(1) V. Bailiet sugemernt ves Scavars T. IV. Meilin de
S. Gelais. LAS
Y
”
132 LIBRO SECONDO, CAP. I1.
spondenti alle frasi dell’ autore da tradursi,
ben dovettero avvedersi quante riuscisse ad un
tal uopo povera, e mal adatta la lingua loro,
quanto cattiva prova faccia ‘al paragone. Tutto
quello, che allega il sopraccitato Signor De
l’Isle (2), in favor della lingua Latina, con-
frontandola colla Francese, sì può volgere, ed
applicare Jateramente a favor dell’ Italiana. Ba-
sti lo accénnare l’osservazîone di questo Scrit-
tore, che, unicamente con una lingua capace
d’inversione , ritrovar si può quella più ginsta
proporzione, che regnar dee nella forma delle
frasi, e quella gradazione, che si ricerca nelle
idee. Per questo , ed altri così fatti motivi la
dotta Madama Dacier (3) non ha alcun ribrez»
zo di riconoscere la superiorità del nostro idio-
ma per tentar traduzioni dalle lingue antiche,
per questo capg specialmente encomiandolo.
E quell’ elegantè Grecista, che giunse a far gu-
stare a’suoi nazionali te ascdie di Sofocle, e
di Euripide, voglio dire il Brumoy (4) , aper-
tamente concede, che certa naturalezza dilicata
propria de’ Greci si esprime più facilmente col-
la lingua Italiana, che non colla Francese (5);
ed altrove ragionando della traduzione dell’ E-
dipo, di Orsatto Giustiniano; afferma, che la
lingua nostra è più pregevole, che la Fran-
cese , più capace delle graziose dilicatezze Gre-
che (6).
Ma ‘senza essere, a dir così, dalla necessità
costretti a coniare una verità così fatta, e
Voltaire, e Thomas, e Rousseau quanto larghi .
(2) Disc. prelim. a la trad. des Georgiques.
(5) Pref.à la traduc. de Terence par Mad. Dacter.
(4) heat. des Grecs tom. 11. p. 455.
(5) Ré/lec. sur l'iphigenie en Aulide.
(6) T4éar. des Grecs tom. 1. p. 418.
CARATTERE DELLA LING. ITAL. 6. 11. 133
non furono di lodi verso la nostra lingua? Più
propria per la poesia della Francese la chiama
il primo ‘in più luoghi delle opere sue (7), il
che a giudicio.di ehi diritto estima ogni pregio
‘porta séco, e comprende; perciocchè se a’ Poeti
si dee principalmente, secondo che osserva il
rinomato Michaelis .(8), la perfezione delle
lingue, certamente l’aver lingua più poetica,
maggior attitudine ad ogni specie di poesia, ri-
guardar si dee come la misura del pregio, e del
valore maggiore, o minore di un determinato
idioma . Una lingua abbondante, armonica, es-
pressiva, pittoresca, che francamente cammr
na, ancorchè tra’ ceppi della rima,.e del metro,
- sarà infallantemente capace di esprimere ogni
concetto sublime , sottile, spiritoso, familiare,
sarà capace di vario andamento, or maestoso,
sr disinvolto e gentile, .e di procedere con leg-
.giadria, e con grazia anche ‘in prosa., come
.una persona, che abbia appreso il ballo, con
miglior garbo passeggia. La lingua Greca, che
per consenso di tutti i dotti vantò:i Poetì più
‘ricchi di fantasìa, più affettuosi, e più forniti
di buon gusto non fa minor pompa.di sè nelle
-opere oratorie, storiche ; e filosofiche. La pa-
tria di Omero, di Pindaro, dì Anacreonte, di
Sofocle, di Teoerito , fu quella di Demostene,
di Platone, di Senofonte, di Tucidide, di À-
ristotile, di Archimede. E dopo Dante, se i
tempi, ed i governi diversi tolsero il campo
alla popolare eloquenza, sorsero però ciò non
ostante in Italia il Secretario Fiorentino, il Ca-
stiglione, il Guicciardini , il Paruta, il Sarpi,
(1) Essai sur la Poésie Epique Prefaz. alle sue tragedie.
Lettera al Marchese Maffei.
(8) nfluence ec
ri
134 LIPRO SECONDO , CAP. 11.
il Galilei, il Magaloti, il Redi, e ta nti alte
Scrittori, che sono come i classici del sapere
Europeo colto , ed elegante, dopo che la nua-
va luce della letteratura, e «delle bel} arti ri-
sorte cacciò ‘in bando l’astrusa, e barbara,
sebben profonda dottrina degli Scolastici.
Il signor Thomas (9), che si è poi lo serit-
tor Francese, il quale con maggior pompa,ed
eloquenza maneggiato abbia lo stile oratorio,
che che dir si debba de' suoi difetti, di quai lodi
non fu giusto largitore verso i primi lumi del-
la nostra lingua? E Rousseau, quegli che tra’
moderni vantò Ja più naturale, la più schietta,
la più insinuante, e la più seduttrice eloquen-
za, chi non sa qual alto concetto non aves-
se dell’ Italiano idioma? Dante, riflette cgli,
emulator degli antichi, ebbe l’ardire di espri-
mere ogni cosa; adcestrò gli Italiani a sp'egar
colle parole ogni idea, ogni pensiero. All’in-
contro accusa i suoi nazionali di essersi insen-
sibilmente chiusa la strada di esprimere ciò,
che le altre nazioni si arrischiarono a dipinge-
rc. Ma quello, che merita maggior considera-
zione si è, che un uomo qual era il Rousseau,
che con tanta maestria maneggiar sapea la pro-
pria lingua, e giudicare con sapore così ‘sano
di cose alla musica appartenenti, si opponga
con calor grande, come fa, all’ opinion di co-
loro (che nè son pochi, nè mancano tra gl'I-
taliani medesimi ) i quali, seguendo il Padre
Bouhours, tengono esser la lingua ‘nostra ca-
pece bensì di armonia dolce, e tenera, e di
melodioso flebile concento, ma non mai atta
ad imboccar la tromba, ed a far sentire wn
(9) Essaisur les eloges, chap. XXKAW 11.
CAMATTERE DELLA LING.ITAL. €. 11. 135
- suono terribile, e maestoso (10). Dopo aver
recata la famosa ottava del Tasso (11):
« Teneri sdegni, e placide , e tranquille
ce Repulse, e cari vezzi, e liete paci,
ce Sorrisi, parolette, e dolci stile
« Di pianto, e sospir tronchi, e molli baci;
« Fuse tai cose tutte, e poscia unille,
« Ed al foco temprò di lente faci,
cc E ne formò quel sì mirabil cinto,
« Di ch’ ella aveva il bel fianco suceinto;
mette innanzi, per combattere una sì falsa idea,
l'altra stanza non mero celebre dello stesso
Poeta, sebben di genere troppo diverso:
ce Chiama gli abitator dell’ ombre eterne
ce ]l raueo suon della tartarea tromba.
cc Treman le spazfoge atre caverne,
_« E l’aer cieco a TR rumor rimbomba :
ce Nè sì stridendo mai dalle superne
ce Regfoni del cielo il folgor piomba;
c Nè sì scossa giammai trema la terrà
‘e Quando i vapori in sen gravida serra (12).
Sfida quindi il Rousseau ogni lingua vivente ad
un così difficil cimento, a far mostra di sè in
due tuoni diversi cotanto, affermando, che, se
‘ogni altro idioma sperar non potrà di arrivar
alla patetica dolcezza, é soavità incantatrice
‘della prima stanza } dovrà pur confessare di 101
aver nerbo, fiè forza bastante di esprimere la.
orrenda, piena, e rauca armonia inferriale del-
la seconda (*). Credesi comunemente, che la
(10) 7°. Rousseau let. surla musig. Fran. Oeuvr tom. I.
(11) Gerusalemme canto XVl.st. 25.
(12) Canto IV. stanza 3. ;
(*) L’Abate Bettinelli ( Disc. sopra a poesia op. T. V.
p. 44.) perprova della robusta asprezza della liagua nor
stra oltre alla sopraccennata stanza del Tasso cita quelie
dell’ Ariosto « Aspro conceato, orribile armonia » D' alte
querele, d’ululi, e di strida » L’alto romor delle sonore
trombe » Di timpani, e di barbari stromenti ec.
136 . LIBRO SECONDO, CAP. 11.‘
lingua Latina sia più romorosa della Italiana ;
che la figlia peraltro possa contrastare per av-
ventura questo pregio alla di lei madre ne è
una prava, che la sopraccennata stanza è tratta
dai seguenti versi del Vida nostro Vescovo di
Alba (13):
» + * © ecce igitur dedit îngens buccina signum;
Quo subito intonuit caecis domus alta cavernis
Undique opaca , ingens , antra intonuere profunda
Atque procul gravido tremefacta est corpore tellus ;
1 quali versi Latini, sebbene originali, sono
strepitosi meno, e men conosciuti, e men ri-
nomati degl’ Italiani del Tasso, il quale fece
poco più che tradurli. Disse adunque assai a
proposito il Baretti (14), con quel suo modo
sempre animato, e vivàce, se non sempre cor-
tese, e gentile, a quegli stranieri, che tacciano
di lingua effeminata la lingua nostra senza co-
noscerla : leggete Dante, leggete 1’ Ariosto, leg-
gete il Tasso, e troverete, che i Diavoli, i Dan--
nati, gli Eroi Cristiani, ed i guerrieri Saracini
son ben lungi dal parlare un linguaggio sdolci-
nato, e molle. In Metastasio medesimo , che
tanto studio pose nello scegliere le voci più fa-
cili a pronunciarsi, voi troverete, che Catone,
Regelo, Tito, e Temistoele non parlano sicu-
ramente una lingna effeminata. Non vi ha al-
cuna lingua, in cui come nell’Italiana ritrovar
sì possa in tutti i,tuoni quel canto nascosto,
che nel favellar distinguer sapea Cicerone (15).
(13) Christiados lib. I.
(14) /isc. sur Shakespeare et sur M. de Voltaire par
Joscph Baretti londres 1779. p. 170. È
(15) Lise... «1 dicendo etiam quidam cantus vbscurior.
CARATTERE DELLA LING. 1TAL. $. HI. 137
S.III. Armonia della lingua Italiana, e risposta
. alle accuse in questo proposito .
Ora. traggano innanzi coloro , i quali asseri-
scono snervare la lingua nostra l’ eccessivo nu-
mero delle lettere vocali, e sopra tutto quella
monotonia , dicon essi , stucchevole di termina-
re nai sempre con una di sì fatte lettere le sue
voci. Se ogni vocabolo formasse discorso da
per sè, potrebbe forse sembrare di qualche pe- .
so la taccia, che essi le danno ; ma chi non ve-
de, che in un periodo , ancorchè brevissimo,
rapidamente un vocabolo all’altro succede, e
formano insieme congiunti un solo tutto, che
è sofisticheria-da non comportarsi il voler con-
siderare separatamente ne’ suoi elementi? Qua-
le si è la bellezza della natura, 0 dell’ arte, per
sorprendente , e meravigliosa che sia, la quale
’non iscompaja affatto, se col microscopio vien
riguardata? Fd è sofisticheria egualmente il com-
porre artificiosamente un periodo Italiano , le
cui voci terminino tutte in una stessa lettera vo-
cale, come fecè Arrigo Stefano , e quindi biasi-
marla per questo medesimo spiacevole concor-.
so, e fastidiosa desinenza (1). Quando altri
voglia dar mala voce a qualunque: idioma per
questo rispetto , gli verrà sempre fatto, col ri-
. mario alla mano, di-compor periodi di voci,
ché facciano rima tra loro, che sarebbe troppo
maggior difetto , che non terminar le voci colla.
stessa lettera , inconveniéfiti , e difetti, che ogni
scrittore sperimentato sfugge di leggieri, anche
ualora il caso, siccome talvolta interviene, li
faccia nascere. Del rimanente dieei diversi sua-
(1) Aypor. de lîng. Gall. in praef.
138 LIBRO SECONDO, CAP. IT. .
.ni per lo meno trovò Prisciano in ciascuna let-
tera vocale, come avvertì anche Agnolo. Firen-
zuola scrivendo contre.il Trissino (3), in guisa
‘che una lingua, che terminasse sempre per vo-.
cale tutte le sue voci, riuscirebbe per questo
solo motivo più varia di una , che fe terminas-
se tutte per consonante. E } Abate Bettinel.
Hi (3) osserva, che la lingua nostra mediante
. le elisioni ha pure gli e muti, e mute chiama
tutte le nostre voeali al fine del verso non tron-
eo, e' non accentato . Lascio da parte gli infiniti
troncamenti , che adopera la lingua nostra per
isfuggir il concorso delle vocali, e lascio da
parte le voci stesse terminanti in cowsonante,
che mon sono sì poche. Ma quello, che rende
YHtaliano idioma più aggradevole all’orecchio
si è l’esser meno di ogni altra lingua infetto
di consonanti aspre, e spiacevoli: Laddove il
Francese , oltre all’ abhondarne straboechevol-
mente, in ispecie è ripieno di s, e di sibili,
che alla s si accostano, della qual lettera: nes-
suna è più ingrata, pe? nodo, che i Greci la
chiamavano lettera selvaggîa, lettera impura.
Questa verità tanto è manifesta, che un dotto,
.e spregiudicato Inglese non ha ribrezzo di af.
fermare, che'a motivo di questo difetto, anche
alla Hngua- Inglese comune, taluno de’ più ae-
elamati poetr Britanni (4), tentando di espri-
snere la più sosve armonia, ed il: dolce con-
cento degli augelli, fa sentire in vece }' orrido
fischio dissonante de’ serpenti. Or chi non ve-
de, che la giusta, e proporzionata meseolanza.
di vocali, e di consonanti nella lingua nostra,
. (2) Discacciam, delle nuove lettere Op. Tom. 1. p. 238.
Firenze 1763. i
(3) Op. Tom. V. Disc. sopra la poesia p. 7 se
(4) 7 ebb Remarks on the Beauties of Poetry p. 93' .
-
CARATTERE DELLA LING. ITAL. $. 11. 139
cosicchè di necessità non vengano ad accozzarsi
insieme troppe, nè troppo poche tanto delle
une, come delle altre nel discorso, nè vi si ri-
petano soverchiamente le medesime (*); les-
ser tutte le leitere articolate, e spiccate, dote,
che manca alla lingua Francese; il poter. lo
scritiore, mercè la copia delle voci, la facoltà
d’introdurne con giudicio delle nuove, e la li-
bera eostruzione, adunarne insieme un mag-
giore, o minor numero secondo ehe porta il
seggetto; e chi non vede, io dico, quanto tutto
questo contribuisca a rendere una lingua espres-
siva , armonica, musicale ad un tempo, e pit-
toresca ; pregi, che nessuno negar potrà, che
abbondino assai più nella lingna nostra, che
non nella Francese ? Ma se la lirigua Italiana è
la più armenica d’ogni altro idioma vivente,
virce per questo rispetto la Latina, e forse e-
guaglia la Greca, come mai fecero così eattiva
provai versì esametri, e pentametri, che dal
Tolomei nel secoto XVI., e da alcun alro a
(#) Questa dote della lingua Ftaliana dî sfaggire fa troppa
vicinanza, e la tipetizione di una stessa leiteva, ségna-
tamente quando sia vocale , si ravvisa nell’ aver eorrette
| col tempo le voci stesse tolte da lingue straniere, renden>
dole di migliorsuono di quello, che fossero nelle lingue
originali. Ne basti un esempio tra mille. Dice Dante fnfi
Cant. XXI. _ i
» Come nell’ Arzanà de’ Viutziani
» Bolle l’inverno la tenace pece, ec.
La voce Arzanà , tratta come parecchie altre dall’Ara-
bo ( v. Murat. Antich. Ital. Miss. XXPI ) era di fresca
data in Italia. Non avea perciò ancora a' tempi di Dan-
te spogliato il difetto natio. Divennta Italiana venne
corretta dal clima, dall'uso, o da quel genio, qualunque
siasi, che alle lingue presiede, e la voce, che restò si è
Arsenale, voce, come ogriun vede, di più grato suono,
levata via.la ripetizione soverchia delle a; ne nacque pu-
re /Varsena; altra voce all'orecchio assai meno spiacevo-
Je di Arzanà . da
140 LIBRO SECONDO, CAP. IT. La
uesti ultimi tempi sì tentò d’introdurre nel
a Italiano; nè sonarono meglio alle.
purgate orecchie Italiane di quello., che sonas-
sero alle Inglesi. metri così fatti, che il Syd-
ney (5) si arrischiò pure d’introdurre nella
poesia di quella nazione, onde venne detto,
che il verso Inglese zoppicava di mala grazia
s11 piedi Romani? | |
To risponderò primieramente a questa oppo-
sizione, che non è chiaro bastantemente, che.
sì fatto metro ripugni affatto all’indole del no-
stro idioma. Annibal Caro (6), uomo intel-
“ ligentissimo delle cose di lingua, sebben dica.
noq piacergli i versi fatti col numero de’ piedi
antichi, parendogli, come piacevolmente si
spiega, fatti davvero co’piedi, soggiunge però
intendere solamente dei fatti sino allora; che
quel tentativo non gli dispiaceva, ma che le
brigate aveano cominciato a dargli addosso
troppo presto, senza avergli quel rispetto, che
aver si dovrebbe a tutti i principj delle cose,
conchiudendo desiderar egli, che vi si mettesse
davvero una persona di vaglia (*). Del resto
poi potrebbe darsi, che fosse della lingua no-
stra ih questo particolare, come appunto è del-
la Inglese, che a giudicio del signor Foster (7)
non ha tra le sue voci un numero sufficiente di
dattili, e di spondei, onde potersi servire del-
l’ antico metro eroico, ma tende pittosto alla
{5) And Sydney’ s verse halts illon Roman feet.
‘ (6) Lettere Vol I. lett. 58. p. 48. a
- (*) Un intero Poema epico in versi esametri Italiani
sulla fondazione di Torino ha intrapreso, e già condotto
a buon termine il signor Conte Marenco di Castellamon-
le, valoraso nostro poeta, di cui ne abbiamo inteso reci-
tare dei tratti immaginosi . e ricchidi poesia assai.
(©) An Essay on the different nature of accent and
quantity chap. I1I. p. 48. Eton 1762.
‘CARATTERE DELLA LING. ITAL. $. ir. 11
misura de’ versi giambici, e trocaici. Ad ogni
. modo ciascuna lingua ha il suo particolare an-
, damento. Se i versi golla misura degli esame-
tri mal riescono in Italiano, mal riescon pure
i Latini rimati (8), e colle nostre misure più
consuete, dacchè non mancò chi. tentasse persi-
no sonetti Latini. D'altro canto poi sonano be-
nissimo in nostro linguaggio i versi endecasil-
labi, i Saffici, ed altri metri Latini Oraziani,
che s'incontrano nel Chiabrera, nel Rolli, nel
Metastasio, e che ultimamente, dopo tanti se-
‘ coli di poesia Italiana, diedero campo di aprt-
re una nuova scuola sul nostro Parnasso al va-
loroso poeta il signor Conte Fantoni. All’ ul-
_timo una prova convincente, che il difetto di
metro eroico nulla abbia che fare coll’ armonia
di una lingua , si è, che la lingua Tedesca lo
‘ammette a giudizio dello stesso defunto Mo-
narca Prussiano (9), non troppo prevenuto in
favore del proprio idioma. E chi sarà mai que-
gli, che ardisca chiamar per questo motivo più
armonico, ragguagliata ogni cosa, 1’ idioma
Tedesco, che non l’Italiano? Ben a ragione
pertanto il celebre Abate Lazzarini in un’opera
da lui ideata , di cui parla Monsignor Fabro-
ni (10), lodar volea la lingua Italiana sopra la
Latina , anche per questo rispetto di essere sta-.
ta priva, attesa la diversità del metro, di quel-
FP aiuto, ch’cbbe la Latina dalla Greca, nel
dar fuori tante maniere di comporre. Potrem-
mo chiudere questa parte, che tratta dell’ ar-
monia della lingua Italiana con recare ciò , che
(8) v. Dialoghi gi Stefano Gnazzo. Della poesia Lati-
‘ma, e Toscana p-198: Piacenza 1587. ve: i
(9) De la litter= Allemande p. 11
(10) Lettera del Lazzarini al Crescimbeni *pre:so Fa -
broni Zitae Italor. doct. exec. "T. XIV. pag. 105, È
buena AN
142 LIBRO SECONDO ; CAP. JT,
in questo proposito ha pure notato uno scrit=
to:c spagnuolo il signor Stefano Arteaga (11),
che è del tutte conforme a quanto ne pensava
il Rousseau; ma avendo” questi, in ‘certe sue
— annotazioni (12), messe in campo diverse mal
fondate accuse coutro la lingua Italiana , vitto-
riosamente dileguate dal celebre Storico della
letteratura Italiana (1 3), siccome non accon-
sentiamo aì biasimi, così non crediamo di do-
verci prevaler delle lodi, sebben giustamente
da lui al nostro idioma attribuite. i
$. IV. Costruzione della lingua Italiana : si
difende da una taccia datale dall'Abate di
Condillac . e
Le prerogative suddivisate, di cui a prefe-
renza del ‘Francese gode il nostro idioma , non
solo più armonico il rendono, ma più maneg-
gevole ‘eziandio, ed una lingna maneggevole ,
ognun vede, che a qualunque soggetto, sia gra-
ve, che piacevole, sia dotto, e severo, che a-
meno, sia recendito , che comunale, «può con
facilità grandissima piegarsi. La liogua Latina
non può quasi procedere senza :invertir' l’ ordi-
ne naturale; la lingua Francese non ha facoltà
d'invertirlo; Ja lingua Italiana può ed inverti-
re, e non invertire, secondo .che meglio torna
im acconeio e secondo che meglio si confà allo
«stile ,.in cui quegli, che se ne serve intende di
(11) Rivol. del Teatro music. Ital. cap. IT.
(12) Annotazioni del sign. Ab. Arteaga alla Dissert. del
sig.'D. Borsa, Ì
(157 Tirab. Stor. della Lett. Ital. pref. al T. HT. ediz.
di Modena .787. V. purei Dialoghi tra il sig. Stefano Ar-_
teaga, e Andrea Rubbi im difesa della lett. ltal. Veuez.
1784.
GARAFTERE DELLA LING. ITAL. f.1v. 143
adoperarla. A questo pregio della lingua Italia-
na non pose mente il dotto Abate di Condil-
lac (1) quando asserì esser dessa propria a con-
‘traffare tutti gli altri linguaggi, ma priva di ca-
‘rattere proprio, ed originale, allegandone per
motivo (giacchè troppo facil cosa si .è il tro-
vare la supposta cagione di ùn effetto immagi-
nario ), che i mostri scritfori, ‘usati da prima
ad imitare i modi, ed il giro delle frasi della.
lingua Latina, non seppero più scrivere, se non
seimitando © ila lingua Latina stessa , od alcun
altro idioma, quasi dipintori privi di fuoeo
originale, che‘non sanno trarre un segno senza
avere davanti una carta, un modello, od un
gesso per guida. Nè lascia dì osservare in ap-
presso, ascrivendo ad universal difetto della na-
zione ciò, che è colpa di alcuni soltanto, che
al presente l'idioma Francese si è quello, il
genio di cui, ed ‘il sapore tentano d’imitare gli
Italiani, secondo l'usato loro stile di appog-
giarsi sempre ad alcuna lingua straniera .
Io ripiglierò prima di tutto: i nostri scrittori
più antichi, più riputati, e classici, e «chi non
vede, -che quantunque ‘nudriti de’ libri dell’ an-
tichità , hanno tutti un carattere loro :proprio,
che dai Latini li distingue? Non parlerò ‘dei
poeti per esser la cosa troppo manifesta. Ve-
niamo a’prosatori ,-ed a quelli tra ‘essi, che
. sono più conosciuti fuori d’Italia, quai sono
gli storici. Se la lingua nostra non avesse un
carattere originale, come sarebbe possibile, che
avessimo storici originali? come potremmo in.
questa parte superare tutte le nazioni moder-
ne? Nè questi sono già vanti, e pregiudicj na-
‘zionali; che anzi vi lia taluno tra’ nostri lette-
| (1) Coursd'etudes T. XV p. 175.
1/44 LIBRO SECONDO) CAP. IT.
rati (2), che troppo severamente ne ha recato
giudicio. Qualunque sieno pertanto i difetti, di
cui possano dessi venir tacciati, il Voltaire con-
fessa in più luoghi non aver la Francia uno
storico, qual si è il Guicciardini, da contrap-
porre all’ Italia, e celebra parimente il Segre-
tario Fiorentino, nella pura qualità di storico
considerandolo. E il Bolingbroke (3), uomo di
lettere , e di maneggio, e che conoscea più che
mediocremente la lingua, e gli scrittori nostri,
non ha alcun ribrezzo di collocare il Guicciar-
dini succennato sopra Tucidide, e di egnagliare
il Davila a T. Livio; che anzi per combattere
quell’ accusa, che vien data a quest’ultimo di
‘essere troppo sottile, e fantastico indagatore
dei secreti istromenti di que’ gran moti, che eb-
be. a descrivere, narra, che il Duca di Eper-
non (4), il quale tanta parte avuto avea nelle
‘guerre civili di Francia , ancora vivente allor-
chè uscì alla luce la storia di Davila, non solo
coufermò la verità delle cose ivi raccontate, ma
facca le meraviglie, come uno straniero , qual
.€gli si era, avesse potuto essere appieno infor-
mato de’ consigli più secreti, e delle pratiche,
e negoziazioni arcane di que’ tempi. Osserva al-
trove lo stesso Milord Bolingbroke nulla aver»
vi nella storia di più difficile di que'ritratti po-
litici in generale, che presentano l’aspetto dei
tempi, e de’ paesi diversi, e dopo aver accen-
nato, che trovar non'sapea alcun’ opera di tal
natura presso gli antichi eseguita a dovere, sog-
giunge, che il primo libro delle storie Fioren-
(9) Bettinelli pref. al Risorg. d’ Ital."
(3) Bolingbrok®s Letters on study of Fist. Vol. I.
P. 197.
(4) Morì il Duca di Epernon nel 1642. vecchio di 88
anni. v. Henault Abregé de l’ Hist. de Frauce ,
©
| CARATTERE DELLA LING, ITAL. $. iv. 145
tine.del Macchiavelli è un pregevolissimo ori-
.ginale in questo genere (68), e che alcun’ opera
del famoso F. Paolo în questo stesso modo di |
scrivere è forse inimitabile. La contrada dell’ Eu-
ropa, dice il signor Blair (69), doveil genere
storico abbia fatto maggior pompa di sè negli
ultimi secoli, è senza dubbio l’Italia . Tosto do-
po il rinascimento delle lettere Macchiavelli,
Guicciardini, Davila, Bentivoglio, Fra Paolo
si distinsero oltremodo nella storia . Questi tut- -
ti se ne formal®uo le idee più giuste, e riusci-
rono dilettevoli , instruttivi, ed interessanti scrit-
tori, talchè , qualunque sieno i difetti loro, me-
ritano, ragguagliata ogni cosa, di venir collo-
‘cati nel primo ordine degli storici moderni. Il
sign. Gibbon poi ultimamente affermò (70), che
il Guicciardini, il Macchiavelli, Fra Paolo, ed
il Davila erano giustamente riputati i primi sto-
rici delle moderne lingue di Europa, insino a
tanto che in questo secolo sorgesse la Scozia a
contrastar questa gloria all’Italia medesima.
Una lingua, la quale, a giudicio degli stra-
nieri medesimi illuminati, può vantare scrittori
così fatti, io non so con qual fronte potrà limi-
tarsi al solo uso di contraffare gli altri idiomi;
quasi a servile, e buffonesea condizione condan-
nata. Egli è vero; che il Bettinelli accusa i no-
stri storici di aver troppo imitato gli scrittori
dell'antichità, ma io son certo, che egli con
questo biasimo , che credette di dover dar lero,
non pretese mai di negar ad essi il pregio, rag-
guagliata ogni cosa, di essere uomini originali,
i NETTO »
(68) Lefr. on study of History Vol. II. p. 186.
. (69) 2/air on Ràetoric. and Bell. let. lect XXXVI. Hi
storical Writing Vol. 1H. p. 65. |
“ (70) Gibbon's History of the Decl. and fall of the Ro-
man Empire chap 70. not. 89. - 2 i
Voll di 7
©
146 . Lisro SECONDO, CAP. II.
e tanto meno di metterli sotto gli storici di qua-
lunque altra nazione moderna. Ragionavasi una
volta tra colti, ed eruditi soggetti, degli storici
nostri, e venendosi, per ‘quanto mi sovviene, a
confrontarlì co' Latini, si dovette conchiudere,
non potersi ravvisare tra gli uni, e gli altri, se
non se rassomiglianze generali; e queste rasso-
miglianze risguardavano la qualità delle cousi-
mili circostanze estrinseche de’ tempi , de’ luo-
ghi, delle cariche sostenute, e de’ consimili suc-
cessi descritti, piuttosto che un@intrinseca con-
formità ne’ concetti, nello stile, e nel sistema
delle .opere loro; la quale difficoltà di formare
un paralello de’nostri cogli antichi vie più di-
mostra l’oviginalità de’ primi, LD
Non ni:ga, che se a giudicio star volessimo
di alcuni più del dover affezionati alla Latinità :
vuota, ed a ciò, che alle frasi Latine, ed all’on-
da di que’ periodi si confà, tra’ classici Italia-
ni ammetteremmo serittori così fatti, che da-
remmo peso alla prima parte dell’ accusa del
Condillac. Ma agnun sa, ghe il Bembo co’ suoi
seguaci, il Casa medesimo nello stile didattico,
ed aliri scrittori del secolo XVI,, i quali, ri-
guardando la lingua nostra came morta, rac-
cogliean frasi da quelli del Trecento , ed il giro
del periodo imparavanao da’ più pomposi tra’ La-
tini, non. sono al presente riputati assai, nè.
gran fatto studiati. Che più? ll Boccaccio me-
desimo , tuttochè qualche condiscendenza usar
si debba al primo prosatore, secondo. l’ordine
de’ tempi, più. regolato, e gentile della lingua -
nostra, tutigghè inarrivabile ei sia nella imita-
zion del cosiume, tuttochè naturale, ed espres-
‘sivo in que’ soggetti delle sue novelle, che più
si accostano allo stile comica, tutto si trasformi
nelle cose stesse ch'ei narra, con tutto questo,
CARATTERE DELLA LING. ITAL. $.IV. 149
‘a’ cagione appunto di quel suo sempre pom-
‘poso andamento, e dell’affettata «dicitura, non
ha più quel sì gran numero di adoratori, che
vantava una volta, e buona parte vide ca der a.
terra degli altari alzati ad onor suo.
Lo stile poi adoperato da’ moderni Italiani,
o è vizioso, ristretto ad alcuni ‘pochi, e biasi-
mato dai più savj; ed in tal caso, sebben tolto,
ed imitato dai Francesi , non può recar tal dan-
maggio lingua, da farla risguardar come tutta
gerteralmente infetta, e priva di carattere pro-
prio: o è uno stile naturale, schietto, clegante,
“ma non affettato , florido:, ma non coricettoso,
qîiello stile, che esprime una nobile, e disin-
volta conversazione, -instruttiva, e dilettevole 4
e questo stile non può esser mai imitato da’ mo-
derni Francesi, a’ quali, secondochè osservò lo
stesso Voltaire, troppo vanno a grado îl dire
sforzato, l’ epigrammatico, il sentenzioso, e
l’entusiastico. Senzachè questa maniera di scri-
‘ vere schietta, e naturale ha tra noì esemplari
antichi lodatissimi, ed anteriori di più secoli a
quelli del Regno di Luigi XIV. Gli scrittori
nostrì del Mille trecento sono tutti, general-
‘ mente parlando, concisi , se ne togliamo il Boc-
caccio. E se rifiutar li vogliamo come troppo
aridi, digiuni, e sparsi di voci antiquate, ab-
biam pure il Macchiavelli - sopraccitato, léò
stile di cui non ha invecchiato pressochè pun-
to-, nè poco, il Castiglione nimico dichiarato
della lingua Fiorentina, e della Bocaccievole
dicitura; il Bandello, che scrivendo Novelle
seppe pigliar nuova strada, che,.se non è mie
gliore di quella battuta dal Boccaccio, alla lin-
gua corrente a’ dì nostri sicuramente assai. più
si accosta. Tutti questi nacquero nel 1400., e
nel principio fiorirono del secolo XVI.; e di
148 =. 11eRo SECONDO, CAP. IT.
. un tal modo di. serivere si piccarono i più ri-.
nomati scrittori di quello stesso secolo, che
tuttora vengono riguardati come i maestri del.
bel parlare. Il sempre gentile, e colto Annibal
Caro richiesto dal celebre scrittore delle vite
degli artefici del Disegno Giorgio Vasari a spie-
gavgli il parer suo intorno allo stile, di cui avea
stimato doversi servire nello stenderle, dopo
aver lodata l’opera di lui (71), come ben si me-
| ritava, soggiunge desiderar soltanto , che igggl]-
cuni luoghi si levassero via certi trasportî di
parole, e certi verbi posti nel fine, talvolta
per eleganza, che nella lingua nostra a lui. ge-
neravano fastidio. In opere simili, ei conchiu-
de, la dettatura vuol essere appunto come il
parlare, aver più .del proprio, che del metafo-
rico, o del pellegriuo, e del corrente più, che
dell’affettato. Nè solamente al troppo rumoro-
so, e risonante giro de’ periodi, ed ai rimoti
trasporti sì dimostra contrario il Caro, ove si:
tratti di opere, che, come la sopraccennata del
Vasari, sono per natura loro di-stile mediocre;
ma quello, che è degno di maggior considerazio-
ne, non sa neppure appraovar tal cosa interamen- .
te anche nello stile oratorio. Di fatti scrivendo
al Salviati, e ragionando dell’ orazione di questo
. Cruscante in lode del Varchi, non ha alcun ri-
PA
brezzo di dirgli, che la composizione delle pa-
role, per bella, artificiosa, e figurata, ch’ ella
si fosse, gli pareva alle volte confusa; ed ag-
giunge (72), che credeva proceder questo dalla
lunghezza de’ periodi, per esser dessi di più
membri, che non bisogna alla chiarezza del di-
(71) Caro Lettere famil. Vol. I. lett. 174. p. 289. Padova
1763. | “i
: -{y2) Caro Lett. T.1I. lett. 865 p. 475.
e
CARATTERE DELLA LING. ITAL. f.Iv.. 149
re, il che fa confusione, e si lascia indietro gli
uditori. Finalmente nell’ ultimo scorso secolo,
sebben tanto biasimato da chi non ne conosce, -
che gli ampollosi scrittori, il Dati , il Magalot-
ti, il Segneri, iFRedi erano già pervenuti, se-
«condo che osserva il nostro Abate Denina (73),
a quel grado di precisione, e di costruzione a-
nalitica, di cui tanto si vantano ì Francesi, e
prima, che i Francesi medesimi Pe aspi-
rarvi. Ecco pertanto , che lo stile chiaro, pre-
ciso, naturale, e disinvolto è tanto antico fra
noi ;\che nessuna. moderna nazione, non che fa
‘ Francese, può vantarsi di esserne stata maestra ‘
all'Italia. Ad ogni modo quello, che evidente>
mente dimostra essere la lingua Italiana dotata
di un proprio suo, e special carattere origina-
le, si è, che vengono meritamente biasimati
anche al giorno d’oggi, sono di leggieri rico-
‘nosciuti per corruttorì, e non sono sicurameu-
te scrittori di pr'mo ordine coloro , che imita-
‘no in Italiano la sintassi, e la mauiera di fra-
seggiare Francese (74), e trasportano, sènza
necessità veruna , nel nostro idioma, le voci, €.
i modi di dire Francesi (*). e
. (73) Letter. critig. pour servir de supplem. au Disc. sur
la question - Que doit-on à l’ Espagne; par l Abbè Deni-
na Berlin 1788. Papi. n
(74) V. Bettinelli prefaz. alle opere sue . | i
_ (*) Non pochi lsaliani resteranno meravigliati dal’
Amostrar, che fa l'Abate Cesarotti di risguardar come in- —
separabili in Italia il genio filosofico , la coltura' delle —
»’ scienze , ed il Francesismo ( Saggio sopra la lingua Ita-
liana p. 157. , e p. 118.). A me pare, che il Francesismo
nulla abbia prodotto, che il Francesismo, vale a dire
wua ridicola , e dannosa imitazione di lingua, e di co-
stuni stranieri. Non concede egli, che Firenze merita
d'esser chiamata per doppio titolo l’ Atene d’Italia, per
aver propagata tra noi , e diffusa Ja luce della filosofia ,
come dianzi avea propagata quella delle lettere? I nostri
ns
150 LIBRO SECONDO, CAP: IT. ..
Concederemo al Condillac, che quelli, che
imitano .servilmente, non arrivino giammai ad.
eguagliare gli autori imitati. Gli uomini tutti,
come-avvertì assai: bene il solitario meditativo
poeta Young (75), hanno ur carattere proprio,
che si trawisa, e si perde col voler ciascheduno.
diventar altro, per via d’imitazione, da quelloy
che naturalmente si è; 8’ impiccioliscono dessi
in questa guisa, e tutto quello, che, abbando-
nato all’indole spontanea, riuscirebbe grande
tanto nella letteratura , come nelle diverse pro-
- fessioni della vita, meschino , ‘ed abbietto per
via dell’arte diventa. Ma che perciò? L'accusa
va a ferire direttamente i Francesi scrittori, gli
Italiani-non mai. Se gli scrittori Francesi non
‘imitano quelli di alcun’altra nazione, non ne
segue già da questo per necessaria conseguenza,
che non imitino in nessun modo. Concedendo
FP Abate di Condillac aver dessi tutti un, carat-
tere loro proprio , ‘uno stesso colore uniforme,
anzi-per questo appunto celebrandoli, non è
forse costretto a confessare, che tutti 5° imita»
no vicendevolmente, e quasi senz’ avvedersene?
Gra non è forse miglior partito (quando pure
imitar si. debba), che ciascheduno a seconda
politici, i nostri filosofi, i nostri vomini grandi in ogng
maniera di scienzenon seppero scrivere senza ajuto di li-
bri Francesi ? Sarpi non iscrisse prim di Bossuet, Gali-
leo prima di Cartesio? L’ Accademia del Cimento non fa
il modello di quella delle scienze di Parigi? La Francia”
non cercò Cassiniin Italia? Quanti politici , quanti scrit-
tori di guerra, di architettura, d'ogni Facoltà prima del .
predominio Francese! Qual bisogno adunqne di libri , e
di letteratura Francese tra noi? Qual è lo scrittore di poe-
sia veramente celebre, che. abbia affettato il Francesi-
smo? Quale ajuto trasse lo stesso signor Abate Cesarotti
dal Francesismo per tradurre l’ dntico poeta Celtico,
traduzione, che il rese celebre in Italia?
(75) Young la Comp. orig.
CARATTERE DELLA LING. ITAL: $. Iv. 15?
dell’indole sua, del genio, e del soggetto, di
cui intende trattare, sì rivolga ad esemplari di-
versi, piuttosto , che copiarsi l'un l’altro nella
guisa succennata? Esserido libera la scelta, ed
ampio il tesoro, da cui scegliere, vale a dire
lingue, ed autori d’ ogni contrada, e-d’ogni se-
coto; ciascheduno. imitatore perderà meno di
quel carattere originale, che annida in lui, 6
che, a giudicio di Young ; viene dalla educazio-
ne, sia Tetteraria, che domestica , soffocato ed
oppresso. »
Inoltre, se sî dice aver un carattere suo o pro-
prio una lingua, la quale fa, buona prova in pe-
chi generi di stile, in ciascun de’ quali domina
nna certa uniformità, che, se mal non m’av
viso, si è il caso della lingwa Francese, e per»
chè mai l’attitudine di poter riuscire in tuttà
non formerà il carattere speciale di un altro
idioma? tarito più, che, tra Je lingue viventi,
appartenendo per avventura questa qualità alla
sola lirigua Italiana, giunto all’essere la più
‘armoniosa, ed èspressiva; il pregio di lei , ‘ed
Îl carattere ‘principaley e doiminante ne costi?
tuisce? Lo sbaglio del dotto institatore del
Principe di Parma in ciò consiste, che non fece
differenza da lingua a stile. Se avesse egli affer-
mato la lingua Francese non avere, se nonse
pressochè uno stile, l’ Italiana averli tutti, co-
| me di fatti la cosa sta, non avrebhe sicuramen-
te con una sì fatta asserzione dato il biasimo
alla lingua nostra di nori avèr carattere proprio;
ma disse: Ia lingua Francese non imita alcuna
altra lingua ,-l Italiana le contraffà tutte, ed il
contraffare, supponendo ognora un dla
od un modello, malto al di sotto del quale
restar si deé di necessità, venne a dare una tac-
cia non picciola al linguaggiò Italiano . E que-
152 LIBRO SECONDO ,.CAP; If
sta accusa essendo.uscita dalla penna dì un no-
mo istruito assai, e che, attesa la lunga dimo-
ra fatta in Italia, avrebbe dovuto conoscerne
l’idioma, tenderebbe a deprimerlo , ed avvi-
lirlo nel concetto degli stranieri troppo ingiu-
| stamente, se non si fosse riputato egli stesso te-
nuto a soggiungere, che arrischiato per avven-
tura potea essere il giudicio suo in questo par-
tieolare, ondechè ne lasciava ad altri la risolu-
zion decisiva. Siccome quell’ istromento musi-
cale, che può adattarsi a tutti i tuoni è assai
‘più perfetto di quelli, i quali di un solo, o di
pochi son capaci, così senza controversia ri-
guardar si dee per maggiormente perfetta quel-
la lingua, che ad ogni stile si piega, in con-
fronto di altri idiomi, che in troppo più angu-
éto giro si ritrovan ristretti. © |
$. V. Lingua Italiana arricchite colla lette»
| ratura antica, € straniera.
Del rimanente, il rimprovero dell’ Abate di
Condillac è una lode, ed un vanto singolare
dell'ingegno Italiano, derivando da quel me-
desimo principio, che, ‘ben diretto, per due
volte rese l’Italia institutrice, e reggitrice del- .
le colte nazioni. Tanto è vero; che gli Ita-
liani seppero in ogni tempo trarre dalle stra-
niere genti tytto ciò , che secondar potesse i lo-
ro disegni nelle cose, sia di Stato, sia di guer-
ra, sia di lettere, che, siccome ognun sa, per
| consenso generale de’ savj, si attribuisce in gran
parte la grandezza, a cui giunsero i Romani, a
questa qualità, ed al nissun ribrezzo, che mai
non ebbero nell’ adottare tutti que’ modi, in.
stituti, armi, leggi, costumi, che’ contribuir
potevano a condurli all’altezza, cui salirono,
CARATTERE DELLA LING. ITAL. €. v. 153
tuttochè fossero usati ‘da prima dai debellatî
nemici. Oserà fagse alcuno, a cagione di que-
sta pratica costantemente tenuta d& essi, nega-
re un carattere proprio a quel popolo domina-
gore ne’ suoi più bel giorni? carattere , che, ben
lungi di rimaner sommerso in fondo tra tutti.
questi ondeggiamenti, vîene portato a galla, e
spazia, e signoreggia , e trionfa sopra gli stra-
nieri usì adottati, come sopra conquistate spo-
glie, macstosamente. Au
« Dopo la rovina dell'Impero Romano, sin-
chè gli Italiani si destassero dall’alto sonno;
. in cui immersi gli aveano le eccessive ricchez-
ze , la corruzione morale, e politica, e }’avi-
dità dci Barbari predatori, e sinchè îì nuovi
Settentrionali abitatori dominanti prendesseroè
costumi appropriati alle nuove sedi , restò que:
sto pregio eziandio, e questo distintivo della
mazione Italica nascosto, e sopito, ma fuidei
primi, in un colla libertà, colle arti, col com-
mercio , a spuntar verso il Mille. L’ epoca del-
l'universal risorgimento d’ Europa a’tempi del-
le Crociate viene comunemente fissata . Pregiati
erano a quei tempi gli Arabi; i loro sottili stu-
dj, le giostre, le tesi, gli amori, la cavalleria,
e la gentilezza medesima, dé cui in quella età
erano specchio alle altre &azioni, divegnero
- soggetto de’ pensieri degli Italiani. Succedette»
ro i Provenzali nella coltura, nella galanterìa ,
nel brio; e gli Italiani tosto si studiarono di far
proprio quanto di gentile, e di spiritoso ebbe-
ro occasione di ammirare net modi di quella
nazione, tanto più, che nel regno di Napoli,
ed in altre parti d’lialta ebbero i Conti di Pro-
venza lungo, e brillante dominio. Nel secolo
XIV. si comiuciò a conoscer meglio la storia,
e gli scritti degli antichi Romani, e con-un ar-
7.
è
Y
Cola di Rigazo (76), uno
straordinar), e singolari, che sieno sorti giam- .
. 154 LITRO SECONDO, CAP. Il. .
dire, e con un entusiasmo senza pari si credet-
tè di poter tentar Re farli rivivere.
egli uomini più
mai, sì specchiava ne’ monumenti de’ secoli R0,,
mani, e speculando su quelle rovine, e magni-
ficandole, e studiando sui libri dissotterrati ,.sì
sentì compreso da un ardente desiderio, eroico
e sempre memorabile, di sollevar Roma alla
prigoiera grandezza. Fattosi capo del Popolo
Rginano, sertisse al Papa, che se ne fosse tosto
dovuto venire a far residenza ‘a Roma, scrisse a
Lodovico il Bavaro, ed a Carlo di Boemia, che
fra certo tempo, per mostrare le loro ragioni
Fassa l’Imperio, in Roma comparissero ; e con
ar voce di voler la Repubblica Romana all’an-
tica grandezza ricondurre, richiamò l’ universo
all’ obbedienza del Campidoglio . È sebbene non
siasi poi egli saputo nell’ acquistata autorità, e
grandezza mantenere, qualunque giudicio for-
mar se ne voglia a’ dì nostri da cert’uni (77),
non fu mai.atto nè più illustge , nè più famosò.
Intanto fra i libri dell’aniichità, e le antiche |
Romane idee grandiose , tra le Arabe sottigliez -
ze, ei versi, e le miorbidezze Provenzali SCOp-
| piò il carattere originale Italiano, che dominò
“sopra ogni cosas wi assodarono Repubbliche,
pacquero nuovi, e si dilatarono àntichi Princi-
pati, si estesero i traffici; l’ Italia, divisa in
piccole Sovranità, fu la prima contrada di Eu-
ropa, che vantar potesse marineria, commer-
cio, e lettere.a preferenza di ogni altra nazio-
ne. Schiusi i semi del vero , del grande, e del
‘ (76) Vita di Cola di Rienzo presso il Murat. Ant. Med.
Aevi Vol. III. p.249. v. Gibbon History ofthe Decl. of
the Roman Emp.ch. 70. uu |
(79) Botero Disc. delia Nobiltà p. 244.
CARATTERE DELLA LING. ITAL. G.v. 155
bello, le arti figurative fecero pomposa mostra
di sè, e sorsero i tre Padri della lingua. Petrar-
ca sì lasciò addietro d’immenso tratto i Tro-
vatori Provenzali; ik Decamerone spense la fa-
mha di tutti 1 Romanzi anteriori oltramontani,
che già insin d’ allora dalle nostre donne con
grave danno del buon costume leggevansi (78),
come Francesca da Rimini per sua rovitia pro-
vò; e Dante, non contento di vincere in ro-
bustezza di stile, e forza d’immaginazione
gli scrittori di visioni, che aveano voga a’ tem-
| pi suoi, parimente secondo l’uso Provenzale,
ebbe inoltre il vanto di essere il primo, che
rese più comuni le idee delle scienze recondite,
ed astratte, e che seppe far parlar dottamente
una lingua volgare. Che Dante, e Petrarca ab-
biano spento del tutto il nome, la lingua, ed i
componimenti de’ Trovatori, è cosa così ma-
nifesta, che venne riconosciuta candidamente
dall’ Abate Millot nella Storia (79), che intra-
prese a dettare di que’ precursori della poesia
‘Francese. Ma che i tre Padri della lingua Ita-
liana riguardar si debbano come destinati a fis-
sar l’ epoca della letteratura tanto in Inghilter-
ra, quanto in Francia, ed in Ispagna, sembre-
rà un vanto esagerato della nazione Italiana.
Eppure nulla v' ha di più incontrastabile. Gar-
cilasso, e Boscan studiarono Petratca, e gli al-.
‘tri classici Italiani in Ispagna a’tempi di Car-
lo V., come studiati erano in Francia dalle.
Priricipesse reali, e dai gran Signori alla corte
di Francesco I. E per rispetto all’ Inghilterra il
{78) Dante Inf. Canto V. « Galeotto fu il libro e chi
« lo scrisse. V. 15”. SE :
(79) Discours préliminatre sur l’ Hist. des Troubadours
p. LXXAIF. v. prre Dialoghi tra il sig. Gio. Andres, e
Atndrea Rubbi p. 38. Venez. 1787.
156 LIBRO SECONDÒ, CAP. 11.
signor Warton (80) attesta, che la lingua, e la
civiltà d’ Italia erano studiate, e stimate in In-
ghilterra da que’ signori, e cortigiani, che aspi-
ravano alla lode di un sapere elegante, e che
i sonetti del Petrarca erano i.gran modelli del ©
comporre. E convien dire, che già molto tem-
o prima bramassero gli Inglesi di conoscere
a letteratura, e la poesia Italiana; giacchè veg-
| giamo al Concilio di Costanza (81) due Vesco-
vi Inglesi fare, in un col Cardinal nostro di Sa-
luzzo, Amedeo, figlivol del Marchese Federico,
così calde istanze a Frate Giovanni da Sera-
valle Vescovo di Fermo, perchè voltasse in La-
tino Dante, che a tal fatica si accinse di buon
grado quel Prelato, e la condusse a termine
nel 1416 , mentre si trovava aucora a quel me-
desimo Concilio. Sebben pertanto alcuni fasti-
diosi declamatori, elodatori de’ tempi andati ri-
prendessero i loro contemporanei per aver ab-
bandonato, in cose di poco conto, le pedate
de' loro maggiori, e preso a seguire gli usi, e
le foggie straniere, ed a studiarne le lingue (*),
chi negar vorrà ciò non ostante, posto quanto
abbiam sin qui divisato, che i popoli Italiani
vantassero in ognîì cosa, e singolarmente m
ciò, che sì appartiene alla lingua , nel secolo
XIV. un carattere loro proprio, e nazionale?
. Nel secolo che viene appresso seguì la presa
di Costantinopoli. I Greci sfuggiti dal dominio
. (80) 7. 77arton Hist. of English Poetry T. 3. sec. 19,
20 presso Denina Vic. della Jetter. T. I. p. 535.
(81) Fontanini Bibliot. T. I. p. 355, 356.
(*) Relinquentes suorum vestigia patrum ..-. coepe-
ruut strictis.... vestibus uti more Hispanico, tondere
‘ caput more Gallico, barbam nutrire more Barbarico,
furiosis calcaribus incedere more Theutonico , variis.
linguis loqui more Tartarico .- Opuse. de gestis Azonis
Vicecom. R. 4. Tom. XII. pag. 1033, 1054.
CARATTERE DELLA LING. ITAL. È. v. 157
barbarico , e dalla ferità del conquistatore Ot-
tomano , portarono la lingua degli Omeri, e dei
Platoni in Italia. Si studiarono allora gli anti-
chi con un’avidità eccessiva, si ractolsero co-
dici , medaglie, si formarono biblioteche, con-
tribuendovi la stampa, che prima in Italia, che
altrove ampiamente sî diffuse verso il fine del
secolo. Ma non ostante il pregio, per avventu-
ra soverchio , in cui erano salite le lettere Gre-
che, e gli studj tutti dell’ antichità, tanto man-
ca, che glì Italiani fossero servili imitatori dei
Greci rifuggiti, che nessuno di questi ultimi po-
tè giungere ad un egual grado di celebrità let-
‘ teraria, a cui pervennero non pochi Italiani di
quella età; e la lingua Italiana, sebbene allora
pochissimo coltivata, vanta in quello stesso se-
colo le Stanze del Poliziano, operetta originale
per ogni verso, che risguardar si voglia , l’Orfeo
del medesimo, primo abbozzo della Pastorale,
e forse dell’opera in musica , il poema del Pulci
‘stimato da alcuni, e sopra tutti il Bojardo, che
dal canto dell'invenzione non la cede ad alcu-
no, e che si può chiamare il padre poetico.del-
l’Omero Ferrarese Lodovico Ariosto.
Quanto vario fosse nel principio del Cinque-
cento il modo di conversare nelle diverse corti,
quanto diverse le foggie, gli abiti, i costumi,
.sì può raccogliere dal Cortigiano del Castiglio-.
ne (82); ed intorno al gusto di parar camere
sì vuol notare quanto accenna un Cavaliere del
la stessa famiglia dell’autor del Cortigiano. che
scrisse pure circa que’ tempi (83,; perciocchè
dopo aver questi ragionato de’ var) modi di a-
{
(82) Lîb. II. fol. 70, 71. Venezia 1559, nti .
(83) Ricordi di Mousiguor Sabba Castiglione Cav.
Geros. Ric. TX. do n o
* -
£
158 .- LIBRO SECONDO) CAP. IT.
aobbarle, come allora costumavasi, con mede4
glie, antichità, pitture, scolture, ed istromenti
di musica, soggiunge, che alcuni le adornava-
no con panni di arazzo venuti di Fiandra fatti.
a figure, e fogliami; e chi con tappeti Turche-
schi, e Soriani, e spalliere barbaresche; chi
con cuoi ingegnosamente lavorati, venuti di Spa -
gna; ed alcuni altri con cose nuove, fanitasti-
che, e bizzarre, venute di Levante, é di Ale-
magna. Non traluce anche in ciò il genio degli
Italiani di voler godere di ogni specie di bello ?
il bello eroico, direi -così, ed il bello esotico,
e barbaro? In mezzo a questa varietà di gusti
‘ciò non pertanto, in merzo a’ Romanzi di caval-
leria Spagnuoli, ed anche Francesi ora condan-
nati ad un eterno oblìo , dipingeva, ed ottene-
va applausi Rafaello, scriveano il Segretario
Fiorentino, il Castiglione, il Guicciardini, il
Bandello, e cantava le immortali sue ottave.
l’ Ariosto, facendo trionfare sopra tutti questi
gusti stranieri il genio, il-gusto della lingua,
e della nazione Italiana. ui i
Il dominio di Carlo V. in Italia, le guerre,
e le fazioni Imperiale, e Francese resero gli
Italiani a’modi di quelle nazioni piegati, e pro-
pensi, con predominio dopo la metà del secolo
‘stesso X.VI. degli Spagnuoli, predominio, che.
durò (tuttochè con qualche mescolanza di ge-
nio, e di partito Francese) in alcuni Stati, e
famiglie Italiane sino al regno di Luigi XIV.
Main quest’ epoca eziandio, quanto di’ spiriti
Italiani non dimostrarono i Duchi di Savoja, i
| Medici, diversi Sommi Pontefici, e tra le Re-
pubbliche Venezia, ed ‘a giudizio del -Boccali-
ni (84) la stessa Genova, che dagli interessi
(84) Pietra del paragone rag. II.
GARATTERE DELLA LING. ITAL. $. v. 159
.degli Spagnuoli tanto in apparenza sembrava pur
dipendengg.? Gli Italiani, come acconciamen:
‘te avverté il mentovato Politico (*); sono una
generazione di uomini, che mal si dimesticzno
sotto la dominazàone straniera, e sebbene age-
volmente prendano i costumi delle nazioni si-
‘ gnoreggianti, serbano tuttavia nell'intimo del
cuore vivissime le antiche massime loro con-
naturali . Ora: setraspariva il genio Italiano Rel-
le stesse Provincie soggette, e dipendenti da
. estero domini , ne’tempi in ‘cui Potentati stra-
nieri in gran parte signoreggiavano l’Italia, the
dir si dovrà nell’età nostra, im cui >può oggi-
mai vantarsi di avere Principi naturali in ogni
suo Stato? Certa cosa si è che non ha la na-
zion nostra abbandonata l’antica pratica di vo-
ler approfittarsi per arricchir la sua letteratura,
per promover le arti, per goder degli àgi, e dei
piaceri della vita, e per vie maggiormente per-
fezionare la lingua medesima, dei modi, delle
‘usanze, dei libri, e delle lingue di quelle na-
zioni, che ora primeggiano in Europa, quai
‘sono Tedeschi Inglesi, e Francesi, ma non si
‘è per questo scordata di èssere Italiana yin ispé-
cie nella lingua. Negli Scrittori stessi tinti di
colore straniero soverchiamente, e di vizj infet-
ti opposti del tetto al genio dell’idioma nostro,
se pur sono di qualche ingegno forniti, un non
so che balena sempre di nazionale, che li di-
“€ x*) Sono (gl’ Italiani ) gràn mercatanti della, foro
servitù, la quale trafficano con tauti artific}, che con
essersi solo posti in dosso un pajo di braghesse alla Si-
‘vigliana forzano voi a credere , che sieno divenuti buoni
Spagnuoli, e noi con nu gran collare di Cambrai, perfet-
ti Francesi. Ma quando poi altri vogliono venir al ri-
stretto del negozio mostrano alirui più denti, che non
hanno cinquanta mazzi di seghe. ».
Boccalini, Pietra del L’arag. rag. X&
\
è
160 LIBRO SECONDO, CA P. Il.
Di stingue in fatto di stile da quegli stranieri au-
tori da essi più del dovere apprezagti, e stu-
diati qualt esemplari. Allo stesso modo, che
nei'‘nostri dipintori, anche di gusto corrotto ,
sì vede sempre lampeggiare, a giudicio &eghi
intell'genti, un raggio di buona mauiera, che
per Iraliani li dimostra, e gli scopre.
_$. VI Abbondanza di voci della lingua
| Italiana. -
Oltre a questa proprietà , di cui abbiamo im-
fino ad ora ragionato, di poter venir gittata in.
forme diverse, a dir così, di diversissimi: stili,
non poco contribuiscono eziandio a rendere la
lingua nostra varia, espressiva, adattata a tutti
i soggetti, l'abbondanza: delle voci maggiore
senza paragone in essa, che nel Francese idio-
ma, e la facilità, che abbiamo di trarne al bi-.
sogno, e col debito discernimento delle nuove
dalla Latina tanto alla nostra conforme. Per
tale sua proprietà non solo viene dessa celebra»
ta dal Lellio, dal Buommatteiy che più ricca del--
la stessa Latina Ja pretende, e da tanti altri
ciîfici Italiani; ma questo pregio non le viene
per sin conteso da’ più eruditi Francesi. Nè la
scarsità della propria lingua dajlo stesso enco-
miator più fanatico del Francese idioma vien
negata, voglio dire dal P. Bouhours, il. quale
un tal difetto in nuovo vanto rivolge secondo:
il consueto suo stile, riguardando come ric-
chezza della sua lingua l’esser costretta a ser-
virsi, come ‘fa troppo sovente, di una voce me-
desima in sensi disparatissimi. . —
Si vuol notare peraltro esservi alcuni, anche
tra gl’italiani, che la maggior ricchezza dell’ i- :
dioma uostro g petto del Francese, non sulo
fa: i
CARATTERE DELLA LING. ITAL. $. v. 161,
Îmettono in dubbio, ma neggno apertamente,
Dicon essi , che quelle diverse migliaja di voca-
boli di più, che vanta la Crusca a fronte del
Dizionario dell’ Accademia F rancese, non deb-
bono-annoverarsi tra le ricchezze della lingua,
non venendo dagl’ Italiani che han senno, ado-
perati giammai, tuttochè di Crusca, per essere
o pretti Fiorentini, o bassi, vili," e contadine-
schi, o antiquati, o formati a capriccio. Ma se
non si vuol dar retta alla Crusca nell’ adoperar
ciecamente , o ricercar con affettazione queste
«voci ammesse; non si vuol neppure obbedir
ad.essa nel rigettare una copia grandissima di
veci , senza ragion nessuna, escluse, e che com-
pensano abbondantemente sì fatta mancanza.
Si biasimi ( che ben se n’ha ragione) chi asse»,
gna le prime sedi della lingua Italiana a’ Capi-
toli della Compagnia dei Discipliuati, alla Vi-
ta di Barlaam, alla Collazione dell’ Abate Isa-.
ac, ai Laudesi, al Trattato delle trenta stolti..
zie, quasi che tengano questi rancidi autori nella.
lingua nostra il luogo, chè hanno nella Fran-
cesé i Pascal, i. Corneille, i Bossuet, ii Fene-.
lon, i Boileau. Si derida chi riguarda ‘tutto ‘
quel secolo come aureo, chi preferisce le -stra-
ne,.e disusate voci di costoro per formare il
capitale della lingua, perchè autenticate dalla,
Crusea, a quelle adoperate dal Bandello, dal
Nardi, dall’ Ammirati, dal Muzio, dal Davila,
dal Bentivoglio , dal Paruta , dal Sarpi, dal Pal-
lavicino, eda tanti altri valentuomini, che pur
non fan testo. Si derida chi li siudia come clas-
‘ sici, ne procura le nitide edizioni, li tien cari
quai giojelli; ma non si pretenda, che povera:
sia la lingua, perchè quegli Accademici, in ve-
ce di sfoggiarne i tesori più moderni comuni a
tutta Italia, amarono meglio di far pompa di
®
Dia
162 LIBRO SECONDO, CAP: NM.
que’ vecchi e tavola sucidi loro centi; preferi-
rono i Jaceri polverosi quaderni degli indotti ar--
tigiani Fiorentini alfe opere, ed alle scritture ela»
boratissime dei Letterati, e degli uomini di Sta-.
to Lombardi, e di altre Provincie. Un lungo
eatalogo , dice il signor Abate Denina (85), sî
potrebbe fare di vocaboli usati da autori citati
nella Crusca, e da’buoni Scrittori moderni, che
non sono ancora registrati in alcun dizionario.
di lingua nostra. — | | ma
| Oppongono. altri : se fa lingua Italiana è si-rié-
ca, ed abbondante, a che dagli Scrittori, più
riserbati èziandio , si adoperano voci straniere, e
talvolta anche Francesi, quandochè il più po-
vero idioma della Senna va guardingo, € cauto
oltremodo in questo particolare? Come mai
può esser ricca una lingua, che spoglia delle
sue vesti-la più povera per ammantarsene? Ri-
sponderò ‘io come i conquistatori, che per e-.
stendere i loro dominj non la perdonano af
popoli anche più poveri, ‘che incontiano nel
corso delle vittorie foro; Se tante sono le vo-
ci, ed i modi di dire Provenzali, e Francest
ne’ nostri primi Scrittori di grido sin dal seco-
lo X-IV., se così adoperarono i più riputati Pro-
satori del X.:VI., e se così fanno quelli tra’ mo-
derni, che son persuasi l’uso esser quello, che
governa le lingue, non se ne vuol far le mera-
viglie. Ogni lingua ricca fu sempre ricca a que-
sto modo, vale a dire mediante l’ attitudine di
farsi più doviziosa colle ‘spoglie delle altre. Lo
inconveniente da temersi si è soltanto, che quel-
Ja libertà, la quale, a norma del consiglio di
Orazio, vuol pigliarsi con riserbo , non degene-
ri in lintenza sfrenata, che si è il caso della
© (85) Bibliop. par. I. tap. P.p. nia
CARATTERE DELLA LING. ITAL. €. vi. 163
lingua Inglese, che per caglon di questo abuso,
divenne altrettanto ricca quanto barbara, e va-.
riabile in ogni generazione, fluttuante, incerta,
il che è mal peggiore. Per questo meritano bia-
‘ simi, e rimproveri quegli Italiani Scrittori,
che trasportano, senza necessità veruna, voci
Francesi nel nostro ‘idioma, e quello, ‘che è
peggio i modi di dire, il ARPA ‘al colore,
‘el’andamento di quella lingua, il che mani-
festa una maniera di pensare , una inclinazione,
un anime Francese-avverso alla patria sotto
corteccia Italiana. Ma ad ogni modo l’abuso di
una facoltà non esclude 1’ uso legittimo di essa,
anzi il presuppone .
Del resto in una nazione così ordinata come
l’ Italiana, e che una lingua adopera . cotanto
varia, cotanto pieghevole, cotanto armonica,
espressiva, ed abbondante, e chi.non vede che
“gli Scrittori esser dovranno d’indole diversa, e
perdere assai menadi quel carattere originale,
e natio, che ciascun ha dalla nascita sortito;
che più agevolmente spiegar dessi potratmo nel.
la forma più nuova, è più. adattata ai diversi
aspetti, sotto di cui ognun d’essi il mondo ve»
de, ogni coticetto loro, ogni immaginazione,
ogui ideas che fermenti loro ‘nell’intelletto? Sa-
ranno per éonsegu&nte più eriginali gli Scritto-
ri di cose oratori@, o poetiche; più var, e di
qualità pregevoli diverse forniti gli storici, edi
politici; ed i più severi. Filosofi medesimamen-
te capaci di spiegare più chiaramente, e di tra:
. sfondere, ed imprimere nelle menti altrui il ri-
sultato profondo delle sottili lorg speculazioni .
Perciocchè se dalla lingua stessa, nella quale
meditano i più acuti pensatori vengono soccor-
si, e diretti per le oscure, e difficili vie del sa-
Pers; secondo che stima il dotto Tedesco Mi-
ba
à;
164 . LIBRO SECONDO, CAP. I. --
chaelis (86), e perchè non riceveranno essi aju-
tg maggiore, e fomento da una lingua, qual sî
è l’Italiana, che mille idee ad nn tratto , attesa
l'abbondanza sua, alla mente presenta vive, di-
pinte, fiammeggianti; da una fingua , che obbe-
diente a chi maneggiar la sa, franca batte, e ar-
dimentosa senza adombrarsi ogni insolito cam-
mino. L’energico Montaigne vuole, che lo Scrit-
tore sia in grado di potersi formar a suo senno,
a dir così, una lingua, aftinchè l’espressione su-
perficiale non sia, ma penetri collo stesso vigo-
re, e forza nell'animo altrui, con cui il concet-
“to informava la sua mente. Se un tal fine con-
seguir si possa. più agevolmente nella lingua
Italiana, che nella Francese, ed anehe nella
Latina, le tre lingue più universalmente adope-
rate, ed intese in Europa, il lascio a giudicio
di coloro, che le conoscono intimamente. Se
J’ autorità trasporta a-viva forza là, ove da pri»
“pa non poche volte facean.pensiero di non an-
dare i moderni Scrittori Latini, l’uso non per-
‘mette di battere a’ Francesi, se non se pochi;
e consueti sentieri. Sono entrambe queste. lin-
gue per diversissima causa limitate i oa
e ristrette, l’una, perchè da gran inno estin-
ta, l’altra perchè signoreggiata dalla prati»
ca troppo vivente, da cui vietato è il dipar-
tirsi, il giogo pesante del qual dispotico im»
pero ben mostrarono desiderio di scuotere al-
cuni de’ più valorosi Serittori del secolo di Lui-
gi XIV., e tra gli ditri anche il La-Bruye»
re ($7), ma nessuno si attentò a farlo giammai.
, | i
n
| (86) Influence des langag. ec.
(87) Carac'ères chap. XIV. in fine.
»
CARATTERE DELLA LING. ITAL. $. vir. 165
S. VII Scarsttà di libri elementari, e di tratte-
. nimento în lingua Italiana.
Ma se la casa va così, diranno alcuni, perchè
adunque sì scarsi sono i libri di arti., singolar-
mente meccaniche, in lingua Italiana, e perchè
mai s'incontra tanta difficoltà nel trattare sì
fatte materie? E perchè mai i libri elementari
delle scienze son pressochè tutti dal ‘Francese
tradoti, come pure le compilazioni non. pe-
santi, non pedantesche; perchè tanto più ab-
bondanti i libri dottrinali Francesi? Perchè mai
.riesce arduo cotanto il dialogizzare nel nostro
‘idioma ,, e perchè i libri, che rappresentino.
una conversazione nobile, e signorile, o man-
cano affatto alla moderna letteratura Italiana,
a sono vinti in merito da opere Francesi? Chi
un tal difetto alla Italia rinfacciasse, dovrebbe
rifieitere in primo luogo, che il nor aver dessa
al presente una sì chiara, linda, é corrente lin-
gua di conversazione , qa la. cagion ne
i
sia, onde è più difficile, che le nostre com-
medie moderne, dialoghi piacevoli, satire, ro-
manzi, lettere famigliari -spirino quell’aria ga-
lante, signorile, disinvolta, e portino. l’im-.
pronta tanto vantata di quella, che chiamasi
buona società delle opere Francesi più riputa-
tate di tal genere, questo difetto, io dico , pro-
duce un vantaggio grandissimo , ed ha compensi
tali, che in ogni caso dovrebbono far preferire
sempre il nostro all’ idioma Francese. Due
pregi singolarissimi, ed importanti-io son di
avviso, che dall’ accennata mancanza derivi»
no, la stabilità -della lingua, e la varietà più
originale degli stili, e degli Scrittori. il Frau-
cese nello scrivere non riguarda, che alla pra-
166 LIBRO SECONDO, CAP. II.
tica dominante; l’Italiano all’incontro qual-
| che cosa bensì all’uso concede, ma norì sì è
l’uso vegliaute del parlare, che nella più gran
| parte d’Italia non può avere davanti ,' non par-
Ja.:dosi la lingua colta Italiana dalle civili per-
sone, come in ogni Provincia di Francia si par
‘la la lingua colta Francese, ma si è bensì l’uso
dello scrivere. Studia perciò la sua lingua negli
autori più riputati, che in una nazione organiz-
zata in tal. mado saranno sempre gli antichi,
onde a mivuor varietà, ed a mén frequenti vi-.
cende va nel sostanziale soggetta. Ma d’.altro
canto i diversi dialetti d’Italia, cui taluno at-
tribuisce la maggior ‘armonia, e bellezza della
lingua , avendo un genio particolare loro pro-
prio; diversa educazione ricevendo gli Scrittori
nei diversi stati d’Italia, di costituzione , di am-
piezza, di situazione, e di massime, e costumi
tra loro differentissimi; diverse essendo pure
le società letterarie nelle diverse capitali di que-
sti Stati, nè 'alcuna potendo aspirare di dar
| Porme, e la'legge alle-altre, ne seguirà da tut-
to questo, che ciascheduna particolar persona,
che attenda alle lettere, potrà più liberamente .
‘scegliere in mezzo agli Scrittori antichi, e mo-
derni , all’ uso, agli stud}, alle diverse pratiche
letterarie, e formarsi uno stile proprio, una
maniera sua, qual nobile metallo Corintio .
Men dominato, ed inceppato da una uniforme,
ed. unica. legislazione iu fatto di lingua, e di
stile, men perderà di quello spirito originale,
di cui. ciascuno è più o. meno dalla natura do-
tato, e che forma uno de’pregi più rari delle
opere d’ingegno, che non verrà nè nnpiccioli-
to nè ristretto tra ì legami della instituzion
letteraria , e della moda. Quell’ autore perian-
to ,.che avrà spiriti elevati, coltura, e dottri..
CARATTERE DELLA LING..ITAL. $. vit. 169 .
na impronterà le opere sue d’ una foggia diver-.
sa, e rapirà le menti de’leggitori con una gra- .
ta novità. . . ni
° Nè è da dire, che l’abbondanza di voci, e la
varietà di stili, di cui è la, lingua nostra capace
non si debba mettere in conto di una difficoltà
da superarsi da ‘chi adoperarla intende lodevol-
mente. Quando una sola si è la diritta strada
non vi. ha pericolo di. shagliarla; laddove non
è così facile lo scegliere tra. diversi anche buoni
partiti il migliore. E per ciò che alle voci si
appartiene, non è ‘forse vero, che nel mentre
che uno che detti in lingua Italiana sarà per-
plesso nello scegliere tra le voci diverse, che se
gli affacciano la più. ealzante per ispiegare il
suo: concetto , la più nobile, la più grata all’o-
recchio , la più conveniente allo stile, lo. Scrit-
tor Francese non. esiterà un-istante per rinve-
nir la parola, che la lingua sua gli sommivi- .
stra per riempier.la. nicchia di un pensiero ?. e
<iò non solo perchè questa si è il più delle vol-
te unica ,-ma eziandio per esser pratica assai
costanic di quello idioma il servirsi comune-
mente di una stessa voce, come è detto .sopra
per esprimere idee differentissime. Ora ciò po-
sto, siccome la: difficoltà della rima, e del me-
tro fa talvolta scoppiare de’ bellissimi pensieri,
così, qualora Jo Scrittor Italiano sia persona di
buon gusto fornita, gli ostacoli da superarsi
per questo capo lo porranno-sulla strada di mo-
strarsi originale, e di arricchir di nuove stile,
‘di nuove bellezze la lingua, senza cadere nel .
manierato , nel difettoso. La lingua Latina è ..
come un cavallo sfrenato, che trasporta. lo
Scrittore duve gli pare, e piace; quante profa-
nità non ardì di proferire il Bembo per mostrar-.
sì Ciceroniano Ni quali scrivendo in idioma vol-
-168 LIBRO SECONDO, CAP. ITx.
gare non avrebbe lasciato sfuggir dalla penna
sicuramente? E quanti Poeti non sono Jlaidi, e
lascivi in Latino, trattivi come a forza da una
frase dell’ altrettanto impuro, quanto elegante
Catullo? L’idioma Francese è uu ginnetto gen-
tile da maveggio così bene addestrato, e così
ubbid'eate al freno, che non è pregio di cava-
liere il reggerlo, bastando il placido impero di
una mano anche femminile, e che non serve
se non se per andare a diporto. Il linguaggio
Italiano è un corsiero forte, brioso, instanca-
bile come quelli de’ Paladini de’ Romanèi, non
men belli che animosi, ad ogni impresa attis-
| simi, alla giostra non meno che alla battaglia,
ai viaggi, alle armi, ma che feroci, ed alteri.
non obbediscono, se non se alla mano degli
Eroi. "© Li -
. Una monotonia di gusto non fu mai il carat-
teristico delle nazioni più famose per elegante.
dottrina. Quanto non suno diversi tra loro i
Greci Scrittori? Ed in Roma stessa a’ tempi di
Cicerone, tuitochè la letteratura Latina fosse
tutta conceutrata in quella Capitale immensa,
vi regnava ciò non. pertanto un gusto diverso
anche per ciò che appartiene alla popolare elo-
quenza , che, oltre ad essere un genere mede-
simo di composizione, avea pure uno stesso
popolo per giudice. A Bruto, così conforme
di sentimento nelle cose di Stato con Cicerone,
non andava a grado la maniera sua di arringa-
re, di modo, che avendogli Cicerone. indiriz-
zata l’opera sua, che ha per titolo l’Oratore,
ossia della miglior maniera di arringare. schiet-
tamente gli rispose, non essere di genio suo
quel genere di eloquenza, ch’ ei commendava,
e pregiava sopra ogni altro (88). E non vi fu
(88) Ad Atticum lib. XIV. cp. #0. : 3
»
CARATTERE DELLA LING. ITAL. 6. vir. 169
chi , come attesta Giovenale, giunse a chiamare
il padre della Romana eloquenza Sawvojar-.
do (89) facendo allusione alla piena abbondan-
‘te del suo dire, accusa di cui con ragione deb-
bono andar fastosi que’ buoni nostri compa-
triotti, come di fatti se ne pregia il P. Mo-
ned (90), e che spiega per avventura la ragione
di uma certa conformità tra Rousseau, e Cice-
one, che pur da alcuni si ravvisa în tanta di-
stanza di secoli, e di lingua? Qual meraviglia
pertanto, che diversi sicno tra loro gli Scrittori
Italiani? E non sarà questa piuttosto una nuo-
‘va rassomiglianza della nazion nostra, e della
nostra letteratura con quella de’ popoli più ri-
momati dell’antichità? (*)
Meglio ‘raffigurar non si potrebbe lo stato
. tanto della letteratura Francese come della Ita-
liana, in fatto di lingua, e di stile, che col pa-
ragonarlo alle scuole de’ Pittori dell'una, e
dell’ altra nazione. In Italia quante scuole di-
verse, e tutte belle, ed originali! son tante
quante le Provincie, e starei per dire le Città
principali; e ne' quadri usciti dalle mani degli
‘ Arteficì di grido, di qualunque scuola Italiana
sien dessi, sempre si vede maniera diversa;
popolo vario, teste Greche, e Romane, aspétti
barbarici, Levantini, Arabi, che all’incontro
gna sola si è la scuola pittorica Francese , e le
fisonomie de’ loro quadri (se ne eccettuiamo
(89) Rufium qui teties Ciceronem allobroga dixit. Juv,
sat. PIL. 0. 214. i i
(90) Apologia seconda per la Serenissima Casa di Sa-
voja. Torino 1632 p. 142. |
{*) « Noi vantiamo almen trenta Scrittori viventi in=-
« signi, robusti e vivaci, senza che l’uno sia copista
« dell’altro. La varietà nel buon gusto non è essa pro-
« pria solo di noi Italiani?» - Aubbdi Dialoghi in dif
della lett. Ital. p. 15. opuse. I. - |
Vol. I. 8
170: LIBRO SECONDO; CAP. II n
quelli di alcuni artisti, che a forza di studio I
liani divennero) tutte consimili, e tutte Fran-
cesi. Chi troppo arrischiato trovasse questo
paragone considerì che la sola lingua, che ab-
‘bia il Francese idioma si è la lingua di conver-
sazione, come credette di dover candidamente
.confessare il soprannominato signor De cl’Isle.
| Vario può essere questo stile, può comprende-
re sotto di sè parecchi generi; v’ha conversa-
zione dotta, e piacevole, arguta, ed ingegnosa,
‘schietta, e naturale, nobile, faceta, famigliare,
e plebea, ma è sempre conversazione, ed una -
..s0la scuola formano tutti questi stili. Sono
della scuola Fiamminga Rubens dipintore trep-
po sfarzoso, e Teniers troppo ignobile e ple-
beo; e questo caratteristico della 'scuola Fiam-
«minga non fu dal primo tradito nel copiar che
fece due quadri del Tiziano, i quali, se si vuol
dar retta al valente Pittore Tedesco Mengs (91),
“son come un libro tradotto in lingua Fiam-
.minga, che conservi bensì i pensieri, ma abbia
perduta tutta la grazia dell'originale. Non tutti
‘però i Pittori della scuola Veneziana sono Ti-
ziani, son Tintoretti, son Bassani, quantun-,
.que si ravvisi in essi un gusto conforme, un
censimile andamento. A questo stesso moda si
può dire, che la letteratura Franeese non ab-
bia stile diverso dallo stile di conversazione,
quantunque il conversare di Bossuet, e di Fer
nelon diverso sia da quello del Voltaire, e .del
Ginevrino Rousseau; ‘ed il conversare di Cor-
neille, e di Racine, da quello di Moliere, di
Boileau, di Rousseau Giovan Battista. Nelle
tragedie più pompose di Corneille s’incontrang
e. (91) Opere tom. II p. 69, ediz, in quarta;
CARATTERE DELLA LING. ITAL\ È. vII. tt
‘frasi famigliari tanto (92), che non si soppore
terebboro in alcun genere di poesia nobile Ita-
‘liana. Lo scrittore più originale in fatto di sti-.
le, che vantar possa il secolo di Luigi XIV. si
è il La-Fontaine, e ciò appunto perchè non
isdegnò di congiungere la lettura, e lo studio
di Marot, di Rabelais, e degli altri antichi Poe-
tt, e Scrittori scherzevoli della nazion sua,'e
sopra tutto de’ classici Italiani (*) alla pratica
della lingua corrente a’giorni suoi, e potè in
tal guîsa, tra lo stil de’ moderni, e ’1 sermon
prisco formarsi una lingua tutta sua, che si è
il caso appunto degli scrittori Italiani; ma per.
ragione della matevia non esce però neppur egli
dallo stil succennato di conversazione
S. VIM. Attitudine della lingua Italiano alle
Opere instruttive, e di arts. Chiarezza,
e precisione della medesima.
Comunque siasi di ciò, ripigliar potrebbono
gli oppositori, e qualungne compenso ritrovar.
si voglia alla mancanza in: Italia di uno stile
nobile, e disinvolto ad un tempo, e familiare
da adoperarsi in dialoghi, lettere, e romanzi
instruttivi, contpenso tale, che faccia‘aver caro
a dir così il difetto, il difetto medesimo, ciò
non pertanto, sempre sussiste. E perchè mai
Ù)
(93) Ces piùces de théatre , doivent étre écrites dans
un style naturel qui approche assea de celui de conversa-
.; * Voltaire Essai sur la Poésie Epique, chap. 1X.
în fine. | n
- (*)» Quautanux autres Auteurs Francois ( oltre a Re-
« belais, Marot, e l’Astrea del D’ Urfè }il eu lisoit peu,
« se divertissant mieux, disoit il, avec les Italiens. Aussi
« lut-il et relut-il 1’ Arioste et Bocace qu’il aima siugti-
« lierement, et uil sgut si bien S'Approprier» = Pic
Ie Fontaine p. XI, XII. i
&
172 LIBRO SECONDO, CAP. TI.
*attribuir questo si vorrà piuttosto a cagioni
estrinseche rimediabili, che a vizio interno, ed
organico della lingua stessa ? Perchè sostener si
vorrà, che la lingua. sia propria a tutti gli sti-
li, quando manca di quello, che se non è il
‘più pomposo, si è però lo stile, di cui si ab-
bisogna più spesso, e più comunemente? Per-
chè non sarà più spediente, a’ Piemontesi in
ispecie, di prevalersi di altra lingua, almeno
| nello stendere opere di sì fatto genere? E per
conto della scarsità grandissima di libri scien-
tifici massimamente elementari, libri di arti,
inispecie meccaniche, compilazioni critiche, ed
erudite, ma eleganti, non milita già la ragion
soprasaritta , cioè il ‘dire, che manchi lingua di
conversazione vivente alla maggior parte delle
Provincie Italiane. Perchè adunque sì scarsi
sono i libri, che mostrar possa l’ Italia di qual-
- che valore in tali materie? Non si dovrà attri-
buire al genio della lingua ripugnante a’divi-
sati soggetti, e'che, non ostante l’ abbondanza
‘di voci, varietà di stili, e maneggevolezza van-
tata, piegar non si può è’ più comuni, quoti-
diani, e necessarj usi della vita; e come i pom- .
-posi abbigliamenti serve soltanto nelle solenni
‘occasioni, e non nelle usuali e giornaliere,
«‘riuscendo in queste altrettanto rozza, o sgar-
‘bata, o piena di affettazione, quanto la Fran-
cese è colta, disinvolta, e gentile? E perchè
mai (nella supposizione, che libera fosse la
scelta) non si dovrà preferire una lingua, che
| serve a ragionar con chiarezza , e con precisia-
.ne delle cose necessarie, e degli affari occorenti.
‘della vita, ad una, che è propria pressochè
‘unicamente a parlamentare? si
«7.A queste, e ad altre così fatte opposizioni,
che si sentono alla giornata, risponder patrei,
CAKATTERE DELLA LING. ITAL. $. vit. 173
che esagerata si è l’allegata mancanza, percioc-
chè sì scarso non è il numero di opere Italiane
di stile mediocre, e famigliare lodevolissime, ©’
di libri di arti, di scienze, di critica, e di let-
. teratura, di commedie, di dialoghi, che con
tutti i lor difetti contrappor si possono a’libri
Francesi. Ma sebben cosa vera io dicessi, e. di
cui ci occorrerà più sotto ragionar di proposi-
to, mi si potrebbe replicare, che lo stesso A-
bate Bettinelli rende giustizia per questo canto
agli scrittori Francesi , che innalzarono la loro
lingua ad una perfezione ben rara, Voi sentite.
generalmente ne’loro libri quel tuono di libe-
ra, ed amabile compagnia, quella scioltezza (93);
e disinvoltura , quel decoro spontaneo, e cara,
che troviamo conversando con quella nazione,
. @ che non è frequente tra noi .
Potrei, una sì fatta superiorità concedendo,
restringermi soltanto a sostenere: che la lingua
nostra ha tanti altri pregi, che compensano lar .
gamente questo difetto : che dovendosi scegliere
tra gli scrittori gravi, i Politici assennati, gli
Storici di prim’ ordine , î Poeti grandi di tutti î
| secoli, e di tutte le contrade, quai sono gli Ita-
liani, e gli Scrittori di conversazione Francesi ,
che non hapno nè maggior durata, nè più am-
pio teatro, nè lodatori di maggior senno di
‘ quello, che ottenga qualunque. moda passeg-
giera, chi ha l’anima grande preferirà una sta-
bile gloria ad una effimera celebrità : che per
ultimo qualunque siasi la lingua Italiana, non
è ai. Piemontesi permesso valersi di alcun’al-
tra; perciocchè, se i Lombardi, a giudicio del
Tasso, nello scherzare, e motteggiare non pos-
| | a
(93) Giornale di Modena tom. XXXVIII. Lettere dì
Diodoro Delfico, lett. X. p.a7. . i e
° 1794 © LIBRO SÉCONDO; CAP. IT.
sono gareggiare co’‘l'oseari (94), non potran-
ho mai gareggiare a più forte motivo co’ Fran-
cesi, servendosi di un’ arme così disuguale,
qual si è una lingua affatto straniera, sempré
mal conosciuta. Ma, se io a difendere ‘un così
angusto terreno mì riducessi, mi partirei dal
mio primo proposito , vale a dire, che nel ca-
so, che libera fosse la' scelta dil’idioma, 1’ I-
taliano , piuttosto che il Francese da’ Piemon-
| tesi preferîr si debba. Si vuol supporre nel
‘ presente ragionamento ; ch'egual sia ne’ nostri
nazionali l’ attitudine (sebben non è) di bene
impossessarsi tanto dell’ uno, che dell’ altro.
Hnguaggio , e chi, in questi termini rimanendo;
d’ altra parte la pretesa superiorità al Francese
accordasse, a mal partito troverebbesi ridotto .
Di fatti, se lo stile oragorio , poetico, pomposa
e nobile è il più-vago, e sorprenderite, quello
delle arti, e della conversazione è il più comu-
ne, ed'il più gradito all’universale eziandio $
non sàrebbe perciò così agevole il determinare
quale portar dovesse il vanto . Senzachè il mas-
simo pregio della lingua Italiana, che vien ri-
posto nel poter servire, € piegarsi a qualunque
soggetto , cadrebbe a terra irremissibilmente.
. To pertanto non mi laseierò indurre giam+
inai ad asserir tai cose, e ad abbandonar Îa caui
sa della lingua nostra, quantunque non abbia
‘ella bisogno di mia difesa , e sia piuttosto noi;
che manchiamo alla lingua, non già la lingua,
che manchi a tioi. Coloro, che tacciano l’idio-
ma Tialiano come mancante di chiarezza, e di
precisione (che non son pochi, nè poco auta-
revoli tra gli Italiani medesimi) îo reputo, che
vengano tratti inavvedutamente in errore dallo
(94) Presso Zeno note al Fontan. tom. I. p i57. . *
CARATTERE DELLA LING. ITAL. È. VIII. 175
attribuir, che fanno, a difetto della lingua, ciò
che è colpa de’ mal esperti imitatori di alcuni
de’ nostri antichi. Per preparar la materia si
vuol prima di tutto -stabilire qual cosa comu-
nemente s’ intenda per chiarezza, e precisione
nella dettatura. Vana, ed inutile impresa sa-
rebbe il voler definire ciò, che per nome di
chiarezza intender sì debba; e sarebbe imitar
el Geometra soverchiamente sottile, e pro-
ndo, che, con intralciate dimostrazioni ac-
cingendosi a provare i primi principj dell’arte
sua pareva, che, per quanto a lui s’aspettava, .
intendesse di farne dubitar della certezza. Dirò
ciò non pertanto, che la chiarezza dello stile
comprende tutto ciò, che può influire nel far
che le idee, ed i ragionamenti dello scrittore
passino intere, vive, spiccate nella mente di
colui, che legge, e vi si imprimano altamente.
Le voci pertanto, le frasi, il giro del periodo,
tutto alla chiarezza contribuisce. La precisione
stessa, se ben si risguarda, resta sotto di essa
compresa, perciocchè altro non è in sostanza ,
se non se la certezza, e la stabilità del signifi-
cato delle voci, e modi di dire, e la copia di
essi per esprimere ogni oggetto , speculazione,
ed opera della natura, e dell’arte. |
Ciò posto io non saprei come mancar possa
la lingua nostra da questo canto; maneggevole
. som’ ella si è , piegar si dovrebbe ad esprimere
ogni idea vivida, e lampeggiante, eccettochè
oscure, inesatte, e tenebrose sìen desse in mente
dello scrittore , 0 questi ignori la lingua propria ,
caso pur troppo assai frequente in Italia. Per-
ciocchè, per’ parlar più particolarmente della
precisione, a due capi si riducono le accuse:
alla mancanza di voci per trattar certe mate-
rie: alla incertezza del significato di quelle, che
176 LIBRO SECONDO, CAP. Il.
abbiamo. Dicesi in primo luogo scarseggiar la
lingua Italiana di voci, e di modi di dire appar-
tenenti a scienze fisiche, ad arti meccaniche. Io
concederò senza alcun ribrezzo, che qualche
voce manchi all’ Italia per esprimere afcun’ o-
pera, od oggetto; ma quale si è mai la lingua
vivente, che tutte abbia le voci tecniche di tut-
te le professioni? Siccome vi sono professioni
particolarmente proprie, e ristrette a certe de-
terminate nazioni; siccome certe arîi, e scienze
furono da certi popoli prima che da altri col-
tivate , così que’ soli furono i primi a creare il
dizionario tecnico, ricevuto, e seguito dalle
altre genti, che quelle arti in appresso adotta-
rono. Non isdegnò l'Europa intera, ed i Fran-
cesi stessi, sebbene tanto schizzinosi, non eb-
bero difficoltà di concedere la cittadinanza loro
a tante voci Italiane di disegno, di marineria,
. = - di architettura, di musica, di guerra, di com-
| mercio ; e perchè dovremo noi esser così timi-
di, e riserbati, e non ardire, quando per av-
ventura ci mancasse alcun vocabolo, di trarlo
da quelle nazioni, che ci hanno la cosa inede-
sima somministrata? Avendo arricchito di tanti
nostri tesori le moderne lingue di Europa, non
oseremo all’occorrenza valerci di alcuna voce
Francese appartenente alla vuota scienza aral-
dica, ed alla frivola nomenclatura della caccia,
e delle mode? Senzachè, se parliamo di scien
— ze naturali, matematiche, e fisiche, son forse
a noi chiusi i comuni erar) delle lingue Greca,
e Latina, onde trarre quanto può farci di me-
stiert? E nello appigliarci alla pratica di attin-
gere più liberamente a quei fonti, godiamo
dello speciale, e singolar privilegio, che troppo
iù conformi son quelle lingue al genio, ed
all’indole della nostra, di quel che il sieno
Z
GARATTERE DELLA LING. ITAL. $. VIII. 197
‘ ‘agli altri idiomi di Europa. E dopo che i Ga-
lilei, i Viviani, i Redi, i Magalotti , i Bellini,
i Vallisnieri, i Cocchi, scrissero in lingua Ita-
liana opere classiche appartenenti a fisica, ad
astronomia, a geometria, a medicina, a storia
naturale, a matematiche, io non so con qual
fronte dir si possa, che manchin le voci per
ispiegare i proprj concetti in quelle materie.
Non so pertanto come il nostro signor Abate
Denina siasi lasciato sfuggir dalla penna, che
tra gli scrittori di storia naturale, di politica,
di economia, di tattica se ne trovano in tutti
gli Stati d’Italia, che preferiscono di scriver
Francese, per lo motivo, che quando gli Ita-
liani voglion parlar di cose, che hanno relazio-
ne a scoperte moderne, sono più imbarazzati
di quello, che il sieno tutte le altre cole na-
zioni (gb). Mancheranno le parole in Italiano
alla scuffiara, al cuoco , al fabbricator di vezzi,
e di utensili di moda, ma non mancheraano al
certo all’architetto, allo statuario, a chi edi-
fica palazzi, a chi pianta fortezze, al militare,
all’ agricoltore, al trafficante, al musico, al di- .
pintore. E, se il Presidente Pompeo Neri, il
Pagnini, 1° Abate Galiani, il Genovesi, il Cone
te Carli, il Cavalicre Filangieri, e tanti altri
scrissero di cose di politica, e di pubblica eco-
| nomia a questi ultimi, tempi, lo $copoli, lo
Spallanzani scrissero di chimica, di metallur-
gica; di storia naturale; e il Conte Algarotti,
«ed altri tmostrarono come sia ricca la lingua
militare Italiana, avendo scritto di tattica, tan-
to tempo prima de’ Francesi, il Machiavelli, il
(95) Sur le caractère des langues , e! particuliererment
des modernes par MW. l'Abbé Denina. Menuires de l'Acu-
dén. de Berlin 195). p. 489»
1 8,
198 LIBRO SECONDO , CAB fa 20
Palladio, ed'infiniti Italiani del secolo XVI.(g6),
cosicchè fuvvi chi colle parole dell’acuto Fio-
rentino giunse a spiegare anche le moderne
evoluzioni Prussiane. Taceio delle altre parti
detla scienza militare, e della fortificazione, di
gui tanti scrissero, dal Capitano de Marchi si-
no al Cavaliere de Antoni, Ma il commercio
non fioriva in Italia in-un colla marineria, più
di quello, che abbia fiorito in alcun’altra na-
‘ sione di Europa, quando vi nacque, e si per-
fezionò: ia lingea? D'agricoltura mon iscrissero
infiniti Toscani antichi, e mioderni? Il P. Mar:
tini non tscrisse in Italiano l'Opera sua classi-
ca sulla musica? E la biblioteca de’ Pittori, e
di tutti gli Artisti non è cosa manifesta, che è
‘originariamente tutta Italiana? Che se dalle arti .
nobili passar vogliamo alle meccaniche, egli è
sero, che essendo l’Italia in molti Principati
divisa, e gli artigiani adoperando comunemen» -
tei loro rozzi particolari dialetti, nè gran fatto
tra loro. praticando, mancano molte voci per
- «ignificare istrumenti, ed operazioni di mani-
fatture, e di usuali mestieri. Ma, se diritta-
mente si riguarda, apparente soltanto è 1’ ac-
cennata mancanza,€e s’ ignorano bensi, ma non
‘mancano. per l’ordinario le voci. Di fatti, di
moltissime di esse arti manuali si hanno vecchi
scartafacci testi di lingua. Basterebbe studiarli
per valersene al bisogno: e tutto al più si po-
trebbe, per intelligenza comune, infino a tanto
che il dizionario di quella tal professione. fosse
maggiormente diffuso e «conosciuto per tutta.
Italia, spiegar, per via di postille, ciascuna
voce tecnica Italiana purgata , colle parole cor-
{9g6) Il sig. Maulandi Ufficiale nel Reg. gim. di Susa v
Bibliot. oltrem. 1789. vol. VILI. p..172. e 189. Di
CARATTERE DELLA LING. ITAL. $. VIII. 179
rispondenti de’ principali dialetti @*Italia. Anzì
impresa utilissima sarebbe, che in questo mo-
do si compilassero un dizionario universale di
arti, ed-un altro di storia naturale, delle pian-
te, insetti, fossili, facendo in grande quello,
che; secondo una volta intesi, avea in animo
di voler fare uno sperimentato , e colto nostro
Architetto (97) nel riformare di pianta il di-
zionario del disegno del Baldinucci.
‘Mancano pur troppo i libri di arti meccani-
che all’ Italia, mancano non pochi mezzi, ed
incoraggiamenti , che non è qui illuogo di divi-
sare partitamente, per intraprendere opere di
tal natura, ma non manca sicuramente la lin>
gua. O si ha l’arte, e basta che lo sexittore di-
scenda nell’ officina per impararne le voci pro-
| prie, e tecniche; o manca l’arte affatto, ed al-
lora qual sarà la falsa dilicatezza, che trattener
ci debba dal prevalerci delle voci tratte dalla
lingua di quella nazione, che o le inventò pri-
ma d’ogni altro, o con maggior lode le pro-
fessa attualmente? Ad ogni modo le voci Ita-
liane appartenenti all'agricoltura, alle arti fab-
— brili, e ad altri mestieri eomunali sono intese.
da tutti, anche dalla gente rurale, e pressochè
in tutte le Provincie le medesime, se ne toglia-
mo la diversità delle desinenze. Quelle poi, che
riguardan mestieri, alla perfezione de’ quali gli
scienziati abbiano contribuito, per l’ ordinario
sono tratte dalla fisica, dalla meccanica, dalla
chimica, e perciò voci scientifiche. Restano per-
tanto unicamente le arti di mero lusso, le mani-
| fatture di moda, le inezie del mondo muliebre,
e queste in vero scarse sono di vocaboli tecnici
Italiani, ed abbondano mirabilmente di termini
; (97) Il sig. Archiietto Piacenza. pa
“%
LI
“>
180 - tro seconno, CAP, 11.
Francesi, eSsendone sempre piuttosto ingoni=
bra , e carica, che fornita quella lingua: quan-
tunque la massima parte di essi giornalmente
vada fuori di uso, e perisca senza remissione
prima degli oggetti medesimi, che nacquero a
designare. Ma che? o conviene aver tanta virtù,
e tanto vigor d’animo di poter rifiutar le cose;
oppure, se le cose accettiamo , ed avidamente
cerchiamo, a che il frivolo riserbo, e l’inutil
ritegno di non voler adottare per nostre, in
un colle cose, le voci eziandio che le rappre
sentano?
8 IX. L'abbondanze delle voci della lingua
Italiana contribuisce alla precision sua.
Dagli stessi pregi della lingua nostra traggono
motivo certuni di darle biasimo. Dicono essi,
mancar l’idioma Italiano di precisione, attesa la .
sterminata copia di voci, e di modi di dire’, di
cui va ricco, ed attribuiscono ‘a difetto della
lingua ciò, che può essere difetto di discerni-
mento in alcun di coloro, che l'adoperano, e
che è sicuramente una lode della linsua mede-
‘sima. Negar non si può, che questa abbondanza
maggiore studio richiegga, maggior buon gusto,
e maggior pratiea nello scrittore, onde sceglier
possa le voci più espressive, più propric, più
correnti, ed i modi di dire più appropriati ‘al
soggetto, ed alle circostanze; ma quando ven-
‘ga questa difficoltà vinta , e superata felicemente
da chi scrive, le opere, che ne risulteranno,
molto maggior perfezione avranno di quelte det-
tate in più povere lingue. È fnor di dubbio, che
i moderni dipintori pennelleggiar potranno con
maggior vivacità, e maestrìa una tela, e sfog-
È ® è \ .
giar la perizia loro nel colorito, rappresentando
CI
CARATPERE DELLA LING.ITAL. G.ix. 181
tutte le tinte della natura, di quello, che far
potessero gli antichi con dazsoli loro quattro
colori, che si dice, che avessero. Lo stesso in-
tervenir dee nelle scritture. Riuscirà sempre
più perfetta quell’opera (poste le altre condi-
zioni eguali ), che verrà dettata in lingua più ric-
‘ca. Vizio ingenito, e naturale di una lingua sa-
rebbe, e chiamar si potrebbe lingua mancante
di precisione, qualora tra coloro, che i’ adope-.
‘rano, stabilito non si fosse vicendevolmente di
far uso di una piuttosto che di un'altfa voce in
‘un determinato significato; cosicchè dagli unì
più proprio si stimasse per rappresentare una
‘ data idea un tal termine, o modo di dire, men-
tre dagli altri se ne giudicasse diversamente. In
questa supposizione recar non si potrebbe in-
. contrastabilmente a lode di linguaggio nessuno,
‘ per abbondante che fosse di vocì, una tanta in-
certezza. Ma la lingua nostra chiamar non si
| potrà giammai difettosa in questa maniera, mas-
simamente per ciò, che riguarda le principali
sue voci, quelle, che sostengono, e che nutri-
scono il discorso. Una prova manifesta di ciò
‘ si è, che da cinque secoli sussiste, sì scrive, e
‘’si parla, e gli antichi scrittori nostri son letti,
e gustati tuttora anche fuori d’Italia. Quella,
che alcuni credono; e chiamano mancanza di |
precisione nella lingua, o è difetto particolare
di certi scrittori, cui piace più lo strano, e l’an-
tiquato, che il corrente, ed il moderno, e lo
‘ sforzato, è contorto, che il naturale, e lo ‘an-
dante; o è un certo gusto particolar di compor-
. re, una scelta di voci, e di modi, tra diversi
esmalmente lodevoli, che in Italia è in libertà
di fare chi scrive, che meglio rappresenta il ca-
rattere di lui, che impronta di un genio origi-
. nale ciascun’ opera di conto, le dà un certo co-
=
182 °* LIBRO SECONDO, CAP. IT.
lor natio , e che, ben lungi di recar noja, e fa-
stidio, forma conse le diverse scuole della pit-
tura, e i diversi aspetti, e 1 popolo vario rap-
presenta dipinto sl'quio di , nel mo-
do che abbiam sopra avvertito.
8.X. Osservazioni intorno al modo di formare:
| i periodi della lingua Italiana.
Che se dalle voci, e dai modi di dire facciam
‘passaggi®8 alla composizione, ed al giro dell’o-.
.tazione, e de’ periodi, in quanto .-alla chiarezza.
contribuisce, chi mai accusar pretenderà l’Ita-
liano idioma come mancante di precisione, e di
chiarezza perchè è capace di numerosa cadenza,
-e di spaziar ampiamente? Se la lingua-Italiana
nella Poesia grande, nella nobile eloquenza sa
levarsi da terra, sa fare inarcar Te dota. come
dicea il Pindaro Savonese, mediante lo stile di
trasposizione; sa pur trovare la lingua della na-
tura in chiarezza, ordine, e semplicità, e riceve
lo stile mediocre, e tenue cziandio. In questo
. stile scrissero, come abbiam toccato più sopra,
‘non pochi Trecentisti medesimi, autori di Cru-
sca, concittadini, e contemporenei del pompo-
so Boccaccio. Con ragione perciò fa le meravi-
glie l’ Abate Bettinelli, che non s’accorgano. i
più de’ Francesi mancar loro una lingua , cioè
la lingua poetica, che è la più sublime, e più
cara alle anime eccelse, e sensibili, mentre
Greci, Latini, ed Italiani due ne hanno; e co-
me l’Abate di Condillac dopo aver vissuto in -.
Italia più anni, negar potesse.agli Italiani que-
ste due lingue diverse, della Prosa, e della Poe-
sia. Ed una specie di. Poesia chiamar si può .
l’eloquenza sublime. 0-00 |
. Negar non voglio, che se ne eseludiamo il
CARATTERE DELLA LING. ITAL $. x. 183
genere epistolare, ed instruttivo., anche nello
stile mediocre ritenga l’Italiano assai più del
genio della lingua Latina, di quello, che faccia
ogni altro idioma moderno, voglio dire di riu-
nire, e connettere in in solo periodo maggior
numero d’idee. Ma questa pratica, ben lungi di
doversi ascrivere a difetto , come fa l’Abate di
Condillac, e ad imitazione servile, a me pare
piuttosto lode, e qualità pregevole degli inge-
gui Italiani. Ognun sa, che îl vedere, e discer-
nere diversi oggetti in un sol punto, il cono-
scerne le relazioni tra loro, il comporre di
molte idee particolari una generale, il veder le
idee secondarie, che rischiarano, confermano,
o orteggiano la principale, si è uno de’ pregi
maggiori delle menti più vaste, e più sublimi.
V’ha pertanto ragion di eredere, che questa
pratica ‘degl’Italiani, di radunare comunemen-
te in un periodo più cose, che i Francesi non
fanno, provenga da una facilità maggiore di ra-
pidamente trascorrere, e vedere, e combinare
cose diverse insteme. La chiarezza è un pregio
senza controversia; ma si è un pregio soltanto
qualor si arriva a svolgere, e spiegare cose a-
struse, e recondite; poiché quando procede da
freddezza, da superficialità, è spregevole, e da
tesersene nessun conto da ogni persona, che
abbia fior dì senno. Laddove una certa oscuri-
tà, quando è profonda, i è sublime,
quando è inevitabile, quando è tale, che coll’at-
tenzione si può vincere iù una parola }’ oscuri-
tà della costruzione Latina, ha compensi tali,
che può riuscir grata, %e dilettevole, non che
lodevole, e vantaggiosa. 11. Castiglione (98), che
molto bene conoscea il genio della lingua Ita-
(98) Cortig. lib. 1. fol. s6.
184 ‘LIBRO SECONDO, CAP. TI.
liana, nimico dichiarato della affettazione, e la
cui deitatura molto si confà alla maniera de’ più
disinvolti, e purgati Italiani scrittori de’ giorni
nostri, loda quel modo di scrivere, che porta
seco un poco di acutezza recondita, e nen è
così noto come quello , di cui si fa uso. parlan-
do ordinariamente. Osserva, che in questa gui-
,sa i componimenti acquistano una certa auto-
rità maggiore, e fanno, che il lettore-vada più
ritenuto, e sopra di sè, e meglio consideri, e
.sì diletti dell’ ingegno, e della dottrina di chi
scrive, e che col buon giudicio affaticandosi un
poco, gusti quel piacere, che si prova nel con-
seguire le cose difficili. E conchiude in appres-
‘so, che se l’ignoranza di chi legge è tanta, ® la
.sconsideratezza, che non vaglia a superar quel-
la difficoltà, la colpa non è dello scrittore, nè
.per questo si dee stimar la lingua men bella.
Chi è caldo, e passionato odia l’uniformità ;
.coll’ alterare, col sospendere l’ordinata costru-
zione, attizza la curiosità, e tien fissa l’atten-
«zione. Sino il volgo se è commosso parla in fi-
gure, trasposizioni, trasporto di frasì-, e più in
«quelle contrade dove ha maggior fuoco ,ha mag-
gior anima; il che dimostra, se dobbiam dar retta
| a certuni, cheun popolo, qual si è il Francese,
che si è fatta una lingua serva, e pedestre, è
più freddo in sostanza di quel, che sembri in
apparenza vivace (99); brio , che vien però det-
«to da molti fuoco fatuo, e caldo superficiale.
Ad ogni modo poi, quando non ostante il
.sin qui divisato ravvisar si volesse qualche di-
fetto nell’ Italiano in questa parte della chiarez-
za, e della precisione, certa cosa è, che previe-
ne questo piuttosto. da cagioni estrinseche, le
sul si potrebbono levar via, che non da vi-
‘(99) Bettinelli lett. cit. lett. X. p. 19
J
CARAYTERE DELLA LING. ITAL. f.x. 185.
zio organico inerente alla natura primigenia del-
la lingua nostra. Sono le circostanze estrinseche
di principati divisi, di opposti studj, di com-
mercio impedito; si è la trascuratezza nostra,
la poca cura, che si prese della lingua propria,
il troppo affetto portato or alle antiche, or al-
s le straniere; si è l’ostinazion nostra nel non 4
adoperar Altra lingua salvo i provinciali rozzi
dialetti favellando; si è l’albagia di alcuni To-,
“ scani de’ tempi passati di voler fare della lingua
Italiana una lingua municipale; son tutti questi
i motivi, per cui l’idioma Italiano non ha fatti
i progressi, che avrebbe dovuto fare di sua na-
tura, e non è ricco di opere d’ogni maniera co-
me esser potrebbe , siccome appunto il Fran-
cese per opposti motivi fu ‘spinte tant’ oltre
quanto per umana industria spingere si potesse.
. Le belle qualità, e le imperfezioni di una lin-
gua possono essere a lei inerenti, e sue conna-
turali, oppur. dipendenti da cagioni affatto e- -
strinseche. Ben è vero, che difficile cosà riesce
il determinare con precision matematica , quali
‘tra esse sieno intrinseche, quali estrinseche,
perciocchè non è più agevole il riconoscere in
una lingua quanto dalla naturale sua indole
proceda, e quanto opera sia delle circostanze
diverse, di quello, che facil sia il distinguere,
‘nei costumi, e ne’modi di una persona ciò che
nasca dal naturale temperamento, da quello,
che migliorato, aggiunto, o depravato abbia
una buona, o trista educazione . Ma la difficol-
tà, che s’incontra nel segnarne i limiti non fa
«che la distinzion non sussista. Paragoniamo
pertanto i pregi estrinseci sì dell’uno , che del-
Taltro idioma, e consideriamo se questi sien
tali, che debbano far preferire la lingua Fran-.
cese alla Italiana quando libera fosse la scelta.
J
. 1686 LIBRO SECONDO, CAP. 11. 3
CAPO III.
f i
| PARAGONE DEI PREGI ESTRINSECI, E DELLA
UNIVERSALITA’ DELLE DUE LINGUE
FRANCESE y ED ITALIANA.
Qual delle due lingue avrà maggior facilità ad —
essere imparata dagli stranieri? La lingua Ita-
liana è articolata, non così la Francese; or chi.
non vede, che tutti quelli, che Francesi non
sono, pronunciano, e ritengono assai più facil-
mente voci intere, spiccate, e perfette, che non -
ispezzate, mozze, e ripiene di dittonghi, e di
sibili indistinti? Di fatti, o la lingua materna
di quegli stranieri, che si accingono ad imparar :
l’idioma Francese, è articolata, o no. Se la
lingua loro naturale è articolata , non v'ha dub-
bio, che più agevolmente impareranno, e pro-
nuncieranno un altre idioma di consimil tem-
pra. Così veggiamo Spagnuoli, e Tedeschi più
facilmente pronunciare , e parlar ]’ Italiano , che
non il Francese. © le lingue loro, eom’ è della.
Inglese, sono parimente inarticolàte, ed in tal
caso; siccome dittonghi loro, e le loro regole
di pronuncia saranno diverse del tutto da quel-
le della lingua Francese, incontreranno trop»
po maggiore difficoltà, che nello imparar la
pronuncia Italiana, pronuncia che un uomo
de’ più grandi, che abbia avuto l’ Inghilterra;
corrsigliava di far imparare a’ giovani, per po»
ter mediante questa apprender le lingue meri-.
diouali, quai son per- un Inglese la Latina, e‘
la Greca . (*) Del resto è regola tissa della pro:
(*) Nel Trattato della educazione composto da Mil-
ton a richiesta del suo amico Samuele Harblib, e stam-
pato in Londra soltanto nel 1783. presso Paynenell Ka
-
4
-
"PREGI ESTRIN. DELLE DUE LING. 6.1. 187
nuncia Inglese, che tutte le voci Francesi (le
quali molte sono in quell’idioma ) esprimer si
debbano con un accento affatto dal Franeese
diverso. Forzati quegli Isolani a prender le
voci Francesi, non ne vollero accettar il suo-
no, per modo che appena si riconoscono in
bocca Inglese per parole Francesi. Ora non è
più facile il passare da una pronumcia irrego-
lare , ed imperfetta ad una intera, e regolare,
che rion il passare ad una irregolare diversa? |
SI Lingua Italiana più facile od essere
imparata dagli Stranieri, che non
. la Francese.
Tutte le nazioni di Europa potranno pertanto
riuscire a parlare, e pronunciare più facilmente
il nostro idioma, che non il Francese; e tanto
più agevolmente giunger potranno a fare acqui»
. sto del linguaggio Italiano in quanto che un’altra
facilità lero appresta, che unicamente gli ape.
partiene, ed è ‘esclusivamente: propria di. esso;
Quantunque Fontanini, e Muratori(100) abbia»
no pretesò che in grandissima parte siasi formata
1a lingua nostra colle voci tratte dalle lingue
stratto de’inigliori Trattati soprà l educazione intitola»
to l Ajo- The tutor. Dice adunque Milton - « Si devone
» insegnare ad un piovane le regole della Grammatica,
» nen trascurando |
» wocì, e massimamente delle vocali nel modo, che l’u-
» sano gli Italiani; poichè ( dic' egli ) uoi altri abitatori
» de’ climi settrenionali, per ragion del freddo, non
‘» apriamo mai la bocca quanto è necessario per pronun-
» ciar con grazia una lingua meridionale » - Milton avea
Viaggiato in Italia, e conoscea la lingua nostra sufficien=
temente dna
(160) Etoqu. Ital. lib. 1. Murat. Antichità Ital. Diss.
a pronuncia chiara, e distinta delle ©
(188. risro sEcoNDO, CAP. II. ui
settentrionali, l’impasto, ed il fondo della.
lingua, quello, che le dà l'essere, e la forma ,
come più diligentemente osservarono Maf-
fei, Zeno, Algarotti (101), per non parlar di
Leonardo Aretino, di Pierio Valeriano, e di
altri critici del secolo XVI., è interamente
Latino. Ora qual non sarà la facilità per im-
| parar l’ Ialiano rispetto a quegli stranieri, che
colti sono ad un segno di saper quel tanto di
Latino, che nel nostro secolo da nessuno,
fuorchè dallè persone del tutto idiote., e roz-
ze, s’ignora; che facilità, dico, non sarà quella
di avere vin così fatto punto di appoggio? E se
pure rimaste sono nella lingua Italiana alcune
voci settentrionali, come di fatti alcune ce ne
sono restate, tuttochè non formino partie so-
stanziale della lingua , tutte. le nazioni setten-
trionali , che ora son pur quelle, che dir si può,
che primeggino in Europa; avranno, oltre alla.
facilità divisata, un ajuto, un soccorso di più.
- Edin vero nello studio delle lingue i Lettera-
ti, e le persone colte delle nazioni settentrio-
nali hanno un vantaggio sapra quelli delle Pro-
wiucie meridionali perciocchè per mezzo del
Latino, comun ceppo delle lingue meridiona-.
li, hanno dessi il mezzo onde farne acquisto
senza durar troppo gran fatica, il che non in-
terviene a’ Letterati di Francia, d’ Italia, di
Spagna, cui manca un così fatto veicolo per.
imparar i linguaggi del Settentrione.
D’ altro canto però una tale particolarità
rendere dovrà sempre in Europa più comuni,
e più universalmente intese le lingue dalla La-
tina derivate, e più di tutte render dovrebbe
| (101) Maffei Verona lilust. T. I. lib. XI. Zeno note al
Fontan. tom. I, p. 3a. Algarotti Pensieri div. p. 16.
pere Tom. VII. O
“
PREGI ESTRIN. DELLE DUE LING. f.1. 189
l’Italiana, che senza controversia nella maestà,
‘nell’ armonia, e nell’ andamento spira, e ritrae,
qual figlia primogenita, e prediletta, le mater-
ne sembianze. Pare che per contrar] difetti sie-
no men perfette le lingue Francese, ed luglese
da un canto, e la Spagnuola dall'altro, che
‘non l’Italiana (*). La lingua Spagnuola soprab-
bonda di vocali, ha parole troppo piene, e la-
‘bili. Troppo rigide, abondanti di consonanti, ‘
e mozze, e tronghe gli idiomi Francese, ed In-
glese. Il nostro all’incontro sì contiene ne’ ter-
mini, ed in un giusto mezzo tra un eccesso,
e l’altro, cosa che chiaramente apparisce in
quelle voci in ispecie, che sono, prescindendo
dalla terminazione, e dalla pronuncia, comu-
ni'a tutti i suddivisati linguaggi del pari, che
al nostro. Comunque siasi, la costituzione
della lingua Italiana è tale, che in pochi mesi
può essere imparata , intesa, e pronunciata da
qualunque persona non Italiana di ‘mediocre
coltura, e di mediocre ingegno fornita.
Sembrerà a taluno, che la maggior copia di
voci, di cui”a petto del- Francese va ricco l’ i-
dioma Italiano, tra le quali due lingue per
questo rispetto passa diversità sì grande, che il
precitato Conte Algarotti, il quale entrambe as-
sai bene le conoscea, giunse a paragonare ad un
chitarrino la Francese, l’Italiana ad un gravi-
cembalo, sembrerà, dico, che questa abbon-
danza cagionar debba difficoltà maggior nello
(*) Quanto alla lingua Tedesca un dotto, ed impar-
ziale Scrittore di quella Nazione il sig. Schwab (sur U-
miversal. de la langue Francoise pag. 395. Hist. de l’Aca-
démie de Berlin, 1785.) confessa ingenuamente, che non
potrà mai questa esser lingua universale per esser la più
difficile di tutte le lingue, e medesimamente più diffi»
cile della lingua Greca, e della Latina.
190 . - LIRRO SECONDO, CAP. II.
apprender la lingua Italiana, che nello impos-
‘ sessarsi della Francese assai più ristretta. Tan-
to più che, siccome abbiam notato sopra, da
una così fatta abbondanza nasce non picciolo
intoppo, e cagion di esitare nella scelta de’ vo-
caboli, e dei modi di dire. 'Futto bene; ma in
primo luogo io non intendo già, che gli stra-
nieri debbano porre studio tale nella lingua
‘nostra a segno di diventare scrittori Italiani.
Siccome conforto ogni Italiago a servirsi della
lingua propria, così porto ferma opinione, che
per le stesse ragioni convenga agli stranieri far
uso del loro idioma. Ma d’altro canto, per gli
stessi motivi, per li quali io tengo, che la co-
gnizione, e l'intelligenza delle lingue straniere
giovi ‘a vie più perfezionare , ed arricchir la no-
stra, penso per queste medesime considerazio-
| nì, che convenga agli stranieri porre studio nel
linguaggio Italiano. È cosa ben diversa intende.
re, e gustare eziandio una lingua, dal posse-o
derla ad un grado gi poterne far uso letterario,
e pubblico in libri, e componimenti dove sì ri-
chiegga una perizia di lingua , ed tu cui si deb-
ba fare sfoggio della venustà, c delle grazie del
dire. Oltre di che quell abbondanza, e dovizia -
della lingua nostra, se ben si risguarda, è in
| «massima parte prodotta dalla facilità di trarre
“voci dalla lingua Latina, ondechè non dee re-
car difficoltà a chi ( come sono i colti stranie.
.xi ) ha ricevuto una qualunque siasi instituaion
liberale. e sO
pure da considerarsi, che questa abbon-
danza della lingna nostra non è già di tal na»
tura, che in ogni libro sia necessaria, ed in
ogni genere di eomponimenti debba farsene
pompa . La lingua iialiana in tanto è abbondan»
te, in quanto spiegar può ogni diverso concet»
PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. $. I. 101
‘10, non già în quanto spieghi le cose medesime
con maggior numero di parole , il che sarebbe
. essenzialissimo difetto. Produce bensì questa
abbondanza la facilità accennata, e riconosciu-
* ta di piegarsi ad ogni stile, ed allo stesso tempo
è cagione di quella difficoltà , che vincer si dee
dallo scrittore nello scegliere le voci appropria-
te, e convenienti alla materia, ed al genere di
“ componimento , che ha per le mani. Un ammi-
ratore del Metastasio asserisce , che di quaranta
quattro. mila parole radicali, che secondo il
“computo del Salwini ha la lingua ‘nostra, la
‘musica non ne può adottare più di sei in sette-
mila, ed il commenda altamente per aver avu-
to l’arte di dire con sì poche parole cose nuo-
ve, cose belle, cose tanto difficili a dirsi(102),
anche da chi scrive in prosa, una delle princi-
pali cagioni sicuramente della celebrità di lui
fuori d’Italia. Da ciò ne segue, che chi tra gli
stranieri si ristringe alla intelligenza di un dato
gencre di libri Italiani, non è necessario, che
sappia, ed intenda tutte le voci d’ogni ma-.
niera, che in ogni stile possono venire adopera-
te da un autore Italiano. Chi intende Metasta-
sio, ed il gusta, non intenderì Dante, e chi ape
pieno intende il Segretario Fiorentino, non sn-
‘ pràadattarsi troppoallo stile del Boecaccio(103),
come già il nostro Vescovo di Saluzzo. Monsi-
gnor Cesano, non che al Davanzati, e ad altri
pretti Fiorentini. Dego
Che se poi parlassime di scienze, e di arti,
ognun vede, che queste hanno i particolari org
dizionarj, e che ‘colui, il quale a cagion d’ e,
gempio , intende i libri fisici non intenderà fox
(109) Baretti pref. al Metast. - È
. (103) Zena nate al Fontanini tone. 4. pda,
192 "LIBRO SECONDO, CAP. III.
se i libri di disegno, di guerra, di mercatura;s
la qual cosa non succede solamente qualora si
tratti di straniero, che studj una lingua non
sua, ma mblte fiate interviene eziandio agli
stessi nazionali. L’artefice solo è quegli, cui è
concesso di ragionare con parole proprie, e
tecniche dell’arte da lui professata. Ma che se_
gue da ciò? Non ne segue altro, se non se, che
ogni straniero, che studj la lingua Italiana per
uso della propria professione, dee sapere ì ter-
minì di essa, che compongono quel tale deter-
minato dizionario . E se poi fa lingua Italiana ha
parecchi di sì fatti dizionarj, avendone forniti
non pochi in un colle arti medesime alle altre
lingue, e nazioni di Europa, la diversità, e
moliiplicità loro non impaccierà chi di un solo
di essi, o di pochi abbisogna. Che anzi, per
ciò, che appartiene a diverse arti per origine I.
taliane, troverà già le voci ‘nella propria lin-
gua, di cui meglio intenderà l'etimologia, stu-
diando l’Italiana, e le terrà più agevolmente in
memoria, come più significanti ; allo stesso mo-
do, che un Geometra ed un Anatomico ; il qual
facciasi a studiare la lingua Greca, non avrà
più mestieri di definizioni per'intendere la mag-
gior parte de’ termini, de’ quali avanti mecca-
nicamente, e materialmente in certa guisa si
serviva. a
f
| 8. II. Quanto poco diffuso l'idioma Francese
di prima di Luigi XIV,
Ma se la lingua Italiana di tanti pregi natu-
rali è dotata, se con tanta facilità può venire
appresa, se sì gran vantaggio ne viene dal pos-
sederla , perchè adunque tanto è più comune-
mente intesa, e diffusa la Francese al presente.
PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. $.11. 193
in Europa? La parlatura Francese, disse già
Ser Brunetto Latini maestro di Dante, esser la
più comune di tuiti i linguagggi, e lo stesso è
pure a’dì nostri. Nè questo attribuir si vuole,
come per attestato dell Algarditi (104) confes-
sano gli scienziati tra’ Francesi medesimi, ai
particolari pregi, od intrinseco valore di quel-
la lingua; ma perchè in essa furono d’ogni tem-
po scritte cose popolari, piacevoli, e che allet-
tano i più. La lingua Francese, conchiude que-
sto brillante Scrittore, informato assai, e per
nulla avverso alla letteratura oltramontana, ha
voga in Europa per la medesima ragione, che
l'hanno i cuochi di Linguadoca, i drappieri di
Lione, e le scuffiare di Parigi. Troppo severo
sembrerà a più d’ uno il giudicio dell’ Algarotti;
ma consideriamo passo passo le vicende della
lingua Francese, e della Italiana, e si verrà a
scoprire, che la lingua Italiana prima sorse dal
Gotico caos;che una volta, e molto prima del-
la Francese, fu universale; che l'intelligenza di
‘ essa non è ristretta tanto, come-sì pretende da
certuni , e che da circostanze estrinseche, e va-.
riabili dipende il diffonderla sì ampiamente ,
anto la Francese medesima .
Quella , che chiamasi da Ser Brunetto Latini
Logi più comunedi Europa, se dirittamente si
risguarda , non era giù lingua esclusivamente
propria della Francia. Era questa la lingua Ro-
manza nata dalla corruzione della lingua Lati-
na , e lingua pressochè universale alle contrade
meridionali dell’ Europa circa il Mille. Nacque
da essa la lingua Romanza Francese, Romanza
Italiana, Romanza Spagnuola (105), rifug ggen-
(104) Pens. div. p. 148, 149. Opere T. vir.
(109) 77. Millot Hist. litter. des. Troubadours. Tirab.
Sor. della letter. Ital. T. Iv. p. 282.
Vol. 1. _ 8
194 LIBRO SECONDO, CAP. III.
do in ultimo tale idioma in Provenza, accolto
sotto un clima ridente da una corte brillante,
ed ingentilito dalla fantasia riscaldata, ed amo-
rosa de’ Trobadori, che il resero la lingua di
tutte le ben create, e vivaci persone dell’ Iralia,
della Francia, della Spagna. Perciò veggiamo.
scrittori Provenzali in quasi tutte le Provincie
d’Italia; nè mancarono al Piemonte e Nicco-
tetto. da Torino, eil Monaco di Fossano, ed al-
tri così fatti cantori da erudita (1068).penna in-
volati all’obblio. Quindi le gare tra i Proven-
zali, e gli Spagnuoli cenfinaati, che pretendo-
no aver: essi dato origine a quella coltura, a
quella generazion di poeti, che andavano dî
eastello in-castello cantando , ed amoreggiando.
quasi cavalieri erranti della poesia. Ad ogni
modo , quantunque alla corte de’ Principi di
Provenza maggior comparsa facesse , e maggior
gentilezza vantasse la lingua Romanza (107),
non si può ravvisare, che come una stessa i
gua nel sostanziale non ancora depurata dalla
. mondiglia de’ secoli rugginosi, che più risplen-
dea in quella contrada, ma ehe non era propria
solamente di essa. Era questa lingua, in una
parola s a giudicio dell’'‘erudito Padre Par
n (108), una sola lingua informe , in parec-
chi dialetti divisa, e parlata da moltissimi popo-
Hi, tra‘quali i Provenzali intorno al Milledu-
gento erano quelli, che un dialetto. men rozzo
(106) Elogio MS. dei Trobadori Piemontesi scritto dal
sig. Conte di Villa. v. Lampillas Saggio di Lett. Spagn.
(107) V. pure la pref. dell’ Ab. Tirabos. all'Opera del
Barbieri dell'origine délla poesia rimata, Modena 1790.
‘ (108) Z7ist: de Prov. T. 11. v. pure Rémarg. sur la lan
gue Frangoise des XII et XIII. siècles comparé avec les
ngues Provencale, Ilalienne et Espagnole dans les mé-
© mes stècles par Mons. de la Crune de S. Palaye. Mém. de
l’ Acad. des Inscript. etc. T.xx1r.p.671. ala
Li
PREGI ESTRINS. DELLE DUE LINC. 6.11. 195
adaperassero . E lo stesso Brunetto Latini scris-
se în lingua Romanza( sebbene Romanza Fran-
cese) il suo Tesoro, come porta in fronte quel-
l’opera in un codice a penna, che si conserva
. nella Biblioteca del Re di Francia (109)..Ma
per lasciar da parte, che secondo che, ha dimo-
strato il signor Bartoli (110), furonvi scrittori
Italiani anteriori, o per lo mero contempora-
nei de’ più antichi Provenzali, per lasciar tal
cosa da parte, tutta «questa Provenzale, e Ro-
manza letteratura venne spenta ; e cacciata nelle
tenebre da’valorosi scrittori Italiani, che sor-
sero nel Mille e trecento, ela lingua Frandese,
durante il secolo XIV., ed il susseguente XV.,
non ambì, nè tentò di primeggiare in Europa.
Quando il.Franceseidioma cominciò a spoglia-
“re la barbarie antica, e la rozzezza, ciò fu sotto
il Regno di Francesco I., cercando-di prendere ‘
forza ; disinvoltura, evenustà coll’imitar la lin-
gua nostra, edi nostri scrittori. Ancora dopo
la metà del secolo XV1. Amiot (111), lodan-
do. Arrigo II. , ed il defanto Re Francesco per
la protezione accordata alle lettere, e per gli
incoraggimenti dati a coltivar la lingua France-
‘ se, ed amplificarla per via delle traduzioni dei
libri dell’ Antichità; augura ‘in fine alla lingua
sua, che-possa aver corso un giorno, ed esser
rinomata, e celebrata al. pari dell’Italiana, e
della Spegnuola. Penò ciò non pertanto ancera
un secolo intero quella: lingua a diffondersi
presse le colte nazioni di Europa; ed abbiam
veduto sopra quanto fosse poco intesa in Pie-
(109) 7”. Hist. de l'Acad. des Inscript. T. r.11. p. 297.
(110) Reflect. impart. ec. p. 320.
( 111) $£pitre dédic. de la Yraduc. des vies do Plutarque
1599.
196 : = LIBRO sEcoNDO, CAP. IMI.
‘monte (112), e poco pregiata, già innoltrato
‘l’ultimo scorso secolo.
| S. II. Ragione, per cui la lingua Francese si
— diffuse sotto Luigi XIV.; mezzi posti in
pratica a tal fine. i
Toccò adunque tal gloria al Re Luigi XIV.
Riunita la nazione in un corpo, fondato stabil-
mente il Regno della gentilezza, e della corte-
sia, messe le scienze astruse, le dotte opere
dell'antichità, la severa erudizione alla portata
d’ gni persona, l’arte. di fare un libro galante,
e leggiadro da porsi in mano delle donne le più
leziose , e degli uomini più svogliati, per aju-
tarli a far fuggire il tempo, divenne un ramo
fruttuoso del commercio Francese. Sparsero
‘ quindi la loro letteratura facile, ed amena per
tutta Europa , letteratura, che rappresenta l’im-
magine di quelle disinvolte, ed urbane conver»
sazioni, di quelle cene di Parigi, allo stesso
modo, e colle stesse arti, con cui nuove fog-
gie di donneschi abbigliamenti edi vezzi, e di
utensili eleganti mandano dal loro paese ad in-
nondare; ad ingentilir , dicon essi, le rimanen>
ti nazioni. E se il rinomato Abate di S. Re-
al (113) osservò non essere così debole il fon-
‘damento di questo commercio di galanterie , co-
‘me potrebbe sembrare a prima fronte, per»
ciocchè ha per base quella condiscendenza, e
propensione , che si ha in ogni luogo per con-
tentar donne, e fanciulli, de’ qualii Francesi
hanno una singolare abilità ad incontrar il ge-
nio; non si dovfà dire, che uno stesso scopa
(112) Lib. I, cap. IV. p- 88.0
(115) État véritab. de la France MS.
PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. $. III. 199
non abbia, ed una egual ventura toccar non: deb-
ba a quella loro letteratura? vi
L'abilità di fare un libro, secondo che:.otti-
mamente avvertì l’ Abate Bettinelli (114),.è ui
«ma nuova moda , una manifattura di quel pae-
se. Vi vuole un certo gusto, un particolar
discernimento per tal lavoro nello scrivere, e
nel pensare, e questo gusto comprende ezian-
dio il materiale de’ volumi, la qualità delle
stampe, ela forma medesima più grata, e più
acconcia. Ora tutto questo parte da quella me-
desima eleganza propria della nazione France-
se; e questi libr moltiplicati , ‘e sparsi dal ne-
goziante Olandese, dallo Svizzero , dal Ginevri+
m0, sono una manifattura essenzialissima . di
quella nazione al pari delle altre di moda, în
. guisa che moltissimi libri chiamansi antichi
. mentre l’autore è ancor vivente; ed'‘un libro, che
due, o tre anni addietro, al pari di un nastro,
di-un’ acconciatura , di un vezzo, ‘era riguarda-
to come il tipo del buon gusto, smaltita l’e-
dizione, come delle altre mercanzie vuotati i
fondachi, cade del tutto a terra immerso in pro-
fonido irrevocabile obblio. o
Egli è ben cosa incontrastabile , che con così
fatti libri sì è avverato quanto presagiva insin.
dal fine del secolo scorso il dotto Conte Maga-
lotti (115), vale a dire che i libri Francesi, e
j.dizionarj d’ogni maniera avrebbono fatto col
tempo , che pochissimo si studiasse : perciocchè
molti studiosi, che si sarebbono applicati a ve-
der le cose a fondo negli autori classici , allet-
tati da una così fatta facilità, si sarebbono ‘cotn-
tentati di vederle così superficialmente; onde
(114) Risorg. d’ [t. T. II. p. 39; 40.
(115) Lettere fam. T. II. p 160.
198. LIBRO SECONDO, CAP. III.
la coltura più universale sarebbe divenuta, ma
più rari ne sarebbone stati i frutti. Ed a’ Fran-
eesi appunto attribuisce il celebre Monsignor
Fabroni (*) la colpa di avere introdotta, e
sparsa una varietà di dottrine, una enciclope-
dia superficiale, nemica de’ progressì del vero
sapere in Italia. i De
Inoltre la soverchia vaghesza di nevità pro-
dusse le esagerazioni, ed i paradossi nella let-
‘ teratura, contrar) al buon gusto, ed alla veri.
tàs allo stesso modo, che le strane foggie ca-
ricate, che si succedono cantizuamente, ca-
se svogliature, come se chiama il va-
rep ne Mengs (116), le quali non hanno
altra bellezza, che il merito :di non aver esi-
stito il giorno precedente, deformano la natu-
ral beltà, e son tali, che nessun buon pittore
idealista la immaginerebbe giammai. Quindi
n’è venato, che non pochi autori in Francia,
quasi lavoratori prezzolati, e trafficanti som
| diventati mercenarj, e come negozianti fab-
bricatori de’ librai, pratica, che non si cono
sce in Italia, non iscrivendosi, se non per solo
amor del sapere, della gloria, e ben sovente
con iscapito delle proprie sostanze(**). E quin-
di n’è.venuto ceziandie , che si studia più di
- {*) » Quod malum si ad nos, ut reor, a Gallis ma-
xime pervenit, qui artem se tradere gioriantur, multa,
atque infinita propemodum parve labore noscemli, fa
tebinaur profeoto nullamà ab iis potuisse literis securim
infligi graviorem ». n
Vitae Ital. ducs. excel. T. VII. p. 8. 1781. Pisis.
(116) Opere T. IT. p. g5. ‘
(*#) Antico si è il male in Italia. L'Arte storica del
Mascardi, opera secondo que’tempi assai pregevole, sa--
rebbe restata invenduta, se il Cardinale Mazzarino non
ne avesse fatto comperare grandissimi parte degli esem-
plari. — v. Fontanini Biblios. T. I, p. vio. rata (1).
PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. È. II. 199 ©
scrivere cose, che piacciano, che cose, che
giovino, e non saprei, se, come serve uma tal-
ratica mirabilmente a diffondere sempre più
a letteratura, e a dar di che campare a’ lette-
rati mal provveduti di beni di fortuna ; non
eontribuisca pure d’altro canto a lusimgar l’a-
mor proprio, a prostituire la dignità delle
scienze , a. moltiplicar le opere danmose, o su-
perficiali, a fomentare in luogo di svelltre i
razionali pregiudic). E la celebrità , tanto cons
cordemente bramata, raramente ‘ottenuta, ‘e
sempre vana ricompensa delle fatiche lettera-
rie, quanto non è anche di più facile consegui-.
mento in Francia per li divisati motivi? Passa-
no i libri rapidamente da un estremo all’altro
di quel regno, ed i I'rancesi di natura loro cu-
| pidi di cose muove, ‘e che niente mai fanno
senza dar negli estremì, nniti in un corpo s0-
lo, pressochè tutti colti, e gindici almeno su-
perficiali d'ogni materia appàrtenenie a lette-
ratuta, portano testo alte stelle il anòovo ap-
plaudito autore. Quindi i ritratti, ed i rami
d’ ogni persona di qualche grîdo , e persin degli .
attori di teatro, quindi le statue, ed i busti
eretti a Voltaire, onore segnalato in vero, se
un simile non fosse stato dalla nazione conces-
so nel Regno medesimo di Luigi XIV. a Sca-
ramuccia comico, o pet dir îneglio , saltimban-
co Italiano (*). si |
E non dovrem dire, chè gli autori Francesi
fanno soventi volte, per ciò che appartiene al-
la gloria, e riputazion lorò, come que’ dissi-
> (*) » IL eut fe plaisir de se woir bientòt gravé ( Scara-
» mouche), et mèéme mis en marbre. On paroit les
» chemitées, et les cabinets de son buste, et de sa fi-
» gure. - Zie de Scaramouche par le sieur Angelo Co-
siantini. Lyon 1695. p. 166.
i
200 LIBRO SECONDO, @AP. III.
patori delle proprie-sostanze, che riducono ad
entrate vitalizie il lor patrimonio? per voler
gioire degli applausi prematuri de’ contempo-
ranei, si privano di quelli della giusta poste-
rità. L’universale carattere de’ suoi nazionali,
non meno , che de’ letterati Francesi, troppo
ben già venne espresso da quel Porporato lore
poeta, quando, dopo avere al vivo descritte
sl vaghissime bolle, che coll’acqua. intinta
+ disaponesi fanno, edi lucidi brillanti colori,
- di cui momentaneamente. si adornano, la pom-
pa, il pregio, la durata del loro trionfo ad es-
se non teme di paragonare (*).
S.IV. Lifigua Italiana più estesa della Fran-
cese prima del Re Luigi XIV.; migliori
a fondamenti della sua'universalità.
Non già l'impero della volubile moda, nè
il genio delle donne gentili, e de’ Jeggiadri, e
brillanti giovani signori, molto prima che fuori
della Francia conosciuto fosse il Francese idio-
“ma, Stabili di là dalle alpi la lingua Italiana,
| ‘((*) » Frangois, connoissez votre image
i » Des modes vous ètes l’ouvrage
» Leur souffle incertain vous conduît;.
» Vous seduisez: l'on rend hommage
» A’lillusion qui vous suit.
» Mais ce triomphe de passage
» Effet rapide de l’usage |
La » Par un autre usage est détruit.
Bernis Epit. I1. sur les Moeurs. T. 1I. p.37. ediz. del
1771. ia |
-» Chaqne semaine a son héros en bien, comme en
» mal. C’est la contrée aù il est plus facile de faire
» parler de soi, et le plus difficile d’en faire parler
long-tems . Raynal. Hist. des deux Indes, liv. V. chap.
XI. E poco prima avea detto de’ suoi nazionali ;-
« C'est en quelque sorte un peuple de femmes.
PREGI ESTRINS, DELLE DUE LING. $. IV. 201
che, ad orita de’frapposti estrinseci ostacgli, per
poco non si sostenne dominante ‘in Europa, e
che, non ostante la decantata universalità del-
‘ l’emula sua, si serba peranco in vigore nelle
ultime contrade, più di quello, che comune-
mente da noi si creda. Il vero buon gusto , ed
‘il sano sapore, tanto nelle opere di ragion del-
l’immaginazione, come nelle arti del disegno,
la dottrina deglî Italiani autori, men numerosi
de’ moderni Francesi, ma più originali, che
scrissero di cose politiche, e scientifiche, la mer-
catura, le pratiche di Stato,-e la scienza di
guerra, di cui furono maestri gli Italiani alle
altre nazioni, gli storici rinomatissimi furono
quelli , che reserd la nostra lingua, prima d’ o-
gni altra moderna, lingua dotta, colta, apprez-
zata, e studiata per tutta Ruropa. _,
Io non parlerò dell’ Imperador Federico TII.,
e del Re Enzo di Sardegna (117) Principi Te-
deschi, che sin da’ primi anni del 1200, detta-
rono in quella lingua Italiana nascente poetici
componimenti. Ma certa cosa è, che i tre padri
di essa oscurarono del tutto lg fama di quanti
avessero scritto avanti loro in idiomi volgari, e.
perciò li veggiamo poscia nel secolo X.VI. stu-
‘ diati, 1mitati, e tradotti da'Spagnuoli , da Fran-
cesi, e da Inglesi, com’è detto sopra. Nel se-
colo, che succedette a que’ tre primi lumi, la»
lingua Italiana venne trascurata: alquanto . Dal
1400. insino al 1500., osserva il Dati (118),
correa per l’Italia una opinione poco men che
universale, che in lingua nostra solamente scri-
vesse chi non sapesse scrivere Latinamente, la
qual sentenza riuscì assai dammosa, non tanto
(117) Rimatori ant. testo a penna cit. dalla Crusca.
(118) Prefaz. alle Prose Fior. sp
N: | di
202 ‘ LIBRO SECONDOy CAP. III.
per la corruttela della lingua pura, ed elegante
adoperata da’ migliori Trecéntisti, che riempiu-
ta venne di errori, e di Latinismi, come si può
yedere nelle poesie del Tibaldea, del Serafino ,
del Britonio, e di altri di quella età, quanto
perchè, facendo perdere l’affetto verso l’idio-
ma natio a’ più dotti, e scienziati, li atterrì dal
dettare in esso i loro sublimi componimenti, e
massimamente di quelle materie, di cui era
scarsa , 0 totalmente. marchevole. 11 Cardinal
Pallavicini (119), ed il Bettinelli attribuiscono
tal negligenza al genio dominante della erndizio-
ne, all’ ardore, con cui diedero opera i grama-
tici, ed è critici di quel secolo allo studio del
Greco, e del Latino, studio*a que’ tempi più
che mai coltivato, favorito da’Principi, e fo-
mentato dalla stampa trovatasi, dai codici di-
sotterrati "dalle medaglie, ed antichità scoper-
te, raccolte, riunite in gallerie(120), in biblio-
teche singolarmente dagli immortali letterarj
Eroi della gran famiglia De-Medici. Tengono
in una parola, che il troppo travagliarsi, che
fecero gli Italiani di quella età intorno a quan-
to fatto si era dafli antichi , abbia telto loro il
modo di tentare cose nuove nella proptia lin-
gua. Da questa verità riconosciuta , e confessata
da’ nostri scrittori, ben si può scorgere in pro-
xa, quanto sia vane per una parte il vanto ac-
cordato alla Grecia dal signor Abate Lampil-
las (122) d’aver quella nazione sconfitta la bar-
barie, e di aver portato la luce, e la coltura
delle scienze per la seconda volta iù Italia; ma
(119) Lett appartaalla seconda ediz. della Storia del
Concil. di Trento. Bettinelli Risorg. d'It. T. Il: p. 36.
(120) V. Saggio istorico della R. Galleria di Firenze
Vol. I. p. 9. © seg,, Firenze 1779. |
(431) Saggio sopra Ia leiteràt, Spagnuola T. III. p. 88.
/ o
| PREGI ESTRINS, DELLE DUE LING. f£. IV. 203
d’ altro canto non è da dire perciò, come fa 1 A-
bate di Condillac (122), che que’ Greci fuggiti
di Costantinopoli, i quali promossero lo studio
della lingua d’Omero, edi Demostene in Italia,
| abbiano chiusa la strada a que’lami, che già a-
veano balenato sulle nostre contrade, contra-
dittorie accuse di due stranieri poco affetti alla
* Italiana letteratura, le quali da per loro si di:
struggonò. Basta scorrer lieverhente que’ tanti,
che scrissero della vita, e degli studj del gran
Petratca, ed ultimamente il Tiraboschi (123),
ed il Bettinelli (124) summentovato, per chia-
rirsi appieno , che, rispetto a questo gusto di
antichità , altro non si fece nel secolo XV. in
Ialia, se non se proseguir quanto erasì nél-
l’antecedente intrapreso, contribuendovi soltanto
i Greci, i quali già facilmente. trovarono rico».
vero tra not, c 1 altrove, perchè appunto
l’Italia già erasi , ifnanzi alla presa di Costanti-.
nopoli, a quegli studj rivolta. Ed il sigoor Vol-
taire medesimo, più giusto verso di noi, affer-
‘ma, cheil risorgimento delle scienze, delle let-
tere, é delle bell’arti fu opera tutta dell’inge-
gno degli Italiani, e de’ Toscani principalmer-
te; in nulla de’ Greci rifuggiti (*). E
‘ Del rimanente, e ehi oserà di affetmare, che,
qualora non si fosse con tanto calore coltivata
(122) Cours d’Etudes T. XV. p. 165.
(123) Storia della let. It. T. V. p. 366.
(124) Delle lodi del Petrarca Bassan, 1786 p. 25e p. 78.
. (*),, Ils firent (les Toscans) tout renaître par leur
2; seul génie, avant que le peu de science, qui ètait re-
,» sté à Costantifiople refluat en Italie avet la langue
,3 Grecque par les conquéetes des Ottomats: Florence
s, étoit alors une nouvelle Athèries.....ori voit par là
,3 que ce n'est point aux fugitifs de Costantinople, ga,
.,, on a du la renaissance des arts, Ces Grecs ne purent
,; euseigner aux Italiens, que le Grec. - Zostaire, Essaî
sur l Hist.chap. 832... | a,
204 LIBRO SECONDO, CAP. II. *
l’ erudizione nel secolo XV. , avremmo ciò non
ostante avuto tutti gli nomini grandi ; che fiori-
rorto in appresso? Ritardarono i Greci, e l’e-
rudizione ritardò forse i progressi della lingua
nostra; ma è da credere, che rudrita nel silen-
zio, ed imbevuta lungamente delle opere più
pregiate dell’antichità , abbia acquistato forza, e
lena per poter dispiegar l’ali a più felice volo 3
per poter gareggiare colla Grecia, e con Roma
nelle cose di lettere. Nè altri, fuorchè il signor
Abate di Condillac (125), nelle opere de’ più
vantati nostri scrittori ravvisa quel cattivo gusto
del secolo, in cui-si formava la lingua , che e-
gli ci rinfaccia ; che anzi Voltaire, troppo mi-
glior giudice, ne’ nostri autori di grido, del pari
che in quelli dell’ antichità, ripone il Palladio,
a dir così, del buon gusto. el cattivo gu-
sto, di cui ragiona il Con , ad altro non
si riduce, se ben si risguarda in senso di lui,
se non allaccostarsi , che fanno molti degli
scrittori Italiani nel giro del periodo, e nella
costruzione, piuttosto al maestoso, e vario an-.
damento della lingua Latina, che non alla bre-
vità impaziente, e regolare degli i incisi France-
si; in somma nel non essere la lingua Italiana
la lingua di quell’ Abate , che prese, secondo il
consueto dei più tra’Francesi , dalle cose pro-
prie il regolo per giudicar delle altrui.
Ad ogni modo sul bel principio del secolo .
XVI. seoppiarono ad un tratto moltissimi scrit-
tori di lingua Italiana, ciascuno nel genere suo
di prim’ordine, tutti allevati nel seculo antece-
dente, tutti degli scrittori antichi studiosi, e
grandi estimatori; il Segretario Fiorentino, il
Castiglione, l’ Ariosto jil Guicciardini, celebra-
4
(125) Cours d’etud. Tom. XV. p. 167
PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. $.1v. 205
tissimi, il Bandello, ed il Valenziano nostri
nazionali, il primo il miglior novellatore dopo
il Boccaccio, l’altro che col Bembo, e col San-
nazzaro divide la gloria di aver ripurgata la
poesia Lirica amorosa dalla ruggine contratta,
entrambi i quali meritano di esser richiamati
alla luce del giorno. Ed al Bembo succennato
non piccioli encomj son pur dovuti, se non al-
tro, per essere stato il prîmo a tergere, e rego>
lare, mediante i precetti, con felice riuscita la
lingua ; onde di lui cantò l’ Ariosto,
‘. 00. + + + Là veggo Pietro (126)
« Bembo, che ’l puro, e dolce idioma nostro,
« Levato fuor del volgar uso tetro, |
ce Qual esser dee ci ha col suo esempio mostro.
Vorrei sapere qual cattivo gusto ravvisi il di- .
licato Abate .di Condillac' nelle opere di tutti
questi grand’ uomini , lo stile de’quali dopo or-
mai tre secoli , al pari delle ben guardate dipin-
ture, conserva tutto il fresco, ed il rugiadoso
di cosa florida, e nuova? Ed ecco tosto il lin-
guaggio Italiano il linguaggio più pregiato di
Europa durante tutto il secolo XVI. Speron
Speroni nella Orazione in morte del Bembo pre-
Jodato attesta che Francesi, Spagnuoli, Tede-
schi, Ungari, e Greci aveano a caro di leggere
opere Italiane, ed in lingua nostra medesima>
mente favellare. Lo stesso assicura Alberto Lol-
lio (127) il quale intorno alla metà di quel se-
colo fioriva; che anzi aggiunge, che perfino in
Inghilterra era già da moltissimi conosciuta, a-
mata, onorata, ed in pregio tenuta. Ladhde non
si tardò molto ad aver nitide, ed accurate edi-
zioni di opere Italiane da que’torchi , la prima
(126) Furioso Canto XLVI. Ott. 15.
(1237) Orazione in lode della lingua Toscana.
206 È‘ LisRo SECONDO, CAP. 18.
delle quali, uscita in Londra nel 1581. , setore=
do che fu avvertito dall’ eruditissimo Ze-
no (128), vien dall’autor suo Pieruccio Ubal-
dini dedicata a’Gavalieri, e Gentiluomini della
nazione Inglese, Taccio le tante altre edizioni
fattesi in quel secolo de’ più riputati autori di
lingua, correttissime , nitidissime dagli Stefani,
dai Rovilli, in Parigi, in Lione, ed in altri luo-
ghi della Francia, e hon poche eziandio uscite
dalle stamperie della Germania, e della Sviz>
zera. x ni | # |
| Ma chi non riconoscerà una prova manife-
sta del gran concetto, in cui era fuori d’Italia
Ia lingua nostra nel veder Carlo V., e France»
sco I. nemici ostinatissimi, ed in tutto il rima»
nente di genio affatto opposto, in questa sola
| cosa di un animo, edi un cuore, gareggiare a
chi più favoriva, e beneficava gli scrittori, e
glì artisti Italiani, edi grand’uomini d’ogni ge-
nere? Lascio in disparte i Trivulzi, gli Strozzi,
i Medici, iDoria, i Pescara, i Colonna, i Ran-
geni, i Fregosi, e tanti altri capi di genti da
guerra Italiani, che guidarono in quel secolo
gli Imperiali eserciti, ed i Francesi. Carlo V.
leggeva, per quanto dicesi, le opere del Segre-
tario Fiorentino, e del Castiglione, onorato au-
che personalmente da quel Monarca . Tiziano,
ed altri artisti ottennero da lui distinzioni se-
gnalate , e larghissimi guiderdoni. Della muni-
ficenza, con cui il suo emulo generoso France-
sco I. proteggesse le arti Italiane, ne son picne
le stori&, ed i libri di que’ tempi. Alla sua cor-.
te infiniti erano gli uomini della nazion nostra,
specialmente Fiorentini, gli Alamanni,i Vinci,
i Cellini. Comunissimo poi era fatto il linguag-
. (128) Note al Fontan. Tom. II. p. 263.
È ___17—17—._—É— _
PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. $.IV. 207
gio Italiano alla corte di Arrigo II., per modo
che, senza uscir, di Francia, que’gentiluomini
l'imparavano perfettamente, e si parlava con
somma leggiadria da Madama Margherita unica
sorella di quel Re ( quindi Duchessa di Savo-
ia), e da molti valorosi signori, e Dame (129),
che nelle stanze di lei s'adunavano, leggendovi
anche, quasi in Accademia, con grazia grandis-
sima ‘aleuni Italiani componimenti. E quanto
fossero gustate le lettere Italiane in Francia”
‘da’ Principi, e gran signori, da moltissime let-
tere del Bandello si'raccoglie, con cui ora agli
uni, ora agli altri vien dedicando le sue Novel.
le (130), del che abbiamo altrove più di pro-
posito ragionato. Sino a quello scellerato ‘uo-
mo, mordace, e pressochè senza lettere dell’Are-
tino otteune ricompense dai Principi stranieri i
iù grandi de’tempi suoi (131), tra essi persi
no dal Re d’ Inghilterra. Ben si può far ragione
in qual grande concetto la lingua nostra tenes-
sero, procurando dessi di acquistrarsi un uo-
mo, che così male per ogni verso l’ adoperava.
Che più? qualora possenti Regnanti fuori d’ Ita-
lia nudriti con raro esempio professavano lette-
ratura, preferivano l’Italiano all’ idioma. loro
natlo per servirsene nei loro componimenti.
‘ Ferdinando I. Imperadore essendosi volto a
tradurre le Filppiche di Demostene, non si
- volle d’altra lingua prevalere, che della Italia-
na, del quale onore da un tanto Monarca all’i-
dioma nostro impartito ne resta la perpetua te-
stimonianza in una rarissima edizione di questa.
(129) V.Rag. avuto in Lione tra Clandio d’ Herberè,
ed Alessandro degli Uberti. Lione presso il Rovillio
1557. pag. 5. i et
(130) Piemontesi ill.Elogio del Bandello part. 1."p. 85.
(131) Mazzuch. Vita dell’ Aretino p. 77, Bresc. 1763.
-
208 | LIBRO SECONDO) CAP. III. Uni
«traduzione imperiale, che vidi già presso il.
‘chiarissimo Abate Denina da lui felicemente
-scoperta, € possednta . i
Ma ciò, che dimostra maggiormente quanto
diffasa fosse fuori d’Italia, e segnatamente in
- Francia la: lingua nostra, ed intesa, e gustata
ida gran parte di quella nazione, si è il vedere
sin dal secolo XVI. introdursi, e stabilirsi la
commedia Italiana in quel regno. La Calandra
del Bibbiena (132) fu con magnifico apparato
rappresentata in Lione nel 1548. in occasione
della solenne entrata di Arrigo II., € della Re-
gina Caterina în quella Città. E Margherita di
, Valois Regina di Navarra, che al pari del Re
‘Francesco I. suo fratello intendentissima era
della favella nostra, oltre a diverse rime Italia-
re, che sono in istampa , avendo pure compo-
ste alcune cose drammatiche , chiamò d’Italia i
migliori comici, che aver potesse , affinchè in
sua corte le recitassero. Tanto essendo gustata
la nostra commedia, non dovea tardar guari
al ottenere un pubblico stabilimento, come di
fatti il conseguì sotto Arrigo III. nella stessa
Capitale del sno Regno ; ed i comici cognomi
pati i'Gelosi diedero principio, con approva».
zione Sovrana; alle loro recite nella primavera
del 1577. nella sala del palazzo di Borbone. Nè
era questo un privato trattenimento , ma pub-
blico di tutta la Città, come raccogliesi lallo
scrittor del Giornale del prefato Re Arrigo UI.
recato dall'accuratissimo Apostolo Zeno, nel
qual Giornale si sog.iugne, che tale eravi il
concorso, che quatiro de' migliori predicatori
iusieme non ne aveano alo10 sermoni l’egnale.
‘Gli Italiani poi vedendo dominare la lingua
(152) V. Zeno note al Fonianini T. LL p. 361.
PREGI ESTRINS. DELLE DUE LING. $.1V. 209
loro, non mancarono già a se stessi coll’ affetta-
re idiomi stranieri. Annibal Caro interrogato
da un gentiluomo Napolitano, se a quelli, che
nelle lettere loro usavano la lingua Spagnuola
risponder si dovesse nella lingua medesima,
sebbene avanti di spiegare il suo sentimento si
venga lungamente scusando,.e sebbene, come
cortigiano ch’eglinera, e che ben vedea essere
la lingua Spagnuola in Napoli la l@gua della
nazion dominante, proceda eow molti riguardi,
pur dovendo conchiuder, così asserisce: che,
senza offesa di persona , e di nazione alcuna,
credeva di poter dire (133), che meglio, con.
più decoro, con men sospetto di adulazione, e
men pregiudicio di servitù si scrive, e si rispon-
de nella lingua propria, che non nell’altrui .
Soggiunge in appresso, quasi fatto più animoso
innoltrandosi nel discorso, che una. sì fatta sen-
tenza sembravagli tantoschiara, che non abbi-
sognava di allegazioni, nè di ragioni, nè die-
sempj. Mercè la sollecitudine degli Italiani, e
mercè delle opere loro d’ingegno, e di mano
lodatissime, fatto era dunque comunissimo in
quel secolo l’idioma nostro in tutta Europa.
Le Raccolte delle Lettere di que’tempi il dimo-
mostrano evidentemente, comé quella famosa
delle Lettere de’ Principi, e specialmente quelle
del Giai ica (134), e del Caro. Il primo,
non che altro, la sua eloquente risposta al Val-
des da lui scritta in Ispagna, e che sicuramen-
te era indirizzata, più agli Spagnuoli, che agli
Italiani, dettò in lingua patria; ed il secondo
nelle lettere di negozio stese da lui a nome del
‘. (133) Caro Lett. Vol. 11. pag. 289.
(134) Lett. di neg. del Castiglione Tom. tr. p.175,Pa=
dova 1771.
_
210 LIBRO SECONDO , CAP. III.
Cardinal Farnese, scrivendo all’Irmperadore ,
al Re di Francia, di Spagna, di Portogallo, di
Polonia, alle Regine, alle Principesse, ed ai
Prelati, Ministri, Capitani, e Signori principa-
lissimi di quelle Corti sempre adopera la lingua
Italiana; e la stessa cosa fece anche, innoltrato
il secolo susseguente, il Cardinal Bentivoglio .
® *
° CAPO 1V.
‘ OSTACOLI CHE IMPEDIRONO , CHÉ LA LINGUA
ITALIANA CONTINUASSE AD ESSER
LINGUA UNIVERSALE.
Or che veduto abbiamo quali applausi meri-
tato, e cònseguito avesse Îa lingua nostra già
sin dal secolo XVI, chi tra gi stranieri si da-
rebbe mai a credere, che a’ pregressi di lei si
opponessero ostacoli estriaseci gravissimi? è
che coesistesse in Itatta, in wn cogli uomini .
grandi, che l’avean portata di tà dalle alpi, è
da’ Pirenei, una generazione di persone dot» -
tissime, coltissime, a nient’altro fntente, se
non se a deprimerla, voglio dire î tanti Latis
fiisti di quella età medesima?
8 Declamazione de' Latinisti contro la
n Lingua Italiona.
| Primo dannose frutto della eresia letteraria
de’ Latinisti prenomihati fu la prevenzione fal-
sissima, insinuatasi eziandio in mente di colo-
ro, che davano opera al proprio idioina ,. ché
la lingua Italiana non avesse vigore, e nerbo
‘bastante per innalzarsi alla sublimità del poe-
ma eroico, prevenzione, che. sì sostenne sin
OSTAC. CHE EBBE LA LING. ITAL. f.L 211
oître alla metà di quel secolo. E dicendosi, che
atta non fosse alla Sublimità del poema eroi-
co, tanto valea, come dire, che propria non
fosse, salvo per novelle, per versi armonici, e
per componimenti di stile tenue, per iniratte-
| ner signore; ch’era appunto l’opiniore, che gli
eneomiatori , e professori della lingua trionfale
del Lazio avevano, 0 mostravano di avere del-
l’ Italiano idioma, incapace, a parer loro, di
tentar nulla di grande, e di magnifico (*). Ma
ristringendoci prima di tutto al poema epico,
se il Trissino avea forse colla sua Italia Liberata
piuttosto dato peso, che altro alla ‘accusa dei
Latinisti, alcuni peszi di Dante, e di Petrarca
medesimo potevano troppe agevolmente sgan-
narli. Con tutte cîò lo stesso Bembo, celebra»
to, come restitutore della lingua Italiana, con- ©
fortava l’Ariòsto a dettar il Furioso in idioma
Latino. E se questo non è degni agi più
«regolare , ed in ogni Bua parte nobile, e mae»
stoso {per la quale impresa al suo autore izms
mortale non mancavano certamente te forze;
incontrandesene ‘tratto tratto de’ saggi troppo
luminosi, che piena fede me fannò), v'ha ra-
gion.di credere, che uh così fatto falso presup-
posto nou ne sia stata l’ultima cagione. La tra»
. (*) Il Castelvetro nella lettera dedicatoria della Poe-
tica di Aristotile da Iui volgarizzata , ed esposta ( all’Im-
‘perattor Massimiliano ) stampata in Viennanel 1570.,
palesa le cagioni, dalle quali fu indotte a scrivere l’opera
sua in. nota volgare, e ciò per far prova, dic’egli, sè
Fosse possibile con le voci proprie, e naturali di essa , si
potessono far vedere , e palesare altri concetti della men-
te nostra, che d'amore, e di cose leggiere, e popolari;
e ragionare, e trattar d’arti, e di dottrine, e di cose gravi
e nobili, senza bruttare, econtaminar la purità sua con
laimmondizia delle voci barbare , e scolastiche, e senza
variare, e alterare la semplicità sua con la mistura delle
voci Greche ye latine , «Cc. a
212 LIBRO SECONDO , CAP. IV.
duzione dell’ Eneide, della splendida, della
magnifica Eneide tentata dal Caro dopo. la me-
tà dello stesso secolo, e che, sebbene inferio-
re di molto, pur è sinora la men discosta dal-
le bellezze poetiche dell’originale, fu da lui
intrapresa, come accenna in una delle lettere
sue (135), per far conoscere la ricchezza, e la
capacità della lingua contro l’opinion di colo-
ro, che asserivano. non poter dessa aver poema
eroico, cosa, com’ei segue a dire, ché non
pochi credevano a quei tempi. Ma sorse poco
dopo il Tasso, e colla Gerusalemme Liberata
vittoriosamente eonfutò chi tena il contrario
partito, mostrando. quanto potesse la lingua
Italiana in fatto di magniloquenza , e di pompa
di stile sfoggiato ,. e ricco d' ogni più sfarzoso
ornamento .
Per lo stesso motivo di IR l'Italiano
come linguaggio i incapace: :di- tentar materie gra-
vi, ed.importanti, e di. descrivere le grandi ri-
voluzioni di Stato, non so qual Latinista i tert-
tò di persuadere il "Machiavelli (136) di stender
latinamente le sue storie, onde, quasi per yen-
detta, tuttochè traduttor elegantissimo di Te-
renzio , il tacciarono d’ignaro di lettere Lati-
ne. Primo il Machiavelli dice il Bodino (137),
dopo più di mille anni, in cui la barbarie avea
coperto ogni cosa di folte tenebre, si fece a
scrivere di materie di Stato; nè vi ha dubbio,
soggiunge, ; che molte cose, e più fondate avreb-
be scritto egli, se avesse congiunto lo studio
delle opere degli antichi filosofi, ed istorici
colla pratica de’ negoz), cognizioni, che gli
(135). .Lett. Vol. IL p. 247.
(136) V.Algarotti Scienz. milit. del Segr. Fior. lett. XI,
p_67. Op.T.1v. |
‘415 7) Merthod.Hist. cap. VI. p. rà1.
MSTAC. CHE EBBE LA LING. ITAL. G.1. 213
mancavano, per attestato del Giovio, come le
opere medesime di lui il palesano. Ben è da
credere, che questo dotto Pubblicista Francese
avesse letta la critica soltanto del Giovio, sen-
za mai rivoltare nè i Discorsi, nè l’ Arte- della
guerra, nè alcun’altra delle opere del famoso
Fiorentino; che al certo niente più vittoriosa-
mente di esse distrugge l’ accusa di quel Latino
‘ storico venale, e meglio dimostra lo studio po-
sto dal Machiavelli nelle opere classiche del-
antichità. Ma così va la bisogna quando s’ha
‘ per nemica una classe intera d’uomini, tanto
più di parolai, e di minuti gramatici. Comun-
.que siasi, non vha dubbio, che .il ristringer
la lingua a' componimenti leggieri, il megarle,
che certuni faceano, l’attitudine a cose grandi,
la tenne più lungamente nell’infanzia di quel-
lo, che naintalmente restata vi sarebbe; ma da
questo canto già è gran tempo, che cessato è
i pregiudicio, e venne sbarbato, e sradicato
‘allo stesso modo, con cui il Cinico sciolse le
sollisticherie contro 1’ esistenza del moto.
Di questa indiretta guerra, che facevano al-
l'Italiano idioma paghi peranco non érano i.
Latinisti del secolo XVI. Vennero in persona,
di fronte, ed a visiera alzata a combatterla;
guerra troppo p'ù fiera, e crudele, ed ostina-
tissima, che insino a’giorni nostri ha durato,
e che tuttavia iu parte è viva più. che mai. Il
solo Latino da grandissimo numero di letterati
era tenuto, durante il 1500., in conto di lin-
gua nobile, g da uomo dotto, e di grave, e
soda letteratura fornito. Agostino Vespucci
scrivendo in principio del secolo al Machiavel-
li, per dargli una convincente dimostrazione
dell’ affetto, che gli portava, come una gran
cosa gli assicura, che la lettera, che avea da
=
214 LIBRO. SECONDO , CAP; IV. -
lui ricevuta, quantunque detfata in lingua Hta-
liana (138), tuttavia, come da questi proce-
dente, avea trovata grazia presso di sè, e grata
gli era riuscita. E Mario Corrado anima, e
‘sprona il Manuzio (139) a stringer la penna
contro la lingua Italiana ,-e contro quelli, che
la sostenevano, da lui tutti inettissimi giudi-
cati, quasi che, si trattasse di difender la pa-
tria, e gli altari da manifesta rovina. Ma nes-
suno inveì con tanta acrimonia contro la lin-
gua patria, nessuno si lasciò trasportare da un
cieco fanatismo a straziarla, e ad oltraggiarla
più villanamente, quanto il fervido Calabrese
Gabriele Barrio (140). Questi non pago di a-
vere scritti tre libri per magnificare, e celebra-
re la lingua Latina, in altra opera sua storica
grossolanamente insulta senza riserbo alcuno
- tutti gli scrittori volgari. Parla de’libri loro co-
. me pieni d’inezie, di villanie, e di menzogne.
Li chiama fatti per gli artigiani, per le femmine
«volgari, per la plebe più vile , e per le donne
medesime di mal affare. Nè di tutto questo con-
tento , i volgarizzamenti detesta, e sopra di co-
lore, che avrebbono- osato di voltare in lingua
Italiana }e cose sue, chiama, fatto furioso, la
vindice ira del cielo, quasi che temesse, che le
recondite sue dottrine- andassero per le mani
del volgo in questo modo tradotte, impresa,
che per buona serte insino ad ora cadde in pen-
siero di nessuno. Finisce in aria d’ inspirato
| profeta, presagendo, che quanto prima la lin-
(138) Literae tuae nobis nudius tertius redditae quam=-
vià etrusce pergratae tamen fhore. Bandini Collee. Mo-
num. ad Hist. litter pert. p. 49. o
(159) V. Bandini loc. cit. &
(140) De Calab. antig. et sita lib. presso 11. Blakvval.
de praest. class. p. 8.9. _ sì rod
Cai
OSTAC..CHE EBBE LA LING. ITAL. $. 1. 216
gua Latina avrebbe di bel nuovo spaziato , e gi»
noreggiato ampiamente. in un col Romano
mpero per l’universo ; e che le volgari compo-
sizioni tra breve sarebbono irremissibilmente
perite in un co’ loro autori. o
Quanto sia riuscito falso il vaticinio , ognun.
sel vede. Ciò non pertanto si venne a gran ten-
zoni tra i professori delle Università , ed i lette-
terati più popolari di allera, volendo i primi
tutto Latino (141). Romolo Amaseo nel 1529.4.
trovandosi in. Belogna Carlo V., e Clemente
VII., arritgò per due giorni contro. la lingua
Italiana_pubblicamente, e moltissimi sono gli
Italiani declamatori intenti a deprimere la lin-
gua propria; un Pietre Angelio da Barga, un
Celio Calcagnino, un Lazzaro Bonarmico, un
Carlo Sigonio., un Gonte Lodovico Nogarola,
ed altri assai. E quel, che più mi pesa , tra es-
. si debbo pure annoverare un uomo grande no-
stro Piemontese, ed uscito di famiglia congiun-
ta di parentado co’miei antenati, vale-a -dire
Monsignor Anastasio Germonio. Dopo tre se-
coli di letteratura ‘Italiana, dopo tante ‘opere
celebratissime , anche di grave argomento ,
che aveano illustrata ; ed arricchita la lingi
gua, dettò questi le sue Quistioni pomeridia-
ne(142)a nient*altro dirette, se non se ad esal
tar la lingua Latina, e ad abbassare il nostro
colto idioma natio. Dopo i Pascal, i Corneille,
i Racine, i Bossuet, i Fenelon, i Moliere, chi
‘ avrebbe osato insultare impunemente in Fran-
cia la lingua da essi adoperata? chi avrebbe pre-
tese prai di distogliere i begli ingegni di quella
141) Zeno note al Fontanini T.Lp. 35. a a
162) Pomeridian. Quaestiones Aug. Taur. 1580: în 4.
216 LIRRO SECONDO, CAP. 17.
nazione dal coltivarla, obbligandoli a scriver
Latino?
S.Il Danni cagionati alla letteraturara .Ita-
liòdna dall'uso di dettar le opere dottrinali
in lingua Latina.
Questo sciagurato impegno di screditar la
propria lingua fu il motivo, per cui l’Italia, sola
forse irale nazioui che ottennero grido per van-
to di scie.ze, ed aîti s e che ad un tempo aves-
sero una lingua volgare regolata, non può an-
noverare nella biblioteca Italiana molti degli
uomini più grandi, che produsse dopo il rina-
scimento cdielle lettere; molti de’capiscnola del
moderno sapere, che cagionarono îe più stre-
pitose rivoluzioni, e fanno epoca nella storia
letteraria, tuttochè sorti dopo che la propria
lingua già era conosciuta, e studiata dappertut-
to. Egli è vero, che oltre agli infiniti poeti , sto-
rici, e scrittori di amena letteratura, il Segreta-
rio Fiorentino, il Vinci, il Tartaglia, il Palla-
dio, il Marchi, il Galilei, il Viviani, il Sarpi,
‘ il Botero, il Montecuccoli, il Redi, ed altri
nomini originali, tali forse, che non ne ha la
Francia un pari numero ,ciasceduno nel suo ge-
nere, da contrapporvi., non furono ingrati verso
la patria, ed arricchirono colle loro speculazio-
ni, e dottrineiltesoro della lingua Italiana. Ma
quanti d’altro canto sdegnarono di renderle tri-
-buto, e di depositare in libri volgari i loro
pensamenti? | È at I
Non parlo degli scrittori anteriori al Nille
cinquecento, Scolastici, Teologi, Medici, e
Giuristi. Se fu sciagura dell’Italia, che quei
primi padri della dottrina Italiana, tuttochè
semibarbarica, acuti però e profondi, e primi
OSTÀC. CHE EBBE LA LING. ITAL. $. 11. 2Îy-
esterminatori dell'ignoranza, deitassero le ope-
re loro in una lingua morta, .od in un gergo ‘
da essi unicamente adoperato, ed inteso, alla
condizione de’ tempi se ne vuole in massima
parte attribuir la colpa. Innanzi al M'lletre-
cento non eravi lingua colta vivente in Euro-
pa. Le scienze astruse, e spinose concentrate
ne’ chiostri , e nelle Università non eran pasco-.
lo per ogni civil persona; e la costituzion let-
teraria di Europa, che a que’ tempi era in vi-:
gore, esigeva, che ogni scienza grave, ogni
dottrina soda in una lingua, che Latina addi-
mandavasi, si esponesse. Fu pertanto sciagura
comune ‘di tutte le nazioni Europee nascenti
alle lettere, ed alla coltura. Ma dopo che si
vide, e si conobbe per prova quanto potesse la
lingua Italitma in ogni soggetto, non è forse
disavw@niura particolare della nazion nostra,
che tutti gli uomini grandi, che vi: sono sortii,
non abbiano cospirato unanimemente alla glo-
ria della lingua? Non è singolar disavventura
quella, che distingue il tesoro , direi così , del
sapere degli Italiani, da quello contenuto nei
libri nella. lingua loro .dettati? Baronio, Bel.
larmino, Aldovrandi, che nella storia ecclesia-
stica, nella controversia, nella storia naturale
aprirono le vie, e diedero le orme a Fleury, a
Bossuet, a Buffon non servirono sicuramente a
diffonder la lingua nostra presso gli stranieri,
come della Francese fecero i secondi, senza che
d’altro canto sien Latinisti tali da venir cele-
brati per pregio di eleganza . Alciati, e Germo-
nio poc’ anzi citato, primi eruditi illustratori
della giurisprudenza civile, ed ecclesiastica in I-
talia, non solameute scrissegg i Trattati loro
Latinamente , ma il secondo aperta guerra ‘di-
chiarò alle lettere Italiane. Così praticarona..
Vel. I. Ta
ag LIBRO SECONDO , CAP, IV. —
‘tutti i Giuristi in appresso sino a Gravina, il
.più dotto, ed il più colto tra essi a’nostri ulti-
ni tempi. Questi, quantunque assai bene ma-
neggiar sapesse la lingua Italiana, nondimeno
‘nen ne fece uso, salvo in opere di amena lette-
ratura. Le opere sue scientifiche, quelle; da cui
premetteasi gloria perenne, ed universale , stese
in lingua Latina; ed un opuscolo di proposito
| dettò (243), in cui prende a divisar i pregi di
quell’ idioma ‘ed animaa coltivarlo a preferen-
za del nostoe. | è © — —. |
.. Sigomo, Panvinie , Manuzio, Vettori, Sca-
‘ ligero, ed altri cento valoresi Italiani, che nel
, ascolto XVL padri furono della Critica, dell’An-
tiquaria , le cui fatiche farono poscia fonti ine-
. sausti di emedizione, e fornirotto i materiali op-
portuni agli scrittori delle Accadentie ol n-
‘ tane, ed alle compilazieni. mederne difstoria
antica, adaperarono parimente la lingua del
Lazio. Lo stesso dicasi della messima parte dei
Medici più ripurtati ; cominelando da’ Falloppj,
‘+ dagli Argenteri, e:venendo-ai Fanioni, ai Mor-
| S HI. Denni che soffrì lai poesia Iealiona dal
na coltivarsi troppo de hottere Latine ,
. Alla amena letteratura medesima gravissima
, pregiudicio ne venne dal eoltivarsi più che ra-
‘ gion volesse la lingua Latina. Di quante specie
. di poesia mancano affatto gli serittori al Par-
naso Italiano, a ne sono assai meschinamente
eccupate le nicchie, altronde pleusibilmente
riemapiute da Italiani, i quali presero a dettare.
(143) Gravina de lingua Lat. Dialog. ad En. Mar-
finum .: o i doc di 4
OSTAC. CHE EBBE LÀ LING. ITAL. 6. III. 219
» componimenti loro in Latino? Abbiamo forse
poemi sacri volgari da. contrapporre al poema
| del Sannazzaro , ed alla: Cristeide del Vida ?
Arte poetica eguale a quella del-medesimo Ve-
: seoivo di Alba, che meritò un sì-bell’elogio dal
rinomato traduttor Inglese di Omero, Alessan-
dro Pope (144)? Elegie pari a quelle del Bera-
bo, del Molza, del Castiglione? Il signor Ducis
nel suo . discorso pronunciato nell’ Accademia
Francese (145) nel prendere il luogo di Voltai-
re, della poesia filosofica, e de’ poemi didasca-
liéi ragionando , asserisce che la patria di Dan-
te, dell’ Ariosto ;.e- del Tasso non ha. coltivato
| un.sì fatto genere. Se: parla di poemi Italiani,
| scarsi în verità, e di pieciol grido sono i com-
ponimenti di questa maniera, che abbiamo. Ma
dal secolo XVI. insino al: presente tutta la filo-
sofia, oserei dire, fu. dagli Italiani posta in ver-
si Latini dotti, ed eleganti dalla Logica Peripa-
tetica di Adamo Fumano, sino alla Filosofia di
Neutone dello Stay. Il troppo coltivarsi la lin-
gua Latina dalle persone:dotte produsse questa
mancauza in Italiano; che del resto, parlando
«di poemi didascalici Latini, pare anzi, che in
principio del. secolo XVI. gareggiassero a vicen»
da i dotti Italiani. di mettere in versi-soggetti, che
maggiormente erano astrusi, € più ripugnavano
all’arte. Oltre al Fumano succennato , il Va-
. lenziano nostro -Tortonese prese |’ Anatomia
| per soggetto di un suo poema Latino lodato .dal
Giraldi. Nè il Giuoco degli scacchî era materia
| troppo poetica, èome non è trattenimento di
poeti, sebben cantato in bei versi Latini. dal so-.
‘ praccennato Vescovo di Alba; e la Sifilide, il.
(144) Pope's Essai an Criticism in fime
x145) 4 Marzo 1779. ali
|. 220 © LIBRO SECONDO, CAP. IV.
capo d’opera della Latinità moderna, non era
certamente di natura sua soggetto , che sorrid
dovesse alla fantasia di un poeta. w SE
‘* Ma quello, che è degno di maggior conside-
razione si è, che non mancano alla amena let-
teratura Latina del Cinquecento due generi di
ia, de’ quali è affatto sfornito il Parnaso Ita-
iano, vale a dire le favole Esopiche, e:quei
brevi poetici componimenti, che spirano un'aria
di piacevole famigliarità , che presentano l’im-
magine di una conversazione amabile , colta,
e spiritosa, que’ componimenti in somma, che
assai propriamente da’ Francesi versi di socie-
tà addimandansi. Il Faerno nelle Favole, ed il
Flaminio negli Endecasillabi sono andati tanto
oltre in Latino, quanto fosse permesso a’ mo-
derni, che scriveano in lingua affatto estinta. E
per ciò, che appartiene a’ versi di società , che
ci mancano, non ne sono già un compenso ì ca-
pitoli burleschi, che presero il nome dal Berui,
Quel genere, per naturale, e schietto che siasì ,
per amabile , e caro che riesca a buona ragione,
è però affatto popolare, per non dir plebeo; ed
al certo è cosa ( sebben pregevole, e nuova )
totalmente diversa da*sopraccennati componi-
menti, Che all'incontro il Flaminio in Latino,
quantunque inferior di molto, come esser do»
vea, a Catullo, il vince di gran lunga dal canto
della buona creanza: perciocchè alle corti dei
Cardinali Polo, e Farnese non si usavano nè le
oscene, nè le villane parole, che ancora puto-
no, e fanno arrossire ne’ versi dell’ antico poeta
Veronese. E da qui ben si comprende, che i]
Latino in senso comune era a que’tempi non
solo lingua dotta, ma lingua patrizia, e da Pre-
Iato; l’Italiana, lingua di amore, di gentilezze,
di trattenimento, di arti al. più, e di negozj.
_
OSTAC. CHE EBBE LA LINE. ITAL. €. I1T. 221
Del resto, essendo i versi di società frutto di us’
na corte brillante, splendida, e magnifica, di.
una capitale, dove si riducono insieme gli uo-
mèinì ingegnosi d’ogni parte, e di uno stato flo-
rido, e potente, v’ha ragion di temere, che
siasi lasciato passare irreparabilmente il tem-
po più propizio per sì fatto genere di componi-
menti; dacchè non pare, che sperar si possa
‘îm avvenire corti eguali a quella: di Lion X., e
di altri Pontefici di quel secolo per la scemata
potenza de’ Papi nel temporale, e ciò appunto
perchè allora le dotte, costumate, nobili, e ad
un tempo eleganti persone facevano unica pro»
fessione di Latinisti. Che del resto quanto ese-.
guirono gli Italiani in una lingua morta , trop-
po più facilmente avrebbono potuto recar. ad
effetto in una vivente. Ma così andava la biso-
gna; a que’ tempi moltissimi Italiani si lusinga-
vano di far rivivere in ogni cosa il. secolo di:
Augusto ,. e di esser soli a tener il campo. Dirò
di più; credevano, che la Roma di Lion X.
fosse la Roma medesima di Cicerone , e de’ pri?
mì Cesari, come poco innanzi coi nomi Roma- _
nì assunti, ecolla superstiziosa venerazione del-
le cose antiche , } Accademia di Pomponio Le-
to avea rappresentata una commedia agli occhi.
de’ savj, e dato peso alle ridicole accuse di Pa-
ganesimo dagli zelanti imaginate. '
8 IV. Eleganza maggiore degli Italioni Loti
nisti , ostacolo a' progressi della li
volgare . | TAGE
Questa idea di vivere ancora ne’secoli Ro-
mani , idea nutrita persino nel principio di que-
sto secolo dal Gravina, il quale, starei per di.
re, credeva sognando, che esistesse ancora l’an-
tica repubblica Romana, questa idea, io dico;
223 LIBRO SECONDO , CAP. 195
venne vie più famentata nel seco lo XVI. da
concerso di altre circostanze . Oltre a’ rispetti
dì religlione, per cui preponevansi préemj am-
plissimi, ed onori a’Latinisti di grido, come.
me fau piena fede Benabo, Sadoleto, Sannazza-
re, Vida, e tanti altri, il fatto sta, che, sia per
lo grande studio posto ne’Latini autori, ‘e per
essere inen discosta dalla lingua «del Lazio la
lingua, che si parlava comunemente, sia per i
benigni influssi del cielo Romano, maggior era
Ja disposizione a riuseir buon Latinista in Italia,
che non fuori. Il coltissimo Mare’ Antonio Fla-
minio dice, che non avrebbe mai consigliato al-
cuno ad imparar dagli oltramontani la lingua
— Latina (146), parendogli, -che queste delicatu-
re tanto proprie fossero d’Italia, che gli stra-
mierì , che Paveano oramai d’ogni cosa spoglia-
ta, aspirar non potessero alla gloria della vera.
elo za. Ed altrove, apertamente biasiman»
do lo stile di Erasmo, e di Melantone, ch’era-
no i più riputati Latinisti tra gli oltramontàni ,
chiama eosa divina il possedere, e conoscere lé
bellezze, le proprietà ; l'eleganza, la purità, e
ta ‘copia della lingua Latina(147), e ci fa sape-
re, che a°giorni suoi quelli , che aveano .di tal
eosa cognizione e glisto, erano ‘per lo più uo»
mini grandi, e nobili; il che tutto serve di ri
prova evidentissima a mostrare.quanto fossera
stimate, ed avute in gran concetto le lettere
Latine, con qual frutto , e con quale superiori-
è sulle nazioni. estere sè caltivassere , superio-
rità , che il coltissimo Monsignor Fabreni(148)
A i ;
(146) Ftana Lett. a M. Galeazzo Florimonte «
E e Flam. Lett. a M.r Luigi Calino. |
148) Zita Ital. dect. eve. Jo. Ant. Pulpius T. XITI.
"p. 285. SI SE
ÈSTAC. CHE EBBE LA LING.ITAL. Sv. 223
è.d’avviso , che l’Italia siasi ogmora insino: aj
nostri tempi ceuservata , è che egli colle; opere
sue vie più conferma ,-e stabilisce. Nà i lettera»
ti di oltremonti contrastavario a’ tempi del Flay
minio questa gloria agli Italiani. Basti per tutti
il rinomato Guglielmo Budea, che aì letterati
Italiani concede le. prime, sedi nella erudizione,
enelle lingua, e si restringe. soltanto è dire: nop.
esser cosa da sopportarsi,i che i Frangesi nel-
l’ultima classe del.iutto relegar at. lasciassero .
Incòraggia quindi i suoi nazionali, ad emuler le
glorie degli ingegni Italiani, non cgedendo. pe:
rò, che aspirar potessero a maggior vanto, che
d’ esser imen rimoti di quel,.che fossero dagli.
| scrittori nostri Latini, da lui chiamati 49jorusna
gencium (*). E scrivendo al Linacro letterata
Inglese, con esso si congratula della: ni ae
letteraria, che avea egli ricevuto in Italia, co-
me di una felicità , ghe non eratoccata a lui (**).
©r qual meraviglia, che tanti in Italia dessero
opera alle Jettere ,. ed alla erudizione, atina ?
— qual meraviglia, che una abilità così fatta ab-
De
{}5 ‘Ego vero, quod'ad hoc pertinet, sit propeniodum: .
» censeo ‘Itaios Hàctenus meruiste, nt-{ute)utita dis -
»: cam, suo literis bautioribus: studere videantùr , neque:
» invitus fecerim, ut Italiae alumpia, velut majorum.
» geutium scriptoribus, sedendi in orchestra liujus the=:
» ‘atri jus ‘tribrra ;- sed' quis jatn' omini gradi, aut in
ar quintano classem dejectos, aut:snminetos: Galloa essa,
STRA de ‘Assa hib.1. p.. 8p: apud ‘Gripli».
1 (6) . : ’
Sag 17 OSIO OTO O I NNT n î ue
(t#) »'O'te Felicem; cui ‘olim contigit Italicam illam dos!
» ctriuam‘auribus etiam, nedum ocutis taurire! Fd cum
» animo adverto .infelicis sortis::meae reminiscor. — w..
» pureil libro intitolato: Magni D. Erasni Roterdami,
Vita Lugd. Batav. 1649., singolarmente alle p. 6. 9. 17.,
da cuisi raccoglie, che a'tempi della gioventù di Erasm
}’ Italia era tenuta in tutta Germania come il ricetto, ela
fonte della coltura, e della-dottrina +: (; 0... ,
22 ° LIBRO SECONDO, CAP. IV.
bia furati molti ingegni alla lingua ed alle lette-
re Italiane? Meraviglia far si dee bensì, che il
soverchio uso delle lingue dotte, e la stima ec-
tessiva, che se ne facea non abbia sempre più
impoverito l’idioma natio, è non lo abbia ri-
dotto al nulla fuori d’Italia (149). Non ad altro»
motivo , fuorchè ad una consimile pratica giu-
stamente si attribuisce l’esser la lingua Danese
povera più d’ogni altra lingua di Europa, non
ostante che da lungo tempo-fioriscano le scien-
ze in quella contrada: Ma quantunque nel se-
colo XVI. un così scelto drappello di letterati
Italiani, che avrebbero giovato mirabilmente a
far trionfare la propria lingua, ne abbiano ab-.
bandonatelebandiere, osa sì sostenne ciò non
tanto per proprio suo valore -più di quello,
| a 5 di:
ite. ad
%
VICENDE , E BTATO ATTUALE DELLA i
0 LINGUA ITALIANA. 0 -
Se i Latinîsti, de quali abbiam. sinora ragio-
nato, le ricchezze della nostra lingua scemaro-..
no, ed il numero delle opere, che dessa vantar
potrebbe, non furono però cagione, che l’idîo-
‘ma Italiano meno in quel secolo si estendesse;
che la universalità in tutta la colta Europa in-
sino oltre-alla metà -dell’ ultimo scorso secolo
mon ne durasse; e che al presente non, sia ri-
dotto a quel troppo ristretto teatro, chada cer-.
tuni si crede. Nè impedir poterono questi no-
stri Latinisti, che le opere tanto in un tempo,
come nell'altro dettate in lingua Italiana, vera-.
(149) Michaelis Influànee ec. p.i8:° +.
VICENDE DELLA LING. ITAL. $. 1. ‘225
mente utili, veramente pregevoli, pervenissero
alle più rimote nazioni.
I S.I. Stato della lingua Italiana fuori d' Italia
dopo la metà del secolo scorso .
Carlo Dati (150), che scrivea intorno alla
metà del secolo passato, riguardava la lingua
nostra. come in istato di accrescimento di fama,
e come diffondentesi, ed avanzantesi felicemen-
te. per tutta Europa. Chiama in testimonianza
le Reggie di Allemagna, e di Francia, ove, al
dir di lui, non era Dama, o Cavalier d’alto
affare, che l’idioma Italiano non intendesse, o
non parlasse, ed i nostri scrittori non ricercas-
se, e non leggesse. La Duchessa di Vitry, per
recarne alcun esempio , parlava co’ Toscani col-
lc frasi più scelte del nostro idioma, faceva sen-
. tir loro le finezze più squisite de’ nostri auto-
ri, leggeva i nostri poeti, giudicava delle ope-
re loro, faceva conserva, e tesoro de’ luoghi
più belli, e ne recitava a mente de’ pezzi, che
in bocca sua acquistavano grazia , e sembravang
più galanti. Tanto scrisse da Parigi al Conte
Magalotti un gentiluomo Toscano (151), nel
centro del secolo di Luigi XIV., nel maggiore
splendore della letteratura Francese. Ed in ve-
‘ro, come mai Menagio, eRegnier, ed altri let»
terati Francesi avrebbono posto sì grande stu-
dio nella lingua nostra, qualora non fosse stata
in grande estimazione presso i Grandi, e singo-
larmente presso i Cavalieri, e le principali Da-
me di corte? Non saprei poi dire qual lingua ab-
(150) Pref. alle Prose Fiorentine. .
(152) Lett. di Lorenzo Panciatichi di Parigi 24. Ottob.
1670. tra le famigliari del Magal.-T. IL. pag: o.
1 o.
“»
226 . LImROSEOONDO, GAP. Wo >
‘bia ottenuto mai-fuori della natia sua contrada
| gli onori, che ottenne allora la nostra in Ger-
“ mania,e nella stessa corte imperiale di Vienna.
©gnun sa, che l? Imperador Fedinando III, che
regnò sin oltre alla metà dello scorge. secolo,
facea le sue delizie della letteratura , € della poe-
<ia Italiana. Fece egli fondare dall’ Arciduca
Leopoldo nel 1656. un’ Aecademia di belle let»
tere di dieci soggettì distinti Italiani composta ;
tra’ quali primeggiava i? gran Raimondo Mon-
tecuccoli , che nella propria camera :dell’ iImpe-
yadore radunar solévasi con precedenza a? Con-
siglieri di Statò , © nella quale madrigali recitò
to stesso Arciduca (152). Da sì fatto stabili-
mento ebbero senza dubbio origine ì premj,e
gli onori, che colà cornfseguirono tanti Oratori
sacri, e Bibliotecar]), €. Storici, e Poeti Gesarei ,
‘che formano serie insino a' dì nostri; ‘insino a
Zeno, -ed a Metastasio ; ed. ebbe origine pari-
mente la protezione accordata da altri Principi
della Germania a’letterati Iraliani.;: singolar-
mente dalla eorte di Sassonia; dove.il Pallavi-
eini tradusse Orazio, e da quella di Berlino, in
eui il defunto Monarcà Prussiano con distinzio=
pi, e guiderdoni il Conte Algarotti trattenne, ed
altri Italiani ilustrà.: |<; == 0 Gta, SSA
E chi negar vorrà, che ne’ cento , © più. anni,
che corsero dai tempè del Dati a questa parte
non sia stata arricchita la lingua Italiana di
moltisssime opere degne della immortalità .tan-
to appartenenti alla grave, e severa , cene al.
Parmena letteratura , € per conseguente-siasi +
gni volta più resa meritevole di essene. coner
sciuta, e studiata dagli stranieri? Verò è, che
Ja copia sterminata di libri Francesi usciti alla
(152) Galtuazi Storia del. Gran Ducato T- VIL p. sie.
VICENDE”DELBÀ LING. ITAL.!(. 1. 0237
huce în questo intervallo di tempo converti alle .
lingua della Senna quasi tutta Europa;-ma non
vedo perciò rallentarsi, e spegnersi lo studia:
dell’idioma nostro di là da’monti. Poco. impor-
ta, che quello, che una volta faceano i Capita
ni, 1 Ministri, i Professorì delle arti. del Disex
gno, gli Storici, ed i letterati d'ogni maniera,
ota il faccia, ‘starei -per: dixe, la sola Opera in
musica col suo corredo; che'anzi la debolezza
de’ mezzi, che si adoperano dimostra la facilità
di ottener l’intento. Ad ogni modo la lingua ha
ancora corse fuori d’ Italia dal Portogalle insina
È Russia, dove non era giunta a penetrare in
secoli -per lei più avventurati. Ogni nazione,
che porti a perfezion maggiore alcun’ arte, e
che della propria lingua si serva per ispiegare è
proprj ‘concetti, rende, almeno per questo ca-
po , la sua lingua universale . > a È
Per lasciar da parte la musica, i cinque on-
dini di architettura:del Vignola furono tradot«
ti in lingua Russa, e stampati in Mosca. ne?
principio di questo secolo.(153), ed il tradut-
tore fu lo stesso Czar Pietro Alexiewitz; ed ill
Piincipe Anttioco di Cantimir tradusse in lingua .
Italiana, da lui sufficientemente posseduta , la
Storia dell’ Imperio Ottomana:scritta dal Prin-
cipe Demetrio suo padre (154). Oltre a questa
signore scrissero, non lia molto, in lingua Italiana
il celebre pittore Mengs, l'Abate Andresletterato
Spagnuolo di chiaro grido:, l’ Arteaga, il Lam-
pillas; ed altri-scrittori parimente Spagnuoli; ed
alcun tempo innanzi alcuna delle sue opere eru-
ditissime avea pure steso in idioma Italiano il
| Hi dn | |
* di:
(153) Nel. 708. v. Mazaucch. Scritt. d'It. vol. IÎ. P: I.
x oa) ROSI Mem. de' Gran Maestri dell’Ord. Geroa,
. si. p. da - VI RE x È si e È
- 228 .: LIBRO SECONDO,.CAB. Wi i >
-itinomato Antiquario Winkelmanu , onde dir
nonsi può, che ‘la lingua nostra men conosciu-
ta sia dagli stranieri, che non la Francese, poi-
chè sicuramente non si troveranno nomi mag-
giori nell bell’arti , che stranieri alla Francia,
abbiano scritto Franeese a? dì nostri (*).
il
LA .
-
. (*) Tl chiarissimo Abate Denina scrisse in Francese fa.
Vita di Federico II. Re di Prussia, eda Prussia letteta—
ria, e prima avea scritto in Francese alcuni-discorsi,
tra’quali il celebre - Que doit-ox d l'Espagne , e le lette-
re in confermazione. Îl Francese La-Veaux ( Cours fiéo»
rique et pratique de langue , et de littérature Franc oise.
Berlin 1786. Cahiers IX. et X )\ra le altre.cose, che
lanciò contro questo nostro rinominato scrittore, dopo
aver notati diversi errori di lingua, dice che i Fraucesi
mon si espongono mai al ‘ridicolo di scrivere in fingua
gion sua. Quanto al Discorso, ed alle Lettere soprac-
cennate, avrebbe potuto rispondere il signor Abate De-
mina al La-Veaux , come disse il Baretti scrivendo con=
‘tro Voltaire ) PDisc. sur Shabespear, et sur Mr. de Poltai=
re: Londres 1777. p. 133.(, che scrivea in Francese buo-
no, 0 cattivo per essere inteso , giacchè la maggior parte.
de’ Francesi non fanno studio di lingue straniere ,.e non
intendono il Latino, non che l'Itàliano, e d'altro canto
quel Discorso , è quelle Lettere contenevano materia ta-
le, che non si potea civilmente richiedere un Francese a
tradurli. Ma queste ragioni non militavano per dettar in
Germania la Vita di Federico Re di Prussia in lingua
Francese . Il medesimo La- Veaux nella Vita dello stesso
defanio Monarca, ch'egli pure dettò, asserisce, che le
Rivoluzioni d' Italia non-erano opera dell'Abate Denina,
ma di un doito Prelato Italiano, accusa ridicola, di cui
a ragione il mentovato signor Abate si risente ( Essaz sur
la vie de Frédéric' LI, p. 368. ), ma che it un Francese,
che giudica sempre ‘prendendo ilregolo da ciò , ch'egli
- farebbe, nasce dal non potersi persuadere, che un uoma
maturo , autore di un’ opera classica , abbandoni la pro-
pria lingna per adoperarne una straniera , in cui non può
mai essere , dal canto dello stile, che scrittore di secondo
erdiue , che sarebbe il medgsimo , comese Voltairegiunto
sh Prussia si fosse posto a scrivere Italiano; massimamente.
che’ Algarotti, uomo di corte , e giovane stato in Parigi,
acrisse sempre, vivendo Federico , in {taliano . Confessa
questi in una sua lettera al Bettinelli ( Let/. ined. p. 92, -
VICENDE DELLA LING. SPAL. È. I. 229
«---Mà'a nessun’altra tazione ha ‘nai cedutò
l’Inghilterra-nello apprezzare, e promovere le
arti, le lettere Italiane. Come una volta il Leti,
che pur non era che scrittore assai comunale,
così furono in appresso ben accolti sul Tamigi
uomini di grido nelle lettere Italiane, l'Haim,
. i ! 1: 4 A n .
96.) che sebbene dovesse essergli famigliare il Francese
idioma , troppo male avrebbe tatto se-avesse tolto per e-
lezione a scriverein Francese piuttosto , che iu Italiano;
fauto più, soggiuuge egli, che sarebbe ciò amar. meglio
pizzicar la chitarra, mentre si può suonare ii Jiuto. E seè
un peccato , come-esclama un autor Tedesco ( Mr. Harn-
mendorf Vie de Frédéric le {srand ,. che un Monarca
mato per illustrar la Germania ta tutti i generi, ne dis-
prezzasse la lingua , otnon ne avesse cognizione, a migiior
ragione possiam dolerci noi Italiani, che un-autore già
illustre în nostra lingua, cui non mancano traduttori,
abbia tralasciatoldi servirsi della propria lingua per valer-
si di una straniera; tanto più che ben lungi d: avere iu
pronto la discolpa , ch'egli medesimo addace in favor di
Federico ( Essai sur la vie de Frédéric LI. p.'4193. ), :cioè
che avrebbe dovuto a’ cinquant'anni fare studio di un
nuovo idioma per iscrivere iu lingua propria, studiò e=
gli in simile età , o per lo ineno fece uso, di una lingua
. straniera per abbandonar ia natia con-tanta Jode prima
maneggiata. Dice in vero il signor Abate Denina ( Prus-
se littéraire Tom. I. pag. 469 art. Menina), che fu e gli per-
plesso per lo spazio di tre anni, sedovesse scrivere Italia=
no, o Francese ,ma che infine, malgrado di chi il cou-
sigliava di non cangiar linguaggio, ha dovuto determi=
narsi in favor del.Francese, e.soggiunge , che qualora sia»
gli venuto fatto di scrivere tollerabilmente in quest’ ulti-
ma lingua , ciò potrebbe ‘un giorno: serwir di prova , che
la lingua , nella quale si.scrivono libri, s' impara più per
mezzo della lettura, che dalla bocca delle madri, e delle
mutrici. Ma, lasciando giudicar: a’ Francesi del merite
Jetterario del nostro Piemontese considerandolo come
scrittor Francese, non si è mai tra’ letterati di nessuna 4
mazione dubitato, che, mediante un lungo studio ., si pòs- *
| sa giugnere a serivere anche elegante:nente in lingua non:
ropria. Quanti moderni non. iscrissero elegantemente
sn Latino , lingua affatto morta, che è molto più ardua:
àmpresa, che nuov sia quella di scrivere in Francese per
chi sia nato, e. stato mudrito in Piemonte? Per, determi»
{
4
du
aio .!.LIBROBECONDO y CAPKW. 0. 1
il Roli; ib Martinelli il Barétti, edialtri il ‘son
tuttora. Ciò posto, io dico così: o non è tanta
la scarsità delle opere dettate in lingua Italiana,
o troppo grande, e straordinaria esser dee la
forza, ela bellezza dell’idioma nostroche con sì
pochi presidj si sostiene», e:sì ‘diffonde in Ewro-
a al segno che veggiamo, non ostantela piena
ui libri Francesi, che; qualunque siensì, trat-
tano d’ogui materia , ed fnnondano da ogni parte.
$. II. Li&ri antichi Itoliani di trattenimentò
= diversi di gerio da queghi scritti da un :se-
‘ colo a questa parte. i / ©. ©
Gravissimo ostacolo, che si oppone per so-
stener al presente in credito i libri nostri Has
liani del secolo XVI., e renderne più comune
in un colla lettura la lingua in Italia, e fuori
d’Italia, si è la rozzezza, e la feroeia, che :re-
SEE Se o eg e i ;. È ik I) Sal ;
marsi a scriver.Francese sembra , che avrebbe dovuto il
mostro Autore potersi prima lusingare fondatamente di
riuscire a scriver Francese con quella stessa -dismvoltura,
precisione, purità, brio, ed éleganza , comcni dettate s0—
no.in Italiano le Rivoluzioni d° Italia , ele Vicende della
letteratuia ; tanto più, che forse egli è.stato il primo au-
4ore in prosa di questo secblo ;:che per li .sopraccennatò
pregi. sebbene scrivessein Italiano , abbia «ia Piemonte.
avuto:molti lettori in certi. ordini di persone , € seguata»
merite tra.le Dame. Pare, che per certo dispetto lettera-
rio,, come: talvolta fanno con un colpo di bizzarria gli ar-
tisi più grandi, abbia voluto distruggere l’ opera:sua , @°
dir col noto verso d’.Ovidio: ds. SRG SII
» ‘» Servare potui; perdere an possim rogas?
,: To tenge:eziandio, che l'essere stata. per lungo tempo
. Sla lingua-Francese considerata tra-noi per lingua brillan»
te; per lingua nobile abbia tentato di prevaricare questo
mostre celebre scrittore. Del resto.potrà egli attribuir que=
°‘ steinie querele a soverchio zelo per la gloria della lin-
gua patria, uon maia difetto distima per lui, che da
temo. tempo riguardo come uno de’ primi lumi d'Italia.
VICENDE DELLA,LiNG. ITAL. $. 11. 281
gnava ‘per anco allora pet ogni dove, ed ezian=
dio nelle nostre contrade, sebbene più ingenti»
lite dellealtre, edj modi, e le foggie, e gli stu-
dj del tutto diversi (155), il.che non è da dire
qual pregiudìicie recar dovesse a que’ libri in ap-
presso, quando si travò aver. la coltura fatti
progressi maggiori. Quando gli Italiani erano 7
soli a primeggiar.in Europa: per opere, e per
letteratura galante; quando erano dessi gli scrit-
tori unici, 0 per lo meno: più pregiati di no-
velle,-di romanzi, di commedie , di versi a-
morosi, non solamente l’arte del conversare,
l’urbanità , e la pulitezza non. aveano fatto. per
anco i progressi, che fecero dopo ; specialmente
in Francia; ma strano pur era.il: concorso dei ‘
warj componimapti, i. quali formavano quella
letteratura amena , e cortigianesca , a dir così.
‘ S'incontrarouo lo:spirito della cavalleria ancor
dominarte, coe quello degli studj delle opere
eleganti dell antichità ; la ferocia, ela barbarie
delle fazioni, colla wmanità nascente; il Plato»
nismo più ideale, e più fanatico, e le sottigliez-
ze Aristoteliche introdette nell’arte dell’amo-
reggiare, cogli eccessi più brutali , e colla dis-
solutezza de’ costumi la più seandalosa; la su-
perstizione, calla più sfacciata irriverenza nelle
cose di. religione. E 39 genio. delle bell’ arti, :€
della gentileaza-ebbe il suo nido in mezzo ai
buffoni tra le ecurrilità le più sconcie, e le più
villane.. Da tutto ciò ne risulta un complesso
tale; un colore; un carattéere.proprio del seco+
lo, diffieile a definirsì, ‘e che. non è più il nos
stro. Da- cià lesoseenità manifeste procedéttero',
e i tratti schifosi e troppo plebei di alcune poe-
sie burlesche, e lesatire malediche:vomitanti' i
(155) V. Elogio del Bandello part. H. pè 135. e 366:
232 © rLIsnoseconso, CAP.Y.
vituperj dal carro, e le commedie, che leggere
mon sì possono senza rossore, e vergona da o-
gni ben creata persona, conge il Varchi troppo
ben conobbe (156), e confessò sin d’allora.
“Le Rime del Petrarca, l’Arcadia del Sannaz-
zaro , gli Asolani del Bembo pieni d’idee meta-
fisiche, del pari, che il Decamerone, la Fiam-
metta y il Filocopo , il Furiosò , ed altri Poemi
e Romanzi troppo più di quel, che si conve-
nisse ai sensi, ed-al corporeo inclinati, ebbero
a que’ tempi infinité edizioni; e la multiplieità
loro ben dimostra, secondo che osserva l’eru-
dito Apostolo Zeno(157),con qrale avidità in
| quel secolo si corresse dietroa si fai libri. Del
| “nn tante ne furono le edizioni, che il
chiarissimo Conte Mazzucchelli /158) si dà a_
credere, che , se infinite nou sono le copie, che
tuttora se ne abbiano, altro non ne fu il moti-
vo, se non se l’esserne state arse in grandissi-
‘ ma quantità dalle persone zelantè del buon co-
stume. E di questa specie di libri, quanti non
se ne trovano nelle librerie, iu cui fatta siasi rac-
colta di edizioni del Cinquecento, stampati in
forma gentile, messi a oro , e vestiti di porpo-
ra, e di bisso, come si esprime il buon Cava+
liere Sabb# Castiglione (159) di giusta indegna-
zione acceso , perchè si stampassero questi con
tanta magnificenza , e si fregiassero sì riccamen-
te, mentre giacevano inonorate, e deturpate da
ignobili caratteri le opere de’ primi lumi della
Chiesa. Dalle Novelle, e Lettere del Bandello
appare quanto pregiati fossero, eziandio fuori
«d° Italia, i ibri Italiani appartenenti a lettera-
‘
(156; Lett. al Duca Cosimo de’ Medici. -....
(157) Note al Fontan. T. 11. p. 161.
(158; Scritt. d'It. vol. [I. part. III. p. 1338.
(559) Ricordi di Sabba Castigl. n. CxIII,
»
-
VICENDE DELLA LING. ITAL. S.-11. 233
tura galante, e come non solo soprabbondasse-
ro di questa merce le nostre contrade, ma se ne
facesse commercio grandissimo al di fuori , allo
stesso modo, che al presente si fa di libri Fran»
cesi; per lasciar da parte-le ristampe oltramon-
tane, e le antiche traduzioni in tutte le lingue
straniere . i se Esa
Il secolo XVI. fu il secolo.dell’ Italia, come
il seguente quello. della Francia. Infinite: :son
pure le commedie Italiane, che si hanno, dj
que’ tempi; e Montaigne(160) passando per Fi- .
renze non volle trascurar di farne incetta di un
buon numero alla bottega dei Giunti , anzi dal
modo, con cui ne discorre, pare, che si fosse
proposto di provvedersene per. i suoi studj. (Che
se le:commedie di que'tempi furono -Plautiney
e Terenziane, gli antichi ron ne ebbero di us
genere diverso; e di tal maniera non vi ha na-
zione, che ne abbia un pari numera ingegnose,.
festevoli, saporitissime. Le prime commedie ,
| che il DucaErcole I. d’Este fece con tanta pom-
pa rappresentare iu Ferrara nel princìpio del
Cinquecento non .furone comuvemente, seconz
do che osserva il Tiraboschi (161), che tradu=-
zioni di Plauto, e di Terenzio. L’uso di reci-
tarle,, ora nell’eriginale Latino, ora recate in
lingua Italiana, durò ancora lungamente; e sin
dopo la metà di quel secolo il Cardinal Ippoli-
to II. d’Este fece dag alcuni nobili giovam rap-
presentare il Formione di Terenzio (162), nel:
la quale oceasione il M:‘reto- compose quel Pro-,
logo, che tuttora abbiamo tra le poesie di lui...
+
yes
(160) Viag. in Ital. nel 1580. e 1581. T. 111, p. 164.
| (161) Storia della lett. Ital. T. vir. part. 3. p. 159. \ 20
Zeno uote al Fontanini T.1. p. 585. i
(162) V.il Giovio nel Frammento pubblicato dal Tira-
bos. Store letter. T. Ix. o
234 ‘’ LIBRO SECGRDO, CAP.V. O
Sorsero iritanto in grag quantità .gli imaitatori
- in lingwa vòlgare, della qual cosa, quasi di una
fiuova corruttela , si laguna il Giovioin un opu
scolo, che dettò ‘poco - dopo il Saeco di Roma
(163) (*), come quello, che seconda le massi»
ine tiranniche,, direì così , dei Latinisti di allora,
volea, che a quelli, che ignoravano le lettere
Latine, fosse ‘tolto persino l’udir commedie,
ed‘il'inodoi di ridere, edi solazzagsi. Se il di-
| pingere fil vivo qualunque carattese, lo sforza-
re ‘con motti d’ogni specie, e-céa salì al riso,
i- (165) Nel 1597. . e
(*) Cercasi in quell’opuscolo del Giovio pubblicatosi
dal chiarissimo‘ Abate Tiraboschi ( Sfor. della letter. Ital:
Tor. TX,'p. 315.) per qual motivo dai mederni esprimere
più non si possa l’ antica Latina. pronvucia ; l’azione , il
gesto , pat farla breve , il modo di deelamare; e la prins
cipal ragione, che se ne allega , siè : € Quotiiam jucun-
to dissima illa studia theatratium rècitationum, vete.
» rumque'praeserttim comoèdiarim, quae per ingenmes ,.
» 91 patritiozadolescenieà nnper agabé:tur , apud Rama
n_-vam joventuterg penitus fuenint intermissa, irrune pen.
2 tibus.in scenam vernaculis histrionibus in gratiam, ut
$ putamus, foemiinarim, ac indottae ‘multitudinis ;
v quae quum Latina, obesie auribus, mnon-attingant,-
» usoa demaum ecurrarum, et samniorum, acomma=
» ta, Tereutianie, et Plautinis: salibus anteponunt, a
» quibus priscae puritatis anthoribus adolescentes, tara.
» quam ab incunabiulis tenerioris eloquentiae, expedita,
» ct salutari quadam disciplina ad pleniorem , et gran,
»widiorera Latini oratori habitum. celeriter evadebant,. ‘
»,Quantam enim, paucis ante apnis, ii, quos modo
» .nominavi, Blossius , el Grantità hominum adrdiratio»
» nem excitarunt quutn liadis capitotinis ,uovo Leomis:
» X. Pentificata, Plautinus Poenolus iu honorera Julia=
» ni fratris, qui tum Civitate dowabatur, est actitatus ?
» Tanta enim id munus cum dignitate ad priscae aetatis
» elegantiam peregere, ut tum Romanus populus Ro-
» acios, et Asopos Latinos, a majoribus elit suis cum
» Admitatione audfiri solitos, minime desideraret, ....
» Protulit enim tum Roma: supremo, et fatali quedam
» conalu , quidquid véteris arti, magnificeutiae , deco- .
» risque receperat. ca A
er
VICENDE PELLA LING. ITAL. G. 11. 235
fossero l’ unico scopo, ‘a cui. mirar debba il
veta comico, avrebbono sicuramente compita
| idea dì questa specie di poesia il Segretario
Fiorentino, l’ Ariosto, il Cecchi, il Bèntivo-
glio, il Gelli, il Firenzuola, il Lasca, ed altri
assai, che a que’ tempi ebber grido, tuttochè
assai scorretti in fatto dì buom costume, colpa
di ‘un - secolo .soverchiamente, ed ‘impudente
mente licenzioso:: Pa fatti Leon :X. nonisi ver».
gognò di assistere nel Vaticano in un,colla Mar: ,
chesa di Mantova (164) alla rappresentazione ,
. della Calandra del Bibbiena} ed una delle più .
amtiche edizioni di quella‘commedia spiega nel ‘
fiontispicio ‘essere stata-compbsta dal Reveren> ;
dissimo Cardinale:di Sanià Maria in Portico, ie -
recitata ‘in Venezia -dal ‘(Prete Giovanni. Sane- *
se (165), quasichè di una commedia Gardinalf» ©
zia-un Prete esser dovesse .l’istrionè: tanta erà È
la corrazion ia di allora. |
La principal ragione: per altro ,-per cui non.
alleno ua dai più ‘sì fatte :comméidie; si è
| perchè i peeti:comici, come-:venne ottimamene
te osservato dal Brumoy (16€) ; ‘pià di quello;
chè intervenga a nessun altro autore, dipende»
no da’ soggetti lore, e più d’ogni altro perciò .
sono sottoposti ad. invecchiare ; le faeezio trags
gono la loro farzadalte allusioni preseriti , dalle
circostatrze; ed il sale‘ de’ motti antichi :svapora
2 lungo andare, e'‘ciò che rimane è insipido . Le
commedie pertànto, le:satire, e le possie pia-
cevoli, le lettere famigliari devono. cangiar di
moda più sovente, al pari di tutte quelle opere,
(164) Tirab. Stor. della lett. It. part.IIt: p. 145. i
(165) Calandra ed. di Venezia del 1522. v. Zeno note,
al Fontanini T. I. p. 361. i
(166) T4éat. des Grecs T. V. Dis. sur la cqamed. Gree.
p. 240. e p. 509. i o sui
+
236 LIBRO SECONDÒ, CAP, V.
che dai diversi costumi, e foggie de’secoli di-
versi, e dalla diversa maniera di conversare
traggono il loro merito principale.
Ben è vero, che la conformità, che passa tra
ueste nostre Italiane commedie del secolo
VI., e gli originali classici dell'antichità bastò
per farle celebrare, anche in questo secolo me-
desimo, dal dotto, e severo Gravina (167), il
quale loda a cielo gli autori di, esse, per aver
în questa parte recato in: Italia il gusto Greco,
e Latino innanzi che l’adulazione delle potenze
straniere facesse obbliare la gloria della libertà
hatìa, «e riducesse la nostra nazione alla servile
imitazione di quelle genti, le quali. ebbero da
‘moi la prima luce dell'umanità. oi
Comnnque siasi di questo, certa cosa è, che
il. diverso modo.di pensare, e di conversare.
introdottosi dopo, e glì studj affatto diversi,
‘influirono non solo nella diversità, che passa
tra-le commedie, i Romanzi, le opere di a
ratura galante di que’ tempi, e e della no-
stra età; ma è da credere eziandiò, che abbian
dato motivo alle lupghe parlate tanto delle -tra-
gedie, come dei dialoghi, che al presente tanta
noia generano nei più. E chi è mai tra la leg-
giadra gente al giorno d’oggi, il qual regger
possa ad una conversazione di parecchie ore,
che sempre si aggiri sopra lo stesso soggetto?
Eppure il Cortigiano del Castiglione una sì fat-
ta maniera di conversare ci rappresenta; nè è
da credere, che l’ autor di quel libro persona u-
sata alle eorti, lontano dall’affettazione, e ne-
mico d’ogni pedanteria, che ripugnasse agli usi
dominanti nella età sua, abbia così apertamen-
te tradito il costume per mostrarsi imitatore de-
(161) Rag. poetica Lib, II. y. a1, p. 166.
VICENDE DELLA LING. ITAL. 6. 1. 239
gli antichi. Lo stesso dicasi dell’ Arte della
guerra del Segretario Fiorentino dettatata pure
in dialoghi, dell’ Ercolano del Varchi, degli
Asolani, e delle Prose del Bembo, e di tutti glî
altri Dialogisti del Cinquecento . Era questa una
conformità di più, che passava tra gli Italiani ,
di quel secolo, e gli antichi Greci, presso i
quali la varietà consisteva piuttosto nell’ osser-
vare sotto diversi aspetti il soggetto medesimo,
che ‘nella moltiplicità degli oggetti: Il loro in:
| gegno amante dell’ applicazione non si lasciava
ributtare da una lunga discussione, o da una
lunga parlata tanto nel Foro, come nel Liceo,
e nel Teatro: Erano attenti senza inquietudine,
e senza desiderio di cangiare scena. La moder>
na infingardaggine, ed il genio impaziente della
nazion Francese sparso, e diffuso in un colle
mode in Italia, ci fa gradire chi tocca di tutto;
nulla trattando fondatamente, e ci spinge a va-
, riare i dialoghi tanto famigliari, come de’ tea-
trali componimenti, senza saperci arrestare ;
“
a
»”
come gli antichi, a’pochi, ma grandi oggetti: .
Da questi opposti genj nasce, a giudizio di utt
savio scrittor Francese (168), la diversità, ‘che
passa nella costituzione delle antiche y e delle
moderne tragedie, poichè i poeti seguono sem-
re il gusto dominante . |
Oltre all'uso del continuarsi a ragioner lun-
gamente nelle gentili brigate della stessa mate-
ria, e dalla medesima persona, si costurnavano
pure ginochi d’ingegno, e scherzi, che al pre-
sente sembrerebbono puerili , o frateschi. Ma
uello, che a’begli ingegni de’giorni nostri , ed
le persone brillanti nella società sembrar dee
più ridicolo, e fanciullesco, -e che per altro:
(168) Brumoy. Théat. des Grecs T. I pi at
d
(4
238. LIBRO SECONDO, CAP; 11. -
a que’ tempi era dallc più grandi, più dotte; e
più leggiadre persone praticato, si è l’ uso. di
novellare. Dalle lettere, con cui a diversi per
onaggi il Dandello dedica i suoi troppo seven-
te licenziosi, ma sempre eleganti, e disinvolti
racconti manifestamente appare sì fatto. costu-
me, perciocchè tutte da lui si dicono narrate in
qualche signorile brigaia determinati soggetti ..
6. IIL Opere d'ingegno si adattano, sempre più
‘'o-meno al genio dominantedel secolo,
È Li
. L_]
È ci
Certamente .i. costumi suddivisati ,, trasfusi
ne’ libri di letteratura colta,..ed amena di quel
secolo. troppo sono da’ nostri:discordanti, e
debhono per conseguente allontanar dalla. let-
tura, di-essi tutti, coloro, che non sanno éssere
pomini di diverso secolo da quello , in cui si
sono abbattuti.a nascere, trasportarsi in.un: pae-
se totalmente diverso, ed in una situazione, e
sistema di cose affatto differente da quello, che
tengono innanzi agli occhi della fronte, tutti
eoloro in. una parola, che, :icome la massima
rte de’ Francesi, sanno vixwere soltanto yella
oa y coi costumi, e colle idee, che li cir:
- condano.,, ll più de’ libri. sono’ pertanto. come
utensili, che dall’ uso comune della vita, dapo
qualche tempo passano nelle biblioteche, qua-
sì, starei per dire, in Musei di antichità, noa
già per. essere adoperati come prima da molti,
| ma per formar l’oggetto dello studio di pochi
«euriosi; al più si stimano al: pari dell’antico
vasellame d’argento per la materia, ma non
pel lavoro. Peche sono le opere di tutti i se-
coli, e sebbene intanto ottengano queste i fa-
vorevoli voti di ogni età, e di ogni nazione in
quanto il vero , il bello , le gran passioni, e la
| VICENDE DELLA LING. ITAL. $. It. 289
matura non cangiano imai sostanzialmente , tut»
tavia quiestéè medesime hasi fondamentali le. tro-
viamo in essé sempre modificate variamente,
Armida è diversa da :Aleina, ed i cavalieri er-
ranti del Tasso da quelli dell’ Ariosto, tuttochè
questi due poeti fiorissero uno sul priricipio,
‘l’altro verso il fine dello stesso secolo; e per
ciò, che appartiene a coltura, eleganza, dol:
cezza, e soavità di costumi è più vicino a noi
Virgilio di. quello ; che sia Dante. Hanno adun-
que i libri) anche quelli, che sono destinati
ad essere l’ ammiraziorie di tutte le età, un non
so che di proprio:, chè (qualor non si opponga
l'invidia, e la nansea delle cose moderne) ren
der gli dee più graditi nelle circostanze. in cui
vengono alla lace. Per quanto sieno vantati, e
gustati a':di nostri Virgilio, ed il Tasso, nel
. sono sicuramente. del pari ‘di. quello, che il
fossero nel secolo.::di Augusto il primo, e nil
fine del secolo XVI. il secondo. Con quale.coma.
piacenza non dovea leggersi da' Romani alla corè
te: del fortunato Ottavie un Poema, in:cui sì
bella ‘mostra facea di.sè la steria.patrià (169)?
In cui si erano vestite delle più belle:fonme pon»
pompose, e lusinghiere, il diritto publico ,-là
religrone, le massime, ed-i costumi: dominan»
ti, e si 'vedeano .avverati i. presupposti ‘ora-
‘ coli degli Dei, che aveano ai discendenti di Enea
promessa la signoria dekmondo, cosicchè.egual-
mente politico , che epico chiamar si potea al-
lora quel Poema , a giudicio dell’ Algarotti (170)?
E chi mai a’dì nostri, in cui spente sono affat-
. to, e.messe in ridicola le idee della cavalleria,
discreditate, e andate in disuso te Grociate,
‘ ! 1169)‘. Blackwell Mem. of the Coutt of Aug.
(170) Op: T. IIL sugg. copra Orazio pag: 566:
e
240 . ÎIBROSECONDO, C€AP..V.
legge la Gerusalemme liberata col medesima
trasporto, con cui leggevasi, non dirò in Italia
soltanto, ma in tutta Europa dai contempera-
nei del Tasso? Quando per l’ultima volta si vi-
dero uuite ancora le forze della Cristianità con-
tro i Turchi e riportarono la segnalata vitto-
ria di Lepanto (*); quando un Arrigo IV., un
Carlo Emanuele I., e tanti altri Principi di
cavalleria ancora sì piccavano ; quando î Poli-
tici inculcavano ognora la colifederisione dei
Potentaii della Cristianità per abbattere, e sog-
giogare il Tiranno d’Oriente? 3
I Pedanti copiano, ed imitano servilmente
quello, che si fece ne’ secoli antichi, diversi in
tutto da quello, in cui essi scrivono. Così usa-
rono di tare 1 Latinisti fanatici,, gli imitatori
agarbati del ‘Teatro Greco nel Cinquecento, e
molti Petrarchisti nel nostro, in cui non si siu-
. dia più la metafisica amorosa di Platone, nè si
ticano le-corti di amore, come a’ tempi del
tao inimitabile' mbdello . Gli uomini comuni
si adattano in ogni cosa agli usi correnti, nè
mai si levano di terra. Gli uomini grandi son
nati per cagionar rivoluzioni nella Repubblica
letteraria; ma pure ciò non ostante sempre do-
vetiero gran parte sia delle loro prerogative,
che dei difetti loro al secolo, ed alla contrada,
(*) La battaglia navale di Lepanto fu combattuta nel
1571., dieci anni soli prima della pubblicazione della
Gerusalemme ; e nel 1609 il nostro Duca di Savoja Car-
lo Emanuele I. intavolò nn Trattato co’ Cristiani di Ci.
ro (v. Guich. Hist. Gén.ec. T. II. p. 566. ) ed è da cre-
ere, che questo non fosse nè passeggero nè secreto, poi-
chè nel 1611.sì fece in Torino una festa mista di macchi=
ne, di balli, di musica , e di giostre, come allora prati-
cavasi, la descrizione di cui si pubblicò colle stampe, nel-
la qual festa si £igurò l'Isola di Cipro, la sconfitta dei
Turehi , e la cenquista di quel Regno.
IT
e
VICENDE DELLA LING. IFAL 6.11. 341
in cui vissero. Ebbero da sì fatte circostanze
ajuto nelle utili novità,-scusa ai difetti. L’am-
bita aura popolare, se da un canto gli spinge a
far prova di tutto il vigore del loro ingegno, li
piega eziandio a secondare le inclinazioni dei
più. Pochi sono, tra gli eroi medesimi della
letteratura, quelli, che abbiano l’ardire ma-
gnanimo, la forza di spirito, il sapere, e l’abi-
lità di volgere ove bisogna il gusto del popolo,
di urtar la corrente, mettersi ‘alla testa di una
\
#
4
nuova schiera, e farsi leggere, e farsi argmi- >
rare senza adulare, e promovere i pregiudizj
nazionali.
8. IV. Gusto delle opere antiche Italiane di
trattenimento men sogketto a variazioni, e
più ragionevole di quello delle opgge Fran-
cesti moderne. » si
Po
. ‘Ma sebbene il corso maturale delle umane.
| cose sia tale, che cangiar debbano poco od as-
sai gli usi, ed i costumi dominanti coll'andar
degli anni, egli è incontrastabile per altro , che
nelle belle arti medesime, non che nelle scien-
ze più gravi, assai più va. soggetto alle capric-
ciose rivoluzioni della moda tutto ciò, ch’ è
‘frivolo, e leggiero, in paragone di quello , che
è sodo, e fondato in ragione. Gli abbigliamen-
ti, gli ornati interni delle abitazioni, il gusto
degli utensili, e delle galanterie, e vezzi don-
‘neschi cangiano ad ogni tratto; laddove le mae-
stose forme della bella architettura furono sem-
pre sostanzialmente le medesime nel secolo di
Alessandro , in quello di Augusto , e di Leon X4
Partendo da questo presupposto, non. saprei;
se la mod@rna letteratura Francese prometter
| si possa maggior durevolezza dell’ Italiana. L’A-
Vol. Z. AI @
%
. .]
)
53 - LIBROSECONDO, CAP. V...
bate Raynal (171) quasi a vanto della nazion
sua vien dicende, che col felice contagio del-
le sue mode dessa arricchisce lo Stato; che it
Francese, simile a pe sesso. dilicato:, e leg-
gero, che c’iuspira it genio degli abbigliamen-
ti, domina în tutte le corti colla sua arte di
piacere, che sì è uno de’ secreti della sta. ric-
chezza , e della sua potenza; che altre nazioni
henno dominato nel mondo colle virtà guer-
riere, ma che la Francese sola ( quasi che non
portasse il pregio d’impiegare in tale impresa
il suo valore) dovea regnarvi mediante le sue
debolezze. Io concederò a questo ingegnoso
scrittore, che la cosa stia così; mi lusingo non-
dimeno , che non oscrà negare egli stesso; che
sarebbe avvilir di troppo la letteratura , quan-
do. ques principj alle apere d’ingegno. adattar
si volessero; sarebbe un considerar i librà co-
me nastri, od altre merci di .moda, che po-
trehbano forse arricchire per qualelie tempo i.
commerctanti di. quella nazione, ma non mai
illustrarin ne’:secoli posteriori al pari di quel
lo, che abbiano resi celebri i Greci, ed i Ro-
‘ mant i men numerosi loro: volumi. Nè saprei.
dire, se abbastanza stabili, e sicuri sieno que
sti' fondamenti, su cui egli: fa posar l’impero
della nazion. sua: sulle altre; nè tanto meno, se.
questa letteratura: effeminata possa essere il ca-
‘80 delle anime energiche, e grandi, e se il
danno, che ne riceve il buon costume, superar -
non debba di gren lunga ogni altro. vantaggio ..
Di fatti lo stesso Abate Raynal non teme di
affermare, che le belle arti, ed i begli ingegni.
(nel modo aggiunger. si dee, che ora son pro»
fessate le prime, e on qui si giudica del pre-
: (171) Tableau de © Barope Commerc. chap. VI
£ % i
-
°
VICENDE DELLA LING, ITAL. $.1t1. 243
gio de secondi in Francia) civilizzando la so
eietà, la corrompono, e che avvicinandosi i
sessi, e'seducendosi vicendevolmente, it più
debole insinua le sue frivole inclinazioni d’ine-
zie, e di passatempi nel più forte, cosicchè la
donna divien fanciullo, e Yuomo.in femmina
si trasforma (1972).. | I
D'altro canto poi , quando: giudicar dovessi-
“mo della letteratura secondo il vero vantaggie
che arreca, secondo la ‘ragione, e non secorido
le leggi della volubile, e fantastica moda , quan-
to non era più instruttiva, soave, e ricreante
eziandio una conversazione continuata sopra il
medesiggo soggetto, quale si è quella, che ci
rappresentano gli antichi libri Italiani, che non
il ragionar vuoto , interrotto, e svogliato, ed‘
brevi motti, or maligni, or equivoci, che si
costumano a’giorni nostri? Quanto non erano
più ingegnosi, e più piacevoli que’giuochi ge-
miali, che allora si praticavano , che a roi sem-
brano insulsi per nessun altro motivo, se non
perchè più de’ nostri innocenti? Gli uomini si
adunavano: allora. insieme per godere vicende-
volmente de’ piaceri della società, per comùni- ,
carsi le cognizioni acquistate, moltjplicarsi i
piaceri, ed alleviarsi le pene della vita., non già
per tacere, e per gittare inutilmente l’ingegno:,
il tempo,, e talvolta eziandio le sostanze. Non
& adunque a torto, che il profondo, e savio fi-
losofo Lockel173),ed il leggiadro, e sensato Spet-
tator Inglese (174),bramerebbono, che sî mettes-
sero în uso per divertirci, passatempi così fatti,
che oltre all'essere innocenti, fossero utili ezian-
dé0;:e così vennero ai fine,senza: saperlo, un clogio
- (172) Tabieou de Europe chap. rt- Popular.
(17%) Locke de l'educ. des enfans p. 3x4.
(174) T'he Spectator vo. 11 n:93.
244 ‘LIBRO SECONDO y CAP. V.
- dell’antica pratica Italiana . Perciò il primo vor-
rebbe, che il suo allievo non imparasse alcun
giuoco di carte; e lo Spettatore, dopo di aver
accennato essere indegno di persona ragionevo-
le il trattenersi in certe occupazioni, tutto il
vantaggio delle quali consiste in non esservi
male ( la qual cosa, aggiunge, non sa , se pos-
sa affermarsi di nessun giuoco di carte ), dice,
sembrargli cosa mirabile in vero, che persone
del miglior senno del mondo passino molte ore
di seguito a mescolar, e levar le carte, senza
avere altra conversazion tra di loro, fuor di
.quella , che nasce da picciol numero di termini
dell’arte, nè altre idee, che quelle di pacchie
rosse, o nere in ‘diverse figure variamente di-
‘sposte (*). Nè furono già soli il Locke, e lo
(*) L’ autore anonimo di una Lettera intorno al giuo-
‘co’ delle carte, stampata in fine dell'Opera intitolata
Traité de la circulation, Amsterd. 1771. p. 548, preten-
ia che il giocò di esse non sia stata l’ultima cagione
ella mutazion de’ costumi succeduta in Europa. Gli or=
rori delle guerre civili sono imcompatibili in una nazio-
me, dové gli uomini del pari, che le donne perdono si
..gran parte del tempo loro nel giuoco delle carte, le qua-
(Ji per questa via ridussero le passioni in miniatura,
.ondechè, se non vi sono gran virtà , conchiude egli, non
vi son pure nemmeno gran vizi. Ma per lasciar da par-
te, che per render dolci i costumi , e non effeminati, vi
sono altri spedienti migliori, come, oltre alle geniali, e
‘colte adunanze, ed agli esercizj giunastici, sono le bel-
- le arti tutte, si vuol riflettereche sebbene il giuoco delle
carte non siasi, massìimamente in Italia, ampiamente
“diffuso , se non se nel secolo ultimo scorso, molto più
antica ne è l'origine, e contemporanea della ferocia pe-:
ranco. I giuochi detti di commercio sono una specie di.
‘Angegnosa contenzione Aràba come le tesi, e le quistio-
‘ni scolastiche - Le “nazioni settentrionali sono troppo at-
‘tive , e più inclinate a’giuochi di ventura} ci volea la
‘ sottigliezza Arabo-Spagnuola per inventari giuochi di
«commercio. Gli inventori delle carte furono gli Spa-
“gnuoli , e queste già erano in uso nel 1332. quando il Re
Alfonso le pribì a cavalieri della Bauda, Ordine, di cui
ai
VICENDE DELLA LING. ITAL. 6. iv. 245
Spettatore Inglese a lodar l’antica pratica del
conversare Italiano a fronte della moderna nei.
.moderni libri rappresentata di letteratura ame-
na, e galante; un altro giudicioso scrittore di
quella contrada, non che l’ uso, come i soprac-
citati, ma la nazion nostra, e que’ tempi mede-
non esiste più traccia , cosicchè il primo documento , che
ne provi l’esistenza si è una proibizione di servirsene.
Desse furono inventate da un Nicolao Pepino, e le let-
tere iniziali di N. P., con cui erano seguate, diede il no-
. me di Napies alle carte in Ispaguuolo ,°e di Naidi uegli
scritti degli antichi Toscani, come di Giovan Morelli,
che scrisse intorno al 1393. Gli Spagnuoli erano poi sì
gran giuocatori nel secolo XVI., che in una edizione de-
gli Statuti del mentovato Ordine fattasi nel 1578. in An-
versa , città allora sottoposta al dominio Spagnuolo, si è
troncata l'opera nel sito, dove proibiscono il ginoco del-
le carte a que’ cavalieri , luogo , che manca anche in tra-
duzioni Italiane, e Francesi ; e Pascasio Giusto, che fio -
riva intorno al 1540 nel suo Trattato Ze a/ea asserisce ,
che viaggiando in Ispagna non ritrovò in certi luoghi vi-
veri, ed il bisognevole di prima necessità, ma ciò non
ostaute non s’ imbattè mai in castello , o villaggio così
oscuro dove non sì vendessero carte ( v. Ec/eircissement
hist. et critig. sur l invention des Cartes a. jouer par M.
l’ Abbé Rive Paris 1780. ) Il Bullet presso il Beitinelli
dice essersi giuocato alle carte in Francia poco dopo il
1365.; furono colà adoperate nel 1393.; per divertir il
Re Carlo VI. dalla malinconia, messe a oro , e dipinte a
mano, e sin sotto 11 Regno di Carlo VII. successore del
mentovato Re fu inventato il Picchetto (v. Bestinelli del
guoco delle (‘arte annot. p- 38. 39.). Ma trovata nel seco-
Jo XV., e diffusa nel susseguente la stampa dovettero di-
ventar più comuni le carte, e con esse il giuoco delle me»
desime ogni volta più. 11 celebre Montaigne nel Giornale
del suo viaggio pubblicatosi soltanto nel 1774. parlando
degli Abitanti della Città di Thiers in Alvernia nell’an-
no 1581., quando egli passò per quella contrada dice : //e
font principalement trafiq de papier, et soni renomés d’ou-
vrages de couteaus et cartes è jouer - quindi aggiunge. 12
y fus voire ( Montaigne ) fai re les cartes ches Palmier. 12
y a autant d' cuvriers , et de fason è cela quedà un autre
bone bésouigne. Les cartes ne se vendent qu'un sol les co-
munes set les fines deux Carolus - ( Voyages de Montai-
x
il
246 LIBRO SECONDO ) CAP. Y.
| bimi, di cui ragioniamo per questio oapo «diret
tamente commenda. Il sigeor Phillips favellan”
do della-Corte, e de’tempi di Leon X. (179)
osserva, che le conversazioni per l’ordiziario sl
“aggiravano sopra argomenti di tal natiara, che
in esse-poche brigate de’ giorni nostri ayrebbono
potuto aver parte. Che se da’ modi di conversa
re, e de’ giuochi, che allora costumavanti fao-
- «iam ‘passaggio all'uso di novellare , in quel se-
colo comunissimo, l'esercizio di narrare in lîn-
gua colta con@hiarezza, con disinvoltura , con
brio , pittorescamente un qualche fatto , or grane
de, e maraviglioso , or terribile , or tenero, €
affettuoso, ora festevole, e giocondo, quanto
non, è da credere, che perfezionar dovesse In
un colla lingua le facoltà intellettuali del nar-
. ratore? | | i Si
8. V. Gusto degli Italiani ne' Dialoghi, e nelle
" Opere di amena letteratura più conforme @
quello de' Greci, e de' Romani. —
‘* Qualunque sieno per altri capi Î difetti di
quelle ‘opere, a dir così, di conversazione , soHtò
id .
gue tom. III. p. 454. 455. ) Tanto manca del rimanente,
ehe il furor delle fazioni incompatibile sia col giuoco dei-
le carte, che a’ tempi della famosa Lega in Francia gran
ott eranò i principali capi di partito, senza esclu=
erne it grande Arrigo IV.; giocatore it troppo celebre
Duca di Guise, e sopra tutti gran giocatore il torbido Ma-
resciallo di Biron. In tempi di grandi rivolizioni, e di.
fermento generale , nali grandissimi partorì il giuoco ro-
vinoso delle-carte; piccoli il piccol giuoco delle età, e
‘ delle contrade tranquille ; se pure non si dee risguardar
come un male notabite il dare per via del guoco agli o-
giosi il piacere, che dallo studio , e daile utili occupa»
gioni si ricava, ed il liberarli dalla noja, nel mentre, che
miente operano di vantaggioso . È
(175) The hist. ofthe Life of Reginald Pole. pig. Seet.1.
ad
-_
VICENDE PELLA LINE. IFAL..$. v. 247
_ Altri aspetti riguardandole, e qualunque siasi il
genio, ed il gusto dominante nella età mostra,
pare adunque, che gli antichi libri Italiani , che
ottennero grido in quel genere rassomigliar si
debbano, ragguagliata ogni cosa, alle moli di .
. Architettura solida, e pomposa, che nello stes+
so tempo in Italia sorgevano, alle vaste tele
rappresentanti Istorie memorabili , che si pert>
nelleggiavano , alle statue, ni busti, ai ritratti
di uomini illustri, coi quali, non che i- luoghi
pubblici, ma ie stesse interne stamze private sì.
addobbavano. E d'altro canto sembra, che
troppo bene rassomigliar si possa la moderna
letteratura galante a’nostri gabinetti, e | ara
lane, e carte Cinesi, 0 Parigine, e padiglioni.
Turcheschi, e cristalli, ed intagli insignificanti, .
in mezzo a*quali si può esser barbaro con magni-
ficenza (*). Ad ogni modo il gusto di que’ Dia-
loghi Italiani era al certo più conforme a quel-
lo , che regnava a’ tempi della dotta , ed elegan-
te antichità. La dottrina, anthe recondita, ed
astrusa era assai più comune. I Dialoghi del
Tasso si venivano pubblicando in uncoll’Aminta,
e colle sue Rime in Ferrara, ed in Mantova in
piccioli dorati volumetti mentre egli li compo»
nea; dal che sì raccoglie, che non ostante , il
* (*) In questa parte sembrava, che il gusto si venisse
migliorando Gli Inglesi, entusiastici amatori dell’ an-
tichità, col pregiar le cose nostre del secolo di Auguste ; é
‘ di Leone X. gia ci venivano rimettendo sulla strada ani ©
liore ; bellissimi gruppi di gusio antico già si esprimono
colla più bella porcellana di Sassonia secondo che brama=
tava Aigarott ; ma la volubilità detta moda la vince,
mè v’ha cosa , che faccia ingiuria maggiore a quel buon
gusto che cominciava a rinascere rispetto agli otnati inte=
riori delle abitazioni, quanto il metterlo in un fascie,
colle foggie più barbare, e.più stravaganti, e lo abban-
donarlo per sostituirgliele . Sarebbero più scusabili i.
| moderni Sibariti, se non ne avessero avuto alcuna idea,
248 LIBRO SECONDO ; CAP. Y.
. Platonismo , e le sottigliezze Scolastiche, di cvi
sono infetti soverchiamente, erano destinati ad
andar per le mani del gentil sesso, erano libri
di moda, di toeletta, diremmo ora noi; ed al-
la fin fine i Dialoghi di Galileo, e del Segreta-
rio Fiorentino sull’arte della Guerra meritano
sicuramente in ogni secolo, ed in ogni nazione
di essere anteposti a quelli di Fontenelle.
Scrive il Bettinelli (176), che trovossi, anni .
sono, a un duro passo un dotto Bibliotecario
Romano provocato da un colto Signore stranie-
ro a mostrargli in liugua Italiana un Timeo,
delle Tusculane, o qualche Ciropedia almeno,
infine qualche morale, filosofica, e delicata in-
insieme, e profonda opera degua dì Luciano, e
di Aristofane. Io non saprei; ma i sopraccitati
nostri cinquecentisti, Castiglione , Machiavelli ;
nel secolo susseguente il Galilei, ed il Pallavi-
eini nel profondo suo Trattato del Bene, e nel
nostro la Scienza Cavalleresca del Maffei, è
Dialoghi del Vallisnieri sopra la storia natura-
le, quelli del Zannotti rammentati con lode dal-
lo stesso Bettinelli , a me pare, che rappresen-
tino assai meglio i Dialoghi filosofici degli an-
tichi, di quello, che facciano i Dialoghi Fran-
cesi. E se l’ Ottica Neutoniana dell’ Algarotti
non è potuta giungere a contrastar la palma al-
le famose Notti del mentovato Fontenelle (co-
si, che non è poi tanto palese ) riflettasi, che
la filosofia del Neuton assai meno è capace di
ricevere gli ornamenti, e le grazie di una fan-
tasìa ridente, e poetica, come la Cartesiaua; e
che Algarotti Veneziano, educato in Lombar-
dia , visse la maggior parte de’ giorni suoi fuori
d’Italia, onde studiar dovea la lingua, come
.
(176) Entusiasmo, p. 201.
: ®»
VICENDE DELLA LING. ITAL. Î. v. 249
morta, pressochè soltanto sui libri. Del resto
uai so:0 i Dialoghi in Francese idioma. sulle
belle Arti, che garegiar possano con quelli di
Monsignor Bottari? E le Conversazioni dell'A-
bate conte Giuliari (177), sebbene dettate in
istile forse più florido di quello, che a’ famiglia-
ri trattenimenti si convenga, non temono però
il confronto, dal canto della dettatura, dellt
tanto combattuta storia del Beruvier. Moltissi-
me Novelle, avvegnachè più brevi, sono del ge-
nere della Ciropedìa, così pure la vita di Ca-
struccio del Segretario Fiorentino , che dall’Al-
garotti ti riguarda come una imitazione di Se-
nofonte. Di Commedie Aristofaziche abbonda
anche troppo l’antico nostro Teatro Comico,
«com'è detto sopra, ed il medesimo Segretario
Fiorentino tra gli loi , e la li-
cenza. V’ha tal componimento del Gelli, che
si accosta al far di Luciano, così alcun’opera
del Firenzuola; che anzi i Ragguagli di Parnas?
so del Boccalini furono una imitazione dei Dia-
loghi di Luciano assai più originale di quelle .
tentate oltremonti. Così avesse egli adoperata
una lingua più colta, che non avremmo ad in-
vidiare Luciano medesimo all’antichità, non
che gli imitatori di lui a'Francesi, tanta si fu
la dottrina; il brio, l’erudizione, e Ia pratica di
mondo di cui era il Boccalini fornito. E ne’ tem-
la noi più vicini la Parodìa de’ Grecheggianti
compésitori Tragici di Benedetto Mar cello, co-
me alcun’alira del Metastasio, nonfurano cose
‘ tutte Aristofaniche?
Se il tempo non ci avesse involate le lettere
di Cornelia madre de’ Gracchi celebrate da
(127) Le Donne più celebri dalla samia Nazione del-
l’ Ab. Conte Giuliari Veroua 1783.
Lt
250 LIBRO SECONDO, CAP. Y.
Quintiliano (178) potremmo confrontarle collè
lettere tanto vantate della Sevigné. Ma io son
d’avviso , che quella matrona temperasse bensì
colle grazie, e colla amabilità propria del suo
stesso la rigida, e maestosa serietà Romana, non
però ridesse come la Dama Francese, e schey-
zasse di tutto, persino dei duelli, dei suicidj;
degli incendj. Le lettere Italiane spirano uwua
allegria più ragionevole, più umana, più sensi-
bile; ed il ciel volesse, che vedessero la luce,
od almeno sì facesse scelta di quelle ,.che meri-
tano di essere conservate. Ciò, che si stampa
in questo genere, non è sempre il meglio, che
sabbia; e le raccolte, che si sono fatte, non
comprendono per l’ ordinario che Cinquecenti-
gti, oppure san di lettere di negozio, di lette
re scientifiche, non già di mere lettere fami-
gliari, il cui vera, ed unico pregio consister dee
in quel certo lepore, ingegnosa negligenza, e
e grazia spantanea propria dì sì fatti componi-
menti. Se ne hanno ciò non pertanto delle ine-.
dite, ed alcune ne ebbi sotto gli occhi, piene di
sali, di naturalezza, di festività, edi attigismo,
anzi sento esservi Letterato in Brescia, che ne
ha fatpo raccolta di un numero sterminatissimo. .
Ma attenendoci a cose già fatte di pubblica .ra-
gione, dalle lettere dei dotti Toscani, che fiori-
rono circa il fine del secolo scorso, Redi, Ma-
galotti, Filicaja, Falconieri, ‘Panciatichi, per
lasciar da parte moltissime del nostro secolo,
si potrebbe fare una capiosa scelta di lettere fa-.
‘migliari, cioè di cose affatto usuali, o che al
più al più non eccedano la capacità d’ggui perso-
na noa affatto rozza, da non temer il confronte
di quelle d’agni più disinvolto scrittor Francese.
(178) Lib. 1. cap. 1.
VICENDE DELLA LING. ITAL. $, V. 25î
Mancano alla letteratura galante d’Italia let-
tere amorose. Quelle del Bembo, del Caro,
del Parabosco, e di altri Cinquecentisti fanno
al presente, atteso i cangiamenti de’ costumi, .
fuggire Amore e gli amAnti sbigottiti.. Il pa--
ragonar queste con quelle di Fontenelle sarch-
be paragonar l’arte di amare del gentile Ber-
nard cogli Asolani di Messer Pietro Bembo,
in cui sì ragiona d’amore. Di quelle, che in
gran numero si scrissero ne’ tempi posteriori
più a noi vicini, non se ne tenne conto. Gl’1-
taliani non fanno caso di queste ingegnose fol-
lie. So chi ne ha gittato al fuoco dei fasci,
non già per riguardi di buon costume, ma per
semplice non curanza. In Francia si pubblica.
colle stampe ogni cosa #fritta, come s'incide
in rame ogni bazzecola, che si disegni (179).
| Tra noi opere insigni di dotti letterati, come
quadri studiatissimi di valorosi Pittori no
trovano onor di stampa, nè di bulino talvolta,
che ne sparga la celebrità, come meriterebbe-
ro giustamente. Ma che che dir si voglia della
suddivisata mancanza , le nostre opere anche
di amena, e galante letteratura son più dotte,
più instruttive, più utili, e perciò anche Più.
conformi a quelle dell’ antichità, che non le
a rancesi. La lingua stessa mostra questo genio
della Nazione. Gli Italiani derivano molte del-
le loro espressioni, paragoni, e modi di dire
nobili, grandiosi; ed eleganti dalle bell’arti,
e dallo studio delle antichità , nel che vagliono
assal, e ciò anche parlando famigliarmente,
anche scherzando. I Francesi all'incontro an-
corchè dotti, sono nella lingua affatto ineru-
®
(170) V. Algarotti Saggio sull’ Accad. di Fraucia ec,
Op. Tit. cn # si
7
_ 25a LIBRO SECONDO, CAP. Y.
diri ; dalle mode traggono, e dal ridicolo tutte
le loro più usuali, e più favorite forme dî par-
lare. Quindi è, che le donne- frivole, morda-
ci, scherzevoli, ed un poco civette sotto i mo-
delli, anche dei loro più valorosi Scrittori, in.
fatto di lingua. Non è dunque da farne mera-
viglia, se ua donna è il modello loro in fatto
di lettere famigliari. Ma han forse i Fraricesi
quel misto di dottrina, e di amenità, che tro-
viamo ia. tanti Scrittori di lettere Italiani, co-
minciando da’ mentovati Redi, e Magalotti, e
venendo infino a Zeno, ed Algarotti, a Bian-
conì, a Roberti, a Bettinelli? Quelle di Pascal,
che sole, ch’io sappia, si potrebbono citare
come-lettere dottrinali in Francese, hanno il
dispettoso , l'amaro, sarcasmi , e l’atra bile
tutta della sua setta; eloquenti bensì, ma non
amene, fanno temer da chi legge un autor così
fatt6, amarlo non mai. Laddove quanto non.
sono soavi, e ricreantî, qual indole amabile
non manifestano quelle degli Scrittori nostri
| soprammentovati? Chi può leggere, -per re-
stringerti ad un esempio solo, le lettere sopra
la Baviera, e sopra Celso del sopraccitato Con-
sigfer Bianconi, quantunque di materia, in
cui sembra, che l’affetto non potesse trovar
luogo, senza sentirsi destare in seno amore
verso»chi le dettà, senza bramar di conoscer-
to, d’ averlo per amico, e senza chiudere il
libro, e piangerne con vivo rincrescimento la
perdita? Ed è um peccato in vero, che la mor-
te abbia interrotto il pensiere di lui di deseri-
yere, come avea in animo. di fare, forse in let-
tere consimili alle Celsiane (180) una storia dì
Ovidio, e de’ suoi tempi tpccante la cagion del
(180) Lettere sopi@celso let. x. p. 194 Roma 1779.
x
Li
.
VICENDE DELLA LING. ITAL. f. v. 253
suo esiglio, toccante le due Giulie per avven-
tura, com'’ei le chiama più sfortunate, che
ree, toccante Germanico vittima dell’odio per-
secutore, e della gelosia di stato di Livia, toc-
cante i fasti d’ Ovidio, ed il gran numero di
Poeti del secolo di Augusto, dei quali non si è
fatta menzione da’ moderni. Che bel pezzo di
storia aneddota non sarebbe stato questo, lu-
meggiato da uno Scrittor così valoroso, che sa-
pea rendere dilettevoli, e ridenti, anche le qui-
stioni critiche le più spinose? a
$ VI. Motivi, per cui la letteratura galante
— Francese è più diffusa al presente della
Italiana .
. ‘Le altre opere di letteratura galante, come
novelle, e romanzi antichi Italiani ( e tra que»
sti restano compresi il Boccaccio, e l’ Ariosto)
non si può dire, che sieno cadutcin oblio; che
anzi come i Classici dell’antichiùà, taluu di es-
si vien riguardato, anche daligfftezioni stranie-
re, qual imitator, ed interpref@®*più fedelgdel-
le bellezze della natura. E se si leggono «l
presente piuttosto per istudio di lingua, e per
‘altri rispetti scientifici daglis studiosi della sto-
. rie, e della letteratura Italiana, che non per
trattenimento delle gentili, e leggiadre persone,
‘la ragione n’è manifesta. Oltre all’essersi can-
giate le foggie, e gli usi del conversare, oltre
all'essersi spenta la Cavalleria, eil Platonismo
amoroso , oltre all’essersi inigliorato , almeno
in apparenza, il costume, o per meglio dire,
velata con una certa decenza la dissolutezza, ol-
- tre ad esservi pochi, che sapp'ano trasportar-
si, e adattarsi ad usanze affatto diverse dalle
correnti, delle quali cose tuite si è toccato ‘più
C)
254 LIBRO SECONDO, CAP. Y.
sopra , la principal ragione si è, chei libri T3
taliani di sì fatto genere devono di necessità es-
sere al presente men conosciuti , di quello, che
il fossero una volta, quando non aveano a te-
mere il concorso di altre opere scritie in altra
lingua volgare, che potessero venir con essi a
confronto. 0 i a
L'Italia divisa, e ridotta in gran parte in
provincia , l'influenza della Corte di Roma nei
politici negozj, che tutta Europa risguardava-.
no, scemata y-la riputazione di altri stati d’I-
talia decaduta, o per esser dessi sostanzial-
mente venuti a meno, o per esserne sorti altri
della natura medesima in uutta Europa ; le ma-
nifatture, o cessate del tutto, o notabilmente
scadute; la mercatura, per cui gli Italiani,
‘ eziandio nobili, e-letterati, in tutte Je più ri-
mote contrade si diffondeano, avvilita, e di+
sprezzata; i Generali, gli uomini di Stato, gli
artisti, che regolavano, difendeano, ed ingen-
tilivano le forestiere nazioni, ridottisi a pochi
er avervi la i allievi, e per altri motivi;
9
insigne cogli
i rami di comrgercio caduta
in: istato di languo:e l'arte libraria, tutto que-
sto contribuir do» ea a diminuire la voga della
lingua nostra, edya metterla fuori di corso.
Ora aggiungasi la potenza, e le rumorose igp-
prese di un Luigi XIV., il prestigio della mo-
da, e delle manifatture di lusso, tra lc. quali
4 libri, e Fimpcgno di diffondere la lingua
propria, instillato dalla natura in seuo di tut-
ti, e più ne’ Francesi delle cose loro lodatori
non piccioli; aggiungasi la cura, che sì prese
il Governo per fomentare, e favorire il cou-
seguimento di uu tal finej per farla breve, sì
consideri mi vasto Regno potente, colto, gen»
tile, unito, e cospirante in un medesimo og-
VICENDE DELLA LING. IPAL. f. vi. 255
getto, e poi facciasi ragione, se la lingua no»
sìra avuto non avesse troppo grandi, intrin-
seci pregi dal canto suo, se non dovea di ne-
cessità il Francese idioma, non solo in più
stretti confini restringerla fuori d’Italia, ma del
tutto sradicarla,.e perderla onninamente.
Qnindi ne vennero tanti libri elementari,
tanti Trattati, compilazioni di erudizione ame-
na, € leggera, tanti dizionar]), tante storie,
tanti romanzi, tanti viaggi, che, qualunque
sîeno i pregi loro, e sebben forse nessuno di
essi arrivi al merito di certe opere Ingliane,
‘massimamente considerati i tempi , hanno pe-
rò dal éanto loro due vantaggi: considerabilis-
simi: il numero, ed una certa facilità, e disin-
voltura , che rappresenta un conversar naturale
di persone colte, e gentili. E quest’ultimo pre-
gio è assfi più comunemente gustato, ed ap-
laudito , che non l'acume di profonde specu-
ia la fecondità di invenzioni originali, e
| la imitazione medesima delle bellezze più gran-
di della natura, e delle gran passioni, cui non
è dato di esprimere al vivo se non a’ gen] som-
mi-, nè di gustare se non da-quelli, che hanno
disposizione a divenirlo.
8, VII, Diverrsità, che passa tra il Genio,
| e il bello Spirito.
Il famoso Satirico Francese, e giudizioso
critico Boilean era solito dire negli ultimi suoi
anni: ,, quando io era giovane, Ovidio faceva
,s le mie delizie; vecchio apprezzo Virgilio ,,
detto che mostra evidentemente la superiorità
del Genio (181) sopra quello, che i Francesi
(181) Algarotti- T, VII. Peusieri diversi p. 127.
7
n. A |
256 LIBRO SECONDO, CAP. V.'
chiamano Spirito (*). Ed in vero chi molto
ben covobbe lo spirito de’ Francesi, osservò,
(*) Tra i diversi significati, che ha in lingua Italiana
la voce Gezio, assai proprio e comune si è quello di un
eute superiore allo spirito umano . Si può dire pertanto
in lingua nostra in senso transiato , che ua uomo grande
è an Genio , per denotare esser egli in certa guisa supe-
riore agli altri uomini. ll Bettiuelli ( Enzusiasmo, Gerf
p. 165. ) ed altri Scrittori moderni di vaglia, che profes-
sano di guardarsi da’ Gallicismi, adoperano in questo.
senso tal voce, a un di presso, come Cicerone ‘lib. II.
de orat. ) dice di taluno, che nella disposizione degli ar-
gomentfera un Dio; e divini si chiamavauo ad ogni trat -
to gli uomini singolari in Italia nel secolo XVI. Sareb-
he pertanto un Gallicismo manifesto il chiamare qualche
Scrittore zonzo di genio ; Ma il dirlo un Genio assoluta- -
mente, ed il contraporre il Genio allo Spzrito non è altro, .
‘se non se prevalersi in nuove seuso traslato di uua vo-
| ce antica Italiana per denotar con precisione i diversi gra
di, e le diverse specie d’ingegno senza offendere in nulla
la purità dell’idioma nostro. Assai più importante, e
più difficile è bensì il determinare in che cosa propria-
mente consista il Gezio ;.in che cosa lo Spirito. Qualche
cosa di straordinario, e di nobilmente rozzo, dice Ad-
dison (_Specrator tom. Il. n. 160.) , appare in quegli scrit.
torì, Genj naturalmente grandi, che si meritano l’am-
Îmirazione del secolo loro e della posterità, e che seuza
paragone è più ricreare, che non tutta la leggiadria bril-
lan'e di ciò, che i Francesi chiamano bello Spirito . Po-
pe nel suo Saggio sulla Critica dice
» True wit is Nature to advantage dressd
cioè-i/ vero spirito non è altro , se non se la natura con
tutti quegli abbigliamenti, che le stanno bene. Ma ag-
giungendo dopo, che-/e opere possuno avere più spirito
«di quello "che sia necessario per renderle perfette, » For
works may have more wit than does them good dà a divi-
dere aver egli applicate due diverse idee senza avveder-
‘- senealia parola Spirito , poichè un’ opera uon pnò aver
mai più di aa/ura oziiata con abbigliamenti convenienti
( dacche egli così definisce lo Spirito ) di quelio, che ne-
(-Cessar:o sia per renderla perfetta. Il valente critico In-
| glese, antore di questa riflessione , il signor Webb £te-
mark. cn the beauties of Poetry p.52 ) osserva parimen-
te, che il senso di queste voci il più esatto , e più comune-
menie ricevuto, si raccoglie, quando diciamo, che Ov.i-
VICENDE DELLA Lino. 1rAL. 6: vu. 257
ehe le qualità principali di esso consistono nel
riunir cose, il più, che si possa disparate in
un sentimento, ravvivar l’ espressione con una
graziosa antitesi, e fare spiccare in che che sia
quello, che v'ha di maraviglioso, della qual
tempra si è appunto lo spirito di Ovidio; dal
che ne inferì, che di tutti gli antichi Poeti, egli
sarebbe quello ( massimamente giunto il corti-
‘gianesco, e la galanteria, che regna nel suo
dio ha spirito , e che Virgilio è un Genio; il qual senso
verrà a farsi vie più chiaro dalla considerazione seguente.
Se alcun dicesse, che Virgilio ha più spirito di Ovidio
. desterebbe sicuramente le risa; eppure quando si desse
alla voce spirito, un senso troppo ampio , 0 si consideras-
— se come equivalente al Genio, uua tal cosa necesseria-
mente dir si dovrebbe, il caratteristico del Genio è di sor-
peudere, o con bellezze originali, 0 colla grandiosità delle
idee,( Webb loc. cit. p. 50. 51. ). L'uom di spirito sceglie
ciò, ch'è'‘più singolare , non già ciò, ch'è più bello, ed
opera sopra di noi semplicemente colla sorpresa ; ma \''.
uomo , ch'è un Genio, soprende con un eccesso di bellez»
za.Siccomel'astuzia altro non'è , senon un accorgimen-
to., che ha mire ristrette, così lo Spirito può venir chia-
mato un Genio , che vede poco luugi. Di fatti gli'vomie
ni semplicemente dî spirito vivace sono sagaci, maligni
molte vol®, ed invidiosi 1'Genj più sublimi all’incoh-
tro sono di natura maguenima,, ingenua, e schietti ed
aperti- sdegnano servirsi degli artificj, lontani del pari
dalla adulazione, che dalla maldiceuza . Il sin qui detto
riflette soltanto le bell Arti; che se parlar dovessimo del-
le scienze , direi, che il Genio nelle scienze scopre, ed
inventa , Jo Spirito dispone, ordina, abbellisce . Il Genié
mira sempre ai vero, al sodo, algrande; all’iucontro lo
Spirito, per cattivarsi gli applausi popolari, cade non po»
che volte ne’ paradossi, e nelie sottigliezze; quantunque.
troppo grau caso neppnre far si riebba degli ingegui sottili
in confronto dei grandi, ed ottimameute fosse usato a
dire il celebre Pomponazio ni/ subtilius falsitate( Becadel-
di Pira del Card. ( ontarini n. 23. ). Lo Spirito rende ag-
gradevole e e comune il sapere; ma il Genio solo arric-
‘chisce l’ erario delle umane cognizioni. In somma tra il
Genio, elo Spirito nelle scienze passa la differenza , che
v'ha tra Galileo , e Fontenelle, e tra qualche Politico 4-
taliavo , e Montesquieu. }- * NERE
— +
258 LIBRO SECONDO ) CAP. Y.
stile) che men degli altri avrebbe avuta T'aria
forestiera alle Tuillerie, ed a Versaglia. Nello
stile del pari, che nel fonde delle epere, e nel-
lo stile delle scritture scientifiche, e non sole
mente in quello de’ libri di amena letieratura,
si ravvisa questa differenza tra il Genio, e lo
Spirito , tra il carattere degli antichi libri Ita-.
liani di prim’ ordine 4 e quello de’ libri France-
si moderni, che han maggior grido. Tra lo sti-
le epigràammatico, e brillante di Montesquieu,
. e l’energico, e grave del Segretario Fiorentino
passa lo stesso divario, che eorre tra i disegni
«de Pittori Francesi di fiorî, e rabeschi per i
drappi di Lione, ed i cartoni di Rafaello, che
hanno servito a tessere quegli arazzi, che da lui
presero il nome. Il signor Michaelis (182) ac-
cusa a buona ragione i moderni Scrittori Fran-
wvesi di affettar troppo ciò, che chiamasi Spirito;
osserva, che gli stessi Scrittori classici di quel-
la nazione non vanno esenti da un tal difetto,
‘ chè compare in pieno lume ur si confron-
ta colla bella semplicità degli Scrittori Inglesi,
{ quali non pare, che si prendano pen@ero d’al-
tro, fuorchè delle cose. 1 ritratti, di- cui son
iene le storie Francesi, non sembrano meno
biasimevoli a questo dotto Tedesco, di quello ,
che il sieno le lunghe parlate negli Scrittori
Greci. Un altra vaghezza dello stile Francese,
segue egli a dire, consiste in pensieri arditi, in
proposizioni senza prova, e senza restrizione,
che sì avventura no con un'aria trionfante, co-
me se fossero incontrastabili, che piacciono
perchè arrischiate appunto, ed inaspettate, e
per quella certa affetuata brevità, cui si dà il ti-
tolo di nobile precisione. Conchiude in fine ‘es-
(182) Iaffluence des Options sur le langage Pi 1526
%
VICENDE DELLA LING. ITAL. $. vir. 259
ser cosa troppo manifesta quanto un sì fatto
stile riesca poco favorevole,sia alla verità sto-
rica, come alla filosofica. Io non avrei forse e-
sato di recare in mezzo il giudicio del signer
Michaelis, se non vedessi essere affatto confor-
me it questa parte quello dell’ Autore giudicio-
so del compendio della storia di Francia, e
quello eziandio di un famoso Scrittor Francese
degli ultimi tempi, che dai difetti suddivisati
non può chiamarsi sicuramente esente . Il primp
osserva, che a secoli delle citazioni, e della e-
rudizione, n’è succeduto un altro, in cui ben
lungi di adottar le opinioni altrui, ognua vuol
essere originale, in cui l’ambita lode di bell’in-
gegno ha fatto trascurar quell’ingegno sodo (183)
cosicchè eravi da temere non il secolo XVIIL
mettesse in discreto lo Spirito, come il XVI.
aveva messo in discredito l’erudizione. E Vol.
taire dando i più sicuri precetti ad una giovane
pi per far progressi nel buon gusio, e nelle
ettere, dopo averla esortata a leggere soliante
quelle opere, che da gran tempo sono in pos
sesso degli applausi del pubblico , biasima a-
pertamente il modo di scrivere quasi in enigmi,
ed in èpigrammi introdottosi iu Francia ; sog-
giungeudo (ciò, che fa più al caso nostro } che
lo studio, che dessa avea posto nella liugua I-
taliana, avrebbe mirabilmente giovato ad ac,
grescere vieppiù quel naturale buon gusto 184),
con cui era natia, perciocchè l’Ariosto, ed il
Tasso le avrebbero recato maggior vantaggio di
quello , che far potessero tutti gli avvertimenti
suoi .
(183) Henault Abregé Chron. de l'Hist. de France ad
an. 1650, i
Lara! des Scavens Lecemb. 1778 ediz. in 10
‘ g.3558.
= ù
260 LIBRO SECONDO) CAP. V.
Dal sin qui divisato, ognun può raecogliere,
se giusta sia quella lode, che dà il signor Me-
rian (185) alla moderna lingua Francese, chia-
mandola il linguaggio della ragione ,. e la prosa
del buon senso. Quel modo di scrivere, di cui
si è parlato sinora, è molto più contrario alla
ragione, di quello , che il sieno lo stile figurato,
e la trasposizioni, che il medesimo autore tîe-
ne in conto di reliquati di barbarie , quasi che
‘la pulitezza, ed il. sapere debbano distruggere
la natura. Il signor Merian per fare scomparire
tutti i difetti della lingua Francese, trovò una
strada diversa da quella del Padre Bouhours, di
cui abbiam ragionato a luogo opportuno. Tut-
te le bellezze , e tutti i pregi della lingua Gre-
ca, e della lingua Latina, l'abbondanza delle
voci, i traslati, le inversioni, le figure più ener-
giche, ei le trova nelle barbare sconosciute }in-
gue del Ceylap , dei C araibi, degli Uroni, ma-
miera affatto nuova dì lodare la povertà, e la
regolarità monotona della lingua Francese, e dì
biasimare idirettamente l’Italiano idioma, più in
questo conforme al Greco, ed al Latino. L’ii
dioma Italiano ha figure, ha tropi , ha inversio=
ni per valersene, quando il soggetto, il genere
del componimento il richiede; ma non è perciò
privo del linguaggio della discussione, della
ragion fredda. Ha due lingue, non una sola;
. come sì è mostrato più sopra, e ad ogni modo
è meglio esser barbaro cogli Ateniesi, e cogli.
Scrittori del secolo di Augusto, anche correndo
rischio diaver quilche conformità cogli incogni-
ti Demosteni, e Ciceroni de’ Caraibi, e degli
Uroni, piuttosto che esser colto co’ moderni
Sérittori Fraticesi.
‘ (185) Analyse de la dissertat ‘sur l’origins du langage ec,
per HH. Merian Berlin 1783. pag. 22 € vi
VICENDE DELLA EING. ITAL. $. vir. 261
Ma ritornando alle opere di letteratura ga-
lante, delle quali più specialmente testè si ra-
gionava, certa cosa è, che il genio dell’inven-
zione maggiormente si manifesta nelle opere I-
‘taliane di tal genere, che non nelle Francesi . Il
La-Fontaine, che fu scrittore non mica de’ vol-
° gari, ffasse dall’ Ariosto, dal Boccaccio, dal
Machiavelli, e da altri scrittori Italiani la
maggior parte de’ soggetti, ed i più famosi di
que’ suoi, altrettanto saporiti, che lubrici rac-
conti. E per lasciar da parte, che i due creato-
ri del Teatro Francese Cornelio, e Moliere si
servirono tanto delle cose siraniere , e persino
dalle Spaguuole, chi squadernar volesse le an-
tiche nostre composizioni Teatrali, e le Com-
medie priucipalmente , ed i nostri Novellieri,
troverebbe il seme delle invenzioni Frascesi,
che levarono maggior plauso. Nel Boccaccio, e
negli altri Novellatori, quanti non s'incontrano
di que’ casi amorosi, tragici , e crudeli , che ora
dominano sulle scene di Francia? Lo stesso dir
potrebbesi d’altri generi riputati nuovi. Ognun
sa, con quali acclamazioni siasi messa in iscena
la rappresentazione Francese intitolata la Cac-
cia di Arrigo IV. Ora due fatti del tutto consi-
mili, cioè di Principi capitati tra contadini, ed
umili persone ,. smarritisi senza seguito ed
incogniti, quindi da cortigiani riconosciuti,
(il che forma il più interessante di quel Dram-
matico. componimento ) narra il disinvolto, e
vivace Novellatore Matteo Baudello (186). Si
è osservato, che colui, che sostenne a questi
ultimi tempi 1: gloria del teairo Francese, vo»
glio direil Voltaire, non prese quasi mai a trat-
‘tar soggetto tragico, che da altri innanzi di lui
non fosse siaio ma.;eggiato. L’Edipo (187), la
(186) Nove. T. 1. Nov. Lvir. Novel. 2. T.tr.oo
(187) Sabathier Trois Siecl. de la lit. art. Voliaire .
LI
964 LIBRO sEcONDO, CAP. Vv.
prima sua opera teatrale la trasse da Sofocle, e
da Cornelio, la Zaira in gran parte dall’Othel-
fo di Shakespeare, Merope da quella del nostro
Marchese Maffei, e dall’ Amasi del La-Grange,
senza parlare di altre dî minor grido. Furono
pure in fatto di leiteratura, di filosofia , di sto-
ria tacciati Voltaire me: dimo di ‘avere tspilati
gli scritti d° ogui nazione, Rousseau di Loche,
di Hume, l' Abate Raynal di molti autori In-
glesi poco sparsi in Europa, e poco conosciuti.
Ed in ordine alle invenzioni concernenti le ar-
ti, e le scienze, il Conte Algarotti, dopo aver
fatta una lunga enumerazione di quanto debba-
no queste agli i ingegni Italianî, restringe tutti
i ritrovaii, cui dobbiam saper grado alla nazion
Francese all'analisi Cartesiana, ad alcune sco-
perte, e pratiche anatomiche, o chirurgiche, e
(q uando annoserar pur si voglia tra Je inven-
zioni memorabili ) alla Coreografia ; ( 188 ) per
. cui, come si fa d’un’arietta per musica, si può
scrivere un ballo, e trasmetterlo alla più tarda
posterità ().
L'ignoranza , in cui sogliono essere i Fran-
cesì delle li; ugue forestiere, e della storia let-
teraria delle altre nazioni “di Europa, l’alto
concetto , in ui tengono tutte le cose loro, la
(188) Algarotti Op. tom x. ediz. di Cremona, Lettere
inedite p_14# 151
(*, Voltaire peraltro sti ingenuamente che » c’ est
» un Pilote Génois, qui a découvert le nouveau monde;
» c'est un Allemand, qui à inventé l'imprimerie: c'est
» ‘un Îtalien à qui nous devons les Iunettes, un Hollan-
» dois a-iuventé les pendules, un Lialien a'trouvé la pé--
» sauteur de l'air; un Auglois a: decouvert les Ivix de
n la Nature , et nous n’avons inventé que des convul-
» sions. Trouvez moi un art, un seul art, une seute'
» science danus.iaquelle nous n'ayons pas: Ieermattres cher.
» les natuone-étrangeres. 4% $.
4
vicenDE ®ELLA LING. irAL. $. vii. 2607
franchezza, con cui d’ogni cosa decidono, ed’
il dono loro particolare di tagliar ogni più se-
‘ria quistione con motti vivi, e frizzanti, fa,
chie contano eglino a modo loro, é trovano an-
che tra gli Italiani medesimi chi sta a’ loro con-
tt. Comunque: siasi, l’abilità propria de’ me-
desimi di trar partito dalle invenzioni altrui,
| (189) qualità, di chi già sin da’tempi di Ce-
sare si vantavano., giunto alle divisate estrin-
seche circostanze favorevoli per la letteratura
loro, ed opposte a’ progressi dell’ [taliana,
portarone: la prima a quell’auge di fortana, e
di celebrità , che gode di presente; e non solo
‘ l'uso della lingna Italiana restrinsero, prima
la sola quasi universale in Europa, ma di più
buona parte degli Iraliani stessi corruppero, fa-
cendo loro preferire la lingua, le composizio-
ni, e le cose Franeesi alle proprie.
$. VHI. Escgerazioni intamo alla pretesa
universalità della lingua Francese, ed al
poco corso, che si asserisce aver fuori d'I-
talta la nostra. o . ce: (S
° Questatanto decantata universalità della lin-
gua Francese viene peraltro oltre al: dovere, ed
oltre ai confini del vero estesa da’suoi parti»
giani; ed è piuttosto foudata sulla isnoranza, in
cui sono generalmente i Francesi, delle lingué
straniere, che sulla conoscenza; che abbiano gli
stranieri del loro idioma; Quella predilezione in-
sultante, che i Francesi hanno per la: propria
nazione,-e che non possono: in. nessuna: maniera
(189) UZ est summae genus solertiae atque ad' omnia
inttanda.atgue efficienda , quae ab quoque traduntur, -
aptissimuz. Caes. de Bello Gallic lib. wiL. . |
£
264 LIBRO SECONDO, CAP.@f.
dissimulare, siccome fa, che da’loro viaggi,
che per mera curiosità, e non mai per iustruir-
si intraprendono, altro non riportino, che pre-
sunzione , come nota lo stesso Abate Ray-
nal (190), così fa loro veder la Francia in ogni .
‘contrada, e credono universale la lingua loro ,
perchè essi la parlano sempre , anche senza es-
| sere intesi. Un gran Signore Francese, non
senza coltura, dopo essere stato vent'anni in
Italia non intendeva l’Ital'’ano, e biasimava al-
tamente la Poesìa Italiana senza sapere, che co-
‘ sa s! fosse, e senza intender un verso di Meta-
stasio. Nè questo è caso singolare . Lascio cer-
te ridicole scene, come di quel Parigino , che
faceva le meraviglie, come non fosse ancora in-
teso dagli Inglesi il suo linguaggio dopo trenta
anni, ch'egli era in Londra, e di un altro, cue
dovendosene andar in Sicilia, a chi il cousiglia-
va di far qualche studio di lingua Italiana per
essere inteso colà, rispose con una millauteria
più che da Paladino, che avrebbe sforzato 1 di-
ciliani ad intendere il suo Francese. Ma lo stes-
so signor Du-Tillot, Francese spregiudicato
quanto potea sil miglior gustatore de’ versi di
“Irugoni, non fu anch’esso per questo capo
buon Francese, e non giunse a far ridere il
mondo, dice il Beitiuelli/191), col dare la cat-
tedra di storia all’ Abate Millot, che insegnava,
parlando Francese a scuolari Parmiziani, non
sapendo esgo l’ Italiano? Non saremmo tentati
dopo tutto questo di dire, essere il caso ( anche
in questo particolare della lingua ) di quel ver-
so del loro Poeta La-Foutaine , dove riconosce
i |
(190) Zlist. philusoph. et politig. liv. r. chap. xv . pag.
6° ’ 2 °
(191) Lettere di Diodoro Delfico nel giornale di Mo-
dena precit. let. x. nl : | il
VICENDE DELLA LING. ITAL. $. vin. 265
la vanità, come il vizio dominante della propria.
nazione (192)? . |
Che esagerata poi sia Puniversalità della lin-
gua Francese fuori di quel Regno il dimostra
palesemente il vedersi, che in Inghilterra si
stampano i nostri classici ltaliani ; e se si parla
di opere di qualche conto, e non di semplici
quaderni, e fogli volanti, è forse maggiore il
numero delle stampe Italiane colà, che non
delle Francesi. In Germania i progressi, che
fa la lingua nazionale sostituita al Latino di col-
legio , la stima, in cui sono i letterati Italiani,
ed i libri Inglesi più conformi al gusto de’ Te-
deschi ( onde l’ Autor delle Memoric segrete
della Gorte di Berlino lagnasi dell’Anglomania }
pare, che distrugger vogliano quell’ asilo, che
1 Francesi rifuggiti aveano procurato iu quelle
contrade alla letteratura Francese; e persino
quelle coste della Grecia , e quelle scale di Le-
vante, dov'è rimasto qualche fievole raggio di
coltura, e di commercio, intendono, e si ser-
vono di una lingua Italiana corrotta piuttosto,
che della Francese. Ma per questo rispetto me-
rita special il Spagna, dove, .
non ostante la vantata universalità della lingua
Francese, così poca cognizione, e così poco
genio si ha per quell’idioma, che quel dotto
snilfinre Specinslo meritevole di un miglior.
destino, che alla Corte del Re Vittorio Ame-
deo II. concepì il disegno di un dizionario En-
ciclopedico , voglio dire il Marchese di Santa
Grux (193), credeva, che stendendosi in lin-
(192) La sotte vanité nous est particuliere ; la Fontaine
Fab. liv. VIII. Fab.xv. le Rat, et l'Eléphant.-
{193) Avisos para la mas facil execucion de un diccio- -'
nario universal cap. XVI.p.87. in fine del T_X. dell’ope-
ra intitolata Ae/fexiones militares ec. en Turin 1737.
Vol. I. 12
266 — LIBRO sEcONDO, CAP. Y. sl
gua Spagnuola una tal’opera, se, ne sarebbe fat-
to smercio pjù pronto, per la sola ragione del
facile esito, che avrebbe avuto ne’ vasti, e ric-
chi dominj di Spagna, e delle Indie. Che se
della letteratura degli Spagnuoli tengono poco
conto i Francesi, la dotta colonia, che ne ab-
biamo in Italia, le opere loro, e ciò, che ne
scrisse il nosteo Abate Denina, ben mostrano
come dessi s° abbiano il torto; e che a buona
ragione dir si può , che il giudicare della lette-
ratura forestiera senza conoscerla è un dono
particolare, che la natura ha conceduto a’ Fran-
eesi solamente. E nell’Italia stessa, che da cer-
tuni si vuol far credere ormai tutta fatta Fran-
cese, non è forse molto maggiore l’irragione-
vole brama in molti di diventarlo, che la faci-
lità, che s’abbia di acqui.tar quell’idioma? Ab-
biam veduto sopra come il Piemonte in tanta
vicinanza di paese, con tanti studj, con tanti
libri, con una educazione, con un conversa:
re Francese continuo , mai non ha potuto
produrre uno scrittor Francese. E le tante
traduzioni da quell’idioma, che escono conti-
nuamente alla a in Italia, e non solo di ope-
re elementari, o di trattenimento, ben dan-
no a divedere, che il Francese non vi ha al-
lignato tanto, come si presuppone, anche pres-
so le persone colte, e addottrinate. Se la lingua
Francese non servisse d’intoppo agli Italiani,
anche letterati, massimamente di certe Provin-
cie, a che tante traduzioni, che innendan l’Ita-'
lia di libri scientifici, di diritto pubblico, di
economia politica, di fisica, di chimica, di storia
naturale? Non potrebbono bastar ristampe? E da
credere, che la cognizione di quella lingua, che
sì pretende tanto diffusa di qua da’ monti, sia
in realtà assai ristretta; od almeno, che con
VICENDE DELLA LING. ITAL. S.vin. ‘267
tutta la cognizione, che gli Italiani ne hanno,
con risparmio di fatica troppo grande faccian
dessi uso delle traduzioni: che in vero convien
ben dire, che-duro assai riesca loro il compren-
dere il senso de’ libri oltramontani per appagar-
si, anzi per preferir loro le infedeli, barbare, e
prezzolate traduzioni, che gli sfigurano, e che
servono soltanto a guastar la lingua nostra, sen-
‘za agevolar lo studio, nè l'intelligenza della
Francese.
Non è adunque tanto estesa, come si crede
comunemente È lingua Francese. Vediamo al
presente, se tanto poco conosciuta sia poi a’ dì
nostri l’Italiana, che un autore, che scriva in es-
sa non possa sperar di esser letto di là dalle Alpi.
La lingua nostra, dicea Carlo Dati (194), più di
un secolo intero fa, non ha leggi, non ha im-
pero , non ha scrittori di scienze, salvo pochis-
simi ; quelli che la parlino puramente non sono
molti, e tuttavia è tanto ricercata, considerata,
e stimata da tutte le altre nazioni; onde avvien
questo? Mancando i motivi, e le “cagioni della
necessità, e del comodo , resta l’unica, e sin-
golarissima del diletto originato dalla elegan-
za , dalla copia, dalla purità, dalla dolcezza,
dallo spirito, dalla nobiltà; e da tutte quelle
altre doti, che si ricercano per costituir le lin-’
gue eccellenti. Ed in vero se per motivo di di-
letto soltanto si durava la fatica a’ tempi del :so-
praccitato scrittore, e si dura anche al presen-
te, di studiar la lingua nostra fuori d’ Italia,
che dir si dovrà quando vi sia, come in parte-
già vi è, motivo di studiarla per instruzione ?
Non è da credere, che le persone scienziate av-
‘rezzea troppo più ardui lavori, vi si volgerane
(194) Prefaz. alle Prose Fior.
268 LIBRO SECONDO , CAP; V.
no con maggior calore, e ne faranno più age-
volmente l’acquisto , che non le dame spiritose
straniere, e i dilicati cortigiani non assuefatti
agli studj continuati , ed astrusi, e che per pas-
satempo soltanto intendono di possederla? mas-
simamente dacchè manca ad essi per lo più il
presidio della cognizione della Îingua Latina,
ajuto, che mai non manca a chi ha una, qua-
lunque siasi, anche leggier tintura -di lettere .
Oltre alle nitide, eleganti, magnifiche, e tal-
volta anche correttissime edizioni di libri Ita-
liani, che escono tutto giorno dai torchj di
Londra, di Amsterdam, di Parigi, altri riscon-
tri manifesti abbiam. pure del concetto, in cui
è tenuta tuttora la lingua nostra fuori d’Italia.
Sebben la comune de’ Francesi non facciano
studio di lingue straniere, non mancano però
anime ben nate in quella colta, e numerosissi-
ma nazione , che abbiano in pregio la lingua,
e-la letteratura Italiana. Il signor Goldoni, il
miglior poeta comico senza controversia, che
vantar possa in questo secolo l’Italia, venne
con onorevoli condizioni invitato a passar d’ Ita-
lia in Parigi, e colà trattenuto a’servigj di quel-
la Regal corte, e di que’teatri, come Zeno, e.
Metastasio , i migliori poeti drammatici, furono
a’ servigj della Imperial corte di Vienna . Nelle
Memorie sue spiranti una bonarietà, ed un can:
dore, che innamora, dopo aver tessuto un ca-
talogo di persone distinte ( tra le quali molte
gentildonne ), che coltivano la lingua Italiana,
soggiunge , che la nostra letteratura è molto
.. gustata in Francia (195), che i nostri libri vi
‘ sono ben ricevuti, e che le biblioteche di Pa-
rigi ne sono abbondantemente fornite, Accenna
- (195) Gold. Mem. T. III. cap. 33. p. 178. traduz. Ital.
VICENDE DELLA LING. ITAL. 6. vini. 269
quella -particolarmente del signor Floncel di
sedici mila volumi tutti in lingua Italiana (196);
parla del libraio Italiano Molini, che ne fa un
commercio considerabile, dello spaccio delle
sue commedie, e della premura con cui il pub-
blico si è sottoscritto alla stupenda edizione di
Metastasio (*) del pari cara, n bella, e fregia-
ta coi rami dei famosi incisori Italiani Bartoloz-
zi, e Martini (197). Ed altrove accenna, che la
lingua Italiana è più che mai in voga in Francia:
avervi molto contribuito il genio della nuova
musica, leggersi, gustarsi, e tradursi i libri Ita-
liani, ed i viaggi de’ Francesi in Italia essere di-
ventati più frequenti. Ancorchè si volesse dire,
. che l'amor della patria abbia fatto esagerar al-
cun poco il signor Goldoni, nessuno però negar
(196) Il catalogo della Bibliot: del sig. Flonce] stampa-
tosi nel 1774. forma due voi. in 4.
(*) Magnitica edizione parimente si è pubblicata in
‘Parigi nel 1785. della Gerusalemme del Tasso in cin-
que volumi iu 18. col testo Italiano da un canto, e la
traduzione letterale in prosa Francese dall’altro per fa-
cilitare lo studio del Tasso, e della lingua nostra a’ Fran-
cesi. L'edizione è dedicata dal traduttore Mr. Panckoucke
al fu Conte di Vergennes Ministro di Stato per gli affari
stranieri assai riputato; e si trova in essa dedica lo squar-
cio seguente di lettera scritta da quel signore al tradut-
tor suddetto: = je ze veux point recevoir un hommage ;
jentends en rendre un lorsque j'accepte la dédicace, que
vous me proposez;.sl Je consens que mon portrai! parvisse
a la téte de votre édition ce n° est puint comme protecteur
de ceite éditton , mats comme amateur du Tasse. Je VOUS
remetcie de m°'avoir fourni une occasion de marquer mon
admiration pour ce Poète, gpique, a mon asis, parmi les
modernes . | ei
. Mr. Panckoutke avvisa, che già si stampava allora
una traduzion letterale eziandio dell’ Ariosto col testo
Italiano accanto, la quale dovea esser pubblicata in Di-
cembre di quello stesso anno 1785., il che fu poi da lui
recato ad effetto. |
{197) Id. ibid. cap. XXXVI. p. 255.
‘270 ‘’ LIBRO SECONDO, CAP. V.
vorrà, che da tutto ciò chiaramente risulti non
«essere la lingua Italiana quella lingua incognita
fin Francia, che aleuni adulatori delle cose stra-
niere pretendono in Italia di persuadere. Del
resto, quanto sia l'Italiano comune in Ispagna,
:si raccoglie dalla facilità grandissima, con cui
‘nelle opere loro, anche di lunga lena; l'adope-
|-rarono non pochi chiari letterati Spagnuoli. E
rispetto alle vaste regioni di Europa sottoposte
al dominio Ottomano, è notabile quello , che
della: Moldavia ( e lo stesso a un di presso dir
si potrebbe delle confinanti contrade ), narra
il rinomato Abate Boscovich (198); La lingua
del paese è presa, dic’egli, la più gran parte
dal Latino, e dall’Italiano, e vi s'incontra una.
‘quantità di quelle parole Italiane, che non sone
derivate dalle Latine, come pure moltissime
delle Latine s'incontrano mutate in quel modo,
in cui le hanno fatte entrare nella presente loro
lingua gli Italiani. Da ciò ne arguisce quel dot-
to Raguseo, che l’origine della tanta affinità,
che passa tra quella lingua Moldava, e la Lati-
na, non si debba prendere dalle antiche colonie
Romane, o da’ loro esuli, o da’ primi seeoli
‘della Chiesa, come molti affermano; ma piutto-
sto dal commercio, che vi hanno avuto gli Ita- _
liani pochi secoli addietro, e dalle loro colonie.
. In Suciava, una volia capitale della Moldavia,
verano, soggiunge il viaggiator medesimo, tren-
‘ta chiese ripiene d’iscrizioni di Genovesi, ed
in un candllo rovinato vi sussistono tuttora le
armi di Genova. Ora dfiando quelle vaste con-
trade in un colla Grecia, per una benefica’ ri-
voluzion di cose, diventassero colte, -la lingua
Italiana diventerebbe pure facilmente la lingua
(198) Giornale di un viaggio da Costantiuopoli in Po=
Jonia dell’Ab. Boscovich. Bassano 1784. p. 126.
-
Li I
VICENDE DELLA LING. ITAL. $. VIII. 271
‘regolata, e colta, come già lo è di molti Dal-
matini, e come già in molte scale del Levante
corrotta si parla. E quale estensione non po-
trebbe pigliare la lingua nostra, qualora, sic-
come v’ ha chi crede, che non possa chiamarsi
del tutto impossibile , il commercio delle Indie
Orientali si facesse per la strada dell'Egitto, e
che gli Italiani, spogliandosi de’ pregiudicj ol-
tramontani, ed unendosi almeno per mare,
come è unito il Corpo Germanico per terra ,
ripigliassero le loro arti antiche del commercio
navale, e con armata marinerìa trovassero mo-
do di proteggerlo, e di farlo fiorire? Trovereb-
besi allora di bel nuovo l’Italia nel centro del-
} Europa, com’era a’ tempi de’ Romani.
Ma, lasciando in disparte questi splendidi
sogni, e queste magnifiche speranze, se i Mo-
«scoviti nello stato attual delle cose già fanno
raccolta, per quanto dicesi , di edizioni pregiate
de’ nostri autori di lingua, come già da gran
‘ tempo fanno gli Iuglesi, e la lingua mostra chia-
mano lingua di Metastastio, quando avessimo
in essa maggior copia di autori moderni scien-
tifici, instruttivi, ameni eziandio , e leggiadri,
d’ ogni genere in somma, e così commendabili,
come si è Metastasio nel suo ( che al certo non
«era il migliore, di cui foss’egli capace), e Rus-
si, e Tedeschi, ed ogni nazione colta ab antico,,
O recentemente ingentilita , chiamerebbe la lin»
gua Italiana al pari della Francese, lingua uni»
‘ versale.
Dal sin qui divisato risulta adunque, che,
non ostante gli ostacoli frapposti, il minor nu-
mero, i pregi meno popolari de’ libri Italiani
in confronto de’ Francesi, non ostante i conti.
nui, e replicati sforzi di quell’emula nazione,
l'idioma Francese non si è tanto solidamente,
272 LIBRO SECONDO), CAP. V.
ed ampiamente stabilito in Italia, come si pre-
suppone; e che si è ancora sostenuto in: vigore
di là dall’ Alpi, ed in tutta Europa l’idioma
Italiano. Da quello, che una volta-pur fu, e
da-quello, ch'è tuttora al presente, si può far
ragione qual sia la natural sua attitudine per
riuscir Elicona in ogni soggetto; ed operan-
do, con tutti gli svantaggi divisati, i prodigj,
che opera, ben è da credere, che di natura sua
aspirar possa con maggior fondamento alla uni-
versalità, e che con abbondanti frutti ricom-
penserebbe le fatiche di chi attorno vi si ado-
‘perasse. L’idioma Francese, campo sterile di
natura sua ,'a forza di coltura si è fatto produr-
re tutto quello, che portar potea; che all’in-
contro il linguaggio d’Italia assomigliar si può
a buona ragione alle provincie più felici della
stessa contrada, le cui campagne, tuttochè fer-
tilissime, mancanò di coltivatori . Il signor
Schwab Accademico di Berlino, autore di una
‘ Memoria sopra l’universalità della lingua Fran-
p 8
cese, compendiata dal signor Merian (199), a
tre cause attribuisce principalmente l’universa-
Ht di una lingua : al carattere dell’idioma me-
desimo, alla coltura dell'ingegno del popolo,
che lo parla, ed alle relazioni politiche di quel
medesimo determinato popolo; e soggiunge,
che la lingua Italiana , favorita grandemente
«dalle due prime cagioni, non potè conseguir
l'intento per difetto di essere secondata dalla
terza. Ma per lasciar da parte, che questo au-
. tore medesimo è costretto a confessare, che nel
fine del secolo XVI., e priucipio del seguente
la lingua Italiana già passato avea le Alpi, ed
erasi sparsa in tutta Europa, è da notarsi, che
(199) Mist. de l'Acad. Royale des sciences et bell. lettr.
de Berlin 1785. p. 379.
=
n .
VICENDE DELLA LING. ITAL. $.'vIlI. 273
l’Italia è tuttora la sede del Pontificato , la' cor-
te dell’ Europa, colla quale un maggior nume-
ro di Stati abbiano relazioni, essendovi in Ro-
ma Prelati, Ministri, ed Agenti di-tntte le corti
cattoliche, ed anche Protestanti; ha Regni, Re-
pubbliche, e Principati ragguardevoli ; ha com-
mercio non solo colla Spagna, e Francia, ma
colle regioni settentrionali, e col Levante per
le vie del mare, ed invita oltremontani, ed ol-
tremarini colti a viaggiarvi, ed a farvi residenza
per isiruzio::e, per ammirarvi gli stupendi mo-
numenti dell'antichità, per l’amenità del suolo,
per le bell’arti alletiggrici; e per l'incanto della
- musica, e dell» Lingua medesima . Se la Grecia
ridotta in provinéia potè continuare a mante-
nere l'universalità della sua lingua, non ostan-
te il prepotente dominio de’ vi:citori Romani ,
come nol potrà far l’ italia florida tuttora , chec-
chè ine dicano i detrattori, e libera da giogo
‘ straniero, tanto più allorchè sapesse stringere.
‘ maggiormente i vincoli degli Stati, che la com-
pongono? Ma quantunque conceder volessimo
ciò ; ‘che non è, che la lingua Francese neglì
intrinseci suoi pregi in tutto eguagli Italiana,
non è forse vero esser troppo miglior partito il
farsi a comporre in un idioma, dove manchino
ancora diversi luoghi da occuparsi, avuto ri-
guardo alla odierna costituzione della repub-
blica letteraria; a dir così, che in un altro, ove
siasi già mietuto il meglio? Chi è il primo a
scrivere di un determinato soggetto in una data
lingua, ha da superar molte difficoltà în vero;
ma ha pure ad un tempo un troppo gran van-
‘taggio , vale a dire il non essere inceppato dal-
l'esempio de’ primi scrittori, che hanno già fis-
sato !l gusto della nazione, e forfnato scuola .
E non sarebbe più glorioso il contribuir a ren-
312.
pui LIBRO SECONDO, CAP. V.
dere una lingua universale, come per gli accen. .
nati motivi troppo di legòieri far si potrebbe
della lingua Italiana, che lo adoperarne una,
che già il fosse, come si asserisce della Francese?
CAPO VI
MOTIVI POLITICI PER ISCEGLIERE A PREFE-
RENZA LA LINGUA ITALIANA PER LINGUA
VOLGARE COLTA IN PIEMONTE .
Parlando sempre nella supposizione, che fosse
in facoltà della nazion noggra il deliberare qual
esser debba il suo colto idioma, se il Francese,
evvero l’ Italiano, io dico, che sarebbe sempre
più glorioso per. essa il difendere anche cotle
opere d’ingegno l’onore della Italiana lettera-
tura, come le armi Piemontesi guidate dal va-
‘lore, e dal senno de’ nostri Sovrani furono in
ogni tempo l’antemurale della Italica libertà .
Ed allo stesso modo, che i Principi nostri di
spiriti Italiani ognor si vantarono in un co’ più
grandi uomini di Stato, che , secondando i loro
disegni, vegliarono alla tutela, ed 2° progressi
della pubblica possanza, e prospertià; così
convenientissimo sarebbe , che la lingua domi-
nante, che il nazional carattere , ed i nazionali —
costumi. spiega, dimostra, ed invigorisce, di-
versa non fosse dalla professione aperta d’ Ita-
| liani, che per altri rispetti far dobbiamo.
$.1. Leggi de nostri Sovrani, e regolamenti
per istabilire ogni volta più la lingua Ita-
liana in Piemonte. fa E È
Persuasi i mostri Regnanti, ed i loro più ri-
putati Ministri, che tutto concorrer dovesse a
MOTIVI PER PREFERIR L’ITAL. $. 1. 275
rendere Italiana affatto la nazion Piemontese,
avvisarono,.che la lingua gravide influenza aver
dovesse nel promuoverne, e coltivarne le pro--
pensioni, e la naturale indole, e giudicarono di
maggiore importanza, per conseguir l’effetto,
un tale spediente; di quello, che comunemente
si creda. L’immortal Duca Emanuele Filiberto,
appena rientrato in possesso del suo antico do-
minio, ordinò per legge (200), che ogni atto
pubblico stender si dovesse in lingua Italiana,
e ciò mentre le vicine Provineie Lombarde pro-
seguivano ‘a dettar ogni cosa apertamente agli
interessi così del pubblico, come de’ privati,
wgni scrittura forense, ogni giuridico procedi-
mento in lingua Latina, pratica, che durò in
que’ confinanti paesi sino a questi ultimi tempi.
L’adottane anzi l’ordinar per legge l’uso della
liogua Italiana fu quasi una pubblica professio-
ne, che venne a far quel Principe (che a buon
diritto si può chiamare il rigeneratore della na-
zion nostra ) di Principe Italiano , come di fatti
in tutte le rimanenti operazioni sue il diè in
solenne modo a divedere. Soleva. compiacersi,
come notano .le Relazioni degli Ambaseiadori
Veneziani (201), ed ultimamente quella del Fo-
scarini che non vi fosse esempio ( ed. anche do-
po di lui mai non è stato ), che i nostri Sovra-
ui abbiano avuto guerra colla Repubblica di
Venezia, com’era ben conveniente, che seguir
dovesse tra il più antico ‘Principato, e la più
antica Repubblica d’Italia, che da tanto tempo
ne sostezgono colle armi, e col consiglio la li- |
bertà', e la gloria. E seppe egli finalmente man-
(200) Ordini ec. nel 1561. V. pure Edit. di Carlo Eina-
‘- muele I. dei 20 Dicemb. 1882., e le veglianti R. Costituz.
lib. IH vit IL. 6.1. : £
(201) Relaz, MS. pag. mihi 154,
276 LIBRO SECONDO , CAP. VI.
fenersi arbitro del destino d’ Italia (202), e ser-
bare in tutto sino all'estremo della vita 1’ ani-
mo , ed il nome, di cui grandemente a ragion si
pregiava, di Principe Italiano. La protezione
da lui impartita alle arti, ed a’chiari ingegni
d'Italia non n’ è l’ultima prova . Palladio dise-
gnava edificj sontuosi a’ suoi servig), Paciotti
piantava fortezze. Giraldi dettava Novelle, che
con eleganti tipi imprimeva il Torrentiuo ve-
nuto di Firenze al Mondovì; ed altri uomini
di grido Italiani instruivano nelle scienze la
gioventù nella Università da lui novellamente
ristaurata. Nella sua corte stessa il Conte di
Camerano, principalissimo Cavaliere, scrivea
colte rime, tentava l'Epopea, ed una regolare
‘tragedia condusse a compimento. Nell’ esercito
pon pochi erano i capi Italiani; e la celebre
Madama Margherita di Valois, cui innumerabili
opere, come tra gli aliri attesta il Germo-
nio (203), venivano dai dotti d’ogni maniera
consecrate, seco lui d'uno spirito, e d’un cuo-
re,.tuttochè nata Francese, nel proteggere i
‘ begli ingegni Italiani secondava il genio del-
:P augusto sno. Sposo, ed emulava in questa
parte il vanto del suo gran padre Francesco I.
Ed a chi mai ( quello, che merita maggior cou-
siderazione ), se uon se ad uomini Îtaliani af-
fidò l’instituzion letteraria del Duca Carlo Ema-
nuele Î. suo unico figliuolo, e successore ‘204)}? .
Il Giraldi poc'anzi mentovato, Guido Panciro-
li, Gio. Battista Benedetti, Antonio da Vimer-
cato , Alfouso del Bene, Giovanni Argentero
(202) Elogio Stor. di Ein. Filib. p. 87. V. pure nota 220.
(205) #. Zonsus de Vira Eman. Philib. V. Elog. Stor.
di Em.Filib p.65. nota (174). Sess.Pomer.sess.ILI. p.240.
Hai Guich. Hist. Généal. de la Maison deSavoye 1.11.
p.381. . | i .
MOTIVI PER PREFERIR L’ITAL. È. 1. 27%
ebbero in diversi tempi il glorioso incarico di .
‘ formar alle leitere d’ ogni maniera quel gran
Principe. Or pongasi mente, che l’instituzion
d’un Principe nato a regnare, si è il mezzo più
efficace trovato dalla sapienza di coloro, che
sulle cose di Stato più profondamente specula-
-rono, onde imprimere piuttosto una maniera -
di pensare, e di operare in una nazione, che
“un’altra, di modo che l’educazione da lui ri-
cevuta formerà ( singolarmente quand’ei riesca
personaggio di spiriti elevati ) il genio domi-
nante, il carattere di tutti i popoli, che saran-
no sottoposti al suo governo.
Nè è da dire, che il Duea Emanuele Filiber-
«to accidentalmente un tal partito seguisse. Ita-
liana volle la nazion sua per ragion politica,
‘perchè molto bene scorgea , che l’ indole, il
temperamento naturale de’ popoli italiano era;
perchè in fine avendo alle cose d’Italia rivolto
l’ animo , volea che i costumi Italiani in un
colla lingua vie più infusi, e radicati ne’ popoli
di quella parte del Piemonte odierno già sin
d’ o posseduta dalla invitta Regal Casa di
Savoja, servissero a riunir più agevolmente in
un solo corpo di nazione quelle Italiche Pro-
vincie, che presagiva, che aggiunte si sarebbo-
no agli antichi domin).
S. II Ragioni politiche, che mossero 1 ‘nostri
Principi a fissar la lingua Italiane per
lingua volgare colta in Piemonte .
Che il sistema abbracciato dal Duca Ema-
*nuele Filiberto in questo particolare della lin-
gua, figlio fosse di politiche speculazioni piut-
tosto, che di mera casualità, da ciò principal-
mente sì raccoglie, che il corso natural delle
-298. LIBRO SECONDO, CAP. VI.
cose dovea allora spingere, e persuadère a se-
guire i modi, i costumi, e l’idioma di Francia
piuttosto, che quelli d’ Italia. Non parlo del
lungo tempo, che durarono in Piemonte le.
‘guerre, e le invasioni de’ Francesi dal principio
.insino oltre alla metà del secolo XVI., nè del
«dominio, che tennero nel Marchesato di Saluz-
zo insiro al fine. Lascio da :parie quella affe-
.zione, che in così lungo corso di anni. avranno
.non pochi Piemontesi, segnatamente gentiluo-
miui, contratta verso le. cose Francesi, di cui
forse di mal grado si saranno spogliati, pregiu-
dicio, cui un altro Sovrano men risoluto avreb-
be forse creduto di dover mostrare qualche ri-
.guardo.. Quello , ch'è più, ‘i progenitori del
Duca Emanuele Filiberto, ’tuttoehè Signori di
buona parte d’Italia sin dal Mille(*), da diversi
secoli aveano sempre fatta la principal residen-
«a loro di là da’maonti. Egli medesimo nato era
in Chamberì, stato nodrito fuori d’ alia, in
isua giovenile età in sulle guerre di Germania,
e di-Fiandra, avea praticato corti straniere, gui-
dati stranieri eserciti (205). Quelli, ch’ ebbero
«cura della educazion sua, oltramoniani furono,
e colui în ispecie, che n’ ebbe tutta la gloria, si
fu Aimone di Ginevra Barone di Lullins. 01-
tramontano pur fu il suo precettore Luigi Alar-
det poi Vescovo di Losanna (266). La sua con-
| (*) Lamberto Scafnaburgense all'anno 1066. chiama il
Conte Oddone di Savoja marito di Adelaide Contessa di
Susa, e padre della Imperadrice moglie di Arrigo IV.
Marchio Italòrum; e V' Aunnalista Sassone all'anno 1067,
Heinricus Rex ( di Germania ) Bertam filiam Ottonis..
Marcihionis de Italia, et Adelheidis, quae etc. V. Il Pie-
monte Cispadano del sign. Collaterale Jacopo Durandî
pag. 355. nota (q).
(205) V. Elog. Stor. di Eman. Filib. Vercel. 1789-
(206) Guick. Hist. Gencal. de la R. Maison de Savoye
T. Il. p. 253. | |
MOTIVI PER PREFERIR L’ITAL. f. H. 279
| sorle, come ognun sa, figlia, sorella, e zia de’
Monarchi di Francia. Ogni cosa pertanto dovea
portarlo a far dominare in Piemonte i costumi
Francesi, se colla forza, e penetrazione della
sua mente non avesse conosciuto, che i rispetti
politici, e l'indole stessa naturale de’ popoli do-
‘veano vineerla, e richiedeano., che la cosa an-
dasse altrimenti; se nou avesse antiveduto ,. che
il nerbo della potenza della Casa di Savoja .d’al-
lora. innanzi -dovea esser riposto di qua dalle
Alpi; la gloria, la rinomanza nel far rispettar il
. nome, € la libertà d’Italia.
Non fa d’uopo di passar adesso a mostrare
«quanta di cuore Italiano.si pregiasse il suo sue-
eessore Carlo Emanhele I., imbevuto d’ una
educazione Italiana com’ ei fa, è cresciuto in
«una certe pressochè tutta d’ Italiani composta.
Ognun sa qual vasta parte degli antichi suai
Stati di là da? monti sagrificato egli abbia alla
sicurezza , alia gloria, alla difesa delle:contrade
Italiche(*), voglio dire per restar pacifico Signo-
re del Marchesato di Saluzzo; su cui vantava
pure incontrastabili diritti; quanto per l’occu-
pazione di Pinerolo fatta dalle armi Francesi
nel fin de’ suoi giorni .si accorasse, disgusto,
che non poce contribuì probabilmente ad ab-
breviargli la vita;: come a lui, quasi ad unico
| campione, e propugnacolo , e difensor validis-
simo, tutti i popoli d'italia riguardassero. E
qual fu 1’ uomo in Italia di qualche grido nelle
scienze, e nelle arti, che da lui non ricevesse
(*) » Con quest'aggiunta ( del Marchesato di Saluzzo: )
» egli resta padrone di.tutti i passi, per li quali si può
» di Francia in italia calare..... onde sebben egli ha
» dato in contraccambio a’ Francesi più terreno, ha però
» acquistato più forze, e più sicurezza » Bo/ero Melas.
del Piemonte stampata nel Leona in seguito all'opera
de’ Capitani |
280 LIBRO SECONDO, CAP. VI.
dui i frutti delle sue vigilie non indirizzasse, ‘e
che alla sua corte non abbia alcun tempo fatto
dimora? Egli medesimo tiene onorato luogo
‘nella picciolissima schiera de’ Sovrani, che alla
civile prudenza, ed alla professione delle armi
da lui con singolar perizia, se non sempre con
‘egual felicità maneggiate, abbiano -eon raro
vanto congiunto il pregio di letterati, e le opere
di lui nobilitano il catalogo non men de’ Pie-
‘montesi , che degli Italiani scrittori (207).
Se la storia, a dir così, proseguir si dovesse
‘della aperta, e dichiarata professione, che fece-
ro i nostri Principi di genio Italiano, recar si
potrebbe in comprova e la filosofica instituzio-
ne, che ricevette il Duca Vittorio Amedeo I. in
un co’Principi suoi fratelli da Giovanni Bote-
ro, e la totale ignoranza della lingua Francese,
in cui erano peranco a que’ tempi Signori di
sangue principesco, e principescamente nudriti,
tuttochè assennati, e colti, ed in negozj rile-
vanti, ed in impieghi importantissimi adopera-
ti (208). E se poi ragionar volessimo degli uo-
‘mini di Stato più riputati, che a questi ultimi
tempi abbiano le cose pubbliche amministrate,
basterebbe per tutti, senza toccar de’ viventi,
l’addurre 1’ esempio di quel personaggio (209),
‘ che nelle politiche negoziazioni, e nel maneggio
degli affari più gravì pressochè d’ ogni maniera,
primeggiava a’ tempi, che il rinomato Marco
Foscarini straordinario Ambasciatore della Si- .
gnoria di Venezia stendeva la Relazion sua del
nostro sistema di governo. .
RoSno , favori, guiderdoni segnalati? che a
. © (207) Zeno note al Fontan. "f. I. p.191. Tirab. Storia
“ della lett. Ital. Tom. VILI. Rossotti p. 131.
(208) V. Sopra lib. 1.-cap.1v. 6. IL. p.11.
(209) V. Rel. MS. del Foscarini del 1743. p. mihi 163.
MOTIVI PER PREFERIR L’ITAL. 6. 11. 281
Per istringere adunque il tutto in breve, sem-
‘pre furono persuasi, non meno i più celebri
tra’ nostri Principi, che gli uomini più illustri,
e più savj della ici nostra, esser più van-
taggioso , e più conforme alla natura de popoli,
più decoroso per l’ onor del Piemonte :l pre-
giarsi di cuore, di genio, di costumi Italiani,
che non ‘il seguire i modi, le usanze Francesi,
e adoperarne l’idioma servilmente. La quale
inclinazione, e spirito; direi così, italiano in
nessuna maniera meglio si manifesta, che nel-
l’abbracciar unicamente come propria, nel far
uso pubblico letterario, e famigliare della lin-
gua d’Italia. E chi dubitar vorrà, che alla glo-
ria del Piemante più non si convenga, che gli
augusti nostri Regnanti sieno ‘piuttosto i primi
Principi d’Italia (*), ehe i secondi della nazion
Francese? E con qual intimo senso di ricono-
scenza non pretenderà l’ lialia per sua una sì
illustre prosapia? Regale iuvitta famiglia, da
cui, come si esprime îl famoso (3ravina (210)
degli antichi Romani spiriti. ripieno , tanti sono
sorti gli eroi per sostenere , e suscitare colle
azioni loro la memoria, e }'esempio del: valor
Latino, che sola chiamar'se ne può la deposi-
taria; famiglia, come lo stesso scrittor prosie»
gue a dire, che ‘fu sin dalla inclinazione del Ro-
(*) Non v'ha cosa, che dimostri in più luminosa ma-
niera ta primazia , direi così, de’nostri Sovrani sopra
tutti gli aliri Principi d’Italia, come l'essersi sin dal
1569. da Papa Pio V., e dai Duca Cosimo de’ Medici di-
ehiarato espressamente, che col nuovo titolo di Gran
Duca di Toscana dalla. corte di Roma concesso al men-
tovato Duca Cosimo per terminar una volta in favor di
lui la tanto dibattuta controversia di precedenza cella
Casa d'Este, non s’ intendeva di offendere la preceden-
za della Casa di Savoja - 7. Galluzzi Stor. del Gras
Ducato di Toscana lib. 111. cap. r. Tom. MI. p.208.
(210) Della Traged. in priuc.
282 ‘LIBRO SECONDO, CAP. VI.
mano Imperio dalla Divina providenza collo-
cata in quella regione d’Italia, dove la fortez-
za, e virtù Italiana, altronde discacciata o dal-
1’ ozio, o dal piacere, o dalla fraudolenza , .fos-
se dalla necessità del sito tra le insidie, ed 1 pe-
rigli delle vicine guerre accolta , ed alimentata,
‘ e ne’ proprj gloriosi trofei esposta agli occhi di
tutte le straniere nazioni . ;
Se per natura sua adunque la lingua Italiana
può aspirar alla universalità al pari della Fran-
cese, universalità, che da cagioni estrinseche
soltanto le vien contrastata; se esagerata è l'uni-
versalità della lingua Francese in paragone del-
l’idioma Italiano, che riesce ugualmente bene,
purchè adoperar si voglia ne’ soggetti leggiadri,
ed ameni, come ne’ scientifici, e che in altri
tempi serviva, non ostante i maggiori ostacoli ,
che se gli attraversavano , ed i minori ajuti,
che avea, a tutti quegli usi, ne’ quali con tanto
strepito si adopera a’ dì nostri il Francese; e
se inoltre è più ricco non tanto di voci, come
di maniere di dire, più sciolto, più armonico,
più immaginoso, ed espressivo, perchè mai noi
Piemontesi non. l’abbracceremo, e adotteremo
per nosìro , anche nel caso, che libera ne fosse
la scelta? E se all'ultimo le naturali propensio»
ni, edi proprj nestri interessi ricercano , che in
ogni cosa, e nella lingua principalmente, veri
Italiani ci dimostriamo, e zelanti dell’ onore
della comune patria; se in somma non possiam
esser buoni Piemontesi, se non siam pure ad
un tempo buoni Italiani (*), sembra , che ragion
(*} Il Conte Carli termina un suo opuscolo intitolato:
Della Patria degli liallani, il cui oggetto si è il persua-
dere ogni persona dei diversi Stati d'italia. a considerarsi
come della stessa nazione cou queste:-memorabili parole:
- Miventiamo Italiani per non cessare di esser uomeni,
Op. T. 1X. p.394.
“
MOTIVI PER PREFERIR L’ITAL. $. 11. 283
più non rimanga da aggiungere per persuadere
ì chiari ingegni, che non mancano nella nazion
nostra, a farne uso in ogni scrittura, in ogni
opera di qualunque specie siasi, e di qualunque
argomeuto.
FINE DEL VOLUME PRIMO.
i rar ci
.— rP__ P
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dr
5)
i
VOLUME I.
ERRORI
9g. che tentarono
. 16. VAngelio, la Siriade
n. altrove accennato (9)
5. significato ; cose
. . 33. se debbansi
. . 25. accaduto in animo
. 30. sconociuto
. 16. Latini quelli
6. non potremmo, non
58. nota (59). il Zambardi
4. tale quale
109. » . 1. ult. alla mensa
3. letto, tradotto
2. alle seduzioni
1. Pittori, incisori
. 18. presente meno
147. + ++
26. Gioliti, de’ Ferrari
150. nota(176) Paolo Pallavicini
152. nota]. 36. utroque dignis .
151. nota l. 41. Lettere
165. ...
22. a p- 208.
204. . + + 21. la Lingua regolare
205. -
223. . è
253. . . è
259. -
262... .
265. ...
276 ..
280... -
318. ...
324. . è
ibid. . +
. 17. sono riscritte
-
5
CORREZIONI
che trattarono
l Angelio la Siriade
altrove accennato (9)?
significato , cose
se debbasi
caduto in animo
sconosciuto
Latini, quelli
non potremo noi
il Zambaldi
tale, quale
alla Messa
letto tradotto.
alle sedizioni
Pittori incisori
presente, meno
Gioliti de’ Ferrari
Polo Sect. x1. = Palla»
vicini
atroque dignus .
Lettera
a pag. 215.
la Lingua Italiana la
più bella delle Lin-
gue viventi, lingua
regolare ec.
sono riferite
6. N. B. la citazione (51) si trasporti due linee
dopo, dove dicesi = narra il Gelli (51)
5. in poche lettere
n. det Secolo XVI.
2, si riguardano
32. riflessioni, di quadri
. 18. a mal pensare propensa
32. le Nazioni nostre
29. de’ Romani, eserciti
. 14. desiderio (45)
nota (45) l
di poche lettere
del Secolo XIV.
ci riguardano
riflessioni, i quadri
a mal pensare propenso
le azioni nostre
de’ Romani eserciti
desiderio (44)
(44) è











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