Grice e Bonini
MANZONI E LA
QUESTIONE DELLA
LINGUA IN ITALIA
LETTURA DI PIETRO
BONINI
Pietro Bonini
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LA QUESTIONE DELLA LINGUA li\ ITALIA
LETTURi
DI
PIETRO BONINI
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f.Jiue, H7I - Tip. li. Zaui ? iw.
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A
PIO VITTORIO FERRARI
u
/
Ti dedico, senza smòrfie, queste poche pagine. Io non so
come tu la pensi sulla quistione della lingua, ma so benissimo
che, qualunque sia la tua opinione, farai alla picciola off erta
un' accoglienza festosa. Se ne dissero tante su questo argomento,
che pò" poi una chiacchierata di più non guasta ; ad ogni modo
mi giovi il tuo nome, caso mai ci fosse qualche difficoltà per
raspare un trànseat.
Da te, caro Pio, molte cose si aspettano, e non sarà
4t r attender corto. „ Oh, si è ben sicuri che là, nella bella
Firenze, non giochi a carte il tuo tempo! . . .
Idlnr, M»wìm 1871.
PIETRO BONINI.
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fri
*
Una lettura sulla lite della lingua può sembrare arditezza
e peggio, prima perchè sul faticoso argomento già o a lungo
dissero i Grandi che illustrano la patria, poi perchè i tempi
corrono perversi a siffatto genere di studi. Nò quest' ultimo as-
serto ha di mestieri che nf affatichi a chiarirlo ; come nel u bel
paese „ i prodotti dello ingegno in fatto di Lettere vengano
accolti, criticati e pagati, ognuno può scorgere: c'è davvero di
che nascondere il viso. Uno dei nostri più valorosi scrittori, nella
prefazione di un suo romanzo psicologico ben poco diffuso, si
espresse a un beli' incirca così: « Mi lusingo che questo libro,
„ quantunque non sia scritto in francese, troverà pur qualcho-
„ duno che vorrà leggerlo „ — sfogo di amarezza ben perdona-
bile in tanto uomo. Ed uno dei poeti viventi d' Italia, nella più
bolla delle sue canzoni ebbe ad esclamare:
" .... o versi miei,
Io nel modo v' invìo, ma chi vi brama f „
Tale trascuranza nuoce; in tutti i tempi fu sventura l'ob-
blio delle parole divine: Non de solo pane vivit homo, e lo
dimostra la Storia. Tuttavolta peccherei tutto e tutti involgendo
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gliere il problema in senso antifiorentino, parve cioè che la im-
mensa autorità di quel sovrano intelletto scrvisso a coprire della
sua ègida il partito di coloro che sostenevano dover la lingua
comune italiana comporsi delle contribuzioni di tutte le parti
d' Italia. E non a caso ho detto parve, perchè una breve
lettera diretta due anni or sono da Alessandro Manzoni a Rug-
gero Bonghi si oppone a questo giudizio e sfida gli avversari
(del resto molti e valenti) sul loro stesso terreno, rivedendo le
buccie a questa opera minore del Poeta-filosofo. In questa lettera
il venerato autore dei Promessi Sposi nega addirittura che 1' Al-
ighieri abbia nel De Vulgari Eloquio definito qual sia vera-
mente la lingua italiana; anzi asserisce arditamente che questo
libro, riguardo alla grave quistione, sta decisamente fuori dei
concerti.
Però, anche ammettendo cho le toorie di questo lavoro dante-
sco risolvano il problema a prò della lingua comune (così chiame-
remo il motto sintètico del partito avverso a Firenze) cionon-
portanto l'autorità di Dante si riversa a tutto vantaggio della
soluzione fiorentina.
Citerò una fonte certo non sospetta — le parole di un forte
intelletto, il quale mentre rivenne a galla la quistione della
lingua, potè facilmente mettersi a capo de' contrarj a Firenze.
Ed ecco come quello strènuo partigiano della lingua comune
venne tratto (certo senza ch'egli se ne addasse) nell'insidia tè-
sagli dalla verità: " iS'on è pur vero come molti leggermente
„ ripetono che Danto componesse la lingua radunando vocaboli
., da ogni popolo d'Italia; Dante fissò la lingua scegliendo con
„ lucido e quasi infallibile giudizio nel dialetto toscano tutto
., ciò che consonava agli altri dialetti italici e pertanto era
„ acconcio a diventare lingua comune, e le voci eh' egli prese
„ dagli altri dialetti, nei dialetti ricaddero. „
Di tal maniera, come poc' anzi affermai, l' autorità dell' Al-
lighiori viene pel fatto della Divina Commedia a suffragare in
modo inappellabile coloro che avvisano la nostra lingua essere
tutta in Toscana. Le parole d'un avversario potente che con
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tanta imparziale sagacità seppe riconoscere V unico e sincero ele-
mento col quale Dante venne componendo la sua lingua, sono più
che sufficienti per togliere il più robusto sostegno ai numerosi
partigiani della lingua comune.
Bla Dante (sia per osella apparente contradiziono cui or ora
accennai, sia perchè la mala pianta del municipalismo si camuf-
fasse colla tesi letteraria) non potè imporre il suo giudizio e la
singolare quistione ripullulò continuamente fino a diventare, da
Cosimo in poi, una irosa battaglia cui presero parte i più va-
lenti ingegni d'Italia e lo stesso Macchiavelli. (*) I Fiorentini
sostennero sempre imperturbati la vera lingua non essere se non
presso di loro e furono osteggiati più o meno da tutti gli altri
italiani, che a squarciagola sbraitavano doversi rintracciare do-
vunque fra T Alpe e 1' Etna. Io sorvólo per brevità su quegli
anni che per l'Italia furono davvero
simili a .lunga notte,
Non d' altro viva che di alcune voci
Di congiura interolte. „ (')
é
In essi però la questione non può dirsi assopisse, ma, palesan-
dosi con irrilevanti scaramuccie, si mantenne gagliarda e parata
al risveglio, come il liquido che, ove il fuoco scemi di rigoglio-
sita, manifesta il non sminuito calore con rade e picciole bolle.
Venne Y infausto 1815 ed il riposo che succedette a quella
feroce violazione delle nazionalità, permise si riattizzasse l' in-
cruenta lotta, la quale, se ora aveva quasi totalmente smesso il
carattere municipale, non fu però meno disastrosa alla patria.
La scissura letteraria cementava le divisioni politiche; intanto
il padrone di Vienna raccoglieva i vantaggi derivantegli dalle
acrimonie degli Italiani.
L'antica e sempre recente quistione parve risolversi contro
i Fiorentini e tale fu l'accanimento specialmente dei letterati
settentrionali capitanati dal Monti e dal Perticari che ormai la
pubblica opinione si era pronunciata in favore della così detta
(') Dialogo sulla Lingua italiana.
(*) A. Alcardl.
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lingua comune. La fazione toscana, subissata dalla maggioranza,
tacque, ma non si dette vinta ed attese a risanguarsi di nuovi
combattenti. La quistione della lingua è come il sasso di Sisifo
che tenta ricadere nel sito primiero a dispetto d'ogni conato.
Pochi anni or sono quel tal Sandro che tutti conoscono risolvette
da capo e in senso contrario il problema, e con Nicolò Tommaseo
e Ruggero Bonghi fu composta la splendida triade che accordò
ampia ragione ai Fiorentini.
Dapprima però il Manzoni si credette parteggiasse pei set-
tentrionali, e la stessa meritata celebrità del suo romanzo fu
gettata contro a quei di Firenze corno irrefragabile prova. Ma
non tardò a chiarirsi V equivoco. La dotta lettera eh' egli indirizzò
al cavaliere Giacinto Carena, ringagliardì le stremate forzo del
partito fiorentino. Anzi volendo il Manzoni che il fatto precedes-
se la proclamazione della teoria, nella ristampa dei Promessi
sposi (comparsa in antecedenza alla lettera mentovata) mutò una
significante quantità di frasi e locuzioni nelle corrispondenti
fiorentine, consacrando così la invitta tenacità del suo meditato
giudizio. Non è a dire se gli avversari della fiorentina primazia
ne menassero scalpore; smessa la riverenza, si arrivò a deplorare
che la novella edizione avesse guasto il lavoro anziché perfe-
zionarlo — Ed eccoci all' ultima fase della quistione che segna un
altro trionfo della idea fiorentina. Il già ministro dell' Istruzione
pubblica, Emilio Broglio, riattizzò il fuoco dirigendosi al Manzoni
perche indicasse i mezzi più adatti per diffondere la notizia
della vera lingua italiana e n' ebbe un' accurata Relazione, sotto
la quale, oltre a quello dell' autorevole interpellato, figurano i
nomi di Ruggero Bonghi e di Giulio Carcano. Falso che questo
lavoro manifesti senilità e languidezza; in esso il Manzoni gio-
vaneggia davvero, quantunque le sue parole non aggiungano molto
a ciò eh' egli altra volta espose con poderosa dialettica. Ecco
dunque come il nostro Manzoni rappresenta e ripete, nella qui-
stione della lingua, il pensiero dell' Allighieri.
Compiuta questa rivista storica, veniamo all' intrinseco del-
la lite.
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LT Italia non possiede Y unita della sua lingua. u Questo
„ solo esserci da cinque secoli una successione di gente la quale
., afferma che la lingua toscana è la lingua degli italiani, anzi
„ il solo esserci da quel tempo altri che rifiutano espressamente
„ e combattono acremente una tale opinione, sarebbe argomento
„ indiretto ma fortissimo cho gli italiani non possedono in effetto
„ una lingua comune. Argomento superfluo del resto, per chiunque
„ voglia (cosa tanto facile) osservare direttamente il fatto. „ ( ! )
Invece l' illustro Giuliani, il commentatore di Dante con Dante,
in un suo scritto diretto al Mamiani esordisce asserendo : " V unità
„ della lingua potò compiersi assai prima dell' unità della Na-
„ zione ed anzi con aver data unità alla nostra Letteratura giovò
„ ad apparecchiare l' unità del pensiero e del sentimento della na-
„ zione stessa, „ — Così per questo scrittore la quistione della
lingua non esìste; egli nega ab ovo il perno su cui si aggirano
le discussioni di cinque secoli. In verità io non ci raccapezzo.
Una lingua scritta ove manchi del riscontro della lingua par-
lata, non è viva; è morta come lo è adesso la latina. Perchè
questa unità della lingua ci sia davvero, è necessario che la
lingua dei libri sia anche sulle bocche di tutti o che per lo meno
ci sia una favella volgare legislatrice e dominante, una zona
privilegiata donde questa lingua parlata e scritta si diffonda
progressivamente sino a diventar comune alla intera nazione.
Ecco dunque che quasi inavvedutamente s' e presentato il mezzo
per arrivare a questa unità, ecco perchè questa unità non può
dirsi un fatto compiuto fino a quando non si sia trovata e quel
che più monta concordemente riconosciuta questa terra promessa,
questa zona fortunata da cui devono partire i raggi della lingua
viva. Senza questo punto di partenza si vedrà scrivere nelle va-
rie parti d' Italia (come pur troppo si è visto e si vede) in ma-
niera disparatissima, perchè mancando un linguaggio archètipo la
di cui violazione costituisca senz' altro e per tutti un errore,
ognuno avrà il diritto di esporre come gli aggrada i propri
(') A. MhueouI. Lettera al Cav. G. Cnivna.
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pensieri. Si avrà, come dice il Bonghi, una lingua di maniera
che nessuno parla, una lingua di faticosa leggibilità appunto
perchè non impomata ad un cardino unico, una lingua invasa da
parole d'ogni regione od anche d' oltremonte e di oltremare
(s'intendo bene che faccio il profeta dopo l'avvenimento) che
l' infarciranno e corromperanno. Così, senza la norma unica che
il Manzoni propone, uno che comporrà un libro a Torino (e lo
si è visto), lo scriverà in un italiano che sarà il dialetto pie-
montese tradotto più o meno bene; chi comporrà un libro a Pa-
lermo lo farà in una lingua italiana che sarà il vernacolo sici-
liano italianizzato, e fra i duo libri, V uno stampato a Torino e
V altro a Palermo, entrambi dettati in una sedicente lingua ita-
liana, ci sarà tanto divario cho il libro di Palermo sarà diffi-
cilmente compreso a Torino e a quello di Torino toccherà la
stessa sventura in Sicilia. Chi non conosce le commedie in lingua
italiana del veneziano Goldoni? Ognuno avrà notato che il Gol-
doni piace nelle sue commedie veneziane e che quando le scrive
in italiano, non si possono sentire. Se l'economia del lavoro e
la pochezza del tempo non mo lo vietassero, vorrei presentare
1' esempio di periodi tolti appunto a libri stampati in varie parti
d'Italia e cho manifestano all'evidenza la verità di quanto dissi.
Dunque ci vuole questo modello, questo punto di partenza,
questa regione che deve diffondere il suo linguaggio. Questa re-
gione c'è e non magica che il definitivo trionfo di nomi autore-
voli perchè si compia davvero quella unità che il Giuliani crede
compiuta. Mi auguro che quello cho sto ancora per diro illumini
ed estenda i concetti cho nel calore del comporre ho abbozzati.
Intoppo alla desiderata unità della lingua sono i molti
dialetti della penisola, ciascuno dei quali contiene in se tutti
gli elementi costitutivi una lingua viva. Ve n' ha anzi tra essi
cho vantano una letteratura speciale, come ad esempio il vene-
ziano illustrato dal Goldoni che persino gli stranieri c' invidiano,
il lombardo dal Porta, il napoletano dal Cortese, il siciliani) dal
Meli e, se vogliamo, il nostro friulano dal Zorutti — per tacere
di altri.
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A qual mezzo s' ha dunque a ricorrere perche Y unità della
lingua lasci la vaporosa sfera dell' astratto e diventi realtà?
Gli uditori che mi hanno seguito con attenzione fino a
questo punto, troveranno conseguente la risposta che ho data e
che ora concreto, avvertendo eh' essa riassume la teorica man-
zoniana. Il mezzo debb' essere questo: adottare uno di questi
dialetti riconoscendone il primato o, a dir meglio, 1' autocrazia
sovra tutti gli altri: accettarlo concordemente per lingua comu-
ne; insomma sostituire questo mezzo unico di comunicazione del
pensiero a tutti gli altri. Questo dialetto prescelto (cui converrà
dare il nome di lingua perchè sorvivente all' esautoramelo degli
altri linguaggi particolari) deve, per meritarsi la sovranità, fun-
gere " T ufficio essenziale di questi linguaggi e soddisfare il
„ bisogno non così essenziale senza dubbio, ma rilevantissimo d' in-
„ tendersi gli uomini dell' intera nazione fra di loro il più pie-
„ namente e uniformemente che sia possibile. „ C) Deve, per
dirla brevemente, possedere in sè stesso lo condizioni sufficienti
per diffondersi e per riportare la palma sugli altri dialetti o
lingue che si vogliano dire.
Rimane adesso la scelta di questo idioma legislatore il quale
dev' essere senz' altro il toscano — parola che io accolgo tempora-
neamente, riserbandomi di esprimere questa idea con più ristretto
vocabolo. Vediamo ora come debba essere esclusa ogni dubbianza
su questa adozione e come il toscano sia veramente la lingua
d' Italia.
La lingua italiana fu in origine il dialetto toscano che
sopravisse nel sito dove nacque senza smettere il suo carattere di
lingua. La Toscana è il seggio precipuo dell' idioma e delle lettere
italiche. Una delle obbiezioni più gagliarde accampate da coloro
che s' incaponiscono nel voler indossare la vaga ma buffa giubba
dell' Arlecchino alla nostra nazione si racchiude a un beli' incirca
in questi termini: quol popolo che dà agli altri le proprie idee,
quello darà loro anche la propria lingua : chi si sovrapone colla
(*) A . Manzoni. Relazione al Ministro della Pubblica Istruzione.
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forza del pensiero o dell' azione, infiltrerà il suo idioma nel
paese moralmente o materialmente soggetto. " Ciò posto (cito
„ il Settembrini, uno dei più fieri avversari deir idea fiorentina)
„ dopo la metà del Cinquecento sino ad oggi nò Firenze nò
„ Toscana sono state la parte più considerevole e più autorevole
„ d' Italia „ Quindi (conchiudono questi oppositori) non si può
cercare la parola dove il pensiero letterario e politico ò inat-
tivo o senza efficacia.
Il fatto ò vero, e la illazione contorta. Ruggero Bonghi,
scrittore arguto e profondo, uno dei pochi cho meritano il nome
di Critici quantunque talvolta d' un arditezza che arieggia la
temerità, nello sue Lettere critiche combatto questo argomento
che non è invincibile se non nelì' apparenza. Dopo aver am-
messo che la Toscana sia bensì la più gentile ma non la più
colta, nò la più influente provincia d' Italia da tre secoli ad oggi,
il Bonghi prosegue sostenendo essere illusione il credere che
" ogni nuovo sentimento ed ogni nuovo pensiero richiedano una
„ nuova parola o frase per essere espressi. Se quella sintesi
„ d' idee e di affetti che formano il nuovo peusiero o sentimen-
„ to ò nuova, non sono però nuovi gli elementi dai quali risulta;
„ anzi, se questi non preesistessero nella mente e nelT animo,
„ la nuova sintesi non si potrebbe formare. Ebbene; sono codesti
„ elementi quelli che avendo già nome, danno modo di espri-
„ mere il nuovo tutto senza un nuovo vocabolo. Soltanto per
„ saperli esprimere bisogna poterli sentire tutti insieme, vuol
„ dire bisogna che la luce del pensiero sia forte e vivida la
„ impressione del sentimento, o altrimenti che s' abbia mento retta
,, e cuore gagliardo. Che ò appunto il segreto per cui gli scrit-
„ tori grandi sanno dire di cosi gran cose e di così nuove senza
„ nuovi vocaboli, mentre alle menti confuse ed agli spiriti molli,
„ la lingua par sempre scarsa alla grandezza del loro concetto
„ ed alla veemenza delle loro commozioni. „ (*) Il Bonghi però
ammette in seguito pochi casi in cui si fa sentire la necessità di
(') R. Bonghi. Lettere critiche.
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alcune parole nuove. In questi casi u 1' uso non può essere cri-
„ terio poiché esso è criterio d' una lingua presente e quella
„ elio voi cercate è una lingua avvenire. Inventate la parola;
„ entrerà, se necessaria, nelT uso e una volta introdotta, V uso
ne resterà testimonio ai nepoti. Oltrediche la maggior parte
„ delle nuove parole necessarie in questi casi, o non mai o solo
„ molto tardi passeranno nella lingua comune; per un gran
„ tratto di tempo o per sempre rimarranno liugua tecnica o,
„ come dico, mirabilmente Leibnizio, lingua privata. „ (')
Da ciò emerge che si può benissimo conciliare la superiorità
civile, politica o letteraria di qualunque altra provincia italiana
col magistero della lingua lasciato alla Toscana e più propria-
mente a Firenze. " Così Atene rimase giudice e paragone di
„ lingua ai Greci, quantunque la voce di Pericle vi fosse già
„ muta da un pezzo e da un pezzo vedovo il Pireo delle tre-
„ (Minto triremi. „ ( 2 )
Ma lascio questo ragionare per dar di piglio ad un argo-
mento che, in termine filosofico, si direbbe ad hominem. Come
avvenne, dico io agli avversari, che ad onta di questa perduta
preponderanza politica e letteraria, l' idioma toscano insinuò sem-
pre qualche parte di sò nelle regioni tutte della penisola man-
tenendo così viva la quistiono so esso sia o meno la vera lingua
italiana? Come và che, persino nell' estremo lembo d' Italia in
cui scrivo, quando si sente qualcuno che parla in Grammatica
si dice: quello parla in toscano?
È un fatto che la Toscana possiede vocaboli e locuzioni che
(non si sa come) si diffusero e si diffondono (ora più che mai) da
Udine a Catania. E un fatto eh' essa possiede e in grande quan-
tità altri vocaboli ed altre locuzioni cui V Italia va man' mano
togliendo come da un guardaroba di famiglia. Quindi ben s 1 ap-
pone il Manzoni dicendo che il toscano è " lingua diventata
comune per consenso, finché diventi comune, a quanto è pos-
(') R. Bonjtlil. Leltere critiche.
(•) n. uouchi. Ibid.
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- lo —
„ sibile, per possesso. „ (*) I dialetti esistono e, come dissi,
potenti, ma non pare che nessuno di essi si senta il coraggio di
cimentarsi col toscano? Non pare che essi lo riveriscano osse-
quenti e, quel che più monta, a scàpito della loro sostanza, colla
conseguenza, eh' essi generosatnento affrontano, del loro progressivo
deperimento? E questo fatto, arido come una cifra ma innega-
bilmente vero, non vale forse tutto il turbinìo dello dotte pole-
miche e delle pungenti querele?
Mi e pur d' uopo di constatare che tutti quei scrittori, più
o meno valenti, che oppugnano od oppugnarono la soluzione
fiorentina, tuttavolta non poterono a meno di riconoscere la spe-
ciale importanza di questo linguaggio toscano, e, se non altro,
lo dissero il dialetto che più degli altri deve contribuire alla
formazione della nostra lingua. Ugo Foscolo, dissenziente dal
partito che chiama lingua unica il toscano, pure si recò a vivere
in Firenze perchè il metallo del suo stile riescisse vieppiù nobile
e terso, e quando volle adattare il suo severo intelletto al lepidis-
mo di Sterne, dovette ricorrere al toscano onde averne quella
forma per cui il Viaggio sentimentale è forse più saporito nella
traduzione che nell' originale. Vittorio Alfieri, piemontese, visse
in Toscana per avvezzarsi com' egli disse a parlare, udire, pen-
sare e sognare in toscano. E quando ebbe ad esclamare: " Deh!
che non e tutto Toscana il moudo! „ certamente alludeva al
tesoro della lingua, perchè a quei tempi la Toscana (come il
resto d' Italia) era sotto ogni riguardo intorpidita: Ferruccio
dormiva inulto a Gavinaua da oltre due secoli. E prima dei due
sommi che nominai, si recarono in quel giardino d' Italia il
Bembo, V Ariosto, il Castiglione ed altri ancora per 1' unico sco-
po di udire ed impararo la lingua proprio nel sito dove essa
continuamente gèrmina e fiorisce.
Dunque chi accorda che per toccare questa benedetta unità
della lingua sia necessaria la elezione di un dialetto da incoro-
nare riconoscendone 1' egemonia, è ovvio che ammetta eziandio
questo non poter essere che il toscano.
(') Manzoni. Lettera al Cav. G. Carena.
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Ma perchè, si dirà, questa vostra Toscana non potè mai,
neppure ne' suoi bei tempi, diffondere e radicare tutto il suo
idioma in ogni parte della penisola? Perchè la nostra patria
giace divisa da tanti dialetti che rendono quasi forestiere fra
loro le varie genti italiane? Facile la risposta a questi quesiti.
Il difetto dell' unità politica, le rivalità municipali e non ultima
causa le forestiere illuvioni, tuttociò dovette naturalmente porre
ostacolo all' unità della lingua, vantaggiando i particolari dialetti.
L 1 unità della lingua non può effettuarsi se non come effetto
dell' unità potitica. Ecco perchè le dispute di cinque secoli non
approdarono: il fatto non intervenne mai a convalidare col suo
appoggio, alcuna opinione e perciò Ialite risorgeva sempre quan-
do pareva risolta. Sì; la lingua una sarà effetto deìl' unità
politica e non ne fu causa, perchè una per anco non esistette.
Ora soltanto che questa unità politica si è compiuta, puossi fon-
datamente credere che la quistione si risolva. Perciò pensiamo
fidenti all' avvenire della lingua legato a quello della patria,
imperciocché non possa fallire la lingua ad una nazione compatta
ed anche moralmente unita.
Ma urge intanto che la parte intelligente si convinca della
necessità di risolvere senza ritardo la lite secolare. E come dissi
che all' unità della lingua porta nocumento la ricca e variopinta
veste dei dialetti italiani, così le molte e disparate opinioni
inceppano la vertenza, ricacciandola nel bujo dell' incerto e del
vago. La discussione dev' essere calma, onesta, moderata. Altre
volte questa lotta letteraria nascondeva, come si dice, il campani-
le; ma ora che le già divise voglie cospirano ad una unica
meta — a chè si combatte con tanto di acre e di violento? E
perchè tanto si tarda nell' accettare la soluzione veramente
nazionale del problema?
Ho già accennato a qualcuno degli inconvenienti che deri-
vano dalla tesi contraria a quella che bene o malo sostengo.
Faticosa leggibilità dei libri, nessuna regola per gli scrittori,
una lingua di maniera che nessuno parla. Due parole su questo
prima di accennarne un altro. Quando noi ci mettiamo a parlare
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in italiano, lo facciamo sempre di mala voglia; ci sentiamo
come in caricatura e non vediamo P ora di ripigliare il nostro
veneziano o il nostro friulano. Perchè? Perchè V italiano che
parlo io, friulano, e P italiano che parla X, piemontese, sono
traduzione dei rispettivi dialetti friulano e piemontese, e quindi
io ed il signor X troviamo che non possiamo dire come vor-
ressimo ciò che abbiamo in mente, non possiamo esprimerci che
all' ingrosso, non ci è concessa la miniatura, ma solo la pennellata
da scenario. Vuol dire che adoperiamo una lingua di convenzione,
una lingua parlata in nessuna parto d' Italia. Si studi il toscano
dall' Alpi all' Etna; e allora avremo la tavolozza calda e dovi-
ziosa per tutte le tinte, per tutto le gradazioni colle quali può
estrinsecarsi P umano pensiero.
Passiamo ad altro inconveniente. Se prevalessero i fautori
della lingua comune, sparirebbe la riconosciuta italianità degli
scrittori toscani. A mo' d' esempio, Giuseppe Giusti sarebbe "bello
e spacciato ; egli non sarebbe più che un poeta vernàcolo, una spe-
cie di Porta milanese. Invece il Giusti, toscano, e italiano davvero;
e se dapprima riuscì ai non toscani di laboriosa accessibilità,
adesso tutti capiscono il suo fiorito e vivissimo idioma e ci sen-
tiamo tutti disposti a gustare altre vivande di questo genere che
ci venissero imbandito. A buon conto il Manzoni ha scritto : " Se
„ ci fossero dieci Giusti in Toscana, la lite della lingua sarebbe
„ bella e finita. „ E Giuseppe Arcangeli accademico della Crusca,
facendo in pieno consesso la necrologia del Giusti, disse: " I suoi
„ versi intesi e gustati da un capo all' altro d' Italia, hanno
„ provato, contro quanto asserirono il Perticari e seguaci, che
„ il toscano è lingua, non dialetto di una provincia. „ E Giosuè
Carducci: " A stampare più efficacomente nelle anime il suo riso
„ distruggitore e la innovatrice tristezza, il Giusti osò cogliere
„ i modi più recisi e più vivi e le più esatte e graziose forme
„ d' in sulla bocca del popolo. „
Il Giusti stesso ce lo dice: " Quando mi metto a scrivere
„ mi spoglio della giubba signorilo e mi vesto della giornèa
„ paesana. Faccio a rovescio di altri che s' infilano la giubba
è — 18 —
„ coi galloni. „ Egli incarnò sempre questo precetto nei suoi
Scherzi, se non inimitabili certo finora inimitati, ed anzi lo volle
raccomandato agli scrittori del suo genere :
" Vedi di chiamare a banco
I vizi del tuo popolo in toscano ;
Di chiamar nero il nero, e bianco il bianco ;
E di pigliare arditamente in mano
// Dizionario che ti suona in bocca,
Che, se non altro, è schietto e paesano. „ (')
E in una lettera parlando del suo modo di scrivere, dice: " Scrivo
„ a orecchio e per sentita a dire, come quelli clic tornando a
s, casa dal teatro ricantano i pezzi di musica senza saperne una
„ nota. „ Sarei tentato a riportare altre ammonizioni utilissime
sul modo di bello scrivere che si trovano nelle sue lettere, ma
non lo posso per non uscire di carreggiata.
Devo però citare le parole del Giusti olle quali egli si
chiarisce definitivamente partigiano dell' idea più tardi svolta dal
Manzoni. Nel suo bel lavoro: Delhi vita e delle opere di Patini,
parlando della Canzone H Barbiere e del dialogo Bella Nobiltà,
dice fra altro: " Certo quello Scherzo e quel Dialogo non sono da
,. buttarsi la colle mille inezie che gli furono pubblicate; ma
„ T orecchio esercitato al vero garbo della lingua, rimano in
,, desiderio di una certa spontaneità, di una certa grazia, d' una
,, certa negligenza non trascurata che non pare concessa se non
,, a coloro che maneggiano la favella nella quale snodarono dap-
„ prima la lingua. Non dico questo per ridestare una lite asso-
pita; dico perchè quanto più vò innanzi e più mi par questa
„ la verità: e dico acciò i Toscani, appunto perchò hanno paesana
„ la lingua che Dio volendo diventerà comune, si facciano un
., dovere di non strapazzarla, di non contaminarla, di porgerla a
„ clii ce la diede arricchita e rinfrescata dei mille modi che al
„ nostro popolo abbondauo sulle labbra e che i nostri scrittori
„ tremano di prendere in mauo. „ E più sotto nella, stessa pa-
gina: " quando si scriveva come si udiva parlare, salvo qualche
H. Giusti. A uno scrittore di satire in (f ila.
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„ lisciatura che lo scrittore fa e farà e ha fatto sempre, nasceva-
„ no testi di lingua anco in mano ai bottegai ; dacché si scrive
„ come si trova scritto, non si vede altro che copie di copie. „
Insomma il Giusti vuole che, per scriver bene, si torni, come
egli dice, ai viventi dizionari da due gambe.
Fin qui ho parlato di lingua toscana, ma è probabile mi
si obbietti che in Toscana non e' è una sola maniera di parlare :
ognuno sa esistere il dialetto sienese, il pisano, il pistojese, il
lucchese, il fiorentino ed altri. Deve intendersi nella adozione
uno di questi, o tutti insieme, o parte di ciascuno? Il Manzoni
risponde: deve intendersi la sala lingua di Firenze. Vediamolo.
Se si dicesse che Firenze ha solo una parte della lingua
italiana, si dimenticherebbe il concetto di lingua, perchè una
lingua che manca di una sua parte è cosa contraditoria ed as-
surda. Una lingua è un tutto o non è. Ogni dialetto italiano è
una lingua: ogni dialetto ha in se tutti i requisiti di una lin-
gua. Col friulano io posso parlare, scrivere, esprimere tutto e
così con un altro dialotto qualunque. Se non voglio parlare e
scrivere in friulano, fa d' uopo che io parli e scriva in una lin-
gua che abbia le stesse virtù del friulano, gli stessi requisiti,
la stessa natura, cioè in un altro dialetto. Il guajo sta appunto
in ciò che tutti i dialetti italiani sono vere lingue e perciò
conviene sceglierne uno per incoronarlo sovrano, ma uno solo. Al
prescelto daremo il nome di lingua, non già per riguardo all' es-
senza che è uguale in tutti, ma per quella sua particolarità
rilevantissima di essere il solo adottato dagli Italiani. L' assurdità
del prendere da Firenze solo una parte della lingua è già mezza
manifesta. Andiamo avanti. Cosa vogliamo? Avere 1' unicità in
cambio della molteplicità. Cominciamo il lavoro. Abbiamo in
Italia trenta vocaboli per significare una sola cosa e un vocabolo
comune di fatto non c' è. Per esempio noi friulani sappiamo cosa
sieno i cesaròns che a Venezia si chiamano bisi, a Firenze piselli.
Prendo il vocabolo di Firenze. Ma fatto questo, vedo subito che
non e' è altro da fare. Si voleva un vocabolo? Si è trovato. Si
voleva uscire dai molti per arrivare all' uno, e ci si è arrivati.
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" Nominato il papa, finito il conclave. „ E come per questi
vocaboli, così per tutti gli altri.
Ma c' è poi a Firenze, mi si chiederà, tutta quella massa
di vocaboli che sono conosciuti, riconosciuti, usati dall' Alpe al
Lilibeo? Ci souo. Firenze è in Italia, dunque nò un complesso
di vocaboli, nò un vocabolo qualunque si potrà chiamare comune
se non si trova anche in Firenze. Si va dicendo anche, con discre-
ta leggerezza: si potrebbe scegliere il meglio dai vari dialetti.
Rispondo: con che regola? con che codice? ma se son tutti
lingue? e chi giudice del meglio? — Sparita la norma unica,
si avrebbero molti vocaboli a scegliere tutti esprimenti la stes-
sa cosa e " la facoltà di scegliere sarebbe la nostra miseria. „ (')
In una lingua questo poter scegliere non è ricchezza, ma Babe-
le. In uua lingua non ci hanno ad essere veri sinonimi; quelli
che diciamo sinonimi sono parole di significato affine, non identico,
parole che hanno tra loro una differenza; sono le gradazioni dei
vari colori. Se io per nominare un qualunque oggetto possedo
due vocaboli, allora ne ho per due lingue: uno mi è superfluo.
Dunque solo la lingua che si usa a Firenze, solo V Uso fiorentino.
Ed è bello il vedere come la verità si faccia strada e come
ogni giorno più si manifesti che il Genio di Manzoni ha pro-
nunciata T ultima parola. Uno degli avversari del Manzoni è
Pietro Fanfàni distinto scrittore che tutti conoscono. Ebbene; tre
anni fa il Fanfàni mantenendosi a parole avversario del Manzo-
ni, gli diede ragione col fatto. Ecco come. Tutti sanno che, meno
in Toscana, non dico una persona discretamente colta, ma ad-
dirittura un letterato potrebbe non saper rispondere ad una cuoca
che gli chiedesse il nome italiano degli utensili della cucina. Il
Fanfàni ci pose rimedio componendo un libretto che intitolò: Una
casa fiorentina da vendere. In questo libretto il Fanfàni pre-
senta in tutte le sue parti una casa fiorentina completamente
ammobigliata ed arredata. Segna in corsivo i nomi fiorentini di
tutti gli oggetti, di tutti gli utensili da cucina e da camera ;
(') A. Manzoni. Lettera al Cav. G. Carena.
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poi, in fondo al libretto, ripete tntti questi oggetti e questi uten-
sili in ordine alfabetico descrivendoli in maniera da presentarli
con evidenza. Un esempio. Vado al vocabolario e trovo scritto:
CeneràCCiolo : pezzo di tela grossa di che si copre la Una del
bucato per versarvi sopra il ranno ecc; io mi accorgo subito
che si tratta di quello che in friulano si dice Coledòr. Così tutti
gli altri. Il Fanfàni (che stampò il suo libro a Firenze) lasciò
uno spazio bianco in colonna nel piccolo vocabolario, e invitò gli
studiosi delle varie Provincie italiane a mettere in questo spazio
Y equivalente dei vari dialetti. Io ed un mio scolaretto, inter-
rogando fantesche e contadini, abbiamo tradotto in friulano tutto
quel vocabolario o se ci sorprendono in cucina con qualche do-
manda, sappiamo il fatto nostro.
Il libretto del Fanfàni si diffuso in tutta Italia e in tutte
le parti d' Italia fu fatta questa traduzione o da tutte le parti
d' Italia vennero spediti a Firenze i vocaboli fiorentini tradotti
nei singoli dialetti italiani. In tal guisa tutti i dialetti vennero
impernati in un solo e in tutta Italia si conoscono o si cono-
sceranno sempre più quei vocaboli della lingua di Firenze. Così
il Fanfàni avversario del Manzoni ha fatto opera giovevole al-
l' idea manzoniana, ormai padrona del campo.
Nella sua Relazione al ministro, il Manzoni propone i mez-
zi più acconci ad agevolare Y unità della lingua. Questi mezzi
sarebbero : la compilazione d' un vocabolario dell 1 uso fiorentino
(del quale potrebbe far parto quello speciale, che già accennai,
del Fanfàni,) poi la diffusione nelle Scuole primarie di Insegnanti
toscani o anche solo educati in Toscana, poi sussidi a quei Co-
muni che si provvedessero di maestri toscani, poi conferenze au-
tunnali di maestri, poi la revisione, per parto di persone compe-
tenti, di tutte le iscrizioni, avvisi e insegno da esporre al pubblico,
(se ne veggono di belle anche da noi sulle pubbliche muraglie!)
e finalmente Abecedari e libri di lettura da farsi o da rivedersi
in Firenze.
E pure cosa utilissima cho ogni provincia italiana abbia il
vocabolario del proprio dialetto colla traduzione fiorentina e qui
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mi parrebbe di non scansare un rimorso se non ricordassi il com-
pianto Jacopo Pirona che, dopo serie fatiche, potè porgerci un
Lèssico friulano.
IV avvedo che il mio compito è finito. Volli rivelare Man-
zoni sulla contesa della lingua e 1' ho fatto chiarendomi suo
caloroso partigiano. Io non posso pensare senza commozione a
questo venerando vecchio, a questa immacolata gloria della pa-
tria italiana. Oggi passioni di parto e fatale noncuranza di tutto,
inducono molti a colpevole obblìo o a più colpevole dispregio delle
nostre glorie più pure. Si disse il Manzoni appartenere col Pel-
lico, col Balbo, col Gioberti, col D' Azeglio e col Tommaseo ad
una risorta scuola guelfa, o si contrapongono trionfalmente i ve-
nerati nomi del Mazzini, del Guerrazzi, del Nicolini, del Giusti
e del Carducci. Io dico: rispettiamo tutti! tutti coloro che ispi-
rati dall' Amore a questa cara Italia e dalla scintilla sacra del
Genio c' infusero Fede e Speranza e ci procacciarono onore
presso le altre nazioni. Manzoni è grande in tutti i suoi scritti ;
grande nei Promessi sposi — lavoro che tutto il mondo e' invì-
dia, grande negli Inni sacri, grande nel Cinque Maggio e nelle
tragedie immortali. Badi chi altre idee professasse sulla storica
figura del Manzoni ; non ama la patria chi ne disconosce i trionfi.
Ma già è la Verità, non Terrore che consegue la palma e cosi
avverrà nella vecchia lite della lingua. Si arrabàttino pure gli
avversari, si armino pure di nuovi sofismi: la Verità non si
sgomenta. Essa è come l'albero secolare che si àgita e si ab-
bassa piegando il capo fino a che imperversa V uragano ; poi si
rizza e sta.
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Questa Lettura ebbe luogo nella Sala maggiore del Casino udinese
aria", 31 _Marz, L ÌH7ì.
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Altri opuscoli
n E ILO STE S S 0 A V T 0 II E
\c\ solenni fu iterali «Il ti. 4'rovleh. Ohazionk —
(Udine, tip. Si-ilz. 1808).
Ippolito llcro. Commemorazione — (Udini-, tip. tatti)
Colmegna, 1868).
%l«uii<* Idee miiIIu ICdurMxlour. — (i lui . tip. Zn-
r*gna, 187!).
Medi! axlonl. Canto in Sciolti — (Udini*, tip, Znvagna.
!87l).
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