Grice e Cairo

 XxM 

GIOVANNI CAIRO 
Dizionario ragionato 
dei Simboli 
. con IfjO disegni originali 
* STORIA E MITOLOGIA UNIVERSALE - LETTERE - ARTI 
SCIENZE - ARCHEOLOGIA - NUMISMATICA - ICONOLOGIA 
ERMETICA - SCIENZE MISTICHE E OCCCLTE 
- EMBLEMATICA - AGIOGRAFIA - LEGGENDE 
TRADIZIONI - USI E COSTUMI 
Ulrico Hoepli 
EDITORE LIBRAIO DELLA REAL CASA 
MILANO 
Cmlogno - Stal.ilimento TipograHco A. (I. CAIRO - lCa»!i l'ondm» nel 1790). 
Il simbolo (1) — forma più semplice e più iucoscieute dell’as¬ 
sociazione mentale — è antico quanto l’uomo. Fin dal primo 
stadio della civiltà le genti obediscono ad un intimo procedi¬ 
mento che dalla percezione sensibile di una idea giunge alla 
concezione della realtà percettiva e concreta, traducendosi in segni 
materiali o in mezzi rappresentativi. I selvaggi pensano per 
imagini. Ancora oggi le pelli rosse usano della pictografia, in- 
terpetre (inter petra^) dell’anima immensa di popoli diversi e ma¬ 
trice dell’alfabeto, e certi australiani portano tatuato sul petto 
l’emblema della bestia da cui credono discendere e di essere 
protetti. Paolo afferma che le cose invisibili si possono arguire 
dalle cose visibili. « Per 'fòrmae ad veritatem » è la parola di 
Dionigi l’Areopagita, chiave del prisco simbolismo. 
« Con i simboli — afferma Carlyle (2) — la Fantasia, me¬ 
diante la mistica regione della meraviglia, agisce nel piccolo e 
prosaico dominio del Senso, e fa un corpo solo con esso. Nel 
vero Simbolo.... l’Infinito è costretto ad unirsi al Finito, a rima¬ 
nere là visibile e, per così dire, tangibile *, E poiché è legge di 
natura che l’uomo sfugga la fatica cerebrale, il Ferrerò (3) con¬ 
cepisce la teorica naturalistica del simbolo, come fenomeno della 
primitiva vita dell’uomo, incardinato sui concetti della inerzia 
mentale e della legge del minimo sforzo. 
Se non che anche nel pensiero moderno, se sono svariate le 
poetiche illusioni di una teleologia etica della natura, è categorica 
norma di vita rendere le idee — o astratte o concrete — mediante 
fi) ' La )>arola fiìmltuios conio é iudieato ilalla etiniolugÌH.... «toNÌgua la cumiessiune lo> 
gica di dtie termini o dati, ciascuno dei quali ì»arteci)tH roit Tallro di una particolare re- 
lazìune. Esprime pertanto un rapporto mentale, che può essere tanto vario quanto sono 
molteplici i termini ohe possono costituirlo ». G-iovaicki Marchesini - Il «ùnholismo tiella 
t'onoscfuza e nelln morole^ 
v 2 ) Tomak 4 » Cari.vi.e - Surlor JlesarhiM. Ili - 5 . 
fU) OroniELMo Fkrkeko - I Simboli, 


/ 

-•r.ril C \ p I ItRt 
Mici »„gg«,livi ohe abbrevino il peueiero. ^ 

sempre nell’uomo, secoudo l’espressione bacoiuana dello . iiM- 
ìectiis sibì *, rapporti e conseguenze i 
è rivelatrice inesausta — tra le cose sensibili e le cose intellettive, 
in un intreccio di armonie della materia e di aimouie e o spi 
rito. Anche l’uomo moderno, duuciue, accetta il simbolo come 
espressione analogica che fìssa in sintesi la rappresentazione del¬ 
l’idea 0 del fatto; e non solo la accetta, sì bene iie raccomancla 
il valore psicologico al criterio estetico e lo insegna con le ispi¬ 
razioni e con il magistero dell’arte. 

Così, accettando ex, lìvofesuo per < simbolo *, in senso gene¬ 
rico e secondo il concetto logico e l’uso legittimo e comune, il 
sinonimo di «segno rappresentativo e convenzionale», noi dob¬ 
biamo segnalare la copiosa'suppellettile degli iconogratì che — 
con le seste, con lo scalpello, con il pennello, con il cesello, con 
il bulino — significarono il pensiero del proprio tempo, perpe¬ 
tuando quello del passato e anticipando quello dell'avvenire; e 
dobbiamo insieme ricmioscere ohe parecchie utili nozioni — e 
storiche o artistiche e letterarie e filosofiche ~ benché conse¬ 
gnate alla espressione grafica di opere insigni ed immortali — 
restano tuttora astratte o straniere, non pure alla folla, sì bene 
anche al publico di media cultura. Per molli rimane gelido di¬ 
segno e tacito linguaggio anche l’emblema tracciato con le linee 
dell’ingegno sublime; e l’arte, per grande che sia, non è vitto¬ 
riosa quando non penetra nelle anime e non stabilisce quei rap¬ 
porti mentali che si rivelano soltanto nella mutualità dei termini 
delio spirito con i termini della materia. 

Opportuno ci sembra, dunque, osservare là genesi e lo svol¬ 
gimento del simbolo più frequentemente ricorrente nelle arti ran 
pre.^ntative e nelle sue significazioni migliori, accostandoci alla 
condizione psichica di chi lo produsse, facendolo rivivere nelle 
condizioni di «ambiente» che lo crearono «ooi'v j 
dell’artista nei suoi elementi etnografici Iradizioimr 'i 
personali, di indoU, di passione e di edu^aaiot ' ' 

Questo libro, con cui 

- y 

noi ci mettemmo per un bosco 

Olle da nessun sentiero era segnato, 

non ha la pretesa di compiere alti offici rii ,1 

t»ale:^nè la aoltila diliganaa, ub la paaianta feilnZa^oot 








VII 

pilazione — iii cui non è esclusa gran parte di osservazioni 
originali e subiettive — possono renderci lieti e sodistatti come 
di lavoro compiuto e idoneo ad aggiungere una gemma alla bi- 
bliopea culturale. Tuttavia — senza retorica umiltà o insincera 
modestia — ci sembra che il tentativo di rendere accessibile a 
tutti una non breve serie proficua di cognizioni assunte alle loro 
fonti naturali, e pure per molti racchiuse ancora come in uno 
ermetico scrigno, risponda, se non ad una necessità, almeno ad 
una utilità degli studi popolari. Ci conforta in questo pensiero 
l’esortazione del Miìntz (1), il quale — consapevole della somma 
efficacia dell’iconografia per le moltitudini — vorrebbe che la 
eloquenza pratica di esSa fosse ricondotta in onore con la per- 
luauonle riadozione delle allegorie, degli emblemi e dei simboli 
antichi e universali; come quelli che a mala pena sopravvivono 
tuttora espressi nelle insegno: la pàtera e il serpe di Esculapio 
lier le fàrmacie, la mano calzata per i guantai, la catinella ad 
insenatura degli Sfregia rusticani e via via. 

Non abbiamo voluto appesantire la nostra impresa indugian¬ 
doci a seguire le dotte dissertazioni dei filosofi e degli ermeneuti 
del simbolo (2). Nelle pagine del -nostro lavoro — che ha in¬ 
tendimento eclettico e forma lessicale — il volonteroso lettore 
troverà agevolmente e speditamente la ragione ricostruttiva di 
iraagini e di segni ohe — in statue, in quadri, in ornamentazioni 
murali e vascolari, in decorazioni di genere — possono sembrare 
pleonastiche o arcane, comunque incomprensibili, e invece sono 
attributi ormai inscindibili ed integratori della significazione 
espressa, consacrati nel paradigma classico, per virtù di una vi¬ 
gorosa potenza di rillessioue e di una costante attitudine ad 
astrarre, soltanto possibile a spiriti maturi e raffinati. 

Compilammo nè una illustrazione tecnica ne una sinossi dei 
principali volumi di emblematica o di simbolica, di cui non fu 
avara la stampa, specie dal secolo XVI al secolo XVIII. Ed 
obedendo ad una linea programmatica che ci vietasse dissipa¬ 
zione di argomenti, pure sentimmo di frequente l’eccessiva rigi¬ 
dità di certe sti’ettoie geometriche, le quali contenevano l’obietto 
trattato: e dalla nuda rappresentazione delle cose, toccammo 


(1) Euuk.vio Muntz - L'arte impoìare. 

(2) Bosrli, Crouzor, AIoiio, Guigniiult, Dupuis, Aréui'St.rier, Bilcho, Bnur, PictrasaDin, 
MUutor, Muliler, c — tra i moderni d’Italia — Marzolo, Maroliosini, Jj'orroro, Sighole. 


/ 











vili 

obliquamente, ma fugacemente, di mitologia, di agiogralia, di 
totemismo, di talismanica, di archeologia, di araldica, di alge¬ 
brica, di ermetica e d’altre discipline collaterali inservientisi di 
ideograiùmi, con riscontri e raffronti, vantaggiosi per la facile 
erudizione spicciola ed anche per chi aspira a penetrare nello 
sviluppo storico delle idee. Per la affinità della materia e per la 
convergenza degli effetti didattici che ci siamo imposti, non ci 
sembrano excursm pericolosi; e cosi anche non debbono parere 
soverchie le molte citazioni che attestano l’elaborazione logica 
del concetto ed il suo analogico procedimento. Tenemmo presenti, 
con il pensiero, gli ammonimenti dell’irrequeto Lessing (1) sul¬ 
l’uso dei simboli nella poesia e nelle ai^;i rappresentative; ma le 
citazioni noi scegliemmo « come fior da fiore » nella aristocrazia 
del pensiero artistico e letterario; e per ossequio di fedeltà le 
riportammo nel testo originale, quaud’esso fosse di parola latina 
0 di parola di madre latina. 

Comunque, anche in questo nostro disegno noi ci sfoi’zammo 
di fare cosa italiana dedicata agli italiani, per giovare - se è 
possibile — al nobile vanto, riconosciuto esso pure dal Miintz 
alla Patria nostra, di mantenere gelosamente serbato nei secoli 
il contatto fra il suo popolo e i suoi artisti, mezzo glorioso di 
sviluppo, psichico e intellettivo che tutte le nazioni del mondo 
ci invidiano. 

G. G. 


Il AmAI*KO KkUAIM'» Lkksi.m: - X. 



\ 









Fonli Principali. 


Au'iatii 

Amatucci 

A-MimosoLi 

Anfosso 

Akoldi 

Aroudi 

Astolfi 

BÀchc 

Baldi 

Ballesio 

Bartiiklb.mv 

Bassi 

Back 

Birt 

Bocchi 

Bomha<t 

Boscii 

Bosio 

Bottaui 

Bouk(ìbois 

Burckardt 

Burckardt 

Cahier 

Calmbt 

Ca.mbrariun 

Canestrini 

Canestrini 

Canestrini 

Cartari 

Cartari 

Casini 


- ICìiihlfìnata VCL - Padova ItìlB. 

- IlelUis - Bari. 

- Numismatica - MiltCno 1891. 

- Nuove impressioni scientifiche - Correggio 1880. 

- Il culto religioso - Milano. 

- Stregoneria e ociniltismo - Milano. 

- Della OfBcina isterica - Venezia 1005. 

- Simbolica <lel culto mosaico - Eidelberga 1887-80. 

- Frammenti di storia dell’astrologia - Milano. 

- Fraseologia italiana - Firenze. 

- Xoreon manucl ile iiumixmiifiqw- aticiénne - Parigi 1898. 

- Mitologia babilonese e assira - Milano. 

- Simbolica e Mitologia o Religione naturale dell'antichità - 
Stoccarda 1824-25. 

- La civiltà romana - Firenze. 

- Symhnlicae quaextwnes - Bologna 1555. 

- L’Araldo - Bologna 1651. 

- SymbologrtiithUi - Augusta 1722. 

- Roma sotterranea - Roma 1682. 

- Pitture e scolture sacre estratte dei cimiteri di Roma - 
1787-54. 

- I Santi e gli animali. 

- Il Cicerone. 

- La civiltà italiana del Risorgimento - Firenze. 

- Oitrai-teristUiiip des Sainfs lìaiix l’art jìi/j>iilairc - l’afigi 1867. 

- Dictioniiiiire hixtorii/iie. vriHijiie. chroiiolugicique, geografiqiie 
et litteral de la IHhle - Parigi 1772. 

- Sgiiiboloniì» et Emhlcmutuili cc/t/KWnci/HafMor-Magonza 1677. 

- Gli amori degli animali - Torino 1905. 

- La società degli animali - Torino 1906. 

- Le alleanze degli animali e delle piante - Torino I9<i9. 

- Le imagini de i dei de gli antichi - Venezia 1571. 

- Europa gentilizia. 

- Commento alla Divina Commedia. 






X 

Casoni 

Castelli 

Cavkdoki 


Emblemi politici - Venezia 1G3‘2. 

Leggende talmudiche - Pisa. 

Raggnaglio critico dei monumenti delle arti cristiane pri¬ 
mitive - Modena 1849, 

La psicologia degli animali - Torino 192*2. 

Descrizione storica degli ordini cavallereschi - Torino 18.5'». 
L'Associatio}i tlcs UUes - Parigi. 

Fiabe e filosofia primitiva - Torino lU(Mi. 

I pionieri della evoluzione - Torino lOlU. 

L’uomo primitivo - Torino 1!K)4. 

Miti e sogni - Torino 1905. 

II Huddha e la sua dottrina - Torino 190;{. 

Si/mbolica - Lipsia 1810. 

Enciclopedia araldica cavalleresca - Pisa lS'it>-77. 

Dizionario storico blasonico - Pisa 188G-90. 

Cbowe e Cavai.ca.sbi.lk - Storia della pittura in Italia. 

CuMiiST - Le religioni orientali nel paganesimo romano - Bari. 

Darbnbkuc e Saiilio - Dictionnaive des antiqitiU-s grcajties et rovuiiiies - 
Parigi 1887. 

Dkcca - Saggio di archeologia ed araldica biblica - Piacenza 188*2. 

Dk Clai stkb - Dizionario mitologico - Venezia 1786. 

Dk Gvuernatis - Mitologia comparata - Milano 1887. 

India e Buddhismo antico - Bari. 

L’amatore degli oggetti d’arte e di curiosità - Milano 19u7. 
Dizionario storico portatile degli ordini religiosi e militari 
e delle Congregazioni regolari e secolari - Torino 179*2. 

I fiori e il loro simbolico linguaggio - Milano. 

Studi sulla Divina Commedia - Palermo. 

Storia della Chiesa. 

Origine de tous les cuits - 1795. 

La religion en Chine. 

Enciclopedia Popolare Poniba - Torino. 

II simbolismo animale nella architettura ecclesiastica-New 
York 1896. 

La vita degli insetti. 

Ricordi entomologici. 

I Simboli - Torino 1893. 

Per l'intelligenza della Divina Commedia - Livorno. 
Kalypso - Saggio di una storia del mito - Torino 191.5. 
Mannaie Dantesco - Bassano 1865. 

II significato e il fine della Divina Commedia - Livorno. 
Trad. del Corano - Milano. 

La Kubbale - Parigi. 

La morte di Pàn. Psicologia morale del mito - Torino 1998. 
Piccola Enciclopedia Hoepli - 1892. 

L’Italia mistica - Bari 1910. 

Divise, motti, imprese di famiglie e personaggi italiani - 
Milano 1916. 


ClIKOCIIlA 

CllIRARlO 

Clapariìdk 

Clodd 

Clodh 

Clodd 

Cl.ODIl 

Costa 

Crbuzbk 

Crollal.vnza 

Crollalanza 


Dk Lorenzo 
De Mavri 


Dondi 
D’ Ovidio 
Di:(*hbnk 
Duitis 
Edkin.s 

Ev.ans 

Fakkk 

Fabre 

Ferrerò 

Federzoni 

Ferrabino 

Fbrrazzi 

Flamini * 

Fracassi 

Frank 

Carello 

Carollo 

Cbbiiart 

Celli 








XI 

Gksm.'IANx - Dia de/iaimni/inhifle der Cliimia utul Madicin lìex MitteUdferx. 

OiNANXi - II’arte del blasone, dicliiarata per alfabeto - Venezia 176(i. 

Giov'io - Ragionamento sopra i motti e i disegni d’arme e d’amore, 

volgarmente chiamati imprese - Venezia 1556. 

Gnewiii F. e e. - Gnida numismatica universale - Milano 1891. 

Gori - L’amore per i fiori - Firenze. 

Guai' - Cavalieri e animali - Firenze 1884.- 

Guai-' - Miti, leggende e superstizioni del medio evo - Torino itìd‘2. 

Gkand.mai.son - Dictionnaire hémldique. 

Grassi - Dizionario dei sinonimi. * 

Grikeini - Ittiologia italiana - Milano. 

Gi elki - Vocabolario Araldico - Milano 1897 e i9‘21. 

Guiil e Kuneu - La vita dei Greci e dei Romani - Torino. 

GiKiNAi LT - Raligions de l’aniiqtdté - Parigi IStlS-Ti. 

IIarnack - L’essenza del Cristianesimo - Torino. 

Hello - Physionoviie des Saints. 

Imihuaxi - Studi danteschi - Milano. 

l.MKRIAL'O - I misteri massonici - Napoli 1921. 

- — - Introduzione allo studio delle arti del disegno - Milano 1921. 

.lÀZMix - Il linguaggio dei fiori - Milano 1899. 

.Jevons - L’idea di Dio nelle religioni primitive - Milano. 

■JoLV - Psicologia dei Santi - Roma. 

Laouanoe - EUtdes sur les religions stniifiques. 

Laxo - Mi/thes. cnltes et religioìis - Parigi. 

Laxzoxe - Dizionario di mitologia egizia - Torino 1881. 

Latoi u - Le Umgoge des fteurs - 1881. 

— — - Le.v livresdes morts des aiiciens Eg!/ijfieiis,Ass!/rieiis al ( '/liiiuis. 

— — - Le noceaii /jaroussa illusM. 

Lexolbt DI' Fkesnov - Histoire de la philosophie hcrmétique - Parigi 1742. 
Le Roych - /-n religion des primitifs - Parigi. 

Liov - Storia naturale in campagna. 

Lokbta - La zoologia nella Bibbia - Torino 1901. 

Maxxo - Vocabolario araldico ufficiale - Roma 1907. 

Mauaxuuxi - Delle cose gentilesche e profane trasportate ad uso od orna¬ 
mento delle chiese - Roma 1740. 

Makciiesini - Il simbolismo nella coscienza e nella morale - Torino 19nl. 
Makc'IU - Monumenti delle arti cristiane primitive nella metropoli del 

Cristianesimo - Roma 1844. 

Martiuny - DictUmnaire des a7itiquité,s - Parigi 1877. 

Martinbxuo Cb.sarb.sco - Il posto degli animali nel pensiero umano - Mi¬ 
lano 1914. 

Martorelli - Gli uccelli italiani - Milano. 

Marzolii - Saggio sui segni - Pisa 186(>. « 

Maspero - Histoire des peiiples de l’Orient antique ■! Parigi. 
Mè-néstribr - fj’art des embkhns. 

Mèxértribr - Da philosophie des inuiges enigmaliqiies - Lione 1614. 
Ménbstribr - Bibliothéque curieuse et msfruictive. 

MénéSTRibr - La véritahle art du blason. 




XJl 

MicimLiffi' -L’uccello. 

MumBLETT - L’insetto. 

Migli* MìAN/.A - Zoografia antica - Milano 1885. 

Mini tti - Mitologia tedesca - Milano 1910. 

Moiilbk - Si/mìmlik oder Diirxk-lliiiir/ dcr diii/intilixchcii fkijviixdlzeder 

Kaffolikcn itiid Protestanteu - Mainz 1832. 

Moni 4 - Simbolica e mitologia del nord (in apjiondice all’opera del 

Crenzer). 

Mogkb - Storia delle religioni. 

Morlkn - De origine, ugapariini reterinn elirùiliononim - Lipsia 1730. 

Morgui - Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica - Venezia 1857. 

Mcllkr - l^gmbolik - Erlagen, 1898, 

Mì:ntkr - i'<gmbol<i referui EcclexUie artix opere ej'presxn - Altona 1825. 
Natali b Vitblli - Storia dell’arte - Torino 1909. 

Nosgbn - Symbolik oder confexxiinielle Principienlehrr - Gi'itersloli, 1897. 


Padiglione - Motti degli ordini cavallereschi, medaglie, croci di tutto il 
mondo - Napoli. 

Pahadin e Simboni - Symbola heroivn - Anversa 1583. 

Pasini Frassoni - Araldica italiana - Roma 1898. 

Pavolini - Buddhismo - Milano. 

Pavolini - Sunto del Mahabharata - Palermo. 

Pavolini - Trad. del Kalevala - Palermo. 

Pernbtv - Diefionnaire viisfiyne hérmefiipie - Parigi 1787. 

Pkkidbu - Die affrihnte der Heilinyen - Ulma 1898. 

Pianigiani - Vocabolario etimologico - Milano 1907. 

Pibtrasanta - De Symbolix herok-ix - Anversa 1()84. 

PiOUK - Dizionario infernale (compendio dal Uollin de Plancy) - 

Milano 1879. 

PiTUÈ - Bibliografia delle tradizioni popolari d’Italia - Palermo. 

Pizzi - L’Islamismo - Milano. 

Pizzi - Traduzioni da Pirdusi - Torino. 

Portai. - Des coulenrx xymbolìqnex dunx P aiitiijnifè. le nioyen liye et 

lex tempx moilernex - Parigi 1837. 

PozzoLt - Gran dizionario della Mitologia di tutti i popoli - Milano 1853. 

PriNi - n Buddha, Confucio e Lao-tse - Firenze. 

PusoGGo - Studio sui fiori - Milano 1894. 

Ra.morino - Mitologia classica illustrata - Milano. 

Ranzoli - Dizionario di scienze filosofiche - Milano. 

Reinagh - Orpheux - Palermo. 

RevnAud - Le flig-Ve.da et lex originex de la Mithologie Indu-enropéenne. 
Ribmann - Storia universale della Musica - Milano. 

Rii-a - La novissima iconologia - Padova 1825. 

Rizzatti - Varietà di storia naturale - Torino 1901. 

Rizzo e Tobsga - Storia dell’arte classica e italiana - Torino. 

Rolla - Storia delle idee estetiche in Italia - Torino. 

Romanbs - //intelligence dex aniinaiix - Parigi. 

Ri bbi - Dizionario d’antichità sacre e profane, publiliche e private - 

Venezia 1793. 



XMIJ 


Ui'scKua G. 

Ki:scBiaa V. 

Sassofbrhato 

Sainiku 

Savi 

Sciu’rì: 

Skrao 

Skiìiii 

Sl’BXCKR 

Spbsck'r 

Stbinkr 

Stol,i, 

Tbrzaoiii 

Tommasko 

Tramatei! 

Tressan 

Tribolati 

Turchi 

Untbrstriher 

Vaccai 

Venturi 

ViGNOLl 

VouiT 

Weil 

WiNKELMANN 

Zacconb 

Zambalih 


- Le Impreso illustri - V^eiiezia 1">8I. 

- Il «quarto libro delle Imprese illustri - Venezia Hillli. 

(mi - De liiniffiiiis fi Aniiis - 1560, 

- La leggenda dei Simboli - Todi l!il2. 

- Ornitologia italiana. 

- I grandi iniziati - Bari 1907. 

- L’anima dei fiori - Milano 1903. 

- L’uomo secondo le origini, l’antioliilii, le variazioni e la 
distribuzione geografica - Torino 1911. 

- Il progresso umano - Torino 1907. 

- L’evoluzione del pensiero - Torino 1909. 

- La scienza occulta, 

- Manuale della religione e mitologia dei Groci e dei Ilomani. 

- Miti e leggende del mondo greco-romano - Palermo. 

- Dizionario dei sinonimi. 

- Vocabolario universale della lingua italiana. 

- La Mitologia a confronto colla storia - Lodi 1821. 

- Grammatica araldica - Milano 1892. 

- Storia delle religioni - Torino - 1912. 

- Storia della Musica - Milano. 

- Le feste di Roma antica - Torino 19(J2. 

- Storia dell’ arte italiana - Milano. 

- Mito e scienza - Milano - 1899. 

- Il Risorgimento della antichità classica - Firenze 18!Hi. 

- lìiblischp l^gpiKÌfiì fìfr .V/isiihiiaeinifr. 

- Opere. 

- Xoreaii laiigage dfx flfiirs - Parigi 1862. 

- Vocabolario etimologico italiano - Città di Castello - 1889. 













.V ■ 

: ■■ •' v' ' ! ' • •/: •' if- •- 


- 




* •*.' 


“• 'V. . v.,^' .. ' -’-"'^-- 


•* .'.v-sj^-. 


■jic 


' • ^v..v/. ; ■ 

> vV ^ • ' 




IS^i' - ■ * * ^ ^ , -t ^ i ^ ^ ^ 

p^v .'VV . " ■ ^ ^ -.' ' ' *■ ‘ .’ -•’: 

. • . ■-A/• I- • . • ^: ■ A . , • . > 


■^>1 -7^'i,-- ''y 'Vi*' ^ * >■'. ■'. ’ .‘m.. ' ',■ * ' '^■'’*r'-!- 'C‘*2t^- 





Di2ion£krio r£kgioi\£àto 

« 

dei Simboli. 










A 


1. A _ Lettera deriyata da un geroglifico formato a testa di bue ^in 
fenicio: alep), iniziale di tutti gli alfabeti conosciuti, fuor che il runico 
e l’abissino antico, e per ciò simbolo di principio generale. In ebraico 
aleph indica //uUla, e i greci chiamavano alpha questo primo segno alfa¬ 
betico. Gli orlici insegnarono che Giove è il primo e l’ultimo, il comin- 
ciamento e il line, l’alfa e l’omega. — « Io sono l’alfa e l’omega, il primo 
e l’ultimo, il principio e il. fine » (Cristo, per denotare la perfezione della 
■sua natura. Apoc. I 81. Alfa e omega scolpivansi sui primi tumuli cristiani. 

I.10 Ueu che fa contcaita nueifta corte 
Aif» oi\ Omega « tìi iiuanta scrittur» 

Mi legge amore o lievemente o forte. 

U’nrit. XWI - l(ii. 

Nella logica tonfale si designa con A la proposizione nnivex'sale af¬ 
fermativa. in opposizione ad una universale negativa, secondo il dettato : 

Ass^nt .,1^ nei/nt vrnim fienernUtei' nmho; 

A»^ct'it I. ufif/nt O. affi partiruiariter ambt». 

2 . ABETE — Le selve di abete hanno una maestà tragica. L’ aspetto gi¬ 
gantesco di questa pianta resinosa, che s’avvinghia alle rupi con radici 
attorciglianti, che si ingemma a primavera di bottoni corallini, infonde al 
paesaggio una bellezza grave, melanconica, soffusa come di ieratico mistero. 
Per la straordinaria durezza del legno e il verde persistente delle foglie essa è 
largamente data come simbolo di perpetuità felice, nelle cerimonie augurali 
dei paesi del settentrione : negli alberi natalizi, negli 
alberi nuziali di Curlandia; in quelli del primo di 
maggio, nella Slesia; dei balli notturni a san Gio¬ 
varmi, nell’ Harz ; negli ornamenti delle giovenche 
avviate ai primi pascoli dell’anno, nella Germania. 

Albero di suprema bellezza, parve non troppo de¬ 
gno di considerazione al « giullare di Dio », a cui 
piacquero, forse, sodisfazioni meno estetiche : 

I>ì vite torta (• iiìccf>la ^ 

Naw e r uva matura : 

Aliete il ritto ed arduo 
Senza frutto ha statura. 

('onsidera più T opera 
(die ia granile Hgura. ^ 

(jRcrt]>omf da Todi). 

Di somma utiUtà anche industriale è invece l’ abete, per la sua leggerezza 
e Hes.sibilità : 

Hcrché do)«*e e legger, rahoto è il meglio. 

(Alamanni - Cottiv. IV - 



1 





















2 


Usatissimo nelle costruzioni navali, tìguratamente si disse abete per nave: 

Lepaut-o il sa, olio nel naval conflitto 
Dei toschi abeti le tremende posse 
Mirò stordito. 

(Filicaia - Bim . T - Ifili). 

Qnnndo Gliason dal Pelio 
Spinse nel mar gli abeti. 

(Monti - A Monijul/lfr - 1|. 

IjO (lonnicciuole fiorentine pongono sulla soglia dell’uscio il ramo d’abete 
per allontanare le streghe. | In araldica l’abete è segno di animo nobile 
(Itohiola), di ginstizia incorruttibile (Brondi). 

.S. ABRACAS — Pietre trovate in Oriente (sec. II), rappresentanti un 
torso d' uomo con testa di gallo e gambe serpentitonni, probabilmente de¬ 
notanti la divinità persiana di Mitra (S. Gerolamo); usate poi dalla setta 
dei cristiani gnostici basiliani, come amuleto o per nascondere sotto il sim¬ 
bolo .la dottrina della Trinità, come, secondo alcuni, farebbe credere l’ori¬ 
gine della parola al>racas, dalle lettere iniziali ebraiche: At), lieìl, Iluacìi 
hnkndPHh (Padre, Figliuolo, Spirito Santo). (Cfr. : S. Barzilai, Citi abraxas). [I 
Dalle abracas sembra derivata la parola cabalistica Abracadabra, formata a 
piramide rovesciata o a triangolo equilatere, simbolo della Trinità, come 
segue : 

.0 B R A C A I > A B R .0 
A B R -A C A II .0 B lì 
A B R A C A I) A B 
A B R A C A T) A 
A B R A C A ri 
A B R A C A 
A B R A (■ 

AERA 
A B R 
A B 
A 

Questa arcana figura fu molto adoperata nell’occultismo terapeutico e 
il medico Q. Sereno Sammonico (HI sec. d. C.) ne scrisse, prescrivendone 
1’ applicazione al collo dei malati di febre e attribuendovi « mirandam po- 
ientiam ». (De medicina praecepta). 

abbraccio — Il cingere con le braccia la persona, atto di significa¬ 
zioni varie; di affetto, come Casella abbraccia Dante (l‘urg. II. 76); di sa¬ 
luto, come sono le « accoglienze oneste e liete » di Sordello al suo conter¬ 
raneo Virgilio, di cui ancora ignora il nome {Purg. VII. 1); di reverenza 
quando Sordello, saputo il nome del suo grande interlocutore, lo abbraccia 
«dove il minor s’appiglia» (Furg. VII. 16. )| Nell’antico costume di 
Francia chi si costituiva spontoneamente debitore, prendeva il braccio del 
creditore e se lo passava attorno al collo in segno di sommessione, che 
equivaleva a schiavitù. 1| Si dava l’abbraccio {accoladei al novello cava¬ 
liere, insieme al bacio sulla guancia ed al colpo piatto della spada nuda, 
in segno di immissione all’officio, ed ancora oggi vige questo rito in ta¬ 
lune congeneri occasioni, come nel trapasso di potere. Es. : nella trasmis¬ 
sione della presidenza alla Camera dei deputati italiani. ] Nelle efferve- 







3 


sceaze rivoluzionarie di Francia l’abbraccio fu prodigato con larghezza 
come pegno di confidenza reciproca nei destini della Patria. Nelle loggie 
massoniche è dato come segno di fratellanza. Le Grazie si rappresen¬ 
tano sempre abbracciate, ed una di esse ha sempre volta la schiena e le 
due altre guardano lo spettatore, per significare ohe una grazia data ne 
deve procurare due altre in compenso. (V. Gesto). 


6. ACACIA — Leguminosa profumata, a grappoli fioriti di giallo, striati 
di bruno verdastro, della cui leggiadria si compiacque la leggenda inspira¬ 
trice di culti arcani e delle iniziazioni misteriose dei settatori. « Per ohi 
comprende i simboli » l’acacia è « il tabernacolo d’Iram, ohe insegna tome 
.si debba rivivere Immortale.... è l’emblema del- 
l’Iniziato uscente dal sarcofago, di Osiride rina¬ 
scente in Oro, dell’ agnello ohe occorre risuscitare » 
iSaunier). Infatti Irain l'architetto die il re di 
Tiro aveva inviato a .Salomone per costrurre il 
Tempio — ucciso in agguato da tre suoi invidi 
operai — lu sepolto sul Libano di notte, e sulla 
sua fossa crebbe un ramo di acacia. Scrive Fran- 
cp.sco Salii, cosentino (1759-18.32) : 

E l'er lialze juìi ìm>si>ite o dirotto 

lo g«‘ppelUro, ove uou eia dii ’l uoti 
ili parte d’alte, antiche pianto ingombra, 
in cui, uiiilgratlo il di, perpetua è 1' ombra. 

Per i franchi muratori l’acacia è il simbolo del 
lutto. « A Bisanzio, l’Acacia ebbe gli onori del Loto, non solo por gli 
Iniziati ma anclie per gli Imperatori, poiché, incominciando da Leone I, 
essi lo presero per simbolo del loro potere » (Saixnier). «L’Acacia, poi, 
restava il simbolo dell’ Anima immortale e della Resurrezione che ognuno 
opera quaggiù allorché sa vincere le Tenebre della sua sensualità, per 
divenire un vero Libero Muratore, cioè un soldato della Luce e della Giu¬ 
stizia {iiL). Più modicamente, il vago arboscello — la cui etimologia 
indica « senza malizia » — venne cosi chiamato perchè le punture delle sue 
spine non sono velenose tMaranesi) , ed il linguaggio dei fiori lo annovera 
come simbolo di affetto puro (Zaccone). 



6. ACANTO — Pianta vivace le cui belle foglie 
lucide, laciniate profondamente e accartocciate fu¬ 
rono motivo inspiratore allo scultore ateniese Cal¬ 
limaco, che le vide graziosamente spuntare agli 
orli dell’embrice di una tomba. Cosi ebbe origine 
l’ordine detto del capitello corinzio (Vitruvio). Il 
gesuita Viloopende ue rivendica l’invenzione agli 
architetti del tempio salomonico. Nell’ architettura 
gotica si adotti) l’acanto spinosa, e — si comenta 
giudiziosamente — « vedesi anche in questo l’in¬ 
dole della nazione». Analogicamente l’acanto fu 
assunto come simbolo del culto per le arti belle. 
A ricordare questo culto la sua foglia elegante 



A<.'AKTO 
















4 

fu appunto dipinta da Augusto Sezanne, in una delle formelle di casa Stagni , 
detta del Canton dei Fiori, a Bologna (1892'). 

Fiore tU carta ri^utia, dentato 
i petali di tini aghi, che snello 
sorgi dal oospo, come un serpe alato 
da un capitello; 
iìoro che ringhi dai dritti scapi 
eon bocche tue di piccoli ippogrill; 
tior del Poeta ! 

(Pascoli - Fior <t’itmnlo). 


7. ACONITO — 



ACONITO 


Ranuncolacea di varia specie e colore, nativa delle alte 
e nude cime montane, nei luoghi ombrosi, di pessima 
fama per le qualità venefiche. È, infatti uno dei più 
poderosi narcotici acri, e dà frenesie letali. « Amazza 
gli uomini, se non ritrova in essi altro veleno, ohe 
ritrovandovisi combattono due veleni insieme, e s’am¬ 
mazzano, e l’uomo campa » (Durante). Si diceva nato 
dalla bava di Cerbero e ne usavano glL antichi per 
attossicare le lande e gli strali di battaglia. Nel lin¬ 
guaggio floreale — per unita testimonianza di antichi 
e di moderni autori — è indicato il simbolo della ven¬ 
detta, del rimorso, dell’amore colpevole. 

Aconito e cicuta 
Nascer da salutifera ratUce 
Non si vìder tjiammai. 

(Guarini - l’astor Fido ITI - 5). 


8. ACQUA — Nelle semplificazioni mentali ma possenti dei popoli primi¬ 
tivi l’acqua esercitò un fascino particolarissimo come principale elemento 
fenomenico della materia cosmica. La sua necessità sentita imperiosamente 
dall’uomo, la natura misteriosa della sua origine, l’ammirazione del suo spet¬ 
tacolo imponente e fecondante, operarono vigorosamente sulle nienti e le 
ispirarono ad una sacra venerazione. Innumerabili furono i miti delle acque, 
dei mari, dei fiumi, dei laghi, delle sorgenti, specie nell’avanzato politei¬ 
smo. Esiodo e Talète di Mileto insegnarono ohe 1’ acqua è il principio di 
tutte le cose create ed ha la miglior parte nella loro formazione. Nei corsi 
d’ acqua si credeva che abitassero le divinità ed era celebre il lago di To¬ 
losa in cui si gittava l’oro e l’argento preso ai nemici ; ancora oggi le 
pelli rosse americane fanno offerte votive a fiumi e a laghi, e cosi avviene 
in Bretagna, in Isoozia, in Irlanda, dove esistono ancora pozzi sacri. 
L’acqua è sempre « l’elemento inesauribile ohe circola in tutte le creature 
viventi dalla pianta all’uomo.... mediatrice e macchinatnce, comune a tutto 
ciò che vive, mista alla nostra carne, e alla fibra dell’albero, eguale nel 
nel nostro cuore e nell’acino d’uva, nella nuvola e nella lacrima , (G. D An¬ 
nunzio - Più che l’amore). Ma la evoluzione del mito produce 1 altio 
grande e poetico mistero religioso della rigenera sione. (Cfr.: A. De J^u- 
bernatis - Mitologia comparata). L’acqua della cosmogonia biblica cijn Noe, 
della indiana con Mann, della greca con Prometeo e Deucalione, dalla leg- 









B 


genda del diluvio diventa l’acqua lustrale rigeneratrice, onde si sublima in 
una spiritualità superiore il rito del battesimo cristiano. Chi non è rige¬ 
nerato dall’acqua non potrà entrare nel regno dei cieli, e l’acqua signilica 

10 Spirito Santo (S. Giovanni - V e VII). || Varie altre significazioni die¬ 
dero gli emblemisti alle acque: di moto; di aboudanza di grazie; es. : nel- 
l’impresa del marchese Ferrante Carraia (Ruscelli). j| 11 segno dell’ acquario 
nello zodiaco è assegnato al gennaio, per le pioggia abbondanti di questo 
mese e rappresenta Ganimede coppiere di Giove. 

9. ADIANTO — Capelvenere — Felce officinale dedicata a Proserplua. 
Nel linguaggio floreale simboleggia la modestia. 

10. AGATA — Quarzo calcedonio di rari colori semplici, iridati e scre¬ 
ziati ; una delle dodici gemme dell’ efod., indumento superumerale dei sa¬ 
cerdoti ebrei. Rappresentava la tribù di Manasse, posta seconda nel terzo 
ternario (Giuseppe Flavio). |! Credevasi utile contro il morso degli scor¬ 
pioni (Plinio), per sciogliere gli incantesimi, e cosi si portava come simbolo 
di difesa. I Gli arabi la tenevano valida, se bevuta in polvere dalle donne, 
a rifare loro la virginità. , In araldica significa vita felice. 

11. AGAVE — Pianta amarillidea, indigena dell’ America settentrionale. 
Le sue foglie rigido, robuste, prima di espandersi ampiamente restano so¬ 
vrapposte strettamente l’una all’ altra, imprimendosi 
a vicenda il segno incancellabile delle spine, il quale 
resta come uno stigma di dolore inciso su di esse, 
perennemente ; e pure con questa fitta incessante, la 
vita dell’agave procede, lenta, impassibile, sfidando 

11 raggio rovente del sole e il morso profondo del gelo. 

Per l’inclemenza del nostro clima la bella pianta or¬ 
namentale non ha il pieno sviluppo e il frequente 
fiorire ; non ha esultanze primaverili, non gioie estive, 
non sconforti autunnali, non caducità negli implaca¬ 
bili inverni ; ma — ad un dato momento — essa rac¬ 
coglie tutto il tesoro delle sue intime forze latenti, e 
in im fragore violento come uno schianu», lancia nei 
cieli un flore meraviglioso, che è tosto sorretto e cir¬ 
condato da tutte le foglie, come con trepido affetto. 

Cosi il popolo — ohe è il maggiore dei poeti — da quel poetico ciclo di 
esistenza ha tratto un istruttivo insegnamento di filosofia, favoleggiando 
che il fiore dell' agave sboccia ogni cento anni, e segna nel tempo il mo¬ 
mento avventuroso della* sua gloria e della sua morte. Con pari facilità 
l’agave — impassibile sotto la imperitura ferita, non vinta dalle ostilità 
esteriori, forte dell’interiore energia nel diuturno sacrificio, fino al pro¬ 
rompere del suo fiore trionfale — fu designata come simbolo dei dovere. || 
Altri per la improvvisa, violenta fioritura dell’agave, la adottarono per 
simboleggiare la passione che splende e muore simultaneamente. || Ed 
altri ancora (Zuccone) danno l’agave per il simbolo della cautezza, che a 
noi pare contrasti al quadro fenomenico del suo fiorire. || La corteccia e 
le foglio dell’agave somministrano un filo molto tenace per cordami, reti 










ed involucri, ed i niessican e i cubani le usano come tegole per coprire le 
proprie capanne. Dal suo succo essi estraggono pure un licore ^-adevole 
detto ptUque, e delle sue spine tanno chiodi, e per questi pregi non co¬ 
muni avevano anticamente dedicato alla pianta il simbolo della utilità e 
ne avevano fatto la dea Perlarico Maiance {Frpmdouhtafi - agosto 1908). 

12. AG-NEliIiO — Nel culto giudaico — volto precipuamente a celebrare 
i doni della terra — aveva primaria importanza la primaverile testa detta 
Pasqua {rexach), dedicata alle primizie degli armenti. Nel decimo giorno 
del primo mese dell’anno inisciìì) ciascuna famiglia 
sceglieva un agnello maschio, immune da ditetti, e lo 
rinchiudeva in uno stabulo, fino alla sera del giorno 
decimoquarto ; lo scannava e arrostiva al tramonto per 
mangiarlo interamente, con pane senza lievito, con 
lattughe amare, e in piedi, con cinte le reni, le scarpe 
calzate, bastone in mano, nell’ atto di viandanti in 
procinto di partire, e tingendo, poi del suo sangue, 
l’architrave e i battenti della casa. Questa cerimonia 
preservò in Egitto gli israeliti dalla strage comandata 
da Dio, e fu facilmente posta in rapporto con l’ esodo 
ebraico dal regno dei Fayaoni. Il concilio di Nicea 
(825) determinando cronologicamente la celebrazione 
della resurrezione di Cristo nella domenica dopo il 
plenilunio successivo all’ equinozio di primavera, lece 
coincidere la Pasqua cristiana con quella israelitica; e cosi si mantenne 
anche dai cristiani il simbolo dell’ agnello espiatorio. Dicevano già le an¬ 
tiche carte che Isaia aveva invocato dal Sigpiore che inviasse l’agnello a 
dominare la terra (LIV - 7); Giovanni aveva additato il Redentore alle 
turbe dicendo: «Ecco l’agnello del Signore»; e come l’agnello svenato 
aveva salvato i tìgli degli ebrei del ferro dell’angelo sterminatore, cosi 
Gesù con il suo sangue salvò il genere umano ; il perchè san Paolo dice 
Lui « immolato quale nostro agnello pasquale » (^1? Corinti - V 7), e tutta 
l’ aiiocalisse è la gloritìcazione dell’agnello, cioè di Gesù. (<•««. 1\ - 4 
Ksod. XU - — id. XXIX, 88 - Is. - XXII, 1 — Gerem. LUI - 7). Do¬ 

veva, dunque, avere preminenza l'agnello — già dedicato a Giunone — 
tra il moltiplicarsi delle figure dei primordi del cristianesimo, quando esso 
doveva ricorrere alla « disciplina dell’arcano » per manifestare le sue ve¬ 
rità. Nel bianco agnello sotto la croce san Paolino i-afiRgura Cristo ( a Ferer. 
Ep. XXXII): e ... 

1/ a^iel ili I>if> ohe le 

(Pnr{/* XVI - 

divenne il simbolo universale del rito della Pasqua. In ogni luogo della 
cristianità rimane il rito conviviale, dove si condisce l’agnello o si tanno 
ciambelle in forma di agnello; come in Lombardia e in Piemonte, [j L’a¬ 
gnello pas(iuale si raffigura passante, qualche vo.lta aureolato, con ima creme 
da cui pende un piccolo stendardo caricato di croce rossa. 11 smodo di Co¬ 
stantinopoli pose fine alla rappresentazione di Cristo in figura di agnello, 
ordinando l’adozione della croce con il divino morente ((>80). Nella ar- 












cheologia crietianà molte volte l’agnello rappresenta anche il fedele: pe¬ 
rocché Cristo, quando commise a S. Pietro il governo della Chiesa, gli 
disse di « pascere le sue pecore e i suoi agnelli » (Giovanni XXI) ; e nei 
monumenti protocristiani il Kedentore è in figura di pastore, con l’agnello 
sulle spalle, forse derivazione dal pagano Ermete Crioforo, di cui è il più 
bell’esempio quello del museo lateranense (Natali), e altri sono quelli del 
cimitero di S. Ermete, delle catacombe di S. Caflisto, e l’ultimo scoperto, 
sul sarcofago di Lambrate (1906). (Cfr. Martigny - Studi archeogici sul¬ 
l’agnello). Il Non può persuadere l’asserzione del Malverfc('.Scienza e religione) 
che l’agnello fu adottato come simbolo cristiano per la somiglianza del nome 
(agnus) con Agni, dio del fuoco, secondo nella gerarchia celeste degli in¬ 
diani. L’agnello nelle sacre carte egizie è già ricordato come esponente di 
purità e di semplicità. Esso appare con il disco solare e sovrapposto alla 
croce (sarcofago del Vaticano, del sec. IV); poi è sostituito dalla figura 
di Gesù, ma non sulla croce (mosaico della tomba di Galla Placidia, a Ra¬ 
venna, del sec. V). !| Per le sue note qualità è pure riconosciuto atto a 
simboleggiare la pace, l’innocenza, la mansuetudine (« qui coram fondente 
se ol/nubuit x)\ l’umiltà. «L’agnello è la più umile bestiola che sia, e 
però nella Santa Scrittura è figurato per l'umiltà » (Sacchetti). Il fresco di 
Taddeo Gaddi nella cappella Baroncelli in S. Croce a Firenze, rappresenta 
l’angelo dell’umiltà che oflfre un agnello. La sant’Agnese di Carlo Dolci, 
nella galleria Corsini a Roma, tiene in braccio un agnello, secondo la poe¬ 
tica leggenda per la quale la santa cosi apparve ai genitori otto giorni 
dopo la sua morte ; e il mirabile inno di sant’ Ambrogio comincia : 

Affneiis almaG 

Il 21 gennaio di ogni anno si presentano al papa due candidi agnelli, 
la cui lana, simbolo di purità, deve servire a intessere i sacri palli. || I 
goti avevano l’agnello sugli stendardi di pace. || Dna interessantissima 
questione letteraria nacque dalla interpretazione del verso : 

La mansueta vostra e gentil agna 

(Petrarca - Canzon. 27). 

Si congetturò che il .sonetto fosse dedicato ai fiorentini, essendo l’agnello 
in campo azzurro l’insegna dell’arte della lana, allora predominante nel 
reggimento comunale di Firenze. Il Carducci accettò, pure dubitando, la 
congettura. Il Cesareo, invece, opina — come altri prima di lui — nel 
credere l’agna simbolo della Chiesa. Reoentissimamente il Foresti affer¬ 
mava ohe 1’ agna petrarchesca è Agnese Colonna, moglie al conte Orso del- 
l’Anguillara, al quale il poeta dedicò il sonetto 27, come dedicava i sonetti 
*d5 e 93 del suo canzoniere. (V. Animali). 

13. AG-NOCASTO — Sorta di arbusto detto anche vitice, sempre verde, 
a cui gli antichi attribuivano la dote di allontanare ogni pensiero di sedu¬ 
zione carnale, cosi che le donne che volevano mantenersi caste ne distilla¬ 
vano una bevanda; le sacerdotesse di Cerere ne componevano i propri 
giacigli, con i fiori e le foglie, e le monache ne riempivano le materassa 
per scacciare l’incubo della tentazione. || L’etimologia greca e gli attri- 





I)uli dati all’ agnooasto lo designano come simbolo della castità e della 
freddezza in amore. 


J4. AGRIPOG-IiIO — Arboscello spinoso, sempre verde, con belle bacche 



16. ALBERI — L’albero è una delle precipue forze organiche nella 
natura, e poiché partecipa con il regno animale ai fenomeni della nascita, 
della vita che cresce e si dilata, della vecchiezza, della infermità e delia 
morte, si muove animato nel mito, con le attribuzioni di qualità spirituali, 
simili a quelle d’un essere conscio e sovente anche di un nume. L’adora¬ 
zione dell’albero è una delle primitive espressioni di religione: sotto le 
latitudini più varie la tradizione e la storia ricordano gli inni dell’nomo 
inalzati al sorriso della dora generosa e consolatrice. Nei tempi piu remoti 
i popoli collocavano i loro dei nelle foreste. Budda è personificato dall’ al¬ 
bero; nelle selve normanne freme lo sdegno di Tor dio fulminante; in 

quelle dei druidi risuonano spaventevolmente i gemiti delle vittime umane ; 

Roma ha per consacrato il legno colpito dalla folgore di Giove; l’àlbero del 
paradiso celeste è teogoiiico; l’albero del paradiso terreste è antropogonico 
(De Gubematis); ma nella leggenda compie la parabola ideale, diventando sul 
Calvario il tronco della salvazione. . La mitologia ellenica — insuperabile 




















9 


creatrice di plastica bellezza dove altre mitologie si arrestano al deforme, 
grossolano feticcio — anima di vari e splendidi incanti le favole delle piante, 
dei dori e dei frutti. Nel mito ellenico ogni nume ha la dedicazione di rm 
proprio albero sacro; e Roma imita la Grecia, e nel progredire delle sue 
conquiste non fa più oggetto del suo culto Silvano e le altre deità bosclie- 
reocie, come nei tempi del Lazio felice, bensì dedica albero e feste e pro¬ 
piziazioni a qualunque altra divinità nazionale o straniera, proveniente 
dalle credenze dei popoli vinti; e il culto degenera in totemismo, cosi che 
quando a Roma — sull’ esempio degli egizi — si venera 1’ aglio, Giovenale 
esclama : 

O giììtcta^ {fentAiii. nuibatt hnec ua^cuntut in hortnt 
XHmiuu ! ^ (Sat. XVj. 

Allor che gli ebrei piantavano un albero o una vigna era loro vietato, per¬ 
ii primo triennio, di mangiare i frutti che dovevano essere offerti a Dio. 

- XIX - -23). 1 manichei davano agli alberi un’anima intellettiva, 
ed era 1’ « empietà rustica » riprovata da sant’ Agostino (De more Manich. 
I, II - 17). 

Vissero i tìori e 1’ erl>e, 

Vissero i boschi nu di. 

(Leopardi - AlUi pHmaotra). 

Nel buio mortificante dell’ evo medio — specie tra i popoli del settentrione — 
si fortifica la credenza che l’origine delle foreste sia dovuta agli spiriti 
maligni o benigni, ai demoni o alle fate ed ai santi ; ve ne ha di stregate 
« di maledette, infestate da gnomi, da cacciatori fantastici, da bestie in¬ 
verosimili. Dante si smarrirà nella « selva osciira » e condannerà poi i 
suicidi ad essere conversi in alberi che manderanno lacrime di sangue allo 
schianto. (Inf. XIII - 31); ma la querula protesta dell’arbusto colto dalla 
mano che vergò il divino poema è significazione forse più reale di quello 
che sembri, perocché la scienza ha ormai accertato che alcuni vegetali sono 
sensibili, nel senso zoologico della parola, a forme specifiche di energia, 
come nell’eliotropismo e nel geotropismo, si che è da presumersi che certi 
organi e funzioni attribuiti come privilegio al mondo animale esistano pure 
come vitali attività del mondo vegetale. Nel vagabondaggio deUp, fantasia 
vulgare, pertanto, ogni albero ha il suo genio particolare, che prende l’a¬ 
spetto di un animale selvatico. Altri alberi sono specialmente additti a 
fantasmi infernali, come la felce, il fico, il pero selvatico, la rosa canina. 
Altri alberi parlano e particolari ministri ne interpetrano le voci. Ancora 
oggi 1’ etnografo registra il carattere sacro di talune vegetazioni presso po¬ 
poli civili, per i (;^uali ogni albero è una vita a cui si porgono offerte e 
sacrifici. Es. : il querceto di Loch Siant in Iscozia (Lubbock — L’uomo 
primitìcu). 

Il culto dell’albero è dunque immanente nel tempo e nello spazio, e 
la figurazione sua come simbolo ieratico universale rappresenta quasi sempre 
la vita. 

La vita tlojjli nmaui ò corno un albero 

riu* porta froude e frutti sulla terra. 

La vita accroHcc, e viono al sommo^ e poi 

Docn»lo e ossa vimi mietuta allìne. ^ 

(Eui’ipide). 






l'I 

Infinite sono le credenze indo-europee ohe pongono in relazione il tronco 
dell’albero e la nascita degli uomini, * duro de róbore nati». La storia 


della famiglia è comunemente detta albero genealogico. La nascita del Re¬ 


dentore si commemora con il ceppo tradizionale di (guercia, di frassino, di 
abete, di agrifoglio : costumanza di origine pagana, comune a popoli più 
svariati e a torto ritenuta di origine nordica. E all* albero di Natale fa ri¬ 
scontro V albero del calendimaggio che si pianta collettivamente — fra canti 


e suoni e danze — nelle prime notti tepenti e pro¬ 
fumate, quando le popolazioni rurali dell’ epica Gua¬ 
scogna e della godereccia Baviera, della ridente To¬ 
scana e della mite Bretagna, celebrano il ritorno della 



primavera. || In qualche angolo remoto di Francia 



tare un ramo fiorito sul tetto della innamorata, in 


segno di affetto. Gli orefici di Parigi usavano re- 
care, il primo di maggio, alla catedrale di Nòtre Dame 


un piccolo arbusto sulle cui gemme naturali pone¬ 


vano alcune gemme preziose. Nelle celebri maggio¬ 
late fiorentine le ragazze della plebe si accordavano 


I.’ Ai.BEKo nEi.i.A VITA in tro o quattro, e portando in mano gli arboscelli 

(Benedetto AnlelamiJ verdi, con festoni a più colori, danzavano e canta¬ 


vano per l’allegria del novo maggio. |t L’americano Giulio Sterliny Morton 
ideò l'Arbor day allo scopo di innamorare la gioventù alla coltura degli 
alberi ; e la festa degli alberi fu adottata officialmente anche in Italia (19(Til. 
Il Nell’arte cristiana gli alberi sono simbolo di Cristo (Origene), di felicità 
eterna, di resurrezione : e, se non in composizione con lettere dell’ aliabeto 


e ornati di foglie, designano il paradiso. Negli ornamenti scultori degli 
edifici ecclesiastici dell’evo medio ricorre ripetutissimo il simbolo dell’al¬ 


bero. Esempio cospicuo, ohe si stempera nella idealogia cristiana della sal¬ 
vazione, la leggenda (forse di .Jacopo da Varazze), scolpita da Benedetto 
Antelami nella lunetta della porta a tergo del battistero di Parma : un uomo 
perseguitato da un unicorno (morte), da una talpa bianca e una talpa nera 
(giorno e notte), da aspidi e da un drago (spiriti infernali) si aggrappa 
all’ arbusto (vita). (Cfr. : A. De Gubernatis - Mitologia delle piante). !l Nel 
carbonarismo il tronco dell’ albero simboleggiava la vita che si stacca dalla 
terra e anela alle sfere celesti, le radici indicavano la fermezza, e le (rondi 
il perpetuo rinnovamento. |; In araldica l’albero è simbolo di sublimità 
di concetto indirizzato ad imprese gloriose (Guelfi). Sono limitate le specie 
degli alberi nei blasoni e le norme per la loro inclusione. 

17. AZiCIONE — Narra la favola che Alcione, sposa di Ceice,' re lii 
Trachinia, attendendone il ritorno da Delfo, colta nel sonno da un presagio, 
corse alla riva del mare e vide galleggiare sui flutti il cadavere del con¬ 
sorte. Disperata si gittò nei flutti e gli dei, impietositi, mutarono gli sposi 
fedeli in alcioni. Racconta anche Plutarco che la femina dell’alciote soc¬ 
corre il marito quand’ egli è vecchio e lo sorregge nel volo ; il perchè fu 
fatto simbolo della beneficenza quest’uccello acquatico, più ricordato nelle 
discipline letterarie che in quelle plastiche e pittoriche, essendo vulgare 








11 


la sua tìsica tìgura. Ad esso furono attribuite qualità meravigliose, come 
divinatore del tempo e come talismano. Si credeva che facesse il nido sul 
mare (Ovidio) e cantasse a sollievo del navigante (Silio Italico). 

Xe t'irr luto maria. ìwvem uè credito veutis. 

Provide ut e.rempìo te monet Aì^t/ono. 

(Camerarins - Symb. in - LV). 

Ma <V accorti alolon camlido stnolo, 

• Cereanilo all’ onde iu seuo albergo ildo. 

Stende dall' arse patrie a gara il volo. 

(Bettinelli - -;l Venezia ). 

Vero è che frequenta le correnti marine per curare la preda dei pesci che 
afferra col becco lungo e robusto ; ma cova le ova negli scogli. La sua at¬ 
tività si manifesta maggiormente nei giorni solstiziali d’inverno, durante 
i quali le onde sono d’ordinario più quiete e tranquille ; cosi che furono 
detti giorni alcionei quelli nei quali tacciono, i venti e le tempeste, e me¬ 
taforicamente i giorni nei quali si chiudeva il foro e non si discutevano 
liti giudiziarie. Per questo l'alcione fu indicato segno di calma, di tran¬ 
quillità, di pace. |j Era dedicato a Teti. 

18. ALPA — V. A. 

19. ALI — La figura delle ali accoppiate o spiegate o abbassate — la 
quale in araldica si chiama volo e indica velocità, vivace ingegno, animo 
pronto alle armi (Guelfi) — è simbolicamente una intuitiva espressione 
di tutto ciò che vuol essere effetto di una dinamica morale o materiale. 
Sono simboleggiate con le ali « infaticabilmente agili e preste » : la pron¬ 
tezza (es. : nella figura della Riverenza, con le ali alla mano in .segno di 
prontezza nell’obbedire, ai funerali della regina Isabella di Spagna, a Mi¬ 
lano) ; la sollecitudine ; la velocità ; la fugacità e simili attributi icono¬ 
logici del tempo e delle sue divisioni (« volai irreparabile iempits » — « l’alato 
veglio » Parini, Kotie 760). La nolte- « ruit et fttgens fellwem amplecfitiir 
alis » ^Virg.); dei fenomeni celesti e tellurici (venti); del traffico (Mercurio 
con i piedi, il pètaso e il caduceo alati) ; della fortuna; della fama {Kn. IV), 
che se è buona ha le ali bianche e se cattiva le all nere ; delle pas.sioni die 
muovono l’anima vivamente e profondamente (es. : l’ambizione, la ven¬ 
detta), e di tutte le azioni e reazioni organiche succedenti alla viva rap¬ 
presentazione di fatti reali (es. ; il furore, la paura), ’j Gli etruschi davano 
le ali a tutti i loro dei. Le ali sono costante seguo di elevazione del- 
1’ anima considerata per il sentire e per il pensare ; così sono indivisibili 
attributi iconologici della virtù, della gloria, dell’onore, per le facoltà del - 
r animo ; e della poesia (es. : la Poesia di Raffaello nella stanza della 
■Segnatura in Vaticano), delle arti e delle scienze, per le facoltà dell’intel¬ 
letto. Gli angeli « beati motori » {Par. II - 129), trattano « l’aere con Po¬ 
terne penne [Purg. Il -35), ed è alato Amore « indizio di cielo » (Mazzini). 

K ò quol die tutti) Hvuiiisa 

l)H volar RoiTH il Cini avea lìatf- ali 
lN‘i' lo coaH mortali, 

Cile «on scala al fattor ben 1* estima : 





12 


così il Petrarca, parlando di Amore. .1 Le ali sono date ai cherubini, teste 
di fanciullo bizzarre, che non si trovano presso i greci, si bene a Paimira, 
presso i romani e presso i galli (Caylus). i Le ali sono il geroglifico della 
intelligeuaa (Platone). |! Ad Eubolo comico greco e ad Arato di Soli, pia¬ 
ciuto a Cicerone, non sembrò giudizioso l' attributo delle ali ad Amore « il 
quale non è altrimenti leggiero e volatile, ma soprammodo grave, atteso 
che non facilmente vola dal petto, dove una volta è ritratto » (Ripa). |{ 
Anche la Vittoria è quasi sempre alata (es. : nelle medaglie di Domiziano 
e di Ottavio). Gli ateniesi la vollero senz’ali {Nike Opterò], perchè non 
volasse e rimanesse sempre con essi (Pausania). Anche Tito volle la Vis- 
toria non alata nelle sue medaglie, ed essendo due ali di un’ erma vittoriosa 
stroncate da un fulmine, si scrisse sul suo plinto : « Roma regina del 
mondo, la tua gloria non perirà perchè la Vittoria è senza ali e non potrà 
allontanarsi da te ». 1| Nella mistica processione del Purgatorio Dante vede 
sfilare quattro animali (simbolo dei quattro Evangeli) ognuno « pennuto di 
sei ali » {Purg. XXIX, 94), i quali significano le sei leggi fondamentali: 
naturale, mosaica, profetica, evangelica, apostolica, canonica. || In araldica 
le ali si chiamano volo se a coppia; semivolo se è figurata un’ala sola ; volo 
abbassato se le punte sono volte verso la parte inferiore dello scudo; volo 
spiegato, se verso la parte superiore; volo piegato o sorante se le ali sono 
semiaperte. 

20. AIiICOBNO — V. Leocorno. 

21. AXiLODOLA — Il coraggioso uccello nazionale della Q-allia antica 
e dell’invincibile speranza (Michelet). « Annida in terra, vicino al povero 
lepre e senza altro ricovero fuori che il solco. Quale vita precaria, avven¬ 
turosa devo essere la sua quando sta covando!.... Ma per un miracolo 
imprevisto di giocondità, di facile oblio, di leggerezza, di noncuranza fran¬ 
cese.... l’uccello nazionale, appena fuor di pericolo, ricupera tutta la serenità, 
il canto, l’indomabile allegrezza». Cosi ancora il Michelet, a cui lasciamo 
il merito e il carico dell’ interpetrazione del simbolo. E Dante : 

fjnalc allodetta che in aere si spasia 
Prima cantauclo, o poi tace, contenta 
Dell* ultima doicezsa che la sazia— 

(/•«A XX - 73). 

Un leggiadro poeta francese cosi comincia una sua onomatopeica ve¬ 
natoria : 

Ist ffetìUlìe nìouette crie «ori tire lim. 

Tire lire <i lirr, et tire tinnì lire. 

Vera le conte do del : pitia eoli col cera ce lidi. 

Vice, et lìe'aire dire: adieii Oidi, adieii Dieii.... 

(Dubatbiis). 

Volevasi che l’allodola, fisando lo sguardo nel viso degli infermi, traesse 
a sè 1’ infermità, salvando la persona affetta ; per il che l’uccello benefico 
fu designato anche come simbolo di salvezza. 


22. AlItOBO — V. Ijìuro. 









1 » 


23. ALTEA — Hixìiwloa — Specie di malva selvatica, bella pianta di 
virtù salutifere, applicata a larghi usi medicinali. Si assegna al suo fiore 
_ clie assomiglia alla rosa — il simbolo della beneficeuia. 

24. AMABiANTO — L’etimologia greca di questo fiore elegante indica 
la sua privilegiata dote di conservare la forma delle 
sue spiche rossastre e vellutate e la vivacità del co¬ 
lore, cosi che esso è la cifra floreale della fisica in¬ 
corruttibilità e della immortalità. 

.... iàl t\io piede iutonto 
Gigli sommette e rose o l’immortale 
Fior d’ amaranto. 

{Carducci - Alla b. Diana Qinnthti). 

Per questo potere di essere immarcescibile l’amaranto 
fu anticamente collocato sul capo dei celiceli e cosparso 
sulle tombe. 

Lo fontane versando acque lustrali, 

Amaranti educavano e viole 
Sulla funeljre zolla. 

(Foscolo - Sepolcri. 124). 

L* amaranto continua ad essere, ah antico, il premio delle pittoresche gare 
liriche rusticane, a Tolosa e in altre città meridionali della Francia, n La 
bizzarra e galante Cristina, regina di Svezia, comparsa ad un ballo ma¬ 
scherato (Wirthchaft) , in costume di amaranto, fa cosi tocca dai madrigali 
dei cortigiani, esaltanti la incorruttibile bellezza di lei, simboleggiata dal- 
l’abito, che in quella notte stessa istituì l’ordine dell’ amai-anto, facendone 
cavalieri tutti i presenti (1663). 

25. AMETISTA — Pietra preziosa nella cui tinta fondamentale vio¬ 
lacea, diafana, appare tal volta qualche delicato riflesso roseo, con dolcezze 
di toni che si irradiano magnificamente sul bianco languore di una guancia 
fine, e tale altra invece dei pallidi lividori indneenti alla tristezza. Fu 
detto eh’ essa corrisponde nel linguaggio delle gemme alla violetta del lin¬ 
guaggio dei fiori, simbolo della modestia verginale, dell’ umiltà infantile 
dell’abnegazione (Huysmans). j] Era una delle dodici gemme dell’e/b(?, 
indumento superumerale dei sacerdoti ebrei, e rappresentava la tribù di 
Beniamino, posta terza nel terzo ternario (Giuseppe Flavio); ed è ancora 
la pietra sacra delle ieratiche cappelle, delle mitre episcopali di tela d’oro, 
dei mistici anelli che si elevano alla preghiera e alla benedizione. È'pia 
credenza che la pietra dell’anello dato da san Giuseppe a Maria tosse una 
ametista. Gli antichi le attribuivano la proprietà di assorbire i vapori 
del vino e di impedire cosi 1’ ebrietà. 

26. AMO — Uncinetto di metallo a cui s’appiccano i pesci attirati 
ad escavi. .Simbolo evidente dell’adescamento, della lusinga, dell’in¬ 





ganno. 






14 


27. ANCORA — Ferro a due o più ra£B uncinati che serve a mante¬ 
nere saldo il naviglio quamlo è impetuosamente molestato dalla tempesta; 

e per ciò simbolo della fermezza. || L’àncora entra 
pure nel sistema delle allegorie cristiane, dipinta 
frequentemente nelle catacombe, come simbolo di 
speranza, poiché essa aiuta nei pericoli nello stesso 
modo ohe la speranza — sentimento di confidenza — 
sorregge nell’ aspettazione di un bene e aiuta a 
soffrire, inspirando rassegnazione. !! Nelle meda¬ 
glie l'àncora verticale significa vittoria navale. 

’ Significava pure Ancira, di cui era emblema. 
Araldicamente due àncore accollate dietro lo scudo 
in croce di sant’ Andrea sono distintivo di grande 
ammiraglio; un’àncora doppia-in palo dietro lo 
scudo di generale delle galee (Guelfi). || Gli uffi¬ 
ciali superiori della marina italiana appoggiano il proprio scudo ad un’ àn¬ 
cora se contrammiragli, a due àncore se viceammiragli. Alle imagini di 
san Giovanni Nepomuceno, di santa Filomena martire romana, di san Ni¬ 
cola da Bari, taumaturgo e protettore della Russia, si accosta di frequente 
il simbolo dell’ àncora. || Segno filologico nei libri antichi ; se volto all’ in 
su denotante grandi idee; se in giù, cosa vile ed inconcludente (Tramater). 

28. ANELLO — Si è scritto che il simbolo dell’ anello indica la co¬ 
ronazione dell’ anima ; credevasi infatti che nel quarto dito della mano, 
l’anulare, esistesse una linea direttamente corrispondente col cuore ^Ma- 
croblo VII. IB). Non è però ben definita l’origine dell’ anello. Gli ebrei 
e gli egizi lo usarono come mezzo di riconoscimento e di sigillo ; più tardi 
l’usarono i greci ed i romani, a cui lo trasmisero gli etruschi, e furono 
differenti i significati del simbolo riguardato sempre da un rispetto quasi 
superstizioso. In Roma antica l’anello servi a distinguere le classi dei cit¬ 
tadini. Gli schiavi lo portavano di ferro, ed anche nei giorni delle grandi 
vittorie il trionfatore coronato doveva portare un anello di ferro, come 
segno di schiavitìi alla repnblica. <i Come segno di alta dignità lo por- 
vano d’oro gli ambasciatori, poi i cittadini benemeriti, i cavalieri, i patrizi, 
i magistrati. Dopo la battaglia di Canne Annibaie mandò a Cartagine tre 
moggia di anelli lasciati sul campo della .strage dei cavalieri di Roma. Era 
vietato ai plebei romani di portare l’anello d’oro se non guadagnato in 
guerra o per altre sublimi benemerenze. Sotto l’impero, però, essendo 
« omnia vencilia limnae », non si sofisticò troppo net concedere tale distin¬ 
zione. Successivamente gli anelli divennero segno di amore confidente, 
e furono distinti in: geniali o natalizi, pronubi e nuziali. Miracoli di ge¬ 
nialità e di pazienza furono profusi da artisti di ogni luogo e di ogni età 
in codesti oggetti, resi ancor^più preziosi dalla industria e dal pregiudizio, 
per la rarità delle materie in cui erano foggiati e per le virtù loro attri¬ 
buite. Le Fulvie e le elodie e le magnifiche etère ne infilavano anche nelle 
dita dei piedini, all’uso egiziano (es. : la mummia del museo britannico). 
Certi popoli spinsero il lusso dell’anello tino ad adornarsene il naso, le 
labra e le guancie. I primi cristiani portarono nell’ anello incisa la croce o 










15 

altri simboli della fede, quali la colomba, l’àncora, il pesce (Pleury) ; e la 
Chiesa, conservando all’anello la sua alta signilicazione, lo consacrò come 
pegno di fedeltà coniugale, e lo chiamò fede per'autonomasia. L’arte sacra 
rappresentò le nozze delle sante con Cristo, con la cerimonia dell’ anello 
simbolo di mistico legame. (Es. : lo sposalizio di S. Caterina, dipinto dal 
Tintoretto nel palazzo ducale di Venezia). |{ Un anello coniugale spezzato 
ed aperto indica adulterio. || Pontefici e prelati hanno al dito gemme pre¬ 
ziose, baciate dai devoti con reverenza, come segno del potere spirituale. 
Una delle piu grandiose e commoventi cerimonie di Venezia era quella 
delle nozze della città con il mare, 

(jnfindo ritto il doge antico 
Sn 1’ antico bticentauro 
L’ ani‘l d^ oro dava al niar. 

(Carduoei - Le uozse iM murf). 

Il di dell’ Ascensione d’ogni anno il doge, circondato dagli alti dignitari, 
gittava in mare l’anello ricchissimo, simbolo della fede della meravigliosa 
e doviziosa città nell’ amicizia e nella protezione dei mari. {| Sono infinite 
le fiabe e le leggende — specie orientali — in cui si narrano le magiche 
virtii degli anelli incantati e di quelli dotati di facoltà maligne ed infauste. 
Modernamente l’anello ha perduto molto dal suo simbolico valore. 

29. AKEMONE — Fiore vago, ritto sullo stelo, con vivezza e screzio 
elegante, di colore, in cui Venere trasformò Adone, da lei ardentemente 
amato, fatto sbranare da un cinghiale da Marte geloso. Ma non ha profumo, 
non ha baci per l’aria che lo carezza. Esprime abbandono, non nel senso 
di rinuncia ma di concessione, secondo la crudeltà del conquistatore. 
Esprime anche caducità, e Gioachino Camerarius scrive : 

Tiia fugaXf yMt** cauitm Uvis tua etumiìni rutupetf 
tevi «tata 9U- Auentou cadit, 

{Hffinb. I LXIXJ. 

In alcnni luoghi si coltiva l’anemone e lo si pone sul davanzale della fi¬ 
nestra come pianta protettrice contro gli spiriti cattivi. 

30. ANGELICA — Arcangelica — Pianticella leggiadra, a fiorellini ver¬ 
dognoli, di acuto e grato profumo. Nasce nei luoghi ombreggiati; le sue 
radici si usano come stimolanti ; del suo fusto si fa un confetto squisito. 
Ricorda nelle sue qualità la selvaggia e capricciosa leggiadria della princi¬ 
pessa di Ariosto, che si sottrae con il magico anello all’ amore dei più av¬ 
venenti cavalieri, a cui preferisce l’umile pastore Medoro ; e simboleggia la 
dolce tristezza. {| Presso i lapponi — nella cui gqlida terra l’angelica con 
le sue folte macchie ofire l’idea di una flora lussureggiante — rappresenta 
la poesia, perchè 8^ crede che cingendosi la fronte con i suoi steli si ac¬ 
cendano gli estri poetici; ed è arboscello di affettuosa cultura, perchè colà, 
anzi che il medico, si chiama di. frequente ai giaciglio dell’infermo il 
poeta ; il quale canta arcane nenie tenute di superumana potenza. 

31. ANOXTILLA — Pesce serpentiforme che vive nelle acque dolci, dove 
non conosce amori e per riprodursi risale al maro; dagli antichi egizi rite- 



1 () 


nuto sacro e del quale soltanto i sacerdoti potevano cibarsi. Per converso 
Mosè non classificò 1’.anguilla ira gli animali eduli. Nemico degli altri pesci, 
sfugge il loro consorzio. Gli iconologi lo suggeriscono come simbolo d’ i- 
nimiciaia. (Ripa), j; Gli antichi greci lo consideravano simbolo di invidia. 

,1 Maometto figurò nell’ anguilla metamorfosato il lenocinio maritale. , 
In araldica l’anguilla rappresenta la sediaioue, perchè prendendosi essa 
dai pescatori, le acque si fanno torbide (Robiola). La scoperta della sessua¬ 
lità delle anguille è dovuta a G. B. Grassi, italica gloria vivente. 

32. ANIMAIiI — L’ uomo non incivilito è invaso da sacro terrore o da 
strana meraviglia davanti alla bestia, dotata di facoltà magnifiche e pecu¬ 
liari a lui negate. Dall’ individuo « superiore » fino all’ ultimo e indetermi¬ 
nabile grado degli esseri viventi e senzienti (« Lapidea creaciiut, Vegetalia 
creactiìit et nivimt, Ammalia crescunt, rii-tinf et aentiuiit » - Linneo) è tutta 
una serie di tesori stupefacenti. Nella ingenua mentalità dell’uomo le cui 
facoltà morali e intellettive non risentirono ancora il caldo influsso della 
civiltà, la bestia rappresenta una indomita e fattiva forza della natura, che 
agisce pure volitivamente, per un fine, animata da uno spirito interiore 
(animismo); e questo è la forma primordiale della zoolatria. Credono alcuni 
che il culto degli animali sia piuttosto una degenerazione della lingua dei 
simboli divenuta incompresa, e già usata dagli alfabeti primitivi, come nella 
Cina, nel Yucatan, nell’Egitto (Saunier). É, però, da osservarsi che il to¬ 
temismo — messe inesausta di interpretazioni demopsicologiche — si estende 
oltre gli esseri animati, facendo obietto di adorazione anche le pietre, le 
acque, i vegetali, la fiamma, come se ne ha esempio tuttora — in pieno 
secolo XX — in alcune regioni di residua inciviltà selvaggia. La scienza 
moderna è tutta a remore nel congetturare su questo fenomeno, al quale 
si attribuiscono moventi diversi ; non secondario dei quali la credenza nella 
trasmigrazione delle anime, anche divine, nel corpo degli animali i^metom- 
psicosii. « La dottrina della metempsicosi.... vagamente accennata nei 
Sutra.... si trova compiutamente svolta nelle Upanishad e nei Veda, se¬ 
condo i quali gli animali, a somiglianza di ciò che avviene degli uomini, 
entrano in un mondo animico nel quale conservano la loro perfetta iden¬ 
tità ». (N. Checchia — La psicologia degli animali). Socrate — subendo 
forse l’influsso pitagorico — avea avventurato l’ipotesi che gli spiriti im¬ 
perfetti si reincarnassero in animali dotati di caratteristiche affini alle loro 
condizioni morali ; e per tal guisa i buoni sarebbero stati bestie miti, come 
le formiche e le api, i tristi e violenti sarebbero divenuti lupi o avoltoi, 
e soltanto gli ottimi sarebbero tornati al mondo in aspetto umano. Osser¬ 
vasi però, giustamente, che Socrate non spiega il progredire lentissimo 
della umanità se i suoi componenti del presente sono gli spiriti eletti del 
passato (Martinengo Cesaresco). Gli arii ebbero moltitudini di animali di¬ 
vini. Gli egizii credevano che gli dei — perseguitati da Tifone o Tifeo, 
formidabile gigante dalle cento bocche fiammeggianti — fuggisseto sulle 
sponde del Nilo, celandosi nel corpo di animali differenti ; da allora si cre¬ 
dette che l’anima dell’ uomo defunto entrasse negli animali della terra, 
dell’ acqua e dell’ aria, e vi rimanesse tre millenni, tornando a vivificare 
un corpo umano, e cosi in illimitata vicenda. Zoomorfismo e antropomor- 








17 

fismo sono sucoessivamente commisti nelle figure ieratiche egizie, galliche, 
germaniche, slave del Baltico : alcuni dei, pure avendo viso umano, conser¬ 
vano attributi bestiali (es. ; Iside con le corna) ; ma con l’incivilimento 
progrediente la forma umana è vittoriosa e l’animale deificato diventa 
compagno o attributo del nume di cui aveva il culto da prima. Animali 
adoravano la Fenicia, e Troia, e Micene. 1 romani ne avevano il culto in 
retaggio dai pelasgi, e dichiaravano sacre e inviolabili le aquile, i lupi, 
i ciughiali sovrapposti al cimazio delle loro iusegne. Come certe tribù ocea¬ 
niche ancora oggi si credono discendenti da un animale e ne assumono .il 
nome, cosi molte famiglie elleniche e latine adottavano nomi di bestie 
presunte loro progenitrici (i Misi o Topi, i Liei o Lupi, gli Arcadi o Orsi, 
gli Irpi o Lupi, i Porci, i Vitelli, gli Asini). Il terrore, la riconoscenza 
per gli utili servigi, l’ossequio alla opinione della metempsicosi giovai’ono 
as.sai — nell’atmosfera dell’evo medio — allo svilupparsi di una falsa scienza, 
madre delle scienze: la magia, tecnica e strategia dell’animismo (Eeinachh 
San Tomaso d’Aquino dimostrava eretica l’opinione dei peripatetici che le 
bestie avessero un’ anima ragionevole ; non pertanto, bestie diverse erano re- 
putatissime nei sortilegi e nelle imposture divinatorie ; il becco, il cane, il 
gatto, il sorcio, il gallo, il lupo, il rospo, il toro ; e molte volte si davano 
al rogo animali innocenti, perchè in essi si pretendeva riconoscere l’intimo 
spirito d’ un diavolo o d’una strega. Nelle civilissima Francia si ci’ede tuttodi 
al « tou)) gnrou » nel quale è condannata a vivere una persona stregata, 
fin die un cacciatore jiietoso non le restituisca la forma primitiva, lacerando 
la spoglia animalesca (De Guhernatis). E innumerevoli ubbie involgevano 
gli spiriti a considerare il mondo stravagante degli animali che danzavano, 
parlavano, guarivano i malati. La religione, la .scienza, l’arte ne erano 
avviluppate. Ancora nel tardo settecento si scrisse che gli animali sono 
diavoli (Bougeant — Dirertimeìito filoxopcn sull'anima tìpllt- bexfie — Pa¬ 
rigi 1789). Nell’ evo di mezzo gli apologi dei giullari, le omelie dei perga- 
misti, le allegorie dei lapicidi traducevano le paure fantastiche e le devote 
ignoranze a cui il vulgo inchinava. Di animali miracoleggianti eran colme 
le leggende dei santi, perchè santi e animali si aiutavano reciprocamente 
6 da codesta commovente mutualità scaturivano sempre lezioni di umiltà, 
di bontà, di tenerezza. San Biagio rifugiato nella caverna ha il cibo pòrto 
dagli uccelli e vive domesticamente con le belve ; leoni e tigri si proster¬ 
nano a san Pantaleone ; il serpe rispetta santa Cristina e difende santa 
Colomba dalle voglie violente del lascivo Baruca ; san Paolo eremita è de¬ 
posto piamente nella fossa da due leoni; san Paconiio attraversa il Nilo 
sul dorso di due affabili cocodrilli; san Cutberto è sfamato da un’aquila e 
san Rocco da un cane ; san Gottardo da un cane è convertito, e sant’ Eu- 
stacchio e sant’Uberto dai cervi. E .sant’Antonio eremita ridà la luce ad 
un sordido maialetto cieco che, riconoscente, più non lo abbandonerà; san 
Gerolamo guarisce la zampa al leone che gli sarà compagno anche nel de¬ 
serto e si lascierà morire sulla spoglia del suo lienefartore ; san Macario 
insegna alla leonessa a non rubare; san Francesco d’Assisi, che predica 
agli uccelli, affronta il lupo feroce di Gubbio, che gli si accoscia ai piedi 
e gli chiede misericordia. Narravano degli animali il Phyxiologux e gli altri 
famosi libri detti liegtiurex (sec. XV), fonti preziose per la storia dei sim- 


■2 



18 

boli; 6 nelle gramliose architetture era tutto un gregge multiforme di 
animali nei Iregi, nei capitelli^ nei portali, periino negli altari. Ma un 
dualismo bizzarro e problematico vi si affermava r presso una hgurazione 
di perfezione angelica — come le colombe simboleggianti le anime volanti 
al cielo 0 il mansueto agnello del Signore — s’ aggrappolavano, tra nastri 
e fogliami, imagini mostruose, grottesche, anche profane o s)ie 38 e volte 
turpi ed osc.ene : 

orride forme intruse 
H le memorie di soalpelli aritivi , 
snimi efferati e spasimi del liieeo 
settentrione, 

imliestiati deKeneramenti 
de r oriente. 

(rardnoei - La Chieda iti Voìfinta). 

Dicesi che motivo di codesta strana concezione fosse l’ applicazione del 
metodo aristotelico non per scopo scientifico ma per stabilire la relazione 
dogmatica fra la natura e le sacre scritture. Il passo lirico del vecchio te¬ 
stamento; «Interroga i bruti e ti ammaestreranno» (Giobbe. XII) vuoisi 
si accordasse con quello del nuovo : « Le cose invisibili ai possono arguire 
dalle visibili» (S. Paolo. I). (Cfr. : Evans-// simbolismo animale nell’ar- 
rhifetfura ecclesiastica). Di sovente, però, il concetto del plasticatore non 
fu di attinenza religiosa, si bene di intenti chiaramente sociali e caricaturali. 
Come alcuni papiri egiziani conservati a Torino e a Londra hanno scene 
■satiriche di animali, così, nella decorazione di molte chiese (dal sec. XII 
alla Riforma) spesseggiano in abito di ecclesiastico figure di porci e di 
volpi (a Xanten); di asini (a Burgos, a Toledo, ad Aulnay); anche cele¬ 
branti la messa e attorniati da maiali e da orsi che la servono (a Strasburgo) ; 

■ da volpi che predicano ad uditori di oche (a Cor¬ 
nell, a Todi) da scimie, da sirene, ecc. Gli artefici 
arguti simboleggiavano cosi l’ignoranza, l’avidità 
e la corruzione del clero a cui erano contempo¬ 
ranei. Il È, del resto, ordinario 1’ uso di esprimere 
i caratteri fisici esteriori del corpo o le qualità mo¬ 
rali e intellettuali dell’ uomo mediante termini com¬ 
parativi presi a prestito dalle doti, dalle istintive 
abitudini, dalla capacità intellettiva degli animali, 
e ohe si enunciano quasi sempre con intenzione 
iHfiitieo Britannico- Loiiiìrai epigrammatica. E il Della Porta prima (sec. XVI), 
il Lavater poi istituirono confronti tra le fisionomie 
umane e animalesche, arguendone le inclinazioni morali rispettive e so¬ 
miglianti. Il La vita umana — già graficamente ideata da Michel Angelo — 
è espressa mediante simboli animali in una famosa stampa del secolo XVI. 
Vi sono ra£S.gurate due scale, ascendente l’una e l’altra discendente, con 
la sommità ohe forma il vertice comune. Sui gradi delle scale stanno 
figure umane secondo le età, e al di sotto animali che rispettivamente ne 
sono il simbolo: il maiale corrisponde all’infanzia; l’agnello all’adole¬ 
scenza; il cervo alla prima giovinezza; il toro alla gioventù; il leone, 
al sommo della scala, alla virilità; la volpe alla maturità; il lupo alla 
vecchiezza; l’asino alla decrepitezza. J; Le bestie cosi dette sapienti — e 







!!• 

segnatamente i cavalli di Klherfeld (liK)7) e il cane Rolf di Mannheim (1913) 
avevano — prima della grande guerra — rieccitati gli studi zoopsichici e 
zoopedici (Gir.: N. Checchia - Im psicologia degli animali. || In araldica 
gli animali sono le figure più nobili del blasone, e si accampano con pose 
e colori che hanno norme speciali. 

33. ANTILOPE — Elegante mammifero selvaggio, superbamente cor¬ 
nuto, posto dai naturalisti fra il cervo e la capra, di fama leggendaria; 
in efiìgie sulla piramide di Cheope è spesse volte raffigurato con un laccio 
al collo ( « orice illaqueato » Isaia, LI. 20). Nelle decorazioni scultorie ec¬ 
clesiastiche dell’ età di mezzo l'antilope rappresenta la sacra scrittura, e 
le sue corna il vecchio e il nuovo testamento, perchè esse sono cosi po¬ 
tenti da segare gli alberi e precipitarli nell’abisso, come la parola di Dio 
abbatte vizi e peccati (Evans). H L’antilope è detta anche latinamente orige, 
animale dato per geroglifico dell’invidia, perchè guasta e distrugge ciò ohe 
non gli può essere di vantaggio ; e in questo senso l’usò il senese Belisario 
Bulgarini in una delle sue varie imprese academiche, raffigurando l’orige 
in atto di intorbidare una limpida fonte perchè altri non ne bevano l’acque 
(Gelli). Il Araldicamente l’antilope si descrive di aspetto chimerico, con 
testa di dragone e coda rialzata. 

34. ANTIRRINO — Bocca di leone — Erba comune, a fiori rossi, ro¬ 
sati 0 bianchi. Il linguaggio dei fiori lo indica come simbolo della ferocia, 
forse per la forma irregolare unipetala, strana, della sua corolla che sembra 
una bocca spalancata di belva. 

35. APE — Di questo umile imenottero — che non ha belle forme, non 
colori smaglianti, non vellutate mollezze, bensì corpo compresso, ali gial¬ 
lognole, fitto pelo rossigno — la poesia fece meritatamente uno dei più 
nobili soggetti. Virgilio nella leggenda dell’ape — « canto pieno d’immor¬ 
talità » (Michelet) — narra il mito orientale della vita risorgente dalla pu¬ 
tredine della morte, la rigenerazione della specie secondo le cosmogonie 
antiche. || In Egitto 1’ ape è il simbolo del comando. || E le api sono argo¬ 
mento di culto totemico : I greci dissero che il tempio di Delfo era stato 
costrutto con cera e ali d’ape fatte venire dai paesi iperborici da Apollo ; in 
Efeso le sacerdotesse di Diana traggono auspici dal loro breve volo ; ed 
ape indica il nome di Debora, la vittoriosa profetessa ebraica del Tabor. 
Ma la gloria dell’ ape è tutta nelle sue laboriose fatiche « il cui frutto sor¬ 
passa ogni dolcezza » (Kccles. XI. 3). L’ape nutre Giove infante nella 
•spelonca di Dite; un’ape viene dall’Imetto (Marziale - XIII. 104) a posare 
sulle labra di Platone in culla il dolce miele della eloquenza. Vincenzo 
Monti fa cosi parlare le api : 

Ne ville llUso; e il netl’are 
(filivi per noi stillato 
Fuse de' Numi U liquido 
J^ernioii sul labViro a Plato. 

(Ia Api Pamtcndij. 

Il miele è il cibo del Battista nel deserto (Matteo, III. 4); è il profetato 
cibo di Gesù (Isaia, VII. 15», e un’altra ape si staccherà dal suo sciame 






‘20 

por posarsi sulla bocca di Ambrogio il santo appena nato. || Nella signora 
dolio api cho reca il lavo, 


La bella donna, delle Dee seconda 


Sjieeriiotfessa 


Clrtizir - II. 137) . 


L'go Foscolo iiloleggiìi 1’ eloquenza e la poesia. ,[ La costruzione dell’ arnia 
— la città, il regno dell’ape — è tutto un poema ili sapienza tecnica e 
politica, operosamente e mirabilmente intesi ad apprestare il miele e la., 
cera. « L’empirico, al modo della formica, si contenta di ammassare e 
poi sperpera le provviste; il dogmatico, imitando il ragpio, ordisce tele con 
materia tratta da se stesso, meravigliose per finezza di lavoro, ma fragili 
e di nessun uso. L’ ape tiene il punto medio fra questi estremi : ricava la 
materia greggia dai fiori, quindi la elabora con In propria industria » (Ba- 
oonel. Nessun migliore simbolo di codeste 

verginelle caste, 

Vaglio ungelette «Ielle erbose rive 

(Bucellai) 

si poteva, dui\que, trascegliere per raffigurare la diligenza, l’ assiduità, il 
lavoro, l’artificio, il risparmio, l’industria. Eenato Brozzi, nelle ultime 
monetine da dieci centesimi coniate in Italia, ritrasse l’ ape che trae la stilla 
del miele dal fiore più povero di succhi, il papavero (19‘21). || Aristomaco 
di .Sole e Filiseo di Traciane dedicarono tutta la vita allo studio dei co¬ 
stumi delle api (Plinio). Giulio Michelet descrisse mirabilmente l’amore 
dell’ape e del fiore, e — nella sua quasi morbosa sentimentalità ottimi¬ 
stica — vide nell’ape « la più efficace imagine dell’amore disinteressato, 
dell* abnegazione per il publico bene, e il senso sociale nella sua energia 
più ardente » (L’insetto). || Gastone Bonnier assodò che le api prese isolata- 
mente non dimostrano segni di intelligenza ; collettivamente, invece, sono 
capaci di ragionamenti rudimentali, ed è infatti la loro comunità quella 
che prende ed attua tutte le deliberazioni del loro governo. L’ arnia tu quindi 
presa da alcuni sodalizi, specialmente letterari e scientifici, come emblema 
di solidarietà. Es. : l’academia degli Unanimi che fu il primo nucleo dello 
studio' publico di Salò (sec. XVI). |! Nel FV canto delle georgiche virgiliane 
gli sciami delle api si trasformano in un popolo guerresco e feroce. E l’ estro 
epico che sopravvanza quello pastorale ; ed anche il Rucellai — grande ^ri- 
coltore a Quaracchi — parafrasa il canto di Enea e di Turno. Le api, però, 
sono meno aggressive di quel che si narra. Lo attesta Maurizio Mae- 
terlink, pure ricordando le loro punture, « che danno un dolore cosi pro¬ 
fondo, una folgorante aridità, come una specie di fiamma del deserto ohe 
si diffonde per le membra ; come se le figlie del sole estrassero un ful¬ 
minante veleno dagli irritati raggi del padre loro, per difendere i propri 
tesori di dolcezza » (Vito delle ctpi)> \ L’ape tu l’antico simbolo delle 
colonie. j| E fu impresa di grandi potentati ; Luigi XIII portava abiti bianchi 
disseminati di api d’oro, con il motto: « /?«x iwn utitur aculeo »; Urbano 
Vili ostentava le api del suo stemma familiare, a cui aveva posto il verso : 


OotìÌH meììn itahmìt. »pieubt fttieut. 









21 


Uno spagnolo volle rispondere: 

/ 

Spicula si flgeni, einfyrienliìr apes, 

e allora il dotto pontefice controrrispose : 

Cuncti» mella (Uibiint, nulìi sua spinila flgent, 

Spinila nani prinixps flgcre nescit apiim. 

Si dice — intatti — che il re delle api manchi di pungiglione; e pure nei 
geroglifici il re veniva raffigurato a mezzo di un’ ape (Àmmiano Marcel¬ 
lino). I, Quando Napoleone — austeramente semplice in guerra quanto fa¬ 
stoso nella reggia — è nell’acme della sua potenza, e 

Hom’ ape del eao claustro empie la soglia 

{Ori fur. - XX, fe>) 

di fratelli, di cognati, di collaboratori devoti — sente il bisogno di ador¬ 
nare la porpora e l’ermellino con un simbolo come essi novello. Biffida 
dell’ aquila cesarea per le sue storiche antipatie, e la mantiene come 
emblema puramente militare; perocché Giuseppina, Ortensia e Paolina 
avviluppate di uccelii avrebbero dato esca alle viperine mordacità delle 
duchesse del sobborgo di S. Germano e di madama di Staèl. Rifiuta il gallo 
perchè « è uccello che canta nello sterquilinio ». Talleyrand gli consiglia 
l’ ape come simbolo di potensa creatasi da sé ; e Napoleone l’assume, la 
pone sul suo manto di velluto azzurro, e la inquarta come beneficio so¬ 
vrano negli studi dei nuovi patrizi amici e di città fedeli. (Es. : nello 
stemma di Piacenza). .Se non che — abbattuto il colosso — lo scaltro Tal-' 
leyrand potè forse ricordare sorridendo che Anacreonte aveva detto essere • 
l’ape « un piccolo serpente alato », e che simboleggia anche la rapacità, 
jierchè non ha scrupoli nel suo bottino, e tutto asporta, oltre muri e siepi, 
con i denti, con le zampe, con i peli. E poiché, se 

L* ape, eh* ai fior co’ «usurrauti baci 
Fura i pregi più cari, intlustre torma 
T dolcissimi favi ; e se del mele 
F maestra ingegnosa, anco il veleno 

Ha nell'aculeo, e raddoloUco» e punge- * . 

Cosi l’adulator, che dolce istilla 
Ne r orecchie del Principe le lotU, 

Susiirrando il trafigge. 

(Casoni - Fsmhf. XVH). 

Il poeta secentista ribadiva un antico concetto simbolologico. Le api 
sono iiidicatissime a rappresentare l’adulazione, secondo il vescovo Eu- 
clierio, « perchè nella bocca portano il mele, e nell’ occulto tengono il pitn- 
gente aculeo, col qual feriscono molte volte l’uomo ohe non se ne avvede » 
(Ripa). L’ape simboleggia anche l’arguzia e l’epigramma: 

Omne epigrammii sii instar apis ; sit anileus illi. 

Siili sua tiiella, sit et oorjioris exigtti. 

(Marciale). 

Gli indiani riconoscono nelle api i precursori della razza bianca (Irving). 

86 . AQXTIIiA — L’ « uccel che più per l’aer poggia » (Petrarca) è quello 
pure che più d’ogni altro ai appadrona dei campi blasonici e della materia 
simbolica nella storia religiosa, poetica e civile. In ogni mitologia l’aquila ha 
divini accostamenti c divini onori. La esaltano gli assiri che in Asur no 




tanno il dio nazionale; i fenici, i troiani; Ciro la colloca <loi-ata ad ali ai)erte 
sull’aste dei persiani; Giove lia il felice presagio dell’aquila per l’impresa 
contro i titani, ed agli artigli di essa, che vive a lui vicino, nelle sublimità 
del cielo, affida i suoi fulmini ; i Tolomei ne fanno emblema dell’ Egitto ; 
i germani ne fregiano il capo ardito della dea Bodigaste ; Caio Mario ne fa 
l’unica insegna romana di battaglia e dell’impero (Plutarco). || L’aquila 
ha tutte le caratteristiche dell’ aristocrazia animale che per analogia si 
elabora nel simbolo. Le sue denominazioni varie (aquila imperiale, reale) 
ne denotano la maestà, la regalità. Solca gli 
oceani dell’aria piu pura, assicura il suo nido a 
rupi inaccessibili, sdegna le sfere comuni, affisa 
il sole ( « tien pur gli occhi qual’ aquila in quel sole » 
Petrarca) e contro di esse porta i suoi nati perchè 
non li crede tali se non ne sopportano i raggi 
fiammanti (nell’impresa di Unico Accolti aretino, 
con il motto : « Sic cvcdc » — Buscelli), e cosi sim¬ 
boleggia il pensiero, l’ingegno. (Es. : nella alle¬ 
goria del Quercino di Cento). Nella sua testa 
orgogliosa sfavilla l’occhio bellissimo ohe cerca le 
lontananze azzurre con desiderio perenne e l’av¬ 
verte dei pericoli da lontano; ed esisa è cosi il 
simbolo della previdenza {pi-oniéiea o previdente era detta dai greci). Ap¬ 
pena trascorsi i tre mesi di nido, la giovane aquila prende il volo con su- 
Ijerba avidità dello spazio. |1 Benché feroce, fa partecipi della sua preda 
gli uccelli minori. Non si cura di vendicarsi contro animali interiori 
(« aquiln non captdf imisctis ») e per ciò è simbolo di generosità e di li¬ 
beralità. I liberti se ne fregiavano come talismano dopo la manomissione 
ottenuta. 

midi, iiiin ciilet, ref/ina riìliiriuiii. 

Xmitie vùles /tir ut ktier. rrffift imago houi r 

(Camerarìu!* - S//iul>- IH - Illj. 

L'aquila è forte, gagliarda, invitta; perchè è fola quella di Aristotele e di 
Claudio Eliano che ,il mite cigno la vinca nell’assalto; ed è il simbolqpiù 
riconosciuto della Vittoria. Emblema dell’ impero atzeco, ed ancora oggi 
del Messico, è l’aquila che assale il serpente, perchè gli atzechi rappre¬ 
sentavano nell’ aquila il giorno e nel serpente la notte. Le sacre scritture 
sono poco benigne per l’aquila. Una vivace pittura ne fa Giobbe (XXXIX - 
•27) nella quale si rileva, più che altro, la natura eminentemente sel¬ 
vaggia. La tribù di Dan solleva i suoi vessilli che recano l’aquila, e San 
Giovanni ne ha il simbolo poiché « sugli altri come aquila vola » ed « apre 
il suo libro parlando della ineffabile generazione del Verbo » (Ijoreta) : « Aquila, 
est ipse Joannes sìMiniìum praedicutnr » dice sant’ Agostino i in Joan - Traci. 
35), ed un anticn inno al veggente di Patmos cantava; 

VnUtt titÌM m&Ut 

Ufi' vote» uec prophetti 
l''vofftvit altiu». 

Toni impleitiht iiittiiii hnplelu / 

"Sumiuom vifìil tot ife.rreio 
homo poriii». 



AQUILA BTUIPITK 











28 

Nella zoografia cristiana l’aquila si presenta a parecchie interpetrazioni 
simboliche. Dicevasi che all' illanguidirsi della sua vita, essa volava contro 
il sole per dissipare i veli dei suoi occhi, poi tornava alla terra e per tre 
volte immergeva il capo in una sorgente di acqua pura, per ricuperare la 
vista e la gioventù : così il cristiano deve immergersi per tre volte nella 
fonte della salute. Dicevasi ancora che per rendere più agevole il pasto 
r aquila invecchiata frangeva il becco ispessito eccessivamente contro un 
macigno : cosi il cristiano deve spezzare i suoi carnali appetiti (Physiologus). 
Il vescovo di Bretagna san Cntberto smarrisce la via e, trovandosi affa¬ 
mato in un luogo deserto, è soccorso da un’ aquila che lascia cadere un 
pesce ai suoi piedi (quadro di L. Duez). Anche a san Vamberto appare un 
buon angelo in figura di aquila (Surio). Altri, invece, asseriscono che qualche 
volta sotto le stesse spoglie si nasconde il maligno. || Dante sogna di es¬ 
sere trasportato nella sfera del fuoco da un’aquila, simbolo della grazia il- 
Inminante {Purg, IX, 20) ; poi ha la visione dell’ aquila fulgentissima formata 
dal raggiare delle anime dei principi giusti, nel godimento della beatitu¬ 
dine (Par. XVIII, 107). Negli altri passi danteschi 1’ « uccel di Giove » 
(Purg. XXXII; 112) è segno dell’impero: «uccel di Dio» (Par. VI, 4); 
« il santo uccello » (Par. XVII, 72); il segno 

Che fé’ i romani al mondo reverendi 

{Par. XIX, 10-2) ; 

il « segno del mondo e de’ suoi duci » (Par. XX, 8); « lo benedetto segno » 
(Par. XX, 861. Il I re morti si rappresentavano portati da aquile (Artemi- 
doro), perchè usavasi lasciar libera un’aquila sul rogo funebre degli 
imperatori. 

Come nella natura, così nell’araldica l’aquila ha la preminenza della 
nobiltà. Si effigiava « non volante in aere, ma coi piedi in terra, e con la 
testa verso il cielo, mostrando l’effetto dell’ imperio o dominio suo qui in 
terra, e della mente levata a Dio, standp sempre con 1’ ali aperte per mo¬ 
strare il desiderio, e la prontezza sua d’inalzarsi alla sua divinissima 
Maestà con la contemplazione, e con l’odore, e frutto delle sue sante ope¬ 
razioni, e quasi mostrando d’avere da esso Iddio conseguito il consiglio, 
il comandamento, e l’autorità, e potenza del governarsi » (Ruscellil. Viene" 
infatti ancora « rappresentata colle ali spiegate in atto di attacco.... colla 
testa voltata verso il fianco destro dello scudo, col rostro incurvato e la 
lingua sporgente ; colle zampe e gli artigli aperti e colla coda increspata » 
(Guelfi). 

La chimerica aquila bicipite si riscontra già presso gli hetei, popolo 
tuttavia misterioso (Patroni), deboli osservatori della natura animale, specie 
al confronto degli assiri, i cui artefici furono i più forti animalisti del 
mondo antico. (Cfr. ; Anderson — civiltà estinte dell’ Oriente). Poi l’aquila 
dai due capi si riscontra unicamente in un momento antico, la colonna 
traiana di Roma, sullo scudo di un soldato. Vuoisi ohe Costantino, per 
esprimere ohe due imperi erano riuniti sotto lo stesso scettro adottasse per 
primo l'aquila con le due teste, l’una volta ad oriente, l’altra ad occidente 
(325). Di questo scrive il Ruscelli : « E perchè tra i romani si vede tale 
insegna così da Cesare come da Pompeo Magno supremi imperatori, li quali 
furono divisi d’animi, e combatteron fra loro con tanta rovina della loro 


•2i 

patria, per i|uesto si può forse credere die i nostri cristianissimi impera¬ 
tori portai! per insegna l’aquila a due teste, volendo per avventura mo¬ 
strare che le due aquile erano già unite in una sola, nè debbono in quella 
esser mai animi, nè operazioni di divisione nell’ imperio e nella religiou 
cristiana. O più tosto è fatto iter mostrare l’unione, die pretendono e 
speran di fare di due imperi, ora divisi, cioè del Levante e del Ponente. 
O forse con le due teste abbiain voluto mostrar la cura, e la protezione 
delle cose umane e delle divine, o qualche altro tal generoso e santo pen¬ 
siero ». Carlo Martello (690-7411 ripristinò — secondo alcuni — l’aquila 
bicipite; altri dicono lo facesse Carlo Magno < 742—814); altri scendono fino 
a Giovanni V Paleologo, sotto il cui regno i turchi posero piede in Eu¬ 
ropa (1357). L’aquila d’oro in campo vermiglio rappreisentò l’impero 
d’Oriente ; quella nera in campo d’oro l’impero d’Occidente. Come 
segno araldico degli Absburgo, derivante dal sacro romano impero, figuia 
nelle bandiere tedesche del 1312 e nei sigilli di Carlo IV (1347); Sigismondo 
lo usò quale simbolo esclusivo della potestà imperiale (1433;, intendendo 
esprimere con le due teste l’unione dell’ Austria e della Germania. E 
questa 

rutiuU» grifrtjiiiJt 

CIh’ iier più ilivorar «Ine lieofhi portsi, 


censurata da Luigi Alamanni, il leggiadro poeta fiorentino (1495-1556) esule 
in Francia ; ed è l’aquila proterva e crudele che per secoli dilaniò le 
genti d’Italia, le quali nella sua sconfitta rievocano la sacra genealogia 
della propria libertà. Per le gare aeree del Garda (1921) Gabriele D’An¬ 
nunzio ofiri al vincitore « una coppa lavorata da un artefice nostro, che 
fervente e paziente sa condurre il metallo al limitare misterioso della vita 
Renato Brozzi). Due aijuile la sostengono, non formate secondo il modello 
classico di Roma, ma secondo una interpetrazione di nuovo segno e di nuovo 
imperio: Impi'i’U alfa futuri.... Jli't koIco, grida la duplice aquila di 

Benaco. Una è la messaggera della giustizia, l’altra è la messaggera della 
libertà, potenti entrambe di rostro e di artiglio » (D’Annunzio). || L’aquila 
bicipite ad ali abliassate fu pure assunta da Giovanni Vassilijevii- (1472i, 
primo autocrate russo, lilieratore della Moscovia dall’orda d’oro mongo¬ 
lica, e pretendente alla discendenza degli imperatori d’Oriente. Anche 
nei simboli massonici ha posto l’aquila a due teste ad ali spiegate, con la 
corona sormontata dal triangolo e con l’nw? ebraica nel centro; introdot¬ 
tavi da Elia Ashmole (1617-1692), per «narrare tutta la leggenda della 
Creazione » (Saunier). 

L’aquila bianca è il simbolo glorioso della Polonia. Smembrata questa 
dalle ciniche manovre di Federico II (1793-1795), l’aquila dei Casimiri, dei 
Sobieski, di Kosciuszko, dovette scomparire, e soltanto dopo Austerlitz, 
Iena e FriedlaniU riapparire, tra feste immense, per volontà di Napoleone, 
che sulle rovine del monarcato prussiano a,veva costituito il granducato di 
Varsavia 1 1867). Otto anni dopo gli iniqui trattati di quella Ilraliinlitick 
ricancellarono l’aquila bianca dallo stendardo polaci^o; e ci volle Guglielmo 11 
a ridarle vita (1916), con ben altro animo di quello di Napoleone, e come 
un disperato espediente jier rendersi più accetto ai polacchi, dei quali aveva 
supremo bisogno nella truce guerra da lui voluta, [j L’aquila araldica, o 







25 

— come si dice — feudale di casa Savoia ha sempre tra gli artigli uu 
serpe. Durante il primo impero napoleonico (1804-1815) l’aquila si ap¬ 
plicava comunemente su gli oggetti d’arte (De Mauri). Era a volo abbassato 
(•■on un fulmine tra gli artigli, e in campo azzurro. || L’ aquila ad ali spie¬ 
gate ma privata del rostro e degli artigli, che si vede in certi stemmi 
gentilizi di Francia e qualche volta anche di Germania, è emblema degli 
imperiali vinti e disarmati, e si chiama araldicamente alenane. 

37. AQUIIiEOIA — W aquilegia canadensis è una ranuncolacea di vago 
aspetto, a petali vivacemente colorati e superiormente ricurvi come becchi 
0 unghie di aquila (Lemery), o come cornetti, alla foggia del copricapo 
usati nell’età delle corti dai buffoni e dai pazzi professionali; per ciò sim¬ 
bolo di follia. L’ aquilegia mUgaris, che cresce spontaneamente nei luoghi 
montuosi, nel linguaggio boreale indica amore nascosto. 

38. AB.AITCIO — Nei mula aurantiu dell’ evo medio furono forse rico¬ 
nosciute le mele d’oro dell’orto delle Esperidi e di Atalanta, quando alla 
troppo lunile verità del naturalista si preferiva la ingegnosa menzogna del 
poeta (Salmasio). 

ArUoi’fttp frondrit, auro mtlioììit vinidttx. 

Ex auro ramox^ ex auro lioma ftrtbanf 

(Ov. Met. IV - ti37). 

Gli etimologisti moderni confrontano le forme verbali persiane, arabe e 
dialettali della nostra alta Italia (Zambaldi), e più verosimilmente conclu¬ 
dono che il nome dell’arancio venne dall’oriente e non dall’occidente, cosi 
e come — dicono le storie — pervenne il- frutto in Europa dalla Cina 
I principio del secolo XV). Bello quanto nobile arbusto, 

I.' arìiUfio Huliscs tutti. 

Davanti al immv «no 

(K. Barljoriuo - lìm-tnn. il'iim. CLVI. 2). 

Come i suoi vaghi fiori bianchi siano stati ritenuti degni del privilegio 
di formare il serto alle spose, narra una gentile leggenda spagnola : La 
vezzosa figliuola di una giardiniera reale avrebbe appagato il desiderio di 
un ambasciatore, consegnandogli nascostamente il ramo di una pianta d’ a- 
rancio che il re teneva gelosamente custodita; in compenso ne ebbe un 
tesoro che le permise di trovare marito, ed il giorno delle nozze s’adornò 
le chiome con i fiori d’arancio, divenuti convenzionalmente poi simbolo di 
candore e di virginità. || «Conosci tu il paese dove l’arancio fiorisce V » 
cosi, con accorata nostalgia per la nostra bellissima Patria, chiede Mignon, 
nella lirica di Gothe. 

Orauit^r*, arbrcM tuie j'adorr, 

Que. vox parfumx me xeuihteiit dot/x! 

Esibii dall* l'empire de Flore 
Ifieu d’ aifrtùihic rominv cotn* f 

* (Lh Kuutaiue). 

89. ARANCIO — Colore composito che esprime contento, dignità, ri¬ 
spetto di sè. 


«' 


.i 

( 



26 


40. ARATHO — Emblema >li agpricoltnra e di pace, asato anche nella 
recente simbolica delle schede elettorali del partito agrario. La semplicità di 
questo perenne stromento di prosperità e di redenzione si vede da pa¬ 
recchie medaglie antiche, perocché tutti i popoli l'usarono, e credettero di 
andarne debitori a vari inventori : gli egizi ad Osiride, i fenici a Dagone, 
i cinesi a Chi-Nong, i greci a Cerere ed a Trittolemo d’Eieusi. |ì Come 
impresa di dissodamento intellettuale l’aratro fu assunto dall’ academia degli 
Occulti (sec. XVI). Esso è attributo dei santi agricoltori; Giacomo di 
Taraiitasia, Isidoro patrono di Madrid e dei contadini (sec. XII). 

E l’onuri e (a gloria in autu mini, 

BisplinmHanu in paci l’arotrti, 

(Meli - Estate), 

41. AIlCAirOEI.ICA — V. Ayigelica. 

42. ARCHIFESTOOZiO — Istromento di tecnica muratoria, probabilmente 
in origine di forma arcuata, poi a triangolo rettangolare isoscele, con un 
piombo al suo vertice, ricadente nel mezzo, inserviente a trovare la per¬ 
pendicolare e il giusto livello dei piani. Attributo iconologico dell’ archi¬ 
tettura (Es. : l’allegoria di Agostino di Duccio nella basilica malatestiana 
di Rimini). || Nei geroglifici ponevasi con la squadra sulle tombe, al fine 
di raccomandare equilibrio alle facoltà del defunto. || Trasferendosi l’idea 
dell'equilibrio fisico che mantiene l’armonia della materia a quello morale 
che è la malleveria migliore della società, ai assunse l’archipendolo come 
simbolo di giustizia, di rettitudine, di etica o morale, e dalla massoneria 
di eguaglianza. Fu in voga nella rivoluzione francese, apparendo — dopo 
la presa della Bastiglia (1789) — su molti oggetti anche d’uso comune, 
come spille, ciondoli e tabacchiere. La republica cisalpina lo introdusse 
uel proprio stemma, usandolo nei documenti officiali. 

48. ARCO — Arma per scagliar treccie, composta di una verghetta cur¬ 
vata mediante una funicella legata alle sue estreiqità ; non simbolo ma 
semplice attributo complementare della imagine di Apollo o Febo — che 
né sarebbe l’inventore — di Diana (cacciatrice) o Luna, arcieri dei loro 
raggi, e di Cupido o Amore: 

Con arco in mano e con saette ai tiancbi, 

Contro i quali non vai elmo nè scudo. 

(Petrarca). 


44. ARCOBAIiENO — v. Iride 

45. AROFNTIIi'A — Umile garofano di bosco, dalle rade foglioline che 
al batter del sole s’inargentano, catalogato nel linguaggio dei fiori come 
simbolo di ingenuità. 

46. ARGENTO — Il simbolo dell’argento ai ritrova soltanto nell’al¬ 
chimia, e-indica la luna, per l’influsso che si pretendeva avesse sulle affe¬ 
zioni cerebrali. I romani — ohe avevano divinità presiedenti alle zecche — 
crearono il dio Argentino, figlio di Eres o Esculano, quando cominciarono 



27 

a coniare le monete d’argento (286 a. 0.1. In araldica l’argento è il 
metallo unicamente ammesso con l’oro a formare il fondo dell’arme gen¬ 
tilizia, e può essere rappresentato dal color bianco, esprimendo l'idea della 
purezza (v. Metalli). 

47. — ARIETE — L’ariete — maschio della capra, confuso nelle allegorie 
con il montone o beccò, maschio della pecora — era assegnato a Cibele ed a 
Mercurio, come dio dei pastori e onorato in Tebe, da lui salvata, come 
Crisoforo. Sotto forme d’ariete era pure venerato Giove Amnione, nell’Ara¬ 
bia deserta, dove trovandosi Bacco con il gorgozzule arido, ed implorando 
egli il soccorso dal padre degli dei, questi gli apparve da ariete, percosse 
con la zampa l’arena e ne fece zampillare una fossa d’acqua. Colà sorse 
un gran tempio che divenne celebratissimo e l’erma colossale di Giove vi 
aveva sembianze umane, con due corna our^antesi attorno alle orecchie 
(Lucano, Farsaglia TX - B12). Gli arabi ismaeliti conservarono il culto 
per l’ariete e Maometto designò al paradiso — con le altre bestie privile¬ 
giate — l’ariete del loro capostipite Ismaele, figliuolo di Abramo e di 
Agar. Ha origini mitologiche la suprema onorificenza spagnola. Per sfug¬ 
gire alle vessazioni della matrigna Ino, Frisso ed Elle, fratello e sorella, 
fuggirono verso la Colchide sopra un montone dal vello lunghissimo, mor¬ 
bido, di color giallo, si che al sole occiduo apparvero cavalcare un animale 
d’oi'o sfolgorante. Nella fuga i rami d’una pianta ne strapparono alcuni 
ciuffi; Elle impaurita cadde nel mare (che da lei fu chiamato Ellesponto), 
e Frisso sacrificò l’ariete a Giove, appendendone all'albero il vello. Gia¬ 
sone. duce degli argonauti, aiutato da Medea, uccise il dragone custode di 
quell’albero e conquistò il vello d’oro. Nella .smania delle reminiscenze 
classiche durante il Rinascimento — troppe volte pedantesco — Filippo il 
Buono, duca di Borgogna, sposando Isabella di Portogallo istituiva l’ordine 
dell’ariete o del loxtm d’oro (14291^ che divenne il primo ordine cavalle¬ 
resco dell’Austria e della Spagna. Dopo la battaglia di Wagram ( 1811 !)) 
Napoleone pensò di rivolgere in propria apoteosi il foumi d’oro, treisforman- 
dolo nell’emblema di un’aquila con le ali spiegate artigliante le insegne 
dei due arieti. vinti, l’austriaco e lo spagnuolo. L’ordine del nuovo ioitoìi 
d’oro napoleonico fu istituito, ma in seguito fu incorporato in quello della 
legion d’onore. || La favola di Frisso ispirò alcuni autori a determinare il 
significato simbolico dell’ ariete. L’Alciato ne usa l’ipotiposi come emblema 
contro r ignoranza del ricco : 

Tì'utìat aquos reBideììR lìruetiovo in veliere Vhrip'uai, 

Ki flovam impavidim per mare ecandtt ovem. 

Et quid i(ì rjr Henm heheii. seti divite gaza. 

<U/ììiut/iit. titif ftervi ijnem re.t/it iirhitrinni. 

iEwiit. - CLXXXIX^ 

Lo sfrenato appetito carnale del montone ne rese facile l’adozione come 
simbolo di lussuria. In Egitto esso era identificato con Priapo e gli antichi • 
usavano dipingerlo cavalcato da Venere. A Pompei venne recentemente in 
luce un magnifico bassorilievo rappresentante il sacrificio dell’ ariete al 
simulacro di Afrodito (19<)2). {| Nella visione di Daniele (Vili - 3) l’ariete 
che dà colpi formidabili contro l’occidente, il settentrione e il mezzogiorno 


28 ' ' . • . . . 
yiiuboleggia l’impero medo persiauo guerreggiaute contro i greci, gli sciti, 
gli egiziani e gli etiopi, i! Come simbolo filosofico, invece, lo adottarono 
i settatori di Ram, in opposizione al toro, emblema delle autocratiche drai- 
desse ; e gli fu conferito l’onore di rappresentare la rigenerazione della 
famiglia (Saunier). H L’ariete è la prima costellazione dello zodiaco e il 
primo dei dodici segni dell’ eclittica, ed è 1’ emblema dell’ equinozio pri¬ 
maverile e del marzo. 1, In araldica simboleggia ardire e feudalità in 
luoghi pascolativi ed ha sempre la testa rialzata, per distinguerlo dalla 
pecora ohe l’ha abbassata. 

48. ARMA — Simbolo apodittico che indica guerra, e translativamente 

attributo iconologico di tendenze, sentimenti o passioni atti, facili o pronti 
alla combattività. Es. : nella figura del Furore del Pianta alla scuola di 
S. Rocco (Venezia) - « Furor arma ministrat » (Verg. En. I - 160). || Arme 
si dice ancora per insegna o impresa di famiglie, di comunità, di luoghi, 
di sodalizi di popoli, di stati. » 

49. ABMRLLINO — Ermellino — Animaletto nordico della famiglia 
delle mustele, dalle forme agili e allungate, leggero saltatore. Nella sta¬ 
gione rigida il suo mantello, tra il fulvo e il grigio, 
diventa candidissimo, ed è cosi lucente, morbido e 
pregiato da costituire in araldica la pelliccia regale e 
quella che si conferisce alle dignità più eminenti, 
rappresentandosi come pelle bianca fiocchettata simme¬ 
tricamente dalla codetta nera, quale rimane all'ani¬ 
male anche durante la sua trasformazione cromatica. 
Anche per l’armellino si ripetono i pregiudizi di una 
non ben nota zoopsicologia. L’armellino è scaltro, 
audace, di istinti sanguinari, e fa strage della fauna 
minore montana; tuttavia, ripetendosi ch’egli è con¬ 
tinente nel cibo e nelle espressioni del senso, e cre¬ 
dendosi eh' egli preferisca di lasciarsi prendere dai cacciatori piuttosto che 
iml>rattarsi nel fango di cui essi circondano la sua tana, fu scelto a sim¬ 
boleggiare la purità materiale e morale. Un’ impresa inspirata a questo 
significato è quella ricordata dal Petrarca : 

In camjio verde un candiilo Brnielliun. 

tTrioii/l - VI). 

L’ordine nobiliare dell’armellino, istituito da Ferdinando re di Napoli (lltìiJ) 
aveva per motto: « Malo mori quam foedari ». 

5(1. ARNESI — Nella tropologia iconologica sono infinite le imagini 
degli arnesi, istromenti di arti e professioni e arredi, attribuiti a persone 
od a cose, necessarie o accidentali, per compire l’idea rappresentata : esempi 
del simbolismo ohe il Marchesini chiama ricostruttivo, « per cui il tutto i 
d’una cosa o d’un fatto» si richiama « integralmente al pensiero di una 
parte della cosa o da un momento del fatto ». Per la loro ovvia eloquenza 
sarebbe superfiuo farne un elenco die indicasse — ej.-euipli t/ralìa — il 



AKMSM.JSO 






‘29 

libro dello studio, la ruota dentata della meccanica, l’astrolabio della 
cosmosfrafia, 

i narri aruesi 

Cbe itriimi ritrovnr Cerere e Pale 

(Parìui - Mnttiuo - 49) 

per l’agrricoltnra, e simili obietti di ordinaria evidenza, costituenti la sup¬ 
pellettile più comune degli iconografi, e che si trovano ancora nel brutale 
uso del tatuaggio, segni di ornamentazione e di distinzione di classe e di 
mestiere. Esempi insigni di arnesi che richiamano all’attualità del fatto 
rapjiresentato sono gli arnesi comuni entrati nel patrimonio agiograllco, e 
cbe si pongono in mano ai santi effigiati o si imiuadrano con essi come 
attributi. Esempi: san Pietro martire ucciso proditoriamente di lama, san 
Bartolomeo apostolo scorticato, san Tomaso Bercket trucidato sull’altare 
della messa, hanno sempre accostato il coltello ; san Cipriano di Nicomedia 
e santa Giuliana hanno la caldaia d’ acqua bollente in cui furono sommersi ; 
san Lorenzo ha la gratella su cui fu abbrustolito. |i Sommamente interes¬ 
sante ])er r applicazione degli aruesi comuni alla allegorica ed alla simbo- 
lologia è il giuilizio critico che dà il Lessing nel Laocooiitfi 117661, piu- 
tenendo presente che il « Voltaire tedesco » — come fu qualificato — pre¬ 
tese formulare norme fondamentali di estetica, attribuendo alla poesia la 
proitrietà dell’azione ed alle arti figurative la proprietà della rappresen¬ 
tazione. « Tuttavia tra i simboli di cui si servono gli artisti per denotare 
le loro astrazioni ve n’ha una specie più adatta e più degna d’essere ado¬ 
perata anche dai poeti, voglio dire quelli che non hanno in sè nulla di 
allegorico e devono riguardarsi unicamente come strumenti dei quali gli 
enti rap])resentati dall’artista farebbero uso qualora dovessero agire come 
vere persone.... La lira o il flauto in mano d’una Musa, la lancia in mano 
di Marte, il martello e la tanaglia nelle mani di Vulcano, non sono mica 
simboli, ma strumenti senza dei quali questi enti non potrebbero eseguire 
le azioni che vengono loro attribuite. Di questa specie sono gli attributi 
che gli antichi poeti intrecciano talvolta nelle loro descrizioni e che jjer 
conseguenza, onde distinguerli dagli allegorici, si possono dire poetici » 
{Loocoonfe - trad. Landonio). 

61. AKO — Pianta frequente lungo le siepi selvatiche, medicinale, di 
uso comune presso gli israeliti antichi, e la cui foglia sagittata. è molto 
usata — insieme a (juella della quercia — dai « maestri di pietre vive » 
per le ornamentazioni architettoniche delle chiese (principio del sec. XIII). 

Secondo il linguaggio fioreale esprime congedo. 

5‘2. ABiPA — Strumento musicale a corde, e foggia triangolare, di bel 
suono («dolce tintinno» }‘ar. XIV - 119). Attributo del centauro Chirone 
ed effigiata con predilezione nelle città che avevano l’adorazione di Apollo. 
Insieme ad un lauro e ad un oultro indicava i giochi apoUinari. t A dif¬ 
ferenza della lira, che esaltava le gesta civili, l’arpa originariamente aveva 
offici di liturgìa sacra. Gli angeli temprano sulle arpe i cori celestiali. Il 
re David, esjtertissimo suonatore d’arpa, o, piuttosto, di tricordo, stru¬ 
mento familiare agli egizi e ai ]>erai, confuso nella pittorica con l’arpa, più 



HO 

-modei'iia anche di forma. Successivamente nelle corti d’amore di Francia 
venne in gran voga l’arpa per le canzoni ; ma i|uella dell’ evo medio fran¬ 
cese dev’essere d’invenzione barbarica, che il gran Galileo dice irlande.se; 
e infatti galli, scozzesi e irlandesi la trattano comunemente, ed essa è il 
simbolo politico dell’ Irlanda, adottato da prima da un David, alto signore 
dell’isola, ed in seguito officialmente aggiunta da Cromwell al blasone del 
Regno Unito. || Nel pesantissimo monumento a Riccardo Wagner, a Berlino, 
(scultore Eberlein) sta il simulacro di Wolframo d’Eschinbach, con l’arpa, 
simbolo del Lied tedesco. In araldica l’arpa significa piacere mondano. 

53. ARPIA — Mostro favoloso, con faccia mu¬ 
liebre, orecchie d’orso, alato e rapace, corpo di 
avoltoio, artigliato, ingordo, insaziabile, puzzolente, 
descritto da Virgilio (En. - IITÌ, da Dante {Inf. 

XIH), dall’Ariosto {Ori. Pur. XXXHD, per non 
citare ohe i maggiori. « L’arpie figurativamente 
significano la rapacità: che tanto viene a dire 
arpia, quanto in greco rapina » (Fìontà tV Italia). 

I Altri autori suppongono ohe le arpie siano il 
simbolo della cupidigia, della distruzione, della 
contaminazione dell’ aria (Le Clercl. || Sono ri¬ 
prodotte in alcune antiche monografie e figurano 
sul celebre monumento di Xanto che si conserva 
nel museo Britannico a Londra. 

51. ARTRMISIA — v. As.seitzio. 

.55. ASFODELO — Gigliacea che alligna nei pascoli poco gradita, e pure 
dagli orientali salutata con nomi augurali. Proser- 
pina, rapita da Plutone, lasciò cadere i fiori di asfo¬ 
delo che teneva in grembo, ed essi scintillarono di 
un pallido raggio dorato nelle fosche ombre dell’Ache¬ 
ronte. Gli antichi la seminarono attorno ai sepolcri 
come simbolo di dolore, gradito tributo ai defunti. Le. 
anime aspettanti il giudizio di Minosse stavano in 
attesa nei « prati rivestiti di asfodelo » (Oclixx. Xl i. 

Ed in oielo saremo coronati 
Con il Hor rn^adoso d’astVxlelo. 

iLon^*ello\> - fCctmtft'hua 11,. 

« Sul prato d’asfodelo.... » è il saluto ohe all’amico 
invia Giacomo Leopardi, presago della sua prossima 
fine. Dicesi pure che il fusto gentile di questa pianta 
simboleggiava la potenza reale (Dioscoride), e il 
pegno d'amore (Teofrastol. 

5ti. ASINO — .Serve il nome dell’ asino come ordinario epjf/iehn/ onuiiis 
tutt’altro ohe onorevole, e cosi comunemente si ripagano con mercede iniqua 
i meriti dell’umile e orecchiuto giumento da basto, non sfornito di siiecifiche 




.AKIMK 

















bi 

virtù. Gli antichi abitori dell’ Asia lo cliiamarono il « risonante » i De Gn- 
bernatis). Era il simbolo della primavera presso i persiani, che l'ebbero 
in .estimazione e furono simboleggiati a loro volta, caricaturalmente, in un 
asino, dal gi-ande pittore Nealce (Plinio). Tutti i libri santi e l’epopea in¬ 
diana sono pieni della gloria dei suoi ragli fragorosi, a cui attribuiscono 
epici risultati nelle imprese divine e demoniache, e attestano nell’asino 
l’esistenza d’un intimo spirito eroico: il guerriero Rustem, si addormenta 
dopo una satolla di carne asinina, e il suo cavallo divora le ossa avanzate 
da lui nel pasto ; quando il guerriero si risveglia trova presso di sè le 
spoglie di un grosso leone, ucciso dal cavallo, ohe dalle ossa mangiate ha 
attinto inconsueta forza ed ardire. (Pirdusi - Libro dei re). Plutarco rac¬ 
conta pure della lotta vittoriosa d’un asino contro uno dei leoni mantenuti 
dal publico erario in Babilonia (Vita di Alessandro). Dal raglio di un asino 
turono atterriti Encelado e gli altri giganti nella temeraria impresa del— 
l’assalto contro il cielo. I soldati di A.mbracia furono salvati da una im¬ 
boscata dei sioioni per il ragliare di un asino e, sconfitti i nemici, persolsero 
il loro voto riconoscente erigendo all’asino un metallico simulacro nel 
tempio di Delfo (Pausania). Un’ altra statua gli fu eretta in onore a Nauplia; 
ed un’altra ancora in Roma da Ottaviano Augusto, che aveva tratto pre¬ 
sagio felice dall’incontro dell’asino Euticchio (fortunato) il giorno prima 
della sua vittoria di Anzio contro Marco Antonio. 

Per conferire la dovuta estimazione all’asino non bisogna, pertanto, 
osservarlo nato alla fatica e crucciato dal bastone e costretto a piegare le 
membra stecchite nello stabulo * d’ogni luce muto », come nei nostri paesi. 
L’asino ha comune con il cavallo l’origine; appartiene quindi a progenie 
ai’i.stocratioa, e lo prova la bellezza originale conservata nei tipi selvaggi 
della sua razza ed anche negli stalloni primitivi allevati con gelosa dili¬ 
genza nella Persia, dove è cavalcatura di lusso. I caramani avevano una 
speciale cavalleria bellica montata sugli asini ; e l’inspirata Deboi-a incita i 
principi e a guerrieri d’Israele che « cavalcano i belli asini» (Giuda - V, lOp 

Pensi l'ardente .■tral>ia e i iwiliglinni 

Di Oiob, ove crescesti emulo audace 

K di corso e di ardir con ^yli stalloni ? 

(Carducci - A un asino). 

Omero paragona l’intrepido Aiace all’asino; Pindaro narra ohe Perseo tra 
gli iperborei fortifica le sue membra con la carne asinina; i gnostici — cri¬ 
stiani dottrinari e giudoisti dei primi secoli della Chiesa — effigiano Sa- 
baot, dio delle battaglie, con testa di asino. Ciò si spiega perchè l’ asino 
non si lascia invadere dal tremito di convulsa paura che troppo si^esso 
sgomenta il cavallo (Buvry). Di vivaci asinelli — come di camelli, di buoi 
e di pecore — eran costituite le grosse fortune dei principi e dei patriarchi 
della Palestina ; e questa ricchezza del padrone va magnificando il servo 
di Abramo, mandato a Labano a chiedere Rebecca in isposa per Isacco 
Ihenesi - XXIV, 35). Giacobbe per vaticinare la natura operosa e il valore 
della tribù del suo quinto figliuolo, la chiama quella di « Issachar asino 
torte » (Genesi - XLIX, 14). Abigail cavalca un asino per incontrare il re 
David. È un’ asina la « muta bestia che parla in voce umana per frenare 
la stoltezza del profeta Baalam » (S. Pietro - Ep. 2 - 11. 16). L’asino era 









82 

l’ostia sacra al lubrico Priapo ed a Vesta; in Mileto si portava sopra un 
asino 1’ arma di Cibele e nell’ Argolide quella di Giunone ; gli iperborei — 
presso i (juali l’asino era rarissimo — lo sacrificavano ad Apollo (Erodoto, 
Strabono, Aristotele). I greci e i latini lo dedicavano a Bacco ed a Marte; 
i galli a Cibele; i celti dell’Elba a Plutone. Gli egizi invece lo esecravano, 
e ne imprimevano la figura sulle f'ocaccie che offrivano all’odiato Tifone; 
a Copto pure era abominato; quelli di Abido, di Licopoli, di Busiride abor¬ 
rivano il suono delle trombe, somigliante alla voce dovuta alle piccole ca¬ 
vità particolari della laringe asinina. Gli antichi germani traevano oroscopi 
giudiziari da una testa di somaro posta sopra un braciere ardente. 

Nella tradizione cristiana — che si svolge nella Palestina — l’asino è 
nece.ssariamente obietto di azione speciale. Nel presepio betlemita — tipo 
fisso, con il Ime della generazione e della fecondità 
(West) — riscalda le membra del bambino divino; 
nella tuga verso 1’ Egitto lo difende dai persecutori 
notturni coprendo con il raglio i suoi vagiti; lo 
porta nel placido trionfo di Gerusalemme, tra il 
popolo osannante ; e da quel giorno vuole la tra¬ 
dizione ohe esso rechi sulla schiena una croce nera 
ben marcata, cosi che nella zoografia simbolica dei 
primi cristiani fu tosto assimto come emblema della 
tribolazione. (Toussenel), e — secondo l’assurda 
accusa dei romani — perfino adorato in secreto. In 
una antica iscrizione si legge: « Deus rhrixfUnnmiììi 
iiniinychifes (adoratori dell’asino i », e sono noti al¬ 
cuni graffiti raffiguranti il Salvatore con la testa asinina. |( Ma la vera 
apoteosi della cavalcatura che porta sul dorso il sacro blasone ebbe il suo 
pieno sviluppo nel medio evo e nelle chiese di Francia. Con gran pompa 
si c-elehrava la festa dell’asino a Rouen, il giorno di Natale, con l’antifona, 
cantata sulla soglia della catedrale : 

Sint hddie pi'dcut itividitn’! jn'oruf oitxnitt uineHn ! 

I.urUi coll/ut ijdicttonjttP tiddut fttiimtHn fexto. 4 

Ed a Sens (Yonne) il clero si recava proce.ssionalmente iu chiesa prima 
del vespero, il giorno della Circoncisione vi veniva presentato di-vino e 
di salciccie, e tosto cantava la celebre seqiienfUi : 

OnnUU jHitiihttK — itflveuttti'U A*iunit 

l'tttrhfr pf foi'lMiiimx — Mu'rinis ttittiioiìinuK. 

JIps, «ir attnp, hpz! 

Ilir. iM collihK» Sirhett — emitrituM ftiih Hubru. 

Trttintiif in Jordunrtn — «oììit in IMIrhPnt. 

Ifpz. occ. 

Saltii vincit hÌnunlo« — fittnniM et rajtrPot<n<. 

So/tp)’ droinpfinrinif — vflox nnidiunrox. 

lìez, e<M*. 

Aurunt (ir Ambio — Thu« &t mirrant tir Sobo 

Tniit in Kmeìsio — \'irt(tfi o«ivoria. 

ilez. ecc. 

Dtnn trahit cehirnia — iniiito cnm sarrinnlo 

Illiitn inttn<libuìo — duro terit /Mtbalo. 

Upz, 



AelIKO 

Caricatnra patjaìui 
(Palatino - Homal 















33 


Vum ari»ih oMeum — com^iìit et ciirf/ittnn j 

Tritictmi ft pulM — neffreffiit in «mi. 

IleZj eoe. 

Amen dirng, Aitine —««fwr ej- yrninine! 

AineHf tuneu ifeni — agpernari vetern. 

ile::, eco. 

Al Unire della messa il prete celebrante in questa funzione, invece di dire 
1’ « Itp, misHa ext! » doveva — come dettava il missale ordinato all'uopo — 
tare tre ragli: « ter hiiiìiifare *, e il popolo lo imitava con grande clamore. 
Altre solenni cerimonie asinerie si celebravano in Cosenza, ed in Verona, 
a S. Maria in Organo, dove si pretendeva di conservare — in una teca 
d’argento, sotto la custodia degli olivetani — la coda dell’asino che aveva 
portato Gesù in Gerusalemme, e che — inorridito delle scelleratezze giu¬ 
dee — era poi fuggito, attraversando il mare a piedi asciutti, e giungendo 
a Cipro, a Rodi, a Candia, a Malta, in Sicilia, ad Aquileia e infine.... ca¬ 
pitando a Verona (Pietro di Corbeil). |[ Si vedono di frequente le imagini 
di sant’ Antonio da Padova e di san Germano accostate da un asino, perchè 
essi sono tra i taumaturgi risuscitatori dell’ animale. || Maometto — ac¬ 
cusato di plagiare la sacra scrittura dei giudei — li chiamò < asini caricati 
di libri » (Reinach) ; ma il suo Corano non è che una miscela di giudaismo, 
di parsismo, di cristianesimo e di gnosticismo. A lui piacque collocare nel 
suo paradiso la bestia tanto cara agli arabi, e con l’asino che portò Cristo 
in Gerusalemme vi assegnò il proprio e quello della regina di Saba. E 
come antiche famiglie del patriziato romuleo non sdegnavano di assumere 
il proprio cognome dell’asino — i Lucrezi, gli Agrippa, i Corneli, i Claudi 
— così alcune caste sovrane indiane — come quella dei Caravaduk nel 
Madura — pretendono essere procreate da un asino, e ne menano vanto 
come di arcavolo insigne. Per un equivoco archeologico la città di Bourge.s 
lia ancora per suo stemma un asino in catedra, riferenfesi all’episodio di 
Asìuio Pollione, infermo ed assediato in quella città [liiturigex), ai cui 
baluardi si era fatto portare in lettiga per rianimare i soldati con la sua 
presenza. || L’asino imaginato da Vittor Hugo, e ohe fugge dalla via della 
sapienza, e s’imbatte in Kant, interrogato dal filosofo dell’ « imperativo 
categorico » chi egli sia, risponde : « La pazienza », e dice di meritar questo 
nome perchè scende dalla cima della ragione e del sapere, dove è salito 
l’uomo. ' Con questa filatessa di facile erudizione non abbiamo voluto fare 
1’ elogio filosofico dell’ asino, già magistralmente lasciatoci da autori illustri 
(Apuleio, Plauto, Paolino, Agrippa, Machiavelli, Passerete, Shakespeare, 
Borsini, De Dottori, Gessner, Guerrazzi, Viale). Anche per l'asino si ri¬ 
scontra il « tnlit alter hnnorex » delle sue virtii, per ricordare di lui soltanto 
i mancamenti biologici e animaleschi. Se, nell'afifettuosa iperbole dell’in- 
naucorata sulamite — la quale invoca dall’ asino che riconduca presto al suo 
seno lo sposo lontano — rileviamo un riconoscimento perfino della velocità 
dell’ umile quadrupede, nel mito greco invece vediamo il vecchio Sileno, ebro 
6 inseparabile compagno di Bacco, ma anche filosofo d’alto intendimento, 
cavalcare un somarello, il cui passo è simile a quello tardo ma sicuro della 
filosofia. In effetto l’utile somiere, che non trepida sull’ orlo dei precipizi 
e nei più ardui valichi delle montagne, potrebbe ripetere — se lo pote.s8e — 


s 




:J4 

la divisa di Goethe : « senza fretta e senza riposo ». Eppure esso è simbolo 
di tardivitàj e la più frequente applicazione del traslato riguarda la tar- 
dività dell' ingegno e delle opere, quindi anche la pigrizia. Mario e Cesare 
lo indicavano come esempio a raffaccio dei soldati tardigradi. || Gli egizi com¬ 
pievano le loro vendette contro il semitico animale figurando l’ignoranza 
con una testa d’asino volta verso la terra ; Francesco Pianta — ad esempio 
— caricaturista crudele (Morasso) — pone al lato dell’ Ignoranza una testa 
d’asino mirabilmente modellata (Scuola di S. Rocco a Venezia); e In al¬ 
trettanto Paolo Veronese nella Lotta fra il Vizio e la Viriti. E la diffama¬ 
zione ebbe fortuna, perchè ormai è d’uso generale indicare la atolidità, 
l’inciviltà, l’abietta pazienza, la caparbietà e tante e tante altre male 
tendenze del povero animale, che ha forse grandi orecchie per ascoltare e 
non intendimento per comprendere {«afsinus ad lyrani »). || Inesauribile 
strumento di caricatura, il motivo dell’ asino è ripetutissimo nelle opere 
d’arte della satira di ogni tempo. Dileggiato, oltraggiato, spietatamente 
percosso, molte volte il povero animale fu anche salutato come segno si¬ 
nistro, come presso i romsuni ■ che l’avevano per infausta apparizione e 
chiamavano « colpo dell’asino » l’asso ossia il più cattivo tratto dei dadi. 
Due orecchie d’ asino si applicavano nelle vecchie scuole agli scolari ne¬ 
gligenti e per burla si dice « usignoli di maggio ». Il Buffon concluse un 
suo stridio affermando che « l’asino, dunque, è.... un asino »; e non aveva 
forse ragione l’eminente naturalista di giungere a tanta eoncluisiunctilo 
fallax, che è una nuova e immeritata contumelia alla benemerita bestia. 
Ben diversamente dalla inconcludente inferenza del dottissimo Buffon, il 
De Cherville non si peritò a dichiarare che l’asino è il più intelligente 
animale domestico dopo il cane, sul quale però ha il pregio di essere retto 
nella ragione, (v. Animali, Bue). 

67. ASOCA — Albero sacro per gli indiani, personificante il dio del- 
1’ amore, e che — secondo la credenza — fiorisce soltanto al contatto del 
piede di una bella donna. Nel drama di Kalisada, Malavika fa fiorire con 
l’albero 1’ amore nel cuore del re Agnimitra (De Gubematis). 

.68. ASPIDE — V. Berpe. 

59. ASSENZIO — Artemisia — Asteracea rupestre dalle cui foglioline 
si trae un succo amarissimo eccitante il sistema nervoso, base chimica del 
noto licore che animava i concorrenti alle corse dei curricoli nelle ferie 
latine, ed aiutò a spegnere la fiamma di vividi ingegni (De Musset, Rovani, 
Poe, Barthet, Verlaine). Figurativamente indica amarezza d'animo, affanno. 

Lacrimar sempre è.il mio sommo diletto 

Il rider doglia, il cibo assenzio e tosco. 

(Petrarca). 

« La fortuna m’apparecchiò i suoi assenzii, li quali la mia allegrezza in 
tristezza, ed il dolce riso in amaro pianto mutarono » (Bocc. Fiamm.) || 
L’assenzio è anche simbolo di austerità. Gli iniziati ai misteri di Iside 
ne andavano ornati. 



Wl. ASSIOLO — Uccello Ijiebonide migratore, alquanto simile alla ci¬ 
vetta, ma più grasso e più piccolo. Simbolo di stupidità, di stoltezza. 

Gl. asta - Segno primordiale di onore, di dignità, di autorità, di 
dominio, invece del diadema, e rimasto come attributo iconologico di tutte 
le a.strazioni ohe richiamano l'animo all’ossequio ed alla venerazione Ye- 
desi m mano ai simulacri delle divinità e dei principi negli antichi monu- 
menti. || I sabini ed i romani — prima di dare forma umana alle statue 
dei loro dei - li rappresentavano con un’asta (Yarrone), che nel loro pri- 
mordmle concetto indicava la bontà divina (Giustino). L’asta chinata 
era simbolo della tranquillità. 

G‘i. ASTRI - Gli incantesimi della natura vergine e inesplorata spie¬ 
gano perchè l’umanità pensante fu metafisica prima che fisica (Negri). 
Meglio di qualunque altro arcano meraviglioso della natura, lo splendore 
del sole, la luce della luna, lo scintillio delle stelle abbagliarono l’uomo 
primitivo che alla contemplazione del firmamento, sentendosi troppo debole 
e meschino, spontaneamente si inginocchiò e chinò il capo in adorazione, 
.gli non poteva elevarsi fino all’idea di una sostanza immateriale e invi¬ 
sibile, e nulla trovò nella natura die fosse meritevole di culto più degli 
astri del cielo. Anche la riconoscenza fu un coeflficiente di non scarsa im¬ 
portanza nell’astrolatria, perocché l’astro dava la Iure, il calore, il germo¬ 
glio della, terra, l’ordine del moto universale. Cosi agli astri — animati ed 
immortali, perchè inaltbrati — furono conferiti tutti gli attributi, i senti¬ 
menti, le qualità attribuiti alle divinità iZanotti Bianco i. Macrobio dimo¬ 
strava che tutti gli dei del paganesimo potevan ridursi al .Sole e alla Luna ; 
e per questa giusa si venne pure comprovando recentemente la ragione 
dell’origine degli dei di tutte le religioni evolute nell’adorazione dei coriù 
celesti (Arrhenius). 11 culto puro degli astri e dei pianeti ebbe il nome di 
sabisnio, che fu la più antica e la più vasta .Ielle sette, preesistente a quella 
che crede nei due principi fondamentali (dualismo) e non ancora spenta 
perchè esistono tuttora sue fiorenti propagini in varie tribù americane’ 
Dalle stelle discendevano le anime dei neonati, nelle credenze orfiche ed 
eleusine ; ancora nelle stelle si credeva tornassero le anime ; e non ebbe 
tregua la investigazione dei fenomeni astrali nel confronto della conoscenza. 
Os.servandosi l’azione parallela e simultanea di certe peculiari manifesta¬ 
zioni tìsiche con gli avvenimenti umani, si pretese dare consistenza alla 
nozione di quei rapporti, mediante norme fondamentali, da cui provenne 
1 astrologia. La superstizione avvolse entro una lucrosa caligine di assurdi 
e di menzogne quelle pretese leggi scrutatrici dei corpi 

l'he vanno eternr fra Ih ferra e il cielo, 

e tutto quanto l’uomo aveva di più interessante fu sottomesso allo studio 
dei movimenti e degli infiussi siderali. Anche ingegni superiori si applica¬ 
rono alle speculazioni mistiche sull’esempio dei sapienti dell’oriente fan¬ 
tasioso. Gli astrologi riescono in Roma a fare tacere gli oracoli del culto 
avito, 6 SI proscrivono come ciurmadori; ma quando si esaurisce il mito 
naturalistico, per inconsistenza dell’antropomorfismo poetico, l’uomo dalla 




•ÌU 

mente speculativa e desideroso doli’ ideale, nato e cresciuto nel paganesimo, 
sente di trovarsi senza una religione ^Negri); ed allora in Roma il culto 
ilei vecchi numi è sostituito apertamente da una specie di panteismo inse¬ 
gnato dall’astrologia babilonese; da una parte il cristianesimo trasforma nella 
dimora delle anime elette « il ciel cui tanti lumi fanno bello » (Par. II - 130); 
dall’ altra parte — sull’ esempio di Domiziano, di Adriano e di altri impe¬ 
ratori — si abbandonano gli spiriti in una voga maniaca al misticismo impuro 
ed istrionico che studia la simpatia e la antipatia delle stelle. (Cfr. : E. 
Baldi - Frammenti di atoria dell’ anfrologia). Agrippa di Nettesheim la- 
.sciava scritto : « Non creda chi vuole al temperamento dei sette pianeti e 
delle inclinazioni con cui esercitano il loro influsso. Non vi è cosa più 
.schietta di questa: che i vizi principali dell’uomo sono effetti di tale in¬ 
flusso, rispondenti mirabilmente ai principi delle sette stelle erranti. La 
superbia è conseguenza del Sole, inspirante ambizione ; la avarizia è l’ec¬ 
cesso di Saturno; la lussuria è la passione di Venere; 1’ invidia è generata 
dalla lingua sottile e malefica di Mercurio ; la ghiottoneria proviene dal 
buon Giove, e per essa si hanno i peccati dei servitori e di coloro ohe sono 
repleti di cibo e di salute, e l’allegria dei tedeschi e dei brettoni ; la col¬ 
lera è tutta cosa di Marte ; l’accidia ci è data dalla Luna, di temperamento 
sieroso, flemmatico, effeminato, dominato da naturali debolezze e malattie » 
[Filosofia occulta - 1633). 

Premessi questi cenni riguardanti il culto stellare e la falsa scienza ohe 
ne derivò — dileguatasi ai fulgori delle conquiste fisiche del secolo XVIII — 
più facile riesce l’esporre di quali e per quali derivazioni di pensiero il sole, 
la luna e tutta «la famiglia del cielo» (Purg. XV. 29), siano applicati 
come simboliche espressioni. 

La stella dei sette raggi è il supremo soggetto dell’ adorazione nel culto 
di Brahma. || Gli egizi simboleggiavano con la stella l’immortalità del- 
1’ anima (Pierio Valeriane); i greci la felicità e 1’ eternità; i cristiani l’in¬ 
spirazione divina; in Ogni figurazione emblematica o araldica, magnifi¬ 
cenza morale e materiale. La stella fiammeggiante del rito massonico 
francese o moderno, indica la potenza divina, che guida e conforta l’adepto 
nelle tenebre morali. |1 La nostra penisola, sottoposta all’occaso della stella 
di Venere o di Espero, per questo fu detta Esperia dagli antichi, e indiademata 
dell’astro, che — perennato nelle iconologie convenzionali e universali 
è divenuto il proverbiale « stellone » d’Italia. A noi però sia lecito credere 
— senza fatuità di nazionalismo arrogante — ohe la « bella luce » posta 
in fronte all’ imagine della Patria nostra — come anche la dipinse il Tin- 
toretto — ne significhi lo splendore eterno, la impareggiabile gloria, la 
fama immortale. Cosi sia detto di Xtoma, la gran Madre che raccolse in 
sè le forze e 1’ anima dell’ universo, pure convenzionalmente e meritatamente 
effigiata con la stella sulla fronte maestosa, fin nelle più antiche medaglie. 

La bandiera degli stati uniti del nord d’America porta un numero di 
stelle corri^ondente a quello degli stati confederati. 

63. AUREOLA — Cerchio luminoso che gli antichi collocarono attorno 
al capo d’Apollo come dio del sole, copiato poi dai cristiani che lo colloca¬ 
rono, come distintivo di vittoria, intorno al volto di Gesù, della Vergine, 



87 

degli apostoli, dei santi, degli angeli e perfino degli animali simbolici degli 
evangelisti (Sirmond). Una specie di aureola, o disco solare, attornia il sacro 
agnello simboleggiante Gesù in un sarcofago del Vaticano del IV sec. || 
Altri danno una più materiale origine alla aureola dei santi, spiegando che 
era frequente l’uso, nei secoli XI e XU, di disporre le statue sulle facciate 
esterne delle chiese, ad altezza poco inferiore del tetto; e poiché questo, 
dopo le pioggie e le nevi, continuava a sgocciolare, maculando i marmi, 
si pensò di proteggere i sacri simulacri mediante un disco di legno sovrap¬ 
posto alle loro teste. Quando Giotto cominciò a dipingere, essendo ancora 
fanciullo ed inculto, credette che quei dischi facessero parte integrale del- 
1 imagine, e li copiò fedelmente. Con il maturarsi del suo spirito artistico 
e il raffinarsi del suo gusto, il disco pieno si cambiò in un circolo, da prima 
scuro, poi sempre più leggero, più chiaro, più luminoso, fino a trasformarsi 
nell aureola di luce adottata da tutti i pittori successivi, che ne fecero il 
simbolo permanente della santità. || Sant’Agostino disse l’aureola prero¬ 
gativa di gloria. Il pontefice Urbano Vili regolò l’onore dell’aureola, 
deferendola soltanto ai santi canonizzati (1625), e ciò perchè era invalso 
1 abuso di cingerne anche il volto delle persone morte in odore di santità. 

fil. AVOIiTOIO Grosso e sozzo uccello di rapina, con il capo e parte 
del collo nudi, con la lurida sanie colante dalle narici, di vista e di olfatto 
acutissimo, che lo traggono a seguire da lontano gli eserciti ed a piombare 
poi avidamente sulla immonda preda dei cadaveri delie battaglie ; per ciò 
fu definito « iena dell’aria » e dedicato a Marte. Vuoisi che il suo occhio 
sia piu potente di quello dell’ aquila ; e la Biblia lo sceglie a paradigma 
del piu spiccato senso visivo (Giobbe — XXVIII, 7). Però dell’ avojtoio era 
più noto il fiuto, si che esso nella più innocente delle sue significazioni 
particolari, era assunto come simbolo dell’odorato. Era proverbio: 

A’os aptr anditu, linx visu, simia guslu, 

Vultur odoratu, superai aracnea tactu. 

* In Egitto quando volevano disegnar la natura nelle loro sacre figure, 
tacevano l’evoltolo, ed era la ragione di ciò, dice Marcellino, perchè tra 
gli avoltoi non se ne trova alcuno di maschio, ma tutti sono temine, come 
scrive Eliano ancora » (Cartari). In figura di evoltolo si riscontra, infatti, 
nei geroglifici Ator, una delle maggiori divinità, partecipe della Trinità 
rivelata, confuso di frequente con il principio passivo e supremo della 
creazione, e identificata con Afrodite ; nelle rappresentazioni antropomorfiche 
di questa dea l’ureo e l’evoltolo si accordano nella formazione della sim¬ 
bolica speciale acconciatura del capo. || Dicevasi pure che l’avoltoio sette 
giorni prima si portava sul luogo della futura battaglia, si che indicava il 
limite. Il In opposizione al vero, gli egizi fecero pure nell’ avoltoio il sim¬ 
bolo della misericordia. || « Dovunque sarà il carname, ivi accorreranno 
gli avoltoi » (Matteo - XXIV, 28); ed i poeti, per le qualità crudeli e co¬ 
darde dell’avoltoio, ne fecero il simbolo della avarisia, della cupidigia, 
della rapacità e della invidia: 

Vultur praeda hthians eet captaturU imago, 
fleti guani piena etiam sunt fora vuUui'ihm ! 

(Camerariiis - Symb, Ili - XXXVl). 




38 

Il Nei tosti buddistici Mèra, spirito del male, si trasforma in avoltoio per 
distogliere dalla meditazione Ananda, prediletto discepolo dell’Illuminato. || 
L’avoltoio nero (oiiltur cinerevs), fu l’insegna della Turchia prima della 
mezzaluna. Auspicando alla caduta dell’impero turco in Europa il poeta 
inglese Phineas Fletclier cantava ; « Già si abbassa e precipita con l’ali 
stanche quel nero avoltoio che volò su metà della terra e la cui visione 
fece fuggire le muse dalla sorgente nativa » (Hi331. (v. Crescente). 

ii5. AZZTTKBO — Colore primitivo o prismatico, terzo nell’ ordine della 
rifrangibilità, diffuso grandemente nella natura, essendo trasmesso dal cielo, 
dall’aria atmosferica, dalle acque. Poiché le onde marine si alterano con 
frequenza, il loro colore è stato posto a simlwlo della incostanza (Ripa). || 
L’azzurro doveva essere ignoto, o incomprensibile almeno, agli antichi, 
perchè nei poemi indiani, nella Biblia, in Omero non è detto una sola volta 
che il cielo è azzurro. Il ceruleo degli antichi greci equivaleva al nero, e 
cerulei si chiamavano le nere capellature. || Azzurri erano i vessilli della 
cavalleria romana. || Il primo colore nazionale di Francia fu l’azzurro, 
apparso come campo dello stendardo detto « cappa di san Martino » (498), 
quando i re di Francia erano ereditariamente abati di san Martino dei 
campi. Il In araldica fu usato per i blasoni di grado inferiore alla baronia; 
poi indicò la parte dei guelfi. In genere significa giustizia, lealtà, buona 
fama, fortezza, nobiltà di natali (Guelfi). 

Giovili signore, o a te scenda per luugn 
!>i magnanimi lomlii ordine il sangue 
rarissimo, celeste.... 

(Parini - MtttiiifK 

1/ Hxxiirro oltriJiiiariu «li Terra santa 

(Carducci - La ronstiUtt arafdica, 47l 

Si è oaservato il rapporto tra il colore e le arti, e taluno ha preteso lii 
riconoscerlo e di stabilirlo; è l’atmosfera che avvolge le ispirazioni e nella 
concrezione le rende squisitamente armoniche ed omogenee sotto un colore 
dominante. Per la maggior parte degli artisti tale colore è l’azzurro ; 

./« xMix luiììttì! L‘ Àzar} l'Aznr! V Azur ! Azur ! 

grida il Poij, vinto egli pure nella sua possa truculenta, ed il suo grido è 
come un tentativo di liberazione. L’azzurro è il colore più raro nel regno 
rioreale, eterno tormento, inafferrabile e disperante i)er i botanici e i cul¬ 
tori che non seppiero finora sorprenderne il secreto per le riproduzioni. || 
(v. Colori). 




66. BACCARO — Corimbifera di foglie e radici aromatiche, di aiolo 
ritto e peloso, a fiori azzurrognoli, vulgamieute detto xpecchio di Venere. 
Il linguaggio dei fiori lo indica come il termine materiale e particolare 
della adulazione. 

67. BACIO — Il toccarsi vicendevole delle labra e il confondere simul¬ 
taneamente il respiro fu, assai probabilmente, il mezzo piu naturale fra 
gli uomini per manifestare il mutuo affetto, in quel primo uscire della 
vita dallo stato selvaggio ; e il bacio trae origine dalla credenza che l'a- 
nima umana stesse nel respiro e si accordasse così il possesso reciproco 
delle anime, confondendo i due fiati. Del bacio si potrebbe scrivere a lungo, 
con argomenti squisitamente ideologici fino al misticismo e con altri reali¬ 
sticamente concreti fino alla brutalità. dai primordi delD infanzia umana 
fino alla guerra mossa dagli igienisti contro codesto asserito veicolo di in¬ 
fezioni. Nelle grandi città inglesi molti bambini portano scritto, a grossi 
caratteri, sui nastri del cappello o sui bavaglioli : « Kis me noi — non 
baciatemi ! » 

Gli adoratori del sole e della luna tendevano verso di essi le palme e 
poi le portavano alle labra (Giobbe). Il bacio alle statue, agli idoli, alle 
imagini dei santi si ritrova in tutti i riti religiosi, e « adorazione » significa 
letteralmente, nella sua radicale latina, « toccare con la bocca ». San Be¬ 
nedetto prescrisse che agli ospiti dei monasteri si desse' il bacio di pace 
(.530). Sant’ Agostino riconobbe quattro sorta di baci : di riconciliazione, di 
concordia, secondo l’uso dell’agape cristiana; di amicizia e di fede (De 
(tviiciiio). Bisanzio ebbe il culto del bacio e ne stabilì la grande importanza 
sociale mediante una legge che ratificava gli sponsali « sotius ohcvH inter- 
venUt ». Anche gli sposi lapponi si salutano con il bacìo, studiandosi di 
comprimersi mutuamente e la bocca ed il naso. Nei tempi republicani di 
Roma il marito non poteva baciare la moglie palesemente nè meno in ](re- 
senza della figlinola, e dicesi che i romani stabilissero l’uso del bacio ma¬ 
ritale unicamente per accertarsi dall’ alito se la moglie avesse bevuto vino. 
Piii tardi anche le discendenti degli austeri quiriti salutarono parenti ed 
amici baciandoli in bocca; e similmente in bocca baciavano gli ospiti le 
antiche dame di Francia. « Mi baci egli con il bacio della sua bocca » dice 
la biblica sulamite (Salomone — Cantico dei cantici — I - 1), « donde ap¬ 
parisce l’ardentissimo desiderio di lei che domanda e la grandezza del bene 
eh’ ella domanda » : cosi il comento accettato dalla Chiesa (Martini) ; pe¬ 
rocché « il bacio è simbolo di benevolenza e di anione di carità » (id.) E 
qui lasciamo riflettere alle candide lettrici se tale iuterpetrazioue del sim- 






4(1 

bolo può essere sempre accetta, nè ricorderemo i baci nati — secondo i 
sacri poeti — allor che Venere condusse siigli alti monti di Citerà il gio¬ 
vinetto Asoanio, e, adagiatolo sopra un talamo di viole, dopo avergli più 
volte cinto il collo delle sue braccia divine, temendo di turbarne il placido 
sonno, si diede, non istanca, a baciare le rose vicine j ed il roseto rendeva 
multiplicati i baci alla dea ; e fu da allora ohe l’ignoto scocco dei baci ri¬ 
suonò nel mondo; i baci umidi, come lo insegnano le candide colombe e 
come l’intese Lucrezio ; 

Juiigiiiiltiiie mlirak 
ratti pressaiìteif dettiUnu^ ora. 

• Non seguiremo i monaci del medio evo, i quali — avendo buon tempo 
jier tutto classificare — trovarono che il bacio può avere ben quindici si¬ 
gnificati, da quello di adorazione a quello d’infamia, da quello di Giuda a 
quello di Paolo a Francesca, che per motivi di ragione e di decoro è di¬ 
sciplinato secondo le costumanze e le leggi specifiche dei vari luoghi. In 
Inghilterra — ad esempio — nella patria del cani — non è ammesso l’uso 
del bacio fra uomini. Livingstone e Stanley si incontrarono dopo molti anni 
di reciproche ricerche affettuose e si strinsero soltanto la mano; non si 
baciarono (Lombroso). A seconda che il bacio venga dato sulla bocca, 
sulle gote, sulla fronte, sulla barba, sulla mano, sui piedi, rappresenta l’a- 
more, la benedizione, il rispetto, la fedeltà, la amicizia, la protezione, 
la promessa, 1’ ossequio, in rapporto alla prossimità della parentela, del 
sesso, della età, delle condizioni personali. 

Va HM</x ó- Ioni prendre. tjni estere f 

rn Hrnuent fait d'au peu [diai une proiaruMe 

lUi(» prtcùtr, 0)1 aceti (/ni cent *e rttnftrinerf 
/'li jiiaiut roitt »/«* Oli tati HUT ri dn verhe • aiiaer * , 

C* fét nu itecè'et preiid la bota he jtoiir oreilUr 
rn iuataut d ìafini <jni fati un brnU d’abeiUe 
Une conttntiuioH apant un noiit dts (teur, 

Una faron d‘ un ptu ne revpircr le corur, 

FA d*un jHiu (te f/oiitei\ au hard lerrea, ràine! 

(Hostaud - Cimila • 111). 

Dal riconoscimento del bacio tra fratelli in religione era facile il passo 
nel cerimoniale cavalleresco, onde il bacio fu una formalità a cui era te¬ 
nuto il cavaliere novello. Il « baciamento » nell’ordinamento feudale designa 
un omaggio specifico reso al signore del vassallo, e V oxculum diplomatico 
era di investitura, di soggezione, di riverenza, di clemenza, dato in fronte, 
sugli omeri, nel petto, sui ginocchi, nei piedi, nei calzari, nelle regie cla¬ 
midi, nella porpora, nelle imagini, secondo i casi. || Segno di grande umi¬ 
liazione è presso i popoli orientali del nord e in genere presso gli asiatici, 
baciare la terra, come per venerare il luogo dove pone la sua orma il po¬ 
tente che si vuole onorare. [ Anche nella laurea, insieme all' anello e alla 
berretta professionale il rettore magnifico usava baciare il novello dottore. 
Il Molto si abusò del bacio politico di riconciliazione, quando più aspre 
divampavano le contese » 

•li <|ue]' un muro etl uua iierra : 

iJ'arjf. VI - 84; 


41 

«d ancora oggi, nella Gallura montana e maestosa, si celebrano con il bacio 
le « paci » e i più diretti nemici, quelli che nel giorno antecedente cova¬ 
vano ancora nel cuore l’ulteriore vendetta, si baciano alla luce del sole, 
nella vastità della piazza gremita, davanti al Cristo crocifìsso. || Il moder¬ 
nissimo Begas, per esprimere in marmo la scintilla elettrica, scolpi il 
bacio, scintilla della vita e dell'amore. || Anticamente si credeva anche 
ohe il bacio ai moribondi liberasse dolcemente l’anima dal corpo, onde 
forse l’espressione « addormentarsi nel bacio del Signore ». || Discussero 
canonisti e giuristi sul bacio dato per violenza, luogo comune in Arcadia. 
Risponde Amarilli ; 

Hnoca baciata a t'orba 

Se ’l hacin sputa, o^i vergogna amiiionsa. 

(Gnarini - Il pasior pdo - HI). 

Presso alcuni popoli di colore — i papuani, i neozelandesi — si ignora il 
bacio (Lubbok), e nel Giappone i bambini lo temono, il che fece dire a 
Rdyard Kipling che non vi è nulla di più serio che l’infanzia giapponese 
(Cfr. la elegante descrizione lirica e sensuale del bacio fatta dal Guarini 
- l’astor fido - II - coro; F. Fizzeffi. Il libro dei baci; K. Tedeschi - 
L’origine del bacio). 

1)8. BASIliE — Stromento elementare delle operazioni agrarie 6 co- 
•struttive ; arme simbolica professionale. 

Griu il saggio giardinier rirreuda 1* arme 

E gin rompa e rivolga. 

(.Mamanni), 

Attributo delle figurazioni proprie della ag;ricoltnra, della costruzione, e, 
araldicamente della fatica guerriera, della vita laboriosa (Ginaunì). 

69. BAFOMETA — Idolo di figura umana con una o due teste barbute 
e con attributi feminili nel corpo, impugnante la chiave a forma di croce 
B attorniato da astri e da segni comuni nelle pratiche 
massoniche, t^uesta stravagante figura fu anche re- 
l entemente rievocata nelle polemiche dei partiti po¬ 
litici, come simbolo di pervertimento del culto. 

Veniva rimproverato ai templari, come seguaci del¬ 
l’abietto gnosticismo idolatra, e come simbolo della 
voluttà contro natura (Hammer); opinione che fu 
oppugnata, non ravvisandosi per taluno nej Bafometa 
che r anagramma di Maometto (Raynouard). 

70. BALENA — Che il profeta Giona, partito da 
Giaffa sopra una nave e buttato nelle onde, fosse 
trangugiato da una balena dalla quale, dopo tre 
giorni, per comando di Dio fu vomitato alla riva 
sano e salvo, cosi da riprendere la via di Ninive per esercitarvi il suo 
apostolato, è avvenimento del quale discutono ancora e discuteranno per 
molto tempo gli esegeti e gli zoologi. Negano costoro che sia possibile alla 
balena — per la angustia dell’esofago — inghiottire e trattenere il volume 







42 

ili una creatura nniaiia, e parlano di altre « smisurate ceti » o tiseteri. Al- 
l’iconologia cristiana servi la balena torse non .tanto per l’episodio di 
Giona, quanto perchè simbolo del male, che attira gli uomini alla danna¬ 
zione e chiude le porte dell' inferno, come essa attira i pesci in folla tra le 
sue mascelle quando apre la bocca smisurata. || Maometto accolse nel suo 
paradiso la balena di Giona. |: La balena è il più particolare attributo del- 
l’ oceano, non ponendosi mai nelle allegorie dei mari le urne che si pon¬ 
gono in quelle dei fiumi. i| Nelle caricature politiche del secolo XIX la 
balena fu adottata come il simbolo della ingorda egemonìa navale inglese, 
la quale — però — non è nè timida, nè grave, nè lenta, nei suoi movi¬ 
menti, nè presto stanca come il cetaceo gigantesco. 

71. BALSAMINO — Pianticella di olezzo aromatico, le cui valve sono 
costituite di nervi ohe si ritraggono e si prosciugano nello sviluppo, e ad 
un dato punto scoppiano e si rompono. Per questo squilibrio naturale 
il fiore fu anche chiamato dai botanici Impatimis. ed è quindi simbolo 
della impaxienza. 

72. BANDIERA — « Vi sono simboli in cui l'uomo vedo o crede ve¬ 
dere una chiara parvenza di ciò che altrimenti sarebbe inaccessibile, e ne 
rimane non pure attratto, ma soggiogato e vinto, onde il simbolismo può 
dirsi, senza abuso di metafora, il fratello carnale del misticismo » (Mar¬ 
chesini). Di questi simboli la bandiera è indubitatamente l’esempio più 
perspicuo. Sia il vessillo dal serico lembo lussuoso, o lo stendardo di tra¬ 
liccio improvvisato nella concitazione delle moltitudini volenti ; sia il drappo 
consacrato all' idea della Patria o il piu modesto gonfalone del sodalizio, 
ossa è sempre 1’ « idealizzazione » della materia e non la « materializza¬ 
zione » della idea ; perocché parla per il passato del patrimonio delle me¬ 
morie, per il presente come monito dei doveri, per l’avvenire della fedo 
e delle speranze mallevadrici delle opere; patto sociale di amore e di 

sacrificio per il bene comune, promessa di forza e 
di soccorso nei giorni della sventura. Simbolo, quindi, 
per definizione pienamente rispondente al duplice bi¬ 
sogno, psicologico e logico ed a cui non è mai estraneo 
1’ atteggiarsi del sentimento, come insegna il filosofo 
del « simbolismo nella conoscenza e nella morale ». 
Il Tu due passi danteschi si vuol riscontrare l’au¬ 
spicio del tricolore d’Italia (Piirg. XXIX - 121 - e</. 
XXX - 31). j' La bandiera nazionale italiana è con¬ 
cessa come ornamento dello scudo agli officiali supe¬ 
riori di terra : in numero di sei ai comandanti i 
corpi d’armata, di quattro ai tenenti generali 
semplici, di due ai maggiori generali. 

78. BARDANA — Erba officinale cardacea a grandi foglie irsute, di cui 
si velavano il viso coloro che nei teatri non volevano es.sere riconosciuti. 
D linguaggio dei fiori le attribuisce il simbolo della importunità. 











43 

74. BASILICO — Erba orticola lortemeute aromatica, pervenutaci dalle 
regioni calde; sapido ingrediente della cucina, specialmente ligure. Benché 
la sua etimologia lo designi come pianta regia (Zambaldi), e gli erboristi 
lo dicano « regio per la prestanzia dell’ odore, per il quale è degno della 
casa regia » (Durante), il linguaggio floreale lo elenca come simbolo di 
povertà onesta. i| In alcuni paesi è ritenuto benefico perchè respinge gli 
sjiiriti maligni, ed è coltivato con cura nei vasi dei balconi. i| « Cantar il 
basilico » e antico proverbio che vale il nostro « raccomandare alle forche », 
cioè imprecare maledizione : e viene dalla superstiziosa costumanza con 
che anticamente seminavasi questo erbaggio, caricandolo d'improperi! perchè 
nascesse più abbondante e più bello » (Monti - Comento a Pernio ~ Sat. IV). 

75. BASILISCO — Esiste il liasilisco, genere di sauro dal dorso e dal 
capo crestati, innocentissimo e a cui non si può far carico delle nefande 
l)irbanterie attribuite all’ omonimo orrido mostro della 
antichità sfrottoleggiante. Il basilisco, appena accen¬ 
nato da Aristotele, ma descritto da Plinio, Dioscoride, 

Nicandro, Galeno, Solino, Eliano, Avicenna, Scali¬ 
gero, e da altri, doveva necessariamente esistere in 
natura perchè ricordato frequentemente nelle sacre 
carte ; negarlo sarebbe stato eresia. « E1 basilisco è 
tanto venenoso che secca e consuma l’erbe intorno 
dove lui sta » (Savonarola - Pred. XIV). l| Lo si 
diceva generato da ova deposte da galli vecchi, 
congiuntesi col rospo, e covate da serpenti. La pinna 
elevata o piccola cresta del capo gli conferivano di¬ 
gnità di corona, onde il suo nome (in gr. : basiliskos. 
tradotto in latino: ref/nlun, piccolo re); doveva avere 
becco adunco, otto piedi, coda serpentina, sguardo letale che dava morte 
a tutti gli animali, e col fiato isteriliva la vegetazione e spezzava le pietre. 
Plinio affermav’a die il solo modo di ucciderlo era presentargli uno specchio 
perchè dalla sua stessa imagine egli ricevesse il colpo letale; ed al basi¬ 
lisco che cosi moriva, paragonava sè stesso il trovatore Aimeri di Peguillan, 
i» un canto del suo struggente amore. .Se, pertanto, nessuno mai potè 
v'eder vivo un ba.silisco, lo trovò offerto all’ammirazione del publico — e, 
naturalmente imbalsamato — nel museo del conte Mascardo di Verona il 
''ieggiatore Misson ; e si spiega agevolmente il « trucco » parabolano, me¬ 
diante le varie applicazioni artificiali di altre parti (Panimali ed anche di 
smalto ad una raia, specie comainissima di pesce del nostro mare. (Cfr. : A. 
bc&rl&tti - Xoolof/ia xtrovagante), || Nell’antico Egitto l’ureo — o basilisco — 
era simbolo di eternità, poiché uccidendo egli tutti gli altri animali pa¬ 
reva a lui solo riserbata la vita e la morte, e, confondendolo nelle costru¬ 
zioni ornamentali con l’aspide, lo ponevano in capo agli dei. Ancora con 
l’aspide o con la cerasta, vipera cornuta, si identifica il fantastico e for¬ 
midabile subietto zoologico della Biblia, sempre simbolo di distruzione, di 
miseria, di terrore. {Salmi XCI. 13 - Prov. XXIII. .32 - Geremia ^TII. IT). 

>1 I sacerdoti egizi ponevano anche « questo animale per la calunnia, perchè 
si come il basilisco .senza mordere da lontano è pernicioso all’uomo < 5 ol 

















44 


suo sguardo, oosl il calunuiatora induce fraudoleutemeiite l’accusato » (JRipa) 
e « col fiato leggero, e non col morso uccide l’uomo » (Garzoni), jj La città 
di Basilea — cosi nominata da Giuliano l’Apostata in onore della madre 
Basilina — ha assunto, forse per consonanza, il basilisco come proprio 
stemma ed elegantemente lo prodiga in tutti i suoi publici edifici. 

76. BASTONE — Stromento che serve di appoggio, di difesa, di mi¬ 
naccia, di offesa, di comando. Nella leggenda cosmogonica indiana il pra- 
mantha è il colossale bastone agitato, creatore dell’ ambrosia celeste e del 
fuoco vitale, ossia il principio della vita universale, analogo alla ferula 
di Prometeo, rapitore del fuoco degli dei (De Gubernatisi. || Esoulapio ha 
il bastone nodoso per dimostrare la difficoltà della medicina. 1| Gli am¬ 
basciatori che si recavano a parlamentare presso il nemico portavano ba¬ 
stoni sacri significanti il rispetto per la missione loro, riconosciuto dal 
diritto delle genti. || Bastone e blauta erano contrassegni della filosofia 
cinica. Il Si spezzava un bastone : in segno di irreparabilità della pena, 
davanti al condannato a morte. 

I giudioi voi siete : 

Giudicate ! spessiate altin la verga ! 

Cliianiate a temx>o con P accetta il labbro, 

E s' eriga il patibolo. 

(Schiller - Maria Stuarda. I - trad. Maffei). 

Spezzavasi ancora il bastone in segno di dispregio ; in segno di sdegno : 
es. : nello « sposalizio della Vergine di Baifaello il nobile giovane Acabbo 
spezza il giunco per essere stato posposto a san Giuseppe » (S. Ricci). |j 
Il bastone aveva una parte simbolica nei contratti di lavoro. In alcune 
medaglie antiche la Libertà tiene in mano la verga con cui i padroni ma¬ 
nomettevano gli schiavi. Nella cerimònia della manomissione, gli schiavi 
manomittendi facevano una giravolta innanzi al pretore, il quale li toccava 
con la verga detta « vindicta, eo qtiod vindicahat in libertatem » o da Vindicio, 
« nome di quello schiavo di poi fatto libero, che scoperse la congiura dei 
Tarquinii sotto il consolato del primo Bruto » (Monti). Ancora oggi nelle 
campagne del Morbihan (Bretagna) i giovani campagnoli che accorrono alla 
fiera per trovare lavoro nelle fattorie, portano una lunga bacchetta scorti¬ 
cata, e la spezzano appena assoldati, considerandosi obbligati al datore di 
lavoro. Il L’antico vincastro di Pan indicante il governo (Boccaccio), e 
ritorto per simbolo dell’anno che si ritorce in sè stesso (Servio), conse¬ 
gnato da san Pietro a sant’ Ermacora, diventa il segno della consacrazione 
episcopale o abasiale ( « Accipe hacuhim pastoralis offrcii. ut sia in corri- 
gendis vititu pie Haeviens.... »). || Il bastone eburneo — o ncipio eburneus — 
sormontato dall’ aquila era uno dei segni della potestà consolare, e si usava 
farne dono dal senato ai re ed ai popoli alleati ed amici (Dionigi d’Ali- 
camasso). || Una verga incurvata — o lituo —"portavano in mano gli auguri, 
simbolo del presagio : « Lituus est virga brevis, in parte, qua robìistipr est 
incurvns, qua augures utuntur » (Gelilo - V - 8). || Il bastone ricurvo è 
proprio degli attori antichi e piu conviene a Talia, che è ancora presi¬ 
dente agli studi campestri e all’agricoltura» (Visconti). || Portava un ba¬ 
stone il re Giano, come protettore dei viandanti, ed i rapsodi omerici che 









45 

trascorrevano l’ Eliade recavano un bastone giallo se cantavano l’Odissea, 
rosso se cantavano l’Iliade. || Il bastone — o bordone — era pure simbolo 
di peregrinaggio e di esilio; ed i reduci di Palestina lo inghii-landavnno 
di una palma: 

Voglio anche, e se non aorit-ta, almen dipinto, 

Che il te ne porti dentro a te, per quello 
Che si reca il hordon di palma cinto. 

(Purg. XXXrn - 76). 

Il bastone di maresciallo — che, tradizionalmente, « ogni coscritto porta 
nella giberna » — è l’insegna del maggior grado militare francese, e data 
da Francesco I. È una specie di scettro ricoperto in velluto azzurro cupo, 
terminato da due cerchietti d*oro. Prima della rivoluzione era cosparso di 
fiordalisi, sostituiti, durante 1* impero, dalle api napoleoniche. Anche in 
Austria si uso portare il bastone di maresciallo. |] L’uso del bastone negli 
uomini è antichissimo I le spalle di Tersite ne fanno testimonianza. Le 
donne usarono la mazza maschile, lunga, snella, con il manico istoriato e 
con nastri svolazzanti, all’epoca delle alte parrucche incipriate e dei nei 
provocanti. Il Chapus — arbiter eleganfiamm — trova che il bastone non 
è elegante come oggetto leminile. Al contrario oggi esso, insieme alle altre 
frivolità copiate, è comandato dalla Moda. 

Jt eH live déesge ivcosiunie, incommode, 
bizurre davs gas yoiita, folle eii se» oniumeiite». 
lini purait, filli, reoient et nait davi toiis le» temp», 

Protee était soli pére et »rm noni c’ e»t la Mmie. 

(BeliUe). 

77. BELLA DI NOTTE — v. Gialappa. 

78. BENDA — .Striscia di tessuto avvolgente il capo o gli ocelli. La 
usavano i re a teggia di corona e i pontefici sacrificatori, e se ne ornavano 
i simulacri della vittoria. Di certe bende speciali dette vittae s’acconcia¬ 
vano il capo le matrone come contrassegno di pudicisia, e di esse non 
ardivano coprirsi le cortigiane, per le quali Ovidio lanciava il verso: 

tènie procul, vitine tenuen, iììsiguin, piuloì'Us 

{De aHe - V. 34). 

Quest uso fu trasmesso alle religiose della cristianità, che abbassano gli an- 
tichi mulierum velamina sugli occhi, per non vedere le follie mondane. Non 
portavano benda le donne nubili al tempo di Dante, il quale cosi accenna 
a Gentucca Moria, non ancora maritata a Buonaccorso Fondora di Lucca : 

Femina « nata, e non porta ancor benda. 

{Purg. xxrv - 43). 

Nella confermazione con l’unzione del santo crisma si impone la benda, 
che si dovrebbe portare almeno ventiquattro ore, secondo gli ordinamenti 
del concilio di Chartres (15‘2G). || L’amore, la fortuna, la giustizia, impu¬ 
tati dagli nomini di inguaribile cecità, sono sempre raffigurati con una spessa 
benda sugli occhi j e per tale concetto la benda è il segno meglio parlante 
dell errore. || Nell’araldica si chiama tortiglio la benda che circonda la 
testa dei mori, come quelle attortigliate d’ argento che accantonano la croce 
rossa di Sardegna. 


l(i 

79. BEBiILIaO — Pietra preziosa della varietà degli smeraldi, di color 
verde marino ; una delle dodici gemme dell’ efod, indumento superumerale 
dei sacerdoti ebrei, rappresentandovi la tribù di Iffeftall, posta terza nel 
quarto ternario (Giuseppe Flavio). Si attribuiva al berillo indiano, pietra 
erotica per eccellenza, la potenza fulminea del talismano, atto a ravvivare 
l’amore nell' obietto de.siderato. 

80. BERRETTA — Copertura del capo di materie e di maniere diverse. 
Pres.so i romani (pilenisj simbolo di libertà, (es. ; nella medaglia di Bruto, 
fra due pugnali, con la leggenda: « idibvx martiis »)', quando in Roma si 
liberavano gli schiavi — obbligati alla tonsura permanente — ponevasi loro 
in testa il pileuH, fin che fosser cresciuti i capelli; Plauto allo schiavo di 
ima sua comedia pone in bocca l’augurio di poter finalmente coprire il 
capo raso. Anche gli schiavi scelti da vendere erano però esposti sul mer¬ 
cato con una speciale berretta (Gelilo). 

Haev mera lihei'taa, ìuinr iì<fhis pilea doiutut. 

(Persio - A Cvrtutto). 

Questa significazione di emancipazione attribuirono alcuni erroneamente 
al berretto frigio adottato dai demagoghi sanguinari della rivoluzione fran¬ 
cese. Il berretto rosso di lana era molto comune nella infima società di 
Parigi, forse a cagione del poco costo, e per questo divenne il segno elo¬ 
quente della volontà della folla che aveva rovesciato l'antico regime ; la 
portarono come una corona civica gloriosa i soldati ammutinati di Nancy, 
poi liberati e festeggiati a Parigi (1790); e il pittore David — per drap¬ 
peggiare classicamente la imagine della Iiibertà, le diede il berretto all’ uso 
di Frigia,' come si scorge nelle statue antiche. || In altri tempi, la berretta 
rossa era invece distintivo di patriziato (Firenze). In un sonetto, descri¬ 
vendosi una veglia datasi al palazzo arciducale, presso la corte lorenese, 
si legge: 

Chi la berretta o il camiciotto rosso 
Posto non a* era, se n’ andò in 8itoriio 

(Cofìice maruceltìnìto - C. 206j, 

intendendosi che chi non era nobile di razza doveva restare nella stradu- 
cola di Sitorno, posta a canto di palazzo Pitti. |, Molti potentati si vedono 
ritratti con il berretto : Giustiniano lo portava fregiato di perle, ed anche 
alcuni re di Francia. La berretta papale bianca ai chiama oai?;a«7’o; quella 
del doge di Venezia, dorata, corno; quello cardinalizio e prelatizio, zuc¬ 
chetto; quello dei preti, evònimo, per la somiglianza con il frutto a lobi di 
questa pianta. || Il berretto quadrato è ancora insegna di laurea presso 
alcune università straniere. i| Momo, dio dei buffoni, scacciato dal cielo 
per la sua mordacità e salacità, aveva il berretto a sonagli; come quello 
portato dai suoi protetti delle corti, simbolo della follia (v. Aquilegia). 

La berretta gialla contrastingueva in alcuni luoghi gli israeliti. || Quella 
verde veniva imposta ai colpevoli di fallimento commerciale. |1 A Parigi 
continua a celebrarsi — se bene più pallidamente ohe per il passato — la 
festa tradizionale delle sartine e delle modiste, le midinettea o Caterinette ; 
poiché è appunto il giorno di santa Caterina (25 novembre) che le gaie i* 
gentili oiieraio dell’ago salutano il venticinquesimo compleanno delle coni- 












pagne di lavoro, offrendo loro una cuffia o berretta ricamata ; e durante la 
cerimonia cantano: 

O boìme nainte Cntlienue, 

qu* ìiìi joìi {fui^Oìf, 

À{/u7it rfìnarqufi wn tourvur^: 

Hienfot {tu' fnsap nlutHdouueì’ 
f.fS ttOllJ' MohìM qlt’tt ViUff ('itìff'urc 
Jaifin j’ttìitnÌM taut à (ìounn\ 

Ma — ripetono melanconicaniente le effemeridi odierne — vi sono troppe 
Catarinette ancora zitelle e senza speranza. Mimi Pinson lia latto il suo 
tempo. 



aS. BIANCO — E legge fisica inequivocabile che, sovrapponendosi tutti 
1 colori dello spettro solare, ne risulta il bianco, cosi che qaiesto colore 
scroccherebbe, senza altra ragione fuor ohe quella della vieta ignoranza, 
un posto di dignità nella gamma cromatica, come rappresentante : la sem¬ 
plicità, la virginità, la purezza, il candore, il pudore, l’innocenza, la 
verità, l’onestà di vita, la probità e congeneri altre virtù che elevano 













48 

lo spirito dell’ uomo e lo rischiarano con la interiore luce di una coscienza 
superiore. |' I negri della Guinea vedono bianco Bossum, deità principale, 
principio di bene, e lo contrappongono al nero, colore demoniaco. San Cle¬ 
mente d’Alessandria dice il bianco « tintura veritatis » {Pedag. II. J Bianca 
era la toga dei candidati (candida), per dimostrare la purezza di coloro 
die aspiravano a pubblici offici, e si imbiancava con un appareccliio di 
creta: Fit foga addita creta candùlior (Isidoro - XIX - '241. 


Te Spee, et alho rai'a Fidetf colit 
Velat/i panno, 

(Orazio - Od. 


I . 35, 21). 


Di bianco stavano vestiti i catecumeni dopo il lavacro battesimale, per 
sette giorni. Dante imagina il primo gradino del Purgatorio (penitenza), 
di «bianco marmo» (Purg. IX. 95), simbolo della contrizione (Anonimo 
Fiorentino); e nella triplice carola delle virtù teologali simboleggia la fede 
nella donna candida come «neve teste mossa « (/’ht^. XXIX. 126). L’A- 
rio.sto afferma: 

Non i>ar che Uagli antichi si dipinga 
La sauta ITe* vestita in altro modo 
Che d’ un vel bianco, che la copra tutta 
Che un sol punto, un sol neo, la può far brutta. 

{Ori. fur. XXXI - 1). 

E bianco, nella mirifica apostrofe carducciana al tricolore d’Italia è « la 
fede serena alle idee che fanno divina l’anima nella costanza dei savi ». 

Bianca è la bandiera della tregua invocata dall’ esercito nemico, della 
pace, del perdono, di tutto ciò che è schietto, ò buono, è bello: 

Il morbo inlnria, 

Il pan ci manca ; 

Sul ponte sventola 
Bandiera bianca.... 


Sono i versi pieni di lacrime di Arnaldo Fusinato, durante l'agonia dell’eroica 
Venezia, bombardata dal generale austriaco Gorkowsky (1849). || Bianco era 
il vessillo del console romano. || I re francesi adottarono il bianco per il 
loro stendardo allo scopo di distinguerlo da quello degli inglesi, i quali 
ai tempi di Giovanna d’Arco avevano abbandonato il bianco per adottare 
il rosso, già dai francesi assunto quando i re erano divenuti abati di 
.S. Dionigi (<)30), in sostituzione dell’azzurro precedente. ;i II bianco era 
il colore dei guelfi. {| Nell’ evo medio usavano il gonfalone bianco le terre 
il cui patrono era vescovo. || Il bianco fu però anche emblema di sedizione, 
quando lo inalberarono gli ugonotti (sec. XVI). Le antiche regine vedove 
francesi — meno Anna di Bretagna — vestirono tutte di bianco, in segno 
di lutto, d’onde l’appellativo di « regine bianche ». |) Ai prodromi della 
rivoluzione si adottarono il rosso e l’azzurro (1788), ma La Fayette, non 
desiderando che la nazione si ribellasse del tutto al reame, volle che al- 
1’azzurro (cappa di S. Martino) e al rosso (orifiamma di S. Dionigi) si ag¬ 
giungesse il bianco dei reali, e così ebbe origine il tricolore francese « che 
fece il giro del mondo ». || Presso i popoli della Terra del fuoco il bianco 
è il colore di guerra e il ros.so quello della pace. || In araldica v. Argento. 
Il (V. Azzurro, Colcn-i, Rosso), 










^*■1 


biancospino — SpitKilhii — Lieto arbusto die — per l’alito 
precursore delle radici sotterranee, impazienti di erompere nel sole di aprile 
in virgulti, in fioretti bianchi, in jirotumi — reca il saluto augurale della 
mite stagione. Simbolo di sperauEa, fin dai tempi dei trogloditi, che co¬ 
privano di rapii di biancospino le salme dei parenti, giudicando la morte 
non essere che un trapasso ad una esistenza futura senza piu separazione 
di anime (Diodoro Siculo). |j Un ramo di biancospino diede Giano a Carna, 
liellissima ninfa, quando • l’ebbe violata e comandata poi a vegliare alle 
l>orte, come dea dei cardini (Ovidio). |i In Atene e in Koma si facevano 
tede nuziali di biancospino e se ne sospendevano rami alle finestre dei 
neonati ed alle culle (Ovidio - Kiisfì VI). || Nelle giostre e nei tornei il 
cavaliere sconvolto di passione d’amore esprimeva con il biancospino la sua 
speranza di conquistare il cuore della dama sospirata. |; Nei Pirenei un 
mazzolino di biancospino fiorito è sempre sospeso alla piccola croce che si 
pianta, nel maggio, nei campi o si attacca agli alberi cui si marita la vite, 
per augurio di messi e vendemmie opime (Maranesi). || I turchi nella loro 
favella tìoreale ritengono l’offerta di un ramo di biancospino come la ri¬ 
chiesta di un bacio. {| In Francia la leggenda che la corona del Reden¬ 
tore fosse di biancospino, diede ad esso il nome di « spina nobile ». 

85. BIFRONTE — L’allegoria della doppia fronte o della doppia faccia 
e ordinaria nelle erme di re Giano, è variamente interpretata. Vogliono 
alcuni che essa significhi il dono della scienza del 
passato e del futuro, otteputo da Saturno, persegui¬ 
tato da Giove e regalmente ospitato da Giano. Altri 
affermano che poiché a Giano è dédicato il mese di 
gennaio, viene espressa con la doppia fronte la con¬ 
siderazione dell’ anno trascorso e di quello che sta 
per inaugurarsi. Comunque la figurazione si può tra¬ 
durre nel sintamma di passato e avvenire è nel si¬ 
gnificato della previdenza. 

Debì)e 1’utile storia aver tlue faccia, 

Cna rivolta a ciò che iin tempo avveune, 

R r altra all' arv'enir, sicché le traccie 
Di ciò che avverrà poi «la lungi accenne. 

fCasti - ylirtDr. pari. XVl). 

I sapienti di allegorie fanno bifronte la Teologia ; 

« le due faccio con le quali guarda il Cielo e la Terra dimostrano che, 
come disse sant’Agostino a Volusiano, tutta la Teologia è fondata nel ri¬ 
guardare continuamente e amare con perseveranza Dio, e il prossimo » 
(Ripa). Ij Bifronte è la frode, in alcuni autori, a dimostrare la diversità 
dell’animo apparente e dell’animo reale. 

86. biga Cocchio tirato da due cavalli, chiuso davanti e aperto 
po.sterionnente ; ripetuto nelle monografie romane (n-f/enfiim biyatvm. ^ 
Livio). Su di esso si rappresentavano alcuni dei. Simboli della vittoria 
nelle -medaglie e nei monumenti. 



4 

















5(1 


87. BIGIO — È il grigio, cinereo, « tinto più che perso » della « pe- 
trinn ruvida ed arsiccia » in (;ui Dante simboleggiò la confessione, (Ano¬ 
nimo fiorentino), nel secondo gradino della porta del Purgatorio (Piirg. IX - 
97). Di questo colore livido e indeciso si valevano gli autori per sfon- 
deggiare argomenti infausti. Es. : P iconologia della pestilensa, durante la 
quale il cielo si vedeva bigio (Ripa). j| (v. Colliri). 


88. BIIiAlTCIA — Istromento paradigmatico di equilibrio, l’attributo 
della giustisia; della equità; della moderasione; della legge; delle loro 
tradizioni mitografiche di Temi, di Astrea, di Dice, dell’Erinione geriua- 
nico; della ragione, ed anche — teoricamente — della politica. 

Equilibrando Temi 
Il ine/.Ko cogli estremi. 

(Majiza - nyuaylianza civiìe). 


I maomettani di Persia imaginavano che i corpi degli uomini saranno 
contrappesati su due grandi gusci, quello della luce e quello della tenebra, 
nei quali simboleggiavano il gfindisio finale. In alcune medaglie impe¬ 
riali si vedono tre dee con la bilancia e con la cornucopia, e rappresentano 
la moneta, con le tre sorta di metalli usate nel suo conio, oro, argento e 
rame. i| La bilancia o libra è il simbolo dell’ equinosio autunnale e del 
settembre, per denotare l’eguaglianza della durata del giorno e della notte. 
La favola dice che questo segno zodiacale è quello di Astrea, ritiralu.si nel 
cielo nel secolo di ferro. Per lodare l’equità di Augusto, Virgilio gli pre¬ 


dice ch’egli, dopo la morte, occuperà il segno della bilancia {Georg. 1). || 
Anche il dubio ha tra i suoi iconografici attributi la bilancia, indicante 
l' alternativa. i Porta pure la bilancia l’ arcangelo Michele, come giusti¬ 
ziere degli angeli ribelli. || L’insegna della consorteria dei bassi fondi 
napolitani, la camorra (perfida importazione spagnola) è, per colmo d i- 
ronia, una bilancia in campo partito bianco e azzurro (F. Guyot - lìivista 
dei paexi latini, 1911). || La bilancia comunemente usata nei sintammi ico¬ 
nologici è quella costituita dal fulcro verticale e dalle braccia bilicate, da 
cui pendono le due coppe di confronto. In molte bi¬ 
lancio antiche vedesi sul cimazio del perno la testa 
di Mercurio, che presiedeva alle misure ed ai pesi 
come dio del commercio. 


89. BISACCIA — Simbolo dei giieu.r, o nobili 
pezzenti dei Paesi Bassi, insorti contro l’oppres¬ 
sione degli spagnoli. La bisaccia era coniata nella 
moneta del loro riconoscimento, attraversata da due 
mani intrecciate, e nel lato anteriore portava l’eliigie 
di Filippo II: esemplari: nel museo numismatico di 
Berlino. || Una bisaccia o borsa si vede non di rado 
in mano a Mercurio, simbolo del gnadagrno. || La 
borsa piena e legata indica parsimonia. || Con la 



I 


UISACCIA UBI ■ IICKIIS • 

borsa della carità si usa dipingere Giovanni l’Elemosiniere, prete ale.ssan- 
drino molto benefico (sec. VI), e Giuda di Cariot, per ricordare i trenta 
denari del suo tradimento. 











9(1. BISMALVA — V. Altea. 


51 


91. BLAXITA ■Specie di pianella dei greci e dei romani, irsatii per 
ostentazione dai pedissequi di Antiatene, e quindi passata nella tradizione 
come il contrassegno della scuola cinica iv. iinstiniei. 

92. BOCCA DI IiEOIfB — v. Auiin'hnt. 

9.1. BOBiBrACIN^A — v. Manco. 

9-1. BOB.SA — V. Uisaccia. 

■V 

95. BOSSO — Arbusto di durissimo tronco, vigoro.so nell’ombra: 

n ohiuso e c'r6s)n» hosxo al vento ontlegjjin 

(Polidano - liì/u. 1 - 2M|. 

con il fogliame perennemente verde, ed indica — secondo il linguaggio 
boreale — fermezza, stoicismo. 

9(i. BOTTON D’ORO — v Huinincolo. 

97. BRACCIA — La braccia incrociate (brachia decannato) in segno di 
umiliazione e di preghiera sono l’emblema dei conventuali. Braccia de¬ 
precanti poste verticalmente, con le mani all’ in su, si trovano anclie noi 
geroglifici; 

m-iolse al mio petto la croce 
Ch'io tei .li me •inamln il .lolor mi vinse. 

IV'iri/. V. lift). 

Megli antichi monumenti degli ermafroditi, questi sono rappresentati con 
un braccio sotto il capo, segno della loro mollezza. Con le braccia usano 
i marinai tracciare un altabeto convenzionale, che si interpetra a distanza, 
e nel quale le braccia, in date posizioni, formano le lettere, trasmettenti 
paiole o frasi con la loro successione. {| In araldica si dice desfroclieria il 
braccio destro movente dalla .sinistra, e xiin.nfrocMerio quello sinistro mo¬ 
vente dalla destra. 

98. BRACCIALETTO — Cbietto ornamentale antichissimo, di metallo, 
d avorio o d’altra materia, portato sopra il pugno o sopra il gomito da 
uomini e da donne, e presso alcuni popoli orientali anche alle gambe. Presso 
i romani (armitla) era distintivo di valore militare, come vedesi in una 
i.scrizione figurativa che porta due braccialetti di decorazione con le parole : 

« L. .[utoniux L. F. Fabiux t/iifi<lnitnx donutux torquiìmx annitlix ah Ti- 1 
heriii Caesare bis » (Gniter), 

99. BUCANEVE - v. dalaato. 

KKi. BUE — < l^iiod licet .Jaiù, non licet bori » canta l’antica sentenza, 
perchè a dir bue si indica grossezza d’ingegno, povertè di spirito, forza 
rozza e balorda. 

Or vo’ njriù, or vo* 'u«ue, 

K soli pur ««•injii’G Im*. oom’ o^iun sBjitf. 

<HotriirrM - b'rutUtttn. " 







62 

Alleile il povero bue — fratello di lavoro e di disgp-azia dell’ asino — come 
l’asino paziento e indefesso, è acerbamente diffamato. Non vale a lui ros¬ 
sore stato testimone della natività di Zoroastro e, nella leggenda iranica, 
di quella di Gotamo nella tradizione indiana, di aver rappresentato l’anima 
del grande Osiride nei riti dei furbi sacerdoti egiziani. Non vale il reli¬ 
gioso rispetto che n’ebbero i persi, e i greci, e i romani che non immola¬ 
vano Imoi già aggiogati, le cui fatiche erano di tanto vantaggio. Benché 
por i romani il bue, il toro e il vitello fossero i migliori doni del vitti¬ 
marlo, specie se di color bianco, quali li offriva l’Umbria opima, i buoi 
addetti alla cultura dei campi non si sacrificavano. 

A bove ttufcinli cultros removt^re miìiiàtri. 

, iìoA uiutt iffuacuiH mcrificate suew 

Apfit juffo cervix non est feritnda •laecu't'i. 

' Vivai et in dura eaepe labortt hìuno mecurì. 

(OviiUn - Fasti). 


Il bue Api doveva essere nerissimo di corpo, con un segno bianco e qua¬ 
drato sulla cervice, e sul dorso la stigma di un’aquila; doveva pure avere 
sotto la lingua un nodo in forma di scarafaggio, sul 
fianco destro un segno bianco di luna crescente e 
doppi i peli della coda. I furbi sacerdoti egizi se 
trovavano alcuni tipi che avevano alcune di queste ca¬ 
ratteristiche sacramentali, sapevano necessariamente 
aggiungere loro le altre, per mantenere la credenza 
vantaggiosa al culto (Eusebio). Ad Atene si offri¬ 
vano al bue focaocie sacre ; a Benares passeggiavano 
ancora qualche lustro fa i sacri buoi liberi nelle 
strade e venerati. Gli israeliti ne diedero evidenti 
segni di idolatrarlo (Esodo - XXXII), e al bue di 
Mosè aprì Maometto le porte del .suo paradiso; la 
tribù di Efraim inalzava il suo stendardo adornato 
dal bue e san Iiuca ne assume il simbolo, perchè 
esordisce con la visione di Zaccaria in atto di sacrificatore (Loreta). 

A rigore dell’ esegesi storica si dovrebbero scacciare dal mite presepio 
cristiano e il bue e l’asino. Nè gli evangeli canonici nè il nuovo testa¬ 
mento nè il comento di Origene a Luca indicano la presenza dei due tra¬ 
dizionali animali. Disgraziati anche in questo, essi hanno soltanto l’atte¬ 
stazione della loro adorazione al divino fanciullo nell’evangelo del falso 
Matteo, il quale applicò fantasticamente l’allegoria di Isaia ( « il bue co¬ 
nosce il suo padrone e l’asino la mangiatoria del suo signore » - I - B). 
La leggenda — che rispose al semplice ed umile gusto popolare — fu af¬ 
ferrata dall’arte e si perpetuò. Un sarcofago del cimitero di .S. Agnese 
(343) ha la prima riproduzione figurativa del presepio con l’asino e con il 
bue, consacrata poi sulle orme della patristica dalla Chiesa, insieme all’altro 
mito dei magi, ai tempi di Carlo Magno. Un altro presepe dei più antichi 
che si conoscano è nella chiesa di S. Celso a Milano, sul sarcofago della 
cappella dell’Assunta. (Cfr. : A. West — // òhc e l'asino nella loygeiidxi 
della Natività, 



II. BCC «l'I 
















8 i.nb 0 I supremo e insostituibile 

apicoltura. Come tale i pagani lo disegnavano con volto 

l^^Tc r ali-utilissimo animale la onorSca perifrasi ^. m^ 

nari fumanti ^dli* giovenco dalle corna lunate, dalle 

sen^a rf ’ Possente, trainante l'aratro veniva anche effigiato 

senza deformazioni come il simbolo più schietto del lavoro e della paaieLa- 

Ite bo^““r ® dell'allepeaaa, e si ornavano di 

teste bovine gli edifizi; della for.a e della stabilità, e si foggiavano a 

effi? ' sostegni dei tripodi e delle tavole. || San Corneli?è sempre 

(BrftegnaT“drv?T di La Chapelle des Marais 

i verdino ' d b grandiosa festa ecclesiastica del 

* perdono » dei buoi. || In araldica il bue si distingue dal toro per avere 
e corna basse e la coda pendente, mentre le corna lei toro sonoConZ;; 
e la coda si ripiega sul corpo. 

101. BUPAiO — Bue dalla fronte convessa armata di corna ampie 
podeiose, rivolte ai lati, dal pelame nero e rado, ardente nelle voglie, quasi 
selvagge; ridotto però a soggezione dall'uomo che ne sfrutta la|agliLdia 

tersa b'^ltll ‘ ■‘««coli Ili gran peso. RappLenta la 

Irdtea !’ significato si riscontra tuttora in certi blasoni, 

ordinariamente con un anello nelle nari, come si usa inserirgli per tenerlo 

catTd ^ probabilmente un residuo araldico degli antichi trofei di 

caccia dei paesi .settentrionali, dove viveva libero nelle selve l’uro sotto- 
genere di buoi già descritto da Giulio Cesare (De he//o ffallico - VI - 281 
da Aristotele (Il - 2), da Plinio (Vili - 21), da Affierto Magno da 

cZr''- di Sigfrido nei Xihehmyi. e delle cui 

a SI lacevano le ampie coppe conviviali. || Gli indiani ravvisano nel 

limalf ail^at del «antone svizzero di Uri ha la testa di quest’a¬ 

nimale aneliate di rosso in campo d’oro; quello della Romania inquarta 
animale interamente. || L’Aldrovandi preannunciava la fine di questa sot¬ 
tospecie del bue limitandolo alla Mazovia, ed i naturalisti lo dLtinguono 

(LituaZ ’ " Bialoivicz • 

'"2- bussola - Per la proprietà direttrice dell’ago versorio, inva- 

temiìeTe” r T ‘ “""diani ed anche nel folto delle 

tempeste, la bussola venne assunta come simbolo di fedeltà. 

h’ ago fedele nell’ amor del polo. 

(Aleardi - Lo rilln italiane). 

Es : nell’impresa di don Garzia di Toledo, viceré di Catalogna con il 

^la co * " * (Rusoelli). !| I marinai della Cina invocavano la bus- 

ome una divinità, e le recavano doni votivi di commestibili e di aromi. 



c 


IDH. CADUCEO — Verga (limata da due ali spiegate, con due serpi 
attorcigliate intorno, per lo più simmetricamente e affrontate. Fu il dono 
di Apollo a Mei’curio, in cambio della lira, pegno della loro riconciliazione 
dopo il furto delle giovenche (Omero i. Altri favoleggiarono che Mercurio 
riunì alla verga la ninfa Rea, tramutata in biscia per sfuggire alla erotica 
persecuzione di Giove, e Giove stesso tramutato in serpe. Macrobio opina 
che il caduceo simboleggi la nascita dell'uomo, e che il congiungimento 
dei due serpi indichi l’amore. Varie e molteplici 



però sono le induzioni per la formazione del simbolo. | 
Secondo il Cartari, primi a conoscerlo e ad usarlo ' 


furono gli egizi, che annodarono i serpenti a rappre¬ 
sentare la concordia anche fra gli uomini crudeli. 

È pure scritto che in origine esso fu il distintivo 
di alcuni araldi ellenici, rozzo ramo di lauro o di 
olivo da prima, poi levigato e dorato, con decorazioni 
di fronde e di nastri, mutatesi in serpi da (juando 
(piesti animali acquistarono mistica signiticazione. || 
Più recentemente si spieg>'> il legamento serpentino 
come la forma di un nodo speciale — iiimIìis Ilereutix 


(Macrobio, Il — usato dai fenici per a.ssicurare le mer¬ 


canzie e insieme dimostrare ai popoli amici i segni cAi.rcr.o 

di concordia nei buoni rapporti del traffico iBòttiger). Presso tutte le 
genti ohe ebbero il culto di Mercurio — fosse egli Ermete o Anubi — il 
caduceo è segno della plastica rappresentativa presso l’agile messaggero di 
Giove, condottiero delle anime all’inferno e protettore dell’eloquenza, del 
(.-.ommercio, dei ladri. Costantemente segno di felice e nobile carattere, 
è riprodotto frequentemente con altri lieti emblemi. Es. : nella medaglia 
di Vespasiano, per simbolo di pace; in quella di Tito, per simbolo di fe¬ 
deltà; in quella di Giulia Mammea, per simbolo di virtù. || Rimase mo¬ 
dernamente al cadu((eo il mandato di essere la figura di stile del commercio. 
Es. : nella mercuriale dipinta dal Vasari (palazzo Vecchio a Firenze) 

e da lui de.sc.ritta (ìtagiimamenti); nel tallero di Ludovico I di Baviera, e 
in ((uello di Francoforte (1772). 

BG. CALENDULA — v. Valla. 


Il 15. CALICE — Insieme alla croce è il simbolo più comune della .cat¬ 
tolicità, in quella esprimendosi la credenza in Cristo crocilisso e nel calice 
















55 


Il sacramsnto dell’altare, precipui capi della fede (S. Paolo i. Plinio _ 
nella ricerca sull agape cristiana - tentò invano di scoprire il secreto del 
mistero eucaristico, simboleggiato dal calice (Delaunavì. || Comincia nelle 
■oo.,!.*.. .1 IV d. C. . r«i.-JL„ 

.sere dato in attributo all’evangelista di Patmo in- 
sieme al serpente ; formula a cui furono aggiunte due ^ 

candele ai lati e assunta dai templari e dai cava- ^ 
aeri di s. Giovanni. ][ L’arme della religione dei 
camaldolesi è di azzurro al calice d’oro con due co¬ 
lombe affrontate d’argento, sormontata da una stella 
d’oro, ’l Nella libreria Vaticana la Legge canonica è 
dipinta da Raffaello con un calice raggiante. || Pa¬ 
recchi santi hanno come compimento iconologico il 
calice: Clara d’Assisi, Norberto di Magonza, Tomaso 
d’Aquino, Telesibro papa. Pasquale Baylon, Giacinto 
missionario domenicano.... 



CALICK UAOOtANTK 


lOH. CALTA — Calendula — I luoghi palustri 
si allietano di questa ranuncolacea , a cespi folti, 

con fiori gialli di forma raggiata, detta anche orologio dei contadini, perchè 
« SI gira al girar del sole » (Durante). 

Pili vaghe spnritei-anuo, pili vezaoso 
I.e calte cP oro e le purpuree roso. 

(Red. llim. in llronz. - «oii. I7S). 

Nella favella dei fiori questa l’ianticella vivace simboleggia l’inquietudine. 

1117 CAM.^EONTE — Rettile lacertifonue. insettivoro, dalla coda 
piensile, dagli occhi circolari fuori dalla testa, e per il quale molto si 
sbizzarrirono gli speculatori della superstizione. Si 
assicurava che il camaleonte non vivesse che dell’ aria 
e dei raggi profumati del sole e che si tramutasse di 
colore secondo le mutazioni dell’atmosfera (Aristo¬ 
tele). Per questa peculiarità strana di mimetismo il 
camaleonte fu assunto come simbolo di adulazione. 
Scrive l’Alciato In adulatoree: 



Heniper kiat semper tnomn, ceérilnr, niwnm 
fieciprocnt (^hnmulf.on : 

^ ht mniat facifitu, ca.ì‘ìos èumiltiut voìore*, 

Pnvifr rnhrnnt vcì ctindifimu. 

Sir et (idufntor populu ri vesritur aiint 
Hittnstiue cuncta deoortìl : 
hi Kolitm mores imitotur I^rinripù alroit : 

AH>i et pudici ueMciuK. 

Ihmhf. UH). 

Nel linguaggio satirico comune equivale anche al Girella antonomastico del 
Gmsti. simbolo di mancanza di carattere, di volubilità, specie in riguardo 
della professione di fede o dell’atteggiamento politico. 

108 . CAMEMa - Arboscello introdotto dall’estremo oriente in Europa 
dal ge.suita Giuseppe Kamel (1739), di vaghissimi fiori, ma privo di pr^ 


















66 


fumo, rigido, glaciale, destinato sempre ad appassire, seuza essere rim¬ 
pianto, sulle vesti dei balli lussuosi. Canta la canzone popolare che esso 

È un fiore che innamora, 

, K tm fiore che coneola. 

Ma che virfn non ha. 

I n linguaggio dei dori lo dà come indice di bellezsa senza spirito, ma 
anche di costanza : qualità che dovrebbero essere le dominanti nelle si¬ 
gnorine provinciali della letteratura di maniera. Passò invece nell' uso 
1’ antonomasia di « signora delle camelie » dal notissimo romanzo di Ales¬ 
sandro Dumas tìglio ^1848), ad indicare le donne pervagauti nella vita 
amorosa; antitesi bizzarra del simbolo e della cosa simboleggiata. 

109. CAMEIiLO — Mammifero ruminante, con una (dromedario i o due 
^battriano) gobbe adipose sul dorso, lanoso, brutto; subietto importantis¬ 
simo nelle storie orientali e bibliche; venerato dai maomettani come una 
delle bestie destinate dal profeta al paradiso. || Simboleggia l’Asia, o più 
particolarmente, come è esempio in alcxme medaglie e monete — 1’ Arabia, 
di cui sarebbe indigeno ;Diodoro, .Strabone;. || Gli imaginosi orientali lo 
chiamano la nucB del deserto ed hanno esagerato nel descrivere la sua so¬ 
brietà. Certo è ohe il camello sopporta per lunghi giorni la sete e si con¬ 
tenta di cibo assai scarso, ma gioisce della promessa aromatica dell’ osasi ; 
fu, però, adottato come simbolo della discrezione e della temperanza, nella 
cui allegoria l’introdusse il Domeniohino (cupola di S. Andrea della Valle 
a Roma). 

•Sotto il carco, par-ieutc u iiuctn 
Muta i passi il caniuiello. 

(Byron - A talliti IV - XXI). 

Durante l’ultimo congresso per l’elezione del presidente, della republica 
nord-americana (1920) uno dei gruppi politici di Chicago, contrario all’uso 
dell’alcool e del tabacco e devoto alle norme puritane, assunse il camello 
come proprio simbolo. 

110. CAMOMIIiLA— Matricuria — Asteracea dei campi, dai tìori bianchi 
esalanti un odore aromatico, molto penetrante, usati nella medicina popo¬ 
lare come lenitivo antispasmodico e portino contro le febri e le verminose ; 
pianticella di utilità incontestata, docile all’uso comunissimo, e forse per 
questo indicata nel linguaggio dei tìori come simbolo di sommissione. 

111. CAMPANA — Alla campana — secondo essa rintocchi o s’accordi 
come stromento policorde capace di segnare una semplice melodia — si è 
richiesta l’espressione di sentimenti diversi. Il linguaggio della squilla — 
uno dei subietti più svolti nella letteratura (Moore, Chateaubriand, Pinde- 
monte, Lamartine, Schiller, Hugo, Carducci, Gnolil — fu interpretato nei 
modi più vari ; dal mortorio all’ appello di guerra, dall’ inno della nascita 
e della rinascita all’ammonimento della preghiera e della supplicazione. 
Chiediamo venia se noi pure diamo la citazione — abusata or mai, ma 
inevitabile — dei tre antichi distici seguenti : 


Fauet'H pUiitt/oj futmina fningo^ «abhaltt ptnuju. 
Kxcitu Ictitoi, di8tsipo t/ent 08 i paco cfueutott. 




57 


ÌMudo fhtnn c^.rmu.- pìrjnsnf vovo, roììfji'effo t'Ir.Tvm, 

Deftmctot* ///oro, itf^nHìm fufjo. ftMtn lìtcoro. 

tUmvoco, «iffno, uutu, atinpeUo, roncino^ plo-ro. 

Armay horna, /></grM/‘«, festa, t'oqoa. 

Come siml)olo araldico la campana signitìca chiara fama e vocaaioue allo 
stato ecclesiastico (Ginannit. Fu adottata anche come stemma a rapporto 
fonetico o parlante ; es. : dalla famiglia toscana Bandoni. (Cfr. A. Scarlatti - 
Ije Uicrizioiii delle campane). 


112. CAMPAlTIIiE — Figura araldica significante giurisdisione eccle¬ 
siastica; es. : lo stemma dei Salvetti di Bergamo. 


113. CAUCKO — La quarta costellazione dello zodiaco, emblema del 
solstizio estivo e del giugno. Credesi abbia l’officio di rappresentare il 
canoro devoto di Giunone, il quale punse Ercole 
mentre uccideva l’idra di Lema. || 11 cancro o gran¬ 
chio di mare è dato simbolo della prudenza. 

\ 

lld. CAlfSELA — L’imagine della candela ar¬ 
dente — perfezione tisica dell’ espressione della luce 
— è il nucleo centrale da cui si irradiano inesauri¬ 
bilmente i simboli afferenti alla luce dell’ animo e 
dell’intelletto. Essa è la più propria significazione 
ricorrente nell’ arte sacra, sulle pale di altare e sulle 
tombe, e nell’arte profana: simbolo della fede « che 
scaccia le tenebre dell’infedeltà e dell’ignoranza» 

(S. Agostino); della abnegazione, come fu usata a 
ligurare la morte di Ignazio di Loiola (una candela 
che si spegne, con il motto « De^evvisse Uivat »1 ; della beneficenza (una 
candela con il motto « Diim inifrio ctnusnìuor »)■, della fedeltà (Ottone di 
Bismarck scelse come sua divisa « Patria; insenneudo conxiimor », aggiun¬ 
gendo il « y atvice » ad una scritta eh’ egli aveva letto sopra un cero di al¬ 
iare); della cognizione; della filosofia ; dell’umano ammaestramento, come 
si trova nelle imprese di alcuni tipografi « illuminati » antichi: Wolter di 
Amsterdam, Marche di Lipsia, Geuuthius <ii Ba.silea. Cfr, l’apostrofe di 
Dante a Stazio : 



C’ANCKG 


■piai ttoltf i> (|aai caudaie 
Ti steueiirarnn si.... 


XU - Ht). 


115. CANDEI.ABKO — Parte integrale del tabernacolo ordinato da Mosò 
ad imitazione del sistema dell’universo; le sue sette lampade simboleg¬ 
giano i pianeti (Giuseppe Flavio), e furono poste nel tempio della Pace 
fondato da Vespasiano sul Palatino, j; Si è asserito che il candelabro ha 
origine e significazione cristiane iBosio) e che le sue sette braccia usate tut¬ 
tora dalla Chiesa significano i .sette doni dello Spirito Santo {Ksudo XXV)- 
se non che il non ritrovarsi nelle pitture murali, nelle sculture e negli 
obietti infissi nei loculi cimiteriali fa escludere (piesta opinione a vari 
altri autori. 











58 


Ilo. CANE — A prescindere dalle tìgurazioui di caccia, delle quali il 
cane è il paradigma più specifico — per ragioni che sarebbe superlluo di¬ 
mostrare — dopo r aquila e il leone, esso è l’animale che più si accampa 
nelle iconogprafie blasoniche, e per taluni occupa il primo posto nella ge¬ 
rarchia zoologica. L’attivo scambio ohe con esso ha l’uomo va dal bacio 
smanceroso dei cinofili, (per i ijuali si armò di giusto sdegno la satira 
correttrice), alla pedata di coloro che credono repugnante e pericoloso il 
contatto della bestia, solita a stropicciamenti laidi e comunicatori di germi 
patogeni. || I giapponesi diedero volto di cane alla loro 
divinità suprema, Amida; cosi gli egiziani al loro 
dio Anubi — custode degli dei (Plutarco) — per de¬ 
notare la sagacia ( « latrator AnubUi » - Or. Mei. IX). 
Il culto del cane decadde però presso gli egiziani il 
giorno in cui Cambise fece uccidere e gittare al¬ 
l’aperto il bue Api, e tra tutti gli animali solo i 
cani corsero a pascersi della salma venerata. Plinio 
narra che la carne canina era reputata cosi pura 
che offrivasi agli dei nei sacrifici propiziatori, e del 
cane magnifica la fedeltà, Maometto pose nel suo 
paradiso il cane dei sette dormienti; ed alcuni cre¬ 
dettero non iperbolico l’apotegma : « ciò che v’ lia 
di meglio nell’uomo è.... il cane» (Charlet). Per 
converso sappiamo che i romani consideravano disgraziato auspicio 1’ ululato 
dei cani ed anche l’incontro d’un cane nero o d’una cagna: 

liupion pni'toe reciueììtiK oitteu 
Hui'at fi iimpguuììi* raui)i. 

(Ura/.io - 0(f. ITI - ì7k 

Gli ebrei ritennero il cane immonda bestia e la Sibila ne ricorda le non 
scarse sordidezze (U Dei He III. 8 - Uì XVI, 9 - IV id Vili 131. Cinici 
^cagneschi) furono dai greci chiamati i tristi seguaci di Antistene, e un 
cane fu scolpito sul sepolcro di Diogene. I sacerdoti cristiani cacciano dalle 
chiese il cane perchè si vuole che sotto quella forma bestiale il demonio 
accompagni fedelmente le anime dannate. Dante ed Ariosto — nelle loro 
superbe similitudini — pongono in rilievo l’etopeia malvagia e selvaggia, 
più che buona, del cane. Per tale varietà di apprezzamento ad esso furono 
attribuiti vizi e virtù differenti ed opposte, cosi ohe non si spiega la me¬ 
raviglia di Voltaire (Dizionario filnuofico) nel chiedere perchè il vocabolo 
cane sia divenuto ingiuria presso tutti i popoli civili. Il Racine pone in 
bocca al cane questa autodifesa : 

tatuimi ma piirtif t'fpt'imttmlrf. f 

I‘<tr tjNÌ rotrt' muÌMop ètf garth-f f 

^■/uoìu! tiVoiìM-‘tiiniS nutiUfUf tVitlniger tm larnm f 
Tf’mttÌHii truÌM pi’vritre/n'H. dnut irfìui Vitfnn 
.1 tte.chii'*' la 

/ liligttuti 

Comunque sia, il più comune attributo simbolicamente — e più o meno 
meritatamente — assegnato al cane è la fedeltà. Ricordiamo : Argo, il cane 
memore e fedele di Ulisse, che solo lo riconosce dopo l’a-ssenza di ben 
quattro lustri ; e la figurazione di san Rocco, soccorso e salvato dalla fida 










59 

liestia ohe ne divenne l’indivisibile conipaguo; il cavalleresco ordine del 
i-.ane istituito da Bocoardo IV di Montniorenoy per ricompensare il lealismo 
verso il suo re Luigi il Grosso ; i blasoni personali di Carlo V, Francesco 
Sforza, Vincenzo Gonzaga, Cristiano I di Danimarca; l’impresa portata da 
messer Agostino Porco da Pavia, per dimostrarsi fedele servitore di ma¬ 
donna Bianca Paltrinieri (una candela di cera candida con il motto « can- 
de-la Bianca », Giovici ; il nome di cciui di KosKiiffi assunto dai seguaci 
del patriota ungherese. || La madre di san Domenico di Guzman, incinta 
di lui, 80 g;nò di un cane recante fra i denti un tizzone ardente, con il quale 
dava fiamme al mondo, e questa ipotiposi rappresentativa divenne lo stemma 
dei domenicani, che si gloriarono di essere « Oomini-cani'x ». || In oppo¬ 
sizione a consimili frequentissimi esempi comprovanti la fedeltà del cane, 
ne troviamo altri die lo designano come simbolo della ingratitudine ; 
es. : la figurazione di Attenne divorato dai suoi cani, onde Teocrito scrisse 
proverbialmente; * Nutrì canex ut te edant » (Ripa). Pure attributo co¬ 
mune del cane è la vigfilanza, e per vero il cane ha l’eccellente prerogativa 
di distinguere i rumori della natura da quelli prodotti dall’ uomo ; egli non 
confonde mai il murmure dell’ acqua, del vento, dell’ erbe agitate, le voci 
della notte, con il calpestio, anche leggero, del piede umano sul terreno o 
lo scatto di un grilletto di fucile che s’alza iThébairlt). «Il cane veglia 
notte e giorno, e l’orizzonte, o circolo, che tocca e separa i due emisferi, 
è rappresentato sotto forma di cane » (Plutarco). I Lari o Penati — spiriti 
buoni protettori della casa — erano anticamente rappresentati sotto la fi¬ 
gura di cane (Plauto), e successivamente fu loro data forma di giovinetti 
coperti da pelle di cane (Plutarco) o da un cane accompagnati (Ov. Fanti - V). 
Nella medaglia di Teodosio pastore di popoli egli viene figurato sotto il 
simbolo del cane, come sicura guardia dell’ impero e difensore di Roma. , 
àia in opposizione anche a questo concetto della vigilanza sta il rito sim¬ 
bolico dei romani, i quali sacrificavano un cane nell'agosto di ogni anno, 
e nella processione rituale esso era preceduto dalla forca su cui doveva 
morire, in punizione di non averli svegliati nella notte in cui i galli as¬ 
saltarono il Campidoglio, salvato invece dallo schiamazzo delle stupide 
oche (390 a. C.) || Presso gli egizi il cane esprimeva il senso dell’ odorato. 

Per placare i bollori della costellazione ardente d’ agosto i romani ogni 
anno le sacrificavano un cane rosso, il quale, posto nelle allegorie dell’E¬ 
state, indicava la canicola. 11 cane è pure simbolo della fama del teologo 
e della sfacciataggine (Migliorauza). || In araldica sono ammesse soltanto 
le figure dei bracchi e dei levrieri. 

117. CAKTESTBO — Simbolo dell’ abondanza, ordinariamente recato da 
numi di uatiu'a felice, come Serapide, Bacco, o da fanciulle dette ellenica¬ 
mente canefirre. e talvolta usate come cariatidi. || Di frequento è confuso 
con il moggio « simbolo delle divinità infere » (Carotti). iv. Moyyia). 

lltì. CAKNA — Simbolo della fragilità o della docilità, usato a compire 
molte figurazioni allegoriche. 

FU'ctititr ttìiHtrtitiiti. MÌr viurii itnattlu prortlhn* ^ 

IjttuUtur •ttlof'yxnw nui xtm fata favH. 

(rainerarlus - SymU. J. CXV^ 





60 


La giuria uostra • 

È geloso cristaUO} è Uohil cauua 

Ch’ ogni aura inehiua, ogni respiro appanna. 

(Metastasio - Zenobia - 1 - 8). 

La canna signitica calamità (da cakimtis). |j Di essa — che avvince col 
fustx) le piante circostanti — gli americani del nord fecero simbolo di fra¬ 
ternità (Cfr. i canti di Whitmann). |i Iconologicamente i fiumi sono per 

10 più coronati di canne, e il mese di febbraio ha una canna per denotare 

11 tempo delle pioggie. \ 

119. CAPELVENERE — v. Adianto. 

1211. CAPPELLO — Contrassegno ecclesiastico cimante lo scudo, indi¬ 
cante il grado prelatizio. Il cappello di cardinale introdotto da Inno¬ 
cenzo IV (1243-1254) è rosso, con quindici nappe ; quello di patriarca e di 
arcivescovo è verde con dieci nappe; quello di vescovo verde toderato di 
nero, con sei nappe : 

Queir altro per to<lrar di verde il nero 

Cappel, lasciati ha i ricchi niiici. 

(-■triosto - Hat. 1). 

La cresta dentro verde e di fuor nera 

{id - Sol. IV); 

quello di abate e di protonotario nero con tre nappe. L’arme prelatizia 
— che non esprime segni propri di nobiltà, ma soltanto la dignità o carica 
ecclesiastica (Barbier de Montault) — viene compiuta dalla postura della 
croce o del pastorale dietro lo scudo, secondo particolari prescrizioni. 

121. CAPRA — Benché consacrata a Giove, in memoria della capra 
Amaltea che l’aveva nutrito del suo latte, generalmente la mitologia, la 
leggenda biblica, la favolistica e le vecchie cronache della superstizione, 
non danno simpatica fama a questo ruminante, che pure — come tutto il 
gregge barbuto (stambecco, camoscio) — presenta un notevole esempio di 
totemismo. I lacedemoni sacrificavano la capra a Giunone, ed i greci tutti 
a Bacco, come nefasta alle vigne; gli israeliti, in espiazione delle colpe.... 
proprie, dopo averla coperta di epiteti obrobriosi, la immolavano al Signore, 
precipitandola da una rupe o abbandonandola al deserto. Sotto forma di 
(«prone nero (becco, irco), dagli occhi scintillanti, si diceva apparisse il 
diavolo a dirigere i sabati delle streghe. Identificata con Pan — che presso 
alcuni popoli, come gli egizi, simboleggiava la fecondità — a quel nume 
paslorale, dèmone della paura, la capra presta il volto cornuto e le gambe 
vellose; ed in questo suo aspetto — sotto le spoglie biformi di Pan — ai 
simboleggia l’ inganno : umanamente nella parte superiore della figura a 
significare il vero e da capra nella parte inferiore, a significare il falso 
(Platone). || Precipua significazione simbolica della capra, però, è la lussuria. 
Eruca capripex rediinitua temponi Fiiuniis 
Immodica Vmeris syiiihola certa refert, 

dice l’Alciato (KmU. LXXII) nei cui versi allegorici tale significazione 
etopeica della capra ricorre di frequente a ricordare il violento trasporto 
ai facili amori. L’ Afrodite Pandemia scolpita da Scopa siede sopra un capro 




HI 

lascivo. Il Altra significazione simbolica della capra è quella della stolidità, 
essendosi rilevata in essa tale caratteristica da molti naturalisti, a comin¬ 
ciare da Aristotele. Se non ohe tale attribuzione è alquanto calunniosa, 
perchè la capra è dotata di spirito di indipendenza ed anche di certa intel¬ 
ligenza, che si manit'esta specialmente nella ricerca della propria sicurezza, 
quando il temporale la sorprende, o quando ella raggiunge con balzi ben 
misurati le punte piu scabre e si profila poi nell’azzurro, snella, vivace, 
con le zampe anteriori ben tese e sicure. || In questo ardito atteggiamento 
la salutiamo simpaticamente come formante lo stemma dell’ Istria. Nei 
primi tempi dell’arte assegnavasi come premio al 
migliore tragedo un capro; il perchè questo venne 
usato per simboleggiare la tragedia. || In araldica la 
capra indica feudalità in luoghi montanini e rupestri. 

122. CAFRICORITO — Mostro per metà capro e 
per metà pesce, assegnato alla decima casa dello zo¬ 
diaco, simbolo del solstizio invernale e del dicembre. 

qnanilo 11 corno 

Delln (/HprH del eie] mi sol si tocca 

iPtn\ XXVn - RH). 

Alcuni vi ravvisano la capra Amaltea, nutrice di 
Giove, ed altri Egipane, cangiatosi in becco nella 
guerra contro i giganti e riprodotto nei monumenti 
antichi egizi e romani. || Il Capricorno fu pure assunto quale segno di au¬ 
spicio felice, come nell’ impresa personale di Cosimo de Medici, con il motto ; 
« Udem fati viri afe sequeìmir» (Ruscelli), dipinta anche dal Vasari in palazzo 
Vecchio, a Firenze. || La costellazione del Capricorno è poeticamente la porta 
del cielo per cui le anime degli immortali ascendono alle sfere superne: 

I E già rolenio raggio era vicino 

R in nubi avvolta di tem|>e8ta piene ^ 

La gran porta apparla onde ritorno 
Kan gl* tnimortali air immortai soggiorno. 

iMonti). 

123- CAPBilFOG-IflO — Debole arbusto di dolce, penetrantissimo olezzo, 
che attacca i delicati e flessibili steli al tronco nodoso degli alberi. Così 
la debolezza piace alla forza e le fornisce grazia e 
soavità; cosi — concluderebbe un arcade — nel sim¬ 
bolo dei vincoli d’amore, la timida pastorella s’av¬ 
vince con le miti braccia all’ adusto guerriero. 

124. CABBONCHIO — Rubino di colore acceso, 
una delle dodici gemme dell’e/bt/, indumento supe- 
rumeraie dei sacerdoti ebrei ; rappresentava la tribù 
di Kuben, posta prima nel secondo ternario (Giuseppe 
Flavio). Il In araldica è pietra preziosa racohinsa re¬ 
golarmente da otto raggi di stella cimata di giglio, 
detta anche ffiaia raqgiaìite o ruota cleriana, essendo 
l’arma del ducato di deve (Tribolati). 





(>2 


126. CARDO — Erba spinosa, « lattuga degli asini» (Durante), che 
nasce trascuratamente nel suolo arido e incolto, con aoheni pappati, elen¬ 
cato nel linguaggio dei fiori come simbolo : di austerità, di scortesia, 
perchè pungente; di ricohessa per il solo suo aspetto esteriore, avendo la 
corolla che sembra d’argento e il seno color giallo oro (Serao). il II cardo 
rende più chiara e lieta la voce; è alimento leggero e poco nutritivo, e 
(ìribasio di Pergamo, medico di Giuliano imperatore (sec. IV) lo sconsi¬ 
gliava come nocivo alla salute. || I fusti e le toglie 
del cardo erano usati come fiagello nei monasteri. || 
Nel contado di Matelica, tra le altre costumanze del 
simbolismo nuziale, vi è quella che la cognata pre¬ 
senta alla sposa una insalata di cardi, rammemorante 
le traversie della vita, piatto ohe i compagni dello 
sposo hanno il compito incarico di buttar subito via 
per disperdere il malo augurio (v. Conncchia, Olivo). 
Durante l’invasione danese nella Scozia un corpo 
di invasori stava per assaltare tacitamente un campo 
notturno scozzese, quando uno di essi inciampò in 
un cardo e proruppe in una bestemmia rumorosa ohe 
svegliò le sentinelle e salvò il campo dall’ assalto. 
Dopo questo episodio la Scozia adottò il cardo per 
proprio emblema. Il Cibrario, però, avverte che il cardo e la ruta vuoisi 
fossero « i segni simbolici degli antichi Pioti e Scoti », e cosi spiega come 
il cardo sia stato introdotto nell’ordine equestre scozzese di S. Andrea 
(Denerizione storica degli urtiini cavtillereKchi). || (v. Flore). 



121). CAROTA — Negli adombramenti allegorici più o meno ingegnosi 
del linguaggio il nome di questa vulgarissima erba pratile fu adottato come 
sinonimo di fandonia, di trottola, e massimamente nelle applicazioni ca¬ 
ricaturali del giornalismo se ne usò il simbolo figurativo della radice grossa, 
carnosa e rossiccia : 

K cHt’oifiii KTi alla brigatM 

(Borni - Ot'f. iuu. TU - 25). 

Illustrando il motto proverbiale « non è terreno da carote », Tomaso Buoni 
(16(i4) dice che « il terreno di carote oltre che suol esser molle, è ancora 
di molta altezza; essendo la carota una lunga e gro.ssa radice, che dentro 
il terreno molto si abbassa; onde con questo modo di dire sogliamo dimo¬ 
strare alcuno animo prudente, che non è facile a ricevere alla sua tede 
tutte quelle cose che per la bocca degli uomini si spargano; che ciò dichiara 
mollezza, anzi sciocchezza d’animo. t| La carota è del resto, molto servi¬ 
zievole per la sua aromati).a ricchezza zuccherina ed amidacea, raccoman¬ 
data da Plinio e da Dioscoride come buon nutriente, adoperata in cure varie 
di medicina, pregiata tuttora dagli arabi come datrice di alito buono e di 
forza alle gengive; a tal guisa ohe nel loro linguaggio Horeale l' umile 
erbaggio indica bontà. 


127. CARTE DA GIOCO — v. Taruechi. 







128. CATENA — Nelle iconografie comuni simbolo di serviti. || Fra 
le ombre maestose delle foreste sacre, ispiranti il terrore, dove i druidi 
della Gran Bretagna esercitavano il loro culto, nessuno poteva entrare senza 
portare una catena in segno di sottomissione al potere divino (Tacito). || 
In araldica simbolo di alto dominio, e, se d’ oro, di reciprocansa di com¬ 
merci; es. ; la lupa della municipaliti di Piacenza legata con catena d’oro 
al melo cidonio della comunità di' Codogno, dopo il patto commerciale dei 
due luoghi circumpadani opposti di sponda e di diversa giurisdizione poli¬ 
tica (1492). Il La catena cadente sul petto è segno di dignità, come nelle 
onorificenze; o di funzione, come quella aurea sostenente il triregno, (ur¬ 
tata dai camerieri secreti e d’onore nelle cappelle e negli appartaìnenti 
papali. La catena d’oro simboleggia pure il beneficio, che avvince gli 
spiriti dei beneficati. || R l’eloquenza, che avvince i cuori e le menti degli 
uditori; es. ; in alcune erme di Mercurio, e nelle figurazioni dell’Èrcole 
celtico, Ogmio, descritto vecchio e con le auree catene (parole eloquenti) 
pendenti dalle lalira (Luciano), 

129. CAVAEIiO — « Il figliuol del generoso armento » (Berni) ha in 
tutte le mitologie e in tutti i monumenti dell’arte e della letteratura un 
posto d’onore. L’uomo riconobbe i suoi pregi fino dalla prima concezione 
di un nume propizio alla vita, ed aggiogò al carro del Sole quattro cavalli : 
il rosso. Eritreo; il radio.so, Atteone; il risplendente, Lampo ; l’amico della 
teria, Filogeo (Fulgenzio). Molti cavalli erano adorati come incarnazione 
di dei: Marte presso gli sciti, Svantovic presso gli slavi, Jank presso gli 
arabi. Persi, armeni e massageti sacrificavano il cavallo al Sole; i danesi 
lo ingrassavano per sacrificarlo a Tor ; gli avevi lo nutrivano a spese co¬ 
muni, nei boschi sacri, per trarre presagi dai suoi fremiti e nitriti (Tacito). 

I cristiani lo dedicarono a san Giorgio e a san Maurizio. Maometto lo pro¬ 
tesse nelle leggi e lo raccomandò nel culto, fra le bestie designate al 
paradiso. I na leggenda araba dice il cavallo creato da Dio senza eguali, 
per suo comando felice e prediletto dai re della terra, volante senz’ali e 
combattente senza spada. Dal cavallo ebbero il nome i cavalieri, gloriosa- 
mente ripetuto nelle favelle della cristianità. Che se il cavallo fu enfati¬ 
camente qualificato «la più nobile conquista dell’uomo» (Buflbn), non ha 
nulla di esagerato 1’ elogio che lo proclama « la più importante conquista 
dell’uomo sulla natura » (Cuvier). 

La simbologia zoografica di questo celebrato ed elegante subietto è 
costante nelle espressioni di illustri imprese, prima delle quali la guerra. 
Quando Enea pone il piede in Italia, il padre suo vede quattro cavalli 
bianchi passeggiare nel pascolo, ed esclama: « Oh terra strana! tu ci pro¬ 
metti la guerra ». Il cavallo è hello di forme, dotato di discernimento, di 
perspicacia, di memoria; il cavallo di Achille è dotato perfino della facoltà 
divinatrice, e vede ciò ohe l’uomo non vede (Iliade). É l’animale di 
guerra per eccellenza, anche con i suoi eccessi di spavento che lo fa tre¬ 
mare, sbandare, fuggire, con il pelo irto e la spuma alla bocca : eccesso 
di sensibilità, che si dimostra maggiormente nei « purosangue » più degli 
altri paurosi, e fu dimostrato nella grandiosa guerra, in cui i cavalli te¬ 
deschi — benché di ogni razza e qualità, e per lo più non istruiti — si 


i;4 

abituarono più presto al frastuono <iella battaglia che non i tainosi cavalli 
russi (Reuter). Da leggersi la descrizione del cavallo nella mischia (Giobbe, 
XLIX, 19), quelle dell’//io</e (VI), delle Georgiche (III), AéW». Coltirazione 
dell’Alamanni (III): l’imagine di Bvron avvivante il cavallo di Mazeppa 
fuggente; quella di Vittor Hugo; 

que tu fois aemhlr rmiMV hu tomhe : 

Euflìi le teinps itt’nve.... il coin’t. il ttmihe. 

Et se releve mi.... 

Il cavallo simboleggia 1* impero, e regioni e città: La sua testa tìgurava 
sulle monete puniche (Africa cartaginese), e l’intera figura sugli stendardi 
quiriti e sulle monete galliche. Balzellante fu simbolo dei sassoni antichi 
e della Spagna; alato dei corinti (v. Pegaso)-, sbrigliato del comune di 
Napoli. Il Da alcuni iconografi fu pure dato come attributo alla fortuna, 
per esprimere la fugacità dell’ ora che accompagna la volubile dea. 
Nell’ arte protooristiana il cavallo in corsa e la rappresentazione del— 
r anima. 

Nella rappresentazione plastica il cavallo tu preterito dagli artisti di 
tutte le età e di tutti i paesi; variano però i modi di rappresentarlo. Gli 
egizi — che lo conobbero tardi — lo rappresentarono meschinamente; i 
persiani, i fenici, gli assiri lo riprodussero in vari atteggiamenti di guerra, 
sempre elegantemente; gli etruschi lo stilizzarono sui loro celebri vasi, 
monocrono e di profilo ; i greci lo fecero agile e svelto, di perfetta bel¬ 
lezza; i romani preferirono rendere di esso 1’esuberante muscolatura indice 
della forza; il Rinascimento lo figurò, genericamente, grosso, robusto, mar¬ 
ziale. iCfr. : R. Ulivi - Il atnallo nell'arte dell'antichità). || Nel blasone 
il cavallo è simbolo di valore, di intrepideaza, di lealtà, figura molto 
nobile, e si pone animato, bardato, coirente. allegro. inaUm-ato, spaventato, 
passa lite, galoppante, fermo. Il cavallo bianco inalberato, sullo stendardo 
carminio, e con il motto; « Vennstus et aiidax ^ e l’impresa ottenuta da 
Vittorio Amedeo II, re di .Sardegna, dal reggimento di cavalleria Piemonte 
Keale, copertosi di onore nella giornata di Orbassano (1693). (Gelli). 

130. CAZZUOLA — Simbolo dell’ arte muratoria, adottato dalla masso¬ 
neria a significare il cemento della libertà, dell’ eguaglianza, della fra¬ 
tellanza, che serve a costruire il grande edificio, ove gli uomini, governati 
dalla legge morale, sono liberi, eguali e fratelli (Dito). || Cazzuole ('cozio/e; 
chiamavansi i maestri muratori delle antiche corporazioni veneziane, es¬ 
sendo severamente proibito toccare il mestolo di ferro ai giovani manuali, 
non ancora considerati fratelli d’ arte. || San Marino dalihata d’Arbe ere¬ 
mita del monte Titano, fondatore e patrono della republica ch’ebbe il suo 
nome (sec. IIIl, ha come attributo la cazzuola, essendo stato in origine 
tagliapietre e muratore. 


131. CBDB.O — Non assegniamo a questa voce formale determinatezza 
scientifica, comprendendo nel cedro, oume segno tropico, la varietà generica 
degli agrumi, pur dedicando un capitolo speciale all’ani;iCio (v. Arancio). 







H6 

Cosi (iescrive tale varietà un egregio poeta settecentista, dalle rive del 
Benaco : 

Ivi protetto ampio frondeggia 
IjO ,:ipinoso limone, ambito pomo 
Alle iperboree mende. !>’ un sol rame» 
ippica il candido Hore ed anreo pende 
Maturo il fratto. In altro lato impinguN 
TI tuberoso ce<lro} e inturgidisce 
R fulvo si rotonda arancio mite. 

fAntonio Bncoeleni). 

Della maestosa varietà di cedri prodotta sul monte Libano (Asia Occi¬ 
dentale) gli scrittori biblici e i naturalisti antichi esagerarono la durezza 
del legno | cosi resinoso ed aromatico, però, da resistere ai morsi dei vermi. 
I libri di Numa Pompilio, scritti su tavole di cedro, furono ritrovati intatti 
dallo scriba Gneo Terenzio, nel Gianicolo, dove erano sepolti da cinquecento 
trentacinque anni. Cosi fu il cedro assegnato a simbolo di fama perpetua : 

Sptramit^ rtn'/nìna itngì 
tìutìuìu cedro 

(Orft?5Ìo - i)c ttrU puctica). 

(WrMs rÌHr(ìbiìU(. nitti humnrc tuniintur. 

[Putiud. Il - IH). 

132. CESKtOIìTEIiIiA — v. AIqIìsso, 

133. CEFAXiO — Varietà di pesce spinoso, del 
genere mùggine, di cui si diceva che si nutre più del 
proprio umore che d’altro cibo (Pierio Valeriano), si 
che gli iconologisti lo suggerivano come simbolo del 
digiuno (Ripa). 

134. CELIDONIA — Papaveracea molto vulgare, 
da taloni ritenuta officinale, con fiori gialli, di odore 
acre e nauseante, ed a cui il linguaggio dei fiori at¬ 
tribuisce il nobile significato di sollecitudine ma¬ 
terna, . forse perchè dicesi che del suo succo usino 
le rondini per curare gli occhi dei loro nati. Il nome 
della pianticella (derivato forse dal greco chelidon- 
rondine), confermerebbe questo simbolico rapporto. 

186. CENERE — Come presso tutti i popoli primitivi il mito del fuoco 
si identifica con quello della luce benefica che trionfa degli spiriti malvagi, 
cosi la cenere, prodotto del fuoco al suo scomparire, si identifica con i) 
trionfo delle tenebre e del male. Simbolo, quindi, di tristessa e di dolore : 
dolore dell’organismo corporale, dipendente da causa fisiologica, che fa 
cospargere di cenere la testa degli infermi e dei feriti presso certe tribù 
•selvaggie, e dolore dell’animo, che parimenti adombra di cenere la l'ronte 
costernata del biblico patriarca e del maomettano colpito dal lutto. Nei 
primordi del cristianesimo la cenere venne considerata l’espressione della 
distrusioue universale, ed il gelo di essa scendeva sul capo di coloro che 
erano riconosciuti peccatori e dovevano fare publica ammenda, fra i gemiti 

5 













(iti 

e le supplicazioni. Abolite le penitenze all’ aperto, il concilio di Benevento 
conservò la memoria della cerimonia supplicatoria, fissandola al mercoledì 
precedente la domenica di quadragesima (1091); e quello è giorno non piò 
di punizione o di pentimento si bene di ineluttabile ricordo della fragilità 
e della caducità. Dopo la recitazione dei salmi penitenziali si benedicono 
solennemente gli arsi residui degli olivi e delle palme della Pasqua ante¬ 
cedente, e il sacerdote ne prende e ne sparge sulle fronti inchinate davanti 
all’ altare, pronunciando le tetre parole : o Memento homo, quia pulvUi ea 
et in jmlverem reverteiis » [Gen. Ili - 19); monito austero richiamante ai 
casti pensieri della tomba, nel quale però non si rammenta nè meno l’im¬ 
mortalità dell’anima, nè si accenna ad una speranza di salvamento: con¬ 
cetto assoluto, quindi, della irreparabile consumazione, della distruzione 
universale, come è ordinariamente usato il concetto di « cenere » nella 
grafia cristiana. La Chiesa non conferisce a questa funzione potenza di 
grazia, ma la stima atta a generare salutari pensieri sulla vanità della vita 
e sulla necessità della morte. Nel rito ambrosiano le sacre ceneri si im¬ 
pongono ai fedeli il lunedi precedente la Pentecoste. 

136. CENTAXrKO — I centauri erano un popolo favoloso e selvaggio 
della Tessaglia, di cui i mitologi spiegano l’origine come quella di una 
tribù primitiva ellenica dominatrice di cavalli. Probabilmente la fantasia 
popolare, abbagliata dalla narrazione delle loro imprese, fuse in un unico 
corpo la cavalcatura e il cavalcatore, e Periando di 
Corinto affermò averne visto uno coi suoi occhi (Plu¬ 
tarco), e Plinio scrisse che un altro centauro fu por¬ 
tato a Roma, essendo Claudio imperatore, e eh’ egli 
stesso lo vide conservato nel miele. Non può mera¬ 
vigliare questa asserzione, benché in uomo di alto 
sapere; perchè sappiamo di quali trucchi siano stati 
capaci anche i Barnum dell’ antichità, ed un eloquente 
esempio si ha modernamente nell’Asùmolean Mv- 
seum di Londra, il quale mantenne alcuni basilischi 
ed altri animali stravaganti impagliati, fin che il 
Parker non li tolse, come indegni della società scien¬ 
tifica (1855). Il II centauro raffigurasi mezzo uomo e 
cKXTACRo mezzo cavallo, e fu elegante motivo d’arte, trattato 

dai sommi. Capo dei centauri era Chirone, rinomato per la saggezza e la 
rettitudine, maestro per la medicina ad Esculapio, ad Ercole per l’astro¬ 
nomia, per la musica ad Achille ; morto avvelenato da un dardo lasciato 
cadere sul suo piede da Ercole, e posto da Giove in cielo quale costella¬ 
zione del Sagittario, segno zodiacale del novembre. Animale velocissimo 
ed avendo forma umana soltanto nella prima parte della figura, vuoisi pure 
sìmbolo della velocità della vita umana, ohè « racconta Pierio Valeriane 
che il termine della nostra vita con veloce corso sopravviene, e questo, 
perciò che noi con una meravigliosa lubricità cadendo, siamo dalla morte 
rapiti » ^Ripa). || Dante fece del centauro il simbolo della violenza be¬ 
stiale (Inf. XII), di quella « prepotenza ohe dà nel sangue e nell’ aver di 
jiiglio, e che ben può essere rappresentata dai Centauri, fiere snelle, tipi 










■Il terza e d’impetuosità dimostrata nella effettuazione delle loro cievM 
nipUliffir- 0 delle lor ire folli » (Federzoni). || Zeusi imaginò pure le oen- 
tauresse, e di queste si hanno graziosissimi esempi pittorici nella disse- 
P-Olta Ercolano. 

137. CERBERO — Il cane di Plutone, tìglio di Echidna e di Titone, 
posto in una spelonca sulle rive dello Stige a guardia dell’ inferno : simbolo 
della vigilanza. Esiodo lo dice di cinquanta teste ; 

Luciano lo descrive tricipite. Come è disegnato da 
Dante [Inf. VI - 13) è la « imagine orribile del pec¬ 
cato della gola, mostro in cui l’umano è vinto dal 
bestiale » (Federzoni). || Alcuni ne interpetrano il 
simbolo come quello della terra, la quale divora i 
corpi morti (Ripa). || Lepidamente si dice Cerbero di 
un rigoroso e sgarbato osservante della consegna di 
portinaro, facendolo simbolo di eccessivo rigore vi¬ 
gilante. 

183. CERCHIO — Nell’India primitiva i sacerdoti 
insegnarono che nel fatto dell’universo esiste una 
causa prima, l'eternità, e la simboleggiarono con il 
cerchio, cioè con una linea in cui non vi è segno nè 
di principio nè di fine, ed è principio e fine di sè stessa. || I n cerchio 
denotava il tempo presso gli egizi ; e analogamente i giapponesi ponevano 
il cerchio d’oro nella bocca canina del più grande dei loro dei, Amida, e i 
messicani, i peruviani, i sintoisti del Giappone e della Cina ne fregiavano il 
capo delle loro divinità. || Michel Angelo aveva assunto per impresa tre cerchi 
intrecciati in guisa che la circonferenza di ognuno di essi passasse nel centro 
degli altri, 6 simboleggienti le tre arti ipittura, scultura, architettura) vicen¬ 
devolmente legate. ( I cabalisti tracciavano intorno a sè tre cerchi, per tenere 
lontani i demoni, prima di pronunciare lo scongiuro ( G'ivy/iwmriMm ). i v. Cirrolo). 

139. CERVO Riiminaiite le cui specie sono numerose : (alce, capriolo, 
damo, renna ecc.), ricco di significazioni, di cui le migliori e più ripetuti 
SI trovano nel simbolismo svariato dei tempi protocristiani, allor che i 
motivi 6 le espressioni rappresentative più note del rito tramontato ricom¬ 
paiono per riassumere significati novelli. ; , Primo investito del metaforico 
nome di Cervo » lu Cristo (Ruscelli). « Questo nome poi le medesime scrit¬ 
ture hanno dato agli uomini spirituali..,, agli apostoli » (irf). 

Di CiutiH ii coccliio tinniti» 

Le oerve un 'li traevano 

(l^oHi’olo - vi f.hùfìd l'ftflavù'iut 

ohè il cervo era dedicalo a Diami, e a Giunone Conservatrice, e ad Ercole ; 
e successivamente si riscontra con meravigliose bellezze di simbolo nelle 
catacombe e in tutta l’archeologia cristiana, quasi sempre prossimo alle 
refrigeranti acque d’ un ruscello o agli istoriati calici della fede, indicando 
l’anima assetata del Bene Eterno, ossia il battesimo. « Come il cervo de¬ 
sidera le fonti dell’acque, cosi l’anima mia desidera Dio» (Salmo XLI. 1). 
Altra esegesi del passo biblico è che il cervo corre a rimpinzarsi d’acqua 


Echidna e di Titone, 
dell’ inferno : simbolo 








68 

per soffiarla sul serpente (il male), appiattato nella fessura delle roccie, e 
annegarlo. Es. : il sarcofago di Galla Placidia a Ravenna, rappresentante 
due cervi (catecumeni) al fonte della rigenerazione ; l'impresa del cardinale 
Carlo Borromeo, consistente in un cervo corrente alla fontana, coperto di 
serpi, con il motto : « Una sahis ». || Altre significazioni allegoriche del 
cervo sono : La prudenza, poiché egli è timido e pavido di natura, e benché 
le gambe leste l’incitino al corso, conosce la facilità del pericolo per la 
gravezza delle coma, che anche lo possono impigliare fra gli sterpi e i 
rami della selva. || La longevità, altra prerogativa dell’ animale. || La 
mutualità, perchè i cervi nuotando sogliono appoggiare il capo l’uno sulla 
groppa dell'altro, per sostenere a vicenda il peso delle coma e reciprocare 
la fatica; es. : nell’impresa dell’academia milanese Partenia Minore, spie¬ 
gata nel dotto discorso di Fabrizio Visconte (1B98). || La caccia, per 
evidenti ragioni. |1 La Chiesa cattolica fece del cervo l’attributo dei santi 
venatori: Fruttuoso; Giovanni l’Ospitaliere; Eustacchio maestro dei cava¬ 
lieri di Traiano, e Uberto figliuolo del duca d’ Aquitania, ai quali reprobi 
entrambi — nella medesima guisa apparve un cervo tra le cui corna bril¬ 
lava di prodigiosa luce l’imagine del Crocifisso. Il miracolo eguale tu il¬ 
lustrato in due mirabili quadri : dal Pisanello per Eustacchio (galleria 
Nazionale di Londra) e da Crayer d’Artois per Uberto. || Nelle imagini di 
san Bassiano ai colloca il cervo che il santo salvò da morte. (| Nella ico¬ 
nografia del pianto si pone il cervo perchè si dice ch’egli pianga dispera¬ 
tamente quando è mortalmente ferito (Bade). || Araldicamente il cervo si 
raffigura corrente, rampante o sdraiato e indica nobiltà antica (v. Animali). 

140. CESTO — Recipiente di varia forma che entra sovente nelle figu¬ 
razioni, per contenere fiori, frutti, gemme, serpi o altri attributi rappre¬ 
sentativi. Il II cesto propriamente fu simbolo dell’ Asia Minore, obediente 
ai re di Pergamo e passata in potere di Roma per il testamento di Attalo 
(131 a. 0.). Medaglie con il cesto (cistofore) furono coniate a Pergamo, 
Efeso, Apamea, Traile, Laodicea (Panell). 

141. CETRA — Antico stromento musicale, che nelle figurazioni si 
confonde spesso con la lira, da cui differisce per le proporzioni, per il 
numero e la disposizione delle corde e per la cassa o tavola armonica 
(Evans). Simbolo della musica, ed estensivamente della poesia, (v. Lira), 

142. CHIAVE — Svariata è la simbolog;rafia di questo istromento co¬ 
mune, in antico attribuito ad Iside e ad Osiride e a Plutone. || hegno di 
obedienza per le città e le castella, veniva presentato supplicemente al 
signore che solennemente vi entrava. Carlo II (1208-1309) a sua volta donò 
le chiavi di Lucerà alla Vergine Assunta, patrona della città. || Segno di 
favore sovrano, la chiave era appesa ad una catena d’oro cadente sul petto 
del cortigiano favorito. || Segno di potestà, le chiavi contraddistinguevano 
i capi druidici, e per esse il Redentore consegna a Pietro la suprema au¬ 
torità della Chiesa, ossia la facoltà « di legare e di sciogliere ogni cosa 
sulla terra e nei cieU » (Matteo, XVI - 19). Questa facoltà è trasmessa da 
Pietro ai suoi successori, e le chiavi rappresentano allora l’insegna del 






69 

pontificato oattoUco e apostolico. Tal volta il principe degli apostoli è 
raffigurato con tre chiavi, ohe secondo alcuni autori corrisponderebbero alla 
scienaa, alla poten.a e alla giurisdiaione. Es. : il mosaico sulla tomba di 
Ottone II imperatore, nell’atrio della basilica vaticana. Ordinariamente si 
raffigurava con due chiavi, l’una d’oro e l’altra d’ar¬ 
gento, ckives intelligibiles (Teodoro Studita). || Dante 
sulla soglia del purgatorio trova 1’ angelo confessore 
che tiene con la spada della giustizia anche due chiavi, 

1 uua d’oro, simbolo dell’ autorità, sacerdotale, e 
l’altra d’argento, simbolo della scienia {Purg. IX - 
117). Il La Sapienza di Jacopo della Quercia, nel¬ 
l’altorilievo della fonte Gaia a Siena, ha un libro e 
la chiave nella destra j e il comento del Carducci alla 
stampa di Alberto Durer (1614), raffigurante la Me- 
laticalia f dà, alla chiave l’attributo di « dischiudere i 
penetrali della scienza » (Degli spiriti e delle fanne 
nella poesia di Giacomo Leopardi). || La chiave è 
pure simbolo di secretesza, ed entra negli attributi 
della fedeltà dell’ amicizia. Forse questo significato 
deve attribuirsi alla chiave d’oro adottata dai massoni, la quale apre e 
rinchiude i più intimi secreti. || Anche la camorra usa la chiave quale 
simbolo del silenzio prescritto, come si trova nei tatuaggi comuni degli 
affiliati alla triste società (Lombroso). || Quattro chiavi si assegnano alla 
iconografia della logica, significando esse « i quattro modi di aprire la ve¬ 
rità in ciascuna figura sillogistica » (Ripa). J Si rappresentavano con le 
chiavi Giano, ritenuto inventore delle porte (tamia), e Palemone o Por¬ 
tano, prole di Cadmo, sotto la cui custodia particolare stavano i porti latini. 



CHIAVI DELLA CHIESA 


148. CHIMERA 
polato alla cima da 





Un monte vulcanico della Licia (Asia Minore), po— 
leoni, nella parte mediana da capre, alle falde da ser¬ 
penti, prestò alla imaginazione popolare la figurazione 
della chimera, mostro favoloso vomitante fiamme, con 
il capo di leone, il corpo di capra, la coda di ser¬ 
pente. Es. : il bronzo scoperto ad Arezzo (1568) esi¬ 
stente nel museo etrusco di Firenze ) il rilievo di 
stucco ai lati del pronao della abazia di S. Pietro di 
Givate. Il Nel linguaggio comune chimera significa 
fantasticheria, svolazzo della mente, ghiribizzo da paz¬ 
zoide, e cosi iconograficamente si adopera la chimera 
per indicare la fallacia. 

r)i concetti difficili e stravolti 

Non fabbricare a t© stìngi e chimere ; 

Cerca modi spediti e disinvolti. 

((Giusti - A U1I giovane scrittore). 


Il Gli iconografi usarono la chimera come simbolo della retorica, intendendo 
per questo mostro le tre parti di essa ; « la giudiciale per lo leone, per 
cagione del terrore che dà ai rei; la dimostrativa per la capra, perciocché 
in quel genere la favella suole andare molto lascivamente vagando; ed 




70 

ultìiuauimitu la deliberativa per lo dragone per cagione della varietà dogli 
argomenti, e per li assai lunghi giri ed avvolgimenti, dei (|uali la di me¬ 
stiere per il persuadere » (Kipa). 

144. CHIOCCIOLA — v. iMnuim. 

116. CHIODO — Attributo della divinità del Destino, posto nello mani 
inesorabili della Necessità, allora che il pensiero si elevò altissimo nel 
cielo della poesia. 

/V anteit xatrvu Sctu-ifSiUtt*. 

riaClìA trahiiteÀ. 4’t cuveus iitftuu 
fli'fitavA (iht'uuj ner 
imrtiM nhf»t ti<iuftlunu/tte pluutluim. 

(Orazio - I • Hò), 


tlnrtt a torjjo 

lUi preuieVH la Forza e la ferrata 

Xeoessità : souotea T uua i le^fami 

De I'atlamaute eterno, e T altra i ohiovi 

Con la iinmiueute mano 

Su la fronte «tendeva ilei sjran Titano. 

(CìariUioci - Pronu’Uo). 

Obietto di molteplici superstizioni presso tutti i popoli,-con prevalente 
credenza di virtù talismaniche di fortuna per sè o di vendetta. Rozze statue 
di legno, idoli mostruosi, sono tuttora coperti da chiodi di selvaggi, per 
ottenere grazie e favori. Nel museo Kircheriano di Roma si ha un esemplare 
di codesti feticci, nel nuale i negri del Mavombà iCoiigoj conficcarono chiodi 
e lame nel superstizioso intendimento di recare male altrui. Chiodi simbo¬ 
lici di identico carattere dovevano essere quelli della mutzv. una dolorosa 
tigpira della (riuxtizUi, grossolanamente scolpita, nella quale conficcavano il 
chiodo del giuramento i popolani dell*evo medio nell’Alto Vailese* contro 
i nemici della loro republica indipendente Courthion); ed anch'e quelli più 
recenti delle Xayol che ferirono, con i chiodi dorati e argentati della 
presunta vittoria i colossali simulacri delle città degli imperi tedesco ed 
austriaco: quello di Hindenburg, mastodontico, a Berlino; di Tirpitz a 
Wilhehmshafen ; di San Martino a Dresda; del metallurgo ad Hayen e ad 
Essen; dell'antico guerriero a Kiiiiigsberg; del cavaliere Rainoldo a Dort¬ 
mund; del «guerriero di ferro ».... in legno a Vienna (1915). Conosciamo 
il triste presente di quell’ orgoglioso passato, che aveva il guaio di antici¬ 
pare gli eventi. || In itoma antica il chiodo era simbolo dell’ anno, per il 
rito compiuto ad ogni ritorno degli idi di settembre, quando il pontefice 
massimo conficcava un chiodo (cUinis linnalis) nel tempio di Giove, in una 
parete a destra dell’ altare ;]jivio). jj Simbolo della Passiono di Cristo, ed 
ha la capocchia a piramide. Sul numero dei chiodi della croce santa si 
hanno opinioni diverse; nei primi secoli della Chiesa il crocifisso ne aveva 
due alle mani e «lue ai piedi; Michel Angelo attribuì agli artisti del Ri¬ 
nascimento l’uso di sovrapporre l’uno all’altro piede, per maggiore risalto 
d’arte, si che l’imagine risultò poi con tre chiodi costantemente. !| Nella 
Carboneria i chiodi della crocifissione simboleggiavano il dolore insoppri¬ 
mibile nella missione dell’adepto. || Nel simbolismo convenzionale popolare 




71 

lUliano il chiodo indica avarisia, e recentemente un giornale taceva cenno 
dell’uso invalso tra i fattorini rpmani (1921) di tracciare un chiodo presso 
1 uscio di coloro che non usano dare la mancia. 

146. CICA1.A. — La strana acustica del vecchio Anacreonte, di Esiodo 
di Teocrito, si compiacque dello stridore di questo emittero che gli egiziani 
prescelsero a simbolo della musica, e gli ateniesi tennero in conto grande. 
Ancora oggi i poeti provenzali chiamano sorella la cicala e si allietano delle 
sue note, nelle profondità infinite e serene del loro cielo di turchese. Il 
Meli dedicò cenni affettuosi alla « cicaledda rauca » ; i poeti ripeterond 
l’anacreontica credenza ch’ella si nutra di rugiada, mentre si alimenta 
dell umor delle foghe ; ed anche al Carducci non spiacque chiamare canto 
quel monotono frinire : 

alto ed immeueo 

OHutauo le cicale l’inno ili messidoro 

(Alla rertosa di Bologna - 3). 

Mmore fortuna ebbe la cicala presso Virgilio, Ariosto e La Fontaine, la 
cui nota tavola valse a designarla, inappellabilmente, quale simbolo di 
oziositàj falsa attribuzione morale, come è falsa l’attribuzione di operosità 
data alla formica. È però vero che la cigale del favolista francese « non è 
la nostra sonatrice degli orni sconosciuta nelle campagne dei dintorni di 
Parigi; è invece la grassa cavalletta verde » (Lioy). || La cicala simboleggia 
anche il cattivo poeta. || Per la tradizione superstiziosa che la cicala, come 
il serpe, ringiovanisca cambiando pelle ogni anno, essa fu designata a pa¬ 
radigma della longevità, e Giove tramutò in cicala Titone, oh’ era immor¬ 
tale, ma 0 . 08 Ì vecchio ed infermo da desiderare ardentemente il termine 
dei suoi patimenti. 


147. CICLAMINO — Primulacea gentile delle selve ombrose, detta anche 
moki dell’Alpi, o, piu prosasticamente pan porcino, perchè i porci ne dis¬ 
sotterrano i tubercoli di cui sono avidi. Il linguaggio dei «ori lo indica 
come simbolo della solitudine ed anche come amore freddo. (| Nel gergo 
della trincea alla parola « emònsgué » di origine fran¬ 
cese, si sostituì con pifi fine arguzia il nome di cicla¬ 
mino, per chi, pur essendo soldato, aveva saputo 
sapientemente celarsi nel profondo* dei boschi « bu¬ 
rocratici ». 

148. CICOGNA — Questo trampoliere dal collo 

hmgo e contorto, dalla curva del petto elegante, di 
cui sono innamorati i pittori giapponesi, entra nelle 
figurazioni come uno dei più notevoli esempi fetici 
del mondo animale. Era dedicato a Mercurio; sacro 
per i tessali che colpivano i suoi uccisori di pena , . 
capitale (Plinio); sacro por i musulmani chè loro 
proviene della tomba di Maometto; familiare e ri¬ 
spettato in Olanda, e rappresentante al vivo lo stemma oarioatijrai.k 

dell’Aia, dove le cicogne gravemente e tranquillamente passeggiano fra i 
banchi del chiassoso mercato del pesce. 











■--nv-' 


72 


Piti fh« ha pH8<'iatu la cicuta i tìgli. 

(Par. XIX - Stó) 


uutrb, ristora e difende i genitori ; ed i naturalisti antichi — come i padri 
della Ohiesa — ne ripetono 1’ elogio per la eletta pietà e la calda ricono¬ 
scenza oh’ essa dimostra, per l’aiuto e il conforto che presta e a buon 
diritto simboleggia. La cicogna (alquanto simile nello aspetto esteriore 
all’ ibi) veniva posta nel cimazio dello scettro (Aristofane - Gli uccelli) , per 
dimostrare che il re deve essere pio. Nell’ impresa di Alberico Cibo Mala- 
spina, marchese di Massa, la cicogna mostra < la conoscenza del debito suo 
in amare, riverire e servire » re Filippo d’ Austria (Huscelli). j| In Olanda, 
in Germania, in Ungheria la cicogna è tenuta buon segno della natalità, 
e per le sue stranezze strutturali si presta agevolmente ai disegni carica¬ 
turali allegorici, nei quali i bimbi in fascie sono portati dalle cicogne, nel 
becco o sulla schiena. Es. ; La cicogna fu posta ad ornare il portale del- 
r ufficio delle nascite nel municipio di Dresda (1910), come simbolo del 
riconoscente affetto vicendevole tra tigli e genitori. « Io piangeva nella 
culla e la cicogna volava sulla mia testa » dice nell’ inno all’ emblematico 
uccello Alessandro Petofi (1847); ed in esso l’insigne poeta ungherese vede 
« la realtà fedele sorvissuta ai bei tempi fatti di sogni ». 

149. CICUTA — Erba ombrellifera acre e velenosa, suggerita a simbolo 

della fragilità per il verso di Virgilio : , 

//«<• non fragili flouahimim anté ncuUt 

(Htir. V - tió). 

Il linguaggio dei fiori la ricorda come simbolo della 
perfidia (Zaccone), e l’erba malefica fa la sua com¬ 
parsa nella caldaia in cui bollono le orride mesco¬ 
lanze delle streghe : 

Sch^Iìh di tiralo, dente di lupa. 

OioQta svelta di uottc cupa. 

Naso di turco, labro di tartaro, 

Dito del bimbo d' una bagascia 
Nato in un fosso, strozzato in fasida.... 

(Shakes]>eare - àfnrheth IV - 1). 

150. CIGNO — « Il cigno, uccello famosissimo, si 
trova esser ornato di molte parti e qualità illustri, 
senza che si riconosca in lui alcun vizio. Per ciò che 
in quanto al corpo egli' è di piume bianclùssime. 11 qual colore oltre al- 
l’esser vago a vedere, è posto ancor dagli scrittori sacri per la parità, 
per l’innocenza, ed ancora per la fede » (Ripa). Il cigno è dunque animale 
di eletta nobiltà, anzi di origine divina, che la suggestiva favola di Giove 
amatore di Leda lo identifica con il signore del cielo, padre e re degli 
uomini. (I Più particolarmente fu dedicato ad Apollo, e simboleggiò la 
poesia (es. : nel bassorilievo in marmo greco del temjìio malatestiano di 
Rimini), i; Con apponimento molto discusso e controverso, è usato anche 
come concetto zoologicamente espresso della musica. Claudio Eliano atterniti 
che il cigno canta soltanto allo spirare di Zefiro, e il comentatore secen¬ 
tista aggiunge ; « come i musici che non cantano mai se non spira qualche 










7S 

veuto delle loro lodi e appresso persone che gastino la loro armonia » (Ripa). 
Altri antichi non credettero alla buona voce del cigno (Virgilio, Orazio, 
Lucrezio) ; e lo scetticismo scientifico moderno negò al cigno la voce armo¬ 
niosa, e tu errore, dicesi, poiché egli va ascoltato nello stato di libertà e 
non in quello di schiavitù. Cignus mustcus è soltanto quello selvatico, o 
la scienza ne studiò il canto, e confermò che le sue note dell’agonia sono 
una commovente realtà, sia pure alquanto abbellita dalla leggenda (Pallas, 
Paber, Homeyer, Olafsson, Schilling). 

.■Vmahil sire è il cigno, e con l'impero 
Modesto delle srrazie i suoi vassalli 
Regge, ed agli altri volator sorride, 

E lieto le sdegnose aquile ammira. 

(Fosoolo - Le Grazie - SiA). 

Simbolo, quindi, di amabilità, di mag^nanimità, secondo il consentàneo 
elogio del Buffon : « Il cigno regna sulle acque con tutti i titoli dell’ impero 
di pace : la grandezza, la maestà, la amabilità ; con possanza e con forza, 
con coraggio e volontà di non abusarne, di non adoperarle che per la difesa ; 
combattere e vincere senza aggredire ; re pacifico degli uccelli acquatici, 
non pauroso dei tiranni dell’aria ». {{ La tradizione cristiana gli conferisce 
altre nobili significazioni. Il suo mìtico candore, la sua immacolata purezza 

10 indicarono a simbolo della difesa della virtù. Ricordiamo la mistica 
spedizione del cigno, che condiice verso la virtù e verso 1’ amore la navi¬ 
cella di Lohengrin, a compiere l’impresa generosa di difendere Elsa per¬ 
seguitata, e poi si allontana e rientra nell’ arcano, sconosciuto come era 
giunto. Il Come di mistero è avvolta la figura del cavaliere del San Graal, 
cosi misteriosa .sembra agli abitanti del mare del Nord la comparsa dei 
cigni, che vi vanno a svernare dalle terre polari e,dall’Irlanda, e ne ri¬ 
partono con la mitezza della stagione. || Vi sono anche cigni neri, poco 
comuni in antico, e dati per la eccezione ; 

Barn «ri* ih terria, nigroiitie HimUliim eygito. 

(Giovenale). 

151. CILIEGIO — Pare strano che in tempi di non ancora troppo evolute 
creanze le belle frutta ghiotte di questa rosacea si usassero poco « nei con¬ 
viti, per tinger elle fuor di modo le mani e la bocca » (Durante). In grande 
onore esse furono, però, tenute sempre nei paesi orientali. Al Giappone si 
attende la fioritura del ciliegio come una festa sospirata, e quando esso 
apre al cielo i graziosi frutti pullulanti sui grandi rami, con motivo squi¬ 
sitamente decoratore, i parchi sono meravigliosi per il giubilo della folla; 

11 mikado partecipa alla festa della fioritura con un grandioso garden party 
ad ogni aprile, ed i giardini reali diventano un caleidoscopio fremente di 
vita e di colori. Dice una poesia; « Se ti dimandano una ragione sull’anima 
del Giappone, rispondi che l’anima del Giappone è il fiore del ciliegio al¬ 
pestre che emana il suo profumo ai primi chiarori dell’aurora» (Mariani). 

Il Presso i popoli nordici il ciliego ebbe fama di liberare gli spiriti fatti 
schiavi dai maghi. I prussiani e i lituani l’avevano posto sotto la tutela 
di un dio che — con voce latina — chiamavano Chireis. || Un pappagallo 
con in bocca una ciliegia era simbolo della eloquenza (Zeif in liUd - lilOS). 


71 ■ 

|: Porta il ramo di ciliegio, come attributo, sau Gerardo dei Tintori, ve-- 
iioralo in Monza. |) In araldica ha forse il più a.ssodato significato simbolico, 
che ò quello della concordia dei vassalli verso il loro signore (^Guelfih 

152. CIITO-HIAIiE — Pachiderma selvatico le cui qualità sono quasi 
ili tutto simili a quelle del porco comune, con P aggiunta dell’ impeto e 
della ferocia, e vennero quindi variamente considerate per la parola del 
simbolo. Il In una delle incarnazioni (avafaraj di Visnù, questo dio assume 
fisionomia di cinghiale quando solleva la terra sprofondata nel mare e 
quando uccide Hiranyksha, capo degli asuri, che s’era insignorito delle 
sfere del cielo. || Il cinghiale era pure animale sacro presso i galli che lo 
coniavano sulle monete come il toro e il cavallo. || Nella simbolica comune 
prevale però la significazione della cupidigfia, propria al cinghiale ; es. : « la 
fiera solitaria feroce » che ha devastata il ceppo della vite trapiantata da 
Dio sulle pendici di Efraim (Salmo LXXIX - 14). || Si attribuisce al cin¬ 
ghiale finissimo udito, ed a rappresentare questo senso lo menzionano pro¬ 
verbialmente : 

A'o« aper auditu, litir vis», simiu i/ustii, 

VtiUur odoratiit superai ai'amm taHn. 

! Il cinghiale entra altresì negli emblemi di caccia. Araldicamunte può avere 
denti di smalto diverso e si rappresenta passante e di profilo. 

153. CINNAMOMO — Uno degli alberi dell’« orto chiuso» menzionato 
nel Cantico dei cantici (IV — 14), aromatico e officinale, che si sviluppa 
laboriosamente nei dumeti e fra le spine, e per questo 
simboleggia la castità. 

164. CINTTTKA — Varie forme e significazioni 
ebbe la cintura negli ordini sacerdotali ed equestri 
e nelle usanze comuni. Es. : fu grado solenne della 
milizia presso i romani ; significò professione delle 
armi, dignità di cavalleria, eco. || Presso gli egizi 
uno speciale nodo di cintura (tait) poneva la donna 
defunta sotto la protezione d’Iside (rjbro dei morti- 
OIjVI) e indicava libertà di portamento. 

1.55. CIPRESSO — Conifera augusta, di cui fu 
scritto essere opera di poesia e di arte rintracciare 
la voce nella natura, resistentissima all’ offesa del tempo, 

A’er m^'ulu anti^ ptivovia 
Sf.i' lonffa rarifim tiwft fteu^rtac: 

(Marcialo] : 

o quindi usata a far case, templi, sarcofagi illustri : 

Mon ptrheioM htf'tnn fftstotti, cupri^iìifutt. 

(Lafanu). 

Parecchie leggende iraniche ed elleniche danno natura ajitropogenica al 
cipresso. Un giovano pastore di (’eo nelle Cicladi uccideva inavvertitamente 











75 


un suo cervo diletto, e disperato volle darsi morte. Apollo, a oui era caro, 
converti le sue membra in una verde vetta di rami e fronde, e fu il ci¬ 
presso (Metam. X). || Nato dalla rapsodia del lutto e della ti-isteasa, fu 
sempre tenuto per albero atro e ferale (Virgilio), inviso (Orazio), perchè 
dedicato a Plutone, i cui sacerdoti se ne inghirlandavano il capo. I tirreni 
avvolgevano il cadavere con le foglie di cipresso, e con un ramo alla porta 
ne annunciavano la presenza. I ricchi pagani correggevano l'aria dei roghi 
che abbrustolivano le salme ardendo loro intorno rami di cipresso (Varrone, 
Lucano). || Anche Melpomene ne era coronata e il ' 

cipresso fu simbolo della tragedia. || Espressione del- 
l’anelito imperituro verso l’ imperituro ideale, lo 
«lice la filosofia cristiana, e tombe e chiostri e vie 
di pietosi peregrinaggi chiesero alla decorativa sua 
eleganza sussidio di austera e mesta tranquillità. 

lo aon 1’ arbore antica 
sacra al pallido Lete, 
deir eterna quiete 
e del .silenzio amica, 
fja negra arbore io sono 
oui non islroncla il verno, 
r arbore del perdono 
H del riposo eterno. 

fl+raf - Medium). 

Tagliato, il cipresso più non germoglia; indi il suo 'HKtsso 

significato simbolico della disperazione. || (.Questo bell’albero però, che 
orna cosi leggiadramente il paesaggio italiano, 



commisto al palmite ricco, 
sul liancto ilei colli silenti, 
SII le correnti dell’acque, 
incontro al zaffiro sublimo 
dei monti 


(ir Annunzio - Uiudi)., 


non ebbe sempre espressioni funebri o funeste, si bene anche di speranza 
e di resurrezione. In alcuni riti di nascite feminili e di fidanzamenti iii 
Roma antica, come in Candia moderna, si celebra l’atto rituale di piantare 
il cipresso ; a Salaparuta, nel di dei Morti, i fancinlli portano lietamente 
nelle case cumuli di pigne di cipressi (Pitrè) ; la , Giovane Italia » allottò 
come emblema nn cipresso con il motto « Gra e sempre » e lo chiamò « al¬ 
bero della vita ». || Cantava il Poliziano tra le carezze della sua bella villa 
fiesolana : 


E il Carducci, 


Hir nijiti nniìferi» huihilal /itirii 


davanti a san Guido : 


riipressis. 

ffnntìruM, 


11 ). 


Boi fijircHsettl, fipressctti mìci, 
fedeli amici di un tempo migliore.... 

tìcrive Renato Paoli : « Il Ruskin — bontà sua! — ci dà il cipresso per albero 
nazionale». E con quella sua ossessionante fissazione, che l’Italia non sia 
« che un vasto sepolcro e tutta la sua vita presente un vestigio ed una 
memoria » scorge, nella sua tetra fantasia, i cipressi elevare tra noi il loro 








76 

corteo maestoso di tenebra ondeggiante presso la colonna cadata, o in mezzo 
al silenzio del tempio ombreggiato e dell’altare senza culto, e uniformarsi 
calla tristezza della dolce spiaggia del cimitero d'Italia». Ma un altro 
scrittore invece, che non soffre di fissazioni, lo Schneider, pone in guardia 
gli stranieri, i quali non si possono immaginare, sotto il loro cielo velato, 
l’effetto decorativo dei cipressi in Italia, c Da noi — scrive — destano 
impressioni funebri : in Italia sono il prodotto spontaneo della terra, gli 
amici della casa, che colla loro rigidezza riparano dalla tramontana e ohe 
ombreggiano colle loro fronde nere. Ora, fissi nell’ aere immobile, proiet¬ 
tano il loro fuso nel turchino del cielo; ora, quando spira il vento, don¬ 
dolano le loro cime con una calma grave. Se si vuol sapere, del resto, qual 
bellezza comunichino alla terra e da lei ricevano, si contemplino i quadri 
e i freschi dell’Angelico, del Gozzoli, del Pinturicchio ». 


156. CIRCOLO — Una delle figure fondamentali della geometria ele¬ 
mentare ritenuta, insieme alla sfera, delle piìi perfette, e nelUambito delle 
quali alcuni credono operino tutte le energie del genere umano (Ocello 
Lucano, Ploro, Polibio, Machiavelli, Vico). Cfr. : 


La circolar natura, oh' è suggello 
Alla cera mortai. 

(.Par. Vm - 126). 

Non è compito nostro la discussione filosofica sulla concezione diversa del- 
l’azione circolare riguardante il progresso ed il regresso umano. Nel circolo 
— per la varietà delle opinioni — si cercarono arcani d’ogni maniera, e la 
figura servì ad espressione di simboli infiniti. Daremo un esempio di tali 
applicazioni riportando dalla leggenda di Ram, il grande rinnovatore drnidico 
(6700 circa a. C.) ricevuto dai magi dell’Egitto, presso i quali egli si era 
recato assetato di scienza : « Ora, o Ram — dicono i magi — prendiamo 
il compasso, la riga e la squadra, e tracciamo i simboli che derivano dal 
Tempio piramidale. Dal punto Dio, come centro, descriviamo un Circolo 
ohe passi per la sommità degli angoli del Quadrato, e avremo la circonfe¬ 
renza di tutto ciò che è, il simbolo della forza rotativa che fissa nel suo 
turbine tutti i sottomultipli della Vita-Una. Oltre esso v’è l’Ignoto che 
sfugge a ogni umana ricerca ; dentro c’ è l’Universo e le sue produzioni 
indefinite ». (Saunier). |' Timeo, seguace di Pitagora, raffigurò Dio in cerchio,, 
asserendo che il suo centro è da per tutto e la circonferenza in nessuna parte ; 
e parve cosi appropriato il simbolo che l’adottarono pure Platone e Pascal. 

Questo io diceva, di quel cerchio iu lode, 

Che eimliolo primier di Dio fu scelto. 

Oh, fosse in Ciel voler, che come tutte 
Della eirconferensa al centro vanuo 
Le linee ohe dal centro a lei venire, 

Le nostre menti in Dio, se pur da Dio 
Venne quell' aura che ne avviva il corpo, 

Ritomin tutte ; e in lui posando, vivano 
Immobilmente nel lor fine eterno ! 

(Mascheroni - Gli aitrilmti tli Dio ndiìmhrati 
nella projìrietfi del rirrolo). 


(V. Cerchio). 


Ti 

167. CIVETTA — 1 naturalisti distinguono fra la nottola e la civetta, 
assegnando alla prima (Atheiie nocfua) il vanto di essere consacrata a Mi¬ 
nerva, per avere comune con lei la prerogativa dell’occhio profondamente 
indagatore, che veglia e distingue le cose della notte, e di rappresentare, 
quindi, la saggezza e lo stadio notturnamente veglienti. Es. : il Pianta 
usò la civetta nella rafiigurazione del Senno, alla scuola di S. Rocco a Ve¬ 
nezia. « Portar nottole ad Atene » (Ariosto) è la traduzione di un adagio 
greco alludente al simbolo di Minerva, protettrice di Atene, che coniava 
nelle sue monete il rapace uccello, 

CretìHur armiferatt siyiium Miitenae 

(Ovidio Fn»t. VI). 

In alcune medaglie la civetta simboleggiò la « Sapientia principis p;’ow- 
dentissimi ». )| Anche Taranto aveva per tutrioe Minerva ed effigiava fre¬ 
quentemente la civetta nei suoi monumenti. 1| Altrove invece la civetta 
tu e rimane simbolo di ignoranza e di superstizione, benché il povero 
volatile notturno, come non ha merito per essere il favorito della sapienza, 
non abbia nè meno la colpa di essere il preteso messaggero di sciagura. 
E pure la sua fama sinistra data dalla preistoria, poiché esso fìn da allora 
era il segno dell’equinozio d’autunno e della morte dell'anno, o — più 
genericamente della morte (Badouin). || Eliano ne depreca l’apparire 
come tristo presagio, contrariamente al pensiero delle moltitudini di Sicilia. 
Il Altri lo dissero simbolo della vergogna, perchè, perseguitato dagli altri 
pennuti, si rifugia solitario nel cavo degli alberi. || Agnolo Firenzuola era 
tanto affezionato ad una sua civetta che la pianse morta con una dolorosa 
canzone; Filippo Pananti scrisse un grazioso poemetto didascalico sulla 
civetta, presentata come simbolo della amabilità con versi che vedemmo 
recentemente riportati da una briosa effemeride romana, attribuente delle 
simpatie per la civetta a Ponzio Pilato ed al.... sindaco di Roma, Nathan : 

La civetta con tutti amabilisfiima 
Sa le creanze, sa le convenienze 
E sembra dire ognor: « Serva umilissima »; 

Che belle graziose reverenze. 

(Pananti). 

Si può comprendere 1* epiteto di civetta (civetteria) dato alla femina che 
fa immodica ostentazione di sè, dalle facoltà, investigatrici delle pupille, 
caratteristica puramente materiale, non da altre caratteristiche di senso 
morale della civetta; le cui pose piuttosto goffe sono prodotte soltanto da 
paura (Praloran). 

Se talora volgendo il vago viso 

Fa scintillar leggiadra giovinetta 
Un vivo sguardo, un tenero sorriso, 

Dicono le linguaocie : è una civetta ! 

E se al balcon un tantinel si afTaceia, 

Non fanno altro che dir : • ohe civettacela ! • 

(Pananti). 

« Quelle che i Franzesi chiamano eoquettes, e noi frasche dalla vanità e 
leggerezza loro, le addomandiamo anche civette dallo allettare co’ loro mo¬ 
vimenti e gesti gli amadori, quasi semplici angelletti ed incauti » (Sai- 



(8 

vini - Annot. Tane. 548). || Durante la guerra .Iella rivoluzione francese 
gli chonans della Vandea coniarono una medaglia con la civetta (chonettc) 
posata sopra un j-amo, con tre fiori di giglio attorno al cApo e con scritto 
ai lati le parole « viva la religione » e « viva il re ». Con una di queste 
rarissime medaglie — non si sa perchè — Clemeuoeau volle sigillare, ac¬ 
canto alla sua firma il cosidetto trattato di pace di Versailles (1919). Dopo 
.“^lidan, a dileggio di Napoleone III, venne .x)niata una moneta — oggi 
rarissima — nel cui verso, invece dell’ aquila francese, vedesi una civetta 
ad ali spiegate, attorniata dalle parole: « Vampire francais - 2 dee. ts.'ìl - 
2 xe.pf. ISIO ». 

158. CLAVA. — Bastone sottile all' impugnatura, nodoso e grosso al¬ 
l’estremità; simbolo dei mitici eroi (Ercole, Teseo) che lo impugnarono per 
ilebellare i nemici dell’umanità, ed ha quindi significato di forza generosa, 
usata in imprese di severa giustizia. Es. : Nella medaglia della Vax au¬ 
gusta di Sergio Galba, acquistata per fortezza di spirito su nemici protervi. 

169. CLESSIDRA — Orologio in origine ad acqua, poi anche a polvere, 
consistente in due ampolle opposte per la bocca l’una all’altra, in guisa 
che dallo stretto orifizio esca una certa quantità del 
contenuto in un determinato spazio di tempo. Cfr. : la 
frase ri.'-orrente spesso in Cicerone : « aqua mihi 
haerct » — sono agli sgoccioli del tempo assegnatomi 
per parlare — « aquaiii perdere » — sciupare il tempo 
— perchè la clessidra si adoperava per fissare il li¬ 
mite temporaneo dei discorsi ai publici oratori. È 
ordinariamente riprodotta come simbolo della misura 
del tempo, con svariate applicazioni. Es. ; nella erm.a 
della Melanconia, del Pianta, alla scuola di S. Rocco 
in Venezia; nel fresco della Temperanza del Loren- 
zetti, nel palazzo della Signoria in Siena. || Alcune 
volte si applicano alla clessidra le ali per denotare 
la fugacità del tempo. Una clessidra posta oriz¬ 
zontalmente, in guisa che resti inattivo il suo contenuto, è simbolo d^ 
inerzia, di negligenza. 

IW). COCODRILLO — Obietto presso alcune genti di .esecrazione e di 
indomite persecuzioni (etiopi), e presso alcune altre di fastosa devozione, 
sino ad ingemmarlo nelle vive carni,* passandogli gioielli negli opercoli 
delle orecchie e monili d’oro alle gambe (egizi, tebani). Per questo culto 
di pietà sfarzosa gli artisti della antichità trascelsero fra i simboli meglio 
evidenti dell’Egitto questo sauro loricato, lussurioso e feroce; 

Intorno a^li luci delle sue juasceile 
Stan gli strajii in agguato e le veiulettc. 

(llHiMSardi - itìohhr). 

Alcuni esegeti della Biblia lo identificano con il mostro Leviatan (Giobbe - 
XLI, li. Il cocodrillo non ha lingua e per taluni sarebbe simbolo della 
divinità, questa imprimendo i suoi comandi nel silenzio. || Narravano i 








. 7H 

cristiani primitivi ohe la lontra, avvolta nel tango, e formatasi cosi una 
specie di armatura di difesa, si precipitò intrepida fra le formidabili 
mascelle del cocodnllo e dalla strozza ne divorò le viscere. Cosi il Salva¬ 
tore, vestite le spoglie dell’uomo, scese nell’inferno, ne strappò le anime 
e tornò vivo e incontaminato alla luce. Per questa similitudine il coco- 
«Irillo nella zoografia cristiana dei primi tempi simboleggiò l’inferno e la 
malizia, ed è tale — ad esempio - il cocodrillo trafitto dalla lancia di 
san Teodoro, vescovo di Mira, venerato a Venezia. |! Il cocodrillo rappre¬ 
senta anche l’anno, perchè i suoj denti hanno il numero eguale ai giorni 
di esso (Achille Tazio). Nessuno vide mai piangere il cocodrillo; sono 
dunque favolose le lacrime del pentimento che la metafora corrente gli 
attribuisce, tanto piò che la lacrima di angoscia sembra il privilegio del¬ 
l’uomo, e non si spreme per istinto (Zeller), benché alcuni autori abbiano 
accennato al pianto del cavallo (Omero), del cane e delle pecore (Cuvieri, 
del macaco mauro (Darwin) e dell’elefante catturato (Tennemeutl. Il II 
cocodrillo forma lo stemma di Nimes. 

161. CODINO — Caratteristica del popolo cinese, benché apparsa molto 
tardi nella storia di esso, e non sia in realtà che il ricordo della sogge¬ 
zione sua alla dinastia dei Tsing ed ai forti Manciù (1644). Costoro obbli¬ 
garono le donne dei vinti a deformarsi i piedi, perchè non camminassero 
lontano ; e per rendere meglio afferrabili gli uomini cinesi, ed anche perchè 
essi attestassero il loro stato di inferiorità, li costrinsero a radersi il capo 
tacendosi crescere soltanto il ciuflfo centrale dei capelli. Il codino è quindi 
simbolo di servitù ; ed anche in Europa i liberali odiarono sempre la coda, 
e tutte le treccie maschili, tanto da chiamarsi « codino » ogni jiersonaggio 
sospetto di tendenze reazionarie. Faceva dire il Giusti al suo immortale 
Girella; 

Se poi la coda 
Tornò di moda, 

Li^fìo ai Pontefice 
K al mio sovrano, 

AlKai patiboli.... 

Ma lortunatamente, anche ai suoi tempi il Giusti poteva dire: 

A battesimo suoni o a funerale, 

Muore un rodino e nasce un liberale 

( • t'arthuffo *), 

Dojio la rivoluzione francese si tagliarono tutti i codini naturali, e si ap¬ 
piccarono per dileggio le parrucche che li avevano artificiali, come voleva 
la moda. Ma durante la breve reazione austro-russa i liberali dovettero 
affrettarsi a riattaccare sulla nuca una coda posticcia, per sfuggire alle 
aangniuose rappresaglie. Anche in Cina è quasi totalmente raggiunta l’àho- 
lizione del codino, caldeggiata dall’agitatore Sun Yat Sen, durante la ri 
voluzione republicaiia iliUdi. 

ll>‘2. COLCHICO — V. Zafferano dei campi. 

163. COLOMBA — ,Subietto in.signe di totemismo, intermediaria fin dai 
libri vedici tra la divinità e l’umanità, adorata corno Aatarte, dea della 


») 

guerra e della morte, dai babilonesi, e come Derceto o Atergate nella Siria 
Àramea. Semiramide, abbandonata infante dalla madre Derceto, fu alimen¬ 
tata da colomba ed in colomba fu trasformata alla morte. Nel progredimento 
del culto, cessando lo zoomorfismo sacro per fare dell’ animale il compagno 
della divinità già in esso adorata, la colomba fu attributo di Venere o 
s’ avvicendò al passero nel trainare il carro della dea. 

Colla Ci/theriame npltn^enl agitala rotuinbae, 

scrisse Nerone in un verso elogiato da Seneca. || La colomba era pure 
sacra agli ebrei : 

Alba l'altsfmo mnotu culumba Sgro 

(Tibullo) 

e per questo mezzo fu introdotta nella « disciplina dell’arcano » cristiano, come 
antico totem siriaco (Reinach); dove tiene fra gli luscelli il posto assegnato al¬ 
l’agnello fra i quadrupedi. I primi cristiani la prcxiiga- 
rono in tutti i loro monumenti, intervenendo essa in 
tutti i grandi misteri della divina misericordia, e di 
quale venerazione fosse obietto lo dice la sua assun¬ 
zione a simbolo dello Spirito Santo « ciim, Patre et 
Filio adorandus et glorificanduH » (Congr. di Niceal. 
Es. : il fresco di Taddeo G-addi nella cappella degli Spa- 
gnuoli a Firenze. || Nei primi secoli del cattolioismo 
si riservava il cibo consacrato per gli infermi in una 
teca in forma di colomba, detto colomba eucaristica ; 
es. : quello che si conserva nella chiesa di S. Na- 
zaro in Milano e quello visto a Bobbio dal Mabillon 
(Iter italicum). Molteplici altri significati ebbe la co¬ 
lomba, per la dolcezza dello sguardo, la leggiadria 
del corpo, le movenze vaghe e mculeste : l’innocenza, il candore, il pudore, 
l’ umiltà, la prudenza, la mansuetudine, la semplicità. Es. : « semplici 
come le colombe » ^Matteo - X, 16) ; la Semplicità dipinta da Paolo Vero¬ 
nese, o dai suoi allievi, nel palazzo ducale di Venezia. 

Si come quando il colombo si pone 

Presso al compagno, 1’ uno all’ altro soande 
Girando e mormorando T affazìona. 

(Por. XXV - IHi 

.. Ad ogni lato del giardin, tra i fiori 

Erano nidi di colombi, simbolo 
Oeir amore. 

(Longtellow - Evmhgfiiiuu II). 

Se non che tutte queste doti squisite dipendono soltanto dalla parvente 
nettezza fìsica della colomba, che ha la piuma più candida della sua ma¬ 
niera di vita; infatti, i naturalisti affermano eh’essa è monogama ma è 
anche lasciva anzi che no (v. PasserOj Piccicytie) ; e la colomba e la tortora, 
che furon scelte anche a paradigma della fedeltà coniugale, in questa 
virtù sono di gran lunga superate dal cigno, dalla cicogna, dal pappagallo. 
(Solimena). 



SPIRITO SARTO 






81 

164. COLONNA — Piedritto rotondo e verticale inserviente da sostegno 
(columen). « La colonna dalle sacre lettere, da poeti, e da ogni sorte di 
scrittori e poste per esempio di sostegno altrui e di forteisa in sè stessa » 
(Ruscelli). Quindi anche di solitudine severa ed austera. Cfr. l’imagine 
di Renato, quando scorga la colonna torreggiente e sola nel deserto e l’as¬ 
somiglia « ad una di quei grandi pensieri che nascono, di quando in quando, 
in un anima desolata dagli anni e dalle sciagure » (Chateaubriand). |{ La 
colonna ebbe significazioni mistiche in parecchi monumenti aniconici del¬ 
l’antichità, simboleggiando Mercurio, Odino, ed altre divinità. Irminsul, 
o « colonna del mondo » era il nome del grande albero venerato dai sassoni. 
Dadmt o Doudon era il sistema delle quattro colonne reggenti i quattro 
angoli del cielo, secondo gli egizi. || La colonna iso¬ 
late nei monumenti cristiani indica la Chiesa « co¬ 
lonna ed appoggio della verità » (S. Paolo - Timoteo 
~ 1®)’ E®- • la colonna portata da un angelo nel 

dipinto di Melozzo da Porli nella basilica di Loreto ; 
la colonna d’argento fra le fiamme, con l’impresa 
« Tali» est Magnus Basilius » assunta dai religiosi 
basiliani, || Le colonne poste da Salomone nel ve¬ 
stibolo del tempio entrarono come simbolo nelle 
espressioni massoniche : quella a destra, rossa, dette 
Jackin, simboleggia la vittoria; quella a sinistra, 
bianca, detta Booz, simboleggia la gloria. Altri danno 
alle colonne massoniche il significato di forza e fer¬ 
mezza, evoluzione e involuzione, bene e male. Nelle 



chiese gotiche le due colonne furono espresse dalle »' «At-oMosK 

torri della facciate (Saunier). || Le colonne d’Èrcole, — cioè quelle che la 
tradizione voleva piantate dall’eroe stesso presso Cadice, e avessero il po¬ 
tere di frenare l’impeto dei venti e di trattenere l’oceano — furono, con 
l’altero motto « plus ultra » adottate a compimento emblematico della po¬ 
tenza spagnola. Es. : i colonnati di Filippo VII e di Carlo IV. || Molte 
specie di colonne sono elencate dalla scienza antiquaria. Ricordiamo fra 
di esse: quelle gnomiche, ohe portavano le ore segnate sul loro cilindro; 
la 6c«ico, poste al tempio di Giano e innanzi a cui si dichiarava la guerra; 
la lattearia romana, dove si esponevano gli infanti derelitti ; la manubiaria] 
ornate di trofei; le rostrate; le memoriali; \e oìwnfiche ; \e> militari ; \e 
milliarie ; le itinerarie. 


166. COLOBI — La grande importanza dei colori nei nostri rapporti con 
^ mondo esteriore ha creato per ciascuno di essi una storia e una fortuna. 
E vasto campo — non intentato — di psicologia sperimentale la ricerca 
della capacità del colore — simile a quella del suono — nell’ eccitamento 
delle comuniMzioni e nella genesi delle idee. Per la tassonomia del nostro 
lavoro, tocchiamo particolarmente dei singoli colori e della loro svariatis- 
sima interpetrazione simbolica al loro capo speciale. Qui diamo uno sguardo 

d insieme, seguendo — per quanto è possibile — la ermeneutica storica del- 
1 allegoria. 


6 



















82 


Fra i popoli primitivi e nei fanciulli predomina la simpatia per il rosso 
e per il giallo, che sono i colori più vivaci ; simpatia che va illanguidendosi, 
rispettivamente, con l’accrescersi della civiltà e della età (Havelock Ellis). 
Kesta il rosso il colore della predilezione feminile; mentre il colore della 
predilezione maschile è il violetto. (Jastow, Wissler). I pittori ellenici pri¬ 
mitivi non usavano che il giallo, il rosso, il nero e il bianco. In Grecia e 
in Roma le cortigiane indossavano vestaglie gialle e si tingevano di giallo 
i capelli, e per ciò tale colore simboleggiava il piacere carnale, condannato 
dal cristianesimo. Come nell'antico culto esistevano colori rituali per le 
vesti dei sacerdoti (bisso, porpora, giacinto, croco), cosi anche la tarda li¬ 
turgia cattolica prescrisse i suoi colori, il cui significato simbolico fu dato 
dal pontefice Innocenzo III (De mysteris missae) : il bianco, simbolo di 
candore, purità, gaudio, gloria, usasi per le feste del Signore, dei con¬ 
fessori e dei martiri ; il rosso, simbolo di ardore di fede, per gli apostoli 
e per i martiri ; il verde, simbolo di speranza, per tutte le ferie e per gli 
altri santi; il violaceo, simbolo'di penitenza, per la quarta domenica di 
quadragesima e per i santi innocenti. Il nero, espressione assolutamente 
pagana di lutto (Winkelmann) fu pure adottato dalla Chiesa cattolica per 
i defunti, per l’avvento e per le ricorrenze da settuagesima al sabato santo. 
Nel rito romano per il Sacramento si usa il bianco ; nell' ambrosiano e in 
alcune chiese di Francia il rosso. Sono vietati i paramenti di altri colori, 
e specialmente il giallo e il ceruleo, eccetto siano di tela d'oro, e in tal 
caso si possono usare in luogo del bianco, del rosso o del verde (S. Romana 
Congregazione 5 dicembre 1868). || Come simbolo di lutto erano : il giallo per 
gli egizi ; il grigio per gli etiopi ; il nero per gli uomini e il bianco per 
le donne in Roma antica. Sono tuttora : il grigio per gli abissini ; l'azzurro 
e il violaceo per i maomettani ; il bianco per i cinesi, i coreani, i giap¬ 
ponesi, i siamesi; il nero e il violaceo per gli altri popoli civili. I russi 
ornano i loro catafalchi con i colori più vivaci. H’I colori inservirono per 
distinzione di fazioni e la storia ci narra di quali lacrime grondassero e 
di che sangue. Es. : i Verdi e i Turchini di Costantinopoli; i Bianchi e i 
Neri di Firenze ; la croce bianca degli Armagnac e quella rossa dei Bor¬ 
gognoni; la rosa bianca di York e quella rossa di Lancaster; gli Azzurri 
republicani e i Bianchi della Vandea; i Verdi della reazione antinapoleonica 
(1815). Il Una voga perfin smaniosa era divenuto il linguaggio « con colori 
accompagnati ad arte » (Ariosto) durante il fulgore dell' italico rinascere 
(Cf. : Gian — Del significato dei colori e dei fiori nel Rinascimento italiano). 
Opere sciocche ed erudite, di grandiosa e di piccola mole intrattenevano 
gli scioperati di quelle corti che erano scuola di elegante galanteria. Un 
romanzo di Niccolò Franco era tutto imperniato sui colori simbolici delle 
vesti della protagonista Filena (1647). Marin Sanudo, il cronista mirabile 
di Venezia (1466-1.535), lasciava trascritto il seguente sonetto caudato; 

Simplice, U bianco mostra purltade, 

fede, se avvien che accompagnato sia ; 
il tiirohin, quando è misto, gelosia, 
e scompagnato e sol, tranqaillltade ; 

Vendetta il rosso ineiem ; sol, orudeltade ; 
sol, fastidio, tanè, insieme fantasia: 
il negro, solo, gran malinconia, 
fermezza, insieme, ovver stabilitade. 


83 


Sol, paonazzo, secreto, insieme amore, 
il giallo accompagnato, contenteiza, 
e sol disperazion d’ ogni favore. 

Verde, speranza insieme, solo, allegrezze,, 
in compagnia, 1* inoamato, dolore, 
sol, pertinacia o internata fierezza, 

Il heretin poi severezza, 
mostra errore s’ appar sol in nn taglio 
6 col compagno poi briga a travaglio. 

Un altro sonetto, attribuito al bizzarro Serafino Dell’Aquila a4fi(i-150(i) dice ; 

SI come il verde importa speme e amore, 

Vendetta il rosso, il fenrobin gelosia, 

Fermezza il negro e ancor malinconia, 

Il bianco mostra purità di core. 

E Andrea Alciato {Emhl. CXVII) : 

Index maesiitia est pullus color; utimur omnes 
Hoc nbitu, tnmitlis ctnn lia/nus mfcì'ias : 

, At shiceri animi, et mentis stola candida pura : 

Hinc sindon sttcris linea grata ciris, 

Hos sperare docet viridis. Spes dicitur esse 
In viridi, qmties irrita retro cadit. 

Est cupidis flavus color: est et amantibus uptus. 

Et scortis, et tjueis spes sua certa fnii. 

Al ruber armatos equites exomet amictns; 

Indiret et piieros erubiiisse pador. 

Caeruleus nautas. et qui coelesiia vates 
Attoniti nimia relliyione peiiutt 
nua ennt gilvis nativaque; veliera biirrhis; 

Quallti liynipedes stragula habere soleni. 

Quem curae ingentes craciant vel veliis amoris 
CredituT hic fulva noti male veste tegi. 

I/Uisquis sorte, sua contentus ianthina gestet ; 

Fortiniu acquaniinis tcedia qiiique ferat. 
rt varia est natura coloribus in gignendis. 

Sic ;ibiÌ8 aliud : sed sua cuiqt;e placent. 

E da codesta virtuosità di morta erudizione e di prosodia senza magnificenza 
quale commozione ricordare la nobile enfasi vibrante di Giovanni Borchot ’ 

Il verde, la speme tanti anni pasciuta, 

Il rosso, la gioia d* averla compiuta. 

Il bianco, la fede fraterna d' amor. 

(Per i moli di Zlodenu « liotoi/na. IHHO). 

Triplice consertazione fatidica, scorta dall’occhio aquilino di padre Dante 
U ur-g. XXIX), ed espressa ih Vaticano da Raffaello, nella allegoria della 
Jeologta, vestita di tunica rossa (carità), di verde manto (speranza), di 
bianco velo (fede). || Il Winkelmann osservò i colori ond’erano presentate 
le antiche domita : Giove di panneggiamento rosso (Marziale); le nereidi 
di verde (Ovidio); Apollo con il manto violaceo; Cibele di verde; Giunone 
d. bianco; Cerere di giallo, color delle messi; Venere in una nube dorata. 

I^i Inunite, del resto, sono le applicazioni del linguaggio cromatico, e ne 
' esempi : Nella diplomasia le corrispondenze e i rapporti 

po itici presentati dai governi ai loro parlamenti si chiamavano, prima della 
grande guerra, libri: Giallo in Francia, Verde in Italia, Rosso in Austria. 


84 


Ungheria, Bianco in Germania, Azzurro in Inghilterra. I colori servirono 
negli atenei italiani a contrassegnare le varie facoltà, nelle stole e nei 
berretti di professori e scolari. Gli studenti di Bologna, nell’occasione del- 
l'ottavo centenario della loro gloriosa università (1888) ne risuscitarono 
l’uso (poi logorato dall’abuso con l’applicazione anche agli istituti dell’i¬ 
struzione secondaria), con l’adozione dell’azzurro per la ginrisprudenza, 
del rosso per la medicina e veterinaria, del bianco per la filosofia e lettere, 
del verde per la fisica e matematica. || La farmaceutica inglese tinge di 
rosso le pillole che contengono veleno, di bianco le lassative, di azzurro 
quelle per le cure renali, di bruno le febrifughe, di verde le toniche. || 
I nastri donneschi di Vetralla (Lazio) sono: lilla per le zitelle, rossi per 
le maritate, nero per un anno e poi violaceo per le vedove. || I cordoncini 
che fregiano i cappelli degli uomini dell’ Alto Adige sono : verdi per i co¬ 
niugati e rossi per i celibi. || I colori hanno significazioni sistematiche 
come segnalazioni usate in stendardi, in dischi, in lampade luminose. Es. : 
la Fifth avemie di New York ha cinque torrette ad osservatorio con segnali 
elettrici colorati a tastiera, mediante i quali si regola d’autorità il viavai 
di quella, che è ritenuta la strada più affollata del mondo. Il rosso indica 
arresto di movimento totale; il giallo e il verde Ubero movimento ri¬ 
spettivamente nelle vie trasversali di destra o di sinistra. || La scienza ha 
inteso dimostrare che tal volta una nota sonora, un accordo o una succes¬ 
sione di accordi musicali determinano la visiva percezione di un colore o 
di un rapporto di colori. È noto il sonetto del Binuboud, che conferisce ad 
ogni suono vocale un proprio colore : 

A noir, B blanc, I roitge, U vert, O bUu, vojelUs. 

A Monaco si fondò una scuola di pittori musicisti ed istromentisti, la quale 
trae origine dal Whistler e dai suoi quadri rappresentanti « sinfonie in oro 
e nero, in nero e rosso, in violetto e rosso » (De Carlo). || I colori ap¬ 
partenenti all’araldica italiana sono: azzurro, ro.sso, verde e nero; altri 
aggiungono la porpora (che non si colloca nel campo dello scudo), la car¬ 
nagione e il naturale. Ogni colore araldico proprio ha uno speciale tratteggio 
prescritto. Nelle armi straniere si trovano altre coloriture. 

COMÈTA — Nei tempi in cui trionfava il « tumulto della forma » 
e le applicazioni araldiche divennero anch’ esse strane e bizzarre, si che 
— osserva il Crollalanza — il blasone cominciava a viziarsi, venne proba¬ 
bilmente adottata la « crinita stella» (Galileo), fulgente sugli scudi della 
nobilea recente, ad ostentare chiarezza di nome, fama illustre.... 

Mettendolo Tarpino, aneli' io l'ho messo 

(Ori. far. XXVm - 2). 

La cometa d’argento carica lo stendardo verde della Tunisia. 

I(i7. COMPASSO — « Significa per sé stesso quasi sempre misura, 
perchè è il più comodo istrumento che sia in uso per misurar le cose, per 
non avere in sè segni o termini fissi, e potersi adattare a tutti i segni e 
termini ai quali si stende con le sue punte.... Significa ancora il compasso 
infinità, e perchè il svio moto in circolo non ha termine, e perchè ad infl- 



. . 

niti termini si può adattare, e perchè operando sta insieme in quiete ed in 
moto, è uno e non uno, congiunto e disgiunto, acuto ed ottuso, acuto dove 
81 disgiunge, ottuso dove si unisce » (Ripa). Questa enfatica definizione del 
gemale secentista spiega le molteplici applicazioni del compasso come sim- 
olo di misura, ragione, regola, proporzione, ordine, metodo, ed — in 
senso traslato - di pratica (con le punte in basso), teorica (con le punte 
in aito), parsimonia, prudenza e simili. 


Ordin io son, tei mostra 
Questo che ìimalzo e colia man sostengo 
Orbe, tìjfura del rotante immenso 
hedele al moto, ond* io gli imposi: io prima 
Eterna idea dell’ architetto eterno. 

(Cesarotti). 

Il compasso venne assunto tra i simboli gnostici della massoneria, e fu 
trovato scolpito con altri simboli su tombe di templari, perchè mantiene 
1 uomo nei giusti limiti verso il suo simile, e prescrive al massone di 
elevare a se d intorno una barriera contro l’invasione del vizio e dell’ er¬ 
rore (0. Dito). Altri affermano che tra gli utensili della massoneria il 
compasso è il cielo, ossia la perfezione a cui 1’ uomo deve tendere costan¬ 
temente, come la squadra è la terra, ove le sue passioni lo ritengono. Cosi 
il vero massone si dice trovarsi « fra la squadra e il conjpasso , per signi¬ 
ficare eh egli e scevro di materiali affezioni aspirando alla perfezione. Il 
Giorgio Sand descrive una rissa fra massoni, ed è ricordata la battaglia 
avvenuto fra i . figh di Salomone * da una parte e quello dei seguaci di 
pt^e Soulme e di maitre Jacques tra Avignone ed Arles (1730). Convennero 
allora sul pianoro della Cran tutti i compagnons di Provenza «con lo 
squadre e i compassi non appesi, in miniatura, alle orecchie, o ricamati 
su le sciarpe, ma in mano; non a guisa di ornamento, ma a guisa d’armi• 
e la mischia fu lunga e feroce, e soltanto il sangue e la morte la sedarono » 
(Campolonghi). Si cantò poi: 


Vicenl ̀s Gavots 
Au compaa. rt Vèquerre! 
Viceìti ìes Oavota 
Dana ìa jìlaiìie de la Crau! 


Il compasso rotto è simbolo di ragione sregolata (Noèl). |) L’azione del 
di'&mnL^ descritto dal fantasioso poeto secentista, nell’epigramma 


Del coDixmBso geometrico lo piante 

Por sentiero iuimortal ressi in maniera, 
Che 1’ nn piede appoggiai saldo, e costante 
Su *1 punto fisso della gloria vera^ 

Con l’altro in giro mobile rotante, 

E dilatato in spaziosa sfera, 

Tirando al nomo mio linea infinita, 

Venni un cerchio a formar d* eterna vita. 


raffigurate due 

teste affrontate con la lingua trapassato dal compasso e con il motto: . A 
o parlare agi misura .. Essa fu posto in memoria dell’orrenda impicca- 




8(i 

gione ordinata da Giosia Acquaviva, signore della città, di tredici parti¬ 
giani della famiglia Melatine, antagonisti degli Antonelli de Valle, per il 
pretestato scopo di comporre il dissidio delle fazioni cittadine (Pannella). 

168. CONCHIGLIA — Al rintracciarsi dei nicchi marini anche sulle 
Alpi, si argomentò con le più strampalate induzioni siilla formazione di 
codesto prodotto della cute di cefalopodi e di molluschi. Il gran Leonardo, 
Pracastoro, Cardano, Cesalpino ed altri illustri filosofi italiani dimostrarono 
che l’esistenza di quei gusci di testaceo erano residui di sedimenti dei 
mari antichi che ricoprivano i continenti ; ma il Voltaire sosteneva ajicora 
ohe le conchiglie reperte nelle montagne eran quelle perdute dai peregrini 
di Terra Santa, eh’ essi usavano porre sul loro mantello, d’onde 1' uso aral¬ 
dico della conchiglia, per designare peregrinaggio, frequente nel patriziato 
normanno. E Ovidio aveva già cantato : 

.... vidi factan ex aequore terrae 
Et procttl il pelaffo concTuie jacuei'e vMriwie. 

La conchiglia era attributo di Venere, nata dal mare. 

Dì che yìTÌ color, di qnante torme 

Tras.selo il bruno pescator dall’ onda ! 

(Mascheroni - A Leshin Cidoiiia]. 

Usatissima nelle decorazioni cimiteriali protocristiane, per simbolo della 
resorxeiione, « essendo la conchiglia come la tomba o la dimora temporanea 
che l’uomo abbandonerà » (Millin). || È coniata in alcune antiche monete 
di Lucerà. 

169. CONIGLIO — Genere di rosicanti, originario dell’ oriente, di natura 
eccessivamente pauroso e prolifico, e quindi simbolo della pusilanimità e 
della fecondità. « Per dispetto di lor viltà da tutte le nazioni del mondo 
i fiamminghi erano chiamati cmiigli pieni di burro » (G. Villani - VITI). 
Il Lo veneravano i greci, e in Deio gli eressero altari. Mose lo considerò 
immondo e Maometto lo interdisse quale cibo ai musulmani. Confucio in¬ 
vece lo elevò all’ onore degli altari, come olocausto degno degli dei. Dalla 
Grecia i fenici lo importarono in Spagina, dove si moltiplicò a tal segno 
che fu trattato come simbolo di essa in qualche applicazione iconografica. 
Alcuni autori pretendono anche che il nome di Hispania derivi dal fenicio 
spanij, significante coniglio; una etimologia — osserva il de Lamarche — 
che non vale meno di qualche altra, (v. Lepre). 

170. CONO — Solido in forma di piramide rotonda, prodotta dalla ri¬ 
voluzione intorno al lato dell’ angolo retto di un triangolo rettangolo. Poiché 
tutte le sue parti gravitano sulla sua base, e difficilmente può essere scosso, 
fu designata questa figura geometrica a significare la quiete. (Pozzoli). |j 
La Metafisico effigiata nella basilica dei Malatesta di Rimini, da Agostino 
di Duccio, porta una corona di quattro coni. 

171. CONOCCHIA — Nel mito delle parche la conocchia che dalla terra 
toccava i cieli, era tenuta da Cloto, e rappresentava la vita, di cui Laohesi 
svolgeva il filo e Atropo lo tagliava. Heine — giunto sul limitare d’Italia 



1 1 ■ 87 

che lo innamora - ammira la bella tancinlla di Sterzine, la quale . filava 

non alla ^isa tedesca con il mulinello, ma all- antichissimo uso coi la 
attorno al fuso liberamente penzolante. Cosi filavano le figlie dei re nella 

Conocchia, tu che dell» molle lana 

Gli amplessi accogli e i tortuosi giri : 

Cura e mente di nobili matrone, 

Ch’ intese sono ad opre belle e vaghe, 

Onde camere molto e molte adomansi, 

Baro dono e pregiato da Minerva. 

(Teocrito - XXIX - Trad. Regolotti). 

iinocihia^e^mb i^^i marchigiano la suocera offre alla nuora una 

conorrh i «niva matrimonialmente ad uno schiavo, le si porgeva una 
Tpost a 1’ ^ire ch’era 

avrebbe f “"t 

avrebbe ucciso 1 amato piuttosto che cederlo ad altra donna. Il Simbolo 

l’epiSirdt «ra la conocchia, inviata ad un guerriero; e ciò ricorda 

•oL! 1 I di Gufale, triokfatrice della 

forza morale e fisica del famosissimo semidio. 

172. CONSÒLIDA - 

roginosa a fiori bianchi, 


NelP umidore dei prati si sviluppa quest’ erba bor- 
ofllcinale, indicata come simbolo della beneficenza. 


173. CONVALLARIA - v. Mughetto. 

174. CONVOLVOLO - Genere tipico della variatissima famiglia delle 

U Zbo1o“deUa ^ convolvolo tricolorato è 

C&quettea c'est votre embUnie^ 

I e fjrand jour, le bruii vons idait, 

Briller est votre art sitprétne / 

Saìts éclat le ptaisir niènie 
Dcvicut jìQur vous sane attrait. 

175. COPPA — V. Tazza. 

170. COKAIiLO — 

Le spesile foresfie da* vergini flutti 

eleva il corallo che al mondo, eh' invecchia, 
nell'ospite Ietto di pelaghi asciutti 

(I* imperi venturi le sedi ajtparecchia. 

{Zanella - H lavoro). 

X?e denrXlt'dfavoleggiava nato dal 
bdfe! £sLr h r “ P-^^P^^^e^fe significazione sim- 

leti e di ! 1 ^ ® superstizione, di amn- 

di talismani contro uragani, morbi, malefizì e pericoli, può anno- 





88 

verarai fra i simboli della fortuna. « Del corallo dicono che è buono contra 
l’illusioni e le paure che fa il demonio » (Paasavanti - Specchio di vera 
penitenza, 363). In ispecie quello bianco, dal freddo biancicore, tra l'opaco 
e l’amorfo, appena soffuso da rosee striatnre, dicevasi proteggesse dalla 
folgore, conservasse il senno, arrestasse le emorragie. Esso rievoca le ma¬ 
dreporiche selve dove la fantasia di Heine relegò il re Arfagar. || Credevasi 
che il corallo fin che restasse nell’ acqua nativa fosse molliccio come un 
virgulto e incolore, e si solidificasse soltanto all’urto dell’aria. Per questa 
opinione Giovanni Battista Leoni, viaggiatore veneziano (sec. XVI), assunse 
come impresa il corallo con il motto : « Ut primum contingit auras » al fine 
di dimostrare il suo indurimento alle fatiche dei viaggi, appena toltosi 
dalle mollezze della laguna nativa. 

et coraliunif quo pHinum contingit aui’oA 
Temporey durescit : moUU fuii herba sub undis. 

(Ov. Mei. XV . 41(5). 

La faticosissima pesca del prezioso zoofito è una antica e nobile specialità 
del lavoro italiano, ed era cosi importante a Torre del Greco che Ferdi¬ 
nando IV dovette dettare per essa il « codice corallino », concedendo alla 
compagnia dei corallari l’adozione di una propria bandiera con una torre 
fra due rami di corallo, cimata da tre gigli d’oro in campo azzurro. || In 
araldica il corallo indica persecuzione, modestia, onore (Brendi). 


177. CORAZZA — Armatura difensiva, indicante forza, difesa. 


178. CORNA — Gli orientali considerarono le corna espressione di forza 
e di potenza, e le attribuirono agli dei. Se ne hanno esempi negli anaglifi 
caldei, astivi, babilonesi ed egiziani. Questa attribuzione passò in occidente, 
e Giove Ammone, Giunone, Bacco e Pan furono bicornigeri ; Bacco fu detto 
toro da alcuni poeti, e le corna a lui date denotano l’insania dei vinolenti, 
come il timpano ne indica lo strepito (Alciato). Ha le corna Cernunno, il 
gallico dio della caccia selvatica. || Le corna servivano da coppe libatorie 
nei sacrifizi e nei banchetti dei barbari, ed i guerrieri ne ornavano il capo. 
Nei templi di Diana si appendevano ramora di cervo e 1’ Esodo menziona 
altari ornati di corna come ne furono scoperti a Creta (Reinach). I cri¬ 
stiani — avversi ad ogni forma dell’ antico culto — fecero delle corna parte 
essenziale della fisionomia fisica del demonio, insieme al piede di cavallo, 
alle grinfe, alla coda ed agli altri contrassegni del deforme, dell’orrendo, 
dello schifoso, più che del grande e del terribile. Il Plutone di Torquato 
ancora « le gran corna estolle » ; ma più verso l’età nostra Satana a mano 
a mano va rivelando natura intellettiva, e Milton, Klopstock, Byron lo 
spogliano delle forme epicamente e plasticamente feroci, e tra queste le 
coma della supereliziosa finzione cattolica, rinsaldata dai rigorismi del 
concilio di Trento. || Le corna sono anche segno di superbia, alterigia, 
baldanza, ambizione et similia. 


Il sucoe-ssor di Carlo 
ha T arme i>er fiaccar Io coma 
A Babilouia. 

(Petrarca). 


Fiaccò le eorua dei »aperbo orgoglio 


(«67*. Lib.) 


'■“PP>'«8«“tano fregi di dileggio maritale e molte 
iSo SeS* T argomento. Le corna sarebbero il 

3r“ i. . “ ® (Risorius). Diceai pure che 

H ® ^T°' “°Wli mariti della sua corte 

intràft^ • ® f venatorie, allo scopo di potere egli 

wfflco e “ e contrassegnasse 

1 onorifico e. onorifico privilegio con la apposizione alla porta del palagio 

rafiìimiato^ di simbolo di caccia. È però strano che Menelao venga 

coniugali, 81 bene perche re dell’antica Eliade, e decorato del simbolo di 
Pi ^ «cordo ohe riguarda la casata dei Sederini di 

Firenze, uno dei quali salvò da morte Federico I, assalito da un cervo 
L imperatore riconoscente, volle che il teschio ramoso del cervo fosse il 
Wasone dei Sodenni. Alcune centinaia d’anni passarono e gli spiriti spie- 

^ cont d-sbizzarrirsi in epigrammi 
conto di Pier Soderini, gonfaloniere perpetuo e marito disgraziatissimo. Il 

aùrir ^ significazioni burlesche è simbolo il corno. Ad Highgate 
(toghilterra) esisteva, presso gli alberghi, un ridicolo uso. . Veniva pre¬ 
sentato agli ospiti un paio di corna, su cui dovean giurare di non ab- 

potessero abbracciar la padrona , (A. Maffei - 
trad. dell’AroWo di Byron): ^ 

Le turbe alla devota 
Cerimonia del corno, a lor profferta 
Da man misteriosa, i passi han volti, 

E pronunciano là fra nappi e danze 
l'ino alP alba prodotte il pauroso 
Giuramento.... 

[Araldo - I - LXX). 

Un solo corno in blasone indica infamia: Boemondo Tiepolo, per aver con- 

ur^rno"T"h M f" condannato a blasonare 

fì^a,^ t » poco a poco, convertito gra¬ 

ficamente in wrno dogale, per avere avuto i Tiepolo due dogi in antecedeva. 

Alcuni poeti antichi chiamano coma i confluenti fluviali e cornuti si 
rappresentano i fiumi. 

Che del gran Nilo i Sette comi vede 

iOrl. fiir. X l.m . 32 ) 

fservTn" ^ ol^® forse anche per il muggito delle onde 

ìanriiw- ° origini presso la . città del Toro » è detto 

aemina aiiratus Utiirino conun viiUiis 

(Georg. IV - 371). 

Del Ee dei fiumi tra l’altiere coma. 

(Ori. rur. XXXV 41). 

Le ubbm volgari tengono le coma per talismano contro la iettatura i v. J/i- 
tilope, Cervo, Toro). “iv.j/i 

179. CORNACCHIA - Come gli altri passeracei del genere dei corvi 
la cornacchia ha la reputazione d’ essere foriera di tristi avvenimenti, 
à’aepe «inisira cava praedixit ab ilice coniix 

(VirgUio - Bel. I). 



WJ 


Nelle superstizioni antiche germaniche streghe e mostri viaggiano sotto 
specie di cornacchia per tendere agguati. || Altre significazioni, e di buona 
natura, diedero però gli antichi alla cornacchia nella quale ravvisarono un 
eccellente esempio di longevità (Esiodo). || Alla cornacchia si raccoman¬ 
davano gli sposi prima delle nozze, perchè credevano eh'essa rimanendo 
vedova osservasse piena fedeltà al morto compagno. || Gli egizi ed altri 
vi ravvisarono il simbolo della misericordia e della pietà filiale perchè 
essa nutre e copre delle proprie penne e aiuta in ogni modo i genitori fatti 
impotenti per vecchiezza (S. Ambrogio Hexacmeron - V. 16). || Parecchi 
autori convengono nell’ attribuirle l'officio rappresentativo della concordia, 
come il Poliziano sulla testimonianza di medaglie antiche (Cartari), il Bipa 
e 1’ Alciato, che — appoggiandosi all’ autorità di Oro Apolline e d’altri — 
scrive questi versi : 

Comicum mira inter se concordia vitae est. 

Mutua, statque illis intemerata ftdes. 

Bine volucres haec sceptra gerunt, quod scilicet omnes 
Consensu poptdi atantque caduntque duces : 

Quem si de mediae tollas, discordia praeceps 
Advolat, et secum regia fata trahit. 

(Embl. XXXVni). 

18<). COBNIOIiA — Pietra selciosa del genere delle agate di giallastro 
rossiccio o di rosso, colore vivace nella diafanità, d’apparenza cornea, e 
simboleggiante la gioia. 

181. COBinjCOPIA — Dice la favola che la capra Amaltea, allattatrice 
di Giove, ebbe spezzato un corno, e questo — raccolto da una ninfa, e 
riempito di fiori e di frutta e presentato a Giove — 
venne dal nume dotato del privilegio d’essere pe¬ 
rennemente ricolmo d’ogni fortuna (Ov. Fasti - V). 
Un’ altra favola racconta che, contendendo Acheloo 
il possesso di Deianira ad Ercole, ed avendo assunto 
la figura di toro, fu rovesciato per le corna e per 
sfuggire alla terribile stretta del rivale, dovette per¬ 
derne uno. Le naiadi lo raccolsero e lo riempirono 
di poma e di fiori, e lo conservarono come l’inesauri¬ 
bile fonte di dovizie (Ov. Metani - IX). || La cornucopia 
fu simbolo frequentissimo delle arti, e specialmente 
dell’ architettura, della statuaria e della medaglistica, 
colma di fiori o fronde o frutta, di monete o di gemme, 
per rappresentare qualità liberali e felici ; l’abon- 
danza « madre e figliuola della pace » (Bipa). Es. : la statua allegorica del 
Tacca e del Salvini, al giardino di Boboli (Firenze); e la « freddura » ariostea: 

Non entra quivi disagio nè inopia. 

Ma vi sta ognor col corno pien la Copia. 

(Or/., fur. VI - 73). 

La pace ; la felicità ; la civiltà ; il progresso ; la fecondità ; la concordia ; 
la magnanimità ; la carità ; la prodigalità ; l’equità ; 1’ onore ; la fortuna ; 
la ricchezza. In queste significazioni si trova attribuita a divinità varie; 




91 

ea. ; a Plora; a Pomona; a Vertunno; ad Eros, presiedente alla coniazione 
delle monete di rame ; ad Arpocrate, identieoatl con il Sole fecondatore. 
Nel monumento a Sisto IV, eretto da Antonio dii Pollaiolo nella basilica 
vaticana la Carità è simboleggiata con la cornucopia. || É pur data alle 
imagini della terra, a regioni, a città, a fiumi (F. Bonarroti - Vetri an¬ 
tichi)-. es.: e.\\' Italia nelle medaglie di Commodo, Tito, Antonino, Adriano; 
alla Campania scolpita dal Chiaromonte nel monumento a Vittorio Ema¬ 
nuele II a Roma. 

182. COBONA — Il serto circolare di metallo, di fiori, di fronde, ador¬ 
nante il capo — non simbolo per sè stesso, ma mezzo efficace di simbolo_ 

è il più parlante dei segni tropici per la materia onde può essere composto ; 
e per la sua intuizione immediata è pure quello della più facile applica¬ 
zione iconografica. || Era attributo ordinario degli dei : di quercia per Giove, 
di mirto per Venere, di alloro per Apollo, di olivo per Minerva, di spiche 
per Cerere, di edera per Bacco, di frutta per Pomona, di fieno per Ver¬ 
tunno, di pino per Cibele, di pioppo per Ercole, di papavero per Morfeo, 
eoo. : decorazione, quindi, di carattere ieratico, pure adottato dai protocri¬ 
stiani, che deponevano corone di gigli sulle tombe delle vergini e di rose 
purpuree su quelle dei martiri, ben presto, però, reputata come indizio 
di pagana vanità. 

Se si volessero fare classificazioni, le corone e le ghirlande dovrebbero 
essere distinte nella loro funzione subiettiva ed obiettiva, secondo servano 
a rivestire la personificazione di idee astratte o a conferimento decorativo 
di persone ; e — grosso modo — se ne avrebbero varie categorie : 

— di eccellenza morale, per lo più di lauro, di quercia, di mirto, di 
fiori, d’oro, usate nella ideografia, a rappresentare concrezione di astrazioni : 
Es. : la Virtù, la Religione, la Giustizia, l’Amore di patria, la Gloria, 
la Ragione, la Scienza. 

di premio all ingegno ; al valore ; nei certami dell’ educazióne fisica ; 
ai meriti civili, industriali eco., conferiti per titolo di emulazione, di vit¬ 
toria, di fama, di martirio. 

— di egemonia, di dominio, di autorità, indicanti — ad es. — potenza, 
comando, legge, sacerdozio. 

— di decorazione festosa : di convito, originate dall’ uso di stringersi 
le tempia nella credenza di evitare l’ebrezza, ed erano di mammole, di 
edera e di mirto ; di nozze, e dovevano essere formate non da fiori venali, 
il che era infausto, ben si raccolti dalle mani della sposa, e presso i ro¬ 
mani erano di verbena, che poi appendevansi al talamo; di natività, che 
in Atene erano d’olivo per i maschi e di lana per le femine. 

— di lutto, e se ne ornavano le bare, le urne cinerarie e i sepolcri, ed 
in Grecia erano per lo più di prezzemolo. 

— di sacrificio: Es. : quelle dipinte sopra il vaso del sec. VI a. C. del 

Louvre. • 

— di magia, usate nei sortilegi, ed erano di cera o di lana. 

— di genere vario, secondo la natura dei ' subietti : Es. : di papavero per 




92 

la Notte ; di narcisi per la Stupidità ; di dori per la Primavera ; di canne 
per i Piami ; a corna di cervo per la Vendetta (Nemesi) ; di ijuattro coni 
per la Metafisica, come è effigiata da Agostino di Duccio nella basilica 
malatestiana di Rimini. 

I greci — fuor che forse gli ateniesi, per premiare gli armatori navali — 
non usarono la corona come ricompensa se non hei giochi ginnici. 1 romani 
invece nè usarono come designazione propria di benemerenze e di nobiltà, 
graduandola secondo l’importanza ; 

— la ossidionale (graminea ossidionalis) si conferiva ai generali vitto¬ 
riosi dell’assedio, ed era formata di gramigna raccolta sul luogo assediato ; 

— la civica, con l’inscrizione : « ob civem obnervatum », era di quercia, 
molto ambita, privilegiata di speciali diritti e si conferiva a chi aveva in 
battaglia salvata la vita di un cittadino romano; 

— la classica, rostrata o navale, d’oro, a speroni di nave, si dava a 
chi primo avesse raggiunta la tolda nemica; 

— la murale, d’oro, fregiata di torri merlate, al primo che avesse sca¬ 
lato le mura della città assediata; 

— la vallare o castrense, pure d’oro, con fregi di palizzate, al primo 
che avesse scavalcato il valium, invadendo il trinceramento nemico; 

— la trionfale di tre specie, di alloro e di oro, si conferiva al trion¬ 
fatore anche lontano nelle provinole ; 

— la corona di ovazione, pur essa militare, di mirto, o, di minor conto, 
d’olivo. 

Gli imperatori avevano corone differenti : una di alloro, portata prima 
da Giulio Cesare per larvare la calvizie; un’altra radiata, data agli dei e 
agli eroi deificati, e da Nerone assunta per primo, in atto di incontenibile 
orgoglio; una periata e gemmata, fattasi foggiare da Eliogabalo; ed una 
in forma di berretto, di cui si coronò Giustiniano. || La corona d’oro è il 
simbolo della aristocrazia. || L’usanza — proveniente dal rito pagano e 
adottata dai cristiani (dopo il IV sec.) della corona di nozze — può tenersi 
diffusa in tutto il mondo civile. Quella di fior d’arancio specialmente adorna 
le spose : (v. Arancio) ; in alcune delle nostre campagne, però, come nelle 
francesi e nelle svizzere occidentali si usano pure le rose bianche. Nella 
Svizzera tedesca si intreccia il biancospino; in Germania il mirto; in Ispagna 
le rose rosse e i garofani ; in Boemia e nei paesi slavi il rosmarino ; nelle 
isole greche i pampini di vite. In Norvegia, in Isvezia, in Serbia si fanno 
corone nuziali d’argento ; in Baviera e in Islesia in filigrane d’oro con 
perle di vetro ; in Assia di fiori artificiali, anche di carta. || Nella ge¬ 
roglifica egiziana va distinta la corona (pscent) rossa da quella bianca, ri¬ 
spettivamente indicanti il Basso e l’Alto Egitto. || Sarebbe, pertanto, una 
escursione fuori del nostro tema fare il riferimento delle molteplici corone 
sovrane e nobiliari che appartengono alla materia araldica. Cosi basti l’ac¬ 
cenno ohe la corona murale — rinsaldata dalle torri quadrate ohe muniscono 
le porte, e di cui è sempre cinta Cibele < a dimostrare eh’ ella sostiene 
città, ville e castella » (Lucrezio) — rimane nella blasonica civile moderna, 
sovrapposta al margine superiore degli stemmi comunali italiani, con dif¬ 
ferenze di elementi grafici, secondo il grado, l’importanza, la popolazione 
della singola comunità. 


1 


~ Jai fiori gialli striati di porpora 

ggia di cappelletto o corona, data per simbolo di ingenuità (lacune). 

184. CORVO - Uccello di strane attitudini naturali, dal volo altissimo 
tacile ad us^si ai climi più differenti e ad imitare le voci diS ^tri a^’ 
mah, cosi ohe gh auguri traevano auspici dalle inflessioni del suo gracchiare 
e da. SUOI voli. Il Michelet lo disse il più astuto dei rapaci wflgh 
malizioso e ipocrita, silenzioso e cauto quando si apprLta a far preda 
chiassoso e importuno in ogni altro caso. Nelle Indie -^dove è molto diJ 
uso e onnipotente: entra per le finestre nei chtbs, si posa sui lampadari 
arroncigha vivande, sì che si ha come simbolo di sfacciataggine (Times - 
tem^^'d N i Apollo come presago del tempo, tale fu pure 

tcren. vili - 6). Se non ohe il patriarca antico, conoscendone le brame 
voraci, pensò eh-esso difiìcilmente sarebbe tornato se avesse girtrovl u 
g lotto preda nei cadaveri degli uomini affioranti dalle acque. Il II corvo 
triatez 2 a° * . abitando romitamente nei luoghi dominati dalla 

Sia !;ùt“u'd'ne"“ed' ' ° abbandonate, è simbolo 

stortuna Y é c.:! l T paradigmatiche delia 

. Il E celebre la visione dell’anima penante di Edgardo Poè cupa 

ed angosciosa (1845). || Con il suo grido . cras . (in lat. : demani) S 2e 

dato simbolo della procrastinazione (Galee), ma non è questo lesola 

dITmpnare 1 ebbe la pazienza eroica 

di impilare 11 dizionario dei corvi in trentosette voci (Lioy). || Nei pri- 

simh'l “d cattolica, avendolo per immondo come gli ebrei, lo fece 

Tedto venneT “^ligno, che soltanto nell’evo 

ir figura semibestiale. || Non tutte le 

genti ebbero il corvo in eguale repugnanza. Nella mitologia scanSav: 

lo spiX rr r I Jappres^nton ,: 

dalla S J erano dal potente capo degli dei mandati fuor 

a reggia d argento a spiare le azioni degli uomini, le quali gli venivano 
poi riferite all orecchio, alla sera, dai corvi che si appollaiavano^sulle spalle 

sua età longeva, come simbolo di immortalità. |) Vero è che il corvo 
pure calunniato. Esso fu il pietoso alimentatore del profeto Elia, rifugiato 

rhiTa r* Antonio anacoreta del deserto dipinti dal Velasquez La 
Chiesa ricordò questi episodi di mirabile carità e riabilitò lo Ireriato 
Mimale Esso figura nello stemma della celebre abazia di Einsielden^ perchè 
essendo stato assassinato Meinrado, il santo fondatore di essa - i^corvi 
compagni di lui nella pia solitudine, inseguirono con strida e beccate TrlI 
1 IO alla città, indicandoli cosi alla giusto punizione (Bourgeois). 

mamh-*(^rfi^*^^°im ^ dell’« aspro e grave cotogno, (Ala- 

segn di felStà ’co ■ r rT" li consideravano 

Sar (Pl-t^-o), e i romani ne decoravano !e IIZ 

tutelari de. talami nuziali. L’iposta.si simbolica è forse tutta nella prero- 


IL 






94 


gativa del frutto di conservare il suo profumo, cosi ohe esso può aversi 
pure per simbolo di costanxa j es. : nella impresa di Francesco Sforza, conte 
di Cotignola, col pomo cotogno e il motto : « fragrantia duraiit ». 


18G. COTURNO — Alto stivale, originariamente da caccia, come cal¬ 
zava Diana; 


Levi de wannore tota 
Puniceo stfibU furae evincia cothumo 

(Virg. Ecl. Vn) ; 


e usato da eroi, da principi, da personaggi illustri. Eschilo lo introdusse 
nel teatro per i tragedi, e Melpomene ne è calzata. Figuratamente il co¬ 
turno è simbolo della tragedia, mentre il socco lo, è della comedia. Cosi 
distingue Orazio i comici dai tragedi:. 


E 


il 


Himc eocei cceper^ pedem, grandeegue eothumi 

(De arte poetica). 


Petrarca avverte : 


Il Metastasio: 


Materia da eotarui e non da aocrlii. 

(Cn«s. IV). 


d'alto cotnmo 

Ti’aendo il peso in maestosa scena, 

Rappresenta e dipinge 

Sol gloriose imprese, eroici amori. 

(Epitalamio). 


187. CORONE — Manata di messe raccolta dal mietitore ; simbolo di 
aboudanza. 


188. CRESCENTE — Quarto della luna, antico emblema araldico indi¬ 
cante nobiltà e fama « che tendono a crescere » (Guelfi). Nella fase di¬ 
scendente, però, si osserva che i quarti della luna decrescono. L’ordino 
cavalleresco del crescente istituito da Carlo d’Angiò (1268) aveva il motto 
superbo : « Donec totuvn impleat orbem », e venne rinnovato da Renato 
d’Angiò (1448) con il motto « Loz en croissant ■>. La mezzaluna apparisce 
in cultri di Felsina e di Vadena, nelle bipenni e nelle scuri germaniche, 
in altri utensili scoperti nelle palafitte e nelle terremare, forse ricordi sim¬ 
bolici di antichissimi culti (Lioy). || Gli arabi sotto la figura della luna 
crescente adoravano la Natura. || La mezzaluha d’argento o d’avorio ap¬ 
plicata alla calzatura era in Atene il contrassegno dei cittadini di nascita 
illustre. Il I musulmani adottarono la mezzaluna a simbolo dell’Islam; 
e tale adozione è moderna, perchè gli arabi e gli altri popoli che primi 
accolsero la fede del profeta, la ignoravano. La ignoravano pure i saracini 
in lotta con i crociati nella Terra Santa, e infatti le loro insegne portavano 
l’avoltoio nero. Selim I comandò di sostituire all’avoltoio il crescente (1512), 
il quale era lo stemma di Bisanzio. Vuoisi, infatti, che Filippo il Mace¬ 
done — assediando questa città, e stanco della sua lunga resistenza — ten¬ 
tasse alcuni scavi notturni, per giungere nel cuore di essa con il favore 
del buio. Contro ogni calcolo astronomico, la luna sorse improvvisa a illu¬ 
minare le opere insidiatrici. I bisantini ne furono salvi (389 a. C.), ed 
eternarono la loro riconoscenza a4 Ecate erigendole una statua. Avvalora 


che ta “nTverso l'T 

salvata dalla Inna rTonrnoW\ r>- ^ ^«ggenda che la città fu 

metropoli invasa dai turchi non f stemma della lussuosa 

si bene di un amil r^rrto d"' 

Consimili amuletTsi tovaroTo , ® “ mezzaluna 

lafitte svizzeri I L- n e Jnrd^^^ 1? di pa- 

tallo dorato, po'lto Za ung asi 

di cavallo, una nera l’altra rossa f estremità cadevano due code 
cavano un su.ZZo’ ^1^0 ^Te’ ZZe^ ZeT^^.ZrZ t 


volMtao,. d.i g:iud,“i°d.ll-!n"mo'o“X ™nX‘ ‘“‘ ™Ì“‘ 
de a consol^ione. benedetto dai sacerdoti, recato 
alle fanciulle nelle chiome insieme agli spilloni 
iridescenti, nelle alte cinture che reggono lo vesti 
sparse di ori, intrecciato nei festoni attorno all’effigie 
deg i dei iamiliari. In Cina il nono mese dell’anno 
ha il nome del crisantemo, ed il nono giorno di esso 
è consacrato alla festa del fiore augurale. Secondo la 
eggenda giapponese il crisantemo fu il parto della 
ione fra la terra e una stella; a sua volta il cri¬ 
santemo venne poi sposato dal sole, e da questa eccelsa 
mone nacque il primo mikado. Così traccia del cri¬ 
santemo trovasi dovunque, nel Giappone. Lo stemma 
nperiale giapponese è un crisantemo indico, di sedici 
foghe, otto bianche e otto viola, alternate. L’ordine 
de crisantemo è la massima onorificenza cavalleresca 

ex LfÌT;irif"EéE‘HBx^ 

r“.'iCX'2 «• ”““V" f * ‘'‘’X 

giastro. o P-ialUnn esso intatti — O roseo, o gri- 

iZrodrr:deirm:;z':Li£ 



CRISAKTIifO 


gialfo%Z!eZrdici g!Ze 

cerdot; . T . ^f°d, indumento superumerale dei sa 

ttn.,u.pp,.Xv7!!!tduX i"' 

le fantasima nottZe « ? 'lell’oro-fuga.sse 

boleggia la magnantoità 














96 


191. CROCE — La naturale sovrapposizione di due oggetti rettilinei 
forma la figura della croce comune, ed una ingenua congettura conclude¬ 
rebbe a credere che quando l'uomo primitivo pose legno sopra legno, per 
ottenere la prima scintilla, ebbe già la primordiale concezione del segno : 

la Croce, segno del Fuoco 
primiero eh' espressero gli Arii 
dal ramo duplico attrito. 

(D’Annuncio - • Laus Vitae •). 

La croce è — infatti — motivo universale, agevole per le applicazioni este¬ 
tiche, come risultato geometrico di linee che si offrono all’occhio sponta¬ 
neamente. Per descriverla Dante ricorre ad una perifrasi geometrica : 

il venerabil segno 

che fan giunture di quadranti in tondo 

{Par. XIV - 101), 

mostrando « che due diametri d’un cerchio intersecandosi ad angolo retto 
formano una croce perfetta » (Casini). Della vetustà della croce si hanno 
molteplici testimonianze, negli antichi e nei nuovi continenti : nella Cina ; 
nella Caldea ; nella Persia ; nel Tibet, nell’ Assiria ; es. : le decorazioni dei 
re scolpiti nei monoliti di Ninive, al museo Britannico; nell’India; nella 
Fenicia, nell’ Egitto (Serapide del museo del Louvre) ; in Creta (dal palazzo 
di Cnoso); a Troia; a Cipro; nella Grecia; nelle Gallie ; nella Scandinavia; 
come nelle grandiose rovine degli antichissimi templi messicani di Palenque 
nel Messico. (Cfr. : De Mortiller - Il segno della croce prima del cristia¬ 
nesimo; Malvert - Scienza e religione). 

La croce non ebbe però sempre la forma nota comunemente. Gli anti¬ 
quari ne distinguono di parecchie foggie, che si potrebbero dire — secondo 
noi — precristiane e cristiane. Alle prime appartengono : 

a) quella sancrita gammata, che si riscontra come amuleto o tali¬ 
smano, negli albori del buddismo, nel Giappone e nel Perù, scolpita sulle 
prore delle navi dell’India sacra, nelle rovine di Troia e di Cipro, nei 
mosaici d’Atene, nei vasi ellenici, nelle medaglie di Leucade, nell’Etmria, 
nell’ Inghilterra, nella Scandinavia, nei Pirenei : simbolo della salate, del 
sole, del fuoco: con i bracci ripiegati ad angolo retto, la svastika da si¬ 
nistra a destra e la sauvasUka da destra a sinistra. || La croce gammata 
fu ultimamente adottata in Germania come novello simbolo del panger¬ 
manismo e dell’antisemitismo, e raccomandata dal socialista Scheidmann, 
già capo del governo tedesco (Vorwàrts, settembre 1920). 

ò) quella di Egitto, avente nella parte superiore un’ansa o cruna, 
detta anche chiave del NUo, simbolo talvolta di divinità e più propria¬ 
mente di vita, Lacroze come dichiararono i sacerdoti egizi ai cristiani 
di Teodosio, i quali stavano per abbattere il tempio di Serapide in Ales¬ 
sandria, dove videro il segno tra i geroglifici (Socrate Scolastico, Rufino 
da Concordia, Ermia Sozòmeno). 

Le forme che si conoscono della croce dopo il supplizio del Redentore, 
sono : 

, a) la croce a tau o (commissa o patibulata), abondante nelle decora¬ 
zioni scandinave, forse come riproducente il martello di Tor, dio del tuono, 





CROCI 

1. Si'ostik'a - 2, Sauvaétika 
- 3. f*Amrc tUl Niìo - 4. A 
f»u - 5. Latina - 6. rfi 
iV. - 7. Greca. 


e m quelle bramane e buddistiche dell'India, poi detta croce di xauf An¬ 
tonio Sopra una croce a tau era dipinto Gesù in un satirico graffito del 
Palatino, dovuta certamente a mano pagana per il dileggio del subietto 
(V. Asino), e perchè anche i cristiani non riprodussero graficamente la croce 
se non dopo che Costantino la ebbe consacrata come 
emblema glorioso del cristianesimo (312). Es. ; i 
reliquarì del tesoro di Monza (seo. VI) hanno la croce 
a tau. Il Dal nome di questa croce chiamavansi taii i 
cavalieri serventi gerosolimitani e di S. Stefano, (ffie 
la portavano in contrassegno del loro ordine. 

h) la croce decussata o di sant'Andrea, per il pa¬ 
tibolo cosi foggiato di questo santo, e formata da due 
linee intersecantesi in guisa da 
formare una X o — come di- 
rebbesi araldicamente — da una 
banda e da una sbarra incro¬ 
ciate, pezze onorevoli di primo 
grado nei blasoni. 

c) la croce immissa, che è 
quella universalmente creduta 
simile al patibolo di Gesù, se¬ 
condo le indicazioni di .sant’Ireneo e di sant’Ago¬ 
stino, e che è divenuta il simbolo principale della 
liturgia cristiana e della cattolicità ; perocché il fe- 
dele, col farsene i l segno, ac.cenna dal cielo alla terra 
e da oriente ad occidente. Il 
rito greco, però, nel gesto di 
devozione tocca prima la destra 

che la sinistra parte del corpo, accennando da occi¬ 
dente ad oriente. Analogamente la croce è il simbolo 
più espressivo della fede. Ij Segno di morte crudele ed 
infame, la croce divenne il simbolo del rinascimento 
del genere amano alla vita spirituale (Ansault). Una 
leggenda narra che un seme dell’ albero del Bene e 
del Male, posto da Seth in bocca al padre Adamo, 
abbia dato vita al tronco su cui fu infisso il Salva¬ 
tore (V. i freschi di Agnolo Gaddi in S. Croce a Fi¬ 
renze). Vuoisi eh’esso fosse di pino, « segno del Dio 
vivènte » {Apoc. VII - 2), ed attraversato da un palo 
(S. Matteo - XXVII - 37), e questo sarebbe confer¬ 
mato dai saggi microscopici eseguiti dal Decaisne e 
dal Savi sulle asseverate reliquie della Santa Croce 

Gabriele D’ Ar,T.n • «^tedrali di Pisa, di Firenze e di Parigi (v. Pino). 

abriele D Annunzio invece asserisce che « quattro essenze di legni com- 

il cedro, il cipresso, il palmizio. Pulivo ». 

fa croci è'n '•“PP'-esentazione del Salvatore che porta 

ion nortavl ^ condannato 

portava che la sola asta trasversale della croce detta patibolimi e non 




I. <ìi (lerusnUmme - 2. 
Tripla o Papale - 3. Pa¬ 
triarcale o rii Lorena. 


CKOCl 

1. Ancorata - 2. Poten¬ 
ziata - 3. Patentata - 4. 
Ritricrinata - 5. Biforcala 
- 6. Bitrinciata - 7. Po¬ 
mata - 8. Bitricrociata - 
B. Mulinata. 


1 























mai la croce intera, la cui asta verticale — propriamente detta crux — stava 
già infitta nel suolo (Lftbker). 1 romani abbandonavano il cadavere del 
crocifisso agli uccelli di rapina o dalla decomposizione naturale; gli ebrei 

10 toglievano dalla croce e lo seppellivano prima che tramontasse il sole 
(Deuteron). || Nelle prime figurazioni della crocifissione divina la croce si 
fece greca, cioè a braccia eguali ; poi se ne allungò la linea verticale per 
apporvi la imagine del Redentore. || Nessuna effigie del crocifisso si trova 
nella pittura delle catacombe (Rochette), e per riscontrarla nell'arte bisogna 
risalire alla imagine del primo riquadro alto a sinistra della porta di S. Sa¬ 
bina a Roma, eretta da Pietro d’Illiria, dopo il saccheggio di Alarico (Natali). 

11 più antico crocifisso che si conosca è quello che Gregorio Magno donò 
alla regina Teodolinda, ora nel maggior tempio di Monza. La figura di 
Gesù, con la testa cadente sul petto, non piegata sulla spalla, con l’ab¬ 
bandono nerveo delle membra, le gambe ripiegate pel il peso del corpo, e in 
tutto il dinamismo dello spasimo paziente del martirio, appare nella soavità 
delle fig^ure di Giotto, che nella basilica inferiore di S. Francesco in Assisi 
può dirsi creò pittoricamente l’angoscia del Golgota. Più tardi, con il beato 
Angelico, la visione si va attenuando in una luce di lene misticismo ; con 
il Perugino la vigoria classica del nascente umanesimo si congiunge allo 
spirito di pietà, e comincia l’espressione dignitosamente bella del Nazareno, 
nella duplice natura divina ed umana. 

L'officio rappresentativo della croce richiederebbe una troppo lunga coor¬ 
dinazione di nozioni; essa è una forma plastica d’arte da cui è naturale 
ascendere senza elaborazioni dal termine materiale al termine ideale ed al 
senso generico della astrazione. In tutti i paesi del mondo la leggenda 
germoglia attorno alle croci piantate a segnare il luogo di qualche delitto 
o di qualche disgrazia. In Germania specialmente le croci dei trivi sfuggiti 
dal viandante notturno hanno un sentore di poesia superstiziosa che piacque 
ai cervelli romanteggianti. E la croce dà sempre un colore d’incubo mor¬ 
boso per l’uso tetro che se ne fece nell’ istituto giuridico della pena afflit¬ 
tiva ed infamante : orrendo esempio quello delle gialle liste di panno che 
venivano cucite incrociate sul petto e sulle terga del bigio scapolare 
indossato dai condannati a morte o al carcere perpetuo dell’ inquisizione. 

In araldica si enumerano poco meno di quattrocento varietà di croci ; 
la cui elencazione oltrepasserebbe la cerchia del nostro raggio di osser¬ 
vazione. Ne riportiamo gpraficamente alcune delle più notevoli, tra le quali 
ha particolare rispondenza simbolica quella potenziata, che rappresenta la 
vita, la salute. La croce accantonata da quattro beta (B) era degli impe¬ 
ratori di Costantinopoli. ||'Cade a proposito osservare anche per la croce 
sabauda ciò che hanno rilevato alcuni dotti di araldica, come il conte 
Francesco Faucault: che lo scudo della bandiera italiana officialmente usato 
è errato nella composizione, non essendo la corona che lo sormonta con¬ 
torme a quella dei principi di Savoia, con il globo sostenente la crocetta 
mauriziana. Lo scudo di Savoia è poi quasi sempre ornato da una bor¬ 
dura azzurra, che rappresenta araldicamente una grave diminuzione, perchè 
è arma di cadetti e di collaterali, come il bastone è arma di bastardi. 

192. CBiOGIUOIiO — Vaso in cui i corpi si sottopongono a un fuoco 
gagliardo nella fucina, e specialmente si adopera per fondervi i metalli 




Lnngo tempo sepolto in uno linea 
Mostrai di soffiar l’oro nel oroocinolo; 

Ma realmente soffiai quello solo 
Che stava dentro la borsa del Knea. 

Metaforicamente simbolo di prova. Il Segneri chiamò * crogiolo di cui il 

i’aJr'r r XXni- 1 ). Francesco Gon¬ 

zaga, valoroso guerriero della Serenissima, letterato non comune, perfidiato 

da nemici occulti ma vinti dalle prove del suo lealismo, assunse f impresa 

fece kira-ere ^ cavaliere Alberto da Stipicciano 

tece dipingere una impresa con le verghe d’oro nel crogiuolo e il detto- 

« .tcwi! aurum igni». E l’academia degli Ardenti di Viterbo adottò il cro¬ 
giuolo con 1 oro liollente, animata dal motto : . Bonec purum .. 

193. CUBO - Uno dei simboli dei quali si scrisse che « costituiscono 
semplicemente 1 espressione sintetica di una Scienza meravigliosa di cui 
g uomini hanno perduto la memoria. Essi insegnano tutto ciòke è Stato 
tutto ciò che E tutto ciò che Sarà, sotto una forma geometrica, ovvero sia 
immutabile . (Saunier). Le leggi geometriche dunque regolerebbero le vi- 
® infatti: «Il medesimo fervore 

a SL- ^"ll f Cubo della Caaba, il Cristiano in estasi 

ai piedi della Croce, il Buddista meditante su la Stella dai sette raggi il 
Bramano tutto compreso nel Triangolo di Brama.... . (Saunier). () La forma 
cubica tu con fo croce greca carattere costruttivo e distintivo delle chiese 
nsantine ed il Ramee lo spiega come espressione di omaggio alla Trinità 
tiiplicatamente simboleggiata nelle tre dimensioni: lunghezza, larghezza e 

della teira: perchè gettisi un dado, ei si ferma sempre, e caschi in che 
Iato SI voglia .. La pietra cubica dinota pure Cristo « il quale è la vera 
pietra angolare, che disse il profeta riprovata dagli edificatori della vecchia 
gge, e per essere posta poi nel principal cantone della sua santa Chiesa • 
non e alcuno che possa porvi altro fondamento,, come disse S. Paolo J 
Ripa) Quando Dante parla del suo proavo Cacciaguida e afferma di sentire 
a fortezza dell animo, ricorre all’ imagine del tetragono, figura quadrata 
o cubica, sempre eguale a sè stessa per quanto la si volga e rivolga : 

llette mi fur di mia vita futura 
l’arole gravi j avvegnach’ io mi «onta 
Ben tetragono ai colpi di Ventura. 

{l’ar. XVII - 22). 

sentimento germogliato sugli 
sonici Id fo ^ *• Il II si ritrova pure tra gli emblemi mas- 

sfoti e! 1 finanziaria degli 

della LStahiml 1“ cosUntemente usata come simbolo 

.folla - nel senso morale - della fermezza, 

(lellA costansa e simili. 









194. CXTCUIiO — Instancabile, cosmopolita viaggiatore alato, ìrrequeto 
nelle peregrinazioni dalla Siberia al capo Tarila, uso a godere tra noi la 
bella stagione. Linneo lo disse canoro, ma il suo « mesto verso » (Aleardi) 
è il monotono e isocrono ripetersi di due note simili, immutabile nell’ira 
e nell' ebrezza, senza l’intensificazione o lo smorzamento che palesano il 
turbine della passione. « L'uccello che si dice cuculio sempre canta il suo 
nome » (Fr. Bart. Ammirato - Ant. volg. XXVIU - 2). Il cuculo è un pa¬ 
rasita, la cui femina non sente la maternità, e non fa nido proprio ma 
depone le sue uova nei nidi altrui, per svolazzare spensieratamente d’a- 
more in amore. Il cuculino, figlio di ignoti, nato da pochi giorni, trova 
già nella punta delle proprie ali la vigoria di cacciare fuor dal nido i 
figliuoli di quelli ohe l'hanno pietosamente covato e nutricato, non con¬ 
sentendogli la sua voracità di condividere l’imbeccata. Benché, quindi, 
dichiarato « necessario per l’economia del bosco » (Brehm), il disamore alla 
prole e la normalità dello scrocco lo fecero il simbolo acconcio dell’ egoismo. 
Il II cuculo di Belkis fu destinato da Maometto al suo paradiso. 

195. CtTOKE — « La parola che Dio scrisse nella prima pagina del libro 
della creazione » (Mazzini). Non era però tanto sublimato il concetto del 

cuore prima della religione di Cristo, benché alla 
espressione di esso si annettesse certa importanza 
morale. I gentili ne appendevano la forma al collo 
dei bimbi, come amuleto. Davide invocava dal « cuore 
mondo » i buoni pensieri. Gli egizi ponevano il cuore 
come simbolo di consiglio. Nella concezione feticista, 
rudimentale del dio che aveva fame di carne umana, 
i messicani del sec. XV lo calmavano con giornate di 
olocausti cruenti, ed in certe cerimonie si strappava 
il cuore alla vittima prima di gettarla al fuoco (Captan). 
Il La religione cristiana elevò il cuore a simbolo della 
carità, ed, ardente al sommo, in palma di mano, 
presentato da figure umane, a simbolo dell’ amore di 
Dio. I platonici avevano già affermata l’esistenza 
d’uno spirito sparso nell’ universo, animante ogni cosa, principio di gene¬ 
razione e di vita di tutti gli esseri, e ciò era una fiamma pura, viva, sempre 
attiva, alla quale davano nome di deità. « D cuore riguarda il sentire e 
l’affetto, l’anima e il sentire, e l’intendere ed il volere » (Tommaseo). Cfr. : 

Votre eieur eet bon, et votre ame trop haute. 

(GomeiUe). 

li cuore è ripetuto sui marmi cristiani, presso qualche motto o al principio 
e alla fine di qualche riga epigrafica; e di frequente é traversalmente ta¬ 
gliato da una linea come se fosse trafitto. Si crede però che — pure avendo 
questo segno carattere essenzialmente religioso — non sia che un mezzo di 
interpunzione. || Due cuori avvinti da fiori simboleggiano l’ amicizia. || 
Il cuore circondato da spine é simbolo del martirio. |j In Bretagna gli 
anelli giovanili sono formati da cuori, le cui punte sono portate verso il 
polso dalle fidanzate, e verso la cima delle dita dalle nubili. 








• V 





D 

?ie Xzii gitoti del rischio. Era dato come attributo 

sol r ’ . "i P“ 1“ della 

eranche in “aneli annoverato tra i simboli araldici; 

!L.r 1 . .’ Uberalità, per il quale dobbiamo riferirci alle spie¬ 
poco egualmente è liberale chi dona 

dHótL if b ^7°’ ® 7\ «eti in piedi 

da tutte le bande con la facoltà principale . (Ripa). 

tinte ~ divido, quasi carnale, incerte 

nobmr r8ua“bT‘* tinte profonde; ma senza profumo e nessun sospiro 

amni. freddezza, leggerezza, alterezza d’amore. 

198. DARDO - Freccia snella da potersi lanciare anche a mano senza 

selt° iconologi a parecchie divinità e ligure rappre¬ 

sentative, altro dei segni della dinamica materiale, trasportato Lia alWo- 
cosi SI dice metaforicamente : il dardo della calunnia, della persecuzione 
^me quello della investigazione, della acutezza d’ingegno e simili li 

S°o a"° dalla iconica dell’amore, sia esso Cu- 

pido o Amanga l’ indiano, 

.... Amor, eh’ appena è nato 
Già ^ande vola e ^*à trionfa armato. 

{Ger. Lih. 1 - i7). 

Il dardo di piombo grave è dato dai mitologi ad Antero - o Contro Amore, 

1 reciprocariza corrisposta _ benché si 

aggiunga che tale sentimento, per cosi dire, di secondo grado cagioni « pas- 

dM^i? ^”7% ^ (Pozz^. Il In atto 

Wiare le freccio, a significare la vendetta celeste e il castigo del pec- 

fraLn dT rappresentavano Tescalipuca, dio della penitenza, 

fratello del gran dio Vitzhputzli. || Nei talismani della magia antica ri- 

. è U L nc'ìulo'ltt- ^11» «°<=e «d aUo scettro di Giunone 

Li l’Azione Magica, la Coagulazione 

olLr*" L del Volatile, attraverso la ProiLione, la 

penetrazione della Terra da parte del fuoco » (Levi, istoria della Magù, - 
VI - 2). Il non attonito lettore ripeterà forse con noi che 

il velo è ora ben tanto sottile 
Certo, ohe trapassar dentro è leggero. 

(Purg. Vm - 20), 











a“s. Francisco di California, tra le persone divorziate si ^ 
creata mxa moda - come si dice - di gran distinzione : ^ 

della sinistra un anello ornato da una freccia spezzata, simbolo dell un.o 

disoiolta, ossia del divoralo. 

19!l. DATURA — V. Stramonio. 



della procella 


fanno segno 

Ai marinar con V’arco della achiona. 
Oho »’ argomentin di campar 


irlone »gli..lo di S.««no, ' 

d rHo II 80,10 miniati i delfini che prendono sul dorso Amano e gli 









ne 

vilu del Hglio, forse anche perchè, essendo egli uomo di straordinaria sa¬ 
gacia, trovò l’emblema più conveniente a rappresentare l’astn.ia, nel 
delfino, che ha fama di essere industre nello stratagemma, cosi da vincere 
1 ormidabile cooodnllo. Certo è che codesto animale rivestito di tanto nobili 
quanto favolosi colori è un predone astuto, ma non aggressivo nè temibile, 
e 8 accosta ai navigatori in busca di cibo, ed è agile e veloce. || Anche in 
araldica gode una fama squisita, come il più nobile degli animali natanti 
e indica abondanaa di pesca e protesione (Guelfi). || Per avere un delfino 
sul cimiero Guido Vni, conte di Vienna, fu chiamato il delfl,io (1140), 
^prannome che rimase ai suoi discendenti ed alla loro terra, divenuta il 
Jlelhnato; e questo - riunito por cessione al reame (1349) — passò di regola 
al principe ereditario del trono, che fu detto delfino di Francia. Il Nelle 
figurazioni nautiche antiche si dà di sovente la forma di delfino alla nave; 
e modernamente il delfino accostato dal tridente si usa ad indicare il com¬ 
mercio marittimo. || Nel blasone è il più nobile pesce, e si rappresenta 
o natante o diritto, con la testa rialzata e la coda verso la destra. Il II 
delfino e l’insegna gloriosa della tipografia di Aldo Manuzio (1490) e de’ 
suoi successori; e fu opportunamente rimessa in vigore come emblema della 
iiera Internazionale del Libro (Firenze 1922). 


- )1. DELTA — Nome della lettera dentale greca, che si scrive a trian¬ 
golo, dato all’isola formatasi con il vertice a nord del Cairo, con la punta 
occidentale a Eosetta e la orientale a Damiata, e adottata generalmente 
por indicare il Basso Egitto. j[ Dicesi pure delta il triangolo raggiante 
con il nome di leova in caratteri ebraici, sostituito poi dall’ « occhio della 
sapienza . ed entrato nella suppellettile dei riti massonici del rito scozzese 
o antico per simboleggiare la diviniU che tutto vede, tutto comprende e 
tutto può. ^ 


2(J2. DIADIANTE — La più dura delle pietre preziose 
quindi a simbolo della duressa e della resistenza anche 


(Teofraste), usato 
in senso morale. 


Del bel diamante ond* ella Iia ìi cor si duro. 


(Peti. Son. - 138). 

« Niun martello gli può fare ingiuria, ma sempre è il medesimo a colpi 
di quello, se bene alla forza occulta del sangue di montone dicono restar 
spezzato » ; cosi scriveva il proverbista Buoni (1604). , Semper adamas » 
ossia . sempre mdomito . era l’impresa assunta da Cola Antonio Caracciolo, 
marchese di Vico, con un diamante avvolto nelle fiamme e percosso da 
martelli ; e mtendevasi cosi che - come il diamante — . la fermezza della 
fede sua al Ee, suo Signore, non poteva rompersi, nè alterarsi per alcuna 
violenza, di fuoco o di ferro. (Euscelli) : errore scientifico, poiché fin dal 
secolo del marchese Caracciolo si presentì che il carbonio puro costituente 
Il cristallo della suberba gemma è combustibile. «L’anima del diamante 
è piu impenetrabile della più misteriosa anima feminile.... Non è facile 
trovare due chimici che la pensino d’accordo sul suo conto: Newton e 
Lavoisier rinunciarono a farne l’analisi. Egli sembra una materia sublime 
invincibilmente pura, impassibilmente altera; lume fatto pietra, fosfore- 
.scenza concentrata, ghiaccio idealeggiato, perocché esso è tanto freddo quanto 
splendido; nessuna materia può scalfirlo, nessuna commozione sembra possa 


1(14 

penetrarlo. Vive di intellettualità pura, morto a tutte le sensibilità, a tutte 
le passioni, come un cuore ohe, tufiPato nell’assoluto, siasi spogliato della 
tenerezza e dell’odio » (E. Michelet). 1| Il diamante era pure ritenuto pieno 
di proteaione perchè « metiis varios expellit et tnaleficis artibus óbviat » 
(Isidoro - XVI) e pietra di amore e di riconciliazione coniugale (di Cor- 
bichon). « Nel profondo del seno bisogna portare l’ armatura del diamante ; 
contro di essa si spezzano i pugnali del destino » (E. Michelet). || Ridotto 
a brillante è la gemma più aristocratica, non forse^ per la bellezza ma per il 
fulgore; non per la seducente eleganza, ma perchè nel suo scintillìo ha 
qualche cosa di aspro, di crudele, come un raggio di imperiosità a cui non 
si può ribellarsi. 

203. DIASPRO — Boccia varia e pregiata per la varietà ed eleganza 
dei colori, usata nelle ornamentazioni e nei mosaici. Benché non di grande 
valore venale, era una delle dodici gemme dell’e/bd, indumento superu¬ 
merale dei sacerdoti ebrei, rappresentando la tribù di Oad, posta terza nel 
secondo ternario (Giuseppe Flavio). H Era pietra ritenuta grata, come offerta 
votiva, agli dei, ohe benedicevano il campo e la casa del donatore. Dicevasi 
anche talismanica, che « portandosi addosso il diaspro si acquista la grazia 
degli uomini » (Ripa). Il diaspro attenuava i dolori delle gestanti, scacciava 
la febre, e, legato in argento, inalzava a grandi onori. || Altri autori, 
araldisti, indicano il diaspro come simbolo di tristezza e di morte (Brondi). 


2U4. DIGITALE — Erba di grande efficacia medicamentosa, dalla corolla 
campanulata, foggiata a ditale, ed a cui è commesso l’eletto simbolo del 



medio (fare le fiche, medium nnguem ontendere}: « In sulla rocca di Car- 
mignano avea una torre alta 12fi braccia, e avevavi suso due braccia di 
marmo, le mani delle quali faceano le fiche a Firenze » (Gio. Villani, 6. 
6 . 1.). ' I solchi papillari delle dita non mutano mai, dalla nascita sino 
alla dissoluzione organica del corpo, dipendendo essi dalla disposizione 
persistente dei nervi e dei vasi entro il derma e non dai capricci di una 




-« ^ 

divèrme «no dei pirsiLri Zv dita - o dattiloscopia- 

Qaesto indizio antropometrico fo-Toml ‘dentificazione individuale, 
solita Cina prima che altrov» ? e asseverare - «aato nella 

(aec. VII): cerioTche ne d^èT . 
anatomia microscopica (1628-1694) 

»l» p., il rico"““fP”' ' "»« 

con.™.-imoront. JloO.ii •■ «i 


passaporti; negli Stati Uniti 
6 gli analfabeti non sono più 
malleveria della tradizionale 


73). 



- -particolare 

contrassegnano con le impronte digitali i 
e nelle Pihppme i depositi delle banche, 
obhgati a condurre dei testimoni per la 
crocetta. 

206. DITTAMO — 

Erba crinita di purpureo fiore, 

Ch’ àve in giovani foglie alto valore. 

(Genie, lift, n - 

Havvi però anche il dittamo bianco, bellissima pianta 
dedrcata a Giunone Lucina perchè - oltre alle S 
^rapeutiche - si credeva avesse pure quella di age- 
volare i parti ; e rimase nella tradizione come sim¬ 
bolo naturale della natività. 

# 

tortuose, dalle orride creste, dalle tnghto”,^unche 

tuoTTlle fo«ci°?"appe?;Ìt°e cartilaginose, eruttante 

gusto elegante e iev^^S ~ ornamentale di 

fantasia e della paura di tuttoV t- fi* celebre creazione della 
—-_i* * ' f «lei “ondo, cosi che il Lacèpède 

—, disse felicemente che . il drago esisteva in ogni 1^1 
W che nella natura.. || Nella cosmogonia babilone!^ 
tome in quella germanica il mare è un drago ohe 
avvolge 11 mondo, finalmente vinto e r.tte^toTn 

tichff*' d “'“ai- I messicani an- 

le eoir ® 

8S1, ingoiati da un drago celeste; e tale cre- 

denza avevano i cinesi, adoratori per eccellenza del 

mostro, a cui erigono are e templi sulle rive dei 

orif* d ^**^'^*’ * invocazioni a tutela degli 

orti e dei campi, prodigandolo in eflSgie sugli edifici 

lev^* negli oggetti, sugli indumenti. (| Una 

leggenda della Cina settentrionale narra che il Iggif 
imperatore Fo-hi ebbe l’apparizione di un drago Se 



DRAGO 


gli insegnò a sostituire la scrittura lineare a 

si che egli comandò che il simbolo della Cini doS«^ geroglifico, 

cinque artigli per l’imnArA ìì. dovesse essere un drago, a 

molto lo lodarono. La repubirca'^'ri ™ Privato, del che i mandarini 

cinque striscie rossa gialla I ' sostituì al dragone imperiale le 

rossa, gialla, bianca, azzurra e nera, rispettivamente rap- 

















ino 

presentanti cinesi, manciù, mongoli, maomettani otìl)etani, popoli dei ijnali 
è formato lo stato. Il Cielo dei fenici, Eano, era un drago e si raffigu¬ 
rava facente cerchio di sè per mordersi la coda. Nel mito ellenico il drago 
è sacro a Bacco ed a Minerva che lo ha attortigliato all’ asta, si che De- 
. mostene ebbe a dire che gli ateniesi, professando il particolar culto alla 
dea ed ai suoi attributi, era devoto a tre brutte bestie : il drago, la civetta, 
ed il popolo. Amore, nelle medaglie di Ànchialo di Tracia, è tratto sopra 
un carro da due draghi, ed anche Cibele ha due dragoni aggiogati alla sua 
biga. Sono draghi quelli che vigilano il giardino delle Esperidi, il vello 
d'oro, la fontana di Tebe, l’antro di Delfo, cosi che il significato del drago 
nella mitologia classica è particolarmente quello della vigilansa, che non 
si ^scompagna mai dalla saggezza, e della custodia ; significato che si è 
perpetuato nelle leggende e nelle fiabe. È un drago il mostruoso Fafner 
dei Nibelungi, dimorante nella pozza di fango e d’oro, sotto la sterpaglia, 
e ucciso da Signrd. Il drago è l’indefettibile guardiano dei manieri incan¬ 
tati, dove le bionde reginette dormono il sonno della malia o scontano 
l’ingiusta prigionia delle fattucchiere, fin che giunge a liberarle l’azzurro 
cavaliere dall’ acciaro fatato. || Lascieremo agli esegeti che sanno di zoologia 
di risolvere — o almeno di continuare a discutere — la sempre insoluta 
questione se il mostro Leviatano di Giobbe, e il drago di Ezechiele, e quello 
che Geremia vede trescare sulle rovine di Babilonia, insieme ai fauni ghiotti 
di fichi selvatici, e tutti gli altri dracoiiex della Biblia siano cocodriili piut¬ 
tosto ohe serpenti o rettili od olìdi di altre appartenenze. Le sacre scritture 
hanno il drago come simbolo costante del male, della malizia, della di¬ 
struzione, della crudeltà. Ezechiele nel magnifico simbolismo della sua 
visione apostrofa Faraone, re dell’Egitto come il gran dragone giacente 
in mezzo ai fiumi (XXIX, 3), e come il dragone che sta nel mare e ruota 
il corno nei fiumi e intorbida l’acqua con i piedi e conculca la loro cor¬ 
renti (XXXn, 2). Concetto pessimistico, passato nell’opinione cristiana ; 
nella quale il drago è l’irreducibile fiera velenosa e diabolica, la cui bocca 
rappresenta sempre l’inferno spalancato per ricevere l’improvvido mortale. 
Alberto Diirer ricostruì minuziosamente il drago dell’ Apocalisse, riparten¬ 
done le dieci corna fra le sette teste. Nelle sottili interpetrazioni del Phi/- 
sioloffìis date dai teologi c’è l’ammaestramento della pantera che si desta 
dal sonno, ruggisce e dalla sua bocca esala un odore soave ; le fiere accor¬ 
rono tutte e le fanno festa e si inebriano dell’ olezzo ; ma non il dragone 
che fngge, perchè l’alito della pantera è quello di Cristo, e il dragone è 
il demonio. Ed ecco.i santi e le sante, a stuoli, debellare il mostro feroce, 
soltanto col * votivo grido » a Dio: l’arcangelo Michele; san Giorgio che 
libera la figliuola di un re siro ; san Derieno, che pone alla belva la stola 
benedetta sul dorso e lo conduce prigioniero ; san Domiziano, tuttora festeg¬ 
giato a Liegi per il miracolo ; san Romano ; san Silvestro ohe lega le fatici 
all’orribile bestia con un tenue filo; santa Marta che la conduce prigioniera 
della sua cintola fino a Tarascona ; sant’ llarione, che la costringe a salire 
spontaneamente sul rogo; sant’Ainmone che la fa scoppiare con una sola 
parola ; san Marcello ; santa Radegonda ; sant’ Ignazio che la butta nelle 
fiamme; santa Margherita, che è dal drago inghiottita ed ella pure ne fa 
scoppiare il turpe involucro corporeo con la sola preghiera. || I manichei 





1U7 

Hgurarono Satana con la testa di leone e il corpo di drago, e draghi tau- 
tastici con le ali da pterodattili inalzarono sulle insegne militari i persi, 
gli sciti, i parti, i daci, che forse ne trasmisero l’uso ai romani di 
Traiano (Ammiano Marcellino); i goti; i re inglesi, che recarono il dragone 
accanto alla croce di Cristo in Terra Santa (1131), residuo forse del con¬ 
cetto che avevano i popoli occidentali del settentrione intorno al drago, 
come ministro di vendetta. || In molti luoghi, dove si rinvennero scheletri 
di animali fossili delle età paleozoica, o si prosciugarono paludi mefitiche 
o si ovviarono altre publiche calamità, vivono tradizioni di draghi abbat¬ 
tuti; e cerimonie religiose e publici sollazzi si rinnovano a date fisse (es.: 
Tarascona, Aix, Chartres, Rouen, Liegi). Nelle Chavanne si appiatta un 
dragone suscitatore di tempeste, che si placano soltanto quando una vergine 
getti un fiore nell’acque scolvolte. || Nel drago dell’Apocalisse (XII, 3) 
si vede simboleggiato l’impero romano persecutore del cristianesimo. || Del 
drago dantesco ohe «configge la coda nel fondo del carro trionfale {Purg. XXXII 
- 131) sono varie le interpetrazioni : ohi vi ravvisa Maometto, chi l’Anti¬ 
cristo o la cupidigia dei beni temporali, ohi Satana. || Clemente IV (1265- 
1268) concesse ai guelfi lo stemma di un’ aquila rossa in campo d’argento, 
afferrante un drago di verde, e i ghibellini allora assunsero il drago per 
sè. Il I segnaci di Iiuther per loro insegna inalberarono un dragone, forse 
in opposizione all’ ordine cavalleresco antecedentemente istituito dall’ im¬ 
peratore Sigismondo, per ravvivare la fede cattolica contro i seguaci di Huss e 
di Gerolamo da Praga, detto del Dragone rovesciato (1418). || Il drago rosso è 
il simbolo nazionale del Galles. || Usitatissimo nell’araldica, tu scelto 
come simbolo della custodia fedele dei tesori, dalla società Dantesca di 
Firenze, che recentemente l’accoppiò sul suo gonfalone con i colori giallo 
e nero della casa degli Alighieri. 

208. DUE — La dottrina che ammette come prodotto delle cose e degli 
avvenimenti l’azione opposta di due principi o due cause diverse corse 
tutto l’oriente e fu la pietra angolare di tutte le mistiche coscienze del- 
1’Egitto, e dell’Asia, e della lontana America (Pizzarro al Perù trovò l’an¬ 
tagonismo di Pasciaoamac, anima del mondo, contro Cupai, malvagio dio 
inspiratore di orrore agli incas). Il dualismo religioso di Zoroastro, quello 
filosofico dei greci e congeneri importazioni metafisiche straniere, ingene¬ 
rarono forse nel pregiudizioso spirito dei romani l’orrore per il numero 
due, tenuto di cattivo augurio ; 

Numero deti» iinpare gaiiiM. 

(Virg. Eri. vni - 75) ; 

e poiché a Plutone erano consacrate tutte le cose nefaste, a lui si dedicò 
il secondo mese dell’ anno e il secondo giorno del mese. La dottrina del 
dualismo, lo spirito di antinomia — di cui è permeata anche la dottrina 
moderna tedesca — è il fondamento del manicheismo e crea la mitologia 
del diavolo, (v. Numero). 




E 


209. E — Nella logica formale viene designata con E la proposiaione 
nuiversale negativa, opposta ad una universale affermativa, (v. A). 

210. ECHENISE — Sorta di pesciolino con un disco ovale sul capo e 
certe lamelle sul dorso allungato, mediante le quali si attacca agli estesi 
banchi di corallo, alle chiglie delle navi ed ai gprossi animali marini, dei 
quali la prodigiosa fantasia degli antichi potè credere ritardasse il corso; 
da ciò il suo nome vulgare di remora, simboleggiente la tardanza. Plinio 
— facile tessitore di favolo scientifiche — contribuì a far credere che la nave 
di Antonio ad Azio fu trattenuta dalle remore, cosi che più agevole ebbe 
Ottavio la vittoria. Alla potenza favolosa dell’ echenide pensava forse il 
profeta neUa minaccia contro Farsmne, raffigurato nel Leviatano : « porrò 
freno alle tue mascelle e farò si che i pesci dei tuoi fiumi si attacchino 
alle tue squame» (Ezechiele - EXIX, 4). L’Alciato, nell’emblema della 
prudenza, accenna all’ echenide : 

Hoc tibi declaret c<nmej:um echeneide Mum : 

Hate tarda at, volitant spicuta mUaa manu. 

E, dopo l’Alciato, il Camerarius : 

Sigtere curretitem liemora alta per aequora navim 

Fertur ; sic vis est maxima in exigais. 

{Sgmh. IV-XXVH). 


211. EDERA — Questa pianta — dal gambo troppo debole per essere 
un sostegno, la quale s’arrampica, si avvoltola, si arronciglia a spira stret¬ 
tamente a quanto incontra nel suo passaggio — richiama il senso letterale 
dell’ affectus (da afficere), ed al ragionatore del simbolo addita l’imagine 
di quel sentimento che con voce gallica, pure accettata dalla Crusca, si 
direbbe attaccamento, e che noi tradurremmo in affetto, benevolenza, 
amicizia, amore : 

l’ affetto.... ohe non si puote 
Torcer giammai ad alcuna ncqulisia. 

{Par. VI - 122). 

Dice Catullo: 

Mentem amore revincieiie * 

Ut tetiax hedera huc et illue 
Arborem iuiplirat erraw#. 

{Canu. LXl - 33). 


(A NeeraJ. 


E il Caniucci : 


L’ olmo e la verde sposa 

Vedi in florido amplesso accolti e stretti. 




109 


Quanti motivi non trasse la poesia dall’edera abbracciata al tronco o pit- 
^rescamente rivestente le muraglie! Se non che la determinazione formale 
del simbolo non corrisponde ad un grado esatto di determinazione ideale, 
perocché l’edera (che vediamo smaltata sugli ori scambiatisi dagli amanti, 
con il motto: . Ou je m’attaché, je meurs .), è pure quella che s’attacca 
all albero per consumarlo, traendone a sé tutto il succo (Plinio) ; « laonde 
hnalmente ne viene ad ingrossare e a crescer tanto ch’ella divien arbore 
e l’arbore proprio ue riman secco . (Ruscelli). Cho se ciò può piacere alla 
irragionevole baldaiwa degli amanti («sic perire juvat * nell’impresa di 
Gerolamo Fabiani), i quali « sogliono in tali accidenti cantar gioiosi 

Per morte nè i>er doglia 

Non vo, ohe da tal nodo Amor mi scio’glia » 

(Baccelli), 

non è coerente all’ intima verità psicologica di un affetto alto e sincero che 
1 obietto di esso venga consunto, cosi e come l’albero o il muro tenace¬ 
mente stretti dall’edera. Questa «non solamente nasce nelle selve, ab- 
racciando gli alberi, e sostentandosi sopra di loro, e stringendoli tanto 
gagliardamente’ che ben spesso gli ammazza; ma occupa così ancora gli 
antichi edifizì, i sepolcri e le muraglie della città, che finalmente, smu¬ 
randole le pietre con le radici, che a viva forza si cacciano nelle oommis- 
sure loro, gli ruma, ed insieme con loro se ne cade a terra » (Durante). 
JVon si comprende dunque per quale particolare distinzione concettuale gli 
ara disti assegnino l’edera accollata ad un tronco per indicare . amicizia 
inalterabile e sempre viva » ed accollata ad una torre o castello per indi¬ 
care «desiderio crescente di dominio. (Guelfi). Nell’una e nell’altra 
figurazione la pianta sermentosa e parasita sarà sempre efficace simbolo di 
pertinacia — come suggerisce il Ripa - se non pure - come suggerisce 
ancora lo stesso autore - simbolo di ingratitudine. « perchè quel medesimo 
a bero o muro che le è stato sostegno nell’andar in alto, e a crescere, ella 
alla fine, in rimunerazione di gratitudine lo fa seccare e cadere in terra .. 

Tu l’ edera somigli 

Distruggendo i sostegni a cui t* appigli. 

{Metastasi© - Morte di Abele - I). 

La ghirlanda di Bacco, è. contesta di vite e di edera, perchè credevasi che 
questa avesse la virtù di dissipare i vapori del succo di quella (Plutarco). 
Altri dicono perchè l’ edera — dotata di perpetua viridità — è simbolo di 
giovinezza (Pesto), Bacco non invecchiando mai, o di libidine (Ripa) || Essa 
era pure dedicata ad Osiride. || Con il mirto e con il lauro l’edera era 
tenuta per pianta decorativa di aoademia. e di essa coronavansi i vincitori 
ed 1 poeti come segno di gloria. 

Me doctarum hederw proemia fronlium 

IHa miecent superie. 

(Orassi© - Od, T), 

E l’Alciato, alludendo alla favola di Cisso, giovinetto che nel furore dio¬ 
nisiaco perdette la vita e fu da Bacco trasformato in edera : 

IlHiidiiuamiiuaiH arescam I/edera et arbueeiila, Cism 
Qime piiero lìarchum dona dee!lese ferunt ; 


un 


Ermbutida, proeux, auratia fulva rori/mhìs, 

Exteriu» ctetara pallor habet. 

lliìir aptia vatea civgunt auit tempora serlia: 

Pallearunt aturiiia, laua lìitiliinia vlret. 

lEmbl. CCIV). 

212. EFEMERINA — v. Tradeseanzia. 

213. EPOD — La descrizione dell’«/bd — indumento sacerdotale degli 
ebrei, detto superumerale dalla Vulgata — è contenuta nell’ £so<Zo, che 
narra come dovesse essere rivestito Aronne servente nel santuario, secondo 
il comandamento del Signore a Mosè (XXXIX). L’ efod del sommo gerarca 
non era la semplice tunica o mantelletta, come la portavano i sacerdoti 

minori, e disputarono i comentatori sulla sua forma, 
non sulla sua ricchezza, minutamente descritta da 
Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche III - 7) in ac¬ 
cordo con la Biblia. Lo storico maccabeo — che fu 
governatore della Galilea, tepido generale de’ suoi, 
vinto da Vespasiano e amico dei vincitori (37-95?) — 
dice che l’e/brf era un tessuto intrecciato di vari co¬ 
lori e d’oro, coprente la metà del petto e aperto ai 
due lati per l’introduzione delle braccia. Nel vano 
del tessuto dinanzi al petto era inserito un altro tes¬ 
suto, pure policromo e dorato, chiamato razionale, e 
ad esso, da ciascun lato, si congiungeva col mezzo 
di anelli d’oro e con nastri di giacinto. Sardoniche 
cerchiate d’ oro affibbiavano l’indumento sugli omeri. 
Nel razionale, a ternari, erano disposte le dodici grandi gemme con inca¬ 
gliati i nomi dei figliuoli di Giacobbe. Si può vedere V efod, come è de¬ 
scritto, nella colossale statua di Aronne nel cortile dell’arcivescovato di 
Milano (scultore Strazza), (v. Agata, Ametista, Berillo, Carbonchio, Crisolito, 
Diaspro, Ligurio, Onice. , Sardonica, Smeraldo, Topazio, Zaffiro}. 

211. EIiCE — Leccio — « Albero in quanto alla 
materia sodo, alla radice profondo, ai rami e alle foglie 
ampio e verdeggiante, e quanto più vien reciso, più 
germoglia, e prende maggior forza, per ciò fu posto 
dagli antichi per simbolo della virtù, come quella 
che è ferma, profonda, e verdeggiante, e di tal pianta 
in segno della lor virtù ai valorosi capitani di tal 
albero la corona si dava » (Ripai. « La sua ricchezza 
di grossi rami poderosi e rigidi, la contorsione ele¬ 
gante, quasi di olivo, e del suo legname sano, la 
ispida e pur graziosa foglia sua che si addensa in cupe 
e impenetrabili volte, ne fa per eccellenza 1’ albero 
che dalla roccia montana ove rappresenta la quiptes- 
senza dell’indipendenza selvaggia e vittoriosa passa 
senza alcuna modifica, senza la minima transizione di varietà o di colore 
o di sviluppo al giardinaggio ornamentale » (Bertarellil. « Il leccio è il 
gran signore della campagna. Cresce senza fretta, perchè sa che la sua vita 




KFOD 













abbraccierà secoli Ha dell’olmo 1‘eloquenza della espressione, della quereli 
a monumentalità del tronco, del cipresso la compostezza dei gesti. E quando 
inverno ha spogliato tutte le altre piante e il sole pallido sorride tra gli 

nella ® rigoglioso, s’avvolge solenL 

nella sua fitta chioma scura, e chiama a sè, da vecchione bonario, le pic- 

" cing'Su ^ allegramente 

~ imprese illustri raccolte da Gerolamo Ru¬ 

scelli, quella di Emanuele Filiberto duca di Savoia ha il pregio di essere 
ragionata e convincente. La storia ha dettato il futuro di quef presente ; e 
Il nome del principe savoiardo, che fu la . testa di ferro . ma anche l’ a¬ 
nima Italiana della sua dinastia, non può essere accresciuto da elogi. L’im¬ 
presa del vincitore di San Quintino reca un elefante che attraversa un 
greggia, e pacatamente con la proboscide va discostando qua e là le pecore 
nelle quali si incontra, per non calpestarle nè offenderle; e il motto: « In- 
f^tus inf^tis». L’elefante si credeva - in vero — uso a codesti riguardi, 
che non hanno totti i grandi e i potenti: se hanno un’anima gli animali, 
eietante -- SI diceva — l’ha elevata e generosa, ben più del leone a cui 
si e contenta la corona regale. Infeshis infesHs; ma intelligente, giudi¬ 
zioso, sensato, ed anche paziente e benigno. Se non che ancora per 1’ elefante 
81 è provato come stagni immobilmente l’errore, e come esso - ritratto 
a raverso i prisma dell’ astrazione — possa conservare per secoli il valore 
di elemento rappresentativo non conforme alla verità rappresentata. L’eie- 
ante ha egli pure tutti i caratteri immiti, anzi feroci, della belva. Proprio 
^ntre scriviamo questa pagina, ci giunge sui giornali la notizia della 
tragedia del giardino zoologico di Roma, dove l’elefante Toto uccideva 

(settembre 1921). (| Chi osserva l’elefante con occhio di artista, non trova 
in lui la linea estetica: il capo piatto, la proboscide penzolante e molliccia ; 

Il corpo massiccio, bigio, rugoso; il moncherino di coda; le gambe sgrazi a- 
issime vincono il senso di forza e di solennità della mole. Se, però, non 
sono belle le sue forme, ci piace il suo occhio placido e mite : e gli egizi 
lo tennero simbolo della mansuetudine, perchè egli - benché coraggiosis- 

® Pi^ pericolose, come quelle della tigre e 

formidabile nell ira dell’assalto - non combatte con le altre fiere se non 
da esse aggreihto. Molto di bene si dice ancora dell’elefante, sia pure 
con qualche iperbole: ch’egli è benigno coi viandanti e invece di nuLer 
loro h ripone sulla giusta via (benignità) j ch’egli è parco nel cibo (tem- 
peransa): invece è assai ghiotto di eccitanti; in certi serragli si ha lo 
spettacolo di vedere gU elefanti bere avidamente le bottiglie di vino offerto 
dagli spettatori e Figuier ricorda l’elefante di Pidook amante dei liquori 
I Dicesi che 1 elefante è astuto e perfin religioso: la mattina egli saluta 
1 sole con la proboscide, e - poiché è pure provato che può ginocchiarsi- 
alla sera rispettosamente saluta, poplite flexo, anche la luna (san Clemente 
d Alessandria, Dione Cassio). Per tante e tante doti squisite fu obietto 
sacro, insigne paradigma totemico, caricato del compito solenne di simbo- 
eggiare 1 Asia : dove con la figura monumentale, solenne, ieratica, cam- 


112 


peggta ia tutte le manifestazioni religiose, storiche ed artistiche. La sua 
membratura grandiosa lo fa il modello più adatto all’ arte architettonica 
dell' Asia, dalle cariatidi colossali dei templi indiani — scolpiti nella viva 
roccia delle montagne, di un solo getto — fino alle statuette di cocco e di 
ebano di Ceilan e a quelle di bronzo e di avorio del Giappone. L’ elefante 
bianco corrisponde all’ « agntis Dei » del mondo cristiano, simbolo della 
parità. Il candido pachiderma simbolo del Siam è circondato da uno spanto 
lussuoso ed ha cure meticolose e onoranze sovrane : ha una guardia d’onore 
di cento officiali; vive in un padiglione d’ avorio, sotto cupole smaltate e va¬ 
riopinte, fra tende e dorature meravigliose; è servito del cibo in vasellami 
preziosi; difeso da ricchi parasoli di seta quando passeggia; preceduto da 
musiche e dallo stuolo dei dignitari se va a dissetarsi al fiume. Nella Cina 
si onora l’elefante bianco, in cui credesi trasmigrata l’anima di Kekia, il 
primo apostolo della metempsicosi (1000 c. a. Cr.). Al Giappone il aimbolo 
della sag-gezia divina, è concepita in un enorme testone di elefante, ap¬ 
poggiato ad un tronco umano, con i grandi occhi sbarrati, la lunga promi¬ 
nenza nasale sul ventre e le gambe incrociate : strana e spaventosa imagine, 
molto somigliante a quella — pure simboleggiante la saggezza — che si 
trova presso Patna e Benares, e di cui è diffuso il culto in quasi tutta 
l’India: la dea Ganesa — figlia di Sira — invocata da i libri sanscriti e 
indostanici, tamulici e telinghi — con il volto ele¬ 
fantino, e le cui imagini, portate al collo dalle 
donne indiane, ne proteggono la castità. || Vive a lungo 
questo pachiderma, e gli antichi — che del tempo 
avevano idea languida e sbiadita — lo assumevano 
per simbolo dell’ eternità ; es. ; nella medaglia del- 
l’imperatore Filippo. || Uno strano monumento di un 
elefante, di quaranta piedi di altezza, sorse per vo¬ 
lontà di Napoleone sulla piazza della Bastiglia (1815 
circa) e le sue forme sorprendenti — come le descrisse 
Vittor Hugo — si disegnavano la notte sul cielo se¬ 
reno, ed erano — secondo il poeta — come un simbolo 
della forza popolare, oscura, enigmatica, immensa. 
Tale infatti era stato il concetto del despota illuminato che l’aveva eretto; 
ma egli l’avrebbe voluto far costruire in porfido, in bronzo, e adomato di 
ori ; non della materia friabile precariamente usata, che pochi anni dopo si 
sgretolò e minò. || L’elefante entra nelle tumultuose processioni dionisiache, 
per indicare il viaggio di Bacco alle Indie, e forse anche perchè vuoisi di 
natura lieta, cosi da danzare al suono dei cimbali e da eseguire gaie pan¬ 
tomime, come nelle feste date da Germanico. || Nell’architettonica eccle¬ 
siastica, tra i significati di presagio vi era quello del battesimo raffigurato 
dall’elefante, che credevasi nato nell’acqua (White). || E sempre come 
indice di temperanza, di pradenza, di onestà, i repnblicani dell’America 
del nord scelsero a proprio simbolo il bestione buono con i buoni ed infestux 
infesti» ; lo agghindarono con nastri e con vezzi di perle come una fanciulla 
e lo portarono in giro, per raccomandare l’elezione di Taft alla presidenza 
degli Stati Uniti (1908). || L’elefante era pur scelto in antico come emblema 
dei giuochi pnbXici. || Le storie sacre e profane descrivono copiosamente il 












di uno di essi fu 1-origine 
dell ordine dell Elefante, istituito da Canuto VI re di Danimarca (1189) 

rinnovato da Cristierno I (1468), e divenuto la più cospicua delle onorifi- 
cenze d^esi, offerta soltanto ai principi di sangue regale: esso ha la di- 
Visa. « Magni animi praetium », 

216. EIiICSISO — V. Semprevivo.. 

217. ELIOTROPIO _ V. Vmiiglia. 

218. ELLEBORO - L’elleboro degli antichi è forse il veratro bianco 
che nasceva copiosam ente nell’isola di Anticira, di fronte al monte Oeta,’ 

e nella quale il pastore Melampo riconobbe sorpren¬ 
denti qualità medicamentose. Dicevasi « navigare An- 
ticgram » (Orazio) per dire curarsi dalla pazzia. Apollo 
ed Esculapio erano invocati con speciali preghiere 
nel momento in cui si sradicava dal suolo l’elleboro• 
e vuoisi che con esso Ippocrate guarisse Demostene 
dalla follia, probabilmente da quello che oggi si di¬ 
rebbe esaurimento nervoso. Anche nei tempi successivi 
] elleboro fu detto l’albero della paz.ia, benché in¬ 
dicato come suo antidoto. 

KlU à hei^m <ìe nix araim d’elìebore, 

Monaieur, son fsprit M iourìie'. 

Cosi fa dire Molière al suo medico famoso. || Vincenzo 
„ • , . ricorda il « veratro, quasi virus atrum per la 

sua Violenza catartica.... . Oltre il inolf uso che ne facevano per curare l’in¬ 
gestione, la sUtichezza, l’etisia, l’idropisia ecc., l’adoperavano anche per 

Carraie f essersi praticato da 

Cameade, quando scrisse contro Zenone . [Comento a Per.sio - Sat. I). 

219 ELMO - Parte integrale esteriore dell’arme, contrassegno della 

sS ® di elmi e regole 

speciali araldiche ne governano l’uso, gli ornamenti ® 

e le foggie. (| Nelle allegorie si usò pure l’elmo a 
significare vigor d’intelletto (Eipa). 

220. ERMELLINO - y. Armellino. 

221. ERPICE — Stromento campestre per rompere 
le zoUe ed epagliare il terreno; per questa funzione 
uvellatricB siniboleg;g;ìa la ifinstiiìa. 

222. ERUCA — Ituehetta — La « salace eruca » 

(Alamanni) dei cui spini maligni si coronavano i sa¬ 
tin e i fauni, è il simbolo della* lussuria. 

V en^rem revocati^ etuca morantem 

(Marziale). 

Ejritat nd renerem tardos eruca maritog 

(Columella). 

f facoltà stimolatrice dell’eruca negli emblemi LXXII 

e JjAAVII. (v. TMttuga). 


KI.LEBORO 



KRUCA 
















F 


223. rAQ-QIO — Pianta di Giove, maestosa all’ aspetto per la elevazione 
del fusto e per la ricchezza del fogliame; forma vaste foreste cosi folte da 
escludere intorno a sè altre piante legnose ed erbacee ; e per questa tenace 
autocrazia, esercitata con l'offesa contro le diverse 
radici e nell’ imperturbata difesa contro le intemperie, 
simboleggia la solitudine e la resistenza alle pas¬ 
sioni. 

224. PAIiCE — Indefettibile participio delle deità 
campestri, simboleggiando l’agricoltura. La forma 
e la dimensione di questo arnese varia secondo gli 
usi ed i luoghi. Le druidesse recidevano i rami sacri 
del vischio, sotto la luna, con la falce dorata. || Sa¬ 
turno « ha la falce in mano per dare ad intendere che 
la coltivazione dei campi fu insegnata da lui già da 
principio in Italia » (Cartari). L’antico dio latino della 
seminagione fu però identificato con il greco Crono 
— il Tempo — che ingoiava i suoi figli appena nati, 
e divorava le pietre, e tutto distruggeva; e nella letteratura e nelle arti 
si può dire ch’egli abbia la sua parte maggiore per la seconda significa¬ 
zione che non come divinità rurale. Per estensione metaforica la lunga 
falce di Saturno rappresenta quindi l’opera del tempo e della morte, che 
tutto livella e distrugge, come fa nei campi il ferro ricurvo e temperato. 
Es. : nella danza macabra di Pinzolo (Trentino) — lng;ubre contrasto del- 
l’arce umanistica dei tempi di Lorenzo il Magnifico, di Ariosto, di Baf- 
faello — è frescata la Morte con questa iscrizione : 

Io sout la morte ohe porto corona 
Sonte signora di ognia persona. 

E son qnela che fa tremar il mondo 
Itevoigendo mia felze atondo atondo. 

Il La falce dal manico breve — emblema della campagna (agricoltura) — 
fu consertata al martello — emblema dpll’ industria cittadina — per co¬ 
stituire il composito stemma della novella republica russa (1917), assunto 
poi dall'araldica dei partiti rivoluzionari: il socialismo e il comuniSmo. 



225. PALCOKTE — Se l’aquila è la regina degli uccelli, il falcone ne è 
il principe più onorato. Negli evi di ferro — quando l’audacia e la forza 
erano le muse più onorate dagli uomini — doveva ammaliarli la famiglia 
di codesto rapinatore, dotato delle facoltà distruttive più perfette : vista 












115 

acutissima per avvisare e mirare la preda; ali di ferma tessitura, di forte 
fusto, acuminate, adatte alla rapidità ed alla elevazione del volo, sostenuto 
da forti musoon pettorali; unghie acute, di forma falcata (d’onde forse il 
nome), retrattili, per aggiustare il colpo sicuro : natura privilegiata di ra¬ 
pace formidabile e prezioso alleato nelle signoresche partite dello sport dei 
tempi andati. La falconeria era un’arte per eccellenza, con magistero spe¬ 
ciale e complicato, ed antica se Ctesia, medico greco, e Aristotele la dicono 
esercitate nell’India e nella Tracia. Nel gran pianto dei giudei di Babi¬ 
lonia ridotti in cattività si ricordano le grandi caccie dei monarchi della 
Laidea e « coloro che scherzano con i volatili del cielo » (Baruch IH -17). 

re germani e franchi, e i nobili inglesi furono vaghi di codeste disciplina, 
che dicesi introdotte in Italia dai longobardi. Quale importanza avesse as¬ 
sunto essa Mche tra noi dicono non pure gli autori tecnici, bensì i letterati 
(Brunetto Latini, Dante, Boccaccio, Lorenzo De Medici). Il Carducci così 
imagina Franceschino Malaspina nel suo castello di Lunigiana : 

PosHva in pugno al cavaliere un hello 
aator maniero.... 
ei l'ali dibatteva, il serpentino 
collo snodando, e uno sbridor metbea 
rauco di gioia : ardeagli nel grifagno 
occUio l'amor delle apuane cime • 
natie, libere : ardea, nobile augello, 
in tra folgori a voi tender su’ nembi. 

Il « nobile falcon peregrino . era il protagonista più carezzato dei sollazzi 
venatori. I cacciatori a cavallo lo tenevano sul pugno inguantato ed al mo¬ 
mento opportuno gli toglievano il piccolo cappuccio - piumato e spesse 
volte preziosamente ingemmato - e lo lanciavano. L’assetto educativo di 
codesti ammali costava somme iperboliche e molti signori sperperavano il 
loro patrimonio per mantenerli, custodirli e apparecchiarli, come si fa oggi 
con le scuderie equine. Meritava - a loro credere - questi onori il falcone, 
in quanto che esso . è tanto nobile di cuore che si vergogna pascersi dei 
cadaveri, e patisce la fame. Vergogna similmente riceve de’ suoi manca¬ 
menti, SI come si raccoglie da Bartolomeo Anglico 
(De proprietate rerum XII-20), il quale, allegando 
san Gregorio, dice ohe questo animoso augello, se non 
pigUa al primo o secondo impeto la preda, si vergogna 
di comparire, e tornare nel pugno di chi lo porta, e 
dalla vergogna va svolazzando per 1’ aria lontano dagli 
occhi de’ cacciatori ; imperciocché gli pare di degene¬ 
rare a non riportar trionfo di ohi ha cercato conquistare 
dalla natura » (Ripa). Dopo questo abondante discorso 
riesce chiara la comprensione del simbolo — massima- 
mente araldico — del falcone, non solo come rappresen¬ 
tazione di caccia in genere, ma anche come figurazione 
etopeica della nobiltà, della prodezza, dell’accor¬ 
tezza.... e perfino deU’eroiznio càvalleresco (Ginannì). 

Non necat Accipiter, tenuit qu&m nocte volttcrem: 

Sic servare eolet mene generosa /idem. 

(Camerarius - Symh. Ili - XXX). 









116 


Nel blasone si pone in atto di prendere il volo {sorante) , e incappucciato 
o in atto di ghermire la preda. || Ovidio non amava il falcone : 

Odimut aceipitrem quia semper vivit in amia. 

iitét. n - 3U). 

Tuttavia in certe occasioni esso era di buon auspicio, segnatamente nelle 
nozze, perchè egli non mangia il cuore d’ altri animali, e ciò indicava che 
nessun dissenso tra i coniugi doveva giungere fino al cuore. || Vediamo 
accennato il falcone anche come simbolo di esilio. || Gli abissini di Tentiva 
(isola del Nilo) lo adorano come imagine del Sole. || In Sassonia fu istituito 
l’ordine equestre della Vigrilansa o del Falcone Bianco (1732). 

226. PAIiIiO — Figura dell' organo umano sessuale maschile, scolpita 
in architetture, in monumenti, in amuleti, e presso gli egizi, i greci e i 
romani fatta obietto di culto. || Quando l’invido Tifone mise scellerata¬ 
mente a pezzi il corpo del fratello Osiride, la mesta Iside tentò di ricom¬ 
porlo per la degna sepoltura, ma le membra erano sparse, e non fu possibile 
ritrovare l’asta virile divorata dai pesci del Nilo. Per sostituirla se ne fece 
una di legno, e tutto il popolo — nel rimpianto — la onorò, e ne portò 
l’Imagine come segno di venerata ricordanza. Le donne egiziane esagera¬ 
rono talmente questo culto da richiedere il privilegio di portare il fallo 
nelle publiche processioni, incoraggiate da furbi sacerdoti, che — mediante 
l’offerta di doni infamamente procacciati — legittimavano anche la pro¬ 
stituzione. A contrapporre il fallo, di sesso virile, gli egizi consacrarono 
pure il cteis, rappresentante le parti muliebri. || Universale però deve 
essere stato il culto fallico, perocché si riscontrano traccio di fallogie antiche 
americane, e presso gli indiani — ancora nello scorso secolo — il sacerdote 
consacrava il lingam o taly, figura fallica bissessuale che lo sposo appen¬ 
deva come monile alla sposa, simbolo dell’ unione matrimoniale. || I greci 
— popolo morbidamente voluttuoso, sensibile alla poesia plastica della 
forma — avrebbero adorato essi pure la forma fallica, rilevandola dall’ Egitto, 
con la celebrazione delle feste dionisiache e priapee nella cui pompa sfre¬ 
nata i ministri delle orgie — coronati di edera, impiastricciati di mosto e 
oscenamente ballonzollanti — portavano il fallo sopra alle pertiche, invi¬ 
tando all’ ebrezza e alla lascivia. Anche le statue ateniesi di Ermete ave¬ 
vano forma fallica, ma Erodoto la crede avuta dai pelasgi e spiegata nei 
misteri samotraci (II - Bl). Il filosofo, pertanto, cementa lo storico e non 
ammette nello strano simbolo l’ostentazione disonesta e impudente di chi 
commette volontariamente atto osceno. L’adozione simbolica del fallo è 
tutta mistica, come quella che entificava in una concrezione materiale le su¬ 
preme eterne leggi della forza generativa e della fecondità. Anche l’ istinto 
di associare il divino al mostruoso contribuì a tale adozione ; perocché il 
mostruoso è anormale come il divino, e l’uno e l’altro nella primitiva 
mentalità umana si confondono. La Grecia insegnò, invece, che il divino 
è il normale — ossia il bello e il buono — e salvò l’occidente dall’idea « 
regressiva, propria dell’ uomo allo stato di natura. Il fallo ha il culto del 
vulgo ; le persone di alto ceto lo tengono per superstizioso, e lo pratica 
segnatamente l’uomo rustico, che pone l’imagine priapea tra le macchie e 
i roveti a protezione del suo abituro, e gli fa offerte di frutta e di ghir- 



lande (Marziale. IH) ; ma le cerimonie falliche degenerarono in orgie di 
brutale dissolutezza, tanto più facili nella patria di Saffo e di Alceo, dove 
era esuberante la vita, sotto un cielo di acceso cobalto e nei profumi dei 
mi^ e delle rose. Il simbolo, rizzato sui plinti al dio ortense ed al suo 
culto, venne pure inciso a profusione sulle gemme e nelle medaglie — 
^tte spintrie — portate dalle giovinette greche e romane. (Cfr. : Arnobio - 
^sertaz. V). Pompei - altro eterno luogo di incanti del cielo e dalle 
tr^anze della primavera, altro emporio delle acute voluttà, irrompenti 
nel sangue come la lava infiammata che doveva distruggerla - fu ripiena 
1 simboli fallici, di cui tuttora si ammira la sorprendente espressione 
estetica. Le lampade falliche erano consacrate ad Iside, a Mercurio, a Ci- 
bele, a Bacco; ed a Eoma venivano accese nei lupanari, verso l’ora nona 
quando, al suono delle campanelle, il lenone annunciava ai passanti l’ora 
legale della prostituzione. J| Che, per altro, fosse d’origine mistica il culto 
del fallo, è attestato da Bidpai, nella narrazione del rito per il quale chi 
^rona di fiori il Unga (fallo), libera il padre dal pericolo di rinascere (De 
Gnbematis). || Svariatissime acconciature ebbe la figura del faUo, o del 
Priapo, come dicono alcuni autori: appesi a catene, con ali, con campanelli, 
con una stella al sommo, entranti in una conchiglia, tenuto da mani in 
gesto osceno. Credonsi simboli fallici gli enormi cilindri monolitici, termi¬ 
nanti in cono, che si inalzavano ai propilei dei tempi fenici. Treccie del- 
1 adorazione del fallo si ritrovarono anche nel Messico, e in alcune rozze 
sculture del medio evo, dove i magistn de vivis lapidibus ne traevano 
1 imagine tra i fogliami fantastici, come scongiuro ed esorcismo perma¬ 
nente, sulla facciata delle chiese. |) Vollero ancora alcuni studiosi della 
cosmogonia trovare nel fallo il simbolo del dimorfismo del mondo « ran- 
presentazione della dottrina della causa primitiva e suprema, divisa te 

a iva e passiva, ossia del dogma dell’universo agente e paziente (dio- 
mondo ermafrodito) ». i- i 

227. PA»PAU:.A - I . fiori animali , (Lioy), 1’« onor d’erbose rive . 
(Mascheroni), 1 «petali viventi. (Aleardi), i «dolci insetti amanti della 
società» (Michelet), dalle ah mirifiche, piene di lampi d’oro, di serici ri¬ 
dessi, di arabeschi graziosi, hanno un passato ignobile, una origine repu¬ 
tante: materia bruta e brutta che va elevandosi nella irraggiungibile 
bellezza esteti^, per la stessa guisa ohe - nel concetto metafisico antico - 
anima 81 sublima nel liberarsi dall’involucro corporale. I greci chiama¬ 
rono psKhe cosi la farfalla come l’anima, e come farfalle imaginarono le 
anime dei trapassati. Ali di farfalla ha l’infelice sposa che sorprende nel 
SOMO Cupido; e questi - capriccioso e crudele'iddio - è qualche volta 
raffigurato con una farfalla tra le mani, e la cruccia e tormenta, per si¬ 
gnificare la pena dell’anima signoreggiata dall’amore. 

O superbi oristìan miseri e lassi, 

Che, della vista della mente infermi, 

Fidanza avete ne* ritrosi passi ; 

Non V* accorgete voi, che noi siani vermi, 

Nati a formar 1* angelica farfalla, 
f^he vola alla giustizia senza schermi ? 

iPtirif. X - 121), 






118 


Cosi l’Alighieri 
peccati, di 


descrive il trapasso dal corpo umano, senza pietà per i 


Ogni forma snstanxial, ohe setta 
È da materia 


(Puri/. XVXn - 19). 


O divina farfalla, a oni 1' essenza 

delle cose è nascosta, o sol si svela 
qnsmto basti al gioir dell* innocenza 

(Zanella - Psiche). 


Sul monumento sepolcrale Quaglino, nel cimitero monumentale milanese, 
alcune farfalle aleggiano sull’ obelisco, a significare la « fede ideale nel- 
r inunortalità dell’ anima umana » (scultore Alberti). || Nella iconografia della 
galanteria settecentesca piacque la farfalla ai pittori delle tinte e dai sog¬ 
getti tenui, come simbolo di vanità, di incostansa e di fugacità. 

Bonheur était le nom 
Du joli papillon. 

On court apra: il volo; 

On court encore plus fori.... 

Oh le touche..., il at mort. 

(L. Batisbonne - La comidie enfantiiie). 

Le donne di Toscana quando di sera vedono svolazzare le farfalle intorno 
al lume, ripetono : 

Farfalla nera ventura, ne mena; 

Farfalla bianca, sventura non manca. 

Altrove — come in Liguria — l’auspicio è tutto all’ opposto. || Le investi¬ 
gazioni del Loeb (1906) provarono conclusivamente che le farfalle — e 
specialmente le falene — volano verso la fiamma per la stessa ragione che 
alcune piante volgono le loro foglie verso la luce : e questa caratteristica 
animale e vegetale si drappeggia nel nome togato di eliotropismo. 


2-28. FASCIO DI VEBOHE — Un fascio di verghe con un ferro d’ascia 
sporgente fu l’insegna romana del potere. Secondo alcuni autori i romani 
l’adottarono dagli etruschij secondo altri la institui Romolo, tacendosi 
precedere dai dodici littori, armali di fascio, per ricordare i dodici uccelli che 
aveva preconizzato il suo regno o i dodici popoli ohe lo costituivano. I 
lettori erano gli alti esecutori delle opere di giustizia. L’insegna della 
dignità continuò anche sottd i consoli e nei primi tempi dell’ impero, con 
varietà nel numero dei littori secondo le varie magistrature ; e — per imi¬ 
tazione — benché distintivo prettamente monarchico, fu assunto nei docu¬ 
menti officiali, negli stemmi, nelle medaglie, nelle monete, nei monumenti 
di qualunque republica democratica, grande e piccina, pullulata dopo la 
proclamazione dei « diritti dell’ uomo ». || Le arti rappresentative usano 
esprimere con il fascio delle verghe anche la concordia, la solidarietà, il 
cui ammaestramento sorge dalla nota parabola, descritta in pittura nel 
museo di Basilea: un padre, vicino a morte, chiamò a sé i figli e consegnò 
a ciascuno una verga, invitandoli a spezzarla : ciò eh’ essi fecero facilmente. 
Il padre consegnò tosto loro altre verghe, invitandoli a comporne un fascio 
e a spezzarlo; cosa che riesci impossibile a quanti la tentarono. f| Molto 
comune fu l’adozione del fascio a simbolo di unione, come — ad esempio 
— nell’ impresa del cardinale Madruzzo, principe di Trento e del novello 
partito fondato da Benito Mussolini, che dall’insegna si disse fascista. 


119 

229. FAVA — Esempio classico, tra i più notevoli, di superstizione 
feticista (tabù). Isidoro pretende ohe di q^uesta civaia si cibassero i primis¬ 
simi nomini (Origini), ed indubitatamente essa doveva essere tenuta in alta 
considerazione se alcune famiglie patrizie di Boma ne avevano tratto il 
nome. Gli egizi non ne seminavano, non ne mangiavano, non toccavano 
quelle nate da sè, nè meno le guardavano. Pitagora — ammaestrato dagli 
egizi — vietò egli pure l’uso delle fave, e dicesi che, perseguitato da as¬ 
sassini, preferi arrischiare la vita piuttosto ohe attraversare un campo di 
fave. Vuoisi però oh’ egli le facesse bollire di notte e le esponesse al raggio 
lunare per fame un inchiostro sanguigno, con il quale scriveva sopra uno 
specchio convesso, che, opposto poi in faccia alla luna piena, mostrava lo 
scritto nel disco di essa, agli amici lontani. Cicerone asserisce che il di¬ 
vieto delle fave aveva la sua buona ragione, per impedire che si facessero 
sogni divinatori, perchè esse riscaldano eccessivamente, ed irritano gli spi¬ 
riti, e non concedono all’anima il possesso della quiete necessaria alla 
ricerca della verità (De divinatione). Aristotele assegna parecchie cause al 
divieto, una delle quali — simbolica — si era quella ohe al filosofo non 
conviene occuparsi di publiohe faccende, essendo ohe con le fave si proce¬ 
deva alla elezione delle magistratnze. (Ancora a Firenze, al tempo dei 
comuni, si chiamavano c fave » le pallottoline degli scrutini). Giamblico, 
romanzatore greco (II seo.) dice che i pitagorici morrebbero piuttosto ohe 
rivelare il secreto della proibizione delle fave. Luciano, nel suo mordente 
umorismo, ne dà una spiegazione scatologica che non è riferibile. Ancora 
la scuola salémitana raccomanda: « Manducare fàbam caveas! faeit illa 
podagram ». E il Durante : 

Est faba (ìifflcitia coetii, mala soumia giynil. 

Sacro e misterioso legume fu, dunque, la fava, deh quale non ci è dato 
rivelare l’arcano significato, e solo possiamo ricordare che per molti la sua 
configurazione fu obietto lugubrile : Nel tempo della germinazione essa 
assomiglia ad un cranio umano, e il suo frutto assomiglia alle porte del- 
l’inferno (Pesto). Si offrivano favo nere alle divinità 
infernali, e si imaginava che in esse si fossero rifu¬ 
giate certe anime di trapassati. « Fave dei morti > 
sono ancora detti certi piccoli dolci di pasta man¬ 
dorlata, distribuiti nel giorno sacro ai defunti. 

230. FFLCI! — Pianticella graziosa, svariatissima 
di generi e di specie, vasto e stupendo campo di 
imitazione al pittore ornatista, e della quale è ancora 
un secreto il modo di fecondazione. Non ha seme, e 
si riproduce superbamente, fino a rendere sterili le 
altre vegetazioni circostanti. Non ha fiore, e le sue 
nozze si compiono tacitamente, senza l’effluvio dei 
profumi, senza pompa di colori, senza dovizie di net¬ 
tari, senza corteggi di imenotteri dorati. Una leggenda slava dice che il 
fiore della felce sboccia la notte di san Giovanni ; ma per vederlo bisogna 
prima battagliar con il demonio e allargare sotto la pianta la tovaglia usata 
il di della Pasqua, perchè il fiore sacro non tocchi la terra impura e non 




12(1 


sfumi.... L'onore di questa crittogama è la pteris tricolor, le cui frondi 
sono munite di foglioline sessili, dentellate, e dipinte ordinatamente in 
verde, in bianco, in rosso, i colori della più bella delle bandiere. || La felce 
trasformò e depurò l’aria, non respirabile quando si formò la scorza del 
mondo e formò il tesoro sotterraneo dei banchi di carbone ohe riscaldano 
i focolari e le fucine ; e vive — ancora — nel profondo delle roccie, nel- 
1’ umidore, nell' ombra, nella oscurità : simbolo del mistero. || Altra signi¬ 
ficazione data alla felce è quella della confidenza (Zaccone). || Kall’araldica 
della politica etnologica le felci simboleggiano la Nuova Zelanda, (v. Fiore). 

•231. FENICE — « L’essere di cui si sa il nome e si ignora il corpo » : 
cosi fu definito il più ricantato degli uccelli favolosi, il cui soggetto — dice 
il Buscelli — deve « esser grato ad ogni spirito gentile ». Non ricopiamo 
i.... ricopiatori, e riassumiamo la descrizione della fenice nella descrizione 
ovidiana (traduzione di Celio Magno) : 

Un Hngel solo è ohe sì rinuova 

£ riproduce del suo proprio seme, 

Fenice in Siria defito, a cui dan cibo 
Non biada, o erbe, ma di puro incenso, 

Lacrime e succo d* odorato amomo. 
innesta, poi che cent* anni ha cinque volte 
Vivendo corsi, sopra un’ elee ombrosa 
O d’ una palma tremolante in cima 
Con 1* unghie, e '1 duro rostro a sè compone, 

Già vecchia e stanca, il fortunato nido 
Di nardo ad un con ciunamomo e mirra. 

Costrutto un rogo, a «luel sopra si pone, 

E fra gli odor sua lunga età finisce. 

(Quindi è fama che, eletto ad altrettanti 
Anni varcar, da le paterne membra 
Nasca di nuovo un pargoletto augello, 

11 quale, come in robusta età si sente 
Atto a peso portar, del grave nido 
Disgrava gli alti rami, e grato e pio 
De la natia sua culla, e del paterno 
Sepolcro insieme a sà fa dolce soma, 

Che poi per F aere, a la Città del Sole 
Giunto davanti a le sacrate porte, 

Del gran tempio dì Ini depone e lascia. 

(Cfr. ; Inf, XXIV 1U7, Ori, ftir. X - XXV - XXVI), Il primo autore che parla 
della fenice è Erodoto (II, 73). Gli tiene successivamente bordone Tacito, 
che ha per cosa seria l’apparizione periodica del celebratissimo uccello in 
Egitto. Nessuno però dei favolai più o meno illustri l’ha veduto, e, non 
pertanto, si continua a fissare meditate cronologie della sua comparsa. 
Interloquiscono i dottori della legge ebraica ed il rabbino Osaia spiega 
il perchè la fenice è immortale..,, o quasi; è il solo animale che^non volle 
condividere con Èva il pomo fatale e n’ ebbe la ricompensa di essere eterno.... 
o presso a poco, perchè, di continuo si rinnova, ed è quindi simbolo della 
immortalità. || I padri della chiesa accolgono la tradizione e la confer¬ 
mano per farne il simbolo della resnrresione delia carne (san Cirillo, santo 
Epifanio, sant’Ambrogio, Tertulliano), come vedasi usata nella iconografia 
delle catacombe. |{ Anche gli indiani ed i cinesi credevano ad una specie 






121 

di fenice immortale. || Naturalmente incomparabile per venustà doveva 
essere codesto miracolo di volatile arabico, grosso come un’aquila, fulgi¬ 
damente impennacchiata, il penname del corpo di porpora «e d’oro, gli 
occhi stellanti. Unico esemplare della specie, è proverbialmente citato come 
cosa pià unica che rara; anzi come cosa irreperibile al mondo.... nè meno 
ad Eliopoli dov’ è fama svolazzasse attorno all’ ara 
del Sole e 

tr» i dori CHioriferi, eh’ aclima 
Ali* esequie^ ai natali, ha tomba e onna. 

{Qtr. m. XVn - -20). 

llemota è la leggenda della fenice, e notissimo il 
mottetto di Metastasio, a proposito della fedeltà degli 
amanti : 

Come 1’ araba teuioe , ^ 

Cile vi sia ogmm io dice, 

Dove eia nessun lo sa. 

{Demetrio li - 3). 

Il simbolo della fenice è comune alle iniziazioni er¬ 
metiche e muratorie. Penice è il grado massonico del 
neofito (Tsohudy - Stella fiamìuante). (| Il trinese Gabriele Giolito de Ferrari, 
celebre stampatore a Venezia (1636), decorò le sue edizioni piene di pregi 
con il simbolo della fenice posata sopra il globo, animata dal motto : « Semper 
eadem. || Nel blasone la fenice si rappresenta di profilo, qualche volta 
fissante il solo, con le ali semiaperte, sul rogo, che si chiama araldica- 
mente immortalità. 

232. FERRO Dà. CAVALLO — farte del maniscalco ci pervenne dal¬ 
l’oriente. Si parla di cavalli ferrati dal re Dario nella storia dei persiani, 
della ferratura per correggere le deformità dello zoccolo equino pensata da 
Oro egizio, e nelle pitture tornate in luce negli scavi di Pompei se ne 
trovano rappresentanti carri asiatici trainati da cavalli muniti del ferro. 
Greci e romani non se ne servirono prima dell’era vulgare; ed erano cer¬ 
tamente ferrati i puledri dei barbari che calpestarono le rovine dell’arce 
capitolina. Un celebre monumento funerario, a bassorilievi, di Vaison (Vai- 
chiusa), in forma di stele, conservato nel museo Calvet ad Avignone, con¬ 
tiene la rappresentazione di un carro a quattro ruote tirato da due cavalli 
muniti del ferro agli zoccoli. In Inghilterra i baroni usavano segnare il 
proprio passaggio da un castello e dare il saluto, inchiodando sui battenti 
di esso un ferro tolto da uno dei cavalli della comitiva. || Questo arnese è 
pure uno dei più antichi e accreditati simboli di fortuna specialmente in 
Inghilterra. Nell’evo medio proteggeva dalle insidie dei fattucchieri, e 
figurava al sommo delle porte. L’ammiraglio Nelson lo fece inchiodare 
sull’albero maestro della Viefory. L’origine della credenza pregiudiziosa 
— forse inglese — verrebbe attribuita ad una visita fatta dal diavolo a 
san Dunstano, eh’ era maniscalco, ed alla preghiera di ferrargli la zampa 
porcina. Il santo — avendo scoperto con chi aveva da fare — si prestò 
all’operazione, legò ben stretto il demonio ad un anello di ferro infisso 
nel muro e, foggiato un ferro della misurtl voluta, l’inchiodò con tremende 









122 

martellate nella zampa del liieco cliente. Questi si diè ad urlare per il 
dolore, ma più urlava e più veementi erano i colpi- di maglio, fin che il 
diavolo invocò pietà e si diede per vinto. San Dunstano non liberò il suo 
prigioniero se non quando egli ebbe promesso solennemente di non entrare 
più in alcun luogo dove si trovasse un ferro da cavallo. (Modem society). 

Il Altri ricordano l’informazione del monaco Gervasio (sec. Xm), secondo 
la quale si pretendeva che una specie di demoni avesse forma di cavallo 
ed apparisse agli nomini con gli occhi di fiamma e camminando con le 
zampe posteriori. Questa apparizione era il segnale del prossimo scoppio 
d’un incendio, e poiché il demonio animalesco dava l'utile avvertimento, 
esso veniva considerato come uno spirito benefico, dotato di salutare in¬ 
flusso per la travagliata umanità. || L’arco a ferro di cavallo, usato nel- 
l’architettura delle porte e delle finestre, è proprio dell’ architettura degli 
arabi, che lo dissero sacro (Natali). 

233. FIACCOIiA — Il viluppo intriso di materie accendibili, contenuto 
in un fusto di vimini legati a spirede da una fune (fiaccola, face), o il 
semplice e rozzo ramo di pino, di carpino, di elee inserviente a dar fuoco 
(teda), è attributo di rafiSgurazioni ripetutissime, cosi per il senso materiale 
come per quello figurato, e per il legame logico intercorrente fra il con¬ 
creto e l’astratto. || La fiaccola è lo sfarzo lampeggiante del convito; è 
la fiamma sinistra della guerra, agitata da Bellona ; è l’ardenza inclemente 
della canicola, che rende compiuta l’iconografia dell’ estate e dei mesi 
canicolari. || Imene ha sempre la face, che nell’ uso romano delle nosse 
veniva accesa al focolare dei genitori dello sposo e presentata alla sposa 
da un fanciullo non orfano. || La Morte ha, ella pure, sempre la face, ma 
rovesciata, perchè il rito funerario era notturno, e di essa si servivano i 
dolenti per appiccare il fuoco al-rogo della salma. 

Vivimue iìiaigneì inUr utranuiue facem 

{Properzio - IV - 12). 

Anche il sonno è efiigiato come uh fanciullo alato, con gli occhi chiusi, 
appoggiato ad una face capovolta. || In antichi monumenti la fiaccola con 
la fiamma eretta dinota il mattino, con la fiamma all’ in giù dinota la 
sera. || La Pace del Sansovino nella loggetta di Venezia, quella firescAta 
nella patria Cento dal Gnercino, del Kubens al museo del Louvre, di Fran¬ 
cesco Salviati a palazzo Vecchio di Firenze, tutte percuotono la fiaccola 
rovesciata contro le armi e le corazze spezzate per spegnerla, denotando 
essa la discordia e la guerra. || Nelle riassunzioni dell’ astratto nel con¬ 
creto, la fiaccola è l’attributo d’ogni forza operosa del bene, che combatte 
con gioia e con gloria i dolori sanabili della terra : la fede, la religione, 
lo selo, la passione, il coraggio, la virtù in genere ; è l’attributo di tutte 
le eroiche inqnetudini per abbattere l’inerzia degli intelletti, ravvivare 
sopite energie, affondare lo sguardo nel sacro mistero dell’universo, nel- 
1’ c aperto secreto > (Gothe) ; l’altezza dell’ ingegno, l’ardore dello studio, 
lo splendore della gloria. La Virtù che abbatte U Vizio dipinta dal Veronese 
squassa la fiaccola accesa. La fia\icola dipinta sotto il moggio (Cfr. il drama 


123 

di D’ Ànnnszio) indica passione, sentimenti nascosti e quindi più ar¬ 
denti : 

Chinsa fiamma è più ardente, e se più cresce, 

In alonn modo più non pnò celarsi. 

(Petr. XVI - 0). 

La fiaccola accesa era 1’ emblema di Anfipoli. 

234. FIASCO — Nel gioco delle etimologie si discusse abondevolmente 
della origine del modo proverbiale far fiasco; però la voce della storia 
non ancora potè proferire la sua sentenza. La locuzione — che indica la 
mancata riescita di una impresa, ed ha blando sapore di scherno — si 
riscontra anche nella lingua francese (faire fiasco) e in quella tedesca (Fiasco 
tnachen), e così in Francia e in Germania come in Italia si usa dipingere 
con un fiasco il fallire di un qualsiasi tentativo ; simbolo di origine oscura, 
e non per tanto divenuto comune fino alla vulgarità. 

235. FIAMMA — v. Fuoco. 

236. FICO — Albero antropogonico, venerato nel periodo genesiaco del- 
l’umano consorzio; il primo di cui faccia parola la sacra scrittura (Gen. 
ni - 7), subito dopo 1’ accenno — scientificamente indefinibile — dell'albero 
della vita e di quello del bene e del male. Michel Angelo dipinse fra le 
foglie del fico il serpe tentatore. 1| Gli indiani conobbero che il fico è il 
sovrano degli alberi da Brama, di cui credevano incorporasse io spirito 
immortale, ed alla cui ombra avesse aperto gli occhi alla vita Visnù, e del 
grande albero, dalle radici orizzontali, e che si stendono a fior di terra, 
circondano le pagode. Nei misteri allegorici del culto egizio il fico aveva 
molte particolari funzioni, ed era il geroglifico della clemenza e della fe¬ 
condità. Del suo legno si scolpivano le imagini di Priapo e di Bacco, tenuto 
per scopritore dell’albero generatore ed alimurgico per eccellenza, ma de¬ 
dicato veramente a Mercurio. Il più antico albero sacro di .Boma era il fico 
ruminale, che aveva sostenuto fra i rami la oscillante culla di Bomolo e 
Bemo. La leggenda narrava che esso si fosso spontaneamente trapiantato 
dal Palatino al Poro (Plinio. XV - 8). Il fico ruminale peri dopo il regno 
di Nerone, e si disse subito che con esso era perita la libertà di Boma. 
« Il fico è la pianta sacra dell’ Agro. Alla sua ombra furono allattati gli 
eroi gemelli della lupa favolosa e il ficus ruminalis ebbe culto ed onori 
sul Palatino. Nonostante tanta nobiltà d’origine, una pianta di fico, invece 
di rievocare la eroica leggenda, richiama alla mente il somaro, della cui 
pelle sembra che abbia foderato il tronco. E come l’asino, il fico è utile, 
paziente e bastonato. Nel Lazio alligna da per tutto : sui cigli delle strade, 
nelle anfrattuosità dei ruderi, su per i cornicioni delle chiese, sopra i tetti 
dei palazzi, nei punti più impensati. E cresce lento, flemmatico, ostinato, 
testardo, tutto contorto, ribelle ad ogni disciplina, con quelle sue foglie, 
che sembrano grosse e zotiche mani aperte » (B. Paoli). || Nella parabola 
biblica di doatham si narra del fico che non volle essere re degli alberi 
per non lasciare la dolcezza dei suoi frutti soavi {Giudici - Vili - 11). || 
Le foglie di fico, perchè coprono e nascondono il frutto, erano il geroglifico 
dei termini della legge, che ne celano lo spirito. || Il fico indicava pure 



124 


s 


r osio voluttuoso, e si pretendeva fosse la pianta preferita dai demoni, nei 
quali san Gerolamo riconobbe i « fauni ficarì » della Biblia. Lo stesso dot¬ 
tore afferma che nel fico — frequentemente ricordato nel nuovo e vecchio 
Testamento — venisse simboleggiata la sinagoga (Martini). || Nell’ alluvione 
dei pregiudizi contadineschi di certi luoghi il fico ha un carattere' sinistro, 
perchè fu l’albero eletto da Giuda a proprio patibolo. || In araldica, invece, 

ha significato di dolcessa. ' 

• 

237. FIENO — € Era costume appresso a gli antichi che, quando me¬ 
navano dentro alla città un bue o toro feroce, per liberar gli uomini dal 
pericolo di simil indomito animale di soler legar al corno un poco di fieno, 
quasi per segno della fierezza di quello » (T. Buoni - Nuovo Tesoro dei 
proverbi italiani). 

Fcmum habet in comu, longe fuge 

(Orassio. I - 4). 

Il fieno significò quindi pericolo anche metaforicamente e proverbialmente. 
Per contrario, in alcune regioni d’Italia l’incontrare sulla via un carro di 
fieno denota buon evento. || Era dedicato a Vertunno. 

288. FIOBl>à.X.ISO — v. Giglio. 

239. Fioai — E fiore, meraviglioso figlio della terra, e che, nella sua 
pochezza, raccoglie tutti gli attributi della bellezza e della grazia — dalla 
venustà suggestiva delle linee e dei colori alla ineffabile soavità del pro¬ 
fumo — ebbe sempre una voce nei tempi, per dire tutte le gioie e tutti i 
dolori; per ispirare i sacerdoti di tutte le arti, e compiere alti offici nei 
riti della religione, e assumere l’augusta significazione rappresentativa di 
popoli e nazioni nella storia. Tutti i sentimenti umani — dai piò semplici 
ai più complessi, e buoni e cattivi — si ritrovarono espressi nel muto lin¬ 
guaggio floreale; espressione prodigiosa del culto della natura creatrice, 
riflesso di quella grande, molteplice, universale potenza a cui obedi l’uomo, 
fin dal suo primo amore e dalla sua prima opera; fin dall’antenato ma¬ 
neggiatore dell’ arme di selce preso di sangue e di violenza ; e quindi diffusa 
dalle semplificazioni infantili ma possenti della tradizione del vulgo, fino 
ai miracoli artistici delle fcmtasie più raggianti. 

Ogni fiore ha un carattere, una fisionomia, un’ anima propria : è segna¬ 
colo di festa come di lutto; adorna la culla e la bara, corona il taber¬ 
nacolo della fede e l’ara nuziale ; è l’ingenuo oracolo della fanciulla, il 
premio alla bandiera della vittoria; dà calore di affetto alla gelida pietra 
del sepolcro. Il fiore assurge pure a simbolo di passioni politiche, e nel 
suo nome si impegolano lotte di giustizia o di perfidia; a volte un fiore 
fece cadere o coronare la testa di chi lo portava : vasto, indescrivibile tema 
per i rapporti di ideale consecuzione che stabiliscono le concrezioni signi- 
ficatrici ; così che la fantasia dei poeti — e il popolo è il poeta maggiore — 
fece del fiore il simbolo per definizione. 

Ingegpii sommi e ingeg;ni mediocri furono indotti ad osservare appas¬ 
sionatamente l’anima recondita dei singoli fiori ; ma il loro studio etopeico 
parve a taluno futile impresa, come quella che non è materia di austera 
ragione si bene semplice e superficiale motivo sentimentale. A noi sembra 
che — sceverando le languide frivolezze e le sguaiate ed erudite scipitag- 




. . . 

gim onde infettarono la simbolica tìoreale alcuni autori dei tempi an¬ 
dati - U più leggiadro ornamento della natura parli con impareggiabile 
eloquenza alla mente degli uomini. La bellezza cosmica delle cose si ac- 
coste all’anima umana per riversarsi in luce di pensiero e di sentimento, 
e li bore, come dà carezze agli innamorati e imagini ai poeti, cosi può 
dare dovizioso argomento di critica riflessione anche allo storico ed al fi¬ 
losofo. Per questa ragione ci siamo indotti a riferire nel nostro libro quanto 
di piu interessante è stato scritto dei fiori simbolici, sulla scorta del 5éla«i 
e degh autori più accreditati (Morato, MoUeva'nt, Jazmin, la d’Orchamps, 
Michelet Latour, Gori, Serao, Battaglieri, Bargellini, Delpino, Zaccone, 
Materhnk, Dondi); ed abbiamo preferito non usare la nomenclatura scien¬ 
tifica o legale, e non dissipare la trattazione in indagini di peculiari fe¬ 
nomeni tutti propri alle considerazioni dei geoponici. 

fiori nella ornamentazione murale sono più rari che le foglie- delle 
quaJi sono più «brillanti » ma più complicati, massimamente se trattati 
nella viva materia del sasso ; e la flora ornamentale è molte volte priva 
della ingenua naturalezza. Ad esempio: nell’arte egizia e bizantina, e nelle 
apphcazmni recenti di maniera, si riscontra nel fiore una inverosimile 
simmetria schematica, semplificatrice, piena di artificio, ohe assidera il di¬ 
segno in una specie di convenzionalismo sacerdotale. || Ci sembra superfluo 
accenn^e alle applicazioni allusive del fiore, negli attributi della prima¬ 
vera. del mag^o e simili. || Il fiore è anche frequente simbolica espres¬ 
sione etnica. L ultimo elegante esempio so ne ha nel vestito nuziale della 
principessa Mary d’Inghilterra, in cui una decorazione floreale, meravi¬ 
gliosamente bordata in argento, descrive i paesi dell’impero britannico- la 
il cardo per la Scozia, la giunchiglia per il OaUes. 
il trifoglio per 1 Irlanda, l’acero per il Canadà, la mimosa per l’Australia, 
le felci per la Nuova Zelanda, il loto per l’India (1922). Il Nel blasone 
81 deve sempre indicare la specie e l’attributo del fiore. 


240. 


FISTXTIiA — V. Siringa. 


241. riTTMI — Presso tutti i popoli civili della an¬ 
tichità i fiumi ebbero onori di culto divino con templi, 
sacerdoti e sacrifici propri. Il loro corso era sacro, e non 
si potevano varcare senza speciali riti di propiziazione. 

Si rappresentavano con urne o cornucopie, antropo- 
inorficamente, qualche volta con testa di toro, coronati 
di canne palustri ; altre volte con sembianza umana, 
vecchi e con lunga barba se sboccanti nel mare, gio¬ 
vani 0 femine se afiluenti di altri; con l’urna posta 
orizzontalmente se di rapido corso, o più vertical¬ 
mente se di corso lento, ed a sinistra o a destra 
secondo che volti ad occidente o ad oriente. I fiumi nell’antica fede celtica 
erano «madri e i russi d’oggi - ancora — esprimono con il dolce nome 
di tmahtcka . o « piccola madre » - il loro grande affetto al Volga. L’anima 
popolare traduce cosi una realtà storica (Magrini). Presso alcuni autori il 
fiume simboleggia il corso della vita. (v. Acqna, Toro). 









126 

242. PIiAOEIiIiO — Istromento di correzione corporale, che in antico 
si identihcava con la correzione spirituale, simbolo comunissimo del ca¬ 
stigo. Dicevano i savi : « Quos amo, arguo et castigo », e se per noi ita¬ 
liani — popolo più civile di quel che vogliano far credere gli stranieri — 
la sferza e lo staffile sono ricordi archeologici, non è cosi nei popoli an¬ 
glosassoni, ossia nei paesi che si dicono i più liberi del mondo. Nell’ ari¬ 
stocratico collegio britannico di Eton sono tuttora in uso la verga e lo 
swishing-block, arnese al quale vengono solidamente attaccati gli alunni 
puniti di flagellazione {ì^ita Intemazionale - luglio 1921). In America le 
punizioni corporali tuttavia usate nelle scuole hanno il sussidio della tecnica 
meccanica applicata. I fidanzati croati usano durante le loro nozze schiaf¬ 
feggiare la sposa per dimostrarle la padronanza msuschile ; ma nella vecchia 
Russia si fa di peggio : il genitore della fidanzata la percuote a lungo sulle 
spalle, usando di una specie di flagello, ohe poi consegna allo sposo, quasi 
per esortarlo a riconoscere nel barbarico istromento la novella sua autorità. 

Il I romani appendevano un flagello al carro del trionfatore, per ammonirlo 
delle vicissitudini della sorte e della vendetta delle leggi se egli avesse 
mancato al suo dovere. || Nelle feste di Pan i luperci battevano le donne 
che volevano diventare feconde con fruste di pelle di lupo. || Osiride è 
rappresentato con la sferza (nekhetel), insegna di sovranità e di proteiione ; 
ed anche Ecate triforme, guardiana dell’ inferno, porta la sferza in una 
delle sei mani. || Si dissertò molto nello staffile di sant’Ambrogio. Lo dis¬ 
sero da lui usato spietatamente contro gli ariani ; altri ne trassero l’origine 
dalla apparizione del santo, flagellatore, dalle nubi, delle accozzaglie pre¬ 
datrici di Lodrisio Visconte, alla battaglia di Parabiago (1838). Sta di fatto 
che la scultura antecedente di secoli dal fatto d’ arme di Parabiago rap¬ 
presenta già Ambrogio con lo staffile ; (es. : in Milano, nella sua basilica e 
alla loggia degli Osii); e che il maestro della scuola ambrosiana (ospizio 
di vecchi) portava, come segno di distinzione, uno staffile nelle publiche pro¬ 
cessioni (Beroldo, sec. XII). Si crede che san Simpliciano — successore di 
Ambrogio nella catedra metropolita milanese — abbia voluto attribuire 
a lui uno staffile per simboleggiare l’energia con la quale egli esercitò il 
suo ministero (Puricelli). 

248. PIiAUTO — Stromento da fiato, anteriore all’ arpa e alla lira, e 
la cui invenzione si attribuisce ad Apollo, a Minerva, a Mercurio, a Pan ; 
dal suono patetico e dolce, attributo iconografico della adulazione. Si trova 
di frequente nei monumenti greci e romani anche il suonatore del duplice 
flauto. Il Sotto forma di flauto si adora il dio dei Wa-Pokomo (Zan¬ 
zibar). 

244. FOLAGA — Trampoliere delle paludi e dei luoghi lacustri, « gran¬ 
demente ingordo e vorace come Ercole » (Cartari) e a lui dedicato, simbolo 
di voracità. || Negli ammaestramenti della scultura ecclesiastica dell’ evo 
medio la folaga simboleggiava il battesimo, perocché essa cresce sulle rive, 
in vetta agli alberi, e resta appesa per il becco ai rami fin che non ha 
messo le penne ; se ne spicca allora come un frutto maturo, e se cado nel- 
l’onde vive, se all’ asciutto muore (Phgsiologtts). 


.127 

246. PONTE - La vena naturale delle acque (fonte), o artificiale, ador¬ 
nate con opere di architettura (fontana) entra nelle suppellettili dei participi 
simbolici, come segno di orlgrine, di causa, di ragione, in senso traslato. 

Hen-r J ‘ ® “ genere - recanti la virtù cosmica 

dell aiuto elementare furono considerate sacre, per quello 

incauto 

Si grazioso, che dell’ noni nei sensi 
Stilla l’investigabile natura, 

Allor oh’ ei ne le inanimate cose * 

Di passiou del pensiero e di bò stesso 
II’ inesprimibil somiglianza ammira. 


{V. Acqìia — Fiumi» 


(Mazza). 


prime macchine composte, venute in uso 
tra gh uomini ; 1> arnese della nera Atropo, con il quale ella recide lo strame 
ella vite; dato pure a Giunone - come in una medaglia antica di Nerva 
p a re per significare la purificazione dell'aria (Cartari). Altri 
vedono in codesta medaglia personificata la Fortuna del popolo romano (id). 

allindo n simbolico da 

LarsA f el’tie il suo superbo sviluppo. Esse rappresentano la 

scarsa fatu^ del cosi detto articolo riportato, ohe evita altro lavoro 
pornalista, battentesi l'anca per potere riempire le pagine del suo 
periodico; e sono pure emblema della cen.ura politica, esercitatasi sui 
giornali durante la guerra o in tempi nei quali a governi immorali non 
veniva lasciare libera la parola, e meno di tutte quella della stampa. 

Posate di censori 
I.»e forbici ignoranti 

(Giusti - [La terra dti morii). 

I francesi fecero della censura la caricatura di Anastasia, brutta e vecchia, 
armata di cesoie gigantesche. ’ 

ancht’l'!™ ~ ^ in retaggio dalla tradizione 

«vnlV r “““‘^®«®. ® i® perpetua, e meglio lo fissa - fu favo¬ 

revole al piccolo imenottero, sacro a Cerere, per le apparenti qualità scelto 
^versalmente a paradigma deUa diligenza, Lia previdenza! de^^^ 


ingentes animoft angiénto in pectore veì'mnt; 

Hbrr'sT^'^ ® eeinnniava la cicala; i 

VI - 6 - XXX 9 ^"''w ® gi®rie della formica (J^ov. 

M.If/. -f ' ^ ~ ’ Maometto le destinava un posto in paradiso; 

Milton rifaceva Omero e Virgilio : ’ 


X.» provvidente 

Del fatare formica erra operosa 
Che grand' alma racohinde in piceiol petto, 
E l’indastre suo popolo congiunto 
Tn libere tribù forse che un giorno 
.Sari» di giusta eqnalitù l’esempio ; 


/ 



128. 

e il Michelet cerca nelle formiche — « popolo laborioso, sobrio, imagine 
severa insieme e commovente delle virtù republicane » — « ciò che ardente¬ 
mente bramasi di sorprendere : il riflesso dell’ interiore, il bagliore della 
fiamma che arde., il sintomo del pensiero » degli esseri a noi estranei 
(U insetto). Il Di un altro merito il Michelet pregia la formica: di quello 
della perseveranza, riferendo la leggenda orientale di un principe asiatico 
— forse Tamerlano — il quale debellato tre volte dal nemico, ed esaspe¬ 
rato dalla sconfìtta, vede nella sua tenda una formica salirne le pareti. Egli la 
fa cadere fino ad ottanta volte, ma ella risale sempre, fin che il fiero soldato, 
stanco ed ammirato, delibera di imitare la formica, esempio di indomita 
perseveranza, e cosi vince e conquista l’impero agognato. Narra anche il 
Vogt che, volendo vietare alle formiche la salita d’una pianta da frutti, ne 
circondò il tronco con una materia vischiosa, fino a certa altezza; ma le 
formiche, con un lavoro di perseveranza ammirevole, portarono in bocca e 
deposero sulla materia vischiosa tanti granellini di sabbia, in guisa da 
formare un comodo sentiero di passaggio alla cima della pianta. || Noi non 
apporremo colpe alle fortunate formiche, la cui società è modello delle più 
evolute, per la divisione e la specificazione del lavoro, e le quali < hanno 
mille buone qualità quasi umane ; ma dell' umano hanno anche molte ef¬ 
feratezze e molte bassezze » (Anfosso). Leggiamo altrove lo stesso Michelet, 
quando parla del loro sistema di schiavitù. La « furace formica » (Alemanni. 
Colt. V - 186) è stata studiata recentemente nell’ Algeria, dal Qornetz 
(1913), il quale affermò senza ambagi che la fama di essa è usurpata. Non solo 
il famoso assetto sociale e il vicendevole aiuto sono cose illusorie, si bene 
anche nell’ ammassare le provviste, la formica dà prova di prodigalità e di 
imprevidenza. Sopra dieci formiche occupate a raccogliere, tre sole in 
media — afferma il Cornetz — recano qualche cosa di utile, due restano 
in ozio e le altre cinque non sanno sceverare le cose vantaggiose da quelle 
inutili. Inoltre consumano e sperperano in modo dissennato. 

248. FSAOOIiA — Dalle coste ombreggiate e montuose questa pianti¬ 
cella gentile fu tolta alla sua modestia naturale per essere careggiata di 
cure sapienti nei viridarì artificiali: ed essa conserva il suo sorriso, quasi 
non rimpiangendo l’ombra protettrice delle selvatiche foglioline, e si offre 
tutta al sacrificio con la sua fragranza squisita, che vuole diafani mani e 
boccucoie ridenti, ed ama annegarsi nell’eleganza dei fragili cristalli del 
desco. Simboleggia la umile bontà. || La simbolica floreale francese designa, 
invece, da fragola come segno di ebrezza e di delizia (Zaccone). 

249. FBiASCA — L’insegna del pendaglio di pino, di olivo, di edera o 
di pampini che fa' da richiamo sorridente e allettatore — specialmente nel- 
l’arsura dei giorni canicolari — fuor delle bettole e delle taverne di cam- 
pEigna, era già usata da greci e romani, i quali tenevano le frasche come 
cose atte ad eccitare la gioia (Giulianelli). « Vino vendibili suspensa hedera 
nihil opus » diceva l’adagio latino ; ma il segno dell’ allegria bacchica si 
conservò di prammatica ; e scriveva Gerolamo Euscelli : 

-A-llìn condotto lin a una taverna, 

Taverna dico, perchè avea la frasca. 




E Salvatore Rosa, geniosamente satireggiando il sacro alloro dei poeti; 

• Inindi è ohe dove appena eran già visti 
Nell' Aooiulemie i lauri e nei hioei 
fniin gli osti oggidì ne son jirovvisti. 

26tt. TBASSINO — Orno — Bell’albero di elegante e altissima procerità, 
dalla cima ampia, folta, sotto cui i popoli del settentrione imaginarono 
trovassero ordinariamente luogo i convegni degli dei, per rendere giustizia 
ai mortali. Quel frassino celeste delle saghe nordiche 
con la sua frondosità copriva tutta la superficie del 
mondo, ed una delle tre sue radici giungeva sino al 
nono mondo, ovvero agli inferi ; le sue linfe erano 
rinlrescate da tre fate (il Passato, il Presente e l’Av¬ 
venire) e mantenevano le rugiade della terra. Cosi il 
grande albero sacro simboleggiò per gli scandinavi 
l’universo. Le lunghe lande e il manico delle ascie 
impugnate dagli eroi delle saghe era di frassino, nel 
CUI tronco — trovato presso il mare — Odino e i suoi 
fratelli tagliarono il primo uomo (Kdda). || I latini 
dedicarono il frassino a Marte, come simbolo di gran- 
deasa. 

1 teliti ogiUtnl celsis gogitoH iit moutibttg oniox 

2 V«'■*«» in media tuta M arhiucula ralle. 

^ (Mureto). 

Vediamo [dato al frassino, nel blasone, il significato di fedeltà, e non ne 
possiamo comprendere la ragione. 

251. FRECCIA — v. Dardo. 



-■)„. FBOSOITE - Questo passeraceo silvano, dal corpo rosso gialliccio, 
dal becco grosso e robusto, assomigliante al fringuello e conosciuto fra noi 
da secoli ma raro in Italia, entra a far parte della simbolica modernis¬ 
sima per gli ultimi sanguinosissimi avvenimenti che sconvolsero il mondo 
Il frosone e migratore irregolare; appare e scompare dal nord europeo’ 
con maggiore frequenza negli inverni rigidi. In quello tra il 1913 e il 1914 
«.. p.r« il Belgi. .p„„i. 

numerevoli di frosoni, e quando - nel successivo estate _ il Belgio fu 
invaso, 1 contadini rievocarono le vecchie ubbie che facevano del garrulo 
e irrequeto uccello un simbolo di malo augurio. Gli antichi lo chiamavano 
uccello incendiario, i tedeschi precursore di peste e di guerra. Ormai è 
inutile tentare di persuadere i contadini di quelle regioni della innocenza 
del gaio uccello. Bisogna convenire che mai coincidenza fortuita venne a 
P°^®“temente una superstizione popolare. Numerosissimi 
se ami d. frosoni apparvero anche nel 1914/ a Feltre, nel Veronese, nel 
Vicentino e in Roinugna. ^ 

253. FRULLONE - Istromento che serve a sceverare le qualità dei 

ilirtrUrdar‘Vh“'®®”“ »‘’‘^demia della Crusca, 

illustrata dal celebre emistichio . il più bel fior ne coglie , (Petrarca), prò- 

posto dal conte Filippo de’ Bardi, J’academieo Arido (1690). 






13(J 

254. FRUTTI — v. J^omo. 

265. FTTIiMINE — La terribilità della meteora incandescente che tutto 
fende, squarcia, abbatte, fonde e disperde, era la più eloquente affermazione 
della trascendentale potenza ohe colpisce e punisce; e le sette biblie del 
mondo, nelle loro narrazioni, hanno sempre l’intervento del fulmine, come 
segno del supremo castigo. Omero dipinge Giove, con la fronte coperta di 
nubi, pronto a scuotere tutto l’Olimpo con un sol moto delle nere soprac¬ 
ciglia ; il fulmine — stromento delle sue ire — è nella sua mano, composto 
di triplici raggi, ognuno dei quali ha raggi : tre di grandine, tre di pioggia, 
tre di venti, tre di fuoco. Giove lo impugna con la sinistra se vuol essere 
benigno ; con la destra se vuole lanciarlo. || Anche gli indiani Indra e Visnu 
sono armati della folgore. || I fulmini ohe provenivano dall’oriente verso 
l’occidente erano dagli àuguri dati per segni benigni ; maligni quelli che 
provenivano dal settentrione. H Nella primitiva religione dei popoli nordici 
r autorità del valorosissimo dio Tor — figlio di Odino e della Terra — si 
estendeva alle stagioni ed alle grandi meteore. Egli teneva sempre con i 
guanti ferrati un martello che scagliava contro i nemici dei numi, e che 
— lanciato in aria — gli tornava in mano da sè stesso. Questo martello 
prodigioso è stato da alcuni riguardato come la folgore del mito di Giove, 
ricorrendo parallelamente a questo il mito scandinavo della lotta contro i 
giganti. Il Nelle medaglie cesaree il fulmine che accompagnava la testa del- 
l’imperatore significava autorità sovrana. || Al tempo delle stupefacenti 
ipotiposi la grandiosità del fenomeno celeste doveva essere naturalmente 
ottimo motivo di allegoriche applicazioni. Scrive il Ruscelli, nella descri¬ 
zione dell’impresa di Vespasiano Gonzaga : « di rado, o non mai, si veggono 
i fulmini far il suo impeto in soggetto o luogo infimo e basso, ma si bene 
nelle altezze e nelle sublimità e nei luoghi dove subito si sentano d’intorno 
da ogni lato, e da tutti ai veggono i loro meravigliosi effetti, e dove più 
sicurezza, e fermezza di soggetto ritrovano, tanto più feumo maggiore e 
apparente la cognizione della sua forza ; e la prestezza del fulmine è tanto 
veloce, e procede da cosi gagliarda virtù, che viene ad essere inevitabile, 
e il veemente del suo moto è accompagnato sempre da grande e naturale 
splendore ; cosi parimente l’eccellenza, la virtù, e il valore supremo di quello 
Illustrissimo ed Eccellentissimo Duca e Principe, è tale che già mai ha 
operato (e si può anco credere non pensato) cosa bassa, per gli effetti delle 
divine qualità dell’animo suo.... » e.... basta per noi, uomini d’altri tempi, 
non usi a strisciare fra le nausee isteriche di tanta adulazione. (Cfr. : 
(le.r. lib. VII - 9). Per la cognizione del concetto simbolico esposto turgi¬ 
damente dal Ruscelli, corrisponde il cenno del Ripa : « Gli antichi egizi 
intendevano per il folgore l’ampiezza delia gloria, e la fama per tutto il 
mondo distesa, essendo che niun’altra cosa rende maggior suono, che i tuoni 
dell’aere, de’ quali esce il folgore; onde per tal cagione scrivono gli storici 
che Apelle, volendo dipingere l’effigie del Magno Alessandro, gli pose in 
mano il folgore, acciocché per quello significasse la chiarezza del suo nome, 
delle cose da lui fatte in lontani paesi portata, e celebre per eterna me¬ 
moria ». Il I santi Donato e TTgo di Grenoble sono di consueto effigiati con 
il segno del Inlmine, contro cui sono particolarmente invocati. 1| La saetta 




de tulmine servi pure per emblema della celerità, e modernamente stiliz¬ 
zata la vediamo applicata alle cose, agli atti, agli abiti delle persone atti¬ 
nenti alle industrie dei trasporti e delle comunicazioni.... simbolo troppe 
volte pregno di empia ironia. [| (v. Saetta). ^ 

250 PUMARIA — Fumostemo - Erba glauca dai fiori rossicci e in 
grappoli Ha possenti virtù officinali; ma per il sapore amarissimo e sa¬ 
pido di turno, venne chiamata . fiele di terra » ed elencata dagli antologisti 
come emblema del rancore. ^ 

257. FinuCOSTEltNO — v. J^^nmaria, 

258 rroco - Nella preistoria umana il culto del fuoco segue quello 
del sole. 11 tuoco dà esso pure luce e calore, le due forze principali onde 
scaturisce la vita, ed è considerato il più nobile degli elementi. Quando si 
formio sistematicamente le religioni con le esteriorità del culto, i sacer¬ 
doti di Persia vi stabiliscono la adorazione, quasi esclusiva, del fuoco, che 
tengono sempre vivo sulle torri delle alture e negli appositi templi chiusi e 
scoperti, con legni di sandalo facendo credere la fiamma inestinguibile per 
natura divina. Agni — il dio indiano del fuoco - è il simbolo della luce 
immortale ed eterna. I vari miti orientali relativi al fuoco, rimasti per la 
massima parte dispersi nelle loro forme elementari (De Gubematisl per- 
mangono, però, nella loro ipostasi, per evolversi dai primitivi incomposti 
germogli hno alla fioritura della leggenda di Prometeo, mirabile per ve¬ 
nustà e maestà plastica, come tutti i miti ellenici. Ardono di fuoco pe¬ 
renne le are di Minerva in Atene, di Cerere in Mantinea, di Apollo in Delfo, 
di Vesta in Eoma, come ardevano fuochi sacri - simbolo della divinità — 
nell antico Perù, e ardono tuttora, e non solo presso alcuni popoli idolatri 
degli antichi continenti, dai tatari e dai iacuti dell’ algida Siberia, agli 
africani del Monomotapa. Ancora nella moderna, civile Inghilterra sfaviL 
in Mrte case o capanne il fuoco sacro, conservato giorno e notte gelosa- 
inente, ultimo vestigio di un culto perduto nel buio del tempo. A Slapestone 
( Yorksire), a Stoke Gabriel, a Newcastel si ricordano fuochi ininterrottamente 
brillanti sui patriarcali focolari e da secoli accesi tuttora (11121). j| Nel fuoco 
alcuni filosofi entifioarono il simbolo della vita. * Tutto ciò che vive e 
SI muore nella natura è fuoco . — dice il filosofo piangente di Efeso — 

« poiché la quantità di fuoco in una fiamma ardente appare mantenersi 
sempre eguale » (Clodd). « Il fuoco, che può assumersi, per la vivacità sua 
e il suo continuo moto, come simliolo rappresentativo >lella vita dell’uni¬ 
verso, diventa invece la vita stessa, l’essenza del tutto. Eraclito — corno 
nota lo Zeller - non sa ancora distinguere tra l’idea generale e la forma 
sensibile, sotto la quale quest’ idea è espressa » (Marchesini). 

Genericamente, oltre il senso materiale, fuoco è tutto ciò che indica 
vitalità, fervore, arderei calore di affetti, vampe di passioni, intensità 
di sentimenti che non lasciano tregua, nel male e nel bene, nel vizio e 
ne la virtù; e si dice la fiamma dell’odio come quella dell’amore, il fuoco 
della discordia come quello della carità. 

Necessità nel oielo, 

riibertà sulla terra è la soave 

fiamma di Dio, die cantò si chiama. 

(Xifcolini - 7/ Siimantitmo. 








1B2 


Kella concrezione simbolica rappresentativa, però, si riproduce di consueto 
la fiamma — parte più luminosa e sottile del fuoco, in foggia piramidale 
irregolare — con un rapporto di consecuzione ideale pura ed affettuosa, 
rivestendo il simbolo di quella aura mistica e luminosa che lo lece degno 
di essere — insieme alla croce — il più ripetuto sui monumenti della pietà 
funeraria e, in genere, della elevazione spirituale. 

.... quando scese 

Il vivo Spirto dall* eterno Amore 
In lingue ardenti di fiammelle acceso 

(Marino). 

• 

Come narran sti gli Apostoli, 

Forse in fiamme su la testa 
Dio discese dell* Italia.... 

(Mameli). 

Una cerimonia che racchiude un simbolo si compie nelle chiese cattoliche 
la mattina del sabato santo : il sacerdote cava scintille dalla pietra focaia, 
ne accende un pezzo diesca, e — postolo nel turibolo — con esso vi avviva 
la fiamma con cui verrà acceso il cero pasquale, simbolo di Cristo ri¬ 
sorto. Con il cero pasquale vengono poi riaccesi tutti gli altri ceri e tutti i 
lumicini spenti prima di quel momento, ricorrendo non ai mezzi chimici 
ritrovati dalla scienza, si bene al fuoco della natura, che dà la pietra. {| 
Una applicazione nobilmente pensata della fiamma come simbolo di eleva¬ 
zione, è quella descritta dal Ruscelli per una delle imprese di Claudia 
Rangona (contestata dal Celli) con il motto < Deorsum munquam », « es¬ 
sendo propria natura della fiamma di salir verso il Cielo, ed in qualunque 
modo ohe si voglia far prova di volgere il corso o viaggio suo, per farla 
piegar in giuso, ella sempre si rivolge in suso da sè medesima ». Nelle 
allegorie del genio (voce francese usata dal Leopardi, che se ne scusò, nel 
significato di alto intelletto creatore) — l’ arte pittorica e scultoria pongono 
la fiammella'accesa sul capo dagli adolescenti, alati o non, che si chiamano 
appunto geni o genietti. || Per contrario la fiamma capovolta si dipingeva 
sugli abiti di penitenza dei* relapsi, del tribunale della Inquisizione di 
Spagna (fuego revolto), a indicare dannazione. || In araldica la fiamma 
indica purità, fama illustre e splendore di natali, e si rappresenta 
come una lingua di fuoco terminante in tre punte (Guelfi). || Altre signi¬ 
ficazioni, e di riflesso, ebbe la fiamma, come quella espressa ritualmente al 
papa novello dal cerimoniere, che accende un ciuffo di stoppa e rammenta ; 
« Sancte Pater, sic transit gloria mundi » ; ed in quella di rito comune fra 
i greci, e usata per Baldovino, conte di Fiandra, coronato imperatore 
latino di Costantinopoli (1204): per ricordargli la vanità delle mondane 
grandezze fu anche a lui presentato un vassoio colmo di cenere e un fiocco 
di stoppa accesa. || Si accendono fuochi di gioia e d' allegrezza, detti bal¬ 
dorie o falò, usatissimi nelle sagre di montagna. || Accenniamo anche alle 
luminarie da campo ed ai fuochi di guerra, usati a distanze grandi per le 
segnalazioni di ordini e di notizie. Linceo, l’unico sopravvissuto dalla strage 
delle Danaidi, comunica con il mezzo della fiamma con la sposa Ipermnestra, 
pur essa fuggente. Agamennone promette di annunciare la caduta di Troia 
mediante i fuochi, ed è ginnto a noi il poetico lamento di una delle donno 


jh;ì 

oh« nella decennale aspettazione attesero vegliando in vedetta, nelle lunghe 
notti perdute. Dice il congiurato di Unterwalden a quelli di Uri e di Schwitz: 

quando la lianima 
Oei fuochi cunBapevoli a* iunalai 
Di monte in monte, e le turrite mura 
Crollino dei tiranni.... 

(Schiller - Guytielmo Teli - 1 - 4). 

In Abissinia, nel giorno di Mascal - o ddlu Croce - la maggior festa re¬ 
ligiosa (17 settembre), si allestisce il damierà, una grande catastra di legna, 
prima benedetta dal clero, poi accesa, mentre attorno al gran fuoco i ca- 
vaheri, scaricandovi contro i fucili, girano in corsa furiosa sugli incitati 
cavalli. I piu arditi s’avvicinano alle fiamme e vi immergono ripetutamente 
le lancie accuminate e le affilate scimitarre, come per attingere forza e 
vigore da quel fuoco sacro. Vuole la superstizione che la direzione del fumo 
della catasta indichi la direzione della futura guerra, e se cadono gli ultimi 
tizzoni dalla parte del fumo, è convinzione che essi segnino sconfitta. Me 
«mma, Adua, Coatit e Senafè sarebbero state predette dal sacro fumo. 

269. PXrsO - L'arnese a doppio cono che si usa per filare, in grande 
nore presso le antiche e probe famiglie italiane, contente di vedere « donne 
al fuso ed al pennecchio . {Par. XV - 117), non simili alle 

trifjte che lasoiaron T ago 
Lh 8|)ola o ’l fii8o e feceraì indovine. 

(/«/■. XX - 1:21). 

Il fuso è l’emblema dei lavori donneschi e della saggezza. (| La dea Ne¬ 
cessità - faglia della Fortuna, obbedita anche da Giove - teneva fra le 
ginocciua un gran l'uso di diamante, ohe attraversava i poli della terra: 

Il luKo Hitaniantiu ohe regge il mondo 

{Marino - Ercole fitnntc) ; 

e le Parche sedevano vicino alla Necessità, cantando le sorti della vita 
umana . Lachesi del passato, doto del presente. Atropo dell’avvenire (Pla¬ 
tone). fi II fnso - rombo allungato - è una figura araldica ordinaria. 


G 


‘260. GAO-OÌA — L’acacia dalle foglie fini come merletti, dal giallo 
bottoncino vellutato e gentilmente profumato, detta farnesiana perchè in¬ 
trodotta a Roma nei superbi giardini dei Farnesi (1611), dai quali è passata, 
casalingo arbustello, ad adornare le terrazze di provincia: fiore della sem¬ 
plicità, della ingenuità, della gentilezza. 

261. OALANTO — liuciineve — Fiore squisito, dai petali bianclii, dalle 
foglioline fresche, verdi e robuste; fiore vigoroso che simboleggia il co¬ 
raggio, perchè ancora prima del mandorlo tradizionale, prima della violetta, 
esso sfida il gelo, austeramente sopportandone la crudeltà, ed eleva il suo 
germoglio, nel deserto nivale. 

262. GALLINA — Anche l’umile chioccia che sciama liberamente nelle 
aie soleggiate, a traverso le fiorite praterie e i biondi campi, fu subietto 
di quelle credenze animistiche che costituirono il primo brivido religioso 
dell’ umano pensiero, e fu parte eletta del pollame totemico mantenuto a 
publiche spese in Roma per le augurali divinazioni, e risparmiato dallo 
scrupolo venerante dei bretoni, che, ancora ai tempi di Cesare, non ardi¬ 
vano cibarsene. |{ Si ha la gallina per esempio di fecondità, di maternità, 
di famiglia. || La gallina dell’Africa occidentale, grigia a macchie bianche 
è detta nùmida Meleagris e simboleggia l’ amor fraterno, perchè nella sua 
forma furono mutate le sorelle di Meleagro, da Diana impietosita del loro 
straziante cordoglio, quando mori l’eroe degli etoli, per volontà della madre 
vendicativa. I| La gallina e il gallo sulle spalle, insieme al bordone e il 
capestro, sono gli attributi di san Domenico della Calzada, secondo alcuni, 
e, secondo altri agiogratìsti, di san Giacomo di Campostella ; e derivano 
dal fatto che — essendo stato il santo ingiustamente condannato per furto 
ed appiccato, a coloro i quali esprimevano i loro dubi sulla sua morte al 
giudice severo, questi, che stava mangiando, asserì che il suppliziato era 
vivo come il gallo e la gallina che aveva davanti. Non aveva ancora pro¬ 
nunciate le parole schernitrici che il gallo e la gallina balzarono vivi dal 
piatto e si posero a cantare ; si che il santo fu liberato dal capestro e subito 
venerato. Il miracolo è riprodotto nel castello di S. Giacomo a Spoleto, 
dallo Spagna; nella chiesa di S. Biagio a Forli, dal Paimezzani su cartone 
di Melozzo; nel fresco della ciùesa parochiale di Cuna (Siena); in una ta¬ 
vola schiavonesca del museo di Udine. (C. Ricci). 

263. GALLO — « 11 gallo dai fianchi serrati » è una delle tre cose « di 
bel passo » accennate dalla Biblia {Prov, XXX - '23), che nella sua sem— 





plicita sublime lo tratteggia sapientemente. . Bravo cortigiano, ornamento 
eli un cortile, con alte penne e come sgherro e molto ardito con quella 
gran barba e speroni a’ piedi da cavaliere; coronato da imperatore, com¬ 
battendo e guerreggiando, come geloso contra di chi gU la la ruota contro 

ron® * (Giuseppe Falconi - Tm Kinwata Agricoltura - 

1,91). Un bell’animale - infatti - è il gallo, per l’aspetto fiero. Intesta 
alta, 1 occhio vigile, la graziosa curva della coda ricca e variopinta, l’o- 
impica noncuranza, l’epico incesso, l’atteggiamento di sfida, lo slancio 
del assalto’ 1 ofiesa del becco formidabile e inesorabile. Per i suoi spiriti 
bellicosi 1 popoli - che nella loro infanzia vivono di lotta — lo consacrano 
e lo sacrihcano con carattere totemico al loro dio della guerra : i giappo¬ 
nesi, 1 cinesi, 1 celti, i greci, i romani. Le sue preminenti qualità di tutto 
avvertire, quasi di tutto prevedere - im nibbio che passa, una bufera, un 
qualsiasi pencolo - e il perfetto zelo nel segnare il tempo, nello sce- 
verare gl, utili grani, nel mantenere l’ordine nel reggimento del pol¬ 
laio in CUI egli si sente autocrata e non tollera rivali, lo designarono 
aO a7ihquo come il più acconcio esponente della vigilanaa e della di 
ligenaa. || Marte dà incarico ad Alettrione, suo favorito, di vegliare 
alla soglia di Venere, e trovandolo addormentato lo trasforma in gallo per 
insegnargli la vigilanza. Al dio dei ladri e del commercio, Mercurio,’ e a 
Minerva, dea degli studi, si dedica il gallo per la indefettibile vigilia del- 

I animo e del corpo. Coloro ohe professano il culto umano della vita contro 

II tato della morte, e la contendono disperatamente nelle sapienti veglie, 
sacrihcano un gallo ad Esculapio, tìglio di Apollo e dio della medicina. Nei 
primi albori il gallo si desta, sveglia V harem con il suo canto, che è come 
un gaio squillo di tromba, un grido festoso alla luce. 


Auroram clara contiuetHH voce voraj'e. 

{lAioroxioì. 

filando Dio — tra i fulmini del cielo - impone ad Elia di tacere e ri¬ 
prende Giobbe, chiede: «Chi pose la sapienza nel petto dell’uomo e chi 
itiede al gallo il discernimento ? » (Giobbe - XXXVIIL 86). Egli, infatti è 
un impeccabile orologio, e la notte fu divisa in parti che avevano per di¬ 
visore e per denominatore il suo canto, il galUcmium. Luciano imagina 
un tempio eretto al gallo nell’isola dei Sogni {Storia vera. U). Gli dei lari 
o lanno gradito olocausto. Come il leone simboleggia la cnstodla alla porta 
del tempio cristiano, cosi il gallo vi rappresenta la vigilanza del sacerdote 
(V. LeoMc); e sulla punta di molti campanili si dà figura di gallo alla veletta 
metallica ohe gira secondo il vento : comunissima questa usanza in Lorena, 
in Inghilterra (dove gli anemoscopi si chiamano weathercock), e celebri i 
galli della caledrale di Strasburgo e della torre di Arcetri, sul cui scric¬ 
chiolio amava meditare il gran Galileo, quando ebbe morte le pupille che 
avevano « spiate tante vie di cieli ». Sarà il grido dei tre galli sacri — 
secondo il mito nordico — quello che annuncerà il crepuscolo degli dei. É 
il gran gallo bianco quello che — ad ogni alba — desta e rallegra Allah, 
ne paradiso intravvisto da Maometto, e ohe segnerà pure il fatale giorno 
dell’universale giudizio. 

La nobile natura vivente del gallo, osservata e dipinta con entusiasmo 
dovette necessariamente ed eccellentemente servire anche al senso anagogico! 


lyti 

È opiuioue di alcuni ragionatori del simijolo degni di accolto che il gallo 
posto al sommo delle chiese rappresenti la Chiesa cattolica, ricordandosi 
con esso quello della passione di Gesù, e san Pietro, primo capo di essa, 
pur se si ricordi insieme Io spergiuro di lui, univocamente affermato dagli 
evangelisti (Matteo XXVT. S4 — Marco XIV. 20 — Luca XXII. 34 — Gio¬ 
vanni Xni. 38). (v. Testuggine). Il gallo è Cristo ohe annuncia la novella 
giornata ed è il monito del novissimo giorno e fuga il pauroso stuolo dei 
demoni : 

diti nuutiu9 

ìuveut prnpinquaut praecìnit ; 
noity esHlaior mtntium, 

Jatìì Chriatttsì ad ritam vocaf, 

Vojc iuta, qua strepiint avM 
«tante» suh ip»o cui IH ine, 
panilo ante quain luj^ emicet, 
flqura eat Judici». 

Fenint vagante» due mone» 

Inetps tenebria nociiiim, 
gallo caueuie ej'tei'ritoa 
ìfparaim timere, et cedere. 

(Aurelio Prtuleu/ao Clemente). 

Che il gallo avesse il potere di mettere in fuga le potenze infernali, dopo 
l’avventura di san Pietro, affermavano i demonolatri, e — poiché il demonio 
dicevasi leoìie dell’inferno — egli spariva alla vista o al canto del gallo, 
opinione già espressa da Plinio. Es. : sull'antico pulpito di S. Ambrogio 
in Milano, due galli fugano due leoni. || Ijuando il gallo trova il becchime, 
non lo mangia, ma chiama le galline e Io divide con esse. Cosi il predi- 
cat're di Cristo — raffigurato nel gallo dagli antichi lapicidi — distribuisce 
alle turbe la verità divina (White). Encherio — il santo vescovo di Lione 
(4.34) — dice: « Fra le tenebre della vita presente il gallo enuncia, con il 
suo inno sacro, la luce dell'eternità ». « Preshyter gallus Dei » dice Onorio 
d'Autun; e Guglielmo Durand, vescovo di àtende tm. 1296): « (falln.'i stijrra 
i'.cclesiam positus pnediextlorein designat ». || San Cristoforo pure ebbe, nel 
medio evo, copiosi sacrifici di galli, per ottenere certe guarigioni. || Il gallo 
è sensibilissimo al dolore di una otlésa di amore, ed é sempre stimolato : 

Dti 4 uel Kosputto rio, tla quel tiiuore. 

Da quell mNi*tir, da quella Ireuesiti, 

Da «luella ralihia, df*tta gelosia. 

{OH. far. XXXI - lì): 

ed anche di questa passione è usato come espressione simbolica. (^fr. : Pi¬ 
gnoni - Il gallo). Il II Le Brun dipinse pure la Collera con il gallo. || 
L’uomo, del resto, seppe sfruttare l'indole pronta e battagliera di lui; ne 
sviluppò per selezione la gelosia nativa e lo trasi'ormò in gladiatore. 11 
turbolento volatile combatte nei circhi, in uno sport usatissimo in Francia, 
sopra tutto del nord, in Inghilterra, in Ispagna, in America, con lotte 
piene di eccitanti peripezie. 

L’monologo Ripa nella descrizione della empietà, ne dà come uno dei 
participi simbolici il gallo « posto dagli egizi per segno di empietà, come 
testifica Pierio Valeriano, .lib. 24 » perchè quest'animale non rispetta la 
madre nelle sue voglie sessuali ed usa verso il padre fiera crudeltà: etio- 









i;i7 

logia dallo stesso Ripa contradetta dove descrive la purità, perchè « il 
gallo, come riferisce Pierio Valeriano, lib. -24, appresso agli antichi, signi¬ 
ficava la purità e sincerità dell’ animo, onde Pitagora comandò ai suoi 
scolari che dovessero nutrire il gallo, cioè la purità e sincerità degli animi 
loro ». Il Gli ebrei di Germania, alla vigilia del « giorno del perdono » 
solenne (chipitr) fanno espiatore dei loro peccati un gallo bianco; non mai 
un gallo rosso, perchè il bianco iinaginano rappresenti la purità, quello 
rosso il peccato. (Buxtorf) ; e lo sgozzano, lo gettano contro terra, lo sven¬ 
trano, lo fanno arrostire, ma non lo mangiano e ne espongono le viscere 
sul tetto della casa. || L’hanno per malauguroso Petrarca e Schiller; ma è 
adorato sul Calvario dal Klopstock, ed è lodato da Voltaire, Cervantes, 
BuflFon, La Fontaine, Lamartine, Menzini, Parini. || Grande interesse ha 
il gallo per gli armeristi, e massimamente quello simboleggiante la 
Francia, forse avanzo di primitivo totemismo, certo uno degli animali 
rinascenti dal fondo primordiale delle civiltà e dei popoli, i quali, accanto 
alle gesta degli dei e degli eroi, vale a dire dei sovrumani, imaginarono 
e cantarono gesta di esseri sottoumani (MafiSi). Il gallo gallico è di origine 
puramente francese e non è gallico ohe per un gioco di parole (Littré). Il 
vigile, caldo, animoso razzolante non figura nei monumenti dei galli antichi, 
nè sui monumenti allusivi a quel popolo, e nè pure si trova usato dai 
barbari stabilitisi in Francia. Solamente i goti l’ebbero per emblema, ma 
costoro non fecero in Francia che una invasione rapida e fugace. Quando 
scoppiava qualche rivolu fra i transalpini, i romani dicevano : « GaliuK 
cantai » e Giovanni Passerat — professore di eloquenza al collegio di 
Francia (1685) - affermò senza fondamento che i francesi, chiamati galli 
per il loro strapotente coraggio e per l’invincibile impeto guerresco, ne 
portavano la figura nei vessilli (Satira Menippea). Nè meno nell’evo medio 
si riscontrano galli francesi allegorici: Filippo Augusto aveva sul suo 
blasone personale i leoni; Luigi Vili i cinghiali; san Luigi i draghi; Fi¬ 
lippo l’Ardito le aquile; Carlo il Bello i leopardi; Giovanni i cigni; 
Carlo V i delfini ed i levrieri; Carlo VII e Carlo Vili i cervi alati; Luigi 
XII il porcospino; Francesco I la salamandra. Quando in Italia si volle 
commemorare la nascita di Luigi XIII (IfiOl), si coniò una medaglia com¬ 
memorativa con un gallo presso un bambino tenente lo scettro e il fiore di 
giglio. Un’ altra medaglia si coniò con un gallo che pone in fuga un leone 
(Spagna) per la liberazione del Quesnoy (1665). Per la nascita di un altro 
delfino si disegnò e illuminò con fuochi artifiziati un gallo emblematico 
gigantesco (1730). Da allora il gallo si contrappose al giglio borbonico in 
qualunque manifestazione antidinastica, prima timidamente, poi risoluta- 
mente, cosi die la rivoluzione cancellò il giglio e adottò la imagine del 
Coi/ liarcli o di Chanteclair, consacrata nelle monete (1792) e ispiratore 
degli accenti dramatici pasàionali di Ldmondo Rostand. Quando il primo 
Napoleone volle crearsi uno emblema per esaltare la novella potenza da 
lui instaurata, sdegnò di adottare il gallo celtico, osservando eh’ esso è un 
uccello il quale canta sopra un letamaio (v. Ape* /x* 07 ie)* Ricordava certo il 
proverbio citato da Seneca e disceso nel medio evo : < dallns in suo ster- 
qtiiliniu plurimum potexi ». Abbattuto il colosso napoleonico ed il nuovo 
regno degli Orléans, il gallo fu definitivamente statuito come emblema 


nazionale da Luigi Filippo, fregiandone le aste della bandiei'a e i lioltoni 
dei gendarmi (1830). Alessandro Dumas — infatuato delle glorie militari 
della sua patria — aveva proposto a Luigi Filippo di formarne lo stemma 
nazionale inquartandovi: il gallo, con cui gli antichi abitatori della Francia 
avevano preso Roma e Delfo ; l’aquila napoleonica volata dal Manzanaro 
al Don ; le api di Carlo Magno, con cui si erano compiute le conquiste di 
Spagna, Sassonia e Lombardia; i gigli di san Luigi recati vittoriosamente 
a Gerusalemme, a Napoli e ad Algeri. A tutto ciò proponeva l’aggiunta 
della divisa di Guglielmo d’Olanda: « Detta dedit, Deus dahit ». Un ordine 
cavalleresco del Gallo venne istituito da un principe reale francese in onore 
di Claudio Polier, gentiluomo di Linguadoca, che l’aveva liberato in bat¬ 
taglia dalla cattività inglese (1214). || Il gallo dà il nome alla Oallnra, 
regione della Sardegna, i cui regoli o giudici lo presero por insegna; e alla 
nobile regione sarda allude Dante parlando di Beatrice d’Kste, passata dalla 
vedovanza di Nino Visconte, guelfo arrabbiato, al talamo dell’arrabbiatis¬ 
simo ghibellino Galeazzo Visconte, cosi che 

Per lei assai di lieve si coinpremU' 

Quanto in femina foro d’amor dura. 

(PurQ. VUI - 7H). 

Con questo accenno alla fragilità della fede feminile non vogliamo giusti¬ 
ficare le caratteristiche poliginiche del « don Giovanni del pollaio » (Pan- 
sacchi) — (Cfr. : Novati. Il gallo nella poesia medierale — Scarlatti. H gallo 
in Minerva, giugno 1916). |] Nel blasone il gallo ai riporta di profilo, e è 
detto cantante se a becco aperto, ardilo se con la zampa destra rialzata, 
in amore se fa la coda. (v. Gallina). 


2ii4. GAMBERO — Anfibio crostaceo degli àstaci, o per la comijrensiono 
del simbolo, genericamente, 

Ogni HnimHl cbe rrtrugrad'o vada. 

Che viva in ac(}iia. 

(t'tt/io «togli Utierti). 


« Tu non farai mai andare avanti un gambero » ammonisce Aristofane. || 
il Ripa lo designa a rappresentare l’incostanza, perchè esso « cammina 
innanzi e indietro, con eguale disposizione, come fanno quelli che essendo 
irresoluti, or lodano la contemplazione, ora l’azione, ora la guerra, ora la 
pace, or la scienza, or l’ignoranza, or la conversazione, e ora la solitudine, 
acciocché non resti cosa alcuna intentata al biasimo nato e nudrito nelle 
loro lingue, e all’ incostanza disseminata in tutto quello che fanno ». || 
Altri autori pongono il gambero a rappresentare 1’ umiltà esaltata. || Diana 
Limenetide, presiedente ai parti, era raffigurata con un gambero sulla testa. 
Il In araldica significa diritto d’ acqua, ha smalto rosso ed è normalmente 
montante, mostrante il dorso. (Es. : nello stemma di Cento, detto gambe- 
rurio in due documenti (1268). 


265. GARDENIA — Cosi detta dal botanico americano Alessandro Garden ; 
fiore di suprema eleganza, bianco, vellutato, di profumo soave, adatto agli 
occhielli delle marsine nere, ma di vita labile presto, cosi ohe parebbe 
molto indicato il simbolo ravvisato in 'essa da una eletta scrittrice, la fri- 




voleiia. Altri autologisti, invece, vi trovano lineilo della simpatia, o lo 
corredano con i poco felici versi del Panzacchi: 

Tu vago fior, le torbide 
Tempeste dell' amore 
K il passegger delirio 
Che spesso è morte al eoro 
Non simboleggi. Un fervido 
Amor spesso s' oblia: 

Ma tn, immortai, beneflea 
Ci arridi, o simpatia. 

OAROFANO — Molto comune è questo fiore, e non pertanto im¬ 
periosamente seduce più ohe per la sua fresca fragranza, per la grande 
potenza estetica. È multiloquo per la varietà dei suoi colori fiammanti o 
tenui e delle loro gradazioni e screziature. || Il garofano rosso è il fiore 
tragico del sensualismo, quello ohe Carmen porta all’angolo delle tumide 
labra, ed ha la malia delle carezze audaci interrotte dai colpi della navaja. 
Benché il fiore bonapartista per eccellenza sia la violetta, il garofano rosso 
cantò la gloria napoleonica quandal' imperatore si imbarcò sul BeUerofonte 
per la via dell'ultimo esilio e delia morte, e giovani e giovanotte gliene 
portarono cesti ricolmi (Las Cases). Begalato da Margherita de Bonnemains 
al generale Boulanger, fu caro ai seguaci di lui (houlangismo) ; poi agli 
ascritti al socialismo, che ne ostentano il vivido rosso. 

TI {'arol'ano rosisn e fiaDniiegginnte 
coltivate, o signore ; 
ttimT)olo del valore, 
simbolo di vittoria alta e costanti;. 

Il ^'arofano rosso ò il prepotente 
impeto deir affetto 

che turba, vince tutto e non consculc 
nè viltà né sospetto. 

U donne, coltivate 

i[aesto superbo e protligioso tìoru, 
col primo bacio date 
un garofanò rosso al vincitore. 

(Mario Oiobbe). 

Per antitesi, il garofano bianco — che i fioristi danno per simbolo di schiet- 
tesza — divenne il fiore emblematico del legittimismo, poi della democrasia 
cristiana. || Il garofano giallo esprime disdegno ; quello roseo incarnato 
amore che ricorda ; quello screziato fiducia. || Nel blasone il bel fiore ò 
un nobile segno di virtù che apporta ornamento e onore (Guelfi). |) Il buono 
ma lezio.so pittore Benvenuto Tisi, detto il Garòfalo dal luogo di sua nascita, 
presso Ferrara (1481-1659), firmava i suoi quadri con il fiore di garofano. || 
11 piccolo garofano rosso (fliauthus prolifer) era dedicato a san Guglielmo. 

‘2U7. GATTO — Non abbiamo novità primaticcie sul conto di questo 
animale 

Che tanto allegra eoi salti vivaci 

£ non si suol chiamare che coi baci, 

(Pananti - Il poeta del teatro); 

comunissimo ora, e non per l’antico passato, in Europa, e del quale trat¬ 
tarono serque di eccellenti autori, l^uanti furono gli amici illustri del gatto ! 








Pet-rHi-ca, Giulio li, liiolielieu, Tasso, Oolbert, il pitloro Imruoso GolIVcdo 
Mimi che contende al Lambert il titolo glorioso di « Ralìaello dei gatti »; 
e Montaigne, Gozzi, Balestrieri, Delille, Saint Beuve, Raiberti, Michelotì 
Zola, Mendès, Verlain.... Non lo soffriva, invece, Enrico IV; no pronunciò 
una virulenta condanna Buffon. 

Sacro nell' Egitto, la reverenza totemica per lui era sustanziata dalla 
opinione che Iside — per sfuggire all’ ira di Tifone — si era nascosta sotto 
le sembianze del gatto. Chi ne uccideva espiava il delitto con atroci supplizi ; 
e quando il ptto moriva della morte naturale le persone della sua casa ai 
perwtevano il petto e si radevano le ciglia in segno di lutto (Erodoto), e 

10 imbalsamavano, lo involgevano in strisele di tela, lo seppellivano nel¬ 
l’ipogeo domestico in una cassa dipinta a fregi d’oro, e gli erigevano una 
statua d’onice o di marmo. Il mito greco ripeteva che il gatto era stato 
creato da Diana per vendicare e porre in ridicolo il leone, creato da Apollo 
allo scopo di impaurire la sorella. E greci e romani non potevano avere 

11 gatto che dall’ Egitto, ma di frodo ; contro i sorci essi usavano donnole 
addomesticate, ed il sorcio omerico infatti dichiara al ranocchio di temere 
sopra ogni cosa al mondo la donnola, « il più forte degli animali » capace 
di introdursi periino nella sua tana (Batracomiomachia), Solamente quando 
il cristianesimo fece breccia in certe siepi di ieratiche intransigenze, i gatti 
dell’ Egitto poterono essere diffusi nel continente europeo, dove recarono uti¬ 
lissimi servigi per l’ondata invaditrice dei topi al seguito delle orde unne. 
(Reinach). Questo culto ha tuttora visibili traccio al Cairo d’Egitto, dove 
ogni giorno s’apre un apposito monumentale edificio, presso la porta della 
Vittoria, per dare ai gatti publico alimento. In tutto l’oriente — del resto — 
il gatto era obietto di sacra venerazione: gli antichi mongoli gli attri¬ 
buivano virtù arcane e l’avevano per amuleto; i cinesi lo interrogavano 
come un orologio vivente, poiché la sua pupilla si allarga e si restringe 
secondo il diminuire o il crescere della luce; gli indiani lo ritenevano una 
reincarnazione delle superiori intelligenze ribelli ; i musulmani lo facevano 
generato dagli amori di una leones.sa con,uno scimiotto, e Maometto amò 
talrnente la sua gatta Mueza che un giorno, per non turbarne il sonno, non 
esitò a tagliare un lembo del suo paludamento sul quale l’animale ripo¬ 
sava. Al ritorno di Maometto, Mueza l’accolse festante, e, per fargli rive¬ 
renza, piegò il dorso in arco e rizzò la coda. Il profeta allora le passò tre 
volte la mano sul dorso, le comunicò per contetto la virtù — da tramandarsi 
alla ra,zza — di non cadere mai che sulle quattro zampe, e le assicurò il 
posto in paradiso. Sarebbe pericoloso, davanti a un turco, porre in dubbio 
questo racconto, che è riferito dal celebre storico egiziano Giorgio Almacin 
(sec. XI). 

Apparsa nell’Europa occidentale molto tardi (sec. X), le nazioni cri¬ 
stiane ebbero in sospetto la povera bestia. I germani la considerarono dilette 
di Freia, la dea feconda, al cui carro la imaginarono aggiogata. Se non 
che le silenziose movenze, il passo cauto e improvvisamente agile e ardilo, 
lo sguardo trasognato e il pronto corruscare delle pupille fosforescenti nel 
buio, le preferenze per i recessi impervi e paurosi, la fecero facilmente 
temere tome un alleate delle potenze occulte e maligne, confidente dello 
streghe e cooperatore cosciente dei sortilegi. Pretondeva.si che Belzebù 



141 


amasse incarnarsi in un gatto per danzare il trescone del sabato e per 
passeggiare in incognito tra gli uomini della terra (Bodin): ed a Parigi 
venne per lungo ordine di anni celebrato con gran pompa, e alla presenza 
dei re, il rogo dei gatti, rinchiusi in una gabbia di ferro, il quale si com¬ 
pieva opi notte di san Giovanni, per simboleggiare il supplizio dei fat¬ 
tucchieri. Nel Macbeth il triplice miagolio della gatta incollerita segue il 
funereo canto dell’upupa; nel Faust la strega è aiutata dal gatto mammone 
nell apprestare la mistura della magica caldaia. 

Il gatto è l’animale domestico che meglio sa applicare il verso esopiano 
(ieir anonimo : 

AlUrius noìì sii, qui suum eftse poteri. 

Per non frigere fric.ta - ripetendo ciò che i compilatori di certe enciclo¬ 
pedie modernissime copiano, male, cose già dette bene - risparmiano ci¬ 
tazioni di autori sull’etologia del gatto. Ci sembra però non superfluo citare 
1 sedenti brani del Raiberti : « Il gatto ha saputo scegliersi il miglior posto 
possibile nella storia naturale. Egli è cosi ben collocato in mezzo alla più 
rafiSuata civiltà e alla più selvaggia indipendenza, da prendere tutto il 
buono e schivar tutto il cattivo dei due stati.... Oh che bestia di carattere! 
oh che sublime istinto di fiera indipendenza! di quella indipendenza che 
ha 1 uni^ sua ragione in sè stessa. L’arte classica ha voluto personificare 
la libertà in una donna, e la donna è sempre schiava. Speriamo che il ro¬ 
manticismo fra tante ardito e importantissime novità questa introduca: di 
simboleggiare quella dea in una gatta: persuasi che se perderemo alcunché 
dal lato estetico, verremo largamente compensati della verità del concetto .. 
ignorava, probabilmente, il geniale umorista monzese che già prima del 
suo Gatto (1846) il classicismo aveva espresso la libertà con l’attributo del 
gatto, nella celebre stampa del pittore Pietro Paolo Prud’hon (1758-1828) • 
e prima ancora il nostro amico citatissimo Ripa (1625), descrivendo la li¬ 
bertà, le poneva appunto un gatto vicino, essendo che « il gatto ama molto 
la liberta, e perciò gli antichi alani, i borgognoni e gli svevi, secondo che 
scrive Metodico, lo portavano nelle loro insegne, dimostrando che come il 
detto animale non può comportare di essere rinserrato nell’altrui forza cosi 
essi erano impazientissimi di servitù ,. Viollet le Due, in un celebre disegno 
ritrasse il gatto con il motto : « Libertas sine labore ». || Como tutti i de-^ 
siderosi di libertà, il gatto è vigile e pronto alla difesa e all’offesa; e il 
Veronese - o i suoi scolari - dipinsero la Vigilanza nel palazzo ducale 
di Venezia, con il gatto accovacciato ai piedi. || Imputano al gatto anche 
la lascivia, perchè le femine notturne non fanno mistero delle loro ardenze 
e denunciano con un miagolio pateticamente sguaiato le manovre onde stuz- 
zica,no 1 torpidi amatori. Ma il gatto è un essere morale. « Non si lascia 
modificare nella razza, nè si presta alle combinazioni che gli industriali 
potrebbero tentare sui bisogni genetici, per ottenere prodotti eccentrici e 
mostruosi, che sarebbero pagati a peso d’oro.... Insomma, il gatto, degno 
fiero, sde^oso, che dissimula le sue funzioni basse, che nasconde i suoi 
amori nelle tenebre, quasi nelle nubi, sopra i tetti, presso gli studenti e 
0 gnsetfes, che diffida delle insidie, che non sopporta le ingiurie e fugge 
la casa dove non è trattato giusta i meriti suoi, è un ari.stocratico di tipo 





e di origine, mentre il cane non è ohe un villano rifatto, a forza di ser¬ 
vilità ». (Dnmaa figlio). |i I nobili scozzesi ammisero per primi nel bestiario 
araldico il gatto, che si raffigura con la testa di faccia e passo «/e; se ww- 
pante si dice inferocito. 

•268. GAZZA — V. Pica. 

269. GELSO — Moro — Pianta arborea comune, onde si nutrono i filugelli. 
Fiorisce tardi, se non quando la terra, penetrata dalle calde nebbie spinge 
dal turgido seno il flusso della sua prima stagione, 
si che il gelso è riputato « il più saggio degli al¬ 
beri » (Plinio XVI - 25), e simboleggia la, prndema 
e la saggeasa, anche a parere degli araldisti (Ginanni, 
Crollalanza). 

Serior at morus nuvuiuam nisi frigore tapBo 
(lermiitat: et sapieiìM nomina faUa gtTxU 

(Alciato - F.mbl. CCIX). 

Sotto un gelso bianco si davano convegno, presso Ba¬ 
bilonia, Piramo e Tisbe, la cui storia d’ amore asso¬ 
miglia a quella di Eomeo e Giulietta. Piramo, trovato 
presso il gelso il velo dell’ amante, giunta prima di 
lui e fuggita al comparire di una leonessa, la credette 
divorata dalla belva e si uccise; Tisbe si trafisse ella 
pure sulla salma dell’amante [Mei. IV - 65). Da allora . U gelso diventò 
vermiglio . (Pnrg. XXVII - 39). Disse il Mascheroni del gelso; 

Di TÌBl»e © d’infelioi amori 
Memori fogli©. 



Gf-ILBO 


270 GELSOMINO — Le siepi e i pergolati si allietano di questo abon- 
dantissimo sarmento dalla piccola stella bianca sul gracile ramo, tacitamente 
e modestamente prodigo del suo effluvio gentile. Lo dicono originano del 
Malabar, coltivato da prima con gelosia (1525 circa) 
nel regale gìardin della oittad© 

che dai molti snoi fiori il nome prese (Gagnoli), 

nipote della meravigliosa gardenia, pronipote della splendida magnolia Esso 
non fa pompa di tanto lignaggio, ma, caro alle anime silenziose ed inti¬ 
mamente sentimentali, sembra creato per simboleggiare 1 amabilità (Anne 
Martin). Le fanciulle toscane se ne ornano nel di delle nozze. 

271. GEMELLI — Gemini — Terza costellazione dello zodiaco, 

il segno 

{Par. XXn - 110), 

designante il mese di maggio. I due fanciulli rafiìg^rati nel segno hanno 
nomi diversi secondo i diversi autori ; gli egiziani li dicevano Oro ed Ar- 
pocrate, che mai non si separavano; gli autori ellenici e 
il nome di Apollo ed Ercole, di Teseo e Piritoo, di Giasone e Trittolemo, 
di Aniione e Zeto, vedendo in essi il simbolo dell’ amioiiia. Pili generalo 


ohe segue il Tauro 








143 

era la credenza eh’ essi fossero Castore e Polluce, immortali per comando 
di Giove e suocedentisi alternativamente sulla terra e nel regno degli estinti : 
una delle stelle del segno, infatti, compare sull’orizzonte mentre l’altra si 
nasconde. || Nell’umanità primitiva, ed ancora fra alcune tribù selvaggio, 
la nascita di due gemelli è salutata con sacro terrore, ritenendosi la geni¬ 
trice vittima o complice di spiriti animaleschi, e violatrice della norma 
particolare alla naturale concezione dell’uomo, ohe dovrebbe nascere unico 
ed un parto. || Il Ripa pone i gemelli nella rappresentazione dell’ Umbria 
sua patria terra perchè Stefano de Urbibus dice che ivi « gli animali 
due volte l’anno partoriscono, e bene spesso gemelli, come anco le donne, e 
gli alberi duplicatamente producono fiori e frutti, come si vede anco nei 
tempi nostri » (1626). 


272. GEnCINI — V. Ofimelli. 


273. GEMME — Paolo Mantegazza — considerando le pietre come le ossa 
del nostro pianeta — di cui animali e vegetali sono i parasiti _le di¬ 

stingue in tre ordini sociali: il vulgo, la borghesia e l’aristocrazia. Al 
primo di essi appartengono i ciottoli e la ghiaia; al secondo i marmi, l’a¬ 
labastro e i diaspri ; all’ alta nobiltà la gemma « ohe dal sovrano diamante 
scende fino all’ultimo topazio del Brasile o all’ametista episcopale; come 
dal principe del sangue noi scendiamo al modesto barone ». E pure anche 
la gemma ha una prosapia vulgare : il diamante è carbonio puro, fratello 
della grafite; l’agata, l’opale, la calcedonia, l’ametista appartengono alla 
stessa famiglia dell’ argilla, con cui si fanno le pipe e le pignatte della 
poveraglia ; lo zafiiro, il rubino, lo smeraldo sono combinazioni variamente 
colorate dell’ossigeno con l’alluminio; l’opale è l’aggregato di conchiglie 
radiolari fossili fuse insieme (Genovese). In onta a ciò, la gemma rappre¬ 
senta sempre una certa alterigia simpatica, ha sempre un fascino domi¬ 
natore, anche se sotto di essa si tradisce la manifestazione pomposa dei 
« subiti guadagni » o del grossolano valore venale di cui si compiace lo 
KìKili. La donna amò sempre il fuoco e la rugiada splendenti nelle gemme, 
e ne adornò le sue carni e le mescolò alle efiìmere feste della vita, perchè 
esse guardano con occhi immobili ma pieni di baleni, e di giorno propagano 
la luce solare in mille iridi, e di notte la trattengono nelle loro molecole 
tremolanti. Sulle bellezze miti, affettuose e soavi meglio i molli e dolci 
adornamenti dei veli, dei pizzi, dei merletti, che la scintillante durezza 
della pietra o del metallo. Ma le pietre preziose ebbero fama di acquistare 
o rafforzare particolari facoltà rare e desiderate, di preservare da malefici, 
ili allontanare fantasmi e demoni, di apportare fortuna, secondo l’influsso 
astrale in cui erano scoperte, estratte, incise o scolpite. « I gioielli erano 
un tempo stromenti di magia e di preghiera; di forza sociale e di scienza; 
imitavano e riassumevano le forme primordiali del cosmo; l’anello, la 
collana, il diadema erano il simbolo del concentrìsmo universale » (Mau— 
clair) ; e sommi maestri di codesta emblematica ciurmeria erano i raggi¬ 
ratori venuti dal mistico e misterioso oriente, egizi, caldei, giudei. Della 
pretesa metafìsica e della ermetica delle gemme — vere e proprie manife¬ 
stazioni simboliche, espresse nei lapidari libri speciali delle otii dolapse 




144 

noi teniamo singolarmente parola nelle varie voci del dizionario. || « Febo 
ha una corona di dodici lucidissime gemme, delle quali tre gli adomano 
la fronte (le più lucide: Lichni, Àfrite e Cerauno); sei gli stanno alle 
tempie (Smeraldo, Seythi, Diaspro, Giacinto, Dendrite ed Elitropioì; tre 
sono di dietro del serto (Hydatide, Diamante, Cristallo), queste generate 
dallo agghiacciato verno, le sei da primavera e autunno, le tre prime dallo 
estate». Cosi il Cartari, per designare l’evidente simbolo dei mesi. || In 
Cina le gemme distinguevano i gradi gerarchici del mandarinato. 

274. GENZIANA — Erba dalla radice medicinale che nasce nell’ alta 
montagna, tra luoghi ombrosi ed incolti. Elencata dai fioristi come simbolo 
del disprezso. 

276. GERANIO — Il povero geranio — con delicato amore coltivato da 
Garibaldi, così che la sua casetta di Caprera era tutta una fiamma scarlatta 
dall’aprile all’ottobre — non gode le simpatie degli 
antologisti ; per quanto egli non cambi colore e nome, 
non è mai simpatica la sua significazione. La prima 
delle sue specie importate fu quella del geranio not¬ 
turno (pelargoninm triste), recato a Londra dal Tra- 
descant (16S2) ; e appena giunto in Italia il conte 
Magalotti gli dedicava questi versi, tutt’altro che di 
benevolenza : 

K, uemii'o al (U) quel Hor (^anmio 
Che Kolo ha olezzo 

<jiiAU(ln il nostro emisfero è tutto al rezzo. 

«Se non venisse a noi da lido estranio, 

Lo chiameremmo tìor da pipistrelli. 

Seguendo gli autori, si dovrebbe dire che il fiore — 
oggi comunissimo — secondo il colore ha il signifi¬ 
cato di tristezza, di stupidità (era l’opinione di madama di Stili), di pre¬ 
sunzione, di .umiliazione. Esso ha il torto di non essere candido e vellutato 
come i raffinati fiori che languono mollemente arrovesciati nelle coppe di 
Murano, e si macchiano e ingialliscono e appassiscono in poche ore. Fiore 
forte, non per le fantasie morbose che sognano strani amori o visioni mi¬ 
steriose. Lo amano tutti coloro che non hanno tempo da buttare in frivo¬ 
lezze, e non resistendo al fascino sempiterno del più leggiadro ornamento 
della natura, fanno obietto di cura afi'ettuosa la serie variata del geranio, 
nei rozzi vasi del davanzale domestico. 

276. GESTO — La umana natura si esprime con i gesti, prima che con 
la parola : tutta la gamma delle commozioni si manifesta con il mezzo della 
contrazione dei muscoli, e « forse più che l’etimologia della parola, l’etimo¬ 
logia del gesto potrebbe fornire dei dati interessanti sull’ evoluzione e sulle 
manifestazioni della mente umana » (P. Lombroso). In ogni elaborazione 
mentale esiste una mozione fisica, ad ogni forma di pensiero conscio o in¬ 
conscio corrisponde una forma di moto. Importantissima — quindi — è la 
considerazione del gesto, parola visibile, come espressione simbolica ; ma 
ossa necessariamente sfugge dal raggio del nostro esame. Ellenici e latini 







146 

davano grande importanza al gestii-e e ne avevano latto uno studio specifico 
(chironomia). Per quanto si riflette alle espressioni artistiche del gesto, si 
confronti il Laocoonte del Lessing (1729-1781), . trattato nel quale sono 
chiaramente determinati i limiti delle arti del tempo dalle arti dello spazio, 
le arti ritmiche dalle figurative. Le arti del disegno, nel rappresentare le 
azioni, non possono disporre ohe d’un momento unico nello spazio; la poesia 
si vale di più momenti successivi nel tempo: questa, ridotta a’ minimi 
termini, la teoria del Lessing, già intravveduta, del resto, da Dione Cri¬ 
sostomo » (Natali), (v. Abbraccio, Bacio, Braccia, Dito, Mano, Piede, Saluto). 

277. OHiaiAKPA — Corona di vegetali, il cui significato simbolico si 
rileva dall’osservare « di quai piante s’infiora » {Par. X - 91). (v. Corona). 

278. OHIKO — Grosso topo di coda pannocchiata, ohe sì fa un adipe 
rimboccante nell’autunno e passa l’inverno rimpiattato, dormendo un sonno 
lungo e greve. I romani ne erano ghiotti e lo ingrassavano in appositi 
orci di terra iglirari). Benché il ghiro sia buon costruttore della sua tana 
nel cavo degli alberi e buon raccoglitore di alimenti, il suo torpore letar¬ 
gico lo designa proverbialmente come simbolo della inasione e del sonno. 

Imbellì 

E delicati ghiri, che stati tutta 
ha stagione del verno rintanati, 

Di sonno la persona inebbrìando. 

(Salvini - Opp. Care. II . 83). 

L’allegoria del Sonno dell’ Algardi, a Villa Borghese, ha un ghiro tra i 
suoi participi. 

279. GIACINTO — Un principe giovinetto di Laconia di nome Giacinto 
era il prediletto amico di Apollo, e con lui usava giocare alle piastrelle. 
Un giorno — sul punto del mezzodi — la piastrella di Apollo, alzatasi fino 
alle nuvole e ricadente veloce, colpi mortalmente Giacinto. Il dio, coster¬ 
nato, ne raccolse la spoglia e con il sangue di essa formò un fiore splen¬ 
dente. Altri autori aggiungono che anche Zefiro amasse Giacinto, e per 
gelosia facesse deviare il disco lanciato da Apollo con sapiente destrezza. 
La favola — ritratta in versi da Ovidio (Metam. X) e in pittura dal Dome- 
nichino adombra il ritorno del sole (Apollo) verso il nostro emisfero ed 
il tepore dei venti di mezzogiorno (Zefiro), perchè il giacinto fiorisce al 
solstizio primaverile. ]; Vari sono i significati attribuiti al magnifico, fra¬ 
grantissimo fiore dagli studiosi del simbolo. La baronessa d’ Orchamps gli 
attribuisce espressione galante : permesso di amare; la Serao raccomanda di 
donarlo . per la irresistibile passione, non alla donna del tenero e rispettoso 
afietto » perchè esso è simbolo di voluttà; altri lo elencano come simbolo 
di amenità (Zaccone), di benevolenza, di gelosia, di giuoco, di lutto (Gori). 

280. aiAGGIOLO — V. Iris. 

281. GIAI.AFFA — Jìelìa di notte — Pianta originaria del Perù, orna¬ 
mentale e medicinale, dai petali bianchì e gialli screziati di rosso, che 


IO 




14(5 

si aprono al tramonto per chiudersi all’aurora. Simboleggia la timi¬ 
dezza. 

tious le voile mieUrieu,c 
De la rraintive modestie, 

Tu veur rchapper ti noe ijeur 
Kl tu n'eti ea plus jolie. 

282. G-IAIiIiO — Colore di natura luminoso, caldo, festoso, che dà vi¬ 
vacità ed evidenza agli effetti pittorici, ed — insieme al rosso e al turchino — 
è dichiarato perfetto (Mengs) come quello che è dotato di una tinta unica 
6 ben terminata, anche nelle sue infinite variazioni. Il giallo è il colore 
dell’ oro, il vivido colore degli sfondi nei quadri bisantini, ed araldica- 
mente con l’oro si identifica, nobilissimo tra i nobili metalli del blasone, 
simboleggiente la fede, la ricchezza, lo splendore, la forza, la gloria, il 
potere, il comando, rappresentato graficamente con il punteggio dello scudo, 
delle pezze e delle figure. || Il giallo ha in sè una ieratica seduzione e 
nell’oriente è il colore piu elevato della gamma simbolica, gialle essendo, 
in genere, le assise sacerdotali, le insegne imperiali cinesi, la zimarra 
dogale veneziana. , In Birmania il giallognolo delle foglie morte dell’ au¬ 
tunno è la tinta del lutto. || Nell’ antica Grecia ed in Boma il giallo era il 
colore delle feste e delle nozze; e di esso erano i veli delle spose (Plinio). 
Però portavano la parrucca gialla le donne di partito, uso che trova ri¬ 
scontro nella Francia dell’ evo medio dove la cintura gialla era il con¬ 
trassegno della prostituzione. || Nell' occidente si aveva, infatti, una 
considerazione del giallo del tutto opposta a quella orientale. Il concilio di 
Latrau decretò che tutti gli ebrei portassero un distintivo giallo sul vestito 
(1215). Il II costume del buffone di corte era un incrocio bizzarro di striscie 
verdi e gialle ; qualche buffone volle satireggiare il padrone e vi aggiunse 
delle striscie rosse, mescolando cosi con il rosso la porpora reale, il verde 
delia infamia e il giallo della pazzia. || Altre volte il giallo fu preso per 
simbolo di infamia, e i collaboratori del boia ne impiastricciavano le porte 
dei palazzi appartenenti ai rei di lesa maestà. Es. : al palazzo del conne- 
stabile di Borbone (1521) e del principe di Condè (1653). || Genericamente 
il giallo è simbolo del disprezzo. Es. : Giuda veniva dipinto con abiti 
gialli; gialla si dice la stampa che assume cause antipatiche alla opinione 
generale. || In Bretagna il berrettone giallo delle villane indica vedovanza. 

283. GIGLIO — Uno dei pili squisiti subietti della flora romantica, caro 
ai sentimentali ed ai poeti. Gli ellenici lo dissero nato dal latte di Giunone. 
Virgilio trae dal giglio la più soave delle sue imagini : 

ACf veluti in pratis, uhi upsM cuataii aerniti 
Floribus insidunt vffrits. et atudida nreum 
I iìia futtduutui*. 

{Eh. vi - 707». 

E di gigli fa coronare dalle ninfe il vago Alessi (Kcl.)\ e ancora invoca 
sulla salma del giovine defunto : 

Tu Marcéllus erii<! Mimibun date Ulia ptniiet 

{En. VIj. 

Tutte le creature più dolci di Shakespeare — Cordelia, Imogene, Giulietta, 
Miranda, .lessica. Ofelia — resipirano l’aura sospirosa del giglio; .Sohelley 





i47 

ispira dal giglio i suoi versi più spirituali (Inno della Bellezza intelleffnale). 

chiome e sui seni della bellezza, sulla mensa lussuosa, come sui sem¬ 
plici altari, nelle austere celle del chiostro, sul marmo funerario dell’avello, 
per il profumo soave, per la nivale bianchezza, il giglio parla un arcano 
linguaggio simbolico, nella leggenda e nella storia. Simbolo riguardato con 
amore e con venerazione, cosi dalle genti dell’ estremo 
oriente, che lo posero in mano all’idoletto trifronte 
San Pau, come dai gentili e dalla Chiesa cattolica ohe 
significò in esso la purità della Immaéolata; e ne 
recano il lungo stelo ondeggiante le mani alabastrine 
delle vergini e dei santi, dai grandi occhi limpidi e 
assorti, dalla fronte di esangue candore in cui palpita 
l’ascetico pensiero: Antonio da Padova, Luigi Gon¬ 
zaga, Stanislao Kotska, Alberto di Trapani, Casimiro 
di Polonia, Gaetano da Thiene, Francesco Saverio, 
santa Chiara (com’è dipinta ad Assisi da Simeone 
Martini)..,. È tutta una fiorita di canti e di leggende 
attorno al giglio. La fantasia del medio evo gli at¬ 
tribuì il mistico dono di svelare l’avvenire. Nel mo¬ 
nastero di Corves (Weser) tre giorni prima della morte di uno dei fratelli, 
un giglio si staccava da una ghirlanda sospesa nel coro per posarsi sullo 
stallo di colui ohe era designato alla prossima ora fatale e che poteva cosi 
— per grazia divina — purificare in tempo l’anima sua. (| «I gigli sono 
l’antfco geroglifico della bellesza, come racconta Pierio Valeriano, forse 
perchè il giglio tra gli altri fiori ha quelle tre nobili qualità che riconobbe 
una gentildonna fiorentina nella statua fatta da scultore poco pratico; 
perchè essendo ella dimandata quel che giudicasse di tal statua, ella con 
grandissima accortezza disse, scoprendo le bellezze di una donna compita, 
e la goflfezza tacitamente di quell’opera, ohe era bianca, morbida e soda, 
per esser queste qualità del marmo stesso necessarissime in una donna 
bella, come racconta Giorgio Vasari, e queste tre qualità ha particolarmente 
tra gli altri fiori il giglio » (Ripa). || In altri passi il Ripa stesso — d’ac¬ 
cordo con altri trattatisti — indica il giglio quale simbolo della fede e 
della speransa. 

Le h*s, plu3 noble et plus bHUant 

I^ve sana crainte un fj'ont maje$tì4€itx : 

Paisible roi de l'empire de Fiore, 

D'iiìi autre. empire H eat embli-me heureur. 

{PanitjJ. 

Il giglio è il più nobile dei fiori blasonati. |( L’origine dell’emblema nello 
■scudo del reame di Pranoia risale alla vittoria di Tolbiacum ((Ziilpich) 
dove i franchi di Clodoveo sconfissero gli alemanni e si cinsero il capo di 
gigli (41)6). Questi adornarono i vessilli di Francia nella crociata di Luigi 
il Giovine (1147); ma la triplice riproduzione del « fieur de lis » dei « gigli 
gialli » (Pur. VI — IfiO), tu ordinata da Carlo il Saggio (1376), come emblema 
officiale della dinastia e del reame, per onorare la Trinità Santissima. 
Quando, alla vigilia della formidabile tempesta che doveva spazzare la 
monarchia secolare si formarono le società secreto, i loro capi riassunsero 
in tre lettere misteriose — L. P. D. : lilùt pedllms deetrue! —il loro pro- 



_T1 • ni eli 


OEUUA 








oro — 


148 

posito, e cominciarono ad ordinare di distruggere il giglio e di calpestarlo 
perchè non potesse gittar nuove radici. Lo stemma gigliato sopravvive sol¬ 
tanto in quello del maggior ramo dei Borboni. Alcuni sostengono però 
composti araldicamente con la foglia intermedia al di 
sopra e appuntata nella parte inferiore e con le punte 
inferiori curvate e allacciate da un nastro — fossero 
in origine figure di rospi, indicanti le regioni palu¬ 
dose d’onde i primi franchi erano giunti; e per di¬ 
leggio i fiamminghi chiamavano « crapauds franchos » 
i sudditi dei re francesi. Altri credono che dette fi¬ 
gure non fossero nè di vegetali nè di animali, si bene 
ferri di lancio o capocchie d’ armi usate nelle crociate. 
Il Discussa è pure l’origine del giglio di Firenie, 
— d’argento e bottonato — che in un primo tempo 
fu bianco in campo rosso. Se ne invertirono i colori 
quando il popolo fiorentino — tornando vittorioso dalla 
battaglia di Monte Robollni contro i pistoiesi — cacciò 
i nobili ghibellini dalla città (1251) , e Dante ricorda 
il fatto per bocca di Cacciaguida : 



UlOliJO ARALDICO 

1. Pvimitivo - 2. dell* evo 
medio - 3. del Hinasci- 
mento •A. di Luigi A'/T 
- 5. Fioreuthw. 


('on queste genti vid* io glorioso 

E giusto il popol suo tanto, che M giglio 
Non era ad asta mal posto a ritroso, 

Nò per divis'ion fatto vermiglio, 

{Par. XVI 


ini). 


Il Crollalanza ed il Borghini credono che il giglio di Firenze sia il fiore 
del giaggiolo (ireos fiorentina), coltivato con amore sulle rive dell’Arno, 
e che forse diede pure il nome alla gentile città delle arti : 

Alfine gli abitanti per memoria, 

Poiché era posta in un campo di fiori, 
lie donno il nome bello onde s* ingloria. 

(Fazio degli Uberti - piiUimondo). 


Il giglio fu sempre contrassegno dei guelfi. || Un ordine cavalleresco mi¬ 
litare di Nostra Signora del Giglio fu istituito dal re di Navarra Garzia IV, 
in memoria di aver ritrovato in un giglio l’imagine della Vergine, che gli 
fece ricuperare miracolosamente la salute (1CI48). 


284. G-INEFRO — Vediamo assegnati parecchi significati, nel linguaggio 
dei fiori, al ginepro, eccellente fornitore di bacche aromatiche per le im¬ 
bandigioni venatorie; amato dagli uccelli, dalle lepri, dagli insetti, dai 
mille deboli della foresta, si che gli attribuiscono il simbolo dell’ asilo, 
del soccorso, della consolazione. Con tutto questo, i mitologi lo ricordano 
consacrato alle Furie; ma la contradizione più patente che fa del ginepro 
un simbolo ancipite e mal sicuro ci è offerta dall’amico Ripa; il quale, a 
questo proposito, non ha una fondata derivazione di pensiero, e ne inghir¬ 
landa la memoria grata, « per tre cagioni, l’una perchè il ginepro non si 
tarla nè a’ invecchia mai.... la seconda perchè non gli cascano mai le foglie.... 
la terza perchè le granella del ginepro stillate con altri ingredienti, giovano 
alla memoria, od una lavanda bollita con cenere di ginepro, parimenti 


* 



idi) 

couterisce molto alla memoria, come tra gli altri tisici, insegua il Gual- 
thero nel trattato latino della memoria artificiale », Per contrario, nella 
descrizione dell’imagine della oblivione (di Giovanni Zaratino Castellini) 
il Ripa stesso dà alla vecchia donna che la raffigura un ramo di ginepro, 
e tenta spiegare la stridevole antitesi stabilendo — senz’ altro — che < si 
come un animale per diverse condizioni di natura 
che ha può essere simbolo di più cose, e di cose con¬ 
trarie..., cosi una pianta, per molte virtù di dentro 
e di fuori, per diverse qualità che avrà, e per varie 
cagioni, e accidenti da poeti imaginati, può figurar 
più cose, ancorché contrarie. Pigliamo dunque ri¬ 
solutamente il ramo del ginepro per ramo d’obli¬ 
vione. da poeti latini chiamato ramo leteo > ; ed oltre : 

« In quanto all’ oblivione, a sonnolenza, l’ombra del 
ginepro è grave, e offusca la mente di chi sotto si 
posa, non senza balordaggine, e doglia di testa.... 

Specificamente poi nomina Virgilio nel penultimo 
verso dell' ultima egloga il ginepro d’ombra grave ». 

Non possiamo — naturalmente — accettare le conseguenze incoerenti della 
comoda teorica del buon Ripa, perchè nella elaborazione del simbolo deve 
avere il massimo valore la determinazione concettiule degli elementi di 
identico carattere e costantemente ricorrenti. 



28.'>. OINESTRA — Piccolo fiore dai petali gialli e odorosi, inseriti 
sui lunghi steli, ritrovato dal cantore di Silvia e di Nerina sugli aridi 
fianchi del Vesuvio, e da lui cantato in versi famosi, che imprecano con 
amara ironia alla natura ed alla sorte degli uomini. 
Piccolo fiore, ohe ebbe un grande poeta, e nel silenzio 
e nell’abbandono del suo cespuglio si accontenta di 
esprimere umilmente le virtù domestiche, la net¬ 
tezza, la pulizia. 

K i>ieKlierai 

Hutto U l’asi’iu mortai, uon ronileute 
^ Il tuo capo innocente. 

(Leopardi - Ji flore dei deserto - 307). 

Con i suoi ramioelli — gracili, folti, lunghi, tenaci 
e tìessibili insieme — si fanno, infatti, ottime scope, 
e la scienza, che non ha le vaghe e liquescenti espres¬ 
sioni della poesia, ha determinato il nome della 
ginestra in spartmin scoparium (Linneo), cytistis scopariun (Link), ge¬ 
nista scoparia (Lamarck). 

28(J. GIOGO — Traversa di legno con cui si tengono subietti i buoi 
che debbono trainare. I romani obligavano i vinti a passar nudi e chini 
sotto una specie di porta molto bassa, formata da tre picche, due piantale 
in terra in senso verticale e sormontate dalla terza in senso orizzontale, e 
ciò si chiamava « mittere sub jugum », eccesso della sommessione. || Nella 
serie iconografica si hanno pure gioghi volontariamente assunti, come quello 
che è attributo del matrimonio ( « capistrum maritale » Giovenale VI - 43) ; 














i5(l 

(lell’obedienza a Dio, ed altri gioghi ohe hanuo genericamente l’etimo del 
dovere. Es. : l’impresa del fanciullo Medici, poi papa Leone X, con il 
motto: t Jugwn meum gitane est*. || D giogo è però quasi sempre segno 
di obediensa dolorosa e di scMavltìi, e si pone generalmente spezzato, 
come le catene, nelle allegorie della libertà. 

Popol ohe sotto al giogo inerte giace 
a presso di viltà c'ompra la pace. 

(Rapisardi). 


387. GIBASOIiE — Ippolito Pindemonte narra l’origine mitologica di 
questa pianta, detta anche elianto o fiore del sole, e che molti confondono 
con 1’ eliotropio : 

Dice la lama e cantano i poeti 

Che una Ninfa nel viso e nel cor bella, 

Cara fieli’ Ocèan prole e di Toti, 

Cosi piacesse al Sole, ohe per olla 
Spesso dal ciel, che ne stupì, scemlea. 

Se non che Clizia — la bella ninfa — dopo essere stata tanto «mata da 
Apollo, si vide abbandonata per Leucotoe e deliberò di morire di fame. 
Per nove giorni e nove notti, non toccò alimenti, e stesa al suolo, con le 
treccie sparse e gli occhi fìssi nel Sole incessantemente, fu alfìue, dalla 
pietà degli dei, cambiata in quel fìore che dicesi giri col moto medesimo 
del Sole. 

Olà in fior che ha fosco il grembo e crocco il manto 
Si restringo il bel corpo e si trasforma. 

Forma»! alfifi Quel cor che balzò tanto, 

E tra le fibre e i nuovi stami avvolto, 

Il tocoso sospir resta ed il pianto. 

Pur Quol nuovo miracolò là volto 

Sempre si vede, ove il Sol d’alto hnlltt: 

Oì?ni dritto non viene ad Amor tolto 
B nel fiore arde ancor qualche scintilla. 

E il Carducci : 

Clizia Oceania vergine 
Per te conversa in liore 
Ancor mutata serbati 
Il non mutato amore. 

fA t'dm .ijiolliiifl. 

liliale connessione può avere il mito della ninfa oceanina con l’importa¬ 
zione del girasole dal Messico ili Europa, a Madrid (1562), è argomento 
che non ci appartiene. La grande rosa solare, di composta euritmia, di co¬ 
lore vivace, ebbe onori eccelsi nei sacrari di Flora; e la sua caratteristica 
di chinarsi verso l’oriente allor che appare il sole, e di segpiirlo nel corso 
diurno, anche quand’ esso è velato dalle nubi — fenomeno che si rileva in 
altri fìori compositi — fu subito usufruita dai letterati piaggiatori, i quali 

_ nell’ infelice epoca del oortigianesimo — vi ravvisarono tosto tutte le 

sìgnìfìcazioui della devozione, della costanza, dell’ ammirazione, della ri- 
conoscenza, della fedeltà. Cfr. : Ruscelli nella prolissa spiegazione dell’ im¬ 
presa di Aurelio Porcelaga, e con il suo riferimento di un sonetto amoroso 
del Bembo, e che si chiude cosi : ~ 


Nè maggior guidertloiK» «le le mie jfoue 
Posso aver di voi st^essa ; on<P io mi giro 
Pur sempro a voi, com’ Elitropio al Sole. 



I5i 

Anche il Sezanne assunse il girasole come emblema della costanza nei 
freschi della facciata di casa Stagni a Bologna (1892). || Più ragione¬ 
volmente i moderni instauratori di simboli, osservarono che il gira¬ 
sole appare quando il sole entra nel tropico del cancro ed è al colmo 
della sua forza e del suo splendore ; si che potrebbe avere il carico di 
rappresentare l’adulazione, la quale non compare con il potente, non stacca 
mai gli occhi da lui, è duttile ai suoi voleri e lo segue con trepido os¬ 
sequio, Il Questo fiore venne consacrato a Giovanni l’evangelista, e se ne 
ornarono di sovente le imagini del santo. 

288. OXlTlTCHIClXiIA — Benché nata fra le messi folte e vigorose, la 
giunchiglia è un fiore pallido e stanco, simbolo degli amori che si consu¬ 
mano, si logorano avvizzendo le anime (Serao). Vana, sottile, aulente, 
viene di sovente scelta dagli eleganti e appassisce ai loro occhielli, senza 
essere amata, senza essere baciata (Avallone-Lepri). Emblema di languore 
amoroso (Zuccone); di infedeltà. || Nell’araldica etnografica la giunchiglia 
è indicata come simbolo del paese di Galles, (v. Fiore, Porro). 

289. GITTITCO — L’ « umile pianta » onde Dante viene cinto da Virgilio, 
secondo il consiglio di Catone, per togliervi dal volto le traccio de’ soffi 
infernali (Purg, I); palustre, dritta, di gracile stelo, senza foglie, pieghe¬ 
volissima, simbolo appropriatissimo della umiltà, della sommissione, della 
docilità, e — chi sa perchè? — della indiscrezione. 

Lft jone ««r appuin uoveatu- 

Doit eui'haitier Ictirs rameauj;. 

(l'wuy). 

GLICINA — V. JAlla. 

291. GLOBO — V. Sfera. 

292. GITAFALIO — Nomo delle asteraceo a cui appartiene la xtella al¬ 
pina o bianco di roccia (leontopodinm atpinum) comunemente nota sotto 
il nome di « edelweiss », a cui si associa la poesia 
della vetta, e che è simbolo ' del ritroso pudore, 

(Lioy), di coraggio e di gloria (Serao). Perchè? si 
comprende l’ etimo del significato quando si consideri 
che per cogliere una stella alpina occorreva dare la sca¬ 
lata ai ghiacciai ed agli erti macigni isolati nei grandi 
spazi dell’aria, dove i piccoli fiori si serbavano ver¬ 
gini da ogni umano contatto ; ma oggi essi « si per¬ 
mettono di abitare a soli cinquecento metri di altezza » 
e < se ne vendono in ogni vallata. Li porta sul cap¬ 
pello qualunque grullo che ritorni da stabilimenti 
d’acque ferruginose, o li reca all’ innamorata intrec¬ 
ciati in mazzolini o dissecati in quadretti » (Lioy). 

Scarso coraggio, dunque ; e nessuna gloria. Non me¬ 
rita, infatti, codesti onori eccessivi il fiorellino, che deve la rinomanza 
artificiosa un po’ anche alle importazioni di voga tedesca ed ai cappellini 
verdi degli andarmi calanti a frotte dal Gottardo, dal Brennero, dalla Pon- 
tebba, por seguire — nella migliore delle supposizioni — l’itinerario bac- 











152 


chico dei loro ardenti desideri. Cjuanta verità su (questo iioru di moda, 
nei giocondi versi vernacoli di un nostro compianto amico : 

Con (ti foèttj xeuza Honomaj hìo /tor ' 

per tutto {tentilezza I* c ’pelòs, 
et manca de profumm, et gh'ha ou' color 
de lèffora ecapxìoda ; 

Mocievol e ffroztóa 

• come un orseit. no' U oic che tn mezz ai hohm : 

quand l*è fresche Cè come se '/ fudess paM : 
quand Vè pass, Vè anmò hrutl come a vess fresvh,... 

L'è stada own Irovada 
de dxigh on nomm iedesch. 

(Giulio Silva). 

Noceysariamente anche questi fiorellini gentili non mancano delle loro leg¬ 
gende poetiche. Si dice, certi paesi, ch’ossi siano le lacrime di una miste¬ 
riosa dama bianca; e gli svizzeri pretendono che in edelireisH si sia spezzettata 
la stella dei re magi, dopo aver compiuta la sua alta missione e dopo avere 
errato a lungo per isole e continenti, in cerca di un soggiorno perfetto. 
11 quale — fu naturalmente — la montagna elvetica. 

293. GRAMIGIVA — Erba campestre, serpeggiante o tenace; simbolo 
di ostinazione. Era dedicata a Marte. 

Cui più iiiuxùdi soli la mabri^piia 

Natura agli implicati 

Koveti arrido o all' iuvida gramigua. 

(Aleurdi - A una aula}. 

(v. Corona). 

291. GRANATO — Pietra di rosso cu)) 0 , molto pregiata dai gioiellieri : 
simbolo di costanza. 

205. GRANCHIO — v. Cunav. 

296. ORANO — v. Pane, Spica, ' 

297. GREMBIALE — Nell’ iniziazione massonica viene presentato al 
neofita un grembiale < simbolo di quel Lavoro incessante del cnore e 
dell’ anima, che d’ora in poi devq essere la sua Preghiera e la sua Legge » 
tSaunier). || Presso il popolo della Montagna Nera il grembiale feminile 
era imposto agli uomini come simbolo di codardia. « Negli Statati del Ve¬ 
scovo Danilo il codardo convinto di codardia era condannato a portare per 
tutta la sua vita un grembiale donnesco, perchè fosse manifesto che nel 
suo petto non batteva un maschio cuore » (D’Annunzio - Proclama per il 
Montenegro - settembre 1921). 

298. GRIFONE — Animale non mai esistito in rerum luttnra, e la cui 
parte anteriore è di aquila con le ali e la posteriore di leone a quattro 
zampe. Aveva proporzioni di un bue; orecchie di cavallo; criniera di pinne 
di pesci ; rivestimento di penne nere sulla schiena, rosse sul petto, bianche 
nelle ali ; lunghissima coda. Gli antichi credettero alla realtà di questo 




lf)ij 

mostro ; ma alcuni opinavano esistesse soltanto nell’ India (Eliano), altri 
nelle regioni iperboree, dove custodiva le miniere dell’oro (Plinio). 11 grifone 
è per ciò simbolo sintetico di custodia e di vigilansa. Gli artefici dell’an¬ 
tichità, se ne serviron t'requentissimamente per or¬ 
namento di fregi e di altre membra d’architettura, 
nei peristili, negli atri, alle porte degli edifizi. I 
grifi con le teste d’uomo sono usatissimi motivi de¬ 
corativi essenzialmente orientali, dedotti dall’arte 
protodorica, con altre figure fantastiche di animali e 
di vegetali. Anche l’arte moderna usa spesso il gri¬ 
fone quale elemento ornamentale, applicandogli la¬ 
teralmente, o negli unghioni, scudi di armi o cartoccie 
di insegne, (j II grifo ha un simbolismo composito : 
come incarnazione del custode vigilante, le orecchie 
equine indicano l’attemioue, le ali la prontezza, 
la forma leonina il coraggio, il becco uncinato la 
prudenza, gli artigli la difesa. || Poiché il suo corpo è biforme con la 
riunione dei due più nobili animali — l’aquila e il leone — si vuole ve¬ 
dere in esso anche il simbolo del principe e dell’ eroe, e questo ai deduce 
dagli egizi, i quali con la mistica unione del falco e del leone esprimevano 
le più eccelse divinità. || Dante raffigura nel grifone il simbolo del Messia 
^^urg. XXXII. 26j. || Esso era dedicato ad Apollo, e qualche volta con- 
sacravasi pure a Giove ed a Nemesi. || Abdera e Teo l’avevano per em¬ 
blema. Il Anche gli etruschi lo usavano; e l’usarono i ghibellini, come, 
ad esempio, nello scudo di Grosseto, armato poi di spada (1328) in ricordo 
dell’eroica difesa contro Ludovico il Bavero. || Nel tesoro di S. Dionigi 
presso Parigi, un’unghia del grifone mandata in dono a Carlo Magno da 
Aaron, celebre calitìb persiano (807), venne mostrata a Linneo, che la ri¬ 
conobbe per un corno di antilope. || Tutti gli altri significati simbolici del 
grifone sono riconosciuti dagli armeristi. jj II vecchio stemma di Genova 
recava il grifone stringente un’aquila e una volpe negli artigli, con il 
motto: «Cosi Genova stringe i suoi nemici*. Perugia è detta città 
del grifone, perchè essa pure ha nel suo stemma il favoloso animale : « 1 
Fiorentini v’ aggiunsono per intrasegna il giglio bianco, e i Perugini talora 
il grifone bianco » (Villani I - 40). All’estremo di Fleet Street, a Londra, 
si erge uno strano monumento, con un maestoso grifone che posa le zampe 
anteriori sullo scudo recante l’armi della City. Di esso non si sa però dare 
una ragione etiologica. Un grifone impugnante la croce è 1’ emblema della 
chiesa collegiata di S. Guglielmo a Saint Brieuc (Costa del Nord), e vuoisi 
simboleggi l’idolatria vinta della religione. 

299. GRU — Uccello trampolliere, d’abitudini gregarie, nativo dello 
paludi d’oriente e trasmigrante con passaggi irregolari‘anche fra noi, in 
branchi numerosissimi e serrati, ordinati a triangolo isoscele, nelle alte 
regioni dell’atmosfera; singolare animale, le cui maniere interessarono 
tutti i maggiori poeti (Omero, Virgilio, Dante, Ariosto, Tasso) e del quale 
è strano non faccia cenno la sacra scrittura, benché esso non sia straniero 
nella Palestina, durante l’inverno. || Omero paragona allo « squadron delle 








15Ì 


gru » i troiani schiaiuazzautì (li. 111), e poiché la gru sa di essere ru¬ 
morosa per natura, prende in bocca un ciottolo per non rompere il pru¬ 
dente silenzio: 

Cosi il Termodonte 
Lascia tal’ hora esercito volante 
Dì Onte loquaci, che passando i Rogiti 
Del Tauro, e ivi temendo d'esser x^reda 
De 1’ Aquile rapaci, hanno sicuro 
Fra alpestri solibadini il viaggio, 

Mentre nel volo lor notturno e quoto 
Portan mut-e nel rostro un picciol sasso. 

(Casoni - Ernlil. polii.). 


Per vincere P impeto della rafS^ca la gru si carica di una pietra (firmat 
gravitate volatum) ed è indice rappresentativo della riflessione. Per non 
addormentarsi usa pure la gru tenere in una zampa un sasso che, cadendo, 
la ridesti; e questo sasso sì dice araldicamente vigi¬ 
lanza, perchè è parte integrale del simbolo di essa, 
appropriatìssimamente raffigurato dalP animale. 

lUilivae Samiits Mctae ceUberrinms auctor 
Tp36 Huwn clamit carmina dogma ìtrevi: 
t^no praetergressw! f quid agìsf quid omittis ageuditm f 
Uanc rationém urgens reddere quemque sihi, 

Quod didici3ae Oruum volitantum ex agmiue ferlur^ 
Arreptum gestaiis quae pedibxts lapidem : 
ye cennent, neu tratieverMos mata fiamiiia raptcHt^ 

Qua rationet hominum vita regevda fuit. 

(Àk'iato - Emhl. XV’lIj. 

Gli academici insensati di Perugia costrussero la 
loro impresa con una schiera di gru, portanti il sasso 
nelle zampe e con il motto : « VeL cum poiidere », e 
quelli Faternii ebbero la sola gru, pure con il sasso della vigilanza. || In 
genere l’apparire della gru era ritenuto buon presagio, e gli àugxiri an¬ 
tichi l’avevano tra i più favorevoli segni. || Era pure credenza che il recare 
seco i nervi dell’ali ed i piedi della gru alleviasse la fatica. || Lo stemma 
di Portogruaro porta due gru affrontate e farebbe credere fosse originato 
dalla frequenza delle gru ; esso invece è l’espressione grafica delia vigilanza 
esercitata dai celti, in quei luoghi selvosi, in mezzo ai quali scorreva il 
Leinene, e contro le cnlonie di Sesto e di Concordia, dedotte dai romani 
(da ginarìus, guardiano di bosco). 



cK)0. GUANTO — Come ogni cosa umana il guanto fu inventato per 
i bisogni dell’uomo. La leggenda volle intessere una graziosa storia 
d’amore anche per la sua origine, ma non ebbe fortuna; la moda ne fece 
un oggetto di eleganza, mascherando la mano di compostezza orgogliosa, 
rendendola plastica, classicamente modellata e fredda, con tepide pelli sca¬ 
mosciate o lucidamente levigate, con sete susurranti e merletti leggeri. 11 
guanto tradì sempre la sua bassa origine di necessità : quella di difendere 
dalla puntura delle spine — come Omero ci rafiìgura Laerte nel giardino 
{Odiss. XXIV. 280) — o dal freddo, come facevano i grossi guantoni di 
cuoio e di stoffa dei persiani, irrisi da Senofonte,, che non ne comprendeva 
l’uso sotto la purezza primaverile dei cieli dell’ Attica. In antico il guanto 













165 


i’u riguardato come indegno di comparire nelle occasioni di solenne rispetto. 
Gli ebrei coevi di Mosè, per confermare la verità di un fatto, dovevano 
togliersi il guanto e avere le mani nette, come la coscienza scevra da pre¬ 
giudizi ; e dalia gaia comedia di Shakespeare, I^e comari di Windsor, si 
rileva l'uso di prestar giuramento sui guanti. || Non era lecito presentarsi 
guantati alla corte francese, perchè se l’augusta persona del re avesse vo¬ 
luto dare una stretta di mano non doveva essere esposta al tocco di una 
pelle di bestia (Cherouel), (e quante volte sarà stato vano un tale ordine !). 
Un concilio di Aquisgrana vietò ai fedeli l’uso del guanto ; e leggasi negli 
Àcta Sanctorum dei bollandisti che un chierico sbadato entrò in chiesa 
senza levarsi i guanti, e questi gli restarono appiccicati all’ epidermide per 
beh quindici giorni, fin che a furia di preghiere e di digiuni e di dolori 
potè liberarsene. In certi paesi degli Stati Uniti d’America è di prammatica 
levarsi il guanto per la stretta di mano, ed il yankee bene educato, sten¬ 
dendola allo straniero, dice sempre « Excuse wy giovo! ». L’egoismo della 
conservazione, il pudore forse, 1’ alterezza di evitare contatti generici, fece 
si che fosse adottato codesto mezzo di interposizione fra il mondo plastico 
e il senso del tatto, organo squisito della cognizione. Il guanto assunse 
importanza aristocratica. Il re, i principi, i prelati, le dame si inguanta¬ 
vano pomposamente ; vediamo i guanti imbrandire gli acciari coruscanti 
nei tornei dell’evo medio; far sdilinquire ^n madrigali i poeti dal Petrarca 
in giù ; inorgoglire le mani dei d’Aurillac e Chantilly, sotto le blonde, nei 
hureaux d’esprit del settecento. || Gittare il guanto indica sfida e vendetta, 
e Corredino di Svevia, dal palco ferale, nella cocente brama della vendetta, 
lo fa volare sulla livida folla. |i Per la degradazione di persone condannate 
ad una pena si strappavano loro dalle mani i guanti. || Nella trasmissione 
di beni immobili l’atto rituale simbolico è la consegna del guanto. || Cosi 
in pegno di sicurtà, di salvacondotto -, dare il guanto significava impegnare 
la fede di cosa promessa, e dare nel guanto di qualcuno voleva dire 
appartenergli : 

Ma forse i ’ non l’ho detto, 

Amor vi preme. 

•Amor? ijli avreste voi 
Dato nel guanto':' 

(Cecehi - Piuvuno Artvtto). 

Ancora oggi in oriente si usa rendere perfetto il contratto consegnando un 
guanto al compratore. || Al neofita massonico venivano offerti anche i 
guanti, « Simbolo dell’Amore del Vero del Bello e del Bene la cui Tri¬ 
nità deve incarnare il suo ideale, con l’obbligo di donarne uno alla donna 
amata, per renderla cosi la sacerdotessa del suo focolare morale, la custode 
del suo patto, l’amica vigilante che, nelle ore torbide, dovrà ricondurlo 
all’ osservanza del Dovere. L’omaggio di questo guanto a una donna, ri¬ 
cordava che la Società ha per base la Famiglia, sorta dai comandamenti 
della Vita, e che ogni Uomo non è veramente Uomo se non è triplo, ossia 
Uomo Donna e Figlio » (Saunier). || Perchè il guanto fosse ben fatto — 
secondo l’opinione degli inglesi — occorreva ohe la sua pelle fosse conciata 
in Ispagna, tagliata in Francia e cucita in Inghilterra. Erano però celebri 
anche i guanti di Napoli. 






15G 


301. OUFO — Si conoscono le l)enemerenze del gufo, ohe preserva dai 
parasiti infesti alle messi; ma le sue solitarie, lugubri abitudini di vivere 
sulle torri, sulle rovine, fra le mura dei cimiteri; il suo grido sinistro; la 
sua rapacità non lo difendono dagli odiosi pregiudizi che perseguitano gli 
animali moventisi nelle insidie del buio. La sua presenza è sempre annun¬ 
ciata come messaggio di morte. Didone è atterrita dal suo lugubre strido : 

Solaque culminibtu ferali cannine buho 

Saepe queri, et longae in ftetum ducere voce». 

(Kn. IV - ita). 

(Quando Ascalafo, spione di Plutone, è, per vendetta di Cerere, mutato in 
gufo, avrà in destino di presagire disgrazie : 

Foedaque sit volucrÌA ventin'i nutitia lurtus. 

Ignavus tubo dirum niortalibtm omen. 

(3feL V - 560). 

E indi/ Macbeth teme il tetro saluto del gufo < sinistro messaggero not¬ 
turno » (II - 2). Il Una generosa leggenda spagnola dice che il gufo — al 
tempo dei tempi — era un delizioso uccello canoro. Fatalmente egli si trovò 
presente alla morte di Gesù, e da allora odiò la luce del sole, e soffocò 
nella strozza il suo canto soave per gemere sempre (Gales). Un verso 
po))olare di bassa latinità calunnia, invece, il melanconico animale, asse¬ 
rendo ohe i gufi posero in croce Cristo : 

Chrietii» a noctuis datar nuppHrio. 

il Phisiologus toglie il velo dal simbolo, e spiega che per i gufi bisogna 
intendere i giudei. || Traccio di totemismo si hanno per il gufo, dedicato 
— insieme alla civetta — a Minerva, come prototipo di vigilanza i e rav¬ 
visato nelle paurose visioni della stregoneria germanica quale genio ed 
arbitro di certi alberi animati. || Il gufo fu anche simbolo di igfnoranza. 
« Dipingevano gli Indi.... l’ignorante, sotto la forma d’un gufo cieco, sordo, 
muto e nudato di tutte le penne, che volava per tutte le tenebre, e sedeva 
sopra il vacuo; volendo intender misteriosamente che l’ignorante fosse un 
barbagianni di giudicio, un cieco d’intelletto, un sordo d’ ingegno, un muto 
di volontà, nudo d’operazione, vacuo d’ogni buona cogitazione, ed offuscato 
in lutti i sentimenti interiori» (Garzoni - La sijwgogct degl’ignoranti - Ih. 






I 

3(12. I — Nella logica formale viene designata con / la proposiiione 
particolare affermativa, opposta ad una universale negativa (v. .4). || Segno 
dell’asse librale e unciale presso i romani. 


3ft3. IBI — A dimostrare che nel totemismo delle genti vive un senso 
di natura ignota e riconoscente, un tacito richiamo dello spirito e una muta 
rispondenza di generali consensi, sta il culto sacro degli egiziani per l’ibi. 
Essi gli rendono onori divini; nella geroglifica rappresentano con la sua 
testa Iside e Tot; e minacciano gravissime pene a chi lo uccide, anche 
inavvertitamente, o lo offende. Per sè il grande uccello bianco dalle gambe 
alte ed aspre, dal collo lungo, dal becco uncinato, 
dalle ali e dalla coda nera, è cosi legato alle terre 
del Nilo che si lascierebbe morire di fame se venisse 
altrove trasferito. Ed è un vero dispensatore di bene, 
poiché egli vi giunge dall’Arabia con le periodiche 
acque niliache fecondatrici ; e quando il gran fiume 
ha deposto il limo ferace, egli caccia e distrugge serpi 
ed insetti infesti alle culture, e scompare quando il 
loro pericolo è scomparso, con il degradare e il finire' 
della piena. || 11 Camerarius accenna a questa bene¬ 
fica azione che l’ibi svolge all’ occidente del ramo 
canòpico del Delta (Mareòtide) : 


Xunuiiiam accalit llm terrae Marei>tidiii arili», 

Vt moneat quanium poasit autor patriae. 

ISìjmb. m-XXXIX) 



Il II Ripa accenna all’ibi come animale sordidissimo, forse in causa del 
cibo. Nella simbolica, invece, vediamo l’utile trampoliere indicato come 
siinliolo del beneficio — e ci pare appropriata attribuziofae — e, so l)ianco, 
come simbolo dell’ innocenza, (v. Ceeelli). 


3('t4. IDB.A — Mostro spaventevole della palude di Lerna, nato da Ti¬ 
fone e da Echidna, con setto teste, che troncate subito rinascevano e con 
il fiato velenoso. Fu ucciso da Ercole. Metaforicamente si adopera l’imagine 
di questo favoloso animale per indicare il ripullulare e il moltiplicarsi del 


f 










158 

è quella dell’ettacordo dei vizi o dei peccati condan- 

Sette Siri oi colmano di mali 
Pari ai sette peccati mortali, 

Pari ai capi deir Idra Lernea 
Cui d’Alcide la clava mietè. 

(fl-. Rossetti - Ciitfto mttrs/alf). 

Il verbosissimo Gerolamo Ruscelli, chiosando l’im¬ 
presa di Sforza Pallavicino — un idra epticefala con 
il motto Ut cunque » — accenna al simbolo più 
comunemente riconosciuto nell’idra, della invidia e 
della maligfnità ; ma poi — ricordando che, secondo 
l’opinione allora corrente, si raffiguravano nelle sette 
teste malefiche i sette peccati mortali — adverso 
fiumint si dissipa per trovare nella bizzarra impresa 
« le sette virtù contrarie ai già detti vizi », le quali, 
naturalmente, dovrebbero condecorare «l’animo in¬ 
vincibile e insuperabile » dello Sforza Pallavicino. || 
Alcuni autori danno nove, cinquanta e fino cento 
teste all’idra. In senso ironico Arnaldo Pnsinato così cantava ai piccoli 
Tiberì d’Italia: 

Sono ofiuto le teste, non una * 

Di quest’ idra che Italia si noma. 

{A (Jenf>va - 1S4S). 

3f)5. INCENSO — Olibano — Rèsina che si stilla da un albero del- 
1 India e dell’ Arabia e che si arde nelle cerimonie religiose, dando grade¬ 
vole fragranza. Simbolo dell’ oraiio&e (Martini) e di sacrificio, come quello 
recato alla stalla di Betlomnie dai insgì. 

.306. INCEDINE — Istromento su cui i fabri battono i metalli, simbolo 
di resistenza, raramente usato nelle imprese. Es. : in quella del cardinale 
Innocenzo Cibo, con il motto: * Durabo t (Ruscelli). 

Il vostro fral destrier vi cadde sopra, 

H mio fu saldo come ferma tnonde. 

(Alam. Girone il cortese - VII - 135). 

L’incudine con altri istromenti da zecca è data a Giunone Moneta, opinando 
alcuni contrariamente a Cicerone (De divinatione II) che questo soprannome 
si desse alla dea perchè invocata dai coniatori del publico denaro. || Con 
il motto: « In quascunque formas » l’incudine fu l’impresa dell’academia 
fiorentina degli Infuocati (Celli). 

307. IPPOPOTAMO — Gli uomini delle età primarie, concependo la 
natura come l’unica energia attiva informante tutte le manifestazioni della 
materia e dello spirito, la raffigurarono come qualche cosa di grandioso, 
di superiore all’ umanità, ma senza alcuna traccia di benevolenza. Nota Lu¬ 
crezio che la vita — già per sè stessa colma di inevitabili mali — sarebbe 
stata assai più tollerabile se non esistessero i timori soprannaturali; gli 
uomini, invece, vollero conservare piuttosto i propri timori che perdere 


male, la cui sintesi 
nati dalla chiesa. 



IDRA 










169 


le loro illasioni. Cosi si spiega il culto al fulmine, alla tempesta, alle 
ignote potenze davanti alle quali essi cadevano sgomenti e adoranti con il 
volto a terra, e si comprende pure l'onoranza divina resa a bestie mo¬ 
struose e terribili per allontanarne o placarne le ire e per il timore die 

esse invidiassero le propiziazioni fatte ad altri animali. In Tebe egizia_ 

narrano alcuni autori — si venerava Apet, divinità dell’ allattamento ma¬ 
terno, rappresentata superiormente dalle deformi sembianze dell’ ippopo¬ 
tamo ed inferiormente da fattezze umane. Gli egizi, però, ravvisavano il 
triste Tifone nel massiccio e obeso animale dal testone informe, le larghe 
nari, la gonfia ventraia, le gambe brevi e tozze, brutto quanto dtìnnoso, e 
che essi chiamavano maiale iVacqua invece che cavallo di fiume come si 
dovrebbe dedurre dalla etimologia. || Ad Ermipoli era dipinto in lotta 
con lo sparviero, che simboleggiava Osiri, cioè la 
virtù. Il Nella « gran bestia » (Heemot) del libro di 
Giobbe (XL. 10—19) vi fu chi vide l’elefante e chi, 
invece, con ragioni convincenti, riconobbe l’ippopo¬ 
tamo, per statura poco minore all’ elefante e con ca¬ 
ratteri zoologici rispondenti alla magnifica descrizione 
che ne fa il libro epopeico della pazienza. || È animale 
di sguaiati abbandoni, vivente nel brago, in incom¬ 
poste delizie, tutto guastando e distruggendo : acconcio 
simbolo dell’empietà, poiché, per soprassoma, «per 
violare la madre ammazza il padre » (Ripa). Pone- 
vasi l’ippopotamo « in calce allo scettro » dei re 
egizi (Aristofane-f/cceWi), per ammonire il re a < non 
essere empio e ingiusto » (Cartari). 



308. IRIDE — Arcobaleno — Questa meteora che è uno dei segni pii'i 
notevoli della magnificenza della natura, corrispondendo ad un momento 
fisico e nel medesimo tempo ad un momento biologico, è nel senso letterale 
e naturale come nel senso figurato e morale il più idoneo emblema dei 
rapporti fra il cielo e la terra, della riconciliazione, della pace. Iride è 
la mistica messaggera degli dei (Omero), e particolarmente di Giunone, 
dea dell’aria j e figliuola di Taumante (il cui nome greco significa am— 
mirare') e della oceanina Elletra (Esiodo)j divinità puramente fisica, veloce 
come il vento, con le ali d’oro, piena di rugiada, tra le cui perle scherza 
il sole, che la corusca di mille colori {Eneide V - 700): 

tu-monia settsniplioe 

Pei colorì che han dall* ombre urto e iìgrira. 

(Fanboni). 

Nel mito nordico l’arco celeste è il ponte che dalla sfera superna comunica 
con la terra. Al cessare del diluvio punitore Dio lo pone fra sé e la terra 
ed è il segno del patto che non verranno altre acque a sterminare i vi¬ 
venti [deiieià IX - 13). 


Come HI vol^on per tenera nube 
Due tirchi paralleli e concolori 

(filinone a mia anceMa inl»e, 







160 


Nascendo di qnel dentro quel di fuori, 

A guisa del parlar di quella vaga 
eh’ umor oonsunse come sol vapori ; 

E fanno qài la gente esser presaga, 

Per lo patto che Dio con Noè pose. 

Dcd mondo che giammai più non si allaga.... 

(far. Xn - 10). 

Le ilonnicciuole di Toscana danno ad intendere ai fanciulli ohe pa.ssando 
sotto l’arco celeste si muti sesso (Biscioni). 

E vari nostri nomi mascolini 
■ Passaron qua sotto l’arcohaleno 

E sono diventati femminini. j 

(Fagioli - Uìme I - 151). 

L’arcobaleno è tanto piii grande quanto il sole è piii alto; onde la signifi¬ 
cazione del motto « A magni» maxima » animante l’arcobaleno dell’ im¬ 
presa del generale Giovanni Battista d’Arco, conte trentino (Gelli). || L’iride 
contenendo tutti i colori, è detto anche segno dell’ alleanza, e si appoggia 
su due torri nell’emblema dell’Honduras. 

.S09. ISIS — Giaggiolo — É il fiore di giaggiolo dello stornello della 
perfida Lola,’ il quale fiorisce a diversi colori come l’arco celeste, nude e! 
nome.n (Plinio); fiore poetico, di lieve e grato profumo. 

L’iria demanda un abri aolitaire, 

L’ombre ettiretient sa beante paaaegére. 

, (De Fontases). 

Gli si attribuiscono parecchi significati simbolici : l’ indulgenza (D’Or- 
champs), la passione ardente.... e l’indifferenza; il messaggio lieto; 
l’alleanza. Agostino Préault — insigne scultore parigino dei nostri giorni — 
seguendo l’ammaestramento dei vecchi pittori che ponevano il nobile e 
ricco fioro dell’ iris fiorentina nei grandi quadri — trasse da esso nuovi 
modelli di suprema eleganza decorativa, e diceva di trovarvi potere e 
bellezza. 



J 


310. JUCCA - Gigliacea oriunda dall’America, ornamentale, dall’ampia 
e bella ciocca di fiori bianchi a pannocchie piramidali; dalle foglie a lama 
di spada : fiore orgoglioso che si inalza a statura gigantesca, ed è simbolo 
ui gr^andeisa, di elevazione (Zaccone). 





u 


é 
















L 


311. LACCIO — Lacci d’amore sono gli ornamenti esterni dello scudo, 
fatti di cordone circolare intrecciato con quattro piccoli nodi alternati con 
altri quattro più grandi, e con le estremità a fiocco. In origine erano il segno 

d’amore donato dalle dame ai cavalieri, le « sciarpe 
ricamate nell’ansia dell’attesa» (Giacosa), e che si 
portavano a tracolla o all’ elsa della spada. 11 su¬ 
premo ordine della Annunziata, istituito dal conte 
Verde, Amedeo VI di Savoia (1362), fu detto da prima 
ordine del Laccio d’amore, perchè se alcuni attri¬ 
buirono al suo pio fondatore l’assoluzione di un voto 
alla Vergine, altri dissero che egli aveva voluto isti¬ 
tuire l’onorificenza cavalleresca per omaggio a una 
dama, la quale aveva tessuto coi propri èapelli il 
simmetrico laccio e glielo aveva donato. 11 laccio 
d’amore che attornia il blasone delle vedove è detto 
cordelliera (Ginanni) ed è bianco e nero. 

312. LAMBELLO — v, Rastrello. 

313. LAMPADA — Il disegno usitatissimo di questo arnese comune, 
che compie 1’ utilissima funzione di apportare e mantenere la luce, è una 
delle formule simboliche ohe, per la propria elementare semplicità ed evi¬ 
denza, rappresentano una tacita convenzione dell’ uomo con l’invisibile. 
Nel lararium — il luogo piu secreto della casa, dove si ponevano le sta¬ 
tuette degli dei lari — ardeva ininterrottamente la lampada, simbolo della 
vigìlanaa, come un occhio affettuoso sempre intento ed eguale, vegliente 
alla salute della famiglia. E la lampada sostiene la veglia dello studioso, 
del lavoratore, del soldato. || È la vita; chè in essa «l’olio infuso per far 
vivo il lume ne dimostra quel vital umore del quale il calor si pasce per 
dar vita al corpo » (Ripa). || E l’ intelletto « il quale per particolar dono 
di Dio arde nell’anima nostra senza mai consumarsi o sminuirsi; solo av¬ 
viene per nostro particolare mancamento che venga spesso in gran parte 
offuscato e ricoperto di vizi, che sono tenebre, le quali soprabondano nel- 
l’anima ed, occupando la vista del lume, fanno estinguere la sapienza » 
(Ripa). Il L’arte cristiana — che fino dai suoi inizi è sempre la visibile 
manifestazione dell’organico concetto di un pensiero ieratico organatore — 
assume la lampada come il simbolo della fede, della eapienia, della spe- 



l.AOCir> n’ AMOHK 










ranza e di altre simili concezioni, di ovvia elaborazione logica. {| L’arte 
in genere trova nella lampada il segno manifestativo pili acconcio della 
civiltà, del progresso, della scienza, della filosofia e simili. || Cosi parla 
la lampada nei dolci versi del Pascoli; 

Oh’ io penda sul capo n fancinlla 
che pensa, 

Kii madre che prega, su culla 

che piange, su garrula mensa, 
sn tacito avello : 

lontano risplendo l’ardore 

mio 4*aMto all’ errante ohe tritjt 
notturno, piangendo nel cuore, 
la pallida via della vita ; 
s’arresta; ma vede il mio raggio, 
che gli arde nell*anima blando: 
riprende l’oscuro viaggio 
(•.alitando. 

Le lampade dette priapee — sacre a Bacco, ad Iside, a Cibele, al Sole, a 
Mercurio — ornavano le case di prostituzione e s’accendevano soltanto al¬ 
l’ora nona. || In onore di Minerva, inventrice dell'olio, di Vulcano, primo 
costruttore di lampade, e di Prometeo, rapitore del fuoco al cielo, i greci 
celebrarono le feste lampadoforie. (v. Ca 7 ideki). 

314. HAMFOITE — Rovo dalle radici serpeggianti, dai fiori bianchi a 
ciocca, dai frutti rosei soavemente aromatici, che vuoisi originario del monte 
Ida (ruhun idaeus), ed al quale vediamo attribuita la significazione sim¬ 
bolica di squisitezza di sensi e di dolcezza di linguaggio, certo per il 
gradito sapore, onde si fanno sciroppi ed acque acconcie. 

315. Il ATTI!OA — Ortaggio le cui molte virtù medicamentose sono 
descritte dal Durante ; 

('onciliat somno». Honuicho Invluctt Halubrin, 

llamecint, reprimiUine, tnmentia vìncerà, e 1 alvuui 
Vrnrretti t'i rohihet. refrìfferoi.... 

ed arrestiamo la citazione poiché per questa alta dote sedativa, « ipicmiav) 
hoc maj-ime rofragefur Veneri » (Plinio), l’umile erba da insalata fu as¬ 
sunta a slmliolo della continenza. Dice 1’ Alciato : 

lujfttina *ìi‘nie fero (JypvU Athtttin 

Laclnca foliie rondifHi ej:aHÌmem. 

Hìnc yeniiati arco tantum lactuva reKisiilt 

ffnantum eruca naìoj' vir Mìmulure poleet. 

{Emhi. LXXVII). 

In Atene, celebrandosi le feste adonie, si recavano vasi e ceste colmi di lat¬ 
tughe. Il Della qualità soporifera della lattuga abbiamo la nota applicazione 
allegorica del Giusti, nel ritratto di Leopoldo li. granduca di Toscana: 

Il toBoano Morfeo vien lemrno loiiime, 

I»i papaveri oiiito e dì lattuga. 

{1/ inco^'onaztone. 7). 




164 ^ 

La lattuga era detta erba dei filosofi, succedanea all’ oppio. Galeno ne usava 
seralmente e il medico Antonio Musa, per ayer guarito con essa Angusto, 
ebbe dal suo riconoscente padrone l’onore di una .statua (Svetonio). 1| La 
lattuga è anche simbolo di amarena ed è rituale nella cena della pasqua 
israelitica (decimoquarto giorno del mese di Nissan), detta seder, per ri¬ 
cordare le amarezze provate dagli ebrei in Egitto. (Taglio). 


316. LAURO — Alloro — Albero nobile, sempre verde, a bacche nere 
e amare, delle cui foglie si facevan corone per premiare le gesta di valore 
e le opere d’ingegno (« insegna al gemino valore » (Petrarca) — « i bei lauri 
non mai di fronda privi » (Alfieri). |l I greci credevano che dormendo cinti di 
alloro potessero vedere la realtà desiderata, e forse per il suo aroma acu¬ 
tissimo, atto ad eccitare 1’ estro e il vaticinio esso fu simbolo di poesia e 
ad Apollo dedicato. Roma considerò sempre l’alloro come legno felice, cioè 
di buon augurio ; (dei legni infelici si facevano i patiboli). Consacrandosi 
i sacerdoti, venivano regalati di bacche di lauro ; nelle camere degli infermi 
se ne appendevano rami ; di lauro si inghirlandavano le tempie per pre¬ 
servarsi dal fulmine, e cosi faceva Tiberio nei giorni degli uragani; la 
stessa republica, che si stimava perenne, si compiaceva di essere comparata 
nella retorica comune al lauro, perchè sempre verdeggiante e simbolo di 
perennità. || Significazioni precipue del lauro, sono però l’ academia, l’ o- 
nore (tuttora sopravvivente nel nome della laurea) ; il trionfo, la gloria, 
l’immortalità. || Apollo, trasmutando in alloro la vezzosa Dafne involan- 
tesi alle sue concupiscenze ; 

Arbor tris certe ’dixit' mea. Semper habebunt 

Te coma, le citharce, te noatra, laure, pharetra ; 

Tu ducibue ImIHs aderie, cum latta triunphum 
' Vojr ranet. et longaa Haeut CapUolia pompas. 

(Ovid. Metam, I - fifiM). 

E Dante cosi si rivolge al < buon Apollo » ; 


Venir vedraimi al ttio diletto legno 
K t'ornnnrmi aliar di ([nelle foglie. 


E Byron, al Parnaso: 


IPar. 1 - *25). 


Lascia che nn ramoscello io qui dispicchi 
Dell' albero di Dafne, e la speranza 
Dammi che ciò non sia dal senno umano 
Vanità giudicata. 

{A rollio - T - i,xni). 


E il Tasso nel leggiadro madrigale : 


l'iociola verga, e bella 
D' alloro trionfale, 

Cresci a la pianta, onde sei svelta, eguale. 
Cresci felice ; e s' ella 
Secca non si rinverde 
Tu mantien vìvo, frondeggiando, il verde. 

Ma della < suprema tra le piante » (Empedocle], dell’ 

Arbor vittorioiia trionfale 
Onor <V imperatori e di iioefci 


(Petrarp.K - Son. 20r») 










I(i5 

usarono ed abusarono i piacentieri di cui fu piena l’ età delle corti e delle 
cortigianerie, e furono . caduchi allori » quelli concessi a Gorilla Olimpica 
e ridicoli quelli al Baraballo; non quelli dalla fatalità negati a Torquato. 
Pet^ la incoronazione in Campidoglio dell’ arcade Gorilla (la pistoiese Maria 
Maddalena Morelli Fernandez) Pasquino Tolle dire la sua (1776) : 

Ordina e vuole Monsignor Mazze! 

Ohe sia la Corìlta cinta d* alloro, 

E ohe non le si tirin huooie nè pomidoro 
Sotto multa di baiocchi sei. 

Giacomo Zanella vide nel pomposo verde del lauro, il simbolo dell’ egoismo. 

Odio r allor che, quando alla foresta 
le novissime fronde invola il verno, 
ravviluppato nell’ intatta veste 
verdeggia eterno, 

pompa ile’ colli ; ma la sna verzura 
gioia non reca all' angellìn digiuno ; 
chè la splendida bacca invan matura 
non coglie alcuno. 

(Egohm^ e carità i. 

Giosuè Carducci chiama l’alloro mentitore e orgoglioso, e per la stessa 
ragmne e per avere ornate le tempie di . calvi imperador romani ». il A 
cagione della favola di Dafne c molto acconciamente si mette il lauro per 
a castità » (Ruscelli). |: Coloro che tornavano con una favorevole risposta 
dell oracolo da Delfo si coronavano di alloro, come Oreste nell’ Kdipo di 
botocle. L’ alloro è pure assegnato in attributo iconologico alla vittoria, 
alla pace, alla perseverania (Doni). || Nel solennissimo rito al Soldato 
ignoto - Che ha il volto ed il nome di quanti l’Italia venera e piange, 
e da la visione di tutti gli eroismie di tutti i martiri — il lauro era collocato 
su la bara. L’on. De Vecchi ne spiccò due arboscelli e li donò al re d’Italia 
e al duca di Aosta : era il simbolo : tutto quanto fu ed è rimasto di retorico 
in esso ardeva purificandosi nella storia ; ma il simbolo è e rimane, (v. Mirto). 

317. LAVANDA — La buona pianta che dalle spiche esala la deliziosa 
e sana fragranza nelle arche domestiche ripiene dei lini antichi. || Il lin- 
guaggio dei fiori ravvisa, invece, per essa l’antico simbolo della diffidenza, 
perche i romani credevano che ospitasse l’aspide in agguato. (Jazmin). 
Altri annotatori ricordano la creduta virtù della lavanda di ridare la parola 
a chi 1 aveva perduta, e da ciò il simbolo del silenzio conferito alla pianta 


(318. XiECCIO — V. FjIcc, 


319. I.EOCOKNO — Alicorno, Unicorno — La castità — « virtù forte 
e severa che doma il corpo e tiene gli appetiti in religioso rispetto della 
legge » ( Tommaseo) — è ordinariamente simboleggiata nella letteratura e 
nelle arti classiche dal leocorno o unicorno. Es. : nei Trionfi del Petrarca • 
nel fresco grandioso botticelliano a S. Ausano (Firenze); in quelli del Do^ 
menichino nella cupola di S. Andrea della Valle e nel palazzo Farnese, a 
^ma, nell imagine di santa Giustina del Moretto, nel museo imperiale di 
lenna. || Il leocorno è dedicato a Minerva, nel cui trionfo, dipinto dal 



I 


16 » i 

Costa, nel palazzo Sohifanoia di Ferrara, una coppia di leocorni tira il 
carro alla casta dea. || È il leocomo un animale dal corpo di cavallo, bianco 
di pelame, con la testa fulva, gli occhi azzurri e brillantissimi, barbetta 
caprigna, e con lungo, diritto e aguzzo corno nel mezzo della fronte. La 
scienza — che procede con l’austerità sperimentale — disse favolosa la 
strana bestia; il viaggiatore africano Burchell trovò però, nel Sudan afri¬ 
cano, alcuni esemplari d’una varietà di rinoceronti, molto sviluppati, dal 
pelo grigio uniforme e differenti in statura dal rinoceronte comune ; e questa 
scoperta (lUOS) richiamò l’osservazione alla descrizione del rinoceronte 
d’Etiopia, o unicorno, lasciata nell’età cesariana da Diodoro Siculo. I denti 
fossili dei monodoni o narvali — seconda classe dei cetacei — e dei (juali gli 
antichi ignoravano l’origine, contribuirono forse a creare la favola del 
leocorno ; il quale però non è da confondersi con 
r unicorno o monoceronte (rinoceronte) che col suo po¬ 
roso ed unico corno svelle i cedri del Libano {Salmi - 
XXVin-6). Il Era opinione dei vecchi zoologisti che 
il leocorno, indomabile e intrattatile, si lasciasse 
soltanto ammansire dalla presenza di una vergine. 
Per catturarlo si poneva quindi sulla sua via una 
fanciulla, a cui esso correva incontro timido e man¬ 
sueto, ne ricercava il grembo e vi chiudeva gli occhi 
come in un’ estasi ipnotica. Ciò non avveniva se la 
fanciulla non era in condizioni perfette d’integrità 
fisica e morale ; d’onde l’origine del simbolo : 

140» cìncat omot va^ta cirtutU fi oMur 
Virtns Uinto viumt ut H/a ('••Tom. 

(Canierarixi» - U - XIII). 

un oanilìilo lìot'Orno, come 
V^uol nello scudo e U c.ampo abbia vermiglio 

(M. fur. XI.IV) 

egli con la scelta vuol dinotare tutta la purità del suo amore per Bradamante. 
Il Altre volte la figurazione del bizzarro cavallo, nella intenzione degli artisti, 
prestò diverse significazioni, come nell’allegoria dell’Antelami del batti¬ 
stero di Parma (v. Albero). || Era credenza ohe’il leocomo sapesse rendere 
impotenti i veleni, e il celebre condottiero d’armi Bartolomeo d’Alviano 
lo prese ad emblema, con il motto ; « Veitemi pelìo » (Gelli). 

i/iwiiue nerpeiiliim ailinui mula KCila fertirum, 

Exploru el. l'niituit t^tra rendita 

(Camerturiiin - li - XII). 

Nell’ araldica il leocorno ha stilizzazioni manierate, come tutti i mostri che 
entrano nel blasone : corno e branche con i colori a contrasto, zoccoli bo¬ 
vini, coda leonina, ed è saltellante, rampante o saluto. || Esso spiccava sul 
vessillo della tribù di Manasse (Calmet). || La più celebre delle sue ado¬ 
zioni araldiche è quella dell’ Inghilterra, che lo assunse per suo emblema, 
e nelle caricature politiche dalla fronte della vecchia Albione si erge nor¬ 
malmente il caratteristico corno alto ed acuto, formidabile come la sua 
spada. Araldisti francesi indicano il leocorno come più particolarmente 



Quando Ruggero 



167 

designato a rappresentare la Scoila, e in tale uso esso entra nel sopporto 
dell’arma del Eegno Unito, insieme al leone, simbolo propriamente in¬ 
glese. Il II leocomo marino — pesce aspro a toccarsi, macchiato di bruno, 
portante tra gli occhi un corno — benché esistente negli oceani ampi del¬ 
l’oriente e dell’occidente estremi, entra nella simbolica araldica di Francia, 
come si vede nell’arme della città di Amiens (Somme); un leocorno av¬ 
vinto dall’ edera, con il motto : « Liliis temici vimine Jtingor ». 

320. LEONE -r- La leggenda, prodotto di forme universali del pensiero 
e del sentimento, perennata da una potenza fantasticamente resistente, 
eleva ai fastigi della ammirazione il leone, e di questo superbo « re degli 
animali » si fa cortigiana onusta di colori e di splendori. Il simbolo — che 
è il termine formale esprimente il ricorso costante dell’ idea generica — esalta 
esso pure il leone, a cui conferisce alte dignità di pregi e di virtù, che nella 
realtà non txirrispondono come materia di ragione e di critica riflessione. 

La forma religiosa primitiva per la quale si credeva nella esistenza 
degli spiriti animatori delle cose create, non poteva non riflettersi sulla 
belva bellissima, dalia testa maestosa, dallo sguardo pronto e sicuro, dal 
corpo agilmente simmetrico e gagliardamente elegante. Leonino è il dio 
Nergal dei babilonesi; leonino l’aspetto del Tempo, primo gerarca delle 
divinità, per gli indù e gli irani; fieramente leonina è la testa del Satana 
manicheo, ed è un leone l’Àbrasas dei settatori, sovrano fra gli dei (seo. II 
di C.). Al leone i fenici inalzano ricchi altari ; i germani ne ornano lo scudo 
del valoroso e prudente Ermione, re e nume ; gli egizi e greci lo dedicano 
a Vulcano, per la sua ignea natura e per il suo ruggito simigliante al 
Iwato dell’eruzione. Mitra — il dio che tempera la luce e le tenebre, nei 
riti misteriosi vietati a Homa da Adriano — è rafiigurato tal volta con 
corpo umano e testa di leone. Cìbele ha i leoni mansueti aggiogati al suo 
carro e nei suoi sacrifizi si porta l’effigie del leone. Ercole fra i pagani. 
Sansone fra i semiti — i prototipi della forza prodigiosa — salgono a ri¬ 
nomanza quando hanno vinto il leone ; e altri eroi e re — come Agamen¬ 
none si pregiano di portare il vello leonino e di adornare l’elmo e il 
diadema con la simbolica testa ondosamente chiomata della formidabile 
fiera. Salomone là decorare il suo mirifico trono con la figura di dodici 
leoncelli (III tìeg. - X. 20). 

Perocché il leone oltre all’ essere caro motivo di estetica rappresen¬ 
tativa — é pure elemento importantissimo di concrezione simbolica, en- 
tificante una eletta serie di qualità astratte; avanti tutte, la fortezza, 
dell’anima e del corpo. (Es. : la Fortezza effigiata dal Domenichino in 
S. Andrea alla Valle a Poma, ha il leone) ; il valore ; la virtù ; la magnani¬ 
mità ; la clemenza ; la generosità. Riporta il Ripa due distici dedicati a 
Cesare Augusto : 

Parcerr, prostriUU hi-U nobilig irn Leonif 
cincis nemper cictis ni parvere potitdit. 

iìiil aucora il Kipa riporta il seguente antico epigramma ; 

Coìpoì‘a mofjnanimo fntù est prostrasse Leotii. 

Puyua suìfin flnew cum iacet. hostis habet, 

At lupuSy et turjies instant morientibus urei 
Et tiuaecumqw miuor nobilitate fera est. 


KiB 

Brescia l’eroica è la « leonessa d'Italia » (Carducci). || Il leone è pure tatto 
simbolo della riconoscenza, e si ripetono episodi commoventi e meravigliosi : 
quello dello schiavo Androcle, risparmiato nel circo da un leone, cui egli 
aveva, molti anni prima, nel deserto, tolta una spina dal piede dolorante 
(Seneca, Bliano, Aulo Gelilo); e quello della donna fiorentina che n'ebbe 
restituito il figliuolo (Novellino). || Dicesi che il leone ha la probità di 
costituirsi e di alimentare una famiglia, mantenendo una monogamia tem¬ 
poranea, almeno fin che i leoncini possano bastare a sè stessi per la cerca 
del cibo, e protegge la temina con la prole, ed esercita — insomma — tutti 
gli ofBci di buon padre, tal che fu ancora prescelto nelle arti figurative a 
rappresentare Dio Padre ; e poiché egli — inseguito dai cimciatori — can¬ 
cella con la sua lunga coda le orme, per far sì che nessuno possa scovarlo dal 
nascondiglio, cosi fu anche designato a rappresentare Cristo, ohe cancellò 
le treccie della sua divinità quando scese sulla terra (Physiologns). || Di- 
cevasi anche che il leone si svegliasse alla vita soltanto dopo tre giorni 
da che era partorito, per i ruggiti e per l’alito che il padre gli soffiava 
in bocca: 

lie lu leone per nostro conforto 
Una gran meraviglia n’ aggio amlita 
Ch’ a la nativitsde nasce morto, 

K ’I terzo giorno sta come perita. 

Rugge lo patre; en istante è risorto, 

In quella voce iiar che li dia vita. 

JjO dolce Cristo fa in simile porto 
(jiiando r uccise la gente tradita, 

K nello terzio giorno suscitò. 

j llestiario tnoi'ci(i:izttLuJ. 

(Ufr. : Mazzatinti o Monaci, in Atti dei Lincei. 1887). || Altre volte fu usato 
come simbolo di custodia, e posto a sostenere le colonne dei portali e dei 
pronai dei sacri edifici, perchè dicesi eh’esso dorma ad occhi aperti, come 
Cristo vegliava nella sua divinità anche nella tomba. 


lustautig quofi niQìia ranemf dei galltut Evi. 

Et revoeet famulas ad nova pensa manas: 

Tarribus in stiet'ìe efflìtyitur aerea imtvis. 

Ad etiperos nienieni qiiod revocrl t^igilein. 

Est leo, sed cuaton. oculis quia dormii upertie. 

Tempìorum idcirco ponitnr ante forte. 

(Alciato : Endd. XV’. 

Merita il leone questo eccesso di onore? Spiace rammaricare qualche glos¬ 
satore di antiche parabole, a cui parrà sacrilegio attentare all’ arcaica 
tradizione, consolidata dall’autorità Ai illustri zoologi, come il Buflbn. 
Osserva argutamente il Graf « la reputazione del leone è a due facoie, 
onorevole l’una, disonorevole l’altra». E vediamo codesto altro volto del 
simbolo. 

Il leone è tutt’altro che magnanimo e generoso; è invece subdolo e 
insidioso, perchè si appiatta nell’ attesa della preda più debole di lui, e 
contro di essa si avventa per agguato e l’abbatte con il terrore, con la vio¬ 
lenza, con r urto materiale : valore di poco prezzo. E non è nè men generoso 


IG'J 

perchè fa empito contro chi gli resiste, e gli stessi iconologisti che lo 
esaltano per la nobile inclinazione al perdono, in altri passi lo descrivono 
vendicativo, ricordando il fatto del compagno di Giuba, re dei mori, che 
fu riconosciuto dopo un anno da un leone da lui ferito di un dardo, e 
sbranato, senza che la fiera toccasse i suoi compagni. Però gli egizi dipin¬ 
gevano il leone per la vendetta (Ripa). Anche la favola di Esopo — ri¬ 
prodotta da Fedro, dal La Fontaine, dal Dodsley — ricorda l'imperiosità 
del patto c leonino » e le parti che per sè fa il leone, tutt» arraffando e 
non lasciando briciole altrui : 

Eyo jtnmaTn tolto, nominof quia leo. 

Secundam quìa sum fortis ecc. 

(Fedro I - 5>, 

Il leone non è animoso; non varca mai un muro senza sapere ciò che l'a¬ 
spetta dall’altra parte. Una barriera di fragile carta basterebbe a proteggere 
da e?so una mandra di buoi, se questi non si spaventassero all’ odore della 
belva ed alla sua voce. 11 leone è iracondo : « Come il ruggito del leone, 
cosi è anche l’ira del re » afferma Salomone {Proc. XIX. 12). E 1’ Melato : 

Airaeam veterem randa m dixtre leoìiÌM. ' 

Qua stimulaiite iroM connpit ìUp gracen. 

I.utea emù »urgii hitis, crudeecii et atro 
?\ìle dolor, furiai excitat indomitm. 

{Emhl. LXni). 

Nè il leone è temperante. Si riempie di soverchio e sopporta facilmente il 
digiuno ; e la indifferenza che in lui pare generosità, e che lascia libero il 
passo ai tremebondi viatori che lo trovano improvvisamente da presso, di¬ 
viene spaventevole ferocia nei digiuno. Ma il leone non è nè meno sempre 
animoso. Quando egli con lento passo si rinselva, non lo fa certo « con 
fermo proposito di non far cosa indecente alla sua nobiltà » come pretende 
il Ripa; si bene perchè gli manca l’animo della lotta, e ohi legge l’in¬ 
diano Panciatantra non si forma «un’idea superlativa del coraggio e del- 
1 accorgimento del leone, che ora teme del toro, ora del montone, ora 
dell’asino, ora dello sciacallo, che fa straziare prima dal leone la pelle 
dell’ elefante di cui vuole mangiare la carne » (De Gubernatis) : lo sciacallo ha 
una potenza di comando, dunque, superiore a quella del re per definizione. 

E pure il leone fu la grande insegna del dominio; simbolo supremo di 
quello che oggi direbbesi imperialismo ; adottato dai franchi, dai bulgari, 
dai britanni, da cento altri popoli conquistatori e da signori pugnaci per 
bramosia di dominio, come gli Armagnac. Lo profilavano emblematicamente 
nelle medaglie Cizico e Guido; lo ponevano al sommo delle loro imprese 
ed alato gli assiri. Nella seduta del consiglio di stato napoleonico nella 
quale si doveva stabilire l’emblema per l’impero, Crètet aveva proposto 
l’aquila, il leone o l’elefante; Talleyrand — o Combacéres — le api; altri 
il gallo. Napoleone rifiutò il gallo ed esclamò : « Bisogna prendere un leone 
steso sulla carta di Francia, con la zampa alzata verso il Reno, e con il 
motto — Disgrazia a chi mi stuzzica! — », (v. Api, GaUo). Venezia nel 
nome di Marco, volle sigillo di tutti i suoi grandiosi trofei il leone alato, 
che dalla Piazzetta « sembra spiri l’uragano dalle fauci aperte » (Castelar). 




i7(i 

t)ra un tempo Viuepèa un'altra TirOi 

E di Pianta-Icone ai figli suoi 

Diero il nome i trionfi : uno stemlardn 

Ohe traverso agl' ini'endi, all' armi, al sangue 

Sulla terra e sul mar vittoriosi 

Portavano. 

(Byron - Aroirtn - IV. XIV - Trad. MaH'ei). 

L’evangelista Marco — intravvisto nel corpo di Ezechiele — era tin dai 
tempi protocristiani allegoricamente raffigurato con il mezzo leone (Galanti) ; 
e quando i veneziani ne trasferirono il corpo alle isole Reaitine — dove 
egli in vita era approdato, colto da una procella — l’insigne martire della 
fede fu eletto loro protettore (828)*; che successivamente fu raffigurato come 
leone alato e ridestante i dormenti col suo ruggito da Jacopo da Va- 
razze (Leggnida aiireu)- È però errore credere ohe 
san Marco fosse sostituito a san Teodoro, primo pa¬ 
trono dei veneziani, nel patronato della gloriosa re 
publica: nei calendari di essa, fino all’ultimo anno 
della sua esistenza ilT97) trovasi indicato san Marco 
(25 aprile) come principale protettore della republica, 
e san Teodoro (9 novembre) quale protettore della 
città (Musatti). Il leone come simbolo della potenza 
veneta non appare che nel secolo XIII : e dominava, 
in bronzo, la Piazzetta dall'alto di una delle due 
colonne, presso san Teodoro. Un leone rampante, con 
il vessillo, aureolato ma senza le ali e il libro è co¬ 
niato nel soldino d’argento del doge Francesco Dan¬ 
dolo (1330). Ad esso furono in seguito aggiunti la 
coda, le ali e il libro sotto le zampe anteriori (fine 
del sec. XV), e Gentile Bellini, nella sua insuperabile Procrssione, poneva 
le bandiere della piazza di S. Marco con il simbolo dell’ evangelista, issate 
su tre pili disadorni di legno. I documenti e i cimeli provano ad esube¬ 
ranza che il leone veneziano deve essere d' oro in campo rosso. 

ifoc Jilathens agens hominem tienemtite»' imph‘1. 

HfurcuH ut alta /'/•««n’f rox per detterla leoniti. 

Jtira Hacenlotii Luca* tmet ore iuvenci. 

More coUins ngiiUae verbo iieiH astra Joanttey. 

c^aaluor hi proceres. una te voa- cauenfett. 

Tempora seu tolidem latain epargiintnr in orbnn. 

Gosi Celio Sedulio (sec. V) descrive il tetramorfo degli evangelisti. (Cfr. ; 
A. Santalena - Lvnni di S. Marco). || Le sacre carte e la Chiesa non ac¬ 
cettarono sempre benignamente l'entificazione simbolica del leone. Come 
presso i persiani esso rappresentava Ariman, genio del male, cosi Daniele 
nella leonessa con le all aquiline intravide l'impero dei caldei, con la 
pervicace superbia del suo re. Nè la Chiesa — che raffigurava il suo autore 
con le ffigure innocenti e pure dell’ agnello e della colomba — poteva dargli 
aspetto figurabile normale nella belva spaventosa. La quale rappresentò di 
frequente il maligno, qtiaerena qwm devoret ; e la forsa irrazionale. Non 
chiaro — ma certo non ispirato a benevolenza — è il simbolo di Dante, 
ohe nel leone apparsogli all’inizio del viaggio periglioso 















i’ou Ih test’ Hlta o ron raiiMosa fannt, 
Si clic parea die 1' aer ne temesse, 


171 


{!nf\ 1 - 47 ). 

(licèsi Intenda indicare la violenza, o la superbia, o la bestialità, o forse 
la corte di Francia guelfa e odiosa per lui. 

Il leone « animale di natura valida e ferocissimo » era consacrato anche 
al Sole, perchè, fra tutti gli animali che tengono l’ugno incurvate, egli è 
1’ unico che vede appena nato (?) e perchè — come si è detto — dorme ad 
occhi aperti (Plutarco). Il leone nemeo è quello di cui i poeti del cielo 
formarono la costellazione, e ne fecero il segno del luglio, assegnato alla 
quinta casa dello zodiaco (il « lione ardente » - Par. XXI. 13). 

Nelle armi gentilizie il leone è forse il più possente dominatore, e si 
disegna in varie guise. Quando è passante, con la testa di faccia o in 
maestà, si dice leopardilu ; per lo più si rappresenta rampante; nelle armi 
di molte citta della Franca Contea è ìiascente. Nel modo ohe l'aquila senza 
coda è impresa diffamata, cosi il leone rappresentato privo di lingua, di 
unghie, di coda, di sesso, dice l’ infamia del suo titolare; e — ad esempio — 
tale tu il cavaliere Giovanni d’ Avesne ohe per ordine di Luigi il Santo, 
re di Francia, dovette in quella guisa ridurre il leone del proprio stemma, 
per avere vilipesa la madre, (v. Animali). 

321. IiEOFARl^O — v. Pantera. 

322. — Simbolo dell’udito presso gli egizi, perchè dicesi che 
questo roditore, dormente ad pochi aperti, raccolga agevolmente dalle lunghe 
orecchie ogni minimo rumore. || Per gli arti posteriori pure molto lunghi, 
attissimi al salto ed alla fuga, naturalmente sistematica in questo animale, 
e per altre complesse attitudini peculiari, esso è il simbolo più comune¬ 
mente citato della timidezza e della paura, [j Per essere frequentissimo 
al negozio amoroso, e per filiare due o tre volte all’anno, fu consacrato a 
Venere, e designato anche a paradigma della fecondità. || Fa meraviglia 
di ritrovare la lepre anche nella scienza applicatrioe del blasone, attri¬ 
buendole significato di mitezza, di tranquillità, di solitudine, ma aggiun¬ 
gendosi di credere l’arma «non molto nobile» (Guelfi). || «Delle lepri 
si dice che la notte, ai tempi della luna, e massime della luna piena, sal¬ 
tano e giocano insieme, compiacendosi di quel chiaro, secondo che scrive 
Senofonte » (Leopardi - Elogio degli uccelli). H II lepre è il trofèo per ec¬ 
cellenza dei cacciatori nostrali. « Vivere camibus leporiìiis » voleva dire, 
presso i romani, mangiare ghiottamente, e Plinio afièrmava che chi man¬ 
giava lepre restava bello per una settimana. 

ìvter avea turdm, si quis, me judirt cpHei. 

Inter qundruiìedM qìoria privut ft-pus. 

(MarxÌHl«). 

Ed un apologista della caccia del secolo XVI ; 

Lièvre jc #KtV, ptiiie staturt' 

Dfììtnant pluisir tuuv nobles et yeutilz : 

D* eah’e léqvr H vite de nature, 

Sur tonte. ìteste on me donne le pris.... 

(Du Fouilioux - yéuerie). 




172 


^ Upu.s cqijiareiis uifortunatum fucit iter ^ era proverbio latino, e questa 
eie enza superstiziosa di malaugurio fece smarrir d’animo anche eserciti 
valorosi, come quello dei conti di Holstein che combatterono fiaccamente 
^ntro i Ditmarsch per l’apparire di una lepre durante la marcia (1289) Il 
La espressione francese . gentìlahommes à Ltècre . trae origine dal tumulto 
Che desto la comparsa di una lepre saltellante nell’esercito di Filippo VI 
affrontato all’esercito di Edoardo UI d’Inghilterra. Le prime file francesi 
tentarono allora di spingere l’animale verso le file inglesi, facendo un ba- 
alucco indiavolato che dalla retroguardia fu interpetrato per l’inizio del 
combattimento. Alcuni scudieri si gittarono frettolosamente ai piedi del re, 
supplicandolo di elevarli al grado di cavalieri, com’era allora costume 
quando stava per cominciare una battaglia. Appreso il vero motivo del 
ciiasso, 1 cavalieri nominati in quel momento ebbero il nome di cavalieri 
della Lepre, (v. Coìiiglio). 


328. LÉSINA — Un faceto libro del Vialardi — DeUa famosissima Com¬ 
pagina della lesina, dialoghi, capitoli, ragionamenti (prima edizione: Vi¬ 
cenza 1689) — detta le leggi dell’avaro: «Che ciascuno debba guardarsi 
ed astenersi da ogni superflua ed impertinente spesa, come dal fuoco, nè 
mai si spenda un yjuattrino se non per marcia necessità, perchè con tal 
regola e per tal via si dà buon principio all’augumentare, e far capitale. 
UumJ. est pnneipalis intentio laesinantium » (cap. III). Il frontispizio del 
codice della tìnta compagnia porta la impresa della lésina, con il motto: 
« L assottigliarla più meglio anche fora », e l’istromento appuntato e sottile 
de calzolaro fu scelto perchè nel libro stesso si faceva obbligo ai lesinanti 
sodali di racconciarsi da sé scarpe e pianelle. Il perchè la lésina passò 
proverbialmente per simbolo di avarizia, di spilorceria, e « lésina » dicesi 
comunemente a chi spende sottilissimamente e tira a fare i più minuti e 
anche sordidi risparmi (Fantàni). L’on. Kudinì, in un suo discorso poli- 
ico tenuto a a Scala di Milano, celiando, vantò il suo ministero, dedito 
alle economie, come la rinnovata compagnia della Lésina (1891). « Con le 
lesine bisogna esser punturuolo » dice il prohatum verbnm. che oppone 
spilorcio a spilorcio. ‘ * 


324. LEVA — Stromento semplice della meccanica 
elementare, inserviente a muovere pesi ed a vincere 
resistenze. Entra nella suppellettile simbolica masso¬ 
nica per significare la forza. 

326. LIOURIO — Minerale più comunemente detto 
ligurìte o sfeno, silicato di calce e di ditanioj una delle 
dodici gemme dell’e/bd, indumento superumerale dei 
sacerdoti ebrei, e rappresentante la tribù di Efraim, 
posta prima nel terzo ternario (Giuseppe Flavio). 

326. LIGUSTRO — Arbusto elegante della fa¬ 
miglia dei gelsomini, a fiori bianchi a tirso e a bacche 
nericcio, comune nei dumeti nostrali, fiorente nella 
primavera avanzata e maturante di frutti nell’autunno. 











Alti» liffustra rtidiiut, varvinia niV/m fegnutur, 

(Virg. Ecl. 2-18). 

Il suo fiore simboleggia la giovineaaa. || Per la bianchezza dei 
a questi furono assomigliate le carte : 


17.'« 


suoi fiori 


*1 «letto scrissi 

In «jnesti nmani, h «lir proprio lìgn.sipi. 

(P.'tr. - 11). 


..27. I.ILLA — Glieiiia — Arbusto d’origine cinese dalla fioritura larga 
e improvvisa nelle giornate di aprile, a grappoli molli e freschi, meno 
caduchi se di color viola tenue, con tinta rosea fuggente; effimeri se bianchi : 

Il lilla alto (Ili! sovrano odore 

(Whìtmann) 

abbraccia amorosamente la casa di Butterfly, fittata per novantanove anni, 
e che pure non vede la felicità per un anno solo. Cosi il fiore tenace e • 
leggiadro somiglia al nascere inaspettato di certi amori secreti e precoci, 
germoglianti nel candore e nella tenera poesia dello spirito, e il codice 
emblematico dei fiori indica per esso il primo amore. 

328. LINCE — Gli antichi narravano cose mirabili di questo mammifero 
selvaggio, fulvo e pallido, macchiettato di bruno e dalle orecchie ciuffate 
scendente un tempo dalle alte vallate per assaltare le greggio, e dedicato 
a Bacco. Plinio asserisce che le goccio della sua orina formano gemme ed 
ambra preziosa; ed in particolare fama era l’acutezza del suo occhio, che 
varcava le muraglie ed era « atto a passare li monti e li mari » (Brunetto 
Latini). Realmente la lince possiede - come tutti gli animali della specie 
fe ma - la facoltà di distinguere gli oggetti anche al buio, ma non è pari 
alla fama la sua potenza visiva. Il simbolo — che conserva immutato il 
concetto empirico e ne stabilisce anche gli errori - giunse a far riconoscere 
ne la linee l’espressione iconica della perspicacia; e quando il ducA Fede¬ 
rico Cesi, appena diciottenne, fondò a Roma il più antico ed illustre con- 
■sorzio scientifico d’Italia, gli diede il nome di academia dei Lincei (1603), 
per indicare che i suoi componenti avevano occhi di somma possanza in- 
vestigatrice, per scoprire negli abissi profondi della natura; e ad emblema 
dell’academia assunse la lince. 

Al vediT lince, ni provveder fn pardo. 

(Parini - Per Camillo (jTitti). 

Ma se fin dove col penaier penetro 
avessi a penetrarvi occhi lincei.... 

(Ario.sto - Hat. Ij. 

Il yuest’anurinle è pure dato per simbolo dell’ingratitudine e della per¬ 
fidia. e in esso fu mutato il barbaro re scita Lineo, che aveva tentato di 
assassinare'Trittolenjo inunsrso nel sonno. 


329. LINO — « Il lino è posto dai poeti per il Fato, dandosi alle parche, 
e gl’ interpreti di Teocrito, rendendone la ragione, dicono che come il lino 
nasce nella terra, e quindi a poco a poco vi si corrompe, cosi l’uomo della 
terra medesimamente nato in essa per necessità di natura si ri.solve » (Ripa). 





174 


K quando Lachesis non ha più Uno, 

• Solvcsi dalla carne. 

{Purg. XXV - 79). 

Il Gli agronomi antichi affermano ohe il lino è molto nocivo ai campi, 
perchè li smagra (Durante), e disse Virgilio: 

VHi eiìint canipos lini seges, trrit avena. 

La te-sta del lino, però, contiene una obediente mucillaggine che ne 
ammollisce il suo grano, inserviente ad ottimi cataplasmi; il suo olio è 
lievemente purgativo e serve all’ arti pittoriche come alle applicazioni del- 
l’industria ; le sue fibre sono tenaci e servono a fare tela e carta. Le be¬ 
nemerenze del lino sono, insorama, cospicue, e potrebbero essere magnificate 
fin dal momento storico in cui l’abitatore della palafitta ne usò per coprire le 
sue nudità. Tale è la credenza di bene in questa comunissima pianticella, che 
presso alcune popolazioni tedesche, quando un bimbo non impara a cam¬ 
minare, lo pongono nudo sul terreno, alla vigilia del san Giovanni, e sul 
terreno e sul bimbo cospargono dei semi di lino ; appena questo comincerà 
a spuntare, si è certi che il bimbo farà i suoi primi passi. I vantaggi of¬ 
ferti dal lino gli conquistarono il pregio di simboleggiare la beneficenza. 

830. IiIBiA — 11 più antico stromento musicale a corde, imaginato da 
Mercurio, che gli diede i tre suoni, grave, medio e acuto. Apollo si inna¬ 
mora dell’armonico arnese, e per averlo lascia a Mercurio le cinquanta 
giovenche eh’ egli gli ha rubate. (Omero). Da allora la lira è l’attributo del 
precettor delle muse, simbolo non solo della, poesia e del canto, si bene 
dell’ incivilimento nascente, perchè le prime leggi ed i primi instituti 
dell’umano consorzio furono espressi in versi. Con anacronistica bizzaria, e 
per rendere onore alla gloriosa invenzione tutta italiana e allora recente 
del violino, Kaffaello ne adattò uno al braccio di Apollo, invece della lira, 
nella dipintura del Parnaso; ma egli con la lira raffigurò superbamente 
la Poesia, nello stesso Vaticano. È attributo specifico di Apollo la lira, 
« per mostrare la soavissima armonia che fanno i cieli, movendosi con quella 
proporzione che più si confa a ciascheduno di loro, la quale viene dal sole, 
perchè questi stando nel mezzo di quelli, come riferisce Macrobio, e fu 
opinione de’ platonici, a tutti dà legge, sì che vanno tosto o tardi, secondo 
che hanno più o manco vigore ». (Cartari). '] La lira primieramente non aveva 
che tre o quattro corde, alle quali se ne aggiunsero poi altre fino a sedici ; 
le corde si collocavano in ordine di toni e semitoni, osservando le propor¬ 
zioni pitagoriche, e si facevano vibrare con le dita o con il plettro {En. V'I. 

La lira è naturalmente posta in mano ad Erato, la musa della lirica. Essa 
differisce dalla cetra per la costruzione, per le dimensioni e per gli effetti 
sonori; e differisce pure dall’arpa, a cui si accordava la voce dell’inno 
religioso salente alle sfere, mentre alla lira, 

su la ferrea , 

CoiNÌft battendo con la man viril 

(GRrduc4ji - I voti) 

più convenientemente si sposava la strofe dell’ epopea umana. La lira 
rusticana tedesca è una cassa oblunga con dieci o dodici tasti al cui numero 
corrispondono i toni diatonici ottenuti da quattro corde, risonanti con il 



175 

mezzo di una ruota stroppiociata di colafonia. La mano sinistra tocca i tasti 
e la destra gira la manovella che muove la ruota. || In Danimarca chiamasi 
lira uno stromento di bronzo, ricurvo, a fiato, comprendente tre ottave e 
mezzo, e con il quale si danno speciali concerti, (v. Arpa. Cetra). 

331. IiOG-UO — /iizzaìiia — D loglio « altro non è che un vizio delle 
biade » dice il Durante ; il quale però — da empirico ricco di tede nelle 
offerte della natura — trova anche nel mal seme eccellenti virtù terapeutiche. 
Per vero una varietà di loglio nasce spontaneo o coltivato, ed è ottimo 
foraggio di cui son ghiotti i cavalli, ed è il lòlium perenne. La varietà 
infesta ai cereali è invece il lòlium femulentum, detto vulgarmente anche 
zizzania, dotato di semi velenosi, perniciosissimi se commisti al grano. Nel 
linguaggio floreale — come nel linguaggio comune — la zizzania indica 
discordia. 

E tosto s’avvedrà della ricolta 

Della mala coitnra, quando '1 loglio 
Si lagnerà die Tarea gli sia tolta. 

{Pur. XII - UH). 

832. IiONZA — V. Pantera. 


883. XiOTO Molto dubbia è la definizione scientifica di questo vago 
arbusto, sacro e ornamentale. || Dal loto nasce il principale nume indiano, 
e in esso si imagina la bellezza nascente. Per gli 
indiani la pianta del loto rappresenta la sapienza; 
le sue foglie l’esperienza e il suo stelo la verità 
che le sorregge. La mitologia braminica circonfonde 
d'un’aura poetica il loto, il cui nascere dalle acque 
ha una mistica significazione. Sopra una foglia gal¬ 
leggiante della sacra pianta Visnù avanzò sulle acque 
agli albori della creazione, e un fiore di loto — nelle 
scolture di Elefanta — è il trono di Brama. Piare di 
■loto si chiamò una secreta società dell’ India ohe guer¬ 
reggiò nella lotta sanguinosa contro gli inglesi (1857). 

Il Anche Panna — dio giapponese, protettore del riso 

— siede sul fiore del loto con una gran conchiglia _ 

concava sul capo. || Nel loto del Nilo (nelumbium 

xpeciosum) dal bellissimo fiore roseo, gli egizi dipingevano il Sole (Plu¬ 
tarco), perchè supponevano eh’esso affiorasse sull’acque all’aurora e ai ripie¬ 
gasse al tramonto (Teofrasto); cosa ohe parve vera all’Heine, il quale cantò: 



TI loto a Bohivo prende 
11 sole e il buo fulgor) 

K a capo eliino attende 
J^a notte, U eoguator. 
fiH luna è la sua belhv, 

R il desta ool ohiaror; 

Amico ei svela a quella 
Il pio viso di fior. 

{Intermezzo^ 10 - trait. Zendrini). 

Di un’altra specie di loto erano vaghi gli egizi, il quale aveva le foglie 
simili a quelli del lauro, alquanto più grandi, sempre verdi, aromatiche, 















17« 

con il frutto foggiato a cuore. Essi vi vedevano la sorgente di tutti i 
misteri e per ciò ne fecero l’ornamento indefettibile d’Iside, la dea im¬ 
mortale; il cimazio delle teste degli idoli, e un motivo decorativo impor¬ 
tantissimo : i maestosi colonnati di Fite e di Tebe sono coronati di capitelli 
costituiti da fasci di petali di loto, accorciati al basso e condensati in alto 
attorno ad un cerchio rigonfio ; le barche da giardino, che conducevano a 
diporto le grandi dame egizie nei piccoli bacini d’acqua artificiali, avevano 
la prora rialzata, tagliata in forma di loto e ornata di occhi mistici, per 
scongiuro della cattiva sorte. {| Il loto sacro di Boma era l’ebano verde 
(dioxjtyros loios), importato dall’Africa nei primi tempi della potenza ma¬ 
rinara quirite ; e sopra uno di essi le vestali appendevano le loro treccie 
recise. Rappresentava la terra, cioè la materia del mondo (Cartari). || La 
pianta mangereccia dei lotofagi — antichi popoli della costa di Barberia, 
menzionati da Omero (Odissea) — si attribuisce a parecchi vegetali, e sfugge 
alla nostra osservazione il botanico quesito, (v. Fiore. Ninfea). 

334. IiUCÉKTA — Ramarro — Ànimaletto che sverna in letargo sotto 
terra, nei crepacci e in riposte cavità, ed agile e libero 

sotto la gran l’ersa 
Dei di canicolar cangiando siepe 
Folgore pare elle la via attraversa. 

{Inf. XXV - T9). 

.... verdi ramarri 

Che per gli avanzi di crollate mura 
Scorrono velocissimi e lucenti 
Come strisce di fnoro. 

(Moore - trad. Maffei). 

Gli empirici attribuivano alla Incèrta molte virtù meramente chimeriche, 
raccomandando la sua virtù depurativa, antielmintica e antisifilìtica. Si 
credeva pure che la sua coda recata nelle scarpe dell’uomo gli procurasse 
felicità e ricchezza; meglio ancora se la Incèrta.... aveva due code: 

Le ragioni di vincere son aode, 

Perch’ho in sen la lucertola a due code. 

(Celidoro). 

La Incèrta combatteva arditissimamente con le serpi (Ruscelli) che tentano 
nuocere. D’onde la elaborazione araldistica, per la quale il rettile timido e 
vivace — Incèrta o ramarro — rappresenterebbe la fedele custodia (Ginanni), 
l’ affezione, la benevolenza, l’amore (Crollalanza). '| 'Troviamo la Incèrta 
costantemente appiattata su i fogliami scolpiti delle catedrali dell’ età di 
mezzo, ed il Pbysiologus ci informa cosi dell’ etiologia del simbolo : la Incèrta 
cieca strisciò nel crepaccio e volgendosi ad oriente mirò il sole all’aurora 
e ricuperò la vista. Parimenti il mortale, antico nella colpa e con chiusi gli 
occhi del cuore, mira il sole della divina giustizia per guarire la sua spiri¬ 
tuale cecità. La Incèrta insieme alla rana è la firma rispettiva di due 
eccellenti architetti dell’ antichità. Sauro e Batraco da Sparta, che eseguirono 
insigni edifici in Roma, tra i quali il tempio di Giove e Giunone. Nelle 
volute di un bel capitello esistente nella chiesa di S. Lorenzo — e che si 
opina appartenesse appunto a detto tempio — invece della rosetta che si 
trova ordinariamente nell'occhio, v’è da un lato una rana stesa sopra il 


dorso e dall’altro una Incèrta ravvolta attorno alla rosetta, simpatico sigillo 
di una solidarietà artistica valorosa che vince l’oblio dei secoli. Anche 
Giacomo Serpotta, stuccatore insigne di Palermo (1656-1732) firmava le opere 
sue con una Incèrta, chiamandosi questa sirjntzza nel vernacolo palermitano. 

336. LXnttACA — Chiocciola — La chiocciola differisce dalla lumaca, chè 
la prima è protetta dal guscio resistente, l’altra è priva di ogni difesa 
Discute la scienza se le pieghe della pelle della liunaca dimostrino che gli 
antenati di essa avessero pure l’involucro protettore. Comunque, nella 
lipira stilistica del simbolo, i due molluschi si confondono per rappresentare 
idee comuni. |; La lumaca e la chiocciola sono il paradigma proverbiale 
della lentezza, compiendo nel loro cammino il maximura di centotrentasette 
centimetri all’ora, r. Cochlcam tarditudine vincere t, dice Plauto di chi va 
lentamente. Un pittore bavarese, il Kubin — la cui tendenza sta nello 
s orTO di dare figura all’ ultrasensibile, assegnando con la tecnica del bianco 
6 del nero simboli alle potenze secrete e inconoscibili - con una idea nuova 
rappresentò, mediante la lumaca, la verità, che muove lenta nel suo andare 
e per nulla al mondo lo accelera (Hermann), j; Vuoisi la chiocciola — dotata 
della meravigliosa chimica del corpo, per la quale la calce viene separata 
dal cibo e la pelle funziona quasi da cazzuola .Bulman) - rappresenti la 
razzegnazione, la pazienza, «per scordar i tempi e starsi molti giorni 
rinchiusa nella cocciola finché viene il tempo a proposito d’uscir fuora » 
(Ripa). Il Vediamo pure data la lumaca come simbolo della voluttà e della 
lubricità « siccome quella che riunisce i due sessi » (Pozzoli). || Ma una 
geniale e nuova applicazione simbolica della chioccioletta degli orti presenta 
Paolo Lioy : « Verrebbe questa chioccioletta a rappresentare il simbolo del 
vero e assoluto individualismo trionfante? Potrebbe aspirare all’onore di 
formare lo stemma del vessillo rosso o nero? Forse, se interpellata potesse 
rispondere, la chiocciola risponderebbe : - Si, io vivo solitaria nella mia 
casetta e la porto sempre con me, non sento bisogno di capi, di vicini di 
compagni o di compagne: sono ermafrodita, basto anche per l’amore a me 
stessa ! » (Storia naturale in campagna). |1 Se non che anche Rodolfo 
Giacobbe Camerarius (1665-1721) da noi citatissimo, aveva espresso già 
qualche cosa di eguale a illustrazione della chiocciola : 

O félir secìtm sua guicumtjne ommict poriat, 

Fortunu vivciis liber ab arbitrio. 

iSi/mb. IV - C). 

E il Giusti, pur tentando riabilitare l’ umile mollusco. 

Che uaisce il merito 
Alla modestia, 

non potè nascondere che la chiocciola. 

Consenta ai oomodi 

Che Dio le fece, * 

Può dirsi il Diogene 
Della sua specie. 

Tra i ineriti della lumaca sono da annoverarsi - per taluno - anche quelli 
culinari, che deliziavano le antiche mense romane, e Plinio le raccomandava 



178 

come ottimo rimedio allo stomaco, mangiando però lumache.... in numerò 
dispari. I frati di Friburgo ne erano ghiottissimi (Addison); famosissime 
erano le lumache della Roccella e di Borgogna, cucinate con il prezzemolo, 
il cerfoglio e lo scalogno. 

336. IiTIlTA — «E fece Dio due luminari grandi: il maggiore che pre¬ 
siedesse al giorno, il minore che presiedesse alla notte» {Genesi. I - 16); 
e il sole e la luna furono i primi obietti della idolatria presso tutte le 
genti, sorprese alle magnificenze vantaggiose dei due pianeti che loro 
apparvero dei supremi ed arbitri della terra. Macrobio pretende che tutti i 
numi del paganesimo abbiano riferimento ad essi : quelli maschili dal sole, 
quelli feminili dalla luna. Da questa — mutevole nelle sue fasi, ma sempre 
inalterata nel suo splendore e immortale — si invocarono i favorevoli 
indussi per la feracità del suolo e per la salute degli umani. Ippocrate non 
amministrava rimedi ai suoi infermi se non dopo l'esame della posizione 
della luna; Plutarco credeva che la materia animale illuminata dalla luna 
si facesse putrida ; si assicurava che la luce lunare rodeva la pietra ; ed 
infinita è la serie degli errori e degli assurdi anche giudiziari a cui condusse 
l’opinione del dominio dell' astro sulle cose sublunari. L’idea di tale infiusso, 
per altro, se è esagerata, non può dirsi assurda, in quanto che esso è 
evidente nelle maree ; è la massa lunare quella che fa sollevare le acque 
marine, apparentemente ribelle a tutte le leggi della gravitazione ; ed alcuni 
scienziati della fine dello scorso secolo non sono alieni dal credere anche alla 
infiuenza della luna sulle correnti terrestri (Adams). Naturalmente il culto 
lunare era universale; l’Iside egizia; la Dione assira; la Astarte fenicia; 
la Alizat araba ; la Militta persiana ; la Meni ebraica ; l’Artemide greca ; la 
Diana latina; la implorata dalle druidesse britanne; la mdedticta» delle 
maghe tessale ; la complice incolpevole delle alrune germaniche e dei tetri 
sortilegi che si perpetuarono — pur troppo — fino ai nostri giorni, è sempre 
la luna, attrice di ogni cosa nella natura e simbolo di generazione. Per 
questo specifico significato della forza creativa in essa riconosciuto, la luna 
è l’astro delle partorienti: Presso il sacrario di Serapide in Atene sorse il 
primo tempio di Ilitia (Pausania), dea venuta dal paese iperboreo nell' isola 
di Deio ad assistere Latona 

A partorir li dae oochi del cielo 
■ (Piirp. XX - Vài). 

Altri credono Ilitia figliuola di Giunone Lucina, sua ministra nei parti da 
lei favoriti ; e lungo le coste del Ponto ed in tutta l’Asia minore il suo 
emblema era la falce lunare per il cielo, la vacca per la terra. Così ella 
veniva pregata : 

Rite maturos aperire parlus 
. Leni», llithyia^ tuere matres 

Rive ta Lueina probae vocari 
Seu Oeuitali» 

(Orazio - Carni, sire). 

Anche in Roma Ilitia aveva un tempio, e Servio Tulio, con fine anagrafico, 
aveva ordinato che ad ogni nascita, ad ogni adozione della veste virile, ad 





. 179 

“«> «aiuta 

Montiuin cuatos neìno7‘t4m{jue virgo, 

Qtuie Utbo^'antes utsro piielias 
JfT vocattt nudis adìmist^uf, trio 
Diva tri/'ormis 

{Gii. ni - 22). 

«ikZZo.'* ““* ''' •■•*“>« 

O santa Dea, ohe dagli antiqui nostri 
Oehitamonte sei detta Triforme, 

Ch’ in Cieio, in Terra, e nell’Inferno mostri 
I-’alta bellesza tua sotto piu forme, 

E nelle selve, di fere e di mostri 
Vai OHCoiatrice seguitando Torme. 

(Ori. r-ir. XVIH). 

queir.niaoio.. 

Teri'et^ lustrai, agii, Proserpino, Luna, Diana, 

/»!«. superna, ferus. sceptro, Myore, sagitta. 

raffigurazione diversa (Cfr : Lioy, 
Zanott. Bianco). Alcuni poeti favoleggiarono che vi si rintraccia il profilò 

l’esSÌT?r dall-innamoratissima Diana. Importantissima por 

1 esegesi delle sacre carte e della poesia divina per definizione è la diffus^s- 
ma leggenda che Dio abbia scaraventato Caino nella luna, carico di un 
tMcio di spine accese. {Inf. XX. 126 - Par. II. 56); e da allora - nelle 

della luna - si scorge e si scorgerft 
fino alla consumazione dei secoli il profilo sinistro del primo fratricida 
Contrariamente alla comune credenza gli inca - costituenti 1’ antico vasta ' 

iiorr 15°l‘^la. dell’Equatore e del Cile settentrionale - 

on erano monoteisti, e insieme al Sole adoravano la Luna e certe stelle 
ed alcune pietre di forme e colori speciali, cui inalzavano altari (Bandelier)’ 

l-etr„r““ Ti è il grande arsenale del senno umano; è 

eterna confidente dei poeti e degli amanti; la «eterna peregrina» (Leo¬ 
pardi) ; la « casta diva » del Romani ; il ® ' 

romito, aereo 
tranquillo astro d*argento 

(ì)a7»Koni} 

AriigrSo!’ ® definizioni di 


E altrove ; 


perla 

Dell* etra sideral. 

Teschio Itefl'arilo e calvo, 
maschera di giiillar, 
scudo tiu-tato e lercio, 
fautasiina del sol, 
spettro paffuto e guercio 
Dal faticoso voi. 


paotattaT’’ 






1&) 

ÌMnatica è la persona Ji instabile e stravagante umore, perchè la luna 
è « mutabilissima, per quanto ne giudicano gli occhi nostri ; però si dice che 
lo stolto si cangia come la luna, che non sta mai un’ ora nel medesimo 
modo »; e coni gli iconologisti danno la luna tra gli emblemi della incostanza 
(Ripa). Dice Giulietta a Romeo : « Non giurar per la luna, per la luna 
incostante che ogni mese cambia nell’orbita sua; il tuo amore sarebbe 
mutabile del pari ! » (Shakespeare). ] La luna è ancora tra i simboli mas¬ 
sonici. )] Nel blasone dicesi luna se disegnata piena, cresceiile se disegnata 
non compiuta o scema (v. AhM, Crescente, Sole], 

337. IiTTNARIA — La c regina delle erbe » del lìigveda, pianta degli 
alti monti, e il cui seme contenuto nelle silique è cornuto come la luna 
nuova. Era credenza che la lunaria crescesse e decrescesse secondo le 

fasi della luna (Alberto Magno), e ad essa fosse co¬ 
stantemente rivolta 

ron quel desio 

Ond* entropio s' accompagna al sole 

(Cardnooi - Coni/rdu); 

cosi che la lunaria si prestò efficacemente a costrurre 
imprese amorose, come quella di Clemente Piccolo- 
mini, animata dalle parole virgiliane di Eoio re dei 
Venti, in risposta alla sua benefattrice Giunone: 
« Tu mihi quodeumque » (Gelli). || Credevasi pure 
che la lunaria fosse miracolosa contro le oftalmie. 
Il Gli alchimisti alzano la virtò di questa pianta fino 
al cielo per fissare l’argento vivo — dice il Durante 
— il quale, per altro, li deride : 

ììuec viviim ari/ejitiim in purum coiwerUre fola 
(Xi ehiinieturum sit fabula pura) vulebit. 

* (Erbario ìiùvoJ, 

Gli eruditi del linguaggio floreale designano la lunaria come simbolo di 
fantasticheria. 

338. LUPINO — Umile leguminosa che, accolta nel terreno anche ste¬ 
rile, ricambia il beneficio dell’ ospitalità rendendolo fecondo, anche senza 
coltura; e simboleggia la gratitudine. || Nelle bische dei comedianti ro¬ 
mani correvano come moneta certi lupini impressi di marchio speciale per 
evitare lo baratterie. 

3.39. LUPO — La miglioro etopeia del lupo e della femina sua si trova 
nelle pagine del poema immortale : 

natnrn si malvagia e ria 
Clio mai non empio la bramosa voglia 
K dopo il pasho ha più forno oho pria. 

Utif- I - «7). 



Kl passim; 


Ed una lupa, elio di tutte le brame 
Sembìava carea nella sua magrer.za, 
R molte genti fo’ già viver grame. 


Unf. I - W). 






181 


Maledetta aie ta, autica lupa, 

Che più di tutte V altre bestie hai preda, 

Per la tua fame senta fine oupa ! 

{Purg. XX - 10). 

S’accordano i comenlatori nella interpetrazione allegorica diretla, identifi¬ 
cando la lupa nella avarizia, con tutto le tristi sue concomitanti dell’avi¬ 
dità, dell'ingordigia, ed anche della ipocrisia e della frode, caratteristiche 
tutte ohe convenientemente appartengono al concetto zoologicamente figu¬ 
rativo del lupo e della lupa. || L’interpetrazione allegorica indiretta è 
({uella politica, che ravvisa nella terza bestia della « selva selvaggia ed 
aspra e forte » — forse il disordine politico del mondo (Capelli) - la curia 
papale, avida di beni temporali. « Beniamino lupo rapace » dice Giacobbe 
morente nel commiato dei figli (XLIX - 27). € I giudici (di Gerusalemme) 
sono lupi della sera, che nulla lasciano per il giorno seguente » (Sofonia 
UI — 3). Il Largo subietto di totemismo, il lupo ha la dedicazione ad Apollo 
ed a Marte; incarna nel mito egizio Tifone il maligno; è in quello celtico 
il mostro Fenris, figlio di Loke — principio del male — captivo degli dei, 
e ohe nel giorno estremo in cui sarà disciolto dai lacci manderà fuoco dallo 
nari e dagli occhi e aprirà le fauci che toccano il cielo e la terra per in¬ 
ghiottire il sole. Il Parecchi popoli amano raccomandare la tradizione della 
loro infanzia ai feroci ardimenti del lupo: I sanniti — o irpini — hanno 
per guida un lupo quando cercano una terra in cui rannidarsi con ferma 
dimora. I galli — all’insegnare druidico — ebbero per progenitore un dio 
notturno o infernale, chiamato da Cesare Dia Pater, rivestito di pelli di 
lupo, come attestano le imagini che ne rimangono 
(Reinach). L’alma Roma si compiace del mito della 
lupa calata dai monti pen dissetarsi, la quale accorre 
al pianto di Romolo e di Remo, abbandonati all’onda 
limacciosa del Tevere, e loro porge le mammelle por 
allattarli. || Meno prodigioso appare, invece, il sosten¬ 
tamento primo dei fondatori di Roma, il quale si 
annette ad altro significato simbolico della lupa, quello 
della lussuria. Lupa chiamavano gli antichi la me¬ 
retrice (onde Injiaiiare ). 

Tanto lussuriosa, che paloso 
OolPtiltre lupe stava nolla tana. 

{Fh7.ìo tletfli Ubcrli). 


— ...^ 1 . 

fS.RQ.Rdl 

r —'—^ 

7' iriJi 

1.=-^- - - ' 

-.1 


LU1*A CAriTOMN'A 


-Lupa ora Bopraniiouiata Acca Laurenzia, donna di liconziosi costuini a 
cui il marito Faustolo, pecoraro di Numitore, affidò i due nati da Rea 
Silvia, abbandonati alle acque. I quiriti cosi tenacemente si attaccarono alla 
tradizione leggendaria che lo stemma del regno, della republica, dell’im¬ 
pero, e quindi della città, portò sempre e porta ancora l’imagine dei due 
bambini allattati dalla lupa. Presso gli ultimi gradini della scala che con¬ 
duce al Campidoglio una lupa sta tuttora rinchiusa in una gabbia, stemma 
vivente di Roma ed esempio modernissimo di razionale totemismo. || Il 
lupo fu usato a simbolo del passato (Cuper). || Piò costantemente fu la 
identificazione dell’essere truce e spaventoso. L’apparire del lupo dicevasi 
troncasse la favella, e lo credette perfino Leonardo da Vinci {Cod, Atl. 










182 

XXXm - 973). (Cfr. : Virg. Ecl. IX - 63 — Cicer. Att. XIII - 33 - Ter. 
Adelph. rV, 1-21 — Plaut. Stick. IV, I - 71Ì. Una terribile forma di pazzia, 
forse quella onde fu colpito il superbo Nabucodonosor, conduce al delirio 
l’uomo che si crede mutato in lupo, e tale cambiamento totale del senso 
fisico è detto grecamente licantropia. La fantasia morbosa del popolo 
ne costruì lo spauracchio di un animale imaginario che va errando e ur¬ 
lando di notte, in uno strano vaneggiamento di terrore : è il loup-guroti 
dei francesi, il Wàhrwolf dei tedeschi, il wereicolf degli inglesi, il nostro 
lupo mannaro (forse da manuarius — camminante sulle mani), simbolo 
più comune dello spavento. || Nella secolare lotta fra l’uomo e il lupo si 
ricorse naturalmente anche alla preghiera e all’ esorcismo. Molti santi vin¬ 
sero la fiera e da esso sono accostati nella loro effigie : Arnolfo di Svistons, 
Marco l’Eremita, Guglielmo da Vercelli. Famosissimo è l’episodio del « lupo 
di Agobbio » (Gubbio), affrontato da san Francesco d’Assisi, che era solo 
armato dalla assoluta confidenza in Dio. Fu vinta la belva dalle esortazioni 
del santo, ed a lui protese la zampa in segno di amore (1220). Il fatto è 
perennato in molte iinagini, tra le quali il fresco della Vittorina a Gubbio 
e la statua in legno di S. Francesco della Pace ad Assisi. Nel Brie (Francia) 
era usatissima la seguente invocazione: 

Oii vat-Ui, lovp r 
— ./« vais je Ite sai» où 
ChercJur bète egarée 
Oli bète mal gardée. 

— Loup je le défewts 
Var le grand Dieii tont-piiiatfiiiit 
De piai de mal leur faire 
(jiie la i'iérge bornie mère 
yen flt li eoi! eiifalli. 

In alcune corporazioni massoniche di mestiere della 
Francia ai chiamavano Itipi i coinpagnos forestieri, 
che nella iniziazione si presentavano coperti da una 
maschera di lupo. Nell’ araldica il lupo indica 
ardire, ha la coda rialzata e il suo smalto è per lo 
più nero. (v. Animali). 

340. LUPPOLO — Orticacea rampante e perenne, 
dai sarmenti ruvidi e pelosi, crescente rigogliosa sulle 
rive boscose dei fiumi e nelle plaghe umide. I mo¬ 
naci del confine gallico e germanico insegnarono a 
dare l’aroma alla cervogia d'orzo con il fiore di questa 
liana selvatica, elencata tra i simboli e denotante 
l’apatia per alcuni e l’ingenuità per altri. 










M 


341. MACINA — Mola — « Ha simbolo delle azioni e commerci della 
umana vita, poscia che le macine sono sempre due, e una ha bisogno del- 
1 altra, e sole mai non possono fare l’opera di macinare j cosi anco un 
uomo per sè stesso non può ogni cosa, e però le amicizie nostre si chia¬ 
mano necessitudini, perchè ' ad ognuno è necessario avere qualche amico 
con il quale possa conferire i suoi disegni, e con scambievoli benefici l’uno 
1 altro sollevarsi e aiutarsi ». Cosi il Ripa, spiegando il simbolo che mo¬ 
dernamente si potrebbe dire quello della cooperazione. In araldica la 
macina indica diritti fendali ani molini. (Guelfi). 

342. MAGGIORANA — Origano — Pianta stimo¬ 
lante, per le sue virtù officinali annoverata fra le 
benefiche, e simbolo di conforto. || Per questo forse 
si rappresentava Imeneo coronato di maggiorana. || 

Vediamo anche dati altri significati alla maggiorana, 
secondo eh’essa sia grossa, e indicherebbe menzogna, 
o piccola e indicherebbe bontà. || Nelle antiche corti 
d amore dicevasi xvegliare la maggiorana quando la 
dama, per salutare l’amante che passava, apriva la 
finestra, sul cui davanzale usavasi tenere un vaso 
della aromatica pianticella. ^ 

343. MAGNOLIA — Il bel fiore superbo della 
bellezza superba, a cui non giunge lo schianto di un 
sospiro, mentre dalla satura coppa espande trionfalmente l’acuto profumo 
di sensualità e di ebrezza. 

344. MALVA Pianticella di molti meriti, usata largamente nella 
medicina come calmante ed emolliente. 

Ac rlemum tam mutili vaici, Uim mutUique praettal. 

Ut sic ab aniiquis Hfalva omnimoi'hia dieta, 

(Durante). ** 

Simboleggia la maternità, tenera per tutte le sofferenze, per tutti gli orrori, 
per tutte le necessità ; la dolcezza e la facilità, « perchè essa inumidisce e 
raddolcisce » (Noèl). 

345. MAMMELLE — La Diana efesiaca - diversa dalla omonima deità 
Italica e dalla Artemide ellenica, e venerata come la madre universale della 
natura — veniva rappresentata con una torre sul capo, divisa in piani, e 


















181 


con il petto 0 il ventre tutto cosparso di animali e pianto o di mammelle 
))rotuberanti, simbolo della ubertà. Aristide Sartorio spiegò così il concetto 
simbolico di un suo magnifico dittico, con il quale si affermò l’araldo ita¬ 
liano del nuovo idealismo simbolico (181)9) : < È la Diana d'Efeso, dalle 
cento mammelle, quale nutrice degli uomini e delle loro chimere ». || Vit¬ 
torio Grassi disegnò nel francobollo libico da dieci centesimi la dea elesiana 
risorgente dal deserto alla luce della stella pentagonale d’Italia (luglio 
1921). Il La Diana multimammia — a cui era stato eretto il celeberrimo 
tempio incenerito da Erostrato (356 a. C.) — era an¬ 
cora obietto di culto nei tempi protoqristiani, e si ha 
memoria di un tumulto popolare in suo nome, du¬ 
rante la predicazione di san Paolo {Atti degli apostoli 
XIX). Il Varie sono le interpetrazioni date alla con¬ 
tinuata allegoria delle mammelle della sposa nel 
Cantico dei Cantici; e non qui il luogo di riferirne 
le postillazioni anagogiche. ! La mammella è anche 
simbolo di benignità. || Agata, vergine siciliana, 
non volendo rinnegare la fede di Cristo, fu condan¬ 
nata dal governatore Quintiano ad atroci tormenti, 
primo dei quali la mutilazione del petto (251); per 
ciò la santa viene rappresentata con le mammelle 
sopra una coppa. Es. : nella scoltura della porta di 
S. Agata dei Goti a Roma ; nel trittico del palazzo del 
Consiglio sovrano a S. Marino (disegno del Tonnini). 

346. MANDORLO — Quando ancora sui monti biancheggi.ano le nevi, e 
pure l’erba già verdeggia, e spuntano le gemme, e i fiorellini selvaggi 
timidamente picchiettano le siepi con i colori smaglianti, il tenue mandorlo, 
con generosa imprudenza, riveste i suoi rami snelli di rosei fiorellini, speranze 
delicate fiorenti nella indistinta seduzione della stagione novella. Poi tornano 
le nuvole basse, le bufere, i giorni duri del gelo, del tetro abbandono del 
sole. Cosi il mandorlo parla suggestivamente di questa vita di dolci inganni 
e di abbattimenti crudeli, di entusiasmi e di disillusioni : emblema di fatuità, 
ma fatuità geniale, dolce errore che annualmente si rinnova, e che si 
perdona volentieri, perché se precoce è nel fiore, è tarda ma sicura e squisita, 
nel frutto. 

A voi, fHoili KOgni, a voi speranx.e 
Lusmglievoli, io peuso, onde s^ingenima 
Auxi tempo l’incauta gioviuensa, 

Datrice alma d* inganni. Irato a un tratto 
Del concesso governo urla aquilouo. 

Stagna i vividi snoclii, abbrucia i novi 
Germogli, i iiori isterilisce, e a volo 
Precipitando dall’ etnea montagna, 

Di pulito nevischio i campi inalba. 

Guarda il mito cultore, e con un triste 
Riso scrollando la vellosa testa: 

Bene, esclama, più eh* altro a te s’ adilice 
Il morso di rovajo, o impar.ieDte 
. Mandorlo, a cui si tarda la stagione 

Dei fiori.... 



(Bapisardi - Fciìbraio), 














IS"! 

Nell’araldica il luaudorlo aigiiilica grande ardire, sperania incerta, 
gioventii (Ginanni), attributi facilmente esplicabili por logica evidenza. 

347. MANORAO-OLA. — Solanacea narcotica e purgativa, della cui 
radice stranamente trovata rassomigliante al corpo umano, si abusò gran¬ 
demente. « I ciurmadori e i cerretani danno falsamente ad intendere alle 
semplici donnicciole sterili, che mangiando delle mandragore che lor po¬ 
tranno lar figliuoli » (Durante). Machiavelli imperniò su questa fandonia 
scientifica la azione della sua celebre e lubrica comedia. Pertanto l’umile 
pianta, dallo spiacevole odore, divenne immeritatamente uno dei simboli 
della fecondità. || Secondo antiche leggende, la migliore mandragola è 
quella inaffiata dall’urina di un appiccato (V), e quando essa è strappata 
dal suolo dà gemiti cosi strazianti che chi la sradica 
deve morire sul colpo (Shakespeare - Romeo e Giu- 
lieita). Se invece è amorosamente colta, il suo fiore 
diventa la provvidenza della casa: parlerà, rispon¬ 
derà a tutte le dimando e svelerà ai suoi ospiti af¬ 
fettuosi l’arcano avvenire. || Con la radice della 
mandragola gli antichi germani facevano i simulacri 
delle alrune, piccole figure dei loro dei penati, cu¬ 
stodi delle case, che tenevano in luoghi secreti e 
vestivano, e coricavano in cofanetti, e servivano ad 
ogni pasto di cibi e di bevande. (| Alcuni pretendevano 
ohe la mandragola nascesse preferibilmente ai piedi 
del patibolo e fosse propizia alle ricerche dei tesori 
ed alle operazioni della magia, || Altri ermeneuti del 
simbolo floreale danno la mandragola per indice della perfidia, « infedeltà 
mascherata colle sembianze della fedeltà » (Tommaseo), e della impostura. 
iCfr. P. Giacosa - Aa leggenda della mandragora). 



MANDRAGOLA 


348. MAITO Atanasio il Grande afferma che gli idolatri veneravano 
come divinità tutte le singole parti del corpo umano, ed in particolare la 
mano, organo degli organi (Giordano Bruno), le membra più nobili dopo 
il capo e che si direbbero avere l’intelligenza materiale delle cose (Pigo- 
rini). San Tomaso dubita degli occhi e ricorre all’ esperienza della mano. 
Anassagora opinava che l’uomo deve l’estensione della sua intelligenza 
alla destrezza delle sue mani, e questa idea venne altamente proclamata 
negli scritti di Condillac, Buifon, Elvezio e dei moderni fisiologisti (Gioia). 
Nel pensiero umano l’elemento motore agisce, infatti, sui centri cerebrali 
— agenti della sensibilità della pelle e nelle strutture adiacenti — e si¬ 
multaneamente sui muscoli. Si legga l’inno alla mano di Giovanni Macó 
(Storia di un boccwie di pane). 

Grande numero di mani si trova sugli antichi monumenti e onorari e 
limerarì ; ed è lecito credere che esse rappresentino voti o adempimento di 
voti, che si appendevano nei sacri templi, come tuttora vediamo appendere 
agli altari del culto cattolico mani d’oro e d’argento « per graiia ricevuta ». 
Queste mani votive sono dagli eruditi distinte con vari nomi, o per la 
materia onde sono costituite (ad esempio: manus aeneaé) o per i simboli 





18(1 


eh’ esse conlengouo ^ad esempio : le maui pantee, come quelle trovate ad 
Ercolano, con un idoletto, un’idra, una pianta e attributi di vari numi) 
(Cfr. : L. Conforti - U cullo della mano, anche per gli studi di Halber, 
Milano, Dilthey, Dall’ Osso). || Il cuore che arde al sommo, in palma di 
mano, indica amor divino. j| La preghiera è descritta da Virgilio : 

Uiiplir.eM Uiulem ttd aiifern pahmtn. 

La palma aperta recante il triangolo e la piramide che il Montagu ed il 
Ficoroni elencarono nei geroglifici egizi, e indica offerta, si ripete nella 
iconografia religiosa del cattolicismo, nei ritratti dei potenti che erigono 
chiese e conventi e ne presentano la figura architettonica, inginocchiati, alle 
imagini dei santi cui le costruzioni sono dedicate. Es. : Ariberto da Cantìi 
nel fresco della biblioteca Ambrosiana di Milano; Guglielmo Castelbarco in 
S. Fermo a Verona; San Domenico di Luca Della Robbia nel santuario della 
Cjuercia a Viterbo; Gian Galeazzo Visconti del Borgognone alla Certosa di 
Pavia. Quando ancora l’imagine di Dio non era umanata, la mano uscente 
dalle nubi esprimeva l’idea dell’Eterno Padre (Rochette), ed oltre l’arte 
protocristiana se ne hanno esempi frequenti, come nel ritratto di Ludovico 
il Pio, nel codice miniato della biblioteca Nazionale di Parigi, e quello 
dedicatorio di Carlo il Calvo nel Codex aureus di Sant’ Emmerano di Rati- 
sbona (870), ora a Monaco di Baviera. || Gli esseni riguardavano la mano 
destra come buona, fausta e onorevole ; la sinistra era infausta ed impura. 

Una mano destra appalmata simboleggiava la prodigalità, e oculata la 
beneficenza. Per simboleggiare 1’ avarizia si disegnava invece una mano 
sinistra chiusa. Allor che i bearnesi furono inviati a cercare un sovrano per 
il loro paese, trovarono nella casa dei Moncada tre fanciulli dormenti: l’uno 
con i pugni stretti, e parve indizio di avarizia; l’altro con le palme allargate, 
e parve indizio di prodigabilità; il terzo con le mani semichiuse; e questi 
fu l’eletto, Gastone di Moncada, capostipite della dinastia regale di Enrico IV, 
perchè le sue mani sembrarono presagio sicuro di saggia moderazione. || 
11 pugno chiuso indica disprezzo, e coji esso affer¬ 
mavano lo spregio dei beni terreni, nelle preghiere, 
i settatori indiani di Angemacnr. ,| Secondo Zenone, 
la eloquenza era significata dalla mano aperta, e la 
dialettica dal pugno chiuso. || La mano sinistra era 
riguardata come quella del furto, e con essa giura¬ 
vano i ladri per la loro dea protettrice, Laverna, men¬ 
zionata da Orazio e. da Plauto. || La mano era di 
sovente usata come insegna dei manipoli militari 
romani. || La storia etnografica e sociologica della 
mano che stringe la mano sarebbe interminabile. La 
stretta manuale è il saluto pih comune tra le genti 
civili (v. Saluto), ed è il simbolo più reale della ami¬ 
cizia, della concordia, della fede. I perseguitati pez¬ 
zenti avevano nella loro medaglia distintiva il ritratto di Filippo II da un 
lato e dall’altro la bisaccia dell’accattone attraversata da due mani intrec- 
ciaté*! es. nei museo numismatico di Berlino) (v. Bisaccia) ; ed è caratteristica 



MANO DI l'ATIMA 




1«7 

la stretta di mano massonica, ohe appare anche in certi esemplari grafici e 
simbolici, come in quelli delle Rispettabili Fraternità Nepeutina all’Oriente 
di Amantea e Ursentini Costanti all’ Oriente di Orzomarzo (Dito). Sim¬ 
bolo che si TOnserva tuttora come passaggio dall’iniziazione dei culti an¬ 
tichi alla realtà sempre attuale è la stretta di mano coniugale, esprimente 
la perenne fedeltà, «questo onore dell’amore > (Gerfant); un esempio clas¬ 
sico ne lo oflfre il magnifico quadro allegorico di Federico Sustris (prima 
metà del XVI sec.), nel palazzo Campori di Modena, rappresentante il rito 
nuziale con due sposi che si serrano le destre, sotto uno zampillo d’acqua, 
e con la scritta : « manus manum. lavai ». Oltre le mani votive, le mani 
aperte in segno di equità e di liberalità, e le mani alzate in segno di si- 
cnressa, di vittoria, negli antichi monumenti, vedonsi pure mani pantee 
e mani falliche. Presso i maomettani — i quali credono seriamente agli 
amuleti — è molto in voga el Lid el Fatima — la mano di Fatima — figlia 
di Maometto, intelligente fatica degli orafi, che ne fanno delle artistiche 
meraviglie in filigrana preziosa, ed alla quale si conferiscono magiche po¬ 
tenze di protesione. || La mano a sette dita fu una decorazione militare che 
si portava sul turbante o alla corda del camello, istituita da Abd-el-Kader 
all’ inizio della sua ripresa guerresca contro i francesi in Algeria (1839), e 
indicava sospensione di ginstisia, il cui diritto poteva essere invocato dagli 
insigniti a favore dei condannati. || La chiromanzia — arte di leggere nel 
luturo, stabilendo rapporti fra la mano dell’uomo e gli avvenimenti este¬ 
riori — nata fra i primi popoli sumiri — si connette alle antiche discipline 
divinatorie ed ermetiche dei greci e degli arabi. La Biblia vi accenna in 
alcuni suoi passi (Giobbe - XXXVII - 7; Pivv. - III - 16). Oggi ancora 
taluni credono ai chiromanti, come ai sacerdoti di una scienza stabilita su 
nozioni perfette; mentre con gli studi moderni di fisiologi insigni (Desba- 
rolle, Mantegazza, Lombroso, Morselli, Desanctis) intende a compiere i ri¬ 
sultati della fisionomia anche l’osservazione della mano, essa è fatta obietto 
di ciarletanesca e lucrosa professione, nella quale eminerono Papus, e lo 
mudames do Thèbes e Fraya e le mademoiselles Cleo Hélios e Passerieu, 
pitonesse gemmate degli eleganti salotti parigini. 

349. MANTO — Distintivo ornamentale di regnanti, principi, cavalieri) 
magistrati, provenuto probabilmente dall’usanza di porre nei tornei le armi 
dei contendenti (Eistembach) : segno di alta dignità. Presentemente in Italia 
il manto è riservato al re, alla regina, ai principi del sangue; i cavalieri 
dell’Annunziata pongono il loro scudo nel mezzo del manto dell’ ordine 
(velluto amaranto sparso di nodi di Savoia); il primo presidente della corte 
di cassazione pone l’arme sul manto, cimandolo con il tocco e adornandolo' 
della mazza e della toga. || La vestizione di Atena con un nuovo peplo di 
lana gialla e dorata, intessuto da mani feminili era la cerimonia essenziale 
delle panatenèe ed al rito religioso facevano compimento i giochi famosi. 
L’uso solenne di quest’ offerta anche individuale era antica, ed Ecùba, pregata 
da Eleno, la eseguiva, consegnando alla sacerdo.tessa Teano il più bel peplo 
della sua casa [11. VI). 

350. MAROHXiBrITA — Graziosa asteracea (bellis j:>erennis), nunzia della 
primavera, forse derivante il suo comune nome dal latino (margarita-^erla,)] 


Itì8 

a cui fu assomigliala per la bianchezza delle t'oglioline slellaiiti altorno alla 
corolla d’oro, con il sacrilioio delle quali la fanciulla innamorata trae il 
lieto o il triste presagio del suo amore ; « la bianca sibilla dei prati » ( Pan- 
zacchi). Berto Barbarani interrogava la margherita delle balze trentine (e 
il suo presagio era confermato degli epici avvenimenti): 

O nuirahcrita fial vestito a Micia, 
sff le rato le foje a una n una, 
pian, aensa farle tanto mai..., russ't..., 
vaio ntai dirme se sta tera bela 
'«a qualche volta gavarà fortuna t 
— h' ultima foja ìu*d segoni de si* 

È, dunque, tiore immortale nella poesia: Ossian ne tesse l’elogio sulla tomba 
di Fingai, per l’arpa d’oro di Malvina e per il canto delle figliuole di 
Morven, che lo consacrarono come il fiore dell’ iunooenia ; Guthe nel patetico 
idilio romantico di Faust lo fa scintillare di perpetua bellezza, come il fiore 
della modestia. 

351. MA.KTEIiLO — Stromento comune appartenente all’ arsenale ordi¬ 
nario dei simboli del lavoro, dato a Vulcano, il solo dio lavoratore e laborioso; 
già usato nella emblematica massonica, e recentemente, insieme alla falce, 
adottato dal governo moscovita di Lenin ; divenuto quindi simbolo del socia¬ 
lismo (1919) e del comuniSmo (1921). || Sulle medaglie consolari romane 
indicava il potere del triumvirato monetario. {| Figurativamente si usa il 
martello anche per vendicare la percussione morale : ' 

perché meu crucciata ^ 

La divina vendetta gli martelli. 

Unf: XI - MI). 

Così il martello entra nelle allegorie della persecuzione, della tribolazione, 
della necessità e simili. Chiamavasi » malleus malcficarum-» il codice dello 
Sprenger per procedere giudizialmente contro le streghe (Colonia, 1489), 
(v. t\dmine), || Una curiosa applicazione del martello 
battente sulla incudine, a ricordare il ritmo, è nella 
allegoria della Musica, dipinta dal Pintoricchio nelle 
sale borgiane in Vaticano. 

352. MASCHEBiA — Nelle processioni e nelle ini¬ 
ziazioni dionisiache — da cui derivano la tragedia e 
la comedia greca — usavasi travisarsi la faccia con il 
mosto d’uva e con colori vivaci. Poi si usò coprirsi 
con una larva dipinta, di corteccia d’ albero o di cuoio, 
e fu la maschera, fissata per le scene in categorie 
peculiari, secondo i tipi tragici o comici da rappre¬ 
sentarsi, con capelli e barba, e sempre con le labra 
spalancate a modo di tromba, per rinforzare, mediante 
apposito imbuto metallico, il tono vocale. Il volto 
degli dei, degli eroi, delle eroine — personaggi da coturno — era per lo più 
plasmato sui venusti profili della statuaria; quello dei personaggi da socco 
era tutto caricaturale, con scontorcimenti nelle fattezze e con la bocca esa¬ 
geratamente aperta. Roselo fu il primo che osò recitare senza maschera 



MASCIIKItK 

1. da romedia - 
tragedia. 


(in 









189 

(Gicet-one), ma non fu compreso nè seguito nell’audace tentativo. || La ma¬ 
schera permise di impunitamente abbandonarsi all’orgia, senza arrossire 
nel turbinio delle passioni più folli e nell’ obrobrio dei più colpevoli tripudi ; 
e come in Atene e in Roma antica, così in Venezia e in Parigi — lieta¬ 
mente introdotta negli usi del carnevale — divenne elemento quasi cardi¬ 
nale della vita elegante e fastosa, ma facile stromento di comoda e non 
sempre onesta finzione, contributo possente alla corruzione sociale. Icono¬ 
graficamente, quindi, la maschera rappresenta la tragedia con Melpomene 
e la comedia con Talia, secondo le tradizioni storiche ; 
e, secondo le analogie morali, è simbolo di inganno, 
di frode, di menzogna, di simulazione, di ipocrisia. 
Il A proposito delle false apparenze disse la volpe 
alla maschera : 

O quanta specie» cerebrum non habet. 

(Pedro I - 7). 

Le maschere degli antichi sono di frequente adope¬ 
rate come fregi, sulle gemme e sulle urne sepolcrali. 
« L’uomo si copre o si sfigura il volto per diverse 
ragioni, le quali possono fornire il criterio migliore 
per tracciare una classificazione scientifica delle ma¬ 
schere » — cosi Paolo Mantegazza, il quale ne propone 
la divisione categoricA in : occultatone, draìnatiche. gioiose, e carnevalesche, 
(e danzatone), venatorie, guerresche, sacre. 


353. MATRICAKIA — v. Camomilla. 

354. MEliIAITTO — Butacea ornamentale, dotata 
di copioso umore melato, e per questo interiore e 
poco fine dolciore assunta a simbolo di affettazione. 

356. MELISSA — Cedronella — Erba vastamente 
usata nelle provvidenze ofBcinali, e per la vivace na¬ 
tura, per il profumo gradito, per l’azione stimolante 
prescelta a significare la celia e l’ilarità. 

366. MELO — Dicono gli araldisti che la mela 
significa il beneficio del principe, del padre di fa¬ 
miglia, ed anche beltà pericolosa e amore (Ginanni, 

Crollalanza). Questo svariatissimo rosaceo, schiettamente indigeno dei boschi 
montuosi d’Italia, gradevole, salubre, somiglia infatti alla autorità dal cuore 
generoso, che vive e prospera lietamente all’ombra e al sole, sul greto del 
fosso e sull’ orlo della via maestra, come nel vividario opulento e delizioso, 
e spande il suo acuto profumo principescamente, paternamente, tra le forme 
esotiche e bizzarre degli altri frutti. || Pericolosa è aggettivata la sua bel¬ 
lezza in ricordo forse della mela che fu « ad Èva il cibo amaro» {Purg. 
Vili - 99). (v. Pomo). Il E bellissime, riscintillanti di maliósi colori e con 
la corteccia dorata dicevasi fossero le mele meravigliose crescenti sotto il 
mare d’Asfaltide, dove non palpita il vento ed è perennemente plumbeo il 










im 

cielo; ma, svelto dal ramo, il tratto di quella terra abbandonata dall'occhio 
di Dio gemeva un umore maligno e si rivelava denso di cenere : 

Mele vaghe ali* aspetto e pari a quelle 
Crescenti in riva de) sulfureo lago 
Ove Sùiloma stette, e in combusta. 

.... Le ingorde boccile 
Mettono al frutto e di cenere soxko 
N* api>estano le fauci, imbratto amaro 
Da lor con rabbia e con fragor reietto. 

(Milton - Par. perd. X - trad. Maffei). 

La mela — tra le forme d’arte più accessibili alla demopsicologia — fu 
trascelta come simbolo della più complessa e più possente di tutte le pas¬ 
sioni, che ad un tempo è anche la più facile e la più semplice nel nascere, 
r amore : simbolo vasto, che porta ad elevatezze di considerazioni, ma che 
forse ha derivazioni di pensiero più modeste di quello che possa credersi, 
per il fatto che la offerta della mela fu segno elementare di dichiarazione 
d’affetto amoroso. Catullo assicura Ortalo eh’ egli non lascerebbe sfuggire le 
parole dall’ animo come la fanciulla lascia dal casto grembo cadere la mela, 
dono furtivo dell’amante: 

et mi88um ttpoiui furtivo munere tnalum 
Procuì'ì'it casto virginia e gremio 
Qitod miserae oblitae molli sub veste locatum, 

Dwm adeentu matris prosilft, excufitur. 

(Carni. LXV - X9 - 22). 

In .Serbia l’offerta della mela alla fidanzata è pegno di amore, ma ella deve 
respingerla ; e tale offerta del rito prenuziale si riscontra in alcnni paesi 
dell’alta Italia; A Tradate (Varese) il giorno di S. Stefano, il fidanzato butta 
nel grembo alla promessa sposa la mela se ha intenzione di passare a nozze 
nell’anno veniente. A Sizzano (Novara) il fidanzato inghirlanda di mele la 
sposa e questa lo ricinge di una corona di castagne (Massara). In alcune 
campagne piemontesi, alla vigilia della solennità di tutti i santi, le ragazze 
da marito gettano dietro le spalle la spirale della pellicola di una mela 
shncciata, e interrogano il grossolano disegno che ne è formato come un 
oracolo, leggendovi una lettera dell’ alfabeto che sarà l’iniziale del nome 
dello sposo futuro. Si usa pure incidere il nome delle fanciulle nelle mele, 
ed esporle, infilzate in una funicella, davanti alla legna ardente nel cami¬ 
netto, facendole girare di continuo ; la prima che cade indica il nome della 
prima che si mariterà. Nel melo 

Che ilei uno pomo gli angeli la ghiotti 

(Piirg. XXXII - 74). 

Dante ha raffigurato la beatitudine provata dagli apostoli durante la trasfi¬ 
gurazione di Gesù. 

B57. MELOGRANO — Il modo con cui è formato il frutto coronato di 
questa mirtacea asiatica — specie di favo di acini rossi e aciduli — con 
evidente rispondenza analogica dà l’imagine della raccolta, della unione. 
La melogranata « è simbolo convenientissimo della Chiesa di Cristo, la 
quale contiene dentro il suo seno non solo una grande varietà di nazioni 
distinte fra loro, ma anche in ciascheduna nazione, ovvero Chiesa particolare. 





/ 


diversi ordini e gradi . (Martini). || . il pomo granato (come racconta Pierio 
Valeriano nel lib. 54 dei suoi geroglifici) simbolo d’un popolo congregato 
in un luoco, la cui unione si governa secondo la bassa qualità loro . (Ripa). 
Noi vorremmo - secondo il più equo concetto moderno - ripetere l’equo 
concetto antico di Cicerone e dire popolo, cioè « coehis multitudinis jm-U 
coumnsìi et uHlitatis covimnnione sociatm » (De repnbl. I - 26). Il melograno 
era infatti dedicato a Giunone patrona dell’unione delle genti, come si vede 
nelle medaglie di Mammea : . Jnno conservatrix » || Gli araldisti usano il 
melograno come simbolo di concordia. [| Noi tempi della calamità si adorava 
dai romani la figya demoniaca di Averruncus (lat. : anei-runcnre-rimuovere 
allontanare) foggiato a melograna, propizia agli agricoltori e ai cacciatori e 
talismanica per rimuovere i flagelli delle terre. || Il fiore del melograno - 
m cui SI condensano tutti gli incendi del solleone - è elencato come simbolo 
di onore. || Esempio di arme parlante, il regno di Granata portava nel suo 
emblematico scudo un melograno rosso in campo d’argento. 

358. MULTTSINA — v. SìTtuci, 

359. MENTA - Erba di grato profumo, di pungente sapore, il cui nome 
è connesso alla favola della figliuola di Oocito, fatta rapire da Proserpina 
gelosa dell’amore di Plutone. «Non è meraviglia se al tempo antico nel 
tempo della guerra era proibito il mangiar la menta, e per questo Aristotile 
lasciasse scritto ; 

Maitham ne comeda» nec plantes tempore beiti. 

Perciocché eccitando la libidine, era da fuggirla, che per il frequente uso 
delle cose veneree per gagliardissimo che un si sia si indebolisce, si consuma 
e s invecchia e ritrovasi non solo delle forze e del corpo debole, ma del- 
1 animo ancora, tutte cose che repugnano alla gagliardezza ed all’ audacia » 
(Durante). Tutto ciò contrasta vivamente con la etopeia che fa della menta 
« herba quaedam minima », l’Alciato, che la propone come simbolo della 
sobrietà o temperanza, . vitae eusfos, viater valetudinis, sapienttae cornea, 
poeta amica » (Kmbl. XVI). || Anche i ragionatori del significato dei fiori la 
presentano simbolo della saggezza, che molte volte vive nell’umiltà come 
la menta prospera sui margini dei fossati, profondendo il suo gradito olezzo 
Altri, ricordando il linguaggio Horeale cinese, elencano la menta come 
simbolo di timore (Lacroix). 

3(i(i. MEBXO — Uccello selvatico. 

Pai Iwoco giallo e dalle nere piume, 

che canta melanconicamente, monotonamente. La sua specie aquaiola (cincillà 
uquaticua) è menzionata come simbolo della povertà: e. cinclua avicnta 
tenuta et macilenta » (.Snida). « È questo augello marino cosi fiacco, che non 
può farsi il nido, però cova nel nido d’altri, onde il cinclo negli adagi 
chiamasi un uomo povero e mendico » (Ripa). || OflTre il miglior esempio 
della varietà di linguaggio noi pennuti, avendo cinque modi distinti di 
manifestare i propri sentimenti.... Egli, infatti, alla mattina; «iròi 

periatamente viaggiando; ha il rerao sonoro e Hnutato nelle canzoni di pri- 


mavera; stride in tono canzonatorio quando è sorpreso nel maccluone . 

cMoccola con fischi staccati e dolci nei richiami d amore (A Renan ). | 

Nel blasone francese si dice merUtte un piccolo uccello privo di becw di 
piedi; es.: nell’arme della città di Laon, ricordo delle crociate, da cui 
molti laonesi tornarono stroppiati. 

361 META — Pietra per lo pih a cono, su base rialzata, collocata nei 
circhi antichi per indicare il punto a cui dovevano giungere i concorrenti alle 
corse ippiche o podistiche. Orazio la ricorda. 

MeUiiiue frrviditi eoitata rolis. 

Ed il mediocre poeta Domenico Poltri da Bibbiena, descrivendo il palio dei 
cocchi a Firenze (1682) : 

.Il corso da una guglia prinoipiavano, 

Arrivavano a un’ altra o doppo in su 
A quella istessa guglia ritornavano. 

Si trova effigiata in vari monumenti, in medaglie ed imprese, per 
il nobile fine ed insieme la temperania, che assegna il confine onesto alle 
aspirazioni, ai desideri, alle passioni. Es. : nelle imprese di Claudia Bangona, 
con il motto; * Nec citra nec, ultra,, e di Guidobaldo Feltrio della Rovere, 
duca d’ Urbino (Ruscelli). 

362 METALLI — La scoperta e la prima lavorazione dei metalli è 
avvolta tuttora nello storico mistero, e sono leggende delle età bendate que e 
che narrano di Tubalcain - appartenente alla decima genwazione della 
discendenza di Caino (Mosè) - e di Vulcano, forse re egizio. 
simbolica degli alchimisti arabi si pretendeva affermare anche 1 arcana re 
zione esistente fra i sette pianeti allora conosciuti ed i uietelli, che allora erano 
noti essi pure in numero di sette soltanto. Si credeva eh essi fossero in 
sempre nuova, ininterotte formazione, e ohe su l’origine d ognuno di essi 
un pianeta particolare avesse influsso e signoria; cosi ogni metallo ebbe un 
nome di un pianeta e lo simboleggiò ; l’oro era il Sole, 1’ argento la Luna : 
l’ argento vivo, Mercurio i il rame, Giove : il ferro, Marte ; lo stagno. Ve¬ 
nere : il piombo, Saturno. 

Saturno fa lo piombo, il ferro Marta, 

VenuB lo stagno, e Giove fa lo rame, 

• Lo Sole l’oro, che male comparte, 

f.a Luna fa l’argento, dico morto, 

Mercurio fa lo vivo senza stame. 

(Cecco d’AscoU - L’Acerba). 

Le leggi armeristiche ammettono soltanto due metalli: l’oro e V argento, e 
vietano la lora sovrapposizione. Eccezione notevole quella delle armi i 
Goffredo di Buglione, dopo la presa di Gerusalemme ; 

La guarilia di Goffredo ha bianco e d’ oro 
Il suo vestir. 

L’arme del novello re aveva, infatti, una croce d’oro in campo d’argento: 
anomalia blasonica, di quelle dette d enquerre, perchè davano luogo asl 
inquerire sulla loro origine, sempre dovuta a fatti straordinari, (v. Aì- 
gento. Oro], 

363. MIMOSA — V. Sensitiva. 








m. MINOTATTRO - Figura mitica concepita dal mostruoso connubio 
di un toro e di Pasifae, moglie di Minosse : 

Ij’ infami» di Greti.... 

Ohe fu concetta nella falsa vacca. 

(/11/-. XII - 12): 

subietto teratologico frequente nelle espressioni dell’arte, con vario signi¬ 
ficato. Per Dante rappresenta la . tirannide micidiale, esempio di perpetua 
disperazione, di odio, di dispetto, incarnata bestem¬ 
mia contro Dio » (Pederzoni). |( Per altri è simbolo 
composito come la sua figura, mezzo umana o mezzo 
taurina, ed indica rispettivamente la prudenza e la 
forza, come pretendono gli accoinodatori di imprese. 

Es. nella impresa di Consalvo Perez (Ruscelli). 

365. BUOSOTISIì — Il fiorellino della memoria 
che nasce sui margini delle acque correnti o cascanti 
dai dirupi, trae il suo nome vulgare {« vergiss mein 
nicht — non ti scordar di me ») dalle ultime sillabe 
pronunciate da un fidanzato, che per coglierlo fu 
travolto dalle onde sotto gli occhi dell’amante. Dice 
un codice della favella iloreale : 

Xelle sue foglie, il vedi ? erra un riflesso 
(filasi di cielo ; e come in oiel sereno 
Raggio di stella, nel sno piociol seno, 

A caratteri d’oro, il motto è impresso; 

< Non ti scordar «li me ! • 

E Giovanni Prati cantò il « fiorellin celeste» della mesta leggenda die si’ 
ripeto «sui margini del Reno», quando 

Annina ed llUovardo 

Parlavano d’amor. 

Se non che la scienza, poco sentimentale, continua a riscontrare una identità 
esteriore fra le foglioline ovali e vellutate di questo vago e delicato fiore e 
le appendici auricolari del topo, ciò che appunto viene indicato dal nome 
greco di miosotide. * 

.366. MIRRA — Albero resinoso, dai frutti acri ed amari in forma di 
lacrime, crescente in Etiopia, nell’Arabia, in Egittd. Fu offerta dai magi al 
bambino Gesù nel presepe, insieme all’oro ed all’incenso (8. Matteo - II. 
11), simbolo dell’amarezza che accompagna.la potenza e l’onore. «La tri¬ 
bolazione è quasi come la mirra, che ci guarda e conserva, chè non caggiamo 
in puzza e in corruzione . (Cavalca-il/cd. del cuore). * Le mie dita furono piene 
di squisitissima mirra» dice la sposa dei Cantici (V. 6), ed i postillatori 
scrivono: «La mirra è simbolo della mortificazione dell’amor proprio, e 
della propria volontà, e delle passioni, e degli afletti terreni, la quale con 
altro nome è detta da Cristo annegazione di sé stesso » (Martini). 

l'heì-ior ceulin 3li/rrha agitala fluit. 

(Caiiiorarina - Sgiiili. I - XI). 

lU 





194 

367 MIKTO — Nobile arbusto, dai rami flessibili e sarmentosi, dalle 
frondi‘sempre verdeggianti, dai fiori bianchi ed olezzanti, dedicato ad Apollo, 

alle Grazie, ad Erato, ad Ercole, ma sacro a Venere ed a Cupido per de¬ 
finizione. Quando la dea dell’amore auree dal glauco gprembo marmo le Ore 
fé ofi-rirono una ciarpa dai colori dell'iride e una ghirlanda di e di 

mirto ella fu coronata dagli Amori per la sua vittoria contro Giunone e 
Minerva. Come il mirto si fa signore del suolo e ne rimuove tutte le altre 
vegetazioni, cosi l’amore, quando si insignorisce d’un cuore, ne 
altro sentimento; per ciò esso simboleggia l’amore, e “ 

ornavano le tempia gli adoratori di Venere (« l’idaho mmto » Panni-Ma<hno, 
134). L’Albani nel palazzo Costoguti di Roma, ^ 

Forza e dell’amore, a quella dando la spada, a questo il mirto. |1 Questo 
Lboscello è pure emblema dell’ amicizia, la quale, se schiettamente sentita 
e professata, è perenne come la verdezza delle foglie di esso. || È simbolo 
di ^allegrezza, e testifica Plutarco che nei simposi i convitati si invitavano 
V un l’Stro a cantare, facendosi passare di mano in mano un ramo di mirto^ 
Gli israeliti ne adornavano il tabernacolo nelle feste 
giulive. 11 Simbolo, infine, dell’ academia e dell’ onore, 
particolarmente poetico. Dante lo ricorda facendo par¬ 
lare P. Papinio Stazio : 

Tanto fu dolce mio vocale spirto. 

Che, tolosano, a sè mi traese Roma, 

Dove mortai le tempie ornar di mirto. 

{Purg. XXI - 88). 

Il Petrarca fu coronato in Campidoglio con lauro, 
edera e mirto, li .L’alloro e il mirto ebbero un 
tempo il còmpito nobilissimo di commemorare il za- 
oriflcio vittorioso, e di celebrare il trionfo delle le¬ 
gioni romane. Poi volsero anche per loro brutti tempi. 
Le due piante, disoccupate, si dettero ad un mestiere 

per campare. Un po’ meno docile l’alloro, più V“‘’'’Ìttrfa 

mirto si ridussero ambedue a decorare giardini ed orti, viali e prati, ta- 
IdoLi UL»» »11. to.blci, Otti gli .bl,.ghbm.»l,, 

i„it.»do tuli, le (orme, de quelle geometrlohe . uetotettooieta • quel e 
animali. I secoli XVII e XVIU furono i tempi di maggior lavoro » (B. Paoli). 

368 MITBA - Insegna di alta autorità, d’origine orientale, non sempre 
usatfa cingere il capo ma anche ad avvolgere il torace. Nei tempi proio- 
cristiani, simbolo di virginità, P>^®®®° ^ 

sivamente dai vescovi, da abati e da prelati della chiesa 
tradizione apostolica (sec. XI). Essa significa la 

sue duo corna i due testamenti sacri; le sue due fascie pendenti, lo spirito 
U lettera della scrittura divina (Innocenzo IH - 50). Il primo pontefice che s. 
Ltornl deVla Ltra papale fu il cinquantaquattresimo della sene, Ir.u.sda 
,la Prosinone (614-523), avendola avuta in dono da Clodoveo re dei !• ranchi, 
die a sua volta, l’aveva ricevuta da Anastasio imperatore di Bisanzio. 
Aitei danno alla mitra un’origine anteriore. H Essa era 
corona, e in certe statue delle .diiese romane si vede anche conica inr 









195 

raidale. Le altre due corone furono aggiunte da Bonifazio Vni (1294-1303) 
li bellicoso autore della bolla . Umm sanctam . che tentò rinnovare li 
dominazione Riversale della Chiesa; e sua mente il triregno simboleggiò 
e tre dignità del papa: la regia, la imperiale e la sacerdotale. ^ Acclue 
t naram tribus coroni, omatam, et scias te esse. Patrem principum et reaum. 

astoi-eìn nrhis in terrò, Vicarium Salvatoris nostri Jesu Chrlsti, cui est honor 
in saecula saeculorum. Amen. Sono le parole con cui il primo diacono 
corona ij nuovo pontefice. Altri affermano che la terza corona fu aggiunta 
non da Bonif^io ma da Urbano V (1362-1390), come simbolo del potere del 
papa sulla Chiesa purgante, militante e trionfante, cioè : sopra il purgatorio, 
la teira e il cielo. || Altri ancora vogliono rintracciare nel triplice serto 
della tiara le tre parti del mondo allora conosciute, (v. Tiara), 


369. MOGGIO - Misura antica di capacità, riprodotta nelle monete, 
nelle medaglie, nei marmi monumentali come segno di abondansa e di 
economica fortuna, di frequente accompagnata da spiche, e di forma varia 
Serapide - il dio delle buone sorti egizie - ha il capo coronato del moggio 
(dai latini chiamato calathns). Anche alcune erme di Priapo, 


11 barlinto guardiau degli orti ameni, 

(Alamanni) 

è così coronato. Più di frequente lo è Plutone. Dice Ennio Quirino Visconti 
comentnndo il Plutone del museo Pio dementino: «Conviene bensì al sul 
capo il modio o calato, emblema di ricchezze e d’abbondanza, come a quel 
Nume, CUI le dovizie diedero il nome, e che l’arbitro ne fu riputato, confuso 
perciò sovente con Pluto, Dio della ricchezza. Divinità allegorica e immaginata 
piuttosto dai popoli e dai poeti che venerata da popoli ». Il moggio — o 

canestro — è, infatti, dato come simbolo delle divinità infere (Oarotti) 
(v. Canestro). '' 


370. MOLA — V. Macina. 

371. MONDO _ Araldicamente è il globo fasciato al centro e cimato 
dalla croce, simbolo di potensa [v. Sfera). 

3(2. MONTAGNA — «I monti si trovano molto celebrati nelle sacre 
lettere e con molta dignità. Onde il Profeta cantava d’aver alzati gli occhi 
nei monti, per veder’ onde gli avesse a venir aiuto » Cosi disserta, con la 
wnsueta e cortigiana prolissità il Ruscelli, spiegando l’impresa di Pietro 
Folliero « la quale è un monte con una palma e un lauro in cima e col 
m(>tto : « ardua virtutem » tratto senza dubbio da quello di Silio Italico : 
. Acdtm/ nrtntem profert ria, ascendile primi ecc. ». E continua spiegando 
come da autori antichi è stato detto : « che per salire alla virtù, ed in con¬ 
seguentemente alla gloria, conviene ascendere per via faticosa ed erta ». 
Iralasciamo il restante e concludiamo con l’araldista che la montagna 
figura di un sol pezzo movente dalla punta dello scudo, significa grandezza! 
nobiltà, fermezza ecc. e simboleggia pure i feudi montani (Guelfi). Il Sii 
alcune tabacchiere della rivoluzione francese (1789) si vede la montagna, 
come .siiliÌKilo deU’assemblea, parte più avanzata della democrazia (De Mauri). 



19(1 

373. MOUTONE — V. Arkie. 

374. MORO — V. Gelso. 

375. MORSO — Nelle loggie vaticane Raffaello dipinse la Giurisprudenza 
con il morso e con le briglie a significare il freno della rillessione nel giu¬ 
dizio e nella applicazione delle leggi, ossia l’equità, che non ha sanzioni 
dirette e materiali nella legge scritta, ed è affidata alla coscienza, alla con¬ 
venienza, alla umanità del giudicante^Beauzée). || Nella cupola di S. Àndrea 
della Valle a Roma il Domenichino efligiò la Temperanza, a cui un p>itto 
alato porge il morso. || Vecchie stampe iconiche raffigurano la Moderazione 
con una donna che tiene nella destra un morso da cavallo. || Anche la 
Ragione ha il morso come attributo simbolico. 

87fi. MORTELLA — v. Mirto. 

377. MOSCA — Una quantità considerevole di glitti mstósimamente 
deir antico Egitto, sui quali vedesi incisa la mosca, comprova la credenza 
dell’ amuleto, por il quale si presumeva di stabilire una specie di prevenzione 
omeopatica contro il dittero cosmopolita fastidiosissimo e conduttore di mor¬ 
tifere pestilenze. Il flagello delle mosche, ohe a nembi spaventevoli si 
rovesciavano sulle misere popolazioni, specie sotto i cieli ardenti della 
Fenicia, della Siria e dell’ Egitto, fu l’ipostasi della creazione demo¬ 
niaca di Belzebù (dall’ebraico beel o òaal - divinità e Zebut - moaca.), per 
placare le cui ire si abbruciavano in sacrificio materie fetide ed escre¬ 
menti, credendosi con il loro denso fumo di purificare l’aria e di liberarsi 
dal castigo. Belzebù, dio delle mosche, entra nella Biblia, ed era in somma 
venerazione presso i canaaniti ; san Matteo lo chiama principe dei demoni 
(XII. '24), ed Ochozia manda a lui per consultarto circa un suo male, ed è 
rimproverato aspramente da Eliseo (IV dei Re. I). I farisei accusano Gesù 
di essere aiutato da Belzebù nel cacciare i demoni, (Luca XI. 16); ma il 
divino maestro rispose che una potenza non distrugge il proprio potere. 1| La 
favolistica antica narrava che Diana per gelosia avesse cangiato in mosca 
la bellissima Muna, impareggiabile cantatrice, che disturbava i suoi intimi 
convegni notturni con il gagliardo Endimione, negli antri del monte Latmo ; 
Muna, però, se ne vendicò molestando con incessante petulanza i sonni dei 
due amanti. I greci invocavano Giove ed Ercole contro l’immondo e fecon¬ 
dissimo insetto, e dicevano che esso si ritirava spontaneamente al di là 
dell’Alfeo durante le feste olimpiche, per non turbarle. Anche a Roma nel 
tempio di Ercole si asseriva che non entrassero mosche (Plinio). || La mosca, 
pertanto, anche effigiata nei geroglifici, coniata nello monete o adorata sugli 
altari sotto forma di un demone tenebroso, non fu mai sopportabile alle 
genti e fu sempre ritenuta il più proprio simbolo della importunità, della 
molestia e della impudenza. E nessun confine — nè meno geografico — 
le è segnato. Dice grossolanamente ma veridicamente Merlin Coccaio : 

Undique muaca smaii ftrt aUis: Hudique vivit 
Muttc.a per IJi^xnìiam^ mueca per Italiani, 

Manca per llirlanduiu. lliiaMconiavty ihukcu per allnin 
i'iutil Aleiiiapìititii. per ficociatmiue votai, 



Iti? 

/'rtr iolitH Aninr dncurrit mtisat mnxourìt^ 

TarUiriruni munvu Int.hut mitre. 

/ni/ìii pritrriptte munni rtiut jffrhe miperhit, 
itUc ho! numuo uaìiniuf ìunore bntKul. 

K puro - chi lo crederebbe y - anche la mosca ebbe il suo dileusoro, 
convinto e autorevole, nell'americano Emerson, il quale trovò eh’essa pure 
0 al mondo per una missione di alta importanza: quella di distruggere 
delle microscopiche pulci ondeggianti nell’aria e per noi impercettibili, ed 
e quindi un indispensabile anello della necessaria catena di distruzione che 
esiste nella natura animata. 

378. MUGHETTO — Convallarin — Asparagacea gentile, con i fiori 
bianchi a campanule pendole, di odore soave, spontanea tra le ombre delle 
montagne selvose. Non si intende l’attribuzione di rappreseptare la civetteria 
dal linguaggio dei fiori assegnata a questo amabile fiorellino, che dalla sua 
zolla romita e con il suo genuino profumo non alletta con inganni o con 
equivoche dimostrazioni. Vero è che «l’accivettare ai concilia con un certo 
ritegno, con cert’aria di raccoglimento, di composizione, di malinconia» 
.Tommaseo). Preferiamo intendere il mughetto come altri codici della favella 
floreale lo indicu.no; simbolo di innocenza, di virginità, di felicità rinnovata. 

379. MULO - Per i vantaggi che reca questo . figlio della industria e non 

della natura », sobrio, vigoroso, sicuro e franco nell’andatura, instancabile è 

giustizia riconoscere oh’esso ritiene dei genitori non pochi pregi notevoli 
che lo farebbero degno di considerazione migliore. 1,'oquuH mulm, figlio di 
asino, è piu apprezzato dell’eg««s hinnus, figlio di cavallo, anche perchè ha 
linee somatiche meno simmetriche, prendendole esso dalla madre. Ma con¬ 
corre alla mala fama del povero mulo la sua precipua caratteristica morale — 
se è lecito dire — che-è la dura e inflessibile resistenza di volontà, cosi 
ohe per similitudine a lui venne il carico di rappresentare la ostinatezza 
Il Per la norma rigida, e - dicesi pure - inesorabile, che 
gli ibridi sono anche infecondi, il mulo essendo tale, è simbolo anche della 
sterilità. Sarebbe ulfro cifroque coìicuritare tener parola di codesta legge 
lisica, ed anche di quel passo del Genesi (XXXVI. 24) che alcuni erme- 
neuti in aperto contrasto con altri — vorrebbero indicasse Ana, figliuolo 
di Sebeon, inventore dell’incrocio generatore del mulo. 

380. MUSCO - norracina - Nelle gelide contrade dove il gelo è mor¬ 
ule questa povera erba crittogama avviluppa d’un pietoso manto verdiccio 
le cose che vegetano e respirano, difendendone l’esistenza, non mai vinta 
dal rigore; e simboleggia cosi l’amore materno. || Significato meno sim¬ 
patico lo davano invece i romani, che lasciavano crescere il musco sulle 
statue di Murcia (da mMi-citó-poltrone), simholb dedicatorie alla dea della 
poltroneria, onorata sull’Aventino. 





N 

ayi. N — Non simbolo nè lettera propriamente simbolica, si bene lettera 
significativa ricorrente negli atti cancelleresclii e notarili, specie dal XIV 
secolo. I notar! d’ allora segnavano il nome non noto con N (indicante forse 
« nomen » o « nominahitiir ») facendo occupare dalla lettera stessa il posto 
precario sull’ atto, fino alla cognizione del nome proprio : cosi N divenne 
espressione abbreviata di anonimia o l’equivalente di un prenome scono- 
Bcinto (Nodier). La doppia N (N. N.) significò probabilmente non noto. 

Nel linguaggio dei matematici V elevazione di una quantità ad una po¬ 
tenza y significa elevarla all’ esponente del più alto grado ; d’onde la lo¬ 
cuzione all’ennesima potenza, per dire all’indefinito. 

382. NARCISO — L'n giovane di rara bellezza, insensibile ai teneri 
richiami delle ninfe che lo amavano, mirandosi all’ orlo di un fonte, s’in¬ 
namorò della propria persona riflessa nelle acque, e 
cosi si lasciò consumare di amore e di desiderio che 
cadde in esse e miseramente peri. Pausania più pa¬ 
teticamente — dice che <iuel giovinetto credette rav¬ 
visare nello specchio dell’ acque la imagine di una 
sorella morta, che gli assomigliava ed era da lui ama¬ 
tissima, e deluso dalla ardente brama di raggiungerla, 
cadde vinto dall’affetto e dal dolore. Gli dei pietosi 
tramutarono quel giovinetto in 
fiore, e fu Narciso : fiore bello, 
di olezzo soave, caro alle divi¬ 
nità ctoniche e offerto a Plu¬ 
tarco ed alle Furie infernali (So¬ 
focle). Il II mito del misagono 
giovinetto lasciò al fiore il carico spiacevole di sim¬ 
boleggiare l’egoismo, l’amor di sè stesso, la fatuità. 

L’etimologia del nome è greca, e significa stordi¬ 
mento (ndrke, d’onde l’adiettivale narcotico). 

883. NASTURZIO — Il volgare crescione dalle 
foglie minute e dal flore bianco, erba medicinale e 

da insalata, che si pretende sviluppi scintille di elet- „ , • 

trico fulgore durante la canicola estiva; e per ciò si vede m esso 1 alta si¬ 
gnificazione della fiamma d’amore. 

fi* infitvmmiuxte nasturxu» a i serpi avvereo. 

(Alam. - CoUiv. V. IIW). 















11«) 

Altri postillatori ilei uaralteri lloreali altribniscioiio al nasturzio il poco sim¬ 
patico simbolo della stnpidagrgine. KxeèH d’hoiineiir, e.rcè.«f d’indcginfé 

884. NAVE — Per la azione modalmente deHnita della nave, essa è sim¬ 
bolo marinaresco, e nella araldica indica vittorie navali e viaggi d'oltre 
mare (Crollalanza). || Molte città hanno per stemma una nave : Sidone, Ma¬ 
gnesia, Ascatela fra le antiche; Parigi, Nantes, La Roohelle, Bristol, 
Lisbona fra le moderne. Nel processo assimilatore dell’allegoria la nave 
si usa nell’arte a significare metaforicamente idee determinate e varie ; Giotto 
e Cavallini simboleggiarono con essa la Chiesa, nell’ atrio del Vaticano. 
Quelli or»»u tempi ! «ovr» o^l luijicm 
«SrorroR Ih vigile burcH «li Piero, 

(KusiiiHt'O « .,4 /noitfifffttttr 

La nave indica animo forte (Giuanni); la vita umana, agitata dalle tem¬ 
peste e dalle procelle (Ruscelli); 

• •raa uomo A il Rugno, <i <lel celwlp Falim 
<ll>r» Uivin», a vasto maro il iiionilo. 

(Oaaoiii - Kiiibl. li). 

A simboleggiare la viU travagliata di Leopardi, il Raineri, amico suo, ue 
voleva scolpita sul sepolcro « una stanca nave che piega lo vele ed entra 
in porto. La dovette togliere per porvi la croce » (Piergili), 

Ainsi Ioni change, aimi toni. pmse. * 

Aiìttti notta nii^mes uom paa*<om^ 

ìh'lns itam fnitiser plun de trare 

f,hie etite hurqut oà twm giissom 

éSnr rette mer oii tout s*effnre. 

(Luiiiartiae). 

La nave o simbolo della confidensa, perchè con essa « i naviganti ardiscono 
di praticare l’onde del mare » (Ripa). || La nave a vele spiegate, con l’au¬ 
dace motto : € Potest et vult . fu l’impresa dello stampatore Marescotti di 
Firenze. (| L’ordine della nave fa la prima milizia cavalleresca istituita in 
Francia dopo le crociate (1262). Un altro ordine cavalleresco delia nave fu 
statuito da Carlo lU re di Napoli (1381). (| San Nicola da Bari, dai marinai 
invocato protettore, si dipinge di frequente con la nave vicina. 

38.Ó. NELUMBIO — v. Loto. 

386. NÈO — Come la parrucca creata per nascondere la lucida calvizie 
di Luigi XIV; come le frangio Ponny che avevano per iscopo di nascondere 
una eruzione ripugnante sulle bellezze cutanee di una principessa inglese; 
cosi il nèo artificiale deve avere avuto origine dalle scimiesche ricopiature 
adulatorie delle corti. Si legge (è vero) che in Persia esso era, da tempo 
molto, il suggello della bellezza, e che i musulmani non accolgono nelP/mi-ew 
donne senza nèi ; ma pare che soltanto nel secolo XVII si cominciassero a 
distribiure sul viso i graim de beaufè. I quali non erano altro che piccolis¬ 
simi riquadri di velluto o di taffetà cosparsi lievemente di certi erapiastri, 
la ciù applicazione alle tempia pretendevasi guarisse i mali di denti. L’ef-^ 
tìcacia del rimedio era nulla; ma le donne trovarono die quelle miscoscopiche 
aggiunzioni al viso ne distribuivano le ombre, creavano leggiadri contrasti 



2<)ri 

Hulle guancie 6 davano un attraente disordine estetico. Ne appiccicavano 
assai più che le norme della convenienza richiedessero, e la marchesa di 
Pompadour, al fianco di Luigi XV, a Fontenoi, ne estrasse tante dal suo 
ricchissimo cofanetto da disegnarne il piano strategico della famosa battaglia. 

Il La bizzaria del nèo fu elevata a linguaggio simbolico, e la politica se ne 
insignorì subitamente ; in Inghilterra i whiirts (partigiani di Guglielmo 111) 
portavano i nèi sulla guancia destra; i tortes (fedeli agli Stuart) sulla si¬ 
nistra. Il Ma più che alle competizioni della politica, servi la monche 
come la chiamavano in Francia — alle battaglie galanti. Essa ebbe un nome 
peculiare, rispondente al luogo assegnatogli sul bel viso fascinatore : presso 
le labra era indizio di civetteria.... volontaria, s'intende ; e dicevasi coqnettc 
o baiseuse, secondo la postura; passionée quella accanto all’occhio; majestense 
in mezzo alla fronte ; e>iJow‘e sulla piega del riso ; éffroìitée sul naso ; galante 
nel mezzo della gota.... Vanitas vaiiitafum ! Interviene la scienza ad ammo¬ 
nire ohe il nèo — questo vezzo naturale e carezzato ornamento della beltà 
è segno degenerativo e tutt’ altro che innocuo, come si è detto fin qui. 
Alcuni dermopatologi dell’ ultima ora lo condannano, classificandolo tra lo 
pericolose escrescenze morbose dell'epidermide.... Non saranno rigorismi 
esagerati della scienza? 

387. NERO — Il più oscuro dei colori, non rifiottente ma assorbente i 
raggi luminosi ; estremo opposto al bianco : proprio delle tremende deità' 
infernali, a cui non si chiedeva mai beneficio perchè implacabili, e solo 
si tendeva a placarle con vittime scelte di colore nero. I negri della Guinea 
nel nero vedono il principio dei male; neri sono i demoni (gli «angeli 
neri » Inf. XXIII - 131) ; neri gli spetri zoomorfici delle tregende. || Per la 
creduta inalterabilità fondamentale il nero è indicato come simbolo di co- 
stania, di forteiia (Guelfi), di pertinacia (Ripa). || Più spontaneamente nei 
silenziosi richiami dello spirito l’uomo vede neri il dolore, il tradimento, 
la sventura, il male in genere. || In Europa — meno che in Turchia ed 
in America il nero è il colore del lutto stretto, che si alterna, col decorrere 
del tempo con il grigio, con il violetto, con il bianco, quasi riservato ai 
fanciulli. L’uso della gramaglia nera assoluta fu adottato da prima in Francia, 
per la morte di Carlo VITI (1498) e divenne poi universale. A Venezia leggi 
suntuarie proibirono 1’ eccessivo fasto delle porpore e degli ori, per decorare 
le gondole e imposero 1’ adozione della rascia nera, (1662), si ohe il De Musset 
vide in quelle cimbe caratteristiche i «feretri dell’amore». La gondola fu¬ 
neraria, invece, quella che trasportava i morti all’ isola di San Michele, era 
rossa, e macchiava pittorescamente con un punto di fuoco il bruno dei canali 
della meravigliosa città. || Al Brasile si odia il nero. || Gli Abasaidi — suc¬ 
cessori di Maometto (760) lo adattarono per le loro vesti e per le loro 
bandiere. || Nelle iconografie era nera la Notte, divinità più delle altre 
antica perchè le tenebre furono innanzi alla luce; e rappresentavasi sopra 
un carro d’ebano, avvolta in un peplo nero, con la face rovesciata. 1, Il nero 
è il colore più proprio della severità, ed è di prammatica nelle cerimonie, 
avendo anche il pregio di assottigliare, di cingere la persona con morbidezza : 
lo preferiscono a tutte le tinte più luminose le signore di gusto eletto, perchè 
sanno che esso porta gloriosamente il secreto del fascino muliebre. || In 


au 

araldica il nero fu iiilrodotlo dai cavalieri che volevano esprimere il proprio 
stato di lutto e si descrive con linee orizzontali o verticali fitte e sovrap¬ 
poste. (v. Colori), 

388. NESF0I.0 — Frutto asprigno (« aspro reale — Nespolo nodoso » 
Alemanni), « di largo ombellico coronato con cinque linguette » (Durante), 
elencato dagli armeristi come simbolo di sapienza, 
politica sagace, consiglio prudente, verace amore 
(Ginanni). É vecchio proverbio italiano: 

Quando ve«H la nespola^ e tu piangi, 

Ch* ella è 1* ultimo frutto che tu mangi. 

889. NIBBIO — Uccello rapinatore, distinto per 
la coda forcuta; simbolo della preda, elencato anche 
nelle figurazioni araldiche. Arguto è l'epigrammatico 
emblema dell’Alciato : 

3TUvub edtix, nimia quem iiatuea. tortftrat evat, 

Ilei mihi, maUr, all, vincerà ah ore /liiimt. 

IlUi auleni, quid flen 1 cur tuiec tua vìncerà credan. 

Qui rapto vivens noia aliena vomin ? 

3J0. NIQ-BLIiA — Ranuncolacea di fiori bizzarri, pallidamente celesti, 
che prima dello sboccio crollano il capo come stanchi e rifiniti, si che sono 
tenuti per simbolo del languore amoroso. 

391. NINFEA — Una naiade infelice, invaghitasi disperatamente di Er¬ 
cole,^ da lui disprezzata, mori di dolore, e la pietà degli dei la converti nel 
bel fiore della ninfea, graziosissimo fiore di pittoresco ornamento, che schiude 
sulle acque le sue stelle nivali o rizza sulle ampie foglie la splendida 
coppa dorata, delicata come la sensitiva, bramosa nel giorno delle tepide 
carezze del sole, e la notte ricercante l'alcova delle sue nozze sotto il li¬ 
quido specchio. Il Ovidio racconta invece che gli dei 
conversero la ninfa in fiore per sottrarla alle perse¬ 
cuzioni oscene di Priapo : 

ut referunt tardi nane denique ayrenlen. 

Latin in hauc Xi/inphe, fugiene per rara Priapum. 
t'ontulerat vernos, nervato nomine, valtun. 

(Met. IX - Sili). 

Nel mito della ninfea domina una sensibilità melan¬ 
conica, e Alberto Durer incise la Melanconia (1614) 

« coronata di fredda ninfea » (Carducci). J Comune 
era l’opinione antiafrodisiaca della ninfea, ed i ce- 
nobiti la usavano.... ma sembrò poi un grosso errore 
anche di Dioscoride e di Plinio — poiché i suoi 
effetti erano opposti ai desiderati (Richard). Comunque 
tosse la sua essenza ofificiale, la candida pianta che regna sulle acque non 
poteva avere altro significato ohe quello della innocenza, della purità. || 
La rosea ninfea d’Egitto si confonde, nelle ornamentazioni, con il mistico 
loto, posato sulla fronte di Iside, di Osiride, ed asilo natante di Visnù; ed 
esprime eloquenza, (v. Jjoto), 



NINKEA 
















2(/2 

8'J'2. NOCE — l’er quali relazioni di casualità o per quali urti del sen¬ 
timento popolare il noce — pianta utilissima fra le utili — sia perseguitato 
da strane e sinistre leggende, non ci ò dato sapere. Hsso (ornisoe un 
legname ottimo; le sue foglie offrono vantaggi immensi alla medicina; i 
suoi frutti piacciono ai palati ed, ancora immaturi, servono a preparare un 
gradevole licore; le sue radici, il suo mallo, la sua scorza danno ricercalo 
profitto negli usi industriali. Con tutto ciò, la tradizione giudaica assegna 
al noce lo stigma della proibizione divina nel paradiso terrestre; i gentili 
lo dedicavano a Proserpina e agli dei infernali ; in Germania era l’albero 
delle tenebre, opposto alla quercia della luce ; sotto il noce si raccoglieva il 
sinedrio delle streghe, per celel)rare il sabato; ed è celebre quello di Bene- 
vento, fatto abbattere da Nino Bixio (1861); ed ancora in avanzato secolo 
XX si trovano genti di campagna — in pieno possesso elettorale — che non 
s’addormenterebbero all’ ombra del noce per non morire come SeliVa sotto il 
manzanillo. Parrebbe di essere ancora ai tempi di Plinio, di Dioscoride o 
di Ovidio, che cosi fa parlare l'albero disgraziato : 

fata nou Itiedtiui, tittouùnn ftitu Uirm' 

Itmi/t IH rxti'enio margine ftniduM futhel. 

SLraua miscela di contradizìoni, nella miniera di bellezze celate entro il 
terriccio del pregiudizio vulgaro. Perchè anche ai tempi dei valentissimi 
naturalisti di Anazarba e di Como, e del dolce vate di Sulmona, il frutto 
della noce era detto la ghianda di Gioee, dedicato all’autocrate divino, e 
tenuto per simljolo della natività! quindi a larga mano profuso nelle nozze. 
Cantavano i fanciulli della strada : 

....Tihi ducitm' iLfur : 

Sparge, marile^ uurtuf! 

H nelle nozze di Manlio e di Vinia, il coro che accompagna la sposa alla 
casa maritale, con il fescennino salace, canta cosi : 

ìui uuce« pueHK. iiiers 
Conriihiue; aali» din 
Luiiiati nucihua. 

(CatuJld - ('arm. J*X1 - I27j. 

E il pastore dell’ecloca virgiliana: 

Sparge, iiiaritf. iiucee: tihi deferii Ueapenu Oeliuii 

(Ecl. Vili - 30). 

L’uso delle noci nuziali era ancora vigente mezzo secolo fa, nel popolo 
milanese ; i ragazzi vociavano : « allaminee ! » (comozione della nuziale in¬ 
vocazione latina: «O Hime.nee, Himenee ! ») e gli sposi lanciavano confetti 
e noci: il gittare dei quali significava che lo sposo dovesse da quel punto 
abbandonare i giochi della fanciullezza (Romussi). Anche i greci moderni 
distribuiscono noci il di del matrimonio. Nel Belgio, il di di san Michele, 
le ragazze interrogano le noci come oracolo nuziale. In Lombardia si 
ripete il proverbio : « Pati f nós, nwngià do spós » ; e la stornellatrice no¬ 
varese ricanta sull’ aria : 

Ai mr intirnM u m'ha mandò una uhm. 

A m'ha mandà di c?us tu U apuv. 









E conclude uella ripresa ; 


■diti» 


* K mi rj'hft tmnuU't *nftì'cro ’na vinvioìa, 

St ICt !'r BjìUJi e mi g'ho '»f( floht, 

(MaKtiara • UH e costumi dai eouiodiui HorarrW). 

Una tarda giustizia vediamo resa al noce da qualche postillatore piti recente 
del simbolo, che gli attribuisce il signicato della virtù e dell’ innoceuEa 
persegaitata (Ginannil; certo in considerazione delle persistenti calunnie 
di cui l’innocuo ed utile albero fu fatto segno, nell’ alluvione dei pregiudizi 
anche scientifici. 


398. IfOSO — Non è un simbolo, benché argomento letterariamente 
allegorico, il nodo del contadino Gordio, salutato re di Frigia perchè entrato 
primo in città sopra un carro, secondo il comando dell’ oracolo. Egli — di- 
scostandosi acclamato dal tempio in cui era stato consacrato — vi lasciò 
una fune di corteccia di corniolo cosi strettamente e bizzarramente girata 
e raggirata che a nessuno riesci sciogliere i nodi. Si promise — ancora 
dall’oracolo — ohe chi l’avrebbe saputo sarebbe stato signore dell’Asia, ed 
Alessandro Macedone lo tentò. Se non che, nè pur egli riuscendovi, temendo 
che i suoi soldati ne traessero cattivo augurio, tolse la spada e tagliò il 
nodo fatale. || Il nodo gordiano fu assunto da personaggi insigni, durante la 
voga delle imprese ; come dal conte Giacomo Zabarella, lettore di filosofia 
nello studio di Padova, a significare i « continui studi » e la « perpetua fa¬ 
tica » per « sciorre.... gli oscurissimi sensi» dei problemi filosofici «e poi a 
guisa del grande Alessandro, lietamente gridare di aver adempito il suo fato 
e il suo desiderio » (V. Ruscelli). Il nodo gordiano vorrebbe quindi grafica- 
mente dare l’idea della difficoltà. '{ Richiamo tangibile alla memoria, e 
quindi segno di ricordo è il nodo al fazzoletto. La pezzuola — come do- 
vrobbesi dire propriamente — o il drapperello da naso, di cui si ha una 
prima memoria negli inventari della civile corte di Ferrara (U69), era un 
tempo dono del cavaliere alla dama amata, e questa lo teneva sempre tra 
le mani, <'.ome usano ancora le spose di campagna durante il rito nuziale. 
Alla pezzuola era di solito appeso un cuore dorato, con un ricamo a nastro 
ed un motto d’amore. Successivamente si abolì la ornamentazione e si 
adottò il nodo al fazzoletto in tutta Europa, come vulgare espediente mne¬ 
monico per riparare alla propria sventataggine. |j Altro modo di ricordo era 
il nodo che — al tempi delle corti d'amore — il cavaliere faceva nella 
propria coperta da letto (non si poteva sempre parlare di lenzuola), per 
disfarlo alla sera pronunciando una specie di giaculatoria augurante sonno 
sereno alla dama dei suoi pensieri (Gleichen Rukwim). || (v. Laccio, Stella), 

394. NOTTOLA — v. Civetta. 

395. NUBI — Vapori raccolti nell’atmosfera, ditficìli a ritrarsi pittori¬ 
camente per la varietà e la morbidezza delle tinte ricevute dall’ opposto 
gioco delle luci. Per dare un’ idea dell’ etereo gli artisti dell’ antichità po¬ 
nevano le ali alle figure ; i moderni crearono le imagini dei oole.sti portati 
dalle nubi, le quali .spesso — osserva un valente critico d’arte anonimo — 
non che reggere un peso sovrapposto, non si sostengono esse medesime. 



■JUI 


Su le nulli 

Su le nubi «lorabo o iiiar^'uutale, 

Clio paioli (li banibaf^ia. 

(Carducci « A reti/ trnMoriì. 

Il Siulbolicaiueute le nubi hanno vari significati, secondo le varie applicazioni. 
Indicano trraiia divina se unite con mani benedicenti (Guelfi); pensieri tor¬ 
bidi se unite con bracci armati (Guelfi) ; « dnbio ; impedimenti, distnrbi, 
invidie, maligrnità altrui, le quai per corso ordinario par che quasi sempre 
s’attraversino agli animi » (Ruscelli), come nella impresa del conte Pompilio 
di Collalto: le nubi che sovrastano al sole, con il motto: « Ifinc ct-arior». 
Il La nube ohe spense il rogo a cui era condannata santa Colomba si dipinge 
nell’effigie della santa. 


396. WUMfiBI — I pitagorici — la cui filosofia era etica e cosmica — 
affermavano ohe i numeri non sono concetti astratti o logico ufficio mentale 

— si bene l’essenza delle cose, avendo ciascun numero proprietà e caratteri 
peculiari. Numero ed armonia erano per essi sinonimi e figure della ma¬ 
teria e dell’amore, cause cosmogoniche e ordiuative dell’universo. « Mundiim 
regunt numeri » diceva l’antico adagio. L’esagerazione di questo principio 
lece della scienza dei numeri un falso stromento teleologico, pretendendosi 
di spiegare le cose più oscure e di avere commercio con gli spiriti elemen¬ 
tari, mediante i numeri; e l’arte di combinarli fu una delle branche più 
importanti della cabalistica. Per tal guisa virtù occulte e magiche possanze 
erano proprietà inerenti alle cifre, e come l’unità — nel sistema pitago¬ 
rico — rappresentava l’ente supremo — non numero ma principio di numero 

— che tutto contiene e dal quale tutto procede — cosi il due presentava il 
principio del male, e tutti i numeri principianti con esso erano sprezzati 
e odiati (v. Due). || Il primo dei numeri dispari — il tre — era per questa 
disparità il simbolo della perfesione (Aristotele - Meiaf. VI. 5) ; e Virgilio, 
descrivendo la triplice invocazione dei magi nei loro incantamenti : 

Terque haec aitarla circuiii 

Effigifim davo, numero Deus iiui^re guadili. 

(Kcl. Vili). 

I tedeschi ripetono proverbialmente: « Numero dispari, numero sacro », 
Più veementi si dicevano i numeri dispari perchè essi erano maschi o i 
pari erano femine (Macrobio. Sogno di Scipione - I), e per ciò si sommi¬ 
nistravano le pillole medicinali in numero dispari, (v. Tre). || Il quattro 
dava l’idea della potenza divina, e del creato, perchè con esso si dividono 
quasi tutti i più importanti fenomeni cosmici; gli elementi, le fasi lunari, 
i punti cardinali, le stagioni dell’ anno, e sul quattro si giurava come sulla 
palude stigia. || Il cinque era simbolo del matrimonio, perchè composto 
del maschio (uno) e della femina (due), ed è centro del quadrato mistico in¬ 
diano, dove tre numeri sommati in tutti i sensi danno il risultato di quindici; 


o 

7 6 

9 

5 1 

4 

a M 


Il cinque fu il numero basilare del sistema numerico dei greci, dei romani 
e di uno dei due sistemi etruschi (dei quali l’altro aveva per base il dodici). 


0 





II TI • 1 

LboTo »»» generazione ed era anche tenutoper 

i rff"””* ' pronunciate da Dio compiuti 

laTiò / creazione. || Il sette è il numero che in ogni religione 

mero orro\ir^*'°"', P^^tosimbolico sia come nu- 

« 1 Pif* Q^^attro, numeri rappresentanti 

d^ll^rrniJ e^:r;;cT7^2r-Tr;mo^ ^ 

era" altra^^ Per i mistici la beatttudTnV “n “iMoJ'é 

era altra cifra angelica e sacerdotale, essendo il quadrato di tre e il «u 

riZTateTfr“‘^‘'‘^ ‘ ^ la ci?a .ei' 

numero^^^isL pt^l flTi !. Li^f^ 

e cosi via finn^ ^ ® ■' . ’ S‘^PP®“«81, 1 greci e i romani.... 

«cabl a del’ifZ 1 grossolana mentalità della moderna 

B^io fondV?! l “T metafisico, sul quale anche Giordano 

U testo 0 Imgua concisa delle verità e delle“legg“ 

nnrT? fi T “«11’«°mo e nella natura. Possano 

Lseri ed“anchl Tv'X ® operazioni naturali degli 

esseri ed anche il limite e il termine delle proprietà loro, e quella misura 

(L. C. di sl?nt”Martin"!'’z) 7 t°nMmlT -deviazione e deformazione . 

per intendere la quale occorrerebbe essere . Lsteto d^grazTa^t'^ 
essa esula dall’esame della concezione moToÌcre un^r “ 

tenX: f TT ^àtrtateXolte 

antinatte f T ® tradizionali simpatie ed 

antipatie per certe cifre. Un criterio notevole di codesta permanente tendenza 

riscontra nel valore delle monete, nel genere più usitato della misurazione 

ìoUlT"" «-talmente il due, il tre, il cinque e i loro muTupript 

^u Trabi’ ^ nell’India ah immemorabili; poi presso 

Ln^ ir’ dubio dalla facilità del conteggio sulle dita^della 

prima yXsfXte decimale, perocché - ben 

Vasco (1733-I79GÌ 0 ^°^’'^“° ““.‘® ® ®’’®‘® ‘«““ese, Giovanni Battista 

eTl ciW I??:®, prediligono il due e il tre; i tedeschi il tre 

sette X ^ norvegesi, gli americani del nord e del sud il 

sette, che non è bene accetto in Russia e presso gli altri popoli slavi Presso 

Tzù "‘'2“"“ ‘ “ u 

rrerficT Si india ’• “* fiottato come cifra talismanica (v. 

ec/ici). Gli indiani - non ostante la loro trimurti religiosa - amano il 

due e SUOI multipli; i cinesi il due e il cinque negli affari il traXii 
^perstizione. I giapponesi hanno un vero codice del pregiudiz’io numerale'" 
Recentissimamente gli utenti del telefono facevano grandi ricerche dei nu ’ 

hca fortuna, e ricercavano pure il numero trecentocinquantasette 




2(.)6 

agli dei nel terzo, nel quinto e nel settimo anniversario della nascita. 
Ancora nel Giappone sono numeri odiati il quarantadue, che indica morte, 
e il quarantanove che indica bisogno; e si prediligono i numeri dispari 
{llher laiid und Meer - maggio 1921). Può interessare la applicazione nu¬ 
merica ai gradi della massoneria: uno, apprendista; due, compagno; tre, 
maestro (gradi simbolici): quattro, maestro secreto; cinque, maestro per¬ 
fetto ; sei, secretario ìntimo e maestro per curiosità ; sette, prevosto e 
giudice; otto, intendente degli edifici; nove, maestro dei nove; dieci, 
illustre dei quindici ; undici, supremo cavaliere eletto ; dodici, gran 
maestro architetto ; tredici, reai arco o cavaliere del monoarco ; quattor¬ 
dici, grande scossese della volta sacra o grande eletto perfetto e sublime 
massone ; quindici, cavaliere oriente o della spada ; sedici, principe di 
Gerusalemme; diciasette, cavaliere d’oriente e d’occidente; dioiotto, so¬ 
vrano principe Rosa. Tutti i diciotto gradi sono lo svolgimento dei primi 
tre gradi simbolici {apprendista, compagiio e maestro). La serie dei gradi 
ricomincia con il diciannove fino al trenta e sono gradi filosofici: diciannove, 
gran pontefice ; venti, gran maestro a vita ; ventuno, il Noachita ; ven- 
tidue, il principe di Libano ; ventitré, il capo del tabernacolo ; ventiquattro, 
il principe del tabernacolo; venticinque, li cavaliere dal serpente di 
bronzo ; ventisei, lo scossese trinitario o principe di grasia ; ventisette, 
il gran commendatore del tempio; ventotto, il cavaliere del sole; ven— 
tinove, il grande scossese di S. Andrea; trenta, il cavaliere Kodasch 
(perfetto) o cavaliere dell’ aquila bianca o nera. Dal trentuno al trentatre 
i gradi sono amministrativi: trentuno, il gfrande ispettore, inquisitore, 
commendatore; trentadue, -il sovrano principe del reale secreto; trentatre, 
sovrano grande ispettore generale. 



o 


397. O Nella logica formale viene designata con O la proposizione 
particolare negativa, opposta ad una universale affermativa. || L* 0 lunga 
(omega) è l’ultima lettera dell’alfabeto greco e si usa specialmente nella 
epigrafia a denotare la fine in opposizione ad a, denotante il principio (v. A). 

398. OCA — « L’oca è un animale molto strepitoso, che forma per lo 

suo rostro, e grosso canale della gola un certo odioso susurro ; che empie il 
Cielo con ogni orecchia di grave orrore » (T. Buoni - tesoro dei pro¬ 

verbi italiani - 16(J4). Dal che si vede che proverbialmente l’oca ha una 
reputazione tutt’altro ohe favorevole. Cervello d’oca è quello.... di chi non 
ne ha; «mai cervelli d’oca son quelli che fanno dicervellare i galantuo¬ 
mini . (Tommaseo). Per la fortuna della fama dell’oca resta la pagina di 
Livio, magnificante l’ allarme del papero del sacro colle capitolino, salvatore 
di Roma (1388 a. C.). In memoria di quell’ episodio — che i quiriti ricono¬ 
scenti celebravano annualmente con cerimonie augustamente solenni — fu 
depotenziata l’efficacia simbolica del cane ed esaltata quella dell’oca, come 
paradigma della fedeltà e della vigilanza. All’ oca, adagiata in una lussuosa 
basterna, gli onori massimi; al cane la forca, (v. Cane). || Però già presso 

gli antichi abitatori dell’ Egitto — la terra sacra degli alati _ l’oca era 

venerata come simbolo della fedeltà; e pittori e scultori egiziani, protoi¬ 
talici ed etruschi applicarono il motivo della anseride all’ arte monumen¬ 
tale, nei fusti delle colonne e nella compilazione dei capitelli. Nel tempio 
di Elefante è scolpito Brama, seduto sopra un loto, sorretto da cigni e da 
oche. L’ oca era consacrata a Giunone, con lo sparviero, e ad Esculapio con 
il gallo e il serpente; era tabù veneratissimo presso i bretoni insulani ; e 
veniva sacrificata a Priapo. (v. Papero). . ’ 


399. OCCHIO — Paste essenziale della bellezza. Gli artisti ne consi¬ 
derano la forma e il colorito, avendo per più belli gli occhi grandi. Per il 
gioco delle ombre gli antichi facevano d’ordinario l’occhio più incavato 
<die non sia in natura (Winckelmann), e se ne variò la forma nella rappresen¬ 
tazione dello varie divinità. || Si ripete che l’occhio è lo specchio deli'anima : 


Come BÌ vede qui alcunn volta 
1,' ntì'etto nella vista,... 


(Gir.: i.'oitr. III - 8 ). E il Petrarca: 


(/■or. xvni 




F. ’l nor ne;;li oeehi « nella fronte lio «eritto. 

(«mi. XI,Viti) 

Non ve4lete voi ’l i nr neKli oei-lii miiiiV 

(.SW. Cl.tf 









2(J« 

Che debba bastare l’occhio per riconoscere l’individuo della sua peculiarità 
espressiva si pretese da molti filosofi della natura umana. Gustavo Terry, 
per risolvere il problema, lo sottopose esperimentalmente a parecchi dotti 
di psicologia e di antropologia, i quali non rinunciarono all’ occasione di 
prendere degli amenissimi granciporri, non distinguendo nè meno, alcuni, 
la pupilla feminile da quella maschile (19<>8). Gli occhi sono, però, parte 
nobilissima dell’ uomo : « quando si collegano con istorie d’arte o di passioni, 
infondono dolcezze e tormenti, posseggono lampi dal nero e dall’azzurro al 
verde, al giallo, al grigio, ai cento passaggi di toni diversi, ora soavi, ora 
circondati da abissi. Magnus pretendeva che più attraenti siano i puri az¬ 
zurri, ma quanta seduzione nei meno definibili ! Dopo il pianto vi si concentra 
l’anima : ammaliano nel sorriso e nel lieve strabismo quando brillano 
pensosi, o quando rovesciandosi le pupille si accendono nell’ estasi » (Lioy). 
Il L’occhio è — naturalmente — il protosingrafo della vigilania : nelle 
sacre lettere il pastore delle anime è V occhio della Chiesa che attende vi¬ 
gile al suo greggio, secondo le parole di Zaccaria; Atene era chiamata 
l'occhio della Creda; il navigante dipinge l’occhio sulla prora dei vascelli, 
al di sopra dello sperone. || La pupilla si trova spesso sui monumenti antichi, 
ed è l’emblema di Oaìride, il Sole ohe getta gli sguardi su tutto il mondo 
(Plutarco). La pupilla mistica di Osiride — l’ ouzait imbellettato — assicurava 
al morto la protezione e le virtù del Sole e della Luna. Quattro occhi riu¬ 
niti gli concedevano la facoltà di vedere nelle quattro cose del mondo e di 
esservi in sicurtà. Nella geroglifica l’occhio — con pupilla o senza — pre¬ 
ceduto da una linea ondulata — significava adorazione. || Fra i segni 
tropici dell’arte cristiana precedente all’antropomorfismo (restituito in onore 
da Gregorio Magno) vi è l’ occhio di Dio, di cui è simbolo, raffigurato nel 
triangolo nelle imagini sacre, (v. Triangolo), 1| L’occhio è il segno simbolico 
dell’esperienza (de visti); contenuto nella mano destra è simbolo di henefi- 
cenza. || Gli armeristi usano l’occhio per indicare gindizio retto e intelletto 
sveglio (Guelfi). || Fu pure usato come geroglifico della architettura, e così 
modellato da Matteo de Pasti nella medaglia onoraria di Leon Battista Al¬ 
berti (Gelli). Il La santa che si vede effigiata cieca e con due occhi nella 
coppa è Lucia, martire siracusana condannata alla perdita della vista dai 
feroci persecutori (304). (Es. ; il fresco nella galleria Capitolina di Giovanni 
di Pietro detto lo Spagna). || Un’altra santa Lucia, terziaria domenicana, di 
occhi ammalianti, se li cavò volontariamente, inviandoli ad un implacabile 
amante che disturbava i suoi voti di verginità. 

400. OLEANDRO — Tra i fiori poco eleganti, poco odorosi del bruciante 
estate, l’oleandro è il fiore vivido e lieto ohe piace con la sua colorita bel¬ 
lezza, onusta più di fiori che di foglie. Non è arbusto di importazione eso¬ 
tica. Dioscoride lo ricorda ed esso doveva pompeggiare superbamente nei 
vividarl delle ricche case pompeiane, fiore latino, simbolo della lietezza e 
dell’ abondanza. '' Gli evangeli apocrifi narrano che il gran sacerdote non 
sapeva a chi concedere la mano di Maria, fra i molti giovani aspiranti della 
stirpe di David. Supplicò Dio perchè lo illuminasse e n’ ebbe il tacito co¬ 
mando di invitare i pretendenti a deporre sull’ altare una verga. Giuseppe 
pure, con gli altri, la depose, e 1’ arbusto suo gittò fiori e germogli. Il sa- 



2^)9 

cerdote l’ebbe por indizio divino, e unì in giuste nozze Giuseppe e Maria. 
Non dicono , libri apocrifi di quale sorta fosse l’arbusto, ma la tradizione 
confermaU dall arte pittorica — non iscompagnò mai la fieura dello 
essTh'^' prodigiosamente, ed in Toscana e altrove 

leanlrn TT Giuseppe. || Non si può negare che l’o- 

o «? .“i- 11““ ~ non 

r’ *1 ■ "f- di provincia e 

iLndrè /<? d> campagna, e la gente ha finito per disprezzare l’o- 

eandro . (Serao). Bisogna aggiungere ch’osso contiene una resina gialla acre 
e velenosa e si citano esempi di morte seguiti per aver mangiato della 
^.agione arrostita e infilata in bacchette di nerio, o per aver Lmi^ su 
giacigli di foghe e di ramicelli dello stesso fiore (Loiseleur Deslongchamps). 
Per questa cagione l’oleandro è annoverato tra i simboli come indizio di 
baldania e di antipatia. || L’oleandro bianco simboleggia il candore. 

401. OLIBANO — V. Incenso. 



r’firoliiato iIaIIh frftmie ili Minerva, 

(/'wT*//. XXX 


■ tlH). 




J4 









aio 

protosimbolo della pace, della cortesia, della aaggma., dell’abondansa, 
della gioia. 

Una palmetta d'intrecciata nlivaf 
Slm))o]o ailor verace 
Di pace 

PpTiiInvu H c^j>o d* cgni canto letto. 

(Aleardì - /Vr nn ffioco tli palla). 


1,'olivo piantalo dalla meretrice non allignava o non portava frutti. Quale 
profonda significazione per denotare la sterilità per la causa immorale ! 
t'omo l’olivo era posto sull’elmo di Minerva — la «palladia Ironda » (Pe¬ 
trarca) — cosi cingeva il capo dei sacerdoti di Giove, e gli anticbi del suo 
legno fabbricavano i simulacri degli dei per placarli e renderli mansueti dopo 
un’offesa. Gli abitanti di Epidauro fecero venire da Atene l’olivo per erigere 
le statue a Dania e ad Augeria, le vergini che si erano uccise per l’onta 
subita, ma avevano reso sterile il paese degli oltraggiatori (Erodoto); e i 
lacedemoni saccheggianli l’Attica ai arrestarono tementi, di fronte al sacro 
olivo. Il Gli ambasciatori che chiedevano o portavano pace erano 
d’ olivo : 

...JUtmus manifestai olivae 
I.eynttnu rauxast/uf vìae.,.. 

(Staisio - Teh. II. HK7). 


cinti 


11 ramo d’olivo posto nella mano «li un imperatore indicava pace date o 
conservate. || I greci premiavano i vincitori dei giochi di Elide con un ramo 
d’olivo; e i mendicanti di Roma antica lo portavano come simbolo di 
protesione [supplicis arlior oliva). || Dalla Biblia è trequentiasiraamente 
menzionato, perchè non volle essere re degli alberi per non abban<lonare il 
succo inserviente agli dei e agli uomini {Giudici - VETI. 9). Dio invia la 
colomba a Noè, portando in bocca l’ olivo dalle verdi foglie {(ìfn. - Vili. 11) ì 
è la pace mandate agli uomini dopo il tremendo castigo; e l’umiltà cristiana 
adotta la sacra pianta per i suoi riti dei catecumeni, della confermazione 
e degli infermi; ed insieme alla palma la benedice e la dona, nella giornata 
ricordante la Gerusalemme di Gesù piena di cantici, di osanna, di profumi, 
nel molle soffio primaverile : è il mistico arboscello dell’ olivo che placa 
l’odio e disperde il rancore, che persuade all’umiltà e alla tenerezza del 
perdono. Ancora nel contado di Matelica, appena la sposa arriva alla soglia 
della casa novella, la suoc-era che l’attende le offre un ramo d’olivo e le 
dice: « la pace, o figlia mia ! » H Un olivo colpito dal fulmine anunciava, 
secondo gli àuguri, guerra imminente, jj Si coronavano d’olivo i cadaveri 
dei buoni (Artemidoro IV. 59). || L’olivo indicava anche remissione. || Il 
vessillo della immite Inquisizione di Spagna recava il motto : •misericordia 
et jìistizia » e intendeva simboleggiare la misericordia con il ramo d’ olivo 
e la giustizia con la spada, tenute da san Domenico. In araldica i signi¬ 
ficati dell’olivo sono sempre coerenti a quelli comunemente allegorici; di 
pace, tli vittoria, di’ benevolenza, di gloria. || Fu introdotto dai fenici 
in Italia, e presso di noi è albero plebeo, che nasce su tutte le roccie, su 
tutto le rive; 

Non vuole 

]M*r oh’ ariu, ohe «ole, 

oh« tempo, V ulivo 


(Pjutonli): 



211 

Ma - amile e grande, pieno di forza morale e di grazia sentimentale - 
tiene il primato per rarità di forme, per copia di raccolto, e dà una squisita 
^ spirituale dolcezza ai temperati 

“■ " f"»» • ■' p'" 

i fratelli olivi 

< nlifl fan (li santità palliili i olivi 

o sorridenti. 

(TI* AnunnKÌo - /,« arra floaoiaitti), 

403. OLMO — Grande albero fronzuto, raramente usato nelle allegorie 

enGfca a«>icamente sostiene, cosi che la sua 

.ione Tr amici.ia, unione coniugale, prote- 

sioiie, óiiuto. Dic 0 Ovidio i 

rimus amai vitea, viiia tton dviterit iihnoa. 

E Marziale, per le nozze di Claudia e di Prudenzio: 

•Vec metili» teneri» iunguntur eilihii» almi. 

Accennano alcuni alla sterilità dell-olmo ed alla finzione di Virgilio, che 
I soirnf ^^ll ir gigantesco, dalle cui rame pendono 

IrSld V T ^ i. benché 

ermafroditi. Non è, pertanto, congruente la sua rap¬ 
presentazione come simbolo di sterilità, e infatti 
nella cosmogonia scandinava la profetessa della Vo- 
luspa narra che gli dei - dopo la vittoria contro 
Iirnir — risolsero di popolare la terra e, sradicato un 
olmo, ne sorse la prima coppia umana (Edda). |( « In 
Francia l’olmo era il simbolo della giurisdiaiono feu¬ 
dale ; un olmo sorgeva sull’entrata dei castelli ed era 
privilegiato retaggio dei figli primogeniti. Il signore 
che d’estate rendeva giustizia sotto la sua fronda, ne 
protegpva i larghi rami e la foglia tenace che non 
cade ai primi geli novembrini. Il parroco faceva sotto 
1 olmo le pubblicazioni di matrimonio ed annunziava 
r ordine delle devozioni settimanali » (Giaoosa - 1 ca- 
s/cm uaWos/am') || . Gli olmi s’assumono, tra gli alberi, la parte dell’arco 
della volta, elementi architettonici prettamente romani. Di solito non 
sttóno soli; a due a due, in lunga fila, formano perfette navate a volta 
a tutto centro, e, in contrasto coi cipressi, dànno il ritmo orizzontale l’in-^ 
irruzione sapiente dell’arco, nell’architettura del verde. Ma se sono iso¬ 
lati oppure se non è loro aflSdato alcun ufficio particolare dall’ascia del 
giardiniere, ciascuno, lasciando ogni posizione di disciplina collettiva ac- 
quista una sua fisionomia, per cui si distingue da qualsiasi altro individuo 
ella sua specie : olmi ohe implorano, olmi chini e proni per decrepitezza 
olmi in atteggiamento estatico, di preghiera, eretti o minacciosi, UoHdi è 
gai, melanconici, pensosi, raccolti; ogni stato d’animo, ogni gesto, espri¬ 
mono e rappresentano gli olmi ». (R. Paolii. ' s k , ospri 

■KH. OMBRELLO — v. Paranoie. 




405. OmCE — « L’onice apporta male. L’ onice nera velata di bianco, 
simbolo del dolore, è la più nefasta ; ingenera l’angoscia e il terrore e le 
irreparabili querele degli amanti. Se la collana che cinge il tao collo, se 
l’anello del tuo dito porta l’onice triste, tu conoscerai la tristezza e la paura 
e i sogni orribili delle nere invisibili profondità » (E. Michelet). || Gli antichi, 
invece, la consigliavano contro il mal sonno. ,, La poesia ellenica diceva che 
l’onice nacque quando Amore tagliò le unghie a Venere; esse caddero 
nell’Indo e le Parche le raccolsero e le mutarono nella bella rosea pietra 
selciosa, cosi pregiata per scolpirne i cammei. || Una delle dodici gemme 
dell’ e.fod, indumento superumerale dei sacerdoti ebrei ; e rappresentava la 
tribù di Aser, posta seconda nel quarto ternario (Giuseppe Flaviol. 

406. OPAIiE — < Diffidate dell’ opale, di questa pietra che è la più 
affascinante, la più seducente fra le gemme. È un arcobaleno velato da un 
vapore latteo ; è la bellezza vibrante di tutti i colori, ravvolta in una bian¬ 
chezza misteriosa. È la pietra del destino ; simile alla donna, distrugge con 
la sua beltà chi ne è innamorato » (E. Michelet). || Gli antichi davano alla 
nobile e iridescente opale di inimitabile bianchezza un senso profetico ed 
una influenza sentimentale, poiché dicevano che si oscurava quando un pe¬ 
ricolo minacciava la persona che l’aveva in dito, j] Alcuni pretendevano 
difendesse la vita, e le ragazze tedesche ne portavano collane per conservare 
il bel colorito e le chiome. || Altri simbolografì danno l’opale per indice di 
fona nelle avversità, di speranze, di perdono. 1 Fretendevasi che si offu¬ 
scasse fino a diventar nero se accostato da persona in istato di peccato. 

407. ORCHIDEA — « Nuova e leggiadra, non bella, attraente e fascina- 
trice,' la orchidea si eleva dominatrice per le creature che cercano sensazioni 
maliose.... Solo le donne dalle vestaglie trasparenti, dagli occhi cerchiati di 
bistro, dalle chiome biondissime, si adornano della fatale, stranissima or¬ 
chidea » (Avallone-Lepri). Essa vive dovunque ; è poco appariscente e di corta 
durata nelle squallide zone dei ghiacci, e lussureggiante, con i colori sma¬ 
glianti, con le forme più strane, nelle foreste tropicali. Tentò di cian¬ 
ciarla » lo Chamberlain, in Inghilterra, come simbolo dell’ imperializmo, 
fervente dopo la guerra del Transvval (1903) : ma non vi riesci : o il capric¬ 
cioso fiore costava troppo o la cosa simboleggiata non era abbastanza simpatica. 

408. ORECCHIO — Organo dell’ udito, di cui à simbolo, e per ovvio 
accostamento di idee, pure simbolo della curiosità. Parte molto difficile a 
rappresentarsi e dalla quale il Winckelmann affermava potersi giudicare 
della bellezza di una testa frammentata. Nell’isola di Creta le statue di 
Giove non avevano orecchie perchè il signore del mondo non doveva ascol¬ 
tare nessuna persona in particolare ma essere propizio per tutte in eguale 
misura. A Sparta — per contrario — attribuivano a Giove quattro orecchie 
perchè egli fosse in grado di meglio ascoltare le suppliche degli uomini. || 
L'orecchia diritta era dedicata e offerta in argento a Nemesi, formidabile 
divinità che vegliava sulla terra per la giusta vendetta dei colpevoli. 
Orecchie di argento offrivansi pure a Mnemosine, dea della memoria. || 
L'estrema variabilità formale dell’ orecchio umano è l’inizio riconosciuto 
come fondamentale nel metodo antropometrico moderno. || Le orecchie d’a¬ 
sino significano ignoranza. 



2J3 


401). ORIGANO — V. Maggiorana. 
410. ORNO — V. Frassino. 


411. ORO — L’oro è segno di nobiltà. . MHHt Hegina a derstris tuU 
in vestita deaaratu » dice il salmo che descrive la regina del cielo. Il 
Il simbolo dell’oro si ritrova soltanto nell’alchimia e indica il sole 
(* imago solù* di Eegiomontano). |i In araldica l’oro è il metallo più 
nobile; indica la forza, la fede, la bontà, la ricchezza, il comando, la 
cortesia; si rappresenta con la punteggiatura del campo o delle figure, ed 
è ammesso soltanto con l’argento a formare il fondo dell’arme gentilizia. 

L oro portato dai magi a Gesù vuoisi indicasse segno di tribnto. Si crede 
generalmente che l’oro sia il metallo del maggior prezzo: hanno invece un 
posto più elevato nella scala dei valori venali il platino, il palladio, l’osmio, 
l’indio, lo zirconio, il titanio, l’uranio, il litio, il vanadio, il burlo, ed i 
tre metalli radioattivi recentemente scoperti dalla Curie e dal Becquerel • 
il radio, l’attlnio e il polonio, (v. Metalli). ’ 

412. ORSO - Il grossolano e ruvido plantigrado che vediamo ballon¬ 
zolare grottescamente sulle piazze con l’occhio fisso al bastone, emettendo 
grida più di paura che di ferocia, ebbe esso pure decoro di poetiche finzioni. 
TrasformaU in owa dal furioso sdegno di Giunone fu la bella ninfa Calisto, 
ohe s’appiattò nei meandri del bosco per sfuggire alle insidie dei cacciatori. 
Arcade, figliuolo suo e di Giove, non tioonoscendo la madre tramutata, stava 
già per trapassarla con un dardo, quando Giove - ad impedire il colpo 
terribile — trasformò lui pure in orso e collocò nel cielo l’uno e l’altra, 
che furono le due costellazioni settentrionali dell’orsa maggiore e dell’orsa 
minore. È notevole che anche la Chiesa trovò motivo anagogico nell’ orso 
in esso, per le sue sollecitudine materne — elogiate anche da ^ant’Ambrogió 
- simboleggiando sè stessa. Brunetto Latini asseriva che gli orsacchiotti 
«nascono come un pezzo di carne disfigurata, se non che ha due occhi » 

( Tepore) ; e il Bestiario moralizzato racconta : 


Tanto ta l’orsa il parto liiviHato 
Ch’n nulla creatura resimilia; 
Vedendolo cosi (Usttimigliatu, 
Mantinente co la liocca il ripigliai 
Tanto lo mena insin che l’ha formato. 
1/Ecclesia è la madre che rifaco 
Lo suo figliuolo con Io sacramento 
Del santo baptisino virtuoso, 
figlia forma e resimigliamouto 
De lo suo dolce patire prezioso. 


l,;uo8to concetto rappresentativo è espresso in avorio sulla coperta dell’ Evaii- 
gelano di Tutilo, nel monastero di S. Gallo, dove il santo porge il cibo ad 
un orsa che tiene al collo un suo nato ancora informe. || L’orso è un anacoreta 
onnivoro, piuttosto vegetariano, frugale. Tale parsimonia è manifestata dalla 
sua dentizione, specie nella forma della corona dei molari, e dalle sue unghie 
le quali, sebbene formidabili, non sono retrattili come negli altri animali 
leroci predatori. Egli diventa carnivoro soltanto se astretto da forti impeti 
< 1 lame; e ghiotto del miele, e non ritrae il muso allungato dall’alveare 
trovato se prima non l’ha distrutto, ingoiando anche le api. «T’amo più 
che 1 orso 11 miele. (Berni). L’orso nuoto con rapidità e volentieri nei 


•J14 

grandi specchi polari; è apparentemente privo di energica nervatura e invoco 
s’arrampica con sveltezza sugli alberi piu alti. Facilmente addomesticabile 
ed imitatore, è il giullare massiccio e spennacchiato dalle movenze gravi, 
solenni ; è il protagonista — costantemente sciocco — di tante e tante fiabe 
di origine nordica, e le sue gesta hanno sempre un fondo comicamente tristo. 
Un orsacchiotto famelico divora l’asino a san Romedio; poi, pentito, si oflTre 
per cavalcatura al santo, avviato a Trento per salutarvi il vescovo san Vigilio; 
e anche san Lucano — dipinto ad Auronzo — cavalcava un orso nel 
suo peregrinsggio a Roma; ed anche san Corbiniano, san Colombano, 
san Vedasto, santa Colomba, salvata per virtù della belva nel circo, 
ed altri santi nordici. Il diavolo, però, prendeva spesso la forma di questo 
animale, forse perchè esso, anche sotto l’apparenza dello stoico rassegnato, 
li sensibile alle provocazioni e fu sempre assunto per simbolo dell’ ira. « Fn- 
miintem ursi nasum ne tetigeris » era proverbio corrente ;Ripa). || I goti e 
gli svevi l’avevano sugli stendardi. L’orso è, pertanto, l’esempio soprav¬ 
vivente più certo del totemismo. A Berna si conserva il culto dell’ orso — 
che diede il nome alla città — forse attraverso ai venti secoli dell’ era vul- 
gare, essendosi colà scoperto un bronzo rappresentante una divinità orsina 
die lo confermerebbe (Reinach). Nella capitale svizzera si mantengono in 
un recinto speciale (Hàrengraben), e a spese publiche, parecchi orsi che 
ammiccano goffamente ai ragazzi, loro provvidi di ciambelle ; e c|uei reclusi, 
sornioni e dissimulatori, più di una volta dimostrarono il loro furore feroce. 
Essi sono la viva rappresentanza dello stemma civico, che è di rosso alla 
lianda d’oro caricato di un orso passante di nero. Un altro popolo ha tuttora 
un culto bizzarro per gli orsi, li nutre e li festeggia vivi, li uccide e li 
]iiauge morti: il popolo degli acrios (parte meridionale dell’isola di Sachelinl. 
Tutti gli anni le varie tribù degli acrios cacciano un orsacchiotto, che viene 
affidato alla matrona più illustre perchè lo alimenti con le provvisto recate 
dalla comunità. Nell’inverno l’ospite è sacrificato con una solenne cerimonia: 
si inghirlanda la vittima venerata eh’ è chiusa in una gabbia trainata per 
il paese, e attorno ad essa gli uomini e le donne ballano, cantano, banchettano. 
La belva s’impazienta, urla, va su e giù per la gabbia, fin che — provocata 
all’ estremo della classica ira — stramazza uccisa dal rituale colpo di fucile. 
Allora scoppiano grida, gemiti, pianti ; tutto il villaggio è in lutto ; il 
sangue totemico è raccolto in ciotolette e bevuto : la testa portata alla foresta 
e inchiodata ad un albero ; e la selva è piena di toschi di orsi, che attestano 
dell’antichità della cerimonia. || L’orso forma lo stemma di altre città: 
Berlino, Biella, Madrid. 

413. ORTENSIA — Fiore bollo, a ciocche rosse o violacee, dedicato da 
Comraerson al nome di Ortensia Lépeaute, sua ardita compagna nel periplo 
del globo (1767). L’arte cinese — grossolana ma vivace —■ usa abbondan¬ 
temente di questo fiore, supremamente ornamentale. Ma esso non ha odore.... 

V è una pianta «he il sol non salata 
Ilei suo raggio fecondo giammai : 

Cresce all' ombra, llorisoe, si muta, 

Ma d' odor non ha un atomo sol. 

Vaga pianta che effluvio non hai. 

Tu somigli al mio vedovo core : 

Per me tace la liamma d’amore, 

Per te muta è la luce del sol. 




215 


L ortensia e — infatti — fiore di semplice esteriore bellezza; flore non da 
offerta e senza gentilezza: dato come simbolo della insensibiUtà, della in- 
differenia, della freddeiia. e - dalla d’Orohamps - dell’abbondanza. 

414. ORTICA — Erba selvatica dalle foglie e dallo stelo coperte di pun¬ 
gente lanugine, usata da Dante in senso metaforico per esprimere l’inci¬ 
tamento (Purg. XXXI - 85), della quale però gli scoliasti della favella 
floreale danno varie e non sempre spiegabili significazioni, come quello della 
curiosità (Guelfi); della crudeltà (Zaccone, Gori); della vanità, del tradi¬ 
mento (ms. di Bruxelles), e — per contrario — della 
fedeltà (i cinesi, secondo il Lacroix). Noi crediamo 
bene assestate le parole del vecchio Ripa, che fa 
1 ortica attributo della maldicenza, perchè « come 
1 ortica punge lasciando dolore senza ferita, così il 
maledioente non pregiudica nella vita o nella roba, 
ma nell’ onore ». 

9 

■115. OVO « Ornile uh ovo »: è l’apotegma che 
rappresenta la genesi e la palingenesi degli esseri ; 
è l’oracolo proferito dalla saggia ignoranza degli an¬ 
tenati. « La forma elittica dell’ ovo, quella più com- 
l>rensibile, più bella, che offre meno appiglio all’ of¬ 
fesa esterna, ci da l’idea di un piccolo mondo compiuto, 
di una totale armonia a cui nulla si può togliere e nulla 
aggiungere. Le cose inorganiche non assumono mai codesta forma di per¬ 
fezione: sotto l’apparenza inerte si presenta l’alto mistero di vita, l’opera 
squisita di Dio » (Michelet). L’ovo di Orfeo ora un mistico simbolo di cui 
1 antico poeta e filosofo, maestro delle genti, si servi per far notare la ge¬ 
stazione recondita del prodigio, la forza intima della natura, il principio 
della fecondità. Analogi a quella di Orfeo sono: l’ovo degli egizi, uscente 
dalla bocca di Xnef il grande creatore, o dal flore del loto, per intendere che 
tutta la terra appartiene all' uomo e che non è fertile se non per le necessità 
umane; l’ovo dei fenici, tenuto nella bocca dal serpe, forse per denotare 
che se l’uomo regna sulle cose sensibili, a lui sfuggono però certi animali 
piu di lui forti ed accorti; l’ovo d’oro dell’India, allocato dall’ente su¬ 
premo sulle acque primordiali, o da cui sarebbe uscito il primo uomo; l’ovo 
di Oanno, mostro mezzo uomo e mezzo pesce, capitato dal mare Eritreo 
per dare la cognizione delle scienze e delle arti ai caldei ; l’oro cinese di Puon 
Su, l’uomo primo, e del quale il guscio si inalzò al cielo, la chiara si di¬ 
sperse nell’aria, il tuorlo restò sulla terra; ed altri simlroli eguali adoperati 
dai persiani, dai germani, dai polinesiaoi, per spiegare la formazione del- 
1 universo. Nella cosmogonia egizia si ricorda che Osiride aveva rinchiuso 
nell uovo primitivo onde fu tratto il mondo, dodici bianche piramidi indi¬ 
canti i beni ch’egli voleva regalare agli uomini, mescolate poi da Tifone 
con le dodici piramidi nere indicanti i mali (v. Piramide), intendendosi 
con tale finzione di esprimere 1’ opposizione dei due principi del bene e del 
male, racchiusi nel mondo. La nascita d’Amore - cioè della forza che attrae 
vicendevolmente gli elementi ad unirsi - è raffigurata in una pietra incisa. 














2l() 

eseguita nello stile antico (phrigillas), con il dio cosmogonico uscente 
dall’evo. Il Molte sono le versioni che si danno all’uso dell’ovo, solenne vi¬ 
vanda di prammatica nel di della Pasqua cristiana. Alimento proteico per 
eccellenza, copioso all’ iniziarsi della primavera — quando la linfa ascende 
nell’ albero e ribollono gli umori negli animali — l’ovo è forse anche il 
provvidenziale cibo della tutela salutare, come quello che nutre con sobrietà, 
senza accalorare maggiormente ed eccitare il sangue dell’uomo. Comunque 
sia, 1' ovo liturgico della Pas(|ua è il simbolo della vita, il simbolo migliore 
che si potesse trascegliere per esprimere la festa della risurrezione cristiana, 
che è pure quella della gioventù dell’anno, dell'amore, - della fecondità. || 
L’antica chiesa copta del Cairo ha dinanzi all’aitar maggiore sei lampade 
d’argento sormontate dall’ovo simbolico della fortuna; i greci conservano 
ghirlande d’ova nelle loro chiese ed hanno l’ovo di struzzo per amuleto. 



p 


416. I’AZ.LA — Corpo di figura i-otonda che rivolgendosi sopra se stesso 
vana all’infinito il punto del proprio asse. Riassumendo cosi l’astratto nel 
concreto, la palla — la quale « tangit in puncto » — fu simbolo di insta¬ 
bilità, di incostaasa e, insieme alla ruota, fu data come attributo alla 
Fortuna, che la sfiora con il piede mutevole e bizzarro. (| Per la singolarità 
e l’importanza storica del blasone, è notevole la cinta delle palle vermiglie 
adottate dai Medici di Firenze, le quali furono sei, sette, otto, poi ridotte 
a cinque, e sormontate in fine da una sesta azzurra, caricata dei tre gigli 
d’oro concessi da Luigi XI re di Francia. Nella famosa litania profetica 
ei pontefici attribuita a san Malachia — e provata apocrifa dal gesuita Mé- 
nestrier (1689) - Clemente VII, di casa Medici, è annunciato come . Hos 
piluUE », scambiandosi le palle della sua arma gentilizia con vulgari pillole 
da aromatario. Vuoisi invece che esse indichino la vittoriosa impresa di 
Everardo Medici, uomo d’arme di Carlo Magno, contro il gigante Mugello, 
che devastava con atti di brigantaggio la Toscana. Costui si trovò a com¬ 
battere a corpo a corpo con Everardo e sullo scudo di lui lasciò impresso 
il colpo della sua mazza ferrata, munita di sei palle di ferro; lo scudo cosi 
colpito tu l’impresa adottata dal prode Everardo. (v. N/em). 

417. PAiMA — Linneo riconobbe a questa fanerogama, maestosamente 
bella, la preminenza nel regno dei vegetali, viva nelle prime credenze mi¬ 
stiche dell’uomo. Gli ari ancora sparsi dall’Indo Superiore alle Porte 
Caspie — prima ancora della rivoluzione dei veda — cantavano l’inno alla 
palma come alla manifestazione della divinità, e più tardi, quando nelle 
loro menti la natura si identificò con l’idea divina, e concepì l’uno e il 
molteplice, il finito e l’infinito, essi ancora inneggiarono alla palma dal 
magnifico tusto eternamente verde, sfidante le procelle sulle coste del mare 
e la furia rabbiosa e cocente dei venti del deserto. Essa testifica, sotto tutti 
i climi, le grandi catastrofi geologiche del nostro pianeta ; e nelle atmosfere 
intertropicali — dove l’uomo non coglie dalle viscere del suolo nulla ohe 
lo conforti — la palma gli fornisce gli alimenti, il legno per costrurre l’a¬ 
bitacolo, il tessuto per l’indumento. I greci la chiamavano/fennec, come 
1 uccello ohe muore e rinasce per propria intrinseca virtù. || Il culto della 
palma si perennò nella lunga e costante élfcborazione psicologica del simbolo 
per denotare quanto l’uomo ha in concetto di trascendente e felice: l’im¬ 
mortalità, la gloria, la fona, la vittoria, la civiltà, la letisia, l’onore, la 




I " 




Tr 


•r-- — r,„7 


2ia 


fecondità, la ginetisia. « Il giusto liorirà come In pnltiin » (Salmo XCI - 12). 


Il 11 Boccaccio fa biblicamente invocare 1’ amata Lia dal pastore Àineto : 

£ siooozne Ih palma ÌQver* 1' altura 
Si stende, cosi tu, vie più vezzosa, 

Che. U giovanetto agnel ne la postura. 

{Niufale d'Amtiv), 

La Vittoria ora detta la dea palmare, e — come a tutte le statue di essa — 
al trionfatore si poneva in mano un ramo di palma ; Pindaro ricorda l’ o- 
nore della salma pitica; per menzionare un «uomo di vaglia» Cicerone 
dice « pturium palmartim henna ». || La palma era pure consacrata alle 
muse. Il Maometto diceva la palma nata in paradiso, della stessa terra 
ond’ era fatto Adamo. 


Nititur ili pondu» palma, et conaurgil in iirciiiii 
Quo magi», et premitur, hoc niage tollit orni» : 


Perl et odoratile, hetlaria diilcia, glande», 
Quei meiiaa» inier primus hahetur onoa. 


I piier, et reptana rami» ha» collige: menti» 
Qui ronatantia erit proemia digna farei. 


(Aloiato - Embl, XXXV). 


Di fatto è anche caratteristica elegante della palma la Hessibilità e l’ela¬ 
sticità de’ suoi rami, che resistono a qualsiasi carico. Es. : l’impresa del 
duca Fraucesco Maria della Rovere di Urbino, ideata dal Giovio, rappre¬ 


senta una palma con un macigno sovrapposto, e con 
il motto: « Inclinala resurgit » (Ruscelli). 




J.»a lioìiil l'aliuH non soggitK’c hI poso 

Che gii vougH da alnuno h i rniiii Hppesu. 


Anzi come Ih salina più 1' oHemle, 

A l’or più tonto al ciel sMuaIzh, e stende. 


L’ L’om valoroso, olio procaccia onore 
Deve seguir l’impresa con arilore ; 


Sprezzando la l'aticH, e ogni altra x>rova« 
Che col martir da quella la rinnova: 


l'erchè nel Hu ooutr’ ogni duro lato 
RiX>ortH la vittoria 1* ostinato. 


l'ALMA 


((firolHiiio l*euAa>. 


Chiaro significato, diin(;uo. di tenacità e di fermezza, vantaggiosamente 
adoperato dall'iconografia ecclesiastica a simijologgiare il martirio, cioè il 
dispregio del mondo per il trionfo della fede. Tutti i martiri della cristia¬ 
nità recano il ramo di palma. || La Chiesa ha però altre tradizioni che 
confermano il culto della nobile pianta: i vangeli apocrifi narrano della 
stanchezza di Maria, ritemprata dal palmizio del deserto. Assisa all’ombra 
ospitale, la divina madre desiderò assaporare i bei frutti dell’albero, ma 
Giuseppe non volle coglierli. Allora Gesù, che sedeva nel grembo materno, 
comandò ai rami di inchinarsi fino alla bocca di Maria. La tradizione — 
popolare in molte regioni anche d’Italia — aggiunge che da quel giorno la 
palma fu l’albero della benedizione ; e il Redentore entrò nella fresca ora 
del mattino in Gerusalemme, umilmente spirando luce di tenerezza su quella 










multitudine che gli andava incontro, agitando i rami delle palme e degli 
olivi e buttando drappi sulla sua via, salutando colui che veniva in nome 
del Signore (Giovanni, XII - 13,: estremo giorno di pace e di gioiaTel 
purissimo martire ; giorno nel quale vi è tutte la melanconia dell’ intimo 
presentimento, l’imminenza della Passione. La notte di domani sarà quella 

g nell ombra, sotto il cielo tempestoso. La Chiesa celebra solennemente 
li gaudioso ricordo delle Palme di Gesù, nella domenica precedente la set¬ 
timana dette santa o maggiore, anticamente dette eompetenHum o indnl- 

gent.cn, dal costume imperiale e patriarcale di concedere grazie. Un^ grande 
ST diS - ‘“r. poutSle'regl 

d^rte II rUo *’kk® v! simbolica, adornata con squisite opere 

arte. Il rito vorrebbe che nelle chiese cattoliche si benedicessero le palme- 

provviste, 81 benedice I olivo, l’alloro, il mirto, il salice, il bosso l’elce- 
6 nel giorno letihcato dal ramoscello benedetto, che s’appende tra le pareti 

a NaJoirTsef «"’d opulenza, in quelle di Domiziano coniate 

nf-’ ' Adriano, a significare il benessere delle popolasioni 

Teffa med'Jilte d''v : la Fenicia i la Giudea (ed è riprodotte 

e a medaglia di Vespasiano, con il motto . Judca capta »); Ancona, ohe 

formava l’agro Palmense. || Nelle composizioni dell’arte cristianaTe due 
palme circondanti l’effigie del Redentore simboleggiarono la Chiesa com! 
poste di gmdei e di gentili (Zaccherini). Con il quadrante solare la’palraa 
tegrava in Egitto il geroglifico della astrologia giudiziaria. || Il palmizio 
fu scelto a simbolo dell’anno, credendosi che esso ad ogni vo ger d luna 

zione e di onore - si usò porre due palme incrociate - maschio e fe- 
mina come simbolo di amor coniugale. |( In Francia si dico ricevere le 
palme aeaclemich^ per essere eletto membro dell’academia delle scienze ; 
le uniformi di quest’ordine cavalleresco sono ornate di ricami d’oro e d’ar¬ 
gento in forma di palma (Academia francese). 

418. PALO - Legno lungo e fitto in terra, di sostegno a pianto o a 
costruzioni, figura ili stile comune per simboleggiare l’aiuto. 

uuatte “‘ondo. La 

Fssa è U ii3o 1 Ì P'" particolare. 

volontario o involontario, cosciente o incosciente, di ogni 

IMe cattolica ' originalissimo della 

lede cattolica, spentosi di recente e quasi ignorato. E padre Dante : 

I>H ogfjri a uoi la cotiiliana inanua 
Seujia la qual por qneato aspro deserto 
A retro va chi piu di gir s* affanna. 

XI - IH). 

pane a Dio, è apparsa tutta materiata di senso pratico durante la guerra 
Il periodo minaccioso che la sefui. L’antico religioso rispetto del pane con- 





22(t 

tenuto nella preghiera fondamentale fu universalmente gridato, tornando 
l’umanità alla « umana » parola del Cristo; ed un elegante giornalista os¬ 
servava che s’era disputato per secoli — e stoltamente — se il « pane quo¬ 
tidiano » di Gesù fosse da vero quello dello stomaco, o non piuttosto quello 
spirituale ed eucaristico. Non procediamo nell’ esame filosofico della que¬ 
stione, eh’ era doveroso accennare come motivo isagogico per la nozione 
comparativa del simbolo. 

Il pane alimentare — le cui prime notizie storiche si farebbero risalire 
ai soliti cinesi (XXVIII secolo a. 0.1 — ha i suoi più veridici documenti 
nelle statuette egizie di Londra, di Berlino e di Bombay, rappresentanti 
nomini e donne intenti a intridere la farina (E. Bianchi), e nelle sacre 
carte che riferiscono l’accoglienza di Abramo ai tre angeli inviati dal Si¬ 
gnore {Genesi - XVIII. 5. 6). Esso ebbe ed ha tuttora, presso certi popoli 
orientali, funzione eminentemente simbolica, quando è presentato agli ospiti, 
qualche volta con il sale, in segno di amicizia, o ai potenti in segno di 
sudditanza. 

Tra i segni sensibili e tangibili istituiti nelle pratiche liturgiche, ai an¬ 
novera anche il pane sacro, come quello onde si purificavano i seguaci di 
Mitra ed i mandei nella Persia antica. Quivi si distribuivano pani sacri 
durante i funerali, mentre il cadavere recente, esposto sull’alto della torre, 
veniva divorato dagli uccelli di rapina; e di questo arcaico costume ab¬ 
biamo ancora non pallidi ridessi tra noi, nella distribuzione del pane fu¬ 
nerario in Val Sesia, nel Vicentino, nel Friuli, in Gamia, in Calabria; nel 
pranzo funebre o « cuóusulu » siciliano mandato dalla famiglia, nei tre 
giorni del lutto, alla famiglia dolente; nella mensa ohe si improvvisa in 
istrada, anche con l’apparecchio della tovaglia spiegata sul feretro, durante 
il funerale, a Carena (Valtellina). Pani di letizia vengono anche distribuiti 
in certe sagre, come ad Albaneto (Abruzzi), per la festa di san Nicola, dove 
le belle fanciulle dagli scialli vivaci e infioccate recano alla chiesa canestri 
colmi di pagnottine da benedire e da offrire agli ospiti che vi accorrono 
in folla; e ad Arbus (Iglesias) dove si prepara con cerimonie simboliche e 
patriarcali il pane delle nozze, fin ila quindici giorni prima del lieto av¬ 
venimento. L’uso del pane benedetto, che si soleva distribuire nella chiesa 
gallicana ai fedeli, durante la messa parochiale, cessò — massime in Italia 
(dopo il XU sec.) — benché espressamente raccomandato da un concilio di 
Nantes. Perdura in Grecia e in Normandia. 

Ma l’altissima significazione simbolica del pane è quella del sacramento 
eucaristico, vincolo di unità dei fedeli tra loro e con Gesù Cristo. « Io sono 
il pane della vita» aveva detto il maestro divino e nell’ultima cena aveva 
spezzato e dato il pane agli apostoli perchè « mangiassero il suo corpo ». 
« Il pane che noi spezziamo è la comunicazione del corpo del Signore » 
(S, Paolo - Ai corinti X. 16). La Chiesa ritiene quindi la realtà del corpo 
di Gesù nel pane dell’eucaristia, come ne è la realtà del sangue nell’eu¬ 
caristico vino, simboli di cose sante e segni visibili della invisibile grazia, 
(v. Spica). 

4211. PANTERA — E tuttora controverso tra gli zoologi il problema ilella 
vera specie dei grossi felini detti paniera, pardo, leopardo, ghepardo, e 





321 

leoììza o — dantescamente — lonza. Vuoisi che ciascuno di essi rappresenti 
una ibrida individualità, e che la pantera e il leopardo siano un unico ani¬ 
male, solo distinto dal sesso, quella essendo femina e maschio il secondo. 
La questione travalica l’ambito del nostro interesse, in quanto che 1’officio 
rappresentativo della imagine di queste bestie, astute, feroci, veloci e lascive 
non varia — per variar delle singolarità loro — nelle espressioni della idea. 
Il Filistrato di Lemno — romanziere estroso — fantasticò che alcune nutrici 
di Bacco furon cambiate in pantere, si che di esse il dio delle vendemmie 
amò circondarsi, e ne vesti le pelli, e le aggiogò al proprio carro : integra¬ 
zione del simbolo delle menadi o delle baccanti, che nell’orgiastico furore 
dell’ ebrezza saltellavano attorno al carro del nume, pervase come pantere 
furenti, di libidine e di crndeltà. (« Vinum incenda iram » Seneca- De ira 
II. 19). il La pantera è la fida compagna di Pan, da cui si dice abbia tratto il 
nome. || È astuta ; tutte le fiere la desiderano per la sua bellezza, ed ella 
occulta il capo, che loro farebbe terrore, mostrando soltanto l’eleganza del 
dorso dalla « gaietta pelle » per allettarle e poi, con sùbita mossa assaltarle. 
Cosi gli iconologisti pongono la pantera nei simboli dell’ inganno. || Il leo¬ 
pardo è altro dei simboli politici dell’ Inghilterra e tre teste di leopardo in 
campo azzurro sono il segno dell’italiana Dalmazia. La lonza di Dante 
llnf, I) simboleggia la lussuria; secondo altri la malizia; secondo altri 
ancora la republica nera di Firenze, insegna comunale del tempo. || (Cfr. ; 
P. Cipolla - Lo lanca di Dante in Ras», blbliogr. della letter. ital. - aprile 
1895). Il La pantera araldica è figura stileggiata chimericamente, (v. Drago). 

421. PAFAVEBiO — Vivace, leggero, altero sull’ esile gambo, questo 
fiore resiste in mezzo al giallo arsiccio delle messi mature e sul verde dei 
prati, quando il sole dardeggia più aspramente e tutti gli altri fiori con¬ 
suma; rosseggia estaticamente nella sua bellezza selvaggia e si direbbe il 
simbolo della vita fervida ed esuberante. Ne è invece l’antitesi, poiché 
occultato nel calice e nei neri pistilli contiene un succo letargico, atto a 
vincere ogni energia, ad immergere lo spirito e il corpo in un sopore lungo 
e insidioso, fino a dare l’ ebetismo e la morte : l’oppio, che si fuma e che 
si inghiotte, anche nei suoi derivati medicinali, quali 
il laudano, il meconio, la morfina, la narcotina. Per 
questa ascosa seduzione assopitrice dei sensi, Morfeo, 
il dio del sonno era dipinto tra fasci di papavero; 
papaveri si frammischiavano alle spiche offerte a Ce¬ 
rere, per lenirne il dolore del rapimento della fi¬ 
gliuola Proserpina. Anche a Giunone Lucina, pro¬ 
tettrice delle gestanti, per ragioni terapeutiche, si 
offrivano papaveri, e se ne inghirlandava l’imagine 
della Speranza, da alcuni poeti ritenuta sorella del 
Sonno. Nel linguaggio floreale furono attribuiti vari 
significati al fiore dalla corolla sanguigna e secondo 
le sue specie : vi fu chi — innamorato della sua vi¬ 
vida resistenza all’ardente morso del sole — lo pro¬ 
clamò simbolo della gloria ; chi — per contrario — ricordando il celato ve¬ 
leno che assonna la mente, lo disse simbolo della scempiaggine e della 








•V 


222 

ifuoransa; altri della beltà effimera! della dimenticanaa, del sonno 
del onore: 

O tu, letèo Papavero 

Che daU* oblio 1* aroano 

Qerma racchiudi in ta.... ^ 

(T>uir On^'Hro). 


Oiritto è porpi<). che a t« fcii stanphi senni 
Non 8cìol{{H da* papaveri t-onuci 


Mortoo.... 


(Pariui - 3f<tttino - W)). 


P'a gemer latte dall* ìncieo cai>o 
De* papaveri atioi, perchè, qnalora 
Non ben felice amor 1* alma t* attristii, 

I^ene serpendo per le membra, act|uisti 
A te gli spirti, e ne la mente induca 
fiieta sbnpiditii die mille aduni 
Tmagiu doh*i e al ii^o desio conformi. 

(Parini - 3fuUiuo - 86-*»); 

Altri ancora — osservando nel papavero la prodigiosa facoltà di riprodu¬ 
zione — lo designarono a paradigma della fecondità e della fertilità : 

.... Vtipaver fertilevi 
Sifptalìat annttm. 

(Bocchi - Sfjm^oticae qunestionei - 156ó). 

Tj’ assomigliarono cosi al seminario delle multitudini umane. Il Cartari^ 
affermandone la dedicazione anche a Diana, scrive : « e le diedero il papa¬ 
vero particolarmente per la moltitudine delle anime, le quali eran credute 
abitare nel suo orbe, quasi che fosse una gran città tutta piena di nume¬ 
roso popolo, conciossiacbè il papavero mostri e significhi le città, perchè 
lia i capi cosi intagliati in cima, come sono le mura di quelle, e tiene in 
sè raccolto un numero grande di minuti granelli, come un gran numero di 
persone sta insieme unito nelle città ». {Le imagini de i dei de gli antichi - 
1571). !| Il papavero selvatico (coqnelicot) , fiore di sangue e di fiamma, 
cantato dall’ anarchico Luciano Roland, fu scelto a proprio emblema dai 
socialisti intransigenti francesi (1903). || (v. Spica), 


422. PAPEK.0 — Giovane oca, non compiutamente cresciuta, cosi ono¬ 

matopeicamente chiamata per la sua voce (Ferrari), il cui rumore monotono 
era dai greci detto pappazin (Giulio Polluce - V. 13). || Italianamente non 
usasi il nome di papero nel senso caricaturale che viene attribuito al neo¬ 
logismo francese canard, di fandonia giornaliatica. Leggiamo su uno dei 
grandi giornali, durante la conferenza internazionale di ^enova (maggio 1922), 
questa definizione testuale : « Il canard, animale acquatico, amando l’acqua, 
è perfettamente naturale ohe a Genova esso ai trovi nel suo elemento.... 
Grossi o piccini, di becco duro o gentile, vari di colore e di piuma, rotto 
il guscio sottile delle confidenze, i canards escono scutrettolanti e loquaci 
in fila iuinterrotta dai numerosi allevamenti disseminati tra Pegli e Ra¬ 
pallo ». (V. Oca), ^ 

423. PAPPAGALLO — Benché si affermi ohe questo esotico uccello, di 
colori appariscenti e di bizzarre attitudini, fosse conosciuto nella Grecia 
antica, dalle spedizioni di Alessandro il Macedone, ed in Roma, di osso non 







la dolcezza della favella . p «i dn’ ®*J*®g'a per denotare 

perchè l'eloQuenza Z i • f ! Pappagallo fuora della gabbia 

ltk: r —x;ix.i 

Vive ancor nella selvaggia villa 
Di Malpnrl jin parrocclieUo annoso, 

Ohe stride nn verso de la spenta lingua 
n un popoJo che sparve.... 

• (Quando il capo 

Sotto la moribonda ala riposi 
Qnel domestico augello, allor col suo 
Canto supremo sarà spenta in terra 
Cuna lingua d’eroi l’ultima voce. 

pappagafTo, «u cavataTrmtto’dTf7eLi7 e1 

.osi» s.„. .«uu, i”. pr™. 

SI guardan sempre e non si toooan mai. 

con^l’^oi^t^lt^f **^'*“‘ etimologisti l’identità del parasole 

Z7" ‘•i *' -«"'t 







224 

feste tesmoforie e panatenee (ateniesi), nelle quali le mogli dei forestieri 
residenti in città avevano l’obbligo umiliante di reggere il parasole alle 
eleganti cittadine. I romani lo tennero per simbolo di dignità, e in origine 
poteva portarlo soltanto il pretore ; poi anche i magistrati più cospicui ed il 
patriziato. Marziale ricorda l'ombrello « contro l’accesa vampa del sole», 
nell’elencazione dei doni agli ospiti [Saf. XIII); e Plinio accenna al parasole 
particolare ad ogni spettatore del circo nei giorni in cui per il forte vento 
non potevasi usare il velario. || La pompa cattolica adottò il parasole per 
difendere il viatico e la pisside del santissimo sacramento; e successivamente 
il privilegio venne concesso ai cardinali ed ai vescovi ; come risulta dalle 
monete coniate sede vacante* durante i conclavi. || L’uso dell’ombrello 
per ripararsi dalla pioggia fu introdotto in Francia dagli italiani (1640 circa), 
ed era di modello pesantissimo, ricoperto di pelle e di tela cerata. Montaigne 
lo biasimava perchè « caricava il braccio più che non scaricasse la testa », 
e perciò lo faceva portare da un lacchè. Meno facilmente l’accettò l’In¬ 
ghilterra, dove il viaggiatore Giona FTanway, passeggiando in Pali 
Mail con un ombrello aperto, fu fischiato e lapidato dal popolo minuto 
e dai cocchieri che ne temevano una pericolosa concorrenza (1712). || Argo¬ 
mento caricaturale per i giovani romantici (1830), l’ombrello ebbe sempre 
poca fortuna per gli efebi eleganti che dettano la moda, come arnese solo 
idoneo alla borghesia provinciale e bottegaia. Luigi Filippo — burlesca¬ 
mente chiamato Rgalité per le sue « pose » studiatamente democratiche — 
era sempre ritratto dai caricaturisti con un ombrellone di colore ; ed ancora 
oggi questo arnese si usa come elemento integrativo del tipo del villano che 
si inurba, del sindaco o del pievano campagnolo. 

426. PASSERO — Nella montagna come alla pianura, sul margine del 
palude come nel fitto della selva, nel superbo palazzo della città popolosa 
come nel diroccato abituro isolato, questo comunissimo uccello segue l’uomo 
o la sua dimora, fino ad abbandonarla quando è abbandonata dall’ uomo. 
Nè è strano che a tanta simpatia e dimestichezza corrisponda la persecu¬ 
zione, in quanto che il passero vive parasitariamente del cibo dell’uomo, 
guastando gli alberi delle frutta, sottraendo la sementa dai solchi, devastando 
le messi. Si legga la elegante parabola del seminatore (Matteo XIII. 4 - 
Luca Vili. 6). Federico II ascoltò i coltivatori delle ciliege di Potsdam 
e proscrisse i passeri dal suo regno ; ma revocò il decreto quando — fra le 
risate dei convitati — trovò sul piatto delle frutta favorite una supplica 
firmata da « un vecchio passero ». || Molteplici sono, pertanto, i caratteri 
zoologici appropriati all’umile volatile, e secondo le sue varietà. La mutua 
assistenza dicesi meravigliosa nelle passere ; e pure esse si contendono vi¬ 
vacemente le poco pudiche alcove degli alberi verdi, rincorrendosi nello 
sguaiato cicaleccio, toccandosi, accavallandosi nel brivido dei frequenti giochi 
della innata lascivia. Furono quindi dedicate a Venere, e al simbolo della 
lussuria. 

Il gentil cArro idalìo 

Ch* or le colombe addoppm, 

Lieve traea ili piiseerì 

Nera amorosa coppia. 


(Saivioli - A Veuere), 




226 

(v. Colomba). || Altro carattere di comune conoscenza è la timideaza per 
la quale il passero sfugge ai pericoli e, naturalmente, alla caccia dell’uomo. 
Il passero che trasmigra al monte per evitare l’artiglio dell’uccello di ra^ 
pina di cui parlano i Salmi (X. I) deve essere non il passero nostrale, detto 
reale, bensì quello montano. || Si identifica il passero solitario — oriundo 
di Palestina — nell’ « uccello che sta solo sui tetti » {Sahni - CI. 8), vero 
misantropo e misornita, il quale però preferibilmente dimora tra le roccie, 

I dirupi e le rovine abbandonate, e « canta con voce soavemente melanco¬ 
nica, e per solito dopo il sorgere del sole e al tramonto » (Savi); ed ò quindi 
perspicuo esempio simbolico della melanconia. 

I.a pRssora pensosa e salitaria 
Cile sol con seco starsi ai diletta. 

{Morii. XTV - HO). 

Tn pensoso in disparte il tutto miri; 

Non compagni, non voli. 

Non ti cal d’ allegria, schivi gii spassi.... 

(Leopardi - Il passero solitario - 13). 

II passero, delizia di Lesbia, per la morte del quale piangono le Veneri e 
gli Amori (Catullo-II) vuoisi abbia allegorico senso osceno (Fanzini). Basti 
1’ accenno per gli ermeneuti volenterosi ! 

427. PASSIFLORA — Strano fiore raalvaceo che la leggenda vuole sboc¬ 
ciato nell’ora tremenda in cui si squarciò il velo del tempio, e nei petali 
e nel pistillo porta la corona di spine, i tre chiodi, il martello ed altri 
stromenti della passione di Gesù. Fiore di significato profondamente mistico, 
che ricorda e naturalmente simboleggia il patimento, la passione divina. 

428. FAVORE - Il magnifico gallinaceo indigeno dalle Indie Orientali 
fu celebrato dalle fantasiose credenze di tutti i popoli che lo conobbero, e 
inalzato anche a obietto di adorazione. Cosi presso i birmani; presso gli 
indiani, che lo fecero la cavalcatura sacra di Carticeia, la dea dallo sei 
fai^ie e dei cento occhi e dalle decine di braccia armate di clave o di freccie, 
guida delle legioni celesti ; e presso gli assiri, che — nella loro atroce mi¬ 
tologia zooscopica - rappresentavano con la figura del pavone il dio Adra- 
melech, cui sacrificavano nel fuoco i bambini. || Facilmente si stabiliscono 
i rapporti delle entità astratte con il simbolo del pavone. Geloso o orgo¬ 
glioso per natura, fu dedicato a Giunone. 

Ixiudatas osi&ndit avis Juuoitia penntis 
8i tacHus spectes, illa recondit opes. 

(Ovid, - De arte am. I). 

Quando la gelosissima e orgogliosissima dea volse i suoi furori contro la 
ninfa Io, e Giove, per sottramela, la mutò in giovenca, Giunone la pose 
sotto la custodia di Argo, che aveva cent’occhi, i quali s’avvicendavano 
per metà nella veglia e nel sonno. Non di meno, Mercurio — inviato da 
Giove — seppe addormentarlo interamente con il suono della tibia, e l’uc¬ 
cise. Giunone converse Argo in uccello e volle che i suoi occhi rimanessero 
impressi vagamento nelle bellissime piume. Per questa favola forse si in¬ 
dussero alcuni a fare il pavone simliolo di vigilanza; come spiega — ad 


ir> 





•22G 

esempio — il Euscelli nella impresa di Alberico Cibo Malaspina, marchese 
di Mussa. Il I significati più propri, però, dati al pavone ohe 

8i vago in mostra 
Spiega la pompa delle oechiute piume 

{Ger. lib. XVI - 24), 

sono quelli della vanità, della superbia, dell’org^oglio, dell* ambisione, 
dell’arroganaa, di tutto le ostentazioni, insomma, che avviliscono l’anima 
più che la inalzino. || In una graziosa favola del celebre moralista spagnolo 
Baldassare Garciàn il pavone — invidiato per la sua bellezza — chiede : « È 
possibile che, quando tutti mi ammirano, la gente vulgare rilevi nelle mie 
penne soltanto la pompa? » Ma egli, come propone la volpe, è condannato 
dal tribunale delle bestie a correggere la sua ostentazione con il dare un’oc¬ 
chiata alla bruttezza dei propri piedi, tutte le volte che spiega al vento 
la varietà della sua coda. «Ha piccola testa, segno della sua leggerezza; 
nè meno mai si avvisa nel suo gonfiamento della deformità degli piedi » 
(Boni). « Angelus est piuma, pede latro, voce geheiina », dice un vecchio 
adagio latino ripetuto in Germania. || Nella adozione dei simboli pagani, 
la pittura paleocristiana fece tesoro del motivo potentemente estetico ohe le 
offriva l’ammirato uccello, e il suo splendido e variegato paludamento — 
detto Impropriamente coda — si intrecciò con i pampini di Bacco, in una 
novella etopeia non sempre comprensibile. L’arte musiva specialmente creò 
delle splendide figurazioni con il pavone, ed esso doveva rappresentare la 
resurrezione. E pure una tradizione narrava che quando Giuseppe e Maria 
fuggivano in Egitto, raggiunti un giorno dalla cavalleria di Erode, si na¬ 
scosero in un fitto cespuglio di ginepro, e poco mancò ohe il bambino divino 
fosse scoperto, perchè si destò spaventato al chiocciare di alcuni pavoni. La 
creduta incorruttibilità della'carne dell’animale indusse forse ad assegnargli 
l’augusto compito di simboleggiare la gloria dell’anima rigenerata; ed il 
Physiologus dice che quando il pavone si desta di notte e grida dolorosamente 
perchè lia sognato di aver perduta la propria bellezza, simboleggia l’anima 
temente in perpetuo di perdere Dio e le sue grazie (White). Piu tardi — 
quando le qualità etopeiche del simbolo furono più discusse, e si convenne 
che il pavone è vano e orgoglioso, il suo buon nome restò diminuito per 
sempre, e decadde miseramente il suo valore simbolico primitivo (Galesl. 

Di esso fecero idoli anche gli eretici : la setta degli yezidis — che pro¬ 
spera tuttora, da centinaia d’anni, nella Mesopotamia — lo adorarono, e 
un simulacro di pavone, con il capo dorato, il collo damascato d’argento 
e le figure di Dio Padre, di Lucifero, di Giovanni Battista, proveniente da 
un altare degli yezidis, venne donato dallo Schwaiger al museo britannico 
(1912). Il La superstizione accompagna anche il pavone, e gli artisti di teatro 
inglesi credono che le sue penne portino sfortnna, cosi che nella loro sce¬ 
nografia si evita con gran cura codesto motivo decorativo. || Lungo le 
riviere gangetiche, sotto le dense volte delle liane e i viali di bambù, di 
cedri, di sandali, di rose, stanno indolenti, fra i tepidi odori, sciami innu¬ 
merevoli di pavoni ; e si ritrovano, naturalmente, nelle contemplazioni del- 
l’asiatico languore venute di moda con l’arte composita di Rabindranath 
Tagore. Nelle piume del pavone si vede fiammeggiare lo sguardo molteplice 
di Iiidra, sì che esso è tenuto per imagine sacra e — sopra un trofeo di 




227 

quattro bianche bandiere — è l'insegna della Birmania. [| Il maggio — 
tanto è carico di bellezze e di colori — ha il suo compimento iconografico 
e ornitologico nel pavone. || Bicoheaia. fasto, lusso sono araldicamente 
espressi con lo stesso subietto. 

429. PECORA — . Seguono branchi di pecore eccitate dal fischio e dalle 
verghe e sospinto d»l grosso cagnaccio lanoso; quel loro sguardo smorto 
neppure s’anima allorché con le teste basse e con le innocue bocche chiuse 
goffamente petulanti cozzano incollerite, e neppure quando in grembo al 
tosatore supine, con le coscie larghe e con le zampe in aria, vengono spo¬ 
gliate in nudità bianche dai bioccoli intricati di lappole e di semi attacca¬ 
ticci. Sono, è vero, emblema di docilità e di mansuetudine, ma al solito 
codeste virtù s’associano con la massima stupidità» {Lioy-alpinismo). 
Questo pittoresco e arguto schizzo del dotto e originalissimo naturalista 
vicentino pone compiutamente in evidenza l’ aspetto simbolico della pecora ; 
docile e mansueta, ed anche stupida, e paradigma di tutte le morali qualità 
affini come, rispettivamente, la mansuetudine, l’umiltà, la timidessa. la 
servilità, la stolidità, l’ inconsideratessa. A Venezia, nel palazzo ducale 
il Veronese o suoi discepoli ed ai Carmini il Tiepolo dipinsero la Mànsue- 
fudhie, e le collocarono presso la pecora; in S. Croce a Firenze Taddeo 
Caddi figurò 1’ Umiltà recante la pecora in braccio. 

Ouida nel fertil prato le tue pecore 
Non si lagnano, esse; pascolando 
Liete e contente, godono la pace 
Negato al lor pastore. 

(Young - ,Vo«/. X). 

Il Quando Dante vuole apostrofare la . mal creata plebe » la paragona alle 
pecore e alle capre (Inf. XXXII. 13), o grida; 

Uomini siate non peoore matte ! * 

(Por. V. ftOì. 

Perchè la pecora insensatamente imita la pecora, 

K ciò che fa la prima, e ISiitre t'anao. 

{Putii, ni. 82). 

A differenza della capra — che si isola dal branco e cerca il riparo per sé_ 

la pecora, al soprsggiungere di un uragano s’addossa anche più del con¬ 
sueto al suo greggio, e se il pericolo è vicino, tutto il greggio vi precipita 
come una pecora sola. Panurgio, trovandosi sopra una nave, è ofi'eso dal 
mercadante Dindenaut, e per vendicarsi compra da lui una pecora del suo 
greggie, poi la butta nel mare. Il greggio intero la segue ed anche il mi¬ 
sero Dindenaut, che tonte salvarlo, perisce nelle onde. (Iìabelais-Pan<o^M/e/). 

|; Da «pem«-greggie » deriva « pecnnio-denaro »; perocché all’epoca dei 
patriarchi si numeravano le ricchezze dal numero delle pecore, cosi che 
queste erano pure adottate come simbolo di abondanaa, di riccheiaa, di 
opulenza. || La sposa romana, nel giorno nuziale, sedeva sopra una pelle 
di pecora, e le si faceva il dono nuziale di un fiocco di lana, per ricordarle 
il suo dovere maritale di restare in casa a filare la lana, come suona l’epi¬ 
taffio famoso di Claudia; « Domnm serreril, tanam feci! ». || 11 blasone in- 





228 

quarta la pecora come indice di diritto di pastorisia, e la rappresenta con 
la testa abbassata, mentre il montone ha sempre la testa alta, (v. Agnello). 

430. PÈOASO — Cavallo alato, nato dal sangue di Medusa, allor che 
essa ebbe tronca la testa terrificante da Perseo. Appena nato, volò sulle 
cime dell’Elicona, soggiorno degli immortali, dove battendo il piede, fece 
zampillare Ippocrene, il fonte dei poeti. Simbolo deliba poesia, del valore, 
della virtù., della fantasia, prodotto geniale di quell’ animismo che confe¬ 
riva uno spirito ai fenomeni ed agli elementi naturali. 

Splendidi esempi ne sono gii affreschi del Tiepolo, 
nelle allegorie del Trionfo delle arti (palazzo Archinto 
a Milano) e della Fama (palazzo Labia a Venezia). || 

Minerva domò Pègaso e lo donò a Bellerofonte che 

10 montò per abbattere la chimera. |1 Pègaso — crea¬ 
zione fantastica ma piena di vita e di valore estetico — 
fu l’insegna della opulenta Corinto. 

431. PELLICANO — Palmipede d’origine egi¬ 
ziana, dotato di un larghissimo becco e d’un esofago 
che gli serve da sacco, nel quale serba la pesca fatta 
nelle acque. Quando vuol nutrire i suoi nati, appoggia 

11 petto e comprime il serbatoio, versando loro nelle 
canne i pesci dei quali sono voracissimi. Questo spettacolo di materna di¬ 
ligenza fece fantasticare le menti, esagerando nel pellicano la tendenza al 
soccorso dei bisognosi; si disse ohe esso si strappasse il cuore per nutrire 
i figlinoli ; ed alla Bontà personificata nel tempio eretto da M. Aurelio sul 
Campidoglio, si pose accosto un pellicano che si squarciava il petto con il 
rostro. Cosi è anche scolpito nella facciata magnifica di S. Maria dei Mira¬ 
coli a Brescia, e un pellicano nello stesso atteggiamento fu coniato nella 
medaglia commemorativa della visita ai soldati francesi feriti, fatta da Pio IX 
appena restituito a Roma (18,ò0). || Il pietoso uccello condivise con l’agnello 

l’onore sublime di rappresentare il Cristo (Capaccio). 
Nelle funzioni ecclesiastiche l’inno del santo dottor 
aquinate cantava : 

Pie Pelicane, Jesti Domine, 

Slimtlu me immundum Tuo eangiiive. 

Dante—rifacendo le parole del salmo (CII.fi) — ad¬ 
dita in san Giovanni evangelista 

colui che giecque sopra il petto 
Pel nostro pellicano 

{Par. XXV. 112); 

e Pio II — papa umanista (1458-1464) — fece model¬ 
lare da Andrea Guazzalotti, il Pratense, la medaglia 
del pellicano che nutre i figli, come omaggio a Gesù. 
Il Dopo il sinodo di Costantinopoli (680) il crocifisso 
elibe la sua espressione naturalistica, e allora si pose il pellicano alla som¬ 
mità della croce. Più tardi il pellicano fu usato per tradurre sensibilmente l’a¬ 
stratto concetto di quella carità che greci e romani non conobbero, perchè non 



PELLICANO 













2-J'.) 

divento dolore che quando il cristianesimo lo proclamò virtù accanto alla 

precedette in questa funzione allegorica 
a anta la forma umana di donna castamente vestita con la fiamma 
sul capo e in.mano il cuore o la cornucopia. || Nel comento del salmo CI 
sant Agostino afferma che i pellicani maschi uccidono i piccini a colpi di 
bewo, e poi ne piangono per tre giorni la morte; cosi che i ragionatori 
eli emblema ne fecero pure il simbolo del pentimento. Si aggiunge però 
ohe la femina allora si produce una profonda ferita, e lasciando fluire il 
proprio sangue sui cadaveri li ridesta alla vita. Questa poetica fantasia del 
wmmo dottor della Chiesa fu sorgente di inspirazione e confermò il simbolo 
della carità, della pietà, della filantropia, dell’amore materno, della bontà 
vastamente applicato. Es. : in un bollo capitolare dei Rosa-Croce di Valle 
di Mormanno appare il pellicano insieme alla rosa ed alla croce. 


43-. _ Ba/!?, Barba. - leova aveva la barba lunga undicimila 

e cinquecento leghe ; lo aveva confidato il grande arcangelo Metatron al 
rabbino Ismaele, e questi l’aveva subito scritto nel Bafiel (Talmud) e l’a¬ 
veva confermato il rabbino Akhiva nell’ Othiot (Talmud). Ammirati di quella 
poterono concepire il sacerdozio che barbuto, ed i 
gli di Ilaron trovarono l’espresso comando di non depilarsi nè il capo nè 
il VISO {^vit. XXI). I re assiri e persiani coltivarono la barba quale in¬ 
dispensabile esponente di onore e l’arricciarono, e la intrecciarono di pa¬ 
gliuzze d’oro, e la fasciarono di bende a vari colori. Diogene, interrogato 
perchè si lasciasse crescere la barba, rispose : « Per dimostrare d’essere 
uomo .. Il grande Alessandro, però, la volle tolta ai suoi soldati perchè i 
nemici li aflerravano per quella pericolosa appendice, [l Barbatus magistev 
vo eva due uoìiio esperto e valente. « Sapientem pascere barbam » scrisse 
( razio di coloro che per parere sapienti lasciavano crescere lungo il pelo 
del volto (sapienaa). I vinti venivano rasi, d’onde la locuzione far la barba 
a qualcuno, per vincerlo, superarlo; e tagliar la barba ad alcuno contro sua 
volontà fu sempre -ed è ancora —atto di scherno. || Scipione africano fu 
il primo romano che c lanciò » la moda di radersi il mento, e da allora la 
prima barba tu offerta agli dei ; Nerone fece quest’ offerta, dedicandola a 
Oriove Capitolino, e rinchiudendola in una scatola d’oro; i sacerdoti con¬ 
servarono scrupolosamente il contenuto, ma non ebbero cura eccessiva del 
contenente, che fu trafugato (Svetonio). San Clemente romano, quarto ve¬ 
scovo di Roma (9<t-ia)) minacciò la collera di Dio a coloro che, creati ad 
nnagine sua, ne violavano la legge, radendosi il mento; e i padri della 
Chiesa mantennero il comandamento, fin che Leone IH (795-816) — per 
distinguersi dal barbuto patriarca di Costantinopoli — si rase la barba.... 
in barba al divino decreto. Non fu seguito dai vescovi e dal clero minore- 
Il che spiacque a Gregorio IV (827-844), il quale ottenne obedienza dai 
jireti, con la minaccia della confisca dei beni. Un re d’Inghilterra — En¬ 
rico I (11(XJ-1135) — dovette sacrificare il proprio pelo all’ira della Chiesa 
imuMciatagh da un predicatore di Londra. Onorio lU, papa letterato (1216-^ 
12-37) porto una gran barba che in quel tempo^divenne subito contrassegno 
dei cultori della letteratura. Papi barbuti furono Giulio II (1603-1513) e 
Clemente VII (1623-1634), il quale, prigioniero in Castel S. Angelo della 





‘2liU 

fazione del cardinale Pompeo Colonna - giurò di non radersi più il mento 
se ridonato a libertà, e tenne la parola. Una delle guerre più lunghe e 
singuinose ebbe origine da una vile barba, benché regale, rasa in mal punto 
dal re Luigi VII di Francia (1120-1180). Giovane e bigotto, (luesti, per 
compiacere all’ arcivescovo di Rouen, spiacque imberbe alla moglie, Eleonora 
d’ Aquitania, ohe sdegnatamente chiese ed ottenne 1’ annullamento del ma¬ 
trimonio, per sposare sei settimane dopo il barbuto duca di Normandia, che 
fu poi Enrico II re d’InghUterra. Il re francese — furibondo per l’abban¬ 
dono della moglie, e forse più per le floride terre d’Aquitania — dichiarò 
guerra al rivale e ne seguirono tre secoli di lotta, li Da quanto con non 
difficile ricerca — si è esposto, è ovvio concludere che colui il quale disse 
deir « onor del mento » (chi fuV) tradusse felicemente una verità etologica, 
perocché anzi tutto, ed ab immemorabili, il pelo fu segno di onore,^ cioè 
segno esteriore dell’ intima coscienza della propria dignità morale nell’ ente 
umano. || Altre significazioni — e conseguenti e concomitanti — ebbe il pelo. 
Quando Pietro il Grande di Russia — avversario invincibile delle irsute e 
non sempre pulite appendici dei suoi boiardi — le volle abolire, da prima 
afferrò le forbici e si avventò sulla barba del feld-maresciallo Schein e 
d’altri ancora (1698); poi tassò le barbe dell’ impero; e i grossi negozianti pa¬ 
garono perfino mille rubli all’anno, per poterla portare, e versarono un copek 
i contadini barbati ad ogni ingresso in città. Le proteste e le ribellioni fu¬ 
rono gravi, e la barba divenne per alcuni motivo di orgogUo naiionale, 
per altri segnacolo di ribellione (Bellincioni). |1 Un editto comunemente 
ignorato del viceré di Sardegna, marchese di Rivarolo (Cagliari, 9 maggio 
1773), biasima «l’uso delle lunghe barbe» ohe se in un certo genero di 
persone serve di edificazione, riesce in altre di indecenza e di scandalo; 
e continua : « per forma del presente nostro pregone ordiniamo e coman¬ 
diamo che nell’avvenire nessuno possa nemmeno per motivo di lutto, nè 
per altro, portare la barba cresciuta ài più di un mese, e che tutti quelli 
i quali presentemente l’avranno, debbono levarsela fra giorni 16» sotto 
determinate severissime pene (Nuova Sardegna - agosto 1912). i| Al tempo 
di Napoleone i baffi furono condecorazione riserba^a ai militari come sug¬ 
gello di fierezza virile, ed i borghesi che li portavano erano disprezzati. 
A Ney, recluta giovanissima, furon dipinti due baffoni con il lucido da 
scarpe, perchè il suo sergente non voleva con il viso imberbe di lui sciu¬ 
pare la simmetria della parata. L’uso della barba intera era esclusivo degli 
zappatori. Ricostituita la Guardia Nazionale, i francesi ripresero i baffi e 
il pizzo. Con Luigi Filippo si portarono i favoriti; con Napoleone III trionfò 
la moda dei baffi impomatati e appuntiti come spilli all’estremità, e della 
mosca detU all'imperiale. 1| In Italia baffi e barbe erano segno di braveria 
o.... di liberalismo. D’Azeglio scriveva che ai suoi tempi « non c’era anima 
viva che portasse baffi » (1822). Farini racconta che gli agenti della polizia 
papale strappavano i peli, anche dal labro superiore, ai cittadini (1831) ; 
Giusti fa consigliare a Gingillino — dal frate professore e da Taide - « il 
muso di castrato » per essere « in grazia al Principale » (1845); ancora piu 
tardi, Pier Francesco Leopardi, fratello al poeta immortale, scriveva : « Oggi 
13 marzo 1856, dopo quindici anni che li ho portati, mi sono tolti i mu¬ 
stacchi, per accondiscendere al Governo pontificio, ohe ha mostrato desiderio 





2:u 

di veder tolto questo disgustoso seguo di rivolta dal viso de’ suoi impiegali 
governativi e comunali ». E ad Ancona, iu quel tempo, si leggeva nasco¬ 
stamente una satira ; 

Oh ì oìelo, oh ! cielo — K giunto il Ui, 

Che si fa guerra — Al polo! 


Ma se camhiam destin — Faremo feste ; 

Non più peli cadran — Ma.... teste ! 

« È curioso che in Italia a quei tempi (1863).... la barba tosse segnale di 
liberale e le vessazioni della Polizia su quest’ articolo erano tanto enormi 
e ridicole, da fare stomaco. Ma bisognava piegare il capo, e un giovane che 
non avesse voluto molestie o peggio, era costretto a radersi il mento; la¬ 
sciasse pure i baffi e i fedinoni alla tedesca, o i fedinoni solo all’inglese, 
bene stava, era padrone ; ma la barba sul mento, più o meno lunga, era 
indizio di liberalismo » (Duprél. [' Nella storia del risorgimento italiano 
si annoverano, però, le romantiche fedine scendenti dalla chioma prolissa, 
come le predilessero Alfieri, Foscolo, Bellini ; e la barba a collana, (tuttora 
di voga in Olanda e in Inghilterra per gli uomini della politica e dell’alta 
magistratura) |>ortata da Cavour, da Manin, da Manzoni ; e i folti baffoni 
alla Vittorio Emanuele II; e il pizzo alla Napoleone III; e l’austera barba 
rotonda alla Mazzini; e la più libera foggia garibaldina; e il largo pizzo 
di Benedetto Cairoli ; cosi e come si ebbero — per certi altri — i baffi alla 
Francesco Giuseppe, espressione di persistente fedeltà alla casa austriaca. 
' Gli egizi amavano la barba, ma si radevano per pulizia e spesso i loro 
sacerdoti ajipiccicavano al mento una barba posticcia, secondo la lùnzioiie 
del rito. Gli ebrei loro subictti, al temjio della schiavitù, ostentavano lunghe 
barbe in segno di protesta contro gli oppressori. || In segno di lutto, i 
greci si radevano la barba; i romani invece la lasciavano crescere incolta. 
Cosi fece Augusto dopo la sconfitta di Q. Varo. || Come il polo — nelle 
cai>riccioso applicazioni del costume — ebbe a ra])presentare i rami della 
sapienza (filosofia, letteratura ecc.), cosi accadde nelle altre discipline in¬ 
tellettuali : i cultori delle artii propriamente dette vollero rendere quasi 
permanente la « truccatura » dei celebri pittori fiamminghi, che sotto al 
grandioso cappello fiosciameute cascante portavano chiome assaloniche ed 
avevano barbe a))]iuntite : « moda ripresa nell’ epoca romantica in tutta la sua 
grazia e riconsacrata nelle reminiscenze estetiche del 1830. I musicisti non 
tanno, invece, questione di barba, ma non potrebbero, senza venir meno a 
una tradizione ormai rispettabile, transigere sui capelli lunghi » (Sprina). 
Il Nell'ultima guerra il poilu incarnò inconsajievolmente il tipo dell’umile 
uomo del popolo, che soffre nella trincea e pur nel più duro sacrificio della 
battaglia resta semjtre borghese di abitudini e di sentimento : consacrazione 
caratteristica e rapjiresentativa, passala alla storia con un nomignolo umo¬ 
ristico, al cui ricordo s’accendono tuttora belle fiamme di ardire animoso 
ed eroico. 

433. PEONIA — Vuoisi che Peone, il medico dell’ Olimpo, abbia dato 
il nome a questa ranunculacea dai cespi folti e verdi, grandi, dai fiori va¬ 
riegati e bianchi e di vivace scarlatto, ma delle cui specie si credeva effi- 







cace contro l’epilessia. Elencata dal linguaggio dei dori quale simbolo della 
vergogna, dell’onta (Zuccone), e non se ne spiega il motivo. !| Altri erme¬ 
neuti del linguaggio floreale la indicano come il fiore della diffidensa, sol¬ 
lecitatore di prove di costanza (d’Orchamps). 

434. FEBIiA — Le belle perle lussuose che fanno pensare alle smeral- 
diche dune dei mari popolate dalle ondine ed ai verdi talami dell’alghe 
dove intrecciano carole e sogni le nereidi, costano fatiche di angoscia e 
talora di sangue, agli audaci palombari, che le pescano nel profondo dei 
banchi, abitati da pesci terribili e spaventosi. Sanno le belle dame che se 
ne adornano che la margarita — dedicata a Venere — non è, come pareva 
a Plinio, la goccia di rugiada celeste caduta sull’onda, vivificata dai raggi 
del sole e impietrita? e nè meno è la lacrima degli angeli ribelli pietosa¬ 
mente raccolta nel silenzio notturno, come cantavano i romantici del tempo 
antico? Il riminese Giovanni Aurelio Augurello — il poeta alchimista che 
offerse a papa Leone la sua « Chrysopopoeia (1618), ed invece dell’ oro sperato 
n’ ebbe in ricambio un sacco vuoto per porvi quell’ oro eh’ ei vantava di 
saper produrre — cantava della perla: 

Un angelo dolente un giorno pianse 

Nel vasto mare si saria perduta 
La lacrima dell’ angelo, se il mare, 

Che la nobile origin ne conobbe, 

Non l’avesse raccolta e alla conchiglia 
Affidata, e prescelta'fra le stille 
Da men nobile origin derivate. 

K il vasto mare disse alla conchiglia: 

Il nobil seme nel tranquillo grembo 
Custodir devi, e sviluppar seouro 0 

.Scivolando guardinga in mo^so all’acque. 

E quando in te fatta la perla sia 
Adulta e bella, e pronta a uscir dall* ondo, 

Fenderti allor tu devi, e la tutela 
Cesserà pel pupillo, e allor dal cielo 
La leggiadra hglinola, Ln;;f|ccia al mondo 
Compirà risplendente il suo destino. 

La perla è invece il prodotto morboso di un eccesso di secrezione della 
valva iridescente? Lo riconobbe il De Filippi, nelle ingegnose esperienze 
del parco di Racconigi (1852). Uno stimolo irritativo di un verme trema- 
todo genera il miracolo di bellezza ; e parrebbe anche — secondo le ultime 
ricerche del Southwell al Ceylan — che la perla provenga dai rifiuti alvini 
del pescecane ; cosi che la genesi di tanti e tanti splendori mondani sarebbe 
ancora meno pura di quel che si pensasse allora che era soltanto nota la 
loro origine patologica. Il loro vivo e vario riflesso iridescente è un effetto 
della luce riflessa dalla infinita combinazione delle lamine sottili, concen¬ 
triche e le nne alle altre soprapposte. 

Una sapiente arbitra degantianim osservò che « l’alba è triste per i 
gioielli; e il sole li circonda di malinconia. I brillanti sono come colpiti 
da un improvviso pallore di morto, il loro raggio si spegue, il fondo luci¬ 
dissimo diventa un bianco opaco; il sangue vivo o scintillante dei rubini 
si fa denso, come cagliato e bruno; l’azzurro dei zaffiri diventa nerastro; 






233 

il giallo deir ametista è itterico; il violaceo dei topazi è anemico (qtti la 
illustre scrittrice ha invertito i colori). E l’oro, il nobile oro, la degna cor¬ 
nice ohe fa valere le gemme, umile e forte, di giorno, al sole, è volgare, 
-è ignobile » (Serao). Di tutte le gemme la sola perla non ha bisogno del 
notturno artifizio ; ed è saggio il comento ohe ne fa un altro dotto : « Ap¬ 
propriatissima, quando si tratti di una pura e fresca bellezza, ed anche 
graziosa' per concetto, è l’impresa raffigurante una perla nella sua conchi¬ 
glia, col motto : Nullus ab arte decor. Infatti, nello stesso modo che la perla 
non riceve, come le altre gemme, lustro e perfezione dalle fatiche dell’arte 
cosi la vera bellezza non ha bisogno di ornamenti » (Scarlatti). La perla è 
la grasia che « risplende e piace per singolare e occulto dono della natura » 
(Ripa); è il morale ornamento nativo, spontaneo e dignitoso, nell’attitu¬ 
dine, nel gesto, nell’espressione. Cosi essa vale per sè stessa, e nulla vi è 
, di più leggiadro della perla solitaria carezzante un bianco volto feminile, 
candore sopra candore, come nella similitudine dantesca : 

• Quali per tetri trasparenti e tersi 

O ver per acque nitide e tranqnille, 

Non si profonde ohe i fondi sien persi, 

Toman dai nostri visi le postille 

Debili si che in perla in bianca fronte 
Non vien men tosto alle nostre pupille. 

{Par, III - 10). 

Poliunia — la musa dell’ innografia religiosa — era coronata di perle, o 
nella inspirazione dell’ estatico di Patmos — descrivente la Città Santa, 
la nuova Gerusalemme, abbigliata come sposa per le mistiche nozze con 
l’Agnello --le dodici porte di essa sono dodici perle (Apoe. XXI, 21). 

■135. PERNICE — L’ardente temperamento di questo gallinaceo — cosi 
caro ai gastronomi — ed i suoi eccessi inverecondi negli assalti sessuali, 
ne fecero il simbolo della impudenza. Gli ateniesi eressero un altare a 
questo vizio dell’intelletto fanaideia), raffigurandolo in una pernice; e si 
spiega questo culto perchè i greci ponevano le passioni degli uomini anche 
nel cuore degli dei, collegando la fìsica con la metafisica e determinando 
la mirabile unità entro la quale credevano operasse l’oscura energia del 
destino. Il Non si comprende l’attribuzione simbolica della verità data alla 
pernice da qualche autore. , 

486. PERVINCA — Pianticella gentile, dalle foglie glabre, sempre verdi 
e dai tenui fiori azzurrini che « sembra fuggire poeticamente dai campi mo¬ 
notoni, dai prati consacrati al fieno; da tutto ciò che sa di piazza o di 
landa » (Mantegazza) : simbolo riconosciuto della verginità (Zuccone) e della 
dolce rimembranza, perchè rammenta il fascino imperioso dei passati amori 
(d’ Orchamps). Gian Giacomo Rousseau — riguardando la pervinca — senti 
forse nell’anima riassorta un senso di accorata melanconia, quasi di no¬ 
stalgia verso vecchie cose che furono, e in un inno di simpatia ricordò la 
mirabile virtù evocatrice della pervinca. || Nel blasone si crede sia l’ori¬ 
ginario fioro di pervinca quello comunemente accampato di cinque foglie e 
bucato (Ménéstrier) , come nello stemma dei Paruta di Venezia (Guelfi). 

437. PESCE — Subietto importantissimo di totemismo, le cui vestigia 
si riscontrano e si tramandano presso tutti i popoli orientali. Nella cosmo- 



2:m 

gonia indiana Visnù si incarna nel pesce Matsya per salvare in Manu il 
progenitore della razza umana. || Per gli egizi il pesce è la espressione 
geroglifica dell’ odio. (Noèl). || Nella leggenda slava le vila — ninfe caro¬ 
lanti fra il cielo, la terra e le acque — assumono di sovente la forma di 
pesce. Il Nella scultura iconica della Germania antica il vecchio dio Crodo, 
dalla testa nuda, ha un pesce sotto i piedi. || Nell’arte giapponica — leg¬ 
giadramente nervosa e spigliata — la dea della Grazia incurva la Messuosa 
persona sul dorso del pesce guizzante nel vortice dell’ onda, come la dipinse 
Hokusai. Il Ittiche sono alcune divinità babilonesi e siriache, passate poi 
ai giudei ; e dai giudei vogliono alcuni rilevare il retaggio del pesce sim¬ 
bolico adottato dai primi cristiani, nei cui primi anelli il Cristo è appunto 
raffigurato nel pesce, che si ripete nei geroglifici battesimali (Martigny) e 
negli amuleti, interdetti poi ai sacerdoti dal concilio di Laodicea (363), Ter¬ 
tulliano paragona i cristiani a pesciolini, nati dal grembo dell’acque, d’onde 
nacque il redentore, che in una epigrafe è chiamato il gran jìeace (180). 
Il Reinach, però, chiosando il ricordo, nega la connessione di osso con la 
genesi « dell’acrostico Ichthus (pesce), le cui lettere formano le iniziali della 
frase Jesous Cìiristos Theou uios xoter (Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore). 
Questo acrostico — secondo il Reinach — fu imaginato, post evenfum, ad 
Alessandria, per ispiegare e giustificare il culto del 
pesce presso i cristiani » (Orpùe?/s-Introduzione). La 
figurazione simbolica cristiana durò fino a che Gre¬ 
gorio Magno restituì ad onore l’antropomorfismo nel 
culto, come è nelle parole di Dante : 

Covi pariar iMiiivientii al vostro iti^e;;iio 
l*orò olio solo ila moukhìo Hi 4 trcii(lo 
('iò ohe Tu poHoia d* intoUotto de^uo. 
l*ur tjuostu la iK-rittura oondiscondo 
A vostra laoultado, o piedi o inauo 
AUril)UÌHce a Dio, od altro iiitoodo ; 

K sauta Chiesa cou aspetto umano 
(^aiiriol 0 Michel vt rajiproseuta. 

(/’«r. IV - 40). 

(Cfr. ; Polidori - Del pesce simbolo cristiano). || 1 pesci 
che formano la costellazione sono quelli che portarono sul dorso Venere e 
Cupido, sfuggenti alla persecuzione di Tifone, al di là dell’Eufrate. Per 
ricompensa furono collocati in cielo, segno zodiacale del febbraio (v. Del¬ 
fino). Da questa costellazione dovrebbe — a rigore — cominciare l’anno del 
calendario, perchè la primavera si apre quando il sole si accampa in quella 
regione celeste. A marzo la costellazione dei Pesci in compagnia dell’astro 
ministro si eleva, gira e tramonta, e nel bagliore solare rimane immersa, 
e nascosta e velata. 

Velando i Pe.foi oh' erano in sua scorta. 

(Pura. I - 21). 

Più tardi, proiettandosi il sole di fronte all’ Ariete, i Pesci cominciano a 
mostrarsi belli e guizzanti al balzo d’oriente, come li vide Dante : 

Ma segnimi oramai che ’l gir mi piace ; 

Ohe i Pesci guizzan su per 1' orizzonta 
E il Carro tutto sovra ’l covo giacè. 

{Inf. XI - 113). 







•235 

Antiche, oscure e controverse sono le origini del cosi detto pence d'aprile, 
usanza diffusissima nel mondo, resistente e perpetuantesi per un senso 
istintivo di burlesco piacere e di giocondo ammonimento. (I tedeschi hanno 
V aprii Narr ; gli inglesi, V aprii fool! i francesi il poisson d’avril. Il tempo 
delle burle inoffensive in Ispagna e nell’ America latina cade il giorno degli 
Innocenti, 28 dicembre). Non è da noi classificare codesto peace aprilino, 
che entra nella zoologia simbolica soltanto per significare la nota celia co¬ 
mune, e che rende per taluni il primo di aprile un giorno da segnarsi uigro 
lapillo, mentre per altri è di sodisfazione piena, come quella che trova una 
persona stupida di trovarne un’ altra più stupida ancora. |! Quando il pesce 
araldico ha aperta la bocca dicesi spasimato. Esso si usa per lo più nelle 
imprese di navigasione. J* Si indica pure il pesce come emblema di agilità 
e di vigilanza (Lespine). || Nella araldica francese il pesce curro e addossato 
è figura speciale blasonica; detta bar; es. : nell’arma della città di Bar le 
Due (Mesa). 


438. PESCECANE — Squalo — Tra i natanti si distingue il pescecane 
{c/iarcarias vulgaris) per l’audacia dell’assalto e per la voracità, avendola 
bocca guernita di alcune fila di denti a triangolo e a sega. L’applicazione 
caricaturale dello squalo è recente, dovuta al grandioso patassio psichico ed 
estetico causato dalla guerra, nel quale si avverti in modo insolente il feno¬ 
meno della ricchesza improvvisa che conserva le indelebili stigiuati della 
impreparazione alla fortuna. Se il nomignolo è nuovo, la cosa è però antica ; 
Lamentava Dante : 


La (j'snt'C nuova e i suhiti Kanda^^ui 
Orgoglio e dismisura hau gouerata, 

Fironze, in te.... 

XXIV - IdH) 


Ed il Boccaccio, nel sonetto sulle condizioni d’Italia : 

Piangi diiiKiuo con meco il nostro stato, 
L’ uso moderno e l’opre viziose, 

Cui oggi favoreggia la Fortuna. 


433. PESCO — a II pesco è una pianta nevrosica.... gracile, soggetto a 
cento e una malattie, bizzarro nelle sue movenze, ribelle alla potatura, ca¬ 
priccioso nel tronco, nei rami, nelle foglie, in ogni atteggiamento e in ogni 
movenza.... Appartiene all!ortolano e non all’estetica» (Mantegazza). Dato 
come simbolo della fugacità. |{ Ma questa rosacea oriunda dalla Cina, avuta 
da noi attraverso la Persia, altrice del bel fiore roseo, che odora alla tepida 
brezza dell’aprile, « dà i fiori più belli, i frutti più squisiti d’ogni altro 
albero fruttifero», i frutti dall’aroma profumato, dagli antichi fatti simbolo 
del gusto (Ripa); |i Era consacrato ad Arpocrate perchè la sua foglia baia 
forma di una lingpia ed il suo frutto quello di un cuore (Plutarco) ; e forse 
per questa dicazione i dotti in araldica lo indicano come emblema di silenzio 
e di secretezza (Guelfi). 


440. PETTIROSSO — Gentile uccello di passo, che con il fischio rav¬ 
viva di primavera le pendici montane. Ha nel petto una macchia sanguigna, 
perchè — narra la leggenda — vedendo Cristo in croce grondante per la 





286 

corona di spine, ne fu profondamente commosso, e, non potendo nella sua 
pochezza pensare a liberarlo, tentò strappare dalle carni martoriato le spine 
crudeli. Una di queste lo punse al petto, e il sangue colò dalla ferita. Un 
angelo che passava volle che a ricordo dell’ atto pietoso il petto del leggiadro 
uccelletto avesse sempre la traccia del sangue divino. Un’ altra leggenda 
afferma ohe il pettirosso, se trova un cadavere umano senza sepoltura, lo 
seppellisce sotto una coltre di erbe, di sermenti e di maschi. Bene si ap¬ 
propria, quindi, a lui il simbolo della pietà. 

Entro ella siepe 
Dell’ ortioel domestico saltella 
Triste e solingo i* ucoellin vessoso ^ 

Dal rosso petto e dalla mobil coda*, 

Scioglie languidi sibili ed alterna 
Brevi note argentine.... 

(Barbieri - Le SUigioììi. IV). 

Il Pascoli raccolse una graziosa leggenda dai taglialegna dei monti modenesi. 
San Giuseppe pregò un giorno il pettirosso di aiutarlo in certo lavoro di 
falegname, tenendo ben teso un filo tinto di rosso per batterlo su una tavola 
di cipresso, al fine di segnare la guida diritta del taglio. Acconsenti il pet¬ 
tirosso, ma mentre il santo stava per compiere il suo lavoro, la Madonna 
mormorò un’« Ave ! », si che l’uccello, incuriosito, si voltò e il segno bat¬ 
tuto rimase storto. Giuseppe.... perdette la pazienza, e 

La spugna gii gittò nel petto 
san Giuseppe ; e tu cosi 
che, diventato pettirosso 
iiuando sento.... sei.... sci.... sci, 

viono sempre, gira intorno al toppo, 
guarda c india, guarda o vola; 

ma ora non a' accosta tro]>pu. 
eli* ora non si fida pili ; 

e col suo canto ti coiisolu, 
povera esule tribù ! 

(Il comiiafjno del litgtiafctjna L 
Jil dato anche come simbolo della solitudine. 

441. PIANO MOSAICO — Il gioco degli scacchi — « come quello che 
rappresenta giornata campale e dove bisogna accortezza e prontezza di giu¬ 
dizio e col cui mezzo si conosce la timidità e l’ardire dell’avversario» 
(Sansovino) — offre alla araldica ed alla simbolica massonica parecchie ap¬ 
plicazioni che, per essere i quadretti delle divise e dello scacchiere di 
differenti colori, indicano originariamente contrasto. |{ Nel rito massonico 
il quadrellato bianco e nero significa « la lotta continua in cui trovasi 
l’uomo, tra lo spirito e la materia, tra la virtù e il vizio, tra la luce e le 
tenebre » (Dito). (Lotta spirìtnala). 

442. PIANTA — v. Albero. 

443. PICA — Gazza — Tra gli macelli contro i quali unanime si atlerma 
r avversione delle genti, è questo conirostro loquace e clamoroso a cui si 
imputa di occultare tutto quanto per il luccicore alletta il suo occhio, anche 
l’oro e i gioielli. Im gazza ladra è una delle celebri opere di Rossini (1817). 



237 

Il significato simbolico che si attribuisce al diffamato uccello — forse perchè 
« chi è bugiardo è ladro » e viceversa — è quello della bagfia e della si¬ 
mulazione ; perchè esso « ha una parte della penna bianca e l’altra nera » 
(Ripa), e Trifone, grammatico greco (conxnle Augusto) lasciò scritto che 
« le bugie hanno nera la coda ». || L’abate Casti — che dal Parini meritò 
il titolo di « satiro procace e disonesto » — adoperò la gazza per canzonare 
i giornalisti ; 

Or come diihlilo ornai più non si meU-e 
Che le non fian tra gli animali 

f^B prime ohe stendesser le gasusette, 

Bestie mondaoif garrule e vonali ; 

Perciò t lor discepoli e seguaci 
^ Kuron venali^ garruli e mendaci. 

{Animali parlaufi. XI). 

Cfr. : per il giornalismo, l’etimologia di gazzetta «secondo alcuni è il 
diminutivo di gazza, perchè il giornale racconta tutto, come la gazza. Altri 
affermano ohe per leggere il primo giornale mano¬ 
scritto, apparso in Venezia nel 1503, si pagasse 
una piccola moneta detta gazzetta, che risalirebbe 
al pere, gaza, tesoro, voce usata anche dai Greci 
e dai Romani » (Zambaldi). || La pica sacrificavasi a 
Bacco, forse come simbolo della loquacità, a dimo¬ 
strare che il vino fa parlare senza discrezione, o piut¬ 
tosto perchè con il becco devasta i vitigni; ed è ac¬ 
cettabile questa interpetrazione del rito dionisiaco, 
in quanto essendo Bacco una divinità agraria, erano 
stabilite nel suo culto celebrazioni periodiche coope¬ 
ranti all’azione della natura fenomenica della vege¬ 
tazione. 

444. FICCA Antica arme grossa, in asta, con punta piatte di ferro 
portata dalle fanterie, ricordata « per la prima volta da Machiavelli’ 
parlando dei Tedesclii e Svizzeri » (Pianigiani). Era segno di resa inal¬ 
zandola orizzontalmente sopra la teste. || Ridotte a forma schematica con¬ 
venzionale, è uno dei semi delle carte da gioco. (| Usata dalle moltitudini 
devastatrici che demolirono la Bastiglia (1789), divenne Tespressione for¬ 
male ed abusata dell’associazione dell’idea particolare dell’avvenimento 
con l’idea generale della libertà (v. Asta). 

446. PICCHIO — I romani consacrarono a Marte quest’uccello rampi¬ 
cante (drycopuH martius), perchè dicevasi eh’esso avesse contribuito con 
la lupa al nutrimento di Romolo e Remo fanciulli e futuri autori del popolo 
guerriero per definizione. |] La gioventù sabina — movendo dal cuore del- 
l’Appennino, per voto di una primavera sacra (Plinio) e seguendo il volo 
di un picchio — si diresse verso il mare superiore e quivi costituì una 
novella gente, nell’ ager che si disse Picenum dal nomo dell’ uccello augu¬ 
rale (Strabono, Feste), e il quale costituì l’antica Marca, regione compresa 
fra le radici montane e l’Adriatico, da Esi (Piumesino) al Matrino (Piomba). 
Altri dissero Pico un antico re latino, figliuolo di Saturno (Silio Italico). 













2B8 

Comunque, il piccliio fu l’emblema del Piceno. |] Esso è animale degno 
della dedicazione perchè, forte del becco durissimo, delle spesse unghie e 
della rigidità del corpo, libero nei suoi movimenti, sale sui tronchi degli 
alberi alla caccia dei coleotteri, e con una tenacia insuperabile li stana e li 
divora j così che si spiega in esso anche il simbolo della perseverania e 
quello della guerra. 

Spemit humiim picua, petit ardua ; sic (/acque virtus 
Ap/ietit excelais farro repoeta lode. 

(CamerarinB - Sqmb. HI. LXVIT). 


44G. PICCIONE — Genere tipo dell’ ordine dei colombi, o coloììiba livia, 
specie comunissima ohe nidifica anche negli interni più popolosi delle città. 
Portare il becchime ai piccioni veneziani è la visione stereotipa delle fidan¬ 
zate di tutto il mondo j ed è uno spettacolo magnifico quel volo in massa 
di ali sbattenti, vorticosamente aggiranti, che piombano « dal disio chiamate » 
attorno alle palme gentili porgenti il buon grano. Anche in altri centri 
cittadini nidificano i colombi, come a Torino nel palazzo Madama, a Milano 
nel palazzo municipale detto il Marino; ma a Venezia essi —secondo l’uso 
della Russia meridionale e della Persia — sono ospiti ofiScialmente ricono¬ 
sciuti e ritenuti, anche da sentenze giudiziarie, di publico dominio, quindi 
soggetti a publica protezione; per essi furono costrutte comode cellette sui 
tetti della mirifica basilica marciana, e quotidianamente si distribuisce loro, 
alle quattordici, una larga razione d’alimento. Nessuna significazione storica 
nè simbolica ha, pertanto, il piccione veneziano. Non paro nè meno eh’ esso 
abbia reso alla Serenissima quei servigi per i quali lo Champofleury e il 
Saint Victor volevano nutrirli sotto il tetto di un tempio speciale di Parigi, 
e porre nel blasone della metropoli anche il piccione, sormontante il vascello 
simbolico « ohe fiuttua e non si sommerge ». Sommi servigi veramente, alla 
grande città assediata, la quale poteva soltanto con il mezzo dell’ umile 
volatile ricevere da Tours le notizie della guerra, mediante il sistema del 
chimico Barresville (1871). Se non che — osservava argutamente un giornale 
— qualche anno dopo l’immemore consiglio comunale di Parigi concedeva 
ad una impresa la fondazione del primo tiro al piccione, nel lioia de 
Uoulogne.... 

A ragione si pone, fra le suppellettili emblematiche il piccione o la sua 
ala a significare il messaggio, perchè la sua sorprendente virtù di orien¬ 
tamento e la sua poderosa forza del volo servirono come eflScacissimo mezzo 
di corrispondenza all’uomo, fino dai tempi remoti. La messaggera noetica 
non trova dove fermare il piede e torna all’arca (Gejt. t Vili. 81; ma il 
fedele alato rivola sempre al suo nido. Un atleta di Egina lascia libera, 
dopo la sua vittoria olimpica, la colomba eh’ egli ha preso seco nel partire, 
ed essa reca ai congiunti dell’atleta la lieta notizia. Pliuio si chiede a che 
servano i bastioni, le scolte e le reti tese attraverso i fiumi, so con il mezzo 
delle coloml)e il console Irzio, assediato in Moilena da Antonio, è informato 
da Decio Bruto (43 a. C.). I merendanti levantini annunziano mediante il 
lanciare dei piccioni i loro arrivi alle famiglie lontane. I cinesi armano il 
dorso dei veloci volatori con fischietti di bambù atti a tenere lontani da essi 
i falchi da preda. Maometto fa credere di ricevere gli ordini dal cielo sulle 



239 

ali di una colomba; e Torquato narra l’episodio della « messaggera pere¬ 
grina X assalita dal falcone e da lui difesa: 

Poi scorge, in lei gnarilando, estrania cosa; 

Che dal collo ad an filo avvinta pende 

Rinchiusa carta, e sotto un* ala ascosa. 

(6'er. lib. XVTII). 

È uno scritto del « capitan d* Egitto » al < signor di Giudea », 

Dato in custodia al portator volante 

Chè tal messi in quei tempi usò il Levante. 

Per il carattere etologico del piccione, ci riferiamo a quanto è stato detto 
per la colomba (v. Colomba], || Aggiungiamo — per il valore del simbolo 
— la pittura ideata da Napoleone, nel doloroso isolamento dell’ isola d’Ciba, 
per il soffitto del suo salotto : due piccioni avvinti ad uno stesso legame. 
Erano i giorni tristi nei quali la repudiata Giuseppina di Beauharnais scri¬ 
veva all’Encelado caduto: « Sono stata in procinto di lasciare la Francia 
per seguirvi e consacrarvi il restante di una esistenza abbellita da voi per 
tanto tempo.... se potessi comprendere di essere io la sola per compiere il 
mio dovere, nulla più potrebbe trattenermi. Dite una parola, e parto ! ». 
Il simbolo dettato da Napoleone voleva dire forse fedeltà coniugale? 

447. PIEDE — Si riscontra, non di frequente, il geroglifico delle pianto 
dei piedi, qualche volta incrociate, nei loculi cristiani, e sono discordi i 
pareri degli archeologi a questo proposito. La interpetrazione più accettatii 
è quella che si riporta all’instituto giuridico romano del possesso, che si 
iniziava con la pedum positio, cosi che l’emblema in discorso significhereltbe 
inalienabilità della tomba. || Un piede posto sopra una pietra, uno scoglio 
o altra elevazione è compendio iconico di atteggiamento da eroe. || 1 piedi 
incrociati significano il riposo. || Un proverbio dei baschi ammonisce che 
€ non a tutti i piedi conviene la scarpa rossa »; la quale era sogno di no¬ 
biltà. I grandi di Francia erano infatti detti tallona rougea. |{ La layanda 
dei piedi, atto generalmente esercitato dalle persone poste ai bassi servigi, 
perpetuato ritualmente da Gesù, dopo 1’ ultima cena con i suoi apostoli, è 
cerimonia mantenuta non solo presso le Chiese dell’occidente, ma anche 
presso varie roggio e attuata dai re, come in Francia,' in Inghilterra, in 
Austria, simbolo di carità e di nmiltà. 

448. FIETB.A — Le pietre « ossa della Terra, madre comune degli uo¬ 
mini » rappresentarono la imagine degli dei, perocché — specialmente nelle 
età paleolitica e neolitica — furono credute cadute dal cielo. Ancora oggi 
resiste il culto dei megaliti druidici, in Bretagna, pietre gigantesche ficcate 
nel terreno dalla estremità più jmntuta, isolate o disposte ad ellisse, e dello 
quali è ancora controversa l’origine. Il simbolo della pietra si può diro 
perfetto quando l’umanità riesce a concepire la realtà entro lo forme geo¬ 
metriche, nel concetto sistematico di trovare il vario nell’uniforme, e la 
pietra quadrata o cubica diviene una rappresentazione razionale, e non pu¬ 
ramente estetica, anche nelle efflorescenze di un mistlci.smo vago o sugge¬ 
stivo. « Non fu mai cosi pieno, come nella Grecia, l’accordo tra l’arte e 
la vita, tra l’idealo estetico o l’ideale etico 7'e/rdiyo»io?t chiamarono i greci 











240 

l’uomo incolpabile, perfetto, con parola propria dei corpi quadrati, cioè al 
tempo stesso agili e forti, cari a Policleto, il teorico delle proporzioni nella 
scultura > (Natali). Ermete veniva rappresentato anche con una figura cu¬ 
bica o quadrata, senza piedi, senza braccia, qualche volta anche senza la testa, 
e ponevasi nei vestiboli dei templi e negli atri delle case (Tucidide. IV. 2B). 
Servio dà ragione di quest’usanza con la favola dei pastori che ad Ermete, 
addormentato nel bosco, tagliarono le estremità per vendicarsi di qualche 
offesa ricevuta dallo scaltro nume ; probabilmente ne mutilarono la statua, 
che — posta alla porta del tempio — si chiamò erma, e fu 1’ esempio delle 
varie pietre poste poi, anche per la indicazione delle strade. Suida spiega 
l’erma cubica senza braccia e senza piedi dall’ essere dedicata al dio della 
parola e della verità, la quale deve essere sempre somigliante a sè stessa, 
da qualsiasi parte venga riguardata. || La pietra quadrata o cubica — come 
corpo solido, concreto, e di immodificabile simmetria — fu l’elementare 
membro di architettura inserviente di appoggio o di sostegno, e significò 
agevolmente la stabilità e la fermezsa (v. Cubo, Quadrato). || La Virtù si 
rappresenta sopra una pietra quadrata ; e di essa usarono gli ideatori delle 
imprese illustri, come in quella di Lelio Spannocchi, riportata da Vincenzo 
Ruscelli, (v. Cubo), || La Giustizia descritta nella cobbola del Barberino 

In 8U ’n un marmo siede, a dinotare 

Che ne l* aom giusto fermezza de’ stare. 

Anche nel senso anagogico la pietra è il fondamento, la base, e Cristo, 
spiegando il mistero ascoso nel nome di Pietro (Martini) a lui disse: «Tu 
sei la pietra su cui edificherò la mia Chiesa > (Matteo XVI - 18). || In al¬ 
cune figurazioni umane allegoriche vedesi una pietra legata alla mano destra, 
in guisa da impedirle di agire : simbolo di inasione foraata, di inibizione 
mannaia, di impotenza artificiosa. Es. : L’ Umiltà scolpita da Guglielmo 
Serpotta (1660-1782) nell’oratorio di S. Lorenzo a Palermo; la Povertà del 
Ripa, che ha la destra aggravata dal sasso e la sinistra alata, a significare 
< il desiderio di alcuni poveri ingegnosi i quali aspirano alle difficultà 
della virtù, ma oppressi dalle proprie necessità, sono sforzati a starsi nel- 
l’ abiezioni e nelle viltà della plebe » ; concetto precedentemente espresso 
(lall’Alciato : 

Pextra tenti lapidem, tnanus altera auttinet aloè: 

Ut me piuma levai, aie grave mergit onua. 

Ingenio poteram auperaa volitare per arcea, 

Me niai paupertaa invid^i deprimerei. 

lEinhl. CXX). 

I popoli traci segnavano con piccole pietre bianche i giorni felici e gli in¬ 
felici con piccole pietre nere. Allude Persio a quest’ uso : 

Ihmc, Marrine rliem, numera meliore lapillo. 

. (Hat. n). 

Gli arabi ponevano grosse pietre nel campo dell’ avversario in segno di 
minaccia di morte, e — secondo Ulpiano — da tale uso deriverebbe il ter¬ 
mine giuridico dell’ antico diritto quirite scopeliamo (greco : scópelos — pietra), 
definente il reato tendente ad incutere timore mediante segni rappresenta¬ 
tivi, come lettere anonime, monitori secreti e simili. Altro atto simbolico 
giuridico era la denuncia del turbato possesso mediante il lanciamento di 




241 

una pietra contro l’edificio inalzato in onta al diritto. || Pietra detta dello 
.^ondalo o del vituperio era quella posta nell’ androne del Campidoglio in 
Roma (dicesi per pensiero di Giulio Cesare) e sulla quale i falliti andavano 
a battere le clune, gridando: « Cedo bona » ; gesto simbolico del fallimento, 
per il (|uale^ abbandonandosi i beni alla discrezione dei creditori, veniva 
risparmiato al debitore il castigo corporale che poteva essere anclie la 
schiavitù e perfino la morte. 

449. PIETRE PREZIOSE — v. Gemme. 

mb PILASTRO — Colonna squadrata, con base, restremazione e capi¬ 
tello, a volte isolata, a volte aggettanti dalla superficie del muro. Come 
indicazione dirittuale di confine, portava l’imagine del santo protettore del 
luogo, chiamandosi diritto di sacra imagine l’esenzione accordata ai vescovi 
ed agli abati da ogni giurisdizione comitale o laicale : germe della libertà 
civile, come in Milano, dove i « corpora sancta » schiusero la vita alla 
gloria del comune cittadino. 

451. FIITO — L’albero che non offre fiori, erto sui gioghi alpini, solitario, 
alto, inflessibile, data la testa alle furie dei venti, alle vampe del sole, allo 
schianto dei fulmini, favorito da Cihele e riferentesi al suo carattere sel¬ 
vaggiamente fantastico, nel mito del pastore Ati. Amato costui, per la sua 
bellezza dalla vecchia Cihele, quand’ egli si innamorò della ninfa Sangaride, 
perseguitato dalla dea, fuggi per i monti e in un accesso di furore si evirò. 
Allora la dea lo converse in pino e ordinò in onor suo una cerimonia ad 
ogni equinozio di primavera. I coribanti movevano sull’ erta del monte a 
cercar Ati^ fingevano di trovarlo, e con urla e con strepiti danzavano e si 
contundevano a sangue, alcuni di essi soccombendo anche nell’imitare il 
volontario supplizio di Ati. || Il pino era anche consacrato a Silvano ed a 
Pane, in memoria della ninfa Piti, offesa dall’amore del dio caprigno e 
convertita in pino da Borea, che pure l’amava. || « Se il cipresso rappre¬ 
senta, per la semplicità della linea, l’obelisco, il pino rappresenta, per 
1 eleganza e la magnificenza della chioma, la colonna corinzia. In Italia 
non v’ è luogo celebrato per la sua bellezza dove il pino, o solo, o in pochi 
esemplari — quasi tempio di Castore e Polluce vegetale - non elevi il 
suo bel capitello fronzuto e sempre verde. Talora forma immense cattedrali, 
come sul litorale di Ravenna; a volto disegna agili ed eleganti portici, 
come k Pineta Sacchetti a Roma; ma il pino è una delle poche piante che 
sta bene anche solo, ergendosi con una sua linea compiuta e definita, in 
un atteggiamento di composto equilibrio e di grave riposo » .(R. Paoli). 

La . jmìcherrima pbius in hortis » (Virgilio) albero * misantropo per fierezza, 
non per odio alle altre creature, non ammette famigliarità colla plebe delle 
piante minori , (Mantegazza), ma non le nuoce con In propria ombra - o 
quindi fu eletto segno di benignità e di liberalità. || La famosa pigna dorata 
del cortile di Belvedere in Vaticano, ricordata da Dante al cospetto di Nem- 
brottp, vuoisi appartenesse come simbolo decorativo alla statua di Adriano. 

l.a l'BOoin .su» mi pure» Inni;» e gross» 
l!nm« In pin» <Ii aiin l’intr» » Rum». 

iTuf. x.v.\-r - ;->»). 


IC 





‘242 

Con il significato della liberalità ed accimato dal motto « Sem])er fertilis » 
il pino fu adattato come impresa da Collatino Collalto dei conti del Tre¬ 
vigiano (sec. XVI), uomo benefico ai poveri e agli amici (Gelli). |j Con il 
pino accimato dal motto « Hinc odor et fnictus » costrussero la loro im¬ 
presa gli academioi Accesi di Reggio Emilia (sec. XVI) (Gelli). jj Tut- 
t’altro ohe generosità invece rappresenta nel linguaggio romanesco, od un 
giornale recentemente annotava l’ uso dei mendicanti di Roma, i quali di¬ 
segnano una pig 7 ia (frutto del pino) presso gli appartamenti dove ebbero 
una repulsa, come segno di avarisia e monito ai collegbi questuanti. 

\ 

452. PIOPPO — Allor che Ercole scese all'Inferno, colse un ramo del 
pioppo Acheroe — cresciuto sulle rive dell’Acheronte — e se ne fece una 
corona; la parte di questa che toccava il capo dell’eroe conservò il color 
bianco, quella esposta al fumo del tetro soggiorno si anneri. Da questo viene 
ohe il pioppo — originariamente di foglia interamente bianca — si distingue 
in bianco e in nero. Dice l’Alciato: 

//erculeo* crines birolor quoti Popidux ontel, 

Tempori» alternai noxque, dietque vice». 

(Emhl. CCXI). 

La salicacea — consacrata ad Ercole — benché elencata come simbolo del 
vigore, non'ha determinate significazioni nell’arte classica ; e soltanto dopo 
la rivoluzione di Francia (1789) fu assunta a simbolo 
di popolo, perchè latinamente essa è popohis, e gli 
autori anche italiani usavano cosi denominarla. Es. ; 

Vetll i\ popolo iUterOf il lentin aalcio. 

(Alamanni). 

Vuoisi che le foglie del pioppo siano condannate a 
tremare perpetuamente, perchè quest’albero — se¬ 
condo taluni — prestò il suo legno per fare la crice 
di Cristo (v. Croce) ; secondo altri perchè nel momento 
in cui Cristo spirava dal Calvario, tremò la terra, si 
oscurò il sole, le acque arrestarono il loro corso, si 
agitarono tutte lo piante, ma solo il pioppo rimase 
impassibile, rigido ed eretto fieramente contro il cielo, 
mentre sulla sua testa passava un angelo recante in un calice d’oro il 
sangue del martire divino; 

Ritto, in disparte, immobile o pensoso 
taceva il Pioppo. Come tino sde^moBo 
libero n Bolitario pensatore 

l»area straniero in quel fatai tlolore. ' 

ÌM fronte non curvò.... ma un anatema 

lo colpi. Da quel t'iorno il Pioppo trema 
come un vigliacco, se pel firmamento 
aleggi il più sotti! flato di vento. 

L’anatema fu il carico di simboleggiare l’insensibilità, benché da quel 
giorno memorando l’altera pianta tremuli sempre dalla radice alla vetta, 
anche durante le tepide giornate dell’ estate, allor che il vento lascia im¬ 
mobili tutte le altre piante. TI pioppo nero è dato come simliolo di 







‘>43 

coragfsrio in antiche carte della biblioteca reale di Bruxelles. || « Il pioppo è 
il campagnuolo della brigata, scontroso, rozzo, evita le città, i parchi si¬ 
gnorili, nei quali convengono da ogni parte del mondo tante piante esotiche, 
e SI arresto nei sobborghi, dove si affaccia tutto fervido di cicale dagli alti 
muri degli orti, sulla strada polverosa, o si sofferma presso i canali di cam¬ 
pagna, o lungo gli stagni e i torrenti. Come i villani del buon tempo an¬ 
tico, è rustico, ma schietto, utile e servizievole ». (R. Paoli). 

463. PIOVBA — V. Polipo. 

464. FIPISTB.ELLO — La ferace fantasia dei mitografi greci non di¬ 
menticò anche il sozzo vespertilio dal volo sinistro, ed anzi lo rivesti di luco 
poetica nella visione delle tebane figliuole di Minia. Erano queste intente 
al lavoro con le loro ancelle, quando vennero invitate a celebrare le orgie 
di Bacco; ed, avendo esse ricusato, tosto udirono d’improvviso un confuso 
frastuono di cembali, di trombe e di flauti, e furono avvolte da una nube 
odorante di mirra e di zafferano, e il loro lavoro si copri tutto di verzura, di 
edera e di pampini. La paurosa meraviglia delle mineidi si converse in terrore 
allor che il frastuono divenne un coro d’uria selvaggia e tutta la casa fu 
piena di torcia accese e di fiamme. Tentarono di occultarsi, ma lo spaventoso 
splendore le raggiungeva, e una sottile membrana delicatissima copri il loro 
corpo, e ah sottili e palmate si estesero sulle loro braccia, come funeliri 
scialli, e su di esse elevarono il volo per sfuggire alla rabbia di Bacco 
otleso. Tale la genesi cantata da Ovidio del chirottero mammifero e volatore, 
ilototo di ali pure non essendo uccello, nel quale sembra che la natura abbia 
voluto creare la caricatura degli esseri ambigui 

A Din «piarfinti wl a' nemipì ani 

(/>//■. in - IS). 

Le favole ripetono il classico motivo dell’infelice pipistrello, rifiutato dal 
consorzio del topi e cacciato dagli altri volatili. Egli infatti, mentre ne ha 
caratteri promiscui, non appartiene nè agli uni nè agli altri, e nella grande 
famiglia zoologica ha una casa propria ed esclusiva per sè, ed è costretto 
ad uscirne soltanto di notte, proprio come le persone equivoche, staccandosi 
dalla .vecchia trave da cui per tutto il giorno pendeva per un artiglio in 
letargo. 

rrtperf qua inntiim voUtnt, qua luviiue lumi eat. 

<iua ciim ala ipites, caelr.ra muri» habel ; 

All rt» iticerén» trahitur ,* mula iwmiua primiim 
Siffiiat, quat lalitinit, jiidiciiimque limeiit. 

Imle. et philoèopho», qui tìiim eoeUetia quaeruut, 

Calif/aiii orlili», faleaque »ola vìdeut. 

* Tuudem et vereiito», rum ciani eecteiitur iitnimqiir. 

Arqiiiniiit iieiilru qui »il>i pitriem flilem. , 

(Alciato - Kmbl. J.XIJ). 

l’Ila fuqit liicem dirne male couacia riilpae. 

PI quii avi» Il nero veepere iiomeii Anhet. 

(CamerarioN - S//iiib, in - I.XXXIX). 

Il pipistrello, dunque, rappresenta il debitore, che fugge « la vista orribile 
del creditor » (Rovani), ed esce soltanto « jier umica sileiilia /.viine ». 


•244 

Ma nel senso morale ha particolarmente il significato della ambiguità, della 
simulasione, della frode. || I caraibi riguardavano come protettori della casa 
i pipistrelli, e li avevano come buoni geni alati della notte, simboli sacri 
della custodia. 

4BB. PIRAMIDE — Poliedro a più faccio triangolari, ohe dal piano di baso 
si riducono in un solo punto di vertice comune. La figura piramidale più 
comune nell’ arte è quella usata dagli egiziani nelle loro più antiche e colos¬ 
sali creazioni architettoniche, delle quali un centinaio circa sfidarono i secoli 
sul lembo orientale del deserto di Libia e parlano tuttora eloquentemente 
della grandezza di quel 

Popol tenace, che ad antiqui moatr! 

Gieanteggiaiitì in eternai granito 

® (Zanella) 

si prostraeva « sepolto nelle sue caste e nel suo rito ». La piramide fu cer¬ 
tamente conosciuta anche da altri popoli; essa entra nell’archeologia sacra 
degli antichi peruviani come in quella degli etruschi, che a Chiusi avreb¬ 
bero sepolto il loro re Porsenna in una piramide (Plinio). Se non che i 
meravigliosi edifici geometrici conservano un proprio secreto, non ancora 
svelato. I dotti sono scesi nel cuore di quelle immense moli, fra le tenebre 
secolari, alla luce di fiaccole che l’aria viva non agita. Vi trovarono la 
immensa necropoli regale; i geroglifici tradirono l’arcano di quelle tombe. 
In alcune di esse una bianca statua ha gli eguali lineamenti del defunto; 
perocché oredevasi ohe le salme anche dopo morte dovessero servire di sostegno 
all’ anima, e questa non potesse convenientemente adattarsi alla vita extra¬ 
terrena in una conformazione diversa delle sue membra viventi. Ma un 
mistero religioso o scientifico rende la piramide impenetrabile come un 
enigma. Ne tentarono la chiave Erodoto ; Diodoro Siculo; Strabono; Platone, 
che le riteneva osservatori astronomici; Aristotele ohe loro conferiva un 
mandato politico e sociale, avendole — secondo lui — i Faraoni fatte costrurre 
per dare occupazione al loro popolo affinchè non si ribellasse. Altri pensa¬ 
rono che Cheope edificasse la grande piramide per dare lavoro ai prigionieri 
di guerra. L’arado Ebù-Abd-el-Hokm fantasticò nell’ attribuire al grandioso 
monumento l’officio di deposito degli immensi tesori regali, delle opere ar¬ 
tistiche, delle invenzioni scientifiche. I teosofi stimarono invece avessero 
simbolo religioso ; l’anelito dèli’ anima che come una fiamma aspira al cielo e 
si orge nell’azzurro; la vita umana, il cui principio si inalza dalla base (Noel). 
Gli egittologi più recenti concludono che esse erano consacrate alla scienza, 
figurando con le loro faccio triangolari la unità e la trinità per eccellenza, 
e con la base quadrata il mondo. Le osservazioni astronomiche, geodetiche 
0 geografiche erano compiute nella grande piramide, libro immenso aperto 
agli Iniziati. |1 Gli ermetici hanno per la piramide rm culto particolare. « Ogni 
scienza da essa deriva, ogni scienza ad essa conduce; per comprendere la 
Luce basta scomporre la Piramide, e studiarne le parti ». Cosi parlano i 
magi a Ram, druido e figlio di druidi, quando si reca in Egitto a ricercarvi 
alcuni « Dei, isolati in città recinte da mura enormi, che pretendevano cono¬ 
scere tutti i Misteri del mondo e si assorbivano nella contemplazione di una 
Piramide » iRannier). Scrive un autore massonico; « La base <iella Piramide 


245 

rappresenta il punto di partenza della perfezione ed il vertice il punto di 
arrivo.... Alla base.... v’è tutto il popolo massonico; cioè tutti gli iniziati 
che sono esseri i>erfetmUi. Alla cima - dopo le diverse altezze di perfezio¬ 
namento avvenuto, vi è il Gran Maestro - eh’ è come il Sommo Sole - 
che sintetizza le perfezioni, le virtù, il pensiero dell’anima massonica e 
personitìca il Grande Architetto » (A. Imbriaoo). || Le dimensioni delle pi¬ 
ramidi dimostrano eh’ esse furono costrutte secondo un metodo astronomico 
o geografico determinato. Il monolito che si trova nella cosi detta . camera 
del re » avrebbe servito a dare le misurazioni per le piene del Nilo. La 
grande piramide è una formula geometrica gigantesca (Day). Il Persigny, 
invece, è del parere che le piramidi avessero lo scopo di stornare dalla valle 
niliaca le bufere del deserto, e si ricorda, a proposito, che la lotta fra il 
gran fiume e il deserto, fra Osiride e Tifone, è tema arcaico nell’Egitto 
ed a significarlo nella teologia simbolica si diceva che Osiride aveva chiuso 
nell’uovo primitivo - d’onde era stato tratto il mondo - dodici piramidi 
bianche, per indicare i beni infiniti di cui voleva colmare gli nomini; ma 
Pilone, suo fratello, avendo aperto quell’ uovo, vi introdusse pure dodici 
piramidi nere, sorgente di tutti i mali sparsi sulla terra. Cèrto è che quel 
gran popolo tentò in mille modi di riparare ai danni del Simoun cocente, 
che infuria spaventoso, e la postura delle piramidi alla foce del Nilo sarebbe 
State scelta con criteri pratici. Infatti il Persigny rileva che la sabbia non 
81 è ammonticchiata alla base delle piramidi che di qualche piede, mentre 
sollevò quasi la famosa sfìnge. 

È però facile indurre che alla stabilità delle piramidi contribuì la loro 
ligure, per cui la superficie che si presenta è piu atta a resistere alle vio¬ 
lenze dei tempi, delle stagioni e degli uomini; e da ciò nasce 1’argomenta¬ 
zione analogica che crea il simbolo della piramide, come quello della fer¬ 
mezza. « Niuna forma è piu atta e più potente a durar contro ogni avversa 
violenza » (Ruscelli) ; nel palazzo del Quirinale si dipinse la allegoria 
deUa Conflrmazione con la piramide al lato; e gli araldisti cortigiani, tra¬ 
sportando il senso materiale nell’immateriale, ponevano nel blasone la 
piramide, per significare la virtù, la costanza, la gloria. (Ginanni). Citiamo 
— ad esempio — uno degli elogi riportati dal Ripa, dedicati al cardinale 
Salviati, istitutore pio e beneficente di Roma, insieme ad una figurazione 
allegorica con la jiiramide : 

Pijritmidis Plutria mole) oimroaa PiiHIii 
C'ur se mtblimem tollit ad astra nuiiiu t 

Gloria sic pingi voluil, qua vertice Coelum 
Contingeiis magno parta labore venil. 

Il L’impresa della pir»nide non scrollata dai venti furiosi fu quella deeli 
acadeinici Ostinati di Viterbo (Gelli). 

456. PLÀTANO - Grande pianta a foglie palmate, molto ramosa e folta 
nella cima, amica al viandante e consacrata ai geni dai greci, che ne cir¬ 
condarono il portico di Atene. Albero di nobiltà che simboleggia l’ ingegno 

o la i>1atonia verde ombra de’ platani. 

(Oarduooi - Da Deseneano, IS). 





210 

Vediamo il pioppo anche indicato come simbolo del piacere e della feli¬ 
cità effimera, forse perchè ne erano decorati i giardini nei quali teneva 

circolo Epicuro. 

L’mlrram, non rructu» Mataniia dal. Sic quo</M multi» 

Vano» alio» specie ludtre saepe placet. 

y» _ .Clillllt T » XlXl. 


il Peloponne.o. avendo forma similiante a quella della foglia di platano, 
la ebbe per emblema. || L’ avevano anche per insegna gli academici Trasfor¬ 
mati di Milano. - 


457. POLIPO — Mollusco marino, costituito da un corpo a sacco, molle, 
munito di tentacoli. È frequente negli ingenui ma rioonoscibili disegni 
simbolici trovati sulle anfore sacre scavate a Micene, e nei quali 
crede riscontrare le treccie originarie del politeismo greco e della filosofia 
ionica. Il culto del polipo si identifica con quello di tenere Anatrodite, 
ossia con il culto del mare, ed i superstiziosi marinari dell Egeo rappre¬ 
sentarono il sacro cefalopodo con quattro tentacoli arrotolati alle estremite, 
i quali, nella semplificazione schematica del disegno, divennero rettilinei 
e ridotti quasi ad una croce con le braccia terminanti ad uncino, croce che 
non è tale, benché si confonda con quella sanscrita gammata (v. ^^e), e 
che ritroviamo sulle vetuste statue di Venere, naU dalla spuma dei flutti, 
a significare la fecondità, c II polipo è pesce salace, che incita a cose ve¬ 
nerei come dice Atereo lib. 8 e 7: ad Vemrem cwtferuaif praecipue. lo- 
lijpodes; per questo forse ponevasi al simulacro di Venere, come anco per 
geroglifico di ferme..», e costan.a d'amore, secondo Pieno, perche questo 
pesce s’attacca tanto tenacemente a’ sassi o scogli, che più tosto si lascia 
levare a pezzi che staccarsi » (Ripai. Altri invece - riscontrando in esso 
fenomeni accentuati di mimetismo — lo indicano come simbolo deU adat¬ 
tamento morale. , Con voce che gli amatori dei bislacchi esotismi hanno 
ormai introdotta nella nostra lingua, dal francese pieuvre . parola messa 
in moda da Victor Hugo . si chiama piovra « quanto mostruosamente s at¬ 
tacca altrui per assorbirlo e divorarlo » (Petrocchi) : figpira i s i e, per 
rappresentare il feroce parasitismo. 


158, POMO — Comunemente è 1’ albero che produce la mela ed in genere 
dicesi anche del frutto degli alberi alimentari, (..{uesto frutto — m senso 
generico - esamineremo in questo capitolo, come sostanza alimurgica spon 
taneamente e primieramente presentata all’uomo dalla natura, per 1 im¬ 
mediato e istintivo dei suoi bisogni. Infatti per le necessità dell apparecchio 
dentale umano l’alimentazione animale fu successiva a quella vegetale, e 
1’ uomo dei primordi trovò nel frutto che lo nutriva tutte le soprannaturali 
virtù, degne di teologico rispetto. Tutte le semitiche famiglie costituenti e 
caste ieratiche dal mare Indiano al Mediterraneo insegnarono univocamente 
die la ideale perfezione del genere umano si era fatta abietta in causa di 
un frutto oflFerto da un essere demoniaco. Cosi dicono i libri vedici, e g i 
zendici, ricordando il fallo della prima coppia umana, Mescliia e Meschiane ; 
così ripetono la tradizione giudaica, la cristiana, la maomettana, nell unico 
concetto fondamentale della nature perturbata e corrotta dalla ragione; e cosi 
il concetto dello sUto primitivo di innocenza, alterato posteriormente per 



247 

uii eccesso di curiosità d’intelletto, ricorre nella filosotìa, da Rousseau a Leo¬ 
pardi. Per aver colto e gustato il melograno del giardino internale, Proser- 
pina diventa irrevocabilmente la compagna di Plutone, divinità ctonica per 
eccellenza. La voluttà del morso di Èva 

Il cui palato a tutto il moudo costa, 

(Par. Xm. 39) 

converte in emblema di perdizione e di morte quello che doveva esserlo di 
salute e di vita. || Iduna in Tania, Siva e Erodo in Germania, Eriga in 
Sassonia, hanno poma, preziosi doni del cielo e della terra, simboli della 
fecondità, come quelli integranti le iconografie di Pomona e delle stagioni 
feraci. || La statua di Afrodite rinvenuta ad Epidauro (1886) tiene nella destra 
il pomo, felice simbolo di vittoria (Garetti). || Le poma della bella snlamite 
(Cantico dei cantici. Vili — dicono gli scoliasti — significano le virtù. || 
Nel ritratto giottesco del Bargello di Firenze, Dante tiene un ramo con fiori, 
simbolo delle arti, e con frutti, simbolo delle scienze. || Il «pomo della 
discordia » è quello gittato da Ati, divinità malefica, cacciata dall’ Olimpo, 
in mezzo alla mensa nuziale preparata per le nozze di Peleo, e recante il 
motto : « Alla più bolla » ; onde la feroce contesa fra Giunone, Venere e 
Minerva, il giudizio di Paride e la guerra di Troia: il . pomo onde Ilion 
tu cenere» (Lamberti). || « I pomi d’oro.... si veggono esser leggiadrissimo 
campo da coglierne imprese. (Ruscelli), e gli assentatori cortigianeschi 
abusarono del pomo delle Esperidi, dato in custodia al formidabile dragone, 
per archiWttare blasoni illustri, dando al frutto favoloso il significato di 
onore, di splendore, e di consimili virtuosi attributi, (v. Melo), 


150. PONTE — Simbolo di araldica indicante diritti d’acqua e di pedaggio. 
Il Nel gergo delle aule scolastiche dicesi ponte dell’asino il celebre teorema 
geometrico di Pitagora, punto arduo nello studio delle grandezze estese, il 
ijuale prova l’attitudine e l’idoneità dello studioso. In alcune manifestazioni 
di letizia goliardica abbiamo visto riprodurre graficamente le linee espresso 
dallo svolgimento del teorema come simbolo di difficoltà. 


46(1. PORCO — La bestia meravigliosamente ghiotta, alla quale non 
poco debbono la civiltà e la publica prosperità, è perseguitata da pessima 
(ama per i suoi diportamenti esteriori e — se è lecito dire — amorali. Puro 
— per non ricordare le squisitezze che il porco appresta al giocondo pec¬ 
cato della gola, e d’avanti alle quali ben poche sono le apatiche ipoglossi — 
<lualohe titolo di storica nobiltà potrebbe vantare anche la spregiata bestia, 
perocché essa fu l’insegna dei frigi ; e Roma non sarebbe sorta se le genti 
di Enea non avessero visto una troia Aliare sulle rivo del sacro fiume ; e 
il simbolo primitivo di Milano è la porca lanuta, cantata dai poeti del 
basso impero (Sidonio Apollinare, Claudiano), quale si vede scolpita in un 
sasso dell’ evo medio, apposto al palazzo della Ragione di piazza dei Mer¬ 
canti. Il porco era sacro in Siria e dedicato a Venere in Cipro, a Eriga in 
Scandinavia. Con il sacrificio rituale di esso si stringevano i patti familiari 
e si propiziava alle divinità dei campi presso gli etruschi. I ministri feciali 
di Roma concludevano le paci sacrificando il porco con un cultro di pietra. 
I legionari lo ponevano nelle loro insegne. Negli sponsali del suo grasso si 






218 

ungevano le imposto della nuova casa per allontanare la malia, ed alla lu¬ 
strano del neonato — quando lo si puridcava e gli si imponeva il nome — 
gli si appendevano al collo alcuni minuscoli balocchi, tra i quali l’ immanca¬ 
bile porcellino d’argento, talismano, simbolo di fortuna. Quest’ uso vigeva 
presso i giudei e fu tramandato anche alla posterità nostra contemporanea. 

Ma occorsero laboriose consecuzioni di pensiero per entificare nella con¬ 
creta effigie del suino le astratte qualità ohe lo contradistinguono nella 
sua realtà sensibile. Anch’esso ebbe i suoi patroni, autorevolissimo il Darwin, 
che affermò essere il maiale di natura docile, affettuosa, sensibile, sagace, 
qualità ohe la breve vita alla quale è condannato e l’isolamento nel quale 
per lo più è rinchiuso gli impediscono di adeguatamente affermare e svi¬ 
luppare. Ciò non pertanto, parve ai più che la natura vivente osservate e 
dipinte offrisse nel maiale 1’ espressione formale più conveniente a rappre¬ 
sentare un cumulo di vizi e di peccati, e la sintesi di quell’appetito me¬ 
ramente sensitivo, che - al dire di Dante - è . avversario alla ragione . 

{Vita nuova, XL). !1 Sotto le sue sozze apparenze si 
presente alle genti timorate di Dio lo spirito ma¬ 
ligno; e Gesù concede ai diavoli di uscire dal corpo 
dei due indemoniati di Geraseni, per entrare in quello 
dei porci (Matteo - Vili. 31). La tradizione affianca 
al santo abate della Tebaide il [fedele compagno, e 
rivela nella bestia l’imagine della tentazione turpe 
che assedia Antonio e che da lui è vinta (Vitali). 

Il porco — subietto totemico per gli egizi — era 
odiato come nutrimento dagli indiani, dagli sciti, 
dagli etiopi, dai libi; posto fra gli animali immondi 
nel divieto mosaico (Lev. IX -7), ed in quello mao¬ 
mettano forse anche per ragioni di igiene, in quanto 
ohe nei calori intensi dell’ oriente agevolmente si svi¬ 
luppa nelle carni suine il cistioerco della tenia ed il 
verme della trichina. Si opinò che i giudei si astenessero dalle carni del 
suino perchè ad esso rendevano onori Aivini (Plutarco), e Petronio scriveva. 

Ju(Ì€H8 licei et xyoreinum numen adoretf 

Et coeli 8tiiìuno4 advoeet auriculan. 

{Satf/r. - Franim.) 

Ed altri ancora calunniarono gli ebrei, affermando oh’ essi uccidono piuttosto 
un uomo che un maiale : 

Nee iliuUire piitnnrhuiiiaiia carne auilitnii 

(Giovenale - Sali/r. 15). 

Benché assicurino gli zoologi che il maiale sia il solo animale domestico che 
non insudicia la paglia del giaciglio, esso è il simbolo della laidezza. Ne 
era tele il ribrezzo, ohe i suoi guardiani non potevano ammogliarsi libera¬ 
mente nè entrare nei templi. |{ Benché il porco sia onnivoro ed ingrassi con 
la varietà dei cibi raccattati col grifo tra i rifiuti, a profitto dei palati umani, 
la sua non dispendiosa voracità lo fece simbolo della gola e dell’ingordigia. 

Simile al porco pasce 
li’ ingordigia del ventre. 



ronco 


Cttricalara allegorica 
Icdesca del medio eco. 








240 

« 11^ porco, anche se provvisto di ghianda, divora le ghiande altrui » (Alceo). 
Il Gli egiziani se ne servivano come stromento di lavoro, per sovesciare la 
terra dopo le alluvioni del Nilo, quando v’era sparsa la sementa, ed il 
maiale nella elaborazione passò a significare l’ ozio. || Vero è che esso è pure 
un treddo calcolatore, di freddi istinti egoistici, tanto che le scrofe uccidono 
e mangiano i propri nati con l’involucro fetale, e s’avventano e divorano 
anche bambini, se ne trovano abbandonati sui loro passi ; vero anche che 
esso è indocile e lussurioso all’ eccesso, cosi che è anche simbolo dell’ egoismo ; 
dell’ avarizia L’avaro, come il porco, fa ridere solo il giorno in cui 
muore » S. Bernardo) ; della indocilità ; della lussuria, motivo caricaturale 
che i lapicidi del medio evo cominciarono a svolgere largamente sugli ar¬ 
chivolti delle porte e sulle facciate delle catedrali, e delle quali abusarono 
i satirici della riforma luterana per infamare nella pietra perenne i sacerdoti 
, della chiesa romana. NeUa bucolica magnifica dedicata all’ inverno, Giovanni 
Meli fa parlare il saggio vecchio, capo della famiglia raccolta nella capanna, 
per consigliarsi sul sacrificio di qualcuno degli animali, come vuole la sta¬ 
gione. Non si ucciderà nè la vacca, nè l'asino, nè la capra, che furono par¬ 
tecipi delle domestiche fatiche durante tutta l’annata, ed ai quali si deve 
riconoscenza. 

Ma tu porca f tu porca è sUitii chidilu 
Chi o li traviigghi <i’ aulri ed a li noeti 
K eia tu un oziosi! spetta turi ; 
dazi ahueanno di li nostri curi, 

Mai s’è dignatu scotiri tu cianca 
Da tu fangusu letta, a proprj pedi 
Aspittanuu tu ciba, e cu arroganza 
Xni sgrida di l'insolita tardanza. 

Chistii, chi nun cunneci di la cita 
Chi li sali vantaggi, e all'aulri lassa 
Li vuccuni cchià amari, coma tulli 
Fossimo nati pri li suoi piaciri : 

Chi immersu ’ntra la vili sua pigrizia, 

Stirannusi da V uno a l’autru lata, 

_ Di ìi sudari d’ aulri s'é ingrassala ; 

Si; chistu mora, e ingrassi a lini; hi porca. 

Lo vili, lu initrimi..,. 

Sì; l'ingrassatu a costi d' nutrii, mora! 

(v. Animali - Cinghiale). 

KJl. PORCOSPINO — V. luccio. 

402. PORRO Gigliacea elevata dalle umilissime origini ortivo a 

simbolo di Oalles, gli abitanti di quel paese essendosene inghirlandati 

per consiglio del Joro patrono san Davide — alla vigilia di una vittoriosa 
battaglia, (v. Giunchiglia). || Nel linguaggio delle piante è designato come 
simbolo di villania. « Il porro è una specie di ortaglia che ha la barba bianca 
e la coda verde; onde dir si suole questo detto (« come il porro ») contro i 
vecchi lussuriosi » (Buoni). 

463. PORTA — Uno degli emblemi massonici. La porta del palazzo di 
Giustizia di Parigi, che si apre sul houleoard du Palaia, non viene mai 
chiusa in virtù di una ordinanza di re Luigi XIII (4 marzo 1618), presori- 


25 ^) 

venta . di lasciare aperta notte e giorno una porta del tempio di Temi, la 
eiustiiia dì re potendo essere invocata in ogni momento ». Un giornalista 
volle provare se ancora tale ordinanza ha vigore, e recatosi a mezzanotte a 
quella porta, trovò dietro di essa, socchiusa sentinella, ohe lo ricevette... 

I lo cacciò in prigione (1910). 1| Antonomasticamente 

Porta la corte imperiale turca, (e quindi la Turchia) perchè 1 ultimo cal^o 
della dinastia degli Abassidi, Mostardhem, fece incastrare “^“s Porta prin¬ 
cipale della sua residenza un pezzo della famosa pietra nera del tempio della 
Mecca, si ohe non si poteva varcarla senza grandi contrassegni di venerazione 
Altri dicono che si chiama Porta la corte del sultano dall usanza turca di 
ricevere gli ospiti sulla soglia e non nell’interno del palazzo. 

m POZZO - Scavo profondo per lo più murato, per ritrovare l’acqua 
viva, e - per analogia - emblema di profondità d»! 
pure che . la Verità è in fondo al pozzo » per indicare la dAooltà di to¬ 
glierla dalle oscure controversie; e qualche artista ne compie la allegoria 
ponendo il pozzo accanto alla dea nuda e bellissima. 

4(;6 PREZZEMOLO — L'odore acre e penetrante di questo comunissimo 
ortaggio dicevasi eccitare le fantasie, ed i poeti se ne cingevano le tempie 
per aiutare T estro. Non pare però indicato come simbolo lieto, perchè esso 
era pure sacro agli dei otonici, e scolpito in tombali, come uno degli em- 
blemi più comuni del lutto. 



prora la religione cattolica. 


So olio i venti, e aiou pur aspri e contrari, 
iM .Sacra Prora non porranno a fondo. 

,Fortigucrri - Kim. tìtìO). 


Originalissima è la prora delle gondole veneziane, ferro lucido e belenaute 
in audace curva, come una alabarda, ohe gli artefici costruiscono tutti in 






ogual uiodo, seguendo incosciainente le leggi simboliche lisse e determinate 
da storiche ragioni. Infatti la prora veneziana è sempre delimitata da tre 
quadrati perfetti, di cui il primo contiene il primo dente ad arco ; il se¬ 
condo i sei denti, i quali si crede significhino i sei sestieri di Venezia, 
come i sei nastri del gonfalone cittadino; il terzo quadrato è quello del¬ 
l'arco e compie la struttura della prora (Di Prampero). La prua della gondola 
simboleggia Venezia nel monumento eretto a Magonza a Giovanni Guten¬ 
berg: ben meritato omaggio alla gloriosa città, antesignana della stampa. 

168. PKUA — V. Proni. 

-169. FTTOITAliE — Arma di lama corta, aflilata e pungente, di evidente 
significazione, data a compimento di figurazioni allegoriche, antropomorfiche 
— come la tragedia, la discordia, la vendetta — o di motivi ornamentali 
delle imprese. Cfr. l’ode del Parini, in ringraziamento delle tragedie dell' Al¬ 
fieri donategli dalla marchesa Castiglioni : 

(Queste ohe il tìero Allohrugo 
Note piene d' afTanni 
Incise un terribile 
Odiator dei tiranni 
Pugnale, onde Melpomene 
liui fra gl’ itali spirti imieo armò.... 

Il È il « ferro freddo » di D’Annunzio, assunto come emblema dai valorosi 
arditi, assalitori primi delle « posizioni » nemiche, nella grande guerra recente : 
arma del coraggio individuale italiano, che — impugnata o innastata al 
fucile — « mira al petto dell’ avversario * non arma « degli armenti tedeschi 
ohe vanno al macello col muso nascosto sulla spalla l'uno dell’ altro, per 
non vedere il colpo che li deve cogliere ». Cosi cementava un arguto gior¬ 
nalista romano, Vincenzo Morello, la numismatica satirica tedesca (1915j, 
quando la Germania, credendosi invincibile e trionfante, vituperava nello 
sue medaglie di guerra il valore e la lealtà italiana. Tutto quel metallo, scon¬ 
ciato nell’ uso vituperoso, venne ben presto ritirato dalla circolazione, et 
pour cause ; e la invitta Germania dovette — per dimostrarsi coraggiosa — 
adottare l’arma ....dei gas asfissianti, la quintessenza della viltà. || Nella 
Finlandia la fanciulla da marito porta nella cintura un fodero di pugnale : 
quello fra i pretendenti il cui pugnale, posto nel fodero, non è respinto, è 
lo sposo prescelto. 

17<i. PUNTO — Segno nello spazio senza estensione, argomento abusato 
dell’ arte divinatoria. 

Lo sacro liliro o ^ii avvoppiati punti * 

(OW. far. VII) 

doli’ ammonimento a Ruggero, sono « opera di geomanti, i quali fanno se¬ 
dici righe tutte di punti e poscia gli accoppian insieme a secondo la dottrina 
ne cavan l’intenzion loro » (Pomari) (Cfr. Inf, XX - Purg. XIX. i || Punto 
nero si dice nel linguaggio comune per segno foriero di cattiva sorte 
(malaogario). « Des points noirs .lont cenus assonibrir nutre horizon » diceva 
Napoleone lU in un suo famoso discorso alcune settimane prima di Mentana 


252 

(1867). Il 1 tre punti disposti a triangolo, uno sopra e due sotto, sono 
l’emblema della massoneria. « Ram.... per significare ohe tutto, nella rin¬ 
novata società, dovesse essere concepito all’ imagine della Trinità Creatrice, 
perno dell’Universo.... scelse per simbolo della sua associazione i tre Punti 
primitivi della Tradizione Borea, geroglifico del Cielo della Terra e del¬ 
l’Uomo » (Saunier). « Il Punto, sommità della Piramide, non poteva generare 
e manifestarsi se non per mezzo del Triangolo (td). (v. Triangolo). Nella 
Carboneria i tre punti non si disponevano a triangolo, all’uso massonico, si 
bene in linea retta. 







471" QXTASBiAITTE SOIiABiE — Piano superficiale diviso in parti, 
disposte per lo più a circolo, lungo le quali corre un indice segnante le 
rittessioni del sole. Astronomicamente il quadrante, circolare, era lo spazio 
di sei ore, quarta parte del giorno. (Cod. Mamcell. C. .BOO). Quest’istro- 
mento, insieme alla palma, era in £lgitto il simbolo della astrologia giu¬ 
diziaria e veniva portato nelle processioni dagli iniziati insieme ai libri 
ermetici. 

472. QUADRATO — Quadrato era uno dei soprannomi di Ermete, e 
nella ermetica ha un posto primario la figura geometrica dai quattro lati 
e dai quattro angoli eguali. « Dal Punto, noi siamo discesi, per il Trian¬ 
golo, al Quadrato, simbolo del mondo sensibile.... Il quadrato è il simbolo 
dell’ opera realizzata, la base della Piramide, il figlio del Triangolo » 
(Saunier). || « Il quadrato col segno di Mercurio significa la gravità, sta¬ 
bilità e costanza del parlare conforme al decoro, e per tal conto Mercurio 
fu dai greci cognominato Tetragonos, cioè quadrato solo, stabile, prudente » 
(Ripa), (v. Cubo, Pietra, Punto, Triangolo). {| Il quadrato magico dicevasi 
il determinante di un ordine numerico i cui elementi sommati per linee 
(orizzontalmente), per colonne (verticalmgpte) e diagonalmente danno un 
eguale prodotto. Era una delle forme di talismano. Esempio : 


4 

9 

2 

H 

o 

7 

H 

-, 1 » 


473. QUADRIGA — Cocchio tirato da quattro cavalli, e a volte falcato, 
chiuso davanti e aperto posteriormente; ripetuto nei monumenti trionfali 
come simbolo di vittoria. Il Boninsegna per le monete d’oro, il Calandra 
per quelle d’argento, pensarono al motivo della quadriga traente il carro 
trionfale dell’Italia galeata, con in mano la fronda dell’ulivo (1907). 















•254 


474. QUERCIA. — Nella botanica simbolica questa amentacea tiene il 
primo posto della gerarchia: È l’albero della forsa, della perseverania. 
della lealtà, della virtù eroica e invincibile: 

Sic sacrae quereun firmU radicibus adstavt, 

A'irra licei venti roncutiant (olia. 

(Alciikto - E»)I>1. XIjTT). 

(^iiorola annosa su l* erte pendici 

Fra il oontrtisto dei venti nemici 
Pili alonraf più salda si fa; 

Che, se U verno le chiome le sfronda, * 

Più nel snolo col piè si profonda, 

Forr.a actiuista so perde beltà. 

(Mctastasio). 

È r insegna dalla vita (Cartari), chè se ne cibarono gli uomini primi i Rsiodo) ; 

JjO secol primo qnanC oro fu bello : 

Fe* savorose con fame le ghiande, 

E nettare con sete ogni ruscello. 

{Purg. XXII . UH). 

Tutte le genti ebbero sacra la quercia : Presso i fìnni essa è la pianta che 
lia invaso il cielo, ed, abbattuta da un nano dell* acque, scrolla l*univer.‘<o 
{Kalewala)-, è l’albero di Perunu, supremo dio degli 
slavi del Baltico; è l’altare e il tribunale dei druidi 
celti; è il tempio del.Giove gallico (Massimo di Tiro); 
è T oracolo parlante con lo stormire delle foglie, 
della pelasgica Dodona ; è il simulacro del falso nume 
ancora venerato in Germania allor che l’apostolo Win- 
frid — 0 Bonifacio il santo — lo abbatte a Geismar, 
con l’accetta e con la parola suadente del cristia¬ 
nesimo (723). Non si può asserire eh’ essa sia la prima 
pianta venerata in Roma. Gli etruschi già la venera¬ 
vano ed è indubitato che molti dei boschetti circon¬ 
danti i templi piò antichi della città romulea erano 
di querele: l’anaghifo della casa di Vesta (ora a 
Firenze) mostra la quercia prossima all’ara delle 
vestali. La statua della T'ittoria di Eroolano tiene la corona di quercia, 
eh’ era il premio posto solennemente alle tempia di chi aveva difeso in 
battaglia la vita di un cittadino di Roma. 

Orata Jovi e»t quercu», qui no« Hervatqué fmetqut. : 

Heycanii civent qnerna corona datur. 

(Alciato - Kmbt. CXCTX). 

Il più sinistro' presagio era il fulmine sull’albero di Giove. L’angelo di 
Dio mandato a Gedeone si asside sotto la quercia di Efra (VI Giiid. Ili, e 
Giosuè pone la pietra testimone del patto con il popolo suo « sotto la quercia 
ch’era nel santuario del Signore » (Giosuè XXJV. 26). Hanno lo sfondo dei 
frondosi tronchi della quercia le epopee più grandiose di Caledonia, di Ger¬ 
mania, di Francia: i nibelnngi, le gesta d’Ossian, le imprese dei cavalieri 
di Artù. Il Querele protette da potenze misteriose furono credute quella di 
san Colmnn; di san Colombo; di Norwood, che, poco prima ancora di essere 
aliliattuta (18.57) forniva i suoi rami come miracolosi alla minuta vendita 



















‘265 

cJelle farmacie di Londra; di Quillac, detta V albero delle streghe, meta di 
peregrinaggi nella notte di san Giovanni. I re di Scozia venivano coronati sul 
tronco di una quercia (Buchanan) ; sotto la gran quercia di Vincennes — 
all’uso dmidico — amministrava la giustizia re Luigi il Santo. || La quercia 
era segno d’onore per la filosofia, come era apposta nella lapide mortuaria 
di Giacomo Leopardi, a Napoli, scolpita da Costantino Bighencomer, e di¬ 
segnata dall’architetto Michele Ruggero, ohe così no parla: «In cima alla 
lapide ho espresso con la farfalla l’anima che ascende in alto con i segni 
di onore meritato in vita : che sono il lauro di ramo come poeta, ed il ramo 
di quercia proprio dei filosofi e di coloro che in altro modo hanno recato 
qualclie beneficio all’umanità » (1861). || Il lusso della vegetazione superba 
— cara d’ombre solenni e di onesti riposi ai viandanti — fa della quercia 
un buon simbolo della ospitalità. (| É notevole che la foglia — caratteri¬ 
stica per i denti profondi e arrotondati incidenti il suo lembo — è la meglio 
copiata, la più scrupolosamente imitata dagli artisti, e la sola-dei grandi 
vegeUli che si trovi nei monumenti del secolo XIII, insieme a quella 
dell’aro. «Bisogna vederle queste foglie nell’autunno, incupite dal solleone 
estivo, poi rosse scarlatte nei tramonti, poi di un giallo di ferro arrugginito 
persìstente contro il gelo e le nevi. Oh la quercia è ben degna d’aver in¬ 
spirato i poeti e d’esser commista al lauro per coronarli ! » (Bertarelli). 







R 


475. RADICI! — Simbolo di mera importanza blasonica. Un albero di 
cui si vedono le radici — e che araldicamente si chiama diradicato — 
indica antica nobiltà (Ginanni), di famiglia cresciuta in potenza senza 
bisogno dell’ altrui aiuto (Guelfi). 

476. RAGGIO — Linea di luce tirata da un centro luminoso ad un punto 
dell’ obietto illuminato, per denotare ohe questo partecipa di quello : mezzo 
simbolico comunissimo nelle imagini sacre, per esprimere le relazioni di 
carattere mistico (misticismo). Il dantesco coro dei beati e il 

bel gianlino 

Che sotto i ra^gi ‘h Cristo s* infiora. 

(Par, XXm. 71). 

Mosè — ha « il raggio in due fra 1’ alte chiome fesso » (Lorenzini) a dimo¬ 
strare lo spirito divino ohe lo inspirava nel dettare le leggi del popolo ebreo. 

477. RAGNATELA — V. Ifagnn. 

478. RAGNO — Questo insetto solitario, diffidente, insidioso, irrequeto 
— come tutti gli esseri che vivono di agguati e di rapine - è, in verità, 
un povero trastullo della sorte, chiuso fra due implacabili necessità ; man¬ 
giare per poter tessere e tessere per poter mangiare. « Ogni giorno, ogni 
ora, dalla sua sostanza egli deve trarre l’ elemento atto a formare quella 
rete che gli darà 1’ alimento e rinnoverà la sua sostanza; cosi egli si strugge 
per nutrirsi e si estenua per ristorarsi » (Michelet). || « I ragni sono bestie 
d’ingegno?» chiedeva il panteista Giulio Cesare Vanini, che doveva 
essere amputato della lingua ed arso vivo. « Tutti coloro che volgono 1 anima 
alle tele lavorate da codeste bestiole con arte meravigliosa, sono obbligati 
a convenirne. Ciò ohe è chiamato in noi ragione, nelle bestie è istinto di 
natura». (De admirandis Naturae arcanix. 1616). || Il ragno è sapiente nel 
collocare i fili e nel tesserli per costruire il suo ordito. Al riguardare le 
filigrane tenui ch’egli dipana quotidianamente dalle piccole mammelle, e se 
la rugiada o la pioggia ne fa rorido il disegno, rifrangendo le luci come in 
un vezzo di perle, si crede al valore di Aracne che osò sfidare e vinse Mi¬ 
nerva al ricamo, così che la dea, sdegnata, ruppe il telaio e i fusi della 
fanciulla mortale e la cangiò in ragno. (Metam. VI) ; e si spiega l’adozione 
dell’ insetto e dell’ opera sua, a simboli dell’ industria. Es. : nella allegoria 
di Paolo Veronese, nel palazzo ducale di Venezia. || Il Michelet — patetico 
anche nelle chioso — riferisce la testimonianza di alcuni viaggiatori (.Stauton, 




257 

Staflford) che certe epeire asiatiche costruiscono tele cosi compatte e forti da 
trattenere anche i tordi e da non potersi tagliare se non con una lama ; 
tuttavia la epeira comune non è capace di miracoli di solidità. « La sua 
fidanza sarà (juale tela di ragno » (Giobbe Vm - 14) ; « come tela di ragno 
saranno considerati gli anni nostri . {Salmi LXXXIX - 10) ; esempi nei 
quali r ordito aracneo serve a rappresentare allegoricamente la fragilità, la 
vanità dell'opera. || E pure il ragno, benché lavoratore effimero e sfor¬ 
tunato, benché di figura sgraziatissima e ripugnante, ebbe i suoi adoratori, 
e — strano a dirsi — con un riscontro topografico ohe si direbbe assurdo: 
infatti tanto i siberiani quanto i negri della Costa d’Oro hanno l’identica 
concezione della sua sacra essenza e credono egualmente che un ragno gi¬ 
gantesco abbia creato il mondo. || Ad esso molti popoli — e non senza 
ragione — attribuiscono la prenozione delle variazioni atmosferiche ; ed esa¬ 
gerando questa prerogativa — riconosciuta anche dalla scienza — presero il 
ragno per ministro di presagio : aborriti come infausti in Roma antica, dove 
presegnavano con il marchio fatale della sconfitta lo stendardo militare o le 
statue degli dei; riabilitati in tempi successivi, forse per l’amore del con¬ 
trasto, che alla capricciosa mentalità dei superstiziosi fa scegliere per tali¬ 
smano le cose laide come il maiale o tredici, numero nefasto, o il segno 
della mortificazione come il teschio umano. I lavoratori dei campi hanno 
forse ragione di credere foriero di felicità lo scontroso insetto che vive per 
la morte di altri insetti dannosi ai cólti, e che a miriadi disturbano il be¬ 
stiame. Un ragno che apparisca al mattino, segna anche presso di noi un 
piccolo dolore; se alla sera, una piccola sperania; e in Francia esso prean¬ 
nunzia denaro; ma se così fosse - osserva il Salgues — i più ricchi 
8 ar©bl»6ro..., i poveri. 

Araignée du mutiu — grand chagriv; 

Araigu&'e du midi — grand 60 uci: 

Araignéé du soir — hou tsgoir. 

Si esageravano i meriti del ragno quando si usava applicarlo in cataplasma 
alle tempie contro la febre terzana (Alberto Magno), e quando lo si masti¬ 
cava come una leccornia di elezione: l’astronomo Lalande ne aveva sempre 
in tasca una dragerie ripiena, e ne oflTriva agli amici come confetti.... || Il 
ra^o ha — per così dire — la vista geometrica ed insieme una tattilità 
intelligente, che si dimostra nell’ordire la trama con la serie dei raggi 
eccentrici; opera di prudenza e di pazienza, si che il simbolo del tatto, 
anche metaforicamente, gli fu bene appropriato. Ricordiamo il vecchio detto 

Noi aper aiiditu, linx visti, simia gusto, 

i'tiltiir odoratu, superai araaieu tartu. 

A cui fanno raffronto i versi del Pope ; 

Contemplev V araignée ett loti redini obscur, 

Que «Oli loucher est vif, qui il est prompt. qu' il est sAr. 

La ragnatela é pure molte volte usata come simbolo di inganno, e ragna 
chiamasi per similitudine la rete da uccellare (Del Lungo) : 

Ohe già iwr lai carpir «i fa la ra;;na. 


(Tur. rx - M). 






« Questa fragile ragnatela mi basta per prenderti » dice Jago a Cassio (Sha¬ 
kespeare - Otelio II). 11 Eicordiamo l’arguto pensiero del classico greco, 
ripetuto da Carlo Porta : 

La giustizia, de sto mund 
La someja a qu^ ragner 
Orda in long, tessuu in redond, 

Che se trasuva in di tiner. 

Diniguarda ai mosch, moscMtt 
Che gite barsega on poo areni, 

Pitrghen subet et delitt 
Malapenna ghe dan deni. 

A rincontra i galavron 

Sbusen, passen senza dagn, 

E la gionta del scarpon 
Im ghe tocca tutt al ragn. 


479. KAMABB/O — v. Lucerta. 

48(1. RAMO _ Il ramo rappresenta lo stesso simbolo dell’ albero a cui 

appartiene. In" certe imprese di incliti personaggi si trovò degno espri¬ 
mere tale appartenenza all’ albero genealogico con il ramo d’oro. 

481. RANA — 

Nè per calilo o per freddo o poco o aesai 
Si pnè la rana trar dal fango mai. 

(Bemi - Ori. imi.) 

E fuor dal pantano il verdastro anfibio usa sporgere il capo, e sbarrare le 
larghe occhiaie dall’iride venturina; si comprende quindi come esso dagli 
antichi sia stato preso come simbolo della curiosità. « Oli egizi, quando 
volevano significare un uomo curioso rappresentavano una rana, e Pieno 
Valeriano dice che gli occhi di rana, legati in pelle di cervo insieme con 
carne di rosignuolo, fanno l’uomo desto e svegliato, dal che nasce 1’esser 
curioso » (Ripa). || Non si comprende - invece - perchè lo . strepitate 
paludoso » (Salviniì possa essere stato adottato da Mecenate come simbolo 
della taciturnità. || Virgilio lo dice annunciatore della procella; 

Et veterem in limo ranae cectnere querelam. 

{Georg. - I. 878). . 

E Ovidio: 

(^uatnvis sint stili aqua, sub aqua maledicere temptanl; 

Vox quoque iam pauca est, infiataque colla tumacunl. 

(Mei. VI - 87(1). 

E il Sannazzaro comincia un grazioso sonetto cosi ; 

Sento nel fondo grnoidar la rana, 

Sogno eicnro di futura piova. 

Omero, nella sua zoèpica immortale, Aristofane, Ovidio, accennano al gra¬ 
cidar delle rane, e non convince la notizia della specie di rane mute della 
Macedonia, della Tessaglia, dell’ egea isola di Serifo, della Cirenaica, con 
la quale il Ripa — sulle treccie di Plinio (VITI) — spiega il capriccioso 
emblema del cortigiano di Augusto, e ohe, probabilmente, sarà stato un 
ghiribizzo da gran signore, quello che oggi si direbbe una « eccentricità ». 



i269 

Il Simbolo dell’argomentatore artificioso, usato alla sofisticheria, fu detto 

il gracidante animaletto — con una similitudine pregna di pensiero_dal- 

l’ arguto botanico di Tubinga: 

Lmiiine percutsae cesmnt nmledicere ranof, 

Et vicUa veri ture topMeta tacci. 

(Camerarins - Si/mhi IV. LXXni). 

« La sfacciatezza dell’ ignorante (sfacciataggine) presso gli egizi era notata 
col segno geroglifico della rana; imperocché la rana non ha sangue se non 
negli occhi, e coloro ch’hanno gli occhi sanguinolenti per natura, secondo 
la fisionomia d’Aristotele e d’Adamanzio, hanno del sfacciato » (Garzoni - 
La Hinagoga degli ignoranti - IH). E pure - dice la nota agiografica — la 
rana che disturbava Giacomo della Marca mentre egli leggeva il suo bre¬ 
viario, tacque al suo comando; e l’umile batrace figura qualche volta nella 
effigie del santo predicatore di Monte Prandone. 

482. RAIfUhrCOIiO — Botton d’oro — Il fiore di questa vulgare ranun- 
culacea pratica è giallo dorato e si riveste di foglie vellutate; ma il suo 
odore è acre e sgradevole, ed il suo succo può essere letale : simile al villan 
rifatto, al nuovo ricco che pompeggia nel fasto degli ori e nel lusso dei 
velluti, ma non ha il sentimento delle convenienze sociali, non la modestia, 
la misura, la gentilezza della civile educazione. Simbolo di ricohesta male 
acquistata. 

483. RASTRELLO — Simbolo dell’egoismo. « Questo medesimo affetto 
di propria affezione si dimostra nel rastrello, instrumento di villa, il quale 
non serve per altro che per tirare verso colui che lo maneggia » (Ripa). || 
Il rastrello araldico si chiama, dal francese, lambello, ed è una delle figure 
più nobili, formato come una trangla (fascia dimezzata) scorciata e munita 
di pezzi pendenti, ordinariamente in numero di tre (Crollalanza), Il lam- 
beHo fu introdotto in Italia da Carlo d’Angiò (1265) e divenne distintivo 
dei guelfi, concesso dai re di Napoli ai loro aderenti insieme ai gigli d’oro 
in campo azzurro (Ginanni). « Alla comune arma della casa di Fois ag¬ 
giunse un rastrello, o come essi dicono, lambello d’argento» (Borghini - 
Arm, Fam, 78). 

184. RESEDA — Fiorellino di composta leggiadria, di delicato olezzo, 
simbolo gentile di quella virti modesta la quale non ha alto sentimento 
del merito proprio e non disconosce il merito altrui. |: Emblema nazio¬ 
nale della Sassonia. 

485. RETE Intreccio a maglie annodate, il cui uso ne spiega l’at¬ 
tribuzione alle figurazioni varie ; in senso buono, come quello della persua¬ 
sione, di CUI è cenno nelle sacre scritture: ma più di frequente nel senso 
dell’ inganno e della insidia. Le difficoltà tecniche di scolpire la rete furono 
vinte dalla febre della stranezza ohe guidava l’estro e la mano degli scultori 
secentisti e settecentisti. Allora c s’arrivò sino agli scheletri, agli astrolabii, 
aUe reti forate a maglia a maglia, e a tutti gli altri fanciulleschi gingilli 
di un’industria che avendo principiato col rinfronzolir l’arte, finiva bel¬ 
lamente col soppiantarla » (Massarani). Esempio insigne, la statua del Dittin- 


ganno nella cappella Sangro a Napoli, nella quale il ligure Francesco 
Queirolo (1704-1762) scolpi magistralmente in un solo pezzo di marmo 
benché con il biasimo del Duprè (Ricordi, XIII) — una rete nella qua e e 
impigliato il principe di S. Severo, e tenta distrigarsene (v. Kagtw). 

486, BICCIO — Porcospino — Piccolo mammifero quadrupede, dotato di 
particolari integumenti ohe gli permettono di appallottolarsi in modo da 
nascondersi interamente nella singolare armatura di aculei di cui è coperto, 
come in guscio spinoso. Gli antichi zoologi lo credevano condannato al celibato 
perpetuo, e come ignoravano le sue attitudini dei momenti nuziali, cosi non 
conoscevano i vantaggi da lui recati come formidabile insettivoro, ardito 
assalitore dell’ acre cantaride come della vipera. La Biblia ne fa reiterata¬ 
mente cenno come di un castigo mandato da Dio alle città disobedienti 
alla sua legge (Isaia XIV. 28 - Sofmiia U. 14). Più tardi se ne conobbero 
i meriti; si osservò la sua pietà domestica, nel costruire la tana e nell as¬ 
sistenza dei nati ; si istituì, perfino, in suo nome un ordine militare di ca^- 
valleria, da Luigi di Francia, duca d’ Orléans (1594) ; ed esso fu additato dagli 
iconologisti come appropriato simbolo della opportunità e della difesa. 

487. ROBBIA — Erba scabra di macchia, la cui radice serve ai tintori, 
ai quali fornisce un bel rosso solido vivace. « Gli agnelli che mangiano di 
quest’erba, rimangono coi denti tinti in rosso per modo ohe sembrano in¬ 
sanguinati. La malignità approfittando d4ll’apparenza spesso calunnia 
l’innocenza; ed ecco il perchè la robbia fu presa quale emblema della 
calunnia » (Dondi). 

488. RÒCCA — Edificio militare di difesa di cui — nelle allegorie an¬ 
tiche - si pone presidiaria la castità, sull’ esempio di Giotto che la dipinse 
nella chiesa francescana inferiore di Assisi. (Cfr. : Twn-is eburnea). 

489. RONDINE — Un universale sentimento di simpatia — indubio ma 
confondibile segno nelle ombre del totemismo — comanda rispetto e prote¬ 
zione a questa ospite delle nostre primavere, tornante a coppie, a stormi, a 
nembi; roteante in danze giulive; fedele al nido antico ; salutata con letizia 
perchè porta con sè.... la benedizione divina. Omero descrive affettuosamente 
la rondine ohe appende il nido alle travi ospitaU, ed anche Virgilio : 

Hoc geritur, Zephi/ria primum impeUeotibu» iiudas. 

Aliti noci* ruheaiU, tjuam prato, coloribut, ante 
Oarruta quain tignia niduin aiispeiidat hìrundo 

{Georg. IV - 306). 

Per i romani antichi le rondini nidificanti negli atri delle case incarnavano 
le anime dei fanciulli trapassati, mossi dal dolce desiderio del lare paterno ; 
cosi nella Bretagna, quando si scorgono, nell’ aprile, le prime rondini inal¬ 
zarsi a vertiginose altezze, poi piombare in basso come iùerti, e di nuovo 
librarsi, e lambire le acque, e sorvolare sulle piante, e sulle case, alla ri¬ 
cerca del nido, fanciulli e fanciulle le invocano perchè trattengano sotto la 
loro grondaia il volo e la dimora. Gli antichi non sapendo spiegarsi il com-- 
parire e lo scomparire delle rondini, supposero che durante la bruma si 
cacciassero nella melma degli stagni e dei laghi, rimanendovi sepolte in 


2ei 

sonno letargico fino ai novelli tepori. Lo Spallanzani pose al collo di alcune 
rondini una fettuccia di seta e le riconobbe al ritorno per diciotto anni, 
ininterrottamente. Un calzolaro di Basilea attaccò al collo di una rondine un 
leggero scritto di seta con queste parole ; 

HirondelU, 

Qui e$ 8i belU, 

Diè-moij VhiveTi où vaé^iu f 

Dalla stessa rondine ne ebbe questa risposta in primavera : 

A Aihènéèf 
Ches Antoitfe; 

Pourquoi Venform€S“in f 

(13' Hamuuville). 

Questo emigrare dalle terre calde alle terre più miti ha grande importanza 
nella trattazione dell’ etopeia delle rondini, sulla quale molto si è discusso, 
ma più si è fantasticato, fissa è in oriente la « peregrina » per antonomasia j 
e come tutti i viandsuiti avente diritto alla ospitalità ed alla amorevolezza 
di tutti i fedeli e nessun simbolo migliore può indicarsi per il peregrinaggio, 
perchè la rondine percorre dnecentotrentacinque chilometri in un’ ora e sette 
minuti, mentre un piccione, ne percorre nello stesso tempo cinquantasette 
(da Anversa a Compiègne, 1909). Il pittore Michetti ideò un francobollo per 
le poste italiane (1905) con le rondini radìguranti l’emigrazione italiana 
spingentesi per il mondo (Era cosa bella e la burocrazia artistica del « bello 
italo regno » non la adottò). || Ma perchè emigra la rondine? Lo ricantarono* 
i poeti d’ogni età, e molto lacrimosamente i romantici, dal Qrossi al Prati, 
con parecchie inverosimiglianza e con qualche errore nella cosi detta zoologia 
del costume. La rondinella ohe entra volentieri dalle finestre aperse delle 
stanze abitate, e — mentre morrebbe se rinchiusa in una gabbia — ama i 
dolci legami della familiarità umana, è sempre parsa un paradigma conve¬ 
niente così della libertà come della amicizia. Pertanto, non mancava di 
assennata arguzia il buon Ripa, quando — descrivendo la figura allegorica 
dell’ Amicizia — con l’attributo del nido delle rondini, osservava : « Quest’ uc¬ 
cello è all’ uomo domestico e familiare, e più degli altri prende sicurtà delle 
case di ciascuno, ma senza utile, non si domesticando giammai, ed avvicinan¬ 
dosi il tempo di primavera, entra in casa per proprio interesse, come i finti 
amici, che solo nella primavera delle prosperità s’avvicinano, e soprav¬ 
venendo l’inverno dei tastidii, abbandonano gli amici, fuggendo in parte 
di quiete ; con tal similitudine volendo Pitagora mostrare ohe si avessero a 
tener lontani gli amici finti e ingrati, fece levar dai tetti della casa tutti 
i nidi delle rondini » Vero è che la rondine è una bestiola egoista, che va 
e viene secondo le talenta, e non è sempre nè grata nè garbata. Un arguto 
giornalista rassomigliava le rondinelle alle straniere di passata fra noi, 
sempre malcontente d’Italia benché vi tornino ogni anno : 

Vou8 roèsembk:: omj? hirondelfes : 

Lea htaux joura jfTèa de nona voua retiennenl camme etica ; 

Maia^ au retour dea aquiloìtaj 

On uè voua voit pitta, infidèlea ! 

Il Senza dubbio la rondine rusticana rende buoni servigi agli agricoltori, 
come epuratrice dell’ aria e nemica delle mosche che infettano le stalle. Una 


•262 

innocente superstizione faceva credere che essa, ai cattivi trattamenti, rispon¬ 
desse pungendo con il becco le mammelle delle giovenche. In Sicilia si 
crede che il distruggere un nido di rondini porti la perdita della favella, e 
in Norvegia quella della vista, in Danimarca la insensibilità del braccio 
sacrilego. Un canto andaluso ripete che le rondini tolsero ben duemila spine 
alla corona di Gesù, e le dispersero nell’ aria. Non solo leggende e canti di 
poeti, bensì opinioni di scienziati alimentavano la credenza ipernaturale del 
cuore delle rondini e delle pietruzze ohe si trovavano nei loro stomachi. 
(Cfr. Pitrè). || Plinio afferma che la rondine era dedicata a Iside (IX - 83). 
La letteratura classica ricorda Progne, che vendicò l’oltraggio recato dal 
marito Terso, re di Tracia, alla sorella Filomela, con l’efferata uccisione 
del figlio Iti, e fu cangiata in rondine e attraversa i cieli disperatamente 
gridando la sua sciagura. Danto nel rammentare l’episodio di Progne, 
seguendo i mitografi ellenici, la fa mutata invece di Filomela in usignolo: 

Nell' nccel che a cantar pih si Jiletta. 

(Piirg. XVII. 20). ^ 

Infatti la rondine ha un cinguettar, ora dolce e sommesso, ora forte e muto, 
ma non canta e nè meno parlò mai di amore e di pianto a qualcuno, (v. Uni- 
gnolo). Dice però una tradizione tedesca che cantava in un tempo remoto, 
quando preferiva il sano silenzio del bosco alla peccaminosa vita della città ; 
ed in Finlandia si ripete che la rondine fu privata del canto da Gesù, perchè 

10 infastidiva durante la sua agonia del Calvario ; in Tirolo si aggiunge ohe 

11 Redentore la condannò anche a cibarsi di insetti immondi ed a saltellare 
nel fango. E la rondine — per le altre significazioni simboliche — ha pure 
quella della garrulità t 

i^uid malutiua* Vrugue milti nuriulii nomnus 
Jlumgia, et obetreperu Duuliaa ore ciiiiia/ 
lìitjnm Kjiojis Tereiia. qui maluit ènee [iuta re 
Qiium ìinyuam ini Modica m etirpilua eruerr. 

(Alciato - KiiM. LXXt. 

Alcuni autori danno la rondine anche come simbolo della architettura, per 
la sua sapienza nel costruire il nido. (v. Celidonia, Serpe). 

490. ROSA — Chi può dire la fortuna della rosa? essa è il prediletto 
ornamento della terra, il sorriso e l’olezzo d’ogni suolo e d’ogni clima; e 
lo più dolci e appassionate parole furono dette a sua gloria, le più enfa¬ 
tiche appellazioni ne dissero l’elogio, le più alte cetre ne cantarono l’inno. 

Io non la vidi tante volte ancora 
ChMo non trovassi in lei nuova l>ellffzza 

.si può ripetere — come nella accesa canzone dantesca — per la indiscussa 
regina dei fiori. 

1 nevosi gelBomini, 

Le viole impallidito 
G^U amaranti porporini 
Di beltà movono lite; 

Ma la rosa in su la spina 
Sta fra lor quasi regina. 

(Chiabrera - AH Ainai'i(li). 

Ed il quasi del Chiabrera sta per il come. |1 È caduta ella dalla vaga stella 
di Espero? o è nata con Venere Anadiomène dalla perla delle onde marine? 
0 è vero ohe ella era bianca come la neve e che l’irrequeto Cupido, soher- 


26S 

zando con i nappi degli dei, rovesciò il nettare che piovve sulla terra e tinse 
di vermiglio la rosa? o è vero, invece, che ella divenne di colore incarnato 
per le goccie di sangue dello spirante jAdone, nascosto nel cespuglio del 
candido roseto da Venere, per nasconderlo all’ira gelosa di Marte? o è vero 
ohe Maometto — trovandosi un giorno al conspetto del fulgidissimo trono 
di Dio — cosi si sentisse convulsamente turbato per la commozione ohe sei 
goccie del suo sudore caddero sulla rosa bianca e la imporporarono tanto va¬ 
gamente? Miti, leggende, apologhi belli e graziosi, tutti degni del subietto, 
e quali se ne potrebbero raccogliere a centinaia dalle muse di tutte le genti 
del mondo, (Cfr. Joret - La rosa nell’antichità e nell’età di mezzo, con la 
bibliografia della rosa - 1892). 

In ogni rito, in ogni festa — sacra e profana — si trova la rosa : orna 
le sUtue degli dei e degli eroi; corona l’erma della Pace e della Vittoria ; 
sorride dalla chioma della vergine, invita sul talamo della sposa, esulta 
fra le dapi del triclinio, sospira sul feretro. |{ Simbolo supremo e incon¬ 
fondibile di beUezia, lo è pure dell’amore, in tutela di Venere, con il mirto, 
e data ad Erato. « La rosa dedicata all’ amore » dice Anacreonte. Peyoda 
Siri una delle mogli di Visnù — nasce dalle corolle di una rosa. Con¬ 
fucio loda la rosa in un poema — dicono — di trecentomila trecento trentatre 
versi (!). Altrettanto vuoisi abbia perpetrato Bonaventura di Prières (1660). 

Il Nelle concezioni della moderna « decadenza » letteraria di Francia e d’ I- 
talia — non lume di aurora ma sorriso di tramonto — la rosa è un jìoema 
costante di voluttà. Circola nel lucido arco delle strofe di de Banville una 
fragranza che par distillata dalle rose ; è come un rivoletto in cui esse ge¬ 
mono lacrime odoranti, come un’urna in cui si raccolgano profumi vapo¬ 
ranti di ebrezze lente e fatali : 

Fltur ftmmt, elle coviieui tout CA qui tiouH est chef, 

JoHTf triomphe, careiaCf embraMtmcnt, aouHre. 

Mendès e Silvestre amavano avvolgere le nudità frementi e peccaminose dei 
loro racconti in uno strato luminoso di rose, e sotto quest’involucro inse¬ 
gnarono il frutto morboso dell’arte. Anche gli scrittori italiani hanno care 
le rose: è nota la predilezione di Carducci per l’aggettivo roseo', cosi era 
in antico. |) Di petali di rose erano sparsi i letti dei sibariti, e Sminiride 
di Sibari si lagnava di non aver potuto dormire perchè un petalo s’era 
piegato in due. Tanta mollezza sgomentava i saggi : Seneca ebbe acri invet-, 
tive contro le delicature delle rose ricercate dalla gioventù romana. Parimenti 
inveirono i primi filosofi cristiani, Tertulliano e Clemente Alessandrino, il 
quale rammentò che il Redentore era stato coronato di spine. Il Corano ri¬ 
corda frequentemente i celesti roseti, delizia dei credenti e delle belle uri 
€ dagli occhi neri e dal seno alabastrino » (c. XLIV). Merlin Coccaio assegna 
il Cielo di Venero come patria delle rose : 

• Oh quanlat VeurreH, quat l’alUidoK iiislan hiibnitur! 

Ipaa Venus. temo camnustitum flxit in orbe. 

Ver qiiein Ni/mphanim miiUte «ociatM briquUii, 

It nitida^ relegendo roene, violtxeque recente^..,. 

Il culto della rosa si fece meno terreno e sensuale, ma non ebbe soluzioni 
di continuità. 

liosa nova mirabiliSf 
Rosa fragrai lilium 


264 


si cantò nell* evo medio alla Madonna ; perchè dalle estasi di san Bonaven¬ 
tura alle manie di Jacopone da Todi, nelle rappresentazioni e nei canti, tra 
le dame delle rocche merlate d’onde sprizzavano gli ultimi guizzi della 
moda occitanica e tra il buon fervore d’opere del popolo artigiano dei comuni, 
ovunque spirasse l’aura gioconda della giovinezza e dell' amore e l'aura 
mistica della fede, la rosa fu fatta il simbolo di Maria, la madre divina, il 
fiore della Madonna ; 


Quivi è In rosa, in ohe il Verbo divino 
Carne si fece. 

(J'or. XXIll - 73). 

E ancora Dante vedrà foggiato a rosa il Paradiso : 

Informa •Iiiuque di candida rosa 
Mi ai mostrava la milisia santa 
Che nel suo sangue Cristo fece sposa. 

{Par. XXXI. 1). 

La mistica leggenda dei celesti roseti è viva tuttora, e ne consacra l’uso 
della Chiesa, di versare dall’alto del soffitto un nembo di rose sui fedeli, il 
dì di Pentecoste — Pasqua delle rose — simboleggianti la discesa dello 
Spirito Santo sugli apostoli. 

Uittiamo un profluvio di rose, 

Spargiamo 1’ effluvio de’ fior ; 

E un turbine d’ aure odorose 
Irrori la placida salma; 

E voli redente quell’alma, 

» Redenta dal fuoco d’amor. 

(Boito - Jic/lstofele). 

Tutta grazia voluttuosa e soave freschezza e divino profumo, ma.... non c’c 
rosa senza spine, dice il decrepito proverbio. « La rosa è un suffrùtice mu¬ 
nito di aculei, a foglie alterne.... » cosi parla l’aspro linguaggio della bo¬ 
tanica contro il leggiadro tessuto della poesia; e sant’Ambrogio la dice 
simbolo della vita umana, nata con le spine, e fragile e caduca. Mosè 
aveva detto al suo popolo che priipa del peccato di Adamo le rose nascevano 
senza spine ; ma gli ebrei esaltavano la rosa di Gerico e di rose i loro sa¬ 
cerdoti si coronavano nel sacrificio. Il bellissimo dei fiori era sempre lo 
specchio eloquente della vita nel periodo trionfale del suo corso ; rappresen¬ 
tava insieme la giovinezza e la fugacità della età : dice un notissimo 
madrigale antico : 

(^tuun louffa un<i die», tam loiti/o l'oaaruin. 

f/ua» pubeaceutes juncta seuecta premit. 

(^uam modo naacùnUm, ruUltt» coìispexit Eou$. 

Ilauc veiìien» aero veapera vidit avum. 

Nel primo vagito della canzone italiana germoglierà la « rosa fresca aulen¬ 
tissima » (Giulio d’Alcamo); canterà l’Ariosto — sulle orme di Catullo — che 
La verginella è simile alla rosa 

(Ori. f«r. 1-42); 

canteranno la rosa Torquato [Giostra - I. 78 - (fer, XVI. 14), il Marino 
[Adone - IH. 178) ; e come è antico costume di Turchia scolpire la rosa sui 
tumuli di Coloro che morirono in celibato, cosi verrà l’elegia di Maleherbe 



2H5 

(famosa per un felice errore di stampa) a ricordare la rosa sul lacrimato 
sepolcro della amica giovinetta : 

MaU elle était du monde oh ìea plue heììes choeea 
(hit le pire destili, 

Et Rose, elle a vécu ce que vivent Us Rosee, 

L’espace d’un maUn, 

(Lettera a Du reì'HerJ. 

Cfr. « relegante traduzione » del concetto di Jacopone da Todi « fatta dal 
Poliziano (la quale — dice il De Sanctis — ti pare una Venere intonacata 
e lisciata) : 

Fresca è la rosa di mattino; e a sera 
EU’ ha perduta sua bellezza altera. 

L’ Aurora si rappresentava coronata di rose. || Arpocrate, dio del silenzio, 
era un giovinetto con un dito sul labro e una rosa bianca nell’ altra mano 
perchè la rosa bianca fu per gli antichi uno dei simboli del mistero i si 
usava esporla — non confusa con quella rossa, dedicata a Como — bene in 
vista, sul palco, durante i banchetti, per ammonire i convitati a non riferire 
quello ohe in essi si diceva; e il giuramento ebbe una formula usitatissima: 
« sub rosa » ; ed ancora sopra le mense delle osterie di Germania pende la 
corona di rose, ed ivi c parlare sotto la rosa » vuole ancora dire parlare in 
secreto. Grande importanza ermetica ebbe, infatti, anche nella framassoneria, 
ad opera di Cristiano Rosenkreuz (1378-1484), fondatore della confraternita 
della Rosa-Croce « il cui scopo era di stringere in un sol fascio gli Gnostici, 
i Cabalisti e gli Alchimisti.... I Bosa-Crooe pretendevano conoscere la Magia 
e tutti i segreti scientifici degli antichi Misteri ; si proclamavano eredi della 
Sfinge, e come lei erano amici del silenzio. Di essi non si conosceva che un 
simbolo, vero arcano diabolico per i profani..,, una stella di dodici raggi, 
con nel centro un Triangolo iscritto in una circonferenza, e dentro questo 
Triangolo una Croce con una Rosa sotto la quale un Uccello ad ali aperte 
81 strappava il ventre a colpi di becco per nutrire delle sue viscere tre suoi 
piccoli afiamati. E il tutto era circondato da cinque stelle a cinque raggi 
mentre un’ altra con sette sorgeva sopra la punta del Triangolo » (Saunier). 

« Saper morire, voleva dire rendersi immortale, ed ecco perchè una Rosa 
nasceva dal pavere e sbocciava odorosa e bella » (id). Lentamente i bei 
petali appassiscono, cadono ; si riuniranno all'alba alla grande madre natura, 
dove si trasformeranno ancora per risorgere in altre rose più rigogliose e 
più belle: tale il concetto onde la rosa fu assunta anche come simbolo di 
immortalità, antitetico alle significazioni cui abbiamo antecedentemente 
cennato. I liberi muratori tedeschi scolpivano una rosa sulla croce e Luther 
la dipinse sulla propria biblia, || Se non che è a chiedersi come si può fare 
un elenco delle significazioni simboliche della rosa. « Ohi sa quante rose vi 
sono al mondo y E cosi, nesstmo sa quante bellezze vi sono. La rosa bianca 
è la purissima bellezza nivale che si ignora; la rosa thea è la bellezza pro¬ 
fonda e sentimentale ; la rosa rossa è la bellezza appassionata ; la rosa rosea 
è tutta la bellezza, passione e purezza, sapienza e sentimento » (Serao). 

« Non vi sono, forse delle rose bionde, le rose thea, e deUe rose brune, cioè 
le rose rosse ? Non vi sono, forse delle rose fulgide, le rose di maggio, e le 
rose umili, le modeste roselline bianche della CinaV Non vi sono, forse 





2«tì 

rose di una complicazione sentimentale, cioè le rose di quella pallidissima 
tinta, esterna e interna, rose fragili e affascinanti, come vi sono le rose 
semplicemente sentimentali, quelle dai petali bianchi e dal seno roseo ? Non 
vi sono delle rose frivole, le rose di ogni mese che si sfogliano ad un soffio 
e delle rose serie e austere, le rose di un roseo profondo e saldo, che vivono 
dieci giorni, sovra un ramo e quattro giorni, in un vasello d’acqua? Non 
vi sono delle rose, umilissime rose naturali, rose di siepe, e delle superbe 
Malmaison, ottenute dalle cure più assidue del giardiniere ? » {id). E a tutte 
codeste bellezze, alle altre ancora, corrispondono simboli e simboli ^ il candore 
e l’innocensa per la rosa bianca; l’ amor capriccioso per la muschiata; 
l’ amore ingrato per la gialla ; la voluttà per la borracina ; 1’ amor fedele 
per la incarnatina ; l’ amore orgoglioso per la purpurea ; la leggiadria e 
l’ affabilità per la centifolia ; la fecondità per la multiflora ; il capriccio per 
la moscata.... e la serie non è compiuta. || La rosa canina non cresce in altezza 
ed ha volte in basso le spine perchè — dice una leggenda della Slesia — 
il diavolo cacciato dal cielo tentò con essa di farsi una scala per risalirci, 
si che essa restò fra le rose, la più perseguitata, come sinistro simbolo di 
opera diabolica. || Nell’ antica Eoma le rose furono 1’ unico fiore permesso 
alle femine della Suburra ; cosi nell’ evo medio la rosa era il simbolo di 
disonore che gli statuti di alcune città comandavano di portare alle perdute. 
Il Si onoravano invece con le rose la virtù, e la castità delle fanciulle, le 
cosi dette rosières. San Medardo, vescovo di Noyon (480-677) istituì in Sa- 
lency, sua patria, questo gentile costume, che tuttavia 
sopravvive in alcune terre di Francia, sostituendo, 
però, l’oro e la dote in contanti al premio della ef¬ 
fimera rosa. Il La « rosa d’oro > è il prezioso gioiello 
che i papi benedicono nella domenica « iMetare » — 
quarta di quaresima — e mandano poi in dono a qualche 
principe insigne, come simbolo di onore fedele alla 
Chiesa. L’ origine di questo uso non è bene assodata. 
Esso esisteva già sotto il pontificato di Leone TX 
(1049-1054), e vuoisi decretato da lui da una abazia 
della patria Alsazia (Tosti). Un’ altra tradizione narra 
di un pio eremita nel cui orticello un rosaio fioriva 
sempre alla quarta domenica di quaresima ; egli portò 
una volta quel fiore al papa, il beato Gregorio, il 
quale ebbe per divino segno la miracolosa fioritura, 
quasi invernale; la benedisse, la recò in mano andando 
in processione a Santa Croce di Gerusalemme, la mandò, poi in dono ad un 
devoto e fedele signore della cristianità. Morto l’eremita, il rosaio non fiori 
più, cosi che si pensò di sostituire col metallo prezioso la mirabile rosa 
(Pumi - Arch. ut. lomb.). Oggi la rosa d’oro viene offerta solamente alle 
donne reali. Si compone d’un calice poggiante sopra uno zoccolo triangolare 
a due piani e portante uno scudo con l’arme pontificia; contiene un cespo 
di rose d’oro, una delle quali — più grande e dilatata delle altre — è 
rorida d’una rugiada di diamanti, j Rodi aveva la rosa nel suo nome e la 
coniava per emblema nelle sue monete (Noél). || Nella storia è segnata fa¬ 
talmente la guerra delle due rose : i partigiani di Enrico di Lancaster, co- 



LA ROSA d' oro 

inviata ad Amelia di 
Portogallo (18^) 



‘267 

renato re d’Inghilterra (1422),jnisero una rosa rossa sui loro cappelli; quelli 
dell’altro pretendente, Riccardo d’York una rosa bianca, e per trent’anni 
continuarono le spaventose carneficine. j| Nel blasone la rosa si rappresenta 
con un fiore di cinque foglie arrotondate e bottonate al centro; è emblema 
di belleasa, onore incontaminato, soavità di costumi, nobiltà e merito 
riconosciuto (Ginanni). || La città di Grenoble reca tre rose {rosaces) ohe 
forse richiamano le rose che i papi inviavano ai delfini di Francia (Ménéstrier). 

491. KOSMARINO — Suffrutice folto, aromatico, officinale, simbolo della 
tristessa presso taluni popoli, che di esso aspergono le salme; e fra noi 
grati delle sue ottime qualità toniche, cordiali, cefaliche, risolventi, che 
gli antichi medici ponevano in valore — simbolo del conforto. || Un ma¬ 
noscritto della biblioteca reale di Bruxelles lo indica segno di congedo, e, 
tagliato all’estremità (sic) di amore sensa fine. ' 


492. ROSPO — Animale tra i più segnalati per la bruttezza: ha pelle 
suoida e verrucosa, pupilla elittioa trasversa; si copre di muco se irritato; 
minge un liquido viscido se spaventato ; la sua voce è un gemito, un in¬ 
sulto all’armonia della natura; il suo movimento è tardo e ridicolo. È 
mostruoso fin dalla nascita : non è, da prima, ohe una grossa testa grottesca 
e una coda bizzarra; da pesce diventa rettile, da erbivoro carnivoro, da 
acquatico anfibio: un enigma e un prodigio, a cui si comprende come si 
abbiano potute attribuire tante e tante cattive prerogative, che lo fecero 
aborrire ancor più. I naturalisti antichi credettero che l’abito suo fosse 
mortale, ohe il suo tocco immondo fosse infettivo, che lo sguardo melan¬ 
conico e profondo del suo occhio d’oro provocasse la morte tra spasimi e 
convulsioni. Quale meraviglia se il laido batrace è obediente alle illecebre 
delle streghe? Schifato e abominato da tutti, egli si rifugia tra le fosche 
ombrie delle selve, tra gli intercolunni naturali del sabba, insieme ai gufi, 
ai gatti dal pelo irto, ai cani neri, ai lupi, ai topi, a tutta la zoologia de¬ 
moniaca, e riposa careggiato sulle spalle delle ver¬ 
siere, che lo vestono di una livrea di velluto verde 
e gli . appendono i sonaglieli al collo e ai piedi.... 

Povera e buona bestia ! Lo ricorda come simbolo del- 
l’avariiia il buon Ripa, e lo pone come participio 
iconologico della iagiustiaia. Chi sa perchè? Il rospo 
è innocuo, è utile, è necessario; è un vigile protet¬ 
tore dei legumi e dei frutti senza paragoni ; è dome¬ 
stico se lo si lascia queto ; è un buon padre ohe reca 
sul dorso i suoi nati fin ohe essi possano prendere 
l’ambulo indipendente. In Inghilterra i rospi si ven¬ 
dono vivi, a Bacchi, e si pongono nei giardini e negli 
orti, dove invecchiano pacificamente da buoni custodi, 
distruggendo avide lumache e vermi nocivi. Cono¬ 
scevano queste benemerenze certe tribù indiane dell’ Orenoco ohe li conser¬ 
vavano in otri speciali, come cose sacre, per ottenere da essi la pioggia o 
il sole, secondo la necessità? Vero è che se le preghiere contrastavano agli 
eventi, le povere bestie erano percosse da colpi di sferza. Nell’Italia me- 






2tì8 

ridionale il rospo è ritenuto un talismano jjontro il malocchio, e ne tanno 
di metalli preziosi come amuleti, aggiungendovi l’imagine di san Donato. 
Simpaticamente saluta il rospo il nostro Prati, sia pure attraverso la tollia 
d’Armando : 

Addio, bel gioooliero j 
AddiOf buon saltatore ; addio, festivo 
Mima della palude ! 

493. ROSSO — Il meno rifrangibile dei colori primitivi, quello che pit¬ 
toricamente più avvicina le cose (Menge) ; espressione della grandezza, 
della potenza, del coraggio, della forza, dell’ amore, della vita. |j In aral¬ 
dica si riproduce graficamente con linee perpendicolari e indica sangue di 
battaglia, audacia, valore, fortezza, nobiltà cospicua, dominio (Ginanni). 

La luce rossa esalta la natura : ne fece esperimento Camillo Flammarion 
sulle piante dell’ osservatorio di Juvisy (1908) : arboscelli di numerosissime 
specie, coltivati sotto le radiazioni rosse, presentano modificazioni straor¬ 
dinarie nella struttura e nello sviluppo: taluni, in tempo eguale, crebbero 
ben quindici volte più di loro simili coltivati alla luce normale. D rosso 
esalta anche gli animali : la specie bovina, in ispecie, i bachi da seta, le 
rane ; ed eguale fenomeno si avverte per gli uomini. I nativi africani sono 
sensibilissimi al rosso. Nelle officine Lumière a Lione l’emulsione delle 
lastre fotografiche si faceva, naturalmente, alla luce rossa, e sotto l’in- 
Huenza di essa operai e operaie divennero cosi nervosi e irritabili da dover 
sostituire la luce rossa con la violetta (Loisel, 1908), Il rosso è dunque il 
colore della eccitazione, della esaltazione. Rosse erano le divise dei soldati 
spartani novellamente inviati alla battaglia; rossi i vessilli della fanteria 
romana : di rosso ai coprivano le salme dei valorosi caduti in guerra sotto 
le aquile latine; le vesti dei cardinali sono rosse in memoria del sangue 
di Gesti; rosso era il manto del martire della fede, e rosso era il gonfa¬ 
lone ohe nel medio evo inalberavano le terre il cui santo patrono era un 
martire; nella bandiera d’Italia il rosso è la passione e il sangue dei 
martiri e degli eroi (Carducci), i Per 1’ azione psichica del colore (dal cui 
studio si venne creando la cromoterapia) si comprende 
come il colore eccitante ed irritante per eccellenza sia 
divenuto facilmente e stabilmente anche quello sim¬ 
bolico della rivoluzione, benché la bandiera rossa 
sia apparsa per la prima volta, nelle vie di Parigi, 
sventolata dalla borghesia censitaria e monarchica 
contro il proletariato republicano, nella famosa « /u- 
sUlade del Campo di Marte (1791). L’anno dopo 
essa era divenuta già l’insegna della legge marziale 
republicana, e veniva opposta al tricolore nazionale 
dal giornale Le Pére Duchétie. Poco mancò che sven¬ 
tolasse sulle Tuilleries la sera in cui fu rovesciata 
la monarchia (10 agosto). Certo è che il direttorio 
della insurrezione deliberò che i battaglioni di Mar¬ 
siglia e di Brest e le sezioni parigine che dovevano 
dar l’assalto alla reggia, dovessero portare la bandiera rossa. Il moto fu 
ritardato ; ma essa era ormai divenuta l’insegna giacobina, terrorista, ri- 











209 

volazionaria. I liberali la sventolarono nelle rivolte della Gironda (1818) • 
e i republicani, gli studenti del politecnico, i profughi italiani e polacchi 
e spinoli, nella insurrezione contro Luigi Filippo (1832). La sua sanzione 
definitiva quale simbolo rivoluzionario fu alle barricate, improvvisate con 
alcuni pezzi di velluto rosso tagliati da due divani, e che avevano servito 
a fasciare un ferito, posti sopra alcuni manichi da scopa (1848). Allora 
Lamartine disse le famose parole : « Il tricolore fece il giro del mondo ; la 
bandiera rossa, trascinata nel sangue del popolo, ha fatto soltanto il giro 
el Campo di Marte ». « La bandiera rossa, se ha un significato, lo trae da 
funesti ricordi di odi civili, non nostri ; se ha una storia, è storia di sangue 
fraterno e di eccessi che oscurarono e fecero indietreggiare, in Francia e 
^trove, la santa e inviolabile causa della Libertà, della Umanità e del ' 
Progresso» (Aurelio Saffi). || 11 vessillo rosso è quello della repubUoa 
russa (1917), oggi ostentata anche in Italia — nella tolleranza del governo 
— dai nemici del tricolore. || (v. Bianco. Colori). 

494. ROSTRO NAVALE — Doppio sperone della nave, con il quale si 
colpivano le navi nemiche. I romani posero attorno alle colonne del foro i 
rostri conquistati nel combattimento contro quelli di 
Anzio (395 a. C.) e da quei simboli parlanti della 
vittoria navale gli oratori della republica aringavano 
il popolo. 

495. ROVO — Frùtice cespuglioso, irto di aculei, 
di copiosissima varietà; indicato come simbolo della 
empietà e dell’ inginstisia. (v. Lampone). 

496. RUBINO — Corindone rosa o rosso, gemma 
secondo il termine degli orafi, di grande stile ; per il 
caldo colore dei toni e per il fulgore seducentissima, 
data per simbolo dell’ elegansa. || Dicevasi preser¬ 
vasse dai sogni cattivi, e trattenesse dagli eccessi 
sensuali e dalle idee melanconiche ‘ era quindi appor¬ 
tatore felice e anche simbolo della gioia. Le tradizioni braminiche descri¬ 
vono la dimora degli dei illuminata da enormi rubini e smeraldi. |j Per il 
suo colore sanguigno era dedicato al dio della guerra. 

497. RUCHETTA — v. Eruca. 

498. RUOTA — Attributo rappresentativo della concezione del moto, dato 
alla occasione, alla fortuna, astrazioni ohe nella realtà percettiva contengono 
1 idea generica della fugacità. In una delle ultime creazioni di Giulio 
Monteverde - Fantasia e Realtà (1911) - una procace donna è portata a 
cavalcioni da un forte e muscoloso corridore, e il senso della corsa è reso 
— oltre che dalla posa del maschio — da una svelta ruota a cui egli si 
aggrappa. 

Quanto più su l’instabil ruota ve<li 
ni fortuna ire in alto il mieer uomo, 

Tanto pili tosto hai da vedergli i piedi 
Ove ora ha il capo, e far cadendo il tomo. 

(Ori. tur. XLV. 1). 




‘270 

Alcune vecchie hgurazioui integrano 1’ imagine del Tempo con il piede sulla 
ruota, e il vecchio Crodo — il Saturno germanico — recava la ruota nella 
sinistra. || Nelle opere galliche dell’epoca romana Giove è raffigurato con 
la ruota simboleggiante il sole. |{ Essa simboleggia anche la teologia 
« perchè, come la ruota non tocca la terra, se non con l’ infima parte 
della sua circonferenza movendosi, cosi il vero teologo si deve servire 
del senso nella sua scienza, solo tanto che l’ aiuti a camminare innanzi, e 
per non affondarvisi dentro » (Bipa). || La ruota può essere simbolo di asce¬ 
tismo, chè < dalla terra prende solo quanto le è indispensabile alla vita 
materiale » (Campanile). || E la ruota è pure attributo parlante di Nemesi, 
a denotare la potenia vendicatrice di questa dea terribile, assorta in una 
arcana eternità sull’universo. (Ammiano Marcellino - XV. 2). Il Bourget 
— per altro — nota che contrariamente a ciò che si crede dai più — Ne¬ 
mesi nella filosofia antica, ed anche nel teatro di Eschilo e di Sofocle, non 
era la dea della vendetta, si bene quella dell’equilibrio morale e sociale, 
punente coloro che sdegnavano i limiti segnati e prescritti dagli dei agli 
uomini. Il La ruota durante l’impero di Diocleziano fu istromento di martirio 
per molti confessori della fede cristiana, e ne è divenuto quindi’ inseparabile 
attributo nelle imagini dell’ arte ; es. : san Giorgio soldato a Nicomedia (303), 
santa Caterina di Alessandria (303), san Vittore straziato a Marsiglia (303), 
sant’Adriano, pure soldato a Nicomedia (806?). || La ruota degli otto raggi 
poggiante sulla testa dell’ elefante sacro è il simbolo delle virtù di Budda, 
e si vede sulla fronte di un villino buddista nel cantone di Vaud, dove si 
medita per ottenere lo « stato di grazia che dia fine al dolore ». Non deve 
essere difficile, in quell’ eremitaggio grazioso e solitario da annoverarsi tra 
le amene curiosità elvetiche. 

499. SUFE — Simbolo frequente nell’ araldica, indicante intrepidezsa, 
fermeasa, costanza (Ginanni). 

600. RUTA — Potenze prodigiose aveva per gli antichi questo arboscello 
aromatico, amaro, dalle foglie carnose e verdoline, la cui fecondità è tut¬ 
tora un arcano scientifico. || I suoi pregi officinali 
sono numerosissimi, uno dei quali — più cospicuo — 
è quello di spegnere le fiamme di Venere (Mattioli), 
si che la ruta fu annoverata fra gli emblemi della 
castità. Il II migliore officio suo era, però — secondo 
autori anche accreditati — di essere sfuggita dagli spi¬ 
riti maligni ; < e ne abbiamo autentichi testimoni » 
scriveva il buon Bipa, il quale ne fa inghirlandata la 
sua imagine della Bontà, e — in altro passo — cita 
la attestazione dei naturalisti, che la donnola porta 
in bocca la ruta per difendersi contro il basilisco e 
ogni velenoso serpente. 

XobilU est ruUif quia lumina réddit acuta. 

(Scuola Salernitana). 

Salvia cum ruta faciuni libi pocula tuta. 

fidj. 







rr’-' 







BOI. S.^TTA — Freccia guarnita di penne, che si scaglia con la mano, 
come con l’arco e con la balestra. || Metaforicamente usata come la traieti 
tona del fulmine e il fulmine stesso, di cui ha necessariamente le attri¬ 
buzioni simboliche (v. Dardo, Fulmine). 

502. SALAMANDRA - Batrace molto similiante alla lueerta, dalla cui 
pe e nera, screziata di macchie giallognole, senza squame, trasuda conti¬ 
nuamente una materia acre e viscosa, particolarmente abondante quando è 
irritata. Sulla traccia di Aristotele una quantità innumerevole di naturalisti 
antichi affermarono che per tale essudazione la salamandra spegneva il 
fuoco e COSI SI esagerò nella fantasia del vulgo, da affermare che l’ani¬ 
maletto vive nel fuoco, anzi dal fuoco medesimo è generato per condensa¬ 
zione (Gregorio Nysseo), ed è uno dei quattro spiriti elementari presiedendo 
al fuoco. Così lo descrive un antico poeta del nord : 

Jgnis in mediù vivena non sentio fiammaa 

Sed detrimenta regi penittu ludibrio faxu. 

AVe crepitanU foco nec »cintiUa 7 tte favilla 

Ardoo, sed flatnmae flagratiti torre tepescunt. 

(Adelmo - De metri» et aenigmatibus). 

Un amatore del XIII sec. cosi si lamenta : 

E vivo in foco come salamandra. 

(Inghilfredi di Palermo). 

Di mia morte mi pasco e vivo in fiamme 
.Stranio cibo e mirabil salamandra. 

(C'ons. XXXV. 4). 

Da salamandra tanto è venenosa 

Ke 111 poma do li albori invenena. 

IBeetiario di Onbbio - sec. XIII); 

e se essa cadeva in un pozzo ne corrompeva le acque; e se saliva sopra una 
pianta, ne attossicava i frutti e perfino la legna, che diveniva micidiale se 
usata nella cottura del pane (Plinio). Anche secondo l’opinione comune di 
autori più recenti la salamandra non si lasciava mai vedere se non nelle 
grandi pioggie, non mai nel sereno e però la ritenevano simbolo delPiuTidla 
perchè 1 invidioso . nel sereno della prosperità altrui si sta dogliosamente 
nascosto, e nel torbido degli altri travagli vedesi allegro ed a pieno contento . 


E il Petrarca : 


Dicevasi anche : 





















-2T2 

(Astolfi - Della officina istorica - 160B). H Altri significati infernali furono 
attribuiti alla salamandra: quello della empietà (Rabano Mauro); della 
Inssnxia, che arde continuamente nel carnale amore. || Benignamente la 
riguardarono invece altri autori, i quali, nell’ immanente pietismo, volsero 
lo spirito a ricercare il rapporto tra la fiamma favolica dell' animale e quella 
dello Spirito Santo ; e tra essi il gran Leonardo ohe 
della salamandra fece l'allegoria della virtù (Solmi - 
Frammenti letterari e filosofici), || In araldica la sala¬ 
mandra indica costansa e ginstisia (Guelfi). || Fran¬ 
cesco I la assunse con il motto » Nutria et extmgUo », 
e l’impresa del re francese fu imitata da alcuni 
stampatori di Venezia (tra essi il celebre Domenico 
Zenari, ohe l'animò del motto « Virtuti cedit invi¬ 
dia »), e più tardi anche dai tipografi ginevrini Chouèt 
e Cramer. (Gelli). |1 Uno dei molti pregiudizi con¬ 
fermati dall’ autorità di Plinio faceva credere ohe 
un altro animaletto — la pirale, farfalla infausta alle 
viti — nascesse nel fuoco e in esso soltanto potesse 
vivere. Anche dalla pirale si trasse partito a simbo¬ 
leggiare, e Ascanio Borghese ne fece la propria impresa, con il motto : « Mo~ 
riar si evasero » (Gelli). || Cfr. : Lea Bastar! Quarone - Le leggende della 
salamandra nella letteratura - Athence^im, gennaio 1921. 

603. SALE — La grande importanza di questo elemento nella vita sociale 
ne fece presso l’uomo primitivo un simbolo di ordino precipuo. Le leggende 
bibliche ricordano il « patto di sale » concluso dal signore con gli uomini e 
l’obligo che la legge mosaica faceva agli israeliti di spargere di sale il 
vittimarlo del culto. Se gli dei escludevano il sale dai loro conviti, non per 
questo Omero lo disse divino e Platone « sostanza cara agli dei ». Con il 
sale si compravano gli schiavi e si retribuivano i soldati (solarium). Per 
una sorgente salina si faceva la guerra. Una sentenza dei rabbini suona : 

« Se togli il sale, gitta ai cani la tua carne ». Gli ebrei antichi spal¬ 
mavano di sale i neonati per renderli più vigorosi. I germani credevano 
che la presenza del sale in un terreno ne effondesse un’ aria santimoniale, 
e vi pregavano come in un tempio. I messicani adoravano il sale nella sua 
personificazione della dea Huixtocimalt. Anche i cinesi, come i g;reoi, come 
gli italici antichi e i romani, salavano le acque delle purificazioni e cospar¬ 
gevano di sale il corpo delle vittime nei sacrifici, ciò credendosi espresso 
comando divino. Cosi il rito cristiano conservò l’uso del sale nel battesimo, 
e si disse eh’ esso era l’antidoto invincibile contro il maligno, il quale tanto 
aveva in odio il sale che nulla di salato mangiavasi nel sabato (Buguet). Il 
sale ebbe, quindi, anzi tutto, significato religioso, e le spedizioni per ricer¬ 
carlo, presso i popoli che non potevano agevolmente procurarsene, ebbero 
carattere di mistiche processioni. J Riguardato come l’offerta più accetta 
agli enti superiori agli uomini, doveva anche essere considerato come l’offerta 
più accetta agli uomini stessi, nei cui alimenti entrava come elementare ed 
indispensabile ; da ciò la sua significazione di amicizia e di ospitalità. 
Mangiare del sale con una persona indicava, per molti popoli, specialmente 





273 

orientali j instituire un nodo di solidale fratellanza. Cogia Hussain non vuole 
assidersi al banchetto con la sua vittima predestinata per non dividere con 
lei il sacro minerale (Mille e una notte). Ai sovrani ed agli ospiti illustri 
si usa ancora offrire il sale e il pane simbolici ; fino a pochi anni fa la città 
di Halle, li offriva, ad ogni capo d’anno, al Kaiser. Era di cattivo augurio 
dimenticare la saliera nell’ apparecchiare la mensa, segno di futura discordia 
il rovesciarla (Leonardo la dipinse rovesciata, nel Cenacolo davanti a Giuda) ; 
di implacabile inimicisia spargerlo volontariamente, alla guisa di Abimelech 
sulla conquistata Sichem, di Cornelio Scipione Emiliano nei solchi aperti su 
le rovine di Cartagine, del Barbarossa sulle macerie delle vinte città lom¬ 
barde. [I Importantissimo significato del sale fu pure quello della incorrut¬ 
tibilità, poiché esso conserva le vivande e mantiene loro la purezza. Es. : 
« Questo è un patto di sale, cioè perpetuo davanti al Signore, per te e per 
la tua progenie » (Numeri XVm, 19). I| Il sale significò anche la sapienia, 
e da questo attributo si spiega la pratica di cospargere di sale i neonati, 
anche molti secoli prima del rito cristiano. Es. : « Tu non fosti salato » dice 
Ezechiele apostrofando uno sciocco (XVI - 4) ; e Gesù chiama invece i siioi apo¬ 
stoli € sale della terra » perchè li invia nella corruzione per distruggerla. 

Il Significò anche, nella Carboneria, la virtù, che non si corrompe ma pre¬ 
serva dalla corruzione (Dito). || Nella metaforica stilistica è sale il pungente 
spirito della critica, sia esso espresso nel sereno giudizio o nella satira 
mordace. Plutarco chiama candidi i sali di Monandro e neri perchè meno 
innocenti, quelli di Aristofane. 

604. SAliICARIA — La pompa dei fiori rossi di questa pianta perenne, 
che nasce per lo più nei saliceti, al margine dei rivi, suggerisce l’idea 
della ostentazione incomposta ed arrogante j si che l’imaginazione — « pes¬ 
sima nemica della poesia del vero » (Lioy) — fece della silicaria, che è pure 
pianta officinale, uno dei simboli delia presunsions. 

505. SALICE — Il salice simbolico è quello ornamentale, comunemente 
piantato presso i sepolcri o sulle rive dei ruscelli e dei laghetti artificiali, 
detto piangente o davidico o di Hobilonia : albero di scarsa utilità, si bene 
di somma efiicacia pittorica, inchinandosi esso con 
i suoi rami flessibilissimi, con le sue lunghe e pallide 
fronde, come per effondere le lacrime della natura. 

Si spiega anagogicamente »|uesto suo atteggiamento 
del pianto, perchè dal giorno in cui i suoi rami ser¬ 
virono, in mano ai giudei, a flagellare il Signore, 
egli non può più elevarli al cielo. Ricorda Ofelia 
specchiantesi nell’ acque ; ricorda Desdemona che nel 
triste presagio della morte imminente gli chiede un 
serto per le sue chiome ; e come le infelici creature 
di Shakespeare, come Alfredo De Musset invocava 
dai «cari amici», tutte le anime doloranti vedono 
espressa nella forma materiale della pianta gentile 
l’emblema della melanconia e del pianto. Il buon 

Ripa designa il salice come uno dei simboli della carestia, perchè pianta 
sterile; e gli antichi credevano infatti che una donna potesse divenire vo- 



is 




274 

lontariamente iufeconda maogiando semi di salice. Nel Giappone, invece, 
esso l’albero che piìi degli altri si mescola alla vita degli nomini. Mille 
leggende nacquero da esso, suggerite forse dal gesto speciale delle sue 
braccia, dalle muscolature del suo corpo, dalla sua capigliatura lunga che 
scende. I fantasmi nella imaginazione giapponese hanno sempre la chioma 
disciolta. Dal salice uscivano apparizioni che potevano prender corpo e farsi 
credere uomini (Barzini). Per questo il salice è ancora perseguito da una 
reputazione paurosa, che tarda a dissiparsi. 

606. SAIitXTO — Anche questa semplice e comune forma della cortesia 
umana è una espressione simbolica ed ha stretta attinenza con i sentimenti 
individuali. Lo Spencer insegna eh’ essa ha origine dall’ atto esprimente 
sommissione, e infatti più retrogradiamo nelle epoche della storia, vediamo 
che l’atto di ossequio giunge fino alla prosternazione compiuta, con il piede 
del salutato sul capo del salutante. Presso i popoli primitivi le dimostra¬ 
zioni di cortesia hanno spesso caratteristiche comiche o terrificanti. Al Sudan 
l’esploratore Pethevick fu accolto con effusione dal capo dei djours, che 
concluse l’omaggio verbale sputando sulla mano destra dell’ ospite. I gondi 
salutano gli amici tirando loro il padiglione auricolare, cosi che — cementa 
un arguto scrittore — la lunghezza delle orecchie è presso di loro l’indice 
infallibile del numero delle loro relazioni. All’isola del Fuoco Darwin fu 
salutato da un vecchio che prima gli carezzò il petto, facendo sentire una 
specie di chiocciamento simile a quello che si emette per chiamare i polli, 
poi gli diede tre poderosi pugni sul petto e sul dorso, indi ai scopri il petto 
per ricevere eguale complimento. Con l’avanzarsi della civiltà la forma 
dell’ossequio si abbrevia. È l’appiattimento con il ventre a terra, che si 
riscontra nell’Ugania; la genufiessione con la testa nella polvere, che si 
riscontra fra i negri della Costa, nel Congo, sul Niger, in Cina, nel Siam, 
presso gli israeliti, nella Moscovin, poi è la reverenza e l’inchino, in uso 
presso le corti e ancora dignitosamente in uso fra noi. Indi succede lo sco¬ 
primento del capo e la stretta di mano, per la quale molti — come Napo¬ 
leone — provano una specie di repugnanza e di ribrezzo. Presso alcuni 
popoli è ancora molto in uso il baciamano settecentesco. Anche il saluto 
moderno dello scoprire il capo — al pari di tutti i simboli — ha i suoi er¬ 
meneuti; ebbe i suoi docenti nella corte di Francia, sotto Luigi XIV, e si 
giunse a definirne il linguaggio secondo che la curva del cappello descrive 
una curva franca, a scatto, leggera, chiusa o aperta, ampia o breve : c’ è, 
insomma, un metodo anche per < dosare i riguardi » e per graduarne le 
maniere, secondo le persone, le occasioni ed i luoghi. 

Toujours la viain au bonnetf 

Nn cotHe rien et fum tAt..., 

era il motto favorito di re Enrico IV. In Germania — invece — prima 
della guerra ferveva una bizzarra discussione ; se i tedeschi dovevano sa¬ 
lutare gli stranieri allo stesso modo con cui si salutavano tra essi compa¬ 
trioti ; pareva troppo francese il togliersi il cappello ! 11 saluto indigeno 
germanico era — naturalmente — ^quello militare, e a Darmstadt si costituì 
anzi una « Unione generale per il saluto tedesco » con sezioni in tutto l’im¬ 
pero e con uno speciale bullettino (1910). Carlo Goldoni lasciò un gustoso 



sonetto contro . certe signore che non rendono il saluto » , legittimo sfogo 
contro alcune nature che non comprendono la tenera e poetica poesia che si 
contiene nel simpatico gesto. Il saluto al morto che passa - sia pure a 
noi sconosciuto — è atto di commossa nobiltà. Il saluto militare varia se- 
conilo i vari eserciti, (v. Gesto), 

607. SALVIA - Erba originaria dell'Armenia, di numerose specie, di¬ 
stinte dalla struttura del calice e dalla forma delle foglie e delle brattee, 
aromatica, alla quale si attribuivano virtù mirabili. « Chiamasi salvia perchè 
salva, onde si dice : 

Cur morietiir homo, qui italvin cretrit in hortof 

Al che si risponde con questa bella antifona: 

vim mortU n<nt est medicarne^ in hortis. 

(Durante). 

•Nel linguaggio floreale la salvia comune simboleggia l’estimaaione j quella 
scarlatta (splendens) V ambialone ; quella aurata la venalità ; quella perpetua 
('pseudo cocctneaj la difesa i e a noi non è dato penetrare le ragioni di questa 
varietà dell arcano. E suo nome deriva, però, dal latino salvare e le fu 
posto per le eccellenti virtù che nella comunissima erba l’umanità ha riscon- 
trato per il proprio vantaggio, fino a tenerla capace di dare l’immortalità. 
Dicevasi, infatti, anche: * Salvia salvatrix, naturae coìiciliatnx , (v. Ruta), 

6 t»8. SABDONIA — Il ranunculus sceleratus di Linneo, ohe vuoisi 
oriundo di Sardegna; meritevole dell’epiteto onde lo qualificò il geniale 
naturahsta svedese, perchè ha la triste proprietà di produrre nei muscoli 
facciali di chi ne mangia un movimento convulso, che sembra un riso di 
sarcasmo. Ne consegue che la sua voce nel linguaggio dei fiori indichi 
scherno. 

Qui la sardonica orba al fiel oon^iuni'e 
La Satira, e gli strali acuti n'unge. 

(Pìgnotti - Ln treccia fionata. II), 

M9. SABDOmcA — Pietra preziosa cornea, di colore leonino ; una delle 
dodici gemmo dell’e/bd, indumento superumerale dei sacerdoti ebrei - rap¬ 
presentante la tribù di Giuda, posta prima del primo ternario (Giuseppe 
llavio). Il Pretendevasi eh’essa fosse efficace a dare agli uomini l’onesta 
amicizia delle donne (E. Michelet) ed è indicata come simbolo del martirio. 

610. SCACCHI — V. Piano mosaico. 

611. SCALA — I maghi della Persia'imaginavano che le anime dei de¬ 
funti dovessero giungere al Solo - stanza delle beatitudini eterne - pas¬ 
sando per sette porte di sette diversi metalli e poste sopra una altissima 
scala. Quando Giacobbe, benedetto dal padre, s’ avvia verso la Mesopotamia 
e SI addormente, vede in sogno una scala appoggiate alla terra e la cui 
sommità tocca il cielo ; e gli angeli di Dio che salgono e scendono sopra di 
essa {Genesi ^VIII). Con questo simbolo vuoisi indicate l’Incarnazione 
del Verbo, « il quale doveva nascere da Giacobbe e scendere, per vari gradi 
e generazioni, fino alla terra, quando lo stesso Verbo « fu fatto carne . e 





27() 

il cielo riunì con la terra, e le somme alle infime cose, e l'uomo congiunse 
con Dio » (Martini). || Sant’Agostino afi'erma ohe per i gradi delle varie 
virtù morali si arriva alla sommità della scala, cioè al Sommo Bene (De 
civitate. Dei-Vili. 8), e Severino Boezio imagina l’allegoria della filosofia 
come una donna rivestita di una tunica fatta a scala. Questo è quindi 
l’emblema parlante che indica la graduazione della ascesa, ossia il progresso. 

Il In tale senso era usato anche nei documenti della Carboneria, e l’appren¬ 
dista faceva il segno della scala con il movimento verticale delle due mani 
chiuse, con il pollice alto, scendendo dalle spalle alle anche. Un catechismo 
carbonaro, riportato da Nestore Blanc, dice : 

D. - Di quanti gradi è composta la scala dei buoni cugini carbonari V 
R. - Di tre, cinque, sette, nove e undici. 

D. - E quali sono gli scalini V 
R. - La fede e la speranza. 

D. - Su ohe è appoggiata? 

R. - Sulla carità. 

Nell’ araldica arcaica la scala dipinta sullo scudo indicava l’assalto alle 
mura nemiche felicemente compiuto con la scalata, e ne era esempio l’im¬ 
presa assunta da Eteocle, dopo la gesta di Tebe. || Il santo confessore 
Alessio di Costantinopoli, ohe abbandonò gli agi sontuosi, ha per attributo 
la scala sotto cui si ridusse alla ascetica esistenza tutta povertà. (IV sec.). 

612. se AB ABEO — Coleottero lamellioomo che rinchiude le proprie 
larve nella materia escrementizia cui dà forma di globo, rotolandola con le 
gambe posteriori. Questa operazione pare sia l’unico elemento esplicativo 
della bizzarra venerazione che gli antichi egizi avevano per il dannoso in¬ 
setto, che copre la sua sordidezza con corazze di zafiìro e di smeraldo. « La 
piccola sfera di vii materia chiudente l’uovo ohe all’ azion del calore solare 
prenderà vita, nella fantasia di quelle genti fu comparata alla terra ani¬ 
mata dal germe vitale e che subisce la sua naturale evoluzione. Di qui 
l’idea d’innalzare quest’ umile insetto al grado dei 
simboli più elevati, poiché parve imitare l’opera del 
Creatore che dal nulla trasse ogni cosa » (De Mauri). 
Lo scarabeo stercorario fu, quindi, presso gli egizi 
segno dell’ esistenaa, e l’arte delle terre niliache lo 
riprodusse senza posa in tutte le sue propaggini lus¬ 
suose. « Non è da meravigliare che quel popolo pio 
e tenero, si amoroso della morte, pieno di sogni del- 
1 ’ eternità, abbia adottato per simbolo questo piccolo 
miracolo animale, getto ardente di vita uscito dal 
sepolcro» (Michelet), l'àpai, scarabeo volante, rap¬ 
presentava il Sole ohe attraversa il cielo sulle sue 
ali, e seena i trenta giorni del mese, corrispondenti 

«CARATtEO ECIIZIAKC I d o 

alle trenta zampe del sacro animale; e se ne cuciva 
l’effigie sul petto dei defunti, (Cfr. Pierio Valeriano). || Dagli egizi lo imi¬ 
tarono gli etruschi, altro popolo « amoroso della morte », esagerandone lo 
stile arcaico con linee manierate, ma non come simbolo di culto, si bene 
come motivo piuttosto decorativo e come amuleto, intagliandone squisita- 

















277 

mente corniole, diaspri, basalti, onici, agate ed altre pietre fini, dure e 
selciose. Dagli etruschi lo rilevarono i greci, i romani e i settatori del gno¬ 
sticismo b.asilidiano. 

Secondo Giovanni Gozzadini l’insetto adorato dagli egizi non era € la 
Antonia aurata . ma il copris sacro (scarafaggio), il quale simboleggiava 
loro il Sole, e il valore civile e quindi la generaaione e la creazione 
(Carducci - Deputazione di Storia Patria, intorno alla necropoli di Marza- 
botto - 1869), Edgardo Poe lo celebrò. |j Presso gU egizi lo scarabeo era 
anche l’emblema della luna, per la bicorne somiglianza. 

613. SCARAFAGGIO — v. Scarabeo. - 

614. SCABO — Pesce grasso della famiglia dei labridi, avido degli altri 
abiUtori dell’ acque, e per ciò dagli egizi trascelto a simbolo della ghiot¬ 
toneria. Ghiotto egli stesso per le sue interiora, fu fatto conoscere ai buon¬ 
gustai di Eoma da Ottavio, e Marziale ne fa 1’ elogio : 

Ilic. Karii», aeqmreis qui vmit obeaut ab imdia 
Viac&ribiia bornia eat, coetera vile sapit. 

(Xin. S4). 

515. SCETTRO — Originariamente era il bastone comune; poi, impu¬ 
gnato da araldi, da giudici, da sacerdoti, da capi di tribù, fu detto-mano di 
giustizia, divenne il più alto segno di autorità e di dominio, e fu quindi il 
simbolo della sovranità dato ai re ed anche agli dei. Nei geroglifici egi¬ 
ziani è di frequente sormontato da una testa di animale, e con la croce, con 
la piramide e con l’altare era designato a significare i beni favoriti dalle 
divinità ai mortali. [| Uno scettro di dea era foggiato con un gambo di loto 
a fiore aperto e sormontato da un aspide; un’altra specie di scettro termi¬ 
nava con piedi di ippopotamo per ammonimento al regnante d’essere giusto 
e pio (v. Ippopotamo). I monarchi giuravano d’essere giusti « per sceptri 
elevationem », riguardandosi lo scettro per segno di verità. || Il toccar con 

10 scettro era gesto di clemenza, ed Assuero presenta ad Ester il bastone 
d oro che ha in mano, ed ella ne bacia la punta {Kster - V. 2). || Lo scettro 
81 trasmetteva di padre in figlio e coloro ohe lo raccoglievano in retaggio 
giuravano per esso, levandolo al cielo con atto solenne. || La Magnificenza 
scolpita da Arnaldo Zocchi sul sepolcro di re Umberto impugna lo scettro. 

11 I buffoni di corte reggevano essi pure uno scettro alquanto singolare, il 
quale aveva di frequente una testa di pazzo sfoderante la lingua o una faccia 
bifronte e smorfiosa, con un cappuccetto dentellato, a colori, e con i sona- 
ghuzzi, detto marota, od anche antonomasticamente follia, di cui era il segno. 

516. SCHELETRO — Tutti i popoli ebbero un terrore sacro della morte 
e la rappresentarono con imagini fosche e suggestive. Gli indiani dell’Asia 
la dipinsero con spaventevoli contrassegni, che trovano il loro riscontro 
esteriore in Hela, figlia di Loke, simboleggiente la morte e governatrice dei 
nove mondi infernali, ricordata nell’ Edda ; altra prova della comune origine 
e della comune dottrina del popolo indiano e di quello germanico. I greci 
- idolatri della bellezza formale, tempre in cui felicemente armonizzavano 
le lacoltà commotive interiori con quelle sensazionali esteriori — rifuggirono 
costantemente dal dipingere la natura nell’orrido della sua fenomenica; ed 




278 

anche la morte — come appare dai poeti sognanti lungo le sponde canore 
dell’ Ilisso o sotto gli uliveti dell’ agoreo di Colono — fu concepita serena¬ 
mente, placata, come ricoperta da un velo. Colpiti dal mistero grandioso e 
inesorabile, non lo discussero nè deprecarono, ma lo divinarono. Sopra 
un’ arca di Cipselo in Olimpia, la Notte reca in braccio i suoi due figliuoli 
dormenti: l'uno bianco, il Somio, l’altro nero, la Morte; quello buono e 
benefico agli uomini, questa crudele e temuta. Contro la Morte lotta Ercole 
per ritoglierle la bella e fiorente sposa di Admeto (Euripide - Alceste) ; e le 
cere — divinità terribili, avvolte nel manto sanguinoso — percorrono i campi 
di battaglia, ministre della Morte violenta. Si hanno, cosi, anche esempi 
iconografici greci della Morte come un fanciullo dai piedi incrociati, con le 
ali nere, la falce e la clessidra; ma non nudo, nè scarnificato, nè purulento: 
si bene ravvolto in negra veste, cosparsa di stelle. 

Che se anche 1’ arte antica seppe infondere l’espressione del fuggir della 

vita _ e ne abbiamo esempi neìVAmazzone morente del museo di Napoli, 

nel Gallo morente della scuola di Pergamo, e in altre statue di condotta 
magistrale — la rappresentazione artistica della Morte è sempre spoglia di 
parvenze terrificanti. Non emblemi di lutto si scolpivano sulle tombe, bensì 
motti o allegorie di dolore, e gli stromenti di lavoro o i segni professionali 
del defunto; cosi Ulisse pone un remo sulla tomba di Elpenore {Odissea). 
La figurazione sepolcrale più frequente è quella del leggiadro fanciullo alato, 
in atto di graziosa mestizia, con la face rovesciata; classica delineazione 
mite e pietosa, che rammenta l'eutanasia o la bella Morte addormentante 
nel bacio calmo e anelato. Nell’ arte protoitalica si distinse quella funeraria 
degli etruschi, i quali — pure essendo popolo d’indole cupa e di foschi 
pensieri, che pensò la morte come cosa atroce e cruenta (Natali) ■ non ne 
informarono la plastica alla sua verità anatomica e fisiologica. 1 latini ere¬ 
ditarono dai greci il senso tranquillo e armonico della Morte, pure sfron¬ 
dandolo di certe superfetazioni metafisiche, e ne mantennero l’umana venustà 
simbolica nei bei marmi tombali e nelle aggraziate urne cinerarie degli 
ipogei, assumendo qualche tinta più cupa dalle tradizioni etrusche e saturnie. 

« Lo scheletro non era visibile nei tempi felici dell’ arte pagana » (Gauthier). 
« Per i greci non è mistero, non è timore nei cuori, oltre la vita » (Ruskin). 
Il motivo scheletrale è veramente di eccezione nel mondo latino, ed esempio 
— dei rari — si ha nel sarcofago scoperto nei Campi Flegrei, presso il la- 
ghetto di Liscula, con tre scheletri danzanti, però non totalmente disincarr- 
nati, e senza emblemi funerei. Negli argenti reperti a Boscoreale si trovarono 
i singolarissimi modioli con gli scheletri rappresentanti Monandro, Euripide, 
lo stoico Zenone ed Epicuro, con i loro consueti attributi, sotto una ghir¬ 
landa di rose. Gli antichi, però, solevano adornare di scheletri e teschi, per 
lo più musivi, i triclini, perchè la vista di ciò che dell’uomo resta dopo 
morte eccitasse i banchettanti a meglio gioire dell’» attimo fuggente ». Con 
lo stesso fine, insieme ai vasi delle dapi, si facevano girare tra i convitati 
le larvae convivales, scheletrini d’argento di cui si conservò fino a noi 
qualche esemplare, e si ponevano teschi sui vasi per bere, come se ne vedono 
sulle antiche coppe aretine (Petroni). 

La reazione del cristianesimo uscito dalle catacombe oscure, non si perita 
di riprodurre la Morte, e — se in quanto è esposto non vi ha 1’ « odium 




•279 

theologicutn » furono i gnostici coloro che primamente introdussero la 
forma raccapricciante dello scheletro, come allegoricamente si aflFaccia nelle 
procellose minacele dei cauti ieratici, nel funebre stormeggiare delle leg¬ 
gende, e negli encausti, nei freschi, nelle miniature dei cenobiti, nei sar- 
cofagi gotici delle catedrali. Lo scheletro bieco, dal teschio lucido, dalle 
vertebre aneliate, dagli stinchi crocchianti nella ridda sotto la gelida luce 
solare, o esagitata nel livido rifolgorare della falce tra i frulli delle upupe 
e delle strigi, giunge a noi come importantissimo documento per la storia 
delle allegorie filosofiche e religiose del periodo che segui la ventata agghiac¬ 
ciante del millesimo anno di Cristo. Una novella mitologia psicopatica - 
insegnata dai pergami con la tetra predicazione della scolastica — avvolse 
gli spiriti delle moltitudini in un sudario assiderante nel pauroso pensiero 
della caducità umana, del peccato irriducibile, del trapasso al tribunale di 
Dio. Era la proscrizione della natura (Michelet) trasformante gli dei pagani 
in demoni (Natali), con le melanconiche ossa della consunzione e del tor¬ 
mento. Si pretendeva che da codesta nudità sbiancata tremolasse come in 
un’aurora siderale lo spirito dissolvitore del senso. D’altra parte, la Morte, 
simbolo della suprema, ineluttabile eguaglianza — nella infelicità collettiva 
fu stimata la più efficace argomentazione per consolare gli oppressi e per 
ammonire e frenare gli oppressori. La danza in cui con lo scheletro ballavano 
vorticosamente, in grottesche attitudini, i re, i pontefici, i sacerdoti, i dottori, 
cosi e come gli umili, i pezzenti, i vecchi, i fanciulli, fu il poema pittorico sim- 
boleggiante la giustizia universale, livellante tutte le classi dell’organismo 
sociale. « Omnem in homine eeiiuxfate.m ^fors abolei » si legge nell’ incisione 
macabra di Giovanni Sebald Beham (1641); e si ebbero grandiose opere di 
pennelli e di scalpelli. Famose sopra tutto sono le Imaginos Mortls di 
Kolbein (1538), le danze macabra di Verard, e — in Italia — quelle di 
Vesino (Istria), di elusone, di Piuzolo (Trentino); il trionfo della Morte 
dell’Gregna a Pisa; e le statue tombali di Gerolamo Della Robbia (Parigi), 
e di Ligier Richier, e del Rethel, figure scheletriche ohe danno un senso di 
ossessione e di ribrezzo per la loro plastica arditezza. 

Fu gloria d’Italia fugare le schiere degli spettri scarnati, le cui tetre 
allegorie erano state « necessarie a contenere la materialità selvaggia dei 
barbari, a infrenare la forza cieca e orgogliosa dei discendenti di Attila, di 
Genserico, di Clodoveo » (Carducci). Quelle tetre allegorie avevano, infatti, 
più che sotto il nostro cielo terso e soleggiato, trionfato nelle buie stanze go¬ 
tiche della Germania e nei casolari sperduti nel tenebrore della selva Ercinia, 
scene d’incubi nutriti accanto al fuoco, nel dormicchiare della digestione’, 
dopo le gravi ingluvie del sidro e della cervogia. Quando — nella età splen¬ 
dida del Rinascimento italico — sopravvenne una coltura spirituale e intel¬ 
lettuale di più illuminati e virili ideali, la allucinazione artistica dello 
scheletro, cessò; e nell’alto spirito del poeta parve riecheggiare la voce 
simbolica dell’pMi'u/tasia ellenica, la Morte buona, perfino bella: 

Morte beila parea nel sno bel vìbo. 

• (Petraroa). 

Bellissima fanciulla, 

Dolce a veder, non quale 
Da si dipinge la codarda gent-e. 

(Leopardi - Amort e Morte - 10). 


2b<ì 

Un esempio notevole della raffigurazione della Morte nel senso classico si 
ha nel bassorilievo di Pompeo Marchesi (1789-1858), sulla tomba di G. B. 
Sommariva a Cadenabbia (Como), dove la Morte è ritratta in un leggiadro 
adolescente. 

Tomaso Parnell spoglia la morte dalle imagini paurose (Canto notturno) ; 
e nell’ arte odierna torna — anche nella rappresentazione della Morte — la 
bellezza della forma umana, con la privilegiata e armonica dignità dell’ arte 
classica : esempi sono quello del Bistolfi nella lidlezza della Morte, an¬ 
gelo di luce ohe cosparge i gigli sulla salma (monumento Grandia. 1901); 
e quello recentissimo del Supino, nel gruppo della Vita che supplica la 
Morte perchè le riveli il suo mistero (monumento Campigli Fossati, 1921). 
Soltanto qualche tetro sognatore si compiace ancora dello spettro scheletrico : 
il moderno Thoma nell’ Adamo ed Èva converse l’Eden in uno sfondo 
macabrico, con lo scheletro ghignante presso l’albero del pomo : depressione 
morbosa dell’ alta poesia onde il Genesi è pervaso ; e che non ai può per¬ 
donare al luminoso artista della Foresta Nera, benché esso sembri un dimen¬ 
ticato contemporaneo di Durer o un epigone dei piccoli maestri tedeschi che 
soltanto sfioravano il realismo della vita. Dello scheletro antico non giunse 
fino a noi — come simbolo — che il macabrico teschio dalle occhiaie vuote, 
posto a volto fra due ossa incrociate, o tra la falce livellatrice e la clessidra, 
indice del tempo irremeabile j e riappare sui neri strati dei feretri come segno 
di morte, o come etichetta farmaceutica per indicare le sostanze venefiche 
(veleno), (v. Teschio). ' 


517. SCHIAFFO — Nella simbolica del gesto il colpo di mano aperta 
sul viso altrui. 


Che uel viso e nel cor riman segnata 


(Pulci)f 


è espressione di ingiuria: rivincita altezzosa e brutale, non eccessivamente 
grave presso i romani e i longobardi, che la punivano con una semplice in— 
dennità al percosso, e considerata invece fortemente oltraggiosa nei tempi 
posteriori della cavalleria, quando la mano posata sulla guancia di un pa¬ 
ladino doveva irremissibilmente cadere a terra. || Nella cresima — o sacra¬ 
mento della confirmazione del battesimo cristiano — il vescovo celebrante 
dà al confermato l’unzione ed uno schiaffo leggero, il quale gli deve inse¬ 
gnare ad essere preparato per soffrire con coraggio ogni avversità per amore 
di Gesù Cristo. 

Lo Spirito Sauto e la percossa, d' onde 
L’ alma a patir per uohil opre è eletta. 

(Pellico). 


L’ antico diritto romano — scrupolosamente rigoroso degli atti simbolici 
— consacrava con lo schiatto paterno la emancipasione del minore. || Nella 
iniiiasioae massonica è rituale lo schiaffo, e « il Wirth lo spiega come una 
trasmissione di tradizioni compiuta per il tramite di una appropriata at¬ 
trazione del sistema nervoso e della esteriorizzazione del Huido vitale » 
(V. Soro). Il Presso alcuni popoli non ancora spogli della scorie dell’inci¬ 
viltà primitiva lo schiaffeggiare è tuttora rito usuale; es.: durante la ce- 


2«1 

rituonia nuziale lo sposo croato dà uno schiaffo alla sposa come affermazione 
indiscussa ed indiscutibile di padronanza. 

518. SCIAKFA — Striscia di varia stoffa, morbido schermo della figura 
muliebre, di cui aiuta il gesto, improntandolo di snellezza nell’incesso e 
nelle attitudini. Sciarpa parlante o simbolica è quella portata a tracolla o a fascia, 
come .emblema della legge per alcuni funzionari civili o come insegna di 
comando presso alcuni eserciti. Gli uomini d’ arme antichi se ne servirono 
originariamente per tergersi il sangue delle ferite o il sudore, e poiché 
ognuno di essi l’adotto di determinato colore, la sciarpa divenne segno di 
distinzione, di parti e di frazioni. Ad esempio : verde era la sciarpa di 
Lorena e quella degli Angiò ; bianca quella degli ugonotti ; azzurra quella 
di casa Savoia, tuttora porUta dagli ufliciali dell’ esercito italiano. La sciarpa 
ondeggia nei poemi di Omero come in quelli di Wagner; e negli strepiti 
patetici della letteratura romantica è motivo dominante, ricamata tra i so— 
sjiiri delle dame per i cavalieri che partivano 

Cantando giulive canzoni di guerra, 

Ma i dolci castelli pensando nel cor. 

(Manzetei - Adelchi). 

òli), SCIMIA — Nel vecchio Egitto la scimia — e più particolarmente 
il cinocefalo o amadriade — tu collocata sugli altari, e gli uomini venerarono 
in essa la misteriosa potenza del simbolo (nascosto tuttora per noi) nelle 
linee deformi del sucido animale. Parimenti nel Tibet il semnopiteco entello 
— color bianco sucido e con il muso e le estremità brune — è felicemente 
inalzato agli onori totemici, j I romani avevano invece per triste presagio 
1 incontrare una scimia nell’uscire di casa. || L’osservazione dei rapporti 
fisionomici fra la scimia e l’uomo .sono di antica data. Quinto Ennio, soldato 
romano della seconda guerra punica e poeta (289-169 a C.), scriveva: 

Simia guani turpi» uimilHnia heatiu iiohis. 

La scimia — infatti — benché di ceffo orribile, digrignante e convulsa nelle 
smorfie — è per struttura anatomica il mammifero che più si accosta alla 
specie umana, si che viene considerata come l’anello fra gli animali inferiori 
e l’uomo : dottrina repudiata sdegnosamente da chi sente, in forza della fede 
di essere piuttosto un Adamo rigenerato che una scimia perfezionata. Si af¬ 
ferma pure ohe le attività psichiche dell’uomo non sono altro che il supremo 
sviluppo di quello trovate già negli animali e che risaltano in ragione 
diretta dello sviluppo organico in genere (Teischmann); e - per quanto 
riguarda particolarmente la scimia — si ammonisce che invece di ridere ai 
suoi lazzi, si dovrebbe riflettere sulla sua psicologia e compararla a quella 
umana. Comunque sia, anche la scimia — come tutti gli altri più noti 
animali — ricorre frequentemente come espressione analogica dei fenomeni 
psicologici; e, mentre alcuni ne traggono documenti di una vera moralità 
(Mouton - Ueoue Scieiitifique 1897), quasi universale si manifesta T antipatia 
per il soggetto comparato, a cui si riconoscono qualità tutt’altro ohe oom- 
mendevoli. {| La bertuccia é ritenuta esempio notevole di scaltrezza (Ari- 
stetele), di simulazione, di sfacciataggine, di impudenza, di improntitu¬ 
dine, di laidezza nel diportamento e nel costume; e come tale ne ricorre 


•282 

con frequenza la figura caricaturale nella letteratura e nell’arte. || Usa a 
contraffare i modi e le guise degli uomini, essa è il convenzionale paradigma 
della imitazione bestiale. < Di natura buona scimia » si dichiara Capocchio 
da Siena a Dante, nel girone dei falsari [Inf. XXIX - 139); e la mitologia, 
mentre in Prometeo esaltò la vittima augusta della divinazione, satireggiò 
nel fratello suo Epimeteo, trasformato in bertuccia, 1’ eroe del « senno di 
poi », ridevolmente imitatore dell’opera altrui. || La scimia è anche data-come 
simbolo dell’antofilia, perchè crede che .le sue creature siano le più belle 
dell’universo., 

52(1. SCIMITARRA — Sciabola usata in Oriente, di lama larga, lunata 
e con la punta rivolta verso la costola tagliente. Entra particolarmente nello 
motivazioni decorative per simboleggiare la potenza orientale in genere. || 
Il Ripa usa la scimitarra nell’iconografia àaWIngiustìzia, perchè essa « si¬ 
gnifica il giudizio torto » e compie l’imagine con il « turbante in capo 
all'uso dei barbari », impressioni naturali e correnti della contemporaneità 
attuale, avversa all’ egemonia turchesca. 

521. SCOIATTOLO — Mammifero roditore dal pelo lucente e dalla coda 
lunga quanto il corpo, presso i messicani ritenuto simbolo della fecondità 
e dato in compagnia alla dea dell’ agave, Ferlarico Maiance, dalle cento 
mammelle. || Si fa menzione di un ordine cavalleresco dello Scoiattolo, isti¬ 
tuito da Carlo Martello, dopo la sua vittoria sul saracino Alderame (72fi), 
avendo egli trovato nelle spoglie del nemico una grande quantità di pelli 
' di scoiattolo, le quali hanno odore simile a quello del muschio e per ciò 
erano ricercatissime come fodere dei vestimenti. J| In araldica si afferma 
che lo scoiattolo indica prudenza e saggezza (Guelfi), forse perchè tali virtù 
sono in esso riscontrate dai naturalisti. 

.522. SCOPA — Nell’ antica usanza marchigiana il simbolo delle offerte 
alla sposa aveva una parte notevole, e — fra gli altri doni — molto si¬ 
gnificativo era quello della conocchia e della scopa dati dalla suocera per 
esortare con la prima al lavoro, con la seconda alla nettezza : casta poesia 
delle umili cose, di cui fu inimitabile interpetre Giovanni Pascoli, che ha 
cosi apostrofato la scopa : 

Sei 1' umile unoella, ma regni 
SU l* umile caea pulita. 

Minacci, rimproTeri ; insegni 
o)i^ è bella, se pura, la vita. 

Insogni, con Taore tua cura, 
rodendo la pietra e la creta 
ohe sempre, per essere pura, 
si logora 1* anima, lieta. 

Insegni, tu sacra ad un rogo 

non tardo, non bello, che più * 
di ciò ohe tu mondi, ti logori 
tu ! 

1 romani onoravano Deverra (da deueirere-scopare), dea delle scope, ossia 
della nettezza. Alla nascita d’un bambino si scopava tutta la casa per ren¬ 
dere favorevole la dea al parto novello. || Dai cieli stellanti scende a ca- 



288 

vallo della scopa la sospirata Befana, carica di doni per l’infanzia innocente ; 
ma scendono anche le streghe barbute per le loro tregende del sabato. La 
superstiziosa credenza dice che quando la versiera sta per morire e la sua 
anima si dibatte nella agonia terribile, soltanto il tocco di una scopa of¬ 
fertale può liberarla dal dolore e dalla vita. || Nei tempi andati si castigava 
con la scopa, ed era pena infamante. Cfr. la frase latina « scopis coedere »). 
Questa forma di castigo vigeva anche nella età di mezzo: 

Scopare e saggeliary mozsiar 1* orecchio 
La legge ti dimostra e fatti specchio. 

(Sacchetti - Himt), 

Le mi voltai coi dirle tanto male 
Cile non ndl mai tanto nom scopato 
Passando per mercato. 

(M. A. Bonarroti - La Fiefà). 

Shakespeare pone fra le mani dei suoi servi da comedia la scopa, come 
arma vile : 

Padron, chiedo di battermi con quest' arma di legno, 

(.Falìtaf - Trad. Boito) ; 

cosi il servo Pistola, brandendo una scopa per duellare con il dottor Caius ; 
e Falstaff adirato usa la stessa arma per cacciare i suoi servi che gli negano 
prestazioni sconvenienti. 

52d. SCOBfPlONZ! Gli astrologi — nella complessa ritualistica loro 
propria - dedicarono le parti pudende del corpo umano a quest’aracnide, 
tremendo trafìttore dalla coda forcuta e ritorta e dal segmento addominale 
provvisto di pungiglione velenoso : dedicazione che corrisponde coerente¬ 
mente e pienamente al concetto simbolico che fece dello scorpione il para¬ 
digma della libidine, e fa pensare alle tristi conseguenze anche patologiche 
di essa. {| Per il modo subdolo e feroce con cui quest’animale predatore 
aflerra con le branche gli insetti minori — di cui si pasce, dopo averli 
feriti di venefica puntura — parve idoneo anche a simboleggiare l’ odio e 
la vendetta. || In Egitto vigeva il culto totemico degli scorpioni gialli e 
neri. |) I gentili lo consacrarono a Marte. {| La Chiesa cattolica fermò in 
esso l’allusione allegorica della eresia ribelle ed ingrata, f) Antonio del 
Pollaiolo, nel monumento a Sisto IV (basilica vaticana), volendo rappre¬ 
sentare la Dialettica, la figurò posante la mano sopra uno scorpione, forse 
per tradurre con un rapporto di connessione del tutto materiale l’idea della 
penetrazione del dialettico argomentare. || Virgilio dice ardente lo scorpione 
(Georg, I. 34), contrastando al titolo dantesco di freddo animale (Purg. - 
IX. 5) per la costellazione assegnata alla ottava casa dello zodìaco, segno 
dell’ ottobre, ricordante — secondo antichi mitografi — lo scorpione che Mi¬ 
nerva fece uscire dalla terra per vendicarsi contro Orione ohe 1’ aveva of- 
lesa, toccandone il velo con mano impura. 

524. SCROFA — A Cerere ed alla Terra veniva ordinariamente sacri¬ 
ficata una scrofa, ed a Cibele una scrofa gestante. Non possiamo però spiegare 
per quale avvertimento di rapporti il sangue della scrofa dovesse simbo- 
Isggiare 1 alleania. Cosi Bomolo e Tazio, giurando una perpetua lega di 
amicizia, sacrificarono l’immonda scrofa all’altare di Giove (Virgilio - 




2H4 

Kn. Vili). Il Scrivono che la scrofa selvatica partorisce una volta all’ anno, 
verso i giorni solstiziali di giugno ; fu quindi adottata anche a consimbolo 
dell’estate, (v. Porco), 


52B. SCUDO — Arma di metallo, di legno, di cuoio, di graticcio, por¬ 
tata a protezione dal guerriero e data ai simulacri di varia significazione 
quale attributo più proprio e più evidente della difesa. 


Come sotto gli scudi per salvarsi 
Volgesi schiera.... 


(iVrg. - XXXn. 19). 


In araldica è il fondo o campo su cui sono tracciate le figure e le pezze 
onorevoli, ed è di varie forme; le più notevoli sono: il haìidicrale, quadrato; 
il triangolare (sec. XII), molto alto; \& parma, di origine gallica, perfet- 
"tamente rotonda, che si riscontra frequentemente nelle ornamentazioni ar¬ 
chitettoniche ; la pdta, pure rotonda ; la targa, rettangolare e convessa a 
guisa di tegola ; l’ accartocciato, più proprio agli uomini del giure, indican¬ 
dosi con esso la forma arrotolata dei manoscritti. Si condannavano con segni 
visibili e permanenti sullo scudo i cavalieri indegni : L’ insegna capovolta 
segnalava il tradimento j lo smnssamento dell’ angolo destro la vanitosità ; 
uno scudetto nero capovolto e inquartato nello stemma la violenia carnale ; 
una zolla di terra la viltà, (v. Como, Leone). || Portar sugli scudi è locu¬ 
zione tuttora usatissima, per esprimere onoransa, esaltasione, continuatasi 
nei secoli, in senso metaforico, dall’uso degli antichi franchi di inalzare il 
proprio capo appena eletto sugli scudi della milizia, perchè fosso da tutti 
conosciuto ed onorato. || Il cosi detto sctido di Salomone ha una stella pen¬ 
tagonale a cui si attribuiva potenza magica, e se ne hanno memorie dalla 
prescrizione di Carlo IV agli ebrei di Praga di adottare una bandiera (1364). 
Lo scudo di Davide invece porta una stella esagonale formata dall’ in¬ 
treccio di due triangoli, motivo di decorazione frequente delle sinagoghe e 
successivamente delle chiese cristiane. Tanto lo scudo di Salomone quanto 
quello di Davide sono segano dell’ ebraismo, od il secondo venne pure assunto 
dalla società davidica per l’assistenza dei prigionieri israeliti nell’ ultima 
grande guerra. 

526. SCUSI! — La scure sporgente del fascio di verghe era presso i 
romani il simbolo del potere esecutivo, e s’aggiungeva al fascio consolare 
quando il console si recava al campo. || Il Giove adorato dai marittimi 
antichi della Caria impugnava la scure invece del fulmine e dello scettro. 
Il In alcune imprese — come quella dei Cercano di Milano — la scure entrò 
simbolo del lavoro. || Fu anche stromento frequente del carnefice, e quindi 
emblema del castigo e della pena capitale. Parecchi santi, per ragione del 
supplizio, 1’ hanno per attributo : Crisanto e Barca coniugi martiri (III sec.), 
Erardo di Scozia (Vili sec.), Ladislao re d’Ungheria (1077), Olao II re e 
patrono celeste di Norvegia (996-1029). || La duplice scure era l’emblema 
di Tenedo, che l’aveva nelle sue medaglie, originata dal modo di punire 
l’adulterio. || (Cfr. : /i canfo ascia (arg^a del poeta naturalista americano 
Whitman). 

527. SECCHIA DI LATTE — La sihda del simbolico latte, celeste ali¬ 
mento della sacra dottrina dato dalla Chiesa qual tenera madre e nutrice 











(Alartini), è uno dei simboli delle pitture cimiteriali cristiane; molto frequente 
nelle cripte romane di Lucina. 

528. SEGKI — Nel dinamismo logico dell’ idea il segno — verbale, scritto 
o attuale — ha l’officio sostituito e rappresentativo della idea stessa, di.ssimile 
dal simbolo, essendo questo c sovente più arcano, sempre più solenne e 
più sacro » (Tommaseo). Ma « ogni simbolo è segno » {id.); e, nei rapporti 
della connessione mentale, il segno avvedutamente fermato per rievocare un 
obietto convenuto è un ideogramma che può entrare nell’esame della sim¬ 
bolica in genere, come datore di un tono estetico alle espressioni del pen¬ 
siero e del sentimento. Termine che esprime il costante ricorsq di determinate 
contingenze, secondo un ordine determinato, il segno convenzionale — reso 
mediante la voce o con il gesto o con la grafia schematica — è modo tropico 
di rappresentazione cosi vario e diffuso che riesce impossibile darne men¬ 
zione particolare « con opera d’inchiostro ». Debito nostro è farne soltanto 
cenno sommario, non entrando — necessariamente — nella analisi del coor¬ 
dinato ed articolato concetto delle nozioni formanti il complesso dei segni 
e dei segnali di convenzione. 

Tra di essi precipua importanza hanno i segni della scienza che espri¬ 
mono il vero a differenza di quelli dell’ arte che rappresentano il bello. 

« Essi non valgono che come mezzi, strumenti di pensiero, poiché la scienza 
è pensiero e processo di pensiero, non formalismo simbolico » (Marchesini). 
Hanno segni particolari la matematica, la astronomia, e nelle scienze con¬ 
generi essi sostituiscono formule brevi a serie prolisse di argomentazioni 
e di deduzioni. 

Le prime abbreviazioni matematiche si trovano nelle Meckanica pro- 
hUmatha di Aristotele (380 a. C.). I segni -|- (più) e - (meno) sono usati 
da tutti i popoli, e si sa che furono tardi introdotti in Germania (1489). 
Leibniz fu il primo a indicare la moltiplioaiione con il punto fra due cifre 
e la divisione con i due punti (1686). I due trattini = 

(eguale) si trovano per la prima volta in un’ opera di 
Alkalsadi, matematico arabo (1460). L’ e per indicare 
una serie matematica fu introdotta da Euler (1789); 
la p greca indicante il rapporto fra diametro e 
oirconferensa da Jones (1706). Gli antichi autori 
matematici chiamavano res (cosa) la quantità inco¬ 
gnita di una equazione; parimenti gli arabi che la 
chiamavano sai (cosa), usando la iniziale del nome (s), 
che poi fu sostituita dalla lettera latina A' (de La 
garde). (v. X). 

Di alcuni altri segni convenzionali ricorrenti nella 
vita comune, come prodotto logico di dati esperimen- 
tali, possono interessare i seguenti esempi : 

Tra i linguaggi mimici, quello speciale dei ma¬ 
rinai, che a distanza parlano a braccia, con un alfa^- 
boto costruito di movimenti. Il linguaggio dei bo- 
scaioli, come quello dei coraggiosi bellunesi, regolati 
in compagnie di una disciplina rigorosissima, e che pure non usando della 
voce che per sette od otto vocaboli, si intendono anche lontani, vincendo 



SE4INALAZIONI MARIKAKK 
A KKACCIA 


t. À - 2. /I - 3. C 
4. D - 5. £ - 6. 










deado più 


Tromore delle acque, lo scroscio degli alberi, l’urlo del vento e definendo 
esattamente tutti gli atti, tutti gli accidenti, tutti gli arnesi del loro mestiere. 

Tra i linguaggi grafici queUo dei vagabondi della mala vita, i quali si 
servono - oltre che del gergo furfantesco - anche di un cifrano furbesco 
consistente in grafici di convenzione per aiutarsi vicendevo mente ren- 
spedito e sicuro il mutuo ammonimento. Nelle strade da essi 
frequentate, sui muri delle case ove preventivamente 
ai recano per la questua, lasciano tracciati con car¬ 
bone o con gesso alcuni segni semplici, di pecu¬ 
liare significazione, non intelligibili al profano, ma 
secondo i quali il compare e tutta la loro strana fra- 

X tellanza sanno regolare la propria condotU. |1 Un 
altro linguaggio criptografico è quello degli inser¬ 
vienti di albergo, che decorano i bauli e le valigie 
dei viaggiatori secondo le mancie ricevute. Con tale 
mezzo la sorte dell’ ignaro viaggiatore ohe passa da 
uno all’ altro hòtel (bisogna necessariamente usare il 
barbarismo per un albergo notevole.... e caro) è preven¬ 
tivamente segnata. I camerieri vedono nel segno este¬ 
riore tracciato dai loro colleghi se il nuovo arrivato 
è degno di essere accolto come persona garbatamente 
spendereccia o se è uno spilorcio da trattarsi con 
dispettosa trascuratezza. 

Di capitale importanza sono gli istromenti di se¬ 
gnalazione delle industrie, della locomozione, della 
viabilità, attivati mediante disegni grafici e colon, 
di esempio — i semafori, mobili o fissi, auditivi o 



aaV^ 


SKQKl UEI VAGABONDI 

1. Qui 8i h<t da mangiare 
ma non denaro. 

2. Attenzione ! Scappa ! 

8. Qui c* è un cane. 

4 e o. Qui c’è da lavorare. 

8. E inutile bussare. 

7. Vi sono due donne sole. 

Il padrone chiama le 
guardie. 

Poniamo — a modo ai «somidu — * --, - - , 

visivi, impiegati a regolare e a proteggere i movimenti delle navi e dei 
treni, mediante un sistema pattuito, atto a ricostrurre mentalmente una 
serie ordinata e complessa di imagini e di idee. 

529. SEMPREVIVO — Modestissimo fiore, dai petali comuni, senza 
eleganza,'senza profumo; ma duraturo, tetragono al gelido fiato che con- 
suma le vegetazioni più superbe della loro bellezza. •— 

Candido flor cui non caduche foglie 
Natura in don concede ; 

Bello però ohe il verno a te non toglie 
Quanto r aprii ti diede. 

(Bair Ongaro). 

Ma fiore che si guarda attraverso un velo di lacrime, 
perchè — attorto in ghirlando, composto in lasci, ag¬ 
gruppato a croce - adorna le tombe modeste nel 
giorno sacro ai defunti; e nel primo rigore del rovaio 
simboleggia il lutto perenne, l’umore che non sco¬ 
lora e che non muore. 

530. SENAPA — La multiplicità dei semi piccoli, skupkevivo 

glabri e neri e di sapore pungente, di questa pianta, 

ne rese comune 1’entificazione biblica e simbolica in rappresentanza del a 
fecondità, della prollftoirtà. La senapa « è bensì la più minuta di tutte le 



















287 

Bemunze, ma cresciuta che sia, è maggiore di tutti i legami » (Matteo - 
XIII. 32). Il Simboleggia anche il regno di Dio : « Egli è come un granello 
di senapa, il quale, quando si semina in terra, è il minimo di tutti i semi 
che sono al mondo ; ma seminato che è, s’inalza e diventa maggiore di 
tutti i legumi » (Marco - V. 31 e 82). (Of'r. : Luca - XIII. 19). 

531. SENSITIVA — Mimosa — Pianta legnosa e vivace, originaria del 
Brasile, spinosa, della quale l’assunzione a simbolo è dovuta alla peculia¬ 
rità delle foglie e non dei fiori, rosei e non privi di venustà. Per questa strana 
peculiarità della fisiologia vegetale, non del tutto spiegata dalla scienza, i 
picciuoli dello sue foglie sono dotati di cosi pronta sensibilità, che si con¬ 
traggono e serrano non solo al minimo l3)CCO della mano o d’un oggetto, 
si bene anche all’ urto di un’ intensa onda sonora, alla tensione elettrica 
dell’atmosfera, alio espandersi di forti correnti chimiche che alterino l'aria. 
Idealeggiando la realtà fisica della sensitiva, fu ovvia la elaborazione logica 
del simbolo della sensibilità e del pudore. || Graziosa è la breve poesia di 
Martino Piaggio — l’Esopo genovese — A figgia e l’erba sensitiva. La 
ragazza che ha toccata l’erba, spiacente le chiede se le ha fatto male : 

Ohi rispose a seMitiva: 
nella figgittf o Vè o nuu ftt 
De retiàme, e de paci viva 
Se me sento Cin po tocca. 

Me pii d* ftrc ciù segna; 

O /V istinto de naiùa.,.. 

Tutta di mistico simbolismo è la inspirata Sensitiva, scritta a Pisa da Percy 
Bysshe Shelley (1820). |{ La mimosa rappresenta l’Australia nella simbolica 
politica etnografica (v. Fiore). 

582. SERPE — 11 serpente — come se fosse la trascendente incarna¬ 
zione d’un mistico e impenetrabile arcano — suscitò sempre nella fantasia 
mitopeica dell’ umanità l’ avvertimento di vivaci e svariati rapporti men¬ 
tali. Dei « serpenti di varie sorti, de’ quali hanno gli antichi e moderni 
avuto contezza maggiore » dissertò l’Astolfi ( Officina istorica - 1605), con 
l’asseverazione propria dell’epoca sua, nella quale non era ammesso du¬ 
bitare dell’ esistenza di animali singolari e inverosimili. Egli — sulla scorta 
dei vecchi autori — annovera : l’ aspide di Cleopatra, nemica dell’ icneu¬ 
mone, astata e venerata dagli egizi; V emoroida sanguigna e pigra; la 
cerastd fraudolenta dalle quattro corna ; l’ antefisebene velenosissima con un 
altro capo nella coda; la salpinga assomigliante ad una tromba; la vipera, 
che rimane gestante e vedova insieme e muore diventando madre ; l’ icneu¬ 
mone niliaco ; l’ idro, dal veleno stravagantemente odorante, che toglie prima 
la memoria e la vista, poi lentamente la vita ; lo stellone, vivente di rugiada 
e che istupidisce con il suo morso ; la salamandra ; la cecilia, che accieca ; 
il chersidro anfibio; il chersidro dal fiato fumigante; la piccola dipsa; il faria, 
che cammina sui due piedi, col corpo dritto ; il prester e il leps, terribili ; 
la boa, che inghiotte i putti interi; i ceneri; gli iacoli; gli scinci ; lo scitale 
lusingatore ; il dragone ; il beto astato, nequitoso e pestifero ; ed altri ser¬ 
penti che sono in Calicut « grandi e grossi come gran porci, benché con 




28« 

la testa molto maggiore e più del porco orribile, e hanno quattro piedi, e 
sono lunghi quattro braccia. (Cfr. ; Jnf. XXIV - 85). 

Il più perfetto esame della scienza ha provato che non tutti i-serpenti 
sono dotati di potenza venefica. Nei nostri paesi ne è dotata soltanto la vi¬ 
pera; ed essi non lanciano il loro veleno, ma lo fanno penetrare col mezzo 
di uncini speciali situati sotto la lingua ; ed è mi¬ 
rabile di esattezza zoologica il passo della Biblia 
(Salmi CXXXIX - 8). L’incantagione dei serpenti — 
praticata da naturalisti, da furbi sacerdoti e da ciur¬ 
madori di piazza — è nuli’ altro che l’estirpazione 
preventiva degli uncinetti velenosi all’ animale, che 
per tale 'operazione diventa inoffensivo. È pure un 
pregiudizio quello del fascino dello sguardo dei ser¬ 
penti ; vero è, invece, che alcuni di essi, come quello 
detto a sonagli, ha un alito fetido che impregna l’aria 
a distanza e fa cadere gli uccelli asfissiati. 

La fisionomia fisica e — per cosi dire — morale 
del serpente ha quindi reso facile in esso una en- 
ANTEFisEBF.sK tifioazioue simbolica delle più usate e più sugge¬ 

stive. Essa ebbe il sacro carattere totemistico presso i persi, gli irani, i 
fenici, i greci, gli ebrei, i celti, i galli, i marsi, i romani. L’essere supremo 
nel sistema religioso dagli egizi era Cnef — simbolo della bontà divina 
preesistente alla creazione del mondo, e rappresentato a volte sotto forma 
di serpe formante cerchio di sè stesso (Plutarco), ed a volte con ali e con 
tosta di sparviero. Gli ofiogeni di Frigia vantavano le proprie origini da un 
serpente eroe. È obietto di cieca credenza il serpente presso gli ebrei, da¬ 
vanti ai quali Mosè converto in serpente la propria verga che divora gli 
altri serpenti (Esodo - VII - 9. 12) ; ed inalza quello di bronzo come si- 
gnaoolo di sanità (Numeri XXI - 9) ; e in questo simbolo ricordato nel- 
1’ opera mosaica sarà poi raffigurata la redenzione umana, secondo le parole 
di Giovanni : « Nella guisa che Mosè eresse il serpente del deserto, fa d’uopo 
sia inalzato il Figliuolo dell’ Uomo » (III - 14). 

La ipostasi rappresentativa del serpente — vero Proteo del simbolo — 
è, però, genericamente elaborata e identificata nella idea trascendentale del 
male. Nel mito vedico Ahi o Vetra è il cattivo serpente che tiene incatenate 
le acque nelle nuvole e nelle montagne, cui darà libertà Indra, il nobile 
dio bellicoso. Midgard è il serpe figlio di Loke, genio del male, nel mito 
scandinavo. Nel mito persiano Arimane — il capo degli spiriti cattivi, il 
signore delle tenebre e della morte, il principio della distruzione assume 
le spoglie del serpente Meschia per corrompere la prima coppia umana, nata 
dall’ albero Reivas. Angat è il serpe sanguinario e crudele che simboleggia 
il male per gli abitanti del Madagascar. Cosi nella cosmogonia biblica il 
serpente è la prima tangibile forma di Satana, che induce 1’ uomo al c fallo 
primo », e sarà poi vinto ai piedi della croce, e più tardi conculcato dalla 
Immacolata concetta. Nel museo Kiroheriano di Roma si ammira una striscia 
tessuta a piume policrome, rappresentante il serpente adorato, in forma di 
S. dagli antichi messicani, ai quali i missionari dicevano ohe quel disegno 
ora l’iniziale del nome di Satana. 







289 

Carlo Hagenbeck — il noto domatore di belve — afferma che l’intelli¬ 
genza dei serpenti è molto limitata; egli cita parecchi episodi a conferma 
del suo giudizio : un serpente scambia per cibo la coperta ond’ è ravvolto ; 
frequente è il caso in cui due serpenti, contendendosi la preda di un co¬ 
niglio, comincino placidamente a inghiottirlo, uno dalla testa, l’altro dalla 
coda, e giunti con le bocche ad incontrarsi, si divorano a vicenda (lo e le 
bestie). Sarebbe errato — quindi — il concetto zoobiologico della Biblia, la 
quale dice astuto il serpente [Genesi. Ili) , che « diede ad Èva il cibo amaro » 
(Piirg. - Vili. 99) e fu conseguentemente tenuto l’appropriato simbolo del 
peccato, della malizia, della perfidia, dell’ inganno ( « latet anguis in herba — 
Virg. Ed. Ili); di frode, com’è descritta dal Boccaccio (Genealogia degli 
Dei), con un corpo di serpe dalla pelle variegata, natante nelle acque di 
Cucito, d’onde trae il veleno, e solo sporgente la testa, eh’ è quella d’un 
uomo da bene ; di tradimento ( « tradimento, ma¬ 
ledetta serpe » - T. Moore); di tentazione e di 
seduzione, ed è forse per questo che il serpente 
tentatore è spesso raffigurato nell’ arte con testa di 
donna ; es. : nell’ Èva di Cristoforo Solaro, nel duomo 
di Milano. Alcuni opinano che tale figurazione sia 
una specie di metatesi della testa serpentina della 
Medusa pagana; altri — secondo una tradizione tal¬ 
mudica, che il viso muliebre dato al serpente sia 
quello di Lilith, vera e prima compagna di Adamo, 
in una unione non benedetta da Oeova, e da cui 
nacque uno stuolo di demoni ; Lilith si sarebbe poi 
separata dal compagno, e Geova avrebbe da una co- 
stola di lui creata la vera madre dell’ umanità, Èva, 
per con.solare Adamo dell’abbandono; ma Lilith, 
invidiosa della felicità loro, indusse la rivale a disobidire ai voleri divini 
(Portigliotti). Lilith è anche creduta uno spettro notturno ostile ai parti e 
scongiiirato dagli ebrei (Calmet). Da questa — che può essere una delle 
molte illustrazioni dell’enigma figurativo — si deduce un altro carattere 
del simbolo del serpente, quello dell’invidia; confermato ancora dalle sacre 
carte [Sap. II. 24 — Apoc. XII. 9 e XX. 2), e ricorrente costantemente nelle 
arti e nella letteratura; es. : Falconet scolpi Pietro il Grande, a Pietroburgo, 
sopra un cavallo che schiaccia i serpenti dell’ Mridtfl ; Poussin dipinse il 
livido peccato con la capellatura serpentina. E l’Alciato: 

Sguallùia viperea mandura»^ foemina eai'ìiea, 

Otiiqttfi. doleiit oruli^ qiuiegue; auum cor edit, 

Quum macies H palloT ìuibejit^ apinoauque yeaiut 
Telo nittnu; talU piiiyitur Invidio. 

lEmbl. r.XXT). 

Per analogia, e per il modo orale con cui il serpe inocula il veleno, l’i- 
magine del serpe è pure attributo della maldicenza e della calunnia, na¬ 
turali concomitanti dell’ invidia (cfr. i modi comuni : lingua viperina, morso 
(iella calunnia e simili); Giotto ritrasse V Invidia con una serpe ch’esce 
dalle sue labra (cappella degli Scrovegni, Padova). || Ed ancora per logica 
illazione il serpente partecipa del corredo iconografico della discordia (cfr. 

fu 





iLLtU» 





•290 

le descrizioni di Virgilio e di Petronio) ; e della vendetta : Nemesi, la 
« veemens dea » (Catullo), rappresentavasi alata, con in mano serpenti e fiac¬ 
cole, ed erano anguicrinite le Furie ed altri ctonie! mostri. || L’ avariala ha 
il suo singrafo in una vipera con il motto : « Offende viva, risana morta » 
(Pozzoli). Il 11 Michetti aveva proposto per una serie di francobolli italiani 
(1907) l’imagine dell’Italia avvinghiata da un groviglio di serpenti, e da 
cui fugge uno stuolo di rondini: voleva — con significato profondamente 
simbolico — significare che il buono se ne va con la emigrazione dei la¬ 
voratori e restano l’ ingordigia e il pregindisio. 

Descritta la c mala striscia » delle tristi attribuzioni date dalla conven¬ 
zione esperimentale al rettile spaventoso, dobbiamo rilevare il decorso pa¬ 
rallelo di altre sue e non secondarie appartenenze simboliche, che lo esaltano 
come animale di buona natura : 

Fallii enim vitium specie vìtIuIìs et umbra.... 

(Giovenale). 

Troviamo, infatti, una serpe, immancabilmente, al fianco di Esoulapio, il 
filantropo per definizione, e di Igiea — moglie o figlia di lui avvolta 
intorno al « haculum agreste » ricordato da Ovidio (Metam. XV), simbolo 
della forza vitale e della salute. Se ne ha un classico esempio nella bella 
statua nel museo di Napoli. Anche l’Artemide arcaica, tiene due serpenti, 
(es. : nella statua del museo Vaticano) e cosi la Medicina, come è rappresen¬ 
tata — secondo la tradizionale allegoria — nel tempio malatestiano di Rimini. 

Il serpe avvolto 

All’ arbor fortunato^ e il vital vaae 
Della florida Igia, nota il felice 
Dall’ arti salutari indnstre alunno. 

(Arici - Il camposanto di Brescia). 

Plinio adduce molte ragioni di questa onorevole attribuzione, servendo il 
serpente — secondo il grande erudito comense — a molti rimedi e dimo¬ 
strando egli la vigilanza indispensabile al medico, ed anche perchè si 
rinnova mutando la pelle, come la medicina rinnova l’organismo dell’ uomo. 
La prerogativa di alcune utilità medicali era però soltanto di certi serpi gialli 
di Epidauria (Pansania), d’onde il culto ad Esoulapio venne importato a 
Roma (T. Livio) allor che i romani — afiSitti da pestilenza feroce — de¬ 
putarono ambasciatori presso i sacerdoti del dio taumaturgo, e nelle vici¬ 
nanze del suo tempio in Epidauro ravvisarono in un serpente il dio stesso. 
Tornarono gli ambasciatori con il serpente divino, ed approdati solennemente 
all’isoletta del Tevere, lo lasciarono libero. Il serpente andò ad appiattarsi 
fra un canneto, e parve quello il luogo prescelto da lui per sua dimora. Ivi 
gli si edificò un magnifico tempio (291 a C.). Con i serpenti gialli pelopo- 
nesiaci le baccanti attortigliavano i tirsi ed i mistici canestri delle orgie. || 
Gli egizi frammischiavano il serpe — preferibilmente l’aspide con le 
proprie divinità, ed anche i loro dei — in particolare Serapide rappresenta¬ 
vano serpentiformi. Ma poiché presso di loro mancava una mitologia eroica, 
e confondevansi gli dei con le gerarchie umane (Erodoto), in quell arte re¬ 
ligiosa, piena di simmetrica maestà, ma pure di eloquente artifizio, si vede 
attribuito il serpe ai re come alla divinità. Il re dell’ Egitto anche morto 
— era parificato al sole cadente che discende nell’ emisfero inferiore, fra le 


tenebre, per risorgere nella li.ce vivilicatrice ; come il sole, il re continuava le 
sue trasmigrazioni dal mondo celeste a quello terrestre. La regalità era 
quindi l’eternità: ed il serpe (ureus) che ponevasi sulla corona (pscent) 
simboleggiava e l’una e l’altra insieme, ed era il serpe alzantesi obliqua¬ 
mente m arco. I sacerdoti etiopi lo portavano, nelle cerimonie, attorcigliato 
alle bende del capo. || Non si rinviene però, nei geroglifici egiziani, il serpe 
a cerchio che si imbocca la coda, e che è il più usato simbolo dell’ «ternità, 
coinè - ad esempio — nella medaglia di Faustina e nel modernissimo quadro 
di L. Meeser. || Il serpente era anche ordinario simbolo del sole (Macrobio). 

« Siate prudenti come i serpenti » ripetono le sacre carte (Matteo X - 16) • 
e sembra strano poiché per esse il rettile inviso rappresenta 1’ empietà, ed 
a lui — come bruto — non è ammissibile rivendicare l’uso della ragióne. 
Nm est hic locy^ di cementi filosofici, e rimandiamo il lettore alle esegesi 
di Tomaso e di Agostino (De tentatione primorum parentum). Certo è che 
la torva guardatura, lo strisciare per terra, il mimetismo, l’insidia per 
procacciarsi il cibo, sono caratteristiche di cosi pronto rilievo ohe sug¬ 
gerirono anche alle genti antiche di simboleggiare nel serpe quella virtù 
ohe Socrate defini c l’ornamento dell’ anima », la prudenza. Cosi forse pen¬ 
sarono gli scaldi nell’esaltare la circospezione di Odino, che, tramutatosi 
in angue, rapisce il nettare divino alla gigantessa nemica; e pensarono i 
greci, attribuendo a Minerva - dea della saggezza - il serpente, come 
appare dall’episodio di Laocoonte [Eneide li. 200); dal bassorilievo di 
.Iacopo della Quercia, nella fonte Gaia (Siena), e dallo splendido fresco 
iconico della Sapienza condotto dal Tiepolo, nella cappella Colleoni (Bergamo). 

I| Così ancora il serpente è dato dagli araldisti come simbolo della rifles- 
sion. e della prudenza. || La Chiesa lo dedicò a san Giovanni evangelista 
ed a san Vittore ; e in tale dedicazione ai riscontra un altro traslato dalla 
materialità della natura alla concezione astratta e spirituale. Credevasi che 
il serpente invecchiato venisse ad un punto della sua esistenza nel quale 
digiunava per quaranta giorni e quaranta notti, cosi che la sua pelle ne fosse 
screpolata; indi sguisciasse attraverso la stretta fenditura della roccia, e vi 
bimanesse fin che una nuova pelle non lo ricoprisse del tutto. 

E tal di vaga gioventù ritorna * 

Lieto il serpente, e di nov’ór s’adorna. 

{Oer, Uh. XVTIT - IH). 

Come augno si rinfranca 

Dopo I* orrida bruma, e cangia spoglie. 

(F. Benedetti - AW Italia). 

In tale guisa il rettilo si prestava ad interpetrare simbolicamente la rige¬ 
nerazione. ed il Physiologus ammonisce; « Cosi tu, o figlio dell’uomo, se 
vuoi spogliarti del tuo vecchio Adamo ed essere rigenerato, devi passare 
per la angusta porta che conduce alla vita » (White). || Con significato presso 
che epale rilevarono il serpente i gnostici otiti, dandogli parto singolare 
nelle iniziazioni e nelle agapi; e da essi proviene, probabilmente, l’adozione 
del serpe nella emblematica massonica. Ancora come simbolo della rige¬ 
nerazione l’academia romana dei Binnovati prese per emblema tre serpi 
intrecciati, con il motto : . Quos bi-unui tegebaf ». || La tribù dei Bulonge 
(Uganda) e torse l’unico gruppo di popolazione che abbia mantenuto anche 
ai nostri giorni il culto del serpente vivo (Roscoe). [| Solevansi dipingere 



‘ 29-2 

i serpenti nei luoghi publici «ohe volevansl mondi d’ogni bruttura, onde 
gli adulti per reverenza, i fanciulli per paura non vi si accostassero a far 
puzza » (Monti - Comento a Persio. I). 1| Il duplice serpente era !’insegna 
dell’Asia. Il Gli egizi accoppiavano la vipera alla murena per simboleggiare 
r adulterio. 1| Nell’ alfabeto secreto della camorra il serpe significa publico 
ministero (Guyot). 1| La festa dei serpenti, che si celebra ogni aijno, nel 
primo giovedì di maggio, a Cocullo (Abruzzi), è una delle grandi sagre 
italiche di origine pagana e di spirito cristiano non ancora travolta dall’ onda 
della modernità. Vi accorrono le donne di Scanno, dalla beUezza esuberante 
ed altera, nei loro pittoreschi abbigliamenti, e uomini e ragazzi, con una 
([uantità di serpentelli.... sdentati, attorcigliati alle braccia, al collo, alle 
gambe nude. Si porta in processione un dente di san Domenico da Foligno, 
il quale avrebbe la virtù prodigiosa di guarire, solamente nel riguardarlo, 
i morsi delle vipere. Ci richiama la tipica, impressionante figura scolpita 
da Gabriele d’Annunzio, il « serparo » della fiaccola stolto il moggio ; 

Edìa Fura 

Sono, nato di Forco, che serviva 
il santuario prima di me. E prima 
di lui c’ era Carpesso, della nostra 
progenie, che forniva la cisterna 
santa. E nel territorio 
ili Luco, e in tutto il popolo dei Marsi 
non v’ è novero delle geniture 
di vostro ceppo oh’ ehber la virtù. 

La « cisterna santa » è quella di Cuculio, nella cui valle i marsi antichi 
professavano il culto totemico del serpente. || (v. Aquila, Cervo, Drago, 

,'Salamandra). 

53:1. SBBPILIiO — V. Timo. 

534. SPERA — Elissoide a diametri principali eguali, determinato da 
una uniforme superficie della quale tutti i punti sono equidistanti dal punto 
centrico interno. Si può concepire la sfera come generata dalla rivoluzione 
di un semicircolo interno del suo diametro. Dall’arida nozione matematica 
trasferendo l’espressione formale nella concrezione simbolica, la sfera — o 
globo — si prestò facilmente a simboleggiare l’eternità « perchè la forma 
circolare non ha nè principio nè fine » (Ripa), e perchè « la circonferenza del 
globo rientra perpetuamente in sè stessa » (Tressan). Per continuità logica 
del medesimo concetto, la sfera fu pure il termine plastico della universalità 
una e indivisa in sè stessa, e pure comune a più realità finite. 

Le cose tutte quante 
llauu’Online tra loro; e questo è lornm 
Che I’ «miver«o a Dio fa somigliante. 

<iui veggìon r alte creature V orma 
nell’ eterno valore, il quale è line, 

AI quale è fatta la toccata norma. 

Nell’ordine eh* io dico sono aoelino 
Tutte nature, per diverse sorti, 

Più al princiino loro e meu vicine; 

Onile si movono a diversi porti 

Per lo gran mar dell* essere, e oiasomia 
(*on istinto a lei dato che la porti. 

{Par. 1 - IdH). 




2Sb 

L’universo: complesso di energie centrifughe e centripete « per lo gran mar 
dell’essere», ma tutte soggette ad un ultimo fine. Quindi è l’universo il 
globo che nella statuaria iconica vediamo sottoposto al piede volubile della 
Fortuna, a quello pervicace del Destino; o fra le mani di Urania e delle 
Scienze cosmologiche; è l’universo il globo 

Ultima subufdit glomerato pondtre tellun. 

(Marnino - AHrotiom. I). 

, È il globo che vediamo sovrapposto alle teste egizie; e nelle medaglie an¬ 
tiche, tal volta radiato e sostenente una Fifforia; o tenuto dagli imperatori, 
con in cima una croce. La palla d’oro contrassegnante la dignità del mo- 
nar(»to fu usata prima dagli imperatori romani, come segno del suo dominio 
sull universo. La croce in colmo vi fu aggiunta dagli imperatori di Costan¬ 
tinopoli, e tutti i re della cristianità li seguirono nella costumanza, adottando 
il globo come indice di potensa e di liberalità. |l Un globo con un timone 
rappresenta la sovranità dei marij sormontato da un’aquila ad ali spiegate 
la consacrazione. ]| La sfera è pure attributo della Provvidenza, — come 
nella medaglia di Probo e come fu riprodotta nello spettacoloso funerale 
della regina Isabella di Borbone a Milano (16.S3) — perchè « dalla prov¬ 
videnza divina ci vengono tutti i beni, ed ella estende le sue attenzioni 
sopra tutto l’universo » (De Claustre). (Cfr. : Iiif. VII - 78 e seg.). ] Tal 
volte la sfera sostituisce la ruota nell’allegoria della Fortuna, come — ad 
esempio — la dipinse Gian Bellino, navigante su una cimba, tra putti, e 
con in grembo una sfera. || Martino, undecimo generale dei certosini, assegnò 
per divisa all’ordine suo un globo cimato dalla croce e con le parole : « Sfai 
Crux duvi volvitur orbis ». (v. Palla). 

63.5. SFIITGE Mostro favoloso delle mitologie indiana, egizia e greca, 
rappresentato in varie guise : con volto di donna e più raramente di uomo, 
con corpo di cane e zampe di leone, con ali o senza, 
coda di dragone, davanti mammoso e dietro testico¬ 
lato, sempre giacente sulla parte anteriore del corpo 
e con le zampe protese. Alla sua esistenza presta¬ 
rono fede Plinio e Alberto Magno che seriamente 
ne dissertarono. La più famosa sfinge della favola 
è quella inviate alle porte di Tebe da Giunone, 
adirata perchè Alomena aveva accondisceso alle 
voglie di Giove. Essa obligava i viandanti a scio¬ 
gliere l’enigma, cosi tradotto liberamente dall’il¬ 
lustre codognese Antonio Zoncada : 

(Quadrupede cauiuiino 
Nei mio jirimo mattino ; 

Uso due ^aznbe soie 
Allor oh*è alto il Solo; 

Ma di altra K*^mìia, dopo 
Che il Sol discese, ho d* uopo. 

Chi non indovinava perdeva la vite sotto la strozzatura del terribile mostro. 
Edipo sciolse l’enigma, rispondendo essere l’uomo l'animale che fanciullo 
cammina carpone, aiutandosi con mani e piedi, adulto con due piedi sol- 



«FIKOK 

1. inilologica - 2. egiziaita. 











29'1 ■ . j. 

tanto, vecchio aggiunge l’appoggio del bastone. La 

il capo contro la rupe ed Edipo entrò trionfalmente m Tebe, dove ebbe il 
trono^e la mano di ^Giocasta. Gli euemeristi invece vorrebbero spiegare il 
mito dando il nome di Sfinge ad una figliuola di Laio, re di Tebe, la qua 
-^deglaln il padre - ei associò ad una masnada di assassini che in- 
fA«tavfno le strade • e gli artigli attribuiti al mostro indicano la crudeltà di 

ù ”rA ir»;, i ««1 '• “ T?r 

neila diTesa gli enigmi le insidie e le imboscate. Parimenti in questa inter- 
petrazione greca, il mito della sfinge contiene il significato ^ 

la forza terribile dell’arcano e dell’agguato, come direbbe 1 etimologia 
«tessa del nome- e le argute menti che si dilettano di costrurre e di inter- 
petrare ve^^^^^^ pa-le con forma letteraria - e Uli furono in antico 

Cleobulo, Archfloco, Simonide, Bione, Teocrito, Mosco, Saffo, Cicerone, Apuleio, 
Virgilio - hanno giustamente prescelto la sfinge quale mezzo rappresent - 
tivo della enigmistica, per il fascino e la seduzione dell ignoto ohe vuole 
essere svelato. Tale significazione doveva avere la 8**^» di Minerva pun- 
irsnte la sfinge con la punta della lancia, eretta in Atene (Plinio). Altre 
volte Minerva era armata di un giavellotto con la testa della sfinge, e in- 

‘’‘'D?ffeTe?tt"rU limbo*^^^^^ sfingico nelle colossali moli Yw'®‘wTa^ 

egiziani tagliarono nel granito. Le ^oro sfingi sono b.ssessuah (Wmkelm^^^^^ 

11 leone corroso dalle sabbie, giacente presso la piramide d. Cheope con 
;Ì tei lana rialzata. . coperta di un pezzo di stoffa rigata, copricapo 
per proteggere la calotta craniale che gli Egiziani radevano per ,0 

JSizia » Irrotti), con le potenti zampe distese - e tra esse e un picco o 
Lcello - è simbolo di difesa dei feraci terreni della valle contro la cocente 
sabbia del fulvo deserto che contempla. Non affermazione di paura, ma di 
forsl illUgente di sapienza vigile e silenziosa, di vita fattiva; affer¬ 
mazione di feratica solennità che si tramandò pure ® ^ 

Btiana dei secoli bassi, la quale pose la sfinge sulle porte dei tempi, come 

sostegni e basi alle colonne del pronao. |1 Augusto portava nel proprio sigi! 

pTmpronta della sfinge, quale segno della inviolabilità del secreto nei 
reggitori di popoli. I virtuosi esseni ebbero parimenti tra i propri sim- 
boffla sfinge 1 L’isola di CMo l’ebbe per emblema. |! Nel monumento a 

Ssmarck eretto a Berlino (scultore Begas) è simboleggiata a .Sayuenzn 
Bismarck erer i modernissime (1913) decorano 

u a. N.POU: u.. di ». (»«!»» P..-) 

ha la grandiosità ieratica del mito egizio; l’altra (scultore ^ 

nel fin! volto greco e nel composto movimento delle linee 1 ««Fellone de 
1 • o hallfi» 7 a La sfinge di forme umane domina, con la fissità dello 

slail e la rigidità della espressione, il sepolcro Besenzanica, nel cimitero 

^aumentale di Milano (scultore Butti), e rappresenta .1 ^ 

La sfinge fu la impresa di Amedeo VI di Savoia, il conte Verde (1.-173), 
con il capo copertoi un elmo bialato, la visiera abbassata e il corpo 

leonino, e calpestante una biscia, emblema dei nemici ^‘^“YaHudT-^si 
T a «finire dell’ evo medio - che si ripete in vari monumenti sabaudi 
oirva nel monumento a Carlo Alberto del palazzo comunale di Tonno, con 
il motto ^.r attenda non astre*. (scultore Cauda). 


295 

536. SIRENA — Fignrazione antropomorfica incompiuta, come il cen¬ 
tauro, il minotauro, i tritoni, simboleggi ante la lusinga, la sednsione. 
« Usque in exitiam dulces » dice delle sirene Boezio (De cons. phil. I - 1), 
e la favola racconta cbe alla malia soave della loro voce i naviganti del 
mare sentivano mancarsi le forze come in un’ orgia di voluttuose sensa¬ 
zioni e abbandonavano la nave nei gorghi o contro gli scogli, irrepara- 
liilmente. Soltanto Ulisse potè sfuggire alla magia del fascino mortale, 
turandosi con la cera le orecchie e facendosi legare all’ albero maestro della 
sua nave. (Od. XII - 39). Erano figlie del fiume Aoheloo e di Calliope, o 
— secondo altri autori — di Tersicore o di Mnemosine ; altri ancora le 
dicono prole di Forchi e Cheto, e danno loro vario il numero e il nome ; 
naturalmente, di bellissime sembianze fino alle coscie e terminavano in 
pesce con una o due code : 

Dtftinit iu piweiìt 
Mtilìer formosa superne. 

(Orario - De urte poetica). 

Ovidio (Metani. V.) le dice compagne di Proserpìna, e allor die questa 
venne rapita da Plutone, esse, desolate, invocarono e ottennero dagli dei 
le ali per poter ricercare l’amica intorno al gran 
mare, il Mediterraneo. Per questo motivo alcuni 
artefici hanno effigiate le sirene con le ali, che le 
muse loro strapparono poi, quando furono sfidate 
al canto dalle sirene imprudenti, istigate da Giu¬ 
none (Pausania). Vinte pure da Orfeo nell’ aringo 
canoro, gittarono nel profondo delle onde il liuto 
e ammutolirono. Nessun altro luogo del mondo po¬ 
teva essere il degno soggiorno di codeste terribili 
fascinatrici se non l’incomparabile smalto ceruleo 
che si stende dal capo Miseno alle insidie di Scilla 
e di Cariddi. (Cfr. Castelar - L’isola di Capri], 

Dove una delle sirene, Partenope, aveva fatto ri¬ 
sonare gli scogli del suo inestimabile ca)ito e dove 
era stata travolta nel gelido silenzio della morte, 
fu dato il nome ad una città eh’ ebbe il nome di lei da prima, e fu poi dal 
tiranno Falaride chiamata Napoli, o Città Nuora, da lui riedificata. 

Delle Sirene alla beata sponda 
Ove di Ghiaia flagellando il lido 
Mormora 1' onda. 

(Fautoui). 

A dimostrare la seduzione dell' eloquenza una sirena fu scolpita sulla tomba 
di Isocrate. Come figura di talismano la sirena è delle più usate. Gli 
assiri avevano finto in essa Cerere, attesa dal mare Eritreo per benedire le 
messi e la invocavano nel tempo delle semine. {| Agli araldisti è nota la 
sirena Melusina, la quale — per nascondere le sue deformità — aveva 
scelto un tino per dimora e solo si mostrava fino alla cintura. Ne trattò la 
poetica leggenda Giovanni d’Arras (1390) ed è celebre la romantica compo¬ 
sizione musicale dedicatale da Mendelssohn (1809-1847). Da questa roman¬ 
zesca Melusina si vogliono trarre i natali della schiatta dei Lusignano, di 



SIK^XA 


I 














cui Guido fu regnante di Gerusalemme (1186) e di Cipro (119-2). ;| Per mot^ 

Z usò il mito della sirena ad indicare P allettamento piacevole anche 

dèn- arte e degli artisti, specie della parola. Es. : « Calo 
Siren Old solus legit ac facit poetas » (Svetomo). La dea sira Atergate 
Sta Idt di SemirLide e simbolo della g.uerasione - aveva sem¬ 
bianze di donna nella parte superiore del corpo, ohe finiva in coda di pesce 

(Luciano). 

537 SIRINGA - Zampogna - Siringa era la ninfa d-Arcadia inseguita 
da Pan ! salvata dalle sue erotiche voglie per la oomp.«sione degli dei, ohe 
Ja convertirono in canne. Sotto la stretta dell’eccitato dm caprigno lanini 
esalò voci cosi pateticamente armoniose, che egli pene i riunire i 
palustri, convenientemente degradati di misura, e di formare cosi 1 istro- 
Lento cui diede il nome della amata, e ohe fu largamente usa^ dai pastori. 

I romani diedero parecchi nomi all’istromento di Pan: arundine, calam , 
avena, fistula, cicuta, secondo la materia onde si componeva. 

FiatiiUt cui sciitper decrescit armidinia orda. 

Jfum cnlamii» cera jiiiisWir iwjtie minor. 

Nella rustica italica esso si chiamò zampogna. 

Nè Hol vivrai nella mia Rtanca lintf'^a, 

Ma por pastor divorei 

In miUo altre sampogne e mille versi. 

(Sanuaxearu). 

È emblema usatissimo per indicare la musica pastorale e circondata di 
lauro e di pino fu l’ impresa degli ammanierati mandriani d Arcadia. 

5,38. BISTRO — Strumento musicale a manico, vuoto nel mezzo 
traUrsato da bacchette metalliche, che percosse danno il suono delle 
particolarmente usato nelle cerimonie degli egizi, or¬ 
dinariamente cimato di gatto o di testa di gatto e de¬ 
dicato ad Ator, dea dell’ amore e del piacere, della 
quale era attributo, quale simbolo di gioia ; vedi la 
sacerdotessa d’Iside nel campo Capitolino (Roma). 

Il II vulgo egiziano credeva che lo strepito del 
Bistro ponesse in fuga Tifone. || Il sistro successi¬ 
vamente fu usato dagli ornatisti come generico 
simbolo della musica. 

539. SMERAIiDO — La magnifica pietra che 
sembra una goccia dell’ oceano attraversata da «no 
sprazzo di sole, e pare abbia in sè racchiusa una 
fiamma secreto e misteriosa, è una delle gemme a 
cui le fantasie attribuirono inttussi spirituali pos- 
senti. Gli antichi la dedicarono a Venere pura, come simbolo di virginità 
(Pierio Valeriano - XLI); altri la dissero espressione di speranza nascosto 
nella gelida apparenza, di gioia, di UberaUU. di forza, j] Fra le corone 
di verbena essa brillava sulla fronte delle sacerdotesse druidiche, come fau¬ 
trice delle opere di divinazione e d’amore (E. Michelet). I peruviani la 



8I8TKO 


I 











veneravano con sacro terrore, e ancora alcuni di essi credono ohe le miniere 
degli smeraldi siano custodite da spaventose legioni di demoni dagli occhi 
verdi. || Vuoisi che la bella e orgogliosa regina di Saba e l’eifeminato 
Nerone (Plinio XVn. 16) amassero riguardare attraverso smeraldi meravi¬ 
gliosi ; e — benché di quelle epoche non si conoscesse la diottrica oculistica, 
e quindi non si parlasse di occhiali (gloria italiana dell’ evo medio) — pure 
la cosa è verosimile, perocché anche Plinio afferma gradevolissimo all'occhio 
il colore dello smeraldo, di cui é otticamente efficace il potere dispersivo, per 
la incurvatura relativamente debole, e per la tinta dolce e sedativa. Pietra 
di gran pregio, e per ciò lussuosa, quale si conviene alla tiara dei ponte¬ 
fici ed alle boiarde moscovite, che — prima di Lenin — prediligevano l’in¬ 
canto sottile ed abbagliante degli smeraldi per adornare la loro strana 
bellezza, || Era una delle dodici gemme dell’c/bd, indumento superumerale 
dei sacerdoti ebrei, nel quale rappresentava la tribù di Zàbulon, posta terza 
del primo ternario (Giuseppe Flavio). {| Credevasi anche talismano, appor¬ 
tatore di fortuna nei parti difficoltosi e nelle violenze del mal caduco. 


540. SOCCO — Calzare basso e piano, nella sua modestia contrapposto 
al coturno, questo simboleggiando la tragedia grave e risonante, quello 
la oomedia, di minori pretensioni e lieta. 

Comica lascivo gaurìet sermone Thalia 

(Virg. - De Mumìh) ; 


e (fuindi la musa della comedia porta con sé la maschera allegra e calza 
il socco. 


(v. Coturno!. 


Eli uuore immortai del socco aurato. 

(Marino - A P. Terenzio) 


511. SOIiE — 1 demopsicologi osservarono che l’imaginazione é tanto 
più vivida ed energica nell’uomo quanto più il suo cielo è cocente, si che 
la solitudine, le soste contemplative, le lunghe veglie sono comunissime agli 
abitatori dei paesi caldi, più disposti ai sistemi di religione e ad aderirvi 
con fanatismo. Al fulgore degli astri rutilanti nel bel cielo di oriente, ai 
grandi pensieri da essi inspirati, ed alla intemperante esaltazione dello spi¬ 
rito deve le sue origini una delle prische religioni, il sabismo, ossia l’ado¬ 
razione degli astri. Se ne trovano traccio presso tutte le genti primitive 
(Dnpnis - Origine di tutti i culti), dai pswtori degli arabi, dai guebri, come 
— nell’ altro emisfero — dai peruviani e dai natchesi del Mississipi. Par¬ 
ticolarmente ebbe culto la « lucerna del mondo » (Par. I. 38), il Sole, che 
con la bellezza impareggiabile, la luce invincibile, la regolare rapidità del 
corso, il miracolo fecondatore, fu dalla umanità ritenuto di essenza divina, 
il celeste dispensatore dell’ universa carità. Dalle aree e sterili terre di Arabia, 
di Idumea, d’Egitto, doveva provenire il suo culto alle sponde mediterranee. 
« Deos omiies ad Solem rcf'erri » (Macrobio - Satur. XVJI). E il Sole fu 
Pelo per i caldei ; Osiride e Oro per gli egizi ; Moloch per gli ammoniti ; 
Belfegor per i moabiti; Adonide per i fenici; Dionisio per gli indiani; l’invitto 
Mitra per i persi ; e successivamente Elios, Febo o Apollo per i greci e per 
i romani. A Rodi ebbe particolari manifestazioni ritu,ali e gli fu inalzata la 
statua di bronzo, alta cento piedi, annoverata fra le sette meraviglie del 



•29b 

mondo e rovesciata da un terremoto. Nelle Gallie e nei Pirenei si poneva 
la mota figurante il sole presso le erme di Giove. Cesare conosce tra gli 
dei germanici soltanto il Sole, la Luna e Vulcano. L’imperatore Romano 
costmisce in Roma il grandioso tempio al Sole Invisibile, rivelazione e ra¬ 
gione di un particolare monoteismo, a cui s'accosterà poi anche Giuliano 
l’Apostata. Per i greci il sole era autonomasticamente l'Àstro. Ancora in 
pieno secolo XX esiste il culto del sole, e a Montréal (Canadà) la setta dei 
mazdaz ne costrusse recentemente un apposito tempio. Perocché, come occhi 
umani non mirarono mai splendore maggiore del suo, cosi nessun filosofo, 
poeta o artista seppe trovare paragone più eccelso del sole per indicare il 
vero spirito vitale d’ogni cosa creata. 1 peraviani davano ih nome di Sole 
agli uomini superiori per intelletto (Gargilaso de la Vega). « Dante si alzò 
eminente tra tutti i poeti, quando in un sol verso racchiuse la più magnifica 
lode di che mai possa esaltare il Sole P imaginazione, cantando 

I/O ministro maj^gior ilella natura > 

O’itr. X. 28). 

Cosi il Monti. E il Foscolo, a proposito di questo verso asseriva di non aver 
mai letto < concetto più sublime e più splendido ». E Dante valga per tutti. 

Nell’immenso e multiforme simbolismo che accoglie necessariamente il 
naturale e il preternaturale, il divino e l’umano, il sole fu necessariamente 
il simbolo più usitato ad esprimere la grandezza, lo splendore, la magni¬ 
ficenza, la potenza, la dottrina, la virtù in genere ed in ispecie. 

SoIpv» Knma, die il lioon mondo f'eo, 

dne Soli aver, ohe l'ima e 1' altra strada 
taoeau vedere, e del mondo e di Deo. 

O’arg. XVI - 106). 

In questa guisa Dante simboleggia nei due soli il potere spirituale del 
pontefice e il potere temporale dell’ imperatore. (Cfr. : De Monarchia - III 
- 16). Il E Guido Casoni simboleggiava nel sole la religrione ; 

Un Sole è in Cielo e nn divin culto è in terra ; 

Ij’ uno dà Inmo al Mondo, e l’altro all' alme. 

(Embl, politici - 1). » 

E altrove nel sole indicava la giustizia del principe (id. XII). Del sole, 
figura di stile rappresentativo e metafora eterna, si usò e abusò nelle enfa¬ 
tiche fatiche artistiche e letterarie. L’Aretino scrocca la prima pensione da 
Clemente VII con versacci ch’ei chiama < lodi chiare » 

e sole e vere 

Appunto cQme il vero e come ÌI sole: 

il < sol dell’anima », nel quale il Piave volle dire l’amore, fu redento dalla 
musica di Verdi; il «sole dell’avvenire» di Garibaldi non lo fu invece 
dalla improvvisazione letterariamente disgraziata di Filippo Turati, musicata 
da Amintore Galli. In araldica il sole viene figurato come una faccia 
umana, conclusa in un disco e contornata da sedici raggi, dei quali otto 
diritti ed otto serpeggianti. (V. Astri, Luna). 

542. SORBO — La specialità di questa rosacea* in stretto parentado con 
il nespolo, è quella di crescere lentamente ma robustamente, fino al punto 


in cui possa assicurare la consistenza dei suoi fiori e dei suoi frutti ; simile 
in ciò alla pxndenia — di cui è fatta simbolo — la quale consìste nel 
prendere le saggie misure e la proporzione dei mezzi per l’esito felice 
del proposito. !| Soma republicana venerava il sacro sorbo nato dal gia¬ 
vellotto lanciato da Romolo sul monte Sventino e miracolosamente cresciuto ; 
offeso poi nelle sue radici e morto quando Giulio Cesare volle erigervi le 
sontuose gradinate. 

543. SOBCIO — Topo — Questo rosicante — che presso gli antichi giap¬ 
ponesi era attributo di divinità, e dal quale la gaia Montespan faceva trainare, 
fra i velluti del salotto, una carrozzella di filigrane d’argento — è a ragione 
spregiato e perseguitato, quale infesto apportatore di 
malanni, di pestilenze e di morie. Oli iconologisti lo 
propongono come « il vero geroglifico del danno » 

(Ripa). |{ Narrano però alcuni storici antichi che i topi 
furono anche qualche volta di capitale utilità, come 
i|uando aiutarono Setone, sacerdote di Vulcano re d’ E- 
gitto, ridotto agli estremi contro Senacherib re degli 
arabi, rodendo di notte archi, scudi e arnesi di cuoio 
dell’esercito vincitore, che dovette fuggire dall’ Egitto. 

Altra volta i topi dei campi troiani, rodendo le cor¬ 
reggia degli scudi ai cretensi che volevano fondare 
una colonia dove — secondo l’oracolo — i figli della 
terra recassero loro il fastidio maggiore, indussero quei 
guerrieri a fermarsi ed a fondare Sminto ; e i topi, 
nati dalla terra, vi furono venerati, nutriti dal publico, in certe cavernette 
)>oste presso la statua di Apollo sull’ ara maggiore del tempio. || F\i pure 
simbolico l’invio di un ranocchio e di un sorcio fatto dagli sciti a Giro per 
dichiarargli guerra, volendo intendere che non gli restava altro scampo che 
internarsi sott’ acqua come una rana o sotto terra come un topo. Vediamo 
il sorcio designato anche come il geroglifico della discresione. Perchè ? 

Il topo bianco — che gode abbandonatamente dei piaceri sensuali — era 
tenuto simbolo della lascivia. |{ Durante i riti d’auspicio il grido di un 
sorcio li faceva interrompere come triste presagio. 

541. SFASA — Arma ordinariamente usata come motivo di decorazione, 
e per la sua antichità e forse anche per la sua eleganza simmetrica. L’ of¬ 
ficio sostitutivo dell’ idea di questo simbolo è facilmente comprensibile, ri¬ 
chiamando esso ai concetti della forza, della potenza, della offesa, della 
difesa e di tutte le facoltà e le attitudini che ne conseguono. La Giustizia 
è sempre raffigurata con la spada, alzata per lo più, perchè difende e mi¬ 
naccia. Es. illustri : le pitture del Lorenzetti nella signoria di Siena, di 
Cima da Conegliano all’ academia di Venezia, di Raffaello nella stanza va¬ 
ticana della Segnatura : e più modernamente nella nuova sede del parlamento 
elettivo italiano, nella quale Aristide Sartorio dipinse la friustUsia con due 
spade, l’una per proteggere, l’altra per punire. Come participio iconologico 
della Giustizia, anche i domenicani posero la spada in mano del loro santo 
fondatore, insieme all’ olivo, per rappresentare con quella la giustizia, con 



SOR no 






axi 

questo la misericordia sul vessillo della ingiusta e immisericorde 1di(uìsì- 
zione di Spagna, jj Guido di Lusignano, re di Cipro, istituì l’ordine caval¬ 
leresco della Spada, avente la lama d’argento, con il motto « Securihts Uegni *. 
(Sicureisa). Bagli italiani residenti nella republica Argentina fu offerta 
al generale Caviglia una targa (scultore Tamburini), nella quale presso una 
spada brandita si legge : « /ctu non abslinet » e « Pax in virtuto tua », espri¬ 
mendosi cosi r antico concetto della minaccia della guerra contro la guerra, 
espresso da Vegezio {Epit. rei militar. III. prol.): « Qui desiderat pacem 
praeparet be.Unm ». |i Gli sciti avevano una spada particolare, da essi chia¬ 
mata Acinace, che conficcavano nel suolo e adoravano come l’imagine di 
Marte (Erodoto); ed anche i celti — nella loro ordinaria semplicità — 
adoravano il loro dio della guerra sotto la forma della spada. || Questa è 
uno dei vari emblemi massonici, e non si scompagna mai dalla maschia 
figura di san Paolo apostolo, < ad indicare il genere di martirio eh’ egli 
subi » (Zaccherini), e di altri santi : Ercolano, Giuliano, Taddeo apostolo, 
Pio I, Alessandro, Giovenale, Lamberto, Giacomo il Maggiore, Valentino 
romano, Aquilino, Lucio, Pancrazio, Fiorano, Costanzo, Keinoldo, Fabiano, 
Vittorio da Marsiglia, Eugenia, Susanna romana, Giustina di Padova.... 

La spada spezzata significa avversità. { Nella storia, nella letteratura, 
nell’ arte ogni spada ha il suo nome, che è un poema o un idilio, di amore, 
di gloria, di tragedia. < La spada è l’anima del cavaliere » dicevano i por¬ 
toghesi ; e la fisionomia della spada è quella di chi la adopera Chi non vede 
nel corto e massiccio gladio romano la saldezza compatta e inestricabile 
delle irrefrenabili legioni cesariane? E la guizzante e sottile lama delle 
spade arabe non è forse il ritratto — se cosi potessimo esprimerci — degli 
irrequeti ed agilissimi guerrieri africani in cui par rispecchiarsi intera ed 
intatta la felina sveltezza delle maestose fiere che popolano i loro deserti e 
le loro foreste ? Poi il greve ed oscuro medio evo riprende, anche nel pro¬ 
filo delle spade, il suo aspetto di solenne grandiosità; ....l’elsa ricamata 
nel prezioso argento di uno spadino settecentesco riflette interamente la 
sdolcinata grazia dei damerini poudrès che se ne adornavano. (Ferroggio). 

546. SPARVIERO — Di questo uccello di rapina diurno ohe usavasi 
ammaestrare nelle antiche caccie, molte cose raccontano gli zoologi, che ne 
ricordano massimamente la celerità prestante e la acuta e ferma potenza 
dell’occhio, pari a quello dell’aquila e del falco. Per questo privilegio i 
greci l’avevano imaginato pronto messaggero d’Apollo (Omero), e l’avevano 
pure posto al fianco di Giunone come fedele spione della gelosissima dea. 
Non si argomenta però eh’ esso abbia avuto nell’ arte un particolare compito 
simbolistico, benché sia una delle imagini spesseggianti nella geroglifica. Si 
riferisce che uno sparviero portasse in Tebe d’Egitto — e non si sa da dove 
— un libro scritto a lettere rosse nel quale si impartivano le norme di culto 
ai sacerdoti (Diodoro). Da allora gli scrittori di cose sacre portarono sempre 
per divisa un berretto rosso con un’ ala di sparviere. Occorre però tener 
presente la trama molto involuta del culto egiziano, che è come una suc¬ 
cessione evolutiva di figure, di emblemi, di adombramenti più o meno in¬ 
gegnosi ma tutt’ altro che distinti ed evidenti. Lo sparviere era sacro e 
intangibile presso gli egizi, poiché — secondo taluni autori — esso incar- 


ÌJOl 

nava il loro Osiride (Plutarco), nel quale — come è noto — si ravvisa la 
virtù e il gran dio Ameri, ossia il principio dell'Apollo ellenico. Arueri fu 
identificato dallo Champollion nelle inscrizioni e nei bassorilievi di Ombo 
e di Eliopoli, antropomorfo nel corpo, seduto sul trono, con la croce ad ansa 
e lo scettro, e con la testa di sparviero coronato dallo psehenf. Molte volte 
lo sparviero si trova disegnato interamente a sè, ed indica potenza regale. 
Con il capo rivolto verso le ali spiegate indica protezione. || Nelle antiche 
caccio era molto usato lo sparviero a cui si faceva l’operazione della ciglia- 
tura, cioè gli si cuciva il ciglio con un filo di ferro « però che queto non 
dimora» {Purg. XIII. 72); e araldicamente si adottò lo sparviero per ricor¬ 
dare trofei e diritti di caccia signoriale. 

646. SPECCHIO — Quest’ istromento ha una storia remotissima. Assiri, 
indiani, cinesi, ebrei li costruirono di metallo; gli egizi anche di vetro, 
come ne esistono nel museo di Torino; in Grecia erano celebri quelli di 
bronzo bianco di Corinto (lega di rame, stagno e arsenico) ; Brindisi fu l’e- 
mula di Corinto nella fabbricazione ed a Roma, metropoli del lusso, si usa¬ 
rono specchi d’argento e d’oro. Con il volgere del tempo si imparò a 
fabbricarli di vetro 

lio qua) di retro a sò piombo nasconde. 

{Par. 11-69); 

e fu gloria dei veneziani, diffusa nell’ anno stesso in cui Dante poneva mano 
all’ immortale poema (1296). Aristotele aveva però già accennato alla foglia 
di metallo sottoposta alla lastra vitrea per riprodurre le imagini. Famoso 
nella tradizione è lo specchio di Salòmone, costituito di sette metalli diversi 
e rispondente come un oracolo durante il novilunio. In Germania special- 
mente lo specchio è stromento di superstizione, e in certe notti, al lume di 
candela, lo consultano le zitelle come l’amante tassiana consultava il cri¬ 
stallo lucido e netto. 

Ai misteri d’Amor ministro eletto. 

{Oer. lib. XVI. 20). 

Se quest’oggetto cosi comune non ebbe mai grande importanza nelle istorie, 
ha esempio di classico splendore nelle sue applicazioni metaforiche per la 
meravigliosa sua funzione che non è solo di vanità, ma è, sopra tutto di 
verità. Perocché « lo specchio insegna che la Verità allora è in sua perfe¬ 
zione quando l’intelletto si conferma con le cose intellegibili, come lo specchio 
è buono quando rende la .vera forma della cosa che vi risplende » (Ripa) ; e 
nuda è sempre raffigurata la Verità, con lo specchio in mano, il quale in¬ 
defettibilmente restituisce l’imagine con fedeltà anche impietosa. Cosi — 
ad esempio — è la statua della Verità, addossata all’ obelisco di Scheurer 
Kestner, promotore della revisione del processo Dreyfus (giardini del Lus¬ 
semburgo a Parigi — scultore Dalon - 1908). 

Virtate andava intorno oon lo upeglio 

Che fa veder nell'anima ogni ruga. 

[Ori. fur. XTT). 

Dice Astarotte, il diavolo sofista del Pulci : 

))ove 8enii>re ogni oosii in imo Bpecohio 

Il fiUnro 0 i) preterii (s presente. 


(MoUf. wtttjy.). 




i»02 

Lo specchio è indicato come segno della docilità, perchè riceve tutto quanto 
gli si presenta davanti. || Se Demostene studiava le pose oratorie davanti 
alla luce levigata, prima di lui Socrate aveva esortato i suoi discepoli a 
riguardarvi sè stessi, intendendo che lo specchio è testimone dei difetti 
dell’individuo e utile ammonitore; cosi ohe si debba quasi ricorrere allo 
specchio per la cognizione delle proprie attitudini e delie proprie facoltà 
prima di operare ; da ciò il simbolo dell’ esame scientifico, della prudenza, 
della cixcospeiione, della rifiessione (in senso morale] ; per le quali figu¬ 
razioni è usato lo specchio, tal volta attorniato da un serpente (v. Serpe). 
Es. : la Prudenza dell’ ospitale del Ceppo a Pistoia (Della Robbia), e quella 
di S. Andrea della Valle (Domenichino) ; la Lia, simboleggiante la vita attiva, 
sulla tomba di Giulio II (Michel Angelo). || Anche la giurisprndensa — la 
quale deve esaminare, risolvere ed eseguire, regolando l’opinione e l’azione 
con somma cautela e con il sicuro documento della realtà — viene rappresen¬ 
tata con lo specchio. Es. : La Giurisprudenza delle loggie vaticane (RafiFaello). 

547. SFEROITE — Per la specifica funzione di questo arnese esso indica 
figuratamente stimolo, eccitamento, ed è attributo parlante nelle molteplici 
espressioni della dinamica morale, come la emulazione, la sollecitudine e 
simili ; 

....sproni acuti 

Son le parole, onde virtù si desta. 

(Ger. lift. VII. 46). 

Nella araldica lo sperone è sempre riprodotto in tutte le sue parti. Nella 
cavalleria dell’ evo medio lo sperone d’oro era il distintivo del cavaliere ; 
quello d’ argento dello scudiere, e si applicava con cerimonia di particolare 
solennità. 

548. SFICA — Nel frutto del pane futuro, tesoro tratto dal grembo 
puro e fecondo del suolo, si nasconde il mistero profondo della vita; e la 

spica dei bei campi d'oro, erta fra i purpurei pa¬ 
paveri e gli azzurri fiordalisi, è la sintesi grafica 
dell’ evento felice, della pace, dell’ abondanza, 
della speranza, della provvidenza, di tutte le pro¬ 
messe del cielo e della terra. 

O piccola speme crescinta 

sui campi allorquando Horiva 1' aprile, 
o timido stelo sottile, 

o fra(;ile epica che il sole bruciando saluta, 
non sai quale damma s' accenda 

nei vani dell' ispido intrico d' ariste ? 

Non sai nella vita eh* è triste, 

i|uant' onda'di bene da l'umil tuo seno s’attendai' 
(fjuigi Orsini - Pane). 

J'ai vtt lu Paix deitcetttlre sur la terre, 

Semant de l'or, dee peurs et de» rpis. 

(Bi-ranger). 

Dice la Chiesa — ripetendo le parole di Cristo (Giovanni - XII. 24) che 
il corpo del cristiano gittàto nel solco del sepolcro ripete la vicenda del 



2 3 


MONKTK CON LA SPIC'A 

1 • antica di Metaponto 

2 e 3 - italiana 










granello della spica, il quale nel grembo della terra si corrompe per darsi una 
vita novella (resorresione). || Nelle medaglie e nelle monete arcaiche, come 
nelle modernissime, la bella infiorescenza del grano maturato sull' asse 
eretto è preferito motivo ornamentale, come si vede fra le mani della Pace 
nella invocazione di Tibullo, nella medaglia di Tito alla Fedeltà, nella 
statua del Buon Evento eretta nel Campidoglio. Le antiche monete di Me¬ 
taponto avevano una epica ; cosi nelle monete di nichelio da venti cente¬ 
simi l’ Italia nostra contemporanea è rappresentata con una testa dal profilo 
sereno, ed a sinistra sporge la mano che tiene una spica (scultore Bistolfi) ; 
e anche le monetine da cinque centesimi (1921) ricordano con la sintetica 
espressione grafica la' 

Maffiia pitrena frttguìn, Saturnia tellu» 

{Georg. - n. 78) ; 

la quale — però — importa maggior grano di quello che oggi la sua feconda 
terra produce, e il verso celebratissimo di Virgilio suona ironia al confronto 
delle tabelle statistiche delle dogane.... ,| Naturale e caratteristico attributo 
della agricoltura, la ghirlandetta di spiche con la fettuccia bianca era il 
distintivo della dignità collegiale degli arvali quiriti. Alle falde dell’Ima- 
laia, nelle valli del Gange e dell’ Eufrate, si propiziavano le divinità sacri¬ 
ficando con il prezioso cereale. In Egitto si offriva ad Iside ; a Roma sull’ ara 
nuziale e sulle inani congiunte dei novelli sposi si versavano pugni di grano 
(conferreatio). In Eieusi l’ierofante mieteva in silenzio una epica e la offriva 
all’iniziato ai sacri misteri come simbolo della unione di Plutone e di Ce¬ 
rere, la c spigosa madre » (Alamanni). || La iconica dell’ estate, del luglio 
e simili importa, naturalmente, il compimento decorativo del fusto di grano, 
foggiato a corona, tenuto nella cornucopia o nelle mani. || Con la spica, con 
i pampini e con una ghirlanda di papaveri fu pure ritrovato, scolpito sopra 
un bassorilievo antico, un fanciullo simboleggiante il Genio, a cui fu posta 
la seguente inscrizione ; 

<^ui» tu laete puer r Geniut, cur dextera aristam 
Latra uva». Vertex quidque papaver hahet / 

Hate trio dotta deum Cererie Bacchi atque Soporie 
Xamque hi» mortale» viviti» et Genio. 

(Ripa). 

La Calamità è dipinta con un contorno di spiche infrante e abbattute. 

K cosparsa di dnol (Cerere vede 
C-iuftSto l'onor delle bramate spiclic. 

(Cbiabrera). 

A significare tutta la fede del buon svento di cui è apportatrice la spica 
stanno mistiche abitudini remote tuttora vigenti : Nei paesi circumetnei, poi 
che sono fiorite le messi, il più vecchio e la più giovane ragazza del con¬ 
tado vanno cercando le più belle spiche di grano, tagliando allora il Glo di 
paglia intero, lungo, presso la terra; ne fanno piccoli fasci, e in posa ie¬ 
ratica, a braccio teso, li distribuiscono fra lo diverso famiglie. In ogni rustica 
casa è cosi posto, al capezzale, il piccolo manipolo di spiche, perchè protegga 
il podere, l’orticello, l’abitazione. E quando l'Etna minaccia, le donne escono 
dalle case salmodiando, con le treccie sciolte sulle spalle, e recando proces- 



304 

sionalmente il manipolo capovolto, fidenti nella potenza dello scongiuro. || 

A dinotare la nobiltà del simbolo anche in araldica, lo smalto della epica è 
sempre d’oro. 

549.. SPIIiliO — Questo piccolo arnese appartiene alla simbolica della 
superstizione, indicando disgrazia. È uno di quegli obietti comunissimi che 
non si regalano mai, perchè « dono che punge amor disgiunge », come dice 
il proverbio. Próbahim verbum ? 

56(J. SPINALBA — v. Uiancospino. 

561. SPINO — La Carboneria che — a differenza della massoneria — 
adottò una formula non razionalistica, si bene cristiana, aveva tra i suoi 
segni convenzionali la corona di spine; la quale « se portata sul capo tiene 
immobili gli uomini e li rende cauti nell’ evitare le sue punture ; tenuta 
innanzi al pensiero, rappresenta per il carbonaro la fermezza nello sfuggire 
le punture del vizio e della menzogna » (Dito). || Lo spino rappresenta 
comunemente la penitenza (v. Cuore), e nella applicazione blasonica è pre¬ 
sentato in ramo, indicando valore conosciuto, risentimento ginsto (Crol- 
lalanza). 

652. SQVADKA — Stromento composto di due regoli commessi ad an¬ 
golo retto, con il quale si formano e si riconoscono gli angoli retti. Portan¬ 
dosi l’idea della dirittura dal senso corporeo al senso morale, la squadra è 
la figurale espressione più. precisa di quella conformazione del pensiero della 
mente e della volontà alla legge del vero, che si dice rettitudine. || Sui 
sarcofagi egizi si poneva la squadra per ottenere al defunto 1’ equilibrio delle 
facoltà nel transito mortale. || Egxiale significato s’attribuisce alla squadra 
nell’iconologia massonica. Le antiche corporazioni muratorie veneziane, 
infatti, scelsero probabilmente a proprio patrono l’apostolo Tohibbo. pprrbò 
nelle imagini era sempre fornito di una squadra 
(v. Compasso). || Questa è pure il naturale attributo 
integrante l’iconografia delle scienze e delle disci¬ 
pline positive, e rende figurativamente l’idea del 
metodo e dell’ ordine. 

553. SQUALO — v. Pescecane. 

564. STELLE — Dei corpi celesti di cui Dante 
voleva « speculare dolcissime veritadi » (Ep. X. 4) 
e delle loro significazioni teniamo parola altrove 
(v. Astri, Sole). Sono ora da ricordarsi alcune stelle 
— o nodi — di costituzione geometrica, entrate nella 
simbolica teurgica; 

— la stella della salute, pentagono che si ritrova 
nelle medaglie di Antroco. Guerreggiando questi 
contro i gelati, finse d’aver ricevuto da Alessandro 
il Grande la stella pentagonale contenente la parola salute in greco e in 
latino, e ne fece un amuleto per rincorare il suo esercito presso che disfatto. 
L’obietto talismanico fu poi adottato comunemente. 


—■ ■ -— 

4 2 



3 4 - 


STKI.LK O SOI>l 

1 - (li Davùle 
2, 3 e 4 (li SutonioHfi. 












mò 

le varie stelle o nodi di HaUmione e ili Davide, dei quali alcuni usati 
nei riti massonici, e che voglionsi segni, se non emblemi, dell’ebreìsmo. 
Dopo che l’esercito di Tito distrusse Gerusalemme (70) gli israeliti non 
ebbero più occasione di spiegare un emblema della loro nazionalità. A Chi¬ 
cago il rabbino Levy volle raggruppare ancora i correligionari attorno ad 
uno stendardo simbolico della naiioue ebraica, ed esso fu bianco, con la 
stella di^ re Davide a doppio triangolo, e con l’asta sormontata da una 
colomba ad ali spiegate. Essa fu affidata alla loggia XLIII dell’ ordine mas¬ 
sonico indipendente della Stella dell’ovest (1897). (v. Scudo). 

fi55, STENDARDO — v. HaìidieTa. 

556. STOPPE — Per la curiosità storica — di cui siamo debitori a 
Vittorio Gian (v. Colori) — trascriviamo uno strambotto tramandatoci dal 
diarista Marin Sanudo (1466-1685) sul particolare significato simbolico dato 
alle stoffe usate per l’abito delle dame veneziane del rinascimento: 

Jlrorcaio, onor; velluto, umilltade 

«limostra; il ra90. uiimma gentilezza; 
fraudo il canzanie o instabllitade ; 
il tlamaifhiììy naturale asprezza; 

•tfiàmilo e simpllcìtade ; 

UiffeU'i^ Ingegno e d’animo acutezza ; 
viltà la mgia <lemo8tra in ciasrtinn : 
zaìubtllotto e taU) grave fortuna. 

557. STRAMOlflO — Datura — Solanacea di grandi foglie e di bel¬ 
lissimi fiori, die avvizziscono di giorno e spiegano la loro vitalità superba 
durante la notte, ma di odore repugnante e di proprietà fortemente velenose. 

Florìhus auiheeie rerebrum, meutemque datura 
^ Ferdit, et ex nuìino, utteeros exteruat edentee. 

(Durante). 

Simile, quindi, alla creatura del vizio che solo nelle illecebre notturne vivo 
della sua colpevole pompa seducente, e non ha l’onesto profumo della ca¬ 
stità, e corrompe con l’alito del peccato, lo stramonio è elencato nel lin- 
Suaggio floreale come il simbolo della depravazione e dell’ inganno. 

668. STBTJZZO — Quando Dio, nel fragore dell’ uragano, parla a Giobbe 
e gli mostra le bellezze del creato, la Biblia offre un magnifico squarcio di 
zoologia, descrivendo lo struzzo come bestia bella di piume, crudele verso 
i suoi nati, priva di saviezza e velocissima (Giobbe - XXXIX 13-18). 
Questo animale, infatti, fatica invano a deporre le ova sue ohe andranno 
sperdute nel deserto, e Geremia paragona allo struzzo le empie madri di 
Gerusalemme, che durante l’assedio avevano rigettato da sé i propri figli 
(Lamentazioni -'IV. 3); ed anche l’arabo ripete proverbialmente: .stupidii 
come imo struzzo, sapendo oh’esso nasconde il capo sotto l’ala stimando 
cosi di non essere visto. Per tutto ciò, questo gigante degli uccelli fu ri¬ 
petuto simbolo di crudeltà e di stupidaggine. || Per lui è pure segnalata 
la nota distintiva della ingordigia, essendo egli ghiotto all’eccesso e tran¬ 
gugiando con vorace e scipita indifferenza tutto quanto gli si presenta 
sotto il becco, legno, corda, cuoio, non avendone danno per la idiosincratica 



d.U. .t.m. 00 . N.1 gr.. p.rc. di M.Uiridh l“"> 1'““ 

.llm.nt.tl, p., cullnr. indù. »!.!., m.gl..m 

vi è quotidianamente provate. Senza masticare essi ingn 

in un solo boccone, e un popone intero passa facilmente 

eozzule È però errate la credenza ohe possano digerire il metallo. : Co 

Wamó di non intendere per quali relazioni di critica 

1 o.ÌRti minai e eli araldisti (Qinanni) si accordano nel designare lo 

ai ,.1-ii.i.t lo» 

siero osservando certa antica moneta romana in cui e scolpito 1 
con la iscrizione . J^MHa ». Tuttavia 

sarebbero assolutamente opposte a tele designazione allegorie^ |1 Lo ™o 
1 dotato di garretti d’acciaio e di una resistenza eccezionale - è già steto 
imnieeate negli ippodromi americani come . numero » di sport, e qua cuno 

ZJ. oh. p.h .?».«„.! »» 11 C.V.I10 ..11. 

Altrettanto può convenientemente essere designa 





.'i, ' 




<><>5<::;x:::5!::::k:::j-s-cx>ì;::5c:: 




..••%....«S,„VV“V'/*.. 


T 


B69. T — Lettera alfabetica considerata dagli antichi come simbolo della 
vita, appesa alle mani di (Isirìde e di Io nei loro simulacri, (v. Croce). 
Il Con una T si contrassegnavano i superstiti di una battaglia nell’elenco 
dei soldati (Foresi), e i tribuni della plebe in Roma antica confermavano 
l'autenticità degli atti publici. 

560. TACCHINO — Nessuna dedicazione alia divinità classica, nessun 
cenno di sacre carte o poesia divina correda il cemento di questo gallinaceo 
pervenutoci dall'America settentrionale (sec. XVI), quasi caricatura del 
pavone, con i riflessi metallici delle penne, gli occhi rutilanti, ma con la 
testa nuda, bitorzoluta, la fronte carunculata ed i bargigli cascanti. 

ifttut dxudon», ti fmvéi'H chmopn, 

D'Hit Moleunef et traìiqitifU. 

Par lett matiuM. par ten rouchant^. 

/{Heniéut. inarrhritt à la /He: 

I}rcaut In paHourr qui /He, 

Kit fredimnau de viftir fredmie. 

\’ouf en prnrMftiott dot'Hf 

i.ett ffrofi diìttfoHM ! 

^ (Kostmirl). 

Se il pavone '— motivo di estetica superiore — puit significare superbia 
e ambizione, il grottesco tacchino, quando spiega a ventola il suo penname 
e fa maestosamente la ruota, non può ra()pre8entare che l’insolente osten¬ 
tazione, la goffa presunzione, la boria ridicola, la ven¬ 
tosa albagia. Si redime, la povera bestia, offrendo le 
sue carni squisite ai simposi dei buon gustai. 

Quam deforme mahnu ferventi nvcenno furore 
Ira tiiv irntia ludica mouHrni avi*. 

((’anierftriuK - Sf/uih. Ili - IjXVIT'. 

561. TAMAHO — ]'ite nera — Pianta d’origine 
orientale, assomigliante nelle foglie all’edera e allo 
smilace, dal frutto racemoso, rigoglioso nelle macchie 
e nelle siepi selvatiche. Per la necessità dell’appoggio 
sentita dai suoi fusti, è elencata nel linguaggio dei 
fiori come imagine della debolezza. 

- 562. TAMBTTHO — v. '/'impaim. 

56:1. TALPA — Gli antichi iconologisti, accettando un pregiudizio scien¬ 
tifico, elessero la talp^ a simbolo della cecità fisica e mentale; ma questo 







mammifero non è cieco; ha gli occhi piccolissimi ricoperti dalla pelle o 
in corrispondenza di una breve apertura palpebrale, e lo sapeva Dante, 
che lo espresse nella sua efficace similitudine : 

Ricorditi, lettor, se mai nell’ alpe 

Ti colse nebiiia, per la qual vedessi 
Non altrimenti che per pelle talpe. 

{Purg. - XVII - 13). 

Fu — quindi — fatta la talpa il paradigma dell’ eresia, che non gode della 
luce della verità. 1| Altro pregiudizio condusse a fare della talpa ‘‘ ° 

della pigrizia. La talpa, invece, non è letargica, rimane desta anche d in¬ 
verno ed è una minatrice indefessa, una infaticabile costruttrice di tane, 
dalla specifica architettura delle due gallerie circolari orizzonUli, l’unaal- 
l’altra sovrapposte e congiunte da gallerie oblique, con una cavità mediana, 
e comunicante all’esterno mediante cunicoli. || Che questo insettivoro feroce, 
figlio delle tenebre, non cieco ed industre, sia di vantaggio o di danno aUa 
cultura campestre, è altro tema che non è da noi toccare ; esso pero di¬ 
mostra la frequente fallacia delle applicazioni nel principio sostantivo e 
razionale del simbolo, (v. Auiftidli)* 

664. TAKrOCCHI — Saverio Bettinelli (1718-1808) — colui che negò a 
Dante « buon gusto e discernimento dell’ arte » — in uno dei suoi troppo 
dilombati componimenti poetici (per le nozze del marchese Raggi di Genova 
- 1797) imagina un dialogo tra la Fortuna e 1’ Ozio. La Fortuna si duole di 
non poter più dominare l’uomo, perocché le guerre degli eroi son finite, e 
tutto è stasi letargica, e 1’ Ozio allora le offre un mazzo di carte da gioco. 

.... era di carte 

(lomoile c brevi un numero preflaso, 

C'ifrate a color varii da una parte, 

Di con >0 a maneggiar lubrico e Haso. 

Combinato ei le aveva con grand' arto 
In lungo tempo e con studio prolisso, 

E con calcoli mille in un confusi 
Kraiì composte in più mirabil usi. 

Non per l’astenica arte poetica del festoso e disinvolto abate settecentista, 
ma per le acute e originali indagini chiosanti il poemetto epitalamico, questo 
è lavoro di non comune interesse, perchè intende dimostrare che le carte da 
gioco non hanno origine antichissime e furono inventate in Italia verso il 
sec. XV. Di tale opinione è anche il Duchesne. Con altri argomenti — non 
accennati dal Bettinelli - Gian Francesco Ram belli (generoso e qualche 
volta temerario assertore del primato italiano) afferma egli pure italiana la 
invenzione delle carte da gioco; e - fra l’altro - cita U testimonianza 
del Tiraboschi, a sua volta citante un passo di Sandro di Pi pozza di Sandro 
(Trattato del governo della famiglia - 1299), nel quale è chiaramente de¬ 
scritto il gioco delle carte. Non sono attendibili queste congetture. L Ita ha 
può aver date alla Francia e alla Germania le carte da gioco (non alla 
Spagna), ma essa certamente le rilevò dall’oriente; una legge del contado 
fiorentino le ricorda per la prima volto (1376) e una noto di NimIò da Co- 
vellazzo (Cronica di Viterbo - 1379) le dice venute . da Saracinia ». 

Le carte da gioco, o (per meglio diro) i tarocchi sono una sene alfabetica 
c numerale di ideogrammi di caratteri' assoluto ed universale « piu una 














;«nj 

scala (li dieci numeri moltiplicati per quattro simboli raggruppati da dodici 
figure rappresentanti i dodici segni dello zodiaco, più quattro geni, i quattro 
punti cardinali. Il quaternario simbolico, raffigurato nei misteri di Menfi e 
di Tebe dalle quattro forme della sfinge, l’uomo, l’aquila, il leone e il toro, 
corrispondono ai quattro elementi del mondo antico figurato : l’ acqua dalla 
coppa ohe l’uomo tiene in mano nell’acg’uano; l’artn dal cerchio o nimbo 
ohe circonda la testa dell’ aquila celeste ; il fuoco dalla legna ohe lo alimenta, 
dall’ albero che il calore della terra e del sole fanno fruttificare ; la terra 
dalla clava di Mithra ohe tutti gli anni immola il toro sacro e fa colare col 
sangue il succo che feconda tutti i frutti della terra. Ora questi quattro 
segni con tutte le loro analogie, sono la spiegazione unica del matto nascosto 
in tutti i santuari, del matto ohe le baccanti sembravano divinare quando 
ubbriache celebravano le feste d’Jacohos, esaltandosi fino al delirio per T/« 
cvohe, il motto misterioso significante il nome delle quattro primitive lettere 
della lingua madre » (F. Jaochini Luraghi). 

È vero tutto ciò? certo è ohe i collegi religiosi delle antiche civiltà ariana, 
caldea ed egizia adottarono una serie convenzionale di figurazioni simboliche 
inservienti nel magistero cogitativo a designare i fenomeni naturali e la 
possanza intellettiva umana per usarne come stromento di magia. Il tarocco 
è la sintesi della filosofia orientale ed ebbe gli incunabuli nell’India (Court 
de Gebelin - Il i[ondo primitivo); secondo altri esso è di origine egizia e 
ne fu inventore Tot o Mercurio Trimegisto (De Paw) ; Encausse, detto Papus, 
afferma egli pure che i ventidue arcani maggiori della magia sacerdotale 
sono espressi dalle ventidue lettere dell’alfabeto originale rispondente alle 
ventidue carte del tarocco. Altri, con non minore dovizia di documenti, pre¬ 
giano i soliti cinesi della geniale invenzione, che sarebbe avvenuta sotto il 
regno di Scum Bo (1120 d. C.). Nell’oscuro sviluppo delle ipotesi non è 
possibile descrivere il contenuto formalistico e simbolico dei tarocchi, che 
— introdotti in Europa dagli zingari (sec. XVI) nella forma tuttora conser¬ 
vata — furono in molti luoghi profondamente modificati nei disegni, non 
alterandone l’essenza pur creando molte varietà. 

Le carte numerali da gioco si dividono in due grandi categorie : 

— la categoria centrale e settentrionale, che comprende le carte cosi dette 
francesi, usate in Francia, nel Belgio, in parte dell’ Inghilterra, della Sviz¬ 
zera, della Germania e dell’ Italia. Ha i colori o semi che sono variamente 
spiegati ; fiorij l’elsa di una spada, cavalleria ; picche, punta di una par— 
tegiana, alabardieri; quadri, ferro quadrato della freccia, arceri; cuore, 
punta di un dardo da balestra, balestrieri. Altri spiegano con emblemi 
diversi ma sempre militari: fiori (nel giuoco francese trèfe. trifoglio), il 
foraggio; picche, le armi; quadri, le insegne: cuori, il coraggio. Altri 
ancora spiegano; t fiori, i contadini; picche, i soldati; quadri, i borghesi; 
cuori, i preti, le quattro classi sociali. 

— la categoria meridionale e occidentale, che comprende le carte usate 
in parte dell’Inghilterra, in Spagna, nel Portogallo e nella maggior parte 
d’Italia; ed ha le forme dei tarocchi: spade, bastoni, coppe e denari. 

Tra le molteplici interpetrazioni date alle figure umane, ricordiamo la 
più diffusa, di origine francese, dovuta al pittore Giacomino Gringonneur; 
il quale — rimaneggiando la iconologia del mazzo di carte italiano — com- 




(U'> 

pose uno speciale sistema allegorico di carte per trastullare Carlo VI, suo 
re colpito da follia (1392). I re avrebbero rappresentate le quattro grandi 
mònaroMe della storia: Davide l’ebraica: Alpimandra la greca : CV-sarc a 
romana; Carlo Magno la francese: le regine, i quattro modi di regnare: 
Rachele o Agne>ie Sorci la belle.sa: t'allade o (iioranna Dare la saggessa : 
flinditlii 0.... la perfida Isabella di Itaviera la religione; Argine (anagramma 
di regina) o Maria d’Angiò moglie di Carlo VII, l’eredità. (Osserviamo per 
scrupolo di cronologico rispetto che la inspirata ed eroica « pncelle d Orleans r> 
nacque nel 1412). I fanli, le quattro età della cavalleria: Rtlorc, il valore 
troiano: Orlando, il paladinato del tempo di Carlo Magno; Aa«cm«o, i 
campioni della Tavola Botonda; La l/ire. ardito capitano di Carlo MI, la 
nobiltà allora contemporanea. 

L'asso ebbe svariate spiegazioni: Si opina rappresenti il soldo militare 
(da cui: soldato), perchè l’asso è il nome della nota antica moneta romana ; 
e si crede invece di vedere in esso nuli’altro che il primo segno numerale 
delle dieci carte, un soldato fra soldati, riferendosi alla parola celtica fl.s, 

cioè primo, arincijie. ^ ^ 

Non useremmo discreta sobrietà se dessimo l’elencazione di tutte le tr^ 
sformazioni momentanee e fugaci seguite dalle carte da gioco risultato della 
moda, degli avvenimenti contingenti. Si ebbero carte storiche, geograùche, 
araldiche, politiche, umoristiche. Tomaso Murner pensò seriamente a tare 
di esse un testo pedagogico per insegnare.... la filosoha (1507); il suo 
esempio fu seguito dall’academico Desmarets (l.-)95-1676), coadiuvato dal di¬ 
segnatore La Belle; e dal Duval (1U771, e dal Desnos, librano del re di 
Danimarca. La rivoluzione francese operò un radicale mutamento. Per 1 or¬ 
dine della convenzione (21 settembre 1792) tutti gli emblemi rea i - anche 
quelli delle carte ila gioco - vennero distrutti, e i re dei tarocchi vennero 
coperti di berretto frigio, e i geni della guerra, della pace, delle arti, del 
commercio sostituirono regine e cavalieri e /d'di. . Non c’è republicano che 
possa usare (nel gioco) di espressioni die richiamino senza tregua il disp^ 
tismo e l’inegualianza; non c’è uomo di buon gusto che non sia offeso dalla 
sgarbatezza delle figure di carte da gioco e dell’ insignificanza del loro nome ». 
Cosi dice un enfatico documento inteso ad ottenere un hréret d’inrention per 
un mazzo di carte che avrebbe dovuto esser un « maniiel de la rirolatwu », 
pensato dai cittadini .laume e Dugoure (1793); nel mazzo Molière, La ha,- 
tuine, VoUaire'e Rousseau prendono il posto dei coronati; la Forza, la lem- 
peranza. la lliustizia e la t’rudeuza. quello delle regine: le guardie, i 
sans-culottes e i soldati della rivoluzione, quello dei fanti: gli assi sono 
sostituiti dalle leggi. Con Napoleone tutto, necessariamente, si cambia. Altro 
mutamento radicale con la restaurazione: i re sono Francesco l, l■■nrlco l\ . 
Luigi Xl e Luigi A'17: le regine. Margherita di Valois. (iioranna d .Uhret, 
la Francia e .Maria Antonietta: i cavalieri. Itaiardo. Sullg, Richeiien, il 
duca di Iterrg: gli as.si portano l’indicazione di .Unore. Vivano i llovhoni, 
Fedeltà, Cnione. Durante il terzo impero, furoreggiano sulle carte da gioco 
Xapoleone IH ed F.ngenia. Dopo il trattato di Villafranca (1859), una gaz¬ 
zetta umoristica. La Cicala potilicM, rende popolare un mazzo di tarocchi, 
nel quale Meneghino — cioè Milano - « è il bagattcl che cuce lo stivale 
d’Italia unendo la parte Settentrionale alla Centrale ed alla Meridionale; la 


311 

GimlizUt braudisce la »pada del secolo nuovo e tiene le bilance ove il « di¬ 
ritto limano » dell’ Italia ha più peso del c diritto divino » vantato dal Papa ; 
il (farro rappresenta l’Italia che procede in trionfo sulla biga di Montebello, 
l’alestro e San Martino; le Stelle sono le capitali dei vecchi Stati d’Italia 
die splendono su due anfore — il Ticino e l’Adige — mescolanti le loro 
aci|ue; la liuota della Fortuna lia nei raggi quattro date: 1821, 1831, 1818, 
1839 e sostiene l’Italia volgente la cornucopia verso Venezia, senza tema 
d’un lupo straniero che a zampe alzate sbarra la strada. Ed anche qui i 
personaggi hanno la graduatoria consueta: Napoleone, Vittorio, Cavour — 
il Diavolo ohe una ne fa, dieci ne pensa — cui fanno seguito Garibaldi cavai 
di spade, Manfredo Fanti, ministro della guerra, fante di spade, Rothschild 
— che fu, si può dire, il banchiere dell’ indipendenza — fante di denari, 
eco. ; poi seguono le imagini di dileggio per i nemici e gli osteggiatori, 
trattando con troppo scarso riguardo iinanco Mazzini, per l’avversione in¬ 
transigente ed acerba propagata da Londra contro la possibilità che l’unità 
venisse conseguita mercè lo armi d’un re e d’un imperatore » (O. C. I,et- 
tura - agosto 19(J9). Tutti gli stili e tutti i capricci artistici adornarono le 
carte da gioco; e disegnatori e pittori di grande merito non sdegnarono di 
donare le loro ispirazioni al pericoloso stromento cartaceo che fu detto la 
liihlia del demonio: il Mantegna, Minchiate Fiorentino, Hooper, Hogartli, 
Le Brun, Galler, David, Athalin; e modernissimamente Giovanni Vacchetta 
(Torino, 1893) ; Aubry iParigi, 1913) ; e Favretto, Induno, Volpe, De Sanctis, 
Fragiacomo, Vinea, Dalbono, Laurenti, Morelli, Majnella, Amato.... stuolo 
insigne ili artisti e di amici, chiamati a raccolta dal colonnello Francesco 
Tabacchi per dipingere il più bello e più originale mazzo di carte del mondo 
(oggi appartenente al comm. Giuseppe Cavalieri di Ferrara). (Cfr. gli studi 
di Duchésne, Méncstrier, Daniele, Bullet, Rive, Heinecken, Breittkoff, 
•lansen, Vaillant. Dallemagne, Ottley, Singer....). 

Il sistema del vaticinio mediante le carte da gioco — tanto in fiore nel 
sec. XVIII, specialmente in Francia — si è protratto fino ai nostri giorni; 
nei quali vediamo ancora — pur troppo — persone miscredenti interrogare 
l’oracolo della fattucchiera dal mazzo di carte untuoso. Per la maggioro 
varietà delle figurazioni, l’arte divinatoria si esercita preferibilmente sui 
tarocchi; ed anche nei paesi più spregiudicati o più avanzati nelle idee di 
civiltà la cartomanzia ingrassa i suoi sacerdoti. 

.5(i5. TARTARXTOA — v. Testugyine. 

.ùtìli. TASSO — Mammifero torpido, solitario ingrassante per il lungo 
dormire ohe fa, raggomitolato nelle tane. Ha il pelo bianco mischiato di 
nero e di grigio, il muso nero, strisciato di bianco nella parte centrale. 
Simbolo della pigrizia, benché dia esempio di alacre attività nello scavarsi 
la profonda dimora in pochissimo tempo, provvedendola di ingegnose vie 
di aereazione e di scampo. 

667. TASSO — Più frequentemente arbusto che albero, dal tronco ros- 
signo oscuro, dai fiori gialli, dalle bacche a pisello, di rosso vivace, dal 
fogliame di verde cupo, detto anche albero della morte perchè gli si attribuì- 


potenze, ed è designato indico della angoscia e della 

Vints habei taxiut UtfuiU: innoxia fidi % 

Aereus in irimcutn fwnt 8i cUivtnt adat'las, 

Enecat fiate atiter, ti qni9 dormire tub uinbrn 
Andeat; occidit fumo muresqui;, hovctqut: 
llliut ai harcis ti forte epulere, doluta , 
l/it ateo ptìiituB, funesta perirula ad ibis: 

Et totum corpus refrigerai, atque hibentes 
Strangulat, est i)iMni]uu)n calida. 

(Durante). 

Nelle contrarie opinioni sulla interpetrazione simbolica di questa pianta di 
triste rinomanza, accenniamo al tasso del chiostro di Verton (Bretagna), il 
i[uale eravi venerato perchè volevasi fosse il bastone abbandonatovi da san 
Martino ed ivi germogliato. I principi bretoni non s’accostavano alla chiesa 
del chiostro se prima non s’inginocchiavano davanti all'abero, di cui nessuno 
osava toccare una foglia e che era rispettato anche dagli uccelli. 

568. TATUAGGIO — Questo processo operatorio dolorosissimo con il quale 
si tracciano indelebilmente nella pelle dell’ uomo dei disegni, pungendola 
a sangue e spargendo sui tratti alcune materie coloranti, ha duplice carat¬ 
tere di antichità e di universalità. Dicono i moderni antropologi oh’esso abbia 
il nome dall’uso dell’adornamento personale degli abitanti della Polinesia; 
è però provato che anche l’uomo primitivo nostrale incideva su sè stesso, 
con il ferro e con il fuoco, i segui di distinzione, di vittoria, di onore ; e 
gli assiri (Luciano), i daci, i sarmati (Plinio); i bretoni (Cesare) si copri¬ 
vano di figure il corpo ; i fenici la fronte e le mani ; gli ebrei si traccia¬ 
vano linee ohe dicevano segni di Dio; i cristiani si incidevano sul braccio 
la croce o le sigle di Gesù, e invano i padri della Chiesa oppugnarono tale 
barbara usanza; nell’evo medio e anche oltre fecero ottimi affari i tatuatori 
dei veri o falsi peregrini di Palestina, che imprimevano la grande croce 
con quattro piccole crocette ai quattro angoli, emblema del santo sepolcro, 
e il disegno di Gerusalemme, con il nome della città in lettere ebraiche 
(Titsmarsh) o romane (Lithgow). Popolarissime sono lo riproduzioni di 
disegni religiosi, come quelli raccolti fra i devoti del santuario di Loreto 
(Lombroso, Hill). || Varie però sono le categorie dei segni usati nel tatuaggio ; 
religiosi, militari, professionisti, patriotici e — per la massima parte — 
metaforici e amorosi (Lecassagne). || I segni più comuni del tatuaggio cri¬ 
minale sono : i cuori trafitti da uno stile o da una croce o sormontati da 
una fiamma, le croci, le armi d’ogni genere, i nomi di persone e di città, 
i motti osceni o semplicemente erotici o anarchici, serpi, galletti e altri 
animali (Ottolenghi). || Non è da noi entrare nell’analisi storica e critica 
di questo reliquato rudimentale delle genti primitive o selvaggie, espres¬ 
sione certa di degenerazione mentale (Lombroso), rara negli alienati comuni 
e frequente invece negli, alienati dalle tendenze aggressive e criminali, e 
da noi ricordata solo perchè fonte inesauribile di studi simbologici di sommo 
interesse per i fenomeni dello spirito concomitàiiti a quelli del corpo. || Il 
tatuaggio — che per la sua forma essenzialmente esornativa, la moderna 
civiltà considerava segno di rozza civetteria nelle popolazioni inferiori delle 


dl2^ 

scono malelicho 
empietà. 



31i} 

uainjiagno, o etolido vanto della mala vita nelle metropoli — da i|ualclie 
anno esula dalle placide zone rurali, dai penitenziari e dai ditteri, per 
spingersi su per la scala sociale a conquistare le membra dell’aristocrazia, 
specialmente nei paesi anglosassoni, dove le belle < eccentriche » della più 
autentica high-life e gli yankèes più raffinati fanno gare di pazzia per sot¬ 
toporsi alle inevitabili conseguenze dei terribili stromenti maneggiati da 
celebri operatori artisti. A New York lavoravano, anni fa, i fratelli Riley, 
che incidevano sul corpo dei pazienti perfino dei quadri celebri, come la 
Cena di Leonardo ; e il giapponese Hori Chyo ; e — più famoso di tutti — 
Sutterland Macdonald, detto il Michel Angelo del tatuaggio. 

5fi9. TAU — V. Croce. 

570. TAZZA — Il vaso manuale per bere — tazzit, coppa, patera — non 
è simbolo per sè stesso ma attributo, sempre coordinato, nel sistema della 
coerenza rappresentativa, ad imagini allegoriche di natura alta, lieta e ge¬ 
nerosa, quali : il Buon Evento, la Grazia Divina, la Concordia, la Cle¬ 
menza, la Regalità, la Salute, l’ Allegrezza, la Felicità, esplicazione 
ovvia per sè stessa, perocché si propina e si fanno libazioni nei momenti 
felici. Il La tazza detta patera serviva ad uso sacrificale, per raccogliere 
il sangue dalle vittime immolate o per versare del vino su di esse. Bidone 
vuota la patera sulle corna della vacca bianca designata all’olocausto. {| 
La Temperanza — virtù contraria ai disordinati appetiti del corpo, sorella 
della sobrietà — viene di solito rappresentata versante l’acqua da un’an¬ 
fora entro una tazza di vino ; come la fece Luca della Robbia nei tondi 
del soffitto di S. Miniato al Monte (Firenze). || La tazza è attributo di san 
Benedetto, il tesmoforo di Norcia, fondatore del monachiSmo occidentale 
(480-643), la cui disciplina troppo austera spiacque ai suoi compagni che 
risolsero di avvelenarlo ; ma la tazza del veleno si spezzò quand’ egli stava 
per accostarla alle labra. 

671. TERMINE — Pilastrello, originariamente rappresentante il dio 
protettore del segnato confine prediale e vindice delle usurpazioni, scono¬ 
sciuto ai greci. I latini finitimi proprietari delle terre 
si recavano — ciascuno dalla parte del proprio campo 
— presso il Termine, e lo inghirlandavano di fiori, 
lo ungevano d’ olio per conservarlo più a lungo, e gli 
•sacrificavano agnelli e scrofette, poi imbandite nel 
pasto delle rispettive famiglie riunite, sotto l’invo¬ 
cazione della concordia. Sulla pietra del Termine si 
facevano i giuramenti solenni. || Si rappresentava 
senza braccia e senza gambe per indicare l’immobi¬ 
lità, perocché i confini delle proprietà rustiche erano 
cosi inamovilJtli che il legislatore riconosceva il di¬ 
ritto di uccidere chiunque fosse còlto a spostarli ; e 
quando si eresse il tempio di Giove presso la rupe 
Tarpea, tutto le statue degli altri dei ne furono tolte, 
non quella del Termine, che non fu possibile a forza umana di rimuovere. 
ittHtilH, et imiffiio d«w Jove Unwfu fenet. 



(OviUìo). 











514 


l'u uiiiiic eUlier ^li Hul irlii 
hniikuMI Hoiiiprc, « «-li* allo «tesso i»a<lre 
Dagli Dei non re*lette, allor oh* ei venne 
Il Campidoglio a^l abitar, sebbene 
K Dinno e Febo e Venere e Gradivo 
K tutti gli altri Dei da le lor sedi 
Per reverenza del Tonante uscirò. 

(Parini - - Uòl). 

In processo di tempo l’erma della divinità — di frequente confusa con 
JupUer Ijucetins o con l’italico Silvano — lasciò il posto ad una semplice 
pietra, e l'uso fu esteso alla designazione confinaria politica. || Molti ter¬ 
mini ci rimangono, i quali recano ancora gli stemmi signoriali antichi. la 
biscia dei Visconti, il leone di S. Marco, la croce savoiarda, il giglio reale 
di Francia, e via via. Uno strano termine, con un teschio umano, segnava 
il confine tra la republica di Venezia e l’Austria, nei pressi di Strassoldo 
e S. Vito al Torre il608), (Adami). I termini posti ora — dopo la nostra 
vittoria — tra l’Italia e la nuova republica austriaca, sono cippi con la 
faccia superiore segnata da un cerchio nero centrale e dalle sigle / verso 
Italia e 0 (Osterraìch) verso l’Austria. 

572. TESCHIO — « I miasmi della putrefazione nel santuario cristiano 
ammoniscono di continuo l’nomo della viltà sua e gli ispirano a un tempo 
il disgusto dell’ essere e l’orrore del non essere. Tutto rappresenta la morte : 

0 il dio crocifisso e gli ossami e gli scheletri esposti alla venerazione sugli 
altari han preso il luogo di Apollo e Diana, che lanciavansi, giovenili torme 
divine, dal marmo parlo negli spazi della vita » (Carducci). I gnostici 
nella tetraggine dei loro sforzi per stabilire l’assoluta supremazia del cri¬ 
stianesimo — introdussero lo scheletro come motivo di richiamo delle anime 
alla caducità deli’ esistenza terrena, e ne usarono graficamente l’ ossatura 
del capo spiccato dal busto, quale si vede presso le imagini di coloro che si 
mortificano le carni per espiare i peccati, simbolo della penitensa. Sul 
pronao di un piccolo cimitero del Bernese sono scdlpiti tre teschi con questa 
domanda : « Indovini tu, o caro viandante, chi è il re, chi il nobile, chi il 
contadino V » || Gli anacoreti e i santi penitenti hanno '41 teschio sempre 
vicino, come la Magdalena « peccatrice della città » (S. Luca), presentata 
galantemente, nella negligenza della forma carnale, dai pittori della rina¬ 
scita al mondo cattolico, « Magdalena soave di melanconia e di nardo sprazzo 
un raggio nelle oscurità dei presbiteri, dei chiostri, delle celle. Prese seco 
il teschio del terrore medioevale e se lo pose accanto, forse con un po’ di 
civetteria perchè i suoi dolci lineamenti e la sua carne perfetta risaltassero 
nel contrasto » (Foresi). || Il duca del Wiirtenberg Silvio Nimord istituì un 
ordine del Teschio di morte, pietista (1652), ristabilito in onore dalla nipote 
di lui, Luisa Elisabetta duchessa di Sassonia (1709); e divisa di oodest’ordine 
era un teschio stretto da un legaccio nero con le parole « Meiuenfo mori ! ». 

tiuaudo — secondo l’alta parola di Giuseppe Mazzini — maturò per gli 
italiani la religione del « freddo, inesorabile, scarno dovere », e la Oiovine 
Italia chiudeva il periodo delle sette per aprire quello dell’.4.ssoc(azio;te 
lUìncatricP (Dito), i bolli massonici rappresentarono la fredda, inesorabile, 
scarna realtà, sormontando la panoplia simbolica con il teschio ghignante. 



• ;5i5 

C'ou ogualu seiitìmoulo del sacro dovere verso la Patria, gli arditi d’Italia, 
nell’ultima guerra assunsero il teschio ad emblema delle proprie balde e 
prodi legioni. || Per ben altri ardimenti — quelli criminosi — i vulgari 
malfattori della camorra segnano il teschio inquadrato nella parte superiore 
di una croce di sant’Andrea formata con ossa, per rappresentare il furto 
nel loro cifrario secreto (Guyot). || Negli anni precedenti la grande guerra la 
principessa ereditaria di Germania, Cecilia, donò al suo consorte — capo degli 
usseri della Morte — un orologio da tavolino contenuto in un teschio : dono 
che dinota di quale senso di feminilità fosse dotata la donatrice, il cui gusto 
non conosce gli estremi del grottesco anche repngnante. || Comunemente, 
il teschio umano è simbolo funerario, o indica pericolo di morte sugli ar¬ 
nesi esposti ai publioo, o veleno sui barattoli della chimica e della farma¬ 
ceutica. Il II teschio era, anticamente, 1’ emblema dei traci. || Il teschio di 
cervo, di bisonte o d’altro animale, posto di fronte nel blasone, è detto aral¬ 
dicamente massacru, ed è trofeo venatorio, (v. Scheletro). • 

B7H. TESTA — « É lo specchio dell’ interno, è la principal sede della 
bellezza » (Milizia). La testa umana, ricorre di frequente in figurazioni aral¬ 
diche, posta generalmente di faccia; solo la testa di moro si pone profilata 
a destra. Pallade, sdegnata della bellezza della Medusa, ne cambiò in 
serpenti le chiome e diede agli occhi di lei la forza di impietrire chiunque 
la mirasse. Pila inviò pure Perseo a tagliare la testa della Gorgonide, guidò 
la mano di lui e poscia del trofeo ottenuto ornò il proprio scudo e la propria 
egida per inspirare terrore ai nemici (Ov. Mefam. IV - Sul). 

TroncH di tìiovc il lif'lio 
Allu ili Korci» il oupt» liorremlo, 

I)ov<; ristesse vipere Her{»eU4l<> 

Dinan/.i al itero ciglio 

p^r non vestir marmoree spG^iie. 

(lilarino). 

La Medusa divenne l’ordinario ornamento degli scudi degli eroi: di Achille, 
di Agamennone, di Ettore. In monumenti e medaglie e amuleti si ripete il 
motivo meduseo, ma non sempre esso ha l’impronta dell’orrore e del ter¬ 
rore, con i capelli anguiformi, gli occhi sbarrati e la lingua penzolante. Le 
medaglie di Corinto richiamano con la Medusa l’episodio di Perseo; e 
poiché in Sicilia oransi stabilite colonie corinzie, la testa medusea è posta 
a centro della Triquetra, come simbolo del potere dominante. || Recentemente 
la bella città redenta di Capo d' Istria — per concorde voto del suo con¬ 
siglio — corresse ii volto tormentoso recinto da serpi del suo stemma, cosi 
corrottosi dal declinare del seo. XVIII; e lo sostituì con l’arma prima e 
vera della città: « una faccia umana, dai sedici raggi alterni, diritti e ser¬ 
peggianti ; allegoria del Sole, quale è scolpita su la colonna di S. Giustina, 
a memoria della battaglia di Lepanto» (Brigante Colonna). 

.')<4. TESTUGGINE — l'artoriiiju — \eleva Giove rendere pili solenni 
le sue nozze con Giunone, e commise a Mercurio di invitarvi tutti gli dei, 
tutti gli uomini e tutti gli animali. La ninfa Chelona soltanto sdegnò l’in¬ 
vito, e allora Mercurio,la precipitò nel fiume con la sua casa, ch’ella fu 
poi condannata a portarsi sulla schiena, convertita in testuggine, perchè 








3 Hi 

tosso unita per sempre. (Questa tavola spiega la ragione por la quale gli au- 
ticlii adottarono la testuggine (chelóu in greco) quale simbolo del silensio, 
come yedesi in parecchie medaglie. Dell’ infelice anfibio Mercurio — a cui 
è dedicato — avrebbe pure raccolto l’osseo guscio elittico, e, postevi delle 
cordicelle bovine, ne avrebbe costrutto la lira (testudo in latino) (Apollodoro). 

Il La testuggine palustre cammina svelta e, come quella marina, nuota con 
certa agilità. Pure il vulgare giudizio che si fa del suo moto la fece credere 
appropriatissima imagine della lentesaa, della flemma, che < dabit vircH 
inodicas, latosqup, breresi/ue » (scuola Salernitana! 

.... frettoloso il passo 
Noq ma ron provvido consiglio 

Move il piè tiudo, e ben siouroy o visto 
Il periglio, 8*arresta, e si ritira 
In stia magion portatile, oh* a lei 
K rifugio vivendo, e in morte è tomba. 

(Casoni - Kinhl. po/il/ri - /l”)* 

dosi la testuggine — che è astuta — fu illustrata come simbolo della prndeusa : 
Dalla savia testuggine 
Norma pigliando e scuola, 

Stampate in italiano : 

« Chi va piano va sano * 

(Fasinato - (’n coimif/lio (l'omivoi. 

\'uJlamo' auclie designata la testuggine come simbolo delle virtù domestiche 
presso 1 greci; e Fidia scolpì la Venere celeste con il piede appoggiato ad 
un guscio testudineo. (Pausania VI). Dice il Camerarius : 

K»t aua cuitjue iloaias lutiasiniiu uaqué receptu». 
itane ceti teatudo roemina costo rotai. 

(S//m6. - II - XCl). 

Rappresentava la testuggine il Peloponneso, che la incideva nelle suo me¬ 
daglie, Il Nei recenti scavi della basilica teodoriana di Àquileia (epoca 
costantiniana) si scoperse in un mosaico la scena della 
lotta fra una testuggine e un gallo, ed opinano gli ar¬ 
cheologi che la prima rappresenta il paganesimo e l’al¬ 
tro il cristianesimo. || La testuggine entra anche come 
attributo nelle vecchie iconografie dell’ America, dove 
è frequente sulle sponde dei grandi fiumi. 

675. TIAKA — Berretta conica, terminante in 
punta, portata dai re di Persia e dai sacerdoti ebrei. 

La forma di essa fu adottata dai vescovi di Roma, 
e fù cimata da un globo crociato e circondata da tre 
corone sovrapposte. Divenne cosi l’emblema della 
sovranità del papa. Se ne fa ordinariamente risalire 
l’uso a san Silvestro (744); i monumenti posteriori 
rappresentano, però, abitualmente il pontefice romano 
a testa nuda, e solo verso il XI secolo egli appare 
con la tiara, ornata da prima di una, poi di due 
corone; dopo Bonifacio VHI (1294-1803) le corone 
diventano tre. Di tale numero si danno numerose in- 
.terpetrazioni simboliche, alludendosi; alla Trinità ; 
alle tre virtù teologali ; alle tre potestà della Chiesa, sacerdotale, reale 
ed imperiale; alle tre parti del mondo allora conosciuto. La tiara che cinge 



offerta dai cattolici del 
mondo a leeone XIII (HilisJ 













317 

la testa dei pontefici cattolici è formata di un tessuto finissimo coperto di 
maghe d’argento, su cui sono fissate le tre corone d’oro; cadauna fascia 
e sormontata da perle e da pietre preziose; la sommità della tiara è coperta 
da una foglia d’oro gemmata, e su di essa sta il piccolo globo d’oro sor¬ 
montato da una croce formata di undici brillanti. I nastri della tiara, che 
recano le armi del papa regnante, sono ornati di topazi e di smeraldi. La 
tiara di cui fu coronato Pio XI è il dono della diocesi di Parigi a Leone 
Xni per il suo giubileo episcopale (1895) e ne fu autore il Froment Mau¬ 
rice, che si inspirò al modello di una tiara composta dal Pintoricchio per 
Alessandro VI. || Durante la vacanza della sede papale negli atti officiali 
si pone la tiara nelle armi della Chiesa, senza le chiavi (v. Mitra). 


576. TIGLIO — Bella e generosa pianta dai fiori pallidi, dalle foglie 
in forma di cuore, di autentiche virtù officinali, soavemente olezzante ed 
offerente alle api una linfa squisita. Tra i fiori parlanti essa direbbe del- 
r amore coniugale. 


aiuabil pianta, e a^ molli Oresti 
Pro))ieia, e al santo coniugale amore. 

Foscolo - Le Grazie TI - J19H). 

Ofr. la favola di Pilemone e Dauci (Ovidio - Met. Vili). ’ « La quercia 
è la forza della foresta, la bétula è la grazia, l’abete la musica cullante i 
sensi, il tiglio la intima poesia . (A. Theuriet). || Il tiglio è l’emblema 
della Prussia; ed è celebrato il viale dei Tigli di Berlino.... che è in 
parte di ippocastani. 


677. TIGRE — Il più bollo, il più grande, il più fiero dei felini, snello, 
tremendamente veloce (Plinio): subietto insigne di totemismo, frequente¬ 
mente ritratto con il tatuaggio sul petto dei devoti della Polinesia, dove è 
creduta uno spirito evitico tutelare, e ancora si crede alla comunanza di ori¬ 
gine degli uomini e degli animali. |) Con la pantera, la tigre era dedicata 
a Bacco, ed essa puro ne trainava il carro, simbolo della crudeltà a cui 
trascina il furore dell’ ebrezza, (v. Pantera). || La tigre è abitualmente so¬ 
spettosa, diffidente e in preda alla passione cupa e feroce della gelosia; e 
di questa è usata anche come affermazione simbolica. || Entra pure nelle 
antiche rappresentazioni allegoriche della America. 


578.^ TIMO — Serpillo — Graziosa pianta cespugliosa è odorifera, che 
nasce in terreno magro e petroso, e pure rende nei suoi fiori purpurei un 
buon succo medicinale, di cui sono ghiotte le api. Simbolo di diligenza, 
di operosità, di perseveransa. 


579. TIMONE — Questa costruzione di legno, a triangolo prismatico, 
inserviente a dirigere da poppa il corso della nave, è detta in linguaggio 
marinaresco anche governo; e ciò spiega all’evidenza il simbolo, «posto 
accanto alla Fortuna per ammonire come sia in sua mano il governo delle 
umane cose » (Cartari), ed usato sempre nelle congeneri allegorie. « La 
provvidenza reggo il timone di noi stessi, e dà la speranza al viver nostro, 
il quale quasi nave in alto mare è sollevato e scosso da tutte le bande da’ 
venti della fortuna» (Ripa). || Analogamente si usa il timone di nave per 
descrivere gralicamento l’economia o l’amministrazione pnblica. 




318 


68ii. TIMPANO — « Ti/miiaiium est pellis vel coriwn Ugno ej- una parte 
ejetensuiii » - scrive Isidoro di Siviglia (óTny - (>36). « Symphonia » - scrive 
egli ancora — vulgo appeUatnr ligiium camini ex utraiiue parte pelle e.rtensa. 
Ipiani nirgnlis hinc et inde musici ferìunt ». Dalle cui definizioni si distin¬ 
guono il timpano degli antichi monumenti — quello con cui Capanno tentò 
imiUre il rumore del tuono, quello delle menadi di Bacco e dei coribanti di 
Cibele, il quale si sonava con le mani — e il tamburo {sgmphoniii) inven¬ 
zione di altri tempi e ordinariamente usato per i segnali militari. Il tim¬ 
pano era uno degli attributi di Cibele, simbolo della Terra. 

Ti/ot/Kttnt voM hn.ruti4iiip vanti Hwecffniia. 

(A'«. IX - HW). 


Cfr. le descrizioni della festa alla dea e del suo strepitoso corteggio nella 
Frigia in Lucrezio {De natura II) e in Ovidio (Fasti IV). Il Gibbon 
attribuisce al tamburo virtù militari eccitatrici e meravigliose. Canta l’idi- 


liaco Mistral : 


Ihtllunt, baitaut tu r/Mir//e 

ìt fui! òojirf/r.... 

t Le Inintiout' rì'Arcata). 


Il tamburo è simbolo di ospitalità presso i giapponesi e viene offerto ai 
visitatori amici come espressione dei voti amicali. Una leggenda illumina 
il significato di questo dono, narrando d’un re antico, cosi desideroso di 
assicurare la felicità ai sudditi che fece porre un tamburo alle soglie della 
reggia perchè, con il suo suono potes.se essere richiamata sempre la sua 
attenzione e . si ottenesse udienza reale. Se non che il paese era cosi felice 
che nessuno battè mai sul tamburo e in esso alcuni uccelletti — come in 
luogo indisturbato —• posero il loro nido e l’allietarono delle loro felici 
canzoni (Morning Post). Nel Congo e nel Camerum il tambureggiare è 
una vera arte, e quei negri ne usano a distanza come di un linguaggio con¬ 
venzionale, avendo fissato un vero alfabeto secondo la intensità, la altezza, 
la durata delle note. 


681. TIRSO — Asta di ferro nascosta in un cono di pino, attorcigliata 
di frondi d'edera, di pampini e di piccole bende, posta in mano a Bacco, 
ai suoi fedeli ed ai fauni. Un antico proverbio greco diceva; « molti portano 
il tirso, ma pochi sono i baccanti », intendendosi ohe non tutti coloro che, 
agitondo il tirso e assumendo le apparenze esteriori dell’ inspirazione, sono 
veramente inspirati. Nella decorazione simbolica questo attributo immancabile 
di Bacco fu sempre applicato genericamente a motivi vari di allegrezza, di 
giocondità, di festosità, e di teatralità, anche insieme alle maschere della 
tragedia e della comedia. il Non è concorde la spiegazione dell’origine del 
tirso : si dice eh’ esso fosse 1’ arma portato da Bacco nella guerra delle Indie e 
ch’egli l’avviluppasse per ingannare le menti rozze dei popoli che trovava 
nel suo passaggio ; e si dice anche che il tirso è il bastone necessario ai 
bevitori grandiosi per.... reggersi in piedi (Fortunato). 

582. TONSURA — San Gerolamo non voleva ohe i chierici si radessero 
il capo per non imitare i sac.erdoti d’Iside e di Serapide: e nè meno por¬ 
tassero copiose capellature per non seguir l’esempio dissoluto dei ricchi e 


819 

dei soldati. Cosi si adottò l’uso della tonsura (fra il IV e il V secolo), come 
è attestato da Gregorio di Tours e da altri autori coevi, non costituente un 
ordine, ma distintivo di preparazione agli ordini sacri. Il quarto concilio 
toletano prescrisse ai chierici e ai sacerdoti di portare rasa la parte supe¬ 
riore del capo, lasciandovi solo un giro di capelli somigliante a una corona 
(447), tonsura in uso tuttodì per parecchi ordini religiosi. || Eravi un'altra 
specie di tonsura, ordinata a schiavi e prigionieri — come ai deportati della 
Siberia sotto gli czar — perchè-meglio restasse stabilita, anche nelle forme 
esterne, la differenza fra uomini liberi e nomini soggetti, e si rendesse in¬ 
sieme più difficile la fuga degli infelici sostenuti in prigionia o in schiavitù. 

583. TOPAZIO — Bella e pregiata gemma d’un brillante giallo aureo, 
simboleggiente simultaneamente la virtù più preziosa : la saviezza, la castità, 
i meriti delle opere bnone e la speranza cristiana (Hu 3 ’ 8 mans), Così essa 
ci narra il misticismo della Chiesa trionfante, ed è posta a monile delle spose 
fedeli e pure, perchè ha il dono di allontanare le seduzioni e le morsure 
carnali dei demoni. Era una delle dodici gemme dell’e/bd. indumento 
superumerale dei sacerdoti ebrei, e rappresentava la tribù di Issacar, posta 
seconda nel primo ternario (Giuseppe Flavio). 

584. TOPO — V. Sorcio. 

586. TORCIA — v. Fiaccola. 

586. TORO — In tutte le credenze preistoriche ed in quelle esostorlche 
— che le continuano e statuiscono fra le genti selvaggie — il culto tote¬ 
mico del toro, considerato come parente e amico dell'umanità, è forse il 
più diffuso. Noi vediamo il maschio gagliardo delle bestie vaccine elevato 
dall’ossequio e dalia venerazione, a volte sotto la sua specie naturale, a 
volte con aspetti di antropomorfismo. Lo adorano gli egizi in Osiris; i ba¬ 
bilonesi in Ninib e in Moloch, H dio ardente della 
guerra ; i fenici in Hadad. L’ arcsta ricorda il proto¬ 
uomo, Garso Marathan (vita mortale) e il proto-ani¬ 
male buono, Geus Urva (il toro), dai quali sono discesi 
tutti gli esseri umani e tutti gli animali della buona 
creazione (Checchia). Gli indiani lo identificano con 
il Sole, forza fecondatrice e dominatrice (De Guber- 
natis), e lo consacrano al terribile Siva. Nell’Iran 
è sacrificato a Mitra — invincibile mediatore fra la 
divinità e l’ umanità — la figura del quale vedesi 
comunemente sopra un toro di cui egli afferra le corna 
con la mano sinistra e con la destra gli infligge un 
pugnale nel collo. Così si vuole ohe Mitra — o il 
Sole — penetri nella terra mediante il suo raggio per 
renderla feconda. Altri intendono per le corna espressa 
la Luna, e quindi la superiorità del Sole su di essa. E i greci videro nel 
toro Giove e Bacco ; e i cimbri giuravano su di lui (Plutarco) ; ed i galli 
lo ponevano in effigie sulle monete ; gli ebrei ne davano il suo sembiante 
a Oeova; i romani lo inalzavano fra le loro insegne militari. Tori antro- 









32(1 

pocefali e alati adomavano le porte di Persefoli e di Ninive, alternati ad 
alati e antropocefali leoni, simboli della potenaa della divinità, che unisce 
la forza del toro o del leone al pensiero dell’uomo (Natali). Ancora oggi 
il toro è l’idolo più venerato in certe regioni interne dell’Italia, e nella 
pagoda di Tandiour gli indigeni ne cospargono con olio di cocco una statua 
colossale, scolpita in un blocco di porfido. La pietra è ormai invisibile e 
interamente scomparse sono le linee scultorie particolari, sotto il denso 
strato delle copiose aspersioni dei peregrini ; i quali giungono da lontano, 
poveri e cenciosi, ma forniti dell’otre gorgogliante dell’olio piu squisito; 
e se tale offerta essi non danno, la loro preghiera è respinta dal nume 
crudele che gronda e scintilla nella viscida veste, sotto i torrenti della luce 
tropicale. Tutto questo adorante sogno zooscopioo, proprio delle razze 
infanti, è dovuto all’ammirante terrore che incute la forza fatta di robu¬ 
stezza, nel senso meccanico, e trasferita nel senso psicologico, come energia 
fatta di vigore, di volontà, di intrepidezza. 

Se non che tale complesso di alto qualità crea analogicamente la elabo¬ 
razione del simbolo più proprio per designare le forze vive della natura. 

. Invoco e celebro il Toro elevato ohe fa crescere l’erba » dice la Biblia 
persiana. Non può meglio indicarsi il toro celeste, assegnato secondo segno 
nella casa zodiacale e designante l’aprile : quello ricompensato da Giove 
perchè lo aveva servito nel rapimento di Europa (Ovidio Fasti - V. 716); 
e quello ohe in parecchie medaglie — specie di Campania e di Sicilia è 
coniato con volto umano, e tenuto, per concordanza di autori, simbolo del- 
l’agricoltura, floridissima in quelle belle contrade. Anche il mito giapponese 
del toro che spezza con le corna l’ovo orfico, ossia il caos, dal cui guscio 
esce il mondo, è un evidente simbolo della potenza generatrice della natura, 
attraverso la putredine inferiore della materia, i. Nella analisi del meccanismo 
nervoso degli animali e delle relazioni tra i fenomeni psicologici e quelli 
fisiologici, è nel toro particolarmente perspicuo il sentimento della gelosia, 
di cui l’animale fu fatto una delle incarnazioni simboliche più ripetute. 

Non BltTìmente il tauro, ovo 1* inviti 
(Geloso amor con atimoli pungenti, 

Orribilniente Diugge, e co* muggiti 
Oli spirti In «è risveglia e l'ire ardenti; 

K il corno aguzza ai tronchi, e par oh* inviti 
Co* vanì colpi alla battaglia i venti ; 

Sparge col piè 1’ arena, e il suo rivale 
Da lunge alida a guerra aspra e mortale. 

(Oer. lib. VII). 

La vittima pin comune nei sacrifìci era il toro, immolato a Giove, a Marte, 
a Cerere, ad Apollo, a Plutone, a Nettuno. Si sceglievano bestie nere per 
Plutone ed a quelle consacrate ad Apollo si doravano le corna. Per i trionfi 
si volevano, invece, tori bianchi, e ne era superba altrice 1 Umbria. 

//ine albi. Clituiinie. greges et mtwima taurini 
t'ictima, ea/pe tuo perniisi fliimive mero, 
nomano» ad tempia dettm durere triumphos. 

{Georg.-Il USI. 

(Jiiin et CHtiimiii tacras victorihii» muta», 

Candida ijiiue Latiia pruehent uriiienta trìmiiphie. 
l'in'tt fuit. 

(Cliuiiliiiiui - 1/ - Ciiiimil. Ihmiie. IV(. 


321 

Particolarmente detlicnto a Nettuno era il toro per la somiglianza de’ suoi 
ruggiti con le onde, e antropomorfi con le corna o con la testa taurina si 
raffiguravano i fiumi. L’Ariosto, dipingendo il misero stato d’Italia, cosi 
apo.strofava il Po : 

(Jnanilo t'a.mni che ’l bel volto di tauro, 

() re de’ dami, le tne amate ninfe 
Ti cospargan di latte e chiare linfe. 

Coronando di Hor le coma d' miro ? 

Il toro bianco era attributo simbolico dell' Europa. |{ D’azzurro al toro fu¬ 
rioso è lo stemma di Torino (v. Fiume), || A sant’Adolfo, vescovo galiziano, 
si dà per attributo il toro che gli fu lanciato contro. || (v. Animali, lìtu-). 

587. TORPEDINE — Pesce simile ad un cuscinetto discoide, molle e 
llacido, accennato dagli iconologisti come simbolo della accidia, sulla scorta 
di Plinio, di Plutarco e d’altri. « Chi lo tocca con le proprie mani o vero 
con qualsivoglia istrumento, corda, rete o altro lo rende talmente stupido 
che non può operar cosa nessuna; cosi l’accidia, 
avendo ella l’istesse male qualità, prende, supera e 
vince, di maniera quelli che a questo vizio si danno, 
ohe si rende inabili, insensati e lontani da opera lo¬ 
devole e virtuosa » (Ripa). Si è però dimenticata — 
nella elaborazione del simbolo — la più notevole pre¬ 
rogativa della torpedine; quella di produrre e scari¬ 
care scosse di elettricità che rendono torpidi gli 
animali che le si avvicinano o la mano e il braccio 
di coloro che la toccano. E di tale caratteristica pe¬ 
ricolosa altrui dissertarono molti dotti, da Cicerone 
ni Redi. 

Te, che al eoi tocco di tue membra inermi 
Di siibita mirabile percossa 
1/ avido pescator stendi sul liilo. 

(Mnsoheroni - A Lentia Cidonia). 

« Stupefadt tangentes » è il motto trovato dallo Scarlatti in una impresa 
muliebre dei tempi andati, con la figura del pesce elettrico, e ci pare meglio 
appropriato di quello pensato dal Ripa: « Torpet iners ». 

588. TORRE — I tecnici del disegnare e del fabbricare dicono la torre 
edificio nobile per eccellenza, e infatti essa, nel linguaggio allusivo, indica 
nobiltà antica e chiara (Ginanni;. Disse Dante; 

StH come torre, fermo, ohe non crolla 
Oiammal la cima per soffiar dei venti. 

il’llTfl. V - U) 

e giustamente la torre, mole « immota mane.ns » (Kn. X), può essere la 
sintesi simbolica delia fermeasa e della costanza. In questa significazione 
è attributo della martire santa Barbara, come si vede in una quantità no¬ 
tevole di quadri illustri: quelli del Vivarini (1490) e del Tintoretto (Ve¬ 
nezia); del Paimezzano e del BoltraflSo (Berlino); del Cranach e di Jacopo 
dei Barbari (Dresda) ; del Pintoricchio (Roma) ; del Botticelli (Lucca) ; del 
Bryn e dell’Holbein (Monaco); del van Eyok (Anversa); del Moretto (Brescia) ; 











;V32 

di Matteo di Giovanni (Siena), e di Palma il Vecchio (Venezia), tutt’altro 
che mistica, ma celeberrima. « Non è una santa, ma una fanciulla fiorente, 
la più attraente, la più degna d’amore che si possa imaginare » (Taine). |i 
Nel simbolismo ecclesiastico la torre ù pure data come segno della potenaa 
{^tnrm davidica) » (Torricelli). || Si acconciava con torri il capo di Cibale 
(v. Coroìui), e di torri da cui si ergevano corna cervine il capo di Nemesi, 
la giudice tremenda delle vendette sui mortali. || Blasonicamente aveva il 
diritto di porre nella.propria arma la torre chi aveva arditamente dato la 
scalata al castello conquistato. 

589. TORTORA — Uccello dal nome onomatopeico, caro agli innamo- 
rati ed ai poeti, che — a cominciare dall’autore del Caniico dei Cantici 
(II - 12) — gli dedicarono appassionate e vaporose elegie, non del tutto 
meritate, come simbolo della fedeltà. Perocché - dicono - le tortorelle 
volano sempre insieme a coppie di maschio e femina, e quando rimangono 
vedove non si posano più sui rftrai verdi, ma su quelli secchi, nè rompono la 
fede allo spento consorte, e gemeno, come Bidone, di « odiare le seconde faci ». 

E dicono anche - con maggiore solidità - che la tortora torna fedelmente 
a noi dai paesi caldi, con il tornare della primavera, ed ha, come il pic¬ 
cione, la nostalgia dei luoghi ove trova la calma del pascolo silenzioso. In 
una medaglia di Eliogabalo con la leggenda: « Fides exercitm » era scolpita 
una donna seduta con in mano una tortora. Ma alla valutazione obiettiva 
delle conoscenze più concrete, quest’ uccello ha tutt’ altro che il diritto di 
rivestirsi della luminosa nube poetica che gli ha conferito finora il cieco 
sentimentalismo dei glossatori di antiche parabole, (v. Piccione). 

690. TOTEM — L’animale o il vegetale sacro perchè considerato pa¬ 
rente dell’uomo, secondo l’illusione dell’animismo; forma di religiosità 
primordiale — ben lontana da quella vera pietà ohe insegna a guardare con 
occhio fermo le cose — manifestantesi nello scrupolo non solo rispettoso 
ma reverente per la intengibilità dell’ animale o del vegetale, e nel culto 
esteriore professato anche sugli altari, e negli onori divini resi al termine 
della loro esistenza. I.a vita del sentimento non fu solo riconosciuta agli 
animali; filosofi autorevoli opinarono ohe anche le piante hanno sensazioni 
misto di piacere e di dolore, e sono quindi soggette ai fenomeni dello spi¬ 
rito (Democrito, Empedocle, Anassagora. Platone). I lapponi ed i negri de 
Congo e della Costa d’ Avorio adorano tuttora un osso di ippopotamo, un’ un¬ 
ghia di belva, un corno d’antilope, dei ciottoli, dei legni. Gli australiani 
simboleggiano il loro supremo idolo in un albero senza rami irto di punte, 
Gli a.scianti venerano le creste di gallo racchiuse in borse e code di vacca 
riunite a fiagello. I popoli infimi e miserabili creano idoli e feticci con i 
poveri doni loro concessi dalla natura in cui vivono. Il totemismo — com¬ 
plesso rituale del culto dei totem — non è fenomeno sociale limitato nei 
tempi e nello spazio. Nelle varie voci di questo dizionario se ne hanno 
esempi attuali, che riguardano genti della antichità e della modernitii. 
(V. Alberi. Animali). 

591. TBAEESCANZIA — F.femerina — Pianta esotica dai fiori di co¬ 
lore gaio (più c.omuni tra noi quelli turchini), bellissimi ma caduchi. Espres- 



sione (Iella fug^acità (dal nome di Oiovanni Tradescant, viaggiatore e botanico 
inglese - 1G<J8-1062). 

592. TKE — ÀI capitolo generico dei numeri abbiamo esposte le ragioni 
dell’ elevatezza del tre nella gerarchia numerica (v. Numeri), dando esso 
origine all’aforistico « Omne trinum perfeetum », e rappresentando l’ipostasi 
simbolica delle religioni e delle filosofie antiche. Alcuni esempi ne sono : le 
trimurti indiane (Brama o Creazione, Visnù o Conxervazione, Siva o Distru¬ 
zione - Agni o Terra, ladra o Aria, Sur 3 ’a o Cielo); la triade egizia (Osiride, 
Iside e Sid) ; la trinità dell’ universo secondo i caldei (Anna o Cielo, Ea o 
Terra, Moutgè o Abisso)-, quella della cabala ebraica (Keter o Cotenza, 
Kadmon o Amore, Binah o Intelligenza celeste) ; la trinità cristiana — con¬ 
servatasi dogmaticamente anche in alcune Chiese di riformati — descritta 
nella insuperabile sintesi di Dante, seguendo Tomaso d’Aquino: 

la divina Potestate 
La somma Sapienia e ii primo Amore. 

(Inf. Ili - S). 

Rinunciamo all’ enumerazione fenomenica del tre nella storia del pensiero 
e degli avvenimenti, che sarebbe eccessiva, avendo tale numero costante- 
mente avuto singolare e tipica importanza, (v. Ntimeri. 'Triangolo), 

693. TBEBICI — Nome numerale comune, che non avrebbe avuto allego¬ 
rico mandato se tanti non fossero stati i convitati alla cena degli apostoli, 
dei quali Giuda di Oariot era il tredicesimo. La religione cristiana — che 
combattè sempre il feticismo — non potè sottrarsi ad alcune superstizioni 
profondamente radicate nella coscienza popolare, e si sforzò di larvarle e di 
modificarle. Molti simboli religiosi sono, quindi, in origine, amuleti ; e tale 
è divenuto il numero tredici, obietto di odioso e falso apprezzamento, come 
significatore di tradimento e di morte. Si rimprovera ai popoli meridionali 
— e all’italiano, come di consueto, in ispecie — la loro superstizione; ma 
il sacro orrore per il tredici fatidico è anche diffuso tra popolazioni che 
presumono di essere spiritualmente e civilmente più progredite. Nel nord 
si narra che un giorno i dodici grandi numi della Scandinavia erano assisi 
a banchetto; Loke, il genio della discordia, che non era stato invitato, entrò 
per reclamare il suo posto, e non tardò ad azzuffarsi con Balder, il dio della 
pace, e a trafiggergli il cuore con una freccia. Questa è l’origine dell’ antica 
superstizione che annette — anche nel settentrione — un presagio di malo 
augurio al numero tredici. E il terrore di esso è tale che le case portanti 
questo numero, a Londra, qualche anno fa ancora erano deserte o solo abi¬ 
tate da inquilini spregiudicati. .Nella Strand, nell’ Hohbom Street, nella 
'Threadneedle Street si è abolito il numero tredici ; nel J’ark iMne esso è 
stato sostituito dal numero dodici bis. È noto anche che a Londra, come a 
Parigi, la professione di quattordicesimo invitato — pronto a riempire un 
vuoto nei pranzi di famiglia — è divenuta l’industria di molti nobili de¬ 
caduti, ridotti a vivere di espedienti. Bismarck — feticista del numero tre, 
tanto da considerare un omaggio inconosciente reso alia sua gloria i tre 
capelli che gli ponevano in testa i caricaturisti — non poteva soffrire il 
numero tredici, contro il quale non esitò mai a dichiararsi. Quando fu- 




324 

rono inventate le carte dei tarocchi, o di Minchiate (v. Tarocchi), la carta 
della Morte ebbe il numero tredici. « Il tredici si chiamò la Morte per es¬ 
sere ella figurata nelle carte di Minchiate segnata con tal numero » (Note 
al Malmanfìle), || Nella vita febrile del secolo XX nessun capriccio della moda 
— regina onnipotente — ha soppiantato il tredici come talismano contro 
gli spiriti maligni. Il tredici serve da scongiuro, senza obligare a sforzi 
di pensiero troppo elevati; e pende — insieme al cavallo ed al porcellino — 
in forma di ciondolo sul panciotto anche di persone di vasta intelligenza ■ 
e di larga coltura. || È il numero preferito dagli abitanti delle Tlawai. 
(v. Xumeri). 

594. TRIANGOLO — Figura geometrica che converte in elemento espli¬ 
cativo l’astratto di triplici entità, nel fine estetico e rappresentativo. «11 
Triangolo manifestava la Trinità immutabile, Forza, Materia, e Movimento » 
(Saunier); è « il simbolo della manifestazione divina, del Ternario crea¬ 
tore.... Difatti, se in principio l’Unità fondamentale Dio si trova espressa 
nel Cosmo dal Verbo, sintesi dei ritmi nella Famiglia dal Padre sintesi 
delle generazioni, questa Unità non può rivelarsi ai nostri occhi se non 
sotto la forma di una Trinità, poiché ogni prodotto sottintende l’accoppia¬ 
mento di due contrarii. Il Figlio è il frutto dell’unione d’un Uomo e d’una 
Donna; il Movimento dell’unione della Forza con la Materia ; la forma dello 
Spazio col Tempo ». (Saunier). Cosi l’autore citato spiega il simbolo mas¬ 
sonico adottato dai Rosa-Croce. || £l risaputo che la massoneria italiana 
cosi di rito simbolico come di rito scozzese — si divide in Loggie e in Trian¬ 
goli. l! Iram — il magnifico costruttore del tempio di Salomone — portava 
sospeso al petto il triangolo d’ oro racchiudente le secrete leggi mosaiche e 
il vero nome del Grande Architetto dell’Universo. Il triangolo della testa 
dell’ Eterno Padre significa — secondo alcuni autori — bellezza, ordine e 
armonia (La Torre). Il triangolo è participio iconologico del globo della 
Scienza, perchè « mostra che si come i tre lati fanno una sola figura, cosi 
tre termini nelle proporzioni causano la dimostrazione, e scienza ». 

Jn alili vero orltfit» manu apparere. 

Ruper orhnn fìifura triangnlatiR ineHt. 

(Kipii) 

(V. Cuho, Tanto, Uosa). 

695. TRIBOLO — L’ ìyiioranza imaginata dal Ripa cammina « scalza 
in un campo pieno di pruni e triboli, fuori di strada », e per triholi qui si 
intende il vegetale spinoso e difficile ad estirparsi, dal quale presero nome 
lo armi offensive, posto sullo strade contro le cavallerie, fatte di ferri acu¬ 
minati. Vediamo codesti arnesi di guerra — già noti ni romani (Q. Curzio, 
Valerio Massimo, Cesare, Vegezio) — elencati tra le figure araldiche, re¬ 
golarmente stilizzate con tre punte confìtte nel terreno e con la quarta in 
aria, usate forse nel senso di travaglio guerresco. Es. : nelle armi Hugot 
e Tribolati (Guelfi). || Il tribolo « è si fatto che, gettato comunque, resta 
sempre con una punta diretta verso il cielo » (Gelli), e a dimostrare l’intre¬ 
pidezza del proprio animo valoroso e costante fu assunto ad impresa del 
conte trentino Giovanni Battista da Lodrone, con il motto: « hi uirai/iie 
fot-lana ». 


325 


59G. TRIDENTE — Ferro con tre rebbi, scettro di Nettuno, 

Ond’ei moilern il mar, scuote la terra 

(Carlo (Ta9toiiG Ilcisxonico) ; 

ed anche attributo delle deità marine minori. I tre rebbi dimostrerebbero 
le tre natura dell'acqua: dei fonti e dei fiumi, dolci; dei mari, salse e 
amare; dei laghi, nè salse nè amare ma nè anche grate al gusto (Ripa). || 
Il tridente si ritrova in alcune espressioni dell’arte paleocristiana, o il 
Gladstone vede in esso adombrata la Santa Trinità (Evans). ' 


597. TBIFOOEIO — Leguminosa di svariatissime specie il cui eu¬ 
ritmico fogliame doveva tentare lo scalpello degli scultori, che lo ripro¬ 
dussero nei trilobi sottoposti alle arcate ogivali. || 

E la vivace erba della speranza, perchè nasce come 
lieta promessa dal grano seminato ; e le mani gentili 

10 ricercano con commozione, quale presagio di giorni 
avventurati. || Nel trifoglio (shavirock) l’Irlanda ha 

11 proprio simbolo nazionale, che si riannoda alla 
pietà di san Patrizio per insegnarvi la parola cristiana 
(■142). Sui colli di Tara il santo apostolo stava spie¬ 
gando il mistero della Trinità ad una turba diffidente; 
egli — inspirato — colse un magnifico trifoglio che 
gli stava presso, e con l’ingenuo paragone di esso 
convinse gli increduli della possibilità di un solo Rio 
in tre persone distinte, come quello di tre foglie in 
una foglia sola. Sulla copertina di una importantis¬ 
sima rassegna irlandese si publioa tuttora la figura 
del santo nazionale che calpesta l’Idra inglese, e sul 
trifoglio simbolico ch’egli tiene in pugno si legge il trinomio programma¬ 
tico : « Esercito - Controllo fiscale - Educazione » per il quale gli irlandesi 
tantò fieramente combattono contro il governo centrale (1922). (v. Fiore). 



TRIFOOLIO 

Caricatura jtoliliva 
irìanftegp 


5J8. TBflFOSZi — Nel fìtto tessuto di fi^^re e di adouibrainoutl più o 
mono ingegnosi della simbolica mistica, questo arnese, in origine di comune 
uso — come sedia, tavola o braciere — trasportato nel tempio e nell’ ora¬ 
colo, rivestito di quello speciale lenocinlo di arte plastica che i sacerdoti 
ellenici, nella loro esperienza del sovrumano sensibile, sapevano tanto de¬ 
stramente adoperare — divenne la nota distintiva del mistico magistero e 
significò un complesso di astratte virtù attinenti alle religioni: la fede, 
la verità, la sapienza. Come nella pratica della Chiesa cattolica si usa 
donare i voti all’altare — cuori e mani d’argento, quadri, imagini, croci¬ 
fissi — cosi presso i greci, e successivamente presso i romani, venivano 
offerti i tripodi agli dei, insieme alle corone ed agli scudi votivi. Atene 
aveva una via tutta ripiena di bronzei tripoili offerti (Pansania), e su di 
ossi, comunemente, si accendevano i profumi o si sacrificava. Vi sedeva la 
pizia che pronunciava il responso di Apollo, nel tempio di Delfo. I sostegni 
su cui si appoggiava la parte superiore — tazza o cratere — alludevano 
alle tre virtù divinatorie di Apollo : conoscere il passato, il presente, il 
futuro (Pianigiani). || Il tripode entra nell’attrezzeria simbolica dell’inverno. 
















:}2(4 

599. TBIQUETKA — I titani precipitati dall’ ira di Giove furono oppressi ’ 
sotto r Etna, e Tifeo — o Tifone — il maggiore di essi — giace disteso 
sotto r intera Sicilia. (Ovid. Metam. V). Questo episodio mitologico diede 
forse l’originaria inspirazione della triquetra, simbolo araldico della 

bella Trinaoria, ehe caliga 
Tra Pachino o Pelerò, nopra il golfo 
Ohe riceve da Euro maggior hriga^ 

Non per Tifeo, ma per nascente eolio. 

(Par. Vili - 87). 

La triquetra (da triquctnim, costellazione del trian¬ 
golo australe) è un volto umano da cui si spiccano 
tre gambe roteanti, allusive alle tre punte della Si¬ 
cilia. Il L’anione delle tre coscia unite in centro si 
ritrovò anche usata presso i lapponi. 

600. TROUBA — Emblema militare e usatissimo. 

Si dà l’onore della invenzione della tromba guerresca 
ad Osiride, re e dio dell’antico Egitto; ma alcune 
città del Delta la proscrissero per la somiglianza del 
suo suono con il raglio dell’ asino, in cui raffiguia- 
vano 1’ aborrito Tifone. Omero, invece, dice inventor 
della tromba Dirceo; altri dicono Tirteo o Pifeo Tir¬ 
reno, Giuseppe Ebreo, Mosè. Il’poeta Ennio — per 
esprimere onomatopeicamente il suono aspro, forte e veloce della tromba 
primitiva — scrisse : 

Al lulia terribili .oiiilu larantura dijcii. 





Dice Virgilio, celebrando il trombettiere di Enea; 


E Claudianu ; 


Mistnum AtoiàUm, *iuo nan i»ì'at8ta)kUor alter 
Aere etere eiroe, Martetnque accendere rantu. 

(Kn. VI) 


E.rcUel incealoi tu ruta He huccina soinnoe. 


Parimenti la tromba, con il suo alto strepito, diffonde la lodo, In fama, la 
celebrità, 

QuellH eh* eterua V noni coll'naroa tromba. 

(Allicri). 

« Siytiificat /uba famam et celebrilatem » (Pierio Valeriano): veicolo ellica- 
cissiino di quel < mondan rumore » il quale non è 

altro che un fiato 

Pi vento,’ ch'or vien «tuiiioi ed or vieti «fiiiudi, 

£ muta uomo perché muta lato. 

{Par. XI - ft). 

Rubens e Le Brum dipinsero la Fama con doppia tromba per significare 
eh’ ella ripete e il vero e il falso. 


6U1. TUBEROSA — Pianticella nativa delle Indie, elegantissima, a 
tuberi carnosi da cui si erge una spica di fiori bianchi, profumatissimi e 
dannosissimi : simile alle languide ma terribili bellezze, maestre degli acuti 






337 

spasimi della ebrezza che uccide, e quindi simbolo della voluttà. (Zaccone). 
Il II linguaggio boreale cinese la presenta come simbolo di supremasia 
(Ijacroix). 

602. TULIPANO — È vero l'aforisma del canto di Goffredo, ohe: 

agli alberi dà vita 

Spirito uman ohe sente e ohe ragiona? 

Coloro che osarono interrogare le piante e registrarne la favella inon noi, 
catologisti obiettivi) interrogarono il tulipano, di cui non si sa il vero luogo 
d'origine, e per il quale — con scarsa fantasia mi- 
topeica — si volle anche disturbare la memoria di 
Vertunno, inventando una metamorfosi di decadente 
classicismo. Il vago tulipano — che in Olanda, ad 
esempio, è il re delle aiuole — non risponde con as¬ 
severanza della sua espressione rappresentativa. Mu¬ 
tabile di colore, muta pure di significato, secondo il 
cielo che vede aprirsi i suoi magnifici petali. Nei 
fioriti viridari di Persia è messaggero di affetto e 
dice la dichiarazione di amore; nei serragli tur- 
cheschi l’odalisca lo pone sulle bianchezze del seno 
per manifestare le brame del suo amore violento; 
altrove — formando il rapporto dell'entità astratta 
con l’entità concreta della sua caratteristica del vo¬ 
lubile colore si desume il simbolo della incostanza ; altrove ancora si 
pretende rappresenti la grandezza e la magnificenza (Zaccone) e si ap¬ 
poggia la interpetrazione ai versi dell’ infelice Giovanni Antonio Iloucher, 
compagno di Andrea Ghénier nell’estremo supplizio (1791): , 

• i.<r tiilipé pori majcstueuj’. 

Un ecltìt (itti du jowr reproduil tous Irn 

Dau» /w mur» bffzaììiinB mériifut qn’ on rndort. 

Et fui font pardouner »on cafire incolore, 

11 vezzo volgare in alcuni paesi di tare sinonimo di .vciowo il tulipano non 
ci sembra degno di esame. Osserviamo che osso è limitato alla Lombardia, 
come alcuni demopsicologi asseriscono. « Tulipano è uomo di bell’aspetto 
senza altre buone qualità » ; cosi il Minuoci (Note al Malmantile). 

6 <fd. TURCHESE — Pietra ricca e fine, d’azzurro cupo, di forma conica 
a non maculata per essere perfetta, prediletto talismano in Persia e in 
llussia. « .Simbolo della giovinezza dei sentimenti e dei teneri ricordi, 
la turchese potrebbe chiamarsi la nergisx mein nielli delle pietre » (Serao). 
«Ila la densità delle cose serene e nobili j non sfolgora, ma è azzurra come 
la volta del cielo, azzurra come il fiore inebbriante dei campi, azzurra 
come l’occhio del fanciullo. Essa viene d’Oriente; ed è fatto per le beltà 
vivide, seducenti, aflascinanti, che hanno per aè la dolcezza o la passiono ». 
(ùlj. Il È anche consacrata al coraggio. 

601. TURCHINO — Azzurro carico (v. Azzurro), 



TUWPAKO 
















u- 


H05. UCCEIiIfl — Giulio Michelet osserva ohe « sotto la strana compli¬ 
cità e la grave tirannia della forma sacerdotale > si scorge, insieme allo 
« sforzo di salvare 1’ anima amata dal naufragio della morte » anche « l’a- 
morosa fratellanza dell’ uomo e della natura, la simpatia religiosa verso 
l’animale, muto agente degli dei, protettore della vita umana, L’istinto 
antico aveva imparato ciò che insegnano a noi l’osservazione e la scienza: 
che l’uccello è l’agente del grande transito universale e della purificazione, 
l’acceleratore salutare della trasformazione delle sostanze. Segnatamente 
nei paesi ardenti, dove è un pericolo ogni indugio, esso è — e lo si vede 
in Egitto — la barca di salvezza che riceve la morta spoglia, e la fa pas¬ 
sare, rientrare nel dominio della vita e nel mondo delle cose pure. L’anima 
egiziana, affettuosa e riconoscente, senti questi benefici e rifiuta la felicità 
se non condivisa dai suoi benefattori, gli animali. Non vuol salvarsi da 
sola; vuol ohe l’uccello sacro la accompagni nel regno oscuro, come se 
(fovesse rapirla sulle sue ali » (v. Ibi). Non seguiremo nell’ inno mirabile 
r illustre filosofo artista della natura e della storia, ohe scrisse nel volon¬ 
tario esilio di Bretagna, aiutato dalla moglie — la intellettuale e appas¬ 
sionata Atenaide Mialaret — e cosi egli confessa, ed anzi tiene per elogio, 
che nei suoi libri zoologici « è trasfuso un cuore di donna », ed è in essi 
la pazienza e la dolcezza, la tenerezza e la pietà. L’uccello del Michelet 
fu giudicato « un impasto di scienza e di stranezze, di pensieri elegantis¬ 
simi e di cose incomprensibili, da cui uno scrittore che ne abbisogni, può 
trarre mille occasioni di far lungo il suo articolo » (Anfosso). « Vi sono 
uccelli adorni ed eleganti, uccelli ringalluzziti dalle cortesie di natura, 
lieti, direi, delle perpetue canzoni; ma vi sono pure uccelli disadorni, 
contraffatti, la cui voce è uno squittio od un latrato, la cui vita è la te¬ 
nebra, il cui cibo sono gli avanzi putrefatti, il cui corpo non ricorda che 
dalla lontana la parentela col re di siepe e col cuculo, colla paradisea e 
col pavone. Ai ghiacci del polo uccelli la cui vita è mezza di pesce ; ai 
baci del sole pompa di colori, ritìessi metallici, pioggia di pagliuzze d’oro 
0 d’argento, sprazzi di topazi, zaffiri e smeraldi ; alla notte tinte livideg- 
gianti e cupe ; ai campi immensi del mare uccelli dal volo potente, che 
esultano fra il cozzar dei marosi, e nel più vivo della tempesta, fra i campi, 
il vento, la pioggia dirotta, in mezzo allo spettacolo pauroso della natura 
corrucciata, mandano il grido dell' allegrezza e ghermiscono il pesce vo¬ 
lando a fior dell’ onda » (Anfosso). Quanta poesia nella grazia degli uccelli. 




3'2'J 

nel vigore sapiente dell’ ala^ nello splendore della penna, nella melodiosa 
soavità del canto, ohe aumenta la bellezza della natura! 

Nei nostri articoli descriventi i simboli ornitologici rileviamo particolar¬ 
mente tutta r importanza dei singoli individui, per alcuni dei quali i’ etopeia 
valse a confonderli nel vasto e pallido alone della leggenda, che ne sfigurò 
il contorno e ne prolungò l’ombra fino ai confini dell’irreale. J Presso 
quasi tutto le religioni l’uccello fu rivestito di carattere quasi sacro : ospite 
inviolabile nei templi ellenici, rispettato nel sacro recinto di David, lo è 
tuttora, nelle pagode indiane e nelle moschee islamite. Perspicuo esempio * 
di animismo, l’uccello era il complice innocente degli àuguri — che ne os¬ 
servavano il canto e il volo — e degli aruspici astuti — i quali ne esa¬ 
minavano i visceri per dedurne il presagio. Cicerone — che pure era del 
collegio degli àuguri — stupiva che due di costoro potessero incontrarsi e 
non ridere della vanità della loro arte. Euripide fa dire a Teseo che il volo 
degli uccelli è un teste ingannatore {Ippolita - I’?'). Apollo di Piane godeva 
fama di comprendere il vasto linguaggio dei pennuti, e non c’è — ancora • 
— vecchio cacciatore il quale non si senta alquanto.... apollineo. Beethoven 
ed altri grandi sinfonisti tentarono di trascrivere il canto degli uccelli, ma 

la notazione musicale si limitò a pochi esemplari. I messicani antichi_ 

od ancora oggi qualche indiano occidentale erede delle loro mistiche tradi¬ 
zioni — credevano ohe 1’ anima degli estinti illustri si trasformasse in uccello 
(Munoz Camargo). La pittura protocristiana simboleggiò negli uccelli i fedeli 
della Terra Promessa: es. : nelle catacombe di S. Sebastiano a Roma. L’uc¬ 
cello, insomma, sodisfece sempre alle esigenze concettuali della elevazione, 
e nella tropica comune fu la più propria figura per rappresentare 

Lu uecrota armonìa per cui si mesce 
L' eterno Kjiirto alla corporea creta. 

(Mh/.xh). 

Nel biasoue gli uccelli — meno l’aquila o il pavone ohe si descrivono in 
maestà — sono generalmente di profilo. L’uccello che apre lo ali si dice 
.sorante, {v. Animali). 

(i<K5. UNICORNO — V. Leoconui. 

(KIT. UPUPA — Nell’arsenale dei motivi romantici — di cui si foco 
tanto spreco nella lirica lacrimoniosa del secolo scorso — 1’ upupa « augello 
notturno» dell’ordine delle piche, dal singulto funebre, fu simbolo usitatis- 
simo del pianto e del lutto. Ugo Foscolo imaginò 

Uscir i(ul teschio, ove l'ugj'ia la luna. 

Jj’ upuitR, 0 svolazzar su per le croci 
Sparse per la l'iinereu campagna, 

K r Imiiiouila accusar col luttuoso 
Singult-o i rai di che son i»ie le stollo 
Alle ohliate sepolture. 

{Sepotvri - bl). 

Il Foscolo, però, confuse l’upupa — che di notte dorme tranquillamente 
sugli alberi — con il querulo assiolo : errore che commisero lo Shakespeare 
(Macbeth), il Bestini (Pia de Tolomei), il Parini (J.a notte), il Byron (Man¬ 
fredo), insieme al cantor dei sepolcri, che poi se ne difese. f 




iW'i 

L’assiolo è un mal destro uccello notturno, sciocco, pigro, pauroso ; e 
poiché i poeti e gli artisti non hanno l’obligo di essere ornitologi, i ragiona¬ 
tori del simbolo lo videro di sovente scambiato con l’upupa, e danno quest’uc¬ 
cello per attributo della viltà i ed in vero egli — benché nell’aspetto sia 
grazioso, per la bella cresta alta a tinte vivaci, per il becco di rosso corallino 
in alcune specie, e per il penname a riflessi metallici — vive di sudicie 
abitudini nello sterco e nelle immondizie, rilevandone il fetore. 1| Alcuni 
simbolologi indicano l’upupa come altro degli uccelli pii venerati in Egitto, 
di sovente collocato nello scudo d’oro, come ideogramma della gioia i ma 
non ne dicono la ragione. Una leggenda musulmana ripete che Salomone 
— da sapiente qual era — conosceva anche il linguaggio degli uccelli, e 
siielse fra di essi-, proprio compagno, l’upupa, perchè gli parlava parole di 
carità. Fu anzi l’upupa quella che diede a Salomone la notizia di Baltris, 
la regina di Saba, e delle sue sterminate dovizie (Weil). L’upupa è pure 
data per esempio di pietà filiale j e Brunetto Latini attesta ohe quand’ essa 
è giovane e vede il vecchio padre smarrirsi la vista e infiacchirsi le ali, gli 
strappa le penne logore, gli unge gli occhi e lo riscalda « tanto che il suo 
piumaggio è rinnovato, ed esso va e viene sicuramente dove si vuole » 
{Tesoro). j[ Ovidio narra l’episodio di Tereo trasformato in upupa (v. Ron¬ 
dine, Usignuolo). 

fitJS. URNA — Vaso per'le ceneri dei defunti (da iiirre: bruciare). Sim¬ 
bolo antico e moderno nelle decorazioni allusive alla morte. || Il Fato dipin- 
gevasi con l’urna racchiudente le fortune dei mortali, e molte cose dipendono 
dalla sorte dell’ urna.... compresi i numeri del lotto. L’urna è usata nella 
iconografia dei corsi d’ acqua, e nel seguo dell’ acquario, simboleggiante il 
gennaio, (v. Fiumi) 

(i09. USIGNUOLO — Filomela, figliuola del re di Atene Pandoue, seguì 
il cognato Tereo, re di Tracia, per raggiungere la sorella Progne, che nou 
poteva stare lontana da lei. Tereo — durante il viaggio la violo, le tagliò 
la lingua perchè non potesse narrare l’onta ricevuta e la rinchiuse in un 
castello. Progne la pianse amaramente, ma, saputo con il mezzo ili un tessuto 
scritto con il sangue, la sorte della sorella, riesci a liberarla, e con lei ad 
imbandire a Tereo, sulla mensa, le membra del figliuoletto di lui. Iti. Per 
sfuggire allo sdegno suo, le sorelle fuggirono e furono converse in rondine 
Progne, Filomela in usignuolo; Tereo fu tramutato in upupa; Iti in cardel¬ 
lino (Ovid. Mei. VI). In queste metamorfosi si trovò contenuto egregiamtnte 
simbolico, significando: la sordida upupa, i costumi impuri di ’lereo; la 
peregrinante rondinella l’irrequeto affanno di Progne ; il querulo e dolce 
usignuolo, il dolore di Filomela. Anacreonte e Apóllodoro scambiano le 
metamorfosi delle due infelici figliuole di Pandoiie, convertendo nella rondino 
Filomela e nell’ usignolo Progne. Gli artefici delle vecchio allegorie indicano 
cosi 1’ usignolo come simbolo di crudeltà : 

Kcquùl Calchi iiiidor, cel te l'roiiiie improlm t inarteiii 
Cunt colucriB propriae prolijì amore subit. 

(V. Rondine, Upupa). || Flebile e melanconico è il canto dell’usignuolo, ma 
tutto di estro e fantasia, meraviglioso per il calore e la vibrazione, per i 











iliil 

trilli e i « vocalizzi », per le modulazioni, le rapide « volate », le cadenzo di 
languida tenerezza. L’usignuolo è il miglior cantore dei boschi, il maestro 
dello stuolo alato, il più poetico degli augelli ; e poiché gli antichi crede¬ 
vano che esso non dormisse mai, tu scelto a simbolo della vigrìlania. (I mo¬ 
derni ornitologi assicurano, invece, ohe gli usignoli, i quali cantano di notte, 
dormono di giorno). Gli aralii festeggiavano il primo canto dell’usignuolo, 
come il ritorno della bella stagione. I traci pretendevano che gli usignuoli 
annidantisi presso il sepolcro di Omero avessero una voce impareggiabile. 


(ilo. UVA — v. Viti-. 




<>■.•<>•. -^■...••<y .••t>--...--!>*"”'-<>-*...'“C>-'"““!>--..--0""”'-i>‘.."O’ 


V 


(ili. VACCA — La giovenca — visibile segno della provvidenza, amo¬ 
rosa e fedele alimentatrice — fu sacra per i prischi pastori ariani, scesi 
nella selvaggia Europa a portare, con il pane, con le frutta, con i metalli, 
la prima civiltà; ed insieme al toro ha i primissimi gradi nella gerarchia 
mitica di tutte le genti : è la testimone della nascita di Zoroastro ; la Gans 
degli inni vedici; la Iside degli egizi; la Andumbla degli svedesi, dalle 
cui mammelle sgorgano i quattro fiumi che nutrono Imir ; la Ilitia terestro 
dei medi : subietto considerevolissimo di feticismo totemico, e simbolo uni¬ 
versale della fecondità. || La parola vacca — a cui noi diamo comune¬ 
mente senso oltraggioso ed anche indecente — presso alcuni popoli africani 
suona invece’ lode altissima, e gli scilluck danno il titolo di vacca alla loro 
regina. Cosi nell’Uganda lo stesso titolo si usa por onorare i grandi be¬ 
nefattori (Bellezza). 

612. VAGLIO — Arnese bucherellato per mondare le biade e le civaie, 
e figuratamente simbolo della purificazione e della ragione, che sa sceve¬ 
rare il bene dal male ; e della sapienza, figurata « col criliro, ovvero cri¬ 
vello, per dimostrare che è effetto di sapienza saper distinguere e separare 
il grano dal loglio, e la buona dalla cattiva semenza nei costumi e nello 
azioni degli uomini » (Ripa). || È anche simbolo di inanità, espressa nel 
mito delle figlie di Danao, re d’Argo, condannate nel 
Tartaro a riempire d’acqua una botte piena ili fori : 

Inutil tempo spoaOt ujira ponlut^i 
E t'aticH oxlOBii à iLi colui, 

CUo nel lido dot uiare, ove hanno il letto, 

SonxH riposo, travagliate 1' on<lo, 

Cerca di empire il pertugiato vaso, 

Clio quanto aniue nel grembo avido accoglie, 

Tante, ingrato, dal sou versa, e dlHonde. 

{Casoni - E/ttht. XVIII). 

Come obietto purificatore il voglio era dato a Bacco, 
pretendendosi mondezza di vizi negli iniziati ai suoi 
misteri. || Fu adottato dagli academici Travagliati 
di Siena; dal cardinale Alessandro Crivelli, che 1’a- 
veva animato del motto « Sordida pcllo », e sulla cui 
tomba in Am coiti a Roma fu scolpito (Gelli). 

■ 613. VALERIANA — Pianta oflioinale che cresce spontanea, con fiori 
folti e copiosi; data per simbolo della facilità. 



VAI.KHIANA 











153i{ 

(il4. VANIOLIA — KlMropio — Gentile pianticella erbacea, i cui fio¬ 
rellini violacei a ciocche, hanno un profumo gradevolissimo, benché debole 
e fugace. Poiché essa pure gira manifestamente secondo il giro del sole, 
fu spesse volte con il girasole confusa, e identificata con la mitologica 
Clizia. (V. Girasole). Data dagli antologisti come simbolo di assennatezza 
e di dottrina. 

015. VASO — Nome generico dei recipienti acconci a contenere liquido 
o altro, tal volta consacrati nei templi alle divinità, tal altra offerti come 
premi o doni, secondo l’uso loro assegnato, vari di forma, di materia, di 
adornamenti. Nella pratica simbolica il vaso non ha in sé e per sé alcun 
significato fuor che quello di mezzo contenente. Alcuni vasi speciali formano 
però materia di simbolo, come quello pertugiato delle danaidi rappresentante 
l’inanità e del quale si ha un esempio in una medaglia olandese (1633). 
(V. ] aglio). |j Altro vaso simbolico era l'idria, forato da tutte le parti, 
rappresentante Canopo, il dio delle acque niliache, nell’antico Egitto ; sor¬ 
montato da una testa umana feminile e con due mani. D’avanti ad esso le 
moltitudini pregavano prostratte al suolo, grate al beneficio dell’ acqna, 
principio di tutte le cose, della loro vita e del loro respiro. Un bell’esem¬ 
plare del Canopo in basalto verde è alla villa Albani (Roma). || Un vaso 
ripieno d’acqua è la forma nella quale i cafri riconoscono l’idolo del loro 
Grande Spirito. 

616, VELA — L’antica probitii romana usava bianca la vela, per il buon 
augurio, simboleggiando questo colore la fede e la speranza. Quando le acri 
gioie del lusso corruppero l’anima quirite, le vele furono azzurre, di porpora, 
di piu colori, a quadrati, secondo l’uso dei molli orientali. Con un tropo 
comune, alcuni ermeneuti danno, pertanto, la vela bianca come simbolo per 
sé stessa, di quella « fede e speranza che piu della sapienza rendono felici 
le creature » (Moore - Amori degli angeli). Accettiamo la metafora, tanto 
piii che alcuni emblemisti disegnarono la vela rotta come imagine della 
sfortuna. || La -vela, per l’ollioio suo modalmente definito, è anolie generico 
simbolo della navigazione. 

617. VELO — Tessuto leggero che lascia intravvedere ciò che si ricopre, 
e più particolarmente si pone sulla testa e sul viso. Giunone è coperta di 
candido velo; Pandora nella Teogonia di Esiodo, Penelope neiìV Odissea, 
Elena neW Iliade, Alceste e Fedra presso i tragici, sono coperte di veli, ora 
detti soltanto magnifici, ora bianchi e trasparenti, ora ampi, ora leggieri. 
Alla morto di Achille, Teti si vela di nero. Le oneste fanciullo e le spose 
romane non uscivano senza velo. Esso è quindi simbolo di onestà, di pudore, 
di castità, di verecondia « per esser volontario impedimento al girar lascivo 
degli occhi» dice l’ottimo Ripa; e Tertulliano lo chiama « armatura di 
timor d’infamia e pudicizia, bastione di modestia, muro del sesso feminile ». 
Pari alla rosa del giardino di Armida, la donna 

(guanto si mostra inen, tanto ò più bella. 

[Oer. Uh. XVI). 

.... più gl chimlo 

AmoroKH lioltù )mù si dosin. 


(Marino). 



M 


La sposa greca teneva il velo abbassato noi primo giorno delle nozze (Teo¬ 
crito, Catullo), e nel secondo giorno scoprivasi soltanto il volto. In alcuni 
villaggi dell’ alta montagna germanica la donna caduta non pub più presen¬ 
tarsi all’ altare con il velo a ricevere l’anello nuziale. Bianco o nero è il velo 
monacale, sotto la cui ombra di mistero non deve avere raggi il sole del- 
l’amore terreno. Una legge della araba dinastia Idrisidica, che regnò fero¬ 
cemente nell’Africa mediterranea d’occidente (791-926), dannava all’ estremo 
supplizio r uomo che avesse osato mirare ima donna non sua é non protetta 
in viso dal velo tradizionale. Àncora oggi nell’ oriente le donne sono fitta¬ 
mente velate. Però la donna orientale moderna — che non è più la classica 
oziosa, sdraiata mollemente alla fresca ombra dei roseti, fra il fumo delle 
sigarette e della aromatica bevanda, quale l’abbiamo sempre imaginata — 
comincia a mostrare publicamente il sorriso delie sue labra ardenti e le 
perle dei suoi denti candidi. || Fra uomini il velo ai usa ancora nelle ce¬ 
rimonie nuziali di alcune popolazioni balcaniche, ma genericamente fu ado¬ 
perato soltanto nei misteri e nei riti religiosi, dai sacerdoti, dai sacrificatori, 
dai devoti dell’ atto propiziatorio. Avvolgendo nel secreto le persone e le 
cose sacre, esso è il simbolo più acconcio del mistero e del misticismo. || In 
Egitto rimase per molti secoli il segno della dignità regale. Le spose dei 
Faraoni della diciasettesima dinastia erano coperte dalla testa ai piedi da 
veli azzurri come le onde hiliache, i quali lasciavano liberi loro soltanto gli 
occhi. Le danzatrici dei templi egizi erano, invece, velate di giallo o di 
rosso. Il II Bernini scolpi il Nilo della fontana di piazza Navona (Roma) 
con la testa velata; si disse per denotare il mistero delle origini del gran 
fiume ; altri però vollero attribuire al magnifico artista un recondito fine 
satirico : quello di non porre sotto gli occhi della propria marmorea creatura 
le mostruosità architettoniche della chiesa di S. Agnese, edificata di prospetto 
dal suo emulo, invido e acerbo, Borromini. || La Notte era velata di nero: 


Allor òhe il neirro veln 
Si pon is Notte.... 

(Bernardo Tauo). 


Velata è sempre la Giustizia, in segno di solennità ; ed ai tribunali di Atene 
si coprivano di velo i volti degli accusati perchè non vergognassero della 
imputazione s non impietosissero i giudicanti. Ma la pallida Frine, prossima 
ad essere condannata per empietà, ebbe dal suo difensore strappati i veli 
della veste, si che alla sua bellezza i giudici si commossero e l’assolsero. 
(Quintiliano). || L’Allegoria, iconologicamente, è sempre velata (< il velame 
delli versi strani » - Inf, XXXIII. 2o). Carattere distintivo di Saturno, fra 
le statue virili, è di essere velato (Winkelmann). Nell’abbigliamento 
moderno il velo è particolarmente feminile. 


(118. VELTRO — Cane levriere. In Dante (Inf. I - 101) è 1’entificazione 
di un personaggio indefinito, che dovrebbe ricondurre nel mondo la virtù, 
la sapienza e l’amore. (Cfr. : Fenaroli, Clan, D’Ancona, Del Lungo, Medili, 
Della Torre, Kraus, Basserman, Dòllinger, Torraca, Lajolo, Gozo). 


U19. VENTO —. Uno dei più prodigiosi fenomeni della natura, di cui 
l’uomo temette prima di servirsene. Per il vento il mistero della foresta 
si fa più pauroso, come per la collera di invisibili spiriti impetuosi ; nel 
mare il vento scaglia le urlanti ondate contro le scogliere come plumbee 



nitri 

orde selvaggie. Al vento e alle tempeste si sacrificava, quindi, per cal¬ 
marne l’occulto potare, prima di imprendere xm viaggio di terra o di mare 
e presso all’ Assopo era un monte dedicato ai venti, sulla cui vetta, in una 
cerU notte, si recava il sacerdote a cantare versi magici e a consumare 
sacrifici (Pausania). I venti buoni erano figli degli dei, i cattivi dei giganti 
(Esiodo); soggiornavano nello isole Eolie (Omero, Virgilio), e colà, — in 
un vasto e profondo antro - il- loro re Eolo li teneva incatenati ; rimbom¬ 
bavano le montagne e le valli per il loro fiero ruggito, e sarebbero stati 
subito travolti e il cielo e la terra e il mare se essi 
avessero potuto sciogliersi dai ceppi (Kneido \T1I). |) 
Sussiste tuttavia in Atene la torre dei venti, singo¬ 
lare edificio ottagonale che ad ogni lato ha scolpita 
la figura d’un vento, con faccia umana, in atto di 
soffiare gagliardemente dalle gote, e con ali alla testa 
e alle spalle. Cosi, nascosto nelle nuvole, si dipin¬ 
geva usualmente il vento, con idea antica, ma infelice 
e poco pittoresca; i moderni preferiscono rappresen¬ 
tare l’effetto dei venti, ed « una estetica del vento 
si potrebbe piacevolmente studiare nell’arte del sei¬ 
cento, nella sooltura specialmente, dopo Michelangelo, 
e nell opera di quel principe del movimento che fu 
, . , , Bernini . (Ferrigni). Il bizzarro Tomaso Garzoni, 

descrivendo la rosa dei venti, accenna al modo di segnare nella bussola i 
quattro venti canlinali : « Levante con una Croce. Tramontana con un 
raggio, o triangolo bislungo tutto nero, o tutto rosso, o con un giglio in 
cima, o con una palletta, o altra cosa tale che lo faccia agevolmente co¬ 
noscere dagli altri. Ponente con un /'. Et Ostro, o Meisodl con un (> . 

(/ tazza l. nirersale CXLIV). 

G2fi. VEPRE — Ciliegio selvatico, prunoso: figura araldica straniera 
stilizzate in forma di candelabro a sette braccia fiorite all’estremo e sra- 
ilicato. Sembra indichi fortezaa. 



t>21. VERBENA — L’erba sacra per antonomasia, 
coltivata in Roma in un recinto detto le Carine, presso 
il Campidoglio, da appositi incaricati officiali (verhr.~ 
nani), e adibita a varie funzioni simboliche religiose 
e politiche. Le sue toglie venivano usate nelle lu¬ 
strazioni espiatorio per pulire le tavolo degli dei, al 
banchetto di Giove, o.ssia i suoi alteri ; quando si 
voleva placare il nume e cacciare dalle case gli spiriti, 

81 off rivano rami di verbena, come ad ogni primo d’anno 
in Campidoglio, ad onore di Tazio, re dei Sabini. So¬ 
lenne era la cerimonia nella quale il pretore o il console 
estirpava le verbene, con la loro zolla, dal suolo sacro, 
per consegnarle in segno di missione, ai dodici faciali 
inviati ad un popolo straniero por stringere un trattato 
o per intimare una guerra. || Non minore reverenza per la verbena ebbe il 
culto dmidico: essa veniva colte al levar del sole nel primo giorno della 



VlCKliESA 















I 


:!S«5 

canicola, dopo oflerto alla terra iin sacrilicio espiatorio di trutta; tutte le 
druidesse ne erano coronate. || Strofinandosi con le foglie di verbena si 
vedevano i propri desideri farsi realtà, e particolarmente si scacciavano le 
febri, si riconciliavano gli animi ostili, o si infondeva la letizia. La ver¬ 
bena fu quindi considerata simbolo di incantesimo e di magia (.lazmin). 

Il Anche i magi persiani cantavano i loro inni liturgici davanti al sacro 
fuoco perpetuo, con un ramo di verbena trff le palme. || A Sulmona, alla 
mezzanotte del san Giovanni, uomini e donne portano il ramo di verbena 
alla Madonna Incoronata, intendendo così di preservarsi per tutto l’anno 
dal male di capo. || In alcuni paesi di Germania essa sostituisce il fiore 
d’ arancio nel serto augurale delle spose e significa sincerità di affetto. 

(i2'2. VERDE — Uno dei sette colori primitivi, quello della promessa, 
della gioventìi, delia speranza : 

. Montro elio la speranza Un ttor ilei verde. ' 

(l’urg. Ili - 135). 

Verde speme di mèssi a inffiallar pronte. 

(Allieri). 

Nell’ apostrofe carducciana alla bandiera d’Italia il verde è « la perpetua 
rifioritura della speranza a frutto di bene «ella gioventù de’ poeti »; esso 
fu sostituito all’azzurro del tricolore francese dal congresso cispadano di 
Reggio Emilia (9 gennaio 1797), e data da allora la consacrazione effettiva 
della bandiera nazionale italiana. || I cinesi aborriscono il verde, come segno 
di infamia, e di una fama deplorevole esso era pure afflitto anticamente in 
Francia ed in qualche luogo d’Italia, esponendosi con un berretto verde 
alla gogna i falsari ed i falliti, ed ancora pochi anni or sono con una calotta 
verde distinguendosi i forzati a vita. |; Era il colore adottato dai ghibellini. 

Il Araldicamente si disegna con linee diagonali da destra a sinistra, e sim¬ 
boleggia vittoria, onore, cortesia, civiltà, allegrezza, abondanza, amicizia 
(Ginanni), La speranza è verde perchè allude ai campi verdeggianti in pri¬ 
mavera, che fanno sperare copiosa la raccolta (Crollalanza). || Il verde aral¬ 
dico è detto dai francesi «inopie. || (v. Colori - Giallo - Rosso). 

023. VERGA — v. lìastone, Fascio. 

624. VERGINE — Il segno iconologico, meglio che simbolico, della sesta 
casa zodiacale, assegnata all’ agosto. Rappresenta Erigono, vergine figlia di 
Icario ateniese e amata da Bacco, che tentò sedurla trasformandosi in un 
grappolo d’uva. Icario, avendo appreso da Bacco la viticultura, diede il vino 
da guatare ai pastori ; costoro si ubriacarono, e credendo di avere bevuto 
veleno, uccisero Icario. Erigono s’appiccò per il dolore, invocando dagli dei 
di far perire nella stessa maniera tutte le ateniesi ; e Bacco ne vendicò la 
morte mandando una pestilenza che desolò l’Attica, e ponendo nelle stelle 
Icario (Boote) ed Erigone (Ov. Metani. VI - Pausania I). 

625. VESPA — Fu l’araldo divino dell’esercito israelita, mandato in 
fittissimi stuoli ad assalire i cananei ; ma costoro, pervicaci, nè fuggirono 
nè si emendarono {Sapienza - XIT. 8). Nella elaborazione classica simbolica 
vediamo, pertanto, questo dittero soltanto menzionato dal Ripa — che ci- 


387 

damo sempre volentieri — come indice della vanagrloria. . La vespa che 
svolazza in alto, ò di quella sorte simile all’api, ma più grossa, la quale, 
perchè manda fuora un suono che rimbomba, da’ latini chiamasi liombylim, 
è inutile a produr mele, e si fabbrica i favi di luto, dentro vóti di sostanza, 
attissimo simbolo dell’uomo vanaglorioso». La vespa — ferocemente 
molesta — ebbe modernamente il compito figurativo dell'arguzia ; il perchè 
dal suo nome si intitolarono molte piccole gazzette con pretensioni sati¬ 
riche (satira). 

(526. VINO — V. Vite. 

627. VIOIiA — Le viole sono di svariatissime specie. Le più note di 
esse sono: la mamvtolu, dai fiori violacei, volgare nei luoghi erbosi ; quella 
del pensieì’o, a fiori grandi, vellutati, comunemente educata nel giardini; e 
quella gialla o ciocca, odorosa, disposta in grappoli terminali, con tinte 
iiquescenti nel violetto, nel porpora, e scempia o doppia. 

La mammola è un caro fiore, pieno di grazia e di dolcezza, adorato dui 
poeti, più o meno oscuro, secondo ohe visse al sole o sotto la custodia pro¬ 
tettrice degli alberi; e più la sua tinta è intensa e più intenso è anche il 
suo olezzo soave. È il fiore della primavera, «il fior nunzio d’aprile» 
(Foscolo - Le grazie. 91), 

Primo ilei fior porgendole 

. La limila ohe Kpiintii nimxia d’aprii. 

{Monti - Aììa Vìcereifiiui. 41). 

Da.4>rima, culto di ninfe letali sulle sponde citeree, fu amata da Proserpina 
non ancora rapita; successivamente dagli dei lari e dallo oscene baccanti. Come 
lu trascelta poi a simboleggiare il pudore, la modestia? Forse perchè il serto 
virginale tessuto da Cloe per Dafne era di mammole. || La mammola ora 
il simbolo floreale di Atene, e le feste e i tripudi, come i letti delle etère, 
erano cosparsi dell’umile fiore, risvegliante le acute voluttà con il profumò 
sottile ed evanescente. || Napoleone amò la mammola e i suoi partigiani lo 
chiamarono PPre La Violette, e durante la prima restaurazione portarono il 
fiore all’occhiello, attendendosi il ritorno trionfale di lui, dall’isola d’Liba 
('.on il ritorno delle mammole. ' 

Nei petali tricolori della viola del pensiero ravvisarono gli antichi il 
simbolo della Trinità cristiana, con l’occhio di Dio, nel triangolo raggiante 
nel centro, si che il fiore fu pure chiamato della santiseima Trinili). Rsao 
è iKirè meglio noto come il più efficace simbolo della ricordanza, o lodine 
il suo nomo più comunemente usato. 

Di niomorie è questo un fiore. 

Sacro tU «luol, auoro all’amore. 

((1. Cuntfi). 

.Simbolo della vedovanza, di coloro che amarono ed amano tuttora nella 
vivida imagine del passato. ;| Ed anche simliolo del conforto, per il tesoro 
di nuovi allètti pietosi. 

....Bo ti iiggl)itiooÌH Ih svouturuf 
*u rollio altrui ti spoglia h ti iIsboIh, 

*i)iniitH, al tifpor ilull* anima tua pura. 

qUHii’lm vtnla. 


< Pascoli). 



ass 

La più bella melodia ispirata dal poetico fiore giudicasi quella del norvegese 
Svendsen, che ne esprime tutta la spiritualità semplice, fresca, graziosa. 

La viola ciocca (cheirautm) è il fiore casalingo, senza pretensione, non 
raffinato, non elegante; è la viola di Pasqua, ohe pare nasca soltanto per 
salutare la divina resurrezione e adornare la tomba del Redentore, per mo¬ 
rire subito dopo, appena che la missione sin compiuta. I devoti di San 
Gimignano dedicarono alla concittadina santa Fina de Ciardi le violette 
gialle, simbolo dell’amore mistico ond’ella visse la sua breve esistenza 
(1238-1253). Il Ma la viola ciocca è anche il fiore della fedeltà nella sven¬ 
tura, e fu il prediletto dei cantori d’amore, trovatori e menestrelli. « A’eo 
linctus viola pallor amantiuvi » scrisse Orazio, alludendo all’emblematico 
fiore dal lieve profumo nel quale pare sia come un sapore di pianto.... 


628. VIOLETTO — Colore estremo dello spettro solare, e che trae il 
nome dal tenero fiorellino pieno di passione e di soavità. Come esso, il 
colore esprime la modestia, il pudore, l’umiltà. « Piolctccws ad oos 
qui sua conienti sorte, vivimi, vel eiiam furtunae ludibria prò nihilo ducimi ». 
(Alciato - Emhl. CXVII). |1 È pure simbolo di penitenza e di lutto, e la 
chiesa lo assume in date ricorrenze : 


(V. Colori). 


VÌA) palili disa<lorni. 

Lo squallor della viola; 

L’ oro naato a splender tomi ! 

(Mansioni). 


029. VIPERA — V. Serpe. 

630. VISCO — Pianta parasitaria, obietto di vero culto e solennissima 
nelle cerimonie druidiche. Considerata come manifestazione celeste, i druidi 
— vestiti di bianco — la ricercavano, nelle foreste processionalmente, nel 
sesto giorno della luna di dicembre, con indicibile sollecitudine, e allor che, 
dopo le lunghe ricerche, la rinvenivano in qualche abondanza, la loro alle¬ 
grezza era grande, e la raccoglievano in bianchi 
panni con la falciola d’oro ; l’albero sul quale era 
cresciuta era creduto divino (Plinio). Nel primo giorno 
dell’ anno aveva poi luogo la consacrazione e la di¬ 
stribuzione del cólto visco. Le cerimonie del drui¬ 
dismo non sono del tutto scomparse: nella Normandia 
e nella Bretagna nessuna casa è sprovvista del sim¬ 
bolico ramo di visco, come quello di Velleda e di 
Norma. Nei pranzi del Natale londinese esso è pure 
ornamento quasi indispensabile, e nell’Irlanda vivono 
ancora dei druidi che percorrono le campagne per 
distribuire la spinosa pianticella fiorita. || Quello che 
precisamente essa significhi non è ben definito. Di¬ 
cono i deraopsicologi che oggi essa è tenuta per segno 
di affetto e d’ augurio ; e il suo colore di verde glauco, ottimo per l’im¬ 
piego degli smalti delicati, i suoi frutti bianchi e tondi che somigliano a 
perle, le sue foglie aguzze come freccio, favoriscono mirabilmente l’ingegno 







a3!i 

fantasioso dei gioiellieri inglesi, che con In forma del visoo fanno dei nin¬ 
noli elegantissimi. Con altro concetto — e più prossimo alla cognizione 
materiale del visco — questo è annoverato dagli antologisti nostrali come 
simbolo di inganno: i suoi grani hanno, di fatti, una proprietà appiccica- 
ticcia, della quale si servono gli uccellatori per fere la preda. 

631. VITE — Per dire degnamente di questa — ohe fu detta « la pianta 
pili umana» (Mantegazza) — ocoorterebhe quella che il Bourget chiama « fan¬ 
tasia della storia »; perocché la storia delia vite è la storia dell’umanità. 
Senza rinvergare nelle penembre dell’ antichità più remota le incerte traccio 
delle vendemmie — che si colorano di leggende e di riti misteriosi — è indu¬ 
rato che quella delle uve mature è la più antica delle feste memorative delle genti. 
Nelle lontananze tranquille della storia si irradiano di splendori le cerimonie 
pamilie egizie, le dionisiache greche, le vinai! latine (Varrone, Plinio) du¬ 
rante le quali taceva ogni negozio e puhiico e privato, ed ora giocóndo 
uscire ai prati e saltare sugli otri, come ci ricorda Virgilio; 

Atqtu inier pocula laeii 

MoìliUm iìt prati» unrio» saluere pi‘r aire». 

La vite è la prima pianta coltivata di cui parlano le sacre carte (G'meM - 
IX. 20); e «tutte e due le sorgenti dell’idea religiosa nell’antichità, la 
credenza in un’energia superiore e quella in una vita futura, ebbero tra i 
simboli più rappresentativi il vino ». (Marescalchi). 

d^rvo sul ferro, tutto grondando di sudore, Noè rompe le dure zolle 
della prima vigna. Improvvisamente Satana gli appare e gli propone di 
aiutarlo. Il patriarca accetta l’aiuto, e Satana corre, afferra una pecora, la 
sgozza, ne inalba con il sangue le smosse zolle : cosi chi berrà vino avrà, 
come la pecora, pensieri benevoli e mansueti. E dopo la pecora. Satana 
afferra un leone e fa zampillare il sangue dalle viscere squarciate di esso: 
cosi ohi berrà vino avrà, come il leone, la generosa vigoria nelle vene. E 
ancora Satana prosegufe l’opera sua, o ghermisce un porco, e ne insozza col 
sangue le zolle : cosi colui ohe berrà vino senza temperanza ai ravvoltolerà 
nelle sozzure, come il porco nel brago. (Levi - Leyi/mide talmudiche). In 
questa leggenda non è peri la ipostasi simbolica del vino, nome ardente 
come fulgore di piropo, e che fa gli uomini lienignamente festosi, ma dà 
loro insieme gli impeti vermigli del sangue e facilmente ne sconvolge le 
menti e ne scompone gli animi. « In cuor mio delilierai di divezzare la mia 
carne dal vino, per sfuggire la stoltezza » (KccL II. 3). 

Il magistero gnoseologico del simbolo della vite, dell’uva e del vino è 
tutto plasmato di terso ottimismo: le virtù felici hanno in essi il loro ri¬ 
scontro tropico ed immutabile; e non passò mai nella mente a nessuno — 
anche di idee spericolate — di ricordare simbolicamente l’azione nefasta,- 
troppo spesso parallelamente decorrente a quella benehea, nel succo fermen¬ 
tato dei grappoli generosi. Cosi — per (|uanto piacevolmente si ripeta il 
logoro proverbio latino ; « in vino veritas » — la concrezione della simbolica 
del vino non fu sempre fondata sulla realtà obiettiva del processo conoscitivo. 

« La buona pianta » ohe Dante ricorda in senso anagogico (Par. XXIV. 
1*HM, lino dalla infanzia dell’ espressione artistica, si disegnò comunemente 





B40 

nelle fantasie come geroglifico di felicità, di giocondità, di letiiia, di giu¬ 
bilo, di ilarità, (« Il vino fu creato per l’allegrezza» Eccl. XXXI. 35), di 
abondanza, di fertilità ; es. ; nelle monete di Filippo n macedone ; in quelle di 
Probo il grappolo d’uva è animato dal motto « Temporum felicifas») la Pomona 
germanica, Siva, tiene il grappolo d’uva tra le mani. Sulle are fumanti di 
mistici aromi e del sangue delle vittime si versano anfore e coppe di vino ; 
con il vino si liba agli dei; ai propina nelle nascite, nelle nozze, nelle 
morti, in tutti gli avvenimenti solenni di gaudio e di patto, nelle guerre e 
nelle paci, nell’ auspicio pieno di speranze e nel commiato aflettuoso. Le 
figure dei vendemmiatori — anche vinolenti — circondati da pampini e da 
grappoli, furono sempre motivo di eleganza nell’ arte pittorica e decorativa. 
Il ditirambo fu argomento di letteratura universale («L’Italia, Oenofria, 
la terra del vino, non ha la poesia del vino ; come fervida voluttuosa serena 
l’ebbe la (ìreoia, come giocondamente borghese la Francia, come fantasti¬ 
camente cordiale la Germania » Carducci — Il briìidixi e Earitii). 

Ma il simbolo della vite assurge alla massima importanza nel sistematico 
processo assimilatore e unificatore esercitato dalle religioni, che stabiliscono 
i rapporti delle entità astratte con le concrete. Per non discorrere del culto 
dionisiaco, in cui l’indagine moderna volle trovare elementi « ohe spianano 
largamente in Grecia la via alla fede nell’immortalità dell’anima » (Heligio 
- ottobre 1920), accenniamo alla elevazione simbolica della vite negli albori 
del cristianesimo. « La Chiesa e le anime sono sovente paragonate da Dio 
ne’ libri santi ad una vite » (Martini). (Cfr. : Cani, dei caìitici Vili - Isaia 
XXVII - Ezechiele XV et pasfiim). Cristo dice ai suoi discepoli ; « Io sono la 
vite e voi i tralci » (Giovanni XV. B) ; nella recondita gestazione del 
prodigio, prima di immolarsi nello spasimo dell’ olocausto, offre agli apostoli 
nel vino il proprio sangue (Matteo XXVI. 28 - Marco XJV. 24 - Luca 
XXII. 20); e da quel momento il vino fu l’alta significazione simbolica del 
Sangue di Cristo, trasmessa nel più solenne atto del culto alle moltitudini, 
raccolte nell’adorazione del sacrificio dell’altare. Cosi, durando le persecu¬ 
zioni crudeli, ed ai fratelli della nuova religione non essendo dato di ma- 
teriare la luminosità del concetto sentimentale nelle aperte manifestazioni 
dell’arte, i pampini, i grappi, i viticci furono — insieme all’agnello, al 
pesce, alla colomba e al pavone — il motivo pittorico dominante nella oscu¬ 
rità delle catacombe; e poiché i pii lapicidi non potevano lavorare nell’ombra, 
i cristiani tolsero per sé tumuli e sarcofagi abbandonati dai pagani, e nei 
quali 1’ arte spantosa aveva sfoggiato emblemi dionisiaci ; (es. : il mausoleo 
di S. Costanza a Roma del IV secolo.; l’arca di S. Apollinare in Classe, e 
la catedra del vescovo Massimiano a Ravenna; gli archi del ciborio nel 
duomo di Catturo). La vite è poi profusamente trattata nelle ai>pllcazioni 
decorative cristiane allor che dal buio delle mistiche paure prorompono le 
grandi moli architettoniche — i battisteri e le catedrali — nel fresco raggiare 
giovanile dell’arte italica immortale. 

La vite ora 1’ emblema nazionale degli israeliti. Nelle loro funzioni del 
sabato e delle altre solennità era obligatorio l’uso del vino spremuto da 
ebrei (>Speechle 3 ’). A questa significazione emblematica si riferiscono molti 
passi della Biblla {Sidìiii LXXIX. 9 - Isaia V - Matteo XX e XXI). La 
prima rivolta ebraica é ricordata da una medaglia con la foglia di vile e il 



Ji'll 

motto: c La libertà d'Israele ». || Presso gli esseni la vigna era la scuola, 
e dicevasi grappolo il sapiente. || Anche monete dell’Asia Minore, della 
Beozia, di Agrigento recano simboli bacchici. || Il ceppo della vite era 
impugnato dal capo dello centurie moventi da Roma allo guerre; e mentre 
por il soldato mercenario domato alle battiture adoperavasi verghe di qua¬ 
lunque legno comune, il privilegiato soldato romano non poteva essere bat¬ 
tuto die con legno di vite. j| Nel blasone la vite significa allegrezza, ri¬ 
creazione, publica unione, amicizia giovevole (Ginanni), e si rappresenta 
generalmente avcolalu ad un palo, ad un albero, ad una torre, coi pampini 
ed i grappoli (Guelfi). ,| Danno, anche gli emblemisti la vite por simbolo di 
amicizia, di unione, di benevolenza, di amore coniugale e simili ; ma ci 
sembra non corrispondente alla idealità costruttiva del simbolo l'appoggiarsi 
che la la vite agli altri sostegni, non di disinteressato impulso, non di spon¬ 
taneo soccorso, ma tutto di necessità per il solo scopo del proprio sviluppo 
e della propria conservazione. Non sarebbe, però, giusto nè meno attribuire 
alla vite il carico di significare l’egoismo; e in argomento ricordiamo la 
bella apostrofe del mite poeta vicentino ; 

Tb iKjverella vite amo, che quanilu 
tiedou le nevi i jiroseimi arlioaoelli, 
tenera, l’altrui duol commieerando, 
sciogli i capelli. 

Tu piangi, derelitta, a ca|io chino, 
sulla ventosa halsta. In chiuso luco 
gaio frattanto il vecchierol vicino 
'si asside al foco. 

Tiuu culmo un uajipo; il tuo licer gli cade 
ucir ondeggiar del euldto sul monte : 
poscia floridi paschi ed auree Inaile 
sogna contento. 

(Zanella - Aigoismo c Uiinlti). 


Ii32. VITE NERA — v. Tamaro, 

usa. VITELLO — V. line. 

(g!l. VOLPE — Negli animali si trovano tutti i 
rudimenti delle facoltà sujieriori dell'uomo, e vuoisi 
che le differenze fra essi e 1’ uomo siano soltanto di 
grado e non di natura. Non è da noi dissertare in 
proposito ; certo è che la fantasia umana creò delle 
vere epopee animalesche, e animali dotati di facoltà 
superiori, eroiche, quasi divine, spiccano sul fondo 
primordiale delle vecchie civiltà: espressione fonda- 
mentale del feticismo e del totemismo di origine, che 
esalta gli esseri sottoumani. Non sempre però si at¬ 
tribuiscono elementi di superiorità agli animali : « i 
protagonisti delle leggende animalesche vennero raf¬ 
figurati provvisti di tutte le passioni e di tutti i vizi 
degli uomini, ma con in più un elemento inleriore, il ridicolo . (Muffii) 
Nello epopee dell’monismo è cospicua la leggenda deUa Volpe (Homan dà 
henuri) dispersa in canUri molteplici, e le cui radici si trovano rifi-ustando 



CAltlCATI KK IM VOLlM 
1 S. Aftirtino • i^eioeKtof 
2 S. Maria - Borveley 















uello touobrio del secolo Vili, quando noi racconti sorali dol perogriuo 
assiderato dal gelo e capitato nel castello o nel casolare, vagavano — come 
fuori nel bosco — le allegre bestie parlanti, nei reiterati richiami senti¬ 
mentali di Esopo e di Fedro. « Quando il medio evo cavalleresco si sgretolò, 
lo avventure degli animali e il regno di Sua Maestà Noble (il Leone), che 
in fin dei conti era un’eloquente parodia dell’impero feudale di Carlo- 
luagno, interessaron meno, e gli ultimi rapsodi mutarono la fisonomia dei 
])er 80 naggi, li camuffarono da allegorie ragionanti, li trastormarono in 
istrumonti polemici. Il lupo divenne la personificazione della lussuria cle¬ 
ricale, e la volpe un essere freddamente crudele, personificazione del prete 
ipocrita e simoniaco » (Maffii), <5Ìoè della ipocrisia clericale. Ci conferma 
((uesta deduzione del dotto critico citato la scultura satirica della prerina¬ 
scita, nella quale è ripetuto il motivo della volpe ohe predica alle oche 
(White). Nella volpe ohe si avventa contro il carro trionfale della Chiesa, o 

Che d’ ogni ponto hnon pare» digiuna 

U'urg. X.XXII - 120), 

Dante simboleggia l’eresia, come nella Biblia(L(T»nentó*. V 18-Lzech. XIII. 
1). Il La volpe è però essa pure sensuale; nel roman tutte le femine l’amano 
e rissano per le sue carezze. Ma anzi tutto è furba e la trama del racconto 
6 tutta l’antagonismo tra la sua astuzia prelibata e la forza balorda del lupo. 
La volpe è certamente dotata di astuzia, ed il suo modo di incedere at¬ 
tento e leggero — lo dimostra. Il suo passo si direbbe quello di un bipede, 
perchè essa appunta con cura le zampe anteriori e poi spicca il salto in 
guisa ohe le zampe posteriori occupino esattamente il posto delle altre. Ma 
la sua scaltrezza leggendaria-fu certamente esagerata. I giapponesi antichi 
trovarono in essa caratteri divini ed infernali insieme, ed alcuni settari del- 
r estremo oriente credono ancora che il diavolo sia una volpe. || Gli uomini 
d’ Europa ne invidiarono la indubia intelligenza acuta, e ne fecero il prototipo 
dell’ astuzia, creando con le gesta della volpe un ciclo di innumerabili favole 
e apologhi, che costituiscono una vera e propria epopea, di fondo lepido e 
arguto. 




X 


X Malemalicauienle, quantità iuoo^uita; couiuueuieiile, sigia 
esprimente l’incognito, « maschera dei modesti, degl’ignoti, dei reprobi, dei 
peccatori de’ quali si ha-da conoscere il peccato e non il nome. Ma la A' 
non è solamente, come la consorella N magari raddoppiata, uno pseudomìùo 
misterioso. Essa e talora un ideale; esso è la A' d’una equazione che ri¬ 
solerà brillantemente; c la meta augusta non ancora distinta, ma che si 
spera di conseguire; è l’ideale indefinibile nel suo bagliore, ohe diventerà 
reale; è l’ultima sorella igpiota e nascosta che sarà trovata e conosciuta; è 
il sogno dell’anima che voi inseguite fintanto che non l’abbiate raggiunto 
o non siate precipitati nel fondo della fossa che attraversa la vostra corsa, 
la ijuale gli uomini chiamano tomba, ma che in fondo non è che una A' 
aneli’essa» (M. Foresi), (v. Segni ncienlifìci). 







(ia6, Y — Questa lotterà, dotta pititguricd, seuoiuio il grau savio di 
Baino, cho la inventò, era il simbolo della vita : il piede rapiiresentava 
l’infanzia, i due rami il cammino della virtù e quello del vizio, giungen¬ 
dosi al bivio, nell’ età della ragione. Persio cosi rimprovera il giovinetto 
poltrone ; 

Et Uhi quae Snmioe diduxit litieru, raiiwt. 

Siiriiatteiii dextro momlraoU limite callem. 

Stcrtis adhnc..., ì 


{S<U. - 111 “ 





w 


Oi.$7. W — Muileruaiueulo si iiiioUu la sigla IP pur iudiuare il puuU) 
cardiualo Ovest, abbaudonaudo 1' O olio può genuraro coul'usioue, poiché iu 
tedesco, in svedose, in olandese 1’ O può essere preso per una abbreviazione 
della parola Osf, Oost, signidcante il contrario, cioè l’Oriente. 


« 




















eoo- 


••eoo- 


••00i;00' 


■OOO" 


■OOO 


z 


eilB. ZAFPBRANO DEI PRATI — Colchico — La corolla pallitlameule 
azzurra e lo stelo gracile e snello di questo fiore gentile, danno l’imagiue 
della melanconia .dell’autunno, in cui egli ha la sua effimera giornata di 
gioia. Il « Solo il colchico rossastro rimane per annunziare le brine » (Ges- 
sner - Titiro e Mmalca) ; simbolo della rlmemhrania mesta, nel deserto 
delle anime che furono felici, 

(139. ZAFFIRO — « È una pietra sacra. Il suo lume azzurrino brillò 
sulla mezzaluna tra le chiome di Diana. Riserva tutta l’efficacia della sua 
virtù per colui ohe lo porta su di un petto nel quale batta un cuore puro e 
sincero » (E. Michelet). || È «,la gemma delle gemme »; dai pagani dedicata 
ad Apollo, portata dai .sommi gerarchi, cara ai negromanti. Il suo colore 
— a cui Dante diede il classico aggettivo di dolce (Purg. I. 18) — ama essere 
circondato da brillanti, ed è indicato a simboleggiare la pietà, la giuatisia, 
1’ iuiiocenia, la purezza, la rinomanza. || Una delle dodici gemme dell’c/bc/, 
indumento superumerale dei sacerdoti ebrei, e rappresentante la tribù di 
Simeone, posta seconda nel secondo ternario (Giuseppe Flavio). || Erano di 
zaffiro le tavole su cui stavano scritte le leggi divine che Mosè ricevette sul 
Sinai. 

640. ZAMPOGNA — V. Siringa. 

(MI. ZIBELLINO — Mammifero carnivoro di imllo pregiatissima, de¬ 
scritto dai naturalisti di costumi procaci; oml’ò fatto simbolo di lascivia. 

DtfieiM H mollitit*iiì muM creditui' ntbus 

Arftuere, at ratio non aat aperta mihi est. 

.l»r quod ei natura saìa^' et mutla libido esl f 
Ornai itomanaa nw quia pelle nurus.^ 

Sai'maticum viureiu vocitant pUriqtte zibellum. 

Et Celebris stiavi est uufjuiue muscus arabs. 

(Alciato - Emb» LXXlXj. 

612. ZIZZANIA — V. /Mglio. 

iM3. ZODIACO — La ideale fascia circolaro della sfora celeste divisa 
nello dodici parti eguali, detti .segni — simboli dei mesi (dal greco goun : 
animale, perchè la maggior parte dei segui ha il nome di un animale). 

Fervente sona 

Uov’ è U cinto maggior che i'aacia il mondo. 


(Tasso). 










U17 

Noi primi uecoli del crisliaaesimo la Chiesa solleva nel cielo 
I)i quella Boma ou<le Cristo è romano 

i suoi confessori ed i suoi martiri, e li celebra nei canti e nelle Kgurazioui 
dell’arte; ma nell’atmosfera tenebrosa degli intelletti si confondono tuttora 
lo arcaiche superstizioni della mitologia pagana con quelle inevitabili anche 
nella metafisica novella ; dileguano i numi dell’ Olimpo, ma nel linguaggio 
sintetico e misterioso del simbolo le vecchie forme immanenti si mescolano 
e si innestano alle nuove, Lo zodiaco — che non appare nell’ arte ellenica 
e latina — è invece compiutamente segnato in un libro, di miniature del- 
l’imperatore Costantino (fine del IV secolo), ed è il singrafo della vita 
dell’uomo e della sua resurrezione, dove il palpito umano oblia i tremori 
della carne e s^ immerge nell’ infinito. « Secondo Tertulliano, in questa 
rotazione circolare degli anni, sempre movente e sempre rinascente, era 
una chiara conferma della resurrezione alla fine del 
mondo : in linea analoga altre interpretazioni ap¬ 
paiono, specie per indicare nei dodici segni posti a 
gloria del sole, il sole di giustizia; il Cristo stesso, 
coi dodici Apostoli » (Cervesato). Allor che l’arte — 
fondendo sapientemente le fattezze romane con quelle 
bisantine — si fa aitante e vivace con le grandi absidi 
sollevate, con i pilastri polistili dai capitelli cubici e 
capricciosamente fioriti dell’architettura romanica, i 
sublimatori della viva pietra narrano la simbolica dei 
mesi, quasi a precorrere — nell’epoca di transizione, 
di trasformazione e di concordanza degli elementi 
sociali — l’opera del luminoso ingegno italiano, ohe 
riconduce l’uomo allo studio della realtà, della na¬ 
tura e di sè stesso. Ksemplari classici dei segni zo¬ 
diacali tradotti in dinamiche allegorie, sculturali e pittoriche, si hanno in 
tutte le regioni d’Italia: a Firenze; a Venezia; a Bologna; a Milano; alla 
Sagra di S. Michele (Susa); nel sotterraneo di S. Savino a Piacenza; nel 
duomo di Modena; sul torrazzo di Cremona. Altri esempi notevolissimi 
più moderni sono quelli grandiosi del palazzo della Ragione a Padova; 
ilei breviario Crimani; del palazzo di Schifanoia a Ferrara (di Francesco 
Dal Cossa); del tempio malatestiano di Rimini (di Agostino di Duccio). 

Wd. ZOLLA — In araldica si aggiungeva la zolla informe, come simbolo 
di viltà, all’ impresa del cavaliere che avesse rifiutato una sfida. Nel lin- 
gtiaggio blasonico dicesi anche zolla la piccola terrazza occupante la parte 
dello scudo ohe si restringe inferiormente. 

<i45. ZUCCA — Parecchie significazioni simboliclie furono conferite alla 
rigogliosa cucurbita, originaria dell’India, grata a molti palati e molto 
utile all’economia gastronomica. Presso i tedeschi le vediamo assegnati i 
significati della caducità, dei beni terrestri e perfino della bellezza {Zcit 
in l!Ud - 1907). Meno propizie sono le attribuzioni dei nostri, negli autori e 
noi proverbi, per la rigogliosa rampicante, la cui potenza insaziata di altezze 










uoii sembra indicare la l'orza ohe crea, la virtù che rigenera, la volontà 
ohe conquista, l’ala ohe spazia nei domini dello spirito. Nella semplitìca- 
zione dell’ aforisma vulgate la zucca simboleggia la scipitaggine, la scioc- 
caggine e simili ; la speranza fallace « la quale in pochissimo tempo assai 
cresce e s’inalza, ma poi subito casca in terra e si secca » (Ripa); la iattanza ; 

ilenam propter crevisae ciicarhita pinum 
Dicitur, et graudi fuxtiriasse coma: 

Cnm ramos compt^iraf ipaumqtte egreaaa cacumvif, 

Se peuestare nfiie credidii tirborihua: 

Cui pinne: Xtinium ht'ccùt rei hacc gloria, uam U, 

Vrotinne adveiìitty quae inalem perdei, hgeme. 

(.Melato - Emhl. CXXIV». 

Una zucca piena di oonohigliette è l’idolo della dea 
della vegetazione, Dada, venerato nella Guinea. || 
Una curiosa costumanza simbolica ha luogo nella pit¬ 
toresca terra di S. Bono (Sardegna), dove a comme¬ 
morare una battaglia (29 agosto 1796) nella quale i 
bonesi si impadronirono delle artiglierie nemiche, 
nella festa di san Raimondo, (31 agosto), con una 
lussuosa cavalcata e musiche e spari di gioia si porta 
in processione sopra un carro dorato, fino alla chie¬ 
setta campestre del santo, una zucca grandiosa ma¬ 
turata nelle fertili convalli del Goreano. 1| Con la 
simbolica finzione della zucca — patria dei poeti, di 
cantori, di astrologi, di negromanti — chiude Merlin 
Uocaio ITeofilo Folengo) la arguta storia maccaronica di lìaldus, l’ultimo 
degli erranti cavalieri ; 

Zucca inihi pallia est. 

(XXV. 

B con questa allegoria il turbolento parodista fa anche la critica del suo 
libro, beffandosi del suo eroe e di sè stesso, per avere mescolato in versi, 
fuor dello chiostro regolari, cose antitetiche o strabilianti : 

lleii, heii, quid colui, iniMro mihi, ptrditm Aiislnim 
fiorihiic et iiquidis iiuiuiei faulihus apro». 

(XXV. H66). 

Anche noi chiudiamo il libro nostro, e riguardandone le pagine fitte di cose, 
esprimiamo la fiducia di non avere con osso fatto sul serio.... ciò cho TeoKio 
mantovano fece per burla. 
























ì;- •:! •:! 


AGGIUNTE. 

C4C (6 bis) — ACA.NTO — Anche per enunciare e ilneare nel segno il 
concetto generico dell'arte ai è ordinariamente preacelto Vacanthux violli.'ì, 
pianta di naturale grazia e di mirabile leggiadria decorativa. 

<>47 — AMULETO — Propriamente, secondo la etimologia, un medica¬ 
mento contro i veleni (Pianigiani). Passò la parola nell’uso ad indicare 
qualsiasi obietto superstiziosamente creduto dotato della portentosa virtù 
di allontanare il male. Nei capitoli del nostro libro accenniamo frequente¬ 
mente a questa forma simbolica di scongiuro, altra delle forme rudimentali 
del pensiero — ohe il Lombroso direbbe ancestrali — avanzi di funzioni 
tuttora incastonate nel pieno di energici e vigorosi organismi, ma già mo¬ 
renti nel sistema evolutivo della civiltà. « Un principio ohe rimase inalte¬ 
rato negli amuleti di tutti i tempi e che li fece ricercare dagli uomini, è 
quello della paura; è sempre il senso della propria debolezza che spinge 
l’uomo a cercar protezione in esseri superiori.... Le varie religioni rico¬ 
nobbero sempre tale efficacia, che non costringe a idealità troppo elevate, 
e cercarono di valersene come mezzo d’aiuto, di incoraggiamento, di 
conforto ». 

648 (36 bis) — AQUILA — I due « segni santi * della croce e dell’ a- 
quila sarebbero secondo il Pascoli il simbolo centrale dell’opera dantesca, 
nella loro simetria e dissimetria rappresentando rispettivamente la forza 
della Fede e la forza dell'Impero civile. (Cfr.: Valli - Ij' allegoria tìi 
Dante secondo Giovanni Pascoli e U simbolo centrale della Divina Com¬ 
media, 1922). Il L’aquila è aggiunzione attributiva di parecclii santi: Gio¬ 
vanni della Croco, Medardo di Noyon, Adalberto di Praga, Bertolfo, Von- 
ceslao.... 

IM9 (Bfì bis) — ASINO — La « disertata bestia delle grandi orecchie », 
ha anche tutto il valore di elemento rappresentativo della fatica, alla quale 
il destino la fece nascere. || Come compimento attributivo l’asino ricorda 
nelle imagini sacre i miracoli dei santi Marcello, Zaccaria, Antonio da Pa¬ 
dova, Geroldo.... 

650 — CASTAGNO — La lieta pianta dei monti accessibili a tutti, la 
vigorosa e frondosa pianta ilall’ aspetto patriarcale, inobliabile nello sfondo 
dèi paesaggi di tutte lo fanciullezze. « fi l’albero dei ricordi.... Vuol dire 
anche il focolare, vuol ilice quegli interni neri, di vecchie cucine campa- 






350 

gnnole, rischiarati soltanto in parto con strani effetti di luce saltellanti, 
alla Rembrant, pel guizzar delle fiamme intorno ai ceppi che ardono sul¬ 
l’ampio camino.... Il buon vinello nuovo, rosso ed aspretto gorgoglia nello 
scodelle verniciate e nell’ampia padella dai larghi fori, le castagne, colla 
buccia tagliata cosi che sembrano ridere sgangheratamente bruciando, man¬ 
dano quel gradito profumo di caldarroste, che sa aneli’esso di fanciullezza 
o d’inverno, al pari del sapore.... Chissà perchè fu scelto a simbolo della 
ginstiiia mentre semplicemente esprime la quiete, il riposo, la paceV » 
(Mazzucchetti). H castagno è pure industrialmente tra i più preziosi pro¬ 
dotti della flora legnosa, tenendo un posto mediano fra la cultura agraria 
e quella forestale, ed è uno degli alberi più rispettati dalle popolazioni. || 
Nel linguaggio blasonico lo vediamo accennato come indice di virtù na¬ 
scosta. di resistenza, di virtù e di fede inalterabili (Guelfi). 

Cól (142 his) — CHIAVE — Nel paese di Galles il fidanzato offre alla 
sua sposa un cucchiaio d'amore intagliato nel legno da lui stesso, e foggiato 
con una larga impugnatura adorna di simboli. Tra questi vi è sempre il 
mazzo di chiavi per significare la potestà domestica, 

652 (215 bis) — ELEFANTE — Se nell’Asia questo maestoso animale è 
venerato, cosi da esserne stato prescelto come il plastico singrafo religioso, 
tuttavia nella scala zoologica africana esso occupa il primo posto. L’ elefante 
asiatico differisce da quello della * terra che perd’ombra» {Purg. XXX. 89) 
per la fronte più convessa, le orecchie più grandi, le zanne più grosse, il 
numero delle unghie minore; ed alcuni autori lo preferirono al leone per 
rappresentare l’Amica simbolicamente. 

653 (268 bis) — FUOCO — L’imagine della piccola catasta di legna ac¬ 
cesa integra attributivamente l’iconografia dell’ inverno. 

J>Ì8iolve frigni : ligim »uprr foco 
Largo rcponnìtt.,., 

(Orfwio. I - fi). 

Parecclii santi furono arsi vivi e nelle imagini loro si pone il rogo ardente : 
Agata, Vincenzo levita. Fruttuoso, Ilarione, Agnese, Policarpo, Teodoro, 
Tecla, Fulalia, Colomba, Apollonio, Anastasia, Afra di Augsburg.... 

654 (813 bis — LAMPADA — La lampsida accesa è simbolo'anche della 
sollecitudine e dello zelo, chiaro essendo il rapporto concettuale che collega il 
fervore della vita e dello spirito a quello della materia ardente ed illuminante. 

665 (320 bis) — LEONE — Il felis leo — benché spesseggiente nell’Asia, 
ed in antico non singolare anche nelle terre europee confinanti con l’Asia 
— ha il suo vero paese nelle vaste solitudini africane (Linneo, Bennet, 
Cuvier), dove regna dispoticamente dagli immensi deserti del settentrione 
fino alle intatte foreste del mezzogiorno. « Ilic snnt leones » scrivevano gli 
antichi cosmografi nel cuore del nero continente, quando di esso i navigatori 
europei avevano soltanto toccata la parte occidentale. Alle menti degli ar¬ 
tisti era quindi presentissimo argomento il leone per simboleggiare l’Africa ; 
6 molti furono i leoni scolpiti, 'splendidamente, dagli egiziani, come se ne 
ammirano tuttora in Roma (alla salita del Campidoglio, alla fontana Felice). 






JWI 

TJn esempio allegorico moderno si ha ubìVA frica di Eleuterio Pagliano, a 
Milano (galleria Vittorio Emanuele). Le sculture antiche dei leoni — e specie 
di quelle delle medaglie e delle pietre incise greche — tendono piuttosto 
ad idealeggiare con morbidezza di contorni e mitezza di espressione 

* La natia TeritA ilei coro altero 

{Un. ìiU, VTIT) 

della bellissima e adulatissima belva; es. : il leone ritto in piedi del palazzo 
fìarberini a Roma; quello assiso del Pireo, ora all’ingresso dell’arsenale di 
Venezia. || Il leone posto sulla scalinata del palazzo della Signoria a Firenze 
— la antica ringhiera delle publiche cerimonie — è il celebre moi-isoccn, 
accosciato, tenente lo scudo con il giglio fiorentino, simbolo della potenza 
e della indipendenza cittadine. Lo scolpì Donatello (1488) ed i fiorentini 
facevano baciare le clune di esso ai nemici vinti e prigionieri. || Vuoisi che 
il circolo sanguigno nel corpo del leone sia continuamente in istato morboso, 
con eccessività di calore e di fervore ^cosi dicevasi anche della capra) ; e 
per questa anormalità fisiologica la irrequeta fiera è suggerita come attributo 
allegorico della febre. j| SI dipingono accostati dal leone parecchi santi : 
Gerolamo dottore, Eufemia, Venanzio di Tours, Paolo eremita, Vito, Tecla 
d’Isauria, Teoforo, Macario, Prisca romana. Emiliano, Ignazio di Antiochia, 
Tiberio.... 

(i56 (348 bis) — MANO — La mano è anche simbolo del lavoro. Vero è 
che l’umanità, per l’opera delle macchine, va perdendo l’uso di questo 
nobilissimo membro del corpo. Nel periodo genesiaco degli umani consorzi si 
scavò il suolo con le mani, fin che queste formarono la zappa e l’ascia 
primitive ; le nostre madri filavano, tessevano, cucivano, ricamavano a mano 
e le piò umili contadine creavano con le industri dita meraviglie di pazienza, 
di finezza, di buon gusto. L’età collettivista, con i congegni meccanici, va 
sopprimendo questo lavoro manuale, tutto di individuale eccellenza; i pro¬ 
cessi fotomeccanici riducono le arti del disegno ad un lusso costoso ; la 
dattilografia ha distrutto la calligrafia, ed un illustre chirurgo inglese, Fe¬ 
derico Treves, nota che l’organo della azione va a poco a poco atrofizzandosi, 
e sarà destinato, forse, a ridursi ad arto embrionale, come l’appendice del- 
l’intestino, la quale non è più che un ricordo di quando gli uomini man¬ 
giavano l’erba.... |{ La mano destra con il pollice, l’indice ed il medio 
alzati e 1’ anulare e il mignolo abbassati indica benedizione, secondo ' i riti 
della Chiesa greca e latina. * La mano aperta ed alzata, con il dorso verso 
la persona, indica approvazione, consenso, ed era atto usuale presso le 
milizie antiche, passato nelle adunanze anche odierne. 

GB7 — NOCCIOIiA — Piccola noce dell’avellano, spontaneo nei boschi 
e<l anche coltivato nei frutteti. Per il duplice e solido involucro è considerata 
ab antiquo come l’imagine del bambino, racchiuso nell’ alvo materno, e da 
questa somiglianza fatta simbolo della natalità. Plinio e Pesto assicurano 
che negli anni di abondanza di nocciole vi sono anche nascite umane molto 
numerose, e nella Francia, troppo malthnsiana, gli uomini pensosi dell’ av¬ 
venire demografico nazionale ansiosamente compulsano le statistiche carpo¬ 
logiche, sperando si avveri il presagio avvertito dal Joiiriiiil (luglio Ib'dHl, 




362 

che ripeteva il decrepito proverbio agrario : « Annata di noccioli manata di 
figliuoli ». 

C58 (460 bis) — PORCO — Altro titolo comprovante la non ignobile 
etoria di questo tanto vantaggioso e pure dispettato animale viene offerto 
dalla filologia. Molte volte le nubi ermeneutiche di questa magnifica scienza 
si squarciano per lasciare intravvedere strane ed armoniche contradizioni. 
Una di esse riguarda il sostantivato maiale, originariamente adiettivo sem¬ 
plice, derivato da Maia, la suprema delle Pleiadi, cantata da d’Annunzio, 
confusa con la antica Terra, madre solenne di Mercurio, datrice del nomo 
al più bello dei mesi dell' anno. A Maia si immolava una scrofa. (Isidoro), 
detta maialis, cosi e come ancora, con il nome scientifico, si chiamano 
maiales due fiori graziosi : una rosa e la convallaria o mughetto. « Pur 
troppo l’animale sacro a Maia e al mese maggiore, il porco adulto, pasciuto 
nel Iticuft della ghianda salubre, il porco sdegnoso di tuttociò che è il silo 
proprio e corporale incremento, il porco dal grugnito misantropico, del 
quale tuttavia ogni porziuncola è vantaggio dell’uomo, degenerò nei secoli, 
vittima non solo della trichma spiralis ma più ancora della sua propria 
grassezza artificiale della civiltà bottegaia » (Foresi). Cosi gli fu vietata la 
apoteosi, che pur sarebbe stata auspicata nell' adiettivo proprio all' ostia del 
rito sacrificatorio di Maia, e non fu mai designato nell’ arte a rafiigurare 
« la meravigliosa e divina virtù del maggio ». Esso invece è prescelto a 
compiere le attribuzioni allegoriche dell’Inverno, stagione nella quale si 
compie la sua ecatombe per le provviste gastronomiche ; e se ne hanno 
esempi negli archivolti e nei pilastri delle catedrali romaniche - vere 
enciclopedie dello scibile di allora — descriventi nei bassorilievi la storia 
allegorica dei mesi e delle operazioni campestri loro inerenti. 

(i59 (523 òf.v) — SCORPIONE — Altra attribuzione allegorica dell’Africo, 
dove è copiosissimo questo aracnide insidioso e di frequento mortifero. 

660 (631 his) — VITE — « La pianta dionisiaca, obbediente e generosa, 
densa di verde nella primavera, ricca d’ombre d’estate, festante di colori 
d’autunno, spoglia e nuda nel verno, si piega a tutte le esigenze architet¬ 
toniche : alla semplicità dell’ architrave, alla molle eleganza dell’ arco, all’ ar^ 
monia complessa della volta, ai larghi piani delle pareti, alla greve ricchezza 
dei festoni ; e le pergole, o piatte, o a volta, sotto le quali il sole filtrando 
con chiazze inuguali fa vibrar l’aria con un melodico trillo di luci e di 
ombro, sono il più felice e armonioso connubio tra l’architettura degli uo¬ 
mini 0 il pittoresco della natura » (Paoli). || È pleonastico ricordare die la 
vite ò il simbolo naturale od usitatissimo dell’ autunno. 


PINE. 


INDICE ANALITICO 
dei soggeììi simboleggmti. 


Abassidi J587 
abate 120 
abbandono 29 
Àbdera 298 
abnegazione 25 - 111 

— di sè 3tì(> 

— per il publico bene 
35 

abondanza 117 - 181 - 
187 - 369 - 4fK) - 402 - 
413 - 429 - 548 - 622 
631 

— di grazie 8 

— di pesca 2<K.i 
academia 211 - 316^ 367 
Àcadernia Francese 417 
Accesi (academici) 151 
accidia 62 - 587 
accortezza 225 
acutezza d’animo 556 

— d'ingegno 198 - 535 
adattamento morale 157 
adescamento 26 
adolescenza 32 - 4l>6 
adorazione 399 
adulazione 35 - 66 - 107- 

243 - 287 
adulterio 28 - 532 
affabilità 490 
affanno 59 
affettazione 354 
affetto 4 - 16 - 211 - 630 

— puro 3 - 5 
affeziono l(t3 - iìill 


Africa 652 - 656 - 659 

— cartaginese 129 
agilità 437 
agitazione 81 
agosto 624 

agricoltura 4o - 50 - 68 - 
100 - 224 - 668 - 586 
Aia 148 

aiuto 148 - 403 - 418 - 647 
alabardieri 564 
albagia 560 
allattamento materno 
307 

alleanza 524 - 3o8 - 3i)9 
allegoria 617 
allegrezza 14 • IfKi - 105 - 
258 - 367 - 670 - 581 - 
622 - 631 

allegria bacchica 249 
alterezza d’amore 197 
alterigia 178 
amabilità 150 - 167 -27o 
amare 163 - 166 - 211 
amarezza 314 - 366 

— d’animo 69 

ambiguità 464 
ambizione 178 128 ■ 

607 - 660 
amenità 279 
America 574 - 677 
amicizia G7 - 195 - 211 - 
271 - 348 - 367 - 403 - 
419 - 489 - 503 - 
ii22 631 


amicizia giovevole 631 
ammaestramento 114 
ammiraglio grande 27 
amministrazione publi 
ca 579 

ammirazione 287 
amore 57 - 67 - lo8 - 
165 - 198 - 202 - 311 
334 - 356 - 367 - 353 - 
122 - 490 - 493 - 541 
618. 

— altero 197 - 49o 

— capricioso 490 

— colpevole 7 

— confidente 28 
coniugale 417 - .576 • 
631 - 651 

— del vero, del bello, 
del bene 300 

— di Dio 196 - 348 

— di Patria 182 

— di sè stesso 382 

— disinteressato 3,5 

— divino 195 - 348 

— fedele 490 

— fraterno 262 

— freddo 147 

— ingrato 490 

— materno 380 - 431 
memore 266 

— mistico 627 

— nascosto 37 

— oltre la tomba 189 
orgoglio.so 190 

•il 





Ì15.J 

amore primo 327 - 532 

— senza fine 491 

— verace 388 

— violento tiftì 
amuleto B93 
Andrà 27 
Ancona 417 
Anfipoli 233 
Angiò 518 
angoscia 566 

anima 129 - 227 - 455 - 
474 - 605 

— immortale 3-5 
animo forte 384 

— nobile 2 

— pronto alle armi 19 
anno 76 - 145 - 160 - 

417 

anonimia 381 
anticristo 207 
antipatia 400 
antisemitismo 191 
apatia 340 

apprendista carbonaro 
511 

— massone 396 
approvazione 656 
aprile 586 
Arabia 109 
Arcadia 537 
arceri 564 

architettura 42 - 399 - 
489 

arcivescovo 120 
Ardenti (academici) 192 
ardire 47 - 339 

— grande Ì140 

Arditi d’Italia 469 - 572 
ardore 258 

— di fede 165 
arguzia 35 - 625 
aristocrazia 182 
Armagnac 320 
armi 564 

armonia 330 - 396 - 594 
arresto di movimento 
165 

arroganza 168 


arte 458 - 432 - 646 
arti 468 - 432 
Arte della lana 12 
articolo di giornale ri¬ 
portato 246 
artificio 35 
Ascatela 384 
ascetismo 498 
Aser 405 

Asia 109-215-532 - 652 

— Minore 140 
asilo 284 
asprezza 556 
assalto 511 
asse 302 
assemblea 372 
assennatezza 614 
assiduità 35 
assiri 320 

astrologia giudiziaria 
417 - 471 
astuzia 2oO - 634 
Atene 645 

atteggiamento da eroe 
447 

attenzione 298 
audacia 493 
augurio 630 

— buono 616 

— cattivo 208 - 261 • 322 - 
470 - 503 - 593 

auspicio felice 122 - 225 
austerità 59 - 125 
Australia 239 - 531 
autofilia filo- 
autorità 61 

— sacerdotale 142 

— sovrana 255 
autunno 88 - 167 - 660 
avarizia 62 - 64 - 146 - 

323 - 339 - 348 - 451 - 
460 - 492 - 532 
avidità 32 - 339 
avvenire 85 
avversità 544 
azione magica 198 

lialdanza 178 - IfHi 


balestrieri 564 
base 448 
Basilea 75 
bastardi 191 
battesimo 8 - 139 - 215 - 
244 

beatitudine 366 - 396 
bellezza 2a3 - 309 - 356 
386 - 490 564 591 - 
645 

— di spirito 108 

— nascente 333 
beltà effimera 421 

— pericolosa 356 

— superba 343 
bene 164 

benedizione 67 - 417 - 
656 

beneficenza 17 - 23 -114 - 
172 - 329 - 348 - 399 
beneficio 128 - 303 - 356 

— dell’acqua 615 
benessere delle popo¬ 
lazioni 417 

benevolenza 67 ■ 200 - 
211 - 279 - 334 - 402 - 
631 

beni 415 - 455 
—- terrestri 645 
Beniamino 25 
benignità 215 - 345 - 451 
Berlino 412 
Berna 412 
bestialità 320 
Biella 412 
Birmania 428 
Bisanzio 188 
bisogno 396 
bontà 126 - 342 - 411 - 
431 - 500 

— divina 61 - 532 

— umile 248 
boria 560 

borghesia 425 - 5(H 
lioulangismo 266 
bramanesimo i>2 
braveria 432 
Bristol 384 










britanni 320 
bugia 342 - 3r)2 - 443 
bulgari 320 

caccia 116 - 139 162 - 
178 - 225 - 645 

— signoriale 645 
cadetti 191 
caducità - 29 - 145 
calamità 118 - 19(i - 5(i8 
caldei 320 

calma 17 

calunnia 75 - 187 - 532 
camaldolesi 105 
Camorra 88 
Canadà 239 

candore 38 - 83 - 163 - 
165 - 400 - 490 
canicola 116 - 233 
canopo 616 
canto 330 

caparbietà 66 - 379 
Capo d’Istria 573 
capriccio 490 
Carboneria 47o 
carestia ó()a 
cardinale 120 
carità Kìó - 181 - 196 - 
431 - 447 
carte 32(5 

castigo 242 - 265 - 526 
castità 13 ■ 153 - 316 - 
319 - 488 - 490 - 60o - 
583 - 617 
cattolicità 191 
cautezza 11 
causa 245 

cavaliere 219 - 647 

— di S. Giovanni 105 
cavalleria 154 - 564 

— romana 65 
cecità 78 - 563 
celerità 255 
celebrità 600 
celia 355 
celibato 490 
cemento della libertà 

l:io 


cemento ilella fratel¬ 
lanza 130 

— della uguaglianza 
130 

censura politica 246 
chiarezza di nome 166 
Chiesa 164 - 263 - 357 - 
384 - 412 - 417 - 631 

— cattolica 263 

— di Cristo 357 
cielo 167 

Cina 207 

cinici 76 - 91 - 11(5 
, circospezione 546 
città 421 

civetteria 157 - 174 - 
378 - ;386 

civiltà 181 - 313 - 417 - 
622 

Cizico 320 
classi sociali 564 
clemenza 67 - 235 • 320 - 
516 - 570 
elevo 124 

Coagulazione del Dis¬ 
solvente 198 
codardia 297 
cognizione 114 
collaterali 191 
collera 62 - 263 
colonie 35 

comandanti i corpi d'ar¬ 
mata 72 

comando 35 - 182 - 282 - 
411 - 618 
comedia 352 - 540 
commercio l(i3 
— marittimo 2 (H) . 467 
commozione 81 
comuniSmo 224 - 351 
comunità 182 
concentriamo universale 
273 

concordia 67 - 103 -179 - 
181 - 228 - 348 - 357 - 
570 

concordiadei vassalli 161 
confessione 87 


355 

coniìdenza 4 - 230. - 384 
confine 450 - 671 
confirmazione 78 - 455 
conforto 148 - 442 - 491 - 
627 - 647 
congedo 61 - 491 
consacrazione 531 

— abaziale 7(! 

— episcopale 76 
consenso 656 
conservazione 76 
consiglio 195 

— prudente 388 
consolazione 189 - 284 
console romano 83 
contadini 564 
contaminazione dell’ a- 

ria 63 

contentezza 14 - 166 
contento 39 
continenza 316 
contrammiraglio 27 
contrasto 441 
contratti di lavoro 76 
contrizione 83 
convito 233 
convitto 182 
cooperazione 341 
coraggio 233 - 261 - 292 - 
298 - 452 - 493 - 561 - 
623 

corinti 129 
Corinto 43(1 - 573 
corpo di Gesù 419 
corruzione del clero 32 
corsi d’ ac<|ua (508 
corte di Francia 320 
cortesia 402 - 411 -622 
cosa vile e inconcludente 
27 

cosmografia 5o 
costanza 82 - 108 - 185 - 
193 - 287 - 294 - 387 - 
465 - 472 - 499 - 602 - 
688 

— d'amore 456 
costituzione <58 
croato*396 


356 

creazione 61'2 
cresima 517 
cristianesimo 191 - 574 
Cristo 12 - le - 21)0 - 
2f!3 - 320 - 431 - 437 - 
651 - 643 

— risorto 268 
crudeltà 165 - 207 - 414 - 

420 - 558 - 577 - 60ii 
Crusca 252 
culto di Brama 62 

— per le arti belle 6 
cupidigia 63 - 64 - 152 

— dei beni temporali 207 
curia papale 339 
curiosità 408 - 414 - 481 
custodia 207 - 263 - 320 - 

334 - 454 

Dalmazia 420 
Dan 36 - 190 

I 

dannazione 258 
danno 543 
debolezza 561 
decrepitezza 32 
degradazione 300 
deità 195 
delizia 248 
democrazia 372 
Democrazia Cristiana 
266 

demonio 207 
denaro 478 

denuncia di turbato pos 
sesso 448 
depravazione 557 
desiderio crescente di 
dominio 211 
destino 145 - 406 
devozione 287 
dialettica 848 - 623 
diavolo 634 
dicembre 122 
dichiarazione d’amore 
602 

difesa 10 - 11 - 177 - 
298 - 485 - 486 - 507- 
525 - 536 541 


difesa della virtù 150 
difficoltà 393 - 459 

— della medicina 76 
diffidenza 317 - 433 
digiuno 133 

dignità 39 - 61 - 128 - 
425 

— alta 28 - 349 

— del cavaliere 219 

— del papa 368 

— regale 617 
dileggio maritale 178 
diligenza 35 - 247 - 263 - 

578 

dimenticanza 421 
dimorfismo del mondo 
226 

Dio 156 - 399 

— Padre 320 
diplomazia 165 
diritto d’acqua 264 - 459 

— di vita e di morte 
205 

— feudale sui molini 
341 

discordia 233 - 331 - 
469 - 582 

discrezione 109 - 643 
disegno 266 
disgrazia 549 
disonore 490 
disperazione 155 - 165 
dispregio 76 
disprezzo 274 - 282 - 848 
distruzione 63 - 75 - 207 

— universale 135 
disturbi 396 
divinazione 528 
divinità 160 - 191 - 201 - 

268 - 39(! 

— infere 117 - 369 
divorzio 198 
docilità 289 - 429 - 546 
dolcezza 236 - 344 
dolore 65 - 136 - 166 - 

387 - 405 - 478 
domenicani 116 
dominio 61 - 320 - 493 


dominio alto 128 
doni dello Spirito Santo 
115 

dottrina 541 - 614 

— pura 627 
dovere 11 - 286 
dubio 88 - 395 
durezza 202 

ebrei 282 

ebraismo 625 - 554 
ebrezza 248 
eccitamento 547 
eccitazione 493 
economia publica 579 
edificazione 482 
Efraim 100 - 326 
egemonia navale inglese 
70 

Egitto 36 - 160 

— Alto 182 

— Basso 182 - 201 
egoismo 194 - 316 - 382 - 

460 - 483 - 631 
eguaglianza 42 - 516 
eguale 528 
eleganza 496 
elevazione 310 

— dell' animo 19 

— spirituale 268 
elezione della magistra¬ 
tura 229 

eloquenza 36 -128 -151 - 
348 - 391 - 423 - 536 
emancipazione 80 - 517 - 
532 

empietà 263 - 307 - 495 - 
502 - 532 - 566 
emulazione 182 - 547 
enigmatica 535 
ente supremo 396 
epigramma 85 
equilibrio 42 - 552 
equinozio autunnale 88 - 
167 

— primaverile 47 
equità 88 •> 181 - 348 - 

375 


I 






357 


eredità 564 
eresia 563 - 634 
Ermete 448 
eroi 298 
eroismo 225 
errore 78 - 105 
esaltazione 493 - 525 
esame scientifico 546 
esilio 76 - 225 
esistenza 512 
esperienza 333 - 399 
esUte 113 - 116 - 233 - 
524 - 668 
estimazione 507 
età della cavalleria 564 
eternità 62 - 75 - 188 - 
216 - 532 - 534 
etica morale 42 
etruschi 298 
eucarestia 105 - 119 - 
493 - 631 
Europa 586 
evangeli 19 

evento buono 237 - 548 - 
570 

evoluzione 164 

facilità 341 - 613 
fallacia 148 
fallimento 448 

— commerciale 80 
falso 121 

fama 62 - 182 - 188 - 
256 - 600 

— buona 65 

— chiara 111 

— illustre 166 - 268 

— del teologo 116 

— perpetua 131 
famiglia 262 
fandonia 126 

— giornalistica 422 
fantasia 165 - 130 
fantasticheria 337 
fanteria romana 493 
fastidio 165 

fasto 428 
fatica 649 


fatica guerriera 68 
fato 329 

fatuità 346 - 382 
favore agli uomini 2 iki 

— sovrano 142 
febre 665 
febbraio 200 - 437 
fecondità 66 - 121 - 169 - 

181 - 226 - 236 - 262 - 
322 - 347 - 415 - 
417 - 421 - 467 - 458 - 
490 - 621 - 530 - 611 
fede 67 - 83 - 114 - 150 - 
165 - 191 - 233 - 
282 - 283 - 313 - 
348 - 411 - 598 - 616 

— inalterabile 660 
fedele 12 - 605 
fedeltà 67 - 102 - ia3 - 

114 - 116 - 179 - 
250 - 287 - 348 - 398 - 
414 - 589 - 627 

— coniugale 28 - 163 
446 

felicità 62 - 181 - 670 - 
631 

— coniugale 186 

— efBmera 466 

— eterna 16 

— rinnovata 378 
femina 396 
Fenicia 417 

fermezza 16 - 27 - 95 - 
164 - 165 - 193 - 
372 - 448 - 455 - 467 - 
499 - 651 - 588 
ferocia 34 
fertilità 421 - 631 
fervore 258 
festa 239 
feste 282 
festosità 581 
feudalità 121 

— montana 372 

— pascolativa 47 
fiducia 266 
fierezza 165 

— virile 432 


filantropia 431 
filo8ofiall4-166-313- 
132 - 474 

— cinica 76 
fine 1 - 397 

— nobile 361 
finzione 128 
Firenze 42<t 
fisica 165 

Fissazione del Volatile 
198 

fiumi 178 - 182 - 586 
tìemma 574 
follia 37 - 80 - 616 
fondamento 448 
foraggio 564 
fortezza 65 - 164 - 320 - 
387 - 493 - 620 

— dell’ animo 193 
fortuna 176 - 181 - 232 - 

396 - 416 - 317 - 
460 - 498 

— economica 369 

— grave 556 

forza 100 - 164 - 177 - 
178 - 282 - 324 - 364 - 
411 - 474 - 493 - 535 - 
639 - 544 - 686 

— brutale 101 

— della Fede 648 

— dell’Impero civile 648 

— generativa 22(i 

— generosa 158 

— irrazionale 320 

— nelle avversità 406 

— popolare 215 

— vitale 532 
fragilità 149 - 478 
franchi 32<J 
Francia 66 - 263 
fratellanza 4 
fraternità 118 
freddezza 197 - 413 

— in amore 13 
frigi 4611 
frivolezza 266 

frode 86 - 339 - 352 - 
464 - 532 - 656 


'1 




'^c 




oS ■ 

-'ri' 

'i' 










asH 

frottola ]'2(> 

fugacità 19 - 129 - 227 - 
4a9 - 498 - 591 

— (Ielle età 490 

— del tempo 159 
fuoco 191 - 502 
furto Ì148 - 592 

Gad 203 

Galles 228 - 239 - 102 
Gallia 21 
Gallura 263 
garrulità 489 
gaudio 165 
gazzetta 443 
gelosia 165 - 279 - 557 - 
586 

generale delle galee 27 
generazione 66 - 390 - 
512 - 536 
generazioni 330 
generosità 30 - 320 
genio 258 
gennaio B - 608 
gentilezza 260 - 560 
Giappone 199 
giochi apollinari 62 

— publici 216 
gioco 279 

giocondità 601 - 6bl - 
031 

gioia 166 - 180 - 258 - 
402 - 490 - 639 - 007 
giornalismo 443 
giorno 16 - 36 
Giovane Italia 443 
Giovanni (S.) - 36 
Giove 362 

gioventù 32 - 346 - 622 
giovinezza 211 - 326 - 
490 

— di sentimenti 003 

— prima 32 
giubilo 631 
Giuda 609 
Giudea 417 
giudei 301 
giudizio tinaie 88 


giudizio rotto 399 

— torto 620 
giugno 113 
giuramento 146 
giure 525 
giurisdizione 142 

— ecclesiastica 112 

— feudale 403 
giurisprudenza 165-640 
giustizia 42 - 66 - 88 - 

182 - 221 - 38(1 - 402 - 
417 - 602 - 544 - 
558 - 639 - 660 

— del principe 641 

— di re 463 

— incorruttibile 2 

— universale 516 
ghibellini 207 - 298 - 622 
ghiottoneria 62 - 514 
gloria 62 - 03 - 104 - 

165 - 182 - 211 - 233 - 
266 - 282 - 292 - 
31(i - 402 - 417 - 421 - 
466 

— napoleonica 206 
Gnido 320 

gola 137 • 400 
goti 263 - 412 
governo 76 - 479 
gradi massonici 396 
Granata 367 
grandezza 250 - 310 - 
372 - 493 - 541 - 602 
gratitudine 284 - 338 
gravità 472 
grazia 434 

— divina 396 ■ 670 

— illuminante 36 

— ricevuta 348 
guadagno 89 

guelfi 65 - 83 - 283 - 
483 

guerra 48 - 83 - 129 - 
233 - 402 - 446 
g^sto 439 

iattanza 645 
idee grandi 27 


idolatria 298 
ignoranza 32 - 50 - 157 - 
301 - 408 -.421 

— del ricco 47 
ilarità 356 - 631 
Iliade 76 

imitazione bestiale 519 
immissione all’ otticio 4 
immobilità 571 
immortalità 24 - 184 - 
231 - 316 - 417 - 4!)0 

— dell’ anima 62 
immutabilità 193 
impazienza 71 
impedimenti 396 
imperatori di Costanti¬ 
nopoli 191 

imperiosità 2<,r2 
impero 36 - 129 

— d’ Occidente 36 

— d’Oriente 36 

— medo - persiano 47 

— napoleonico 36 

— romano 207 
imperialismo 320 - 407 
impeto dell’ affetto 266 
importunità 73 - 377 
impostura 347 
impotenza artificiosa 448 
improntitudine 519 
imprudenza 377 - 435 - 

519 

inalienabilità della tom¬ 
ba 447 

inanità 612 - 615 
inazione 278 

— forzata 448 
incantesimo 621 
incarnazione del Verbo 

511 

incitamento 414 
incivilimento 33o 
inciviltà 5(i 
incognito 634 
inconsideratezza 429 
incoraggiamento 647 
incostanza 66 - 227 - 
2()4 - 336 - 416 - 


t 





350 


Incorrattibilità 24 - 5<»3 
indecenza 432 
indefinito 381 
India 239 

indifferenza 3U9 - 413 
indipendenza 214 

— Korentina 655 
indiscrezione 289 
individualismo 335 
indocilità 460 
indulgenza 309 
indurimento alle fatiche 

17(i 

industria 35 - 224 - 478 
inezia 159 

infamia 178 - 282 - 320 - 
622 

infanzia 32 
infedeltà 288 
inferno 160 - 207 
Infocati (academici) 306 
inganno 26 - 121 - 352 - 
420 - 478 - 485 - 
I 532 - 557 - 680 . 
ingegno 36 - 233 - 456 - 
556 

— vivace 19 
Inghilterra 239 - 319 - 

420 

ingenuità 45 - 183 - 260 - 
840 

ingordigia 339 - 460 - 
532 - 558 

ingratitudine 116 - 211 - 
328 - 492 - 495 
ingiuria 517 
ingiustizia 492 - 495 
inibizione manuale 448 
inimicizia 31 - 5o3 
iniziazione massonica 
517 

innocenza 12 - 83 - 15<J - 
163 - iHt3 - 350 - 
378 - 391 - 490 - 639 

— perseguitata 392 
inquetudine 105 
insania 178 
insegne 564 


Insensati ( academici ) 
299 

insensibilità 413 - 452 
insidia 485 
inspirazione 581 

— divina 62 
instabilità 416 - 551! 
intrepidezza 499 
inverno 122 - 558 - 653 - 

658 

investigazione 198 
investitura 67 
invidia 31 • 33 - 62 - 
64 - 304 - 502 - 532 
invidie 395 

inviolabilità del secreto 
315 

involuzione 164 
intelletto 313 

— sveglio 399 
intelligenza 19 
intrepidezza 129 
ipocrisia 352 - 634 

— clericale 634 
ira 412 

irreparabilità della pena 
76 

Irlanda 52 - 239 - 597 
Iside 303 - 333 
Islam 188 
israeliti 80 - (>31 
Issacar 583 
Istria 121 

laidezza 460 - 519 
languore amoroso 288 - 
390 

La Rochelle O&l 
lascivia 267 
laurea 67 

lavoro 85 - 100 - 171 - 
204 - 247 - 351 - 522 - 
660 - 655 

— incessante del cuore 
e dell' anima 297 

lavori donneschi 259 
lealtà 65 - 129 - 474 
legame mistico 28 


legge 88 - 182 - 518 
leggerezza 197 
leggi fondamentali 19 
leggiadria 490 
legittimismo 266 
lenocinlo maritale 31 
lentezza 335 - 574 
letizia 417 - (>31 
lettera della scrittura 
divina 368 
letteratura 432 
lettere 165 
levante 619 
liberalismo 432 
liberalità 36 - 196 348 
451 - 534 - 539 
libertà 80 - 267 - 286 - 
414 - 489 

— di portamento 154 
libidine 211 - 420 - 523 
Lied 52 

lietezza 4(JO 
limite 61 
lirica 330 
Lisbona 384 
lascivia 543 - 641 
lode 600 
logica 142 

longevità 139 - 146 - 179 
loquacità 422 - 448 
Lorena 518 
lubricità 335 
Luca (S.) 100 
luglio 320 - 668 
lutherani 207 
luna 46 - 362 
lusinga 26 - 586 
lusso 428 

lussuria 47 62 121 - 

222 - 339 - 420 - 426 - 
460 - 602 - 634 

— clericale 634 

lutto 5 - 155 - 165 - 182 - 
239 - 279 - 282 - 387 - 
432 - 465 - 607 - 628 

— perenne 529 

Madrid 412 





atiii 

maestà yo 
magia 182 - 021 
maggio 239 - 271 - 428 
maggiori generali 72 
magnanimità 160 -181 - 
190 - 320 
Magnesia 884 
magnificenza 616 - 541 - 
(i02 

— di Cristo 308 

— morale e materiale 62 
mai 421 

maldicenza 414 - 632 
malaugurio 208 - 261 - 
322 - 470 - 503 - 593 
male 70 - 139 - 184 - 
207 - 32(1 - 387 - 632 
mali 415 - 455 
malignità 304 - 395 
maligno 320 
malinconìa 105 
malizia 160 - 207 - 420 - 
532 

Manasse lo - 319 
mancanza di carattere 
107 

mancata riuscita 234 
mandarinato 273 
manifestazione divina 
594 

manipoli militari 348 
manomissione 7(i 
mansuetudine 12 - 103 - 
216 - 429 
Maometto 207 
'Maria 490 
marina 27 
Marte 362 - 6iJ8 
martiri 182 

— della fede 493 
martirio 196 - 417 - 498 - 

609 - 644 
marzo 47 
maschio 390 
massoneria 390 - 47o 
matematica 105 
maternità 202 - 314 
matrimonio 39(i 


mattino 233 
maturità 32 
meccanica 50 
medici 410 
medicina 166 - 632 
melanconia 82 - 42() - 
505 

memoria 184 - 365 - 4fl8 

— grata 284 
meno 528 

menzogna 342 - 362 - 
443 

Mercurio 164 - 302 
merito riconosciuto 490 
mesi 233 - 273 - 6-43 
messaggio 446 

— di morte 301 

— lieto 3o9 
Messia 298 
Messico 36 
metafisica 182 
metodo 167 - 552 
mezzodì 019 
Milano 46(( - 564 
milizia 154 

minaccia di morte 148 
ministero publico 532 
miseria 75 

misericordia 64 - 179 - 
402 - 544 

mistero 23(J - 490 - (il7 

— eucaristico 105 
misticismo 476 - 617 
misura 167 

— del tempo 159 
mitezza 322 
moderazione 88 - 375 
modestia 9 - 170 - 350 - 

(!27 - 628 

— virginale 25 
mole 164 
molestia 377 
mollezza 97 
moltiplicazione 528 
monarchia ebraica 564 

— francese 504 

— greca 604 

— romana 564 


moneta 88 • 
mondo 455 

— sensibile 472 
morte 16 - 157 - 203 - 

224 - 390 - 510 - 593 - 
(io8 

— dell’anno 157 
mortificazione 300 
moto 8 

movimento libero 165 
musica 141 - 145 - 15o - 
538 

— musica pastorale 537 
mutualità 139 

Nantes 380 
Napoleone 627 
Napoli 129 

nascita dell’ uomo 103 

— illustre 188 
natalità 148 - 657 
natività 182 - 2 Ck; - 392 
natura 64 - 188 

— delle acque 59(> 
navigazione 437 - 407 - 

610 

nazione ebraica 525 - 
564 

necessità 145 - 259 - 3>>1 
Neftali 79 
negligenza 259 
nettezza 285 - 522 
Nimes 160 ^ 

nobiltà 188 - 219 - 225 - 
372 - 411 - 447 - 
4iKj - 564 - 688 

— antica 139 - 475 

— cospicua 493 
di natali (>5 

notte lo - 3() - 182 - 387 - 
516 

novembre 136 

nozze 182 - 2b3 - 282 

Nuova Zelanda 28o - 239 

obedienza 142 

— dolorosa 286 
oblivione 284 


I 








occatiioue -lUti 

Occulti (academici) lU 

oceano TU 

Odino 164 

odio 437 

Odissea 76 

odorato 64 - 116 

offerta 205 - 248 

offesa 544 

onestà 617 

— della vita 88 
onoranza 125 

onore 61 - 176 - Ibi - 
316 - 857'367 -417 - 
432 - 458 - 666 - 
(i22 

— fedele alla Chiesa 491 ) 

— incontaminato 490 
onta 433 

opera diabolica 490 

— realizzata 472 
opere buone 583 
ojierosità 146 - 578 
opportunità 486 
opulenza 429 
orazione 305 

ordine 167 - 652 - 591 
orgoglio 428 

— nazionale 432 
origine 425 
Osiride 398 
ospitabilità 474 - 503 - 

580 

ossequio 67 
ostentazione 560 
Ostinati (academici) 455 
ostinazione 379 - 593 
ostro 619 
ottobre 523 
ovest 687 
ozio 460 

— voluttuoso 236 
oziosità 146 

pace 12 - 17 - 40 - 67 - 
83 - 103 - 181 - 308 - 
816 - 396 - 402 - 
648 


l’mlre Eterno 118 
padronanza 517 
paganesimo 574 
paladinato 564 
pangermanesimo 191 
paradiso 16 - 490 
parasitismo 457 
Parigi 884 
liarsimonia 89 - 167 
parti del mondo 368 - 
676 

Pasqua 12 
passato 85 - 389 
passione 11 - 233 - 193 

— ardente 309 

— di Cristo 145 - 227 
pastorizia 429 
Paternii (academici) 299 
patimento 427 
Patria 72 

patriarca 120 
patriziato 80 
patto sociale 72 
paura 322 

pazienza 56 - liHj - 335 
pazzia 218 - 282 
peccati mortali 304 
peccato 2<>3 - 532 
pedaggio 459 
pegno d’amore 55 
Peloponneso 466 - 674 
pena capitale 626 
penetrazione dellaTerra 
da parte del fuoco 198 
penitenza 83 -165 - 551 - 
672 - 628 

pensieri torbidi 395 
pensiero 36 
pentimento 431 
perdono 83 - 406 
peregrinaggio 76 - 168 - 
489 

perennità 316 
perfezione 396 

— di bontà 39(i 
perfidia 149 - 328 - 317 - 

682 

pericolo 237 


361 

poricolo di morte 572 
permesso di amare 279 
perpetuità felice 2 
persecuzione 176 - 198 - 
351 - 485 

perseveranza 247 - 316 - 
445 - 474 - 578 
perspicacia 328 
persuasione 485 
pertinacia 165 - 211 - 
387 

pervertimento del culto 
69 

pestilenza 87 
Pezzenti 89 
piacere 456 

— carnale 165 

— mondano 52 
pianeti 115 

pianto 139 - 505 - 607 
Piemonte Reale 129 ' 

pietà 148 - 431 - 440 - 
689 

— filiale 179 - 607 

— funeraria 258 
Piceno 445 

pigrizia 56 - 563 - 666 
più 528 
Po 178 

poesia 30 - 35 - 141 - 
160 - 316 - 330 - 480 
poeta cattivo 146 
politica 88 

— sagace 388 
Polonia 86 
poltroneria 38o 
ponente 619 
pontificato cattolico e 

apostolico 142 
popolo 357 - 462 
porpora reale 282 
possesso 447 
potenza 142 - 178 - 182 - 
371 - 483 - 634 - 
641-544-588 

— creatasi da sè 35 

— divina 62 - 396 - 686 

— fiorentina 665 






3fi2 

poteuza oriuutale òlio 
t — raalo 65 - ‘28‘2 - 5'J5 

— spagnola 161 

— vendicatrice 4!)8 
potere 6 - 228 - 282 - 

309 - 426 

— esecutivo 62(1 

— papale 3G8 

— spirituale 28 - 511 

— temporale 641 
])otestli 142 

— domestica 651 

— consolare 76 

— della Chiesa 675 

— divina 692 
povertà 360 

— onesta 74 
pratica 167 
preda 389 
predicatore 263 
preghiera 97 
pregiudizio 532 
prenome sconosciuto 381 
preparazione agli ordini 

sacri 582 

presagio 76 - 157 - 478 

— buono 299 

— triste 519 - 643 
preti 564 

presunzione 276 - 504 - 
560 

previdenza 36 - 85 - 247 
prigionia 582 
primavera 47 - 60 - 182 - 
239 - 627 

VriìMroae-ligtte 466 
principio 1 - 397 

— attivo 198 

— di bene 83 

— di male 387 - 396 

— di vita universale 7(i 
principe 298 

probità 83 
procrastinazione 181 
prodezza 226 
prodigalità 181 - 318 
professione delle armi 
164 


profondità del sajiere 

164 

progresso 181 - 313 - 511 
prolificità 530 
promessa 67 - (i22 
prontezza 19 - 298 
proporzione 167 
proposizione particolare 
affermativa 302 

— — negativa 

397 

— universale afferma¬ 
tiva 1 

— — negativa 

209 

prostituzione 282 
protesta 432 
protezione 67 - 20ii - 
202 - 242 - 348 - 402 - 
403 - 545 - 647 
protonotario 120 
prova 192 

provvidenza 534 - 5-48 - 
572 

prudenza 15 - 113 - 139 - 
163 - 167 - 269 - 
298 - 364 - 521 - 532 - 
542 - 546 - 574 
Prussia 676 
pudicizia 78 
pudore 83 - 163 - 292 - 
617 - 627 - 628 - (>31 
pulizia 285 

purezza 46 - 83 - 639 
purificazione dell’ aria 
246 

purità 12 - 49 - 160 - 

165 - 268 - 263 - 283 - 
319 - 391 

pusillanimità 1(>9 

quantità incognita 528 - 
635 

quiete 170 

ragione 88 - 167 - 182 - 
246 - 375 - 612 

— sregolata 167 


rancore 256 
rapacità 35 - 53 - (i4 
rapporto fra il diametro 
e la circonferenza 528 
rassegnazione 335 
re 35 

reame di Francia 28:5 
reciprocanza di com¬ 
merci 128 

redenzione umana 532 
regalità 36 - 532 - 57o 
regno 38“! 

— di Dio 5:30 

— feminile 171 
regola 167 

religione 182 - 2i}:i - 
541 - 584 

— cattolica 467 
remissione 4o2 
republica democratica 

228 

— russa 224 - 493 
reptiblicani 215 
resa 144 

resistenza 202 - 3(X> - 65( i 

— alle passioni 223 
resurrezione 6 - 16 - 155 - 

168 - 428 - 548 - (>13 

— della carne 231 
rettitudine 42 - 552 
reverenza 4-67 
ribellione 432 
ricchezza 125 - 181 - 

282 - 411 - 428 - 489 

— improvvisa 438 

— male acquistata 482 
riconciliazione 67 - 308 

— coniugale 202 
riconoscenza 118 - 287 - 

320 

ricordanza (>27 
ricordi 650 

— teneri 603 
ricordo 393 
ricreazione 631 
ridicolo 634 
ritlessione 499 - 632 - 

546 


I 






rigenerazione 8 - 532 

— della famiglia 17 
rimembranza dolce 433 

— mesta 638 
rimorso 7 

rinascimento del genere 
umano 191 
rinnovamento 13 
Rinnovati ( academici ) 
532 

rinomanza 639 
riposo 447 

risentimento giusto 551 
risparmio 36 
rispetto 67 ■ 76 

— di sè stesso 39 
rivolta 432 
rivoluzione 493 
Rodi 490 

Roma 62 - 339 
Romania 1<>1 
Rosa-Croce 490 594 

Ruben 124 

sacerdozio 182 
sacramento dell’altare 
103 

sacrificio 182 - 3i)5 

— vittorioso ìM>7 
sagacia 116 

saggezza 157 - 215 - 259 - 
269 - 359 - 4(tì - 621 ■ 
664 

— divina 215 

salute 191 - 532 - 570 
saluto 4 - 232 . 
salvacondotto 300 - 
salvezza 21 

sangue di battaglia 493 

— dei martiri e degli 
eroi 493 

— di Gesù 493 - 631 
sanitti 532 

santità 63 
sapiente 631 
sapienza 313 - 333 - 388 
432 - 503 - 635 - 598 - 
612 - 618 


sapienza somma 592 
sassoni 129 
Sassonia 484 
Satana 207 - 532 
satira 625 
Saturno 362 
saviezza 583 
Savoia 518 - 635 
scaltrezza 519 
scandalo 432 
scempiaggine 421 
scherno 205 - 432 - 508 
schiaviti 286 - 682 

— alla republica 28 
schiettezza 26(> 
scienza 142 - 182 - 313 - 

458 - 594 

scintilla elettrica 67 
scioccaggine 645 
scipitaggine 645 
sconfitta 258 
scongiuro 205 - 593 - 647 
scortesia 125 
Scozia 125 - 239 - 319 
scrittori sacri 555 
scrittura sacra 3ìi 
scudiere 547 
scuola 651 

— cinica 91 
sdegno 76 

secretezza 142 - 432 
secreto 165 

— intimo 396 
sedizione 31 
seduzione 532 - 536 
semplicità 12 - 83 - 163 - 

260 - 456 
sempre 424 
semplicità 531 
senso sociale 35 
sensualismo 266 
sentimenti nascosti 233 
sera 233 

sepolcro santo 568 
serie matematica 528 
servilità 429 
servitii 128 - 161 
settembre 88 


363 

severità 165 - 387 
sfacciataggine 116 - 181- 
481 - 519 
sfida 300 

sfortuna 1&4 - 428 - 61(i 
Siam 215 
Sicilia 599 
sicurtà 3(JO 
sicurezza 348 - 514 
Sidone 384 

silenzio 142 - 205 - 317 - 
489 - 574 
Simeone 639 
simulazione 352 - 443 - 
454 

simpatia 265 
sinagoga 23() 
sincerità d'affetto 621 
soavità di costumi 490 
sobrietà 359 
soccorso 284 
socialismo 214 - 2(>6 - 350 
socialisti intransigenti 
francesi 421 
sodalizio 72 
sofisticheria 478 - 181 
soldati 564 

— spartani 593 
soldo militare 564 
sole 191 -225-333-362- 

399 - 411 - 498 - 512 
solidarietà 35 - 228 
solidità 396 
solitudine 164 - 181 - 
2:43 - ;422 - 440 
sollecitudine 19 - 549 - 
651 

— materna l:i4 
solstizio estivo 11:4 
sommessione 4 - HO - 

289 - 596 

sonno 23:4-278-421-516 
del cuoi'e 421 

— invernale 122 
sospensione di giustizia 

:448 

sorpresa 87 
sorte 






Ite] 

soslegno 1U4 
sottomissione l‘2U 
sovranitii 242 - 515 

— del papa 595 

— dei mari 5H4 
Spagna 129 - 169 
spartani soldati 496 
spavento 389 
speranza 21 - 27 - 84 - 

155 - 165 - 283 - 316 - 
406 - 478 - 589 - 548- 
583 - 597 - 616 - 622 

— fallace 645 

— incerta 846 
spilorceria 323 
spiriti infernali 1<> 
spirito 184 - 368 

— della critica 603 

— divino 476 
Spirito Santo 8 -163 - 502 
splendore 62 - 282 - 451 

— di natali 258 
splendori 458 
squisitezza di sensi 314 
stabilità 100 - 165 - 448 

— finanziaria 193 
Stati Uniti 62 
sterilità 379 - 403 - 472 
stimolo 547 

stabilità 56 - 121 - 429 
stoltezza 60 
studio 50 - 157 - 233 
stupidaggine 383 - 558 
stupidità 60 - 182 - 276 • 
429 

sublimità di concetto 17 
sudditanza 419 
superbia 62 - 320 - 428 - 
660 

superstizione 157 
sventura 227 - 387 
svevi 412 

taciturnità 481 
talismano 79 - 176 - 178 - 
190 - 460 - 472-478- 
492 - 536 - 539 - 593 - 
603 


tardanza 210 
tardività 66 
Tavola Rotonda 564 
teatralità 581 
temperanza 109 - 215 - 
359 - 361 - 375 - 570 
Templari 105 
tempo 138 - 224 - 498 

— deUe pioggia 118 

— irremeabile 516 
Tenedo 526 

tenenti generali sem¬ 
plici 72 

tentazione 460 - 632 
Teo 298 

teologia 86 - 498 
teorica 167 

termini della legge 236 
Ternario creatore 594 
terra 137 -167-383-600 
terrore 76 

testamenti sacri 33 - 368 
timidezza 281 - 322 - 
426 -'429. 
timore 369 
tirannide 364 
Tot 303 
Torio a 886 
Torino 606 
traci 572 

tradiménto 387 - 396 - 
414 - 626 - 532 - 593 
tragedia 122 - 166 - 186 - 
352 - 469 - 540 
tramontana 619 
tranquillità 17 - 61 - 165 - 
322 

trapasso del potere 4 
trasmissione dei beni 
immobili 3fMi 
Travagliati (accademici) 
612 

travaglio giierresco 595 
tribolazione 56 - 351 - 
366 

tributo 411 

Trinità 3 - 193 - 28.3 - 
692 - 594 - 596 - 627 


trinità 465 - 675 - 592 - 
594 - 696 . 627 

— immutabile .594 
trionfo 306 - 367 
triumvirato monetario 

351 

tristezza 135 - 155 - 203 - 
275 - 491 

— dolce SO 
Tunisia 166 
Turchia 64 - 46.3 

libertà 345 

udito 1.52 - 322 - InS 
Ugonotti 518 
umiliazione 67 - '.t7 - 275 
umiltà 12 - 163 - 289 - 

429 - 447 - 556 - 628 

— esaltata 264 

— infantile 25 
Unanimi (acadeiuici) 35 
unione 228 - 651 

— coniugale 226 - 403 

— dell’ Austria e della 
Germania 36 

— di carità 67 

— pnblica 631 
unità 455 

universo 156 - 2.50 - .534 
utilità 11 
Uri 101 

valore 129 - 266 - 320 - 

430 - 493 

— civile 512 

— conosciuto 551 

— militare 98 

— troiano 564 
vanagloria 625 
vanità 227 - 258 - 111 - 

428 

— dell'opera 478 
vanitosità 525 
vecchiezza 32 
vecchio 83 
vedovanza 282 - 627 
veleno 516 - 572 
velocità 19 - 658 

— della vita umana 136 




venalità 507 
vendetta 7 - 165 - 182 
207 - 800 - 820 - 408 - 
469 - 623 - 682 
vegetazione 615 
Venere 862 
Venezia 820 - 467 
vento 619 
ventura 227 
verecondia 617 
vergini 182 
vergogna 157 - 438 
verità 88 - 383 - 335 - 
i 435 - 464 - 515 - 566 - 
' 598 
vero 121 

vescovo 88 - 120 
veterinario 166 
viaggi d’ oltre mare 
384 

viceammiraglio 27 
vicenda della sorte 196 
vigilanza 116 -137-207 - 
225 - 268 - 267 - 298 - 
299-801 -313-398- 
399 - 428*- 487 - 532 - 
609 


vigore 452 

— di intelletto 219 
villania 462 
vincoli d’ amore 128 
violenza 32o 

— bestiale 136 

— carnale 625 
virginità 38 - 83 - 368 - 

878 - 486 - 589 
virilità 82 

virtù 103 - 182 - 214 - 
233 - 266 - 307 - 820 - 
392 - 430 - 456 - 468 - 
474 - 490 - 502 - 541 - 
618 - 649 

— di Budda 490 

— divinatorie di Apollo 
598 

— domestica 286 

— inalterabile 650 

— modestia 484 

— nascosta 650 

— teologali 575 

vita 16-171-191 -240- 
258 - 313 - 384 - 416 - 
174 - 490 - 493 - 585 - 
559 - 636 - 643 


365 

vita attiva 546 

— felice 10 

— laboriosa 68 

— umana 384 - 49o 
vitalità 258 

viltà 15 - 171 - 525 - 556 - 
607 - 644 

vittoria 36-63-86 - 146- 
164 - 182 - 266 - 316 - 
348 - 402 - 417 - 458 - 
478 - 622 

— navale 27 - 384 - 494 
vizi 62 

vocazione allo stato ec¬ 
clesiastico 111 
volontà 198 
volubilità 107 
voluttà 279 - 335 - 490 - 
601 

— contro natura 69 
voracità 244 

]\'ights 286 

Zàbulon 239 . 
zappatori 432 
zelo 283 - 651 




©»©«- 


lO-r&cA 

Commenti

Post popolari in questo blog

LUIGI SPERANZA -- "GRICE ITALO: UN DIZIONARIO D'IMPLICATURE" -- A-Z S SC

Grice e Cocconato

Paniag