Grice e Ferrero

 


        BIBLIOTECA ANTROPOLOGICO-GIURIDICA — Serie II, Vol. XIX.



                           GUGLIELMO FERRERO



                               I SIMBOLI


                              IN RAPPORTO


                  ALLA STORIA E FILOSOFIA DEL DIRITTO

                   ALLA PSICOLOGIA E ALLA SOCIOLOGIA




                             FRATELLI BOCCA

                     Librai di S. M. Il Re d’Italia


                      TORINO Via Carlo Alberto, 3

                            ROMA Corso, 216

                        FIRENZE Via Cerretani, 8


                                DEPOSITI

                        PALERMO MESSINA CATANIA

                                   —

                                 1893.





                          PROPRIETÀ LETTERARIA


                Torino — Tip. Lit. Camilla e Bertolero.





A MIO PADRE


E


A MIA MADRE





PREFAZIONE



Questo libro è solo un saggio, solo una rapida scorreria attraverso

un’immensa regione inesplorata della storia dell’uomo. Ma l’autore

in questa corsa affrettata ha tanto goduto il piacere dell’indagine e

delle sue varie vicende, e più ancora il piacere dei lontani orizzonti

intravveduti qua e là, che non mancherà, potendo, di tornare un giorno

nel cuore dell’ignoto paese a esplorarlo più minutamente in lungo ed

in largo. Un numero immenso di questioni si connettono con una teoria

compiuta del simbolo: l’origine e lo sviluppo del linguaggio, della

religione, della scrittura, del diritto, della leggenda, dell’arte;

tutti i mezzi insomma con cui l’uomo ha cercato di comunicare

agli altri uomini le proprie idee e i proprii sentimenti, tutte le

trasformazioni coscienti e incoscienti, tutti i pervertimenti di

questi segni. Ecco altrettanti argomenti, di cui molti sono in questa

opera appena accennati, ma che la scienza ha finora quasi interamente

negletti.


Non li ha però così interamente negletti che all’autore sia mancato in

questo studio un suggestionatore potente, che eccitasse l’ideazione

ne’ momenti in cui la difficoltà da sormontare era più alta, che

eccitasse il coraggio nei momenti in cui le soluzioni trovate parevano

perdere tutta quella verità, che è sentita così intensamente, quando

l’idea balena la prima volta alla mente. Il padre intellettuale di

questo libro fu l’opuscolo di Marzolo, intitolato _Saggio sui

segni_: perciò doveva esser qui ricordato e messo al posto d’onore il

nome ignorato del più grande pensatore italiano e forse anche europeo

di questo secolo, le cui opere ciclopiche, piene di avvenire, ancora

attendono l’ora della giustizia.


Nè lo studio puramente teorico dei fenomeni del simbolismo sarà

scevro d’applicazioni umane. Si sono molto studiate le miserie morali

dell’uomo, tutti i traviamenti cioè delle passioni, dell’amore,

dell’odio, della vanità, della cupidigia; ma si sono poco studiate le

sue miserie intellettuali, quei dolorosi errori in cui l’uomo cade per

i vizi organici della sua intelligenza, e per cui le vie dell’umanità

sono state sino ad oggi bagnate di tanto sangue e di tante lagrime.

Eppure se si pensa che alcuni scambi accidentali di nomi hanno generato

riti ferocissimi, che per una questione di statue e di quadri il

sangue corse a fiumi per secoli l’impero bizantino, che anche oggi da

un momento all’altro l’Europa potrebbe ardere tutta nelle fiamme di

una guerra provocata da qualche metafora infelice o da qualche frase

barocca scambiata per un assioma di alta politica: quando si pensa a

tutto ciò, chi non vede che forse all’uomo, più che il fermento delle

cattive passioni, furono e sono funeste certe debolezze e imperfezioni

della sua intelligenza, per altre parti così sviluppata? L’indagine

dei fenomeni del simbolismo indica alcune tra le non meno importanti

di queste debolezze; mostra come con la civiltà diminuisca, invece che

crescere, la sicurezza di ottenere giustizia nei contrasti della vita

sociale; e può quindi indicare alcuni rimedi che leniscano una delle

più tormentose infelicità del mondo moderno.


                                                                G. F.





INTRODUZIONE


La legge del minimo sforzo e la inerzia mentale.



1. L’uomo prova un vero orrore per il lavoro mentale. Non è questo un

caso unico, ma rientra in quell’orrore di qualsiasi lavoro, muscolare e

mentale, che è stato, checchè si dica, ed è ancora uno dei fenomeni più

caratteristici della psicologia umana.


Se una cosa l’uomo ha maledetto sulla terra, è stato appunto il lavoro,

anche quello dei muscoli. In ebraico la stessa radice _ássab_ significa

lavoro, stanchezza, dolore; in greco πένομαι = sforzarsi, lavorare,

soffrire; di qui πενία = povertà; πείνα = fame; πόνος = fatica e

patimento; πονερὸς = lavorante, povero, cattivo[1]. Il francese

_travail_ trova in italiano il suo fratello gemello _travaglio_ con

significato di dolore; come l’italiano _lavoro_ ha per padre il latino

_labor_ che significava patimento. La leggenda ebraica della Genesi

fa che Dio assegni come pena al peccato dell’uomo il lavoro; documento

ingenuo e prezioso dei sentimenti dell’uomo primitivo verso l’attività.

Il gusto dei selvaggi per l’ozio è del resto così noto che sarebbe

quasi inutile di insistervi a lungo: basterebbe a provarlo il fatto che

quasi dovunque, i lavori più faticosi sono riservati alle donne, vale a

dire al sesso che ha costituita la prima schiavitù e che non si poteva

ribellare per la sua debolezza[2]. Le sole forme di lavoro sono pel

maschio in quasi tutti i popoli selvaggi la caccia e la guerra: perchè

alla caccia e alla guerra si associano i piaceri del successo, cioè

quelli che nascono dalla coscienza della potenza personale; e i piaceri

della vanità, per la stima che circonda nella tribù primitiva il più

forte cacciatore e guerriero[3].


Così una delle più laboriose vittorie della civiltà è stata questa, di

imprimere l’abitudine del lavoro così fortemente nella psiche umana,

da renderlo, in certi casi, un piacere e perfino un bisogno. Ma quanto

non ha costato tale vittoria! C’è voluta la schiavitù, il servaggio,

la miseria, il patibolo per piegare il collo dell’uomo a questo

pesantissimo giogo: e ancora la vittoria non è che parziale. «La più

gran parte degli uomini — scrive Spencer — è costretta a lavorare dalla

necessità»[4]. Intere classi sfuggono, a costo di gravi pericoli, alla

ferrea legge; i delinquenti, i vagabondi, gli oziosi, le prostitute: il

piacere dell’ozio è anzi uno dei caratteri che non mancano mai in tutte

le degenerazioni, per quella legge per cui le formazioni più recenti

dell’evoluzione sono le più fragili e le prime a sparire nei casi

patologici: e anche coloro che si sobbarcano alla dura necessità del

lavoro, ne cercano troppo spesso malsani conforti nell’alcool, perchè

alleggerisca loro il peso, che son costretti a portare.


Ma se l’orrore del lavoro muscolare è stato vinto in parte dalla

civiltà, l’orrore del lavoro mentale è ancor oggi assai più vivo, anche

nei popoli civili. Basta, per persuadersene, osservare quella che è

la forma tipica del lavoro mentale; l’attenzione, chiamata dal Ribot,

volontaria; cioè lo sforzo volontario diretto a regolare le idee e le

immagini, che abbandonate a loro stesse si producono accidentalmente,

mantenendo nel campo della coscienza quelle che sono utili per un dato

lavoro e respingendo le altre. Certo, come notò lo Spencer, la potenza

dell’attenzione è nei popoli civili molto più grande che nei selvaggi:

ma negli uni e negli altri, non è nei casi ordinari assai grande.

«L’attenzione, scrive il Ribot, è uno stato anormale, non duraturo,

che produce un rapido esaurimento nell’organismo; perchè lo sforzo

finisce alla fatica e la fatica alla inattività funzionale..... Molto

piccolo è il numero di coloro per cui l’attenzione è un bisogno, e

rarissimi quelli che professano lo _stantem oportet mori_»[5]. È del

resto facile osservare come in ognuno l’attenzione sia sempre parziale

e limitata a un piccolo numero di oggetti: un uomo è attento alle cose

del suo mestiere e nelle ore del suo lavoro, ma uscito dall’ufficio

o dall’officina non bada più a nulla e passa accanto a mille cose e a

mille fatti senza badarci: e la parola che in italiano e specialmente

in toscano indica il riposo dopo un lavoro intenso, cioè «_svagarsi_»

esprime bene, anche col suono, che il riposo consiste appunto nel

rilassamento di questa tensione che è durata troppo a lungo. Anzi

l’attenzione intensa e continua è così poco capita dal volgo che, come

notò finamente il Richet, esso chiama distratti gli uomini, nei quali

appunto l’attenzione raggiunge un massimo di potenza, cioè i pensatori,

che assorbiti da una idea, fanno mille cose, senza badare a ciò che li

circonda[6].


L’uomo insomma rifugge più che può da questo faticoso sforzo mentale e

più che regolare, preferisce lasciar libero il corso alle idee, alle

immagini e alle loro accidentali associazioni. Di fatti un piccolo

numero soltanto delle nostre idee sono il prodotto della riflessione

volontaria e dell’attenzione concentrata: le altre, e le più numerose,

sono l’effetto di associazioni, che lentamente e inconsciamente si

formano nel nostro cervello, sotto l’influenza delle sensazioni che noi

riceviamo dalle cose. Il dominio dell’inconscio è immenso nei fenomeni

del pensiero, sebbene ancora poco conosciuto[7]. Il marinaio esplora

con una occhiata sicura l’orizzonte e vi riconosce la tempesta o il

bel tempo futuri; lo _sportmann_ conosce la psiche del cavallo, meglio

talora di Romanes o di Houzeau; senza che nè l’uno nè l’altro abbiamo

nei fatti studi metodici di meteorologia o di psicologia generale. Nei

proverbi, che sono l’esperienza collettiva, raccolta e riassunta in

aforismi, noi troviamo spesso enunciate verità che la scienza dimostra

solo con faticose indagini; così noi troviamo già espressa quella

legge della maggior longevità della donna, che solo da poco tempo la

statistica ha dimostrato scientificamente con raffronti di numerose

tabelle. È noto come i selvaggi, così incapaci di attenzione volontaria

e quindi di riflessione regolare, hanno saputo utilizzare assai bene

certi fenomeni della natura, senza una nozione di fisica o di chimica.

«La teoria meccanica del _boomerang_, scrive l’Espinas[8], questo

strumento di caccia che ritorna, dopo aver colpito, verso colui che

lo ha lanciato, imbarazzerebbe assai i nostri dotti. Furono necessari

lunghi sforzi per spiegare teoricamente i processi chimici di cui

l’uomo si serve da tanti secoli per preparare i metalli, il vitto,

il latte: l’orticultura ha preceduto la botanica e Darwin ha preso

agli allevatori, non gli allevatori a lui, l’idea della selezione. La

pratica precedè dovunque la teoria e l’azione si è dovunque adattata

alle sue condizioni senza l’aiuto del pensiero astratto». Così non è

vero che le opinioni popolari sulle sostanze medicamentose siano tutte

immaginazioni; perchè tra l’oscurità delle superstizioni vi è pure

laggiù la scintilla di vero, che potrebbe guidare la scienza a scoperte

notevoli: e tutti hanno potuto vedere malattie, ribelli ai trattamenti

della scienza, guarire con rimedi da comari.


Alla formazione di tutte queste idee la riflessione e lo sforzo

volontario non contribuiscono punto. Prendiamo il caso del marinaio

che a certi segni riconosce che il giorno di poi scoppierà una

tempesta: quale è il processo mentale in questo caso? Una semplice

associazione: egli conclude che il giorno dipoi accadrà quel dato

fenomeno, perchè l’idea di questo si è in lui associata con la

sensazione di dati altri fenomeni (direzioni del vento, ecc.). Ma come

si è stabilita questa associazione nel suo cervello o nel cervello

di quelli che lo ammaestrarono? Inconsciamente: siccome è una legge

psichica che la coesione e quindi l’associabilità degli stati di

coscienza è determinata dalla frequenza con cui essi si sono seguiti

nell’esperienza, accadrà che a poco a poco, di tutti i fenomeni che

precedono una tempesta avranno una maggior tendenza ad associarsi con

l’idea della tempesta quelli che sono costanti e si producono sempre,

a preferenza di quelli che sono accidentali ad un caso[9]. Nessuno o

piccolissimo sforzo è necessario per questo genere di ragionamenti:

e il fatto che i ragionamenti dell’uomo in gran parte appartengano

a questo tipo, ci è una prova novella del suo orrore per la fatica

mentale, della sua tendenza a preferire quei processi che costano meno

fatica, di questa che io chiamo _legge del minimo sforzo_. Tutte le

cognizioni dei selvaggi, del volgo, gran parte di quelle della gente

istruita, ecc., sono state acquistate con questa forma di ragionamento

incosciente.


Un’altra prova che l’uomo cerca di compiere continuamente il minimo

sforzo, ci è data da tutto l’andamento dell’evoluzione sociologica.

Giustamente lo Spencer ha criticato con vivacità quei sistemi

scientifici, che vedono in ogni istituzione umana, anche la più

complessa, il risultato ultimo di uno sforzo dell’uomo diretto a

crearle, proprio in quella forma in cui le troviamo. L’uomo non

pensa tanto; e nessun popolo ha mai creato sopra un piano tracciato

precedentemente e compiuto, le proprie istituzioni. Ogni organismo

sociale non è mai l’effetto di una idea complessa, creata da un popolo

ad un dato momento; ma l’accumulo di tante piccole invenzioni ed

idee, che ogni generazione ha portato, come suo contributo all’opera

intera. Lo si vede chiaramente studiando la genesi delle istituzioni

sociali. I ministeri sono oggi una istituzione molto complessa, e

per questo non sono stati creati di un colpo: ora quale fu la loro

origine? In Egitto il porta-ventaglio del re faceva parte dello stato

maggiore, e comandava in guerra una divisione dell’armata. In Assiria

gli eunuchi del re acquistarono una grande importanza politica;

divennero i consiglieri del re in pace e i suoi generali in guerra. In

Francia, ai tempi merovingi il siniscalco, il ciambellano, che erano

servitori della persona del re, diventarono pubblici funzionari. In

Inghilterra, nei tempi più antichi, i quattro grandi funzionari dello

stato erano il Hroegethegn o propriamente guardarobiere; il Horsthegn

o sopraintendente ai cavalli; il Dischthegn o siniscalco; lo Scenco

o Byrele o propriamente cantiniere[10]. Ciò dimostra che la carica di

ministro non fu creata deliberatamente: ma che quando il re o capo si

trovò, specialmente per affari di guerra, a veder troppo numerose le

sue funzioni, ne affidò alcune ad un suo servitore; ma non era quello

certo nella mente sua che un provvedimento provvisorio, che, solo per

il persistere delle condizioni che lo avevano determinato, diventò poi

definitivo. Le piccole modificazioni successive trassero da quel primo

abbozzo, tutta la struttura politica.


Così il sistema giudiziario non nacque ad un tratto, perchè si sentisse

il bisogno di frenare nella società i delitti, che per molti selvaggi

sono cosa normale e che il capo, che il più delle volte è esso il primo

brigante, non pensa affatto a reprimere. Accadde spesso che un debole

spogliato da un più forte, ricorresse al capo offrendogli doni, per

riaver le sue cose: questo piccolo ripiego del debole, suggerì al capo

l’idea, specialmente in vista dei donativi da ricevere, di costringere

i sudditi a portare innanzi a lui le loro questioni: ecco sorgere e

modificarsi a poco a poco le istituzioni giudiziarie e le tasse di

giustizia. A noi nessuna idea sembra più elementare che quella, che un

funzionario pubblico debba esser pagato per le sue funzioni: eppure

a questa idea non si è giunti, che attraverso una serie di idee più

semplici, create una dopo l’altra durante un gran numero di anni.

Infatti in origine nessun funzionario era pagato; ma essi cercavano di

farsi dare dei regali in compenso dell’opera loro: tali doni divennero

obbligatori col tempo; da doni in natura si convertirono in somme

di denaro; poi divennero retribuzioni fisse. In Russia e in Spagna

i funzionari minori, che non sono pagati, si fanno dare dei regali

dalla gente che ricorre a loro: come a Jummoo ogni suddito poteva

farsi ascoltare da Gulab-Singh, pagandogli una rupia. Tra gli Ebrei

e nella Francia del Medio Evo i giudici ricevevano dei doni, la cui

obbligatorietà fu in Francia riconosciuta da leggi: in seguito poi fu

convertita in uno stipendio. Così pure il _Damage cleer_, che era una

gratificazione all’usciere, prima volontaria, poi obbligatoria, divenne

nel secolo XVIII in Inghilterra uno stipendio fisso[11].


Evidentemente, tutto ciò accade perchè l’uomo pensa poco, anzi

evita di pensare, e innanzi ai bisogni più urgenti, si contenta di

provvedere con un rimedio momentaneo; ma per trovare il quale egli

deve faticar meno. Tutte le istituzioni, anche le più solide, nacquero

da provvedimenti provvisori. Certo, pel maggior sviluppo mentale dei

popoli civili, noi possiamo uscire assai più presto dal provvisorio e

lavorare anche in vista di risultati definitivi; ma forse il vantaggio

è più nella maggior velocità con cui dalla prima umile idea si generano

le altre, che la allargano e la compiono, che non nella maggior

complessità dell’idea primordiale. La storia delle società cooperative

ne è una prova. Certo, idee complesse, grandiose e interamente adattate

a un bisogno, nascono talora, ma in cervelli di genio: ora il genio è

un fenomeno anormale, e la misera sorte che tocca così spesso a quelle

grandi idee ci ammonisce tristamente che esse sono il più delle volte

una splendida violazione delle leggi naturali.


Del resto, nessuna meraviglia deve farci questo orrore dell’uomo per il

lavoro fisico e mentale. Il lavoro produce sempre una disintegrazione

nei tessuti; ed è quindi un dolore, se il tessuto non è abbastanza

robusto per sostenerlo. Si potrebbe dire che per un tessuto debole

il lavoro e la fatica coincidono; mentre per il tessuto robusto sono

separati da uno spazio di tempo, che si può utilmente impiegare. Ora,

le corteccie cerebrali sono ancora, nella massima parte degli uomini,

in uno stato di debolezza normale, per cui rapidamente si stancano e si

esauriscono.


2. La fisica ci dimostra che un corpo in quiete, vi resta eternamente,

se non riceve da un altro corpo il movimento: la chimica, che senza

la luce o il calore o l’elettricità o un’azione meccanica (urto,

pressione), non sono possibili fenomeni chimici, perchè gli atomi dei

corpi devono ricevere da quelle forze fisiche il movimento, senza cui

non si possono separare e ricongiungere in nuove combinazioni. È la

legge dell’inerzia che domina sovrana il mondo della materia: ma pochi

sospettano che essa sia pure una legge nel mondo del pensiero[12].


Anche il cervello, per agire e produrre le idee, le imagini, le

sensazioni, ecc., ecc., ha bisogno di essere continuamente rifornito

di movimento; e il canale per cui queste onde di movimento e di vita

gli vengono trasmessi, sono i sensi. A noi, quella confusa attività

che ronza di continuo nel nostro cervello, può dare l’illusione che le

idee, le immagini, i sentimenti si producano spontaneamente; ma è una

illusione prodotta dal fatto che noi non avvertiamo il più delle volte

quale è stata la causa eccitatrice di uno stato di coscienza; come,

senza gli studi della chimica, crederemmo che certe combinazioni si

facciano da loro e non per l’effetto della luce o dell’elettricità.


«L’attività cerebrale, scrive il Beaunis[13], in un dato momento è

costituita da un complesso di sensazioni, di idee, di ricordi, di

cui solo pochi sono avvertiti dalla coscienza abbastanza vivacemente,

perchè noi ne abbiamo una percezione nitida; mentre gli altri non fanno

che passare senza lasciar traccia durabile: si potrebbero paragonare

i primi alle sensazioni precise che dà la visione nella macchia

gialla dell’occhio; le altre, alle sensazioni incerte della visione

indiretta. Così accade spesso, in un processo psichico, composto in

una serie di atti cerebrali successivi, che un certo numero di anelli

intermediari ci sfugge... Probabilmente la maggior parte dei nostri

fenomeni interni si produce in noi a nostra insaputa; e, ciò che è

più importante, queste sensazioni, queste idee, queste emozioni che

noi trascuriamo, possono ancora agir su noi come eccitatori su altri

centri e diventar causa di movimenti, di idee, di propositi, di cui

noi abbiamo coscienza». Invece che abolite tutte le eccitazioni che

vengono dalle sensazioni e che si moltiplicano poi nella psiche per la

legge dell’associazione (una sensazione può risvegliare una immagine

o una idea e questa mille altre, e così via), lo stato della mente

sia una inerzia assoluta, lo dimostrano le esperienze ipnotiche, in

cui tale abolizione è effettuata. «Quando si domanda, scrive pure il

Beaunis[14], a un soggetto ipnotizzato: — A che pensate? — Quasi sempre

la risposta è: — A niente. — È dunque un _vero stato di inerzia_ o di

riposo intellettuale, che del resto si accorda assai bene con l’aspetto

fisico dell’ipnotizzato; il corpo è immobile, la faccia impassibile ed

ha una espressione di riposo e di tranquillità come di rado si vede

anche nel sonno ordinario. Di sicuro mancano i sogni e i pensieri

d’ogni genere, perchè i soggetti che si ricordano così bene, quando

sono ipnotizzati, di ciò che è accaduto loro nel sonno antecedente,

non si ricordano nulla di un sonno ipnotico, in cui non sia stato loro

fatta alcuna suggestione».


Ora, su questa inerzia del cervello vengono le sensazioni ad agire,

come il raggio di sole o la corrente elettrica nello stato di quiete

relativa cui si trovano gli atomi di un corpo prima della combinazione.

La forma più elementare del fenomeno è quella della _dinamogenia_,

della eccitazione, cioè, che produce in tutta la psiche una sensazione

molto intensa, che non è se non una corrente molto forte di movimento

molecolare che, spandendosi per il cervello, gli comunica movimento

e quindi attività, come il raggio di sole che lo comunica all’atomo.

Chi non ha provato che la vista di un paesaggio intensamente luminoso,

l’ascoltazione di una musica aumentano la vivacità delle immagini, dei

sentimenti, dei pensieri?[15]. Oggi, dopo le esperienze del Feré e del

Binet, noi possiamo verificare sperimentalmente il fenomeno. Il Feré

infatti trovò che sotto forti sensazioni la forza muscolare aumentava:

«una eccitazione forte, egli scrive[16], sia della vista, sia

dell’udito, sia dell’odorato o del gusto, determina in soggetti normali

una deviazione nell’ago del dinamometro, con reazione variabile secondo

l’intensità dell’eccitazione».


Haller aveva già da un pezzo osservato che il suono di un tamburo

rendeva più veemente lo sgorgo di una vena aperta; e Binet,

trasportando l’osservazione in un campo più propriamente psichico,

trovò che, recitando a degli ipnotizzati dei versi e domandato loro se

li ricordavano, dopo averli svegliati, dichiaravano non ricordarsene;

ma se si mostrava loro un disco rosso, un ricordo parziale, di qualche

frammento diverso, tornava. Così pure alcuni soggetti, assolutamente

ribelli a qualsiasi suggestione, nello stato ipnotico vi si prestavano

docili, se si mostrava loro il disco rosso; e con lo stesso mezzo il

Binet potè riavvivare in altri soggetti antiche suggestioni che, per

il tempo, andavano indebolendosi. In tutti questi casi, in cui vediamo

la sensazione agire proprio come agirebbe una sostanza chimica, per

es., uno dei così detti veleni dell’intelligenza, l’alcool, qual dubbio

può esistere che la sua funzione sia quella stessa delle forze fisiche

nelle combinazioni chimiche, cioè una comunicazione di movimento, che,

scuotendo l’inerzia cerebrale, rende possibili o aumenta i fenomeni del

pensiero?[17].


La legge delle associazioni mentali, che è la legge suprema

dell’attività psichica, si può ricondurre a questo stesso principio

dell’inerzia. Una immagine, una idea, un sentimento non durano eterne:

una imagine, viva sino che la sensazione è ancora recente, si scolora

col tempo, sino a dileguarsi; una idea, che al momento in cui la si

pensa occupa quasi il centro della coscienza, tramonta poi a poco a

poco nell’oblio; un sentimento, anche se intensissimo al momento in

cui si produce, a poco a poco infievolisce sino a spegnersi totalmente.

Insomma, gli stati di coscienza, di qualunque specie, durano un certo

tempo, poi impallidiscono fino a sparire; perchè, essendo anche essi

come tutti i fenomeni naturali, energia, cessano quando hanno consumata

la quantità loro iniziale di forza; come i corpi in moto, si fermano

per l’attrito, e le sostanze chimiche non durano eternamente attive.

Ma anche quando è esaurito, uno stato di coscienza non è perduto per

sempre per la coscienza, e può rivivere, come una sostanza chimica,

che ha perduta ogni energia, la riacquista, se una forza fisica la

rifornisce di movimento. Ora, appunto quella stessa funzione che

esercita nelle combinazioni chimiche la luce, l’elettricità, il calore,

la pressione, l’esercita nel processo di associazione, per cui gli

stati di coscienza trapassati ritornano, la sensazione: perchè ogni

associazione ha il suo ultimo punto di partenza in una sensazione, a

cui furono congiunti nell’esperienza anteriore e che si ripresenta.


Infatti è una osservazione banale, che i nostri sentimenti hanno

risvegli e ritmi bizzarri indipendenti dalla nostra volontà: la

causa ne è appunto questa, che essi sono per associazione risvegliati

sopratutto dalle sensazioni, come si presentano accidentalmente. Noi

non possiamo risentire a volontà un antico dolore o piacere; ma la

vista dei luoghi in cui lo provammo ne risuscita almeno una debole

imagine, talora anche lo risuscita intenso come prima. Spesso non

sentiamo più rancore contro un uomo che ci fece del male; ma se vediamo

un altro che gli somigli sentiamo, senza volerlo, una ripulsione verso

di lui: sono gli antichi sentimenti di odio rianimati per associazione

dalla sensazione analoga del suo volto. Così alla Costa degli Schiavi

gli indigeni fanno corresponsabili dei delitti d’un individuo tutti

quelli del suo stesso colore; e alcuni missionari francesi furono

maltrattati, perchè non un francese, non un missionario, ma un bianco,

aveva fatto loro dei torti[18]: vale a dire i sentimenti di avversione

non si associano con l’idea della nazionalità, della carica, ecc., ma

con la sensazione del colore della pelle.


I sentimenti di affetto per una persona cara, che sonnecchiano nella

lontananza, come aveva osservato il proverbio: _lontano dagli occhi,

lontano dal cuore_, e che l’immagine mentale è impotente a eccitare,

risorgono vivaci, se ne vediamo un ritratto o una lettera: ed ecco

l’origine di quel feticismo così comune e generale dell’amore: si

conservano ninnoli, cianfrusaglie appartenenti alla persona amata

come cose preziose, perchè, guardandole o toccandole o baciandole, la

sensazione visiva o tattile risveglia tutti i sentimenti di affetto,

che la sola idea è impotente a eccitare[19]. Questo rapporto tra la

sensazione e la reviviscenza dei sentimenti si osserva nei fenomeni

ipnotici semplificato e quasi direi ridotto schematicamente, come del

resto tutti i fenomeni psichici. Si può nelle esperienze ipnotiche

mutare la personalità di un ipnotico (cioè il complesso dei suoi

sentimenti e delle sue idee), dandogli un oggetto che sia in qualche

rapporto con la personalità che si vuole suggerire: così applicandogli

un pettine tra i capelli, diventa donna; ponendogli al fianco una

spada, diventa generale; ponendogli una penna sull’occhio sinistro,

si crede impiegato; portando tutti questi oggetti contemporaneamente,

conserva tutte le personalità, che va perdendo a mano a mano che si

tolgono gli oggetti[20], vale a dire che la sensazione di quel dato

oggetto ha potere di risvegliare una infinità di stati di coscienza,

idee e sentimenti che gli sono associati; e quella abolita, anche gli

stati di coscienza spariscono.


Nè diverso è quell’altro curioso fenomeno, che cioè i movimenti e le

espressioni, che sono l’effetto abituale di una emozione, possono,

se riprodotti volontariamente, divenir essi alla lor volta origine

dell’emozione. «Esprimete, scrive il Maudsley[21], con la fisonomia

una emozione particolare, la collera, lo stupore, la cattiveria; e

l’emozione espressa si sveglierà in voi; anzi vi sarà impossibile

provare altra emozione, fuori che quella la cui espressione vi è

stampata sul volto». L’Espinas notò come i cani, i gatti, le scimmie,

giuocando a mordicchiarsi, a rincorrersi tra loro, finiscono per

azzuffarsi sul serio[22]; nè si può dire che almeno per questo rispetto

gli uomini siano differenti dagli animali. Anche questo fenomeno

è messo stupendamente in rilievo dall’ipnotismo, in quella che si

chiama _suggestione per attitudine_ e che fu scoperta dal Braid. «Se

si pone, scrive il Beaunis (op. cit.), il soggetto nell’attitudine

della preghiera, gli si suggerisce, senza dire una parola, l’idea

della preghiera e si provocano allucinazioni ed atti in rapporto con

quella idea. Esiste dunque una associazione stretta tra un movimento,

anche comunicato, e i pensieri e i sentimenti di cui quel movimento

è espressione». Così accade di tutte le altre emozioni, la collera,

l’orgoglio, l’amore, la gioia. In questi casi è la sensazione

muscolare, nascente dalla contrazione dei muscoli, che entrano in

giuoco a produrre quella espressione, che, associata a quegli stati di

coscienza che costituiscono la emozione, la fa rivivere.


Ma sempre dunque il rinascere di un sentimento esaurito è determinato

da una sensazione, che le fu associata.


Non solo i nostri sentimenti, ma anche le nostre idee sono richiamate

per associazione quasi sempre dalle sensazioni. Ripassando per un

luogo, in cui ci formammo una data intenzione, l’intenzione ci ritorna

alla mente; vedendo un oggetto che tenevamo in mano quando avemmo

una data idea, ritorna il ricordo dell’idea; toccando con le dita il

nodo che facemmo ad un fazzoletto, risorge il pensiero che avevamo

nella mente allorchè intortigliammo quel nodo; vedendo un libro si

riaffollano tumultuariamente i ricordi delle idee che vi leggemmo,

ecc., ecc. Il punto di partenza d’un ricordo, come quello d’un

sentimento che risorge è sempre una sensazione, per quanto questo così

semplice rapporto possa essere in realtà mascherato dalla complicazione

con cui le idee e i sentimenti suscitati da una sensazione, e spesso da

una sensazione appena avvertita, se ne associano altri. «Lo svolgimento

mnemonico, scrive Marzolo[23] comincia dall’essere una parte della

superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era

sotto la serie affettiva o ideologica già altra volta contemporanea, o

immediatamente continua».


Certo vi sono persone che possono serbare anche molto a lungo un

sentimento o un ricordo, quando la causa eccitatrice è lontana; ciò

significa che in essi quegli stati di coscienza sono di una grande

intensità e che quindi solo dopo molto tempo esauriscono la loro

energia iniziale. Ma quando questa energia sia consumata, solo una

qualche sensazione che fu in origine associata a quel sentimento o

a quella idea, può risuscitarli: una sensazione, che portando una

corrente di movimento molecolare al cervello, ridia alle cellule le

primitive vibrazioni, che si sono estinte: appunto come l’atomo di

ossigeno, esauritosi nel lavoro, ha bisogno di nuova provvista di

movimento, per ritornare attivo come era prima[24]. Anche insomma il

cervello non è capace di entrare in movimento e di agire, se non riceve

dal di fuori l’impulso; sottoposto in questo anch’egli alla universale

legge di inerzia.


Anche qui l’ipnotismo, questo prezioso strumento di vivisezione

psichica, ci mostra semplificata e quasi tangibile la legge. Abbiamo

visto che lo stato mentale dell’ipnotizzato, in cui le vie di

comunicazione con le cose sono occluse, è una vera inerzia assoluta;

ma scrive il Beaunis (op. cit.), basta la menoma suggestione, la

menoma parola pronunciata dall’ipnotizzatore perchè all’inerzia

succeda l’attività e una attività che può essere anche più grande che

allo stato normale. In altre parole, possiamo ricondurre il fenomeno

psichico a fenomeni d’inerzia e di movimento comunicato, così: esiste

nel fondo della psiche un sedimento di idee, immagini, sentimenti,

che sono stati di coscienza esauriti, in riposo; basta che una

sensazione penetri in quel fondo e quasi direi in quel deposito, perchè

comunicando il suo movimento molecolare ad altre regioni del cervello,

risusciti a nuova vita quegli stati di coscienza che furono più spesso

in associazione con lei. Non altrimenti la pianta che al buio cresce

con foglie senza colore, si tinge di verde se la esponete ai raggi del

sole.


Quindi si vede confermata quella splendida intuizione del più grande

psicologo del secolo, il Marzolo, che affermava la condizione sine qua

non del pensiero essere una sensazione attuale[25].


3. Su questi due concetti, la legge del minimo sforzo e l’inerzia

mentale, potremo costruire una teoria naturalistica del Simbolo,

di questo strano fenomeno della primitiva vita dell’uomo, che tante

traccie di sè ha lasciato anche nella civiltà. Ma se una spiegazione

può già essere, dopo quanto ho detto, scartata senz’altro, è quella che

fu data finora: che cioè quei simboli del diritto, della religione,

della politica primitiva, siano una creazione volontaria dell’uomo,

e stiano a significare qualche concetto profondo e nascosto. L’uomo

ha avuto e ha ancora così poca coscienza dei risultati ultimi, a

cui giunge per l’accumulazione di tutte le sue minime invenzioni,

la sua attività, che ha persino distrutte istituzioni credendo di

conservarle[26]: immaginarsi se era possibile, che ai primordi

specialmente del suo sviluppo mentale, inventasse una specie di

crittografia speciale per il diritto o la religione, quando non

possedeva che pochi segni e appena sufficienti ai bisogni più

elementari della vita sociale[27].


Anche i simboli devono essere un effetto non premeditato di una

serie di piccole invenzioni fatte per soddisfare qualche bisogno

elementare: Hartmann vi potrebbe forse vedere un’altra manifestazione

di quell’Inconscio, che domina secondo lui tutto l’infinito svolgersi

della vita.





PARTE I.


FISIO-PSICOLOGIA DEL SIMBOLO.





CAPITOLO I.


Simboli di prova.



1. Oggi il documento scritto ha invaso tutti i campi o quasi della vita

giuridica. Qualunque atto noi compiamo, un testamento, un contratto,

una donazione, ecc., noi vogliamo garentirci, che i patti conchiusi

o la volontà manifestata risultino da una prova sicura, e non siano

abbandonati ai ricordi, che possono essere poco sinceri, delle parti

interessate; e questa garanzia ci è offerta dall’atto scritto, a

cui talvolta noi diamo ancora maggior valore con speciali formalità

(autenticazione, trascrizione, ecc.). E a noi familiarizzati da tanto

tempo con l’idea che nessuna garanzia migliore esista, che quella di

mettere in iscritto la volontà, e affidare a mani sicure la carta, ci

sembra che quella idea debba essere una idea elementare dello spirito

umano e che anche il cervello più rozzo debba capirla: ma invece tale

idea è molto complessa, è il frutto di una lunga accumulazione d’idee

minori. Anzitutto essa suppone la conoscenza della scrittura; e la

scrittura, come vedremo, non solo è un prodotto tardivo della civiltà,

ma anche, dopo scoperta, per un pezzo rimane mal compresa dai più,

strumento usato solo dai pochi e dalla moltitudine considerato come una

negromanzia o una potenza misteriosa. Inoltre quell’idea suppone una

complicata organizzazione politica; un sistema giudiziario già assai

sviluppato; l’istituzione di speciali impiegati dello Stato addetti a

garantire la fede degli atti pubblici; uffici speciali incaricati di

conservarli: cioè una serie di istituzioni che non possono essere esse

stesse che il prodotto d’idee assai complesse.


Ma siccome anche prima che esistessero tali istituzioni e si

conoscesse la scrittura, si fecero contratti, vendite, compre, ecc.; e

siccome anche allora gli uomini cercavano di garantirsi dai pericoli

dell’altrui avidità, dovettero esistere mezzi di garanzia e di prova

più semplici, quali l’uomo poteva crearli, data quella sua tendenza a

compiere sempre il minimo sforzo mentale. Molti dei così detti simboli

giuridici primitivi non sono che gli equivalenti del nostro documento

scritto, quali potevano darli tempi di minore civiltà. Il processo per

cui si costituì questo sistema di documentazione, senza archivi e senza

scrittura, fu abbastanza semplice, come doveva essere presso popoli cui

il lavoro mentale riesce ancor più faticoso che a noi: anzi fu così

semplice, che fa meraviglia come nessuno l’abbia ancora scoperto, e

sia invece andato complicando un problema che era piano, supponendovi

dentro misteri e oscurità, esistenti solo nella mente degli studiosi.


Qualunque scopo noi vogliamo raggiungere, ci è necessario compiere

una serie d’azioni più o meno numerose, più o meno adattate, che ci

conducano al nostro fine: ora, quando noi abbiamo veduto più volte un

certo scopo raggiunto impiegando certi mezzi, associamo tanto l’idea

dell’uno con l’idea degli altri, che la vista di uno degli atti che

servon di mezzo, ci risveglia l’idea dello scopo a cui riuscirà. Così

noi se in campagna di lontano vediamo un uomo immobile col fucile in

mano, in atto di attesa paziente, conchiudiamo subito che si tratta

d’un cacciatore, che spia la preda. Similmente per compiere qualsiasi

atto giuridico, una compra, vendita, una adozione, un matrimonio, è

necessario compiere una serie d’atti, che conducano allo scopo finale;

così per avere come proprio un figlio d’altri bisogna nutrirlo,

vestirlo, mantenerlo nella propria casa; per tenersi come propria una

donna, condurla nella casa, ecc.: e nello stesso modo l’idea di quegli

atti si associa all’idea dello scopo, in modo che, vedendoli eseguire,

tutti ne inducono quale è lo scopo a cui mira colui che li compie.


Si può credere che sinchè una società è molto piccola, il solo

compimento di quegli atti che conducano allo scopo finale di questo

o quel negozio giuridico, sia sufficiente a costituire la prova.

Questa sarebbe la ragione per cui nelle piccole società dei popoli,

estremamente inferiori, come gli Australiani e in generale le

società della Polinesia, si trovino così scarse traccie di simbolismo

giuridico. Ma quando la società cresce, quando la compra e vendita

fatta tra due individui, il matrimonio o l’adozione di un figlio,

possono passare inavvertite a una grande quantità di persone, sorge

una difficoltà: come garantirsi contro la possibile mala fede delle

parti con cui si debbono compiere gli affari giuridici? Chi assicura

il compratore, che dopo qualche tempo il venditore non pretenda la

cosa venduta come sua, quasi gli fosse stata rubata, se nessuno può

asserire che è stata realmente venduta? Chi assicura l’adottato che il

suo padre fittizio non lo abbandoni, quando il capriccio è passato; o

l’adottante, che spesso deve far doni al figlio fittizio, che questi

non fugga, dopo aver ricevuto i regali?


Questo bisogno di garantire con una prova gli atti giuridici, si dovè

far sentire assai vivace tra i popoli primitivi, nei quali la frode

e l’astuzia sono sviluppate quasi sempre assai più che nei popoli

civili[28]. Si rimediò allora a questo bisogno, con l’espediente che

costava minor fatica mentale a trovarsi: di tutti quegli atti che

bisogna compiere perchè un negozio giuridico raggiunga il suo scopo,

e che erano mentalmente associati all’idea del negozio stesso, se ne

scelse uno, e si compì quello in presenza di testimoni. Quest’atto

risvegliava nei testimoni l’idea dell’atto giuridico, con cui era

associato abitualmente e della volontà delle parti di compierlo; come

oggi la risveglia la firma, che i contraenti appongono al documento,

redatto dal notaio.


Prima però di passare a verificare se i fatti legittimano questa

teoria, si osserva che in generale non deve farci meraviglia se in

molti simboli quegli atti, che furono scelti a fissare l’idea del

negozio giuridico, si trovano in qualche modo deformati dal loro

carattere primitivo; perchè tutti i segni usati dall’uomo, le parole, i

caratteri della scrittura, ecc., ecc., tendono a mutarsi e abbreviarsi

per diventare sempre più comodi all’uso: questi segni dei negozi

giuridici non si sottraggono alla legge comune.


2. Se la conquista è il primo mezzo d’acquisto della proprietà, in

seguito, con lo svilupparsi della società, gli si sostituisce lo

scambio. Ma la forma primitiva del commercio non potè essere che

lo scambio di due oggetti reali e presenti, di valore più o meno

proporzionato. Difatti l’idea di scambiare una cosa attuale e presente,

con una cosa futura o lontana, o l’idea di scambiare tra loro due

cose future e lontane, suppone un notevole grado di sviluppo psichico:

suppone cioè il sentimento della previdenza abbastanza sviluppato, per

poter rappresentarsi, con sufficiente vivezza, i bisogni dell’avvenire;

e i sentimenti in generale giunti a un grado di notevole astrazione,

per poter godere idealmente dell’utilità futura di una cosa, tanto da

preporla ad un godimento attuale. Ora l’uomo primitivo è imprevidente

e non gode che il momento presente, l’attimo che fugge: passato e

futuro non esistono quasi per lui[29]. Il Sohm notò infatti che

nell’antico diritto tedesco nessun contratto si faceva per solo

consenso, ma che era inoltre necessaria la consegna della cosa: non si

deve però intendere che nel diritto tedesco il contratto consensuale

fosse deliberatamente escluso, ma che non ne era nemmeno concepita la

possibilità, non potendone sorgere l’idea se non quando, perfezionato

l’individuo e la società, si comincia da un lato a provvedere in

anticipazione ai bisogni dell’avvenire, e dall’altro a sfruttare nel

presente le ricchezze future.


Siccome dunque in origine ogni contratto è seguito dalla consegna

della cosa, l’idea del contratto, cioè di una cessione volontaria, e

della consegna si associano: altre idee non si associano, perchè allora

l’atto giuridico non contiene altri elementi. Quindi chi ha consegnata

una cosa, ha conchiuso il contratto e non gli è lecito tornare

indietro, nè potrà più negare di averlo conchiuso, perchè l’atto

della consegna è prova palmare che egli era d’accordo col compratore;

quindi se la consegna della cosa fu fatta innanzi a testimoni, ogni

supposizione di furto o di frodolenta appropriazione rimane esclusa.

Anche oggi, chi fosse accusato di furto, potrebbe difendersi, provando

che l’accusatore gli diede in persona la cosa; ma non sarebbe quella

la sola prova, giacchè egli potrebbe giustificarsi anche provando di

averla avuta da altri, per ordine di lui, in seguito ad un contratto

conchiuso mesi o anni innanzi, perchè le forme dei nostri contratti

sono più svariate e complesse: invece, in un tempo in cui tutti i

contratti si eseguiscono immediatamente, quella forma di prova che ora

è secondaria, diventa l’unica possibile, e il fatto che il venditore

gli consegnò pubblicamente la cosa, prova che il compratore non l’ha

rubata e ha diritto di tenersela, come oggi lo proverebbe un documento

scritto. È insomma una forma primitiva di prova.


Ecco perchè la tradizione ha, nelle legislazioni primitive, tanta

importanza; ed è applicata in forme ridotte, naturalmente, anche alla

proprietà immobiliare. Così presso gli antichi tedeschi non bastava la

presa di possesso senza forme, col solo permesso del tradente, per la

trasmissione della proprietà fondiaria; ma volevasi la presenza dei

due contraenti sul fondo: la cessione si compiva innanzi a testimoni

con due atti formali, la consegna di una parte del fondo al compratore

(un ramo d’albero, una zolla, ecc., ecc.) (_sala, traditio_) e l’uscita

del tradente dal fondo (_exire_)[30]. Tra i Khonds, chi vende la sua

terra, invoca a testimonio della vendita la divinità del villaggio;

poi dà al compratore una manciata di terra del campo[31]. Nell’antica

Scozia la cerimonia dell’investitura terminava così: il procuratore del

signore si chinava, raccattava una pietra e una manciata di terra, e

la consegnava al procuratore del vassallo conferendogli in tal modo il

possesso reale, effettivo, materiale del feudo[32].


Quindi non si può supporre in questi atti di consegna, spesso così

solennemente eseguiti, nessun significato nascosto. Se il compratore

fosse entrato senz’altro nel suo nuovo fondo, senza farselo consegnare

dal venditore in presenza di testimoni, non avrebbe avuto nessun

documento del contratto conchiuso, e il venditore avrebbe poi potuto

cacciarnelo come usurpatore: come oggi chi facesse un contratto

puramente verbale, senza testimoni e senza scritti, non avrebbe altra

sicurezza della sua esecuzione che nell’onestà dell’altra parte. La

consegna invece fatta innanzi a testimoni, assicurava il tranquillo

godimento della proprietà.


3. Analoga origine hanno le cerimonie della vendita di una casa: si

faceva toccare all’acquirente in certi casi la porta[33], in certi

altri i cardini[34]: per l’uno o l’altro atto si effettuava il trapasso

della proprietà. Non è questa che una forma abbreviata di consegna;

certo in origine si consegnava in presenza di testimoni la casa,

facendovi entrare l’acquirente e uscendone il venditore; in seguito, a

mano a mano che l’associazione tra l’idea di quegli atti e l’idea della

trasmissione della proprietà si faceva più stretta, bastò abbreviare

la cerimonia, sino a ridurla a un atto solo e semplicissimo, quello

di toccare la porta o i cardini, che ebbe quindi lo stesso valore che

ha oggi la firma delle parti sotto un contratto di compra e vendita.

Quando si era compiuto quell’atto, il contratto era avvenuto e i

testimoni potevano attestarlo.


4. L’uomo che si sceglieva una donna per compagna della vita, la

toglieva alla casa dei suoi parenti e la portava nella sua: quindi

dovè presto formarsi un’associazione di idee, per cui quando si vedeva

una donna uscire dalla sua casa paterna e andare in quella di un

altro uomo, la si considerava come sua sposa. Quando poi si cercò di

garantire dai possibili capricci dell’uomo il contratto coniugale,

l’artificio più immediato dovè esser quello di fare assistere

all’uscita della sposa dalla casa in unione con il marito, dei

testimoni, che attestando di aver visto compiere quell’atto con cui si

associava l’idea del matrimonio conchiuso, potevano essere prova della

legittimità delle nozze, come oggi ne è prova l’atto dell’Ufficiale di

stato civile. Tale dovè essere l’origine di quella cerimonia nuziale,

già un po’ modificata, che troviamo nel diritto indiano; la cerimonia

detta _panigraha_ o unione delle mani, nella quale «pronunciata

la formola, la coppia cammina stretta per mano, e il matrimonio è

irrevocabile al settimo passo[35]»; probabile abbreviazione dell’uscita

della coppia dalla casa, compiuta alla presenza di testimoni.


Così presso i popoli in cui i matrimoni sono compiuti dai genitori

quando i figli sono ancora bambini, la formalità giuridica consiste nel

menare la sposa nella famiglia del fidanzato, e, dopo avervela fatta

trattenere per qualche tempo, nel ricondurla ai suoi: compiuta tale

cerimonia i due ragazzi sono legalmente sposi, aspettando di diventarlo

di fatto[36]. Nella tribù Cuinmurbura (Australia) le fanciulle sono

fidanzate dai genitori bambine e gli sponsali sono accompagnati da

un atto cerimoniale: i genitori dipingono la fidanzata e le ornano i

capelli con penne; e allora il cugino maschio la conduce al luogo ove

siede il futuro marito, con le gambe incrociate e in silenzio; e la fa

sedere dietro a lui. Dopo un certo tempo toglie le penne dai capelli di

lei e le mette nei capelli dello sposo; e quindi riconduce la fanciulla

ai suoi genitori[37].


5. È noto come la famiglia cominciò quasi dovunque dal matriarcato,

perchè la sfrenata licenza dei costumi primitivi, rende incerta

la paternità[38], e l’uomo primitivo crede di poter trovare più

sicuramente il suo sangue nei figli della propria sorella, che in

quelli della donna che egli possiede momentaneamente. Ora, quando

per un complesso di cause, specialmente per l’utilità che un figlio

rappresenta nella vita selvaggia, la paternità cominciò ad affermarsi,

era naturale che chi voleva tenere per sè il figlio che credeva di

aver generato, assistesse al parto della donna, la nutrisse per quel

poco di tempo in cui, avvicinandosi il parto, il lavoro le era più

difficile; e infine pensasse al sostentamento del figlio. Per avere i

frutti bisogna pur curare l’albero. Di qui un’associazione tra quegli

atti e l’idea della paternità, per cui chi li abbia compiuti è di pieno

diritto considerato come padre: e come noi oggi associamo l’idea della

paternità a quella di un matrimonio legittimo, così in molti popoli

primitivi la si associa al compimento di quegli atti, che tengono

luogo, quando non esistono nè Stato civile, nè Uffici di anagrafe, di

una dichiarazione pubblica di paternità. Così, tra gli Esquimesi, la

puerpera e il bambino devono nutrirsi solo con cacciagione uccisa dal

marito, altrimenti il bambino passerebbe come illegittimo[39]; e al

Bengala, tra i Larkas, dopo una nascita, il marito e la moglie sono

dichiarati impuri per otto giorni, durante i quali il marito deve fare

cucina.


Più difficile a spiegarsi è la _couvade_. È noto come in molti paesi

appena un figlio è nato, la madre si leva di letto ed è rimpiazzata dal

marito, che simula i dolori del parto ed è oggetto di tutte le cure da

parte degli amici e parenti. Nel Nuovo-Messico, tra i Lagunero e gli

Ahamana, quando una donna partorisce, il marito si mette a letto per

sei o sette giorni. Tra gli Indiani della Guiana, dopo la nascita del

bambino, il padre resta qualche giorno nell’_hamac_ nudo a ricevere

le congratulazioni degli amici e le cure delle donne del vicinato,

mentre la puerpera prepara la cucina. Tra gli Abissini dell’America

del Sud, dopo il parto, il marito si pone a letto, circondato di cure

e costretto a digiunare per un certo tempo. Egual costume fu ritrovato

tra i Tartari, da Marco Polo. Strabone (III, 16) ci narra che le donne

degli Iberi, quelle dei Celti, dei Traci, degli Sciti, abbandonano il

loro letto, appena partorito, al marito, che esse curano. E Diodoro

(V, 14) narra che in Corsica il marito, dopo il parto della moglie,

faceva la commedia di esser malato per qualche tempo. Pare che nelle

provincie baltiche della Russia il costume si sia conservato allo stato

di sopravvivenza senza significato, e secondo il Donnat sarebbe ancora

in uso nell’isoletta di Marken nel Zuydersée[40].


Nessun dubbio che, come osservò il Letourneau, queste bizzarre

cerimonie equivalgano alle nostre dichiarazioni di paternità, fatte

agli Uffici di stato civile: che siano insomma un’affermazione della

paternità, fatta come potevano popoli rozzi ancora. Ma come può esser

nata l’idea di affermare la paternità simulando le doglie del parto?

Il parto è anche per la donna selvaggia una crisi in cui essa rischia

la propria vita: ora, dato il valore che rappresenta un figlio per i

selvaggi, quella crisi interessa anche l’uomo, tanto più che se anche

il bambino nasce vivo ma la madre soccombe, tutto è perduto per lui,

perchè egli deve abbandonarlo, non potendolo nutrire, come vediamo che

in tanti popoli con la madre morta di parto si seppellisce il figlio

vivo. Ora è probabile che tale interessamento alle vicende della

nascita abbia provocate talora nell’uomo dimostrazioni simpatiche

di dolore, specialmente nei casi in cui il parto era difficile: cioè

grida, lamenti, urli, e ciò tanto più facilmente per quella facilità al

pianto e alle clamorose manifestazioni esteriori dei sentimenti che è

propria dell’uomo primitivo[41]: ciò dato, è anche probabile che a poco

a poco l’idea della paternità si sia associata alla vista di quegli

atti, e che si sia finito per considerare figlio legittimo quello la

cui nascita era costata tanti gridi e tanti spasimi al padre; di qui,

fissatasi quell’associazione, può esser benissimo venuta l’idea di

simulare quegli atti di dolore, anche nei casi in cui non v’era ragione

di compierli, sapendo che essi avrebbero svegliati negli altri membri

della tribù l’idea della propria paternità affermata sul neonato.

Sarebbe insomma questo un simbolo nato e sviluppatosi per _commedia_.

Da quel germe la pantomima della _couvade_ si sarebbe svolta poi nelle

forme più svariate e capricciose, che troviamo nei popoli primitivi.


6. È noto come l’adozione sia una pratica assai più diffusa negli stadi

primordiali della civiltà che nei successivi[42]. Ora quando un uomo

vuole adottare come suo figlio un estraneo, è naturale che lo vesta, lo

nutrisca, lo tenga insomma come terrebbe un suo figlio carnale: quindi

anche in origine l’idea delle adozioni dovette associarsi a quella di

un trattamento figliale e quando si vedeva un uomo mantenere nelle

sue case un fanciullo come fosse proprio figlio, considerare questo

come adottato. Ora allorchè si volle garantire l’atto dell’adozione,

sottraendone la validità ai capricci delle due parti, e fissando

con una prova sicura che l’atto era stato veramente compiuto e che

quindi adottato e adottante erano ormai costretti a quei doveri che

nell’opinione generale l’adozione portava seco, l’idea più immediata

fu quella di compire innanzi a testimoni uno di quegli atti, la cui

esecuzione era strettamente associata all’idea dell’adozione: per es.,

vestirlo. Così nell’Europa del Nord, il padre uccideva un bue e con

la pelle del piede destro faceva una scarpa che egli calzava e faceva

calzare poi all’adottato o legittimato, agli eredi, agli amici[43].


Eguale origine ebbe la cerimonia medioevale di compiere la

legittimazione per matrimonio stendendo sul bambino un mantello. Noi

la troviamo nei costumi del Beauvoisis[44] e nel diritto tedesco che

chiamava questi figli _mantelkinder_ o figli del mantello[45]; e un

poeta fiammingo del tredicesimo secolo, Filippo Mouske, ricorda questo

uso con i versi:


    Li Duc ki les enfans ama

    Gunnor adoncques espousa,

    E li fi ki jà furent grant,

    Furent entre autres deux en estant

    Par dessus le mantiel la mère

    Furent fait bial (legittimi) cil trois freres.


Pare che l’uso esistesse anche in Inghilterra: e quando Ruth invoca

la sua parentela, perchè Booz, osservando il costume del levirato, la

prenda in sposa: «Io sono — gli dice — Ruth; stendi su me il lembo

della tua veste; perchè tu sei quello che per consanguineità hai la

ragion del riscatto su me»[46].


Talora invece, il simbolo dell’adozione è, più che un simbolo di

protezione, un simbolo di dominazione: come tra i Badagas, presso

cui il futuro padre passa la gamba sulla testa del fanciullo, che

gli viene portato innanzi. Questo simbolo è certamente in rapporto

con la natura della patria potestà presso i popoli primitivi, che è

spesso una vera padronanza; e fors’anche con quell’altro fatto che

presso alcuni popoli, come le Pelli Rosse, le prime adozioni si fecero

sui prigionieri di guerra, quando invece di ucciderli, si pensò di

far riempire loro i vuoti lasciati dalle battaglie nelle file della

popolazione[47].


7. In tempi in cui le città erano asserragliate di mura e una

porta robusta poteva sbarrare fortemente l’unica via d’ingresso, un

atto naturale e ragionevole, che doveva accompagnare la resa ad un

potente, era la consegna delle chiavi. Così a poco a poco l’idea

della soggezione e quella della consegna delle chiavi si andarono

associando, e bastò l’atto di portare una chiave a un re, a un

imperatore, anche se la chiave era puramente fittizia e non proprio

quella della città, per risvegliare l’idea della padronanza in chi

la riceveva, della soggezione in chi la consegnava. Così il principe

di Capua inviò all’imperatore di Costantinopoli le chiavi d’oro della

città per riconoscere la supremazia dell’impero sul principato[48]. E

come è noto, l’omaggio delle chiavi era una delle forme più usate nel

cerimoniale politico del Medio Evo.


Un’altra azione, naturale compagna della resa al nemico, è la consegna

dell’arma al vincitore; perchè come potrebbe il vincitore, accettare

di lasciar vivo il vinto, se prima non lo vede in condizioni da

non potergli più nuocere? Anche quest’atto, per il solito processo

d’associazione, diventa un simbolo di soggezione o di intenzioni

pacifiche. Tra i Dakotah, in segno di pace, si seppellisce un tomahawk;

tra i Brasiliani si fa al nemico un dono di archi e di freccie, e gli

Sciti mandarono a Dario, in segno di soggezione, cinque freccie. L’atto

può anche valere, come segno di dedizione di se stesso in schiavitù;

perchè tra i popoli primitivi lo schiavo è, quasi sempre, un vinto in

guerra: così in Africa, quando un nero si fa volontariamente schiavo

rompe — in presenza del suo futuro padrone — una lancia[49].


Inversamente, l’atto di consegnare le armi allo schiavo può valere

come simbolo della liberazione. Siccome la grande differenza tra

l’uomo libero e lo schiavo è che il libero ha armi e lo schiavo no,

la liberazione di uno schiavo era sempre seguita dall’acquisto delle

armi, che il liberato o riceveva dal padrone o si procurava da sè,

perchè altrimenti non sarebbe stato considerato libero: ma, associatesi

le sue idee, quando si volle garantire la liberazione dal pericolo

dei pentimenti del padrone, la prima idea dovè essere quella di far

consegnare dal padrone un’arma allo schiavo, in presenza di testimoni:

quell’atto rimaneva documento della sua reale intenzione di sciogliere

lo schiavo da ogni vincolo verso se stesso. Ecco spiegarsi quindi

l’emancipazione per la spada, per la lancia, per la freccia, in uso

presso i Longobardi ed altri popoli germanici.


Un altro atto, naturalmente implicato nella liberazione d’uno schiavo

era quello di permettergli di uscire dalla casa e non tornarci più:

anzi pensando come erano un tempo asserragliate le porte delle case di

cui il padrone custodiva gelosamente le chiavi[50], quello d’aprirgli

la porta. Per il solito processo, ecco originarsene la cerimonia

inglese di emancipazione, in cui bisognava lasciar aperte le porte

della casa[51] e forse anche quella cerimonia longobarda[52] per la

quale chi vuol fare _fulfree_, cioè interamente libero, il servo, lo

consegna nelle mani di un secondo, che lo passa ad un terzo, che lo

dà ad un quarto, quest’ultimo poi lo porta innanzi ad un quadrivio e

gli dice di andare pure ove gli piaccia, quasi a indicare che le vie

del mondo sono aperte innanzi a lui. La prima consegna e la scena del

quadrivio dovevano essere fatte innanzi all’assemblea.


8. Quando si cambia domicilio, è naturale che tutte quelle operazioni

familiari che si facevano nell’antica casa si facciano nella nuova.

E anche è naturale che in società poco ordinate (per es., nel Medio

Evo) il cambiamento di domicilio sia un atto di nessun significato

giuridico, perchè solo può prendere importanza quando la vita

giuridica sia discretamente perfezionata. Ora, quando l’idea del

domicilio cominciò a sorgere e a entrare come coefficiente nelle

formalità giuridiche, il domicilio non essendo ancora stabilito con

atti complessi come quelli usati ora (dichiarazioni, registri, uffici

appositi), fu provato indirettamente, con formalità più semplici

e grossolane, quali le troviamo in uso nel Nivernese: cioè chi

voleva cambiar domicilio, spegneva il fuoco alla presenza di persone

pubbliche, nel luogo che lasciava, e andava ad accenderlo nella nuova

abitazione[53].


9. Talora invece il simbolo sorge per un processo alquanto differente,

pur giungendo allo stesso risultato e conservando lo stesso carattere.


Si sa che l’uso primitivo per risolvere i processi è stato il duello.

Ma re Alfredo d’Inghilterra, monarca intelligente e di mente superiore

ai tempi in cui visse, cercò di sradicare quell’uso. «Chiunque sa,

ordina il re, che il proprio nemico si trova nella sua casa, non gli

muova guerra prima di avergli domandato giustizia. Se è capace di

stringere da presso o di assediare in sua casa il nemico, ve lo tenga

sette giorni senza assalirlo, se l’altro non tenta d’uscire. Se dopo

sette giorni l’assediato consente a sottomettersi e a rendere le armi,

che egli rimanga sette giorni senza essere inquietato e ne sia dato

avviso ai suoi parenti ed amici. Ma se l’offeso è di per se stesso

impotente, si rivolga all’ealdormann e se l’ealdormann non lo aiuta, al

re, prima di battersi[54].»


Noi vediamo qui l’uso del duello mitigarsi, a poco a poco, in una

specie di sfida; in una dichiarazione dell’offeso all’offensore ch’egli

è disposto a rinunciare al giudizio della spada ove possa trovare in

altra maniera soddisfazione: è quella insomma una forma primitiva di

intimazione. Ma che forma prende questa intimazione? La forma della

minaccia: si cerca cioè d’indurre l’avversario a cedere, facendogli

vedere che se non farà ciò spontaneamente, si è risoluti a costringerlo

con la forza. Era naturale che dal periodo della giustizia privata

e violenta, a quello della giustizia pubblica e pacifica, si dovesse

passare per quello stadio: l’uomo, per la legge del minimo sforzo, non

trasforma le istituzioni e i costumi se non per minime modificazioni.


Ora questa disposizione del re inglese ci mostra il germe da cui può

svilupparsi un simbolo. Supponendo che l’uso di risolvere pacificamente

le contese si fosse diffuso e che i duelli privati fossero stati

abbandonati, quel blocco ch’era prima una vera minaccia di violenza

materiale, a cui poteva seguire il duello, avrebbe continuato a servire

come minaccia legale, come forma di citazione, dietro a cui, non

più il duello, ma il giudizio sarebbe seguito. Da tutti associandosi

quell’idea a quell’atto, non si sarebbe sentito il bisogno di mutarlo;

e solo col tempo gli sarebbero state sostituite le più semplici forme

di citazioni usate da noi.


Alla luce di questo confronto ecco possibile una spiegazione di alcuni

simboli giuridici. Nel diritto romano, la formalità per la denuncia

di un’opera nuova, era il lancio d’una pietra contro di essa[55].

Tale formalità si conservò nel mezzogiorno della Francia; specialmente

nella Linguadoca, come lo constata un documento del 1407; la pietra era

scagliata tre volte, mentre si pronunciava la formola: _Je denonce le

nouvel oeuvre_: e secondo Lauterbach simile formalità si praticò pure

in Germania, sino nel secolo XVII.


In un tempo più antico l’unica forma di denuncia dell’opera nuova

dovette essere la sua distruzione violenta compita da chi non voleva

che essa sorgesse: quando si cominciò a mitigare il costume, prevalendo

l’abitudine di tentare vie pacifiche, si sarà introdotto l’uso di

minacciare al padrone della nuova opera di distruggergliela, se non

dava ragione al querelante, e la forma della minaccia, come era nel

caso precedente il blocco, potè essere in questa lo scagliar pietre.

Stabilitosi saldamente l’uso di rimettere al giudice la questione,

quell’atto che prima era una minaccia di violenze materiali, prese il

significato di un avvertimento e d’una citazione a venire innanzi al

giudice, perchè a tale ufficio serviva benissimo e non si sentiva il

bisogno di sostituirvi altre forme.


10. Noi vediamo quindi come tutti i simboli di questa classe non

contengano nulla di misterioso: non sono che i nostri documenti

scritti, le nostre citazioni, ecc., ecc., in una forma meno astratta

e più primitiva e semplice. A noi avvezzi alle forme giuridiche

nude e aride dei tempi nostri, questi simboli fanno una singolare

impressione, quasi di semplice e ingenua poesia: ma si può star sicuri

che coloro che praticarono quegli atti non ci sentirono entro poesia

più che non ne sentiamo noi nelle nostre formalità. Quei simboli

sono caratterizzati dalla minor complessità di associazioni mentali

necessarie per intenderli, in confronto alle formalità nostre, e sono

perciò spiegati dalla legge del minimo sforzo, dalla tendenza cioè

dell’uomo a risolvere le difficoltà che incontra sulla via della

civiltà con i modi che costano minor fatica mentale prendendo le

soluzioni più ovvie e contentandosene, sinchè per i cresciuti bisogni

non siano divenute del tutto inadeguate allo scopo.





CAPITOLO II.


Simboli descrittivi.< /p>



1. La sovrana influenza della legge del minimo sforzo si mostra

anche in questi simboli, la cui evoluzione è tutta governata dalla

tendenza ad applicare sempre quei processi mentali, che costano la

minore fatica, anche se a scapito della chiarezza e della rapidità.

Il problema da risolvere, uno dei più difficili a cui l’uomo si sia

trovato dinanzi, era questo: costituire determinate associazioni tra

certe idee e la sensazione visiva di certi oggetti o figure o segni,

in modo che questa potesse ricondurre quelle alla mente o di chi aveva

pensata l’idea o di terze persone a cui non si potesse comunicarla con

la parola; ora appunto, innanzi alla complessità crescente delle idee

da fissare e da comunicare, l’uomo ha cercato di servirsi sempre delle

forme di associazione più semplici, anche se per altri rispetti gliene

dovevano venire gravissimi guai.


Una forma elementarissima di associazione mentale è quella di

una sensazione, di una determinazione, di una idea, che, essendo

contemporanee o successive ad un’altra sensazione, si riproducono al

ritornare di questa; quindi la sensazione ravvivatrice può servire

perfettamente da segno. Quando io, mentre ho una data idea faccio

una tacca sopra un bastone, o un nodo nel fazzoletto, stabilisco una

associazione tra la vista di quell’intaglio o di quel nodo, in modo

che la sensazione mi richiamerà l’idea e ne sarà segno: «Quando io,

scrive il Marzolo[56], avendo dimenticato il filo del mio discorso od

una qualunque mia intenzione, ripassando pel luogo dove ero allora che

avevo quella intenzione, al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od

il concetto che avevo: quel dato oggetto ha agito su di me come segno».


Su questa forma di associazioni, così elementari che il cervello che

non ne fosse capace sarebbe incapace assolutamente di ragionare, è

basato il primo sistema di segni grafici usato dall’uomo. In Guinea i

commercianti negri contano, mettendo da parte un piccolo pezzo di legno

per ogni unità: uno più grosso per le decine, uno ancor più grosso

per le centinaia; i negri dell’Africa si servono di pietruzze per

calcolare il tempo; e per sapere quanti giorni hanno lavorato presso

un dato padrone, mettono ogni sera una pietruzza in una scatola e una

pietruzza di color differente per i giorni di riposo[57]. La parola

_calcolo_ viene dal latino _calcul_ = pietruzza. Tra i Chichimequi,

i guerrieri facevano una tacca sopra un osso ad ogni nemico che

uccidevano per ricordarne il numero[58]. Sino a poco tempo fa, in

Abissinia, la capigliatura degli uomini serviva anche di registro,

per le imprese di guerra, perchè ogni nemico ucciso dava diritto a

portare una treccia[59]. Nella liturgia degli Ebrei, quelle frangie

annodate pendenti dal _taléd_ di cui si coprono per pregare, non

erano in origine che artifici mnemonici per ricordarsi le parole

della preghiera, come si vede dal discorso che Dio tiene a Mosè[60]:

«Parla ai figli d’Israele, e di’ loro che mettano delle frangie agli

angoli dei loro mantelli, e che vi aggiungano striscie di color di

giacinto, perchè vedendoli, si ricordino dei comandi del Signore».

Tra gli Indiani del Nord-America gli oratori gettano, man mano che

arringano, un oggetto ad ogni periodo del discorso; per es. una scure,

una collana, una clava, che, raccolti fanno ricordare l’ordine e i

concetti del discorso, ed equivalgono quindi ai resoconti del nostro

Parlamento[61]. Ho veduto una donna, che non sapeva scrivere e che era

stata costretta per un certo tempo a tenere il conto della lavandaia;

essa se ne era cavata benissimo, facendo in un foglio un certo numero

di segni, che corrispondevano alle diverse specie di biancheria

consegnate.


Sin qui sono questi, quasi tutti, artifizi mnemonici individuali; ma

possono diventare segni di comunicazione, quando, a un dato segno, o

a un dato oggetto si associno da tutti, per il lungo uso, determinate

idee. In un certo senso la treccia-archivio dell’Abissino è già un

mezzo di comunicazione, perchè essa non ricorda solo la vittoria a

chi la porta, ma anche a chi la vede. Così i capi Tartari adoperavano

i _khé-mou_, bastoncelli tagliati in modo convenzionale e li facevano

girare per le orde, ad indicare il numero di cavalli o di uomini che

ognuna doveva fornire per una spedizione[62]. I Pelli-Rosse usano

collari mnemonici, detti _gaionne_, _garthoua_ o _garsuenda_, che

indicano varie cose secondo i vari grani che li compongono. Nell’antico

Perù si era sviluppata una notevole civiltà senza il sussidio di nessun

mezzo di scrittura, nemmeno ideografico; supplivano i _quipos_, veri

registri di corda, in cui il vario colore delle corde, il vario numero

e la varia forma dei nodi avevano un particolare valore mnemonico:

tutta la complicata amministrazione di un vasto impero, in cui lo

Stato regolava ogni cosa, sino i matrimoni dei singoli cittadini, era

tenuta con quel mezzo, da speciali dotti, pratici nella difficile arte

del _quipos_; e rilievi statistici sulla popolazione, catasti, liste

di soldati, tradizioni giuridiche e religiose, tutto era registrato

in quei libri di corda[63]. Eguale sistema si praticava nell’antica

China, se vogliamo credere a Confucio, che scrive nell’appendice

del _Yih-King_: «Nella più alta antichità si servivano di cordicelle

annodate per l’amministrazione degli affari. Durante le generazioni

successive, l’uomo santo, _Fouh-hi_, le sostituì con la scrittura»[64].

E in tedesco _buch_ significa libro e _buche_ significa faggio, con

evidente analogia etimologica; _buchstaben_ = lettere dell’alfabeto,

significa propriamente bastoncello (in scandinavo _bok-stafir_ indica

ancora la bacchetta su cui si incidono segni misteriosi); segno che i

progenitori degli attuali scrittori tedeschi, si servirono anch’essi

di quegli umili strumenti, che troviamo in uso presso le nomadi orde

tartare.


Vi sono poi dei segni che hanno un uso più limitato. Così gli Ainos

tracciano degli sgorbi sui loro vasi che sono segni di proprietà; e

segni di proprietà sono pure le doppie croci o _svatica_, che i Lapponi

imprimono nelle orecchie delle loro renne. Spesso il tatuaggio ha anche

questa funzione: tra i Delawares serve come mezzo di riconoscimento;

e nell’Australia, quando si fa una adozione, si imprime nella coscia

dell’adottato un certo segno detto _kohong_, che rimane il documento

della compiuta adozione.


A questa stessa classe, almeno parzialmente, appartengono i dolmens, i

menhirs, i cromleks, dei popoli celti e germanici; i merkls, i gals,

i margemaths degli Ebrei e degli Aramei; tutti insomma quei mucchi

di roccie o di grossi monoliti che troviamo per il mondo, avanzati a

noi da una antichissima età. Questi monumenti, in parte erano tombe

(probabilmente di capi) o altari; ma in parte servivano anche a

ricordare avvenimenti molto importanti nella vita del popolo. «Quando

domani, dice Giosuè ai suoi compagni, dopo aver loro fatto passare il

Giordano, quando domani i vostri figli vi domanderanno: Che voglion

dir queste pietre? Voi risponderete loro: Le acque del Giordano si

sono asciugate innanzi all’arca del Signore al suo passaggio, e perciò

furono poste queste pietre a eterno ricordo pei figli d’Israello»[65].

Ra-Yatu fece vedere al missionario Lyth una lunga sfilata di pietre

(erano 862) di cui ciascuna ricordava un uomo mangiato da suo padre

Ra-Undecunde[66].


Erano quindi quei mucchi di sassi quasi una storia o un archivio

litico; da cui derivò la colonna, quando i sassi furono più

regolarmente disposti uno sopra l’altro. Noi troviamo la colonna usata

a ricordare i defunti tra gli Indiani del Nord-America, e tra i Greci

(stele); e come memoria di grandi avvenimenti pubblici tra gli Egiziani

(obelischi), ma qui con l’innesto ulteriore della scrittura, tra i

Romani (colonna Traiana) e anche nei popoli moderni: Napoleone quando

drizzò la colonna Vendôme in memoria delle sue vittorie, ritornava

a un costume, che era stato comune nei tempi in cui la scrittura era

sconosciuta.


Dalla colonna poi si sviluppò forse la statua, come almeno farebbero

credere le colonne degli Indiani d’America. Alcune sono liscie, altre

portano sopra disegnato l’animale da cui l’individuo era nominato o una

rozza figura umana; altre infine portano queste stesse figure scolpite:

onde è legittimo supporre, che si cominciasse prima a drizzare nude

colonne in memoria di un uomo, poi che che vi si disegnasse sopra la

sua figura, e che poi la si scolpisse. Quindi la statua sarebbe emersa

a poco a poco, per piccole modificazioni, dal tronco informe della

colonna.


2. Affine a questa categoria di segni è una classe di simboli

giuridici; tutti cioè quegli oggetti materiali (spada, bastone,

bandiera, ecc.), che vediamo intervenire nei contratti e in generale

negli affari giuridici, sia presso i popoli primitivi sia nel Medio Evo

e sopratutto nelle cerimonie delle investiture.


Al Dahomey ogni famiglia ha un suo bastone speciale, la cui

falsificazione da parte di un estraneo può esser punita fino con la

morte e che serve per le comunicazioni tra le varie famiglie: così

quando si manda un messaggio, si ha cura di provveder sempre di un

bastone il messaggero[67]. Non è questo che un mezzo primitivo di

comunicazione; come noi abbiamo associata l’idea di una data persona,

a quella della sua scrittura e della sua firma, di modo che, se ci

si presenta come inviato di lei uno sconosciuto recando una lettera

sua, ci fidiamo, così in quel popolo si associa l’idea di una data

famiglia a quella del suo bastone e la vista del bastone tra le

mani dell’inviato è documento, che inganno non c’è[68]. Il processo

associativo è lo stesso che nei casi precedenti, solo che l’oggetto,

invece di rappresentare un gruppo d’idee, rappresenta un gruppo di

persone. Il bastone è insomma una forma più primitiva della lettera

commendatizia o del sigillo particolare.


Ora, se un dato oggetto diventa il distintivo di una data autorità[69],

si formerà una analoga associazione tra la vista dell’oggetto e l’idea

dell’autorità: e l’oggetto potrà avere nei rapporti tra sovrano e

sudditi, quello stesso ufficio, che ha tra i privati. Così al Dahomey,

quando il re affida a un ministro una missione lontana, gli consegna

un bastone reale, simile al suo, che l’incaricato porta dovunque

con sè[70], certo in prova della verità della missione ricevuta,

e che quindi equivale alle credenziali rilasciate dal re ai nostri

ambasciatori presso le Corti straniere. Così pure la consegna del

distintivo dell’autorità varrà come documento della cessione fatta

dell’autorità stessa, di quella cessione che oggi noi proveremmo con

scritti; ecco perchè Gontrano, re dei Franchi, tra cui il distintivo

dell’autorità reale era la lancia, nell’abdicare in favore del nipote

Childeberto, gli consegna una lancia dicendogli: Ecco il segno che

io ti ho dato il mio regno[71]. E Alessandro designò a suo successore

Perdicca, consegnandogli al letto di morte l’anello.


Nè quelle consegne di spade, di stendardi, ecc., che noi troviamo nel

Medio Evo, nelle investiture dei regni, dei ducati, ecc., ecc., hanno

altro significato; sono cioè una forma primitiva di documentazione

della concessione fatta[72]. Così Clemente IV investì Carlo d’Angiò del

reame di Sicilia con uno stendardo, e con lo stesso mezzo fu investito

dell’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, come lo dice un antico

poeta normanno, Roberto Wace:


    Un gonfalon li envoya

    Mont precious et cher et bel

    . . . . . . . . . . . . .

    A ces enseignes li manda

    Et de par Dieu li otroïa

    Que Angleterre conquersist

    Et de Saint-Pierre le tensist.


E in generale per spada o per bandiera si faceva l’investitura dei

regni, delle provincie, dei ducati, delle città, ecc., ecc.


In questa stessa classe rientrano poi altri simboli giuridici, di

carattere però più generale. Come oggi chi salisse il Vesuvio e volesse

provare a degli increduli di esserci andato realmente, porterebbe di

lassù una manciata di lapilli o un pezzo di lava, così i messi del

tribunale vehmico, che potevano portare le citazioni anche di notte,

l’affiggevano alla porta della abitazione del citato; e perchè questi

non negasse di averla avuta, portavano via tre punte dalla barriera

circondante la casa[73]. Era una forma rudimentale di ricevuta.

Così pure si ricava da Joinville che i baroni scozzesi, quando si

recavano sulla montagna (_mons placiti_) per prender parte al giudizio

delle cause, o per discutere gli affari pubblici, o per assistere

all’incoronamento del re, portavano una zolla di terra dai loro

possessi e la gettavano sul luogo dell’assemblea; siccome il diritto

di partecipare all’adunanza dipendeva dalla proprietà fondiaria[74],

quella zolla di terra valeva per essi come documento del loro diritto

a parteciparvi; equivaleva, in una forma rozza, alla medaglia del

Deputato o del Senatore, che attestano il suo diritto di prender

parte alle sedute. Nel Medio Evo troviamo pure che in certe vendite si

usava come simbolo una corda a parecchi nodi, fatti dalle parti o dai

testimoni[75]: era certo quello un vero _quipos_, con cui il tenore del

contratto era scritto e fissato nella corda e serbato come prova. Ed

eguale significato ha la tradizione di una eredità fatta nel Medio Evo

con la consegna del berretto: il berretto costituiva una rozza prova

che si era legittimamente ricevuta l’eredità.


3. Il fatto che nel Perù si sviluppò una civiltà senza nemmeno la

scrittura pictografica, è una prova che la scrittura puramente

mnemonica, dovè precedere anche la pictografia. Ciò concorda

perfettamente con la legge del minimo sforzo; perchè fu prima adottato

quel sistema di segni, che costava minor fatica. Si sa che un’idea non

è mai uno stato di coscienza molto nitido; specialmente quando sia un

poco complessa, noi la sentiamo nel suo insieme, senza avvertire bene

tutti i singoli stati di coscienza (immagini, idee, ecc.), di cui si

compone: tanto è vero, che sempre accade anche a noi, avvezzi da tanto

tempo a trattar lo strumento della scrittura, che, mentre abbiamo

chiara l’idea nella mente, dobbiamo faticare spesso dolorosamente

per esporla chiaramente con scritti, perchè allora bisogna analizzare

tutti gli stati di coscienza che compongono l’idea e rafforzare quelli

che sono avvertiti confusamente; vedere quali sono necessari per una

espressione chiara, e quali si possono tralasciare. Questo lavoro

invece è inutile con quei primitivi sistemi mnemonici di cui parlammo;

l’idea, così confusa com’è, si associa alla vista di quella tal forma

di nodo o di intaglio, in blocco, e in blocco risorge, con il corteggio

di tutti i suoi stati di coscienza secondari e meno avvertiti. Ora,

anche nella scrittura pictografica è necessario quel lavoro di analisi

sugli stati di coscienza molteplici che compongono un’idea; perchè

bisogna scegliere quelle che sono più importanti alla espressione

del concetto: quindi è un sistema più faticoso dei sistemi puramente

mnemonici[76].


E che la pictografia (cioè la scrittura a disegni) sia stata una fase

generale nell’evoluzione della scrittura, lo dimostra il fatto che non

solo la troviamo presso moltissimi selvaggi, ma che una volta esistè

anche presso gli antenati dei popoli civili, come lo dimostrano le

etimologie. Il semitico _ktab_, il greco γρᾴφω, il latino _scribo_,

il sanscrito _lik_, significano dipingere, incidere, scrivere; in

arabo _raqan_ = scrittura, in ebraico _raqan_ = ornare con colori.

Così pure in neozelandese _tu_ = battere, incidere, cavare, e _tui_

= scrivere; _titite_ in malese = macchia; in tagetico = scrittura.

L’inglese _write_ = scrivere, deriva da una radice teutonica _writ_,

che significa tagliare _leggermente_, marcare, incidere. I grammatici

chinesi chiamano i primitivi caratteri della scrittura _Siâng Kîng_ o

immagini[77].


Questo stadio della scrittura si connette con un fenomeno psichico, che

lo rese possibile: ed è la maggior ricchezza in immagini e la maggior

povertà in idee astratte del cervello dell’uomo primitivo. Già il

Romanes osservò che gli animali pensano per imagini[78]: e per immagini

certo pensano i selvaggi assai più che gli uomini civili. Se ne trova

la prova palmare nel linguaggio dei popoli primitivi o ancor non molto

civili, che manca di espressioni astratte e generali. «Nel linguaggio

delle razze inferiori, scrive lo Spencer, i progressi dell’astrazione

e della generalizzazione sono così piccoli che, mentre ci sono parole

per le diverse specie di alberi, manca un nome che indichi l’albero

in generale, e che i Damaras, i quali danno un nome particolare a ogni

rigagnolo del ruscello, non ne danno nessuno alla riviera in complesso.

Di più ancora, i Cheroquis hanno tredici verbi differenti per esprimere

l’atto di lavare le differenti parti del corpo, e non ne hanno nessuno

per l’atto di lavare distinto dalla parte o dalla cosa lavata».[79]

Cioè, in altre parole, essi non hanno ancora nessuno stato di coscienza

che corrisponda all’idea di albero o di lavare in sè, ma solo immagini

che rappresentano loro ora quella specie di alberi, ora quell’altra;

ora, l’atteggiamento che prende l’uomo nel lavarsi una data parte, ora

quell’altro. Così pure noi troviamo spesso l’azione espressa nelle

lingue meno perfette dal suo strumento: così in arabo _ied_ = mano,

potenza, autorità; in turco _ain_ = occhio, spione, guardiano; in

sanscrito _muszca_ = testicoli e virtù: cioè non si è ancora formato

uno stato di coscienza corrispondente all’idea dell’azione in sè, ma

ancora rimane in sua vece l’imagine dello strumento che più spesso

la produce. Talora anche l’azione è espressa e quasi direi dipinta da

uno degli atteggiamenti che l’uomo deve assumere per compirla: così in

persiano _Iele_ = curvatura, offerta, preghiera, sacrificio; alle isole

Marchesi, _uku_ = abbassar la testa ed entrare in casa; nella lingua

dei Vai, _bóro dón_ = scuoter le mani ed essere allegro; _bóro dón

fési koro_ propriamente = scuoter le mani sopra qualche cosa, essere

allegro di qualche cosa; _da ka_ = sviare la bocca, non aver nulla a

fare con una cosa; in australiano, _tohu_ = segno fatto col dito della

mano, idea, prova[80]. Cioè non esiste ancora uno stato di coscienza

corrispondente all’idea astratta di preghiera, gioia, disgusto, ecc.,

ma al suo posto esiste invece l’imagine di un uomo che si piega a

pregare, che batte le mani di gioia, che svia per disprezzo la faccia,

ecc. Si potrebbe chiamare questo il periodo della _pictologia_.


Si capisce quindi come, abbondando le imagini nel cervello dell’uomo

primitivo, egli abbia potuto fare della pictografia un intero periodo

della storia della scrittura. Costava a lui poca fatica trovare

il disegno da eseguirsi, mentre ne costerebbe molta a noi, per cui

tante idee non hanno più per base l’imagine[81]. E connessa con il

periodo della pictografia e della pictologia è perciò quella concreta

nomenclatura giuridica che troviamo nei diritti primitivi. Tale la

_manus_ che nel diritto romano esprimeva l’autorità (per es., quella

del marito sulla moglie), perchè il primo strumento di potenza fu il

pugno e dal pugno vennero ai deboli le prime esperienze della forza

altrui; la _manus ecclesiae_ del diritto medioevale; le espressioni di

_mediae, inferioris, infimae manus_, che pure nel diritto medioevale

indicavano la condizione delle persone; e l’espressione dell’antico

_Coutumier de Normandie_, che proibisce al creditore di arrestare il

debitore o sequestrare le sue cose, se non _par la main à la justice

du roi_. Nel diritto tedesco troviamo invece il _Mund_, la bocca, che

esprime l’autorità maritale, paternale e politica, perchè la bocca

dà i comandi; onde vennero nel latino medioevale le parole _mundium,

mundoaldus, mundibardus_: e probabilmente nell’espressione della Legge

Salica, riguardante l’esiliato, che è dichiarato dal re _extra sermonem

suum, sermo_ è la traduzione latina di _mund_, per cui l’esiliato era

dichiarato fuori della bocca, cioè dell’autorità reale.


4. Ma non tutto si può rappresentare con disegni, anche quando non si

hanno a comunicare idee astratte e difficilmente riducibili a figura:

alcuni oggetti sono infatti di una complessità o di una grossezza, che

senza una grande abilità al disegno, non si possono rappresentare. Ora,

per superare una simile difficoltà, l’uomo avrebbe potuto cercare di

perfezionare il disegno, sino a renderlo capace di rappresentare tutto,

come è il disegno dei nostri grandi pittori; ma gli sarebbe stato

necessario per ciò uno sforzo intenso e doloroso: per questo, obbedendo

alla legge del minimo sforzo, egli preferì battere una via più piana,

che gli si offriva da lato. Ogni oggetto risveglia naturalmente,

senza nessuno sforzo, per associazione, le imagini di altri oggetti,

sia che abbiano con quello qualche somiglianza esteriore (la così

detta associazione per somiglianza: così un’acqua che sprazza al sole

lampi di luce, ricorda un pezzo di acciaio o uno specchio); sia che

mentalmente vi vengano associati, perchè di solito sono considerati

come appartenenti alla stessa categoria (così è facile un’associazione

tra l’oro e l’argento e gli altri metalli preziosi, appunto perchè

appartenenti tutti a una stessa classe di oggetti, che nella nostra

mente rappresenta una categoria ben distinta fra gli altri).


Per la scrittura a disegno si sfruttarono precisamente queste

naturali associazioni: vale a dire, quando un oggetto di difficile

rappresentazione richiamava l’imagine di altri, di più agevole

disegno, si disegnarono due di questi, perchè con il loro concorso

determinassero il vero significato della complessa rappresentazione.

Così nell’antica scrittura egiziana _sete_ è espresso da un vitello

che corre e dal segno dell’acqua; _argento_ dal crogiuolo (segno

dell’oro) e da una cipolla bianca (segno del bianco: quindi argento =

oro bianco). Nella scrittura cuneiforme, già passata dal geroglifico

figurativo all’ideogramma, _cielo_ è scritto con gli ideogrammi di

_volta_ e di _stella_ (= la volta delle stelle); _argento_ con gli

ideogrammi di _metallo_ e di _splendore_ (= metallo splendente);

_dominazione_ con gli ideogrammi di _contrada_ e di _paura_ (= la

paura delle regioni, bel documento sul carattere feroce di quei

governi). Nel chinese, in cui gli ideogrammi sono già il prodotto di

una conglomerazione di geroglifici, l’ideogramma di _luce_ risulta

dalla fusione dei geroglifici di _sole_ e di _luna_; quello di eremita,

dalla fusione dei geroglifici di _uomo_ e di _montagna_ (= l’uomo della

montagna)[82].


È insomma, come si vede, una vera metafora scritta, che certo

nessuno sosterrà essere il frutto di una vivace fantasia; in cui è

impossibile vedere altro, che un ripiego naturale dell’uomo primitivo,

per rimediare con la minima fatica, alla povertà dei suoi mezzi

di espressione e di comunicazione grafica. Ma allora bisogna anche

ammettere che quel fenomeno che perfettamente gli corrisponde nel

linguaggio, cioè le brillanti metafore, di cui sono ingemmate tutte

le scritture primitive e financo le leggi, e che a noi, certo per

atavismo, piacciono tanto, non hanno un’origine differente.


Anzitutto bisogna osservare che la metafora, che noi crediamo oggi

caratteristica della sbrigliata fantasia dei poeti, è, in origine,

un processo normale per la formazione delle parole, un mezzo della

nomenclatura primitiva. Una quantità di parole non sono che ideogrammi

parlati, che metafore, i cui termini si sono fusi: così in sanscrito

_Karasàkhà_ significa dito e propriamente _ramo_ (sàkha) della _mano_

(kara); in persiano raggi di sole = _nizehi atescin_, propriamente =

lancie di fuoco; in arabo cielo = _nehdi mina_, propriamente = cuna di

cristallo; oppure = _quasrì mina_ = castello di cristallo; in ungherese

occhiali = _papaszem_ = occhi di prete; in polinesico _toro_ = oggetto

in posizione analoga alla mano che si stende, bove = _puaátoro_ = porco

(puaà) che si stende (dal modo con cui sporge la testa)[83].


Qual differenza passa tra queste espressioni metaforiche e quegli

ideogrammi o geroglifici complessi del chinese, dell’egiziano, del

cuneiforme? Solo questa: mentre nel caso della scrittura la difficoltà

da superare è l’inesperienza della mano a tracciare figure complesse,

qui è invece quella di creare una parola nuova, creazione anche

questa, che come tutte le altre, grandi e piccole, esige uno sforzo

e una fatica. Invece le associazioni di due o più imagini intorno a

una sensazione presente, si formano spontaneamente, senza o con minimo

sforzo; così la vista del cielo poteva facilmente richiamare le imagini

del castello e del cristallo. Per la legge del minimo sforzo questa

via fu preferita, perchè più facile, proprio come il corso d’acqua,

incontrando un macigno, non lo sormonta, ma si biforca e passa oltre,

abbracciandolo alla base.


Le imagini che noi troviamo seminate a piene mani nei libri primitivi,

anche in quelli in cui in seguito l’aridità dello stile fu un pregio

cercato, come le leggi, non possono avere altra origine che la povertà

dei mezzi d’espressione, per cui pochi segni devono servire a esprimere

tutte le idee: solo che i termini non si fusero, ma rimasero liberi

e la metafora non passò nel linguaggio usuale, ma rimase nei libri.

Così nei costumi di Mons, di Tournay, di Hainaut, la soggezione del

figlio al padre era detta «_être en pain_»; lo stato di emancipazione

«_être hors de pain_». A Bearn la servitù di pascolo era chiamata

_servitude du dent_. Nell’antico diritto tedesco, per indicare che i

beni della Chiesa sono inalienabili, si diceva che avevano un dente

di ferro: _Kirchengut hat eisernen Zahn_. Il diritto consuetudinario

francese, per esprimere il vantaggio del signore che ha presi i beni

del vassallo, contro il vassallo che muove opposizione al sequestro,

dice che _un seigneur de paille, de feurre ou beurre vainc et mange

un vassal d’acier. Die Luft macht leibeigen_, l’aria rende schiavo,

diceva il diritto antico tedesco, per indicare i paesi, dove la sola

residenza trasmutava in servo l’uomo libero; e la legge visigota,

per dire che un fratello diventa mercante, mentre l’altro rimane a

casa, così si esprime: «L’uno dei fratelli fa il commercio, mentre

l’altro rimane seduto in casa, presso la cenere del focolare paterno».

Basterà infine riportare alcuni brani della lunga formola d’esilio

del tribunale vehmico: «Noi ti giudichiamo e ti condanniamo, noi ti

mettiamo fuori d’ogni legge. Noi dichiariamo vedova la tua sposa,

orfanelli i tuoi figli... Noi diamo... il tuo corpo e la tua carne alle

bestie dei boschi, agli uccelli dell’aria, ai pesci dell’acqua... Noi

ti rimandiamo sulle quattro vie del mondo»[84]. Non sembra uno squarcio

di Victor Hugo?


Talora la metafora è un artificio meno faticoso, non per esprimere idee

a cui mancano le parole, ma per spiegare fatti, la cui vera cagione è

ardua a trovarsi. Cercar le cause di tutti quei fenomeni, specialmente

dei naturali, che lo attorniavano, sarebbe stata enorme fatica per

l’uomo primitivo: per questo egli si è accontentato di sostituire alle

spiegazioni quelle associazioni di idee o di imagini che i fenomeni

risvegliavano e che costavano pochissima fatica; e così la metafora

riuscì un eccellente ripiego per sottrarsi al martirio di dover

pensare. Cercare la causa della pioggia era arduo; ma quei rovesci

d’acqua suscitavano facilmente l’idea di qualcuno che la versasse:

così nell’America settentrionale si diceva che la pioggia era l’effelto

della rottura di un vaso d’acqua, avvenuto in cielo per la lite tra un

fanciullo e una fanciulla; i Greci e i Romani dicevano che le Hyadi,

ninfe del cielo, versavano dalle loro urne la pioggia; gli Egiziani,

che le pioggie erano lagrime d’Iside. Così la tempesta suggerì

specialmente per associazione ai suoni del vento, che ricordano il

muggito, l’idea di un toro che si scatena; era evidentemente più facile

creare questa metafora, che indagare le cause della tempesta. Insomma,

anche sotto questo aspetto la metafora apparisce un effetto della legge

del minimo sforzo: è un artificio per faticar meno[85].


Tutto ciò è così vero, che anche noi, quando ci troviamo a dover dar

nome a qualche oggetto o fenomeno nuovo usiamo metafore; e che una

fastidiosa gramigna della scienza sono appunto ancor oggi le metafore,

che molto spesso si mettono al posto delle idee; che servono di soffice

guanciale alla poltroneria dei pensatori non originali; e contro cui

è più difficile talora combattere, che contro le teorie sbagliate, ma

dedotte da osservazione di fatti.


Si vede quindi come non solo il ritmo e la rima della poesia moderna

sia atavico; ma anche il suo contenuto, cioè l’imagine, che per tutti

i poeti, come per gli uomini primitivi, è quasi la forma normale

di espressione, salvo per pochi, ad es. Goethe, che come notò il

Lewes, inventò pochissime metafore: mancava in lui cioè l’atavismo

dell’imagine. Se oggi noi usiamo meno metafore che i selvaggi, ciò

accade perchè abbiamo per un gran numero di idee espressioni proprie,

così strettamente associate all’idea, che il loro risveglio è più

pronto e diretto che non quello delle associazioni concomitanti, che

costituirebbero la metafora: quindi l’evoluzione dello stile non tende

all’immaginosità, ma alla espressione reale delle idee, e l’ideale

sarebbe di esprimere ogni pensiero con parole sue proprie, creando uno

stile oggettivo, direi quasi, come la realtà.


5. Uno svolgimento ulteriore e più complesso di questi simboli è quello

stadio che nella scrittura si chiama del _rebus_. Per significare una

cosa o una parola, che difficilmente sarebbe stata resa da una figura,

si pone o la figura di un oggetto o l’oggetto stesso, il cui nome sia

eguale o simile, fonologicamente, a quello della cosa o parola che si

vuole esprimere. Ci avviciniamo quindi alla scrittura, perchè siamo già

nel campo della rappresentazione dei suoni; e ci troviamo in presenza

di una catena più complicata di associazioni: la vista dell’oggetto

o della figura ne richiama il nome; il nome, per la grande affinità

del suono, richiama la parola affine che si voleva rappresentare; e la

parola infine ci dà l’imagine o l’idea.


Gli Ateniesi per ricordare Leena, amica di Aristogitone, siccome Leena

significa anche Leonessa, gli eressero per monumento una leonessa di

bronzo[86]. Il monumento innalzato dai Greci alle Termopili, in onore

di Leonida, fu un leone; non certo perchè il leone ne simboleggiasse il

valore, ma per l’affinità di suono tra le parole Λέον e Λεωνίδας[87].

Tra i negri della costa degli schiavi i simboli del dio della folgore

sono una clava, un _casse-tête_ di legno durissimo e un bastone[88];

ora siccome quel dio è chiamato _Chango_, parola composta di _chan_

= colpo e di _go_ = stordire, è probabilissimo che quegli strumenti

siano diventati simboli del dio, perchè il nome del dio implicava

l’idea del battere e del colpire. Simile origine è pure probabile che

avessero il culto della lancia in uso, secondo Erodoto, tra gli Sciti,

e che ritroviamo pure presso gli antichi Sabini (_quir_), e il culto

del giavellotto presso i Mongoli e gli Unni[89]; noi possiamo infatti

sospettare legittimamente che, trattandosi di popoli militari, i loro

dei fossero chiamati con nomi alludenti alla loro ferocia guerresca,

che potevano essere simili ai nomi dati alle armi, e che quindi la

lancia o il giavellotto non fossero che una rozza imagine del dio, che

fece credere, per quella tendenza umana che analizzeremo, a venerare

il segno sensibile invece che la cosa significata, a un culto di quegli

oggetti materiali.


Analoga origine hanno quelle figure di animali e di piante, che tra gli

Indiani del Nord-America, tra gli antichi Galli, Scozzesi, Tedeschi,

fregiavano le bandiere dei clan delle tribù, le colonne funerarie e

famigliari; e talora anche la pelle degli individui, in complicati

tatuaggi. Siccome ogni individuo, famiglia, o clan ha il nome di un

animale o d’una pianta, quelle figure non sono che la trascrizione

del nome, come si faceva in quello stadio della scrittura. «Tra gli

Algonquini dell’America del Nord, scrive il Tylor[90], l’orso, il lupo,

la tartaruga, il daino, la lepre, indicavano altrettanti _clan_ e ogni

membro portava anche lui il nome di orso, di lupo ed era rappresentato

sotto questa forma nei geroglifici indigeni».


Nella scrittura propriamente detta questo periodo segnò il primo passo

verso il fonetismo. La scrittura antica messicana si era fissata a

tal punto; così, quando i missionari vollero scrivere in caratteri

messicani il testo latino del _Pater noster_, il segno di _Pater_ fu

una piccola bandiera che serviva ad indicare il numero venti, il cui

nome era _pantli_, il segno di _noster_ fu un fico d’india ch’era

detto _nochtli_. In egiziano il simbolo composto dal segno di cielo

e dal segno di vaso indicava la nube ch’era detta _tahen_: ma _tahen_

significava anche bronzo, quindi per scrivere bronzo si usò il segno

di nube. In alcuni manoscritti del Sachsenspiegel in cui troviamo una

mescolanza di scrittura e di pictografia, l’eredità è indicata con una

spiga per l’affinità tra il suono _öehre_ (spiga) e il suono _erbe_

(eredità)[91]. Talora due figure si combinano a indicare una sola

parola, ciascuna rappresentando una parte dei suoni, che compongono

la parola: così in messicano _amen_ fu scritto aggiungendo il segno

di acqua (_atl_, radice _a_) a quello della pianta agave (_metl_). «Le

occasioni, scrive il MARZOLO, di tale uso incompetente del disegno sono

tanto più ovvie quanto inferiore è il grado di civiltà di un popolo:

1º per le molte nozioni in cui si prendono allora le parole; 2º per

la ignoranza dei parlanti, per cui le omofonie accidentali ai loro

orecchi si moltiplicano. Ognuno può accertarsi di ciò sulle scritture

degli idioti dove trovansi continui coaliti di particelle coi temi, ed

al contrario evulsioni di parti integranti di quelli, perchè cioè non

conoscono i limiti sonori delle singole parole».


6. Ancora un passo e la scrittura alfabetica sarà, dopo un

lungo e tortuoso cammino, trovata. Già nel periodo del _rebus_

le figure non rappresentano più un oggetto, ma un suono, che da

solo o in combinazione con altri, richiama un’idea o un’immagine.

Naturalmente le figure che si potevano usare con questo ufficio

fonetico-rappresentativo, erano infinite, come sono infinite le

analogie accidentali dei suoni: ma se tra quelle figure un certo

numero ebbero occasione di ripetersi più frequentemente e si fissarono

nell’uso, poterono associarsi tanto l’immagine di quei suoni da poterli

risvegliare immediatamente senza più riguardo al disegno dell’oggetto

che rappresentavano, e quindi, con il tempo, anche alterare la propria

forma: trasformarsi quindi in vere note vocali. Non è presupponibile

che l’uomo si mettesse, sia pure quando era già arrivato al periodo

del _rebus_, a inventare deliberatamente i segni di ciascun suono

perchè avrebbe dovuto compiere uno sforzo troppo arduo per lui; più

probabile è invece che fissandosi l’uso del _rebus_ su certi segni

speciali, questi acquistassero la facoltà di risvegliare l’immagine

del suono, indipendentemente dalla loro figura allusiva ad un soggetto

di suono simile a quello che si voleva rappresentare: il problema sta

quindi nel determinare quali furono i segni il cui uso più frequente

li trasformò così ai segni alfabetici. Secondo la grandiosa ipotesi

del Marzolo, furono i disegni delle costellazioni o meglio i disegni

che rappresentavano i nomi dati alle costellazioni (toro, porta, ecc.,

ecc.), che l’uomo doveva avere molto in uso perchè sugli astri regolava

mille atti della sua vita: «Un interesse sopra tutti gli altri eminenti

doveva aver deciso, egli scrive, di quella scelta che si fece una volta

per sempre... Era la dottrina adunata nella contemplazione del cielo da

tante età che erano precedute, la storia dello spettacolo più sublime

spiegato agli occhi dell’uomo e d’onde egli implorava la norma alle sue

opere, il consiglio ad uscir con le mandre, a spargere la sementa, a

uscir con la carovana, a spiegar la vela, a unirsi alle caccie e alle

pesche, o il responso sul numero dei giorni a starsi ancora neghittoso,

il principio delle sue paure e delle sue speranze, i campi dove i suoi

dei gli si facevano vedere viventi e operosi, e quegli spazi che furono

il primo loro tempio»[92].


È facile vedere come la scrittura alfabetica sia, di tutti i mezzi di

comunicazione che l’uomo adopera, il più faticoso e il più complicato.

Anzitutto l’associazione per cui noi da una serie di lettere ricaviamo

il suono di una parola è artificiale, stabilita con l’esercizio,

perchè nessun rapporto intimo passa tra quel dato segno grafico e quel

dato suono, e non è naturale, come quella per cui dalla figura d’un

dato oggetto ne ricaviamo l’immagine: di più, ciò che è di maggiore

importanza, è un’associazione complicatissima di sensazioni ottiche

con immagini acustiche e d’immagini acustiche con altre immagini e

idee, perchè per leggere noi dobbiamo saper associare alla vista di un

certo numero di lettere l’immagine di dati suoni, e ricavata così dai

segni grafici la immagine acustica della parola, ce ne serviamo come

della parola udita associando ad essa le idee. Complessità di funzioni

che è dimostrata anche dalla fisiologia, perchè un centro apposito è

probabilmente adibito alla funzione della lettura, come lo provano i

malati di cecità verbale, cioè quelli che perdono il senso della vista

soltanto per i segni grafici e — mentre vedono persone, cose, oggetti,

ecc. — non riconoscono più le lettere scritte o stampate.


Inoltre, la scrittura non solo è un mezzo di comunicazione faticoso, ma

per la lunga strada di molteplici associazioni che devono percorrere

i segni prima di giungere al loro termine, non riesce a dare che

molto pallide le immagini delle cose e non serve bene che a dare le

idee generali ed astratte. Chi non sa in quali sforzi s’esauriscono

gli scrittori cosidetti coloristi, che vogliono appunto con la parola

suscitare immagini di colori, di forme e quasi rivaleggiare con la

pittura? Giulio De Goncourt si uccise in questa lotta con la parola,

a cui voleva strappare forse più luce di quello ch’essa poteva dare,

anche nelle mani di un grandissimo artista. Ecco perchè l’antico

sistema della pictografia, meno faticoso e più dinamogeno, resta ancora

in piena civiltà benchè noi non lo sospettiamo; resta nei libri e

giornali illustrati, che non sono se non una mescolanza di pictografia

e di scrittura e che tanto successo hanno in confronto ai libri senza

figure; resta nelle insegne delle botteghe, resta, anzi ha un nuovo e

inaspettato trionfo nella _réclame_ che è fatta quasi tutta a figure,

dalla piccola alla grande, da quella dei serragli ambulanti che portano

scombiccherati sulle tele leoni e serpenti, a quella delle grandi case

commerciali che riempiono di vari disegni i loro avvisi sesquipedali.

Si può dire che il gran mezzo di comunicazione, specialmente con la

folla, sia ancora la pictografia; e che quando noi vogliamo imprimere

fortemente un’idea in una moltitudine, riprendiamo ancora, perfezionata

nella tecnica, quella che fu la scrittura dell’uomo primitivo.





CAPITOLO III.


Simboli di sopravvivenza.



1. Che alcuni simboli giuridici, come la simulazione del ratto

nella cerimonia nuziale di tanti popoli e la pantomima del duello

nel processo romano, siano avanzi di un passato, in cui la sposa si

conquistava e la ragione e il torto si spartivano con la spada, si è

pensato da molti. Ma nessuno ha cercato di trovare una ragione naturale

di questa sopravvivenza, che è pure un fenomeno strano e meritevole

di esplicazioni. Dire che la pantomima del ratto e del duello sono

sopravvivenze, è quasi dir nulla, se non si spiega come quegli avanzi

sopravvissero.


Bisogna aver presente la legge del _misoneismo_, scoperta dal Lombroso.

Una idea o un sentimento nuovo durano fatica a formarsi nel cervello

dell’uomo, perchè essi devono farsi largo framezzo e talora contro

le idee e i sentimenti già esistenti, ciò che esige uno sforzo e una

fatica, da cui l’uomo rifugge: perciò l’uomo è intimamente conservatore

e spesso, quando le cose sono cambiate profondamente intorno a lui,

egli continua a considerarle con le idee che aveva del loro stato

precedente e non le crede diverse. Come certi pazzi se per primo

oggetto incontrano la mattina una donna vedono a tutte le persone

per tutta la giornata la faccia di quella donna, così quando l’uomo

si è formata, di un dato fenomeno, una certa idea, mantiene quella

idea ancora per un lungo tempo, dopochè il fenomeno si è totalmente

cambiato: lo vede cioè quale era prima, benchè sia tutto diverso. Il

fenomeno fu stupendamente descritto da Enrico S. Maine, sopra un caso

particolare: sull’immobilità in cui per lungo tempo giacque l’idea di

associazione, ristretta alle sole associazioni familiari, quando già

nuove forme di associazione si producevano. «Le relazioni da uomo a

uomo — egli scrive — si riassumono tutte allora (nei primordi della

civiltà) nelle relazioni di parentela: chi non è parente, è allora,

per presunzione assoluta, schiavo o nemico. A poco a poco questa

presunzione divenne assurda nel fatto; perchè a poco a poco, uomini

non legati da parentela di sangue, contrassero relazioni amichevoli di

mutua tolleranza ed aiuto. Ma nessuna idea esattamente corrispondente

al nuovo stato di cose si produsse nelle menti primitive; e non

si inventò nessuna fraseologia per esprimerla. Si parlò dei nuovi

membri di ogni gruppo, come fossero apparentati, e come tali furono

considerati e trattati. Le idee erano così poco cambiate, che i

sentimenti e anche le passioni che nascono dalla parentela naturale

ripullularono con forza straordinaria nella parentela fittizia»[93].

Così fu che in India e in Irlanda fino i rapporti tra scolaro e maestro

furono tanto vivacemente concepiti e sentiti come vincoli di parentela

da stabilire in certi casi il diritto di successione legittima.


La storia della Roma primitiva ce ne porge un altro esempio. Nella

Roma antica — come notò finamente il Mommsen, ma senza darne una

spiegazione — quando al governo vitalizio dei re, si sostituì il

governo annuale dei pretori (primo nome dei consoli), non si formò

subito una idea nuova corrispondente alla nuova autorità creata,

ma rimase l’antica idea dell’autorità reale per un pezzo ancora, e

il pretore fu considerato come un re. Rimase anzi quella idea così

vivamente che tutti i poteri del re rimasero al pretore, anche quelli

che contrastavano con l’annualità del comando: il re non poteva esser

deposto, e così nemmeno il pretore, che si doveva deporre da sè e,

se non lo faceva, incorreva certo in una responsabilità morale e nel

biasimo del pubblico, ma un rimedio legale contro di lui mancava. Il

re eleggeva morendo il suo successore; e tale potere rimase anche al

pretore, sebbene si fosse introdotto il sistema della elezione nei

comizi, perchè il pretore aveva diritto di escludere quelli che voleva

dal numero dei candidati e di annullare i voti dei candidati, che non

gli piacevano. Solo più tardi si formò una idea logica e concorde in

tutte le sue parti della potestà consolare.


Si vede così come le idee non si formano che lentamente nel cervello

umano sotto la lenta suggestione dei fatti, e come il pensiero

dell’uomo segua tardo il più rapido trasformarsi delle cose dintorno

a lui. Rompere le serie di associazioni di idee e di sentimenti

già formate e costituite saldamente, per sostituirvi alle antiche

nuove idee e sentimenti, ripugna all’uomo; onde anche quando egli

può giungere a compiere la sostituzione, non vi giunge di un salto,

ma a poco a poco. Così accade che egli spesso a furia di piccole e

successive modificazioni trasforma radicalmente una istituzione, ma

l’idea che egli aveva dell’antica istituzione permane, onde sorge

quella strana contraddizione, che notammo nel caso delle associazioni

familiari e dei poteri reali a Roma, e per cui il pensiero dell’uomo

rimane indietro e non capisce nel suo _complesso_ ciò che esso stesso

ha _a poco a poco_ creato.


2. Anche oggi, quando noi vogliamo affermare energicamente il nostro

diritto di proprietà sopra una cosa, anche lontana o non materiale, noi

tendiamo il braccio (quasi sempre il destro), come per afferrarla. È

questo certamente un gesto ereditato da antichissimo tempo, dai tempi

cioè in cui la proprietà si acquistava con la caccia, con la pesca,

con la raccolta dei frutti delle foreste, con le rapine della guerra,

cioè con modi di acquisto, con i quali bisogna usare e afferrare

materialmente le cose per esserne padroni; e solo perchè le prime

cose di proprietà furono conquistate con la pressione materiale, quel

gesto si è strettamente associato ai sentimenti del desiderio e resta

documento dei modi, onde sorse la proprietà primitiva; dalla conquista

cioè e non dallo scambio, idea più complessa e pratica più tardiva.

L’uomo, prima di pensare a scambiare il superfluo delle cose sue, con

il superfluo delle altrui, si procurò tutto da sè, con la caccia, la

pesca, la rapina, ecc.[94]. E tanto più l’occupazione e la conquista

deve essere un modo generale di acquisto ai primordi della civiltà, che

allora le _res nullius_ sono assai più numerose che adesso: i pascoli,

le foreste, i fiumi non sono ancora caduti in potere di privati, talora

la proprietà fondiaria non esiste nemmeno; e in ogni modo anche quando

esista un rispetto per la proprietà della casa, degli attrezzi del

lavoro, dei prodotti della raccolta, esso si restringe, nei popoli

militari, alla propria tribù; ma le cose del nemico, le sue armi, la

sua casa, le sue donne sono anch’esse _res nullius_, che si acquistano

con la forza.


Ora, in un tempo in cui, abbondando le _res nullius_, quasi tutte le

cose si acquistano con la conquista, quale sentimento di rispetto alla

proprietà può formarsi, in una stessa tribù, sia riguardo ai prodotti

della caccia, della pesca, ecc., sia per le conquiste di guerra di

ogni singolo membro a danno delle tribù nemiche? Evidentemente solo un

sentimento di rispetto al diritto del primo occupante. Certo colui che

ha conquistata con fatiche e pericoli una cosa agognata, la difende

contro le possibili usurpazioni degli altri: quindi, dalla esperienza

delle lotte in cui quei tentativi di usurpazione trascinavano, si venne

a poco a poco formando e rafforzando un rispetto per la proprietà già

conquistata dagli altri; e si trovò giusto che essa fosse di chi vi

aveva per primo poste sopra le mani[95]. Noi troviamo che il Diritto

romano e i codici moderni dispongono appartenere la _res nullius_ al

primo occupante: ora questa, che è una regola di diritto secondaria,

oggi che le _res nullius_ sono pochissime, dovette essere la prima

regola e per un certo tempo anche l’unica norma del diritto di

proprietà quando le _res nullius_ erano numerosissime. Ne venne che,

rafforzandosi questo sentimento di rispetto, bastò in seguito fare

atto di padrone sopra una cosa, perchè essa fosse rispettata, tanto

si era associato potentemente il sentimento di rispetto a quell’atto,

e perchè la proprietà fosse rispettata, anche se il suo padrone non

avesse la forza sufficiente a difenderla personalmente. D’altra parte,

quegli atti di prensione erano necessari all’acquisto della proprietà,

perchè essendo l’unica regola che le cose sono del primo occupante,

gli atti di occupazione sono evidentemente il titolo dell’acquisto

e senza quello la cosa rimane _nullius_. Anche oggi e per lo stesso

sentimento «lo scopritore di un continente ignoto — scrive il Gianturco

— non ne diviene proprietario e sovrano in virtù della sola intenzione:

occorrono atti efficaci di possesso e di sovranità»[96]. Questa regola

che è oggi specialissima ad uno dei pochi casi di _res nullius_, era un

tempo generale a tutte le specie di proprietà, quando le _res nullius_

abbondavano.


In seguito, come già vedemmo, alla proprietà sôrta dalla conquista,

si aggiunse la proprietà sôrta dallo scambio. Ma similmente che per le

associazioni di carattere non familiare, la pratica dello scambio dovè

introdursi nei costumi, prima che se ne formasse nelle menti una idea

chiara, precisa, accompagnata da una nozione e da un sentimento preciso

dei diritti e dei doveri, che la nuova forma di acquisto portava seco.

Le idee e i sentimenti rimasero per un pezzo ancor quelli dei tempi in

cui la proprietà nasceva dalla conquista; e la proprietà nascente dallo

scambio non fu allora considerata legittima se non si compivano quegli

atti che consacravano la proprietà nascente dalla conquista.


Ecco come secondo me si può spiegare quel fatto, la cui stranezza fu

troppo poco avvertita dagli storici del diritto, che cioè noi vediamo

nei contratti primitivi la proprietà nascente dallo scambio esser

consacrata da atti di conquista. Nell’antico Diritto tedesco era

necessario, per la validità di un acquisto di fondi, che l’acquirente

vi facesse sopra atto di padrone, rompendo rami o convitandovi amici o

passeggiandovi sopra. Nella _mancipatio_ romana, il compratore, alla

presenza di cinque cittadini romani e del _libripens_, diceva: _Hunc

ego hominem_ (se si trattava di uno schiavo: se si trattava di un altro

oggetto, si nominava) _ex jure quiritium meum esse aio; isque mihi

emptus est hoc aere aeneaque libra_: percuoteva poi la bilancia; e

doveva, come Gaio ci dice espressamente (I, 121), ghermire una ad una

le cose, se erano parecchie. Non si sa se il venditore pronunciasse

anch’egli qualche formola; ma è certo che la formalità essenziale della

cerimonia era quell’atto di padronanza e di conquista, compiuto sulle

cose.


Così pure nel Medio Evo bastava al coerede di porre il piede nel

castello di un feudo dipendente dalla successione, per diventarne

padrone e non poterne più essere spossessato, secondo le leggi

anglo-normanne, che da un breve del Re[97].


Evidentemente queste formalità sono intimamente contradditorie; perchè

in esse non la cessione o la volontà del testatore garantiscono il

diritto, ma l’atto di padronanza fatto sulla cosa. Io credo perciò

che quelle formalità appartengono a tempi in cui la trasmissione delle

proprietà o per scambio o per altri mezzi cominciava a introdursi negli

usi; ma in cui non si era ancora stabilita ben forte l’associazione tra

l’idea della cessione volontaria e l’idea del diritto dell’acquirente

a vedersi rispettato l’acquisto: rimaneva invece ancor forte

l’associazione tra gli atti di prensione e il rispetto e l’idea di una

proprietà individuale. Quindi le cose cedute per scambio si coprirono

con la protezione di questi atti di conquista, che servivano nei tempi

precedenti; e ancora per un pezzo il titolo giuridico di una proprietà

non fu la cessione volontaria fatta dal precedente proprietario, ma

la conquista. Ecco perchè il cerimoniale della conquista sopravvisse

ancora per qualche tempo nel cerimoniale della vendita; e la presa di

possesso del coerede generava in lui, secondo l’opinione generale, un

così forte diritto di proprietà da non potere essere distrutto che con

un mezzo estremo.


3. È probabilissimo che il ratto sia stato la prima forma di conquista

della donna nel mondo umano; sia perchè tutto induce a credere che

quella lotta sessuale, così bene studiata dal Darwin per il mondo

zoologico, sia nel mondo umano passata per quello stadio prima di

raffinarsi nelle più civili forme moderne; sia perchè troviamo il

ratto vero in uso nei popoli selvaggi più rozzi e specialmente negli

Australiani, che mettono sotto i nostri occhi il ritratto forse più

verosimile di ciò che dovette essere un giorno anche la più ingentilita

umanità di oggi. In ogni modo supponiamo che il ratto reale esistesse

in origine; la naturalezza con cui il cerimoniale del ratto si spiega

in tal caso potrà essere una conferma dell’ipotesi stessa.


È noto come al ratto successero altre forme di matrimonio, specialmente

la compra; e che intorno alla compra si ricamò poi tutta la pantomima

simulante il ratto. Si capisce che tale trasformazione si fece

specialmente allo scopo di evitare le lotte che sorgevano per i

rapimenti delle donne: giacchè la donna, rappresentando nella vita

selvaggia una utilità, come l’animale da soma, è considerata e difesa

come una proprietà. Ma questa trasformazione non può essere avvenuta ad

un tratto; era impossibile che l’uomo trovasse repentinamente l’idea

che si potevano evitare le lotte comprando la sposa, il salto sarebbe

stato troppo brusco; e l’uomo, specie il selvaggio, non ha tanta

potenza critica e inventiva; ma accetta passivo i costumi tradizionali.

Ci dovè essere un termine di passaggio: e questo fu la coesistenza, in

un periodo, delle due forme, il ratto reale e la compra. In origine

il prezzo, che servì poi a comperare la sposa, non fu forse che un

mezzo di propiziazione, un dono che il rapitore faceva alla famiglia

della sposa per placarla e farla rinunciare alla vendetta; era dunque

successiva al ratto e una delle tante forme di donazione in uso tra i

selvaggi. Così tra i Turcomanni, il matrimonio spesso è contratto così:

i due fidanzati fuggono in un _obah_ vicino, dove sempre sono accolti

ospitalmente e dove passano la luna di miele: frattanto i seniori

dei due _obah_ si interpongono, fissano un prezzo, pagato il quale,

i due sposi ritornano; e la ragazza rimane allora sei mesi od un anno

ritirata in casa, senza che il marito possa vederla se non di nascosto:

dopo tornano insieme e il matrimonio è conchiuso[98].


Diffondendosi l’uso di comporre le inimicizie derivanti dai ratti delle

donne con doni, può essere invalsa a poco a poco l’abitudine, non di

fare i doni dopo compiuto il ratto, ma prima di avere la donna: può

questo essere stato uno dei mezzi con cui i più ricchi la vincevano

sui rivali più poveri e con cui i genitori si assicuravano il mezzo

di trafficare le proprie figlie a buone condizioni, sottraendosi alla

necessità di dover accomodarsi come potevano, quando la fanciulla non

era più in loro mani. Ma sarebbe un errore credere che generalizzato

l’uso di indennizzare anticipatamente la sposa, l’uso del ratto

dovesse subito cadere: qui si genera, per effetto del misoneismo, una

delle tante contraddizioni di cui è così ricca la storia dell’uomo.

Noi troviamo infatti presso alcuni popoli la compra e il ratto reale

della sposa coesistere. In alcuni distretti della Nuova Zelanda,

sebbene il matrimonio fosse preceduto da un contratto, la lotta era

accanita; i parenti custodivano gelosamente la ragazza; il fidanzato

doveva impadronirsene a mano armata, e talora ne usciva molto

malconcio[99]. In altri distretti era già un po’ meno accanita; ma

siccome il fidanzato doveva lottare con la sposa, e le donne erano là

molto robuste, la contesa durava spesso per ore[100]. Nel Kamtchatka

il fidanzato deve pagare avanti la sposa, servendo nella famiglia di

lei, talora per anni: ma quando ha compiuto il suo laborioso noviziato

di sposo, deve ancora impadronirsi violentemente della sposa che,

difesa dalle donne della _iourte_, deve subire dall’uomo una specie di

oltraggio al pudore. Allora è sua moglie; ma prima la battaglia dura

talora dei giorni[101]. È che, sebbene si vada introducendo il costume

dell’indennizzo e della compra, per la lunga abitudine di conquistarsi

la sposa con la forza, non si concepisce altro modo di averla che con

la forza; e una donna avuta pacificamente non sarebbe considerata come

moglie. Di più, siccome alla lotta si associano spesso sentimenti di

vanità, e in molti popoli l’audace conquistatore di femmine è ammirato

molto dagli uomini e anche... dalle donne, così sarebbe un disonore

aver la propria sposa pacificamente. Inoltre abbiamo visto che, quando

lo scambio delle cose manca o è rudimentale, o grandissimo è il numero

delle _res nullius_ appartenenti a chi le conquista, sono necessari

gli atti di prensione e di conquista a far sentire il proprio diritto

di proprietà sulla cosa: così la proprietà della donna, tanto tempo

acquistata con la forza, non dovè sentirsi dall’uomo che dopo una

conquista violenta, anche quando l’uso della compra si diffondeva,

per la resistenza dell’antico sentimento a trasformarsi nel nuovo.

Fors’anco le donne non sentivano la forza del vincolo matrimoniale e

non si consideravano come mogli, se non dopo rapite[102].


In uno stadio dunque di evoluzione per cui passarono, secondo me, tutti

i popoli che conservano le traccie del cerimoniale del ratto, la compra

non fu che un mezzo di composizione anticipata per il ratto; ma il

ratto era ancora il modo di acquisto. Noi troviamo nel matrimonio una

contraddizione analoga a quella trovata nella _mancipatio_ romana, di

un contratto cioè nascente dallo scambio, che si afferma con un atto di

conquista.


Giunti a questo punto è facile immaginare le trasformazioni ulteriori

di quel costume. Non avendo più la lotta una ragione reale, a poco a

poco i difensori della donna avranno diminuito il loro accanimento e

con quello dei difensori diminuì certo l’ardore dell’assalitore, al

che già si vede accennare in alcune parti la cerimonia della Nuova

Zelanda (Earle). Così a poco a poco si è ridotto a una sopravvivenza

sparuta, a una pura pantomima, conservata dalla enorme forza di

conservazione di tutti gli usi sociali, deformata nei suoi particolari

dalle piccole modificazioni accidentali, sino, talora, a mutar quasi

aspetto, come accade di tutte le cerimonie che esistono ancora senza

uno scopo vivente. Enorme è il numero dei popoli in cui troviamo questo

cerimoniale, più o meno mutato nei particolari dai capricci di quelle

accidentali variazioni, fino a tramutarsi talora in una danza: onde

vien fatto di meravigliarci e quasi di sorridere a questo spettacolo

dell’evoluzione che nei capricciosi meandri del suo corso eterno senza

direzione determinata, trae dalle lotte sanguinose di un tempo, gli

allegri balletti e le liete cerimonie di un’altra età.


4. Un processo analogo ha dato origine al simbolismo del processo

romano che simula, come è noto, un duello.


È certo che, specialmente tra i popoli militari, le dispute private

relative ad ogni questione, si sciogliessero un tempo con la spada.

Anche creato e rafforzato lo Stato, il potere sociale non intervenne a

separare i combattenti, per avocare al proprio giudizio la decisione

della disputa; perchè dalla lotta cruenta delle armi alla lotta

pacifica delle ragioni troppo grande è l’abisso, e tale, che d’un

salto l’uomo non poteva varcarlo. Lo Stato restrinse la sua azione, in

origine, a regolare le condizioni della lotta, che doveva compiersi in

presenza di un suo rappresentante. Tale era la condizione del duello

giudiziario presso gli antichi Tedeschi.


Vediamo ora per quali trapassi alla lotta materiale sia succeduta la

battaglia ideale delle ragioni. Secondo il Dugmore, il processo cafro

simula una spedizione armata della tribù a cui appartiene l’attore,

contro la tribù del convenuto. «Esce la prima in armi e va a porsi in

vicinanza dell’altra tribù, dalla quale, appena li vedono, escono tutti

gli uomini armati e vanno a porsi in un altro luogo, lontano dal primo.

Succede un lungo intervallo di silenzio, dopo il quale incominciano

le trattative, che si perdono spesso in un interminabile seguito di

discussioni capziose»[103].


Si dice spesso che i tribunali furono istituiti per frenare l’anarchia

della giustizia privata, ma è impossibile però che questa riforma sia

stata attuata ad un tratto. L’uomo primitivo che risolve ogni questione

con la spada, trova normalissimo questo mezzo, che a noi pare assurdo,

e non concepisce che ve ne possano essere altri: anzi si ribella a

quei metodi, che solo a noi sembrano ragionevoli, se da un despota

più intelligente gli vogliano essere imposti. Così Teodorico, questo

Pietro il Grande dei Goti, che, educato ai costumi romani, ne aveva

capita e ammirata la civiltà, volle imporre ai Goti l’abbandono del

duello giudiziario; ma frequenti sono nel suo _Editto_ i lamenti perchè

i sudditi si rifiutano di sottoporre le questioni ai suoi giudici, per

deciderle invece con l’armi, e non riconoscono così la grande riforma

civile che egli voleva introdurre. Anche Carlomagno, mente troppo alta

per i rozzi tempi in cui visse, dovè minacciare pene severissime contro

i duelli giudiziari; ciò che dimostra che le sue riforme civili erano

sgradite ai suoi popoli: e lui morto, il regime di guerra si ristabilì

senza contrasto. Nulla v’è d’assolutamente assurdo e intollerabile per

l’uomo; e quel costume, che sembra orrendo in un dato tempo, può essere

sacro per un altro.


Quindi le idee e i sentimenti non possono essere mutati, rispetto al

duello giudiziario, ad un tratto. Quando cominciò a introdursi l’uso

di risolvere le questioni con la discussione, non si può credere che

si mettessero subito in un canto le armi: in origine la soluzione

incruenta della questione dovè essere una felice eccezione in qualche

caso meno complicato e per cui le passioni non si fossero scaldate

soverchiamente; mentre in altri casi, le parti anche andate sul terreno

con il proposito di definir la questione pacificamente, avranno finito

per troncarla colla battaglia. Insomma, l’idea che il giudizio era una

lotta personale, dovette rimanere: solo modificandosi in questo che

si credeva che essa fosse un duello a cui era probabile una soluzione

pacifica, ma che poteva anche finir nel sangue: quindi ci si andava

armati e pronti alla battaglia. È lo stadio che noi vediamo presso i

Cafri: essi vanno al giudizio armati come se dovessero combattere, e

poi, invece che con le armi, la questione si finisce con le parole.

Gli etnologi non dicono se mai essi ritornino al sistema primitivo

della lotta; se ciò fosse, significherebbe che l’uso di risolvere la

questione pacificamente è ormai così radicata, che il pericolo di una

ricaduta nell’antica violenza è scomparso; le armi sono allora portate

sul luogo, per quella tenace resistenza che è comune a tutti gli usi.


Quella legge di Alfredo, re d’Inghilterra, che riportammo più sopra, è

un’altra prova, che proprio tale fu la base di transizione dal duello

al processo. Che dispose il re d’Inghilterra, che, pur desiderando

nell’alta sua mente d’abolire i costumi sanguinosi dei duelli

giudiziari, capiva certo che d’un colpo non avrebbe potuto schiantare

un uso così radicato? Dispose appunto che, prima di battersi, l’offeso

tentasse tutte le vie per risolvere la questione pacificamente; che

bloccasse nella sua casa l’offensore e gli domandasse giustizia; che,

fallita quella prova, ricorresse all’_ealdormann_; e, ove questi si

mostrasse sordo, al re; riuscite inutili queste pratiche, si battesse

allora. Evidentemente, per l’offeso, il modo di avere giustizia non

era punto mutato: era sempre un duello, a cui egli si avviava armato e

pronto a combattere; ma che poteva anche in certi casi risolversi senza

il bisogno delle armi. La condizione della giustizia privata, in quel

tempo, dovette insomma essere quella stessa che noi troviamo oggi nei

rapporti internazionali: i Governi ricorrono talora all’arbitrato, ma

tengono asciutte le polveri e considerano ancora come _suprema ratio_

la forza, nel caso che l’arbitrato non riesca.


In quel curioso fossile del Diritto romano, che è il più antico

processo, si possono, con una attenta analisi, rintracciare i vari

periodi di sviluppo percorsi da quell’organismo, quand’era vivo.


Esaminiamo quella che fu una delle forme più antiche, e forse anche

la più antica: l’_actio sacramento in rem_. Se si trattava di cose

mobili, dovevano esser portate in giudizio: quando fossero mal

trasportabili, se ne portava una parte. Ciò fatto e informato il

giudice degli avvenimenti e della ragione del litigio, si cominciava

ad attuare in sua presenza la _legis actio sacramento_. Supponiamo

che si trattasse di uno schiavo: colui che primo vendicava, tenendo la

verga (_festuca_, sostituzione della lancia) in una mano, con l’altra

_apprehendebat_, cioè afferrava lo schiavo; e intanto si alternava il

seguente dialogo: _Hunc ego hominem ex jure quiritium meum esse aio

secundum suam causam sicut dixi ecce tibi vindictam imposui_. Nello

stesso tempo _festucam homini imponebat_, cioè lo toccava in segno di

padronanza. L’altro faceva e diceva la stessa cosa, e stendeva sulla

cosa contrastata la sua mano; stavano allora su questa due mani,

ciò che era detto _consertio manuum_, che simulava una occupazione

risoluta e potente, e passava anche come frase di guerra. Era il primo

periodo dell’_actio_, che riassumeva, come si vede, la sfida. Dopo

ciò, il pretore interveniva dicendo: _Mittite ambo hominem_, e le

parti lo lasciavano andare; ma colui ch’era stato il primo a vendicare,

voltato all’avversario, soggiungeva: _Postulo anne dicas qua ex causa

vindicaveris_; al che l’altro riprendeva: _Jus peregi sicut vindictam

imposui_[104]; e il primo replicava sfidandolo a una scommessa:

_Quando tu injuria vindicavisti D. aeris sacramento te provoco_; il

secondo allora conchiudeva alla sua volta, accettando la scommessa:

_Similiter ego te_. Le parti, giunte a questo punto, domandavano di

essere rinviate al giudizio, che seguiva dopo trenta giorni ed era una

specie di applicazione ai fatti, totalmente scevra da ogni ingerenza

del pretore, che non faceva altro se non decretare sulle _vindiciae_,

cioè costituire un possessore provvisorio e comandargli di dare

all’avversario i _praedes litis et vindiciarum_ e ricevere da ambedue i

_praedes sacramenti_ in garanzia che il perdente avrebbe pagato la sua

scommessa.


Quasi eguale era la procedura, quando si trattava di cose immobili,

salvo alcune inevitabili differenze. Nei tempi più antichi, le parti si

portavano sul fondo, e là si eseguiva la _deductio_ o lotta fra i due

litiganti, di cui l’uno tentava di cacciare l’altro; più recentemente

si portò al giudizio una zolla[105].


È ora possibile tentare una probabile ricostruzione delle fasi,

attraverso cui passò il processo romano? Credo di sì. Esso era in

origine un duello, a cui assisteva un rappresentante dell’autorità

(in principio forse il re stesso), non per decidere egli la disputa

insorta, ma per sorvegliare la battaglia e provvedere che fosse fatta

in date condizioni di mutua lealtà. Sull’uso del duello si innestò

poi l’uso della decisione rimessa ad un arbitro: ma non ad un tratto

e repentinamente, bensì per un trapasso graduale, ch’è segnato dalla

scommessa. Che i Romani abbandonassero ad un tratto l’uso di troncar le

questioni con la spada, era impossibile; ma fu invece possibile, che

a poco a poco, si diffondesse l’uso di scommettere tra le due parti

che un terzo, scelto ad arbitro, avrebbe dato ragione a sè; perchè

quello era una specie di duello trasportato sopra un campo differente;

a cui l’avidità di guadagnare, oltre la cosa, anche la posta, poteva

fare accondiscendere facilmente; e che all’antico piacere di uccidere

l’avversario, oltrechè di prendergli l’oggetto conteso, sostituiva il

piacere di vincergli una somma di denaro; non aboliva cioè totalmente

quel piacere, come avrebbe fatto l’uso, repentinamente introdotto, di

mettere senz’altro la questione all’arbitrio del magistrato[106]. Ma

quando l’uso della scommessa cominciò a diffondersi, per il processo

tante volte descritto, le idee non cambiarono subito, ma si credè di

muovere sempre a un duello, che poteva invece finire con una scommessa;

quindi si andava armati, si faceva la sfida, come nei casi ordinari:

e tutti questi atti, abbreviati e deformati, rimasero per la tenace

resistenza a sparire dagli usi, anche quando il costume della scommessa

prevalse in modo che il duello non fu più usato.


Tutto ciò è confermato dallo stranissimo fatto, che il pretore non

si ingeriva menomamente nella soluzione della questione: segno che

egli rappresentava ancora il magistrato che in tempi più antichi

assisteva alla lotta e che nel periodo di trapasso ebbe forse l’ufficio

di eccitare i litiganti ad appigliarsi, invece che alle armi, alla

scommessa e al giudizio arbitramentale di un terzo.


5. Per questo innato conservatorismo dell’uomo, le idee più sono

antiche, più sono tenaci, e più violenta ribellione suscita ogni

tentativo di modificarle. A tutti è noto che è più facile perdere

un’abitudine contratta da un mese, che quella da un anno; lo stesso

accade delle idee: e le idee che sono patrimonio comune da dieci

generazioni, si possono più facilmente sostituire che quelle che lo

sono da cento o da mille generazioni. Di qui una conseguenza singolare:

siccome le idee più antiche sono le più religiosamente conservate,

e siccome, essendo più antiche, rimontano quasi sempre a periodi di

minore esperienza e di maggiore ignoranza, e quindi sono quasi sempre

più errate che non le più recenti, ne viene che l’uomo tiene appunto

più appassionatamente a quelle idee che sono meno ragionevoli.


Non da altro deriva la grande importanza che nel diritto a certe

epoche si annette ad alcune formalità antichissime, che sono tanto più

religiosamente osservate, quanto meno hanno di ragione reale. È noto

come in origine il corpo giudiziario fosse costituito dall’assemblea

militare, cioè da tutti i guerrieri. Era perciò naturale che il luogo

di riunione dovesse essere all’aperto e spazioso: in una foresta, in

un prato, su una piazza, ecc., ecc.; ma ecco che anche quando il potere

giudiziario passò dall’assemblea militare al re o ad un suo ufficiale,

rimase una formalità quasi sacra per lui, quella di tornare a rendere

la giustizia in quei luoghi, dove la rendeva già l’assemblea militare.

Così gli Elettori di Germania andavano, sino al sedicesimo secolo, a

proclamare il nome dell’imperatore eletto, sulla montagna, cioè là dove

probabilmente era in antico eletto dal popolo. Nel Medio Evo abbiamo

notizia di tribunali adunati in riva ai fiumi[107], ai laghi[108],

intorno a fontane[109], a sorgenti e a pozzi[110], sui ponti[111].

Luigi IX, ci racconta Joinville, andava spesso nel bosco di Vincennes,

e sedutosi sotto una quercia, ascoltava i reclami e i piati di

chiunque si presentasse[112]. I sovrani ebraici tenevano giurisdizione

«nelle porte», luogo ordinario di riunione presso i popoli orientali.

Tra gli antichi Romani, il re amministrava la giustizia nel luogo

dell’assemblea, seduto sopra un carro. Nel libro del Gomme, _Primitive

Folk-moots_, sono molti esempi da cui risulta, che tra gli antichi

tedeschi il _Königs-stuhl_ (seggia reale) era un banco di erba

verde[113].


Nè da altra causa trae origine l’importanza che si attribuisce anche

oggi alla pubblicità e oralità dei dibattimenti, specie penali, quasi

che tali formalità fossero una grande conquista della civiltà, mentre

non sono che un ritorno a costumi antichissimi. La pubblicità, oggi

inutile, anzi dannosa, perchè si riduce a un centro di suggestione

criminosa e ad uno sfoggio di teatralità del delitto che non è certo

la più morale, è un avanzo degli antichi giudizi popolari; l’oralità

poi dei dibattimenti risale al tempo in cui le discussioni si facevano

tutte con la parola, perchè mancando le leggi scritte, il tenore delle

costumanze era affidato alla memoria dei rapsodi o bardi, quando l’uso

della scrittura era molto minore che non al presente. Così gli abitanti

delle isole del mare del sud «avevano fatto — scrive l’Ellis — delle

loro ballate tradizionali una specie di autorità classica, a cui si

riportavano per la determinazione d’un fatto contestato della loro

storia». Quando un dubbio sorgeva «come mancava un punto d’appoggio

fisso, non potevano che opporre una tradizione orale ad un’altra: ciò

che trascinava fatalmente le parti ad una discussione lunghissima e

spesso ostinata»[114]. Ecco perchè noi diamo ancora più importanza alla

deposizione che il teste fa all’udieuza, che non a quella che fece

innanzi al giudice istruttore: mentre dovrebbe essere il contrario,

perchè questa è di data più recente e più vicina agli avvenimenti, ed è

fatta in condizioni migliori, lontano cioè dal pubblico, dall’accusato,

dall’apparato della giustizia, che possono impressionare il teste

e anche involontariamente fargli scambiare o confondere i ricordi.

Ora, quando tra un secolo o due la scrittura avrà sostituito in

gran parte la parola nei processi e i giudici non esamineranno più

l’imputato pubblicamente e si formeranno poi la idea complessiva del

suo carattere e della sua colpabilità leggendo i rapporti scritti

delle testimonianze, gli uomini di allora si meraviglieranno che un

tempo il processo fosse una così strana mescolanza di oralità e di

scrittura, che il testimone venisse a ripetere ciò che già aveva detto

ed era stato ridotto a protocollo; che infine si facesse tutta quella

rappresentazione teatrale così costosa, così incomoda e così inutile,

come noi ci meravigliamo di veder coesistere la compra e il rapimento

presso certi popoli. Qualcuno anzi potrà anche supporre, come si è

supposto per il cerimoniale del ratto e del duello, che fossero quelle

formalità appositamente stabilite, per ricordare che anticamente i

dibattiti erano orali.


6. Parrà forse strano di voler fondare tutta la teoria di questa

classe di simboli sopra una contraddizione. Ma possiamo noi asserire

che l’uomo sia un essere logico? Roberto Ardigò, in un suo scritto

stupendo, ha risposto di no. «I dati della cognizione di un uomo, egli

scrive, cadono nella sua coscienza a poco a poco, in tempi diversi, per

vie disparate, in modi vari, con direzioni opposte. E vi si incontrano

a caso, come i detriti e gli oggetti d’ogni sorta, trascinati

dagli affluenti nel fondo di un grande fiume da plaghe opposte e

lontanissime. Anzi, siccome il massiccio fondamentale della psiche è lo

stesso patrimonio comune delle cognizioni tradizionali della società,

nella quale si forma, e questo patrimonio è la sovrapposizione storica

dei trovati difformi e discordanti delle età passate, così la coscienza

può paragonarsi alla roccia geologica costituita di una serie di

stratificazioni affatto diverse l’una dall’altra»[115]. L’irragionevole

è dunque una forza della storia tanto e forse più che la ragione; e

colui che si figge in capo di voler spiegare con la logica le vicende

del genere umano, potrà essere un grande erudito, ma della storia non

capirà mai nemmeno una sillaba.


Nel che le idee e i sentimenti si dimostrano obbedire alle leggi comuni

di tutti gli altri fenomeni naturali. È forse logica la natura quando

conserva ancora per migliaia e milioni d’anni, in una pianta o animale,

un organo divenuto inutile, prima di sopprimerlo con la lunga atrofia?

Così sono le idee e i sentimenti: anche divenuti inutili, durano ancora

per un pezzo a sussistere, finchè spariscono, dopo il lungo disuso.


E si ha insieme una riprova che l’uomo non ha mai creato istituzioni,

usi, ecc., dietro una idea preconcepita; e che la sua determinazione

non entra in nulla nei risultati ultimi a cui arriva l’opera sua.

Non fu l’idea del contratto o della discussione pacifica che fecero

sostituire la compra e il giudizio al rapimento e al duello: ma la

compra e il giudizio sostituiti al rapimento e al duello generarono

con una lenta suggestione l’idea del contratto e della discussione

giudiziaria nel cervello dell’uomo.





CAPITOLO IV.


Simboli di riduzione.



1. I sensi, anche quello della vista, che è il più importante per la

comunicazione col mondo esteriore, ci dànno un’immagine alterata della

realtà, perchè sono tutt’altro che strumenti di precisione.


Una delle più importanti differenze che passano tra le cose come sono

e come le vediamo, è questa: che se le cose sono troppo complesse o

troppo numerose, noi non ne percepiamo che i tratti principali o una

parte; e solo per effetto delle esperienze anteriori riconosciamo

l’oggetto, nonostante l’imperfetta sensazione. Quando noi guardiamo

un vasto prato, non ne discerniamo certamente nè tutti i fili d’erba,

nè tutti i fiori; ma abbiamo una sensazione complessiva di verde, in

mezzo a cui risalta la sensazione di un filo d’erba o di un fiore più

illuminato. Se entriamo in un bosco, non percepiamo certo distintamente

tutti gli alberi nel loro complicato intrecciamento; il campo visivo

non è occupato che da un piccolo numero, e di questi, quelli che sono

nella zona della visione diretta sono veduti più chiari: gli altri

sono invece in una semioscurità. Secondo il Reymond[116], quando

noi fissiamo una parola posta in mezzo ad una riga, non possiamo

riconoscere nemmeno approssimativamente le parole poste alla estremità

della linea; anzi, in una stessa parola noi possiamo ottenere tutt’al

più la visione perfetta di una sola lettera, mentre la forma delle

lettere attigue può essere indovinata: ma esse appariscono già con

contorni indecisi ed indeterminati.


Tutto ciò dimostra che il campo visivo è ristretto; e per questo

riescono così preziosi i movimenti del globo oculare, che si rimediano

in parte supplendo con la molteplicità delle sensazioni alla loro

insufficienza. Le sensazioni che noi abbiamo delle cose complesse, sono

sensazioni ridotte.


Tale riduzione si estende naturalmente dalle sensazioni alle immagini e

alle idee, che non sono se non sensazioni trasformate.


Se noi cerchiamo di rappresentarci una foresta, vedremo mentalmente

un certo numero di alberi, ma non certo tutta la loro moltitudine.

«Quando si parla di un certo individuo, scrive lo Spencer, noi ci

facciamo di lui una idea abbastanza esatta. Se si parla della famiglia

a cui appartiene, probabilmente di essa sarà rappresentata al pensiero

soltanto una parte: dovendo prestare attenzione a ciò che si dice

della famiglia, noi non ce ne figuriamo che i membri più importanti

conosciuti da noi, e trascuriamo gli altri, di cui abbiamo una idea

vaga, che all’occorrenza potremmo compiere. Se, per esempio, la

famiglia di cui si parla appartenesse alla classe degli affittaiuoli,

noi non enumereremmo nel pensiero tutti gli individui appartenenti a

questa classe, nè crederemmo di poterlo fare se ci fosse richiesto;

ma noi ci contentiamo di considerare alcuni pochi individui e di

ricordarci che di questi se ne potrebbero considerare all’infinito...

In tutta questa serie di casi vediamo che più aumenta il numero degli

oggetti raccolti insieme nel pensiero, più il concetto, formato di

pochi esempi tipici, combinato con la nozione della moltiplicità,

diventa simbolico, non solo perchè cessa di rappresentare l’ampiezza

del gruppo, ma anche perchè, siccome il gruppo diventa sempre più

eterogeneo, gli esempi tipici pensati sono meno simili alla media degli

oggetti contenuti nel gruppo»[117].


Tutto ciò è così vero, che un grande artista, il Tourguenieff, aveva,

senza saperlo, basata la sua teoria estetica della descrizione sul

processo di riduzione. Secondo lui, la descrizione era tanto più

perfetta quanto più si limitava a riprodurre quel particolare più

caratteristico, che richiama per associazione l’impressione complessa

di tutta la scena; tanto egli aveva intuito che nei grandiosi e

complicatissimi quadri della natura noi non notiamo che alcuni tratti

più risaltanti. «L’ingegno descrittivo, scrive il Bourget, pareva al

Tourguenieff consistere tutto nella scelta del particolare evocatore.

Egli lascia la visione risuscitare in lui e nota il particolare, che

risorge primo, e che è sempre l’essenziale, quello a cui gli altri

fanno corteo»[118].


Come esiste nelle sensazioni, nelle immagini e nelle idee, la riduzione

si applica anche ai sentimenti, che da quelli prendono origine.

L’amore, la ripulsione, l’entusiasmo, la paura che destano in noi certi

oggetti molto complessi, sono eccitati da quegli aspetti dell’oggetto

che noi percepiamo più vivamente e non da tutto l’oggetto, che non

apparisce intero alla coscienza. Baudelaire odiava Bruxelles perchè

gli alberi non vi odoravano come a Parigi, cioè per quel difetto

particolare che, ad un iperosmico come lui, doveva essere di una

importanza massima[119]. Il Krafft-Ebing notò come anche negli uomini

sani l’amore per una donna è determinato in generale da una qualità

speciale; chi ama più gli occhi di un dato colore, chi la pelle fina e

delicata; chi la taglia snella ed elegante, chi i capelli abbondanti

o il piede e la mano graziosi; altri invece sono eccitati da qualità

morali ed intellettuali, la grazia, la bontà, lo spirito; e moltissimi

sopratutto dalla voce, che conserva tra gli uomini quella potenza

di seduzione che ha tra gli uccelli cantori. Il Krafft-Ebing anzi

attribuisce al fascino sessuale della voce i folli amori che le grandi

cantanti suscitarono intorno a loro[120].


E così pure noi notiamo la riduzione nei gesti. Come l’immagine delle

cose complesse è ridotta nel cervello, così il gesto, che si modella

sull’immagine, riesce naturalmente ridotto. I sordomuti per esprimere

«casa» inclinano l’una verso l’altra le braccia, ad indicare il

tetto[121]; gli Indiani del Nord-America usano un gesto analogo per

indicare _tenda, accampamento_; e per esprimere _foresta fitta_, alzano

la mano, con la palma in fuori, i diti allungati, posti l’uno innanzi

all’altro alternativamente, ad indicarne il gran numero[122]. Quando

noi vogliamo invitare alcuno a prendere un mucchio di oggetti minuti,

gliene offriamo per eccitarlo una manciata; e quel gesto vale come

segno che egli può prendere tutto, che noi gli doniamo tutto.


2. Questo fenomeno esercita una grande influenza sulla formazione dei

simboli. Ne è un primo effetto quel fenomeno, la cui spiegazione sfuggì

pure all’occhio d’aquila del Marzolo, così frequente nelle lingue

primitive: la reduplicazione.


In moltissime lingue, per indicare un gran numero di cose dello stesso

genere, il plurale, si usa ripetere due volte il sostantivo: per

indicare la maggiore intensità d’una azione o la contemporaneità di

due azioni, si ripete due volte il verbo. Così in malese _râda_ = re,

_râda-ráda_ = i re; _kayu_ = legno, _kayûan_ = bosco; _kayu-kayan_

= bosco folto; in peruviano _cacha_ = albero; _cacha-cacha_ = bosco;

in samoano _fulu_ = pelo; _fulu-fulu_ = capigliatura; in turco _bol_

= largo, abbondante; _bol-bol_ = molti; a Giava _pira?_ = quanti?

_pira-pira?_ = molti? così pure a Samoa _tufa_ = dividere; _tufa-tufa_

= dividere più volte, spesso; _tala_ = parlare; _tala-tala_ = urlare;

_moe_ = dormire; _moe-moe_ = dormire insieme; ad Hawai _luli_ =

muovere; _luli-luli_ = muovere spesso, scuotere; a Tonga _tete_

= tremare; _tete-tete_ = tremar molto; _nofo_ = abitare; _nonofo_

(sincope di _nofo-nofo_) = abitare insieme[123].


È questa una vera riduzione filologica, perchè esprime una pluralità di

cose, indicandone soltanto due. Come l’immagine di pochi individui o di

pochi oggetti serve a rappresentarci nella mente un complesso di cose

numerosissimo, così nel linguaggio la reduplicazione del nome serve a

indicare la cosa in gran numero, o l’azione ripetuta. È la riduzione

delle immagini e dei concetti riflessa nel linguaggio; nè a noi sembra

il raddoppiamento di un sostantivo incompetente a rappresentare una

pluralità di oggetti, perchè l’immagine che abbiamo nella mente di

quel complesso non è costituita dalla immagine di più che due o tre

individui; è insomma anche essa semplicemente quasi una reduplicazione.


Così nella più antica arte greca, sui bassorilievi, una foresta era

rappresentata con un albero, un esercito con un soldato, un edificio

con una colonna: dove l’immagine già ridotta di quegli oggetti

complessi subiva ancora una nuova riduzione per le difficoltà manuali

della rappresentazione grafica sul marmo.


3. Abbiamo visto che anche i gesti sono modificati per il processo

di riduzione, quando si applichino ad oggetti troppo complessi a cui

non siano adattati. Vedemmo pure come, secondo le idee primitive, un

contratto non è valido senza la consegna effettiva della cosa. Ecco

come il gesto del Khonds, più sopra ricordato, che dà una manciata di

terra al compratore del suo campo, e quello analogo del procuratore

del signore nelle cerimonie scozzesi dell’investitura, sono il gesto

naturalmente modificato dal processo di riduzione, dell’offerta,

trattandosi di cosa che, come il campo, non si può maneggiare. Nulla di

premeditato, ma un gesto naturalmente ridotto.


Questo gesto naturale e involontario può, col tempo, essersi associato

all’idea della trasmissione della proprietà, così strettamente, che

l’offerta di una zolla o di qualche altra parte del campo divenne il

segno della vendita. La differenza tra lo stadio rappresentato dai

fatti precedenti e quello rappresentato dai fatti che seguiranno,

sarebbe questa: nel primo caso il gesto è una vera consegna del campo,

fatta sul luogo stesso; nel secondo ha valore di segno della proprietà

trasmessa in sè, e può esser compiuto lontano dal campo, innanzi a dei

testimoni. Nel primo caso bisognava veder strappare la zolla di terra

al campo e poi consegnarla; nel secondo soltanto vederla consegnare,

per l’idea della trasmissione della proprietà, più strettamente

associatasi a quel gesto.


Ecco perchè quando _Tu-ouen-hsin_ mandò in Inghilterra la sua missione

_Panthay_, gli ambasciatori portarono delle pietre, prese ai quattro

angoli della montagna _Zalì_, per esprimere il loro desiderio di

divenire feudatari della corona britannica[124]. Tra i Franchi, nelle

cessioni dei fondi, il tradente dava all’acquirente una zolla, o un

ramo, o una pietra. Secondo la legge bavara, per la consegna di una

selva si dava un cespuglio di erba o un ramo[125], e nel Medio Evo

l’investitura di un fondo si faceva consegnando una zolla di terra.

Eguale uso troviamo, come è noto, presso i Romani. La paglia, che noi

troviamo nel Medio Evo impiegata nell’investitura di una prateria, di

un frutteto, di un campo, non è che un simbolo analogo a quello del

cespuglio d’erba, e che fu più spesso preferito perchè più comodo;

anzi era tanto la consegna della paglia, che garantiva la prova

del contralto, che la paglia era spesso nel Medio Evo inserito nel

diploma della vendita: prova palmare che il documento scritto, frutto

precoce, per quei tempi, di tradizioni romane rinverdite, era malamente

compreso.


Noi ci troviamo insomma in presenza di mezzi di prova più primitivi

che i nostri, e perfettamente analoghi a quel gruppo di simboli che

analizzammo di sopra. Solo che il processo di riduzione ha alquanto

modificato il simbolo; ed ha associato l’idea della trasmissione della

proprietà non alla consegna della cosa, ma di una sua parte, e in

seguito anche di una sua parte così minima, che il rapporto con la cosa

venduta diventa tenuissimo. Tale l’investitura per il simbolo della

paglia; e più ancora quella fatta con il simbolo di una foglia di noce.


Associatasi poi ad alcuno di questi atti, per esempio, alla consegna

della paglia, sempre più strettamente l’idea della trasmissione della

proprietà, esso finì per applicarsi anche a cose, a cui originariamente

non poteva adattarsi, come le case: quindi noi vediamo il simbolo

diventare sempre più generale, divenire da simbolo della vendita di un

campo o di un verziere, simbolo della trasmissione della proprietà in

generale.


E nello stesso tempo esso diventa sempre più astratto, e tende a

dissolversi, perdendo sempre più il suo carattere concreto. La consegna

di una zolla di terra strappata, in presenza del compratore e dei

testimoni, al campo, è una formalità concreta e materiale, quasi una

consegna del fondo stesso: ma la consegna di un fuscello di paglia in

segno di un fondo o di una casa venduta, è già un simbolo assai più

astratto, perchè il suo rapporto visibile con la cosa è minore, perchè

il distacco tra il simbolo e la cosa è assai più grande, e l’uomo

già lo colma con le ricche associazioni mentali che si sono formate

nella sua mente. Un passo ancora: anche la fragile paglia sparirà e il

simbolismo materiale dei tempi primitivi sarà sostituito dalle forme

più ideali di prova che noi usiamo. Così a poco a poco, senza quasi che

egli se ne accorga, l’uomo è dall’evoluzione mentale messo a faccia a

faccia con le più alte e più complesse idee astratte.





CAPITOLO V.


Simboli emotivi.



1. Non solo le idee, ma anche le emozioni hanno i segni o simboli che

le rappresentano e per mezzo dei quali possono essere comunicate da una

ad altra persona.


Vedemmo che una emozione, da qualunque causa prodotta, dura un certo

tempo, poi si affievolisce sino ad estinguersi: nè l’amore, nè l’odio,

nè il piacere, nè il dolore, sono, per fortuna dell’uomo, eterni,

perchè essendo anch’essi trasformazioni di forza, cessano quando hanno

esaurita la quantità iniziale di energia, che avevano all’origine.

Vedemmo pure che, per la legge dell’inerzia mentale, quell’emozione non

può rinascere, sia pure con intensità minore, se una sensazione, stata

precedentemente associata con essa nell’esperienza, non la rieccita e

ravviva. Ora i simboli emotivi sono costituiti da queste sensazioni che

hanno potere di risvegliare emozioni sopite: per la legge dell’inerzia

essi sorgono ed acquistano la loro immensa importanza.


2. In un popolo selvaggio, il cacciatore che torna al villaggio

carico di un grosso animale ucciso, o il guerriero che, sul campo

di battaglia, abbatte un gran numero di nemici, eccitano vivamente

l’ammirazione di quanti lo vedon tornare carico della preda o

ammazzare uno dopo l’altro i molti nemici; egli stesso, nel momento

in cui porta la preda o vede a terra i cadaveri dei vinti e si sente

intorno l’ammirazione dei propri compagni di tribù, proverà intenso

il piacere della potenza individuale e il piacere dell’ammirazione. Ma

divorato l’animale o abbandonato il campo di battaglia, ben presto quei

sentimenti di ammirazione della tribù per lui e anche quei sentimenti

suoi di orgoglio, di potenza e di vanità soddisfatta si affievoliranno,

per la legge comune di tutti i sentimenti. Se noi anche oggi, in popoli

civili, vediamo generali e uomini politici, che hanno riportato grandi

vittorie o resi servigi eminenti al paese, adorati finchè il ricordo

delle vittorie o dei servigi è recente, dimenticati e maltrattati

quando il ricordo, in pochi anni, si è spento, non possiamo dubitare

che anche più rapidamente, per il minore sviluppo mentale, nei popoli

selvaggi si vada seppellendo nell’oblio il ricordo di una impresa

audace o di un atto di coraggio. Ecco la ragione ultima del trofeo:

adornandosi dei denti dell’animale, della mascella del nemico ucciso,

o di qualche altra parte, l’uomo primitivo si carica di un oggetto

la cui vista ecciterà in lui stesso quei sentimenti di orgoglio e di

piacere provati a compiere l’impresa e negli altri il ricordo del suo

valore e i sentimenti di ammirazione e di timore: sarà quella dunque

la sensazione che ridesterà, sebbene con intensità minore, tutte le

emozioni che il valore in guerra, o nella caccia, destarono al momento

in cui si mostrava. Quindi in colui che lo porta e in quelli che lo

vedono, i sentimenti della propria superiorità e dell’ammirazione si

associano con la vista del trofeo. Togliere al proprietario il trofeo

sarebbe come rubargli la gloria della sua impresa. Di qui l’immensa

diffusione del trofeo nelle razze primitive, e l’enorme pregio in cui i

trofei sono tenuti[126].


Il trofeo si trasforma poi, per un’evoluzione che fu studiata dallo

Spencer, in distintivo di classe e di autorità (bastone, scettro,

lancia, spada, colori vivaci, bel vestito)[127]. Che cosa accade

allora? Il capo e il re o il membro della classe nobile differisce

dalla folla vile degli altri mortali, per essere insignito del

distintivo o vestito con abiti speciali: ne verrà che quei sentimenti

di timore o di soggezione, che gli atti di potenza e di prepotenza

del capo o della classe nobile suscitano nei sudditi si associeranno

alla vista dei distintivi e saranno da questi risvegliati in ogni

occasione. Se il capo o la casta dominante fossero vestiti come tutto

il popolo, il terrore che una loro prepotenza può suscitare durerebbe

un certo tempo e poi impallidirebbe fino a scomparire: onde sarebbe

loro necessario, per mantenere il proprio predominio, ricorrere sempre

a nuove violenze: mentre associatisi quei sentimenti alla vista di

quei distintivi, essi risorgono continuamente, e il capo o il nobile,

vestiti del loro costume speciale, rieccitano quei sentimenti di

soggezione, che generarono le loro antiche violenze o quelle dei loro

antenati, senza bisogno di ricorrere a nuove. Analogamente il capo

o il nobile, vedendo che la riverenza è maggiore verso di loro nei

sudditi, quando essi appariscono in mezzo a loro adorni dei distintivi

e sentendo allora più intenso il piacere della superiorità propria,

associano l’idea e il sentimento della propria potenza al distintivo;

si sentono più vivamente padroni quando lo indossano. Per questo essi

considerano come una usurpazione della loro autorità ogni usurpazione

del loro vestito, perchè quei distintivi eccitano quei sentimenti

di soggezione di cui vogliono gelosamente esser soli a fruire. Come

si vede adunque, il simbolismo dell’abito è una conseguenza della

legge d’inerzia, della necessità cioè di fissare con una sensazione i

sentimenti, che abbandonati a loro stessi percorrono un rapido ciclo

discendente, sino ad estinguersi. Per questa legge, il capo selvaggio

si sente allora soltanto il padrone, quando è vestito del suo costume

privilegiato; vestito comunemente, sarebbe poco più considerato che gli

altri: perciò egli tiene tanto al suo vestito particolare come alla sua

autorità.


Ecco la ragione di quel fenomeno, dimostrato universale, ma non

spiegato dallo Spencer: le leggi suntuarie. Così dall’uso di prendere

ai vinti gli abiti più brillanti, ne venne che gli abiti splendidi

furono l’insegna delle classi dominanti; al Madagascar solo il re può

portare abiti di scarlatto; solo il Kututuchtu (Gran Sacerdote mongolo)

e i Lamas possono vestirsi di giallo, e il giallo è in China il colore

imperiale; nel Medio Evo, in Francia, solo i principi potevano vestirsi

di rosso. Dall’uso di prendere ai vinti tutti gli abiti, il vestito

divenne un simbolo della libertà e della potenza; onde le classi si

differenziarono talora dal numero dei vestiti; alle isole Sandwich, a

Tonga, a Tahiti i capi si distinguono dalla restante folla per l’enorme

quantità dei vestiti che portano, a spese talora della comodità; tra

i Fundah i cortigiani si imbottiscono di vestiti, in modo da prendere

talora la forma di una palla. Dall’uso di togliere al nemico vinto le

armi e conservarle come trofeo, venne che il distintivo dell’autorità

è l’arme: così al Giappone la classe più alta porta due spade, la media

una, la infima nessuna.


Di qui l’enorme importanza attribuita dalla leggenda, dai costumi,

dall’opinione popolare ai distintivi dell’autorità. Chi non ricorda, ad

es., la corona ferrea, conservata così gelosamente, di cui Napoleone

volle cingersi a consacrare con il rispetto attribuito ai simboli

quella potenza che aveva pure una consacrazione più reale, quella del

suo genio militare? In tutta la storia medioevale le incoronazioni

hanno una parte importantissima; e per un imperatore tedesco è sempre

una grave questione diplomatica decidere dove e per mano di chi sarà

coronato. Chi non ricorda nella leggenda svizzera di Guglielmo Tell il

cappello inalberato dal Gessler a cui si dovevano gli onori spettanti

al sovrano? Monstrelet racconta che Enrico IV, re d’Inghilterra,

essendo vicino a morire, si levò a un tratto sul letto, quando vide il

figlio metter mano alla corona, che pendeva dal capezzale, dicendogli:

«Che diritto vi hai tu?»[128]. E quando Luigi XI ebbe costretto il

fratello Duca di Berry a cedergli la Normandia, esigè che consegnasse

l’anello ducale; e poi, in una solenne assemblea, tenuta a Rouen il

9 novembre 1469, lo fece frantumare[129]. Non gli pareva di aver ben

vinto il fratello, sinchè il simbolo dell’autorità sua rimaneva.


3. Si vede così come la funzione dell’abito non sia stata solo quella

di difendere il corpo dal freddo e il pudore dagli attacchi: l’abito

ha avuto anche una altissima funzione di simbolo; è stato il mezzo per

fissare con una sensazione un gruppo di idee ed emozioni riferentisi

alla qualità, al grado, alla condizione delle persone, diventandone

il simbolo; è quasi il registro in cui ogni uomo porta scritto la

propria qualità. E viceversa l’uomo, siccome egli è schiavo della legge

d’inerzia e i suoi giudizi e sentimenti si producono accidentalmente

secondo che le sensazioni vengono a risvegliarli, si comporta verso

i suoi simili, inconsciamente guidato dall’abito e non dall’idea

delle qualità personali; si direbbe che, tutti nudi, gli uomini si

considererebbero eguali fra loro e che agli occhi dei più la differenza

tra Napoleone e un tamburino, tra Goethe e il suo servitore è stabilita

dall’abito diverso che portano. Il marchese di Castine notò che in

Russia si considerava come una stranezza un uomo, di cui l’abito non

indicasse il grado e la qualità, e la cui importanza risiedesse tutta

nei suoi meriti personali, senza alcun segno esteriore. Oggi stesso,

nella civiltà europea, abolite tutte le altre distinzioni di abito,

una sola ne è rimasta: gli abiti eleganti e gli abiti rozzi, simbolo

i primi delle classi borghesi e gli altri delle classi proletarie;

ora quale persona di elevata condizione non arrossirebbe e non si

sentirebbe come decaduta dalla sua posizione, se dovesse uscire vestito

come un muratore? Chi di noi non ha provato che è più difficile trattar

male un birbante vestito bene, che un galantuomo vestito male? Tanto il

simbolo è potente, tanto certe date sensazioni risvegliano certi dati

sentimenti, senza che noi possiamo opporci alla loro associazione se

non con estrema fatica.


Anche oggi, del resto, l’abito ha una parte importante nel simbolismo

politico-giuridico; chi non ha osservato e esperimentato che un

ordine d’un carabiniere in divisa è assai più suggestivo che un

ordine di un’autorità in borghese? Anche oggi le classi che vogliono

conservare un’individualità spiccata in mezzo alle altre, come i preti

ed i soldati, adottano un vestito speciale e lo difendono contro le

usurpazioni.


Il vestiario rispecchia perciò le condizioni politiche e sociali

d’un popolo; e un buon psicologo può descrivervi queste condizioni,

solo conoscendo i tipi d’abito in uso. Dove le differenze del vestito

sono piccole tra i vari individui, si ha un Governo poco accentrato

e dispotico; dove sono grandi, si ha l’aristocrazia o il dispotismo;

gli abiti delle classi superiori in cui entrano come distintivi

oggetti di guerra, indicano una società militare; gli abiti divisi in

due specie, i sontuosi e i ruvidi, indicano una società mercantile,

composta di un’aristocrazia finanziaria e di una plebe proletaria. E

le evoluzioni dell’abito segnalano o seguono i mutamenti della storia:

il barometro che annunciò con le sue oscillazioni la tempesta della

rivoluzione francese fu proprio la moda. «L’abito — scrive il Bukle —

aveva tale importanza nel secolo XVI, che la condizione di una persona

si vedeva subito dal suo esteriore, nessuno osando usurpare l’abito

della classe superiore. Ma nel movimento democratico che precedette

la rivoluzione francese, l’innovazione della moda si fece sentire

fin nelle riunioni mondane..... Nei pranzi, nelle cene, nei balli, ci

dicono i contemporanei, il vestito era divenuto d’una tale semplicità,

che i ranghi si erano confusi; ben presto i due sessi abbandonarono

ogni distintivo: gli uomini andarono in società in _frac_, le donne in

corsetto»[130].


L’abito si potrebbe in certo senso chiamarlo il simbolo eterno della

storia dell’uomo, della sua evoluzione psichica, politica, sociale,

giuridica.


4. Numerosissimi sono i simboli emotivi di altre specie, perchè tra

questi vanno enumerate le immagini religiose, le bandiere, altrettante

sensazioni destinate a risvegliare certe specie di emozioni, religiosa,

patriottica, ecc., ecc. Ma di questi parleremo più avanti, perchè la

loro funzione è più complessa.





CAPITOLO VI.


Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo ed ideo-emotivo.



Studiata la genesi e la funzione di molti simboli, ci resta ad

analizzare quello che è il più sconosciuto e per certi rispetti il

più importante fenomeno del simbolismo: il processo per cui il simbolo

spesso assorbe, per dir così, la realtà che rappresenta; si sostituisce

ad essa, e perdendo il suo valore di segno, è scambiato con la cosa

che esso starebbe a significare. Sono queste le frodi che il simbolo

fa all’intelligenza umana, trascinandola spesso in errori gravissimi:

perchè anche il simbolo, mentre da un lato è un sussidio prezioso

all’uomo nella lotta per l’esistenza, dall’altro è fonte di molteplici

danni. Sono questi simboli che acquistano un valore molto più grande

del loro primitivo di segno, che io chiamo simboli _mistici_.


1. Dopo le profonde critiche dello Spencer alla teoria feticista

della religione, in cui egli dimostrò come l’idea che le cose siano

animate è idea già complessa e perchè tale niente affatto propria nè

del selvaggio, nè del bambino; dopo le risposte del Guyau, che tentava

riprendere l’antica teoria attenuandola e adattandola meglio ai fatti,

che lo Spencer aveva messi in luce, la questione sull’idea che si fa

il selvaggio intorno ai fenomeni, è uscita dal periodo di tradizione

comunemente accettata senza ragioni sufficienti. Senonchè, se il Guyau

ha avuto ragione di sostenere contro il suo grande avversario che

i selvaggi hanno idee ben diverse dalle nostre su molti fenomeni e

specialmente su quei congegni in uso tra i popoli civili che sembrano

muoversi e agire per virtù propria, come le armi da fuoco, le navi,

ecc., non ha determinato con precisione il processo mentale per cui

quelle idee, così lontane dalle nostre, si formano[131].


È ormai dimostrato che nell’idea di causa non è implicato altro

concetto che quello d’una successione necessaria di due fenomeni.

Quando noi diciamo che il fenomeno _A_ è causa del fenomeno _B_

non intendiamo dire altro se non che _A_ è continuamente seguito da

_B_, e il processo mentale con cui noi giungiamo a tale conclusione

è quello dell’associazione. Siccome il presentarsi di _A_ è sempre

seguito dal presentarsi di _B_, mentre altri fenomeni _C, D, E, F_,

ora si presentano ed ora no, per la legge che la coesione e quindi

l’associabilità degli stati di coscienza è proporzionale alla frequenza

con cui si sono seguiti nella coscienza[132] il presentarsi di _A_

richiamerà l’idea di _B_, cioè la previsione di quello che noi diciamo

suo effetto; il presentarsi di _B_ richiamerà l’idea di _A_, cioè

l’enunciazione di quella che noi diciamo sua causa. Kant ha forse,

meglio di tutti, con una analisi profonda dimostrato che l’idea di

produzione (cioè che la causa generi essa l’effetto), che noi associamo

a quella di causa, è un’immagine nostra e poco giusta[133].


Ora, congiungendo quest’osservazione con la legge del minimo

sforzo, troveremo la causa di moltissimi errori di ragionamento

commessi dall’uomo primitivo e dal volgo, e in questi la genesi di

alcuni simboli. Supponendo che tre fenomeni _A, B, C_ si seguano

costantemente, ma di cui _B_ e _C_ si possano percepire con i

sensi, con la vista, il tatto, il gusto, ecc.: _A_ invece non sia

percepibile coi sensi, sia invisibile, intangibile, ecc., ecc.,

accadrà che soltanto _B_ e _C_, producendo una sensazione, solo tra

le immagini e le idee loro si stabilirà l’associazione, con cui poi

concludiamo al giudizio di causa. _A_, non producendo nessuno stato

di coscienza, non entrerà nella serie associativa: si potrà solo

indurre la sua presenza necessaria nel fenomeno, con la osservazione

attenta, il confronto, l’analisi dei fatti, ossia con l’investigazione

scientifica e applicando i quattro metodi per la ricerca della causa,

determinati dallo Stuart-Mill. Gli elementi presenti alla coscienza,

se la riflessione non interviene, non possono essere che le immagini

o le idee di _C_ e _B_, essi soli essendo già stati percepiti come

sensazioni.


Ora, in quel ragionamento incosciente che per la tendenza dell’uomo

a fuggire la fatica mentale è la forma più comune, come vedemmo, del

ragionamento tra la gran massa degli uomini, questo calcolo delle

cause invisibili, che richiede attenzione e riflessione non si fa

mai. Ne viene che entrando nel campo della coscienza solo _B_ e _C_,

solo le loro sensazioni e idee s’associeranno e _B_ sarà detto causa

di _C_ a totale esclusione di _A_. L’Australiano supplica il fucile

del bianco di non ucciderlo[134]: cioè in lui la vista del fucile

si è fortemente associata al ricordo delle sue conseguenze fatali,

ma tutto quel complesso di meccanismi e di azioni per cui un fucile

può uccidere, cioè la polvere, lo scatto, l’atto dell’uomo che fa

scattare il grilletto, la cui importanza nella produzione dell’effetto

non può essere valutata che col ragionamento, non entra nella serie

associativa: la conclusione è quindi tratta dai due soli stati di

coscienza che la sensazione porge direttamente, ed è che il fucile

uccide l’uomo. Egualmente gli Esquimesi credettero che un organetto

di Barberia parlasse[135], cioè che quella cassa di legno emettesse

essa quei suoni, come la gola dell’uomo la parola: perchè il complesso

meccanismo con cui si può far parlare una cassa di legno non potendo

essere capito che con lunghe e difficili serie di riflessione, essi

associarono semplicemente la vista dell’oggetto al suono della musica e

attribuirono questa a quello, come a sua causa.


È questo del resto uno degli errori più comuni del ragionamento

volgare: a questo errore si deve quella cieca fiducia dell’uomo negli

strumenti che egli ha inventato, quasichè fossero essi che producono

i meravigliosi effetti, e non l’uomo che li adopera. Domandate a un

uomo del popolo che cosa fa muovere il treno e novanta volte su cento

vi risponderà che è la locomotiva: nessuno quasi pensa invece che sia

l’intelligenza del macchinista[136]. Nei paragoni che comunemente si

fanno tra la potenza dei vari eserciti, si enumerano sempre gli uomini

e i cannoni che ciascun popolo può mettere in campo: e quale Italiano

non crede che l’Italia sia una delle più forti nazioni sul mare, solo

perchè ha le navi e i cannoni più grossi? Nessuno pensa che una nave

formidabile o un esercito bene armato può essere affatto inutile o

anche dannoso non essendo che uno strumento, se non è ben guidato, come

un fucile _Rémington_ in cattive mani può essere più innocuo d’una

balestra primitiva, nelle mani d’un valentissimo arciere. Che più?

perfino nel mondo della scienza noi vediamo perdurare questo errore che

attribuisce allo strumento le virtù che sono invece nell’uomo che lo

adopera: noi vediamo gli scienziati italiani attribuire alla povertà

dei laboratorî la inferiorità della produzione scientifica italiana

in confronto alla tedesca; come se il microscopio e non l’occhio

che guarda dentro e il cervello che pensa dietro l’occhio facesse la

scoperta; come se in Italia non si fossero fatte grandi scoperte in

laboratorî più squallidi di soffitte, e non si fossero buttati milioni

in grandi gabinetti, da cui non uscì nulla; come se Haeckel non avesse

formulata addirittura la legge che la produttività d’un laboratorio è

in ragione inversa della ricchezza di mezzi.


Noi ci troviamo qui dinanzi ad un _arresto ideativo_: vale a dire la

serie di associazioni mentali con cui noi concludiamo un ragionamento

di causalità, si restringe a quei fatti che danno una sensazione

immediata, che lasciano quindi nel cervello immagini ed idee con

tendenza ad associarsi ed esclude quei fatti che non possono produrre

uno stato di coscienza se non con la riflessione, cioè con un processo

mentale assai faticoso, da cui l’uomo comune e anche il pensatore, in

quei campi che non sono l’oggetto delle sue ricerche abituali, rifugge

per la legge del minimo sforzo.


Lo strumento si vede, gli effetti si vedono; ma l’opera dell’uomo che

muove lo strumento non si vede, quindi si attribuisce tutto il merito

dell’effetto allo strumento, dimenticando l’intelligenza dell’uomo,

senza cui lo strumento non sarebbe che un inutile blocco di ferro o

di bronzo. Ecco perchè, come osservò il Guyau, la leggenda attribuisce

sempre un potere magico alle spade dei grandi capitani, come se ad esse

si dovessero le loro vittorie.


2. Tale arresto ideativo ci spiega il concetto trascendente che l’uomo

si è fatto della scrittura che divenne per lui uno di questi simboli

che io chiamo mistici.


La scrittura e la carta sono per i negri del Congo degli spiriti che

parlano agli scrittori, e quando un Europeo li incarica di portare

un messaggio avranno cura, se per la strada perdono del tempo

a divertirsi, di nascondere la lettera perchè non sveli la loro

poltroneria[137].


All’Annam i Francesi provocarono, senza volerlo, una ribellione

degli indigeni, perchè facevano malo uso delle carte scritte da

loro stessi e che gl’indigeni considerano come sacre[138]. L’Indiano

dell’America del Nord crede che le carte scritte non possano contenere

menzogne, e pregiano infinitamente una lettera di raccomandazione,

indipendentemente dal suo tenore[139]. Infatti il selvaggio, quando

vede l’Europeo che aprendo un foglio scarabocchiato di segni conosce

le idee e le intenzioni di un altro uomo che forse è distante mille

miglia, non può calcolare col ragionamento quel meccanismo complicato

di associazioni per cui chi scrive riduce il suo pensiero in segni e

i segni grafici risvegliano poi in chi legge le immagini dei suoni e

quindi delle parole da cui ricava poi l’idea dell’altro: egli vede

costantemente che dopo tenuto in mano un po’ di tempo il foglio,

l’Europeo sa che cosa il suo compagno lontano pensi e ne conchiude,

per l’arresto ideativo, che il foglio per una virtù sua, gli palesa

i voleri dell’altro. Non potendo capire le vie per cui lo strumento

agisce egli attribuisce l’effetto a una virtù dello strumento.


«Cos’ha da pensare l’idiota, scrive il Marzolo, che sente dietro la

lettura di una carta pronunciare le parole che un altro aveva detto

a centinaia di miglia di distanza e poi vede agire secondo la volontà

di quello che l’ha mandata? non può altrimenti, se non pensare che la

carta parli»[140].


Lo stesso accadde del libro. Il volgo vede che l’uomo dotto, il medico,

l’avvocato, ecc., vivono sempre in mezzo ai libri: i libri e i loro

profondi e spesso oscuri discorsi sono i due soli dati che il senso gli

dà e che quindi tendono ad associarsi; quanto al complesso meccanismo

per cui il libro non è che un mezzo di trasmissione attraverso lo

spazio e di conservazione nel tempo delle idee, egli non può calcolarlo

se non con estrema fatica. Quindi conclude che il libro è quello che

istruisce il sapiente, il pozzo a cui egli attinge le sue cognizioni

straordinarie. Di qui l’importanza del libro nelle tradizioni: ogni

legislatore, ogni riformatore, ogni uomo _hors-ligne_ non ha mai cavato

dal suo cervello le idee che lo hanno reso celebre, ma da un libro.

Fo-hi, l’uomo santo della China, vede le leggi che dà poi al popolo,

scritte sul dorso di un serpente alato. Nel Corano la teoria del libro,

applicata ai grandi uomini, ha uno sviluppo straordinario: Dio fa

discendere dal Cielo i libri nei quali è scritta la sua volontà, il

Pentateuco, l’Evangelo, il Corano (_Sur._ VI, v. 9); ogni età ha il suo

libro (_Sur._ XIX, v. 13): nessuno degli inviati da Dio è senza libro;

Dio dice a Giovanni Battista: _Prendi questo libro_ (il Pentateuco)

(Sur. XIX, v. 31); e Gesù dice, appena nato, alla famiglia di sua

madre: _Io sono l’inviato da Dio, egli mi ha dato il libro_ (_Sur._

XVII, v. 94); _O credenti_, esclama il profeta (_Sur._ IV, v. 135)

_credete in Dio e nel suo apostolo, nel libro che egli ha mandato e

nelle scritture discese prima di lui_. Sarebbe questa insomma la teoria

popolare del genio[141].


E si capiscono così, con l’idea che i segni grafici non siano

mezzo di comunicazione, ma sorgente delle idee e delle cognizioni,

le aberrazioni della Cabala, che, scrive il Marzolo[142], era

basata sull’idea che _i segni grafici elementari_ (cioè le lettere

dell’alfabeto) _distribuiti e collocati in certe maniere dovevano far

arrivare alla conoscenza di tutte le cose_. Cioè quella virtù, che si

attribuisce alle parole, è poi attribuita ai loro elementi, le lettere.

E nel _Zoar_ le lettere dell’alfabeto si presentano a Dio, ognuna

per persuaderlo a prendere se stessa per creare il mondo. E si spiega

così, senza ricorrere a speculazioni metafisiche difficili, la teoria

di Pitagora che diceva essere il numero la essenza di tutte le cose:

scambiando i segni, con cui noi indichiamo i rapporti quantitativi tra

le cose, per elementi essenziali delle cose stesse.


Siccome le scritture non sono un mezzo per comunicare le idee con

segni convenzionali, ma rivelano, secondo l’opinione comune, esse

stesse le idee che contengono in se stesse; siccome esse parlano a chi

sa intenderle, si capisce come in certi casi siano state sostituite

alla parola e considerate quasi, specialmente nei rapporti con Dio,

come discorsi recitati senza interruzione. Le Surate del Corano sono

cucite nei vestiti, nascoste in piccoli sacelli di cuoio; i Buddisti

ravvolgono intorno ai loro mulini delle pergamene ornate di questa

scritta: _ôm mani padme hum_[143]; i Cattolici portano entro piccole

borsette il testo stampato di orazioni: portare indosso scritte le

parole della preghiera è come pregare continuamente, per la virtù che

hanno i segni grafici di recitare a Dio la prece che in esse è redatta.


Di qui pure la singolare efficacia attribuita a certe formole scritte.

I Maomettani e gli Zingari, quando sono malati, sciolgono nell’acqua le

carte portanti scritte le formole magiche, e poi bevono[144]. A Napoli,

fino a poco tempo fa, i frati di S. Severino e Sosio distribuivano per

preservativo dai mali le iniziali della formola:


    _In conceptione tua Virgo immaculata fuisti;_

      _Ora pro nobis patrem cuius filium peperisti;_


che sono appunto:


                 I. C. T. V. I. F. O. P. N. P. C. F. P.

impresse in carte, delle quali, chi vuole salvarsi da qualche disgrazia

e guarire da un male, taglia una riga e poi inghiottisce in una

cucchiaiata d’acqua, o di minestra, come una pillola[145]. Come nel

caso precedente la scrittura sostituisce la parola, qui sostituisce la

medicina: è essa che guarisce. E con un simbolo analogo, in Germania

si usa ancora di togliergli, quando un malato è agli estremi, il

guanciale, e porgli sotto il capo la Bibbia: non le preghiere o i suoi

meriti salveranno dall’inferno il moribondo, quanto il libro miracoloso

di Dio; perciò glielo pongono sotto la testa, perchè al momento di

morire possieda un talismano. Ci meraviglieremo dopo ciò se gli Ebrei

raccolgono le carte stampate in ebraico, quando cadono, e le bacino?


Nel diritto noi troviamo un simbolo, che probabilmente è derivato da

questo concetto trascendentale della scrittura, sebbene rivesta una

forma un po’ differente. In una formalità per la trasmissione della

proprietà immobiliare, usata dai Franchi, il tradente poneva in terra

un coltello, un guanto, una zolla, un calamaio e una penna, che poi

separatamente (in seguito con la carta) levava da terra e consegnava

all’acquirente[146]. Io credo che tale formalità (la consegna del

calamaio e della penna) derivasse dalla mal compresa osservazione degli

usi giuridici romani, in cui il documento scritto era usitatissimo:

vedendo che i contratti si garantivano, usando i mezzi della scrittura,

e non comprendendo, per l’arresto ideativo, il complesso processo

di associazione per cui il documento scritto diventava prova, si

attribuì la validità e sicurezza di quegli atti al fatto che mentre si

compievano erano presenti quegli strumenti della scrittura, il calamaio

e la penna. L’idea insomma del contratto in presenza delle cerimonie

romane non si associò nei Franchi all’idea della documentazione

scritta, ma a quella degli strumenti, che vedevano impiegati per

redigerli: e quindi per loro la consegna, oltre che della zolla, del

calamaio e della penna, aumentava la solidità dell’atto giuridico. Era

perciò un vero simbolo mistico.


3. La parola è il mezzo più usato per trasmettere i comandi,

specialmente in società piccole, in cui il capo e i suoi servi e

sudditi sono in continue relazioni di presenza. Di più la parola è

uno strumento potente di suggestione: l’uomo dalla voce gagliarda

comunica ai suoi comandi una imperiosità, che manca alle voci esili;

nell’ipnotismo le suggestioni si fanno quasi tutte con la parola, e

i soggetti restii ad un ordine dato a voce moderata, vi obbediscono,

se se ne rinforza il tono[147]. Quindi la potenza di un uomo può

misurarsi dall’efficacia delle sue parole; come anche noi diciamo per

esprimere l’autorità di un individuo: «Vale più una sua parola...».

Ecco perchè i popoli primitivi hanno espresso il concetto di un essere

molto potente, come Dio, attribuendo grandi effetti alla sua parola.

Nel principio della _Genesi_ Dio crea il mondo con semplici ordini

gridati ai quattro canti del caos. In arabo, _Kelam ullàh_ significa

parola di Dio e realtà universale. Nel _Rig-Veda_ si legge: «I Pitris,

con parole efficaci, hanno creata l’Aurora». E identica con la realtà

universale fu concepita dai mistici la parola: il _Verbum_, il Λόγος di

S. Giovanni.


Anche però tale idea non si potè formare se non per effetto

dell’arresto ideativo. Un comando, anche dell’uomo più potente,

non si può eseguire se le condizioni in cui è dato non sono tali

che ne rendano possibile l’effettuazione; e il despota più potente

non potrebbe innalzar le piramidi se non avesse a sua disposizione

centinaia di migliaia di schiavi. Ma questa idea molto complessa non si

è ancora formata nelle menti primitive: quindi un essere potentissimo,

come Dio, può tutto con una parola, anche creare dal nulla il mondo: e

ciò sebbene gli Ebrei non avessero l’idea metafisica, molto complicata,

e creata poi dai teologi, della onnipotenza divina.


Ecco come è sorta l’idea della efficacia della formola e della

preghiera in sè. Così leggiamo nel _Rig-Veda_: «La maledizione

degli empi ha tre punte; ma la _mantra_ (la formola del saggio)

ne ha quattro», e «solo le formole rette trionfano sui nemici». In

arabo _aïat_ = segno, versetto del Corano, miracolo, azione, fatto

prodigioso. La benedizione in ebraico = _berachà_, è quella che dà

tutti i beni, che fa tutto; e presso gli Ebrei alcune parole sanavano e

facevano morire, e certe parole si usavano per medicina. La benedizione

inoltre valeva di per se stessa, appena la formola ne fosse stata

pronunciata, anche se a sbaglio e sopra una persona diversa da quella

a cui realmente si indirizzava: così, nella _Genesi_ Giacobbe si veste

con la pelle di Esaù, carpisce al padre, semicieco, la benedizione

di primogenito, che spettava al fratello, e il vecchio poi, quando si

accorge dell’inganno in cui l’hanno fatto cadere, sbigottisce e non sa

trovare rimedio. L’idea degli effetti della benedizione si erano tanto

associati all’idea della benedizione stessa, che pronunciate le parole,

nessuna potenza umana poteva più tagliare il corso degli eventi, che

fatalmente ne derivavano, perchè l’idea che per valere dovesse non

essere data a sbaglio, non si era ancora associata[148].


Così nella magia entrava per molta parte la fiducia nella sterminata

potenza di certe formole. Gli _incanti_, gli _incantamenti_, come

ci rivela la stessa parola, erano un tempo formole cantate, a cui si

attribuiva una potenza superiore: in latino _carmen_ significa anche

detto magico.


4. Questi simboli, che ho detto mistici, perchè sono simboli che

acquistano una importanza superiore al loro reale valore di segni, per

un errore logico, ci dimostrano che la logica non è, come si credeva,

unica ed universale dovunque: giacchè quello che io ho chiamato errore

logico, lo è semplicemente rispetto al nostro modo di ragionare:

ma è invece la legge naturale del pensiero per l’uomo primitivo o

ancor rozzo. L’_Organon_ di Aristotile o il _Sistema di logica_ dello

Stuart-Mill contengono assai più le leggi ideali del ragionamento umano

che non le leggi reali; mostrano le vie per cui la ragione può giungere

alla verità più che non descrivano le strade che essa batte nel fatto,

giungendo talora alla verità e più spesso anche all’errore: potranno

essere la legge del pensiero di un grande scienziato, ma non la legge

del pensiero primitivo o anche del moderno pensiero del volgo. Ad ogni

stadio di sviluppo mentale corrisponde una logica speciale: e se per

lo Stephenson è normale vedere nel sole la causa ultima del movimento

delle sue locomotive, non è meno normale e fisiologico per il bambino

vederla nella locomotiva, o per il selvaggio credere che la carta

parli; anzi, considerando quanto più grande sia la parte dell’errore

che quella della verità nella vita dell’uomo, c’è da credere che i

rozzi processi logici dell’uomo primitivo e volgare siano ancora oggi

più normali e fisiologici che le grandi leggi logiche di Aristotile.


Del resto, che cosa ne sappiamo noi? Può darsi che, come la logica

si è finora perfezionata, continui a perfezionarsi ancora: e che un

giorno, questi stessi grandi concetti sulla forza, sulla materia,

sulla conservazione e trasformazione dell’energia, sull’evoluzione,

che sono oggi le ultime conquiste della ragione più sviluppata nelle

regioni dell’ignoto, sembrino idee rozze e primitive, come sembrano al

pensatore europeo le concezioni del selvaggio o le superstizioni del

popolo[149].


5. Un fenomeno analogo, che io chiamo l’_arresto emotivo_, avviene nel

campo delle emozioni e dei simboli emotivi. Una emozione non è mai uno

stato di coscienza unico, ma è sempre associato ad un numero più o meno

grande di immagini e di idee, ad esempio, della persona o della cosa

a cui si riferisce: così l’emozione dell’amore implica l’immagine o

l’idea della persona o cosa amata. «L’idea ed il sentimento — scrive lo

Spencer — non potrebbero essere compiutamente separati. Ogni emozione

corrisponde ad un complesso più o meno distinto di idee; ogni gruppo

di idee è più o meno penetrato di emozioni. Ciò non ostante vi sono

notevoli differenze nella proporzione con cui ognuno di questi elementi

entra nella combinazione: vi sono sentimenti che rimangono vaghi,

perchè non sono definiti da idee ed altri che acquistano una grande

chiarezza dalle idee, a cui sono associati»[150]. Le emozioni sono

dunque sempre associate a un gruppo più o meno grande di immagini o

di idee: ora accade, per una serie di cagioni, che in molte emozioni

l’immagine o l’idea della cosa a cui esse si riferiscono si attenua e

nel campo della coscienza non rimane più che la cognizione del simbolo

evocatore e l’emozione; allora questa si dirige, si _arresta_ al

simbolo.


6. È noto che nella religione, quasi dovunque e in tutti i tempi,

l’adorazione che dovrebbe elevarsi sino a Dio, si ferma alle immagini

che lo rappresentano. Ad esse, tronchi rozzamente scolpiti e fantocci

informi dei selvaggi, statue perfette degli scultori greci, quadri

dei santi della religione cattolica, croci di legno o di ferro, ad

esse si dirigono preghiere e voti, ad esclusione totale dell’essere

che rappresentano. Cook vide gli indigeni di Sandwich portar seco in

guerra gli idoli degli Dei. Quando i Messicani marciavano, in guerra, i

Sacerdoti aprivano la marcia con gli idoli. Gli abitanti dell’Jucatan,

i Chibcas praticavano lo stesso costume. — In Samuele (2, V, 21)

troviamo che i Filistei portavano seco in guerra le immagini dei loro

Dei, e l’arca considerata dagli Ebrei come dimora dell’Eterno era

portata spesso in guerra (2, Samuele, XI). Pure in Samuele leggiamo

che sconfitti gli Ebrei dai Filistei, mandarono a prender l’arca,

per ottenere la salvezza e l’ebbero, perchè il valore dei combattenti

raddoppiò[151]. Noto è il terrore che si diffuse in Atene, quando una

mattina si trovarono rovesciate le Erme degli Dei, e come Alcibiade,

imputato del sacrilegio, dovette sottrarsi all’ira dei concittadini con

l’esilio.


Anche il Cristianesimo, benchè sia partito da Cristo, apostolo di

una religione spirituale, non è oggi che una vera idolatria, almeno

nelle moltitudini: nuova dimostrazione che non il Cristianesimo ha

ingentilito il mondo, ma il mondo ha imbarbarito il Cristianesimo e il

divino concetto di Cristo. Come si spiegherebbe, se no, tanta diversità

e specialità di culti, nel culto della Madonna, quello, per esempio,

della Madonna di Loreto, di Oropa, di Lourdes, ecc., ecc., a ciascuna

delle quali si attribuiscono virtù particolari? È che non si adora la

Madonna, ma quella tale o tale altra immagine sua. E per una questione

di immagini, per sapere cioè se dei pezzi di marmo si dovevano

lasciare nei tempî o toglierli, il sangue corse a fiumi per secoli

nell’Impero bizantino; sommosse popolari, rivolte militari, congiure

di palazzo, deposizioni e uccisioni di imperatori minacciarono di

mandare a picco uno degli imperi più vasti che la storia abbia visto,

e le donne di Costantinopoli giunsero sino a scannare gli ufficiali di

Leone l’Isaurico, mandati ad abbatter le immagini[152]. Evidentemente

la rivolta fu così violenta, perchè essi, rovesciando le immagini,

distruggevano il loro Dio.


Talora invece il Dio non si confonde con l’idolo, ma con il suo

sacerdote. Nel Guzerat, i trentasette grandi sacerdoti di Wichnou

sono onorati oggi ancora come incarnazioni visibili del Dio: si pagano

cinque rupie per contemplarli, venti per toccarli, tredici per esser

frustati dalla loro mano, diciassette per mangiare il betel che essi

hanno masticato, diciannove per bere l’acqua in cui si sono bagnati,

trentacinque per lavar loro i piedi, quarantadue per ungerli d’olio: le

donne infine pagano, per essere possedute da loro, da cento a duecento

rupie.


Iddio dunque si confonde qui con il suo simbolo; e la teoria

dell’arresto emotivo ci spiega una tal confusione. Dio, nessuno l’ha

visto mai, quindi non si può averne un’immagine, se non costruendola

da noi con la nostra intelligenza: ora, per costruire mentalmente,

senza l’aiuto dei sensi, una immagine molto viva, è necessario uno

sviluppo mentale considerevole. Per questo anche oggi, quasi in tutti

alla parola _Dio_ non corrisponde nella coscienza che una immagine

vaga e nebulosa. Ne viene che quando il contadino vede la croce

che risveglia in lui un complesso di sentimenti di rispetto e di

timore, l’idea o l’immagine di Dio, per essere uno stato di coscienza

indeterminatissimo, si associa debolmente o non si associa affatto

a quella emozione: quindi alla coscienza non sono in quel momento

presenti che la vista del simbolo (croce), i sentimenti relativi, ma

non l’immagine di Dio; e perciò quei sentimenti non possono dirigersi

che al simbolo, perchè egli solo si trova nel campo della coscienza e

dietro lui non c’è per l’adoratore l’immagine del Dio che esso dovrebbe

rappresentare. Siccome un simbolo funziona in quanto ha la potenza di

richiamare un gruppo di idee e di sentimenti, se queste associazioni

non si fanno, il simbolo passa alla condizione di realtà, perchè

l’emozione si arresta a lui e non risale a ciò che esso rappresenta.


Ecco perchè l’idolatria ripugnò sempre alle grandi intelligenze, da

Mosè e da Maometto a Pascal e a Matteo Arnold, che protestarono sempre,

ma spesso a torto, almeno dal punto di vista delle plebi, contro il

culto delle immagini.


7. Talora il simbolo assorbisce la realtà da esso rappresentata e

diventa simbolo mistico, perchè l’emozione di cui esso è il segno,

diventa troppo complessa.


Il più caratteristico di questi simboli è la bandiera, che è un vero

simbolo mistico, perchè sostituisce interamente nelle emozioni della

massa, la patria o la società che dovrebbe rappresentare.


Un insulto fatto alla bandiera di una nazione può provocare perfino la

guerra. Alle bandiere si rendono saluti, ci si inchina, in loro onore

si sparano colpi di cannone, e ogni sera, al tramonto, sulle nostre

navi da guerra, si cala la bandiera solennemente, al suono della marcia

reale ed alla presenza di una compagnia di marinai, che l’aspetta alla

sua discesa e le presenta le armi. Alla bandiera si rivolgono discorsi,

inni, qualche volta si danno anche baci, come se fosse una persona

viva o una bella donna. In guerra, la grande vergogna è di perdere la

bandiera; arrendersi conta poco, se prima si è avuto cura di bruciare

la bandiera, come fecero molti reggimenti francesi nel 1870: il grande

onore di Britannico fu di riportare a Roma le aquile delle legioni di

Varo, cadute in mano ad Arminio: la Germania addita ancora alla Francia

le 70 bandiere strappatele nell’ultima guerra. Dimostrazioni non se ne

fanno senza bandiere; e chi non ha sentito in un comizio gli applausi

frenetici che salutano lo spiegarsi di una bandiera nazionale? Ogni

società, anche la più pacifica, per primo atto di vita inaugura il

suo vessillo con discorsi, pranzi, luminarie: nè l’oratore d’occasione

manca mai di rivolgerle una fervida perorazione. E così ramificato è

cotesto simbolo, che nel linguaggio ne è derivata una intera legione di

metafore: abbiamo le bandiere dei partiti, delle scuole scientifiche,

delle sette religiose; i tradimenti della bandiera, le bandiere

ammainate, spiegate, coperte di obbrobrio o splendenti di gloria, ecc.,

ecc.


Tanto, anzi, il simbolo ha in questo caso assorbito la realtà, che

la notizia di alcuni Italiani maltrattati in terre lontane, risveglia

poco o punto i sentimenti della solidarietà sociale; mentre la notizia

che una folla briaca abbia strappato la bandiera nazionale, mette in

ebollizione giornalisti, ministri, deputati, generali, pubblico.


Non mancano nemmeno certe ingenue stranezze, che dimostrano di che

cosa sia capace l’uomo, in materia di sofismi. Nella Francia del

Medio Evo, l’orifiamma reale, la _bannière charlemanne_, restava di

solito, come si capisce da un passo di Raoul de Presles, a Saint-Denis,

e in guerra se ne mandava una copia; così quando i Fiamminghi la

presero a Mons-en-Puelle, il dolore non fu grande; tanto non era

l’originale![153]


Eppure alle origini della civiltà la bandiera è un simbolo assai

più realisticamente e ragionevolmente inteso: la bandiera, pelle di

animale, o drappo, o ciuffo di piume inalberate sopra un’asta, è un

semplice segno di riconoscimento per i membri di una tribù o di una

schiera in guerra, e non desta di per se stessa entusiasmi. Gli antichi

Peruviani avevano una lancia ornata di piume di diversi colori, che

loro serviva in guerra di insegna: «ciò, scrive lo Spencer, fa pensare

che gli accessori della lancia, usati da prima come segni, fornirono

accidentalmente un mezzo di riconoscimento con cui raggrupparsi intorno

al Capo. Quando l’esercito dei Chibchas si riuniva, ogni cacicco, ogni

tribù inalberava sulle tende delle insegne diverse, servendosi a ciò

dei mantelli, con cui le tribù si distinguevano. Tra i Figiani ogni

schiera combatte sotto la sua bandiera; e le bandiere si distinguono

tra di loro per dei segni[154]». I Messicani mettevano una gran cura a

distinguere le persone con insegne differenti, sopratutto in tempo di

guerra[155].


A che si deve questa differenza, che sembra un peggioramento? Alla

complessità vertiginosamente crescente che ha assunto il sentimento

dell’amor patrio, con l’estendersi della superficie delle patrie e

con l’aumentare dei rapporti che sempre più intricati intercedono

fra i cittadini di un paese. I diritti e i doveri di un membro di

una piccola tribù sono elementari: il sentimento di solidarietà è una

emozione molto semplice, stante il poco numero di rapporti vicendevoli

in essa compresi: tutti capiscono la necessità e sentono il dovere di

difendere insieme il piccolo territorio, perchè se non lo sentissero,

quella tribù sarebbe, nella lotta per l’esistenza, sparita innanzi

ad altre già pervenute a questo primo grado elementare dei sentimenti

sociali[156].


Ma invece il sentimento di solidarietà sociale e di amor patrio

diventa enormemente complesso, quando si tratti non di piccole

tribù, ma di società numerose, complesse nella loro funzione,

comprendenti gli uomini a diecine di milioni e mutui rapporti di

interessi complicatissimi. È una emozione che non può risultare che

dall’associazione e fusione di un numero straordinario di stati di

coscienza; i quali poi non possono raggrupparsi che intorno ad una

idea astratta, l’idea della patria. Ora l’uomo, dato il grado del suo

sviluppo mentale, non è oggi capace di una così complessa emozione;

e perciò egli ve ne sostituisce un’altra più semplice, che ha per

centro il simbolo. Invece della patria, l’oggetto dell’amore diventa

la bandiera, che è una cosa visibile, tangibile, la cui imagine

può essere con facilità evocata mentalmente: intorno ad esso si

associano una serie di stati di coscienza, che formano l’emozione

dell’affetto, e che, trattandosi di un oggetto materiale, non sono

più numerosi di quelli che formano il sentimento dell’amore per

tutte le cose a cui l’uomo prende affezione nella sua esistenza. Una

emozione complicatissima è ridotta alla semplicità dei sentimenti

usuali mediante l’interposizione, tra essa e l’uomo, di un simbolo

materiale, a cui l’emozione si arresta. Ad essa si dirigono tutti i

sentimenti di ammirazione e di affetto; al di là esiste in molti un

aggregato di stati di coscienza, idee e sentimenti, molto vaghi, che

sono la nebulosa, da cui eromperà in avvenire il sentimento patriottico

realistico, e che ciascuno associa alla vista del simbolo, come meglio

può, liberamente.


Lo stesso accade nella politica. I partiti hanno sempre avuta una forte

tendenza a distinguersi, a contrassegnarsi con emblemi di vario genere;

per lo più con oggetti di vestiario di diverso colore. Chi non ricorda

le fazioni dei _verdi_ e dei _rossi_ a Costantinopoli? Un avanzo di

questa tendenza resta ancora nell’uso di contrassegnare i partiti

politici con dei colori: _neri_ i clericali; _azzurri_ i moderati

e i monarchici; _rossi_ i rivoluzionari. Così i _sans-coulottes_

simboleggiarono il loro antagonismo politico contro l’aristocrazia

francese nel disprezzo della forma di abito che l’aristocrazia usava.

Ma anche in questo caso, siccome spesso un partito politico rappresenta

un complesso di idee, di interessi, di desideri, di bisogni molto

numerosi e molto astratti, il sentimento per cui un uomo si appassiona

al partito e ne segue con interesse le vicende è troppo astratto e

complesso: allora l’uomo, per il processo analizzato più su a proposito

della bandiera, semplifica l’emozione, appassionandosi per il simbolo.

Chi non ricorda il berretto frigio dei rivoluzionari francesi, gli

entusiasmi e le lotte sollevati da questo simbolo? Si battevano

proprio per il berretto, dimenticando spesso le idee e i desideri

che rappresentava: e a Torino, nel 21, per il berretto frigio si fece

un massacro di studenti. Nel periodo del risorgimento italiano, per

molti anni, a Milano, ad esempio, la lotta tra i liberali e l’Austria

fu _una lotta per l’emblema_; quelli cercavano di mostrare in tutte

le occasioni gli emblemi italiani (i tre colori, ecc., ecc.); questa

cercava di impedirlo: e la confusione tra il simbolo e l’idea politica

si verificava tanto, che un egregio patriota lombardo mi diceva che

quando i liberali riuscivano a inalberare una bandiera tricolore o

a portare in molti delle coccarde nazionali, erano allegri come di

una vittoria riportata sull’Austria. Si ricordi anche l’entusiasmo

dei Francesi per Luigi XVI, quando alla coccarda azzurra sostituì

la tricolore: il mutamento del simbolo entusiasmò la massa, che non

calcolava quanto fosse differente appuntarsi all’abito questo o quel

pezzo di nastro, dall’abbandonare o accettare le idee che l’uno o

l’altro rappresentavano.


Tanto è poi comodo all’uomo sostituire una emozione astratta con una

emozione che abbia per oggetto un simbolo materiale, visibile, che

talora egli fa questo scambio quando anche l’emozione astratta non è

delle più complicate; e non si accorge del ridicolo in cui incorre agli

occhi di ogni persona un po’ seria. Tale è la toga, che simboleggia nei

tribunali la maestà della giustizia: si protesta in nome della toga, si

spoglia la toga per disdegno, si urla che non si tollereranno insulti

alla toga, ecc., ecc.; povero cencio, spesso unto e consunto, preso a

prestito da un usciere speculatore, che, a sentire i discorsi, sarebbe

la cosa più sacra di tutta la terra!


L’utilità del simbolo, sotto questo rispetto, è stata immensa nella

storia della civiltà. Uno dei fenomeni più strani della storia, una

forse delle più larghe sorgenti della infelicità umana, è la rapidità

immensamente più grande dell’evoluzione sociologica in confronto

alla evoluzione psichica: in pochi secoli una società può estendersi

e complicarsi immensamente, passare dalla condizione della Germania

descritta da Tacito alla condizione della Germania presente: ma nello

stesso tempo la media dell’intelligenza non cresce con eguale velocità;

resta spesso anzi stazionaria o non si perfeziona che con estrema

tardezza. L’uomo, come individuo, resta quasi sempre indietro all’uomo

come membro di una società. Ne segue che spesso l’uomo dovrebbe, per

trovarsi adattato interamente alle complesse condizioni sociali in

cui vive, esser capace di emozioni molto più complesse ed astratte di

quelle che egli possa sentire, dato il grado di evoluzione mentale;

il simbolo rimedia allora a questa impotenza, porgendo il mezzo di

sostituire alla emozione complessa una emozione più semplice, di cui

esso è il termine, e che nei bisogni della lotta per l’esistenza può

sostituirla con sufficiente utilità.


Questo vantaggio lo si nota già presso i selvaggi. Nel Dahomey, il

capo di una fattoria di Grand-Popo aveva spedito una imbarcazione

di mercanzie lungo il fiume, munendo il capo della piroga di quel

bastone, che, come vedemmo, rappresenta quasi il sigillo particolare

delle famiglie. L’imbarcazione fu depredata da una tribù rivierana:

del che l’agente della fattoria mosse lamento a una potente tribù,

che esercitava una specie di polizia sul territorio; e questa chiamò

allora a sè i delinquenti, i quali nel Consiglio dei vecchi affermarono

che un membro della loro tribù essendo stato offeso dal capo della

fattoria predecessore del querelante, essi si erano vendicati sulla

imbarcazione, ignorando il cambiamento avvenuto dell’agente. Il

Consiglio dei vecchi non potè allora che assolvere i rei e mostrare

all’agente il proprio rincrescimento per il malinteso; ma quando

l’agente, per consiglio di un negro, disse al Consiglio che gli

assalitori, oltre rubargli la roba, gli avevano rotto anche il bastone,

immensa fu l’indignazione nel Consiglio, che revocando immediatamente

la sentenza, condannò la tribù a restituire le cose rubate e di più

a raccogliere i frantumi del bastone e a riportarli solennemente

alla fattoria[157]. In questo caso l’emozione astratta e complessa

del rispetto alla proprietà altrui è sostituita dall’emozione assai

più semplice del rispetto all’oggetto materiale, che rappresenta gli

individui: è un arresto emotivo, per cui si ha già una relativa e

parziale osservanza dei doveri morali verso la proprietà altrui, quando

una osservanza intera e compiuta è ancora impossibile, dato il grado di

sviluppo psichico.


8. Vi è ancora un ultimo processo per cui l’uomo converte dei semplici

segni in oggetto di venerazione.


Per la legge del minimo sforzo, le idee, le emozioni che si compongono

di numerosi stati di coscienza associati, tendono a ridurre al minimo

queste associazioni; a mantenere solo quelli che sono assolutamente

necessari, lasciando perdersi gli altri, se una qualche causa non li

tiene in vita. Accade così che spesso col tempo si producono notevoli

mutamenti nelle idee e nei sentimenti dell’uomo. Un esempio classico

ci è dato dalla preghiera e in generale dalle pratiche religiose.

In origine le preghiere, le visite, i pellegrinaggi, ecc., ecc.,

non sono che i segni della soggezione, della riverenza dell’uomo

prima all’antenato, poi al Dio (almeno se si accetta la teoria dello

Spencer): sono segni di devozione, intesi come tali e il cui vero

significato è presente alla coscienza dell’uomo. Tanto è ciò vero

che si cerca allora di adattarli al carattere del Dio, studiando

quali parole e quali atti possano, dato il suo carattere, riuscirgli

più gradevoli: segno che si ha una nozione realistica del valore

della pratica religiosa. Col tempo invece la pratica religiosa è

un compiuto simbolo mistico, la preghiera e le altre formalità non

sono più il segno della devozione, ma il dovere religioso stesso;

nell’osservarle, anche senza saperne più lo scopo, sta tutto l’obbligo

del credente. È notissimo il fatto di credenti che pregano in lingue

sconosciute; del cattolico che prega in latino, dell’ebreo che adopera

nelle cerimonie religiose l’ebraico, senza spesso conoscerlo; dei

Romani che cantavano in certe feste i _carmina saliaria_, scritti

in un latino arcaico, che nemmeno i sacerdoti capivano più. Quale

fervente cattolico non crederebbe di peccare gravemente se trascurasse

la messa o il pellegrinaggio? eppure nessuno sa dire perchè tali

cerimonie debbano essere gradite a Dio. Quello che era un tempo il

segno di date disposizioni di animo, che si sapeva dovere essere

gradite al Dio, diventa un dovere di per sè, indipendentemente dal

suo significato; sale adunque all’importanza di simbolo mistico. Per

questo si potrebbe dire che le religioni primitive sono più spirituali

e meno formalistiche delle religioni civili. Tutte, o quasi, infatti

le questioni religiose che scoppiarono nel secolo XVI vertevano sulla

questione del rituale, se cioè si dovesse pregare con certe formole o

con certe altre, se si dovessero osservare certi riti; era insomma la

sola e intera preoccupazione del simbolo con cui doveva manifestarsi

il sentimento religioso, a totale oblio di questo. Così in Inghilterra

Edoardo VI fa redigere da una Commissione di teologi il libro delle

preghiere e lo promulga come obbligatorio per tutti i fedeli; Maria

la sanguinaria invece lo abolisce e in quattro anni manda al rogo 286

eretici, rei di aver pregato in forma diversa da quella voluta dalla

regina; Elisabetta poi ridisfa l’opera della sorella, sinchè nel 1559

l’atto di uniformità ristabilisce il libro delle preghiere comuni.


Questo apparente regresso si spiega con quella legge di riduzione

al minimo delle associazioni mentali. Dicemmo che in origine la

pratica religiosa è intesa nel suo senso realistico: allora dunque

sono presenti e associati alla coscienza umana tre distinti stati

di coscienza: i sentimenti di devozione al Dio, il desiderio di

manifestarglieli con quelle date pratiche, e l’idea delle _ragioni_

per cui queste pratiche sono gradite al Dio. Di questi tre stati di

coscienza, l’ultimo a poco a poco si oblitera dall’associazione perchè

nessuna utilità o nessun bisogno lo mantiene in vita. Difatti quando

si tratta di voler propiziarsi una persona viva, è importantissimo

avere presenti le ragioni per cui un dato atto o preghiera gli

saranno graditi o sgraditi, perchè bisogna adattare la preghiera

al carattere dell’individuo, o alle sue disposizioni del momento,

se si vuole riuscire. Ma, trattandosi di antenati morti, di Dei, di

oggetti naturali, questa coscienza sempre viva delle ragioni per cui

il dato atto o parola è gradita non è più necessaria, non c’è infatti

bisogno di cambiare continuamente il modo di propiziazione secondo

il carattere, o le disposizioni momentanee del pregato, perchè il

morto non si vede, e l’oggetto naturale non ha espressione cangiante;

basta quindi continuamente ripeterla nella stessa forma. Quindi a

poco a poco col tempo quella idea, che nel periodo della formazione

mitologica era necessaria, in seguito diventata inutile si ecclissa

e sparisce, finchè di generazione in generazione non rimangono più

nella coscienza strettamente associate che il desiderio di propiziarsi

il Dio e l’idea che dati atti e parole gli sono graditi: le ragioni

per cui gli sono graditi, nessuno sa e nessuno cerca di sapere perchè

ciò non è affatto necessario, non essendoci mai bisogno di mutarli,

come abbisognerebbe invece se si trattasse di persone vive. In questo

caso per un arresto che è nel tempo stesso ideativo ed emotivo e che

chiameremo _ideo-emotivo_ il segno della propria venerazione verso gli

Dei, diventa esso l’oggetto d’una venerazione particolare.


Così si spiega anche l’enorme conservatorismo di tutte queste formalità

religiose, conservatorismo così tenace che noi vediamo l’ebreo

servirsi ancora di strumenti dell’età della pietra, il cattolico

usare una lingua morta da più che dieci secoli. L’uomo è naturalmente

conservatore e non muta le sue idee, le sue abitudini se non quando

un estremo bisogno lo urga, cioè se non quando queste idee e queste

abitudini non siano più in correlazione colle condizioni della vita

e gli producano danni invece che benefici. Ma questo inadattamento,

unica causa di mutamento, nelle pratiche religiose non può avvenire

specialmente dopo che la coscienza delle ragioni delle pratiche

stesse si è spenta: giacchè se si sapesse perchè quelle pratiche sono

gradite a Dio, si muterebbero continuamente secondo che l’idea di Dio

si perfeziona e si modifica; ma siccome l’osservanza della pratica

è basata sopra un’associazione di idee abituali, insinuata in ogni

individuo fin dai primi anni, che non corrisponde a condizioni mutevoli

di cose, quest’associazione d’idee non può essere mai modificata;

quindi nemmeno la pratica non può trasformarsi mai.


9. Un nuovo aspetto più particolare di questo stesso fenomeno vogliamo

ancora osservare. L’arresto _ideo-emotivo_ non è talora l’effetto

di una lenta riduzione al _minimum_, che avviene di generazione in

generazione in una complessa associazione mentale: talora si fa durante

la vita di un uomo, ed è prodotta da una professione per rispetto a una

certa serie d’idee e di sentimenti.


È il caso dei _burocratici_ nelle grandi amministrazioni dello Stato

e dei Comuni. È noto come uno dei vizi capitali di questa peste delle

società invecchiate sia l’applicazione bestialmente letterale dei

regolamenti che sono dati loro per guida, debba questa applicazione,

fatta senza riguardi alle particolari contingenze di ogni caso che

si presenta, condurre a risultati dannosi, dispendiosi, assurdi,

ridicoli. La lettera del regolamento, non dovrebbe essere se non il

_segno approssimativo_ della volontà del legislatore, che non può

dare che una norma generica, essendogli impossibile tutto prevedere, e

sulla cui traccia l’impiegato dovrebbe sbrigar bene e giudiziosamente

gli affari, mettendoci del suo pensiero quanto basta per interpretare

questa volontà in rapporto ai casi speciali: la lettera, invece, del

regolamento diventa la regola, la verità, l’assennatezza stessa; non

si fa che applicarla, cavandone, con un rapido ragionamento puramente

logico, le conseguenze, senza alcun altro riguardo. Non così accade

dell’impiegato di case private, che se interpreta ed applica male gli

ordini generici del padrone, deve pagare, in un modo o in un altro,

del suo: costui non è mai vittima di questa fascinazione operata dalla

lettera delle disposizioni regolamentari.


Perchè? Nel primo caso abbiamo un arresto _ideo-emotivo_. Per applicare

intelligentemente una disposizione generale di legge a dei casi

particolari, è necessario un lavoro mentale abbastanza complesso:

bisogna rappresentarsi lo scopo ultimo delle disposizioni, i casi più

frequenti per cui è stata redatta, le contraddizioni con lo scopo, a

cui si giungerebbe applicandola letteralmente al caso particolare,

i temperamenti e le modificazioni da apportarsi nell’applicazione.

All’idea del fatto speciale bisogna adunque associarne molte altre,

per cavarne la conclusione, che regolerà la condotta dell’impiegato.

Tutte queste associazioni di idee, sempre rinnovate a ogni nuovo

caso, costano fatica: quale interesse ha l’impiegato di una grande

amministrazione di compierla? Quando egli abbia sbrigato i suoi

affari con intelligenza, il suo guadagno alla fine della sera è lo

stesso: quando abbia fatto errori, nessuno si curerà di farglieli

pagare. A poco a poco l’individuo si avvezza al processo mentale più

rapido dell’applicazione letterale, perchè è quello che implica minor

numero di altre associazioni mentali concomitanti: e dopo un po’ di

tempo questo processo è diventato così abituale, che l’impiegato è

assolutamente incapace di mutarlo, ha perduto la nozione dello scopo

a cui deve tendere l’opera sua; non sente più l’ingiustizia e la

mostruosità dei suoi errori; la sua intelligenza e i suoi sentimenti

di soddisfazione e di dovere compiuto si arrestano alla letterale

applicazione della legge, esclusa ogni idea di scopi più vasti e ogni

sentimento di più alto dovere.


Non così accade dell’impiegato dipendente da un privato, perchè in lui

il pungolo dell’interesse tien vive e deste in maggior numero che sia

possibile quelle concomitanti associazioni mentali, per cui la lettera

di un ordine non s’innalza dal grado di segno approssimativo, al grado

di verità e convenienza assoluta, al grado cioè di simbolo mistico.


10. Lo studio di questi curiosi fenomeni del simbolismo, mentre allarga

le nostre cognizioni sull’immensa importanza che hanno avuto i simboli

nella evoluzione umana, ci permette da un altro lato di calcolare

alcuni svantaggi della civiltà. A dispetto degli inni ottimisti in

onore, e delle elegie pessimiste in vituperio della civiltà, la scienza

non ha ancor drizzato un bilancio rigoroso, in cui si paragonino tra

loro i danni e i vantaggi del progresso; una statistica delle perdite

subite e degli acquisti fatti, da cui si ricavi quanto l’umanità civile

ha realmente guadagnato dopo tanti secoli di battaglie e di lavoro:

e quindi gli inni come le elegie non possono essere che l’espressione

di un sentimento particolare, che non ha per origine un’osservazione

coscienziosa dei fatti. La teoria del simbolo indica una di queste

perdite, perchè l’arresto _ideo-emotivo_ per cui il simbolo e

la pratica religiosa si convertono in oggetto di adorazione e di

venerazione, si fa assai più spesso nei popoli civili che nei selvaggi.

Tra questi la religione è spesso, come dicemmo, più cosciente, più

realistica e in un certo senso più spirituale che in molti popoli

civili: sia perchè la religione si trova allora nel suo periodo delle

origini, e tutte le formazioni, dalle chimiche alle sociologiche,

allo stato nascente sono più attive, sia perchè allora nei sentimenti

religiosi si concentra il massimo dell’attività psichica, certo è

che i selvaggi hanno cognizione dello scopo delle pratiche religiose,

e a modo loro, come possono, ma coscientemente, adorano Dio. Con la

civiltà, le preoccupazioni dello spirito umano diventano più numerose e

quindi tra esse la religione occupa un posto minore; di più il processo

normale dell’arresto _ideo-emotivo_ entra in azione, e a poco a poco la

religione diventa formalistica, consuetudinaria, quasi incosciente; e

per ciò anche estremamente conservatrice.


Se però queste decadenze del simbolo nella civiltà si restringessero

ai riti religiosi, il danno non sarebbe poi straordinario: ma un’altra

e più grave ne noteremo nel diritto. Evidente riprova che un progresso

assoluto non esiste; che ogni progresso è più o meno compensato da

concomitanti regressi, e che il vero indice dell’evoluzione è dato

dalla differenza tra i progressi e i regressi. Superiori per certi lati

infinitamente ai popoli selvaggi, per certi altri aspetti noi stiamo

loro al disotto.





CAPITOLO VII.


Atavismo e patologia del simbolo.



1. Vedemmo come molti simboli che sembrano adesso così strani e

incomprensibili, non sono che sistemi di segni per fissare e comunicare

le idee, quali ne usiamo anche noi, ma solo in forma più primitiva.

Una nuova conferma della teoria ci è data dal fatto che quei simboli

ritornano anche oggi, per il continuo ripullulare degli atavismi, in

certi individui e in certe classi sociali.


2. La pictografia, ad es. cioè il sistema primitivo della scrittura,

ritorna nei criminali, che tanto hanno di atavico nel loro carattere.

Essi esprimono in certi momenti il loro pensiero con la figura,

come hanno dimostrato specialmente que’ Palimsesti del carcere così

genialmente raccolti dal Lombroso. Uno per manifestare il proposito

di suicidarsi, disegna rozzamente un uomo appiccato alle sbarre

del carcere. Un altro, complice in una grassazione, ricama sopra

un panciotto una scena che doveva essere secondo lui una difesa

pictografica, perchè con essa pretendeva di essere assolto: un terzo

figurava il complice che ruba l’orologio, il derubato che fugge e

sè stesso che non ha se non la catena; in alto disegna gli stivali

come firma professionale del suo mestiere. C. L. sopra un vaso incide

rozzamente un grassatore, forse lui stesso, che svaligia un passeggero

dopo avergli pranzato assieme; e l’arresto del reo, mentre passeggia

con la valigia. Troppmann, come è noto, fece un disegno in cui

rappresentava il suo delitto, sebbene egli fosse letterato e poeta. In

un altro vaso un gobbo fa la storia dei suoi amori con due donne che

ingravida e che risentitesene ricorrono al tribunale.


Anche il tatuaggio è quasi sempre pictografico: sono o figure reali

di oggetti o di una loro parte o figure ricavate da metafore in uso

nel linguaggio, che riportano qualche idea a un oggetto materiale; o

figure che per associazione ricordano un dato oggetto o persona. Così

un criminale che si era tatuato la propria storia sul corpo, ricordò

l’amante disegnando un cuore; le guardie e i propositi di vendetta

contro di esse con un elmo; un amico abile suonatore di chitarra con

un liuto; la nave su cui fece naufragio con un’ancora; il suo trapasso

dall’esercito dei delinquenti in quello della polizia con una corona

reale, segno del potere politico. Un altro porta sul braccio destro,

2 colombe, emblema di amor puro (figure ricavate da metafore del

linguaggio) — una sirena — le iniziali del suo nome e di quello del suo

amante — un selvaggio, ricordo del suo soggiorno in Africa — una donna,

vestita da saltimbanco, con una colomba nella mano destra, ricordo

della sua terza amante — le insegne del suo mestiere di fabbro — un

tabernacolo: sul braccio sinistro, due lottatori, ricordo del tempo in

cui fu saltimbanco — la testa di uno zuavo (ricordo della legione).


Questa tendenza è indubbiamente atavica e costituisce un ritorno a

sistemi di segni perduti, che è forse favorito da alcuni caratteri

speciali dei criminali. In costoro le passioni sono violente e perciò

la parola è uno strumento troppo astratto perchè renda l’intensità

dei sentimenti e delle idee eccitate da coteste passioni. Di più,

siccome i criminali sono gente fuori della società, le cui passioni ed

idee sono per dir così sempre solitarie e non possono trovare accordo

e simpatia con le idee e sentimenti altrui, anche il mezzo con cui

esprimono questo stato di anima deve essere speciale, non quello che

serve a esprimere le idee comuni di tutti gli altri. La pictografia è

spesso una specie di crittografia del criminale con se stesso; un modo

con cui egli fissa le idee e i ricordi suoi, che altri non possono

e non debbono conoscere, che egli tiene tutte per sè in una maniera

conosciuta da lui solo. Così uno che portava tatuato sul braccio un

gruppo di Salomone, una sirena e una croce, spiegava il tatuaggio

così: L’uno lo tengo per ricordarmi quando fui nel 1879 carcerato per

assassinio in Egitto; la sirena con un’ancora, per ricordarmi che fui

condannato a 3 anni di carcere a Costantinopoli; la croce feci per non

tornare in carcere, ma inutilmente. E un camorrista per riattizzare in

sè il sentimento della vendetta contro una amante che l’aveva tradito,

si disegnò un limone (simbolo dell’amore sventurato, dolce dapprima e

agro poi) e una sigla V T = vendetta.


Si noti qui poi la legge dell’inerzia mentale: il tatuaggio è

l’artificio con cui la violenta passione previene in anticipazione il

pericolo della sua rapida estinzione; perchè il segno tatuato non è

che la sensazione che risusciterà in avvenire in sentimenti languenti,

essendo stata con essi associata al momento del disegno. Quindi il

tatuaggio è l’effetto anche per questo rispetto delle passioni violente

e deve essere estremamente dinamogeno, disegno cioè e non scrittura.

L’uomo medio invece, che poco o nulla ha da ricordare, non ha bisogno

di questo artificioso sistema di segni, che gli riporti continuamente

sotto gli occhi i ricordi che fuggono rapidi nel passato.


3. Curioso è poi che nel mondo dei delinquenti troviamo anche il

simbolo giuridico, in quella forma atavica che notammo nel diritto

primitivo, e ciò specialmente nelle associazioni di malfattori, che

hanno anch’esse, com’è noto, i loro ordinamenti sociali. Gli Chauffeurs

francesi (celebri bande di briganti della fine del secolo scorso

e del principio del presente) avevano una cerimonia mimica, per la

celebrazione del matrimonio: i due sposi andavano innanzi alla banda

radunata; nel mezzo c’era una corda tesa ad una certa altezza. Il

capo domandava allo sposo: _Straccione, vuoi tu la stracciona?_ Sulla

risposta affermativa, aggiungeva: _E allora salta_. Lo sposo saltava la

corda; egual domanda ed eguale comando eran fatti alla sposa: dopo, i

due erano maritati. Anche qui noi non abbiamo altro che un sistema di

documentazione più rozzo: per fissare nella opinione pubblica l’idea

del matrimonio contratto, si facevano assistere i banditi ad una scena,

che ne risvegliava per associazione l’idea. La scena, così come era

immaginata, ha un po’ del selvaggio e dello strano: e può essere stata

suggerita dalla vita di azione, di ginnastica e di movimento in aperta

campagna, che debbono per forza fare le bande di briganti.


Analoga a questa è la cerimonia di introduzione della camorra, che

è relativamente agli scopi della società un atto giuridico, perchè è

la conclusione del patto d’associazione tra i vecchi camorristi e il

nuovo.


«Riunita la Società — scrive un accurato storico della camorra,

l’Alongi — il padrino del neofita, gli fa le ultime raccomandazioni:

— Sei ancora in tempo di ritirarti; bada a quello che fai. Per essere

dei nostri bisogna avere umiltà e sangue freddo, sapere con belle

maniere convincere le persone a dare quello che si vuole, non mostrar

superbia, non riscaldarsi, anzi chiudere un occhio su certi piccoli

inconvenienti. — E poichè quello si mostra pronto a tutto, ne avverte

la società, già riunita.


Il capo sta in mezzo con a destra il _contaiuolo_ (se c’è), e quindi

il _primo voto_ (socio anziano) continuando in circolo per ordine di

anzianità, in guisa che l’ultimo ammesso stia alla sinistra del capo.

Tutti stanno immobili con le braccia al sen conserte, ed è vietato

fumare, essere armati, e perfino sputare dentro il circolo.


Il capo (facendo un inchino). Buon giorno a _Signori_ e Società

riformata (riunita). Sapete, fratelli, perchè si è riunita oggi la

Società? Con permesso del contaiuolo, del primo voto e del rimanente

della Società si deve battezzare un giovane che vuol essere nostro

compagno.


_Primo voto._ — (Chi è stu tale?) Come si chiama?


_Capo._ — Tal dei tali, lo conoscete, credete che sia un buon giovane?


(Uno alla volta rispondono naturalmente sì, perchè i precedenti del

neofita sono noti).


_Capo_ (al socio di sinistra o ultimo voto). — Distaccatevi e

chiamatelo.


_Ultimo voto_ (tornando coll’aspirante). — Buon giorno, la Società è

oggi riunita per voi, entrate con tutte le regole di società.


_Neofita_ (a capo scoperto ed a tre passi di distanza). — C’è permesso?


Nessuno risponde per tre volle.


_Neofita._ — V’impongo sul titolo d’umiltà: c’è permesso?


_Capo._ — Entrate con tutte le regole di società.


_Neofita._ — Fatemi grazia, la Società fa capo in trino o capo in testa?


_Capo._ — Abbiamo due _picciotti_ alla testa.


_Neofita._ — Riverisco i due picciotti di testa, il capo e tutta la

Società.


_Capo._ — Copritevi.


_Neofita._ — Non basto a ringraziare i due picciotti, il capo e tutta

la Società.


_Capo._ — Avete disturbata la Società per vostra causa, che desiderate?


_Neofita._ — Questa mattina mi sono alzato di bell’anima e di bello

core e mi son messo a rapporto col giovinotto onorato di giornata

per vedere se c’è un posto da occupare, se no torno a fare quello che

facevo prima.


_Capo._ — Sapete voi che ci vuole per fare il giovinotto onorato?

Passerete guai sopra guai; dovrete obbedire a tutti gli ordini dei

picciotti e dei proprietari e portare loro utile e guadagno.


_Neofita._ — Se non volevo passare guai non avrei incomodata la Società.


_Capo._ — Va bene, distaccatevi (ai rimasti). Come vi sembra possiamo

passare ad una votazione?


All’affermativa fa chiamare il neofita che entra col cerimoniale

primitivo.


_Capo._ — La Società vi crede meritevole di occupare un posto.

Desiderate altro?


_Neofita._ — Non basto a ringraziare ecc., non bramo altro che un bacio

da sinistra a destra.


_Capo._ — Fate i vostri doveri.


Il neofita bacia la mano ai due picciotti, e la bocca agli altri

cominciando dal meno anziano; giunto al capo lo bacia due volte.


_Capo._ — Avete dato un bacio a tutti; perchè a me ne deste due? Son

forse più bello degli altri?


_Neofita._ — Ve ne ho dati due perchè portate due votazioni: una

da sinistra a destra e una da destra a sinistra, e perchè siete

specificatore e dichiaratore d’ogni cosa (giudice).


_Capo._ — Desiderate altro?


_Neofita._ — Bramerei sapere se vi sono compagni piantati o puniti per

pregare la Società di graziarli. E poi vorrei conoscere i patti.


_Capo._ — Le grazie saranno accordate come è di regola; i patti

sono questi: 1º Non andare cantando o facendo chiassi per la via; 2º

Rispettare i picciotti e qualunque disposizione essi diano; 3º Obbedire

pure i camorristi e fare le commissioni loro.


Dopo di che il capo mette fuori un mazzo di carte e i giovanotti

simulano una _giocata_; il nuovo ammesso riconosce che è di bacio

e non di _divisione_, cioè che ha con la Società sole relazioni di

solidarietà morale, senza diritto ai guadagni, e paga una regalia in

denaro, se in carcere, in una divertita, se in libertà o alle isole,

per ringraziare della sua ammissione e festeggiarla[158].


A parte il simbolismo speciale di vari fra i numerosi atti descritti

più sopra, che in chi sa quali accidentali associazioni di idee

hanno avuto origine, il simbolismo complesso di tutta la cerimonia è

evidente. Noi uomini civili e progrediti, quando vogliamo far conoscere

a chi vuole entrare membro di una associazione i suoi diritti e

doveri, gli diamo gli statuti stampati: egli leggendo ricava l’idea

dei suoi impegni e la fissa bene nella sua memoria; accettando poi di

entrare, accetta tacitamente anche le prescrizioni e gli obblighi.

Ma una società criminale non può essere che una forma inferiore di

società, con struttura e funzioni primordiali; quindi questa formalità

dell’accettazione che in noi ha assunte forme così astratte, resta

in forme più sensibili e rozze; invece di dare uno statuto scritto,

si ricordano con una serie di discorsi e di atti i doveri a cui si

sobbarca l’iniziato. Tanto più poi che, come nei cervelli rozzi o

almeno parzialmente meno sviluppati, la figura risveglia l’idea più

potentemente che la parola scritta, così gli atteggiamenti complicati

di superiorità in chi accetta, di inferiorità in chi è accettato come

novizio, l’aspetto dell’assemblea muta, a braccia conserte, imprimono

nella psiche dell’iniziato il sentimento e l’idea dei suoi doveri

di soggezione, negli iniziatori quello del diritto di supremazia più

fortemente, che non lo farebbe un’arida scrittura su cui si dicesse che

tali e tali altri sono i doveri del neofita. Una simile scrittura non

potrebbe risvegliare che una pallida idea: mentre gli atteggiamenti

esteriori della rimessione risvegliano proprio il sentimento

dell’inferiorità per la legge di associazione tra gli stati psichici e

la loro espressione.


4. Analogo è l’atavismo del simbolo nei pazzi. Per la corrispondenza

tra lo stato della ideazione e il sistema dei segni, come nel criminale

a uno stato in parte rozzo di idee corrisponde uno stato primitivo di

segni; nel pazzo a una condizione delirante della mente corrisponde

un sistema, per dir così, delirante di segni. È per questo che i

pazzi raramente usano i segni ordinari della scrittura; e spesso non

si contentano nemmeno, come i criminali, della figura, ma inventano

segni particolari, che mescolano poi alle figure, alle parole, e

queste sovente alterate. Così un certo Ga... un malato di delirio

di grandezza, di cui parla il Lombroso, che scriveva continuamente

lettere, ordini, cambiali, ora al sole, ora alla morte, ora alle

autorità civili e militari, usava un suo sistema particolare di simboli

grafici, che consisteva specialmente in grosse lettere maiuscole, a

cui di tratto in tratto erano frammischiati segni e figure indicanti

le persone e le cose; le parole erano poi separate da uno o due grossi

punti e d’ogni parola non erano tracciate che poche lettere, quasi

sempre le sole consonanti.


Ma il più curioso esemplare di questo complesso e delirante simbolismo

che corrisponde a uno stato delirante delle idee, è l’intaglio eseguito

da un pazzo affetto di delirio sistematizzato, di cui il Morselli

diede un’esatta descrizione[159]. Questa statuetta porta in testa una

specie di trofeo ed ha poi addosso oppure vicino oggetti intagliati

ognuno dei quali è espressione emblematica delle idee deliranti del

Z. Ad esempio vi esiste il _calamaio_ con cui egli si farà forte

contro i tiranni; l’_uniforme_ che veste è quello portato da lui nelle

guerre dell’indipendenza; le _ali_ ricordano il fatto che quando cadde

in pazzia, vendeva sulla Piazza di Porto Recanati i proprii lavori,

tra cui alcuni angeli intagliati, a un soldo l’uno: _l’elmo con la

lanterna alla visiera_ è l’emblema dei carabinieri che lo condussero al

manicomio; _il sigaro messo di traverso_ rappresenta il disdegno contro

i re ed i tiranni; _l’attitudine della gamba_ ricorda la frattura che

egli si fece precipitandosi dall’alto.


Ma il più notevole è il _trofeo_ posto sulla testa della statuetta; che

è l’espressione grafica di questa canzonetta:


    Un veleno ho preparato.

    Due pugnali tengo in seno:

    Questo viver disgraziato

    Finirà una volta almeno?

      T’amerò sino alla tomba

      E anche morto t’amerò.

    La campana lamentosa

    Sonerà la morte mia;

    Ed allor tu udrai curiosa

    Quella funebre armonia.

      T’amerò ecc. ecc.

    Una lunga e mesta croce

    Nella via vedrai passar;

    Ed un prete sulla forca

    _Miserere_ recitar.

      T’amerò ecc. ecc.


Ciascuna parte della canzonetta ha nel trofeo un simbolo; così

della prima strofa la parola _veleno_ è rappresentata dalla coppa;

i _due pugnali_ non mancano; _il finir della vita e la tomba_

sono rappresentati da una specie di sarcofago o cassetta chiusa;

l’_amore_ dai mazzetti di fiori. Della seconda strofa la _campana_ è

rappresentata tal quale; la _funebre armonia_ da due trombe incrociate

in basso. La _croce_ della terza e il _prete_ (o cappello da prete)

della quarta completano il quadro a cui non manca che la _forca_

sostituita da una forchetta. Si veda dunque quale aggrovigliamento nel

simbolo, in perfetta analogia con l’aggrovigliamento del delirio.


Questi fatti sono tutti importanti perchè ci dimostrano indirettamente

la verità della spiegazione data più su dei simboli giuridici,

facendo vedere come i sistemi di segni variano con il variare delle

condizioni mentali e quindi delle idee, che debbono esprimere. Se

questi arabescati simboli dei pazzi non sono che l’equivalente delle

nostre scritture, quali sono capaci ad esprimere una condizione

d’idee delirante; anche il simbolo giuridico primitivo deve essere

l’equivalente delle nostre formalità giuridiche, quale ci voleva e si

poteva creare ad esprimere un complesso di idee molto più semplici sui

negozi giuridici.


5. V’è un altro fenomeno della patologia dello spirito, che è

importante esaminare nello studio del simbolo, perchè ci mostra,

riconfermata dalla patologia, una legge normale della psiche umana, con

una di quelle reciproche dimostrazioni dalla patologia alla fisiologia,

che specialmente nelle scienze biologiche hanno gettato tanta luce

sui più oscuri fenomeni dell’organismo umano. Noi vedemmo che uno dei

processi di formazione del simbolo è quello di prendere la parte per

il tutto, facendola segno o simbolo del tutto; e come questo processo

non sia per nulla intenzionale, ma basato sopra la naturale riduzione

delle sensazioni, delle immagini, dei sentimenti troppo complessi. Una

conferma di questa legge ci viene da alcune forme morbose d’amore, in

cui questa riduzione è spinta così all’estremo che la parte sostituisce

il tutto; e che perciò ci mostrano confermata la legge generale, come

molte altre malattie, che non sono se non una tendenza normale troppo

esagerata.


Già dicemmo che anche nell’amore normale esiste un vero processo di

riduzione; perchè sempre è un qualche pregio particolare della donna

che domina e sormonta sugli altri nell’ammirazione dell’innamorato.

Ma in tal caso questa ammirazione particolare non è per dir così che

un elemento dell’amore; è solo l’eccitatore più forte del desiderio

dell’amplesso. In altri casi invece essa assorbisce tutto e diventa per

dir così tutto l’amore.


In una civiltà in cui la donna non mostra nude più che la faccia e le

mani, gli eccitamenti sessuali all’uomo anche sano devono irradiare in

gran numero dall’abito, che coprendo e spesso alterando la bellezza

del corpo, viene ad essere più importante anche di questa. Montaigne

osservava, parlando dell’amore: «Certes, les perles, et les brocardes,

y confèrent quelque chose, et les filtres, et le train». Rousseau

confessa che le modiste, le domestiche, le piccole venditrici non

lo tentavano; gli ci volevano le signore: «Ce n’est pourtant pas du

tout la vanité de l’état ou du rang qui m’attire, c’est la volupté;

c’est un teint mieux conservé... une robe plus fine et mieux faite,

une chaussure plus mignonne, des rubans, de la dentelle, des cheveux

mieux ajustés. Je préfererai toujours la moins jolie ayant plus de tous

cela».


Ma in alcuni malati questa riduzione dello stimolo si spinge così

oltre, che l’oggetto di vestiario si sostituisce nei loro desideri

alla donna stessa. Ve ne sono di quelli che rubano i fazzoletti delle

signore per le vie, e provano il più intenso dei piaceri sessuali

a masturbarsi con quelli. Ve ne sono altri che invece sono eccitati

dagli stivaletti. Uno cercava di veder i chiodi delle scarpe femminili;

esaminava con cura sulla neve o sulla terra umida le traccie dei loro

passi; ascoltava il rumore che facevano sul selciato, e trovava un

ardente piacere erotico a ripetere alcune parole destinate a ravvivare

l’immagine di questi oggetti e a congiungerla con l’immagine della

donna, per es., la frase: «ferrare una donna» e a masturbarsi innanzi

alle vetrine dei calzolai. Un altro amante degli stivaletti, diceva:

«Bisogna che siano stivaletti o scarpette di cuoio, possibilmente nero,

e con i tacchi altissimi, insomma stivaletti e scarpine elegantissime:

la forma che fin da bambino mi piaceva di più sono gli stivaletti alti

da abbottonarsi ai lati ed elegantissimi».


In altri invece il particolare assorbente è una di quelle parti del

corpo, che il nostro pudore a oltranza lascia ancora scoperte. Un uomo

non era eccitato che dagli occhi delle donne; avendone trovata una con

occhi grandissimi, voleva sposarla. Un altro era eccitato dalle mani,

e ancor più dalle mani adorne di gioielli (eccitazione dell’oggetto di

ornamento aggiunto a quello dell’organo); però la riduzione non era

ancora riuscita a un isolamento compiuto, perchè una bella mano e un

brutto viso gli facevano male. Vi sono poi gli amanti dei riccioli,

delle ciocche di capelli: «Certi individui, scrive il Macé, si cacciano

nella folla dei grandi magazzini di novità, si avvicinano alle donne e

alle ragazze, i cui capelli ricadono sulle spalle e con delle forbici

ne tagliano delle ciocche. Uno di costoro diceva: «Per me la ragazza

non esiste, sono i suoi capelli che mi attirano».


Non in tutti i malati, l’aberrazione raggiunge intensità eguale: in

alcuni il particolare, pure dominando con straordinaria potenza, non è

ancora divenuto la condizione _sine qua non_ dell’eccitamento erotico;

in altri invece sì, e la più splendida, la più giovane donna li

lascierebbe freddi, se non avesse quella qualità o quell’oggetto da cui

solo sono ormai suscettibili di essere eccitati.


Certo si tratta qui di malati, ma la straordinaria intensità del

fenomeno ci mostra come sia profonda la tendenza della psiche umana a

ridurre le sensazioni, le immagini, i sentimenti; a scambiare la parte

con il tutto; a concentrare tutta la sua energia sul particolare, che

riesce così più potente nella sua azione. Certo nei processi normali

di riduzione, da cui esce il simbolo, questo assorbimento che fa il

particolare di tutta la cosa in sè stesso, non è così intenso come in

questi casi morbosi, appunto perchè questi sono una esagerazione. Ma

in ogni modo i fenomeni del simbolismo per riduzione e questi fenomeni

della patologia mentale si illuminano a vicenda.





PARTE II:


APPLICAZIONI PSICO-SOCIOLOGICHE.





CAPITOLO UNICO.


Il simbolismo nel diritto moderno.



Questo studio di alcuni fra i più importanti fenomeni del simbolismo,

non può essere privo di applicazioni pratiche, se è vero che ai

traviamenti del simbolo si connettono molti e dolorosi traviamenti

della condotta umana. Lo studio fatto più sopra sui simboli mistici

e sull’arresto ideativo ed emotivo che li produce, si è quasi tutto

raggirato su simboli che oggi sono estinti o che hanno perduta

gran parte della loro importanza; ma con questo non si cercò che

di agevolare la ricerca, perchè trattandosi di simboli già quasi

trapassati ed esaminati, per dir così, da lontano, più facile era

di vedere la confusione loro con la cosa che avrebbero dovuto

rappresentare: ciò però non toglie che i simboli mistici siano

numerosissimi anche oggi, sebbene noi, per la lunga abitudine di

considerarli come fatti normali, quasi non ce ne accorgiamo. La massima

parte delle idee giuridiche consacrate nei nostri Codici ed il modo

con cui sono applicate, quasi tutta insomma la giustizia, non è che

un gigantesco simbolo mistico, non è che l’effetto d’una dolorosa

confusione del segno con la cosa, sorgente di infiniti mali sociali e

sopratutto di questo massimo dei mali: di aver cioè una giustizia che

tormenta forse più che non benefichi.


Che la giustizia, quando non è addirittura inumana, sia spesso fallace,

fu detto da molti: ma quanti hanno cercato la ragione per cui uomini

spesso di intelligenza superiore, che hanno consumato la vita a

speculare le sottili differenze tra il torto e il diritto, dànno spesso

sentenze che urtano brutalmente il sentimento di giustizia, anche nella

gente più umile? Pochi o nessuno. Eppure anche se si volesse sostenere

che questi rozzi responsi del sentimento di giustizia dell’uomo

comune siano un prodotto inferiore rispetto alle alte meditazioni dei

giuristi, molto meglio sarebbe che in questa materia non si trascurasse

il bene per la ricerca del meglio: giacchè a che cosa serve una

giustizia superiore che scontenta coloro a cui deve essere applicata?

Ma del resto questa giustizia che deriva nelle opere giuridiche

dalla tradizione intellettuale del diritto romano e dalla tradizione

professionale della magistratura, è, come vedremo, tutt’altro che una

giustizia superiore. L’arresto ideo-emotivo ci spiegherà come e perchè

essa sia una giustizia inferiore.


Si noti anzitutto che il sentimento della giustizia è uno dei più

astratti e complessi di tutti: vale a dire che i processi mentali

con cui esso si esplica sono tra i più faticosi. «La complessità del

sentimento di giustizia, scrive lo Spencer, si fa manifesta allorchè

prendiamo ad osservare che esso non riguarda soltanto piaceri e dolori

concreti, ma principalmente invece alcune di quelle circostanze che

permettono di ottenere i piaceri e di prevenire od evitare i dolori.

Dappoichè il sentimento egoistico di giustizia si soddisfa col

mantenimento di quelle condizioni, che permettono di conseguire senza

impedimento le soddisfazioni, e s’irrita quando quelle condizioni

vengono disturbate, ne risulta che, per essere eccitato, il sentimento

altruistico di giustizia ha bisogno non solo delle idee di quelle

soddisfazioni, ma anche delle idee di quelle condizioni che in un

caso sono conservate e nell’altro disturbate o interrotte. È perciò

evidente che la potenza di rappresentazione mentale, per essere capace

di questo sentimento in forma sviluppata, dovrà essere relativamente

grande. Quando i sentimenti coi quali dovrà esservi simpatia saranno

semplici piaceri o dolori, potranno occasionalmente manifestarli gli

animali gregari più elevati; essi sentono ogni tanto, come le creature

umane, la pietà e la generosità. Ma il concepire simultaneamente, non

solamente i sentimenti che si producono in un altro, ma anche quel

complesso di atti e di relazioni compresi nella produzione di tali

sentimenti, presuppone un’accumulazione contemporanea di elementi

molteplici nel pensiero, ciò che una creatura inferiore è incapace di

fare»[160].


Ora noi troviamo che nella pratica è data al giudice, perchè più

facilmente trovi ed applichi la giustizia, una raccolta di disposizioni

generali sotto forma di codice, che sono l’ultimo frutto della lunga

esperienza e del lungo lavoro dei giureconsulti romani, salvo pochi

e minimi ritocchi. Di queste regole alcune hanno una ragione nel

ripetersi frequente o nel possibile verificarsi di certi casi a

cui provvedono: altre sono la deduzione di antiche idee giuridiche

appartenenti per la loro origine a un periodo di esperienza primitivo

e che non sono ammesse oggi se non per quella estrema venerazione che

si attacca a tutte le cose antiche. Ma siano vive ancora o avanzi

mummificati di idee passate, queste regole generali, per la loro

natura, non possono che riguardare i casi più frequenti e comuni di

una certa serie di questioni: i casi speciali, quelli cioè che non

rispecchiano che parzialmente la disposizione generale, e che si

presentano sempre assai numerosi, specialmente quando la vita sociale

si complica, non possono essere risolti con piena giustizia applicando

il principio generale, perchè contengono elementi parziali di fatto

che mutano più o meno profondamente i termini della questione e

quindi anche la soluzione, che non può più essere quella ammessa dalla

disposizione generale.


Ora che dovrebbe fare il giudice per decidere con giustizia i casi

numerosissimi che gli si presentano? Dovrebbe dare alle disposizioni

della legge quel valore che esse hanno realmente, considerarle

cioè come _il segno approssimativo ed imperfetto_ della volontà

del legislatore, sulla cui guida decidere, integrandole nei casi

particolari con il proprio sentimento di giustizia: giacchè per

divisioni e suddivisioni in cui si biforchi la regola generale,

si presenteranno sempre dei casi in cui il giudice, per esser

giusto, dovrà fare appello dalla autorità delle norme già stabilite

all’autorità della propria coscienza, interrogando il suo sentimento

di giustizia. Noi troviamo infatti che anche i giureconsulti romani

tenevano continuamente presente che il diritto scritto doveva essere

integrato da quello che essi chiamavano il _diritto naturale_ e

che non era se non l’espressione di quel sentimento di giustizia

che si ribellava contro l’applicazione di regole generali a casi

particolari, che non quadravano perfettamente. «Il diritto naturale,

scrive il Sumner Maine, era da essi inteso come un sistema che doveva

gradatamente assorbire le leggi civili, senza sostituirle sinchè non

erano abrogate... Il valore e l’utilità di questo concetto nasceva

dal tenere essi presente alla mente un tipo di diritto perfetto e

dall’ispirare la speranza di avvicinarvisi indefinitamente»[161].


Ma che accade invece? Un poco perchè la legge stessa vieta una

troppo ampia interpretazione, ma sopratutto per la tendenza umana

già così forte e favorita in questo caso dalle leggi, a ridurre

al minimo il numero delle associazioni mentali necessarie ad un

dato lavoro, prevale la interpretazione letterale, a scapito di

ogni considerazione di giustizia. Le disposizioni della legge, che

come dicemmo, non dovrebbero essere che il segno approssimativo e

imperfetto della volontà del legislatore, sulla cui traccia il giudice

dovrebbe spingersi per arrivare con le forze proprie alla giustizia,

diventano la giustizia stessa: applicarle, senz’altri riguardi, è

il dovere del magistrato. Per giudicare con giustizia il magistrato

dovrebbe dar libero corso, a ogni caso che gli si presenta, al suo

sentimento naturale di giustizia, cioè a quell’associazione di idee

e di sentimenti, di cui vedemmo poco fa la complessità: dovrebbe

confrontare il responso della sua coscienza con le applicazioni usuali

e più frequenti del principio generale della legge; e ove discordino,

cercare le ragioni del disaccordo e penetrando nello spirito del

principio, associando l’idea del caso più frequente per cui fu fatta e

le differenze del caso presente, modificarne l’applicazione a seconda

del proprio sentimento di giustizia. Tutto questo è un lavoro assai

faticoso, complicato e per di più diverso per ogni caso singolo:

molto più semplice è applicare le disposizioni generali cavandone

le conseguenze logiche, senza altre considerazioni e associazioni

concomitanti di idee o di sentimenti, perchè in tal caso non v’è da

seguire che una catena più o meno lunga di ragionamenti. Per un poco

che la mente continui in questo esercizio, l’arresto ideo-emotivo si

produce rapidamente; il pensiero si avvezza a considerare soltanto i

puri rapporti tra il caso speciale e il principio generale, per trovar

modo di applicare questo, senza che le associazioni collaterali di

altre idee si formino; il sentimento alto e complesso della giustizia

si riduce a un sentimento di soddisfazione per l’applicazione logica

intera e compiuta del principio generale quando possa farsi, escludendo

da questa la rappresentazione del torto fatto alla vittima e l’idea

delle ragioni per le quali è stato arrecato questo torto. Le sentenze

più ingiuste e nello stesso tempo più giuridiche, sono create con

questo sistema, per cui la lettera della legge, che non dovrebbe essere

che un _segno approssimativo_, diventa la giustizia stessa, cioè un

simbolo mistico.


Esamineremo, per dimostrar meglio il fenomeno, alcune sentenze su

casi speciali. L’art. 1228 del Codice Civile sancisce, in materia di

danni da pagarsi per una obbligazione non adempiuta, che il debitore

non sia tenuto se non ai danni che sono stati preveduti o che si

potevano prevedere al tempo del contratto: disposizione in teoria

giusta, perchè vuole impedire gli illegittimi lucri che il danneggiato

potrebbe realizzare prevalendosi, ad es., di impreveduti rialzi nel

valore della cosa che il debitore doveva prestargli. Così, per es.,

se A pattuisce di dare a B per un certo giorno una data quantità

di merce e non mantiene l’obbligazione, e dopo pochi giorni dal

non adempiuto contratto, questo genere di merce, per un accidente

qualunque, decupla il suo valore, sarebbe ingiusto che A fosse tenuto

a pagare a B, come danno, questo valore dieci volte raddoppiato per

la ragione che B, avendo in mano la merce, avrebbe potuto venderla:

è questo un principio che il sentimento di giustizia approva, perchè

non applicandolo si potrebbe andare a conseguenze enormi. Tale è il

principio generale giustissimo, che però nelle applicazioni si falsa.

Una Ditta di Milano fa un contratto con una Ditta tedesca per avere da

questa, entro un dato termine, una provvista di _poutrelles_ in ferro:

la Ditta tedesca non mantiene l’impegno e la Ditta di Milano, che si

era con altro contratto impegnata di fornire ad un’altra Casa quelle

_poutrelles_, deve pagare a questa una penale di 450 lire. Intenta lite

allora alla Casa tedesca per avere la rifusione dei danni, e domanda

di poter provare con la prova testimoniale che essa dovè pagare le

450 lire di penale, per ottenerne il rimborso: ma la Ditta tedesca si

oppone, sostenendo la irrilevanza della prova medesima e basandosi per

questo sull’articolo 1228, poichè si trattava, diceva l’avvocato, d’un

danno che essa non poteva aver preveduto, non essendo stata avvisata

dalla Ditta italiana di questo contratto ulteriore e della penale

stabilita, ed essendo impossibile che essa prevedesse una così speciale

eventualità di danno. Il Tribunale aveva questa volta giudicato con

giustizia, sostenendo che la «legge non esige che siano preveduti o che

si possano prevedere singoli casi, ma solo vuole che le parti siano in

caso di poter desumere che dal loro inadempimento possa scaturire un

pregiudizio agli interessi dell’altro contraente: sono le remote ed

accidentali verificazioni che non si possono prevedere, e non quelle

che procedono per l’ordine naturale delle cose, che sono conseguenze

immediate e dirette dell’inadempimento dell’obbligazione». Dava quindi

ragione alla Ditta milanese. Ma la Cassazione di Torino (Sentenza del

2 settembre 1890) censurava ed annullava la deliberazione, sostenendo

che ci doveva essere la previsione precisa del danno seguito, e che

il giudice non ha altra autorità che quella di decidere se in linea

di fatto questa previsione esistesse. «Il legislatore... ha sancito

solamente che il debitore non è tenuto che ai danni stati preveduti o

prevedibili al tempo del contratto, ed ha perciò lasciato al giudice

del merito, trattandosi di una ispezione di fatto, il decidere, per il

complesso delle circostanze, se una data conseguenza dannosa sia stata

preveduta od avesse potuto esserlo». È evidente quindi che in tal modo

si dava ragione alla Ditta tedesca e si negava alla Ditta italiana

ogni diritto ad avere un indennizzo. Ora, chi non sente l’ingiustizia

di una simile decisione? L’applicazione esatta, logica di un principio

generale giusto in sè e astrattamente, ma che, come tutti i principii

generali, non riguarda che un certo numero di casi, siano pure questi

i più frequenti, conduce a conseguenze che urtano contro il sentimento

di giustizia; e ciò per l’arresto ideo-emotivo acquisito e divenuto

abituale nel giudice per la lunga consuetudine professionale.


Nel Diritto civile italiano sono passate dal Diritto romano parecchie

idee molto sottili sulla capacità di avere diritti, secondo le quali

gli esseri non ancora nati ne sono totalmente incapaci; idee che,

per quanto a prima vista sembrino puramente teoriche, pure hanno

talora conseguenze pratiche importantissime e possono dar luogo a

liti interminabili e costosissime. Ma il Codice Civile italiano ha

fatto una deroga al principio della incapacità giuridica dei non-nati,

permettendo che i figli nascituri possano essere dichiarati eredi,

forse per scopi di utilità sociale: ora si supponga che un padre,

impaurito della prodigalità del proprio figlio, lasci erede non

questo, ma i figli futuri di lui, e metta così al sicuro il patrimonio

familiare: supponete ancora che questo figlio prodigo, consumato tutto

il suo, domandi che sulla sostanza ereditata dai suoi figli futuri

gli siano passati gli alimenti: non sembra a tutti che per un certo

senso d’equità la domanda si debba accogliere? Per colpevole che

sia un uomo nella sua dissipazione, ripugna di farlo morire di fame

accanto ai tesori che aspettano i suoi figli di là da venire, quando

detraendo una piccola parte dei redditi, si può toglierlo almeno dalle

estreme strettezze: eppure, portata la cosa innanzi ai magistrati ed

esaminata alla luce della patria legislazione, la soluzione non fu così

semplice come a prima vista parrebbe. Talora la domanda fu accolta,

ma non in nome di questo sentimento di equità, che nelle coscienze

non offuscate da viziosi e abituali procedimenti mentali, dà così

chiaro, almeno in questo caso, il suo responso: bensì, filando una

serie di ragionamenti molto sottili, che da altri veniva confutata con

sillogismi altrettanto capziosi. Presentatosi un caso analogo a quello

supposto innanzi alla Corte d’Appello di Napoli, essa decise (Sentenza

4 dicembre 1890) favorevolmente alla domanda del padre, sostenendo

che «se i figli nascituri sono capaci del diritto di succedere, sono

passibili del dovere di prestare gli alimenti ai genitori poveri.

Ma si dice: I figli nascituri non hanno personalità effettiva; sono

possibili, non esistenti... Ma i figli nascituri sono un ente giuridico

creato dalla legge, e come ente giuridico sono esistenti... Se i figli

nascituri, come persona giuridica, possono ricevere per testamento

o per donazione, debbono anche, quantunque non ancora nati, prestare

gli alimenti ai loro genitori che ne hanno bisogno». Il ragionamento,

come si vede, è in molte parti abbastanza strano, specialmente per

quella sua personificazione dei figli nascituri, che, quantunque non

ancora nati, hanno il dovere di prestare gli alimenti ai loro genitori

futuri: ma, se non altro, arriva a conseguenza tollerabile. Non si

deve però credere che tutti siano della stessa opinione; uno dei più

insigni civilisti italiani, Francesco Ricci, attaccò quella sentenza

veementemente, come assurda ed errata, sostenendo che i figli nascituri

non hanno personalità giuridica, non sono perciò subbietti capaci

nè di diritti nè di doveri, che il diritto di ricevere per eredità è

loro riconosciuto per mera utilità sociale; che quindi non si dovevano

accordare gli alimenti. In modo che un individuo, il cui padre avesse

fatto un testamento di quel genere, che si trovasse ridotto alla

miseria, dovrebbe morire di fame accanto ai tesori dei suoi figli

di là da venire senza nemmeno ottenerne gli alimenti! Ecco l’effetto

dell’arresto ideo-emotivo professionale.


Si noti ancora che in questo modo di cercar la giustizia, cavando le

deduzioni logiche di principii astratti, è giocoforza trascurare ogni

considerazione riguardo alle qualità delle persone, che pure nella

ricerca della giustizia sono importantissime. Tutti sentono che in

un caso come quello supposto, la giustizia vorrebbe che gli alimenti

fossero senza obiezioni concessi quando la prodigalità del padre

si alleasse a sentimenti buoni di generosità imprevidente; ma che

si potrebbero invece fare obiezioni, quando si unisse a sentimenti

estremamente malvagi, che rendessero indegna di attenzione la sua

miseria. Ora, questi elementi che possono, anzi debbono influire sul

giudizio, non si possono menomamente calcolare col sistema presente di

giustizia impersonale.


La legge prescrive come formalità essenziale alla validità di un

testamento fatto innanzi al notaio, che il testamento sia letto _dal

notaio_ innanzi al testatore e ai testimoni, e che di questa lettura

sia fatta menzione nell’atto. Ora, ecco la Cassazione di Torino che,

con sentenza dei 3 settembre 1890, annulla un testamento di questo

genere, perchè «la formula usata dal notaio nel testamento pubblico

da esso ricevuto e così concepita: «Atto fatto e letto alla continua

presenza degli infrascritti testimoni», non esprime in modo convincente

che la lettura fu fatta dal notaio, quindi il testamento è nullo per

insufficiente menzione dell’adempimento di una formalità essenziale».

Il solito fenomeno: le disposizioni della legge che intenzionalmente

erano dirette a garantire il testatore da possibili abusi od errori,

finiscono letteralmente intese ed applicate con esclusione di ogni

altra idea che illumini il senso ideale, per violare il diritto del

testatore di veder rispettata la sua volontà. Se in un simile caso è

dubbio che il notaio abbia adempiuta una formalità importantissima,

non sarebbe più semplice interrogare il notaio e non distruggere per

un _lapsus calami_ un atto, che socialmente ha una certa importanza,

quale è un testamento? Le stesse stranezze troviamo nel diritto penale.

Così recentemente innanzi al Tribunale penale di Milano si dibatteva

la causa di un commerciante imputato di bancarotta semplice e che

già era stato condannato altra volta per lo stesso reato. Il Pubblico

Ministero aveva chiesto la condanna a 7 mesi di detenzione, trattandosi

di imputato recidivo. Ma il difensore osservò che l’imputato, come

risulta dal certificato penale, nel 1888 era già fallito altra volta,

ed era stato dalla nostra Corte d’Assise condannato per bancarotta

fraudolenta a 3 anni di reclusione — che quindi non poteva più

legalmente esercitare il commercio — nè di conseguenza poteva essere

dichiarato fallito e chiamato a rispondere della mancanza di libri,

che non era obbligato a tenere. Se nell’operato del fallito si fossero

riscontrati fatti di frode in danno dei creditori, avrebbero potuto dar

luogo ad una azione per truffa e furto a norma del Codice penale e non

già per bancarotta fraudolenta — trattandosi unicamente di non tenuta

dei libri, veniva meno ogni azione penale, mancandone il fondamento,

cioè la qualità di commerciante nell’imputato. Sulla questione, scrive

l’avv. Valdata, rendendo conto del processo, non c’è niente da dire,

perchè non poteva avere diversa soluzione: però, non è sufficientemente

strana una legge che permette l’assoluzione di un imputato, _solo

perchè era stato condannato altra volta per un reato più grave_?[162].


Di questa condizione di cose poi gli avvocati e gli imbroglioni si

approfittano per porre questioni, che in tutt’altra classe di persone

che non sia la magistratura desterebbero lo sdegno o il riso, tanto

sono assurde; ma che i magistrati discutono seriamente e qualche volta

anche sanzionano, tanto per l’abitudine mentale contratta nel lungo

esercizio della professione essi hanno perduto il senso del giusto

o dell’ingiusto. Così la legge considera _per pura finzione_ come

immobilizzate e quasi parti accessorie del fabbricato le macchine

dell’opificio: ora, in una espropriazione per causa di pubblica

utilità fatta dalle ferrovie, un proprietario di opificio pretendeva,

prendendo alla lettera le parole della finzione, che gli si pagassero,

oltre il fabbricato, non il prezzo del trasporto delle macchine al

nuovo opificio e un indennizzo per le eventuali avarie, ma il prezzo

intero delle macchine: perchè, diceva acutamente il suo avvocato, la

legge considera come accessorie dell’immobile le macchine, e quindi

distrutto l’immobile, sono distrutte anche le macchine! La Corte di

Cassazione di Torino (Sentenza del 27 agosto 1890) respinse la ridicola

argomentazione; ma dopo averla discussa a lungo e seriamente: proposta

in qualunque radunanza di gente intelligente, ma non specialista in

fatto di giurisprudenza, non sarebbe stata seppellita subito sotto una

omerica risata?


E si noti che se la Cassazione, la quale respinse la grottesca domanda,

avesse applicato a questo caso quel processo mentale che applica

a decidere la maggior parte delle questioni in sostituzione del

sentimento e dell’idea di giustizia, avrebbe dovuto dar ragione alla

richiesta. Giacchè una conseguenza curiosa dell’arresto ideo-emotivo

è in questo caso la seguente: poichè, per la lunga abitudine,

sembra mostruoso che si faccia appello al sentimento di giustizia

per decidere le cause, e la letterale applicazione della legge è

divenuta consuetudine organica del pensiero, quando un querelante

presenta una domanda che urta troppo violentemente anche l’intorpidito

sentimento di giustizia del magistrato, ma che egli, a fil di logica,

dovrebbe ammettere, il magistrato deve, per dargli torto, cercare e

ricercare qualche sottile e cavillosa ragione. Capite? Il giudice che

vuol salvaguardare la giustizia, è lui costretto a cercar sofismi e

rivoltolarsi come un ladro per il labirinto dei cavilli; mentre il

birbante che con una sottigliezza tenta di rovinare un nemico, può

dire a fronte alta che egli domanda solo l’applicazione della legge

nei modi soliti. Un curioso esempio ce lo dà la Francia. In Francia,

al principio della insequestrabilità della rendita non erano state

poste eccezioni, come in Italia, da nessuna legge: e per questo la

giurisprudenza negò nei primi tempi ai creditori del fallito il diritto

di rivalersi sulle iscrizioni di rendita del fallito. La massima

era socialmente pericolosissima, perchè i falliti che investivano

in rendita pubblica il loro attivo, potevano frodare interamente i

creditori: ma la magistratura che non ebbe il coraggio di affrontare

il problema e completare la legge, ricorse invece a uno strano

ripiego. La Corte di Lione, con sentenza del 19 giugno 1857, sancì

la massima che la rendita era intangibile; ma che... i sindaci del

fallimento potevano, essendo considerati quali _mandatari_ del fallito,

alienarla[163]. Mai esercizio di acrobatismo logico fu più rischioso e

stravagante di questo, che, per salvare la giustizia, deve travestire

un curatore di fallimento in mandatario del fallito.


Anche più profonda è forse questa confusione del simbolo con la cosa

nel campo della procedura. La procedura dovrebbe esser un complesso di

formalità da eseguirsi dalle parti, per garantir loro la eguaglianza

nelle condizioni della lotta innanzi al giudice; e impedir sorprese,

tranelli, insidie. È riuscita nel suo scopo la legge? Che abbia mancato

di sollecitudine non si potrebbe dire, tante sono le formalità da

eseguirsi: ma quanto al loro risultato, dica qual’è questa sola e

terribile frase, quasi proverbiale nel mondo degli avvocati: _tutte le

cause si vincono con la procedura_. Non importa aver torto o ragione,

anche dal punto di vista del loro diritto letterale; basta sorprendere

l’avversario quando, in un momento di distrazione, si dimentica di

osservare una delle tante formalità prescritte sotto pena di nullità,

per rovinarlo. La procedura, che doveva essere una garanzia, diventa

un’imboscata.


Ci ritroviamo qui innanzi al solito fenomeno dell’arresto ideativo

ed emotivo. Che una certa regola sia imposta ai due avversari nel

loro contegno innanzi ai giudici, si capisce, per evitare troppo

facili soprusi: ma che all’osservanza di queste regole sia data

una tale importanza, da farne dipendere l’esito della causa, ecco

una esagerazione che può condurre a conseguenze mostruose. Che un

cancelliere si dimentichi di scrivere in testa alla sentenza la formola

sacramentale «_In nome_ ecc.,» o la data, ecc., che le due parti troppo

negligenti non pensino a far sanzionare una sentenza arbitramentale dal

pretore entro cinque giorni dalla sua emanazione, ed ecco interamente

distrutto un giudizio che rappresenta spese, lavoro intellettuale,

ansie, incertezze dolorose.


Con le acute spille del cavillo procedurale si può dilaniare il cuore

di un uomo atrocemente e fargli soffrire a piccole trafitte tutte le

ineffabili e infinite torture morali di un processo, da cui dipendono

spesso l’avvenire di un uomo o di una famiglia; si può regalarsi una

orgia di crudeltà sopra l’anima di un infelice, più raffinata che le

crudeltà fisiche a cui certi tiranni si sono abbandonati sui corpi

dei loro nemici. Tutto ciò sparirebbe se una legge umana e una umana

interpretazione stabilisse un certo numero di formalità essenziali,

che la parte negligente fosse invitata più volte a osservare prima di

punirla con l’estrema sanzione, la perdita del processo, e rendendola

più sollecita nelle prime negligenze con una multa. Che male ci

sarebbe, se una parte non osserva un termine, a infliggerle per

la prima volta solo una multa e a continuare il processo? Che male

sarebbe, se si dimentica nella redazione della sentenza la formola

iniziale «In nome, ecc.», di riportarla al cancelliere e far riparare

alla omissione? E non si dica che le garanzie scemerebbero e tutto

piomberebbe nel disordine; perchè disordine più immenso di quello

attuale io non so immaginare, se per una involontaria dimenticanza, si

può perdere il diritto a vedersi data giustizia.


Tutto ciò è così vero che se voi leggete qualche trattato teorico di

diritto civile, vedrete che ogni tanto si cerca di giustificare qualche

strappo ai severi principii giuridici con il pretesto dell’utilità

sociale. Ne demmo più di un esempio e volendo molti altri potremmo

darne: il legislatore si spaventa ogni tanto di qualche mostruosa

conseguenza dei principii giuridici e allora froda per un momento la

scienza che ne guida la mente. Ma non è questa la prova più bella

che quei principii giuridici sono spesso assolutamente fallaci e

pericolosi? Che diritto è mai questo, le cui ragioni ideali devono

essere ogni tanto violate per _utilità sociale_? Ma che altro è il

diritto, quando non è una cristallizzazione d’idee trapassate, quando

è cosa vivente, se non, per così dire, l’utilità sociale organizzata?

E come possono chiamarsi giuridici dei principii che, applicati

interamente, produrrebbero scandali e rovine? Se ciò è possibile,

nessun dubbio può sussistere che la funzione giuridica non è, almeno in

tutte le sue parti, regolare e fisiologica.


Eccolo adunque, un altro danno della civiltà, in questa trasformazione

del principio e della regola giuridica in simbolo mistico; e nella

straordinaria forza di conservazione che esso, come tutti i simboli

mistici, prende allora. Si pensi infatti che nei periodi più rozzi

e meno civili della storia di Roma, nei periodi più antichi, ferveva

nel seno della città un lavorio continuo, che elaborava e quasi direi

ribolliva continuamente il diritto, trasformandolo e riadattandolo

continuamente: ora da molti secoli non si ha nell’Europa civilissima

più nessuna idea di un somigliante lavoro. Noi siamo ancora in

ginocchio, in adorazione davanti alle formole ultime del Diritto

romano, che non sono se non l’esperienza giuridica di quel gran popolo

cristallizzata: da allora in poi l’uomo ha fatto solo pochi e minimi

tentativi per riplasmare ai nuovi bisogni il più importante degli

elementi sociali; e questo gigantesco simbolo mistico che è il diritto,

continua a dominare cieco e immutabile e a far vittime più numerose

che la religione in mezzo alla vita civile moderna. Si direbbe che la

società europea non si è potuta sviluppare così straordinariamente, se

non con l’atrofia di uno degli organi suoi più importanti.


E il fatto che le ultime conclusioni del Diritto romano si siano

trasformate in un vero simbolo mistico, mercè l’arresto ideo-emotivo,

ci spiega perchè il Diritto romano si sia diffuso dovunque, nei paesi

e civiltà più differenti, come recentemente in Germania. Siccome

l’arresto ideo-emotivo è una legge generale della psiche umana, e

siccome il Diritto romano con il gran numero delle sue regole generali

bene elaborate può meglio di ogni altro favorire il processo di

arresto, per questa sua capacità a favorire una delle tendenze più

forti dell’uomo si è diffuso dappertutto. L’universalità del Diritto

romano è un carattere di decadenza e di vecchiaia e non di eccellenza;

rassomiglia alla enorme diffusione della formalistica religione

cattolica, che può avere tanto più numerosi credenti, in quanto essa

non pretende che l’osservanza di alcune pratiche senza ragione. Una

religione spirituale non potrebbe avere che un pubblico molto più

ristretto, solo in coloro al cui carattere fosse conveniente lo spirito

di quella fede.


E non si dica che in questa applicazione letterale della legge non si

ha da vedere che un effetto del comando della legge: la legge non fa

qui che favorire con le sue disposizioni una tendenza umana, ma il suo

comando riesce ad essere obbedito appunto perchè trova già ben disposta

verso di sè la natura dell’uomo. Giacchè si capirebbe che i magistrati,

il cui dovere professionale fosse quello di applicare letteralmente

una legge, si attenessero strettamente al loro mandato: ma dovrebbero,

se veramente ciò non fosse che l’effetto di una costrizione legale,

far sentire il loro malcontento, la ribellione della loro coscienza

costretta a sancire tutti i giorni l’ingiustizia in nome di un codice

che vorrebbe essere il gran libro della giustizia. Invece accade

tutto il contrario: quel modo abbreviato o meno faticoso di concepire

e sentire il diritto è così rispondente alle più intime tendenze

dell’uomo, che in breve la mente ci si abitua così perfettamente da

essere incapace quasi di concepirlo e sentirlo diversamente, con i

processi più faticosi e più perfetti, con cui lo sente l’uomo che non

fa professione di giurista. Io sono sicuro che lette da magistrati

ed avvocati queste pagine desteranno in quasi tutti lo scandalo come

di una volgare profanazione dei principii più alti della scienza

giuridica. E ricordo anche la meraviglia, lo stupore che invadeva noi

tutti quando cominciavamo gli studi di leggi, a vedere le singolari

applicazioni dei principii giuridici, fatte in certi processi, la cui

soluzione ci era detta da un illustre maestro pienamente giuridica,

ma che a noi ignoranti strappava grida di indignazione; eppure quegli

stessi giovani che nei primi tempi trasalivano così vivacemente,

dopo due o tre anni di studi giuridici trovavano assai più normale

la cosa: oggi quelli datisi alle professioni o alla magistratura, si

saranno così bene avvezzati a quei processi mentali abbreviati, da

trovarvisi pienamente a loro agio. Se così non fosse, già da un pezzo

dovrebbe essere scoppiata tra gli uomini di legge e specialmente tra i

magistrati una ribellione così violenta, che di tutto l’edificio della

scienza e della pratica giuridica non sarebbe rimasto in piedi nemmeno

una pietra. Invece chi sa quale sforzo sarà necessario per ottenere

dei piccoli ritocchi, che a poco a poco lo migliorino, sino a renderlo

abitabile dai popoli moderni, che in quello che doveva essere il loro

riparo hanno trovato il loro massimo tormento.


Invece nessuno protesta perchè i magistrati potrebbero, a ragione,

ripetere quel latino del _Digesto_, che con una ingenua sincerità

descrive il fenomeno dell’arresto ideo-emotivo, che negli ultimi tempi

del Diritto romano si era già, come ai nostri tempi, prodotto: _Non

omnium quae a majoribus constituta sunt ratio reddi potest, et ideo

rationes eorum quae constituuntur inquiri non oportet: alioquin multa

ex his quae certa sunt subvertuntur_ (L. 20 e 21, _D. de legibus_).


Da questi rapidi cenni, che spero potrò in avvenire sviluppare

in un lungo e compiuto lavoro[164], si comprende che l’avvenire

della giustizia e delle istituzioni giudiziarie è nella abolizione

dei codici, nell’abbandono di quei principii giuridici che sono

generalizzazioni pericolose e causa determinante di arresti

ideo-emotivi; nella istituzione di arbitrati, composti di persone

oneste e intelligenti, incaricate di giudicare _ex aequo et bono_,

appellandosi non all’autorità dei padri nostri, ma all’autorità della

loro coscienza: forse anche è nell’abolizione della professione di

magistrato e in una scelta svariata e spesso rinnovata di arbitri tra

persone intelligenti, istruite, integre, che di solito attendano a

diverse occupazioni perchè la costituzione di una classe di magistrati

favorisce l’arresto ideo-emotivo professionale. In ogni modo, poichè

il pericolo più grave per la retta funzione della giustizia, sta nel

prodursi di questo arresto, la norma e lo scopo supremo di tutte le

riforme dovrà essere di impedire meglio che si può che per una ragione

o per un’altra l’arresto ideo-emotivo si produca in coloro che sono

incaricati di amministrare la giustizia.


Allora forse nessun pessimista potrebbe più ripetere a vergogna e a

condanna della società moderna, gli amari versi che Goethe fa dire da

Mefistofele a Faust:


    Es erben sich Gesetz’ und Rechte

    Wie eine ew’ge Krankheit fort;

    Sie schleppen von Geschlecht sich zum Geschlechte,

    Und rueken sacht von Ort zu Ort.

    Vernunft wird Unsinn, Wohlthat Plage;

    Weh dir dass da ein Enkel bist!

    Von Rechte, das mit uns geboren ist,

    Von dem ist leider! nie die Frage.





INDICE DEGLI AUTORI E DELLE RIVISTE


CITATI NELL’OPERA



  Alongi, _Pag._ 112

  _Arch. di psich. e scienze penali_, 113

  Ardigò, 68, 86, 133

  Ascoli, 40

  Bancroft, 33

  Bastian, 38, 49

  Beaumanoir, 26

  Beaunis, 8, 12

  Bertillon, 33, 34, 35, 87

  _Bibbia_, 27, 33, 92

  Binet, 9, 10, 11, 91

  _Bollett. della Società Geografica_, 23

  Bopp, 44

  Bouche, 11, 36, 37, 48, 101

  Bourget, 72

  Bukle, 37, 82

  Buonamici, 64

  Carle, 15

  Carlyle, 46

  _Chronicon cassinense_, 27

  Colini, 23

  Confucio, 34

  _Cout. du Nivernais_, 29

  Cox, 46

  De Sarlo, 3

  _Digest of hindu law_, 23

  Diodoro Siculo, 25

  Donnat, 25

  Dowling, 37

  Draper, 95

  Ducange, 23, 39, 75

  Dugmore, 61

  Earle, 59

  Eisenhart, 45

  Ellis, 67

  Erodoto, 48

  Espinas, 4, 12

  Feré, 9

  Ferrero, 24

  Floquet, 80

  Galland, 39

  Garlanda, 1, 40

  Garrik Mallery, 73

  Gianturco, 56

  Goethe, 46, 133

  Gregorio di Tours,  19, 37

  Grimm, 26, 45

  Guyau, 84, 85, 87

  Hartmann, 3, 84

  Houard, 22, 57

  Howitt, 23

  Kemble, 5

  Krafft-Ebing, 11, 72

  Krapotkine, 98

  _Jih-King_, 34

  Joinville, 38, 66

  Joly, 40

  _Journal asiatique_, 34

  _Journal du Palais_, 129

  Lanoye (De), 35

  Lefèvre, 48, 89

  _Leges Wallicae_, 39

  Lenormant, 40, 44

  Letourneau, 1, 20, 25, 26, 33, 59, 60

  Lewes, 47

  _Lex Wisig._, 45

  _Lombardia_, 127

  Lombroso, 7, 12, 72, 107, 113

  Loria, 55, 93

  Macpherson, 22

  Maine (S), 26, 30, 53, 65, 122

  Marzolo, 13, 14, 20, 32, 33, 40, 41, 44, 49, 50, 73, 75, 88, 89,

    91, 93

  Massenat, 40

  Maudsley, 12

  Mayer, 55

  Meichelbeck, 66

  Michelet, 38, 97

  Modigliani, 38

  Moerenhout, 59

  Mommsen, 53

  Monstrelet, 80

  Montaigne, 115

  Morgan, 27

  Morselli, 113

  Mouske, 27

  Muirhead, 54, 64

  Müller (Friedrich), 73

  Müller (Max), 46

  Neugart, 66

  Niblack, 87

  Offner, 14

  Ottolenghi, 12

  _Pandette_, 23, 26, 132

  Pausania, 47

  Post, 23, 26

  Presles (R. de), 97

  Ratzel, 60

  Reclus, 24, 25

  Remusat, 34

  _Revue philosophique_, 8, 11

  _Revue politique et littéraire_, 87

  _Revue scientifique_, 24, 42

  Reymond, 70

  Ribot, 2, 42

  Ricci, 125

  Richet, 3, 12

  Ried, 66

  Romanes, 40

  Rotari, 29

  Rousseau, 115

  Salvioli, 22, 91

  Schliemann, 29

  _Société nouvelle_, 98

  Sohn, 20

  Spencer, 2, 4, 6, 20, 22, 28, 37, 41, 54, 55, 67, 71, 78, 84, 94,

    98, 120

  Steinthal, 41

  Stendhal, 9

  Strabone, 25

  Taine, 19

  Tanzi, 89

  Trezza, 46

  Tylor, 48, 72

  Valdata, 127

  Vignoli, 44

  Wace, 38

  Walch, 66

  Wenk, 66

  Wundt, 14





INDICE



  _Dedica_                                                 _Pag._ V

  _Prefazione_                                               »  VII


  _Introduzione:_ La legge del minimo sforzo e la inerzia

    mentale                                                  »    1


  PARTE I.


  Fisio-psicologia del simbolo.


  CAPITOLO

     I.   — Simboli di prova                                 »   17

    II.   — Simboli descrittivi                              »   32

   III.   — Simboli di sopravvivenza                         »   52

    IV.   — Simboli di riduzione                             »   70

     V.   — Simboli emotivi                                  »   77

    VI.   — Simboli mistici. L’arresto ideativo, emotivo

              ed ideo-emotivo                                »   83

   VII.   — Atavismo e patologia del simbolo                 »  107


  PARTE II.


  Applicazioni psico-sociologiche.


  CAPITOLO UNICO.   — Il simbolo nel diritto moderno         »  119


  Indice degli Autori e delle Riviste citati nell’Opera      »  135





NOTE:



[1] GARLANDA, _La filosofia delle parole_. — Roma, 1890.


[2] LETOURNEAU, _La sociologie d’après l’ethnographie_. — Paris, 1884,

lib. III, cap. X.


[3] Vedi riguardo a questi piaceri, SPENCER, _Les bases de la morale

évolutionniste_. — Paris, 1889, cap. IX.


[4] SPENCER, op. cit.


[5] RIBOT, _La psychologie de l’attention_. — Paris, 1889.


[6] RICHET, _L’homme et l’intelligence_. — Paris, 1884.


[7] L’importanza di questo lato della questione fu vista

dall’Hartmann, il celebre pessimista tedesco; il capitolo

_L’inconscio nell’intelligenza_ della sua opera _Philosophie des

Unbewusten_, Berlin, 1872, per quanto imbevuto ancora di metafisica, è

importantissimo. Vedi anche il bel lavoro del DE SARLO, _L’inconscio in

patologia mentale_, Reggio d’Emilia, 1892.


[8] ESPINAS, _Des sociétés animales_. — Paris, 1878.


[9] SPENCER, _Principes des psychologie_. — Paris, 1874, parte II, cap.

VII; parte IV, cap. VII.


[10] KEMBLE, _The Saxons in England_, II, 105, in SPENCER, op. cit.


[11] SPENCER, _Principes de sociologie_. — Paris, 1882, vol. III, P.

IV, cap. IV; P. V, cap. XVI.


[12] Il merito di avere introdotto il concetto dell’inerzia

nella psicologia spetta, come è noto, al LOMBROSO, che se ne

servì per spiegare l’innato conservatorismo dell’uomo. È una idea

straordinariamente feconda e capace delle più svariate applicazioni: io

ne tento, in questo lavoro, una nuova.


[13] BEAUNIS, _Physiologie_, 2ª ediz., pag. 1351.


[14] BEAUNIS, _L’expérimentation en psychologie par le somnambulisme

provoqué_, nella _Revue philosophique_, agosto, 1885.


[15] Vedi, sull’influenza della musica, le originali osservazioni di

STENDHAL, _Physiologie de l’amour_, che notò sopra di sè come essa

rinforzi il tono di qualsiasi sentimento si trovi per il momento nella

psiche. Così, quando egli era innamorato, la musica lo rendeva più

innamorato ancora; una volta che pensava ad armare una spedizione per

la Grecia, raddoppiò in lui l’alacrità e l’entusiasmo.


[16] FERÉ, _Sensation et mouvement_. — Paris, 1887.


[17] BINET, _Études de psychologie expérimentale_. — Paris, 1883.


[18] BOUCHE, _La Côte des Esclaves et le Dahomey_. — Paris, 1885.


[19] Vedi su questo feticismo normale dell’amore BINET, _Le féticisme

dans l’amour_ (_Revue philosophique_, agosto, 1887) e KRAFFT-EBING,

_Psycopathia sexualis_. — Stuttgart, 1887.


[20] OTTOLENGHI e LOMBROSO, _Nuovi studi sull’ipnotismo e sulla

credulità_. — Torino, 1889.


[21] MAUDSLEY, _L’esprit et le corps_.


[22] Op. cit. — Vedi anche, su questo argomento, i numerosi fatti

portati dal RICHET, _L’homme et l’intelligence_, Paris, 1884, nello

studio: _Le somnambulisme provoqué_.


[23] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866.


[24] Vedi su questa ipotesi che riduce la sensazione e gli altri

processi psichici a un movimento molecolare, gli studi principali

di psicofisica, specialmente i tedeschi. MÜNSTERBERG, _Beitrage zur

experimentelle Psychologie_, I, 129; VUNDT, _Essays_, IV; GEHIRN UND

SEELE, p. 118, _Physiol. Psychologie_, II, 204. — Ora questa ipotesi

(ammessa e nello stato presente della scienza, non si può a meno di

ammetterla) questa teoria, che riconduce il processo dell’associazione

mentale ai fenomeni dell’inerzia, è più che giustificata. Quando

infatti due stati di coscienza sono percepiti contemporaneamente,

ciò significa, secondo il Münsterberg, che due gruppi gangliari del

cervello sono nello stesso tempo eccitati, ed è secondo lo psicologo

tedesco legittimo supporre che si stabilisca tra i due punti eccitati

una specie di via di comunicazione, attraverso la quale le due

eccitazioni, che non sono che movimenti molecolari, tenderebbero

a equilibrarsi. Quando poi solo uno dei due gruppi è in seguito

rieccitato, una debole corrente di movimento molecolare per la via di

comunicazione già aperta andrebbe ad eccitare l’altro (MÜNSTERBERG,

op. cit. — OFFNER, _Ueber die Grundformen der Vorstellungsverbindung_,

Marburg, 1892).


[25] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866.


[26] Così i Romani, come vedremo, quando sostituirono al governo a

vita (monarchia) il governo a tempo (repubblica) credevano che tutti

i poteri del re, spettassero ancora al pretore, anche quelli che

contrastavano alla temporaneità ed elettività della carica.


[27] Lo stesso si dica della teoria che, quando questo lavoro in

proporzioni più modeste fu discusso come tesi, mi fu opposta dal

prof. Carle: che cioè i simboli sono dovuti sopratutto alla vivace

fantasia dell’uomo primitivo. Si è ripetutamente accennato, da molti

scrittori, a questa vivacità infantile della fantasia umana, ma

senza darne documenti sicuri; anzi dopo gli studi dello Spencer e del

Guyau è lecito supporre invece che il selvaggio sia poverissimo di

immaginazione e che la fantasia vivace sia piuttosto il privilegio

delle grandi intelligenze, di Dante, di Shakspeare, di Newton, di

Darwin, che non delle intelligenze rudimentali.


[28] Vedi, per es., i singolari costami degli eroi di Omero (Ulisse

in specie), che spesso sono i costumi di veri furfanti; i non rari

poco ingenui contratti che si trovano nella Bibbia; le esperienze

della doppiezza selvaggia fatte dai viaggiatori, da Cook in Australia,

da Stanley e da Schweinfurth in Africa, nonchè dalla nostra politica

coloniale in Abissinia. I libri poi di etnografia sono pieni di fatti

e prove in proposito. Si dice che nei popoli tedeschi invece l’onore

fosse quasi una religione e anche il Taine l’asserì (TAINE, _Histoire

de la littérature anglaise_, Paris, 1886, vol. I, cap. 1); ma chi

ha letto nel libro di GREGORIO DI TOURS, _Historia Francorum_, un

contemporaneo dell’invasione dei Franchi nella Gallia, i caratteristici

aneddoti sulla perfidia dei capi, può dubitare che anche gli antichi

popoli germanici fossero davvero migliori, sotto questo rispetto, che

la maggior parte dei loro confratelli in umanità.


[29] Riguardo all’imprevidenza dell’uomo primitivo, vedi SPENCER,

_Princ. de sociol._, vol. I. — LETOURNEAU, _La sociologie d’après

l’ethnographie_, Paris 1884, pag. 562: «Per prevedere bisogna esser

capace di osservazioni, di attenzione, saper raggruppare e paragonare

i fatti, dedurre l’avvenire dal presente e dal passato. Ma l’uomo

inferiore non sa osservare che in un campo ristretto, è scosso

solo da quanto ha rapporto con i suoi bisogni più urgenti, la sua

memoria è corta e il passato vi si cancella presto». E che per l’uomo

primitivo il passato e il futuro fossero idee vaghe e indeterminate,

lo prova l’etimologia: il greco Ἠρι = domani è la stessa parola che

l’_Heri_ latino, che significa ieri; quindi come osserva profondamente

il Marzolo, doveva esprimere in origine vagamente un tempo fuori

dell’attuale, senza determinazione di passato o di futuro. Ora, con

così vaga nozione dell’avvenire, è impossibile contrattare per un

tempo futuro. Nei bambini poi noi possiamo osservare quella incapacità

di godere idealmente della proprietà, che dovè esser comune un tempo

a tutti gli uomini primitivi. Quando regalate loro un giuocattolo lo

portano con sè da per tutto, a tavola, a passeggio, al teatro. Chi non

ha visto una bambina addormentarsi con la bambola nuova tra le braccia?

Quando li lasciano è segno che se ne sono stancati, o che anche quella

sorgente di piacere è inaridita. Di più, se promettete loro qualche

cosa, la vogliono immediatamente, e si mettono a piangere se debbono

aspettare.


[30] SALVIOLI, _Manuale del diritto italiano_. — Torino, 1890.


[31] MACPHERSON, _Report upon the Khonds of Ganjan and Cuttack_. —

Calcutta, 1842.


[32] SPENCER, _Princ. de sociologie_. — Paris, 1883, vol. III.


[33] HOUARD, _Anciennes lois franc._, I, pag. 101.


[34] Vedi in DUCANGE, _Anaticla_, I, 415.


[35] _Digest of Hindu Law_, II, 488.


[36] Vedi POST, _Studien zur Entwickelungsgeschichte des

Familienrechts_, Oldenburg und Leipzig, 1890, e il lucido riassunto

del COLINI (Un libro del dottor POST sullo sviluppo del diritto di

famiglia) nel _Bollettino della Società Geografica_, marzo, 1891.


[37] HOWITT, _Trans. R. Soc. Victoria_, pag. 118, in Colini.


[38] G. FERRERO, _L’atavisme de la prostitution_, in _Revue

scientifique_, 30 luglio 1892.


[39] RECLUS, _Les primitifs_. — Paris, 1885.


[40] LETOURNEAU, _L’évolution du mariage et de la famille_. — Paris,

1888.


[41] RECLUS, _Les primitifs_. — Paris, 1885, pag. 240.


[42] Vedi intorno a questo fenomeno e le sue cause LETOURNEAU,

_L’évolution de la famille et du mariage_, Paris, 1888. — SUMNER MAINE,

_Études sur les institutions anciennes_, Paris, 1884. — A. H. POST,

_Studien zur Entwizelung der Familienrechts_, Oldenburg und Leipzig,

1890.


[43] GRIMM, _Deuts. Rechtsalther_, pag. 155.


[44] BEAUMANOIR, _Cout. de Beauvoisis_, cap. XVIII.


[45] GRIMM, _Poesie in Rechte_, § 6.


[46] _Il libro di Ruth_, III, 9.


[47] L. H. Morgan, _Ancient Society_. — London, 1877, pag. 80-81.


[48] _Chron. Cassin._, II, 39.


[49] SPENCER, _Princ. de sociol._, vol. III. — Paris, 1883.


[50] Si ricordi il palazzo di Tirinto, scoperto dallo Schliemann,

chiuso da robustissime porte, accanto a cui si vedono ancora i posti

delle guardie, e da cui era impossibile uscire senza il permesso del

signore. — Vedi SCHLIEMANN, _Tyrinthe_, Paris, 1886.


[51] LEG. WILLEM, _Noth. reg. Angl._, cap. LXV.


[52] ROTARI, cap. 224.


[53] _Cont. du Nivernais_, t. II, pag. 134.


[54] SUMNER MAINE, _Études sur l’histoire des institutions primitives_.


[55] L. 5, § 10, _D. de oper. novi nunt_. — L. 20, § 1, _D. quod vi aut

clam_.


[56] MARZOLO, _Saggio sui segni_. — Pisa, 1866.


[57] BERTILLON, _Les races sauvages_. — Paris, 1883.


[58] BANCROFT, _The native races_, etc.


[59] LETOURNEAU, _La sociologie d’après l’ethnographie_. — Paris, 1884.


[60] _Numeri_, XV, 37, 38.


[61] MARZOLO, _Saggio_, ecc.


[62] A. DE REMUSAT, _Recherches sur les langues tartares_, pag. 65.


[63] BERTILLON, op. cit.


[64] _Journal Asiatique_, aprile-maggio 1868.


[65] _Giosuè_, IV, 6-7.


[66] DE LANOYE, _L’homme sauvage_. — Paris, 1873, pag. 41.


[67] BOUCHE, op. cit.


[68] I ladri sanno ancora sfruttare questo ferravecchio della storia

della civiltà. Una loro forma di furto è quella di rubare in un club

o in altro luogo, per es. il cappotto di una persona, di andare a

casa sua e di inventare, che sono mandati dal padrone per prendere o

una somma di denaro o qualche oggetto prezioso: la prova della loro

missione sta appunto nel cappotto o altra cosa della persona, che essi

hanno tra le mani.


[69] Sull’origine di questi simboli non parlo, perchè la questione

è stata già risolta dallo SPENCER, _Principes de sociologie_, vol.

III, parte I. Io quindi mi sono ristretto a studiare l’uso fatto dei

simboli, supponendone già nota al lettore la genesi.


[70] BOUCHE, op. cit.


[71] GREG. TURON, VII, 3.


[72] Si dirà che nel Medio-Evo si conosceva ben la scrittura. È vero:

ma non basta possedere uno strumento, bisogna anche comprenderlo,

conoscerlo bene e saperne usare; ora, nel Medio Evo la scrittura era

uno strumento troppo complicato, perchè data la condizione generale

della coltura, il suo uso potesse essere diffuso; era una tradizione

della civiltà romana conservata, come tante altre, da un piccolo

gruppo di persone, che quasi sempre furono i religiosi. «Durante

molti secoli, scrive il BUKLE, fu raro il veder un laico che sapesse

leggere o scrivere» (_Histoire de la civilisation en Angleterre_,

vol. I, pag. 348, Paris, 1881); e il DOWLING (_Introduction to the

Critical Study of ecclesiastical History_, 1838, pag. 56): «Gli

scrittori erano quasi tutti ecclesiastici, e la letteratura null’altro

che un esercizio religioso». Così i re merovingi non sapevano

scrivere. Carta e inchiostro furono nel Medio Evo oggetti rarissimi;

la carta, specialmente dopo che le invasioni saracene nella Sicilia

resero difficili le comunicazioni con l’Egitto; i monaci dovettero

inverniciare i loro codici per scrivervi su i loro salmi; e il Petrarca

non trovò, più d’una volta, in città considerevoli della Francia,

una goccia d’inchiostro per copiare codici latini. Di più, tanto è

vero che la scrittura era poco capita in quei tempi, che noi troviamo

certi manoscritti medioevali (es., parecchi del Sachsenspiegel), in

cui sono intercalate figure che illustrano il testo e ne agevolano la

comprensione, formando una vera mescolanza di scrittura e pictografia,

quale noi la troviamo nei libri dei Batacchi (BASTIAN, _Der Mensch in

der Geschichte_, Leipzig, 1861, vol. I. — MODIGLIANI, _Tra i Batacchi

indipendenti_, Roma, 1893).


[73] MICHELET, _Les origines du droit français cherchées dans les

symboles et d’après les formules du droit universel_. — Paris, 1892.


[74] Questa connessione è rivelata dalla parola gallese _maes_, che

significa _ager_ e _curia_ (Vedi _Leges Wallica_e, II, 10, 11, 12).


[75] DUCANGE, _Investitura_, 1535. — GALLAND, _Franc-allen_, XX, 340.


[76] Per questo credo che le scritture mnemoniche abbiano precedute

le scritture a disegno, sebbene popoli rozzissimi, e perfino le

popolazioni preistoriche sapessero disegnare relativamente bene (Vedi

MASSENAT, _Matériaux pour l’histoire de l’homme primitif_, 1869. —

JOLY, _L’homme avant les métaux_, Paris, 1879). Io credo che il disegno

preesistè alla scrittura pictografica, cioè che il disegno non fu

impiegato come mezzo di comunicazione tra gli individui, se non molto

tempo dopo che era praticato all’ornamento delle armi, delle case, ecc.

Difatti, dover graffire una scena di caccia o di pesca è minor fatica,

che dovere esprimere con figure una idea determinata; perchè nel primo

caso il disegnatore può scegliere e variare a piacere le figure, purchè

nel complesso diano l’idea dello spettacolo che si vuol rappresentare;

nel secondo invece è schiavo della sua idea e bisogna che cerchi quali

figure proprie importino di più a far comprendere più esattamente a un

estraneo la propria idea.


[77] GARLANDA, _La filosofia delle parole_, Roma, 1890. — MARZOLO,

_Brevissimo sunto sulla storia dell’origine dei caratteri alfabetici_,

Venezia, 1857. — ASCOLI, _Del nesso ario-semitico_, Milano, 1864. —

LENORMANT, _Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans

l’ancien monde_, Paris, 1872.


[78] ROMANES, _L’évolution mentale chez l’homme_. — Paris, 1891.


[79] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. I. — Paris, 1878, pag.

489.


[80] MARZOLO, _Monumenti storici rivelati dall’analisi delle parole_,

vol. I, Padova, 1847. — F. STEINTHAL, _Die Mande-Neger Sprachen,

psichologisch und phonetisch betrachtet_, Berlin, 1867.


[81] Il RIBOT, in alcuni suoi recenti e interessantissimi studi (_Une

enquête sur les variétés des concepts_, in _Revue scientifique_, 3

settembre 1892), cercò di determinare che cosa si producesse nella

coscienza, oltre il nome, quando si legge o si ascolta una parola

astratta o generale. L’esperienza tentata su 900 individui diede questi

risultati: nel 47% si produceva o una imagine concreta (per es., la

parola _legge_ richiamava l’idea dei giudici togati), o l’imagine

ottica della parola stampata, o l’imagine acustica della parola

pronunciata; il 53% rispose che in essi non si risvegliava _nulla_.

Il RIBOT osserva giustamente che questo _niente_ deve essere qualche

cosa e che con un’indagine più minuta si scoprirebbe: in ogni modo,

ciò dimostra che deve essere uno stato di coscienza molto vago, se non

si riesce a determinarlo con parole. Quindi una scrittura a disegno

sarebbe almeno per questo 53% assai faticosa; e lo sarebbe egualmente,

in quell’altro 47%, a quelli che appartengono, come dice il RIBOT, al

tipo visuale tipografico o al tipo uditivo.


[82] LENORMANT, _Essai sur la propagation de l’alphabet phoenicien dans

le monde ancien_. — Paris, 1872, vol. I, cap. I.


[83] BOPP, _Glossarium sanscritum_, Berolini, 1847. — MARZOLO,

_Monumenti storici rivelati dall’analisi della parola_, Padova, 1847,

vol. I. — VIGNOLI, _Mito e Scienza_, Milano (_Bibl. scient. intern._).


[84] GRIMM, _Poesie im Recht, passim_. — EISENHART, _Grundsätze des

Deutschen Rechts in Spruchwörtern_, Leipzig, 1822. — _Lex Wisig._, I,

8.


[85] GOETHE (_Maximen und reflexionen_) e CARLYLE (_Sartor Resartus_)

notarono essi pure come l’imagine sia in origine un modo quasi

naturale di esprimersi. G. TREZZA, poi (_Studi critici_, Verona

1878, pag. 224), ha benissimo descritto il carattere imaginoso delle

concezioni primitive: «Nello stato arcaico del sentimento, si mescono

le forme delle cose e vi destano una impressione confusa, appunto

perchè la natura vi si rivela in un modo confuso. È veramente una

vasta metafora il modo con che la natura si riproduce nel sentimento

mitologico. Tuttavia la metafora non era in quei tempi un processo

consapevole, nato da una intuizione precisa delle analogie ideali tra

le cose diverse, ma un istinto divino, che prorompeva dal sentimento

stesso. La metafora ei la portava dentro di sè, lingua vivente di una

coscienza impregnata di sensazioni vivacissime estranee». Senonchè,

come si vede, la spiegazione che io do del fenomeno, è diversa da

quella dell’illustre e compianto professore di Firenze. Anche il MAX

MÜLLER, che sostiene, a torto o a ragione, esser la religione una vasta

metafora primitiva, di cui si è perduto il significato, una malattia

del linguaggio (_diseased language_), intuì bene, senza però spiegarla,

la grande importanza della metafora nella psicologia primitiva

dell’uomo. — Vedi, oltre le opere di MAX MÜLLER, COX, _The mithology of

arian nations_. — London, 1870.


[86] PAUSANIA, _Att._, I, 23.


[87] HEROD., VII, 225.


[88] BOUCHE, op. cit.


[89] LEFÈVRE, _La religion_. — Paris, 1892.


[90] TYLOR, _Civilisation primitive_. — Paris, 1884.


[91] BASTIAN, _Der Mensch in der Geschichte_, vol. I, p. 265. —

Leipzig, 1860.


[92] MARZOLO, _Brevissimo sunto della storia dell’origine dei caratteri

alfabetici_, pag. 15, Venezia, 1857. — Vedi in questo opuscolo, sunto

d’una grande opera che rimase, pur troppo, come tante altre del sommo

pensatore, inedita, le prove etimologiche di questa figliazione delle

lettere alfabetiche dalle figure delle costellazioni.


[93] SUMNER MAINE, op. cit.


[94] Vedi in SPENCER, _Princ. de soc._, vol. III, pag. 139 e seg.,

le prove che l’idea dello scambio è sconosciuta a molti popoli

primitivi. In latino _emere_ non significava originariamente, come

notò il Muirhead, comprare per denaro, ma solo prendere, ricevere,

acquistare (ved. in FESTO, voc. _redemptores_). Quanto alla proprietà

fondiaria, essa, come è noto, non esiste presso i popoli primitivi

e anche i popoli civili non la conobbero che tardi: secondo MAYER,

_Die Rechte der Israeliten, Athoener und Römer_. (I, 361) l’ebraico

non ha parola per esprimere _proprietà fondiaria_: e secondo Mommsen

«l’idea della proprietà non era presso gli antichi Romani associata al

possesso delle cose immobiliari, ma solo al possesso degli schiavi e

del bestiame». E l’origine della proprietà fondiaria fu la violenza.

«Solo la forza — scrive lo SPENCER — sotto una forma o sotto un’altra

è la causa capace di obbligare i membri di una società a cedere il loro

diritto al godimento comune del territorio che abitano. Ora è la forza

di un aggressore esterno, ora quella di un aggressore interno...».

(_Principes de sociologie_, vol. III, pag. 728, Paris, 1883). — Vedi

anche in LORIA, _Analisi della proprietà capitalistica_, vol. II, la

lunga documentazione delle origini violente della proprietà fondiaria.

Ricorderemo qui che _praedium_ e _praedari_ hanno comune etimologia,

che _hortus_ e _haeredium_ derivano da una radice _ghar_ che in

sanscrito significava prendere, impadronirsi; che la lancia era presso

i Romani il _signum justi dominii_.


[95] SPENCER, _Les bases de la morale évol._, Paris, 1887, pag. 99.

«Quando, come nelle società più rozze, non esiste ancora nè regola

politica, nè regola religiosa, la causa principale che impedisce

di soddisfare un desiderio quando si manifesta, è la coscienza dei

mali che risulteranno dalla collera degli altri selvaggi, se la

soddisfazione del desiderio è ottenuta a loro spese».


[96] GIANTURCO, _Istituzioni di Diritto civile italiano_. — Firenze,

1887, pag. 107.


[97] HOUARD, _Anc. lois françaises_, I, 378.


[98] _Fraser’s Journey_, II, pag. 372.


[99] MOERENHOUT, _Voyage aux îles du Grand-Océan_, II, pag. 68.


[100] EARLE, _Residence in New Zealand_, pag. 244.


[101] LETOURNEAU, _L’évol. du mar._, etc. — Paris, 1888.


[102] In Australia gli sforzi dei missionari per togliere il matrimonio

per ratto trovarono opposizione, specialmente nelle donne (LETOURNEAU,

_La sociologie, etc._, Paris, 1884). Il sentimento dell’uomo riguardo

al ratto dovè esser lungamente analogo a quello che noi troviamo tra

gli Zulù rispetto alla compra della sposa. — RATZEL, _Le razze umane_,

Torino, 1892, vol. I, pag. 387: «Soltanto la compra fa sentire la

forza reciproca del vincolo matrimoniale; e marito e moglie non si

riterrebbero uniti legalmente, se il marito non avesse dato o almeno

promesso qualche cosa per averla. Un uomo poi si sentirebbe umiliato,

se prendesse una moglie per niente».


[103] DUGMORE, _Kafir Laws and customs_, pag. 37.


[104] Secondo il Muirhead, questa formola, riportataci da Gaio, è

troppo vaga, e probabilmente il convenuto rispondeva provando il suo

titolo.


[105] BUONAMICI, _Delle «Legis actiones» nell’antico Diritto romano_,

Pisa, 1868. — MUIRHEAD, _Storia del Diritto romano_, Milano, 1888.


[106] Vedi a questo proposito le belle osservazioni del SUMNER MAINE,

_Etudes_, etc.


[107] «In loco iuxta fluvium pheterac» (MEICHELBECK, _Hist. frising._,

n. 368). «Actum super fluvium Moin in loco nuncupante Franconofurd»

(RIED, _Cod. dipl. Ratisb._, n. 10, an. 794).


[108] «Acta sunt haec apud Velbach in littore laci turicini» (NEUGART,

_Cod. dipl. Alleman._, N. 1030, an. 1282).


[109] «Zu dem richtbrunnen an dem landtag bi stuhlingen» (VEGELIN, II,

221, an. 1391).


[110] «Beim Born zu Pfungstatt» (WENK, _Hess. Gesch._, I, 82).


[111] «Sein Gericht mag er (der Landrichter) setzen vor der Bruche»

(WALCH, _Vermischte Beiträge zu den deutschen Recht_, III, 257).


[112] JOINVILLE, _Hist. de S.-Louis_, 1668, pag. 12 e 13.


[113] SPENCER, _Princ. de sociol._, III, p. 665.


[114] ELLIS, _Polynesian Researches_, tom. I, pag. 202, 203.


[115] ARDIGÒ, _Relatività della logica umana_, nel III volume delle

_Opere filosofiche_. — Padova, 1885.


[116] REYMOND, _Le arti figurative e un vecchio pregiudizio fisiologico

sulla visione_. — Torino, 1891.


[117] SPENCER, _I primi principii_. — Milano, 1888.


[118] BOURGET, _Nouveaux essais de psychologie contemporaine_.


[119] LOMBROSO, _L’uomo di genio_. — Torino, 1888.


[120] KRAFFT-EBING, _Psycopathia sexualis_. — Stuttgart, 1889.


[121] TYLOR, _Forschüngen über die Urgeschichte der Menschheit_, trad.

ted., pag. 25.


[122] GARRICK MALLERY, _Sign-Language among the North-American Indians_

(_First annual Report of the Bureau of Ethnology._ — Whashington,

1881).


[123] _Reise der osterreichischen Fregatten Novara um die

Erde-Linguisticher Theil_, von dr. FRIEDRICH MÜLLER, Vien, 1867. —

MARZOLO, _Monum. stor._, ecc., vol. I.


[124] SPENCER, _Princ. de soc._, vol. III. — Paris, 1883.


[125] DUCANGE, _Investitura_, III, 1531.


[126] Vedi in SPENCER (_Princ. de sociol._, vol. III, chap. II, Paris,

1883) le prove sulla enorme diffusione del trofeo in tutte le razze.


[127] Op. cit.


[128] _Chroniques_ de MONSTRELET, vol. II, lib. I, chap. CVII, pag. 435.


[129] FLOQUET, _Histoire du Parlem. de Normandie_, vol. I, pag. 250-256.


[130] BUKLE, _Histoire de la civilisation en Angleterre_, vol. III,

pag. 294. — Paris, 1887.


[131] Vedi riguardo a questa polemica lo SPENCER. _Principes de

sociologie_, vol. I, Paris, 1878, ed il GUYAU, _L’irreligion de

l’avenir_, specialmente a pagine 26-38. — Paris, 1887.


[132] SPENCER, _Principes de psychologie_, vol. I, pag. 302. — Paris,

1874.


[133] HARTMANN, _Die Philosophie_, etc., nel capitolo: _L’inconscio

nell’intelligenza_.


[134] GUYAU, _L’irréligion de l’avenir_. — Paris, 1887.


[135] ID., _id._


[136] Stephenson, invece, un giorno vedendo una sua locomotiva correre

via rapida, esclamò: _E dire che è il sole che la fa muovere_ (ARDIGÒ,

_La formazione naturale nel fatto del sistema solare_, Padova,

1884). — Ecco la differenza tra il ragionamento dell’uomo medio e

il ragionamento del pensatore di genio: in quello le associazioni

si restringono a quelle sensazioni che si sono più volte seguite

nell’esperienza e che hanno lasciata una traccia di sè nella psiche

in immagini o idee; in questo invece si formano da idee lontanissime

e apparentemente senza alcun nesso. Ma non dimentichiamo che gli

Stephenson e i Newton sono una eccezione nell’umanità, che nella sua

massa è composta di ben altra stoffa di individui.


[137] BERTILLON, _Les races sauvages_. — Paris, 1833.


[138] _Revue politique et littéraire._ — Paris, 1888.


[139] NIBLACK, _The coast indians of soutern Alaska and northern

british Columbia_. — Washington, 1890.


[140] MARZOLO, _Saggio sui segni_, pag. 37. — Pisa, 1866.


[141] La tradizione della ninfa Egeria e di Numa Pompilio rappresenta

una variante del fenomeno. Siccome usualmente la massima parte degli

uomini, non produce da sè le idee che ha, ma le riceve da altri, dai

vecchi, dai creduti sapienti, ecc.; così si crede che quando uno ha un

gran numero di idee le debba aver ricevute da un altro, da un essere

superiore.


[142] _Saggio sui segni._


[143] LEFÈVRE, _La religion_, pag. 538. — Paris, 1892.


[144] TANZI, _I germi del delirio. — Rivista sperimentale di freniatria

e medicina legale_, vol. XVI, fasc. I-II, Reggio Emilia, 1890.


[145] MARZOLO, _Saggio_, ecc.


[146] SALVIOLI, op. cit.


[147] BINET, _Etudes de psychologie expérimentale_. — Paris, 1888.


[148] _Genesi_, XXVII.


[149] Questa idea non ha nulla di comune con quella del Loria, che

(_Analisi della proprietà capitalistica_, vol. II) sostiene sì,

essere la logica variabile, ma che le sue variazioni dipendono dalle

condizioni diverse della terra libera. E cita il fatto che nelle età

in cui la schiavitù è necessaria per le condizioni economiche, tutti

gli scrittori ne sostengono la legittimità, mentre nelle età in cui

non è più necessaria, è da tutti maledetta e dimostrata una infamia.

Ma forse perchè Aristotile concludeva che la schiavitù non si poteva

abolire, mentre Spencer tratterebbe di pazzo chi volesse ricostituirla,

si può dire che i processi logici con cui l’uno e l’altro arrivano

alle diverse conclusioni siano differenti? Ma sono le premesse che

differiscono, il punto di vista, i dati della questione e quindi anche

le conclusioni, non la maniera di ragionare: il sillogismo funziona

nel cervello dell’uno come in quello dell’altro. Invece non funziona

nello stesso modo nel cervello di Aristotile e in quello di un ragazzo

o di un selvaggio: così tra l’altro il Marzolo dimostrò che il _post

hoc ergo propter hoc_, eresia immensa nella logica ideale, è una vera

legge del ragionamento come si fa dai bambini, dai selvaggi, e ancor

oggi dagli uomini più rozzi (Vedi quella bellissima memoria che è il

saggio forse più stupendo scritto sin qui sulla psicologia dell’uomo

inferiore: MARZOLO, _Delle disposizioni originarie soggettive dell’uomo

e degli effetti loro_, Milano, 1862). La logica è una funzione del

cervello; e può solo variare, come tutte le funzioni, secondo il

variare dell’organo.


[150] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. III.


[151] SPENCER, _Istituzioni ecclesiastiche_. — Città di Castello, 1886.


[152] DRAPER, _Histoire du développement intellectuel et moral de

l’Europe_. — Paris, 1868-69, vol. II.


[153] MICHELET, _Les symboles_, etc.


[154] SPENCER, _Principes de sociologie_, vol. III.


[155] ID., _id._


[156] Di qui dipende l’intenso ma ristretto altruismo dei membri

di molte tribù, uno rispetto all’altro; il che però non esclude la

più assoluta ferocia riguardo agli stranieri. Vedi l’articolo del

principe KRAPOTKINE: _L’appui mutuel chez les sauvages_, nella _Société

nouvelle_, gennaio 1893.


[157] BOUCHE, op. cit.


[158] ALONGI, _La camorra_, Torino, 1890.


[159] _Arch. di psichiatria e scienze penali_, 1880, fasc. II. Vedi

questo intaglio riprodotto nell’_Uomo di genio_, tav. VII.


[160] SPENCER, _La giustizia_. — Città di Castello, 1893, pag. 48-49.


[161] SUMNER MAINE, _Ancient Law_, pag. 76-7, 3ª ediz. (Citato da

Spencer).


[162] Giornale _La Lombardia_, 15 marzo 1893.


[163] _Journal du Palais_, t. LXXVII, pag. 824.


[164] In un lavoro che avrà forse per titolo: _La formazione

naturale della giustizia_; l’espressione dell’Ardigò _formazione

naturale_ parendomi, almeno in questa materia, più esatta che l’altra

_evoluzione_ dello Spencer.






Nota del Trascrittore


Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

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