Grice e Marchesini
GIOVANNI MAKCHESINI
LA FINZIONE
NELL’ EDUCAZIONE
o
LA PEDAGOGIA
DEL “COME SE„
G. B. PAEAVIA & 0.
TORINO-MILAN O - PIRE N ZE-RO M A-NAPOLI-PALER MO
Depositi: Genova. Libreria Fratelli Trevi» (A.L.I.)
TrU 'TB, Libreria L. Cappelli ,
ritOPJUETÀ LETTEBAIUA
Torino — Stamperìa Beale G. B. Paravia & C,
291 (B) rV-925. 11481.
INDICE GENERALE
INTRODUZIONE . ]> a ,j i
§ 1. • Concetto generale della Pedagogia del
come se . » i
§ 2 . - Potenza dell’educazione. » 3
§ 3. - Realtà e ideale. . 5
§ 4. - Utilità etico-pedagogica della finzione « 7
Cap. I. Concetto generale di finzione. Sue specie.
§ 5. - Tipi vari di finzione. 10
§ 0 . ■ Finzione e illusione. 12
§ 7. - Ufficio pratico della finzione. , 13
Cap. II. — La finzione interiore.
3 8 . - Trasfigurazioni interiori. . 14
§9.-11 pluralismo dell’anima. , jg
§ 10. • La finzione noi vari domini dello spi¬
rito .. 17
§ 11 . - Azione e finzione. „ 21
§ 12. - La suggestività dell’agire. , 23
§ 13. - Finzione e contradizione. 25
§ 14. - Il giudizio rii sò. , 27
Cap. III. — La finzione esteriore.
§ 15. - Menzogna, insidia, simulazione . » 28
§ 16. - Necessità della finzione sociale. . 31
§ 17. Rigorismo e sincerità. » 32
— VI —
Cai 1 . IV. — La finzione nella scienza e nella filosofia.
§ 18. - Trasfigurazione scientifica della realtà l’ag. 35
§ 19. • Trasfigurazione filosofici» . » 37
Cap. V. — La finzione nell'ideale.
§ 20. - L’ideale puro .. r 38
§ 21. - La vita dell’ideale: sua funzione pra¬
tica ... » 40
§ 22. - Continua.... • 41
§ 23. - L’ideale come passione. » 43
Cap. VI. — La finzione dell'Assoluto e il relativismo
della 8cienza.
§ 24. - Le basi della fede..... » 45
§ 25. - La fede nell’Assoluto: suo valore..... » 53
§ 26; - Il relativismo etico. » 57
§ 27. - Continua . ’ CO
§ 28. - L’analisi dei valori ideali. » 63
Cap. VII. — Il realismo aella finzione morale.
§ 29. - Elementi realistici della finzione mo¬
rale . * 05
§ 30. - Analogie . » 72
§ 31. - La realtà della forma. » 74
§ 32. - La finzione morale e le categorie mon¬
tali .. • 7 0
Cap. Vili. — L'educazione dell’ideale.
§ 33. - L’ideale come poesia dello spirito.— » 77
§ 34. - Il principio della relatività nell’edu¬
cazione . " 70
Cap. IX. — La finzione elico-pedagogica nei singoli
valori ideali — Il Bene.
§ 35. - La finzione del Bene assoluto ......... » 81
§ 36. - Lo concezioni mistica ed estetica del
Bene . * 84
§ 37. - Loro valore pedagogico.
Cap. X. — Il dovere.
§ 38. • La funzione pratica dell’idea del do¬
vere . " 85
— VII —
§ 39. - La finzione nella concezione teoretica
del dovere. p ag 89
§ 40. - Sua efficacia. , gj
Gap. XI. — Libertà e responsabilità.
§ 41. - La libertà assoluta. „ 9 3
5 42. - SuoTfondamcnto. „ 94
§ 43 . • Il principio della responsabilità. 90
Gap. XII. — La virtù.
§ 44. - Elementi della virtù. 9 g
§ 45. - La virtù pura ....... „ jqq
§ 40. - Come si educa alla virtù... » 101
Cap. XIII. — La felicità.
§ 47. - Il soggettivismo nell’ideale della feli¬
cità . , 103
§ 48. - Contradizioni. , 104
§ 49. - Le concezioni teoretiche della felicità » 106
§ 50. - L’aspirazione alla felicità è pura va¬
nità . > 108
Cap. XIV. — La finzione religiosa.
§ 51. - La credenza in Dio. „ IH
§ 52. • Relatività della fede religiosa. » 112
Cap. XV. — L’idealizzazione dell’Io.
§ 53. - La trasfigurazione del proprio essere » 110
§ 54. • Sua efficacia . 118
Cap. XVI. — La Pedagogia del come se.
§ 55. • Riepilogo .. , 119
§ 56. - Applicazioni della Pedagogia del
come se . , 121
§ 57. - Il principio dell’economia ._. » 125
§ 58. - Il bisogno romantico e il bisogno cri¬
tico . „ i 26
§ 59. - Loro relatività ed importanza....... » 130
§ 60. ■ Il conformismo esleriore .. ■ 132
§ 61. - Criticismo e fede nella educazione... » 133
XVII. — I diritti pedagogici del pregiudizio.
§ 62. - L’utilità del pregiudizio . » 136
§ 63. - Relatività del pregiudizio. 1 138
— VII! —
Gap. XVIII. — Massime di Pedagogia prammalisla.
§ 64. - Carattere razionale del nostro pram-
•Datismo .. Pag. 139
§ 65. - Individuo e Società . » 140
§ 66. - Nuove massime . ,, 144
§ 07. - Conclusione . 1 49
INTRODUZIONE
§ 1. Ilipresento qui, sotto più ampia luce e con
nuove vedute e discussioni critiche, una teoria già da
me s\olta nel 1905 in Le finzioni deU’anima, e succes¬
sivamente difesa dalle obbiezioni che aveva da più parti
sollevale (1).
Il principio fondamentale — elio il Vaihinger studiò
nella nota opera Die Philosophie dee « Ala Ob » del 1911
collocandosi dal punto di vista storico, e che io avevo
applicato, con una mia particolare interpretazione, al
problema etico-pedagogico — si può formulare a mio
avviso nei seguenti termini: La finzione (fictio), come
trasfigurazione della realtà, è un modo naturale di rive-
laisi del nostro Io; è dunque vano pretendere di oppor-
visi, impedendone il ricorso. Potendo la finzione però
avere un valore pratico vario, e al pari d’ogni altra ten- '
(lenza essendo suscettibile d’una disciplina, converrà a
questa sottoporla affine di conseguire fini etici superiori.
Ma, quali sono i criteri che devono guidare in questa di¬
sciplina ? Ecco il problema al quale potremo rispon¬
dere dopo aver indagato il processo formativo, psicolo¬
gico, della finzione, e determinato il suo valore morale.
Che nel processo educativo convenga utilizzare là
finzione non altrimenti che ogni altro principio della
vita dello spirito, è un corollario della legge generale
( 1 ) Per la critica delle « Finzioni dell'anima » in Rivinta di
filoso/ia e scienze affini, diretta dall’A. — Bologna, 1905, Voi. II,
1. Marchesi*!, Lo finzione nella educazione.
dell’ economia, valida per l’educazione come per ogni
altra specie eli arte. Significa che se nell’educazione un
dato fine dev’essere raggiunto, non si può pretendere di
conquistarlo per un atto d’imperio, e contrapponendo la
nostra alla volontà dell’allievo. Dobbiamo bensì, rico¬
nosciuta la genesi psicologica naturale di questo fine,
promuoverne il processo formativo mettendo in atto i
suoi elementi fattivi. In altri termini, non si può pre¬
tendere di sostituire il fine ideale — poniamo, il dovere —
a quello che realmente sussistesse nell’allievo — per
es. il piacere ; — ma dovremmo, quasi direi, ricostruire il
primo mediante il secondo, cioè usufruendo degli ele¬
menti reali, o del materiale frammentario che l’allievo ci
offre con le sue tendenze naturali.
È questo il processo della reintegrazione del reale
nell’ideale, che io feci altrove oggetto di particolari ri¬
cerche e applicazioni (1). Esso è una condizione neces¬
saria della progressività dello spirito umano. Potrebbe
dunque non essere anche un criterio fondamentale del¬
l’educazione I
Chi — cito un esempio — vuole elevarsi verso l’ideale
assoluto del giusto traduce in quest o, anche suo malgrado
e senza accorgersi, la inclinazione originaria alla propria
conservazione, il risentimento contro l’ingiuria, l’amore
della tranquillità e della sicurezza personale. Pertanto
volendo educare gli animi dei giovani al culto di questo
supremo ideale, non prescinderemo da simili suoi coef¬
ficienti primordiali affidandoci invece alla pura intui¬
zione, come se l’ideale stesso potesse conquistarsi di
botto per un atto magico dello spirito puro. Tuttavia
non è vana, pure a tale scopo, la finzione della giustizia
pura e assoluta, come a coltivare il sentimento morale
non è inutile la finzione del dovere, quale fine assoluto.
Infatti queste finzioni stesse, intimamente vissute, pro¬
muovono il processo d’elevazione dello spirito verso la
mèta che esse rappresentano.
( 1) La dottrina positiva delle idealità. — Roma, Athenaeum,
1914. — I problemi fondamentali dell’educazione, Torino, Pa¬
ravia, 2» ediz., 1923.
— 3 —
Nell’ utilizzazione della finzione, conte forma na¬
turale della vita dello spirito, si fonda quella che io
chiamo la Pedagogia del come se, di cui non si può im¬
pugnare, senza cedere a un pregiudizio, la serietà scien¬
tifica e pratica. Essa si contrappone non già alla Pe¬
dagogia idealistica (chò la Pedagogia e l’Etica, come
scienze dell’ideale, sono sempre, in un certo senso, idea¬
listiche), ma a quella dogmatica e aprioristica, o in¬
somma semplicista.
Ogni ideale si pone per sè come assoluto. Non si può
aspirare alla virtù se non in quanto è pensata come piena
e perfetta. Aspirare, per così dire, a una mezza virtù ò
un non-senso, perchè la virtù non si dimezza. Ma è per
ciò possibile che l’ideale prenda il posto della realtà 1
Possiamo vagheggiare la perfezione come degno termine
della volontà nostra e dei nostri allievi; ma è possibile
tradurre in atto assolutamente questo modello ideale t
Imparare, disse Aristotele, è imitare, e chi impara è
simile all’artista: riproduce un modello. Anche l’ideale
s’impara, e quindi s’insegna mediante modelli. A ripro¬
durli non è certo sufficiente la loro contemplazione; ma
è per ciò inutile T E modello ideale trascende la realtà;
ma poiché in esso convergono tutte le energie dell’anima,
si genera in questa un movimento moralmente fecondo.
§ 2. La Pedagogia è una scienza dalla quale l’edu¬
cazione, come arte, riceve razionalmente il fondamento
e le norme. Ora è un dato della scienza, o deH’esperienza
divenuta sistematica, anche l’istintiva tendenza alla
finzione; e importa notare come a svolgerla concorrano
mirabili energie latenti, le quali devono essere abilmente
provocate e saviamente dirette.
I contatti delle anime da noi praticamente speri¬
mentati meglio che non riusciamo a penetrarne i segreti,
possono essere di fatto fecondissimi, avendosi per essi
quella fecondazione spirituale in cui consiste la stessa
efficacia dell’ opera educativa. Nessuna idealità mai
Barebbe sorta fra gli uomini senza le correnti spirituali
che li accostano gli uni agli altri; nessnna educazione
vera e propria sarebbe .possibile senza il contatto del-
l’anima dell’educatore con qnella dell’educando.
In vero l’arte di cui è capace un educatore veggente
e operoso può sprigionare nell’allievo forze insospettate,
secondando con una scintilla una grande fiamma. Pur
un’immagine o un’idea che nel cielo della mente paresse
nulla più d’una meteora, può eccitare nel pensiero nuove
visioni e agguerrire la volontà a nuove battaglie, sicché
mai infine dovrebbe decadere e svanire la fede nella
potenza dell’educazione. La nostra conoscenza dell’anima
dei discepoli è costretta entro limiti invalicabili, e vi
sono ostacoli infiniti contro i quali è fatale che urti
spesso e si spezzi la volontà, sia pur quanto si voglia
possente, illuminata e generosa, degli educatori. Ma ciò
non distrugge il principio di quella fede ch’è necessaria
come in ogni ardua impresa così particolarmente in
quella, la più umana fra tutte, dell’educazione.
Dirò di più. Se credere nell’onnipotenza dell’azione
educativa ò per la scienza un errore, è però altrettanto
innegabile che vi sono errori i quali nelle imi>rese di
umanità giovano più di certe verità, valendo a pro¬
muovere, senza imbelli renitenze, il multiforme genio'
del bene.
Ma ecco aprirsi così all’educatore il campo della fin¬
zione: ecco avvalorarsi, pur da questo rispetto, la Pe¬
dagogia del come se. E infatti atteggiarsi verso un de¬
terminato allievo come se egli fosse, in qualche modo e
grado, educabile, pur se l’indole ili lui apparisse rilut¬
tante e impervia, è norma utile e razionale poiché mol¬
tiplica, nella volontà dell’educatore, resa più intensa,
le risorse pratiche della sua arte. Indulgendo alla critica
realistica egli riconoscerà di non poter conquistare il
fine perseguito; ma come predeterminare assolutamente
l’esito ultimo delle industrie da lui spiegate nel provo¬
care e dirigere l’anima dell’allievo ? Nella sua mente co-
desto fine possiede le attrattive di un valore assoluto.
Egli pensa: Col dovere non si Iransige; la libertà morale,
per esistere, dev’essere intiera e perfetta; la virtù non
— 5 —
esiste realmente che nella sua pienezza ideale. Queste
visioni sublimi lusingano il suo pensiero e<l eccitano
il suo entusiasmo; nè ciò impedisce che il fine suddetto,
pensato e voluto come assoluto, subisca nell’allievo de¬
formazioni e trasformazioni più o meno difficili a pre¬
vedere. Ma perchè l’educatore dovrebbe rinunziare per
ciò, nel suo ardore di maestro di vita ideale, a valersi di
quel fine come assoluto, sebbene propriamente risulti
inattuabile ?
Noi non sappiamo, nello stretto senso della parola,
fin dove possa giungere l’efficienza d’un ideale che si
voglia promuovere in un determinato soggetto; ma ciò
appunto no consente di credere e di sperare più di quanto
sappiamo. È lecito dunque ritenere, ottimisticamente
(il come se esprime ottimismo), che anche la finzione
d un ideale perfetto, irrealizzabile, quando sia sapiente*
mente utilizzata da un educatore intelligente e amoroso,
darò buon frutto; nè si può escludere a priori che un
fruito si possa ottenere più per essa che altrimenti.
§ 3. Tutto ciò potrà parere dilettantismo o, per usare
un .litio termine, eurechismo. È così facile imbattersi,
sul terreno pedagogico, in eurechisti, che potrei anch’io
passale nel noveri) di questi. Senonchè l’idea ch’io pre¬
sento, dopo averla a lungo maturata, ha, come vedremo,
un solido fondamento sia nella scienza dello spirito, sia
nella pratica pedagogica. Scaturisce poi non dallo scet¬
ticismo ma dalla fede realistica nella nostra umanità,
strana bensì se vogliamo — in qualche suo atteggia¬
mento, ma tuttavia non meno feconda nell’ordine mo¬
rale che in quello intellettuale ed estetico.
È umano l’ideale, programma indefettibile d’ogni
educazione; ma l’ideologia che trascura la realtà, tra¬
ligna facilmente nell’arcadico, nel rettorico, nell’ae-
cademico. Convien dare pertanto all’educazione del-
1 ideale quella maschia schiettezza che già invocava
f. De Sanctis quando alla rettorica idealistica della
prima metà del secolo xix contrapponeva vigorosamente
— 6 —
i nuovi principi del realismo: «C’è nell’anima, egli
scriveva, fonte di mala educazione, come un doppio es¬
sere, lo scolare e l’uomo, in buonissima compagnia;
l’uomo è fiacco e indulgente, ma si tien caro lo scolare
per la sua comparsa in pubblico ». Ciò avveniva, come
avviene tuttora, perchè l’ideale che si celebrava nella
scuola non s’inseriva nella vita dell’alunno, riuscendo
così una maschera della menzogna.
Pieno dell’entusiasmo che passa innanzi a una ma¬
gnifica aurora, il maestro — scriveva il Rousseau —
vuole comunicarlo al fanciullo: crede di cpmmuoverlo
rendendolo attento alle sensazioni da cui è commosso
egli stesso. Quale Bchiocchezza ! Solo nel cuore deU’uomo
è la vita dello spettacolo della natura; per vederlo,
bisogna sentirlo. H fanciullo scorge gli oggetti, ma non
può scorgere i rapporti che li legano, non può intendere
la dolce armonia del loro concerto. Occorre un’esperienza
ch’egli non ha acquistata, occorrono dei sentimenti che
non ha provati, per sentire l’impressione che risulta a
un tempo da tutte queste sensazioni. Se non ha percorso
per lungo tempo delle aride pianure, se le sabbie ardenti
non hanno bruciati i suoi piedi, se il riflesso soffocante
delle rocce battute dal sole non lo ha mai oppresso,
come gusterà l’aria fresca di una bella mattinata ? Come
il profumo dei fiori, l’incanto del verde dei campi, Tumido
vapore della rugiada, il camminare molle e dolce sul
tappeto erboso, affascineranno i suoi sensi ?... (Km., IH).
Non altrimenti accade dell’entusiasmo dell’ideale che
si voglia comunicare a un’anima ancora inesperta di
quella realtà in cui l’ideale sincero trova il suo primo
stimolo e contenuto. Nè il richiamo alla realtà psicolo¬
gica, fondamento di ogni sana ed efficace educazione,
può oggi parere anacronistico, innanzi al deprecato ri¬
torno del vecchio idealismo e del dogmatismo (fomite
l’uno e l’altro della falsità deplorata dal De Sanctis).
Ai fini educativi non si adegua l’idealismo puro, non
l’intellettualismo, il sentimentalismo, il volontarismo.
Queste sono infatti concezioni dottrinarie unilaterali,
mentre la personalità di cui si deve promuovere lo svi-
— 7 —
luppo etico dev’essere considerata integralmente, nel¬
l’unità pratica ondosi compongono insieme l’intelligenza,
il sentimento, il volere. L’ideale, in quanto realizzabile,
non è già il prodotto univoco d’una di queste potenze
spirituali, ma è una loro funzione sintetica. Ecco un
principio che con la nostra Pedagogia del come se inten¬
diamo rivendicare nel duplice rispetto teorico e pratico.
§ 4. Un dotto professore dell’Università di Lund,
Alf Nyman, in un’acuta analisi che volle fare dell’opera
mia su ricordata (1), notava giustamente che al « finzio-
nalismo » conduce il Positivismo stesso nella sua mag¬
giore chiaroveggenza e maturità. Del resto lo ritroviamo
già nella dottrina kantiana del primato della ragione
pratica poiché, secondo questa dottrina, noi dovremmo
agire come se le credenze in Dio, nella libertà morale e
nell’immortalità dell’anima fossero teoreticamente va¬
lide. Egli poi interpretando il mio pensiero tracciava il
problema così: «Si può pensare l’idealità senza la tra¬
scendenza f È possibile l’esercizio di una credenza senza
la credenza 1 Si dànno religioni senza divinità ? Pos¬
sono i valori assoluti, i « fini assoluti », conservare qualche
importanza filosofica per coloro che mantengono salda
la convinzione fondamentale che tutti i fini e i valori
sono relativi, e col Nietzsche proclamano su tutti i toni
che non si dà nò ricompensa, nò sapienza, nò line, nè
bene, nè volontà ! ».
Per il fìnzionalismo si. Però il problema riceve così
espressioni disparate, e i ternani usati dal Nyman (la¬
sciando per ora da parte alcune riserve) vogliono essere
chiariti, pur dovendo qui limitarci a un cenno fuggevole.
« Si può pensare l’ideale senza la trascendenza f ».
Quest a è fittizia, s’è impossibile per l’uomo raggiungere
un fine che lo trascende; epperò la frase «ideale tra¬
fi) Lo scritto del N. uscì in lingua svedese, e fu poi tra¬
dotto per gli Annaden der Philosophie del Vaihinger col ti¬
tolo » Ein Vorl&ufer der Als-Ob Philosophie», Leipzig, 1922,
voi. Ili, fase. 3.
scendente » comprenderebbe una contrazione. Ma la
trascendenza può anche avere un significato positivo
e d’altra parte la sua stessa concezione metafisica pud
contenere elementi positivi e quindi realizzabili.
«Si può agire secondo una determinata credenza
(per es. quella religiosa) senza possederla ? Si dànno
religioni senza divinità ? ». Certo si può agire secondo
una credenza fittizia, come se fosse reale, ma a condi.
zione che la credenza stessa non sia del tutto assente.
Se infatti l’aziono è determinata da molivi ideali che non
corrispondono precisamente al suo contenuto, questi pos¬
sono tultavia essere analoghi e, in un certo senso, ri-
produrla in 1 al uno dei suoi aspetti, per es. quello emotivo.
Ed ecco come, se una religione intesa in largo senso non
è possibile senza il divino, può sussistere tuttavia indi¬
pendentemente dalla divinità di questa o quella tradi¬
zione.
Infine se l’assolutezza dei fini è, per la scienza, una
finzione, poiché ò fuori di dubbio che ogni fine sussiste
per la sua relatività (essendo condizionata anzitutto
dalla realtà «lei soggetto operante), si può escludere per
questo, dalla relatività di un fine, ogni elemento psico¬
logico di assolutezza? E se così è, perchè un dato fine
non potrà assumersi come assoluto pur essendo relativo,
e sia pine con quell’assolulezza metafisica ch’è una evi¬
dente finzione ?
Il problema pedagogico, per quest’ultimo rispetto, si
può pertanto formulale così: Nel duplice e apparente¬
mente antitetico orientamento dell’anima umana in¬
nanzi al problema dell’ideale, ond’esso è concepito —
per una duplice ed egualmente valida legge del nostro
spirito — da un lato come trascendente e assoluto, dal¬
l’altro come relativo e immanente, quale può essere il
compito dell’educatore ?
Non si può rispondere adeguatamente a questo pro¬
blema senza uno studio preliminare dell’ideale etico nel
suo processo formativo e nelle sue manifestazioni psico¬
logiche, poiché se da una tale indagine risultasse che
la finzione è una sua forma naturale e incoercibile,
— 9 —
avremo da ciò il primo stimolo a utilizzarla. Non dob¬
biamo infatti dimenticare che il compito essenziale del¬
l’educazione, come dicevo, risiede appunto nell’impiego
economico dello energie naturali dell’allievo. Così "se
apparisse che da una parte la concezione idealistica o
romantica della vita morale, e dall’altra la concezione
eritrea, corrispondono a due bisogni (di credere e di sa¬
pere) inerenti, in un dato grado, all’uomo, non sarebbe
nè razionale nè prudente pretendere di sacrificare l’uno
all altro, mentre non si può escludere che siano fra loro
conciliabili. Ma quali problemi non solleva questa vi¬
sione dell’arte pedagogica e anzitutto lo stesso fatto e
l’uso della finzione !
Cap. I.
Concetto generale di finzione. Sue specie.
§ 5. Possiamo concepire la realtà in due distinte ma*
ni ere: accogliendone le rivelazioni obbiettive in quanto
tali, oppure investendola del fremito delle nostre emo¬
zioni e trasfigurandola con la fantasia, vale a dire —
ci si passi la brutta parola — soggettivizzandola. Nel
primo caso si ha la scienza, nel secondo l’arte, che nel
suo fondo fanl astico è una poesia dello spirito. Si appa¬
gano poi, con questi due atteggiamenti, due bisogni
egualmente vivi nell’anima umana: il bisogno scienti¬
fico, ossia dell’osservazione e riflessione disinteressata,
e il bisogno poetico.
Tutti siamo poeti anche se non possediamo l’arte del
verseggiare: tutti amiamo più o meno di trasvestire la
realtà colorandola variamente con i nostri sentimenti.
È artistica del resto, nella sua essenza, ogni attività
del pensiero. Il percepire e l’intendere, l’immaginare e
il ragionare sono specie della nostra attività spirituale
che possono toccare persino le sommità dell’arte (lar¬
gamente intesa); come il percepire in chi si è dedicato
all’osservazione, l’intendere nell’uomo d’ingegno acuto,
l’immaginare nell’artista e nel filosofo, il ragionare nello
scienziato, il sentire nel poeta. La finzione, in ogni sua
specie, è un prodotto naturale di questa potenza crea¬
tiva del nostro spirito.
C’è la finzione onde l’uomo trasfigura se stesso inter¬
pretandosi diverso dal suo essere reale, e vivendo quindi.
— li¬
ft posi ,lire > della propria metafora. Egli può ignorare il
fondo del suo io, e comportarsi tuttavia come se si co¬
noscesse veramente. Può ritenere esauriente, nella cono¬
scenza di sè, la rivelazione frammentaria di determinate
sue inclinazioni ch’egli, puta caso, esalta come ingenue
e pure, mentre, fondendosi in altre d’ordine inferiore
non hanno tale pretesa eccellenza. E non è una mani¬
festa finzione sostituire così alla totalità dell’io un suo
aspetto, forse superficiale, come se in questo consistesse
tutto l’io ?
Una seconda specie di finzione ò quella che passa
sotto il nome < l’ipocrisia , per la quale, come si sa, si cela
o dissimula agli occhi altrui, mediante l’azione e il dis¬
corso, il proprio essere allo scopo di farlo apparire di¬
verso, e trarre da simile inganno un utile qualsiasi.
E un’arte, aggiungo, che non si esercita senza inquie¬
tudine, perchè non è diflBcile scoprirla.
Una terza specie esiste di finzione, che dirò meta¬
fisica od etica. Per essa si creano enti i quali, mentre per
sè sono puramente ideali e relativi al soggetto che li
crea, si trattano come se fossero reali e assoluti, cioè
esistenti per sè, universali e identici per tutti gli uomini,
o, come si suol dire, per lo Spirito umano in quanto uno.
Sono finzioni di tale specie ad es. il bene assoluto eretto
a fine esclusivo della condotta umana, il dovere o la
virtù assunti come ragioni sufficienti di sè, la libertà
morale perfetta. Veramente questi enti ideali non sono
affario finzioni per gli idealisti metafisici, i quali loro
attribuiscono una realtà vera e propria che possedereb¬
bero non pure nel pensiero ma per sè medesimi: una
realtà dunque obbiettiva o sostanziale, quale si assegna,
dai metafisici, all’assoluto, all’anima e via dicendo. Per
chi all’incontro li consideri da un punto di vista critico
e strettamente scientifico, sono finzioni, rimanendo però
discutibile il problema se ciò equivalga a neqar loro ogni
realtà (§§ 22, 23).
Intanto giova rilevare che alla finzione ricorre anche
la scienza senza perdere per ciò il suo proprio vigore.
— 12 —
Ne dà esempio in più modi la matematica: vi ricorre
la giurisprudenza, come nella presunzione che nessuno
ignori la legge. Ma non si può dare infine — e lo vedremo
(§§ 18, 19) — nè sc ienza nè filosofia senza il ricorso alla
finzione. E perchè essa dovrebbe esulare dalla Peda¬
gogia, ciò posto, e dall’arte dell’educazione t
§ 6. Qui a meglio de’erminare la finzione, nel suo
con* etto generale, conviene chiederci se si assi: ili al¬
l’illusione.
Anzitutto è da notare che se l’illusione propriamente
detta è una « deviazione dell’esperienza individuale dal¬
l’esperienza umana» (Sully), ciò non può dirsi della
finzione o delle tre sue specie che abbiamo segnalate
(interiore, sodale, metafisica). Infatti la finzione così
intesa appartiene veramente all’« esperienza umana»
o comune, essendo insita nella natura dell’uomo come
un suo bisogno, e rivelandosi, quasi direi, come un suo
dato costante. Però l’illusione è di due specie. Può ri¬
sultare ila un’impressione sensibile che l’individuo su¬
bisce suo malgrado, come nella percezione del moto del
sole intorno alla terra, e si ha allora l’illusione detta
passiva (Sully). Ma a generarla, e a darle un contenuto,
può concorrere il soggello stesso col suo interiore dina¬
mismo (sentimento, calcolo, volontà di credere), e al¬
lora 1 illusione si può dire attiva. Si dà per es. questa
seconda maniera d’illusione quando, in un dato momento
percettivo, per l’anticipazione montale di un oggetto
immaginario (cosa, persona, fatto) sostituiamo questo
a quello reale, o ci comportiamo come se l’illusione di
cui siamo vittime fosso una vera e propria percezione.
L’attesa, il desiderio, la preoccupazione rendono possi¬
bile tale scambio illusorio dei dati dell’esperienza in¬
teriore con quelli dell’esperienza esterna; cioè, per il
movimento soverchiatore dello spirito, noi diamo del
reale un’interpretazione fallace.
Nella finzione accade analogamente. Prevale una
tendenza, uno stato interiore, un modo del sentimento
o del volere (conscio o inconscio); e a questa prevalenza
psichica subordiniamo l’interpretazione dell’oggetto, che
— 13 —
P uò essere il nostro stesso io, il suo valore, o anche
un idealità morale. Così diamo corpo alle ombre, come
avvmne con Ie ipostasi della metafisica; e da questoTato
c è tra finzione e illusione una certa affinità. Però mentre
1 illusione riguarda l’ordine della conoscenza, la finzione
pur avendo sempre in questa la sua espressione, emergi
da tu to il mondo interiore e particolarmente dall’affet¬
tività e dagli istinti. E poiché riflette la realtà di quegli
elementi psichici, che per sé non sono illusioni, è ovviò
f aIla finzione > rigorosamente, il con¬
cetto d illusione. La finzione, in ultima analisi, è, come
vedremo, più veritiera, perché più realista della illu¬
sione: non è insomma assolutamente fallace.
§ 7. Un altro cenno converrà premettere circa l’uf¬
ficio pratico che spetta alla finzione, e che si differenzia
con le sue specie. Può essere utilissimo. In vero il trasfi
gurarsi nuoce alla vita sociale, quando diventa ipocrisia
e alla vita morale, quando chi s’illude d’essere migliore
rVn'itr./T tf' è ® bbandona °- ni volontà di superarsi.
D al ia parte però, nell’idealizzare noi stessi, possiamo
trovare il primo impulso alla nostra propria elevazione
Lo stesso conato inibitorio, nella vita morale, de-'
.,? SI .\ in , uI,I ® a analisi, a una finzione. N’è un saggio
1 individuo il quale, ]>er tentar di conformarsi a un de¬
terminato tipo ideale, reprime, ossia dissimula, le ten-
lnTi!/ ° n1 rail T°.° ' nteriori > Per a ~ iro come se queste non
sussistessero. L uomo di carattere violento che si studia
di condursi negli atti, nel gesto, nelle parole, come se
rimanesse assolutamente calmo (nonostante i contrari
eccitamenti) e tale fosse il suo carattere, è un esentò
di questa specie di finzione, e .Iella sua utilità pratica
,. el pan 8 , er . ve a sostenere il carattere morale quel-
esaltazione dei valori ideali che li sublima nel mondo
de. firn supreim incondizionati. Ciò induce un incremento,
che può essere cospicuo, della volontà del bene, del
dovere, della giustizia, della virtù. L’io ne provi un
scaso di compiacimento che oltre ad essere estetico può
lenvare da sorgenti vane, come il sentimento del proprio
aloie effettivo e della propria capacità di progresso
— 14 —
ideale, e la considerazione di un maggior credito morale
che si acquisterà agli occhi propri e altrui. Nè devesi
temere, in questo stato di assorbimento ideale, il pre¬
sunto effetto distruttivo della critica realistica. Forse
che quando 1’anima è rapita dalla contemplazione en¬
tusiastica del bello, l’elemento critico vi penetra fatal¬
mente a dissolverla?
Accenno così, sommariamente, a concetti che svol¬
gerò più oltre; ma tale anticipazione non può parere
inutile a prevenire la diffidenza che il nostro concetto
strumentale di finzione può suscitare specialmente nei
propugnatori dell’assolutismo metafìsico e pedagogico.
Cap. IL
La finzione interiore.
§ 8. Soffermandoci ora particolarmente sulla fin¬
zione che abbiamo detta interiore (come già il Kant
chiamava una specie di menzogna), aggiungeremo, a
meglio illustrarla, nuovi dati di fatto.
Quei rapporti di convenienza o di calcolo che dànno
luogo, nella società, alla simulazione e alla dissimula¬
zione, sussistono anche nel teatro della coscienza indi¬
viduale. Anche l’individuo ricorre a convenzioni con
se stesso, al silenzio o alla reticenza, tanto per salvare,
come si suol dire, le apparenze anche innanzi a se stesso.
L’io vuole, in certo qual modo, a casa sua trovarsi a
proprio agio, con tutto il comfort desiderabile, senza
troppi motivi di mortificazione o di turbamento. Come
si fugge con ogni studio il biasimo altrui ricercando l’ap¬
provazione, quando pure non si ambisca, senza merito,
il premio, così si evita il biasimo che deriverebbe da
una sincera rivelazione di sé a sè medesimo; si spiega
cioè verso se stesso, come verso gli altri, l’istinto della
difesa, salvando in ambedue i casi le pretese dell’amor
proprio. Per non essere giudici imparziali di noi mede¬
simi, evitiamo di essere spettatori, o badiamo solo a ciò
che ne lusinga; trasfiguriamo insomma il nostro essere
— 15 —
reale con apprezzamenti ottimistici. Così l’apparenza si
converte in realtà, l’anima artificiale nell’anima vera la
soprastruttura nella struttura intima, o insomma il de¬
siderio dell’essere si trasferisce nell’essere, evitandosi
forse, per l’infatuazione dell’ideale, il morso conlrario
della coscienza.
, Ciò è reso Possibile, oltreché dalla pressione del-
1 amore di sè, sempre consigliere di nuove arti dal
fondo stesso dell’io non facile a scandagliare Non è
eccessivo paragonarlo al fondo dell’oceano, con gl’in-
finiti modi d’esistenza che ivi si svolgono, mentre noi
non vediamo che i variopinti riflessi della superficie
Fremono anche nelle profondità dell’io, oscuramente’
sentimenti multiformi, su cui è raro che l’analisi disin¬
teressata proietti un po’ di luce; anzi l’arte stessa della
vita, m quanto è l’arte di fuggire il dolore e di accrescere
le fonti del piacere e del compiacimento di sè, sembra
indurre a non indagarli o a dissimularli. Siamo simili
all innamorato che bramando eli contemplare neU’amata
le qualità migliori, diventa inconsciamente cieco anche
ai più visibili difetti di lei. Idealizziamo insomma noi
medesimi per poi godere di contemplarci, smarrendo
infine la stessa capacità critica del confronto tra l’ideale
e il reale. Si ha un aspetto di questa finzione nel cosi
detto bovarÌ8mo (G. De Gaultier).
Emma Bovary — protagonista del noto romanzo del
Flaubert — avea lungamente sognato d’amore strug¬
gendosi dal desiderio voluttuoso di avere un amante
per essere anche lei pari alle donne che con la sua fan¬
tasia avea tanto ammirate, e rivivere, nell’estasi e nel
delirio, le scene dinanzi alle quali si era tanto esaltata
leggendo romanzi. Vibrava nella sua memoria la rap¬
presentazione lirica delle donne adultere, che la incan¬
tavano come sorelle. Tali immagini dunque tendevano a
realizzarsi in lei come se fossero di lei stessa una parte
reale; ossia ella viveva assorbita dal gioco della sua im¬
maginazione, obliandosi. Tale fenomeno è frequente.
Nell anima dell’individfio può esservi il vuoto, etuttavia
un immagine può riempirla di sè come cosa viva e vera.
Egli vive cosi una vita non sua, una vita quasi direi di
— 16 —
prestito* vive nel modello scimiotlandò il maestro, il
santo, l’eroe che gli viene presentato; vive l’atto este¬
riore come se fosse interiore, del che si ha nn esempio
quando si scambia la formula del pentimento per un
atto reale eli contrizione.
s 9 Questi drammi sono possibili nella vita del¬
l’anima per la natura essenzialmente pluralistica di
LSa La »enn.Udtà una clun»,a:
e ssa è intrinsecamente molteplice, multiforme. Le sue
così dette facoltà o potenze sono, in certo modo, alt iet¬
tante anime (o principi di esistenza spirituale) sposso
fra Torneanti .1 in conflitto. Paiono « ragtone
istinto e volontà, inclinazioni naturali e idealità sono
sistemazioni psichiche differenti del nostro essere in¬
teriore, mobilissime e contrastanti, onde noi viviamo
successivamente specie diverse di vita. .
L’anima che si tuffa nella realtà è un altra da quella
che si erge nella contemplazione del mondo ulcale coine
un mondo pur suo. Una è l’anima ereditaria, un altra
alleila acquisita; e accant o a quella sincera c è 1 anima
convenzionale, fatta di simulazioni e tU compromcssi.
Lo spirito umano porta diverse divise; e il Pasca! osser¬
vava che non c’è uomo il quale nella successione del
tempo differisca più da un altro che da se stesso.
Xoi amiamo idealizzare la personalità concependola
come coerente, sistematica, una: la idealizziamo come
espressione di vero carattere, soprattutto molale. In
realtà mai questo carattere ideaie elide quello ori¬
nario dei diversi soggetti, che imprime anche alla loro
vita etica un’intonazione distinta.
Così infine accade che mentre si prescrive aUuomo
a modello un tipo ideale perchè in Q^o flssamio lo
sguardo della propria anima diventi virtuoso, nait -
tavia per quanto il suo sforzo possa riuscire efficace,
Sii potrà compiere il miracolo della transustanziazione,
dirò così, del suo io naturale in quello ideale.
Vi sono nell’anima umana molteplici tendenze che
in essa dominano anche surrettiziamente, e che è vano
— 17 —
tentar di debellare. Vi sono, a così esprimermi, oscuri
meandri, per dove circolano inclinazioni a cui soltanto
a parole si dà l’ostracismo, o idee morte soltanto in ap¬
parenza ma in realtà più vive che mai. Per ciò mentre
si pretende di seguire la Morale dell’amore si cede tal¬
volta, anche inavvertitamente, a motivi d’odio- e sotto
le parvenze del disinteresse, della giustizia, della ne¬
cessita pratica prendono la rivincita ragioni contrarie
Si possono professare, sotto le insegne d’una Morale
unica, Morali opposte, come quella religiosa e mondana
del perdono e della vendetta, la Morale altruistica e la
Morale dell’egoismo, prendendo la seconda le parvenze
della prima. Si muta la Morale come si mutano gli abiti • e
c’è unaMorale riservataperdeterminate occasioni, a quel
modo che si riservano per i dì festivi gli abiti migliori.
Nel pluralismo psicologico la finzione ha pertanto
un campo aperto e propizio, in quanto un elemento pre¬
diletto occupa apparentemente il posto di un altro, che
continua intanto, pur nostro malgrado, a sussistere e
ad apre. La ragione interviene, in apparenza, come
ridirò, a sostituire la passione: la volontà riflessa ra¬
zionale, libera, soppianta fittiziamente l’istinto: l’ideale
fa, soltanto per illusione, le veci del reale. Non v’è
specie infine di attività dello spirito a cui la finzione
non si estenda, come ora vedremo brevemente.
§ 10. Molti sono i casi che potrei citare di finzione
nel pensiero-, ma mi limiterò a indicarne qualcuno.
In quanto esseri pensanti noi siamo semplicisti e
tendiamo per es. a convertire il concreto nell’astratto
questo apparendoci più semplice. Astrarre e raccogliere
in uno schema ideale una molteplicità indefinita dTpar¬
ticolari, è un bisogno, non potendo la nostra mente
sopportare continue oscillazioni da un particolare al-
1 altro. Lo stesso discorso, il giudizio, il ragionamento
import ano la semplificazione dell’esperienza mediante le
uiee astratte e generali. Ma questo istinto della mente va
al di là del suo giusto segno quando (non senza indulgere
a una certa nativa pigrizia, od anche, come notava
2. Marchesini, La finzione nella educaaione.
— 18 —
Bacone, al Vambizione intellettuale) sostituiamo l’astratto
al concreto come se fosse concreto esso pure, e ne fac¬
ciamo un’ipostasi, un enle in sè, onde il molteplice » il
vario della realtà diviene l’uno o l’identico del pensiero,
e motivo per questo di acquet amento. Sono classici a
questo proposito i concetti sostanziali di vita, nel vita¬
lismo, di materia, nel materialismo, di spirito, nello spi¬
ritualismo. Intelleeius humanus ferlur ad abstracta propter
naturavi propriam; atque ea quae jluxa sunt fingi t con¬
stantia (Bacone).
Convertiamo pure facilmente il possibile nel reale.
11 fatto può smentire questa conversione, ma della smen¬
tita non si tiene gran conto. Il pensiero trapassa dal¬
l’uno all'altro termino cedendo all’impulso d’un desi¬
derio, alla seduzione d’un utile, all’irrompere d’una fede
cieca ! Basta avvertire una parziale analogia per con¬
fonderla con l’identit à : le differenze sono, se ciò conviene,
trascurate volentieri. Così pure non è raro che, pre¬
mendoci di risolvere un problema, tramutiamo l’ipotesi
in verità certa, abbandonando i dubbi come so si fossero
superati anche quando veramente superati non sono.
Si tinge con la ragione, per il suo apparente sosti¬
tuirsi, già accennato, alla passione. È ciò che accade
spesso nella scelta degli ideali e dei criteri del giudizio
e della condotta che pur si presumono indipendenti da
ogni oscura preferenza passionale.
Ogni individualità seconda il suo proprio genio anche
quando s’ispira al preteso regno puro della ragione
obbiettiva o disinteressata. È un concetto già largamente
ribadito da D. Hume. Ciò — egli scriveva — che in un
senso popolare chiamasi ragione, quella ragione che i
dottori di morale esaltano tanto, non è infine che una
passione meno turbolenta dello altre, che abbraccia un
maggior numero d’oggetti, e che vedendo questi oggetti
più da lontano, trascina la volontà con una propensione
più dolce e meno sensibile. Tizio, diciamo, è assiduo
all’esercizio della sua professione per un principio di
ragione; ma questo principio non è altro che un desiderio
tranquillo di arricchirsi e di prosperare; essere giusto
— 19 —
pei' ragione equivale ad esserlo perchè si vuole avere un
carattere e godere una buona stima.
Si ragiona molte volte, come notava Maine de Biran,
meccanicamente, per abitudine ossia per forza di ripe¬
tizione, onde s’è costituita l’inclinazione a giudicare
senza sentire il bisogno di un nuovo esame, e senza pur
dubitare se prima si sia avuto un motivo sufficiente per
giudicare e credere in quel modo. In virtù della remini¬
scenza si presume di ragionare rettamente.
Oltre a ciò si elevano spesso a ragionamenti d 'idee
ragionamenti ohe sono soltanto di parole ; e allora av¬
viene, come rilevava il Leibniz, che mentre si opera
su segni a vuoto, si pretende di esprimere dello verità
eterne, senza badare all’origine e alla relatività sia delle
parole sia delle idee. Sotto la forza impulsiva dei suoni
articolati opera l’immaginazione, che però si scambia
con la ragiono, credendosi più ai fantasmi che non a
quello che si vede e si tocca. L’immaginazione stessa,
nemica della ragione, soddisfa piti di questa riempiendo
di sè 1 anima talvolta con un’insolenza temeraria, e pie¬
gando la ragione in tutti i sensi cosi da distruggerla
(Maine de Biran).
Il sentimento, come tale, è sempre quale apparisce al
soggetto, al pari della sensazione, essendo del resto sen¬
sazione esso pure; ma possiamo interpretarlo fittizia-
mente, cioè giudicarlo diverso da ciò che è, specialment e
quando, come accennavo, si tratti d’indurne degli ap¬
prezzamenti morali. Invade la paura ? La si chiama
prudenza, e chi per essa tremi può illudersi che il suo
sia il tremito della collera. Un po’ di coraggio diventa
nella fantasia iperbolica di Tizio un espediente eroico;
e un atto di beneficenza di Caio compiuto una volta
tanto, magari per ragioni d’opportunità o d’interesse, è
da lui ritenuto e dichiarato un documento di assoluto
altruismo od espressione categorica di virtù profonda e
straordinaria.
A una simile stregua vengono alterate con singolare
destrezza le intenzioni, che si sostituiscono le une alle
— 20 —
altre come sulla scena i burattini. Il motivo reale d’un
giudizio pronunciato intorno a una data persona o ai
suoi atti può essere l’invidia o il rancore, e il fine l’umi¬
liazione; ma non è raro che si creda, entro di sè, come si
fa credere agli altri, di esprimere invece un giudizio di¬
sinteressato, imparziale, all’unico scopo di rendere
omaggio alla maestà della giustizia. E chi non sa con
quali industrie si cerchi di disacerbare il rimorso tro¬
vando mille e una ragione per attenuare o addirittura
annullare una colpa, con il facile se non anche vile pre¬
testo d’aver compiuto un dovere ?
L ’immaginazione ò, col sentimento, come già dissi,
la più grande artefice della finzione; è anzi finzione per
se stessa; e talora il suo valore suggestivo è tale che non
si distingue più l’immaginario dal reale, e quello è scam¬
biato con questo. Osservava il La Bruyère che chi imma¬
gina ili aver visto un prodigio e lo narra finisce per cre¬
dere di avervi assistito realmente; chi continua a celare
la propria età può illudersi ili avere l’età dicliiarata;
e un plebeo che vanti una discendenza illustre finirà
forse per credere che tale essa sia veramente.
Dalla potenza suggestiva deH’immaginazione, se as¬
sume carattere realistico, lo spirito può trarre del resto
un ottimo sollievo. Il Rousseau narra per es. che mentre
suscitava in sé i fantasmi ilei pensiero, per goderli se¬
condo il proprio volere, era dall’immaginazione salvato
da sè medesimo. Il desiderio d’un bene diveniva in lui
così ardente, e tanto lo seduceva la sua rappresent azione,
che tutti gli ostacoli frapposti al suo possesso erano
eliminati, e in lui desiderare e godere divenivano la
stessa cosa. L’immagine della felicità faceva su lui un’im¬
pressione così forte come la realtà.
Manifesta dopo ciò è l’azione che la lettura, special-
mente del romanzo, esercita sulla fantasia dei giovani e
su tutto il loro spirito, poiché, com’è stato notato, il
romanzo crea la visione d’un mondo fittizio, vale a dire
il’una esperienza apparente e incontrollabile, il cui in¬
flusso può essere pari a quello di un’esperienza positiva
e diretta: può ileterndnare insomma una trasfigurazione
della realtà psichica, come abbiamo veduto accadere nel
bovarismo (§ 8).
È soggetto a finzione anche il credere. Una credenza
la quale fosse tanto schietta da costituire un puro
omaggio alla verità assoluta, è più che altro anch’essa
una finzione, se i suoi motivi più profondi sono diversi
da quelli presunti. Come poi c’è un credere profondo o
naturalo, così c’è un credere superficiale, puro prodotto
dell’immaginazione; e il contrasto fra queste due specie
di credenza può essere dissimulato così che appaia in
suo luogo l’accordo. Ciò accade per es. in un individuo
il quale creda di avere conciliato perfettamente nella
propria coscienza la religione e la scienza, quando, sia
pure a sua insaput a, l’una fu in qualche modo (e forse
per lo stesso proposito suggestivo della conciliazione)
sacrificata all’altra.
Uno può credere intellettualmente in modo diverso
dal suo credere affettivo. Una volta un illustre amico mi
tenne questo discorso: « L’esistenza di Dio essendo indi¬
mostrabile mi lascia del tutto indifferente, non mono
del pensiero che in un astro lontanissimo, impercettibile,
esista un mostro qualsiasi, strano e ignoto, una chimera.
Di una simile possibilità dunque io non mi preoccupo
affatto ». Ma nè il paragone calza, poiché una lontana
innocua chimera nulla avrebbe in comune con Dio; nò
la pretesa indifferenza poteva sinceramente sussistere,
posto che la sola possibilità che esista un Ente poten¬
tissimo quale sarebbe Dio, arbitro delle nostro sorti, non
può non impensierire chiunque. Pertanto o quel signore
era indifferente davvero, ed egli non credeva affatto,
nel fondo del suo spirito, alla possibilità, che ammetteva
a parole, dell'esistenza di Dio; o questa possibilità in¬
sisteva nella sua mente, e la pretesa indifferenza era
del tutto fittizia. In ogni caso mancava in lui la since¬
rità dell’accordo tra sentimento e ragione.
§ 11. Alla finzione interiore appartiene per un certo
rispet to anche il mondo degli atti, in quanto la loro logica
interiore non si eguagli alla loro significazione reale.
Si può, in altri termini, pretendere che l’azione rifletta
il proprio pensiero, quando per contro vi contrasta.
L’uomo teorico e l’uomo pratico possono negarsi a
vicenda e coesistere tuttavia in una stessa personalità
come se fossero fra loro in armonia. Si può ad es. prò-
fessare la dottrina del libero arbitrio, e della sostan¬
zialità o immutabilità dell’anima, e premere tuttavia
sugli altri — come si fa anche nell’educazione — con¬
vinti di esercitare così su loro un’azione determinativa.
Al quale proposito avea ragione l’Herbart di asserire
che la Pedagogia (o meglio il fatto dell’educazione)
serve di controllo alle presunte verità teoriche, poiché
le esigenze pratiche rivendicano quelle verità che teori¬
camente fossero impugnato, come sarebbe il determi¬
nismo (presupposto razionale della stessa possibilità di
educare).
La logica dell’azione smentisce quella del pensiero
allorché per es. si respingono determinali pregiudizi,
poniamo quello religioso, nobiliare, di razza, dei sessi
e via dicendo, mentre poi si agisco come se vi si aderisse,
la qual cosa può essere effetto di cause svariate para¬
lizzanti la capacità critica della mente, come l’abitudine,
la pigrizia mentale, la suggestione.
Certo è che se dovessimo pronunziare un giudizio
circa il valore della personalità, dovremmo trarne il cri¬
terio non tanto dal modo di pensare dell’individuo
«pianto dal suo agire. Che un santo, scriveva lo Scho¬
penhauer, sia legalo alla più assurda delle superstizioni,
o che sia invece un filosofo, poco importa; ciò che lo crea
e lo certifica santo è la sua condotta; la quale poi, sog¬
giungiamo, vuol essere interpretata anche attraverso il
jiensiero e il sentimento donde effettivamente risulta,
potendo essere ancor più menzognera della parola. Chi
non sa come ad es. sovente il contegno privato «l’un
individuo «lifferisca da quello pubblico? li «la quanti
motivi «liversi può essere determinato un atto! La
paura, l’ambizione, un accesso d’entusiasmo affai to tran¬
sitorio, sono molte volte lo cause determinanti l’azione,
la quale tuttavia si attribuisce a idealità più alte, pure
e disinteressate. Quando poi si sia oltenuto dagli altri
un giudizio favorevole, si ama ritenerlo vero anche se si
è convinti che tale non è.
§ 12. Importa tuttavia avvertire che l’azione, se
pure non riproduce fedelmente in se stessa un dato pen¬
siero o sentimento, può su questi influire. Certo influisce
sull’accrescimento o sull’indirizzo dell’energia. Pertanto
mano mano che noi realizziamo a lungo e meglio un
dato ideale, ne acquistiamo una conoscenza sempre più
viva ed esatta, divenendoci, per la pratica, sempre piu
famigliare e intimo; e per questa crescente comunione
esso si manifesterà infine all’anima sotto maggior luce,
a quel modo che il sapere si fa più vivo e sicuro quanto
meglio penetra nel nostro spirito, a così dire, la natura
dell’oggetto.
Come osservò Aristotele, agire moralmente non si¬
gnifica soltanto fare ciò clic è giusto, ma farlo con retto
sentimento: questo, non il successo esteriore, dà alle
nostre azioni un valore morale. Senonchè il sentimento
ha già in un determinato atto uno stimolo conforme,
secondo il famoso ammonimento del Pascal. Poiché, egli
disse, il credere giova più del non credere, il quale nasce
dairinflusso funesto delle passioni, conviene togliere
forza a queste e seguire l’esempio di coloro che s’indus¬
sero alla fede operando intieramente come se credessero,
prendendo dell’acqua benedetta e facendo dire delle
messe. Il costumo, egli soggiungeva, è la nostra nat ura.
Chi si abitua alla fede, vi aderisce, e non può non temere
l’inferno nè credere altrimenti. Noi siamo automi e dob¬
biamo escludere che la dimostrazione sia l’unico mezzo
di persuadere: il costume trascina piegando l’automa.
Catto insomma provoca dei sentimenti ad esso analoghi,
che alla loro volta influiscono sul giudizio, in quanto
questo non deriva puramente dalla ragione ma vi con¬
corre anche la volontà.
L’atto del beneficare può da prima non essere ac¬
compagnato da un retto, generoso sentimento; ma poi,
per la ripetizione, può esserne sempre meglio informato
e det erminato. Il bambino fa l’elemosina senza compren¬
derne il valore morale, ma se in pari tempo susciteremo
— 24 —
in lui sentimenti di pietà, questi lo indurranno poi di¬
rettamente a queU’atto benefico. È legge naturalo che
a coloro ai quali diamo qualche cosa di nostro noi ci
affezioniamo; e questo affetto onde a loro c’interessiamo
può diventare un poderoso motivo di ulteriore sincera
generosità.
La cortesia dei modi non attesta per sè i sentimenti
di cui è simbolo, potendo essere pura forma conven¬
zionale; ma i modi cortesi esteriori possono provocare i
«entimenti stessi, almeno iniziandoli, e servire quindi
a coltivare nell’uomo Vhumamtas.
Notava il Fouillée che nella donna ogni gesto dolce
e tenero, ogni movimento grazioso del volto, tende a
dare al suo spirito un’attitudine di dolcezza e di grazia.
«Esercitandosi ad apparire bella, la donna si esercita
a essere buona *.
In un certo senso si potrebbe diro che lo spirito imita
il corpo, o che il movimento interiore riproduce quello
esteriore: c’è insomma un adattamento dell’animo alla
esteriorità dei nostri atti, come agli atti altrui. Il prin¬
cipio comune è l’imitazione. Questa può dirsi, nel fan¬
ciullo, un bisogno istintivo. Egli riproduce gli atti altrui
anche inconsciamente, ma cosi penetra a poco a poco
nella sua coscienza anche il senso del loro valore affet¬
tivo e ideale. Ciò poi che diciamo degli atti vale anche
delle idee o delle idealità, di cui l’individuo si assimila,
per imitazione e lentamente, a cosi dire, il succo vitale.
Perciò infine se neH’imitazione l’individuo da principio si
comporta automaticamente, mentre può parere che egli
segua una propria iniziativa, poi questa può effettiva¬
mente sorgere, onde anche rimitazione è mezzo peda¬
gogico efficace all'incremento autonomo dello spirito.
Questo principio ha importanza anche per il nostro
problema della finzione, poiché i modelli ideali, pur
essendo, nella loro assolutezza, finzioni del pensiero,
provocano fra le altre tendenze anche quella imitativa.
L’individuo tende a riprodurli in sè medesimo, confor¬
mandovi il proprio spirito, non altrimenti che i modelli
fornitigli dalle azioni concrete.
— 25 —
§ 13. Nelle varie specie indicate di finzionalismo si
può ravvisale la contradizione, se tale ò l’incoerenza
intrinseca del pensiero, o l’ascrivere alla ragione astratta
ciò che appartiene alla passione, o l’interpretare un sen¬
timento come differente da quello che è, o assumere l’im¬
maginario come reale, o fingere inesistente il contrasto
tra l’atto e il pensiero o il sentimento e via dicendo.
Lo stesso pluralismo dell’anima individuale, onde per
es. altra ò l’anima del fondo dell’Io altra quella della
superfìcie e contrastano fra loro gli elementi ond’essa
risulta (§ 9), lascia credere che l’uomo viva nello squi¬
librio e nella contradizione.
Osservo però che la contradizione propriamente detta
riguarda il pensiero logico, mentre la finzione non è
soltanto in questo, ma abbraccia, come dicevamo, l’in¬
tiera personalità (§ 6). Ora, si possono diro propriamente
contradittorii fra loro due sentimenti siano pure opposti,
o tiue tendenze antitetiche? So di fatto questi elementi
contrastanti concorrono del pari a comporre la perso¬
nalità qual ò di fatto, è chiaro che non si escludono a
guisa dei termini d’una antinomia, ma s’integrano reci¬
procamente. La personalità sussiste tanto per la sua
armonia quanto per la sua disarmonia; sussiste por i
suoi conflitti non mono che per i suoi accordi. E che
significherebbe infine attribuire al fatto, come tale, la
contradizione? La voce umana ha in uno stesso indi¬
viduo timbri diversi: è ciò contraiìittorio ? È contra¬
dizione il riguardare e giudicare un dato qualsiasi da
due punii di vista diversi che inducano a «lue opposti
apprezzamenti ? La scienza e il lavoro per es. sono «la un
dato punto di rista motivi di gioia, e da un altro punto
di rista possono essere considerati un tormento; ma
queste sono duo specie dell’esperienza egualmente reali,
non già due modi di valutazione contradittori. ossia
tali che l'uno escluda l’altro.
Si tratta in realtà di momenti successivi, ma egual¬
mente veri, della vita dello spirito. Uno, per citare un
altro esempio, è il puro tendere, anteriore a ogni per¬
sonale esperienza, a ogni considerazione pratica, e che
funziona automaticamente, come vis a tergo. Un altro è
— 26 —
il volere riflesso, prodotto della cultura e dell’esperienza
propria e sociale. Questo secondo momento può secon-
dare il prece lente, ma anche contrapporvisi ; e la con-
t rapposizione può non apparire alla coscienza, tingen¬
dosi per contro che con quello armonizzi. In ogni caso
si ha uno stato positivo dell’anima, un modo concreto
della nostra esistenza.
Gli ideali della tolleranza e della beneficenza, am¬
mirati nella purezza e sublimità, della fortezza e del sa¬
crificio, possono essere immaginati come profondamente
vissuti, quando invece anche una lieve offesa all’amor
proprio provoca reazioni ostili, e molti bisogni altrui si
considerano con indifferenza. Ma l’esaltazione commossa
di questi ideali e il desiderio di realizzarli nel proprio
essere, sono stati d’animo concreti come l’ostilità e la
durezza; e ciò attesta come i due stati d’animo rispon¬
dano parimenti a un effettivo bisogno dello spirito. E si
può ammettere che siano in contradizione fra loro delle
leggi, se esprimono al medesimo titolo necessità naturali ?
Nel caso della conversione si può sospettare che il
convertito vivesse prima in contradizione con se stesso.
Ora è possibile che l’adesione alla fede primitiva non
fosse sincera, o che pur essendo tale stagnasse tuttavia
nel fondo dell’anima dell’individuo il fermento della ri¬
bellione, onde infine la conversione rappresenterebbe,
per l’opera demolitrice della critica, la risurrezione del¬
l’anima vera. Però la prima fede, in quanto professata,
era, finché sussisteva, non meno sincera della fede che
trionfò più tardi; e del pari sincero era il bisogno critico
che fosse stato rivolto in origine alla difesa di quella,
sebbene più oltre valesse a distruggerla (1).
Gli esempi di contradizione apparente potrebbero
moltiplicarsi indefinitamente. Un bambino rifiuta per
dispetto il dolciume offertogli in un momento di collera.
(1) Vedi a proposito della psicologia della conversione il mio
voi. R. Ardigò : l'uomo e l'umanisla, Firenze, Le Monnier, 1923,
P. I, 5 2.
Egli lo desidera, e il suo rifiuto è in antitesi con questo
desiderio. C’è contradizione ! O i due stati d’animo, pur
contrastando fra loro, non sono del pari reali e sinceri !
Possiamo fìngere i’indifferenza anche se questa non
esiste, ma non è reale anche l’indifferenza infinta 1 E
sarebbe possibile fingerla se non ne esistesse alcuna
traccia ?
§ 14. Ammetteremmo la contradizione vera e pro¬
pria nella finzione se della personalità avessimo un con¬
cetto prettamente intellettualistico, come già dissi. Nè
per escludere questa interpretazione univoca della nostra
individualità psichica è necessario adottare il volon¬
tarismo assoluto: basta assegnare allo inclinazioni fon¬
damentali, agli istinti, ai bisogni naturali (o, sia pure,
alla volontà come la intendono i seguaci del volontarismo
psicologico) quella parte che loro spetta, per la prova del¬
l'esperienza vagliata senza preconcetti nel concerto della
vita spirituale.
Lo Schopenhauer osservava come non vi sia stru¬
mento musicale che non mescoli al suono dovuto allo
vibrazioni dell’aria (o a quello che si potrebbe chiamare
il suono puro ) la risonanza proveniente dalle vibra¬
zioni della maioria di cui esso è composto, il quale dà
al primo un acconto specifico. Perchè il suono fosse
puro dovrebbe scomparire ogni risonanza interiore della
dotta materia, ma ciò non è possibile mai. Analogamente
non c’è intelletto nel quale non si mescoli, con l’elemento
obbiettivo, in cui facciamo consistere la vera conoscenza,
qualche elemento subbiettivo, che emerge dalla costi¬
tuzione dell’individuo e dalla sua indole.
Non c’è dubbio. Tutto il mondo ideale che vive in
un individuo riflette in sè gli istinti, le tendenze, il
carattere di lui, che gli dànno un certo tono ed orien¬
tamento. Nè ci riesce facile penetrarci, conoscerci,
ritrattarci intieramente, perchè il dominio di questi ele¬
menti o dell’inconscio è in noi assai più ampio e anche
forse piu operoso di quello della coscienza. Questa stessa
ne subisce oscuramente l’influsso, e a ciò devesi, almeno
in j)arte, il variare della coscienza religiosa, politica,
— 28 —
estetica, inorale, filosòfica da individuo a individuo.
Certo un potere spetta anche al fattore intellettuale;
ma su questo l’inconscio influisce spesso pur nostro
malgrado, onde accade per es. che intorno a un medesimo
oggetto si ragioni da più individui diversamente, pur
appellandosi tutti egualmente alla Ragione obbiettiva
od impersonale !
La conoscenza di sè presuppone un senso profondo
e disinteressato di penetrazione interiore, per cui l’Io
investigatore dovrebbe rimanere indipendente dall Io in¬
vestigato, e quest o alla sua volta non dovrebbe subire da
quello deformazione alcuna; ed è ciò appunto che è ben
difficile ottenere. Si può vantare, nell’esame di sè, la
massima austerità, ma non è già questo vanto un moii\ o
di diffidenza ?
Nè riesce poi possibile dare del proprio Io una de¬
finizione perfetta e sicura, tanto è acre il conflitto delle
tendenze o dei sentimenti. Un sentimento nuovo può
sorgere in contrasto con uno precedente: Ci giudiche¬
remo tenendo conto soltanto di esso! Alcune volte ci
assale il senso della sfiducia in noi stessi, tale da ridurci
pressoché all’impotenza; altre volte ci anima 1 opposta
fede, onde quasi c’illudiamo di poter fare miracoli: quale
sarà il criterio preferenziale di una definizione del nostro
essere? Questa certo è ancora possibile, ma sembra
esaurirsi nell’attualità e quindi non nella presunta unità
ma nel pluralismo. Si consacrerà dunque in un desolante
empirismo l’incocrenza dell’Io ? Ma noi amiamo la
nostra coerenza od unità e per ciò la fingiamo, superando
così l’incocrenza almeno con questa finzione, che non
può dunque riuscire del tutto infruttifera, so la deter¬
mina lo sforzo di superarci. Non c’è sforzo che non sia
fecondo.
Cap. III.
La finzione esteriore.
§ 15. La finzione è mezzo a conservare il proprio
credito verso se stesso se è interiore, verso gli altri se è
finzione esteriore. Si rivendica infatti, nell’uno e nel-
— 29 —
l’altro caso, il principio del dovere, in quanto se ne ri¬
conosce l’inviolabilità, e si fa credere a sè e agli altri
di non averlo violato.
Poiché, notava il Rousseau, si può fare ciò che non si
deve, si vuole celare ciò che s’è fatto sebbene non si
dovesse fare. Si è mancato alla promessa ? Si cerca di
risparmiarsi il danno conseguente. Ed ecco come il vin¬
colo del dovere induca al mendacio, quasi a rendergli
con questo un omaggio, ma più propriamente allo scopo
di conservare l’altrui benevolenza e stima.
La menzogna è infatti la forma tipica della finzione
esteriore; è uno strumento di lotta per la vita, e una
rocca di difesa, a cui si ricorre tanto più facilmente
quanto è maggiore nella difficoltà la propria debolezza.
Nè essa consiste soltanto nella falsità del linguaggio, ma
è menzogna la simulazione ili qualsiasi virtù, per cui
pure si mira a carpire un ingiusto vantaggio. Le virtù
apparenti, si disse, sono in maggior numero là dove sono
meno frequenti quelle reali, cioè l’ipocrisia è il sintomo
patologico dell’immoralità; e il motivo è evidente. Ma
ci può essere vita sociale senza menzogna od ipocrisia !
_ , v
Il nostro mondo civile, secondo lo Schopenhauer,
è una grande mascherata. Sotto la maschera dei dottori,
dei preti, dei soldati, dei filosofi si celano degli specnla-
t ori. C’è la maschera del bene pubblico, del patriottismo,
della religione, della purezza della fede e del costume,
della filantropia; e oltre a queste ci sono le maschere
generiche, i domino, che s’incontrano dovunque, come la
severa integrità, la cortesia, l’amabilità maliziosa e via
dicendo. I giovani, egli soggiungeva, dovrebbero im¬
parare che in queste mascherate, i pomi sono di cera,
i fiori di seta, i pesci di cartone, e che dovunque troviamo
la farsa e la facezia.
La ragione è nell’uomo maestra d’insidie come negli
animali l’istinto. Si sa per es. che ogni animale che si
disponga all’assalto o voglia difendersi da un’aggressione
nemica, cerca di nascondere la propria presenza, e che
a tale uopo assume curiose parvenze esteriori. Vi sono
— .30 —
per es. insetti ohe sembrano scomparire prendendo il
colore dell'ambiente dove stanno; i ragni, per dissimulare
sè e il loro tenibile reticolato, ricorrono alle astuzie più
sottili. Altri animali caduti in pericolo fanno il morto;
e hanno anch’essi, come noi nella guerra, le bocche «li
lupo e i trabocchetti. Sono, per citare un esempio, ben
curiosi gli artifizi che si riscontrano nella larva del for¬
micaleone. Si fa essa una specie d’imbuto nella sabbia
mobile, con giri a spira il cui diametro va man mano
diminuendo. La testa robusta e quadrata le serve <ii
paletta, per gettare lontano la sabbia. Si nasconde quindi,
questo ragno della sabbia, in fondo al buco sporgendo
soltanto il capo, e aspetta pazientemente che un insetto
venga a ronzare intorno all’abisso mobile. Appena scorge
la sua vittima sul margine dell’imbuto, le lancia contro
un turbinìo di polvere per stordirla e farla scivolare nel
precipizio; e allora, afferratala colle taglienti mandibole,
la sugge e getta la spoglia vuota fuori del buco rimetten¬
dosi in agguato.
La vita fra gli uomini non è più pacifica di quella
belluina, essendo la pace un eventuale ricorso sporadico:
in realtà è sempre guerra aperta o sodila, che assume le
forme più svariate e t alora an he ] iù capziose e ri¬
pugnanti. È una forma di guerra per es. la prepotenza,
a cui è naturale che ciascuno reagisca come può, e con
le arti del debole se gli man ano quelle dell’uomo forte.
L’insidia, la menzogna, la frode, la simulazione e la
dissimulazione sono fra queste armi.
Tutto si simula studiosamente nella vita sociale,
ciò c.h’è possibile simulare, essendovi, com’è facile ca¬
pire, proprietà che non sopi>ortano simulazioni neppure
nel più abile snobista , per es. l'ingegno. Si simulano
le qualità morali come quelle fisiche, in una gara di
contraffazione che raggiunge talora l’apogeo dell’abilità.
È stato detto che la fisionomia umana è un semaforo
automatico il quale denuncia i nostri sentimenti piu in¬
timi e le nostre passioni, con una delicatezza e una
sincerità a cui arriva difficilmente il linguaggio. Ciò in
molti casi è vero; ma è altrettanto innegabileche neanche.
— 31 —
starci per dire, 1 occhio di Dio elio scruta le reni o scopro
i più secreti moti dell’animo, riuscirebbe a distinguere
talvolta, specialmente in certi tipi di fisionomia, il vero
dal falso e il reale dall’apparent e.
§ Iti. Tutto ciò, si dirà, ò deplorevole; ma sarebbe
possibile, io mi domando, nella vita sociale il cristallino
trasparire delle anime in un idillio di confidenza univer¬
sale ? Fingere un sentimento può anche essere di fatto
un dovere imprescindibile, a cui del resto si cede per
puro buon senso. Si può mostrarsi ad es. indifferenti
dinanzi all altrui dolore anche se indifferenti si fosse,
o quasi, solo per rispettare il dovere della sincerità !
E non è poi una condizione indispensabile di convivenza
tranquilla che in generale nei nostri contatti riduciamo
almeno, se non le possiamo cancellare del tutto, le
espressioni dei nostri sentimenti discordi, o addirittura
li dissimuliamo, evitando così urti pericolosi o inutili, e
figurando in conclusione diversi da ciò che siamo *
A un sentimento di rancore lascieremmo libero il
freno, so ciò non avesse altra conseguenza che di aggra¬
vare 1 inimicizia ? O dovremmo infine esprimere con
stupida franchezza qualunque nostro sentimento o im¬
pulso, pur se scoprisse un aspetto irritante e vulnerabile
del nostro essere ?
Analizzando il pudore si potrebbe ritrovarvi la dissi¬
mulazione di un desiderio naturale inestirpabile, se non
anche, coni è stato detto, di ebbrezze silenziose coperte
dallo sforzo del raccoglimento: grideremo perciò contro
il pudore f
La vita figura anche, e specialmente nella donna,
come lotta sessuale. Condanneremo dunque la donna
che a propizi are il proprio destino biologico usi di qualche
artifizio, soltanto perchè questo rivela in lei, con la de¬
bolezza, la falsità ? Ma non è poi questa piu - benefica se
concorre a perpetuare la nostra specie T
V’è una corligianeria ignobile. Ma chi potrebbe de¬
plorare le buone parole che un maestro o un amico
usasse, poniamo, verso un tentativo poetico fallito ma
non disperante, per rilevarvi qualche pregio sia pure
™S;S-:iSrH-=S:
La nostra socieu* » dovfl rto mina l’astuzia, no-
non vi porte ' >< • , lecito ricorrervi quanto
t«. I» Sd.op.nl.au» -, * tantólw.to jo _
opporre 1 » violenza menzogna a chi
soffffiunffe\a — no “ a „ii affari miei con pro-
m'interr off asse per es. ~ , esserci necessaria
posito subdolo 1 ka^ me * j nostra casa contro
come il cane di guardia a fendere la no ^ ^ ^ imbe .
i malfattori. Anche """E versamento Non ha mentito
ville, non può condursi "^non 8 ucl Non
rsrrrMK» w», * ».
q Ta'SÌnah nn vizio,
fa del male; ma quando a < Eer i e sue conse-
- ,a.
causa, e fchlTa SmiaS e cingerlo
porre la ri trattazione ^ J disse, testimonianza
a sconfessarsi, o a fare, . e orme ^ (liritt i della
contro sè med^mo^n è all > offeso l’onore;
sincerità, nè suffiuent 1 mai u alterchi si com-
"‘n °=^emi,„o, amiche¬
rà menzogna o nn «-P-«-^SS3-ì
B pr““hSX«rnSo‘ro M a riuecire pii. hai»-
mico ili un qualsiasi farmaco.
§ 17. Non
comune senso
oer questo proclameremo, violentando il
Sale! l’eccellenza della menzogna. Ne.
casi sopra notati l’insincerità, com’è chiaro, è neces-
saria a salvare principi morali e civili superiori, nò mai
la sincerità può violarsi se non in nome di un supremo
dovere. Subendo però la sincerità, nei rapporti sociali
delle restrizioni, ò ovvio chiedere quali queste possano
essere nei rapporti educativi, secondo il criterio dell’eco¬
noma (§§ 1, 4). Intanto importa segnalare la massima
che il rigorismo morale devesi ripudiare come contrario
agli stessi fini dell’educazione.
Il filisteo fu definito l’uomo che non ride, poiché per
lui nessuna massima morale sopporta restrizioni, nò
colpa alcuna merita scusa: con la legge morale, egli os¬
serva, non si scherza nò si transige. La virtù è una linea
retta, e chi da questa deflette anche per un istante e di
un solo punto, precipita nel baratro del vizio, vittima del
perfido genio del male.
Così paria il filisteo, il quale però si tuffa nello scru¬
polo più con la schifiltosa fantasia che con il cuore, ten¬
dendo in questo modo il laccio alla credula fiducia degli
inesperti. Egli non ride dei peccati altrui ma, quanto
a sè, molte volte si consente, nella vita intima, verso il
preteso idolo della virtù, le profanazioni più invereconde
e gli strappi più arditi, trovando infine largo e facile
conforto nei grovigli di una famigerata casistica !
È un duplicamo spirituale ripugnante, per cui coesi¬
stono con la rigidezza della formula tutti i possibili
accomodamenti della coscienza; e in tutto ciò la sin¬
cerità non ò che un pretesto e un inganno, mentre a buon
conto il filisteo la porta con le sue lodi al quarto cielo.
Ora, a generare questa insincerità capziosa e nefasta
coopera pur l’educazione con un analogo rigorismo.
Un saggio di rigorismo morale e pedagogico ci la-
8C i ava K. Kant quando ammoniva che la menzogna è
un male per se stessa e assolutamente, sia che produca
o non produca danno. Il mentitore, egli soggiungeva,
non è un uomo, ma è dell’uomo un’apparenza ingan¬
nevole, perchè gli manca la dignità, e il nostro disprezzo
deve seguirlo come la sua ombra. — Ma se ci possa essere
al mondo uno solo che a questa stregua non meriti Punì-
3. Marchese»!, Lm finzione nella educazione.
— 34 —
. . , „ „ V0T violato quandochessia o
versale aborrimento p dfiUa 8Ìnc . e rità, può dire
in qualche maniera la n r a b or ti della fan-
sinoeramente c realtà. E possiamo anche chie-
tasiania nel mondoe^Ua realta, J rapportì B0 -
(lerci che cosa awerr . « tonto feroci sono
ciali se me ntreinqnest “""l® ^ ntolrietìk e della perse-
ssw-sj w rsirsass
non .io— P«-
«-« r.as “u*.
femismo, il compiimeli . d’insincerità, o vere e
essendo forme più o meno ^^chep® dentar ri-
^quella maniera abituale di falsità basta per sè a su¬
perarla.
v» s'ri 6 "* s
S, alla «inala f
M1>»1 «« giovani. 1» “i” nè sia loro
’*'«*• Te ^Joi ? "ommo“e (non retoriche)
presentata. Le ìllm t pinsegnamento della virtù;
.iella virtù non ° * “^1 8entim ento vale ad
ne sono però un aspetto, poicMU se del maestro
acèrbe di <,nelle "“^STpo 0 n èi^fa
Bzx ss
— 35 —
evidente che mai dovremmo, per la serietà della nostra
coscienza, tollerare in noi medesimi quella falsità che
negli altri siamo sempre pronti a deprecare e maledire.
Il valore morale della finzione è pertanto, ne’ casi
esaminati, molto diverso; e come esiste la finzione che
si deve ripudiare, così si dànno finzioni morali in cui
trova una propria espressione la stessa sincerità del¬
l’anima: finzioni necessarie all’attuazione di fini su¬
periori. Esistono infine finzioni rispondenti a bisogni reali
che il nostro arbitrio non può in alcun modo eliminare. —
Questa è la tesi che andremo ulteriormente svolgendo.
Cap. IV.
La finzione nella scienza e nella filosofia.
§ 18. Abbiamo veduto come l’atteggiamento <1 ella,
finzione sia naturale al nostro spirito per il bisogno di
trasfigurare le cose a noi medesimi, e le stesse idealità
della vita; e come la finzione occupi del pari, sotto varie
forme, belle o brutte, il mondo interiore e il mondo
sociale. Soggiungiamo che essa ò essenziale persino alla
scienza e alla filosofia, sebbene apparentemente la ri¬
pudino.
Noi pretendiamo di possedere della realtà una
rappresentazione del tutto obbiettiva, impersonale,
scientifica; ma poiché essa si ottiene per nn processo
centrifugo della nostra mente, noi proiettiamo necessa¬
riamente nel mondo esterno i modi soggettivi del no¬
stro pensiero. La scienza insomma non può non essere
una costruzione del nostro Io, poiché « il Vero è sempre il
Vero particolare di un dato cervello » (Ardigò), una for¬
mazione del soggetto, e a questo quindi inevitabilmente
relativo. Otteniamo, per dire in altri termini, la scienza
delle cose trasfigurandole, cioè possediamo la scienza
delle cose per le idee che ne abbiamo, o non dello cose
quali sono in se stesse, come il volgo ingenuamente creile.
Ma non è poi questa l’unica scienza veramente possi-
— 36 —
bile ! Se poi è fittizia l’obbiettività assoluta ilei pensiero
della realtà, non è una finzione quel valore obbiettivo che
noi attribuiamo alla rappresentazione del mondo. Ci -
basterà a proposito di questo problema qualche cenno,
avendone discusso largamente altrove (1).
Si sa che procedendo sulla detta via, del soggetti¬
vismo l’idealismo assoluto mena diritto al solipsismo;
ed è una via fallace. Infatti se il pensiero è per se stesso
sempre soggettivo, è anche innegabile che, generato
dalla realtà da cui i suoi dati provengono (a cominciare
dalla sensazione che n’è infatti il primo prodotto), non
è una creazione nostra ma un risultato relativo ai suoi
fattori non pure soggettivi ma oggettivi od esteriori,
tanto è vero che muta con questi. Possiamo pertanto
sicuramente ritenere che la conoscenza scientifica della
realtà esteriore è di fatto una sua legge; epperò è tanto
assurdo credere che il pensiero sia puramente soggettivo
quanto ammettere che un effetto non ritragga e Theli
la propria causa, e non vi si proporzioni.
In conclusione, la scienza della natura ci è imposta
dalla stessa natura, e considerandola come obbiettiva ce¬
diamo irresistibilmente a una necessità naturale come
quando obbiettivizziamo la luce.
È un errore credere che il mondo pensato sia identico
al mondo non pensato, e che per es. le qualità sensibili
dei corpi siano in questi come ci appaiono, e la luce, po¬
niamo, sia fisicamente ciò che diventa per la nostra sen¬
sibilità visiva. Noi riconosciamo questo errore, e con ciò
lo superiamo. Riconosciamo ch’ò una finzione l'identità
presunta tra la realtà e il pensiero. Ma non trattiamo
noi tuttavia la realtà stessa come se fosse por sè quale
la pensiamo ? È un inganno ? No, se solo per questo
criterio ci è possibile dominare la realtà secondo ì nostri
bisogni. Gli effetti dell’arte da noi spiegata su di essa
rivendicano dunque il valore pratico della nostra fin¬
zione, la quale pertanto è il principio dell’impero del¬
l’uomo nel mondo.
(1) II simbolismo nella conoscenza e nella morale , Torino,
Bocca, 1901.
— 37 —
Il Vives nella classica opera De tradendis disci pii nis
notava che noi abbiamo il diritto di considerare tutto
l’universo come se fosse in nostro dominio, sebbene pos¬
siamo vacarvi da ignoranti, cioè senza riuscire a vederlo
e a comprenderlo giustamente. A distanza di quattro
secoli noi possiamo ben essere più ottimisti «lei Vives, e
riconoscere che il nostro impero sul mondo si regge di
fatto sulla conoscenza scientifica che ne abbiamo, seb¬
bene in questa penetri la finzione, che ne costituisce
quasi direi il midollo.
§ 19. Una semplificazione eccellente della realtà è
la sua rappresentazione filosofica. Questa infatti è es¬
senzialmente sintetica, pretendendosi di raccogliere nel-
l'Uno astratto la infinita molteplicità dell’Universo; la
quale Unità semplice e immobile è manifestamente una
finzione.
L’Uno non può rappresentare il molteplice se non
per convenzione, nè il semplice il complesso. Tuttavia
senza questa economia del pensiero riflesso, la filosofia,
con la funzione sintetica che le è essenziale, non sarebbe
possibile. Il monito classico che non si debbano molti¬
plicare gli enti senza necessità può premunire contro
certe concezioni fittizie, ma non basta a evitare la fin¬
zione assolutamente. Tale è, per càtare un solo esempio,
la sostanza psico-fisica spinoziana, che il Monismo mo¬
derno riprodusse in varie forme come ultima essenza
dell'Universo.
Non aveva torto Bacone a uscire in questa massima:
« Quot philosophiae receptae et inventae sunt, tot fa-
bulas productas et actas censemus, quae Mundos effe-
cerunt fictitios et scenicos ». I siBtemi filosofici sono
«fabulae», rappresentazioni sceniche, finzioni teatrali.
Si sa a quali sistemi egli alludeva; ma a dir vero non è
cessata dopo Bacone la tendenza alle visioni filosofiche
fittizie, semplicistiche. Che altro è per es. la concezione
del mondo come un puro prodotto vuoi della Materia,
vuoi dello Spirito, o come il regno della Provvidenza 1
Un’ingegnosa ignoranza, notava il Lange a proposito
della filosofia, supera tutti gli ostacoli mediante il so-
_ 38 —
Asma e la sua dissimulazione. Era un rilievo pessimi-
stieo ma non privo di verità. D’altra parte la linzione
filosofica traduce per sè lo stesso insogno di filosofare,
e più specialmente il «bisogno metafisico » (1).
È un bisogno simile a quello religioso, non tanto in¬
tellettuale quanto affettivo: è l’anelito al trascendente
che trova nolle elucubrazioni filosofiche un suo termine
come nella religione. Pretendere di distruggerlo sarebbe
una follia: ma è giudizioso il proposito «li utilizzai lo
anche per soddisfare ai fini dell’educazione.
Cap. V.
La finzione nell'ideale.
S 20. L’ideale etico com’è concepito, imo, puro, asso¬
luto, trascende evidentemente la realtà del soggetto,
molteplice (§§ 9,14) e variabile. Ogni sforzo che facemmo
X- Slizzarlo in noi medesimi, mantenendog i 1 mte-
erità, è condannato a fallire; ma intanto c’illudiamo d»
tradurlo in noi stessi qual è da noi contemplato o d,
Sonderei in esso liberandoci di quanto v, contrasta.
La finzione è manifesta. Se è possibile infatti vivere
in quali modo un ideale qualsiasi, questo dev essere
convertito nei termini della nostra personalità stessa,
deve rivivere nei nostri istinti, nei nostri interessi fon¬
damentali bio-psichici, nel nostro carattere: dove m-
Bommadi ventare «la uno molteplice, da puro... impuro,
ila. nssoluto relativo al nostro Io. .
' Amiamo invero pensare l’ideale come un a priori,
che tutto dia alla vita senza nulla riceverne; ma in rea tò
esso è tanto valido nella vita pratica quanto inerbo s in
gerisce in «,uesta, così da divenirne una vera e propna
funzione. Ciò risulta dall’analisi psicologica della nostra
stessa realtà morale. Tuttavia questo realismo critico
è ben lungi dall’elidere il bisogno di fingere 1 ideale co ^
(lì Vedi dell’ A.: B. Ardigò : l'uomo e Vumanista, già ci¬
tato, P. II. §§ 1. 2, 7.
— 39 —
trascendente il nostro Io, libero dalle contingenze sva¬
riatissime fra le quali l’Io stesso si dibatte, e da ogni
sua deformità. Solo così paro a noi che l’ideale ci possa
signoreggiare; e non è qui del resto la stessa essenza
della legge morale ?
La Unzione dell’ideale assoluto o puro sembra per¬
tanto la leva necessaria alla nostra elevazione etica.
In esso noi Gasiamo, non senza una feconda commozione
purificatrice, lo sguardo della nostra anima: o poiché
in quanto è astratto sembra sfuggirci, amiamo rappre¬
sentarcelo in uomini superiori (santi ed eroi) che la
nostra fantasia trasfigura facendone modelli di perfe¬
zione. Tale è l’arte che l’uomo, desideroso di superarsi,
spiega verso sé medesimo, e l’educatore verso l’allievo.
Prescrivendo all’uomo l’ideale assoluto, la virtù, fine
a se stessa, il dovere puro, si protende in realtà ch’egli
agisca come se fosse diverso da quello ch’egli è di fatto.
Qualunque causalità particolare dominasse il suo spi¬
rito, dev’essere sostituita (qui sta la finzione) dall’im¬
pero d’una causalità, a così dire, ideale, ossia dalla fi¬
nalità etica che su tutti incombe, sovrana e perentoria.
Devono tacere in lui tutti i motivi interessati, tutti i fini
subbi etti vi.
L’anima umana, molteplice, pluralistica, deve —
come ammoniva il Kant — convortirsi in quell’anima
semplice e sublime che non dà ricetto alle tendenze
soggettive edonistiche ed egoistiche, alle considerazioni
pratiche (utilitarie), agli istinti originari, all’amor pro¬
prio, anzi neppure al senso (interessato) della dignità
personale. Perchè l’uomo sia morale deve essere domi¬
nato esclusivamente dall’ideale puro e assoluto (1).
Tutto ciò è irrazionale, ma non dalla pura ragione
deriva l’incremento morale dell’uomo. In ultima analisi
esso riceve un particolare impulso appunto dalla dissi-
(1) Anche il Kant riconosceva però nefi’ideale così inteso
lina finzione, i Volere realizzare — egli scriveva — in un esem¬
plare. cioè nel fenomeno, l’ideale, è impresa vana, e ha inoltre
— 40 —
imitazione (li noi medesimi: per redimerci tentiamo di
obliarci. Può parere un bluff, ma tale sarebbe solo quando
mancasse effettivamente il sincero sentimento del bene,
del dovere, della virtù, e l’individuo si fingesse, suppo¬
niamo, perfetto, senza punto curarsi di diventarlo.
§ 21. Un ideale — giova insistere — che rimanesse
di fatto trascendente non agirebbe punto sull’uomo, anzi
neppur sarebbe concepito, chè già concependolo lo
soggettivizziamo. Se in esso dobbiamo — per usare un
termine caro al Rosmini — oggettivarci, ciò non si¬
gnifica che l’oggettdvazione avvenga di fatto. Non è fit¬
tizio però lo sforzo da noi in questa guisa compiuto,
il quale ò in noi tanto un bisogno quanto l’ideale
stesso.
La Vita è uno sforzo continuo, un continuo tendere,
aspirare, lottare: vale a dire che l’ideal e-ter mine delle
tendenze, delle aspirazioni, della lotta, è una legge della
nostra esistenza in quanto ò attiva.
L’uomo in cui non regnasse alcun ideale, e che fosse
incapace d’ogni conato di elevazione, non sarebbe nor¬
male; non sarebbe un uomo. Dal rigoglio o dal difetto
d’idealità non a torto noi giudichiamo il valore degli in¬
dividui, ripugnandoci la volgarità di chi le disprezza o
trascura, come disgustosa e intollerabile. A quel modo
però che detestiamo colui il quale, ignaro e insensato,
si abbandona alle miserie di una vita materiale ed egoi¬
stica, tenendo chiuso lo spirito a ogni luce d’idealità,
ci commuove per contro profondamente chi in questa
vive con tutta la sua anima.
Al fascino mistico dell’ideale fanno purtroppo crudo
contrasto le asprezze mortificanti della esperienza, troppe
volte ribelle. Mai tuttavia la visione dell’ideale diventa
in se stessa qualche cosa di assurdo e di poco edifìcaute, in
quanto che i limiti naturali che di continuo battono in breccia
la perfezione esistente nell’idea, rendono impossibile in tale
tentativo ogni illusione, e quindi rendono il bene che è nel¬
l’idea perfino sospetto e simile a una pura finzione ( Crii. rag.
pura, II, 3, 1).
— 41 —
per ciò sterile, chè anzi è per sè un conforto come se il
destino della nostra vita non risiedesse tanto nella realtà
quale di fatto si svolge, quanto nell’ideale verso cui
tutti ostinatamente miriamo. Mai l’uomo, che ancora con¬
servi ciò che di più prezioso contiene la nostra umanità,
rinuncia alla fede nel bene, o abbandona il proposito
del rinnovamento. — Con l’educazione questo propo¬
sito dev’essere sonetto e disciplinato, secondo i lumi del
suo riconoscimento realistico.
§ 22. Non ci può essere vera scienza dell’educazione
che non sia anche scienza dell’ideale; ma questa scienza
è, come ogni altra, necessariamente realistica. Voglio
dire che se la contemplazione dell’ideale assoluto giova
a eccitare la volontà buona, e a promuovere l’incremento
etico del nostro Io, conviene però riconoscere che il
fondo e la potenza effettiva d’ogni ideale è nella per¬
sonalità stessa che lo crea. Esso opera sull’individuo in
quanto è una sua formazione.
Scrisse il Lange: « Sebbene la nostra realtà non sia
guari conforme ai desideri del nostro cuore, non cessa
per questo d’essere il solido fondamento di tutta la
nostra esistenza spirituale. Trascurando questo fonda¬
mento, la speculazione perde importanza e si smarrisce
nel fantastico, nel capriccio personale e nell’insignifi-
canza puerile. La concezione più esatta della realtà è la
base di tutta la vita quotidiana, ed è la condizione ne¬
cessaria della sociabilità. È anzi qualche cosa di più;
è l’unica via per la quale noi riusciamo a dominare la
natura e le sue forze.
In vero, come conoscendo la realtà fisica possiamo
utilizzarùe le energie e le leggi, soddisfacendo cosi ai fini
essenziali alla vita, analogamente la conoscenza della
nostra realtà bio-psichica ci consente di comporre e per¬
fezionare l’arte della vita morale e dell’educazione, se¬
condo i fini umani superiori.
Se l’ideale etico sussistesse fuori della natura umana
e della esperienza, come comporterebbe la concezione
metafisica, negheremmo all’uomo ogni spontaneità mo¬
rale; e si potrebbe chiedere se ancora una vera e propria
f
— 42 —
morale sarebbe in lui possibile o se essa non si ridurrebbe
per contro a una mal tollerata coazione, e a un forzato
conformismo della condotta a esteriori pressioni formali,
epperò a un pmo calcolo. Si potrebbe anche chiedere
se, in difetto di predisposizioni adeguate intrinseche alla
natura dell’uomo, la morale avrebbe potuto pur coni,
punire nel mondo, e manifestarsi con tanta ricchezza
e varietà d’impulsi, anzi con la stessa assolutezza meta¬
fisica che le viene attribuita.
Dalla realtà concreta è possibile fare astrazione con¬
cependo l'ideale come forma pura; possiamo prescin- 1
dere dalla realtà psicologica e storica, dai caratteri in¬
dividuali, e dai modi vari onde si compone no’ singoli
la coscienza morale; dalle tradizioni etiche, dal costume,
dalle leggi, dalle istituzioni sociali e politiche, ossia da
tutto ciò che dà un contenuto positivo all’ideale etico;
ma se poi questa forma astratta dell'ideale non è ria¬
dattata alla realtà concreta, essa rimarrà una forma •.
vuota, nò potremmo pretendere che eserciti nella vita
degli individui e dei popoli alcuna reale efficacia, in
quanto diventi un loro interesse vivo e vero.
Insisto su questo principio perchè si contrappone
all’indirizzo pedagogico esclusivamente romantico, se¬
condo il quale tutto si accorda al sentimento e alla vo¬
lontà dell’allievo, nulla alla sua capacità intollettuale e
critica; o assumendo poi lo spirito come uno e universale,
identico nei vari soggetti, si pretende che esso si svolga
per le energie sue all’infuori d’ogni considerazione rea¬
listica relativa alla sua natura, età e condizione di \ita,
come esige imprescindibilmente la scienza positiva del¬
l’educazione.
L’intellettualismo puro è altrettanto improprio,
perchè trascura nell’allievo il sentimento e la volontà
che sono pur strumenti poderosi di elevazione morale;
ma ciò non legittima l’assoluto oblio aprioristico del¬
l’intelligenza. L’ideale insomma vive del continuo af¬
flusso dei bisogni vari della personalità, intellettuali ed
affettivi; onde c’è un fondo di verità sia nel romanti¬
cismo sia nell’intellettualismo, quale emergerla una con-
— 43 —
cezione realistica della personalità, pur rimanendo l’uno
e l’altro distintamente insufficienti.
§ 23. Che la finzione dell’ideale assoluto, uno, og¬
gettivo, debba raccogliere in sé, quando sia sinc era e
fattiva, gli elementi reali e indiscutibili della personalità
(istinti e affetti), è comprovato anche dal presupposto
dell’efficacia pratica delle idee.
Un’idea astratta o pura è per sé infeconda, e diventa
attiva soltanto allora che, animata da un sentimento,
ritragga in sè gl’interessi naturali, i bisogni intimi del
soggetto. Por es. l’idea astratta di virtù manca per sè
d’ogni impulsività, cliè altrimenti basterebbe conoscerla
per praticarla. Ma se si concretizza nell’ambizione che
l’uomo naturalmente possiede di valere e di prevalere
(la «piale può sempre più nobilitarsi), e prende figura dal¬
l’istinto ond’egli si protegge contro il dolore prodotto
dal vizio, allora l’idea di virtù così nutrita e sorretta
acquista quel medesimo potere pratico ch’è inerente a
coi lesta ambizione e al detto istinto.
L’ideale etico — diciamolo ancora una volta — non
avrebbe alcuna azione determinante so non si reinte¬
grassero o rifondessero in esso i bisogni reali dell'Io e
della vita, che sono, in ultima analisi, il nucleo della sua
stessa prestanza e autorità. Per questa rifusione l’ideale
acquista il valore d’una funzione sintetica, valendo a
coordinare le energie dello spirito, e dando infine un moto
concitato e un’intonazione vivace agli affetti, alla paiola,
all’atto. Le idee astratto di bene, dovere, virtù, giustizia,
le quali nell’ideale etico si condensano, non hanno per sè
alcuna azione decisiva; e se soltanto le pensassimo, la
vita scorrerebbe fredda e indifferente. Hanno per contro
in noi im’azione impulsiva in quanto diventano la sin¬
tesi di molteplici elementi fisio-psichici, specialmente
affettivi.
Le prime voci della coscienza, disse il Rousseau, si
elevano dai primi moti del cuore, e lo prime nozioni del
bene e del male provengono dai sentimenti d’amore e
di odio.
Insomma l’ideale vero e proprio, od ogni sua specie,
— 44 —
non è un oggetto astratto della mente, ma è passione, e
trasfigura particolari inquietudini dello spirito.
Noi siamo inquieti per natura. È agitazione interiore,
inquietudine per sè ogni sentimento, ogni tendenza; è
affanno dello spirito l’odio, l’amore, la paura, la collera,
l’invidia, la vergogna, la ricerca del bene, del bello, del
vero. Anche la vita che consideriamo come puramente
intellettuale si disegna nel sentiero degli affanni, perchè
è ansia e trepidazione, delusione e brama. L’inquietudine,
la tensione dello spirito, l’attesa (quindi la fede), è essen-
ziale all’uomo e si traduce in resistenze che si devono vin¬
cere, in desideri che attendono d’essere appagati. Ecco
i frammenti psichici dell’ideale etico veramente vissuto.
Se la volontà nostra, osservava il Locke, fosse de¬
terminata dal grado di eccellenza d’un bene oggettivo
(astr atto e assoluto), non si capirebbe come si potrebbero
perdere di vista le delizie eterne e infinite del Paradiso,
una volta che si fossero contemplate come possibili, così
da lasciare da parte ogni bene terreno. L’esperienza di¬
mostra per contro che noi trascuriamo i beni supremi
sebbene li collochiamo di tanto al di sopra degli altri,
per correr dietro a bagattelle, con desiderio inquieto;
e poiché una violenta inquietudine quando s’ò impadro¬
nita della nostra volontà, non ci dà riposo, è chiaro che
il nostro volere è dominato non dal bene oggettivo o
supremo (metafisico), ma dall’inquietudine. Questa, se¬
condo lo stesso Locke, è perenne. Poiché il momento
presente non è la nostra eternità, noi spingiamo lo
sguardo al di là del presente, qualunque sia la specie dei
piaceri di cui attualmente godiamo; e il desiderio che
accompagna questi riguardi anticipati all’avvenire porta
sempre al suo seguito la volontà. Epperò pur nel mezzo
della gioia ciò che sostiene l’azione da cui il piacere
presente dipende, è il desiderio di continuare questo
piacere, e la paura d’esserne privato.
Il dramma morale dell’anima è in questa inquietu¬
dine che caratterizza il senso passionale dell’idealità
della vita; e la finzione dell’ ideale assoluto non è che
una forma mistica ili pensiero in cui l’inquietuiline stessa
45 —
s’inalvea quasi ricercando, nella concezione dell’ideale
immutabile, il proprio arresto.
È notevole che l’ideale etico, nella sua funzione pra¬
tica, cioè come inquietudine, adisce specialmente con
una determinata capacità inibitoria, che sarebbe in¬
conciliabile con la sua trascendenza, ma alla quale l’idea
della trascendenza stessa può contribuire.
Per l’azione ammonitrice e imperativa con cui l’ideale
etico si presenta all’individuo, egli avverte che se il bi¬
sogno della vendetta urge sul suo volere, ed è stimolato
a violare la legge civile o a commettere violenze contro
gli altri, qualora egli secondasse queste tendenze agi¬
rebbe come se fosse un assoluto, e subordinerebbe a sé
l’ideale etico snaturandone e sovvertendone l’essenza
e la l’unzione. Così 1 impulso passionale può essere mo¬
derato dal bisogno ideale, cioè dall’idea d’un possibile
clie, riconosciuto come obbiettivamente necessario, deve
psicologicamente realizzarsi, o insomma, per la disciplina
dello spirito, l’atto che negherebbe l’ideale stesso può
essere inibito.
I motivi dell’inibizione possono tuttavia essere molto
diversi, e di diverso valore; e ciò devesi riconoscere pa¬
rimenti dal maestro e dall’allievo, affinchè prevalgano
grado grado quelli superiori. Potranno agire, sotto le
parvenze dei motivi più eletti, motivi inferiori, dissimu¬
lati, ma della dissimulazione l’allievo deve diventare con¬
sapevole. La visione romantica dell’ideale potrà contra¬
stare questo leale riconoscimento della realtà; ma si può
educare veramente lasciandole un impero assoluto, nel¬
l’abbandono «l’ogni considerazione critica, già per se
stessa rinnovatrice ?
Cap. VI.
La finzione dell'Assoluto e il relativismo della Scienza.
§ 24. È opinione comune che anche la fede s’in¬
segni, al pari dell’ideale che la presuppone. Non s’in¬
segna però alla stessa maniera della scienza, e se nel-
l’educazione fosse scambiata con questa diverrebbe nel-
'allievo una fede falsa. Infatti la fede si compone e si
erme nell’ anima dell’individuo piu per gli spontanei sug-
gerì menti ^«^f^namUie ilS gtt
Zero fatti qua» che un dato di tede, Potesse tratterà
alla stregua .li un teorema di Matematica, o bastasse
ODurenderla por esserne posseduti.
1 Non voglio dire che la ragione rimanga del tutto
estranea alla fede, ma più che generarla vi si subordina.
motto romantico « fides intellectum quaerens* cò
più verità pratica che non nel razionalistico « mtellego
ut credam» Nè poi è infrequente l’atteggiamento im-
«tico pm-o che nega alla ragione ogni diritto nel campo
della fede In ogni caso il modo della fede corrisponde al
tipo della personalità che la professa. Pretondei-e per¬
tanto che una data fede valga universalmente, o a tutti
sf adegui come sistema di verità a cui non si possa r -
fiutare l’adesione senza colpa o irragionevolezza, ò as-
Jur o cmanto pretendere non solo <li convertire la fede
surdo quanto i individualità come se po-
» » <■*»
Trionferebbe se mai, per simile costrizione, 1 insincerità.
Non sembri qui fuori di luogo ch’io riporti, intorno
a questo importante soggetto, che ha col nostro pro¬
blema della finzione nell’educazione uno stretto rai-
_, n osservazioni da me fatte altrove (l).
1 JVrqmÙùmo nel Veto, e quest» fede « d.segn»
nel nostro spirito diverso..,onte » s~™ lla cl ^ *
il vero come una rivelazione della venta, a\cu
^Sgno,poiché a ^erario concorrono
e il carattere originano del soggetto e le sug.esr
(Il 11 relativismo nella Morale, Discorso inaugurai deb
Panno Scademmo 1922 23 dell’ Università di Padova
nu ario).
- 47 —
suMte neUa giovinezza per mille vie spesso neppur
sospettate. Ma nei due casi la fede nel vero sussisto
r'mmi,! 1 ?? n a,nore e di probità ’ 86 rispecchia del pari
i muoie (ioliai nostra anima, che nella verità dell’una
e aeli altra 8 pecie, per un suo proprio istinto, si ri¬
versa e s app*ag a .
« Prenda 'pure la filosofia il suo nutrimento da qual¬
sivoglia di (Queste due pérenni sorbenti di vita spiri-
, j lsanil, ° <iol sapere scientifico con l’onestà del-
1 Alligò o co n quella del Rosmini; certo è che il sapere
e il credere, quando riflettano senza aberranti ire par¬
titane la coerenza della personalità a sè medesima,
assumono un^ dignità austera simile a quella della v irtù,
x on si escludono pertanto, ma psicologicamente si
conipensano e socialmente coesistono con eguale di¬
ritto, la scierà e la fede.
« Che il v*j ro della scienza, definito come oggettivo,
non si possa ì nettere in dubbio, poiché si regge sul valore
positivo dell : 4 dimostrazione, è reso manifesto, in luce
meridiana, d alla ricchissima storia delle scoperte le
quali, mettendo a nudo gli errori incorsi nell’interpreta¬
zione della realtà, restituivano gloriosamente a questa
le sue leggi. scetticismo dichiara il Vero oggettivo
inaccessibile, ma così non ne presuppone forse resi¬
stenza T E dol resto che è la nostra vita quotidiana se
non una continua risoluzione di problemi per cui ri¬
vendichiamo sperimentalmente, cioè mediante l’azione,
contro ogni Possibile incertezza, verità concrete, vale a
diro oggettivo ed universali ? Può parere che allo stesso
scetticismo debba imputarsi il dubbio opposto dal-
1 intelligenza critica alle credenze ritenute ingannevoli:
ina c a non vede che il dubbio promovendo assiduamente
la ricerca è e Sso medesimo un indice e un mezzo di re¬
staurazione continua della fede nel Vero e nella nostra
capacità ih disvelarlo?
« Tanto è vivo nell’uomo il sentimento, che direi
realistico, della Verità, ch’egli ne investe persino i valori
per sè soggettivi comunemente chiamati ideali, appa¬
rendoci essi di fatto come leggi immanenti della nostra
spiri ua e e non meno reali delle emozioni in
— 48 —
ctì „>» r P rr— 5
ventura, rivivendo per u atriofctìBmo non sia che
pessimistiche, P en8 ^ ' iflc ata da folli discorsi; l’amore
una spinta morbosa intonane swir . go£Eocano l’anima
un’ebbrezza infida nella <1™ al u lavoro per-
sotto il ]'».<> « letargico in cui
geverante nulla piu fuggire i problemi della
. «mo «profondarsi ih _ iininrp
geverante nulla più cl ' e ^ er f U .r<rire i problemi della
lo spirito ama sprofonda P b a, ridea de i dolore
coscienza, l ’ emg "l a '®o 8 Sito richiamati da un certo
universale; ma considerare il patriottismo
nostro istinto nat ^ e . d * alità reali e possenti quanto il
l’amore, il lavoro comeideab toccano u fondo così
Tfu S*" 1 ® dettici.,no no ” “ P
pur minimamente 8& ° ra ™’ fl > uciaria) sembra di un’indole
« La verità soggetti ’ h he la ra ppresenta, pur
affatto diversa perche la ^ quaerens»,
allora che vuol essere non OCCO rrono prove
gente che alla propna certe u argomento
essendo, secondo Paolo, «M^o u mo tto di Crisostomo
delle cose invisibili*, r anima*. Questa fede sgorga
la « lampada che ,llu "' Vitale da cui germina l’amor
cerò da quello stesso isti meno saldamente
Sa scietma, ed «cupari„.o - «ano » <“"*
l'anima umana, obbiettiva; ed Ira
— con i segm psicolognci lolcire lo spinto m
lutino il ,’à ri « Vl S 0 Slittandolo da ogni ineafflcenta
visioni letificant, - ero 8C ; 0 ntifico.
reale o presunta del P bensì innegabile, ma non
* Il divario adunque _ allarghiamo il concetto
assoluto. C’è di P 1U ' ^ concedere la sua funzione psi-
,li fedo quanto sembra „ nTn ’e8sa si estenda anche
«logica, 0 tacile avverta ““ ““solo pero» questa
nel campo «Iella scienz. » , primo stimolo,
ha 2l Irdtoito ingenuo «Iella J *e
ma anche perchè la 8 “^krsi Un primo passo dalla
gcie^rina'Tode è
^•Sà'^or^e'^-e come .empire.
__
— 49 —
ipotesi, nello stesso tempo che si tende a celebrare
per esse, quasi direi misticamente, il valore supremo
del tutto. Nè v’è un limite che a una fede siffatta si
possa prescrivere come insuperabile.
« Secondando le inibizioni della critica noi potremmo
disperare di ottenere quando che sia la definitiva con¬
quista del Vero e del Giusto: ma non cesseremo perciò di
dissetarci colle dolci stille di queste idee divine, come per
attingere dal loro culto le forzo necessarie a vincere le
inquietudini tormentose della realtà.
« La fede è più umana della disperazione Ben po¬
teva Federico Schiller, cedendo all’estro di un cupo
pessimismo, lanciare il celebre grido: « Deponi i pensieri
d’aquila e infrangiti l’ali, fantasia! Ardita viatrice
gitta qui l’àncora senza speranza»; ma quando mai
questo grido angoscioso approdò decisamente alle ra¬
dici dell’anima umana?
« La fede adunque sia irrazionale o razionale re¬
ligiosa o scientifica è nell’uomo, dirò con Tommaso
l’istinto interiore di Dio; è l’eterno sì del desiderio
e il no opposto alla rinunzia; e in quanto è assorbita
dalla personalità come un suo proprio bisogno, assume
un valore che si può ritenere relativamente assoluto
ed inespugnabile. Chi dichiarasse tale fede menzognera
dovrebbe reputare una menzogna la personalità in cui
per legge naturale s’innesta e vive.
« bolo mentisce colui che violando la probità ond’è
sempre cementato l’amore schietto del Vero, adotti
una fedo che all’indole del suo spirito non si adegua
o pretenda che l’identico sistema di fede valga nei’
soggetti diversi ». e i»
Lo spirito dev essere riguardato in questa sua realtà
integrale. -Non la pura scienza può dunque dare esclu¬
sivamente valore alla fede umana; e neppure spetta
un va ore assoluto, universale, alla fede nata e soste¬
nuta da. bisogni del cuore; ma le due specie di fede
possono in «afferenti soggetti equivalersi, e possono
anche coesistere in uno stesso individuo senza costi¬
tuire una vera e propria contrizione. Nè si dica che
4- Mahcu»»iot, La finwion» nella educatone.
— 50 —
questa è una nostra visione romantica o scettica, perchè
a legittimarla concorre sia l’interpretazione scientifica
rlel fatto della fede largamente considerato, sia il con¬
tributo che a questa porta la stessa scienza nel mo¬
mento medesimo in cui ne condanna ogni esclusivismo
dogmati nte __ dicevo nel citato Discorso — è 1 ac¬
cusa che si muove alla scienza di cancellare dal-
l’universo pur l’orma di Dio, travolgendo come nella
uiena orrenda di torbidi marosi le robuste fedi e le
speranze immortali dell’uomo. Nella ricerca, si disse,
dell’aspro vero, il cuore s’indura e usato ad immi¬
schiasi con la materia ne beve tosto il lezzo, se le
lagrime uscenti dal cuore non sopravvengono a scio-
Starne il gelo. Ma questa accusa - conviene dichia¬
ro apertamente - è una calunnia contro la vita, la
ouale è dalla scienza, coerente a se stessa, rispecchiata
nella sua integrità salvandone essa quindi tutti i valori
ideali, e riscattando persino, dal suo punto di vista,
la Toro assolutezza psicologica. Questa è ben altra c a
quella metafisica, ma non ne costituisce forse, a chi ben
consideri, il nucleo vitale t .
Non è vero — dice ancora la scienza che im¬
primendo alle nostre menti un differente avviamento,
e foggiando il nostro spirito in un vario costume dot¬
trinario od elevando l’inno alla vita dinanzi a diversi
aitali i valori eterni dello spirito diventano ludibrio
di audaci fantasie, e l’anima stanca del vano fluttuare
distrugga alla fine questi suoi idoli, come ,1 fanciullo
atterra" indispettito le case fabbricate per gioco con
la sabbia Uno è lo spirito del bene, quantunque si po¬
larizzi in differenti compagini concettuali; e in questa
^ concreta e vissuta si plasma la fede morale, ben
nifi e meglio che in quella danza di ombre e di parole
a cui troppe volte si riduce la speculazione
asserisce che la scienza ha espulso Dio dal
YmeTtìca che Dio pulsa nell’ideale umano in
^»,t™e«.end 0 relatìv„ P è. sentito o «dotato con,,
ìaenlnto anche se questo suo carattere nou porti mi-
tnaSod àia Ir adizione teologica, onde ,n fl n.
— 51 —
gli uomini onesti operano tutti come se fossero solidali
in una medesima fede nella divinità. È forse necessario
discutere e dimostrare l’esistenza di un Ens realissimum
per sentire che il bene e il giusto sono idealità divine?
E non è il divino la caratteristica primaria d’ogni
concezione di Dio? (§ 52).
« Chi alla scienza rimprovera d’imprigionare l’anima
dell’uomo in un cieco meccanismo senza finalità, non
s’accorge che alla scienza noi dobbiamo la concezione
positiva, vale a dire certa, dell’intimo dinamismo del¬
l’anima stessa, dal quale risultano, come sue naturali
funzioni, le finalità etiche e storiche.
« Non c’è infine energia umana che la scienza non
avvalori dirigendola al fine sia della sincera elevazione
dell’individuo, sia di un’organizzazione più razionale
del costume civile.
« Pur quelle che si chiamano erroneamente illusioni
del sentimento trovano nella scienza le proprie ragioni
probative o un generoso rispetto ideale. A nessuno
essa vieta per esempio di credere che le aspirazioni
anche più ardite avranno quando che sia un adempi¬
mento; o di accarezzare la fiducia che non tutte le
lagrime versate dall’uomo andranno sommerse nell’oblio
delle cose transeunti, ma che un Dio le serberà in grembo
per trasformarle in gaudio. La scienza non può pre¬
tendere di sopprimere le voci del cuore. Nè tuttavia
è meno lecito, secondo la scienza, ad altra tempra spi¬
rituale, credere che una suprema virtù redentrice spetti
alla fortezza serena, eretta alla dignità di fine suffi¬
ciente a se stesso ».
Poste così le basi psicologiche, umanistiche, scien¬
tifiche della fede, è chiaro che qualunque fede la quale
risponda alle esigenze tipiche della personalità è per
se stessa legittima: tale è quindi anche la fede nell’As¬
soluto.
Veramente la scienza dimostra, con l’analisi critica,
che l’Assoluto (metafisico o religioso) è una finzione
del nostro pensiero. Infatti mentre il Metafisico pre¬
tende che esso sia una costruzione a priori della mente,
— 52 —
la scienza dimostra che tutte le costruzioni mentali
sono « posteriori. Ogni concetto che l’esperienza non
riempie ò necessariamente vuoto, nominale; 'ale a dire
che non è un « concetto». Che se l’Assoluto non è tut¬
tavia una semplice parola, ma una realtà, coinè noi
riteniamo, questa risulta dal confluire di elementi psi¬
cologici (la così detta esperienza interiore). Vi concor¬
rono determinati sentimenti, sebbene rimangano oscuri |
o quasi sepolti nel dominio dell’ Inconscio.
Finzione è l’Assoluto che proiettiamo fuori di noi
come da noi indipendente; non l’Assoluto quale espres-
sione ideologica di particolari stati d animo. Anche
questa proiezione è una realtà, un fatto d esperienza,
un dato positivo della psicologia della fede, E quindi
un diritto dello spirito, ma un diritto è ^nm^ntì la
critica che ne svela la genesi e l’essenza; nè 1 uno «lei
due diritti può essere impugnato piu dell altro. La scienza
applicata alla fede li salva entrambi.
' L’Assoluto ò anche, come si compone nella coscienza,
un valore morale, che la scienza del pari tutela. Traduce
il valore morale dello stesso individuo che in esso
s’investe e vive; e come la scienza potrebbe annullailo
se suo primo ufficio è di constatare la realtà, riven¬
dicandone infine le ragioni tanto positive quanto ideali 1
La scienza però constata anche, per dir c™*. j»
relatività dell’Assoluto, come di ogni forma di fede,
e diventa per ciò maestra di tolleranza Essa ripudia
un unico tipo, trascendentale, di Assoluto, come -
pudia un unico tipo di fede religiosa o metafisica, n-
! onoscendo e rivendicando la relatività della vita spi¬
rituale dei singoli individui contro l’assurda pretesa
<>l \ja 1 pretes^*d’insediare l’Assoluto là dove domina il
relativo conturba infatti e corrompe gli uomini disgre-
dandoli fra mille acri contese, mentre ò ceito che la
concezione serena e profonda del relativismo, carat¬
teristico d’ogni fede, e garanzia ineccepib ile (Iella sua
purezza e sincerità, può lenire le asprezza « ‘ ■ >
spingendo gli uomini verso una generosità calma, prò
— 53 —
nuba di una suprema unità ideale. E invero se riuscis¬
simo a reprimere l’urto imperialistico dell’ egoismo, onde
con il pretesto di convertire alla verità combattiamo
l’ostinazione di chi contrasta il nostro orgoglio, com¬
prenderemmo che la nostra intolleranza degrada e
offende la sincerità; e questa ravvisando anche nelle
più diverse credenze, riconosceremmo infine come brilli
di pura luce, nel nostro fondo, pur se il credere ci di¬
vide, un identico principio di spirituale decoro e libertà.
— Ed ecco qui il pernio d’una illuminata educazione
morale.
§ 25. È un diritto dello spirito, dicevo, anche la
finzione dell’Assoluto come termine di fede e come
valore morale, o, in altri termini, come espressione
di amore del bene. Questo, per la trasfigurazione di
cui diviene, nell’esaltazione morale del soggetto, l’og¬
getto purissimo, è da lui eretto innanzi alla propria
coscienza come la divinità stessa contemplata nel suo
massimo attributo, oppine come un fine in sè, quindi
sublime. Ecco un aspetto importantissimo della vita
morale.
L’uomo ravvisando in questo Assoluto la mèta delle
sue aspirazioni, ne trae soccorso contro le delusioni
e i conflitti spesso acerbissimi della realtà e le infermità
della sua anima, poiché nell’Assoluto le angustie in¬
finite del mondo fenomenico si dissolvono e dileguano,
e lo spirito vi ritrova la sua pace. Come potrebbe,
ciò posto, la scienza dichiarare l’Assoluto un vuoto
fantasma deH’anima dolorante, anziché ravvisarvi, se¬
condo la reale esperienza, un termine positivo della
mente e del cuore 1
Vi sono mon enti della vita in cui il grido del dolore
è anche una irresistibile invocazione dell’Assoluto, poiché
è una protesta contro il destino fenomenico. Non credere
nell Assoluto è allora un motivo di maggiore strazio,
perchè pochi trovano nell’adattamento alla realtà fe¬
nomenica la forza morale necessaria a sopportare con
rassegnazione le gravi sciagure da cui è travagliata la
vita. La fortezza fine a se stessa può tenere le veci del-
— 54 —
l’Assoluto metafisico, ma suppone, in luogo dell’uomo
comune, un eroe della virtù. Epperò chi intenda ve¬
ramente un simile stato dell’anima, che nel sentimento
dell’Assoluto si ristora da ogni angoscia morale, con¬
sidera non a torto una viltà il tentativo di strappare
dall’anima ingenua una fede tanto salutare, giudicando
infine insensata la pretesa che tutti gli uomini si sen¬
tano capaci d’una fortezza eroica. Taleè il verdetto della
scienza, che per il riconoscimento delle leggi dell’in¬
dividualità dispone quindi gli animi alla ragionevolezza
anche nel giudicare e nel governare gli affetti umani.
Per il sentimento dell’Assoluto che involge l’ideale
etico, l’uomo si sente dominato da una forza suprema
che ha pure in lui una funzione morale, costituendo un
principio di sistemazione e di orientamento delle sue
tendenze. La esistenza esteriore attribuita all’Assoluto,
in un mondo ultraempirico, è una finzione del pensiero,
ma non è per la scienza una finzione questo processo
psicologico per cui l’uomo, sublimando il proprio pen¬
siero nell’Assoluto, combatte e vince gl’impulsi acci¬
dentali riprovevoli.
Se nel risentimento d’una ingiustizia che ci sia stata
inflitta, pensiamo ch’essa avrà nell’ordine immutabile
dell’Assoluto una riparazione esuberante; che un sa¬
crificio da noi compiuto non sarà assorbito nella vora¬
gine del nulla, ma avrà una degna ricompensa imman¬
cabile, per quanto imperversi sul nostro capo la furia
d’una sorte maligna; che una persona cara perduta,
idolo del nostro cuore, non è perduta per sempre ina
ci sarà un giorno, a ristabilire la giustizia del destino,
restituita fra le gioie celestiali dell’oltretomba, noi
avremo in questo pensiero della permanenza^ immu¬
tabilità dei valori ideali un ristoro infinito. E non v’è
male o dolore che por questa via non trovi, di pieno
diritto, un’attenuazione; non v’è deficienza o iniquità
che dalla fede nell’Assoluto non sia in qualche grado
risarcita (1).
( 1) La dottrina positiva dellr idealità, già cit«, pag. IH 0 seggi
Tutto ciò non esclude che l’Assoluto sia una pura
creazione, una Unzione della nostra mente. Ne abbiamo
il sentimento, ma non — lo ripetiamo — una vera e
propria idea, questa avendo sempre necessariamente
un contenuto proprio e determinato: ne abbiamo, se si
vuole, l’intuizione mistica. Si sostiene per un apparato
metafisico, che tuttavia n’è la forma non l’essenza e
la vita. Si pone come una verità, ma subbiettiva, im¬
manente, qual è sempre la verità quando risulta dal
sentimento, il quale infatti pone soltanto sè medesimo,
non la realtà obbiettiva del proprio dato.
Ne risulta che le energie psicologiche dalle quali
è generata la fede nell’Assoluto non hanno affatto bi¬
sogno, per affermarsi cosi, della filosofia metafisica,
essendo a questa anteriori e autonome. Una sistemazione
razionale della fede medesima non è certo inutile ad
accrescerne la potenza (§ 23); ma accrescere non è
generare. Analogamente nulla può contro di essa la
critica negativa.
Per questo principio del subbiettivismo sentimen¬
tale caratteristico della fede nell’Assoluto noi ne com¬
prenderemo meglio la relatività, sebbene l’Assoluto si
ponga necessariamente, per il Metafisico, come uno e
identico. La fede stessa assume infatti le più diverse
parvenze, pur rimanendo sempre, nella sostanza, una
fede religiosa o mistica.
Il culto fervido, appassionato, di un ideale supremo
di arte, di scienza, di benessere umano, non è forse
un culto religioso t Può in vero paragonarsi a quello
della divinità, nella quale, soggetto di tutti i valori
assoluti (Verità, Giustizia, Bontà), il sentimento del¬
l’Assoluto più comunemente si estrinseca. L’oggetto è
diverso, ma è diversa sostanzialmente, o nel fondo della
personalità, la fede T
C’è nell’ uomo, come tale, una riserva intima di
energia affettiva che, in vario grado, possiamo consi¬
derare comune, sebbene le sue creazioni siano diffe¬
renti. Un esempio può esserne offerto dalla stessa analisi
— 56 —
critica della concezione religiosa del dovere. Infatti
l’uomo religioso che ripone nella volontà, nella sapienza
e nella giustizia divina il fondamento della propria
moralità, e ne ritrae il senso decisivo del dovere, è
primieramente uomo morale, che in sè dunque avverte
e coltiva il sentimento dell’obbligazione. Nell’intui¬
zione e nell’amore della divinità egli coordina quelle
energie morali che effettivamente possiede. Nè certo
può ritenersi vano il sussidio ch’egli guadagna, nella
propria vita morale, da questa sua credenza. Dio in¬
fatti diventa l’anima dello stesso ideale etico, che
perciò è vissuto religiosamente; e la forma religiosa che
esso riveste è di fatto un sostegno all’ani ma morale,
come può essere, sebbene in misura di gran lunga in¬
feriore, la forma estetica. Ma perchè l’ideale etico possa
essere proiettato nella divinità, dev’essere primiera¬
mente vissuto come un valore interno, spirituale; vale
a dire che il sentimento del dovere precede necessaria¬
mente la sua concezione religiosa, come precede la con¬
cezione estetica, metafisica, scientifica. — In Dio in-
somma trionfa l’uomo; e nella volontà morale di Lui
trionfa la volontà morale umana, ossia la stessa nostra
natura (§ 24). Così trionfa nel vero della scienza il senso
logico, e nel bello deU’arte il senso estetico. In altri
termini, l’uomo decreta con la credenza in Dio la su¬
blimità dei suoi valori morali che, divinizzati, acqui¬
stano maggior luce e un fascino più potente.
Importa non poco che questo fondo comune di
energia morale sia riconosciuto e fatto dall’educatore
riconoscere se a sostenere la vita morale anche come
volontà, conviene che l’individuo abbia fede in se stesso
e la irrobustisca nello sforzo perseverante del proprio
incremento. Può infatti avvenire che nella contempla¬
zione dell’Assoluto metafisico l’anima si assorba cosi
da trascurare se stessa, cercando fuori di sè ciò che può
ritrovare solo in sè medesima, e trascurando quindi
quelle arti umili sì, ma fruttifere dell’incremento morale,
che emergono dall’Io.
Può darsi che l’uomo, nella contemplazione d’un
— 57 —
modello assoluto, finisca per trasumanarsi, e dimentichi
le P r °P rie imperfezioni; o che nell’ideale
assoluto che egli si propone non scorga fuorché l’aspetto
estetico del fine, senza badare alla sua attuabilità, e
senza provvedersi dei mezzi necessari per tendere ad
esso mediante l’azione.
~ H p tracciato così un concetto dell’Assoluto che
dirò positivo, connettendolo alla vita concreta delio
spinto, ai motivi reali, ai fini possibili. In questa veste
esso è uno strumento validissimo di educazione morale.
. § ^ lla relatività della fede in generale, e della
fede nell Assoluto in particolare, corrisponde la rela¬
tività di tutti i valori morali; e come di quella così di
questa relatività deve tener conto l’educatore, pur uti¬
lizzando la finzione dell’Assoluto. Ma perchè la finzione
stessa appaia veramente tale, e si comprenda perchè
e come si debba valersene nell’opera educativa, converrà
che sul relativismo proprio della Morale noi insistiamo.
I valori ideali della coscienza possono concepirsi
come obbiettivi e assoluti; in realtà sono vissuti dal¬
l’esperienza psicologica e storica ch’è variabilissima.
Sono insomma non assoluti ma relativi, oppure sono
da ritenersi assoluti in un senso affatto positivo, cioè
in quanto nella loro relatività non possono non essere
quali risultano dalle contingenze effettive onde emer¬
gono. Ma che è propriamente la «relatività»?
E la legge universale dell’esistenza, e si può formu¬
lale così: « Ogni cosa sussiste e ogni fatto accade su¬
bordinatamente a un sistema di relazioni concrete»
In questo «sistema» è pure la trama dell’essere in¬
dividuale, della coscienza sociale e storica, infine di
ogni idealità. Il bene, la virtù, il dovere, il diritto, sono
necessariamente soggetti a infiniti rapporti variabili di
e te,u P°> I lsichici e sociali. Ogni principio
dell Etica che amiamo pensare, per astrazione, come
identico a se stesso nella sua perennità, è per contro
relativo esso pure.
Riprenderò a questo proposito il Discorso sopra
citato.
— 58 —
« S'individualizza la vita morale con i suoi fremiti
ideali alla stregua medesima di un qualsiasi altro ritmo
psichico, per esempio il senso erotico, eudemonistico,
religioso, estetico, politico.
« La virtù e il vizio, la bontà e la malvagità acqui¬
stano, dal temperamento individuale, un particolare tono
e colorito, come la salute e la malattia; e non è identica
la morale che si appropria al carattere sensitivo od
apatico, intellettuale od attivo, e al vario grado e tipo
di Sensibilità, d’intelligenza e di volontà. Segue poi
ciascuno nella sua condotta morale più specialmente
le suggestioni del senso e dell’istinto, o quelle della
ragione riflessa e calcolatrice; nè all’infuori della pre¬
valenza psicologica di uno di questi elementi dell’Io
potremo ritrovare una ragione esplicativa dei tre cor¬
rispondenti indirizzi della Morale teorica, quali sono
l’edonismo, il volontarismo e il razionalismo.
« Ha un’etica propria ogni istinto; per es. l’etica della
guerra si contrappone a quella della pace, nonostante
i compromessi più o meno bugiardi che intervengono
fra l’una e l’altra.
« Al principio della relatività bì devono, colle diverse
concezioni del mondo, quelle conseguenti o presup¬
poste del valore dell’uomo e del suo destino; nè m’in¬
dugierò a dimostrare com’esso ci soccorra nell’inter-
pretare per esempio gli orientamenti individualistico
e universalistico, evoluzionistico e dogmatico, e nell’in-
tendere perchè tanta variazione sopporti il criterio
della costruzione dottrinaria, onde gli uni derivano la
Morale dall’autorità religiosa e sociale, gli altri dal¬
l'autonomia del soggetto e più particolarmente da uno
dei suoi poteri essenziali, come la ragione, il sentimento
o il volere.
« Concorrono a generare la varietà etica le più diverse
vicissitudini dell’esistenza, quali quelle che si atten¬
gono al sesso, all’ambiente, alla coltura, all’attività so¬
ciale dell’individuo; e dell’indole più svariata, vale a
dire biologiche, psicologiche, storiche, econo'miche, etno¬
grafiche. Non per caso hanno anche i popoli, come gli
individui, la loro Morale caratteristica, nel costume e
— 5?» —
nel pensiero, qual è in Francia l’Etica razionalista, fra
gli Anglosassoni quella sensistica e utilitaria, e nella
Germania l’Etica romantica.
« Le variabili necessità della vita collettiva, pur se
non si segua esplicitamente il pragmatismo, orientano
la ragione e il sentimento morale verso alcune piuttosto
che verso altre verità teoriche, le quali mentre ci si
presentano perciò come relative si difendono tuttavia
come assolute.
« Che i concetti del bene e del giusto, e quindi il ge¬
nere e il valore delle istituzioni mutino a breve distanza
di luogo se non anche di tempo, così che, secondo il
detto del Pascal, « un fiume o una montagna basti a
differenziarli », e come possa essere virtù per alcune genti
e per determinate epoche di civiltà ciò che per differenti
epoche e paesi è vizio e delitto, è osservazione ben nota,
che gli studi sociologici hanno largamente illustrata.
« L’aggressione, la rapina, la vendetta, la menzogna,
l’obbedienza servile, là dove domina la cooperazione
pacifica sono disonorevoli, mentre sono titoli d’onore
dove impera lo spirito belligerante. L’infrazione e la
conformità verso una medesima norma sono dunque
egualmente morali; e insomma i principi morali non
esistono affatto per sè medesimi e in quanto identici,
ma devono la propria esistenza concreta e specifica
alla mutevole realtà degli eventi.
« La coscienza pretende d’intuire nella nota formula
« neminem laedere, suum cuique tribuere» l’essenza
assoluta del giusto; ma chi ignora che ciascun termine
di questa formula ricevette e riceve, nella storia e nella
comune esperienza, le interpretazioni più disparate T
E che è dunque la pretesa identità della Giustizia?
« Non occorre poi ch’io mi diffonda a documentare
come le idealità massime dell’ Etica fliventino funzioni
variabili delle tre grandi età storiche: classica, cri¬
stiana, moderna; e a dimostrare come questa relatività
sia del resto il presupposto necessario dello stesso pro¬
gresso morale.
« Neppure parlerò dei conflitti etici che si svolgono
particolarmente fra i circoli in cui gli uomini si aggrup-
pano, e nei quali o si conservano gelosamente i valori
antichi o si creano e si propugnano valori nuovi; nè
del diverso criterio onde uno stesso principio è inteso
nelle relazioni private, politiche e internazionali; nè
della stranezza onde ammiriamo del pari valori che
nella loro astratta apparenza si contrappongono, mentre
sono tuttavia parte integrale della esistenza concreta
del nostro spirito, come l’orgoglio della potenza e l’umiltà
dell’ascetismo, i favori della fortuna e la modestia della
virtù nutrita di sacrifici oscuri, la severa obbedienza
e l’arte di comandare, la rassegnazione e la ribellione.
« L’anima nostra è bipolare; e il bene deve qualche
cosa anche al male, la virtù al vizio, la giustizia all’ini¬
quità, senza che cessi perciò l’opposizione formale eli
questi valori.
« Tali specie di dottrina e di vita nascono tutte da
quei diversi punti di vista da cui si apprezza e si svolge
l’azione umana. I bisogni si creano la propria Morale,
quella per es. del piacere o della rinuncia, dell’an icizia
o dell’ostilità, del perdono o della vendetta, della pa¬
dronanza o della schiavitù, della calma o del fanatismo.
Coesistono queste Morali presso uno stesso popolo e
persino in uno stesso individuo, come funzioni di di¬
sparate esigenze della realtà, ed hanno tutte quindi,
per la legge onde l’effetto si proporziona alle sue cause,
un valore che non si può non considerare come rela¬
tivamente legittimo ».
La conseguenza prima di questo relativismo è ovvia:
non si può pretendere che un solo punto di vista, o un
unico tipo di Etica regga il mondo. Ciò è tanto assurdo
quanto volere l’assoluto pareggiamento dei bisogni, dei
caratteri, dei tempi, delle società, delle coscienze; è
spegnere in una sola nota ogni armonia; è uccidere
nella sua originalità l’individuo; è eliminare ogni pos¬
sibilità di selezione ideale; è privare il pensiero della
sua stessa miglior dovizia e potenza.
§ 27. Si temono le conseguenze di (presto relati¬
vismo come fatali alla stessa Morale, in quanto ne de-
— 61 —
laverebbero lo scetticismo e l’arbitrio. Per contro l’uno
e l’altro si eviteranno appunto in quanto si abbia del
relativismo stesso un giusto concetto.
La relatività, della Morale è infatti il principio del
suo stesso sussistere, della sua necessità concreta, psico¬
logica e storica. In altre parole la Morale non può esi¬
stere se non quale diventa per i suoi concreti fattori:
è insomma reale nella sua stessa varietà, e in funzione
dei coefficienti di questa. Esclude quindi lo scetticismo
al quale piuttosto induce l’Assolutismo, o la compres¬
sione dogmatica.
Ciò posto la morale d’un uomo è una forma di coe¬
renza del suo essere a sè medesimo, una legge della
sua vita, una specie di lealtà interiore; non è, non può
essere assoluto arbitrio.
La relatività, notava il Montaigne, che noi riscon-
1 riamo nelle cose quando le riguardiamo criticamente,
ci consiglia di tollerare i dissidenti, ma ci disobbliga
pure dal passato lasciandoci liberi di pensare come
vogliamo. Ciò è vero però fino a un certo punto. Il
passato ci lega sempre a sè nella continuità storica,
pur senza che dobbiamo rimanerne schiavi; e la libertà
del nostro pensiero non può essere, se è vera libertà,
puro capriccio.
La relatività ci vincola, perchè non esclude la legge.
Per es. non consente che si capovolga addirittura la
tavola dei valori umani, e si giunga infine, proprio in
nome «Iella Morale, all’inunoralismo. Non è assurdo che
per es. la libertà dello spirito, perchè relativa, si risolva
nella servitù delle passioni brutali, il dovere nella pre¬
potenza, la virtù nel vizio?
L uomo, secondo il Nietzsche, dovrebbe restaurare
duramente contro la Morale servile del Cristianesimo
e della democrazia quella della depredazione e dello
sfruttamento, che ripudia la generosità pia e debili¬
tante del forte; ma può dirsi umana questa durezza?
E che è in verità il Cristianesimo e la democrazia se
non una rivendicazione tragicamente solenne di quegli
elementi umanistici che fervono perennemonte nel fondo
della nostra natura ?
Le leggi di questa sono, in ultima analisi, le formule
di una fondamentale identità; e vi sono inoltre conquiste
civili indelebili. Un’idea può morire, ma non si spegno
quell’interesse vitale che essa riveste, pronto a racco¬
gliersi in altra forma.
La guerra mondiale — che non fu soltanto un cozzo
(l’armi, ma di principii — dimostrò ancora una volta
come si possa combattere con eguale ardore per idealità
opposte; ma vale forse, questo relativismo, a convertire,
nella considerazione civile più schietta, le ragioni della
prepotenza in quello del diritto ?
Si può affliggersi della propria giustizia rimpian¬
gendo l’utilità della perfidia, o preferire i dilettamenti
della lascivia alle sofferenze della purezza; ma chi esi¬
terebbe, nel suo sano sentimento morale, a detestare
questi apprezzamenti come indegni della nostra specie ?
C’è infine nel fondo della nostra natura un’unità
psicologica che noi dovremmo destare dall'inerzia, uti¬
lizzandola anche nell’educazione morale.
Muta la Morale nella forma ma la sua prima sostanza
resta inalterabile. Cadono le dottrine che trasfigurano
nell’astrazione la realtà della vita etica; non si dile¬
guano di questa gli elementi concreti e um versali. V a¬
riano gli aspetti vissuti dell’ideale, ma l’ideale stesso
rimane come libero regno della nostra umanità. Qui è la
Morale di tutte le Morali, a quel modo che nell’espe¬
rienza del divino, e nella sete insaziata di giustizia e
di grazia, è la religione di tutte le religioni. Nè si dica
che questo umanismo è vuoto od evanescente, poiché
non c’è alcun contenuto singolare di Etica il quale non
tragga la propria essenza dai suoi principi universali.
A questi poi devesi infine il diritto alla critica dei varii
sistemi etici in quanto se ne scostino ledendo le ne¬
cessità essenziali dell’associazione umana.
La natura umana morale è insomma, nel suo fondo,
una o identica, benché di tanto ne differiscano le ma¬
nifestazioni sociali e storiche. Ad essa possono dunque
senza pericolo alcuno per le sorti della vita etica risa¬
lire, ritrovandovi il ceppo onde proviene la loro linfa
— 63 —
vitale, anche le concezioni disparate della legge morale,
come quella religiosa, metafisica e sociologica. Che se
analisi scientifica — delle cui ragioni ineluttabili di¬
remo subito — svela, dove c’è, la finzione, il fondo
tuttavia o, come si suol dire, l’essenza della vita morale
rimane inalterabile; ond’è poi manifesto che svelando
la finzione non ne compromettiamo punto il valore mo¬
rale e pedagogico.
§ 28. A integrare le nostre osservazioni circa la
scienza nel suo ufiBcio morale e pedagogico, conteste¬
remo la preoccupazione che l’anahsi dei valori ideali
ne scemi e annulli la potenza pratica e l’efficacia edu¬
cativa.
Si disse che quando l’analisi, necessaria a costruire
la scienza, si estenda alla vita dello spirito, a quella
per es. del sentimento e della volontà e quindi dei valori
ideali, riesce perniciosa perchè riduce questi valori allo
stesso livello di quelli realistici (dell’agricoltura, del-
ìndustria, dei commerci, ecc.), apparendo pur essi fatti
uniformi. L analisi decomponendoli li uccide, e spegne
con essi tutto il moto dell’ineivilimento che poggia
appunto sopra la fede nei valori rivelati dal sentimento
f ® , °Pera diretta a conservarli o conseguirli. Inoltre
il principio di causa applicato al volere fa apparire il
fine come effetto relativo a determinate cause. Ne deriva
che nell educazione della volontà non si tratti tanto di
far valere il fine quanto piuttosto di disporre i mezzi
e porre le condizioni per cui quel fine debba essere, per
necessità naturale, conseguito. E poiché l’effetto otte¬
nuto così non può essere che un effetto sensibile, cioè
apprezzabile in base a una sensazione di piacere, l’esten¬
sione del principio di causalità al volere porta alla con¬
cezione meccanica e utilitaria di questo e quindi, in
, ;l < ^ “filiazione e al soffocamento della cultura
(tr. v idan).
Osservo : 1° Si può precludere alla scienza la ri¬
cerca dogli elementi e delle cause dei fatti morali per
il timore delle conseguenze a cui potrebbe dar luo-o
la ricerca medesima» — 2» L’analisi dei valori ideali
— 64
e dei fatti del volere conduce veramente al loro livel¬
lamento ai fatti fisici ! O non dimostra essa per contro
i loro caratteri differenziali e le loro leggi distinte, con¬
correndo a conservarne, sulla base della stessa espe¬
rienza, nell’ascensione dei fatti, il valore eminente?
E come mai l’analisi potrebbe distruggere il «fatto»
del sentimento e quello della volontà come potenza
consapevole e relativamente libera dello spirito? Non
è poi assurdo che in quanto si sa come sorsero e si an¬
darono componendo le idealità della giustizia, della
gratitudine, della benevolenza, queste idealità debbano
tramontare nella nostra coscienza e i loro fattori na¬
turali e sociali perdano ogni efficienza così da rimanere
soppressi? — 3° Se un fine in quanto è conseguito ap¬
pare, dal punto di vista della causalità (universale),
un effetto, perde in conseguenza il suo valore impul¬
sivo come contenuto ideale della coscienza e termine
del volere ? E come asserire che la causalità nel mondo
morale non legittima se non l’edonismo e 1 utilitarismo,
quasi che l’esperienza e la scienza non attestassero pure
la realtà di fini umani diversi ?
Nessun detrimento può dunque derivare al problema
della cultura e dell’incivilimento dalla spassionata ri¬
cerca scientifica; anzi, se i valori dello spirito e della
cultura possono ricevere un fondamento veramente so¬
lido, questo non può derivare che da quella stessa
inoppugnabile realtà concreta e sperimentale che la
scienza rigorosamente determina. A che vale del resto
proporsi un fine da raggiungere in noi medesimi o nel¬
l’educando, quando non si adottino i mezzi necessari
al suo conseguimento, secondo l'inviso ma imprescin¬
dibile principio della causalità?
Infatti la preoccupazione qui discussa accredite¬
rebbe per sè l’interpretazione intellettualistica della vita
morale, che più volte ho detto quanto sii» impropria. La
scienza dunque non smentisce la coscienza. Il con¬
flitto sorge solo allora che la coscienza pretende anche
d’essere scienza (intellettualismo).
— 65 —
Cap. VII.
Il realismo della finzione morale.
§ 29. L’analisi fin qui compiuta della vita etica e
dei suoi valori attesta quali elementi di realtà con¬
tenda la finzione morale. Essa traduce in sè medesima
bisogni, tendenze, aspirazioni, istinti, passioni del sog¬
getto, divenendone un’espressione funzionale, una ri¬
velazione dinamica. Essendo pertanto una vera o propria
forza dello spirito può essere utilizzata dall’arte peda¬
gogica come ogni altro suo concreto valore.
Questo fondamento realistico della finzione morale
può tuttavia essere lumeggiato ancora più, sia a meglio
suffragare la nostra tesi teorica circa il valore psicolo¬
gico, etico e pedagogico della finzione, sia in vista delle
aprlicazioni pratiche.
Distinguerò anzitutto a tale proposito ancora una
volta la finzione morale da quella scientifica. Questa può
essere una finzione provvisoria, qual era per es. l'uomo
originario da cui il Goethe derivava tutte le specie
animali; alla quale finzione subentrava, com’ò noto,
l’ipotesi darwiniana. Le finzioni morali non sono affatto
provvisorie, ma costituiscono una legge immanente della
nostra realtà spirituale, appunto come espressione di
nostri bisogni fondamentali.
Tale costante realismo non si riscontra nelle finzioni
scientifiche; nè esse hanno il carattere estetico cli’è
proprio delle finzioni etiche; diversa ne è pure la fina¬
lità. In vero mentre questa è teorica nelle finzioni scien¬
tifiche, in quelle morali è pratica. Per es. l'uomo medio
del Quételet, la famosa statua del Condillaf, il punto
o la lima immaginaria dei matematici, l’atomo o la
monade dei Fisici, il contratto sociale o il quasi-contratto
dei Sociologi (antichi e moderni) sono finzioni logiche
dovute soltanto alle opportunità della ricerca e della
ricostruzione; laddove le finzioni morali mirano a gai-
5. Marchesini, Lo finzione nella educazione.
— 66 —
dare nella condotta sotto la pressione di un impulso
affettivo che costituisce la loro prima realtà.
C’è nella finzione morale la realtà medesima propria
dell’interesse che la crea e la tiene viva, e dal quale pro¬
viene il moto spontaneo di adesione che ce la rende cara.
Si dànno concetti che si compongono specialmente
d’immagini, altri che hanno, per elementi costitutivi, dei
sentimenti o interessi affettivi che non appaiono di¬
rettamente ma giacciono e agiscono nel fondo dell in¬
conscio. Forse la famosa controversia tra 1 nominalisti,
e i realisti della filosofia medievale si spiega per questi
due punti di vista, intellettuale e affettivo, da cui uno
stesso concetto si può riguardare. La tesi del nomina¬
lismo secondo la quale non possiamo immaginare se
non oggetti perfettamente definiti, considera dei con¬
cetti l’aspetto intellettuale; l’altra, del realismo ,.per cui
sì ammette l’esistenza in sè dei generi mentali (I latone,
Plotino, ecc.), ritiene dei concetti l’aspetto sentimentale
o qualitativo che darebbe loro una realtà, benché inde¬
finita, quale quella che amiamo attribuire ai concetti
di bellezza, generosità, ecc. Ora la finzione morale si
può classificare appunto in questa seconda categoria
di concetti, come intuizione emotiva alla quale spetta
pertanto la realtà stessa propria dell’emozione onde
emerge.
L’ideale etico assoluto (religioso o metafisico) ci
commuove: un ideale pensato come puro ci esalta al
nari dell’idea estetica della perfetta purezza; e questa
esaltazione, dovuta alla realtà psicologica e alla conse-
guente pressione della nostra fede, può comè noto,
recare all’anima un ristoro inestimabile. Ciò ò possibile
perchè l’individuo, per l’eccitamento che a lui pro¬
viene dalla Bua fede, opera come se questa fosse del tutto
giustificata, e l’oggetto di essa, con gU attributi con 1
quali è pensato, sussistesse veramente nella sua piena
integrità. La realtà interiore supplisce a quella esteriore.
Che altro è per es. il sentimento della necessità u una
■dustizia assoluta se non una riparazione interiore delle
— 67 —
ingiurie inflitteci dalla natura o dalla società? Che è
innanzi alla morte, la fede nell’immortalità, se non
un’arditissima sfida alla legge del dolore umano? La
rappresentazione puramente fenomenica della realtà mo¬
rale non ci soddisfa più che quella della realtà fisica
e noi la trascendiamo con impeto ottimistico, credendo
fermamente nelle nostre creazioni ideali, come se equi¬
valessero all’esperienza concreta. Lo spirito — notava
il Poincaré — ha la facoltà di creare dei simboli, e così
ha costruito per es. il continuo matematico, che è un
sistema particolare di simbolismo. Ma questo continuo
piu - oltrepassando l’esperienza, n’è un prodotto legit¬
timo. E invero le idee generali puramente empiriche
sono per sè tali che vogliono essere superate.
La finzione dunque, anziché essere in conflitto con
la verità, si può considerare come una sua manife¬
stazione. La verità non è la realtà ma una sua trasfi¬
gurazione; e ciò vale tanto per la realtà esteriore, og¬
getto delle scienze fisiche, naturali, matematiche, quanto
per quella di cui trattano le scienze dette morali. L’ideale
assoluto posto a norma suprema della condotta trasfi¬
gura la realtà nostra interiore, come la scienza trasfi¬
gura quella esterna, per un bisogno vivo e profondo
comune all’uno e alt altro caso; ma le due trasfigura¬
zioni sono, per così dire, veraci in pari grado. Effet¬
tivamente la verità ci si presenta da punti di vista dif¬
ferenti. Nella pura percezione si ha la verità del dato
oggettivo, secondo il valore che all’oggettività attri¬
buisce il realismo critico. Nell’idea astratta e generale
si ha la verità del simbolo rappresentativo dei reali
concreti; e questa seconda specie di verità è tanto le¬
gittima quanto è legittima per sè l’astrazione, in cui
l’esperienza è pure rappresentata, sebbene in forma in¬
diretta. Al punto di vista dell’ideale rifiuteremo quella
verità ch’è propria di una sensazione soggettiva, o di
qualsiasi stato di coscienza ? Il dato fondamentale del¬
l’esperienza, sia esterna o interna, è trasfigurato nella
percezione come nella sensazione, nell’astrazione scien¬
tifica come nell’ideale, e si ha quindi in ogni caso una
- 68 -
finzione; ma è chiaro che il contenuto di simili finzioni,
possedendo la realtà di un fatto, non si può considerare
come assolutamente fallace e negativo.
Il realismo, di cui andiamo trattando, si esplica per
un processo induttivo del nostro pensiero. Socrate non
affermava forse induttivamente entro di sè 1 esistenza
del famoso demone ! In maniera analoga constarando
in noi medesimi il bisogno di credere, concepiamo la
divinità come un dato, elevandone il valore fino a con¬
siderarla l’ultimo asilo del cuore umano. Constatando
l’istinto della vita immaginiamo la nostra anima im¬
mortale, quasi die nell’immortalità questo istinto affer¬
masse il proprio diritto. Ecco esempi che dirò d vnd ti¬
fone ‘ psicologica, per cui si appaino, cedendo a un
intimo conato teleologico, impulsi spirituali profondi,
i quali respingono l’impedimento che a simili idealiz¬
zazioni opponesse la critica.
Questo processo induttivo onde l’uomo, attraverso
la finzione, scopre e valorizza un aspetto reale e pro¬
fondo di se stesso, ò analogo, anche per il suo carattere
realistico, a quello onde s’idealizza, a cosi dire, la realtà
naturale fissandola nei tipi e nelle leggi , su cui si reggono
le scienze descrittivo e dinamiche. H bpo ò 1 astratto
di più cose (minerali, vegetali, ammali) o di più^fatta:
la Iva e è la somiglianza sussistente fra i modi del di¬
venire per gli intimi e costanti rapporti dinamici che
lo animano, onde hanno un impero uniforme, nella
realtà fisica, determinate cause. Nella realtà non es -
stono nè i tipi nè le leggi, che sono infatti finzioni del
nostro pensiero. Senoncliè le analogie esistenti tra più
oggetti, onde si costruisce il tipo, essendo reali, con¬
crete trasfondono nel tipo la loro stessa realtà; e la
sonai 'lianza dinamica fondamentale d’una sene par¬
ticolare di fenomeni, onde risulta il concetto di legge,
è forse puramente nominale ! Le due concezioni sin¬
tetiche si devono pertanto a un processo induttivo il
cui fondamento è essenzialmente realistico.
Non sembri qui inopportuno riesumare il concetto
scolastico degli « analoga proportionalitatis », ossia ai
)— 69 —
quelle cose a cui conviene un nome comune con signi¬
ficato simile e con proporzione, come ad es. la serenità
al cielo e all’animo. Si vuole rilevare una somiglianza
esistente di fatto tra oggetti pur tanto differenti; ma ò
una somiglianza che in quanto si concretizza in una
specie di realtà si può pensare come identità. E in vero il
concetto della « serenità, » è un concetto per sò identico
che applichiamo indifferentemente al cielo e all’ animo,
perchè l’uno e l’altro, per tale rispetto, lo ritraggono,
lo rappresentano, lo concretizzano del pari. Così sono
reali il tipo e la legge, in quanto rappresentano un’iden¬
tità di fatto, quantunque, badando al differire delle
cose e degli avvenimenti a cui applichiamo tali con¬
cetti schematici noi ci limitiamo a riguardare, per astra¬
zione, la loro somiglianza od analogia.
Si può riconoscere infine un rapporto fondamentale
d’identità in ogni analogia. Si sa per es. come sia fin¬
zione il chiamare la patria la nostra comune madre , e il
con ce] ó re la società come un organismo. Però è indu¬
bitabile che le relazioni simili (G. Stuarì Mill) sussi¬
stenti fra i due oggetti (la maternità reale e la patria,
F organismo propriamente detto e la società) sono per
contro, per sè medesime, identiche; e se le differenze
pur reali ci ammoniscono ad essere molto cauti nelle
inferenze dette analogiche, ciò nulla toglie alla comu¬
nanza reale dei rapporti accennati.
L’idealismo metafisico che concepisce la realtà este¬
riore come spirituale, e il materialismo che concepisce
la realtà interiore come materiale, si fondano del pari
sull’analogia onde si accostano fra loro le due esperienze
interna ed esterna, ossia lo Spirito e la Materia. I)i fatto
noi pensiamo la Materia nei termini dello Spirito, e lo
Spirito nei termini della Materia, essendo ima continua
metafora come il nostro linguaggio così il nostro pen¬
siero. Ora se l’identificazione della Materia allo Spirito,
o dello Spirito alla Materia può essere giudicata arbi¬
traria, cessa per questo il valore realistico dell’ana¬
logia che sembra assumere e accostare i due termini,
pur mantenendone le differenze, in un unico genere
ideale t
Tali finzioni, e così quelle dell’ordine morale, si
possono in un certo senso considerare invenzioni, come
le ipotesi della scienza; ma non cessano per questo di
essere delle scoperte. Si scopre cioè un aspetto della
realtà esteriore o spirituale; e sublimando poi quest’ ul¬
tima la si erige a incentivo e norma della condotta.
Da questo lato la finzione morale, poniamo della
virtù perfetta, si può anche assomigliare al tipo antro¬
pologico perfetto. Alle sue deviazioni potremmo rife¬
rire, secondo la teoria di Achille De Giovanni, il cri¬
terio clinico radicale per diagnosticare determinati morbi.
È un altro caso in cui il fantastico, pur trascendendo
il reale, in' certo qual modo ce lo rappresenta. L’uomo
moralmente perfetto somiglia all’uomo perfetto antro¬
pologicamente. L’ima e l’altra sono creazioni fanta¬
stiche, però non tali da smarrire ogni valore realistico.
Del resto il tipo è presupposto dallo stesso processo
dell’imparare, poiché s’impara quando il dato nuovo si
riporta a tipi o schemi ideali preformati: altrimenti il
processo mentale (se ancora fosse di fatto possibile)
riuscirebbe frammentario, caotico, inconcludente. È pos¬
sibile, per un simile riferimento, la percezione, con la
quale riconosciamo nella cosa o nel fatto il tipo rispet¬
tivo, e quindi ce ne rendiamo conto.
Il tipo o schema mentale, strumento di questo la¬
voro del pensiero, è un ente astratto, ma non per questo
è irreale, ossia un puro nome, un quid evanescente.
Riflette bensì in sè medesimo la realtà delle trascorse
esperienze corrispondenti, di cui può dirsi l’intuitiva
riproduzione ritmica, concettuale. La diremo col Ro-
magnosi una realtà sf umata, ma è pur sempre una realtà.
La finzione sussiste perchè noi trattiamo il tipo —
ad es. l’uomo generico — come se esistesse in sè, di¬
stinto dai singoli individui; ma è una finzione realistica,
come quella che riflette ritmicamente, per una rapi¬
dissima reminiscenza generica, le rappresentazioni con¬
crete e omogenee onde di fatto lo stesso tipo ideale
risulta.
Analogamente è una finzione del nostro pensiero
— 71 —
\ infinito, in quanto ogni ometto della mente è necessa¬
riamente finito, determinato. Ma il concetto dell’»n/mito
pur neffando i singoli finiti, n’è il « ritmo intellettuale»
(Ardigò), e ne riproduce quindi la realtà psicologica.
Sublimandosi pertanto, con le finzioni morali, nel-
1 Assoluto, e a questo, in certo qual modo, immolandosi,
uomo non rinnega la propria realtà fenomenica ma
la riafferma. Egli, col suo essere reale, rimane veramente
al di sotto del limite a cui la finzione sembra traspor-
tarlo; ma se ciò gli giova a non lasciarsi abbattere dalla
sfiducia e a riprendere vigore, nel sentimento di sò e
nell azione, non dobbiamo noi felicitamelo f Esageri
pure egli la propria personale potenza, ma questa è
un esagerazione tanto morale quanto è feconda. È poi
in rispetto al suo fine, un mezzo razionale, se di fatto
vale a conseguirla.
Così ò razionale che l’ammalato dissimuli a sè mede¬
simo la gravità della malattia di cui soffre, se ciò gli
giova a intensificare la volontà della guarigione rivol¬
gendo tutto il suo pensiero all’efficacia dei rimedi. Ed è
umano che noi a questo suo scopo contribuiamo, ri¬
sparmiandogli il danno che gli deriverebbe dalla pro¬
strazione dello sconforto. Non siamo del resto noi pure
tutti moralmente malati se è inesauribile il mondo dei
fini morali della vita, ed è sconfinata l’opera del proprio
emendamento ?
Osservo infine come il realismo della finzione morale
concorra a valorizzarla a quel modo che l’iperbole va¬
lorizza, a così dire, la nostra rappresentazione della
realtà.
Secondo la definizione di Quintiliano l’iperbole è
un modo per cui nel discorso una cosa è diminuita o
accresciuta, senza che con ciò si esca dalla giusta via
per la quale la verità è significata. Non potendosi dire
quanto è, poiché la cosa che si vuole esprimere e desi¬
gnare eccede la misura naturale, si dice di più; ma
questo di più è riconosciuto come tale. Se per es. a un
ìzio diamo 1’ appellativo di volpone, tutti compren-
— 72 —
dono che ricorriamo a un’iperbole perchè non troviamo
sufficiente il comune termine astuto.
Con l’iperbole, notava Seneca, si giunge al vero me¬
diante il mendacio; ma essa, io obbietto, non è un
mendacio vero e proprio, se tutti sappiamo ohe cosa
vogliamo significare e non intendiamo di trarre in in¬
ganno.
La forma iperbolica vale per contro a dare alla
verità, un più sensibile risalto, come il chiaroscuro giova
nei dipinti a mettere im maggior rilievo i colori. Nella
finzione non avviene altrimenti: anch’essa 6 il tramite
per cui ciò die nello spirito è reale e vero acquista un
senso più vivo e profondo, anche se si eleva in un mondo
fantastico.
§ 30. Il realismo della finzione morale appare anche
per altre analogie. Esso possiede primieramente la
stessa realtà propria della sensazione, essendo del resto
pur sensazioni quei sentimenti ed istinti di cui è, come
notavo, un rigurgito. Più particolarmente l’interpreta¬
zione che questo stato d’animo subisce, onde ci sentiamo
affascinati dall’e»ie in sè ideale come se fosse reale, si
potrebbe paragonare alla sensazione della così detta
stanchezza snbbiettiva o psicologica. Nasce questa dal¬
l’insufficienza degli stimoli agenti sul soggetto in con¬
fronto con la sua attesa, ond’egli reagisce come se dav-
vero le sue energie potenziali fossero esaurite. È uno
stato simile alla fatica, sebbene questa in realtà non
esista, e tanto reale, per i suoi effetti, quanto questa.
Così per la finzione dei valori assoluti l’indh iduo si
comporta (nella relatività delle sue reazioni subbiettive)
come se veramente quei valori fossero assoluti, in quanto,
pensandoli tali, come tali egli in un certo senso li rea¬
lizza nel proprio spirito.
Anche la funzione vicaria della sensazione serve a
chiarire il nostro concetto. Si sa per es. che la vista può
supplire, nell’apprezzamento delle distanze e delle forme,
il senso tattile e muscolare; epperò noi vediamo come se
toccassimo, urtassimo contro una resistenza, eco. Ora,
73 —
questo come se esclude forse di fatto ogni concreta e
sia pure oscura reminiscenza delle relative sensazioni
tattili o muscolari? O nella visione, che per so stessa
è un fatto ben distinto, non rivivono, quasi direi, ap¬
punto queste ultime sensazioni? Cosi nella finzione
morale — per es. dell’Assoluto etico — rivivono le
esperienze svariate del relativo e del concreto, in cui
la vita del nostro spirito consiste anche quando ci ab¬
bandoniamo alla finzione.
Possiamo aggiungere un’analogia affine. Si sa come
sia abitudine del nostro pensiero attribuire a una de¬
terminata sensazione le qualità specifiche di un’altra
onde per es. diciamo die un suono è penetrante, stra¬
ziante, acuto sordo, o che una voce è aspra, vellutata,
cupa, plastica, ecc. Ora possiamo noi escludere che queste
impressioni così disparate da quelle sonore non sussi¬
stano tuttavia, in un certo senso, come in esse imma-
nenti ? La loro realtà è fittizia, ma non tanto che non
rifletta una realtà analoga, concreta o positiva.
Anche la relatività delle sensazioni ci offre i termini
di un opportuno confronto, perchè se le qualità sensi¬
bili dei corpi non sono proprie di questi ma derivano
dalle reazioni del nostro essere, ed è quindi fittizio
l’attribuirle ai corpi stessi, tuttavia non sono a questi
del tutto estranee. C’è insomma nella relatività della
sensazione un fondo di assolutezza, e quasi vorrei dire
di affinità, che accosta i corpi all’uomo e l’uomo ai corpi
Così dicasi del relativo e dell’assoluto nell’ordine ideale!
che pure, per un certo rispetto, sono interferenti.
Ancora. L'ideale assoluto è un’astrazione, ma le idee
astratte non hanno ima realtà loro propria, cioè quella
di un dato ritmo di esperienza concreta ? Non si com¬
prenderebbe altrimenti la loro azione, impulsiva e re¬
golatila dello spirito, poiché nulla può agire che non
sussista realmente.
Un ultima analogia. Le facoltà dello spirito sono
puri sim boli del nominalismo? Veramente si è voluto
— 74 —
sopprimerle, senza sostituirle; ma poiché si continuò a
usare dei loro nomi, ciò dimostra che il fingerne l’esi¬
stenza è una necessità, imprescindibile. L’intelligenza,
la memoria, la volontà, ecc., non sussistono a sè, come
facoltà astratte, ma sussistono innegabilmente come
capacità concrete, e quei 'termini non sono dunque dei
semplici nomi. Sono forme , ma non irreali; e lo stesso si
può ripetere delle idealità etiche, che pure ci rappre¬
sentiamo con termini astratti, come la giustizia, la
virtù e via dicendo, e che non sono tuttavia pure par¬
venze nominali.
§ 31. È una realtà, dicevo, anche la forma. Essa in¬
fatti esprime la sostanza di una cosa, di un pensiero, di
un sentimento; e questa espressione partecipa quindi
alla realtà del suo contenuto. Il famoso motto della
Scolastica « forma dat esse rei » non è del tutto fallace.
Possiamo bensì separare la forma dalla sostanza, ma
per un’astrazione che non può scinderne l’intimo effet¬
tivo legame; e ciò vuol dire che la forma riceve in sò
qualche cosa della realtà della sostanza da essa rivestita.
Se la forma sembra talora alterare la realtà più che
non le dia vita e consistenza, ciò dipende dall’arti¬
ficiosità con cui ne usiamo, non da una sua intrinseca
e assoluta insufficienza realistica. Avviene per es. che
con la parola, che pur si rifonde nella cosa vissuta dal
pensiero riflesso, si deformi la realtà, e nell’ordine mo¬
rale, per es., si chiami pazienza la codardia, frugalità
la sordidezza, mansuetudine la meschinità, decoro il
fasto, coraggio la violenza anche se fosse viltà. Ma allora
si trasferisce una realtà psicologica immaginaria dal
campo dell’astrazione a quello della concretezza, come
se gli convenisse, dando alla cosa un’essenza ideale che
le è estranea.
La parola, che è la forma primaria del pensiero, è
sovente ministra di equivoci siano intenzionali o incon¬
sapevoli, e può anche essere una vana parvenza.. Gli
uomini, scriveva il Bonghi, quando dopo molto dissen¬
tire non hanno modo di accordarsi in una questione,
che pur loro preme di risolvere, corcano una parola, il
cm significato paia lo stosso nella bocca di tutti, quan-
tunquo ne abbia imo diverso in quella di ciascuno;
e non cessano di ripeterla in coro, tutti contenti di aver
orma! trovato il bandolo. — Quanti concetti paiono
profondi, che invece sono vuoti! E quanti più 8 ’af¬
fannano a mostrare d’intendere, quanto meno intendono'
E quindi infine riescono ad acquistare riputazione dì
filosofi sfon dolati, per ciò solo, che, nessuno intenden¬
doli, troppi temono d’essere accusati di non intendere'
Ecco un altro saggio del tipo meno sano, anzi co¬
mico, del fingere; ma la parola con tutto ciò nulla perde
di quella sua virtù significativa onde e per la sua strut¬
tura, e per la sua genesi, e per l’accento ond’è pronun¬
ciata, rivela, come forma, un modo reale della vita
dello spinto.
Anche la formula è ministra di equivoci e di finzioni
indebite. Essa fissa e perpetua una tradizione, che
conta pur molto nella storia e nella realtà della vita
morale; ma per l’adesione alla formula tradizionale,
soò pura esteriorità, la morale non è vissuta ma negata.
Per mezzo della formula i principi etici ricevono una
determinazione precisa, che li rende trattabili e comuni¬
cabili; ma come non riconoscere che il loro valore pra¬
tico non è nella loro enunciazione formale, bensì nel-
1 anima che li assimila rivivendoli operosamente ? I
principi sono le fortezze della coscienza morale come le
parole sono, secondo la nota frase dell’Hamilton, lo
fortezze del pensiero; a patto però, soggiungo, che sus¬
sista anzitutto la coscienza morale come spontaneità
di sentimento e fermezza di volontà, a quel modo che
dove sussistere il pensiero perchè la parola possa con-
servarlo e rinforzarlo.
La formula può essere dunque fonte di equivoco.
. 1101 anclle un mezzo alla specie meno tollerabile di fin¬
zione morale, come, per esempio, quella classica * Il fine
giustifica i mezzi ». Posto pure, infatti, che il fine sia
per aè, o astrattamente, plausibile, non ne deriva che
tali diventino 1 mezzi comunque impiegati al suo com¬
pimento, 1 quali non si possono scindere dal dinamismo
— 70 —
psicologico onde emergono, e quindi dai motivi che li
informano. E che importa die i fini siano nobili, quando
tali di fatto non siano i motivi concreti dell’azione, ri¬
velati dalla scelta dei mezzi? Che importa vantare la
finalità dell’amore se basse passioni governassero l’anima
e ne ispirassero gli atti? L’intenzione è ima, nella com¬
pagine dei suoi elementi, e la formula indicata non
servirebbe affatto a renderla buona, quando fosse il
prodotto di un’anima prava.
Queste ed altre sono le degenerazioni del formalismo;
ma esse non dimostrano che gli manchi un valore posi¬
tivo nella vita e nell’educazione. Il pensiero morale
semplificato rende possibili sia i concetti etici (sditesi
dell’esperienza storica) sia i giudizi di valutazione m cui
vengono applicati; e questa semplificazione espone a
pericoli gravi, perchè mentre la moralità è sempre in¬
dividuale o differenziale, la valutazione astratta, sem¬
plicista, degli atti, in base a una formula, non basta e
riesce molte volte erronea. Se per contro nella forma
di un concetto e nella formula che racchiude un prin¬
cipio noi trasfondiamo tutto il nostro Io, con la sincerità
dello sue inclinazioni reali e migliori, e se questa diventa
una norma essenziale di educazione, il formalismo stesso
— cioè la forma ripiena dell’esperienza personale, e la
formula con la virtù imperativa che le proviene dalla
sincerità del sentimento — diverrà uno strumento eco¬
nomico utilissimo di orientazione morale e pedagogica.
Allora poi quella che si chiama forma sarà, nell’atto
concreto e nel rapporto educativo, viva e vera sostanza
spirituale: non sarà pura forma, ma anche realtà.
§ 32. Spetta infine alle finzioni morali la realtà
medesima ch’è propria delle categorie mentali. L’idea di
causa per es. applicata alla realtà riflette, in ultima ana¬
lisi, un istinto antropomorfico del nostro pensiero; ed
è tuttavia innegabile che i fenomeni si succedono come
se in questa nostra idea avessero realmente la loro
legge. Ecco l’esempio di un’idea fittizia si, ma non ar¬
bitraria, erronea, negativa. Infatti se il mondo esterno
ci si rivela © si lascia da noi intendere per il sussidio
della causalità, non possiamo negare che la finzione
antropomorfica della causalità ahhia una sua propria
realtà intrinseca. — Nè occorre che, completando l’ana¬
logia. insistiamo nel segnalare il corrispondente valore
pratico, realistico, dell’ideale, o di una sua applicazione,
come sarebbe per es. il principio della responsabilità,
già commentata appunto nel suo concreto realismo
(§§ 22, 23, 29 e segg.).
La finzione morale è dunque un atto di serietà spi¬
rituale, com’è prova di serietà scientifica l’uso del prin¬
cipio di causa; non è il capriccio di un’anima scettica
od oziosa. Nè in quanto sia riconosciuta essa è desti¬
nata a svanire. Forse chi assiste a un dramma teatrale,
poiché sa die è una finzione cessa di commuoversi t
O si rinuncerebbe ad applicare il principio di causa
qualora, secondando la critica dello Hume, si ritenesse di
risolverla nella pura successione dei fenomeni t
Riconoscendo la finzione noi la superiamo, ma non
rimane distrutl a, persistendo in essa il dinamismo psico¬
logico che ne costituisce il fondamento reale, come
persiste, nell’applicazione acritica del concetto di cau¬
salità, quella esperienza subbiettiva, e quasi vorrei dire
nervosa, a cui essa risale trovando il suo primo elemento
realistico nella dinamica del nostro volere.
Cap. Vili.
L'educazione dell'ideale.
§ 33. Contro la concezione che potremmo chiamare
purista dell’ideale noi abbiamo sostenuto finora larga¬
mente la concezione realistica, onde in esso si trasfonde
e reintegra la individualità con i suoi particolari ca¬
ratteri; e questo è, come dicevamo (§ 22), nel pro¬
cesso educativo, un principio fondamentale. La finzione
dell’ideale assoluto, avendo un valore essenzialmente
realistico, può servire di tramite a questa stessa rein¬
tegrazione. In altri termini, pur presentando noi, nel-
— 78 —
l’edncazione, poeticamente, l’ideale come assoluto, pos¬
siamo coltivarne il relativo sviluppo psicologico; la
poesia non è per se stessa irrealistica, .e può di fatto
esercitare una funzione pedagogica importantissima.
I bisogni dello spirito hanno nella poesia un’espres¬
sione naturale; e naturaleè, come nell’uomo ingenerale,
cosi nell’uomo morale in particolare, l’istinto poetico.
Uè però questo si esplica soltanto nel verso, ma in altri
modi di pensiero e di sentimento. Suo lievito è quello
stato dell’animo che si dice entusiasmo.
L'entusiasmo può raggiungere altezze diverse, ma
è in ogni caso una vibrazione dell’anima assorta in una
idea sublimo.
Invano, scriveva il Lamartine, l’istinto dei sensi si
oppone allo slancio del pensiero: la mia anima oppressa,
sotto il dio (dell’entusiasmo) balza, si slancia e mi pulsa
in petto. La folgore circola nelle mie vene. Sorpreso
dal fuoco che mi brucia io lo irrito combattendolo; e la
lava del mio genio trabocca in torrenti d’armonia e
fuggendo mi consumo ( Méditations , xi). Ma c’è ideale
che nel momento più commosso del concepimento e
del desiderio non sia entusiasmo? Sfugge esso allora
alle comuni espressioni articolate, perchè insufficienti,
e assumo un linguaggio tutto suo che illumina e in¬
fiamma; è il linguaggio dei sospiri, degli ardori, degli
slanci sfrenati.
Lo spirito umano, col suo amore dell’ideale, si ri¬
vela legittimamente anche così. La forma poetica è un
atto di fedeltà dell’io a sè medesimo non meno che quella
scientifica. Pare, disse Marco Aurelio, che l’oliva ca¬
dendo benedica la terra che l’ha portata e renda grazie
al bosco che la generò. È un’immagine poetica che,
scaturendo dallo spirito, non vale meno della formula del
peso. Il sentimento e la ragione non hanno per sè, nel
loro confronto, alcun diritto di preferenza. La realtà è,
in ogni momento, psicologicamente, ciò che appare;
e le due concezioni poetica e scientifica la rappresentano
del pari. L’una ce ne dà la bellezza, l’altra la verità,
che non si escludono ma s’integrano a vicenda. Tale
— 79 —
* -*-—
e di religione per mezzo di canti e di poemi. E invero il
tSfdi 0 c U P i°f etÌC0 ha Pei ' ' simbo,i > 5 tra slati, le simili-
! d ‘ fa uso >. uno speciale potere suggestivo. ec-
citando 1 immaginazione e il sentimento. Perchè dunque
non ncorrervi nella cultura dell’ideale se questo si nutre
d immagini e di elementi affettivi! Ma nell’uomo è un
bisogno anche il riflettere, e se le verità morali sono
pur verità di ragione, perchè questa non sarà uno stru¬
mento di educazione dell’ideale al pari del sentimento?
§ 34. Ricorrendo nella cultura dell’ideale alla ra-
ridedeenr itla Tp forma do ~ m atica. ^on per questo
ideale entra nell orbita delle concezioni ipotetiche, es-
come° fatto m t0 {’ 81CoIoirico una re; dtà, ed esprimendo,
come fatto morale, una necessità inoppugnabile La
finzione dell’ideale assoluto - in quanto qTesto' dal
ZTll JT f eJ, i ra " ÌOne CrÌtÌCa ’ aPPare elativo -
non ha affatto lo stesso valore che l’ipotesi
Abbiamo accennato cosi a tre maniere di concepire
80n .° I 101 anche tre criteri da cui può essere
diretto 1 educazione: il dogma, l’ipotesi, la finzione. Col
dogma si nega il valore positivo della ragione, e l’edu-
vnlnr« f * & ? Pel ?• a tale rinunzia. Con l’ipotesi questo
® 81 . rive ndica assieme a quello generale della
si formnL m i eS80 ’ dove “anchi la certezza,
si formuia il dubbio (metodico, non scettico). La fin-
-iff lttn C n m i è ra a D01 1IltCSa e adoperata, non rappresenta
aff«itto il dubbio, ma si erige sulle basi di una cortezza
razionale, come quella che caratterizza i bisogni reali
specialmente affettivi, che generano nell’anima umana
1 ideale assoluto, e che in questo trovano non una per-
o fislaraUl) 0116 ’ “ a Un m ° d ° irresistibile di esprimersi
P° trebbe ravvisare, nel duplice riguardo storico e
P gieo, fra dogma, ipotesi e finzione, una successione di
— 80 —
Considerando queste tre specie mentali dal runto
di vista pedagogico, appare manifesta la loro relatività
per le diverse disposizioni psicologiche onde sono accolte.
Alla forma dogmatica spetta indubbiamente una
particolare potenza, se si conforma alla tempra spiri-
tu-ilo del soggetto in quanto inclina alla rinuncia e al-
l’obbedienza, onde nella forma dogmatica egli ritrova,
anziché un motivo di dubbio, un asilo dove il dubbio
stesso viene superato. Ma é chiaro die in conse. uenza
della difformità dei caratteri individuali 1 insegnamento
dogmatico non ha nè può avere un influsso uniforme,
potendo riuscire per alcuni discepoli negativo.
Avviene della forma dell’insegnamento come degli
stimoli con cui si può eccitare la volontà. Essi non de¬
vono la propria efficienza a sé medesimi, astrattamente
considerati, ma al rapporto in cui stanno con l’indole
del soggetto a cui si applicano, cosicché per indurre al¬
l’azione meglio conviene alle nature automatiche il co¬
mando categorico, ai sensitivi l’esortazione fiduciosa, ai
così detti affermativi o a coloro in cui domina 1 abito
della contrarietà, quella forma di esortazione indiretta
che si esprime nella diffidenza (1). Ea scelta della forma
educativa dove dunque tener conto, come della natura
umana in generale così delle sue specificazioni nell in¬
dole dei soggetti. Vale cioè anche dinanzi alla realtà
spirituale, su cui si esercita l’arte dell’educazione, il prin¬
cipio che Bacone, riguardando la realtà fisica, tormu-
stadi culturali analoga a quella dei famosi stadi Ai A. Corate,
ipotetico nell, mente »d.W.U
" ' (inizio aitando, venendo a mancare all ipotesi la
S£e rS’afc rimala tuttavia vigoroso quell’istinto poetico
o^mnantico onde l’uomo si compiace delle sue creazioni e vi
s’immerge con qwl .medesimo
dcr P e r come delle frederz. religiose del Cristianeeimo.che^ dalla
co'lo'xvn T'xvnn'in qwUa deLPipott^, djvenendo fìualmente
— 81 —
prete dellTSC* ‘SS ed^paTtantoT’ 7“'""
issr ‘js&r is ri ~ skz
Mh canne: <* , ml ta
sSr» »
SSÌSSt
^SSìctSSr^^
contenendo^ideale^e^sè 0 elementi ^° Va ° S8erVare C ' le
2“ \ H 2123)> D ° n si -^eibZVZ 0 cu!!
tara 1 assoluto criticismo. Ed ecco nnirwii • ,
razionalità della finzione come queUa che meSreri*
rsss . 1 *“ »**
Cap. IX.
£a JÌ ”* !Ì0We etico -Pedagogica nei singoli valori ideali.
Il Bene.
. 5 35 *. pattando dell’ideale morale e della sua cui
: «
6- Ma» calami, La finzione nella educazione.
cendo. Ma poiché ciascuno di questi valori ha una Osio-
nornia propria che si rivela anche nella loro trasfigu¬
razione, è opportuno prenderli in esame singolarmente.
Anche il Bene si pone come uno, puro, assoluto,
poiché in esso s’incardina l'ideale etico; ma del Bene
l’analisi psicologica e storica dimostra parimenti la va¬
rietà e il relativismo.
Il Bene, nella sua concezione generale, rappresenta
i biso rT ni o gl’ « interessi » fondamentali della vita, fra
cui primeggia quello che si suole chiamare della « con¬
servazione »; ma è manifesto come questi interessi siano
interpretati diversamente. Per gli uni ad es. il bene
maggiore dell’esistenza umana è lappi esentato dal¬
l’ascetismo, per gli altri da una dottrina più o meno
edonistica: risiede, secondo la prima corrente, nell’ol¬
tretomba; per l’altra, in questa terra. Come poi avvenga
che si preferisca l’una o l’altra delle due concezioni
risulta da cause varie che non è questo il luogo di rile¬
vare (§ 26). Le stesse condizioni disparate della vita ne
suggeriscono la varia concezione ideale.
Ciononostante si pretende che il Bene possa costi¬
tuire il termine ideale dell’Etica e della vita solo in
quanto è pensato e voluto come assoluto, e per ciò og¬
gettivo ed uno. Si vuole superare, con la sua variabilità,
i pericoli del relativismo, senza considerare che questo
ha già in sé medesimo una salvaguardia contro 1 ar¬
bitrio e lo scetticismo (§ 26).
Sfugge esso veramente, così definito, a una vera e
propria determinazione, ma sembra salvarsi per 1 atto
dell’intuizione platonica, la grande risorsa del misti¬
cismo filosofico e religioso. Nè certo l’intuizione manca
di un valore pratico, essendo, come stato osservato,
per il pensiero uno strumento economico e, per il suo
facile uso, democratico, tutti sentendone la capacità e il
bisogno. Con l’intuizione si può persino costraire tutto
un sistema filosofico (naturalmente idealistico) senza
troppi travagli di coscienza e penose ricerche, va¬
lendo infine essa a cogliere la verità ultima e assoluta
— 83 —
come per un fiat. D’altra parte non si può escludere
a priori che il vero si scopra pure per l’intuizione quando
si tratti di verità evidenti per se stesse, o in essa con¬
fluiscano e si sintetizzino inavvertitamente esperienze
e giudizi precorsi.
Anche il Bene assoluto si coglie mediante l’intui¬
zione, ma è questo allora un atto che nel rispetto in¬
tellettuale può dirsi evanescente, nello stesso temi>o che
traduce una somma di concrete aspirazioni affettive.
È finzione nel primo dei due rispetti, non nel secondo.
Entra pertanto nel circolo della vita interiore legitti¬
mamente, e nel programma educativo assume una fun¬
zione primaria.
È ovvio che non s'insegnerà mai a un allievo a se¬
guire quell idea qualsiasi del Bene, che gli dettassero
i suoi mali istinti o i suoi gusti, magari capovolgendo la
tavola dei valori (§ 27); gli si prescriverà per contro,
come méta, il Beno oggettivo e assoluto. Inevitabil¬
mente egli lo adatterà al proprio essere, e quindi ne
deformerà il valore ideale; ma lo sforzo di adattare
invece se stesso all’assolutezza del Bene tempererà il
soggettivismo della sua interpretazione e il relativismo
conseguente della condotta. La nostra natura infatti,
sebbene sia necessariamente ligia alle proprie leggi, pos¬
siede una certa plasticità, ch’è poi in fondo la sua stessa
virtualità etica, onde comprendiamo il frutto della con¬
templazione entusiastica del Bene assoluto (§ 33).
Questo bisogno di superarsi, rinnegando in appa¬
renza la natura ma in realtà sublimandola, e di idea¬
lizzare così, fino all’assoluto, sé e la vita, secondo il cri¬
terio ideale del Bene, è inesauribile.
L’attualità si estingue nei suoi momenti successivi;
non così 1 idealità del Bene che dalle stesse imperfe¬
zioni di quella riceve lo stimolo a riaccendersi e vigo¬
reggiare. Non consiste in ciò il valore morale dell’uomo
e della vita, e la possibilità del progresso ?
Come l’artista non si acqueta nell’ammirazione della
propria opera, ma ne trae ispirazione a nuove conce-
— 81 —
zioni ideali, e lo scienziato non si arresta alle fatte
conquiste, mirando per contro sempre più in là, cosi
il virtuoso è spinto da ogni suo atto a concepire e rea¬
lizzare beni ideali superiori, che sembrano scaturire dal¬
l’idea, che inesauribilmente in lui vibra, del Bene asso¬
luto.
8 36. Pensando un oggetto, osservava il Rosmini,
non pensiamo noi stessi, ma c’inoggettiviamo (§21);
il nostro pensiero è nell’oggetto come se non ci fosse
che questo, e l’io rimanesse annullato. So questo og¬
getto 6 il Bene (o l’Essere pensato sub specie boni) noi
lo riconosceremo, e rerciò lo ameremo e lo praticheremo.
_Di fatto l’Io non si annulla, e l’in oggettivazione vera
e propria è una mera illusione. Non è però inutile lo
sforzo col quale essa si compie, come ho detto più volte.
L’ oggettivazione poi del Bene (come termine d intui¬
zione) può ricevere due forme: mistica ed estetico, sulle
quali conviene che, sia pure brevemente, c’indugiamo.
Per la concezione mistica il Bone è Dio, Bene sommo.
E rr li è come lo descrisse Sant’Agostino, « il sole della
giustizia, il lume della verità, la fonte della vita». Ogni
brama è in lui e per lui saziata: in lui è ogni bene o
nessun male. Egli è il depositario della tranquilla gio¬
condità. della beatitudine eterna. In suo confronto i
beni terreni sono una pallida ombra: ombra di moite
Nella concezione estetica il Bene si tramuta nel
Bello, trovando in questo una sua felice espressione.
Più precisamente, l’emozione morale diventa estetica,
rivestendo forme concettuali analoghe. Tale è per es. la
« volontà buona » del Kant, pregevole per aè come pietra
preziosa, e degna perciò della nostra ammirazione pui
quando la sorte contraria la renda infruttifera. Ma non
è poi essenzialmente estetica anche la concezione de
Bene universale e assoluto f
8 37. Le due forme mistica ed estetica del pensiero
morale hanno un comune fondo romantico che le assi¬
mila; ed esse pertanto attecchiscono ben presto negli
— 85 —
individui inclinati al romanticismo. Senonchè non essen¬
doci un uomo così intellettuale a cui sia assolutamente
estranea la tendenza romantica, ed essendo il romanti¬
cismo, nel suo significato j>iù genuino, proludo special-
mente dei giovani, torna facile rilevare che le due forme,
mistica ed estetica, possono riuscire utilissimo a colti¬
vare in loro il senso dell’ideale. Non voglio dire che
debbano presentarsi nel rispetto dottrinario, ma pos¬
sono tuttavia sussistere come forme rappresentative del
Bene, come se corrispondessero a dimostrabili verità,
teoriche e il loro valore fosse obbiettivo. La critica non
è necessaria. Forse il poeta s’indugia a discutere teori¬
camente il valore obbiettivo delle sue immagini !
Itipeto in altri termini, per l’idealità del Bene, ciò
che dicevo dell’ideale assoluto e della sua cultura. L’as¬
solutezza del Bene può essere religiosa ed estetica, o
concorrere parimenti a eccitare e promuovere le energie
morali del soggetto, e a invigorire il senso della virtù
che nella sua espressione più alta è sempre divina e
sublime. Ciò che importa però, specialmente nell’ado¬
lescenza — l’età romantica per eccellenza — è che
l’ammirazione comune al misticismo e all’estetismo
non diventi pura enfasi declamatoria o inerte fervore
sentimentale. Solo l’azione a cui determini un sincero
sentimento è indice sicuro del valore morale dell’uomo.
Cap. X.
Il dovere.
§ 38. Non ò raro udire individui vantare solenne¬
mente il dovere come la divisa immacolata della loro
coscienza. Ad esso, come idealità assoluta e pura, essi
dichiarano d’ispirare inflessibilmente la propria condotta
fieri di possedere una così grande potenza morale; nè
dovremmo pur lontanamente dubitare che qualche pur
lieve ombra d’interesse o di calcolo offuschi in loro la
purezza di tale sentimento. Ma è ciò comprovato da
ima schietta analisi critica!
»
86 —
Il dovere assolutamente puro, sufficiente a se stesso,
legge assoluta, è certo un concetto sublime, ma fi anche
— lo diciamo apertamente — una finzione. Nell’Io in¬
fatti, in ogni istante, e a determinarne gli atti, con¬
fluiscono, come abbiamo più volte osservato, i suoi sva¬
riati elementi originari, i suoi istinti, lo sue trascorse
esperienze, e soltanto da ciò il dovere riceve, come idea,
un contenuto concreto e una particolare efficienza psico¬
logica.
Il dovere puro non può essere un motivo sufficiente
della condotta perchè non è che un’astrazione formale;
e se tuttavia riteniamo che anche questa concezione
ideale abbia una sua propria azione impulsiva, ciò av¬
viene in quanto ha un valore simbolico, cioè in quanto
il dovere puro diventa il sostitutivo nominale di quei
vari impulsi in cui consiste l’attività concreta dell’Io.
Sono impulsi svariatissimi, che potrebbero anche, per
avventura, essere ignobili.
Può darsi per es. che il principio del dovere presen¬
tato come legge della condotta, diventi in chi l’impone
uno strumento di prepotenza. L’avvertiva il Ben¬
tham quando rimproverava i pubblici istitutori, i mo¬
ralisti, perchè, a dominare la condotta morale, si erano
eretto un trono elevato da cui, come monarchi assoluti
e infallibili, dettavano leggi all’universo, che immagi¬
navano di vedere prostrato obbediente ai loro piedi.
Era un’usurpazione d’autorità, a cui si associavano
l’ignoranza, l’indolenza, l’arroganza. Da talismano ser¬
viva loro, in simile atteggiamento di prepotenza, la
parola sacramentale « dovere », utile a dare all’impo¬
tenza sembianze di sicurezza e d’autorità. Si dànno
per essa, avendola continuamente sulle labbra, ordini
e interdizioni; s’impongono catene e pesi; si risol¬
vono infine, con la detta parola, tutte le questioni
morali.
Il Bentham andava tant’oltre in questa sua sfu¬
riata da proporre che la parola « dovere » fosse abolita,
come se sopprimendo uua parola si distruggesse ciò
ch’essa designa ! Egli non aveva torto a mettere in luce
le deformazioni a cui il principio del dovere soggiace
— 87 —
negli usi della vita; ma cessa per questo il valore del
principio stesso?
L’uomo sente di fatto il dovere come una necessità
cui spetta un assoluto impero, e a questo egli si sente
soggetto pur se sia contrastato da altre inclinazioni.
È un senso di obbligazione cbe riguarda questo o quel¬
l’atto o sentimento e pensiero, abbracciando infatti ogni
specie di attività individuale a cui si annetta diretta-
mente o indirettamente un valore etico. Non si dà co¬
scienza di un valore die non sia anche coscienza d’un
vincolo o della obbligatorietà di determinate norme,
onde si elimina l’arbitrio.
Il dovere, ciò posto, è naturale al pari che questi
vincoli; e tanto si eleva come valore morale quanto si
eleva per esso la natura del soggetto. È sentimento di
obbligazione, ma non è per questo assoluta costrizione
passiva. Tale sarebbe se non fosse determinato che dalla
coazione esteriore verso la quale l’individuo fosse del
tutto eteronomo. Riguardato per contro nella sua inte¬
riorità — die sola può dare all’atto un vero e proprio
valore etico — esso esprime un bisogno della natura
morale del soggetto, che ha evidentemente una spon¬
taneità propria. Nè i due concetti di dovere e di spon¬
taneità si escludono assolutamente, perchè non ri¬
pugna pensare che l’individuo senta spontaneamente il
bisogno d’imporre restrizioni alla propria attività; e
questo bisogno egli sente di fatto ogni qualvolta la
restrizione stessa sia riconosciuta necessaria al proficuo
esplicarsi della sua attività. Certo questo riconoscimento
non basta all’adempimento del dovere, potendo pre¬
dominare inclinazioni opposte; ma negheremo per ciò
che sia un’inclinazione anche il dovere? (1).
(1) C’è in vero una certa analogia tra l’ideale etico, o.del
dovere, e quello che si suole chiamare psicologico. Se il primo
è costrittivo e implica per ciò un sentimento di pena, è pur
vero che ogni altro ideale, se è sentito veramente col suo ca¬
rattere imperativo, presuppone del pari una costrizione, un
limite, una rinunzia. Giudichiamo anzi di solito la sua sincerità
Veramente il dovere può ben essere da prima un’im¬
posizione esteriore a cui il soggetto si subordini suo
malgrado; ma mediante questa stessa costrizione si va
pure generando a poco a poco, almeno in determinate
tempre d’individualità, e per certi particolari doveri
quella spontaneità onde il dovere diventa una pro¬
prietà del soggetto che l’accoglie e lo pratica, potendo
egli infine apprezzarlo come una onorevole consegna e
una lieta milizia. Mai però il dovere vale soltanto per
sè, quale forma vuota di contenuto o ideale puro ed
assoluto, come comporterebbe il concetto in esso ine¬
rente di perfezione: mai il dovere si adempie assolu¬
tamente per sè medesimo.
Un ideale che fosse vissuto perfettamente per ciò
stesso si spegnerebbe. L’uomo che si sentisse perfetto
rinuncerebbe, in conseguenza, a ogni ideale, perchè
questo è sempre il simbolo e il termine di nn perfezio¬
namento ulteriore. La perfezione diverrebbe pertanto
quietismo e morte morale. Insomma nell’imperfezione
è la condizione d’ogni specie di lotta per la vita e per
la moralità; in essa è lo stimolo a rivendicare incessan-
dalla fermezza con cui lo gi persegue, e dalla resistenza che
il carattere deH’individuo manifesta nel sostenere la lotta
penosa che il suo compimento richiede. Non è dunque del tutto
lieta la coscienza d’un ideale che rappresenti un programma
d’azione.
Le due specie d’ideale, etico e psicologico, pertanto, nel
rispetto della costrizione, si pareggiano; ma l’analogia è con¬
siderevole anche nel rispetto della letizia in cui parrebbe as¬
soluto il loro differire. Infatti se il dovere appare penoso in
quanto contrasta determinate inclinazioni, è d’altro lato anche
una fonte di compiacimento, se per esso, seguendolo, l’uomo
sente di mettere alla prova il proprio valore morale. A questa
prova egli avverte di non poter sfuggire senza umiliazione e
rimorso, e gode quindi di sostenerla.
Per l'uomo morale il dovere è di fatto, alla stregua d’ogr.i
ideale intimamente vissuto, l’espressione delle sue aspirazioni,
un organo di protezione, un sollie\ o e una fede. Gli altri fini
della vita nel suo confronto impallidiscono; nè le gioie rac¬
cattate trascurandolo valgono pur lontanamente quelle pu¬
rissime che derivano dal suo coraggioso adempimento (V. La
dottrina positiva delle idealità, già cit., § 36).
— 89 —
temente i diritti del bene e a sostenere per mezzo di
nuovi sforzi nuove battaglie.
Cosi il mondo ideale si regge, in un certo senso, sulla
sua stessa negazione, o sull’impossibilità — che tuttavia
viene dissimulata — di attuarlo con l’esattezza propria
d’una operazione geometrica. L’ideale, in ogni sua forma,
è inesauribile come il valore potenziale della nostr i
umanità.
§ 39. La finzione si manifesta anche nella conce¬
zione teoretica del dovere.
Avvertendo di questo in sè medesimo l’impulso,
1 uomo ne ricerca le ragioni ultime; e può rintracciarle
o ponendosi da un punto di vista positivo, ond’egli
raccoglie del dovere i coefficienti esteriori e interni"o
psicologici; oppure ponendosi da un punto di vista
puramente astratto, ond’egli si chiede quali siano le
ragioni impersonali, universali, assolute che il dovere
giustificano. Evidentemente i due punti di vista sono
ben diversi, e la finzione si ha quando ai fattori concreti
del dovere si sostituisce, per renderne una ragione esau¬
riente, un principio ideologico trascendentale e assoluto.
Tipiche sono a questo proposito la dottrina ontologica
e quella formale di E. Kant.
La legge morale — scrisse il Martineau — non è
una creazione della coscienza, ma le è rivelata. Se ciò non
fosse, come potremmo riconoscerne la superiorità T Se
concepissimo una determinata idealità, per es. quella
dell’onore, come superiore all’appetito, solo perchè tale
noi la sentiamo, escluderemmo che avesse in sè qualche
cosa che la rendesse di fatto superiore e rispettabile.
In realtà alla legge morale spetta un valore intrinseco,
obbiettivo, impersonale, che ci obbliga a riconoscere,
con la sua superiorità, la sua essenza estranea, in ultimo,
al nostro essere personale e subbiettivo. Noi sentiamo che
1 onore sta al di sopra dell’appetito, e questa superio¬
rità obbiettiva ci vincola aU’onore anziché all’appetito.
Analogamente sentiamo la nostra dipendenza dal do¬
vere, come a noi trascendente.
L manifesto che secondo questa dottrina il dovere
— 90 —
è estraneo all’uomo, perchè la natura umana gli sarebbe
avversa. Come però si possa ammettere che il dovere
o la legge morale esista fuori del soggetto, e abbia tut¬
tavia in lui un’efficacia pratica, non si riesce a compren¬
dere: in realtà, se questa sussiste, non si spiega se non
in (pianto trova nella stessa natura umana il principio
essenziale della sua energia fattiva. Anche del do\ ere
si può ripetere ciò che il Kant osservava circa il « fi ne » :
non posso avere un fine e seguirlo se non me lo propongo
10 stesso (come una mia intima fattura).
Il dovere, come ideale, può trovarsi in conflitto con
altre inclinazioni naturali ad esso eterogenee, e può
trionfare o soccombere, spettando tuttavia il contrario
esito allo stesso spirito, e quasi direi alla stessa nostra
natura. Nè sembri un controsenso che l’Io, anche nel
rispetto del dovere, si trovi in conflitto con sè medesimo.
Questa lotta è un fatto di comune esperienza, che si
spiega per il pluralismo dell’anima nostra (§§ 9, 14);
e se fra le tendenze in contrasto c’è pur quella che s’idea¬
lizza nel dovere, è chiaro che ossa non può trascendere
11 soggetto intiero, come trascende, in un certo senso,
le singole tendenze ad esso ripugnanti.
È spontaneo tuttavia in noi l’atto onde tendiamo a
proiettare il dovere fuori di noi concependolo ontolo¬
gicamente; ma in questa proiezione è giusto, a nostro
avviso, riconoscere quella medesima legge onde il do¬
vere è proiettato nella volontà divina (§ 25). La meta¬
fisica e la religione, nel campo della teorica dell obbli¬
gazione, coincidono. Non sarebbe possibile proiettare la
legge morale fuori della nostra coscienza se già non vi
si fosse costituita. Solo per una finzione dunque le asse
gniamo il valore di legge rivelantesi dall’alto; in realtà
non potremmo attribuirle tale valore se non l’avessirao
prima scoperto in noi stessi, onde la presunta rivela¬
zione metafisica ò di fatto una scoperta, un induzione
psicologica (§§ 29 e segg.).
Costituitosi in noi il senso del dovere, lo riconosciamo
quando il suo lento processo formativo è già compiuto:
e gli assegniamo una simile origine trascendentale perchè
— 91 —
sono rimasti inavvertiti i momenti e gli elementi mol¬
teplici ond’esso risulta, o II dovere per il dovere » è per¬
tanto un miraggio della nostra anima morale, com’è un
miraggio del senso estetico la formula « l’arte per l’arte »,
e del senso giuridico la formula « il diritto per il diritto ».'
§ 40. È nota a tale proposito la concezione kan¬
tiana del dovere, che sarebbe un dettame della ragione
pura, universale. Identica in tutti gli uomini, la ragione
pura detterebbe a tutti la medesima legge, che acquista
quindi i caratteri dell’universalità e dell’assolutezza per
i quali ci è nota. Essa è autoteleologica, cioè prescri¬
vendo il dovere come universale e assoluto non lo pre¬
scrive per altro che per se stesso. La moralità che ne
deriva, del dovore puro, è necessariamente apatia. Se
il dovere, del resto, non fosse pura forma ideale, o pre¬
cetto assoluto, ma si subordinasse alle preferenze sog¬
getti^ e, alla 'variabilità degli affetti e delle inclinazioni
degli individui, non perderebbe, si dice, addirittura il
suo valore essenziale T
Ili fatto una concezione del dovere che movesse dal
puro impulso subbiettivo, espresso dalla presunta voce
della coscienza individuale, non servirebbe che corno
tramite all’illecito sfogo d’ogni passione egoistica. E in
vero la coscienza è soggetta, come sappiamo, all’arte
della falsificazione, alla menzogna interiore f§§ 5, 8,
14, ecc.) travestendosi in essa e per essa l’intento fa¬
risaico dell’individuo di celare, anche a se stesso, fini e
motivi inconfessabili. Xon accade forse che la grandezza
d animo di colui che delle note fornitile « Io rispondo
soltanto alla mia coscienza», « Così vuole la mia co¬
scienza », e via via, si fa una trincea, sia talvolta la
maschera della meschinità e della perfidia ?
In realtà gl'impulsi, i motivi, i fini nella vita morale
sono sempre e inevitabilmente soggettivi; ma questo
subbiettmsmo può essere superato anche per l’idea del-
I impersonalità o deH'assolutezza del dovere. È un’idea
fittizia, ma non inefficace, in quanto operano per suo
tramite coefficienti vari d’ordine affettivo. Per essa in¬
fatti l’individuo si distacca, in certa guisa, da un aspetto
— 92 —
del proprio essere — cioè da quello egoistico e contrario
quindi al dovere assoluto, e iissa meglio o intensifica o,
come si suol dire, valorizza maggiormente in sè mede¬
simo un altro aspetto — quello conforme al dovere.
Rimangono in questo modo temperati, se nou intiera¬
mente inibiti, gl’impulsi immorali.
Cooperano, dicevo, con l’idea del dovere imperso¬
nale, oggettivo, coefficienti allettivi, ai quali infatti si
deve tutta l’efficacia dell'idea stessa. Fra questi dob¬
biamo comprendere in primo luogo l’esperienza dei¬
rutile e del nocivo, dalla quale si sente normalmente
il bisogno di trarre norma nel trattare con gli uomini e
con le cobo. L’educazione morale, al pari di quella em¬
pirica e scientifica, soccorre, mediante l’idea del dovere,
a questo bisogno.
L’individuo comprende, anche per effetto dell'edu¬
cazione, che vivendo in società deve accondiscendere
all’imperativo di determinate idealità astenendosi dagli
atti contrari, a quel modo ch’egli comprende di dovere
evitare atti fisici condannati dall’igiene. In ambedue i
casi la violazione della norma sarebbe irrazionale, perchè
importerebbe contradizione tra il fine e i mezzi: tra
il fine cioè, nei due casi, della convivenza e dolla sanità,
e la condotta.
Questa è la realtà psicologica del dovere pratico.
Senonchè il dovere divenuto passione può anche, nel¬
l’esperienza stessa della vita morale, assurgere alle al¬
tezze della, forma pura e trascendentale, quasi per acqui¬
stare così una maggiore potenza direttiva e inibitoria,
e divenire un programma più fattivo di riscossa e di
vigilanza contro le inclinazioni contrarie. I fattori reali
deflazione sono nel fondo, dirò così, empirico dell’anima,
ma a eccitarli può contribuire anche la forma pura, uni¬
versale, obbiettiva del dovere. Può contribuirvi perche
l’unità di questa concezione ideale giova a suscitare e a
rinfrancare quegli elementi comuni di vita morale che
sussistono negli individui normali nonostante le loro
difformità bio-psichiche: voglio dire la nostra connine
umanità, il cui carattere è anche morale ( Dotlr. pos., & < )-
— 93 —
L’orie.itamento della nostra coscienza muta; varia
è la nostra dottrina del dovere; ma non è a noi tutti co¬
mune, naturale, fondamentale, il culto della coscienza
c dello stesso dovere come principio essenziale e regola
necessaria della convivenza? Analogamente se è di¬
verso il nostro concetto del Vero e dei criteri che gui¬
dano alla sua conquista, ci accomuna tuttavia l’orgoglio
della Verità che tutti egualmente apprezziamo come
focolaio d’incorruttibile vita.
È chiaro che questa identità o unità psicologica fon¬
damentale non è quella formale del dovere puro e asso¬
luto, ma in certo qual modo vi si esprime, dissimulando
la propria concretezza. Ed ecco pertanto come la fin¬
zione del dovere puro e assoluto possa essere uno sti¬
molo non trascurabile nell’educazione morale.
Cap. XI.
Libertà e responsabilità.
§ 41. Poiché l’atto umano è possibile, secondo la
scienza, solo nell’orbita del determinismo (1), la libertà
assoluta del volere è una finzione. Reale è soltanto l’atto
individuato dai suoi fattori e processi, nella variabilità
funzionalo (relativistica) del sistema di cui è parte.
Il volere che s’inizia da sé, causa sui, libero da ogni
vincolo, non è che una fantasticheria dovuta all’igno¬
ranza delle cause da cui volta per volta il volere è de¬
terminato, o alla loro dissimulazione.
Devesi però distinguere, per lo stesso punto di vista
scientifico, determinismo da determinismo, differendo
profondamente quello meccanico dallo psicologico. Non
c’è dubbio, a dir breve, che quel determinismo onde
l’individuo giunge a formarsi, alla luce delle idealità,
una coscienza sua e una sua volontà, si può considerare
— senza che vi sia contradizione in termini — come la
(1) nottr. pos., § 107 e segg.
— 94 —
sola libertà morale di cui l’uomo sia veramente capace.
È ben lontana dalla libertà assoluta, dal liberum ar-
bitrium indifferentiae, ma è libertà, se libera può dirsi
non quell’attività che sfugge alle cause determinanti
(libertà innaturale e inintelligibile), ma quella nella
quale predominano motivi superiori. Libera è la per¬
sonalità che si regge e determina per elementi suoi
propri, eticamente elevati. Tale libertà è relativa ; ma
è possibile nella personalità, come sistema di relazioni,
una libertà diversa 1
Noi idealizziamo, come il nostro Io, così la libertà
apparendoci esteticamente superiore quella pensata come
assoluta. — Si aggiunga che di questa « idea » ci ser¬
viamo esuberantemente per valutare gli atti altrui, esi¬
gendo che nascano dallo spirito puro, e screditandoli
se nel loro processo determinativo scorgiamo degli ele¬
menti... impuri. Per noi medesimi troviamo sempre (de¬
terminisi icamen te) motivi di scusa e di giustificazione;
verso gli altri ci dimostriamo implacabili. Questa li¬
bertà ideale, assoluta, è però evidentemente, nel ri¬
spetto teorico, una finzione, come nel rispetto pratico
diventa uno strumento di prepotenza.
Senonchè anche di questa finzione possiamo chiedere
se sia un interiore mendacio, o se non abbia essa pure
un carattere realistico, cioè un fondo di verità che l’ac¬
crediterebbe sia teoreticamente sia praticamente.
§ 42. Io non dubito infatti che anche la finzione
della libertà assoluta abbia un contenuto realistico.
La personalità risulta certo, nel suo sviluppo, dal¬
l’azione di fattori specifici, fra i quali è l’eredità dei ca¬
ratteri e delle tendenze. Noi però non possiamo conce¬
pirla integralmente prescindendo dal sentimento che
possiede l’uomo normale della sua capacità d’iniziativa
e di dominio di sè, onde può dirigere il proprio pensiero,
disciplinare i proprii affetti, comporre il proprio volere
secondo determinati criteri. Inoltre i singoli elementi
della personalità hanno una loro propria autonomia,
che può contribuire a generare l’autonomia morale.
— 95 —
I er os. l'istinto come tale è un assoluto, non soffrendo
per sè restrizioni o dilazioni; ma se si può ammettere
un istinto dei malo non è poi da escludere assolutamente
1 istinto del bene. Così il sentimento è dogmatico, ed ò
legge a se stesso non essendo deducibile da altro- ma
può essere anche sentimento morale. Il pensiero è più
plastico e per ciò può essere meno personale; ma devesi
distinguere quello die si accoglie dal di fuori per il
lento aggregarsi di elementi elio rimangono stranieri al
proprio spirito, da quello che si matura come prodotto
dell Io, attestandone il libero discernimento e dominio.
Ogni individuo è in certo modo individualista, se¬
condo il significato piu semplice di questo termine. Egli
si afferma con i suoi bisogni anche ideali, onde tende a
ribellarsi a qualsiasi specie di servitù, esplicando cosi
anche il suo dovere di lottare contro il male o per il bene.
Questo sentimento è inizio di libertà, non solo, ma è li¬
bertà esso stesso.
Tutto ciò del resto corrisponde alla comune coscienza.
In vero si dice libero colui che sa riflettere e moderare,
con la riflessione, le proprie passioni; che sa trarre dalle
sue ideali preferenze la materia per un proprio pro¬
gramma d’azione; che crea a se stesso i propri fini
superiori, legandovisi indissolubilmente. Tale libertà
spazia evidentemente nel regno della causalità, ma solo
a questo patto essa rappresenta una vittoria dell’Io
contro un ordine di cause inferiori. Veramente queste
possono insistere nell’individuo senza ch’egli pur se
n’avveda, rimanendo aperta la coscienza soltanto a quelle
superiori; ma non è un male una simile ignoranza,
perchè per essa 1 Io trova in sè medesimo un maggior
vigore di elevazione.
Il sentirsi liberi o più liberi di quello che si è, è un
incitamento all’azione, un fattore insomma di piu alta
e più ampia libertà. È noto il vecchio motto di Seneca:
Ducunt volentem fata, nolentem trahunt. Ma il caso di
chi si lascia trascinare dal destino (o dall’idea del de¬
stino) e quello di chi vi si ribella sono, nel rispetto psico¬
logico ed etico, molto differenti. La volontà di potenza
che nella ribellione si estrinseca è già per sè libertà
vera e propria, nello stesso tempo ch’ò senso vivace di
decoro e di responsabilità.
§ 43. Al sentimento della responsabilità l’indi-
vidùo è iniziato fino dalla prima educazione per il do¬
vere stesso che gli è prescritto, in quanto egli è tenuto
a rispondere del suo adempimento. Si viene così eri¬
gendo nella sua coscienza un tribunale innanzi al quale
egli sente di dover rispondere come innanzi a quello
dell’opinione pubblica. Non ci spiegheremmo altrimenti
quel senso di condanna interiore che si chiama rimorso,
o che è già per sè una riabilitazione. Il pluralismo del¬
l'anima (§ 39) tuttavia persiste, con i suoi innumere¬
voli conflitti, suscitatori di ulteriori rimorsi; ma ogni
nuovo proposito di emendamento può essere un coef¬
ficiente di effettiva restaurazione morale. La volontà
del bene e del dovere attesta nel rimorso sè medesima
in un dramma che non si svolge mai senza lasciare di
sè qualche traccia. Lo stesso sforzo industrioso di di¬
sacerbare il rimorso manifesta, col sentimento del do¬
vere, quello della responsabilità che si ricompone in
una nuova fede.
A tutto ciò l’opera dell’educazione contribuisce in
più modi, con esortazioni, avvertimenti, minacce, ca¬
stighi. L’allievo è obbligato a rispondere di ciò che fa,
dice, pensa e sente; e ne rende conto effettivamente.
Inoltre gli si fanno contrarre impegni a cui non può
mancare — così avverte egli stesso — senza meritare
rimprovero e biasimo.
Così il sentimento della responsabilità si va costi¬
tuendo nella sua pienezza, nè, come sentimento, può dirsi
un’illusione. Analogamente non è certo un’illusione il
Jatto del rispondere. Però il concetto della responsa¬
bilità si fonde di solito con lineilo di libertà; e se la fu¬
sione è legittima in quanto la libertà sia concepita nel
modo positivo sopra descritto, tale non è quando si
assuma come libero arbitrio.
L’individuo è chiamato a rispondere anche del pro¬
prio carattere originario come di una sua libera crea-
— 97
zione, ciò che è manifestamente in contrasto con la
realtà, potendosi sostenere ch’egli non ne sia respon¬
sabile più che del linguaggio ch’egli parla o della reli¬
gione che professa, perchè l’uno e l’altra egli apprese
fino dalla prima età. Tale responsabilità è pertanto
fittizia. Lo stesso dicasi di determinati atti, i cui fat¬
tori non sono nel puro arbitrio dell’agente. Guai però se
noi dovessimo volta per volta risalire alla genesi degli
atti per rintracciarvi la libertà rappresentata dai fattori
etici, e discernere questi da quelli non etici. Un’inter¬
pretazione semplicista della libertà sembra dunque ine¬
vitabile a sorreggere socialmente lo stesso principio della
responsabilità.
Per tale semplicismo le nostre pretese s’irrigidiscono,
e non invano, inducendo a una più severa disciplina
del volere. Attribuiamo per esso un atto dell’individuo
esclusivamente alla sua volontà, come attribuiamo lo
sbocciare del germoglio all’attività fecondatrice del suolo
trascurando le altre cause che hanno concorso allo svi¬
luppo del seme.
È un semplicismo che se non riflette per sè la verità
integrale del fatto, non è poi del tutto falso in quanto
pur non essendo la volontà la sola causa delle nostre
azioni, n’è tuttavia vna causa. Ha una potenzialità
propria; e perchè mai, se si riconosce l’efficacia degli
altri fattori si dovrebbe trascurare come inesistente
quella del volere ! Sarebbe negata così anche la cau¬
salità psichica, reale non meno che quella fisica. La cau¬
salità psichica sussiste infatti come capacità di coor¬
dinare i mezzi ai fini, e come coscienza del loro valore,
che riflette quello della propria personalità.
Ciò è confermato anche dal fatto che lo stesso indi¬
viduo ama e vuole rispondere incondizionatamente di
sè e dei proprii atti, non tollerando d’essere costretto a
considerarsi mai un automa, cioè destituito di coscienza
e volontà personale, inetto a valutare i proprii atti al
pari che quelli altrui, d’intendere le idealità sociali nella
loro sanziono immanente e storica, e di accordarsi con
i consociati nei fini etioi dell’esistenza. Svanirebbe allora
in lui e innanzi agli altri ogni senso d’onore, che sussiste
7. Marchesini, La finzione nella educazione.
— 98 —
nella integra consapevolezza ch’egli ha della propria
potenza, anche se essa fosse per avventura fallace. Il suo
volere non è onnipotente; lo sforzo talora gli riesce
sterile; ma la fede in sè trova nelle vittorie ottenute,
nonostante le sconfitte sofferte, un incremento potente.
Non si può pertanto mettere in dubbio che giovi
educare ne’ giovani il sentimento della loro responsa¬
bilità come se fosse veramente assoluta. Devono essere
abituati a far violenza a se stessi, pensando che devono
agire come se la responsabilità non avesse in loro alcun
limite, all’infuori del loro volere. Ne promuovemmo così
la volontà morale, temperando almeno, se non si po¬
tranno allontanare, gli elementi che concorrerebbero a
rendere eteronomo il loro volere.
L’azione che la società, come in generale l’ambiente,
l’eredità, la pressione stessa educativa esercitano sul¬
l’individuo può non solo attenuare ma elidere addirit¬
tura la responsabilità effettiva, razionale, dell’individuo.
Ma può molto anche contro di essa, quando l’individuo
ne sia reso consapevole, il sentimento della propria li¬
bertà e dignità. Molto può il risveglio della coscienza
contro la cecità di chi agisce più come automa che come
persona; risveglio ch’ò senso di orgoglio capace persino
di determinare, in uno schiavo, la volontà della reden¬
zione. Ed è forse mai accaduto che il riconoscimento
della relatività a cui soggiace tuttavia, nell’atto, il prin¬
cipio della responsabilità, abbia infranto la forza di
una volontà massiccia disposta a tutto osare pur di
conseguire il successo ?
Cap. XII.
La virtù.
§ 44. Anche la virtù, altro aspetto dell'ideale etico,
diventa finzione, non altrimenti che il dovere. Il Kant
per es. parla del « dovere della virtù », e in questa per¬
tanto si tradurrebbe quel carattere fittizio che possiede
— 99 —
la concezione formale del dovere (§ 40). Consisterebbe,
secondo il punto di vista generale del razionalismo, nel
l'ossesso che la ragione prende dell’anima del saggio.
La ragione in tal modo sarebbe una potenza a sè che
ab extra domina il soggetto; ma si ha così l’entificazione
fantastica di un aspetto fenomenico della vita interiore
(l'aspetto razionale), come se la ragione non fosse parte
dell’nnità dinamica dell’Io, e se ne potesse svincolare
come sovrana assoluta.
Di fatto la virtù non è generata dalla pura ragione,
benché questa abbia pure, secondo il concetto aristo¬
telico, le sue virtù; ma emerge da tutto l’uomo, e per
il concorso non pure dell’attività razionale ma del sen¬
timento e del volere; e ciò non accade solo allorché la
v irtù costa uno sforzo, ma anche quando è spontanea,
dolce, consolante come in Catone che, a detta dello
Spinoza, non avrebbe potuto usare altrimenti della
propria natura. In altri termini, la virtù devesi in ogni
caso al potere insito in questa, in quanto plasma l’in¬
dividualità con i suoi sentimenti e istinti specifici e col
suo particolare temperamento. Appare fittizia in con¬
seguenza anche l’unità astratta della virtù essendo sog¬
getta anche la virtù, come d’ogni altro valore umano,
alla leggo del differenziamento (1).
(1) Giova, io scrivevo, schematizzare pur nel rispetto della
virtù, per offrire un modello uuieo d’azione, e coordinare le
disperse e svariate energie verso un fine preriso e universale;
mn è tanto vano pretendere che tutti gli individui siano mo¬
ralmente identici, quanto presumere che siano identici antro¬
pologicamente e psicologicamente... Il differenziamento è legge
specifica della virtù, com’è legge generale della vita dello spi¬
rito; ed è una condizione propizia all’esplicazione totale delle
idealità morali. Nò si viene con ciò a legittimare, nel campo
della virtù, il gusto individuale romantico, che ogni differen¬
ziarsi della virt ù implica pur sciupi e il riconosciment o di essa,
come idealità distinta che implica alla sua volta una parli-
colare direzione dell’attività morale. — Moltiplicandosi i bi¬
sogni morali dell’umanità, nel progressivo differenziarsi dei
rapporti della vita, la virtù stessa si specifica in particolari e
distinte esigenze che impegnano la volontà umana nelle più
svariate maniere. L’unità loro non è reale ma puramente
ideale... ( Jjottr. pos., § 4(1).
— 100 —
La ragione, dicevo, non è estranea alla virtù. r-ssa,
come potenza concreta, illumina della sua luce e dirige
le nostre risoluzioni con le proprie massime, che hanno
pure la loro importanza pratica, come sintesi di espe¬
rienza- ci fa prevedere la conseguenze delle nostre azioni
dominando quindi, d’accordo col sentimento, anche la
volontà- concorre infine a imprimere ima certa coe¬
renza alla condotta. Ma a tale suo potere non è estraneo
il sentimento: anzi la ragione è in noi moralmente tanto
più operosa quanto più è passionale. Essa, notava lo
Schopenhauer, getta le sue radici nella profondità del
volere (inteso come somma di tendenze, istinti, desi¬
deri ecc.). « Anche se i dogmi relativi alla morale fos¬
sero’ eguali nella ragione di tutti i paesi, l’azione tut¬
tavia differirebbe perchè questa scaturisce da tutto
l’uomo, mentre i dogmi occupano la ragione inerte ».
La virtù segue sempre le leggi dell’azione essendo
necessariamente azione essa stessa. Risente pertanto
questo pluralismo dell’Io, e la relatività implicita nel¬
l’individuo come tale. La virtù una, universale, assoluta
è una finzione.
8 45. Noi ammiriamo la virtù come valore estetico,
e ci commuove profondamente la figura del saggio nel
quale essa diventa un santo furore. Ogni atto che esprime
la passione del bene e la potenza del dovere (in ciò la
virtù essenzialmente consiste) ci esalta, e lo citiamo
come modello universale. Nella virtù contempliamo ed
esigiamo il disinteresse, anche se per avventura. 1 analisi
critica dimostrasse che l’esperienza dell utile ha con¬
tribuito a generarla e che persiste nel suo fondo, sebbene
dissimulata. Nè invero la virtù, se non avesse altra
sorgente che il calcolo, sarebbe virtù vera e propria.
La virtù assolutamente pura non esiste. Essa con¬
siste nel valore morale che l’uomo ambisce di dimostrare
a sè e agli altri. L’onore che la virtù frutta all’individuo
nella vita sociale non può dirsi assolutamente inutile a
sostenerla. Altro suo coefficiente è il compiacimento del
bene che la virtù produce, perchè, osservò giustamente
il Voltaire, « i santi non possono aspirare al titolo di
— 101 —
virtuosi se non escono dalla solitudine e non compiono
atti da cui gli altri uomini possano trarre qualche
vantaggio ». Ciò dà alla virtù un pregio pratico, che
non avrebbe se fosse un fine in sè, una pura forma
estetica».
Possiamo giudicare la virtù della beneficenza bella
per se stessa, un fine assoluto: ma sarebbe giusto pre¬
scindere dal danno che può derivarne all’individuo e
alla stessa convivenza quando, in casi singoli, non avesse
altro effetto che di favorire il vizio e l’ignavia? La man¬
suetudine può apparirci una virtù per se stessa; ma si
può non tener conto delle sue conseguenze quando
ad es. incoraggi lo spirito protervo e criminoso della
violenza ? La temperanza è bella per sè, come il decoro
che ne deriva alla persona che la possiede; ma perchè
non ne considereremo il valore pratico, se proprio le
funeste conseguenze dell’ intemperanza sono i motivi
naturali che più inducono a contrarre e a conservare
tale virtù ?
§ 46. Tutto ciò offre ai fini dell'educazione materia
di considerazioni importanti. E anzitutto non si vorrà
sostenere che a formare e promuovere nei giovani il
senso ideale della virtù, l’analisi scientifica giovi più
della concezione romantica, che si suole avvalorare me¬
diante la commemorazione entusiasta d’ogni virtù e
dei suoi eroi.
La virtù che sussiste per sè, come puro valore este¬
tico, è una finzione; ma poiché esprime un bisogno dello
Spirito, specialmente nelle tempre emotive, conviene
utilizzare la finzione stessa come mezzo «li elevazione
e d’incremento morale \
La virtù non basta a se stessa; non vale all infuori
dell’esperienza, che sempre, sia pure inconsciamente,
s’insinua nel senso della virtù; ma fingete tuttavia che
ne sia indipendente, attribuendole un valore assoluto,
è collocarla a un più alto livello morale, a cui eleviamo,
almeno col desiderio, anche noi medesimi, come se il
nostro egoismo fosse ridotto al silenzio. Ed ecco pur qui
un modo di purificare le ambizioni dello spirito, quan-
— 102 —
tuuque non sia mai possibile giungere alla purezza per¬
fetta, o all’amore della virtù, come valore assoluto.
Nel processo formativo della virtù, per lo sforzo che
facciamo di riprodurre in noi stessi "li eterni modelli
sublimi del valore umano, c’è qualche cosa clic ci ap¬
prossima alla divinità. Non ne diventeremo mai le copie
fedeli, ma già lo sforzo di tale imitazione, clic diremo
artistica, e che emerge dallo stesso istinto poetico
(§§ 5, 33), vale a sostenere vigorosamente l’anima mo¬
rale specialmente dei giovani.
Giova, a tale scopo, offrire loro l’idea della virtù nei
termini con i quali lo Spinoza ne faceva un sinonimo
di felicità: << Beatitudo non est virtulis praemivm, seri ipsa
rirtus » (Eth ., V, 42); e in quelli di P. Pomponazzi : Il
premio — egli disse — essenziale della virtù è la virtù
stessa, che rende l’uomo felice. Tutto riesce armonioso
per il saggio che nulla teme nè spera, e si conserva im¬
mutato, come pensava Aristotele, nella fortuna e nella
sventura. TI contrario accade per il vizio, perchè la
pena dell’uomo vizioso è il vizio stesso. Il premio e la
pena sono per la virtù e il vizio elementi accidentali,
e quando il bene è premiato nella forma accidentale,
diminuisce nel suo valore essenziale e scade nella sua
perfezione. Se per es. uno opera il bene senza speranza
di premio, e un altro invece lo fa con questa fiducia,
l'azione del secondo non si può considerare cosi virtuosa
come quella del primo, onde viene ad essere meglio pre¬
miato colui che è, in essenza, virtuoso, che non l’altro
che lo è in modo contingente e accidentale. Nello stesso
modo chi opera malamente ed è punito in via accidentale,
è meno punito di chi non sopporta un tal genere di pena.
Infatti la colpa è per se stessa maggiore e peggiore di
qualunque danno; e se alla colpa si aggiunge il danno,
la prima diminuisce; onde chi non è castigato in via acci¬
dentale, viene ad essere nunito in sostanza più di colui
ch’è castigato in tal modo.
là è ìi concetto che l’Ardigò stesso sviluppava nella
sua Morali- dei positivisti. Il positivista, egli scriveva
(com’egli lo concepiva nel suo idealismo umanistico), sa
— 103 —
che il premio è un correlativo dell’atto morale, ma non
necessario, e non lo richiede quando non si presenta.
Egli non compie l’atto morale per avere un titolo
per cui chiedere l’elemosina di un compenso, sia di
questa vita, sia dopo la morte; e non lo mette a frutto,
usuraio della moralità, come il credente che vi è inci¬
tato dalla promessa del cento per uno. Lo fa perchè si
sente di farlo, frutti piacere o dolore, frutti o non frutti
(L. II; P. Ili; Cap. II: § 10). Ed è questo infine l’inse¬
gnamento morale a cui il positivismo più schiettamente
umanistico conduce pur riconoscendo che l’Assoluto è
nella virtù una finzione come in tutte le estrinsecazioni
concrete dell’ideale etico.
Cap. XIII.
La felicità.
§ 47. Quando Aristotele definiva la felicità movendo
dal principio della {tradazione delle funzioni, e la collo¬
cava, come ideale supremo, nella contemplazione (che
più d’ogni altra specie di attività ci accosta alla divinità,
perchè la cosa migliore nell’uomo è la mente, a cui spetta
il contemplare), adottava un criterio che, a chi riguardi
l’essenza astratta dell’uomo alla maniera aristotelica,
appare universale. Ma se il dedurre la felicità ideale
dalla concezione dell’ nomo perfetto può lusingare lo
spirito speculativo, risponde del pari all’esperienza psi¬
cologica ?
Noi dovremmo indubbiamente aspirare tutti a quella
felicità che si stima la più degna dell’uomo, e che ci
compiacciamo quindi d’immaginare come un ideale asso¬
luto. Ma se di fatto la natura psicologica individuale
non si piega a questa assolutezza astratta, codesto tipo
di felicità suprema diventa una visione romantica, e si
risolve in una finzione.
L’ideale della felicità s’individualizza infatti neces¬
sariamente come ogni altro ideale e la virtù stessa. Nè
— 104
chi in una determinata situazione di vita e di spirito
si senta felice o infelice, può dirsi per ciò vittima di
un’illusione, chè all’illusione, come dicevamo, non sono
soggetti per sè medesimi i sentimenti.
Antistene nel Convito di Senofonte dichiarava che
«gli uomini non hanno la ricchezza o la povertà nelle
loro case, ma nelle loro anime »; e invero se uno respinge
la felicità di un altro, per es. l’uomo mondano quella
dell’asceta o viceversa, ciò vuol dire che la fonte positiva
della felicità non è in un fine astratto e universale.
Bpperò la felicità, com’è praticamente intesa, è ben
lungi dal consistere, come vorrebbero gl’intellettualisti,
in un fine in sè che basti conoscere perchè diventi og¬
getto di desiderio e di volontà.
Possono effettivamente dominare negli uomini de¬
terminati fini, e anche quello astratto della felicità
ideale; ma si risolvono nel surrettizio dominio delle loro
tendenze particolari. Sono queste inevitabilmente i primi
elementi indefettibili dell’aspirazione alla felicità; vale
a dire che vi concorre l’intiera personalità con la sua
propria tempra bio-psichica. Non basta un suo elemento;
non esiste nell'anima umana, a cosi dire, la provincia
della felicità, la riposta sorgente da cui questa possa
farsi universalmente scaturire. Tale non è la volontà,
soggetta a continui contrasti ed arresti; non l'immagi¬
nazione, chè l’uomo non vive tanto d’immagini quanto
di realtà; non la ragione, per sè non quietiva e tanto
spesso in urto, nell’individuo, con la ragione sociale.
§ 48. Che l’ideale della felicità, quantunque gli si
attribuiscano i caratteri dell’universalità e dell’obbiet-
tività, sia vissuto come un sentimento, dirò così, indi¬
vidualistico, è attestato indubbiamente dalla stessa co¬
mune condotta. Il dissidio tra pensiero ed azione è qui
manifesto: l’azione smentisce la formula.
Si disprezza il piacere come subdolo e insufficiente
a soddisfare l’aspirazione umana alla felicità; ma lo si
ricerca tuttavia avidamente anche a costo di assaporarne
i frutti disgustosi. Si esalta il dolore come mezzo di
purificazione spirituale, fattore essenziale della virtù,
— 105 —
documento insigne di fortezza eroica; e si vorrebbe che
a sopportarlo, anzi a desiderarlo come titolo di merito,
si disponessero gli animi di tutti. Ma quanto non si
considera amara la condanna della sorte che ci riserva
nella vita a ogni piè sospinto la prova del dolore senza
che i nostri sforzi per sfuggirvi abbiano altro risultato
che la delusione ! Nè il cruccio che ci dà il dolore è ve¬
ramente compensato dalla soddisfazione che ci viene
dal piacere. Tutto ciò significa che dal piacere esigiamo
praticamente ciò che non può dare, mentre siamo ben
lontani dall’ottenere dal dolore quei frutti ideali che
dichiariamo di riprometterci.
Nè le contradizioni finiscono qui. Pretendiamo di pos¬
sedere il segreto della felicità, giudicando secondo questa
norma la condotta altrui ; e intanto ci dimostriamo im¬
potenti a raggiungere tale felicità per nostro conto.
Che se presumiamo di conseguire un giorno, nell’oltre-
tomba, una solenne estrema riparazione alle iniquità
del mondo, non cessiamo tuttavia di accordare alla vita
presente e ai beni attuali un valore che praticamente
sembra preferito a quello dell’al di là. Dichiariamo fe¬
lice colui il quale supera il proprio istinto egoistico e
vive orgoglioso del suo altruismo; ma non basta il
fascino di questa dottrina a impedire che in noi il tanto
deplorato egoismo prevalga. Nè poi si considera come
sia pur questo un ostacolo ben grave alla stessa aspi¬
razione alla felicità, provocando negli altri contro di
noi la ripugnanza e la reazione. D’altra parte non si
può escludere che talora anche l’altruismo, in alcune
delle sue manifestazioni, diventi tramite al dolore, così
da suscitare esso pure, in chi aspira alla felicità, la
diffidenza.
Non sembra pertanto privo di fondamento il con¬
cetto che la felicità non sia che vano sogno, a cui l’espe¬
rienza della vita irride; insomma una finzione. Ma come
tuttavia l’uomo non smette di cercare avidamente la
felicità con mille industrie, nel perenne incalzarsi dei
desideri, degli sforzi e delle sofferenze, così si è tentato
di aprire ad essa una via anche con la dottrina. L’analisi
— 101 »
critica dimostra però die anche da questo lato l’ideale
della felicità è nella vita umana una finzione.
§ 49. Il problema della felicità si tratta come un
qualsiasi altro problema speculativo, ma è anzitutto
psico-fisico; e la risoluzione teorica che esso riceve, pur
essendo posta come universale, appare invece relativa
ai vari soggetti, e piu precisamente al loro tempera¬
mento.
Si fa consistere la felicità nel piacere (edonismo), o
nell'attività per sè medesima (dottrina energetica), o
nella calma (quietismo). Or bene: si riflettono in queste
tre dottrine tre specie di carattere: sensitivo, attivo,
apatico. A un determinato carattere corrisponde inoltre
anche la dottrina pessimistica. Nella stessa varietà dei
piaceri ricercati e delle azioni prescelte echeggiano i
diversi temperamenti.
Tuttavia noi possiamo esaminare le dette dottrine
anche dal punto di vista critico. Osserviamo dunque:
1° L edonismo non risponde a una concezione inte¬
grale dello spirito e della vita dell’uomo. Il piacere spesso
inganna, e la prudenza lo sacrifica. Nè riscontriamo in
esso lo stimolo esclusivo dell'azione, sia perchè questa
è spesso automatica, sia perchè vi è uno stimolo più
potente: il dolore. E che avverrebbe della convivenza
sociale se fosse per tutti legge assoluta il godimento
egoistico ? Non si vuol dire che l'uomo il quale dichiara
vile il piacere, conformi la condotta a questo apprez¬
zamento: e li anzi, come notava Aristotele, pecca allora
d’insincerità (Et. Nic., X, 1); ma è certo che l’edonismo
non appaga da alcuno dei tre punti di vista accennati:
biologico, psicologico, sociale.
2° L'attività per se stessa, all'infuori d’ogni preoc¬
cupazione edonistica, ossia l’ideale perseguito come legge
pura e semplice della volontà, costituisce per la dottrina
energetica il segreto della felicità. Ora, lasciando a parte
la considerazione del temperamento, noi già vedemmo
come l'ideale sia per sè inquietudine (§ 23), mentre è
innegabile 1 aspirazione dell’uomo alla calma. Se ha pur
esso le proprie dolcezze infiorandosi di lieto visioni, è
— 107 —
però destinato a subire in mille contingenze l’urto della
realtà avversa. Quante volte lo sforzo del volere non è
infranto dalla pervicace resistenza delle cose ! Quanto
spesso 11 anima anelante alla vittoria si prostra stanca
o avvilita nella constatazione della sconfìtta ! Se il pen¬
siero stoico che l’avversità della sorte, dalla quale
1 azione è spesso colpita, era inevitabile, può attenuarne
1 impressione dolorosa, ò poi anche motivo di dolore
" r,flet T e cl,e 111 “ente nostra ò costretta a pensare cosi.
La coscienza razionale della inevitabilità di un fatto
])uo sospendere l’inutile lamento, ma non distruggere
quello stato dell’animo da cui prorompe la voce del
dolore.
.... 3 ° ,Sl l ,e “ 80 in f ino — «d è tipica la dottrina quie-
tistica o catastematica di Epicuro — che per ottenere
la felicità, si potesse sopprimere in sè medesimi le in¬
quietudini del desiderio. E in vero un essere che per
una nostra concezione fosse incapace di desiderare, sa¬
rebbe anche incapace di soffrire. Egli non godrebbe nè
la gioia della soddisfazione delle tendenze, nè le blandizie
f ella speranza; ma che importa se intanto nè patirebbe
dolore, ne si agiterebbe nella trepidazione generata dal-
I incertezza della riuscita? Ora non c’è dubbio che
1 uomo, come ripeto, aspiri alla calma. La vita, scrisse
“ Locke > nonostante tutto ciò che essa lm di più deli¬
zioso, sarebbe insopportabile se fosse accompagnata dal
peso accasciante di un’inquietudine che si facesse sen¬
tire senza tregua e senza possibilità di liberazione. Lo
stesso ardore pungente del piacere stanca, e suscita il
desiderio di quiete; e il perseverare in questa può essere
pretento all’agitazione 0 alle fallacie d’una vita dedita
al godimento. Ma <* anche vero che come questa con-
cezione della felicità si appropria alle nature inclinate
al misticismo, o che fecero del piacere un triste espe¬
rimento, d’altra parto contrasta al bisogno, che in altri
prevale, d’agire, e al desiderio, che pure in taluni si
afferma, del rischio. Contrasta inoltre con la realtà della
vita sociale, che è movimento, azione, conflitto. II bi¬
sogno di vivere socialmente e il bisogno di vivere nella
calma si contradicono. Se poi la calma si risolvesse nella
— 108 —
contemplazione o nella meditazione (Aristotele), il con¬
trasto non cesserebbe perchè essa, nonostante le dol¬
cezze infinite che la beatificano, implica anche sforzi
interiori, e una lotta spesso traffica di pensiero; non
solo, ma per essa, se l’individuo vi si dedicasse intiera¬
mente, si accrescerebbe, col senso e la volontà dell’iso¬
lamento, l’egoismo, altra fonte, come dicevamo (§ 48),
d'infelicità. Infine la calma sistematica, perseguita come
fine assoluto, indurrebbe all’indifferentismo, che annulla
nell’uomo il suo valoie sociale, e quindi anche il senti¬
mento. per sè esaltativo, del valore medesimo.
§ 50. Troviamo dunque la finzione nel campo teorico
del problema eudemonologico, come in quello pratico.
È un inganno assumere una visione univoca della vita
(piacere, azione, calma) come universalmente valida a
dare all’uomo la felicità. Ma potrebbe quindi bastare il
riconoscimento di questa finzione a indurre alla ri¬
nunzia T O il fatto che gli uomini, nonostante la cruda,
insistente esperienza del dolore e le conclusioni negative
della critica dottrinaria, non hanno mai abbandonato
la fede nella felicità, non dimostra che c’è in questo
tenace conato dello spirito, o, dirò meglio, in questa
legge della nostra umanità, un fondamento realistico
che esclude il pessimismo assoluto 1
Ciascuna delle dottrine discusse contiene di fatto
elementi positivi di verità. La ricerca del piacere e lo
studio di evitare il dolore sono forse sempre inutili 1
L'azione non è un esperimento talvolta fortunato del
proprio valore, e quindi una sorgente di sincero godi¬
mento ? La disciplina dei desideri non è un principio
essenziale dell’arte del vivere, onde si evitano dolori
inutili ?
L'uomo s’illude di poter possedere la felicità piena,
assoluta, continua, e gli pare che solo in questo senso
il problema della felicità possa risolversi; ma così non
si risolve affatto, mentre una soluzione parziale o rela¬
tiva è pur sempre possibile almeno in (pianto si riesca
a risparmiarsi una certa somma di dolori, ch’è già una
conquista positiva e felicitante.
— 109
Contro il dolore poi e lo sciagure della vita è grande
conforto la coscienza della propria fortezza, l’orgoglio
della resistenza, il senso ideale della virtù che dalle
stesse disavventure è messa alla prova e trionfando
inonda l'anima di gioia divina. Tanto questo senso può
essere v ivo e letificante che un valore positivo spetta
pure alla massima — la quale si fonda manifestamente
sopra una finzione —: Agisci come se la felicità assoluta
consistesse nella virtù.
Può parere che assumendo la virtù come mezzo di
felicità noi la degradiamo, ma ciò non è: 1» perchè la
virtù, secondo il concetto che ne aveano gli Stoici,
appartiene a quei beni che sono in pari tempo mezzo
e fine; 2° perchè la virtù non diventa mezzo di felicità
se non in quanto è fonte essa stessa di godimento squisito.
Ci sono sciagure nella vita che percuotono l’anima
abbattendola in uno spasimo atroce, ed esulcerandone
ogni palpito fino alla disperazione. Perdere ad es., quando
meno si temeva, una persona della cui consuetudine
quotidiana il nostro cuore si pasceva, stretti a lei in
ogni esultanza e pena e sempre incontrando nel nostro,
il suo anelito, è dolore che può spezzare ogni volontà di
rassegnazione. La stessa idea di un possibile conforto
futuro appare profanazione e pervertimento. Ed ecco
uno stato d’infelicità che non ammette balsamo alcuno.
Eppure in chi subisce questa estrema avversità, le
energie virtuose ond’egli votava se stesso con inesausta
abnegazione a quella creatura, non sono per ciò fatal¬
mente distrutte. Potranno dunque, superato il primo
smarrimento, restaurarsi e ricomporsi in altre forme
ideali di vita.
Ison ha confini la fecondità del valore dell’uomo.
L’aspro morso degli affetti schiantati non scomparirà:
quel vuoto desolante non si colmerà più; nè il turbine
che travolge lo spirito può permettere di pensare ancora
senza ironia al sogno della felicità. Senonchè, pur es¬
sendo vana la parola, non è privo tuttavia di ristoro,
contro gli infiniti dolori della esistenza umana, resul¬
tare dell’anima nostra nell’ampio respiro d ima qual-
— Ilo
siasi fede nobile e forte. La felicità può dunque risor¬
gere dal suo stesso fallimento, se ancora è possibile
che una missione generosamente accolta dia alla vita
un merito e una ragione. Mai certo noi diverremo pa¬
droni della fortuna, ma non riesce sterile del tutto la
volontà di diventarlo.
Al dominio di sè e della stessa sventura la volontà
non è sempre impotente. Lo sforzo può sempre qualche
cosa, anche se rimane senza un apparente successo;
è già per sè un motivo di soddisfazione, quindi un con¬
forto. Esso poi significa nell’animo la presenza di un
ideale, che per sè non è mai intieramente inoperoso.
Coloro, disse San Paolo, che si servono del mondo,
se ne servano come non se ne servissero punto. Voleva
dire che pur attendendo alle cose mondane, si deve con¬
servare per il servizio di Dio tanta libertà e tanto fer¬
vore come se al mondo non si servisse affatto. Servire al
mondo non deve equivalere a goderne. — Tutto ciò
implica evidentemente uno sforzo, poiché è naturale al¬
l’uomo, comunque, il godimento della vita e dei suoi
beni. Ma lo sforzo di mantenere il cuore libero dalle
cure mondane pur quando queste occupano e preoc¬
cupano, agitano e turbano, per fissare l’occhio deU’anima
nella fonte purissima della felicità unum a più vera ed
eterna, ossia in Dio, non è forse un compenso a ogni
dolore 1
Ben comprendo che questo sforzo di vivere con¬
trariamente alla pressione della realtà non può avere
in determinati casi che un’efficacia modestissima o nulla.
La passione domina sulla ragione ben più che questa
su quella, e trascina anche chi possiede la piena consa¬
pevolezza ch’essa è contraria a ragione. Vivere poi come
se quella particolare passione non dominasse affatto sul
nostro spirito, e questo si aprisse e piegasse all’agognata
quiete solo perchè è più ragionevole dell’inquietudine,
è un fine eccelso a raggiungere il quale noi possiamo
eccitarci col più sensato modo di ragionare, senza che
tuttavia l'effetto pratico corrisponda a un simile sforzo.
— Ili
Fino a che però noi di tale sforzo saremo capaci, varrà
esso indubbiamente a proteggerci contro il pericolo di
una qualsiasi caduta od aberrazione; ciò che, nella
concitata vita del nostro spirito, è un vantaggio ine¬
stimabile, e quindi un termine essenziale nell’educazione
della volontà.
Cap. XIV.
La finzione religiosa.
. § 51 a L '"TV e Y lOSO vive . como 8 « divinità in
ui mede e eh egli adora tosse a lui presente quale un
Lntein sè che con la propria presenza lo beatifica, ne
ascolta le suppliche e gli risponde con l’accento della
misericordia e l’atto del soccorso. Nei santi questa pre¬
senza può persino divenire sensibile; del resto non c’è
eiedente in cui il pensiero, per quanto vago, di Dio
non si ponga come rivelazione d’una realtà.
Credere in Dio vuol dire insomma ammetterne resi¬
stenza obbiettiva, sebbene non appaia, come se appa¬
risse. ( osi il credente realizza fuori di sé, all’infuori
d ogni preoccupazione critica, l’immagine di Dio che
ha nel cuore; nè il sentimento a cui ejili obbedisce può
i usi per sé un illusione. Questa sussisterebbe soltanto
se il sentimento invadesse il campo intellettuale e in
questo legiferasse come accade con la superstizione.
Dio pertanto è vissuto dall'uomo di fede intimamente,
come I eco e in pari tempo il tutore dei suoi più profondi
usogni secondo il carattere finalistico inerente alla lo¬
gica-delie emozioni in generale e particolarmente di
quella religiosa. Le stesse difficoltà e traversie della vita
importano nell'uomo, quasi p>er un istinto naturale,
questa fede esaltativa e ristoratrice, onde s’invocano
e® 1 , ottengono le grazie divine. Con la concezione della
divinità e la fede in essa l’uomo ha effettivamente ri¬
solto il contrasto tra il desiderio e la realtà, la relati¬
vità dei valori umani e storici e l’assolutezza e perma-
nenza dea valori considerati in sè; vale a dire il problema
della felicità e quello morale.
— 112 —
L'uomo religioso però ascrive alla sua propria fede
tin’origine non biologica ma razionale o disinteressata,
avvalorandola sia con la prova della rivelazione e del¬
l'esperienza universale, sia con i sussidi della teologia
e della filosofia stessa. La paura del male vi ha vera¬
mente la sua parte, ed egli se ne difende appunto affi¬
dandosi alla generosa protezione o provvidenza di Dio,
e guardandosi intanto, per non subirne le ire, dall’in-
frangerne i comandi. Contribuisce, dico, pur essa alla
prima formazione della fede religiosa; senonchè tale
elemento utilitario viene poscia dissimulato e quindi
superato: nè questa dissimulazione, o insomma la fin¬
zione dell’amore puro di Dio può ritenersi del tutto vana,
avendo peculiari risonanze psicologiche. Infatti il cre¬
dente vive in questa maniera più intensamente la pro¬
pria umanità, sublimata, per l’adorazione di Dio, nel¬
l’Assoluto. Il suo è uno stato entusiastico (§ 33) por cui
s’illude di trarre la propria anima fuori dalla notte buia
della realtà, liberandola dai vincoli fastidiosi e oppri¬
menti del tempo e dello spazio.
Dio allora, sciolto dalle ombre del mondo, è luce
piena, fiammeggiante di verità; è il nuovo soggiorno
che non ha orizzonte; è l’astro universale che non co¬
nosce aurora o tramonto. Da Lui, e soltanto da Lui, non
dal mondo, si può sperare qualunque aiuto e conforto;
da Lui si ottiene il perdono a qualsivoglia colpa.
« La disperazione pei falli passati renderebbe l’uomo
vieppiù vizioso ed infelice» (Galluppi); ma per la fede
in Dio, che a tutto ripara, anche la fede nel proprio
valore morale risorge, e le ferite della colpa, anziché
spegnere la volontà del bene, possono persino (come
affermava lo stesso Galluppi) riuscire « profittevoli ».
§ 52. Il diritto di vivere in questa finzione è inop¬
pugnabile. Risponde in ogni tempo e luogo a una pro¬
fonda esigenza dello spirito individuale e collettivo che
la scienza non può non riconoscere. Il positivismo —
scrivevo già nel 1905, in Le finzioni dell’anima —
se non vuol smentire se stesso deve ravvisare nella
fede religiosa un fenomeno che in certe nature ò un
— 113 —
valido sostegno morale. Deve riconoscere che se i po¬
stulati scientifici bastano per alcuni a colmar le lacune
del nostro sapere, per gli altri esse non si riempiono che
con le idee della fede. L’assetto della vita morale può
compiersi secondo criteri differenti dai quali quello re¬
ligioso non deve escludersi. Eccoci dinanzi a un « fatto »
che psicologicamente costituisce un « diritto ».
11 principio però del differenziamento della indivi¬
dualità vale evidentemente per qualsiasi specie di fede;
e perciò la credenza religiosa, come non si può impedire,
così non si può prescrivere; e analogamente si dica —
l’ho già dimostrato (§ 24) — d’ogni altra credenza,
compresa quella scientifica.
Si delinea per queste considerazioni sommarie, nei
suoi giusti termini, anche il problema dell’educazione
religiosa.
L’educazione famigliare s’informa comunemente a
principi religiosi, per necessità psicologiche e storiche
incontestabili. Essa in realtà riflette anche in questa
maniera la vita umana, questa manifestandosi anche
come fede religiosa, dalla quale pertanto l’opera edu¬
cativa non potrebbe prescindere come se non esistesse.
Conviene dunque che il fatto religioso sia conosciuto
ed equamente interpretato. Ciò significa che nelle pub¬
bliche scuole l’insegnamento religioso dogmatico è pie¬
namente giustificato t Non pare. In vero tale insegna¬
mento appartiene propriamente alle varie organizza¬
zioni chiesastiche, mentre alla scuola pubblica, aperta
a individui di qualsiasi confessione, spetta essenzial¬
mente l’ufficio supremo di creare l’armonia etica degli
animi pur nella disparità delle credenze religiose, ossia
d’ingenerare in essi un sincero rispetto per qualunque
specie di fede religiosa. Ora appunto ciò non si ottiene
mediante l’insegnamento dogmatico, ma per la retta
conoscenza del fatto religioso, sussidiata dai dati psi¬
cologici, storici, sociologici (1).
(1) Di questo problema ho trattato in collaborazione con
altri nell’opera Vantaggi e difetti dell’insegnamento religioso nelle
scuole, Firenze, Casa editrice <■ La Voce ».
8. Marchesini, La fìnsione nella educatione.
— 114
I giovani devono comprendere come ■ - ‘ presenti
la fede, essendo relativa ai vari soggetti (§-0,P '
i più diversi caratteri e atteggiameli . _ yj-
comprendere che ci può essere di a ° unade
anche senza una specifica religiosità con coltivare
terminata tradizione; o che insomma s può cotarare
in sè la fede in Dio pur senza credere al Dio d, questa
° ‘ Per^fede Tdìo » intendo primieramente la
nel Bene assoluto e nella Giustizia suprema (che i L
si suole personificare); e Je Mossela
la cui essenza è religiosa anche se tale • ^
forma esteriore, non si può abbandonar - contin
soffrano lo stesso bene empirico e la u ' l t
gente, che di fatto con lo finzioni de 1 Bene assoluto
(§ 35 e segg.) e dell’assoluta Giustizia (§
diamo a sublimare.
La sublimazione dei valori i^.^J^J^iosa
tenersi con forme rappresentative diffe t . ~
metafisica, poetica,
mento vivo che ne abbiamo. I ertanio
rappresentativa risiede l’essenza di quei va ’
seSimento che n’è il eo.tr.to; « ?“ » ''SU
primario fondamentale dell educazion , anpre-
detta forma se non un puromezza Sei ^«‘Sori
seni azione peculiare, c°mè q eUa , , prestasse
ideali, in quanto serve a sublimarli, . ! , ,
intiera adesione (ciò che, come ripeto, JÌ
diritto della personalità ad essere aincera. o reroiù lil,oi^.,>
non si esclude per „uesto -• « •gS.'X
diante una finzione che ne salv i noi la sostanza,
damentale: finzione, come sappiamo, c ,
è perfettamente realistica (§
La così detta religione del come se pei ohi^on com
prenda la resone Inori del
parere irreligiosa, atea, farcia, r anQ infatti
terpretazione falsa ed ingiusta. _ 0 i ie
i suoi fautori? È incontestabile - essi dicono - che
— 115 —
la religione trae il suo valore pratico (e a che servi-
rebbe essa senza questo?) dal desiderio che il bene
trionfi sul male. In altri termini, essa risiede m una con¬
cezione morale del mondo, ossia nella credenza che il
mondo è governato da un principio divino rappresentato
dalla sovranità assoluta del Bene. In Dio, come ente
reale, si può credere o non credere (come di fatto e ine'i 1 -
tabilmente avviene) senza che rimanda punto accre¬
sciuto o scemato il sentimento di questa sovranità
ideale. Se poi dubitassimo che debba realizzarsi nel
mondo, come vorrebbe la tradizione, il Segno di I io,
dovremmo tuttavia vivere come se nel suo fatale av¬
vento noi effettivamente credessimo, chè questa è, nella
sua sostanza, una fede positiva, universale.
È manifesto che da questo punto di vista, onde si
dà alla parola religione un significato di tanto più ampio
del consueto, può essere religioso anche chi, da un punto
di vista più ristretto, tale non fosse giudicato. Anzi si
osservò che un ateo il quale viva come se Dio esistesse
e a Lui dovesse render conto delle proprie azioni, è, m
ultima analisi, più religioso di chi pur credendo nel Dio
di una particolare tradizione, operi come se questa cre¬
denza non fosse da lui professata. Si aggiunge — a giu¬
stificare la religione del come se — la consideratone
che mentre il Dio della tradizione esiste andie nel male,
il divino della religione del come se lo esclude come una
sua negazione: è quindi questa una religione che gode
tutti gl’incalcolabili vantaggi dell’ottimismo.
Si crede così, praticamente, ciò che teoricamente si
ripudia ? No, se la fede religiosa si fa consistere non
già nei risultati della speculazione filosofica ma ne
puro sentimento, e se di fatto in questo consiste il suo
nucleo, non già nella rappresentazione intellettuale. Ciò
posto, si comprende facilmente che la religione del come
L non ci offre pur l’ombra dello scetticismo e dell ironia.
È manifesto pertanto il valore morale che assume,
almeno in determinate condizioni di spirito e di cu tura
la massima « Vivi come se Dio esistesse » (§ 17). I filistei
insorgeranno a protestare contro questa formula come
_ 116 —
blasfema; ma noi opporremo cbe se è orgoglio fatuo
pretendere di dimostrare tanto resistenza quanto l’ine-
sistenza di Dio, e se d’altro lato il predio supremo della
credenza religiosa non consiste, come ripeto, in una di¬
mostrazione filosofica, ma» nel sentimento pio della
bontà e della giustizia, personificate appunto nella di¬
vinità, devesi in quella massima ravvisare soprattutto
un’espressione suprema del fondamento proprio sia
della religione sia della morale. E che importerebbe del
resto credere in Dio se si operasse come se Egli non fosse 1
Riprenderemo più oltre, a maggiore dilucidazione
del nostro pensiero, questa medesima formula. Intanto
ricordiamo due preziose sentenze: la prima di Seneca,
l’altra di Cicerone. — Nemo bonus sine Deo. — Omnia
religione moventur. (Non c’è bontà senza Dio. — La
religione muove ogni cosa). E in verità (come dicevo)
Dio pulsa pure nel sentimento dei supremi valori umani,
così che tutti coloro che in esso riversano la propria
anima, come a ritrovarvi il suo eccelso destino, e ago¬
gnano per es. la suprema verità e l’assoluta giustizia,
sono infine per ciò uomini profondamente religiosi.
Con la massima dunque « Opera come se Dio esi¬
stesse » Dio non si nega ma si afferma, non come il
prodotto inconcusso della tradizione e della filosofia, ma
come il dato universale e imperituro delle nostre aspi¬
razioni più alte e potenti; aspirazioni d’amore, di ve¬
rità, di giustizia. Sublimando in Lui, simbolo d’ogni
perfezione, queste nostre idealità, noi ci confortiamo,
provando nell'anima un dolce sollievo dallo spettacolo
tristissimo dell’odio, dell’errore e della iniquità. In questa
contemplazione la mente umana si accende e si sazia.
Cap. XY.
L'idealizzazione dell'Io.
§ 53. Riprenderò un'analogia per noi fondamentale.
La scienza è una costruzione soggettiva avendo a
propri elementi non le cose e i fatti, ma le idee delle
— 117 —
cose e dei fatti. Però essendosi queste idee formate per
il tramite della percezione — che è un imperativo logico
— della natura esteriore, noi abbiamo il diritto di dissi-
mulare la soggettività della scienza, e di considerarla
come oggettiva. È poi questa ima Unzione legittima,
perchè di fatto nel processo della costruzione scientifica
opera la stessa natura (§ 18).
Nell’ordine morale avviene un trapasso congenere.
Noi trasfiguriamo il nostro Io reale in un Io ideale,
sublimandone in certo qual modo il destino, ossia idea¬
lizziamo la realtà nostra bio-psichica come idealizziamo,
con la scienza, la realtà fisica. È un trapasso a cui siamo
sospinti naturalmente. Ma nella rappresentazione ideale
di noi stessi noi trasfondiamo il meglio dell’essere nostro
quasi ad avere una definizione del nostro valore morale,
come trasfondiamo nella rappresentazione scientifica
della realtà esteriore ciò che questa possiede di più si¬
gnificativo ed essenziale. L’ideale non è il reale: spesso
anzi tra l’Io idealizzato e l’Io qual è esiste un abisso;
ma intanto così s’inizia nell’anima dell’individuo il pro¬
cesso morale.
Coopera in ciò la stessa società: vi concorrono poi
particolarmente gli educatori. Infatti si vuole che l’in¬
dividuo, l’allievo, senta e agisca come se fosse diverso
da quello ch’egli è, e l’ideale prendesse in lui il posto
del reale, in questo traducendosi immediatamente.
Quando poi il processo del miglioramento sia iniziato,
questa finzione non svanisce ma persiste durando infine
tutta la vita.
Nulla di strano del resto nella trasfigurazione psi¬
cologica del proprio essere. Nel bambino è un gioco;
egli assume qualunque personalità bastando il nome a
crearla. Ma questo gioco non ci abbandona mai pren¬
dendo figure diverse: ha poi la sua importanza spe¬
cifica.
Noi raccogliamo dall’esteriorità gli elementi della
nostra interiorità come se quella fosse o divenisse
questa. Il tipo che consiste nel vivere più dei dati
del mondo esterno (fisico e sociale), che non delle
— 118 —
soggettive e indipendenti elaborazioni del proprio sen¬
timento e pensiero è certo il più comune, e lo tro¬
viamo rappresentato specialmente nei fanciulli, seb¬
bene rimanga fanciullo, per questo rispetto, anche
l’adulto. „
A convertirsi poi secondo l’ordine della suggestione
esteriore basta un nonnulla: in un certo senso l’abito
basta a fare il monaco. Perchè nei Collegi si usa far in¬
dossare ai convittori certe divise (come quella reli¬
giosa e militare), se non perchè di fatto si conta anche
sulla loro suggestività nel disporre gli animi confor¬
memente al loro valore simbolico t
§ 54. Il modello ideale a cui, anche per le sugge¬
stioni dell’educatore, un giovinetto tenti d’informare sè
medesimo elevandosi con l’immaginazione al di sopra
della propria realtà, ossia trasfigurandosi, opera ana¬
logamente alla veste di rito che gli si faccia indossare,
ma con un potere suggestivo più largo e profondo. Se
il dominio che esso esercita da principio sull’anima di
lui è debole e incerto, e povere ne sono le attrattive, il
processo dell’incremento morale diverrà poi tuttavia,
per le successive integrazioni, sempre più ricco, e al
primo eventuale scoramento determinato dalla coscienza
della propria inferiorità, se non della propria miseria
morale, non tarderà molto a succedere, se sarà tenace la
volontà di rinnovarsi, l’esultanza per la conquistata ri-
generazione. Così l’ideale compie, quasi direi, la catarsi
del reale. Non è una legge psicologica che il desiderio
crei a poco a poco la realtà del proprio ob biotto ! Chi
ama la bontà non la possiede almeno in potenza ! Ma
è poi possibile amarla solo potenzialmente, cioè senza
praticarla affatto f
Converrà tuttavia che l’Io non si limiti alla pura
trasfigurazione di sè, quasi che basti, a divenire la ripro¬
duzione fedele del modello idealo, il contemplarlo sia
pure appassionatamente. Occorre constatarsi quale si
è di fatto, non potendosi trasformare una materia ignota,
superare limiti invalicabili, spezzare vincoli dei quali
non si abbia coscienza.
— 119 —
D’altra parte tra il reale e l’ideale rimarrà sempre un
distacco ch’è vano voler dissimulare. La presunzione di
essere migliori di ciò che si è, se non è vinta dall’au¬
tocritica, contrasta insomma lo stesso rinnovamento
morale.
L’idealizzazione dell’Io ha dunque un potere re¬
stauratore, ma la sua efficacia non può essere assoluta,
come più volte abbiamo osservato, specialmente trat¬
tando del relativismo. Un timido potrà modellarsi sull’Io
ideale rigurgitante di coraggio; ma cesserà allora come
per incanto la paura ! Senonchò per tale sforzo la paura
può attenuarsi di qualche grado, o nella successione
delle provo, che sono già per sè un’attestazione di co¬
raggio, questo potrà via via crescere affermandosi in¬
fine seriamente.
Una buona parte della nostra vita si nutre infatti di
queste creazioni della fantasia e dei sentimenti ideali
che le promuovono. Orgogliosi dell’ideale che proiet¬
tiamo al di fuori, pur vibrando entro di noi, amiamo
raccoglierne l’onda ricorrente, sublimandoci; ed ò questo
il segreto per riabilitarci innanzi a noi stessi, traendone
gli elementi fattivi della virtù. Epperò sospingere gli
allievi in questo cammino ascendente è una norma frut¬
tuosa di educazione, non essendoci infine virtù alcuna
la quale non si conquisti mediante l’idealizzazione di
bò, ossia con la finzione di possederla.
Cap. XYI.
La Pedagogia del come se.
§ 55. Abbiamo tracciato così le linee maggiori d’una
Pedagogia del come se. Xè credo possa ormai sussistere
più alcun dubbio circa il valore morale e pedagogico
di questo come se, vale a dire della finzione come forma
di vita morale e come strumento educativo. Ma altre
applicazioni dovremo enunciare e prendere in esame,
dopo avere per maggior chiarezza riassunto in proposi-
— 120 —
zioni i capisaldi finora stabiliti, aneli e per rendere più
spedita la via che ancora ci resta da percorrere.
1° La finzione come trasfigurazione di sè e della
realtà, esteriore è un bisogno della natura umana, e ha
in generale (cioè prescindendo dalle sue possibili de¬
formazioni) una funzione pedagogica.
2° La finzione si regge sul pluralismo dell'anima,
ossia attecchisce neU’incoerenza, e assume così, come fin¬
zione interiore, gli aspetti più diversi, invadendo tutti
i rami dell attività psichica. Ma questa incoerenza che
s’innesta nella finzione non è contradizione, perchè la
personalità umana non si può interpretare con un cri¬
terio intellettualistico, presupposto del concetto logico
di contradizione.
3° La finzione sociale è soggetta ad aberrazioni
(come l’ipocrisia); ma in determinate condizioni si pre¬
senta come ima necessità etica, senza che ciò diminuisca
affatto il valore morale della sincerità.
4° La finzione è il midollo della scienza e della
filosofia ; e perchè non potrà essere anche un elemento
■vivo dell’educazione morale ? Di fatto questa, come la
vita che essa idealizza, deve pur valersi dell’tdeafo come
suo strumento, e come termine assoluto o valore su¬
premo: ciò che, in confronto con il differenziamento
psicologico a cui l’ideale è inevitabilmente soggetto,
costituisce una finzione.
5° La finzione dell’ideale assoluto ha, come l’Asso¬
luto stesso, un fondamento realistico nella personalità,
il quale rende possibile la sua azione pratica, sia pro¬
pulsiva o inibitoria. Prende esso un atteggiamento va¬
riabile in relazione alla personalità, e a somiglianza
d’ogni altra fede; ma questo relativismo (scientifico)
lungi dal contrastarne il valore, lo legittima e rassoda,
suggerendo alla vita, e quindi all’educazione, criteri
particolari.
(ì° La finzione morale, per il suo fondamento rea¬
listico, consistente sopratutto nell’interesse affettivo del
soggetto, ha un carattere induttivo che equivale in
certo modo alla scoperta. Somiglia, per tale rispetto,
ad altre finzioni, e per es. al tipo e alla legge, su cui si
— 121
basano rispettivamente le scienze descrittive e dina¬
miche. Essa è forma che traduce in sè qualche cosa della
sostanza dello spirito, come la causa che. categoria della
mente, traduce un aspetto concreto della realtà, fisica.
Riconoscendola, la superiamo ma non la distruggiamo.
7° Si reintegra nella finzione morale, fra l’altro,
1 istinto poetico; però il suo valore pedagogico è rela¬
tivo, come il dogma, all’individualità dell’allievo.
8° Per ogni specie di finzione — come il bene asso¬
luto, il dovere e la virtù fini a se stessi, la libertà e la
responsabilità morale assoluta, la felicità perfetta — si
riconfermano, con 1 analisi critica, le osservazioni teo¬
riche e pratiche che valgono in generale per l’ideale
etico e la sua cultura. Prendendo poi in esame parti¬
colare la finzione religiosa, riconosciamo che alla mas¬
sima « Opera come se Dio esistesse » spetta uno spe¬
ciale valore etico-pedagogico.
9“ L educatore deve jiromuovere nell’allievo la idea¬
lizzazione del suo Io, ma così che in lui sempre alla
propria trasfigurazione si accompagni la constatazione
del suo essere reale, evitando illusioni e pretese che
snaturino e annullino l’efficacia rigeneratrice della fin¬
zione. Nell’idealizzazione dell’Io è il segreto della for¬
mazione d’ogni virtù.
§ 56. Varie altre considerazioni attestano come sia
larga la base di esplicazione della Pedagogia del come se,
in quanto o ò di fatto praticata, o si può aprirle un campo
più vasto di applicazioni coscienti.
-4) Che sia praticata ò evidente. A un fine che pur
si riconosca superiore alla potenza psichica dell’alunno
non si rinuncia facilmente, e un certo ottimismo carat¬
terizza sempre, nelle anime fervidamente dedicatesi alla
cultura de’ giovani (com’era quella del Pestalozzi), la
fede e 1 opera pedagogica. Molto spesso l’educatore
ama fingersi l’alunno migliore di quello ch’egli non sia,
e lo tratta come tale. Nascondendo il proprio senti¬
mento gli lascia credere inoltre anche ciò che non è,
quando per es. usando del metodo euristico dissimula
la propria arte suggestiva e dimostra di attribuire
_ 122 _
all’allievo una indipendenza e originalità superiori alla
reale.
Si ricorre pure comunemente al concetto tipico dello
scolaro medio. Che sia una finzione è manifesto, ma è
necessaria a determinare i criteri comuni dell’insegna-
mento, potendo rivolgersi agli scolari come se tutti ri¬
producessero in sè un simile modello. Ma è poi ovvio che
non si può per questo dimenticare i loro differenziamenti
che impongono criteri diversi; e d’altra parte il tipo
dello scolaro medio, dove c’è effettivo progresso, è mo¬
bile e quasi direi progressivo esso pure.
B) Al criterio del come se appartiene anche il prin¬
cipio àoW anticipazione.
Notiamo anzitutto che in certa qual maniera già
il processo della cultura è per sè un’anticipazione con¬
tinua. Un’ idea che ora apprendiamo è assai proba¬
bilmente imperfetta in confronto con l’idea medesima
quale diverrà poi per nuovi e più precisi riferimenti;
n’è quindi un’anticipazione. Nelle dottrine scientifiche
molte volte si anticipa in termini vaghi una concezione
destinata'a maturarsi solo più tardi; ma intanto quel¬
l’anticipazione giova a stimolare il pensiero, e ad av-
viare nella ricerca.
Posto cosi il valore generico del principio dell’anti¬
cipazione, nulla può vietare che lo si applichi tanto nella
cultura morale quanto in quella intellettuale. Si può
usare cioè degli elementi psichici come se nello sviluppo
avessero raggiunto un grado superiore, il quale così
viene anticipato. Certo una simile anticipazione, di
fatto, non si ottiene mai, contrapponendosi alle leggi
proprie al mondo dello spirito, come a quelle del
mondo fisico. È il pernio doli'Emilio (1). Però è altret¬
tanto vero che le potenze spirituali percorrono gradi
di sviluppo vari, e che non si può per es. trattare la
ragione come se o esistesse intera e perfetta o non esi¬
stesse allatto. La stessa coscienza morale procede nella
(1) V. I problemi dell'* Emilio » di G. G. Rousseau - dell’A. -
Firenze, Bemporad, 1925; e Disegno storico delle dottrine pe¬
dagogiche, § 03, Roma, Athenaeum.
— 123 —
sua formazione per gradi insensibili inizialmente diversi
da quelli ulteriori; ed è un vizio psicologico della dot¬
trina del Rousseau il non comprendere questa gra¬
dazione.
Un processo di anticipazione è pur quello onde l’in¬
dividuo tende a superarsi in quanto incomincia col
fingersi superiore. E non è poi fondato sulla stessa anti¬
cipazione anche il volere, se per esso anticipiamo in
certo qual modo il compimento del fine trasferendoci
con 1 immaginazione nella situazione che esso comporta?
Questa finzione è però utile a promuovere il processo
del volere reale, se non a determinare addirittura lo
scatto dell’azione.
Anche il volere morale può quindi procedere per
anticipazione, in quanto specialmente si utilizzino quegli
elementi psichici, d’ordine etico, che nell’individuo ef¬
fettivamente esistono. Il fanciullo partecipa a una
famiglia, ed acquistando egli progressivamente la
coscienza di tale sua partecipazione, sorgono in lui len¬
tamente e si profilano i doveri famigliari. Questi non
sono ancora quelli che avrà come cittadino, ma ne sono,
in un certo senso, un primo stadio indistinto, per il
loro genere di doveri, di vincoli, onde l’arbitrio viene
limitato. E perchè l’educatore non potrà valersene ad
anticipare in lui in qualche grado e maniera il senti¬
mento dei doveri civili ?
«servire alla società come si serve ai genitori e alla
famiglia; subordinare il proprio volere alle necessità di
quella come lo si subordina alle necessità di questa;
cooperare nell’uno come nell’altro campo al raggiun¬
gimento di lini comuni, e via dicendo, sono principi di
fondamentale identità etica, intelligibili approssimati¬
vamente anche a un fanciullo, sebbene gli manchi tut¬
tora un’adeguata esperienza sociale.
Al principio del dovere si associa l’idea di sanzione,
che penetra nel processo formativo della coscienza mo¬
rale anche col titolo di onore. Il fanciullo non può
sperimentare questa idealità nella pienezza del suo si¬
gnificato; e tuttavia si può trattarlo come capace di
— 124 —
comprendere sia, pure indistintamente ciò che è l’onore,
soprattutto mediante la presentazione di vari modelli
positivi e negativi (di onore e di disonore), e parlandogli
per es. delle ambizioni legittime e nobili e della gloria
come se potesse vivere egli stesso, per tale rispetto, le
emozioni degli adulti.
Non si dovrebbe, secondo il Rousseau, chiedere pro¬
messe ai fanciulli, perchè essi non ne intendono il valore
e ne smarriscono facilmente il ricordo; ma non disdice
a un ragazzo prendere un impegno anche col suo edu¬
catore, se prende pur impegni spontaneamente con i
coetanei. Il valore etico del promettere gli apparirà poi
sempre più chiaramente. Perchè infine l’esperimento non
dovrà giovare ad apprendere i principi della vita morale,
come giova ad apprendere quelli della scienza f
C) Alla Pedagogia del come se appartiene anche
1 educazione detta formale. Già dicevamo in che con¬
sista il carattere realistico delle facoltà dello spirito.
La vita è attualità del divenire in ciascuna delle sue
forme; è un continuo flusso, una corrente anche come
vita psichica; e l’idea quindi di facoltà fisse, immobili,
identiche a se stesse, è una finzione fantastica. Ma nei
termini con cui sono indicate le facoltà noi abbiamo
altrettanti indici di vere e proprie capacità concrete;
e perchè dunque non si potrà educare per es. il volere
per se stesso, come se avesse una propria sostanza i
(§ 30). « Volere è potere » è una finzione ottimistica; ma
è presumibile che anch’essa concorra a sprigionare lo
energie recondite della volontà.
11 successo in un’impresa non è infatti indipendente
dalla fede in sè e nella fortuna delie cose, laddove la
sfiducia paralizza, pur dove esistessero e fossero suffi¬
cienti le energie dell’ azione. Certo questo elemento
inorale non basta: le energie non devono mancare, e
occorre che siano adeguate allo scopo: la presunzione
porta seco molto spesso lo scoramento e l’inerzia.
Ma se la massima « Volere è potere * deve quindi con
i giovani essere usata prudentemente, e accompagnarsi
in loro a una sana valutazione della propria capacità
— 125 —
(alla quale giova la memoria intellettuale e affettiva
dell esperienza trascorsa), non cessa per questo il suo
valore esortativo, tanto più efficace quanto più l’edu¬
catore può fare assegnamento sulla reale idoneità del-
1 allievo.
È però anche vero che, adoperata senza un esatto
concetto del rapporto del volere col potere, la detta
massima può diventare uno strumento del dogmatismo,
quando per es. si pretenda ottenere dalla volontà, come
principio a sò, l’adesione incondizionata a una deter¬
minata specie di fede. Infatti anche se si riuscisse a
determinare il desiderio di seguire la fede suggerita,
tale desiderio non basterebbe a generarla, presupponendo
essa condizioni che non si creano col libero arbitrio e
col comando.
I>) Il sentimento sociale, che è anche rispetto del-
1 uomo e gentilezza interiore, si educa primieramente
nella sua esteriorità, o con le così dette bello maniere
alle quali tanta importanza accordavano i nostri uma¬
nisti. Basti citare il Cortigiano del Castiglione. S’in¬
segna cioè a trattare le persone con garbo in ogni caso,
qualunque possa essere l’atteggiamento dell’animo verso
di esse, e come se questo fosse sempre di deferenza. Che
se esteriorità dei modi non basta a determinare sen¬
timenti analoghi, potrà almeno promuoverli per il prin-
c.piodeirumtà psico-fisica a cui si deve la suggestività
affettiva dei nostri atti (§ 12), e per la conseguente ri¬
valutazione dell’interiorità. E non è anche questa per
un e lucatore una conquista ? La cortesia rientra per¬
tanto di pieno diritto nella Pedagogia del come se.
§ 57. Questa Pedagogia del come se è una Peda<m«ia
economica per eccellenza, cioè risponde al seguente
principio: « Devosi evitare in qualsivoglia impresa —
epperò anche nell’educazione — ogni dispersione di
energia, e utilizzare tutti i mezzi più acconci al raggiun¬
gimento del proprio scopo ».
Si possono quindi utilizzare anche le imperfezioni se
pur questo giova a promuovere la elevazione dello spi¬
nto. Un imperfezione, dal punto di vista ideale, è la
— 126 —
tendenza egoistica, che si esprime in tante maniere di
amor proprio: un'imperfezione è la tendenza edonistica,
che diventa acuta specialmente nell'età giovanile. Si
vorrebbe che l’uomo non fosse per nulla egoista e non
amasse il piacere, ma sempre egli realizzasse l’ideale
del disinteresse assoluto, h un sogno v ano ; ma perchè
non si potrebbe utilizzare l’una e l’altra tendenza per
quanto imperfetta, nobilitandola» Si utilizza la ten¬
denza egoistica correggendo per es. l’invidia come quella
che ha la sua prima radice nel desiderio umano di va¬
lere. Questo può infatti essere promosso e soddisfatto
in % ari modi, onde l’individuo al riconosciuto valore
altrui contrapporrà, per qualche altro sia pur diverso
titolo, il valore proprio. Si utilizza il desiderio edonistico,
che lo stesso Platone, come Aristotele, giudicava legit¬
timo, offrendogli oggetti capaci di elevare lo spirito,
mediante un senso squisito di compiacimento.
La finzione in quanto dà luogo all’artificio ò pure un
mezzo pedagogico imperfetto; ma è una ragione suf¬
ficiente per ripudiarla » È artificio il trattare un fan¬
ciullo bugiardo come se fosse sincero ; ma se noi finge¬
remo di non ammettere in lui la menzogna neppure
come possibile, facendogli gustare così la gioia della
stima che si guadagna con la presunta sincerità, pro¬
vocheremo probabilmente in lui la volontà di meritare
tale stima veramente, e di non perdere, con la menzogna,
la buona riputazione.
Tale finzione seconda del resto nei giovani la loro
stessa natura, il loro amor proprio, e per ciò appunto
può diventare nel processo educativo una norma tanto
utile quanto è razionale.
§ 58. Bacone ammoniva che all’intelletto degli uo¬
mini si dovessero imporre pesi e piombo, anziché ag¬
giungervi penne, perchè essi devono apprendere a fre¬
nare i salti e i voli. Se ciò si fosse fatto fino al tempo suo,
il progresso scientifico avrebbe avuto sorte assai mi¬
gliore. Ma se questa è una norma della scienza più ri¬
gida, vale del pari per l’educazione dei sentimenti e
— 127 —
minL V ,° ,01Jtà 1 Co08Ì8tono - e tr atto tratto vicendevol¬
mente prorompono nell’anima umana due bisogni fon-
Ì 22 T 1 n 80gn ° r0mautico e i] bi 8opno critico
(SS «i, 22 , 34). D primo esprime soprattutto la potenza
del sentimento, il secondo quella della ragione. Si esclu-
nelK ^T^l trattamente 8Ì ’ ma non nel,a realtò concreta,
nella quale si associano e persino si fondono anche
quando meno si crede. ancIie
Non è per es. credibile che sussista in un individuo
-? Uant0 81 vogUa > Per temperamento, inteUet-
fredd f a S?! 6 n° IUtO ; ,U,,0r ° deIIa rubine filosofica,
lredda, astratta, libera da ogni affettività. Se infatti
questa ingrogna di sè pressoché tutta la nostra vit i
come può esserne del tutto esente la filosofia ? Ssà
infatti traluce pur dalle scheletriche formule e dalla
ìgidezza architettonica della dialettica che si pretenda
razionale, per es. del Kant. Chi non
rammenta il suo inno alla coscienza morale ? Come non
“ir 0 ' r tU,atÌ delhl ra " i0ne P^ica l’im
pulso del sentimento cristiano ?
molli 14 ra " 1OD0 pU f a non sussiste che neUa logica for¬
male, corno accordo del pensiero con le proprie forme-
ma non questa è la logica di cui più si avvantaggila
nostra esistenza, bensì quella che fu detta affettiva. Che
imnerativa 0 ^ nella pura ragione, freddamente
Sto f88 20 Tn," 1 '” Un 8 °^«tto già più sopra toc¬
cato (§§ 20, 40) — come in porto sicuro aperto ad ogni
creakua umana, ritroviamo però in essa, pur senza
ai vedercene, noi medesimi colle nostre peculiari ten¬
denze, consacrando infine, nel suo recinto, come in un
* ““ ‘ culti - «“ *>'
Come ogni poesia ha la sua logica, cosi anche la lo-
J ° a ha UDa P0 ? Sia pr ? Ilri a; e appunto per questo av-
ene che non il vero illumini col suo celeste splendore
la ragione universale, ma la ragione dell’individuo, con
le sue movenze affettive, generi il Vero. È quanto dire
indù?» n . cercl ' lam0 ll . Vero l’ er noi, cioè quello che più
indulge ai nostri gusti passionali, anche quando c’illu¬
diamo di ricercarlo per sé medesimo, disinteressatamente;
— 128 —
sicché In ragione che si protende imporsi come imperso¬
nale e libera da ogni vincolo sensibile acqnista per contro
il vigore se non l’irruenza della sensibilità che la fo¬
menta. Potrei addurre a riprova innumerevoli esempi.
Limitandoci a uno solo, che era mai la Ragione della
storica Enciclopedia se non il pathos di una volontà col¬
lettiva, e l’epilogo di acuti risentimenti che si erano
maturati a poco a poco fino a quell’epoca? Che poi
quella fosse una Ragione mistica lo dimostravano gli
onori resile come a una deità nuova.
Si riflettono nella nostra mente i fenomeni del mondo
esterno; ma donde traggono essi il loro carattere tra¬
gico o idilliaco se non dalla potenza del nostro senti¬
mento ? Insamma la ragione che si ostenta come il
terso specchio della fredda realtà è, in ultima analisi,
tutta investita dall’atmosfera mutabilissima e passio¬
nale del nostro spirito; è, come pur si disse, una scac¬
chiera sulla quale i medesimi elementi possono entrare
nelle più svariate combinazioni. E perchè dunque stu¬
pirci se riesce evidente agli uni ciò che per gli altri è
assurdo ?
Non è questa un’ingiuria alla ragione, ma una rivin¬
cita dello stesso suo diritto supremo di porsi e di mani¬
festarsi quale la vediamo di fatto. E perchè dovremmo
contrapporle una ragione fantastica, cioè uniforme, per¬
fetta. assoluta, sciolta da tutti gli interessi peculiari
e dalle abitudini della personalità, e fare di questa un
principio essenziale dell’educazione ?
Qui non sussiste contradizione. Un sentimento ha
in sè l’evidenza del fatto, e tendo ad avvalorarsi nel-
1 evidenza logica o di diritto. L’assurdo emerge quando
convertendo in impersonale il punto di vista soggettivo,
si spazia nell'ambito dell’intelligenza astratta che è ben
altra da quella concreta. La contraddizione allora si
disegna fra i termini di un’antinomia; ma non sussiste
affatto se riguardiamo singolarmente le due specie di
vita a cui questi termini dànno luogo in due individui
di tempra diversa. Entrambi quei termini possouo ot¬
tenere un candido assenso; e perchè negare che questo
assenso valga egualmente nei più difformi orientamenti
— 129 —
dello spirito, se con esso si appaga nella stessa misura
un desiderio, un bisogno, un’aspirazione ?
Non può certo erigersi a legge il caso singolare del
filosofo che mentre crea a sè medesimo o presceglie la
visione deiruniverso che più gli piace e gli viene da sva¬
riati influssi suggerita, si trasumana ciononostante così
da reputarsi deiruniverso l’imagine geometrica fedele e
privilegiata. Egli v’imprime necessariamente, come il
poeta, il suggello del proprio Io, e pretende tuttavia di
ritrarre l’universo nella sua perfetta oggettività sinot¬
tica, accanendosi in tale sua vanagloria con tanto
maggior calore quanto meno è razionale.
La filosofia da lui scoperta e professata sarebbe, nel
suo pensiero, quella definitiva a cui tutti debbono, sia
pure loro malgrado, aderire e sottostare. No. La verità
è progressiva perchè è varia; i suoi raggi sono infiniti
come quelli della luce; ritrova nella molteplicità la
propria ricchezza inesausta; e l’antitesi 6, come notava
farlo Cattaneo, per sè medesima un principio di reale
progresso, promovendo nelle idee un rinnovamento che
non sarebbe possibile senza i disaccordi. Come dunque
si può pretendere di rinchiudere tutta la Verità in un
sistema particolare? Non è poi contradittorio, per la
logica reale della vita dello spirito, che ciascuno abbia
la sua filosofia, come ha la sua coscienza, il suo carat¬
tere, le sue preferenze.
Ma si dirà: La ragione umana non è universale ?
Si, ma a quel modo ch’è universale la nostra umanità,
genere comune ai vari temperamenti, allo varie filosofie.
Onde infine la contradizione vera e propria sussisterebbe
in chi impiegando la sua ragione nella sua filosofia, pre¬
tendesse di rappresentare tutta e la sola ragione, tutta
e la sola filosofia possibile.
Non sembri questa una digressione inutile al nostro
problema. In vero se, ciò posto, la ragione universale
e identica è un’astrazione dalla realtà in cui la ragione
concreta si disegna con la sua varietà funzionalo, non
si può assumerla, nella suddetta forma astratta, coma
criterio o méta di educazione. Si cadrebbe in un’intol¬
leranza stupida.
9. Marchbsbu» La filinone nella cducasione.
— 130 —
I giovani pertanto non devono essere educati a un
crudo razionalismo, ma si dovrà far loro onestamente
comprendere il relativismo della ragione, della fede,
della filosofia, e l’influsso vario che vuoi la ragione vuoi
il sentimento hanno, in svariati intrecci, nei singoli in¬
dividui. Dovranno intendere il dissenso delle opinioni e
degli indirizzi della vita nelle ragioni stesse, universali,
della nostra umanità, la quale non ci può armare affatto
gli uni contro gli altri se vibra nel nostro fondo con le
medesime note. È dunque possibile, nonostante la dis¬
parità dei caratteri e delle fedi, un’armonia superiore,
per la quale realizzeremmo il programma di una civiltà
più coerente e meno filistea dell’attuale, accordando a
una illuminata libertà di pensiero non già una tolle¬
ranza infinta e pusillanime, ma quel rispetto magna¬
nimo che è devozione incondizionata alla dignità dello
spirito.
§ 59. L’adolescenza è l’epoca nella quale piace spa¬
ziare nel campo dell’immaginazione assai più che le¬
garsi inestricabilmente al mondo reale per sò troppo
circoscritto e determinato; e per ciò appunto nella gio¬
vinezza, definita da Platone come un’ « ebbrezza dello
spirito », l’ideale può fermentare e rigogliosamente
fiorire.
Non tutti i giovani però risentono in egual grado il
bisogno romantico e il bisogno critico; e già in essi si
disegnano preferenze come quelle che caratterizzano i
due tipi d’individualità, intuitici e riflessici.
Predomina nei primi l’immaginazione creatrice, nei
secondi lo spirito critico: quelli sono inclinati a entifi-
care dissimulatamente le astrazioni, questi a riconoscere
in tale atto l’arbitrio. Le due tendenze non si esclu¬
dono tuttavia assolutamente. In Spinoza, Lessine, Kant,
Schleicrmacher — così nota l’Hoeffding — coesistevano :
* Un vivo sentimento e un pensiero chiaro lavorano
l’uno per l’altro più spesso che comunemente non si
creda ».
Di fatto il sentimento promuove e dirige il pensiero
logico più di quanto non ci appaia, e il pensiero stesso
— 131 —
ne sollecita non di rado le mirabili reviviscenze, a col¬
mare le proprie lacune o a risolvere le proprie incer¬
tezze. Tra l'uno e l’altro ci può essere antitesi, e l’uno
può ciononostante coesistere con l’altro come se non si
escludessero; ma ci può essere anche armonia perchè il
pensiero critico lungi dall’eliminare il sentimento, può
meglio incanalarlo e invigorirlo, rispettandone la spon¬
taneità nativa.
La critica del resto dev’essere prudente in particolar
modo con i giovani, non potendo essi accoglierla con
la parsimonia e la maturità di cultura possibili soltanto
negli adulti. Sulla necessità di uua consimile prudenza
ci lasciava già notevoli ammonimenti Cartesio, sia per
la necessità di proteggere le istituzioni vigenti contro
gli arbitri degli ignari, sia per tutelare le stesse menti
incapaci di pensare da sè, e alle quali più giova affidarsi
alle opinioni altrui. La questione è grave e la ripren¬
deremo trattando, nel prossimo capitolo, dei diritti pe¬
dagogici del pregiudizio. Certo è intanto clic dalle ra¬
gioni della prudenza non possiamo prescindere special-
mente nell’educazione degli adolescenti, in quanto in essi
tendono a deformarsi dei pari, per le speciali condizioni
del loro spirito, il senso dogmatico e il senso critico.
L’adolescente ha bisogno di seguire il corso dell’im¬
maginazione affettiva, cioè deH’immaginazione pro¬
mossa in lui dal sentimento. Kagionar sempre, notava
il Eousseau, è proprio dei piccoli spiriti. Gli animi forti
hanno un ben diverso linguaggio, che è quello per cui
si persuade e si fa agire. Non ragionate mai freddamente
con i giovani. Fate che il linguaggio della mente passi
per il cuore, affinchè possa essere compreso.
Questo principio di arto educativa è ben compreso
dalla Pedagogia religiosa, com’è trascurato dalla Peda¬
gogia intellettualistica, la quale esagera, nel l’educazione
morale, l’efficacia della scienza del bene, come se le
verità morali fossero essenzialmente teoriche e non pra¬
tiche e affettive. Non c’è fede in verità che non si ac¬
cenda con la fede, e la fede morale non può fare eccezione.
— 132 —
Esprimendo con calore un sentimento, lo trasfondiamo
anche negli altri tanto meglio quanto più il loro cuore
è infiammabile e più vivace n’è l’immaginazione.
D’altra parte è pur vero che l’entusiasmo che si
presuma bastare a se stesso, può, nel corso del tempo,
e in difetto dei più forti stimoli, sbollire, lasciando luogo
allo scetticismo. Perciò è necessario il sussidio della ra¬
gione critica che rinsaldi i motivi del sentimento o della
fede. L’elemento intellettuale dunque, pur non essendo
sufficiente a plasmare l’anima morale, non è punto tras¬
curabile.
Il ricorso dell’intelligenza anche nell’ordine affettivo,
pur essendone sentito variamente il bisogno, è però na¬
turale. Chi non tende a giustificare a sé e agli altri i
propri sentimenti ? E chi non sa come i giovani amino
la dialettica, o siano intolleranti della contradizione t
Nell’educazione conviene utilizzare l’uno e l’altro
bisogno, romantico e intellettuale, secondando i due
rispettivi caratteri distintamente, ma anche, se sia
possibile, temprando l’uno con l’altro. A questo che
chiamerò Umanismo aristocratico io mi riferivo quando
accennavo a una superiore armonia delle anime, e a
una civiltà più sincera e leale (§ 58). Tende esso a
salvare i valori umani (intelligenza e sentimento) in¬
tegralmente, poiché è possibile un accordo superiore,
una solidarietà profonda degli animi, anche nel dis¬
senso.
§ 60. La Pedagogia del come se, così intesa, non le¬
gittima affatto il puro conformismo esteriore. Non ò
questo una forma decorosa di vita morale; e se può con¬
correre a mantenere l’equilibrio nella convivenza, non
n’ò mai una garanzia assoluta. Può accompagnarsi per¬
sino allo scetticismo. Chi poi si appaga dell’esteriorità
è un uomo moralmente nullo, e nella società rappre¬
senta un continuo pericolo.
L’esteriorità può essere rispetto delle leggi: ma l’edu¬
cazione vuole molto di più, mirando a creare la dispo¬
sizione spontanea al bene e al dovere. La pura esteriorità
può essere soltanto un mezzo provvisorio al raggiun-
— 133 —
fomento di questa alta idealità. Infine il volere morale
dell’uomo è nel rispetto veramente sentito, e non sol¬
tanto praticato, del diritto e del dovere: è nell’adesione
e nell’accordo sincero delle coscienze.
L’educazione non può rinunziare a promuovere questa
suprema unità ideale, benché irrealizzabile, e deve quindi
convertire l’esteriorità dell’accordo in un vero e proprio
spontaneo consenso interiore. Deve promuovere nel¬
l'allievo la capacità autoeducativa, mediante l’inibi¬
zione spontanea delle tendenze contrarie alle idealità
sociali, e la elevazione e il rinvigorimento di quelle
omogenee.
Dominato per es. dal bisogno della vendetta, l’in¬
dividuo penserà che l’ideale della generosità è assoluto,
c disporrà l’animo suo, con ogni sforzo, alla mitezza,
agendo conformemente. Da prima questo atteggia¬
mento sarà esteriore, superficiale: ma, come più volte
accennai, potrà poi diventare interiore, costituendo in¬
fine un contrario bisogno del suo spirito, anche per
quella suggestività ideale di cui un atto è tanto più
capace quanto più vi si conformino le inclinazioni na¬
turali del soggetto.
§ 61. A questo punto si potrebbe osservare che la
Pedagogia del come se non è che un epilogo del criticismo,
e che nonostante tutto lascia nell’animo d’una persona
di fedo il solco doloroso della delusione. Non per essa,
si dirà, si può educare i giovani nel culto v irile dei va¬
lori ideali della vita, il quale non ammette restrizioni e
dubbi.
Ma se di fatto la critica scientifica è avversa all’asso¬
lutismo teorico dei valori ideali metafisicamente con¬
cepiti, non per questo essa oppugna la fede morale,
valendo anzi a rinsaldarne le basi, come abbiamo di¬
mostrato (§§ 7, 32). La Pedagogia del come se s’informa
effettivamente a questo presupposto.
Pertanto io non intendo affatto di proporre che agli
adolescenti si dica semplicemente così: «Operate come
se il bene fosse assoluto, e il dovere fosse fine a se stesso,
e assoluta fosse la vostra libertà morale; come se sol-
— 134 —
tanto all'esercizio della virtù voi dobbiate la felicità
vostra attuale; come se il bene altrui fosse anche il
Itene vostro; coinè se i precetti morali derivassero da
un supremo legislatore infallibile; come se infine l’anima
vostra fosse immortale, ed esistesse una giustizia asso¬
luta, riparatrice, nell’oltretomba ». Limitando a questi
termini l’esortazione morale, si rinnoverebbe, sia pure
dissimulatamente, la forma dogmatica, in quanto è
espressa dal puro imperativo, sospingendo in ultimo
verso lo scetticismo. Nè roi dobbiamo tacere che un si¬
mile discorso potrebbe anche avere l’aria della canzo¬
natura.
Il discorso si può allargare e approfondire. Comin¬
ciando da riflessioni d’ordine religioso, si può parlare in
questi termini: «Come insegna l’esperienza spregiudi¬
cata, alle credenze religiose, dogmatiche, si può, secou-
dando lo spirito critico, rifiutare la propria adesione;
ma ciò non toglie che queste secolari visioni dell’umanità,
siano pure quanto si voglia criticamente contestabili in
una od altra delle loro raffigurazioni, conservino un inop¬
pugnabile ed eterno valore, psicologico e morale. Coloro
quindi che tale concezione della vita ripudiano, in quanto
riveste una determinata forma dogmatica, non rifiu¬
tano perciò o non debbono rifiutare quegli elementi di
verità imperitura che essa contiene. Possono dunque
anciie 1 non credenti ortodossi vivere come se in quelle
credenze consentissero, in quanto ne rivivono in sè
praticamente, l’intimo valore ideale; la qual cosa imi
porta di fatto più che ogni altra, e importa assolutamente.
nostro spirito è posseduto da intuizioni particolari
profonde, alle quali sente il bisogno di dare una forma,
e questa può essere varia senza che ne svanisca la sin¬
cerità o ne rimanga sminuito il vigore fattivo _Tutti
abbiamo un’intuizione generosa del Bene, e tendiamo
perciò ad assegnargli un valore assoluto identificandolo
per os. con Dio (la cui esistenza, nel cuore dell’uomo, è
in una qualunque sua espressione, indiscutibile), o dan¬
dogli comunque un’impronta mistica, come accade per
ogni ideale supremo dominante in un'anima eletta. _
Tutti apprezziamo il dovere come una legge comune in-
— 133 —
derogabile, e se il suo adempimento si subordina pra¬
ticamente a determinate condizioni, tuttavia la conce¬
zione della sua assolutezza o incondizionalità ci esalta
corno quella che ci appare più degna della nostra uma-
mtà. Ua simile finzione noi riceviamo l'inestimabile be¬
neficio di vincere le angustie che talora soffriamo in
quanto avvertiamo o presentiamo i limiti a cui a nostro
malgrado è costretto troppo spesso il nostro volere. —
La felicita ha, come notava Aristotele, fonti diverse,
ma quella che tutti riconosciamo come la più ricca e
piu vera trova indubbiamente la sua genesi nella co-
scienza del nostro proprio valore morale, e noi animi-
riamo 1 uomo virtuoso stimandolo felice, secondo la
rase di 1 latone, anche fra gli oltraggi più umilianti e
le persecuzioni. II giusto è felice, egli disse, pur sulla
croce, mentre il tiranno sul trono e in mezzo alle delizie
e odioso e miserabile. È una finzione del sentimento,
ma ci è troppo cara perchè possiamo cancellarla dal
nostro pensiero. Questa ammirazione attesta infatti un
isogno ideale cli’ò un fatto di coscienza, vero per sè
come ogni fatto, e significa dunque che nella virtù si può
»en riporre la ragione suprema della nostra esistenza,
anche se tale méta suprema non possa essere mai rag¬
giunta da alcun essere umano. — Il nostro volere e il
nostro bene, o quello che tale ci sembra, sono spesse
'olte in conflitto col volere sociale, col bene collettivo,
e noi lottiamo in cuor nostro, se non anche mediante
gli atti, contro il costume e le stesse istituzioni che ci
reggono; ma è pur naturale o istintivo nell’uomo il senso
sociale che lo induce talora alla rinuncia anche, se si
vuole, per indulgere al proprio egoismo. Egli allora si
hnge legato alla società dal pieno consenso, almeno in
quanto vi conforma la condotta: vive insomma (ed è
una necessità socialmente insormontabile) come se quel
conflitto, almeno in determinati casi, non esistesse: e
non è questo un modo di superarlo ? — Mi limito qui
a un puro cenno, ma il commento può estendersi assai
piu, come risulta da quanto sopra dicevo circa le finzioni
morali singole.
«
— 136 —
Cap. XVII.
I diritti pedagogici del pregiudizio.
§ 62. Ho accennato più sopra (§ 59) alia dottrin i
di Cartesio secondo la quale nel diffondere e dirigere fe
opinioni occorrono molte cautele, allo scopo di evitare
ber^H 1 , nsuJtantl Jf 1 maI ° «so che si facesse della li-
bertà del pensiero. Meglio è, per certi individui, seguitare
°ttr Chla ' Che dalla St6SSa lunga P ratica f « resa
eo T certe vie alpestri per essere lo pi*
attuto. Ciò vale quanto affermare l’utilità del pre¬
giudizio: esistono cioè dei pregiudizi che la prudenza
consiglia di conservare. * a
H problema però, come ripeto, è complesso- eirl«
poi nell’orbita della Pedagogia del come se in quanto
bero d nell- a ensler ° cartesian o, cer ti pregiudizi dovrei,-
ferità sfwTi 10 ?’ eSS , ere trattati come se f »ssero
«SSJ? potrebbe formulare così: Si deve combattere
preteso pregiudizio incondizionatamente, per contrap¬
porvi le verità della scienza ? E si concili^ebbe ques o
principio con l’altro che un individuo si deve educale
teiìSet ° n ' U 8econdando Ie sue tendenze carat-
esi8t0n0 pregiudizi che si devono con
o„ni sforzo debellare, poiché così comporta il diritto
universale della cultura, e perchè altrimenti non avreb¬
bero ragione d’essere neppur le scuole. Essi sono di
noJ^r. Vam ’utcllettuale e morale, e per riconoscerli
uecessario che li enunciamo. Umiliano la specie
alH soci^ 1 * reCare , VerUD beDeflcio «è all’individuo nò
alla società; anzi alcuni, come certe superstizioni vol¬
gari, sono tutt altro che innocui.
Da questo lato non si può dubitare che come la
lotta contro U pregiudizio è uno dei maggiori titoli di
rl°«7na 0 a T 8tra umauità > cosi il perseverare in essa,
1 estenderla, l’mtensificarla, è un compito e un destino
ha dilSf^n® d ° lla dVÌ,tà - Cert0 è deI P ari che la verità
a dii itti inconcussi; o questo è infatti un postulato
— 137 —
imprescindibile della scienza. L’educazione scientifica
infine serve a dare allo spirito dell’individuo una forma
Squisita e serena d’intellettualità, e temperanza di oju-
dizao, le quali doti facilmente si trasferiscono in un più
arerò ambito, essendo il nucleo di analoghe virtù civili
forse > a risolvere il nostro problema, con-
qU ,Z t0 ™ petto ’ chc diremo filosofico? Il
deHa filosofi ’ c è dubbi0 ’ è più vasto di quello
si )ossnno fa t ; f! 80 11 Vero ha diritti incontestabili, non
propri del?o so ^ d ! seonoscere da un lato i diritti
propr dello spirito anche fuori delle verità della scienza
una 1 vS! m ' dall ’ aI f tro quelli della società, alla quale
una verità specialmente deformata può recare ma—ior
danno della stessa ignoranza. • °
Xon si può insomma trascurare, per il punto di vista
filosofico, quello pratico, sociale, politico, pedagogico
accarezzando la pretesa di ridurre allo stesso livello!
e ere enze, tutti gl’individui, come se avessero le
dimpnH 1 * 3 att, , tudini eticl ' e « intellettuali; non si può
dimenticare che nelle menti di certi individui deter-
Ventà ’ degenerando, possono secondare persino
e piomuovere istinti perversi. 1
„• „ u !‘ diritto umano che a nessuno si precluda l’ascen¬
sione dello spinto, intercettando le veraci conquiste
veniente^! ma queste Presuppongono, per essere con¬
venientemente afferrate, un’adeguata cultura, che ne
renda possili! !e la retta rielaborazione. L’insegnamento
STsonJm^ a8S ° CÌarSÌ «—.e
Ciò ammesso, è facile comprendere come vi possano
' VM, in detem.in.te JSS
spirituali e sociali, hanno una funzione benefica; e non
si capirebbe perchè si dovrebbe in tal caso preferire una
cruda verità manifestamente nociva. La credenza nei
feticd, notava il Paulsen, presso certi popoli serve a
1 roteggere la proprietà, e sarebbe quindi per loro un
gran pericolo il distruggerla.
prin T. io che la v e»tà deve essere rive-
lata, non può non subire, per determinati casi, succiali
— 138 —
riPerve, dovendo comunque la verità servire a-li uomini
pm che gli uomini alla verità. Lasciar sussistere fa, altri
come v er „ ciò che per nei foce prcrfudùlo /nò c'
S°vc“ L U ”r”“ S,,Ì * Pr “ d0 “ a raa *"«««"> un
§ 63. Una riserva richiede anzitutto il pregiudizio
per se stesso. Si può essere assolutamente certi d’essere
«senta da ogni pregiudizio, o piuttosto non è esso te
una od altra forma, un morbo comune ? È stato detto
non senza ragione, che il mondo è un grande ospedali
ferinità, 6 II” 3 ?? nnfaccia »* u illtri ".alati la loro in-
iermità, non si libera perciò dalla propria. Potremmo
a riprova, riportare la teoria degli idoli di Bacone e il
commento sensato ch’egli ne faceva. Che se un prèghi
diz.o e respinto a parole, non si esclude che, come dice¬
mmo, vi si conformi la condotta come se fosse verità
Inoltre può essere ritenuto pregiudizio ciò che tale
non si può dire assolutamente. Per uno scettico ad es può
seTuna’Tì” H Z ’° 818 - a leI f Ìone sia la metafisica; ma
«e 1 unae 1 altra corrispondono a un bisogno del so-.
getto, ed esprimono quegli interessi fondamentali a cui
e legata la sua vita, si dovrebbe coerentemente ripn-
diare come pregiudizio questo stesso bisogno, ciò che
non ha senso. È poi assurdo pretendere di eliminare un
:' l n V 1 r ,() .i SPlr,t ° C0D UU sen ‘!'Jice fiat della volontà
e per effetto di considerazioni astratte.
r ® d , e ®® ocl dinanzi a un pregiudizio vero e proprio,
radicato fatalmente nel nostro secolare costume: cre¬
dere cioè che si possa modellare l’anima umana secondo
il Proprio arbitrio, e prescriverle una data religione o
metafisica. L un pregiudizio presumere che la Morale
si Tondi sulla religione anziché questa su quella, e pie-
tendere in conseguenza di prefissare una determinata
confessione religiosa come condizione sine qua non di
moralità. I n pregiudizio è ritenere minacciosa e vietare
in materia di fede, e per ogni sua specie, la libera di¬
scussione, violandosi così un’esigenza mentale della per¬
sonalità umana, il decoro della società, i diritti della
storici.
— 139 —
Cap. XVIII.
Massime di Pedagogia prammatica.
lista Z' 1 * Jil nostra Pedagogia del come se è pramma-
e dal P Sr 8 r/°r VeDne enunciato dal James
«iafcrel.be nelle ane eonanarne^é' paiéoloVe” e“Tn ne°H
sua essenza logie» obbiettiva. p ' r Z a orZIA n
l°L:T en •«**> * »- » «■* - -«53T5T-E
conformità afl? T. e . rità p . er ì 1 Prammatismo è dunque la
,... j 1 d an 'dea ai bisogni del soggetto all’uti
liti sua, al ano de.id.rlo. La razione ciHcMmpiraonS'
cede ,1 proprio impero alle voci del aditili,cute , „
JS?"ver. 0 tro?: ela r ,,an ‘° «
f . • , trovare alla propria vita una ragione euf-
nelleSigeZedol 08 ? 1 . 811 8pesso aspri della scierà, ma
m Je esigenze dolci del cuore. Il desiderio di pace è leg-e
a se stesso, e umilia a sè la ragione. ""
, . Non «soffermeremo qui particolarmente sulle ob-
Szr*; <|Ucsto ., orie n tomento del pensiero ha pro-
AOtate Certo assimilando il vero all’utile si ripudia del
'ero 11dir ! t 5 opiu sacro - qnal è l’indipendenza, e si dà
ansa all arbitrio e all’egoismo. Inoltre facendo assegna -
mento sulla volontà di credere, si potrebbe pretendere
di soffocare U bisogno del libero esame.
Pn/fc tutt’altra indole è il prammatismo della nostra
Pedagogia del come se, che non è irrazionale ma razionale
umana^oteiT 0 tutte Ia sua ««tensione
d emergere tanto dal sentimento quanto
di cien^7s%4 C i 8ere i C10è tanf ° Verifà di fede f l ,lan,,)
il libérn mii- 24): * e ’ nostro Pragmatismo ne rispetta
libero movimento, secondo i due bisogni, che abbiamo
largamente commentati, romantico e critico. La ra¬
gione critica non è infatti fatalmente eliminata — per
— 140 —
il nostro ponto di vista - dal bisogno romantico so
fr'aS - 0 ’ C0 , me dini08trav0 > n xe associa senza con-
tradizione la ragione e il sentimento, e per es il rico¬
noscimento della relatività dell’Assoluto e la fede in
questo. '
Su tale base si possono istituire delle massime di
edagogia prammatista necessariamente razionali.
n Uua “ assima ch( ‘ appartiene di pieno diritto
alla Pedagogia del come se è la seguente: Opera come se
ao eh e cero zonalmente ed è socialmente imposto come
assoluto, fosse vero e assoluto anche per te. Si connette
alle considerazioni die giustificano, per taluni rispetti
la finzione esteriore (§ 15 e segg.).
Noi concepiamo ii mondo fisico come se seguisse
delle norme; ed è infatti questa una maniera, non er¬
ronea, d interpretarne le leggi. Nel mondo morale le
norme sussistono di fatto, come una sua intrinseca ne¬
cessita; e lormularne alcune per ritrarre le effettive esi¬
genze della vita associata è dunque opera pienamente
ragionevole. Quella annunciata è fra esse. Contiene una
finzione poiché equivale all’altra « Opera come se tu fossi
laltro» (intendendosi per «l’altro» la società), onde si
legittima la dissimulazione (parziale) di sè; ma anch’essa
al pari delle altre finzioni morali, ha un fondamento
psicologico realistico. È infatti un’eco della coscienza
morale, che induce l’individuo a dissimulare, cioè a sa¬
crificare quan to più è possibile, per la pressione sociale,
il proprio arbitrio egoistico.
Lio non è assoluto; non è uu punto luminoso ri-
splendente di luce propria; ma ritrae in sè l’azione peda¬
gogica che su lui esercita la società. Nè la ritrae passi-
) amente, cooperando egli medesimo con la socialità
implicitamente altruistica, della sua natura, a farla
propria. ’
La massima dunque che abbiamo espressa con più
tornatile, può valere a irrobustire nell’individuo certe
tendenze, per es. quelle altruistiche, e a deprimere le
tendenze contrarie, trovando in proprio favore lo stesso
naturale consenso di lui.
— 141 —
Individuo o società sono termini che si trascendono
reciprocamente. Tutto è sociale, disse il Leibniz, nel-
! a , n "” a MTmtMtoo, fatta eccezione della sua stessa
individualità, che nella pratica non permette d’essere
dimenticata. Da ciò il conflitto talora tragico tra l’Io
e gli altri. Tuttavia è necessario che l’individuo faccia
ogni sforzo per vivere come se il bene suo o quello altrui
coincidessero, e il suo volere s’identificasse, almeno
entro certi limiti, con quello sociale.
(hi può, scrisse lo Schopenhauer, ridire a se stesso
™i rmU , a md,ana Tnt twam "si (Tu sei costui), cono¬
scendo chiaramente ciò ch’egli dice, e con ferma con-
vmzionc, m faccia a chiunque abbia con lui rapporto,
costm è sicuro di possedere ogni virtù e nobiltà d’animo;
pi ? sn,,a ,la dmtta che conduce alla liberazione del-
\ O r olsmo ; '~ La trasfusione vera e propria di sè nell’altro
e impossibile; tuttavia non è punto vano lo sforzo di
vivere in altri e per altri, reprimendo tendenze anti-
Sri/'t 8 ! 0 ? ! erve ’ fra raltro ’ a rieccitare nel-
1 indi iduo 1 istinto della specie, e a promuovere l’an-
tiegoismo di cui s’improntano le idealità sociali da lui
accolte.
Il ''incoio dell’individuo con la società non è del
resto servitù, trovandosi precostituito nella natura so¬
cia/* dell uomo, nonostante la trascendenza reciproca dei
due termini individuo e società. D’altra parte l’individuo
legandosi alla società e in questa espandendo la propria
attività d uomo sociale, non menoma ma riafferma e
allarga il dominio della propria personalità, sublimandola
Doli atmosfera ideale dei valori umani.
Qui si apre all’Etica e alla Pedagogia un campo d’in-
dagine molto ampio; qui si delinca, fra altri problemi,
quello del hberalisno sia nell’ordine sociale e politico
sia in quello pedagogico.
Non posso ora discutere questo problema; ma in¬
sisterò ne rilevare come certi limiti, per quanto mu¬
tevole della libertà dell’individuo siano piu- imposti
dalla volontà sociale, per un bisogno che non è 6olo nella
società ma nell’individuo stesso, nel quale l’Assoluto
— 142 —
co1 d,, P liee Patere dinamogenico
Ì£? !T V™
pienamente la nostra massima ‘ C ' e le - lttlma
bertà deSl'.W P T ^ di rendere Possibile la \i-
lerta dell allievo; ma è ovvio che la libertà non <i
esplicare socialmente senza restrizioni, rinunce limi
fazioni : l’autonomia - è vecchia sentenza - i Zi
segue mediante l'eteronomia.
• . La nostra massima è quietistica ? Contrasta il nrin-
e in°r m Pr0gre88 °» che si re ?ge sul diritto alla ribellione
12 ,“ Ef 8 anche quel relativismo storico per SS
mai la volontà sociale di un determinato momento deve
essere considerata come assoluta ?
interelmiL‘ate t Ì Vam H nte Ch ® ,a nostra raassima si*
r uuio Vanii f secondo un criterio illiberale, esage¬
rando 1 ottimismo sopra accennato; ma non à omZ
essere noWhsLt'edt faUaZspessZ prop'osfto d^
J2£ JJ22S 1 ? Ia C r CÌZÌ0De - «tesso" ostacolo frap-'
eccitamento"»Ma ° ne m,0Ve idealità 11011 diventa un
coltamente alla reazione e alla vittoria ? D’altra parto
ET2 r t ,S 0derare nei gi0vaui 8Ìa il «eusoTesS?
stico che nutrissero circa la società di cui l'anno parte
f a le loro eventuali ambizioni utopistiche - conviene
cMltà r nonT"tT ndere C °“ e ' C nuove conquiste della
uè] “ta,7 ?r ? “ K "°consolidate
• “ ° ppo!izk " ,e *«* *»
— 143 —
oJtontTdi v!> nt ‘ m T UilI< ‘ che ha conturbata
, fonte di \ita, non ha risparmiato la coscienti che
sembra brancolare in «orca di inaici» ai.pose'o rtn or
N ° n C ' 6 proWe ““ «Miale Od
economieo, politico, morale, civile, in cui non frema ta
? ra 8 P a8n .odicamente tale inquieti’dine: e all’ansia del
iTirsi t e , vo r bb ' ì m ™d\lXn"
s «i di fatto possibde, tanno riscontro le visioni più fan
fSS? Ph ard >“enti più ribelli, come se a Covare
olS dunqueln 1?^''° I ’ ec 1 l : elk,nza di un’idea. Ricorre
o-nì SL critiS l0 /° 8POeU ? rutopia caratteristica di
prineipahneiX dàll d ° umana > e P r «nde veste
1 *u“P alm ente dall individualismo volontaristico e d illo
'cettmsmo storico che n’è presupposto ’ U °
r d sr,i ì rr abi,mratc ~ ^
nerr 4 ,r s " n con ] l | ne si sopporta nell’ordine dell’azione
perchè nessun limite si tollera nell’ordine ideale
La stona, si dice, procede a sbalzi, e può mutar rotta,
improbamente senza nulla ripreide^e dT passato
deinndhiduo ha^s 80 **! eSCa da ' la volontà «beatrice
corso òani età / ■ " ln;uizi a «è il suo libero
quale chinde n’ ? 1 I 8 °! g J UDge ’ hi * Ia pr °P ria cultura, la
liale chiude il ciclo del suo sviluppo col fallimento- e
nuoto^n 11 ' 10 UI1 V tat ° d ’ anini<) collettivo del tutto
binata TTi™* del , fcQtto nuova cultura, questa è de-
8 opravviva gare precedeDto senza che nulla le
Pale t quell antistoricismo per cui si confida. <li ri
nrs„" ! dÓM‘T , d ,? poi ’ oii -
compresso tat’m^dlTc ST °
lede so££ ZTX? omi e» <*«"» «Ito nessuna
teae solida può in verità costituirsi, ma ogni sforzo si
— 144 —
risolverebbe in delusione lacrimosa, e qualunque orrore
storico potrebbe riapparire impunemente.
§ 66. La Pedagogia del come se importa varie altre
massime, ad alcune delle quali accenneremo fugace-,
mente. Vi appartiene per es. quella aurea del Vangelo:
Ama il tuo prossimo come te stesso, che equivale puro
all’altra: Vivi come se tu fossi l'altro. Se i due termini
— fu e l’altro — come dicevamo (§ 65) — sono irridu¬
cibili. la finzione in questa massima è manifesta. Se-
nonchè per essa rivendichiamo la nostra comune identità
fondamentale d’uomini la quale, s’è oggetto frequente
di esaltazione romantica, risulta altresi dalla rigorosa
dimostrazione della scienza. E perchè questa finzione
non dovrebbe giovare alla superazione dell’egoismo, la
quale è poi sempre atto d'amore? È una massima co¬
strittiva, ma possiede anche virtualmente un carattere
persuasivo, poiché ad amare gli uomini l’uomo è natu¬
ralmente predisposto. L’amore non si comanda, e dove
esiste si rivela senza finzione. In charitate non fida
(S. Paolo). Ma se pure il comando non avesse altro effetto
che d’indurre ad atti conformi, potremmo poi contare
sul potere suggestivo di questi (§ 12).
L’amore però che si prescrive incondizionatamente
va in ilari tempo contro la natura e la ragione. Il differen¬
ziamento dell’amore è un corollario della sua stessa
sincerità: non si può amare egualmente il buono e il
malvagio; e infine per un amore indifferenziato (dato
che fosse possibile) si deprezzerebbero gli stessi valori
etici, nè più varrebbe nel mondo la giustizia della san¬
zione. Ma non hanno i loro diritti, sorretti tanto dalla
scienza quanto dal sentimento umano, anche la pietà
e la generosità 1
L’amore umano è anche amicizia, ch’è fusione libera,
piena e universale di anime; e potremmo chiederci se
essa veramente esista. Lo crederemo francamente se in
ciò siamo sostenuti da una fortunata esperienza; nel
caso contrario potremmo non credere.
Notava il De Amicis che noi abbiamo tutti la co-
— 145 —
scienza così malsicura a suo riguardo, che non solo non
osiamo quasi di esprimere il nostro affetto a un amico
nel momento di sincera emozione, ma quasi ci vergo¬
gniamo, tra amici, di ragionare seriamente dell’amicizia,
come d’una cosa reale... Ma noi abbiamo un bel prote¬
stare di non credere all’amicizia; in realtà ci conduciamo
tutti come se in essa credessimo ardentemente, poiché ci
sforziamo ogni giorno d’ispirar la, ci meravigliamo che ci
sia corrisposta, c’illudiamo di averla trovata, la promet¬
tiamo sinceramente, ci facciamo assegnamento su, e ci
lamentiamo ogni giorno d’un disinganno... Toglieremmo
alla nostra vita la maggior parte delle sue più belle
emozioni, se le togliessimo tutti i periodi di tempo in
cui abbiamo creduto di essere e di avere dei veri amici...
No, dopo aver ben detto die non c’è amicizia nel mondo,
non possiamo concepire la vita senza di essa.
Ecco un altro esempio di realismo psicologico che dà
vita concreta a un ideale come se fosse un dato certo di
esperienza comune, una legge della nostra esistenza (1);
(l) A questo sentimento io cedevo quando nel 1905 cosi
scrivevo intorno all’amicizia: a Amo l’amico mio come amo
me stesso: e l’amo per sè e per me; per sé. comprendendone i
bisogni; per me essendo a me grave ogni delusione sua, ogni
urto che incontrino i moti fiduciosi del suo animo. Nell’amico
vedo e sento un motivo di quiete all’anima mia; e in me stesso
avverto e coltivo, rievoco e intensifico, un motivo di quiete
all’anima sua. Questa comunione di anime è in me e per lui
unità viva, non fittizia corrispondenza esteriore, ricambio cal¬
colato e prestabilito di servigi e di sorrisi; a ogni incontro
di pensiero, e più ancora, a ogni vibrare di alletti, essa pare
rinnovarsi, infaticabilmente. I miei dolori ritempro nei suoi,
disacerbandoli, e i godimenti miei ne’ suoi dolori purifico, mol"
tiplicando nella sua vita gli elementi della vita mia. Scemerei
me stesso, impoverendo la resistenza della mia anima contro
il dolore, e smuovendo il gaudio dal suo fulcro, se isolassi in
me il sentimento mio; e profanerei il senso deli'amicizia se
la mia anima non rinfrancassi nell’anima dell’amico. Sentirei
del pari insopportabilmente il peso dell’indegnità del mio spi-
rito se al dolore e al godimento di lui non partecipassi e col
moto dell'animo c con la parola e l’atto della solidarietà; sen¬
tirei svanire in me l’anima mia se nel dolore amassi e preferissi
la solitudine mia e sua. Idealmente approvo la fortezza di ehi
soffre nel silenzio; ma la prova che più volte tentai dovette
10. Makcbwmx, La linciane nella educazione.
— 146 —
ed ecco quindi un nuovo campo di cultura morale, in¬
debitamente trascurato.
Conviene esaltare nei giovani il sentimento dell’a¬
micizia ritornando all’ antico umanismo. Se la vita
delFuomo — disse Valerio Massimo — non avesse il
conforto dell’amicizia, non sarebbe essa una miseria ?
Parlando poi dell’amicizia eroica di Damone e Pizia, egli
ne celebrava con entusiasmo la immensa potenza, quella
cioè « di render nullo il timore della morte; di soffocare
ogni solletico per ogni altro bene del mondo; d’ammansar
la ferocia dei tiranni; di tramutar l’odio in amore; e di
travolger in gloria la pena ! ». L’amicizia merita quindi,
egli soggiungeva, l’omaggio medesimo che noi diamo ai
Numi del cielo, perchè mentre a questi siamo debitori
del pubblico bone, a quella dobbiamo il privato, e « come
i luoghi dov’essi hanno le lor pubbliche cerimonie, si
chiamano templi sacri, così sacri tempi io voglio deno¬
minare quei petti che chiudono sensi ed affetti di virtù
sì generosa e sì nuova».
Su altre massime della Pedagogia del come ne, da
commentare con i giovani, potrei trattenermi a lungo,
per es. questa: Opera come se la vita meritasse sempre
d’essere vissuta. Scende dal valore assoluto attribuito
all’ideale etico, poiché da questo trae un valore anche
la vita, che può ben ritenersi idealmente incondizionata.
Il problema se la vita meriti d’essere vissuta asso¬
lutamente o no, ammette in vero soluzioni contrarie;
tutti poi conveniamo che la vita stessa può e dev’essere
immolata alle suo ragioni superiori affatto ideali. La
nostra massima ciò non esclude: ma per essa vogliamo
dire che è comunque inerente alla vita una finalità su¬
periore, a cui si fa omaggio pur compiendone il sacri¬
ficio. Nello stato di depressione l’individuo potrebbe
alla fino fallire, rimordendomi il pensiero che essa fosse rim¬
provero d’egoismo all’amico, di cui alla mia volta non avTei
saputo tollerare la solitudine e il silenzio nella sventura sua.
Godere rimanendo ignari del dolore dell’amico, o soffrire ri¬
fiutando all’amico la confidenza del cuore, mi parve oltraggio
e colpa ».
— 147 —
giudicare la vita come indegna d’essere sopportata per
i suoi inenarrabili dolori: ma è lecito prescrivergli (quan¬
tunque tale prescrizione in alcuni casi riesca vana) che
in nessun caso egli soggiaccia a ragioni d’ordine infe¬
riore ed egoistico. Questo è il significato della nostra
massima, della cui efficacia pedagogica non 0 ragionevole
diffidare (§ 2).
Un’altra massima che merita un cenno illustrativo,
in una Pedagogia del come se, è la seguente: Vivi come se
fosse realizzabile l'ideale della Giustizia assoluta.
Il bisogno dell’Assoluto, che investe ogni idealità,
penetra pure il concetto del giusto. Ribelle alle ingiu¬
stizie che funestano la vita sociale, l’uomo immagina
per l'umanità una Giustizia assoluta, perfetta, immu¬
tabile. Le stesse imperfezioni del giusto positivo o legale
balzano ai suoi occhi come intollerabili, per questa ima-
gine imponente del giusto assoluto, a cui dichiara spet¬
tare ogni signoria definitiva sulle sorti dell’uomo ; e bc
non gli regge la fede nel perfezionamento umano, ter¬
reno, proietta la Giustizia assoluta fuori della vita pre¬
sente, aprendo questa nell’oltretomba, all’uomo e alla
vita, l’ultimo asilo.
Tale slancio dello spirito nel dominio dell’Assoluto
è legittimo; nè si potrebbe pretendere di arrestarlo di¬
mostrando che l’ideale della Giustizia assoluta per cui
anche l’aspirazione alla felicità trova il suo compimento,
è un puro sogno. Questo ideale persisterà tuttavia nel¬
l’anima con il carattere imperativo che gli deriva dal
sentimento, e apparirà una inoppugnabile verità di ra¬
gione. Che importa se non è realizzato o realizzabile f
Gesserebbe, chiese Platone, d’essere buon pittore chi
avendo dipinto un esemplare di quello che dovrebbe
essere un bell’uomo, non fosse poi in grado di dimostrare
che un uomo siffatto poti ebbe effettuarsi ?
Provvida è in realtà questa elevazione dell’aniina
nelle supreme visioni della Giustizia assoluta, poiché vi si
raccolgono gli sforzi umani verso i supremi destini della
civiltà; e perchè inoltre se ne trae l’ispirazione e l’im¬
pulso a riparare almeno in parte, per la brama insaziata
10* Marchesini, La finzione nella educazione.
— 148 —
'§ 17 ^"“ nc "° ini * dell “ ,ortm *
Sorreggere questa, come osmi altra fede operosa è
un dovere di educazione umana e civile; e si sodisfa
cosi il bisogno romantico. Non vengono meno tuttavia
ciò posto, il diritto e il bisogno d’indagare, sulle basi
dell esperienza, come la Giustizia si manifesti di fatto
e di stabilire se nella Giustizia empirica esistano eie*
menti reintegrabili (§§ 23, 33) in forme superiori alle
attuali, elio non siano una visione sterile (ib.). Da tali
indagini risulterà che la Giustizia assoluta non è realiz¬
zabile; però essa non è un puro sogno evanescente
avendo anche questa finzione un fondamento realistico’
come esigenza imperitura del sentimento, come aspira¬
zione indefettibile dell’umanità, come visione poetica
che agguerrisce ed esalta nell'azione i popoli e gli indi¬
vidui. Essa traduce in sè trasfigurandoli gli elementi
concreti della giustizia qual è nella coscienza e nella
ragione. Anche la concezione metafisica della giustizia
come degli altri valori ideali, ò una trasfigurazione del
sentimento reale del ginsto.
Alla nostra natura morale, che implicitamente è
anche natura giuridica, non all’idea a priori, metafisica,
del giusto, devesi il nostro aspirare a nuovi ideali di
convivenza e di assetto sociale, o insomma la nostra
vocazione giuridica. Non potremmo spiegarci l’efficacia
di codesti ideali altrimenti che per questo loro sostrato
naturale; non potremmo spiegare l’efficacia stessa del¬
l’idea assoluta della giustizia, se non ammettendo che
essa sia essenzialmente rappresentata dalla, nostra na¬
tura concreta ( ib. § 49); ma la nostra natura concreta,
nella concezione della Giustizia assoluta, si eleva, s’in¬
tensifica, diventa passione; e solo quando la Giustizia è
passione assurge ai fastigi della virtù.
Aggiungerò che la finzione della Giustizia assoluta
potrebbe anche convertirsi nella massima, che pur me¬
riterebbe, con i giovani, un sagace commento, « Vivi
come se il progresso fosse vna legge assoluta dell'umanità ».
CONCLUSIONE
§ 67. Mi si potrebbe obbiettare die celebrando con
tanta pertinacia il valore della finzionemorale io seguo un
ottimismo che essa per sè non comporta. Sarebbe un ot¬
timismo simile a quello per cui, dopo aver riconosciuto
un errore, io dissimulassimo e lo tenessimo caro per la
sua utilità. Il confronto però non regge perchè la fin¬
zione, come ho diffusamente dimostrato, mentre è un
Insogno universale dello spirito e della vita, non è.un
errore, ma nel realismo psicologico su cui, nel rispetto
etico, si tonda, contiene preziosi elementi di verità. Ki-
conoscerli è debito della scienza: utilizzarli è compito
essenziale dell’arte dell’educazione.
Il bene, il dovere, la virtù e via dicendo, sono idealità
che, elevato tino al regno dell’Assoluto, appaiono fin¬
zioni dell’immaginazione e del sentimento; ma corri¬
spondono anche, in questa forma romantica, a un bi¬
sogno dell’uomo e specialmente degli adolescenti, a una
legge infine del nostro spirito. Non posso quindi con¬
venire col Vailiinger che sembra annoverarle fra quelle
idee le quali, per un destino tragico della vita, mentre
ci apparivano validissime, risultano poi, per la critica
elle in esse svela la finzione, destituite d’ogni valore.
Ho per contro dimostrato che codeste idealità acqui¬
stano dalla critica un valore innegabile non solo intrin¬
seco ma anche strumentale.
Trasfigurando nel mondo dell’Assoluto le idealità
morali, e appropriandosele, l’uomo trasfigura anche se
stesso, e si finge diverso da quello ch’egli è; e. questa
— 150 —
trasfigurazione può avvenire inconsapevolmente Ma
lorse acquistando egli, per l’analisi scientifica la co
scienza di questa trasfigurazione, cesserebbe con ciò il
valore delle idealità stesse, ed egli si sentirebbe Spa¬
ludato e smarrito nello scetticismo? Ho dimostrato
fatto” Pe / 8Ua8Ìva - che cl0 n <>n avviene af-
fatto e d altra parte riconoscere, dove esiste la fin
J.one è un dovere non solo di scienza ma di sìnLtò'
La finzione poi persiste anche se riconosciuta: persistè
nella vita morale come nella ideazione poetica
Alla finzione morale l’uomo e più ancora i giovani si
abbandonano con ambizione e slancio, accrescendè co«i
le loro energie morali; ed è umano che a im’aniiL in
cau ferve siffattamente il senso dell’ideale, non si ostruisca
la via eh essa spontaneamente si apre per trarre da
n uove a ffermazioni del „ro„ri„ valore J coS," al
i.nrp* r Ma que8to abbandono deve avvenire con
purezza di cuore e spontaneità di pensiero, senza che
81 8 tr a nV e Strette dÌ alcun dominio tannico
Non il udiamoci di ottenere la sincerità morale da
g o\ani educati nell'apriorismo dogmatico, qualunque
sno. d 8I T ,C de,le 8Ue aPPiioa^ioni. La personalità ri¬
sponde al proprio principio se si edifica, a così dire
? e atmosfera di quella libertà spirituale che re-
1 lo pressioni del dogmatismo, e quindi pur quella
dhndó’ i' «Udo
niobi- .n'" 1 * CntIc ^ L “ dvl relathiamo si estende
anche alla formazione della personalità e alle sue ore-
ferenze ideologiche. E insania, è orgoglio fatuo preten
dere di additare alla salute dell’anima un unico sentiero
e prescrivere alle verità della fede umana un criterio’
esc usivo come infallibile. Si contravviene così alle S
Psicologia e della storia, e si offende Io stesso
senso gentile di « umanità *.
Nell’ambito della fede la verità è multiforme- è
Bc^entitfcVT time u° n d ! ragÌOne: reli « iosa > metafisica,
scientifica. La scelta dev’essere affatto libera da catene
niù alta e a fi*”’ eSSere a J' reSÌ ’ Per chi a8pira all a cultura
piu alta e alla piena affermazione del proprio io, con-
— 151 —
sapevole. Nè si può infine rivendicare
questa libertà negandola agli altri.
a sè medesimo
il « Tf 16 è J a Verità di cui i giovani devono apprendere
Devono 8 ricon° neira “P io res P iro di tutta la loro anima,
rito P nbefr ?Cere C , e8Sa è P ro ^ssiva come lo spi-
graDdemente 8C,enZa \ C deÌ 8U0Ì metodi > ««corre
Retasti ch«^ qU a Pr °- re88 °- Affrancata dai ceppi
o^i LSl condannavano all’immobilità, Ubera da
S/e i * T r qU6lla med68i “ a in cui si
ruina- resiste ~ n ] eri !* sopravvive a ogni apparente
lenta — mmi h* ? ì® L è d ® 8tm ° che la vittoria ne sia
• o„m dura battapUa che le ventra sia mire in
che le°s“add d Ìn^ ta t; trae , inflne Ostesse ombre
c e le s. addensano attorno la gloria del suo splendore.
'
INDICE DEI SOGGETTI (1)
Adolescenza, 59.
Amicizia, 66.
Amore del prossimo, 66.
Analisi dei valori morali, 28.
Analogia (suo valore realistico^ 29
Anima (pluralismo dell’), 9 .
Anticipazione: nell’educazione, 66.
Assoluto, 24 e segg., 66, e passim.
isriif mo “ ,n ’ 30 •
’ 4 “°" e |eÙc°S!’“ 9 . ,lel1 ’’ 11 ' S "* ««gsaliva, 12; e
Bene: finzione nel concetto del —, 35 e segg. ; Concezione mi.
pVnfi« d e 1 t ? tit;a —» Sua utilità pedagogica, 36 37-
Finzione del — nell’educazione, 61. * ’ ’ ’
BlSO Co r .T 9 antlCO 6 CrÌtÌC0 * 3 ’ 22> 34 ’ 68 > 69 > 66 - 67; meta-
Bovarismo, 8.
Calma, 49.
Causa (realismo nel concetto di), 32.
Civiltà superiore, 58, 59.
Conformismo esteriore (ed educazione), 60.
Conosci te stesso, 14.
Contatti spirituali, 2.
Contradizione e finzione, 13 , 14 .
Conversione, 13.
Cortesia, 56.
Cortigianeria, 16.
Coscienza, e dovere, 40.
Credere: finzione nel —, 10; Relativismo del —, 34; Diritto di
— *J*é.
Critica scientifica, 7, 32, 61; — nell’educazione, 59, 67.
(1) I numeri indicano i paragrafi.
— 154 —
Dio, 24, 25, 51.
Dogmalfemo.e reUtmsmo, 11 59, 63; — nclPeducazione. 34,
67. Vedi Bisogno romantico e critico, Relativismo Fede
Verità. ’ ’
Dovere; finzione nel -, 15, 38 e segg., 61; _ e prepotenza,
38; Naturalità e spontaneità del —, 38; Concezione onto!
logica e formale del —, 39; — e ragione, 40; — e co-
«È e vviV 0 C- Ìa , le ’ 40; - come a priori,
40. Vedi Ideale, Virtù, Volere sociale, ecc.
Economia nell’educazione, 1, 4, 57 .
Edonismo, 49.
Educazione; fede nell’ —, 2; — e l’Assoluto, 25,20 27-—del¬
l’ideale, 33 e segg.; — formale, 56; — religiósa’ 52• _
e idealizzazione dell’Io, 54; — e anticipazioni,’ 56;’ —
dell adolescenza, 59. V. Finzioni e Pedagogia del conio se
Entusiasmo, 33, 51, 59. V. Istinto poetico.
Facoltà dello spirito, 30.
Filisteo, 17, 52.
Filosofia: finzione nella —, 19.
Fede: suoi modi, 24, 25; Libertà della —, 24; Caratlere
teleologico della — religiosa, 51; Individualismo nella
—, 52; — scientifica e religiosa, 24.
Felicità (e finzione) 19, 47 e segg., 01; Individualismo e
contradizione del concetto di —, 47, 4S; Dottrine circa
la — , 49, 50; — e virtù, 50.
Fine assoluto nell’educazione, 2, 4; — e mezzi 31
Finzione: disciplina della —, 1 ; Problema della —, 4 ‘. _ e gcet _
ticiamo, 3; Specie della — , 5; — metafisica ed etica, 5
e passim; — nella scienza, 5; — e illusione, fi; Ufficio
della. , 7; interiore, 5, 8 e segg., 14 ; — nel pensiero,
nella ragione, nel sentimento, nell’immaginazione, nel cre¬
dere, 10; — negli atti, 11 ; — e contradizione, 13; —este-
riore, 1,5 e segg. ; — nella scienza, 18; — nella filosofia, 19;
— nell ideale, 20 e segg. ; Realismo nella —, 29 e segg e
passim; — morale e scientifica, 29; — e verità, 29; Indu¬
zione psicologica e — , 29; — e iperbole, 29; — nell’edu¬
cazione, 34; — nel bene, 35 e segg.; — nel dovere, 38
es «g?v* — nella libertà morale, 41 eseg.; — nella respon¬
sabilità, 46; — nella virtù, 44 e segg.; — nella felicità,
e si’SI?-» nella scuola, 56; — e idealizzazione dell’io,
53. 54 ; — e la Pedagogia del come se, I, 2, 55 e segg 07-
— religiosa, 51 e segg.
Fisionomia, 15.
Forma nell’educazione: sua efficacia, 34; Realtà della_ 31
Formalismo: degenerazione del —, 31.
Formula. 31.
Giustizia: finzione della — assoluta, 66.
— 155 —
Ideale: Sincerità dell’ —, 3; La finzione nell’ —, 20; Neces¬
sità dell’—, 21 ; Trascendenza e immanenza dell’ — 21
, , • 6 inquietudine, 23; Educaz. dell’ — , 33 e sesie.
Idealismo assoluto, 2, 18.
Idealizzazione dell’Io, 53 e seg.
psicologica fondamentale, 24, 40, 56, 66.
Idoli di Bacone, 63.
Illusione e finzione, 6.
Imaginazione: finzione nell’ —, 10.
Imitazione, 12.
Imperfezione: utilizzazione dell’ —, 58.
Inconscio, 14.
Individualismo, 42, 47, 62.
Infinito, 29.
Inibizione, 23.
Inquietudine (e ideale), 23, 49.
Insidie (degli animali), 15.
Intellettualismo, 14, 22, 59, 67.
Intuizione (e riflessione), 35. 39.
Io (reale e ideale). 53, 64; — e l’altro. 66. 66.
Iperbole (e finzione), 29.
Ipocrisia, 5, 15.
Ipotesi, 34.
Istinto poetico, 6 , 33, 46.
Liberalismo pedagogico, 34 .
Libertà morale, 41 e segg.
Menzogna, 15, 16.
Nominalismo, 29.
Onore, 56.
Ottimismo (nell'educazione), 2.
Parola (illusioni della), 31.
Pedagogia del come te, 1 , 2 , 65 e segg.
della —-, 65; — e criticismo, 61
Massime della —, 64 e segg.
Pensiero: finzione nel —, 10.
Perfezione, 38.
67; Canoni riassuntivi
; Norme della —, 61;
Personalità: Autonomia della —, 40. 42; Interpretazione in¬
tellettualistica della —, 64.
Pluralismo (dell’anima), 9, 14, 38, e passim.
Prammatismo, 64 e segg.
Pregiudizio 11, 69; Diritti pedagogici del —, 62, 63; Relati¬
vità del —, 63.
Principi etici, 31.
Progresso, 66.
Prudenza, 69.
— 156 —
Quietismo, 49, «fi.
Bagione: finzione nella _ io- — „
- p flJosofia, 58. ’ C dovere - *0; - e virtù, 44-
Realismo dell’ideale etico, 22, 23- — n „„
R . “ 9 e — e la concezione Hollo / i '*- dllz * 0,ie rn °ralp,
Remtegrazione, 23, 33 e p„*m deIIa fehnità ’ e passim
Relativismo, e dogmatismo io«
e verità, 58. ’ T ’ 2B i ~ neUa Morale, 26- —
Religione, 51 e semi • — . a„i
religiosa, 52. ” ’ come "• 3 - 52, 61; Educazione
Responsabilità, 43; Educaz. alla - ih
Riflessione (e intuizione) 5q ’ lb-
Rigorismo morale 17
Rimorso, 43.
Ritrattazione, 16
Romanticismo (nella filosofia), 58.
Scetticismo, 27: _
Scienza, e finzione, 18 • — ó
analisi dei valori morali ‘>8*-’ 4 ÌJ7 e . Asso,uto ' 25; — e
«> - —*
d 10 l * - 'e 0>R ' l * tirt ' illi " l, *-.30
Snob, 15. 20 ’
io.
& Ch f- ZZa ("“bMettira), 30
Suggestione: dell’atto, 12.
^ ’ ,lo ,J.' * c ^ e (trascendenza del) 99.
S»S1SS£, M . ’ ^ * n,ro,K, " ,gl “’ ».
Umanismo, 24 aristocratico, 59.
>leU^■ 4°’ 29 ’ ®PW e ttiviamo della _ 50 R , .
Virtù, 44 e «egg ; P S , ò^e , ll bera ‘ 6? ' ’
— «
G. B. PARAVIA * C.
^“dlVlo^tesBo 11 * ped “*°* ia del “«rdomuto di Giulio Ferreri, con una lettera
* * • • • • • • • • • • Li. 4 —
Wira r <J «.^|— Del l'insegnamento regolare della lingua materna. A oura di
"“^nfndll d ‘°,71 delrietruzione e dell’educazione. Traduzione e note con
G PP Vidari Voi i p6 rj*'nf 0 pi '^ u f 0g ''5, 0 i‘ ol i® no nel «“» «riluppo «torico di
*• I,n l'all’anuchitft a G. F. Herbart. . . . >20-
\ olume II. Da G. F. Herbert ai nostri giorni . . . . >20 —
* ,,,7 A <Pana utorale senza obbligo nò sanzione. Tradu¬
zione di A. Bianconi, oou prefazione di Annibale Pastore . . . > i2 —
Herbart F. «. — La pedagogia. A cura di L. Crederò . . > 10 —
K Torf r ; r h R Pedagogia. Proemio e traduz. italiana di A. Valdarnini > 5 -
_ ^o?e ^G* Vi jari“ mat ‘ Ca ' r mn Itaduzione italiana con introduzione e
— 'd'i G*'Vidari-***' C0Htum *' Priol “ traduzione ituliana oon prefazione e note **
Parte prima - La dottrina del diritto .... > t» —
Parte seconda - La dottrina della virtù . . . ' . > 10 -
dazione di 1? Vid'ai-f^* 10 * dei Prima versione italiana con intro-
^zio n e *di'^A**'l^as tare *' T ’ " n ' AK ° Htino e G- Piccoli, a cura e con introdn-
I. n mbru steli Ini R. — Della educazione. Nuova edizione oon introduzione
(profilo del LambruKOhim) di A. Gùmbaro e note di G. li. Gerini . > p —
Lo ni bardo-It ad ice — Accanto ai maetdri. Nuovi «aggi di propaganda
pedagogica . . . . >25-
Marchesini —• I problemi fondamentali della educazione . > ig —
— La finzione nell Educazione o la Pedagogia del < Come se > . . > 9 —
SIontAlcrne M. (DI). - Pagine degli < Essais > scelte e tradotte da An¬
tonio D07Z0DC ^ |2
Xazatarl R. Principii di gnoseologia. Teoria della cognizione. fPrpmiato
dalla It. Accademia dei Lincei) . . » i« «n
— Psicologia della volontà * “
Pellico 8. — Dei doveri degli uomini. j » 2 25
Kayneri G. A. — Primi prineipii di metodica, oon introduzione e note
di ti. vidari . .. > 12 50
II. -bora P, — La Scuola io Inghilterra. Notizia ed osservazioni sul sisteiuu
euuoativo inglese . . >7 _
Romano P. — Nel domi» ••ogioo. Saggi di scienza o di fllosofla del-
— Per una nuova coscienza ^.ioa . . ! ’ [ | ~
Roeinlnt A. — Del principio supremo della metodica e l'educazione dell’in¬
fanzia. A curM di G. Gentile. . . " _
— Il principio del diritto. A cura di M. Bari Ilari . ‘ ‘ ‘ " > Jo —
Kousacau ». ». — L’Einilio o dell'educazione. Nuova traduzione a cura di
C. Verde. — Due volumi. > 28 —
Rtt :,n , f" ^n ( r„i , G. C Bo 0 ni a d ’° IÌT ° Tr ‘ d,,li ; ne di A ; «ou g _
B,d STdi e ce<BZl7oZ?n?r ““r 6 di . un “ “ or j» d *"« ”»«>«• Traduzione e »p- ^ _
Nlinrael ». — Schopenhauer e Nietzsche. Trad. e introd. di G. Perticone > 9 —
8pe “f,® r , K - - DeH’eduoaziqne intelleituale, morale e fisica Traduzione
dall inglese con un proemio sulla < Pedagogia e Kilo-olia sintetica di
E. Spencer > per A. Valdarnini. > 6 —
Tommaseo X. - Dell’educazione Desideri e saggi pratici. Nuova edizione
curata da G. Della Valle. Due volumi: rouionr
Volume I . . tft
Volume II. ' |“ 2
Valdarnini A. — Elementi scienti Boi di psicologia e logioa. 2 volumi-
Parte I - Psicologia .... . ,
Parte II - Logica . !.;■'>«-
— Elementi scientifici di etica » diritto, ad uso dei lioei. istituti tec'nioi > 5 —
V, TI n ®* Educazione nazionale. Saggi e discorsi . . . . > IO —
— Il Pensiero pedagogico italiano nel suo sviluppo storico. Delineazione
flommana. >g_
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