Grice e Marzolo

 Ti problema dei segni fu già nella curiosità di molti, che a questo vennero condotti teorizzando a priori, e poichè s' erano accorti che fra i tanti argomenti, che non avevano ancora avuto uno studio esplicito, v'era ancor questo. Già l'Istituto di Francia propose queste tesi

1. Se nelle scienze, dove la verità viene ricevuta senza contrasto, ciò si debba alla perfezione dei segni

II. Se le questioni interminabili nella scienza derivino dalla inesattezza dei

segni

III. Se siavi mezzo di correggere i segni mal fatti e rendere tutte le scienze suscettibili di dimostrazione. Come si vede, l'Istituto di Francia si limitò all'indagine dell' eficacia dei segni nelle scienze.

Il Fusinieri, nella Memoria che scrisse in quella occasione, considerò i segni solo come rappresentanti della soggettività (e con quella li confuse) e come rimanenti in essa, non nello scambio tra individuo e individuo (1). Il Fusinieri stesso

(') Ecco due asserzioni della sua Memoria dalle quali appare il punto di vista sotto cui considerava i segni. ‹ Essendo suo carattere (dello spirito) l'atto di coscienza, tutto ciò che in quell'atto è compreso gli è perfettamente cognito, e tutto ciò che in quell'atto non è compreso gli è affatto straniero » (dove nega la conoscenza di tutto ciò ch' è fuori di noi) e l'altra asserzione ‹ Questo suo carattere (dello spirito) ci conduce all'importante conclusione che lo spirito conosce sè medesimo nella maniera la più immediata e la più perfetta delle possibili » pag. 8 ec. Sulla influenza del segno nella formazione delle idee. Atti dell'Istituto Veneto.matici) parti appunto dalla sua abitudine ai segni di quella specie, cioè cominciò ad uno stadio posteriore al naturale nell'uso dei segni, non dal fatto del processo per cui un oggetto qualunque diventa segno o si istituisce.

Ma nel segno interessano altri problemi

I. In che consiste, cosa è,

Il. Sua genesi,

M. Suo servigio, e qui

a) soggettivo in un identico individuo,

6) tra individuo e individuo.

Di questi temi si dovrebbe fare una dottrina estesissima, utile per sè stessa come ogni scienza, necessaria poi come di rapporto alle cognizioni tutte delle cose, e dovrebbe ridursi a teoria d'applicazione ed appunto per l'uso dell'intel-

La conoscenza del modo d'azione dei segni è quella del processo intermedio tra l'azione oggettiva sull'uomo e le operazioni successive della mente. Senza la conoscenza di quest'azione, resta interrotto il tratto di continuità dopo la sensazione avvenuta, dalla sua riproduzione: perciò ogni certezza scientifica dell'ideologia è impossibile, ed impossibile la spiegazione dei suoi prodotti, cioè di tutto ciò che l'uomo ha pensato. Si può dire che la dinamica intellettuale sia messa in giuoco da due fattori: 1. dall'azione dell' oggettività, cioè dalle impressioni originali subite per opera degli oggetti esterni: 2. dalla riproduzione di qualche parte soltanto di quella presenza oggettiva precedente. Ora i segni ridotti all'ultima investigazione non sono, se non appunto qualche parte soltanto dell'intera scena oggettiva che altre volte fu causa delle impressioni da noi subite.

Le contingenze di presentazione posteriore imperfetta della oggettività, per cui si sono subite date impressioni sono l'occasione indispensabile dell'esercizio intel-lettuale. Se uno rivedesse sempre o provasse per le cose tutti gli altri generi di sensazioni di rapporto ai varii atrii nell'identico modo perfettamente, il giuoco intellettuale si spegnerebbe tosto: non sarebbe possibile farsi nozioni analitiche, si crederebbe che tutto ciò che entra in una data scena oggettiva costantemente identica fosse solidario: se fosse possibile che un uomo non vedesse mai altro se non dallo stesso punto ottico un albero, crederebbe che le accidenze delle foglie e dei rami ec., quali si presentano in prospettiva fossero così nell'albero stesso, non altrimenti che negli alberi dipinti sui quadri. Nella conoscenza esatta, sicura dei segni, della loro azione, nella decomposizione di ciò che è loro proprio, da ciò che con quelli da noi si confonde, , sta la guarentigia della mente.

lo era giunto all'adolescenza e non aveva ancora distinto tra i miei criterii realtà da segno: quando sui 17 anni sentii il bisogno di sfogarmi esprimendo sulla carta quello che provava in me; e allora ricorsi a quelle maniere dietro iperciò che le mie composizioni erano state altre volte approvate dal maestro.

Ma in quel bisogno, collo stile appreso non riusciva a segnar nulla che corrispondesse al mio sentimento. Allora fu che m'accorsi di aver imparato dei segni sonori, senza che fossi informato dell'entità cui si riferivano, e senza sospettare che occorresse appunto questa cognizione per poter servirsene davvero. In fatti per me fino allora p. es. amore e cuore erano due nomi sostantivi che andavano benissimo per finire con l' uno il verso penultimo e coll'altro l'ultimo d' una strofa, ed io credeva che, ovunque fossero combinati così in due versi giusti per sillabe e per accenti, era un pezzo di poesia, senza bisogno di sapere cosa fosse amore e cuore. Colla passione pertanto venni a sentire la differenza dal parlare al conoscere, e quindi già aveva distinto largamente una intera categoria imensa di segni da tutto ciò ch' è soggettivo. Ma poi, ad un' altro stadio più lungo della mia vita, l'esercizio d'attenzione prestata

senza mai inter-

mettere a tutto ciò ch' era d'interesse della parola mi fece accorto dell' importanza dei segni, e tenendo lor dietro, al loro modo d'azione e alla loro natura, queste nozioni adunando, venni al giorno in cui vidi che potevano coordinarsi in un certo seguito, pel quale si simplificherebbe e si definirebbe il modo di considerare un immenso numero di fatti di rapporto oggettivo e soggettivo.

La scienza analitica dei segni, cioè della loro entità, la conoscenza delle leggi di trasformazione di una immensa categoria di segni, cioè dei prodotti fonetici, e la conoscenza del modo in cui riuscirono segni, cioè acquistarono significati, fa relativamente per questi, quello che il telescopio e il microscopio fanno assolutamente per le qualità ottiche dei corpi impercettibili dall' apparato sensorio visivo naturale; poichè, come quegli strumenti, ci rende capaci di distinguere e di definire la costituzione delle parole, p. es. delle lingue a noi affatto straniere, che parevano sottrarsi alla nostra comprensione.

ENTITÀ DEL SEGNO, MODO DI AZIONE, EFFICACIA.

La ripetizione delle impressioni già subite può essere completa, p. es. i

ientro in una camera dove sono stato altre volte, e trovo i mobili nello stesso sito in cui erano.

Può essere incompleta in varii gradi, p. es. rientro in una camera dove prima aveva osservato stare un orologio: ed ora non v' è più. Al rientrare, ricordo che in quel posto era un orologio: la mia reminiscenza completa la scena del-l’impressione precedente

Ma un'altra volta vedo, fuori di quella camera, uno dei mobili che v' erano,

p. es. un quadro; io allora, se questo aveva osservato nella volta antecedente, ricordo il sito dove era e i rapporti in cui trovavasi cogli altri mobili, e quindi la stanza completa. Poi un' altra volta vedo una stampa che riproduce quel quadro. Allora ricordo il quadro: quindi aggiungo al disegno della stampa le reminiscenze delle tinte e delle proporzioni dell'originale, e già i rapporti di posto nella stanza, quindi la stanza. La sensazione attuale ha una quota minima nella scena ch' io completo mnemonicamente.

Finalmente veggo p. es. un pezzo solo di quel quadro, o della sua cornice

ch'io aveva ben notato; se questo è capace di farmi ricordare il quadro intero, il suo posto, e i rapporti che aveva colla stanza, l' impressione attuale è ancora in un rapporto minimo in confronto di tutte le reminiscenze che valse a suscitarmi.

Per questo tramite le parti costituenti una data scena, riproducendosi alla nostra sensibilità, vengono a riuscire segni: i quali quindi possono riuscire più o meno eflicaci in ragione della corrispondenza più o meno esatta alla scena oljettiva od alle impressioni che si provarono antecedentemente, ed in ragione dell' attenzione prestata anteriormente alla scena omologa, e della forza mne-nonica dell'individuo dinanzi cui si riproducono. Quando l'impressione attuale è una frazione assai piccola della impressione che ho subito altre volte, l'oggetto che la produce si considera come segno, e non si pensa alla entità sua per cui riesce segno, cioè di essere una parte della oggettività che agisce come quella che ha prodotto la sensazione anteriore completa. Ma in fatto non v' ha linea di demarcazione da questa impressione attuale alla riproduzione anche intera della sensazione precedente: non si può definire le proporzioni tra la parte oggettiva riprodotta ai nostri sensi e la scena anteriore per le quali questa parte oggettiva cominci, da riproduzione di scena oggettiva già altre volte subita, a considerarsi come segno. Dalla vista di un bue vivente intero, alla vista p. es. della parte sua anteriore, (se il punto di prospettiva non mi permette di vedere il resto) alla vista della sua testa soltanto, meno ancora, delle sue corna, poi al vedere queste corna staccate o dipinte, non v'ha diversità di processo nel rapporto tra la scena attuale e la sua efficacia a far sì ch'io aggiunga a quella le mie reminiscenze relative. Ma sì l'uomo, riguardando il grado d'azione nella propria coscienza, non dice già segno del bue, quando rivede solo la metà anteriore di quello, nè quando vede soltanto le corna; ma dice segno quando vede queste corna staccate dal bue o dipinte.

Processo per cui una cosa riesce segno.

Segno per sè assolutamente non esiste; ma si ogni cosa può diventar segno per certi rapporti di contingenza con gl' individui: l'essere segno non è una condizione della cosa, ma sì un'azione di questa sopra dato soggetto senziente, o, per meglio dire, si tratta d' una condizione soggettiva di un essere senziente all'occasione di percepire una parte della oggettività. Qualunque oggetto o feno-meno esperito, percepito una seconda volta può diventar segno di tutto ciò che si è esperito o percepito in concomitanza od in coincidenza con quello nelle volte precedenti. P. es. la boccia che si mette fuori per insegna nelle osterie è pure uno dei fatti sensorii che entrano in ciò che si fa all' osteria: vi si mette il vino, in quella si porta, da quella si versa. Il processo per cui diventa segno è quello dell'associazione, perchè cioè, quando esperisco la seconda volta quella cosa o fenomeno, mi suscita la ricordanza delle circostanze notate quando l'ho percepito la prima: cioè, data un' impressione uguale ad una già subita, il centro sensibile, toccato per uno dei suoi atrii in un modo quale fu altre volte, si atteggia completamente, come se fossero state toceate anche tutte le altre parti sensibili, come allora che altre volte ricevette quella impressione. Qualunque possa essere il rapporto del segno colla cosa significata, non è questo essenziale perchè agisca come segno: invece il vero rapporto necessario è quello colla soggettività, colla preparazione mnemonica dell'individuo cui si presenta. P. es. il rapporto delle arti imitative colle cose che vogliono imitare è nullo: che ha a fare un ritratto fatto sulla tavola o sulla tela con chiari e scuri o con materie coloranti colla persona vivente in cui sono vasi, nervi, e funzioni continue di scambio col-l' esterno? Eppure a noi serve di segno per farci venir in mente appunto quella persona. Al contrario dal vedere le ceneri di quella persona, non si potrebbe immaginare quale fosse.

In una scena oggettiva, in un processo nel tempo, può servire di segno qualunque suo momento, p. es. la parola è il prodotto dei gesti degli organi arti-colatori, è un effetto sonoro superstite a quelli. Ebbene agli uomini che hanno tutti i loro sensi è quest' effetto sonoro che serve di segno: ai sordo-muti invece servono di segno gli aspetti del viso per necessità contemporanei ai gesti arti-

colatori, che sono la causa di questi fenomeni sonori.

Quando esista un centro senziente in continuità ai sensi, è impossibile che le cose non agiscano sopra di questo in modo da riuscir segni: basta che un fenomeno qualunque si presenti a questo centro una volta posteriore ad un'altra data circostanza qualunque, che quel fenomeno viene ad agire su quello come segno. Quando io, avendo dimenticato il filo del mio discorso, od una qualunque mia intenzione, ripassando sul luogo dove era allora che aveva quell' intenzione, al vedere un dato oggetto, ripiglio il filo od il concetto che aveva: quel dato oggetto ha agito sopra di me come segno; nè certo alcuno lo aveva collocato là perchè avesse a servirmi in un dato istante della mia vita in quel modo. Qualche volta ci avviene di accorgerci della causa oggettiva che ci fa riprodurre le nostre reminiscenze p. es. quando si tratta di un'impressione avvenuta per gli occhi.

Ma e il senso degli occhi non è se non uno degli atrii pei quali ci arrivano le impressioni; ve ne sono altri esterni specifici, e poi altri generali, quello del dolore, il senso comune, cioè diffuso in tutto il nostro corpo (coenaesthesis) e i

sensi interni specifici, quello della fame, della sete, e quelli patologici, la nausea, l'asma ec. Ora, quando l'uomo veglia, tutti i suoi atrii sensorii sono pervii e er l'una parte or l'altra delle superficii e degli spazii intimi interstiziali è sempre tocca in uno od in altro modo: ognuno di questi tocchi, una volta che sia ripetuto, agisce come quello che si può avvertire così da definirlo, come quello arrivato pel senso degli occhi, che fu capace di farci risovvenire di ciò che volevamo dire o pensavamo quando lo avevamo veduto precedentemente. È dunque palese che gli atti mnemonici sono determinati dai contatti che arrivano alla superficie dove

sono

le estremità sensorie. Se io per avventura non fossi passato per quel luogo dove l'aspetto di qualche cosa mi ha fatto risovvenire la mia intenzione, quella mia

intenzione, ch' era certo uno stato intellettuale, non si sarebbe suscitata. Si applichi questo fatto dal punto della retina che fu toccato in quel modo, a tutta la superficie espansa alle impressioni di tanti generi sensorii, e si dovrà avere scoperta la condizione del pensiero, sine qua non, cioè essere necessaria una sensazione attua-le. Che se si vada analizzando la serie che va a costituire quella sindrome intel-

Giuseppe Marzolo, che per agire (dar suono) aspetta che vengano toccate le facce superiori dei tasti, e che, quando sia riposto nel punto stesso in cui fu toccato, torna a svolgere da sè le serie armoniche che precedentemente furono determinate dai tocchi esteriori. E così lo svolgimento mnemonico comincia dall'essere una parte della superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva ed ideologica già altra volta contemperanea, o immediatamente conti-nua: quando io, vedendo un gruppo fatto da me nel fazzoletto, o sentendolo tra le dita, mi sovvengo di una data cosa, i miei occhi o le mie dita subiscono una modificazione uguale o simile a quella d' allora ch'io quel gruppo stava facendo. Ma il segno determina delle associazioni mnenomiche di una continuità di data misura che si svolge in dati tempi, oltre i qnali la catena si tronca; e ciò secondo la capacità individuale e secondo la vivacità delle impressioni originarie e quella del ritocco operato dal segno. Perciò per suscitare delle serie mnemoniche continuate in lunghi ordini, vi vogliono dei tocchi sensorii oggettivi succedentisi parallelamente al modo in cui furono subiti nelle volte pre-cedenti, delle quali interessa di suscitare le impressioni che furono contemporance.

Per apprendere le orazioni insegnate dagli Spagnuoli, i Peruviani avevano trovato di legare in serie tanti sassolini quanti erano i membretti delle orazioni stesse p. es. pel credo tal sassolino nella successione in cui trovavasi corrispondeva a « qui conceptus est de Spiritu sancto » tal altro, giusta il suo posto para!-lelo, a « passis sub Pontio Pilato ec. (*) » così dicasi delle altre orazioni, e a

() DE BRossEs Méch. Langues I, 307.sensi interni specifici, quello della fame, della sete, e quelli patologici, la nausea, l'asma ec. Ora, quando l'uomo veglia, tutti i suoi atrii sensorii sono pervii e er l'una parte or l'altra delle superficii e degli spazii intimi interstiziali è sempre tocca in uno od in altro modo: ognuno di questi tocchi, una volta che sia ripetuto, agisce come quello che si può avvertire così da definirlo, come quello arrivato pel senso degli occhi, che fu capace di farci risovvenire di ciò che volevamo dire o pensavamo quando lo avevamo veduto precedentemente. È dunque palese che gli atti mnemonici sono determinati dai contatti che arrivano alla superficie dove

sono

le estremità sensorie. Se io per avventura non fossi passato per quel luogo dove l'aspetto di qualche cosa mi ha fatto risovvenire la mia intenzione, quella mia

intenzione, ch' era certo uno stato intellettuale, non si sarebbe suscitata. Si applichi questo fatto dal punto della retina che fu toccato in quel modo, a tutta la superficie espansa alle impressioni di tanti generi sensorii, e si dovrà avere scoperta la condizione del pensiero, sine qua non, cioè essere necessaria una sensazione attua-le. Che se si vada analizzando la serie che va a costituire quella sindrome intel-

Giuseppe Marzolo, che per agire (dar suono) aspetta che vengano toccate le facce superiori dei tasti, e che, quando sia riposto nel punto stesso in cui fu toccato, torna a svolgere da sè le serie armoniche che precedentemente furono determinate dai tocchi esteriori. E così lo svolgimento mnemonico comincia dall'essere una parte della superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva ed ideologica già altra volta contemperanea, o immediatamente conti-nua: quando io, vedendo un gruppo fatto da me nel fazzoletto, o sentendolo tra le dita, mi sovvengo di una data cosa, i miei occhi o le mie dita subiscono una modificazione uguale o simile a quella d' allora ch'io quel gruppo stava facendo. Ma il segno determina delle associazioni mnenomiche di una continuità di data misura che si svolge in dati tempi, oltre i qnali la catena si tronca; e ciò secondo la capacità individuale e secondo la vivacità delle impressioni originarie e quella del ritocco operato dal segno. Perciò per suscitare delle serie mnemoniche continuate in lunghi ordini, vi vogliono dei tocchi sensorii oggettivi succedentisi parallelamente al modo in cui furono subiti nelle volte pre-cedenti, delle quali interessa di suscitare le impressioni che furono contemporance.

Per apprendere le orazioni insegnate dagli Spagnuoli, i Peruviani avevano trovato di legare in serie tanti sassolini quanti erano i membretti delle orazioni stesse p. es. pel credo tal sassolino nella successione in cui trovavasi corrispondeva a « qui conceptus est de Spiritu sancto » tal altro, giusta il suo posto para!-lelo, a « passis sub Pontio Pilato ec. (*) » così dicasi delle altre orazioni, e a

() DE BRossEs Méch. Langues I, 307.sensi interni specifici, quello della fame, della sete, e quelli patologici, la nausea, l'asma ec. Ora, quando l'uomo veglia, tutti i suoi atrii sensorii sono pervii e er l'una parte or l'altra delle superficii e degli spazii intimi interstiziali è sempre tocca in uno od in altro modo: ognuno di questi tocchi, una volta che sia ripetuto, agisce come quello che si può avvertire così da definirlo, come quello arrivato pel senso degli occhi, che fu capace di farci risovvenire di ciò che volevamo dire o pensavamo quando lo avevamo veduto precedentemente. È dunque palese che gli atti mnemonici sono determinati dai contatti che arrivano alla superficie dove

sono

le estremità sensorie. Se io per avventura non fossi passato per quel luogo dove l'aspetto di qualche cosa mi ha fatto risovvenire la mia intenzione, quella mia

intenzione, ch' era certo uno stato intellettuale, non si sarebbe suscitata. Si applichi questo fatto dal punto della retina che fu toccato in quel modo, a tutta la superficie espansa alle impressioni di tanti generi sensorii, e si dovrà avere scoperta la condizione del pensiero, sine qua non, cioè essere necessaria una sensazione attua-le. Che se si vada analizzando la serie che va a costituire quella sindrome intel-

Giuseppe Marzolo, che per agire (dar suono) aspetta che vengano toccate le facce superiori dei tasti, e che, quando sia riposto nel punto stesso in cui fu toccato, torna a svolgere da sè le serie armoniche che precedentemente furono determinate dai tocchi esteriori. E così lo svolgimento mnemonico comincia dall'essere una parte della superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva ed ideologica già altra volta contemperanea, o immediatamente conti-nua: quando io, vedendo un gruppo fatto da me nel fazzoletto, o sentendolo tra le dita, mi sovvengo di una data cosa, i miei occhi o le mie dita subiscono una modificazione uguale o simile a quella d' allora ch'io quel gruppo stava facendo. Ma il segno determina delle associazioni mnenomiche di una continuità di data misura che si svolge in dati tempi, oltre i qnali la catena si tronca; e ciò secondo la capacità individuale e secondo la vivacità delle impressioni originarie e quella del ritocco operato dal segno. Perciò per suscitare delle serie mnemoniche continuate in lunghi ordini, vi vogliono dei tocchi sensorii oggettivi succedentisi parallelamente al modo in cui furono subiti nelle volte pre-cedenti, delle quali interessa di suscitare le impressioni che furono contemporance.

Per apprendere le orazioni insegnate dagli Spagnuoli, i Peruviani avevano trovato di legare in serie tanti sassolini quanti erano i membretti delle orazioni stesse p. es. pel credo tal sassolino nella successione in cui trovavasi corrispondeva a « qui conceptus est de Spiritu sancto » tal altro, giusta il suo posto para!-lelo, a « passis sub Pontio Pilato ec. (*) » così dicasi delle altre orazioni, e a

() DE BRossEs Méch. Langues I, 307.sensi interni specifici, quello della fame, della sete, e quelli patologici, la nausea, l'asma ec. Ora, quando l'uomo veglia, tutti i suoi atrii sensorii sono pervii e er l'una parte or l'altra delle superficii e degli spazii intimi interstiziali è sempre tocca in uno od in altro modo: ognuno di questi tocchi, una volta che sia ripetuto, agisce come quello che si può avvertire così da definirlo, come quello arrivato pel senso degli occhi, che fu capace di farci risovvenire di ciò che volevamo dire o pensavamo quando lo avevamo veduto precedentemente. È dunque palese che gli atti mnemonici sono determinati dai contatti che arrivano alla superficie dove

sono

le estremità sensorie. Se io per avventura non fossi passato per quel luogo dove l'aspetto di qualche cosa mi ha fatto risovvenire la mia intenzione, quella mia

intenzione, ch' era certo uno stato intellettuale, non si sarebbe suscitata. Si applichi questo fatto dal punto della retina che fu toccato in quel modo, a tutta la superficie espansa alle impressioni di tanti generi sensorii, e si dovrà avere scoperta la condizione del pensiero, sine qua non, cioè essere necessaria una sensazione attua-le. Che se si vada analizzando la serie che va a costituire quella sindrome intel-

Giuseppe Marzolo, che per agire (dar suono) aspetta che vengano toccate le facce superiori dei tasti, e che, quando sia riposto nel punto stesso in cui fu toccato, torna a svolgere da sè le serie armoniche che precedentemente furono determinate dai tocchi esteriori. E così lo svolgimento mnemonico comincia dall'essere una parte della superficie sensibile ricondotta alla stessa condizione in cui era sotto la serie affettiva ed ideologica già altra volta contemperanea, o immediatamente conti-nua: quando io, vedendo un gruppo fatto da me nel fazzoletto, o sentendolo tra le dita, mi sovvengo di una data cosa, i miei occhi o le mie dita subiscono una modificazione uguale o simile a quella d' allora ch'io quel gruppo stava facendo. Ma il segno determina delle associazioni mnenomiche di una continuità di data misura che si svolge in dati tempi, oltre i qnali la catena si tronca; e ciò secondo la capacità individuale e secondo la vivacità delle impressioni originarie e quella del ritocco operato dal segno. Perciò per suscitare delle serie mnemoniche continuate in lunghi ordini, vi vogliono dei tocchi sensorii oggettivi succedentisi parallelamente al modo in cui furono subiti nelle volte pre-cedenti, delle quali interessa di suscitare le impressioni che furono contemporance.

Per apprendere le orazioni insegnate dagli Spagnuoli, i Peruviani avevano trovato di legare in serie tanti sassolini quanti erano i membretti delle orazioni stesse p. es. pel credo tal sassolino nella successione in cui trovavasi corrispondeva a « qui conceptus est de Spiritu sancto » tal altro, giusta il suo posto para!-lelo, a « passis sub Pontio Pilato ec. (*) » così dicasi delle altre orazioni, e a

() DE BRossEs Méch. Langues I, 307.posto (fatti ottici e tattili) traevano in associazione mnemonica le parole che ave vano sentito pronunciare e avevano pronunciato (fatti acustici, e di moto dal centro alla circonferenza, reagenti poi sull'atrio acustico dell'individuo identico da cui si eseguivano). E similmente gli oratori tra i selvaggi dell'America settentrionale nelle loro concioni, ad ogni periodo del discorso gittano un oggetto p. es. una scure, una collana, una clava ec., perchè poi questi oggetti raccolti fanno

ricordare i concetti e l'ordine del discorso (*). Nell'intelletto contemporaneamente non può essere se non un dato atteggiamento, ch' è una manifestazione della capacità di reagire, quando viene toccato in date e date maniere, come il cla-vicembalo, in cui certo non sono le suonate che in quello vengono eseguite. E come è necessario pel clavicembalo il tocco e l' ambiente aereo, così è necessaria per l'intelletto l'oggettività e la comunicazione dei suoi tocchi pel sistema nervoso centripeto. Egli è per non aver fatto attenzione ai suscitatori mnemonici contingenti che si sconobbe, che l'entità intellettuale sta in una successione nel tempo e non in una dimensione negli organi, come se tutta fosse contemporaneamente nella capacità cerebrale (maniera di figurarsi il pensiero di Aristotile, di Muratori (*) ec.) per la quale sconsideratezza Cabanis stesso fu sedotto a dettare imprudentemente che « il pensiero viene secreto dal cervello, come il succo gastrico

dal ventricolo ».

Lo stesso oggetto pertanto o fenomeno può riuscire segno ad un individuo, e ad un altro no. Pereiò si spiega come i fanciulli imparino più presto a scrivere che a leggere; perchè, per iscrivere, copiano dall' esemplare di calligrafia, nè occorre altro se non che riproducano la sensazione attuale, mentre, per leggere, bisogna che alla vista dei caratteri associino di mano in mano le reminiscenze dei fatti acustici e quindi degli atti articolatori relativi. Nell'esercizio di copiare dal modello calligrafico, non si tratta che di imitazione, atto che può essere primitivo (come p. es. nell' onomatopeia): nel leggere, si tratta di svolgimenti mnemonici i quali hanno il loro rapporto nel passato. Le lettere da leggersi agiscono come segni d'altri fatti nei quali e l'entità cui si mira: i caratteri dell' esemplare da copiarsi hanno tutta l' entità in loro.

Contingenze di rapporto tra il segno e l'entità sua.

Nel rapporto tra l'entità d' una cosa e il suo servigio come segno, può darsi che non c' interessi se non questo, e che la cognizione della sua natura avvenga ad altra epoca posteriore. P. es. in algebra trovansi le lettere alfabetiche

(*) RAYNAL Hist. Établ Indes T. IV. L. 7. p. 37.

(*) Della Forza della Fantasia umana.come rappresentanti occasionali di date condizioni di quantità e di estensione, dove quindi non si ha alcun riguardo alla loro natura fonetica: credo che pochissimi fra i matematici che dicono sempre a +, ec. saprebbero dirci come si produce il suono a, b ec. Tante volte nei rapporti di calcolo con quelle lettere cade il segno di eguaglianza () che si riferisce non a ciò che sono esse, ma a ciò che rappresentano. Ora in linguistica si usa lo stesso segno (=) colle lettere per indicare il rapporto reale che è tra i suoni stessi articolati p. es. 6 =m, cioè questi due meccanismi della pronunzia si sostituiscono l'uno all'altro, come b di lacobus si è cangiato in m, Giacomo.

Può darsi che l'entità a cui si riferisce ciò che si usa come segno vada

perduta, sia inutile, e resti superstite la sua efficacia significativa. P. es. la parola pronunciata dai sordo-muti da essi non è udita, non vale quindi per la sua entità reale ch' è acustica: di più usano degli alfabeti grafico e digitale che non sono se non segni ottici dei fenomeni sonori ch' essi non percepiscono, e quindi non avrebbero mai potuto tradurre dal senso dell'udito a quello della vista.

Nel rapporto tra l'entità ed il suo segno, può darsi che questo faccia più impressione che quella. Tali che fanno azioni inique, delittuose, se avvenga che si sentano definire ciò che fanno, specialmente dagli offesi, prendono in abbor-rimento più che se si reagisse con fatti. Allora si fa palese quella natura notata da Terenzio

« Nisi me in illo credidisti esse hominum numero, qui ita putant

Sibi fieri injuriam ultro, si quam fecere ipsi, expostulant,

Et ultro accusant» (Adelph. A. IV. Sc. 3, v. 3).

Può darsi che l'entità riceva il nome dal suo segno. P. es. figure (fr.)

viso, volto, e figura (it.) = statura dell'uomo, taglia, sono la parola latina figu

ra = immagine plasmata, da figo fingo. E verba (lat.) mi pare essere tratto

da verbera i colpi dati sulla schiena ai mancipii, alle cui striscie lasciate si paragonarono le righe degli scritti (') (anche noi diciamo vergar carte ec.). La parola dunque ricevette nome dal suo segno grafico.

(') Il senso comune trovava una somiglianza tra le tracce dei colpi di verga e la

scrittura. Pl. Pseud. A. I. Sc. V, v. 131.

« Quasi in libro cum scribuntur calamo litterae, Stilis me totum usque ulmeis conscribito •

e nei Fragment. p. 800, v. 189 Edit. Comin.

« Corpus tuum virgis ulmeis inscribam›.

E Catullo ad Thallum Ep. 25.

• Ne laneum latusculum natesque mollicellas

Illusa turpiter tibi flagella conscrivillent ».Avviene nel rapporto tra il segno e la sua rappresentanza, che si apprenda prima questo che la nozione cui si riferisce: p. es. quando nella scrittura araba ci si esibiscono i caratteri senza determinazione delle vocali.

Contingenza nell' istituzione dei segni.

Lo zero apposto alle cifre numeriche ne decupla il valere: 1 isolato vale = unó, con apposto uno zero vale = dieci. L'occasione per cui il numero dieci non ebbe un segno grafico appropriato come gli altri (1, 2, 3, 4, J, 6, 7, 8, 9) ma sì venne adoperato lo stesso segno dell'unità (coll' apposizione dello zero, che è già tra gli apici di Boezio) deve essere stata la pratica di numerare per decine, onde ad ogni decina si poneva da parte uno degli oggetti omogenei numerati, come p. es. presso gli Ebrei pagando il tributo ai sacerdoti; ogni dieci capi di hestiame, uno si separava per loro, d'onde la decima passata in uso di tanti popoli: i sacerdoti stessi pagavano al sommo sacerdote la decima delle decime da essi raccolte. La cifra 1 quindi ricollocata nel decimo posto, contando anche sulle dita rappresenta il complemento del conto che non si poteva oltrepassare, senza cedere una parte delle cose che si avevano.

La costituzione decimale del computo deve essere stata determinata dall' esistenza delle dita delle mani, ognuna delle quali ne ha cinque. Altre nazioni per altro contano a quattro ('), a sei (*), a undici (*). ec., onde il calcolo decimale

Perciò litteratus per ischerno detto uno schiavo per aver la schiena piena di cicatrici. Pl.

Casina A. II. Sc. VI. v. 49.

« Si hic literatus me sinat ».

E nella Rudens A. III. Sc. III. v. 47.

« Ni offerumentas habebis plures in tergo tuo,

Quam ulla navis longa clavos ›

dove paragona le ecchimosi ai donarii che avevano delle iscrizioni, litterati.

E nei Menaechmi A. V. Sc. VI. v. 30, Messenione dice

« Nimis autem bene ora commentavi ».

Perciò, se allora che lo scrivere era già d'uso, si paragonavano ai caratteri le lesioni fatte dalle verghe: parmi probabile che ai tempi in cui la scrittura era una novità, si potesse nominarla col nome delle lesioni, poi che il loro aspetto era fra le reminiscenze più ovvie.

(*) N. Calodonia. Cook. Balbi Atl. Ethn. Una nazione della Tracia. Aristotile Probl.

Sect. XV. T. M. p. 751. Orenoco Amazoni Maypure. E pare anche presso gli abitatori dell'isola Ende, poichè fa (Tonga) vuol dire quattro e molto, affat (Madagascar) = quattro effa = finito: e così in tutte le lingue Malesi (Humboldt Kawi II. 264, 303. E in sanscrito astar = olto sembra essere un duale, cioè voler dire etimologicamente = due quattro (Grimm.

Wort. p. 163).

(*) Nel dialetto della Sonda. Humboldt Kawi II. 264.

(*) N. Zelanda. Humboldt Kawi III. 763.non è già una necessità ideologica. Le operazioni aritmetiche si potrebbero fare ugualmente anche se la serie semplice non arrivasse al dieci, o se invece lo supe-rasse: allora, ogni volta che nella somma risultasse compito il numero massimo dei semplici, bisognerebbe riportarla nella serie dei primi composti. P. es. se non si arrivasse se non al sei, il numero ventisette si significherebbe così

43

perchè la cifra a sinistra rappresenterebbe, non già quattro volte dieci, ma sì quattro volte sei:

sommando, da 51

22

si scriverebbe 113, e si leggerebbe quarantacinque.

L'operazione si eseguirebbe ngualmente.

Intenzione diversa nello studio dei segni.

I segni costituiscono interamente alcune maniere di studio ora come mezzo,

ora come scopo.

Come Mezzo.

Le matematiche sono un' arte di collocazione dei segni. La loro difficoltà dipende dal tenere in mente il rapporto di collocazione di quei segni fra loro.

Questa memoria difficile si va ratforzando dall' interesse che si può prendere allo scopo che con quel giuoco di segni si può prefiggersi, quindi coll'attenzione che loro si presta, e di mano in mano dall'abitudine ossia dalla pratica. Ecco perchè gli uomini appassionati che hanno quindi capacità d' artista non possono riuscire in matematica; perche durante quest' applicazione di segni, vengono distratti dai proprii sentimenti e dall'azione dell' oggettività cui sono esposti.

Questi segni, dei quali si costituisco la matematica, si sostituiscono alle nostre reminiscenze definite e ai nostri giudizii e ne rappresentano brevissimamente delle lunghe serie: e coll'uso di questi segni, potendo farne un simulacro oggettivo esposto in un tempo assai più breve di quello che si possano svolgere sogget-tivamente, ci ajutiamo a trovare i rapporti delle nostre reminiscenze stesse. Dice La Caille, che per risolvere i problemi che si propongono sopra i numeri o sulle quantità astratte, non si ha da far quasi altro che tradurli dal linguaggio ordinario in linguaggio algebraico, cioè in caratteri propri da esprimere le nostre idee sui rapporti delle quantità. Può darsi talvolta che il discorso in cui il problema è proposto non possa essere espresso algebraicamente: la difficoltà che può incontrarsi in questa traduzione viene unicamente dalla differenza degli idiomi come nelle traduzioni ordinarie (*).

In tutte le altre maniere di studio i segni entrano alternativamente colle

cose stesse in vario rapporto, cioè ora preponderando l' applicazione sulla cosa ora sui segni: ed a questo intrecciamento dell'azione sensoria, quella determinata dalla presenza delle cose, e dell'azione mnemonica, che si continua alla percezione dei segni, si deve il procedimento della scienza.

Come Scopo.

Tutto il materiale di studio della filologia consta di monumenti lasciati dal-l'uomo, non da riguardarsi per loro stessi, ma come segni di ciò che pensavano e di cid che avvenne alle generazioni. La filologia è l'ermeneutica appunto di questi segni.

di questi prodotti fonetici e vuole conoscere in qual maniera riuscissero segni e quale sia la rappresentanza speciale d'ogni segno, come avvenne che corrispondesse a quella tale condizione data soggettiva od altra oggettiva. La filologia perciò è solo scienza. La letteratura ha una parte scientifica ed una artistica.

Come scienza, fa la storia della diversa maniera di adoperare, di applicare questi materiali fonetici che servono di segni; ma non li riguarda soltanto nel loro etfetto significativo, sì pel modo migliore relativamente allo scopo di presentarli in mezzo ai popoli di cui si esaminano le produzioni. Viene ad essere per l'uso della parola quello ch' è l'estetica per le belle arti. La parte artistica della letteratura dà i precetti per conferire all'uso della parola le condizioni di venustà e di convenienza per l' effetto che si vuole ottenerne tra la gente della lingua che si adopera.

Direzione diversa nel trattamento dei segni.

l'una per la sensazione attuale

I. Coll' intendere d'imitare le cose stesse a cui devono servire di segno (nelle arti imitative, scultura, disegno

(*) Matematiche pag. 91.

l'altra per la reminiscenza

Così fu nell'architettura egizia: il pil piccolo ornamento si riportava direttamente all'idea che aveva dato origineec.). Cosi fu nelle decorazioni dei templi

alla costruzione di tutto l' editicio (*).

greci e latini: si riferivano all'occhio e nulla più: nulla avevano di mnemonico (*).

II. Per rendere gradito il segno stesso per sè (arti della parola, metrica, ritmica, armonia del periodo, ela

Trascuranza delle forme non attendendo che a far capire ciò che si vuole:

lingua scientifica.

quenza). Questa elaborazione costituisce per sè stessa gran parte integrante della letteratura. Di più essendovi varii sistemi di segni, chi preferisce l'uno, chi l'altro per loro stessi: p. es. la scelta della lingua in uso in un dato tempo, arcaismo, trecentisti in Italia; chi si appassiona pel latino, chi pel greco ec.

Poi che esistono le maniere di scrittura

Elaborazione dei caratteri.

Calligrafia. Il calligrafo non ha in mente se non che le lettere piacciano alla vista; per nulla si cura che possano o non possano servire al pensiero, che è suscitare delle reminiscenze.

Abbreviamento delle figure che rappresentavano le cose, così che se ne perdette il rapporto imitativo, caratteri,

scrittura, alfabeti.

Dopo essendo già in uso i caratteri alfabetici, si trascura ogni finitezza nello scriverli, così come fanno gli algebristi: se le lettere si potessero fare ancora più semplici e che servissero alla distinzio-ne, lo farebbero: altronde dove questo si pote, lo si fece, tachigrafa.

Per l' elaborazione dei segni vige sempre l'istinto della natura umana che avvicina più che può tutto quanto è di suo interesse a sensazioni già subite od almeno a reminiscenze di sensazioni le più ovvie, che quindi sono le più pronte a suscitarsi. Fenomeni di quest'istinto sono le miniature dei codici antichi e lettere iniziali dei capitoli, e capitelli disegnati nelle prime edizioni a stampa: gli abbecedarii pei fanciulli, dove ogni lettera si riduce a qualche figura di oggetti sensibili p. es. A un uomo colle gambe divaricate, S una biscia ec., nomi delle lettere alfabetiche cangiati in parole aventi un significato secondo la lingua serviana

nell'alfabeto glagolitico A as = io, D dobro = buono, M misliti = pensare ec.

Come si vede, questi due rapporti l'uno alla sensazione attuale, l'altro alla

(') Champollion, Précis s. Hiérogl. p. 332.reminiscenza, vanno sempre riproducendosi: una cosa che serve per destare remi-niscenze, dopo si può far agire solo nell'intenzione che dia sensazioni attuali. Così arti simboli passati nelle mode vengono portati dalle donne come ornamento ià ch'era destinato per le reminiscenze, viene preso per la sensazione che pro

duce esso stesso.

er la scienza il segno ha il solo scopo mnemonica, si riferisce al passato

er la letteratura prepondera lo scopo sensorio attuale

Perciò la scienza non cura la forma del segno con cui si ajuta, ma ha

sempre in mente il soggetto.

La letteratura invece elabora la forma del segno.

Nella stima del segno, chi preferisce la sua azione mnemonica, e chi arriva a perdere così la nozione della sua maggior efficacia, che fa più calcolo della sua azione attuale. Nello studio artistico dei prodotti fonetici già passati ad uso di segni si può perdere di vista il servigio che si riporta al concetto, od alla oggettività, onde si perde tutto l'utile significativo p. es. col purismo coll'ar-caismo che riportano in uso parole che non possono suscitare le reminiscenze, perchè non furono mai udite contemporaneamente alle sensazioni cagionateci dall'oggettività. E a tanto arriva il calcolo fatto della parola per sè, che i puristi, adottata una data categoria di parole, d'un dato tempo o d'un dato paese, se loro occorresse di nominare oggetti o nozioni che non avessero parole in quella, piuttosto tralasciano di riferire l'oggetto o la nozione. Ai tempi di Cicerone e da lui stesso, si faceva più stima dell'arte oratoria, cioè della maniera di porgere i segni dei concetti, del discorso, che non dell' eccellenza dei concetti cioè della sapienza p. es. della scienza del diritto. Infatti così parla di Servio suo condiscepolo con cui andò insieme a Rodi « Non enim facile quem dixerim plus studii quam illum et ad dicendum, et ad omnes bonarum rerum disciplinas adhibuisse, nam et in iisdem exercitationibus ineunte aetate fuimus et postea una Rhodum, ille etiam profectus est, quo melior esset et doctior, et inde ut redit videtur mihi in secunda arte primus esse maluisse, quam in prima secundus. Atqui haud scio an par principibus esse potuisset, sed for-tasse maluit id quod adeptus est, longe omnium, non ejusdem modo aetatis, sed eorum etiam qui fuissent in jure civili esse princeps » (*).

Il segno elaborato ha un' efficacia maggiore o diversa dalla realtà, cui si

riferisce.

Specie dei Segni.

I segni sono diversi per due condizioni: per loro stessi e pel loro uso, cioè

per la loro rappresentanza.

(*) De Claris Oratoribus p. 65.Diversità dei segni quanto alla loro natura.

Siccome il fatto che una data cosa riesca segno è nell'individuo a cui viene esibita, quando cioè sia capace di destarlo a date reminiscenze: a destare queste reminiscenze può servire tanto la cosa che ha indotto le relative sensazioni ori-ginali, quanto un' altra che per qualche rapporto di contingenza sia capace di riprodurre nell'individuo alcuna di quelle sensazioni originali. Nel primo caso pertanto il segno può essere identico colla realtà. Così p. es. a Berna per arme parlante della città servono degli orsi viventi mantenuti in una fossa: e ciò per allusione al fatto storico che la città fu edificata da Berchtold V nel 1191 sul sito dove aveva preso alla caccia un orso. Se l'orso stesso preso avesse potuto durare, avrebbe potuto servire esso medesimo per segno di ciò ch' era successo tra Berchtold e lui: a quell'orso perito si sostituirono altri suoi simili. I testi-monii della caccia e della edificazione della città, alla vista degli orsi mantenuti a spese pubbliche, aggiungevano la ricordanza della caccia ec. ma bisognava saperlo: nessuno, cui si dica che a Berna si mantengono degli orsi in una fossa e che Berna ha nome da Bären = orsi, potrà venire a sapere, senza che alcuno glie lo dica, il fatto della caccia dell'orso in rapporto col sito della città. In una data cosa può servire per segno qualunque sua parte che abbia potuto essere avvertita. Così p. es. si fanno varii ritratti della stessa persona, secondo i varii atteggiamenti in cui fu osservata. Questo può dipendere da contingenze dell'in-dividuo, che quando veniva veduto presentava tali parti della superficie piuttosto che altre; ma può dipendere anche dalla maniera individuale di colui che perce-pisce, p. es. le varie maniere pittoriche che pure prendono a copiare gli stessi soggetti mostrano la prevalenza d'un dato effetto della oggettività: ora l'azione della pittura è mnemonica, cioè come quella dei segni; solo che quanto più è eccellente, tanto più determina alcune sensazioni affatto simili a quelle che si sono già subite per opera dell'oggetto reale.

Quanto alla loro origine i segni sono eventuali od istituiti. I primi hanno la loro definizione nel processo pel quale un oggetto diventa segno. I secondi sono o cose già esistenti e applicate esplicitamente ad uso di segno, o prodotti d'invenzione a questo scopo. Esempio della prima maniera abbiamo i sassi ammucchiati dai viandanti nei deserti per segnare i luoghi pei quali sono passati e poter ritrovarli ad altra occasione: esempii della seconda le parole artificiali

p. es. le desinenze fissate nella nomenclatura chimica.

Quanto all'invenzione dei segni è spontanea nell'uomo, dietro l'accorgimento assai ovvio della capacità di richiamare alla mente un dato fatto per la riproduzione dinanzi ai sensi di qualche oggetto che a tal fatto fosse contemporaneo: perciò i Greci nominarono suußolou da suußála = paragonare, questo oggetto (*). E

(') Si trattava di un' analogia tra la cosa presentata e quella a cui si doveva penabbiamo veduto quegli artificii mnemonici inventati dai Peruviani e dai

nativi

dell'America settentrionale. E questi mezzi significativi si trovano estemporanea-mente: un sordo-muto in Milano, per indicare i Francesi, si toccò prima i calzoni e poi mostrò la parte interna delle labbra; voleva accennare ai loro calzoni rossi. Nel progresso sociale poi l'invenzione dei segni sempre più produce, come li troviamo nelle singole arti e scienze, e tuttodi si moltiplicano p. es. in matematica quelli ultimamente introdotti dal Gauss ('), dall' Hamilton (*), dal Bella-

vitis (*).

Tra tutte le cose d'onde vengono impressioni agli atrii sensorii esterni, una gran parte significativa vengono a ricevere i prodotti fonetici dei quali si costituiscono le lingue. L'uso loro continuo come segni, tanto di rapporto tra individuo e individuo, quanto nelle rappresentanze intellettuali svoltesi in una persona stessa, per cui quasi sempre vanno di paro coi concetti (negli uomini non nati sordi), implica il problema sui rapporti nel tempo tra parola e concetto.

Chi dice « fu prima la parola e poi il concetto » chi al contrario « fu prima il concetto od idea e poi la parola». Per farsi una nozione chiara del modo in cui la parola diventa segno, bisogna al solito distinguere la sua entità reale oggettiva, ch' è il suono, dall'uso a cui serve, cioè di segno.

Siccome niuna cosa può servire di segno, se non dopo che abbia esistito un fatto da poter ricordare, così il significato della parola è sempre posteriore al concetto od idea, sempre occasionato da una percezione e da quella qualunque maniera di sentirsi della coscienza, anche dipendente dalla vita propria cioè dai sensi interni, dalla cenestesi.

Dato un fatto pertanto, se esiste una parola, qualunque significato abbia, che possa aver avuto un qualche rapporto di contemporaneità, coincidenza di pronuncia con quel fatto, quella parola può passare a ricordarlo; nel qual caso assume un nuovo significato. Questo significato è dunque posteriore a quel fatto e quindi alla sua percezione nell'individuo, quantunque il suono della parola

preesistesse al fatto.

Dato che il fatto fosse nuovo, non esistesse alcuna parola in quella lingua per indicarlo, il fatto potrà attaccarsi per qualche condizione reale sua a qualche altro da cui derivi od a cui somigli, ovvero soggettivamente in noi può attaccarsi a qualche altro, col quale per le contingenze della nostra storia percettiva

d'una scena oggettiva.

(') I simboli i, j, k nell'applicazione del calcolo alla geometria a tre dimensioni.

(*) Il segno = nella teoria dei numeri interi.

(*) Il segno già astronomico applicato all'equipollenza e quello detto ramuno &. per

indicare V-1 (radice meno uno).-individuale ci sembri aver relazione: ora quel fatto anteriore a cui lo si attacca probabilmente avra una parola che serva ad indicarlo e allora, o gli si applica quella stessa anche a questo, onde quella assume il nuovo significato, o da questa se ne deriva un'altra dietro l'analogia propria di quella lingua; e allora quindi si plasma una parola nuova, ch' è posteriore al fatto ed alla percezione nostra relativa, anche quanto alla forma, al suono.

In fatto di creazione e d'uso dei segni si accorda assai più autorità al popolo che al dotto. Se p. es. il dotto ha bisogno di adoperare un verbo in valore attivo o factitivo che fino allora sia usato solo in valore intransitivo, va a guardare nel dizionario, e se non trova esenpii di quest'uso, non si prende la libertà di adoperarlo in una nozione nuova: e da chi è stata fatta la lingua raccolta nel dizionario, se non dal popolo?

Diversità, varietà der Segni in rapporto al loro servigio.

I segni sono equivalenti e differenti.

Segni equivalenti in parallelismo più o meno continuo sono i caratter di forma diversa presso le varie nazioni, molti dei quali rappresentano lo stesso suono

p. es. alfabeti greco e latino: l'alfabeto arabo si scrive in diversa maniera secondo i paesi dove si usa quella lingua, tanto che gli abitanti d' un paese non sanno leggere lo scritto arabo d'un altro (*). Le note numeriche indicanti un dato numero sono di figura diversa nelle varie maniere di scritture, ed anche in una stessa maniera di scrittura p. es. nell'uso dell' alfabeto greco pel computo, dove le lettere ora valgono semplicemente in ragione del posto che hanno nella serie alfabetica (così = 21): ora secondo il posto, valendo per decine dopo l'I e per centinaja dal P in poi (*): ora valendo come indicazioni del nome del numero di cui erano le iniziali p. es. X = 1000, perchè iniziale di Xí2.cor. Così coll' alfabeto greco nell'uso di numerare, E e Il erano equivalenti; si l'uno che l'altro carattere volevano dir = J; l'uno, E, perchè quinto nella serie alfabe-tica, l'altro, Il, perchè iniziale di léve. In Italia, prima che Leonardo Fibonacci da Pisa (*) portasse le cifre cosi dette arabiche, le diverse città avevano modi abbreviativi di computo diversi; questi modi dunque nell'effetto del computo erano equivalenti.

Quando i segni non hanno una rappresentanza comune con altri, sono diffe-

renti.

(') Eyries Viaggi.

(*) In questa maniera d'uso si aggiungono all'alfabeto tre altri caratteri é (episema)

•j (coppa) € (sampi).

(*) Li portò a Pisa nella seconda metà del secolo XIII da Búgia d'Africa dove era

andato di 14 anni, con suo padre, ad apprendere la mercatura.Vi sono segni costanti, cioè rappresentanti sempre la stessa entità, e mu-

tanti, cioè che passano da una rappresentanza ad un' altra.

1 primi sono quelli che fanno parte dell' entità stessa, con quella sono con-nati p. es. l'inclinazione dell'ago magnetico con quel tal grado di latitudine. Di mano in mano che le cognizioni si accertano, ogni fatto naturale ben percepito può essere segno d'altri fatti occulti: così dagli imperfetti suoi primordii va avviandosi sempre meglio la semiotica in medicina.

I secondi sono tutti quelli che stanno in arbitrio dell'uomo, quindi le parole, le cifre ec. Il cangiamento di significato della parola non è altro se non il passaggio d'un segno a far ricordare cose diverse da quelle a cui prima serviva.

Tra le contingenze dei segni mutanti, una assai ovvia è quella del passaggio parallelo di segni equivalenti al altre rappresentanze. Così

(gr.) vergog = morto (cimbro) kranck = morto

(lat.) aeger (1) = ammalato (ted.) kranck = ammalato

Avviene talora che dei segni ed interi sistemi di segni si rimettano in uso sotto circostanze nuove, e servano a rappresentanze diverse da quelle che prima avevano. Così p. es. in Inghilterra (A. 1688-1745) i presbiteriani usavano i nomi proprii personali e topografici che sono nella Bibbia e le frasi riferenti fatti di quelle epoche, intendendo invece le cose d'interesse della loro setta. Queste riproduzioni di segni entrano nei gerghi (*).

Effetti del passaggio dei segni da una rappresentanza ad un' altra.

Se ogni segno restasse costantemente fisso al suo ufficio specifico di far ricordare quella data entità e non altra, col mezzo delle parole si avrebbe la cognizione certa di ciò che nel passato fu avvertito dalle generazioni, senza bisogno di apposito studio, poichè non riescono ad essere segni se non pel fatto della concomitanza associata di quanto si è percepito le volte precedenti che si udirono: cioè i loro significati sono reminiscenze aggiunte dall'individuo le volte posteriori che le ode. Ma appunto perciò che, pel sussistere esse parole in seguito ad essere pronunciate in altre circostanze, passano a far ricordare secondo le contingenze queste circostanze posteriori, servono quindi ad altre rappresentanze, vanno queste moltiplicandosi di mano in mano sull'identica parola, onde riescono segni incerti; e di più le rappresentanze precedenti vanno in dimenticanza, non servendo più le parole a quel primo loro ufficio, il loro additamento storico va perduto e vi vuole

(') Trovasi in Festo necritu per agritudo, evidentemente da vexpòs, Lanzi S. Etr. I,

pag. 99.

(*) Sulle cause di cangiamento di rappresentanza delle parole V. Monum. Storici ec.

T. IV. e T. VIII. Ricomparsa di parole antiquate, ed uso di lingne morte.un' arte apposita ermencutica e la dimostrazione esatta della genealogia d' ogni parola per riuscire alla scoperta delle rappresentanze antiquate, d'onde si può ricostruire la serie delle reminiscenze di cui fu intermittenza per tante generazioni.

In questo passaggio dei segni da una ad altra rappresentanza si possono di

più perdere le relazioni dei segni tra loro: p. es. i nomi dei numeri passati ad indicare numeri diversi da quelli di cui erano nomi (sir.) →2

thren = due

¿ certo la stessa parola (sanscr.) tri = tre, e (gr.) s (episema) che valeva

= sei passò al essere la 5 (cifra detta arabica) che vale = cinque.

Vi sono segni sufficienti, quelli che determinano una reminiscenza precisa:

insuficienti che iniziano la mente in una data categoria di reminiscenze, resta a determinare quale fra queste p. es. la parola aoristo dei grammatici, dove si sa trattarsi di un tempo di verbo, ma non si sa quale.

Vi sono segni negativi, quelli che indicano l'esclusione di date maniere di romuniscenze, p. es. di quelle di misura, la parola immenso, quelle di fine, infinito.

Vi sono segni diretti e segni indiretti: i primi hanno in loro la rappre-sentanza, i secondi avvertono di una modificazione nella rappresentanza del segno cui sono aggiunti. Lo zero nella serie, quando si scrivono i computi, non fa altro se non arvertire il posto che occupano le altre cifre, poichè dal loro posto dipende la loro rappresentanza, il loro valore. Lo zero non pote aver origine se non dopo che si era trovato l'artificio di fare che le cifre rappresentassero valori diversi secondo il posto relativo nel quale esse cifre si ponevano. Deve aver avuto origine dall'ara latina od etrusca, o dal suanpan chinese, per segnare che in un dato ordine della serie non v'era nulla. P. es. poniamo che nella prima serie si notassero le unità, nella seconda le decine, nella terza le centinaja: per riferire

si doveva mettere 304. Se p. es. ogni ordine di numeri nel computo fatto colle cifre avesse avuto un posto proprio, una colonna, il segno zero sarebbe stato inutile p. es.

= 304 il rosso, le decine il giallo, le unita il verde, lo zero sarebbe stato inutile:

3 4= 304.

Dunque lo zero che figura come un segno negativo (e lo è alludendo a data e data serie di numeri) segna in fatto una condizione positiva delle cifre vicine: e un segno indiretto.

Vi sono segni immediati e segni mediati o segni di segni. I jeroglifici, i caratteri chinesi sono segni immediati delle cose o delle nozioni: le lettere alfabetiche sono segni dei suoni costituenti le parole, quindi segni mediati delle cose o nozioni che da tali parole voglionsi indicare.

Vi sono segni oggettivi e segni soggetti.

I segni oggettior servono alla rappresentanza delle impressioni avute per

opera del mondo esteriore, le quali noi traduciamo come enti oggettivi.

I segni soggettivi servono alla rappresentanza di sentimenti, di lavori intellettuali successivi all'azione oggettiva. Il segno del meno (-), quello dello zero

(0) non hanno alcuna corrispondenza colla realtà, servono per ricordare un fatto soggettivo, un giudizio sopra impressioni già provate. P. es. veggo cinque dita in una mano, il segno 5 corrisponde a quella realtà: poi vedo una mano con un dito di meno (p. es. il pollice, come usavasi di troncarlo ai prigionieri di guerra) ('), il segno 5-1 non mi rappresenta una realtà (oggettiva), cinque dita non esistono (oggettivamente): esiste bensì la mia ricordanza di aver veduto altre volte cinque dita, e il risultato d' un mio confronto tra quella sensazione già subita, ed ora riprodotta mnemonicamente, e la sensazione attuale, per cui giudico che quella non è affatto uguale all'altra prima, e non è uguale per difetto, e quindi l'altra non era uguale a questa per eccesso: così il segno di

ugunglianza = si riferisce al risultato di un confronto fra due fatti. Tutti quelli

che si riferiscono alle astrazioni sono segni soggettivi.

condizioni in l'arche detaletale si, golge, tana prer ate dei net titi dall-

minante la riproduzione mnemonica più o meno vivace e succedente in varii ordini, i servigii di rappresentanza oggettiva e soggettiva si alternano sull'iden-tico segno, e ora occorre l'un genere di segni, ora l'altro. I segni numerici ora rappresentano dei fatti reali, ora delle operazioni intellettuali sulle sensazioni subite per opera di quelli: p. es 4 rappresenta un fatto reale, 5 - 1 rappresenta una operazione intellettuale. Il progresso delle scienze matematiche è dovuto al-

(*) V. Iudic. c. I, v. 6, 7. Adonibezoch, e Cic. De Officiis, riferendo che gli Atoniesi

così trattarono gli Egineti fatti prigionieri.agiscono parallelamente al processo continuo della mente, che si costituisce della passione del centro senziente per opera immediata attuale della oggettività e di reazione a quella. Avviene di più che i segni di un' origine e di un servigio si confondano nell'uso con quelli dell'altra, sicchè i segni oggettivi rappresentino fatti soggettivi, e viceversa.

segui negottivi si diversiano in rapporto catto e occasionalmente pos

1 sono segni rieria all ucrto, alla vista.

sono darsi segni riferiti all'odorato ed al gusto.

Segni riferiti all'udito sono i rumori e suoni prodotti con dati corpi, come con le trombe, le campane ec. e soprattutto la parola che spesse volte si produce in seguito ad impressione ricevuta pel senso dell'udito ed è un effetto di moti degli organi vocali ed articolatori, che, oltre agire primitivamente, quasi sempre si usa come segno.

nei pieri, alla erige Coalunie osto enomeno visile mai ric spe

dal senso della vista: è un' opera di moti della mano dell'uomo, lascianti una traccia sopra una materia qualunque, si riferisce al senso della vista e tante volte può riuscir segno.

Parola e jeroglifico sono due generi di segni indipendenti l'uno dall' altro e paralleli, perchè produzioni dell'identico centro sensibile. Un popolo di sordomuti può inventare un sistema jeroglifico ricco e coordinato quanto qualunque lingua.

Segni riferiti al tatto. Alcuni linguaggi secreti si costituiscono di tocchi mu-

tui, e vi ha un alfabeto di tocchi ch' è una traduzione di quello grafico.

Perciò che « Serius allectant animos demissa per aurem,

Quam quae sunt oculis subjecta fidelibus »,

parrebbe che il senso dell' udito scadesse di servigio in confronto del senso della vista. Ma Orazio in demissa per aurem non mira se non alle parole, cioè a suoni capaci di destare date ricordanze, e il cui ettetto sta nelle ricordanze stesse suscitate. È come nel Truculento di Plauto A. II. Sc. VI. v. 8.

« Plus est oculatus testis unus, quam auriti decem:

Qui andiunt, audita dicunt, qui vident plane sciunt ».

Il rapporto qui è tra segno e sensazione attuale; certo che il segno che destar deve una reminiscenza scade nell'efficacia dalla sensazione attuale.

Se si trattasse della sola sensazione attuale, il senso dell'orecchio non scaderebbe minimamente nel suo servigio da quello della vista: se viceversa si usassero impressioni agenti sul senso della vista, solo perchè il loro effetto si compiesse nelle remi-miscenze suscitate p. es. reminiscenze di suoni, sarebbe più tardo l'effetto delle cose vedute che non di ciò che si sente. Quel rapporto segnato da Orazio sta perciò cheagiscono parallelamente al processo continuo della mente, che si costituisce della passione del centro senziente per opera immediata attuale della oggettività e di reazione a quella. Avviene di più che i segni di un' origine e di un servigio si confondano nell'uso con quelli dell'altra, sicchè i segni oggettivi rappresentino fatti soggettivi, e viceversa.

segui negottivi si diversiano in rapporto catto e occasionalmente pos

1 sono segni rieria all ucrto, alla vista.

sono darsi segni riferiti all'odorato ed al gusto.

Segni riferiti all'udito sono i rumori e suoni prodotti con dati corpi, come con le trombe, le campane ec. e soprattutto la parola che spesse volte si produce in seguito ad impressione ricevuta pel senso dell'udito ed è un effetto di moti degli organi vocali ed articolatori, che, oltre agire primitivamente, quasi sempre si usa come segno.

nei pieri, alla erige Coalunie osto enomeno visile mai ric spe

dal senso della vista: è un' opera di moti della mano dell'uomo, lascianti una traccia sopra una materia qualunque, si riferisce al senso della vista e tante volte può riuscir segno.

Parola e jeroglifico sono due generi di segni indipendenti l'uno dall' altro e paralleli, perchè produzioni dell'identico centro sensibile. Un popolo di sordomuti può inventare un sistema jeroglifico ricco e coordinato quanto qualunque lingua.

Segni riferiti al tatto. Alcuni linguaggi secreti si costituiscono di tocchi mu-

tui, e vi ha un alfabeto di tocchi ch' è una traduzione di quello grafico.

Perciò che « Serius allectant animos demissa per aurem,

Quam quae sunt oculis subjecta fidelibus »,

parrebbe che il senso dell' udito scadesse di servigio in confronto del senso della vista. Ma Orazio in demissa per aurem non mira se non alle parole, cioè a suoni capaci di destare date ricordanze, e il cui ettetto sta nelle ricordanze stesse suscitate. È come nel Truculento di Plauto A. II. Sc. VI. v. 8.

« Plus est oculatus testis unus, quam auriti decem:

Qui andiunt, audita dicunt, qui vident plane sciunt ».

Il rapporto qui è tra segno e sensazione attuale; certo che il segno che destar deve una reminiscenza scade nell'efficacia dalla sensazione attuale.

Se si trattasse della sola sensazione attuale, il senso dell'orecchio non scaderebbe minimamente nel suo servigio da quello della vista: se viceversa si usassero impressioni agenti sul senso della vista, solo perchè il loro effetto si compiesse nelle remi-miscenze suscitate p. es. reminiscenze di suoni, sarebbe più tardo l'effetto delle cose vedute che non di ciò che si sente. Quel rapporto segnato da Orazio sta perciò cheagiscono parallelamente al processo continuo della mente, che si costituisce della passione del centro senziente per opera immediata attuale della oggettività e di reazione a quella. Avviene di più che i segni di un' origine e di un servigio si confondano nell'uso con quelli dell'altra, sicchè i segni oggettivi rappresentino fatti soggettivi, e viceversa.

segui negottivi si diversiano in rapporto catto e occasionalmente pos

1 sono segni rieria all ucrto, alla vista.

sono darsi segni riferiti all'odorato ed al gusto.

Segni riferiti all'udito sono i rumori e suoni prodotti con dati corpi, come con le trombe, le campane ec. e soprattutto la parola che spesse volte si produce in seguito ad impressione ricevuta pel senso dell'udito ed è un effetto di moti degli organi vocali ed articolatori, che, oltre agire primitivamente, quasi sempre si usa come segno.

nei pieri, alla erige Coalunie osto enomeno visile mai ric spe

dal senso della vista: è un' opera di moti della mano dell'uomo, lascianti una traccia sopra una materia qualunque, si riferisce al senso della vista e tante volte può riuscir segno.

Parola e jeroglifico sono due generi di segni indipendenti l'uno dall' altro e paralleli, perchè produzioni dell'identico centro sensibile. Un popolo di sordomuti può inventare un sistema jeroglifico ricco e coordinato quanto qualunque lingua.

Segni riferiti al tatto. Alcuni linguaggi secreti si costituiscono di tocchi mu-

tui, e vi ha un alfabeto di tocchi ch' è una traduzione di quello grafico.

Perciò che « Serius allectant animos demissa per aurem,

Quam quae sunt oculis subjecta fidelibus »,

parrebbe che il senso dell' udito scadesse di servigio in confronto del senso della vista. Ma Orazio in demissa per aurem non mira se non alle parole, cioè a suoni capaci di destare date ricordanze, e il cui ettetto sta nelle ricordanze stesse suscitate. È come nel Truculento di Plauto A. II. Sc. VI. v. 8.

« Plus est oculatus testis unus, quam auriti decem:

Qui andiunt, audita dicunt, qui vident plane sciunt ».

Il rapporto qui è tra segno e sensazione attuale; certo che il segno che destar deve una reminiscenza scade nell'efficacia dalla sensazione attuale.

Se si trattasse della sola sensazione attuale, il senso dell'orecchio non scaderebbe minimamente nel suo servigio da quello della vista: se viceversa si usassero impressioni agenti sul senso della vista, solo perchè il loro effetto si compiesse nelle remi-miscenze suscitate p. es. reminiscenze di suoni, sarebbe più tardo l'effetto delle cose vedute che non di ciò che si sente. Quel rapporto segnato da Orazio sta perciò chesegno, e che oculis subjecta fidelibus sono le cose che agiscono quasi continuamente su noi per la parte loro visibile, cioè dando impressioni per l'atrio visivo; così che gli altri introiti sensoriali, cioè pel gusto, per l' olfatto, che sono intermittenti a lunghi intervalli, non si contano; e che quelle riferibili al senso del tatto, il cui uso è ancora più continuo della facoltà visiva, non può comprendere che ristrettissima estensione, quella del punto di contatto immediato di questo e di quel tratto della nostra superficie coi corpi, sicchè non possiamo arrivare per questo ad avere impressioni complesse di fenomeni estesi nello spazio, quali riceviamo colla vista. P. es. in una scena teatrale mentre noi vediamo tanti personaggi e tanti aspetti di cose, noi non arriviamo a toccarne nessuna.

Passaggio di servigio dei segni oggettivi dal rapporto ad un senso, ad un altro.

La scrittura è un trasporto di relazione dal senso acustico al senso ottico, o una permutazione di suoni contro delle figure: la scrittura non può prodursi se non da individui che hanno il senso dell'udito. Il jeroglifico passando per gli accidenti di coincidenza dalla rappresentanza ideologica a servigio di nota fonetica (per quel processo dei rebus) si allontana dal suo rapporto al fatto mnemonico complesso che vuole destare, si fissa invece al rapporto di reminiscenza acustica (*).

Grado diverso di efficacia dei Segni.

(a) Per parte delle condizioni loro.

Vi sono gradazioni infinite nell'efficacia mnemonica dei segni, per la determinazione maggiore o minore della loro forma e pei rapporti di luogo del loro posto.

P. es. una pagina ripiegata in un libro non fa se non avvertire che la dovete fermarvi e guardare o rivedere qualche cosa, senza pure che sospettiate cosa sia che ivi interessa: un groppo nel fazzoletto vi fa risovvenire d' un dato proposito.

La scrittura vi fa riavere quasi perfettamente una qualunque serie, per quanto lunga si voglia, di nozioni e di concetti. Perciò ch' è di somma importanza la collocazione relativa delle nozioni nell'intelletto, è di somma importanza la collocazione dei segni, che a quelle si riferiscono, e che devono loro parellellamente

(') La stessa scrittura chinese riesce in qualche caso fonetica p. es. nel rappresentare i nomi proprii « Signes réellemment idéographiques, mais détournés de lenr expression ordi-naire, pour leur faire accidentellement représenter des sons (chez les Chinois comme chez les Égyptiens) » Champollion, Précis Hiérogl. p. 17.eccitatrice e coordinatrice che non se sia in un posto secondario ed accessorio (1).

Segni già esistenti e che hanno servito altrui, se agendo sui nostri sensi non possono trarre in noi le associazioni mnemoniche per destar le quali devono essere efficaci, si capiscono per induzione nelle circostanze date, perchè noi, avvertiti delle circostanze, svolgiamo le nostre reminiscenze che vi si riferiscono e di mano in mano analogamente a quelle traduciamo i segni. P. es. nella traduzione d'una comedia di qualche elassico antico, la scena fa indovinare il valore preciso di date parole nella circostanza data, il qual valore è relativo e in assoluto non si può definire. Questo è il processo per cui si viene a capire il signiticato di molte parole della lingua materna stessa, perchè non sempre la scena esterna può corrispondere a quella per cui in origine quelle tali parole ebbero quel significato, molte essendo cenni di concetti assai complicati: e raro è il caso che venga spiegato a chi non sa il preciso rapporto di rappresentanza di quelle date parole. Perciò gran parte della lingua parlata comunemente resta per molti indefinita.

(b) Per parte delle persone cui sono esibiti.

C'è una grande distanza tra i gradi di comprensione di ciò che intendono i segni, secondo gli individui a cui vengono presentati, dalla nulla aggiunta di proprie reminiscenze, per cui non vengono compresi, fino a svolgerne catene lunghissime che conducono a giudicii innumerevoli. In questo riguardo la gradazione è indefinibile. Nell'uso delle parole d'una lingua anche notissima, all'uno può bastare qualche breve periodo, mentre l'altro nulla può capire: dipende dalle nozioni preesistenti in quello che le parole ascolta o legge. Prendete gli argomenti delle comedie di Plauto posti in principio di ciascuna; ed io credo che poco o nulla capirete di ciò che nella comedia si rappresenta: dopo letta la comedia, rileggete l'argomento, e allora vi apparirà la sua relazione abbastanza esplicita. Egli è che quegli argomenti erano fatti per richiamare alla memoria quello che già si aveva veduto sulle scene, o letto; non già per dire a priori ciò che si andrebbe a vedere. Tanto più si fa palese questa gradazione, quando si esibiscano delle opere dove le relazioni colle cose abituali della vita v' abbiano

di capirlo e s' ingannano da capo a fondo, o perchè non possono entrarvi, lo giudicano assurdo, contro l'ordine intellettuale: quelli poi persuasi di capirlo coine

(') Vedi Monum. Storici T. VIII. Ideologia dedotta dalla Storia naturale delle Lingue.6:50

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che sentano l'entità di quel vero (*).

Può avvenire per mezzo dei segni una specie di comprensione fittizia, la quale non conviene con ciò che quelli intendevano riferire. Parmi che un esempio di questo processo sia nelle traduzioni delle opere di serittori animati dalle circostanze del tempo in cui vivevano fatte da letterati di tutt' altre epoche e tenore

p. es. la traduzione di Pindaro fatta in odi latine dal Costa. Come

mai il buon prete che visse sempre in Seminario a Padova, ch' era d'una innocenza da parvolo, poteva essere penetrato nella passione di giuochi, di corse di cavalli, di gare nazionali che diedero occasione a quelle .odi?

Perciò che l'eflicacia significativa dipende dalla disposizione mnemonica dell'individuo a cui il segno si esibisce, può darsi che lo stesso segno susciti reminiscenze di diverso ordine per tempo e per circostanze delle impressioni originali a cui si riferiscono, e quindi venga ad avere significati diversi contemporanea-mente. P. es. in Plauto (Stichus A. IV. Sc. I, v. 71), mentre Epignomo sta parlando con suo fratello sul conto del parassito Gelasimo, costui entra: allora Epignomo dice « Atque eccum tibi lupum in sermone, praesens esuriens est »

Epignomo lo disse lupum per due significati d'origine affatto diversa: l'uno alludendo al proverbio « lupas in fabula » che dicevasi, quando, mentre che si parlava d'una persona assente, questa compariva: l'altro riferivasi alla voracità di quel Gelasimo, per cui appunto dopo commenta l'applicazioue del nome lupus

« praesens esuriens est ».

(c) Per ragione composta delle condizioni dei segni e delle disposizioni

delle persone cui vengono esibiti.

La differenza di forma tra segni equivalenti allontana la mente dalle associazioni solite a suscitarsi pure dall'una o dall'altra forma fra queste varianti.

P. es. la diversità della scrittura araba dall'ebraica distoglie dal rimarcare la parentela, i rapporti etimologici tra parole comuni a queste due lingue: se invece di leggerle si odono pronunciare, la somiglianza tosto si avverte.

Perciò che l'effetto significativo non istà nella natura degli oggetti, ma sì si compie nella soggettività di chi li percepisce, può avvenire che fenomeni ed

(') Il profondo autore del discorso preliminare ai Pensieri di Pascal aveva pure dinanzi alla mente queste gradazioni, per cui poi prevedeva a quanto pochi si ridurrebbero quelli che potessero competere a quella lettura. ‹ Il est aisé de voir combien il y en aura

Disc. sur les Pensées etc. p. 119).oggetti percepiti infatto per la prima volta agiscano come se fossero stati contemporanei ad impressioni provate anteriormente, cioè facciano associare reminiscenze di sensazioni alle quali non firono mai coincidenti. Un ritratto di persona nota, presentato la prima volta, la fa ricordare: una onomatopeja creata in quell'atto fa ricordare suoni uditi altre volte (1). In questo modo i suoni bruti

p. es. le varie voci degli animali si prendono per parole che abbiano significato, cioè agiscono come se fosse già almeno la seconda volta che si odono dopo di averli uditi in rapporto a date impressioni. In questo modo certi accidenti delle apparenze di cose inorganiche, stalattiti, rocce, ec. rappresentano corpi organizzati, oggetti artificiali, come istrumenti, prospettive architettoniche ec. (*).

Quanto scade la conoscenza dei segni da quella delle cose.

Si suol dire che l'educazione inavvertita che si riceve conversando con persone colte è assai più efficace di quella che si riceve esplicitamente nelle scuole.

La causa di questa preminenza sta in ciò che, conversando, tutto quello che si

va conoscendo, gli è per azione immediata sui sensi, anzi che per segni, che per riuscire efficaci esigono l'aggiunta nostra mnemonica. Ell'è ben differente azione sulla vostra mente se uno vi dice in tali ore della scuola p. es. un precetto del galateo, o se invece voi lo vedete sempre praticare. Sicché questa educazione che dicesi inavvertita in fatto è quella diretta, perchè agisce dando sensazioni, e invece quella che si dà esplicitamente è indiretta, perchè non agisce se

non

suscitando reminiscenze. Si osservi pure che i contadini di buona mente e gli artigiani hanno la coscienza definita di ciò che sanno: cioè non credono di conoscere se non ciò che realmente conoscono. Quelli invece che sono andati alle scuole hanno la persuasione di sapere moltissime cose, ma non saprebbero definire ciò che intendono quando ragionano di tanti argomenti. La differenza tra lo stato mentale degli uni e degli altri dipende da ciò che quelli che non sono stati alle scuole, od hanno veduto gli oggetti, i fatti, e li conoscono; o non li hanno veduti, e nessuno diede loro i segni di quelli, od altri segni riferibili a cose qualunque non percepite. Quelli che sono andati alle scuole hanno ricevuto per la massima parte dell'istruzione assai più segni di nozioni, anzi che siensi fatti loro stessi le nozioni originali sulle cose; p. es. impararono la geografia sulle carte geografi-che. Credete voi che l'alunno delle scuole abbia potuto farsi sulle carte geografiche le stesse nozioni di quei tratti di terra che gli hanno fatto imparare, del

() V. Monum. St. T. IV. Trattatoviaggiatore che ha percorso quei tratti stessi? lo vi dico che se l'alunno vedesse quei tratti e non gli dicessero che sono quelli che ha studiato, e sui quali ha fatto gli esami, non arriverebbe mai ad indovinarlo. Ora a che giova la geografia che ha imparato, se gli dà un fantasma intellettuale affatto estranco alla realtà? Ebbene gli alunni delle scuole inferiori apprendono i segni senza che alcuno mostri loro la cosa a cui si riferiscono, e neppure riflettono che non sono se non segni: li imparano per loro stessi come se in essi si esaurisse il sapere.

Da ciò la superiorità del senso comune sopra i dettati dei dottori, in certi casi dove quello può riflettersi sulle proprie esperienze, come già osservarono giavi pensatori. P. es. Destutt de Tracy « Il buon senso pubblico, e, direi quasi, l'istinto generale, si è allontanato sempre meno dalla strada retta che non le prime speculazioni scientifiche, perchè questo parte dalla pratica dei fatti (*)» e Féréal « Le peuple se trompe marement; ses jugements sont quelquefois plus sûrs que ceux de la science. Il y a une philosophie tonte particulière à Inquelle il serait hon de se rapporter quelquefois (*) ». Cosi avviene non di rado che le espressioni volgari relative al modo di sentirci contengano la diagnosi della sede di tale e tale nostro senso interno. Bichat osservò che la sincope dicesi dal volgo mal de coeur, e appunto là è il disordine; che, se il cervello sospende le sue funzioni, gli è perchè non gli viene più il sangue che il cuore gli trasmetteva. E così pure il popolo in Francia dice « le charbon entête, porte à la tête » e infatti il vapore del carbone determina l'asfissia agendo sul cervello e non sul cuore (*); onde Bichat segue « souvent le peuple qui voit sans le prestige des sistêmes observe mieux que nous, qui ne voyons quelquefois que ce que nous cherchons à aperce-voir d'après l'opinion, que nous nous sommes préliminairement formés ». Appunto gli è nell'osservazione il vantaggio sull'opinione, ch' è un parto di conghietture su ciò che noi abbiamo creduto di conoscere, perchè abbiamo sentito parlarne. Il senso della moltitudine erra per troppa diffidenza nei proprii mezzi, e per troppa stima altrui, quando si riporta come a tanti assiomi, alle baje che gli hanno dato ad intendere.

Chi mai degli alunni di umane lettere, nell'imparare i pezzi di Cicerone, di Virgilio ec., sospetta che siavi altro da studiarvi, che quelle parole coordinate in quella maniera, e quinci trarre gli esempii del modo di coordinarle? chi di quei ragazzi può pensare che invece in quelle non istà se non una forma mediata, per la quale dobbiamo sforzarci d'indovinare il soggetto in cui è l'entità? Intanto vengono pure per buona ventura a questi alunni opportunità, fuori della scuola, di farsi delle nozioni delle cose da loro stessi (e non sui segni). Ma questi concetti legittimi restano nell'intelletto promiscuamente con quei concetti composti

(*) Ideol. T. II. p. 207 Volontà.

(*) Vie et Mort p. 178.

( Myst. de l' Ingrisition p. 353.di parole di significato per quegli alunni indefinito, dove il massimo interesse e spesso unico è quello acustico, cioè della collocazione di quelle parole in quel modo, senza la conoscenza del fatto, oggetto o fenomeno a cui si riferisce, e perfino senza che sospettino che abbia il servigio di rappresentare una cosa che pur esiste, da loro non conosciuta ('). Di più nelle scuole si apprendono formule di classificazione o di teorica ec. coercenti fatti che spesso nella pratica della vita si vedono essere aflatto estranei ed anche opposti alle maniere loro attribuite; eppure la coscienza «lei più, punta ogni volta in queste opportunità contingenti per accorgersi della con-traddizione, non vi abbada: succede la sensazione, ma non viene così avvertita da fermarvisi e confrontare l'avversione del fatto di propria esperienza con quello che si era imparato che doveva essere; quindi non arriva alla conseguenza di togliere quel fatto dalla categoria dove l'ha dettato il maestro E così si fa l' abitudine di tenere confuse e nozioni di propria esperienza e concetti indovinati da segni di cose che non si percepirono, e segni presi invece delle cose, come se l'interesse fosse in loro stessi, e massime affatto opposte a ciò che in fatto succede; e perciò che tutti questi materiali diversi del magazzino intellettuale stanno nella nostra coscienza, si trattano come se fossero omogenei, e dalla somma di questa colluvie si costituisce la persuasione di sapere.

Parallelamente alla differenza di grado delle nozioni, da quelle acquistate coi nostri sensi, a quelle imparate da narrazioni, ossia per mezzo dei segni, procede la ditferenza tra le operazioni intellettuali fatte su quelle avute per sensazioni e quelle per segni. Tali sono i rapporti tra la meditazione e la lettura. La meditazione è un esercizio diretto sulle impressioni provate dalla persona stessa. La lettura è un esercizio di comprensione del valore dei segni dati da altri, relativi alle impressioni provate da quelli che scrissero. E dunque un esercizio indiretto d'interpretazione. Nella meditazione si ha la sicurezza dei soggetti sui quali si rivolge. Nella lettura vi ha sempre incertezza che i segni corrispondano a quei soggetti che si credono essere, e non ad altri.

Questa differenza di nozione tra quella procurata dalle sensazioni originali e quella per precetto, cioè per segni, non può mancare di palesarsi nelle azioni, che da tali maniere di nozione dipendono, e quindi nella pratica della vita. Ovviamente ebbi a meravigliarmi della imperturbabilità con cui alcune tra le donne educate commettono azioni immoralissime, di quelle definite dalla dottrina cristiana come pecenti mortali, mentre sono piene di rimorso se sieno state costrette a trasgredire qualche precetto di quelli di pratiche di disciplina. E ogni volta ch'io a questo rifletteva, finiva troncando il problema, col giudicar quella loro condotta come inconseguente. Ma non si tratta d' inconseguenza: le norme della morale e

(') Non parlo poi di tutte le favole, come quelle della Mitologia, perchè nell'insegnarle

si avverte che sono favole.mente le une ebbero una genesi diversa dalle altre, e la comprensione della moralità è imperfettissima in confronto della comprensióne delle pratiche. Queste, obbligo di udire la messa, di astenersi da dati cibi in dati giorni, di confessarsi, di comunicarsi ec. le vedono farsi dagli altri, le apprendono coi sensi, quindi le fanno esattamente come hanno veduto fare, e vi si abituano così che la loro esc-cuzione diventa una necessità. Al contrario, ciò che si riferisce alla morale viene insegnato non riferendosi alla vista od ai sensi che possono esservi interessati, presentando le scene relative a quei concetti, ma sì colle parole, cioè con segni che si riferiscono a fatti non veduti, non provati nell'età della fanciullezza, tanto più quanto maggiore sia la moralità della famiglia, dove si tiene occulto con ogni cura tutto quanto è degli istinti sessuali. Questi divieti pertanto della dottrina cristiana vengono imparati come il pater noster od il credo per parole, od astrat-tamente, senza quindi farsi una nozione delle contingenze a cui alludono. Intanto, poichè le ragazze furono istruite in chiesa, si crede che sieno ben avvisate sulla propria virtù; ma venuta la passione e la contingenza, se anche possano sospettare che quei capitoli della dottrina cristiana abbiano ora applicazione al caso, l'indu-zione d'avviso alla loro coscienza è affatto impari alla novità della circostanza e del loro intimo senso. Ecco quindi che, se delinquono, non provano quel rimorso che avrebbero per la trasgressione d'una pratica costante in tutta la loro vita: vanno quindi senza ribrezzo al confessionario, come andavano in ogni tempo ad accusarsi di qualche scempiaggine ().

Altre maniere d'agire delle cose che servono di seyno,

n/uore da quella di significare.

I segni stessi, in fuori dall'interesse di ciò che rappresentano, agiscono come stimolo a mettere in attività l'intelletto, come i suoni tentati dal compositore di musica sul clavicembalo, quando si vuol porre a creare, o come i moti dei piedi che fanno i ballerini per preludio alla danza. E la causa è evidente; poichè i segni coll'azione loro attuale mettono in giuoco le associazioni mnemoniche nelle quali consiste il processo intellettuale: sono pel sistema sensibile, quello che pel sistema motore l'impulso eccitatore cui si continuano le maniere di moto in cui si ha maggior esercizio (ballerini).

(') La reità poi viene forse per lo più taciuta a quel tribunale di penitenza, per la natura della donna, che subisce tacendo quei fatti stessi, dei quali non tollera i discorsi.

Che se in seguito non venga fuori ciò ch' ella ha fatto, vedendo che nulla le succede d Janno, l'esperienza la fa sempre meno timida, per le tresche e per tutti i mezzi criminal che per quelle possono occorrere, continuando scrupolosamente tutte le pratiche di religione, soddisfatta di sè stessa; d'onde la sorpresa di noi che abbiamo la cognizione chiara deisentire trae da quella, e quindi non costituisce l'entità dell'oggetto: può darsi • che la cosa, che serve di segno, possa anche avere altri rapporti coll' essere capace di sentire. E il primo rapporto delle cose con tal' essere è nella sensa-zione: dopo può determinare la reminiscenza. Così è dei prodotti fonetici, nella efficacia loro nel commercio dialogico; l'azione attuale sensoria, la suscitazione mnemonica cioè del passato. Nel progresso delle società e delle loro lingue il primo fattore v'ha sempre meno parte. Le parole in origine, la cui natura patetica e imitativa è marcatissima, vanno di mano in mano perdendo questi caratteri soprattutto per l'ace rciamento, per cui si riducono a monosillabi, nei quali non si

troverebhe aleun rapporto collo stato soggettivo del parlante e coi fenomeni sonori che intendevano in origine d'imitare p. es. nell'inglese e più nel chinese, dove invece tutta la loro azione è significativa, mnemonica, cioè capace di destare lunghe serie definite di reminiscenze nell' ascoltatore che conosca la lingua.

La Moneta non è solo un segno. L'azione del segno finisce col destare date reminiscruze: la moneta determina anche delle azioni, lo scambio di quella colle cose. La moneta in origine servi come segno: forse non era se non una capura non equivalente al prezzo della cosa che si aveva acquistato: si lasciava la moneta, ma solo pel momento, dopo si andava a prendere la cosa acquistata portando

l'equivalente in bestiame od altri mezzi di scambio. Ma ora la moneta non serve tanto come segno, quanto si adopera pel valore suo come una merce. Come non potrebbe dirsi servire di segno qualunque cosa che si scambiasse. con un' altra

p. es. una stola contro un giojello, così non si può dire che serva di segno la moneta che si scambia contro qualunque merce. Il segno può non essere una proprietà: una iscrizione, una colonna mi serve di mezzo di ricordanza, anche senza possederla. La moneta è per se stessa una entità utile che ha il suo valore indipendentemente dai cambii con altre cose: la materia di cui è fatta, metalli, metalli preziosi, è capace d'altri usi, servire per utensili e ornamenti.

La carta monetata ha le due qualità di servigio, l'una di segno, l'altra di mezzo di cambio, per cui ha un valore convenzionale, riferita alle cose da acqui-starsi, ma non oggettivamente, cioè nel materiale di cui è fatta.

I segni stessi, di cui non si conosce la rappresentanza, possono essere presi come enti e come tali trattati: così avviene la personificazione delle parole. La somiglianza nella forma a quella dei nomi femminili o maschili decide allora del sesso dell'ente che s' immagina. Il latino futa nome pl. neutro di fatum, i per la sua desineuza in a fu preso nei bassi tempi per un nominativo singolare femminile (*) e quindi ne venne la Fata: perpetua felicitas formula d'augurio dei Romani (*) Come te Begria Biblia, orum divenne (b. lat.) Biblia, ac e quindi in italiano la

Bibbia (fr.) la Bible (sp.) e (port.) la Biblia (ted.) die Bibel ec.formula d' augurio « quoci felix faustumque sit» le parole eransi già trasformate in due enti mascolini Felix e Faustus fratelli di Giano (*). È lo stesso processo per cui le parole, dopo stabilita l'abitudine di analogia grammaticale, secondo la loro cadenza passarono ad un genere od all'altro. In grammatica, prima ciò che determina i tipi è la nozione che si ha di ciò che si deve nominare; ma poi è la forma della parola che la fa entrare in questo od in quel tipo. Il segno stesso agisce come entità per sè.

Per quella stessa cagione per cui le cose possono diventar segni, possono, non servire più come tali. Ogni volta che ciò che ha servito di segno perda il suo rapporto con altre date concomitanze oggettive o soggettive che poteva far ricordare, cessa di valere come segno relativamente a quelle. P. es. nel giuoco della tombola o del lotto la cifra che trovasi sulla palla, ch' è certo segno relativo alla condizione numerica di date cose, cioè d' essere in dato numero, non concerne più il concetto numerico: interessa per se, indipendentemente da ogni associazione mnemonica. Quindi, nel moto perenne delle cose, il cangiarsi continuo delle cir. ostanze fa perdere ai segni il loro valore. Così p. es. le opere dei classici latini che si riferivano alle circostanze della società romana nei tempi della repubblica e dell'impero, trovate dai monaci, viventi nei cenobii, non potevano valere se non come formule per parlare, quindi come modelli di retorica, di ritmica, di dialettica, ma giammai far capire le abitudini di quella maniera sociale e domestica.

NOZIONE FALSA DELL'ENTITÀ DEI SEGNI, STIMA ESAGERATA DEL SEGNI.

Il Fusinieri defini che il simbolo o segno fosse una cosa equivalente ad un' altra cosa simile p. es. due finestre eguali, delle quali posso sostituire l'una all'altra (8). Il simbolo o segno non ha la sua efficacia riferendosi alle cose oggettive (sia loro uguale o simile, o no); i suoi rapporti sono colla condizione soggettiva di quello cui si esibisce: una cosa affatto eterogenea ad un'altra può far venir in mente quella, cioè agire come segno relativamente a quello.

Il concetto che la gente si fa della memoria e tutto riferito alla ripetizione dei segni, anzi che alla ripetizione delle sensazioni originali determinate dalle scene oggettive. P. es. diranno aver un tale grande memoria, se, sentendo a dire un discorso, saprà ripeterne dopo dei tratti, così precisamente come erano, o se leggendo poche volte un pezzo da imparare, vi riuscirà: s'intende che basta saper ripetere queste parole, che servir devono di segni per altre associazioni, senza che tali associazioni si destino, od anche essendo impossibile che si destino per

(') Martyrol. 7 Martii.

(*) Plutarch. Parall. p. 807.

(*) Mem. cit. p. 16.non aver avuto luogo le sensazioni originali p. es. nel caso che un cieco nato dicesse a memoria la descrizione d'un paesaggio o d' un tratto anatomico.

Degerando dichiarò necessarii i segni per ottenere le idee astratte (*). Io non lo credo. Le idee astratte pur troppo si formano senza bisogno di segni, quando le reminiscenze d'impressioni simili si moltiplichino così che non si possano distinguere le circostanze di tempo e di luogo proprie d' ogni volta che si subì quella impressione: il segno vi è affatto indifferente. Il segno è piuttosto un rappresentante di queste astrazioni già successe.

Il Fusinieri attribui ai segni la formazione delle ilee: quindi seguito come gli altri a parlare di comunicazione d'ulee, del qual beneficio dà la benemerenza ai segni (*), e dice che senza simboli non si ottengono idee singolari (3).

Il segno nel servigio ideologico non fa se non sollevarci dall' obbligo di tenere a mente tante serie: fa come, se avendo noi molti oggetti di nostra proprietà, invece di portarli indosso, andiamo deponendoli qua e là in luoghi sicuri, pel qual atto, se anche nel momento stesso ce ne priviamo, abbiamo la confidenza di poterli riavere ogni volta che ci piaccia: fa come, scambiando una quantità di moneta piccola, il cui peso ci molesta, contro una moneta grossa che equivalga alla somma di quella, onde possiamo contare con questa assai più lestamente quel qualunque numero che si abbia, p. es. invece di contare due mila centesimi, pongo un pezzo da venti franchi e così via. I segni pertanto potranno riprodurre alla mente ciò che già si è esperito, ma formare le idee giammai. Se

p. es. uno ha nel suo giardino un numero dato di piante, e, di mano in mano che passa per quelle, mette nella sua borsa un sassolino per poi a suo agio a casa sua contare questi sassolini e quindi differire fino a quel momento la nozione della somma di queste piante; questi sassolini hanno formato l'idea astratta di questa somma? no! furono le piante, e avrebbe potuto sapere quante erano nell'atto stesso in cui passava per quelle: egli coi sassolini non fece se non sostituire all'attualità delle sensazioni un lavoro di reminiscenza basata sull' analogia; poichè sapeva che ogni sassolino corrispondeva ad una pianta, poteva risparmiarsi la sensazione ottica, cioè di osservare ogni pianta, considerando dopo tutti i sassolini come il primo che appunto aveva sostituito alla comprensione ottica della pianta; e senza differire il computo, avrebbe potuto immediatamente nel luogo tenere a mente le piante una per una. Che se non fosse andato egli stesso nel giardino e uno gli avesse dato quella borsa di sassolini dicendogli senz' altro contate, egli non avrebbe mai saputo che si tratta di piante, nè i sassolini gli

(') Fusinieri Infl. dei Segni ec. p. 16.

(*) « Simboli vocali o scritti servono di comunicazione fra gli uomini delle loro idee

e col mezzo dei loro valori virtuali , (p. 21).

(*) ivi p. 20.necessario alle idee in quanto per questo s'intenda un fatto oggettivo che dia una sensazione simile ad altra già provata; per cui queste idee (cioè reminiscen-ze) si destino, non mai perchè si formino. Il segno è un mezzo che determina e coadjuva i lavori della mente, ma i lavori mentali sono processi propri di essa.

Il Fusinieri dice che col mezzo dei segni « si può rendere esatte tutte le scienze ed estendere senza limite le umane cognizioni » conclusione dedotta da nozione falsa del modo d' agire del segno: rendere esatte tutte le scienze il segno non lo può, se le scienze stesse non constino già di nozioni precise; e meno può estendere senza limite le umane cognizioni: il segno non potrà mai far trovare le forme dei corpi che possono esistere: tutta la matematica non sarebbe stata

capace di far sapere che esistevano gli esseri paleontologici.

Fusinieri (*), dietro quella maniera di considerare i segni, aveva concluso: « È dunque dalla perfezione dei segni e dall'invenzione dell'arte caratteristica (cifre, numeri, disegni ec. come in matematica) che si deve attendere la possibile perfezione dello spirito umano». lo credo che la perfezione da lui intesa non possa dipendere dalla maniera di far succedere le reminiscenze (ciò che appunto si determina dai segni) ma sì che occorre la cognizione originaria che si ottiene coi sensi, cognizione che non può mai oltrepassare i rapporti dell' essere senziente, quindi mai assoluta. Tra le varie categorie di segni, siccome i più ovvii, e di cui quindi provasi continuamente l'utilità, sono i prodotti fonetici, si considerarono con prevenzioni in onta alla loro natura. La costituzione delle lingue già sviluppate e che passarono per molte generazioni, abbarbaglia così la mente umana che non abbia pazienza e si ostini a non voler investigare le cagioni, che pare che sieno fatte a priori dietro teorie providenti a cui si allineino: la moltiplicità dei fatti analoghi, che si trovano in tanto maggior copia quanto più le lingue sono adulte avvalora questa illusione. Ma tutto ciò succede per l'abitudine dell'orec-chio, e della pronuncia delle generazioni che sopravvennero all' esistenza di date forme, che in origine si produssero contingentemente. Per avvertire che tutta questa coordinazione, dove sembrano appajate costantemente forme e rappresentanze ideologiche, è un prodotto di contingenze, e non di piano a priori, basta tener conto delle eccezioni: e infatto appunto per l'incostanza di questi ordini, è impossibile colla grammatica imparare le lingue, e la prova si può fare ad ogni momento colla lingua greca. Da quel falso concetto, od anche da prevenzioni ancora più ingenue, l'idolatria di dati sistemi di segni fonetici. Tale è per utte le maniere di studio delle parole che fa il monopolio degli umanisti vene ratori di queste piuttosto che di queste altre: come se questi segni fonetici fosser fatture artistiche; ma gli oggetti d'arte, statue, dipinti ec. furono fatti esplici-

(') Mem. cit. p. 32.necessario alle idee in quanto per questo s'intenda un fatto oggettivo che dia una sensazione simile ad altra già provata; per cui queste idee (cioè reminiscen-ze) si destino, non mai perchè si formino. Il segno è un mezzo che determina e coadjuva i lavori della mente, ma i lavori mentali sono processi propri di essa.

Il Fusinieri dice che col mezzo dei segni « si può rendere esatte tutte le scienze ed estendere senza limite le umane cognizioni » conclusione dedotta da nozione falsa del modo d' agire del segno: rendere esatte tutte le scienze il segno non lo può, se le scienze stesse non constino già di nozioni precise; e meno può estendere senza limite le umane cognizioni: il segno non potrà mai far trovare le forme dei corpi che possono esistere: tutta la matematica non sarebbe stata

capace di far sapere che esistevano gli esseri paleontologici.

Fusinieri (*), dietro quella maniera di considerare i segni, aveva concluso: « È dunque dalla perfezione dei segni e dall'invenzione dell'arte caratteristica (cifre, numeri, disegni ec. come in matematica) che si deve attendere la possibile perfezione dello spirito umano». lo credo che la perfezione da lui intesa non possa dipendere dalla maniera di far succedere le reminiscenze (ciò che appunto si determina dai segni) ma sì che occorre la cognizione originaria che si ottiene coi sensi, cognizione che non può mai oltrepassare i rapporti dell' essere senziente, quindi mai assoluta. Tra le varie categorie di segni, siccome i più ovvii, e di cui quindi provasi continuamente l'utilità, sono i prodotti fonetici, si considerarono con prevenzioni in onta alla loro natura. La costituzione delle lingue già sviluppate e che passarono per molte generazioni, abbarbaglia così la mente umana che non abbia pazienza e si ostini a non voler investigare le cagioni, che pare che sieno fatte a priori dietro teorie providenti a cui si allineino: la moltiplicità dei fatti analoghi, che si trovano in tanto maggior copia quanto più le lingue sono adulte avvalora questa illusione. Ma tutto ciò succede per l'abitudine dell'orec-chio, e della pronuncia delle generazioni che sopravvennero all' esistenza di date forme, che in origine si produssero contingentemente. Per avvertire che tutta questa coordinazione, dove sembrano appajate costantemente forme e rappresentanze ideologiche, è un prodotto di contingenze, e non di piano a priori, basta tener conto delle eccezioni: e infatto appunto per l'incostanza di questi ordini, è impossibile colla grammatica imparare le lingue, e la prova si può fare ad ogni momento colla lingua greca. Da quel falso concetto, od anche da prevenzioni ancora più ingenue, l'idolatria di dati sistemi di segni fonetici. Tale è per utte le maniere di studio delle parole che fa il monopolio degli umanisti vene ratori di queste piuttosto che di queste altre: come se questi segni fonetici fosser fatture artistiche; ma gli oggetti d'arte, statue, dipinti ec. furono fatti esplici-

(') Mem. cit. p. 32.fra gli uomini, senza che alcuno avesse intenzione di fare una cosa bella. Il pregiudizio arriva a falsare il rapporto tra l'intelletto e questi suoi mezzi: si preterisce la capacità intellettuale degli alunni, per farli plagiarii doi modi di dire di questo e di quel tempo od autore, secondo l' avvezzamento del pedagogo: quindi il divieto di adoperare altre parole che non sieno nei testi di lingua: disciplina ch'è una vera spilorceria di cose che non costano nè danari nè fatica: mi pare di sentire quel contadino di Preneste il quale, interrogato perchè dicesse rhabo-

nem invece di arrhabonem, risponde « ar lucri facio » (*•.

Fallacie della mente occasionate dai segni.

Perciò che il segno è intermedio tra la presenza oggettiva e i nostri atteggiamenti soggettivi, accade che noi per una parte lo confondiamo coll' oggetti-vità, e per l'altra colla nostra coscienza, con ciò che succede nel me.

Scambio del segno colla entità oggettiva.

Questo sbaglio di prendere il segno per la cosa succede anche alle persone che fanno continuo esercizio dell'intelletto, agli scienziati. Così sorprendiamo la confusione dei simboli numerici colla esistenza assoluta. Leibnitz sosteneva essere gran simbolo e prova della creazione ex nihilo, il sistema binario che con l'unità, lo zero e il valore di posizione può esprimere tutti i numeri immaginarii (*). Dove quindi faceva gli accidenti dei segni (*) solidarii coll' entità oggettiva. E così la confusione dei segni grafici coi suoni articolati cui si riferiscono: Leibnitz stesso nella sua Arte combinatoria computò le combinazioni possibili dei ventiquattro suoni dell'alfabeto (ch' egli prese allora per tutti gli elementari possibili) e ne ottenne un numero che sorpassa il quadrillione (*). Qui Leibnitz ha preso i segni grafici, pei suoni stessi. I segni sì dei suoni potranno combinarsi così; ma non i suoni stessi che dipendono da gesti dell'apparato articolatore, molti dei quali non possono succedersi immediatamente l'uno all'altro p. es. è impossibile di far succedere cinque o sei consonanti, senza delle vocali tra l' una e l'altra.

Altro esempio di sbaglio tra i segni grafici e i suoni da essi indicati. Nei modi imperfetti della scrittura di certe nazioni, come dei Francesi, e degli Inglesi, avviene che le stesse maniere grafiche rappresentino secondo le varie circostanze

(') Plauto Truculentus. A. IM. Sc. II. v. 22.

(*) Cantor. p. 268. Henri Martin. Diario di Sc. Matematiche. Roma 1864.

(*) Lo zero non fa se non segnare un rapporto delle altre cifre, non corrisponde ad

alcuna realtà esistente.

(*) Adeluug Mithridates I. XV.nello scritto si pronunciano l'una in una maniera diversa dall'altra. In questi casi le due desinenze si considerano come rimanti insieme (rimes pour les yeux): mentre in fatto pronunciate non si somigliano per nulla. È evidente che i caratteri non sono la parola, ma sì una rappresentanza ottica che serve a richiamare la reminiscenza dei suoni che costituiscono davvero la parola. Il prendere quindi due serie di suoni diversi per due rime è una goffa fallacia che può essere smentita dall'uomo più semplice: da un difetto della rappresentanza, si vorrebbe costringere ad essere la realtà come nón è.

Per questa confusione del segno con ciò cui si riferisce, quando esista un dato segno in uso attuale che fosse usato anticamente, si può errare credendo che abbia avuto sempre la stessa rappresentanza. P. es. ho sentito sostenersi che perciò che & OT dera (sansc.) passò nelle lingue nostre e restò dopo il cri-stianesimo, sia rimasta la nozione che quella parola aveva. La persistenza d'uso d'una parola non è prova della persistenza delle idee che con quella s' inten-devano: dunque papier (fr.) Papier (ted.) paper (ingl.) papel (sp.) vogliono dire che noi usiamo per iscrivere la canna papiro d'Egitto? La nostra fallacia di prendere il segno per la cosa stessa è un effetto dell' associazione, perchè ogni volta che ci fu presentato il segno succedeva tale o tale entità, oggettiva, quando il segno era uno degli elementi stessi entranti in quella entità; e sogget-tiva, quando, sottratta tutta la concomitanza, era capace di farla ricordare. La moltitudine poi crede i segni integranti colle cose. Questa debolezza della mente appare nella stima che si fa di certi oggetti che fecero parte di fatti contingenti riusciti poi famosi, p. es. del cappello di Gustavo Adolfo conservato a Vienna, ed ora della posata e della salvietta di Napoleone dimenticata da lui a Wachau, dopo la battaglia di Lipsia ('). fhe altro momento possono avere tali oggetti nell'entità, se non di essere capaci di far ricordare quei fatti? Ma più: si crede che i segni sieno efficaci come agenti per loro stessi direttamente sulle cose; sicchè è un anacronismo nell' apprezzamento della loro natura. P. es. ai tempi degli imperatori Bizantini, si usava di ricevere i parti delle imperatrici sulla porpora, credendosi che questa desse diritto all'impero, d'onde il soprannome di

Porphyrogenitus = nato nella porpora (*): La porpora non poteva certo far altro

che distinguere quelli che dell'impero erano in possesso.

E i segni si usarono come equivalenti alle azioni che essi indicavano. Maometto alla battaglia di Bedr (*) e alla battaglia di Honein slancia contro i nemici

(') Inbelfeyer zu Leipzig Ottobre 1863, festa che si fa ogni cinque anni. Allg. Zeit.

19 October 1863 ec.

(*) Costantino Porfirogenito.

(*) Corano Sur. III, 119 e VIII. 9.un pugno di sabbia, con che quelli fuggirono (*): il cominciamento d' un'azione

indicante un atto capace di offuscare la vista d' una persona si prende come se l'azione fosse stata eseguita sopra ogni singolo individuo: questo sarebbe riuscito se la polvere fisse andata negli occhi d'ogni singolo combattente nell'oste. l'erciò le parole, che sono segni, si credettero efficaci a dare gli effetti che si avevano in mente. Presso gli Ebrei, alcune parole sanavano, e facevano morire; e le parole si usavano per medicina p. es. l'Abracadabra ec.: in arabo del aiat,

segno, versetto del Corano, vuol dire anche miracolo, azione, fatto prodigioso.

La benedizione del padre sui figli s'intendeva come efficiente gli eventi futuri in realtà al figlio nel senso che importava, anche se pronunciata imprudentemente (*). La benedizione in ebraico ,7279 beracha dà tutti i beni, è quella che fa tutto (*): per riscontro M7yaD mignl'éred è pure sinonimo di estrema rovina (*).

E in latino fatuin = destino non è che il participio di for faris = ciò che si è pronunciato. Forse il senso di destino gli venne dalle sentenze pronunciate o dagli articoli delle leggi letti nelle sentenze.

Poichè alle cose, anche affatto ignote, siensi imposti dei nomi contingentemente secondo le nostre maniere di ricordare, viene un tempo in cui, dimenticato che il nome fi dato da tale e tale per tal coincidenza, si giudica dal nome che quelle cose debbano essere ed agire in dati modi giusta il significato in corso del no-me: cosi l'astrologia traeva gli oroscopi dal nome dei segni del zodiaco; p. es.

V'ergine « chi nasce sotto questo segno zodiacale, sarà casto» Libra « chi nasce sotto questo segno, sarà giusto ec. (*) ». Ora Vergine si disse quel segno perchè, per ricordare quella costellazione all'apparir della quale sull'orizzonte si faceva la messe, disegnavasi una ragazza mietitrice: Libra si disse paragonando ad una bilancia in bilico il punto astronomico in cui tanto è il tempo del giorno, come quello della notte « Libra dies noctisque pares ubi fecerit horas ».

indicano, che per mezzo curativo usano di cangiar nome all'ammalato, come se, cambiato il nome, si cangiasse la persona. In una scena di Plauto (°), si

(') Corano Sur. IX, 25. Comment.

(*) Storia di Giacobbe che si finge Esau e riceve da Isacco la benedizione che questi

intendeva di dare ad Esaù. Genesi c. XXVII.

(') Deuter. XXVIII. 8. Dio comandera alla benedizione che sia teco nei tuoi granaj

arabo vuol dire = versure una pioggia dirotta, ch'è ciò che più si desidera in quei climi dove la siccità è la causa della carestia.

(*) Deuter. XXVIII, 20 = exitium.

(*) Petron. Satyricon c. XXXIX spiegazione data da quello che aveva convitato i com-

mensali, Trimalcione.

(*) Trinummus A. IV. Sc. II. v. 64.sorprende questa confusione del nome colla persona che lo portava. Poichè Sicofanta Pax non sa dire il nome di colui ch'egli diceva essere suo amico e avergli dato la commissione, di cui dicevasi incaricato, e dice « devoravi nomen imprudens modo » il suo interlocutore dice « Non placet qui amicos intra dentes conclusos habet » cioè facendo equivalere il nome di quel tale alla persona di quello. E così v. 76 poichè tra i nomi suggeriti dall'interlocutore, il Sicofanta trova quello che cercava, dice « Hem! istic erit, qui istum di perdant » cioè impreca contro lui (assente), perch' egli non si era ricordato il suo nome. E ancora, sempre con questo seambio del segno (cioè del nome proprio) colla per-

sona, poichè l'interlocutore lo corregge di quella sua imprecazione « dixi ego jamdudum tibi, Te potins bene dicere aquum st homini amico, quam male » il Sicofanta seguita « Satin' intra labra atque dentes latuit vir minimi pretii? » onde l'interlocutore da capo continua a correggerlo. « Ne male loquare absenti amico » il Sicofanta rende ragione dicendo « quid ergo ille ignavissimus Mihi lati-tabat? ». Cioè dando colpa della propria dimenticanza, alla persona assente di cui aveva dimenticato il nome: dunque prendendo il segno (nome) per la persona (da nominarsi) e lo stato soggettivo della propria mente (cioè la dimenticanza) per l'oggetto (la persona), quasi fosse essa che non voleva comparirgli. Vi saranno di quelli a cui queste analisi degli scherzi d' un comico parranno incompetenti nello studio dei processi dell'intelletto umano; ma il comico era inteso dal popolo: questo simpatizzava coi personaggi che ragionavano così, perche ragionava come sentiva di ragionare esso stesso. E questi momenti entrano nel-

l'umana mente spessissimo con falso rapporto della realtà. Che se si possa definire il lor numero fra tutte le varianti, si troveranno gli elementi semplici ed eterni che, aggiunti gli uni sugli altri e intrecciati, fanno tutto il magazzeno di falso e di vero ch' è nella mente dei singoli individui e nelle biblioteche.

In assoluto poi la parola fu concepita dai mistici come identica colla realtà

universale: il 20705, Verbum, dei Cristiani: ٱللَّهِ

Kelam ullaih=para ال .

di Dio, degli Arabi, Corano non creato, coevo, cocterno con Dio (').

Quello che avvenne alle parole fu poi trasferito ai loro elementi, le lettere, quando si ebbe un alfabeto: sicchè i segni grafici elementari distribuiti collocati in certe maniere dovevano far arrivare alla conoscenza delle cose: così è costituita tutta la Cabbala (3). Nel Zoar le lettere dell'alfabeto si presentano a Dio, ognuna per persuaderlo a prendere se stessa per creare il mondo. Ora qui si

(') Trad. Fr. Corano XXXI

(*) Cabbala i7}2) doctrina orotenus tradita, et specialius scientia illa abstrusior, quan rabbini in Mosis et Prophetarum libris investigant per litterarum et syllabarum, praesertim nominum Dei, numerum, collationem, et transpositionem; unde nascitur, si eis fides, rerum arcanarum multiplex cognitio (Du Cange v. c.).alle parole, che fanno da segni delle cose.

Le virtù che si attribuivano alle parole intere passarono quindi anche alle

loro abbreviazioni, fino alle loro iniziali. A Napoli i frati di S. Severino e Sosio distribuiscono per preservativo dai mali le iniziali della formula

« In conceptione tua Virgo immaculata fuisti,

Ora pro nobis patrem cujus filium peperisti »

che sono appunto

I. C. T. V. I. F. O. P. N. P. C. F. P.

impresse in carte, delle quali chi vuole approfittare per salvarsi da qualche disgra-sia o guarire da qualche male, taglia una riga e poi inghiottisce in una cuc-chiajata d'acqua, o di minestra, o con un hoccone di pane, come si usa delle pillole (*).

L'efficacia dei segni secondo la fede delle nazioni vince le leggi della natura: così p. es. il segno del Tau o della croce, ch' era già di Serapide e di Harpocrate, che i Greci presero dall'Egitto e comunicarono, dopo l'era volgare, ai varii popoli; libera da ogni male ec. Eppure quella croce altro non era che la figura rappresentante il fatto astronomico della sezione equinoziale fatta dalle due linee dell' equatore e dell'eclittica (*), come resta palesato dalla lingua araba che

chiama quel punto illill cuba salio ul felete = eroce del cielo (*). Su questa

via l'istinto di feticismo presceglie più spesso i segni che non la realtà stessa: l'idolatria in fatto non si riferisce se non a segni, statue, pitture ec.

Scambio della propria soggettività col segno: si crede essere nel segno e da quello importarsi in noi, ciò che si scolge entro di noi all'occasione di percepire il seyno.

Questa fallacia si sorprende nei casi in cui i segni riferiti ad un sensorio si credono contenere una entità, che si riferisce ad un altro sensorio. Un tale, poichè assistè alle mie lezioni sulla storia dell'origine e dello sviluppo dell'alfa-beto, mi domandò la ragione del suono proprio a ciascun carattere; credeva che nella scrittura fosse la ragione del suono, cioè che un fatto che dava un' impressione ottica avesse in sè un' entità acustica; credeva che nella figura stessa fosse

(') Così fanno le donne per guarire i loro bimbi ammalati. I camorristi hanno sempre

indosso di questi amuleti (Torino Gazz. del Popolo 17 Marzo 1865. Camorristi e Frati).

(*) Dupuis Orig. III. 917. Note, e in altra ediz. V. Nota nn p. 576.

() Anche i Cumani presso al Perù in vicinanza al mare si facevano il segno della croce contro le apparizioni dei demonii, e mettevano la croce addosso ai loro figli appena erano nati. Gomara cit. da Romaguosi Antichità Messic. Op. T. II. P. I, p. 723.impossibile; che siamo noi, che, al vedere quelle figure, ricordiamo i nomi che contemporaneamente e paralellamente al mostrarci quelle figure ci furono fatti sentire e fummo ammaestrati a ripetere: andò via indispettito, attribuendo a me l'incapacità di spiegare il fatto, secondo il suo concetto, che consisteva in una confusione dell'oggettività, che gli dava nell'atto delle impressioni ottiche, colle reminiscenze acustiche che da quelle impressioni ottiche gli si suscitavano (*).

Per questa via, come al segno riferito ad un atrio sensorio si attribuisce una entità riferibile soltanto ad un atrio sensorio eterogeneo, si credono esistere nel segno le condizioni d'azione sensoriale riferibili a tutti i sensorii ed al nostro centro sensibile percipiente. Il fatto è rivelato dalla determinazione di quel Turco analfabeto che, andato nella bottega d' un ottico per comprarsi degli occhiali, non trovava mai quelli che gli accomodassero, perchè si aspettava di trovarne un pajo che, posti dinanzi gli occhi, gli comunicassero quello ch' era scritto sui libri, cioè gli dicessero per gli occhi le parole, e i concetti, che, se avesse saputo leggere, egli avrebbe di mano in mano ricordato dietro la vista di quei caratteri.

Ma e il concetto che si fa la massima parte degli uomini dell' entità dei caratteri, cioè dei segni grafici, implica pure la confusione dei segni colla reminiscenza che da quelli si suscitano. L' efficacia dei caratteri fatta palese dalla comprensione, che per mezzo di quelli si effettua in tali che sanno leggere, riempie di meraviglia, perciò che pajono introdurre essi i concetti, cioè appunto si prende il segno come se fosse esso l'entità primitiva assoluta, mentre, nella sua efficacia come segno, è sempre dipendente e relativo alle conoscenze già esistenti in quello che legge.

La meraviglia tanto più e grande in quelli che non sanno leggere, vedendo l'efletto che lo scritto fa su quelli che sanno leggere. In fatto cos' ha da pensare l'idiota, che sente dietro la lettura d'una carta pronunciare le parole che un altro aveva detto a centinaja di miglia di distanza, e poi vede agire secondo la volontà di quello che l'ha mandata? non può altrimenti, se non pensare che la carta parli. Questo concetto deve far giudicare esservi una causa portentosa: perciò i Negri tengono le carte scritte per talismani, e, quando possono arrivare ad averne, come tali le portano indosso. Perciò troviamo nel Corano parlarsi sempre di libro conservato in cielo, donde si regolano poi tutte le cose (*). Dove si iscri-

(') Napoli 1862. Quegli che mi fece quest' interrogazione non era un idiota; insegnava

umane lettere.

(*) Chiamasi ebúr = libro dei decreti misteriosi: lo stesso nomo che danno al libro dei salmi. Chiamasi anche Ellech ul — malfuz = le tavolette misteriose. Corano Sur. III,che anzi l'eccellenza di Dio sta nell'interpretare il libro (3); Dio ha dato a Maometto un libro che contiene la spiegazione d'ogni cosa (*). Quindi Dio insegna il libro (a Gesi) (8). Quindi in cielo è il prototipo del Corano in un libro conservato da Dio (*). Quindi in cielo v'è na cancelleria d'angeli occupati a copiare dietro la tavola del prototipo (*). Quindi Dio fa discendere dal cielo i libri, nei quali è la sua

(') Corano Sur. XLIV. v. 80 « Dio dice che sa tutti i secreti degli uomini, perchè tiene i suoi inviati in mezzo di loro che mettono tutto in iscritto › Sur. XXI. 22 « Dio mette in iscritto le buone opere dei credenti ». Sur. XLV. 27, 28

« Dio scrive nel suo libro le azioni

di tutti ». Sur. IV. v. 89 ‹ Dio mette in iscritto le macchinazioni (degli empii). Sur. XVIII. 14 « Dio mostrerà agli uomini nel giorno della risurrezione un libro aperto, 15 gli dirà - basta ora che tu oggi legga e faccia il tuo conto ». Sur. XXIII. 64 € Presso Dio è il libro che dice il vero ». C. XXXVI. 3 « Prototipo evidente o libro evidente, o la tavola ben custodita in cui sono iscritte le azioni degli uomini •. Sur. XXXIV. 3 ‹ tutto è consegnato in quello ».

Sur. XVIII. 47 « Nel giorno del giudizio universalo, il libro in cui sono iscritte le azioni di ciascuno sarà nelle mani di Dio ». Sur. XXI. 94 « Dio mette iu iscritto le buone opere › Sur. XLIV. 27 « Dio mette in iscritto tutto ciò che gli uomini fanno ». Sur. LXXXII. v. 7. siggin libro dove si scrivono le azioni degli uomini v. 18 'illiun libro dove si iscrivono le azioni degli uomini e sito elevato presso il trono di Dio > (7 ° cielo, Dict. Turc.) v. 21 • quelli che sono presso il Signore sono testimonii di ciò che si scrive nel libro delle azioni degli nomini ». Sur. XXII. 69 « Tutto è registrato nel libro ch' è nel cielo ». Sur. XLIII. v. 80 «S' immaginano essi (è Dio che parla) che noi non conosciamo i loro secreti, le parole che si dicono all'orecchio! Sì, i nostri inviati che sono in mezzo di loro mettono tutto in iscritto». Lo stesso concetto facevansi pure i Greci, come si vede nel Prologo della Rudens di Plauto v. 21.

‹ Iuppiter (dice l'astro Arturo)

Is nos per gentes alium alia disparat, Hominum qui acta, mores, pietatem et fidem

Noscamus; ut quemque adjuvet opulentia:

Qui falsas lites falsis testimoniis

Petunt; quique in jure abjurant pecuniam,

Eorum referimus nomina exscripta ad lovem:

Bonos in aliis tabulis exscriptos habet ».

(*) Sur. XX, v. 54 e Sur. LXIX, 47 ‹ Hanno essi la conoscenza delle cose nascoste e

la trascrivono dal libro di Dio? >

(°) Sur. III. v. 8 ‹ Dio manda il libro: in questo sono dei versetti metaforici: molti

ne disputano, ma Dio solo ne sa l'interpretazione ».

(*) Sur. XVI, 9.

(*), Sur. III, v. 43.

(*) Sur. LVI. v. 77 e Sur. XIII. v. 39 nominasi questo libro ommo' l kitab = la

madre del libro. Sta presso Dio, Surate XIII. 29.

(*) Sur. LXXX. 15.Quindi nessuno degli inviati da Dio è senza libro. Dio dice a Giovanni Battista « prendi questo libro (il Pentateuco) (3) » e Gesù appena nato dice alla famiglia di sua madre « io sono il servo di Dio: egli mi ha dato il libro (e la profezia) (*) ».

Perciò fra le altre condizioni, che quelli che non credevano a Maometto gl' imponevano per ridursi alla fede, avvi « che faccia discendere dal cielo un libro che tutti possano leggere (3) ». Quindi gli inviati di Dio non hanno se non da leggere e spiegare questo libro (6). In Daniel VII 10, il vecchio dei giorni (Dio) siede a giudicio e « si aprono i libri»; e il sapiente della China, Fohi, vede le leggi che poi dà al suo popolo scritte sul dorso di un serpente alato. In somma in tutto ciò che si riferisce all'intelletto, si esigono sempre dei caratteri egli è in essi che si concepisce stare l'essenza delle cognizioni, mentre in fatto non soro se non un mezzo di suscitare le ricordanze di ciò che già è passato per la mente di quello che legge. E nelle leggende parlasi di caratteri scritti da mano invisibile (convito di Baldassare) nella Bibbia; e nel Corano « Dio nella distruzione di Sodoma e Gomorra piovette dal cielo dei mattoni di terra cotta segnati da lui stesso » per cui s' interpreta che ogni mattone aveva iscritto il nome di quello che doveva colpire. Di qui la venerazione dei varii popoli pei loro primi libri, che

sono sempre sacri; e gli Arabi dicono kutiba = sta scritto, per dire cosa pre-

destinata,

fatale. Nei popoli civili, dove il concetto della scrittura non si perde

nel miracolo, vige però sempre la falsa nozione che l'essenza del sapere, della scienza, sia nei libri, e che da questi (e non altrimenti) si venga ad imparare.

Questa stima è pure anche un effetto dell'associazione delle reminiscenze

(') Sur. VI. v. 9. Dio dice che ha mandato dall'alto il pentateuco. Così pure Sur. V.

r. 48. Sur. VI. v. 155 Dio ha dato il libro a Mosè XVII. 57, Dio ha dato a David i salmi.

Sur. IV. 135 • O credenti, credete in Dio e nel suo apostolo, nel libro ch' egli ha mandato e nelle Scritture discese prima di lui ». Sur. VI. 156 Dio ha fatto discendere il Corano Sur. II.

v. 36, IV. 113, fa discendere sopra Maometto il libro, VII. 1. Corano disceso dall'alto a te (o Maometto), ivi 195 Dio ha fatto discendere il libro, V. 52 Dio ha inviato il libro che contiene la verità, XII. 2. Dio ha fatto discendere dal cielo il Corano in lingua araba, XIX.

97. Dio dice di avergli dato il Corano nella lingua di Maometto, VI. v. 111 Dio ha fatto discendere dal cielo il Corano parte per parte, XVIII. 1 Dio ha mandato al suo servo il libro dove non è tortuosità, Corano Surate XIII. v. 28.

(*) Sur. XIX. 13.

(') XVII. 94.

() Un inviato dalla parte di Dio legge (agli Ebrei ed agli infedeli) le pagine che inchiudono la vera Scrittura Sur. XVI. 26 Dio ha inviato i suoi apostoli con miracoli o con dei libri, e un libro diede pure a Maometto perchè egli lo spiegasse ec. Sur. III. 158 • Dio manda l'apostolo per istruire gli uomini sul libro ›.

(*) Corano XI. 84.mantiene sempre per quanto reale sia, cioè ottenuta direttamente sulle cose, col-l'adoperare lettura e scrittura: il geologo, il botanico, il chimico, quantunque imparino davvero studiando sulle cose, e l'architetto, e l'artigiano che più aspira all'eccellenza, adoprano libri, e scrivono, civè segnano, fanno segni dei loro

Conseguenza della nozione falsa del modo d'agire dei segni nella mente dell'uomo e dei segni più usati, cioè quelli della scrittura, per cui si prendono essi per l'entità della cognizione, di cui non sono se non mezzi di ricordanza, si è la disistima in cui hassi la mente di quelli che non sanno leggere; come che, perciò che non versano tra i libri, non potessero esercitare i loro sensi, che sono l'atrio vero d'ogni sapere, e non avessero la facoltà di meditare. V' ha invece tale illetterato che conserva nativa la forza intellettuale, meglio d'un bibliotecario: basti ricordare quegli idioti, giunti, senza sapere d'aritmetica, a fare dei millioni.

La facilità di viaggiare sempre più procurata, facendo che una grande quantità di persone possano vedere le cose stesse, di cui prima non era dato se non di leggere, od al più sentir parlare, farà che cessi la riverenza ai libri perchè sono libri: si accorgeranno che da quelli, per quanto sieno hen fatti, non possiamo mai formarci nozioni paragonabili a quelle che ci vengono dai sensi; ognuno avrà potuto osservare che, se prima abbia imparato come fosse un monumento od un dato luogo, poichè abbia avuto occasione di vederlo, d' esservi li dinanzi all'oggetto che conosceva per istruzione ricevuta, avrà provato sensazioni affatto nuove, estranee a quanto si era preparato. I LiBRi non varranno, se non in quanto possano farci meditare e combinare ciò che abbiamo provato noi stessi.

VANTAGGI PORTATI DAI SEGNI.

Vantaggi dei segni, in fuori dal loro serrigio di comunicazione fra uomo ed uomo.

I segni prestano somma utilità soggettivamente, riferendosi alla coscienza di quello stesso individuo che li fissa e li adopera. Il Fusinieri (Nem. eit.) dice « che i segni danno vigore di memoria agli atti dell'immaginazione » cioè possono servire, come pei fatti oggettivi, per quelli soggettivi. Egli osserva che i

(') In ebraico MA od - lettera dell'alfabeto, segno: in sanserito 3 @*N udanta = cognizione, notizia: in italiano, da segno, insegnare. L'istruzione sempre si portava prima di tutto sulla conoscenza dei segni, e crederei che si alludesse specificamente per questi segni ai caratteri della scrittura.segni danno forma a tutti i giudizii singolari e generali. Infatti avviene spesso che studiandoci noi di spiegare agli altri ciò che pensiamo, dopo aver parlato, abbiamo il concetto più chiaro di prima: ci troviamo acquetati sul quella comprensione nostra propria. Questo ajuto dell'espressione a rendere chiari i proprii concepimenti dà per grande quota il vantaggio che si ha nell'istruire gli altri, che, com'è noto, generalmente giova a sè stessi per imparare. Altro elemento sta nelle domande del discepolo che possono far avvertiti di altri modi di vedere, o di altri problemi nell'argomento; le quali domande, quando sono capite, non sono se non serie di segni che suscitano le nosire reminiscenze.

Dice il Fusinieri che « i segni fanno le veci delle idee generali » cioè raggruppano sotto un solo stato della coscienza tante reminiscenze: ne abbiamo l'esempio palese nella nomenclatura dei numeri complessi che rappresentano la somma, invece della serie dei componenti. I segni non solo servono a fissare le reminiscenze, ma danno occasione dopo a far succedere nel nostro intelletto altre serie di reminiscenze in altri ordini, per cui ne vengono dei risultati intellettuali nuovi. Lo scrittore nell'atto che pone sulla carta i proprii pensieri, dalla vista, o dalla lettura di ciò che ha già scritto, trae impulso al lavoro intellettuale ulte riore: tante volte noi cominciamo uno scritto, anche una semplice lettera, e ad un certo punto, non sappiamo più cosa dire: quando, rileggendo quello che abbiamo già scritto, troviamo nuovi pensieri.

I segni (scrivere) servono anche a definire le nozioni che possediamo, rendendone gli elementi oggettivi, (solita necessità per definire la nostra coscienza). lo posso avere un concetto abbastanza sentito, ma non definito, circoscritto, distinto specificamente; comincio a metter giù qualche cosa sulla carta: a mano a mano che ho scritto, quello che ho scritto, e su cui riposo (nella sicurezza che non vada perduto) mi giova allo svolgimento d'altri elementi, pei quali si era costituita la coscienza di questo vago concetto, finchè arrivo a forza di scrivere, colle espressioni stesse usate a rendere perspicuo, definito il concetto dinanzi alla mia coscienza, che pure certo vi versava potentemente.

Lo scrivere di più giova tante volte a sviluppare delle serie nostre ideolo-giche, delle deduzioni, alle quali, senza mettere in iscritto di mano in mano ciò che ci si volge nella mente, non arriveressimo. In questo caso la scrittura delle parole corrisponde nell' etfetto alle note numeriche ed algebriche poste sulla carta, le quali dopo date disposizioni ci fanno sapere, ci danno dei responsi indubitati ' su quello che cercavamo, e di cui avevamo per altro in noi stessi gli elementi,

p. es. il risultato di una somma. Avviene precisamente che nel mettere giù le parole, od anche nel pronunciarle, si riesce ad un risultato in qualche parte nuovo, come nei processi matematici. Gli è che la mente non può tenere in un dato spazio di tempo un dato numero di reminiscenze compresenti, e che perciò le giova di liberarsi di alcune di questo, sustituendovi ua mezzo sensibile, il segroscritto, il quale può risuscitarle, quando si voglia, a piccole partizioni. Questa capacità poi di tenere un numero maggiore o minore di reminiscenze compre senti varia nei diversi individui: mentre i più, per fare una breve somma, hanno bisogno di distenderne i dati sulla carta, vi sono altri che fanno computi lunghissimi a memoria: ed esempi di questi abbiamo negli illetterati che divennero ricchi, pei quali l'ignoranza della scrittura fece che sforzassero il travaglio mne-monico, mentre noi, per la certezza di poter fare i segni, schiviamo questa tensione cerebrale, e, per mancanza d'esercizio, avviene che non ce ne troviamo capaci.

Vantaggi delle contingense di successione dei fatti mnemonici, determinate dalla varia disposizione dei segni.

Il Fusinieri nella Mem. citata dice che « i segni compongono tutti i ragionamenti che possono subire una costruzione analoga alla natura degli oggetti che segnano». Questa bella definizione mostra che i segni giovano per l'ordine in cui si ponno disporre, parallelo ai fatti oggettivi e soggettivi dei quali facciamo studio, o parallelamente alla direzione del nostro scopo: che essi servono per fissare i nostri accorgimenti, così da non perderli: cioè sollevano la mente dallo sforzo di tener compresenti e svolgibili in tali ordini definiti le sue reminiscenze che l'interessano in dati esami. La sola trasposizione dei segni, la loro collocazione diversa, come si farebbe in un giuoco di solitario, dando opportunità contingenti di nuove combinazioni, serve di stimolo a ritmi diversi di reminiscenze e quindi di accorgimenti. P. es. ponendo una nota vicina ad un dato concetto in un fascicolo, piuttosto che lasciata in fascio con tante altre: sicchè nella traspo sizione d'un segno o più, da un luogo all'altro, è il fatto stesso d' un avanzamento nella nozione.

Nella lettura, si può trovare espressi dei proprii pensieri che non si sapeva esprimere: e talora avviene anzi che possiamo meglio definirli a noi stessi (*).

Nella maniera di successione dei segni sta l'efficacia delle cose che si odono e si leggono, costringendo la mente a far succedere le reminiscenze in quegli ordini in cui li ha disposti il parlante o scrittore: in questo modo succede l'istruzione, che pare essere cosa del tutto nuova, mentre è un prodotto della mente di quello che i segni esibiti percepisce. Colle maniere di collocazione dei segni si possono trovare certi rapporti delle cose (Matematica): che altrimenti non si sarebbe data occasione alle reminiscenze di svolgersi in quei tali ordini per riuscire a

(*) P. es. trovai in Longet Physiol. I. bis p. 220 e sensations consécutives » espressione che mi serve benissimo a nominare la persistenza delle sensazioni, dopo sottratta la causa oggettiva.questo. Si consideri che i computi che noi facciamo colle cifre arabiche si cominciano da destra e progrediscono verso sinistra, cioè si fanno secondo il metodo di lettura dei popoli semitici; eppure i numeri stessi si scrivono da sinistra a destra; ciò che avvenne perchè gli Arabi li ricevettero da popoli che scrivevano da sinistra a destra ('), e li lessero poi secondo erano soliti a leggere la propria scrittura: e noi che li abbiamo avuti dagli Arabi facciamo i conti come ci hanno insegnato essi, cioè leggendo alla semitica. Questo processo, dando il comodo di riportare i risultati di somma e di sottrazione che superano il rango dei numeri d'una linea nella linea successiva a cui sono omogenei, fu il mezzo più utile alla speditezza dei calcoli. Allora il progresso dell' aritmetica sarebbe dovuto a questa contingenza di passaggio delle cifre da un popolo che leggeva da sinistra a destra, agli Arabi che leggono da destra a sinistra. Così si vede come, per un accidente di passaggio dei segni dalla loro disposizione ad una inversa, possano acquistare un servigio diverso ed una utilità assai maggiore della loro originaria.

Non solo la combinazione dei segni, ma la loro segregazione stessa è un momento di somma importanza pel travaglio soggettivo: il poter staccare il segno d'un dato fatto dalla serie in cui trovasi, giova a sciogliere secondo gli speciali interessi il concetto ed a definirlo. Perciò tanto più si potrà giovarsi di questa segregazione, quanto più il mezzo sia pronto: si consideri perciò di quanto questo mezzo siasi agevolato, dal tempo in cui i caratteri si scolpivano sulle pietre, sulle tavole, poi s'incidevano sugli strati di cera, all'uso invece della tinta sulle membrane, sulle foglie, ed ora sulla carta. Il cangiamento d' un sistema di segni con altro ha pure un influsso nel procedimento delle cognizioni. P. es. la lettura di opere scientifiche, anzi che nella nostra lingua, in un'altra meno affine, come per noi la telesca, è un fattore nelia maniera diversa di esprimere, nella sintassi ec., per cui il concetto non si presenta affatto uguale come si presenterebbe nella nostra lingua. Ora può avvenire che questa varictà determini delle combinazioni intellettuali diverse da quelle cui siamo abituati, in corrispondenza alle nostre maniere d'espressione: può succedere la manifestazione del concetto in una continuità meno intermittente.

(*) Forse dagli Indiani, ma forse meglio da popoli di lingua greca, perchè certo molte di quelle cifre dette arabiche sono lettere dell'alfabeto greco. Si riporta il verso di Sacro-

• Talibus Indorum fruimur bis quinque figuris »,

e le cifre arabiche somigliano pure alle sanscrite che servono per numeri; ma potrebbe darsi che anche gli Indiani le avessero avute direttamente od indirettamente dai Greci. Fatto è che sono diverse dalle lettere che servono per iscrivere le parole, il che mostra una diversa origine, e certo esotica; perchè le lettere della scrittura hanno sempre servito, tanto pei suoni costituenti le parole, come pei numeri.Un'segno qualunque, perchè tale sia, ha sempre origine dal passato ed a quello si riferisce. Ma una volta che i rapporti dei segni sieno fissati parallelamente a certi fatti, per rappresentare i quali si prendono, le coordinazioni consecutive derivate necessariamente dalla prima posizione dei segni devono fare indovinare altri rapporti. Così le cifre numeriche poste in quelle tali maniere fanno scoprire i fatti della sottrazione, e dell'addizione ec., che, senza di quelle, a memoria non si sarebbero potuti protrarre cosi da far calcoli esattissimi. E tutte le invenzioni matematiche succedono per coercimento di segni in date coordinazioni p. es. la scoperta dell'estrazione cubica dall' esame dello sviluppo del cubo d'un binomio, quale fece Fibonacci da Pisa (1). In questo modo col mezzo dei segni si può arrivare alla scoperta della realtà e dei possibili, ma sempre di

• rapporto, mai assolutamente. Egli è vero che in matematica si danno segni alle incognite; ma in questo caso il segno rappresenta in fatto uno stato sogget-

tivo, la curiosità, il dubbio nella circostanza data: e si arriva poi a cangiare quel segno in una nozione, col mezzo degli altri segni che rappresentano le cognite: se non si lavorasse che sopra segni d'incognite, non si riuscirebbe a nulla.

Avviene pure che per mezzo del segno di una data cosa a noi ignota andiamo a riconoscerla e ad aver rapporti con quelle. P. es. il numero civico datovi d'una casa di una contrada, dove non siete mai stato, fa che con sicurezza poi la riconosciate per quella: l'indirizzo d' una persona che non conoscete vi fa presentare a lei, o vi fa anche trattare con lei senza mai vederla; ma il numero civico, e 1 nome della persona erano già riferiti prima a questi soggetti esistenti. Da questo servigio del segno nel futuro non si può dedurre che fosse possibile stabilire a priori un sistema di segni che potesse servire dappertutto e sempre tra gli uomini, ciò che pensano quelli che si propongono di istituire una lingua universale. Qui non si tratta di scoprire rapporti ulteriori ad altri già noti, nè di arrivare alla conoscenza delle cose per mezzo dei segni già loro dati, che a quelle ci guidino: per istituire una lingua universale, bisognerebbe avere l' onniscienza di tutto ciò che sarà per succedere in modo che abbia rapporti cogli uomini.

La sostituzione dei segni alla realtà può riuscire di maggior vantaggio pel progresso delle nozioni, che non la presenza della realtà stessa. Egli è perchè nelle nostre ricerche può interessare solo una delle condizioni connate nella realtà,

p. es. il peso, l'estensione, la figura ec. Ora coi segni noi possiamo tendere

(*) Politecnico T. XX. fasc. XCL. pag. 22.costantemente a questo nostro proposito segregato da tutte le altre condizioni coesistenti nella cosa in cui è il soggetto della nostra ricerca: che, se avessimo a trattare colle cose stesse, le altre condizioni oggettive, e che quindi non possono fare a meno di agire sui nostri sensi, potrebbero distrarci dallo scopo circoscritto della nostra considerazione: ci sarebbe difficile di resistere a quest' azione successiva dell'oggettività, per continuare invece nel nostro filo mnemonico, a cui

• sempre ci riconduce il segno: in ciò consiste la prerogativa della matematica.

Vantaggi dei segni rendendo oggettivo il tema della speculazione.

Qui sono da riferirsi i due metodi di multiplicazione chiamati dagli Indiani vajrâbhyása: = multiplicazione a zigzag = multiplicazione per crocetta o per

caselle di Fra Luca Pacioli: e shabacah (*) = multiplicazione a rete = multi-

plicazione per gelosia o per craticola di Fra Luca Pacioli, che consiste nel delineare una scacchiera rettangolare, che abbia tante fila verticali di case quante cifre vi sono nel multiplicando, e tante file orizzontali quante cifre sono nel multiplicatore: collocare ogni cifra del moltiplicando al disopra della colonna verticale dello stesso rango ed ogni cifra del multiplicatore a lato della colonna orizzontale dello stesso rango: a dividere le case per diagonali, a scrivere nell'uno dei triangoli rettangoli così formati la cifra delle unità, e nell'altro la cifra delle decine del prodotto delle due cifre che corrispondono simultaneamente ad ogni casa, ed a fare delle somme secondo le colonne oblique formate dalle diagonali:

e così la multiplicazione per quadrilatero, multiplicazione per scaletta,

multiplicazione per, castelluccio, che sopprime la casa, ma cominciando dal basso pone gli uni sopra gli altri i prodotti parziali del multiplicando intiero e riempie con tanti zeri i posti vuoti a destra dei prodotti superiori:

e la multiplicazione per scacchieri che non differisce dalla multiplicazione

per scaletta, se non perchè traccia una casella per ogni cifra ec. (*).

Si vede che l'opportunità di variare la posizione dei numeri nell'abaco od cera (dei Romani) fece avvertire certi rapporti di calcolo: che quindi le operazioni di addizione, sottrazione multiplicazione e divisione hanno avuto origine indiretta, cioè non per mezzo dei concetti numerici, ma sì per la maniera di notarli gra-ficamente: cioè che i processi aritmetici sono un effetto dell'uso dei segni per far ricordare i numeri. Se non avessero esistito le cifre numeriche (quelle di Boezio) e l'abaco, per cui secondo il posto dove ponevansi crescevano di potenza decimale, nessuno di questi processi formulati ora in aritmetica si sarebbe dedotto.

() La parola è araba.

(*) Martin Ann. Matem. Roma T. V. p. 380.ma anzi effetti di accorgimenti, poi fissati in regola, accorgimenti determinati dalle contingenze di collocazione mutua dei segni numerici. Di qui si vede l'utilità che viene dal rendere oggettivo alla mente il suo suggetto. Le serie mnemoniche non potrebbero mai essere così lunghe, quanto occorre per arrivare all'esito d'un dato computo: a questa brevità soccorre il segno (fatto oggettivo)

che di tratto in tratto ritocca dall'esterno e fa svolgere nuovi tratti delle serie • mnemoniche, liberando dall'obbligo di tenere a mente quelle già svolte. Ora quel processo stesso che giova all'individuo, facendogli operare secondo le regole consuete, arriva di più a far succedere nuove combinazioni d'accorgimenti in dati intelletti, per cui si trovarono regole nuove che sempre più facilitarono l'arte che dà per esito la conoscenza dei rapporti.-

Per la stessa necessità dell'azione oggettiva per determinare le azioni intel-lettuali, quando si sottraggano i segni, le azioni intellettuali si rendono nulle, e si perde non solo la capacità al progresso, ma ben anche la ragione di ciò che si è ereditato di avanzamento fatto dagli antichi. Così io credo che quelle formule di numerazione mnemonica per parole simboliche messe in versi (con valore decimale) che esistono nell'India fino dal V secolo (*), e che non potevano essere se non dopo che si erano trovati gli artificii aritmetici, sieno state causa dell'arresto a quel punto della matematica nell'India, e che, mentre con quelle sciolgono i problemi numerici, non sanno rendere conto del perchè; cosi che ora parrebbero essere state prodotte da enti di capacità infinitamente superiore agli uomini attuali.

L'esattezza dei segni nella loro corrispondenza certa, incapace di essere confusa con altre rappresentanze, assicura la conservazione delle nozioni acquistate: come nei processi matematici, definita la posizione d'un a o di un b, non ci si pensa più, e questa sicurezza serve a procedere. Cosi le parole nelle lingue, applicate esattamente a rappresentare le nozioni, fissate colla scrittura di mano in mano dell' avvantaggiare nella conoscenza, ci servono come i gradini che abbiamo superato in una scala, stabiliscono la nostra stazione all'ultimo punto del nostro progresso, sicchè non e possibile perdere alcun che di ciò che si è acquistato, finchè non si sciolga la continuità nell'uso dei segni da individuo a individuo: il progresso futuro si continua a questo limite estremo, anzi che a qualunque altro punto già varcato dalla nostra coscienza. Importa quindi che i segni sieno applicati precisamente, perchè dieno all'intelletto tutto il profitto

possibile del tempo.

(') Martin. A. Matem. p. Roma T. V. p. 388.Mentre le nostre reminiscenze non possono suscitarsi a volontà, perchè sono determinate dalle ripetizioni contingenti di qualche impressione provata, i segni stabiliti e depositati fanno sì che rendasi possibile la suscitazione delle reminiscenze in qualunque tempo: fissano nella continua successione del tempo certe cause esteriori delle nostre impressioni e quindi, per queste, la capacità di aggiunte mnemoniche: vincono quindi un fatto necessario, fatale, cioè l' intermittenza dei nostri atteggiamenti soggettivi. Così, mentr' io posso non essere capace di farmi venire in mente una data parola d'una lingua, che quindi in quel momento non esiste, ed anzi quello stato della mia coscienza ch'io cerco è impossibile, ogni volta voglia, vado a cercare nel dizionario di traduzione di quella tal lingua e questo esiste sempre, e là trovo la parola che cercava. I segni stabili dunque fissano le cause labili dei nostri stati soggettivi.

I segni di più possono tradurre la successione nel tempo in un fatto esteso nello spazio, e quindi simplificare la comprensione. Così p. es. si approfitta delle tracce lasciate sulla polvere dal piede d'un passeggero, d' un animale, di una ruota che abbia fatto quel cammino. Su questa esperienza, s' inventarono delle macchine indicatrici, come lo sfigmometro, dove appunto si traduce in una forma oggettiva, presentabile all' occhio in un istante, la successione di fatti di diastole: si imitarono i corsi dei corpi, p. es. le orbite degli astri e le vicende meteorologiche con linee che, mantenute le proporzioni col modo di quelli, segnano parallelamente tutti gli accidenti di quelle successioni nel tempo.

Utilità dei segni nei rapporti tra gli uomini.

I segni sicuri, che cioè hanno una rappresentanza definita, precisa, incon-trovertibile, fanno gran parte nell'andamento del vivere sociale: alla pratica di fissare con segni dati interessi, è dovuto l'ordine e l' equità. Tutta l'amministrazione degli stati può dirsi aver progredito pei segni: la stipula fessa, una delle cui metà teneva una delle parti, e l'altra l' altra, la tesseva, la terra colta sul terreno contestato, poi i registri, i protocolli, i giornali, gl' indici, le firme, le ipoteche assicurarono le leggi, le proprietà, le transazioni: senza segni, il giudice più integerrimo sarebbe ridotto ad una sfera di attività assai circoscritta.

si giugnesse a scoprirli. I matematici s'intendono bene, appunto per la precisione dei segni. I segni rendono più agevoli certe investigazioni: così in matematica il linguaggio algebrico rese più facili le dimostrazioni delle relazioni tra le rette,elatura di Lavoisier aggiunse alle scoperte il trattamento scientifico.

Pei segni si stabiliscono perfino dei rapporti fra le generazioni preterite e le venture; poichè, quantunque non possa esservi reciprocazione di scambii, le une sempre esibiscono, le altre sempre ricevono, onde si può moltiplicare l'attualità di una qualunque per le altre che più non sono, in onta alla necessità, per cui la loro coesistenza in somma è impossibile.

SEGNI DANNI PER IMPERFEZIONI E PER ABUSO.

pure di dan, o e ci peo da eagioni, 'una in essi si, ris rora di tita, ni

laltra nel modo di

servirsene.

Indaghiamo le condizioni sì dell'una maniera, inerente nei segni, sia del-

l'altra, dipendente dal modo di usarli.

I segni per loro stessi possono essere insufficienti,

e pel contrario

soprabbondanti:

possono non fungere l'ufficio relativo alla loro rappresentanza, e per questa parte riuscire inutili,

indefiniti,

ambigui, falsi.

Il mal uso, od abuso dei segni, può cadere nel loro apprendimento,

nei loro rapporti con ciò che rappresentano.

IMPERFEZIONI DEI SEGNI.

Insufficienza dei segni.

L' interpunzione non è assegnata minimamente ai bisogni di distinguere le modificazioni della parte soggettiva del sentimento e della comprensione, le gra-dazioni, le maniere del sentimento sono ancora da definire: la interpunzione non segna che vagamente alcuni gruppi di queste maniere: il punto interrogativo? è promiscio a moltissime: il punto ammirativo! pure: la virgola poi si pone a gradi di divisione, da seguito di parole a seguito di parole, differentissime. Occorre un segno più forte tra la virgola e i due punti. P. es. quando la prima parte di una proposizione si cominci in modo dubitativo, con un se, il secondo membro deve

(*) Bellavitis Ling. Univ. p. 2.facile, per difetto della mia mente o per qualche prevenzione dovuta alla pro-vincia, in cui vivo, alla scuola in cui crebbi, io m' allontanerò dal vero, —— le objezioni di chi sia esente da questi peccati mi faranno accorto del mio errore, e potranno con me illuminare anco altri che sbagliassero ugualmente (1) ». Egli è certo che al tratto del periodo in cui ho segnato la linea, la voce prende

un altro tono, vi e una sospensione assai più lunga che non nei posti segnati dalle virgole precedenti, e comincia una specie di opposizione alla parte precedente del concetto. Nella scrittura della lingua italiana gli accenti sono segnati solo nel caso che la parola polisillaba sia accentata nell' ultima sillaba; ma occorrerebbe distinguere in tutte le parole trisillabe, ed oltre, il posto dell'accento, se sulla penultima o sulla terzultima ed anche più indietro p. es.

ricordati 2. p. sing. pres, imperativo,

aggettivo o participio passivo pl. maschile;

nel primo caso ha l'accento sulla terzultima, nel secondo sulla penultima:

polizza, quantunque abbia due consonanti dopo l'i, che quindi per eredità dell'abitudine latina (dove i in questo caso sarebbe lungo) dovrebbe pronunciarsi olizza, si dice pólizza. Chi avverte il lettore degli accenti che sono qualch olta nella quartultima sillaba p. es. in « schieratemio?

Soprabbondanza dei segni. Danno dell'esistenza di molte lingue.

Dappoichè si formarono tanti sistemi di spiegarsi con mezzi fonetici, sepa-ratamente, così che chi conosce l'uno sistema non capisce l'altro, le circostanze ponno dare il bisogno di conoscerne varii, per intendere e farsi intendere tra persone appartenenti alle nazioni che usano tale e tale sistema: imparando le varie lingue pertanto, non si fa se non apprendere varie serie più o meno parallele nell'equivalenza di segni. Niente perciò s' impara della realtà: questa bisogna conoscere altronde. Ecco quanto tempo perduto per l'apprendimento originale

delle cose.

Danno della moltiplicità di sistemi di segni grafici.

L'ignoranza in cui sono i più di certi segni, quali sono i caratteri e i modi di lettura di certe lingue, i caratteri sanscriti, zend, armeni, samaritani, siriaci, etiopici ec., l'ambiguità dell'uso di certi segni, come nella punteggiatura araba, nella scrittura siriaca, la falsa applicazione dei segni p. es., per l'uso dell'alfabeto latino, in molti casi della scrittura francese ed inglese, sono gran parte di

(') Studiati. Intorno all'Ordinamento degli Studi Medico-chirurgici pag. 1.

7scienza esoterica. Leggere, dove gli altri non vedono che dei ghiribizzi, domanda una specie d'iniziazione che segrega dal resto comune dei professori di studii; ma questo è tutto uno studio di lucro cessante e danno emergente. Se si facesse la trascrizione generale, fissando tutti i segni che occorrono per tutti i suoni dell' apparato articolatore di tutti gli uomini, e quindi di tutti quelli usati nella somma dei linguaggi che si parlano: si restituirebbe alla vita umana gran parte del tempo che di quella si suole sciupare. Basterebbe, per quelli che volessero leggere i codici antichi, fare i ragguagli di equivalenza della serittura universale con quei caratteri usati nella lingua data, e la prima inutile barbara fatica dell' apprendimento sarebbe tolta: il primo giorno, si potrebbero imparare le parole arabe, sanscrite, chinesi e che so io, anzi che passare per la lunga preparazione imposta per poterle leggere.

Segni inutili.

Ogni cosa passata ad uso di segno pnò per questo suo uso continuarsi illu-soriamente; non avendo rapporto con alcuna nozione suscitabile nella mente di quello a cui il segno si presenta. Così avviene di certe parole che non si cosa vogliano dire e che pure si parlano p. es. (it.) acalico (3) che si aggiunge

ad indaco.

Spesse volte questo è un effetto inevitabile del moto, per cui si cangiano le contingenze delle cose, e non conoscendosi più queste alle quali i segni si rife-rivano, i segni restando, a nulla servono; non possono più agire come eccitatori mnemonici, e quindi non vengono capiti.

Così i nomi e i segni grafici relativi degli spiriti lene ed aspro in greco, cosi la distinzione delle quantità lunghe e brevi in greco ed in latino, p. es. in

che il primo a di mala = i mali e il primo a di mala = le mele ditferiscano tra

luro, sicchè là dicasi breve, e qui lungo, nessuno capisce (3).

Cosi le lettere che si trovano in principio dei varii capitoli del Corano (Sur.

fici, nessuno sa cosa vogliano dire.

(*) Questo fenomeno fu beo riconosciuto dal Vico.

(*) Nessuno conosce il senso di questa parola.

(*) Mnratori. Dissert. IL. Antiquit. Italic. p. 665.

•Qua olim arte, quave pulsatione vocis antiqui Graeci et Latini distingnerent verborum praecipuo dissyllaborum brevitatem et longitudinem, incompertum mihi fateor Frustra enim intenta aure nunc quaero, cur vor Mala sive res malae diversam tempori rationem habeant a Jala idest Poma aut Gena, quum atriusque vocis sonus idem mihi, alius autem secundum prosodiae leges babeatur ›.si riferiscono scade d'assai; p. es. ciò successe colla mitologia dei tempi d'Ome-ro e d'Esiodo, ch' era creduta come cognizione di fatti reali, continuata poi dopo il cristianesimo dagli scrittori, specialmente di poesie, come finzione convenzionale: poi, ai nostri tempi colle leggende del cattolicismo, entranti negli scritti letterarii da Chateaubriand, Manzoni ec. fino ai nostri giorni.

Segni di cui non è definita la rappresentanza.

Di questo genere sono molte parole d'uso comunissimo e che pure certamente non rappresentano un concetto chiaro, definito, nella mente di chi le ado-pera, p. es. nello stile ascetico visitare,

edificare,

scandalez are,

epistola cattolica.

Queste parole, come si usano dagli individui senza riferirsi ad una nozione distinta, così passano senza rapporti fissi con idee di generazione in generazione, e mantengono tratti di discorsi, dove si crede d' intendersi, illudendosi vicende-

Diamo ora l'origine dell'uso di quelle parole nell'ascetismo, e apparirà come pochi sieno quelli che la conoscessero, e quindi le adoperassero con cognizione del rapporto che potevano avere col discorso in cui le facevano entrare.

Visitare - Siccome quando gli Ebrei stavano sotto i Giudici, non v'erano tribunali stabili, in certi giorni il capo di dati tratti di paese cisitara un dato sito, ed ivi giudicava le differenze (*) e puniva. Passato tutto il linguaggio di quei

libri al misticismo, quella parola (TD) visitare venne a voler dire = punire,

e quindi affliggere ec. sul qual ultimo senso si arrestò l'uso ascetico.

Edificare - si riferiva pure dagli Ebrei all'accrescere le famiglie, come si vede in Rut c. IV. v. ll. e poi, quando il tempio era stato distrutto da Nebucad-netsar e le abitazioni, sia della capitale, sia degli altri paeselli, dopo la schiavitù erano desolate, si riferiva alla ricostruzione di questa: quindi edificare (123) la casa d'Israele si trasportò poi al cooperare in qualunque modo al bene della nazione israelitica. Questa parola pure continuando a servire nel misticismo passò a riferirsi alla celeste Gerusalemme, ed ai mezzi appunto di fabbricarla, cioè colle

buone opere.

Scandalessare - è gravialitex (gr.) da cávialou, nome derivato da oráça

(*) V. p. e8. I. Samuol c. VII. v. 16. I giudici appanto, per poter trasportarsi di luogo in luogo, tenevano degli asini; per cui nel C. XII. v. 14 Iudic. è detto che i figli e nipoti di Abdon, giudice d'Israele, cavalcavano sopra degli asini.per tradurre 559 (ebr.) micsciol = inciampo, offendiculum, pietra posta in

mezzo della strada che fa cadere; in italiano, in spagnuolo, in portoghese, in

francese questa

parola passò in un uso frequente, ma che non corrisponde ad alcun

concetto. Infatti prendiamo il v. 58 del cap. XII. di S. Matteo, dove, dopo aver narrato che quelli dello stesso paese di G. C. si meravigliavano della sua sapienza, che pareva loro impossibile, poichè lo conoscevano fino da bambino e conoscevano sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle, dice « sai ¿exvdalifouro èn durai » ivi éTRava)iouto (= inciamparono) vuol dire = ed essi (che avrebbero dovuto essere i primi a sostenerlo) furono i primi a mancargli, a mancare al suo partito, ad essergli infedeli. I traduttori dal testo greco e dal latino (et scandalizabantur in illo) restarono in questo concetto indefinito, come si vede

« Ed erano scandalezzati di lui » (Diodati)

« De sorte qu'ils se scandalisaient en lui » (Bible Française)

« Y se escandalizaban en el » (Bibl. Spagn.)

« Ed elle tomavao occasiao para se escandalizarem» (Bibl. Port.)

Pare che tutti questi traduttori intendano per scandalezzare, formalizzarsi (*).

Ma allora non c'è senso comune, perchè non si può formalizzarsi se non di cattivi esempii, non mai di opere buone e di prodigi. E così dove si narra che

G. C. predisse che sarebbe rinnegato, non può voler dire se non che si mancherebbe alla fede. S. Matth. XXVI. 31 « Tóre Déjei auTois ó I'nsous llávre; jueis

наі діютеортидітетсь та провата тіс поника ». = Illorn disse loro Gesù: Tutti

voi sarete scandalezzati in me (= mancherete alla fedeltà a me, mi abbando-nerete) perchè sta scritto io colpirò il pastore e si disperderanno le pecore del-l'ovile (Diodati). Onde v. 33 conseguentemente Pietro risponde «Ei dè márTes

TRaNDaGENTONTaL Én Goi, ¿yl dudéTorE gravÒa)IJSÁIouaL» = avregnachè tutti sieno scandalezzati in te, io non sarò giammai scandalezzato (cioè = se pur tutti ti mancheranno di fede, io non ti mancherò giammai) (Diodati).

E sempre nel senso di mancar di fede, perchè v. 34. Gesù dice « aux léga

GOL, OTI EN TaiTA i vURTi, tpiN aéRopa puNicaL, tis arapuion ue» = Eppure ti dico davvero che in questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai

tre volte.

E così in ogni altra occasione p. es.

A daguo dà toy 2óy0r, Eútins TAxuda)içOUtar» S. Marc. IV. 17. = Ma non hanno in sè radice, anzi son solo a tempo: e poi, arvenendo tribolazione o per-

(') In questo senso fu intesa la parola oxavôeliçe anche dai traduttori che non la importarono nelle loro lingue, ma la tradussero con parole esistenti in quelle: p. es. Lutero

‹ Und ürgerten sich an ihm › e la Bibl. Inglese ‹ Aud they where offended in him ».ô'xiova = mancano alla fedeltà, riescono infidi (per paura). Vulgata « Et non habent radicem in se, sed temporales sunt: deinde orta tribulatione et perse-

cutione propter verbum, confestim scandalizantur ».

E in S. Matteo c. V. v. 29, dive si dice « ei de o ota),uis diu é defiò; trau-datiça DE» sexvialife non può voler dire se non, che dia occasione di mancare di star fermi (nel proposito di seguire la virtù) p. es. facendo prendere diletto a guardare ciò che non si deve.

E in S. Luca VII. 23 « Kai parao's ¿otiv os ¿àn un axavidrati èn ¿noi» a proposiio dei prodigi operati, non può voler dire se non = e beato quegli che, avendo veduto queste mie meraviglie, non sarà mai per disertare da me, per mancare alla credenza in me.

La parola importata pertanto, in latino scandalizare, in it. scandalezzare, fr. escandaliser (sp.) e (port.) escandalizar è una di queste che si usano senza sapere cosa intendessero di dire con quella coloro che ce l'hanno insegnata. Essa verrebbe tradotta esattissimamente in latino per caspitare, in it. scappucciare, in fr. broncher, in sp. tropezar, in port. tropicar, in tedesco per stolpern, in inglese per stumble.

Epistola cattolica. Dopo l'uso già antichissimo di quest'aggettivo nel significato in cui l' adoperiamo noi, p. es. distinguendo la chiesa cristiana che riconosce il papa dalle altre dissidenti, io credo che pochissimi sieno quelli che abbiansi formato un concetto di ciò che s'intende per Epistola cattolica, titolo apposto ad una epistola di S. lacobo a due di S. Pietro, a tre di S. Giovanni ad una di S. Giuda. Qui è il significato etimologico = universale, in riguardo all'indirizzo di queste epistole; poichè, mentre le altre sono indirizzate a date e date nazioni e persone, ai Colossensi, ai Filippensi, ai Romani, ai Corintii, agli Ebrei, a Timoteo, a Tito ec., queste lettere non sono dirette ad alcuno: qui dunque cattolica vuol dire = senza indirizzo; eppure nelle traduzioni del N. Testamento italiana e portoghese si pone cattolica, e nella spagnola ed altre non si traduce il greco sawo) tin, perchè si vede ch'erano imbarazzati ad indovinare cosa volesse dire.

Segni ambigui che servono promiscuamente a rappresentanze diverse.

Gli autori di grammatiche arabe vi dicono nella prima pagina, dove intendono darvi precetti di lettura dei caratteri in cui si scrive quella lingua, che quel dato segno ora vale a, ora e, (Fetha) (') e quell'altro ora e, ora i (Kesra) (°), quell'altro ora o ora u (Damma) (°), senza dirvi come possiate

()ー fetha.

(*) = kesra.

() 2 damma.che o, e senza esibirvi neppure una pagina di qualche pezzo scritto in arabo e trascritto, perchè almeno possiate indovinare dalla pratica, quando un'altra volta v'incontriate in quelle parole scritte.

Così nella scrittura sirinea, la linea orizzontale segnata sotto una lettera --

ora serve a dinotare che tal lettera si omette nella pronuncia p. es.

,che

dovrebbe essere eno, si pronuncia no, e allora questa linea dicesi linea occul-tans; ora serve a dinotare che una lettera, quantunque non abbia segno vocale,

si deve pronunciare p. es. lASa?, che sarebhe dechltho, si dere pronunciare

decheltò, e allora questa linea chiamasi mehagyono; ora serve ad indicare

sivo dall'infinito e dal preterito p. es.

llat لب

Dunque lo stesso segno serve ad indicare modi di pronuncia, e valori gramma-ticali; e lo stesso segno serve a vietare la pronuncia d'una lettera ch' è scritta,

comandare la pronuncia d'un suono che non è

segnato nella scrittura,

cangiare la pronuncia d'una lettera scritta.

Nella puntuazione ebraica, il sceva ora indica che si deve pronunciare una e, ora che non si deve pronunciare: il daghese, che marca una pronuncia speciale, ora si pone nel ventre delle lettere, ora non si pone, e si deve intendere che vi sia.

Maggiore ambiguità è nelle lettere alfabetiche di tutte le scritture semitiche prima della puntuazione. Prendiamo per mostra quelle dell'alfabeto ebraico:

N poteva rappresentare ognuno di questi suoni a, e, i, o, «

а, е, і, о, и

і, іа,

ie,

io, iu

0, и, 0

Segni falsi.

Nella scrittura di varie nazioni, le figure che servono di segno fonetico si pongono pure oziosamente, cioè in certi casi non hanno alcuna rappresentanza fone-tica, non indicano modi di pronuncia. Esempio di lettere oziose è l'elif I nella scrittura arb, quando distingue il fine di una parola dal principio della susse-guente: e nella puntuazione ebraica il mappick in alcuni casi, p. es. in i di mi2xeloà nella • di mrabs malcuid (*). Qui dunque stanno fra i segni, e classificati coi segni, fatti oggettivi che non hanno alcun ufficio mnemonico, non devono servire a suscitare alcuna associazione nella mente di chi li percepisce: stanno dunque in una serie in cui non devono stare, e, perciò che sono cogli altri che invece devono servire di tocchi mnemonici, portano confusione a quello cui si presen-tano, poichè per lo meno si avvezza a considerare come della stessa categoria fatti operanti in un modo e fatti a quelli omogenei per origine e per qualità, ma non operanti come quelli, onde si lede il senso naturale di riunire i fatti analoghi; ma di più quegli cui vengono esibiti può credere che servano di segni, e perdersi in conghietture. Altro esempio di segni falsi è l'applicazione di parole accettate in date nozioni a cose, la cui natura nulla ha a fare con queste nozioni: così il nome di cerebrali dato dai grammatici di lingua sanscrita a certe lettere, mentre, che il cervello dia fenomeni di voci articolate, è impossibile.

Segna che inducono in fallacia la mente, indicando come positivi concetti in onta alla realtà.

P. es. la parola onnipotenza comprende in sè una proposizione che non si può sostenere: uno potrebbe dirvi « dunque in tale facoltà è di fare che una cosa sia e non sia nello stesso tempo: che ciò che fu, non sia stato ». Per difetto delle lingue si ponno congegnare delle espressioni assurde.

Segni la cui rappresentanza è fallace, per mutamenti accaduti nelle cose a cui si riferivano.

Quando il primo segno del Zodiaco era il Toro, chiamossi Leone e si dipinse un leone in corrispondenza al tempo in cui il sole si faceva sentire nella sua maggior forza, cicè quando veniva il terzo mese dopo l' equinozio di primavera.

Dopo la prima precessione degli equinozii che fu avvertita, il segno del Leone veniva a cadere nel quarto mese dopo l' equinozio di primavera. Dopo la seconda precessione degli equinozii avvertita, il segno del Leone viene realmente a cadere nel quinto mese dopo l'equinozio di primavera, cioè in Agosto, benchè nei calendarii si continui a porlo in Luglio. Ora il popolo attribuisce la siccità e le malattie, che sono della stagione, cioè dell' ardore solstiziale a questo Leone: onde le massime igieniche e terapeutiche sono applicate esattamente al tempo tra l'entrare del sole in questo segno e il passaggio suo in quello successivo;

') Nella prima parola, sotto la 7 v'è già il patách che segna doversi pronunciare a nella seconda, poi che la ' non sussegue nè a tsere, nè a segol, nè a chirik, non c'

bisogno di segno per farla pronunciare.dario mette l'entrata del sole in quel segno; se nella vigilia di quel giorno fossero le stesse condizioni di calore eccessivo, non si curano. Così il proverbio

« Sol in Lione,

• Lasciar i libri e le donne ».

Dietro questo processo dell'azione dei segni, per perdita del loro valore, dopo la precessione degli equinozii ventura, potrà darsi che non si cavi sangue in Set-tembre, perchè appunto da qui a due mille e quarantasette anni il sole sarà in

Lione in questo mese.

Effetti dei segni falsi.

I segni possono non solo passare ad altra rappresentanza diversa da quella che avevano, ma sì mantenere anche la prima; allora può succedere lo scambio fallace della loro interpretazione, secondo che si prendano nella rappresentanza antica, quando invece si debbano prendere per la nuova, e viceversa. Possono accadere tutte quelle contingenze d'errore a cui espone l'ambiguità; si può venire a giudizii falsi sulla realtà, pensando che fosse in un dato modo, mentre era tutt'altra: e dal falso giudizio ne può venire l'uso erroneo dei segni. P. es. le lettere alfabetiche e le loro successioni, passate a nazioni di lingua diversa, servirono ad indicare suoni diversi da quelli che rappresentavano in patria; quindi queste nazioni, trovando quelle lettere alfabetiche nello scritto d'altre lingue, lessero alla propria maniera, che non era quella delle lingue medesime; e cosi pronunciarono in modo diverso da quello legittimo quelle lingue stesse dalle quali erano state tolte le lettere alfabetiche p. es. il (lat.) e pronunziasi s dai Francesi, il suono gn pronunciasi come i due suoni gh ed n dai Tedeschi. Cosi quindi presentandosi ai Francesi il nome latino Cicero, poichè essi giusta le abitudini della scrittura della loro lingua, dove vedono c susseguito da e od i leggono s, lo cambiano in Sisero: e ai Tedeschi presentandosi il latino magnus, poichè nella loro scrittura gn non può valere se non pei due suoni gh ed n, lo leggono magh-nus.

L'esistenza di segni puù indurre a credere l'esistenza reale, dore non è.

asta ricordare tutte le mitologie. Il contadino crede ai diavoli, alle stre-rhe ec. perchè ha sentito nominarli, cioè gli furono esibiti segni come rappre sentanti degli enti oggettivi che non esistono. Lo stesso avviene quando siasi perduto di vista il rapporto di un segno, dimenticato il suo valore. P. es. per indicare il tempo, si disegnò un vecchio, prendendo quindi il tipo dell'aspetto di chi esiste da un' epoca remota, che visse lunga età, Kpvos, Saturno: gli si diededario mette l'entrata del sole in quel segno; se nella vigilia di quel giorno fossero le stesse condizioni di calore eccessivo, non si curano. Così il proverbio

« Sol in Lione,

• Lasciar i libri e le donne ».

Dietro questo processo dell'azione dei segni, per perdita del loro valore, dopo la precessione degli equinozii ventura, potrà darsi che non si cavi sangue in Set-tembre, perchè appunto da qui a due mille e quarantasette anni il sole sarà in

Lione in questo mese.

Effetti dei segni falsi.

I segni possono non solo passare ad altra rappresentanza diversa da quella che avevano, ma sì mantenere anche la prima; allora può succedere lo scambio fallace della loro interpretazione, secondo che si prendano nella rappresentanza antica, quando invece si debbano prendere per la nuova, e viceversa. Possono accadere tutte quelle contingenze d'errore a cui espone l'ambiguità; si può venire a giudizii falsi sulla realtà, pensando che fosse in un dato modo, mentre era tutt'altra: e dal falso giudizio ne può venire l'uso erroneo dei segni. P. es. le lettere alfabetiche e le loro successioni, passate a nazioni di lingua diversa, servirono ad indicare suoni diversi da quelli che rappresentavano in patria; quindi queste nazioni, trovando quelle lettere alfabetiche nello scritto d'altre lingue, lessero alla propria maniera, che non era quella delle lingue medesime; e cosi pronunciarono in modo diverso da quello legittimo quelle lingue stesse dalle quali erano state tolte le lettere alfabetiche p. es. il (lat.) e pronunziasi s dai Francesi, il suono gn pronunciasi come i due suoni gh ed n dai Tedeschi. Cosi quindi presentandosi ai Francesi il nome latino Cicero, poichè essi giusta le abitudini della scrittura della loro lingua, dove vedono c susseguito da e od i leggono s, lo cambiano in Sisero: e ai Tedeschi presentandosi il latino magnus, poichè nella loro scrittura gn non può valere se non pei due suoni gh ed n, lo leggono magh-nus.

L'esistenza di segni puù indurre a credere l'esistenza reale, dore non è.

asta ricordare tutte le mitologie. Il contadino crede ai diavoli, alle stre-rhe ec. perchè ha sentito nominarli, cioè gli furono esibiti segni come rappre sentanti degli enti oggettivi che non esistono. Lo stesso avviene quando siasi perduto di vista il rapporto di un segno, dimenticato il suo valore. P. es. per indicare il tempo, si disegnò un vecchio, prendendo quindi il tipo dell'aspetto di chi esiste da un' epoca remota, che visse lunga età, Kpvos, Saturno: gli si diedeche, la costellazione in cui tramontava il sole al tempo della messe, con un toro, la costellazione in cui era il sole al tempo dei lavori agricoli ec. Queste incisioni o disegni intendevano di far ricordare le divisioni del tempo nell'anno; qualunque fosse la figura che presentavano i gruppi delle stelle interessate (per associazione nella mente dell'uomo) con quelle stagioni, a quella non si riferivano. Poi ad altra epoca, cresciute le cognizioni cosmografiche e astronomiche, si costruirono delle sfere rappresentanti il concetto che erasi formato dei rapporti della terra cogli astri. Allora presero quei disegni che ricordavano oggetti coincidenti colla presenza di quei tali astri, e li disegnarono in quelle sfere sopra gli astri stessi.

Quelli che vennero dopo, vedendo quei disegni sulle sfere astronomiche, credettero che realmente qualche cosa di simile a quelli fosse nel cielo, d' onde si fossero tratte quelle figure: così che in cielo vi fosse un gruppo di stelle che avesse la figura di un toro, un altro che avesse quello d'una donna con una spica ec. Ora l'istruzione che si dà nelle scuole di cosmografia comincia sempre da quelle sfere artificiali, non già dal condurre gli alunni sul levare del sole ed al tramonto a vederlo nell'orizzonte, e ad osservare i gruppi di stelle diverse nelle diverse epoche dell'anno in cui esso si trova al levarsi e al tra-monto. Si tratta quindi di apprendere i segni, senza conoscere la realtà cui si riferiscono, ed è impossibile indovinarla. Il fanciullo, per quanto bene sappia la cosmografia, non può che ricordare le sensazioni prodottegli da quelle sfere artificiali ec. ed associare le figure simboliche disegnatevi alla costituzione cosmica.

Che se un'altra volta gli arvenga di esperire da se medesimo questi fatti sul-l'orizzonte, la sua coscienza nulla prova di simile a quello stato in cui era apprendendo la cosmografia dal maestro: in quel momento sente di conoscere nell'ordine di tutto ciò che ha conosciuto pei proprii sensi gli aspetti della natura: quello che aveva appreso sotto il titolo di scienza cosmica, gli pareva una lezione dogmatica, come le conjugazioni dei verbi o la storia sacra.

Per questo processo tra generazioni, dove l'una non sa dell'altra, poichè le più antiche ricevettero le impressioni sensorie e istituirono i segni per fissarne la ricordanza, le generazioni sopravvenute trovando i segni, nè sapendo l'originale a cui si riferiscono, restano illuse sulla loro entità. Dell'apprendimento di questi segni, per se stessi, fanno una dottrina, che, se fosse continua colla realtà da cui i segni ebbero origine, profitterebbe per la cognizione; e così invece, staccatane, e sbagliandone l'interpretazione, non solo fa perdere il tempo, ma si il suo fantasma la credere che in quell'argomento già si sappia, e quindi non si ricorra al metodo unico di conoscere, attendendo alla natura.Preponderanza enorme dell'insegnamento dei segni, in confronto di quello della conoscenza delle cose.

Può dirsi che fino a poco tempo prima degli Enciclopedisti, l'educazione che ricevevasi generalmente consisteva quasi per intero nell'apprendimento dei segni (parole), e nulla nella nozione delle cose. Infatti fino allo studio delle facoltà non si insegnavano se non lingue, grammatiche, retorica, prosodia, poe-tica, ritmica; e gli istrumenti d'uso per la mente erano le raccolte di eleganze, le regive oratoria, le regia Parnassi, i rimarii: un barbarismo, una breve per una lunga o viceversa rovinavano la riputazione di qualunque galantuomo. V' era la storia romana e greca, imparata a memoria come cosa letteraria. Poi veniva la filosofia, dove era quasi tutto maneggio di segni, la dialettica, le figure di sillogismo. Nelle facoltà, la Giurisprudenza quasi tutta basata sulla interpretazione dei libri di testo. La Teologia non poteva se non versare sui libri accolti come testi, e quindi sull'interpretazione di segni (parole). La Matematica, che quantunque abbia per fine la ricerca del vero, non adopera percio se non i segni.

Non era che la Medicina che, oltre i divagamenti teorici, introduceva di prima mano, l'investigazione dei fatti e quindi iniziava all'uso più proprio dell'intelletto per via dei sensi.

Alla seduzione dell'uso dei segni, erano tolte le classi più avvilite, quelle degli artigiani, che maneggiavano le cose, anzi che i libri, per l'uso della vita, e gli artisti che si studiavano di procurare diletti ai più agiati, applicando la potenza affettiva (musici), e imitando la natura, più o meno modificata idealmente (pittori, scultori ec.). Da quelle scuole, comuni a tutti quelli che avevano poi gl' impieghi ed erano il fiore della società, portavano questi l' abitudine della stima solo a quella maniera di studio: a pochissimi poteva venire il sospetto che quelle non fossero le sole indispensabili ed ottime. I letterati quindi componevano dietro l'apprendimento dei segni, e pei segni erano le accademie di verseggia-

tori, di inquisitori di lingua ec.

In alcuni pochi appena qui in Italia, la natura poteva vincere l'educazione e l'esempio, onde spiegarono concetti e passioni: sorsero a dispetto dell'uso autori originali che scrivevano, non per esercitarsi in cio che avevano appreso nelle classi d'umanità, ma perchè si sentivano urgere da affetti e pensieri. Fuvvi il Vico che s'accorse che l'abitudine scolastica di studiare i testi per la lingua, per la frase, pel verso ec. aveva del tutto fatto smarrire il vero interesse ch' era in quelli ioè la conoscenza delle cose del mondo antico. Poi Cesarotti capì che la vera fonte del bello letterario era nel sentire individuale, non nell'applicazione delleregole imparate a scuola: senti l'Ossian e, invaghitosene, ruppe la rotaja ada-mantina, fuori della quale non poteva escire chiunque volesse pretendere rango di letterato. Poi Parini vide che le lettere avevano una virtù pratica nelle contingenze dei bisogni sociali: e ne fece prova. Quindi Alfieri e Foscolo, quantunque assai ligii ai divieti della scuola, eransi già sciolti dal concetto scolastico della poesia e della eloquenza.

Ma le scuole fino alle facoltà restarono scuole di segni, e non di cose. lo non so come sia ora, ma quando studiai io, in tutte le sei classi di ginnasio non s'insegnavano se non i modi di usar la parola: appunto la storia s' imparava a memoria e consisteva in serie di nomi di dinasti coi rapporti delle loro parentele, date di battaglie ed altre filastrocche: così la geografia sulle carte e sui libri, dove si imparavano a memoria le produzioni del suolo, senza sapere cosa fos-sero, p. es. torba (1). Insomma s' imparavano prima i segni, senza sapere a quali realtà dovessero servire: la grande premura era d'imparare quelli, come se dopo l'esperienze sensorie potessero mancare; mentre pel fatto della contemporaneità delle impressioni diverse e della legge di solidarietà centrica nell'individuo sen-sibile, sono inevitabili. Tutta l'educazione in somma era in opposizione al processo eterno della mente, per cui bisogna prima subire le impressioni: in esse è il fatto ESSENZIALE; poi il segno di queste, ch' è sempre fatto ACCESSORIo, di cui si potrebbe anche far a meno.

Ora l'applicazione esclusiva sui segni, anzi che sulle cose, è deleteria per la mente. Gli nomini che avrebbero delle facoltà potenti, non avendo conosciuto il vero campo dove usufruttuarle, le sciupano in artifizii di sottigliezza: in que-st' epoca stessa in cui abbiamo veduto ingegni educati a quella maniera sciolti dai pregiudizii, non seppero se non darsi alle speciosità metafisiche. Versando sempre sopra gruppi mnemonici, idee astratte, anzi che riposarsi sulla osservazione fatta coi sensi, arrivano a certe distinzioni illusorie da smarrire la nozione della propria coscienza, a persuadersi di conoscere ciò dove è impossibile il più lontano iniziamento p. es. l'idea dell'essere assoluto e di staccarla dal tempo e dallo spazio. Come è possibile vedere, toccare gli oggetti ec., senza provare nello stesso tempo il fatto della loro esistenza? L'idea dell'essere non è se non una reminiscenza nostra relativa a tali e tali modi in cui le cose ebbero a cagio-narci delle impressioni, è come l'idea della bianchezza che non può se non comporsi delle sensazioni provate per opera dei corpi bianchi, è una qualità ch'io ho suggettivamente staccato dalla sostanza, ma che in fatto oggettivamente non può di quella staccarsi, e che sempre fu necessario che prima la sostanza operasse sopra di me, perchè l'astraessi. Può dirsi che l'idea d'essere è affatto soggettiva

(') lo l'ho ripetuta certo delle centinaja di volte, quando era chiamato dal maestro,

senza aver mai saputo cosa fosse.propria, fame, sete, dolore ec. e delle sensazioni di relazioni cagionate dai contatti avuti coi corpi esterni. I metafisici portano per argomento dell'esistenza delle idee per loro stesse che p. es. io posso avere un corpo presente, vederlo e nello stesso tempo pensare a quello stesso corpo. In questo caso non si tratta

se non di reminiscenza della sensazione stessa continuata immediatamente a

quella, ed alla quale reminiscenza si associeranno probabilmente reminiscenze d'altre sensazioni provate per opera di quel corpo in altre occasioni fuori di quella della sua presenza, p. es., se si tratta d'un cubo, la ricordanza delle sue sei faccie, che contemporaneamente è impossibile di vedere.

Ai danni venienti dal predominio dei segni si riferisco la tirannide nella

prescrizione di certi segni soltanto, e nella proscrizione di altri dati, ammini-

strata dai puristi.

Segni giù esistenti applicati erroneamente, nomenclatura e classificazione dei suoni articolati affatto estranca al meccanismo che li produce.

In sanscrito chiamasi sibilante della classe cerebrale il suono & (*) rappresentato in italiano scrivendo sc, in tedesco sch, in inglese sh, in francese ch (*), in ebraico u scin, in arabo i, che si pronuncia spingendo l'aria vocalizzata tra l'acie dei denti incisivi combacianti. Qual nozione si può fare uno di questa nomenclatura, cerebrale, mentre si tratta d' un suono eflettuato dai denti?

Mentre A p, 9 ph, a b, 27 bh, E m chiamansi labiali, a o si pone fra le semivocali (3) con U y, ¿r, a l. Qual idea si può farsi di questo nome?

Non pel fenomeno, perchè non saprei per qual cagione non potesse dirsi semivocale il b od il t: non per l'organo che le produce, perchè r, l sono prodotti dalla lingua, o dalle labbra o dalle labbra coi denti; non pel modo d'azione, perchè per y s' innalza il dorso della lingua, per r si fa vibrare l'apice, e per 1 si posa l'apice contro l'arcata alveolare degli incisivi superiori. Dicesi semivocale

pure l'j (*).

Bopp chiama il o tönend = intronante e l'f dumpf = ottuso (*): certo gli è ch'è lo stesso meccanismo ed effetto simile, ma inveco lieve pel v, forte per l' f; chiama il b tönende labial (°), e p (gr.) tenue, e b media (*); anche qui p è l'effetto forte, b il debole dello stesso meccanismo. Il c palatino si definisce per lettera tenue e g palatino per lettera media (*); ma gli è certo che per c si hatte con più forza, e per g con meno.

(') Bopp Vergl. Gramm. I, 40. 86. (3) Come in chien, chasse.

(*) Bopp ivi p. 44, 184, 262.

(*) Vorrede ivi XIV.

(*) Vergl. Gramm. I, 156, g. 93. (*) ivi I, 171.

(*) ivi 182.

(*) ivi I, 6t.dove è sempre tutto l'opposto. § (sanscr.) si definisce « eine tönende (intro-nante) d. h. weiche aspirata » = cioè un' aspirata molle (;). Bopp dice che in bröthrs, bröthr (got.) si può considerare come vocale, quasi colla stessa ragione come in brâtr-byas (sanser.) (*).

I grammatici siri classificano l'i fra i suoni dentali; dove, per pronunciare i, i denti non hanno alcun disturbo, sono in perfetta vacanza, ponno stare al loro posto e ponno allontanarsene quanto li portano le mascelle: dicono il t semivocale.

Nella classificazione delle lettere zend, si confonde il loro valore attuale con quello che avevano prima e che più non hanno p. es. nei dittonghi si pone 0, E e insieme con du ai: Ai è appunto un dittongo (duo @Jóyyos) perchè risulta da due suoni a ed i; ma,é, è un suono unico. Che sia risultato dei due suoni a ed i, che cioè le parole che ora si pronunciano per é una volta si pronunciassero per ai, questo non ha a fare colla sua entità attuale. Così si pone l fra i suoni sibilanti (*) forse perchè è il resto d'un suono sibilante, come è un resto di quello lo spirito aspro dei Greci.

Così Bopp (°) chiama vocali FEr Fi dopo aver definito che sono il resto di ar, ma che il suono è r: sicchè in realtà non sono se non forme grafiche che servono all'etimologia, accennando che una volta, oltre il suono r, c'era una vocale, ma che ora non si pronuncia (*): dunque la classificazione di questi suoni fra le vocali rappresenta una fallacia: il nome applicato è contro la realtà della sua natura. Effetto di quelle vecchie classificazioni, la cui nomenclatura non dà nozioni reali, si è di smarrire la vera pronuncia; p. es. si crede che (gr.) si pronunciasse ds (*): ¿ è un suono semplice di posa dell'apice della lingua contro la parte interna inferiore dei denti incisivi superiori. Poichè le classificazioni dei suoni non hanno un dato costante, come p. es. la parte dell'organo artico-latore agente, o la maniera di gesto di quello, od il grado di forza, ma sì sono classificati insieme suoni il cui processo è diverso, è falsata la loro definizione ec.; così le teorie delle leggi degli scambii tra un suono e l'altro, non basandosi sopra un fatto naturale, ma sopra una divisione arbitraria, ponno appena convenire con ciò che succede. P. es. si mettono sotto una sola classe detta delle liquide 1, m, n, r, dove la prima è linguale sostenuta dell'apice della lingua, la seconda labio-nasale, nella terza si comprendono due gesti diversi, uno naso-linguale del-l'apice, l'altro naso-linguale del dorso della lingua; la quarta è effetto d' una vibrazione della parte libera della lingua. Ora, per quanto questi suoni si pon-

(') Vergl. Gramm. I, 258.

(*) ivi 171.

(*) ivi I, 4.

(*) Bopp V. Gr. I. 92.

(*) ivi I. 234.

(*) Nella nota ivi ripete appunto che e è la contrazione di ar.

(*) Bopp V. G. L, 117.le leggi dedotte da quelle classificazioni non si avverano, p. es. la legge d'equi-librio, d'onde cangiamento della tenue in media ec. ('). Nella nota stessa apposta sono le eccezioni che mostrano abbastanza l' insussistenza di quella teoria; quantunque alcuni fatti sieno veri, p. es. che o (lat.) si cangia in i, ciò che Bopp dice indebolimento (*).

Di queste applicazioni di segni che non convengono colla entità che devono rappresentare, succedono esempii tuttodi nelle nomenclature scientifiche, dove si compongono parole prendendo dal fondo del lexicon. La ragione risulta dal processo per cui succede questa composizione, riferito da Raspail: poichè gli scien-ziati, naturalisti, chimici ec., per dare un nome alle loro scoperte, ricorrono a qualche membro dell'accademia di archeologia o ad un filologo, che spesso non può capire ciò che si vuole indicare, perchè gli mancano le nozioni della scienza relativa. In questo modo p. es. parole che non hanno se non valore intransitivo si pongono per indicare un'azione d'un corpo sopra d' un altro ec. (*).

Abuso nei rapporti tra il segno e cio che da quello si rappresenta.

Confusione del segno con ciò cui si riferisce.

Di questa specie sono continui esempii nelle grammatiche, dove si trattano in solido fatti relativi alla lingua e abitudini di scrittura: come se parola e maniera di farla ricordare per segni ottici fossero coeve e solidarie. Nelle grammatiche delle lingue semitiche si comincia dal dire che le radicali sono trilittere, per-chè moltissime parole nella forma più semplice si scrivono con tre sole lettere: ma in fatto possono nel suono essere costituite da cinque o sei, ed anche da meno di tre p. es. 72% si scrive con tre lettere, ma la parola pronunciata è sciamár che vuol dire è di cinque suoni, Tie si scrive con tre lettere, ma la parola pronunciata è or, cioè consta di due suoni.

Nelle grammatiche di lingue comparate col sanscrito si mesce pure il fatto fonetico coi segni grafici: si rende ragione delle forme anteriori alle parole, anche attuali delle nostre lingue, per guna (segno di rinforzo) per anuswara ec. (*).

Ragionando a questa maniera dovremmo fidare nell' ortografia delle varie nazioni per giudicare delle forme originarie: p. es. in francese, dove si trovi accento circonflesso, si dovrebbe credere che fosse andata perduta una lettera, in dôme si crederebbe che prima fosse stato dosme; in italiano, trovando pt nella Iapide del 1247 ch'e in Pisa (per tt) nelle parole che hanno fatto l' assimilazione

(') Bopp V. G. 1, 182.

(*) Chimie Organique Diastase

(*) Bopp V. Gr. 1, 186. 255

(*) ivi I, 287.di ct si dovrebbe credere che prima fosse pt, p. es. che si dicesse lapte quello che ora è latte (da lacte lat.). I grammatici di lingua greca applicarono il nome di un segno grafico appropriato ad un suono, ad un altro suono eterogeneo:

due gamma (=g) ('); e invece si è, perchè il gamma rappresentasi con due linee l'una verticale e l'altra posta orizzontalmente da sinistra a destra sulla sommità di quella T, e quest'altro suono ha per segno, oltre questa linea oriz-zontale, un' altra parallela a quella inferiormente, F, onde parrebbe corrispondere alla figura di due I' (gamma) uno sotto l'altro f. Nell'alfabeto cipto dicesi shima (certo fatto da aiqua) un carattere che rappresenta il suono g (gutturale):

sicché nel nome non entra il suono che vuole indicare.

Trattamento del segno come se fosse esso la cosa stessa, che a noi deve far ricordare.

In questo processo consiste il Logogrifo p. es. « Mitto tibi navem prora puppique carentem»: dove la parola navem si considera come se fosse la cosa nave, e si chiama prora la prima sua lettera, e poppa l'ultima.

Pervertimento esplicito della forma del segno, così che si cangi in un altro.

Anagramma. Dappoichè il significato non va riferito se non a quella forma che ha il segno, è chiaro che, se anche adopero gli stessi elementi di cui si costi-tuisce, ma che li componga in altro ordine, così che il composto sommario venga ad assumere la forma d'un altro segno, questo è un uso del tutto illegittimo, per cui la rappresentanza che va ad acquistare nulla vale: non potrà mai un anagramma avere un proposito significativo equivalente alla realtà.

Paronomasia. Lo stesso dicasi quando, invece di trasporre gli elementi dei quali si costituisce il segno, per ridurlo alla forma d'altro, se ne aggiungono o se ne tolgono per la stessa intenzione. Perciò chi per anagramma o paronomasia intendesse di dare un dato significato ad una parola, mentre crederebbe di far prova di spirito, mostrerebbe di non sapere perchè servano le parole: quindi gli uomini di senno, se anche non ne definiscano a loro stessi la cagione, in questi giuochi di parole sentono un che di falso che li disgusta.

Intrusione di segni non necessarii. L'abitudine dei pedanti di parlare inserendo frasi di autori: per questi passi sostituiti alla forma corrente, relativa al

(') Immaginatevi che in italiano si nominasse l'f due Ge.distrazione, perchè è quasi impossibile che il pezzo intarsiato corrisponda esattamente al concetto; ne può essere espresso od inteso più o meno di quello o con qualche varietà o non con l'identica intenzione.

• Applicazione di segno incompetente, fuori di proposito.

Una vera impostura è nell'abuso dei segni, come se indicassero ciò che in fatto non intendono. A questa si presta la lassezza dei rapporti che le parole e le loro combinazioni hanno coi concetti. Questa specie d'abuso talora è nelle cita--

dove la mente non è buona, è malvagio anche l'animo » (d' onde si dedurrebbe che quindi chi lavora a render retta la mente, contribuisca anche a rendere migliore l'animo) (*), mentre questi due membretti non sono in alcun rapporto di premessa e di conseguenza: Terenzio non si sognava neppure di enunciare una sentenza. Ivi il vecchio Simone interrogato da Sosia (a cui egli raccontava tutte le cospirazioni del servo Davo, alleato a suo figlio contro di lui) perchè il servo lo facesse così arrabbiare, dice che lo fa così « per sua mala indole, per cattivo cuore». In questo modo si fa dire agli autori tutto quello che si vuole, e così le parole trovate nei testi servivano di sostegno e di prova alle tesi, specialmente dove l'uditorio era già preparato alla credulità.

Interpretazione preconcetta.

Lo stesso processo d'abuso si manifesta nell'interpretazione dei testi tenuti come autorità a cui non si può ribellarsi, secondo l'opportunità d' una qualche maniera di considerare. le cose. N' ebbimo esempii continui nella nostra età, quando si voleva conciliare le scoperte naturali colla cosmogonia del Berescid.

Gli autori ponevano ogni studio per mostrare che le ultime teorie scientifiche erano in accordo con quella e che qualunque espressione della Bibbia poteva confrontarsi colle cognizioni dei naturalisti. Quella specie d'internunci si era formato il concetto che tali espressioni fossero come formule comprendenti sentenziosamente da una parte i fatti generalissimi della costituzione del mondo, e dall'altra parte, per necessità, fossero come tanti enigmi profetici che volevano procurare la sorpresa della loro spiegazione precisamente in un tal anno per un tal Membro della Accademia Reale o Imperiale; presso a poco per quel processo (*) Ciò che d'altronde è vorissimo; non ha bisogno dell'autorità d'una sentenza,canone della suprema autorità di Roma, per essere letto nel 185.3 dal P. Gian-pietro Secchi che, visitando il tesoro della basilica marciana in Venezia, avrebbe guardato sotto l'orlo di quel sedile marmoreo (*). La concisione di quegli oracoli risguardanti la fisica, e la latitudine data ai commenti, fanno per buona sorte che, come si sono interpretate le epoche geologiche di Cuvier (*), potrebbero servire ancora per altre venti volte per attestato di lealtà ai naturalisti venturi.

Penserei pure che, se venisse la curiosità di interrogare in proposito di scienza il Corano, poco più, poco meno, di rado si troverebbe che desse delle mentite scoraggianti. Infatti, se p. es. una delle sei giornate della creazione, composta di sera e mattina (*), può voler dire delle miriadi d'anni, perchè non potrebbe In giumenta Borak essere figura delle specie paleontologiche?

l'so prepostero dei segni. Fissazione dei segni, prima d'avere i concetti e le nozioni, per costringere in quelli i concetti futuri. Apprendimento dei segni prima delle nozioni cui si riferiscono.

Partiamo dal fatto eterno che il segno, perchè possa servire, deve essere posteriore alla cosa cui si riferisce. Esempio di questa maniera d'abuso abbiamo nelle rime obbligate, e tante volte con esasperamento delle condizioni p. es. in quelle canzoni del Petrarca, dove per tutte le sestine si ripetono sempre le medesime parole finali, ma sempre in un altro ordine nella serie dei versi. Come è possibile che a questi ordini preposti di maniere d' esprimersi esistano sentimenti e pensieri corrispondenti in quello che a tal legge si sottomette? In tutti questa casi il concetto che appare è l'ultimo risultato del coercimento delle parole in quelle condizioni di numero, di pieli, di accenti e di posto nella serie.

Altro fatto d'uso prepostero dei segni è nel metodo d'insegnare le lingue straniere la cui scrittura è diversa da quella a cui è avvezzo lo scolare. La scrittura è segno grafico dei fenomeni acustici prodotti dall'apparato vocale articolatore dell'uomo. Deve dunque usarsi in rapporto a dati fenomeni acustici già noti. E in fatto così si stabili il suo servigio primieramente. L'uomo, vedendo dati segni, era portato a ricordare dati suoni o successioni di suoni già noti: altrimenti, se quei segni si fossero riportati a suoni da lui non conosciuti, mai

(*) La Cattedra di S. Marco Evangelista e Martiro conservata in Venezia entro il tesoro marciano dello reliquie, riconosciuta e dimostrata dal P. Giampietro Secchi della

Compagnia di Gesù. Venezia Tip. Naratovich 1858.

(*) Moyse et la géologie.

( 2 การาษา7avrebbe potuto capire che volevano indicare appunto quelli. E così quando s'insegna ai fanciulli a leggere, essi sanno già una quantità di parole della propria lingua, e i caratteri che apprendono si fissano nella loro mente riferendosi a quelle; sicchè esiste l'addentellato di reminiscenze di suoni, alle quali si continuano le nozioni delle corrispondenti lettere. Ora, quando s' insegnano lingue la cui scrittura è con caratteri diversi da quelli che già conosce chi la studia, il primo giorno gli si presentano appunto le scritture nuove che fanno rabbrividire, come i caratteri delle lingue semitiche, della sanscrita, della chinese ec., e si comincia dal volere che impari a leggere quelle, dove, oltre la novità assoluta dei segni, v' e la complicazione nel loro uso, e l'incertezza talora della loro rappresentanza. In questo modo per lo studente va perduto tutto il profitto, che trarrebbe dall' identità o somiglianza di parole della nuova lingua con quelle che già conosce. Egli

comincia

dall' imparare segni di ciò che non sa cosa possa essere: perciò l'inte-

resse primo si rivolge a questi segni, come se stesse in essi l'entità, perchè la loro relazione non può conoscersi se non molto tempo dopo. Per seguire pertanto il processo naturale, e quindi diritto, dell'apprendimento, farebbe d'uopo presentare prima i testi di queste lingue trascritti, onde il primo giorno tosto potessero gli studenti far pratica col materiale stesso della lingua, che non consiste già nella scrittura, ma nella voce: andrebbero via riconoscendo una quantità di parole uguali o simili a quelle che già conoscono: cosi si restituirebbe tutta quella parte di continuità che di fatto esistesse fra la lingua nuova e quelle che già si sanno, per identità o per somiglianze etimologiche: poi dalla conoscenza di queste, venendo la persuasione che non si tratta di studio eterogeneo, spietato di cose diverse da quelle che si sono apprese, si andrebbero imparando parole nuove pel loro succedersi contingentemente a quelle che si sono già capite; e poi, quando si avesse gia un fondo lessicale, si potrebbe passare alla lettura nei caratteri originali; perchè la conoscenza delle parole condurrebbe a capire, come si debba leggere, dove si trovassero scritte; e certo farebbero molto indovinare, dove i segni grafici lasciano nella incertezza, perchè incompleti o di varia rappresen-tanza. Così p. es. noi, vedendo le cifre di abbreviatura, indoviniamo l'intere parole che con quelle si vogliono indicare, perchè già queste parole conosciamo; ma altrimenti come potremmo riuscirvi? Se invece si volesse imparare la sola maniera di leggere quei tali caratteri (e non le lingue relative) ciò che p. es. potrebbe bastare volendo istituire degli impiegati alle biblioteche; si dovrebbero scrivere coi sistemi grafici della lingua sconosciuta opere scritte nella lingua che già si conosce. In somma sempre mantenere la continuità, in quel primo modo, col mezzo della scrittura nota, alle parole nuove; in questo, col mezzo delle parole note, alla scrittura nuova.

Il posto nella serie dei segni, e nel loro uso, è forse il fattore della massima importanza nell'educazione. In tutta quella parte di sapere che non si ap-prende direttamente coi sensi (come nei fatti fisici e quindi nelle scienze naturali nella maggior loro estensione) quando s' insegnano come si deve, tutto si fa col

mezzo dei segni. Bisogna pertanto che i segni si riferiscano a nozioni reali che già si hanno, e che sempre si continuino a queste: onde i segni da quelle più lontani si congiungano ad altri, pei quali retrocedendo si arrivi fino alle nozioni reali stesse, senza delle quali, il segno appreso per sè non può che ingombrare la mente, e danneggiarla, pervertendo la sua direzione, ed illudendola.

Il segno è una parte qualunque d'un tutto, che ripresentasi ai nostri sensi, e quindi inizia a ricordare il resto che manca per essere uguale al tutto: questa parte dunque, perchè abbia l'effetto mnemonico, deve sempre succedere all' esperienze sensorie che s' ebbero del tutto. E sarà impossibile che, presentata prima del tutto, possa far conoscere quello. Ebbene questo processo prepostero, per cui si vuole che il frammento faccia conoscere il tutto che non si è veduto, è quello che vige nell'istruzione: dove si fa precedere la teoria alla pratica: dove s'inse-gnano le lingue, senza dar nozioni delle cose: dove s'insegna la grammatica delle lingue straniere, senza conoscerne il fondo lessicale: dove s' insegna a leggere i caratteri d'imperfettissima rappresentanza fonetica di lingue, di cui non si sanno le parole. Forse l'uso dei segni, in un'epoca cosi distante dall'occasione dei fatti reali cui si riferiscono, che si perdette la continuità dai segni a quella, è la cagione più estesa degli errori della mente e della sua falsa direzione.

Nell'apprendimento dell'aritmetica s' imparano i segni, senza sapere la ragione reale della esistenza cui corrispondono, e s'imparano certe leggi di collocazione di quelli per venire alla scoperta di fatti reali, senza aver visto prima come questi fatti reali succedano. P. es. imparando a memoria le formule della moltiplicazione, la tavola pitagorica, lo scolare, che vi sa dire che cinque via sei fa trenta, non ha mai preso, supponiamo cinque sassetti

e poi aggiunti

a quelli cingue,・・・・・

per altre cinque

.....

volte

( . .

onde si sarebbe accorto del fatto appunto che vi sa dire: nel dirvelo dunque egli non ha in mente se non il segno, cioè le parole colle quali si esprime, non la necessità naturale, ch'egli narra come se fosse qualche cosa di dogmatico. Così, imparando le regole di collocazione delle cifre arabiche per fare le operazioni p es. della somma, cominciando a contare a destra, non ha mai messo tanti mucchi nella serie, quanti corrispondono al loro valore di unità, di decine, di centinaja

ec., p. es.

decine una unità sei

= 16decine due

unità due

....・

,= 22

  • ・・・・
  • ・・・・

..... ,

onde, fatta la somma, dovendo conservare l'ordine di collocacazione, si sarebbe accorto che, per fatto necessario nella prima linea a destra non sarebbero restati se non otto di quelli oggetti, p. es. sassolini, e che quindi a sinistra erano già trenta, sicchè il risultato in cifre (38) non & se non il fatto stesso

・・・・・

...

-....

...

・・・・・

・・

.....

・・・・・

.....

Ora questo è grandissimo vizio nell'educazione. Il fanciullo, che impara que ste regole di aritmetica, d'una necessità eterna assoluta, contemporaneamente

p. es. alle regole di sintassi, del bel dire ec., dove è autorità che può variare ad ogni momento, e dove sono più le eccezioni che le regole,, non può distinguere ciò che è necessario e vero, da ciò che può mutarsi: mette tutto nella stessa linea, obbligo d'imparare e conoscenza sicura, e non può definire la scienza, non può capire la corrispondenza della nozione colla realtà: e di più crede che

la superstizione della potenza dei numeri; se gli uomini avessero continuato a contare sulle dita o coi sassolini, non sarebbe nata la cabala.

Le scuole che danno l'insegnamento dei segni, senza che si abbia da chi li apprende la cognizione della realtà cui si riferiscono, e che non fondano questa istruzione sulla conoscenza del processo naturale dell'intelletto, sono le officine d'onde escono i pedanti che hanno la missione di far dispettare gl'ingegni, e di fare che la capacità degli uomini si consumi in iscrupoli. Tali sono le scuole di grammatica, di retorica, di storia, come ora si danno ai fanciulli, che non sanno cosa sieno fatti umani, e ai quali non si fa riflettere sulla naturalezza dei fatti, d'onde furono redatti quei precetti, di cui non sospettano altra ragione, se non l'obbligo loro imposto di apprenderli.Segni di cose fantastiche, adoperati per ricordare cose reali.

Tra gli abusi dei segni e da riferire l'applicazione simbolica di favole per servire di segno a cose reali, p. es. nei jeroglifici egizii il Cigno, per indicare un musico vecchio, la Fenice per rappresentare il sole (*). Questa applicazione è un effetto della miscela che si fa nella mente delle percezioni avute per mezzo della oggettività, colle reazioni intellettuali succedute a quelle. Quantunque queste sieno posteriori e conseguenti, s'identificano nell'atteggiamento della coscienza cosi da non distinguere più le due origini, una oggettiva concreta, l'altra soggettiva di composizione contingente, sicchè le percezioni reali e queste reazioni si fanno soli-darie; come quelle determinano queste, gli effetti di queste sono capaci di riprodurre mnemonicamente quelle. Di più, una volta che siavi un linguaggio signifi-cativo, cioè capace di suscitare le reminiscenze, le narrazioni ricevute hanno la stessa efficacia delle nozioni che ogni individuo si procura coi proprii sensi, quindi mnemonicamente si fondono; si risuscitano tanto quelle, come queste. Nessuno certo degli Egizii vide la fenice; ma poichè fin da fanciullo ogni Egiziano senti nominarla, parlarne come se qualche altro l'avesse veduta, la mente di chi aveva sentito parlarne trattava questo concetto, come quelli delle cose percepite coi proprii sensi: il segno, destando reminiscenze di sensazioni proprie, si equipara alle sensazioni stesse. Intanto l'esistenza del segno mantiene nella falsa nozione; nè si pensa ad abolire l'uso imprudente: sul basso rilievo della tomba di Vaccà Berlinghieri, ch' è nel Campo Santo di Pisa, fatto da Thorwaldsen, per simboleggiare la valentia del defunto nelle operazioni d' oculistica, è scolpito Tobia che per ridare la vista al padre, gli applica sugli occhi il fiele del pesce trovato.

COROLLARII DELLA CONOSCENZA DELL'ENTITÀ DEI SEGNI.

Rettifcazione di giudizii.

alla cognizione del rapporto unico possibile del segno colla mente, perchè succeda l'intelligenza, che cioè fa d'uopo che susciti delle ricordanze, e quind non è efficace se non in quanto si riferisce al passato: ne viene la riflessione dell' assurdità di tutte le spiegazioni dei fatti avvenuti anteriormente a dati altri, come se quelli volessero significare questi, come si fa nel misticismo. Ancorchè quei fatti fossero successi per questo scopo, chi poteva capirli? e se nessuno li capiva, perchè continuare a farli? un Chinese che venisse in uno dei nostri

') ‹ Phoenix in hieroglyphicis Hori dicta solis symbolum » Spanhew. Us. et Praest.

Yumism. L. III. Diss. II, p.villaggi e che si mettesse a parlare, poichè si fosse accorto che nessuno lo intende, si darebbe pace, risparmierebbe « amplius aures

Vocis inauditos sonitus obtundere frustra ».

Profitto dei segni.

Dal modo d'azione dei segni si deve trarre il profitto maggiore possibile, evitando tutti i danni che a quest'azione aderiscono. Il primo mezzo si è la conoscenza precisa, definita di tutti questi danni, avvertendo il processo per cui si originano. In questo modo si rettificano tutti gli errori che da quest' azione si sono già prodotti negli individui, e fissati si tramandarono col frutto sopra il capitale di generazione in generazione; e si preserva l'umanità dall' incorrere in altri per la continuazione dello stesso processo.

Dalla nozione adeguata dei segni, della loro origine, del loro modo d'agire sull' uomo, si può dedurre gran parte dell' educazione con sicurezza assiomatica.

E prima di tutto, che, per apprendere, bisogna agire sui sensi, anzi che dirigersi all'intelletto.

La diversa efficacia mnemonica dei segni può servire allo studio d'analisi dei diversi gradi delle reminiscenze: prendiamo per esempio il segno in una data pagina d' un libro. Viene in mente che si è messo il segno in quella:

I. Ma non si ricorda più cosa si volesse notare,

II. Si ricorda ciò che si voleva notare, ma in confuso: p. es. non si sa

se la proposizione sia positiva o negativa.

IlI. Si ricorda il senso, ma non si ricordano le espressioni, o si ricorda

qualche parola entrante, ma non il senso.

Non solo dalla nozione adeguata dei segni si deve dedurre il metodo di usarne con maggior profitto, ma sì rettificare tutto ciò in cui è difetto proveniente dai segni. E prima di tutto si deve ridurre al numero necessario tutti quelli che esistono, quindi togliere tutti quelli inutili, e dove esistono varii equivalenti, serbarne uno solo, quindi, quanto ai segni grafici, di tutte le varietà di forma che esistono nelle maniere di scrivere delle varie nazioni, si deve serbarne una sola, la quale comprenda tanti esatti rappresentanti grafici, quanti sono i suoni prodotti dall' uomo col suo apparecchio aereo-articolatore. In ogni altra applicazione di segni, si deve sgomberare più che si può la via, come fanno i matematici moderni, che tendono a rendere l'uso dei segni più raro, affidando molti processi al raziocinio; quindi si simplificano le formule.

Poiche i segni non hanno efficacia nelle nostre operazioni intellettuali se non indirettamente, cioè in quanto si riferiscono alle sensazioni originali che abbiamo subite, bisogna sempre dimostrare, in tutte le maniere d' istruzione che si danno coi segni, la realtà cui si riferiscono; e, nel caso, che col mezzo questi segni si arrivi a risultati nuovi per la mente, così che questi si attribuirebbero ai segni, bisogna far vedere come succeda prima questo nella realtà, e per quali ragioni si arrivi a conoscere queste verità reali col mezzo dei segni.

I computi che prima si imparava a fare coi sassolini, dove il numero delle pietruzze corrispondeva al numero reale delle cose delle cui quantità premeva conoscere il rapporto, si apprendono ora, come abbiamo notato, ciecamente per formule di segni collettivi di differente valore secondo la loro collocazione, la pratica delle quali formule dà risultati veri, cioè perfettamente uguali a quelli che succedono nei rapporti di aggiunta e di sottrazione alle quantità in natura. Si apprendono quindi le formule dogmaticamente, senza domandarsi come avvengano

•quei risultati che ci fanno scoprire più brevemente coi segni arabici delle nozioni che si potrebhero acquistare coi sensi. Quelle formule servono per l'uso della vita e questo si crede bastare; ma non si pensa al difetto della mente di chi adopera quelle formule senza conoscere perchè l'uso di quei segni in quella data maniera (durante l'impiego dei quali il computante si abbandona a quelli come un cieco alla sua guida fedele) dia risultati corrispondenti alla necessità reale. Dal fatto reale a ciò che si ottiene col mezzo delle formule evvi un abisso, per l'ignoranza tanto del perchè cosi succeda con quegli schemi di cifre, quanto, e più, del modo come si pervenne ad inventarli. Quest' ignoranza, come in ogni caso, è già un gran danno per sè assolutamente, ma qui si aggiunge quello d'indurre una soggezione alla cieca abitudine nell'accettare dei precetti, soggezione dannosissima, e in questo caso appunto, perchè questi precetti, di cui non potete spiegarvi la ragione, vi conducono a soddisfare la vostra curiosità infallibilmente, onde vi trovate oppresso da una specie di mistero potentissimo: non è meraviglia che perciò nelle idee e nei terrori che gli idioti hanno della magia c'entrino sempre i numeri. Tanto più è dannosa, quanto l'apprendimento di quelle formule misteriose e possenti succede nella prima età, e, continuando a servire nei bisogni della vita, di rado viene il momento di porsi a ritlettere su quelle formule, ad investigare la ragione per cui danno quei risultati. Tutto succede perchè è tronca per lunghissimo tratto la continuità dalle origini di quegli accorgimenti delle generazioni antichissime sui fatti di rapporto delle quantità reali tra loro, e dalle origini dei segni per rappre-sentarle, col progresso del servigio diverso attribuito a quei segni, d' onde la speditezza nelle deduzioni. È per l'apprendimento di quelle formule così senza che se ne spieghi la ragionevolezza analiticamente e storicamente, che i giovanetti di vivace ingegno per lo più in matematica restano indietro; se anche non hanno l' esplicita conoscenza della causa della loro avversione, quell' obbedienza meccanica ad operare sopra le cifre per le cifre stesse non può che disgustarli: invece vi riescono i giovinetti pazienti che non istudiano, se non perchè il maestro dà la lezione da imparare a memoria. La restituzione quindi di questa continuità

dall'origine, , e la dimostrazione analitica del modo in cui i risultati delle formule cifre vengano a convenire con ciò che succede nella necessità, toglierebbe l'inerzia intellettuale per questa parte, e invece di approfittare di un enigma, segnerebbe il parallelismo tra i fatti esteriori oggettivi e le operazioni della mente che giunge ad ajutarsi con monumenti temporarii. Si dovrebbero analizzare i rapporti tra la realtà numerica, i fatti di somma e di sottrazione, e le pratiche di calcolo coi segni arabici. Nella sottrazione, quando il numero dal quale si deve sottrarre è inferiore a quello da sottrarsi, si toglie da quello che lo precede una decina.

p. es. in 27

19

sottraggo il 9 al 17 e quindi resta del 2 solo 1. In natura il numero che sottrae non va oltre al saziarsi sui numeri positivi, non prende di più; p. es., se da ventisette debbo sottrarre nore, oltre prendere tutto il sette, tolgo due dal venti, ma non già dieci. Come avviene questa diversità di processo tra la na-tura, e il calcolo fatto coi segni, mentre il risultato si nell' una maniera che nell'altra è identico? Egli è pel valore differente accordato agli stessi segni secondo il posto che occupano, onde ogni numero è solo confrontabile con quello che gli è sovrapposto,

p. es. in 27

19

7 e 9 rappresentano delle unità, ed 1 e 2 rappresentano delle decine. Se dunque nella sottrazione fatta col calcolo a segni arabici io, per pareggiare il conto pel 9 da sottrarsi, togliessi oltre il 7, due dal 2 (che là rappresenta 20) resterebbero nel posto delle decine otto unità, onde quando fossi a sottrarre 1 dal numero restato dieciotto, vi sarebbero otto quantità d'altro ordine, da quelle a cui può confrontarsi quell' 1 rappresentante una decina, e queste otto quantità sono dell'ordine delle unità, cioè di quelle che devono pel valore della collocazione dei segni essere poste a destra. E la stessa ragione per cui nella somnia, quando i numeri sommati nella prima linea a destra superano la decina, si riportano a mente per la somma della linea contigua a sinistra:

p. es. in

39

sotto alla prima linea pongo

(anzi che 21) e sommo il 2 con 3, 5, 2, onde pongo il risultato dodici, segnando intanto il 2 nel posto delle decine, e istituendo una nuova linea a sinistra delle due che già vi sono, nella quale i numeri rappresentano un nuovo valore, cioèvigio si devono dedurre delle massime per l' apprezzamento di quelle, e per guardarsi dai danni del loro uso. Bisogna pertanto attendere di non essere illusi dalle fallacie esibite dal linguaggio, dove gli stessi segni servono tanto per indicare i fatti soggettivi come gli oggettivi. Che se noi prendiamo questi segni rifo-ribili solo alla soggettività, cioè alla coscienza speciale di dati individui, per segni corrispondenti alla realtà oggettiva, siamo sulla via dello smarrimento, nella quale è tanto più difficile che ci accorgiamo d' essere, quanto più vi siamo inol-trati: e allora prendiamo per cosa sublime quello che è effetto di disattenzione il modo in cui abbiamo subito le percezioni. Cosi avviene tante volte che delle trasi sinceramente parlate vengano poi a riuscire tesi di assurdità, per colpa di chi le riceve; mentre chi le ha prima proferite non intendeva se non d' indicare fatti naturali. Ora poi su queste interpretazioni sbagliate ostinandosi, non solo si piantano gli assurdi che da tali interpretazioni immediatamente derivano, ma sì si tesaurizzano come dei precedenti che servono di modello e d'autorità per crearne degli altri scientemente.

Dalla conoscenza dell'entità dei segni, ne viene la rettificazione della stima

che si fa della forma, dai pedanti di lingua, in rapporto del concetto.

Conosciuta l'entità della parola come segno promiscuo, che tale riesce per la contemporaneità del suo uso colle impressioni subite, si determina lo scopo di studio nelle lingue morte; deve cioè essere per la conoscenza della rappresentanza di quei segni, per capire gli antichi; ma deve arrestarsi là, non farne un' applicazione d'uso, cioè per parlarle, perche sarebbe tempo perduto, non facendo bisogno per intendersi coi vivi. Non sarebbe da esercitarsi nell' uso di quelle, se non nel caso che per convenzione universale se ne sciegliesse tra tali lingue una per lingua universale in date opportunità, come in commercio, in diplomazia, in scienza.

La rettificazione fondamentale che occorre nel metodo d' istruire si è, che, mentre ora si comincia dall' apprendere i segni (grammatica, aritmetica, storia, letteratura ec.) prima delle cose; non si deve mai apprendere nessun segno per sè solo, ma o deve aver preceduta la conoscenza quanto più completa è possibile della cosa a cui il segno si riferisce, o si deve ad ogni occasione del segno far conoscere la cosa nella miglior maniera, immediata, se è possibile, come p. es., se si tratti del nome d'un animale che si possa aver qui, mostrare l'animale,

• se l'animale non vive nei nostri climi, mostrarlo imbalsamato, od uno fatto iul arte simile al vivo. Così in aritmetica, nessuna operazione s' insegnerà per formula, se prima non siasi mostrato il fatto necessario con tanti corpi reali d'una data forma, p. es. per i numeri singoli, tante palle, pei decupli, tanti aggregati di dieci pallottoline ec. Quando con questo metodo siasi fatta vedere la necessità dei risultati (che poi si trovano colle formule) nelle quantità più piccole, è chiaro che si può far dedurre che lo stesso succede in quelle grandissime dimilioni, trillioni ec. ed in quelle indefinite, quando si conosca il rapporto dei loro dati.

I segni non hanno tutti lo stesso grado d'efficacia: essi vanno scadendo in

questa di mano in mano che si allontanano dal fatto sensorio. P. es.

razione d'un fatto di cui si ebbero altre volte esperienze sensorie serve di segno mnemonico assai più efficacemente che non una regola, la quale pure sia dedotta da date categorie di fatti già noti. Perciò in ogni insegnamento, finchè è possibile, se questi fatti sono sensibili, si devono riprodurre innanzi agli atrii sensorii a cui possono riferirsi: nella loro cognizione sta la scienza maggiore possibile: chi ha quella, ha la scienza: chi invece ha la regola senza i fatti, ha un ingombro

senza conoscere i fatti da cui fu dedotta.

Se i fatti non sono sottoponibili ai sensi, p. es. fatti storici, la narrazione avvicina alle sensazioni relative (per la grande associazione di quelle parole che servono a narrarli, coi fatti sensorii singoli di cui si costituisce l'avvenimento narrato) onde è sempre più efficace della regola, la quale riassume queste narrazioni in astratto e quindi è molto lontana dall'azione sensoria, senza della quale non v ha nozione.

Dalla nozione esatta dell'ufficio delle parole, ne viene l' apprezzamento adeguato che si deve fare della lettura, la quale ora si stima assai più della sua utilità: dappoichè, essendo segno di segno, scade indefinitamente dal vantaggio dell'applicazione immediata dei nostri sensi o della nostra mente ai fenomeni oggettivi e soggettivi. La lettura non può considerarsi se non come una sostituzione imperfetta, manchevole, all'applicazione diretta dell'individuo coi propri mezzi.

Noi impariamo le parole e cosa vogliono dire, perchè dassi di quando in quando l'opportunità di coincidenza di udire quelle date parole e vedere succe dere tali fatti o indicarsi tali oggetti. E in ogni origine di significato delle parole, si fu perchè furono pronunciate contemporaneamente a date circostanze, od alla presenza di dati oggetti, onde, al riudire quelle parole, ci si associa la memoria delle circostanze in cui furono da noi idite. Quando s'abbia quindi ad imparare una lingua straniera, il mezzo vero, naturale è quello di versare fra quelli che la parlano, per l'opportunità appunto di questo processo di udire le parole contemporaneamente alla vista delle cose e dei fatti, alle esperienze sensorie in somma che tali parole vogliono dire, indicare. Quegli invece che non può se non istudiarla sui libri, non ha compresenti le cose e i fatti in serie paralella alle parole che legge; sicche, quando si affaccia ad un libro scritto in lingua straniera, la scena contemporanea è affatto indifferente a quello che vuole indo-vinare, e tutte le sue reminiscenze gli sono inutili, perchè non sa quali di queste

che versa tra la gente che parla la lingua straniera, molte volte non ha di nuovo se non il suono della parola, perchè il significato lo indovina dalla circostanza.

Quegli pertanto che non ha opportunità di conversare colle persone parlanti la lingua straniera ch'egli vuole apprendere, deve cercare di avvicinarsi con arti-lizii a far sì che la lingua ch'egli vuol apprendere agisca sopra di lui secondo il rapporto unico per cui viene capita ogni lingua, cive che le parole agiscano sopra di lui come segni, che quindi si riferiscino a cose ch' egli già conosce, gli suscitino delle ricordanze, e quelle stesse che suscitano alla gente di quella lingua. Deve quindi nei principii affacciarsi a libri dove sa periodo per periodo quello che vogliono dire. So p. cs. in un dato periodo sa che deve entrare il nome d' un dato oggetto e che in un altro periodo pure si ripete, egli audra a trovarlo dal fatto di vedere una data parola stessa nei due periodi, e confermerà il suo sospetto cercando in tutti gli altri loghi dove tal oguctto si nomini, e così, moltiplicandosi i fatti di riscontro tra le nozioni che ha e le parole che devono essere in quel libro, egli si porrà nello stesso easo di colui che sente a nominare un oggetto e nello stesso tempo vede l'oggetto cui si riferisce il nome.

Ma di più quegli che impara la lingua sui libri, oltre questo discapito che ha in confronto di quello che l'apprende versando tra la gente che la parla, ne ha un altro accessorio, che non ha a fare coll'entità della lingua. Uno che non sa una lingua ha due incognite integranti nella parola, il sumo delle parole e i loro significati. Quegli che è costretto ad imparare la lingua ignota sui libri, può avere una terza incognita, il modo in cui una parola si pronuncia: egli vede dei segni grafici che vogliono indicare una data successione di suoni, ma non sa quali sieno. Questo è ovvio anche conoscendo i caratteri di date nazioni, che lasciano incerti, come p. es. il turco. Per rendere più avvicinabile anche questa incognita, che fa più aspra l'introduzione stessa prima di arrivare a ciò che si cerca, bisogna valersi sempre del processo naturale stesso dei segni nell'intelligonza, cioè che i segni sono sempro posteriori a ciò che sta nella mente dell'individuo. Perchè i Turchi leggono bene nelle eircostanze relative quei caratteri che per sè sono ambigui, dovendosi ora aggiungere, ora togliere, ora dare un suono differente alle stesse figure? Perchè già sanno prima la parola, onde quei segni imperfettissimi non ponno far dir loro in quel dato sito se non quella tale parola. E questo fu appunto il processo per cui di mano in mano si andò leggendo nelle lunghe epoche degli stadii d'imperfezione degli alfabeti. Ebbene, il lettore dunque straniero di faccia a scrittura straniera st deve preparare così che quella scrittura serva a lui di segno di parole che già sa: perciò egli andrà a cercuro nei libri i nomi proprii a lui noti.

Non v' ha libro che meglio possa serviro a questi profitti dolla Bibbia. Le sue narrazioni, i suoi concetti sono tra lo più antiche suppelleitili della nostra mente: è divisa per piccoli mombretti, numerati, onde si può fissare la corrispondenziprecisa di data parola della lingua che si vuol apprendere, con data altra: ha una copia lessicale ricorrente di ciò ch'è più ovvio nell'umano consorzio; ha migliaja di nomi proprii.

Pel rapporto unico del segno colle cose, che cioè deve essere posteriore alla conoscenza delle cose stesse, si deduce che nell'insegnare a leggere al discepolo, si deve porgere parole a lui già note e possibilmente che gli sieno pur note le cose nominate p. es. mamma, babbo, e i nomi proprii delle persone di casa, poi degli oggetti di maggior uso.

Credo che i mici lettori avranno cominciato a sospettare quanto guasto abbi portato e porti nell'intelletto umano il modo d'educazione che si ¿ usato finora: serva questo di avviamento a penetrare nella dimostrazione esplicita di un'altra tesi che a questa si continua, cioè della eterogeneità delle dottriue dalla scienza.volto fu prima nome delle immagini delle persone (lat.), cerae, perchè face-vansi di cera (Plin. N. H. L. XXXV. c. 2): onde in luvenale Sat. VIII

« Tota licet veteres exornent undique cerae

Atria, nobilitas sola est atque unica virtus ».

Figure (fr.) e cera, ciera (it.) alludono ad una occasione identica: l'artista in cera dicevasi fictor. Cic. De Nat. Deor. L. III, Fragm. conservato da Lactant L. II. c. 9 « fictor e cera» la prima forma del verbo fingere è

quella persistente in figere = congelare, appunto relativo alla natura della

cera, che dallo stato liquido e molle passa per l'abbassamento di temperatura allo stato solido.

a pag. 34 1. 6 dopo - facevano morire; — si noti - Clement. Alex. Stromat. I

c. V, p. 34.

a pag. 50, nota 3. Neppure l'orecchio dei Latini, già fino dal tempo di Plauto, distingueva, in simili casi di mala e mala, lunga da breve. Nel Miles Gloriosus. A. IV. Sc. VII. v. 25 si giuoca sulla parola amare, verbo, come se fosse à mare

« Maris caussa hercle istoc ego oculo utor minus.

Nam si abstinuissem amare, tanquam hoc uterer ».

a pag. 58 1. 15 dopo — spica - La persuasione che i gruppi di stelle di cui risultano le costellazioni avessero figure corrispondenti ai loro nomi di Toro, di Leone ec. è esplicita nei versi di Cicerone. Fragm. v. 158, dove parla delle stelle che sono tra il Timone della Nave e la Lepre:

...... his neque nomen,

Nec formam veteres certam statuisse videntur.

Nam quas sideribus claris natura polivit, Et vario pinxit distinguens lumine formas,

Has ille astrorum custos ratione notavit,

Signaque signavit calestia nomine vero:

Has autem, qua sunt parvo cum lumine fusa

Consimili specie stellas, parilique nitore, Non potuit nobis nota clarare figura. »

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