Cipriano Giachetti
SCIPIO SIGHELE
IL PENSIERO, IL CARATTERE.
Conferenza detta alla “ Pro Cultura „
di Firenze nel trigesimo della morte
Col ritratto di Scipio Sighele.
Harvey Cushing / John Hay Whitney
Medicai Library
HISTORICAL LIBRARY
Yale University
Gì fi of George Mora, M.D.
SCIPIO SIGHELE.
SCI PIO S 1 G H E L E
nato a Brescia il 24 giugno 1868; morto a Firenze il 21 ottobre 1018,
Cipriano Giachetti
SCIPIO SIGHELE:
IL PENSIERO, IL CARATTERE.
Conferenza detta alla “ Pro Cultura „
dì Firenze nel trigesimo della morte.
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1914.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
1 diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per
tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.
Copyright by Fratelli Treves, 1914.
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Milano. — Tip. Treves.
SCIPIO SIGHELE
Non sembri presunzione se un modesto stu-
dioso, lontano da ogni accademismo ufficiale,
quale io mi sono, pretende far rivivere qui
la figura di un illustre e caro scomparso.
Accade spesso delle persone note che la loro
notorietà sia più di nome che di fatto, che
una personalità simpatica diffonda nel pub-
blico questa simpatia anche se una larga par-
te di quel pubblico conosca solo sommaria-
mente e imperfettamente l’opera che a un tal
uomo ha dato giusta fama nel mondo più
ristretto degli studiosi o degli entusiasti. Spet-
ta allora — io penso — agli amici, anche
Glvchettj. Scipio Sigli eie.
1
o
Giochetti, Scipio Sighele
umili, far la luce su quanto di bello e (di
buono conobbero di questi uomini, che hanno
avuto la fortuna di avvicinare e di amare ;
spetta ad essi l’atto di pietoso omaggio in-
teso a far partecipare con più sicura co-
scienza le persone d’intelletto a questo culto
verso una memoria, che è sacra agli intimi
non solo per le qualità d’ingegno ma anche
c più per quelle di cuore che onorarono nel-
l’estinto.
Convien dire, anzitutto, quanto la dirittura
morale di Scipio Sighele sia degna di que-
st’omaggio postumo : l’onestà, la fede, l’entu-
siasmo per ogni buona causa d’italianità e
di umanità sono virtù sue che van ricordata
prima di ogni altra.
E mi si consenta anche di ricordare quale
tempra rara d’amico egli fu : la sua auto-
revolezza e il suo nome non lo avevano po-
sto, come di troppi succede, nella torre d’a-
vorio interdetta ai miseri mortali : fu con
tutti e per tutti : non ebbe le qualità acco-
Rughetti, Scipio Siyliele
inodative e concilianti di chi sa barcamenar-
si, mollo promettere c niente mantenere : non
promise mai invano, non rifiutò mai un con-
siglio un incoraggiamento un aiuto quando
gli parve che una parola o un suo atto di
generosità avrebbero potuto suscitare alcun-
ché di bene.
Ma queste virtù che servono a farci cono-
scere l’uomo sono destinate a rimanere nella
perpetua memoria di chi lo conobbe da vi-
cino ed ebbe campo di esperimentarne la pre-
ziosa amicizia : non possono bastare a chi deve
per necessità considerare sopra ogni altra co-
sa lo scrittore, lo scienziato, ed anche il cit-
tadino per ciò che egli ha compiuto e che
sia di dominio pubblico, per ciò che egli
ha lascialo nelle sue ricordanze, di esemplare
e di non caduco.
Esemplare, intanto, il carattere, che non pie-
gò alle seduzioni della vita politica corrut-
trice e fascinatrice, alle lusinghe di una esi-
stenza più comoda e tranquilla, che non gli
4
Giacihetti, Scipio Sigitele
sarebbe indubbiamente mancata, sei non aves-
se sempre avuto il nobile pungolo del lavoro
e non avesse stimato come un allo dovere (af-
frontare con sereno animo le persecuzioni im-
placabili che il suo amore per il più italiano
paese d’Italia, ad ogni passo gli procurava.
Egli mi scriveva pochi giorni dopo il decreto
di sfratto che lo cacciava per sempre dal
suo Trentino: C’è un’intima profonda con-
solazione nei soffrire per ciò che si ama».
Giacché fu regola sua — raramente seguita
e del resto poco apprezzata nei cenacoli più
evoluti — il conformare la vita e le azioni,
alle opere sue : tutto quello che scrisse è
sincero come quello che fece : non si con-
tentò di dettare dei buoni libri, ma volle dare
dei buoni esempi, perchè la predica di Padre
Zappata non fu mai di grande utilità pub-
blica. Egli ricorda in questo il dialogo di
Epittéto, dove un interlocutore si vanta di
comporre delle graziose commedie e di fare
dei buoni libri : « eh ! amico mio, — gli ri-
Giàchetti, Scipio Sigitele
5
sponde il filosofo, — mostrami piuttosto che
tu domini le tue passioni, che tu regoli i tuoi
desiderii e che tu segui la verità nelle tue opi-
nioni. Assicurami che tu non temi nè la pri-
gione, nè 1’esilio, nè il dolore, nè la povertà,
nè la morte. Senza questo, per quanti bei
libri tu scriva, persuaditi che sarai sempre
un ignorante » .
Dio mio, quanti ignoranti ci sono nel mon-
do letterario e scientifico moderno !
Caduca non è gran parte della sua opera
di scrittore, specie quella che riguarda gli
studi più pensati e più veramente suoi : gli
studi sulla psicologia normale e patologica del-
la folla, quelli sulla morale politica, sulla cop-
pia criminale, sulla teorica positiva della com-
plicità, sul femminismo e le polemiche sul
Nazionalismo che rappresentano quasi da sole
un documento : rappresentano lo stato d’ani-
mo di una gran parte degli italiani in uh
momento storico del nostro paese. Quando le
meschine contese politiche avranno ceduto ad
6
Giachetti, Scipio Sigitele
una più calma visione della nostra forza e
dei nostri doveri, quando non si perderà più
il tempo a discutere l’opportunità di una con-
quista che appartiene ormai alla storia, ma
si parlerà solo di assicurare una prosperità
coloniale e una grandezza internazionale al-
l’Italia, allora i libri di Scipio Sigliele sul na-
zionalismo saranno benefici ed utili. Prima
forse no, finché non ci saremo elevati nel
più spirabil aere del fatto compiuto e del-
f a fl'erm azione indiscussa.
E caduco non è — se non mi sbaglio —
un altro insegnamento che egli détte. In un
tempo nel quale la caccia al denaro, alla si-
necura, alla cattedra è smaniosa, e i desiderii
smodati, quando non v’è studentello che non
ambisca al titolo di professore e non v’è pro-
fessore che non voglia diventare deputalo o
senatore o per lo meno accademico della Cru-
sca, in un tempo di praticismo ad oltranza
come questo, il Sighele se ne stette appar-
talo : non salì la cattedra che pure avrebbe
Giachetti, Scipio Sighele
tenuto con tanto onore, non ambì la deputa-
zione che pure gli era stata offerta, non for-
nicò con accademie, con circoli e con cena-
coli. Debbo dir la pura verità? Questa è
stata una delle ragioni per la quale il Sighele
mi fu fin dal principio che lo conobbi sim-
patico : la scienza ufficiale mostrava d’igno-
rarlo ? Le LTniversità lo consideravano come
un dilettante? Non importa. I suoi libri in-
tanto andavano per il mondo e vi portavano
molte verità dette con una forma limpida e
piacevole, di cui molli stupivano. La psico-
logia, la sociologia, l’ antropologia, il diritto
non sono cose molto noiose destinate a un
ristretto numero di studiosi ? Come mai esse
potevano esser lette e assimilate da tulli, po-
tevano esser messe al contatto delle menti
colte non specializzate, e interessare un largo
cerchio di pubblico ? Per una ragione sempli-
cissima : perchè il valore delle idee risulta
in gran parie dal modo col quale esse ven-
gono esposte.
8
Giachetti, Scipio Sigitele
Sapete quanti libri bellissimi e profondi sono
nati morti per il loro difetto di forma ? Non
è poi proprio indispensabile essere così sciatti,
ciabattoni, complicati, circonvoluti quando si
espone una tesi filosofica, un principio di psi-
cologia, una legge antropologica, non è poi
sempre necessario affidarsi al fascino feticista
esercitato dai nomoni, dajlle parole difficili,
dai periodi sibillini.
Sigheie prima che uno scienziato era un
artista : per quanto mi dispiaccia mescolare
al suo nome italianissimo dei nomi oltre mon-
tani, non posso tacere che egli ricorda l’Espi-
nas, il Tarde, il Finol, il Ribot, e in certe co-
se anche scrittori di maggior levatura come il
faine. In una parola, egli «sapeva scrivere» ;
ed è proprio questo che molti non gli hanno
saputo mai perdonare. Ma più che altro egli
è stato un entusiasta, un combattente strenuo
per nobili principii scientifici, un difensore
a viso aperto di una bella causa d’italianità
che egli lascia a noi come un retaggio sa-
Giochetti, Scipio Sigitele
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ero. Per ciò gli si attagliano mirabilmente le
parole che egli pronunciava in memoria di
Cesare Lombroso.
« V’è — egli diceva — in questi soldati del-
l'ideale — lo servano essi con la spada o con
la penna, con la fiamma del sentimento o
con le scintille del genio — v’è qualche cosa
di più alto e di più bóllo dell’idea per cui
sanno morire e per cui vogliono vivere lot-
tando e soffrendo: v’è un esempio di sacrificio
e di costanza : v’è l ammonimenlo -- così raro
e pur così necessario in questa nostra epoca
scettica — che la vita è degna e feconda solo
quando con tutta l’anima si creda in qualche
cosa, solo quando questa fede sia l’orgoglio,
la passione dell’esistenza e in questa fede ci
si perda come l’innamorato nel suo amore.»
10
Gjachetti. Scipio Sighelc
«
Solto le bandiere di Cesare Lombroso fece
appunto il Sighele le sue prime armi : dalla
fiaccola ardente di quell’uomo che per un
quarto di secolo agitò le più audaci idee so-
ciali e scientifiche, egli raccolse e conservò il
calore delle sue convinzioni, la febbre della
ricerca e del mirare sempre più lontano. Egli
si trovò, poco più che ventenne, lanciato nella
grande corrente del positivismo, corrente che
allora parea più grossa e violenta di quel
che non fosse in realtà : lo studio dell’uomo
normale, dell’uomo di genio, dell’uomo delin-
quente si trasformava in una se non più rigo-
rosa, certo più attenta disamina : intorno a
quello spirito semper ardens di Cesare Lom-
broso, intorno alla sua intelligenza grande, ma
incompleta, geniale ma spesso ingiusta, one-
sta ma troppe volle tratta in inganno, cresce-
Giachetti, Scipio Sigitele
11
va tutla una scuola : antropologia, sociologia,
psichiatria, psicologia, giurisprudenza subiva-
no l’urlo delle nuove idee. Lombroso, Garofalo,
Ferrerò, Ellero, Ferri.... erano i pionieri clic
sgretolavano le mura massiccie degli antichi
edifizi scientifici, che pure — fra mezzo a
parecchi mattoni vecchi e consunti — non
mancavano del tutto di materiali resistenti al
piccone. 1
A quel gruppo che sollievo tanto giustifi-
caio clamore, tante elevale discussioni, tante
denigrazioni e tanti osanna si aggiunse anche
il nostro Sighele, il quale — anche se fornito
forse di una personalità meno spiccata —
portò subito e conservò ed accrebbe in seguito
una virtù sua propria che valse a farlo di-
stinguere fra gli altri di quella scuola e clic
nc salvò l’opera dal precoce invecchiamento
cui soggiacque la maggior produzione dei po-
sitivisti di quel tempo. Questa virtù era la
più semplice e la più difficile di tutte : il
buon senso. Essa gli ispirò la giusta misura,
12
Ctiacheiti, Scipio Sigitele
il retto criterio nell’ apprezzare il buono, il
mediocre e il cattivo : essa gli impedì di farsi
trascinare troppo oltre dalle teorie seducenti
che sembrano esser le più probabili solo per-
chè sono le prime a venire alla mente e le
più favorevoli ad impressionarla : ma — co-
me diceva Montaigne — dall’immaginazione
ciascuno è urtato e non pochi ne sono addi-
rittura rovesciati. Un uomo di scienza, an-
che se nell’anima sia un artista come il Si-
ghele, ha il dovere di resistere a questi mi-
raggi deH’inimaginazione : perchè l’artista può
far prendere lucciole per lanterne, lo scien-
ziato no : il primo crea, il secondo ricostrui-
sce faticosamente dai fatti e coH’osservazione
quello che succede nella natura : egli ha l’ob-
bligo di non perder di vista alcuni dettagli
ma di non inventarne nessuno, ha l’obbligo
di notare qualsiasi fenomeno, ma non di te-
ner calcolo di quelli che gli appaiono incerti.
Il buon senso salvò Scipio Sighele da questi
pericoli : egli ammirò straordinariamente il
Otachetti, Scipio Sigitele
13
Lombroso, — ed a ragione — ne celebrò l’at-
lività, la genialità, l’onestà indiscussa, ma non
lutto di lui accettò e la teoria più scabrosa da
quella fervida mente escogitata, la teoria della
patogenesi del genio, condivise molto pruden-
temente riconoscendo che le cause patologiche
rischiarano il problema dell’origine del genio,
ma non lo risolvono.
Ma egli tuttavia comprese quale mèsse di
nuove osservazioni poteva costituire l’indagine
scrupolosa dell’individuo, isolalo od unito ai
suoi simili, studialo nei suoi desiderii, nei suoi
sentimenti, nello scatenarsi dei suoi istinti e
delle sue passioni, e magari nei suoi correlali
fisiologici. La folla delinquente è un resultato
notevolissimo di questi studi, è il capo-stipite
di una serie di lavori nei quali c racchiusa
una severa e acuta dottrina che rifugge dalle
superficiali affermazioni e dalle generalizza-
zioni troppo facili.
Tutta l’opera sigheliana sulla folla, dalla
folla delinquente fino alla morale politica, è
14
("ìiachetti, Scipio Sìgìiele
intesa a svolgere e a dimostrare questa legge
generale che le forze morali e intellettuali de-
gli uomini uniti si elidono e non si sommano :
il che equivale a dire che la collettività è
peggiore dell’individuo per quello che si ri-
ferisce alla morale ed è capace di emozioni
e di atti che l’individuo non conosce c non
compie se non in misura più modesta.
I.a condizione psicologica della folla non
può essere quella dei singoli : se non altro
potrebbe bastare a spiegare un tal fatto quel-
la legge indiscutibile che «l’intensità di un’e-
mozione cresce in proporzione diretta del nu-
mero delle persone che risentono quest’emozio-
ne nello stesso luogo e contemporaneamente» ;
il che serve ad illuminare i fatti storici sotto
un nuovo aspetto, serve a darci talora la chia-
ve delle improvvise rivolle, delle rivoluzioni
sociali, che passano come un turbine deva-
statore ma il più spesso purificatore senza
che i testimoni dell’ora tragica si rendano
conto della ragione intima che le produsse.
Giachbtti, Scipio Sigitele
Ma le conseguenze dello studio della folla
se sono interessanti nel campo sociale, lo so-
no ancor più in quello dell’etica. Il Sighele
lo comprese, e riprendendo e rivedendo il suo
libro su «La delinquenza settaria», aveva forse
in animo che questo preludesse a un più
ampio svolgimento del tema : è la folla cao-
tica degli uomini primitivi che dà origine
— per successive evoluzioni — allo slato mo-
derno : ma fra questi poli estremi — la folla
e lo Stato — fra questi estremi anelli delibi
catena dell’associazione umana esistono altri
gruppi : le assemblee, le sètte, le caste, le
classi e ciascuno di questi aggruppamenti ha
caratteri propri e da essi si forma quella co-
sa complessa e indefinibile, sottile e spesso
poco onesta che è la politica. La politica è
dunque il resultato di un lavoro collettivo o
meglio di più lavori collettivi in antagonismo :
lo studio degli aggregati politici ci fornisce
perciò gli elementi per giudicare gli individui
non più come individui, ma come facenti parte
16
G'iachetti, Scipio Sigliele
di una corporazione, di una collettività. Non
c’è da meravigliarsi se un tale studio ci dà
dei resultati analoghi a quello compiuto sulla
folla, se esso ci dimostra che la morale dei
singoli va a poco a poco perdendo del suo
valore e del suo significalo quando è a con-
tatto della morale altrui .
Chi compie un atto politico ha una giusti-
ficazione nel fine altruistico, un vantaggio co-
mune, che l’individuo singolo non può avere :
la salus pubtica va innanzi alla salus pri-
vala: non c’è da meravigliarsi se la salus
publica fa spesso ai cozzi con la legge mo-
rale e se gli atti che in nome suo si com-
piono hanno un apprezzamenlo diverso da
quello che avrebbero nella vita corrente.
< Si può declamare fin che si vuole — escla-
ma audacemente il Sighele — ma la verità è
clic, tanto dal posto luminoso di ministri o
di reggitori di popoli, come da quello tene-
broso di cospiratori o di settarii, non si può
nè pensare nè agire con la coscienza intera
Giochetti, Scipio Siyhele
17
e rigidamente morale dell’uomo privato....
Nelle cose politiche ci vuole impostura e im-
moralità ed è da ingenui o da gesuiti il ne-
garlo . »
Ci sono dunque due morali, una politica c
una privata ? O non aveva detto Rivarol :
«Non c’è che una morale, come non c’è che
una geometria : questi due vocaboli non han-
no plurale » ?
Scipio Sighele ebbe il coraggio di dimostra-
re che questa pluralità della morale, per
quanto dolorosa, esiste ed è universalmente
ammessa. «Il reato settario — egli scrisse, —
se diminuisce la sicurezza pubblica dell’am-
biente in cui si produce, obbliga però inne-
gabilmente le classi ricche e dirigenti a pen-
sare a molti problemi politici o sociali che
altrimenti sarebbero rimasti a lungo trascu-
rati o dimenticati. Così avvenne politicamen-
te in tutta Italia nella prima metà del secolo
scorso : i delitti d’ allora contro i Governi op-
pressori destarono lo spirito d’indipendenza
Giochetti. Scipio Sighele.
18
GiAcrrETTi, Scipio Sigitele
del popolo e provocarono l'aiulo di Casa Sa-
voia. »
Cesare Lombroso aveva già lumeggiato con
quella intuizione geniale che era una delle
sue caratteristiche più notevoli questa fun-
zione sociale del delitto: al Sighele che ri-
prese e sviluppò questa idea — dandone la
dimostrazione pratica — toccò d’essere frain-
teso: lo si accusò, lui l’uomo mite, integro e
puro, lo si accusò di aver fatto l’apologià del
delinquente politico.
Era la solita retorica della gente onesta,
che vede la birbanteria la tollera e magari
l’approva, ma non sopporta che qualcuno la
metta in piazza coraggiosamente c faccia l’au-
topsia dei mali per cavarne fuori un po’ di
bene.
Il Sighele si difese serenamente da questi
attacchi : egli che faceva opera di osservatore
e di scienziato poteva permettersi il lusso di
non prendere troppo sul serio le invettive dei
catoncelli : ma la sua difesa maggiore era nel-
(ticchetti, Scipio Sighelc
19
la sua visione delle cose : una visione otti-
mistica che lo portava a credere che anche
nel fango vi fosse qualche cosa di utilizzabile,
che anche nelle manifestazioni più tristamen-
te deleterie di questa povera umanità fosse
il germe di una bontà e di una grandezza fu-
tura nella quale non fosse vano sperare.
«A me pare confortante e poetico — egli
scriveva — il pensare che come la perla è
una malattia della conchiglia, come il genio
non è che la trasformazione di dolori e di
sventure che la natura con ignota e sapiente
incubazione prepara, così il progresso umano
non è, spesso, che il frutto di delitti atroci. »
Gli scienziati si stringeranno nelle spalle e
pronunzieranno la parola poesia. Eh ! sì ! poe-
sia ! io vorrei che non ci si spaventasse trop-
po di questa parola : in essa è tutto il sorriso
e la bellezza di un’aspirazione che non può o
non dovrebbe essere estranea neanche agli
studi più severi. 11 Sighele ha questa poesia
nel cuore e non la nasconde : senza di essa
Giachetti, Scipio Sigitele
20
il miglior suo lavoro sarebbe rimasto freddo,
senza di essa egli non avrebbe potuto dare
opera tanto solerte ed efficace alla rigenera-
zione morale della gioventù, alla lotta contro
la delinquenza dei minorenni della quale egli
fu uno dei più strenui apostoli. Ed egli, che
pur non potè non vedere le deficienze che
inquinavano la scuola positiva, forse amò quel-
la dottrina per il generoso contenuto delle sue
tesi. «La scuola positiva — egli scrisse —
anziché definire il delitto un ente giuridico
che deve essere giudicato secondo le norme
della giustizia assoluta, lo considerò come un
fenomeno patologico contro il quale la società
ha diritto di difendersi.»
Egli vide in questo concetto il gran merito
di studiare il delitto come si studia una ma-
lattia : non si cura un nevrastenico mettendolo
a pane e acqua e non si medicano i fanciulli
che rubano, gli uomini che uccidono, i solitari
che colpiscono il capo d’una nazione in no-
me di un ideale politico, non si guariscono
Giachetti, Scipio Sigitele
21
tutti questi delinquenti diversi di educazione,
di coltura e di aspirazioni con il carcere o
con la ghigliottina. La società non può mo-
dificare gli organismi predestinati, ma può
migliorare e forse guarire gli individui por-
tati al delitto dalla miseria, dalla fame, dalla
cattiva educazione, dall’alcool, dall'intolleranza
politica ed a questo santo scopo deve rivolgere
i suoi sforzi generosi.
Se la scuola positiva non avesse fatto altro
che indicare questo programma avrebbe fatto
già molto, più assai che tracciare l’ipotetica
patologia del genio o annegarsi nella gran cal-
daia della degenerazione di Max Nordau.
*
Fra i libri più pensati di criminologia e
quelli più vari, meno profondi, ma pure più
vivi sul femminismo e sul nazionalismo stanno
quei saggi di critica psicologica o psico-pato-
logica, che rappresentano come un piacevole
22
Giacchetti, Scipio Sigitele
riposo per un autore di buon gusto, che mo-
destamente domanda un piccolo posto nella
critica per chi — com’egli afferma — « non ha
nessun titolo letterario per esercitarla».
Affermazione soverchiamente modesta per-
chè non credo proprio necessario il diploma
di letterato o di filosofo per far della critica
artistica. I critici italiani ce ne danno prova
tutti i giorni !
L’esame del Sighele, del resto, non è pura
critica : l’autore ricerca piuttosto nelle opere
di scrittori antichi e moderni i tipi più note-
voli che precedono o accompagnano le de-
scrizioni delle scuole scientifiche attuali. I pit-
tori, i romanzieri, i novellieri hanno descritto
gli isterici, i nevrastenici, gli epilettici, i de-
linquenti, prima che Moreau de Tours o Lom-
broso o Gilles de la Tourrette si prendessero
questa pena : il Balzac ci ha dato con Vautrin
c Luciano di Rubempré il più bell’esempio di
coppia criminale immaginabile: il D’Annunzio
ha descritto nel Giovanni Episcopo un perfet-
Giachetti, Scipio Sighele
23
to tipo d’abulico e di amorale, probabilmente
senza aver letto nessun trattato di psichiatria.
Lo studio è dilettoso e il Sighele lo fa in
maniera acuta e piacevole, da quell’/zomme Irfe
lettres che egli è : ma in fondo, è uno studio
che mi permetto di credere poco concludente,
almeno che non voglia dimostrarci che certi
scrittori che noi siamo abituati a considerare
sotto un aspetto del tutto estetico, sono stati
anche dei precursori nel campo dell’osserva-
zione scientifica. Ma questo è troppo poco,
giacché sappiamo che il genio ha delle qua-
lità intuitive che ci possono entusiasmare ma
non indurci più alla meraviglia.
Più personale e più degna di menzione è
l’opera del Sighele sulla donna e sul movi-
mento femminista moderno. Egli mi scriveva
or sono pochi anni rispondendo ad un mio
articolo sull’ Èva moderna: «Noi siamo sem-
pre d’accordo, anche se lei non mi chiama
femminista e molti invece dicono eh’ io lo
sono.... »
24
Giacheoti, Scipio Sighele
Secondo il mio modesto parere questi molti
hanno torto e Scipio Sighele — se Dio vuole
— non è mai stato femminista nel senso vol-
gare e poco simpatico del vocabolo. Non ba-
sta che egli abbia speso molta parte del suo
tempo, ed abbia dedicato alcuni dei suoi libri
più interessanti al femminismo, per dichia-
rarlo femminista : non basta che egli abbia
spezzalo più di una lancia per l’elevamento
morale della donna e per il suo miglioramen-
to giuridico.
Ci vuol ben altro, oggi, per dirsi femmi-
nisti.
Purtroppo il femminismo è una di quelle
questioni che ha la singolare virtù di far im-
bizzire chi ne discute : le donne ci si arrab-
biano perchè sembra loro che non si possa
neanche mettere in dubbio la giustezza delle
loro richieste : gli uomini si sdegnano per es-
ser trattati con tanto disprezzo, e scherzano
sulla poca serietà di mezzi adoprati dalle fem-
ministe nella lotta. Ora i libri del Sighele sul-
Guchetti, Sciino Sighelc
26
la donna sono scritti in punta di penna, col
sorriso sulle labbra, con un gran desiderio
di giustizia, con molto spirito cavalleresco,
ma senza le esagerazioni che sembrano fatte
apposta per sciupare una causa generosa. È
generoso infatti proclamare le ingiustizie di
una legislazione miope, richiedere per la don-
na il diritto all’istruzione e più che altro il
diritto di servirsi praticamente dei suoi studi.
È generoso e giusto. Ma questo non è femmi-
nismo : questo è semplicemente senso civile di
giustizia : il femminismo, coni’ è bandito dal
suo pontefice massimo Jean Finot, proclama
un’eguaglianza che va contro ogni principio
psicologico e fisiologico ; proclama l’avvento
della donna (non desiderato c non necessa-
rio) alla vita politica e sociale nella stessa
misura dell’uomo. Ora non mi pare che il
Sighele fosse della stessa opinione : pur am-
mettendo (ed è difficile non ammetterlo) la
profonda ingiustizia dell’oppressione maschile,
egli ha notalo argutamente che la donna se
26
Giochetti, Scipio Sigitele
n’è vendicata «non tanto corrompendo l’uo-
mo, quanto facendolo agire secondo la sua vo-
lontà e lasciandogli soltanto l’illusione della sua
indipendenza» ; egli ha scritto che «il maggio-
re e minore ideale della donna si realizza nel-
la sua missione di madre » ; egli ha concluso
che di fianco all’uomo che combatte, la donna
« deve essere la fata che ingentilisce ed at-
tenua le fatali conseguenze della lotta : essa
deve socializzare le anime per avvicinare gli
uomini — opera più degna che socializzare la
proprietà per sopprimere le classi». Se que-
sto è femminismo, non sdegno di sottoscriverlo
anch’io, poiché esso, col mirabile buon senso,
con quella giusta misura che — come ho no-
tato — sono le qualità predominanti della
bonaria filosofia sigheliana, non toglie alle
donne nessuna delle doli e delle virtù sovra-
ne, alle quali è affidata la loro dolce missione
nel mondo.
tìiACUETTi, Scipio Sigitele
27
La scuola scientifica dalla quale il Sighele
uscì, allargò la sua indagine in immediate vi-
sioni politiche : quasi tutti gli uomini che ne
fecero parte, discesi dall’Empireo della spe-
culazione ai conli correnti della vita quoti-
diana, si gettarono nelle capaci braccia del
socialismo, ufficiale o no : non importa se al-
cuni prudentemente tornaron di poi sui loro
passi : l’indirizzo schietto e spontaneo della
scuola fu quello, e non tocca a me il dire se
fosse una deduzione legittima delle premesse
scientifiche. Il Sighele invece non seguì l’an-
dazzo comune : la sua democrazia molto sin-
cera, anche se non sia scritta col D maiu-
scolo, non arrivò mai al socialismo, anzi si
avviò per una stpada del tutto opposta : quel-
la del Nazionalismo.
Perchè ?
28
Glìch ;tti, Scipio Sigitele
Credo abbia veduto giusto Gualtiero Castel-
lini scrivendo del suo illustre zio che la «sua
nobilissima idealità politica valse a guidarlo
all’esame di altri fenomeni reali e a riprender
quindi l’esame della soluzione del problema
sociale da un altro punto di vista, conside-
rando ancora una volta — nell’umanità —
le unità delle patrie».
Nato da padre e madre trentini, sposato a
un’elettissima gentildonna che porta il nome
dei Rosmini, il Sighele fu tratto fin da gio-
vane a conoscere i dolori veri, le necessità, le
condizioni tristissime di quel popolo indomito
e sventurato.
Un popolo che lotta accanitamente per con-
servare il patrimonio della propria lingua, per
salvaguardare le proprie caratteristiche na-
zionali, che freme e piange e soffre in silen-
zio guardando ad una luce lontana che è
piccola e incerta, ma che pure è la fonte di
ogni palpito e di ogni sorriso, un popolo così
fatto deve dar da pensare sulla reale esi-
Giachetti, Scipio Sigitele
29
stenza di quel sentimento di patria che alcuni
negano, perchè non lo provano, come quelli
che non vedono i colori o per i quali la mu-
sica è solo un ingrato rumore.
Fu nella quiete di quei monti, sulle sponde
azzurrine del lago per tre quarti italiano, fra
le austere e nobili genti tutte italiane, che
maturò la concezione del nazionalismo: l’ani-
ma gentile, formatasi fra dolori dignitosamen-
te sopportati, ne tolse il seme da fecondare
nuova mèsse italiana. Il momento era pro-
pizio : da più parti erano segni di rinascenza
e di volontà, di fermi propositi e di virili
audacie : una schiera di giovani propugnava
per il paese unito una maggior libertà di mo-
venze, una più dignitosa condotta politica, una
più virile attenzione sulle ultime sponde del
Mediterraneo che restavano facile preda al
primo audace occupante.
Ricordate le parole del Carducci, del mae-
stro, per il tricolore ? « Se l’Italia — egli di-
ceva — avesse a durar tuttavia come un mu-
30
Giachetti. ScÌ2»o Sifilide
seo o un conservatorio di musica o una vil-
leggiatura per l'Europa oziosa, o al più aspi-
rasse a divenire un mercato dove i fortunati
vendessero dieci ciò che hanno arraffato per
tre, oh, per Dio, non importava far le cinque
giornate e ripigliare a baionetta in canna set-
te volte la vetta di San Martino, e meglio era
non turbare la sacra quiete delle ruine di
Roma con la tromba di Garibaldi su’l Giani-
colo o con la cannonata del re a Porta Pia.
L’Italia è risorta nel mondo per sè e per il
mondo ; ella, per vivere, deve avere idee e
forze sue, deve esplicare un officio suo civile
ed umano, un’espansione morale e politica.»
I tempi eran maturi : la gioventù colta ed
operosa d’Italia aveva raccolto rammonimen-
lo del Maestro.
II Sighele accompagnò, favorì, incoraggiò cor.
lutti i mezzi, colla fede operosa, con l’entusia-
smo più schietto, con la lealtà più completa
questo movimento italiano : sperò di poter riu-
nire in nome di un’idealità superiore tutte le
Giachetti, Scipio Sigitele
31
forze fattive da qualunque parte venissero :
il sogno era troppo bello : non riuscì e non è
il caso d'indagare di chi ne fosse la colpa.
Ma lo sforzo non fu vano : le Pagine naziona-
liste del Sighele, « libro di fede e di propa-
ganda » com'egli lo definì, uscirono quasi con-
temporaneamente al Congresso di Firenze : in
esse era posta per la prima volta limpidamente
e serenamente, senza esagerazioni irredentiste,
la questione trentina, in esse si affermava il
principio ideale del nazionalismo: «Creare
un’anima collettiva nazionale, mentre oggi non
abbiamo che anime collettive regionali».
Questo principio così semplice ma così fon-
damentale era già stato preannunziato dal Si-
ghele in alcune parole premesse a un volume
del De Frenzi, che fece assai chiasso, le Let-
tere dal Gardasee. «Noi non abbiamo — di-
ceva il Sighele - ancora formata un’unica
anima italiana : noi abbiamo diviso e abbas-
sato fra le piccole pettegole vanità regionali
quell’orgoglio nazionale che farebbe la nostra
32
Giochetti, Scipio Sigitele
forza nel mondo ; noi siamo, in una parola,
ancor troppo individualisti c regionalisti per
assurgere all’ideale grandezza patriottica che
si afferma in un sano e cosciente naziona-
lismo. »
Qpi è il nocciolo del nazionalismo italiano,
altra e più pura cosa — almeno nelle ori-
gini — del nazionalismo francese ; ad esso
tutti dovevan portare il loro contributo, da
qualunque parte venissero, per iniziare un’o-
pera di rieducazione dell’anima italiana.
È per questo che rendendo conto in quel
tempo, sopra un giornale letterario assai dif-
fuso e libero, del volume del Sighele, gli fa-
cevo questo augurio : Che gli italiani comin-
ciassero intanto ad appassionarsi alla poli-
tica estera ed alle questioni che più li toc-
cavano fuori dei confini : e che fra dieci anni
almeno non potesse più succedere quel fatte-
rello che il Sighele narrava sul principio del
suo libro.
Il fatterello era questo. Qualche anno fa
Giac®ìtti, Scipio Siyhclc 33
un deputato italiano, non dei più ignoti, scen-
dendo alla stazione di Ala per la visita-ba-
gagli, fu avvertito che il treno con cui doveva
ripartire verso il Tirolo aveva due ore di ri-
tardo.
— Non importa, — rispose, — andrò a pren-
dere, intanto, un caffè a Trieste!
E purtroppo il caso non era e non è iso-
lato: fra quelli che inneggiano in ogni occa-
sione e con gran clamore a Trento e Trieste
c’è di certo qualcuno che mette le due città
l’una accanto all'altra, a guardarsi amorosa-
mente sulle sponde dell’Adriatico.
L’anno dopo le prime Pagine nazionaliste ,
l’Italia iniziava l’impresa di Libia e il Si-
ghele la precedeva con un altra libro dove
fra mezzo alle teorie che tendevano a co-
slrurre una dottrina nazionalista tutta nostra,
di fronte ai partiti politici, palpitava già qual-
che cosa di nuovo, quasi la prescienza di una
più ampia impresa italiana, che riportasse il
GlACHETTi. Scipio Sigitele.
Bt
Giachetti, Scipio Sigitele
paese alla considerazione esalta della sua for-
za, alla valutazione precisa del suo compito.
Le tendenze diverse, i dissidii interni di par-
tito, dai quali il Sighele — natura sinceris-
sima — aborriva, o>, come è stato detto, la
scaltrezza politica del nuovo movimento, al-
lontanarono poi il Sighele dal gruppo nazio-
nalista ufficiale, non lo tolsero al nazionali-
smo ; in lui questo era uno stato d’animo, era
il fruito Idi convincimento e di pensiero : la
sua austerità non gli permetteva di rimanere
là dove gli apparivano tendenze contrarie a
quei principii cui egli serbava fede inconta-
minata. Riprese la sua libertà senza rancori
c senza far intorno al suo nome quel chiasso
che ama suscitare per solito chi si crede mal
compreso o mal trattato mentre sa di avere
diritto all’attenzione e al rispetto degli altri.
Eppoi, per quanto gli dispiacessero certe
defezioni e certe ingratitudini, egli era troppo
sicuro della sua coscienza per sentii - ne un’a-
marezza soverchia : la bella impjresa di Tripoli
Giachettt, Scipio Sigitele
35
gli aveva acceso più vivida la sua fiamma
d’ilalianità, gli aveva ridestato più salda la
sua fede nei destini della Patria. Nei primi
giorni della conquista egli scriveva da Nago:
«Si vive in un’atmosfera di gioia e di attesa».
La gioia era troppo grande c l’attesa intol-
lerabile : per quanto la sua salute fosse as-
sai delicata, egli volle andare a Tripoli e volle
assistere di persona alle prime e dure prove
deirilalia militare. E diventò popolare fra i
soldati, con i quali amò confondersi e vivere
per conoscere le loro impressioni e il loro ani-
mo, per vedere come la nuova gioventù ita-
liana, che ancora non conosceva la guerra,
sapesse andare alla guerra : e lo spettacolo
gli parve magnifico e il ricordo di tanto fiorir
d’energie e di simpatiche audacie, anche a
distanza di tempo gli riempiva gli occhi di
lacrime.
E fu a Tripoli il 12 novembre del 1911, du-
rante un banchetto oiferto dai giornalisti ita-
liani a Jean Carrère, che il Sighele fu salu-
Gl.U'rrF.TTT. Scipiti Sìfjlltth J
tato al suo levarsi per parlare, dall unanime
grido di « Viva Trento e Trieste ».
Quel grido fu l’origine prima della sua ul-
tima sventura.
In un articolo pubblicato nella Renne del
15 marzo 1912 Scipio Sighele spiegava l’o-
rigine di quel grido. «Non era soltanto — egli
scriveva — una gentilezza verso chi rappre-
sentava laggiù le terre irredente : era un’al-
tra e più grande e più profonda cosa : era
un’intuizione e un’affermazione. Sentivano quei
giornalisti che un legame ideale univa la con-
quista presente alla sognala integrazione futura
della Patria : sentivamo noi lutti che lo spet-
tacolo di energia e di vittoria che l’Italia da-
va in Africa non era senza significato e senza
speranza per altre energie e per altre vitto-
rie ; e da quell’alba di Risorgimento Italiano
che noi vedevamo luminosa spuntare sul de-
serto e sul mare delle Sirti, noi prevedevamo
col volo del desiderio, il meriggio glorioso sulle
Alpi.» Lo sfogo era legittimo: ma del resto
Giace etti, Scipio Sir/hcle
37
l’articolo che voleva essere una definizione se-
rena, da osservatore e non da politico, dell’ir-
redentismo, era serio e degno di un uomo
che aveva sempre avuto in uggia gli sban-
dieramenti e i chiassi degli studentelli in cer-
ca di vacanze premature.
Diceva perfino: «Noi oggi dobbiamo .armar-
ci anche di pazienza, noi dobbiamo con se-
renità prevedere che la realizzazione del no-
stro sogno potrebbe non essere nè immediata
nè molilo vicina, e in questa previsione noi
dobbiamo quindi prepararci a difendere, in-
tanto, la minacciata italianità detto terre ir-
redente ».
Sighele predicava la pazienza, ma quegli
che non ebbe pazienza fu il governo au-
striaco.
Al primi di giugno dello stesso anno un
decreto deH’I. R. Governo lo sfrattava per
sempre dal Trentino, gli precludeva il ritorno
alla, sua villetta adorala di Nago, dove, egli
soleva passare molti mesi dell’anno, fra le
38
Giachetti, Scipio Sighele
persone e le cose che egli amava, che gli ram-
mentavano tuita ima tradizione, una storia,
una volontà, una fede.
Fu un gran colpo : egli non volle nè pro-
testare nè dolersi, non fece polemiche sui gior-
nali, nè discorsi eccitatori : tacque : egli sa-
peva che in quel momento la politica italiana
doveva per necessità ineluttabile di cose an-
dare di pari passo con quella austriaca : gli
parve certo amaro e stolto che la sfinge mul-
tilingue tirasse un calcio all’ alleata mentre
proprio le stendeva la mano, ma poiché egli
era abitualo a posporre i suoi interessi perso-
nali a quelli generali del paese, non fiatò :
rinchiuse nel suo cuore leale ed alierò l’ama-
rezza dell’affronto patito : soffrì nel più no-
bile e nel più disinteressato silenzio : c poiché
il Trentino gli era vietato e la porta della sua
casa gli veniva chiusa in faccia con un ge-
sto villano, egli si contentò di una stanza di
albergo sul confine italico, dalla quale pote-
va almeno vedere le acque dello stesso lago,
Giachetti, Scipio Sigitele
39
e sospirare da lungi alle sponde della sua
terra.
Eppure egli aveva passalo ben altre burra-
sche, affrontato due processi per alto tradi-
mento, sfidato con tatto e sagacia le ire tede-
sche per i suoi numerosi discorsi patriottici
e più per il coraggio e la fiducia che il suo
solo nome ispirava al popolo e sopralutlo fra
i giovani.
E fra i giovani molto visse spargendo la
fresca gioia della sua inesauribile arguzia, che
non si scompagnava mai dal senso profondo
di patriottismo che lo animava : quelli che
vissero con lui le dolci giornate di Nago ne
sanno qualche cosa.
È commovente riaprire oggi le pagine di
quel giornalino il Corriere di Nago tutto fab-
bricato nella villa Sighele e redatto dal Sighele
stesso, da Gualtiero Castellini, dai numerosi
nipoti e parenti. Il Corriere di Nago, litogra-
fato clandestinamente e ancor più clandestina-
mente spedito ai suoi numerosi abbonati, por-
40
Giachetti, Scipio Siyhele
tava nella testata il monumento di Dante a
Trento, il profilo dell’ Italia e il suo simbolo,
col motto carducciano :
0 Italia, daremo in altre Alpi
Inclita ai venti la tua bandiera.
Avverliva che l’abbonamento costava lire tre
per la stagione « la cui durata varia secondo
le condizioni meteorologiche». Era umoristico
e pupazzeltato, ma lutti gli articoli in prosa
o in versi che fossero chiudevano nella pia-
cevolezza della forma un significato. «Forse
non tutti i lettori hanno pensato — diceva un
articolo riassuntivo dell’operosità del giornale
— al lato meno frivolo c più rischioso dell’im-
presa, al luogo dove stampammo il giornale,
alle idee che vi abbiamo sostenute ! » Infatti !
La I. R. Luogotenenza non si accorse o fece
vista di non accorgersi allora, dei numeri in-
fuocali che ogni ricorrenza patriottica faceva
uscir fuori come le margherite al nuovo sole :
nella sala da pranzo della villa Sighelc, pie-
na di bandierine italiane, si faceva il giornale,
Giaoietti, Scipio Sighele
11
e si fucinavano i versi scherzosi, parodie di
canti celebri, vibranti di un sentimento caldo,
ingenuo, nostalgico. Sentite le prime strofe
d'eirZn/io al Carrière di Naga:
Si scopron le tombe, si levano i morti,'
Sui monti di Trento già crollano i forti,
Perchè sull’altura che domina il Garda
È sorta una voce possente gagliarda,
La voce irredenta del nostro giornale
Che corre veloce l’intero stivale,
E dice - svegliando l’antico ferver:
Su tutti col nome d’Italia nel cor !
Esalta, diffondi il nostro pcnsier,
Va, corri pel mondo, di Nago o Corrieri
Il cuore traboccava nei versi burleschi e
li rendeva quasi serii : le parole erano voluta-
mente esagerate, ad uso Gaerin Meschino •: in
realtà il Corriere di Nago non ha mai supe-
rato — credo — le ottanta o le cento copie e
quel «correr per il mondo» va inteso con be-
nefizio d’inventario. Ciò non impediva al pic-
colo giornale intermittente, unica voce libera
in mezzo a un coro di voci forzatamente som-
messe e doloranti, di costituire come una fiam-
mella accesa e custodita gelosamente : ciò non
42
Giachetti, Scipio Sigitele
gli impediva di avere fra gli abbonati (che
oggi conserveranno con amore la preziosa col-
lezione) il generale Baldissera, Lorenzo El-
lero, Alberto Eccher dall’Eco, Guido Semenza,
Edoardo Gelli, Alfredo Montalti, Giulio Ri-
cordi.... E la Lega Nazionale ed ogni opera
d’italianità devon ricordare le offerte spesso
generose che venivano loro dal piccolo e fe-
condo giornale.
C’era in tutto ciò, nella vita privata qome
nella pubblica, la stessa anima gentile e forte,
lo stesso spirito preveggente e sicuro, lo stesso
amore indomito per un’Italia compiuta dav-
vero, padrona di sè e dei suoi destini : nel
piccolo Corriere di Nago vi sono delle parodie
che stillano lacrime.
Promotore dell’università libera che doveva
portare un soffio agile eli latinità nella pe-
sante inospite città tirolese, propugnatore in-
faticabile dell’autonomia trentina e dell’Uni-
versità Italiana a Trieste, richiesta da tempo
immemoràbile, promessa spesso e concessa
Giachetti, Scipio Sigitele
43
mai, egli fu sempre in prima linea nella di-
fesa della nobile terra, nel tener desto e vi-
gile il pronto spirilo italico di fronte alla mas-
siccia greve e invadente disciplina panger-
manista.
Ma egli era un ospite incomodo per pa-
droni così mal sicuri della loro padronanza :
ogni sua mossa era spiata : bastò un prete-
sto qualunque per sbarazzarsene.
E non potè più Vedere la diletta Nago,
la villa ombrosa dove fiorivan le rose bian-
che e i «non ti scordar di me», Riva perla
del Garda, Arco tepida come una serra, na-
scosta sotto gli aspri contrafforti montani.
Vi tornò fredda spoglia e tjutlo un popolo
in lacrime l’accolse e lo seguii fino alla tom-
ba : piangeva quel popolo il padre amoroso, il
consigliere, il fratello buono, la voce forte e
autorevole clic si levava nei momenti di pro-
cella a incuorare i dubitasi, a rampognare i
persecutori : quel popolo portava il tributo del
suo amore a chi di quell’amore era morto e
44
Giochetti, Seipio Sigitele
pensava : « chi, chi mai ne raccoglierà l’e-
sempio ? »
Egli giace ora nella tomba di famiglia e
sulla sua fossa sta scritto solo il verso di
Dante :
L’ombra sua torna ch’era dipartita.
Grave ammonimento ; ma l’Austria non l'in-
tenderà : l’Austria — lo sappiamo — non ha
paura dei morii !
Quello che ho detto fin qui può dare un’idea
per quanto sommaria, del pensiero e del ca-
ratlere di Scipio Sigitele. Ma è necessario, per
completare la visione che egli ebbe della vi-
ta, e per segnare i limiti e l’estensione del suo
poderoso lavoro, che io dica una parola di Si-
gitele giornalista.
Gli è stata rimproverata questa sua assidua
opera data al giornale e da alcuni si è par-
lato con un certo disdegno dei suoi ultimi li-
bri affermando che son fatti di articoli.
(ìiAóHRTTi, Scipio Siqliele
4 -'
È vero ! Ma chi non sa che cosa sia scri-
vere per il pubblico vasto e vario di un gior-
nale, non può immaginare, quella febbre, quel-
la passione, quell’ardore : lo so bene che per
molLi di noi che veniamo dalle professioni,
dagli studi, da altre e svariale attività, il gior-
nale è pericoloso, è spesso un perditempo, un
inciampo ai nostri interessi economici, alle
nostre carriere.
Ma che importa ! Si guarda forse ai difetti
e alle imperfezioni della donna che si ama ?
Il giornalismo è un amore ed ha dell’amorle
tutte le seduzioni e tutti i pericoli. V’è dun-
que anche una bellezza in questo foglio di
carta : il giornale è una forza viva, una pro-
pulsione d’energie, uno strumento attivo per
gettare nel pubblico le idee con la certezza
che queste idee si diffondano, come non si
diffonderebbero dal volume o dalle cattedre.
Perciò il giornalismo che ha assorbito in Fran-
cia molte fra le migliori intelligenze di quel
paese, ha attirato anche in Italia e va attirali-
46
(tiachetti, Scipio Sigitele
do ancor più nella sua orbila — via via che
progredisce — pensatori e studiosi che avreb-
bero un tempo esplicato altrimenti le loro at-
tività. Il Sighele fu tra questi e ben si può
dire che egli onorò il giornalismo italiano : i
suoi articoli erano equilibrati, sintetici, com-
pleti : egli aveva quella rara attitudine a scri-
vere molto in poco che distingue il giornalista
nato, da quelli d’occasione. E poiché negli
argomenti che avevan formato il suo lungo
tirocinio di studio e di osservazione, egli ave-
va una direttiva ben sicura e definita, c’era
fra un articolo e l’altro che scriveva e pub-
blicava, magari su giornali diversi, un filo di
conduzione, una continuità di concezioni : era
lo svolgersi di un pensiero organico, che ve-
deva gli addentellati fra cose e fra oggetti di-
versi, e li riduceva — per così dire — al co-
mune denominatore della propria logica e del
proprio giudizio critico.
Perciò io non dispregio i libri del Sighele
che sono formati di articoli riuniti : se debbo
Giachetti, Scipio Sigitele
47
dire latta la verità io li trovo anzi tra i suoi
libri migliori, fra i più sinceri, i più bril-
laci, dettati nel fervore di una battaglia da
combattere, di una causa generosa da difen-
dere e da salvare.
Al giornale détte il Sighele gran parte del-
la sua produzione fecondissima, che mi au-
guro sia tutta raccolta : al giornale dedicò le
estreme energie del suo spirito, poiché l’ul-
time pagine da lui scritte, quando era già gra-
vemente malato, furono quelle sull 'Evoluzione
del femminismo pubblicate dalla Tribuna e
dalla Gazzetta del Popolo dopo la sua morte.
E morire a 45 anni, quando si ha ancora
la saldezza degli ideali, l’aspirazione al la-
voro, il desiderio e la certezza di essere utili
agli altri, è angoscioso e crudele.
Io so che negli ultimi giorni della straziante
malattia Scipio Sighele si accorò di non poter
lavorare alla rinnovata edizione della sua De-
linquenza settaria; la compagna amorosa gli
alleviava la pena correggendo essa le prove
48
Giachetti, Scipio Sigitele
di stampa, sostituendosi a lui, cercando di
compensare una volontà, un’energia, un pen-
siero che si affievolivano. Egli doveva ancora
scrivere la prefazione di quel volume e più
volle — durante le tregue del male — vi si
provò ; ma non potè : la mente gli reggeva,
non lo forze : il cervello dettava, ma la mano
ricadeva stanca e la parola usciva a fatica e
dava solo degli sprazzi di luce nell’ombra. Ed
allora il lavoratore tenace pianse : pianse non
sulla vita, pur desiderata, che fuggiva, non sul-
la felicità che lasciava, non subiamone che si
spegneva : no : pianse sul lavoro interrotto,
sul destino crudele che gli spezzava la penna,
che gli troncava la parola quando egli aveva
ancora qualcosa da dire, per la verità, per la
giustizia, per la libertà del suo popolo e della
sua terra.
Niente è più bello e più triste di queste
lacrime.
Di prossima pubblicazione
un volume postumo di
SCiPIO SIGHELE
ch’egli aveva già preparato
col titolo
Letteratura e Sociologia
Accession ;
ssion no.
9 ***
^ 'p ì c ^ 'farcele
Si W
G-òl
/?'*/ n
(/Oc/<e$)
—■Il
PREZZO DEL PRESENTE VOLUME: UNA LIRA.
ANTONIO FBADELETTO
Conferenze. Cn volarne in- 16 di 276 pagine L. 3 50
Ma’attie d’arie. - La vo ontà come forza sociale. - La letteratura e la vita.
Le idealità della scienza. - La psico ogia della letteratura italiana.
La fine d’un Parlamento e la Dittatura di un Mi-
njcfrn conferenza, seguita da Appunti storici sul Suffragio uni -
moti Uj versale, e Analfabetismo 1
Dogmi e Illusioni della Democrazia i _
SAGGI E CONFERENZE
Francesco Crispi jì Giorgio Arcoleo l. 1 -
La galleria del Serapione,dei P rof. Ugo Ancona. 8 c £Lio 4 nn-
Giuseppe Mazzini, « Alessandro Luzio.inTutr?^ 0 !™-
La difesa della Patria e il Tiro a Segno,
Angelo Mosso -so
L’America e l’avvenire, <31 Ugo Ojetti 1 -
Per una Fede, ai Arturo Graf. S T-
Quesle sei conferenze riunite in un solo
volume, legato in tela, costano Sei Lire.
Per la nostra Cultura. Arturo Graf. . . 1 -
Giosue Carducci, a Alessandro D’Ancona 1 -
RllPlTa alla flllprra ? O sserv Q< z ioni sulla situazione politica inter-
Ullblld UlUi UUbll a . nazionale, seguite da. Considerazioni e prò-
V Italia, del Tenente Generale Giuseppe Perrucchetfi . 1 -
Le leggende del mare e le superstizioni dei marinai,
di Ettore Bravetta Capitano di Fregata . 1 —
Giuseppe Giusti, ai Ferdinando Martini, con 40 moia. . i -
1 Progressi della Scienza Luigi
Luzzatti ì-
Queste sei conferenze riunite in un solo
volume , legato in tela, costano Sei Lire.
Cesare Lombroso, g"tto ren . za . di . s . cipio SItmELE .'L Coi i r ì
In memoria di Cesare Lombroso,
RO. Con due ignorati scritti giovanili di Lombioso .... T-'ì —
Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli
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