Grice e Vanzon

 



"GRAMMATICA
RAGIONATA -. 
DELLA 
LINGUA ITALIANA 
DI 
 VANZON 
Riveduta dall’ autore, e da Iti accresciuta di due elaboratissimi 
trattati, uno di Ortologia, 1’ altro di ()rtografia; di sei copiose 
raccolte di modi di dire usitatissimi co’ verbi Essere, Aocere, 
Andare, Dare, Stare e Fare; di molti eserpj famigliari dell'uso 
comune ; e di un gran numero di-nuavi paragrafi nel corso 
de’ capitoli, contenenti precetti ed osservazioni, ommesse nella 
prima edizione. 
Grammaticorum , sine rationé , testimoniisque , 
auctoritas nulla est. 
Sanctius, in Minerva lib. 1, cap. a. 
° LIVORNO 
Dai ToncHi pr Lurci ANGELONI 
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n f 
NC 
LETTERA 
DELL’ ILLUSTRISSIMO 
Sig. Cav. G. B. Zannoni 
SEGRETARIO 
DELL' 
ASSCADBNIA DELLA €2USCA 
ALL' AUTORE 
DELLA PRESENTE OPERA. 
Firenze 27 Gennajo 1829. 
ORNATISSIMO SIGNORE 
ba Accademia presentata d'un esem- 
plare della di Lei Grammatica Ragionata 
della Lingua Italiana, mi ordina renderle 
le debile grazie. 
Le opere che î veri dotti scrivono sulla 
dolce nostra favella, cura continua del- 
l Accademia, in molto pregio tenute sono 
da essa, che del patrio decoro unicamente 
sollecita, e non’ signoreggiata da invidia o 
gelosia, pronta è a trar profitto dagli studj 
altrut per la sua impresa del correggere 
e aumentare Il Vocabolario. 
Dee ciò accerlar Lei della soddisfa- 
zione, con che ha il corpo ‘accademico 
ricevuto il suo libro. Esso non Le ne da 
alcun parere, perchè è sua massima di non 
giudicare che degli scritti inviati a'concorsi. 
Non è però vietato darlo separatamente a 
ciascuno degli Accademici. Laonde io fran- 
camente Le fo noto il mio. Fu ottimo il 
suo divisamento di comporre una grami- 
malica dt nostra lingua, in che si avesse 
per iscopo il far riflettere l'alunno su ciò 
che sa, anzi che insegnargli la propria lin- 
gua; e al diwisamento ben corrisponde l'e- 
secuzione, Ragionata è la sua grammalica 
nella disposizione delle parli, e nel parti- 
colare sviluppamento di esse.Tuito è chiaro, 
e tutto conosciuto intimamente, e con molta 
sagacità; cosicchè ne sembri chiusa la stra- 
da a chiunque si augurasse, nel ere 
poter oggi far meglio. 
:. Le ne fo pertanto le più sincere con- 
gralulazioni; e con istima ed ossequio, ho 
l'onore di dichiararmi 
Di Let ornatissimo Signore 
Dev.m° Obbl.m° Serv. 
G. B. ZANNONI. 
A vvegnachè valenti maestri abbiano in var) tempi fatto 
dono all’ Italia di trattati elaboratissimi sulla lingua, e si vada 
perciò da: molti dicendo esservene a dovizia da soddisfare 
a’ propr) bisogni, pure a me sembra che scarsa copia siavi di’ 
quelli che, per natura loro, e senza l' altrui opera, adattarsi 
possano ‘al sistema d' istruzione in uso a°* dì nostri. 
IL’ ideologia, giunta oggimai-a grado sì eminente, ridu- 
cendo, mercè le dotte ed industriose ricerche dei suoi'colti- 
vatori, lo studio delle lingue ad un sistema analitico, vor- 
rebbe eziandio che i principj grammaticali avesser per iscopo 
il far riflettere l’ alunno su’ ciò che sa, anzichè insegnargli 
la propria lingua; e che, contro la fin qui avutane opinione, 
si dovesse la grammatica considerare, non già qual via che 
ad altre e più sublimi scienze conduce, ma bensì quasi fosse 
meta del cammino, come perfezionamento di queste; non 
altro essendo la scienza grammaticale che un sistema di pa- 
role, rappresentante quello delle nostre idee, nel nostro spirito, 
allorquando comunicar le vogliamo nell’ ordine, e co' rap- 
porti, che tra loro scorgiamo. | 
Il riguardare la grammatica sotto un tal punto di vista, 
è omai comune appo le nazioni più colte dell’ Europa; im- 
perocchè scrittori del più sagace discernimento, già da più 
d’ un secolo, si son fatto uno studio onde ovunque venisse 
l'ideologia, come parte della pubblica istruzione, introdotta. 
Ma un così plausibil cambiamento a stento trovò qualche’ 
seguace in Italia, mentre di tanti egregj Italiani, che scris- 
sero intorno alla favella loro, uno solo fuvvi, il più moderno, 
egli è vero, che, imitando felicemente i più celebri ‘ideologi. 
francesi, fece vedere agl' Italiani quanto sino allora avean mal 
camminato nel seguire servilmente il rancido metodo latino, 
dal quale, prima di lui, par che avessero scrupolo i più sa- 
pienti grammatici italiani di allontanarsi nella benchè minima 
cosa, quasi che le loro opere ad altro non dovesser tendere, 
che ad insegnare la italiana favella a coloro che già nell’ idioma: 
latino erano ammaestrati; e se difettoso ‘si volesse’ trovare 
quel dottissimo- autore in alcune parti della” sua. Grammatica 
ragionata, sarebbe per ‘avventura l’essersi egli di soverchio 
esteso con ragionare di cose di pochissimo momento, e l’avere, 
all'opposto, ommesse affatto altre che valevan bene il pregio 
a parlarne. Oltracciò gli si appone da taluni troppa profon- 
dità in molti de” suoì ragionamenti in guisa che sovente le sue 
dottrine riescono oscure, e non a tutti del pari intelligibili: 
difetto, per altro, che pregio può dirsi appetto a quello del 
comune de'grammatici suoi antecessori, 1 quali, copiandosi 
l'un l’ altro, e limitandosi allo stabilire precetti superficiali, 
fondati sull’ uso de' classici autori, non s'immaginaron nè pure 
che il linguaggio si potesse metafisicamente trattare. 
._. Troppo manifesto è l'inconveniente che gli antichi me- 
todi racchiudono, perchè gl' istruttori ragionevoli d’ oggidi 
nol veggan chiaro, e l'utile che da’ nuovi risulta, è omai 
troppo sperimentato, perchè il possano ignorare; ma, ciò 
nonostante, noi non -veggiamo peranche, nè i primi affatto 
tolti di mezzo, nè i secondi del tutto in vigore, lo che forse 
ad altro ascriver non deesi che a’ pregiudizj scolastici, che 
tuttora presiedono agli ammaestramenti di molti, e forse an- 
cora al passaggio repentino e immediato dalla per sì lungo 
tempo usata superficialità degli antichi al pensar profondo 
de’ moderni, le cui opere filosofiche, adottate come guide 
nel nuovo sistema d' istruzione, offrono sentieri, quantunque 
brevi, troppo spinosi per un gran numero di ammaestratori, 
poco avvezzi a pensare. 
Tali considerazioni crearono in me il pensiero che non 

sarebbe per riuscir disutile una grammatica ragionata, che, 
quasi medio cammino, dall' uno estremo e dall' altro egual- 


mente si dilungasse, e che, distruggendo parte delle preoc-. 


cupazioni degli scolastici, e parte accettando delle filosofiche 
dottrine, rendesse quelli meno schivi di queste, e li condu- 
cesse quasi insensibilmente alle già incominciate riforme. 

_ Ecco i motivi per cui divisai di scrivere la grammatica 
che offro al Pubblico, e stimerommi felice, se il fine del- 
l' opera risponderà a quello, che nell’ impresa mi proposi. 

. Ma se nell’ esporre i precetti di lingua, ho creduto do- 
vermi, per le allegate ragioni, discostare dall’ antico metodo, 
1 precetti stessi non sono perciò men quelli del Buommattel, 
del Cinonio, del Salviati, del Corticelli, del Pistolesi, del 

Mastrofini, e d' altri accreditati grammatici; sì come, in s0- 
stegno di essi precetti, mi son fatto un obbligo ( senza por 
l'uso in dimenticanza) di attenermi all’ autorità de Padri del- 
la lingua, voglio dire de' primarj classici del decimo quarto 


———or——— € ————_@ 


| VII 
secolo; citando ancora, in mancanza di quelli, o quando, pet 
altra ragione, è caduto in acconcio, qualcuno degli approvati 
cmquecentisti, e poeti, e prosatori. 

Lungi dal volere io far l'apologia della mia grammatica, 
ne lascio il giudizio all’ imparziale filologo, che spero porrà 
mente all' infinite difficoltà che incontra chi imprende a per- 
fezionare, semplicizzando , simili opere; e al precettore, che, 
sposando opinione più favorevole per quel che porta l'im- 
pronta di novità, saprammi grado di avere ad esso allegge- 
rito il peso dell’ ammaestrare, e abbreviato, di gran tratto, 
il cammino al suo discepolo, per giungere al segno che que- 
sti, cominciando, proponevasi. 


UNA PAROLA 
SU QUESTA SECONDA EDIZIONE. 


La prima destinazione di quest’ opera, allorchè presi a 
comporla, fu di servire, col titolo di Esposizione Gramma- 
ticale, quasi come d’ aggiunta al mio Dizionario Universale; 
per la qual cosa, onde non ingrossar di troppo il primo volu- 
me di esso dizionario, mi fu forza restringere i limiti della 
grammatica, e lasciarla mancante di molte cose, se non ne- 
cessarie, per lo meno assai rilevanti; nè la potei cor- 
redare di cosa alcuna riguardo a quelle due somme par- 
ti della nostra favella, voglio parlare dell’Ortologia e dell’'Or- 
tografa, riserbandomi per miglior tempo il perfezionarla e 
pubblicarla separatamente. 

Ad onta di ciò, per quanto imperfetta l’ opera paresse 
agli occhi miei, fui indotto dal consiglio di molti a farne 
stampare 500 copie fuori di quelle attaccate al Dizionario, 
cambiandone il titolo in quest'altro di Grammatica ragionata 
della lingua ttaliana. 

Pubblicato il libro, oltre ogni mia aspettativa, ottenni il 
compatimento, per non dire il plauso, dell'intelligente pubblico: 
e l'Accademia stessa della Crusca, in una lettera scrittamìi allora 
dal Cav. Zannoni segretario di lei, mi fe’ conoscere la sua va- 
levole approvazione; ma quel che d' allora in poi, mi è stato 
di maggior conforto, si è che la mia Grammatica ha servito 
di modello e di guida per la compilazione di altre gramma- 
ticali dottrine. 

Il breve tempo in cui quella edizione è stata esaurita 
mi ha finalmente persuaso a farne un' altra, che è la presen- 
te. Regna in questa lo stesso metodo praticato nella prima, 


VIII 

siccome quello, a parer mio, più agevole allo studioso, e più 
istruttivo, cioè evvi la sinfassi esposta insieme con la  eti- 
mologia, in guisa che ogni regola di questa abbia, in una 
sottoposta. annotazione, la sua sintassi. n 

. Di tali annotazioni, circa un centinajo di più che nella 
precedente edizione, si trova sparso in questa, la quale in oltre 
dall’ altra distinguesi per l'aggiunta di due elaboratissimi trat- 
tati, uno di Ortologia, l' altro di Ortografia; di sei copiose 
raccolte di Modi di dire usitatissimi co’ verbi essere, avere, 
andare, dare, stare, e fare; di molti esempj famigliari dell'uso 
comune, e di un gran numero di nuovi paragrafi nel corso 
de’ Capitoli, contenenti importanti precetti ed osservazioni 
altrove ommesse. Oso sperare che se la prima edizione, im- 
perfetta com'era, è stata benignamente compatita, anzi encomia- 
ta, i citati miglioramenti e accrescimenti faranno sì che questa 
wenga più gustata da chi ne sa apprezzare il valore. 


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TAVOLA —. 
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DEI NOMI 
DEGLI AUTORI E DELLE OPERE 


CHE SI CITANO IN QUESTA GRAMMATICA. 


2} 3 IIS {nn 


A 


Pa (RA Panda. Agnolo Pandolfini. 

diam. Eleg. Coll. Alamanni (Luigi). 
Elegie.—Coltivazione. 

Albert. Volg. Tral. Albertano Giu- 
dice da Brescia. Volgarizzamento 
de’ tre Trattati. 

Aldòtr. Aldobrandino (Maestro) da 
Siena. Volgarizzamento di un trat- 
tato di medicina. 

A. Trag. Alfieri. Tragedie. 

Alf. Pazz. Rini. Burl. Alfonso de’ Paz- 
zi. lime burlesche. 

Ambr. Cof. Bern. Ambra (France- 
sco d' ). La Cofanaria.—I Ber- 
rardi, commedie. 

Amet. V. Bocc. 

sn: Ant. Ammaestramenti anti» 
chi. 

Ar. Fur. Sat. 5 c. Supp. Len. 
Ariosto (Lodovico). L’ Orlando fu- 
rioso.—Le Satire. —1 cinque canti. 
x Supposili, e la Lena; comme» 
ie. | 

Arrigh. Arrighetto. Volgarizzamento 
d’ un trattato dell’ avversità della 
fortuna di Arrigo da Settimello. 


B 


Bel. Man. Rim. Ant. Rime antiche 
di Giusto de’ Conti da Valmonto- 
ne, intitolate Bella Mano. 

Bemb. Asol. Lelt. Pros. Stor. Bem- 
bo (Cardinal Pietro). Asolani.— 
Lettere volgari. — Prose intorno alla 
volgar lingua. — Volgarizzamento 
della Storia latina di Venezia. 


Beno. Cell. Oref. Vit. Benvenuto 

* Cellini. Due Trattati della Orefi- 
ceria, e della scultura.—Vita sua, 
scritta da sè medesimo. 

Berni rim. Orl. Berni (Francesco). 
Rime Dburlesche.—Orlando inna- 
merato. 

Bocc. Proem.Inirod.Gior.Noo.Canz. 
Conclus. Amet. Amor. Vis. Com. 
D. lL'ium. Filoc. Filostr. Luber. 
Lett. Ninf. Fies. Teseid. Test. Vil. 
.D. Alizg. Boccaccio (Giovanni). Il 
Decamerone, cioe il Proemio.— 
L’ Introduzione.— Giornata. — No- 
velie.— Canzoni. — Conclusione.— 
Ameto.— Amorosa visione. — Co- 
mento sopra i sedici Capitoli dell’ 
Inferno di Dante.— Fiammetta. — 
Filocolo.—Filostrato, MS. — Labe- 
rinto d’ Amore.—Lettere.—Ninfale 
fiesolano, MS.—Teseide, MS.—Te- 
stamento.—Vita di Dante Alighieri. 

Boez. Farch. V. Varch. 

Borg. Orig. Fir. Arm. Borghini (Mor- 
signor Vincenzio). L’Origine della 
città di Firenze.—-Delle Armi delle 
Famiglie fiorentine. . 

Borg. rip. Borghini (Raffaello). Il 
Riposo. 

Brun. Tesor. Brunetto Latini (Ser). 
Tesoro. 

Buon. Fier. Tanc. Buonarroti (Mi- 
chelangelo il giovine). Commedie : 
cioè la Fiera, e la Tancia. 

Burch. Son. Burchiello Sonetti. 

but. Com. luf. Par. Pur. Buti (Fran- 


. cesco). Commento, o Lettura sopra Din. Comp. Dic. 


il poema di Dante, MS. 
C 
Capit. della Comp. dell’ Imp. Capi- 


toli della Compagnia della Madon- 
na dell’ Impruneta. 


Car. lett. Matt. Son. Caro (Annibal 


Commendatore). Lettere famigliari. 
— Sonetti burleschi, chiamati Mat- 
taccini. 

Cas. Galat. Lett. Casa (Monsignor 
Giovanni della). Il Galateo.—Let- 
tere. 

Casligl. Cortig. V. Cortis. Castigl. 

Cavale. P’ungil. Specch. Cr. F. rtl. 
Ling. Cavalca (Fra Domenico). 
Pungilingua.—Specchio della Cro- 
ce.— Trattato de’frutti della Lingua. 

Cecch. Dot. Mogl. Sliav. Cecchi (Gio- 
vammaria). Commedie, cioè: La 
Dote, la Moglie, la Sliava. 

Comm. {. Commentatore di Daute, 
MS. 

Cortig. Castigl. Il Cortigiano, del con- 
te Baldassare Castiglione. 

Cr. Crescenzi (Pietro de’). Trattato 
dell’ agricoltura, MS. 


Crescimb.. Ctescimbeni (Canonico 
Gio. Mario). Storia della volgare 
poesia. 


Cron. Morell. Morelli (Giovanni). 
Cronica. 

Cron. Vell. Cronica di Velluti (Do- 
nato). 


D 


D. Inf. Purg. Par. Rim. Conv. Canz. 
, Pante Alighieri. Commedia divisa 
in tre parti: Inferno, Purgatorio, 
pa — Rime. — Convivio. — 
Canzoni. 

D. da Majan. R. A. Dante da Ma- 
jane. Rime antiche. 

Daov. Tac. Ann. Scism. Davanza- 

.ti (Bernardo). Volgarizz. delle ope- 
re di Cornelio Tacito.—Annotazio- 
ni.-—Scisma d’ Inghilterra. 

Dep. Decam. Annotazioni, c Discor- 
st sul Decamerone, fatti da’ Depu- 
tali. 

Dial. S. Greg. M. Volgarizzamento 
de' Dialoghi di S. Gregorio Magno. 


È 


Storia di Dino 
Compagni.—Diceria, MS. 
Dittam. Dittamondo. Poema di Fa- 


zio degli Uberti, MS. 
E 


Ercol. Monsignor Ercolani. Poesie. 


F 


Fao. Esop. Volgarizzamento delle 
Favole d' Esopo, MS. 
Fiamm. Filoc. V. Bocce. 
‘il. Vill. Filippo Villani. 

fatta alla Storia. 

Fior. d' Ital. Fiorità d’ Italia, MS. 

"or. S. Franc. Fioretti di S. Fran- 
cesco. 

Fir. As. Disc. Anim. Nov. Luc. Trin. 
Dial. Bell. Don. Firenzuola (Agno- 
lo).Opere, cioè: 'Traduzio ne dell'A- 
sino d’oro d’ Apulejo.— Discorsi 
degli Animali. —Novelle 8.—Com- 
medie, cioe: Lucidi, e Trinuzia.— 
Dialogo delle bellezze delle donne. 

Fra Giord. Preda. Fra Giordano. 
Prediche, MS. 

Fra Guitt. V. Guilt. 

Fra Jacop. da T. P. Fra Jacopo 
da Todi. Poesie. 

I’ran. Barb. P. Francesco da Bar- 
berino. Poesie. 

Fr. Sacch. Nov. Op. Dio. Franco 
Sacchetti. Novelle. —Opere diverse, 


MS. 


Aggiunta 


G 


Galat. V. Cas. Galat. 

Gal. Lelt. Sist. Galileo Galilei. Let- 
tere.—Dialoghi sopra i sistemi del 
Mondo. 

set Sport. Gelli. La Sporta , comme- 

ia. 

Gio. Vill. Giovanni Villani. Storia. 

Grad. S. Gir. Volgarizzamento 
de’ Gradi di S. Girolamo. 

Guar. Rim. Past. Fid. Guarini ( Bat- 
tista). Rime. — Pastor Fido, tra- 
gicommedia pastorale. 

Guid. Giud. Guido Giudice. Volga- 
rizzamento della Storia della guer- 
ra trojana, MS. — Rime. » 

Guitt. Leti. Rim. Ant. Fra Guitto- 


vid 


ne d’ Arezzo. Lettere, MS. — Rime 
Antiche. ; 


Imit. Vit. Crist. Imitazione della Vi- 
ta di Cristo, MS. 

Intr. Vir. Introduzione alle Vir- 
tù, MS. 


J 


Jac. Most. Pis. R. A. Rime anti- 
che, di Jacopo Mostacci da Pisa. 


L 


Lasc. Gelos. S:bil. Spirit. Streg. Pinz. 
Parent. Lasca (Anton Francesco 


Grazzini detto il). Commedie 6, 


cioè : La Gelosia, la Sibilla, la Spi- 
ritata, la Strega, la Pinzochera, i 
Parentadi. 

Lib. di Similit. Libro di similitudi- 
ni, MS. 

Lib. Son: Libro di sonetti, o Rac- 
colta di 146 sonetti di Messer 
Matteo Franco, e Luigi Pulci, MS. 

Lio. Dec. MS. Volgarizzamento del 
la prima e terza Deca di Tito Li- 
vio, MS, 

Lib. Mot, Libro de’ Motti, MS. 

Lor. Med. Nenc. Canz. Ball. Loven- 
zo de’ Medici. Stanze alla conla- 
dinesca in lode della Nencia. — 
Canzoni a Bailo. 

Luis. Pulc. Morg. Luigi Pulci. Il 
Morgante maggiore, poema. 


M 


Machiav. Comm. Mandr. e Cliz. Ar. 
della Guer. Disc. Machiavelli ( Se- 
gretario Fiorentino). Commedie, 
ciot : La Mandragola e la Clizia.— 
Arte della Guerra. — Discorsi so- 
pra la prima Deca di Tito Livio. 

Maff. Merop. Maffei. La Mevope. 

Mutesp. Stor. Fior. Malespini (Ri- 
cordano). Storia fiorentina. 

Malmunt. Malmantile riacquistato, 
poema di Lorenzo Lippi. 

Matt. Vil. Slor. Matteo 
Storia. 

Menz. Rim. Sat. Menzini ( Benedet- 
to ). Rime. — Satire, MS. 


Villani. 


XI 

Mess. Cin. Rim. ant. Son. Messer 
Cino. Rime antiche. — Sonetti. 

Metas. Metastasio (Abate Pietro). 
Opere drammatiche. 

Moral. S. Greg. Volgarizzamento 
de’ Morali di S. Gregorio Magno, 
di Zanobi da Strata. 

Morell. Cron. V. Cron. Morell. 

Morg. V. Luigi Pulc. 


N: 


Ninf. Fies. V. Bocc. 
Nov. Ant. ll Novellino, ossia Cento 
Novelle Antiche. 


O 


Omel. S. Gio. Gris. Volgarizzamento 
dell’ Omelia di S. Giovanni Gri- 
sostomo. 


P 


Pallad. Volgarizzamento di Palla- 
dio, MS. 

Passav. Passavanti (Frate Jacopo). 
Specchio di vera penitenza. 

Past. Fid. Y. Guar. 

Pecor. Nov. Novelle di Ser Giovanni 
Fiorentino, intitolate ll Peco- 
rone. 

Petr. Son. Canz. Cap. Frot. Lett. 
Lett. Sinisc. Pist. Uom. illus. 
Petrarca ( Messer Francesco ). So- 
netti. — Canzoniere. — Capitoli, 
ovvero Trionfi. — Frottola. — Let- 
tera, MS. — Lettera al Gran Sini- 
scalco Acciajoli, MS.— Pistole vol- 
garizzate, MS. — Vite degli Uo- 
mini illustri, volgarizzate, MS, 

Pros. Fior. Prose fiorentine, 

Provo. Com. Fir. Provvisioni del €o0- 
mune di Firenze, MS. 


Q 
Quist. Filos. Quistioni filosofiche, MS. 
R 


Red. Esp. Nat. Cons. Rim. Redi 
(Francesco ). Esperienze intor- 
no a diverse cose naturali. — Con- 
sulti medici. — Rime. 


XT 

Rim. Ant. Rime Antiche, o sta Rac- 
colta di Sonetti, Canzoni, ed altre 
rime di diversi antichi poeti to- 
scani. 


Rim. Ant. M. Cin. V. Mess. Cin. 
S 


Sag. Nat. Esp. T. Saggi di Naturali 
esperienze, pubblicate dal Tar- 
gioni. 

Salo. Avvert. Oraz. Salviati (Cava- 
lier Leonardo). Avvertimenti della 
lingua sopra il Decamerone.—Ora- 
zioni. 

Salo. Pros. Tosc. Salvini (Abate 
Antommaria). Prose toscane. 

San. Girol. V. Grad. 

Sannaz. Arc. Sannazzaro (Jacopo). 
Arcadia. 

S. Cauler. Lett. Santa Caterina da 
Siena. Lettere. 

Sign. Pred. Mann. Segneri (Paolo). 
Prediche. — Manra dell'anima. 
Segn. Stor. Vit. Nic. Capp. Segni 
(bernardo). Storia fiorentina. — 

Vita di Niccolò Capponi. 

Segr. Fior. V. Machiuo. 

Scn. Pit. Volgarizzamento delle Pi- 
stole di Sencca. 

Serd. Sior. Storia di Serdonato. 

Serm. S. Agost. Volgarizzamento 

‘ de’ Sermoni attribuiti a S. Agosli- 
no, fatto da Frate Agostino da Scar- 
peria. 

Stor. Ajolf. La Storia d’ Ajolfo, MS. 

Stor. Barl. Giosaf. Volgarizzamento 
della Soria di Barlaam e Giosa- 
fat, MS. 

Slor. Pist. Storie pistolesi. 

Stor. Semif. Storia della guerra di 
Semifonte, di Messer Pace. 


È 


T 


Tac. Dao. PV. Dao. Tae. 

Tass. Ger. Amin. Lett. Rim. Tase 
so (Torquanto). Gerusalemme li- 
berata. — Aminta, favola bosche, 
reccia. — Lettere. — Rime. 

Tesor. Brun. V. Brun. Tesor. 

Teseid. V. Bocc. 

Tes. Brun. V. Brun. Tesor. 


U 


+ Urb. Urbano. Opera erroneamente 


attribuita al Boccaccio, 


V 


Varch. Stor. Erc. Sen. Ben. Boez. 
Varchi (Messer Benedetto). Storia 
fiorentina. — Ercolano. — Tradu- 
zione de’ libri de’ benefiz) di Se- 
neca. — Traduzione della consola- 
zione filosofica di Boezio. 

Vinc. Mar. Rin. Lett. Vincenzio 
Marteili. Rime. — Lettere. 

Vit. Beno. Cell. V. Beno. Cell. 

Vil. S. Gio. Batt.Vita di S. Giovanni 
Battista, MS. 

Vit. S. Girol. Vita di S. Girolamo, 
MS. 

Vit. S. Mar. Mad. Vita«di Santa 
Maria Maddalena. 

Vil. SS. PP. Vo!garizzamento delle 
vite de’ Santi Padri. 


Z 
Zibald. Andr. Zibaldone, o sia Lî- 


bro di varie cose, MS. di Andrea 
Andreini. 


SI 


Li 


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INDICE 


DELLE PARTI, DELLE SEZIONI E DE'CAPITOLI. 





I NTRODUZIONE . » pag. 


PARTE PRIMA. OrTOLOGIA. 
SEZIONE I. Dell’Alfabeto, delle 

Vocali,de’Dittonghi, Trittonghi, 

e Quattrittonghi . » 
Sez. lI. Delle Consonanii, » 
Sez. III. Delle Sillabe . » 
Sez. IV. Dell’ Accento. » 


PARTE SECONDA. ORTOGRAFIA. 


Sez. I. Della Sillabazione. » 
Sez. II. Del Raddo ppiamento Re5 


le consonanti. l 
Sez. III Dell'Accrescimento del- 
le parole . . » 


Sez. IV. Dell’ Apostrofo . » 
Sez. V. Del Troncamento delle 

parole in fine ‘ . » 
APPENDICE Delle Interpunzioni » 


PARTE TERZA. ETIMOLOGIA 
E SINTASSI. 


SEz. PRIMA. Delle Parti del di- 
scorso in generale. 


CapPITOLO Unico. Definizioni 
delle otto parti del discorso. » 
Delle Parti variabili e in- 
variabili . ; a » 


SEz. SECONDA. Del Nome. 


CAP. 1. Divisioni del nome. » 
Nome comune . . » 
Nome proprio . . » 


Nomi astralli . 

Nomi figurativi. » 
Nomi caratteristici . » 
Nomi verbali » 
Accidenti del nome » 


CAP. II. Varietà di genere. pag. 
Osservaz. su i due generi. » 
Genere de’ nomi proprj. » 


— de’nomi in a. . » 
— de’nomi in e. . » 
— de’ nomi in 3. . » 
— de’nomi ino. . » 
— de’nomi in u. . » 
Nomi eterocliti ; » 


Gen. de’nomi caratteristici.» 
Cap. 1II. Del Numero . » 
Regole sul pluralede’'nomi. » 
Nomi eterocliti nel plur.: » 
CAP. IV. Varietà di grandezza, 
e di valore de’nomi. 
Degli Accrescilivi 
De’ Peggiorativi . . 
Dei Diminutivi . - » 
CAP. V.Varietàdirapporti. —» 
Rapporti del nome con un 


verbo . n . » 1 
De’ Casi . » 
Rapporto di un ‘nome con 

aliro nome. . - » 


Cap. VI. Varietà d’ estensione 
de’ nomi, e degli articoli. 
Articolo determinante. » 
Articolo composto . » 
Cap.VII.Sull’Uso dell'articolo. » 
Articolo indeterminato, » 
Articolo partilivo . » 


i) 


SEZ. TERZA. Del Pronome. 


Cap. I. Pronomi personali. » 
Pron. person. primilivi. » 
Pron. person. relativi. » 


Osserv. su i pron. sè, si. » 

— su i pron. il, Vo, li, gli. » 
CAP. 11. Sull'Uso de’ propormi 
personali . : » 
Osserv. su i pron. ne, ci, vi. » 


60 
ivi 
62 
ivi 
63 
65 
66 


ivi 


Cap. III. Dell’Accozzamento di 


due pron. pers. pag. 
CAP. IV. pron. person. dimo- 
strativi . . » 
Pron. person. indetermi- 
nali. . . v 


SEZ. QUARTA. Dell’ bito 
Cap. I. Degli Add. in generale. » 


1 
GAP. 1I. Add. qualificativi. » 11 


Sulla Concordanza degli ad- 
diettivi . : ; » 
Accrescilivi , peggiorativi, 
e diminutivi degli add. » 
Sul Posto dell'add, nel di- 
scorso . » 
Cap. MI. Gradi di | compara: 
‘ zione . 
Grado eguale 
— maggiore e' minore. 
Superlativo relativo . 
Superlativo assoluto . 
Cap. \V. Add. pronominali. » 


Li 


108 


124 
ivi 
126 
129 
131 
133 


Add. pronomin. possessivi.» ivi 
CAP.V.Add. pron. congiuntivi. » 138 


CAP. VI. Add. DIOROEN DIET: 
butivi. 
Cap. VII, Add. pron. ‘indefiniti. » 
CAP. VIII. Add. dimostrativi. >» 
Cap. IX. Add. determinativi. » 
CAP. X. Add. quantitativi. » 
CAP. XI. Add. numerali . » 
Numeri primitivi. è » 
Numeri composti. - » 
Numeri ordinativi » 
Numeri collettivi. » 


SEZ. QuInTA. Del Verbo. 


Cap. I. Del Verbo in generale. » 
Cap. I. Del Modo . » 
Cap.Ill. Del Tempo, della Perso- 
na, e del Numero. 3 » 
Tavola de’ tempi. È » 
CAP. IV. Della Conjugazione. » 
De’ Verbi ausiliari essere, ed 
avere  - 
Conjug. del verbo Essere. 
Modi di dire con Essere. 
Conjug. del verbo ddere. 
Modi di dire con Avere. 
Cap. V.De’ Verbi principali. 
Prima conjugaz. in are. 
Seconda conjug. in cre. 


© Uve Ù vu 


» 147 
148 
154 
156 
159 
161 
ivi 
162 
163 


164 


165 
169 


371 
r72 
175 


ivi 
179 
183 
185 


1880 


190 
193 
198 


. CAP.JX.Verhi della 3za.conjug. 


CAP. V. Terza conjug. in'ire, 
ima, classe - - pag. 
Terza conjug. in ze, 2da. 
classe . » 
Conjug.de’verbi i irreg. in are. » 
Modi di dire col verbo dn- 
dare » 
— — col verbo Dare. » 
— — col verbo S/are. » 
— — col verbo Fare. » 
Prosodia de’ verbi in are. » 
Cap. VI. Osserv. gener. su i 
verbi della 2da. _conjug. 
Verbi regol. in ere. 

CAP. VII. Verbi in ere irregol. 
Verbi in ere in parte irreg. 
-Verbi in ere interam. irreg. 

Cap.VII.Verbi in ere difettivi. 


— della 1ma. classe. 
— della 2da. classe. 
Verbi irreg. in ire. 
Sez. SESTA. Sull’ Uso de’ modi 
e de’ tempi. 


Cap. I. Del Modo infinito. » 
Cap. ll. Del Participio oltre 
e del gerundio . » 


Sx us Uu << uu xÌuer 


Cap. III. Del Modo soggiuntivo, » ag5 
Cap. IV.Sull’Uso de’tempi, ec. » 300 
CAP. V. De Verbi passivi, neu- 
tri, e neutri passivi . » 306 
Cap. VI. Del participio passato » 317 
SEZ. SETTIMA. Delle Quattro parti 
invariabili. 
Cap.I. Dell’Avverbio —. » 325 
Cap. II. Della Preposizione. » 336 
Della Prep. DA . . » 337 
Della Prep. A _. A » 340 
CAP. III. Della Prep. pi . » 344 
CaP.IV. Delle Prep. con,ir, per. » 350 
CAP. V. Delle Prep. senza, so- 
pra, ec. . » 357 
Cap. VI.Delle altre Preposizioni. » 361 
Cap. VII. Della Congiunzione. » 367 
Cap.VIII. Dell’ interiezione. » 373 
SEZ. OTTAVA. 
Cap. 1. Della Costruzione. —» 378 
Dell’ Accento oratorio. —» 379 


da0f 


203 
205 


210 
214 
220 
225 
232 


235 
237 
243 
245 
255 
270 
274 
275 
276 
282 


287 


294 


CAP. II. Delle fig. grammaticali. » 380 


INDICE alfabetico ragionato. » 


38% 


NU. —-- — _ 


| 


| 


i 


LÌ 


GRAMMATICA RAGIONATA 


DELLA 


LINGUA ITALLATIA 





INTRODUZIONE 


SI Per linguaggio, lingua, favella, idioma, intendesi l'e: 
sposizione delle nostre idee e de’nostri pensieri per mezzo della 
voce articolata, facoltà particolare, e dopo quella della Ragione, 

iù preziosa dell’uomo, imperciocchè visibilmente dal bruto 
il distingue. 

S- IL Il linguaggio altro non è che un immenso aggre- 

gato di segni detti parole, vocaboli o termini, inventati per 

mutua comunicazione delle nostre idee; e siccome nascono 
queste in noi dagli obbietti che ci si presentano a'sensi, egli 
è necessario che ogni idioma tanti segni contenga, quanti sono 
gli obbietti esistenti, e quanti ne abbisognano, onde esattamente 
e con chiarezza possiam rendere tutti.i nostri pensamenti. 

S. III. L'esporre le nostre idee mediante la voce artico- 
lata, o, che è lo stesso, il parlare, è antico quanto l'origine 
dell’uman genere, e per lungo tempo non fu che un mero 
bisogno dell'uomo; ma a misura che progrediva lo spirito 
umano verso la perfezione, i linguaggi divennero essi pure 
un obbietto di studio; e la chiarezza , l'esattezza, l'ordine 
e l'armonia nelle espressioni, nacquero negli uomini dal de- 
siderio di piacere e d' insinuarsi nell'animo l'uno dell’ altro. 

S. IV. È opinione generale che i Greci i primi furono 
che a leggi sottoponessero il linguaggio loro , prescrivendo 
regole e precetti per la retta espressione delle idee, ed in fine 
un’ arte ne formassero, che GRAMMATICA chiamarono (I), 
nome che poscia in tutti gl'idiomi venne adottato onde indi- 
care la stessa cosa per cui il destinarono i Greci. 


(:) Grammatica, voce greca, da gramma yeàmua lettera, perché le Jet- 
dere, come poi si vedrà, sono gli elementi del linguaggio, e questo il sub- 
bietto intorno a cui sé occupa la grammatica. 

Gramm. Ital. 2 


b | INTRODUZIONE 

‘ $. V. Per Grammatica adunque s'interide l'artè di espii- 
“mere correttamente i pensieri, sì con parole che in iscritto, e 
chiamasi con lo stesso nome il libro che contiene una colle- 
zione di precetti grammaticali. 

S. VI. I precetti di grammatica sono, o universali, in quan- 
to che possono a tutte le lingue applicarsi; o particolari, al- 
lorchè solo si estendono a princip) di tale o tal altro idioma, 
insegnando il modo con cui, persone bene allevate, parlare e 
scrivere debbono l’idioma loro. 

S. VII. Una grammatica, perchè interamente al pro- 
osto scopo corrisponda, debbe in quattro parti esser divisa, 
e quali con le greche voci Ortologia, Ortografia , Etimolo- 
gia, e Sintassi chiamansi. | 

$. VII. L' Ortologia (2), ossia Retfa pronunzia, è l'arte 
‘di conoscere il valore delle lettere, e di {4 loro il suono e 
I’ articolazione, secondo la convenuta maniera di pronunziare. 

8. IX. L' Ortografia (3), ossia Retta scrittura, è l'arte 
‘di conoscere la quantità e la qualità di lettere che entrano 
in una sillaba , ed il numero di sillabe, richiesto per la for- 
mazione delle differenti parole di un idioma. | 
i $. X. L'Eumologia (4), ossia Zero discorso, tra le quat- 
tro parti la più essenziale, ha per oggetto le parole signi- 
‘ficative, dessa essendo l'arte di conoscere il vero significato 
‘de’ vocaboli secondo ta loro natura, vale a dire isolati ed 
‘Indipendenti; di scoprirne, analizzandoli, l'origine e la derivazione; 
d’indicarne le variazioni; ed in fine di ben distinguerne le stabi- 
lite modificazioni, per cui viene il sentimento loro diversificato. 
(© $. XI La Sintassi (5), ossia Costruzione, 0 Disposi- 
‘ zione, tratta le parole non più isolate, ma fra di loro corre- 
‘lative, costruendone le forme , e additandone le posizioni , 
secondo che l’ esigono i mutui loro rapporti. 

S. XII. L' Ortologia e l'Ortografia sogliono regolarsi se- 
- condo l’idioma di questa o quella nazione, per lo che estra- 
nee sono alla grammatica universale. Della prima non occor- 


(2) Ortologia, voce greca c6S0X6y/a da 06996 retto, e Adyse discorso. 

(3) Ortografia, voce greca 0'9%ezpap/e da de9òs retto, e ypeperr scri- 
.vere. i 

(4) Etimologia, voce greca erumedoyia da drupog Vero, e A0y06 parola, 
senso, ragione, discorso. Etimologia cerrisponde al latino Zero/loguium voce 
usata da Cicerone. 

(5) Sintassi, voce greca euvrat:s da eur con, e rat: ordine, da rdersr 
ordinare disporre ; vale propriamenie: Ordinata disposizione e connessione 
di più cose qualsivogliano. Come termine grammaticale significa Collega- 
zienc, disposizione, ed ordine delle parole. | 


| INTRODUZIONE 5 
i rerebbe punto ragionare nella presente opera, se lo scopo di 
questa sol tendesse ad ammaestrare }a gioventù italiana + ma 
mirando noi, nel pubblicarla, che anche gli stranieri attin- 
gervi possano quanto può esser loro giovevole per appren- 
der bene la nostra favella, così, quel che saremo per dire 
dell’ortologia italiana, sarà più agli stranieri perchè acqui- 
stino una buona pronunzia, che agl'Italiani stessi diretto. 
L’Ortografia poi, scienza assai necessaria, ma sovente pur 
troppo negletta da’ più de’ giovanetti o per propria trascurag- 
gine o per difetto d'ammaestramento, ci studieremo di esporla 
e schiarirla con precetti facili, che, a dovere osservati, abilite- 
ranno ognuno, e Italiano, e Straniero, a scriver bene la lingua. 
L’Etimologia verrà da noi tutta percorsa e. spiegata. 
In quanto alla Sintassi, anzichè formarne una parte se- 
parata, ci è paruto ben fatto di esporla in una coll'Etimologia, 
vale a dire far sì che ogni regola di questa, occorrendo; sia 
seguita in una sottoposta annotazione dalla sua sintassi ; metodo; 
al parer nostro, più agevole allo studioso, € più istruttivo. 





% 


- 


PARTE PRIMA 
ORPOLORIA 


- 





o SEZIONE PRIMA. o 


DELL'ALFABETO E DELLE VOCALI. 


8. I. Essendo la voce umana sviscettiva di ‘molte più ar= 
ticolazioni , che non ci fa mestieri per la comunicazione delle 


nostre idee , si cominciò, perchè lungi fosse ta nostra mente: 


dal confondersi, a limitarne le variazioni a tanto numero , 
quanto per la occorrenza del linguaggio fosse necessario, ed a 
prescriverne gli elementi, i quali Zeffere 0 Caratteri si chiamano. 
‘ — $. II. Le Lettere adunque sono i primi materiali delle 
lingue; ma da ciò non segue che il numero di esse in tutti 
i linguaggi debba essere eguale; avvi idiomi che ne contano ven- 
ticinque, altri ventisei, ed altri ancora ventotto. L'italiano ne 
ha ventidue (4), che sono: È 

A. B. C. D. E. F. G. H. T, J. L. M. N. O. P. Q. R. 
$. T. Ù. V. Li. | ° 


. (+) Non è ancara gran tempo che generalmente senza JT, e senza V, 
cioè con sole venti lettere s’insegnava l’alfebcto italiano, confondendosi im- 
propriamente queste due lettere, l’una coll’ I,l'altra coll’U, invece di dar 
loro il posto nell’ alfabeto cui, pel carattere loro distinto, ben meritano; 
imperocchè egli è ovvio oramai ad ognuno, che J è talvolta conso- 
nante, segnatamente in principio di parola, quando è immediatamente se- 
guito da a, e, 0, odu, non esigendo mai innanzi a sé l’elisione di 
alcuna vocale, come all’ opposto la vocale I spesso 1’ esige; e talvolta co- 
me lettera doppia prendesi in fine de’ nomi, î quali in segno del plura- 
le, due % domanderebbero. Più chiara ancora si presenta la distinzione 
del V dall’ U, non venendo la prima di queste due lettere mai altrimen- 
ti, nell’ italiana lingua, che come consonante /udizle riguardata ed adope- 
rata, così În principio come in mezzo di parola: quindi sarebbe pur de- 
siderabile che si cessasse una volia di mescolare ne’ dizionarj lo J_col- 
l'I, ed il V coll’U nel progresso alfabetico delle voci che da queste lettere 
cominciano, il che, se altro non producesse, gran comodo per lo mena 


lecherebbe a quelli che apesso nella necessità sono di avere tali libri per 
re mani. 


si. tro ell o ‘at 


so rt A 0 ce RE: TE. —@«<&€—66m—TmT—m—m———@6@—6<@666mr_-rr__r_r_—___-_--=——ttt—}@è-ÉÌ/|E...-i/@l@i@GGSZSSG<<< 4 


D _ ORTOLOGIA | È 

S. ITI. Cinque delle lettere anzidette, cioè A. E. I. O. U. 
si dicono vocali, perchè di per sè forman suono. Nell’ alfa- 
beto latino evvi una sesta vocale, cioè l'Y (l' epsilon dei 
Greci), quantunque una tal vocale non fosse a'Latini più ne- 
cessaria di quello che lo è agl'Italiani, i quali in vece di essa ado- 
perano l'I, che par loro sufficiente; perocchè sembra certo che 
anco presso 1 Latini il suono dell'Y fosse lo stesso che quello 
dell'I, e ch' eglino solo l’adoperassero per seguire esatta- 
mente l'ortografia greca, nelle voci dalla greca lingua prove- 
menti. | | 

S. IV. La prima, la terza, e la quinta delle vocali non 
vanno soggette ad alcuna sensibile variazione di pronunzia : 
il suono loro è unico e costantemente lo stesso. Ma evvi 
due varietà notabilissime nel. suono dell’ E ed in quello del- 
l'0, cioè il suono chiuso, ed il suono aperto; e dipende în 
gran parte, non v' ha dubbio, il pronunziare o rettamente, o 
difettosamente le parole italiane, dal dare o non dare a queste 
due vocali il vero suono o chiuso o aperto, che lor compete. 

S. V. Trattasi ora di sapere quando la È e l'O dovranno 
esprimersi con suono chiuso o aperto. 

(Nota Bene. Per maggior chiarezza delle seguenti spiega- 
uoni, le vocali E ed O negli esempj saranno segnate d' ac- 
centi o acuto (‘) o grave (), secondo che dovranno pro- 
nunziarsi o chiuse, o aperte.) 

| } VI. E, si proflerisce chiusa : 
°, Nelle voci monosillabe, come fe (per fede o fece), 
re, tre, me, te, se, (2) ce, ve, ne, che (per poichè). (3) 

2, In fine di parola, ancorchè non sia monosillaba, 
ogni volta che è accentuata come in merce) perche’, poiche’, 
ed in tutti gli altri composti di che; ma in cioé, e ne’ voca- 

li stranieri come /acché , aloè , Noè, Moisè, Giosuè, ec., 
‘€ finale pronunziasi aperta. 

5°. Nelle terminazioni emo (4), ete, della prima e se- 
conda persona plur. del pres. indic. della seconda Conjugazio- 
ne, come godemo, leggemo , godette , leggete. 

._ 4°. Nelle terminazioni eco, evi, eva, dell’ imperfetto 
lndicativo della 2da conjugazione , come leggevo , godevo , 
legevi , godevi, leggeva , godeva. 

d9. felle terminazioni ei, estî, e, emmo, este, erono, 


(2) Così pure ne' composti di questi pronomi méco, féco, séco. 

(3) Traane è, terza persona singolare del verbo Essere, mè per me- 
glo, dè’ per deve, d'è per diede, piè per piede. 

(4) Terminazione poetica ‘per iano, come godiamo, leggiamo, ec. 


PARTE PRIMA 

nel passato definito indicativo della seconda conjugazione ; 
come crede, godet, credesti, godesti, crede, gode, credemmo, 
godemmo, credesie , godeste , crederono. (3) | 

6°. Nelle terminazioni remo , rete, del futuro di tutte 
le conjugazioni; come altresì nelle terminazioni restz, remmo, 
reste, del condizionale, come: ameremo, goderemo, finirema; 
amerele, goderete, finirete; ameresti, goderesti, finiresti; 
ameremmo, goderemmo, finiremmo; amereste, godereste, fini- 
reste. (6) 
‘+ ‘©. Nelle terminazioni ena , eno , era, ero, ete, eto, 
“ove non sia immediatamente preceduta da 7, come:im cena, 
pena, rena , lena , balena, catena , seno, meno, sereno, 
cera, sera, pero , vero, mero (salvochè in alcune voci tri- 
sillabe, come in sevéro , sincero , allero , ec), rete, abete, 
aceto , pometo , albereto , €. Lit. rie an. 
—_—$. Nelle terminazioni eggio , egno, egola, esco , evole, 
ezza, come in passeggio, corleggio , soslegno , condegno ,. 
tegola , pegola, lupesco , canesco , agevole , piacevole, ami- 
oh altezza, contenlezza , cc. 

9°, Nelle terminazioni mente (negli avverbj) , e mento 
(nei nomi verbali), come altamente, lietamente, andamento, 
pensamento , ec. 

«40. Nelle terminazioni e7t0, eta, ne diminutivi sì de'so- 

stantivi che degli addiettivi, come Zibretto, ragazzetto, agreito,; 
soletto, donneita chiavetta , ec. 

. VII La E avrà il suono aperto: 

o. Ne' principj e ne' mezzi delle parole , semprechè 
da due consonanti sia seguita, salvo ne’ casi esposti a'numeri 
8,9,c 10, del $. precedente, come in senso, certo, 
pezzo , bello , uccello , arrésio , conténto , senténza , affétio , 
effetto , ec. | 

. 2°. Nelle terminazioni esima , esimo, come in cresima, 
millesimo, centésimo, ventesimo, ec. Tranne battesimo, qua- 
resima, in cui la e è chiusa, =—__ ; 

3°. Nel dittongo se, innanzi a tpualsivoglia consonante , 
come fiéle , ciélo , micle , fieno , schiéna , téena , fiéena, al- 
uéra , pensiero, britee., allitvo , quieto , lieto, ec. 
4°. Nella terminazione ea non dittongo, come in Dea , 


(5) Nella terminazione è4/ero, come credettero, godettero, ec. l'e è aperta. 

(6) Nelle terminazioni del condizionale rei, (prima pers. sing.), rebbe 
(terza pers. sing.), e rebdero, (terza pers. plur.), la e è aperta, come cre- 
derèi, crederebbe, crederèbbero; goderti, goderìbbe, goderèbbero. 


| | _ _ORTOLOGIA 7 
idea, assemblea, Européa, Cesaréa, epopéa, Andréa, Dorotta, 


ec. (7 

HI) Nelle voci dette sdrucciole, aventi l’ accento tonico 
nell'antipenultima sillaba, come in Pélago, medico, décimo, 
Venere, sécolo , Pergamo , termine , zéffiro, Genova, e si- , 
mili ; fuorchè Zina, in cui l’ e è chiusa.. -- cr 

S.. VIII Per tutti gli altri casi non evvi che l’ uso che 
possa servir di maestro. Noteremo soltanto che in moltissime 
parole egli è assa1 malagevole all’ orecchio il distinguere se 
l'e o tra le chiuse o tra le aperte debbasi classare ; e cre- 
diamo che non anderebbe molto errato chi s' avvisasse di 
stabilire una terza varietà nel suono dell’ e che tenesse il 
mezzo tra l’ aperto e ”1 chiuso. Una tale varietà troverebbesi 
nella pronunzia delle nella penultima sillaba, non accentuata 
delle voci dette sdrucciole , come in àlbero , burbero, con- > 
tra, lbero , leggere, mòvere, ed altre simili; come altresì 
nell’ e finale non accentuata di qualsivoglia vocabolo , come 
m Frode, grànde , felice, mùre, cc. 

S. IX. S' incontrano non di rado nella lingua italiana 
due voci, che sebbene sieno della medesima ortografia , al 


t 


ide 
biano un significato differente , il quale solo dai due suoni 
dell'e si distingue. La maggior parte di tali voci, che Equ? 
voche chiamansi, si troveranno nella qui sottoposta lista. 


LISTA ALFABETICA 


DI VOCI EQUIVOCHE PER LA DIVERSA PRUNUNZIA 
CHIUSA O APERTA DELL’ E. 


E chiusa. E aperta. 

Accétta — strumento di ferro. Accétta--verbo , e add. f. 
Affetta — taglia a fette. Affetta — passione d’ animo. 
Aléga, e léga — parlando di denti. Allega -- adduce in testimonio. 
Ammézza — imputridisce. Ammezza -- divide per mezzo. 
Bei — per bevi. Pei —- per belli. 
Berla — per beverla. Berla — erba. 
Capéllo — pelo. Cappello -- coperta del capo. 
Cencio — straccio. Cencio -- dim. di Vincenzo. 
Cera — lavoro delle api. Cera — volto (si dirà meglio (Cera). 
Cétera — strumento musicale. Cetera -- abbreviazione. 
Colletto— piccolo colle. Colletto — raccolta. 
Ché-- particella soggiuntiva. Ch' e -- che è. 

orreggia — cintura. Corrîggia -- per corregga (poct). 


(7) Non è compresa in questa regola la e negl’ imperfetti accorciati, 
come: Facéa, vedia, credéa, avéa, ec. in vece di L'acéva, vedéva, credèva, 
aviva, in cui le è chiusa. 


8 PARTE PRIMA 


Créta-- terra. | Crèta —- isola di Candia. ni 
De-per dei delli. Dèi — plur. di Dio , e per devi. 
Déa--per debba o deva (in rima). Dea — diva. 
Déssi — per essi stessi. Dessi -—- per devesi. 
Detti —da dire. Detti — per diedi. 
È —per ei, egli. . È — lerza persona del verbo essere. 
Elle — esse. Èlle — lettera consonante L. 
Esca — nutrimento. Esca — verbo da uscire. 
Ésse — elleno. | Esse — lettera consonante S. 
ssi — eglino. Essi — si è. —- 
Este — queste. Este — nome di famiglia. 
Feéllo — lo fece. Fello — perfido. 
Féro — fecero. Fèro — per fiero , feroce. 
Feste — faceste. Fèste — giorni festivi. 
Léga — accordo. —’ Lèga — distanza di 3 miglia. 
Légge — decreto. Legge — verbo da leggere. 
Léssi — bolliti. Lessi — verbo da leggere. 
Mé — pronome personale. . Me’ — per meglio. 
° Méle — pomi. Méle — miele. 
Meénalo —fconducilo. Mènalo — nome proprio di monte € 
1 città. 
Ménola — io la meno. Mènola — sorta di pesce. 
Mesce — verbo da mescere. M' èsce — mi esce. 
Messe — plur. di messa. Messe — il ricolto. 
Meta —- sterco. Meta-- scopo, termine. 
Mézzo-fracido, o assai maturo. Mezzo — metà. 
Péra — frutto. Pera -- perisca. 
Pésca — pescagione. Pesca— frutto. 
Pésta—add. femm. Pèsta—nome di città. 
Péste—-add. pl. fem. da pestare. Peste-- pestilensia. 
Péto — tratto. Petto — parte del corpo animale. 
Préso--da prendere. | Presso — vicino. 
Sé -- avo. e pronome. Se—sei e siei. 
Stélle — astri. Stelle— le stette. 
Stémmi — mi stiede. Stemmi — armi gentilizie. 
Té pronome. Tè tieni ed erba. 
Télo—una larghezza di panno. Telo dardo. 
Téma—timore e verbo da temere. —Tèma—argomento di discorso» 
Témi-—dal verbo temere. . Temi —Temide. 
Veggia — per vegga. Veggia — botte. 
Veéglio — verbo per vegghio. Veglio — per vecchio. 
Velle — vedile. Velle — svelte. 
Véllo — vedilo. Vello — pelle lanosa. 
Véna — arteria. Vena — avena. 
Venti — due volte dieci. Venti — plur. di vento. 
Vergola -- piccola verga. Vergola — barca. 


Véschi — plur. di veschio. Veschi — nome di famiglia. 


(e 


PARTE PRIMA o __ 9 
REGOLE 

INTORNO ALL’ O CHIUSO, ED APERTO. 

| Dell O chiuso. 


S. X. 1°. L'O non accentuato è sempre chiuso, tanto nei 
principj, e ne' mezzi, quanto ne'finali delle parole, come in 
odorifero, eccetto ne’ casi esposti nel numero 4, del $. XI. 

2°. È chiuso nelle terminazioni 0j0 od oso, ogna, ognò, 
ore, ore, osa, oso, in voci trisillabe , e polisillabe, come in avo/- 
10/0, deg , strettojo, menzogna', vergogna, carogna, sogno, 
lisoeno uffone, affannone , donnone , onore, fercdre, am- 
ministratore, Certosa, Vallombrosa, famoso, amoroso, come 
pure ne femminini e ne' plurali di questi addiettivi. 

5°. Nelle voci derivanti dal latino , in cuì l’ O è sosti- 
tuto all U latino, come in colpa, moglie, molto, mosca, 
volpe , siollo , ec. | | 

4°, È pur chiuso in quelle voci derivate; ove nel la- 
ino pronunziasi aperto, come in’ mostro, ascoso, toso, Al- 
onso, ec., imperciocchè in latino . mònstrum , abscònditus , 
ionsus, Alphònsus, profferisconsi. 

5°. Ne pronomi noi, vot. 

6°. Ne verbi in orrere come, ‘Accorrere, concorrere, soc- 
correre ; percorrere , ec, € ne loro derivati , come accorso, 
CONCOFSO , SOCCONSO , percorso ; i0 corro , concorro , soccorro , 
percorro, ec. | 

7°. Nell’ antipenultima sillaba nelle voci dette Sdrucciole, 
come in folgore , forfora, brontola , logoro , tortora, ec.; 
ma questa regola soffre molte eccezioni, come in cronaca, 
fomite , tròttola , arròtola , ed altre. 


Dell' O aperto. 


7 XI. L'O ha il suono aperto: | 
, 1°. Nelle voci monosillabe come in dò, stò, sò, tò, Pò, 
mo, nò , CIÒ , può $ oh. 

2°.. In tutte le parole bisillabe , trisillabe , e polisillabe, 
uscenti in O accentuato, come in Amò, considerò , parlerò, 
Niccolò , ec. 

5°, Nel dittongo vo come in cuòre, suòno, giuòco, buò- . 
no, ec. 

Gramm. Ital. 3 


, 


10 ORTOLOGIA 

4°. In tutte le bisillabe, ove si trovi nella prima sillaba, 
come in mòdo , nòdo, tòro, gòdo, mòro ; eccetto in coda, 
foce , roda , ora. (8) 

Ho. Nelle voci bisillabe e trisillabe, in cui sia susseguito da 
una delle liquide 7, o r, come in fola, tòfa, mòlle, colle , 
vòlli , Apòllo, òro, pòro , pòrto, òrco , vòrtice , conforto. (9) 

6°. Nella maggior parte delle voci in cui sia preceduto 
da r come in pròvo, tròeo, tròito, fròllo, ec. tranne Tromba, 
e tronco. | 

7°. Nella sillaba gz0, nelle voci bisillabe, come in g10]a, 
Giòve, Giòna , eccetto giogo , in cui l'o è chiuso. 

8°. Nella terza persona sing. del passato definito de' verbi 
regolari in are, e nella prima persona del futuro di tutti 1 verbi, 
nelle quali raddoppiasi la consonante dell’affisso, quando che 
uno ne ricevano; come: amò//o, parlònne, daròtti, ameròvsi, ec. 

9°. Nelle desinenze oglio , oglia , oglie , ogli, come in 
dòglio , vòoglia , accòglie , toglie , ec. 

40°. Allorchè precede ad una sillaba composta di 
due vocali ; come in memòria, glòria, storia , fandònie , 
folio , avòrio , òzio , ec. 

41°. Allorchè precede ad una consonante composta 
{vedi la seguente Seziorie, S. VI.) di due o tre lettere, 
di cui la prima sia la S, come in ròspo, òstro, vostro, chiò- 
stro, ec. 


ciole , come in arròtola , tròltola. | 
S. XII Oltre agli anzi esposte regole, che esse pure, per 
quanto generali sembrino essere , forse patiscano eccezion , 


Finalmente 12°. nell’antipenultima delle voci dette Sdruc- i 


nulla di più puossi stabilire di certo su i due suoni dell'O; 


saranno leggi T uso, e I orecchio ove manca il dettame dei 
precetti. 
S. XIII. Sovente la differenza di significato tra due voci 


della medesima , 0 quasi medesima ortografia, emerge dalla 


sola pronunzia o chiusa, o aperta dell'O, sì come si è ve- 
duto che lo stesso accade pel doppio suono dell'e. Di tali 
voci evvi copia nella nostra lingua, e la susseguente tavola 
ne contiene una raccolta. 


(8) Avvertasì che, in generale, nelle voci derivate, in cui VO corri- 
sponde all’ au de’ latini, quest O debbasi pronunziare aperto, come în 
òro(aurum), moro (maurus), ròro (raucus), /oro*(taurus), fesòro (thesaurus). 

(9) Eccetto in f6rma, érno, forno, forse, pòrre, 6rma, sérgo, sorcio, 
ingérdo, gilfo, sélfo, 0 26lfo. 


- PARTE PRIMA 51 


LISTA ALFABETICA 


DI VOCI EQUIVOCHE PER LA PRONUNZIA DELL’ O 
CHIUSO O APERTO. 


O chiuso. 
Accérre — da accorrere. 
Accérsi—da accorrere. 
ida accortare. 
oppia — raddoppiare. 
Addéito-- da dota 
Miéga—da affogare. 
Apporti -- per apponerti. 
Allora— avo. 
Arréto — giunto. 
Létte--vaso di legno da vino. 
Cogli con gli. 
Cigno — cugno. 
Cla --da colare. 
C6l—per con il. 
Colla--per con la. 
Célico—verdo da colcare. 
lle-per con le. 
Cillo—per con lo. 


Coléro— verbo da”colorare. 

Colto— coltivato. 

Cippa— parte del collo. 
rre-da correre. 

Corsi — da correre. 


Corti —p1. di corte,e dell'add. corta. 


Césta — per consta. 
Dézlio— vaso di terra cotta. 


O aperto. 
Accòrre—per accogliere. 
‘Accòrsi—da accorgere. 

Accòrto — avveduto. 

Adòp;ia —alloppia. 

Adòtto—da adottare. 

Affoca—da affocare. 

Appòrti—da apportare. 

Allora — sorta di pera. 

Arròto — per arruoto. 

Botte--plur. di botta, percossa. 
Cogli — da cogliere. 
Cogno—congio , misura. 

Còla- abbreo. di Niccola. 
Còl--abbreo. di colle. 

Còlla — bitume. 

Colco-- nome di regno antico. 
Colle— collina. 
Collo-- parte del corpo fra la testa e 

le spalle. 

Coloro — quegli. 

Còlto—add. da cogliere. 

Coppa — tazza. 

Corre — per cogliere. 
Corsi--nativi della Corsica. 
Còorti—per coglierti. 


Costa — costola, e riva. 


Dòglio—verdo da dolersi. 


Déno — (nome) regalo, e (verbo) da Dònno—signore. 


Onare. 
Dippio—due volte tanto. 
Félla—calca, moltitudine. 
Folle plur. di folla. 
dra— pertugia. 
dro -- pertugîo. 
Fésse— da? verbo essere. 
Chiozzo — pezzetto. 
mito— gombolo, cubito, 
Gotta — podagra. 
Gétto — per goccia. 
Mpértì -- imponerti. 
nedél!o — inculto. 
éttlo —[]da induyre. 
lngélla — ingoja. 
- articolo determinante. 
— pron. ‘pers. e possess. 
= fango. 


D’ òppio—di oppio. 
Fòlla—io la fo. 
Folle-- matto, pazzo. 
Fòra — per sarebbe. 
Foro-- piazza. 
Fòsse--pl. di fossa. 
Ghiòzzo — pesciolino. ax 
Gòmito—pcr comiîto di galea. ha 
Golia — per gota. e. 
Gotto — bicchiere. 
Importi — verdo da importare. 
Incòlto — da incogliere. 
Indòtto — ignorante. 

Incòlla — attacca con colla. 


L'ho — verbo lo ho, 


TL’ òro — metalio. 


13 ORTOLOGIA 


Mosco = muffa verde. 
Mozzo (zz asp.) — tagliato. — 


Noce — frutto. 

dra -- nome, € avo. 
6rno — verbo da ornare. 
6ve — avo. dove. 

Pollo — gallina. 

Pimmi — ponimi. 


Poppa —}a parte deretana d’ un 


naviglio. 
Porci — metterci. 
Porre — ponere, 
Porsi — mettersi. 
Pose — verbo mise. 
Posta — part. f. da porre. 
Ricorre — verbo da ricorrere. 
Riporti — rimettere. 
Ritérne — (poet.) per ritorni. 
Rocca — arnese da filare. 
Rodano — verbo da radere, 
Rodi — verbo da radere. 
Rogo — sterpo , rovo. 
Rosa — rosicata. 
Réso — rosicato. 
Rozza — rustica. 
Scdéla — verbo da scolare. 
Scépo — verdo da scopare. 
Scérsi — verbo da scorrere. 
Scdérta — verbo per accorcia. 


Séle — astro , e plur. di sola. 


Sélla — non soda. 


Sélo — add. non accompagnata. 


Sémma — computo. 
Sémmi — altissimi. 


Séno — ia sono , da essere. 


Séria — part. f. da sorgere. 
Stdlto — pazzo. 

St6ppa — nome. 

T6cca — verbo da toccare. 
Témo — tombolo. 


Térme — plur. sciami , squadre, 


Tdrne -- (paet.) per torni. 
Torre — alto edifizio. 
Torta — sorta di- pasticcio. 
Térvi — add. plur. foschi. 
Tésco -- Toscano. 

Volgo — plebe. 

Volto — faccia. 


Voto -- promessa sacra; desiderio, 


Mosco — (poet.) per moscovita. 

Mozzo (zz dol.) — pezzo di Jegno, 
parte della ruota. 

Nòce — per nuocere. 

òra — (poet.) per .aura. 

òrno — albero. 

òvo--uovo. 

Pòlo — punta estrema del globo. 
Puòmmi — mi può. 

Pòppa — mammella. 


Pòrci — plur. di porco. 

Porri — erbe. 

Pòrsi -- prel. da porgere. 
Pose — plur. di posa , pausa. 
Pòsta — nome. 

Ricòrre — per ricogliere. 
Riporti — 2da pers. da riportare. 
Ritòrne — per ritoglierne. 
Rocca — castello. 

Rodano — fiume. 

Rodi — isola. 

Roògo — pira, catasta da bruciare. 
Rosa — fiore. 

Ròso — pianta. 

Rozza — cavallaccia. 

Scola — scuola. 

Scòpo — fine, meta. 

Scòrsi — verbo da scorgere. 
Scòrta — per guida. 

Sòle — (poet.) per suole. 

Solla — la so. 

Sòlo — (poet.) per suolo. 
Somma — monte. 

Sòommì — mì so, da sapere, e mi 

sono , da essere. 

Sòno— per suono — io suono, da so- 

nare, e coloro sono, da essere. 
Sòrta — specie. 

Stòlto — distolto. 

Stoppa — da stoppare. 

Tocca — fascia di'cete. 

Tomo — volume (parl. di libri). 
Tormi— torre a me. 

Tòrne — per toglierne. 

Torre — verdo togliere. 

Torta — part. f. da torcere. 

Torvi — per togliervi. 

Tosco — tossico. — 

Vòlgo — verbo da volgere. 

Volto — part. da volgere. 
Voto -- vuoto. 


PARTE PRIMA 13 

S. XIV. Nulla evvi a dire delle vocali A, I, ed U, 1l 

cui suono non è soggetto ad alcuna variazione. Crediamo per 

altro dovere avvertire che il suono dell' U è molto più rapi- 

do, e come sfuggitivo, allorchè si trova dopo il g ed il 9g, 

come in guardia, guerra, guisa, quando, questo, equità, 

ec. —L'U ha lo stesso suono rapido quando che innanzi al- 

lO trovisi, e con essa faccia dittongo, come in wvomo, 
cuore, buono, figliuòdlo, ec. 


DITTONGHI, TRITTONGHI, e QUADRITTONGHI 


S. XV. Due vocali unite nella stessa sillaba, e pronun- 
ziate ognuna col suo suono, ma in una sola emissione dì vo- 
ce, chiamasi Dillòngo, voce greca che significa Doppio suono. 
La lingua Italiana ha quindici dittonghi, che sono: AE, Al, 
AU , EA (ove l’e non sia accentuata), EI, FEO, EU, IA, 
IE, IO, IU, OI, UA, UK, UI, come: «ere, aerifòrme, 
airòne, mai, càusa, aurora, dàrea, medìcea, dei, ebrei, 
cesareo , Mediterrùneo , euròpa , néutro , mischia , piòggia, 
schiena, fiero, biògrafo, vario, chiùnque, diùrno, noi, voi, 
guardia, quando, guerra, questiòne, guida, ruìna. 

. XVI. L’unione di tre vocali in una sillaba, e pro- 
nunziate ognuna col suo suono, ma in una sola emissione di 
voce, dicesi Zri{òngo, vocabolo che vale Triplice suono, come 
in miei, vuoi, puoi, fagiuòli, figliuòli, ec. l 

S. XVII. Incontrasi talvolta anche il Quadrittongo, cioè 
un composto di quattro vocali in una sillaba, come: /ac- 
ciuò!, figliudî , ec. 

SEZIONE SECONDA. 
DELLE CONSONANTI. 


S. I. Levate dall’alfabeto le cinque vocali,e lo J, le rima- 
nenti sedici lettere sono Consonànti (quasi dica Sonanti con vo- 
cale), così dette perchè se non sono congiunte ad una delle 
cinque vocali, non hanno suono. . 

S. IT. Le consonanti si pronunziano toscanamente così (1): 
BI, CI, DI, EFFE, GI, ACCA, ELLE, EMME, ENNE, 
Pi, CU, ERRE, ESSE, TI, VU, ZETA. 


(1) Nel modo di pronunziare le consonanti È, e, d, &, P, I, i Toscani 
differiscono dagli altri Italiani, i quali le pronunziano coll’ e dicendo co- 


14 ORTOLOGIA 

S. III Soglion dividersi le consonanti in mute, in se- 
mivocali, in liquide, in dentali, in gutturali , ed in labbiate. 

Mute si dicono B, C, D, G, P, T, Z, perchè in profie- 
rendo i loro nomi, prima la consonante, e poi la vocale 
sì sente. 

Le Semicocali sono F, L, M, N, R, S, così dette per- 
chè i loro nomi cominciano da vocale. Di queste sei semi- 
vocali, quattro, cioè L, M, N, R, si chiamano Ziquide per- 
chè hanno nella loro articolazione quasi come qualche cosa di 
fluido, e di corrente, onde volentieri ad alcune altre conso- 
nanti s' uniscono. | 

Le consonanti C (innanzi e ed /), D, & (innanzi e ed 7), 
S, T, Z, diconsi dentali perchè coll’ajuto dei denti si prot- 
feriscono. 

Gutturàli, si chiamano C e G allorchè alle vocali A, O, 
U, alla H, ed alle consonanti L, e R_ s' uniscono, perchè 
la loro articolazione emana pafticolarmente dalla gola. 

Finalmente le /2b5bià/ sono B, F, M, P, V, perchè Ta 
forza della loro vibrazione consiste nelle labbra, battendo al 
labbro superiore all’ inferiore. 

S. IV. Avanti di ragionare sulla natura e sul valore di 
ogni consonante in particolare, è mestieri che si conoscano 
le consonanti doppie, e le consonanti composte o insepara- 
bili, l'intelligenza delle quali ci solleverà di molte ripetizioni 
che senza di. lei ne' $$. seguenti saremmo costretti a fare. 

S. V. Ogni consonante dalla 4 in fuori, può, nella com- 
posizione di una parola, ovunque di ciò fare siavi mestie- 
re, accoppiarsi con altra consonante della stessa natura, e 
dello stesso valore, in guisa da potersi separare nella sillaba- 
zione, come BB, CC, DD, FF, GG, ec. (2), tali unioni 
Consonanti doppie si chiamano. 

$. VI. Siccome due e più vocali di differente natura e 
valore spesso s'uniscono nella medesima sillaba (vedi $$ XV, 
XVI, XVII, della Sez. preced.), così del pari due o tre con- 
sonanti tra loro, sì per natura che per valore differenti, con- 
giungonsi per formare sillaba con qualche precedente o sus- 
seguente vocale o dittongo. Le consonanti così unite, chiamarsî 
possono Consonanti composte, o inseparabili. Le consonanti 


me i Latini usavano, be, ce, de, ge, pe, te. Le altre consonanti si profferi- 
scono da tutti gl’Italiani nello stesso modo. | 

(2) Il Q non sì raddoppia se non che ne’tre vocaboli sogguadraàre, 
sogquadràalo, soqquadro; per tutt’ altrove scrivesi cgj (vedi $. ALX. dì 
questa Sez.) Ì 


— o e erge i a 
‘sirio ——rT—————_-______--+——_———— — ————_- 


PARTE PRIMA o. + 15 
composte di dué lettere sono nella nostr& favella ventisette , 
co: BL, BR, CH, CL, CR, DR, FL, FR, GH, GL, 
GN, PL, PR, SB, SG, SD, SF, SG, SL, SM, SN, SP, 
SQ, SR, ST, SV, TR. — 

Avvertasi di non confondere le consonanti composte di 
due lettere, colle consonanti doppie (vedi S. preced.), peroc- 
chè queste separansi nel sillabare quelle rimangono inseparabili. 

Le consonanti composte di tre lettere sono dieci, SBR, 
SDR, SCH, SCR, SGH, SFR, SGR, SPL, SPR, STR. 

$. VIL Fra le consonanti, alcune ve ne sono che vanno 
soggette a notabile diversità di pronunzia. Noi ci accingiamo 
di parlare di ognuna delle diciassette in particolare , sì iso- 
lita che pe suoi rapporti con le vocali , o colle altre conso- 
Nant, a cui nelle composizioni delle parole, s' unisca. 

$. VIII. Il B (3), consonante labbiale, si pronunzia in 
Toscana d7; in Roma, in Lombardia de Ci — Essa si 
avvicina al p ed al v, dicendosi molte voci coll’ una e col- 
Paltra, come dalco e palco ,, banca e panca, nerbo e 
nervo, boce (antiquato) e voce, ec. — Il B forma conso- 
nante composta con la L, e con la R, ma vi perde alquanto 
di suono, come in blanda , obbligo , braccio, ombra, ec. 
—In mezzo di parola consente avanti di sè, ma în ‘diversa 
sillaba, le consonanti /, m, r, s (quest'ultima in poche voci e per 
lo più dopo la prep. dis), come in a/bòme, lembo, erba , usber- 
80, disbòrso, ec. — Più frequentemente è preceduto da $ nei 
principj di parole, come sbattere, sbaglio, ec. — Ne' mezzi 
delle parole il B puossi raddoppiare quando occorra, come 
m labbro, nebbia, nibbio, gobba, bubbòne, ec. (3) 

.$. IX. Il € da Toscani pronunziasi ci, ma dagli altri. 
Italiani ce. — Questa consonante, sì come il G, a cui molto 
sssomiglia, ha due suoni fra loro affatto differenti; l' uno 
&utturale dicesi, avendo per solo strumento la go'a; l'altro 
8 chiama dentale , perchè ha i denti per organo principale. 
Le si dà il primo, che è un suono muto e rotondo quando 
è posta innanzi alle vocali a, 0, u, ed alle consonanti / ed 
r, come în caro, costa, cubo, classe, croce, ec.; prof- 


(3) Tuite le consonanti mute, tranne la Z, sono di genere mascclino. 

(4) Gli Egizj ne’ loro geroglifici, esprimevano il B con la figura di 
Una pecora, forse a cagione della rassomiglianza che vi ha tra il belamento 
! questo animale ed il suono del B, pronunziato be. 

(5) Presso i Greci il B valeva anche il numero 2, e aggiungendovi un'ac- 
cento al disotto valeva 200. Appo gli antichi Romani questa consonante era pure 
tera numerale e valeva 300, e appostavi sopra una linea orizzontale 
Valeva 3o00, 


16 OR TOLOGIA l 
feriscesi poi col secondo suono più sonante e più aspirato» 
‘del primo (la cui emissione fassi quasi come se innanzi al e vi 
fosse un /, pronunziandosi #e, #é), quando trovasi innanzi 
alle vocali e ed 7 senza la mediazione dell'A, come in cena, 
celeste, cibo, citàre. — Il suono dentale del C è di due 
sorte, l'uno più forte e aspirato quando essa consonante si 
trova sola innanzi al'e vocali e ed 7 come negli esempj pre- 
citati; l’aliro più dolce e meno aspirato, quando ad essa, 
nella medesima sillaba, precede la S, come scemo, scel- 
leràto , scimunìto , scissùra, ec. (6) — La mezza lettera 
h posta tra il Ce le vocali e ed 7, fa che il primo prenda 
il suo suono gutturale, che senza di lei, dentale sarebbe , 
come in chérico , cheto , chino, chimico, ec. (7) | 

S. X. Il C forma consonante composta inseparabile con 
la Z e con la r come in clava, clausùra, cleménte, con- 
clùso , crespo, crino, croce, accréscere. — Esso ammette 
avanti di sè in diversa sillaba, le consonanti liquide 7, n, r, 
come in palco, mancàre , barca , ec. — Una sola conso- 
nante avvi fra tutte, cioè la s, che, nella stessa sillaba, vo- 
lentieri al C preceda, e con esso s' unisca, tanto ne' principj 
che ne’ mezzi delle parole, formante con esso consonante com- 
posta, come scoperta, fiasco, tosco, ec. — Il C precede 
a 9 ogni volta che quest ultima lettera si dovrebbe raddop- 
piare, -come in acqua, acquisio , nacqui, nocqui, ec. (vedi 
$. XXIII di questa Sez.) 

- 8. XI. Il C raddoppiasi nel mezzo della parola, ovunque 
sia necessario, sì col suono gutturale, che col dentale, come 
im sacco, becco, attàcco, accettàre, ecceziòne, faccia, ec- 
cidio. Avvertasi per altro che nel raddoppiare il G, nel suono 
dentale, il primo si pronunzia quasi come un f, dicendosi a4- 
cettàre , eiceziòne , falcia , elcidio , ec. 


(6) Notisi che i soli Toscani, irregolarmente sì, ma per maggior dol- 
cezza, profferiscono il C pressochè in quest’ ultima manicra ancora che 
non ci vada unita la s, ogni volta che esso è posto fra due vocali, la 
seconda delle quali sia e od i come in brace, croce, fece, bruciare, 
macina, ec. 

(7) Il CH posto davanti a’ dittonghi ia, ie, f0, iu, ottiene unsuono 
gutturale sì, ma più schiacciato che non ha quando è seguito dall’; sem- 
plice, come in chiave, chiesa, chiodo, chiùdere, macchie, buc- 
chie , occhio, ec. nelle quali parole, e simili, l’articolazioni del- 
le sillabe chia, chie, chio, e chiu, è notabilmente diversa da 
quella della sillaba chi seguita da consonante, come per esempio in 
chimico, chilo, chino, ec. 1} medesimo suono schiacciato sentesi in 
pronunziando la sillaba chi ne’ plurali orècchi, picchi, occhi, mucchi, 
ec. quantunque appo i poeti cotal suono non impedisca la rima coll’ al- 
tro rotondo de’ plurali sfeechi, chicchi, tocchi, stucchz, ec. 


a 


=. — 


PARTE PRIMA © 17 
‘ $ XII Per la parentela che il C ha col G_ scambiarono 
sovente i nostri antichi, in non poche parole, l'uno per l'altro, 
scrivendo indifferentemente acùfo e aguto , castigàre e ga- 
sligare, acro @ agro, secreto e segreto, sacro è sagro; 
ec. lo che in oggi pure, sebbene meno, praticasi. — Il CT dei 
latini si è convertito da noi, ove in #, come in patto , 
fatto, tatto, (pactum, factum, tactus), ove in z, come 
in azione , perfezione , (actio , perfectio). (8) 

6. xIL Il D, consonante dentale, pronunziasi di da To- 
sani, e de da'Romani, e Longobardi. Ha stretta parentela col 
T, e perciò molti vocaboli latini, nel farsi nostrali, hanno mu- 
tato 11 T in D come più dolce di suono; onde da 4Zitus, 
poker, ec., diciamo lido , padre, ed altri vocaboli or con d 
or con # si scrivono, come potestà e podestà, imperatòre e 
imperadore, armatùra e armadura ec. — Il D forma con- 
sonante composta con la s avanti, e con la r dopo di sè; co- 
me: sdegno, sdolcinàto , sdurre, drago, drudo, quadro, 
mandra, ec. (9) 

$. XIV. La F, che si pronunzia effe, è una delle lab- 
ali, ed è assai simile al v per l'aspirazione’ con cui ambo 
profferisconsi. (10) — Essa fa consonante composta con le li- 
qude 7 ed 7, come in /làuto, fresco, ec. Ammette le 
stesse consonanti 7 ed r avanti di sè, ma in diversa sillaba, 
come in a/fiére, forfora, ec. — Riceve più sovente avanti 

sé nel principio di parola la $ come in sfera, sfioràre, 
sfratto, sforzo , ec. (11) 
. $ XV. I G (19) , pronunziasi da’ Toscani gi, e dal 
mmanente degl Italiani ge. Questa consonante ha, come 1l c, 
ue suoni diversi ,.-l'uno dentale (che fassi quasi come fosse 
preceduta da 4, pronunziandosi dge, dgi), allorchè posto 


(8) Il C è lettera numerale romana è vale cento ; raddoppiato 200 , 
triplicato 300, ec.; e montato da una sola lineetta orizzontale, dinotava presso 
gli antichi Romani centomila, da due duecentomila, ec. 

(9) Il D è lettera numerale romana e vale 500. 

(10) La F tiene, appo noi, luogo del pà usato da’Latini, come Phe- 
bus ) pharetra , phulosophus, ec. che da noi si scrivono, Febo, farèira, fi- 

ofo. 

(11) La lettera F è nome di una delle chiavi della musica ; e, posta 
solto le note musicali, segna l’abbrevazione della parola forfe, e ff quella 

lla parola fortissimo. 

(12) Vuolsi che avanti la prima guerra punica, i Romani non cono- 
xessero il G, e che in vece di questa lettera usassero il c, e ciò vedesi 
nella colonna rostrale eretta da Cajo Duilio sopra la quale évvi sempre un 
‘ Invece d'un g; supponesi ancheche fosse Carvilio il primo a distinguere que- 
Se due lettere, e che inventasse la figura del g. 

Gramm. Ttal. | 4 


13 ORTOLOGIA 

innanzi ‘e ed i, senta l'intervenzione della A, come in gente ; 
giro , ec.— Questo suono soffre una variazione notabile, di- 
ventando più dolce, quando il G è preceduto da s, come in 
Pelasgio, ec. — L' altro suono è gutturale rotondo, avanti 
a, 0, ed u, come în gallo, gota, gusto. Ha pure il suono 
gutturale innanzi e ed 7, allorchè tra queste vocali ed il g, in- 
terponesi la 4, come in ghetto, ghindana, ec. il qual 
suono gutturale sarà per altro più sottile e schiacciato nelle 
sillabe ghia, ghie, come in ghianda, ghiera, ec ll G 
profferiscesi con suono liquido e schiacciato nelle sillabe g/5 ; 
glia, glie, glio, gliu, come in egli, vegliàre, maglietta, 
maglio, fogliùto ; salvochè in negligénza, negligente ,_ ne- 
gligenteménte , negligentissimo , negligere, ed im alcuni vo- 
caboli e nomi proprj da altri idiomi nel nostro intredotti, 
come glicònio , glisciàre , glifoglicera, glicina , roglifero , 
anglicano, ec., nelle quali parole il G conserva il suo suo- 
no gutturale rotondo. — Aggiunnto alla n perde gran parte 
di quel suono, che diventa quasi nasale, come in ragna , 
agnello, Agi , pegno, cagnùccio, ec. (13) 

$. XVI. Il G nel mezzo della parola, e in diversa silla- 
ba, consente avanti di sè le consonanti /, n, r, s, come in 
svolgo, vanga, verga, disgràzia, ec. — Non ricusa nè pure 
l'essere preceduto nella stessa sillaba, ma solo in principio di 
parola, dalla s, che con esso costituisce consonante composta, 
€ vi si pronunzia col suo suono rimesso e sottile come sgarbo , 
vii 7 sghignàre , sgom’nio, sgridàre, sguscio, ec. — Il 

raddoppiasi sovente ed în ispecie avanti all’ 7, come oggi , 
spiaggia, poggio, ec. ove il primo g pronunziasi quasi com& 
un d dicendosi odgt, spiadgia, podgio, ec. (14) 

S. XVII. La ti ; che nell’ alfabeto pronuziasi acca, può 
chiamarsi mezza lettera, perchè da sè non ha vibrazione alcuna. 
Essa, di vin uso tanto frequente nella lingua latina, lo è di 
poco nella nostra, dove in alcune parole, non serve che di 
contrassegno; ed ignoriamo persino con qual suono i Latini 
la pronunziassero (15). Questa lettera da noi s' usa solamente: 


(13) Il G era anticamente lettera numerale, e significava 400, e postavi 
sopra una lineetta indicava 40,000. 

(14) Nella musica la lettera G è il quinto suono della scala diatonica, 
detto. nell'antico solfeggio gsol re, g solre ul, e nel nuovo sol. Dal suono G 
prende il nome la chiave di violino. — Presso î medici greci antichi il G 
éra il segno d’ un’ oncia. 

(15) 1l Buommattei prova che i Latini aspiravano la H, da quell’epi- 
gramma di Catullo intitolato De Ario Aspirante, che comincia così: — Chom- 
moda dicebul si quando ‘commòda vellet — Dkere , et Hinsidias | Arius 
= dù A : 


‘ 


PARTE PRIMA 19 
f°. Nelle quattro qui appresso voci ok, hai, ha, hanno, 
onde non confonderle, la prima con @ (congiunzione), la se- 
conda con ai (articolo composto), la terza con 4 (preposizio- 
ne), e la quarta con anno (nome); eppure in quelle voci avean 
già taluni cominciato a sopprimerla, sostituendovi un accento, 
posto sopra la susseguente vocale, scrivendo ò, di, è, ànno; 
ma tale innovazione pochi seguaci trovò. 

2°. Nelle seguenti interiezioni ahime, oh, ohi, ohimé ; 
deh, doh, eh, uh, sebbene errore non sarebbe lo scrivere 
le prime. quattro senza l’%, così aimé, 0, oi, oime. 

3°. Finalmente servizio maggiore ne presta la H colla 
frequente sua unione al C ed al G, innanzi alle vocali e ed 
, dando l'articolazione gutturale a queste due consonanti 
(veggasi $$. IX. e XV). 

+ XVII. Lo J pronunziasi come z. Quando questa let- 
tera è iniziale, o frammezzo a due vocali, ella è consonante 
di valore, come in /attànza, noja, abbajàre, ec.; quando 
poi in fine di parole trovasi per indicare la contrazione di 
due sz, allora è vocale come in principj , esempj , varj; per 
principzi, esempii, varii, ec. 

6 Xx La L, una delle quattro liquide , si pronunzia 
elle. Essa si raddoppia, dov'è necessario, in mezzo alle parole, 
come in dallo, anéllo , stilla, collo, frullo, ec. — Non 
ammette mai dopo di sè, nella stessa sillaba, altra lettera fuor- 
chè le cinque vocali 4, e, #, 0, u; ma in diversa sillaba, e 
dopo di sè, tutte le consonanti, dalla r in fuori, possono se- 
gurla facendole perdere alquanto di suono, come in du/bo , 
talco, caldo, solfo, alza, melma, salnìtro, talpa, alquanto , 
bolso, alto, alzare, ec.—Essa forma rare i consonante 
composta di due lettere con le consonanti è, c, Sf. & P, s, 
come in blanda, òbblizo, clava, conclùdere, flato, conflitto, 
gloria , agglutinàre , pIacido , esemplàre, slacciàre, ec. — 
Più di rado la precede il #, e solo im qualche voce forestie- 
Ta, non divenuta ancor nostra affatto, come in afléta, atlànie. 
— Ammette innanzi a sè la r, ma in diversa sillaba, come 
ghirlànda , orlo, merlétto. — Dopo il g la L, allorchè è se- 
guta da 7, ha un suono sottile e schiacciato (vedi $. XV. della 
presente Sez.) — Notisi che qualunque consonante, con che 
la L si accoppj, sì dopo che avanti di sè, le fa perdere al- 
quanto del suo snono primitivo, salvochè la r avanti, ela s 
dopo, glielo lasciano mantenere intero. (16) 


(16) La L è Jettera numerale, e vale 50; con una linea ‘orizzontale 
Postavi al di sopra vale 50,000; anticamente un I posto innanzi alla L , 


ORTOLOGIA — i 
- $ XX. La M, seconda delle liquide, sì pronunzia emrze. 
Riceve innanzi di sè, e in diversa sillaba, le consonanti /, r, s, 
come in alma, ‘orma, risma. — Forma consonante com- 
posta, nel principio della parola con la s, che in tal caso 
profferiscesi col suono sottile, come smania, smarrito, smil- 
zo , ec. (17) ì 
S. XXI. La N, terza consonante liquida, sì pronunzia 
enne. Dopo di sè, e in'diversa sillaba, riceve le consonanti 
c, d, f, g, s, t,v, 2, ed allora si pronunzia con suono al- 
quanto rimesso, come in danco, banda, enfiàto, van- 
gelo, mensa, vento, convito, stanza, ec.— Ammette avan- 
ti di sè, in mezzo di parola, e in diversa sillaba la r, come in 
ernia, scérnere. — La s non le si trova mai innanzi n mezzo 
di parola se non che ne' verbi composti colla particella dz, 
come in disnebbiàre, ma nel principio più spesso, formando 
con essa consonante composta, come snaluràto, snello, sno- 
dàre, ec..— La N posta dopo il G perde una gran parte del. 
suo suono primitivo, ed essa stessa ne toglie al G, come n da- 
nàre, agnéllo, insignire, bagno, ec. (18). — Sì come 
e altre consonanti, la N si raddoppia ovunque faccia d'uopo, 
come in panno, cenno, Sponno: ec. (19) 
S. XXII. Il P, una delle labbiali, è da' Toscani profferita 
pi, e dagli altri Italiani pe. È prossimo affine del B (vedi 
. VIII. di questa Sez.), e del V, onde indifferentemente si 
ice coperta e coverta, sopra € sovra, soprano € sovrano, 
sopèrchio e soverchio, ec. — Forma consonante composta 
con le consonanti / e r, sebbene rade volte con la prima si 
‘trovi, come in placàre, plico , pralo, presto , pen one: 
capro, ec. — Nel mezzo della la: ma in diversa sillaba , 
ammette avanti di sè /, 72, r, come in a/péstre, temporàle , 
corpo, ec.—Al P s'aggiunge volentieri la s onde formare in- 
sieme con essa consonante composta, come spada, spinta, 
specchio, aspettàre, ec. @ in questi casi la s ha il suono 
gagliardo, mentre il p perde alquanto del suo. 


S. XXIII. Il Q nou è considerato, al par della #, che | 


toglieva a questa una diecina del suo valore, onde IL valeva quaranta: 
oggidi per altro per segnare quaranta, si scrive XL. 

(17) La M è lettera numerale, e vale mille; e presso gli antichi, al- 
lorche si poneva sopr’essa una lineelta orizzontale, acquistava un valore 
mille volte mafgiore , cioè un milione. 

(18) IP union» del'e due consonanti g e 7, trovasi anche, ma di rado 
in principio di vec.bolo, come in graffe, gnau, gnocco, gnomòne, ec. 

(19) Appo gli antichi la N era lettera numerale per significare no- 
vanta, € sorinonta:a da una lineetta novantamila. 


a 


PARTE PRIMA 21 

come mezza lettera. Esso, senza l'accompagnamento dell' u, 

non ha vibrazione che possa rilevare elemento, come im quat 

iro, quello, quinto , quotidiàno, ec. — Il Q in vece di rad- 

doppiarsi, ammette avanti di sè il c, come in acqua, acquisto; 

salvochè in queste tre voci sogguàdro, sogqquadràre , s0q- 
uadràto. 

S. XXIV. La R, quarta delle liquide, è lettera di suono 
aspro e veemente, e nell'alfabeto pronunziasi erre. Essa forma 
consonante composta inseparabile con le consonanti è, c, d, 
f. g. p, t, ©, ricevendole dopo di sè, sì ne' principj che nei 
mezzi delle parole, come in draccio, ambra, crudo, in- 
crespàto , drago, andròne, a , refrigério, gralo , 
aggradìre , prato , rappresàglia, trave, intrecciato , s0- 
vruno, ec.—Fa altresì consonante composta con la s, avanti 
di sè come sradicàre , sregolàùto, ec. — Nel mezzo della 
parola ammette dopo di sè, ma in diversa sillaba, tutte le con- 
sonanti, come morbo, parca, lardo, forfora , òrgano , 
iorlo, arme, ornàre, scarpa, serqua, verso, corle, nervo, ar- 
silla, ec. — La R raddoppiata accresce maggiore asprezza nel 
pronunziare, come in carro, borròne, ec. (20) 

. XXV. La S (21), consonante dentale, pronunziasi nel- 
l'alfabeto esse. Questa lettera concorre a formare ogni sorta 


di consonanti composte non che di due, ma anche di tre 


lettere. Per quelle di due lettere, a tutte le consonanti, dalla 
h e z in fuori, uniscesi, come: sbuttere , scala, sdegno, 
sfoglia , sgomento , sloggiàre, smania , snodùre, spurio , 
squartàre , sregolàto, studio, svi'àre. — Per la formazione 
delle consonanti composte di tre lettere, essa congiungesi alle 
composte br, ch, cr, wi gh, gr, pl, pr, ir, come: strac- 
ciàre, schiera, scrupolo, sdrùcciolo , sfratto, sgherro, sgranàre, 
splendido , spremere , strada , ec. ; e così pure nel mezzo 
delle parole. (Veggasi Sez. II. $. IV.) 

Nota bene. La S unita ad altre consonanti, nel modo di 
sopra espesto, chiamasi $S' impura. 

$. XXVI. La S ha nella nostra lingua due var) suoni, uno 
gagliardo, l’altro sottile, entrambi estesissimi, ma più il primo, che 
è anche a noi più famigliare del secondo. Cosa utilissima sarebbe 
almeno pe’ non Toscani (conciossiachè i Toscani rarissime volte, 


(20) La R era anticamente usata come lettera numerale per dinotare 
80, e sormontata da una linceita 80,000. 

(21) Questa lettera, posta in composizione con un vocabolo primiti- 
vo ha forza ora di privativo, come calzare scalzàre, montare smontare, 
ec. ora d'accrescilivo come porco sporco, munito smunio, ora di frequen- 
talivo , come buttere sbattere ; ed ora non opera nulla valendo lo stesso 
come campòre scampare, bandire sbandwe , befare sbefage, cc 


29 ORTOLOGIA I 
per non dir mai, rimangono esitanti nell'applicazione de'due 
suoni anzi nominati), e per gli stranieri; se con regole si po- 
tesse determinare quando. la $ col primo o col secondo suono 
debbasi profferire; sfortunatamente siamo costretti a riconoscere 
non esser ciò fattibile, e in ispecie allorchè essa consonante tra 
due vocali è posta, non essedovi che l' uso e l’ orecchio che 
servir possano di maestri e guide. Ciò nondimeno, volendo 
noi con quanto è in poter nostro porgere una mano soccor- 
revole allo studioso straniero, onde condurlo per tutte le pur trop- 
po spinose vie per cui passar debbe chiunque, non essendo T'o- 
scano, pretenda giungere al puro e pretto parlare la lingua di 
Dante, ci studieremo di ajuiarlo anche in questa importantis- 
sima parte della pronunzia italiana, stabilendo alcune poche sì, 
ma generalissime regole ; quindi, siccome la S gagliarda è 
di gran lunga più estesa che non è la sottile, daremo una 
lista alfabetica della maggior parte de’ vocaboli in cui essa 
consonante col suono sottile suole esser pronunziata. 

S. XXVII. La S ha il suono gagliardo: 

1°. Ne'principj delle parole innanzi a qualsivoglia vocale e 
in congiunzione colle consonanti c, f, p, 9, 1, come savzo, 
servo, sino, sopra, superiore; scala, sforzo, spirito, squa- 
dra, stare, ec. | 

2o, Quando è raddoppiata, e in tal caso entrambe han- 
no il suono gagliardo, come basso, Lar ec. 

3°. Ne' mezzi delle parole quando è preceduta dalle con- 
sonanti Z, n, r; e notisi che ove la precedente consonante 
sia n, il suono della S è tanto gagliardo che molto si avvi- 
cina a quello della z (vedi $. XXXI e seg. della pres. Sez.), 
come in falso, bolso, mensa, compénso , sospensione , arso , 
borsa , ec. | 

4°. Negli addiettivi uscenti in oso, osà, 052, ose, come 

amoròso , virtuoso, gloriòsî, invidiòsa , ec. 

be. Nella terminazione eso degli addiettivi provenienti 
da' verbi in endere, come preso da préndere, inteso da intén- 
dere, sorpréso da sorpréndere; e così anche nelle terminazio- 
in plur. e femm. degli stessi addiettivi esi, esa, ese. 

6°. Ne' superlativi e negli avverbj derivati dagli addietti—- 
vi menzionati ne' due numeri precedenti come glorzosissimo, 
virluosissimo, amorosaménk , estesìssimo, intesamente, intes- 
sìissimamente, ec. 

7°. Nella terminazione ese, de nomi di nazione, come: 
Inglese, Svedese, Pistojese, ec. eccetto in Francese, Lucchese. 

8°. In tutte quello voci che non si trovano tra quelle 1n 


PARTE PRIMA — 23 
ei la S ha il suono sottile, e che sono comprese nelle re- 
gole susseguenti e nella sottoposta lista. 

. XXVIII. La S ha 11 suone sottile: 

°. Nelle consonanti composte sb, sd, sg, sà, sm, sn, sr, so, 
come in sbaglio, sdegno, sguardo, slegàre, smania, snello, 
sradicare, svenire, ec. 

o, Nelle desinenze aszone, esione, istone, osione, usione, 
come in persuasiòne, lesione, adesiòne, divisione, esplosione , 
confusione, ec. 

3°. Nelle terminazioni asivo, esivo, istvo, usivo, degli addiet- 
tivi provenienti da’ verbi in adere, edere, idere, udere, come 
im Persuasìvo, lesivo, decislvo, conclusìvo, ec. 

4°. Nelle terminazioni aso, eso, is0, uso, degli addietti- 
vi provenienti da’ verbi in adere, edere, idere, udere, come in 
invàso , leso, diviso, acclùso; eccetto chiuso , e conchiùso , 
da verbi chiùdere, conchiùdere. 

5°. Nelle terminaziozi esima, esimo, come in crésima, 
battesimo , paganèsimo, cristianésimo, e in tutti ì numerali 
in esimo co’ loro plurali e femminini, come vizesumo, cen- 
tesimo, millesimo, ec. 

6°. Nella particella iniziale dis, allorchè la seconda parte 
della composizione cominci da vocale, o da una delle conso- 
nanti liquide 7, mn ,n,r, come in disabitàre, disamàre, 


. diseredàre, disinteresse, disonòre, disuguàle, disleàle, dismi- 
| sura, disnaturàle, disradicàre, ec. (22) 


| 


7°. Nelle terminazioni asta, esìa, isìa, osìa, usia, ne' ter- 
mini di scienze ed arti, come in mefonomasìa, fantasia, ere- 
sia, idropisia, galattoposìa, alusìa, ec. come pure nelle ter- 
minazioni asi, esi, osî, usi, parimente in termini scientifici, 
come in peràfrasi, pràtasi, anàspasi, pòstasi, estasi , pa- 
rentest, sintesi, sinderesi, sinéresi, anafònesi, ipòtest, tisi, cri- 
si, ptist (tisichezza), sìnfisi, anastròmosi, sineuròsi, sinartrò- 
st, jatréusi, ec. come altresì ne’ nomi propr)j geografici, come 
n Mesta, Mista, Frisia, Austrasia, Prusta, ec. 
__ 80. In tutte le sillabe iniziali esa, ese, esì, eso, esu, come 
m esaminàre, esùrca, eseguire, esémpio, esìgere, esìlio, ésito, 
esofago, esorbitànte, esuberànte, isulima ec. 

90. Nella particella tras, nella composizione di alcuni vo- 
caboli, ogni volta che la seconda parte della composizione co- 


(22) Notisi però che, ove in vece della particella dis si scriva di, a 
motivo che la seconda parte delle parole componenti comincia da .$, que- 


sta deve avere il suono gagliardo come in Di-sacràre, di-sigillàre, di-sotter- 
Tare, ec. 


dA 


iu ORTOLOGIA 
minci da vocale, o da una di queste consonahti £ 


,l,m, 


n, r, o, come in frasamàre, trasandùre, trasordinàre, trasgre- 
dire, traslatàre, trasmutàre, trasnéllo, trasricchìre , trasviàre , 


ec. (25) 


LISTA ALFABETICA 


DI VOCABOLI IN CUI LA S PRONUNZIASI 


N. B. conservando la S ne'vocaboli derivati lo stesso suono che ha nei . 


NEL SUONO SOTTILE. (24) 


primitivi, questi soli saranno registrati nella qui appresso raccolta e saran- 
no regole per quelli. 


Abuso. 
Accluso. 
Accusa. 
Acquisizione. . 
Acrisia. 
Acrisio. 
Adasio per Adagio. 
Addisiare. 
Affisare. 

A josa (a00.) 
A isonne (avv.) 
Alliso. 
Allusingare. 
Ambrosia. 
Ammisurare. 
Anisocicli. 
Anciso. 
Aposivpesi. 
Apposito. 
Appresentare. 
: Archibuso. 
 Arfasatlo. 
Arrisicare. 
Arrosare. 
Asciso. 
Asecuzione. 


Aselliano (T. anat.)Basina. 


Asempro. 


Asequio. Pe. 
Asercitare. Basoffia. 
Asia. Basoso. 
Asiarca. Biasimdre. 
Asilo. Bisaccia. 
Asima. Bisante. 
Asio. Bisanto. 
Astruso. Bisarcavolo. 
Asuliere. Bisavo. 
Asuro (verme). Bisavolo. 
Ausilio. Bisbetico. 
Auso. Bisbigliare. 
Ausonia. Bisdosso. 
Avvisaglia. Bisestare. | 
Avviso. Bisestile. 
Basa, base. Bisesto. 
Basilischio , basi- Bislacco. 
lisco. Bisleale. 
Basalte. Bislessare. 
Basaltina. ‘ Bislungo. 
Basamento. Bismalva. 
Baseo. Bismuto. 
Basetta. Bisnipote. 
Basilare(T.anat.) Bisnonno. 
Basilica. Bisognare. 
Basimento. Bisunto. 
Brasile. 
Basioglosso ( T. Busecchia. 


anal.) 


Busilli. 
Busino. 
Busna. 

Buso. 
Casacca. 
Casimir. 
Caso. 

Casuro. 
Causa. 
Cesale. 
Cesare. 
Cesarie. 
Cesatura. 
Cesello. 
Cesenese. 
Cesio. 

Ceso. 

Cesoje. 
Cesone. 
Cesura. 
Chiesa. 
Cisma. 
Clausola. 
Clausura. 
Clesia. 
Commisurare. 
Commiserare. 
Compositivo. 


(23) Ma quando la seconda parte della composizione cominci da S, 
in vece di #ras si scriverà fra "e la susseguente S_ dovrà pronunziarsi 


col suono gagliardo , come in fra-sàvio, tra-sudàre , tra-soàve , tra-so- 


gndre, ec. 


(24) Ne vocaboli in cui si ritrovassero più esse in diverse sillabe, quella che 
dovrà pronunziarsi col suono gagliardo, sarà impressa con carattere Cor- 


sIvo. 


pe 


sms LÀ 


° Cipparosa. 


Cortese. 
Cosacco. 
Cosimo. 
Crasi. 

Creso. 
Crisalide. 
Crisantemo. 
Crise, crisi. 
Crisma. 
Crisoberillo. 
Crisocolla. 
Crisocome. 


- Crisòlito. 


Crisomela. 
Crisopazzo. 
Crisopéa. 
Culiseo. 
Cusella. 
Cusòffiola. 
Cusoliere. 
Deserto. 
Desertore. 
Desinare. 
Desinenza. 
Desio. 
Desmologia. 


‘ Desolare. 


Diesis. 
Diocesano. 
Diocesi. 
Disuso. 


. Dose. 


Druse. 
Ecclesia. 
Efeso. 
Elemosina. 
Eleusi. 
Eliseo. 
Visir. 
Hisirvite. 
Eliso, elisio. 
Episodio. 
Fresia. 
Eresiarca. 
Ermesino. 
Frisipelatòso. 
Esistere. 
Esoso. 
Esostosi. 
Esplosione. 
Esquisito. 


/PARTE PRIMA: 


Fase. 
Fiesole. 
Filosofia. 
Filosomia. 
Fisica. - 
Fisicare. 
Fisima. 
Fisiologia. 
Fisionomia. 
Fisitero. 
Fiso. 
Fisonomia. 
Francioso. 
Frapposizione. 
Frase. 
Frisato. 
Frosone. 
Fuso (25). 
Gasòmetro. 
Gènesi. 
Gesù. 


Gerusalemme. 


Ginnasio. 
Giosaffatte. 
Giosuè. 
Giuseppe. 
Gi NR 
Glosa. 
Grisatojo. 


Grisello (T. mar.) 


Grisetta. 
Grisetto. 
Grisola. 
Grisolampo. 
Grisolita. 
Grisòlogo. 
Grisostomo. 
Guisa. 
Icosaèdro. 
Jdrosarca. 
Imbasamento. 
Imbisacciare. 
Imbisognato. 
Imbusecchiare. 
Immisurabile. 
Impersuasibile. 
Impositore. 
Imposizione. 
Improvviso. 
Incrisalidare. 
Indisia. 
Indosia. 


25 


Indiscare. Mesolabio. 
Indisposizione: —‘Meson. 
Indisusata. Mesopicini. 
Inesatto. Mesotipa. 
Inesauribile. Mesopotàmia. 
Inesausto. - Misagio. 
Ineseguibile. Misalta , misaltare. 
Inesercitabile. Misantropia. 
Inesicabile. Misavvedutamente. 
Inesigibile. Misavvenire. 
Inesione. Misavventura. 
Inesorabile. Misdire. 
Inquisire. Miselio. 
Insoso, insuso. Miserabile. 
Inusato. Miseria. 
Inusitato. Misericordfa. 
Invasellare. Misero. 
Invaso. Mislea. 3 
Invisibile. Misleale. 
Tosa , josa. Misura. 
Isapo. Mosa, mosella. 
. Isenterico. ‘Mose, Moisé. 
Isiaco. Musa. 
Iside. Musacchino. 
Isleale. Musaico. 
Isocrono. Musare. 
Isola. Museo. 
Isomeri. Museruola. 
Isonne: Musetio. 
Isoperimetro. Musica. 
Isopico. Muso. 
Isopo. Musoliera. 
Isoscele. Musonare. 
Lasagna. Musone. 
Laserpizio. Musorno. 
Lesina. Narciso. 
 Lesura. Nausa, nausea. 
Limosina. Nemesi. 
Lisimàchia. Occasione. 
Lisirvite. Occaso. 
Liso. Occisio. 
Lusinga. Odrisio. 
Marchese. Oppòsito. 
Maso per Tommaso.Osalida. 
Mausoleo. © Osanna. 
Medesimo. . Osare. 
Melarosa. Osiride. 
Mesenterio. Oituso. 
Meseraîco. Paese. 
Mesocolon. Palese. 
Mesocoro. Paracentesi. 
Mesodos. Paradiso. 


(25) Da fondere; non già fuso, quell’ arnese su cui s'avvolge il filo. 
Gramm. Ital. 


26 ORTOLOGIA 

Paràfrasi. ’ ‘Pasigno. Rosola. Tisico. . 
Pausa. Pusillanime. Rosolare. Tommasella. 
Pegaseo. Pusillo. Rosolio. Tommaso. 
Pelusio. Quaggiuso. Sbasoffiare. Tosa. 
Pesello. Quasi. Sbisacciare. Tosare. 
Peso (26). Quesito. Shusare. Tosello. 
Pesolo. Ragusa. Scasimodèo. Tosetta, tosetto. 
Pisello. Rappresentare. iSchisa. Toso. 
Pisolito. Rasente. ‘ —«Scortese. Tosone. 
Piusore. Refuso.(T.disiam-Scusa. Trasoriere. 
Poesia. perìa.) Segnacaso. Travasare. 
Polesine. Requisito. Sesamo. Travisare. 
Polinesia. Resia. Simposiaco. Trisavole. 
Posilipo. Resecare. Sisamo. Usignuole. 
Positivo. Revisore. Sisaro. n. prop. Usitato. 
Posoliera. Ribisognare. Sisimbo. Uso. 
Posolino. Ricesellare. Smisurato. Usoliere. 
Prtesistere. Ricisa. Soppositorio. Usufrutto. 
Presentare. Ricusa. . Soso. Usura. 
Presepio. Ripositario» Spasimo. Usurpare. 
Presio. Risicare. Sposo, sposa. Vaso, vase. 
Presontuoso. Risigallo. Squasimodeo. Vesuvio. 
Presopopea. Ri.ipola. Squisito. Visibile. 
Proposito. Ritosare. Stafisagra. (pianta)Visibilio. 
Prosa. Ritropisia. Susina. Visiera. 
Prosapia. a. Suso. Visionario. 
Proselito. Rosario. Tarabuso. Visire. 
Prosentico. Rosecchiare. Tesauro. Visita. 
Prosodìa. Rosicare. Tesoro. Viso. 
Prosutto. Rosolia. Testo. Visorio. 
Pròtasi. Rosignuolo. Tisana. Visuale. 
Provvisare. Roso. Tisica. 


s XXIX. Il T pronunziasi da' Toscani #, e dagli altri 
poli d' Italia fe. La sua articolazione è quasi simile a quel- 
a del D, e molte voci or coll’uno or coll’ altro si scrivono, 
come etàte etade, potere podere, potestà podestà, lito lido, ec. — 

ta consonante perde alquanto di suono allorchè riceve dopo 
di sè lar come in trace, atrabile, scaltro, ec. — Consente tal- 
volta anche dopo di sè la 7, ma malagevolmente perchè una 
tal congiunzione non è suono italiano, nè sì adopera, se non 
in voci, le quali non sono interamente nostrali, come in 
atlante, atleta, ec.—- In mezzo di parola riceve avanti di sè, 
ma in diversa sillaba, le consonanti /, n, r, s, come in alto, 
punto, orto, distendere. —1l 'T forma consonante composta di 
due lettere con la s avanti, e la r dopo, come state, stoviglie, 
tremare, truppa; e di tre lettere con la s avanti e la r dopo, 


(26) Peso per Pisello — Peso per gravezza ha la S gagliarda. 


PERA pae en Le REI 


ar gi 


arr ‘PARTE PRIMA © 27 
come strada, strépito, stridòre, astro, ec. — Raddoppiasi nel 
mezzo della parola egualmente all’ altre consonanti. (27) 

$. XXX. Il V, consonante labbiale, pronunziasi vu. Que- 
sta lettera è assai differente dall'U; ed a noi pare che, ove 
essa abbia avuto sempre la stessa vibrazione che ha appo noî, 
non sia mai stata altro che consonante; checchè ne dican taluni, i 

1 s’ostinano ad insegaare essere ella ialora vocale (con- 
fondendola erroneamente coll’ u) e talora consonante (vegga- 
si la nota (f) della pres. Sez.). — Per essere il V molto si- 
mile al 5 ed al p, parecchie voci or coll’ uno or coll'altro, 
indifferentemente si dicono come ne'$$. VIII, e XII, parlan- 
do del B e del P, abbiam detto. — Il V riceve avanti di sè, 
nel mezzo della parola, le consonanti 4, n, r, s, come in mal 
va, convito, serva, disviàto, misvenire, ec. — Forma consonante 
composta con la r dopo, e la s avanti di sè, e in amendue i 
casi con molta perdizione di suono, come in avrei, dovreste, 
sovràno, svariàre, svenire, svinàre, ec. —Il V si raddoppia, co- 
me le altre consonanti, nel mezzo della parola, come in 0v050, 
ravvòlito, ec. | 

S. XXXI. La Z, lettera dentale, sì pronunzia zeta, ed 
è assai in uso appo gl'Italiani. Essa dopo di sè non ammette 
nissun'altra consonante, nè in principio nè in mezzo della pa- 
rola, e non riceve avanti di sè, che la 7, n, r, e solo in 
: diversa sillaba, come in dalzo , Zenza, scherzo, ec. —- La Z 
si raddoppia sempre ogni volta che si trova tra due vocali, 
salvochè alla Z seguiti uno de' dittonghi 52, se, #0. 

. XXXII. La Z ha tre suoni diversi cioè l'aspro o’ ga- 
gliardo , il dolce, e il sottile. Il primo fassi sentre come se 
alla Z precedesse il £, come in zappa, pezzo, sitto, zòccolo, 
zucca, ec. che pronunziasi fzappa , petzo , fsitto , tsùccolo , 
lzucca. 

L'altro , detto anche rozzo , sì fa quasi che innanzi alla 
Z vi fosse un d, come in sanzòra, gazza, brezza, azzùrro, 
zòtico , che si pronunziano dzandzara , gadza, bred:a, 
adzurro , dzotico. 

In quanto al terzo suono, detto sottile, tiene questo il 
mezzo tra l’aspro e "l dolce, ed è assegnato alla Z scempia, 
semprechè sia seguita dai dittonghi #2, ze, #0, come in grazia, 
Lizia, paziénte, spezie, aziòne, precipìzio, ec. Questa regola è 
generalissima. a 


(27) Il T, come nota numerale, indicava presso gli antichi 160 , e 
con una lineetta orizzontale sovr' esso, valeva 160,000. i 


28 O'RTOLOGIA 

La quasi insuperabile difficoltà cui offre il distinguere le 
due prime diversità di pronunzia della Z, farebbe desiderare 
o che carattere differente fosse assegnato ad ognuna, o che 
almeno con regole si potesse indicare la via alla conoscenza 
di entrambe; ma non essendosi fatto l' uno, che si sarebbe 
potuto fare, e l’altro essendo infattibile , lo studioso è ridotto 
ad affidarsi in ciò, del pari che nella pronunzia della $, 


alla sola guida dell'uso e dell'orecchio. Per altro vogliamo . 


dal canto nostro: condurlo anche noi per un buon tratte di 
cammino , coll’ esporgli alcune regole quasi generali, sul 
quando la Z. abbia il primo suono , quindi gli daremo una 
«compiuta: raccolta di vocaboli in cui questa consonante  pro- 
munziasi col secondo suono, che è di gran lunga meno nu- 
. ameroso del primo, talchè quelle voci che in essa raccolta 


mon saranno registrate, potranno tenersi come aventi la Z. 


aspra. sE 
La Z.sì pronunzia col suo suono aspro: 
4°. In principio di parola di que’ vocaboli , che, comio- 


cianti con Z, non sitrovano registrati nella qui sottoposta rac- 


colta della z dolee. ù | 
20, Ne'verbi uscenti in azzare, ezzare, izzare, ozzare, uz 
zare, ed intuttii derivati da tali verbi, sian participj, addiettivi 0 
uomi verbali, come ammazzàre, carezzàre , indirizzàre, 
| sbozzàre, puzzòre; ammazzamento, carezzànie, shozzòto, ec. 
d°. Nelle voci in azzo, azza, ezio, ezza, Izzo, 1220, 


0zz0, 0gza, uzzo, uzza, siano sostantivi o addiettivi, ‘e ne’lore : 
derivati, come #u224, piazza, grandézza , pezza, attrézzo, > 
vezzo, rizza, pòlizza, pizzo, stizzo, carròzza, tavolozza, ba- è 
«iòzza, pozzo, melùzza, viùzza, lavarùzzo, puzzo, merlùzzo, e « 


4°. Nelle terminazioni anza, ed enza ne’ nomi astrati 
come In zsonorànza, costànza, prudénza, eloquenza, ec. 


5°. Quando :è preceduta, in diversa sillaba, dalle conso- 


nanti 7, n,-r, come in a/zàre, calza, balzo, smilzo, pénzolo, 
pinza, punzòne, marzo, ‘sferzàre, forza, sforzo, ec. Le poche 
eccezioni che patiscono queste cinque regole, si troveranno 
ella sottoposta lista della Z dolce, | 


PARTE PRIMA 


LISTA ALFABETICA 


DI VOLI IN CUI LA Z SI PRONUNZIA 
COL SUONO DOLCE. 


N. B. Farciamo avvertito lo studioso che in questa raccolta non si tro- 
vano registrati che i vocaboli semplici e primitivi, dovendo essi servir di 


norma pe loro composti 


suono. - 

Abbrezzare.. Benzoino. 
Abbronzare. Bizza. 
Adorezzare. Bizzarria. 
Agonizzare. Bizzeffe. 
Aguzzino. Bonzo. 
Amazzone. Bozzima. 
Ammezzare (28). Brezza. 
Ammortizzart. Bronzo. 
Analizzare. Buzzo. 
Anatomizzare. Calenzuolo. 
Armonizzare. Canonizzare. 
Aromatizzare. Carbonizzare 
Arrozzire. Catazzo. 
Arzente. Catechizzare. 
Arzigogolo. Cauterizzare. 
Arzinga. Chimerizzare 
Assozzarsi. Chiozzo. 
Autorizzare. Cicatrizzare. 
Azoto. Civilizzare. 
Azzimella, azzimo.Cristallizzare. 
Azzimare. Czar. 
Azzollare. Czarina. 
Azzurreggiare. —Dassezzo. 
Azzurro. Dimezzare. 
Barzelletta. Dirozzare. 
Battezzare. Disorganizzare. 
Bazza. Donzellare. 
Bazzana. Dozzina. 
Bazzarrare. | Epizoozia. 
Bazzecole. Famigliarizzarsi. 
BazzoUto. Frizzare. 
Belzebù. Fronzolo (29). 
Belzuar, Fronzuto. 


Ganza, e ganzo. 


Garzare. 
Garzone. 
Garzuolo. 


Gazetta. (sorta di 


vaso). 
Gazofilàcio, 


. Gazza. 


Gazzarra. 
Gazzella. 
Gazzera. 
Gazzetta. 
Generalizzare. 
Ghiozzo. 
Ghiribizzo. 
Gonzo. 
Imbizzarrire. 
Imbizzocchire. 
Imbozzimare. 
Imbuzzire. 
Indennizzare. 
Ingarzullito. 
Insozzare. 
Intirizzire. 
Intvamezzare. 
Intronizzare. 
Inzavardare. 
Inzibettato. 
Inzotichire.. 
Jozzo. 
Lapislazzoli. 
Lazeggiare. 
Lazzeretto. 


e derivati, in cui la Z si pronunzia collo stesso 


Lazzero. 
Lazzerone. 
Lazzeruolo. 
Lazzo (nome) (30). 
Legalizzare. 
Lezzo. 
Magazzino. 
Manzo. 
Marmorizzare. 
Martirizzare. 
Marzocco. 
Mezzajuolo. 
Mezzalana. 
Mezzaluna. 
Mezzano. 
Mezzelto. 
Mezzina. 
Mezzo (metà) (31). 
Mezzodi. 
Mezzogiorno. 
Mezzuùle. 
Mortalizzare. 
Mozzo (pezzo) (32). 
Notomizzare. 
Olezzare. 
Orezza. 
Organizzare. 
Orizzonte. 
Urza. 
Urzajuolo. 
Orzata. 
Orzese. 

Orzo. 


(28) Nel significato di Divider per mezzo; — in Ammezzare, per. divenir 


mezzo, esser più che maiuro, }e due £z sono aspre. 
cato di ornamento; 


(29) Nel signifi 


£ è aspra. 


(io) n Luzso addiettivo , le due z2"sono aspre. 


"os 


—in Fronzolo, specie di castagna , 


31) In Mezzo froppo maluro, fracido, le due 12 sono aspre. 


(32) In Mozzo servo che fa le 
verno Mogzare, le due 42 sono aspre. 


faccende più vili, e in Mérzo add. dal 


30 


Urzuolo. 
Uzena. 
Ozzino. 
Paralizzare. 
Patrizzare. 
Polverizzare. 
nso. 
Prodigalizzare. 
Profetizzare. 
Rammanzina. 
Rammanzo. 
Rammezzare. 


ORTOLOGIA 


Scorzare. 
$corzone. 
Scozzonera. 
Secolarizzare. 
Sezzo, e sezo. 
Sfronzare. 
Sgargarizzare. 
Sillogizzare. 
Simpatizzare. 
Singolarizzare. 
Sinonimizzare. 
Siza. 


Razza (pesce) (33) Soavizzare. 
Razzare (risplende-Solecizzare. 


re) (34). 
Razzente. 
Razzese. 
Razzimato. 
Razzo. 
Razzuolo. 
Rezzo. 
Rezzola. 
Rinfronzire. 
Rinverzicare. 
Rinverzire. 
Romanto. 
Reonzare. 
Ronzino. 
Rozzo. 
Ruzzo. 
Satirizzare. 
Sbizzarrire. 
Sbonzolare. 
Scandalizzare. 
Scanonizzare. 
Scarzo. 
Schiribizzo. 
Scommezzare. 
Scorza. 


$. XXXIII. Nell' alfabeto latino, ed in quello eziandio 
di molti altri idiomi, trovansi due consonanti, che straniere 
sono alla favella italiana, K ed X. La prima, greca, d' origine, 
non è a noi necessaria, avendo il C, e 'l CH che ne fanno 
le veci; e neppure i Latini se ne servivano, se non qua e là 
în alcune voci dal greco provenienti. Alla X sostituiscesi da 
noi la $, in alcune voci scempia, in altre raddoppiata, secon- 
do che in latino questa ‘consonante profferivasi o con. molta 
forza, o leggermente, come: Axrioma, Alexander, exercitus, 


Solennizzare. 
Sottilizzare. 
Sozzare. 
Spiritualizzare. 
Spolverizzare. 
Spulezzare. 
Staza. 
Strafizzeca. 
Suzzacchera. 
Suzzare. 
Suzzo. 
Sverza. 
Sverzare. 
Tartarizzare. 
Teologizzare. 
Tesaurizzare. 
Toscanizzare. 
Tramezzare. 
Tramezzo. 
Utilizzare. 
Verzella. 
Verzicare. 
Verzicola. 
Verzino. 
Verzotto. 


Verzume. 
Verzura. 
Volatilizzare. 
Volgarizzare. 
Zafferano. 
Zaffetica. 
Zaffiro. 


‘ZLagaglia. 


Zaimo. 
Zaino. 
Zamberlucco. 
Zambra. 
Zambracca. 
Zanca. 
Zancato. 
Zanco,. © 
Zangola. 
Zangoni. 
Zannire. 
Zanzara. 
Zanzariere. 
Zara. 


Zerbino. 
Zero. 


Zeta. 
Zeugma. 
Zerzolo. 
Zibaldone. 
Zibellino. 
Zibctto. 
Zibibbo. 
Zienda. 
Zimarra. 
Zimino. 
Zimatecnia. 
Zinginare. 
Zingo. 
Zizzania. 
Zizzita. 
Zizzito. 
Zizzolo. 
Zodiaco. 
Zofito. 
Zoilo. 
Zolla 
Zollata. 
Zona. 
Zonzare. 
Zoofito. — 
Zoofourico. 
ZLoografia. 
Zoolatria. 
Zoolito. 
Zoologia. 
Zootomia. 
Zopiosa. 
Zotico. 
Zurigo. 
Zarlace. . 
Zurlo. 
Zurro. — 


(33) In Razza sé&rpe, schiatta, le due zz sono aspre. 


(34) In Razzare per rassolare del cavallo colle sampe davanb, le due 


25 sono aspre. 


A È. e 


PARTE. PRIMA si 
eristere; ec.; Assioma, Alessandro, esercito, esistere, ec. Con- 
servasi però questa lettera anche nell' idioma italiano in al 
cuni latinismi, posti avverbialmente, e composti dalla prepo- 
sizione latina er, come: er-abrupto, ex-professo, ertempore, 
e., e così pure nel nome proprio Xeno, onde non conton- 
derlo con Santo. 


SEZIONE III. 
DELLE SILLABE. 


S. I. Ogni vocale o di per sè sola o unita ad una o più 
consonanti, forma quel che comunemente sì chiama sillaba. 
I dittonghi, trittonghi e quadrittonghi (veggasi Sez. I. $$. XV, 
XVI, XVII), o soli o uniti ad una o più consonant, fanno 
parimente sillaba. 

Ù II. Dall’umione di più sillabe si costruiscono le voci 
articolate significative, quantunque una sola sillaba possa ezian- 
dio formare voce -significativa, detta monosi/laba. (4 

Le altre parole dal numero delle sillabe loro s1 chiamano 


bisillabe, quando di due; trisi/labe quando di tre ; quadrisik 


] 
i 


labe quando di quattro , e polisillabe quando di più fino a 


undici sillabe sono composte, come : 
VOCABOLI BISILLABI. 


A-la, e-bro, t-dra, o-ro, u-no, fiu-me, oc-chio, squa-dra, 
nac-qui, ac-qua, gon-z0, frul-lo. 


TRISILLABI. 


, A-mò-re, ai-rò-ne, Eu-rò-pa, cré-de-re, me-di-ceo, prin-cì- 
pio, a-ziò-ne, ta-glià-re, scan-dà-glio, ga-gliòf-fo, oc-chiél-lo, 
scu-dì-scio, na-t-0, càn-di-do, O-tran-t0, còr-re-re, tàr-ta-ro, 
chie-che-ra, ac-quì-sto, quàc-que-ro. | 


(1) Il numero delle voci monosillabe nella lingua italiana, alle poche 
*fuenti si restringe: a, ad, ah, ahi, ai, al, ce, che, ci, chi, ciò, col, con, da?, 
dai, dal, deh, dei, del, di, dì, do, doh, è, e, ed, ch, ei, fa, fai, fo, fu, fui, gli, giò, 
84, gru, guai, ha, haî, ho, i, il, in, la, le, lei, li, lo, lui, ma, me, mi, miei, ne, nè, 
nel, nei, no, noi, non, 0, od, oh, oi, pel, pei, per, più, Po, poi, puh, qua, quel, 
fù, re, sa, sai, se, sei, sO, si, sì, s0, sta, stai, sto, su, suoî, te, thè, ti, toh, 

vu, fuoi, va, vai, vi, vo, voi, vuoi. Sonovi poi molte parole che diven- 
‘ano monosillabe per avere la vocale finale, o anche l’intiera sillaba finale, 


| troncata, di modochè tali voci non possono riguardarsi come monosillabe, 
i ‘ome sarebbero: ur, pur, fin, ben, fe’, più, vo’, ec. invece di uno, pure, 


fino, bene, tale, fede, piede, vogli, ec. 


32 ORTOLOGIA 
QUADRISILLABI. | 
. A-rò-ma-t0, ma-nè-vo-le, Me-ne-là-0; cur-pen-tiò-re, am° 
mai-nà-re, cru-de-li-tà, fi-noc-chiét-t0, so-prac-c}-glio, di-ve-gle- 
re, ac-qui-stà-to, rag-gua-glià-re, spia-cè-vo-le, squàc-que-ra-n0, 
chias-sa-juò-lo, ar-ma-juò-lo, schia-maz-zì-0, schia-vac-cià-re, 
schic-che-rà-t0, sme-mo-ràn-te, mi-nac-ciò-so. 


POLISILLABE — DI CINQUE SILLABE. 


Al-ci-bì-a-de, im-bro-do-lù-re, fran-gi-bi-li-tà, qua-dri-là- | 


le-ro, a-mo-ro-set-to, chiac-chie-ra-tò-re, fra-sta-glia-tù-ra, am- 


mi-ni-co-lo, e-stin-guì-bi-le. 
DI SEI SILLABE. 


o e CÒ i ; ® LI i 
Im-mi-nen-te-mén-te, con-si-de-rà-bi-le, mi-se-ri-cor-diò- 


so, for-ti-fi-ca-ziò-ne , si-gno-reg-gia-tò-re ; in-tro-du-swn- | 


ce > (9 È 
DI SETTE SILLABE. 


Ap-pas-sio-na-tìs-si-mo, stra-or-di-na-ria-mén-te, in-con- 
si-de-rà-bi-le, i-per-bo-leg-gia-tò-re, so-pra-e-sal-ta-ztò-ne. 


DI OTTO SILLABE. 


For-sen-na-tis-si-ma-ménte, ir-ra-gio-ne-vo-lis-st-m0, n. 


com-pren-st-bi-li-tà-de, co-stan-ti-n0-po-li-tà-n0. 
DI NOVE SILLABE. 


5 = 


_ 


Vi-tu-pe-ro-sis-si-ma-mén-le, im-mi-se-ri-cor-dio-sa-mén-tt 


DI DIECI SILLABE. 


In-con-so-la-bi-lis-si-ma-mén-te, vi-tu-pe-re-vo-lis-st-ma- 


mén-te. | 


DI UNDICI SILLABE. 


Im-mi-se-ri-cor-dio-sis-si-ma-mén-te, pre-ci-pi-te-vo-lis-s | 


me-vol-mén-te. 


Pa rea © 


- PARTE PRIMA dI 
SEZIONE IV. 


DELL’ ACCENTO, OSSIA DELLE SILLABE 
LUNGHE E BREVI. 


$. I Per accento intendesi quella posa che si fa coù- 
la voce, nel profferire la parola, più in su d'una sillaba, che in 
sull'altre ; e, nel pronunziare un discorso, più su d’ una fra- 
se che su d’ un’altra. Nel primo caso l’ accento è sopranno- 
minato fonzco, nel seconda oratorio. Nel nostro presente as- 
sunto non ci occorre parlare che dell’accento fonico, spettando 
l'accento oratorio, a’ precetti di rettorica. 

S. II. Quella tra le sillabe su cui fa posa la voce, è det- 
ta lunga, le altre brevi. | 

Nel sapere quando le sillabe componenti una parola deb- 
bansi pronunziare lunghe, e quando brevi, consiste quella par- 
te di grammatica chiamata PROSODIA. 

Accento dicesi anche al segno, consistente in una piccio- 
la linea (") con cui sovente viene contrassegnata la vocale 
della sillaba in sulla quale si fa la posa. 

8. III. Appo i Greci, l’ accento significava alzamento o 
abbassamento di voce, e perciò essi avevan tre distinti accen- 
ti, cioè l acuto (‘), il grave (°), e "1 circonflesso (*) (1). Non 
avendo l’ accento presso di noi la forza che aveva presso i 
Greci, non servendo esso che ad accennar la sillaba su cui si 
deve posar la voce, un solo segno ne sarebbe bastevole, pur- 
chè fosse legge gencrale di linguaggio che in tutte le parole 
trisillabe, quadrisillabe, e polisillabe, le sillabe lunghe andas- 
sero segnate d’ accento. « Un tale uso » dice un celebre no- 
stro grammatico « riuscirebbe d' un grandissimo comodo per 
« gli stranieri, i quali durano molta pena ad imparare quale 
delle nostre parole si abbia a pronunziar breve, e quale 
lunga; d' un grandissimo comodo pe' fanciulli che comin- 
« ciano a leggere ; e d’ un comodo non picciolo anche per 
noi, massimamente per determinare la pronunzia o breve 
o lunga de’ nomi proprj, molti de’ quali per la mancanza 
« appunto d’ un segno che li distingua, restano affatto inde- 
«terminati. » Quest’ osservazione è giustissima, ed i nostri vo- 
ù non sono meno ferventi per un miglioramento in questa sì 


2 


2 


z 


k_| 


(1) Di quest’ ultimo accento si è da taluni tentato d' introdur | uso 
nella lingua itaiiana scrivendo 6, di, d, daro , volo, core, séno, léno, in vece 
di Ro, hui, hanno, vuoio, cuore, suono, luono, ec. 

Graumm. Tal. l 6 


od ORTOLOGIA 
importante parte del linguaggio a favore degli stranieri, e de- 
gli inesperti fanciulli italiani. Per altro fa d’ uopo considerare 
che la Prosodia italiana, non essendo tanto ingombra di pre- 
cetti quanto la greca e la latina, agevolmente con poche re- 
gole può essere schiarita anche agli stranieri; ed 1 fanciulli 
italiani divenuti adulti, potranno, per norma loro, le medesi- 
tbe regole seguire. 

. IV. Il sovrapporre l’ accento alle vocali, non è uso 
obbligatorio nel nostro linguaggio, se non che in sulla vaca- 
le finale, ogni volta che su di essa si appoggia la voce, il 
che ha luogo: P 
« 4°, Ne' monosillabi contenenti un dittongo come in gzà, 
ciò, può, giù, piè, più, ec. tranne qua, e qui che sì scrivo- 
no senz' accento. 

Qo, Nelle parole tronche, uscenti in vocale, come in cz4- 
tà, bontà, mercè, appiè, virtù, servitù (2); di cui le voci in- 
tere sono ci/ltade, bontade, mercede, appiede, virtude, servi- 
tude. 

3°. Nella terza persona sing. del passato perfetto indica- 
tivo, di que’ verbi in cui questo tempo non è anomalo, co- 
me parlò, lodò , credè, temè, pentì, finì, ec. (3) ' 

4o, Nella Ama, e 5a, persona sing. del tempo futuro di 
tutti i verbi, come parlerò, parlerà, crederò, crederà, sentirò, 
sentirà , finirò, finirà, vorrò, vorrà, ec. (4) 

Bo. Nella 3. pers. sing. del tempo pres. indicativo dei 
tempi composti di fare, e sfere, come assuefà, confà, con- 
traffa, disfà , liquefà, misfà, rifà, soddisfà, sopraffà, stu- 


LU DI 


pefà; distà, instà, ristà, soprastà, ec. 


(2) Come pure nelle seguenti voci: falpalà, sofà, costà, taffettà, taunà 
(sorta di lavoro d’intaglio); «imè, canapè, cioè, dorè, lacchè, madiè, oimè, to- 
lè, vicerè, ventitrè, trentatrè, ec. ; abbicci, chermisi, chicchiricchì, così, altresì, 
bensi, madesì, oggidè, luttodì, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, 
così; acciò , perciò, però, imperò, oibò, falò, landò, lolò, madenò, madiò; 
ingiù , laggiù , colaggiù, quaggiù, insù, lassù, colassù, quassù, Belzebù, 
Corfù, Perù, meù, Gesù. 

(3) Notisi che, ove tali voci ricevano uno degli affissi (V. Parte ter- 
za, Sez. III., Cap. II.), l'accento si ommette, raddoppiandosi la consonante 
dell’affisso, come parlòommi, lodòtti, sentinne, finìllo, ec. checchè ne dican 
taluni che pretendono doversi ciò non ostante segnare d’ accento la voca- 
le che precede alla consonante raddoppiata; ciò per lo meno sarebbe su- 
perfluo, imperocchè ì verbi, unitivi in tal guisa gli affissi, sono compresi 
mella regola ga noi data nel $. VII num. 5 della presente Sez. 

(4) La nota precedente è applicabile eziandio a questa regola , come. 
parlerommi, crederàvovi, finirolla, ec. | 


i 


PARTE PRIMA at 

Go. Nelle voci composte della congiunzione che, come 
perché, pit dacché, imperocchée, conciossiachè, ec. (5 

8. V. Avvi nella lingua italiana certi monosillabi di due 
diversi significati, per distinguere i quali, ad uno sovrapponesi 
l'accento, nell'altro si omette, come: é (verbo), e (congiun- 
zone) ; dà (verbo), da (prep.); dî (nome, in signific. di 
giorno, e imperativo del verbo dire), di (prep.); /à, e 2 (avv. 
di luogo), Za e li (articoli, e pronomi); né (congiunz. nega- 
tiva), ze (pronome); sé (pronome), «e (congiunz.); sì (inter- 
posto affermativo, e nel signific. di così), sé (pronome). 

Da questi casi di doppia significazione in fuori, è errore il 
segnare d’ accento qualunque altro monosillaba: errore in cui 
cadono tuttodì i meno esperti, scrivendo , a cagion d' esempio, 
do, fo. fò, fà,nò, stà, stò , rè, ed altri simili, che senz'accento 
debbonsi scrivere, perchè non hanno che un solo significato. 

Da molti l’ accento suolsi imporre eziandìo a' vocaboli di 
senso equivoco, ancorachè non siano monosillabi , il.che , quan- 
tunque non sia da alcun precetto comandato, pure il repu- 
tiamo cosa ottima per l' utile che ciò reca a’ poco istruiti leg- 
gitori. Intanto daremo una lista della maggior parte di tali 


voci equivoche: 


abitino — verba da abitare. 
agala — pietra preziosa. 

àncora — nome. 

Bàcino — verbo da baciare. 
Balia — nutrice. 

Bellico — guerresco. 

Bùchino — verbo da bucare. 
Camice — ornamento sacerdotale. 
Canone — regola. 

Canova — luogo dî rivendita. 
Cantino — verbo da cantare. 
Capitano — verdo da capitare. 
Compito — lavoro assegnato. 
Condito — fatto. 

Cupido — add. avido. 

Destino — verbo da destare. 
Lùstrino — verdo da lustrare. 
Maledico — add. 

Malvagia — add. fem. . 
Mandola — Zo szessa che mandoria. 
Martire — n. car. 

Martora — animale quadrupede. 
Moria — nome di monte. 


Abitino — susl. dim. 

Agata — colpo d' ago. 

Ancòra — avo. 

Bacino — nome. 

Balìa — podestà, autorità. 
Bellico — ombellico. 

Buchino — piccol buco. 

Camice — plur. di camicia. 
Canòne — cane granile. 

Canòva — nome di celebre scultore, 
Cantino — corda di violino. 
Capitàno — nome. 

Compito — add. perfetto. 
Condito — confettato. 

Cupido — Dio d'amore. 

Destine — nome. 

Lustrino —.specîc di drappo. 
Maledico — cerdo da maledire. 
Malvagia — sorta di vino. 
Mandola — strumento musicale. 
Martire — par Martirio. 
Martòra — tormente. 

Moria — mortalità. 


(5) La congiunzione che, è ella stessa da taluni odierni scrittori se- 
gnata d’ accento, semprechè porti il significato dì perchè, poichè, giacchéz 
€ questa un’ innovazione da nissun plausibile motivo appoggiata. 


‘56 . ORTOLOGIA 


Ntttare — nome di vino. Nettare — pulire. 

Nòcciolo — osso interno de’ frutti. Nocciòlo — avellano. 

Omero — spalla. Omero — nome di poeta greco. 
òntano — verbo da ontare. Ontàno — albero. 
Pagano — verbo da pagare. Pagano — della religione idolatra. 
Panico — add. | Panico — specie di grano. 
Petttine — (2ome) arnese da pettinare.Pettine — parte del vestito. 
Pistola — lettera. Pistola — arme da fuoco. 
Preterito — add. passato. Preterito — par. pass. di pretcrire. 
Principino — verbo da principiare. Principino — giovine principe. 
Pùntino — verbo da puntare. Puntino — dim. di punto. 
Rassegnati — verbo da rassegnarsi. Rassegnàti — add. plur. 

Renano — verbo da renare, Renano — del Reno. 

Rubino — verbo de rubare. Rubino — gemma. 

Sàssone — nome di naz. * Sassòne — sasso grande. 

Seguito — continuazione. Seguito — add. del verbo seguire. 


Spartano — verbo da spartire, Spartàno — nome di naz. 
Tèmperino — verbo da temperare. Temperino — nome. 

Volàno — nome di giuoco. Vòlano — verbo. 

Niòlina — verbo da violare. ‘ Violino — strumento musicale. 


Il sovrapporre l'accento all'e ed ; Tungo nelle termina- 
zioni ea, ta ed 0, scrivendo idéa, platea, Medéa, Astrea, 
Crimea; abbazia , codardìa , armonìa, anatomìa, epilessia, 
tintinnio , lavorlo, mormorio , è un arbitrio, al parer nostro 
non biasimevole , che taluni si prendono. 

$. VI. Dapa quel che si è esposto ne’ due $$. preceden- 
ti, e al che si limita quanto si può dire sul quando le sillabe 
lunghe, o per legge debbono o per consiglio possono esser 
segnate d’ accento, ci rimane da parlare delle sillabe lunghe 
senza che sieno da alcun segno contraddistinte ; e comincere- 
mo con istabilire due regole generali. | 

PRIMA REG. Nelle parole bisillabe (non comprese quelle 
| di cui si è parlato nel $. IV), la prima è lunga, vale a dire 

su di essa la voce s' appoggia più che sulla seconda. 

SECONDA REG. Nelle parale polisillabe, l' accento cade, a 
sulla penuliuna, come in finàle, amoroso, preparativo, fal- 
sificatore, cansideratamente, ec., 0 sull''autipenultima, e iù tal 
caso le parole si ‘dicano sdrucciole (6), come: zéffiro, màrto- 
co foigore Venere, màrtire, spléndido, ridicolo, fantùstico, apò- 


€erifo, ec, . 


(6) Le sale parole in cui nella lingua italiana 1’ accento toico cada 
sulla quartultima sillaba, sono le terze persone plur. del tempo presen le 
indicativo, imperativo, e soggiuniivo di que'verbi in are che all'infinito 
sono quadrisillabi,onde da darbicàre, peltinàre, operàre, fabbricare, spigo- 
lare, ricocrère, consideràre, imbrodolàre, cc. vengono bdarbicano, borbichino ; 
pèttinano, pelli nno ; operano, operino; fàbbricano, fabbrichino s spigola= 
no, spigolino; ricoverano, ricòverino; considerano, consìderina; imbròdo= 


dr i 


‘PARTE PRIMA n SI 

S. VII. Lo scoglio insuperabile sta appunto nel saper 
discernere quali voci abbiano la penultima, e quali l' antipe- 
nultima, lunga; e non avvi maniera alcuna d’ insegnarlo con 
precetti, essendo grandissimo il numero di entrambi i casi, 
senza che d' alcun segno sieno contra:ldistinti. Laonde dovrà 
lo studioso rimaner pago del poco che saremo per dire su 
tale materia. O 

1°. Nelle parole che escono in due vocali facenti ditton- 
go, l° accentotonico cade sulla sillaba che precede tale dittongo, 
come: Danao, Pasìfae, cesùreo, cerùleo, medìceo, invìdia, prin- 
cipio, esimio, ec. \ . 

2°. Quando le due voeali finali ‘non forman dittongo , 
l'accento cade sulla prima di esse, come Archelùo, Menelùo, 
avea, facea , assemblea , filosofia , codardìa, natio, mormo- 
rio, ec. 

3°. Nelle parole che hanno un dittongo frammezzo, l’ac- 
cento tonico cade ora sulla seconda delle due vocali, come în 
diùfano, didit‘ica, viòla, naziòne;: cd ora sopra una delle sil- 
labe che trovansi dopo il dittongo, come in compiacénte , fiu- 
micello, figlivolino, ec. 

4°. Allorchè le due vocali nel mezzo delle parole non 
forman dittongo, l’ accento tonico cade in sulla prima di esse: 
aricle, Alcibiade, sferdide, argonàuta, Briséide, ec. 

5°. Nelle parole polisillabe, in cui la consonante dell ul- 
tima sillaba è preceduta da altra consonante, sia dello stesso 
valore, sia di valore diverso, l’ accento tonico dovrà cadere 
su quella vocale che immediatamente precede alla prima del- 
le due consonanti, come in Piacénzea, cappello, affànno, za- 
vorra , Apòllo, fondamento, prudentemente, fanciulletto, ec. ; 
tranne drzsta, pòlizza, òtranto, Turànto , Lepunto. Patisce 
questa regola un’ alira eccezione, cioè nelle terze persone 
plur. di tutti i tempi de'verbi, allorchè hanno l’affisso, come 
amansti, vidersi, amàronvi, pregàronti, dimostràronvi, ed altri 
simili. | l 

6°. Ne' nomi polisillabi uscenti in zre, l'accento tonico 
cade sopra l’ antepenultima, come in argine, termine, cèrcine, 
fiècine, veri)gine, abitudine, piantaggine, sbadatùggine, consue- 
udine, ec. 

7°. Hanno parimente l' antipenultima lunga i nomi in 


lano, imkròdolino ; ritenendo |’ accento sulla sillaba stessa su cui posa 
nelle radicali bérba, pèttire, opera, fabbrica, spiga, ricbvero, broda, ec, 
lali terze persone da taluni vengon chiamate voci bdisdrucciode. 


» 


38 ORTOLOGIA 
esima, ed esimo, come: quarisima, battesimo, paganesimo , 
ducentesimo, cristianesimo, ec. 

8°. Lo stesso dicasi degli addiettivi in «adzle ed evole , 
come: consolàbile, desideràbile, giovevole, manevole, arrende 
vole, precipitevole, ec. | 

o. L' accento tonico cade egualmente sull’ antepenulti- 
ma negli addiettivi in zssi4m20, come: amorevolisstmo, negligen- 
iìssimo, ec. I 

10°. I verbi della seconda conjugazione in ee breve, han- 
no tutti. l' antepenultima lunga, come in ardere, rompere, in- 
sislere, cospàrgere, comprimere, sottintendere, ec. 

14°. In quanto alle cinquanta differenti voci di ogm ver- 
bo si consultino i modelli di conjugazione esposti nella pre- 
sente grammatica (Parte terza, Sez. V), e in cui ogm voce ha la 
sua sillaba lunga segnata d'un accento, onde ciò possa servire di 
norma per tutti i verbi della stessa desinenza. Si consultino 
altresì le mostre osservazioni sulla prosodìa de' verbi in @re 
(Parte terza, Sez. V, Cap. V, $. II). 

12°. Molti erroneainente, pronunziano coll’ antipenulti- 
ma lunga, ce la penultima breve, le prime persone plurali de- 
-gl' imperfetti indicativi de' verbi, dicendo amavamo, credéva- 
mo, finìvamo, facìvamo, ec. il che è contrario alla maniera 
di pronunziare degli scrittori del buon secolo, ed anche dei 
moderni Toscani, come da' poeti veder si può. Già monta- 
vàm su Li gli scaglion santi. D. Purg. 12. — E quel baron 
che sì di ramo in ramo Esaminàndo giù tratto m'avèa, Che 
a l'ùltime fronde appressavàmo. Id. Pur. 24. Pronunziasi 
adunque «mavàmo, credevàmo, finivàmo, facevamo, ec. 








PARTE SECONDA 
DELL* DRTOGBATIA 


— en 


Serwi come si pronunzia , e non iscriwver più di quello che 
sì pronunzia, è questa la unica regola fondamentale dell’ or- 
tografia italiana, dettata dal genio naturale della lingua. | 

Consiste l' ortografia, in tutti gl' idiomi, nel sapere e- 


‘ sporre correttamente in iscritto le parole; una tale facoltà, nel 


. mostro, non è per natura che una immediata conseguenza di 


Sta stra 


quell’ altra cioè di pronunziar bene ec puramente, laonde chiun- 
que non sia toscano, o che abbia l'orecchio guasto dalle. 
imperfezioni di alcun dialetto, non può possederla senza un 


| previo studio de’ precetti da' varj nostri grammatici, antichi 
“© moderni, dettati. 


SEZIONE PLIMA. 
DELLA SILLABAZIONE. 


. 8. I. Nella Sezione IMI della precedente Parte, i è ve- 


. duto potere il numero delle sillabe, componenti le parole, 
‘ascendere fino a undici; ora trattasi della maniera di dividere 


le parole in sillabe, il che chiamasi SILLABARE, SILLABAZIO- 
NE, e su di ciò s'osservino 1 seguenti precetti. 

La sillaba può consistere: 

1°. In una sola vocale, come a-/a, e-co, i-m’no, 0-s0, u- 
no, ec. 

2°. In un solo dittongo, come a/-rò-ne, au-rò-ra, ei-mè, 
Ewrò-pa, oi-bò, uo-mo, ec. | 

3°. In una vocale semplice, o in un dittongo con una 
consonante semplice avanti di sè, come na-tU-ra, cau-sa, a- 
zo-ne, feu-do, buo-no, ec. 

4°, In una vocale scempia avente dopo di sè una con- 
sonante scempia da essa appoggiata, come : ar-fe, el-la, in-on- 
da-ziò-ne, ur-t0, ec. 

5°. In una vocale con due consonanti semplici, una avan; 


40 DELL'ORTOGRAFIA 
ti e l'altra dopo di sè: dis-o-nò-re, ber-rét-ta, fur-bac-chiòt- 
fo, tin-iin-ni0, ec. l 

Go. In una vocale o dittongo preceduto da una delle con- 
sonanti composte di due lettere (veggasi Parte prina, Scz. 
Il $. VI), come: Ble-so, dra-go, flò-ri-do. fra-te, ghi-ro, 
glo-ria, bru-ma, con-clù-dere, gra-zia, fo-glio, glù-li-ne, a- 
gnì-no, gra-no, di-plò-ma, pri-mo, sbu-v.-re , scu-lo, sde- 
bi-t-re, sfo-glia, sgo-mén-to, sle-gà-re, sma-nta, sno-dà-re, 
spu-rio, squa-dra , sre-go-lù-t0, stu-dto , set-tà-re, ira-ma. 

7°. In una vocale, o dittongo preceduto da una de.le 
consonanti composte di tre lettere, come: sbra-co-re, sclhe-da , 
schia-màz-z0, scrò-fo-la, sdra-jà-re, sfre-nù-re, sghi-gnà-re , 
sgra-di-re, sple-né-t-co, spro-ne, stra-da. 

8°. In una vocale, o dittongo preceduto da una delle 


consonanti composte sia di due sia di tre lettere, e seguita da , 


una consonante semplice; eccone alcuni esempj, dlen-du, brac- 


co, sbar-ra, spun-tà-re , prin-ci-pe, spran-ga, splén-di-do, sgraf- . 
»P Des Spratt=g: o 


fio, spruz-zà-re, strìn-ge-re, schiat-ta, schiop-po, ec. 

S. IL Nella lingua italiana la sillaba per lo più non ol- 
trepassa il numero di sei leitere, delle quali o due otre 
vocali (1). 


Il maggior numero di consonanti che possa entrare in 


una sillaba è di quattro cioè, una delle composte di tre let- 
tere avanti la vocale, e una seinplice dupo, come nelle vuci , 


spran-ga, spl’n-di-do, ec. 

$. IIL Dalle quattro monosillabe con, in, non, per, iu 
fuora (2), non evvi parola nella lingua italiana la cui sil'aba 
finaie, uon iermini in vocale (3). 


Bh 


(1) Come eccezioni a questa regola potrebbersi addurre le pochissime 


voci, in cui poeticamente si fa entrare il quadriltongo /uoi, come in fi- 
gliuot, ma-gliuoi, ec. siacopi di fi-gliuo-lî, ma-gliuo-li, ec. 


(2) Avverto, che chi vuol parlare e scrivere pretto toscano, debba - 
con diligenza evitare, come producente asprezza e ‘difiicoltà nel pronun- , 


ziave, l’incontro delle suddette particelle cor, in, non, per, con una sus- 
seguente S impura (così chiamasi la S seguita da altra consonante in ca- 


po di parola) e premettere piuitosto a questa un’ 7, dicendo, e scrivendo ‘ 
a cagion d'esempio con ischerzo, in ischerzo, per ischerzo jio non isclierzo, © 


anziché con scherzo, in scherzo, per scherzo, io non scherzo. 


(3) Potrebbersi, volendo, eccettnare le particelle 2, del, al, col, rel, 
quel, san, un, che finiscono anch’ esse in consonante, ma non di ne- 
cessità, imperocche il può cangiarsi in /o sempreché un miglior suono il : 
richieda; le altre sono voci tronche di dello, allo, colo, nello, quello, 
santo, uno. In quanto alle altre parole, che in tanta copia in consemnan- | 


te finale trovansi si in prosa che in verso, queste , come tutte le altre pa- 
role italiane, hanno le loro desinenze in vocali, fe quali però, per pro- 


rietAà di linguaggio ossono a richiesta troncarsi come altrove verra. 
» P 


Spicgalo. 


PARTE SECONDA ‘ 3 

S. IV. Quando una parola non capisce tutta intera in 
fn di verso, conviene dividerla tra sillaba e sillaba, in modo 
che tutte le lettere, appartenenti alla stessa sillaba, si trovino în 
« fne del verso, e che il susseguente verso cominci con un' al- 
tra sillaba. 

Per saper ciò fare, fa d’ uopo osservare: 

f°. Che una sola consonante posta tra due vocali, fa sem- 
pre sillaba colla seconda vocale, alla quale deve rimanere u- 
nita nella divisione delle sillabe, come a-mo, e-ra, a-mò-re, 
uniì-to, ec. — Questa regola patisce un' eccezione nelle parole. 
composte di qualche particella che ne cangi il significato , nel- 
le quali la consonante finale della particella resta unita alla 
propria antecedente vocale, non già alla susseguente ; come in. 
dis-o-nò-re, dis-u-nì-re, mal-a-ge-vo-le , in-on-dà-re, in-e- 
sti-mà-bi-le, tal-ù-n0, qual-ò-ra, ec. 

o. Che niuna sillaba dee cominciare da due medesime 
consonanti, e che, ove in mezzo delle parole sì trovino unite 
due consonanti dello stesso valore la prima appartiene alla sillaba 
precedente, e la seconda alla susseguente, come; ab5-b0z-z0, 
chià-cchie-re, ad-dur-re, sof-fit-to, sog-già-ce , ag-guan-tà-re, 
cap-pel-lo, am-man-nà-re, ec. 

5°. Che due consonanti, di diverso valore purchè non for- 
mino consonante composta, egualmente si dividono, così che la 
prima termini una sillaba e la seconda incominci l’altra, come: 
dar-do , fal-so, im-bù-to , pru-dén-za , in-ten-dén-te , sfor- 
zà-re , ec. 

4°, Che le consonanti composte, o di due lettera o di 
tre, non possono mai separarsi; e, ove faccian parte di una 
delle sillabe medie della parola, dividendo questa per sillabe, 
esse sono sempre capo di sillaba , e la vocale o consonante 
che ad esse” segue’, appartiene alla sillaba anteriore, come: 
ab-bràc-cio, di-plò-ma, scu-di-s-cio , sciò-glie-re, con-trà-sto, so- 
gnà-re , que-stiò-ne , a-sper-ge-re, a-spréz-za, co-stru-i-re, ec. 

Giova osservare che nelle voci composte con le particelle 
dis e mis, le quali rovesciano il significato della voce pri- 
Mitiva a cui vanno unite, la s delle due particelle non forma 
consonante composta colla consonante iniziale della primitiva: 
onde da essa si separa nella divisione delle sillabe , come : 
dis-pia-cè-re , dis-grà-zia, dis-gè-lo, mis-cre-dénza , mis-fài- 
lo, ec. ; 
S. V. Si è già detto altrove che il gq rarissime volte si 
raddoppia, e che in vece ad esso uniscesi il c; di un tale 
accozzamento vorrebbesi da taluni fare una consonante com- 

Gramm. Ital. uan 


42... DELL’ ORTOGRAFIA 
posta , inseparabile nella sillabazione , scrivendo ac-gu4, na- 
ui, a-cquìsto, ec. A noi parendo che il c, ne’ casì anzi- 
nani debbasi riguardare come un 9g, e non potendo una sil- 
laba cominciare da due medesime consonanti, crediamo poter 
avvertire che nella divisione della parola per sillabe, il c e "1 9 
debbon separarsi, rimanendo il primo attaccato alla vocale 
anteriore , e cominciando l’altro la susseguente vocale. Scri- 
Vasi adunque ac-qua , nac-qui , piac-que, ac-quisto, ec. 


SEZIONE II. 


DEL RADDOPPIAMENTO DELLE CONSONANTI. 


S. I. Non evvi idioma che più dell'italiano sia irregolare 
nel raddoppiamento delle consonanti; i grammatici non man- 
cano di darne de’ precetti chi più chi meno , 1 quali per co- 
piosi che sieno lasciano un numero maggiore d' eccezioni ; 
sfogliandosi poi il vocabolario, si trovano migliaja di voci 
abbandonate all’arbitrio di raddoppiarvi o no, la consonante. 
La miglior regola, a parer nostro, in questo particolare , sì 
come in tutta l'ortografia italiana, è una pura pronunzia. Chi 
pronunzia bene, di rado, per non dir mai, scriverà con con- 
sonante scempia quel che con doppia dee scriversi, e vice 
versa : laonde quel che siamo per dirne non è che per gli 
stranieri, pe’ fanciulli, e per coloro eziandio la cui pronunzia 
non fosse abbastanza felice. 

Ì II. Nelle parole radicali, la pronunzia facilmente fa 
intendere dove la consonante debba essere scempia, e dove 
doppia, così per esempio in pane e panno. Non così facilmen- 
te sì può questo comprendere nelle derivate che sogliono 
essere più lunghe. La regola che si può tenere per queste si 
è di scriver le derivate come le loro radicaii, così da PANE 
provengono panéllo, pantere, ec., € da PANNO, pannello, pan- 
niére, ec. e così degh altri. 

S. III. Le consonanti d, c, g, e p per lo più si raddop- 
piano innanzi a’ dittonghi 2, #0, come abbia, gabbia, stab- 
dia, nibbio; caccia, goccia, laccio, staccio, riccio, figliòccio ; 
reggia, uggia, moggio, raggio; coppia seppia, doppio, oppio, ec. 

Sono eccettuati astrolabio, Zebia, olibio, bacio, audùcia, 
fallocia, efficacia, ferdcia, (ed altri simili nomi astratti) pa- 
dùgio, naufragio, regio, prosàpia, copia, inòpia. 

Il G non si raddoppia mai innanzi le sillabe zona, done, 
ioni, iono, ionu, come rajgionùre, ragiùne, prigioni.re, cagio-: 
nòso, cagionizza, cc. 


(2% 


PARTE SECONDA 45 
S. IV. Moltissimi vocaboli si compongono. nella nostra 
avella, del pari che in altre lingue, con l'ajuto delle particel- 
le ossian preposizioni inseparabili @, co, de, di, e, i, 0, pre, 
pro, ra, re, rt, so, su, le quali, sebbene di per sè nulla signi- 
fchino , pure o rinforzano, o scemano, o in farle mutano, o in- 
leramente rovesciano il significato della voce radicale. — Ot- 
to di queste particelle, cioè 4, co, e, i, 0, ra, so, su, richie- 
dono il radduppiamento della consonante inizia'e (purchè non 
sa una delle composte comincianti da s) della voce a cui sì 
uniscono, Come : 
Abbracciùre, accòrrere, addùrre, afamòre, aggua- 
A gluire, allestire ammeétiere, avnodare, apppòrre , 
arrogàre , assumere , altribuire , avvezzure , az- 
zannàre, ec. . 
Collegàre, collateràle, commutàre, commuòcere; 
CO ( connettere, corrispondere, corroboràre. ec. (1) 
Ebbene, eccòdere, ecceziòne, effemminàre, efferve- 
E ( scenza, ec. 
I (IUudere, immòrgere, immòbile, irrevocàbile, ec. ( 2) 
| Obblizire, obbròbrio, occòrrere, accìdere, offerire, 
0} 


- 


si = mere 


off:ndere, ommélttere, oppòrre, opprìmere; osser- 
vare, ec. ue: 
Rabbreviàre, rabbujàre, raccattàre, racchetàre, rac- 
LI LI . LI x 
cozzàre, raddobbàre, raddrizzàre, raffermìre; 
RA raffreddàre, raggomitolire, ragguagliàre , rallen- 
tire, rammarginàre , rammorbidìre, rannicchiàre, 
rappezzare, rappiccà"e, rassodùre, rattentre , rat- 
| trappùre, ravvedere, ravvisàre, ec. i 
. LV o x DI 
Sobbissàre, soccorrere, soddisfare, soffermàre , sog- 
SO giogàre, sollevare, somméèttere, sopporre, sopprì- 
S ° LI i) 
mere, sorreggere, sossopra, sottacqua, sottana, 
sovvenire, sovvertire, ec. 
9 . e N 

Subbollire, succedere, suddiàcono, suddividere, suf- 
fragàneo, suffumìgio, suggerire, sullogàre, sum- 
SU ministràre, supplica, suppòrre, surrogàre, sussì- 
dio, sussìstere, ec. ne 
(1) La particella co, che altro non è se non che uo’ abbreviazione 
della preposizione cor, s' adopra così abbreviato solamente innanzi alle 
consonanti 2, m, r, le quali si raddoppiano; iù ogni altro caso, la pre- 
Po ione con si scrive intera, eccetto innanzi alla s impura come in  co- 

slante, costrutre, cospicuo, ec. i 
(2) Questo 7 è l’ accorciamento della preposizione în, e s’ usa solo in 
quelle composizioni di cui la seconda parola componente cominci per 2 » 
m, r; le altre consonanti ammettono avanti di sè la particella ir intera. 


44 DELL' ORTOGRAFIA 

8. V. Dopo le particelle de, pre, pro, re, la consonante 
non si raddoppia, come in derìdere, premettere, preferìre, ara 
pòrre, relegàre, ec. tranne provvedere ed i suol derivati , ed al 
cune altre voci composte di pro, in cui la f può raddoppiarsi 
o rimanere scerwpia, come in profilo e proffilo, projilàre e 
proffilare, proferìre e jrofferire, e così pure ne’ loro derivati. 

La particella di nor fa raddoppiare la consonante, onde 


dicesi dibattere, dilapidùre, sgh , ec.; salvo la f e la s, . 
LZ 


come in differìre, differenza, difficile; dissimile, disserràre , 


- 


dissetàre eî.; in difendere e difetto, e ne' loro derivati, la f 


rimane scempia. — Quando la seconda delle parole componen- 
ti comincia per vocale, il di si cambia in dis, come disùgio, 
sn disonòre, disuniòne, ec. 


a particella r7, vuole il raddoppiamento della n ne' verbi 


rinnalzàre, rinnaffiàre , rinnegàre, rinnestàre, rinnovàre, ed 


in tutti 1 loro derivati. — Di tutte le altre consonanti questa par- 
ticella non ne fa mai raddoppiare nessuna, perciò sl scrive 
ribùttere, rifàre, rimettere, cc. 


S. VI. Nelle parole composte, in cui la prima delle com- . 
ponenti sia 2, la n sarà naturalmente doppia, semprechè la . 


seconda cominci pure da questa consonante, come inndàso, 


innarràre, innavigàbile, innestàre, innocente, ec. 


Allorchè la seconda delle componenti comincia da vocale, . 
per una irregolare proprietà di linguaggio, la n della stessa . 
particella #2, raddoppiasi ne' seguenti soli vocaboli, e ne’ loro : 
derivati: snnabbissàre , tnnacerbàre, innacquàre, innalzàre,. 


innamoràre, innanellàre, innanimàre, innanimire, innaspàre, 
innanzi, innarridire, innarràre, innasprire, innebriàre, snnol- 
tràre, ec. 

Cominciando la seconda delle parole componenti per è, 
m, p, la n della particella gn, cangiasi in m, come: imbarcà- 
re, imbelle, imboccàre, immergere, immòbile, impennàre, im- 
piùstro, impicciùre, ec. (3) 

$. VIL La Z non si raddoppia mai innanzi ad ?, fuorchè 


in dazzica, bazzicùre, pazzia, e in tutti i plurali de' bisillabi 


In zz0, come: mazzi, vezzi, schizzi, pozzi, ec. 

S$. VIII. Nelle parole composte di contra e sopra, sì rad- 
doppia la consonante iniziale della seconda parola componente, 
come: contrabbàndo, contraccambiàre, contraccìfra, contrad- 


(3) È regola generale che la n non si trovi mai innanzi al è, alla 


m, e al p; onde nel fare i composti di due nomi proprj di cui il primo 
termini in 7, e l'altro cominci con una delle tre consonanti anzidette, sì 
cangerà la a in rm, dicendosi Giambalista, Aniommarìa, Giampièro, ec. 


PA LA 


PARTE SECONDA 23 
distinguere, contraddire, contraff ùre, contraff rie, contrammon- 
dire, contrammàrca, contramminàre, contrannaturàle , con- 
rappàsso , contrappélo , contrappéso, contrappòrre, contappùn- 
lo, contrassegno , contravcenire, ec.; soprubbuòno, sopraccà- 
po, sopraccàrico, sopracciglio , sopraccopérta, sopraddire , so- 
praddòte, pre àre , sai ine, sopraggìtto , soprauggiùngere, 
sopraggrànde , soprallodùre, soprummàno , soprammòdo , so- 
prannaturàle , soprannome 3 soprapprendere s soprarracònio, 
soprarrivare 3 soprassedere 3 soprassegno ; sopraitetto, soprat- 
lenere , soprattutto , sopravcenire, sopraveivere , ec. 

S.IX. Quando la prima delle due voci componenti termina 
per vocale accentuata, la consonante iniziale della seconda voce 
sempre raddoppiasi, il che ha luogo nelle voci composte di 
così, colà, ciò, però, ec. come: cosicché, ciocchè , imperocché, 
colaggiù, colassù, perocchè, conciossia, ec. 

Per la stessa ragione raddoppiansi Je consonanti de’ pro- 
nomi mz, ci, ti, vi, st, lo, la, li, le, ne, allorchè sono uniti come 
affissi a quei verbi la cui vocale finale è accentuata, come 
domandòmmi , daràcci , parleròtti, vedròvoi , chiamòssi , udìl- 
lo, menerùllo , mangiònne , ec. ! 

Finalmente le consonanti si raddoppiano nelle qui seguenti 
parole composte: abbdiccì, dubbene, ebbene, sebbine, dacché , 
checché, sicchè, acciò, oltracciò, sopracciò, laddòve, daddovè- 
ro, affe, laggiù, quaggiù, allàto, dello, allo, collo, sullo, nello, 
giammài, sennonché (0 se non che), appiè, eppùre , lassù, 
quassù, ogriissànti, ed altre sì fatte, 


SEZIONE III. 
DELL’ ACCRESCIMENTO DELLE PAROLE. 


S. I. E proprietà di lmguaggio italiano di accrescere in 
alcuni casi le parole di una vocale, o di una consonante, ora 
in principio ora in fine; sia per togliere l’ asprezza di pronun- 
ma che nasce dall’ incontro di due consonanti, sta per riem- 
piere l' iato che risulta dal concorso di due vocal. 

S. II. Nel primo di questi due casì, che ha luogo in 
principio di parola, incontrandosi la consonante finale dei 
quattro monosillabi con, 2, non, per, con la s impura (veg- 
gasi Sez. I $. III , nota 2), si premette un: alla s, 
dicendosi, a cagion d' esempio: con isténto, con ischérzo, in 
isràda, in Ispàgna; egli non istùdia, non ismarrìrti; per isbà- 


46 DELL’ ORTOGRAFIA I 
glio, per iscòpo, ec. in vece di con stento, în strada, non 
studia, per sbaglio. (i 

S. III. Nel secondo caso, cioè in fine di parola allorchè 
due vocali concorrono, s' accresce di un d la vocale anterio- 
re, il che suol farsi nella preposizione @, e nelle congiunzio- 
ni e, 0, come: Ed svi a presso corriva un fiumicel ec. Bocc. 
nov. 27. — Senza far motto ad amìco, od a parènte fuor- 


4 


chè ad un suo compàgno. Id. nov. 73. — Essìndo freddi 


grandìssimi, ed ogni cosa piena di neve. Id. nov. 95. — Non 
pare indégno ad uomo d' intellétto. D. Inf. 2.— Qual che tu 
sit, od ombra od uomo, certo. Id. Inf. 1. Notisi per altro 
che tal uso non è obbligatorio, se non che nell’ incontro di 
due medesime vocali, cioè dell'a coli'a, dell'e colle e dell'o 
coll'o; pel rimanente si consulti sempre l'orecchio. 
- S. IV. Solevano gli antichi accrescere di un d i monosil- 

labi che, né, e se, scrivendo e dicendo ched, ned, sed, ogni 
volta che queste particelle s'incontravano con una susseguente 
parola cominciante per e, e innanzi al pronome so. Quando 
un nuvol vada Sovr essa sì ched ella incòniro penda. D.Inf. 
54. — Sappi ched zo f amo ec. Nov. ant. 100. — Ned ella 
a me per tutto Il suo disdégno Torrà ec. Petr. son. 158. 
— Ordinò, che a lui non venìsse persòna, sed egli non man- 
dàsse per lui. Cronichett. D. Amar. 40%. — Ecco sed io me 
n° andàssi allo ‘nferno. Vit. S. M. Madd. 15. Oggi tali ac 
crescimenti non sono più in uso dati 

$- V. Per isfuggire l’ iato proveniente dall’ incontro dell’ # 
della preposizione su con quello delle particelle un, una, tro 
vasi sovente quella accresciuta d' un r come sur un cavàllo ; 
sur un carro, sur una piazza, ec.; per altro a nol pare 
che sia meglio e più regolare il togliere un tale iato col frap- 
porre tra le due particelle, ta preposizione di ,. dicendo 54 
d'un cavàllo, su d' una piazza, ec. | 

$. VI. Per render più sonoro il verso, e talvolta anche 
per guadagnare una sillaba, i poeti si fanno sovente lecito ll 
accrescere d'un 0, o di une quelle terze persone s1N80 
lari del passato definito indicativo, che hanno la vocale fina- 
le accentuata, dicendo frocde, mandòe, battéo, perdeo, feo, umo, 
morìo, uscìo, in vece di frovò, mandò, batt, perd?, fe, UM» 
morì, uscì, ec. Trovasi anche poeticamente fae, foe, fue, 1% 
die, sìe, in vece di fa, fo, fu, tu, dì, sì. o 


. I fe 

(1) A' poeti soli è lecito di trascurare questa regola. Perch’ 10 3 

diri Non sbigottir, ch’? vincerò la pruoca. D. I»f. 8. — Ricòrdali i 

fece il peccàr nostro Prènder Dio, per scàmpàrne Umana carne © Petr» 
canz. 4q. | 





—— -- e — 


PARTE SECONDA 47 
S$. VII. Possono annoverarsi eziandio tra gli accrescimenti 
di paro!a gli affissi m, ti, cé, vi, ne, lo, la, li, le;veggasi la Sez. an- 


tecedente $. IX, e Parte III Sez. IIl Cap. II $$. VII, IX, X. 


SEZIONE IV. 


DELL''APOSTROFO E DEL TRONCAMENTO. 
DELLE PAROLE. 


S. L' Apostrofo è un contrassegno di mancamento di vo- 
cale, troncata infine o in principio di parola , per l’ incontro 
di altra susseguente o antecedente vocale. Il segno dell’ apo- 
strofo (€) si pone in cima alla consonante, dal lato dove è 
stata troncata la vocale. 

S.II. Rimandiamo lo studioso alla Parte TII, Sez. II, Cap. IV, 
per quel che concerne | apostrofo negli articoli, e alla Sez. III, 
Cap. II, per quello ne' pronomi mi, ci, #, vi, si. In 
quanto all’ uso dell’ apostrofo in altre parole, non evvi alcu- 
na regola che il determini. Solo avvertiamo che le vocali fi- 
nali accentuate non posson mai elidersi, perchè |’ accento 
indica che già vi ha avuto luogo il troncamento di qualche 
vocale. Eccezioni di questa regola sono i composti di che, 
cone: perché, benchè, ec. laonde puossi benissimo scrivere: per- 
ch' egli non volle; bench' io nol dissi; ancorch' ella l abbia, ec. 

S. III L’apostrofo indica talvolta il mancamento d’ una 
vorale e di una o più consonanti comein de’ per dene o delli, 
fe per fece, me' per meglio o mezzo, vo’ per voglio, vuo’ per vuole, 
ve per vedi , e' per egli o eglino, ma' per mali, te per 
eni, to° per togli, po' per poco, qua' per quali, que per 
que Îli, ec. 

S IV. I poeti troncan sovente l o dal pronome 0, so- 
stinendovi un aposirofo. I’ non so den ridîr, com'è v'enirài. 
D. Inf.A.--E maledìco’! di ch'i vidi il sole. Petr. canz. 3. 

S. V. Elidesi l' « della particella una e di tutte le voci 
che con questa si--compungono come alcuna , nessùna , 
verìina . ec., semprechè il susseguente vocabolo cominci 
da vocale; onde scrivesi un’ asta, un’ elza, un'isola, 
un'ombra , un’ uniòne , alcun’ erba, ec. Questa vocale può 
elidersi eziandio in fine di altre parole, come senz’ altro, 
Sovr esso , mezz ora , rob unta, ec. 

S. VI. La e finale, seguìta da parola cominciante per la 
medesima vocale, troncasi, e vi sì sostituisce l'apostrofo nelle 
parole che, ne, onde, come, oltre; come : dopo ch’ebbe finìto; 
0 n' ero consapérole ; com’ egli, ond è; oltr essere stato, ec. 


48, DELL' ORTOGRAFIA 

S$. VII. L'; di necessità si tronca, ove la seguente voce 
cominci con la medesima vocale, nelle particelle di, mi, i, 
li, vi, si, come: sorta d' insetto; egli m' orrita; c' ingànna; 
fu t immàgini ; v' illudòte ; s' invòla; ec. Rimane poi nel 
l'arbitrio di chi scrive, e secondo che, consultato l'orecchio, 
gli parrà di miglior suono il troncare o no l' 7 nelle parti- 
celle suaccennate, quando la vocale iniziale della seguente 
voce è differente dall’ /; onde si può scrivere: d' altra cosa, 


o di altra cosa; d éssere, o di essere; m'abbracciò, o mi, 


abbracciò ; vonòra, o vi onora ; s' ùpplica, o si applica, 


ec. — Eccetto gli (articolo e pronome) che. si tronca. 


innanzi all’7, e scriversi debbe disteso innanzi alle altre 
vocali, come g7 insetti ; gl insegnò ; gli effetti , gli offerì , 


ec.— Le particelle ai, das, ed, dei, coi, nei, e pei, seguendo . 
alcun vocabolo che cominci da consonante , che non sia $ , 


impura, possono pure ad arbitrio scriversi distese , o tron- 
carne l’/, sostituendovi l'apostrofo, come: a: signore 0 4 st 


gnori, dai fratèlli o da' fratelli, ei vuole o e' vuole, du 


prìncipi o de principi, coi maésiri o co’ maestri, nei posmi 
o ne oemi , pet miei O pé mier, ec. 

S. È talvolta un’ eleganza di clidere, mediante l'apostrofo, 
l'i della particella #/ sia articolo, sia pronome , precedendo 
una voce che termini per vocale, come tra ’/ sì e ’/ no, 7, 


padre e "1 figlio, chi "1 disse? ella "1 vuole. 


S. IX. Gli antichi in vece di elidere le vocali 4 ed N | 
degli articoli Za e /o, spesso troncavano l'i iniziale della 


susseguente parola cominciante per le sillabe 2772 ed mm, di- 


“ ’ LI N ’ LI 
cendo e scrivendo: lo ‘mperatòre, lo ’ngànno, la mperadrice; 
la "ntenziòne sm vece di [ imperatòre i Pi ingànno / [ ampe” | 


ratrìce , l' intenziòne. Notisi però che ove le consonanii 


ed n fossero seguite da vocale , o da altra consonante simile , 


a sè, una tale elisione, cui oggi è meglio schivare affatto, 
non si faceva mai. 


SEZIONE V. 


DEL TRONCAMENTO DELLE PAROLE IN FINE 
SENZA APOSTROFO. | 


S. L Le parole italiane spesso troncansi in fine gu 

. = 7 x 
l' intervento dell’ apostrofo , non già per necessità, ma po I 
vezzo di lingua sulla qual cosa s'osservino le seguenti rego” 


S. IL Innanzi alla S impura, l' antecedente vocale no" 


si tronca mai; onde non si dice un spirito, un bel specct0» 


it 


PARTE SECOXDA 49 
dovein sérivere, ec. tna uno spirito, un hello specchio, dovere 
arivere, ec. . ; | 
S&S. III Le parole uscenti in dittongo noti si possono tron- 
care, quantunque si trovino demòn, testimòn, Antòn, per de- 
mònio, testimonio, Antònio. sro 

S. IV. Non possono troncarsi mai le parole che termi-. 
. nano un periodo, a un membro di periodo, o una frase in- 
cidente, nè quando è separata dalla parola susseguente, me-. 
diante qualsivoglia: interpunzione, | ur 

S. V. Le parole cadenti in 4, innanzi a susseguente cone 
sonante, debbon sempre dirsi e seriversi distese, onde : non. 
potrebbesi dire Za buon condòtta, una fier novella, una sol 
donna, ec. in vece di la duona condotta , una fiera novella ,. 
una sola donna, ed è pur errore il dire una sol volta, ma-. 
do che tuttodì odesi ‘profferir ‘(da molti. Sono etcettuati da 
questa regola le voci ora, gualòra, talora, ancòra , fuòra ,-e: 
suòra, imperocchè si dice benissimo or bene, qualor, venisse,, 
ancor meglio, fuor di casa, suor Maria, ec. "LR 

S. VI. Possona le ‘vocali e ed 0 delle sillabe finali Ze, lo, 
ne,-re, ro, troncarsi senza ' intervento dell apostrofo, innanzi. 
a voce che cominci da consonante che non sia s impura;.: 
onde si può scrivere qual libro, tal cosa, ciel seréno, ciò 
vuol dire, val meglio, egli vien per te, suol venìre, pan bian-. 
co, spron battito, buon cuore, cuor benèfico, guerrier valoròsa, 
ec. — L’o degli addiettivi chzaro, néro, duro, strano, oscu-. 
ro, ed alcuni altri simili; non si tronca mai per isfuggire il 
suono troppo aspro che ne risulterebbe. "Gi 

S. VII. Può parimente troncarsi l o delle finali mo.eno,. 
nelle prime e terze persone plurali ne' tempi presente ed imper- 
fetto, e nelle prime persone plurali del tempo futuro; onde amzàr, 
crediàm, pàrlan, sìnton, finìscon; lodavùm, temevàm, cercà- 
van, sentivan; parlerèm, scriverìém, sentirìm, ec. per amiàmo 
crediàmo, pàrlanò, ‘séntono, finìscono, lodavàmo, temevàmo , 
cercavano , sentivano; parlerîmo , scriverèémo , sentiremo , ec. 
Può farsi lo: stesso «con la terza persona plurale del passato defi- 
nito (non ‘già con la prima plurale di questo, temp?), del pre-.. 
sente dell’imperfetto soggiuntivo , e del’ condizionale, come:. 
lodàron, credìîron, amàsser, scrivesser, vol?sser, parlerebber 0. 
parler:bbon, finirèbber , o finirebbon, ec. in vece di lodàrano, cre-. 
derono, sentirono, amùssero, scrivìssero, volessero , parlerèbbero 
o parler:bbone, finirébbero ‘o finirebbono, ec.—Nella terza per- 
sona plurale del futuro, si può troncare tutta la sillaba finale n0, 
cèòme parleràn, crederàn, vorràn, trarràn, per parlerùnno, crede», 

Gramm. Ital... a i 8 


UE DELL'ORTOGRAFIA | 
rànnò, vorrànna, frarrànna, ec. — Nel verbo ‘essere, è lecito. 


‘troncare l'o della prima persona sing. del presente indicativo, di> ‘ 
cendosi son per sono, il che non può farsi m sono terza pers.’ 
plur. del medesimo tempo, dovendosi questa scriver distesa.—La ‘ 


prima persona singolare del presente indicativo e soggiunitivo, 
avente l'accento tonico sulla penultima sillaba, non può mai 
troncarsi, ed in ciò peccò il Tasso dicendo: Amico, hai cinto, 
zo ti perdòn, perdòna. 


i 


MENA Lt 


S. VIII L'e finale degl'infinitidi tutti i verbi, può troncarsi - 
ovunque ‘un miglior suono il richieda, come parlàr, creder , è 


sent, finìr, per parlare, credere, sentire, finire. Gl'infiniti ca- 
denti in arre, orre, ‘urre, accorciansi sovente dell' intera silla- 
ba finale re, come trar, por, condùr, per trarre, porre, condur- 
re, cc. | de 

‘8. TX. Troncansi sovente le sillabe finali /o e no: la pri- 


ma nelle parole finienti in //o scrivendo quel, del, caval, uccél, 


gonna 


FESTE, 


agnel. fratel, fanciul, ec. per quello, bello, cavallo, uccéllo, agnello È 
fratéllo, fanciùllo, ec. (1); ma secondo il Buommatiei un tal. 
troncamento non può aver luogo in cristàllo, bollo, corùllo, * 


‘callo, fallo, snello. La seconda ne' verbi danno, fanno, han 
no, stanno, vanno, dicendosi dan, fan, han, stan, van. — Dell 
le parole grande e santo e talvolta anche verso, seguendo una 


voce cominciante da consonante, si troncan le finali de, to, 
e.so, come gran it'òre, gran capitàno, San Pietro, San Pao- 
lo, ver me, ver Dio, ec. ; 
— & X. Le voci tronche mel, cel, tel, vel, sel, nol, per me 


lo, ce lo, te lo, ve lo, se lo, non lo, sono più della poesia che. 


della prosa. 
dì APPENDICE, 


4 


dl DELLE INTERPUNZIONI. 
Essendo la scrittura, l immagine sensibile della pronun- 
zia, essa debbe corrisponderle non solo nell' esposizione del- 
le parole, ma anche nella chiarezza del senso. Per ‘conseguir 
ciò furono inventati e nella scrittura introdotti, certi segni che 
servissero a dividere i periodi e le frasi, in modo che bene 
se ne distinguessero i sensi. Tali segni sono: f°. Punto fer- 
mo (.), o finale, che si mette dopo avere scritto un senso 
compiuto, e dimostra la sentenza esser giunta al suo termine; 
. La pausa che ne risulta è quanto il contar quattro. 

(1) Trovasi anche fru/ei per fratelli, capei per cupelli, augei per a 
gel, ed a'tri simili; ma son più del verso che della prosa. 


i 


PARTE SECONDA Si 

2°. Il-cofon, o due punti (:). indicano una ‘metta pausa, e 
ervono a dividere una parte dall altra del periodo, il che 
si fa specialmente quando ad un senso compiuto se ne ag- 
gunge un altro che vi ha connessione. Sogliono i due punti 
mettersi anche quando si vuole indicare che il susseguente di- 
sorso contiene le precise parole da altrui profferite. La pau- 
sa del colon è quanto il contar tre. i 

3°. Il semicolon, o punto e virgola (;), che distingue gl’in- 
csi d'un periodo non molto lungo, ed anche due interi mem- 
rà del periodo: la pausa che ne risulta è quanto il contar 
ue. 

4°. Il comma, o la virgola (,) divide le parti minori del 
periodo, e spesso le parole d' una stessa parte collegate da 
congiunzioni. La pausa n' è come uno. 

5°. Il punto interrogativo (?) ponesi in fine d' una sen- 
tenza, per indicare ch’ essa contiene una interrogazione. 

6°. Il punto ammiratico (!) che accenna ammirazione. 

Il segno più frequente nella scrittura è la virgole, e qua- 
lunque parola, o unione di parole, o proposizione si trovi in 
un periodo, e che alla costruzione di esso non appartenga, si 


| mette tra due virgole. 


Per altro l' uso della virgola è oggi assai meno esteso di 
quel che fu un dì; imperocchè era legge presso gli antichi di 
porla innanzi alle congiunzioni e, 0, né e al pronome relati- 


vo che, e il quale, anche quando non facevano che congiun- 


gere una o più qualificazioni ad un medesimo subbietto, co- 
me a cagion d'esempio: egli è pittore, € scultore; vedo il pa- 
dre, e] figlio; oggi, o domani; né voi, né lui; il libro, che 
leggesti, ec. Un tal uso è oggi da molti ‘trascurato, per esser 
cosa affatto superflua, e così anche a noi pare che sia; nul- 
ladimeno ognun faccia secondo che gli sembra tornar più 


| comodo. 


- PARTE TERZA 
BIIMOLOGIA B SINTASSI . 


I 





sl 

SEZIONE PRIMA - ig 

| : “a 
DELLE PARTI DEL DISCORSO IN GENERALE. — »'. 
— it» Ml na ‘ 

ì 

| CAPITOLO UNICO. =». 


| 8. I Chiamasi DISCORSO, ORAZIONE, FRA.SE, 0 SENTENZA 
un’ unione di parole collu quale, componendo e dividendo k ne , 
stre idee (1), manifestiamo i diversi concetti (2) dell'animo , 
nostro. Le parole comprese in tale unione si dicono per , 
del discorso (9) SI È | «de 4 
«Otto sono le parti del discorso, alle quali dassi l' ordme , 
seguente : i ;} 
NOME o SOSTANTIVO, PRONOME, ADDIETTIVO, VERBO," 

| ‘AVVERBIO, PREPOSIZIONE, CONGIUNZIONE, e INTERIEZIONE. 
Traggono queste otto specie di parole dalla natura stess . 
l' origine loro, sovra di esse fondasi tutta la grammatica, mm, 


i 

a 
L 
4 


perocchè non puossi parola alcuna articolare, che all' una, 0, 
all' altra non appartenga. | 


.» 
. - 


(1) Per idea s’ intende |’ immagine di una cosa che resta come scol- + 
pita nella mente. | 
(2) Concetto è un giudizio che fa la mente sulle relazioni delle idee ; 
che se le appresentano. Non confondasi concetto con nozione, impercioceh* , 
questa significa un’ idea che, non avendo unito in st il concetto di ester. 
sione , non offre per st stessa veruna immagine: tale è l’idea di piacere | 
di dolore, di vizio, di virtù, di verità, di falsità, ec. | si 
(3) Questa definizione, che parmi adequatissima , è presa dal Corticelli.. 


i 


PARTE TERZA 33 
NOME o SOSTANTIVO. 

S. II. Gli obbietti che innanzi a tutto fissano il pénsier 
dell'uomo al primo aprirglisi la mente, sono quelli che real- 
mente esistono , per concepire i quali d'altro soccorso non 
gli fa d'uopo, che di vederli esistere in un cogli attributi, e 
colle qualità ad essi appartenenti, e le cui immagini, pre- 
sentatesi ai suoi sensi, gli rimangono impresse nella memoria: 
quindi i segni, o le parole, che nel linguaggio le prime ven- 
nero adottate come significative delle nostre idee, furon, det» 
te sostantivi, cioè nomi di sostanze. Si può adunque il nome 
nel seguente modo definire: Parola significativa di persona, 
di cosa, di qualsivoglia sostanza, animata o inanimata , 
della quale ci è nota T esistenza, reale 0 immaginaria (V. 
Sez. II, Cap. I S. III.) che nel discorso sola sostiensi, sen- 


| 3a la concorrenza di altre parole. Onde i vocaboli: Animale, 


pianta, metallo, uomo, leone, uccello, pesce, fiore, oro, ar- 
genio, pietra, pan: casa, popolo, e mille, e mille altri sono No- 
Mi, o siano stanuvi. i 


PRONOME. 


$. III. La moltiplice ripetizione de' nomi di sostanze, ove 
nel discorso avvenga di nominare gli stessi obbietti più volte, 
riuscirebbe nojosa ed offenderebbe l orecchio ; fu d' uopo a- 
dunque altri segni cercare che le veci de’ nomi prendessero, 
tali segni dalla funzione loro nel discorso furono chiamati 
pronomi (dalle voci latine pro, e ROMENO sono: To, noi, tu, 
voi, egli, colui, costui, questi, quegli, ella, essa, colei, costei, 
etc. (Y. Sez. terza, Cap: I e seg.) i » 


ADDIETTIVO. 


8. IV. Quello per cui qualsivoglia sostanza da altre di- 
singuesi, sono gli attributi suoi, e le sue qualità o naturali, o 
accidentali, cui fa mestieri di conoscere quanto le sostanze me- 
desime, onde avere di queste chiara @ distinta idea; a tale ef- 
fetto venne nel linguaggio introdotta quella classe di parole 
conosciuta sotto la denominazione di addiettivi, dal verbo la+ 
tino adjicere, che vale aggiungere, perchè gli addiettivi si ag- 


fungono ai nomi di sostanze per indicare quegli attributi.e.. 


quelle proprietà date dalla natura o dal-caso ad esse sostanze, 
perchè dalle altre si distinguano; come: Czelo PIETOSO, terra 
FERTILE, mare TEMPESTOSO, animale FEROCE, militare VA- 
LoRoso, uomo SAVIO (Y. Sez. quarta, Cap. I e seg.). 


84 ETIMOLOGIA E SINTASSI 
VER BO.. 


_ $. V.I mutui nostri rapporti, le nostre azioni e passioni, 
l’esistenza degli obbietti che ci attorniano, l'influenza che 
su di essi hanno le operazioni nostre, l’ impressione che dalle ‘ 
loro noi riceviamo, non potevano seuza l' intervento di altri 
segni esprimersi : quindi l'origine de' verbi, o sien vocaboli 
che dinotano l'esistenza, le azioni, le passioni, e le condizioni 
degli esseri in un tempo determinato, o indeterminato, come * 
mangiare, bere, leggere, fare, ec. (V. Sez. quinta e sesta). 


AVVERBIO. 


S. VI. Appena ebbe il linguaggio conseguito un certo 
grado di perfezione, si cominciò a scoprire che l'esistenza, le. 
qualità e le azioni delle cose, come altresì le loro differenze 
relatives erano suscettive d'innumerabili modificazioni; e allora * 
si pensò di arricchire il linguaggio di certi segni chiamati i. 
1 quali uniti a' verbi ed agli addiettivi, servono a modificare le ‘ 
azioni, a specificare, aumentare, o diminuire le qualità delle ‘ 
sostanze, cioè: Mangiar FESTEVOLMENTE, rispondere CORTE- - 
SEMENTE , andar PIANO , venire SPESSO, SMISURATAMENTE 
ambizioso, ec. (Y. Sez. ottava, Cap. I.) 


PREPOSIZIONE. 


S. VII. È questa la denominazione grammaticale (dalle © 
voci latine pre e posilus) di certe particelle, la cui funzione nè! - 
discorso si è il dinotare i rapporti che hanno le cose fra di ‘ 
loro , ed il fissare l'idca dell'una per quella dell'altra ; esse 
precedono i nomi, o i pronomi, de'quali annunziano. le mu- » 
tue relazioni, e sono: Di, a, con, in, per, dopo, sopra, sotto, ’ 
entro, dietro, contro, ec. Vi è un giardino dietro alla casa. 
DietRO indica il rapporto che ha la casa col GIARDINO, e vice | 
versa (7. Sez. ottava, Cap. II-VI.) I 


CONGIUNZIONE. 


S. VIII Occorre non di rado nel discorso, per rettifica- | 
re l'idea di alcune sostanze, di qua!che sua qualità, condizio- 
ne od operazione, doversi queste porre in contatto con altre 
sostanze, qualità, condizioni, od operazioni, il che per essere 
le une spesse volte infinitamente dalle altre diverse, assai ma- 
lagevole sarebbe senza che a tal effetto certi segni nel linguaggio 
fossero introdotti, i quali, come che sieno di molte specie diffe- 
renti, perchè molte e differenti sono le occorrenze in cui possano 





a + 


ni er - |- 


ino 


PARTE TERZA ‘65 
bisognare, pure da’ gramn.atici genericamente sono chiamati 
congiunzioni, e le definiscono come se l'unica loro funzione fosse 
nel discorso, di Congeungere due rurole, o due proposizioni ; 0, co- 
me altri dicono, e hs, stesso,di wnzre insieme le parti dell'ora- 
zione (2). Congiunzioni adunque sono le seguenti parole: e, 
o, né, ma, che, se, così, come, pure, dunque, ancora, perciò, 
eziandio, anche, perché, oiché, ancorche, apnee acciocche, 
anziche; comeche, ih? e molte altre, che tutte verranno 
a suo luogo spiegate e distinte (7. Sez. ottava. Cap. VII.). 


INTERIEZIONE. 


. 8 IX Con questa denominazione s' intendono le naturali 
sgmfcative grida dell'uomo, esprimenti Li: dolore, timore, 
muraciglia, avversione, e molti altri affetti, e moti subitanei 
dell'’anuro. Ma tali espressioni furono di tempo in tempo, 
all'arte accresciute di altre parole, o unioni di parole, per 
ludicare gli stessi affetti, o anche aggiunte alle medesime nuo- 
ve sillabe, per meglio intenderne il significato. Le seguenti ne 
sono le più usitate: 44! ahi! ahi lasso! ahimé! deh! doh! 
eh! chimé! eja! ho! ocibò! cimé! olà! animo! bravo! ec. 
(V. Sez. ottava, Cap. VIII.). 

$. X. Nelle successive sezioni verrà fatto menzione di quan- 
to spetta ad oguuna delle classi di parole già nominate, delle 

e è. o. . O è . o. °° . . 
sue divisioni, modificazioni, ed altri caugiamenti, a’ quali la 
sottopongono 1 precetti della italiana favella; solo è forza qui 
osservare, che il Nome, Pronome, Addiettivo, e Verbo sono 
variabili, cioè cangiano le desinenze loro (3), secondo 1 di- 
versi rapporti dell’ uno coll’ altro, ma che invariabili riman- 
gono le rimanenti quattro parti, le quali non cangian mai 
le loro primitive desinenze, in qualsivoglia posizione si tro» 
ino (4). 
. (a) È difficil cosa il dare di questa parte del discorso più chiare no- 
Zoni, senza dividerla in tante classi, quanti sono gli uffizj che spettano 
nel discorso ad ognuna di esse; conciossiacht estesissimo è il numero delle 
Particelle, che in grammatica congiunzioni si chiamano, sebbene avvene 
tolo sei, o sette, che in tutta la forza del termire sono tali: e però se 
l'epostone di sopra parrà insufficente allo scopo (come io stesso credo 

‘ P P DIE) . . i P LAO) 
the sia) sarà sempre più spiezativo, e al vero più conforme, che non 
Ù ‘ pT P P te) , P , 
t la definizione datane da’ grammatici, la quale, tolto per le poche vere 
fongiunzioni , per tutte le altre particelle, che passano sotto tale deno- 
minazione , è impropria e falsa. 

. (3) L ultima sillaba, e sovente anche la vocale finale di una parola, 
lamasi desinenza , 0 terminazione. | 
(4) Non sono i moderni grammatici d’ accordo sul numero delle parti 


SEZIONE II 
CAPITOLO PRIMO, 
DIVISIONI DEL NOME. 


S. I. Al primo sviluppo delle sue idee, l'uomo attenta: 
mente considera 1 var) obbietti che il circondano; cerca e scuo- 
pre in éssi qualità ed attributi, che in taluni differiscono, si 
assonrigliano in altri: concepisce un’ idea generale di quelle so- 
stanze, la proprietà delle quali gli pajono uguali, e mentalmente 
le unisce sotto ad una stessa denominazione, dalla natura del 
loro attributi ad esse destinata; discerne poi degl’ individui 
nella massa, i quali, come che agli altri sieno simili in quanto 
alle proprietà principali, pure dal rimanente della specie di- 
stinguonsi per qualche attributo particolare, sia naturale, sia ac- 
cidentale. Quindi nacque in grammatica la prima divisione del 
| nome in comune o generico, ed in proprio o individuale. 


-$. IL Il nome dicesi comune o generico, quando è ap. . 
plicabile ad una specie intera, cioè quando a tutti gl’indivi- . 


dui della medesima specie conviene. 

Se per taluno questa definizione d' uopo avesse d' ulte- 
riore e più chiara spiegazione, ove mai potrebbesi questa me: 
glio rinvenire, che nella natura stessa delle cose? 


Il vocabolo corpo è la denominazione universalissima appl- 


cabile a tutte le cose esistenti, animate, o inanimate, che cadono, 0 


del discorso. Alcuni lo portano a dieci , annoverandovi anche l'articolo 
ed il participio, i quali per altro, a mio parere, non v’ appartengono, 


ii 


come a suo luogo spero poter dimostrare; altri dal novero di dette parti , 
escludono l' addiettivo, dividendo il nome in sostantivo, ed in addietti- . 
vo: quantunque tale divisione in nulla diminuisca l’ importante carattere 
degli addicttivi nel linguaggio, pure sembrami, che per maggior chiarezza, 

e perchè con essi esprimesi la seconda classe generale de’ nostri pensieri, . 


convenga distinguerli più particolarmente, classificandoli tralle parti del 


discorso ; altri non v’ ammettono i pronomi, insegnando, che parte di es 


si altro non sono che nomi (nomi personali ), e parte meri addiettivi; 


altri finalmente restringono a tre il numero delle parti del discorso, cioè 


Nome, verbo, e particelle, unendo sotto quest’ ultima denominazione gl! 


avverbj, le preposizioni, le congiunzioni e le interiezioni; anzi ve n'ha 
che vanno persino a non volervi ammettere che il nome ed il verbo: sole 


parti, dicono, di Bi ir ed assoluta necessità per comunicare qualsivoglia 
nostro pensiero. Vero è, che il nome ed il verbo le chiavi sono di qua- 
lunque idioma, e che da essi soli, divisi, e suddivisi che sono, retla € 
chiara idea può formarsi delle altre parti, Je quali, in rigore non ne sono 
che abbreviazioni; ma è per altro non men vevo, che le rimanenti s@! 
parti, sebbene non ugualmente necessarie, sono nulladimeno di grandissi; 
«ma utilità, e servono a render meno complicato lo studio delle lingue. 


PARTE TERZA n 57 
pissono cadere sotto ai nostri sensi, sieno esse dalla natura pro- 
dote o dall’ arte ; imperciocchè tutte hanno comune l' attri- 
buto di essere visibili, e tangibili. Dai corpi, tre estesissime 
divisioni formansi, dai naturalisti dette i tre regni della naiu- 
ra: il rerno animale, 1 regno vegetabile, ed il regno minerale. 
Tutti gl’ individui d'ognuno di questi tre regni, fino comuni 
tra loro delle proprietà, che estranee sono a quei degli altri 
due. G/é animali, vivono, vedono, sentono, si muovono da 
sé, ec. I vegetabili sorgono dalla terra d'onde prendono nu- 
trimento, germogliano e crescono; ma non -hanno vita sensi- 
tiva come gli animali. I minerali produconsi nel seno della 
terra, ma non hanno vita come i primi, nè germogliano co- 
me 1 secondi. Il regno animale dividesi in genere ragionevo- 
k o sia umano, ed in brutale; e questo in quadrupedi, vola- 
bili, acquatici, insetti, e rettili; i quali nuovamente in dira- 
mazioni innumerabili sì estendono , tutte soggette ad altre 
più o meno estese divisioni e suddivisioni. Lo stesso dicasi 
de' regni vegetabili e :minerali, che amendue si partono in di- 
verse specie subalterne: il primo, in a/deri, in fiori, in erbe, in dia- 


° de ec.; il secondo, in pietre ed in metalli; e questi in oro, in 


o 


L 


Di 


t 


ria in rame, in ferro, ec. Procedono del pari le cose, che 
dall'arte, dall’ industria, o anche dal caso prodotte e destina- 
te vengono a diversi usi ‘nella società; come: città, fiume, mon- 
tigna, palùzzo, chiesa, giardìno, ec. prìncipe, virtù, scienza, 
ec. che tutti sono nomi comuni, quando, nominandoli, s'in- 
tende indicare tutta la specie. 

I nomi sono propr), quando applicabili sono ad uno so- 
lo, o ad alcuni, non già a tutti gl’ individui della medesima 


| specie (1). Così sono nomi propri] quelli di uomini, come: Giove, 


} P 


t 
k 


Marte, Romolo, Ciceròne, Cesare Virgìlio, Oméro, Andréa, 
ietro, Lodovico, Giùlio, ec.; quelli di donna, come: MM: 
nérva , Venere, Anna, Berenice , Didòne, Marta, Eleonora, Giu- 
la, Margherìta, Caterina, ec.; quelli di regni e provincie, co- 
me: Grecia, Persia, Itàlia, Toscona, Lombardìa, Francia, 
laghiliera, Turchìa, ec.; quelli di città: Atene, Costantinò- 
poi, Roma, Firenze, Milùno, Parìgi, Londra, Vienna, ec., 
quelli di fiumi: Nilo, Tevere, Po, Reno, Danùbio, Elba, 
Tamìgi, ec.; quelli di montagne, come: A/pi, Appennino, 
ucaso, Etna, Vesùvio, ec. 

$. HI. I nomi comuni si dividono: 


(1) Ogni nome comune può divenire nome proprio per l’aggiunta di 
qualche addiettivo, che qualifichi il significato, onde distinguerlo dagli al- 
tri della medesima specie. 

Grumm. Ital. 9 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 


1°, In SOSTANTIVI propriamente detti, cioè significa 


tivi di obbietti o sostanze veramente esistenti. (Vedi Cap. pre- 
ced. $. II. | 

o, 1 ASTRATTI, o siano nomi d'obbietti immagina, 
solo esistenti nella nostra mente, per cui vuolsi esprimere la 
qualità astratta, cioè separata dalla sua sostanza. Dalla de- 
finizione generale del nome (Vedi Cap. preced. $. Il) sì è 
potuto rilevare che vi sono nomi di sostanze immaginare, 
vale a dire, che noi ci formiamo un'idea di diverse sostanze, 
le quali in realtà non esistono. Tali idee nascono in noi dal 
considerar prima gli obbietti che cadono sotto a' nostri sensi, 
în un colle qualità e gli attributi, per cui quelli distinguons; 
ed i segni de’ quali, cioè le voci, che nelle lingue adope- 
ransi per esprimere le qualità unite alle sostanze, da' filosofi 
vengono denominati nomi concreti, come : Iddio giusto, Uomo 
ricco, ec.; poscia prescindendo dalla sostanza, e non contem- 
plando che l'attributo , o la qualità che la distingue, ci for- 
amiamo di questa una sostanza ideale, per l’intendimento della 
«quale ci è d' uopo impiegare tutta la forza del nostro inter 
letto, perchè non può esser l' obbietto di alcuno de' nostri sen- 
-si: ed è appunto perciò che tali nomi, grammaticalmente, si 
chiamano nomi astratti, in opposizione a' nomi concreti 0 ad: 
diettivi da' quali derivano. Tal sorta di nomi nella nostra kn 
gua, per lo più terminano in anza, enza, ezza, ia, isla, 
izia, ione, ità, tà, ura, come: da ignorante, viene igneran- 
za; da prudente, prudénza; da bello, bellezza; da audòe, 
audùcia; da altéro, alterìgia; da giusto, giustizia ; da erudito, 


erudizione; da generòso, generosità; da buono, bontà; da bra- 


vo, .bravùra, ec. Sonovi per altro de' nomi astratti, che da’ ver- 
bi provengono, e perciò chiamati sono verdali (vedi la sesta 
divisione del nome). î 


s- 


‘5°. In FIGURATIVI (2), i quali, nè sostanze reali st- - 


{2) Supplico il lettore, una volta per sempre, di non volere ascrivere 


a vana spirito d' innovazione, nè a desiderio d’ ingrossare inutilmente il 
‘volume, se qua e là in questo mio quasi abbozzo di grammatica, alcuni 
‘pincip) si trovano alquanto più estesamente spiegati, di quel che forse non 
seno altrove; al che solo m'indusse la brama i; essere ulile a coloro i qua- 
li, non avende mai attinto dalle primitive fonti delle due lingue, avolae 
madre dell’italiana, sono forse ignari affatto di molti termini da quelle a no! 
tramandati. Le due mie nuove divisioni de' nomi in Figurativi ed in Ca- 
raileristici, che saranno a prima vista da taluni per avventura corhe 1n- 
truse riguardate, verranno da molti, non ne dubito, in grazia della verità 
che contengono, apprezzate come utili a chi studia o il proprio, o qualche 
straniero idioma, per poco che gli caglia di conoscere ogni cosa che ser- 
vir possa a dilucidare Je sue nozioni sui principj di lingua , si universali 
che particolari. 


Sue Fo i 
=" è 


i — A E pi 
nn 


_“— è’ e 6@qQ rta ! _f°“ 


Lal 


e 


Az 


PARTE TERZA 39 
puficano, nè possono riguardarsi come nomi astratti, ma fu- 
rono nelle lingue introdotti per esprimere certe nostre idee, 
le quali, sebbene indipendenti da qualunque altra, di per sè 
deinirsi non possono , tali sono: Virtù, fortùna, tempo, ripò- 


50 , notte, ora, sonno, vita, secolo, età, cenno , e mille 


altri (3). 

£ Tn CARATTERISTICI (4), che di per sè soli non 
sono nomi di sostanze , ma come tali vengono considerati , 
nguardo ad altri nomi , 0 comuni, o proprj, significando #- 
tolo, ufficio, parentela, o altre qualità che servono di carat- 
tere distintivo alle persone , o alle cose. Tali sono : Padre, 
madre, amìco, re, regìina, principe , sacerdòte, véscovo, merca- 
dante, maéstro, ec. (V. nota 2.) 
Bo. In COLLETTIVI, ch’ esprimono una moltitudine , 
o unione d' individui della medesima specie come sarebbero: 
Popolo, naziòne, gioventù, senàto, truppa, ec. (3). 

6°. In VERBALI, o siano nomi direttamente derivati 
da verbi, ed avvene due specie, cioè: VERBALI CARAT- 
TERISTICI, quelli cioè che esprimono il subbietto dell’azione, 
vale a dire, l'agente : questi per lo più hanno desinenza in tore : 
come: Parlatòre, leggitòre, scrittore, bevitore, ec. (V. nota 4), 
e VERBALI ASTRATTI, che l' effetto dell’ azione esprimo- 
no, e talora anche l’ azione medesima, e che hanno desinen- 


1a I igi0, igione, izione, mento, tura, come: Servìgio, guari- 
gione, ammirazione, parlaménto, lettùra, scrittura, ec. (Q). 


.. (3) Tali nomi inventati per convenzione, ad oggetto di esprimere 
idee, non già di sostanze (come i nomi sostantivi propriamente detti) né 
di qualità di sostanze, come gli astratti, ma d'immagini, o dì figure 
che ci formiamo dello stato di essere delle cose, dei modi onde queste 
esistono, e de'termini cui tendono ec., e perciò meri segni figurativi possono 
lamarsi. | 
. (4) Avvegnachè i nomi caratteristici ne' dizionar) come sostantivi figu- 
Nino , essi sono nondimeno puri addiettivi; differiscono però dal comune 
degli addiettivi ; 1. Per essere i medesimi significativi di qualità acciden- 
lali, che non a tutti i nomi di sostanze, sebbene della medesima specie, 
si addicong ; onde que’ nomi che posseggono tali qualità, quasî nomi 
propr) diventano: 2. Perchè più degli altri addiettivi si avvicinano al- 
l'identità de’ nomi stessi di sostanze, in modo che questi si possono co- 
noscere, abbenchè non gli accompagnino, nè antecedentemente sieno 
espressi. 
(5) A questa classe di nomi appartengono pure molti di quelli in ame 
tl in ume , come: Bestiàme, ossàme , cordàme, acidume, saloaggiùme , 
unlume, sucidume, ec. ed alcuni in aglia, come: Ciurmaglia, canaglia , 
Plboglia. 
(6) Sono queste ‘le più comuni desinenze dei nomi propriamente 
detti astratti verbali ; molti nomi pcrò sonovi in 4a, in 0, ed anche in 
Ira desinenza, i quali, comechè generalmente quai verbali si conside- 


\ 
- —ETIMOLOGIA E SINTASSI 
$. IV. Sogliono i nomi andar soggetti a sei modificazio- 
ni, o cangiamenti, che anche aecidenti del nome da taluni sì 


no, cloòr 
di genere, 
Du «di numero,.. . 
Per la varietà di grandezza, e di valore, 


de' mutui rapporti, 
di estensione. 


CAPITOLO II. 
VARIETA’ DI GENERE. 


‘I Pel termine grammaticale Genere , intendesi la dif- 
ferenza di sesso nel significato de’ Nomi. La classificazione dei 
nomi per genere ebbe, non v'ha dubbio, origine dalla disun- 
zione dei due sessi negli esseri animati ; ma .è non pertanto 
chiaro ancora che tale distinzione procedeva da altra ante. 
cedente ragionevole non meno che naturale diyisione degli 
obbietti in esseri. animati , ed in non animati. i 

S, II. Alla voce genere, che in grammatica vale sesso , 
. umiscesi uno dei due aggiunti mascolino , o femminino ; lune 
pel sessa maschile, pel femminino ]' altro : e natura vorreb- 
he che ai soli esseri animati fossero essi applicabili, non aven- 
do , nè potendg avere gl inanimati sesso alcuna, lo che è ben 

robabile che in origine si praticasse coll'aggiunto neutro (nè 
Tano nè l'altro) e che con questo la molto più numerosa 
classe degl'inanimati esclusivamente venisse indicata. 

Se nelle lingue l uso di tal metodo fosse rimasto co- 
stante, la classificazione de’ nomi per genere per null'altro 
entrerebbe nel sistema di alcuno idioma, se non che per la 
concordanza degli addiettivi, e della maggior parte de' nomi 


‘ 


caratteristici cg' nomi di sostanze, come pure per que nomi 


primitivi di obbietti animati, i quali l’ opposto sesso in altra 
maniera indicare non possono, che per qualche conyenuto 
cangiamento nella loro forma. 

I legislatori delle lingue greca e latina, v' introdussero , 
egli è vero, co’ generi mascolino e femminino, anche il ge- 
nere neutro; ma con ciò non intendevano ovviare all abuso 
che de’ due primi faceyasi con dare segni dell’ uno, o del 


‘rino, pure fali non sono, imperocchè i verbi, piuttosto da quei nomi 
derivano , anzichè questi da’ verbi; e perciò altro non sono che nomi fi- 
gurativi , come: dAccusa , abborninio, accorda, ec, 


ho 


| 


—————_—+ 


| PARTE TERZA | GI 
l'altro sesso a nomi di cose che non ne possono avere alcu- 
n0, più avendo a cuore l’ armonia delle espressioni che l' or- 
dine naturale delle cose, imperciocchè è fuor di dubbio che un ta- 
k andamento più d' ogni altro era acconcio a fayorire ed a 
sorreggere 11 bello e mirabile sistema desinenziale (4) delle sum- 
mentovate lingue, vale a dire le molte e differenti desinenze 
de nomi, delle quali tante quasi ve ne sono , quante sonovi 
lettere nell'alfabeto: cosicchè dirsi potrebbe esser la classifica- 


| Mione per genere stata piultosto inventata pel sostegno delle 


desinenze de’ nomi, anzichè queste per indicare il sesso a cui 
Il significato de' nomi appartiene. 

. La linguaitaliana in parte batte le orme della madre sua la- 
tina, nella stessa maniera abusando de’ termini mascolino e 
femminino, ed in parte se ne allontana progredendo più oltre 
con rigettare affatto il genere neutro, che a moltissimi nomi 
dal Latini viene applicato (2). 

SII Due soli generi adumque si conoscono nella lingna 
Italiana, il maschile, ed il femminile, i quali in molti nomi 
dallo stesso significato si rendono manifesti; ma ogni nome 
porta pur seco il segno del suo genere, consistente in una del- 


le cinque vocali dell’ alfabeto A, E, I, O, U, che sono le 


, (1) Mi son fatto lecito di adoperare questo termine che, per dir vero, 
€ Inusitato , non sapendo qual altro epiteto meglio potesse, senza circon- 
locuzione, esprimere la caratteristica di quel sistema. 
(2) Cosa può rispondere il maestro al suo alunno, quando questi gli 
Manda perchè il Palazzo, lo studio sono tenuti come maschili, e /a 
casa , la scienza come femminili ? Gli risponderà , che quelli terminano 
9, questi in a, che gli uni sono preceduti dall’ articolo #2, o /o, gli 
altri dall'articolo Za ; o più breve, perchè così il vuole l'uso, quel ti- 


Fanno , cui invano la sana ragione sforzerebbesi di distruggere. ‘Tralle 


«ni 


A 


terna 


lingue: moderne una sola evvi, quella cioè degl’ Inglesi, in cui all’ ar- 
monia ed al bello irragionevole siasi sempre la semplice natura delle cosc 
Preferita : in essa non evvi verun sistema, salvo per lo plurale de'nomi 
Sostantivi e caratteristici , non conoscendovisi , in quanto al genere, altra 
stinzione, se non che la vera differenza di sesso , esistente nel signifi- 
‘ato stesso del nome. Non avvi neppur legge alcuna di concordanza, nè 
' genere, nè di numero per gli addiettivi: perchè sono le sostanze , vi 


, N dice, non già le loro qualità , che sono mascoline o femminine. Ciò 


‘sendo, non recherà sorpresa che una delle più grandi difficoltà che 
quegli stranieri trovino nello studio e nella pratica della lingua italiana, 
Sta nel distinguere jl genere de’ nomi, e nel fare accordare con essi i 
"speltivi articoli e addiettivi nel medesimo genere mediante le apposite 
Sinenze; mentre nella lingua loro l’unica distinzione regolante sta 
della differenza reale di sesso, che esiste nell’ obbietto indicato dal no- 
me. Egli è vero per altro, e gl’ Inglesi stessi il debbon confessare, che 
è semplicità adottata nell’ idioma loro , priva questo di quell’ armonia 
che dà l'opposto sistema alla lingua italiana, e a tutte le altre prove- 
Rienti dalla latina. 


62. ETIMOLOGIA E SINTASSI 
desinenze esclusive de' nomi italiani, e che a noi in .questo ; 
capitolo serviranno di norma per la conoscenza di cotesti due , 
generi, premesse che avremo le seguenti regole generali. . 
1°. * Maschili, sono i nomi proprj di uomini; e femmi- ,, 
nili quelli di donna, in qualsivoglia delle cinque vocali fini- , 
scano; laonde mascolini sono: Andréa, Silla, Epaminònda, ; 
Socrate, Cesare, Simòne, Luigi, Giovànni, Dionigi, Marco, 
Teséo, Pietro, ec.; femminini: Anna, Aspàsia, Sofia, Berenice, , 
Didòne, Rachéle, Clori, Fullide, Amariìlli, Saffo, Ero Erato, . 
Aletto. 
2o, Maschili sono i nomi di mesi e de’ giorni, tranne De- 
menica. 
3°. Maschili sono i nomi degli alberi, fuorchè querciat . 
palma, ma sono femminini quelli de' frutti degli stessi albe- . 
ri, eccetto cedro, cedràlo, fico e pomo, che, significando albe- | 
ro e frutto, sono mascolini. i) ì 
4°, Maschili sono i nomi de’ metalli fuorchè /atta. 
Bo. Maschili sono gl'infiniti de’ verbi, «e gli addiettivi, in | 
significato di nomi astratti, come : 5 mangiàre, il bere, il dor- 
«mire, il bello, il grande, ec. 
. Go. In quanto a’ nomi delle lettere dell’ alfabeto dassi per 
lo più il genere femminino alle vocali A ed E, e "1 mascolino . 
alle vocali I, 0 Si U. Tra le consonanti quelle il cui nome, 
comincia da vocale, tengonsi d’ordinario per femminili, onde $ 
Jar, la L, la M, la N, la R, la S; e per maschili quelle, che i 
nell’ articolazione loro fanno sentire prima la consonante, poi la 
«vocale, perciò si dice il B, il c, il D, il G, il p, il Q, 17° 
41 v; tranne z che è femminile. Sembra per altro a noi che, ,; 
riflettendo che le lettere di per sè non portan marchio di ge- . 
nere, se non in quanto sì riferiscono ad alcun termine gene - 
"rale sottinteso, ad ognuno sia lecito il considerarle in quel modo ‘ 
che più gli piace, attribuendo loro indistintamente o il gene- . 
.re maschile o il genere femminile, secondo le rapporta o 4 
carattere, o a letiera. *. | 
S. IV. I nomi finienti in 4; sono femminini, tranne: 
J°. I nomi caratteristici significativi di dignità, professio- : 
ne, o d'altre qualità proprie ad uomini, come: ! 
. DIGNITADI; Papa, monàrca, patriàrca, podestà, ba 
scià, agà, cc. | | 
PROFESSIONI. Legista, oculista, poéta, anacoreta, ere 
‘mita, gesuita, ebanìsta, geòmetra, scriba, ec. 


* Nota. Per comodo degli stranieri gli esempj trisillabi e polisillabi del 
presente e seguenti capiloli avranno accentuata la vocale , in su la quale 
debbe cadere la posa della voce. È 


PARTE TERZA 63 

SETTE, Erestàrca, deìsta, conformìsta, calvinìsta, gian- 
misla, anabattìsta, ec. (4) 

Altre qualità d’ uomini: 

Apòsiata, ateìsta, deicida, fratricìda, regicida, regalìsta, 
mlagonista, monopolista, cantafàvola , ec. (3), 

2°. I nomi provenienti dal greco iu amma, come: 
 degnma (6), anagràmma, epigràmma , progràmma, ec. ; 
eli seguenti pure d'origine greca: Anàiemma (T. matem.), 
anilema , assiòma, apotìgma (acuta sentenza), apostéma, 
aroma (T. chir. specie di tumore), auiòma , bòrea, clima, 
diadima, dogma o domma, embléma, enìgma o enìmma, 
enimema (T. logico, argomento filosofico), entòmata, pl. (7), 
| fintàsma (8), fìsima (fantasia fisicosa, capriccio), dida , 
idibta, ipòerita, piané‘a (astro), poema, prisma, problema, réuma, 
sciloma (ragionamento lungo), scisma (9), sofìsma, sofista, 
sisma, stemma, strattagémma , sperma , tema (10), teo- 
rema (prova evidente), #miùma (profumo). | 

S. V. Più malagevol cosa è il far conoscere il genere 
‘ dnomi in e; imperocchè avvene tanti dell’ uno e dell'altro 
genere, che quasi all’ infinito andrebbesi volendo intiera- 
mente indicarli con regole, e queste ancora dalle molte ec- 
cenoni imperfette resterebbero. Ecco quello che di più certo 
‘ abbiamo potuto raccogliere. 
Mascolini sono (14) quasi tutti i nomi finienti: 


- i 


ST 


tali 


Reni 


lar“ 


da ber TO 


pen 


(4) Questi e simili nomi, non meno che i seguenti, anzichè di ge- 
, Nere maschile potrebbersi qualificare piuttosto di genere comune ; impe- 
tocchi possono applicarsi egualmente a donna che ad uomo senza punto 
Variare terminazione. 
(5) Sonovi diversi altri nomi in a di genere mascolino, pe’ quali 
! però niuna regola puossi stabilire , come sarebbero i seguenti ed altri: 
: Allavèla (sorta di pesce), baccalà , cornucopia , pascibiètola (insipido, 
ciocco), sanfinfizza (ipocrita), scipa (ignorante), Serrabozza (T. marine- 
co), liralèsta (istrumento chirurgico), ec. 
(6) Sorta di componimento teatrale, ma nel significato di peso è 
tmminino. 
(7) Termine di storia naturale, voce generica d' insetti bacherozzoli, 
) (081 terrestri, come aerei. Dicesi anche Enfomati. 
(8) O fantàsima: ambedue trovansi qualche volta anche in femminino. 
(9) Questa voce trovasi anche in femminino. 3 
| (10) Questa voce è mascolina quando significa soggetto, argomento , 
‘ sbbene talora, ma di rado, trovasi pure di genere femminino. LA TEMA 
bacgue alla lieta brigàta. Bocc. g. 9 fin. 4. — E seguìr oltre alla mia 
« ‘îga TEMA. Dittam. 1, 15. Ma fema coll’é stretta (timore) è sempre 
Minino. 
(11) Per quanto difficile sia il determinare il genere de’ nomi in e 
secondo le loro desinenze, cioè secondo le consonanti, che precedono la 
€ timale, il Biagiuoli nella sua grammatica ne ha preso l’ assunto, e vi è 
‘ nella maggior parte assai bene riuscito; io qui ne trascrivo quelle, regole, 


% h 
sr 


ETIMOLOGIA E SINTASSI | 
f°. In ge, 0 in gge con una vocale innanzi al g, fuorchè 
lecge, brage. 

90. In Ze con vocale innanzi alla 7, tranne dile, indole, 
iperbole, pelle, prole, sigale, sistole (T. med. moto del cuo- 
re), valle. | 
3°. fn me, fuorchè arme, fame, speme. 

4°, lu re, tranne febbre, pòlvere, scure, torre. 


Bo. Iu ente, eccettuati corréate, gente, lente, mente, se- 


minte, sorgente. 


Go. In one, non compresi però quelli in gione, sione, e 


zione; neppure i seguenti, Cunzòne, comuniòne, obbliviòne, 
opiniòne,. questiòne, ribelliòne, uniòne. 

7°. Gl' infiniti dei verbi presi come nomi, s/ mangiùre , 
sl bere, sl dormìre; il camminùre, ec.; come pure gli addiet- 
tivi nel significato di nomi astratti, come: 7 Utile, 4 dolce, ec. 

S. VI. Femminini sono : 4.° quasi tutti i nomi terminanti 
in ce, tranne ; alce (specie di cervo), anice, antràce, (carbon- 
chio), calice, camice, calce, cece, codice, déntice, embrice ( sor- 
ta di tegolo), friztice (arbusto), ìstrice (porcospino), lince, màn- 
dice , panace (specie di pianta), pesce, salce o sùlice, spinà- 
ce, noce poco): vertice, vortice. 

2°. In de, toltine àspide, jàspide , piede, spiede, stecàde 
(sorta di pianta aromatica). | | 

5°. In ine, non compresivi ducine, cardine, confine, car- 
cine, termine, crine, cùlmine, disòrdine, fiòcine (buccia del- 
l'acino dell'uva), g/tine, ordine (42), pettine, turbine, vérmine, 
vimine. 

4°, In ge, con unavocale, o r innanzi al #, fuorchè: ce- 
spite, fomile, latte, limite, tràmite, stìpite, vate. 

Ciò è tutto quello che si può dire di certo sul genere 
de' nomi in e; solo debbo ancora far osservare, che avveneal- 
cuni, i quali dagli autori usati sono, or nell’ uno, or nell’ al- 
tro genere, e perciò vengono considerati come aventi due ge- 


che parute mi sono le più generali e le più certe, aggiungendovi qualche 
eccezione ommesse da quel grammaltico. 

(12) Questa voce ne’ due significati di Disposizione, e di Congregazia- 
ne religiosa, trovasi usata dagli antichi così nel genere maschile, come 
nel femminile. ZL? invidiosa ORDINE, delle cose avventuràle nimìca, sempre 
nega di esser lungamènfe nella somma altèzza. Guid. Guid. — Presa 
TonDINE Zra loro, il trallàto fue rivelato _al Duca. Sor. Pistol. 171.—.4/ 
temuo del detto Papa Innocenzo si comincio la santa ORDINE de’ frati mi- 
nori. Gio. Vill. 5, 24» | 


Tr 


SR on 


PARTE TERZA È‘ 65 
: nen, tali sono: dere, àrbore, càrcere (13), cenere (14), fine, 
Frenze, folgore, fonte, fronte, fune, gregge (13) , trave. 

| $ VIL Altri sono mascolini, o femminini, secondo quel 
‘che significano, cioè: | 

Fante (soldato, servo), masc. Fante (serva), femm. 

Dimane (il giorno seguente), masce. Dimane (la prima 
parte del giorno), femm. 

" Noce (albero), masc. Noce (frutto), femm. 

Oste (albergatore), masc. Oste (esercito) masc. e femm (16). 
i Màrgine (estremità) masc. e femm. Margine (cicatrice) 
i femm. si 
$. VIII De nomi in 7, sono mascolini: 
: I°. I nomi caratteristici di uomini, come: Bal, muftì, 
; part, ec. . | 

2°. I nomi composti di un verbo e di un nome in plu- 
. rale, come: guardasigilli, guardabòschi, cavadinti, stuzzi- 
; cadenti, storci; gi, guastamesti ri, li ae 3 
vammazzaduòli, leccapiàiti, scacciapensieri, altri simili. 
: 35° Dì) ed i suoi composti mezzodì, lunedì, ec.; come 
«ancora abbiccè , ambàssi , appigiònasi, barbagiànni, brìndisi, 
oremisi, soprattiéni , zanni. | 
;. Trimanenti in 7, non essendo che grecismi, sono tutti 
femminini, fuorchè@: àlcali, diisis (T. musicale), eclissi 0 e- 
chisse (AT). 
'. Genesi (nome del primo libro del Pentateuco), è usato 
Mn amendue i generi. 


. (19) Questa voce è sempre femminina nel plurale, nel qual numero pe- 
{M non è tanto usata quanto nel singolare d'amendue i generi. La quale 
li (ARCER fenebrosa , e scura islà per te, e tu lasso nolcredi. Bocce. Ninf. 
.hes. 143.— Se per questo cieco CARCERE cai per allèzza d'’ ingàgno. D. 

lol. 1o. — Il comùne fece offerta di lutti è prigioni, che èrano nella CAR- 

CRE. Gio. Vill. cap. 82, 2. 

(14) Nel numero plurale questa voce è sempre femminina3 nel singolare, 
_ dove è quasi poetica , si usa tanto nell’ unn, quanto nell’ altro genere. 
| È ruppe fede al cENER di Sichèo. D. Inf. 5. — Or vo piangèndo il suo 

‘NERE sparso. Petr. son. 275. — Gli racconta come ella covàva la GENE- 
JE, sedèendosi in sulle calcaàgna. Cas. Galati. g- 

‘ (15) Questo vocabolo non è usato al mascolino , se non nel singolare, 

! solo in senso metaforico. Raunato così bello e devoto GREGGE. Fior. S. 
 ‘Tanc. cap. 18. Sebbene talvolta si trovi anche in senso proprio. La 
| Wal di necessità convièn che si faccia da coloro, che il GREGGE sèguitano. 

Ntsc. Cap. 79- 

.. (16) Così avoènne nel nostro bene avventuroso OSTE. Gio. Vill. 11, 
. 35 4— Preslamènte congregò una bella , e grande, e poderòsa OSTE. 

; di nov. 17. Ma presso i moderni scrittori, osfe usasi per lo più in ma- 

olino. + 

(tm) I nomi proprj di città in 7, si fanno mascolini, o femminini 

differentemente : 72 del Napoli, la bella Napoli. 

Gramm. Ital. 10 


66 ETIMOLOGIA E SINTASSI 
IX.I nomi in O sono tutti mascolini, tranne: Mano, 
eco (18), Dido, cl i voràgo (19). 


$. X.I nomi in 1 


, de' quali sel soli sono di proprietà 


e . CIN . . o o e7 x br AT 
Italiana, cioè: Gioventù, gru, servitù, schiavitù, tribù, virtu, 


che sono femminini (20). | 
I nomi stranieri in v sono mascolinì, come: Fissù, 0 fe 


sci (specie di fazzoletto di velo o simile), meù (sorta di erba), 


rasù, Corfù, Perù, ec. 


DEI NOMI ETEROCLITI. 


S. XI. Intendesi per nomi eterocliti quelli, che possono : 
avere due uscite, o desinenze. La lingua italiana abbonda di : 


tali nomi. Quelli che possono uscire in @, o in e sono di ge 


nere femminino, ‘come: ala 0 ale (21), arma o arme, basa : 
o base, canzòna o canzòne, coltra o coltre, doia 0 dote, fronda È 
e fronde, froda o frode, loda o lode, màcina o màcine, ridina : 
o rédiîne, scura 0 scure, tossa 0 tosse, vesta © veste, ténebra 0 * 


tenebre ec.; éiera o élere. è mascolino (22). 


Quelli che possono finire in e ed in 0 sono mascolini: 


. . C) . . hd ® ii u, 
e di tali evvene gran copia in sere ed in zero, come: cavaliè . 


re e cavaliéro , candelière e candelitro , destrière e destriéro, : 


giustiziere e giustiziéro , guerriîre e guerriîro , gonfaloniere € 
gonfaloniéro , mestitre e mestiéro , mulaititre e mulattitro, 


prigioniere e prigioniero , pensitre e pensitro, ec. (25) 


(18) In vece di Eco, può dirsi pure Ecco, che è mascolino ; quindi p?- 
re che usando Eco parimente mascolino, non sarebbe grand’errore; ciò che 


è certo si è che, Eco, T. mitol. nome di una ninfa, non può essere che 


femminino. 


(19) Dido, immàgo, Cartàgo, tesiùdo, coràgo, ed altri vocaboli fem- 


minini in O, sono voci tronche, e permesse solo nella poesia; il. 


prosa bisogna dar loro le desinenze ad esse proprie, dicendo, e uo x 
Didone , immagine , Cartàgine, testùdine , voragine, ec. 1 nomi propr) &. 


città in O si fanno mascolini, o femminini indifferentemente: 7! vasto M- 
lano, la vasta Milano. 


(20) Altri nomi in Z7 non vi sono nella lingua italiana, che Gesù 
tribu, gru, e tu; le rimanenti quattro, gioventù, servitù, schiavilu, © 
virtù, sono voci tronche di gioventùde , gioveniùte, gioventùdine; servitùde, 


servilule , servitùdine ; schiavitùdine; viriùde , virtùte. 
(21) Trovasi anche Alia , ma è poco usato. 


Ù U s di 
(22) Ala, arme, canzòna, dote, frode, fronda, lode, màcina, rèdine, , 
scure, iènebre, tosse, veste, sono più usati che ale, arma, canzone, dota, | 


froda , fronde , loda , màcine, rèdina , scura, tènebra, tossa, vesta. 


(23) Oltre le desinenze sere ed iero, hanno questi e simili nomi una. 
terza uscita in zeri, ma è questa da schivarsi non essendo che un idio- 


tismo fiorentino , come: bicchieri, cavalièri, destrièri , giustizièri, mulat- 


liéeri, ec. Fenèndogli alle mani quel BiccHIERI col velèno , mescolàlo: 


ec. Pecor. gior. 23, nov. 2. — Come fa il CAVALIERI quando combdlie. 


PARTE TERZA 67 
im Ghaltri sono: abete e abéto, àspide e àspido o aspe (poet.), 
| iglesse e calesso, cànape e cànapo (per filo 0 corda), cònso- 
pi ke consolo , confine e confino , fomite e fòmito , interesse 
im ©Mhleresso, muntice è manbco , otre e otro , pesce e pesci , 
i nbelle e ribello , salce e salcio , selce e selcio, scolùre e sco- 
d liro, serménle e sermento , sterpe e sterpo , stile e stilo , vase 
pi € vaso , verme e verino, vòmere e vomero, ec. 

Altri nomi sonovi che hanno doppia uscita in 4 ed iu 
0, e sono secondo queste o femininini o mascolini, come: 
Barùffa e barùffo ; balestra e baléstro ; briciola e briciolo ; 
+4 bada e biado (ant.); caccia e caccio; canéstra e canîstro; cer- 
ui chia e cerbhio; cesta e cesto; contràsta (ant.) e contràsto; con- 
|: {gna (ant.) e contégno; cruna e cruno (aut.); dimòra e dimò- 
k. 10; domanda e dormàndo (ant.); falla (aut.) e fallo; favìlla 
fo fuvillo; frutta e frutto; gerinoglia e gerinòglio; gesta e ge- 
rh 500; ghiuccia (ant.) e ghiaccio; gintpra (ant.) e ginépro; grol- 
| fa egrotto; guadàgna (aut.) e guadugno; îdola (ant.) e ìdolo ; 
— Inbppa (ant.) e intòbppo; macigna (ant.) e macìgno; merla e 
ak merlo; midòlla e midòllo; minàccia e minàccio (ant.); minù- 
ni $eminùgio; nicola e nilvolo; oblia (ant.) e oblìo; orécchia 
x e orecchio; pastura e pastùro (ant.); rama (ant) e ramo; 
e "0 (ant.) e riso; scampa (aut) e scampo; scherna (ant.) e 
{i Schemo ; spera e spero (ant.); timbra e timbro (sorta d'erba), 
pi Pampa e vampo. — 





. FORMAZIONE DEL FEMMININO NE'NOMI 
LI CARATTERISTICI. 
i: 


«| —$ XII Im quattro maniere formasi il genere femminino 
.J nenomi caratteristici ( 7. Cap. 1 ). 


pl ‘ 
si 1° Cangiando la finale o ina (24), come: Masstro maéstra, 
«cugino cugina, figlio figlia, servo serva, ec. (25). 
“. 2° Cangiando la desinenza fore in #rice, come: re 
© | bore imperatrice, eleitòre elettrice, parlutòre parlatrìce, ec. (26). 
(4 
q But Inf. 29.—I7 dolore, quasi come carnèfice e GIUSTIZIERI, percuota e la- 
gi Cavale. Fratt. ling. 323.— Alqguale il MULATTIERI rispose. Bocce. nov. 89. 
(24) Molti nomi sostantivi d’ animali seguono la medesima regola, co- 
me: asino asina, cacàllo cavalla, lupo lupa, merlo merla , pàssero pàs- 
ii. Sera, ec. Uomo fa donna, bue fa vacca, 0 buèssa, verro fa troja, cane 
» “(cagna , gallo fa gallina , leone fa leonessa. 
ll. (25) Eroe fa eroina, pastore fa pastorèlla, padròne fa padrona, affan- 
;r Moie fa affannona, e forse alcuni altri, ma sonovi pochissimi nomi in one 
sd che al femminino facciano ona. 
me (26) Presso gli antichi i caratteristici in lore, trovansi qualche volta 
4: I genere comune, cioè applicati anche al sessofemminile. Lasciò la regina 
ha Giwuuna ricca di grande lesòro, € GOVERNATORE del reame, Matt. Vill. Lib. I. 


è 


N 
fi 


63 ETIMOLOGIA E SINTASSI 

30 Cangiando la finale del mascolino in essa, come: 
prìncipe principessa, duca duchéssa, conte contèssa, fattore 
fattoréssa, oste (27) ostéssa, poéta poetéssa, cc. 

4 Cangiando l'intiero nome mascolino in altro femmi- 
nino come: Lie $ marito moglie, padre madre, fratello 


i 


J 


sorella, maschio femmina, ec. (28). 
. CAPITOLO III. 
: DEL NUMERO. 


S. I. Il termine NUMERO, preso grammaticalmente, : 
indica la differenza tra uno e più (4). . d 

Il numero di ur0 chiamasi singolare, il numero del più : 
plurale. Un nome dicesi essere del numero singolare, quan- è 
do esprime un solo individuo; e nel numero plurale, quan » 
do esprime più di un individuo. | ; 

Il plurale dal singolare deriva mediante un qualche can- . 
giarnento nella desinenza del nome, il che nell’idioma italia . 
no ha luogo sostituendosi altra vocale finale a quella con cu . 
già finisce il nome nel singolare. Indi le seguenti : 


REGOLE GENERALI: 


$. II. La finale @ dei nomi mascolini cangiasi in 7, c0- | 
me: papa papi, drumma drammi, pianéta piunéti, ec. 
Cap. 9. Ella sola (Madonna Cia) rimase GUIDATORE della guerra, e c0° 
pituna de’ soldati. 1d. Lib. 7. Cap. 64.—Era molto bellissima PARLATORE. — 
Vita di S. Mad. pag. 3. Oggi simili licenze sarebbero intollerabili. a 

(27) Trovasi qua e là presso gli antichi osfe anche al femminino n 
vece di ostessa. Io ho mangiàto , serberoòlla, e daròlla all’ oste mia. Nov. 
ant. 58. 

(28) I Greci davano l'epiteto Epiceri (da sei sopra, e xorvog comune, 
cioè Più che coinune), a’ nomi che sotto un sol genere comprendevano il ma- 
schio e la femmina. Di tali nomi evvi pure gran copia nella nostra favella, | 
nella quale molti ve ne sono che altra desinenza non hanno se non che quella 
del maschile pe’due generi,come: il corvo, il luccio, il topo, ec. ; altri, che son0 + 
in maggior numero, escono come i femminini per indicare il maschio e la 
femmina, come : l'aquila, Panguilla, la vipera, la pantèra, la Ugre, è 
la volpe, lu lepre, la serpe (dicesi anche d1 serpe), ec. 

(1) Dico: preso grammaticalmente, perchè in aritmetica sarebbe UM . 
paradosso jl dire numero di uno, o numero singolare, conciossiachè un? . 
unità non costiluisce numero, termine usato per indicare un’unione ©! 
più unità. Credo per altro che per significare l’unità individuale degli ob- 
bietti sia assai più adatto il termine numzero singolare, che nol sia que. 
l'altro numero del meno, che vale lo stesso che numero minore. Ogn: 
numero è minore relativamente ad altro maggiore: Due è minore di trò, 
tre di quattro, quattro di cinque, e va discorrendo. Laonde per numero 
del meno , in ogni sorta di calcolo, s’intenderebbe , non già un'unità » 


-— 


— . -. 


PARTE TERZA 69 
Nei nomi femminini la finale 4 cangiasi in e, come: 
rina regine, principéssa principésse, colòmba colòmbe , por- 
la porle, ec. | i 
Le finali e ed o sia il nome di qualsivoglia genere, can- 
gasi sempre in 2, come: Principe prìncipi, leziòne leziòni, 
scolaro scolàri, cavàllo cavàlli, mano mani, ec. 


Osservazioni. a 


$. II. 1.0 Rimangono invariabili al plurale i nomi tron- 
chi, cioè quelli che in sull'ultima sillaba portano l'accento , 
come: Carità, città, polestà, piè, mercé, virtù, ec., che nel 
numero del più si dicono /e carità, le città, i potestà, t pie, 
le mercè, le virtù, ec. 

Ma quando tali nomi scrivonsi e pronunziansi interi, co- 
me: carilide o carttite , ciltàde o ciltàte, potestàde o polte- 
state, piéde, mercéde, virtùde o virtùle, ec., l'e finale si can- 
gia in 2. 

Restano parimente inalterabili i nomi che nel singolare 
escono in 2 onde si dice: Zeclîs.i e gli eclissi, lae le tesi, 
la e le crisi, il e è barbagianni, il e i balì, lei dì, 
il ei lunedì, ec. Dicasi lo stesso de’ seguenti: Barbàrie , ef- 
figie , requie, specie, superficie, série, progénie, tempéèrie, ed 
alire simili, come pure di Canapé, caffe, lacchè, e dei due 
monosillabi te, gru. . 

2° Nelle desinenze cia, gia, ove le due vocali faccia- 
no insieme una sola sillaba, l'/ sopprimesi nel plurale, can- 
giandosi l'a in e, come: traccia , freccia, bòccia, spiùggia, 
luncla , fràngia, ciriégia, ec. che fanno tracce, frecce , bocce , 
spiagge, lance, frunge, ciriége, ec. (2). | 

Quando però nella di desinenza le due vocali za 
ognuna da sè forma sillaba, 1°, che allora porta l'accento, 
non può sopprimersi; come in Bugla, magia, elegia , gen- 
gia ec. ; pluraie Bugie, magie, elegie, gengie. 

5.° Nelle desinenze cio, chio, gio , glio, la sola sop- 
pressione dell'o finale del singolare serve, per formarne il 


Ma qualsisia numero minore, rispetto ad un altro maggiore, laddove in 
grammatica per singolare non s'intende altro che un’unità individuale. 

. (2)Nel singolare di questi e simili nomi, come pure di quelli deli’osserva- 
lione 3za qui appresso, la vocale non si pronunzia distintamente, e sem- 
bra trovarvisi solo pel mantenimento dell’articolazione dentale delle conso- 
Nanti c, e g, le quali altrimenti sarebbero gutturali; mentre al numero 
el più la posizione dell’; è affatto inutile, imperocchè le suddette conso- 
Manti conservano il suono loro primitivo mediante il cangiamento del- 
cme. 


70 ETIMOLOGIA E SINTASSI 
plurale, come in dàcio, stràccio, lancio, òcchio , mùcchio, 
àgio, fregio, sbaglio, figlio, ec.: baci, stracci, lanci , occhi , 
mucchi, agi, fregi, sbagli, figli, ec. (3). 

4.° La desinenza zo dittongo, cioè due vocali formanti 
una sola sillaba, cangiasi nel numero del più in /, come: 
tempio , 7 size , principio; plurale #empj, proverbi, 
princip (4). | 

Ma quando la medesima desinenza zo, forma due sillabe 
coll’accento sull‘, la finale o cangiasi in 2, in modo che i 
due :/ distmtamente si profferiscano, come: mormorio , cal- 
pestio, zio, rio, ec. plurale, mormorìiî, calpestìi, zil, rii ec. 

5.° I nomi terminanti in 470 € 070, 0 (come taluni voglio 
no che debbansi scrivere) 4/0 e oso, troncatane la finale 0, 
hanno al plurale aj e 07, 0 ai oî, come: fornàjo o fornà- 
i0, calzolàjo o calzolàio, calamàjo o calamùio, scrittòjo 0 
scrittoio , avoltòjo o avoltdio; plurale fornàj o fornùi, cal- 
zolàj 0 calzolài, calamàj o calamùi, scrittòj o scritidi, avol- 
t0j 0 avoltòi, ec. 

6.° Le desinenze ca e ga de'nomi femminini, si cangiano 
in che e ghe, come: amìca amìche, stanga stanghe; ma ca 
nei nomi caratteristici mascolini diventa ché, come: monàrca 
monàrchi, patriàrca patriàrchi, ec. 

7° Le terminazioni co e go, diventano chi e ghi al 
plurale; ma questa regola è solo generale pe’ bisillabi, come: 
parco parchi, fico fichi, fuòco fuòchi, giudco: giuòchi, luògo 
luoghi, spago spaghi, rogo roghi, fungo funghi, ec. tranne: 
Greco, porco, mago, che fanno Greci, porci, magi. i 

In quanto ai trisillabi, e polisillabi delle suddette desi- 
nenze, difficil cosa è il determinare quali escano in ché e ghi, 
e quali di c; e gi si contentino ; ecco quel che per approssima- 
zione al vero se ne potrebbe stabilire. Escono in chi e ghi 


(3) La nota precedente è pure applicabile a' nomi in cio, gio, e glio, 
solo giova osservare che avvi un certo numero di nomi trisillabi , € 
anche polisillabi in cio e gio, che indifferentemente si posson far termina- 
re in z/i0, come: servigio, sereìzio ; giudìcio, giudizio; beneficio, benefiu0, 
ec.; in questi, 0 simili vocaboli , profferendovisi l’ i alquanto più distin- 
tamente , il plurale fassi, cangiando zo in /: scrivasi dunque, Servig/, 
giudicj , beneficj, uffici, ec. (V. osservazione Kta.) 

(4) Non è questa regola universalmente praticata. Talunì non per- 
suasi, che j possa aver forza di due #, cangiano l’o in ©, scrivendo 
prooèrbii, tèmpi?, palù, combii, principiî, ec. Altri, in maggior numero , 
essendo di contrario parere intovno alla forza dell’ j, sostituiscono questa 
lettera al dittongo fo per formare il plurale di quei nomi. Onde, siccome 
nc’ moderni autori e dell'una e dell’ altra maniera trovansi abbondanti 
escmp) , ognuno la propria opinione segua. 


i. 


PARTE TERZA 71 
quelli, in cui le finali co e go immediatamente precedute so- 
no da consonante, come in a/manàcco , albérgo, arìngo, ca- 
filo, cosàcco, obelisco, ec.; plurale, a/manàcchi, alberghi, 
aringhi, catafàfichi, cosàcchi, obelischi, ec. 

Ma se alle finali suddette precede vocale, le desinenze 
plurali saranno ci e gi, come in amico, aspàrago, canònico, 
domestico, eretico , teòlogo, ec. plurale, amici, aspàra- 
gi, ec. 

Questa regola soffre però l'eccezioni seguenti: àbbaco , 
antico, aprìco, beccafico, càrico, castigo, drago, catàlogo, 
fondaco, impiego, intrìgo, mànico, monòlogo, obbligo, opà- 
‘o, parroco, pedagògo, presàgo , pudico, rammàùrico, ripiego, 
sacrilego, stomaco, iràffico, ubbriàco, che tutti nel plurale 
fmiscono in chi e chi. 

Ve ne sono che indifferentemente nell'uno, o nell'altro modo 
escono, come: analogo, astrologo, diàlogo, dittongo, mendìco, 
pratico, salvàtico, ec. plurale, anàloghi o anàlogi, mendì- 
chi o mendìci, ec. | 

8. Dio, uòmo, bue, mille, fanno al plurale, Dei o Dili, 
uomini, budi, mila (5). sea 
. 9° Mane (mattina), miele, progénie, prole, stirpe, non 
sù usano nel plurale. 

All'opposto sonovi de’ nomi che al plurale solo sono 
usati, tali sono: andiriviéeni, annàli , calzòni, esequie, fasti, 
forbici, lari, molle o molli, nozze, rostri, spezie 0 Spézj 
(droghe), canni (poetico per ali ). 


DEI NOMI ETEROCLITI 
NEL NUMERO DEL PIÙ. 


$. IV. Sonovi un certo numero di nomi mascolini ter- 
mmnanti nel singolare in 0, che nel numero del più due de- 
snenze diverse prender possono, / od 4; e per quest'uliuma 
uscita da mascolini che sono nel singolare, femminini nel 
Plurale diventano. Eccone i più usitati (6). 


(5) Dio, sole, luna, e fenìce, sebbene significano cose uniche, pos-. 
sno però usarsi in plurale. Dio fa Dei, cioè quei falsi del paganesimo ,. 
el'uso n'è comunissimo. Sole fa soli. Vissi più soLi (anni) in molla 
miseria. Amet. 55. — Poi guando’1 verno l’aer si rinfrèsca, Tèpidi SOLI 
giochi, e cibi ed ozio cc. Petr. Tr. d’ Am. cap. 4. —M'avèa mosiràlo 
per lo suo foràme Più LUNE (mesi) già, quand' io feci*1 mal sonno. D. 
nf. 33. — Le sìmili a quelle, che dette abliàmo , sono più rade che le 
FENICI. Bocc. Laber. 157. 

. (6) Presso gli antichi si trovano..molti altri nomi, i quali, masco- 
lini al singolare , non solo sono fatti femminini al plurale, ma ancora 


792 ETIMOLOGIA E SINTASSI 


Anéllo ; gli Anélli le Anella. (7) 
Bisogno * 1 Bisogni. le Bisogna 
Bràccio i Bracci le, Braccia. 
Budèllo i Budelli le Budella. 
Calcàgno i Calcàgni le Cattagna. 
Carro i Carri, . le Carra. 
Castello i Castelli —. le Castella. 
Ciglio i Cigli le Ciglia. 
Cervello ì Cervelli le Cervèlla. 
Cogno” i Cogni le Cogna. 
Coltello i Coltelli le Coltella. 
Comandamento" i Comandamenti le Comandaminta, 
Confino * i Confini o le Confina. 
Corno i Corni le Corna. 
Cuojo i Cuoi le Cuoja, 
Demònio * i Demònj le Demòpia. 
Dito i Diti le Dita. 
Fastillo * ‘i Fastelli le Fastèlla. 
Fato i Fati . le Fata. , 
Filo i Fili le Fila. 
Fondaménto î Fondaménti —. le Fondamenta. (8) 
Foro * i Fori a le Fora. 

. Fosso i Fossì lc Fossa. 
Fuso i Fusì . le Fusa. 
Frutto i Frutti le Frutta. (9) 


coll’ accrescimento di una sillaba: tali sono i seguenti e molti altri: 
àgora per aghi, borgora per borghi, càntora per canti, corpora per corpi, 
donora per doni, àrcora per archi, càmpora per campi, frùttora per frutti, 
logora per laghi, làtora per lati, nèrbora per nerbi, nodora per nodi , 
nomora per nomi, ortora ‘per orti, pàlcora per palchi, piaànora per 
piani, ràmora per rami, suònora per suoni, tèmpora per tempi, tèltora per 
detti, tinora per tini, ec. Due sole di queste voci, con quelle desinenze antiquate 
del plurale, sono rimaste in uso, ma con restrizione di sigaificato, esono 
donora e ièmpora : la prima, che presso gli antichi significava dormi in 
generale, significa oggi quel corredo, che si dà oltre la dote ad una sposa 
quando ella sen va a casa del marito. Dorastimela liberamènte, e adèss0 
la ricuoi colle poNoRA. Fir. Luc. 4, 3. — Quattromila contanti senza le 
gioje e le DONORA, che io vo’ presentàr loro. Lasc. Sibill. 510, L'altra è 
tempora , che, detta dagli antichi per #empî, è da noi usata per signifi- 
care i digiuni, detti le gualtro tempora, che si fanno in tutte le stagioni 
dell’anno. dr, di 

(7) Le voci segnate d' un 
desinenza mascolina. ; i 

(8) Questa voce è eteroclita solamente nel suo significato proprio 
di Muramento sotterraneo, sopra del quale posano gli edifizj: ma nel sen- 
so figurato, cioè quando significa Motivo, cagione, ragione determinante; 
ciò su cui altra cosa posa e si fonda, non s'usa che nella terminazione 
mascolina , dicendosi solo 7 fondamenti. 

(9) Dicesi anche al singolare fré/ta, nome femm., significante il parto 
degli alberi, e di alcune erbe; il suo plurale è allora fruffe, che comu- 
nemente usasi per indicare 7 pospasto di un pranzo, o di una cena 
Fruili, in senso proprio e figurato, significa le produzioni di una qual 
che terra, le readite di qualche possessione’, 0 di una somma di danaro, 
o anche il guadagno di alcun lavoro o industria. i 


si usano oggi più ‘comunemente con la 


- PARTE TERZA 73 


Gesto ì Gesti le Gesta (10). 
Ginocchio 1 Ginòcchi le Ginòcchia. 
Gomito * i Gomiti le Gòomita. 
Grano (peso) * ì Grani le Grana. 
Grant lio ì Granclli le Granella. 
Grido i Gridi le Grida. 
Guscio i Guscì le Guscia. 
Labbro i Labbri le Labbra o Labbia (11). 
Legno i Legni le Legna (12). . 
Lenzuòlo i Lenzuòli le Lenzuòla. 
Letto ° i Letti le Letta. 
Membro i Membri le Membra (13). 
Mulino * i Mulini le Mulina. 
Mantello * i Mantelli le Mantéèlla, 
Muro , i Muri le Mura (14). 
0sso gli Ossi le Ossa. 
Peccàlo i Peccàti le Peccàta. 
Piacimento * i Piacimenti le Piacimènta. 
Pomo i Pomi | le Poma. 
Prato i Prati le -Prata. 
Pugno i Pugni le Pugna 
Quadréllo i Quadrelli le Quadrella. 
Riso (moto della bocca) i Risi le Risa. 

Sacco © i Sacchi le Sacca. 
Sacramento * i Sacramitnti le Sacraminta. 
Sasso ” i Sassi le Sassa. 

Solco * i Solchi le Solca. 
Strido gli Stridi. le Strida. 
Suolo ‘ i Suoli le Suola, 
Talènto * i Talenti le 'Talenta. 
Telàjo © i Telai le Telaja. 

Tino * i Tini le Tina. 
Vestigio (15) i Vestigi le Vestigia. 
Vestimento 1 Vestimeènti le Vestimetnta. 


I seguenti mascolini in 0, prendono solamente @& nel 
plurale, e diventano femmimini: 
Il Centinàjo le Centinaja. 
Il Migliàjo le Migliàja- 

(10) Gesto, in senso di Alta impresa, o fatto glorioso, può cangiarsi 
in gesta anche al singolare, il cui plurale sarà geste. 

(11) Labbia è più del verso che della prosa. — 

(12) Nel significato di Legname da bruciare può .dirsi nel singolare /a 
legna e le legne. Ma nel siguificato di Quella materia solida e compatta de- 
gli alberi, o in quello di naviglio, si usa sempre /egro, e nel plurale Zegna 

(13) Membro, ha il suo plurale membra, quando si parla delle 
parti esteriori del corpo; ma volendo indicare con questa voce gl’indi- 
vidui di una società, assemblea, accademia, ec. non si può dire altrimenti 
che membri. | 

(14) Mura, usasi solamente per indicare i Recinti di sasso, che circon- 
dano le città. I lati di una casa, o di altro edifizio, diconsi più volentie- 
ri muri. ù 
. (15) In luogo di vestigio dicesi anche vestigia nome fem., il cui plurale 
e veslige. 

Gramm. Ital. RI È 


2 


714 ETIMOLOGIA E SINTASSI 


ll Miglio (misura di luogo) le Miglia. 
Il Moggio ' le Moggia. 
Il Pajo le Paja. 
Lo Stajo le Staja. 
L’Uovo le Uova. 


CAPITOLO IV. 
DELLA VARIETA’ DI GRANDEZZA, E DI VALORE DE' NOMI. 


S. IL L'idea del maggiore o minor volume delle sostan- 
ze, o l’espressione del più o meno di buone, o cattive qua- è 


lità che si trovano in esse, forma la terza varietà, o modifi- 


cazione a cui vanno soggetti i nomi; quindi la classificazione - 


di questi in ACCRESCITIVI, in PEGGIORATIVI o AV- 


VILITIVI, le quali tre classi nell’italiana favella per l'aggiuo- > 


ta di una, o piùsillabe al nome primitivo si distinguono (1). 
SEGNI DEGLI ACCRESCITIVI (2). 


. II. Tre sono le desinenze accrescitive. | 
°. One, per esprimere maggior volume, o grandezza, 


come: Nasòne, da naso; 0220 da cappello; cassone, da 


cassa; poriòne, da porta ( 


(1) Non andrebbe di molto errato dal vero, chi asserisse esser tal , 


| 
pratica di assoluta proprietà della lingua italiana ; conciossiaché dessa è 
l' unica fra tutte le lingue, sì antiche, che moderne ( dalla spagauola 
in fuori ), non eccettuatene nè pure la greca e la latina, in cuì tanto 
si estenda, e con tante variazioni, e a tanto vantaggio dell’ idioma ado- 
prisi il sistema desinenziale, per la formazione degli accrescitivi, peggi0- 


| 


Parri 


RETTA 


rativi, dimiautivi, e vezzeggiativi, de’ nomi non solo, ma eziandio de 


gli addiettivi, e persino de' verbi e degli avverbj. 1 Greci ed i Latini 


non avevano nè accrescitivi, nè peggiorativi , per supplire a' quali face 


va mestieri ricorrere a certi avverbj, che preponevansi a’ nomi ; ed 2. 


pochi riducevasi pure il numero de’ loro diminutivi , formati con app0 


sita desinenza. Le lingue francese e inglese, senza far conto di circa una 


dozzina di diminutivi che ha la prima, posson dirsi affatto prive, € di 
questi , e degli accrescitivi e peggioralivi , i quali nè tampoco conosconsi 
nella lingua alemanna;, che abbonda però di nomi sostantivi diminutivi. 
La sola lingua spagnuola gareggia coll’italiana nel possesso e nell’ uso di 


tutte e tre quelle sì importanti varietà del nome, le quali per ambedue — 
le lingue sono come fonti perenni di dovizie., d' energia e di vaghezze. 
(2) Quel che nel presente capitolo si espone degli accrescitivi, peg . 


giorativi, diminutivi e vezzeggiativi , ha da intendersi solo de’ nomi di 
tutte le classi ( 7. cap. 1): nelle rispettive sezioni si tratterà delle me- 
desime varietà negli addiettivi, ne’ verbi e negli avverb). 


(3) Ciocchè debbe recar maraviglia agli stranieri, ed io qui ne li fo 


avvertiti , si è che la desinenza accrescitiva one, rende sempre mascolino 
il nome al quale s’ affissa, quantunque questo nello stato suo semplice 
sia femminino: onde da donna fem. viene donnone masc.; da casa fem. 
casòne masc.; da sirada fem. siradòne masc. ec. , ed è errore il dire la 
donnona , la siradona, ec. come sovenie odesi dal volgo. 


—_—_ 


4 


PARTE TERZA 75 

do, Otto, 3°. Ozzo, co' loro femminini in a, per espri- 
mere forza, robustezza, e vigore, come: giovinòtto, giovinòt- 
ta, da giòvine; vecchiòtto, vecchiòlia, da vecchio; bacidzzo, 
da bacio; foresòzza, da forese (contadma). 


SEGNI DEI PEGGIORATIVI. 


S. III Le desinenze accio, accia, azzo, azza, astro, astra, 
aglia, ame, ume, rappresentano la persona, o la cosa significata, 
come cattiva, laida, ©, per qualsivoglia altra cagione, degna 
di disprezzo, come: omàccio, donniiccia , popolàzzo, femmi- 
nazza, poetàzzo, filosofàstro, giovinàstra, gentàglia, plebà- 
glia, gentàme, curnàme, sudictume, vecchiùme, ec. (4) Uni- 
sconsi sovente ad un sol nome ambe le desinenze, accresci- 
tiva e peggiorativa, come: Rebal/do, ribaldòne, ribaldonùcecio; 
uomo, omùuccio 0 uomàaccio, omacciòne, ec. 


SEGNI DE' DIMINUTIVI. 


S. IV. In maggior numero si trovano le desinenze dimi- 
nutive, le quali sono: 

1°. Cello, cino, icello, ticino, 0 tecino, coiloro femmini- 
ni in a, esprimono la seinplice piccolezza della cosa, aggiu- 
gnendosi le due prime ai nomi terminanti in ne, e le due 
ultine ad altri nomi di qualsivoglia terminazione, troncatane 
però sempre la vocale finale, come: boccone , Bocconcello ; 
giovine, giovincéllo; porziòne, porzioncella; passiòne, passion 
cella; padrone, padroncino; canzòne, canzoncina ; campo, 
canpicello ; porta, porticlla; valle, vallicella; lume, lumici- 
no; volpe, volpicino; libro, libriccino ; ec. 

2o. Ino, ina, esprimeno la piccolezza, ta leggiadria, la 
graziosità delle cose, come: fanciullino , amorino, canestrino, 
visino, sorell'na, manina, ec. 

5°. Ello, ella, eito, etta, uccio, uccia, uzzo, uzza, oltre 
la piccolezza, e la graziosità, possono anche esprimere il di- 
sprezzo, © la poca stima che altri per certe cose sente, come : 
campanello , vo , fememinélla , libretto, ruscellètto , 
caprelliccio , boccuccia, occhiùzzo, stradizza, ec. (3) 


(4) Le uscite anze, ed ume, cltre il disprezzo, indicano una Quantità 
oun numero di cose prese collettivamente. Avveriasi per altro che non tut- 
ti i nomi in amc ed ume sovo peggioralivi; imperocchè avvene parec- 
chi che sono semplicemente colleltivi, cioè indicanti solamente una certa 
quantità o numero in:leterminato di cose della stessa specie, come deslia- 
ne, cordame, salouggiume, cc. 

(5) Le desimenze 220, elfo, ed it femminino in «e, sono non di 

O vezzeggiative, anzichè avvilitive , e però non è sempre facil cosa il 


76 ETIMOLOGIA E SINTASSI *° 

4°. Erello, o arello, erella, o arella esprimono la pic- 
colezza e la leggerezza, e talvolta ancora una qualche affezio- 
ne, o tenerezza, come da pazzo, pazzarello, pazzarella; da 
vecchio, vecchiarello, vecchiarella ; L cosa , cosarélla; da ghiot- 
to, ghiotterello, ghiotterella. 

5°. Uolo, icciuolo , icciatto, ictattolo, esprimono il disprez- 
‘10, o mancanza di stima, come: mercantuòlo, filosofuòlo, 
omicciuòlo, donnicciuòdla, omicciàltto, omictàtiolo, ec. La desi- 
nenza wolo, non indica talvolta altro, se non che la piccolez- 
za della cosa, come, da raggio, raggiuòlo; da danàjo, dana- 
juòlo; da bestia, bestiuòla. 


6.° Sonovi molte desinenze diminutive, delle quali altra 
cagione non si può dare, se non che di essere state introdot- . 
te dall'uso, e poi adottate come legittime, onde si fa da : 
acqua, acquerùgiola e acquolina (pioggia minuta o minutissima); . 


nre iN 


ra 


da bacio , buciwucchio ; da casa, casupola, o casìpola; da cervo, :. 


cerbiàtto ; da corpo, corpùscolo; da fossa, fossatila; da medico, - 
medicònzolo (medico ignorante); da note, nòtola; da lepre, 


Jepràtto; da orso, orsàcchio, orsacchiòtto; da paglia pagliuòla; 
da prete, pretazzuòlo (prete ignorante), ed altri ancora. 


er 


. V. Alla desinenza diminutiva, aggiugnesi talvolta altra . 
desinenza, che oltre l'idea di piccolezza già espressa dalla 
| prima desinenza, vi aggiugne quella di graziosità, di leggia- | 


dria, come da cassa, cassétta, cassettino; da vecchio, vecchie 


réllo, vecchierellino; da campàna, campanello, e 
t 


Alla desinenza diminutiva, puossi unire anche- un’altra accre- 


scitiva, o avvilitiva, come: sfanza, stanzùccia, slanzucciàca; 


campana, campanella, campanellòtta, ec. 
Finalmente, possono gl istessi nomi accrescitivi ricevere 


modificazione da qualche desinenza diminutiva, come da le. 


dro, ladròne, ladroncéllo; da cassa, cassone, cassoncello,' 


ec. (6) | 


discernere , leggendo gli autori, in qual senso sicno adoperate, ove non ' 


vadano accompagnate da qualche addiettivo, che ne indichi la qualità. 
Albergò una notte in una casètta d’ una FEMMINELLA ce. (avvilit.). 


Nov. ant. 36. — Zil FEMMINELLA in Puglia il prende e lega. Petr. Tr; 


d’ Am. cap. 3. — Una FEMMINETTA (vezzeg.) della contràda, la qual Bru- 


nètta era chiamàta. Bocc. nov. 54. — Una gentil piacèvol GIOVINELLA 


Adorna vien d’ angelica viriùde. Mess. Cino. Rim. ant. 


(6) I nomi sostantivi propriamente detti (7. cap. 1), e di genere . 


femminino, divenendo diminutivi, possono rimanersi nel genere lor pro- 
prio, mediante le desinenze ella, ella, ina , uccia, ec., oppure divenit 
mascotini, prendendo le desinenze ello, elto, ino, uccio, ec.; quindi 
per modo d' esempio, da campana può formarsi campanella o campa- 
nello; da strada, stradèlla o stradèllo; da casa, casina e casettina, 0 


PARTE TERZA _ 77 
CAPITOLO V. 


DELLA VARIETA' DE' RAPPORTI DEL NOME. 


S. I Quattro sono le relazioni, 0 i rapporti che può 
avere un nome nel discorso: tre con un verbo, ed uno con 
altro nome. . 

‘Con un verbo: 

1.0 Come subdbietto, rappresentante l'agente, cioè quello 
che fa, o sl suppone fare l’azione. 

2.0 Come obbietto diretto, indicante la persona o la cosa 
operata dal subbietto, mediante il verbo, vale a dire la co- 
sa su cui cade l'immediato effetto dell'azione. | 

.° Come obbietto indiretto, esprimente una delle molte 
accidentali e variabili circostanze che possono accompagnare, 
e caratterizzare l'azione espressa dal verbo, e le quali per la 
diversa loro natura vengono nel discorso indicate con diffe- 
renti segni (preposizioni), che al nome prepongousi (7. $. V). 

Il rapporto che possono avere due nomi tra di loro si 
è quello di altenenza, di proprietà, o di possessione, espri- 
mente che le due persone o cose, dai medesimi significate, 
reciprocamente sì appartengono, e quasi si posseggono, in mo- 
do che l'uno dei due nomi indichi il possessore, l'altro la 
persona o cosa posseduta: quindi a quello dei due nomi dino- 
tante il possessore, verrà da noi dato l’aggiunto di possessivo. 

S. II. Nelle lingue greca e latina i suddetti rapporti per 
le desinenze stesse de’ nomi si distinguono , dividendosi que- 
st in più classi, ognuna delle quali dè a' nomi in essa com- 
presi, onde far conoscere i loro rapporti, cinque o sei desi- 
nenze, dalla primitiva affatto differeati, le quali si chiamano 
Cast. 

L' italiana lingua, comechè la primogenita sia della latina, 
pure nulla con questa ha di comune in quanto al modo 
d'indicare 1 diversi rapporti del nome: essa non conosce nè 
cast, nè declinazioni: quindi debbono questi due termini 
riguardarsi come stranieri ed intrusi nella grammatica italiana, 
non meno che in quella di qualunque idioma, che non segua 
il sistema latino. Una breve spiegazione di questo sistema, 


tasino e casettino, ec. Sonovi nulladimeno molti nomi femminini, i qua- 
li diventando diminutivi, accettan più volentieri la desinenza mascoli- 
na, che la femminina, o almeno nell’ uso preferiscesi adoperarli masco- 
lini, sebbene in amendue i generi si trovino registrati nci dizionarj, € 
lergansi negli autori; onde più usati sono; derre/lino , bocchino, spadino , 
lavolino , volpicino , ec. che bderrettina , bocchina , spadina, lavolina, ec. 


78 ETIMOLOGIA E SINTASSI | 
farà chiaro vedere quanto è fondato quel che m'avanzo a 
dire, e potrà nell'istesso tempo giovare a migliore intelligenza, 
non solo di quanto nel presente capitolo s’ espone, ma anco- 
ra di una gran parte di ciò che verrà trattato ne' susseguenti. 
S. IH. Le relazioni, o rapporti, che un nome può ave- 
re nel discorso, sono nella lingua latina sommariamente 
calcolati esser sei in numero, e sei eziandìo le denominazioni, 
che prende il nome per indicarli, e che tengono l'ordine 
seguente: NOMINATIVO, GENITIVO, DATIVO, ACCUSATIVO, 
Vocativo ed ABLATIVO. Per ognuna di queste denomina. 
zioni il nome riceve due desinenze (una pel sing. e l'altra 
pel plur.) chiamate Casus, cioè cadenze, perchè sono qua- 
si come se, cangiandosi l'una nell'altra, dalla prima desinen- 
za cadessero. | | 
‘Se le sci anzidefte denominazioni in tutti i nomi ogni 
na invariabilmente ritenesse la stessa cadenza, il sistema latt- 
no de’ casi sarebbe semplicissimo; ma non in tutti i nomi 1 
dodici casi sono della. medesima forma, abbenchè in tutti le 
sei denominazioni l’istesse rimangano: per la qual cosa ven- 
gono i nomi latini distribuiti in cinque classi, dette declina 
zioni, ognuna delle quali dà alle summentovate sei denomi- 
nazioni dodici casi, 0 cadenze proprie, ma differenti da que 
le che le altre quattro danno a' nomi loro rispettivi, sebbe- 
ne siavi in ogni declinazione qualche cadenza, che rassomi- 
gli nella forma: a qualcheduna delle altre classi, o declinazio- 
ni, ciocchè qui non occorre spiegare, spettando tali partico- 
larità alla grammatica Jatina: bastami aver fatto vedere cosa 
per caso e declinazione debbesi intendere, e con ciò aver 
dimostrato esser questi termini improprj, e affatto inutili tra 
? precetti grammaticali dell’idioma italiano. 
Una cosa sola rimanemi a far osservare, ed è, che l'or- 
dine tenuto nel novero de’ casi latini, è mero artificiale, v2- 
le a dire, che sonò disposti non già secondo l’importanza 
del loro significato, cioè , de’ legami che ha il nome nel discor- 
so, o con un verbo, o con altro nome; ma parte secondo 
la derivazione delle desinenze, le quali tutte dal genitivo di- 
scendono, e parte perchè forse di mano in mano fino a nol 
così furon copiati, dietro quello che il primo sulla lingua la- 
lina scrisse, e che, per avventura , a capriccio nella suddet- 
ta maniera ordinolli: mentre in vece esserlo dovrebbero nella 
maniera seguente, che è l'ordine delle nostre idee: 


pia? 
n - 


— PARTE TERZA 19 
NOMINATIVO per indicare IL SUBBIETTO. 


ACCUSATIVO 0» L'’OBBIETTO DIRETTO. 
DATIVO ED 

ABLATIVO  . | » GLIOBBIETTI INDIRETTI. 
GENITIVO » \ .IL POSSESSIVO (1). 


. IV. I nome subbdietto ed il nome obdbietto direito , 
tra-quali mediante il verbo esiste strettissima relazione, non han- 
no nella forma loro, differenza alcuna (2); il posto che occu- 
pano nel discorso l'uno dall’ altro li distingue, imperocchè 
per lo più il subbretto, almeno giusta il dettame semplice e 
naturale de’nostri pensieri, premettesi al verbo, cui segue poi 
l'obbietto diretto , come: 


Subbietto _F erbo Obbietio diretio. 
Alessàndro vimse | Dàrio. 
Boccàccio (3) scrisse cento novelle. 


Quest'ordine è certamente quello del nostro primitivo pen- 


| sare; ma non di rado, a cagione d’armonia, sì in prosa, che in verso, 


trovasi inversione fatta nella posizione dei due nomi, e segna- 


‘tamente del sudbietto , che spessissime volte dopo il verbo 


vedesi collocato. | | 
TESTI. 
verbo. —. , sub, 
Sedéeva appresso Filòstrato Laurétta. Bocc. nov. 8.— Così 
verbo, obb.dir. 8 


ubb. 
fu re ilbuonPipinoachetodi Franciaec.Fr.Sacch.rim:42. 
verbo dir.obb. subb. 


| —Giùnse con la legiòne séitima , di cui era tribùno Vipsànio. 


(3) In quanto al vocativo, che è la. denominazione del nome, quan- 
do chiama 0 invoca alcuno, è questo anche in latino, e per desinenza, 
€ per significato, un caso di pochissimo rilievo , essendo la sua desinen- 
ta (fuorchè nei nomi in ws della seconda declinazione) sempre eguale a 
quella del nominativo ,.dal quale neppur gran fatto differisce in signifi- 
cato; imperocchè esso altro non è che il nominativo di qualche verbo 
sottinteso nel modo imperativo ; e come tale pure debb'esser riguardato 
nelle lingue moderne. ) da, 

(2) Dal fin qui esposto si rileva esser di prima necessità per la retta 
ntelligenza di qualsivoglia proposizione, la conoscenza del sudbielto e 
dell’ obbietto direlto, che insieme col verbo le basi sono di ogni discorso. 
Osservisi inoltre, che solo nei nomi devesi intendere indicarsi questi due 
Tapporli senza alcuna differenza nella forma, imperocchè ne’ pronomi 
personali (#4. Sez. 1ii) la forma del secondo notabilmente da quella del 
Primo differisce , come a. suo luogo vedremo. 

(3) Talvolta un verbo in un col suo obbielto direito, fa le veci di 
subbictto, e talora anche una intiera proposizione, come: WYmdana cosa 
$ AVER COMPASSIONE degli offiiti. Focc. proem. — Che tu con noi rimanga 
per quesia sera, n’'È cano. Id. nov. 43. 


80 ETIMOLOGIA E SINTASSI 
verbo, obb dir. subb. 


Dav. stor. lib. 3.— Prése-miî allòr la mia scorta per mano. D. 
obb. dir. verbo, 


| subb. 
Inf. 13.(4)— Messér Tebàldo a loro ogni suo bene lasciò.Bocc. 
subb. obb.dir. verbo. | 


nov.13.— Zre volte il cavalierladonna stringe.Tasso,Ger. 12,57. : 
obb. dir. verbo. subb. : 


—Quivi superbo st mostra il pavòne. Morg. 14. (9) 


S. V. Il nome obdbietto indiretto, che esprime le circo 
stanze caratteristiche dell'azione, come già sì è detto, va sem- 
pre da qualche preposizione preceduto ; e siccome molte pos- 
sono essere tali circostanze, molte parimente sono le proposizioni. 
destinate ad indicarle, precedendo al nome. a 1 

Le nostre tre preposizioni di, a, da vengono comune- 
mente indicate come segni caratteristici, facenti le veci di tre 
de' casi obliqui latini, cioè del genitivo, dativo ed ablativo, 
e perciò dassi loro la denominazione di séegnacasi. Che la prep. 
a, preposta a nome o pronome, e indicante concessione, al * 
fribuzione o tendenza, corrisponda esclusivamente al dativo 
latino, .nissuno può obbiettarvi cosa alcuna; ma chi volesse, - 
ragionando, esaminare alquanto filosoficamente il genio delle © 
due lingue nell'uso che l'una fa de'casi genziivo e ablativo 
e l’altra delle proposizioni di e da, molte cose troverebbe | 
che dire contra la esclusiva prerogativa di queste due particelle. | 
Egli è vero, che l'istituzione originale del genitivo latino, era 
per esprimere il rapporto tra due nomi, come tra il produ : 
tore e la produzione, tra il possessore ed il possesso, tra ll 
. contenente ed il contenuto, ec. come del pari esprime, ed 
indica la nostra particella dif; ma quante volte non trovai 
11 genitivo latino, dove di tutt'altro trattasi fuorchè de’ rap. 
“porti summentovati? E quante volte non s'impiega in italiano! 
Il dî dove in latino l' accusativo, e l' ablativo userebbesi? — ’ 

Molto meno sembrerà convenire il titolo esclusivo di’ 
segnacaso dell’ ablativo alla preposizione du, se si consideri . 
che i Latini non conoscevan quasi limite nell'uso del loro abloti- 
eo, dandolo per reggimento a molte altre preposizioni, che in ‘ 
nulla corrispondono col nostro da, e moltissime volte ancora 


(4) E cosa comunissima il posporre il subbietto al verbo quando . 
questo sta nel gerundio , ed è quasi mancare d’eleganza il non farlo. Vo. 
LENDO Perotlo rivestire il conte, per niùna manièra il sofferse. Bocc. nov. 
18. — EsseNDO Ve porte. serràie, e'i ponti levati, enirar non vi potè dentro: 
Id. nov. 12. i 

(5) Il subbietto , consistente in uno de’ pronomi personali, sovente 
sottintendesi (7. Sez. IM. Cap. 1). : i 


PARTE TERZA 81 
savano il caso ablativo senza preposizone affatto, arizi che restri- 
gnerlo al solo rapporto di separazione, discendenza, o partenza, 
che col da italiano suolsi unicamente indicare. Risulta dunque da 
queste osservazioni che proprio sarebbe, o il daré a tutte le pre- 
posizioni il titolo di segracaso, o molto. meglio, e più con- 
forme al genio della nostra lingua, a nissuna; stabilendo per 
principio che ogni nome esprimente un obdbeetto indiretto, o qual- 
che circostanza accidentale dell’ azione , dovesse esser precedu- 
to da una delle molte preposizioni esistenti nella lingua, se- 

condo la natura della circonstanza che esprime. Eccone le più 
ovvie: | E 

A, 0 ad; accanto, 0 accanto a; allàto a; a pet'o a; 
appo , apprésso; altorno a; avîinti, 0 avanti a; con; di; dén- 
ro a; dietro a; dinànzi a; dintòrno a; dòpo, 0 dopo di; 
ecchito; fino a; a fronte a; 0 a fronte di; fuòri, o Suda, O 
fuòri di; giùsta, o giùsto; în; innànzi a; in sino, o in si- 
no a, 0 da; invérso a; lùngi da; lungo; malgràdo ; mediàn- 
te; per; presso di, o presso a; prima di; senza ; secondo ; 
sino a; sopra di, o sopra a; sotto a, 0 sotto di; tra; ver- 
so; vicino a, ec. 


TESTI. 


Marìne conche coN un coltéllo DALLE pietre  spiccàndo. 
Bocc. nov. 46. — Come D' asse si trae chiòdo CON chiòdo. 
Petr. cap. 3. — Z/ Tirànno , GIUSTO il costume de’ tirànni, vi 
presiò l'orecchio. Matt. Vill. 10, 24.—In questo consiste la 
palma degli scrittori ECCETTO i didasec lic. Casa , lett. 75. 
— Duino Castéllo, ACCANTO il mare posto, st rendé. Bembo, 
stor. 7.— Sedîva APPRESSO Filòstrato Laur?tta. Bocc. nov. &. 
— E portàva 1N sua arme il campo verde, e gli aguglini 
AD oro. Gio. Vill. 7, 80. — Zidi A FRONTE ALLA mia cà- 
mera 1N un' altra ‘dimoràre due donne. Bocc. filoc. 3. — 
Aggiugnindo che coN sua licinza iniend’va secONDO la no- 
stra legge di sposàrla. 14. nov. 42. — Ed alzava’! mio stile 
SOPRA DI sé ec. Petr. canz. 41.— Présala, soPRA la barca 
la mìsero e andàr via. Bocc. 46.— Quel filo A cui s attièn la 
mia sperànza. E quel che SENZA questa donna t0 possa. D. 
rim. 22. — Fece stimàre tutte le rìndite, e beni de prelùti, e 
cherici che érano SOTTO sua tirannìa. Matt. Vill. 9. 110. — 
E iNNANZI l'alba Puòmmi arricchìr dal tramontàr del sole. 
Petr. canz. 3. — Acciocchè PRIMA della sua partìnza, fosse 
finita la mia trista sorte. Boce. Tescid. 3. — E siccome il 
lrapàsso giorno aceàn fatto, così fécero il presénte ; PER lo 

Gramm. Ital. 1a 


82 ETINOLOGIA E SINTASSI 


fresco svéindo mangiàto DOPO alcun ballo, s' andàrono a ripo- 


sàre. Bocc. g. £. introd. — È così ho fatto INSINO A ii e: 


intìndo di fare imsino alla morte. Matt. Vill. — Quando in- 


contràmmo d'ànime una ‘schiera LUNGO l'àrgine. D. Inf. 15. : 
— Lo tuo Cellière dee èsser CONTRO a seltentriòne, freddo, ‘ 


e scuro , e lungi da bagno, e DA stalla, e DA forno. Brun. . 
Tesor. 3.— Ed io, DA che comincia la bell'alba A scuoter 


pai 


Tombra 1iNTORNO DELLA terra: Petr. Canz. 3.—E mille lac- 
ciuòli COL mostràr d' amàrii # avèva tesi INTORNO a’ piedi. | 
Bocc. nov. 77.— Iddìo mandò our giudicio MEDIANTE il: 


corso del Cielo. Gio. Vill. 11, 


. CC. È 


S. VI. Il rapporto di possesso, di proprietà e di a'fenen- . 
za, esprimesi particolarmente colla preposizione di posta tra 
il nome del possessore, e quello della persona, o cosa pos 
seduta; esempj: Carlo figlio di Lodovìco. — L' oste del re di 


Frància.—La rocca di Cesena.—Le porte della città di Ro- 


ma.--Un oriuòlo d'oro. — Una stàiua di marmo.— Un fa 


sco di vino. — Un mazzo di fiori. 
CAPITOLO VI. 


DELLA VARIETA' DI ESTENSIONE DEI NOMI OSSIA 
DEGLI ARTICOLI. 


S. I. Nel primo .capitolo della presente sezione si è 


veduto che il nome, detto comune o generico, è applicabile 
ad un'intera specie di cose, 0, che è lo stesso, a tutti gl'in- 
dividui della medesima specie., Ma siccome possono circostan: . 
ze accidentali avvenire per cuì uno solo, o alcuni individui . 
acquistino qualche qualità, che dagli altri della medesima 


specie li distingua, naturalmente ne segue che sotto la deno- 


minazione di tale o tal altro obbietto, s' intende ora l'intiera | 


specie, cioè tutti gl'individui in essa compresi; ora uno o alcuni 


individui indeterminati, cioè senza specificare quale, o quali. 


della massa sieno gli obbietti che vuolsi denominare; ed ora. 
nuovamente uno od un certo numero d’individui della stessa , 


specie, ma da una qualche distintiva qualità determinati. 


Non avendo il nome in sè distintivo alcuno per culo 
si possa ovviare l'ambiguità, che dal gran numero di obbiet- 
ti della medesima specie nascer potrebbe nella reciproca co- . 
municazione ‘delle nostre idee, egli è manifesto che de' segn 
fuori del nome abbisognano, onde modificare l’ estensione del 


significato di questo, vale a dire, far conoscere quando ? 
suo significato a tutti gl individui della specie, quando ad 


— 


PARTE TERZA 85 
uno, o ad alcuni determinati, e quando ad uno, o ad alecu- 
in indeterminati estendesi. 

Di tali segni ve ne sono due nella lingua italiana, come 
in tutte le lingue moderne, i quali si premettono al nome , 
ed articoli si chiamano 1). 

S. IL. Il primo articolo, detto il DETERMINATIVO, 
o il DETERMINANTE, consiste nelle tre particelle LO, 
IL (2), LA, le quali nel numero del più cangiansi in GLI, 1, 
LE Coi ed il suo plurale GLI o LI, premettonsi a' nomi 
mascolini, la cui lettera iniziale è, o vocale qualunque, o S 
seguita da altra consonante, o Z. Avvertasi però che innanzi 
a vocale l’o dell'articolo, per lo più s'elide, ed in sua vece 
mettesi l'apostrofo (4), così pure l’7 del plurale gl, ma so- 
lo quando coll’istessa lettera vocale il seguente nome co- 


‘ mincia; esempj: 


(3) Alcuni moderni grammatici sonosi avvisati di porre l’ articolo 
nel novero delle parti del discorso, il che è tanto assurdo quanto se tra 
le stesse parti si volesse dar posto alle vocali a, e, i, come segni, la 
prima del genere femminino, le altre del plurale. Le parti del discorso 
sono tante classi di parole, ma di parole significative, vale a dire, ognu- 
na delle quali ha un significato indipendente, o assoluto ed espresso , 
come le quattro prime parti, o composto e sottinteso, come le ultime 
quattro, L'articolo nulla di per sè significa; egli è un mero segno, non me- 
no che le vocali a, e, i nelle loro funzioni anzidette , colla sola differen- 
za, che queste sono pospositive, quello prepositivo. Un altro, non meno 
assurdo principio, ponesi da alcuni pedanteschi ammaestratori di lingua 
latina, cioè, che gli articoli delle lingue moderne suppliscono a’ casi 
de’ Latini: quindi |’ idea erronea, e la poco retta intelligenza che gli 
alunni per lungo tratto di tempo continuano ad avere degli uni e degli 
altri, finchè, divenuti capaci .di giudicare di per sè, essi veggano e co- 
noscano, se veramente lor cale di conoscere la differenza nel genio del- 
le due lingue, quanto poco fondato era il principio insegnato loro. A 
lutto questo polrebbesi facilmente ovviare, con dare ad essi per tempo 
giuste nozioni delle funzioni, e dell’ uso de’ nostri articoli, e de’ casi 
latini, i quali, come si è potuto vedere nel precedente capitolo , non 
hanno. cosa alcuna di comune fra loro. 

(2) EL per IL trovasi usato da qualche autore. Tulle EL den loro. 
Guitt. lett. 1. — Che è di Zaccheria e della mia suora Elisabetta ? e EL 
fanciullo risponde. Vit. S. Gio. Batt. E al plurale e’ per i. A cui s’ af- 
fuitan tutti ©’ minòri vostri. Guitt. lett. 13. — Egli lavò E' piedi a’ discè- 
poli suoi. Grad. S. Gir. 13. — Sappi ch’ E’ tuoi fulli a paròle mi possono 
poco far danna. Fav. Esop. 105. | so 

(3) Le 6 particelle formanti l’articolo determinativo, sano prese da 
quelle che si usano come pronomi personali (7. Scz. IH. cap. 1), ma 
ciò per nulla influisce sull’ essere delle prime, le quali non per cià non 
cessano di essere meri segni, ed a cui, essendo di gran frequenza nel 
discorso è si è cercato dare de’ termini poca voluminosi , e di sottile 
profferenza, come appunto son quelli de’ pronomi. 3 ; fa i 

(4) Presso gli antichi trovasi molte volte Lo, innanzi a iutt 1 nomi 
mascolini, seoza veruna distinzione, come: Lo ubafe , lo re, lo papa, la 


84 ETIMOLOGIA E SINTASSI 


L'albero, gli alberi. "——’— L'erròre, gli ervòri. 
L'’infànte (5), glinfànti. L'onòre, ’ gli onòri. 
L'uccèllo, gli uccélli. Lo sbàglio, gli sbagli. 
Lo zio, gli zii. Lo ztffiro. - gli séfliri.. 


S. INIT. IL, ed il suo plurale I, usasi innanzi a' nom 


mascolini comincianti da qualsivoglia consonante, tranne s 
seguita da altra consonante, e z. Y. $ precedente; esemp): 


1l papa, 4 papi. | Îl piantta, i piantti. 
Il mare, i mari. Il re, ‘ire. 
I libro, i libri. Il campo, ‘ i campi (6). 


S. IV. LA, ed il suo plurale LE, premettonsi a’nomi 
femminini; si noti però, che se l'iniziale del nome è a, l'a 
dell'articolo debbesi necessariamente elidere ; ma se principia 


il nome con una delle rimanenti quattro vocali, altri è libe- 
ro di sopprimere o no l’a dell'articolo. La e del plurale Je 


| 


non si elide altrimenti, se non quando questa vocale trovasi 


esser l'iniziale del nome; esemp) : 


La donna, le donne. La città, le città. 
L'anima, | le ànime. L’àncora, —. le àncore. 
Leda 0} Fee. FASO) reg 
L'imposta, 0 su L’isola, o ua 

La impòsta (3 SSUPABOSLE La isola, >. (REGSOlO 


le ombre 


L'ombra, o anzi 
} le uniòni. 


L'unione, 0 
La ombra 


La uniòne, 


DELL'ARTICOLO DETERMINANTE COMPOSTO. 


S. V. L' Articolo determinante dicesi Composto, quando . 


giudice ; lo nostro signore, lo sol, ec. Dopo la prep. Per i più regolati scrit- | 


tori adoperano Lo, in vece di i/; e nel plurale Zi in vece di 7, come 
Per LO quale. Bocc. nov. 41. — Per LO giardin.Id. nov. 36.— Per LI no, 
stri pietòsi prièéghi. Id. concl. 1.— Per LO balzo . D. Purg. 9g. — Per LO cor-' 
po. Id. Par. a. — Per Li duo’ sette regni. Id. Purg: 1.— L’ dcque Per 
LO mar avèan pace, e per Li fiùmi. Petr. Canz. 44. (Y. Nota 11.) 

(5) Ne’ nomi comincianti dalla sillaba #72:0 in seguita da qualunque 


consonante, purchè non fosse altra n, 0 n, ironcavano gli antichi piut- 
tosto l’/ iniziale, sostituendovi l'apostrofo, anzichè l'o dell’ articolo; 00. 
me: Messer Lo "mperalòre Federìgo avea due grandìssimi saoj. Nov. ant 


24. — Gli spiccò dallo 'mbùsto la testa. Bocc. 35. — Lo ’ngannalore rie 
màne a piè dello ’ngannàto. Id. nov. 19. ; de 


h 2 L 
(6) L'; dell'articolo 77, può elidersi colla vocale precedente, vale a 


dire, può troncarsi sostituendovi l'apostrofo , quando la parola preceden- 
te termina con vocale, come: Zidi’L maèstro di. color che sanno. 


Inf. 4. Chi ’1 saprà P Bocc. nov. 5.— Fra ’L sì e’L no. Id. Amet- 


Una donna più bella assài che ’L sole. Petr. canz. 24. ec. 


(7) La nota 5 è pure applicabile a questo articolo. Tresorièr di Ma 


dama LA *mperatrice di Costantinopoli. Bocc, nov. go. 


le 


PARTE TERZA 835 
preceduto va da una delle altrove già menzionate preposi- 
zioni, indicanti l’obbietto indiretto del verbo (7. Cap. V, $ 
V). Sette delle quali cioè @, con, da, di, in, o ne (8), per, 
su, sogliono al medesimo articolo in una sola parola umrsi, 
e ciò nella maniera seguente: 


Invece di si scrive e sì profferisce 
A lo, a gli, Allo, agli. 
il,al, Al, ai, 0 a’. 
A la) a le, Alla, alle. 
Con lo, con gli, i Collo, cogli (9). 
Con il, con i, , Col, coi, 0 co’ (9). 
Con la, con le, Colla, colle. 
Da lo, da gli, Dallo, dagli. 
Da il, da i, Dal, dai, 0 da’. 
Da la, da le, Dalla, dalle. 
Di lo, di gli, Dello, degli. 
Di il, di i, Del, dei, o de. 
Di la, di le, — Della, delle. 
In il, ini, Nel, nei, o ne’. 
In, 0 ne lo; in, o ne gli, Nello, negli, o nelli (10). 
in, o ne la; in, o ne le, — Nella, nelle. 
Fer il, per i, | Pel, pei, o pe’ (11). 
Su lo, su gli, Sullo, sugli. 
Su il, su i, Sul, sui, o su’. 
Su la, su le, — Sulla, sulle. 


CAPITOLO VIL. 
DELL' USO DELL’ ARTICOLO DETERMINANTE. 


$. I. Se quel che si è detto in principio del precedente 
capitolo si è bene inteso, poco ci resta a dire sul quando 
debbasi usare l'articolo determinante, imperocchè chiaramente 
ognuno comprenderà che di rigore s' adopera quando, nomi- 


(8) Ne, è preposizione antica in vece di in; ma oggi non si usa 
sé non che unita agli articoli determinanti #7, /o, /a, i, gli, le. 

(3) Non perciò debbonsi rigettare cor lo, con gli, con la, con le; 
anzi vedesi non di rado questa maniera preferita a collo, cogli, ec. Ma 
con i, e con i regolarmente non si adoperano, sebbene qua e là qualclie 
tsempio se ne trovi appresso gli antichi. AZlora # re di Castèllo fece pa- 


‘ te co mori e CON IL loro novello re. Matt. Vill. 10, 72. — Zncontanènte 


CON IL cor rubèllo contra questa si turba. Bocc. vi. 32. — Compiùto l’ uf- 
fio con 1 sudi frati, ec. Vit. SS. PP. 

(10) In alcuni antichi scrittori trovasi talvolta la preposizione ir 
sparata dall'articolo. Ma ben ti prego, che’n la terza sfera Guitton sa- 
luti. Petr. son. 246. — Dipìnto iN GLI occhi vaghi, che m’han morto. 
Giust. Cont. Bella man. 10. — E fornossi a dietro IN LE sue terre. Pecor. 
8:25, n. 2. — Cade iN LA seloa, e non l’è parle scella. D. Inf. 13.— 
Drizzami 1N LA cia della salùte. Vit. SS. PP. 2, 304. 

(11) Vedi nota 4 del presente cap.Inoltre osservisi, che dopo per, 
meglio adoprasi 4 che gli. AI femminino poi debbesi adoperare per la, 
€ per le non già pella e pelle. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 

nando un obbietto , s'intende nominare tutto il genere o tutta 
la specie; esempj: L'uòmo é mortàle.-1 meiùlli dalla terra 
si tràggono.—GLI uccélli vòlano.—I pesci nuòtano.— 1 filosofi 
debbono esser pazienti. | 

Dietro la medesima regola sono preceduti dall’ articolo 
determinante i nomi astratti, quelli de’ metalli, de’ liquidi, 
e delle grasce, presi in sentimento generico; esempj: LA giu- 
siìzia, LA prudénza, LA filosofia, 1L vizio, L'ignorànza, L'oro, 
L'argénto , L’ùcqua, LA carne ILpane, IL grano, ec. | 

N II. Dal contemplare le cose in genere, noi sovente 
scendiamo a considerarne una classe sola, a cagione di una 


qualche qualità. per cui questa dal rimanente distinguesi, espri- . 


mendola con lo stesso nome, di cui ci serviamo ad esprimere 


il genere intero, unendovi però oltre l'addiettivo indicante la 
qualità, anche l’articolo determinante ; esempj: L'uòmo vr. 
tuòso. —GLI uòmini virtuòsi.—L'uccéllo marìno. —GLI uccelli 


marini. | 

S. III. A più forte ragione usasi l'articolo determinante 
innanzi a' nomi significativi di uno, o più individui di un 
genere, o di una specie determinati da qualche aggiunto espres- 
so, o sottinteso; esempj: IL Zibro che leggo.— LA donna che 
tanto vi piace.—IL cavàllo sdrucciolò, e il fece cadere. Acc 
tò IL pane, ma ricusò IL rimanénte. 

In questi esempj Zibro e donna. sono espressamente de- 


terminati ; e carallo , e pane, lo sono per ellissi, volendo | 


significare: Z/ cavallo suo, o che egli moniùàva. — Il part 
che gli venne ojferto. | I ne 
S. 1V. I nomi proprj di paesi, di regni, di provincie, 


di montagne: sono dall'articolo determinante preceduti, quando . 
di tutta l'estensione loro si parla; esempj: Ho scorso L'Î. 


talia, LA Francia, L' Inghilterra. — L' Itùlia è siluùla 
tra due mari. — lr Po èé tiòrbido, l' Itùlia è bella, 
LA Spagna è spopolùta. —L'àcqua DELL' Arno è fangòsa— 
IL Tevere bagna gran parte dello stato pontificio. — GLI Ap 
pennìni sono coperti dî neve, ec. (1) È 

I nomi propr) ne' citati esemp), sono determinati dai no- 


(1) Diciamo per altro: 7 popolt dell’Asia o d’Asia; Le città dello 
Francia o di Francia, secondo che facciamo attenzione all'estensione del 


paese, di cui si tratta, Usansi talvolta i nomi proprj di paesi, anche sca-. 


za l'articolo, quantunque vogliasi dinotare tutta la loro estensione, e st 
gnatamente allorchè sono preceduti dall’addiettivo zufto. Colui, che col 
consìglio e con la mano A TUTTA ITALIA giunse al maggior uopo. Petr. Tr. 


DL F. cap. 1.—E quel, che solo Conira TUTTA Toscana fernne il panto 
d. ibid, . 


PARTÈ TERZA 87 
mi, paése, regno, fiùme, monte ec. che per ellissi vi sono 
sottintesi, ma essi ricusano l’ articolo, quando sono usati come 
qualificativi , indicando solo a'cuma parte indeterminata del 
paese, del fiume, ec. come: Vengo DI FRANCIA, D'ITALIA, 
D'INGHILTERRA; £ caduto IN ARNO; Mi dissetài con acqua 
DI SENNA; Fice IN ITALIA; £ nato IN GERMANIA (2); Z/ 
Danùbio, fiume D'EUROPA. | | 
. V. Essendo i nomi propr} di città, e di persone, già 
di per sè abbastanza determinati, egli è inutile il farli pre- 
cedere dall'articolo determinante, perciò diciamo: Genova è 
reca , Firenze è bella, Licòrno è popolàto (3); Dario fu 
vinto da Alessandro, Césare e Pompeo èruno nemìci; l E- 
neide di Virgilio, le metamòrfosi d' Ovidio, ec. (4). Ma i nomi 
propr) di persone accettano volentieri l'articolo determinante 
quando preceduti sono da qualche addiettivo qualificativo, co- 
me: Z/ prode Ettore, il valoroso Achìlle, l'artificiòso Ulisse, 
il vecchio Nestore, | infelice Priamo, ec. (5) 


(2) I nomi Cielo, terra, e mare sono parimente preceduti, o no, 
dall'articolo determinante, secondo la medesima differenza di significato, 
cioè, o di una parte, di un sol punto indeterminato, o dell’intiera esten- 
sione, onde diciamo: Visse santo in terra, ed ora è in cielo.—Non si ve- 
dea che cielo e mare.—Il gillàrono in mare. Acqua di mare.— Pesce di 
‘mare ec. ma sì dirà # cièlo italico, @ dell’ Ialia, il pesce del mar 
Toscàno, ec. 

(3) Alcuni pochi eccettuati, a cui l’uso vuol dare l’articolo, come: 
Il Cairo, PAja, la Miràndola, e forse qualchedun altro. Preceduti da 
qualche addiettivo qualificativo tutti i nomi propr) di città prendono l’ar- 
ticolo, come: La bella Firènze o il bel Firenze, la ricca Gènova, il po- 
polàato Lioòrno o la popolàta Livorno, ec. Si prepone parimente 1’ articolo 
a’ nomi proprj di città, quando vengon considerati in un confronto di 
circostanze diverse, dicendosi a cagion d'esempio: L’ Atene moderna non 
offre alcun’ vestisio della grandezza e dello splendore dell’ Alene de? tempi 
di Pericle. 1 nomi proprj di montagne accettano l’articolo , perchè vi si 
sottinteade mon/e, come: Il Vesuvio, PEtna, il Velino, il S. Bernardo, ec. 
cioè 7 monte Vesuvio, ec. In quanto a' nomi propri] d' isole, essi seguono 
la stessa regola che quelli di regni e stati, onde diciamo /a Sicilia, la Sar- 
digna, la Corsica,ec. Avvene per altro alcuni nomi d’ isole che rigettano 
l'articolo ; tali sono: Cipro, Crela, Candia, Corfù, lschia, Lipari, Majorca, 
Malta, Minorca, Mililòne, Negroponte, Rodi, Scio, Samos, Procida, e for- 
se alcuni altri. o 

(4) I nomi proprj di donne possono sempre esser preceduti dalParti- 
cdlo determinante particolarmente in istile familiare, o quando di donne 
della classe comune parlasi, come: La Fiammèita, la Ninètta, la Mad- 
dalena, la Mariànna ec. ° 

(5) Ricevono parimente i nomi proprj di persone l’articolo determi- 
nante, quando ad oggetti particolari si applicano, cioè quando restringon- 
si ad un solo individuo, essendo appoggiati da qualche altra espressione, 
che li particolarizzi, o li distingua, come: 72 Giove di Fidia, la Venere 
di Prassilele, I Apollo di Belvedere, ?° Ercole de’ Greci, ? Orlando del- 


88 ° ETIMOLOGIA E SINTASSI 

S. VI. Possono esser preceduti dall’articolo i cognomi, 
o nomi di famiglia, e ciò perchè o vi si sottintende qualche 
nome caratteristico, o vuolsi dar loro maggiore determina 


zione; così dictamo: #/ Petràrca, il Tasso, I Ariòsto, il Boc- :: 


càccio, il Bembo, il Maffei, I Alfieri, il Cesaròtti, ec: Bi 


sogna eccettuare i cognomi, quando sono’ preceduti dal ne- © 
me proprio della persona, che allora rigettano l'articolo; co- 


me: Zodovico Ariòsto, Vittorio Alfieri, Antonio Canòva, e. 


In prova di quel che si è detto in questo $ alleghiamo la - 


seguente stanza dell’ Ariosto : 


Là BERNARDO CAPEL, /à veggo PIETRO. 
BeMBO che 'l puro e dolce idé ma nostro 
Lecàto fuor del volgàr uso tetro 

Qual esser dee, ci ha col suo esempio mostro I 
CASPAR OBizi è quel che li vien dietro 
Ch ammìra e osserva il sì ben speso inchiòstro 
Io veggo il FRACASTORO , il BEVAZZANO 


TRiron GABRIEL, e 5 Tasso più lontàno. (6). Ù 


Canto 46. 


I nomi caratteristici, siano assoluti, o stano seguiti da un ) 
nome proprio, vogliono l'articolo, come: #/ papa (7), ire, | 


l'abàte, il conte ec.; l imperaiòr Federìgo, U re Lodovico, 
conte Ottavio, ec. (8). I 


I Ariosto, P Aminila del Tasso, la Mèrope del Maffi, il Temistocle del 


Metastàsio, ec. Diamo loro pure l'articolo, quando per similitudine ves , 
gono introdotti nel discorso, onde per esprimere nel più alto grado il v?” 
lore di un qualche principe, o di un capitano, l’eloquenza di un oralorè, 
o la saviezza di un legislatore, suol dirsi: Egli è V Alessandro, il Cicero — 
ne, i Licurgo del suo tempo, del suo secolo, del suo paese. L'articolo tr0- , 
vasi talvolta posto tra il nome proprio e 1° addiettivo, come spesso nel} 


Bocc. leggesi i 
E talora ancora vedesi l’ articolo preposto all’addiettivo, e questo seguito 
dalla prep. di, indi dal nome proprio, come: 77 cattivèllo di Andreuccio , © 


lippo il Bornio, Isotta la bionda, Ginèora la bella, © . 


(6) Evvi una maniera di esprimersi , usata spesso dal Boccaccio , €, 


consacrata dall'uso, cioè di mettere l'articolo al plurale tra il nome pr® 


prio ed il cognome, o nome di famiglia , cosicchè diciamo per esempio: — 
Uberto de’ Favellini, Anselmo de’ Mannùcci ec. che vagliano Uterlo del 
la famiglia Favellini ec. Se la famiglia è titolata, si premette al cognom® , 
il nome caratteristico in plurale, come: Ubaldo de’ Duchi Malagram 


Alessandro de’principi Faviàni, Riccardo dei Marchèsi Arringluèri, ec 


(7) PAPA, seguito dal nome proprio, rigetta l'articolo come: Papa Gi 


| vànni, Papa Bonifàzio y di Pupa Benedètio, a Papa Clemènte, ec RE 


riceve sempre l'articolo, non ostanie un esempio dell’ Ariosto, Fur. cant. 


1. st. 1. Di vendicàr la morte di Trojàno sopra RE Carlo Imperal 
romano. La qual maniera di dire, non è che una licenza poetica. . _. 
(8) Dio o IDDIO, posto assolutainente, rion riceve l'articolo , come: Do 


sa 


. PARTE TERZA 89 
S. VII. SIGNORE e SIGNORA vogliono sempre l' articolo 
determinante, quando seguiti sono da altro nome, sia pro- 
prio, sia cognome, sia caratteristico , del quale essi sono quasi 
come addiettivi qualificativi, onde diciamo: 
Il signor Domenico (9), la signòra Gelirùde, il signòr 
Mercantìni (10), 22 signòr marchese , la signòra contéssa (i 11). 
Ponesi l'articolo innanzi agli addiettivi presi come nomi 
astratti: Z7 grande, il sublime, Ll'eccellìnte, il dolce, l'utile, 


ec. che valgono: Za grandezza, la sublimità, l'eccellenza, 
la dolcezza, l'utilità. 

S. VIII. Gl’infiniti dei verbi facendo funzione di nomi, 
sono preceduti dall'articolo determinante, onde si,dice: Z/ 
mangiùre, il bere, il dormìre, il leggere, ec. come: E faticòso 
10 studiàr sempre.— Dimenlicùi 1L diri che cc. 


TESTI. 


La Reina a Filomena voltatasi le impose 1L SEGUITARE. 
Bocce. nov. 25. — E IL dire le paròle, e L' aprirsi, e ’l dar 
del ciòito nel calcogno a Calandrìno fu tutt uno. Id. nov. 73. 


il sa, Dio lo vede, ec. neppure quando dopo di st ha qualche addiettivo , 
come: Ippio giusto riguardator degli alirii mèriti aliramente dispose. Bocc. 
nov. 18. Ma vuole l’articolo allorchè in vece di esser seguito , va prece- 
duto da un addiettivo, come: 72 buon Dio, l onnipotènie Iddio, ec. Pari- 
mente quando è seguito da qualche nome che ne limiti il significato per 
qualche attributo che gli si da, come: JI! Dio di pace, il Dio degli esèrciti 
ec. Dietro la stessa regola dassi l'articolo al nome Dio nel senso di qualche 
falsa deità de’ gentili, onde diciamo: il dio Marte, il dio Apollo, il dio del 
mare ec. 

(9) SIGNORE e SIGNORA, usati come vocativi, non ricevon ]’ articolo, co- 
me: Stenore, la prego di scusàrmi— Mi dica signora, come le piace quesito sonèt- 
lo? e neppure quando sonoseguiti da qualche nome proprio, cognome, o carat- 
teristico di titolo, come: Signor Rodero, ascoltate, Signor Conte, che ne dite? Le 
due voci Signore e Signora, in significato di Padrone e Padrona, talora 
ricevono l'articolo, e talora lo rigettano, come in questi due esempj: Yo 
sono qui il signòore.—Io sono signore di ciò fare; nel primo esempio vuol- 
si indicare, che è il padrone di questa casa, palazzo od altro; nel secon- 
do che ha il potere, che è padrone di fare, o non fare quella tal cosa. 

(10) San, o sant’, santa, suora 0 suor, frale o fra, © maèsiro, se- 
guiti da nome proprio, o cognome, non ricevono l'articolo come: San 
Francèsco, Sant' Antonio, Santa Giùlia, suora o suor Orsola, Fra Ber- 
nardo, Fraie Santori, Maèstro Brunèlli cc. 

(11) Gli antichi dissero Messèr lo Papa, Monsignòr lo re, Madàma 
la reina, Madonna la ’mperatrice, ec. di questi titoli non ci sono rima- 
i che Monsignore e madama: il primo, seguito dal nome. caratleristico, 
° dal cognome, dassi a’soli vescovi, e prelati, ma senza l’aggiunta dell’ar- 
licolo, dicendosi : Monsignor vescovo Cardellini, ec. Madama all'antica 

“gia, preponesi ancora a’nomi caralterisiici con in mezzo l’articolo de- 
terminante , dicendosi: Madama la regina, madkma la contèssa, modi 
di dire che per altro, da molti, come gallicismi sono riguardati. 
Gramm. Ital. 13 


900, ETIMOLOGIA E SINTASSI 

— La Donna veggéndo che 11 pregàr non le valeva, nicòrse 
AL minacciàre. fi . nov. 64. —IL nascer grande è caso e non 
virtù. Metas. Artaserse. — D' altra parte non è sprezzàbil ri- 


schio L'avvicinàrsi quella fùria. Maffei, Merope. —Se fu colpa : 


IL lasciàrti, ecco lammeéndo Past. Fid. at. 1. (42). 
Lo stesso dicasi degli avverbj che possono esser prece- 


4, 


duti dall'articolo, quando fanno le veci di nomi, onde so- :. 
vente negli antichi e ne' moderni autori leggiamo: / dose, 


il come, il quando , il sì, il no, il maiec. Sari contento » 


di sapére 1. quanno. Petr. son. 305.— Come potrémo noi? 


IL COME Vo io ben vedùto. Bocc. nov. 76.— DEL COME nor * 


ti coaglia, 1L rERcHE ti dirò. Id. filoc. lib. 6.— Son certa DEL : 


sì. Id. nov. 67. 
S. 1X. Sonovi molti nomi, che, trovandosi co’ verbi avere, 


dare, fare, prestìre, prìndere, procàre, ec. per proprietà di lin- > 


guaggio non ricevono l'articolo, come: aver fame, sele, sonno : 


rin x 
\ teo. 





ec; aver voglia, compassiùne, coràggio , intenziòne, ec.; dar - 


nuova, notizia, ragguàglio; dar apito ec.; far risposta: las 
Ore, 1 


stàr fede , sercìzio ; prender parle , interèsse ; provàr dolore 
è . SE gr “ 4 i 
vergogna, ec. Altri co’ verbi essere, andare, avere, stare, vent 


re, menàre, ec. sono preceduti da qualche preposizione, come: , 
Andare a casa, in chiésa, in città, a corte, a palizzo, in giare |: 


dìno, a nozze,in piùzza, a mercàto,a dipòrto,ec. Essere in caso, 

a letto, ec. Avére in mano, avére in capo, ec. Stare in piùzza, 
in casa, in istràda, in via, ec. Entràre in città, in casa, n 

comera , ec. Inconiràre per via, ec. Venire a paròle, ec. Me 

nàre a spasso , ec. Mettere in bocca , ec. Uscìr di casa , di 
contàdo, ec. 


— 


S. X. In quanto al replicare l'articolo, allorchè due 0 | 


più npmi si succedono, consiglio lo studioso di ripeterlo sem- 
pre ad ognuno di essi. Nulladimeno, succedendosi due o più 
nomi di egual genere, e, o tutti nel numero singolare, o tutti 


nel plurale, avvegnachè di miglior uso sia il replicar l'articolo, ; 


LL] Priano 


pure quello che precede al primo nome può bastare anche per | 
gli altri; onde può dirsi 2/ padre e figlio è fre e campi; le cok- 


Dine, calli e pianure ec. Ma la ripetizione dell'articolo è necessa 


ria ogni volta che i succedentisi nomi sono di genere o di nu- . 


mero diverso, imperocchè ognuno di essi deve avere 1l suo pro- 
prio articolo; laonde non si può dire 2) padre, madre e figli, ma 


(12) Dovendo far ritorno a quest’ argomento quando er officio ragionerò 
de verbi, mi riserbo per allora il far vedere cuando debbano e «quando 
possano gl’ infiniti de' verbi esscr preceduti dall'articolo, o dalla prep. di; 
imperocchè non è indifferente cosa l’' usare o l’ uno o l’ altro. 


| PARTE TERZA 91 
bensì #7 padre, la madre ed i figli; nè vale a distruggere questo 
precetto un esempio del Guicciardini: Zn questa sospensione ed 
ansietà grandìssima dell'animo, sopraocèénnero 1 cONFORTI ED 
OFFERTE de Veneziàni; NE quest'altro del Machiavello: Deliberò 
vedere se coL NOME SUO E RIPUTAZIONE del padre, ritornàre ne- 
gli stati suoi di Perùgia pot?va. La ommissione dell’ articolo 
le innanzi ad offerte nel prinno esempio, e quella dell’ artico'o 
la innanzi a rivutazione nel secondo, sono errori manifesti 
contro le regole di concordanza grammaticale (13). 

Si dirà un'altra parola su questo proposito, allorchè si 
tratterà della concordanza dell’ addiettivo. (Veggasi Sez IV, 
Cap. IK. $S IV.) 

$. XI. Altro in questo capitolo a dire non mi rimane, se 
non che poche parole del secondo articolo (7. $ II del pre- 
sente cap.). È questo destinato .a presentare l’idea non già di 
una specie intera, nè di una classe della specie, nè di qual- 
che determinato individuo di essa, ma bensì di un individuo 
qualunque, indeterminatamente preso tra quelli compresi sotto 
ad un nome universale, o di qualche indeterminata parte di 
sostanza, di cui il nome, che l’esprime , non è che il segno 
qualificativo, indicandone ancora in certo modo, sebbene va-. 
gamente, la quantità. Questo articolo, che da molti erronea- 
mente zndeterminato vien detto, ma che noi con termine più 
adequato chiameremo partitivo , nelle seguenti particelle con- 
siste: 


‘Per individui |. Per parti di sostanza. 
Si (ee Uno, un, Dello, dei, dell. 
5° | Fem. Una, un. © Della, dell’. 


Blur 6 Masce. Alcuni. — Degli, dei, de'. 
| Fem. Alcune. Delle. 
ESEMPI. 
UN re è morto. | IL re di... è morto. 
Incontrài un uòmo,che mi disse. Incontrài L'uòbmo da voi invià- 
tomi. I 


Egli mi dimandò DEL pane. Dopo d' aver mangiàto IL pane. 


(13) Nè giova voler giustificare tali ommissioni con far credere, sic- 
come taluni inconsideratamente pretendono , che esse sian lecite quando 
idue nomi presentano un tutto quasi indivisibile, o quando il secondo 
nome serve piuttosto a rischiarare |’ idea contenuta nel primo, che a ais 
gnifcarae una che sia affatio diversa. Ohe jum salis est? 





LI 


92 ETIMOLOGIA E SINTASSI 
Cominciò a fare DELLE canzò- LE canzòne,ed 1 sonetti che il Pe- 
ne e DE' sonétti (14). tràrca fece, sono degni d'am- 
mirazione. | 


Tant'ovvia è la differenza nel significato de’ nomi re, uo- 
mo, pane, canzòne, e sonéiti, i quali veggonsi negli um, e 
negli altri de' citati esempj, che non occorre certo spiegare, come; 
dall'una parte, mediante l'articolo partitivo, essi sono presi in- 
determinatamente, e come dall'altra dirimpetto, preceduti dal- 
l'articolo determinante, il significato loro è particolarizzato. 

Ho già detto, e si è potuto vedere dagli esempj dati, e . 
simili, che oltre l’idea di qualità degli obbietti nominati, le par- . 
ticelle un, del, dei, delle, ec. presentano in certo modo an- 
che quella di quantità; imperocchè uno , esprime l’idea di un'uni- . 
tà; del, di una parte, di una porzione; degli, dei, delle, di un — 
certo numero, potendosi in vece loro adoperare a/coni, alcine. 
Ma quando prescindendo interamente anche dalla quantità, uni- 
camente l'idea generale della qualità vuolsi presentare, espri- 
mendo il nome come un mero segno Lialiicano della cosa, 
allora muno articolo adoprasi (15). 


TESTI. 


Qual che tu sei, od ombra, oduoMO cérto, Rispòsemi, non | 
TOM, Uomo gzà fui. D. Int. c. 1.— Tanto socra ogni stato UMIL- } 
TATE esaltàr sempre gli piacque. Petr. son. 4.— Ch' i l'ho negli * 
occhi,evederseco parmi, DONNE e DONZELLE, e sono ABETI e FAGGI 
ec. Petr. son. 143.—SUONI, CANTI, VESTIR, GIUOCHI, VIVANDE, 
Quanto può COR pensàr, può chieder BOCCA. Ar. Fur. c. 4.5. 4 
<2.—Quivi SOSPIRI, PIANTI, ed altri guai, Risuonàvan per . 
È aer senza stelle. D). inf. c. 3.— ORSI, LUPI, LEONI, AQUILE, » 


CS 
4 


e SERPI, ec. Fanno noja sovénte, edasè danno. Petr. canz. 11. | 


giojelli. — Avè vano da lui DI buone merènde. nov: 79. —Io so DI molte bel- 


(14) Quando il nome in plurale, nel suo significato indeterminato, è — 
preceduto da un qualche addiettivo, può a questo premettersi la prep. dh | 
o sola, o unita .all'arlicolo; così leggesi nel Boccaccio: Zo ho DI bell 


le cose, e DI delle canzonette. ibid. — Egli ci sono DI ben leggiadri che mi. 
àmano, e voglionmi bene. id. nov. 62. ° 

(15) Sonovi alcune particolari occorrenze, dove il nome, nel'suo signi . 
ficalo indeterminato, è quasi sempre semplicemente qualificativo, e 00 |. 
ha perciò uopo di alcun articolo. 1.0 Quando è preceduto dal verbo e$- 
sere. Erano VOMINI e FEMMINE di grosso îngègno. Bocc. introd. — Tu che . 
se’ UOMO dovrè:ti sapère delle cose del mondo. id. nov. 62. 2.0 Nelle com- 
parazioni d' eguaglianza, quando il nome è preceduto dalla particella com- . 


. parativa come. Parèa che ruggisse COME LEONE, € bdbelasse COME PECORA; £ . 
ragliàsse COME ASINO. Dial. S. Gveg.— Non COME UOMINI, mau COME BESTIE 


moricana. Bocc. intr. 3.0 Quando è preceduto da una delle preposizioni 4; 


SEZIONE TERZA, 
DEL PRONOME. . 
Seconda parte del discorso. 


Dalla prima sezione già sappiamo, che per evitare la ri- 
petizione dei nomi, certi segni nel discorso furono introdotti 
ad oggetto di richiamarsi alla mente l’idea degli esseri, e del- 
le sostanze da quelli antecedentemente rappresentati: tali segni, 
che dalla funzione loro pronomi si chiamano, facendo pura- 
mente la vece de’ nomi, non solo al par di questi da sè nel 
discorso si sostengono, ma pure vanno soggetti ad alcune del- 
le medesime variazioni; ragione per cui noi li chiameremo 


PRONOMI SOSTANTIVI, onde distinguerli dagli addiettivi 


© pronominali, dei quali nella 4ta. sezione verrà trattato. 


vere sf 
EA 


dela » 


a - 


‘ Di tre specie sono i. pronomi sostantivi: PERSONALI, 
DIMOSTRA TIVI, e INDETERMINATI. 


CAPITOLO I. 
DEI PRONOMI PERSONALI. 


S. I. Nella reciproca comunicazione delle nostre idee, due 
soggetti. necessariamente vi concorrono : 1.° Quello che e- 
sprime la sua idea, o, che è lo stesso, quello che parla in pro- 
prio nome. 20 Quello che ascolta, o a cui si parla; inoltre 
Può avervi gran parte un terzo soggetto da’ primi differente, 
cio, Quello di cui si parla. # 

In grammatica questi tre soggetti chiamansi persone, cioè: 
la prima persona, la seconda persona, la terza persona. 

I pronomi della prima e seconda persona, diconsi przm:- 
ivi o assoluti, perchè da nessun antecedente dipendono, e 
perciò alcuni grammatici li chiamano rom: personali (4). 

— Quelli della terza persona posson dirsi relativi, perchè 
8 riferiscono a cosa già nominata, colla quale in genere ed 
n numero debbono: concordare. 

da, di,con, in, per, come: Egli si nulrìsce DI PANE e D' ACQUA. —PER ORO e 
PER ARGENTO. — CON FANTI e CAVALLI, — Usciron FUOCHI di sollerra, che si 
Opprèesero A CAMPI, VILLE, CASALI, ec. — CON BUONE PAROLE, e CON MOLTI 
EEMPLI. Bocc. nov. 23.— Fuori di Roma, INLUOGHI AMENI. Tac. Dav. Ann. — 
Non alirimènti fan Di STATE i cani, Or col ceffo or co’ piè quando son 
morsi O DA PULCI, 0 DA MOSCHE, 0 DA TAFANI. D. Inf. 17. —CON DIPOR- 
TI Iècili se CON VIRTU' non potèssero. Dav. Ann. 


(1) I pronomi personali da molli grammatici moderni vengono appel- 
lati nomi personali dietro la mossa a ciò data dal celebre Condillac, il 


94 PARTE TERZA 

S. IL Delle varietà o modificazioni, alle quali già dicem- : 
mo essere i nomi sottoposti (7. Sez. 11. Cap. IV.), due soli * 
applica!'nli sono alle due prime persone del pronome perso- 
nale, cioè le due varietà di numero, e di rapporto (caso); 
la terza persona poi va di più sottoposta alla varietà di ge- 
nere (2). Ma la forma di queste tre modificazioni nei pro- 
nomi personali intieramente allontanasi da quella pe’ nomi 
stabilita (7. cap. tt, 111, e v. della Sez. prec.); imperocchè , 
le voci del femminino, e del plurale, sono affatto da quelle 
del mascolino e del singolare differenti. In quanto poi alla 
varietà di rapporto, puossi in parte questa con ragione 2/45! © 
dei Latini paragonare (7. cap. v.), esprimente l'obbietto ora 
diretto, ora indiretto, con voci del tutto diverse da quelle 
del subbietto, come dalla seguente tabella potrassi rilevare. * 


PRONOMI PERSONALI PRIMITIVI. 


Sub. Obb. dir. . Obb. indîr. Possessivo 
Prima Sing. lo (3). Mi, me. Me, mi. Di me. 
persona. Plur. Noi (4). Ci, noì, ne. Noi, ci, ne. Di noì. 


quale insegnò le particelle 10, TU, NOI, VOr, SÈ, non esser pronomi, Ma ‘| 
veri nomi, distinguendole dagli altri nomi per l'aggiunto personale (no 
mi personali). Per valida che possa essere l'autorità di tanto maestro qua 
fu il Condillac, essa non ha mai potuto farmi riguardare le particelle 
suddette in altro modo che come meri pronomi, e come tali le espongo» 
attenendomi in ciò a’ principj posati da grammatici più antichi del citato 
autore, distinguendole, com’ essi pure le distinsero, per l’aggiunto prim” 
fivo, dalle particelle della terza persona, le quali, per la datane ragion, 
verranno da me chiamate pronomi personali relativi. ; 

(2) La distinzione di genere non è necessaria a’ pronomi personali 
primitivi, imperocchè rappresentano la persona che parla, e quella a e 
si parla, le quali essendo presenti, o supposte esser presenti, il genere 
loro è manifesto. Non è così della terza persona, cioè quella di cul 8 | 
parla, la quale essendo per lo più assente, anzi non di rado incognita;* >. 
mestieri farne conoscere il genere icon qualche segno nel pronome, ch. 
la rappresenta. iti 

(3) È lecito a’ poeti di elidere 1’ 0 del pronome io, sostituendovi l'apo- 
strofo innanzi a qualsivoglia lettera, ogni volta che ciò meglio conveng? 
al metro: fecero i nostri poeti classici frequentissimo uso di questa licenza». 
e più degli altri il Dante ed il Petrarca. Ma por-h’ è’ vide ch? V non mM 
partiva. D. Inf. 3.—1’ mi ristrìnsi alla fida compigna. Id. Purg. 3.— 
Per cui sola dal mondo V son diviso. Petr. son. 15. — Udèndo : 1° no 
son forse chi tu credi. ld. canz. 4.— Gentil mia donna, V vèggio Nel 
mover de' vostr' occhi un dolce lume. Id. canz. 19. IA 

(4) In favor della rima dicono i poeti Nuî e Zui, invece di Not ® 
Voi. Mi rispo:e, che di NUui Faccia ’1 cammino alcun, per quale i0 vado | 
D. Inf. 9.— Ju questo stato son, donna, per vUI. Petr. son. 104- 


- Pit 


ES 


vr 


eni 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 95 


Sonda { Sing. Tu (5). i, te. Te, ti. Di te. 
persona Plur. Voi (4). Vi, voi. Voi, vi. Di vol. 
| PRONOMI PERSONALI RELATIVI. 
Subb. Ob. dir. Obb. indir. Possessico. 
: Egli. Sì, se. Se, si (6). Di sè. 
PER Sing. ie} ‘esso. Lo, il, lui. Lui, gli, li. Di lui. 
tai { Eglino,. Gli, li, loro. Loro, loro.’ Di loro. 
Plur. egli, essi. © i i 
’ ù 
Subb. Otb. dir. Obb. indir. Possessivo. 
Si (la Si, se. Se, si, Di se. 
Fi; IN (Essa. La, lei. Lei, le. Di lei. 
SRESE: Elleno, Le, loro. Loro, loro. Di loro. 
Plur. Lelle, esse. i 


| OSSERVAZIONI SU’ PRONOMI EGLI, EI, ELIA, ESSO, ESSA. 


S. III In oggi Egli, ed Eglino, sono i pronomi di terza 
persona maschile, più usitati; il primo nel singolare l'altro 
nel plurale, entranibi per indicar solo il rapporto di subbiet- 


“to, ossia nominativo. Presso gli antichi però trovansi so- 


vente £//, Ello, per egli, Elli cd Ellino, per eglino. — 
Ed ELLI stava molto pensòso. Nov. ant. 7. — ELLO pas- 
sò per isola di Lenno ec. D. Inf. 18.— Posch'eLLO gli 


+ tolse sotto Jdanza. Petr. uom. ill. — ELLI givan dinànzi, ed 


t0 solitto Dirtiro ec. D. Purg. 22.— Ma +LLINO per loro 
grande ardìre e viriù pur vincono la pigna per forza d'arme. 
Gio. Vill. 7. 6.— £' cecgio ben quant ELLI a schivo m' hanno, 
Petr. son. 140. | 

Ello, ed Elli trovansi anche usati come obb. indir. in- 
vece di Zuz e loro: Fu condòtto a Firenze prigione, e CON 
ELLO alcùni della sua corte. Stor. Semif. — Che t la 
gurùta morte, guàrdati ben va eLLO. Fr. Jacop. Lib. 2, 
liud. 15. — Che alcùna gloria i ret avrébber D'ELLI. D. Inf. 3.— 

El trovasi talvolta usato in vece d’ Egli. Se così ha 
dispòsto Iddìo ec... ed EL mì piùce. Bocce nov. 7i.—Quan- 
do la Reina a Panfilo wvoltatasi, sorridendo, gl’ inipòse 
ch'EL seguitàsse. idem. nov. 72. — Ch' EL sia di sua gran- 
d'zza in basso messo. D. Purg. 17.— Egli fu chiumùto, ed 
ancora SEL vive Arrighétto Capéce. Bocc. nov. + 6. 

(5) Tue per Tu dicevano sovente gli antichi, specialmente quando 


st questo pronome cadeva l'accento oratorio. Or figliuolo mio, perchè ti 
rammàrichi TUE, perchè io mi parta da le? Nov. ant. 71.— O TUE folle 


, anima perdùla, per quale cagione hai tu cambidia la gloria, ec. Stor.l'arl.3. 


(6) I pronomi «è e si rimangono invariabili in ambi i generi e numeri, 
ed in ciò differiscono in parte da quelli di prima e seconda persona, che 
cangian di forma nel numero del più. 


96 PARTE TERZA | 
° Eglipresso qualche anticosiè usato comeobb.indir.—Gudr- 
dati DA EGLI, che sòglion esser fegli. Fr. Barber. p. 255. È se i 
tu se' CON EGLI, Non seguitàr tu quegli. id. p. 5041; mali « 
mitarlo in ciò sarebbe oggidì licenza insopportabile. 4 
Egli per églino è quasi comune : Se cosa appàre onde EGLI ;; 
àbbian paùra. D. Purg. 2.—Com' EGLI hanno tre soldi, vò- : 
gliono le figliuòle di gentiluòmini per moglie. Bocce. nov. 63. |, 
S. IV. Per proprietà di linguaggio usasi spesso Egli co- ;s 
me particella riempitiva, come: Egli é vero; egli non è così; ‘i 
egli è cosa strana; egli fa caldo ec. E s'EGLI è ver, che tua ri 
potenza sia Nel Ciel sì grande, come si ragiona. Petr. . 
Canz. 41.—EGLI non sono ancòra molti anni passàti che in «| 
Firenze fu una giovane. Bocc. nov. 77. io È 
Due soli esempj troviamo l'uno nell' Ariosto, e l' altro ; 
nel ‘Berni, ne' quali in principio di periodo, in vece d' Egh 4 
leggesi gi :—GLI1 è teco cortesìa l'èsser villàno, Disse il Ur | 
càsso pien d' ira e di sdegno. Av. Fur. c. 27. st. 77.-GU |, 
é ben fornìto ed ha la sella buona. Berni. Orl. 4, 3. Non >, 
bastano per altro questi due esempj per giustificar l' uso, che , 
il volgo spesso fa di simil cambio, ma che è affatto fuor .; 
della regola comune. i sud 
$. V. E? par che sia un accorciamento di Egk, e scerives {| 
“ancora E *: —Ma poich' È vide ch' ©' non mi partiva, Dist. |; 
ec. D. Inf. 3. i | l . 
Ei per eglino è del verso: Ond' EI si gittàr tult 8%, 
la piaggia. D. Purg. 2.—-Del a giù ch'EI giùnsero in sul, 
colle pae esso not ec. Id. Inf. 23. A 
Ei, come obb. dir. in vece di Zz, trovasi. nel Dante: ;, 
E tu allòr gli prega Per quell''amor, ch' Ex mena; e qui., 
verranno. Inf. 5. | |» 
$. VI. EMa, elle ed elleno sono i pronomi di terza per-*; 
sona femminile, il primo del singolare, il seeondo e tert0 », 
del plurale, usati tutti e- tre nel rapporto di subbietto. Que| 
sti tre pronomi derivano dall'antico e/lo. (Vedi $ II.) t 
Presso i poeti antichi trovansi elle ed e//e usati anche, 
come obbietto indiretto. E sosterréi quando ‘l ciel ne rappèlla, ì 
Gìrmen CON ELLA in sul carro D'Elia. Petr. canz. 54. — I. 
| nuòve erbéite della pièira uscìte, Per caro cibo porgo innanu, 
ad ELLE. Amet. 52.—Vide, che luomo assuefàito a quelle , 
Bellezze, mai più non volgéva 1n ELLE Stiipido il guòrdo. 
Red. rim. a. 
Ed alcune volte anche nella prosa incontrasi nella stes ; 
guisa:—Hai perdùto con ELLA quella ch' io {' avréi data.Vi. 
SS. PP. ec. 





ETIMOLOGIA E SINTASSI | 
. VIL Esso, essa, essi, esse, che taluni pretendono dover- 


» sisolo usare per le cose inanimate, trovansi però ne' classici, 


sì in verso, che in prosa, al par di Egli ed Eglino, detti di 
persone.—Non a quella chiesa, che ESSO «avea anzi la mor- 
le dispòsto, ma ec. Bocc. Introd.—EssI ancòra vi rèbano, do- 
ve dagli attempàti v'è donòto. Bocc. nov. 77. 

A uso di questi pronomi come obb. indir. è assai comu- 
ne, sì in prosa che in verso. Per proprietà di lingua usansi | 


| pure sovente come ripieno, e per aggiugner forza, ed anche 


grazia al parlare.-Zo Sommo Ben, che solo ESSO a sè piace, 
Fece l uom buòno a bene ec. D. Purg. 28.— Non potesse 


| essere eletto ad 3) strong: senza eleziòne di questi sette prìn- 


cipt, quali sono Costoro Essi. Gio.- Vill. 4, 2, 54.—Qual 
Esso fu Zo mal cristiàno, che mi furò la grasta. Bocc. nov. 


55 Za quale ESSA lei, che forte dormiva, chiamò molte 


Mal oca e Vea: 


volte. Id. nov. 42.0 oe 

Poste innanzi ad un nome, queste particelle pronomina- 
li fanno il significato di quello, quella, quelli, quelle, come: 
Concenne alla pecora vender la sua lana per pagàre ESSO 
(quel) debito. Fav. EÉs.— Gaudeére non può uom di ESSI (quelli) 
beni. Guitt. lett. 1, 4.—Z7d' io in ESSA (quella) /uce altre lu- 
cerne. D. Par. 28. | È 

Parimente per proprietà di lingua, la particella esso non 
di rado uniscesi a' pronomi /uz, dei, Zoro, senza che cangi nè 
di genere nè di numero, il che segnatamente accade allorchè 


. è preceduto dalla preposizione con, potendosi dire a cagione 


d'esempio: Èbbero un abboccaménto GON sso LUL;—Egli 


| trovasi ora CON ESSO LEI;—Si pose a conversàre CON ESSO 


LoRO, ec. Può dirsi anche: Con esso meco, con esso teco, con 
ess0 seco, in vece di con me, con te, con lui. Di vero tu cene- 
rài CON ESSO MECO. Bocc. nov. 15.—Fuggeénte alle calde in- 
teribra della terra lo ndturàl calòre dell''arbore, e traînte CON 


ESSO SECO Tumore. Cresce. 2, 22, 12.000 ; 


Esso sì aggiugne talvolta alle preposizioni /ungo, sovra, 


| facendo con queste una sola parola, come /unghésso, sovrésso. 


— Passàndo LuvnGHESSO la càomera dove la figlia gri- 
diva, ec. Boc. nov. 47. — NoI eravàm LUNGHESSO ’/. mare 
ancora, Come gente, che pensa a suo cammino. D. Purg. 3, 
—SovrEsso ’/ mezzo di ciascùna spalla. 14. Inf. 24. 


OSSERVAZIONI SU' PRONOMI SÉ, SI. 


S. VIII. Non verrà, spero, dagl' intelligenti biasimato que- 
sto mio deviamento dal metodo fin ora tenuto da’ grammatci, 
Gramm. Ital. 14 


98 | — PARTE TERZA 
i quali soglion‘dare ai pronomi sÈ e SI un posto separato 
dagli altri personali primitivi, senza. poi darne ragione sufficiente 
che possa giustificare tale distinzione, | 
Ecco come gh espongono. 
DECLINAZIONE DEL PRONOME PRIMITIVO SÉ. - 


Nom.— Gen. di sè. Dat. a sè, sì. Acc. sè, si. Abl da sè, 


Indi ‘dopo d'aver detto seccamente esser questo pronome privo — 


di nominativo, più non ne fanno menzione. Mi sia permesso di 
far conoscere alquanto più da vicino questo pronome sì, ed 
il suo derivato SI, e di rettificare, se riescemi, l’idea erronea, 
che taluni ne hanno forse avuta finora. I a 
»—Primieramente: nego la premizia del pronome sì, im- 
perocchè, quel che è relativo a cosa antecedente non può esser 
primitivo, ed è indubitabile che il pronome sÈ è relativo ad 
una terza persona agente, espressa o sottintesa. Posato questo 


principio, ne segue che l'anzidetto pronome ha il suo sub- - 


bietto ,, 0 nominativo, consistente in una qualunque terza per- 


sona agente del verbo, espressa o sottintesa, alla quale è re- 


lativa; ed in ciò il SÈ va del pari colle particelle ME, MI, CI, 
TE, TI, vi, che hanno per subbietto i respettivi lor pronom .. 


10, NOI, TU, VOI; ne differisce però che il medesimo nou 
può avere per obbietto se nonl’ identica sua persona, rappre- 
sentata da qualche nome o pronome di terza persona, ove le 
altre preaccennate particelle possono aver per subbietto o le 
identiche loro persone 10, TU, NOI, VOI, o qualunque terza 
persona diversa da loro, tome: Zo mz vesto, noi ci vestiàmo, 


PE 
da 


fu ti vesti, voi vi vestite, egli si veste, églino si vestono, e così . 


puossi dire: Egli mi veste, ella Hi veste, ec.; ma non mai 10 5! 
vesto, no? sì vesitàmo ec. 


‘Dicesi poi nelle grammatiche, che il pronome sì indie |, 


che 1’ effetto dell’ azione rziverdera o ritorna sull’ agente stesso . 


del verbo. Ciò. è verissimo, ed -è naturale conseguenza delli 
dentità di persona, rappresentata dal sè e dal st come obb. 
dir. e indir., con quella rappresentata dal nome o pronome 
subbietto dell’ azione; ma ciò non prova alcun merito parti 
‘colare nel pronome sì, imperocchè la stessa ragione milita 
per le particelle ME, MI, CI, TE, TI, VI, le quali avendo per 
subbietto dell'azione i loro respettivi pronomi 10, NOI, TU, 
vOI, indicano, al pari de’pronomi SÈ e si, l’ identità dell'ob- 
bietto col subbietto. o 


Le particelle sÈ, e st adunque debbonsi riguardare com? * 
meri pronomi personali, rappresentanti una terza persona n# |, 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 99 
rosi obliqui (paranco latinamente ) identica con quella 
rappresentata dal nome o pronome nel caso retto o nomina- 
lwo, espresso, o sottinteso. Si dirà, forse, che questi pronomi 
meritano bene di essere dagli altri distinti, e considerati come 
primitivi, perchè occorre frequentissime volte farne uso nel 
discorso in senso generale ed indeterminato, senza che men- 
zione sia fatta di alcun precedente subbietto (7). Rispondo, 
che tal particolarità de’ pronomi sÈ e sI, la quale certo, per 
la natura delle cose non può essere la proprietà : di alcuno 
degli altri pronomi, nuHa aggiugne alla qualità de' primi, i 
quali sono e rimangono pronomi identici, e relativi ad un sub- 
bietto sottinteso in significato generale ed indeterminato. 


OSSERVAZIONI SU' PRONOMI ZO, IZ, ZI, GLI. 


$. IX. Danno i grammatici ‘come regola, per l’uso di 
LO e di IL, quella stessa già stabilita per le medesime par- 
ticelle, adoperate come articoli determinanti (Y. Sez. ZI, Cap. 
VI). Aggiungasi che, ove la lettera iniziale del verbo non sia 
vocale, nè S' seguita da altra consonante, -puossi indifferente- 
mente-adoperare Lo, o IL, e in fatti tal regola è appoggiata 
all’uso che delle due particelle fecero i migliori autori; onde 
può dirsi: #/ vide, #1 chiamò, il condusse; o lo vide, lo chia- 
mò, lo condùsse, ec., ma è mestieri adoperare esclusivamente 
LO ogni volta che il verbo comincia da $S impura, come: lo 
spense, lo scongiurò, lo sforzài, ec., o da qualsivoglia vocale, 
e in tal caso l’ 0 del pronome può elidersi e sostituirvisi l'apo- 
strofo, come: do ama, lo edìfica, lo istruisce, lo offende, lo 
uccise; oppure 7 ama, l'edìfica, l'istruìsce, l'offènde, l'uccìse, ec. 

TESTI. ul 

Se d'una cosa sola non LO avesse la fortùna fatto do- 
lente. Bocc. nov. 41.— Amo Guiscàrdo e quanto viverà 
L'amerò. Id. nov. 354.— Tanto l'affliziòn di figliudì LO 
strinse, che ec. 1d. nov. 63. — Ed ella O LO sprezza, 0 nol 
vede, o non s' avvéde. Tas. Ger. c. 2', st. 16. — Quando la 
donna 11 vide così il riconòbbe. Bocc. nov. 56. — Ella 1L 
piùnse assài, ed assàt volte invàno 11 chiamò. Id. ibid. — Il 
che come voi IL  sesate voi 1L vi sapevate. Id. nov. 20. 

Notisi per altro, che quantunque in oggi l'uso di IL non 


(7) Osservisi per altro, che la particella si sovente si trova nel di- 
sorso per esprimere reciprocazione dell'effetto del verbo, come: Amàrsi, 
ediàrsi, stimàrsi, ec.; cioè a vicenda, reciprocamente, l'un coll’ altro, 

xDosi per naiuràle amore la moglie «ol morito. Fav. Esop. 147. 


i PARTE TERZA —, 

sia del tutto bandito, anzi talvolta con leggiadria venga usato, 
ure LO prevale universalmente innanzi a qualsivoglia lettera 

iniziale del verbo, solendosi solamente apostrofarne l'o (e ciò 


neppur sempre) innanzi a vocale. Osservisi in oltre che l'/ di 


Ir può elidersi, ove la precedente voce termini con vocale. 
Fat' ei saper che' L fei ec. D. Inf. 10. — Di qui a poco tem- 
po tu ’L saprài. Petr. Tr. d'Am. cap. 1.— Donna dacche 
Dio ci ha fatto ben, sì'L ci togliàmo. Nov. ant. 65.0 

IL, trovasi qualche volta anche come obb. indiretto nel 
rapporto d’attribuzione o tendenza, in vece di GLI, o LI. É 
se voi IL porréte ben mente nel viso,egli è ancora mezzo ebbro. 
Bocc. nov. 68. “e RE 

S. X. La regola precedente esiste pure ‘per le particelle 
pronominali GLI e LI, l'una il plurale di LO, l'altra di IL; ma 
tanto indistintamente esse trovansi da' migliori autori usate, 
‘che non saprei decidere se più conveniente sia il tenersi ri- 
gorosamente alla regola, o il prevaricarla. I 


Trovàrono chi per vaghézza di così ampia eredità GLI | 


uccìse. Bocc. nov. 17.— Sì che per due fiùte GLI dispersi. 
D. Inf. 10. —VedéndoGLi col prete GLI chiamò e disse. Bocc. 
nov. 76.— Così bagnati ancòr LI veggo sfavillàre. Pet. 
Canz. 28.—O LI condànni a sempiterno pinto. Id. son. 214.— 
Vecchia fama nel mondo 11 chiùma orbi. D. Inf. 15, 
| CAPITOL O II 
SULL'USO. DEI PRONOMI PERSONALI. 
SUBBIETTO. 


. I. I pronomi personali come subbietti per lo più in- . 


nanzi ai verbi loro si sottintendono , avendo questi per ogni 


persona desinenze proprie, onde quasi inutile rendesi l’espres- !: 
sione de’ pronomi; sovente però, acciocchè più piena riesca . 


la frase, egli è eleganza l'esprimerli, e talvolta anche è ne- 


Marin 


, F i 


cessario, per. la migliore intelligenza del discorso. In quanto © 


al posto di essi, tante volte, per proprietà di lingua , negli 
autori si. trovano, or premessi, or posposti al ‘verbo, che sa- 


rebbe perdere e tempo, e fatica, il volere stabilire come re- | 


gola l' ordine naturale delle nostre idee, il quale esigerebbe, 
che immediatamente al verbo anteposti fossero : quindi ognu- 
no sì attenga all'armonia piuttosto che all'ordine, e se com- 
binarsi possono, amendue li segua, - | 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 101 


OBBIETTO DIRETTO. e: 
S. II. I pronomi di questo rapporto sono di due forme. 
Sing. Plur. Sing.. Plur.' 
ima. persona. Mi, ‘ cì, ne. Me, «noi. 
ada. pers. Ti, vi. Te, voi. 
za. pers. m. Lo, il, gli, li. Lui (1), . loro. 
za, pers. f. La (2), le. Lei (3), loro. 
za. pers. identica. Si. Se. | 


$. IMI. Abbenchè in quanto al significato non siavi tra 
le particelle dell’ una e dell'altra colonna differenza alcuna, 
pure nel discorso non sempre lo stesso sentimento portano, 


(1) Odesi in Roma, ed in alcune altre città d’Italia, ed anche in ta- 
lune di Toscana, usare comunemente ne’ discorsi familiari i pronomi 
lui, lei, loro, come subbietto del verbo, in vece di egli, ella, ec., il 
che è errore manifesto di lingua, non potendosi tali particelle adoperare 
se non che come obbietto o diretto, o indiretto (casi obbliqui). Potreb- 
bersi però a questa regola apporre tre eccezioni; 1ma. dopo la voce sic- 
come o come. Costoro che dall’ alira parte èrano siccome LUI, maliziosi. 


. Bocc. nov. 4; ada. Dopo il verbo èssere, quando questo significa tra- 


smutazione d’ uno nell'altro. Maravigliossi forte Tebaldo, che alcuno in 
lanto il somigliàsse, che fosse credùto Luvi. Id. nov. 27; 3za. Quando i 
suddetti pronomi son0 accompagnati da un addiettivo in senso esclama- 
livo, esprimente ‘contentezza, o miseria. Bedfo LUI che casio a morte 
corse. Alam. lib. 1, eleg. 10. Notisi che in queste eccezioni sono pure 
compresi i pronomi me, le. Credendo esso ch'io fossi TE, mi ha con un 
baslone tuito ‘rotto. Bocc. nov.-87. — Misero ME! che volli, Quando ec. 
Petr. cauz.9. — Misera ME! t' ho più che la mia vita amàto. Bocc. nov. 26. 

(2) Secondo la regola comune non devesi questo pronome adoperare 
che come obbie:to diretto (accusativo). Ciò non ostante da’ Toscani, e 
segnatamente da'’Fiorentini, ‘odesi usar familiarmente /a come subbietto, 
în vece di ella 0 essa.Quest'uso, da’ più riputato come errore, non è 
privo d'appoggio presso d' alcuni approvati .scrittori: LA mi ha sconcio, 
in modo, e governato Che più non posso maneggiàr marrone. Lor. Med. 
Nenc. 10.— Gli chiedèca sempre qualche cosellina come LA sapèva che 
egli andàsse a città. Fir. nov. 4. — O perìglio fora stala Vl gr E ai 
Periglio LA si fosse e di morte, ec. Car. En. lib. 4, v. 927. Fra Bartoli 
ha voluto stabilire un precetto per l’' uso di /2 in vece di ella. Egli dice 
doversi adoperare il primo ogni volta che qualche antecedente particella 
termini da e, come sarebbe se, che, perchè, ec., e dire per esempio: Se 


| la viene, mi fara piucère.— Desidero che LA mi scriva: in vece di se ella 


viene, che ella mi scriva. Noi crediamo non doversi far caso alcuno di 
questa pretesa regola, essendovi un mezzo più regolare di togliere l lato, 
elidendo la E delle particelle summentovate e simili, e sostituendovi 1’ a- 
postrofo. Si dica adunque: S'ELLA viene mi farà piacère,—Desìdero CH' EL- 
lA mi scriva, ec. si 

(3) Zui, lei, loro, quando precedono ad uno de' relativi che, il gua- 
le, la quale, i quali, ec. diventano pronomi personali dimostrativi, e 
vagliono coli, colèi, colòro.—Morie biasmàle, anzi luudàte LUI, Che lega 
e scioglie, e’n un punto apre e serra.Petr. son. 234. — Invoco LEI, che 
ben sempre rispose, Chi la chiamò confede. 1d. canz. 4g.—E LORO li quali 
amore vivi non avèva potùto congiugnere, la morte congiunse. Bocc.nov.38. 


102 PARTE TERZA 

usandosi di preferenza quelle della seconda, quando trattasi 
d'indicare la persona più particolarmente, quasi: con esclusio- 
ne di qualunque altra: tale differenza fassi anche sentire nella 
pronunzia della frase, conciossiachè l' accento ‘oratorio cade o 
sul verbo o sul pronome, secondo che si usano le particelle 
della prima o della seconda colonna; esempj: 


Ella tI ama, 0 Vama. Ella ama TE, 0 TE ama (te solo). 
Egli cu manda. «Egli manda No (nonaln) 
Miràtent. | Mira ME, o MEmzràle (nonlui). 
LasciàteMi dire. «_—’—’Lasciàte dire ME (e tacete vol). 
Io LA (4) voglio. Io vòglio LEI (nessun'altra). . 
Egli SI propone. —— Egli propòne SÈ, o SÈ proponi. 
TESTI. do 


Io ho deliberàto di volére TE avànti che aleunaliroe.. 


Bocce. nov. 13.— LUI ho preso, e LUI vòglio. Bocc. ivi. — 


Or come Conòsci ME, ch'io TE non riconòsca? Petr. Tr. 
d'Am. cap. I. — Diràgli che to amo molto più LUI ch' egli | 
non ama ME. Bocc. nov. 77.— Za sperànza la quale mi. 


muòve che io vecchio ami vor ec. Bocc. nov. 10.— Quelk 


medésime bellezze che présero, e vìnser TE, hanno di pa, 
preso e.vinto ME.. Tesor. Brun. — Soddisféce alla sua do | 


mànda, e SÈ ad ogni suo servìgio ec: ata Bocc. nov. 13.— 
Ferir ME di saetta in quello stato, 
stràr pur l arco. Petr. Son. 3. 


E a vOI armàla non mo-| 


Ognuno di leggieri vedrà, che le particelle me, noi, le; 


voi, lui, lei, sé, negli esempj suddetti, hanno molto ma8- 


gior forza di sentimento, che non avrebbero mi, ci, w»f 


lo, la, si, ec. | 
OBBIETTO INDIRETTO. 


._ &. IV. Sembrami superfluo il ripetere qui cosa debbit} 
intendere per odbzetio indiretto, essendo stato sufficientemente | 


spiegato (Cap. V, Sez. preced.), che il nome può avere 0 . 
verbo delle relazioni secondarie di molte ‘specie diverse, ! - 


quali nel discorso è'esprimono con qualcuna delle numerose 


già. accennate preposizioni, le quali ai nomi si premettono., ’ 


I pronomi, facendo le veci dei nomi, hanno co' ve 


gli stessi rapporti indiretti, e nella stessa maniera questi, 0006 , 


(4) Per proprietà di linguaggio il pronome la trovasi in molti modi 
di dire relativo al vocabolo cosa, come: Non LA so capire. — Ei se . 
gode. — GlieLA do vinta. — Iddio LA mandi buana. — Egli se LA passa be. 


ne.— Voi me LA pagherete. — Non ve LA perdonerò mai ec. 


n 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 105 
mediante una delle preposizioni, si fanno conoscere (5), 
fiorchè nel rapporto d' atfribuzione o tendenza (dativo), che 
nel pronome personale non abbisogna di preposizione, essen- 
dovi nell'italiana favella delle particelle pronominali perfetta- 
mente corrispondenti ai dativi de' Latini mihi, bi, sibi, no- 
bis, vobis. Sì prendano adunque in considerazione le seguenti 
due colonne. | 


Rapporto indir. qualunque. Rapporto d’attribuzione ec. 
Sing. Plur. Sing. Plur. 
IMma. persona Me, noi. Mi, ci, ne. 
ada. persona Te, voi. Ti, vi. 
3za. pers. m. Lui, loro. Gli (6), I loro (7). 
dra. Agg. f. . Lei, loro. Le (8), loro. 
za. pets. identica. Se. - Sì. 


. — $. V. Dal di sopra esposto non ne segue appunto che 
il rapporto d' attribuzione o di tendenza, non possa esprimersi 


: con una delle particelle della prima colonna, preceduta dalla 


preposizione 4, usata per lo stesso rapporto nei nomi; ‘anzi 
sovente adoprasi queste di preferenza, segnatamente quando 
indicare vuolsi persona particolare con esclusione di ogni altra 
dicendo: A ME, A NOI, A TE, A VOI, A LUI, A LEI, A LORO, 
esemp): — Badàte A_ME; prestùte fede A LUI; il darò A LEI; 


a 


A VOI mi rendo; lascia la cura A ME; ec. 


(5) Possiamo dire e scrivere -meco, seco, seco, facendo contrazione 
della preposizione CON colle particelle me, fe, sè, come solevan pratica- 
re i Latini, in vece di con me, con te, con sè. I nostri antichi usavano 
la stessa contrazione co’ pronomi noi, e voi, dicendo e scrivendo nosco 
e vosco, in vece di con noi, con voi; ciò che oggi però solo nel verso 
sarebbe lecito. Tu d’ Anfrìiso pastore a parlar nosco Non ti grave il 
vernìr. Alam. Colt. 2, 34. — Eurìpide 0 è nosco e Anacreònie. D. Purg. 
22. — Gite sicuri omài ch’ amòr ven vosco. Petr. son. 120. . 

(6) Non si confonda questo gli, che indica il rapporto di attribuzione 
o tendenza (dativo), coll’ altro gl plurale di 70, usato come obb. diretto 
(accusativo). ì 

(7) Gli, nel medesimo rapporto in vece del plurale Zoro; quantunque 


. oasi tutto dì nel parlar familiare, e sen trovi pur qualche esempio ne- 


gli autori,. pure è riputato modo di dire scorretto. Y Saracìni riprèsero 
Jerusalèmme e quasi tutto ’l1 paese che ’1 Sultàno GLI avèa rendùto. Gio. 
Vill 6, 185. — De’ buòni spiriti che son stati attivi, Perchè onòre e fama 
GLI succèda. D. Par. 6. — I Fiorentini per queste due terre non si mòs- 
sero, benchè grave GLI fosse l’oliràggio de’ Pisàni. Matt. Vill. 3, 12.— 
I quali (i figli) facèvano stupire chi gli conosceva , e la madre facèndoGLI 
da buoni maèstri insegnàre, GLI fece imparàre tuile le buone arti. Pecor. 
gior. to, D. 1. 

(8) E altresì creduto fuori della regola comune l’uso di gli, invece 
di le femminino, che pur non di rado sentesi nella bocca del volgo, e 
di cui neppure mancano esempj ne’ classici autori: vedi Bocc. nov. 45, D. 
Par. a9, Matt. Vill. a, 24. 


104 = PARTE TERZA 
us TESTI” | 
Signòr mio se A vor aggràda, voi potéie; A_VOL lid 
andissimo onòre ed A ME, che pòvero sono, grande utilità. 
occ. nov. 16.— Non vo' dir pérder lei, ché non la perderò 
dàndola A TE. Id. nov. 98.— Dire A LUI quelmedìsimo che | 
zo ho detto A TE. Machiav. comm. I 


OSSERVAZIONI SULLE PARTICELLE PRONOMINALI NE, CI, VI 


S. VI. La particella ne trovasi sovente, sì in verso che : 
in prosa, invece di ci, nel signif. di noî, nou solo come ob- | 
bietto diretto, ma anche come obb. indir. nel rapporto d'at- 
tribuzione, o di tendenza. di 


TESTI. . 


Sole în tanta affliziòne N' hanno lasciate. Bocc. Introd— © 
IL mandorlo fuòri di casa nostra così infermo NE sarébbe : 
gran biùsimo. 1d. nov. 1. — Perché crudo Destìno NE disu- 
nìsci tu, S Amòr NE strigne E tu perchè NE strigni, Se NE 
parte il destin, perfido Amòre? Guar. Past. fido, At IM, 
sc. IV.— Che tu con noi ti rimànga per questa sera, Nt - 
caro. Bocc. nov. 43.— La donna che colùî, ch’ a te NE ‘noia. | 
Petr: son. 8.—E sì come la vita Fugge; e la morte N' è sovro 
le spalle. Id. canz. 29.— Scòstati tu, che all'àbito NE sembri I 
Esser alcùn di nostra terra prava. D. Inf. 16. . 
S. VII. Non si confonda però il suddetto ne, il quale, ù 
come si è veduto è pronome di prima persona plurale come . 
obb. or diretto, or indiretto, coll’ altro ne parimente pronome 
ma di terza persona, e solo come obb. indiretto, facendo le - 
veci di qualche nome, sì di persona che di cosa, € ella 
preposizione di, o da (9); esempj: ZJo NE parlo, cioè Parlo i 
di lui, di lei, di loro, di questa, di quella cosa. — NE ne 
| grandi favòri, cioè Riceve grandi favori da luz, da lei, da 
bro ec:— N’ ebbe paùra, cioè Ebbe paura di ciò, di tale, 0 
tal altra cosa.—NE conòsco il valòre, cioè Conosco il valore - 
di lui, di ciò ec.— Dio è giusto, io NE vénero 1 decréti NE 
sono contìnto.— Me NE rallégro. — NE sono sorpreso, NE. 
sento -piacére, NE ho bisògno, ec. » 
uesto pronome è sovente partitivo, stando in vece di una” 


(9) Ne è sovente riempitivo per vaga proprietà di linguaggio. La Donne - 
ec. se NE cenne e del buòn uòmo domandò che NE fosse. Bocce. nov. 12-77 
E con buòn vento tosto infìno nella foce della Magra N° andàrono, 
montàle alle lor castèlla NE salirono. Id. nov, 16. e 


ec 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 205 
pirte della cosa di cui si parla, come: Avéte voi de' libri? Non 
Ne ho; ma NE avrò; NE comprerò. — Conòsci tu, i miei figli? 
s, NE conòsco alcuni. — Le donne mi dàvan sì poco sa- 
limo, che io non NE poteva appéna pagàre i calzori. 
Bocc. nov. 24.— Troppi NE avrei, s' io NE volessi. Id. nov. 52. 
—Poichè ve NE trovò che avessero sentimento. Id. nov. 17. ec. 

La particella ne è parimente pronome di luogo, stando 
m vece dell'antecedentemente espresso nome del luogo, donde 
si fa o si è fatta partenza, e della preposizione da, come: 
Quando andòte a palàzzo? NE vengo ora.—Ma l altro corpo 
tato ed immòto, Dimòstra ben che N' è lo spìrito uscìto. Tass. 
Ger. C. 12, st. 753. - ; 

$. VIII. Le particelle ci e 07, che di sopra abbiam vedute 
figurare.come pronorhi personali primitivi, di prima e seconda 
persona plurale, sono sovente pronomi di luogo, facendo le 


. veci non solo del nome del luogo in cui si è, dove si va, e 


per dove si passa, ma ancora delle prep. a e in, come: Andàte 
vi a Roma? Si, VI vado. Quando ci tornerète? (cioè qui) 
Nol so per ora, ma quando VI sarò arrinùto (a Roma) vi 
farò sapere, per una mia leéitera, quando mi CI (qui) do- 
rele aspettàre. Da questo esempio si vede che usasi CI quando 
Illuogo è vicino a quello che parla,e vi quando n'è lontano (40). 


TESTI. 


Non dùbito punto che tornàndo în Sicilia io non VI 


i ) Ù N ‘ LI 
essi ancora grandissimo luògo. Bocc. nov. 46.— Il che non 


| 


a se: 


 facindo m'è di questa noja cugiòne, e con questo mi ci mena, 


e con questo mi CI tiéne. Id. Lab. 10.— Costoro mi cI fanno 
enfràre per ingannàrmi. Id. nov. 15.—Madònna, questi è un 
pover ubmo mùlolo, e sordo, il quale un di questi dì cr venne 
per limòsina. 14. nov. 24.—Io non ci ho a far nulla, anzi 
CI era venùto per ammonìrgli. 1d. nov. 1.—Sì tardi VI giùnse, 
che essendo le porte serràte, e i ponti levàti entràr non VI poté 
dentro. Id. nov. 12.—Io co’ in Olànda Tornùàre, e voi meco 
a tornàrVi invito. Ar. Fur. 9, st. 93. 


7, (19) Abbenchè questa regola sia generale,pure in grazia dell'armonia egli 


t lecito allontanarsene, allorchè due particelle pronominali di suono 
eguale, l'una di persona, l’ altra di luogo, nella stessa frase si trovano, 
Maendosi la particella di luogo lontano in vece di quella di luogo vicino. 
er esempio il dire: Zo vi vi condurrò; Voi ci ci conducèste, offenderebbe 
l'orecchio, e però dicasi piuttosto: Jo ci ci condurro; Voi vi ci conducèste, 
0 Voi ci conducèste in quel luogo. Adoprasi parimente cò per indicare 
stanza in luogo, come: Di dì, e di nolle ci silavora, e ballecisi la lana. 
Bocce. nov. 20. Zi indica moto di luogo, come: Per ogni colta che passar 
VI solea, credo, che poscia VI sia passato sette ec. Bocc. nov. 47. 
Gram. Ilal. 15 


106 | PARTE TERZA 

CI e vi talvolta sono anche pronomi di terza persona 
come obb. indir. nel rapporto d’attribuzione, o di tendenza, 
come : Pensàrci, crederci, badàrci, ec. cioè: Pensare a tal 
cosa, credere a tal persona o cosa ec. 

S. IX. Le particelle pronominali mz, ci, #7, vi, sz, ne, gli, 
lo, la, indifferentemente , o sciolte al ‘verbo premettonsi; 0 in 
fine a questo s'affiggono, in modo che col medesimo formino 
una sola parola, esempj: Mi piùce , o piùcemi ; ci disse, 0 
disseci; ti dico, 0 dìcoti; vi reco, 0 récovi; si trova, o trò- 
vasi; ne aveva, 0 avévane; gli pere, o fecegli; lo amàva, 0 
amùvalo ; la tengo, o téngola ; li vide, o videli ec. (11) — 


i 


PRETI 


S. X. Il pronome IL, troncatone l'I, trovasi qua e Èì . 
nel Boccaccio, affisso al gerundio ed all’imperativo; in ogg - 
però è più del verso che della prosa (12). LoRo non s' af‘ 
figge mai, ma usasi sempre sciolto, o avanti o dopo il verbo, — 


in qualsisia modo o tempo questo stia; perciò dicasi /or disse, 
o disse loro. 

S. XI. Le dieci particelle suddette, di necessità si affiggono al 
verbo, quando questo sta nell'infinito nell’imperativo,o nel gerun- 


‘dio (45), come: Amàrmi, ùmami, amàndomi ; vedèrci (14), è . 


(11) Nella terza persona plurale si tronca per lo più l’ o finale del | 


verbo, sostituendovi l’affisso, come: Parlaronmi, salùtanci, cèrcanti, amò 
vansi, furonvi, dièdergli, ec. Possiamo per miglior suono cangiare la mì 
n innanzi all’ affisso ci nella prima persona plurale, e scrivere amidna 
voglianci, in vece di amiàmci, vogliàmci. VOGLIANCENE noi andàre ancòro' 
Bocc. nov. 84. 

(12) Più sovente s'incontra contrazione fatta del pronome 3/ coll’ av- 
verbio negativo ron troncata la n di questo, e la vocale i del pronome, 


. ‘ OS : 
cosicchè ne venga mol, come: Nol so, nol posso, nol niègo, nol fece, ec in 


luogo di ron lo so, non lo posso, ec. 
(13) Non ostante questa regola, numerosi esempj sì trovano di appro 


ria 


vati autori, in cui le suddette particelle precedono all’ infinito, all'im- 


perativo, e al gerundio. Fammi rilornàre alla prigione, e quivi quanto 
TI piace MI fa affligsere. Bocc. nov. 16. — Fa conto non MI acèr ffocalo 
e fa da TE. Cecch. Dole.— Ed io a lui: Con piàngere e con lutto, Spirio 


maledèlito, Ti rimani. D.Inf. 8. — Andàlte voi e Siro a irevar Callimaco 


e GLI dite che la cosa è precedùta bene. Machiav. Comm. — Pòrlamelo, © 


n . 
Zi odi "i 


ee si 


guarda a non LO versare. Id. ivi. E potrebbesi quasi stabilire come ecce 
zione alla regola che i pronomi non s’affiggono a’ tre modi suddetti, M 
ad essi sciolti premettonsi ogni volta che la proposizione è negalivà 


ponendoli allora tra Ja particella r0r o nè e ’1 verbo, come: Egli r8'im- 
pose di non Lo pine.—Non MI VEDÈNDO giùngere in tempo, se ne ritorno, 
benchè mi avèsse promèsso di non S' ALLONTANARE fino al mio arrivo? 
Non LE DATE reila, NÈ più LA FREQUENTATE. | i 

(14) troncasi la e finale dell'infinito, e nei verbi in rre si scema il 
verbo della sillaba re, sostituendovi l’ affisso, come: Condùrmi, porlo, tro'- 
ne, da condurre, porre, trarre. Se }' infinito è preceduto da altro verbo 
all’ imperativo le particelle più volentieri a questo si affiggono, che 2 
quello, come: FuleLO venire, venìtleci a vedère, la:ciunelo provére, 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 197 
du, vedendoci; dirgli, ditegli, dicéndogli; partirsi, partendo- 
s; consolarlo, consolàtelo, consolàndolo ; averne, ùbbine, avén- 
done ec. (15) i 
‘Le medesime particelle (fuorchè g7) raddoppiano le lo- 
Fo consonanti ogni volta che s' affiggono ad un verbo, la cui 
rocale finale porti l'accento, cioè nella terza persona singola- 
re del tempo passato perfetto, e la prima e terza, pure singo- 
lre, del tempo futuro; e però scrivasi: amòmmi, morròmmi, 
mostròcci (16), diròtti, daràvvi, partìssi, riconciliòssi, andòn- 
ne, manderàllo (AT), inghiottilla;in vece di m'amò, mi mor- 


| rò, ci mostrò, ti dirò, vi darà, si partì, ec. (18) 


Essendo l'infinito preceduto da un verbo in qualunque altro modo, o tem- 
po, che non sia l'imperativo, puossi, volendo, come nel parlar famigliare 
per lo più usasi, affiggere le particelle all’ infinito, o con più vaghezza, 


| Premetterle sciolte al primo verbo, segnatamente ove questo sia uno di 


questi: dovère, potere, volère, venìre, solèére, come quasi ad ogni pagina del 
Boccaccio incontrasi: Atfèndi quello che io TI voglio dire. nov. 13. — Ella 
repostogli, IL comineiò a guatàre. Id. nov. 85. — Come nol chiàmi tu che 
Tl verga ad ajutàre. ld. nov. 77. — Niuna cosa più liela LE poteva av- 


| ventre. Id. nov. 47.— Lq cominciò a soccorrere. Id. nov. 50. In vece di: 


voglio dirti; cominciò d' guatàrlo; che venga ad ajutàrti; polèva av- 
venirle; ec. 7 

(15) Lo stesso ha luogo dopo il participio passato, sottintendendovi 
Il gerundio, o qualche altro tempo di uno de’verbi ausiliari avere od ès- 
sere. La donna GUARDATOLO disse, che avèsle Anichìno ? ( cioè avendolo 
guardato). Rocc. nov. 67.— E da’ piè LEVATIGLISI, se n' andò ad udir la 
messa (cioè essendosi levata). Id.nov. 65.— M’hacon un bastone iutlo rotto, 
© DETTAMI Za meaggior villania (cioè mi ha detta). Id. nov. 67. Affiggonsi 


| Rello stesso modo tutte le anzidette particelle pronominali (fuorchè si) 
, all’'avverbio ecco; dicendosi èccomi, èccoti, èccoci, èccovi, èccone, èccolo, 
, eccola, èccoli. 


(16) Nel medesimo modo raddoppiasi la consonante degli affissi, quan- 


. da si uniscono a’ verbi monosillabi ho, ha, è, fu, sa, come: Hommi, 
| hotli, hollo, havvî, evvî, ènne, fuvvi, funne, sallo, in vece di mi ho, ti ho, 


SS 


ho, vi ha, vi è, n'è, vi fu, ne fu, ec. Similmente agl’ imperativi mono- 
sillibi da, fa, sta, va, dì, come dammi, fatti, stacci, vanne, dille, ec. 

(17) Apponendosi |)’ affisso alla seconda persona singolare del futuro, 
a consonante non si raddoppia, ma troncasi l’ 7 del dittongo finale ai, e 
bonesi invece il segnaccento sull'a. Ya leggi il cornucopia, e TROVERALO. 
Fir.trin. a, 4 — FARANE questa sera un soffiòone alla tua servènte, col 
quale ella accènda it fuoco. Bocc. nov. 31.—Io vi li porrò chetamènlte 
una collricella, e DORMIRAVITI. Id. nov. 13. —DIRAGLI, qualora egli li par- 
la, più che ec. Id. nov. 77. l i 

(18) Fo avvertito il lettore, che per tal raddoppiare di ‘consonante, 
sendo divenuto superfluo il segnaccento, che suolsi porre sulla vocale 
dl verbo quando la particella pronominale precede, egli è regola di or- 
‘grafia il non apporvelo. 


CAPITOLO III. 
DELL’ ACCOZZAMENTO DI DUE PARTICELLE PRONOMINALI. 


S. I. Sovente due pronomi personali, l'uno come. obbict- 
to diretto, l’altro come obbietto indiretto, nel rapporto d'’at- 
tribuzione o di tendenza mel discorso s' accoppiano, ed è ciò 
che l'accozzamento de pronomi dicesi, cioè: 

4°. I pronomi personali primitivi tra di loro. 

2°, Uno de primitivi coll’ identico si. 

5°. Uno de primitivi colle due particelle cz, vi, come 
pronome di luogo. 

4.0 Uno de primitivi 727, ci, ti, vi, o l'identico s7, con 
uno dei relativi 7/, /o, Zu, Zi, gli (1), le, e questiin due ma- 
niere accoppiarsi possono, o, come gli antichi per lo più pra- 
ticavano, e che anche qua e là con eleganza da’ moderni usast, 
cioè di anteporre i relativi a’ primitivi, e all’identico, come: 
Il mi, lo mi, la mi, le mi, il ci, lo ci, la.ci, le ci, U &, 
lo ti, la ti, le ti, il vi, lo vi, la vi, le vi, il si, lo si, la si, 
le si, gli st (2); 0, com'è più comune fra i moderni, di pre- 
mettere i primitivi, cangiatone l’7 in e, a'relativi, scrivendo 
e dicendo me lo, me gli, me li, me la, me le, ce lo, ce gli, ce li, ce la, 
ce le, te lo, te gli, te li, te la, te le, ve lo, vela, ve le, se le, segli, se li, 
se la, se le. 

Tutti questi pronomi nell'una o nell’ altra maniera accor- 
zati, o si premettono sciolti innanzi al verbo o al medesimo af- 
figgonsi, esempj:— 4cànti che tu MI TI avvicini. —MI VI con 
viene dire una novelléita, ec. 


TESTI. 


Ella mi si presentò dinàùnzi. Bocc. nov. 10.—Nè negort 
IL MI puoi se 10 il desideràssi. 1d. nov. 77.— A costui s 
doleva quasi come davànti IL si vedésse. Filoc. 6. — Ilaro 


(1) Non confondasi questo gli, che è il plurale di /o, coll’altro nel 
rapporto di attribuzione, o tendenza. , 

(2) Notisi però che, il mi, il ci, il ti, il vi, non si trovano mai affissi, 
se non che talvolta al gerundio, ed all’ imperativo troncato |’ i del pro- 
nome il, come; Dandolmi, dicèndolti, porgèendolvi, mandialelmi, difela €C- 
Questo pronome, troncatone l’î, accozzasi pure colle particelle 7726, 66, le, 
ve,ne, se, come: Quèsta maltlìina MEL fe sapère una povera fèmmina. Bocc. 
nov. 15. — Quello che noi vorrèmo a te, tu TEL vedrai nel tempo avv 
nire. 1d. nov. 97. — E ch’ egli ci chiùmi , chiaramènte ceL dimostra Né 
procerbi di Salonione. Vass. 13.— Il che quando avveniva, costùi in gro" 
dissima grazia sEL ripuloca. Pocc. nov. 22. Come pure colla particella gli 
aggiugnendo a questa un’e, formando insieme gliel. Non GLIEL celdi, DA 
Jutto GLIEL' apersi. D. Inf. 10. 


(lE 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 109 
ascoltò con maravìglia le paròle di Filòcolo, e più volte 
RTERARLESI fece. Filoc. 7. — Salabattto mio dolce 0 
N TI raccomàndo. Bocc. nov. 80.—In fino a tanto che io di 
qusta cosa ec. te ne avrò fatto quello onòre che TI SI conviene. 
ll nov. 64.—Se tu fossi stato un di quegli che il pòsero in 
roce, avendo la contriziòne, SI TI perdonerebbe egli. Id. nov. 1. 
—E fàttala sopra un palafréno montàre, onorevolmente a ca- 
sa LA st menò. Id. nov. 100.—Dinànzi a noi tal, quale un 
fuoco acceso, Ci si fe l der sotto è verdi rami. D. Purg. 29. 
—Vi si vedéa nel mezzo un seggio altéro, Ove sola sedéa la 


| bella donna. Petr. Canz. 44.— Poiché tu così promeiti, ‘o sta- 


È 


a” 


rò,mapensa di OSSERVARLOMI. Bocc. nov.47.—RACCOMANDA- 
LEMI e fatti con Dio. Id. nov. 77.—VENISTEVI tu vago della 


: ma vila, perché SENTENDOLATI domandàre, prestamènte deli- 
< berùt di DARLATI. Id. nov. 89.—Non so a che mi tengo che 


non ti ficco le muni negli occhi, e TRAGGOGLITI. Id. nov. 26.— 


: FATTALESI venìr dinanzi in presénza di mille, le disse. 1d. 


nov. 100. (3) 


d.° Accozzasi uno de' primitivi ed anche l identico si, 


| cangiatone l’Z in e, col pronome partitivo ne (4); il che, per 


lo più; si fa in una delle seguenti mauiere; Me ne, ce ne, te 


| ne, ve ne, se ne, o mene, cene, tene, vene, sene (3), 0 men, cen, 
| ten, ven, sen. 


TESTI. 
To non ME NE maracviglio, né TE NE so ripigliàre. Bocc. 


(3) Talora si trovano tre particelle accozzate, che vanno sciolte in- 


‘ nanzi al verbo. Del mio servir non veo Che gioja Mi SE NE accrèsca. rim. 
{ ant. Enzo re. — Avèndo forse avùio per male ch'io MI vE NE sia dolùta. 


Bocc. nov. 23. — oi colla buòna ventùra SI VE NE andàle il più tosto che” 
voi potete. Id. nov. 20. | 
(4) Queste particelle così accozzate s' affiggono anche a' verbi, e spe- 
cialmente all’ infinito, al gerundio, all’imperativo, ed al participio passato, 
(ome: andarmene, dàndocene, liberalosene, valtene, parlàndovene, ec. 
(5) Ne spesso preponesi a’ pronomi /o, Za, le, gli, e co’ medesimi tal- 
volta s' affigge, come leggesi molte volte nel Boccaccio ed altrove. Tu fa- 
resti quello che far dovèvi di MANDARNELO come facèsti. nov. 23. — Pregò 
taramènie Chichìbio che NE LE desse una coscia. nov. 54. — Là tornàti 
ton una iavola, su v acconciàrono la fanle, ed alla casa NE LA portàa- 
fono. nov. 77.—É avèndo alcun denàjo ed il Canigiàno AVENDONEGLI al- 
quanti prestàti, fece molle balle ec. nov. 80. — L'imperatore , ottenùla 
acenna, tolse due colonne, le quali èrano nella chiesa di S. Vitale e 
MANDOSSENE rzel suo regno. Petr. uom. ill. Talora alle stesse particelle si 
Pospone, ed anche alla particella i. Dopo alguànto tempo la contèssa cor- 
lesemènte LO NE rimandò in suo paese. Fil. Vill. 11, 78. — E perciò con 
vostra licenzia io voglio andòre al bosco, e FARLENE venire. Bocc. nov. 4. 
—Io ti consiglierei che lu 1L NE cacciàssi fuori prima che ec. Id. nov. 47. 


*» 


110 PARTE TERZA 

nov. 23. — Tu non CE NE potresti far più. Id. nov. 86.— 
Ch' io dica il vero, questa prova VE NE posso dare.Id. nov. 
41.— Bernabò dopo alcùn tempo SE NE tornò a Genova. Id. 
nov. 10 — ANDIANCENE zn camera e da una finestrella guar- 
dimo. Id. nov. 77.—Io prego voi se non VEN sete accorta. 
D. rim. 17.—L'una gente SEN va, l' altra SEN viene. D. Purg. 
25. Ed ancòr non MEN pento Che di dolce veleno il cor tra- 
bòcchi. Petr. Canz. 33. 


6.° Finalmente il pronome personale relativo gli, nel rap- 
porto di attribuzione e di tendenza, frappostavi Ta vocale e, 
s'accozza colla particella Ze, nel rapporto di obb. dir. masc. 
e femm., sing. c plurale (6). 


TESTI. 


A41 Catalàno il domandò, e quegli, ancòra che grave 
gli parèsse, GLILLA lasciò. Bocc. nov. 19.— Portò dg 
ni pellegrini al soldàno, e GLIELE presentò. Id. ivi.— vendo 
io giù rendùta indietro la borsa alla femminétta che recata 
l'avéa, che GLIELE riportàsse. Id. nov. 25. 


Nella medesima guisa, cioè indeclinabilmente e frappo- 
stavi la vocale e accoppiasi il relativo #7, col partitivo ne, co- 
me:— Giunto Ipòcras trovando la n. morta; GLIENE dol 
se duramente. Nov. ant. 59.— Sotto la mazza d' Ércole, che 
forse GLIENE di? cento, e non sentì le diéce. D. Int. 3. 
Per gli occhi che di sempre piùnger vaghi, Cercan dì e not 
fe pur che GLIENE appùghi. Petr. canz. 8.—Nedindo l'uòmo 
la, semplicità del fancyillo GLIENE cenne pictà. Matt. Vill. 10. 

S. AL. Per proprietà e vaghezza di lmguaggio innumerè- 
bili volte qualcuna delle particelle mi, ci, 17, 07, si, ne, s08 
o accozzata, sciolta o affissa, trovasi usata nel discorso, set 
za che della sua funzione alcun’altra ragione possa darsi, € 
non che vi sia per solo ripieno, 0, come i grammatica s0- 
glion chiamarla, accompagnaverbo; imperocchè intiero sareb 
anche senza di essa il senso della frase. 


TESTI. 


To Mi credo che le suòre sien tutte a dormire. Bocc. nov. 21. 


(6) Siccome in questi esemp) vedesi, gliele, dagli antichi, e segnala- 
mente dal Loccaccio, è usato indeclinabilmente, cioè senza por mente né 
al genere, ne al numero della persona, o della cosa, alla quale potrebbe 
esser relativo. I moderni più volentieri ne cangiano la vocale finale, s€- 
condo che dicesi di qualche nome mascolino, o femminino, singoiare ° 
plurale: scrivendo e dicendo glièlo, glieli, gliela, gliéle. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 111 
-Ne so quant'io MI viva in questo stato. Petr. Canz. 8.— 
limi son giovinetta e volentieri M° allegro e canto. Bocc. 
Can. 9.— Lo MI so ben ciò che avreste fatto. Dicer. Div. — 
Ia donna e Pirro dic'vano noi Ci seggiàmo. Bocce. nov. 69. 
- Con tuo danno ti ricorderàt sempre, che tu CI viverài del 
nome mio. Id. nov. $4.— Io non so se tu T hai posto men- 
le come noi siùmo tenùte strette. Id. nov, 45. — Se tu TI con- 
nti di lasciùre apprésso di me questa tua figlioletta. 1d. 
nov. 18. — Zo non so se vot VI conosceste Talùno di Molese. 


- Id. nov. 87.— Voi VE NE potreste scendere al luògo dove è 


vostri panni avete lusciùti, e rivestîrci e tornàrVENE a casa. 


ld nov. 77.— Ed ella st sed'a Umile in tanta gloria. Petr. 


Canz. 27.— Fece vista di BÈRSELA. Fir. Disc. d. anim. — 
Per più letizia sì mi St nascòse Den:ro al suo raggio la fi- 


, gura santa. D. Par. 8. — Quando furo matîri (1 fichi) SI 


ghîne portò una soma. Nov. ant. 57.—I Ghibell:i facendo 


| laglùre dappiè la detta torre, SI la fecero appuntellire. Gio. 


Vill. 6, 34, 10. 


._ $ HILL I rapporto possessivo, vale a dire quello di posses- 
sione, 0 d'appartenenza, ne' pronomi personali (7. Cap. V 
della prec. Sez.) si esprime come ne’ nomi medesimi, cioè 
mediante la preposizione di, posta innanzi alle particelle me, 


‘na le, vor, luz, lei, loro; ma siccome a questi frequentemente 


sosttuisconsi gli addiettivi pronominali possessivi m%0, nostro, 


| tuo, vostro, suo, loro, qui non ne faremo menzione, riserban- 


doci di dirne quel poco che per tal rapporto spetta loro, quan- 


. do ci toccherà di dover trattare di quelli. 


CAPITOLO IV. 
DE'° PRONOMI PERSONALI DIMOSTRATIVI. 


$. I. Così chiamansi quelle voci che han posto nel discor- 


“ $0 per accennare, dimostrare, e quasi additare le persone ter- 


e, cioè quelle nelle quali si parla (1). 

Comunemente nell’idioma italiano, come dimostrativi ri- 
Conosciamo le voci, che qui colle loro variazioni di genere 
€ di numero seguono. 


(1) Ovvia è la differenza tra que:ti pronomi di terza persona, e 


i ai de’ quali ne’ due capitoli precedenti si è tanto diffusamente ragio- 
ato 


; e che a persone e cose riferirsi possono, mentre .queste non mai 


‘ Cose ma a sole persone son relative, come nel corso del presente capi- 


+ dolo 


sì vedrà chiaro. 


112. PARTE TERZA 


Mascolini. Femminini. 

Sing. Plur. Sing Plur. 
Questi, cotèsti. ...:... E ME 
Quegli, quei. si ala gra fe e, 
Costùi, colùi, Costoro, coloro. Costti, colti, Costòro, colòro. 
Cotestùi, Cotestòro. Cotestèi, Cotestòro. 
Desso. Dessi. Dessa, Desse. 


S. IL Questi, cotésti, quegli non si usano che per addi- 
tare persona mascolina singolare, e solo nel rapporto di sub- 
bietto del verbo d): Il primo indica un uomo vicino alla per- 
sona che parla; il secondo, accenna una persona prossima 4 
chi ascolta; il terzo, dicesi di uno lontano, e da chi parla, e‘ 
da chi ascolta (3), come: QUESTI è un duòn uòmo, ma C0- - 
TESTI é assùi migliòre.—QUESTI venne premiàto, e QUEGLI go- 
stigato.—QUESTI fu felice e QUEGLI sforiunàto ec. i 


TESTI 


Tu de saper ch'io fui *! Conte Ugolino, E ques. 
T Arcivescovo Ruggièri. D. Inf. 53.—QuESTI è il mio st. 
ghòre, QUESTI veraménte, è Messer Torèllo Bocce. 11, 90. 
— Questi in sua prima età fu dato all'arte Da vender pa- ; 
roletie,anzi menzògne. Petr. Canz. 48.—COTESTI, ch'ancòr vw, | 
*e non si noma. D. Purg. 14.—QueGLI allòra mi domandò 
che peccùto quel fusse. Bocc. nov. 70.—QuEGLI (4) é Cao, | 
Che sotto 'l sasso di monte Aventino ec. D. Inf. 25. i 


(2) Contro a questa regola trovansi alcuni esempj in cui Questi € quegli: 
. non riferisconsi ad uomo.— Ma non sì che paùra non mi desse La vista,cht |. 
m’appàroe d' un leòne. QUESTI parèa che contra me venèsse. D. lof. 1 
Dall’una parte mi trae l’amore ec. dall’alira mi irae giustissimo sdegno — 
ec. QUEGLI vuòle che io li perdoni, e QUESTI vudle chè conlro a mia nolu- 
ra in le incrudelisca. Bocc. nov. 31; ma non sono da imitarsi. so 

(3) Numerosi esempj sonovi si ne’ prosatori che ne’ poeti in cui que? 
que’ in luogo di quegli s' incontrano. E quale è QuEI, che volente 
acquista. D. Inf. 1. — O qudli io vidi QuEI, che son disfalli Per lor & 
perbia! ec. Id. Par. 16.—QUE’ rispose io sono caduto in una fosso. 
Nov. ant. 36. | 

(4) Pure contro la regola leggonsi in Dante, ed anche in qualche 28° 
tico prosatore, quegli e quei come obb. dir. e indir. Che non soccorri QUEI ! 
che l’amò tanto. D. Inf. a.— Sin mi giùnse al rotto Di QUEI che si piange 
va con la zànca. Id. ibid. 19.—Io mi rendèi Piangèndo a QuEI, che volen= 
tièer perdona. ld. Purg. 3.—Si dice che se la radice sua, s’ appìcchi al collo 
di QuEGLI che ha le scrofole, che gli vale ec. Cresc. 6, 13. — Per 9. 
quale altri si rappresènta per lo comandamènto della chiesa a QUEGLI 
che vicàrio di Cristo è nella chiesa. Passav. g1.— Nè mancano esempi) 1". 
cui quello e quel sono usati in vece di guegli e quei come subbietto € Di: 
feriti ad uomo. QuEL fu lun de’ sette regi, Ch’ assiser Tebe. D. Inf. hai 
— QuEL ch’infinìta provvidènza ed arte Mostrò nel suo nmirdlil magistero. 
Petr. son. 4. — Maggiormente è da amare lo ladro, che QUELLO che $ 
colidiana:mìnle in bugie. Albert. Cap. 2. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 113 

$. IIL Costui, costéi, costòro si adoprano ognuno nel suo 

genere e numero per accennare uomo o .donna, uomini o 

donne prossimi a chi parla; e differiscono dal dimostrativo 

Questi in ciò che essi possono in tutti i rapporti del nome 

col verbo adoprarsi, essendo, in quello d'obb. indir., da una 
delle già altra volta nominate preposizioni preceduti (5). 


TESTI. 
Dicean: chi è COSTUI che senza morte, Va per lo regno 


I della morta gente? D. Inf. 8.— Quando è vidi COSTUI nel 
| gran disérto. I. Inf. 1. — Che farèm noi, dicèva l'uno all al- 


 fro, dé COSTUI? Bocc. nov. 1.— Noi confessiàmo COSTUI, cioé 


Dio, essere dignissimamente eccellentìssimo. Bocc. Consol. Fi- 
losof. pag. 79, — Dio è signòre, e vede quanto fai ec. Saggio 
è chi ama e séguita COSTUI. Fr. Barb. 113, 9 (6). — Ma che 
sua parte abbia COSTEI del fuòco. Petr. son. 50. — Tòfano 


: udéndo cOSTE1 si tenne scornàto. Bocc. nov.64.— Così COSTEI 


ch'è tra le donne un sole. Petr. son. 19 (7), —0 graziòso 
Apòllo, Deh ferma il guardo a rimiràr cosToRO. Bocc. Ame- 
l0-Da costoR non mi può tempo né luogo Divider mai. 


- Petr. son. 140. 


Colùi, coléi, colòro vagliono Quegli, e adopransi per 


“ @CCennare vormo 0 donna, uomini o donne lontani, e da chi 


parla, e da chi ascolta. Del rimanente sono nell'uso loro in 
lutto uguali a’ tre dimostrativi del $. preced. (8). 


(5) Rare volte Coszùi e Costèi come subbictto trovansi; bene spesso 
Però s'incontrano negli altri rapporti, cioè di obb. dir. , obb. indir. e nel 
Possessivo. Questi pronomi pure di cose inanimate furon detti da alcuni. 
Io ho meco questo anèllo. La virtù di COSTUI credo, che ’l1 mio perili- 
lànte legno ee. ajutàsse. Filoc. 6o.— O Albèrio tedèsco ch’ abbandoni co- 
STEI (1° Italia) ch’ è fatta indomita, e seloàggia. D. Purg. 6. . 
,_.(6) Da quest'esempio e dal precedente puossi rilevare quanto sia falsa 
l'opinione di taluni, che credono esser segno di disprezzo l’uso di questo 
pronome, imperocchè approvati autori l’adoprarono, riferendolo anche a Dio. 

(7) Adopransi talvolta con vaghezza i pronomi costisi, costèi, cosioro 
nel rapporto possessivo, ponendoli tra l’ articolo cd il nome senza la pre- 
sizione DI. La COSTUI professiòne era d’ amare santamenle e con in- 
redibil costanza tutti i giovani fioreriini, i quali fossero buoni o nobili. 
arc. stor. 10. — 42 COSTUI fempo Leone Papa quarto fece rifàre la chiesa 
di Santo Pieiro e di Santo Pàolg. Gio. Vill. 2, 16, a. — Salabaètio, 
lilo ec. 5° uscì di casa COSTEI. Bocc. nov. 80. —JIn Cipri ei in Rodi fu- 
‘ono i romòri e’ iurbamènti grandi, e lungo tempo per le costoRO dpere. 
‘ nov. 41. Cioè, La professione di costui, Al tempo di costui, Dicasa 
di coslei, Per le opere di costoro. ‘- 

(8) Questi pronomi riferisconsi anche a cose inanimate. Nel fempo , 
Me COLUI, che ’l1 mondo schiara }La faccia sua a noi tien meno ascòsa. 
D. Inf. 26. — Io son COLEI, (parl. della morte) che sì imporiùna, e fèra 

Gram. Ilial. 16 


114 PARTE TERZA 
TESTI. 


Io ho assài con una colpa offesi gl Iddii uccidindo co- 
LUI :/ quale ec. Bocc. nov. 98.— Tu dicevi, che eri con, 
il quale questa notie avevi ucciso l'uomo? Id. ivi. — Vedîr 
pensàro il viso di corer, Ch' avànza tutte l' altre maraviglie. 
Petr. canz. 28.— Questa è COLEI, che tanto è posta in croce 
Pur da coror, che le dovrian dar lode. D. Inf. 7. 


Cotestùi, colestéi, e cotestòoro vagliono Cotésii; impe- 
rocchè accennano uomo, donna, uomini e donne vicini a chi 
ascolta, ed usansi, riguardo a’ loro rapporti col verbo, nella 
stessa guisa che Costi, Coster, Costòro, ec. 


TESTI. 


Di coTESTUI non dico nulla. Passav. pag. 89.— Perch 
battéte voi corestoRo? Nov. ant. 45. — Egli, ed ella ec. E 
COTESTUI e COTESTEI di cotàl contrassegno di lettera maji- 
scola non hanno di mestieri. Salviati, Avvert. 4, 3.— COTE- 


STUI, che voléte per genero, ha preso un' alira mòglie. Au- 


br. Cof. 5, 1. 


*. IV. Desso, Dessi, Dessa, Desse, hanno più forza del . 


precedenti; imperocchè oltre il mostrare la persona, quasi 
m'asseriscono l'identità (9); ma in altro rapporto che in 
quello di subb. non si trovano presso alcun autore, ed usansi 
per lo più co'verbi essere e parere, come: To son DESS0;—dl, 
Si è DESSO; — Tu non mi pari DESSO; —Sono DESSI ec. (10) 


Chiamata son da voi, e sorda, e cieca. Petr. Tr. della morte, cap! 


E nella stessa guisa che Costi, costèi, costoro, possono anche per m6- 
gior leggiadria usarsi nel rapporto possessivo, frapponendosi tra l'articolo, 


o la preposizione e il nome senza la particella DI. Acciocchè il polbsst 


mètlere alle forche in CoLvI scambio. Nov. ant. 56. — Sùbila speràn:0 


prendèndo di dovèr polère ancora nello stato reàl ritornàre per lo COLMI 


consiglio. Bocc. nov. 17.— Se le giovani serve al COLEI grido da ogni parle 
non fossono corse. 1d. Fiamm. 5, 116. Cioè, In iscambio di colui, Perlo 
consiglio di coli, Al grido di colèi. 


(9) Chiamati perciò da’grammatici pronomi asseverativi, che vogliono 


dire Quello stesso, quel proprio, quella stessa, quella propria, ec. 
(10) Talora si dicono ancora di cose. Che quello di che dubilacàmo 
non fosse DeSSO. Bocc. nov. 18. — La voglio pure scrivere, e questa € 
prssa. Vit. S. Gio. Bat. 250. Talora vagliono colui, colei, ec. To temo che 
i parènti suoî non la dìieno prestamènie ad un altro, il quale forse non 
sardi DESSO fu. Bocc. nov. 98. — 7? dico io di lei cotànto, che se mai! 


ne trovai alcuna di queste sciocchèzze schifa , ella è DESSA. Id. DOP "i | 
Le 


Qualche volta per pleonasmo queste particelle vanno precedute dall a0 
diettivo pronominale quel, quella, come: E n° ho sì gran terròr, che ©0 
confèsso, Che mai più de’ miei di saro QUEL DESSO. Malmant. 11, 2. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 115 
TESTI. 


Parîndomi voi pur DESSO, m' è venùto staséra cento vol- 
L voglia d'abbraccibrvi. Bocce. nov. 12. — Hai tu sentìto sta- 
nòlte cosa nitna? Tu non mi par DESSO. Bocc. nov. 98. — 
Ch' © erido: ell' è ben DESSA; ancòr è in cita. Petr. son. 290. 
— Gridàndo: Questi è DESSO e non favella. D. Inf. 28. 


DE' PRONOMI PERSONALI INDETERMINATI 
ALTRI, ALTRUI (41). 


8. V. Queste due voci debbono anch'esse come pronomi 
personali di terza persona considerarsi, essendo a persone, 
mai a cose, applicabili. | 

Altri (12) trovasi sempre nel numero singolare, nel genere 
maschile, e nel rapporto di subbietto, sebben talora, ma ra- 
rissime volte, incontrisi preceduto dalle preposizioni di, ad, 
e da, come: ALTRI /o faccia se vuòle—Se ALTRI mel dicés- 
se, nol crederéi.—Nè voi, né ALTRI con ragione mi potrà 


più dire, ch' io non l abbi veduto (13). 
TESTI. 


Ne vor, né ALYRI con ragiòne mi potrà più dire, che io non 
l'abbia veduta. Bocc. nov. 8.— Ond' avovén, ch' ella more, 
ALTRI sz: dole. Petr. son. 110.— Come avviene a' pupilli, 
ALTRI spende, e logora, e consùma, e’! pupìllo paga. Mo- 
relli, Cron. p. 254.— Dinàndal disse, ancòr se più disìi 
Sapér da lui, prima ch'ALTRI ‘/ disfàccia. D. Inf. 22. — 
Si vestieno i giòvani una cotia, ovvero gonnella corta, e stret- 
ta, che non si potta vestire senza ajuto d' ALTRI. Gio. Vill. 
12, 4.— Sentendo la Reina, ch Emilia della sua novélla 


sera diliberàta, e che ad ALTRI non restàva a dire, che a 


(11) Detti da qualche grammatico pronami di diversità, perchè dino- 
tano diversità dî una cosa dall’ altra. o = 

(12) Non confondasi questo A/zrî col plur. dell' addiettivo pronominale 
Altro, altri, altra, altre. V. Sez. IV, Cap. VIII. 

(13) Altri nel significato di uno o a/cùno. Egli si vuole inacquòre, 
quando ALTRI il bee. Bocc. nov. 64. Ma ciò che sorprende si è, che que- 
slo pronome trovasi talora adoperata in vece del pronome personale pri- 
mitivo 70 col verbo in terza persona. Zoî potrèste dir vero: ma tullavia 
non sappièndo chi questo si sia, ALTRI non rivolgerèbbe così di legsièro. 
Bocc. nov. 3a. — Zo ve lo dico a fin di bene, perchè ALTRI non vorrèbbe 
poi avèr cagione di adiràrsi. Deput. decam. p. 105. In questi esemp), dice il 
| vocabolario, ALTRI sta per i0, ed il verbo, per proprietà di linguaggio, 

in terza persona, in vece che dovrebbe essere in prima persona. 


116 PARTE TERZA 
lei. Bocc. nov. 59.— Von potendo da ALTRI ésser veduto, le 
st gettò dinànzi ginocchiòne. Id. nov. 52 (14). 


S. VI. Altrui del precedente è più indeterminato, e come 
esso solo- adoprasi nel numero singolare e nel genere maschi- 
le, e non rappresenta mai altro che l’obbietto, ora diretto, 
ora indiretto, essendo riputato errore l’ usarlo qual subbietto 
(caso retto), come: Za sciocchezza trae altrùz. di felice stato. 
— Far male' altrùi.—Non ho detto male d'altrùi.— Gli fece n- 
spondere da alirti.—L’ alirùi bene.— L'aliràùt capriccio — le 


alirùi case ec. (Vedi la Nota 16.) (15). 
TESTI 


Che mena dritto ALTRUI per ogni calle. D. Inf 1.- 
Egli s' ingegnàva di cacciùre ALTRUI. Bocc. nov. 27.— Ma 
sì ch' io ho detto male d' ALTRLI. Id. nov. 1. E se s0 l'aves- 
si, piuttòsto ad ALTRUI Je presteréi, ch' io per me l'adopròssi. 
Id. gior. 4 proem.— Che io da ALTRUI, che da lei, udito 
non sia. Id. nov. 23.— In ALTRUI figuràndo quello che di 


se, e di lui intendeva di dire. Id. nov. 7. — Per ag quello | 
/ 


da casa risparmiàre, si dispòse di giltàrsi a 
voler logoràr dello ALTRUI. Id. nov. 40. 


Giova osservare che innanzi ad a/irài, nel rapporto d'attr- 
buzione e di tendenza (dativo), ed in quello possessivo, l 


preposiz. ad e di possono con eleganza sottintendersi (10) 


TESTI. 


a strada, to 


mn 


To estimo, che egli sia gran senno a pigliàrsi del bene, quan 
do Domeneddio ne manda ALTRUI. Bocc. nov. 4.— Uscime | 
mai alcùno, 0 per suo merto, O per ALTRUI ec. D. Inf. $ 


(14) Avvi de'modi di dire in cui «2tri replicato, significa d'uno e Pa 

, N N * peso) 
tro, come : ALTRI (l'uno ) volèoa venire, ALTRI (l'altro ) restàre.— ALI 
(1° uno ) lo usserìsce, ALTRI (l’ altro) Zo niega.— Tanto sa ALTRI (1° uno) 1 


quanlo ALTRI (l’altro). 


(15) Non mancan però esempj ove questo pronome come subbicttò 


leggasi. E d’ altrui colpa, ALTRUI bdbidszzo s’ acquista. Petr. son. 634 
perdonano ec. î mortàli, i quali ALTRUY avèsse dimenticati. Passav. 203.7 > 


Aovegnachè ALTRUI lerga, che ella ec. Fiamm. 7, 8. 


(16) L'articolo determinante, o semplice o composto, che spesse volte 


precede a questo pronome, non è sun, ma bensi del susseguente Dome , 


espresso 0 sottinteso. Ciò per 2 ALTRUI case facendo. Bocc.Introd.— Penso , 
con gli ALTRUI danni ruffreddàre il suo fervènte amore. ld. nov. 21. 7 > 
La forza dello ALTRUI ingègro. ld. nov. 25. — Nell’ ALTRUI sangue gil ba- 


gnàalo e linlo. Petr. son. 29. — Con le voci umili, e munsuòle nel doma 
dar l ALTRUI. Bocc. nov. 32. Abbandonarono le proprie case ec. e Ci 
carono ALTRUI. Id. inlrod. — Egli si troverà aver messo l usiguuolo nello 
sua, e non nell’ALTRUI. Id. nov. 44. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 117 
— E kiénebre nostre ALTRUI fann' alba. Petr. canz. 3. 
— Acerbo frutto, che le piùghe ALTRUI, Gustàndo, afflig- 
ge più, che non conforta. Id. son. 6. 
I SEZIONE QUARTA. 

DELL’ ADDIETTIVO 


TERZA PARTE DEL DISCORSO. 





Mer 


CAPITOLO PRIMO 
DEGLI ADDIETTIVI IN GENERALE. 


S. I. Gli addiettivi, siccome nella prima sezione di que- 

sta Parte ($. IV) si è potuto rilevare, acceunano gli attribu- 
ti, o le qualità naturali o accidentali de’ nomi. 
Possono gli addiettivi dividersi in /sicz, in metafisici, in 
attvi, ed in passivi. Le due prime divisioni si fondano sul 
doversi le qualità de’ nomi, cioè delle cose da’ nomi rappre- 
:  sentate, sotto due aspetti considerare, come fisiche o reali, e 
“ come metafisiche o casuali. 

. $ IL Per addiettivi fisicz s' intedon quelli che negli ob- 
} Detti accennano qualche attributo intrinseco, sviluppando l' i- 
: dea espressa dal nome, con aggiungervi quella d' una qualsi- 
‘i Voglia qualità esistente nell’ obbietto, ‘e che vi si suppone esi- 
stere, perchè esiste nella nostra mente; di tali addiettivi, sono: 
bianco, nero, dolce, amàro, grande, pìccolo, buòno, cattìvo, e 
mille altri. 

: Addiettivi metafisici diconsi quelli ch’ esprimono certe 
|j modificazioni, o qualità accessorie, le quali, prodotte da circo- 
Stanze casuali, ed indipendenti dalla natura degli obbietti, distin- 
guono il nome solamente in quanto stia in relazione con altri 
nomi; tali qualità sono: di possessione, di appartenenza, di fota- 
lità, di diversità, di numero, ec.(veggasi Cap.IV e seg.della pres. 
Sez.). Le altre due divisioni degli addiettivi, in a4//v7 ed in pas- 
sii, riferisconsi alle modificazioni di a/izvità e di passività, 
cioè alla capacità che riconosciamo negli obbietti di esistere, 
agendo o sofferendo, vale a dire, che distinguiamo gl’ individui 
per l'azione ch’ essi fanno sovr' altri individui, o per l' azio- 
._ he ch'essi ricevono da altri individui. Tali sono quegli ad- 
;; diettivi su’ quali in appresso più a lungo ragioneremo sotto 

a denominazione di particip) attivi e passivi (vedi Sez. V. 
Cap. I, e Sez. VI Cap. 111%, come: Amante, scrivente, leggen- 
le, corrénte; amàlo, odiùlo, slimito, scritto, letto, cc. 


sg 


“a 


118 PARTE TERZA 

S. IIT. Risulta dalla precedente esposizione, che gli ad- 
diettivi fisicé soli hanno la proprietà di qualificare i nomi, 
perchè essi soli all’ idea principale, espressa dal nome, aggiun- 
gono quella di qualche qualità, che I° obbietto , rappresentato 
come segno caratteristico, in sè tiene: ove i metafisici lascia- 
no al nome l'originale suo significato, senz' alcuna cosa mu- 
tarvi, e senza aggiugnervi alcun nuovo sviluppo, esprimendo 
semplicemente l’ azione della mente, dalla quale |’ ebbietto 
sotto particolare aspetto è riguardato. 

Ma per quanto sia giusta e ben ragionata la suddetta divisio- 
ne, pure sembrami non poter la medesima esser di uguale 
chiarezza a tutti gl’ intelletti; in oltre la seconda parte (? me- 
tafisici) avendo mestieri di molte suddivisioni, e perciò dive- 
nendo complicatissima, confonde piuttosto i meno sagaci, an- 
zichè servir ‘oro di schiarimento. 

Più intelligibile adunque credo dover essere la divisione 
degli addiettivi in Qualificativi, Pronominali, Dimostraiwi, 
Determinativi, Quantitativi e Numerah. 


CAPITOLO II. 
DEGLI ADDIETTIVI QUALIFICATIVI. 


CS 


S. I. Gli addiettivi gualifica‘ivi gli stessi sono, che gli al- 
diettivi fisici. Segue dall’ uffizio dell’addiettivo intorno al no- 
me, che nel discorso, ove trattisi di conoscere la qualità di 
questo, per lo più l'uno accompagna l’altro; sovente però il 
nome sottintendesi, o per dir meglio, l’ addiettivo  riferisces 
ad un nome mentovato antecedentemente. Ma sì nell' uno 
che nell’ aliro caso l’ addiettivo dee sempre col suo none, 
espresso o sottinteso, in genere cd in numero, concordare; vè 
le a dire, la desinenza dell’ addiettivo deve, ed in genere 
in numero, conformarsi a quella del nome. | 

Gli addicttivi qualificativi per una figura chiamata Enallage 
sogliono frequentemente porsi in vece de' loro nomi astratti 
(vedi Sez. II, Cap. I, $. IV), nella stessa guisa che per la me- 
desima figura ponesi sovente l’ infinito del verbo in vece del 
nome astratto verbale: quindi possiamo dire 7 alto (4), il del 


(1) Ma allora perdono affatto l'attributo di addiettivi, e prendon 
quello di nome, ed in ciò differiscono da quelli i quali, avvegnachè soli 
si trovino, e preceduti sieno dall'articolo determinante, od altra parli” 
cella d'appoggio, pure rimangon meri addiettivi, che a qualche nome ° 
antecedentemente éspresso, o intieramente sottinteso, come sarebbe uomo, 
oggèlto, cosa ec. sì riferiscono; così quando dico: L’avaRO nor si con- 
tenla mai; — Il BELLO è sempre bello; —L’ONESTO dee preferirsi all'U- 
STILE, intendo dire: L'uomo avaro, l’oggetto bello, la cosa onesta, 


$ 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 119 

h, il giusto, il grande, ec. per ? altezza, la bellézzà, la giu- 
slizia, la grandezza ec.; e ne’ vocabolarj tali voci si trovano 
segnale suslantici. (2) | 

E parimente per l’ anzidetta figura che gli addiettivi 
possono divenire avverbj, come: alto, forte, chiaro, dolce, ec. 
per altamente, fortemente, chiaramente. — Ora, tutto AvVER- 
TO (apertamente ) #i dico, che io per niùna cosa lascerèi 
di cristiàno farmi. Bocc. nov. 2. — Ahi lassa me che assài 
CHIARO conòsco , come io it sia poco cara. Id. nov. 15. 
—Chi non sa come DOLCE ella sospìra, E come POLCE par- 
la, DOLCE ride. Petr. son. 126. . 

$. Il. L’ addiettivo varia di genere e di numero cangian- 
do la sua desinenza. Due sono le desinenze degli addiettivi 
ilaliani : e ed 0 (3). La prima per amendue i generi, cangian- 
dosi nel plur. in 2. La seconda è pel solo maschile sing.; 
essa diventa a nel fem. sing., 7 nel plur. masc., ed e nel 
plur. fem.; esempj: Servo fedele e attìco, Serva fedile e attica. 
— Paese grande e popolàto, Città grande e popolàta.— Servi 
fedeli e attivi, Serve fedéli e attive.—Paési grandi e popolàti 
Ciò grandi, e popolùte. 


OSSERVAZIONI SULLA CONCORDANZA 
DEGLI ADDIETTIVI. 


td 


. $ IV. Quando nella frase vi sono due nomi del mede- 
Simo genere, uniti mediante la congiunzione copulativa €, 
‘addiettivo accorderassi con tutti e due, cioè nel plurale, e 
nel genere di ognuno di essi, come : Piétro e Giovànni sono 
POVERI.—Maria e Lucìa sono RICCHE. 

2° Quando i due o più nomi sono di genere differente, 
l'addiettivo si accorderà in numero con amendue, ma in ge- 
Nere col maschio, come: Z/ padre e la madre sono CONTEN- 
TI-Le figliuòle e i figliuòli sono MORIGERATI. 


‘osa ulile.Laonde credo che nulla siavi di più erroneo,che questa espressione: 
addiettioi presi sosfantivamente,che spesso incontrasi nelle grammatict e; quasi 
Ica: addiettiviche fanno le veci di sostantivi. Love maila qualità può sostituirsi 
alla sostanza ? e non potendosi ciò, l’addicttivo esprimente la qualità, 
"on può certo prendersi sostantivamente, cioè in vece del nome espri- 
Mente Ja sostanza. I 

(2) Secondo il metodo comune fino ad ora seguito di così denomi- 
Nre tutti i nomi di qualunque specie essi sieno. Nel mio Dizionario Uni- 
versale della lirgua italiana, ec. tali voci sono contrassegnate come z0- 
mi astraili, siccome tutti gli altri nomi vi sono indicati secondo la qua- 
lità loro, e a tenore della divisione del nome da me esposta in questa 
grammatica (Parte terza, Sez. Il. Cap. 1). 

.(3) Sonovi addiettivi di doppia desinerza, come Fire e fino, ec. Ta- 
luni ne hanno tre, come Leggiére, !cggiîri, leggiéro. 


120 PARTE TERZA 

3.° Nell occorrenza di due o più nomi di differente nu- 
mero, o di differente genere, uniti non già dalla congiunzione 
e, ma dalla preposizione con, l' addiettivo puossi liberamente 
o coll’ uno o coll’ altro accordare, come: Essendosi Dionto 
CoN gli altri giòvani messo a giucàre a tavole. Bocce. gior. 6. 
fin — Il re cO' suoi compàgni Rimontato & cavàllo al reò- 
le ostiére se ne tornàrono. Id. nov. 96.— Esséndosi la don- 
na col giovane POSTI a tavola per cenàre, ed ecco ec. Id. nov.50. 

4° Occorrendo nella stessa sentenza due o più nomi di 
seguito, di genere o di numero diverso, senza che alcuna 
particella gli unisca, l’ addiettivo si accorderà coll’ ultimo no- 
ininato perchè si suppone che lo stesso addiettivo sia sottn- 


teso per ognuno de' nomi antecedenti, come: Z/ vino, l'acqua . 


il fuòco è BUONO.— Un tizzo, un carbòne, una favìlla € ATTA 


dpr fuoco. ste 
2 Quando due, o più nomi di cose inanimate $1 S© 
guono, uniti dalla congiunzione copulativa e, l' addietuvo # 
accordì pure.-coll’ ultimo, ogni volta che questo non n 


parato mediante qualche voce del verbo essere, come : d 


è se» 


un, ch’ avéa T una e l'altra man Morza. D. Inf. 28 (4).- | 
Ne la soprabbondùnte pietà et allegrézza MATERNA lo per 


misero. Bocc. nov. 16 (3). 


(4) Contro questa regola potrebbesi allegare il seguente esempio del 


Boccaccio. Se così gridato avèste, ella (la gru) avrèbbe sosì l'allra coscia) 
; id + DN È 
e l'aliro piè fuòr MANDATA. 


(5) Trovandosi con un nome di maschio un soprannome femmini®®, | 


I addicttivo si accorda piuttosto con quello che con questo. Gli pr ieghi 


non giocavano alcùna cosa, perchè quella bèstia (cioè Tofano) era pi 


DISPOSTO @ volère, che ec. Bocc. nov. 64. Voglion taluni che, esse! uc 


vi nella frase la voce femminina persona, relativa a nome masco” î 
l'addiettivo debba accordarsi con questo anzicht con quella: Za RIE 
quando è TRIBOLATO, e hae molla falica , si dice e pensa che Iddio!" 


olmo» : 


in odio. Fr. Giord. Pred. p. 133. — E/ è un hello uomo, e par person 


_ a 
molto da bene e costuMaTO. Bocc. nov. 12. Non sembra per altro quest 


® kg . . LI “i u- n 
regola sia generale, imperocchè e nello stesso Boccaccio ed in altri au. 


° Ù . . . . . Ul ce 
tori trovasi moltissime volte l'addiettivo accordato in genere colla Y° 
persona. i | 

° U . . . . ‘ é 
Gli addiettivi Mezzo in senso di metà, e Salvo nel senso di ecce o. 
. . ” . . se 
fo, non s’accordan mai col none femminino, o plurale, col quale po” 


. . O C) ogo . RX N ci 
ser trovarsi, ma rimangono invariabili come avverbj); esempi: Once cun 
e MEZZO per libbra. Gio. Vill. 12, g6. — La moneta di ventitre € de | 
caràli. Id. 8, 53.— Una libbra e MEZZO di castròne. Burch. son. Rendel” 


3,5. 


gli la signoràa di Lombardìa, saLvo la Marca Trivigiàna. Gio. Vill. 
SAL- 


— Fècero ordine, e decrèto che ciascùno potèsse uscire dal bando, 
vo quelli delle case ecettuàte per Ghibellini. Td. 9g, 317. 

Il Corticelli, allegando gli avvertimenti del Salviati, vol. 1, € 3, P. a 
insegna doversi parimente rimanere invariabile ‘1° addiettivo Tullo, pre 
ceduto dalla particella per, e doversi dire: Soro séalo per TUTTO Roma 


ilud- . 


we gi è n 


i 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 121 

è. V. Tutte le regole già stabilite per la formazione del 
plur. dei nomi (7. Sez. II, Cap. III, $. IL e seg.) sono pa- 
rimente agli addiettivi applicabili; solo ripeterò, che le finali 
co e go în addiettivi bisillabi cangiansi in ch: e ghi, come: 
Ricco, ricchi; largo, larghi, ec.; ma gli addiettivi di più di 
due sillabe’ cangiano semplicemente l'o in 7 senza aggiun- 
gervi è, come: Faenàtico, fanàtici ; politico, polìtict; scolà- 
sco, scolàstici: tranne antico , solingo, ramìngo, guardìngo, 


| che fanno antichi, solinghi, ec. (17). 


Sonovi alcuni addiettivi in co e go, che indifferentemente 


‘ cangiano queste finali in ch ed in cz, m ghi ed in gi, come 


r 


sarebbero - pubblico, pràtico, sofistico, salvàlico, stìtico, 

CI x 0 è. x . . e 
mendico, anàlogo, ec., che fanno pùbblici, e pùbblichi; prà- 
ua, e pràtichi; anàlogi, e anàloghi, ec. 

Ù VI. I cangiamenti di genere e di numero non sono 
e sole variazioni, alle quali vanno soggetti gli addiettivi qua- 
hificativi: essi hanno al pari de nomi 1 loro accrescalzri, peg 
gioralivi e diminutivi, indicanti aumento o diminuzione nella 

*. 0 © è . © 0. . . 
qualità, per cui i nomi distinguonsi; e le desinenze, che a tale 
effetto sì aggiungono agli addiettivi, sono quasi le stesse che 
quelle usate pe’ nomi, cioè per gli accrescitivi one, otto, occio, 

L\ LV DI q 
0220, come: dellòne, bravòne, grandòne, superbòne, grassòtto, 
ellbecio, frescòzzo, ec.; per li peggiorativi acco e azzo, come: 
grandùccio , poverùccio; cagnàzzo (brutto), brunàzzo, ec.; pei 
diminutivi ello, erello, elto, icello, astro, ino, olino, iccio, igno, 
ognolo, uccio, uzzo, come: cattivèllo , teneréllo, vecchieréllo, 
h L) 0 \ N . LN x . 
bianchétto, grandicèllo, rossàstro, biancàstro, magrìno, picco- 
È . 67 CU) . q C) LI 
ino, biancolino, gialliccio, stracchiccio, verdigno, o verdògno, 
q È . e x 
amarognolo ( alquanto amaro ), carùccio, umidùzzo, ec. che 
al femminino cangiano l’o finale in 4 (8). 
Ho guardalo per TUTTO la strada. Il cerco per TUTTO la casa, ec. in ve- 
ce di Per tutta Roma, per tuila la strada, ec. Ogni cosa equivalente 
dll'omne de’ Latini trovasi talvolta in senso neutro, come: Feggéndo OGNI 
USA così disorrèvole, e così disparùto cominciò a rìdere. Bocc. 55.; nov. € 
alora in senso femminino, come: OGNI cosa di fiori piena e di giunchi 
suncala. Id. introd. ua n 

(7) Le sillabe finali ca e ga negli addiettivi femminini si cangiano 
sempre in che e ghe, come: Ricca ricche, bianca bianche, vagha vaghe, 
larga larghe, ec. 

(8) Sonovi addiettivi, che possono indistintamente prendere due o tre 
delle suddette desinenze diminutive, e conservare quasi lo stesso signifi- 
Calo, come: A/l0, alièito, alierèllo; umido, umidètto, umiduzzo; giùllo, gial- 
letto, giallino , giullùccio; poco, pocolino, pochetto, pocùccio ; bianco, bian- 
chètto, bianchìno, biancùccio, ec. Talora due ed anche tre delle già dette 


Sinenze trovansi insieme in un solo addiettivo, come: Rosso, rossetto, 
Fossellino ; bianco, biancastro, biancastròne, biancastronàccio. Per èssere 


Gram. Ilal. 17 


+ 


123 PARTE TERZA . . 
TESTI. 


Tu per questo la cosa mi lodàvi, Ch' ella era sì GRAX- 


DONA, e rigogliòsa. Buon. Tanc. 4, 1. — Accertitevi che invi 


porlo un BENONE GRANDONE, poichè oltre all' ésser buon 
compàgno, pizzicate ancòra dî poéta. Caro, lett. fam. par. 1, 
pag. 124.— Gli altri due giòvani, corsi a dove era quel Ric- 
CONE, forzàvano ec. Fir. Asin. — Per Dio non vidi mai uò- 
mint più BELLONI, né più rugiadòsi di questi. Caro, lett. par. 
.2, pag. 137.— Ha in casa una Jura di queste stiùe, 
tant alta BELLONA. Cecch. stiav. 4, 

tarchiùta, giulìva, FRESCOCCIA e grassa. Lor. de' Med. Nenc. 
— L' altro era un fanciùl PIccOLINO, che ancòra non avtva 


un anno. Bocc. nov. 86.—Fu finìto il processo di Messer lo 


tùdice sopma la morte di Pasquìno catTIVELLO. Id. nov. 
1. Quel Pietro fu che con la POVERELLA Offerse a san- 
ta chiesa il suo tesòro. D. Par. 10.—Io una è aggiugne 


rò, da yna SEMPLICETTA donna adoperàta. Bocc. nov. 64. o 
— Ma se due dì del consuéto strame I POVERACCI ma 
rimàngon privi, ec. Malm. 4, 2.— Con una potentissima w- 

ha e CALDUCCIA. come la mattina Allo spedùl si ; 


vànda Be 
dà la medicìna. Red. Cons. 1, 14.— Il gufo si ponga n 
terra, în luògo un poco ALTERELLO, sicché sta dagli uccelli 
veduto meglio. Cresc. 10, 25. — Tòrcon quelle BoccuCCE, Fan 
quei visi AMAROGNOLI. Buon. Fier. g. 4, at. 5, sc. 16.— 
Vide nuove ragiòni d' uve, al suo intendimento e dove bian- 


3.T— Ella è GROSSOCCIA - 


che di ragione VERDIGNA. Fr. Sacch. nov. 177.—/o non 


vorrei che noi pigliàssimo un anchio ch’ e fosse ualche 
vecchio debole, e inreRMmICCIO. Machiav. mandr. at. 4, sc.9. 


S. VII In quanto al posto che l'addiettivo tiene nella c0- 
struzione della frase, su di ciò v' è poco da ragionare. Gu- |. 


sta la costruzione diretta, o sia semplice, che è anche quella | 
‘ che segue l’ ordine naturale delle nostre idee, l’ addiettivo sem- — 


pre dovrebbesi posporre al suo nome. Uòmo MAFERIALE € © 


rosso senza modo. Bocc. nov. 28. Ma nel'a costruzione 


indiretta o figurata, per una figura detta Iperbàto, di cuì tan- 
t uso fassi nella italiana lingua, gli addiettivi si possono a' n0- 
mi loro premettere (9). O guàrnie MEMORABILI schiatte, quan 


questo Menicùccio un cerlo BIANCASTRONACCIO senza froppa barba. Firo 


nov. 7. sa | 
(9) Talora leggesi il nome posto in mezzo a due addiettivi; costr” 
zione molto usata dal Boccaccio. I quali (i due cavrioli) Ze parèvano lo 
più DOLCE cosa del mondo, e la più VEZZOSA. nov. 16. — Un uomo di 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 125 
 AMPLISSIME eredità, quante FAMOSE ricchezze, ec. Bocc, 
lutrod.— Madònna, io non so come PIACEVOLE relna noi 
wreno di vor. Id. gior. 8. fin. — Quantànque fosse TONDO 
e GROSso uomo. Id. nov. 253. — Giùnto m'ha amòr fra 
BELLE e CRUDE braccia. Petr. son. 158 Ea 

S. VIII. Ragionando sull'uso dell'articolo determinante 
Sez. Il Cap. VII, si è dimostrato ($. X) quando si può e quan- 
do si debbe replicare l'articolo innanzi a ciascuno de’ nomi 
ove due o più di questi si succedono. Ma le regole ivi 
esposte abbisognano d'uno sviluppo maggiore per applicarle 


‘ anomi preceduti da un addiettivo. 


Quando al primo de' nomi succedentisi, precede un addiet- 


tivo che si riferisca anche agli altri, l'articolo determinante 


non si deve replicare, ove non si voglia replicare parimente 
l'addiettivo, altrimenti questo parrà riferirsi solo al primo no- 


. me Dicasi dunque: Ze delizidse valli e pianùre; oppure, de 


deliziose valli e le deliziòse pianùre, non già Ve deliziose valli 
e le pianùre. i 

$. IX Quando ad un solo nome s’ uniscono due addiet- 
tivi, farà d'uopo esaminare se entrambe le qualità nello stesso 
soggetto si possono addire; nel qual caso l'articolo che prece- 
de al primo addiettivo non si ripete, come: Y saggi e zelànti 
cittadini; i buòni e fedéli sùdditi; gli empj e perversi nemìci, 
ce: o se ognuna delle due qualità, per natura fra loro oppo- 
ste, ad un soggetto diverso debbasi riferire, ed allora la replica 
dell'articolo è necessaria, come: I buoni ed i cattivi uòmini; 
iveri ed i falsi amìci; è filosofi antichi ed i modérni, ec.: 
se in questi e simili esempj si volesse tacere il secondo articolo, 
ne risulterebbe un error manifesto, imperocchè la congiunzione 
copulativa e riunendo ne' rispettivi nomi i due addiettivi, pre- 
senterebbe l’idea contraddittoria di due qualità opposte nello 
stesso soggetto. 
SELLERATA cifa e CORROTTA, il quale ec. Id. nov. 32.—-A piè di una 


BELLISSIMA fontana e curana. Id. ibid. i la 
(10) Gli addiettivi per lo più si premettono a’ nomi proprj sì di per- 


sone che di paesi e città; onde dicesi: IZ valoroso Achille; I arlificioso 


Ulisse; il divîn Ariosto; la bella Amìinia; Vl inarricàbil Corrèggio ; la ric- 
‘a Inghilterra; la popolata Francia; la deliziosa Itàlia, ec. 

Hannovi alcuni addiettivi che variano di significato secondo che so-. 
no posti o avanti o dopo il nome, come: galanti’ uòmo (uomo da bene, 
Onorato), uomo galante (gentile, manieroso); gendi! uomo (nobile), uomo 


° gendile (garbato); un grand’ uòmo (assai meritevole), un uomo grande 


Gilto); un solo uomo (unico), un uòmo solo ( senza famiglia); una gran 
‘084 (cosa maravigliosa), una cosa grande (estesa); una cerla. nolìzia 
(non ben saputa), una notizia certa (indubitata); un doppio amico (due 


| amici), n em}co doppio (falso); un semplice coniadìno (un solo), un con- 


ladino semplize (inesperto, soro). 


124 PARTE TERZA 
CAPITOLO III. 


DE' GRADI DI COMPARAZIONE. 
S. I. Uno degli accidenti dell’addiettivo, è il grado di 


comparazione. Possono due obbietti, sieno essi della stessa o 
di diversa natura, la medesima qualità possedere, il che, atte- 
so la necessità in cui siamo, di trovare delle differenze negli 
obbietti onde distinguere gli uni dagli altri, c' induce a cercar- 
ne nelle qualità loro, comparando queste per gradi, vale a di- 
re, cercando se i due obbietti abbiano la stessa qualità 
in grado uguale, o se questa nell' uno trovisi in maggiore 0 
minor grado che nell'altro; e sono queste tre differenze che 
in grammatica, Gradi di comparazione si chiamano, cioè Gra- 
do x per grado maggiore, grado minore, grado massimo, 
grado minimo, i | 
| bi; II. Per cagione delle anzidette comparazioni gli addiet- 
tivi dividonsi grammaticalmente in posilivi, che indicano sem- 
plicemente la qualità del nome senza compararla con quella 
d'un altro (1); in comparativi, che comparano la qualità 
d'un nome con quella d'un altro, in grado eguale, o in gra 
do maggiore, o in grado minore ; in superlativi, che portano 
la qualità al più alto, o al più basso grado, e si suddividono 
in superlativi relativi, ed in assoluti, gli uni e gli altri indi- 
cando il grado eminente della qualità, ma questi ciò fanno po- 
sitivamente senza comparazione, quelli comparando la quali 
tà del nome con quella di altro nome. n 
S. IU I gradi di comparazione vengono nel discorso m- 
dicati ognuno da due particelle, una delle quali è la compa 
rativa, e all'addiettivo premettesi, l’altra è la corre/aliva, e qui 
congiunzione s'interpone tra l’addiettivo ed il nome o pre 
nome dell’obbietto comparato. I 


COMPARATIVI IN GRADO EGUALE. 


Forrnasi la comparazione in grado eguale, con una delle. 
seguenti particelle: così, sì, tanto, altrettànio ; che hanno pî 


correlativa una di queste, come, quanto. Come, è la correla- 
tiva di così e sì. Quanto, di tanto (2), esempj: Una pera 008 


(1) Sonovi certi addiettivi incapaci di ricevere comparazione alcuna, 
perchè le qualità da’ medesimi indicate, sono superiori a tutto quello che 
si volesse da noi oppor loro in confronto; tali ‘sono: Divino, etèrno, pe 
renne, mortale, immortale, ed altri simili. 

(2) Tanto, alirettànio e quanio non sono qui che avverb) 
tudine, e conseguentemente non sono sottoposti ad;alcuna legge di conce” 
danza, nè di genere, nè di numero; possono per altro le medesime parl!” 


di simili. * 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 155 
dle 0 sì dolce come lo zucchero. — Questa tela è Si bianca 
COME la neve.— Génova non era COSì potente COME Venézia.— 
Egli fu TANTO modesto QUANTO dotto.— Uno spettàcolo AL- 
TRETTANTO grande QUANTO terr)bile.— TANTO caloròso QUAN- 
To Cesare. — Egli è ALTRETTANTO diligente QUANTO suo fra- 
lello è trascuràto ec. 


‘#. 
. 


TESTI. (3) 


Delle femmine era COSì vago COME sono i cani de’ bastòni. 


Bocce. nov. 1.— Se io avessi così bella cotta COME ella, sarèi 


oliresi guardàta com’ ella. Nov. ant. 25.— Veramente è questi 


| 00Sì magnifico COME uòm dice. Bocc. nov. 7. — Altri foriu- 


EI 


nali avvenimenti si vedrànno, così ne' modérni tempi avve- 
nuti COME negli antìchi. Id. proem. — Pàreele così bello COME 
il re l’avéa detto. Id. nov. 97.— TANTO le faccia Iddio trista 
QUANTO 20 voglio esser lieto, ma COSÌ foss to sano, COME #0 
non sono. Bocc, nov. 83. — ComE agl infermi del corpo e 


| Così a quelli dell’ ànima dee l'uòmo aver pietà. Cavalc. pun- 


gi. 45.— Se io potùto avèssi onestamènte per altra parte me- 
nare a quello che io desìdero, che per COSì aspro sentiéro Co- 
ME fia questo. Bocce. Introd. 


f. IV. La comparazione in grado eguale può pure aver 
luogo tra due qualità diverse nella stessa persona o cosa: £ 
però quella... Volta ver me sì lieta come bella. D. Par. 2. 
Fassi talvolta la comparazione tra due nomi sostantivi (4) : 

omo di piacevolìissimo ingégno ec. COME dimòstrano i suoi 
bellissimi e dotti componiménti COSì in prosa COME in versi. 
Varchi stor. Ed anche tra due verbi: Gli spaveniàit COSì òdo- 
no la vanità del pòpolo come i consìgli de' savj. Dav. stor 


celle essere addiettivi comparativi di quantità e di numero, de’ quali si 
parlerà altrove. | 

(3) Puossi elegantemente uma delle due particelle, o la comparativa, 
o la correlativa, per elissi sottintendersi; onde si può dire: Un oratore 
tloquènte quanto Cicerone ; un fruito dolce come lo zùcchero, sopprimen- 
do nel primo esempio così, e nel secondo tanto. Ivi, com’ ora, che nel fuòco 
ofina, Mi rappresènio (così mi rappresento) carco di dolòre. Petr. canz. 
W8.—Un vestimènto di lino sottilissimo e bianco (così bianco) COME neve. 

cc. nov. 96.—Niuna cosa fu mai del fuòco degna (così degna) come 
sarti io. Id. nov. 23.—Quella inièndo io di guardòre e di servàre QUAN- 
10 la mia vita durerà (cioè tanto quanto). Id. nov. 18. 

(4) In vece della particella correlativa come, ripetesi talora la com- 
Farativa sì, specialmente nella comparazione tra due nomi, o pronomi. 
Questo re Rubèrio fu il più savio re che fosse tra’ cristiàni, sì di senno 
naturale, Sì di scienza (in vece di come di scienza). Gio. Vill. 19. 9.— 
Uh quanto m’ era ciò caro ad udìre, Sì per colùi che "1 diceva, Sì per 
que' che ciò ascoltàcano! Bocc. Fiamm. 4. 


126 PARTE TERZA 
— Chi il commendò.mai TANTO QUANTO #u ? Bocce. nov. 5. 
— Ma COME noi veggiùmo assùi sovente avvenìre ec. COSì di 
questo pòvero palafrenièro avvenìia. Bocc. nov. 22 (5). 


COMPARATIVI IN GRADO MAGGIORE E MINORE. 


S. V. Le due particelle più e meno premettonsi all ad- 
diettivo per indicare la prima, il grado maggiore, l'altra il 
grado minore, di comparazione, come: Più ricco, meno ricco; 
ed amendue hanno per correlativa una di queste: di (6), che. 

Ma non in tutte le comparazioni di grado maggiore, € 
minore si possono indifferentemente l'una, o l'altra delle due 
mentovate correlative adoperare, e perciò buone saranno le 
seguenti osservazioni. 

4.2 Usasi necessariamente la prep. di, quando la seconda 
parte della comparazione è uno de’pronomi personali nel rap- 
‘porto di obbietto indiretto, cioè me, noi, te, voi, lui, lei, loro, 
come: Più lieto di me. — Meno ne avèa di lui. — Più conve- 
névole di te.— Più poderòsi di noi ec. sE NI 

2.2 Adoprasi parimente il di innanzi a'pronomi dimostrativi 


(5) Quando il secondo termine della comparazione trovasi essere uno 
de' pronomi personali, o primitivi, o relativi, bisogna vedere se tal pro- 
nome è il subbictto, 0 l'obbietto diretto del verbo che in tutte le compa- 
razioni d’ eguaglianza sottintendesi: se n'è il subbietto, si adoprera una di 
queste particelle: Zo, r0î, fu, voi, egli, èglino, ella èlleno ; se all’ opposto 
n° è l' ebbietto diretto, dovrassi usare una delle seguenti: Me, zoî, fe, 00h 
lui, lei, loro. Fa forza che tale differenza conoscasi da chiunque desidera 
di scrivere, e parlare purgatamente la lingua, e schivare le viziose espres” 
sioni, che tutto di odonsi dal volgo e da’ meno esperti profferire. Impe- 
rocch: nulla intendesi più comunemente che le seguenti, o simili dizion! : 
Egli lo sa come me. Io farò come te. Ella è ricca quanio lui, ec. Per 
veder chiaro gli errori, che racchiudono tali frasi, si aggiunga ad ognu- 
na delle suddette il verbo, che in forza della comparazione vi si sottinteo” 
de: Egli lo sa, come lo so me. Io farò, come fai te. Ella è ricca, quan. 
to lo è lui; non sono questi solecismi intollerabili? Dicasi adunque : 25° 
lo sa come io, 6 come lo so io. To farò come iu, 0 come fai iu. Ella è 
ricca quanto egli, o quanto lo è egli. Se tu vedessi Com’ 10 (vedo) la cal 
tà che tra noi arde. D. Par. 22.—.Se io avessi così bella colta come ELLA 
(ha). Nov. ant. 25.—Chi il commendò muitanto quanto TU? (il commen- 
dasti). Bocce. nov. 31.— Tanto i faccia Dio sano delle reni quanto 10 (so- 
no). ld. nov. a1. Ma quando il secondo termine della comparazione VIE 
nce ad essere l'obb. diretto del verbo sottinteso, egli è necessario che s €- 
sprima per me, fe, lui, ec., onde diciamo bene: Zo # amo come ME. Nov. 
ant. 33 (cioè come amo me). 

(6) L'uso della particella di nella nostra favella come correlativa de- 
gli avverbj più e meno, ha luogo in forza delle parole @ paragone, % 
comparazione, in confronto o simili, che per ellissi vi sì sottintendono, co- 
me: Federico è più assiduo (in confronto) di Carlo.— Egli è più ricco (a 
comparazione) di mio fratello e di me.—Noi siamo meno infelici (a para 
gone) di lu. 


—— 


ETIMOLOGIA E SINTASSI . 127 
colui, colei, colòro, costui, costei ec., ed innanzi a que momi che 
non possono esser preceduti dall’ articolo determinante, come: 
Più scelleràto di colùi.— Meno débole di tutti — Più antica 
di Roma ec. 

3. Quando la seconda parte della comparazione è un 
nome capace di esser preceduto dall’ articolo determinante, 
questo alla prep. 4; uniscesi, formando insieme le particelle 
del, dello, della, dei, deeli, delle, come: Più lucénte del 
Sole— Men doito dello scolàro.—Più bianco della neve ec.(7) 

42 La particella correlativa che debbe necessariamente 
adoprarsi quando la comparazione fassi tra due qualità diffe- 
renti, che allora la seconda parte viene naturalmente ad esse- 
re un addiettivo, come: Più ricco CHE savio. — Men viriuòsa 
cHE bella, ec. (8) 

5. Usasi parimente il che quando la seconda parte della 
comparazione trovasi essere un verbo o un avverbio, come: 
Egli legge più che non iscrìve-— Parla più che non agìsce. 
— Più dotto che non si crede.— Più ricco ‘che mai.— Più 
oggi che Jeri, ec. (9) | 

TESTI. (40) 


— Nessùn visse giammài Di me PIU LIETO. Petr. canz. 46. 
—Non so cui io mi possa lasciàre a riscuòtere il mio da 


(7) Trovansi però moltissimi esempj negli autori, costrutti con la cor- 


; relativa che sola, o seguita dall'articolo determinante, ancorchè la secon- 


da parte della comparazione sia un nome. Che in fre maltine ri: olverà 
ohi cosa, e rimarrài più sano CHE pesce. Bocc. nov. 83.— Egli è una 
siovane quaggiù, che è più bella cHe una làmmia. \d. nov. 85.— Una 
donna più bella assài cHE ’l sole E più lucènie ec. Petr. canz. 24. 

(8) Usasi talora per seconda parte della comparazione, l’addiettivo 
Pronominale quello, quel, preceduto dalla particella di, e seguito dal che, 


. chiudendosi poi la frase o con lo stesso verbo della prima parte, espres- 


_ 


Pv 


% 0 sottinteso, © con qualche altro verbo differente dal primo. Ord’ ella 
‘ssi Lucènte PIU assai DI QUEL CH' ell’era. D.Par.5.— Oscuri sempre Sono 
0564 PIV gli oràcoli DI QUELLO, CH’ altri sì crede. Guar. Past. fido, at. 1, 
X. V.-Ma le promìse, e la sua fè le diîde che farìa PIU DI QUEL CH'ella 
i chiede. Ar. Fur. c. g. 57. 

; (9) Terminandosi la seconda parte della comparazione con un verho, 
‘ questo lo stesso che quello della prima parte ripetuto, sia altro verbo 
"ferente dal primo, la correlativa che va sovente seguita dalla negativa 
i ti Accèso d' altìssimo e nobile amore, forse riv assdicHE alla mia bas- 
° condizione NON parrèbbe ec. Bocc. proem. — Molto PIU belle e PIU care 


: ( si . . 
* ME noî non siamo. Id. Introd.— 4ffligge PIU CHE NON corforta. Peir. son. 6. 


tire (10) Facendosi la comparazione tra due rcrri sostantivi, le due Jar- 
li e meno ‘sono censiderate come addiettivi, stando esse in vece 
et o mincr numcro, 0 quantità. Sccrgîcasi in questo parlire di 

U pempa CHE lecltà. Dov. enn. l'b 1.— Pariondclo con quella 
fenerèzza CH' ella potèva. Fir. As. 120.— Più e PIU Sossi cingen li ca- 


128 PARTE TERZA 

loro, PIU conventvole DI te. Bocc. nov. 1.— Chi è PIU mì- 
sero di colùi che i benefizj dimentica? Varchi stor. — 
Quanto ciascuna è MEN bella di lei, Tanto cresce il desto, 
che m' innamòra. Petr. son12.— Deh, se non hai del viso il 
cor MEN dello, Non impedtr ec. Ar. Fur. c. 4. st. 355. — La 
moglie, e’ figliudlo non mi sono PIU del padre e della re- 
pubblica a cuòre. Dav. ann. lib. 1.— Ayputianci nor MEN 
care che tutte le altre? o crediàm la nostra vita con PIU 
forte caténa èsser legàta al nostro corpo, cuE quella degli al- 
tri sia? Bocc. Introd.— Egli è una giòvane quaggiù che è 
PIU delle cHe una lammia. Bocc. nov. 85.— Come colùi, che 


era PIU che una donna pauròso. Bocce. nov.79.—Tu hai sapi- 


lo PIU ch'io t'insegnài. Nov. ant. 76. 
$. VI. Sonovi alcuni addiettivi ne' quali i gradi di com- 


parazione d’eccesso, e di difetto irregolarmente si formano; 


tali sono: grande, p’ccolo, buòno, cattivo, i quali, alla foggia 


latina, cangiansi in altre voci affatto differenti imperciocchè in - 


vece di più grande, più pìccolo, più buòno, più cattìvo, dicia- 
mo maggiore, minòre, migliòre, peggiòre, che sono addieitvi 
comparativi latini, passati a noi con poco travestimento (11). 


TESTI. 


To non potrei irattàre per la salùte de' na con |. 

o di quello , 
che to ho trattàto. Cas. Lett. 21.— State certo che io n'ho MAG , 
GIORE voglia di voi. Machiav. com. — Del suo lume fa'l cielo. 


MAGGIOR affeziòn d ànimo né con MIGLIOR mo 


sempre quieto, Nel qual si volge quel c'ha MAGGIOR fretta 
D. Par. 1.— Bene è miGLIORE 2 suo Iddio che il two. 
Nov. ant. 78.— E molto MIGLIOR maestro che to non st 


no. Bocc. nov. 50.— Onde discéende Dagli altissimi monti . 


MAGGIOR /ombra. Petr. canz. 9.— Onde nel cerchio MINORE, 
ov'è '1 punto Dell'univèrso. D. Int. 14.— Mentr' è di qua, la 


donna di Brabànte, Sì che però non sia di PEGGIOR grég- > 


gia. Id. Purg. 6 (12). 


sièlli. D. Inf. 18.— Lo buòno pastore che avèa cento pècore, quando $ ,, 
ne frovò MENO una. Stor. Barl. 36. — Facciasi con PIU onestàie e con Pil | 


cortesta CHE fare si puole. Nov. ant. proem. 


(11) Alle particelle più e mero, e agli addiettivi maggiore, minore 


STI 


migliore, peggiore aggiugnesi talvolta uno de’ seguenti avverb): Assai, molto, . 


vie {roppo, di gran lunga, a gran lunga, che hanno forza d’ accrescere ! 
grado di comparazione. TROPPO PIU bellu gli parve che stimolo non arto , 


bocc. nov. 67. — Poco dinanzi a lei vedi Sansone Vie PIU forte, che 508 
gio, ec. Petr. Tr. d’ Am. cap. 3. — Il profàlio, il qual voi trarrète sof? 


maggiore A GRAN LUNGA della fatica. Segn. Man. Introd. 


(12) Gli avverbj dere, e male, fanno i loro comparativi cangiandost 


ella STO ee pm ca 


ETIMOLOGIA .R SINTASSI | . 129 
SUPERZLATIVER. 


S. VII. I superlativi relativi, cioè i gradi massimo e mi- 
himo di comparazione, si formano colle medesime particelle 
piu e meno, precedute dall'articolo determinante #/, Za, è, 
k, come: il più ricto, la più bella, i più dotti, le più vir 
fuse, ec. | 

Per correlativo de’ gradi massimo, è minimo, adoprasi 
una delle seguenti particelle 42 (sola o unita all'articolo de- 
terminante), tra, fra, che (13); esempj: Il PIU ricco DI tut- 
ta la città.—La PIU della donna DEL suo tempo.—Il meNO 
diligénte TRA tutti i miei scolàri.— Il PIU eloquinte TRA i 


i greci oratòri.—Il MENO esperto DI noi. — Il PIU perfetto ca- 


| piùno cHe È aniìca Roma abbia proditio. 


—_ - 


TESTI 


Subito scorse il buon giudìcio intîro, FRA tanti e sì 
bei volti IL PIU perfetto. Petr. son. 201. — ME farài IL PIU 
leto ubmo del mondo. Bocc. nov. T7.— Raccòntano ancòra 
che tra loro fu Ercole 1L PIU forte di tutti gli uòmini. Tac. 
Dav. Germ.— Era IL PIU piacevole ed IL PIU sollazzivole 
umo del mondo. Bocc. nov. 59. — Sarà IL PIU felìce e con- 
tinto ubmo che si trovi sotto le stelle. Mach. Com. 


Lo stesso dicasi de’ quattro comparativi maggiòre, minòre, 
migliore, peggiòre, e degli avverbj comparativi meglio , e 


Peggio, i quali. preceduti dall’ articolo determinante; hanno 
pure forza di superlativo relativo. i 


TESTI. 


Dirò dì noi e prima del macciIORE, Che così vita e li» 
erià ne spoglia. Petr. 'Tr. d'am. cap. 1.— Ciascùn sarìa 
color vinto, Come dal suo MAGGIOR è vinto il meno. 
D. Purg. 7.— Sentìa il MAGGIOR piacér, la MAGGIOR festa, 
e sentir possa alcùn felice amànte. Ar. tur. c. 8, st. 81.— 
Tra belle donne, a guisa di una rosa Tra miNoR fior né 


in meglio e peggio, amendue derivati dagli addiettivi migliore e peggiore. 

suoi compàgni racconia ciò che sanno MEGLIO di lui. Bocc. nov. 73. 
—Picolètto di persona, bruito e barbucìno, parèa MEGLIO Greco che 
francesco. Gio.'Vill. 12, 8. — Se” savio, e*niendi MF’, ch' io non RAGIONO. 
+ Inf. a. — Che, lutto che stia mal, meria star PEGGIO. Ar. Sat. 
., (13) I superlativi relativi altro non sono che comparativi alquanto 
più estesi; e spesse volte, sopprimendo l’articolo, che precede alla par- 
licella comparativa, il superlativo diventa comparativo ; onde: Crasso era 
IL PIU ricco DI tutti i Romàéni; è lo stesso che, Crasso era più ricco che 
egni allro Romàno, ec. 

Gram. Iial. o 18 


130. PARTE TERZA 

lieta, né dogliòsa. Petr. son. 244.— Jo sarò il MIGLIOR ma- 
‘ rito del mondo. Bocc. nov. 28. — I) MIGLIOR tempo del mon- 
do prendéndo de modi di Calandrìno. Id. nov. 89.— Che 
col PEGGIORE spirto di Romàgna Trovàì un tal di voi, che 
per su’ opra ec. D. Inf. 335.— £eli era il PEGGIOR uòmo che 
. forse mai nascésse. Bocc. nov. T1.—J/ mal mi preme, e mi 
spavénta il PEGGIO. Petr. son. 206. — E veggio ! meglio , 
ed al PEGGIOR m' appiglio. Id. canz. 39.— 0 quante volte 
avvénne, Che si ricorda un savio detto antico, Che l' uòmo 
ha solo il mEGLIO per nimîco. Morg. 26. 


S. VIII. Sovente le particelle più, e meno, indicano i 
gradi massimo o minimo di comparazione, anche senza 
essere dall’ articolo determinante precedute, e segnatamente 
quando , o l’addiettivo precede, in vece di seguire il nome, 
o la seconda parte della comparazione è un verbo. 


TESTI. 


Quello ne’ miei parlàri biasimàndo , che nell'ànimo m'era 
PIU càro ec. Bocce. Fiamm. 1.—J nemici PIU furiòsi con 
loro ate persòne, e lunghe aste feriscono da .discòsto. Da- 
vanz. stor. lib. 5.— Z/ tuo padre ti manda quesio per con- 
solàrti di quella cosa che tu PIU ami, come tu hai lui con- 
solàto di ciò che egli PIU amòdva. Bocce. nov. 54. — Or mira 
A qual di quesi PIU si rassomìglia L'uòm' di cui parli. 
Guar. Past. fid. at. 5, sc. D. | 


S. IX. I gradi maggiore, e minore possono essì stessi di 
nuovo esser comparativi in grado uguale; per la qual com- 
parazione noi adopriamo Tanto più, tanto meno , tanto mag- 
giore, tanto minòre, e che hanno per correlativo Quarto più, 
quanto meno, o solamente guanto o cotànto (14). 


TANTO PIU dalla natùra conosciùto, QUANTO essi hanno 
PIU riconosciménto che i giòvani. Bocc. nov. 10.— Ridùrle ad 
una quiete ch'abbia ad ésser TANTO PIU durévole, QUANTO 
sarà PIU onorécole. Bent. Lett. 16.— TANTO parce loro PIU 
bella che il dì passàto QUANTO lora del di era PIU alla 


(14) Tanto più ha talora per correlativo Quanto meno, come in questo 
esempio del Bocc. nov. 65: Essa TANTO PIU impazientemènie sositenèoa 
questa noja, QUANTO MENO si sentiva nocènfe: E talora ha solo Pit per 
correlativo. QUANTO PIU m' avvicìno al giorno estrèmo ec. PIU veggio "1 tem- 
po andar veloce e leve. Petr. son. 25. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 151 
bellezza di quella conforme. Bocc. nov. 61.—Ah che TANTO 
PIU czeco Son 10 di le, QUANTO PIU sono amante! Past. fid. 
at. 3. sc. II.—QUANTO € PIU sublime /a foriùna, TANTO 
i disàstri sono Più gravi. Maff. Merope, at. D.—E TANTO 
QUANTO /u sez PIU sciocco, e PIU bdestiàle, COTANTO ne divie- 
ne la mia gloria MINORE. Bocc. nov. 65.—TANTO PIU an- 
cora QUANTO egli mi pare che niuna. persòna altri che noi ci 
sia rimàsa. ld. Introd. — Y° è TANTO MINORE i/ dispiacere , 
QUANTO vi sono: PIU, che nella Città, rade le case e gli abi- 
tànti. 1d. lbid.—Ma come noi veggiàmo assài sovénie avve- 
nìre TANTO /' amòr MAGGIORE farsi, QUANTO la sperànza 
diventa MINORE. Id. nov. 22. 


SUPERLATIVO ASSOLUTO. 


S. X. Il superlativo assoluto; il cui ufficio è di dimostrar 
la qualità di un oggetto nel grado più eminente senza com- 
pararla con quella d’ altro oggetto (45), non formasi già co- 
me il superlativo relativo, mediante qualche antecedente par- 
ticella comparativa, ma col cangiare la vocale finale dell’ ad- 
diettivo in zssimo, issima, issimi, issime, come: bello, bel- 
lissimo, @, è, e; caldo, caldìssimo, a, i, e, ec. (16) 

I quattro addiettivi acre, celebre, integro e salùbre for- 
mano questo superlativo alla foggia latina, cangiando le silla- 
be finali re e ro in errimo; quindi dicesi: acérrimo, celebèr- 
rimo, inltegerrimo, saluberrimo, in vece di acrìssimo, celebris- 
simo, integrissimo, salubrìssimo. Quantunque contra questa 
regola leggesi nel Bocc. Fiamm. 6, 65: Colù: che fu del no- 


(15) Ciò non ostante può questo superlativo, ad imitazione del latino, 
aver talora relazione comparativa con altre cose dello stesso genere; ma 
în vece che i Latini usavano in tale combinazione il geritivo, noi adopria- 
mo ]e particelle dî, #ra, oltre a, ec. La nulùura umana è perfellissima 
DI /uite le alire natùre. Dante.—O soeniuràlo TRA iulli gli altri svenlura- 
lissimo! Fiv. Lucidi. —Nella egrègia città di Fiorènze OLTRE AD ogni attra 
ilolica bellissima. Bocc. Introd.—.St come Vl uòmo, quando è perfetto, è 
ollimo ‘DI lutti gli animàli. Amm. ant. 256. . 

(16) Gli addiettivi in co e go ricevono un’ A tra il c o il-ge le fi 
nali issimo, ec., come ricco, ricchissimo j stanco, slanchìssimo ; lungo, lun- 
ghissimo ; vago, vaghissimo ec. Negli addieltivi posilivi in 70 dittongo, nell’ 
aggiungere le terminazioni sssimo, ssima, ec. puossi volendo, troncare o 
Yo finale solamente, o l’intero dittongo io, e dire seviissimo 0 savissimo 
da savio; caparbiissimo o capartissimo da caparbio. Ma l’i del dittongo 
o dcesi troncare unitamente allo nelle desinenze cio, chio, glio, e gio 
onde si scriverà guercissimo da guercio ; cecchissimo da vecchio; vermi 
glissimo da vermiglio; malcagissimo da malcdgio. Allapposto l'i deve ri- 
manere, ove io non formi dittongo, ma bensì duc sillabe distinte, come 
in yi0 che colle desinenze del superlativo farà y'lssizzo. 


* 


152 PARTE TERZA 

stro peccato cagiòne, colùì di quello è stato ACRISSIMO pur- 
gatòre; e in una delle lettere del Galileo: Senza ricecere e 
dure compila satisfaziòne e giustificaziòne delle verità 1INTE- 
GRISSIME di quanto ho scoperto, osservàto e scritta Questi 
due esemp], di. pajono esser soli, non danno abbastanza au- 
torità per imitarli. 

S. XI. Gli, addiettivi Suono, malo, grande, piccolo, hanno 
due maniere di formare il superlativo assoluto, l'una regolare, 
come bonìssimo, malissimo, grandissimo, piccolissimo; V al- 
tra irregolare alla latina, cioè dllimo, pessimo, màssimo, mì- 
nimo (17). Le volte piene di OTTIMI vini. Bocce. gior. 3. prin. 
— Essendo stato un PESSIMO uòmo in cita, în morte è ripu- 
tàto per santo. Id. nov. 1.—Za MASSIMA attività de' raggi 
solùri. Sag. nat. esp. 4.—Zo MINIMO gent.r di sua delizia. D. 
Par. 31. (18). i 


(17) Ottimo e pèssimo possoro ancora aumentar di grado, ricevendo 
1’ uno la finale issimo, cioè otlimissimo, ed essendo l’altro preceduto dalla 
particella più. Questa locuzione è non solamente assai buona, ma ezian- 
dio mollo òliima, cioè OTTIMISSIMA. Varchi Ercol. 16$.—E già sopra Fa- 
lèrno copèrlo di vigne portànle vino OTTIMISSIMO ec. Amet. 70. — Colui ch’ è 
PIU PESSIMO e crudèle di tulli gli uonzini. S. Gio. Cris. opusc. 

(18) Un addiettivo positivo ha talora forza di superlativo per essere 
© preceduto, o seguito da qualche dizione esprimente il supremo grado, 
come sarebbe: sopra ogni aliro j senza modo ; fuor di misura; senza fine, 
ec. Come stimava il prence SOPRA OGNI ALTRO felice. Bocc. nov. 17. — 
Uomo materiale e grosso senza MODO. Id. nov. 28.— Dolènle FUOR DI MI- 
SURA ec. Id. nov. 17. Gli avverbj eslremamente, superiormente, singolar- 
mènle, infinitamènie e simili, posti innanzi ad un addiettivo positivo 
forman di questo un superlativo, come: estremamente avaro, superior- 
mente buono, singolarmente dotto, ec. Formasi parimente una specie di 
superlativo per la ripetizione dell’ addietlivo positivo; onde diciamo : du- 
ro duro per durìssimo; freddo freddo per freddissimo; buono buono per 
.bonissimo ; piccìn piccìno per piccolissimo; allàto allàto per vicinissimo, 
.ec. Finalmente si possono alcuni addiettivi positivi convertire in superlativi, 
contraendosi in una sola parola colle particelle arci, fra, stra, tome: ar- 
cibuono, arcidùuro, arcivèro, arcisicuro, arcisquisìto, ec. per bonìssimo, du- 
rissimo, verìssimo, sicurissimo, squisitissimo ; tragrànde o stragrande per 
erandìssimo; trapiccolo 0 strapìccolo per piccolissimo; trarìcco 0 straricca 
per ricchissimo, ec. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 1355 


CAPITOLO IP. 
DEGLI ADDIETTIVI PRONOMINALI. 


S. I. Gli addiettivi chiamansi pronominali quando porta- 
no due caratteri, e d’ addiettivo, e di pronome; indicando, co- 
me addiettivi, qualche rapporto accidentale e variabile di un 
nome qualunque che con essi trovisi, o al quale sieno relativi; 
e prendendo, in qualità di pronomi, le veci dell’ istesso no- 
me, sì di persona, come di cosa. 

Sonovi quattro sorte di addiettivi pronominali, cioè Pos- 
sessivi, Congiuntivi, Destributivi, ed Indefiniti. 


ADDIETTIVI PRONOMINALI POSSESSIVI. 


S. II. I pronominali possessivi considerati come addiettivi, 
denotano la proprietà o l' appartenenza di una persona all’altra, 
o di una cosa all’alira, esprimendo il rapporto di chi possiede 
colla cosa posseduta, concordando in genere, e in numero con 
quest ultima; come pronomi poi, essi rappresentano il nome 
del possessore. | 

Gli addiettivi pronominali possessivi derivano da’ prono- 
mi personali me, noz, te, voi, sé, loro: e come questi in tre 
persone si distinguono. 


. TAVOLA 
DEGLI ADDIETTIVI PRONOMINALI POSSESSIVI. 
masc. em. 
Mio, mia. (1) ; i 
Prima persona Miei, mie, cioè di me, 
Nostro . mostra. sea ge ri 
Nostri, nostre. cioè di noi. 
Tuo tua. i ; 
ona Tuoi, (2) tue. cioè di te. 
Vibo al Vostro, Vostra. cioè di voî. 
Vostri, vostre. 


(1) Mia, per miei, e mie, è modo di dire plebeo e vizioso. i 
(2) Tui per tuoi si disse forse a cagione della rima. Mi domando : 
chi fur li maggior Tui? D. Inf. 10. Mandami solo un degli àngeli Tui. 
org. 1, I. 


134 PARTE TERZA 


Suo, sua. (3) : i 
Teresa persona Suoi, Suo', sue. (4) i cioè Ai st. 
Loro, loro. (5) cioè di loro 


S. III. Tutte queste particelle accompagnate dal nome 
rappresentante la persona o cosa posseduta, hanno per lo 
più innanzi a sè l'articolo determinante 2/, Za, 2, Ze (0). 


(3) Per iscansare qualunque anfibologia, in vece di suo e sua adopra- 
si di lui, dj lei ad imitazione del latino ove in tal caso usasi E/us in ve- 
ce di Suus, a, um, ogni volta che la persona, o cosa posseduta appartie- 
ne a persona diversa da quella del subbietto del verbo. Quando dico, per 
cagion d' esempio : Il padre scrisse a Pietro ed A svo figlio. —Il principe 
vide la confèssa con SUA nipote : fo intendere che il figlioèt del padre subbietto 
del verbo scrisse, e che la r2ipole è del principe, subbietto de! verbo vide ; ma se 
il figlio è di Pietro, e la nipole della contèssa, egli fa di mestieri dire; Il 
padre scrisse a Pielro ed al figlio DI LuI.—Il principe vide la contèssa colla 
#ipole DI LEI. 

Di lui e di lei, dice il vocabolario della Crusca: in ‘questo senso 
possessico , posti tra l’ articolo ed il nome a cui si riferiscono, forse 
‘ non mai usati nel buon secolo, sono schivali da’buoni autori, —In le rico- 
noscèndo LA DI LvI inmdàgine. Pecor. gior. 23, nov. 2.—LA DI LUI sole 
udine. Fir. Asin.—Una DELLE DI LEI sorgènti. Id. ibid. 138. Lei trovasi 
pure talvolta tra l’articolo cd il nome, ommessa la preposizione di.— Sin 
gegnàva di lenèr pasciùto di parole IL LEI desidèrio. Pecor. gior. 25, nov. 
2.—E questa fu LA LEI forma. ld. ibid. Ma tutti questi modi di dire s0- 
no, secondo il savio avviso del vocabolario, da fuggirsi. 

(4) Sui per suoi è poetico. Du quel ciel che ha minòr li cerchi SU. 
D. Inf. 2. Sua, per suci e sue, è modo volgare ed erroneo, quantunque 
leggasi presso qualche antico. Vide li servi e suddili SUA mollo ordinàli. ît. 
Sacch. nov. 2.—Z7 farà salvi se osserverèle le comundamènta sua. Vil 
S. Gio. B.— Diede fede alle sua parole. Bocc. nov. 18. 

11 vocabolario della Crusca cita due esempj, l’uno del Boccaccio, l'al- 
*ro del Villani, in cui suo trovasi per sua; ma ciò che più sorprende si 
&, che lo stesso vocabolario dice esser ciò per proprietà di linguaggio € pf 
)' armonia. Lei sempre come suo sposa, e moglie onoràndo; l'amo. Bet 
nov. 29.—/ènere nel Leòne gradi olto, faccia di Salùrno , e contrade 
alla SUO triplictà. Gio. Vill. 12, 8. L'ultima edizione del vocabolario, fa 
ta a Bologna, porta per altro, in seguito de’ due e:cmpj suddetti, la disaP 
provazione del Monti, il quale asserisce, che ne’ buoni testi leggesi sU 
È questa improprielà di parlare e sconcordanza, soggiugne quest’ uomo 
sommo, non può divenlare eleganza per l' autorilà di un copistu,o di uno 
<«tampalore. i 

(5) In vece dì Zoro, .trovansi non di rado nei più approvati scrittori, 
suo, suoi, sua, suc; come: Non «or Yimàse acèrle nè mature Le mem 
bra mie di lì, ma son qui meco, Col sangue sto. D. Purg. 26.— Che po 
iràn dir li Persi @’ costri regi, Con è vedrànno quel volume aperto Ne 
qual sì serìvon tullti suor dispregi? Id. Par. 19.—Efànii sono in terre 


grandissimi cnimoli cc. e delle ossa SUE è l’acoliv. Put. comm. Inf. 3i. 


(6) L'articolo è superfluo, e si ommette ogni volta che qualche altra 
particella determinante precede a’ pronomirali possessivi, onde servir l0- 
ro d'appoggio, come sarebbe: guesfo, certo, ogni, ec. Se tu di contenti © 
lasciàre apprèsso di me QUESTA TUA figliuolètta. Yocc. nov. 13.— QUESTA 
deilezza MIA sarà mercède Del ironcator dell’ esecràbil testa. Tass. Ger. 


t 


F 


PIERI 
da 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 135 
TESTI. . 


Per quanto hai tu caro 1L MIO amòre. Bocc. nov. 44.— 
Una DELLE SUE più care gioje del mondo gli mandò. Id. 
nov. 54. —1 MIEI sospiri che addolcìscon I àura. Petr. 
canz: 58.— LA MIA Poflria mi ha nutricàlo saviaménte, e 
che poss’ to ec. Ammaest. ant. 2, 6. — Meritino el Iddìi sì 
alta fatica a te graziòso, il quale sì accellécole IL TUO ver- 
so hai posto ne’ NOSTRI orécchi. Bocc. Amet. 23.—1o vi 
voglio dire ciocchè 1L vostro amico mi fece stamàne. Bocc. 
nov. 235. — Non son rimùse acérbe nè matùre Le membra 
MIE di là, ma son qui meco Col sangue suo e con LE SUE 
giuniure. D. Purg. 26.— Ed érano GLI occhi SUOI di quel 
colore che lo grifone. Buti, com. Inf. 4. (7) — Alle lor grida 


IL MIO dottor st aitése, Volse il viso ver me ec. D. 


Inf 16. (8) © ; 


S. IV. In generale si fa precedere il pronome possessivo 
dall articolo determinante, quando vuolsi il nome della cosa, 
della persona determinatamente prendere, cioè in tutta l’esten- 
sione, o restrignerlo ad una certa classe, o ad un certo nu- 
mero d’ individui, o anco ad un sol individuo, come si è 
potuto vedere ne’ di sopra citati testi (9). Ma all'opposto sop- 
primesi l'articolo, come di niun uso, quando prendesi il si- 
gnificato del nome in senso generale, senza determinarne 


c. 16. st. 66.—To non posso più soffrìre QUESTI TUOI modi. Bocc. nov. 64. 
—0 molto amàlo cuore, OGNI MIO ufficio verso te è fornito. 1d. nov. 31. 
—Gli venne un messo da CERTI svOI grandissimi amici. Id. nov. 5o.. 

(7) Quando non v' ha luogo d' ambiguità, ommettesi sovente il pro- 
nominale possessivo per la figura chiamata ellissî e segnatamente innanzi 
a nomi di parentela, e innanzi a quelli indicanti qualche parte integrale, 
d'un intiero, come per esempio qualche membro del corpo. LA MOGLIE e 
"L FIGLIVOLO mi son più del padre e della repùbblica a cuore. Dav. Ann. 
lib. 1.—Era usalo Tancrèdi di venìrsene alcuna volta iultto solo nella cà- 
mera DELLA FIGLIUVOLA. Bocc. nov. 31. — Che forài tu 6’ ella IL dire A” FRA- 
TELLI? Id. nov. 43.— E’l nome, che NEL corRmi scrisse amore. Petr. 
son. 5.—Aprite li sepolerivoi ricchi e giovani, che andàle COL PETTO eso. Serm. 
S. Agost.—Già f° ho vedùto co’ CAPELLI asciùtti. D. Inf. 18. Non di rado 
è maniera vaga di usare i pronomi personali mi, ci, ti, vi, si, gli, le, in 
vece di r250, tuo, suo, ec. come ne’seguenti, e simili modi di dire: Me Zo 
prendo in braccio. Mi si sirugge il cuore. Egli le si gellò a’ piedi, ec. 

(8) Si può, secondo che l’armonia o la forza del discorso lo richie- 

) premettersi il pronominale possessivo al nome, o questo a quello, o 
anche porre il primo in mezzo all’ addiettivo ed al nome; di tutte queste 
maniere incontransi mille e mille esempj negli autori, si antichi come 
moderni. 

(9) Non è peraltro questa regola generale, imperocchè non mancano 
esemp), in cui, avvegnacht il senso sia generico, pure l'articolo non as- 


156 PARTE TERZA n 
l' estensiofie, o fue quando vuolsi indicare ùno o alcuni in! 
dividui indetermipatamente tra molti (10). 


TESTI. 


In luogo dî quello che morto era, il sostituì e fecelo 
suo maliscalco. Bocc. nov. 18.— Ordinò ad Annio sto tri 
bùno militàre che gli recàsse quel capo venerivole imman- 
tinénte. Notti Romane. — Cimòne così detto, tacitamente al- 
quànii nòbili giòvani richiesti, che SUOI amici érano. Bocc. 
nov. 41. — Mostràndo ch' ella fosse in casa de' SUOI parenl. 
Bocc. nov. 85.— Cesare scrisse al senàto, che în particolire 
a qualìnque si lamentàsse de' suor liberti, si facésse ra- 
gione. Tac. Dav. Ann. — Quando fia TUO, come NOSTRO 
signòre. Petr. Trion. d'Am. cap. 4. (11) 


In questi esempj maliscàlco, tribùno, umìci, paréni, 
libérti, signòre, sono presi in senso partitivo, e portano il 
significato di un suo tribùno, o uno de’ suoi tribùni; un suo 
maliscàlco; alcùni dei suo? parenti, ec. 

S. V. Pare da gran numero di esempj ne? classici, che 
debbasi sopprimere parimente l'articolo determinante innanu 
al pronome possessivo, quando il susseguente nome è quello 


compagna il pronome. possessivo. Com’ e’ vedrànno quel volume apèrio, 
Nel qual si serivon tutti suor disprègi? D. Par. 19. — Di questaira di Do 


£ NOSTRA correzione mandàta sopra i mortàli. Bocc. Introd. — Qui cid 
osTRA gente avèr per duce Varròne. Petr. Tr. della F. cap. 3. — Pàssar , 


VOSTRI #riònfi, e vostRE pompe. Petr. Tr. del Tempo. — Se Germàni € 
Galli vi condurrànno alle mura di Roma vostra patria, combatlerèkele 
voi ?. Dav. Tac. stor. cap. 3. 


(10) Sonovi inoltre numerasi modi di dire, in cui per proprietà di * 
linguaggio, da’ pronominali suddetti si toglie via ogni appoggio d'articolo — 


o d' altra particella come: A mia posta, a mio cennò, di mia testa, 0 
luo gusio, a nostro talenio, per mio conto, in tua balia, in sua vect,0 


suo riguardo; a. mio, a tuo, a suo dispetto; a mio, a tuo, a suo potere; 
gua presènza, contro sua voglia; mio, tuo, suo malgràdo ec. To non Be 
so far caldo e freddo a MIA posta. Bocc. nov. 44. — Questi sgrida în SU0 © 


mome il troppo ardìre, E incontinènie il ritornàr impone. Tasso, Ger. €. da 
st. 53 — Ed io contra SUA voglia; altrònde ’1 meno. Petr. son. 39» 





(11) Usasi anche la particella un nel sing. e alcuni nel pi. innanzi . 
al pron. poss. in vece dell'articolo, quando indicar vuolsi un certo DU 
mero tra molti, e qualche volta anche per sola proprietà di lingua, onde > 


dar più forza e grazia all’ espressione. Passando egli da una. possessione 


i Si 


ad un’ alira con un SVO bastone in collo. Bocc.nov.j1.— Avevano una lor ; 
sorella chiamata Lisabètta. Id. nov. 85.— Trocollo con alcuni SUOI vene 


Id. nov. 88. Non puossi negare’ che sovente la presenza dell’ articolo i9- 
nanzi al pron. possess. diversifichi il senso della frase; chi non vede la dille- 


renza tra queste due espressioni? Yo sono voslro amìico,e io sono il vostro 


amìco. Non è egli chiaro, che il primo modo mi dice essere uno dei 00 
siri amìci, e il secondo il primo o il solo vero amìco che abbiàle? 


= 2 o — 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 157 
di qualche stretta parentela, come: padre, madre, fratéllo , 
sorella, mario, moglie, ec., o di afta dignità. come: maestà, 
altezza, eccellenza, ec. Così nel Boccaccio (12): Io il dirò 
A MIO FRATELLO. — Egli ha TUA SORELLA per moglie.—Io 
voglio che tu ti vada, e. meni teco TUA MUGLIE, e TUO pic- 
ciolo FIGLIVOLO. — Signòre voi dalla povertà di MIO PADRE 
togliendomi ec. — Se il conte ama MIA FIGLICOLA nol so, 
ma eglh ec.— Mio FIGLIO dov'è, e perchè non è teco? D. 
Inf. 10.—S'? °/ dissi, unqua non véggian gli occhi miei Sol 
chiùro, e SUA SORELLA (la luna). Petr. canz. 34. — L’ an- 
no MDXAXAXV che sua maEsTA' fu in Firenze. Varchi, 
Stor. 9. — Ma ebbi più ch'a lui, rispétto al loco, E riverén- 
zia, & VOSTRA MAESTADE. Ar. Fur. c. 17, st. 125. — Noi 
due, secondo che a me pare, stiamo assùi bene con SUA 
ALTEZZA. Fir. disc. an. 14. 

Pare altresì che quando il pronome possess. al nome è 
posposto, 0 quando tra esso ed il nome trovasi qualche ad- 
diettivo qualificativo, l'articolo non si possa omettere, come: 
i padre mio, la madre mia, la sorèlla mia, l'altézza vo- 
stra, iL vostro buon cognàto , il mio dispietàto padre, ec. (13) 


8. VI Ama il pronominale possessivo restare senza ar- 
licolo, e senza alcuna altra particella d'appoggio, quando va 
congiunto con qualche voce del verbo ESSERE. 


TESTI. 


Fu la divina grazia sì favorèvole, che infra pochi di, 
la mia perdùta libertà riacquistài, e come io mi soleva così 
sono M10. Bocc. Laber. — Son dispòsta, posciaché vi piaccio, 
a voler ésser VOSTRA. Bocc. nov. 74. — Né mi offerir di dar 


(12) Eppure ne’ Classici leggesi qua e là qualche esempio in cui 
l'articolo accompagna il pronome possess. anche innanzi a’ nomi di pa- 
fentela o di digaità. Che dirèsle signora se io vi facèssi IL vOSTRO figliuò- 
lo maggiore riavère? Bocc. nov. 16.—Ecco IL TUO figlio. Past. fid. at. 1.— 
ÀLLA SUA altèzza Divènni-*servidor con somma cura. Pocc. Teseid. 85. — 
Avendo riguardo ALLA vOSTRA Eccellenza. Id. nov. 49. Del rimanente quan- ‘ 
do il nome di parentela o dignità sta nel plurale, l'articolo sempre 
esprimesi. i l 

(13) Stranissima è la costruzione che qua e là nel Boccaccio, in Dan- 
te, ed in qualche altro antico, vedesi fatta delle particelle mio, mia, suo, 
sua, mutate in m0, ma, so, sa, ed affisse ad altre voci. MOGLIAMA no? 
mi crederà. Bocc. nov. 76. — Godiàmci i danàri et a MOGLIATA di che 
li sia stalo imbolàto. Id. Ibid. — Leggiermènte sarèi sentita da FRATELMO. 
Id. nov. 77.— E non vidi giammài menòre siregghia A ragàzzo aspettà- 
to da siaxorso. D. Inf. 29. — Allora disse la SUORSA alla reina, vuoi 1u 
ch'io meni tua sorèlla ? Fior. d' Ital. 0 

Gram. Ital. 19 


138 PARTE TERZA 

lo scudo in'dono, O quel destriér, che MIEI, non più TUOI 
sono. Ar. Fur. c. 4, st. 34 — Ma se iu negàssi, tulla 
la colpa sarà tuo. Mach. Com. 


i VII. Mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro, così n° 
singolare, senza l'accompagnamento del nome , ma preceduti 

‘dall'articolo determinante, significano l'avere, le sostanze, sot- 
tintendendovisi per e//issi il nome bene, 0 avere. 


TESTI. 


— Vedi a cui io do mangiàre 1L MO. Boce. nov. T-Lo 
‘vecchia disse a colùi allora: vieni e domànda 1L TUO. Nov. 
ant. 74.—Se io vi vidi, io vi vidi sur vostro. Boce. nov. 69. - 
— E la cagiòne fu ch' églino avieno messo IL LORO € l'alinn 


nel Re Odoàrdo d' Inghilterra. Gio. Vill. 12, 54. 


| Miei, tuoi, suoi, nostri, vostri, così in plurale, preceduti 
dall’ articolo, senza nome, si adoprano per significare parenb, 
amìci, compàgni, seguàci, soldàti o guerrieri, servi 0 famigha- 


(] ® e . . | 
ri, nomi che per e/lissi vi si sottintendono. i 
TESTI. a 


e - 


Dimmi, perchè quel pòpolo è sì empio Incontr a MIEI |: 
in ciascùna sua legge? D. Inf. 10.—Per non vedèr ne TU | 
quel ch'a te spiacque. Petr. son. 264. — Con tutti i SUOI e / 
trò in cammino. Bocce. nov. 17.—Vidi verso la fine il sara, 
cìno, Che fece a' NOSTRI assòi vergògna e danno. Petr. Tr 
della F. cap. 2.—Mentre ragiòna ai SUOI, non lunge scor I 
Un Patata stuòlo addùr rùstiche prede. Tasso, Ger. © d, « 
st. a 





' 


() 
È E) 


CAPITOLO LP. Go 
DE' PRONOMINALI CONGIUNTIVI. — “a 


S. I Servono questi a congiungere i diversi rapporti di, 
un nome antecedente, e primario nella proposizione, con Ul . 
verbo incidente e secondario, e perciò Congiuntivi si chia? 
no (1). Le voci che nella nostra lingua fanno la funzione di 
pronominali congiuntivi, cinque sono: che, quale, chi, cul, , 
onde. Le tre prime sono talora congiuntive positive, e tao"? » 
congiuntive interrogative. 

il 
(1) Chiamansi anche relativi, perchè hanno relazione col nome an 
cedente, ma ciò che noi abbiamo riferito fa ben vedere, non relalla, DI»; 
congiuntici esser la denominazione che lor si conviene. i 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 1359 
CHE, CONGIUNTIVO. POSITIVO. 


S. II Dicesi di persona e di cosa; rimane invariabile, cioè 
si riferisce, senza variar desinenza, ad amendue i generi e numeri, 
e può indicare, secondo il senso, il rapporto di subbietto, di: ob- 
bietto diretto, e di obbietto indiretto (2), come: Z' uòmo, CHE 
vi parlò. I fanciùlli caE giocano. La donne, CHE amàste. Il 
drappo, ca£ comprài. Gli autòri, CRE leggete. L'affare di cnE 
ragionàmmo insieme. A cHE egli rispòse. In CHE io differisco 
da voi. Con CHE si diede fine alla lite, ec. Ne'primi duè esem- 
p] che indica il rapporto di subbietto; ne'tre susseguenti quello 
di obbietto diretto, e negli altri quello di obbietto indiretto, 


TESTI. 


Potranno conòscere quello, cHE sia da fuggire, e cue 
sia similmente da seguitàre. Bocc. Proem.— Quella, CH' io 
cerco e non ritròvo in terra. Petr. son. 161.—Qual fosse la 
cagiòne, perchè le cose, CHE apprésso si leggerànno avvenisse- 
ro. Bocc. Introd.—E ’! dubbio passo, DI CHE "{ mondo tre- 
ma. Petr. Tr. della M.— Questo è il diàvolo DI CHE s0 ti ho 
parlàto. Bocc. nov. 40.— Gli occhi Di ch' io parlài sì calda-. 
| mènte. Petr. son. 2541.— Trapassiàmo in quelle cosè, IN CHE 
‘ gli accidénti ci ménano. Amm. ant.—Confortàndolo a meri- 
tirle, DAL cHE Messér Neri per più non poter st scusò. Bocc. 


nov. 96 (3). | 

S. III Che, è di genere neutro, e va preceduto dall’ ar- 
ticolo determinante #/, quando è relativo ad una cosa, ad un’ a- 
zione o ad una frase intiera, stando allora in vece di /a qual 
cosa, come: Il cuE mi consòla. Del cHE i genttòri erano mol- 
to doloròsi. Al car in fine s' appigliò. Dal CHE non fu pos- 
sibile il distòrlo, ec. i 


(2) Che, tanto come pronome relativo, quanto come congiunzione, 
soleva dagli antichi ricevere la giunta della lettera. d, formandosi .ched, 
allora che, percuotendosi in alcuna vocale, si voleva non isbattere la e, 
ma pronunziarla e crescere, 0 per miglior suono o per comodo del verso, 
la sillaba; simile a quel che in oggi sovente.suol farsi, sì in verso che in 
prosa, colle congiunzioni e, o, cangiandole in ed, ud. Questa leggiàdi a 
donna CHED io perdo. Rim. ant. M. Cin. 49.— Sappi, CHED s0 # amo sc- 
pra tutte le persone del mondo. Nov. ant. 100.— Quegli ec. che delle co- 
se, CHED egli ha non gli dà parte. Gr. S. Gir. 3. ner 

3) Che, in vece di quale, © di quanto, talora incontrasi negli autori. 
Dio sa cne dolore io sento (cioè quanto dolore). Bocc. nov. 60. — Odi gli 
osti nostri, che hanno non so cue paròle insièéme (cioè quali parole). 
ld. nov. 86. | 


140 PARTE TERZA 
TESTI. 


Avevan sentito perchè la Nina presa fosse, IL CAL 
forse dispiàcque loro. Bocc. nov. 33. — Io vi farei go- 
dr di quello, senza il CHE per certo niùna festa compiuta 
ménte è lieta. Bocc. g. 6, finale.—Gli pregò che alcuno di 
loro insìno al castéllo I accompagnàsse, il cuE due di loro 
ficero. Id. nov. 43.— Del cuk avvedùtosi Marcello si mosse 
come per andirsene, e disse ec. Tac. Dav. Stor. lib. 4.4! 
cHe si va malto adùgio in sìmili casi. Id. ibid. lib. 3 (4). 
—Portàvasi ciascùno alcùna cosa, dal CHE mangiàre. Vit. 


SS. PP. 1 (5). 
CHE, CONGIUNTIVO INTERROGATIVO. 


S. IV. CHE pronominale interrogativo, corrispondente al 


quid dei Latini, vale quale? cosa? che cosa? come: Che ce? , 
che uomo è costui ? Che brami? A che pensi? Di che puro. 


|: (0) TESTI 


CUE è tanto greve A lor, che lamentàr li fa sì fore? D. 
Inf. 3. —CHE ha coléi più di me? Bocc. nov. 26.— Or CHE 
avésti che fai cotàl viso? Id. nov. 69. — CHE cosa è questi 
che voi mi avéte fatto mangiàre? Id. ibid. — E se non piangi, 
di cue piànger suòli? D Inf. 355.— A cHE sarebbe detta la 
paròla di Cristo agli apòstoli? Passav. pag. 92 (7). 


(4) In questo senso, che si pone talora senza l’arlicolo. Di CHE Ales 
sandro si maravisliò forte. Bocc. nov. 13. Come pure nel senso di 9 
che e ciò che quando trovasi quasi stesse tra parentesi. L’ un fratello 
I aliro abbandonàca, ec. e, CHE maggior cosa è, i padri; e le madri if- 
gliuoli. Bocc. Introd. — Se fu'vudi sapere cHE (ciò che) Ro frocdto, apri è 
grembo. Seneca, pist. 20. Domandò quanto ec. a CHE gli fu risposto che 
ec. Bocc. nov. 7. Ommettesi anche la preposizione, che per ellissi vi $ 
sottintende, come: In quel medesimo appelila cadde, CHE cadile èrano 
ec. (cioè nel quale) 1d. nov. 31.— Questa vila lerrèna è quasi un pro!» 
Cune *! serpènte tra’fiori, e P erba giace (cioè in cuî). Petr. son. 78.— 
io son un di quei, CHE ’l piànger giova (cioè a’ quali). Petr. canz. 8. 

(5) Che alle valte incontrasi ceme sostantivo in vece di cosa, come: 
Mi parèca un bel CHE l’èsserne fuòra (cioè una bella ‘cosa). Bera, 
rim. 1, 71.— Più per un certo CHE di reputazione ec. Stor. Eur. 7, 160» 

(6) La 1° cosa ora vi è sottintesa per ellissî, ora si esprime I 
compagnia di che, ed ora questo s’omette, interrogandosi con cosa solamente, 
come: che voltie ? che cosa volète P cosa volète P Spesse volte, facendosi 


l’ interrogazione tacitamente, che solo si usa, rimanendo la voce cosa 30!" . 


tiutesa, ed il susseguente verbo ponesi nel modo soggiuntivo, come: 
apprèsso entrò in pensiero cHE questo volèsse dire. Bocc. nov. 5. — È del 
buon uòmo domando cHE ne fosse. Id. nov. 12. 

(7) Che interrogativo è pur qualche volta seguito dal nome, € 5! 


eees©€e 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 141 

Che serve parimente a dar più forza all’esclamazioni , nel 

qual significato è sinonimo di quale, aumentando la qualità 

di una persona o cosa come: CHE grand uòmo! CHE bella 

seràta! Pazzi CHE noi siamo! Dio sa CHE dolore io sento! 

O cHE del morir era oggi è terz' anno. Petr. son. 237.— 0 CHE 

grave cordòglio! Id. canz. 42.— Ah! cHE vedùta amòra e 
lrista! Tas. Ger. c. 19, st. 103. 


QUALE, CONGIUNTIVO POSITIVO. 


S. V. Questo pronominale congiuntivo riferiscesi a per- 
sona ed a cosa; è invariabile nel genere, ma cangia la sua finale 
in z nel numero del più; è atto ad esprimere non solo i rap- 
porti di subbietto e di obbietto diretto, ma anche quello di 
obbietto indiretto; ed è preceduto dall’ articolo determinante 
il, la, î, le (8). L'uòmo iL QUALE. La donna LA QUALE. Il 
libro 1L QUALE. Gli uòmini 1 QUALI. Ze donne LE QUA- 
| Li.Quegli, IL QUALE nonsi rispàrmia fa presto a divenìr vec- 
chio. L'amico DEL QUALE vi ho parlùto. Il giardino per LO 
QUALE ho tanto dispeso. Il ragàzzo AL QUALE dà la preferèn- 
za. La lettera DALLA QUALE avete rilevato, ec. (9) 


TESTI. 


Lo scolàre, IL QUALE in sul fare della notte col suo fante 
presso della torretta nascòso era. Bocc. nov. 77. — Ch'ei fu 
dell'alma Roma, e di sua impero ..... LA QUALE, e’L QUA- 
LE (a voler dir lo vero) Fur stabiliti per lo loco santo. D.. 
Inf 2. — Ritràrmi accoriamentie dallo stràzio ; DEL QUAL: 
oggi vorrebbe, e non può aitàrme. Petr. son. 2. — Una mon- 
lagna aspra ed erta, presso ALLA QUALE un bellissimo pia- 


LI 


in vece di quale. CHE uòmo è costùi, il quale, nè vecchièzza nè infermi- 
tà, ec. Bocc. nov. 1.—Dissi: maèstro, CHE è quel ch’? odo, E cHE gent’è 
CHE par nel duòl sì cinta ? D. Inf. 3. 

(8) Qualche volta trovasi anche coll’ articolo /o, così in prosa come in 
verso. Numa Pompìlio di me s’ innamora LO QUAL del mio piacèr fanto 
fu degno. Dittam. 1, 18.— Che vendètia è di lui, ch'a ciò ne mena; Lo 
QuaL ir forza altrùi presso all’ estrèéme ec. Petr. son. 8. — Non solamèn- 
le il felice fine per LO QUALE a ragionàre incominciàmo ma ec. Bocc. 
nov. 47- 

(9) È regola che guale, in questo senso debbe esser sempre preceduto 

dall'articolo determinante, sebbene in verso non manchino esempj, in 
cni senza articolo incontrisi. O diva luce QUALE in tre persone Ed una es- 

senza il ciel governi e ’l1 mondo. Amet. 98. — E quei: di rado Incontra, 

D Lian che di nui Faccia'l1 cammìno alcùn, per QUAL io vado. 
- Inf. 9. 

(10) Sì in prosa che in verso puossi, secondo l'armonia, elidere l’ e 
finale scrivendo e dicendo i! qual, la qual; ma è solo licenza poetica 


142 © —PARTE TERZA 
no e dileltécole sia ripòsto. Bocc. Introd. (10) — Selle giò- 
vani donne, i nomi DELLE QUALI i0 in propria forma rac- 
conteréi. Id. Ibid. 

S. VI. Quale o qual, in vece di colli che, 0 di ciò che, 
non vuole l'articolo (411). 


TESTI. 


Vidi cose che ridìre Nè sa né può QuAr di lassù di- 
scénde. D. Par. 1.— Folle è QUAL créde che per suoi consì- 
gli Rimuòver possa l'òrdine del cielo. Dittam. 1, 16. — QUAL 
più gente possède, Colùi è più da' suoi nemìci avvòlto. Per. 
canz. 29:— Or ti consìglia, Senz' aliro indùgio, e QUAL più 
vudi ti piglia. Tasso, Ger. c. 2, st. 89. 


S. VII. Quale, soventi volte trovasi come rassomigliativo 
di due nomi, avendo per correlativa la particella #ale, espres- 
sa, o sottintesa. 
TESTI. 


Videsi di tal monéta pagàto, QUALI érano state le der- 
ràte vendite. Bocc. nov. SO desdi dee bastàre a ciascuno 
se QUALE asino dù in parete tal riceve. Id. nov. 78. — Tole 
QUAL tu l'hai cotàle la di. 14. Gior. 3, fin. — Vivéstt QUAL 
guerrièr cristiùno e santo, E come TAL sei morto ec. Tasso, 


Ger. c. 3, st. 68.— Piàcemi almén, ch'i miei sospìr sen 
quaLi Spera") Tevero e l' Arno. Petr. canz. QI. —Divenulo n° 
viso QUALE è la molto secca terra, 0 la scolorìta cénere. Filoc. 


lib. 3 (12). 


i} sopprimere la 2 del plurale, scrivendo quai in vece di quali, e più a0- 
cora qua’. De’ Quai cadèva al petlo doppia lista. D. Purg. ‘1. — Denkro 
alle Qua’ peregrinàndo ulbèrga Un signàr valoròso, accàrto e suggio. Petr. 
canz. 11. SCR S 

(11) Trovasi alle volte lo stesso quale come indicante la qualità ola 
naiura di una persona o cosa, come: Narn so QUAL sia. Vedrai s' io sono 
QUALE iu mi credi. Sarò QUAL mi volèie. QUAL visse tale mori. Talvolta 
serve a determinare il significato del precedente nome o pronome, e°° 
Egli, quaL maèsiro dee saperlo. Questo scrillore, QUALE storico, è ass 
veriliero. Une stranièro, QUAL ambasciatore, è persòna sacra, ec. È talvolta 
è una particella dubitativa, cioè quando, preceduto da qualche particella 
negativa, o da altra voce esprimente dubbio, serve a qualificare H nomè 
che segue, d’ incerto o di dubbioso. La donna comprendèndo QUAL fosse 
l ànima di lei, lasciò stàre le parole. Bocc. nov. 18. — Non so QUALE 
Iddio dentro mi stimola ed infèsia a davèrti il mio peccalo confessare» 
Id. nov. 88. — Spirto beàlo, QUALE Se’, quando altrùi fai tale ? Petr. 
canz. 26. i | 

(12) Quale, serve anche ad indicare uno o alcuni di un dato numero, 
come: Nella vostra elezione sta di torre QUAL più ci piace delle due, 0 56 
volete amenduce. Bocce. nov. 63. 


come - 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 145 
QUALE, CONGIUNTIVO INTERROGATIVO. | 


S. VIII. Quale, pronominale interrogativo, non varia dal 
precedente, se non che questo rigetta l'articolo determinan- 
te (13). Esso in tal senso è talora dal suo nome accompagnato, 
e talora questo è sottinteso, come: QUAL opinione è la vostra? 
Ecco due cappelli, QUALE volete? QUALI sa; questi libri sono 
i miei? DA QUAL mercadùnte avéte ricevùto questo drappo? A 
QUALE daréste la preferenza? | 

TESTI. 
| i pia una grazia da chi così mi fa stare. Ruggieri 
domandò QUALE? Bocc. nov. 46.— State saldo e ci è rime- 
dio..... QUALE? Machiav. Com. — QUALI leggi, QUALI mi- 
nàcce, QUAL paùra? Bocc. nov. 98.— QUAL ceradlla vedésti 
mai senza coda? Id. nov. 90. 


Lo stesso guale usasi parimente nelle esclamazioni, seguito 
da un nome, come: Qual ricchezza! Qual folla! Con qua- 
le ferezza! Con qual fasto il disse!—0 figliuòl mio, 
QUAL per te fiamma è accesa! Petr. Tr. di Am. cap. 1. — 
Oh quaL per l'aria stesa Pòlvere î veggio ! oh come par che 
splnda! Tasso, Ger. c. 3, st. 10.” 


CHI. 


$. IX. Questo pronominale significa Colui che; equivale 
ad un nome, preso indeterminatamente, mascolino, o femmi- 
mino, singolare o plurale, e può indicare così il subbietto e 
l'obbietto diretto, come l'obbietto indiretto, esempj: CHI è con- 
lento del suo, non può dirsi pòvero. Non teme il,male CHI è 
vriubso. CHI mòdera i suoi desìi è sempre ricco. È pazzo CHI 
presime di oppòrsi a CHI è più forte... 


TESTI. 


A niùna persòna fa ingiùria cHI usa la sua ragiòne. 
Bocce. Introd.—CRI i/ fece nol faccia mai più. Id. nov. 2%. 
—dvèva in costùme di domandàr cHI con lui era, CHI fosse 
qualingue uòmo cedùto avésse per via passàre. Id. nov. 79. 
—Deh! sàtiro gentìl non far più strazio Di CHI tf adòra. 

. Fid. — Ch'egli è usùto di pòrgere a CHI troppo non si 


i (13) Che il pronominale interrogativo non può esser preceduto dall’ar- 
telo, è una conseguenza naturale dell’ ufficio dell’articolo stesso nel di- 


: scorso, il quale è di determinare è particolarizzare il significato del no- 


Me, € però non può trovarsi con una particella che indichi dell’ incertez- 
{2 Intorno al subbictto od obbietto dell’azione. 


144 PARTE TERZA 

mette ne suoi più cupi pélaghi navigando. Bocc. proem.— 
A cui Dio vuol malk, toglie il senno. Pecor. gior. 28, nov. 
2. (14) — Ze quali DA CHI non le conòsce sarébbono, e son 
tenùte grandi ed onestissime donne. Bocc. novi 80 (15). 


S. X. Chi, frequentissime volte usasi per interrogare, ma 
sempre di persona dicesi, non mai di cosa, come: CHI entra? 
Cui è quel signore? CHI cercàte?. Di cui parlàte? A CHI seri 
véte? Da cHI lo sapéte? Per CHI mi avéie preso? ec. CHI sitle 
‘ voì, che contra’l cieco fiume, Fi ug; tto avete la prigione eter- 

na?D. Purg. 4. CHI vi ha guititi ? o CHI oz fu lucerna? 


Id. ibid. — CHI è questi che così starnutìsce. Bocc. nov. dÎ. - 


CU I. 


S. XI. E questo un altro pronominale congiuntivo; s- 
gnifica lo stesso che quale, che, chi; dicesi di persona, € di 
cosa; serve ad amendue i generi e numeri; ma per propo 
suo bisogno, non è mai preceduto dall’ articolo determmank, 
e non indica che l'obbietto diretto, e l’ obbietto indiretto, non 
potendo esso mai usarsi per esprimere il subbietto dell’azione; 
come : I} giòvane CUI ricercàte. Le donne Cui salutàùmmo. La 


batiàglia CUI vinse. La persòna Di CUI ci parlài. L amico . 


DA CUI aspélto soccorso. La porta PER CUI sono entràto. la 
casa IN CUI dimòro, ec. 


TESTI. 


Così la‘donna non guardàndo cui motteggiàsse, credén 


do vincere, fu vinta. Bocc. nov. 10. — Coléi marttàndo GU 
ella amàva. Id. nov. 96.— D'un pìccol ramo, CUI gran fo 
scio piega. Petr. son. 266.— Vidi Solòn, di cui fu! ib 
pianta . ... Con gli altri sei, pi CUI Grecia si vanta. Pet. 
Tr. della Fama cap. 3.— Macchie apparìvano a molti, £ Wi 


(14) Incontrasi alle volte questo pronominale colla preposizione 2 





cn 
pena: i 


+ 


PT 


soltintesa. Fùronoi «forlunatamènie sconfilli; e così avoviène CHI è in vol» 


la di fortuna. Gio. Vill. 12, 76. 
(15) Chi talora ha forza di se alcuno. Come pienamènie si legge PT 


Lucàno poèta cHI le storie vorrà cercare. Gio. Vill. 1, ag. — Quindi s 00 > 
CHI vuole andàr per pace. D. Purg. 24. Talora sta per alcuno che. Non 
credi tu irovàr qui cHI il Baltèsimo ti dea ? Bocc. nov. a. — Quwi non © 
cHI ragioni Di Cristo, nè CHI legga nè cHI serva. D. Par. 1g. — Nè S0M2 
cHi m’ ascolti, o mi difèenda ? Guar. Past. fido. Trovasi anche in forza di 
chiùnque. Parli cai vuole in contràrio. Bocc. Introd. Talora incontra! 


varie volte ripetuto nella medesima frase, come: CHI dicèa che fu Cimo- 


bùe, cHi Stèfano, cui Bufalmàcco, cui Bernardo, e CAI uno e CHI UNO 
altro. Fr. Sacch. nov. 136. — Guanciàli CHI di vellùto, cHI di raso. Fire* 


As. 256. 


LA 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 145 
grandi é rade, e A CUI minùie e spesse. Bocc. Introd. SO 
—Molti son gli animòli, a cui s'ammòglia. D: Inf. 

Come essi, DA CUI egli credono sono un Bocce. nov.-71. 
— Ed è sì spento ogni benìgno lume Del ciel, PER «vI s' in- 
forma umàna vita: Petr. son. T.— Qual cella è di memòria 
IN CUI s'accòglia, Quanta vede viriù quanta beltàde. Id. canz. 
6.— Incontanénte conòbbe là dove stata era, e CON CUI. Bocc. 
nov. 25. ( 1) 

$. XII. Dissi nel $. precedente, CUI non esser mai pre- 
ceduto dall’ articolo determinante per proprio suo bisogno, 
perchè questo pronominale congiuntivo nel rapporto pos- 
sessivo (genitivo) ( 7. Sez. II, Cap. II, SS. V,e VI), 
do quando rappresenta il nome del possessore, che pre- 
cede, colla preposizione di, segno di tale rapporto , per 
ellissi sottintesa, può ben esser preceduto dall'articolo deter- 


| iminante, il quale per altro non è suo, ma bensì del nome 


che immediatamente segue, e che, come significativo della 


‘ Persona 0 cosa posseduta, appartiene al nome antecedente, 


Tappresentato da cuz; onde, per modo d'esempio, le seguen- 
tesimili dizioni. Z/ figliuòlo pi cui, la figlia DI CUI, ; figli 
DI CUI, le figlie DI CUI, possono e con eleganza volgersi in 
lt cui figlio, LA cuI figlia, 1 cut figli, LE CUI figlie. Quan- 
° poi il susseguente nome, oltre l’.esser suo in rapporto pos- 
sessivo coll’antecedente nome, è di più l'obbietto indiretto di 
darne verbo, si premetterà all’ articolo quella preposizione che 
ll senso richiede, e si dirà de/ cui, della cui, de' cui, delle cui, 


. dl cui, alla cui ec., dal cui, dalla cui ec., nel cui, nella 


Cu, ec. (18) 


TESTI. | 
Gli venne a memòria uno ricco Giudéèo, 1. CUI nome era 


(16) Per proprietà di lingua, sottintendesi sovente la preposizione a 
Innanzi a questo pronominale. Quivi sia ‘lo Iddìo regnatore,, CUI iutte 


| 3Wgidce ed ubbidìsce. Dav. Tac. Germ.— Voi, CUI fortuna ha posto in ma- 


no i freno Delle belle contràde. Petr. canz. 29. In simil guisa ommettesi 
lalvolta la preposizione di indicante il rapporto possessivo anche fuori 
casi mentovati nella nota precedente, sebbene l’incontro non n'è tanto 
‘‘quente, come in quest’ esempio del Boccaccio : Il Buon uòmo, in cusa 
SI morto era (in vece di in casa di cui). Nov. 38. 
(17) Cui trovasi anche nel senso interrogativo in vece di chi. Sio 
tesi dire una mia novella, a cui la dico per lo piu savio di noi? Nov. 
int 37.— Con cui di credi tu èssere stato ? Bocc. nov. 26. 
(18) Debbo inoltre avvertire che è costruzione, se non viziosa, almen 


; contraria al buon uso, e però da schivarsi scrupolosamente, il dire e lo 
scrivere dl di cui, la di cui, i dicui, le di cui, come da non pochi si sen- 
| le profferire, ed anche in qualche moderno autore si trova scritto. 


Gram. Ital. 20 


* 


146 PARTE PRIMA 
Melchisedéch. Bocc. nov. 3.— Amòre, LA CUI natùra è tale 
che piuttòsto per se medesimo consumàr st può ec. Bocc. 
nov. 57.— Altri so, che n'arà più di me doglia; LA CUI 
salùte dal mio vìver pende. Petr. Tr. della morte cap. 1. — 
La Fiammétta, 1 CUI capelli érano crespi, lunghi, e d'oro. 
Bocc. nov. 5. — Mio padre mi lasciò ricco uòbmo, DEL CUI 
avére come egli fu morto diediî ec. Bocc. nov. 1.— Narciso, 
DELLE CUI male paròle con Agrippina dissi di sopra. Dav. 
Ann. A non desor uesta famòsa spada, AL CUI valòre 
ogni vittoria è certa. tasso, Ger. c. 2, st. 69. — Una botta 
è maravigliòsa grandèìzza DAL CUI venenìfero fiato avvisà- 
rono quella salvia ésser velendsa divenùta. Bocc. nov. 37. 
— E come che questo a suoi niuna consolazione sta, pure a 
me, NELLE CUI braccia è morto sarà un piacere. Id. nov. 56. 


ONDE. 


$ XIII. Questa particella, che di per sè non è che un 
avverbio di luogo, e vale di che luogo, da che luogo, da 
qual luogo, è non di rado usata nella nostra lingua come 
addiettivo pronominale congiuntivo in vece de’ quattro già 
spiegati che, quale, chi, cui; ma solo come obbietto indiretto, 
valendo uno de' suddetti pronominali insieme eon una delle 
| seguenti preposizioni d/, da, per, con, come: Un riso, ONDE io 
mi rallégro. Que’ begli occhi, OND' éscono saéttie. Lo sdegno, 

ONDE tutti erano animùti. Uscit per la porta, OND egli era 
eniràto, ec. (19) | ati 

TESTI. 

Alli casi infelici, OND' io con ragiòne piango, con lagri- 
mevole stile seguirò. Bocc. Fiam. Prol__F 01, ch' ascoltàte in 
rime sparse, i suono Di quei sospiri, OND' 20 nodriva il core. 
Peir. son. 1.— Per la natùra lieta, ONDE deriva La virtù mista 
per lo corpo luce ec. D. Par.2.—-Lasso ! ben veggio, in che stato 
son queste Vane sperànze, OND' io viver solia. Petr. son. 151. 
—Di lor progénie discese il buono e cortese re Artù, ONDE è 
romanzi bretoni fanno menziòne. Gio. Vill. Lib. 1, cap. 24. 
—Ch' i aggio in odio la speme, e i desìri. Ed ogni laccio, 


(19) L’ avverbio di luogo Oce ha pure tal volta forza di pronominale 
congiuntivo nel rapporto di obbietto indiretto, sottintesavi una qualche 
preposizione, come: Quanto ingànno sotto sè quella pietà nascondèea, la 
quale partitasi dal cuore, OVE mai più non ritornò. Fiamm. lib. 1 — Co- 
me m° ha concio’l foco Di questa viva pelra OV'io mi appoggio. Petr. 
cans. 9. Z' erba ovE sarà la brina, gènera loro infermitàde. Cresc. 9, 68. 


» 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 147 
ONDE '/ imio cor è avvìinio. Petr. son. 75.— Per quelo usciuò- 
lo OND' era entràto, il mise fuori. Bocce. nov. 12.— Verso quel- 
la parte ONDE zl dì aveva la fanticella seguita. Id. nov. 13. 


CAPITOLO VI. 
DEGLI ADDIETTIVI PRONOMINALI DISTRIBUTIVI. 


S. I. Ognùno, ciascùno (4), ciaschedùno, qualcùno, qual- 
chedùno, ap ' 

Sono questi chiamati individuali. perchè non indicano 
che un solo individuo preso distributivamente mascolino o 
femminino, e perciò non sono relativi che ad un nome nel 
singolare sottinteso (2), accordandosi con questo.in genere ; 
esempj: OGNUNO 52 crede ricco. OGNUNA vuole esser più bella. 
CIASCUN paese ha le sue usùnze. CiAscuNO baili a' fatti sot. 
Incoraggiò CIASCHEDUN soldàto con la sua voce. Se v'ha 
QUALCUNO che senta pietà, mi soccòrra. Gli si mandi QUAL- 
CHEDUNO con la risposta. n 

Ognùno vale ogni uno. Con grandissima ammirazione 
d' oGNUNO. Bocc. nov. 41.— OGNUNO éra pennuto d'ali. D. 
Purg. 29.— OGNUNO portiàmo qualche cosa da not segnàta. 
Salvin. Pros. Tosc. 2, 169. — OGNUNA in gi0 tenta volta la 
faccia. D. Inf. 32. "n | 

Ciascùno ‘e ciaschedùno sono sinonimi del precedente, 
colla differenza, che questi vanno talora in compagnia del no- 
ie a cui sono relativi: Vedrà? gli antìchi spiriti dolenti che 
la seconda morte ciascun grida. D. Inf. 1.— Quanto CIASCUNA 
è men bella di lei. Petr. son. 12.— Come a CIASCUN le sue 
stelle ordinàro. Id. canz. 48.—Comandò a CIASCHEDUN SOL- 
DATO che portàsse seco del pane per due gior.1.Varch. stor. 11. 
CrascHEDUNA cosa la quale l uòmo fa ec. Bocc. nov. 1. 


(1) Gli antichiì in vece di ciascuno dicevano cadùno e catùno. CADU- 
NA acèa uno mazzero sotto. Nov. ant. 39.—Zedèndo, che GATUNO il volta, 
mandò per un fine oràfo. Ibid. 72. —D’ogni condizione, di CATUNA età, 
e sesso. Matt. Vill. 1, 2. In quanto a cadaîino l’ ultima edizione del vo- 
cabolario registra questa voce, tratta dal dizionario universale dell’ Alber- 
ti, il quale l’ammette dietro un” osservazione del Bottari, che questa voce, 
quantunque non si trovi presso niun antico o moderno autore, che abbia 
scrilto purgatamente, pure, venendo usata da moltî moderni dottì ed eru- 
ditissimi valentuomini, si dirà un giorno, ad onta dello spiacente suo 
suono. si - i i 

(2) Avvegnachè nel comun uso ciascuno e ciaschedùno non abbian 
che il singolare, pure presso alcuni antichi autori si trovano usati anche al plu- 
rale. Che desti il nome al loco , ove CIASCUNE sfrane nazioni vollon’ono- 
rarlo. Fr. Sacch. rim. 47. — Tegnèndo CIASCUNE cose migliori. Boez.—CIA- 
SCHEDUNI infermi si dèono dipartire dalla compagnìa de’ rei. Amm 
ant. 21, 3. i 


148 PARTE PRIMA 

__$. IL Qualeàno, qualchedàno e alcàno determinano m 
individuo qualunque. i due primi sono per lo più relativi a 
nome singolare sottinteso, con cui s' accordano in genere, nè 
sogliono usarsi in plurale. Qualcàno per altro trovasi ‘anche 
o in compagnia del proprio suo nome individuato, o seguito 
dal nome della specie, preceduto dalla particella di. Ma se 
pietà ancòr serba L'arco tuo e QUALCUNA saétta, Fa di te, e 
di me, signòr, vendétta. Petr. canz. 28.—S' èsser non può, 
QUALCUNA d'este-notii, Chtuda omài queste due fonti di pan- 
to. ld. canz. 46.— Colùi, che ve lo dice, è QUALCUNO, #6 mi 
vuol male. Pecor. g. 7. nov. 2. | | 

S. III, A/cùno, da' due precedenti differisce in ciò chel 

medesimo con. il suo nome (espresso o sottinteso) s' accorda 
in genere ed in numero, come: alcùn uòmo e alcùna donna; 
alcùni uòbmini e alcùne donne; e così pure quando il nome 
è sottinteso. (3) 


— CAPITOLO VII. 
DE' PRONOMINALI INDEFINITI E GENÉRALI. 


S. I. Tali addiettivi sono parte affermativi e parte negativi. 

. Gli affermativi sono.ognz, chiùnque, chi che sia o chu- 
chessìia, qualùnque, che che o checchè, qualsisìa, qualsivoglia, 
che tutti possono da una qualunque preposizione esser prece- 
duti, ma rimangono invariabili in ambedue i generi e numeri. 
Ogni (4), significa lo stesso che ognùno, ma non si usa 

mai se non che in compagnia di un qualche nome, sia mascoli- 
no sia femminino, sempre però in singolare (2), dicasi adun- 


(3) Alcùno, accompagnato da particella negativa vale lo stesso che 
nessuna e niùno ; ma in questo significato non si usa che in singolare 
Lo stesso dicasi quando ha seco la particella senza. Per Ze quali cose 10 
dubito forle, se noi ALCUNA altra guida non prendiàmo che la nostra, te. 
Bocc. Introd. — E senza la provvedènza d’ ALCUN uòmo si sappiano rego 
lare. Id. ìbid. E talora al plurale ha forza di vceruno. E fu Claudio mena 
la fanciùlla dove li piace, e non temere da ALCUNI. Pecor. gior. 20 , nov. 2. 
— Mi veggio morìre nelle braccia di quelle due persone, le quali io più amo 
che ALCUNE altre. Bocc. nov. 17. 

(1) Gli antichi dissero anche ogre in vece di ogni. 0GNE àarimo infermo, 
il quale per biasimo si dibassa. Amm. Ant. 39, 4. E per la rima Fran- 
cesco Barberino disse anche ogna. : 

(2) Ogrni presso gli antichi trovasi talora in compagnia di nome plu- 
rale. Compensàla OGNI cosa degli alirùi afànni, ll € mici quelli ogni alin 
lrapassàre di gran lunga desideri. Bocc. Fiamm. lib. 7,. num. 4. Infino 
alle lastre del detto, e OGNI vili cose non si potèvano saziare nè raffre- 
nàre di rubare. Gio. Vill. 12, 20 (in alcuni testi però si legge Ogni elle 
cosa). —Non tanto solo dannifichiàùmo questi detti peccati, ma ancora OGNI 
aliri peccati mortàli. Capit. della comp. dell’ Imp. 5. — Feci piantare fruth 








ETIMOLOGIA E SINTASSI 249 
que ogni uòmo , ‘ogni cosa, ogni luogo, ogni virlù, esempj: 
Con OGNI sollecitùdine. M' interrùppe ad OGNI tratto. Sono 
pronto ad OGNI vostro cenno. Egli ci scrive due volte OGNI 
mese. Il popolo accorse da OGNI banda, ec. (3) 

Ogni cosa (4) spesso trovasi per ogni dove, che vale 
ogni luògo.— Domandò ? oste là dov' esso potésse dormìre , 
al quale l'oste rispòse: in verità io non so, tu vedi, che OGNI 
cosa è pieno. Bocc. nov. 13.— Che pieno esséendo OGNI COSA 
di guerra, Voléano gir, più che potéano, occùlti. Ar. Fur. 24,95. 

S. IL. Chianque oe trisillabg) (Bb), e chicchessia 0 chi 
che sta, solamente di persone diconsi (6). CHIUNQUE altrimén- 
i fa pecca. Bocc. nov. 1.— Dio la faccia trista CAIUNQUE e/-' 
la è. Id. nov. 853.—In CHIUNQUE dimòra ànima sì vana. Id. 
Amor. vis. cant. 42.— Quand’ io ci tornàssi, ci sarébbe CHI 
CHE SIA, che c'impaccerébbe. Bocc. nov. 72.— Ricòrdati, che 
iu hai a confinàre con CHI CHE sia. Fir. As. 279. (7) 

$. IM Qualunque (8), che vale ciascùno , o ciascuno 
che, può esser relativo e a persona e a cosa, ed usasi o as- 
solutamente o accompagnato dal nome della persona o della 
cosa a cui riferisce, ed in ciò è diverso da chiùnque, che so- 
lo di persona si dice, ed usasi sempre assolutamente, A QUA- 


d’ oGNI maniere. Lib. di similit. Usasi tuttora OGNI innanzi agli addiet- 
tivi numerali col seguente nome al plurale, come: Ogni due giorni, ogni 
c'mue anni, ec. Apparìsce dai medèsimi libri, che è priori si multàvano 
| OGNI DUE MESI. Segr. fior. | 

(3) Delle due voci ogni santi si è formato un sol vocabolo, ogrissan- 
li, usato dal Boccaccio,.e da qualche altro antico scrittore per significare 
il giorno della solennità di tutti i Santi. — Sen/èrndo lui il dì d' OGNISSAN- 
TI in Rossiglione dovèr fare una gran festa. Bocc. nov. 29.— Entrò il 
giorno di OGNISSANTI col gonfalonière, Francèsco Carducci, la nuova Signo- 
ria. Varch. stor. 10, 304. Questa voce usasi tuttora a Firenze per indica- 
re, o la festa suddetta, o la chiesa de’ Minori osservanti di detta città. 

(4) Ogni, talora si trova accoppiato colla voce qualunque con ila con- 
giunzione copulativa e, in mezzo, e anche senza, come: OGNI QUALUNQUE, 
O OGNI E QUALUNQUE. Matt. Vill. 11, 6, e rt, 41. 

(5) Trovasi anche scritto chiùnchey ma oggidi ‘è poco usato. CHIUN- 
CHE vuol profondamènte ilvero Cercàr, nè fuor di strada uscìr giammài, ec. 
Boez. Varch. 3, 11. — Sosfenèndo sopra il calcamento di CHIUNCHE passa. 
Comm. Inf. 23. i 

(6) Evvi un solo esempio, in cui chiunque riferiscesi a cosa. Lo ce- 
dro si puote tutto l’anno serbàre in sull’àrbore, ma meglio se nel chiude 
con CHIUNQUE cvusèllo. Palladio, Marzo, 19- 

(7) "Tra chi che e sia si può mettere qualsivoglia nome o pronome, 
© altro vocabolo, come: Con altèinto ànimo son da ricogliere, CHI CHE di 
esse SIA il dicitore. Bocc. nov. 9g 

(8) Qualunque par che sia una contrazione delle due voci quale e 
unque. Qualunche trovasi qua e là presso gli antichi; ora per altro 
poco usasi. è 


PARTE TERZA 

LUNQUE della propòsta matèria, che quinci innanzi novelle. 
rà, converrà che ‘in fra questi t°rmint dica. Bocc. nov. A 
Ed è mestièr, ch' è senta QUALUNQUE passa, com' ei pesa 
pria. D. Inf. 23.—E da che diùvol ec. se' tu più che Qua- 
LUNQUE altra dolorosétta fante. Bocc. nov. 717. 


rat ing trovasi sovente seguito dal suo nome al plu- |: 


rale sì mascolino che femminino. QUALUNQUE ajfare, QUALUN- 


QUE altre cagiòni, costà trovàsti, già déono èsser finìte. Fiamm. * 


4, 48.-—O0 QUALUNQUE cavali 
ràte. Filoc. 6, 267. ec. 40 | , 
S. IV. Che che o checchè vale qualùngue, o qualinge 


‘cosa.—CHE CHE egli oda o vegga, niuna novella, altro ch’ 


lieta ci rechi di Viale Bocc. introd.— Piùcciavi di ristar qu 
meco alquànio, 


f) “ 


nov. 198.—Non già giusto contùrba in caECCRÈ divégna di 
lui. Guitt. lett. 3, 18. 

S. V. Qualsisìia e qualsivoglia vagliono Qualinque, € 
si compongono dell addiettivo pronominale quale, del prono 
me personale relativo identico sz, e delle voci s3@ 0 cogha, 
una parte del verbo éssere, e Y' altra del verbo volére, entra 
be nel modo soggiuntivo. Che non pòssono ésser rotle € 


eri, che intòrno a' mìseri dimo- 


CHX CHE SIA di lei nori mi celùte. D. rm. |. 
6.—Sì che to ti priego curaménte (CHE CHE partìto tu tt pren- |- 
da) che di ciò ec., non se ne dica alcùna cosa. Fr. Sacch. | 


oe: 


Parc 


da QUALSISIA ferro, e da QUALSISIA colpo di pistola Redesp.‘ 


nat. 15.—Avére apprèsso di sè uòmini valenti e cirtuòst e ID. 


QUALSIVOGLIA esercizio eccellenti. Fir. disc. an. 23 


8. VI. I pronominali indefiniti negativi sono: Messùno 0 


. N e DÒ 
nissùéno, neùno o niùno, verùno, nullo. 


1 quattro primi, composti dì né e di uno, sono perfettamente 1 
sinonimi, e vagliono né pur uno, corrispondente al nemo de La- — 
tini (9). Si dicono di persona e di cosa, e si usano 0 in (08° ‘ 
‘pagnia del nome, o anche assolutamente, cioè col nome st , 
tinteso; col quale però, sia espresso, sia sottinteso, debbono sel . 
pre accordare in genere, ma non mai possono esser relativi i 
a nome in plurale, come: Nessuna cosa. Nzuna Toria. In | 
nessùn luogo. To non conòsco nissùno. Non È ho detto amis. 


(9) Presso qualche antico scrittore trovasi mimo in vece di nessuno 


ec. Sono contràrj fra loro, che non ponno stare ed uno punto în NINO 
loro. Guitt. lett. 37.— Questi Romagnuoli non sanno onoràre NIMO co" 


parole. Buti, Comm. Inf. 33.— Se NIMO fi accùsa io non fi condanner® 


Albertani, cap. 44. — Ove trovando il passo, e porto franco, IR 
dentro e non vi scorge NIMO. Malm. 7 89. Questa voce è tuttora 5 
da’ contadini. 


ETIMOLOGIA E. SINTASSI 151 

,  sùno. Nonl'ama niuno. Niuno lo conòsce in questa città. A 
nissuno conviene di farlo. Senza che niuno lo veda. (10) 

Tra mille e mille esempj di approvatissimi autori, che 

, sì possono citare per l'uso di questi pronominali, molti 

se ne trovano in cui nessuno, niùno, ec., come che già’ 

di per sè assai nieghino , ‘pure s' accompagnano eol segno 

negativo non, ammessovi quasi come per rinforzo del ne- 

. gare; 1n altri senza altra negazione usansi ; dalle quali difle- 

. renti costruzioni, i grammatici. deducono come regola, dover» 

sì 1 suddetti pronominali accompagnare ‘con la negazione non, 

o adoprarli senza negazione, secondo che essi pospongansi o 

antepongonsi al verbo (11). 


(10) Ciò non ostante niùno e nessùno da qualche antico, furono usa- 
*. ti in plurale. NIUNE maflìe èsser possono, vieni, e usa ec. Pecor. 9, 18, 
nov. 2. — E i frutti di lali arbori, 0 sono NESSUNI per la freddùra, 0 se- 
| no sconvenèvoli e non matùri. Cresc. 2, 16, 7.— Crèdere si dee, che le 
‘ guise delle loro scriliùre migliori sieno, che NIUNE altre. Bemb. pros. a, 54. 
(11) Di questa pratica un celebre grammatico moderno dà la seguen- 
te giudiziosissima e molto fondata ragione: vuole 1° uso (così appresso a 
poco s' esprime) nella lingua ilaliana ed in altre lingue della slessa ari- 
gine, che nelle proposizioni negative, contrario all’ ordine naiurale delle 
nostre idee (a), il segno della negazione pongasi innanzi alla voce indican- 
le l'azione, acciocchè questa, la quale sempre, e di per sè è affermati 
ca (Vedi Sez. V. Cap. 1), presentandosi la prima all’animo di chi ascolta 
o legge, non vi produca uno spiacevole contrasto tra ’° idea affermativa 
dell' esistenza dell’ azione, rappresentata dal verbo, coll’ idea negati- 
ca, o di non esistenza, che gli fa concepire il segno negalivo NON. 
Quindi è facile il comprendere perchè nessùno, niùno ec. s' accompagna- 
no da altra negazione ogni volta che per proprietà di linguaggio pospon- 
| gonsi. al verbo, non già che questi pronominali non sieno di per sé ab- 
‘ bastanza negativi, ma perchè con ciò fare si segue l’ uso, per cùi gl I- 
taliani abituati a sentir prima il segno che niega l’azione, indi quello 
che n’ indica l’esistenza, conseguiscono in ciò interamente il loro in- 
tento, quando le voci nessùno , niuno ec. al verbo si antepongono, e 
sarebbe perciò superfluo ilfarle precedere da altra negazione; pratica, 
che d’altronde è totalmente contraria al ben conosciuto precetto della 
grammatica latina, e, dicasi anche, della grammatica universale , cioè 
che due negative fanno un’ affermativa ; massima che scrupolosamente os- 
servasi anche negl’ idiomi moderni discendenti dall’ antica lingua teutonica, 
come sarebbe il tedesco , e dietro questo le altre lingue dell’ Europa set- 
tentrionale, come 1’ inglese, l'olandese, lo svedese ec. in cui senz’ aver 
riguardo all’ impressione che possa fare il contrasto delle due idee affer- 
mativa e negativa, posponesi quasi sempre la particella negativa al verbo, 
in modo che, a cagion d'esempio, le frasi: io non sono, io non vedo 
nessuno, io non fo niente , vì sì traducono Ich bin nicht, I am not, Ich 
sche niemanden , I see nobody , Ich thue nichis, I do nothing, letieral- 
mente: jo sono non, io vedo nessùno, io fo niente, ec. 
(a) Mi riserbo alla sezione de’ verbi Cap. +1 di soiluppare, e render 
più intelligibile questo principio universale e filosofico del linguaggio , che 
| siccome qui viene addotto solo in ikpiegazione di altro principio , dubito non 
a iutli i miei lettori egualmente chiaro apparisca. 


; 


152 PARTE TERZA ‘ 
î ° TESTI. 


Nessun (412) di servità giammòò si, dolse, Né di more, 
quant io di libertàte. Petr. Tr. della Mor. cap. 1. — Non con- 
traddice a ciò NESSUNA legge. Cron. Morel. 365. — Lo mae- 
stro fece ® aneélla così appùnto, che NISSUNO conoscéa il fine 


altro che ’! padre. Nov. ant. 72, 2.— NIuNA gloria è ad” 


un'àquila aver vinta una colòmba. Bocc..nov. 77. Egli nen 
ve n° è NIUNO sì cattivo, che non vi parésse uno imperaiore 


Id. nov. 79.— Non si può cosa NESSUNA fare a lor modo. . 
Id. nev. 21. “neo ”, S. Illustrissima, che si persuùda - 


due cose, I una, che Nruno desidera più di me di servirla, 


T altra, che NIUNO conòsce più di me la nutùra delle però, 
ne ec. Casa, lett. 21.—NEUNO ebbe mai gli Dei sì facoreo , 


li che nel fo gli potesse obbligàre. Fiamm. 3, 84. (19) 
8. VIL. 


zione, sono sovente affermativi, e vagliono alcuno. (14) 
TESTI. 


I di miei, pic leggièr che NESSUN cervo, Fuggir com' om- |. 
78.— Quando s' accompano in Nessuno luo- | 


bra. Petr. son. 
go per cagiòne di guerra. Buti Purg. 7.— Come dunque NEV- 
No uomo è sì ardìto, ch' egli usi di pregàre Iddìo per lo dan- 
no del suo nemìco. Gr. S. Gir. 28. e: 


Ma si usano le stesse voci in significato di a/cono, a 


lorchè per modo di dubitare , o d’ interrogare si. adoprano. 
Aerei io in' bocca dente NIUNO guasto ? Bocce. nov. 69. — 
Trovòssi in Melàno NIUNO che contradiàsse alla potestùde’ 


Ì 
LS 


(12) Tutti e quattro questi pronominali essendo composti di uno, al 


par di questo soffrono volentieri lo stroncamento della finale o innanzi 
a’ nomi che cominciano da vocale, o da consonante che non sia s seguilà 
da altra consonante. La qual regola per altro non è obbligatoria. 


(13) Meritano osservazione le seguenti curiose costruzioni del pro ‘ 


nominale niuno. Infiniti sassî sono in Roma serbàti dal tempo infino 0 
questi dì scritli con latìne voci, e alquanii con greche ;: ma con volgiri 


Nessuno, niuno non accompagnati da altra nega- |.. 


Sa, 





NON NIUNO. Bemb. pros. 1, 11. —Il Calmèlta quale autore ci recherà pel. ‘ 


dimostràrci che ec.P? sicuramènie NON Niuno. Id. ibid. 3a.— Certo men & » 


manifesterà la loro indegnitàde , se di NiunI onòri chiarìscano. Boet. + è 
— Oggi poche , 0 NON NIUNA donna rimàsa ci è, la qual ne sappia NA, 


tempi opportuni dire ulcitno. Bocc. nov. 51. 


(14) Anche quando nessuno, niuno, ec. sono preceduti dalla ne?” .. 


zione ron o da senza, vagliono talora alcuno; ma non posso persi? 


di 


dermi che in tal significato abbiano il senso affermativo, come vuolsi da . 
alcuni grammatici. Nor ci è ragione NESSUNA per. la quale e’ debba e . 


tràre in un {al delerminato grado di velocità. Galil. sist. 


| ETIMOLOGIA E SINTASSI 155 
Nov. ant. 21.—Se NIUN conosciménto o sentiménto dopo la 
pulita di quella (l'anima) rimàne a'corpi. Bocc. nov. 38. (13) 
$. VIII Zerùno, verùna (”. nota 12), vagliono lo stes- 
so che niuno , niuna, o nessùna, cioè né pur uno.—Quanda 
venne il tempo, che quella mìsera cenne per parlorire per VE- 
RUN modo po:éva ec. Vit. SS. PP. 2, 2%. o 
Veriùno, del pàri che nessùno, nino, vale talvolta a/cà- 
no, segnatamente quando va accompagnato da particella nega- 


tiva, o, da senza. Quivi Éolo vERUNA potînzia non ha, ed 
‘ogni fronda si ripòsa mùtola. Filoc. 5, 238.— Faréste darmo 


‘ anoi senza fare a voi pro veRUNO. Bocce. nov. 79. 


Talora veràno, perde la forza negativa, e vale A/càno, o qual: 
che— Allbra guardo inforno, se veRUNO Vede la pena mita, 


| chem' ha conquìso. Rim. ant. Guitt. 96.— Per le tentaziòni 


si prua D uòmo se egli ha bontàde vur.una. Pass. 60.— 
Se veRUNO diméstico vi vuòle impedìre, dite a loro ardita- 
mente ec. S. Cater. T. 2, lett. 8. l 

$. IX. Zullo, vale pure niuno ec. e usasi o in  compa- 
gnia di un nome, o solo, riferendosi a nome sottinteso, o po- 
stoingenere neutro nel significato di niuna, 9 nessùna cosa, 
cone: NULLO sa se viverà ancòra domuni. È conosciùto da 
Nutro ec. Ne/lo significa anche di niun valore, senza virtù, 


i come: Questo contràito è NULLO. Le stipulàte condiziòni sono 


orandi NULLE. (46) 
TESTI. 


NuLLo martìrio, fuorchè la tua ràbbia, Sarebbe al i 
dolor compito. D. Inf. 14.—E mai pot non fe NULLO lnpe- 


 radòr d' Ltàlia. Gio. Vill. 3, 8,3.—E "lie qual è, se NULLA 


nube il cela. Petr. canz. 42. E si era del tutto trasmutàto, 
Che NuLLo 7 avrìa mai raffiguràto. Bocc. Tes. 4, 28.—-NuL- 


‘ Lo parla volentieri al mùtolo e al sordo uditòre. Passav. 249. 


—Onde felice dicono èsser colùi che non gli manca NULLO 4 


su dilélto. Fr. Giord. 20. (47) 


(15) In questo significato trovasi talora usata la voce persòna in com- 
Ragnia di qualche particella negativa in vece di Nessuno , niuno, o non 
alùno, come: Se n° entràrono in una casèita anfica, e quasi tulla ca- 
dia , nella quale PERSONA NON dimoràva. Bocc. nov. 46. — Nelle quali 
"ade volle, 0 NON MAI andova PERSONA. ‘Id. nov. 30.— Quindi veggèndomi 


: Pervenire, NÈ PERSONA conoscèndomi. ld. nov. 63. 


(16) Trovasi in alcun antico scrittore Nu/ accorciato da nullo. Che 
NL di noi è forie a sofferire. Franc. Barb. 372, 14.— Amàr senza NUL 


; Pro ec. D. da Majan. rim. ant. 86. 


(17) Nullo fa usato anche per Talùno, alcuno. Ma se forse NULLO si 


Movesse e dicesse, perchè ec. Vit. SS. PP. 1, 44. 
Gramm. Ital. =" 


154 PARTE TERZA: 

‘—— & X. Non confondasi il suddetto nullo colla particella 
negativa invariabile nu//a, che vale nzente, non punto, e che 
pure usasi come pronome, posponendosi, o anteponendosi al 
verbo, secondo che conduce seco, o no alcun’ altra particella 
negativa, come: Ed altriménti mai non ne farò NULLA. Bocc. 
nov. 2.— Chi in alcùna cosa può speràre, di NULLA si di- 
speri. Bocc. Fiamm. 5, 85.—Dia molto, riceva poco, è NULLA 
dimindi, Amm. ant. 416, 1. i 

. XI. Nulla ha senso affermativo, e vale Qualche cosa, 
quan o è usato per via di domandare, di ricercare, o 

i dubitare, come: Potrébb' egli ésser ch' io avessi NUL- 
LA ? disse Buffalmàcco. Bocc. nov. 85. — E se NULLA di 
noi pietà ti muòve, A vergognàrii vitn della tua fama. D. 
Purg. 6.—E sono al tuo piacér, se tu vudi NULLA. Lib. son. 
95. (18) 


CAPITOLO VIII. 
DEGLI ADDIETTIVI DIMOSTRATIVI. 


—_—$&.L Sonoaddiettivi dimostrativi (1) quelli che determinano 
un nome qualunque, sia di persona, sia di cosa, dimostrandolo, 
quasi additandolo, od esprimendo la vicinanza o la lontananza 
o ci luogo o di tempo in cui esiste l’obbietto significato dal 
nomé; avvene quattro: ve 


(18) Quanto si è detto di Nulla applichisi pure a Niente (gli antichi 
dissero neente). Questa voce che è sinonimo di Nulla, denotando- priva- 
zione e negazione, si' usa accompagnata con negativa, e senza, anteponen- 
dosi più comunemente al verbo, quando adoprasi senza la negativa, e 
posponendosi quando n’ è corredata, come: NIENTE sarà capàce di sepa- 
ràrmi da voi. NIENTE dura quaggiù. NIENTE è difficile a chi vuole. NON so 
NIENTE diquest’affàre. NON ne comprendo NIENTE.—E se iu fai convito, 0 
corrèédo bandito, Fal provvedutamènie, Che NON falli NIENTE. Br. Tesor. — Se 
l’ uomo magnànimo desse ogni cosa per amore, NON gli parrèbbe acèr dato 
NIENTE. Cavalc. specch. cr. —M'’infiàamma sì, che obblio, NIENTE apprèzza 
ma dicènta etèrno. Petr. canz. 28. — Non. è per mio mèrilo fatto questo, 
ch' io per me non sono NIENTE. Vit. SS. PP. 2, 203. Talvolta nulla. e niente 
sono usati in forza di nomi, come: Questo ragàzzo non si ricorda dî 
NIENTE. La quanlilà è quasi ridotta al NIENTE. Tullo ciò che si riduce «a 
NULLA. Chi in alcuna cosa può speràre, di NULLA si dispèri. 

Come pure in senso affermativo nel significato di qualche cosa, al- 
‘quànlo, usasi nelle frasi interrogative e dubitative. Colla mano sùbilto 
‘corsi a cercarmi il lato se NIENTE o acvèssi. Bocc. nov. 36.— Senza del 
suo cruccio NIENTE mosiràre (cioè alcun segno) alla giovine ec. Id. nov. 4. 
— Come ellu vede un.giovinètto di forma NIENTE (cioè alquanto ,. alcun 
poco) riguardècole, ella s' uccènde delle sue bellèzze. Fiv. Asin. 40. 

(1) Avverto di non confondere gli addiettivi dimostrativi co’ prono- 
‘mi personali dimostrativi, dei quali altrove si è parlato (Sez. 111 Cap. Il). 








ETIMOLOGIA E SINTASSI 155 
Questo, Cotesto, Quello, Ciò. 


I tre primi al nome premettonsi (2), e con esso in ge- 
nere ed in numero debbono concordare, seguendo per tali 
cangiamenti le regole già date (Cap. I, della presente Sezio- 
ne); non sono mai preceduti dall’ articolo determinante; pos- 
sono bensì, quando occorre, avere innanzi a sè qualsivoglia pre- 
posizione. +» | | 

-_$. HL Siccome si è già altrove spiegato (Sez. III, Cap. I) 
ogni discorso ha naturalmente tre persone, espresse o sottin- 
tese, l’ una che parla, l' altra cui si parla, ed una terza di cui 
si parla: indi l' obbietto da indicarsi, può, riguardo a queste 
tre persone, trovarsi in tre differenti posizioni di luogo, cioè, 
o più vicino alla prima che non è alla seconda, o viceversa, 
o egualmente distante da améndue, ma più vicino alla terza, 
cioè a quella di cui parlasi, e secondo tali posizioni dell ob- 
bietto che vuolsi dimostrare, usasi: 

Questo,.a, e, t, (3) per dimostrare persona o cosa, pros- 
sima alla persona parlante (4). 

Cotesto, a, e, t, per indicare cosa, o persona prossima a 
colui cui si parla. at, a 

Quello o quel, quella, quelli o quei o que, quelle, per 
indicare persona, o cosa distante egualmente, e da chi parla, 
e da chi ascolta (5). : 


(2) Esto, col suo femminino in a, e plurale in i, e, dall’iste de’ Lati- 
ni deriva, € trovasi qualche volta. ne’ classici in vece di questo, questa 
ec. Oggi però è inlieramente poetico. Perchè dunque bel dolce amìco ESTI 
terreni beni desideràte? Fra Guitt. Sett. — Voi credète Forse che siamo 
sperti d’ EsTO loco. D. Purg. 2.— Novèlla d' ESTA vita che ‘ m' addoglia. 
Petr. canz. 6. Da EsTo deriva la particella sta che qualche volta premet- 
tesi ancora oggidi ad alcuni nomi di tempo, come: Sfamàne, stamallìna, 
stasera stanòlie ec.—0O diss’io lui per entro in luoghi tristi Venni stAMA- 
xE. D. Purg. 8. —Di questo di STAMATTINA sarò io lenùto a voi. Bocc. 
nov. 99- — Ubriaco fastidioso, tu non c’ entrerai STANOTTE. ld. nov. 64. 
—E converrà che stasera iu smoccoli, Morg. 19, 77. ì 

(3) Questo in vece di Ciò vale questa cosa, e usasi in senso neutro, 
cioè senza variar niai la sua desinenza primitiva. Gran ftempo fu in 
grande tribulazione di resta la Chiesa, e con QuESsTO molia guerra e dis- 
senziòne ebbe. Gio. Vil. 3, 5. — Assài degli altri ho già fatti, li quali a 
QUESTO condolto mi hanno. Bocc. nov. ‘27. —IN QUESTO (questa cosa) io 
non vi piacerò già, credèndomi far bene. Id. nov. 18. 

(4) Questo preceduto dalla preposizione ir, indica spesso il tempo pre- 
sente, o supposto presente sottintendendovisi momèn/o, stanle, menire, ec. 
come nel Bocc. nov. 77. IN Questo /a fante di lei sopravoènne; cioè 
in questo momènio, in quesito mentre ec. 

(5) Lo stesso ordine mantiensi per indicare qualunque cosa che sup- 
ponesi ‘esistere nelle tre persone del discorso, cioè per cosa esistente nella 


prima persona guesfo ; nella seconda eofèsto; nella terza quello; onde di- 
a 


456 PARTE TERZA 
o. TESTI. 


QuESTO garzoncello s' incominciò a dimesticàare con QUE- 
STO Federìgo. Boce. nov. 49. — Che perno meco omài QUE- 
sti sospiri, Che nascèan di dolòre. Petr. canz. 53.— È tu, 
che se' cost) ànima viva, Pàrtiti da COTESTI, che son morti. 
D. Inf. 3. — Oimé, Sisnòre, vo mi paréte uom di Dio, come 
dite voi COTESTE paròle. Bocc. nov. 1. — Il meglio del mondo 
spero di far QUELLO che m'imporrài. Id. nov. 17. — QuELL' al- >; 
tro è Derofònie, e QUELLA è Fille: QueLr'è Giasòn, e QUEL- in 
L'altra è Medéa, ec. Petr. Trion. d' Amore cap. I.—QUE' duo » 
pien di paùra e di sospétio, L'un è Dionisio, e l'altro è Afes- ». 
sàndro. Petr. ivi. i 





S. III Ciò, addiettivo pronominale dimostrativo neutro 
invariabile, vale Questa, cotésta o quella cosa, e però per 
gli altri tre, questo cotésto , quello indifferentemente puossi 
adoprare, e riferiscesi al sing. e al piur., al masc. e al 
femm., come: Ciò si sente meglio che non si dice. Ciò era da 
consideràr bene. Ciò vi fa onòre. Ciò dipende da lui ec. (6) 
E tutii quasi ad un fine tiràvano assùi crudele; CIÒ era di 
schifàre, e di fuggire gl infermi ec. Bocce. Introd. — Ma tor- 
nando a ciò che cominciàto avza ec. 1d. nov. 8.— Otto cose 
sono , che danno mattria a QUESTO peccoto; CIÒ sono ec. 


Comm. Inf. 5. (7) ec. | | 
CAPITOLO IX 00° L 
DEGLI ADDIETTIVI DETERMINATIVI. 





. I. Gli addiettivi determinativi sono: | o 
ale, cotàle, altrettàle, altro, stesso, medesimo. O 


rassi: QUESTO mio 0 nostro difèllo , COTESTO fuo 0 vostro difètio, QUEL .. 
suo, © loro difetto. ln quanto poi al tempo usasi questo per indicare il 
tempo presente, e quello o quel pel passato, come questo di, questa state, . 
quel giorno ec. | pe 

. (6) Questo pronominale può esser preceduto da qualsivoglia preposi- 
zione, ma non mai dall’ articolo , come : di ciò, a ciò; da ciò jin ciò, 
con cio, ec. x ; 

(7) Ciò, nella medesima sua posizione invariabile, si trova anche re- 
lativo a persona. St fuggirono dall’ altra parle de’ Sanèsi, e ciò fùrano 
degli Abàti, di Que’ della Pressa; e più altri Gio. Vill. 6, 80. — Fùrono 
elètti quatiro Capitàni, ec. e ciò furo ec. ld. 7, 5a. — Ciò leggesi talora 
nel senso di yualunque, qualsivoglia , checchè , ec. seguito dal nome: Ciò 
uccèlli che oolano j ciò pesci che nuotano ; Ciò fere che discorrono sono 
seppellite nel nostro ventre. Amm. ant. 24. SR: 

, Cîo trovasi per. solo riempitivo. Se ciò non fosse ch'a menzòria 
m’ ebbe Pier Petlizàgno in sue sante orazioni. D. Purg. 13. 


| 


‘ 


4 
hi 
Î 


y 
bo 


ETIMOLOGIA E SINTASSI . 257 

Tale s accorda col suo nome espresso è sottinteso, iu 
mimero solamente, e può essere da qualsisia preposizione 
preceduto. e talora gli si dà anche l'articolo, dicendo: il fade, 
la tale, ì tali ec. e significa colùi, colei, colòro ; e sovente 
eziandio ha un significato indeterminatissimo, riferendosi al 

nome generico zomo. Ecco degli esempj del vario uso di 
questo addiettivo: Egli abita nella TAL casa. Il TALE o la 
TALE me lo disse. Egli va ora dal TALE, or dalla TALE. Co- 
nòsco un TALE che nol farebbe. TAL minàccia spesso che ha 
para. TAL ride che poscia piange. TAL ti ride in bocca che 
dictro fe l'accòcta. A TALE to son venùto (cioè a tale stato, 
punto, segno, termine ec.): Sono ridètto a TALE che non posso 
far né molto nè poco. (1) 

, Tale ha per lo più come correlativo quale, sì come ab- 
biamo già fatto osservare (Cap. V, S. VII, della presente 
Sezione) (2). Pensa che TALI sono là i Prelàti, QUALI tu 
gli hai qui potùti ved‘re. Bocc. nov. ®.— TAL QUAL di ramo 
in ramo si raccòglie. D. Purg. 28.— TAL QUAL or mi vedéte 
giovinetta, Quivi accompùgno Ambre. Bocc. Am. vis. 6, 16. (3) 

S. IL Cotàle ha fo stesso significato che /a/e. Preceduto 


| dalla particella un significa certo; ma preceduto da questo o 


+ 


quel vale guesto'o quel medésimo: 


l (1) Un tale vale lo stesso che un cerfo, come: UN TAL mèdico, UN TAL 
piltore, UNA TAL nazione ec. Tale e tale vale questo e quello. — Si pro- 
mélle cerla quantità di pecùnia a chi prima saglie in sul muro e in su 
TALE E TALE forfèzza della ierra assediata. Cavalc. Espos. simb. 1, 69. 
Tale vale qualche volta questo. — E ? oracolo è TALE. Caro, En. 7, 137. 
Tale, replicato, ha un significato distributivo, valendo questi, quegli, 
o l'uno, l altro, come: TaL risponde TAL ammutolìsce. TALE è troppo 
ardilo TALE è troppo ùmido. 'TALE lo dice, TALE lo niega ec. 

(2) Tale , può aver due particelle correlative. TAL QUALE fu ? hai, 
COTALE la di. Bocc. gior. 3, fin. E qualche volta non ha alcuna corri- 
spondenza espressa , essendo relativo a nome antecedente. La casa del- 
l’uomo infermo stalo, o morto di TALE infermità ec. (cioè della pesti- 
lenza già descritta). Id. Introd. La correlativa di fale può essere come 0 
che, in vece di guale. TAL perdono troverà ciascuno ir verso Dio COM' egli 
farà agli altri. Gr. S. Gir. 23. — Potrèbbe èsser TAL femmina , e figliuola 
di TALE uomo , ch’ egli non le vorrèbbe avèr falla quella vergogna. Bocc. 
Dov. /. 

Tale ha qualche volta forza di alcuno. E TALI furono clie per dilètto 
di quelle sopra alcùna tavola ne ponìeno. Bocc. introd.—Li loro cani ab- 
bajivano forte, e TALE pigliàvano per lo lembo, or Vl uno or ’’ aliro. 

r. Sacch. nov. 140. E talora, aggiunto a signore e signora , serve in 
luogo del nome proprio. Si volse alla compagna e disse: madonna TALE, 
Guardàle quanio è bello questo grano. Fr. Sacch. nov. 179. 

(3) Tale e cotàle pur sovente hanno forza di avverbj, come: E don- 
na mi chismò corlèse e bella 'TAL che di comandare è la richièsi. D. Inf. 2. 
— Tar, ch’incomìncio a disperàr del Porto. Petr. son. 156. — id io lo 
minotàuro far coraLe. D. Inf. 12. o 


158 PARTE TERZA 
TESTI. 


Da uN coTAL fanciullésco appetìto mossa. Bocc.nov. 30. 
'— Per UNA COTAL mezzanità e per contentùre il pòpolo eles- 
sono due cavalitri frati Godènti ec. Gio. Vill. 7, 15.— £ 
QUESTO COTALE del luogo o del modo nel quale a vivere ab- 
biàmo ec. Bocc. Introd.— Ma ancòra il toccàre è panni ec. 
paréca seco quella COTALE infermità nel toccatòr irasportàr. 
Bocc. Introd. (4) a 


Altrettàle, quest'addiettivo, che vale @/tro tale, non 8 
trova usato che nel plurale. I cotà/: son morti, e gli ALTRET- 
TALI son per morire. Bocc. Introd. 

S. III. Altro è addiettivo determinativo di diversità, e va- 
le divérso, cioè che non è lo stesso, che è differente in qual- 
sivoglia maniera da quelle cose di cui si parla. Esso s' accor- 
da sempre col suo nome in genere ed in numero. Quest ad- 
diettivo però trovasi sovente in senso neutro, corrispondente 
all’ aliud de' Latini, e significa altra cosa (5). © 


TESTI. 


Teméndo non fosse ALTRO, così al bujo levàtasi, com'era, 
se n’andò là.Bocc. nov.86.—Sembiànie facendo di rider d'Ab- 
TRO. Id. nov. 63.—0 ALTRO hai tu fatto? Id. nov. 1.—/0 
via tu non sei da ALTRO, che da lavàre scodelle. Id. laber. 
208. — Che mi confòrte ad ALTRO, ch'a ‘trar guai. Per. 
canz. 8. (6) 


S. IV. Stesso, e medesimo (T) sono addiettivi determi- 
nativi assevérativi, che solo si usano in compagnia d' un n0- 


(4) Notisi però che spesse volte queste due particelle pajono al prim® 
sguardo avverb), mentre sono addiettivi, aventi il nome per ellissi sottt- 
teso. Io gli darèi TALE (colpo) di questo. ciolto nelle calcagna ch' egli € 
Bocce. nov. 73. — A TAL son giunto amore (cioè a tale stato). Petr. canz. 31. 
— Tra gli ladròn trovài cinque coTALI (uomini) Tuoî cittadini. D. Inf. 98 
— Io son de’ TALI, e de' COTALI (ciot parenti). Varc. Sen. Ben. 

(5) Altro talora leggesi nel significato di altrùi. Niuna cosa è mia 0 
d' aLTRO Za .quale si può togliere, o perdere. Amm. ant. 41. Come pure 
nel signif. di altra persona. Ansèlmo che non vede ALTRO, da cui Posso 
sapéèr di chi la casa sia. Av. Fur. 43, 136. 

(6) Per altro, vale nelle altre cose, quanto al rimanènte.— Rico € 
savio, e avvedùlo PER ALTRO, ma avarìssimo. Bocc. nov. 5a. — Lumi del 
ciel, per li quali io ringrazio La vita, che PER ALTRO non m'è a grado 
Petr. canz. 18. | 

(7) Medèsmo per medesimo è del verso non mai della prosa. Di me 
MEDESMO meco mi vergogno. Petr. son. 1. — Essi MEDESMI elle m' aveon 
pregàlo. D. Puig. 26. Medèsimo usasi tajora per ripieno colle voci me 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 159 
me 0 d’ un pronome, al quale aggiungono forza, e co' quali 
faccordano in genere ed in numero, come: (8) Zo stesso o sfes- 
sa, me stesso O stessa, tu slesso © stessa, noi stessi O stesse 


ec (9). | 
Li CAPITOLO X. LEA 
DEGLI ADDIETTIVI QUANTITATIVI. 


$. I. Sono addiettivi quantitativi i seguenti: molto, poco, 
assai, tanto, cotànto, altrettànto, quanio, alquanto, tutto. Tut- 
ti questi addiettivi possono anche esser avverbj, ma allora ri- 
mangono invariabili. ASSAI non varia mai terminazione nep- 
pur come addiettivo: Zn ASSAI cose per tema di 10. Bocc. 
nov. 17.—Ma sendo a far questo impedìto dalle ASSAI fosse 
che attraversavano îl paîse. Machiav. nov.— Con autorità gran- 
dissima, e con ASSAI provvisiòne di gente e di danùri. Sega. 


. Stor. 14, 379. 


$ II. Si è già parlato altrove delle particelle tanto, quan- 
lo, a 


R plfligio podi SII dI Tag a n° 


BO 


o pin nd 


trettàanto, come avverbj di comparazione (Cap. Ill della 
presente Sezione), ora conviene trattarli come addiettivi, che 
co nomi loro si accordano in genere ed in numero. Zanfo 
ecotànto nel sing. indicano grandezza, nel plur. moltitudine (4). 
Lo stesso dicasi di quanto , che è il costante correlativo 
espresso o sottinteso, di tanto e cotànto (2). Il maéstro diede 


%, co, seco, potendosi anche riferire a femmina senza cangiare la desi- 
nenza del maschile. Za qual cosa la donna udèndo ec. la grandèzza 
dell’ànimo suo molto seco MEDESIMO commendò. Bocc. nov. 4g. — Certo 
veder nol dei, nè credo chel vuogli, se savia leco MEDESIMO di consiglt. 
Fiamm. 1,56. — Medèsimo posto co’ pronomi questo, quello, ‘rimane pure 
invariabile , ancorchè sia relativo a nomè femm. o plur. Chi # assicura 
Che quell’ dpere fosser quel meDESIMO? D. Par. 24. ni 

(8) Stesso sovente usasi in forza di nome sottintendendovi il nome 


— Neutro cosa, come: Tutto è lo sTtESSO. Lo sTESSO gli ho detto anch'io. Mi 


accadde lo STESSO in Roma ec. Stesso e medèsimo sono talvolta avverbj, 
valendo fino , per fino, come: Lo stesso Dante . Lo stesso Pelràrca. In 


Firenze medèsimo, ec. 
(9) Stessi nel singolare in vece di sfesso leggesi presso qualche anti- 


| S scrittore, come: Egli stessi, me stessi.— Siccome il Sol che si cela egli 


MESSI. D. Par. -5.—Ur perchè mi lodi tu a me stessi. Cavale. Pungil. 144. 
— Fa nel capo tu sTESSI un nodo scorritòjo. Fr. Sacch. nov. 166. Ma tal 
modo di dire è disapprovato dal vocabolario, come fuor d'uso; € così 


| Inre STESSO nel plurale in vece di STESSI. Soro molti che per èssere fenùli 
| Umili e giùsti spesse volte èglino STESSO si biàsimano. Passav. 162. 


(1) Tanti e cotànti, preceduti da qualche addiettivo numerale, e così 
le tanfi o colànii, ire tanti 0 cotànii ec. vagliono il doppio più, e 


: tre volte più ec. Cento volle tànio, 0 cotànio, vale eèniuplo. 


i 


(2) Tanto e cotànio spessissime volte nsansi pure senza la corrispon- 
denza di quanto. Nel cospeèllo di TANTO giidice. Bocc. nov. 1, prin.—Da 


‘160 PARTE TERZA 

TANTA fede alle paròle di Bruno QUANTA si sarîa convenù- 
fa di qualùnque verità. Bocc. nov. 79.—E forse in TANTO 
(tempo) QUANTO un quadrel posa E vola ec. D. Par. 2. 
TANTE volle QUANT’ ella nella memòria mi viene ec. Filoc. 
3, 101.—/o-ci priego per COTANTO amòre, quanto è quello 
che to vi porto Bocc. nov. 18. (3) 

S. ITÉ Altrettànto vale altro e tanto, e dinota uguaglian- 
za di numero, di peso o di misura, come: AL'YRETTANTO 
pane arrostìto. Bocc. nov. 92.— Cinquànta paternòsiri, e AL- 
TRETTANTE avemmarie. Bocc. nov. 24. — Una donna più bel- 


la assai che ’l Sole, E più lucènte, e d' ALTRETTANTA etàde. ’ 
Petr. canz. 24.— Altrettànto vusasi anche avverbialmente, e * 


come tale mille esempj se ne trovano ne’ classici autori. 

S. IV. Alquànto, a, i, e, nel singolare vale un poco, € 
nel plur. a/cèni, come: Dopo ALQUANTO spazio cominciò a 
dire. Bocc. nov. 38,-- Con ALQUANTA gente. Gio. Vill.-7, 114 
— ALQUANTI uòmini. Petr. canz. 10. — ALQUANTE lògrime. 
Bocc. nov. 23. 


$. V. Alquànto trovasi pure come nome astratto. Ch È: 


ALQUANTO non prende di tempo avànli ec. Bocc. gior. 1, fin. 
— In lui ritornò lo smarrito colòre, e ALQUANTE delle per- 


dùte forze. Idem, nov. 14. 

s. VI. Tutto, a, i, e, richiede tra sè e’1 suo nome l'ar- 
ticolo definito (4), come: tutto il tempo, iutti gli uòmini, tut 
ta la notte, tutte le cose ec. (5); ma l'articolo può ommettersì 


indi in qua COTANTE carte aspèrgo, Di pensièri, di làgrime e d’ inchiostro 
Petr. Tr. d'Am. cap. 3. Così pure guarito senza il suo antecedente fanlo 
o colànto.—Nt vi poirèi dire QUANTA sia la cera che vi s' arse a queste 
cene. Bocc. nov. 79.—QUANTI felici son già morti in fasce! QUANTI mise 
riin ultima vecchiezza ! Petr. Tr. del T. 

(3) Tanto e quanto sono talora nomi astratti, e come tali posson0 
no, andare accompagnati dall'articolo o da altra particella come appoggi» 
Quel TANTO, a me, non più del vìver giova. Petr. canz. 18. — E spalan 


càndo poi TANTO di gola, Urla, bestemmia, ec. Malm. 7, 85.— Che pa- +. 


gherèste voi? ditemi il QuaNnTO Dicèa Rinàldo. Morg. 18.—La spera otlo- 
va ci mostrerà molli Lumi, li quali e nel quale, e nel «Quanto: Noter sì 
posson di divèrsi volti. D. Par. 2. 

(4) Presso gli antichi era proprietà di linguaggio ed eleganza, di porre 


tutto tra il pronominale congiuntivo quale, o il dimostrativo questo, 0. 


il determinativo alfro, e il nome. Delle QUALI TUTTE cose Antonio facèn- 
dosì beffe. Vit. SS. PP. 1, 18. — Le QUALI TUTTE cose sono da èsser dili 
genlemènie consideràie. Cresc. 12, a. — Per QUESTE TOTTE edadi questa 
nobiltà di cui si parla ec. D. Conviv. 195.— Così gli ALTRI TUTTI fiori € 
frutli al loro tempo èscono ec. Vit. SS. PP. 2, 257. In oggi però più 








propriamente direbbesi: Le quali cose iutle. Per tutte queste etàdi. Così :. 


tutti gli altri fiori ec. 


- (5) Tutio, posto innanzi ad un addiettivo, quantunque propriamente Ò 


non sia che un avverbio nel significato di interamente, è però conside 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 161 
tome superfluo quando il nome ha senso. indetermiriato o ge- 
nerico, cioè quando non è che un qualificativo (V. Sez. II, 
Cap. VII). Ricòrdivi che noi siam TUTTE femmine. Bocc. In- 
trod. — La gente ch' avéa bontàde veniva a lui da TUTTE parli. 
Nov. ant. 20.— Colùi, che col consìglio, e con la mano A 
TUTTA Italia giunse al maggiòr uopo. Petr. "Tr. della F. cap. I. 
— E quel, che solo Contra YrurrA Toscàna tenne il ponte. 
Id. Ibid. — Riverìto, onoràto, careggiàto da TUTTA gente. 
Passav. 48. 

S. VII. Tutto usato come nome di geriere neutro coll’ ar- 
ticolo, ed anche senza, vale ogni cosa (6). E quel savio gent], . 
che TUTTO seppe, Disse per confortàrmi ec. D. Inf. 7. — 6; nel 
volto di lui che TUTTO vede Vedi 'l1 mio amòre ec. Petr. son. 
3035. — Làida è ogni parte che al suo TUTTO non si conviè- 
ne. Amm. ant. | 

Tutto pigliasi sovente in significato collettivo, come: Cre- 
di tu vero TUTTO ciò ch' egli mi narràva? Egli TUTTO seppe. Il 
TUTTO mi è noto. TUTTI sopra la verde erba si pòsero in cer- 
chio a sedère ec. Talvolta vale lo stesso che ogni, ciascùno, 
come: tutto giorno, o tutto dì; lutta città. Tulto usasi anche 
avverbialmente, come: 4 tutta corso; a tutta possa; tutto solo; 
tutto sbigolilto ec. | | 


CAPITOLO XI. 
DEGLI ADDIETTIVI NUMERALI. 


S. I. Gli addiettivi numerali sono quelli che indicano la 
qualità di numero nelle cose, cioè stabiliscono un determinato 
numero di oggetti fra molti, e sono di due specie, primetivi 
e ordinalivi | Dc 

6. II I primitivi, che anche cardinali Gb si dicono, sono 
o semplici, o composti, o derivati. I semplici sono da uno 


rato come addiettivo, e accordasi col suo nome espresso o sottinteso. 
Loro TUTTO rotto e TUTTO pesto il iràssero dalle mani. Bocc. nov. 11.— 
TUTTA ?icida e rotta nel viso. Id. nov. 73.—Qui TUTTA Umile, e qui la vidi 
altèra. Petr. son. 89. 

(6) Tutto quanio vale Tutto intièro. Vedi D. Par. 28, e Inf. 31. — 
Bocc. nov. 85. — E vale anche Tuzto quello che. Tuti' uno vale Una co- 
sa stessa. Il dir le paròle, e l’ aprirsi e ! dar del ciollo nel calcagno 
a Calandrìno fu TUTT’ uno. Bocc. nov. 73. — Congiùnto con tanto legàme 
d' amistàde, che N ànima di amendùe era TUTT’ uno. Guid. Giud. — Cor- 
tesia ed onestàte è TUTT uno. D. Conviv. 

(1) L’addiettivo cardinale , derivante da cardine, come aggiunto di 
numero , vale principale , che regge, che sostiene, quasi sieno i numerì 
primitivi come cardini su cui s' aggirano tutte le altre specie. di numeri. 


Gram. Ilal. gs 22 


162 PARTE TERZA 
sino a dieci inclusivamente: Uno (2), due (3), tre, quatiro, 
cinque, sel, sette, otto, nove, dieci o diece. A’ quali possono 
aggiungersi venti, cento, mille. 

Della voce dieci, insieme con una delle nove antecedenti, 
si formano nove altri addiettivi numerali, che per ciò a 1 
sti si chiamano. Undici, dòdici, trédici, quattordici, quindia, 
sédici, diciassétte, dicidito, diciannòve. i 

Seguono altre voci, le quali quantunque sieno semplici, 
pure dalle anzidette (cioè, fre sino a nove) derivano, e perciò 
numerali derivativi s' appellano, tali sono: Trenta, quaranta, 
cinquanta, sessànta, settànta, ottànta, novània. 

S. IIL Da questi derivativi, come pure da venti, cento € 


.. (2) Uno s'accorda in genere col suo nome, espresso o sottinteso. 


Quantunque uno, che come add. di quantità, indica un’unità determinata, 
sia per sè stesso senza plurale, pure in correlazione coll’ addiettivo Altro, 
riferendo due cose già mentovate, non solo ammette il plurale, ma rice- 
ve anche l’ articolo determinante. Tanto l età 1° uno e 7 ALTRO da quello 
ch’ èsser solècano gli acèa trasformàti. Bocc. nov. 16.— Qu è’ 8 bel ciglio, 
e P UNA e D'ALTRA stella, Ch'al corso del mio vìver lume denno? Pete 
son. 258. — Siccome fecero î Suguntìni, e gli Abidèi, gli uni temènti An 
nìbale cartuginèse, e gli ALTRI Filippo macedònico. Fiamm. 5, 93. — Spe 
rava Î UNE cresciute, e l’ ALTRE dovèr irovàr scemale. lbid. 3, 22% 

Uno usasi talora in senso distributivo in vece di Ciascuno, come: Cenlo 
Scudi per uno. Un tanto per uNO ec. Uno ed una talora vagliono medesimo, 
medesima. O fiero voto, Che'1 padre, el figlio ad UNA morte ogferse! 
Petr. Tr. della F. cap. 1. — La nostra città di Fiorènza eh' era UN 
co” Romàni ec. Malesp. Stor. Fior. p. 43. — Amor e’ cor geniìl sono UN 
cosa. D. rim. 

In uno e in una vagliono insième. Ed amor solo con dèbila contem- 
plaziòne seguitàre 1N UNA ho raccolto le sparse cure. Amet. 3.—E 1N UNO 
con esso lui salùula il venerabile Pucciandone. Guitt. lett. 

(3) Due è in oggi dell’ uso comune, quantunque il dire e scriver Dw 
non sarebbe errore, trovandosi ne’ migliori classici usato al pari di quello: 
Si si starèbbe un agno in tra DUO brame Di fieri lupi. D. Par. 4. — Una 
fiera m' appàrve Cacciùta da DUO veliri, un nero, un bianco. Petr. cani. l2. 
— Domandolli dieci marchi in prestànza, ed ojfèrseline DUO march | 
guadaguo. Nov. ant. 25. — Dirànno piccola cosa èssere ad un re l' aetr 
muridile DUO giovinetle. Bocc. nov. 96. 

Dua, che dal volgo fiorentino tuito di odesi, è riputato errore, se 
bene non è senz? esempio presso qualche antico. In drecve dato !° ordine, 
che niuno il sapèsse, che noi DUA. Cron. vell.— Nacque nel DUA diqua 
del centinàjo. Bern. rim. 1, 69. . 

Dui trovasi, da qualche poeta, usato perla rima. Che dal tempo d' 0r- 
lùndo în qua, più DVI Posson, ch? un, che non abbia ajùto altrui. Bern. 
Grl. 1, 24, 2. Incontrasi anche qua e là in prosa. Proferìto s'era DUA MOR 
di servire la repùbblica. Bemb. stor. —.Se altri DUI sì forle amore lega; che 
de' DUI corifa uno, sponsa con ispònso, che DUi sono in uno corpo ec. Guilt- 
lett. 10, 27. ] 1 

Duo prendesi sovente come nome, termine musicale, e significa Canto 
a due voci insieme, o alternate, e chiamasi pure così la musica com 
posta per gli strumenti che accompagnano due voci: in vece di Du 
dicesi anche Dueslo. | 





IR 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 165 
mille, atri numerali composti si formano, cioè ventàno 0 cen- 
f uno (4), ventidùe, ventitré, ventiquàtiro, venticìnque, ec., tren- 
fùno, trentadue ec., quarantùno, quarantadte, ec. cinquantùno, 
cc. centùno (5), ec. ducénto o duecénto o dugénto, cinquecénto, 
mille (0) , milione. | | 

Nell uso i numerali, sì semplici che composti, e derivati, 
adopransi anche come nomi, ricevendo essi non solo l'appog-. 
gio dell'articolo determinante, ma ammettendo eziandio il se- 
gno del plurale, onde diciamo: 77 due, il tre, il quattro, due 
du, tre cinqui, quattro setti cc. (7) | 


ORDINATIVI. 


S. IV. Gli addiettivi numerali ordinativi accennano |’ ordi- 
ne delle cose riguardo al numero: essi s' accordano co’ loro 
nomi in genere, ed in numero, e sono ugualmente che i nu- 
merali primitivi, da' quali quasi tutti derivano, o semplici o 
composti. i 


SEMPLICI. 


Primo, secòndo, terzo, quarto, quinto, sesto, séttimo, ottà- 
vo, nono, decimo. | 


COMPOSTI. 


Decimoprìmo o undicèsimo o undècimo. 

Dectmosecòndo o dodicesimo o duodécimo o dodécimo. 

Decimoterzo o tredicesimo © terzodécimo o tredécimo. 

Decimoguàrio o quattordicésimo o quartodécimo o quattro- 
décimo. 

Decimoquìnto o quindicesimo o quintodècimo o quindécimo. 

Decimoséèsto o sedicèsimo o sestodécimo o sedécimo. 

Decimoséttimo o diciassettesimo o settimodécimo. 


(4) Fentùno, trentuno, quarantùno , ec. non variano mai termina- 
zione; non sarebbe però errare il farli accordare con un ‘seguente nome 
in femminino, come: Poî per la medèsima via per distèndere alire no- 
VANTUNA rofa e poco più. D. Conv. p. 116. Notisi inoltre, che quando il 
nome vien, dopo i numerali suddetti, egli rimane nel singolare, ma si 
fa plurale quando a’medesimi precede, onde dicesi verzun saldo, qua- 
rantun anno, o anni quarantùno ec. 

(5) Di Certo troncasi talora la seconda sillaba unendosi Ja prima ad 
altro numerale, come: cenquattordicî, cenquìndiei, cenquarània , cencin- 
quania , censessania, censellània, cennocanita. sn 

(6) Mille fa al plurale mila. | i 

(7) I numerali sono sovente preceduti dall’addiettivo plur. suzdi, tulle, 
e dalla congiunzione copulativa e, come: #uflî o futte e due, tuiti o tulle 
e ire, iulti o tulle e quatiro, ec.; e se a numerali segue un nome, que-. 
sto va per lo più preceduto dall’articolo determinante, come: Futl? can- 


t 


164 PARTE TERZA 
Decimottàvo o décimo ottàvo o diciottesimo o ottodécimo. 
Decimonòno 0 diciannovesimo o nonodecimo. si 
Ventesimo 0 vigésimo ; ventesimoprìmo o ventunésimo; venti 
duesimo o ventesimo secòndo ; ventesimoterzo, ec. 
Trentésimo o trigésimo. Quarantésimo o quadragesimo. 
Cinquantésimo o quinquagésimo o quingentésimo. —. 
Sessantésimo o sessagisimo. Seltantésimo o settuagésimo. 
Ottantésimo o ottagésimo. Novantésimo. Centèsimo. Millesimo. 
Milionesimo. 
NOMI NUMERALI COLLETTIVI. 


. $. V. Dagli addiettivi numerali derivano i nomi numerali 
collettivi, cioè quelli, che sotto una sola denominazione espri- 
mono un aggregato di più numeri, tali sono: 

Ambo, ambi, ambe (8), che vagliono ulti e due, tutle e 
due. Terno (9), quartina (40), cinquìna, sestìna (11), sett 


cocàre TUTTI-E DUE li pacificali popoli, ec. Filoc. 7, 330.—Ne’quali TUTTI 
E CINQUE presentemènle non si scorge allro che ec. Red. In vece della con- 
giunzione e vi si pone anche in mezzo la particella a. Com TUTTE A TR 
le cocche (sorta di navi) si dirizzàrono contro l’armata de' Genovèsi. Matt. 
Vill. 3, 79. | ? 

(8) Ambo, ambi, ambe, vagliono tutti e due, l'uno e l’altro didue. 
Ambo è di genere comune cioè riferiscesi al mascolino ed al femmimno 
Al fin AMBO conovèrsi al giusto seggio. Petr. canz. 48. — I° son colui che 
tenni ambo le chiàvi Del cuòr di Federìgo. D. Inf. 12. Ambi è di genere 
masc. plur. Anfornio Natàle, e Scevino, AMBI anima e corpo di C. Pisone. 
— Tac. Dav. Ann. 15, 220.—Questi amarànti Ti diè pur dianzi il luo viin 
Filèno. E queste rose che lu porti in seno Da Tirsi avèsti, AMBI novéli 
amanti. Vinc. Mant. rim. 4. Ambe al solo femminino plur. riferiscesi : 
Allora stese al legno AMBE le mani. D. Inf. 8.— E sien nel cuor punile 
AMBE le luci. Petr. canz. 8. Ambi, e Ambe sovente si compongono coll ad- 
diettivo numerale Due o Duo. Così feriti AMBIDUO siete, oh piaghe 
fortunate e care. Past. fid. 4, 9.—L’uno e I° aliro savio dicèa vero , pl 
ciò ad AMBIDUE donde. Nov. ant. 23, 2.—E temo che un sepolcro AMBE 
DUE chiuda. Petr. canz. 3o.— Allora AMBEDUE entràro nella fossa. Nov. 
ant. 35. i 
(9) Terno è per lo più Termine del giuoco de' dadi, quando ambedue 
i dadi scuoprono tre punti ; ed è pure usato nel giuoco del lotto per si- 
gnificare la combinazione di tre numeri. Ne’ componimenti poetici in terza 
rima usansi le voci Terzèllo , iernàrio o ierzina, e così pure in qua- 
Junque poesia compresa in tre versi; Terzèito è anche termine di mus. € 
significa Canto a tre voci. , 

(10) Quartìina , che anche dicesi Quadernàrio, è termine di poesia, 
e indica strofa di quattro versi ; nella musica dicesi Quartèfto per signi- 
ficare il canto a quattro voci. 

(11) Anche sesfina è termine di poesia usato per significare una can- 
zona composta di sei stanze, e di sei versi di undici sillabe per ogni 
stanza, le ultime parole de’ quali sono in ciascheduna stanza le medesime, 
col ritornello o coda di soli tre.versi, che tutte le sei parole finali com- 
prendono; cd ogni primo verso di ciascheduna stanza termina colla me- 
desima parola colla quale termina l’ ultimo verso della stanza antecedente 





Re Sn 
sr 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 165 
no (12), decina o diecìna, dodicìna o dozzina, ventina, tren- 
ina, quarantina, cinquantina, ec., centinàjo, migliàjo. (13) ‘ 


NOMI NUMERAZLZI DI PROPORZIONE MUZLTIPLICE. 


S. VI. Questi parimente dagli addiettivi numerali deriva- 
no, e chiamansi nomi di proporzione multiplice, perchè in- 
dicano la moltiplicazione degli ‘oggetti di cotante volte, quante 


‘ In sè contengono i numerali primitivi da’ quali sono compo- 


sti; tali sono: doppio, triplo, quadruplo, quintuplo, séstuplo, sét- 
tuplo, dttuplo, nonuplo, décuplo, céntuplo, millécuplo. 


SEZIONE QUINTA. 


| | DEL RERBO 


QUARTA PARTE DEL DISCORSO. ’ 
CAPITOLO PRIMO 
DEL VERBO IN GENERALE. 


$. L Prima che m' inoltri a ragionare su questa impor- 


| tantissima parte del linguaggio, invito lo studioso, acciocchè 


n comprenda quel che ne son per dire, di riassumere la let- 


. tura del primo Capitolo della IV Sezione, e di acquistarsi se- 


| goatamente perfetta intelligenza delle quattro specie d' addiet- 


‘ tivi colà esposte. 


Quel che in origine ha dato motivo all'invenzione di quel- 


- la classe di parole chiamata Verbi, par che abbastanza chiaro 


à noi siasi fatto conoscere per la definizione datane nella 


, Prima Sezione $. V di questa Parte; e, avvegnachè ivi trovisi 
verbo indicato come quarta classe generale delle nostre idee, 
| Purequal terza convien riguardarlo, essendo la classe de'prono- 


Iiquasi che solo una continuazione di quella deinomi: e in 
Att dall'invenzione de'segni di sostanze (nomi), e di pel degli 


| attributi (addiettivi), de' quali gli uni e gli altri da sè non 


; offrono che idee isolate o sconnesse, nacque naturalmente 


immediata necessità d’ un altro segno, atto ad indicare l' u- 


(12) Nell'uso dicesi anche offavario, e novèna; il primo per denota- 
’ P P 


. Itgli otto giorni che seguono ad una qualche festa solenne nella Chiesa, 


nale i quali tutte le preci sono relative a quella festa, come sarebbe 
. i OHavario di Pasqua, l’ottavario de’morti, ec. Il secondo per significare 


. 2 Spazio di nove giorni consecutivi in cui si pratica qualche particolare 
" divozione. 


(13) Centinajo e migliàjo diventan femminini al plurale, e diconsi 
ninàja, migliàja. MINNIE 


166 PARTE TERZA Na 

mione dell’ attributo alla sostanza, vale a dire, ad affermare 
che quello in questa esiste, e tal segno fu il verbo Esser, 
per cui altro non deesi intendere, se non che un segno affer- 
mativo della supposta (4) esistenza di alcun attributo in qual- 
sisia subbietto. (2) 

‘. $. IL Posto quest’ incontrastabile principio, non evvi che 
un solo verbo, propriamente detto, ‘cioè Essere, che è segno 
necessario, senza del quale non può avervi proposizione al- 
cuna perchè non v' è connessione tra le idee, e però nessun 
retto giudizio puossi formare, ma è pure segno sufficiente, 
perchè esso solo afferma ciò che noi giudichiamo esistere 
negli obbietti, cioè, esprime che esiste nella nostra mente l' + 
dea di qualche obbietto, unita a quella di qualche attributo, 
sia questo fisico, metafisico, attivo o passivo (vedi Sez. IV, 
Cap. I). Così, a modo d' esempj, il verbo unico éssere affer- 
ma l’esistenza degli attributi dolce, amàro, bianco, verde, ar- 
dénte, vivénte, amànie, amàto, vendùto, negli obbietti o sostanze, 
zucchero, fiéle, neve, erba, fuuco, animàle, uomo, donna, cavàl- 
lo ec. dicendosi lo zùcchero è dolce, il fiele è amùro (3), ls 
neve è bianca, T erba è verde, il fuoco è ardénte, l' animile 
é vivente, ll uomo è amànte, la donna è amùta, tl cavùllo 
€ vendùto (4). da 

‘S. III. Ignorasi per quanto tempo il verbo éssere si man- 
tenesse in quella sua forma primitiva per ̰ affermazione di 


(1) Dico .supposta imperocchè l’ esistenza dei così detti attributi negli 
obbiettt non è che intellettuale, vale a dire la nostra mente giudica che 
tali vi esistano, perchè esistono in essa mediante i nostri sensi; onde il 
verbo èssere, affermando la esistenza degli attributi, esprime l' atto della 
nosira mente , che giudica, cioè esprime un'idea intellettuale, che fuor! 
della mente non ha alcuna consistenza: ed è questa la differenza tra il 
verbo èssere ed il verbo esislere , il primo esprime l’esistenza astratta € 
puramente intellettuale ; l’altro V esistenza positiva e reale; onde vede! 
quanio vanno èrrati quei che senza. restrizione alcuna spacciano l'uno 
sinonimo dell’ altro. Essere , egli è vera, può ben divenire sinonimo 
di esistere nel significato di èssere esistènie, come quando diciamo; Id 
dio è , vi è un uomo, tali cose sono ec. întendiamo dire.Zddio esisle } 
un uomo esìste; talé cose esistono; che vagliono: Iddio è esistènle, W 
uomo è esisitènie, dali cose sono esisiènti ec. (vedi nota 6). . ha 

(2) In logica il verbo èssere è appellato Copula, quasi che leghi l'at- 
îributo al subbietto , onde dicesi che una proposizione consiste in su 
bièllo , copula e attribùlo. 1 , 

(3) Non portano opposizione allo. stabilito principio: le seguenti € 5- 
mili espressioni: Zo zucchero dolce, ? fuoco ardènie, bianco come la ne 
ec. poichò s'intende dire: Zo zùcchero che è dolce, il fuoco che è ardènie, 
bianca cam’ è la neve ec. 

| (4) Non bisogna già confondere l’ affermazione espressa dal verbo» 
con quella della intera proposizione , di cui è parte integrante il verbo; 
una proposizione può essere affermativa o negaliva, dicendosi negati? 








ii 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 167 
tulle Je quattro specie d’ attributi; certo si è che colle rifor- 
me, a cul soggiacque il linguaggio naturale nato coll’ uomo, 
questo verbo pure degenerò dalla forma sua semplice che eb- 
be in origine; anzi la proprietà esclusiva di verbo in quella 
voce, divenne col tempo un principio mero filosofico, e con- 
servatale soltanto per affermare, o indicare | esistenza degli 
attributi fisici e metafisici negli «obbietti. In quanto alle qualità 
atve e passive, furono per l' affermazione di queste, onde 
abbreviare i] discorso, inventate migliaja di voci, attead esprime- 
re l'idea dell'attributo, in un coll’ affermazione della sua esi- 
stenza negli obbietti; cosicchè da esser amànie,ièsser credènte, ès- 
ser liménfe, èsser senziénie ec. nacquero amàre, temere, crèdere, 
sentire ec. (d); e.sono queste e mille e mille simili voci, che 
propriamente chiamansi verdi, ed a cui suolsi dare l' aggiunto 
di addiettivi per distinguerli dal primitivo verbo éssere, il qua- 
le per eccellenza vien detto verdo sostantivo (6). Sono adua- 
que 1 verdi addiettivi che fa d’ uopo insegnare a conoscere, 
che m' accingo a fare nella presente Sezione. 

S. IV. Il nome o pronome rappresentante Pl obbietto, sia 
persona, o cosa, in cui il verbo afferma l esistenza di qualche 
attributo o qualità, chiamasi subbietto. 

. $& V. Dalle due specie d’ attributi o qualità attive o pas- 
sive, da affermarsi negli obbietti, due classi di verbi addiettivi 


| Tisultano, cioè verdi attivi, e verbi passivi: gli uni e gli altri 
: © vanne accompagnati dal loro subbietto (nominativo), 0 sono 


relativi ad un subbietto antecedentemente espresso. I verbi 


. attivi esprimono che il subbietto agisce, opera, cioè fa l’ azio- 


Ne: i passivi esprimono che il subbietto soffre, cioè riceve Ì a- 
zione: ne’ primi adunque il subbietto chiamasi l' Agente, ne se- 
condi il Paziente, come: 


quella il cui verbo è accompagnato colla particella mon, ma il verbo da 


i a .® . . » . 
* sempre afferma ancorachè la proposizione sia negativa, come: L' ah 
bero è allo, è proposizione affermativa , L’ albero non è allo , è propo- 


| Szione negativa, ma in entrambe il verbo afferma: nella prima, che 


l'attributo esiste nel subbietto ; nella seconda, che non vi esiste. | 

.. (5) Nelle Tingue antiche una tale riduzione estendesi anche alle qua- 
lità passive, dicendovisi verbi passivi quelle voci che racchiudono e il 
verbo èssere, e l'attributo o la qualità passiva. Come, a cagion di esempi, 


Sono ì verbi latini Laudari, vederi, legî, pumri ec. esser lodato, veduto, 


| Sono corrisposti nella lingua italiana. 


I 
Ù 


fto, punito. Noi a suo lgogo faremo conoscere come tali verbi latini 


(6) Da taluni il verbo èssere nella primitiva sua funzione è chiamato 


? verbo asfralio , e conseguentemente verbi concrèti si dicono tutti gli altri 
* Verbi, perchè il primo esprime l’atio della mente che giudica, cioè un’i- 


ta meramente intellettuale , che fuori della mente non ha nessuna esi- 


Senza. Altri, con nomi più veraci e più chiavi per l' intelligenza di tutti, ap- 


168 PABTE TERZA 
Pietro scrive (è scrivente), Za léttera si scrive (viene 
scritta). 

. VI. I verbiattivi sono parimente di due specie, tran- 
sitivi ed intransitivi. Transitivi sono quelli il cui subbietto 
agisce, e l' effetto della sua azione estendesi su di qualche per- 
sona o cosa differente da lui, la qual persona o cosa obbietto 
diretto, o reggimento del verbo (accusativo) chiamasi, come: 

Pietro scrive una lettera. Il Nilo fecònda l Egiito. 
© Intransitici sono quelli il cui subbietto agisce, ma l' ef- 
fetto della sua azione rimane in esso senza estendersi sopra 
alcun' altra cosa differente ida lui, come: 
Pietro corre, Giovànni nuota, l uccello vola. (1) — 


Ogni verbo attivo transilivo può divenir passivo, cambia: 


dosi il suo subbietto in obbietto indiretto (vedi Sez. II, Cap. 
V, S. V), e il suo obbietto diretto in subbietto, come: att. Pie- 


tro scrive la léttera: pass. La léitera si scrive, è scritta, 0 v4- |. 


ne scritta da Pietro. 


. 8 VIL Evvi una terza classe di verbi, che affermano nel lo- : 
ro subbietto uno stato di essere, presentandolo quasi dicasi ll | 


uno stato di riposo, nè agente nè paziente, e che perciò ven 
gon detti verdi neutri (nè l' uno nè l’ altro) (8), come: 
| Piètro vive, Giovànni muore, Carlo siede, Pàolo dorme. (9) 


pellano l’ uno verbo semplice, gli altri verbi composti. Ma qualunque #6" {: 
giunto vogliasi dare al verbo primitivo èssere o sostantivo, 0 astrallo; 0 |, 
semplice, esso, divenendo sinonimo del verbo esìsfere, e come tale riceven , 
do un carattere affatto opposto a quello espresso dai tre anzidetti aggili* , 


ti, dovrà chiamarsi verbo addiettivo, concreto, o composto. (V. nota 1) 





(7) Sonovi de’ verbi, i quali di natura loro atztici intransilioi, poss *. 


divenire fransilivi prendendo un obbietto diretto ; onde diciamo Corre 
posta, còrrere il palio, correr le strade ec. Passeggiàr un caodllo, pos 
giar la cosla ec. n 
(8) La grammatica latina divide i verbi neutri in neutri assolulb 19 
neulri aitivi ed in neutri passivi, divisione la quale, avvegnache incon 


patibile sia col significato del termine neutro, pure spiega sufficientemente |. 


la differenza tra i verbi, il cui subbietto agisce, e quelli il cui subbietto 


trovasi in uno slalo di essere o di riposo. 1 grammatici della lingua Y9” 
gare (così un tempo chiamavasi la lingua italiana) volendo seguire "© . 


tracce della grammatica latina, introdussero nella loro de’ verbi neulri 


0 o. . LI . . . LI 
passivi; noi a suo luogo disamineremo se una tal denominazione 2 verbi — 


così detti convenga o no. Ciò che per altro ci sembra affatto erroneo, € 


contrario alla natura delle cose, si è il metodo della maggior parte 0 


grammatici moderni, di dividere i verbi in aftici o frensitici, in passi 
ed in neuiri o inlransilivi, confondendo sotto quest’ ultima denominaz108°; 


e i veri infransilici, come noi gli abbiamo dimostrati, e que’verbi da nol |. 
indicati come neutri (vedi il testo}: cosicchè dietro gli ammaestramet!! |. 


loro, la natura de’ verbi correre e fuggire, a cagion d’ esempio, è la stes 
sa che quella de’ verbi Stare e sedere. 


(9) Talvolta i verbi neutri si usano in significato di allivi tro - 


I, 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 169 

S. VIII. L'idea d' affermazione espressa dal verbo seco . 

porta cinque altre idee, accessorie sì, ma di. somma necessità, 

cioè quelle di modo, di tempo, di persòna, di nùmero e di 

conjugaziòne, che sono come tante modificazioni o accidenti 
a' quali il verbo -suole andar soggetto. 


CAPITOLO II. 
DEL MODO. 


S. I. Per caratterizzare il significato del verbo, ovvero 
per modificare l’ intenzione di chi proferisce il verbo, sonosi 
nel linguaggio introdotte varie maniere con cui un verbo può 
enunciarsi, le quali da’ grammatici chiamansi modi, dal termi- 
ne latino Modus. (4 a 

3 II. Cinque modi ha il verbo italiano. 

.° Il modo infinito, per cui l' azione, la passione, o lo 
stato di essere, esponesi in una maniera generale e indetermi- 
nata senza far menzione del subbietto. 

2.0 Il modo indicativo, o dimostrativo, così detto perchè 
esprime il significato del verbo (2) in maniera semplice, po- 
sitiva, e assoluta. (3 | 

35° Il modo condizionale, è quella maniera con cui s' es- 
prime il significato del verbo sotto qualche condizione, vale 
a dire, che l’azione, la passione o lo stato di essere, avrebbe 
luogo o non avrebbe luogo, se tale o tal altra cosa succedesse 
o non succedesse. (4) . | 


. 


silici , prendendo come obbietto diretto l' istesso nome astratto da essi 
verbi derivato, come: Questa VITA, che noi VIVIAMO, di fatiche innumeràbili 
piena. Bembo, Asol. 2. — Osano anch’ elle Per la difèsa delle patrie. 
mura, Gir le prime a MORIR MORTE ornorufa. Cav En. lib. 11. — Dormi- 
to hai, bella donna, un BREVE sonno. Petr. son. 284.— Si SOGNÒ un grace 
e maraoiglioso soGNO. Nov. ant. 100. 

(1) Pel termine grammaticale modo non intendesi già la maniera, 
colla quale }’ azione affermata dal verbo eseguiscesi per parte del subbiet- 
to, ma bensì quella con cui l’azione :s’ esprime per parte di chi parla, 
siane egli medesimo il subbietto, o un altro: la grammatica si occupa 
solo de’ segni esprimenti le nostre idee: la maniera di eseguir queste è 
fuori della sua sfera. a 

(2) Per significato del verbo, parlandosi dei verbi in generale, s’ in- 
tenderanno d’ ora innanzi i tre attributi affermati dal verbb: 1 azione; la 
passione, e lo stato di essere. 

(3) Taluni vogliono denominare questo modo per eccellenza , affer- 
malivo; perche l’ affermazione, che esprime il verbo, dell’esistenza 
dell’ attributo nel subbietto, vi si fa senz’ alcuna condizione, nè di- 
pendenza. i o 

(4) La maniera di esprimere ]’ azione ec. condizionalmente è un puro 
modo, non già un fempo, come taluni la credono essere, e come tale la no- 
verano tra’ tempi del verbo. | 

Gram. Ital. | 23 


170 PARTE TERZA 

4.0 Il modo imperativo è la maniera. colla quale sì co- 
manda, si proibisce, si consiglia, si esorta, o sì prega altri di 
agire, di soffrire, o di essere. (5) 

So Il modo soggiuntivo, 0 congiuntivo, che è una ma- 
niera colla quale il verbo enunciasi relativamente ad un altro 
verbo precedente o susseguente, a cui va unito o subordina- 
to mediante qualche particella congiuntiva, espressa 0 sottn- 
tesa. (0) De 
S. III. La più parte de’ verbi, previa qualche variazione 


nella loro desinenza, e senza che perdano alcuno de' loro re- 


quisiti verbali, possono ritornare alla forma loro primitiva di 
addiettivi, esprimenti la qualità alia o passiva, aituale 0 
passata del subbietto, per la qual doppia loro proprietà dass 
loro da' grammatici la denominazione di Participro, perchè 
partecipano e del verbo, e dell’addiettivo. Due sono i partiaip) 
il presente o attivo, e il passato 0 passivo. (T) i 

S. IV. Con altra variazione nella sua desinenza il verbo 
prende la denominazione latina di gerundio dal verbo ge 
(portare), perchè in quella lingua porta le veci dell’ imtnito. 
Nella lingua italiana il gerundio non è che una specie di par- 
ticipio attivo invariabile, esprimente un' -azione passeggiera, che 
eseguiscesi ‘dal. medesimo subbietto, e nel medesimo tempo è 
un’ altra azione, della quale la prima può dirsi essere ques 
come la circostanza caratteristica. | 


(5) Quantunque questo modo prenda la sua denominazione (impera 


fivo) dell’ intimazione di comando, tuttavia s’ impiega nelle più umili pre; 


ghiere e suppliche d’ un inferiore al suo superiore. 


(6) Sono questi cinque modi necessar), ma sono pur sufficienti per. 


tutte le rappresentanze del verbo italiano, quantunque molti grammalit, 
in ogni cosa ligj alla grammatica latina, in vece d’ introdurre nella nostra 
lingua l’ importantissimo modo condizionale, che dicono non essere © È 
un tempo del soggiuntivo, v’ammettono un modo, che, destinato pe 
esprimere il desiderio, o/lalivo da loro si chiama, ma che è tanto ipu- 
tile nella lingua italiana quanto lo è nella latina , che preselo dalla gre- 
ca lingua, in cui questo modo ha le sue proprie desinenze differenti 
quelle degli altri modi, mentre, sì in latino come in italiapo 9% 
varia il così detto modo ottativo nella benchè minima cosa del 50° 
giuntivo. | 


‘ (7) Il participio appartenendo alla classe degli addiettivi ed a quella . 


de’ verbi, non costituisce parte separata e distinta del discorso (veggaS! 
Sez. I, nota 4). In grammatica il participio viene spiegato in un col ver- 
bo, e non coll’ addiettivo, perchè tien più di quello, che di questo; non 
indicando come addiettivo che una qualche qualità attiva 6 passiva de 





Ufy 


subbietto, mentre come verbo, oltre le altre sue attribuzioni verbali, | 


come sarebbero le nozioni di tempo, ed altro, ha pure un obbietto diret- 


to o indiretto; onde fuor di proposito non sarebbe il noverarlo tra” me >. 


di del verbo. | 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 171 

L'uso vario de’ cinque modi suddetti, de’ participj, e del 

gerundio formerà il soggetto de’ primi due capitoli della VI 
Sezione. “e 


CAPITOLO III. 
DEL TEMPO, DELLA PERSONA, E DEL NUMERO. 


$. I. La nozione di tempo è la seconda circostanza acces- 
soria da osservarsi nel verbo. L’ azione, la passione, e lo sta- 
lo di essere, formanti il significato delle tre specie di verbi 
alrove mentovate, o hanno luogo ora, cioè, nel tempo stesso 
in cui si parla (4), o hanno avuto luogo in un tempo ante- 
more, o avranno luogo in un tempo posteriore. Quindi ogni 
verbo ha tre tempi: i 


Il Presente, il Passato, e il Futuro. 


, $ IL Nell'ordine della natura, non avvi se non che que- 
sti tre tempi, 1 quali, quantunque di per sè sufficienti sieno 
per la generale espressione di qualsisia nostra idea di azione, 


(1) Avvegnachè altra definizione che questa da nessun grammatico 
diasi, né propriamente possa darsi del tempo presente considerata |’ istan- 
laneilà, che filosoficamelle vi si deve supporre, pure riguardo al verbo, 
essa è in parte inesatta, e viene spesso smentita dall’ uso frequente che 
nel discorso fassi di questo tempo, dove la cosa significata dal verbo non 
a luogo appunto nel tempo della parola, cioè in cui proferiscesi il verbo, se- 
Gnatamente trattandosi di azioni che in diversi tempi ripetonsi, o che 
soglionsi fare per abitudine o per costume, come, a cagion d’ esempio , 
m queste e simili dizioni. To /o VEGGO spesso ritornare dalla caccia. Noi 
ANDIAMO ogni giorno a passeggiàre. Egli vENDE del panno. Chi Dice una 
bugia non sa quanto grande sia la parte che IMPRENDE a fare, concios- 
Sachè DEBBE irnventàrne venti altre per sostenèr quella. Tutti i verbi di 
questi esempj stanno nel tempo presente senza che alcuno ve ne sia il 
cui significato ‘abbia luogo nell’ istesso tempo della parola: onde per con- 
cordare il tempo presente grammaticale, coll’ idea precisa e adequata, che 

osoficamente si ha di tal tempo, ragion vorrebbe che si dividesse il 
lempo presente, come in fatti in alcuna lingua tralle moderne (l’ inglese) 
Più precisa a questo riguardo, come lo è in molte altre cose, si divide 
n abituale, ed in attuale. Dimandate ad un Inglese come è solito passa- 
"€ il suo tempo, egli vi risponderà per esempio: I wrile; I read, I play 
Cl. Scrivo, leggo, giuoco; ma se, nel tempo che è occupato a scrivere, a 
‘gere, o a giuocare, gli si dimandi cosa faccia, egli dirà: Zam writing, I am 
'tading, Iam playing, letteralmente: Sono scricènte, 0 scrivèndo, leggènle o 
èndo, giuocànie 0 giuocàndo. Ciò che per altro al primo sguardo parrà 
Ul paradosso, ma che realmente non è tale, si è che il tempo passato 
anderebbe nella medesima maniera diviso, non già ‘per sè stesso , nè per 
spetto a colui che parla, 0 a cui si parla, imperocchè ciò che è passato 
Non può essere .attuale; ma come esprimente un’ azione che attualmente 
Passata, si rappresenta come essere stata presente e simultanea con un’al- 
tra azione parimente passata. ( Vedi nota 3.) 


172 PARTE TERZA 

di passione, © di stato di essere, pure procedendosi nel raf- 

finamento del primitivo linguaggio, troppo distanti l'uno’ 
all’altro furon creduti, e troppo vaghi per la precisione che 

ognor più procuravasi di dare alle nostre idee, quindi si pensò 

di trovare de' mezzi di approssimazione -tra di loro, introdu- 
cendo nel linguaggio certi tempi medj e subordinati, che per 
le differenti loro relazioni. co' tre tempi primitivi, come divi- 
sioni e suddivisioni di quelli dovessero considerarsi: ma il 

numero di tali tempi, non formando esso principio universale 
di grammatica, non è eguale in tutti gli idiomi : la lingua greca 
più ricca era di tempi che la latina, e tra le lingue moderne 
talune hanno qualche tempo, che i Latini ignoravano; altre 
all'opposto ne hagno qualcuno meno. Otto sono i tempi dell’ i- 
dioma italiano, i quali tutti nel modo indicativo trovansi rion 
avendone i rimanenti quattro modi, come pure il participio 
ed il gerundio se non che, gli uni due, gli altri tre, ed al- 
tri quattro, come dal qui appresso elenco potrassi rilevare; in 
nu che i tempi del verbo italiano, presi collettivamente, 

ascendono a ventiquattro, tredici de’ quali sono semplici, per- 
chè di una sola voce si compongono; undici composti, perchè 
alla loro formazione due voci concorrono, cioè una delle vo- 

ci de'due verbi ausiliari (vedi Cap. seg) &d il participio pas- 

sato del verbo principale. | 


‘TAVOLA DE’ TEMPI. (2) 


MODO INFINITIVO | PARTICIPIO GERUNDIO 
Tre tempì | -—_ Tre tempi N Due tempi 
Semplice Presente. Semplici Presente. . Semplice Presente. 
| . (Passato. EMP". | Passato 0 Passivo. Composto Passato. 
Composti dt 
Futuro. Composto Futuro. | 


(2) Poco s’ accordano i grammatici moderni su delle denominazioni 
e definizioni dei tempi. I nomi da me adoprati, tratti quasi.tutti dal la- 
tino, sono appunto quelli usati dalla maggior parte de’ più accreditati gram- 
malici antichi italiani. 


ser 


ù 


ETIMOLOGIA E SINTASSI © 173 


MODO INDICATIVO 


Olto tempi i ? 
Presente. 
Passato imperfetto o Pendente (3). 


Semplici Passato perfetto o Definito (4). 
Futuro (5). | di; 
Passato indeterminato (6). 
Composti Più che perfetto o Trapassato (7). - 


Passato anteriore (8). 
Futuro Passato o Anteriore (9). 


. (9) Chiamasi così perchè indica una cosa passata, ma non com- 
piuta, pendente tra il presente ed il passato quasi che con esso si tra- 
sporli il pensiero in un tempo passato, considerando ciò che allora era 
presente, ed è perciò che da taluni questo tempo vien detto Passato 
pendenie. Altri, non impropriamente, il chiamano Passato simultaneo, 
perchè in fatti con questo tempo esprimesi per lo più un’ azione passata, 
ma che era, o che supponesi sia stata presente e simultanea con un’ altra 
azione, come: Zo scriveva quand’ egli entro, vale a dire l’ azione mia di 
scrivere era presente net tempo del suo ingresso. Jeri a quest’ ora ERA- 
VAMO a tavola, cioè la nostra situazione presènie a quest ora di jeri, 
era di èssere a làvola éc. 

(4) Detto così perchè denota non solo il significato del verbo come 
affatto finito, ma anche il tempo dell’azione come intieramente passato 
senz'alcuna pendenza verso il tempo di qualche altra azione, e di cui 
nessuna parte rimane più da passare, come: Jeri scRISSI una lettera. Tre 
mesi fa vi FU un incèndio. Colombo PARTI per la scopèria del nuovo mon- 
do ’anno 1492. Dietro la presente esposizione della vera natura di que- 
sto tempo, chiaro si vede quanto erroneamente esso da molti vien detto 
indeterminato, aggiunto che affatto il contrario indica di quel che sotto 
l accennato tempo debbesi intendere (vedi nota 6.). Con più verità altri 
gli danno 1’ aggiunto di remoto perche denota un'azione ch’ ebbe luogo in 
un tempo intieramente passato e remoto da quello della parola, cioè in 
cuì proferiscesi il verbo. o 

(5) Col tempo futuro esprimesi che il significato del verbo avrà luo- 
go in un tempo avvenire. 

(6) Questo tempo viene impropriamente dai grammatici detto defler- 
minalo imperocchè la sua’ funzione è d’indicare: 1.° Un’ azione passata 
senza determinazione di tempo, e più volte reiterata, come: Egli HA mol- 
fo VIAGGIATO. Y greci si SONO TROVATI spesse volle alle prese co' Persià- 
ni. 2.0 Un azione che, sebbene passata nel momento in cui si profferisce 
il verbo, ha avuto luogo in un periodo di tempo, molto vicino al tempo 
presente, di cui anzi una parte continua ancora ad esser presente, come 
sarebbe: Oggi, quest'anno, il presènie sècolo, come: Oggi HO VEDUTO. Un 
avvenimento strepilòso È ACCADUTO quest’ anno. Molle ùtili scopèrle sONO- 
SI FATTE nel presènie sècolo ec. Per quest’ ultima sua funzione questo tem- 
po dicesi anche.da taluni passato prossimo. | 

(7) Questo tempo marca doppiamente il passato, vale a dire, esprime 
una cosa non solo come passata in sè, ma anche rispetto ad un’altra 
Cosa parimente passata, come: Zo n° ERA gia STATO avvertito, quand’ egli 
gunse ad annunziàrmelo. i 

(8) Chiamasi questo tempo passàto anteriore perchè esprime una co- 
Sa già passata avanti che un'altra cosa passasse, come: Dopo che ebbi ri- 
cevuto la sua lèllera m’ INCAMMINAL ad incontrarlo. 

(9) Questo tempo denota un'azione passata rispetto ad un’ altra azio- 


174 ® PARTE TERZA 
MUDO SOGGIUNTIVO. 


Qualtro lempi 


... f Presente (10). 
Semplici | Passato imperfetto (1 1). 


Passato perfetto (12). 


mposti 
Composti Trapassato (13). 
MODO CONDIZIONALE MODO IMPERATIVO 
Due tempi Due tempi (14) 
Semplice . Presente. Semplici Presente. 
Composto Passato. P30 % Futuro. 


S.III. Per persona del verbo intendesi il subbietto, cioè l'a- 
gente dell’azione, espresso dal nome o pronome personale 


(vedi Sez. III, cap. I e II). Ogni verbo ha tre persone (19), 


ne avvenire, cioè esprime una cosa che sarà passata, rispetto adun'altra 
cosa che abbia a venir dopo, come: Quando l' AVRÒ COPIATO ve lo mo 
sirero. Io AVRÒ già FINITO quando arriverànno ec. e 

(10) Essendo che il modo soggiuntivo come già si è veduto, dipende 
da altro precedente o susseguente verbo che lo regge, tutti i suoi temp! 
prendono parimente diverse inflessioni, secondo quello del verho che ad 
essi precede. Il tempo presente di questo modo non è che: un presente 
immaginario, conciossiachè marca: di natura sua un’idea di futuro e s'im- 
piega quando il ‘precedente verbo trovasi o nel presente o nel futuro 
del modo indicativo, come: BISOGNA che me mne VADA} BISOGNERA' che M 
ne VADA. Egli VUOLE ch’ io lo FACCIA; egli VORRA' ch’ io lo FACCIA ec. 

(11) L’ imperfetto del soggiuntivo porta l’ idea d’un passato, 0 d'un 
futuro indeterminato, ed usasi allorchè il verbo, reggente il soggiuntivo, 
trovasi o nell’imperfetto dell’ indicativo, o nel presente del condizionali, 
come: Jeri VOLEVA che me n’ANDASSI. Oggi VORREBBE che RIMANESSI. 

(12) Questo tempo, che è composto del presente soggiuntivo di uno 
de’ due ausiliari (vedi Cap. seg.) e del participio passato, esprime un: 
cosa passata innanzi al tempo presente del precedente verbo, come: Sup- 
pongo: che ABBIA RICEVUTO.—Dubito che ABBIA AVUTO fanta prudeno7 
Egli pretènde che ciò mì SIA STATO vantaggioso ec. dé 

(13) Il trapassato del soggiuntivo, formato dall' imperfetto dello st&- 
so modo: de’ due ansiliari suaccennati, e dal participio passato, esprim* 
l’idea di una cosa intieramente passata e compiuta sempre però relativa” 
mente al precedente verbo, il quale devesi ‘trovare o nel trapassato dell'in- 
dicalivo, o ‘nel passato condizionale, come: Egli AVEVA SUPPOSTO che 10 # 
fossi stato benignamènte accollo ec. 

(14) Abbenchè l’ imperativo per sua natura porti un significato futu- 
ro, imperocchè comandandosi una cosa (vedi nota 5 del capitolo pre 
ced.), questa sempre si suppone che sia ancora da farsi, pure i nos 
grammatici, ad- imitazione de’ Latini, e per avventura in considerazione 
che l'adempimento della cosa comandata spesso segua subito dopo la Y°” 
ce del comando, hanno creduto ben fatto il dare a questo modo due tem- 
pi, il presente ed il futuro, sebbene quest’ ultimo altro non sia che quello 
stesso del modo indicativo, dal quale forse solo si distingue per una ma” 
niera aljuanto più forte di profferirsi. i 

(15) Il singolare del modo imperativo non ha che due persone, man 

/ 





' 
È 


‘ ETIMOLOGIA E SINTASSI 175 
e siccome il subbietto può essere uno o più, così ogni per- 
sona ha due numeri, il singolare ed il plurale. 


CAPITOLO IV. 
DELLA CONJUGAZIONE. 


$. I. L'esposizione di un verbo con tutte le sue varietà, 


‘, e Xx . C) . e è. . .. ° 
" cioè 11 passarlo, a voce o in iscritto, per tutti i suoi accidenti 


creep e pw 


di modi, tempi, persone e numeri, chiamasi conjugare, o co- 
njugazione, vocaboli che vagliono metter sotto lo stesso giogo, 
dalle voci latine jugum giogo, e cum con. Il conjugare un 
verbo adunque altro non è.se non che assoggettarlo e ridurlo 
alle medesime forme o desinenze, destinate nel linguaggio a 
caratterizzare i diversi modi, tempi, persone e numeri degli 
alri verbi della medesima classe. I verbi, rispetto alla conju- 
gazione, si dividono in eusiliari ed in principali, e questi in 
regolari, in irregolari o siano anomali, ed in difettivi. 

6. II. Sonovi in tutte le lingue moderne certi verbi chia- 
mati ausiliari (1) perchè con l’ajuto loro compiesi la conju- 
gazione degli altri verbi; imperocchè con essi i var) tempi 
passati, detti perciò composti, si formano. L'italiano idioma 
ha due verbi ausiliari, éssere ed avere. 

._ $. IMI. Sul carattere primitivo del verbo éssere nulla ci 
rimane ad esporre dopo quel che ne abbiamo detto nel primo 
capitolo della presente Sezione. Il verbo avére, nell’ originale 
suo significato, esprime possedimento di cosa, e debbe perciò 
riguardarsi qual verbo principale, avendo esso il suo reggimen- 
to od obbietto diretto: Zo ho un libro, vale posséggo un libro. 
Libro è adunque l’ obbietto diretto del verbo ho. | 

S. IV. Come ausiliari i due verbi Éssere ed Avére con- 
corrono entrambi al compimento della conjugazione de' verbi 
principali; col primo, in compagnia del participio passato o 
passivo, formansi i dieci tempi passati composti di tutti i ver- 


cando ad esso la prima; e se si volesse giudicare dalla natura di questo 
modo, gli si potrebbe negare, sì nel singolare che nel plurale, ogni altra 
persona fuorchè la seconda, imperocchè a questa sola il comando, il con- 
siglio, o la preghiera dirigesi; al più la prima persona del plurale dirsi 
Potrebbe non ostare alla naturale funzione del modo imperativo, perchè 
în essa è pur compresa la seconda. In quanio alle due terze persone, 
queste propriamente appartengono al presente del soggiuntivo , sollinten- 
dendovisi il verbo voglio, come per esempio: venga innànzi, che vale c0- 
glio che venga innànzi ec. 

(1) La lingua latina non ha che il verbo esse per ausiliare, il quale 
serve a formare il preterito perfetto , il più che perfetto, ed il futuro pas- 
salto de’ verbi passivi e dei deponenti. | . 


176 PARTE TERZA A 
bi attivi transitivi, e di alcuni intransitivi e neutri; il secondo; 
accompagnato col medesimo participio, concorre a formare, f.° 
il tempo futuro del modo infinito; 2.0 i tempi passati compo- 
sti della più parte de’ verbi intransitivi e neutri (2); 3 tutti 
1 tempi de’ verbi passivi. i 
S. V. Torniamo ora alle conjugazioni de’ verbi principali, 
per la retta intelligenza delle quali pongasi mente alle seguenti 
osservazioni. | | 
1. Le varietà tutte di un verbo, ascendenti al numero di 
cinquantuna, non compresi i tempi passati composti, per al- 


trettanti cangiamenti di terminazioni si distinguono, avendo : 


ogni tempo semplice, ogni persona, ed ogni numero, la pro- 
pria sua desinenza. | a Sg 
|. La forma del modo infinito, o infinitivo, tal quale tro- 
vasi ne’ vocabolarj, è la radice di tutta la conjugazione, mpe- 
rocchè da essa, qual desinenza radicale, le altre cinquanta for- 
me o desinenze si partono e prendon norma. n. 

5. Ogni forma radicale di verbo costituisce una conjuga- 
zione, cioè una maniera propria e particolare di distinguere 
tutti gli accidenti de’ verbi il cui infinito ha la medesima des 
nenza. | | —’ 
4. Dalla precedente osservazione facilmente deducesi do- 
versì trovare in un idioma tante conjugazioni quante vi s0D0 
forme radicali, ed esser perciò indispensabile che in 089 
grammatica abbiavi l’ esposizione di un verbo intero per 080 
forma radicale, che serva di modello a tutti i verbi della me- 
desima radice. o e a i 

5. Chiamansi verbi regolari quelli che, dall'infimito sm0 
all'ultima persona dell’imperativo, seguono in tutto Ja manie 
ra di conjugare stabilita pe’ verbi della stessa forma radicale. 
Irregolari si dicono quelli che nella forma di alcun modo, ten- 
po ec. dalla maniera stabilita s' allontanano. Quelli poi, che 
conjugandosi, non possono passare per tutte le varietà comu 
ni a’ verbi della stessa radice mancando loro o questo 0 quel 
Imodo, o tempo o numero o persona, che l’ uso non ammet 
ta, o che nessuno de’ classici autori della lingua abbia 
adoperato, difettivi si chiamano. 

‘_ $. VI Premesse le antecedenti osservazioni, si può stà 
bilire esservi nell’ idioma italiano, tre sole conjugazioni, non 
avendovi i verbi che tre forme o desinenze radicali, cioè ABI, 


(2) Veggansi, alla Sez. VI, cap. III, le osservazioni sul vario pra 
di questi due verbi, e Te indicazioni de’ verbi intransitivi e neutri, e 
si conjugano anzi coll'uno che con l' altro e viceversa. 








0 zi ne O 


ETIMOLO@IA E SINTASSI HIT 
xe (3), RE. La prima conjugazione in ARE, la quale rac- 
chude dieci. volte tanti verbi, che le altre. due prese insieme, 
non ha che quattro verbi irregolari. semplici e diciannove 
composti. Là seconda in ERE è estesissima anch' essa , ma il 
numero degl'irregolari supera d°’ assai quello de’ regolari: i 
verbi della terza în TRE possono dividersi in due classi gene- 
rali, ognuna delle quali avendo una maniera particolare di 
conjugarsi (vedi Cap. V, $. IV). — | n 

$. VII. L'importante :figara che fanno nel. linguaggio i 
verbi essere e avere rende una previa conoscenza della loro 
conjugazione sommamente necessaria; essi passano per tutti 
gli accidenti già mentovati ne’ capitoli precedenti; ma sono 
irregolarission, vale ‘a dire, la forma che prendono nel corso 
della loro conjugazione è affatto diversa da quella usata ne’ ver- 
bi principali. 

$. VIII. Ma prima gioverà dire una parola del metodo che 


mi è paruto dovere adottare nell’esporre, tanto essi verbi ausiliari , 


. quanto i verbi principali regolari. Egli è quello, il quale, co- 


minciato dal Pistolesi, ampliato poi ed illustrato di molte e 
dottissime annotazioni dal Mastrofini, e di recente dal cav. 
Gius. Compagnoni renduto a. miglior lezione, e corredato di 


| previe e ristrette dichiarazioni, toltene le interminabili note e 


citazioni di que due valentuomini, e portatevi alcune poche 


| variazioni, dovrà certamente ‘un giorno ritornare in tanto be- 
| Re pel retto ed universale conoscimento della lingua, quanto 
| Santaggio fino ad ora è risultato dalle poco atte, e confuse 


maniere d' insegnare dalla più parte de’ grammatici praticate : 


— solo m'incresce al sommo, che la necessità di esser breve mi 


VA 


E Rn edi 


costringe di applicarlo solo agli ausiliari, a’ quattro modelli 
de verbi regolari, e ad alcupi de’ più anomali, anzichè per- 
mettermi di estenderlo a tutti i verbi ad uno ad uno, che 
abbian bisogno di maggiore o minore schiarimento, nel far 
che, i primi due prelodati autori, sonosi resi tanto meritevoli. 


(3) La prima e della desinenza radicale ere pronunziasi lunga in al- 
cuni pochi verbi, e breve negli altri; ma non perciò quattro conjugazioni 
lanno i verbi italiani, come vuolsi da taluni , stabilendo due conjugazioni 
In ERE, onde, sia a ragione, sia a torto, non distaccarsi nella benchè 
Minima cosa dal latino. Che i verbi latini abbian quattro conjugazioni , 
Nulla è più vero e più ragionevole, imperocchè le due desinenze radi- 
tali ere formano due conjugazioni, affatto diverse tra loro, mon già per 
la sola differenza di suono nelle radici, ma per le SORIIgAzIonI stesse, 
le quali nella forma degli accidenti loro intieramente differiscono 1’ una 
allaltra. Non così in italiano, ove il suono Iungo o breve della e nella 
desinenza radicale ere non porta variazione alcuna nel resto della conju- 
Bazione. 


Gram. Ital. I 24 


178 PARTE TERZA | | 

8. IX. La lingua italiana, siccome altrove già osservai, sotto tre 
aspetti diversi debbesi contemplare, cioè come moderna o co- 
mune, come antica, e come poetica; e «questa sua triplice fac- 
cia in nessuna delle sue parti mostrasi tanto chiara, quanto 
in quella, fra tutte la più difficile e imbrogliata, dei verbi, va- 
le a dire, delle forme da darsi alle voci ch’ esprimono i di- 
versi accidenti de’ verbi. Le voci comuni o moderne sono 
quelle il cui uso, approvato da antichi e da moderni autori,è 
universalmente: riconosciuto buono, così in verso come in prosa; 


sono antiquate quelle che, usate da’ primi scrittori della Îin- | 


gua, sono, per questa o quella ragione, divenute disusate, ma 
delle quali giova aver conoscenza , onde potere intendere le 
opere degli antichi; per voci poetiche s' intendon quelle le 
quali, differenti dalle comuni per qualche varietà nella loro 
conformazione, diventan più atte al verso che alla prosa, € 
perciò a' poeti solo è permesso l’ usarle. Evvi poi un quarto 
lato dal quale puossi guardare i verbi, cioè l'’erroneo, che 
comprende quelle voci, le quali, di errata struttura, fuori d' 0- 
gni regola, e contraria all’ uso degli autori, padri della lingua, 
non s' adoprano che dal volgo, e da persone idiote, onde an- 
che idiotismi sì dicono. de 

. Consiste ‘adunque il di sopra accennato metodo 
esporre i verbi in quattro maniere secondo la quadrupi- 
ce forma che prender possono, cioè comune, antiquale, 
poetica, ed ‘erronea: e in tal modo, almeno i parte € 
quanto il propostoci limite ci ha permesso di estenderci, a 
biamo anche noi cercato di rendere agevole la conoscenza 


de’ verbi italiani ne' quattro loro aspetti, ed abbiamo nell ‘. 


stesso tempo profittato della più importante variazione por? 
ta dal cav. Compagnoni al metodo del Pistolesi, che è di con- 
trassegnare : 7.0 quelle voci fra le antiquate, che (dice qu 

chiarissimo autore) per peculiare loro suono, o per altro buon 
effetto di loro conformazione ci sembrano atte ad essere con 
certa accortezza poste di nuovo in corso . . . . Noi abbiamo 
tra queste distinte quelle le quali possono convenir alla pro- 


sa (4) e quelle che possono convenire al verso (5). 2.° Quel 


le, tra le voci poetiche, atte a servire anche alla prosa (0), 


(4) Tali saranno contrassegnate con asterisco”. 

(5) Queste abbiam creduto dover lasciare senza alcuna distivizione, 
onde. non recar confusione per la moltiplicità di segni. 

(6) Queste si vedranno impresse con carattere corsivo. 








ETIMOLOGIA E SINTASSI 179 
CONJUGAZIONE DEL VERBO AUSILIARE © 

















ESSERE. 
COMUNE | ANTIQUATO POETICO . ERRONEO 
= 
MODO 
INFINITIVO | . 
Tempo Pres. Essere ® 0.0 0 00 0 0 0. 0. e. 0.0 0.0 0. 
Tempo Pass. |Éssere stato Res 


Tempo Fut. Essere per essere: 0 . 
Avèread èssere (1) e o e 0 ò e 0 00 o. 


PARTICIPI I 
Pres. o Attivojl...... (a) |Essènte di 
Pass. 0 Passivo|Stato __|Essùto, issùto (3) Suto (3) 
Fuluro Essèndo per èssere| + - + 0..... dea 
GERUNDIO È | 
Tempo Pres. |Essèndo . _{" Sendo (4) Siàndo 
Tempo Pass. |Essèndo stato o O 


(1) Non saprei trovare fondata ragione perchè da taluni aggiungasi 
come tempo futuro dell’ infinito del verbo èssere l’addiettivo futuro, che 
però da nessuno scrittore è stato mai adoperato se non che come puro 
addiettivo: sarebbe forse il desiderio di dare un corrispondente al futu- 
rum esse de’ Latini? Tocca agl’imparziali conoscitori di ambe le lingue a 
giudicare se questo nostro addiettivo, fuluro abbia altro di comune col 
ulurum latino fuorché la sola derivazione. , | | 

(2) Il verbo èssere par che non abbia participio in ente; il Pistolesi 
gli dà a dirittura Essènfe, che, per dire 'l vero, sarebbe il suo participio 
presente naturale, e l’usò il Buti: ESSENTE / anno del princhpio del mon- 
do 6636. Comm. Par. 6; ma questa voce non si è mai resa comune, e 
nell'uso vi si sostituisce il gerundio essèrndo. i 

(3) Giusta l' analogia del verbo èssere, il participio passato di questo 
verbo dovrebbe essere essito 0 issùto, che in fatti qua e là da’ più anti- 
i scrittori furono adoperati. Za qual porta era ESSUTA cominciata 
nel 1284. Gio. Vill. 8, 31, 1.— Benchè i Pisani fùssero ESSUTI contènii a 
©“ non aorebbe volisto ec. Id. 9, 93, 1.— Spesse volte lo dire de’ buoni 
kilòri è ESSUTO Zoro grande ajuto. Amm. ant. 11, 1, 10.—Chi credèa che 
Sossero IssutI alcuni uomini, ch’ èrano passdàli. Fr. Giord. pred. — Sopra 
Quesle cose ch’ èrano ISSUTE, e che dovèvano èssere. Vil. S. Gio. Bat. cc. 

a questi particip), che anche allora erano poco in uso, mne sono oggi 
afatto banditi, ed in lor vece stato ( participio passato del verho s/are) 
‘oramai fatto proprio del verbo èssere. In quanto a suto, che da’ gramma - 
icì riputasi erroneo, trovasi però usato dal Boccaccio, e da qualche al- 
fo accreditato autore. Tu mi dì che se? SUTO mercalante. Bocc. nov. 1. 
E 8’ io avèssi credùto, che concedùto mi dovèsse èsser SUTO , lungo tempo 
È che ec. Id. nov. 16.— La sua virtù è SUTA grandissima e dismisuràta. 
Sallust. Giug. ec. i | 

(4) Non comprendo come il Pistolesi e il Mastrofini pongono sendo 
lra le voci antiquate, dopo averci detto il primo, che si “rova spesso in 


580. - PARTE TERZA' 
_ rr rtttt-tt_tm_—_x@__—_——©—t@m—___m@—@—@—@t—@ 





COMUNE ANTIQUATO POETICO | ERRONEO 
MODO =—————edee“"aaoni==—_s 
INDICATIVO | 
Tempo Pre- {lo sono (5) So, s0e Lasa 
sente Tu sei Se, * se’ si aa 
Egli è (6) Ene (7), eve, tel... 00.|00000. 
. (8), este 

Noi siamo Semo, siemo (9)] + « + 00] reo 

Voi siete Sete, se’ e 0000 Siate 
lino sono Enno, en(10), s0°f ......]e0000 


prosa e in verso; e l’ altro, che SENDO per ESSENDO occorre non di ro- 
ro in verso e in prosa tra gli antichi e tra i moderni anche a' di nosin, 
e dopo aver entrambi provato il ler detto con numerose citazioni d'au- 
tori. Petr. son. 200,,—ld. Vit. de’ Pont. — M..Vill. 5, 41, e 6, 2. — Tac. 
Dav. Vit. Agric. 41. ec. Il Compagnoni lo segna con asterisco, ed io l’i- 
mito, quantunque sia persuaso che questa voce non istarebbe male tri 
le comuni accanto a essèrido. 

(5) Veggasi Sez. MI, Cap. II, S. IT. 

6) Notisi che la voce è non di rado trovasi composta, ed in uo sol 
vocabolo, cogli affissi ri, ci, #, vi, si, ne, raddoppiata la consonante 
questi scrivendosi emmi, ecci, eiti, eovì, essi, enne, in luogo di mi è, di è, 
Yi è, vi è, si è, ne è. EMMI tolta da gente che deseroài mai. Gio. Vill. 7, 39 
— Ecci di questi miacìgni sì gran quantità. Bocc. nov. 63.— Ed ETTI gre- 
ve il coslassù ignuda dimoràre, ld. nov. 77.— Ora EVVI così tosto dolla 
memòria cadùto. Id. nov. 96.— Un aliro ESSI accasàto con la tal donne 
Segn. pred. 13.—ENNE incolpato il terzo amante. Bocc. nov. 33. 

(7) Im Firenze, dice il Corticelli, odesi talvolta ene per è, singolar- 
mente quando altri tarda a rispondere ad interrogazione fattagli, che 
allora si replica la terza persona suddetta , dicendo ere per istrascico, € 
riposo di pronunzia. Trovasi però anche nei più antichi poeti. Per # 
agguagliare Non porìa mai Vl onòre nè lo bene, Che per voi fatto mESE 
Guit. rim. 9», — Che già virtù non ENE, Se di quella non TENE. Fra 
Barb. 133. 

(8) Ee invece di è leggesi in Dante, Dentro ÈE Pf una già se le a 
rabbiàte Ombre che vanno intorno, dicon vero. Inf. 30. 

(9) Semo, sele, che tanto odonsi tutto di nella bocca del volgo Pt 
siamo e siete, sono, secondo alcuni filologi, voci originali italiane; 
nella nascita della lingua si sostituirono alle voci latine sumus, eshs © 
| furono per lungo tratto di tempo usate esclusivamente; indi comincio 
a cangiarle in siamo, sigle, che prevalsero, non però tanto che accredita” 
tissimi scrittori non continuassero ad adoperarle sovente. V/omiri fummo; 
ed or SEM fatti sterpi. D. Inf, 13.—E quando noiì a lei cenùti SEMO. Id. 
Ibid. 17.—D' Olanda si partì donde noi sEMO. Ar, Fur. 21, 13.—Ma dd! 
mìsero stato, ove noi SEMO. Petr. son. 8. — Che sì tosto cessàle, e SETE 
stanche. 'Tas. Ger. 11, 6r.— SETE voi quella donna che gli dovèle venùr 7 
a parlare P Bocc. nov. 26.—0 estmpj antichi, se oggi fortùna e arlu 6 
abbandonano, ove SETE coi? Tac. Dav. stor. 8. 

(10) Enno, € per accorciamento en, per sono, era usitatissimo pre” 
so gli antichi, ma oggi più non nsasi che in alcuni luoghi di conta@®. 





RITI 
ullo | 


tata 


.- cd Li 
 ———=. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 181 







COMUNE ANTIQUATO ‘POETICO 










errors tr_mr_kr® 
MODO 
INDICATIVO 
Imperfetto o 
Pendenie Era, ero (11). ....... 
Eri ; 


e è © cc ce «0 o 


e è. oe e e e e o © e ec è è©o0 oo o 
ì 






ù Era | RE SPRSEI aaa è 
Eravamo Eramo, savà- Eravàssimo 
i mo (13) 
Fravàte Eràte, savàte Eri 
Erano | vare cera aa e 
Passato perfet- i 
loo definito. |Fui Fu anali 
- Fosti ; Fusti l) fostù e 00 0 0 0 è 
(13) 
Fu Fue «+ < . + (mo 
Fummo — sa Fùssimo, fòssi- 
Foste * Fuste - è + + è 0 » |Fosti, fusti 
Fùrono Fauno Furo, fur, fur-|Fuoro 
i no, foro 
Pass. Indeter- i | 
minato Sono stato, CCI i è as 0 0 0 0 0 0 è 0 0 0 0 0 0 0 
Piùcheperf. o| (14) | 
Trapassato 


Fra stato, ec. e o oe 0 è e o e o oe o o e è e e 0 © è òd e 





Passato An- 
leriore Fui stato, Cee. e è 0 0 0 0 0 





Emo dannàti i peccatòr carnàli, Che la ragion sommettono al talènio. D. 
Inf. 3. — Fèrono indebolìr le sante membra, Ch'EN di celèsie onòr, non 
di mal degne. Lor. Med. rim. i | 
(11) Veggasi la nota 5 della conjugazione del verbo Lodare. 
— (12) Saoamo e savdle, per eravamo è eracàte, si leggono presso qual- 
che antico. E quella cupidità, che noi apparàmmo quando noi SAVAMO 
lîneri, è radicàla e cresciuta. Sen. pist.— Noi SAVAMO confìnuo, tra uò- 
miri, donne, fanciùlle e balie ec. più di venti in famiglia. Cron. Mor.— 
E siccome voi SAVATE partito. Tav. Rit. Del rimanente queste due voci 
ed altre di simile stravagante forma, come saràbbo e saraggio, per sarò; 
siindo per essèndo ; hei e haei per ebbi ec. e così pure ne’ verbi ‘principali 
come: Amerdegio, ameràbbo per amerò; crèo, crìo, crèggio, erèjo, cre’ per 
tredo ; crederàbbo per crederò, ed altre consimili, che nessuno di buon 
senso in oggi può supporsi voler adoperare, ben meriterebbero, a parer 
Mio, esser collocate tra gl’ idiotismi o erronei, anzichè tra le antiquate. 
(13) Ognuno di leggieri comprenderà che questo fostù altro non è 
e una contrazione del verbo fosti col suo pronome subbietto #u, che 
così uniti furono talvolta detti è scritti dagli antichi in vece di #u fosti. 
i nen YOSTU nudrila in piume al rezzo.. Petr. son. 105. . 
(14) Stato s' accorda in genere ed in numero col subbietto del. verbo. 


182 . PARTE TERZA. 


n — —-- ———————+@——+_r———Tr________———r——rT_———_—T xy ___—_—_——r  _ —f, o o —=——_——-- 














COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 
— MODO di 
INDICATIVO l 
Fuluro Sarò Saràggio , sa-[Fia (15 Saràjo . 
i ràbbo, serò | | | 
Sarài Serài, ec. RESOR RE 
Sarà "ia, fie (15) 0 0 0 0 0 0 è ° 0 00000 
Sarèmo 0000 0000 È 000000 |Fiemo 
Sartte Sertte - e 0 o 0 e os è e o e 0000 
Sarànno + è 0 0 0 + » Fiano, fieno] | + 0 --- 
Futuro pas- | (15) E 
salo anteriore Sarò stato, ec. e 00 0 0 0 0 ° 0 0 0 0 0 è ° 000000 
MODO 
SOGGIUNTIVO 
Tempo Pre-| 
senile Sia e 0 00 0 0 0 e 0 0 0 0 0 0 0 000000 
Sii, o tu siafSie iu o 
Siamo CONTI SET 
Siate RAR ERE N, 
Siano + 0000 0 |Steno Siino 
Pena. oImper-|Fossi ° Fussi ETA SE 
fetto Fossi *Fussi, fostù | ... 001... 
Fosse “Fusse, fossi | . ...... soli 
Fòssimo |" Fùssimo ‘ae 
Foste ° Fuste 0 0 0 0 0 + » IFusti, fosti 
Fòssero *Fussero, ‘ fos-[Foòssino -  {Fuùsseno f0ss0- 
ne sono ro 
Passato Per- |Sia stato, €C.1 ....000 1.000 00% dari 
fetlo 


Trapassato {Fossi stato,ec. ica i de 0 00000? 


(15) È opinione comune, che le voci fia, fe, fiano, fieno sian fi 
avanzi di un antichissimo verbo equivalente al verbo èssere, ma ora per 
duto in tutte le altre sue parti. A mio credere però mal non s'appone! 
Mastrofini, dicendo che tali particelle sien formole spiccate dal verba passivo 
latino fio, e sostituite alle voci fiam,fies,fiet, fient, quattro persone del 
futuro di quel verbo ; comunque ciò sia, le voci suddette si pi fe- 
licemente nel verso, e alle volte si trovano anche nella prosa per le vol 
sarà e sarànno. Vostro, donna,’ l peccàlo, e mio FIA ’ldanno. Petr. son. 188. 
— E rieti manifèsto L’ error de’ ciechi, che si fanno duci. D. Purg. 18. 
Quai rign Ultime, lasso, e qua’ YiEN prime ? Petr. canz. 28.— Fian per 19 
più senza cigòr, senz’ arte. Tas. Ger. c. 20 st. 16, — Yo ognora che a grado 
fi FIA, te ne posso rènder molte per quella una. Bocc. nov. 77. — La qua- 
2 A sempre in'V, Ecc. IWlustrissima, e a me ria di consolazane. 

8, ett. 10, | ì 








ca e 
= i 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 183 





ANTIQUATO 





ÉRRONEO 
e — OI === 
MODO 
CONDIZIONALE] 
Tempo Presente|Sarèi - è + + + è. [Fora,saria(16)[Sare' 
Saresti e 0 0 0 è0 0 0. 0 0 e 0 0 dè e e 000 0 0 
Sarebbe Seria, sare {Sarìa, fora ÎSare 
Sarèmmo SORA Sarebbamo, sa- 
"I riamo 
Sarèste cale Sertsti 


Sartbbero ° Sartbbono 


Tempo Passalo Sarti stato,ec. giace dee, 


MODO 

IMPERATIVO | 

TempoPresente Sii tu Sie tu RIA 
.{Sia egli sn erat cale 
Siamo noi sie ai aaa 
Siale voi seu Le neRa 
Siano tglino | ....... 000000 

Futuro Sarài tu, ec.f ......, aaa 


Sarete voi, ec.| ....0., 


RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO ZEJSSERZ. 


Essere a fare, a Restare a farsi, a |Essere all’ànimo, Piacere. 


dire, ec. dirsi. Essere all’ olio Infermo che è de- 
Essere a’ Confitè- Infermo la cui | santo, siiluito da’ medici. 
mini, guarigione è di- {Essere a mercàto, Gonirattar del 
sperala. prezso delle mer- 
Essere alla candè- Essere alla fine, ci. 
la, 0 essere al esservicino a spi- |Esserea questiòne, Questionare. 
lumicino, rare. Essere assài ad ‘Bastare. 
sere alla prova, Sperimeniare,pro- |  alcùno, 
vare. Essere a uno, Essere servo di uno. 
Fssere all’insalàta, Esser al fine d’una [Essere a uno, o Andare, irovar- 
cosa. da uno, visi. 


(16) Sarìa per sarèi è proprietà de’ poeti, quantunque l’ usasse l’ Ario- 
sto nella sua commedia La Lena, Atto 5, sc. 1. Ma di serìa, sarìano e 


‘ sarieno per sarèbbe, sarèbbero, trovansi numerosi esemp) ne’Classici così poe- 


U come prosatori. Fora e forano (coll’o largo) per sarèi, sarèbbero sono 
voci del verso, provenienti dalle latine forem , foret, forent. St mi parlava 
Un d'essi, ed io mi FORA Già manifèsto. D. Purg. 6.—Mìsero esìlio! avve- 
Sach io non FORA D' abitàr degno, ec. Petr. son. 37.— Men solitàrie Por- 
me FoRan de’ mici piè lassi. Id. canz. 26.— Ben rora la pietà premio 
Maggiore. Tas. Am. Atto. 1, sc. 2. E non ne manca qualche esempio an- 
che in prosa: Fr. Guitt, lett. 5. Fir. As. d’oro. — Borgh. Ripos. 403. 


\ 


\ 


184 PARTE 
Esser bene d' una Slarne dene, av 
cosa ° 


A verne pro. 
Essere beneomale Essergli amico 0 
di uno, ' nemico. 


Esser buono alla Nor.esser buono a 
festa de’ magi, nulla. 

Esser col corpo Esser nell’ ultimo 
alla gola, mese della gra- 

| vidanza. 
Essere con uno, Esser del suo par- 


o. 

Essere con uno, Abboccarsi con 
uno. 

Esser d’ ànimo, Deliberare. 

Essere di setteme- Esser fenero, deli- 

ì calo. 


si, 
Esser d’un pezzo, Essere tale , oeri- 


liero. 
Essere fatto il Essere aggirato , 
messtre, menato pelnaso. 


Esser fatto fare, 


Esser fiori, ebac- Esser sano , lieto 
celli, e contento. 

Essere fuor dei Acer perduto è 
gàngheri, cervello. 

Esser fuor di do- Non aver più do- 
lore, lore. 

Essere grande con Essere in grazia 
uno. d' alcuno. 

Esser grasso di ec. Abbondare, avere 

gran copia. 

Essere in alcuno, Appartenere. 

Essere in amòre Essere amato da 
d' uno, uno. 

Essere in essere, Esisiere. 

Essere in càusa, Essercincaso pra- 


tico. 
Essere infame, se- Patir fame ec. 
te I, ec, 


Essere aggirato , 
‘ beffato. 


TERZA 
Essere in fiore, Esser sul buono; 
sul bello. 
Essere innànzi del Essere atfempalo. 
tempo, ” 
Essere innànzi in Aoerla condolta a 


una cosa, buon iermine. 
Essere in odio, Essere odiato. 
Essere in ogni Adattarsialle cr- 
lato, costanse. 
Essere ‘in pratica Zsserein frailalo. 
di ec. i 


Essere in sé, Esser sano dimen- 
le. 
Essere in su’ con- Aver capilale in 
tànti, danaro. 
Essere in su una «fpplicaroisi, sl 
cosa; diarla bene. 
Essere in uno, Esserenelsuo slo 


fo, ne'suoi piedi. 
CO LI be 
Essere in via d’u- Esser vicino, accon- 


na cosa; cio, e in prossima 

disposizione dic. 

Essere nell’altro Essere astraéio al 

mondo, pensiero. 

Essere nel suo ar- Esser libero € po 
b:trio, dron di sè. 

Essere oltre, Essere altempolo. 

Esser per sè, Non tenere da n 
na parle. . 

Essere per uno, Ajutarlo facorito. 

Esser più là, Aoer vantaggo 
alcuna cosa 

sopra un aliro. 


Essere tra bajànte Andare ira corsoli 
e ferrànte, e corsale. 

Essere tutto ac- Esser fino, solile. 
ciajo, E 

Essere tutto un Rassomigliarh 
cotale, 





ETIMOLOGIA E SINTASSI 488 
CONJUGAZIONE DEL VERBO AUSILIARE 
AVERE. "i 


-_ 


COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 
MODO _————t____T——_c|__rr_e 
INFINITIVO 
Tempo Pres. |Avère SR i I OI 
Tempo Pass. [Avere avuto |... -...-..... . . 
Tempo Fut. Essere per avé- 
re, 0° Avere 
ad avere Prin piuma . 
PARTICIPI — 
Pres. o Attivo |Avènte (1) |Abbiente |..... Ra 
Pass.o Passivo |Avùto Abbiùto — {| ..... Aùto 
Futuro Essendo per a-| ...--...|..... ; 
vere 
GERUNDIO i 
Tempo Pres, Avendo Abbiendo —{|{..... > Poesdl 
Tempo Pass. |Avendo avùto! ....... RE i 
MODO 
INDICATIVO |. | 
Tempo Presenteilo ho (2) Abbo , aggio,|..... De 
(3), ajo, hoe, 
; hone 
Tu hai SER TE du 
[Egli ha (4) |Hae, hane JlAve (5) sot 


(1) Quantunque avènle sia il vero participio presente del verbo avè- 
re: pure nell'uso è molto negletto, imperocchè poco si adopera, e ad esso 
preferiscesi il gerundio avèndo. 

(2) Veggasi Sez. III, Cap. II, È; I. | 

(3) Abbo e aggio sono due verbi antichi difettivi: dal primo vengono 
le voci antiche abbiente, abbiùuto, abbièndo, abbiavate ec. e le voci mo- 
derne de' modi imperativo e soggiuntivo. Di Aggio altre voci non si tro- 
vano se non che la prima singolare del modo soggiuntivo. E quan?’ io 
P ABBO in grado mentr'io vivo, Convièn che ec. D. Inf. 15. — Mentre ch? e» 
ri esiliàlo, noi ABBIAVAMO fribolazione. Vit. Plut. Strad. — El ABBIUTI i ri- 
spèlti A suo grado e valère Porrài del iuo acère. Fr. da Barb.—ABBIEN- 
Do raunàla grande oste in Toscàna si partì di Francia. Gio. Vill. 7, 101, 1. 
—V° aGGIO profferio il cor; ma a voinon piace Mirar sì basso. Petr. son. 19. 
—Maltèria ond'AGGIA il vostro nome a scherno. Menz. T. 1, lib.3, canz. 1. 
—Però signòr mio caro AGGIATE cura. Petr. son. 82. 3 

(4) Quel che si è detto nella nota 7 del verbo èssere dicasi pure del- 
la voce Ha, dicendosi hammi, hacci, havvi, hassi, in vece di mi ha, ti 
ha, viha, si ha. È gita al Cie!o; ed RAMMI a tal condùtto. Petr. son. 247.— 
Hacci date le corporàli forze leggiàre. Boct. nov. 89.—Hassi a potàre le vili, 
si osserva la luna. Segn. pred. 46. Notisi che coll’ affisso vi in significato 
di vi è, e vi sonosi scrive per lo più senza la & cioè avoi. Ed AVVI lelli, 
the vi parrèbber più belli che quelli del doge di Vinègia. Bocc. nòv. 79. 

(5) Questa voce è meno poetica. Mill anni, non vedrìan la mindr 

Gram. Ital. 25 


. 488 PARTE TERZA 





COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 
—————@€<ot6@@ tr 
MODO ; i 
INDICATIVO a Luo aLia 
Tempo Pre- |Noi abbiàmo [|Avèmo (6), a-|....... Ahbitmo: at- 
senle . viàmo mo. 
Voi avite nei & leale è 
Eglino hanno] ......, {000000 fe... 
(7) ” l 
Tmperfetlo o |Aveva, avevo|Ave Ava (9) Avàva 
Pendente (8) | 
Avevi Avèi ele duga * 
Aveva ‘0000. |doèa, avia Avie 
Avevàmo Aveàmo, ab-].....- ‘» |Avavàmo 
biavàmo ci 
Avevàte Aveàte {....... Avavàle, avevi 
Avevano = |...... ‘., |Avieno,avèano:Avàvano, ave- 
vono 
Passato per-|Ebbi TEi, hei, ahti { - . .. . +. |Avèi, avetti 
fello o defi-|Avesti [orale pane la sua 
nilo Ebbe RETE 0000 + ++ Ave, avette 
Avèmmo Ebbimo — |....... Ebbamo 
Aveste 1...... Ri TETTE A vésti 
Ebbero — Fbbono, avet-{ |. . . ... - {Ehbbano 


tono, tbbeno 


Pass. indeler-|Ho avùto, ec. {....... fee. Leo 
minalo | 

Piu che perfet-|Aveva avùto ,] ....... {00000 roipwra 
too ÎIrapas-| ec. | 
salo 

Passato anfte-|Ebbiavùto,ec.f ....... |{00.0.. fe 
riore 





i ° f 

parte Della beltà, che m’ AVE.il cor conquìso. Petr. son. 57. — Quando! Ù 
sol gira amòr più caro pegno, Donna di voî non AVE. Id. canz. È. "è 

| (6) Acèmo, del pari che Serzo (vedi nota 9 del verbo èssere) vuoi 
che sia voce originale italiana, ed il Pistolesi assicura non esser la me- , 
desima da rigettarsi nè pur a’di nostri, almeno da’ poeti, essendo stata 
dagli antichi usata in verso ed in prosa. Serm. S. Agost. 7.—Petr. son. 8. 
—ld. Tr. del Tem. — Guid. Giud. 55.—Bocc. nov. 18. e nov. 17. 

(7) Gli antichi scrivevano tutte le voci del verbo avère coll’; 
ch’ essa avesse nella pronunzia alcuna forza. Veggasi nota 2 dell’ intr 

(8) Veggasi la nota 5 del verbo /odore. . 

(9) Acta e avèano per avra e avèvano non sono voci esclusivamen” 
te poetiche, imperocchè ne faceano gli antichi un uso frequente ancora 
in prosa, e così fanno i moderni. Dicasi lo stesso della medesima desinen- 
za nella più parte de’ verbi della ada. Conjug. (Veggasi S. IX, e nota 24 del 
cap. VI della presente Sez.) 


*h,. senta 


I "I 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 


COMUNE 





"MODO 
INDICATIVO 
Fuluro 


Futuro passato|Avrò avùto,ec. 
anleriore 
ì MUDO 
SOGGIUN'TIVO |[Abhia 


Abbia 

Abbiàmo 
JAbbiàté 

Abbiano 


Pendente o Irn-|Avèssi 
perfetto Avessì 
Avesse 

Avessimo 
Aveste 

Avéssero 


Passato perfetlo|Abbia avùto, 


ec. 
! Trapassato Avèssi avùto, 
t . @C. 
MODO 
CONDIZIONALE 


Tempo Presente Avrèi 


Avréèsti . 
Avrebbe 


Avrimmo 


Avreste. 
Avrèbbero 





Tempo Preserte\Abbia, o abbi 


187 


_—— ———————_——_+€_{}# __ "— —  _ € - - - 0-0  ——  — T —+————-- 


ANTIQUATO ‘POETICO ERRONEO 






‘* Averò , arò 
‘Averài, arài 
‘Averà, arà 
l'Averèmo: art- 
mo 
“Avertte: artte 
‘Averànno: a- 
rànno 


o è. . 
e _ e »0 e °° oè.0 è è 0 00 oe e 


e. 0. 008 È è 0 0 0 60 è 
e 0 o 0 sa 0. SS É ss e os0 e e o. 
e e 0 0 s0 so i e .s0 ec eso se a 
0 è 0.0 00 è 


o o 0 so e °° È oo o e *0 ® è. È è e 0 0. 0.0 e. . 


o e s0 e e èea° ff e e s0 o e a È o. è è os è dad a 


o *® e è è oc è. 


“ Averti, ave-[Avria 
© rìa,aréi,aria 


e 0 0 è a osiio' o' 


‘Avertbbe, a-{Aorta . 
veria, aria 


e _ è. da € è 0 a 
o 0 ès0 e e è0 o. 


0 e ec 0 «<< e e ÉÈ a è.o0 a èe è a «e 


0 e eo s 0 0a, È 0 s «e a 0 0s0 » 


“ Averebbero ,|Avriano , 
artbbero, a-1 vrieno 
rieno, © a- 
vreébbono 


0 è e è. è.0 se ss 








188 PARTÈ TERZA 











COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 
_—————m——_____c 
MODO — 
CONDIZIONALE 
Tempo Passato|Avrèiavuto,eci . . LL... |... eee 
a MODO 
IMPERATIVO 
Tempo Presente|Abbi tu Aggi, abbia tu,| .......f 0. 
abbie 
Abbia egli Aggia, aja |...... Sl gig paia 
Abbiamo noi ® 0 0 0 0 cs e 0 0 e 0 s0 60 0. nale re 
Abbiàte voi |Aggiàte IE AL 
Abbianotglino|.1ggiano e. + + |Abbino 
Fuluro Avrài tu, ec. |'Averài RITRO CE 


Avrete voi, ec. e. 0.0 e 0 è. MP O VC 





RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO AVERE. 


Avere a capitale: Far capitale o|Avere ardire: Ardire. 


stima. Avere a schifo: Avere a vile, schi- 
Avere accòrdo con alcùno: Essere] fare. i 
in pace, in concordia. Avere a schifo: Nauseare. 
Avere a cura: Avere in pregio. Avere a scorno: Disprezzare, ob 
Avere a dispiacere: Avere a noja, dis-| borrire. 
piacere. Avere a sdegno: Sdegnare. 
Avere agio: Tener comodità. Avere a sì; Chiamare a sè. 
Avere a governo,: Governare. Avere a sospetto: Aver diffidenza. 


Avere a grado, e avere in grado:/Avere aschio o astio: Astiare.. 
Gradire. R Avere a stomaco: Avere a schifo. 
Avere al certo: Tener per corto. |Avere a vile: Tenere in disprego. 
Avere alcuna casa in sulla punta della|Aver balia: Tenere autorità. 
lingua: Essere sul ricordarsene ,|Aver bisogno: Abbisognare. 
ma nan l'avere così tosto injAver buona presa: Aver buona 08° 
pronto. © i gione. 
Avere allegrèzza: Rallegrarsi. ———|Aver buon mercato, Avere a buon 
Avere al salc: Posseder benistabili.| mercato: Aver checchessia con PO” 
Avere a male: dAoer per male, pro-| co costo. 


vare dispiacere. Aver buono in mana: Acer sicuriò di 

Avere a mano : Avere in pronlo. checchè ne sia. 

Avere a memòria: Rammemorarsi, Aver eapriccio : Aver vaglia. 

Avere a mente: rammentarsi. Aver caro: Gradire. i 

Avere amòre: Amare, portare affe-\Aver certezza: Esser certo. | 
zione. Aver cervello: Esser uomo savio 

Avere a niente: Stimar nulla. Aver che fare: Essere in faccende: 

Avere a noja: Odiare. i | {Aver colpa: Essere in colpa. — 

* Avere appetito: Desiderare, appetire, Aver commissione: Temere ordine. 

acer voglia, Aver compassione: Gompadire. 


Avere appetito: 4ver fame. Aver considerazione: Considerare 


ì 
{ 





1 


su 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 


Aver contràsto: Conzrastare. 

Aver corso: Che si spaccia in molta 
guaniità alcuna cosa , aver ef- 
fetto. 

Aver corta vista: Zeder corlo. 

Aver credito: Essere in istima, in 
riputazione. 

Aver cuore: Tener vigore, animo. 

Aver cura: Curare, pracurare. 

Aver cura: Attendere. 

Aver dal suo: Aver dal suoparilo. 

Aver di certo: Tener per certo. 

Aver di checchessia: Parteciparne. 

Aver dilettto : Dilettarsi. 

Aver dilungàto : Tener lontano. 

Aver discrezione : Procedere con di- 
screlezza. 

Aver divoziòne in alcuno: Esser di- 
volo, credergli. 

Aver il suo dovere: Aver iutlo ciò 
che gli si spella. 

Aver dubbio: Dubilare. 

Aver faccia: Tenere apparenza. 

Aver faccia: Aver ? ardire, aver la 
sfacciataggine. 

Aver fantasia: Pensare, desiderare. 

Aver fiato: Aver forza. 

Aver fidanza: Fidarsì, confidare. 

Aver fine: Finire, consumare. 

Aver fretta: Affrellarsi. 

Aver grado: Aver obbligo. 

Aver grazia con alcùno: F'arsiamare. 

Aver guerra: Guerreggiare, ed esser 
guerreggialo. 

Aver il capo a far checchessia: Aver 
volonta. 

Avere il destro: Aver comodità. 

Aver il giudizio : Esser giudice, loc- 
care il giudicare. ù 

Avere il torto: Contrario di Aver ra- 

one. 

Avere in balia: Aver in suo palin: 

Avere in considerazione : Averne 
slima. 

Avere in costume: Costumare. 

Aver in consuetùdine: Usare, esser 
solito. | 

Avere in cura: Aver in custodia. 

Avere in disprègio: Dispregiare. 

Avere in grado: Gradire. 

Avere in grazia: Conservare in gra- 
zia. 

Avere 
gno. 


in iva: Porfar odio, avere sde- 


Avere in mano: Possedere, avere in 


balia. 


189 


abbor-. 


Avere in odio: Odiare. 
Avere in orròre : Znorridirsi, 
rire. 


Avere in petto: Tenere, conservare 


nella menle. ù 

Avere in petto: Tener celata alcuna 
cosa. 

Avere in pregio: Pregiare. 

Avere in pronto: Tenere a sua di- 
sposizione. : 

Avere in pugno: Tenere colla ma- 
no chiusa. : 

Averein riverenza: Riverire, onora- 
re. 

Avere in sulla lingua quel che è nel 
cuore: Essere schietto. 

Avere in vezzo: «doere in uso. 

Avere invidia: Inoidiare. 

Aver la caccia: Essere rincorso. 

Averla con uno: Essere ardito con lui. 

Aver la lingua in balia: Cicalare so- 
verchiamente. 

Aver la lingua lunga: Essere maldi- 
cente. 

Aver la mente a checchessia: Averne 
idea, fantasia. 

Aver l’amore di uno: Conseguire l'a- 
more d’ uno. 

Aver l’ ànimo ad alcuna cosa: Allen- 
dere ad essa. 

Aver la paròla: Aver licenza. 

Aver la ragione: Aver diritto. 

Aver l'assoluzione. Essere assoluto. 

Aver la stretta : Essere asirello 0 
strello. 

Aver le fatiche: Slenfare, penare. 

Aver l'occhio: Riguardare «attenta: 
menle. 

Aver l'occhio: Considerare. 

Aver l’ onòre di alcùna cosa: Vin- 
cere, rimaner superiore. 

Averlume: Aver cognizione, conlezza. 

Aver luogo: Esser necessario , tener 
posto. 

Aver mal fiele contro alcuno: Odiarlo. 

Aver mal talento: Tener cattiva in- 
tenzione. | 

Aver meno alcùna cosa: Mancare, î 
averne difello. 

Aver mente a checchessia: S/uroi af- 
lento, farvi considerazione. 

Aver misericordia: User misericor- 
dia. 

Aver necessàrio: Aver bisogno. 

Aver nella speranza, o in isperanza: 
Spera nzare. 


190 PARTE 

Aver obbligo: Essere obbliguto. 

Avere onore: Essere onorato. 

Averozio: Aver fempo. 

Aver pace : Aver pazienza. 

Aver pace: Non aver guerra. 

Aver paura: Aver timore, lemere. 

Aver pazienza: Sopportare. 

Aver pegno: Avere in pegno, tener 

. sicurlu. 

Aver pensiero: Dbonsare: 

Aver pentimento : Pendirsi. 

Aver per andàto: Aver per morto. 

Aver per costante: Aver ferma opi- 
nione. 

Aver per grazia : Ottenere per grazia. 

Aver per impossibile: Stimure che 
sia impossibile. 

Aver pev istabile o per fermo : St 
mare che sia rato e fermo. 

Aver per le mani alcuno: Fur di 
segno sopra alcuno. 

Aver per male: Aver dispiacere. 

Aver per nulla : Non istimar nulla, 
disprezzare. 

Aver piacere : Compiucersi. 

Aver pietà : Usar piclà. 

Àver posta d'uno: Appostarlo, sa- 
per dov' è. 


TERZA 

Aver potere o podere: Potere. 

Aver ragione: Zssere assistito dalla 
ragione. Y 

Aver riverenza: Ornorare. 

Aver riguàrdo: Riguardare, conside- 
rare. 

Aver rispetto: Aver riguardo. 

Avere scorno: Riportare disonoee. 

Aver sembiaànte: Aver faccia, vile. 

Aver soccorso: Esser soccorso. 

Aver soldo : Tirar la paga. 

Aver sospetto : Sospellare. 

Aver spavènto: Spaventarsi. 

Avere sperànza : Sperare. 

Avere spia d'una cosa: Esserne ae- 
visalo. 

Aver sulle corna: Odiare. 

Aver termine: Terminare. 

Aver vita: Zivere. . 

Aver voce: Correr fama, essere opi 
nione. 

Aver voce în capitolo: Avere aulo- 
rità. 

Aver voglia: Aver volontà, desiderio, 
desiderare. 


CAPITOLO V. 
DE’ VERBI PRINCIPALI. 


I. Dalle nozioni date nel preced. cap. ai $$. Il, Ill, 
IV dell'uffizio de' due ausiliari essere ed avre, e dopo avere 
attentamente scorse le loro conjugazioni, ognuno di leggien 
giugnerà a comprendere la maniera di formare i tempi ps 
sull composti di un qualsivoglia verbo principale, conosciuto 
che avrà la forma del participio passato o passivo di quest ul 
timo; cosicchè superfluo credo il riprodurre i medesimi tem- 
pi composti nelle quattro conjugazioni, che. or orà esporrò. 
Ove per altro nel mal pratico straniero, o nel poco istruito 
italiano del dubbio ancora rimanesse quale de' tempi degli 2v- 
siliari applicarsi debba alla formazione de’ suaccennati temp! 
composti dei verbi principali, il seguente prospetto di corrispon. 
denza rimioverà ogni incertezza, con indicare i tempi semplici 
degli ausiliari, aventi dirimpetto ognuno il composto, che da 
esso componesi. 





” 


— È i 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 191 
- VERBI AUSILIARI. | VERBO PRINCIPALE. 
MODO INFINITIVO. 


Dal TEMPO PRESENTE formasi IL TEMPO PASSATO. 
MODO INDICATIVO. 

« TEMPO PRESENTE formasi IL PASSATO INDFFINITO. 

« IMPERFETTO, O PENDENTE « IL PIU CHE PERFETTO,0 TRA PASSATO. 

« PASSATO PERFETTO, O DE- « IL TRAPASSATO ANTERIORE, 

FINITO 

« FUTURO | « IL FUTURO PASSATO, O ANTERIORE. 
MODO SOGGIUNTIVO. 

« TEMPO PRESENTE fermasi IL TEMPO PASSATO PERFETTO. 

« IMPERFETTO, O PENDENTE « IL TRAPASSATO. 


HODO CONDIZIONALE. 


« TEMPO PRESENTE formasi IL TEMPO PASSATO. 
GERUNDIO. 
« PRESENTE formasi IL PASSATO. 


.  Prendasi in oltre per norma generale, che il modo infini- 

tivo di ogni verbo principale, siccome quello degli ausiliari 

essere ed acére ha il suo ‘tempo futufo, formato mediante gli 

Sessi ausiliari in guisa come segue: Avére a, o ésser per lo- 

dare, cedere, dormire, impedìre ec. e così in tutti gli altri ver- 

! (1). Lo stesso dicasi del participio, il cui futuro è Awvin- 
a, o essendo per lodùre, cedere, dormìre, impedire (2). 


(1) Non bisogna' confondere queste maniere di dire, esprimenti il fu- 
luro dell'infinito, con quelle in cui il verbo avre, posto avanti all’ in- 
nilo del medesimo verbo colla particella «, vale Esser creditore, docèr 
eoere; e si noti, che alla particella a volentieri sostituiscesi da, per 
fuggire l'incontro di due vocali, come: Avéère a, 0 da avere; lio a, è 

avère; lu avèvi a, 0 da avere ec. W)sservisi in oltre che Avère, posto 
ivanti all'infinito di qualsisia verbo principale colle particelle a, da, che, 
orma certe frasi esprimenti lo stato, la disposizione, la volontà, in cui 
altri si trova rispetto alla significazione di quell’infinito che gli vien dopo, 
‘tme: Avère a serìvere, a lèggere ec. vale. Dovère scrivere, lèggere, €c. 
Arr da scrivere, da lèggere, da mangiùre, o Avèr che scrìvere, che lèg- 
sere, che mangiare, vagliono Avèr cosa da scrìvere, da lèggere cc. Avèr 

soere, da mantenèrsi ec. vagliono Aoèr con che oivere, con che man- 
nersi, e così dicasi d'ogni alira simile locuzione. | 
ho (2) Anche il verbo docére, congiunto colla voce radicale d'altro ver- 
ù come docèr lodare, crèdere ec. dovèrndo lodare, crèdere ec., ponesi da 
d'uno qual ausiliare indicante il futuro dell’ infinito e del participio de’ ver- 
‘ principali. Noi ci riserbiamo ad altro luogo di far conoscere la natura 
el verbo dovère e le sue relazioni cogli altri verbi. Veggasi la nota 6 del 
Seltimo capitolo della presente Sez. 


192 PARTE TERZA | 

Giusta il metodo de’nostri grammatici, la conjugazione in 
IRE è la quarta in ordine, e le si dì comunemente per mo- 
dello il verbo sentìre dietro il quale si regolano non più che 
45, o 50 verbi, la più. parte de'quali sono in oltre o irrego- 
lari o in qualche parte difettivi (l’'istesso verbo sendìre è di- 
fettivo, imperocchè è privo di participio presente). Dato il 
prospetto del verbo sentìre, che conta così pochi seguaci, 2 
mala pena menzione fassi de’ verbi detti /n sco, che tanto 
accrescono la ricchezza della lingua italiana, e tanta bellezza 
le compartono, se non in termini generali, e come di verbi 
irregolari della così chiamata quarta conjugazzone, ove, tanto 
nel lor numero, eccedente ben dieci volte quello de' verbi det- 
ti /n 0, quanto per la regolarità del loro andamento, ragion 
vorrebbe che un verbo preso dal loro numero servisse di nor- 
ma a tutti i verbi della terza conjugazione, o se così vuoki 
della quarta, e che senfîre, co’ pochi suoi seguaci, fosser te 
nuti in conto di anomali. | 

Fedele al prefissomi scopo di semplicizzare quel che nello 
studio della lingua offerir si possa di complicato, e non volendo 
sovvertire intieramente il fin qui da altri praticato metodo, pe 
isconcio che sia (3), mi è paruto poter dissipare in gran part 
il bujo che in quello regna con dividere in due classi i verdi 
in IRE; spero peraltro che nessuno voglia da questa divisione 
congetturare che stabilire io intenda esservi nell’ idioma ital 


no quattro conjugazioni, quantunque io sia certo che se talu- 


no in me supponesse una tale pretensione, assai più ragioni 
vole reputerebbela che non è quella di coloro che a dirittura 


insegnano avere i verbi italiani, siccome i latini, quattro (08° 


jugazioni, attribuendone due a’ verbi in ERE; le quali pero, 
meno la quantità lunga o breve della prima e componente 
desinenza radicale, come sarebbe ne’ verbi femere e creo 


(3) Si; è pur forza il dirlo, l'irregolarità, e la confusione nel modo 
d’ esporre e d’insegnare le parti più importanti della grammatica italiana, 


e segnatamente quella in questione, la quale di per sè è intralciatissit)» i 
sono la cagione che gli stranieri e gl’ Italiani stessi, non trovando gui . 


sicura nel loro studio, continuano a corroborare con l’ esempio loro la 
comune e pur troppo veridica opinione, che non evvi nazione come 
taliana, fra cui i poco istruiti parlino e scrivano più contro i precetti 
grammalicali, ed in ispecial modo contro lo stabilito andamento de va: 
hi; prova ne sia quel che ne abbiam fatto osservare nel cap. IV, 
ed è questo il malaugurato effetto del voler sempre, ed in tutto m 


re i precetti della propria lingua su quelli d’ un’ altra, colla quale la pr 


. la o [A a 
ma non ha per avventura altra corrispondenza, che le sola derivazion 


delle parole. Le grammatiche italiane pajono a bello studio scritte Pi , 
solo sieno intese da chi già è versato nel latino, e rimangano inintellig! 
bili per chi t affatto ignaro de’precetti di quella lingua. 


I- i 


odella- i 





Fa i 


ETIMOLOGIA E- SINTASSI 2195 
persino nella minima parte del loro andamento si trovano l' u- 
na perfettamente “ul all’ altra. Non potrebbesi già dir lo 
stesso de’ verbi in IRE se a qualcuno venisse nell’ animo di 
firne due conjugazioni separate, imperocchè i verbi in sco, 
nella formazione de'tre tempi presenti, indicativo, soggiuntivo 
ed imperativo, da quelli in o notabilmente differiscono. 


PRIMA CONJUGAZIONE IN ARE. 





COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 








c—TT_TrFTTT<TT= | «ce 








MODO 
INFINITIVO |Lod-àre | ..... depone 
PARTICIPJ 
Pres. o Attivo —ànte |..... cd Per er tie i 
Pass.o Passivo —àto ff... e EEE 
GERUNDIO =a0do° ‘Puos ut det ae Paleari Soa sa 
MUDO 
INDICATIVO | 
Tempo Presente —o (1) EER INA II: 
—i (2) tarde i REI PI 
—a (3) . e » “ o 06 è è è 0 è e è 


(1) Ne’ verbi giocare, sonàre, tonàre, e forse in alcuni altri consi- 
mili, la vocale o cambiasi in wo dittongo, ogni volta che l’accento tonico 
cada in sulla prima sillaba, lo che ha luogo in tutte le persone sing. e 
nella terza plur. de’ presenti indic., sogg. e imperat., come suono, suoni, 
suona, suonano } suoni, suoni, suoni, suonilro; suona, suoni, suoninò : così 
iure giuoco ec., luona ec. , 

(2) Ne’ verbi che escono in ciare, chiare, giare, gliare, questa persona, 
come pure le persone singolari del presente soggiuntivo , si formano tron- 
cando semplicemente la desinenza radicale are, come da baciare, mac- 
chiàre j mangiàre, fagliàre, si fanno baci, macchi, mangi, tagliec. Fac- 
ciasi lo stesso negli altri verbi in are la cui prima persona del presente 
indicativo termini in i0 di una sillaba, come a cagion d’ esempio cam- 
biare che fa cambio, cambi, e così gli altri. Ma ne’ verbi in iare, la cui 
desinenza io faccia due sillabe, le persone suddette formansi ricevendo un 
i agginato a quello che lor rimane dalla voce radicale, come da inviàre, 
obbliàre, spiare ec. si formano io invio, obblio, spio; iu inci, obblii, spiù, 
ec. Terminano parimente in doppio i le persone anzidette de’ verbi «//e- 
erkre, cariàre, odiare, scrivendosi aMlèvii, vari, odii, per distinguerle dalle 
stesse persone de’ verbi allevare, varàre, udùre. 

(3) '[ralle numerose libertà, che fuori d' ogni regola grammaticale, i 
nostri poeti s' arrogano, o per favoriv la rima, o per tale o tal aliro co- 
modo di verso, si è certamente una delle più notabili quella di cangiare 
in e le desinenze a edi, luna della seconda, l’altra della terza persona. 
singolare del presente indicativo. De ch’ io ‘ntèsi quell’ anime offènse, 
C%/iinài’1 viso e tanto'l lenni basso, Fin ehe ’1 poèta mi disse che pense ? 

Gram. Ital. 26 


194 PARTE TERZA 
r———22—________É____—_—rT—T__—_—__—_—_—m—_—r_21T_____ _ 














COMUNE AKTIQUATO POETICO ERRONKO 
MODO =—— ee _————_—@ 
INDICATIVO 
Tempo Presenie|Lod—iamo (4) —àmo ire sboala giga 
—ale ea 000 00 os 000 e 00000» 
-—-àN0 sine ce ele. ee 0 0 o 0 ec c è. +—— Ono 
Imperfetto 0 —aàva, —àvo L, 0 0 e 0 0 è. e e è o 0 0 © o 0 ec e cs 0 o 
Pendente (5) 





— Àvi . e ec ec e e e o»0 0 oso o e 0s0 e è e è.» o 0.0 ss 0 o 


—àva e e 0 o oo oso o. e e s a 0 èe.°. © e eo ® oc os0 o 


D. Inf. 5.—E quel frustàto celàr si credètie Bassàndo *l viso, ma poco .. 
gli valse; Ch'io dissi: tu, che Y occhio a terra GETTE ec. ld. Ibid. 18.— , 
Ma quell’ aliro volèr, di ch'? son pieno, Quanti press’ a lui nàscon par 
ch' aDUGGE: E parle il tempo fugge ec. Petr. canz. 3g.—Già polrèste sen- 
Îir, come RiMBOMBE L' allo rumor nelle propinque ville D' urli, e di cor- 
ni, e rusticàne trombe. Ar. Fur. 24. 8.—Quando seguire il mio piacère 
v AGGRADE: Faroi pagàni, e per lo nosiro regno Conira l' empio Buglion 
mover le spade. Tas. Ger. C. so, st. 69. 

(4) Ne' verbi, che escono in care ed in gare aggiugnesi una A alle 
desinenze che cominciano con i o con e, cioè, a quelle della seconda per- 
sona singolare e della prima plurale del presente indicativo: di tutte le 
persone del futuro, del presente soggiuntivo e del condizionale: della terza 
persona singolare, e della prima e terza plurale del modo imperativo, come. 





——————+—+—+&6—_—€€- ee cenni 














INFINITO PRES. INDIC. FUTURO PRES. SOGG. CONDIZION. 
Peccàre Tu pecchi Peccherò | Pecchi ,  |Peccherti ci 
._|Peccherài ’ {Pecchi Pecchertsti : 
Peccherà — —|Pecchi Pecchertbbe | 
Noi pecchiàmo|Peccheremo {Pecchiamo —|Pecchertimmo 4 
Pecchertte è |Pecchiàte Pecchertste di 
- |Peccherànno |Pècchino Pecchertbbero ‘. 
| i 
Pagàre Tu paghi Pagherò Paghi Pagherti A 
i Pagberài Paghi Pagherèsti x 
Pagherà Paghi Pagherébbe i 

Noi paghiàmo[Pagheremo Paghiàmo Pagherèmmo 

| | Pagherete . |Paghiàte Paghereste 
Pagherànno |Pàghino Paghertbbero 


Non è ciò che un mero cangiamento ortografico, pralico per non togliere 
alle consonanti c € g l’articolazione gutturale che hanno nella voce ra- 
dicale del verbo. n. 

(5) Discordi son® i grammatici intorno alla legittimità delle desinen- 
ze avo, evo, ivo: chi, avendole per intruse, come idiotismi ed errori, le 
rigetta, non senza convenire però che le medesime si son fatte comuni 
mel parlare e scrivere famigliarmente; altri a dirittura Je riconoscono 
come legittime al pari delle desinenze ava, eca, iva, perchè molti, e 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 195 











COMUNE 







ANTIQUAT®O POETICO ERRONEO 







—eces “co enetagg e | Copper 







MODO 
INDICATIVO 
ImperfettooPen-|Lod—avàmo a urne eroi i 
dente —avàte LL o i —àvi 
—àvano RENEE EEE ME —àvono 
Passaloperfetto,| —ài AES EA 
‘0 definito 


de trecentisti e de’ cinquecentisti autori liberamente usavanle, credendo 
che dovesse arrecar vantaggio alla lingua una più regolata distinzione 
della prima persona dalla terza, e che con ciò ogni luogo dî equivoco 
venisse tolto; altri infine, tra i due estremi adottano una via di mezzo, 
tenendo come più regolare l’uso delle desinenze ava, eva, iva, delle quali 
riconoscesi esser mai sempre stata costante la pratica perchè ad esse con- 
formi sono i testi de' più accreditati scrittori, e collocando tra le anti- 
quate le desinenze avo, evo, ivo, le quali, come che non siano da riget» 
tarsi affatto, pure, perchè di rado veggonsi usate dagli scrittori del buon 
secolo, non possono considerarsi egualmente autorizzate che le tre prime 
terminazioni, | 

Ognuno, che con cogaizione di causa disamini imparzialmente 
queste tre opinioni, convenir dovrà che olire il gran numero d' e- 
sempj di accreditatissimi scrittori’ cinquecentisti, e 'l1 frequente uso nel 
parlar famigliare, la ragione, il buon senso, e’! vantaggio della chiarezza 
seno dalla parte della seconda opinione, alla quale i fautori della, pri- 
ma, lor malgrado, e senza saperlo, in parte si appigliano, in confessan- 
0 le desinenze avo, evo, ivo, essersi fatte comuni. Obbiettasi per lo più 
foniro a queste terminazioni, il molto maggior uso che fecero i padri 
della lingua dell’ opposte desinenze in a, al quale argomento, il più fot- 
le che sappiano portare i nemici delle prime, si può rispondere, che quei 
Padri, anzichè studiare il carattere che andava sviluppando la nascente 
Iigua volgare, e procurare a questa tutti i vantaggi e comodì de’ quali 
*$Sa , secondo quel suo carattere, era suscettiva, troppo aveano l’ animo 
Fivolto ancora verso la moribonda latina, reputando quasi eresia tutto 
Cio che nella prima non coincidesse in certo modo coll’ altra; quindi , 
*ppunto perchè ne’ verbi latini la vocale @ trovasi in tutte e tre le desi- 
lenze singolari dell’ imperfetto indicativo (bam, bas, dal, le quali per 
altro a hastanza l'una dall’ altra distinguonsi per le tre diverse conso- 
Banti finali, da von lasciar luogo a temere di equivoco .nel discorso) la 


_ Bessa vocale x, dovevasi pur trovare nella prima e terza persona singo- 


are del medesimo tempo ne’ verbi italiani (non è poco che abbian con- 
ISceso a dare un 7 alla seconda persona ) mettendo in non cale |’ equi- 
Yoco che può nascere dall’ indistinzione tra la prima e. terza persona, le 
quali soventi volle non si ravvisano se non che, o dal contesto, o dalla 
Presenza de’ pronomi personali i0 ed egli. | 

Del rimanente, comunque abbian fatto i padri delle lingua o benc o male, 


Xguendo anche in questo narticolare come in tante altre cose Je tracce della 
“agua latina, noi, aderendo a tutte le ragioni addotte da quei della seconda 


Opinione, siamo persnasi le tre uscite in 0, esser buone egualmente che quelle 
Ma, accanto alle quali le abbiam poste nella colonna delle comuni, lascian- 
al criterio dell’ intelligente .il far uso, o delle une @ delle altre, se- 


. PARTE TERZA 


“ 


196 


: : = - -_— 






COMUNE , | ANTIQUATO POETICO ERRONEO 





MODO 
INDICATIV J 1 
Passato perfello| Lod —àsti ° 0.000. 
o definilo —ò ri ves 
—àmmo —aàssimo 
—àste —aàsti 
—àatrono —oònno, — 
òorono, —àra- 
no, —òrno, — 
arno 
Fuluro —erò (7) —arò, — 
errò 
—erài toni È 
—era —arà , — 
errà 
— eremo —arèmo 
— erèle —artte 
—eranno 


—arànno 


condo che più lo convincano le nostre ragioni, o quelle degli avversarj, 
le quali, siam certi, non molti proseliti faranno se tutte sono così poco 
persuasive, e concludenti com’ è quella del Cav. Compagnoni « E chi non 
vede, domanda egli, che se AMAVO, LEGGEVO, SENTIVO, e simili, fossero 
voci regoluri, non sarebbevi difficoltà aleuna onde nel plurale non si aves- 
se AMAVONO, LEGGEVONO, SENTIvONO? ()r io pure domando: chi non vede 
che, ove «a causa delle desinenze ava, eva, iva, non abbia d'altronde già 
il patrocinio di molti, l’ allegata ragione, come conseguenza dell’ uso 
contrario, più male che bene le dee recare, fosse anche solo per la sua 
inconsistenza, e per l'assurdità della supposiziotte? Cosa risponderebbesi 
a chi, partendo dalla forma della prima pers. sing. del pres. indic. amo, 
leggo, sento, € simili, avesse per irregolari le voci amidmo, leggiàmo, 
sentiàmo, e supponesse doversi in vece dire e scrivere, amzi)mo, leggiomo, 
senliomo? 

(6) E questa ùna contrazione di /oddsfi, e del pronome #u, maniera 
talora praticata dagli antichi se non forse in questo verbo, almeno in 
altri della prima conjugazione. 42 tempo del diluvio alcùna setta. Perchè 
LASSASTU’ rell'arca ec. Anton. da Fer. R. Ant. 

(7) I vetbi in ciare e giare, perdono la i in tutte le persone del fu- 
turo e del condizionale, per la medesima ragione che già si è data, discor- 
rendo della formazione del plurale de’ nomi in cia e gia, cio e gio (vedi 
la nota 1 del Cap.-HI. Sez. IT). Onde scriviamo dacerò , bacerèi ec. ; co- 
mincero, comincerèi ec. ; lascerò, lascerèi ec.; alloggerò, alloggerèi ec. ; man- 
gerò , mangerti ec.; da Baciùre, cominciare, lasciare , alloggiàre, man- 
giure cc. 


I 





A = » 
x —=rr_—————_—— rr 


MODO 
SOGGIUNTIVO 


ETIMOLOGIA F SINTASSI 





Tempo Presente|Lod—i 


Pendente o Im- 


perfetto 


MODO 


CONDIZIONALE] 
Tempo Presente 


MODO 


- IMPERATIVO 
Tempo Presenie 


Futuro 


— 1 V 
—i 
—iàmo 
—iàte 
—ino 
—àssi 
—àssi 
—àsse 
—àssimo 
— àste 


—àssero 
Ve 
— erti 
‘ n 
— eresti 
— ertbbe 


— erèommo 


— eresle 


— ertbbero 


— erétte 
—eranno 





“* —assono , 
àssino 


| ANTIQUATO 
"| 


SNO ST SE 


" —erebbono 


POETICO 


—eriuno , 
—erleno (8) 


197 





ERRONEO 








—arài 
—arà 

e * è ss. é 
—artte 
—arànno 


(8) La desinenza erìa per erèi, cioè di prima pers. sing., bisogna lasciar- 
la a' poeti , i quali nè pure ne fanno frequente uso; ma la medesima desinen- 
za per erèbbe, come purè ertano e erieno per erèbbero , non solo in verso, 


stor. 3.—Segn. pred. 32.—Castig]. Cortig. 9. ec. 


(9) Rendo avvertito lo studioso, e sia detto anche pe 


«ma anche in prosa sono usitatissime. Vedi Bocc. nov. 7,e 94.—Tac. Dav, 


’ verbi ausiliari 


198 PARTE TERZA 


SECONDA CONJUGAZIONE IN ZA5. 
rr ——r—_—_—_————_——__———————_—_—_T_TT_T_—_—_—_———@—n 





COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 
—-rrr_o__ee | ——- 
MODO 
INFINITIVO |Ceéd—ere RR Leila nasa 
. PARICIPJ 
Pres. o Ailivo —tnte Lego ae e 
Pass. o Passivo —uto o 0 è 0 0 0 | Cesso (1) TAZZA: 
GERUNDIO — ndo e 0 0 0 0 0 0. 0 0 0 0 0 o. a è è 0 00060 
MODO 
INDICATIVO 
Tempo Presente} —o (2) va eee ea ae 


—_] o ss o 0 o oso o» . 3 è è è oe o. e d 0 0 è 0 » 

— @ o_o. s0 os» . o . o eo * e e eo » o e eo s q 0» 
. LI 

— làmo —tmo o 0.0 0 e 0 e e 0 0 0 < 0 00 

— tle ° e << 0 © o o» e 0 0 e 0 0.0 . e 0.0 0 0 0 0 


+—"Ono € e 0 0 e € o» 0 0 0 eo e e ,0 —2aN0 


2ssere ed avère e per tutti gli altri verbi regolari o irregolari, che, ove 
i comando, il consiglio, îl prego ec. fosse in senso negativo, e perciò richie- 
« desse l' accompagnamento della particella non, egli è una delle più rimar- 
cabili proprietà Sella lingua italiana di esprimere questa seconda persona 
singolare del modo imperativo colla voce dell’ infinitivo preceduta dalla 
particella non, onde diciamo: Non avere paùra; non èssere così ostinàlo; 
non lodàre ; non credere la ial cosa; non mi toccare, non far cio, non 
pèrdere îl tuo tempo inutilmente ec. in vece di Non abbi, non sù, non hdi, 
non credi, ren mi tocchi, non fa ciò, non perdi ec. 

(1) Vedi nota 6 della pres. conjugazione. 

(2) Occorre avvertire, che nel prospetto dei quattro verbi regolari, 
eccetto in quello della prima conjugazione, la sola prima colonna, quella 
cioè delle voci comuni, debbasi ‘considerare come generale a tutti i verbi 
della stessa desinenza radicale, non già le altre tre, le quali ne' verbi 
noi dati come modelli della gecouda e terza conjugazione, possono bea 
contenere moltissime voci antiquate, poetiche ed erronee, e le stesse c0- 
lonne degli altri verbi averne pochissime o non averne punte, e inversa 
mente. Sia di ciò prova il verbo Credere, che fu dal Mastrofini, e dietro 
lui dal Compagnoni scelto come norma degli altri verbi della seconda con- 
Jugazione, e le cui colonne sono zeppe di voci antiquate, poctiche, ed 
erronce di si strana conformazione, che sarebbe esser privo di ogni senso, 
il volerle adattare agli altri verbi della stessa cadenza; e pure non sà- 
rebbe già cosa sorprendente che uno straniero, leggendo le voci antiquale 
del verbo Crèdere, datogli come regola, creo, crio, creggio, cre’ e simili 
altre anticaglie di questo verbo, volesse far derivare le stesse storpiature 
dal verbo Cèdere, per esempio, o da altro verbo in ere, formandosi ceo. 
cio, ceggio, ce’ ec. Ed è appunto in contemplazione di ciò, che mi son fat- 
to lecito di scegliere, qual modello, un altro verbo, più regolare anche nel- 
le suc voci antiquate e poetiche, riserbandomi di parlare altrove del vere 
bo Credere, e delle antiche sue anomalie. 


n 









COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 


1 


MODO : 
INDICATIVO 
Imperfetto o {Ced—tva,-tvol ....... —èa dle 
Pendente (3) 
—tvi sfera lago ti 
—tva Posa —ta (4) dana 
—evàmo 00008004 a a RARA 
— evàte È Na - 000000 evi 
—èvano —ieno —èano .=revono 
Pessaloperfello,| —ti, —tttij ....... |Cessi (6) Ei 
o definito (5) 
— sti sunt |nella a 
te, —tlte | ....... —to, Cessìt ......, 
— timmo - 0000000600, Cossamo,— 
tttamo, —ts- 
simo 
— éste ie Rea RS 
—trono, —| —tttono —tro, Ces-! —èrno, — 
ettero sero ènno 
‘Fuluro —erò —eràbbo, |... 0.100 
eràggio, —erde| 
—rò 
— erài e cede 0 60 0 0 0 8 0 0 0 6 è 0 0 0» 
— erà “era; ràl's deu pil variano 
sereno il'uuicia d ai RSaa 
—ertte — errète pata aaa ei 
bi —eranno —ranno . e 00 0 0 0 eh e 00000600 


(3) Veggasi la nota 5 del verbo Lodàre. i 
. (4) Riguardo a questa desinenza veggasi la nbta 16 nella conjuga> 
none dell’ ausiliare Avere. 
(5) Puossi l’ una o l’altra di queste due desinenze, cioè ei o elti, è 
0 elle, erono 0 etero sì in prosa che in verso indifferentemente adope- 
fare. Sonovi per altro non pochi verbi, e a suo luogo li farem conoscere, 
' quali per 1° asprezza di suono, che darebbe loro la seconda desinenza, 
ton ricevon maî se non che la prima. 
(6) Cessi e cesse in vece di cedèi e cedè, e cesso in vece di cedùlo, 
tono voci da lasciarsi a’ poeti, e appena a questi accordano i grammatici 
uso di cesso; per la sua omonimia col nome di cesso ( per timore di 
uzza, dice il cav. Compagnoni ). Alfin con gli altri insieme ei si ristrìnse 
entro ai ripari, e la vittoria CESSE. Tas. Ger. 7, 121.— Come pariènda 
affitto tàuro suole, Che la giovènca al vincitàr cèsso abbia. Ar. Fur. 27, 111. 
la i suoi composti alcuni ve ne sono che qua e là presso gli antichi tro- 
‘ansi nel passato definito colle desinenze essi, esse, èssero, e nel partici- 
Pio passato colla desinenza esso, come concesso, concèssi, concèsse, concès- 
Mero; successo, succèssi, successe, sucessero ec. Sempre però procederà me- 
glio e più sicuro, chi si tiene alla regola. - 






- 


POETICO ERRONEO. 
MODO ì 
SOGGIUNTIVO ° 
Tempo Presente|Ced—a DARI I 





—iamo 











. —làle è dhe o isa a dr eni e eye a 
—ano ansia rp —ino 
Pendente o lm- — essi VE IRE PENNINI, (PP RR 
perfetlo —èssi Ri n'e 000] —è$80 
— è sse MEP, Re e 
— èssimo è è 0. e . da dilata 
—tste. PURO MESE — esti, — 
ssi, —Ussivo 
MODO — ètssero "— essono sasa 9004 
CONDIZIONALE —èsseno — 
Tempo Presente — certi I” ; —eria —ercbbi 
—ertsti Lasi RI CETTE 
—er:bbe "RR I er n 
—ertmmo | ... , diro ana — ertbbamo 
—ertsle EEE DIO — ertsli — 
ercssi 
MODO —ertbbero| “—cerebbono,| —eriano — erthbano 
IMPERATIVO —eriono 
perno robeniai-< «o. si Llano ona Lx BPEP 
» —itu (8) rei be E braa EI 
—a x e . ° e "BRORa 
— iaàmo a SI è è; > od- 
—éte PRO AREE: OR NE: 
—ano PE : > — ino 
Futuro SANTE DI PER O Duo 
Er >; INZONO! COOP LO E O SO i 
— erà a TE EE à 


(7) Sono pur pomi di eterna discordia tra i grammatici le due dest- 





nenze a e î, di questa seconda persona singolare. Chi la seconda desinen- 

za riconosce come la sola buona e comune, segnando ]' altra tra le erro- 
nee, chi è d’ opinione affatto contraria; chi ambedue le ammette, volendo 
però che nell’ uso la seconda desinenza preferiscasi alla prima, perchè Più 
regolare, ponendo essa un divario tra la seconda, e le altre due persone |. 
del singolare. Io credo che dietro a’ molti esempj, i quali dell'una € del- È. 
l altra desinenza trovansi ne' classici autori, si possa tenere entrambe per. 
buone, e lasciave al criterio di chi intende |’ adoprare, secondo che meglio © 
all’ orecchio gli suoni, o l’ una o l’altra. Per l’ uso della desinenza a, ved! 
Bocc. nov. 1.—1d. nov. 49. — Casa Galat. c. 27. — Ar.-Fur. 32, 45.7 


Benv. Cell. 284. ec. Per l° uso della desinenza :, vedi Amm. aut. 4» 
Albert. c. 25. — D. Inf. 12.—Id. Purg. 33. — Petr. canz. 8. ec. 


questa regola a tutti i verbi della seconda conjugazione. 
(8) Veggasi la nota g del verbo Zodàre. 


Ie 


Estendesi 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 201 








cs Ttet111t_—1241mÀ1__Tr____—_—____——____r___ 
COMU NE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 
î ? _—ntzzh121112A.A.—ccr_rcr"r—==" —puo 
MODO 
IMPERATIVO 
47-75. SQMMADIO A POOR RE CI IVI ARI RON, NET ai 
Ged-céra: Luini ai al ieo 
— erànno 0 0° 0.0 è . è » e 0° * a. è è. e 0 0 0° 0 è 
_# ———r—r——eorr-r-e£rec: EF... -.!- 


TERZA CONJUGAZIONE IN IRE 


PRIMA CLASSE (1). 







COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 



















i ARRIVO: ils duo Parker ea A 
qù 
N | PARTICIPJ 
Pres., o Attivo RE EE TO ; 
male, | bagarre Lisa IP raleaà 
i Fanco Pool Ao boia aaa pasa 
". GERUNDIO so Pons Pep 
|» MODO 
INDICATIVO 
Tempo Presente —o |....... Mr ci iii 
1 MO DC VETTE: PE 
== NNO TOTO RT OT 
—iàmo "=>. :.:(1 NNO! (C'E SE SO MI 
sl | Biba isa e RT 
«Ue RIS Posa —ano 
Imperfetto o alii Nar PTO RE ET Me VASO STTTI 
Pendente —ivi vo sd sE ia li 
lo © ana | n ae 
“=DNand Tocai danni 
A PREV (rione Pena —ivi 
—ivano . —ieno —ivono 
| Pass. perfetto, 0 
© definito —li —i 
È seu ‘dIievrsaslasbtaba i è Sie Bri 
È —ì —ìe —itte 
f —ìmmo CTTERTSTTO PERE —issimo 
“ sull (Frs Cee vai — isti 
=1rond dica ia —iro,—ir —inno, — 
; ìrno 


(1) Vedi Cap. VIII della pres. Sez. 
Gram. Ital. 27 


. MODO 
INDICATIVO 
d’uluro 


MODO 
SOGGIUNTIVO 
Tempo Presenlie 


Imperfetto , o 
Pendente 


MODO 
CONDIZIONALE 
Tempo Presente 


MODO: 
IMPERATIVO 
Tempo Presente 


Fulure 


— irtte 


‘ PARTE TERZA 


COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 
crceNg scene eo TE 
Dorm—irò «essi 
—irài ica ala 
—irà du 
—irèmo PR 
—irtte RARITÀ 
—irànno Ét.....600 {oesveosoo Loss, 
——à 0 A 
2 GC LÀ —«i FT. 0 he 4000 
—a —i 
—Jàmo vt 
—iàte da ai 
—ano —ino 
—issi — ss 
— ssi dual 
—isse vlad 
DES (3:11! (INNO GI RT RN AT 
—iste —isti, —issi 
—ssero ET 
— irei sa 
— irésti La 
—irtbbe . @ è. 008° 
— irtimmo —irtbba- 
mo, — iriamo, 
— irtssimo 
—iréste —irtgli,— 
irtssi 
‘ —irtbbero ) j 
—1otuo= |<. 6 60000 oe 00000 00 
—a } 
—iàmo — |... 1000000 et 
alle eriadan 
—ano 
—irài tu T.60.0600. fede 0 0 ef 
— irà i 


. 
e e 0 00‘ 


—.irànno 


0 
e 006000‘ 








i 
i 
4 


i 





ETIMOLOGIA E SINTASSI 203 
TERZA CONJUGAZIONE IN IRE. 


SECONDA CLASSE (1). 











COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO 
————nn | ——Oq | »___ _—_—_—— &— 
MODO \ figa e en 
INFINITIVO Imped—ire SEE RO SE LR: sie 
PARTICIPI 
Pres., o Aitivo Mat (a) Dini 4 , 
Pass., 0 Passivo| -—ìito ua srata è RE E 
GERUNDIO —èndo coreane d'a i ue 
MODO 
INDICATIVO | 
Tempo Presente| --isco IF arnA4R bLarianicali ese, 
—ìsci e ‘e dann da ea © a e è e 
—isce TRE N A) SEE di a 
—iàmo —imo - ++ 0 + + «| —ischiàmo 
— e © Loti SRO (EI 
SMEG Lui Lapidi sù —iscano 
Imperfetto o —iva, —ivof ....... —ia PRi 
Pendente —Ivi sù RIGORE IE 
—iva EE E PEER —la ns. 
—ivàmo dala è) LA ep 
—ivàte GERE RIE —ivi 
—ivano AA d dev —ivono 
Passato per- —li —le lu Gabetti 
fetto, o defi- —ìsti PRE cas a da Ra 
nito —) LP — lo ILICICITE 
—immo l.....,. SA RP SEITE —issimo 
—iste APR SPACASI RI. RAPIRE Re . .| —ìsti 
—irono PRODI —ìro, —lr —inno 
Fuluro . —irò n DIL a 
—irài cogne i Te coke sa 
—irà —iràe RETI SAEICOO 
—-irtmo li... + ENT a E EE 
— irtte POS Ri a o e. è; dal der 6 e ce ee té ®. 
—irànno eee fee pr 


(1) Vedi Cap. VIII. della pres. Sez. 

(2) Occorre avvertire che tra i verbi di questa seconda classe, ve ne 
sono molti che hanno il loro participio presente in erzfe in vece di lente, 
tali sono: Abborrire, appetìre, assorbìre, attribuire, contribuire, costituire, 
costruire, differire, digerìre, distribuìre, fallire, fruìre, proibìre, putìre, re- 
iIrbure, ruggìire, scolpire, suggerìre, e forse alcuni altri. 


204 


. PARTE TERZA 





MODO 


SOGGIUNTIVO 


COMUNE 








Tempo Presente|Imped—isca 


— sca 
—isca 
—iàmo 


—iàte 


ANTIQUATO 








POETICO 








ERRONEO 








— ischiàmo 
—isciàmo 
—ischiate 





—iscano SE ener lati —ischino 


— ssi e 0006 0 00 e 0 0 a 0 0 

—issì e e e e s 0 s e 0.0 e 0. è. 

—15s€ dirai i a La ua 

—issimo LD dea) See 

—iste Dogali gie dea fr 

—issero “—issono,—| ...... 
Issino 


Imperfetto , © 
Pendente 


o 0 o s 0.0 @ 
—issi 


—isli 


MODO 
CONDIZIONALE 
Tempo Presentel —irti ai —irla TE 
—irésti ene Level 
—irtbbe Va a 


—.iremmo 0 0 e es s 0 * ® o». . 0) so è. 


— irtbbamo, 
— iressimo 
— irésti,— n 
irtssi i 
so XX “a ita 
—iriano, e 
—irleno ls 


MODO . 
IMPERATIVO x 
Tempo Presente! ....... 000. Lei... 
. —isci tu iaia PIPIERESA ale 
—isca . EER La A 

—iàmo —ischiamo © 

—ite € 0 0. 6 0 è. 0 è . o e 0600 È 


i i —iscano e 0.0.0 0 0 0 e 0.0 0 0.0 0 è —ischino 


— irtste e e e s 0 0 0 * 0. 0 0 0.0 1. 


*—.irtbbono 


—irtbbero 


.F'utura o 0 0.0 0.0 0 0 0. e 0. 0 0 0.0 0. € 0 0 « 0 » oe i 
— iràl tu o 0% 0 0 0 0 e sc 
—irà 


e 06. e 0 0 £ e e 0 è e 0.0 » e 0 e 0 0 0. e 0600 
— iréte © 0 0. 0 0. 0 0. e di vd 0000 
—irànno e è 6.0 0 è 0.0 e. è. 0 0 0.0 . e St A 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 205. 
CONJUGAZIONE DE’ QUATTRO VERBI IRREGOLARI IN ARE 


CIO 
ANDARE, DARE, STARE, FARE. 


s 


MODO 
INFINITIVO (1) |Andàre (2) [Dare (3) Stare (4) Fare (5) 


(1) In questi quattro verbi anomali della 1ma. Conjugazione, come pure 
in tutti i susseguenti della 2a. e 3a. Conjugazione, nell’ esporre i quali, 
| ilbisogno di esser breve non mi permette di continuare lo stesso metodo, 
* da me tenuto nella esposizione dei due ausiliari, e de’ quattro modelli 
de verbi regolari, quelle voci che debbono riguardarsi come antiquate sì, 
ma non tanto fuor d’ uso da non potersi qualche volta adoperare, saran- 
no segnate con asterisco; quelle che, quantunque sieno più del verso che 
della prosa, pure, anche in questa, ove |’ uso loro cade in acconcio, pos- 
sonsi tollerare, saranno impresse con carattere corsivo ; finalmente avran- 
no amendue i segni suddetti quelle, 1’ uso delle quali non è permesso che 
a'peeti. In quanto alle altre anomalie antiche veggasi la nota 26 del Cap. VI. 

(2) Questo verbo considerato di per sè non è punto irregolare, im- 
perocchè tutte le sue ‘voci che dalla radice lor propria andare, discendo- 
no, toltane la sincopatura del futuro e del condizionale, hanno le loro 
desinenze come il verbo Lodare. 11 despota delle lingue però, l’ uso ca- 
priccioso e irragionevole, rendè, ab antico già, questo verbo difettivo, ri- 
gettandone quattro voci de’ presenti indicativo e soggiuntivo e tre 
 dell’imperativo, per supplire alle quali, conciossiachè è il verbo andòre, 

uno di quelli che nel consorzio umano ad ogni ora occorreci avere in sul- 

le labbra, vollesi, anzichè usare le voci proprie e naturali del verbo @7- 
$ dare, aver ricorso ad un verbo straniero, del medesimo significato, che è 
5: 1 verbo latino cadere. Apparisce per altro da diversi esempj degli anti- 
x chi, che non sempre il verbo andare sia stato difettivo, o almeno, che 
siasi fatto uso talora di qualcuna delle voci, proprie di questo verbo ne’su ac- 
cennati tempi. I! Cielo si abbandona E per terra si ANDA. B, Jacop. Lib. 
6, c. 5. — Or vo? che sappi innànzi che più ANDI. D. Int. 4. — Besso quando 
ANDI alla città sanèse, saluta per mia parte ciascun Besso. Burch. 2, 61. — 
AnpaLo ad impendere. Nov. ant. 83. In quanto ai due composti di anda- 
re, cioè riandàre, e trasandàre, pare che il primo nel significato di An- 
dar di nuovo, abbia |’ andamento suo eguale a quello del suo semplice, ma 
nel significato di Rim.è/ter nella memoria, esaminàre, consideràre di nuo- 
co, abbia tutte le desinenze del verbo Lodare, dietro il quale si conjuga 
parimente l’ allro composto frasandàre. Alcuni grammatici, come pure il 
Pistolesi, confondono colle voci del verbo andare, quelle de’ verbi difettivi 
gire, e ire; ma il Mastrofini riguarda questi come verbi affatto distinti : 
pensa pur così il Compagnoni, e noi non crediam far male di esser della 
stessa opinione, e però al lor luogo ne parleremo separatamente. 

(3) Come il verbo Dare procedono colle stesse anomalie addàrsi, e ridare. 

(4) Procedono come sfare, i seguenti composti del medesimo verbo 
ristàre, instàre, ristàre, soprastàre, conirastàre, ma quest’ ultimo solo 
nel significato di star contro, cioè di resistere, opporsi, contrariàre , im- 
perocchè in quello di Gareggiare, o di Negare altrui con conililto , sia 
con parole, sia con atti, una cosa, egli conjugasi regolarmente come .Lo- 
dàre. Uslare ha sempre un andamento regolare. 

(5) Questo verbo, che è uno de’ più irregolari che abbia la lingua 


Ci 


206 PARTE TERZA 





PARTICIPI 
Pres., o Attivo|Andànte Dante Stante Facènte (6) 
Pass., o PassivolAndàto Dato Stato Fatto 
GERUNDIO |Andàndo Dando Stando Factndo, fac- 
cendo 
MODO 
INDICATIVO 
Tempo PresenielVo, vado Do Sto Fo, faccio 
Vai Dai Stai Fai, faci 
Va Dà Sta (7) Fa (7), foce 
Andiàmo Diamo Stiamo Facciàmo 
Andate Date State Fate 
Vanno; van (8)| Danno Stanno Fanno,fan(9) 


Tempo Imper- 


fetto,o lPendenielAndàva, andà-|Dava, o da-iStava, stavo Factva, fact- > 


vo (10) vo (10) (10) vo (10),fe : 
cèa a 
Andàvi Davi Stavi Facèvi » 
Andàva Dava Stava Factva,faco |, 
| "fea 
Andavàmo Davàmo . [Stavàmo Facevàmo(11) 


italiana, non è altro che una sincopatura dell’ antico verbo fécere, il qu {. 
le, giusta la sua desinenza, era della seconda ‘conjugazione. I composti di 1° 


suefàre, confàrsi, contraffàre, disfare, liquefàre, misfàre, rifare, sfore 
soddisfare, sopraffare, slupefàre, procedono nella stessa maniera. 

(6) Gli antichi dissero sovente faccèrnte. I servi sono come i loro # 
no: gli fanno fare e ubbidiènti e FACCENTI. Agn. Pand. 66.—Ed è un'at 

ra manièra d’ uve ec. FACCENTE nobile vino. Cresc. 4, 45. — Con so 
lilissimo velo e purpùreo FACCENTE al chiaro viso graziosa ombra. Box. 
Amet. ar. 

(7) Debbo avvertire che nelle voci bisillabe formanti la 3a. person? 
sing. del pres. indicativo de’ verbi composti Dare, fare e stare, sì 3pp0* 
il segnaccento in sull’ & finale acciò non nasca alcun equivoco con alle 
voci anonime, come : Ridà , rifà, confà, disfà, rislà, contrasta € Ta- 
luni il mettono pure in sull’ o finale di ridò onde non confondere questa 
voce con la 1a. persona sing. del verbo ridere, rido: proteriscesi peî° 
soddisfà e soddisfa , e da queste due maniere di pronunziare dicesi anche 
soddisfànno e soddisfano. | 


(8) Dante usò vonzo per vanno. Quegli altri amòr che diniorno gli . 


vonnmo. Par. 28. 


(9) 11 tempo presente del verbo fare ha in oltre le seguenti voci ab” 


tiquate, oggimai bandite per lo meno dalla prosa, non potendosi certa 
mente prescrivere al poeta il non adoperarle: facio, foe, per fo; f904 
per fai; fae per fa; faciàmo , facèmo, facciàno per facciàme; 
per fale ; fàceno , fàciono , fàcciono, fano per fanno. 

(10) Veggasi la nota 5 a pag. 194 

(11) Ha pure questo tempo del verbo fare alcune anticaglie da 02 

rsi, come facèi per facèoi; facìa per facèva; facciavàmo, faccevamo 

per faceoàmo; facciavàle per facevàte ; sono poi errori del volgo, /#9 


Lo 





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A i a 


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ETIMOLOGIA E SINTASSI | 207 


_— 1r—rrr————=—<—  u  jiwWwW.I«J_—te—@@gceec 


MODO 
INDICATIVO 
Tempo Imper-{Andavìte Davàte Stavàte Facevàte 
fetto, o Pendenie|Andàvano Dàvano Stàvano Factvano, fa- 
cèano," fèe- 
ano, * facì- 
eno 
Tempo Perfetto |Andài (12) |Detti, diedi(13)[Stetti,stei(14)|Feci, fec’ io 
o Definito |Andàsti Desti Stesti Facesti, festi 
(15) 
Andò Dette, diede, [Stette, sfe |Fece, fec’ egli, 
diè fe' 


per facèoa (1a. pers. sing.); facèmio, faceàmo per facevàmo; facèvi, fa- 
ceale per facevàie ; facèvono per facèvano. 

(12) Molti sono gl’ idiotismi di questo tempo del verbo andare da 
sfuggirsi come fuor d’ogni regola, cioè: andièdi e andèiti per andài; an- 
dèsti per andàsti; undiède e andètte per andò ; andèmmo , andièdemo, 
andòommo, andèitlamo, e andàssimo per andàmmo ; andàsti per andà- 


» ste; andòrono, andàrano, andonno ; aundièdero, andètiero, andèttone 


per andàrono. 

(13) Attribuisce il Mastrofini al verbo dare oltre le duc maniere co- 
muri di uscire nel passato definito , cioè detti ec. e diedi ec. una terza 
maniera cioè , dii, diè , dièrono, alle quali voci pare anche che voglia 
concedere la primazia sopra le altre, collocandole in primo luogo. Ma in 
una sua nota, dopo aver fatto l’apologia del diei come voce naturale del 


: verbo dare ;, che per questo anticamente si disse daere , della seconda 


conjugazione, siccome credèi è di crèdere , cedèi di cèdere, temèi di te- 
mere ec. finisce con dire, esser rarissimo l’ uso di dieci, e da non con- 
cedersi che sobriamente al degno poeta: e così pare in fatti. Diè e diéroro 
per diède e dièdero sono della prosa e del verso. D. Inf. 25. — Tas. Ger. 
c. 14, st. 16. — Pocc. Teseid. lib. 22. — Petr. canz. 25. — Bocc. nov. 73. 
—id. nov.80.—id. vit. Dant. 19.—Tac. Dav. ann. 13.—Segner. pred. 4.— 
Gio. Vill. 10, 59. Dièr e dièro sono sincopi di dièrono. Dammo, dètiamo, 
diedamo e dèssimo per demmo ; dèlleno, dèltano, dièdano per dètiero o 
dièédero sono iutie espressioni volgari e viziose. : 

(14) L’unica differenza tra l’ andamento di dare, e quello di sfare, 
si è che il primo ha due maniere comuni di uscire nel tempo passato 
definito, mentre il secondo non ne ha che una; onde bisogna ben guar- 
darsi dal dire o scrivere stiedi, sliede, stièdero, 0 stièédono, che erronea- 
mente in alcuni paesi d’ Italia usansi dal volgo. lei, e sie’ per sdelli e 
slelle sono omai vuci mero poetiche. E STEI fir.ch' ella rise in quell’ errò- 
re. Fir. Rim. 10.—Rimoniò sul desirièro, e STE’ gran pezio A riguardàr 
che "1 Saracìn tornàsse. Ar. Fur. 23, 96. Lo stesso dicasi di sfèrono, stero, 
€ ster in luogo di s/è/fero, sebbene la prima voce trovisi anche in buona 
prosa. Li quali moliie più giorni in Firènze stÉRONO. Stor. Semif. 53. — 
Stérono Roma e Sparia molti sècoli armàie, e libere. Machiav. prin. 12. 
—Quel dì solamènie STÈRONO in ordinànza, e scarcmucciàrono legger- 
mente. Sardon. stor. 4, 14, 1. 

(15) Festi, femmo, e feste voci sincopate di facèsti , facèàmmo, e fa- 
<èsie sono pur poetiche. D. Inf. 17. — Tescid. lib. 2. — Ar. Fur. 40, r- 
Fe' in luogo di fece, quantunque qual voce poetica stia segnata , trovasi 


208. PARTE TERZA 





MODO 
INDICATIVO 
Tempo Perfelto Andìmmo Detmmo Stemmo Factmmo, 
o Definito femmo 


Andaste Deste Steste Faceste, feste 
Andarono, an-|Dtttero, dièéde- Stettero,"stet-|Fecero ferono 
daro, andar| ro,"dèltono,| tono,stèro- 
"dièédono,diè-| no 
rono, dièr, 
“dienno,"den- 
no 


Tempo Futuro |Andrò , ande- [Darò (17) Starò (17) [Farò (17) 


rò (16) 
Andrài, ande-'Darài Starài Farài 
rài 
Andrà, a Starà Farà 
Andrèmo, an-'Darèemo Staremo Faremo 
dertmo 
Andrete, an-'Dartte Starète Fartte 
dertte 
Andraànno, an- Darànno Starànno Farànno 
derànno 
MODO 
SOGGIUNTIVO 
Tempo Presente Vada Dia Stia (18) Faccia 


nulladimeno frequentemente usata da antichi e moderni prosatori. È seco 
al fuoco familiarmente il FE' sedere. Bocc. nov. 12.—Partorì due figliul 
maschi, e quegli YE? diligentemènie nudrìre. id. nov. ag.—E rE' edificare 
Linte badìe. Gio. Vill. 2, 13. — Se ne FE' dogliànza al Papa. Grov 
Morel. 318.— Di questo dire ellu non FE' capitàle. Tac. Dav. ann. 10. 
pocti, ma i poeti soli, usano anche feo, in vece di fece o fe’, come: 
Con nobil pompa accompagnàarla reo. Tas. Ger. 11, 95.—Zn pìcciol lempo 
gran dottor si Feo. D. Par. 12. — In oggi fècero prevale a fèciono, quae 
tunque quest’ultima voce, pure usatissima, fos:e presso gli antichi classiCh 
in modo che l’una, e l altra per egualmente buone, e comuni teneans 
Fr. Sacch. nov. 196.—Fior. S. Fran. 82.—Gio. Vill. 7, 48.—Bocc. nov. 4 
Fen, fenno, fer, ferno, fèrono per fecero sono tutte del verso. D. Inf. 3. 
— id. ibid. 31.— id. Purg. 26. — Petr. canz. 4. — Ar. Fur. 42, n3. . 

(16) Quantunque andrò, andrài ec. così sincopate sieno le più comuni 
voci del futuro del verbo andare, pure credo poter metter loro accanlo 
le voci intere anderò, anderdi, ec., tanto è frequente nel parlar famiglia- 
re l'uso di queste, che in oltre non di rado trovansi anche presso gli 29 
tichi in prosa e in verso. S'ANDERA' ornàndo d’ arme, di lètiere, di c0r- 
fesìe. Bomb. asol. lib. 2.— Se egli ANDERA’ per entro la sua sloria Spa” 
gîendo alcuna bugiuzza. Cas. Galat.— Noi ANDERÈEMO con questo giorno N 
nanzi. D. Purg. 6. 

(17) Vesgasi la nota 26 del Cap. VI. 

(18) Ti Peiravca usò sf troncando la finale a della voce sta (12. 
pers.) per la concorrenza d’ altra simile vocale. Pregàndo umilmènte, che 


i) 


dì 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 209 


MODO 
SOGGIUNTIVO O 
Tempo Presenie|Vada, vadi(19){Dia, dii (19) [Stia, Stii (19)| Faccia, facci 
(19) 


Vada Dia (20) Stia (19) Faccia 
Andiàmo Diàmo Stiàmo Facciàmo 
Andiate Diàte Stiàte Facciàte 
Vàdano Diano , dieno|/Stiano, stieno| Fàcciano 
20 
Pendente, o Im-|Andàssi Dessi (21) Stessi Facèssi (22) 
perfetto Andàssi Dessi Stessi Factssì 
Andàasse Desse Stesse Factsse 
Andàssimo Dessimo Stessimo Factssimo 
Andàste Deste Steste | Faceste 
Andassero , |Dèssero Stèssero Facèssero , 
" andassono * facéssono 
MODO 
CONDIZIONALE 
Tempo Presenie|Andrei, ande-|Darti Starti (23) | Farti 
rei 
Andrèsti, an-|Darésti Staresti Farèsti 
deresti 
Andrebbe, an-|Dartbbe, da-IStartbbe,sfa-] Farebbe, fa- 
derebbe, an-| ria ria ria 
dria 
Andrèmmo, ec.|Darèmmo È {Staremmo Farémmo 
Andreste, ec. |Daréste Stareste Fareste 
Andrébbero , |Dartbbero , |Starebbero ,| Fartbbero , 
ec. “andrtb-| “darèbbono, | ‘ startbbo-{ * farètbbo- 
bono , an-| dariano , no, staria-| no,’ farìa- 
driano * an-] * * darteno no, starie-| no,°farìe- 
drieno no no 


consenta, Ch? î° sTIa vedère e Vl’ uno e ?’ altro volto. Petr. son. 3r0. IT Pi- 
stolesi dice che in simili concorrenze egli è ottima cosa l'imitare in ciò 
il Petrarca. 

(19) Veggasi la nota 7 della conjugazione del verbo Cèdere, a pag. 200. 

(20) Dea, e dèano per dia, e diano , 0 dieno si usarono talora da buoni 
Prosatori. Bocc. nov. 1.—id. nov. a.—id. nov. 12.—Sen. pist. 10.—Tac. Dav. 
ann. 4. ec. Di slea e sièano in luogo di stia € stiano trovansi pure non 
pochi esempj nel Boccaccio, nel Davanzati, e in Dante. 

(21) Sono errori manifesti Dasse, dassi, dosse, dàssimo, daste, dàssero 
che frequentemente odonsi, principalmente tra'Romani, per dessi ec. Sono 
Parimente erronei déssino e dèsseno per dessero. 

(22) Fessi e fesse cc. sono mere sincopi di facèssi, facèsse ec. ma 
sono più proprietà de’ poeti che de’ prosatori. E quei pensando ch' io ‘1 
FESSI per voglia. D. Inf. 33.— O mìsera Ravènna, 1 era meglio, Ch? al 
vincitor non FESSI resistènza. Ar. Fur. 14, 9.—Che non feci e non dissi ? e 
quai non porsi Preghiere al re che resse aprìr le porte? Tasso Ger. 
€ 12, st. 102. Occorre però avvertire che non si confondano quelle due 
voci fessi coll’ altra che vale si fe’. Se tu ripènsi Come l umana carne 
FESSI allora ec. D. Par. 7. 

(23) Veggasi la nota 26 del Cap. VI. 

Gram. Ital. 28 


210 


PARTE TERZA 


MODO 
IMPERATIVO 

Tempo Presente|Va (24) Dà (24) Fa (24) 
Vada Dia Faccia 
Andiàmo Diàmo Facciàmo 
Andàte Date Fate 
Vadano Diano, dieno {Stiano, stieno|] Fàcciano 

Fuluro Andrài, ande-[Darài ec. Staràì ec. Farài ec. 

rài ec. 

Andrtte, ande-|Dartte ec. Startte ec. | Faréète ec. 


rtte ec. 








RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO AND.fRE. 


Andare a babboriveggoli: Andare a 
riveder babbo; morire. 

Andare a bastonàre i pesci: Andare 
a remare. 

Andave a battùta: Canlare a lem- 
po di balluta. 

Andare a bell’ agio: Andare con co- 
modita. 

Andare a bell’ agio: Andare con 
circospezione. 

Andare a bene: Riuscir prospera- 
menle. 

Andare a bisogno: Abbisognare. 

Andare a briglia sciolta: Andare 
con ogni possibile celerità. 

Andare a bue: Andare alla peggio. 

Andare a buon viàggio: Andare fe- 
licemente. 

Andare a capriccio: Far checchè 
sia senza giusti motivi. 
Andare a caso, o a casìccio: Far 
checchè sia senza considerazione. 
Andare a chius’ occhi: Andare cogli 
occhi serrati. 

Andare a chius’ occhi: Andare con 
fiducia. 

Andare a civetta: Andare a caccia 
colla civella. 

Andare a comùne: Apparienere 
ugualmenle a iutti gl'inleressali. 

Andare a concorso: Sodtoporsi all’ e- 


same in concorrenza d'’ altri, per 
ottenere checchè sia. 

Andare a corda: Essere in dirillu- 
ra per appunto. 

Andare a croscio: Andar cadente, 
andar piombante. 

Andare a dar beccare a’ polli al pre 
te: Morire. 

Andare addòsso: Investire. 

Andare a falcone: Andare a cacca 
col falcone. 

Andare a fare i fatti suoi: Par 
firsi. i 

Andare a ferro e fuoco: Esser dr 
strutto pér violenza di ferro e È 
fuoco. 

Andare affilàto : Andare a diriliuro. 

Andare a filo: Segur le favole St 
condo il segno fatto col filo into. 

Andare a frugnuòlo: Andare fo" 
la caccia. 

Andare a fuoco: Esser incendio. 

Andare a furia: Andare con vee 
cità. 

Andare a gambe levàte: Andare 0 
basso calle gambe all’ insu. 

Andare a giròne, o andar gironi: 
Andare a zonzo. —. 

Andare a gitto : Andare dirillamente. 

Andare a grembo apèrto : Procedere 
con lurghezza. 


(24) 1 quattro imperativi monosillabi va, dà, fa, sfa (i quali, chee- 
chè ne dica il Pistolesi, non ricevon mai l’apostrofo ) prendendo uno d& 


gli affissi mai, ci, #, vi, si, lo, la, le, ne, la consonante di questi si 


rad- 


doppia, dicendosi e scrivendosi: Wacci, canne, vùliene, dammi , dalle, 


Jallo, stacci, ec. 





LE 
| 
È 
n) 


dite RT E po i 


sE 
fs 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 


Andare ajàto: } Andare alforno per- 

Andare ajòne: ) dendo il tempo. 

Andare a isònne: Far checchessia 
senza spesa. 

Andare al barlùme: Andar fra’) 
giorno e la nolite. 

Andare al cassone: Morire. 

Andare al consiglio: Seguire il con- 
siglio. 

Andare a legnàja: Esser bastonato. 

Andare al fonte: Andare all'origine 
delle cose. 

Andare a lira e soldo: Concorrere 
a pagamentlo. 

Andare alla banda: Andare le navi 
sull'acqua, non col lor corpo di- 
rillo, ma pendente. 

Andare alla buona: Operare con 
ingenuilàe 

Andare alla carlòna: 
scuralamendie. 

Andare alla china: Andare all’ in- 
giu, 

Audare alla giustizia, oa giustizia : 
Andare a’ tribunali ad effello di 
fare ammiraistrare la giustizia. 

Andare alla libera : Andare libera- 
menle. 

Andare all’ altare: Andare il sa- 
cerdote all’ altare, ad oggetto di 
celebrarvci la messa. 

Andare alla mazza: Essere condotio 
con inganno a far ciò che è svan- 
lageioso. 

e all’ animo, andare a cuore, 
andare a genio, andare a sangue: 
Far volentieri, di buona voglia. 

Andare alla seconda, o alle seconde: 
Seguilare altrui per iscoprire i 
suoi andamenti. 

Andare alla sfilata, e andare alla 
spicciolàta: Andar pochi per vol- 
la e non in ordinanza. 

Andare alle stelle: Sollevarsi assa- 
Issimo. 

Andare all’incànto: 
via dell’ incanto. 

Andare al sigoòre: Morire. 

Andare al vento: Andare in vano. 

Andare a marito: Marilursi. 

Audare a mensa: Porsi a tavola per 
desinare 0 cenare. 

Andare a monte: Non continuare il 
giuoco, ma risominciurlo du capo. 


Andare tra- 


Vendersi per 


241 

Andare a mostra : Mostrarsi ad efet- 
to di esser considerato. 

Andare ancajòne: Andare con aggra- 
varsi più sur un’anca che sull’ al- 
tra. 

Andare a onde: Non andare diritta- 
mente. 

Andare a orècchio: Secondare ? al- 
trui canlo non seguilando arte, 
ma nalura. 

Andare a orza: Prendere il vento 
per parte, onde la nave pende. 

Andare a oste: Andare a campo, 
guerreggiare. 

Andare a padròne: Accomodarsi in 
servizio d' altrui. 

Andare a patti: Mar pali. 

Andare a pericolo: Correr pericolo. 
Andare a piè zoppo: Andare zoppi- 
cando. 
Andare a posta: Andare per quel so- 

lo effello. 

Andare a proda: Approdare. 

Andare a prova: Sodloporsi al ci- 
mento di esser provalo. 

Andare a riltnte, o andare a rilènto: 
Andarecon caulela, con riguardo. 

Andare a repentàglio: Andare a ri- 
schio, a pericolo. 

Andare a ripòrsi: Non poler più 
comparire. 

Andare a Roma per Mugello: Fare 
una strada del lutto contraria. 

Andare a romòre: Sol/evarsi. 

Andare a ruba, Esser saccheggiato. 

Andare a ruba, o andar via a ruba: 
Spacciare checchessia a gran con- 
corso. 

Andare a sacco: Esser saccheggiato. 

Andare a salvamento : Andare con 
felice esito. 

Andare a scavezzacòllo: Andare pre- 
ciritosamente. 

Audare a sella: Andare a cacare. 

Andare a senno: Operar con giudizio. 

Andare a spasso: Far gita a solo 
oggello di spassarsi. 

Andare a spinte: Non andare egual- 
menle ma per forza di spinte. 
Andare a spron battuto: Andare con 

ogni possibile celerità. 

Andare a tastòne, aadare a lentòne, 
e andare lentòne o tentòni: .4nda- 
re tenlando fra le tenebre con la 
mano, a fine di irovare la via che 


212 


conduce ad un divisalo luogo, 
evilando gl’ inciampi. — Andare ri- 
tenutamenie, adagio , con gran 
riguardo. 

Andare a tàvola apparecchiàta: Es- 
ser nudriti a spese d' altri. 

Andare a veglia: 4udare a casa al- 
trui a passare ivi le prime ore del- 
la notile. 

Andare a verso, andare a’ versi: Se- 
condare. 

Andare a ufo: Andare senza spesa. 

Andare a volo: ZYolare. 

Andare a voto: Andare in vano. 

Andare a zambra: Andare a sella. 

Andare a zonzo : Andar vagando in 
qua e n là. 

Andar bel bello: 
mente. 

Andare brancolòni: Brancolare. 

Andar carpòne, e andar carponi : 
Camminare colle mani per terra, a 
guisa d’ animal quadrupede. 

Andare col calzar del piombo: Pro- 
cedere con maturilà e cautela. 

Andar col capo alto: Andare con 
portamento fastoso. 

Andar col cuore in mano: Procede- 
re con ingenuilà. 

Andar colla corrènte: Scgur 2? opi- 
nione, la Moda. 

Andar colla piena: Esser fraporta- 
to dalla mollititdine.— Per metaf. 
Seguire D opin'one de’ più. 

Andar colle buone: Trattare al- 
triu con buona maniera. 

Andare colle spingàrde: Operare con 


Andar piana- 


difficoltà. 
Andare colle trombe nel sacco : 


Partirsi senza conclusione, senza 
aver dalo effetto al negozio, di che 
si traltava. 

Andare col peggio, o andare colle 
peggio: Rinancre al di sotto, an- 
dare a capo rollo. 

Andare con Dio: Modo di licenziare 
aliru.— Partire. 

Andare con frottole: Parlare per 
baja. 

Andare contr’ acqua: Andare con- 
tro alla corrente dell'acqua.— Fa- 
re checchessia contro all’ uso. 

Andare contr’ a pelo: Operare con- 
frariamentle. 

Andare del corpo: Cacare. 


» 
È 


PARTE TERZA 


Andare destro: Prosedere con de- 


slrezza. 

Andare di brigata: Andare in com- 
pagnia, 

Andare di buone, o male gambe: 
Fare checchessia di buona 0 mala 
vogiia, . 

Andare di forza: Far checchessia 


con tutta la forza. 

Andare di male in peggio: Aggra- 
vare nelle disgrazie, aggiungere 
male a male. 

Andare d’ intorno: Raggirersi, 0 
esser d’ intorno a checchessia. 
Andare di pari, o del pari: Cam 

minare con uguaglianza. 

Andare di portante: Ambiare. 

Andare di punto in bianco: dn 
dare di subilo. 

Andare di rondòne: Succeder bene 
checchessia, senza averne brisa. 

Andare di sotto in su: Andare dalla 
parle inferiore verso la superiore. 

Andar di trapasso: E una parlico 
lare andalura de’ cavalli. 

Andar d’oggi in domani: Andare 
passando da un giorno in un al- 
tro. 

Andare dove se ne vende: Ricorrere 
a’ [ribunali per oltener giustizia. 

Andare errato: Errare. 

Andar finto: Procedere con finzione. 

Audar forte: Contrario d'Andar 
piano. 

Andare fra bajànte e ferrànte: E 
sere di forze uguali. 

Andar freddo ad una cosa: Andar 
vi di mala voglia. 

Andar giò giò: Andar con pa 
lento. 

Andar giusto: Andar con. inlera 
esallezza. 

Andar grido: Andar voce, esser fa- 
ma. 

Andar grosso: Non capacitarsi. 

Andare il bando: Pubblicarsi con 
pulblico bando legge, o decreto di 
checchessia. 

Andare il mondo in carbonàta : 4- 
dure il mondo sottosopra. 

Andare il sangue a catinelle: Esse- 
re in grado disperato , aver biso 
gno di prossimo soccorso. 

Andare in bando: Andare esule. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 


; Andare în berlina: Esser condotto 
in luogo ignominioso per pena di 
+ delitti commessi. 
Andare in bestia: Andare in colle- 
s Ta, imbestialire. 
Andare in bilància : Stare in equi- 
librio. 
« Andare in bilico: Andare in ‘peri- 
colo di cadere. 
Andare in bocca: Andare in preda, 
reslare in polere. 
Andare in bocca al lupo: Andare 
in polere del nemico. 
: Andare in broda: Disfarsi, ligue- 
i farsi. 
Andare in buon’ ora: Andare con 
,  @uguri di prosperità. 
Andare in husca: Cercare. 
Andare in canzòna: Esser messo in 
.  Tidicolo. 
. Andare in carovàna: Andare in com- 
;.  Pagnia. 
Andare in cenere: Incenerirsi. 
Andare in conquàsso: Andare in 
rovina. 
; Andare in cielo : Esser esaltato 
grandemenle. 
Andare in corso : Corsessiare. 
-. Andare in dileguo: Dilesuarsi. 
.. Andare in èstasi: Esser rapilo in 


estasi, 
« Andare in fascio: Andare in con- 
' li quasso. È 
Andare in fisima: Andare in col- 
| lera. 


Andare in forma: Andare 
i le forme dovute. 
| Andare in fovse: Dubilare. 
Andare in frodo: Esser confiscalo, 
I a cagion di fraude nel pagamen- 
lo di gabella. 

Andare in fumo: Sparire, dileguarsi. 

Andare in furia: Andare fretltolosa- 
mente ; infuriarsi. 

Andare in gogna: Andare în berlina. 
ndare in infinito: Crescere smisu- 
ralamente. 
ndare in isquàdra: Essere in una 
dirillura di linea, che faccia con 
altro angolo retlo. 
îdare in lista: Esser descritto nella 
lista. 

Andare in malòra, o andare colla 
malora: drndare con augurj di 
disgrazia. 


secondo 


213 


Andare in mazzo: Essere unilo, es- 
ser poslo in massa cogli aliri. 
Andare in òpera: Essere adoperalo. 
Andare in ordinànza: Marciare or- 

dinatamente. 

Andare in òrdine: Andare apparec- 
chialo per quello che si ha fra 
mano. 

Andare in ovinci: Andare in lonta- 
nissime parli. 

Andarsene in pàmpani : Crescere sen- 
za portar frullo. 

Andare in perdizione, o a perdizio- 
ne: Perdersi, capitar male. 

Andare in poppa: Succedere felice- 
menle. 

Andare in romeàggio: Andar pelle- 
grino. 

Andare in rotta: 
disordine. 

Andare in rovina, e andare a rovì- 
na: Rovinarsi, esser messo in ro- 
cina. 

Andare in santo: Andar le donne, 
dopo che sono uscite dal parto, 
la prima volta alla chiesa per 
ricevere la benedizione. 

Andare in serbo: Entrare le fan- 
ciulle ne’ monasteri. 

Andare in sul fatto: Governarsi se- 
condo quello che è slato fatio al- 
tre volle. 

Andare in tasca : Andare a iracer- 
so, andar male. 

Andare in vano: Andare senza sor- 
tire il fine per cui si andava. 

Andare in visibilio: Dileguarsi, per- 
dersì. 

Andare in'visita: Andare i superiori 
ecclesiastici, o secolari visitando i 
luoghi della loro giurisdizione. 

Andare in volta: Andar atiorno. 

Andare in zazzera: Portar la zaz- 
era. 

Andare in zoccoli: Camminar cogli 
zoccoli. 

Andar largo: Camminar colle gambe 
allargate. 

Andar lindo: Andare attillato. 

Andar matto: Diverir malto. 

Andar meglio: Essere in migliore 
slalo. 

Andar molto: Indugiare. 

Andar nella pace di Dio: Andar con 
Dio, andare in pace. 


Esser messo in 


214 PARTE 

Andar netto: Restare esente, restar 
libero, vestire con lindura. 

Andar ornato: Andare adornala- 
mente. 

Andar passo passo: Andar con len- 
to passo. 

Andar pazzo, cotto, ec. di checches- 
sla: Esserne invaghito strabocche- 
volmente. 

Andare pe’ fatti suoi: Andar facen- 
do i fatti suoi. 

Andar per disperato: Andar per 
disperazione, alla disperata. 

Andar per filo e per segno: Andare 
con inlera esallezza. 

Andare per la fantasia: Andare a 
cuore. 

Andar per la mala, e andar per la 
mala via, andar per le fralte: 
Andare in conquasso, andare in 
rovina. 

Andar per lo cuore: Passar per ll’ a- 
nimo, girar per la mente. 

Andar per lo mondo: Viaggiare. 

Andar per òpera: Andare a luvo- 
rare ad altrui per prezzo. 

Andar per terra: Andare {toccando 
con tulla la vila per terra. 

Andar per una cosa: Andare a pi- 
gliaria. 

Andar per uno, o andare da uno: 
Andarlo a chiamare, andurlo a 
trovare. 

Andare pe’ suoi piedi: Dicesi delle 
cose, che vadano secondo l'or- 
dine della giustizia. 

Andar piano: Andare con passi lenti. 


TERZA 

Andar ramingo: Andare per lo mo: - 
do errando. 

Andar rastnte: Ruseniare, andar 
su l'orlo. 

Andar ratto: Andar con presiezza. 

Andar saltellòne o saltellòni: Anda- 
re sallando. 

Andar sano e salvo: Andare senza 
offesa della persona. 

Andare scalzo: Andare co' piè nudi. 

Andare scarso: Usare scarsezia in 
fare checchessìa. 

Andare schiavo: Esser fatto schiaw. 

Andare schietto, aptrto: Procedere 
con ingenuilà. 

Andare scollacciàto: Andare col col- 
lo scoperto. 

Andare sghembo: Andare obbliqu 
colla persona. 


Andare sotto: Trumoniare del st. 


le, e de’ pianeli. 


Andare stretto: Andare unilo, e | 


costo. 


Gre È 


Andare terra terra: Andare rasen 


le alla lerra. 


Andar tiràto: Andare dirillamenk i 


senza far molto ad alcuno. 
Andare tra que’ più: Morire. 
Andar via: Parlirsi, andarsene. 
Andar voce: Parlarsi, esser famo. 


Andar zoppo : Camminare fuori de | 


la nalurale positura. 
Andarsene con alcuno: Essere dello 
medesima opirione. 

Andarsene in checchessia: Passare 
il tempo in fare checchessia. 
Andarsene pel buco dell’ acqualo: 

Perdersi, dileguarsi. 


RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO DARE. 


Dare a bàlia: Dare altrui ifigliuoli ad | Dare a credere: Persuadere per o 


allattare. 

Dare a baràtto: Baratlare. 

Dare a bere: Dar bere. — Dare a 
credere. 

Dare a buon mercàto: Vendere a 
prezzo vile. 

Dare a cambio: Dare per riavere, 
oltre la somma, anche l' interesse 
guadagnato col cambio. 

Dare accùsa : Accusare. 

Dare a conòscere: Mostrare, far cor 
noscere. i 

Dare acqua: dnnaffiare. 


più il falso. 
Dare ad affitto, e a fitto: A/fillare. 
Dare addòsso: Zrvestire, allaccare. 


Dare ad intendere: Persuadere, di 


mostrare. 


Darsi a discrezione: Rendersi le pa: | 


ze, 0 le soldatesche ec., alla disert- 
zione del vincitore, senza altri puth, 
e capilok. 

Dare àdito: Fare apertura , po” 
gere opportunità. 

Dare a divedère: Mostrare, far 60 
noscere. 


Sg 





ETIMOLOGIA E SINTASSI 


Dare ad opera : Impiegare in alcuna 
opera. 

Dare afa: Arrecare altrui fastidio. 

Dare affanno: Travagliare. 

Dare afilizione: Affliggere. 

. Dare a filare: Dare altrui lino, o 
simili perchè lo fili. 

: Dare a gambe, e darla a gambe: Fug- 
gire. 

| Dare agio: Porgere opportunità. 

+ Dare a godere: Concedere alirui 
checchessia, perchè lo goda sino al 
lempo determinalo. 

Dare a guardia: A4ffidare alla ceu- 
slodia 0 guardia. 

Dare a gustamènto e preda: Lascaar 
che si guasti e depredi. 

Dare ajàto: Ajuzare. 

Dare albergo: A/bergare. 

+ Dare a livello: Concedere a licello. 

Dare alla cieca: Dare senza con- 

i Siderazione. 

Dare alla cintola, dare alle ginòc- 

;» chia, e dare alla gola, o a gola: 
Arnoare fino alla cintola , alle gi- 

i“ nocchia, alla gola, ec. ? 

;. Dare alia radice: Levare ogni occa- 

1 sione di proseguire alcun negozio. 

«‘ Dare all'arme: Dare il segno per 

"venire a comballimento. 

:s Dare all'erta: Andare alla volla del- 

. la sommità de’monti. 

Dare alle secche, o in secco: Inoe- 
slire in uno scanno, o seccagna. 

. Dare all’uccello: Colpirlo. 

, Dare al mondo: Pertorire. 

lare allo: Accennare, o andare, 0 

percuolere verso la parle superio- 

re. 

| Dare al vento: Spiegare, spargere 

| al vento. 

Dare a macca: Dare in abbondanza. 
Dare a man salva: Dare altrui colpi 
| 0 simili, senzachè esso abbia mo- 
do di difendersi, o di offendere. 
le a misùra: Dar misuralamente. 
are a mostra: Mostrare, dare per- 
chè si consideri. 

. fare animo: Esorlare, invogliare. 

++ Dare a nolo: Accordare per un 
Prezzo convenuto il servizio di un 
bastimento per trasporto di effetti, 
0 mercanzie. 


; Dare a patti: Concedere con condi- 
uone. 


——_. 


-- 


215 

Dare appàlto: Appaltare. 

Dare appicco: Dere speranza, far 
sì che altri possa sperare. 

Dare appòggio: Sosfenere, ajulare. 

Dare apprensione: Medllere in ap- 
prensione. 

Dare arbitrio: Conceder facoltà. 

Dare ardire: Rincuorare. 

Dare argomento: Somministrare cae 

ione. 

Dare a rimpedulàre le cervella: Zscir 
di sè slesso. 

Dare a sacco, ea ruba: Accordare, 
permettere a’ soldati di dare è 
Sacco. 

Dare assalto : Assalfare, assalire. 

Dare asstito: Accomodare. 

Dare a terra: Cadere, rovinare. 

Dare attàcco: Somministrar cagione. 

Dare a vedtre: Persuadere, far cre- 
dere. 

Dare a ufo: Dare senza riceverne 
ricompensa. 

Dare a un morio: Perder la fatica, 
i tempo. 

Dare a usùra: Dare per ricevere, 
olire la sorle dala, anche l' usu- 
ra. 

Dare avviamento : Dare occasione. 

Dar baggiàne: Dare a credere men- 
zogne. 

Dar baldànza: 
dire. 

Dar balia: Conceder autorità. 

Dar bando: Esiliare. 

Dar beccàre: Dare mangiare ugli 
uccelli. 

Dar bere: Porgere da dere. 

Dar biàsimo: Biasimare. 

Dar braccio: Porgere il braccio in 
a]uto. 

Dar briga: Infaslidire, molesiare. 

Dar calùnnia : Calunniare. 

Dar campo: Dar di vantaggio ad 
altrui alcuno spazio di via nel 
camminare, nel correre. 

Dar caréna : Acconciar la carena. 

Dar carico : Incaricare, accusare. 

Dar cenno: Accennare. 

Dare censo: Pagar censo. 

Dar che dire: Dare occ.isione, ca- 
gione di dire. 

Dar che fare: Appreslare, sommi 
nislrare occasione di operare. 

Dar chiartzza: Render chiaro. 


Porgere animo, ar- 


4 


216 

Dar ciance: Dar parole. 

Dar colòre: Fare, avere appa- 
renza. 

Dare colpa: Incolpare. 

Dar colpo: Colpire, percuolere con 
colpo. 

Dare come in terra: Pèrcuolere sen- 
za discrezione. 

Dar comiato : Licerziare. 

Dar comodo: Concedere opporiunità. 

Dare compagnia: Assegnar persona 
che accompagni. 

Dare compimento: Condurre a fine. 

Dare compito: Assegnare allrui qual- 
sisia somma di lavorìo delermina- 
lamendie. 

Dar conforto: Conforlare. 

Dar confusione: Confondere. 

Dar congedo: Licenziare. 

Dare consolazione: Consolare, con- 
forlure. 

Dar contèzza : Significare, far noto. 

Dar conto: Sigrificare, notificare. 

Dare contrassegno: Dar segno, reca- 
re indizio. 

Dar contro: Contraddire. 

Dar copia: Concedere. 

Dare corpo: Dar sodezza, 0 sostanza. 

Dar credenza: Credere. 

Dar credito: Credere, fidarsi. 

Dar crollo: Crollare. 

Dar cuore: Animare , incoraggiare. 

Dare il cuore: Basfar l’ animo, 
aver coraggio. 

Dar cura: Ordinare, commettere , 
raccomandare. 

Dar da fare: Occupare, tenere im- 
piegato per lo piu con affaticare. 

Dar danàri sopra checchessia: Pre- 
stare ec. col pegno. 

Dare danno: Dannegriare. 

Dare da dire, o da parlàre di sè: 
Dare occasione che si parli. 

Dare da ridere, o che ridere, o di che 
ridere: Dare occasione al riso. 

Dare da scdtre: Dare alirui como- 
dilà di sedere. 

Dar debito: Descrivere 0 scrivere 
debito. 

Dare del bastone, del coltéllo: Per- 
cuolere col bastone, ferire di col- 
lello. 

Dare del ceffo: Baftere il ceffo, ca- 
dere. 

Dar del culo in terra: Cadere, ca- 
scare. 


PARTE 


in 


TERZA 

Darsi del dito nell'occhio : Opera- 
re a proprio sovaniaggio. 

Dare delle calcàgna: Fuggire. 

Dare delle coltella: Ferire. 

Dare delle grida, e dar grida: Gri- 
dare, rampognare. 

Dar dentro: Assultare ; investire. 
Dar de’ piè in terra: Battere ù lac- 
cone, parlirsi in frella. i 
Dare de’remi in acqua: Cominaare 

a remare. : 

Dare de’ :ergozzòni: Offendere con 
sergozzoni; percuolere con pusni. 

Dare desinàre, o dare da desinare: 
Apprestare il desinare , convilare. 

Dar di becco: Mordere. 

Dar di berrètta: Trarsi la berrello. 

Dare di bianco: Tignere di col 
bianco. — Cancellare. 

Dar di bocca: Mangiare. 

Dar di ciuffo : Ciuffare. 

Dar di collo: Dare ajulto. 

Dar dicozzo: Cozzare in checchessio. 

Dare dietro: Seguilare. i 

Dav difesa: Concedere allrui che 9 
difenda. 

Dar dilètto, e darsi dilètto : Die 
lare, dileltarsi. 

Dar di naso: Z'oler vedere, e fi 
tare ogni cosa. 

Dar di penna: cancellare , 00 
sare. 

Dare di petto: Uriare. 

Dar di piatto : Percuotere colla po” 
le pialta dell’arme, non col lo: 
glio, nè colla punia. a 

Dar di pit: Percuolere co’ più 
scacciar col piede. 

Dar di piglio: Pigliar 
slezza. 

Dar di pinta: Ur/are, spingere. 

Dare di punta: Ferir colla punto. 

Dar diritto: Dare per duillura; 
cogliere per l appunto il berso- 
glio. 

Dare disàgio: Arrecare incemodo. 

Bere disciplina: DisapZnare, addol- 
trinare. 

Dare di spugna: Cancellare. 

Dare di taglio : Ferir col taglio. 

Dare divitto: Dar impedimento circo 
il risedere ne’ pubblici magistr ah. 

Dare di voi, o Dare del voi: Par 
lare alirui in seconda persona. 

Dar di zanna: Azzannare. — 

Dar d'occhio: 4ffissare, rimrore 


con pre 








j 


ETIMOLOGIA 

Dar dono, e in-dono: Donare. 

Dar dote: Dotare. 

Dar dottrìna: Insegnare. 

Dar dove gli duòle : Promuovere 
un discorso sopra materia, in cui 
altri abbia passione. 

Dar d' urto: Urfare. 

Dare ecceziòne: Opporre eccezioni. 

Dare effetto : Effettuare. 

Dare erba trastùlla: Lusingare con 
isperanze, ma senza venire a con- 
clusione. 

Dar faccenda: Dar da fare, dar 
da lavorare. i 

Dar facoltà, o la facoltà: Permet- 
lre, o dare ad altrui alcuna 
potenza ch’ e? non abbia. 

Dar fama: Render famoso. 

Dar fantasia: Dar retta. 

Dar fastidio: Arrecar molestia. 

Dar fatica: Affalicare , travagliare. 

Dar fatto che che sia, o Dar per 
fatto che che sia: Avere quella 
tal cosa per fatta, supporla per 
lerminata , ec. 

Dar favole : Dare ad iniendere 
menzogne, 0 vane cose. 

Dar favore: Favorire, favorare. 

Dar fede: Dar credenza, prestar 
fede, credere altrui. 

Dar festa: Far feste pubbliche al 
Popolo, dare spasso. 

Dar fiato: Soffiare. 

Dar fine: Finire, terminare. 

Dar fondo : Fermarsi. 

Dar fondo : Consumare. 

Dar forma: Formare, aggiunger fi Or- 
ma ordinata a cosa che non l'ab- 
hiu. 

Dar forza: Rinforzare. 

Dar fra le mani: Dar nelle mani. 

Dar freno: Raffrenare. 
ar fune: Lasciar correr la fune. 
ar fuoco: Ardere, abbruciare. 

Dar fuora, o fuori: Mandar fuora. 

Dar garbo, brio: Adornar vaga- 
menle. 

Dar gastigo: Gastigare, 
ar gelosia: Indurre apprensione. 

Dar giù: Zenire a basso, calare. 

Dar giù del capo: Ammalare. 
ar giusto: Percuolere per appunto 
nel luogo delerminalo. 

r gloria: Onorare. 


Dar gola: Indur desiderio. 


Gram. Ital. 


E SINTASSI 217 
Dar gratis: Dare senza ricompensa. 
Dar grazia: Conferir beneficio. 

Dar grido: Render rinomato. 

Dar guadàgno: Far guadagnare. 

Dar guasto o il guasto: Devasfare. 

Dar guerra: Porfar guerra. 

Dar gusto: Arrecar gusto. 

Dare i dossi: Fuggire. 

Dare il batttsimo : Bazlezzare. 
Dare il ben guarito : Rullegrarsi con 
alcuno della ricuperala sanità. 
Dare il ben tornàto : Rallegrarsi del- 

l’ alirui felice ritorno. 

Dare il benvenùto: Rallegrarsi del- 
VP alirui arrivo. 

Dare il buon anno: A4ugurare e con- 
ferire felicità in quell’ anno. 

Dare il buon pro: Rallegrarsi con 
alirui d’ alcun suo prospero av- 
venimenlo. 

Dare il buon viaggio: Augurare fe- 
licità nel viaggio. 

Dare il cencio: Licenziare altrui, 
mandarlo via. 

Dare il concio : Concimare. 

Dare il conto suo : Hare altrui quel- 
lo che gli si conviene. 

Dare il cuore: Disporsi, volger l’a- 
nimo. . . 

Dare il frizzànte: Aggiugner la qua- 
lità del frizzante. 

Dare il gambttto: Attraversare alle 
altrui gambe improovisamente un 
piede. 

Dare il gànghero, o un gànghero: 
Dare volta addietro, tornare in- 
dietro. 

Dare il governo: Concedere l’ am- 
minisirazione. 

Dare il malànno: Modo d' impreca- 
zione ed è augurar male. 

Dare il mal di: Trattar male. 

Dare il mi dispiàce: Condolersi del- 
’ allrui disavventure. 

Dare il mi rallèégro: Rallegrarsi del- 
V altrui avventura. 

Dare il pane colla balestra: Fare 
che il benefizio sia di disgusto per 
chi lo riceve. 

Dare il partito: Darla vinta. 

Dare il pepe: TUecellare o sbefare 
alcuno. : 

Dare il pieno: Dare quel che s'ap- 
partiene. 

Dare il puléggio: Mandar via. 


29 


218 


Dare il resto: Finr di fare ciò che 
si desidera a compimento del de- 
siderio. 

Dare il suo, e dare del suo: Dare 
le cose proprie. 

Dare il taglio: Aguzzare. 

Dare il locco: Dare il cenno. 

Dare il tracollo: Tracollare, rovi 
nare. 

Dare il tratto: Far muovere. 

Dare il tuffo: Tuffare. 

Dare il vino, o dare del vino: Con- 
cedere il ber del vino. 

Dare il viso: Dirigerlo verso chec- 
chessia. 

Dare impàccio: Apportar briga. 

Dare impedimento: Impedire. 

Dare impresa : Commellere. 

Dare in arbitrio d' altvi : Lasciare 
alla volontà altrui. 

Dare in baràtto o a baràtto: Ba- 
rallare. 

Dare in brocco, nel brocco, o in 
brocca : Dare nel segno. 

Dare in budella: Non corrispondere 
all’aspeltazione. 

Dare in cattiva sanità : Cominciare 
a non godere buona sanità. 

Dare in ceci, dare in cenci: Dare 
in. ciampanelle. 

Dare incenso, e dar l’ incenso: In- 
censare. 

Dare in alcuna cosa: Imballersi in 
essa. 

Dare in ciampanetlle: Dare in bdu- 
della. 

Dare indietro: Retrocedere. 

Dare indizio: Indicare. 

Dare indùgio: Indugiare. 

Dare in fallo: Non colpire dove si 

. disegna. 

Dare infamia: Znfamare. 

Dare in frenesia: /mpazzare. 

Dare in malattia, o in male: Am- 
malarsi. 

Dare innànzi: Pendere verso la par- 
le anteriore. 

Dare in parite: Percuotere nella 

| parele. 

Dare in preda: Concedere ad esser 
predalo. 

Dare inquisizione: Inquisire. 

Dare ia sorte: Concedere. | 

Dare in sulla testa , dare sulla testa, 


PARTE TERZA 


e dare in testa: Percuotere la le- 
sta. — Uccidere. 

Dare in terra: Percuofere in terra. 

Dar la baja: ccellare, motleggiare. 

Dar la benedìca: Rinunziar chec- 
chessìa. 

Dar la berta: Zccellare, molleg- 
giare. 

Dar la briglia: Allentare la briglia. 

Dar la buona pasqua: Portare al 
trui augurj di felicità perla Pasqua. 

Dar la buona sera: Modo di salu 
tare alirui nel tempo della sera. 

Dar la burla: Burlare. 

Dar la collàta : Percuotere i coll 
colla spada al novello cavaliere 

Dar l’ addio: Licenziare. 

Dar la fede: Batlezzare. 

Dar la freccia: Chiedere alirui n 
presto danari. 

Dare la mala notte: Far patire l 
nolle. 

Dar: la mala ventùra: Cagionar 
allrui male. 

Dare l’ ambio: Licenziare. 

Dar l'andare : Lasciare andare. 

Dar l’anèllo: .Sposare colla for- 
malità del dar lo sposo l' anello 
allu sposa. 

Dar la prima, e la seconda pelle: 
Dare il primoo il secondo intona 
a qualche cosa. 

Dare la stretta: Sérignere. 

Dare la suzzàcchera: Fare 0 dart 
alcun dispiacere. 

Dar lato: Far luogo. 

Dare le carte: Dispensare le carl 
a’ giuocalori. i 

Dar legge: Zmporre legge. 

Dar le mosse: Dare il segno 000° 
valli. 

Dar lena: AWenare. 

Dar le pesche, e dar pesche: Pe 
cuolere, e più propriamente MN 
pugna. sd 

Dar le prese: Conceder l'arbilito 
dello scegliere. aa 

Dar le quelle: Burlare altru. , 

Dar l' erba cassia: Cassare, privo” 
di carica. | 

Dar l’ esca: Vecidere i pesa 00 
maleria avvelenala. 

Par le spalle: Voltare le spalle. 

Dar le trombe: Zar checchessto 


Da 


© 


ia 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 


ton ogni maggiore sforzo e uppa- 
renza. 

Dar le vele a’'venti: Cominciare a 
navigare. 

Dar libéllo, o un libello: Porgere 
al giudice la domanda. 

Dar licenza, o lictnzia: Permettere 
che altri faccia. 

Dar lieta faccia: Accorre con liela 
faccia. 

Dar lingua: Avvisare , significare. 

Dar laude, o lode, o loda: Lodare. 

Dar l'oro: Zrdorare. 

Dar luogo 0 loco: Conceder luogo , 
far luogo. 

Dare mallevadòre: Assicurare con 
mallevudore. 

Dar mangiare, è dare da mangià- 
re: Porgere il cibo ad alirui per- 
chè mangi. 

Dar mano: Dar principio, dar ope- 
ra. 

Dar maraviglia: Apportare mara- 
viglia. 

Dar marito: Maritare. 

Dar martello: Dar dolore) trava- 
glo. —Dar occasione di gelosia. 


: Dar matèria : Porgere occasione o le- 


ma, 
Dar mattàna : Molestare, travagliare. 
Dar mazzate da ciechi: Percuotere 
con mazza gravemente. 
ar memoria: ‘Lasciar ricordo. 
Dar mezzo: Concedere il mezzo A 
, ° 
e l modo per arrivare al fine de- 
sideralo. 


Dar modo," dare il modo, o dare un 


modo: Porgere i mezzi, sommini- 
sStrare }’ opportunilà. 
Dar molèstia: Molestare. 
lar morso , e dar di morso: Mor- 
dere. 
Dar morte, e dare a morte: Zcci- 
dere, . 
Dar mostra: Mostrare. 
a’ movimento: Far muovere. 
ar nausea : Nauseare. 
Dar negli occhi, o nell’ occhio: 
Presentarsi alla vista. 
ar nel bue: Non intendere o osti- 
narsi nell’ ignoranza. 
ar nel cuore: Addolorare , dar 
cordoglio. 
ar nel laccio: Esser preso al laccio. 
ar nella costa: Investire in lerra 


219 


o per forza del catlivo tempo, o 
per ischivare di esser preso dal ne- 
mico. 

Dar nella ragna, e dar nella rete: 
Rimaner preso alla ragna o 
alla rele. i 

Dar nella tràppola: Rimaner preso, 
ingannalo. 

Dar nelle furie: Infuriarsi. 

Dar nelle girélle: Impazzare. 

Dar nelle smanie: Infuriarsi , sma- 
niarsi. 

Dar nelle vecchie: Mancar di virtù. 

Dar nel matto: Far cose da mailo. 

Dar nel mezzo: Investire nella par- 
le del mezzo. 

Dar nel naso: Percuolere nel naso. 

Dar nel pedànte: Fare o dir cose 
da pedante. 

Dar nel punto in bianco: Colpire 
per appunto. 

Dar nel quattrino: Colpire per ap- 
punito nello scopo. 

Dar nel tisico o in tisico: Cormia- 
ciare ad intisichire. 

Dar nel vivo: Colpire nella parte 
più sensiliva. 

Dar ne’ lumi: Infuriarsi, adirarsi. 

Dar noja: Nojare. 

Dare occhiàta: Guardare alla sfug- 
gila. 

Dare odòre : Rendere o esalare odore. 


Dave ombra: Dar gelosia. 


Dare òpera, opra: Operare, accu- 
dire. 

Dare ostàggio, o per o:tàggio: Cor- 
segnare persone in sicurezza. 

Dar pace e dar la pace: Quietare, 
‘pacificare. i 

Dar panzane: Ficcar carote. 

Dar parola o dar la pavòla: Pro- 
mellere con sicurezza di osser= 
vare. 

Dar parte: Dare avviso. 

Dar passione: Molestare. 

Dar paùra: Atterrire.! 

Dar pe’ chiassi, e darla pe’ chiassi : 
Nascosumente fuggire, o fuggire 
uscendo dalle vie maestre. 

Dar pegno, e dare in pegno: Assi- 
curare allrui con meltler pegno in 
sua mario. 

Dar pena: ARecare afflizione. 

Dar pensiero: ZIndur lu mente in 
apprensione, 


220 PARTE 

Dar per Dio, e dare per l'amore di 
Dio: Far limosina, dare in limo- 
sina. 

Dar perfeziòne : Perfezionare. 

Dar per giunta: Dare in luogo di 
giunia. 

Dar per prigione: Consegnare altrui 
come prigwone. 

Dar polso: Animare, dar vita, 

Dar poppa: A4/latlare. 

Dar posa: Conceder riposo. 

Dar potere: Conceder balìa. 

Dar principio: Principiare. 

Dar pruova o prova: Dimostrare, 
pruoeare. 

Dar pugna: Percuofere con pugna. 

Dar punizione: Gasligare, punire. 

Dar querela: Querelare, 

Dar ragguaglio : Ragguagliare. 

Dar ragione: Approvare. 

Dav rasente: (Co/pire eicina allo 
sco/)a. i 

Dar regola: Prescriver la regola. 

Dar retta: Dare orecchio. 

Dav ricàpito: Ricapitare. 

Dar ricttto : Ricettare. 

Dar ripàro: Riparare. 

Dar ripùlsa, o darela ripulsa: Ri- 
gellare, Regare. 

Dar ristoro: Ristorare. 

Dar rossore: Recar vergogna. 

Dar sacco , e dare il sacco: Sac- 
cheggiare. 

Dare scolo, e dar lo scolo : Accomo- 
dave in forma che l’acqua 0 si 
mili scoli. 

Dare sconfitta : Sconfiggere. 

Dar seccàggine: Infastidire, inqute- 
tare, 

Dar sentenza, o la sentètnza: Ser 
tenziare. 

Dar sepoltura: Seppellire. 

Dar sesto: Ordinare. 

Dar sicurèzza , sicurtà, o la sicur- 
tà: Assicurare. 

Dar signoria, o la signoria: Con- 
cedere il comando supremo d’ u- 
na terra. 


TERZA 

Dar singhiozzi: Singhiozzare. 
Dar 
Dar sonno : Conciliare il sonno. 
Dar sosta: Dar riposo. 

Dar sotto, o di sotto: Colpire nella 
parle o sulla parle inferiore. 
Dare spaccio: Spacciare, condurre 

a fine l'impresa. — Vendere o dar 
estto a checchessia. 
Dare spalla: Dare ajulo a portare. 
Dare spasso: Apportar piacere. 
Dare spavento: Spaventare. 
Dare spesa: Apportare dispendio. 
Dare sprone, dar di sprone, e dar 
degli sproni: Spronare. | 
Dare stroppio: Impedire, porre im- 
pedimento. 

Dare sturbo: Dare impedimento. 

Dar sulla bocca: Colpire nella bocca. 

Dar sulla voce: Interrempere la 
trui discorso. 

Dar suòno: Render suono. 

Dar taglia: Mettere imposizione. 

Dar tempo: Conceder tempo, indu 
giare, 

Dar termine: Zmpor termine. 

Dar testimoniàanza : Far testimo 
nianza. 

Dar tormento: Tormentare. 

Dar tracollo: Tracollare. 

Dare un pîantòne: Andarsene senso 
far motto. 

Dare up pugno in cielo: Tendare 
cose impossibile a farsi. 

Dare uscita o l’ uscita: Dar lugo 
onde si possa uscire. 

Dare utile: Apporfare utile. 

Dar vanto: Attribuir pregio. — 

Dar vendita, e dare in vendita : 
Vendere. ‘ 

Dar via o dar la via: Dar luogo 
passare. 

Dar vinto: Conceder vittoria. 

Dar voce: Far correr fama. 

Dare volta, o la volta: Yolfare-T 
Far tornure indietro. 


RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO S7.fRE. 


Stare a bocca aptrta: Ascollare con 
allenzione. 

Stare a bottega: Eserecilare gli arte- 
fici qualche mestici@a nelle lutte- 
ghe. 


Stare a brace: Sar senza conside 
razione. 


i Stare a campo: Essere accampato. 


Stare a canna badata: Stare (0% 
tutta l' applicazione passibile. 


soldo: Dar la paga a’ soldali. 











ETIMOLOGIA E SINTASSI 221 
Stare a cappello: Esser per l' appun- | . go interamente luminoso, nè del 
«lo, nè più, nè meno. tutto al bujo. 
Stare a capriccio: Vivere non usan- | Stare al leggio: Leggere davanti al 
do la ragione, o senza considera- leggio. 
: | zione. Stare al fianco d'alcùno: Stargli 
Slare a caso: Vivere senza conside- allalo, assistergli. , 


. razione. Stare a lira e soldo: Concorrere ai 
. Sipre a cavàllo: Cavalcare, essere | conti per rata. 

‘al di sopra. Stare a livello: Essere a? pari. 

| Stare accorto: Aovertire, badare. Stare alla bada: .Sfare a speranza, 
| Stare a chius’ occhi: Zivere senza | . 0 in aspellatica. 


+ usare la dovuta atlenzione, e il Stare alla bilància: Stare del parì, 
convenienti riguardi. andare del pari. 


Stare a competenza: Compelere. Stave alla brocca: Stare gli uccelli di 
Stare a conto: .So/loporsi al conto rapina imbroccati. 


da farsi. Stare alla carlòona: Zivere spensie- 
Stare a corda: Essere nello stesso ralamente, trascuralamente. 
, _ lello, essere a di;iltura. Stare alla difesa: Difendere. 
' Stare ad assèdio: Assediure, tenere | Stare alla grande: Traltarsi con ma- 
._ assedialo, dimorare all’ assedio. gnificenza. 
Stare addittro: Dimorare addietro, | Stare alla larga: Tralltarsi larga- 
lenersì addieiro, cedere. mente, o comodamente. 
Stare addittro : Premere, posare so- | Stare alla lontàna: Trattarsi in lon- 
pra checches sia. lananza. 
tare a denti secchi: Sfar senza | Stare alla pancàccia: Sedere in luo- 


gg Pangiare. ghi pubblici a ragionare in conver- 
‘Stare a detta: Seguire il dello degli sazione. Ì 


alri, quietarsi all'opinione altrui. | Stave alla persona: Assistere. 
tare a dieta: Cibarsi parcamente. | Stare alla. piana: Zivere dozzinal- 
Mare a diporto: Diportarsi. menie, trattarsi ‘ordinariamente , 
Stare a disagio : Disugiarsi, patir di- e senza lusso. 
sagio. Stare alla posta: Sfar fermo al po- 
Stare a discrezione : Essere sotlo l'ar- slo opporiuno pel fine desiderato. 
bilrio altrui. Stare alla prova: Sfar saldo, reggere 
Stare a dovere: Stare secondo il do- all’ esperienza, venire all’ espe- 
cere, secondo la convenienza, giu- rienza. 
stamenle. Stare alla riprova: Sozfoporsi ad 
Stare a dozzina: Vivere con gli altri] ogni più rigoroso esame. 
a tavola comune, pagando la pai- | Stare all’ arte della lana, seta, ec.: 
luita mercede. Esercilarsi nel iroffico della la- 
o Stare a fidanza d’alcùno: Fidarsi di | na, ec. : 
lui. Stare alla sentenza d’ alcuno: Di- 
Slare a galla : Sosfenersi sull’ acqua, pendere da alcuno, essere in suo 
galleggiare. potere, in suo arbitrio, in sua 
lare a grattarsi la pancia: Essere balia. 
in ozio vile. Stare alla staffa: Seguìre a piede 
Stare a grembo apèrto: Sfare appa- colui, che cavalca. 
lecchialo e desideroso. Stare alla strada: Assassinare. 
lare a guadigno: Esser frutlifero. | Stare alla vedttta, o alla veletta: 
Stare a guardia : Esser custodito, es- Stare allenio per osservare. 
ser in cuslodia. Stare alla vita: Incalzare, pressare. 
Mare a guardia: Guardarsi. Stare alle grida : Creder quello, che 
Stare aiàto: Slarsene senza appli- comunemente si dice da aliri, 
carsi.a cosa ceruna. senza ricercar di vanlaggio. l 
Stare al barlume: Nor essere in luo- | Stare alle mosse: Trattenersi i ca- 















pi 
4 


pi 
E 


229 


valli alle mosse, cioè al luogo, 
donde principia la ‘carriera, per 
correre i palio. 

Stare alle mosse: Aver pazienza. 

Stare all’ erta: Andar cauto nel par- 
lare, o nell’ operare, per non in- 
correre in pregiudizj, o non essere 
grunio. | 

Stare. all’impazzàta: Vivere da paz- 
z0, 0 inconsideralamente. 

Stare all’ ordine: Essere in punto, 
preparato, 0 acconciato. 

Stare al macchiòne: Essere nascoso 
nella macchia, procacciarsi di 
mnascoso con caulela, e sicurezza 
avvanlaggi. 

Stare al pane altrùi: Stare alle spe- 

‘se altrui. 

Stare al paragòne: Sozloporsi al pa- 
ragone, non cedere, contendere 
di bontà. 

Stare al rischio: Sodloporsi al ri- 
schio. 

Stare al sicùro: Non correr rischio. 

Stare alto: Esser in parte sollevata, 
alla. 

Stare al tormento: Star saldo alla 
torlura. i 

Stare al vento: Essere in luogo, do- 

0€ Spiri vendo. . 

Stare a man giunte: Stare in allo 
unzile, e supplichevole. 

Stare a mano manca: Acer il secon- 
do luogo, o il luogo irferigre. 

Stare ammalàto : Esser infermo. 

Stare a modo: Esser conforme al 
modo dovuto. . 

Stare a modo altrùi : Esser secondo 
la volontà, e desiderio altrui. 

Stare a occhi aptrii: Slar con som- 
ma vigilanza. 

Stare a occhio teso, o call’ occhio 
teso: Usare atlenzione. 

Stare a once: Slure a slecchetlo. 

Stare a ordine: Essere în pronio. 

Stare a orecchi levati: Slare inlen- 
lissimo per sentire. 

Stare a oste: Osteggiare. 

Stare a pane, e acqua: Cibarsi di 
solo pune e acqua, sfeniare. 

Stare a paragone, e al paragone: 
Soltoporsi ul paragone, non ce- 
dere, contendere di bonià. 

Stare a parte: Essere @ parte, par- 
lecipure. 


PARTE 


TERZA 

Stare a’ patti o al patto: Mantenere 
la dala parola. 

Stare a pelo: Essere per appunio, 
corrispondere esallamendte. 

Stare a perìcolo: Pericolare , correr 
pericolo. 

Stare a petto: Slare a fronle per 
comballtere. 

Stare a piè pari o co'piè pari: 
Siar con ogni comodità, e sicu 
rezza. 

Stare a pigiòne: Abitare in una 
casa pagandone al padrone Ì 
prezzo palltuito per abilarvi.. 

Stare a piuolo: Aspellare più, ch 
altri non vorrebbe, o ch'e’ noncon- 
verrebbe. 

Stare a proda: Essere verso È esire- 
mila. 

Stare a propòsito: Essere in accon 
cio, tornar bene. 

Stare a ragione: Esser secondelure 
gione, e le convenienze. 

Stare a rigola: Osservar la regola. 

Stare a rilènte: Andar con riguardo 
in far checchessia, non se ne rr 
solvere. 4 

Stare a ripentàglio: Correr rischi, 
esser în pericolo, cimentarsi. — 

Stare a rischio: Essere in rischio, 
correr pericolo, esser sottoposto 
a pericolo. 

Stare a ritroso: Esser posto al con- 
trario. 

Stare al segno o a segno: Sfar c08 
rispetto, con timore. 

Stare a sindacàto: Esser sottoposto 
al sindacalo, render conto alir@ 
delle proprie operazioni. 

Stare a soldo d’alcuno: MiWitare pr 
lui. 

Stare a stecchttto: Zivere con istrel- 
lezza. 

Stare a stento: SlerzZare, ciwere con 
istenia. 

Stare a studio: Tratienersi in alt 
na università a effelto di studiare. 

Stare a tavola: Trallenersi a menso 
per mangiare. 

Stare a tavola apparecchiàta: 40 
la mensa senza briga d’ ordi- 
narla. i 

Stare a tedio: Tediarsi. ; 

Stare a tinèllo.: Cibarsi nelle corb 








EC 


w- 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 
Stare dubbio, o dubbiòso: 


alle mense comuni cogli altri cor- 
ligiani, e servidori, 

Stare attento : Usare altenzione $ 
badare. 

Sare attorno a checchessia: Aflen- 
dere a checchessia, usarvi diligen- 
za, alltenzione. 

Stare a tu per tu: Non cedere a 
cosa veruna. 

Stare a vantaggio: Esser al di so- 
pra. 

Stare a vedere: Zedere, osseroare, 
mirare, riguardare. 

Stare a veglia: Vegliare. 

Stare avvertito: Usare avoerlenza. 

Stare bandito: Essere in bando. 

Star boccone: Giacere colla faccia 
volia verso la parte inferiore. 

Star caldo : Tenersi la persona 
calda. 

Star carpòne, e carpòni: Star colle 
braccia, e co’piedi in terra a guisa 
d’ animal quadrupede. 

Star certo: Accertarsi, esser sicuro. 

Star cheto: Non parlare, non re- 
plicare, acquielarsi. 

Star col cuore nel zucchero : Ziver 
contento. 

Star coll’ arco teso: Badare, at- 
tendere, usar diligenza. 
Star colle mani in mano: 
ozioso |, senza far nulla. 
Star comodo: Zivere agiatamenle , 

o colle dovule comodità. 

Star con altri: 
persona mercenariamente. 

Star confùso : Aver confusione, es- 
sere in confusione. 

Star consolàto: Essere in consola- 
zione, viver consolalo. 

Star d’accòrdo: Vivere in concordia, 
concordare. 

Star da parte: Essere separato, non 
esser partecipe. 

Stare di buon cuore : 
nimo contento. 

Star digiuno: Esser digiuno , 
giunare. 

Stare di mala voglia: Essere frava- 
gliato d’ animo, o di corpo. 

Star di male gambe: Nom essere 
nel proporzionalo vigore del corpo. 

Star di mezzo: Non »’ interessare 
ne da una parte, nè dall’ alira, 
de nersi neulrale. 


Stare 


Star coll’ a- 


di- 


Servire alirui colla 


€93 
Non sa- 

per risolversi , 0 délerminartsi. 
Star duro: Persislere nella sua 0- 

pinione, nè da quella rimuoversi. 


Star fermo: Non si muocere, fer- 


marsi. 
Star forte: 

rendere , 

proposito. 


Non piegare, non s’ar- 
esser costanle nel suo 


Star fra due: Non si risolvere, es- 


sere in dubbiezza. 

Star fra due soldi e ventiquattro 

| danari: Non avanzarsi punito, non 
guadagnare. 

Stare fra il sì, e il no: Non si ri 
solvere, non aver certezza. 

Stare fra l’ incùdine e ’1 martello : 
Esser di mezzo tra due contrarie 
forze pressanti. 


Star giusto: Tornare per appunto, 


esser secondo la proporzione, e 
convenienza. 

Stare grosso con chicchessia: Aver 
con lui principio di sdegno, essere 
in mala- «soddisfazione di lui. 

Stare il dovere: Così convenire, es- 
ser di ragione. 

Stare in apòlline: Mangiar lauta- 
menle. 

Stare in apprensione: Apprendere, 
sospellare, dubitare. 

Stare in arbitrio d’ alcuno: Acere 
esso la facoltà di risolvere, o far 
checchessia. 

Stare in ascolto: Porsi ad ascoltare 
con altenzione. | 

Stare in bilico: Essere in atto di 
prossima cudula , non posare con 
sicurezza , stare in allo di muo- 
versi. 

Stare in cagnesco: Guardare con mal 
occhio , far viso arcigno. 

Stare in camicia : Non avere altra 
vesle in dosso , che la camicia. 
Stare in capitàle: Non guadegnure; 

e non perdere. 

Stare in capo al mondo: Abitare in 
parte lontana. 

Stare in cervello: Non si smarrire, 
non ismagare ; stare all’ erla. 
Stare incognito : Tratlenersi senza 

far la figura dovuta. 

Stare in comàndo : Esser coman- 
dante, comandare. 


: Stare in concòrdia: Esser concorde. 


224 PARTE 

Stare in contegno: Usar gravilà , 
aver fusto. i 

Stare in contemplaziòne: Contem- 
plare, tener la mente fissa. 

Stare in contraddittòrio: Quistionare 
insieme coll’ avversario davanti al 

e. 

Stare in corda: Esser feso. 

Stare in corte: Esser cortigiano, 
servire nel palazzo del principe. 

Stare in danno di alcuna cosa: Non 
averla , perderla. 

Stare indarno : Stare ozioso. 

Stare in deposito: Essere depositato. 

Stare in dispàrte: Trattenersi in 
luogo alquanto separato. 

Stare in dubbio: Dubitare. 

Stare in erròre: Essere in errore, 
errare. 

Stare in tstasi: Essere in estasi, 
sollevarsi a contemplar cose, che 
acanzano la condizione umana, 
uscire de’ sensi. 

Stare in festa: Vivere allegramente. 

Stare in forse: Dubilare. 

Stare infra due: Non si risolvere. 

Stare in governo : Governare città, 
popoli, ec.; averne il governo. 

Stare in guardia: Guardarsi. 

Stare in mano d’ alcuno: Esser in 
suo potere. 

Stare in occhi: Acversi guardia. 

Stare in’ oraziòne: Orare. 

Stare in orecchio: Tener 1’ orecchio 

. allento per udire. 

Stare in ozio: Vivere oziosamente. 

Stare in pace: Badare a sè, star- 
sene pacificamente. 

Stare in parlàre, o in paròle: Sof- 
fermarsi a parlare. 

‘Stare in pedùli: Esser senza scarpe. 

Stare in pegno: Essere la cosa ; 0 
la persona di che si tratta ) per 
sicurla. 

Stare in pena: Acer pena, penare. 

Stare in pensitro: Essere in pensiero, 
avere apprensione. 

Stare in pericolo: Non piegar più 
da una banda , che dall’ altra, 
fare equilibrio , rivolgersi sempre 
in equilibrio. 

Stare in piedi: Esser rillo, non se- 
dere, non giacere. 

Stare in poppa: Essere nelle navi 


. dalla parte della poppa. 


TERZA 

Stare in preda: Essere esposio ad 
esser predalo, divenir preda. 

Stare in proda: Esser wicino all e- 
stremità , o sull’ estremità. 

Stare in punta di piedi: Regpersi 
sulle punite de’ piedi, sollevandone 
da terra il rimanente. 

Stare in reputazione: Sostenersi, non 
cedere y non calare dalle prelen- 
sioni più alle. | 

Stare in sè: Non si accomunare con 
gli altri, star sulle sue, esser s0- 
litario. | 

Stare in sella: Essere accomodelo 
nella sella. 

Stare in sentore: Sfare aspellando 
con altenzione qualunque notiua. 

Stare in sospiri : Sospirare, essere 
in guai. 

Stare in sull’altrui: Rubare. 


Stare in sulla nostra: Essere inlw- i< 


go esposto al pubblico, ad efell 
d’ esser veduto. 

Stare in sulla negativa: Negare. 

Stare in sulla persona: Star dini 
colla iesla alla. 

Stare in sulla règola: Andar pi 
sollile, per appundo. 


Starein sulle generàli: Non venir e0l | 
discorso ad espressioni particolan. 
Stare in sulle stoccate: Stare asl | 

tamente, e con sottigliezza | 


su’ suoi vantaggi. 


Stare in sulle sue: Andar cauto n ‘i 


arlare , per non esser giuro. 
L) 








Stare in sul sagrato: Rilirars 0 * 


stare in chiesa, cimiterio, 0 db > 


tro luogo sacro , o sagralo. — 
Stare in sul saldo: Non partiti dal 
sicuro. 
Stare in timòre: Temere. 


Stare in tormento: Senti tormenti < 


esser travagliato. 


Stare in transito: Essere in sul né è 


rire. 
Stare in trattato: Acer frallalo, 
essere in negozio, trallare. 


Stare in travàglio: Acer iravaglo ; vo 


esser travagliato. 


Stare in tuono: Non uscir del tuo o 


no, accordare. 


Stare in zucca: Essere u capo 800° | 


perio. | 


Stare in zurlo: Tratfenersi n alle: | 


gria, divertirsi. - - 





ETIMOLOGIA È SINTASSI 


Star lesto: Badare attentamente. 

Star mallevadòre: Esser  malleva- 
dore. 

Star nel cuore: Aver presente nel 
pensiero. 

Star nella fede: Mantener la fede. 

Star nel mezzo: Essere nella parle 
ugualmente lontana dagli estremi. 

Stare ne’ suoi cenci, o ne’ suoi pan- 
ni: Non s' intrisare con persona di 
riga superiore, non avere desiderj ) 
olire alla propria sfera. 

Siare ne’ lirmini: Non uscir del con- 
venevole, iIrallenersidentro a’ ler- 
qrini dovuli. 

Stare palise: Essere palese, dimo- 

‘ rar palesemente. 


Stare pe’ fatti d' alcùno: Operare per 


li suor interessi. 

Star pegno: Essere sicurtà. 

Star per le spese: Servire senza 
altra mercede, che del villo. 

Stare per opera: Lavorare con pat- 
tuila mercede dell’ opera che si 
faccia. 

Stare per pegno: Essere la cosa 0 
la persona, di che si traltla, per 
sicurià. 

Star presente : Esser presente. 

Slar provveduto, o provvisto: Esser 
proovedulo, essere in pronio. 

Star quieto: Acquelarsi. 

Star ramingo : 
patria, e casa palerna, senza aver 
luogo fermo, nè assegnamento 
fisso. 

Stor rasinte : Esser fanto vicino, 
che quasi si tocchi la cosa che è 
allalo, esser vicinissimo. 

Star vritenoùto : Esser riguardato, 
usare avverlenza, o rilenulezza. 

Star saldo: Star fermo. 

Star sano : Goder sanità. 

Stare scollacciàto: Porfare il collo, 
e parle del petto scoperto. 


Esser fuori della 


225 

Star sodo: Star duro. 

Star sospeso : Essere in dubbio, esse- 
re in pensiero. 

Stare sottosòpra: Essere colla parte 
superiore di sotto, e colla inferio- 
re di sopra. 

Star su due piedi: Essere in tstalo 
sicuro. 

Star sul cuore: Aver pensiero gran- 
dissimo. 

Star sul grande, o in sul grande: 
Usar fasto, vivere con allerigia. 
Star sul grave o in sul grave: Usar 
porlamenti, e maniere graoi, vive- 

re con gravità. 

Star sull’ ali, o in sull’ ali: Volare. 

Star sull’ ali o desto in sull’ ale: Es- 
sere in desiderio, o risoluzione di 
muoversi; stare in punto per par- 
dirsi. 

Star 
fede. 

Star sulla regola: 
gola. 

Star sulla sua: Tener suo grado, 
star sul grande. 

Star sull’ avviso: Procurar d?’ esse- 
re avvisalo, far diligenza per aver 
notizie. 

Star sulle spese: Zivere con ispesa? 
vivere fuori della . propria casa 
con dispendio. 

Star sull’ orlo di checchessia.: Esser 
prossimo a fare, o a oitener chec- 
chessia. 

Star sul. taglio 0 in sul taglio: 
Vendere panni 0 drappi a mi- 
nuto. se 

Stàr sul vantàggio: Procurare in- 
dustriosamente i proprj vantaggi. 

Star terra terra: Essere in basso 
slalo. 

Star vestito: Aver Ze vesti in dosso 

Stare zitto: Tacere, non parlare. 


sulla paròla: Maniener la 


Osseroare la re- 


RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO FARE. 


Fare àbilo, o l'abito: Assuefarsi. 

Fare abuso: Abusare. 

Fare a'capèlli: Acciuffarsi per li ca- 
pelli contrastando. 

Fare accalteria: Accatltare. 

Fare acciàcco: Danneggiare 
rhessia. 


Gram. Lal. 


come+- 


Fare accorto: Informare s rendere 
avvisalo. 

Fare a comune: Parzecipare ad al- 
cuno le propriè cose. . 

Fare a credere: Dare ad intendere. 

Fare a’ cozzi: Cozzare. 


30 


226 PARTE 

Fare acqua: Passar l' acqua per le 
fessure della nave.—Pisciare. 

Fare afa: Venire a noja. 

Fare a fanciùllo: Non istare nel 
concerlalo come fanno i fanciulli. 

Fare a far peggio: Fare alla peg- 
gio. 

Fare affàto: Operare senza distin- 
zione. 

Fare a fidànza: 
curlà. 

Fare a gara: Compelere. 

Fare agio: Compiacere. 

Fare a giova giova: Ajutarsi ?° un 
? altro. 

Fare ala: Allargarsi dando luogo a 

| chi passa. 

Fare al fatto: Importare. 

Fare alla carlòna: Operare frascu- 
ralamenle. 

Fare alla grappa di qualche cosa: 
Gareggiare a portarsela via. 

Fare alle braccia: Fare alla lolita. 

Fare allegrezza: Rallegrarsi. 

Fare alla pugna: Percuofersi ovicen- 
devolmente colle pugna. 

Fare altàr contro altàre: 
autorità conlro autorità. 

Fare alto: Fermarsi. : 

Fare a miccino: Consumare a poco 
per volla. 

Fare ammenda, o l’ammènda, o 
eménda : Risarcire il danno. 

Fare a modo: Operar bene. 

Fare a’ morsi e a’ calci: Fare una 

. fiera contesa. 

Fare andar per filo: Costrignere ad 
accomodarsi all’ altrui volontà. 
Fare ànimo : Rincuorare, animare. 
Fare aperto: Far manifesto. 
. Fare a posta: Operare a bello stu- 

dio. 
Fare a propòsito : 
materia. 
Fare a rovescio, e arrovescio: Ope- 
rare al contrario. 
Fare arte: ZEsercitare arle. 
Fare a’ sassi: Percuolersi co’ sassi. 
Fare aspro piglio: Mare mal piglio. 
Fare assàggio: Assaggiare, far prova. 
Fare a stento: Operare con leniezza. 
Fare atto : Gesteggiare, far gesto. 
Fare avànzo: Far guadagno , acqui- 
slo. 
Fare avvisàto: 
dar nolizia. 


Trattare con si- 


Opporre 


Tornar bene alla 


Rendere avvisato, 


TERZA 

Far bachi: Generar bachi, 

Far baldoria: Accender fuoco. — 
Dare indizio o segno d’ ullegrezza. 
— Consumar lutto il suo acere, 
dandosi buon lenpo. 

Far bambine o una bambina: Com- 
meltere errori, leggerezze. 

Far banchètto: Apprestar banchello. 

Far banco: Esercitar l arle del ban- 
chiere. 

Far baratteria: Ingannare. 

Far batosta: Contendere con pa- 
role. 

Far beffa: Burlare, ingannare. 

Far bica: Ammassare, ammu- 
chiare. 

Far bisògna , o le bisògne: Fare 
i fatti o le faccende. 

Far bocca da ridere: Dar sregno d 
voler ridere. 

Fare bottega : Esercitar bollega, e 
ser bollegaio. 

Fare bravàte: Braoare. 

Far breccia: Aprire le muroaglie, + 
i terrapieni, colle arliglierie 0 colle 
mine. 

Far brigàta: Far conversazione d 
buon tempo. 

Far buona o mala cera: Cibarsi bene, 
o male. 

Far buona vita: Mangiar bene, low 
tamente. 

Far callo, o il callo: Diveni co 
loso, incallire. 

Far cammìno, il cammìno: Cam 
minare. 

Far canzòne: Cantare, compor con 
Zoni. 

Far capitàle, o il capitàle: Penso 
di valersi di alcuna cosa. 

Fare capolino: -Affacciarsi di 50 
piallo. 

Far cappòtto: Rocesciarsi del basti 
mento, sicchè rest la chiglia s0- 
pr’ acqua. 

Far carestia, e a carestia : Adoprar 
con riseroo 6 a miccino. 

Far carne: Ammazzare,, predare. 

Far carrièra, o la carriera : Correre. 

Far caso: Stimare , importare. , 

Far castelli in aria: Mare disegni 
vano.—Pensar cose vune € impos 
sibili. 

Far càuto : Assicurare , dar sicurtò. 

Far cedobonis: Far cessione a' ere 
ditori di tutti ì beni. 





n 


N. 


-—— =) 


ETIMOLOGIA 
Far ceffo: Far muso, mostrare d'a- 
‘ vere per male una cosa. 

Far cenere: Incenerire. 

Far cenno, o un cenno: efccen- 

nare. 

Far cerca: Cercare. 

Far cerchio : Piegare. 

Far certo: Certificare. 

Far chiaro: Chiarire, certificare. 
Far chiasso : Romoreggiare , stre- 

piulare. 

Far chiosa, o la chiosa: Chiosare. 
Far ciancia : Cianciare. 

Far coda: Andar dietro altrui per 

corteggiarlo. 

Far coleziòne : Cibarsi da mattina 

avanti di desinare. 

Far colònna: Dare appoggio. 

Far colpo: Colpire. — Conseguire 

queslo che si desidera. 
Fare come i colòmbi del rimbussàto: 
Siar musorno. sa 

Fare come il podestà di Sinigaglia : 
Comandare e far da sè. 

Fare come i pìfferi di montagna: 
Andar per dare, e toccarne. 

Fare come la putta al lavatòjo: 
Vale cinguetlare. 

Fare come l’ asin del pentolàjo: 
Fermarsi ad ogni Iratto. 

Far comènto, o il comtnto: In- 

lerpetrare , esporre. | 

Fare come va falto: Far bene, far 

perfettamendle. 

Far comparsa : Comparire. 

Far complimento : Complire , dir 

parole di cerimonie. 

Far composizione: Convenire, com- 

porsi. 

Far concttto: Immaginarsi, pro- 

porre. 

Far concilio, o il concìlio: Adunare 

concilio. 

Far ‘concistoro: Adunar concistoro. 
Far consapevole : Aovisare , infor- 

mare. 

Far consùlta: Consultare. 

Far conto , a il conto : Eslimare, re- 

putare. 

Far contratto: Stipulare strumento, 

o scrittura pubblica. 

Far convito: Conoitare. 

Far coròna: Circondare. 

Far corno: Mettere in massa. 

Far corrotto: Piangere , far pianto. 


B SINTASSI L27 
Far cotenna , 0 buona cotènna: 
Ingrassare. 


Far credere: Persuadere. 

Far creditore uno: Scrivere alla 
partita de’ debiti il danaro rice- 
ovulo. 

Far crepatura : Crepare, aprirsi in 
iscrepoli. 

Far croce: Arrecarsi le braccia al 
pelto, a guisa di croce, in alto di 
preghiera. 

Far daddovero: 
mentle. 

Far dall’ a alla zeta: Far fullo. 

Far da vero : Operar risolutamente. 

Far del ben bellèzza: Far bene as- 
sai; ma si dice più per ironia, e 
allora vale Spendere, scialacqu are 
quanto uno ha. 

Far del grosso: Sfare in contegno. 

Fare della necessità virtù: Fare per 
necessità una cosa y che per altro 
non si farebbe. 

Far delle paròle fango: Mancar di 
parola. 

Far del magno: Ostentare magni- 
ficenza. 

Far del resto: Giuocare di tutto 
quel denaro che uno ha davanti. 

Fare derràta grande: Dare per poco 
prezzo. 

Far diàvolo, fare il diavolo: Usare 
ogni sforzo. 

Far di chino: Piegarsi, dichinarsi. 

Fare di fatti: Operar senza far 
parole. 

Far digestione: Digerire. 

Far di mano: ZLavorar di mano. 

Far di meno: Far senza , o fare 


Operar risolula- 


altrimenti. 

Far di mestitri: Fur di bisogno, 
bisognare. 

Far dimora, o dimorànza: Dimo- 
rare. 


Far di quel che non si vorrebbe: 
Far cose che non si ovorrebbero 
fare. 

Far di quelle: Fure delle cose 
stravaganti. 

Far diritto: Amministrare giustizia. 

Far dirittura : Operar rettamente. 

Far discorso : Discorrere , ragionare. 

Fare diségno, o un distgno : Pen- 
sere, disegnare. 


228 PARTE 

Far distéso, 0 un distéso: Disten- 
dere o mettere in iscrillo. 

Far divitto: Proibire. 

Far divizia: Regsalare largamente. 

Far di voglia: Far volentieri. 

Far doglia: Recar dolore. 

Far dogliànza: Dolersi, rammari- 
carsi. 

Far dono: Donure, concedere. 

Far dovere, o il dovere: Operare 
secondo la converienza. 

Far dura: Durare, resistere. 

Fare ecctito: Eccelluare. 

Fare effitto : Operare. 

Fare eletta: Scerre, scegliere. 

Fare erba, o l’erba: Scegar ? erba, 
raccor Î' erbo. 

Fare esecuzione: Eseguire. 

Fare estrcito: Radunare, a;nmas- 
sare. 

Far faccende: Operare assai. 

Far faccia, fav faccia tosta: Esser 
sfacciato , ardilo. 

Far fagotto: Affardellare. 

Far fallo: Far errore, o torto, 
Errare. 

Fare falò: Far baldoria. 

Far fatto: Operare. 

Far favore: Favorire. 


Far fazione: Unirsi in fazione. 
Far fede: Testimoniare. 


Far fedeltà, o la fedeltà, Giurare 
fedeltà. 

Far feria, o feriàto: Asfenersi dal 
luvorare. 

Far festa, o la festa: Fesdeggiare. 

Far fidecommitsso, 0 fidecommisso : 
Assicurare , 0 vincolare una cosa 
in forma , che ella non si alieni 
dal possessore. 

Far fine: Firire. 

Far finta: Fingere. 

Far foce: Sbaccare. 

Far forte : Forlificare. - 

Far forlùna: Guadagnare ;, arric- 
chire. 

Far frvacàsso : Far romore. 

Far franco: Francare. 

Far frutto: Frutlificare. 

Far fuoco: Accender fuoco. 

Far furto: Rubare. 

Far gala: Usar magnificenza, 

Far gara: Indurre confusione. 

Far garbiglio : Indurre confusione. 

Far gente: Assoldar milizia. 


TERZA 3 

Far ghiotto: Indurre avidità. 

Far giornàta : Consumars il giorno. 

Far giostra: Giostrare. 

Far gita: Camminare, fare eser- 
cIziO. 

Far giudizio: Giudicare. 

Far giuoco: Fare scherzo. 

Far glosa: G/osare , ghiosare. 

Far gola: Indur desiderio. 

Far gomito: Si dice de’ muri quan 
do escono dalla loro dirillura. 
Far govèrno di checchessia : Dispor- 

re di quella tal cosa. 

Far grande,: Zugrandire, aggran- 
dire. 

Far grido : Gridaré. 

Far groppo: Aggroppure. 

Far guadagno : Guadagnare. 

Far guardia : Guardare, cuslo 
dire. 

Far guasto: Deoastare, guaslare 

Far guazzo : Bagnare eccedente 
mente. 

Far guerra : Guerregsgiare. 

Fare i convenèvoli: Nar le cirimo 
nie. 

Fare il becco all’ oca: Terminare 
D impresa felicemendle. 

Fare il conto senza l'oste: Pro 
mellersi troppo , per non aer 
provvedulo ogni cosa. i 

Fare il covo: Fare il nido. — Di 
morare , stanziare. , 

Fare il fatto suo: Fare i suo 
teresse. 

Fare il galàote: Amoreggiare.. 

Fare il nanni: Zirgersi semplice. 

Fare il suo partre: Fare a SU 
modo. 

Fare il pazzo: Diportarsi da pa» 

Fare il pianto: Abbandonar chee- 
chessia, non vi pensar più. | 

Fare il ponte d'argento: Fare 08 
buon parlilo ad altri, perchè st 
ne vada. . 

Fare il potere, o il suo pottre : Fare 
il possibile. 

Fare il ricco: Osfentare ricchezza. 

Fare il santo: Affettar sanità. 

Fare il tenòre: Candare in chiave di 
tenore. : 

Fare il voltre d'alcùno: Compia- 
cer’'o, far la sua voglia. 

Fare imbroglio: Imbrogliare. 

Fare impeto: Spignere, 


e 


so 


PT 
po 


2° 


iù ‘“ ETIMOLOGIA E SINTASSI 


Fare imposta: Imporre gravezza. 

Fare impresa: ZImprendere. 

Fare inceita: Zncellure. 

Fare inceitta di chicchessia: Cer- 
carne. 

Fare incontro , o incontra : Incon- 
trare. 

Farsi innànzi: Accostarsi, appros- 
simarsi. 

Fare inquisizione: Diligenlemente ri- 
cercare, inquisire. 

Fare intltso: Rendere allenio. 

Fare inventàrio: Zrnoentariare. 

Fare invito : Incilare. 

Fare iva: Concilare ira. 

Fare i volti: Conzrafare la faccia 
d’ alcuno. 

Far la civetta: Dicesi delle donne 
che iroppo vanamente amoreg- 
giano. 

Far la gatta morta, o la gatta di 
Nasino: Fingersi rimesso e ad- 
dormenlalo. 

Fav la guardia: Guardare, cusio- 
dire. 

Far la luna: Rinnovarsi la luna. 

Fare lamentànza: Lamentarsi. 

Fare Ja ninna nanna: Usere una 
canlilena propria per addormen- 
ture i bamlinzi, nel cullarii. 

Far la paràta: Medlersi in ordinunza 
di parata per ricevere o fare onore 
o qualcuno. 

Far la pera: Apporlare alirui di 
nasco:0 , e maliziosamente alcun 
pregiudizio grande. 

Far lappe lappe: Si dice quando al- 
cuno desidera ardentemente al- 
cuna cosa. 

Fare larghizza: Usare Nberalità. 

Far la ronda: Mare la guardia. 

Far la serpe tra l’angaille: Essere 
accorto , e fraltar co) semplici. 

Far laude: Operar laudecolmente. 

Far la zuppa nel panitre: Mur cosa 
mulile, 0 che non può riuscire. 

Far lega: Collegar.i. 

Far legge: Costituir per legge. 

Far legne: Tgliar legne. 

Far le màschere: Andare in ma- 
schera. 

Far le none: Prevenir colle porole 
colui, che sì crede voler richieder 
di checchessia, con dir di non 
averla. | 


Far 


29 

Far lesso : Lessare. 

Far le stimite , e le stimate: Alzar 
le mani per la maraviglia. 

Far letto: Acconciar sostegno, 4 
checchessia a guisa di lello. 

Far leva: Levar soldatesca. 

Far levàta: Lecare, alzare. 

Far libbra, o la libbra: Mandare 
imposta. 

Fare le voci: Contraffare la voce di 
alcuno. 

Fare lieta ricevùta: Far liela acco- 
glienza. 

Far lieto: Rallegrare. 

Far limòsina: Dar limosina. 

Far l’ indovino: Conghietlurare, in- 
dovinare. 

Far loco: Cedere alirui il passo. 

lar lo spivituàle: Fingere di essere 
devolo o simile. 

Far luce: Far lume. 

Far lungi: AW/ontanare. 

Far luogo: Conceder luogo. 

far lustro: Render lustro. 

Far macello: Xure strage ; 
dere. 

Far magazzino: Adunare insieme. 

mal d’ occhio: dffascinare, 
ammaliare. 

Far maleficio: Commetter delitto. 

Far mal giuoco ad alcùno: Far- 
gli offesa grave. 

Far malia: Usare arti diaboliche. 

Far mal piglio: Fare atto col vollo, 
con che st esprime naturalmente 
dispiacere. 

Far mal volto: Guardar di mal oc- 
chio. 

Far marav'glia: Cagionare ammi- 
Tazio. 

Far martirio: Dar martòr/. 

Far masserizia: Usar parcamente 
di checchessia. 

Far matitzza: Operar scioccamente. 

Far memòria: Ricordare, rammen- 
lare. 

Far menziòne: Mentovare. 

Far mercàto: Mercaniare, conirat- 
lare. 

Far mercè: Dar guiderdone, con- 
ceder premio. 

Fare mestitre, o mestitro: Professa- 
re arte, far bottega. 

Far mestitri, o mestitro: Bisognare. 

Far miràcolo: Operar miracolo. 


ucci- 


250 


Far mischia: Venire a questione, a 
rissa. 

Fare misericordia : Usar misericor- 
dia. 

Far moine: Far carezze. 

Far monte: Mellere in monile, am- 
montare. 

Far mossa: Muoversi, dare segno di 
muoversi. 

Far mostra, o la mostra: Mostrare. 

Far motto: Parlare. 

Far nimico o nemico: 
mico. 

Fare noja: Nojare. 

Farsi nome: Acquistarsi nome 0 
fama. 

Far notorio: Render noto, b pub- 
blico. 

Far nozze, o le nozze: 
matrimonio. 

Fare obbligo: Obbligarsi. 

Fare occhio, o d’ occhio: Accenna- 
re, dar d’ occhio. 

Fare occhiolino: Dar d’ occhio col 
chiuderlo. 

Fare oltràggio: Oltraggiare. 

Fare ombra: Jiender ombra.— Dare, 
prendere sospello. 

Fare oraziòne o |’ orazione: Orare. 

Fare orecchie: Dare orecchio. 

Fare oste: Guerreggiare. 

Fave osteria: Tener l osteria, dar 
mangiare e bere a prezzo. 

Far palese: Palesare. 

Far pancàccia: Adunarsi o fermar- 
st a discorrere in luogo esposlo al 
pubblico. 

Far pane, o il pane: Impastar la 
farina. 

Far parentàdo: Imparentarsi. 

Far pari: Pareggiare. 

Far parlàta: Parlare, ragionare. 

Far paròla: Parlare. 

Far parte: Far separazione. 

Fare partita: Partire. 

Far partito : Concludere un negozio. 

Far pastùra: Far maneggio per ade- 
scarej porgere alletlamenti. 

Far patto, o il patto: Patleggiare. 

Far pazzia o le pazzie: Operar 
pazzamente 

Far pecca: Fullire. 

Far pedùccio : Ajulare , o sostene- 
re altrui colle parole. 


Render ni- 


Conirarre 


PARTE TERZA 


Far pellegrinaggio: Andare in pel- 
legrinaggio a visitare Ù luoghi santi, 

Far penitenza: Soddisfare penal- 
mente pe’ falli commessi. 

Far pensiero: Pensare, far conto, 
far ragione. 

Far perdono o perdonànza: Conce- 
der perdono. 

Far pianto: Piangere. 

Fav piazza: Spianar le case per ri- 
dur quel sito in forma di piazza. 

Far pietanza : Dar da mangiare. 

Far pilastro, o pergola: Star fer- 
mo, senza operare. 

Far polvere: Far sollevare la pol- 
vere. 

Far popolo: Adunarsi pubblicamen- 
le, o metlere insieme gente. 

Far posa: fermarsi. 

Fav pràtica: Praticare, acqui:tar 
pratica. 

Fare pregio: Render pregevole: 

Fare presa: A4laccarsi, appigliarsi 
assodare. 

Fare presa, o la presa: Rappigliarsi, 
assodare. 

Far pressa: Importunare, incalzare. 

Far presso: Accostare, apressare. 

Far prigione: Catturare. 

Far pro, o prode: Apportar utile. 

Far procaccio: Procacciare. 

Far prodtzze: Operar con calore. 

Far propòsito: Proporre in sè slesso, 
con risoluzione d' eseguire. 

Fav prova o pruova: lare esperienza. 

Fare pubblico: Pubblicare. 

Fave pugna: Combattere, pugnare. 

Fare pulito: Far bene, e netla- 
menle checchessia. 

Far punto: Fermare di parlare. 

Far querimònia: Dolersî, ramma- 
PICUTMSI. 

Far quistione: Muover dubbio. 

Far radice: Radicare. 

Far razza: Generare. 

Far resto, o fare resto e saldo: Fi- 
nire, terminare, saldare. 

Far vetta: Mar resistenza. 

Far vicevùta: Far accoglienza. 

Far'ricòlta, 6 raccòlta, o la ricò!- 
a: Raccogliere. 

Far ricordo: Mur menzione. 

Far ricorso : RiLorrere, 

Far ripàro: Riparare. 


w& . *- 


TIMOLOGIAE 
Far riso: Ridere, 
Far ritiràta o ritràtta: Rilirarsi, ri- 
cogliersi. 
Far romòre: Romoreggiare. 
Far rosta: Fermarsi più persone in 
giro, per impedire checchessia. 
Fare sacco : Adunarsi, e fermarsi le 
materie in alcuna parte. 

Far sacramento : Giurare. 

Far salita: Salire. 

Far sangue: ZVccidere. 

Far sano: Rimetlere in sanità. 

Far scala: Fermarsi în alcun luogo. 

Far scalpore : Far rumore, stre- 
pito. 

Fare scàndolo: Scandalizzare. 

Fare scemo: Si dice di chi non può 
riscuotere l' intero credito. 

Fare scempio: Fare strage, uccide- 
re crudelmente. 

Fare schermo: Schermirsi. 


Fare scherna, o scherno: Schernire. 


Fare schiavo: Ridurre in ischiavitù. 


. Fare schiera: Schierarsi 
° Fare scommèssa: Scommellere. 


. Fare sconfitta: Sconfiggere. 


‘ Farsi scorgere: Farsi conoscere. — 


Farsi burlare. 


‘ Fare scorla: Scorfare. 
‘ Fare scritta: Ridurre în iscrittura, 


contrallo, accordo o simili. 


‘ Fare scrùpolo: Meter dubbio. 


Fare scudo: Far riparo, far difesa. 


‘Fare scusa o la scusa: Scusarsi. 


Far segnàle: Far segno. 


Far segno: Dar cenno, dar dimostra- 
zione. 

Far sembiànte o sembiànza : Far se- 
gno, dimosirazione. 

Far senno: Operare con senno, 
giudiziosamendle. 

Far sentore: Far romore. 

Fare serenàta: Andar con canti e 
suoni, avunti la casa della dama 
per lo sereno della notte. 
ar sermone: Parlare, sermonare. 

Far serra: Zncalzare, opporsi con 
tutte le forze. 

Far sessione: Znirsi a consuliare 
sopra alcun affare. 

Farsi sete ad alcuno: Venirgli sele. 


Far setta: Unirsi per alcun fine 


particolare. 
Fare sforzo: Sforzarsi. 
Far siepe: Chiudere, circondare. 


E SINTASSI 


251 


Fare soggiorno: $Soggiornare, dimo- 
rare. 

Fare somma: Mettere insfeme più 
cose. 

Fare spalla: Dare appoggio. | 

Fare spallùcce, o Di spallùccia: 
Raccomandarsi. 

Fare spariziòne: Sparire. 

Fare spervimento: Sperimentare. 

Fare spettàcolo: Rappresentare, re- 
cilare. 

Fare stanza: Dimorare, trattenersi. 

Fare stare: Tenere a dovere. 

Fare stenio': Patire. 

Fare stilica: Generare stitichezza. 

Fare stomaco: Commooere, pertur- 
bare lo stomaco. 

Fare strada, o la strada: Andare 
avanii mostrando la via. 

Fare strazio: Sraziare. 

Fare strida: Stridere. 

Far taccio, o un taccio: Non con- 
teggiare minutamente , ma con- 
cordare i conti così alla grossa 
per finirgli. 

Far taglia: Mer lega. 

Far tavola: Tener convito. 

Far tempòne: Stare in allegria. 

Far tenzone: Combattere, tenzo- 
nare. 

Far tesoro: Tesaurizzare. 

Far testa: Opporsi, resislere, di- 
fendersi. 

Far trasporto: Trasportare. 

Far tregua, o triegua: Sospender 
l offese, sospender l' armi. 

Fare tribunale: Ammunistrar giusti- 
zia. 

Far tumùlio : Tumultuare. 

Fare vantàggio: Zantaggiare. 

Far vedere: Operar ch’ altri vegga. 

Far veduta, o veduto: Far sem- 
bianza , far vista. 

Far vela: Disfender le vele, e an- 
dar via. 

Far velo: Velare, coprire. 

Far vergogna: Apportar disonore. 

Far vezzi: Vezzeggiare. 

Far via: Aprir la via. 

Far vigilia: Digiunare il dì che pre- 
cede alla festa. 

Far vile: Render vile, aovilire: 

Far villania: Offendere, usare scor-: 
lesia. \ 

Far visita: Yisitare. 


2372 PARTE TERZA i 
Far vista, viste, o le viste: Zin- | Fare usanza: Usare. 

gere, simulare. Fare uùtile: U4lizzare. 
Fare vizio: Operare oiziosamente. | Fare zitto: Fare piccolissimo ro- 


Fare una cosa fatta: Giudicurla per more. i 
Salta. Fare zuffa : Combatlere, assuffarsi 


Far voglia: Indur desiderio. Fare zuppa: Zazuppare. 
Fare uopo: Fare di bisogno. 


OSSERVAZIONI 
SULLA PROSODIA DE' VERBI IN ARE. 


S. IL L' accento tonico della voce dell’ infinito trovasi 
sempre sulla prima vocale della desinenza radicale are. 

Nelle altre voci della conjugazione, (eccetto nelle 3 per- 
sone singolari e nella terza plur. del te:npo presente de' moli 
indicativo, soggiuntivo e imperativo), l'accento suddetto si f 
parimeate seatire sopra una delle vocali componenti la det 
nenza derivativa, sebbene non in tutte sulla prima, come: pr. 
pres. ante; par. pass. dlo; ger. àndo. 
INDICATIVO VRES. -2.1/m0,-ale. 

Tempo imperf.-èv2,0 -àvo,-àvi,-ùva,-avàmo,-avàle -.i00 


no (25). 
Pass. def. -az,-àsti,-ò,-ammo,-àste.-àrono. 
Futuro -erò,-eràl,-era,-erémno,-eréte,-erànno. 


SOGG. Pres. -/amo,-iùle. i 
Imperf. -dssi,-àsst,-asse,-Gssimo,-ùste,-àssero. uni 
CONDIZION. pres. -eréi,-erésti -ertbbe s-eremmo yeres 

erebbero, o -erìîbbono (28). 

Sono queste regole universali senz'alcuna eccezione; I 
quel che generalmente cagiona non piccola perplessità, ser 
tamente agli stranieri, si è il sapere in su quale delle sillabe 
si debba far sentire l' accento tonico nelle tre persone sig € . 
nella terza plur. del tempo pres. de’ modi indicat. soggua 
e imperat.; conciossiachè la desinenza, che in esse sostituiscett 
alla radicale, non consistendo che in una sola vocale, l° accento 
deb5besi far sentire sopra una delle antecedenti vocali: 00! 
maggior male si è, che è cosa difficilissima, anzi quasi IM 
possibile, il guidarli in questo particolare con sicurezza, muli > 
essendovi nell’ idioma italiano di più irregolare ed incerto. Ciò 


(25) La più parte de’ Toscani, contrario alla regola, fanno per lo più i 
sentire l' arcento tonico sulla prima vocale delle desinenze avamo, acat*; | 
evamo, evàle, ivàmo , ivàale, pronunziando essi amdoamo, credecamo» 
dormìivamo;amàvale, credèvate cc., e si\ha da molti per una pronun?!! 
affettata il dire amavàamo, credevamo, dormivamo; amovate, eredevale, i 
sentivale ec. e: 

(26) Queste regole sono comuni a’ verbi di tutte le conjugazioni. 


- 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 255 
non ostante, puossi chiarir la cosa stabilendo alcune regole, 
le quali, comechè sieno ben lungi dall’ esser generali e ‘co- 
santi, pure sarà util cosa il prenderle per norma; perocchè 
val meglio un sol raggio di luce che un intero bujo. Si os- 
servino adunque le seguenti quattro regole. 

S. II. Prima regola. I verbi, che nell’ infinito sono di 
tre e di quattro sillabe, ricevono l'accento tonico, nelle per- 
sone suddette, in sulla prima sillaba, come (27): 

AMARE, amo, ami, ama, àmano, ami, amino. 

OPERARE, òpero, òperi, opera, operano, òperi, operino. 
CARICARE, carico, càrichi, carica, cùricano, cùrichi, càri- 
chino. | Cee e; 
BRONTOLARE, bròntolo, bròntioli, bròntola, bròntolano, bròn- 

toli, bròntolino, ec. 

Scconda reg. I verbi che nell'infinito hanno cinque o 
più sillabe, ricevono l'accento sull’antipenultima sillaba, come: 

DISSIMULARE, dissimulo, dissimuli, dissimula, dissimula- 
no ec. | 

DIMENTICARE, dineéntico, dimentichi, diménitca, diménti- 
cano ec. | 

AMMORBIEDARE, ammòrbido, ammòrbidi, ammorbida, am- 
morbidano ec. | | 

DesipEnARE, desidero, desideri, desìdera, des>derano ec. 

PREGIUDICARE, pregiùdico, pregiùdichi, pregiùdica , pregiù- 
dicano ec. 0 

INTITOLARE, intilolo, intitoli, inttola, inttolano ec. 

Terza reg. Ne verbi, di quante sillabe essi sieno nell’ in: 
finito, in cui la desinenza radicale are sia immediantemente 
preceduta da due consonanti, separabili uel sillabare, l'accento 
si fa sentire in sulla penultima si;laba, come: 


. 

, (27) Questa regola debbesi intendere solo pe' verbi semplici, imperoc- 
ch ne' composti, cresciuti di una sillaba mediaute qualcuna delle particelle 
iniziali ad, af, ap, as, co, con, dis, in, ri, ec, che ricevono, l’ accento 
debbe cadere sulla stessa sillaba che quella de’ loro semplici, divenuta la 
seconda a cagione dell’accrescimento, come: Adombràare, adòmbro ec. Affer- 
mare, affermo ec. Appigliàre, appiglio ec. Assaltàare, assalto ec. Cooperàre, 
toopero ec. Conservare, consèroo ec. Induràre, indùro ec. Insalàre, insà- 
lo ec. Riamàre, riàmo ec. Soffre poi questa regola alcune altre eccezioni, 
ome: Onorare, onoro ec. Consolare, consolo ec. Anneràare, unnèro ec. 
lalicàre, fatico ec. Abdicàre, abdico ec., e forse alcuni altri. Sonovi poi 
dei verbi che ricevono l’ accento indifferentemente o in sulla prima o in 
sulla seconda sillaba, come in Miglioràre, mìglioro o migliorò, cc. Pèggioràre, 
Pèggioro, 0 peggioro, ec. Disputàre disputo o dispùto ec. Reputàre, reputo, 
0 reputo, ec. Impetràre tmpetro, o impètro ec. 


Gram. Ital. 31 


lati 


254 PARTE TERZA 
ASSENTARE, assénto, assénii, assénta, asséntano, assenti 
assentino ec. (28 
ANNULLARE, annùllo, annùlli, annùlla, annùllano ec. 
ATTERRARE, aftérro, atterri, attérra, attérrano ec. 
AVVEZZARE, avvézzo, avvézzi, avvèzza, avvézzano, awézzi, | 
avvéezzino ec. 
CONTEMPLARE, contémplo, contémpli, contempla, contémpla- | 
no, contempli, contemplino ec. “cl 
DIsTILLARE, distìllo, distilli, distilla, disùllano, disùll, 
distillino ec. Pi 
uarta reg. Ricevon pure l' accento in sull’ antepenuli- | 
ma sillaba i verbi finienti in TARE, come: \ 
CALUNNIARE, calùnnio, calùnni, calùnnia, calùnniano, &. | 
INSIDIARE, insìdio, insìdii, insìdia, insìdiano , ec. ; 
RISPARMIARE, rispàrmio, rispàrmi, rispàrmia, rispàrmw | 
no ec. 
UMILIARE, umilio, umìlit, umilia, umiliano ec. (29). 
S. IV. Il participio passato de’ verbi della prima con 
‘gazione non ha che una sola cadenza, cioè ATO, la quale se 
condo la variazione di genere e di numero cambiasi in ala, 
ati, ate; e notisi che nella lingua italiana molte sonovi voci 
che al primo sguardo pajon semplici addiettivi, ma che 
realtà sono sincopi de'rispeltivi participj passati (levatone l 
‘due lettere 4 e #) e spesse volte per proprietà di lingua si 
trovano come tali usate presso i classici autori. Eccone alcune: 


at in» ri 


Accòncio per Acconciàto | 
Adorno | » = Adornòìto di 
Avvèzzo » AvVvezzàto ; 
Cerco » Cercàto n) 
Compro, o còompero  » Comprìto, o comperilo * 
Concio » Conciàto i 
Casso » Cassàto . 
Crespo » Crespàto È 
Desto » Destàto A 
“ Domo » Domìto n 
Fràcido ». Fracidìto i 
Guasto » Guastàto 


(28) Ma quando le due consonanti sono inseparabili nel sillabare, l'ac- 
cento cade in sulla prima sillaba ne verbi semplici, e in sulla secon 
ne’ verbi composti, a cagione dell’ accrescimento. Celebrare, cèlebro & | 
 Calcilràre, càlcitro ec. {nlegràre, ìniegro ec. Reinlegrare, reintegro cc. |. 

(29) 1 verbi Aoviàre, deviàre, inviàre, ovviare, travire, desiare, esp | 
àre, ricevono l’ accento in sull’ i che precede alla desinenza radicale 074 | 
come; Avvio, acvii, avvia, avviano cc. Decio cc. Invio ec. Uvoerio € 
Tiavie ec. Desio ec. Espio cc. 





ETIMOLOGIA K SINTASSI 235 
Ingombro , ingòmbero per Ingombrìto, ingomberàto 


. Làcero » © Laceràto 
Lasso ” Lassàto 
Lièvito » Lievitàto 
Màcero » Maceràto 
Mostro » Mostràto 
Mozzo » Mozzàto 
Netto » Nettàto 
Pago » Pagàto 
Pesto » Pestàto 
Privo » Privàto 
Salvo » Salvàto 
Sazio » Saziàto 
Scemo ” Scemìto 
Sgòmbero » Sgomberàto 
Scalzo » Scalzàto 
Tocco » Toccìàto ‘ 
Tronco » Troncìto 
Trovo » Trovàto 
Volto » Voltàto ec. 


CAPITOLO VI. 


OSSERVAZIONI GENERALI SU' VERBI 
DELLA SECONDA CUNJUGAZIONE. 


8. I. Quanto facile, sicura, e breve offresi a chiunque la 
via dell'apprendimento de’ verbi in are, sì per l’ uniformità 
del proceder loro, comune a tutti i verbi della stessa desi- 
nenza (1), sì pel ristrettissimo numero di quelli che dalla 
Tegola comune, o intieramente, o in parte s' allontanano , 
tanto più ma'agevole, e lungo, è 11 cammino che solo con- 
uce ad un'intera e perfetta conoscenza de' verbi della 2a. e Fa. 
‘ Conjugazione; imperocchè in primo luogo pochi sonovi di 
quelli stessi, tenuti in conto di regolari, il numero de' quali 
è pur piccolo, che non soffrano in questa o in quella voce 
qualche eccezione, o che non sieno in qualche parte difettivi : 
indi presentasi un interminabile numero di verbi irregolaris- 
smi, molti dall’ infinito in giù quasi per tutto il corso della 
Conjugazione; altri ne’ tre principali loro modi; altri nel tempo 


(1) Non debbonsi già noverare.tra le anomalie della prima -conjuga- 
Zione, nè tenere come infrazioni all’ uniformità del suo andamento, quel- 
le variazioni ortografiche che già indicammo doversi praticare ne’ verbi 
In care, gare, e iare (veggansi le note 2, 4 e 8, della conjugazione di 
Lodare), variazioni che basate sulle leggi della pronunzia, sono esse stes- 
se uniformi, giacchè sempre, e solo dalle stesse concorrenze dipendono. 


256 PARTE TERZA | : 
passato definito, e nel participio passivo ; altri, sebbene re: 
golari, sono difettivi; altri finalmente sono e irregolari, e di- 
fettivi; e se a tutto ciò s'aggiungano le anomalie antiche, e 
quelle meramente poetiche, in molti verbi irregolari affatto 
differenti dalle voci comuni, come mai non ismarrirsi in un 
così tortuoso laberinto? Certo, se pretende condursi lo studioso 
attenendosi al filo, portogli dal comune delle grammatiche, 
dopo lunghi e penosi giri, egli dovrà alla fine esclamare col 
poeta: Nel luberinto enirùi, nè veggio ond'esca; nè può ne 
garsi esser non meno arduo l'assunto di chi imprenda di 
servirgli di guida, e condurnelo fuori per le più brevi e meno 
scabrose vie. 

Se seguir dovessi la strada, aperta già dal Pistolesi, al 
largata dal Mastrofini, e resa poi più piana dal Compagnom, 
per bella ed instruttiva ch'essa sia, ingrosserei di soverchio i 
volume della presente esposizione grammaticale, senza, forse, 
con ciò fare, renderne questa essenzial parte gran fatto più 
chiara; imperocchè anche le dottissime opere de’ prelodati av 
tori, pe'sapienti più che per quei che non sanno, pajono scritte. 
Proverommi adunque nelle seguenti pochissime pagine, se mi 
riesce, di unire alla concisione la chiarezza, e far sì, che leg. 
gendo poco, molto s' impari, e che così allo studioso straniero, 
come all'italiano, nulla rimanga a desklerare di quel che per 
la perfetta sua instruzione giovigli sapere. , 

$. H. Comealtrovegià accennai, i verbi anomali della secon- 
da conjugazione eccedon d’assai in numero i regolari. Comm 
cerò pertanto con dare un elenco di questi ultimi, tra'quali pè 
vecchi trovansi, 1 quali, comechè in tutto il rimanente sieno 
regolari, portano nondimeno in alcune loro parti delle vane- 
tà, per le quali in rigore essi pure meriterebbero esser chs 
sificati tra gli anomali. Ma quel che prima d'ogni cosa occor- 
re notare, si è che, non compresovi il verbo avere (2), 
novi, circa sessanta verbi, tra semplici e composti, della sud- 
detta seconda conjugazione, ne’ quali la prima e, componente 
la desinenza radicale ere, pronunziasi lunga, e sono: 


1 


B-îre, imb-ère, rib-ére, strab-ère. Cad-ère, accad-ére, &- | 


cad-ére, ricad-ère, scad-ére. Cap-ére. Cal-ére. Dol-ere, condo 
I-ersi. Dov-ére. Giac-ére. God-ére, rigod-ère. Par-ère, appare 
re. Persuad-ere, dissuad-ère. Pent-cre, ripent-ère. Piac-ére. com- 
piac-ere, dispiac-ere, et "Po'!-ére. Riman-ére, Sap-ert, 
risap-ère. Sed-ère, rised-ère, possed-ére, presed-ère, soprassed‘- 
re. Sal-ere. Tac-ère. Tem-ére. Ten-ére, apparien-ére, asten-ert, 


(2) ] verbi acère ed èssere sano essi pure della 2a. conjugaziona |. 
È 


nell’ uno la prima e della desinenza ere è lunga, nell'altro è breve. 


N 


ETIMOLOGIA E SINTASSI — 237 
allen-ére, conten-ére, diten-ère, manien-cre, otten-ére, perten-ére, 
rallen-re, riten-ére, sosten-ére, tratten-ére, intratten-ere. Val-ere, 
inval-ere, precal-ère, rival-èrsi. Ved-ére, antived-ére, avved-ére, 
dwed-ére, provved-ére, preved-ére, ravved-ére, siraved-ére, ira- 
vd-ere. Vol-ère, disvol-ére, rivol-ére, stravol-ere. 

In tutti gli altri verbi terminanti in ere, la e suddetta 
profferiscesi breve, cioè l'accento tonico cade sull’ antepenul- 
tina sillaba del verbo. 

S. ILL Altra non meno importante cosa gioverà osser- 
vare, ed è, che tra' verbi regolari della seconda conjugazione, 
il cui numero non ascende che a 92, e de' quali quattro so- 
li hanno lunga la prima e della desinenza ere, cioè capére, 
godere, rigodére, temére; taluni trovansi in cui la prima e ter- 
za pers. sing. e la terza plur. del. tempo pass. defin. posso- 
no in due differenti maniere uscire, cioè in é/ 0 etti, è o élle, 
erono 0 etero; in altri le accennate persone non possono ca- 
dere se non che nelle prime delle desinenze suddette, cioè 
in ei, è, erono. i 

VERBI REGOLARI IN ElRZ£ 

CHE HANNO NEL PASSATO DEFINITO DOPPIA DESINENZA 
ÈI, ÈTTI; È, ÈTTE; ÈRONO, ETTETO. 


$. IV. Ced-ere, accèd-ere, concèd-ere, ecc°d-ere, intercèdere, 
precd-ere, procéd-ere,succèd-ere.Crìd-ere (3),discréd-ere, miscred- 
«ere, riscréd-ere, scrèd-ere. Frèm-ere (4). Gem-ere. Godère, rizod- 
ere. Pend-ere, dipénd-ere, impènd-ere (3), propend-ere. Pent-ére, 


(3) Veggasi la nota 2 alla conjugazione del verbo Cèdere. Si pongono 


come voci antiquate del verbo credere: Cro, crejo e creggio per credo, le 
quali, rare volte usate anche dagli antichi, ina oggi nè pure i poeti si 
rermetterebbero d' usare; più soffvibile sarebbe , almeno nel verso , l’uso 
I cre’ così accorciato e apostrofato per credi e crede. Come cRE' che 
Fabbrizio Si faccia lieto udèndo la novèlla ? Petr. canz. 11. — E den si 
CRE che non ne fosser gaari. Bocc. Tes. lib. 7, 19. 11 Montemagni usò cre’ an- 
che per credo. LE i sospir ch’ io nol CRE’ se mai n' usciro. Monlem. Rime, 
Teso per credulo, e cresi e crese per credèi e credè ,. sono voci da schi- 
vari come voci erronee usate dal volgo romano. In quanto a Credèmo 
per crediamo j crèdeno per credono , credro cc.; credrèi ec. per crederò 
ec. e crederèi ec. veggasi la nota 26 del pres. Capitolo. 

(4) Questo verho, come pure il susseguente gèmere, uscivano anli- 
famente io de, e regolavano l’ andamento loro dietro la terza conjuga- 
“one 2a. classe. Ode è queruli uccèlli FREMIRE con dolci canli. Bocc. 
lam. 4.— Chi non possènle raffrenàr lira, rugge e FREMISCE per la 
slizza, si creda avèr animo di lione. Boez, Varch. 4, 3.— Allora quel 
frale gli disse: perchè ti turbi e rReMiIScI. Vit. SS. PP. 12. — La colomba 
St ha nove virtùdi , ella GEMISCE e sceglie lo più bello grano. G. S. Gir. 6. 

(5) Il par. pass. del verbo impèndere, trovasi talvolta essere i/mpèso. 
Menaio in carro, lecàndogli le vive carni da dosso, fu YMPÈSA e fatto 
Morire, Gio, Vill. 12; 51. 


258 PARTE TERZA i 
ripent-ére (6), Perd-ere (1), disperd-ere, spèrd-ere. Prém-ere, 
sprem-ere , riprém-ere. Ricev-ere. Spànd-ere (8), espànd-ere- 
pe risplend-ere. Tem-ère. Vénd-ere, rivénd-ere, soprav- 
vend-ere. 


Ù 


VERBI REGOLARI IN ZE2Z 


A’ QUALI L’ USO MODERNO NON DA CHE LE DESINENZE ( ° ). 


. 


ÈI, È, ÈRONO. 


S. V. Assìst-ere (9), consìst-ere, desìst-ere, esìst-ere, per- 
° q LN LI L‘ ° 
sisiere, preesist-ere, resìst-ere, sussisi-ere. Bàtit-ere, abbàtt-ere, 


(6) Penière, e ripenière sono verbi antiquati, ma usatissimi presso 
gli antichi, in luogo de’ quali però si sono in oggi resi più comuni Per 
dire , e ripentire, che sono della 3a. conjugazione 1a. classe. Questa cosa 
non saprà mai persona, e se egli pur si dovesse risapère, si è egli me- 
glio faure e PENTÈRE, che starsi e PENTÈRSI. bocc. nov. 25. —Ma dopo cosa 
mula pensdta , e peggio fatta, invano è il PENTERE. Gio. Vill. 7, 15. — 
Nè PENTÈRE e volère insieme puossi. D. Inf. 27. — E PENTÈSSI (si pentt) 
d’ averlo menàto a Firènze. Bocc. nov. 34. — Adàm lrovò in Dio mer- 


cede perocchè egli sì PENTEO, e si conobbe che egli era sotto a Dio. Tes. » 


Br. 1, 12.— Chi andasse a Roma confèsso e PENTUTO de’ suoi peccàti. 
Gio. Vill. 12, 10. — Quasi PENTUTA dal non avere alle lusinghe di Peri 
cone assenlilo. Bocc. nov. 17. 

(7) Perso, in vece di perduto $ persi, perse, pèrsero, in vece di 
perdèi o perdèiti, perdè o perdètte, perdèrono o perdèllero , comecht 
vengano considerate come voci poetiche, pure trovansi non di rado an- 
che in prosa, ove per altro si farà sempre meglio di preferire a’ queste 
voci le regolari. Perdo Za vita , ed ho PERSO l'onore. Berni, Orl. lib. 1, 
c. 10, st. 65. — Signor, l’ alta' beltàde, Vedi che ho PERSO in lutto. 
Mens. T. 1, lib. 5, canz. 8, st. 6. — Quando egli è siato assai sotto le 
armi, e che egli ha PERSO quel primo ardore col quale venne. Machiav. 
Ar. della guer.— Nè mai di vista Montenèro io PERSI. Menz. lib. 10, son. 17. 
— Là dove il PERSE, e di trovarlo spera. D. Purg. 8. — PERSI tanto, che 
io non ispèro mai racquislarlo. Ar. Comm. supp. At. 5. sc. 5.— Tra brece 
tempo PiRSONO ogni aulorilà. Segn. Stor. Disperdùto par. pass. del com- 
posto disperdere , di rado incontrasi ; si farà adunque uso migliore di dis- 
perso , par. pass. del verbo dispèrgere. 

(8) Presso qualche antico ( Bocc. Teseid.) leggonsi spasi, spase, spà- 
sero, in vece di spandèi o spandèiti ec.; siccome spaso e spanto, in luo- 
go di spandùlto ; oggi queste voci sono considerate come molto antiquate, 
e però da schivarsi. Spansi in luogo di spundèi ec. è usato dai poeti. 

(°) Dico, / uso moderno; perchè pochi sono i verbi, tanto regolari 
che irregolari, a cui gli antichi nelle tre persone suddette del passato de- 
finito, non dessero colle desinenze èi, è, èromo, anche le altre tre, è/éi, 
ètte, èliero, che in oggi in alcuni verbi sonosi conservate, e in altri, a 
cagione del mal suono, o d’ altro, più non si tollerano. 

(9) Assistere, ed i suei consimili, hanno nel par. pass. assistito, con- 
sistilo, desistilo , esisiilo, insistito, persistilo, preesistito , resislilo , sus- 
sistito. Dall’ aver generalmente i verbi della 3a. conjugazione, mon già 
della 2a., il loro par. pass. in fo, v'è luogo da pensare, che è mentovati 
parlicipj assistito ec. ab origine sieno stati le proprietà di verbi in ire, 
e che, andati in disuso, e poi perduti affatto i verbi assistire, cornsìstire, 
ec. il participio loro in ito siasi dato a’ verbi assistere, consistere ec. 


| ETIMOLOGIA € SINTASSI 259 
combatt-ere, dibàtt-ere, rabàtt-ere, ribàti-ere, sbàti-ere, strabàtt- 
ere. Cap-ère (40). Cern-ere (411), scèrn-ere, concérn-ere, discèr- 
n-ere. Compi-ere, ricòmpi-ere. Èmpi-ere, adémpi-ere (12), riém- 
pi-ere. Esìg-ere (13). Esìm-ere (14), redim-ere, derìm-ere. Ferv- 
ere (15). Fied-ere (16).Fònd-ere (17). Mésc-ere, rinésc-ere (18). 


della 2a. conjugazione, onde supplire con esso al participio in fo che 
lor mancava. Quel'che però debbe parere strano si è, che nessuno de’ sud- 
delti participj, sanzionati e consecrati da lungo e universale uso, trovasi 
nel vocabolario della Crusca; e più strano ancora sembra il non essersi 
avvisati i compilatori della recente edizione di Bologna d’ inserirvi 1’ usi- 
tatissimo verbo esistere, se non che, e quasi per grazia speciale, in una 
appendice aggiunta a quel dizionario, lo che tanto più sorprende, in 
quanto che nel corpo siesso dell’ opera si legge registrato il verbo preesi- 
stere, la definizione del quale vi si dà mediante il suo semplice esìsfere, 
ciot: Esistere avanti, preventivamente esistere. 

(10) Non veggo ragione perchè taluni si maravigliano che nell’ uso 
confondasi questo verbo con capire, adoprandosi l’ uno per }' altro. Non 
è egli la Crusca stessa che li ‘confonde, dando ad amendue il significato 
di Aver luogo sufficiente , ertrare? e non li leggiamo nello stesso signi- 
ficato usati tutti e due l’ uno per l’ altro da’ migliori scrittori? E in fat- 
li, eccetto che capire solo vale sovente comprendere coll’ intelletto, questo 
verbo è sinonimo di capère, tanto in senso proprio, che in senso figura- 
to ( veggasi la nota 17, sul verbo capire, Cap. VIII della pres. sez. ): cosicchè 
la sola differenza tra questi due verbi si è , che l’uno è della 2a. conjugazione 
e l’altro della 3za, 2da. classe. Capère è intieramente regolare, e procede come 
cèdere, solo nel pres. soggiuntivo leggesi talora cappia in luogo di capa: Locc. 
nov. 1.—Fr. Sacch. nov. 156.— Berni, Orl. lib. 2, canz. 2, st. 43. Ma la forma 
regolare e la più usata è migliore. Caffo per Capùto è errore manifesto, im- 
perocchè il primo significa preso, pigliato dal latino capius fatto cattivo, 
participio passato del verbo Capère prendere, pigliare. Yeggio in dlogna 
entràr lo fiordaliso, E nel vicario suo Cristo èsser catTO. D.Purg. 20.— Tan- 
li ne furo allora morti, e CATTI. Dittam. 1, 25. 

(11) Secondo la regola, l’uscita del par. pass. di questi quattro verbi 
è in ufo, ma non si trova nè scernùlo, nè concernùto. Cèrnere, che par 
sia il primitivo degli altri ire, e scèrzzere anticamente anche cernìre e 
scernìre si dissero, irovandosi tuttora il par. pass. del primo cerrifo. Scer- 
si e scerse in vece di scernèi e scernè, sono vocì usate da’ pocti. Que! 
pietoso pensièr, ch' altri non scERSE. Petr. son. 98.—Che il triorfàr del 
ciel Ja morte SCERSE. Alam. lib. 4, Eleg. 4. ° 

(12) Compiere ed i suoi seguaci sono intieramente regolari, ma han- 
no in oltre la desinenza radicale ire dicendog ancora Compire, adempìre, 
empire, ec. che allora procedono dietro la 3a. conjugazione 2a. classe. 

(13) Esìgere, ha nel par. pass. esatto, che deesi ben distinguere dal- 
l' addiettivo esàtio. 

(14) Il par. pass. di esimere è esènio; dirimere n° è affatto privo. In 
quanto a redimere, vedi Cap. VIl alla nota 45. 

(15) Questo verbo è difettivo in alcuni suoi tempi, veggasi $. Il del 


‘Cap. VIII della pres. sezione. 


(16) Fièdere, che vale Ferìre, è diftlivo, mancandogli amendue i 
particip) e diversi altri tempi. Vedi $. Il del Capitolo VIII. 

(17) Fondere ha doppia uscita nel pass, def. e nel par. pass. 1° una. 
regolare e l’altra irregolare cioè fusi, fuse, Shise-orfavo. 

(18) Il par. pass. del verbo méscere è mesciub e misto; di entrambi 
so piosi esempj occorrono negli autori. Mescio, meschi mieschid mo, mesuo 


240 PARTE TERZA. 
Mict-ere. Pùsc-ere, rìpàsc-ere (19). Prescind-ere (20), discìnd- 
ere, rescìnd-ere. Réc-ere. Riflett-ere, circonflétt-ere (24). Ripet- 
ere, compèt-ere. Sòlv-ere (22). Strìd-ere (23). Succomb-ere, in- 
comb-ere. Sùgg-ere (24). Tess-ere (25), intess-ere, contess-ere, 
riless-ere. i 
VI. Occorre osservare, e sia detto una volta per 
sempre, che in tutti i verbi, di qualsivoglia, conjugazione, € 
per irregolari che possano essere nel rimante del lor proce- 
dere, fuorchè ne’ verbi éssere, dare, fare, stare e dire, sowo- 
vi alcuni tempi, i quali, o interi, o solamente alcune persone di 
essi, regolarmente si formano, se non sempre dalla desinenza 
radicale, almeno da qualcuna delle derivative : tali tempi sono: 
{.° L' imperfetto o pendente dell’ indicativo. 2° L'im 
perfetto o pendente del soggiuntivo, che entrambi discendono 
da'la seconda persona plurale del presente indicativo, cambi 
dosi le terminazioni di questa, ale, ele, ite, per l’ uno in av, 


no, meschi, mèscino , mèschino sono errori del volgo , bisogna diret 


scrivere: esco, mesce, mesciàmo, mèscono, mesca, mescano. 


(19) Pascere e ripascere sono anomali nel par. pass. dove fanno po- {. 
sciùlo è ripasciùto , riceveado un i, che non hanno nell’ infinito. Posh | 
leggesi in Dante: Poi che hu pasciùto la cicogna i figli, E come quel ch'è 1° 
. PASTO la rimira. D. Pav. 19.—Ecco una pelle e due cerbialli mascoli PASTI È 


di timo e d’ acetòsa luggiola. Sannaz. Arcad. Egl. 9. 


(20) Il verbo semplice di prescindere, rescindere ec. par che sia st | 


dere , il quale presso nessun autore si legge nel passazo definito colle de- 
sinenze regolari ei, è, èrono ; trovansi però scissi, scisse ec., € nel sl 
par. pass. scisso in luogo di scinduto. Scisso da remi e du stridenli 
rostri, Lacero si vedèa spumoso ‘e gonfio. Caro, En. lib. 8. Prescìndert 
ha prescindùulo, ma poco volentieri si sentircbbe discindulo, € rescindulo, 
in vece de’ quali si farà meglio adoprare il par. pass. di qualche verbo 
sinonimo di quelli. | 


(21) Doppio è il par. pass. del verbo riffe4/ere, secondo il doppio; 
gnificato di questo , cioè di Considerare diligentemente , ponderare © Lai 


di Ribaullere , ripercuotere come fanno i raggi della luce : nel primo n 
gnificato ha riflettuto , nell'altro riflesso. 1 verbi Circonffellere , genufet- 
tere, inflèttere, non hanno che una sola maniera di terminare il parti: 


cipio sudd. cioè circonffèsso , genuflèsso , inflesso , non mai circonflellulo 1 


genuflettulo , infletlùlo. l 

(22) Questo verbo ha Ber par. pass. Solùlo. SoLUTO hai figlo den 
a quesito lume. D. Par. 15. — SoLutosi Subilamènte nell’ dere un gropp° 
di vento. Bocc. nov. 14. 

(23) Questo verbo è privo di participio passato. 

(24) Suggere valg lo stesso che Succhiare. 11 Varchi in uno 


de’ suoi | 








fe0 ° 


. » . que ® . hd ì 5 a | 
sonelli usò sussi per suggèi, ma non ha imitatori : Ambrosia e netlar > ol 
invìdio a Giove. Da rose e perle mai non viste altrove, SUSSI con DET, 


e sì caldo desio. lu vece del par. pass. di questo verbo, che non ne 121 
usasi quello del verbo Succhiare. tà 

(25) Testo per fessùfo, e usato, ma di rado, da qualche poeta, Ù 
Ger. 18, 8. Più sen:-’Eleggonsi inlèsto e conleslo per inlessulo € i È 
sùto, che per altro seno a queili preferibili. Bemb. rim. 101.7 ci 
rim. 101. — Tass. Ger. 9, 82. 


e, 


LI 


o | ETIMOLOGIA E SINTASSI 241 
tra (26), iva ec., 0 avo, evo, ivo, ec. e per l' altro in assi, es- 
si, issi ec. fuorchè ne' verbi éssere, dare, fare, stare, e dire. 

3.° La seconda persona sing. e la prima e seconda plura- 
le del tempo passato definito, si formano pure regolarmente in 
tutt 1 verbi (eccetto ne'cinque summentovati), derivando dalla 
preaccennata seconda persona plur. del pres. indic. con cangiare 
le tre desinenze ale, ete, ile, in asti, ammo, aste; esti, em- 
mo, este; isti, immo, iste. . 

4.0 Il presente condizionale, che scende, senz’ alcuna 
eccezione, dal futuro, trasmutandosi le terminazioni ro, rai, 
rà, remo, rele, ranno, in rei, resti, rebbe, o ria, remmo, reste, 
rebbero, o rébbono, o rìano, o rìeno (27). | 

S. VII Inducendoci, la necessità di esser brevi, a non 
esporre de’ verbi anomali de’ quali ci accingiamo a ragionare, 
se non che appunto quelle parti in cui dalla regola comune 
s allontanano, passando sopra tutte le altre in cui essi rego- 
larmente, cioè secondo i dati modelli de’ regolari, procedono; 
e proibendoci lo stesso motivo di tornare ogni volta a di- 
scorrere nelle sottoposte note delle maniere, o antiquate, o 
poetiche, o erronee proprie a questo o a quell’ altro verbo, 
non sarà, noi crediamo, cosa inutile il fare una previa gene- 
rale rivista di tutte le desinenze le più ovvie che non sono 
comuni, onde vegga lo studioso di quali egli o pogsa talora 
e con accorgimento valersi, per essere esse, sebbene antiqua- 
te, da buoni autori adoperate, o debba affatto astenersene, per 
essere idiotismi, o errori del volgo. 

. Ixpic. pres. Le desinenze emo, e imo, che reputate sono 
primitive, ma coll’ andar del tempo degenerate in /àmo, si 
leggono in copia presso gli antichi classici autori, e tuttora 
da’ poeti vantaggiosamente possono adoprarsi, come credémo, 
sentìmo, impedìmo, ec. in vece di crediàmo , sentiamo, im- 
pediàmo ec. Nella terza pers. plur. ano per ono, è errore, 
come pure ne’ verbi in zre seconda classe, ischiàmo o isciàmo 
per :îmo; iscano per ìscono. 


; ” e 

(26) Già il dissi, e qui ripeto, che le desinenze ca, ed caro, ia, € fa- 
ro 3a. pers. sing. e plur. dell’imperf. indicativo de’ verbi della 2a. e 3a. 
tonjugazione in vece di eva, evaro, iva e ivano usitatissime sone in ver- 
so, e non figuran male nella prosa, ove in fatti copiosi esempj de’ migliori 
classici autori se ne potrebbero citare. Dicasi lo stesso della desinenza ìe- 
Ro per èrano, che è per altro più del verso. 

(27) Ria, riano, e rìeno, comechè desinenze poetiche, pure ne fanno 
frequente uso anche i prosatori, segnatamente delle due prime; ma rie 
Per rei (1a. pers. sing.), sebbene alcune volte incontrisi in prosa, non 
perciò puossi tener per lecita mentre appena i poeti se la permettono, 

Gram. Ital. 3a 


249 | PARTE TERZA 1 

Pass. imperf. Le desinenze avàmo, avàte, per evamo, 
evàfe; ei per evi (2.3 pers. sing.), ev, svi, évono, ivono, per 
evàte, ivàte, évano, îvano : emio (usato dal volgo romano) per 
evaàmo; sono tutte fuori di regola, e perciò viziose, e da sfug- 
girsi (vedi la nota 26 del pres. Cap.). 

Pass. defin. Le desinenze éo, e Jo per è e ?; ero e iro 
per érono e îrono, sono usitatissime presso i poeti, e non ne 
mancano esempj anche in prosa; amo, éitamo, e essimo per 
éemmo (41. pers. plur. 2.à conjug.); érno, e éitano per erono 
e ettero; ite per }; issimo per ]mmo; isti per iste; îrno e inno per 
îrono; sono desinenze erronee, ma molto usate tra "l popolo, 
e tra le persone idiote. | 

Futuro. Le desinenze di ‘questo tempo ne' verbi della 
prima conjugazione erano anticamente arò, arài, arà, armo; 
arte, arànno. Arbor sacro del sol, ch'io amài tanto, Ed amot 
AMARÒ mentre ch' to viva. Varchi, son. par. 1. In appreso 
vi si cangiò l’a in e facendosi erò, era ec. , è così in oggi ce 
munemente si scrivono rigettandosi la prima maniera; mula 
zione, per cui, come bene osserva il Mastrofini, si è forse 
provveduto al miglior suono, ma si è introdotta deil' oscurità 
nel linguaggio, mentre così non si discerne il futuro dell 

rima conjugazione da quello della seconda. È errore omai 
il raddoppiare la r delle desinenze ro, rai, ec. come dagli 
antichi sovente praticavasi: fanno però eccezione a questa re- 
gola i futuri sincopati de' verbi in arre, orre, urre, come pure 
1 futuri de’ verbi parere, tenere, valere, volère, e quelli poeta 
de' verbi cogliere, scégliere, tògliere. Le antichissime desinenze, 
in oggi disusate, in eràggio, eràbbo, erde, sono, secondo la 
spiegazione che ne dà iP Mastrofini, coutrazioni del verbo 
principale con gli antichi verbi aggio e abdo (io ho); one 
da am-àre, créd-ere ec. facevasi amar-àegio -Qbbo; quasi 00 
me sì dicesse aggio o abbo ad amàre, aggio 0 abbo a credert; 
modi di dire indicanti il futuro. Nel progresso di tempo degen?- 
rando aggio, e abbo in ho, cangiossi pure il faturo de’ verdi 
e ne vennero amer-hò, creder-hò ec. e più tardi, toJtane la È, 
in vece ‘di questa vi si aggiunse un'e finale, scrivendos 
amer-de, creder-de ec. che ben presto dovetter cedere il po 
sto all'altra maniera in oggi unicamente usata amer-ò, et 
der-ò ec. 

SCGG. pres. Nei verbi in cere, gere, e gliere, si scansino co- 
ine idiotismi le desinenze nel pres. INDIC e SOGG. clizamo, 
chiate, chino, ghiamo, ghiate, ghino (28). In quanto a que 


(28) Nella 2a. persona sing. del pres. sogg. di consimili verbi le de- 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 245 
sie desinenze ne’ verbi denére, e cenìre (veggansi questi verbi), 
gno, e non #10, è la desinenza della 3.2 pers. plur. di questo 
tempo della 2.2 e 3.2 conjugaz., perciò sì dica e sì scriva non 
già, céedino, séntino, impedìschino; ma cédano, séniano, impe- 
discuno. Ne' così detti verbi in zsco, guardisi ognuno che de+ 
sderi parlar pretto, dalle desinenze ischiàmo o isciàmo, is- 
chiale, e ìschino, che tanto spesso. dal volgo odonsi proffe- 
rire. 

SocG. smperf. Le desinenze essono e issono per éssera 
e issero, leggonsi frequentemente presso gli antichi, e però 
non potrebbe dirsi errare, chi se ne servisse; éssino, e issino 
per essero e issero, sono del verso, e non istarebber bene in 
prosa. Ma abbiasi a schifo quel dare ad una persona la de- 
sinenza che spetta ad un’ altra, lo che tutto di odesi fare dal 
volgo, cioè: esse e zZsse per essi e zss7, o queste per quelle, 

CONDIZION. pres. La desinenza rébbdono per rébbero, è qua- 
si comune, tanto frequente uso ne fecero 1 classici, e fassene 
tut ora, e negli scritti e.nel conversar famigliare; ma erebbi 


per eréi; eréebbamo, e eré-simo per eremmo ; eresti, eressi, per 


ereste; erébbano per erébbero , sono errori che commettonsi 
tutto di, e da' Toscani, e da' Romani nel parlare, ed anche 
nello scrivere. i 


CAPITOL O VII. 
DE' VERBI ANOMALI DELLA SECONDA CONJUGAZIONE. 


. I. Passiamo ora a’ verbi anomali, e diam principio con 
quelli che nel participio passato o passivo, e nella prima e 
terza pers. sing. e nella terza plur. del tempo pass. defin. 
hanno una delle seguenti irregolarissime desinenze, cioè nel 
participio so, sso,- fo, tto; e nel pass. defin. bi, be, bero,- di, 
de, dero,- pi, pe, pero,- qui, que, quero,- si, se, sero. Se queste 
desinenze si unissero alla voce dell’ infinito in cambio della 
desinenza radicale ere, come suol praticarsi colle desinenze 
ei, etti; è, elle; érono, ettero, nel verbo cedere, e neghi altri 
verbi regolari, ognuno di leggieri e da sè capace sarebbe di 
formare il participio e il pass. def,, basterebbe solo conoscere 
i verbi soggetti a tali anomalie in ‘un colla desinenza che es- 
si prendono. 

S. JI. Ma in costruendo irregolarmente quelle due par- 
ti del verbo, la caratteristica principale dell’ anomalia loro 
sinenze chi, e ghi, sono buone e pregiate al pari di ca, e go; quantun- 
que il Compagnoni metta le prime tra le antiquate.. 


} 


244 PARTE TERZA tn 
non istà solo nella qualità delle summentovate desinenze ir- 
regolari, ma nel doversi, adoprandole insieme colla radicale 
ere, troncar pure una o più lettere, sien vocali o consonanti, 
che a quella precedono, e che poi di necessità rientrano nel 
verbo per la costruzione degli altri tempi, formati mediante 
le desinenze regolari, le quali alla troncata radice ere si 
sostituiscono. . 

S. III La difficoltà adunque consiste nel sapere quale, o 
quali lettere componenti il verbo, oltre la desinenza ere deb- 
bansi troncare; ed erami forza meditar molto, prima che fos- 
si meco d' accordo sul come più intelligibilmente esporre e 
dimostrare un’ anomalia in tal guisa intralciata, e che, quan- 
tunque a due soli tempi s' estenda, pure spinosissima offresi 
allo studioso. Finalmente, siccome un certo numero, maggio- 
re o minore di verbi, vanno soggetti alla stessa anomalia, 
vale a dire prendono nel participio e nel tempo pass. defin. 
le stesse desinenze colla soppressione delle medesime lettere, 
mi è paruto poter giugnere allo sperato scopo, con registrare 
di ogni numero di verbi uno solo che serva di norma agli 
altri, aventi la stessa anomalìa, onde ognuno possa più spe- 
ditamente rinvenir quello, il cui irregolare andamento desi- 
deri conoscere. Ho creduto in oltre acconcio i} disporli con 
ordine alfabetico, non già seguendo le lettere iniziali de’ verbi, 
ma bensì, le consonanti che precedono alla desinenza radica- 
le ere prendendo per basi le seguenti terminazioni, cere, dere, 

ere, lere, mere, pere, rere, tere, vere. Del rimanente tutte le 
ettere da sopprimersi verranno nella voce dell'infinito impres- 
se con cCaraltere corsivo, e separate, insieme colla termina- 
zione ere, dal rimanente del verbo mediante il solito segno (—), 
come, a cagion d’ esempio, in Ascè—ndere. 

Avverto che del tempo pass: defin. de’ verbi compresi 
nella susseguente lista non si trovano che la prima e terza 

ers. sing. e la terza plur.; imperocchè la 2.8 pers. sing., e 
a 1a e 22 plur. si formano regolarmente (4), e nel modo 
da noi fatto conoscere nel $. VII dell’ antecedente Cap., co- 
sicchè ognuno, seguendo la regola datane, potrà da sè trovar- 
ne la conformazione. 


(1) Leggendo la dotta e bene elaborata opera, Teorica dei verbi ita- 
liani, del Cav. Compagnoni, nessuno potrà non maravigliarsi delle poco 
concludenti conseguenze che trae l’ autore dalla regolarità delle tre per- 
.sone suddette, onde comprovare che in alcuni verbi errore non sarebbe 
il dare alla 1a. e 3a. pers. sing. e alla 3a. plur. le desinenze regolari ei, 
etti, è, etle; èrono, ètlero, in vece delle irregolari consecrate dall’ uso co- 
mune. Del verbo Distìnguere, a cagione d’ esempio, per nominare uno tra 


(nr ra 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 245 


LISTA DE’ VERBI CHE SONO ANOMALI 


NEL PARTICIPIO PASSATO E NEL PASSATO 
| DEFINITO (2). 


ZII EMESSO OZZERO RO 





INFINITO. PAR, PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. 
l —si (3) —òcqui (5) 
Vin—cere —to —se N-—uocere ——ociùto? —òcque 
— sero — òcquero 
—ossì (4) 
C-uòcere  —dtto ( 055° 
—ÒsSsero, 
“—òssono 


molti il prelodato autore dice: E ciò che anche più evidentemente prova 
che codeste terminazioni (le regolari) non posson dirsi nè incerle, nè 
erronee , stè che si sono conserocale: DISTINGUÈSTI, DISTINGUÈMMO, DI- 
STINGUESTE, che vengono da DISTINGUÈI. Noi possiamo ben convenire 
col Cav. Compagnoni, che non andrebbe per avventura gran fatto 
errato chi nel verbo distinguere ed in alcuni altri verbi, de’ quali 
egli ragiona sullo stesso tenore, adoperasse le desinenze regolari, ma 
non c’ induce a ciò credere la strana, per non dire assurda ragione alle- 
gata dall’ autore, la quale se valesse, inferirebbe che non in distinguere 
ed in altri, ma in tutti i verbi della 2a. conjugazione, uno nè pure ec- 
cettuato, si potesse in vece delle stabilite terminazioni irregolari, le régo- 
lari adoperare; imperocchè non avvi alcun verbo, fuorchè èssere , in cui 
non siensi le desinenze esfi, emmo, este, conservate, ed esclusivamente in 
uso rimaste. Non è già questa la prima volta che il Cav. Compagnoni 
nella citata sua opera, per corroborare qualche opinione, adduca delle 
ragioni che nulla provano. Vedi la nostra nota 5 nella conjugazione del 
verbo Lodare, a. pag. 194. 

(2) Le desinenze segnate con asterisco sono antiquate, ma non tanto 
da non potersi talora con precauzione adoprare. 

(3) Vanno come vincere i suoi composti Aovìncere, convincere, rivin- 
eere, sopravvincere. 

(4) 1 verbi ricuocere, e concuocere hanno la stessa anomalia. Osser-. 
visi che il dittongo vo dell’ infinito mantiensi solo in tutte le persone sing. 
e nella terza plur. de’ presenti indic., sogg. e imperat., onde dicesi: Cwo- 
co, cuociî, cuoce, cuòocono; cuoca, cuochi, cuocano. Abbiansi poi a schifo 
come idiotismi viziosi cuocio, cochiàmo, cuocia, cuochiàmo, cuochiale, cuò- 
ciano, o cochino. 

(5) Quel che si è osservato del dittongo uo nel verbo cuocere inten- 
desi pure di quello nel verbo nuocere, ed è questa la regola comune, seb- 
bene sovente sia trasgredita da’ poeti, e talora anche da’ prosatori: Co- 
m’ uom ch’ a NOCER, luogo e tempo aspetta. Petr. son. 2. — E s’ egli è 
cer, che nulla a virtù NOCE. Tass. Ger. 10, 37. — Non ischivàndo nè pru- 
ni, mè cosa, Che lor potèsse NOCERE. Sannaz. Arcad. 23. — Talora ancora 
 èsser pùbblico nocE. Gastig. Cortig. 16. Il Mastrofini pone mnoccio, moc- 
tiàmo, nòcciono, e nel pres. sogg. noccia, nocciàmo, nocciano nella colon- 
na delle voci comuni, accanto a nuoco, nociàmo, nuocono; nuoca, nocià- 
mo, nuocano. ll Compagnoni le pone in quella delle antiquate, segnate 


246 PARTE TERZA ; . 


Tòr—-cere «to =. (6) e } _scitto{hie (8) 
BRENTA re —scere zia 
ai _di 0) 
—cquero | — dero 


erò con asterisco, che vale quasi lo stesso che comuni; vedi Cap. IV, 
. VII della pres. sez. Agli amici così dovèmo far prode che a noi ron 
NocciaMO. Albert. Cap. 2. — Memo NoccIONO i mali, quando sono pred 
fi. Amm. ant. 139.— Si odgliono guardare le barbe verdi e novelle, perchè 
nocciono /oro. Pallad. Febb. 28. — Disse, per conforiàrmi, non ti Noci 
La paùra. D. Inf. 7.— Che più a le non Nocciano, che a coloro non gt 
vano. Albert. 1, Cap. 15. Sono però erronee le voci mudchino e noccni 
per nuòcano o nocciano. Le terminazioni regolari ei, elli; è, elle; erom, 
ètiero, sebbene in oggi non s’ userebbero così di leggieri, si leggono pero 
frequentemente in alcuni classici autori. Machiav. disc. c. 17. — Und. 
8. Gio. Gris. — Segn. Vit. cap. 20. ec. | | 
(6) Hanno lo stesso andamento i verbi azforcere, conforcere, distor: 
cere, estorcere, rilorcere, rallòrcere, slorcere. i 
(7) Procedono nell’ istessa guisa rinascere, soprannascere. Leggonsi 
nascèrono e nascènno per nacquero. Rislorò ne' leoni, che tre maschi ni 
masciRono. Matt. Vill. g, 25.—Quovi NASCENNO e funno nutricàti. Dian 
lib. 3, cap. 20.—Nasciùlo per nato.—Non meno ancòr, poichè NASCIUTO 


ae il 


coni geni 


il giorno, Brama vedère il ciel di stelle adòrno. Ar. Fur. 32, 13.— St. 


pe che le era stato rapìlo il figliuòlo ultimamente NAScIUTO. Zibald. Andr. 

(8) Dietro conoscere e crèscere vanno pure i composti loro, precon& 
scere, riconòscere, sconoscere; accrèscere, decrèscere, dicrèscere, incrèscert, 
ricrèscere, riaccrèscere, rincrèscere, scrèscere. Le desinenze regolari ci, 
li, è, elle, èrono, èllero ne’ verbi conoscere, crèscere ec. si trovano usate 
presso gli antichi. Tra Ze altre, che io prima conoscèi. Bocc. Am. Vis. ! 
— Come Santo Francèsco conoscì li difetti de' frati suoî. Fior. S. Fr. © 
31. — Tullî conoscERONO che questu era operazione di Dio. Vit. S. Giro. gl. 
— La maestà nascosa conoscETTE. Tescid. lib. 2, 36.— ACCRESCEI gra? 
bellèzza al suo bel viso. Vit. Ben. Cell. 35.—CRESCÈTTE il popolo d' Isroîle 
in Egitto, e molliplicò molto. Caval. At. Ap. 42. ec. Creove per crebbe losò 
Fra Guitt. lett. 18. E nell'ufficio CREVvE la fama vosira. Pel rimaneate 
vedi $. VII del preced. Capitolo. i 


". (9) TI vocabolario della Crusca registra un verbo Caggere (cadere) di I 


cui son rimase, dic’ egli, e si usano solamente alcune lerminazioni 
cerli tempi, adoperale in particolare , e con vaghezzu da’ poeli, comuni 
pure agli scrittori di prosa , eziandio del secolo migliore. Fin qui la Crusca 


V?’ è però chi niega l’esistenza del verbo caggere (in fatti il preaccennato , 


vocabalario non cita alcun esempio di questo verbo nell’ infinito) teueu- 
dolo per immaginario , inventato perchè non sapevasi quale origine dare 
alle voci cagsènie, caggèndo , caggio , caggi, cagse , caggiamo, caggiùle, 
caggiano , che tante volte dagli antichi e prosatori, e poeti sostituivans! 
a cadènte, cadèndo, cado, cadi, cade, cadono; cada, cadiamo, & 
diale, cadano. Que che dicono non esservi mai stato .un verbo cdggere» 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 247 


———Eouw\hRò|ò=eTTTTTTTTITIà '  Tr_ È... E: LOEONE 


INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. 


—sìi i —si (10) 
Invà — dere s —se Chie—dere —sto | —se 
Li-dere Ì — sero — sero 


si come non v'è mai stato un verbo dèggere, quantunque si dica deggia, 
deggiàmo, dèggiono ec., asseriscono le suddette voci caggio, caggi ec. non esser 
che antiche anomalie del verbo cadère, introdotte dagli antichi poeti, e ado- 
prate in seguito da’prosatori, portati al sommo gli uni e gli altri adardolcezza 
alle parole. Or mi sollèvo, or cAGGIO. Petr. son. 191.— Ecco che noi CAGGIA- 
Mo in Zroppi falli e disdicècoli errori. Salv. Oraz.— Le quali maledizioni 
non CAGGIONO in terra. Cavalc. Med. Cuor. 60.— Che le tue parole non 
gli piacerànno, se non di quello che CAGGIA nell’'ànimo suo. Fior. Virt. 16. 
— Forse, siccome ’1 Nil d'alto caccièrnpo Col gran suono i vicin d' intorno as- 
sorda. Petr. son. 40.— Di sua nolilità convièn che caccia. D. Par. 7. 


. Perdo gli occhi offalicàli per veggliore e caccinti nell’ opera. Alberian. 55. 


Il tempo futuro ed il condizionale del verbo cadère si forma come nel 


: verbo cèdere, cioè caderò, caderdi, ec. caderèi, caderèsti cc.; non bisogna 


però considerare come licenza poctica le voci cadrò, cudrai ec., cadréi, 


‘ cadrèsli ec, quantunque queste voci, così sincopate, trovinsi anche usate 


în prosa, e nell'uso frequenti. Ed io per questa volta non cADRÒ dalla 


< ragiòine mia. Bembo, Lett. 2.— Perciocchè egli maî non CADRA' d' ànimo, 


: Mai non s' arrenderà. Sen. ben. Varch. 5, 2. E, se non ch? al desìo 


| cresce la speme, 1’ CADRÈI moro, ove più viver bramo. Petr. son. 64.— 


ie 


: Se noi non farèmo penitènza capRimO nelle mani di Dio. Scgner. Pred. 33. 
‘ te. Accadère, decadère, discadère, ricadère, scadère yrocedono come il 


loro primitivo cadère, eccetto che di essi non si trovano le desinenze 
anomale in aggio, aggia cc. ; se non che accagciano ne’ Saggi de nal. esp., 


“ € Discaggiono nel .Zes. Br. 7. Leggonsi pure in alcuni autori il verbo ca- 
. dre ed alcuni de’ suoi composti colle desinenze regolari ei, elli, è, etle, 


èrono, èttero. Varch. son. — Caro En. lib. 5. — B. Jacop. od. 28. — Tass. 
er. c. 8, st. 25, e c. 12, st. 10.—Ar. Fur. c. 32, st. 70.—Gio. Vill. 107. 
—Segner. Pred. 29, e Pred. 3o. 
(10) In tutti gli altri tempi questo verbo procede regolarmente, e co- 
pure i suoi composti richiedere , dischièdere, inchièdere. Avvi però di 
lutti questi verbi un’ anomalia antiquata non indifferente, usata più in 


Verso, egli è vero, ma pur anche in prosa da accreditatissimi scrittori 
; antichi e moderni. Consiste questa segnatamente nella mutazione del 4 


ia gg (introdotta probabilmente per più dolcezza di suono) nel par. 


° Pres., nel gerundio, e nella più parte delle persone de’ pres. ind., sogg. 


t imperat.: onde frequentemente in vece di chiedo , chiediàmo, chièdono, 
chieda, chiediamo, chiediale, chièdano troviamo chieggo e chieggio, chicg- 
stamo, chièggiono 0 chieggono, chieggia 0 chicgga , chieggiomo, chieggiùte, 
chieggiano o chièggano. Voci che in oggi pure, anzichè esser affatto riget- 
late, sono da’ poeti per la loro dolcezza predilette. Non abbiasi lo stesso 
foncelto di chieggènie , e chieggèrndo, le quali per intieramente antiquate 
ebbonsi riguardare. Nel quale io vivo arcòra, e più non cueGGo. D. Inf. 15. 


9 io dormo 0 vedo,o seggio, Altro giammai non CHIEGG10. Petr. canz. 8. 


—I bisogni che stanno sempre a bocca apèria e sempre cHIÈGGIONO aleù- 


Ra cosa. Boez. Varch. 3.—0 meneròlii prigionièr con questa Ultrice ma- 


no; ove prigion tu" CHIEGGIA. Tass, Ger. 19, st. 71.—Nè può grazia negàr 


ti 


248 PARTE TERZA 


nr——__________——_————_—_121=<_=—m_m<A<\»=A=+=--———__trm=WwW 


INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. 


Divi—dere È —si (11) —ùsi (13) 
Assì—dere —se Conf—ondereT—ùso — ùse 
Ri—dere PS -sero,-sono — ùsero 
Ucci—dere 
—si (12)] Ascò-ndere ‘ (—si (14) 
Accè—ndere —s0 —se Nascò-ndere —sto —se 
—sero Rispò-ndere — sero 


che tu gli cHiEGGA. Alem. Colt. 1, 10.—Quanto le parrà che RicHIÈsG la 
gloria, esaltazione e servigio di S. M. cristianìssima. Cas. lett. 64. Trovasi 
chèdere e richèdere in vece di chièdere e richièédere, e così senza i per 
tutta la conjugazione, ed eziandio colla mutazione del d in gg: Onde non 
già CHEDERE dea ’! valènie uomo. Guitt. lett. a7.—S° io trovassi pielon:a 
In carnàta figura, Mercè le caEGGERIA. Rim. Ant. Re Enz.—M' ha fell 
RICHÈDERE per una comparigione del parentòorio. Bocc. nov, 72. — Adun 
que gli nostri peccàli RIcHEGGIONO che ec. Gio. Vill. 11, 3. — Tromband, 


e drappellàndo, e RICHEGGENDOLO di batioglia. 1d. 9g, 305. E antichisi- | 


mamente, ciot nell’ infanzia della lingua, si fece dal latino querere wu 
verbo chèrere, del quale però non furono usate che la voce dell’ infinito 
e quattro del presente indicativo, cioè le tre sing. e la 3a. plur. Merd 


li CHERO dolce mio signore. Bocc. nov. 97-— Che quel si CHIERE, € di que Ù 
sl ringràzia. D. Par. 3.—Il vulgo, a me nemico ed odiòso (Chi *] pensì ‘i 


mai?) per mio refùgio cuERO. Petr. son. 198.—Se zi falla cui iu amòo, 
CHIERI cui fu anti. Amm. Ant.—Chi sa come difènde e come fere Souor 
so ai suoi perìgli aliro non cHeRE. Tass. Ger. c. 2, st. 85. Leggesi pur qual 
che volta, ma di rado, il verbo chièdere colle desinenze regolari ci, elli e 
Tra sospiri, Tra marlìri, Sì cureDÈI qualche conforto. Chiabr. lib. 2, 72-- 
Agamènnone più volle per suoi messi RICHEDETTE lo re Priamo. Guid. Giul 

(11) Procedono nella stessa guisa arridere , ancìderey circoncidert, 


conquidere, decidere, derìdere, elidere, incìdere, intercidere, intridere, pre è 


cidere, recìdere, ridioidere, suddividere, sollodicidere. 
(12) Come accèndere si conjugano tutti i verbi cadenti in end6 

e sono: appèndere, apprèndere, anliprèndere, ascèndere, altre, 
comprèndere, condiscèndere, contèndere, disapprèndere, difèndere, disttn- 
dere, discèndere, dispèndere, disinièndere, estèndere, incèndere, impre 
re, intraprèndere, intèndere, offendere, pretèndere, prosièndere, protende- 
re, raccèndere, riaccèndere, riprèndere, rispèndere, sorprèndere, sospendere, 
stèndere, scèndere, scoscèndere , spèndere, sopraspèndere, solliniendert 
sopranièndere, tèndere, vilipèndere ec.— Vèndere, rivendere, sopraovendere, 
.pèndere, dipendere, impèndere, procedono come cèdere. De’ verbi fender» 
prèndere, rèndere, arrèndere, e tèndere, si parlerà altrove avendo e 
due uscite nel pass. def. l’ una regolare e l’altra irregolare. Notisi ché 
fl Petrarca usò accènse, per accèse, e accènso per acceso, forse per favori 
la rima: Ma fui ben fiamma ch' un bel guardo ACCÈNSE. canz. 4 
lerrompèndo quegli spirti ACCÈNSI A me ritorni e di me sesso P 
cante. 18. 
(13) Hanno le stesse desinenze irregolari diffondere, infondere, profon 
dere, rifòondere, sconfondere, irasfondere ; il loro primitivo fondere ® 
‘ doppia desinenza l' una regolare, l’altra irregolare. Vedi pag. 64 
(14) Come questi procedono corrispondere, contrarrispondere. 


1° 


* 


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Osser- 


ETIMOLOGIA .E SINTASSI 249 


+ 


rr _—_——__@——_1__T_mmtremrruueEe”ccooav: 


INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF; 


Ro—dere = —si,-ssi(18) 
o —s0 —se Fi—gere si —se, —sse 
Corrò—dere as: Fi ggere - } s0 ietoia 
ssero 
Ar—dere Î 3119) | 
3°. —s0' —se —ssi (19) 
SOAGE fr Afli—ggera sso [_ 
| — ssero 
Chiù—dere —si (16) 
Illù—dere- ? —so —se —ssì (20) 
Intrà—dere —sero, Strù—ggere —tto. <—sse 
“—sono —ssero 
. Er—)gere v 
a —ssì (17) "2: | — essi 
pi see i. —tto - {--sse. Pb dna —ttto —esse 
68 — ssero Pio dil ere | — tssero 


visi che in vece di ascoslo e nascosto dicesi anche ascoso e nascòso. 1 


.; suoi panni sotto un cespùglio NASCOSI, selle volte con la immégine el 
. Sagnò. Bocc. nov. 77.-Lo duca ed io per quel cammino ascoso Entràm- 


« mo ec. D. Inf. 34.—Cui non potèa mia ocra èssere Ascosa. ld. Par. a. 


Ma sarebbe errore il dire risposo e rispuòso ; si seansino pure rispuòsi, ri- 
$puòse , rispuòsero , e rispuòsono per rispòsi, rispose, risposero. 

(15) Riàrdere e rimordere vogliono le stesse desinenze. | 
, (16) Procedono nella stessa guisa corchiùdere, dischiùdere, escludere, 
indudere, racchiùdere, rinchiudere, schiùdere, socchiùdere, alludere, elude- 
re, deludere, illudere, esitrùdere, inirùdere. Anche ne’ verbi chiudere, con. 
chiudere, rirnchiùdere ec. trovasi presso gli antichi, sì come in cadère e 
chiedere, la mutazione del @ in gg in alcune persone de’ presenti inditàt. 
€ soggiunt. E eran mercè ch’ io non mangio più nulla, E non cHaIvao 
nè occhio nè orècchio. Berni, rim.-—- Onde GONCHIUGGONO ec. arroganfe 

tre esser colui ec. Salv. Avvert. 1, a.—-0 qual ni s' apre terra, Che 
«co mi. ricèva e mi RINCHIUGGA. Caro, En. lib. 11. In oggi però tgptesta 
anomalia pochi trova che vogliano praticarla. . 

(17) agi l'andamento di /èggere i seguenti: elèggere, preelèggere, 


— eleggere, rilèggere, corrèggere, règgere, ricorrèggere, erèggere, scorrèggere, 
, Prolèggere. I seguenti vanno come friggere, rifriggere, soffriggere, affiggere, 


confiegere, sconfiggere, infliggere. È 
(18) Questi due verbi hanno il medesimo significato: il primo, per- 

chè con un. solo g si scrivono il suo infinito e gli altri suoi tempi rego- 
li, non prende che un’ s nel par. pass. e nel pass. def. facendo fi-s6, 

-8t, fi-se ec.; V’altro, avente due gg, riceve due ss; onde dicesi fisso, fis- 
% ec. Osservisi in oltre che fi-gere hon ha che una sola maniera nel par. 


| Ba58. ove figgeere ne ha due, e così pure i due verbi infiggere e trafiggere - 


che hanno inffisso e infitto ; trafisso e trafilio. 


(19) Come affiggere si formano crocifiggere e prefiggere. 
(ao) I vexrbi struggere e distruggere hanno le medesime desinenze. 


i 


€50 PARTE TERZA 
 —— —P_.__——_—_—————————————_————————tt—t_____——_—_—2t1————l12%#_——————ttt_—_—É_zì@ì@ 


INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. ‘PASS. DEL. 


Vol—gere = nu (21) Spàr—gere )_ A dii (20) 
Indùl—gere = Ter—gere } : 
— sera — scro 
Piàn—gere —si (22) Pòr—gere —si (27) 
Cin—gere —t0 —se Scor—gere ) — to: mee 
Giun—gere —sero (23) Sòr—gere sero, = 
sono 
—$l (24) Svil—=] --si (28) 
Distin—guere —to —è—se 23 }eto se 
È Sta Divel=-lere. —$0r0 
i —sì (25) i — ùlsi 
kr—gere tito | —se Esp—èllere —ùlso J-ulse . ; 
î — sero (— ilsero 


(21) Procedono come cd/gere i seguenti suoi composti: avvolgere, (0 | 
. vÒlgere, inoòlgere, rioòlgere, sconcoòlgere, stravolgere, svolgere, travolgere 
‘Veggasi $. VII del Cap. antecedente. 
(22) I seguaci di questi verbi sono: compiangere, ripiàrgere, Foprott | 
piàngere, fràngere, infrangere, rifràngere, pìngere, dipingere, ridipigit 
‘ripingere, retropingere, spingere, risplugere, sospìngere, cingere, araunge i 
re , discìngere, incìngere, scingere, fingere, infu.gere , tingere, attinge | 
intingere, rilingere, siingere, aggiungere, congiungere, disgiungere, ingr 
re, raggiungere, rigiùngere, ricongiungere , soggiungere, mungere, smur 
gere, uùngere, riùngere, pungere, ripùngere, compungere. Vedi la nola di 
«di questo Cap. 
(23) Stringére, astrìngere, costringere, dislrìngere, ristringere ego. 
no il verbo cingere, nel pass. def. dicendosi sfrimsi, strinse, sirinseroi 
“astrìnsi, astrinse, astrinsero;ristrinsi, ristrinse, rietrinsero, ec. ma se 00 8” 
Aentanano nel par. pass. ove fanno strelio, astrèilo, costrèito, dilrilla 
ristrèllo. i Li i 5 
*ù#/) Come questo verbo vanno parimente estinguere, ridisfingttà 
6tinguere. | MARS 
(25) Questo verbo vale lo stesso che erigere, al quale si. conforma . 
mel participio passato, ma se ne allontana nel passato definito. i 
(26) Si conjughino nella medesima guisa i verbi cospargere, sot - 
Spàrgere, asièrgere, spèrgere, aspèrgere, cospèrgere, dispèrgere, rispere” 
mèrgere, immergere, emérgere, dimergere, sommèrgere. I i 
(27) Procedono come questi: riporgere, sporgere, accorgersi, risorgati v 
însorgere, sùrgere, risùrgere, consùrgere, insùrgere. 
(28) Soèllere e divèllere, oltre |’ andamento loro irregolare nel pi”: | 
pass. e nel pass. def., vanno soggetti a varietà molto importanti. la PI 
‘mo luogo essi hanno tre desinenze, differenti nell’ istesso loro infinito cio: 
Soè-llere, divè-Mere, soè-gliere, dioè-gliere, sver-re, divè-rre: indi nel corsì |, 
della conjugazione seguono la prima delle tre desinenze, dovendosi 080% |. 
mo ben ghardare dal dire sveglio, divèglio ec. 0 soerro, divèrro ec. che gr |. 
selani ‘errori sarebbero. Avvertasi però che la 1a. pers. sing. € la da È 
plur. del pres. indicat., come pure tulle e tre le persone singolari € la da i 


tale: - 


‘ETIMOLOGIA E ‘SINTASSI 51 


RD TO 





INFINITO. . PAR. PASS. PASS. ‘DEF. INFINITO.. PAR. PASS. .PASS. DEF. 


é Pià —gner i 
I | —essi (29) AI —nsì (31) 
Oppr—imere —tss0 — esse. Ci —gnere =nto. - <—nse © 
o Li —tssero Giù— griere —nsero 
i —nsi (30) o —uppi (32) . 
A:sù=-mere. —nto —nse R—ompere —òtta ©: d—uppe, 
e ‘— {-nsero ‘ — ùppero 


rlur. del pres. sogg'unt., e finalmente le due terze persone sing. e plur. 
dell'‘imperat.: banao doppia uscita, l'una regolare, cioè svello €. divello, . 
svellono e divèliono ; svella e. divella, soèllano e divèllano ; l' altra irrego= 
lare cambiandosi la seconda 7 in g. come: svelgo e divèlga, svèlgono e di- 
eeigono  svelga e divelga, soèlgano, e divèlgano. 

(29) Così pure comprimere, deprimere, esprimere, imprimere, reprà 
mere, sopprimere, supprimere, sprìmere. lì primitivo di tutti questi verbi 
‘ premere cangiatane la prima e in i, il quale siccome sprèmere e riprè» 
mere forma il suo par. pass. e pass. def. colle desinenze regolari. ulo,. ci, 
elli, è, elle, èrono, èilero. 

(50) Riassùumere, desumere, e presumere, hanno le stesse anomalie; 
in quanto a consùumere, che è verbo difettivo, Vedî Cap. VIIl della pres. 


sezione. 


. (31) I tre. verbi pidgnere,cìgnere, e giùugnere gli stessi sono che piangere, 
(ingere e giizragere, già esposti di sopra, ma che ho creduto dover riprodur- 


, Fe con ortografia diversa, onde far vedere, a chi ne dubitasse, che il par. 
; Fas. ed il pass. def. non varian ‘punto, ad onta della variazione ortogra= 


fica praticata nelle altre voci, la quale consiste nell’ inversione delle lette 


; Ir eg posponendosi, per maggior dolcezza, la prima alla seconda; e.in 


quanio a ciò avvertasi che una tale inversione non può aver luogo se 


| Ron quando ta susseguente vocale viene ad essere e od i, e che anche: in tal 
| fascessa non è punto obbligatoria, potendo ognuno praticaria 0 no, secone 


o il dettame dell’‘orecchio suo. Dicasi e scrivasi adunque, per modo di 


tempio: pidgnere o piùngere, pingnènle o piangènie, piagne o piange, 


j . . ‘ Ceo . è Ù * . } 9 sh! CA 
Piugneva 0 piangèva , piugni o piangi ec. Facciasi lo stesso co’ verbi ci- 


;; B2ere © cingere, giugnere 0 giùngere, e con tluiti î verbi di simile uscita, 


che noi abbiamo avuta l'avvertenza di registrare nella nota 22. Osservi- 
#t che la suaccendata iriversione di ‘lettere par poco gradita mel verbo 


 Îràngere, quantunque gli antichi poeti l’ abbian talora praticata. forse. in 


favor della rima: Grazie e pacì di sì magne, Nulla pena maîle FRAGNE, 
non sente cure 0 lagne. Fra Jac. da Tod. 5, 35. E l’Ariosto, anche 


(stendo la susseguente vocale un’ a: Nè alle guance, nè al pello si per- 


na, Che l uno e l° altro nan percuòta e rRAGNA. Fur. c. 24, st. 86. 

‘opposto ‘la trasposizione suddetta è preferita ne’ verbi spègnere e ri- 
‘pegriere (de quali nè pur gl’ infiniti spèngere e rispèngere più trovansi ) 
impre però ove la susseguente vocale sia e od i, dovendosi anche in questi 
verbi premettere la 7 al g nelle voci terminanti in 0, ‘oro, a, ano, co- 
e spengo, spèngono, spenga, spèngana: La 1a. pers. plur. del pres. sogg. 
Può scriversi spesniamo o spegnomo, la qual persona .ne’ verbi piùngere 


| Opiùgnere, cingere o cignere, giungere O giugnere, e consimili debhesi seri- 


vere piangiàmo, cingiàmo, giungiamo ec. n. , va 
‘» (82). Questo verbo ha per composti corrompere, dirompere., inlerròm- 
Bere, proràmpere, che tutti seguono l’ andamento del loro semplice. 


SR | PARTE TERZA. 
| ————@@—t—t——6———————6———_tt_______________——mm——m—m_m— ——T——T——————_—T———_— 


INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. -‘PAR. PASS. -PASS. ‘“DEY. 


si (33) —ist (35) 
Correre —so —se M_—ètiere - —tsso Èd—ise,"—tsse 
—$@r0 \ —isero 
Controver— mu Rin, 
tere }_so a Scrivere  —tto ]755° | 

— sero —ssero, "— 
ssono 
ai — dsse sa ha — 881 (97 
bc uatere +—-òsso — òssero, Vicuse = o DT SSe 
— òssono — 550 —ssero, “— 
ssono 


(33) Questo verbo ha per seguaci tutti i numerosi suoi composti : ae- 
eorrere, concorrere, decorrere, discòrrere, incorrere, occòrrere, percorrere, 
precarrere, ricorrere, ridiscòrrere, riscòrrere, scorrere , soccorrere, stracòr- 
rere, trascorrere. | 

(34) In questo verbo, siccome già facemmo osservare ne’ verbi cuoò- 
cere e nuòcere, il dittongo wo conservasi solamente nelle tre persone sing. 
e nella 3a. plur. de’presenti indicat., soggiunt. e imperat., dicendosi scwo- 
to, scuoti, scuote, scublono; scuota, scuòlano; scuoti, scuola, scubolano; e 
così pure ne’ suoì seguaci riscuolere, percuòlere, ripercuòlere, i quali sof- 
frono le stesse anomalie nel par. pass. e nel pass. def. che scuozere; in 


tuttì gli altrì tempi 1’ u del dittongo wo sì elide come scoliàmo, scofèle, 


scotèva ec. scolero ec. scoliàmo, scotiàte, scolèòssi ec. scolerèi ec. scolènie, 
scotèndo. Facciasi lo stesso ne’ verbi percuotere, ripercuòlere, riscuotere. 
Scusse, e percùsse in luogo di scosse e percosse leggonsi in alcuni poeti, 
probabilmente per la necessità della rîma: Ar. Fur. 22, 71.—id. 23, 71.— 
Petr. Tr. della F. cap. 1.—Cirif. Calv. Epiîst. 12. ec. Percuziènie in vece 
dî percotènte usasi per lo più in argomenti di fisica: Il suono adunche 
viene in certo modo dalla cosa PERCUZIENTE. Segn. anim. 2, gr.—/n cò. 
ci dimostra Iddio, che chi è segnàio del segno della croce non è tocco 
dall’ angelo PERCUZIENTE. Cavalc. specch. cr. 147. Leggesi anche percus- 
sènte: Fra, Giord. pred. 

‘ (35) I seguenti verbi, tuttì composti dì mèzfere, hanno le stesse anomalie 
che questo: ammèttere, comméllere, compromètiere, dimèllere, dismellere, 


frammètiere, îinframmètiere, intrameltere, intrombltere, permèitere , pro- 


mètiere, rimètlere, ripromètiere, scommèltere, spromèltere. Misc per messo 


fa usato da alcunî poeti per agevolare la rima. D. Inf. 26.—Boce. Teseid.. 


lib. 8.; usollo il Bocc. anche in prosa: Guai allissimi MISI da una don- 
na. nov. 48. Mettiti, mettè, mettèrono, sebbene qualche esempio qua e là 
se ne trovì presso gli antichi’, sono omai riputate voci viziose. Messi per 


misi; misono, missono, e mèssero, per misero sono antiquati assai, e ap-. 


pena oggidiì lecità al poeta. 
. (36) Procedono come serivere i seguentì suoi composti: ascricere, cir- 
coscrivere, coscrìvere , conlrascricere, descrìvere, înfrascrivere, inscricere, 


prescrioere, proscrivere, riscrivere, soscrioere, soprascrivere, solloscrìoere, 


frascericere. | | | | 
(37) Conoìvere, rivivere, soroivere, sopravvivere sono composti -di vì- 


ETIMOLOGIA È SINTASSI 253 





INFINITO. PAR. PASS. ‘PASS. : DEF. INFINITO. PAR. PASS, PASS. DEF. 


a —ssi ‘ — ossi (39) 
o —sso = ‘d—sse rio —0ss0 Y—òsse 
ENSSLE —ssero TRON a —òssero, 
» ‘— ossono 
Volvere to TN 089) 
—sero 





.LISTA DI VERBI CHE NEL PAR. PASS. E NEL PASS. DEF. 
HANNO DOPPIA DESINENZA , 

L'UNA REGOLARE L’ ALTRA IRREGOLARE (40). 
rceo_o _qaeeeti{a_adq0, &@«<«< 9 ooo co cei 
Connè—ffere P. P. —ttùto,—sso P. D. —ttti, —ttè, —tttrono;—ssi, —ss€ 

—sser® (41). 


Fe—-ndere » » —ndùto,—sso» » —ndti, —ndè, —ndtrono; —ssi,— 
sse, —ssero. 
Persu-adtre » »..... —àso» » —adti, —adè, —adérono;—àsi,-àse, 
—àsero. 
F—6ndere » »—onduta,—ùso» » —ondti, —ondèî, —ondtrono;—ùsi, 
| — use, —ùsero (42). 
Piòv—ere » » —Ulo.....» » —ti, —è, —èrono; —vi, —ve,— 


vero (43). 


vere, e procedono com’ esso. Zioùfo è preferibile a Wissùto. Visso è poe- 
tico: Sarò qual fui: vierò, com’ io son visso. Petr. son. 113. Le voci del 
futuro e del condizionale possono scriversi o intere o isincopate cioè: 
«vero, O vivrò ec; viverei, O vivrei ec. 

(33) Zolvere vale lo stesso che Yolgere: i suoi composti sono deool- 
vere, involvere, rivolvere, svolvere, iruvolvere. 

(39) Come muovere, si conjugano anche commubòvere, dismubvere, 
promuocere, rimuovere, smuovere, e dehbesi a tuiti questi verbi applica- 
re le stesse osservazioni da noi ‘fatte sopra i verbi cuocere, nuocere; e 
scuotere riguardo al dittongo uo. Gli antichi poeti usavan talora mo/o e 
rimòlo per mosso e rimosso: D. Par. a. — id. ibid. 24. — Franc. Barb. 73, 
ec. È pure lécito al. poeta, ove ciò meglio gli convenga, di sincopare le 
voci del futuro e del condizionale de’ verbi suddetti, scrivendo movrò per 
mogerò ec., movrèi per moverti ec. ve ai 

(40) Non credo necessario di avvertire che ne’ verbi della presente 
lista, le lettere impresse con carattere corsivo si troncano solo ove si 
faccia uso delle desinenze irregolari. 

(41) Seguono lo stesso andamento annettere e sconnèitere, i quali 
però nel par. pass. hanno solo annèsso, sconnèsso, non già annetiùto, 
sconnellùlo. l 

(42) Confondere , diffondere, infondere, rifondere, sconfondere, tra- 
sfondere non hanno che le uscite irregolari, dicendosi solo confusi, con- 
du confùsero ec. 

‘.(43) Questo verbo è uno di quelli che in grammatica chiamansi im- 


254 << PARTE TERZA 





Prì-ndere: » ».....-s0 » » —ndti,—ndè,—ndtrono;—si, —se; 
—sero (44). 


Ridere - » ».....-s0 » » —déei, —dé, —derono;—si, —se, — 
i Ì sero. 3 
Red--imere » »....—énto » » —imti, —imè, —imtrono;—ènsi, — 
t ense,—énsero (45). 


Rè—-ndere  » » —nduùto,—so » » —ndti, —ndi, —ndèrono; —ndetti, 
—nditte,—ndiilero ;—si, —se, 


-. >= — — sero (46). -—----. 


jenali, perchè solamente în terza persona sing. sî usano (di tali ver- 
bi parlecsno altrove ). ll verbo pidvere però , in senso metaforico, trovasi 
mon solo in 3a. pers. plur. ma anche in 1a. pers. sing. PIOVONMI amàre 
lagrime dal viso Con un vento angoscioso di sospiri. Petr. son. 15. — Astrò- 
toghi eccèl.t d' cgui parte Piovono a dive delle stelle il corso. Fr. Sacch. 
ren. 46. — Quando sua venùla, s’ inièse, el intimi, i soldafi ec. PIOVEVA- 
xo al porto di Brindi.iec. ‘Tac. Dav. ann. 3, 33. — E PIOVVERO in #nfer- 
26 En fuoco sempilèerno. Brun. Lat. Tesor. — Zo Piovvi di Toscana. D. 
Inf. 24. — Rispose: quand' io PIOVVI în questo groppo. id. ibid. 30. Pig- 
vellî, piovelle, piovèttero sono voci dell'uso, ma prive di autorevoli esempi. 
Piobbi, piobbe, piobbero sano del verso. Pidvvono per piovvero leggesi so- 
vente tanto în verso, che in prosa. Quanti ne PIOVVONO riai dal ciel nel 
centro. Morg. 2, 3t. — Piovvono grandissima quantità di vèrmini. Gia, 
VilL 12, 83. Rijidcere procede nella stessa maniera che piòvere. 
(44) L' uscita irregolare del pass. def. nel verbo prèndere, almeno 
‘ sell uso odierno, prevale di gran lunga alla regolare, e pare che questa: 
meppure presso gli antichi sia stata in gran pregio, eccetto la 3a. pers. 
piur. che più delle altre due desinenze regolari si legge. Vit. SS. PP. 2, 
- 212.— Gio; Vill. 10, 152. — Borgh. rip. lib. 3. ec. Leggonsi pure, ma di 
rado, le desinenze edli, elle, èllero. Sesù ti ricevetti, Del tuo sapòr PREN- 
| DETTI, Tanti n’ ebbi dilèlti. B. Jacop. poes. spir. lib. 6. — De’ qua’ ire 
melo più franchi vRENDETTE. Ant. Pucci, centilo]. c. 77. Quel che è cer- 
- to sì è, che il pass. def. de’ verbi composti di nre dere, cio apprèndere, 
anfivrèndere, comprè dere, disapprèndere, îÎmprèndere, intraprèndere, ri-. 
preudere, soprapprèrdere, sorprè dere, debbesi contentare colle sole dssi- 
nenze irregolari. JÎ frequeatissimo uso che fecero i più accreditati scrit- 
tori antichi di prèsono in luogo dî pràsero, fa presumere che non pecche- 
rebbe chi in oggi |’ adonerasse. PRESONO #2n/0 ardire che fèciono éèrdin 
e leggi che dura saribbe suto (stato): di rimuòverle. Din. Comp. 1, 5.— 
E dundiri PRESONO luogo in altri seroigi. M. Vill. 9, 72. — I Sannìli mon- 


idrono in sul poggin e PRESONO i passi per modo ec. Cronich. d’ Amar. 55. 
. Ei Fenezzini e li Fiorentini pRESONO. di parlamentare con li signori di 
Lombardia. Stor. Pist. 22. 

(45) Questo verbo, che rare volle usasi, viene dal latino emzere (come 
pràre ), e vale riscallare. Per noi saloàrme morte riceoèsle, Ci REDIMESTI,. 
Gest, vita mia. Fra Jacop. — Come sarà che ei offenda (l'amico) se il 
| posponghiatmo a chi ci ha creati, a chi ci ha REDENTI? Segn. Pred. a. fin. 

E per similitudine vale Ziberare. Presa Dio, che te mandi qualcuno che 
fa RiDIMA di questa crudeltà. Machiav. prin. cap. 16. Ia quanto a’ verbi 
essmere e dirimere, vedi Cap. VI, $. V, alla nota 14. . 

(46) Procede nello stesso modo Arrèndere. Rendrò ec. in vece di 
rendero ec. leggesi alcune volte in poesia. Bemb. son. 123.— Varchi, son. 
par. 1.— Bocce. Teseid. lib. 5. 





»d 


ETIMOLOGIA È SINTASSI 258 
ssa cs n . - i i FR, : 


- ni di 2» i . : LI î . 
Rilà— cere ®» Od... » —Cti, Cè, —Cèrono;—ssì, —se,— 
ep ssero (47). NA 
Risolvere » » —ùlo, —to » » —vei, —vè, —verono; — villi, — 
vilte, —veltero; —si, —se, —. 
sero (48). 


Di. 





PROSPETTO DI VERBI DELLA SECONDA CONIUGAZIONE 
... QUASI INTIERAMENTE IRREGOLARI (49). 


eee cet etto ne OI E E E ERA RESI IA 


CA 









{INDIC.PRES.|PASS. DEF. FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. 


INFINITIVO 
Addurre, o addùrladdùco —laddussi addurrò |adduùca aa 
(50) 


addùci dducèsti |addurrài faddica, adduci 
—adduchi | a 
Tadduùce addusse addurrà |adduca adduca. 


‘ (47) Questo verbo ha per seguaci prelùcere, fralùcere, i quali com° £s- 
s0 sono privi di participio passalo. 

(43) dssolvere e dissolvere vanno come rivolvere , ma in essi la 3a. 
uscita del pass. def., cioè in si, se, sero, è più del verso che della prosa; 
e avvertasi che in vece di dissolcere usasi meglio disciogliere che è seguace 
di sciogliere. Nella prosa si adattan meglio riro/u/o e assoluto che risolte 
€ ussollo; ma non mai dicasi dissollo, ma bensi disciolto, 0 dissolutaz;: 
quest’ ultimo però è più addieltivo che participio. Zr@e la reverènda: au- 
dorità delte leggi ec. quasi cadula e DISSOLUTA 4ulla per li ministri. Booc, 
Introd. i \ a 
(49) Nel presente prospetto non trovasi nè l imperfetto dell'.indica- 
tivo, né quello del soggiuntivo, i quali ognuno facilmente da st potrassi 
formare dietro la regola datane al $. VI del prece. Cap., e nella solle- 
posta nola. wa 

(50) L’ andamento di addurre è pur quello di condurre, dedurre, in- 
dire, intredùrre , perdùrre , predùrre ) ridurre, ricondùrre, riprodurre, 
sdùrre, sedurre, soddurre, tadiure. Tutti questi verbi non sono che sin- 
copi de' verbi antichi e troppo latini adducere, conducere, indùcere,.£c.., 
la cui anomalia nel par. pass. e nel pass. def. si è mantenuta ne' verbi 
siacopati, ì quali per tutto il rimanenie della conjugazione loro, toliene 
il futuro: e ’1 condizionale, che soli partecipano della. stessa sincope .-del- 
l' infinito , procedono come se |’ uscita radicale fosse cere, con la qual de- 
sinenza i summentovati verbi più volte si leggono negli ‘autori del buon 
secolo, tanto nell’ infinito, quanto nel futuro e nel condizionale. Dato e 
non concedùlo che questa ragione si polèsse ADDUCERE. Borgh. rip. 20. — 
‘Diede loro a CONDUCERE la prima schiera. Guid. Giud. — Dell? dillo scen- 
de virtù che m' ajuta, CONDUCERLO a vederti e a udirii. D. Purg. 1.1 
-Fuggire ogni ragione, la quale , cd altrimènti fare il potesse COY- 
DUCERE. Bocc. nov. 13. — Per SEDUCERE i sèmplici a fidarsi in loro. Fav. 
Esop. 74.— Il melagràno PRODUCERA' moltitudine di pormi. Pallad. Marz. 18. 
— Ld egli vi CONDUCERA' sn parie, doce voi albergherèle assai convenevel- 
mènle. Bocc. nov. g9-— Se ciò non fosse, il ciel che tu cammìne, PRODUCERÈR- 


256 PARTE TERZA 





PARTICIPI INDIC.PRES.[PASS. DEF.| FUTURO [SOGG.PRES.| IMPERAT. 


Pres. Adducente [adduciàmo| addùcem- [addurrèmo|adduciàmo|adduciàmo 
si i | 
Pass. Addòtto ladducete |adductste [addurrtte [adduciàte [adducète 
GER. Adductndo |laddùcono |addùssero laddurràn- [addùcano |addùcano 
no 
INFINITIVO 


Bèvere, bere (5:)[bevo, beo [bevvîi, be-[beverò, be-[beva, bea { . .... 
vei,bevtttil rò 
PARTICIPJ bevi, bei {bevesti,be-|beverài,be-[beva, bea, [bevi, bei 


èsti rài bevi, bei 
Pres. Bevènte, |beve, bee [bevve,beve!{beverà, be-|beva , bea |beva, bea 
beènte bevette rà 
Pass. Bevito beviamo, [|bevèmmo, |bevertmo ,|beviàamo , {beviamo , 
beiàmo betmmo | berèmo | beiàamo | beiàmo 
een. Bevèndo , [bevtte,bet-|beveste, ibevertte, [beviate,be-|bevtte,bei 
betndo te beèste bertte iàte te 
bevono, |bevvero,be-]beveranno,|btvano , |bèevano , 
btono verono, berànno | btano. btano 
° | bevette- z 
ro,bevet- 
tono , 
bevvono 


un sì gli suoi effètli, ec. D. Purg. 8. Quantunque i participj passati addotto, 
condotto , dedotto , indòilo ec. sieno in oggi i più comuni e pregiati, non 
perciò meritano esser rigeltali come viziosi adduilo, condùtlo, indùtto, 
sedùilo ec. usati frequentemente dagli antichi in prosa e in verso. A//uo- 
mo errànie ec. è ADDUTTO il testimonio di coloro, che son fuori della 
legge. Mor. S. Greg.— Dove re Carlo rolto e mal conputto Colle relìiguie 
sue s' era RIDUTTO. Ar. Fur. 2, 24.—Quello sciaguràto doorà per rovinàr- 
melo affatto, avèrlo or CONDUTTO in qualche baratterìa. Cecch. Dissim.2, 3. 
— Contro colùi che l' uomo ha SEDUTTO a darsi fede. Buti, comm. Inf. 32. 
Sono erronee le desinenze èi, è, èrono, e sfuggansi parimente come idioti- 
smi viziosi adduchiàmo, adduchiàte, addùchino } conduchiàmo, conduchià- 
te, candùchino ec. Vedi Cap. VI. $. VII. 

(51) Bere è sincope di dèoere, il quale così intiero di rado usasi nel 
conversar famigliare. Quasi tutte le persone di questo verbo hanno dop- 
pia desinenza, l'una proveniente dal verbo sincopato bere, l’altra dal 
-verbo intero dèvere, amendue legittime e comuni, quantunque nell’ uso 
una preferiscasi forse all’ altra, che in ricompensa è prediletta a’ poeti. 
‘Sono pure voci poetiche debbi, debbe, bèbbero , per deovi, beove, bèovero. 
Bibo e Livo per deco e beo; beùto per bevùto, sono voci disusate; bejo, 
Beje, bejàmo, bejeie, bèjono, per devo 0 beo, beve 0 bee, beciàmo a beià- 
mo ec. sono voci plebee. Quanto alle voci poetiche e antiquate dell’ im- 
perfetto indic. e del condizionale V. Cap. VI, $. VI, alle note 26 e 27. 


* v—_ Nn 3 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 257, 
r—_m—m__TÉ__________T_——____e +É_Ét._P__ ________yÈ 


INFINITIVO INDIC.PRES.{PASS. DEF.I FUTURO ÎSOGG. PRES. IMPERAT. 





Cogliere, e corre|colgo , co-|colsi coglierò , |colga, co-[..... 
(52) glio corrò glia 
PARTICIPI cogli cogliesti [coglierài , [colga , col-|coglì 
corrài ghi, coglia 
Pres. Cogliente {coglie colse coglierà , |colga, co-|colga , co- 
corrà glia glia 
Pass. Colto cogliamo |coglitmmolcoglieremo,|cogliamo cogliamo 
; corremo, 
GER. Coglitndo |coglitte Icoglieste {cogliertie, |cogliate |coglitte 
corre Le 
colgono , |còlsero coglieràn- |còlgano , |còlgano , 
cògliono| " colsono | no, cor-| còglianof cògliano 
INFINITIVO rànpo 
Dire, e antic. Di-{dico dissi dirò dica PERE: 
cere (53) i; 


(52) Nella stessa maniera procedono accogliere o accorre, incogliere 0 
incorre , raccogliere o raccorre, ricogliere o ricorre. Non credo aver biso- 
gno di spiegare che corre è sinrope di cogliere, la qual sincopatura non si 
estende che alla voce dell’ infinito, a quelle del futuro, e consequentemen- 
te anche del condizionale, ma che in Firenze è preferita alle voci intiere. 
Per cogli leggesi talora coi, e nell’ imperat. co’, che perde l’ apostrofo quan- 
do vi si unisce l’ affisso. E co’la rosa, e lascia star la spina. Prov. 
fiorent.— Za coTELA iu (còglitela). Fr. Sacch. nov. 86.— Dimandal 
tu che più gli i’ avvicìni E dolcemènte sì che parli accoLo (accòglilo). D. 
Purg. 14. Coglièi, e cogliè, che dai Fiorentini talora odonsì profferire, so- 
no errori; sono pure idiotismi fiorentini da scansarsi, colghiàmo, colghiate 
e colghino. Coggo, cogghiàmo, cogghiète, coggono, per colgo o coglio, coglià- 
mo, coglièle, cogliono, o colgono; cogghièva per cogliéoa ; cogghiùmmo ec. 
per cogliimmo, coglièste, còlsero; cogga, cogghi, cogghino, per colga, colghi, 
colgano, o cogliano, sono tutte voci contadinesche. 

(53) Errano quei grammatici che pongono il verbo dire, tra quelli 
della 3a. conjugazione, perchè esce in ire: esso altro nonè che una sin- 
cope dell’ antico e latino verbo dicere, il quale, ora affatto disusato in 

rosa, vedesi tuttora, sebben di rado, figurare nel verso, ma che presta tutte 
e sue voci al verbo dire, che è divenuto perciò uno de’ più anomali del- 
la 2a. conjugazione, e il cui procedere è pur quello di benedìre, conlrad- 
dire, disdire, indire o indicere, maledire 0 maladìire, misdìre, predire, 
ridire, sdire, soprabbenedìre, sopraddìre. Parleremo più particolarmente 
nel seguente cap. de’ verbi benedire e maledìre, i quali toltene alcune 
he voci hanno doppio andamento, l’ uno della 2a. conjugazione, l’altro 
lla 3a., 2a. classe. 1 due tempi passati imperfetti, 1’ uno dell’ indicat., 
l’ altro del soggiunt. non si forman già dalla 2a. pers. plur. pres. indic. 
(veggasi cap. preced. $. VI) ma bensì dalla aa. pers. sing. del medesimo 
tempo, cambiandosi l'; finale di diciin eva 0 e00, eci, con ec. e in essi; essi, 
esse ec.; onde dicèca 0 dicèvo ec. e dhkèssi ec. Dito per detto è voce del 
contado, e l’ usaron pure alcuni poeti antichi per la rima: Tula ciò, 
ch’ è DITTO Polràl frocàre scritto. Franc. Barb. Dicèmo per diciàmo è 

Gram. Ital. 34 


Sg Ì PARTE TERZA 





INDIC.PRES.| PASS. DEF. FUTURO 





PARTICIPJI dici, di’ Idicésti dirài 
dice disse dirà 
Pres. Dicente diciamo |dicemmo |dirémo 
Puss. Delto dite dictste dirtte 
GER. Dicèndo dicono dissero dirànno 
INFINITIVO 
Dolère (54) dolgo, do-{dolsi dorrò 
glio 
duoli dolesti dorrài 
duole, dole|dolse dorrà 
PARTICIPJ 
Pres. Dolènte dogliàamo |dolemmo |dorrèmo 
Pass. Dolùto dolète dolèste dorrtte 
GER. Doltndo dolgono, |dolsero, |dorrànno" 


dògliono| “dòlsono 


idiotismo romano, sebbene Dante pure l’ usò nel suo Convito: E gque- 
sto unire è quello che noi picÈMO amore. D. conv. 40. Dicète per dile, 
usollo B. Jacop. ode 17. DICÈTELMI che Dio vi dia baldànza ; e D. Par. g. 
Su sono specchi, voî DICÈTE froni.—Dicestù per dicèsti tu, è modo di dire 
boccaccesco: Come disse il geloso, non DICESTU così ? Bocc. nov. 65. Di- 
cerò ec., e dicerèi ec., per dirò e dirèi ec. sono anticaglie, che usansi an- 
cora da’ Napolitani. Finalmente abbiansi per idiotismi tutte le voci di que- 
sto verbo, scritte o profferite colla & ( eccetto la 2a. pers. sing. del pres. 
soggiunt.), come dichiàmo, dichiàte, dichino ec. Dichi per dici, leggesi 
nel Boccaccio: Pampinèa per Dio guarda ciò che tu DICHI. Bocc. Introd. 
Gli affissi mi, ci, lo, la, le, contraendosi coll’ imperat. monosillabo d?’, 
raddoppiano le consonanti loro, scrivendosi dimmi, dicci, dillo, dilla, dille, 
dillomi o dimmelo, dimmela o dìllami, dìiccelo 0 dilloci. 

(54) Condoleère, ridolère, e indolère, procedono come dolère. Trovansi 
di questo verbo molte voci adoperate dagli antichi, la più parte delle qua- 
li in oggi nè pure a’ poeti sarebber permesse, tali sono dogliente, doglien- 
do per dolènle, dolèndo; doggo per dolgo; dogli e duoi, per duoli; dog- 
ghiàmo e dolghiàmo per dogliàmo; doggono e dolono per déòlgono; da- 
lèi e dolfi per dolsi; dolè e dolfe per dolse; dogga, dogghiàmo e dolghiò- 
mo, dogghiàle e dolghiàte , dogghino, ‘ dolghino e dolano , in vece di do- 
glia 0 dolga, dogliàmo, dogliàle, dolgano.— Dole per duole, è poetico. Peir. 
son. 23. Dolve per dolse, leggesi in Dante: Nel primo punto che dite mi 
DOLVE. Inf. 2. 11 Poliziano adoperò dolto per dolùto: E quanto Apollo, 
s' è già meco DOLTO, Ch’ io tengo il lor poèta in tanto scherno. lib. 7, st. 2. 
‘Osservisi che il verbo dolère per lo più trovasi cogli affissi mi, li, sì, 
ci, vi, come: dolèrsi, mi dolgo o dolgomi, ti duoli 0 duolti, si duole o 


duolsi, ec. n 


n 
"a 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 259 


BIZZARRO 








INFINITIVO INDIC.PRES.{PASS, DEF.| FUTURO I[SOGG.PRES.| iMPERAT. 


Dovere, e antic.{devo, deb-{dovti, do-|dovrò, do- |[debba, de- 


Devere (55) bo,deggio| vetti verò va, deggia 
devi, dei,[dovesti dovrài; do-|debbi, deh- 
de’ verài ba, deggia 
PARTICIPI deve, deb-idovè, do-|dovrà, do-{debba, de- 
be vette verà va, deggia À 
Pres. Dovente |dobbiàmo,{dovèemmo {dovremo ,|dobbiàmo, Gi 
deggiamo, doverèemo| deggiàmo E 
Pass. Dovùto debbiàmo ” 
| dovete doveste dovrete ,. |dobbiate, 
GER. Dovendo dovertte| deggiate 
devono , |dovèrono ,|dovrànno , {debbano , 
debbono,| dovette- | doveràn-| dèvano , 
INFINITIVO dèéggiono] ro, "do-| no diggiano 
vèttono 
Partre (56) pajo parvi parrò paja e 


(55) Dall’ antico verbo decère, prende il moderno dovere la più par- 
te delle sue desinenze, noa comprese quelle voci che con due gg si scri- 
vono. Le molte voci di questo verbo in oggi non più usate, ma che spes- 
se volte negli antichi classici s' incontrano, sono le seguenti: dobbièndo 
per dovèéndo 5 deo per debbo, o devo; dovèmo, devèmo, deviàmo, dovidmo, 
per dobbiàmo (pres., indic.); dèbbeno, dèono, denno e dèggono per dèbbo- 
no, 0 décono; devèva, devevaàmo per dovè va, dovevàmo; devieno, per. 

wvèrano; devèi, devè per dovèi, dovè; debbia, dea, per debba o deva; deg- 
6 per debbi (2a. pers. sing. sogg.); debbiàmo per dobbiamo (pers. sogg. 
pin.) debbiàte per dobbiàle, dèano per dèbbano; devèsse per dovèsse ec. 
Otisi però che quantunque tutte queste voci sieno antichissime, non per- 
CIO possono dirsi erronee, anzi avvene parecchie, le quali per la loro 
fevità talvolta preferite sono dal poeta, come sarebbero: deo, dèono, de- 
temo, denno, devìeno, dèano ec. In quanto a debbi, il Buommaitei ed il 
Inonio, e dietro a questi il Corticelli e qualche altro grammaltico, segna- 
H0 questa voce per 2a. pers. sing. non solo del pres. sogg. insieme con 
deva e debba, ma eziandio del pres. indic. accanto a devi e dei. Il Pisto- 
esi ed il Mastrofini pretendono che debbi, al solo pres. sogg. convenga 
* che P abbiano i prelodati grammatici senz’ alcun fondamento anche al 
Pres. indic. assegnato; asserisce però il Mastrofini che debbi, un tempo 
‘peltava anche al pres. indic. Finalmente il Compagnoni pone debbi per 
Pres. indic. nella colonna degli erronei, e pel pres. sogg. în quella degli 
auliquati insieme con deva e deggia. Noi ci appigliamo all’ opinione del 
Istolesi, corroborata dall’ autorità di quasi tutti i classici, ommettendo 
bi nel pres. indic. anteponendolo però nel sogg. al #u debba, che lo 
stesso autore ben dice non essere che voce dell'uso. Si scansino i seguenti 
idiotismi : Deio per devo ; dècano per dèvono ; dobbiavaàmo , dobbiavale 
Per dovevamo, dovevàte; dovèllamo per docèmnto; dovrèbbi per dovrei ec. V. 
Cap. VI 8. VII. 
._ (56) Da questo verbo hanno origine Apparère (ora mutato in appa- 
"ire ) e disparère, come pure i verbi della 3a. conjugazione, comparire, 
disparàre , rapparìre , riapparire, sparire, irapparire, trasparere ( vedi 


260 PARTE TERZA 





INDIC.PRES. PASS. DEF. FUTURO' [SOGG. PRES.| IMPERAT. 


PARTICIPI pari paresti parrài paja pari 
pare, par {parve parrà paja paja 
Pres. .....- |pariamo, |parèmmo {parrèmo |pariàmo, pariàmo ; 
pajaàmo pajàmo pajàmo 
Pass. Parùto , {partte pareste parrète |pariàte,pa-|partte 
parso jate 
GER. Parèéndo pàjono, pà-[pàrvero |parrànno |pàjano pà)ano 
INFINITIVO LODO Ò 
Piacère (57) piaccio piacqui piacerò piaccia PALLE 
piaci piacèsti piaceràî |piaccia piaci 
PARTICIPI piace piacque piacerà piaccia piaccia 
Pres. Piacèénte |piacciàmo |[piacèmmo |piacerèmo |piacciàmo |piacciàmo 
| Pass. Piaciùto |piactte piacèste |piacerete |piacciàte |piacéte 
SE piàcciono |piàcquero ,|piaceràn- f{piàcciano |piàcciano 
GER. Piacindo “piacquo-] no 
no 


cap. seguente). Vuolsi che il verbo parère non abbia particip. pres. per 
l’ equivoco che nascer potrebbe col nome parènie. Dante, ed il Varchi usa- 
rono alcune volte paroènie. Non per color, ma per lume PARVERTE. D. 
Par. 10.— Lo ciel che sol diluiprima s’' accènde, Subitamènie si rifà PAR- 
VENTE. id. ibid. 20. — Sarà la luce, la quale ogni colore di lor sentènza 
Sarà PARVENTE. id. convit. a. — Volèan costòor che nell umane menti, Qua- 
si în puliti spegli, Le spezie de' sensibili PARVENTI S° imprimèssero ec. Boez. 
Varch. rim. 4. La sincope alla quale vanno soggette le voci del futuro e 
del condizionale, fu introdotta, onde togliere ogni ambiguità tra esse e 
quelle de’ medesimi tempi del verbo parare, e però convien riguardar co- 
me ‘antiquate, ove ancora s’ incontrino, le voci parero ec., parerèi ec. Nel 
par. pass. parso, e nel pass. def. parsi, parse, pàrsero, quantunque sieno 
voci poetiche, non di ràdo si leggono eziandio in prosa, e segnatamente 
parso .per parùto, che usarono, dal Boccaccio in fuori, i migliori prosa- 
tori. Machiav. arte della guerra. — Casa, lett. — Stor. eur. lib. 3, 56. — 
Salviat. oraz. 6. — Galil. lett. — Vit. Ben. cellin. ec.; oltracciò nel parlar 
famigliare odesi in Toscana più parso che parùto : ad onta di tutte ciò 
il Pistolesi ed altri, pongon questa voce tra gli errori plebei. Sono disu- 
sati pai in vece di pari, e paji in vece di pàja; pòàjino, e pàrino per 


pajano. Abbiansi poi per errori paro e parto: per pajo; pafano, parno. 


per pàjono; parèmio, parèvi, parècono per parevàmo , parecvà le, parèoa- 
no ; parèi, parèlti per parvi; parè, parèlte per parve; pàrsamo, parès- 
simo per parèémmo; paràve per parrèbbe ; parrèbbamo, parrèssimo per 
parrèmmo ; parerèbbano per parrèbbero. 

(57) In pari modo procedono compiacère , dispiacère , spiacère , ripia- 
cère. Piucciùto, piacèi, piacètti, piacè, piacètie, piacèrono, piacèttero, sono 
maniere antiche ed ora disusate. Piàcguamo , piacètiamo, piàcqueno per 
piacèmmo, piacquero; sono idiotismi da non imitarsi, 


tonni 


" 





ETIMOLOGIA E SINTASSI 261 





INFINI TIVO. INDIC.PRES.|PASS. DEF.| FUTURO ISOGG. PRES.| IMPERAT. 


Porre (58),ponere|pongo posi porrò ponga TREE 
PARTICIP] |poni ponésti |porrài ponga poni 
pone pose | [porrà ponga ponga 
Pres. Ponîénte [poniamo |pontmmo |porreémo |poniàamo |poniàmo 
Pass. Posto pontte ponèste |porrète |poniàle |pontte 
GER. Ponendo pòngono |posero porrànno |pòngano |pòngano 
INFINITIVO 
Potere (59) posso potti, “po-|potrò possa 
tetti i 
PARTICIPJI puoi, puo’|potesti potrài possa,possi d . 
può, puote|pole , “po-|potrà possa sà 
Pres. Potènte , tette È 
possente possiamo |pottmmo |potrèémo |possiàmo 
Pass. Potùto potete poteste potrete possiàte 
possono , |polérono ,|potrànno |pòssano 
GER. Pottndo ponno | poteltero, 
potèro 


(58) Sono soggetti alle stesse anomalie i seguenti: Anfeporre, appoòr- 
re, comporre, contrapporre, deporre, disporre, esporre, frapporre, imporre, 
inlerpòrre, oppòrre, pospòrre, prepòrre,. proporre, presupporre, ricomporre, 
nporre, riproporre, scomporre, sopporre, soprapporre ) solloporre, sporre, 
supporre, trappòrre, traspòorre.— Porre, sincope dell’antico e latino verbo 
ponere, procede nella maggior parte della sua conjugazione colle desinen- 
ze di quest’ wllimo, e non ha altre voci soggette alla stessa sincope se non 
quelle del futuro e del condizionale, essendo ponerò ec., ponerèi ec., ma- 
niere in oggi bandite. Altre voci non poche del presente verbo leggonsi 
presso gli antichi, che in oggi sono, o affatto rigettate, o a’ poeti solo si 
permettono, tali sono: Pogneènte, pognendo per ponènie, ponendo ; posilo 
Per posto ; pono, ponono per pongo, pongono; ponèmo per poniùmo, 0 
Pognaàmo ; ponieno per ponèvano; pogni per ponghi o ponga (2a. pers. 
sing. del pres. sogg.); pona, e pogna per porga (1a. e 3a. pers. sing. 
del pres, sogg.).- Meno anliquate pajono puose per pose; puosero, e può- 
sono per posero, posono. Bocc. Introd. — id. nov. 4. — Nov. ant. 61. — 
Gio. Vill. 6, 37. — id. 10, 153. — S. Agost. C_D. 8, 3.— Vit. SS. PP. 4, 398. 
ec. Pollo e impollo, in vece di ponilo, e imponilo, o ponlo e imponlo, leg- 
gfonsi nel Boccaccio. Leva quello spillèetto che m’ hai sopra le orècchie 
Poslo, e POLLO più là un poco. Bocc. laber. — E percio quello, che a te 
pare che per me s’ abbia a fare, IMPOLLOMI e vederàli cc. id. nov. 5. 
Simil maniera per altro sarebbe oggidì poco gradita. Ma sono errori ma- 
nifesti porùfo per posto ; ponghiàmo, ponghiàte, pòonghino, per poniàmo, 
Poniàle, pòngano ; o pogniàmo, pogniale per pognàmo, pognàie; pongi, 
Ponè per posi, pose; posàmo per ponèmmo ; posano e pòseno per posero. 
Vedi cap. VI S. VII. 

(59) Molte sono le anomalie antiche di questo irregolarissimo verbo: 
Possufo per potùlo, è voce usitalissima tra ’|] popolo toscano, ma non se 
Nè trovano esempj abbastanza presso i classici per dichiararla valida. Mor: 
è POSSUTO a questo ancor venìre. Fr. Barb. 193, 11.— Acèndo già lungo 


202 PARTE TERZA 


I 





INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF.| FUTURO |SOGG. PRÉS.| IMPERAT. 


Rimantre (60) |rimàngo |rimàsi rimarrò {rimanga |...... 
D) . . . i} e . sé. . . . ‘ DI 
rimantsti |r rài |rimànga, olrimani 
PARTICIPI rimani imantst imar I ga, 
rimanghi 
Pres. Rimanéntelrimàne rimàse rimarrà rimànga |rimànga 


Pass. Rimasto, |rimaniàmo|rimantm- |rimarrtmo|rimaniàmo]rimaniamo 
rimàso mo 
GER. Rimanendo |rimantte |rimanèste |rimarrtte |rimaniàte |rimantte 
rimangono {rimasero |rimarràn- |rimàngano]|rimangano 
INFINITIVO : no 
Sapere (61) . Iso seppi saprò . [sappia ie 


tempo desideràlo il regno d' Itùlia, e non POSSUTO mai conseguìrlo. Stor. 
eur. 4, 83. Possèndo per potèndo; Gio. Vill. g, 182.—e Bocc. nov. gt. 
Puole, pole, poliàmo 0 possèmo, possèle, puonno per puoi, può, possiù- 
mio, polète, possono; possèa, polavàmo 0 possevàmo, potavate, polieno, 
per potèva, polevàmo , polevàte, poltèvano; possètti, possetie, possetlono 
o polètiono per polèi, potè, potèrono; polerò, poterài ec. per potro, pe 
trai ec.jpolerèi, polerèsti ec. per potrèi, potrèsti ec.; potiàmo per possiamo 
ec. Potestù per polèsti tu si trova frequentemente nel Boccaccio. Potéro, 
© potèr per poterono è puro poetico. Non POTÉR quei fuggirsi tanto chiu- 
si. D. Inf. 5; ma leggesi anche in qualche prosa antica: El on 
dàro là ove PoTERO. Tesor. Br. 8. Pofènno per poltèrono è voce 
del contado toscano, e Dante |’ usò pure: St che vedèr si POTEN fulli quan 
ti. Inf. 4. Potrìa e porìa, potrìano, potrìeno, e porìano per potrebbe è 
potrèbbero, sono del verso e della prosa, e gli esempj ne sono molti; ma 
porìa per potrèî non si usa se non che in verso. To mon PORIA le sacre 
benedètte Vergini, ch? ivi fur, chiùder in rima. Petr. Tr. della cast. — H 
io come giammdi PORIA soffrire. Bocc. Tes. lib. 8, g. Sono pur molte le 
voci erronee, o idiotismi di questo verbo, dall’ usare î quali ognuno deb- 
besi ben guardare, e sono: possère per polère ; puoli, puole per puoi, pù; 
potèmio per polevàmo ; potèvi e polavete per polevàle ; potèvono per pe 
tèvano j polièdi, poliéde per potèi, potè; potètiamo per potèmmo ; polb- 
dero, potèrno, polièro, pottèro per potèrono; porò, porèi ec. per potro, 
potrèi ec. ; polrèbbi, porèsti, potrèbbamo, porèste, potrèbbano per port 
polresli ec.; possi, poliàmo, poliàle, pòssino per possa, possiàmo, posso” 
le, possano. . nr 
(60) L’ antico verbo manère, del quale pochissime voci superstiti 
sono, è il primitivo de’ verbi rimanère e premanère, il quale procede 
nella stessa maniera. Rimagnènie per rimanènie, è voce antiquata, 00" 
me pure rimdgno, rimàgna , rimagnàmo per rimàngo , rimànga, mme 
niàmo, rimanerò, per rimarrò ; rimàgna per rimànga (2a.- pers. sing. s0gg.); 
rimanèi, rimanè y rimanèrono per rimàsi, rimàse, rimàsero ec. I seguenti 
sono idiotismi: rimànse, e rimanètie per rimàse; rimàsamo per rime 
nèmmo ; rimàsano, rimanèltero per rimasero ; rimanghiàmo, rimanghia- 
te, rimanghino per rimaniàmo, rimaniàte, rimàngano. deren: 
(6:) Il verbo sapère, che presso gli antichi talora anche savére 5! 
disse, è uno de’ verbi più irregolari che abbia la linfgua italiana, © 
singolarissimo per le molte e strane sue anomalie antiche; esso è priv? 
di par. pres. e non può supplirvi nt sapièrie, Cresc. 4, 18, è saccente, 











ETIMOLOGIA E SINTASSI 2635 
Tr——_——111111——— .—__r_____.o 


INDIC.PRES.{PASS. DEF.f FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. 





PARTICIPI sal, sa’ Isaptsti saprài sappia , |sappi 
sappi 
Pres. ..... sa seppe . Isaprà sappia sappia 
Pass. Sapùto sappiàmo Î|saptmmo jsaprèémo |sappiàmo |sappiàmo 
GER. Sapendo sapete sapeste saprete sappiate |saptte 
INFINITIVO = |S2DDO seppero |saprànno |sàppiano _ |sappiano 


Sctgliere o scer- 
re, e sciogliere o 
eciorre , proce- 


dono come coglie- 

re (62). 

Sedtre (63) siedo, seg-|sedti, se-|sederò frieda seg-| < .... 
go detti ga 


Tesor Br. 4, essendo amendue queste voci meri addiettivi. Sacciufo per 
sapùlo, come par. pass., è un idiotismo. Sappièndo per sapèndo ; saccio 
€ sapo per so; sapèmo, savèmo, sacciàmo per sappiàmo; sàcciono per 
sanno; sapavàmo, sapavàle, sapìieno v savieno per sapevamo, sapevàle, 
sapèvano j sèppono per sèppero; saperà ec. per saprò ec.; saperèi ec. per 
saprèi ec.; sàcciu, sacciàmo , sacciàle, sàcciano per sappia, sappiàmo, 
sappiàle , sàppiano, sono tutte voci che si leggono qua e là presso qual- 
cuno de’ classici più o meno antico. SAPPIÈNDO che il re Guglièlmo suo 
avolo dala avèa la sicurià ec. Bocc. nov. 37.—Mandbò il cavaliero all’al- 
bèrgo della corona SAPPIÈNDO se era suo famìglio. Fr. Sacch. nov. 221.— 
‘Temo morire e già non sAcciO l' ora. Bocc. nov. 9g7.—Non SACCIO vero 
consìglio alcuno che il vostro. Guitt. lett. 19.—Questo è mio giuoco, € ad 
altro giuocàre non sapo. Id. lett. 34. — Falla più grande di sè slessa 
uscio, E che si lesse rimembràr non sape. D. Par. 23. — Foi iremavàate 
come verga e non SAPAVATE dove voi vi foste. Bocc. nov. 97.—Nè cosa 
alira gradita Alla vostra beltà Manca donna SACCIATE, Che pietà. D. 
Majan. Rim. ant. 84. Sono da schivarsi come errori popolari: sappo, sapo- 
no per so, sanno; sapèmio per sapevamo ; sapèvono per sapèvano; sa- 
pèi o sapèlli, sapè o sapètle, per seppi, seppe; sèppamo, sapèrono 0 sa- 
pèttero, per sapèìmmo, sèpperoj; sappi per sùppia ; sàppino per sappiano 
ec. Sa’ così apostrofato per sai è usitatissimo nel verso. D. Inf. 20.— 
Petr. canz. 29. 

(62) Questi due verbi ed i loro composti riscègliere 0 riscèrre , pre- 
scèghere o prescèrre, trascègliere o trascèrre , disciogliere o discior- 
‘re , prosciògliere o prosciòrre, procedono come cogliere. (Veggasi que- 
‘sto verbo. 

(63) Procedono nello stesso modo risedère, possedère , presedère, so- 
‘prassedère. Alcune delle voci del verbo sedere , hanno doppia desinenza, 
Y una propria, l’altra proveniente dall’ antico, e ora disusato verbo sèg- 
gere. Trovansi in oltre le seguenti voci antiquate: seggènie per sedènie; 
seggèendo per sedèndo; seggio, e sèggiono per seggo, sèéggono ; siè per side; 
sedie, sedieno, per sedèva, sedèvano; sedièro per sedèrono ; sedrò ec. (po- 
ctico) per sedero ec.; sèggia, seggi, sèggiano per segga sègghi , stggano. 
Nella casa di Manlio, la quale era SEGGENTE su allo nella rocca. Liv. 
DI .— Disse'l1 maèstro, che sEGGENDO in piùma , In fama nonsi vien, nè 


264 PARTE TERZA 





INDIC.PRES.|PASS. DEF.| FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. 


PARTICIPI siedi sedèsti sederài sieda, siedi, [siedi 
segghi 
siede sedè , se-|sederà sieda, seg-|sieda, seg- 
dette ga ga 
Pres. Sedtnte sediamo , |sedîmmo |sederèmo |sediàmo, sediamo, 4: 
Pass. Seduto seggiàmo | seggiàmo| seggiamo 
sedette sedeste sedertte Isediàte , |sedete 
GER. Sedetndo seggiàte 
sitdono , |sederono ,|sederànno |sièdano , . sitdano , | 
INFINITIVO. séggono | sedettero seggano' | stggat@ “i. 
Solere (64) Soglio soglia ì 
Suoli, suo’ sogli,soglia L 
PARTICIPI Suole,suol, soglia 
sole 
Pres. Solente sogliàmo s 9 sogliàmo 5 
Pass. Solito soltte E @ sogliàte Hi 
een. Salendo —Isògliono È 8 |sòogliano E 
INFINITIVO 
Tacétre 


‘ Questo verbo pro-] 
cede come pia- 
cère (65) 





sotto coltre. D. Inf. a.—S' io vado, dormo, o sÉGGI10. Petr. canz. 8.-Cost ©. 
com' ella siè tra ”l piano e'l monte. D. Inf. 27. Vedèasi un bel marmo - 
e quel SEDIESI sovra la verd’ erbètta ec. Bocc. Amm. vis. cant. 38.— 
SEGGIO come abbandonàla; ispèsso ricèrco il letto, che ci tenta amend& ‘ 
ni. Ovid. Pist. 44.—E più di cento spirti entro SEDIERO. D. Purg. 272 
se ciò è vèro che l'acqua SEGGIA sulla terra, dunque è ella più alla che 
Za terra. Tesor. Br. 2. ec. Sono poi voci popolari e viziose siedano 058" > 
‘ gano per sièdono, sèggono; sedèmio, sedavàmo per sedevamo ; sedba Pl > 
sedevàle; sedèoono per sedèvano ; sedèllamo per sedèémmo; segghi, sedo “ 
per segga, sieda (1a. pers. pres. sogg.); segghi&mo, segghiale, segghino O | 
sèédano per sediàmo 0 seggiàmo, sediàale, sièdano o sèggano ec. Notist «; 
che il verbo sedère, significando l’ azione di porsi a sedere, va accompa » 
gnato colle particelle pronominali mi, ci, fi, vi, si. i 
(64) Solère, che ben di rado usasi nell’ infinito, è pur difettivo nel 
pass. def., nel futuro e nell’imperativo; a’ due primi supplisce il parbici* 
pio solito con una delle respettive voci del verbo èssere. Esistono di ess0 | 
‘alcune voci di forma antiquata, ed altre che i poeti soli si permettono 
di adoperare, come; suogli, suoi, per suoli: sole per suole. È 00, che È 
SUOGLI Desideràr maggiore. Franc. Barb.201, g.—Che per naitùra SOLE Bollir 
le noili. Petr. canz. 31. Solèmo per sogliàmo. D. Purg. 22. Solia per s0lè- | 
‘va 0 solta/(1a. e 3a. pers.): Vane sperànze, ond'io viver sotia. Petr.son.19"- i 
‘ — Ardomi e siruggo ancòr, com' io sotia. Id. son. 89.— Pur la scongiuro < 
siòne onde soLia Comandòre a' demoni avèoa a mente. Ar. fur. c. 2% | 
st. 128. (Pel rimanente vedi la nota 26, del prec. Cap.) | 
(65) Evvi per altro nel verbo facère qualche differenza ortogr 


di 


afica da ; 





ETIMOLOGIA E SINTASSI 265 
’@1‘e—@——————————————tt@@@@@us(sss 


INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF. ‘FUTURO SOGG. PRES. IMPERAT, 


Tenere (66) tengo," te-{tenni terrò tenga 2004 
gno 
tieni tenèsti terrài tenga, ten-Itieni, * te’ 
ghi 
PARTICIPI tiene tenne terrà tenga, “ te-[tenga, ° te- 
gna gna 
teniàmo , |tenemmo jterréemo iteniàmo, {teniamo , 
Pres. Tentnte tegnàmo, tegnàmo,| tegnàmo 
tenghià- tenghià- 
Pass. Tenùto mo | mo 
tenète tenèste terrtte tenète tenéte 
GER. Tenendo, {ttngono, {tennero , {terranno jtèngano, [tengano 4 
" tegnendo "tégnonof ‘tennono ièegnano | tegnano 


osservarsi, che consiste in non dovere alcune voci di esso scriversi con 
due cc, come si pralica ne’ verbi piacère, giacère, e nci composti loro, ma 
con un c, onde non confonderle colle stesse voci del verbo facciàre: seri- 
vasi adunque Zacio, taciàùmo ; tacia, laciàmo (s0gg.), tacià te: ma non po- 
tendo aver luogo l’ equivoco suddetto nelle due terze pers. plurali ( pres. 
indic. e sogg- ), esse posson pure scriversi /àcciono e tàcciano , imperoc- 
chì le medesime pers. del verbo facciàre, cadono |’ una in ano, |’ altra 
in ino. Riguardo poi a’ poeti, i quali nè pure il rischio di confondere il 
significato di due verbi, può far iscendere nella benchè minima cosa da’ mol- 
U privilegj conceduti loro, essi, secondo meglio lor convenga, possono 


. Scrivere tutte le anzidette voci del verbo #acère, o con iscempia, 0 con 


doppia c. Le voci facèi, facètti, tacè, lacètte , tacèrono, lacèllero e ta- 
cellono, in vece di facqui, ‘tacque, làcquero sono antiquate, che oggidì 
così di leggieri non s’userebbero come fecero gli antichi. Nov. ant. 92. — 
Cavale. Pungil. 15. — Moral. S. Greg. lib. 3, $. 4.— Vit. SS. PP. a, 4.— 
Bocce. nov. 50.—Tac. Dav. ann. 1:67. ec. «Pertanto, dice il Mastrofini, 
lo scrillor savio, dove gli cada in acconcio, potrà valersi anche oggi, ma 
pParcamenle, di queste voci». Tàcquamo e ftacèttamo per tacèmmo; e tàc- 
quano e lacèltano per tàcquero, sono idiolismi da fuggirsi. 

(66) La conjugazione del verbo /erère, serve di norma a tutti i com- 
posti di questo, veggasi $. II, del VI. cap. Per fenènfe e lenèndo, taluni 
dissero qualche volla fegnènie e tegnèndo, che ora meritamente come ran- 
cidumi sì rigettano. Tiengo per fengo, è idiotismo romano, e odesi non 
di rado anche nel contado toscano. Tegro fu dagli anl. usato, e in verso, 
è in prosa. A lo qual dice, vegno, Questa gentìl per cui sola mi TEGNO. 
Franc. Barb. a15.— Ed io: buon duca, non TEGNO nascosto ec. D. Inf. 10. 
—lo non so a che io mi TEGNO che io non vegna laggiù Bocc. nov. 15. 

oggi però appena in verso si tollera, quantunque sovente odasi nelle 
provincie settentrionali d’ Italia. A//èégno, e sostèégno per alièngo e soslèn- 
80, leggonsi in Petr. son. 10, e canz. 6. Tenghi per dieni è errore. In 
Dante leggesi fegri, probabilmente per farne la rima con regni e degni, 
urg. 1. Tene per liene è voce poelica usala frequentemente dal Petrarca. 
suo seggio maggior nel mio cor TENE. Petr. canz. 109.—L' alira mi TEN 
quaggiù conira mia voglia. Id. canz. 43.—E’1l cor sottràgge A quel dolce 
pensier, che’n vita il TENE, ld. son. 189. Tegnamo, e tègnono, 1a. e 3a. 
Gram. Ital. 3 


266 PARTE TERZA 


. INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF.Î FUTURO {SOGG. PRES.| IMPERAT. 


Togliere o torre, 
procede come 
cogliere A scè- 
gliere, € sci0- 
gliere (67). 


pers. plur. di legno, debbonsi al par di questo come antiquati riguardare. 
in quanto a fenghiàmo il Buommattei, e dietro lui il Corticelli , e forse 
alcuni altri, pongono erroneamente questa voce come l' unica della 1a. 
pers. plur. del pres. indic., sogg. e imper. senza far motto della naturale 
e buona voce ferriémo. ll Pistolesi, tollerando #enghiàmo, stante l'uso 
comune, ha per migliore fenià mo ; il Mastrofini, non ostante l’ uso chesì 
fa della prima, la rigetta come sregolata, e raccomanda di scansarla. Noi, 
appunto perchè nell'uso fenghiàmo par che più gradito sia anche in To- 
scana che feriàmo, li poniamo ambedue, dando il primo posto a- questo 
ultimo. ln luogo di fèrnero, leggesi fènnono nel Bocc. gior. 4, prin, * 
ieénneno nel Petr. vit, de’ Pontet.: ambedue queste voci sono pochissimo 
usate. Te ’così accorciato per fieri imperat., fu usato in prosa € in verso. 
TE'fa compiutamente quello che ’1 tuo, e mio signore t'ha imposto. Bocc. 
nuov. 100.—TE' questio ferro ficcal qui. 'Tac. Dav. ann. a, —TE' questo scel- 
tro: a te Emirèn commètto. Tas. Ger. 17, 38. Apponesi non di rado l'af- 
fisso alla voce dieri troncatone l'i, come: lienmi, tienti, tienlo, ec. PÈ 
liénimi, tièniti, tiènilo ec. D. Inf. 31.—Rocc. nov. 60; e talora troncasent 
ancora la n, nella cui vece raddoppiasi la mm degli affissi mi, lo, e la, 
scrivendosi liemmi, tiello, diella. | 

(67) Come pure i suoi composti distogliere © distòrre , ritògliere om 
iòrre. Tutte le osservazioni fatte alla nota 52 sul verbo cogliere, debbon- 
si pure a dogliere, ed a’ suoi composti applicare; e aggiungo che nelle 
nobili scritture degli antichi leggesi più spesso la sincope forre che la voce 
intera, tanto nell’ infinito che nel futucvo e nel condizionale. Toi tr0v28 
alcune volte usato per dogli. Dunque TOI fu ricordànza al Sere? Bocc. 
nov. 72.—Se non spegni la sele e TOI la fame, Alam. Colt. lib. 1. É 
nell’imperat. fo’ per togli. Quel vago, dolce, caro, onèsto sguardo Di p®. 
rèa: TO’ di me quel, che tu puoi. Petr. son. 286.—Or TO’ quello di che 50 
degno corpo mio. Vit. SS. PP. 3, 21. E unito all’ affisso senz’ apostrolo: 
TotI dal pianto se ’1 luo figliuolo è morto. Nov. ant. ro. — TOMNMI 
la vita, giovane, per Dio. Ar. Fur. 4, 28. — TOLO di grazia € mènale- 
lo via. Berni, Orl. lib. 1, 25, 28. Leggonsi pure oe e Zo per toglie: T ha 
tolto dei che TOL sempre il migliore. Varchi, son. par. 1. — Per le parole 
e alle persuasiòni altrùi se ne TOE giù. id. Ercol. — Quel che gli To lo 
piaga, amòr gli cresce. Bera. Or. lib. 1, 11. — Ch' entra e sale (la mor 
te) e TO la vita. B. Jacop. poes. spir. cant. 2. — Ella Hiene lullo D ante 
mo, e TOCCI (ci toglie) il desidèrio di tutle le altre cose. Sen. Pistol. 74 
Tozzo, tòggono, e togga, tiggano. per foglio, iòlgono e lolga, tòolgano s0D0 
voci contadinesche e plebee; folghi per Zogli, e lolghiàmo, lolghiate p®! 
fogliàmo, togliàte sono altresì idiotismi fuori di ogni autorità, sebbene ! 
Buommattei Je ammetta come voci buone, anzi uniche. 





ETIMOLOGIA E SINTASSI 267 


€ —__——m———————_—__ÉT_rr———mÉÉtmÈ@“@—€@t@@@@iJrrt@et©@s@e@_@@_rm@([1t29@ 








INFINITIVO INDIC.PRES.{ PASS. DEF.| FUTURO |SOGG.PRES.|] IMPERAT. 


Trarre, e antic.|traggo trassi Itrarrò lragga Pea aa 
Tràere (68) trai,traggi, |tratsti trarrài tragga » |trai,traggi, 
tra’ 3, tragghi tra” 
PARTICIPJ trae,fraggeltrasse travrà — lragga tragga 
traiàmo , {traemmo jtrarrèémo jtraiàmo , {irziamo , 
Pres. Tratnte traggiàmo traggiàmo | traggiàmo 
Pass. Tratto tratte traèste | |trarrtte  |traiàte , |tratle 
| traggiate 
GER. Traèndo tràggono |tràssero , |trarrànno |tràggano tràggano 
“tràssono 
INFINITIVO 
Valère (69) valgo, va-|valsi varrò, va-lvalga, va-l..... 
glio lerò glia 
vali valèsti varrài, ec.{valga, va-|vali 
PARTICIPI glia,valghi 
vale, val |valse varrà, ec. |valga, va-|valga , va- 
glia glia 
Pres. Valente valiàmo |valemmo |varrèemo ; |valiamo |valiamo 
Pass. Valùto valerèemo 
valtte valeéste | varrete, ec.|valiàte valète 
GER, Valenda vàlgono , Ivàlsero , fvarrànno ,{vaàlgano ; fvàlgano , 
vagliono| ‘’vàlsona] ec. vagliano| vàgliano 


(68) Dall’ antico verbo #ralre di Fra Guîttone formossi in appresso 
fràere, e da questo nacque poi #rarre, che è oggidi pregiato e comune, 
ma le cui voci, toltene quelle del futuro e del condizionale, parte discen- 
dono dal suddetto firaere, e parte dal più antico verbo fràggere, l' infi- 
nito del quale adoperato da Dante Inf. 13, e dal Petr. son. 52, è ora disu- 
sato del parì che #raere e tràre. Come frarre procedon pure i suoi com- 
posti astràrre, altrarre, contràrre, detràrre, dislràrre, estràrre, pertràr- 
re, protràrre, rattràrre, rilràrre, sottràrre. Trào per traggo , tràono per 
tràggono sono erronei. Di trai e frae si possono troncare le vocali finali 
sostituendovî un apostrofo, e anche senza l’ apostrofo, specialmente quan- 
do si congiungono con qualcheduno degli affissi, e sovente anche si rad- 
doppia la consonante dell’ affisso come frammiî per mi frai o mì trae, 
frallo 0, iràelo, per lo trae; iranne per ne trae, irassi, tràesi per si trae. 
Trano per traggono è del verso. Tragghiàmo , e tragshiàle per traiàmo 
o fraggiàmo, traiàfe 0 traggiàle, sono voci di grand’ uso, ma non perciò 
meno erronee. ra in vece di frai, riceve per lo più, unito uno degli af- 
fissi: Aprila e TRANE il seme. Cresc. lib. 6, cap. 20. — TRAMI di questa 
prigione, e mènami con teco. Stor. Giosaf. 54. Ò 

(69) Disvalère, prevalère, rivalère, equivalère, hanno lo stesso anda- 
mento che valère. Valènie è l' unico par. pres. comune del verbo valère ; 
cagliente è antiquato, e valsènie è un nome che vale prezzo. Zalsùfo per 
calùto leggesi nel Buti. Dal qual (cielo) discènde la inffuènzia della virtù 
nella quale è VALSUTO. Comm. Purg. 28. — Si dice che sarèbbe fallito, se 
non si fosse VALSUTO di scudi trentamila del pubblico. Segoi, stor. fior. 72. 
Valse è poetico. Caro En. lib. 7. 


268 PARTE TERZA 





INFINITIVO INDIC.PRES.|[PASS. DEF. FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. 


Vedere (70) vedo, veg-|vidi, vid’io[vedrò veda, veg-| ..... 
go,veggio ga,veggia 

PARTICIPI vedi, ve’ |vedesti vedrài veda, veg-|vedi, ve 
ga,veggia 

Pres. Veggente [vede vide vedrà veda, veg-|veda, veg- 

Pass. Vedùto , ga,veggia] ga,veggia 

visto vediamo, |vedémmo |vedrèémo vediamo, |vediàmo, 

GER. Vedendo, | veggiàmo veggiàmo| veggiàmo 

veggendo vedete vedeste vedrète |vediate , |vedele 

| veggiate 

vedono , |videro, vi-|vedrànno |vèédano , |vedano, 

veggono, | der vèggano,| veggano, 

veggiono veggiano| veggiano 


“ 


(70) Per antico e disusato che sia il verbo vèggere, molte voci di es 

so sono rimaste in pregio, e servono a moltiplicare quelle proprie de 

verbo moderno vedère, come viene dimostrato nel prospetto di quest’ ul- 

timo, che ha per seguaci andivedere $ approvvedère, avvedèrsi, convedre, 

divedère, malvedère, prevedère, provvedère, ravvedèrsi, riprovoedère, rit 

dère, stravedère , transvedère (ingannarsi), fravedère. Wiso per veduto è 

antiquato: Fra Guitt. lett. 26.—1D. Par. 7. Zeggh' io e egg io per veggoio 

e veggio io leggonsi in Dante e nel Petrarca. Tempo vEGGH' F0 non mollo 

dopo ancoi ec. D. Purg. 20.—Or va dis’ ei, che quei che più n’ ha colpa VEG 

G'I0 a coda d' una bestia tratto ec. 1d. ibid. 24.— Ben veGG’I0 di lontàno 4 

dolce lume. Petr. son. 130. Vegg'o’ per veggio trovasi pure ne’due poeti suddet- 
ti: D. Par. 7. — Petr. son. 1. Yeo , vejo e vio, sono voci antiquate da non 
più usarsi. Ze' per vedi è poetico: D. Purg. 5. — Petr. Tr. d’ Am. cap. 5. 
Vegghiàmo per veggiàmo 0 vediàmo, è un idiolismo comune a’ Toscani, 

come pure vele per vedète, che tutto di odesi dal volgo fiorentino. Veddi 
vedde, vèddero, che il Pistolesi, seguendo il Buommaltei, pone nella co- 
Jonna delle voci buone e comuni, accanto a vidi, vide, o:dero, sono voi 
non già scorrette, e dell' infima plebe, come taluni le tengono, ma bensi 
antiquate e oramai in disuso, sebbene alcuni accreditati classici antichi 
copiosamente se ne servirono. Ma se le suddette tre voci non han più 
pregio, n° hanno molto meno viddi , vidde, viddero, che da quelle nacque- 
ro, e sono poco meglio che erronee. Sono parimente in disuso come 20- 
tiquate le desinenze regolari di questo tempo, cioè: vedèi e oedbtli, cede 
e vedèlle, vedèrono e vedettero; quantunque alcune di esse sien correda- 
te di autorevoli esempj. Quando l’ uomo VENÈ venire quella bestia, ch'o- 
vèva nome Unicòorno, incominciò a fuggire. Stor. Giosaf. 37.— Dico 
che si VEDÉRONO apparire Nel ciel tre lumi ec. Dittam. lib, 1.— Ma non istelte 
guari ch’ io VEDÈTTI Lui ritornàr con dodici donzelle. Bocc. rim.—Ma quanto 
più potè similmènie Bella tenùta da chi la vEDÈTTE. id. Teseid. lib. 6. edéo 
è mero poetico. L' ufffitta Emìlia apprèsso si venko. Teseid. lib. g. Yedestu 
per vedesti tu leggesi nel Bocc. Qual cavalla VEDESTU' mai senza coda ‘ 
nov. 90.; € nel Petr. Come non VEDESTU' negli occhi suoi? son. 286. 7èd- 
damo, vèddimo, vedèssima, vìddemo , vidimo per vedèmmo; oèddano € 
videno per videro, sono errori del volgo. Le voci del futuro, così since- 
pate, sono deil’ uso comune, ma non perciò mancano esempj sì in verso 





tn 
“i 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 269 








SEE III TESE TETI ISEE RI ISEE CE SITA 
INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS, DEF.1 FUTURO |SOGG. PRES.] IMPERAT. 
Volere (71) voglio , vo’ |volli vorrò voglia Padre 
vuoi, vuo’ | volesti vorrài voglia, vo-|vogli 
PARTICIPI gli 
vuole, vuol|volle vorrà voglia voglia 
Pres. Volente {vogliamo |volemmo vorremo |vogliàmo |vogliàmo 
Pass. Volùto volète voleste vorreéte |vogliàte vogliate 
GER. Volendo vogliono |vòllero vorrànno |vògliano |vògliano 


che in prosa, in cui esse si trovino intere. Stor. Giosaf. 14.—Bocc. nov. 
41.— Franc. Barb. 216.—D. Inf. 14.—Petr. "Tr. della divin.—E così pure nel 
condizionale vederèi, vederèsti ec. Guid. Giud. pag. 33.—Stor. Giosaf. 121. 
—Bocc. nov. 76, ec.; Yegghiàmo e veggàmo per veggiàmo ec. ; vegghiàle 
e veggàle per veggiàle ec. vèdino, vègghino, e vèggino per vèggano, sono 
tutte voci sregolate del volgo, e perciò da scansarsi. L’ apostrofo di ve’ 
si ommette quando questa voce, scorciata di vedi, congiungesi cogli af- 
fissi /o, la, li, le, siccome in istile burlesco talora si trova, cioè vello, 
| vella, velli, velle, in vece di vèdilo, vedila, ec. Lasca Gelos.—Fir. rim. — 
- +Burchiel. part. 1, son. 1. 

(71) La conjugazione di volère è pur quella di disvolère, rivolère, stra- 
volere. Vogliendo per volèndo leggesi più volte nel Bocc. e in alcuni al- 
tri prosatori antichi; volsufo per volùfo, sebbene fuor di regola, è voce usa- 
tissima in Toscana; owoli per vuoi, quantunque ora più non si tollerì, 
non potrebbe però dirsi errare chi se ne servisse, essendo questa voce 
stata adoperata da D. Inf. 9g, — dal Bocc. nov. 27 , e Teseid. lib. 4, 
— dal Passav., — da Fran. Barb. 11, e se ne leggono esempj anche in al- 
tri autori. Yole per vuole, fu usato da alcuni poeti antichi. Quattro 
cose chi voLe Guardàr a punto. Franc. Barb. 46. — Che. quello stesso 
ch’ or per me si voLE, Sempre si volse ec. Petr. son. 288. — La lasci se 
non voLE onòre. Bocc. Teseid. 64. Voli per vuoi, e voliano per vogliano 
sono errori; corno per vogliono è idiotismo romano e napolitano; e pure 
il gran tragico moderno Vittorio Alfieri 1’ usò varie volle, ed anche scor- 
ciollo talora scrivendo von. Natura e il ciel me vonno Tra voi giùdice 
sola ec. Polin. at. 2, sc. 2. —... Il mal di iutti Vonno pria che con noi 
godèr divisa La dolce libertàde ec. Virgin. at. 1, sc. 3. — Torre or ci vON 
sì rara figlia, a eniràmbi I genitòor solo conforto e speme ? Mirra, at. 1, 
sc. a. Volsi, volse, volsero per volli, volle, vollero, non più si tollerano 
se non che talora in verso per timore d’ equivoco colle stesse voci del 
verbo volgere: ad onta di ciò più queste che quelle adoperansi in Roma 
ed anche in Firenze dal volgo, e se ne trovano numerosi esemp) presso 
gli antichi e poeti, e prosatori. D. Inf. 22. — id. Purg. 8. Ar. Fur. 34, 42. 

, —Fra Guitt. lett. 3. — Vit. SS. PP. 3, 39.— Machiav. prin. cap. 3. — 
Dav. scism. cap. 26 ec. Vollono per vollero si legge nel Vill. (Gio. ) 6, 56, 
e nel Bocc. nov. 76, e in altri autori ancora; ma il triplice o che in es- 
sa voce trovasi , l’ ha resa dispiacevole e disusata del pari che vollero; 
vòlsanio per volèemmo ; e volsano 0 volsono per vollero sono errori; vo- 
gli per voglia (1a. e 3a. pers. sing. ), e voglina per vogliano sono voci vi- 
ziose. Leggasi $. VII del precedente capitolo. 


270 PARTE TERZA 
CAPITOLO VIIL 
OSSERVAZIONI 
SU DI ALCUNI VERBI DIFETTIVI 


DELLA SECONDA CONIUGAZIONE. 


S. I. ALGERE, verbo latino, è usato dai poeti nel signi 
ficato di Agghiacciare, intieramente raffreddarsi; ma non se 
ne trova che il par. pres. a/génte , e la prima e terza pers 
sing. alsi, e alse. Signòr tu sai che per lo ALGENTE freddo, 
L acqua divénta cristallina pietra. D. rim. 34. — ALSI ed ar 
st gran tempo. Varchi, rim. 3.— L' alma, ch' arse per li sì 
spesso, ed ALSE. Petr. son. 289. 

ANGERE (Affliggere). Di questo verbo latino si legge pre 


so 1 poeti la voce Ange. Tanta paùra e duol l alma ins ; 


ANGE. Petr. son. 255. 

ARROGERE (Aggiugnere). Di questo verbo trovansi È 
seguenti voci; par. pass. Arròto; ger. Arrogendo. ladic. pre; 
«frròoge, arrogiàùmo, arrògono. Imperfetto, Arrogéva è arrazia 
Pass. def. Arròsi, arròse, arròsero, arròsono. Sogg. Imperfetto 
Arrogeésse; e nalla più. 

$- II. CALERE, che vale curarsi, premere, esser a cuott, 
oltre esser difettivo, è per lo più impersonale, imperocchè di 
esso non si trovano usate che le terze persone singolari di 
tutti 1 tempi, fuorchè del futuro, e ciò nel modo come st 


gue-(1): 


= — Asi e e e 
— os n toe È DE 
i 22 i 4 2. Bata r 


INFN. Calere (2); ger. Caléndo; par. pass. Calùto. In I 


dic. pres. Cale o cal; imperf. o pend. caléva, o caléa. Pel 
def. Calse. Sogg. pres. Caglia. Imperf. Calésse. Condiz. pres. 
Calerebbe, o carrébbe; Imperat. pres. Caglia (3). 


(1) II Cav. Compagnoni dà ad alcuni tempi di questo verbo ancel 
Sa. pers. plur. come calèvano 0 calèano; calsero, calèssero, ma non 8 
prei dire dove quest’ autore le abbia pescate. i 

(2) La voce dell’infin. non s' usa se non in questo modo di dire: 


Avère, 0 mèliere in calère, o in non calère ; che vagliono Curarsent  * | 


non curarsene, e che anche diconsi Avère, o mèllere in non cale: Lt 
lle e l’onòr del comùne, niente hanno in caLéne. M. Vill. g, 6.— Vostre 
ricchèzze factano a voi molte cose mèltere in non caLkre. Tes. Br. 8. 
Or sono a iutli în ira ed in non care. D. rim. 45. 


(3) Il verbo Calère va sempre accompagnato con due nomi, 0 Pî° | 


nomi , l'uno, nel rapporto d' afribuzione , 0 tendenza (dativo), che 
consiste o in un nome preceduto dalla preposizione a, o in una di que 


ste particelle mi, ci, fi, vi, gli, le, loro ( vedi Sez. II cap. V. $. vV, ei 
sez. III cap. II 8. IV); l’altro nel rapporto di appartenenza , s'espri* |, 


con un nome, o pronome preceduto dalla prep. di, o colla particella 7° 
che fa le veci e del nome e della preposizione ( vedi Sez. III cap. 


Ed 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 271 

CorERE. Verbo latino che vale venerare, e del quale non 
trovasi che il par. pass. colto (coll’ o stretto) e la 13 e 33 
pers. sing. del pres. indic. colo, e cole (coll’ o largo). Il cur 
tempio ec. anticaménte edificùrono e con tutta pietà sempre 
coLto / hanno. Bemb. Stor. 8, 122.— Che per te consecrà- 
io onòre, e COLO. Petr. son. 280.— Sparsa in minùti regni 
apnea pave Tutta al suo nome el remòto Indo i core. 

ass. Ger. 17, 8. 

ConsumerE. Verbo antico, che vale lo stesso che Con- 
sumare, edel quale altre voci non cirestano che quella del par. 
pass. Consùnto, e le tre voci irregolari del passato definito 
consùnsi , consùnse, consùnsero (4). 

CONVELLERE (latinismo) che vale stirare, rilzrare, stor- 
cere; ma non ne abbiamo che il par. pres. Convel/énte, il par. 
pass. Convùlso, 11 Ger. Concellendo, e le terze persone sing. e 
plur. de’ seguenti tempi: Indic. pres. convélle, convellono; 
Imperf. o Pend. Concvelleva, convellevano; fut. Convellerà, 
convellerànno. Sogg. pres. Convélla, convellano. Imperf. Con- 
vellesse, convelléssero. | 

EBERE, ( verbo aa che vale, Indebolirst, ventr me- 
no; ma può solamente tollerarsi nella poesia, dove non se 
ne trova che la 3? pers. sing. del pres. indic., cioè EBE. La 

da di Medòro anco non eBE, Ma si sdegna ferir l’ ignò- 
il plebe. Ar.Fur. 18.— Za propria luce Nelle tenebre va dove 
EBE, e muore. Boez. Varch. 1, 2. 

ESTOLLERE; vedi più basso TOLLERE. 

S. II. FERVERE, che vale Bollire, esser cocente, esser 
veemente, è difettivo nel par. pass. come pure nella 1? pers. 
sing. e nella 1? e 2a plur. dell’ Imperat., e mi pare che se- 


S.VII). Me se colànio or più, che per lo passàto del luo onòr ti care. 
Bocc. nov. 77.—Ma Gianni al quale più che ad alcuno daliro ne CALFA. 
Id. nov. 46.— Madonna siccome poco v'è CALUTO di costùi che tanto mostra- 
vàte d' amare, così vi CARRÈBBE «cviemèno di me. Nov. ant. 56.—Come 
dìcesi a Dio, D' altro non caLmE (mi cale). D. Purg. 8.—Ma perchè mia 
fè vera e l ombre false Stimài di tuo battèsmo a me non caLse. Tass. Ger. 
c. 12. st. 37.—Come che peràliro non ti cALÉSSE di lei. Nov. ant. 56. Qual- 
che volta, ma di rado, il verbo Calère non è impersonale, avendo seco 
an nome come subbietto (nominativo). CALENDOGLI vie più la salùte pro- 
pria, che gl’ inlerèssi de’ Semifonièsi ec. Sior. Semif. 36. Sovente questo 
werbo è seguito da altro verbo nell’ infinito colla particella di, o anche 
nel sogg. colla congiunzione che. Se di saper ch'io sia li cAL O colan- 
fo. D. Inf. 19.— Siccome poco ci CALE che oddicèrga della barba poi che 
ella è rasa, così all''’ànimo non CALLE, perchè è divino, che avvèerga del 
suo abitacolo, quand' e’ ne dee uscire. Sen. Pist. 92. 

(4) Pare peraliro che siavi pure rimasta la 3a. pers. sing. del pres. 
fisadic. consùme ove ne’ seguenti csemp)j questa vece non stia per con- 


272 PARTE TERZA 
condo la natura delle cose esso dovrebbe esserlo in tulte le 
pers. del modo suddetto, imperocchè non si può comandare 
altrui che ferva, cioè che bolla, che sia veemente. 

FIEDERE, che vale Zerìre, è intieramente poetico, quan- 
tunque gli antichi l' usassero anche in prosa: esso manca di 
ambedue i particip) attivo e passivo, della 12 e 2? pers. plur. 
Fres. indic., di tutti i tempi passati composti, di tutte le pers. 
del futuro, di tutte le pers. dell’ imperat., della 2à pers. sing, 
e della 12 e 2a plur. del pres. sogg., e di tutte le pers. del 
condizionale. Nel rimanente della sua conjugazione procede 
come CEDERE (5). 

S. IV. LECERE, e LICERE (il secondo è voce latina) che 
entrambi vagliono Esser convenevole, e de’ quali abbiamo 1 
par. pass. Zecito, e Dicito (il primo è più usato), e la 3? pers. 


sing. pres. indicat. /ece, e Zice; voci più del verso, che dell 
prosa. D. Par. 15 — Petr. son. 76.— id. Tr. dell''Am. cap. 
5. — Tass. Ger. 5, 52.— id. Amint. at. 1, coro. —Ar. Fur. 35, 
44.— Bern. Orl. 2, 5, 14. ec. 

$. V. MOLCERE, verbo, che vale Addolcire, ma del qua- 
le non si trova ne’ classici che la sola 5* pers. sing. del pres. 


indic. cioè Molce. Petr. son. 542. — Varchi, rim. 12.— Men. fi 


rim. 4, 240. Il Cesarotti nel suo Ossian usò anche mobi: 
Ma tu siedi o cantòre e le nostre alme MOLCI col canto Wo 
ec. Tomo 1, Canto 5. | 


$. VI. RIÈDERE, verbo poetico, che vale Ritornare, ma : 
del quale altre voci non si trovano se non che : Indic. pres. ‘. 


Riédo, riédi, riéde , riédono. Sogg. pres. Riéda, riédano. Iw- 
perat. pres. Riedi. D. Inf. 34. — Petr. canz. 4, st. B.— T38. 
c. 7, st. 2.— Alfieri, Rosm. at. 3, sc. 4. e Ottav. at. 4,.50 f. 

$. VII. SERPERE, che vale Andar torto a guisa di serps; 
usasi più in verso che in prosa, ove meglio adoprasi sep‘ 


sùma nella 1a. conjugazione cangiatane l’a in e, come talora 0 
glion permettersi di fare i poeti in favor della rima. Non come fiam- 
ma, che per forza è spenta, Ma che per sè medèsma si CONSE 
ec. Petr. Tr. della morte, cap. I.—Or dunque come io stirpo le su 
piume. . . .Così di tempo in tempo si consume. Bel. Man. G. de’ C. g7.-É 
la voràce fiamma arde e CONSUME Le navi e le galèe poco difese. Ar. 
Fur.c. 4o, 6. 

(5) Trovasi ancora qua e là presso accreditatissimi scrittori qualche 
voce dell’ antico verbo fèggere, che pare valesse quanto fièdere. I dardi 
che sono prevedùti, meno FÉGGONO. Amm. Ant. 12, 33.— Coloro che tardi 


ènirano in cammìno, che FiGGONO degli sproni e stùdiansi tanto quanto È 
possono. Sen. Pist.—O figliuòl, disse, qual di questa greggia S arrèslo | 


punto, giace poi cent’ anni Sanza arrosiàrsi quando ?1 foco il FEGGIA. D. 
Inf. 15. Queste voci però, e tutte le altre che possano ancora esistere ll 
questo verho, sono oggi del tutto disusate. 








ETIMOLOGIA -E SINTASSI 273 
giore. Le voci che di questo verbo si leggono, riduconsi alle 
seguenti: Par. pres. Sérpente. Gerund. Serpéndo. Indicat. pres. 
Serpo, serpi, serpe, sérpono. Imperf. o pend. Serpéva, serpevi, 
serpéva © serpéa ; serpévano o serpéano. Sogg. pres. Dna. 
serpa O serpi, serpa, serpiàmo, sérpano, e nulla più. Caro, En. 
hb. 4.—id. lib, 12 — Berr. son. È17.-— Tass. Ger. 12, 45; 
e in prosa. —Sen. ben. Varchi, 5, 19.— Varchi, Boez. 
lib. 2. ec. 

SOFFOLCERE e SOFFOLGERE, verbi antichi, che vagliono 
«Appoggiare, sostentare, sostenere, è derivativo da folcìre, che è 
parimente antico, e significa Puntellàre, réggere ec. Di soffòl- 
cere, non leggiamo che soffòlce, soffòlge, pers. sing. del 
pres. indic. Soffòlse 3a pers. sing. del pass. defin., e soffolto, 
par. pass. Oh guanto è l ubertà che si sorroLce! D. Par. 
Bi. — Perchè la vistu tua pur si SOFFOLGE Laggiù tra l om- 
bre triste smozzicàte? id. Inf. 29.— La sella su quattr’ aste 
gli soFroLse. Ar. fur. 27, 84. 

$. VIIL TOLLERE, verbo latino, che usavasi unicamente 
prima che ne nascesse fògliere. Ora altre voci non ce ne resta- 
no che golli, tolle, e nel sogg. tolla. Che dona e TOLLE ogni 
altro ben fortùna. Ar. fur. 3, 37. Da tò/lere evvi un compo- 
sto estòllere, pure verbo latino, che vale a/zàre, innalzàre, e 
del quale trovansi estòlle, ed estòlla. Chi non gela e non su- 
da, e non si ESTOLLE dalle vie del piacer, ec. Tass. Ger, 17, 
61.— Germe non sorgerà del seme d Ilio, Più di questo gra- 
dito, nè che tanto De' latìni avi suoi la speme ESTOLLA. Ca- 
ro, En, lib. 6 

TORBPERE (verbo latino), vale quanto Zntorpidire, che in 
vece di quello usasi. Torpénte, torpo, torpe, e torpa, sono le 
sole voci che di fòrpere trovansi presso i classici. Né prima 
quasi TORPENTE sz giacque. D. Par. 29. — Di che pensàndo, 
ancòr m' agghiàccio e TORPO. Petr. son. 289. — A' Greci Il 
favellàr non ToRPE infra le labbra. Buon. Fier. 2, 5, 3. — 
Ne 2a ch' egli TORPA in vil ripòso. Tass. Ger. 14, 24. 

VANGERE (Garbo latino), usasi dai poeti nel senso figu- 
rato di foccàre, ma solo nella 3è pers. sing. del pres. indicat. 
tange: Io son fatta da Dio, sua mercè, tale Che la vostra 
miseria non mi TANGE. D. Inf. 2. 

S. IX. URGERE (spignere): di questo verbo latino non 
trovasi che urgénie, urge, urgéva, urgécano, urgesse: Che l' u- 
na parte, e l alira tira ed URGE Tin tin sonàndo con sì dol 
.ce nola. D.-Par. 10. 


Gram. Ilal. 36. 


274 ‘- —PARTE TERZA è è ] 
| CAPITOLO IX. i 
OSSERVAZIONI SU’ VERBI DELLA TERZA CONJUGAZIONE, , 


S. I. Con aver noi divisi i verbi della terza conjugazione 
in due classi regolari, crediamo, per le ragioni già esposte 
nel cap. V della presente sezione, aver fatto servigio noa 
piccolo allo studioso dell’ italiana lingua. E 
‘Or ci rimane a compier l’opera con render del pari 
agevole la maniera di distinguere e ravvisare quelli dell’ una, 
da quei dell altra classe, per far che, mon avendola 
voce dell’ infinito niun segno in sè che faccia conoscere a 
quale delle due classi un verbo appartenga, ( imperocchè 
se ciò fosse non già due classi, ma due conjugazioni separà 
te si sarebber potute stabilire), è forza adunque aver ricorso 
allo stesso metodo praticato da noi nell’ esposizione de' verbi 
della 22 conjugazione, cioè darne de’ registri alfabetici, indi 
cando nelle sottoposte note quel che questo o quel verbo possa 
aver di particolare sopra gli altri nella formazione de’ suoi 
accidenti. 

S. II. Si è già detto che la seconda classe contiene die 
ci e più volte tanti verbi che la prima; avvertasi in olue, 
che tra’ verbi in ire, ve ne son molti che possono egualmen- 


te, e dietro il modello della prima classe, e dietro quellodella ‘’ 
seconda conjugarsi, e sono ambe le maniere usate comune- | 


mente tanto in prosa quanto in verso; altri non pochiavvent 
che sono più usati, e segnatamente nella prosa , colle term 
nazioni della 2 classe, ma che è poeti si permettono talora 
di adoprare con le uscite della prima. 
. Noi adunque esporremo i verbi della 3» conjugazione 
In quattro serie, contenenti: I 

La prima: Quelli, i quali non altrimenti si conjuganeo, the 
come dormire, vedi pag. 201.. 

La seconda: Quelli, che unicamente come Zmpedire po 
cedono, vedi pag. 205. | 

La terza: Quelli, 1 quali in quelle persone, che nel ver- 
bo ‘mpedìre differiscono dal verbo Dormire, hanno due usci 
te egualmente buone e pregiate una del primo, |’ altra d 
secondo de’ verbi ‘suddetti. | 

Finalmente la quarta: Quelli che, sebbene con ambe È 
‘uscite .si trovino, più usati sono oggidì coll’ una, che coll’ at 
tra, la quale essendo, o antiquata, 0 mero. poetica, avremo 
noi l avvertenza di porre in secondo luogo, contrassegnando- 
la, o con asterisco O con carattere corsivo. 





ETIMOLOGIA E SINTASSI 275 
- . In quanto alle voci antiquate e poetiche de’ verbi della 3? 
conjugazione, veggasi cap. VI, $. VII, e le sottopostevi note . 
| | VERBI IN ZRE DELLA PRIMA CLASSE, 
———————————_—___—_—_—_—_—_—_—_—_——_——r———TT—rrr—__——_——___Ému 


Aprire (1) . |Ribollire Soprabbollire |Ricoprire (3) [Ricoprire 
Riaprire ‘{Sbollire Coprire , cuo-|Discoprire., |Cucire (4) 
Bollire (2) |Sobbollire prire,covrìre |Scoprire Ricucìre 


(1) Aprire, ha nel par. pres, Aprènie e Aperiènie, nel par. pass. 
Apèrto e nel pass. def. oltre le maniere regolari, apri, aprì aprirono, 
anche quest’altre irregolari, egualmente pregiate, Apèrsi, apèrse, apèrsero, 
“ apèrsono. Aprìo per aprì, e apriro o aprir per aprirono sono voci usi- 
tatissime nel verso. Aprìmo per apriàmo è voce antiquata, che odesi an» 
cora profferire dai Romani. Ma sfuggasi la maniera viziosa di cambiare 
il piu o, dicendo o scrivendo avro, avri per apro, apri, ec. 

(2) Bollire, è tutto regolare. Siccome per altro vi può essere equivo- 
co di alcune sue voci con quelle del verbo dollare, come: Bollo, bolli, 
bolliàmo, bolliàte, i moderni hanno creduto dovere introdurre Boglio, dogli, 
bogliàmo, bogliaàte; ma se queste voci son buone per levare un tal equi- 
voco, boglia e bogliano per bolla e bollano, sono affatto inutili, imperoc- 
che non può avervi confusione alcuna nel senso di quest’ ultime voci, e 
quelle delle stesse persone del verbo Bollare, cioè Bolli, bollino. Il chiaris- 
simo Cav. Compagnoni desiderando veder tolte di mezzo le sconce voci 
Boglio, bogli, boglie, bogliano, propone come mezzo più naturale di distin- 
guere il senso de’ due verbi boZ/àre, e bollire, il dare a quest’ ultimo nel 
tempo pres. deî modi indic. sogg. e ?mperat. oltre le terminazioni del 
verbo Dormìre, anche quelle del verbo Impedìre cioè Bollo, e bollisco ec. 
Ottimo sarebbe questo divîsato metodo, se ovviare potesse'l’equivoco che 
sì teme tra î due verbi Bollàre e dolltre, anche nella 1a. pers: plur. del pres. 
indic. e nella ‘ra. e aa. plur. del pres. sogg. senza la necessità di scrivere 
bogliàmo e bogliàle; ma ciò non essendo, e mancando l’ autorità de’ clas- 
sici, e perle uscite in zsco, #scî, îsce ec. (fuorchè nel verbo Ebo/lîre del 
quale si legge. una sola volta ebollisce. La bocca delle stolto EBOLLISCE 
stoltizia. Cavalc. Pungil. 254), e per le voci con g7, eccetto bogliènie, che 
incontrasi sovente negli autorî. Ovid. Metam. — Gio. Vill. 7, 142.—D. 
Purg. 27.—Passav. 12.—Filoc. 1, 37.—Sen. Pist. ec., a noì pare potersi 
il verbo bollire usare dietro la 1a. classe de’ verbî în ire, come, l’usavano 
gli antichi senza tema di confonderne il senso con quello del verbo d02- 
lare , che in fatti dal contesto facilmente si rileva. n 

(3) Coprìre edi suoi composti hanno nel par. pass. Copèrto, e nel 
pass. def. Copri o copèrsi; coprì o copèrse ; coprèrono © copèrsero. Il vo- 
cabolario registra cuoprìre, discuoprìre e ricuoprire, senza dare alcun esem- 
pio de’ due primi nell’infin., ed uno solo del terzo. Ti giustifichi dicèndo 
male di alirùî per potère RICUOPRIRE i fuoî difetti. Vit. SS. PP. 2, 119. 
Si riguardino adunque questi tre verbi come antiquati, e si scrivano 
in vece Coprìre, discoprìre, ricoprire, scoprìre. Avvertasi però che tutte. 
le persone singolari, e la terza plur. del pres. indîc. sogg. e imper. ri- 
cevono un w dopo îl c dicendosi Cuopro, cuopri, cuopre, cuoprono, cuopra, 
cuòprano, discuopro ec. ricuòpro ec. è che copro, copri ec. sono più del 
verso che della prosa. Abbiansi per anlîquati Coorìre , discoorìre, ricovrire, 
scovrìîre, e così pure tutte le voci discendenti da questi verbi, e 
scritte ‘col è. . : | ve 

(4) Cucire, ed i suoi derivativi s' allontanano dal modello Dormire, 





276 PARTE TERLA 
rr —————_—_—_—_—_—m @mmmmmtm@mlrlREiiu.ZI=:53 
Scucìre , © {Sfaggire Pentirsi , ri-|Consentire Sortire (uscìre) 
scuscire Offrire (5) pentirsi Dissentìire 'Tossìre 
Dormire Partire ( an-Sdrucìre , o|Risentìre Vestire 
Addormìre darsene) (6)| sdruscìre (7)|Sconsentìre |Investire 
Indormìre Ripartire (ri-]Segulre (8) Servire Rivestire 
Fuggire tornàrsene) {Sentire (9) |Diservire Travestire 
Rifuggire Assenlire Soffrìre (10) |Stravestire 


LISTA DI VERBI IN IRE 


DELLA SECONDA CLASSE, 





Abbellìire Abbrostolire {Accalorire Addolcìre Affralire - 
Abbonire Abbrunire Accanire Adempire (11)|Aggentilire 
Abborrìre Abbruttìire Accalorìre Aderire Aggradire i I 
Abbronzire |Abolire Accudire Affievolire Aggrandire  ;° 
Abbrostìire Abortire Acelire Affortìre Agguerrire |!" 


nel pres. indic., nel pres. sogg. e nell’ imperat.; nel primo ha cucio, cu 
ci, cuce, cuciàmo, cucìle, cùciono; nel secondo cucia , cucia (non cuchi) 
cucia, cuciàmo, cuciàle, cuciano ; e nell’ imperat. cuci , cucia, cuciàmo, 
cucile, cùciano, i 

(5) Offrire e soffrire, i quali nel pres. indic. sogg. e imperat. proce- 
dono esclusivamente come dormìre , si conjugano in tutto il rimianente 
come offerire e sofferire, de’ quali non sono che sincopi, e che apparien- 
gono alla 3a. serie, vedi pag. 274. 

(6) Partìre e ripartire, nel senso di Dividere, sono della 3a. serie. | 
poeti poi si permettono talora di dare a questi le desinenze isco, sci ec. 
anche nel senso neutro, cioè di Andarsene, e rilornàrsene. 

(7) Questi verbi procedono come Cucìre. 

(8) Di questo verbo debbesi osservare la doppia maniera, ambedue 
buone in tutte le persone singolari, e nella 3a. plur. del pres. indio, 
sogg. e imperat. cioè seguo, segui, segue, sèguono } segua, sèguano, 0 sit 
guo, siegui, siegue, sieguono; siegua, sieéguano. Le desinenze isco, isci 04»; 
che dagli antichi non di rado davasi a questo verbo, come : Ovid. Pist, 13. 
— Stor. Giosaf. pag. 5. — Cavalc. Esp. Simb. lib. 1. — Albert. Consol. 13. ;. 
— Br. Tesor. 26. — Bocc. nov. 3a, si riguardano in oggi come antiquale, 
ma si mantengono ne composti eseguire, conseguìre, inseguìre, proseguì 
re, i quali perciò sì noverano tra quelli della 2a. classe. ll Petrarca, prè- 
babilmente ad imitazione di qualche altro poeta più antico di lui, usò in. 
rima sego per seguo:.. Ond' ci mi mena, Talòr in parie, ov io per for | 
za il SEGO. son. 202. Seguètte, usato qualche volta dagli antichi in luogo 
di seguì, non troverebbe certo in oggi chi volesse adoprarlo. D. Par. 9, 
e Inf. 25. — Matt. Vill. 8, 47. — Bocc. Laber. — Bemb. pros. cap. 193. Se 
guio per segui, è poetico, sebbene il Boccaccio l’ usasse anche in prosa. 
Oltre a quesio ne SEGUIO la morte di quelli, che per avventura campòli 
sarieno. Introd. 

(9) Il particip. pres. naturale del verbo Sentire è Seniènie. Bocce. È. 
Amet. 43, e 58; ma tal voce, per la sua durezza, non s'.usa. Senziènte 
è un mero addiettivo, non già il par. pres. del verbo senfìre, i due com | 
posti del quale, consentire e dissentire, fanno consenziènie, dissenzienti. |. 

(10) Veggasi la nota 5 di questo capitolo. 

(11) Vedi la nota 19 di questo capitolo. 








ETIMOLOGIA E SINTASSI 277 
Alleggerire Ammannìre f{Ammorbidire |Annerìre Appetìre 
Allenìre Ammansire |Ammortìre Amnichilire |Appiccinìire 
Allestire Ammattire Ammutìre Annobilire Appigrire 
Amariìre Ammollire (12)|/Ammutolìre |Apparìre (13) |Applaudire(14) 
Ambiìre Ammonire Anneghittire |Appassìre Ardìre (15) 


(12) Il primitivo di Armmollire e riammollìre è mollìre, verbo più 
del verso che della prosa: Aspetterò che lu pietà MoLLISCA Quel duro 
gelo che ec. 'Tas. Am. prol. L’ Ariosto usò molli, nella 2a. pers. sing. del 
pres. sogg. in vece di MoWìschi: Se la durèzza iua prima non MOLLI. 
Orl. Fur. 21, 31. 

(13) Ha questo verbo mestieri di schiarimenti più particolari per la 
singolarità del suo andamento: esso edi suoi consimili comparire, e ira- 
sparire, che tutti anticamente apparère, comparère e irasparère si dis- 
sero, hanno per primitivo parère, che è della 2a. conjugazione, e alcune 
cadenze del quale si conservan tuttora ne’ suddetti suoi derivati in un 
con quelle della 3a. conjugazione. Appariìre ha per par. pres. solo uppa- 
rènie, non già appariscènie, che è mero addiettivo, usatissimo nel Boc- 
caccio ed in altri buoni prosatori: Temèfte di non dovèrvi èssere ricevùto, 
perciocchè, iroppo era giovane e APPARISCENTE. Bocc. nov. 21. — Essere de- 
stro, acccorio ec., orrèvole, APPARISCENTE, e adorno. Passav. 216. Nel par. 
pass. ha apparito e apparso: quest’ ultimo che dal Pistolesi è dichiarato 
errore, leggesi in accreditatissimi autori. Come fece lo Angelo APPARSO a 
Muria. Fr. Giord. pred. —A noi narràndo come il marìlo le fosse in so- 
gno APPARSO. Fir. Asin. 299.—Gran bellezza a niun aliro nel mondo era 
APPARSA. Segn. pred. 35. Nel pres. indic. ha Apparisco (non appàio, per 
iscansare l'equivoco colla prima pcrsona del verbo appaiàre), apparìsci, 
apparisce, e appàre, appurite, appariscono, e appàiono. Nel pass. def. ha 
apparii e appàrvi, appari e appàrve, apparìrono e appàrvero, 0° appàr- 
cono. Sono poi voci più del verso che della prosa. Appàrsi, apparse, appàr- 
sero e apparsono: D. Purg. 27.—Petr. son. 26.—Tass. Ger. 3,21. Nel pres.. 
sogg. ha Apparisca 0 appàia, apparìschi, apparisca 0 appaia, apparià- 
mo, appariàle , appariscano o appaiano. In tutto il rimanente questo 
werbo procede come Impedìre. 

(14) Questo verbo è della 2a. e della 3a. conjugazione, trovandosi 
-Applàudere e Applaudìire, e conseguentemente ha doppia cadenza quasi 
in tutte le voci che compongono la sua conjugazione, cioè: par. pres. Ap- 
plaudènie ; par. pass. Applaudìto (non applauso); ger. Applaudèndo ; 
andic. pres. Applaudisco e applàudo ec. Imperf, Applaudica e applaudèva 
ec. Futuro, Applaudirò e applauderò ec. Sogg. pres. Applaudisca e ap- 
plàuda ec. Imperf. Applaudissi e applaudèssi. Nel pass. def. si osservino 
le seguenti variazioni: Applaudìi (non applaudèi, nè applausi), appla- 
uidisti e applaudèsii, applaudì e upplàuse, applaudimmo, applaudìisle e 
«spplaudèste, applaudirono e applàusero, o ‘applàusono. In quanto alle 
voci antiquate e poetiche di questo verbo, sì dell’ una che dell’ altra co- 
mjugazione, veggansi le osservazioni generali Cap. VI, $. VII. 

(15) Per non confondere il significato delle due voci Ardiàmo, ar- 
diàte, del verbo ardìre, con quello delle identiche voci del verbo ardere, 
si suole in vece di quelle valersi delle voci di altro verbo di egual signi- 
fficato, come sarebbe, osiàmo, osiàfe, o del verbo avere col nome ardire, 
«ome abbiamo ardire, abbiule ardire. 


= 


278 - PARTE TERZA - 





Arguire Assoggettire |Avvizzire {Capire (17) |Concepire(20) 
Avricchire- {Assorbire Balbutire Carpire Condire 
Arrossìre Assordìre |Bandire Chiarire {Conferìre 
Arrostìre Assortìre Benedire (16) {Circulre Conseguire . 
Arrozzire Atterrire Bianchire Colorire Construìre(21y 
Arrugginìre |Attribuire Blandire Colpìre Contribuire 
Assalire Attristire Brandiìre Comparire (18)|Contrirsi 
Asserire Attutire . [Brunìre Compartire |Costituìre ‘ 
Assélire Avvilìre Candire Compiìre (19) }Costruire 


(16) Vedi la nota 24 del pres. capitolo. i 

(17) Usasi in oggi ‘per lo più questo verbo nel significato di Com- 
prendere coll’ intelletto; ma il medesimo è pure sinonimo del verbo ce- 
père (vedi la nota 10 del cap. VI) nel senso di Aver luogo sufficiente; 
entrare: E lascioovi pure lanta finèstra che vi polèsse CAPIRE lo pane. 
Vit. SS. PP. 1, 273.—La genle a pena, ch’ era iulla a piede, lotta &- 
PIR nella compàgna aperta. Ar. Fur. 38, 2$.—Non pensài mai che lu 
i Ala stalla fusse tanto largo, che io vi fossi CAPITO pote. Fir. 
As, d'or. 

(18) Comparìre, segue le tracce di apparire (vedi la nota 13), colla 
differenza che nel par. pass. comparso è più pregiato che comparito; € 
che nel pass. def. ha solo due maniere d' uscire comaparvi e comparsi, 
comparve e compàrse, compàrvero e compàrsero. a 

(19) Compire, altre la desinenza radicale in ire procedendo come Im 
pedire, trovasi pure, ed è anzi più usato colla desinenza ere, conjugando* 
si intieramente dietro il modello delia 2a. conjugazione, cioè  Compiere; 
compiuto e compito, compio e compisco ec. ; compìva, e compitva &.i 
compiti e compit ec.; compierò e compiro ec. } compia e compisca ec.; com 
pierèi e compirèi ec. Dicasi lo stesso dei verbi Adèmpiere e adempie; 
empiere ed empire friempiere e riempìre ec. Trovansi pure compiétie, com 
piettero ; udempiètle , riempièlle per compiè, compièrono ; adempiè, rem 
piè ; ma sono voci in oggi disusate: E Zutlo l' acconciò e COMPIETTE dlle 
sue spese. Fior. S. Franc. cap. 5.—Così COMPIETTERO &a lègrer la lellera. 
Vit. S. Gio. B. — Sollectamènte ADEMPIETTE il suo priègo. Fior. S. Fra 
cap. 7. Compito per com-; compièr per compièrono ; compio per 0 
pi; comipiro e compir per compirono sono tutte voci da usarsi nel verso 

(20) Nacquero concepire e percepire dagli antiquati verbi concépere © 
percèpere della 2a. conjugazione, i quali, pregiati dagli antichi, sono 06* 
gidi rigeltati, come pure tutte le voci che dalle cadenze loro derivano» 
Concepìire e percepire sono in tutto regolari; il primo fa nel par. pa 
Concepito e cancepùito; il secondo percepito e percepùto. In quanto è 
Concèlto par. pass. irregolare dell’ antiquato verbo Corncèpere, dal latino 
conceptus, leggesì nel Bucc. Proem., e nov. 5, e nov. 8a.—Tass. Ger. 1, 
—Machiav. Stor. lib. 5. Guid. Giud. 23. ec. Concepètii, concepètle, cor 
cepèttero, dal verba concèpere, sono, sîccome il loro infinito, voci anti 
quate. Gio. Vill. 8, 35.—Matt. Vill. 6, a.—Segn. Stor. 12. 

(21) Constrùire o costruìre, insiruìre o istruìre sono regolari ; han® 
bensì nel par. pass. due maniere, cioè construto e constrùtlo, instrulo € 
instrùlto: Ma perchè si fa forza a tre persone, In ire gironi è distinto 
e costRUTTO. D. Inf. 11.— Ruggièr quel mirto ringraziò del tutto, Pa da 
lui si parlì dotto ed INsTRUTTO. Ar. Fur. 6, 56. — anna. huona 0 
ria sé bene INSTRUTTA al nuoto ec. Tac. Dav. stor. 4, 333. 








e. pre 


A 


"è. 6 ha 


ETIMOLOGIA .E SINTASSI 





Custedìre Ferìire (22) Imbastire Imporrire Incivilire 
Deferire Finire Imbellìire Impostemire ]Incivittire 
Definìre Fiorìre Imbestialire {Impoverìre {Incodardìre 
Demolìre Fluìre Imbianchire jImprosperìre {Incollorìire 
Dichiarìre Forbìre Imbiondire |Imputridire {Incrudelìre 
Differìre Fornìre Imbizzarrìire ]Imputtaniìve {Incrudive 
Diffinìre Fruìre Imbolsìre Impuzzolire {Indebokre 
Digerìre Garantire {Imboniìre Inacerbìre Indocilire 
Diminuìre Gestire Imbottìre Inacetìre Indolcìre 
Disasprire Ghermiìre Imbozzacchire | Inacutìire ndolentire 
Diseppellire |Gioìre (23) |lmbricconìre {Inalidire Indelenzire 
Disfavorìre Gradìre Imbrunìre Inamarire Indredire 
Disfinire Granpcire Imbruschìre {Inanimìre Indurire 
Disfornìre Granìre Imbruttire {Inaridire Inerine 
Disghiottire {Gremire Immagrire Inasinire Infarcìire 
Disgradìre Grugnire Immalinconìre{Inasprire Infastidìre 
Disimpedìire ]Guaire Immalsanire |Inavariìre Infellonire 
Disruvidire |Gualcìre Immalvagire |Incagnire Infemminire 
Distribuìre Guarantìre Immarcìre Incallìre {Inferire 
Disubbidire {Guarìre, e gue-|Immattìre Incalvìre Inferocìre 

_ Disunìre rire Impadronire {Incancherìre |Infervorìire 

‘ Disvigorire |Guarnire Impallidire |Incanutire — {Infiacchire 

‘’. Frudire Illaidire Impaurire Incaparbire .'‘Infievolire 
Esaudìre Ilanguidire |Impazientire |Incapocchire |Infingardìre 

* Esaurìre {Hlascivìre Impazzire Incaponìre -|Infistolìre 

- Eseguire . ‘|llliquidire Impediìre Incapriccire \Influìre (24) 

 Esibire Imbaldanzire |]mpervertìre |Incatarrire |Infollìre 
Esinanire Imbaldire Impiccolire |Incatorzolire |Infortire 
Espedìre Imbandire Impidocchìre |Incattivire Infracidine 
Fallre Imbarberìre |]Impietrìre Incenerìre Infralire 
Fastidire JImbarbogire |]Impigrire |Incerconire  |Infrigidire 
Favorire Imbastardire |lmpolironire |Inciprignire |Ingagliardìire 


. (22) I poeti in vece di ferìsco, ferìsci, ferìsce, feriscono, ferisca, fe- 
rîscano, amano sovente adoperare le voci dell’ antiquato verbo fèrere, 


| cieè: fero, feri, fere, fèrono, fera, fèrano. Pocc. Ninf. 183. — Ar. Fur. 8, 49, 


e 42, 55.— Tass. Ger. a, 85. — AMfier. Congiur. de’ Paz. at. 5, sc. ult.; e 
Mer. at. 4, sc. 3. Leggonsi pure presso gli antichi non solo în verso, ma 
anche in prosa: fiere o fier, e fièerono, voci provenienti dall’ antico ver- 
bo fièérere : Inconianènte che amore con gli occhi di alcùna Lella donna 
primieramènie ci FIERE dèstasi l’ dnima nostra. Bemb. Asol. lib. 2. — Esce- 
no spirti d' amore infianmmdati, Che FiERON gli occhi ec. D. rim. 5.— Dolce 
m? è sol senz? arme èsser stato ivi, Dove armàio FiER Marie, e non ac- 
cènna. Petr. son. 144. Bisogna però esser ben cauto nell’ uso di fier, che 
facilmente si confonde coll’ addiettivo fier scorcio di fiero. 

(23) Il Buommattei, e con esso lui tutti ì grammatici € filologi, non 
sì sa perché, interdicono l’' uso della 1a. pers. plur. del pres. indic., € 
della 1a. e 2a. plur. del pres. sogg. e raccomandano di adoperare in ve- 
ee di giciòmo, gioidle, le voci di altro verho dello stesso significato. Que- 
sto verbo è pur privo di par.',pres. e nel gerundio fa comunemente gio- 
tendo, e non gioèndo. 

{24) Questo verba trovasi anche latinamente colla desinenza radicale 


280 





Ingelosire Instituìre Inzotichire |Preterire Ricondire 
Ingentilire Instruire Irretire Progredire {Ricostituìre 
Ingerire Instupidire Irricchire Proibire Riempire (28) 
Ingerirsi Insuperbire |Irrigidire Proseguire Riferire 
Inghiottonìve |Intenebrire |Irritrosire Pulire Rifinive 
Ingiallire Intenerire Irrugginire |Punire Rifiorire 
Ingiovanire {Intiepidire Istiture . Rabbellire Rimbambire 
Ingrandire |Intignosire {lstruire Rabbonire Rinfronzire 
Inlividire Intimidire Lambire Raddolcire —{Ringentilire 
Ionacerbìre |Intimorìre Largìre Raggentilire |Ringioire 
Innagrestire |Intirannire |Lascivire Rammollire [Ringiovamre 
Innanimire  {Intivizzire Lenìre Rammorbidiìre | Ringiovialre 
Innaridire Intisichire Maledire,o ma-|Rapire Ringrandire 
Innasprire Intorbidire ladire (25) |Rappariìre (27) |Rinsavire 
Innuzzolire f[Intormentire |Marcire Rattiepidire |Rinseremre 
Inorgoglire |Intorpidire |Minuire Ravvilire Rinsignorire 
Inorrid.re Intristire Mollire Ravvincidive |Rintenerire 
Inquisire Inumidire Muggire Redarguìre Rintiepidire 
Insalvatichire |Inuzzolire Munire Referire Rinverdire 
Insanire Invaghire Nitrìre Restituire Rinverzire 
Inschiavire Invanire Obbedire Reverire Rinvigoriré 
Inserire Inveire Olire Riahbellire Rinvilire 
Insignire Invelenire Ostruire (26) |Riagire Ripartorire 
Insignorire |Inverminìre |Partorire Riammollire |Ripulire 
Insipidire Invigorire Pattuire Riapparire Risarcire 
Insolentire Invilire Percepire Riarricchire |Rishaldire 
Insollìive Invincidire |Piatire Ribadire Risquittire 
Insordìre Inviperire Polire Ribandire Ristecchire 
Insospettire |lnviscidire Poltrire Richiarire - ‘[Ristitwre 
Insozzire Invizzire Preferire Ricolorire Ritribuire 
Insterilire Involpire Presagire Riconcepire |Ritrosire 


.-PARTE TERZA. 


ere, cioè Inflùere, che è della aa. conjugazione, ma Inffuìre, e tutte le voci 
.da questo provenienti in oggi prevalgono all’ altro, del quale il par. p?** 
Influsso, ed il pass. def. Inflùssi, influsse, inflùssero, sono le sole voci che 
‘ancora s’ userebbero. | 3 

(25) Maledìre e Benedìre, procedono’ nella più parte delle loro 1°" 
in due maniere, cioè: 1a. come il verbo Dire, del quale essi sono C00° 
posti; 2a. come il modello regolare Impedìre. Si osservino poi quelle P°!" 
sone di essi, le quali unicamente dietro il verbo Dire si formano. 12" 
pres. Maledicènie , benedicènie; par. pass. Maledetto, benedètio ; ge ch 


Cn n fe 


ledicèndo, benedicèndo ; indic. pres. Malediciàmo, benediciàmo; pas. © | 


, Maledicèmmo, maledicèste, benedicèemmo, benedicèsie ; sogg. pres. Male- 
diciamo , malediciàte, benediciàmo, benediciàte ; sogg. imperf. Maleduts® 
maledicèsse, maledicèssimo, maledicèste, maledicessèro; benedicèssi €. 10 
tutte le altre persone questi due verbi hanno due uscite. Vedi la con)! 
gazione del verbo Dire. pag. 257. 

(26) Il par. pass. di questo verbo è Ostirùtio. 


(27) Rapparìre procede come Apparìre. Vedi la nota 13 del pre 
capitolo. 


(28) Questo verbo ha due uscite cioè Riempire, e rièmpiere, e pro >. 


de come Compìre e compiere. Vedi la nota 19, pag. 278. 


ETIMOLOGIA E 


SINTASSI 


281 





Riunire Scipidire Smaltire Starnutire Svaniìre 
Rugginìre Scipìre Smarrire. Statoire Svelenire 
Sbaldanzire |Scolorire Smentìre Stecchire vilire 
Sbalordìre Scolpire Sminunre Sterilìire Tradire 
Sbandire Scomparire |Smunìre Stizzire Traferìre 
Sbigottire Semenziìre Snighittirsi IStordìre Tramortire 
Sbizzarrire [Seppellire Sopire Stormire . Traughiottire 
Scalfire Sfallire Sorbire Strabilire Trasferire 
Scaltrìre Sfavorire Sostituire Stramortire |Trasgredìre 
Scarnire Sfiorire Sparire Stremenzire {|Trasperire 
Scaturire Sfornire Spauriìre Strugginire |Trasricchire 
Schermire Sgarire Spedire. Stupidire Ubbidire 
Schiarìre Sghermire Spervertire [Slupire Unire 
Schiattire Sgomentire Spessire Suggerire Usucapire 
Schiencire Sgradire Squittire Superbìre Vagire i 
Sciapidire Smagrire Stabilire Supplìre 


VERBI IN /RF, CHE NEL PRES. INDIC. SOGG. E IMPERAT, 
INDIFFERENTEMENTE COME DORMIRE, 0 COME 


IMPEDIRE PROCEDONO. n, 
Abborr—ire, —o, —Isco Dispart—)re , —o0, —isco 
Assorb—ire, —on, —isco (29) Divert—ire, —o0, —isco (30). 
Avvert—ìre, —o, —isco (30) Ispart—ìre, —0, —isco 
Compart—ire, —o, —isco Ment—ire, —o0,;, —isco 
Convert—ire, —o, —isco (30) Nutr—ìre, —o0, —isco 
Uffer—ire, —o, —isco (31) Soffer—ìre, —o0, —isco 


(29) Assorbìre fa nel par. pass. assorbito e assòorio , ma quest’ ulti- 
mo è più del verso, e potrebbe far nascere l’ equivoco coll’ assorfo par. 
pass. del verbo Assorgere. Mè peregrìno errànies e fra gli scogli, E fra 
V onde agilàlo, e quasi assorto. Tas. Ger. 1, 4. Leggesi anche absorto 
ma rare volte. 

(30) Dagli antiquati verbi Aovèriere, convèriere, divèriere, perveriere, 
sovvèrtere nacquero ben presto Avverfìre , convertìre , divertire ec. che 
nella stessa maniera procedono. Convertire ha nel par. pass. convertito e 
convèrso; il primo è regolare, il secondo proviene dall’ antiquato Con- 
vèrtere. A mio danno ti sarài tullo converso. Ar. Supp. at. 5, sc. 9. 
Converso 2 salce, in fera, in acqua, in foco. Tass. Am. at. 1, sc. a. — 
Perchè CONVERSO in pioggia d' oro a lei non penetràsse Giove. Salvin. 
disc. 45. Così pure Sovvertire fa nel par. pass. sovoertilo e sovoerso ; nel 
pass. def. convertire e sovvertire, oltre alla maniera regolare Converti, 
sovverti ec., hanno eziandio la maniera irregolare convèrsi, converse, con- 
oèrsero } sovvèrsi, socvèrse sovoèrsero. 

(31) Offrire e sofferìre, che anticamente Offerère è sofferère si dissero, 
e che in oggi più volentieri usansi sincopati Offrire e soffrire (vedi pag. 
382 alla nota 5), sono irregolari nel par. pass. dove fanno offerto, soffer- 
to; procedono nel pass. def. in due maniere, cioè regolarmente facendo 
offerti, sofferìii ec., e irregolarmente facendo eziandio offersi, offerse , offer- 
sero, soffersi, sofferse, soffèrsero. Offerrò ec., offerrèi ec., sono sincopi in 
oggi disusate di offeriro. ec. sofferirò ec. Del rimanente questi due verhi 
procedono regolarmente come Dormire o come Impedìre, e vi si applichi- 

Gram. Ital. 37 


282 ‘ —»’PARTE TERZA 


= 


Part—ire, —o0, —isco (32) Sort—ire, 0, —i$co 
Pervert—ire , —o, —isco (30) Spart—ire, — 0, —isco 
£roffer—ire | —ì —o0, —i 0 
ire, —0, —isco (33) Sovvert ire, o, —isco (30) 
Profer—ire , Scompart—ire , —o, —isco 


Nei seguenti verbì l’ uscita in isco è preferita in prosa, 
potendo i poeti a beneplacito dar loro o questa, o quella in 
o; tali sono: 


Fer—ire, —isco, —0 Per—ire, —isco, —0 
Forb—ire, —isco, —0 Put—ire, . —isco, —0 (34) 
Garr—ire , —isco, —0 Rinverd—ire, —isco, —D 
Inghiott—ire, —isco, —0 Rugg—ire, —isco, —0 
Inverd—ire, —isco, —0 Schern—ire, — sco, —0 
Langu—ire, —isco, —0 Tranghiott—ire, —isco, —0 
Mugg—iré, —isco, —0 Trad—ire, —isco, —0 
i VERBI ANOMALI 


DELLA TERZA CONIUGAZIONE. 
CEI RIZZA ZIE III ZIONI IRIS E E 
-_———_—__—_—__————_____________———_——————_———_——_————m—_____—tm_—_—___—_—m—__—_______ ___ mm __»  _ _ _ __»__ rm mr Òebm@@m6@occ@’ csi 


INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF.] FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT. 


Morire (35) Muoro,mo-|morii morrò,mo-|muora,mo-| . . - 
ro, mMuo- rirò ra, muo- 
jo, mojo ja, m20ja 


no le stesse osservazioni già fatte sulle voci antiquate e poetiche di que 
sti ultimi. 

(32) Questo verbo nel significato di divìdere è della 2a. classe, N 
in quello di andarsene esso procede dietro il modello della 1a. classe 50 
a quantunque sia lecito a’ poeti di allontanarsi talora dalla regol? 

ata. 

(33) Gli antichi dissero profferére, e talora anche profferare; del 
primo il moderno proferire o profferìre conserva tutte le forme insitmé 
colle sue proprie in isco ec. Nel par. pass. ha profferilo o proferìto, e pry 
fèrio 0 profèrto; nel pass. det. proferti, proferì, proferirono, profèrsi p"0 
fèrse, profèrsero, e così pure con due f. 

(34) Pute e pùtono ec. leggonsi anche in prosa. Dove ogn’ uomo PUTÉ 
la puzza d' uso si sente meno. Cavalc. Pungil. 10.— Sentite di grazia 0 
me questo PUTE. Cas. Galat. E non PUTONO niènie (i pesci) sì foslo 
com’ egli sono fuori dell’ acqua tratti. Aldobr. 3, 7. 

(35) Morso per morto è errore. Dicasi lo slesso di morse, morsero pî 
morì e morirono, quantunque presso alcuni autori tali voci leggansi . MoR- 
SE lo ricco e fu sepolto nell' inferno. Cavalc. Espos. Simb. 456. — Così no» 
‘ MORSE che si vide avanti Morto il fraièllo. An. Car. En. lib. g. Dicasi lo 
stesso di morètie e morìlie, per mori; e moritiero per morirono, sebbe- 
ne non sieno tanto fuori di regola quanto morse e mérsero. Quando el- 
la MORÈTTE cogli amìci bamboleggiò. Dav. Scis. 82. — Subilamente MORI 
TE pièno di molti peccàti. Cavalc. Esp. Simb. 1, 97. — Egli con loro 4° 
RITTERO di mala morte. id. ivi, 145. . 


di LE 


ma 


ETIMOLOGIA È 


SINTASSI 


285 


re @—ll14#—Z@—@#——___—_—_________.___._P_F_F+—_—_—_—__—_—__—_É_— TT 














PARTICIPI INDIC.PRES.| PASS. DEF. FUTURO |SOGG.PRES.| IMPERAT. 
Pres. Morente ,|muori,mo-|moristi morrai , |muora,mo-|muori,mo- 
moritate ri morirài | ra, muo-| ri 
| ja, moja 
Pass. Morto muore,mo-|morì, m20-|morrà,mo-|muora,mo-|muora,mo- 
re, muor| rio rirà ra,muoja,| ra,muoja, 
moja moja 
cen. Mortndo |moriàmo ,|morimmo |morremo ,|jmoriàmo ,|moriàmo , 
muoiàmo, moriremo| muojàmo,| muojàmo, 
moiamo mojàmo | mojàmo. 
morite moriste morréte » |moriàte , |morite 
morirete] muojate,|. 
mojàte 
muòrono ,|morirono, |morrànno, {muòrano ',|muòrano , 
mòrono | miorìro | moriràn-| mòrano ,| mòrano , 
muòjono , no | muòjano,| muòjano, 
mòjono mojano | mòojano 
IN FINITIVO 
Salire (36) Salgo, sali-|salii salirò salga, sali-| ..... 
sco, "saglio sca, saglia 
PARTICIPJ sali,salisci,|salìsti saliràì salga, sali-|sali 
si * sagli sca, salghi 
Pres. Salente, sa-{sale,salisce sali salirà salga, sali-|salga, sa- 
gliènte * saglie sca, saglia| lisca 
Pass. Salito saliamo , |salimmo {salirèémo saliamo , {saliamo , 
sagliàmo sagliàmo| sagliàmo 
GrR. Salendo salite salìste salirtète saliàte, sa- [salite 
gliàte 
salgono,sa-|salirono {salirànno sàlgano , |sàlgano ; 
liscono , saliscano,! saliscano, 
"sagliono "sagliano | sàgliano 


(36) Gli antìchi scrissero Saglìre, del quale molte voci tuttora ci ri- 
mangono, e s’ usano confuse con quelle di salire. Saglièénte è pregiato 
egualmente che salèrnze, ma non saglièéndo egualmente che salèrndo, sebbe- 
ne l’ usasse il Boccaccio. SAGLIENDO #uziacia il Sol più allo. nov. 76. Sa- 
giti, sugli, saglirono per salìi ec. sono antiquati, e più non sì ammettono, 
come neppure saliti, salitte, e molto meno salèiti, salèile ; di salsi, sal- 
se, sàlsero, trovansi copiosi esempj presso î classici in verso ed in prosa: 
Sopra un àrbore i SALSI, e te su l' erba. Tass. Ger. 12, 30. — Ella con 
Crislo SALSE in su la croce. D. Par. 11.— A forza di braccia la SALSI in- 
fino in cima del muro. Vit. Benv. Cell. 155. — Però SALSE Roma a tanta 
eccessiva potènza. Machiav. Disc. lib. 2. Saglirò, saglirài ec., e saglirèi, 
sagliresti ec. sono pur voci discendenti da Saglìire, e leggonsi non di ra- 
do presso gli antichi, e fra gli altri nel Boccaccio: Sopra /a quale SAGLI- 
nÒ, e quivi il Reeglio del nvondo spero di fare quello che m' imporrài. 
Trovasi nov. 77. eziandio sarrò sarrài ec., e sarrèi ec. per saliro ec. e 
selirèi ec. come in Bocc. nov. 59.—D. Purg. 7.—Cavalc. Pungil. 8. Ma 
sali voci sono in oggi abbandonate intieramente. Avverto che, ove sì pos- 
ga » preferiscansi sagliàmo e sagliàfe, a saliàmo e saliàle, onde scansar 
1» equivoco di questi colle identiche voci del verbo Salare. Assalìre, risa- 
Fire, soprassalire, procedono come il loro semplice Salire. 


284 


LI 


PARTE TERZA 





INFINITIVO INDIC.PRES.'PASS. DEF. FUTURO |SOGG.PRES.| IMPERAT, 
Udire (37) odo udìi udirò , u-|oda a 
drò 
PARTICIPI odi udisti udirài , u-|oda odi 
drài 
Pres. Udtnte ode udì udirà, u-|oda oda 
drà 
Pass. Udito udiamo |udimmo |udirè mo ,|udiàmo {udiamo 
udrèmo 
GER. Udèndo udite udiste udiréte , |udiàte udite 
udrèle 
òdono udirono |udiranno ,|òdano òdano 
INFINITIVO udrànno 
Uscire (33) esco uscii uscirò esca sa 
PARTICIPI esci uscisti uscirài esca esci 
Pres. Uscente esce uscì uscirà esca esca 
Pass. Uscito usciamo |uscimmo |uscirèémo |usciàmo |usciàmo 
uscite usciste uscirete usciate uscite 
GER. Uscendo escono uscirono |uscirànno |escano èscano 
.  INFINITIVO | 
Venire (39) vengo venni verrò venga 2000 
PARTICIPI vieni venisti verrài venga,ven-|vieni 
ghi i 
Pres. Ventnte, |viene, vien|venne verrà venga venga 
vegnente 
Pass. Venùto veniàmo ,|venimmo |verrèémo |veniàmo, {veniamo, 
vegnàmo vegnàmo| vegnamo 
GER. Ventndo |venite veniste verrète veniàte [venite 
vengono |vènnero, |verràanno |vèngano |vengano 
“vennono 


(37) Avanti che dal latino verbo Audìre si troncasse l'a, per formar- 
ne udìre: il primo rimase per qualche tempo in uso nell’ originale su 
forma. Fr. Guitt. 9a.—D. da Majan. rim. ant. 140.—Fran. Barb. 50; 17 
—Fr. Jacop. da Tod. 5, 23. Le sincopi udrò, udrài ec., udrèi, udrish 
ec., per udirà ec. , udirèi ec., sono voci poetiche: Queste selve oggi 1060 
nar d' amore S'UDRANNO in nuova guisa. Tass. Am. Prolog.— Upu' È 
mondo presènie, UDRA' il futùro. Id. Ger. 1, 28. Come udire, vanno Di- 
sudìre, riudire, traudire; ma esaudìre pracede come impedìre. 

(38) Dall’ Exìre de’ Latini si ebbe originalmente ZEscire, che non tal 
dò molta a cangiarsi in wscire; in alcune persone però di quest’ ullimo 
la e di escire si è conservata. Usci’ per uscli l’ usò il Boccaccio: Allore 
che io con voi poco fa me ne vscv fuora. Introd. — , e Dante: Si, part 
giando i miei co' passi fidi Del mio maèstro usci’ fuor di tal nube. Purg. 17. 
Uscìo per uscì; uscìro e uscìr per uscirono sano voci poetiche. Dante disse 
uscìnne pev ne uscì. USCiNNE mai alcuno, o per suo merlo O per altr 
che poi fosse beàta ? Inf. 4. Riuscire procede nella stessa maniera che 
uscire, 

(39) Il prospetto del verbo YVerire, serva di norma pe verbi compo- 
sti: Addivenìre, addovenìre, antivenìre, avvenìre, contravoenìire,conventte, 
disconvenìre, divenire, intervenìre, iniragvenire, invenìre, mispenìre, pe” 





A 
“ 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 269 
CONJSUGAZIONE DEI DUE VERBI DIFETTIVI IN IRE. 





INFINIT. | IND.PRES.| IMPERF. {PASS.DEF.| FUTURO {SOG.PRES.| IMPERF., | IMPERAT. 


GIRE |...... {giva, gi-[gii girò -.0... |gissi IIS 
vo . 

PARTIC. |...-.- |givi gisti girài ‘0... |gissì SROEI* 

Pres. ...|. .....|giva, glalgi, gio |girà - ++... |gisse cada 


Pass.Gi-|giàmo |sivamo |gimmo |girtmo iamo issimo |giàmo 
3 5 5 $ 8 $ 
to ì 
GER.....|gite givàte giste girète giate giste gite 
0 ese 0 o © givano 9 girono , giranno e o e e . gissero 0 0 © € o. © 
giano | giro, gir 


INFINIT. | 

IRE |...... |iva, ivo|...... |irò Relatore lea 

PARTIC. |...... |ivi isti irài ronson dia 

Pres. ...|.0.0... iva ‘0000 [rd 000 |isse data 

Pass.Itol......|ivamo |...... |irtemo CO, RETE: (e: 

GER. ....1...... |ivate liste ircte 000. [iste ite 
+++... |ivano  |irono, ir|iràanno |...... |issero lara 


S. III. Oltre 1 due verbi difettivi precedenti evvi pure i ver- 
bi Oltre (gettare, o rendere odore), e Orìre (nascere); del pri- 
mo altro non sì trova che 'a seconda pers. sing. del pres. in- 
dic. iu oli; e le tre persone sing. e la terza plur. del pass. 
imperf Oliva, olivi, oliva, olivano: Che ben se eloriòsa, Tanto 
d'amòr tu ott. Fr. Jac. da T. 1, 5.— Prendéndo la campàgna 
lento lento Su per lo suol, che d'ogni parte OLIVA. D. Purg. 28. 
—Mescolàto insieme con quello di molte altre cose che per lo 

tardino OLIVANO. Bocc. gior. 3, prin. Del secondo non si 
a che il par. pass. cioè Orto: £ Zà rimàse, chi lut è OR- 
TO. Fr. Sacch. rim, 42. 

Siccome vi sono alcuni verbi l'infinito de'quali esce in ere 

ed in zre, così ve ne sono parimente, ma in molto maggior 


venire, prevenire, provenire, rinvenìre, risovvenìre , rivenire, sconvenìire, 
sopraovenire, sooveniìre, svenire. Dassi a questo verbo un participio futuro, 
cioè venturo, e in fatti questa voce fu da alcuni antichi usata nel senso 
del venturus de’ Latini: Da questa parte ec. sono assisi Quei che credèt- 
tero in Cri to veNTURO. D. Par. 32. — Nigilàle d’ ogni tempo sicchè siate 
degni di fuggire l° ira VENTURA. Cavalc. Frutt. ling. — £ lieti casi, spiràndo 
dal petto De' sommi vati, ne disse VENTURI. Bocc. Amet. 93. Ma in oggi, 
venturo non usasi che come addiettivo. Zegnèndo per venendo è antiquato 
e fuor d’ uso. Zegro per vengo è del verso : D. Inf. 8. — Tass. Ger. 16, 138. 
Viengo è voce plebea. ene per viene leggesi in Petrarca: Talòr armato nella 
fronte VENE. son. 109. Venghiàmo, benchè fuor di regola, è usitatissimo 
nel conversar famigliare. Yègnono per vègnono leggesi in D. Purg. 27. 
Veniro per Fènnero, l usò l’ Ariosto: Così Ruggiero e Marfisa vENIRA 
Orl. Fur. 27, 24. 


235 PARTE TERZA 

numero, che hanno doppia desinenza ralicale are cd ze e 
secondo queste sono, o della prima coajugazione, o della terza 
2a classe. Eccone la più parte : I 


Abbell—àre, —ire Avvelen—àre, —ire (44) 
Abbrun—àre, —ire Avvil—àre, —1re (45) 
Accan—àre, —ire Avvizz—are, —ire 
Accarn—àre, —ire Balbuzz—àre, dre 
Affam—àre, —ir: (40) Bianc—àre, . — hire 
Afiin—are, —ire (41) Chiar—are, —ire (46) 
Affral—are, —ire Color—àre, —ire 
Aggrad—àre, —ire Dichiar—are, —ire 
Aggrinz—àre, —ire Gran—àre, —ire 
Allind—àre, —ire Grugn—are, —ire (47) 
Ammann—àre, —ire Imbianc—Are, — hire 
Ammans—àre, —ire Imbiond—àre, —ire 
Ammelm—àre, —ire Imbrun—àAre, —ire 
Ammezz—àre, —ire (42) Impazz—àre, —ire 
Ammoll—àre, —ire __  Impaur—are, —ire 
Ammorbid—Are, —ire Impidocch—iàre, —ire 
Ammutol—are, —ire Inacerb—àre, _, —ire 
Annichil—are, —ire Inacet—àre , —ire 
Annull—àre, —ire Inagr—àre —ire 
Annuvol—àre, —ire Inanim—are, —ire 
Appass—àre, —ire (43) Inarid—Are, —ire 
Appiccol—àre, —ire Inaspe—àre, —ire 
apprefond—àre, —ìre Incancher—àre, —ire 
Arross—àre, —ire -  Incapricc—iàre, —ìre 
Assord—àre, —ire Incatarr—àre, —ire 
Attrist—àre, —ire Incener—1re, —ire (48) 
Attut—àre, —ire Indur—àre, —ire (49) 


(40) Afamàre è verbo attivo, e vale Indùr fame, far patìr fame, 
far venìr voglia e appetito di mangiàre. Afamìre è neutro, e vale 4ver 
fame. 

(41) Il primo è attivo, e vale Ridùr fino, sottile; l' altro è neutro 
e vale Divenir fino. 

(42) Ambedue questi si proferiscono coll’ e stretta e colle zz aspre: 
Y uno e l’altro sono neutri, e vagliono Divenir mezzo. 

(43) Appassàre usasi nel significato attivo, ciot Far divertr viz:o, cl 
eziandio in neutro passivo Diveniìr passo, vizzo; Appassìire non s’'adopr? 
che in quest ultimo significato. O 

(44) Aovelenàre vale Dare il celèno, altossicàre; Avvelenìre vale Ren 
der velenòso. 

(45) Il secondo è più usitato che il primo, il quale è antiquato. 

(46) Chiaràre e chiarire, amendue vagliono Cacàr di dubbio, for 
chiaro, o manifèsto; ma chiarire usasi in oltre nel significato neu- 
tro passivo di Uscìr di dubbio, cerlificàrsi; e in significato neutro ass0- 
luto risplèndere. 

(47) Grugnàre è antiquato. 

(48) Inceneràre è verbo attivo, e vale Far divenir cenere, ridurre 
in cenere; Incenerìre è neutro e vale Divenir cenere. 

(49) Induràre usasi in senso att.e neutro nel significato di Far duro 
e divenir duro, sodo. Indurìre non adoprasi in senso attivo, ma. bensì in 
neutro, e neutro passivo. i 


Q 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 287 


Infastid—iàre, . —are (50) invermin—àre, —ire - 
Infervor—àre, —ire Inviet—àre, —ire 
Infior—àre, —ire Inviper—àre, —ire 
Infracid—àre, —ire Rammoll—àre , —ire 
Infrigid—are, —ire (51) Rammorbid—àre, — re 
Ingiall—àre, —ire Rattiepid—are, —ire 
Inmalincon—àre, —ire Ricolor—àre , —ire 
Inmalirconic—are, —hìre Riptiepid—àre, —ire 
Inorgogli—àre, —ire Schiar—àre , —ire 
Insalvatic—àre, — hire Scherm—àre, —ire 
Insoll—àre, —ire Scolor—àre, —ire 
Insozz—àre, —ire Sfior—àre , —ire 
Insuperb—àre,  —ire (52) Sgar—are , —ire (53) 
Intenebr—àre, —ire Sgoment—àre, —ire (54) 
Intiepid—àre, —ìire Smagr—àre, —ire 
Iniirizz—àre, —ive Spaur—àre, —ire 
Iniorbid—àre , —ire Spess—are, —ire (55) 
Inirist—àre, —ire Starnut—àre, —ire 
Invag—are, — bìire Stizz—are , | —irc 


SEZIONE SESTA. 


| SULL’ USO DE' MODI E DE’ TEMPI. 
—n0 9000 | 


CAPITOLO I. 
DEL MODO INFINITIVO. 


8. I. Nella lingua italiana, siccome in tutte le lingue, so- 
novi alcuni verbi che quarido entrano nel discorso sono ne- 
cessariamente, e senza lo intervento di alcuna particella, se- 


(50) Questi due vagliono entrambi Avere in fasildio , venìre a noja, 
recàrsi a noja ; ma il secondo vale anche Recar fastidio, 0 noja. 

(51) Il primo usasi solo attivamente nel senso di Render frigido , far 
divenìr frìgido, indurre frigidità ; V' altro adoprasi ialora nello stesso si- 
gnificato, ma più sovente in quello di Divenìre freddo. 

(52) Insuperbàre, verbo antiquato, si usò in senso neutro passivo 
cioè insuperbàrsi ; insupertiàre è parimente antiquato, e trovasi in senso 
meutro : Il quale per suo proprio movimènito INSUPERBIÒ contro di me. So- 

lil. S. Agost. Zusuperbire è ora il più stimato, e usasi in sentimento atti- 
vo, cioè Rènder superbo; neutro, divenir superlo, e neuiro passivo insu- 
erbirsi. i 

(53) Questi due vrrbi vagliono Zincer la gara, rimanere al di sopra 
s2ella conlesa; del primo però sembra essersi failto più frequente uso da- 
gli Autori che del secondo. 

(54) Sgomentre è verbo antiquato, e non si trova che in significato 
attivo, mentre sgomentàre è comune, e usasi in significato attivo, neutro, 
€ neutro passivo. 

(55) Spessàre e spessìire, verbi neutri, e neviri passivi, vagliono Farsi 
«denso, e diconsi per lo più de’ liquori, allora che nel bollire, o per al- 
Ara cagione acquistano corpo, cioè. divèéngono densi. 


288 PARTE TERZA 
guìti da altro verbo nell’ infinito, espresso o sottinteso, il qua- 
le è quasi come l’ obbietto diretto di essi verbi; tali sono: 
‘Dovere, potere, volére (1), lasciàre, solére ec.; onde diciamo 
Debbo agire, posso soffrire, voglio préndere, lascio dire, soglio 
fare cc. (2). | 

S. II. Per proprietà di linguaggio adoprasi sovente nella 
nostra lingua la voce dell’ infinito in vece di quella della ter- 
za persona singolare, o del presente, o del passato imperfet- 
to, o anche del passato composto de’ modi indicativo o s0g- 
giuntivo, dipendenti da altro precedente verbo mediante la 
congiunzione che, la quale allora sopprimesi: edè una tal co- 
struzione, della quale son piene le opere de’ primarj nostri 
prosatori classici, imitata dal latino, nella qual lingua essa è 
comunissima, cambiandovisi il subbietto (nominativo) del se- 
condo verbo in obbietto diretto (accusativo) del primo. 


TESTI. 


Si pensò il detto Messèr Musciàito costùi DOVERE ESSEN 
tale, quale la malvagità de' Borgognòni il richiedta. Bucc. 


nov. f.— Nè guari di tempo passò che udéndo il re d'In- è 


ghiltérra il maliscàlco ESSER morto. Bocc. nov. 18. — Ejl 
s' accòrse, l'abùte AVER MANGIATO fase secche. Id. nov. 9- 
Ti converrà sempre aver nella memòria Iddio ESSERE STA 
TO creatòr del cielo e della terra. IA. nov. 24.— Disse ch 
vivesse con franco cuore, nè mai si dimenticàsse, né troppo 
si ricordàsse Ottone, ÈSSERE STATO suo zio. Tac. Dav. stor. 

(1) Negl’idiomi, alemanno ed inglese, i tre verhi dooère, potère, e 0 


Ière non sono considerati che come segni verbali, o al più come ee 
ausiliari, e costituiscono ognuno un modo diverso nel verbo che accoll- 


pagnano, e paco, credo, ci vorrebbe per farli accettare come tali in Ul — 


te le lingue, seguendo i principj di grammatica universale, perocchè al. 
tro non fanno che caratterizzare l'azione secondo l’ intenzione di ©! 
profferisce il verbo; e pare che il Buommattei fosse anch’ egli persva50 
di questo principio, soprannominando tali verbi Namulatorj, cioè quel- 
li che mai non vanno da loro, ma necessariamente accompagnan? © 
prestan servigio all’ infinito d'un altro verbo espresso o tacito: 00 
sì nelle espressioni debbo partìre, posso partìre, voglio partire» la 
forza significativa delle voci debbo, posso, e voglio è relativa UN 
camente al verbo principale partire ;. nel primo esempio sono obbli- 
gato di partire, nel secondo ho la capacità, la libertà , la permissi” 
ne di partire; nel terzo ho la volontà di partire. Del rimanente dovére ° 
di fatto ausiliare anche nella lingua italiana, indicando esso, seguito © 
verbo principale, il tempo futuro del modo infinilivo siccome noi 6g! 
esplicammo nella Sezione V, Capitolo V, alla nota 2. 

(2) I verbi indicanti l’ azione de'nostri sensi, come: Zedère, senbire, 
udìre ec., voglion pure spessissime volte esser seguiti da un altro ver 
nell'infinito, come: veggo venire, sento parlàre, odo profferire ec. 


+ 


ETIMOLOGIA E SENTASSI PHI 


Se egli crede la repùbblica AVER bisògno che i senatòri pàr- 


; 


v 


‘, 
i 


1 


ì 


” 


lino libero, perchè entra egli in cose sì deboli? Id. ibid. 


Tutti questi esempj si sarebber potuti costruire co' rispet- 
tivi modi definiti, mediante la congiunzione che: Che  costùi 
dovesse esser tale ec.- Che il maliscàlco era morto. - Che’ l'_ a- 
bate avea mangiàto ec.- Che Iddio è stato creator del cielo 
ec.- Che la repùbblica abbia bisogno ec.; e quel che mag- 
giormente prova esser Ja costruzione suddetta della stessa 
natura che quella de’ Latini, cioè che vi si cambia parimen- 
te il subbietto dell’ un verbo in obbietto diretto dell’ altro, 
si è che, ove il discorso richieda che, per esprimere il subbietto 
in vece del nome, s’ adoperi per uno de’ pronomi personali, 
questo dev'esser Zu, o ez, o l'identico sé, anzichè egli o 
ella. (Vedi Sezione III, Cap. 1.) 

TESTI. 

Niuna laude da te data gli lia che io LUI OPERARLA ...... 
non vedessi. Bocc. nov. 541.— Credéndo LUI ÈSsER tornàto dal 
bosco avvisò di riprénderlo. Id... nov. 4.— Ella che médica 
non era senz’ alcùn fallo LUI credette ESsER morto. Id. nov. 
bO. — Si ricordò LEI DOVERE AVERE una màrgine, a guisa 
d' una crocéita, dope T orecchia sinistra. Id. nov. 16. — Per 


tutto dicendo, SÈ il palafréno e panni AVER vinto all’'Angu- 
Liéri. Id. nov. 84. (3) | 


S. III. Altra proprietà di lingua italiana si è l'adoperare 
infinito in vece del soggiuntivo dopo le particelle chz,. che, 
ove, dove, donde. 
ui LE TESTI. 


Qui è quesia cena, e non saria CHI MANGIARLA. Bocc. 
nov. 12.— Di Guiscàrdo ho to già meco preso partito CRE 
FARNE, ma di te sallo Iddio, che Îîo non so CHE FARMI. Id. 
nov. 5d.— CHE /a mia cita acerba Lagrimàndo trovàsse OVE 
ACQUIETARSI. Petr. canz. 15.— E vo cogliendo queste erbe, 
acciocché de’ liquòri di esse ec.....io abbia DONDE VIVERE. 
Filoc. lib. 5, 58. 


‘ S. IV. Il più delle volie la voce dell’ infinito è preceduta 


(3) Alcune volte però l’infinitoè seguito dal pronome personale terza per- 
sona, e talora anche prima persona, nel rapporto di subbietto: Si vedèva 
della sua sperànza privare, nella quale poriàva , che se Ormìsda nonla 
prendèsse ,fermamènie dovèrla AVERE EGLI. Bocc.nov.41.—Adiràta, non del 


non VOLÈRE EGLI andàre a Parigi, ma ec. Id. nov. 28.— Signor mia, IL 


VOLÈR 10 /e mie poche forze sottoporre a gravissimi pesi, m' è di questa 
infernutà sitata cagione. Id. nov. 27. ERA 
Gram. Ital. 38 


290 PARTE TERZA UM 
da una di queste preposizioni @, di, da, con, in, perte; 
de' quali -modi di dire faremo menzione ragionando delle pre- 
posizioni. Ò 

S. V. Rimaneci ancora a parlare dell’ infinito, tenente 
luogo di nome. Noi toccammo già questo particolare, discor- 
rendo dell’ articolo determinante; ora ci torniamo con far 
conoscere, che è una delle più caratteristiche proprietà della 
lingua italiana l usare la voce dell’ infinito a modo di nome 
astratto verbale mascolino, sì nel rapporto di subbietto che 
di obbietto diretto e indiretto, solo, o accompagnato da qual- 
che addiettivo, o da qualcuna di quelle particelle, sia artico- 
lo, sia preposizione, o qualsivoglia altra, che suolsi adopera- 


re onde serva d' appoggio al nome; leggansi gli esemp) della ,. 


Sez. IL Cap. VII, $. VIII, ed i seguenti 
TESTI. 


Le leogi, nelle sollecitàdini delle quali è 1L BEN VIVERE 
d' ogni mortàle. Bocc. Introd. — Ed è vera virtùte IL SAPER 


st astenér da quel che piace, Se quel che piace offénde. Past |, 


fid. at. 5, sc. 5.— Per assàùi cortese modo il riprése DELL'IN 
TENDERE, e DEL GUARDARE, ch' egli credéca ec. Bocce. nov. 33, 


— Il conuùne FAVELLARE degli uòmini usa dire ec. Boe. | 


Varch. 4, 7. — EL SUO PARLARE, e ’/ del viso e le chione, 


Mi piùcquen sì ec. Petr. canz. 7.— Perchè ’n fino al mori |. 


si vegghi e dorma. D. Par. 3.— Questo PENTERE non avtn-. 


do luogo, vi sarebbe di maggiòr noja cagiòne. Bocc. nov. dò. 
— Quel vago IMPALLIDIR, che'/ dolce riso D'un'amoròsa neb- 
bia ricopérse. Petr. son. 98. — Che la donna, NEL DESIAR 
è ben di noi più frale; Ma NEL CELAR du desìo, più scala. 
Past. fid. at. 1, sc. 2. (4) ne 


S. VI. Gl infiniti, usati a modo di nomi, sono come 


® . La . . . ° ; 
questi soggetti alla variazione di numero ponendosi. ess N 


plurale, onde diciamo 7 parlòri, i favellàri, î mangiòri, 1 s0- 
peri, i baciùri, gli abbracciàri ec. 

| I TESTI. 
| Li sozzi PARLARI corròmpon li buoni costùmi. Albert 
cap. #0. — Ma le mescolùte e bastàrde, che non hanno pa 


ròle nè FAVELLARI proprj, non sono lingue. Varchi, Ercol. 929. | 


(4) Non di rado l’ infinito, adoperato come nome, leggesi senza e 
ser appaggiato ad alcuna particella : E perciocchè AMARE mèrile piuttosto 


dilèlto che afffizione al lungo andore ec. Bocc, nov. 42.—Apprèsso MAN 3 
GIARE secondo la sua ùsànza nella càmera n' andò della figliudia. Id. ò 


Dov. 31. 


ene nin 
aid n 





ETIMOLOGIA E SINTASSI o 291 
— La diversità de’ giudìzj nasce dalla diversità de' SAPERI. Id. 
bid. 18.— In quella Alessàndria sono le rughe ove stanno 
i Saracìni, i quali hanno i MANGIARI a véndere. Nov. ant. 8. 
— E veggendo le tenere logrime, gli ABBRACCIARI e gli one- 
sti baci. Bocc. nov. 15.— O eletti dî Dio gli cui SOFFRIRI 
È giustizia e sperànza fan men duri, Drizzùte noi verso gli 
alti sALIRI. D. Purg. f9. | 


CAPITOLO II. I 
DEL PARTICIPIO PRESENTE, E DEL GERUNDIO. 


$. I. Queste due parti del verbo, essendo ambedue voci 
infinite, vengono considerate come appartenenti al modo in- 
finitivo. Il participio presente, o attivo, il quale si avrà sosti- 
tuendosi alle desinenze radicali del verbo are, ere, ire le parti 
ante, ed ente, altro non è in fatti, siccome noi già dimostram- 
mo (Sez. IV, Cap. I, e Sez. V, Cap. I, $. I, II, HI), se 
non che un addiettivo qualificativo, contenente e//iss? del ver- 
bo astratto essere, perocchè amante, credènte, dormiènte, im- 
pediénte ec. vagliono Che ama, o che amùàva; che crede, o 
che credeva; che dorme, o che dormiva; che impedìsce a che 
zrripediva oppure: che è, o era amànte; che è, o era credén- 
fe ec. | 1 | 
Il participio presente come addiettivo segue la stessa re- 
gola di concordanza degli addiettivi, essendo esso soggetto 
alla variazione di numero, in cui s' accorda col suo sub- 


bietto (1). 
TESTE 


PRESENTE agli occhi suoi leî GRIDANTE mercé e ajùto 
svenàrono. Bocc. nov. 34.— A lui, DIMORANTE in Fiandra, 
venne voglia di sentàreec. Id. nov. 18.— S'appresenti alla tur- 
ba TRIONFANTE, Che lieta vien per questio èlera tondu. D. 


(1) Questa regola non saffre eccezioni , vale a dire il participio pre- 
sente non si accorda mai con altro che col suo subbietto, mediante |’ el- 
lissi del pronominale congiuntivo @ relativo che, i guale, ec. : quindi 
scovgesi facilmente quanto male s’ esprimano la più parle de’ nostri gram- 
matici, dicendo che il participio presente s” accorda sovente con gli ob- 
bietti diretto o indiretto, oppure (come dicono nel linguaggio loro per 
molti inintelligibile), co” casi obliqui, e citando come esempj: Porhè al- 
quanlo di tempa ebbe posto in dovèr LEI PIAGNENTE racconsolare. Bocc. 
nov. 41.4 LUI, dimorante in Irlànda, venne voglia di sentire ec. Id. 
nov. 18; ne'quali esemp], egli è vero, lerè l’obbietto diretto del verbo raccon- 
solàre , e lui è l’obbietto indiretto di venir voglia, ma piagnènie e di 
morànle s' accordano con le voci sottîntese Za quale, c il quale, cioè la 
quale piagnèoa , il quale dimoràea. Veggasi il seguente $. 


292 PARTE TERZA 

Par. 22. — Una nave PORTANTE uòmini TEMPESTANTI, PE- 
RICOLANTI, SOGGIACENTI a fanti maròsi, e tante tempeste. 
Gio. Vill. 11, 3.— DICENTE Santo Agostìno nel sermone 
del bassaménto della città di Roma. Id. ivi. — Apòllo TENEN- 
TE del cielo quella parte, che ora trascòrre, più i lavòri ab- 
belliva. Amet. 44.—I rivi del sangue la NASCENTE fiamma 
spegnevano. Liv. Dec. 3.— Di qua e di là in due pendisoh 
ciocchette scendéndo e dolceménie ONDEGGIANTI per le gote. 
Bemb. Asol. 2. — Felici e foriunàti ed in ogni tempo GODEN- 
TI de’ loro amòri. Id. ivi. 


. II. Per proprietà di linguaggio, e ad imitazione del- 
l' ablativo assolùto de’ Latini, trovasi spesse volte presso gli ; 
antichi, un participio presente col suo nome o pronome it- | 
dipendente dal resto della sentenza, e posto tra due virgole, È 
quasi come tra parentesi. 


TESTI. 


In un libro ch' io intendo di fare, DIO CONCEDENTE, 
di volgàre eloquinza. T. Conv. 6f.— Questi cinque triònf 
in terra giusa Avèm vedùti, ed alla fine il sesto, Dio PER 
METTENTE, vederem lassùso. Petr. Tr. della. Divin. — Avven- 
ne, DURANTE LA GUERRA, che la reina di Francia infermò | 
gravemente. Bocce. nov. 25. — Quando, SOPRAVVEGNENTE IA |: 
NOTTE, con essa insieme surse un tempo fierìissimo e tempe 
stòso. Id. nov. 41.— Mi paréva che, ME RENITENTE, usci .: 
do del mio seno, vaga fralle prime erbe col mio spinto» | 
partìsse. Fiamm. lib. 1, num. 6.— Cesare parlò bello e asset 
falaménte, UDENTI NOI, della vita e della morte, quando dis 
ec. Tes. Br. 8, 34. i 


Questo è quanto ci è paruto dover dire del participio 
presente, il quale di gran lunga non è di tanto frequente w0 
quanto il gerundio, che spesse fiate in vece di quello pù 
volentieri usasi. 

S. IIL Il Gerundio non è che un'altra specie di participio 
presente attivo, differente da quello già spiegato, in ciò che 
esso rimane invariabile, formandosi con sostituire alle desinen- 
ze radicali are, ere, dre, le parti ando, ed endo, ove l' altro, 
siccome abbiamo esposto, 8’ accorda col suo ' subbietto 1n 
numero. b | 

Si è altrove già detto (Sez. V. Cap. II, $. IV), che il 
termine gerundio sorte l' origin sua dal verbo latino gerere 
( portare), perchè presso i Latini esso teneva le veci dell'in- 
finito, e che nella nostra lingua il verbo nel gerundio, espri; 





ETIMOLOGIA E SINTASSI 295 
me per lo più un'azione passeggiera, che si eseguisce dal 
medesimo subbietto e nel medesimo tempo di un'altra azione, 
alla quale la primaserve quasi di circostanza caratteristica, come: 
disse sorridendo ; enirò cantando ; cammina saltellando ec. 


TESTI. 


2 
Call 


Non vede un simil par d'amànti il Sole, Dicéa RIDÈN- 
DO, € SOSPIRANDO insieme ; E sTRINGENDO ambedue, colgéasi 
attòrno. Petr. son. 207.—Di che egli PIANGENDO, come co- 
lù: che chiaro vedéa la sua disavventura, cominciò a dire. 
Bocc. nov. £5.—Non VOGANDO ma VOLANDO, quasi in sul 
dì del seguente giorno ad Egìna pervénnero. Id. nov. 17. — 
Qui poscia RITORNANDOLO, portàle Con esso vor per sucrifizio 
novo Nov acqua, novo vino, e novo foco. Past. fid. at. d, sc. 4. 
— Gli dette (gli ambasciadori ) 4 guardia a’ suoi soldùti, CO- 
MANDANDO /oro, che per nissùuna città li lasciàssino entràre. 
Petr. uom. ill. 113.—SAPENDO Za volùbil cente che ella è 
a’ pericoli tarda, e veDENDO il dello, traditora. Tac. Dav. 
ann. 14. (2) 0 


S. IV. Non senza vaghezza preponesi talora al gerundio 
la particella in, dicendosi in amando, in facéndo, in dando 
ec. Ella l'accese e se l ardòr fallàce Durò mol’ anni 1N 
ASPETTANDO un giorno Che ec. Petr. canz. 39. (3) 

S. V. Leggesi sovente nel Boccaccio il gerundio accom- 
pagnato col suo subbietto, espresso da uno de’ pronomi per- 
sonali: Egli se n' andò VEGGÈNDOLO 10 consumàre, come si 
fa la neve al sole. Bocc. nov. 27.— Essendo Talàno in con- 
taàdo, DORMENDO EGLI, gli parve in sogno di vedere ec. Id. 
nov. 27.--Con licénza di fui arla alla sua donna, ed ella 
TACENDO, egli in persòna di li st rispònde. Id. nov. 25. In 
altri autori trovasi talora anche co’ pronomi /uz e /ez, come 
in Dante Inf. 52: LATRANDO LUI cogli occhi in giù raccòl- 
ti: e nel Petrarca canz. 17: Men gli occhi ad ognòr molli 
ARDENDO LEI, che come un ghiaccio stassi. 


(2) Talora trovasi il gerundio nel puro significato del participio pre- 
sente, come: Trovato Ruggieri DORMENDO (cioè dormente , 0 che dormiva) 
lo incominciò a tentàre ec. Bocc. nov. 52.—Quivi Irocàrono i giovani GIU- 
CANDO {cioè giocanti, o che giocavano) dove lasciati gli avieno. ld. Gior. 
6, fin. | 

(3) Il gerundio fu pure usato colla preposizione con : La quale se voi, CON 
alcùna cosa DANDOGLI, donde egli possa secondo lo slalo suo vivere ec. Bacc. 
nov. 92.—Con DICENDO egli, che ella serviva sollecitamènte lui, mostra la 
grata e dolce naiùra della damigella. Dep. Decam. 46. — E con DANDO 
nuove leggi e riformàndo le vecchie rendè ec. Borgh. Orig. Fir. 137; ma 
tali modi di dire più non piacciono. RS TE 


294 PARTE TERZA 

$. VI. In vece della voce dell’ infinito usasi spesse volte 
i gerundio dopo i verbi andàre e venire, per significare fre- 
quenza, o proseguimento d' azione, come andar leggendo, 
andor cantondo, venìr facendo ec. ' | 

TESTI. (4) 

A me medîsimo incrésce ANDARMI fanto tra tante misere 
RAVVOLGENDO. Bocc. Introd.—Son poche sere che egli non 
3Î VADA INEBRIANDO per Ze taverne. IA. nov. 68.—La mise- 
rélla con amàre làgrime tutto'! vegnénte giorno 5° ANDO' COY- 
sumanDO. Fir. Asin. 13.— Se non restò di rinfacciàrlo, di 
vantàrsene, d ANDARLO DICENDO per tuito. Sen. ben. Var- 





ch. 6, 4.—I vo PENSANDO. e nel pensàr m' assàle ec. Petr. . 


canz. 29.— Cominciò ec. a far sembiànte di distèndere l'uno 
der ditt, e apprésso la mano, e poi il braccio, e così tutto a 
VENIRSI DISTENDENDO. Bocc. nov. 17.—VENNI FUGGENDO la 
fermpésta el vento. Petr. son 99.— Quello che io le mando 
a dire ec. si VERRA CONDUCENDO ad effetto. Cas. lett. 20. 


S. VII. Ha forza e singnificato di gerundio la voce del- 
Y infinito preceduta dalle preposizioni in e con, sole o unt 
te all'articolo determinante /o o i. | 

| TESTI. 

S ajutiva CON RACCOMANDARSI (raccomandandosi) cor- 
fsinovamente alla guardia dì Dio. Vit. S.. Gir. 4141.— Tull 
il rimanénte di quella mattina consumò 1N CERCARLI (cer- 
candoli). Bocc. nov. 73.—Io spendo il mio 1N METTER tor: 
fa ed IN ONORARE è miei ciltadìni (cioè in mettendo ec. ed 
in onorando ec.). Id. nov. 89.—NEL VEDERTI (in vedendo- 
u) ripiglia il lagrimàr l usàta via. Maffei, Mer. att, 2.-Tu 
eredesit salvàrio COL NEGAR (negando) d' èsser padre € 
È hat perdùto. Past. fid. at. 5, sc. B.—Z soldàti Cot Gu 
DARE E PICCHIARE (cioè gridando e.picchiando) non lese 
vano dir luz né altri. Dav. Stor. lib. 3. (5) 


(4) Trovasi eziandio il gerundio in vece dell’ infinito e la preposi- 
zione @ dopo il verbo mandare: MANDÒ SIGNIFICANDO ciò che fare inien- 
deva. Bocc. nov. 34.—Madénna Francèsca ti maNDA DicèNDO che cc. ld. 
nov. 82.—E incontanènie per lèliera gli MANDÒ COMANDANDO che ec. Matt. 
Vi}l.3, 51.—Che Madonna mi MANDI & sè CHIAMANDO. Petr. son. 3oì: 
cioè mandò a significàre; manda a dire; mandò a comandàre ec. 

(5) Talvolta , ma ben di rado, l'infinito, facendo le veci del gerun- 
dio , leggesi preceduto dalla preposizione a, come: A'TRARGLI /' osso po 
rebbe guarire. Bocc. nov. 4o. La voce dell’ infinito preceduta da Senza 
può anche dirsi avere in certo modo forza di gerundio in senso negativo: 
E fermo lui entrò : che non fa scienza SENZA LO RITENERE, avère inteso 
(cioè non ritenendolo). D. Par. 5.—SENZA maî AVERLA veduta , di subilo 
ferventemènie la cominciò ad amàre (cioè avendola mai). Bocc. nov. ù 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 295 
CAPITOLO III. 
DEL MODO SOGGIUNTIVO. (1) 


S. I.Si è veduto nella Sezione precedente per quali desi 
nenze il modo soggiuntivo dagli altri modi del verbo si di- 
stingue; e si è eziandio potuto vedere dall’ esposizione che . 
ne abbiam fatta, che l essere un verbo nel modo soggiuntivo, 
vale io stesso che essere il significato di esso (2) dipenden- 
te, quasi subalterno e sottoposto a quello d’ altro verbo an- 
tecedentemente espresso nel modo indicativo, che afferma sem- 
plicemente l’ azione. Ora lo scopo del presenie capitolo è il 
dimostrare quali sieno i verbi che per la natura loro possan 
tenere in dipendenza un altro verbo, o, per parlar più chia- 
ro, l’ indicare quando un verbo debba esprimersi nel modo 
soggiuntivo : ed è questa, non vw ha dubbio, una delle più 
malagevoli parti della sintassi italiana, imperocchè è presa, od 
imitata per lo più da’ Latini, per la qual cosa essa è difterca- 
te assai, e molto più estesa, che non è nelle altre lingue 
viventi. 

S. II. La principale dipendenza delle nostre azioni, con- 
siste in esser le medesime sottoposte all’ altrui volontà: quin- 
di, quando si dice che un verbo dipende da un altro, s' in- 
tende il più delle volte che quest’ altro verbo esprima un’ + 
dea di volontà, o positiva , o negativa. La volontà positiva , 
può consistere in un comando, una preghiera, un desiderio, una 
permissione , un consenso ec. ne segue che 1 verbi colére, 
comandare, pregàre, desideràre, permettere, consentre, proibire, 
impedire, dispiacere ed altri sinonimi 0 equivalenti di quesu , 
vogliono il verbo che da essi dipende nel modo soggiuntivo, 
onde diciamo : i | I 


(1) Essendosi nel precedente Capitolo ragionato del participio presente 
e del gerundio, l’ ordine vorrebbe che immediatamente dopa, si desser 
de’ precetti sull’ uso del participio passato, ma siccome in ogni modo farà 
d' unpo ritornare a questa parte del verbo allorchè si tratterà de’ verbi 
passivi, e neutri passivi, ci è sembrato più convenevole al nostro biso- 
gno di esser brevi, l’ allontanarci dall’ ordine suddetto ed il serbare per 
allora quanto crederemo a proposito di dire sul suaccennato partici;.io.. 

(2) Si ricordi il lettore che per significato del verbo roi iniendiam 
dire 7 azione , la passione, e lo stalo d’ essere; tre cose, per esprimer le 
quali furono unicamenie introdotti nel discorso que’ segnì chiamati verbi, 
i quali a tal effetto sommariamente si dividono in adiwi, in passivi ed 
in neutri. Vedi Sez. V, Cap. I. 


296 PARTE TERZA 

Voglio, comàndo, intendo, im-\ 

pòngo, prego, sùpplico (3), desi-]che si dica, si faccia, st va- 
dero, bramo, permetto, sòffero,\Ja ec., non già che si dice, 
consento, chiedo, amo, proibì-\che si fa, che si va ec. 

‘sco, impedìsco, mi dispiùce 


i S. III. Oltre a' verbi di volontà, quelli che esprimono 
un' idea di dubbio, di timore, di sorpresa, ed i loro equiva- 
lenti, mandano parimente il susseguente verbo al soggiuntivo; 
come: | 


Dùbito, temo, mi maravìglio,} Lasi “iii 
| Ica, sz la ec. 
sono sorpréso, non credo ec. che si dica, st facc 
Lo stesso dicasi de’ verbi detti impersonali, esprimenti 
l’idea di necessità, o di convenienza, come sarebbe 5isognà- 
re, bastàre, convenire, giovàre ec. onde si dice: i 


‘ Bisògna, basta, . i 
DI P andi si ec. 
conviéne, giova ec. NE che si mandi, si prenda 


Vuol pure il soggiuntivo dopo di sè il verbo essere, in 
terza persona, seguito da uno de’ seguenti addiettivi /àcz/e, dif- 
ficile, possibile, impossibile, giusto, ingiùsto, decente, indecénk, 
sorprendente, necessàrio, probàbile, o da’ nomi tempo ed ora, 
o dall’ avverbio dere, come:— È cile, 0 difficile che lo FAC 
CcIA.—Era possibile, 0: impossibile, o probabile CHE 'vENISSI, 
CHE MANDASSI ec. — Sarà necessàrio, decénte, giusto CHE COM- 
PARISCA, CHE PARLI ec. —È ora, 0 è tempo che ciò SUcck- 
DA, che gli PARLIAMO ec. —Sarà bene che tu te ne VADA ec. 

S. IV. Per proprietà di linguaggio il verbo ponesi nél 
soggiuntivo ogni qual volta col precedente verbo si voglia 
esprimere l’ ignoranza, o l’ incertezza in ‘cui altri trovasi, mr 
torno al significato del susseguente verbo: ed in generale ciò ha 
luogo dopo i verbi crédere, domandàre, suppòrre, giudicàre, 
ed altri simili. , | | | È 


TESTI. (4) 


, «Si cREDERA ec. che da alcùn suo nemico SIA stato uc- 
ciso. Bocc. nov. 40.—Si CREDE che SIA il più ricco prelàto 


(3) Pregire e supplicare sono spesse volte seguìti dall’ infinito, pre- 
ceduto dalla particella a, come: La PREGARDNO A DIRE chi ella fosse, € 
che quivi facesse. Bocc. nov. 6.—SUPPLICO vostra Maestà A DEGNARSI di 
permèllere ec. Bentivoglio, lett. 49. | 

(4) Dopo il grado di comparazione superlativa, seguita dalla congiun- 
zione che , il verbo formante la seconda parte della comparazione ponesi 
el soggiuntivo, onde diciamo: Sono il più felice uomo, CHE si TROVI nel 


| ETIMOLOGIA È SINTASSI 297 

' che abbia (3) la- Chiesa di Dio. Id. nov. 7.—CREDI tu che 
io, se ui ben gli volessi che tu temi, soFFERISSI che egli 
stesse laggiùso ad agghiacciàre. Id. nov. '77.— Gli DomANDO 
se FOSSE vero, ciocche contro di lui era stato detto. ld. 
nov. 6.— Che tu. ne FACCI quello che l'animo ti GIUDICA, 
che ben siA fatto. Id. nov. ®I.—-Si, ch'io mi CREDO omài, 
che monti, e piagge, E fiumi, e selve SAPPIAN di che tempre 
Sia la mia vita, ch' è celàta altrùi. Petr. son. 28.—Zo non 
so chi tu SIE, né per che modo Venùto se' quaggiù. D. Inf. 33. 
—SupPONGASI però che Jùppiter SIA a modo loro ùnimo 
di questo modo. S. Agost. C. Di 


S. V. Dalla regola precedente facilmente deducesi delle 
altre, cioè di porre il verbo nel modo soggiuntivo: 1.0 dopo 
la particella condizionale e dubitativa se, come: Grazie ri- 

orterò di te a lei Se d' ésser mentovàto laggiù DEGNI. D. 
urg. 1.— Zo son del tutto, SE tu VUOGLI che io faccia 
: quello di che ec., dispòsto ad andùrei. Bocc. nov. 2.— Ora 
st parrébbe, SE così paso valent' uomo come si diceva, e SE 

. cotànto l' amùsse quanto ec. Id. nov. 34. (8) 

2.° Dopo guando, nel significato di se o purché, come: 
QUANDO vo: vogliàte, to vi porterò gran parte della via, che 
ad andùre abbiàmo a cavàllo. Bocc. nov. bBI.— Pensòssi co- 

| stùi avìre da potèrlo servire QUANDO VOLESSE. Id. ‘nov. 13. 
.—Molte volte io mi dolea QquanDo la mia memòria mo- 
. WESSE la fantasia ad immaginàre quale amòre mi facéa. 
D. Vit. nuova 16. Il quando va talora accompagnato con la 
congiunzione che, seguita parimente dal verbo nel soggiunti- 
vo, come: Ma la storia di Rinàldo di Montalbàno QUAN- 
DO CHE si venisse nel volgàr nostro ec. non par già ella di 


più antìca lingua che ec. Salv. Avvert. 1, 2, 12. (7) 


mondo.—E il più legeiàdro cavaliere, CHE trovar si possa. —Fece fare un 
de’ più belli e de’ maggiori palàgi, CHE mai fossero stati vedùli ec. 

(5) Dopo i verbi parère è mostrare, adoperati nella 3a. pers. sing. 
si pone il susseguente verbo nel soggiuntivo:—A ui, e a futto il regno 
ne PARÈA male, che TRASCORRÈSSE il tempo sensa sperànza d' avère suc- 
cessore. Matt. Vill. 10, 12.—.Si fu nno il quale PAREVA che iulti i miei 
peccàli SAPESSE a menfe. Bocc. nov. 70.— E così MOSTRA che Roma si 
REGGESSE a signoria di re 154 anni. Gio. Vill. 129.— Non è perciò così da 
correre come MOSTRA che voi VOGLIATE fare. Bocc. Introd. l 

(6) Se, non di rado leggesi anche col suo verbo nell’indicativo: Anzi 
la voce al suo nome rischiàri, SE gli occhi suoi ti FUR dolci, nè cari. Petr. 

. canz: 4o.—S' io DISSI falso, e lu FALLASTI il conio. D. Inf. 30. — Non so 
SE a voi quello SE ne PARRA” che a me ne parrèbbe. Bocc. Introd. 

(7) Si notino questi due modi di dire avverbiali: Quando che sia, 

che vale In alcun tempo, a qualche tempo , una volta; e Quando che 
Gram. Ilal. W 39 | 


298 PARTE TERZA - 

3.° Dopo quale, addiettivo pronominale dubitativo. /o 
non so QUALE i0 mi dica, che s0 faccia più 0 il mio piace 
re, 0 il tuo. Bocc. nov. 8.—Dicèéndoli QUALE volesse, 0 subi- 
to restituire il suo porco, 0 che egli andàsse al rettore. Fr. 
Sacch. 146.—Ivi fa che'l tuo vero (QUAL 10 MI SIA) per la 
mia lingua s' oda. Petr. canz. 29. ; 

4.0 Dopo la particella chz, nel significato di alcuno che. 
Non credi tu trovàr qui cHI il baité«imo ti DEA. Bocc. nov. 2. 
—Quivi non era CHI con acqua fredda, o con altro argomin- 
to le smarrite forze RIvOCcASsE. Id. nov. 16.— Ove sia CHI 


per prova intenda amòre, Spero trovàr pietà. non che perdò | 
no. Petr. son. 1. (8). Come pure nel significato di qual. |. 
\Piacéendogli molto i modi del fanciùllo domandò CHI egli | 


FOSSE. Bocc. nov. 18. 


5.° Dopo dove e ove, nel significato di quando: se, dar |; 
ché, casoché (9). E DOVE e' non rosse d' accòrdo co' Vin: | 


ziùni, e coléa gli promettésse renderli la tenùta libera. Cron 


Morell. 327.—E DOVE /u non VOGLI così fare raccomàndi |, 


a Dio l ànima tua. Bocc. nov. 44. — Che che di me sw 


végna, OVE fu non ABBI cerla novèlla della mia vita ec. ll. |. 


nov. 99.—OVE voi mi voGLIATE di speziàl grazia fa 


ec. .... 0 lo farà qui in vostra ed în loro presenza venire. |: 


Id. nov. 19. (10) 


x 


. si fosse, cioè in alcun tempa passato.—Speràndo che QUANDO CHE SI fi * 
| potrebbe mutàr la foriùna. Bocc. nov. 16. — I miei sospiri a me perché, 

non folti QuanDO CHE SIA? perchè no ’l grave giogo? Petr. canz. g.-Qu! |. 
‘ che è oggi è forza che, QUANDO CHE SI FOSSE, aoèsse principio. Borgh. 4 


Arm. fam. 16. 





(8) Chi, in questo significato, porta talora l’infinito in vece del sog“ 
q 8 po 


: giuntivo. E se ci fosse CHI FARLI (cioè chi li facesse) per tutto dolorvi 
pianti udirèmmo. Bocc. Introd. — Qui è questa cena, e non sario & 
MANGIARLA (ciot chi la mangiasse). Bocc. nov. 12. 

_ ‘. (9) Dove, e ove, anche come avverbj di luogo vogliono il 51 
seguente verbo nel soggiuntivo, purchè il precedente verbo porti st 


dubbio n incertezza. Yommene in guisa d’ orbo senza luce, Che non 80» 


‘ OVE sÎ VADA, € pur si parle. Petr. son. 16. — Eccoli tutti fuori; io non 
50 DOVE io mi FUGGA, DOVE io mi NASCONDA. Machiav. com. In questi © 
simili esempj in vece del soggiuntivo può adoperarsi anche l'infinito, 
siccome abbiamo già fatto vedere nel Cap. precedente $. 1I1. Ma anche 
allora vi si sottintende talvolta il soggiuntivo per la figura chiamata & 


li:sî, cioè debba, dovèsse, possa, polèsse , came in queste e simili loca |: 
zioni: Non sa dove nascònderlo , cioè non sa doce possa o debba Na |: 


'‘ 


 sconderlo ec. 
(10) Portano parimente al soggiuntivo i modi avverbiali Dove che, 


e Ove che, che vagliono in qualunque luogo, a qualùnque luogo dosi | 


que.—Dove cHÈ egli VADA, onde che egli torni, checchè egli oda 0 vego. 
Bocce. Introd. — Or ecco, ànima graziosa , OVE CHE TU SH, ralligroh, 
che io mM? arparécchio di seguitàrti. Filoc. a, 129. 





EVIMOLOGIA E SINTASSI 299 

‘6.0 Finalmente dopo i seguenti avverbj, e modi avver- 
biali, impropriamente da taluni detti congiunzioni, abbenché, 
acciocchè, affinchè o affinechè, a menochè, ancorché, avve- 
gnache, benchè, casochéè o in caso che, comeché, comunque, 
conciosiaché , conciofossechè, conciossiacosachè, conviofosseco- 
saché, datochè, nonostanteché, perchè (nel significato di accioc- 
ché), purché, quantànque, sebbene, tuttochè e orse alcuni altri. 


TESTI 


Perocché Amòr l' aveva già ferìta, ABBENCHÈ le PARÈS- 
se ésser ‘tradita. Ninf. Fies. — ABBENCHÈ sirettaménte le di- 
spaccia. Guit. rim. (11).— Anzi pur viva, ed or fatta im- 
mmortàle, AccioccHÈ "I mondo la conoscA ed ame. Petr. 
son. 287. — ACCIOCCHÈ più avànti non POTESSE il prenze 
eenìre. Bocc. nov. 17.— Egli conoscendo la necessità, AFFI- 
NECHÉ / acquisto fatto per lui VIGLIASSE più fermézza, ac- 
consenti. Matt. Vill. 7, 56.— A/essàndro, ANCORCHÈ gran 
paùra avésse, stette pur cheto. Bocc. nov. 84. — E che diffe 
renza ha tra quelle è l altre (visioni) AVVEGNACHÈ ; dottò- 
ri ne pàrlino, non lo scrivo qui. Passav. 363. — Misero esì- 
lio! AVVEGNACH' io non fora D' ABITAR DEGNO, ove voi sola 
siete. Petr. son. 37. (12).— Può farlo, CASO CH' E' ci VEGGA 
attacco. Casa, lett. — Per salvàr, dico, IN cASO ch' altramén- 
te Facendo, biasmo ed ignomìni: fora. Ar. Fur. 38, 3.— 
COMECHÈ varie cose gli ANDASSER per lo pensiero di doversi 
fare, pur vedîndo il re ec. Bocc. nov. 22. — Dico, che co- 
MUNQUE sz SIA, egli ha tante ore la notte, quante il dì. Tes. 
Br. 2, 44.— Chi puòte avere in questa cita alcùna cosa du- 
ricbile, CONCIOSSIACOSACHÈ {utie le cose sieno trapassévoli? 
Albert. 65. — Zo non ti concederò quello che séguita, PER- 
CHÉ DATOCHÈ nos ce li diamo, non perciò restiàmo debitòri. 
Sen. ben. Varch. 5, 9. — NONOSTANTECHE FUSSE presàto da 
tutti è ciltadìni che gli dovesse perdonàre ec. Zibald. Andr. 3, 3. 
— Onde paròle, e opre Escon di me sì fatte allòr ch’ È spero 
Farmi immortàl, PeRcHÈ la carne muoja. Petr. canz. 18. 


(11) Non essendo abdenchè del miglior uso, nè trovandosi molto ado- 
perato dagli autori, io consiglio di scansare questa voce e usare piuttosto 
in luogo di essa benchè, o sebbène. —. N i 

(12) Aovvègna, sì potrebbe, volendo, separare dal che e interporvi 
qualche altra voce, o un’ intiera frase, come in questi esempj: AVVEGNA 
come io ti dissì CHE non si hanno tultli no, ma solo uno per volla. Fr. 
Giord. 44.—AVVEGNA cerlo CHE da nostra polestàde sentenzievolmènte non 
Fosse uccìso. Lett. com. Fir. Dicasi lo stesso di cormechè. E COME queste 
paròle CHE specialmente dette steno ec. Mor. S. Greg. 1. 


300 PARTE TERZA | 
— Ond'egli a me: PERCHÈ tu mi dischiòmi Ns ti dirò ch'io 
sia, né mostreròlii. D. Inf. 32.— La medicìna da guarìrlo so 
0 troppo ben fare, PURCHÈ a voi dea il cuore di segreto te- 
nére ciò che ec. Bocc. nov. 28. — Niuno altro, per QUANTUN- 
QUE AVESSE aguto Î avvedimento, potrebbe chi io mi fossi 
conòscere. Fiamm. 4, num. 92.— Abbiasi ancòr cura, che 
e non abbia rimetiiticci su pel tronco d' altri tralci, e avin- 
dogli làscinsi siare SEBBEN FosskRO rigogliòsi oltra modo. 
Soder. Colt. 25.— TUTTOCHÈ questa gente maladétta In vera 
perfeziòn giammài non VADA. D. Inf. 6. (13) 

Sonovi inoltre alcuni modi di dire proprje molto frequenti 
in cui il verbo sta nel soggiuntivo per esservi l'e//zss7, e del verbo 
principale, che mandi a questo modo, e nella particella congiun- 
tiva che. Eccone alcuni: Voglia il cielo, o il cielo voglia; 
volesse Dio; che piacesse a Dio; non piaccia a Dio; li fa 
cl il cielo; possa to ec.; possa tu ec.; Dio il ti perdòni,; Dio 
ti benedica; benedétto str tu da Dio; Dio t' assista; il cielo 
ce la mandi buona; il diàvolo ti porti; maladetta sia ? ora 
che ec.; él faccia chi voglia, e altri simili. 


CAPITOLO IV. 


OSSERVAZIONI SULL'USO DE' TEMPI, 
DELLE PERSONE, E DE' NUMERI. 


S. I. Intorno a’tempi del verbo poco ci rimane a dire, aven- 
do noi già trattato altrove (Sez. V, Cap. III) copiosamente a 
bastanza e della conformazione e della natura di essi tempi, e della 
maggiore o minore relazione dell’ uno coll’altro, perchè non di 
sia più mestieri di farne nuovamente menzione. Altro adunque 
noi non crediamo aver bisogno di esporre, se non che, per una 
figura detta enallage, trovasi spesse volte un tempo adopera 
to in vece di un altro, cioè: . i 1 

Il passato definito in vece del presente: Anichìno gillò 
un grandìssimo sospiro. La donna, guardàtolo, disse: ch 


(13) Tra questi avverbj avvene alcuni che talvolta trovansi coll’ in- 
dicativo, cioè Ancorchè. —E tu sacra Diana e Citerèa Delli cui coril n& 
mero minòre Far mi conciène; ANCORCH' io non volta. Bocc. Teseid. 12. 
Benchè : — BENCHEÈ a me non PARVE mai, che voi giùdice foste. Id. nov. 20. 
Comechè :— La qualeil giovane focosamènte ama comEcHÈ ella non sent 
ACCORGE per quello ch'io vegga. Id. nov. 18. Avvegnachè : — Erano lui 
pariìli da’ campi per lo caldo , AVVEGNACHÈ quel dì niùno ivi apprèsso 
ERA andòlo a lavoràre. ld.nov.77.Conciossiacosachè :— CONCIOSSIACOSACBÈ 
molti sono, che lascerèbbono innanzi la confessione, che si confessassero 
da’ proprj preti. Passav. 130. Sebbèene:—SEBBENE l'odore e la mesiuro di 
questo succhio OFFENDE, non perciò ancìde la cite. Soder. colt. 66. 


ETIMOLOGIA R SINTASSI 30: 
AVESTI Anichìno? (cioè: che hai) Bocc. nov. 67.— Or che 
AVESTI, che fai cotàl viso ? ld. nov. 69, 

Il passato definito in vece del passato indeterminato . Ove 
FOSTU (fosti tu) stamàne, poco avànti al giorno? (in vece 
di se' stato) Rispòse il valente uòmo: non so io ove io mi 
FUI (cioè ove io sono stato). Bocc. nov. 23.— Non mi DICE- 
STI TU, che qui non lice Sacrificàr d' uomo strantéro il san- 
gue? DissiLo , e Dissi quel che ’l ciel comànda. Past. fid. 
at. Db, sc. © (in vece di mi has detto, e l'ho detto) (1). 

Il passato anteriore in vece del passato definito. Zo an- 
dava per grande bisògno in servigio della mia donna, il re 
FU GIUNTO e disse ec. (in vece di i/.re giunse). Nov. ant. 35. 
— Alzàto alquànto la lanterna EBBER VEDUTO 2/ cattivél 
d' Andreùccio ec. (in vece di videro). Bocc. nov. 15. 

L' imperfetto del soggiuntivo in vece del trapassato dello 
| stesso modo: 4/zò questo la spada, e ferito l avrebbe, se non 
FOSSE (stato) uno che stava rillo innànzi. Nov. ant. 94. 

Il presente in vece del futuro. Che farài tu se ella il DI- 
CE a' fratelli (cioè il dirà). Bocc. nov. 23.— Se io infra 
otto giorni non vi GUERISCO futemi bruciàre ( cioè guerirò ). 
Id. nov. 29.— Disse a lui: se tu ti CALI (calerai), Io non 
tr verrò dietro di galòppo. D. Inf. 22. — O casa male a me 
felice, rimàni eterna, e la mia cadùta fa manifesta all'amante, 
se egli TORNA (tornerà). Fiamm. lib. d. 

S. II. Adoprasi il condizionale ogni qualvolta il verbo è 
dipendente da altro verbo che sia retto nell’ imperfetto sog- 
giuntivo dalla particella condizionale se. Za donna piagnèndo 
rispòse, che SE il maggiòre de' suoi due che avùli avéa FOSSE 
VIVO, così st CHIAMEREBBE. Bocc. nov. 16. — 4: quali SE 
tu quello AVESSI FATTO, che a me facésti, vituperosamenie ti 
AVREBBER FATTO morire. Îd. ivi. 

S. III. Le persone del verbo sono naturalmente tre, cioè : 
sing. z0, tu, egli, o e'la; plur. noi, voi, églino, o élleno. Furono 
queste particelle inventate per indicare l’' identità della per- 
sona che parla, a cui si parla, e di cui si parla; ed in que- 
sto loro senso puro s' usavano fino a che la favella rimase 
mella sua semplicità primitiva, del pari che i popoli che la 


(1) Veggansi le note 4 e 6 del Cap. III, della Sez. V, ove le varietà 
de' tempi passati, definito e indeterminato, sono esposte con tanta chia- 
rezza, che ognuno di leggieri vedrà che, secondo la regola datane, nei 
succitati esempj, il secondo. tempo anzichè il primo andrebbe adoperato : 
e fo avvertito che la sostituzione dell’ uno all’ altro è usitatissima nelle 
opere drammatiche. 


302 PARTE TERZA © 

parlavano; ma progredendo questi nella civiltà, nàcque la dis: 
uguaglianza di condizioni; e a tanto giunse l' alterigia del- 
Y uomo incivilito, forte e ricco, che questi volle esser distinto 
persino nel linguaggio, con cui il debole e povero gli parla» 
va, anche a costo di alterare il senso delle parole. Il potente, 
parlando di sè, credè inspirare più rispetto o timore, con 
moltiplicarsi in idea, e cominciò ad usare moz in vece di 10, 
esigendo che altri, parlandogli, usasse voz; cosicchè il bello 
ed energico fu più non si leggeva che nelle sublimi scritture, 
e non sentivasi che nell’ arrogante linguaggio del forte al de- 
bole, e ne' rozzi discorsi degl’ idioti, e ne’ famigliari collogu 
tra parenti, o amici. 4 cui # re disse: dunque voltie voi che 
NOI (2) cegniàmo meno di nostra fede, la qual NOI, per n- 
avér sanità, donàmmo alla damig?lla. Bocc. nov. 29.— Sr 
gnòr mio, se a VOI azgràda, VOI potéte ad una ora a VO 
far grandissiro onòre, ed a me, che pòvero sono per VO, 
grande utilità. Id. nov. 417. vee, | 

Dal titolo signòre, che in segno di riverenza davasi a' su- 
periori, fu dalla bassezza e dall’ adulazione creato un altro te 
tolo in astratto, cioè Signoria dicendosi Zostra signoria (V. 
S.), sua signorìa, loro signorie. —VOoSTRA SIGNORIA buona 
in sua fidelità permàgna. Guitt. lett. 26. — Come V. M. Cn- 
stianìss. potrà ve‘lére per léttere di LOR SIGNORIE. Cas.lett. 16. 
Ma la voce Sienorìa essendo troppo lunga, e, in virtù dell 
sua funzione, di troppa frequenza nel discorso, vi si è sost 
tuito il pronome personale di terza persona fem:mninina el 
pel subbietto, /e/ e Ze pe' subbietti diretto, e indiretto; onde 
diciamo: Ella dice, cioè vostra signorìla dice; Îo LE mando, 
o mando a lei, cioè mando a vostra signorîa; Io la Stino, 
o stimo lei, cioè stimo vostra signoria; in vece di voi dl, 
vi mando, o mando a vot; io vi simo, o stimo vot. 

S. IV. Il verbo dee accordare col suo subbietto in per- 
sona ed in numero, la qual concordanza è semplicissima quan- 
do il subbietto consiste in un sol nome, o ia un sol pronone, 
come: z0 canto,tu canti, egli canta, Pietro canta, noi cantiamo, 
voi cantàle , églino càntano, i soldàti contano, ec. Allorché 
però più nomi, o più pronomi, o nomi e pronomi di perso 
ne diverse come subbietti dello stesso verbo, si seguono, 1 
regola di concordanza è alquanto più complicata; nulladime 


(2) Il pronome noi trovasi talora accompagnato da un nome, 0 pro 

rio o caralteristico in singolare, come in quest’ esempio di Gio. Vill. 

OI AUTORI di questa :òpera , tutto che a NOI non si confacèsse ec. fume 

mo del detto collegio e numero. l. 11, c. 129. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 505 
"è niù facile che il s: I le di essi il 
no non vè cosa più facile che il sapere con quale dî e 
verbo debba concordare; solo fa d'uopo osservare, che per 
quanti sieno i differenti nomi o pronomi esprimenti i subbiet- 
ti. evvi sempre sottinteso uno de’ pronomi personali 705, #08, 
ezlino, che recapitola in sè tutti 1 precedenti nomi, o pronomi, 
e col quale il verbo concorda in persona ed in numero, core: 


Tu ed io 2 Tu e tu s Egli 2 
Il padre ed io È tu e il servo s îl padre,]£ 
Tu, egli, ella, ) S $ siamo tu, ella, ed i) S ‘3 andrite la madre, S.S vennero 
ed io A, fratelli 2 3 il figlio(*= de 
È o ed il pre-) g 
(3) V 
De la cettore / 
TESTI. 


Lo duca ed t0 per quel cammìno ascòso ENTRAMMO. D. 
Inf. 34.(3)—Dipot ci TRAVESTIREMO voi, Ligùrio, Siro ed 10, ed 
ANDREMOCENE ec. Machiav. Mandrag. at. 2, sc. 6.— Tu dall'un 
lato, e Stecchi dall’ altro mi veuRETE sostenendo. Bocc. 
nov. f1.—Ca/landrìîno, Bruno e Buffalmàcco VANNO cer- 
cando ec. Id. nov. 75.—Se Virgilio ed Oméro AVESSER ci- 
sto. Petr. canz. 40.— Consiglio e ragiòne coNDUCONO la vit- 
toria. Tac. Dav. Stor. (4). | 

$. V. Allorchè più nomi si seguono come subbietti dello 
stesso verbo, e che l'azione può dirsi aver luogo successiva- 
mente o alternatamente, cioè potendo essere attribuita ad 
ognuno ne’ subbietti separatamente, il verbo dovrà concorda- 
re coll’ultimo nominato, come: Mon CINNA, non SILLA sSI- 
GNOREGGIO' lungamente. "Tac. Dav. Stor—Vòùttene innànzi: 
2° tuo corso non FRENA ÎVé STANCHEZZA né SONNO. Petr. 
son. 175.—Z! cominciò qual fortina o destino Anzi l'ùlti- 
mo di quaggiù ti meNA? D. Inf. 15. Ma quando tutti i no- 
mi espressi come subbietti, sono simultaneamente necessarj 
per fare l’ azione, il verbo debbe concordare col proname re- 
capitolante églino: MuOVvASI Za CAPRAJA e la GORGONA E 
FACCIAN szépe ad Arno in su la foce. D. Inf 55, cioù Muo- 
vasi la Capraja, e muovasi la Gorgona, onde amendue iusie- 
me faccian siepe ec. | 


(3) Contrario a questa regola lo stesso Dante scrisse: Tosfo che il duca 
ed to nel legna rur. Inf. 8. È altrove: De’ quai nè ia, nè il duca mio 
8° ACCORSE ; ma queste sono licenze poetiche in favor della rima. 

(4) Talvolta il verbo concorda con un nome in singolare , che gli 
precede come recapitolante degli altri antecedenti subbietti, come: Nè voi 
nè ALTRI con ragione mi POTRA’ più dire ch' io ec. Bocc. nov. 8.—Nè piog- 
gia caduta, nè acqua gillàla, nè ALTRO UMIDORE gli SPRGNEVA. fac. 
Dav. Ann. i | n 


» 


«04 PARTE TERZA 

SVI. Ogni qual volta il subbietto del verbo trovasi es- 
sere un qualche nome partitivo, come parle, partita, nùmero, 
infinità o simili, dipendente da altro nome plurale, del qua- 
le forma come una specie di frazione, il verbo spesse volte 
concorda in numero con quest'ultimo, espresso o sottinteso: 
Poi come gru, ch' alle montàgne Rife VOLASSER PARTE ec. 
D. Purg 26.—Ciascùna di noi sa che de' suoi SONO la mag- 
gior PARTE morti. Bocc. Iatroduz.— Za maggior PARTITA 
FURON morti, e tagliàti, e parte presi. Gio. Vill. 7, 19.— 
UNA INFINITA’ di stroménti da di martòrio furono prepa- 
ruti. Firenz. As. 74. i 

$. VII. Quando il subbietto è un nome collettivo, cioè, 
un nome che esprime una. moltitudine, o una unione d' in- 
dividui della medesima specie, come sarebber frolla, gente, 
gioventù, pòpolo ec., voglion taluni che indifferentemente si 
possa far concordare il verbo in plurale, cioè col significato 
del nome; e così in fatti talvolta leggesi in alcuni ‘ibi acC- 
creditatissimi: Comandò allora Fociòne a una FRONTA d'o- 
ste che DOVESSONO zre e ricoceràre ec. Plut. Vit.—Zo non 
lo’ntesi, né quaggiù si canta L' inno, che quella GENTE al- 
for cantARO. D. Purg. 32.— MOLTA GIOVENTU’, che non 
passiva l adolescenza, si TROVARONO nelli ufficj per proci 
ro de padri loro ec. Fil. Vill. 11, 65.—ZPotéle vedere come 
il comune POPOLO ERANO IGNORANTI del vero Iddio. Gu. 
Vill. 1, 26. Salvo l'autorità di questi esempj, consiglierei ad 
ognuno di astenersi dall'imitarli, essendo essi contro la rege- 
la generale della concordanza, imperocchè i suddetti e simili 
nomi, comechè indichino ognuno un insieme composto di 
molti individui, pure presentano alla mente l' idea d' unilà, 
che mal confassi coll'idea del plurale, espressa dal verbo; 
oltre a ciò debbono i citati esemp), ed altri simili, ana per 
eccezioni aversi che per norma d’uso, giacchè cogli stessi sub- 
bietti il verbo molto più sovente in singolare, che in plurale 
leggesi (3). Poi VENIA maggiòr FROTTA di Romàùni. È". 
Sacch. rim.—Da man sinìsira m' APPARI una GENTE D' (- 
nime. D. Purg. 5.—Dimmi perché quel POPOLO È sì empio! 
Id. lof. 10. 


(5) A più forte ragione credo dover avvertire di non imitare il st- 
guente esempio del Boccaccio: Come OGNI vOoMO desinàlo EBBERO fanli 
uomini e tante femmine concòrsono nel castello, nov. fo. Nè quest’ altro 
delle Novelle antiche: La SUA FAMIGLIA AVEVANO un di preso un pento 
làjo per malleverìa ec. Nov. ant. 83. Sono questi esem.pj fuori d' ogni re 
gola, e non comprendo con qual veduta alcuni grammatici li pro;0ng:99 
per norma d'uso nella costruzione. 


-— e - 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 305 

S. VIII. Allorchè il subbietto è rappresentato dal pro- 

nominale congiuntivo che, il verbo debbe concordare in per- 

sona con quello espresso dal nome, ov pronome personale, 
che precede al che. 


TESTI. 


Ma 10 CHE dea SONO, della quale neùna è più potîn'e 
di me nel mondo. Arrigh. 26.— Di ‘ME CHE per altri Te 
OBLIAR non posso ec. Bocce. canz.3.—Zo cominciùr: FOETA (6) 
cHe mi GUIDI, Guarda la mia virtù, s' ell è pessénte. D. 
Inf. 2. — Amnòr, CRE VEDI ogni pensiero aperto. Petr. son. 150. 
— O frati, dissi, ca& per cento milia Perìgli siete giunti al- 
l occidénte. D. Inf. 26. — Se tu fossi stato uno di quegli, CAL 
il POSERO èn croce. Bocce. nov. 1. — Dicéndo: quel fu l'un 
de’ sette regi, Cu' asSISER Tebe ec. D. Inf. 14. (7) 


S. TX..E proprietà della lingua italiana, di far concordare 
il verbo, avente per subbietto il pronominale che, coll’ ante- 
cedente pronome personale di prima o seconda persona, im- 
immediatamente seguito da un nome proprio; ma quel che al 
primo sguardo debbe parer contrario alla scienza grammati- 
cale si è, che, ad imitazione de’ Latini, lo stesso accordo ha 
luogo anche quando il che sia preceduto da uno de’ pronomi 
dimostrativi, espresso o sottinteso, colizz, colei, quegli, quello, 
quella ec., tuttochè questi di lor natura indichino terza per- 
sona; cesserà per altro ogm sorpresa, quando si consideri 
che non è già il meccanismo, nè del nome, nè del pronome, 
che qui deobe valere, ma bensi | idea che il nome 0 pronome 
esprime, e questa è certamente della prima o della seconda 
persona. (8) > 


(6) È facile il rilevare che nel presente esempio e ne'due susseguenti, 
si sottintendono i rispettivi pronomi personali, cioè ne’ due primi Tu, 
come: poèta tu che ec. amor iu che ec., e nel-terzo voi, come: O frati 
dissi voi che ec. . . i 

(7) Non s’imitino adunque î seguenti modi (di dire del Boccaccio : 
Era una delle più belle creature, CHE mai dalla nalitra FOSSE STATA 
FORMATA. — Fece in piccolo spazio di teinpo fare uno de’ più belli, e 
de’ maggiori palàgi, CHE mai FOSSE STATO VEDUTO. Questi due esempj sono 
contrar) alla stabilita legge di concordanza per cui vi si dovrebbe in ve- 
ce dire: che mai dalla natùra fossero stàte formate; e che mai fosse- 
ro stati vedùli, come da molti altri esempj del medesimo Boccaccio chia- 
ramente sì rileva. D' una gentildòonna s' innamorò ne’ suoi tempi tenuta 
«delle più belle, e delle più legsiàdre, CHE in Firènze rossero. Nov. 49. - 

(8) Ad oanta però di un tale uso trovasi qua e là qualche esempio, di 
rado sì, ove in simili coagiunture il verbo leggesi in terza persona, co- 
me: Corìsca son ben 10; nia non già QUELLA, Sàliro mio gentil, cA' agli 

Gram. al. 4o 


305 PARTE TERZA 
TESTI. 


T son Bratr)ce, cRR fi FACCIO andàre. D. Inf. 2. — Sì 
vedrài ch' to son l ombra di Capòcchio, CHE FALSAI li me- 
tàlli con alchìmia ld. ivi, 29. — Io son ceramente colùi CAR 
QUELL' uomo Uccisi sfamàne in sul dì. Bocc. nov. 98. — 
T son COLEI, CHE # DIE’ fanta guerra, E COMPIE mia gior- 
nàia innànzi sera. Petr. son. 2641. — Ben è vero, perché tu 
se’ QUEGLI CHE vi ci fai stare. Nov. ant. 77 ge se’ lu 
QUELLA Corìsca sì famòsa ed eccellente Maestra di menzò- 
gne, che mentìte Parolétte e sperànze e finti sguàrdi VENDI 


a sì caro prezzo? che tradito M° RA in tanti modi ec. Past. 
fid. at. 2, sc. 6. 


CAPITOLO V. 
DE' VERBI PASSIVI, NEUTRI, E NEUTRI PASSIVI. 
S. I. Fu da noi già detto (Sez. V, Cap. I, S. VI) che 


ogni verbo attivo transitivo, trasmutando il suo subbietto (no- 
minativo) in obbietto indiretto (ablativo), e 'l suo obbietto di- 
retto (accusativo) in subbietto, può divenir verbo passivo. 

| Mancano le lingue moderne di verbi propriamente pas- 
sivi come ne hanno la greca e la latina, nelle quali lingue 
tali verbi variano dagli attivi con aver ne' tempi semplici delle 
desinenze del tutto diverse, cominciando daila voce radicale 
dell’ infinito; dal che esse lingue sortisconho una bellezza e 
un’ energia inimitabile nelle lingue da quelle discendenti, in 
cuì il senso passivo esprimesi con adoperare un verbo ausi- 
liare, accompagnato con una parte del rispettivo verbo at- 
tivo. 

S. II. L’ ausiliare usato nella lingua italiana per esprime- 
re il senso passivo è essere, al quale si unisce il participio 
passato (che perciò appunto vien detto da talunì participio 
passivo ) del verbo attivo, come: Esser lodàto, essìendo lodà- 
to, sono lodàto, ero lodàto, fut lodàto, sono stato lodùto, 
sarò lodàto, sia lodùto, saréi lodato ec., e così col partici- 
pio passato di qualsisia verbo attivo. (1) 
occhi tuoi Un tempo FU sì cara. Past. fid. at. 2, sc. VI.—Or se’ tu quel 
Virgilio e quella fonie, CHE SPANDE di pariàr sì largo fiume ? D. Inf. 1. 

(1) Usasi ancora per lo stesso motivo il verbo venire in vece dell’au- 
siliare èssere, dicendosi : Vengo lodàlo, cenni ricompensàto, verrò riceoùlo 
‘ec. in vece di sono Zoddlo, fui ricompensàto, sarò ricevuto.—Io vi scongiù- 
ro, se voî mai VENITE CHIAMATO a medicàr quest oste nostro ec. Berni, 


rim. 1, 8.— Tale è la forza, e virtù che dalla velocità del molo vIEN 
CONFERITA a) mobile che la ricève. Gal. Gal. 227. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI — 307 
TESTI. 


Per certo chi non v ama, e da voi non desìdera d' xS- 
SERE AMATO ec. Bocc. gior. 4. proem. — Quegli, che DOMAN- 
DATO ERA, rispòse non ricordarsi d' averlo mai veduto. Id. 
nov. 46. — Vìdesi di tal monéta pagàto, quali ERANO STA- 
TE /e derràte veNDUTE. Id. nuov. 53. — FU FATTO ad Otiòne 
sepòlero piccolo, ma du duràre. Dav. stor. 4. — Fa le tue fac- 
cende con persòne, e che àbbiano buona fama e siENO cRE- 
DUTI. Cron. Morell. i 


S. IIL Per proprietà di linguaggio i verbi italiani in terza 
persona smg. e plur., hanno spesse volte il senso passivo da 
per sè senza l' ajuto d' alcun ausiliare, essendo solo preceduti 
dall''accompagnaverbo s4. | 


TESTI. 


Propòse che st RENDESSERO gli onòri a Galba, che anche 
SI CELEBRASSE /a memoria di Pisòne. Tac. Dav. stor. lib. 4. 
E tutte le altre cose, delle quali tutta la città piena Sl VEDE. 
Bocc. gior. 4. proem.— £ di molte dimandùva il padre che 
fossero, e come SI CHIAMASSERO. Id. ivi.—Due maniére di pie- 
tre vi SI TROVANO di grandissima virtà. Id. nov. 73.— 0 
sventuràta che St DIRA' da' luot fratelli, da'parénti ec. quan- 
do SI SAPRA” che tu sti qui trovata. Td. nov. T7.—-Vi SI VE- 
DEA nel mezzo un seggio altéro Petr. canz. 44. (2) 


I tempi composti di questi e simili verbi, costruisconsi 
coll’ ausiliare essere, come: Che da molti anni in qua non 
SE VEDUTO Fuor della sacra cella. Past. Fid. at. D, sc. 6. 
—INon S' ERANO VISTI rimettere insieme. Dav. vit. Agr. 


8. IV. Esprimonsi sovente nel senso passivo, mediante 
la medesima particella indeterminata sé, 1 verbi faure, dire, 
parlàre, crédere, suppòrre, raccontàre, vedère, sentìre, chièdere, 
prometlere ec. dicendosi: si fa, st dice (3), si parla, si cre- 
de, si suppòne, si raccònta, si vede, si senle , si chiede, si 


(2) Onde veder chiaro il sentimento passivo ne’ verbi în questi 
esempj, si costruiscano coll’ ausiliare èssere accompagnato dal participio 
passato , e si avrà: Proposero che fossero resi ec. Che fosse celebrata la 
memoria ec. Tuita la città piena, è veduta ec. Come fosser chiamàte ec. 
Due manière di pietre sono trovaie ec. Che sarà delto da' iuoi fratètli 
ec. Quando sarà sapùlo ec. \ 

(3) Nello stesso sensa questo si usasi anche come affisso, cioè: Sassi, 
. dicesi, pàrlasi, crèdesi, suppanesi, raccàniasi, vedesi, sèntesi, chièdesi, pros 
mellesi cc. - 


i 


INI ‘ —PABTE TERZA 
proinétia ec. (4), le quali espressioni tanto comuni sono nel 
parlar famigliare, e tanto copiosi se ne leggono esemp]) negli 
autori, che inutile saria il citarne. (5) 


VERBI NEUTRI. 


S. V. Il verbo sostantivo essere (6) , può dirsi il primo 
de' verbi neutri, indicarido l' esistenza delle cose. (7) 


(4) Solo notisì che quel si s’ accozza sovente co’ pronomi mi, ci, fi, 
vi, gli, come: Mi si fa, ci si dice, ti si promèlle, oi si parla, gli sichide; 
ed anche colla particella pronominale ne, come: se ne vede, se ne vedo 
no; e talora accazzasi il si col ne, anche quando vi si trova insieme uno 
de’ pronomi summentovali mi, ci, fi, vi, gli, come: mi se ne, gli se neo 
se ne gli.— E' sE NE GLI DAREBBE sì falla gastigatoja, che gli putirtbbe. 
Bocc. nov. 68.—Quanle cose GLI SI PROMETTONO Zullo 7 dì, che non SE 
NE GLI ATTIENE ziuna. Id. nov. ar. Notisi in oltre che i modi di dire già 
citati, e simili, possono anche costruirsi coll’ausiliare è ed il participio pas- 
sato ; onde in vece di mi si dice, li si parla, gli si chiede, gli se ne do, 
ci se ne scrisse ec. dicesi benissimo mi è dello, ti è parlato, gli è chiesto, 
gliene è dalo, ce ne fu scritto ec. Puossi anche in luogo dell’ ausiliare 
essere adoprare il verbo venire, come mi vien dello, le ne viene scrilla 
ci venne chiesto, gliene verrà parlòto ec. V. la nota 1 del presente Capitolo. 

(5) Notisi che alla particella indeterminata si sostiluiscesi talora uo- 
mo o altri col verbo in singolare e nel senso attivo, cioè, 2077 dice, uom 
crede, uom pensa, ec. (che propriamente corrispondono al francese on 
dit, on croit, on pense ec.,) 0 altri vuole, altri farèbbe ec.—lo mi credo 
che noi n' avrèmmo buon servigio ec. e POTRÀBBENE L’ UOM fare ciò che v0- 
lesse. Bocc. nov. ar.—Messo è che viene ad incitàr ch’ voM SsAGLIA. D. 
Purg. 15.—-U immaginativa che ne rube Taloòlita sì di fuor ch’ UoM non 
s' AccoRGE. Id. ivi, 17.—Ond'’ avvèn, ch’ ella more, ALTRI SI DOLE. Petr. 
son. t10.—-Dimàndal, dissi, ancor se più disìi Sapèr da lui prima ch'M- 
TRI ’L DisFaccia. D. inf. 29.—Qui si sta sempre più che ALTRI NON CRE- 
‘DE. Nov. ant. agg. 3. i 

(6) Notisi che talora si trova il verbo essere nel singolare, avente 
per subbietto un nome di tempo nel plurale, come: E non È ancore 
QUINDICI Dì che ec. Bocc. nov. 32.—PocHE VOLTE È mai ch'io mi lievi la 
notte. }d. nov. 39.— Conciossiachè. il vostra libro, già È MOLTI ANNI, n08 


sia valuto neènie. Passav. 20. | 

(7) Qui parmi a proposito d’ osservare, che nella lingua italian? 
tisasi sovente alla foggia francese il verbo avère in luogo di éssere, 
come: Ad una guerra, non HA (è) ancor lungo tempo, iniervènne. 
Bocc. nov. 23. — Qui non Ha (è) altro da dire, se non che questo 
è stato troppo grande ardire. ld. nov. 24. — Una delle più vaghe 
giovani di quella ciltà, comechè poche ve n’ABBIANO (sieno). Id. nov. 2°. 
-— Si fece conoscere per più valoroso di quanti giovani vi AVEVANO dell’elò 
sua. Plut. Vit. Mario.—E portò seco del vino, il quale dagli ollramonigni 
non era usalo, nè conosciuto per bere, perocchè di là non AVEA MU 
AVUTO (era mai stato) vino nè vigna. Gio. Vill. 1, 44.— Tutti furo bal- 
tuli colle verghe nel mezzo della piazza, ed EBBONO lagliàta la lesla (fu 
loro tagliata la testa). Tito Livio. — Notisi inoltre, che in simili sostituzioni 
dell’ avere all’ èssere , leggesi talora il primo di questi verbi, ad imita- 
gione de’ Francesi, adoperato in singolare, ancorchè il subbictto, espres:? 
® sottinteso; sia in plurale. HAVVI (sonovi) lelli che. vi parrèbber più bell 





ETIMOLOGIA F SINTASSI <« _ GO0 
! S. VI. Ragionando de’ verbi in generale (Sez. V, Cap. 1.) 
| noi dimostrammo la differenza tra i verbi allivi intransitivi, 
ed i verbi propriamente detti net, i quali dalla più parte 
de' grammatici si confondono con quelli, di modo che verdo 
infransitivo, e verbo neutro sono, secondo essi una medesima 
cosa. Comunque siasi di fatto, noi vogliamo considerare qui 
queste due sorte di verbi sotto un solo aspetto, appellandoli 
e gli uni e gli altri verdi neutri, stabilendo esser tali, 4.0 quelli 
che esprimono un’ azione, il cui effetto rimane nel subbiet- 
to; 2.0 quelli che non esprimono azione, ma solo uno stato 
di essere. Veggasi $. VII, della Sez. V, Cap. I. ($) 

S. VII. La conjugazione de' verbi neutri, eccetto ne'tempi 
composti, non differisce punto da quella de' verbi attivi; in 
quinto a' tempi composti, questi formansi per lo più coll'au- 
siliare éssere unito al participio passato (9). Del rima- 
nente, avvegnachè molti de’ verbi neutri richiederebbero una 
qualche maggiore o minore dilucidazione intorno all’ uso pro- 
prio de' medesimi, pure il bisogno di por fine a quest’ opera 
costringendomi ad esser breve, contenterommi solo di nomi- 
narne qui alcuni de’ più usitati, quelli cioè, che di lor natura 
sono neutri, e de' quali avvene ancora che, non di rado in 
senso attivo s' adoperano. i 


che quello del doge di Viègia. Bocc. nov. 79. — o miglia CI HA? 
(ci sono?) HACCENE (ce ne sono) più di millània. 14. rov. 73.— Con quanti 
‘sensàli AVEVA (erano) in Firènze tenèa mercàto. Id. 84.—EBBEVI (furonvi) 
di quelli che intènder vollono alla milanese. ld. gior. 3. fin. 
(8) Ciò nonostante alcuni verbi neutri prendono talvolta un obbiet- 
to divetto e diventano, per così dire, attivi; eccone alcuni: 
Dormire. DorMiITO hai, della donna, un breve sonno. Petr. son. 284. 
— Sc io avèssi DornmiR volùlo tutti i miei sonni. Bemb. lett. 
RINUNZIARE. 7a Lulti gli altri dèbiti e ufizj RINUNZIATO. Sen. ben. 
Varch. 7.—Ddàndoli tèrmine tre mesi, ch' egli dovèsse avère RINUNZIATA 
la sua lezione dell’ impèrio. Gio. Vill. 9g, 127. . | 
SOGNARE. Il villàno SOGNA l’ ardiro, e' buoi, e’! marrone | e la van- 
ga. Passav. 262. Questo verbo è talvolta neutro passivo . Si SoGNÒ un grace 
e maruoviglioso sogno. Nov. ant. 100.—.Sicchè laggiù non dormendo SI s0- 
GNA. D. Par. 29. . 
SOSPIRARE. 400° improvviso morirono quegli infermi, che SOSPIRARONO 
Î CARNAGGI d' Egitlo. Segn. pred. 15. — In quel del viso, ch’ è SOSPIRO, e 
bramo. Petr. son. 219. 
UBBIDIRE. Ma2 ti se’ porlàlo, male hai i tuoi maestri UBBIDITI. Rocc. 
nov. 80.—Nè volle UBBIDIRE i comandamènti del Papa, parèndogli avèr 
giusta causa. Gio. Vill. 7. 
VIVERE. QUESTA VITA, che noi VIVIAMO, di fatiche innumerdbili è 
piera. Bemb. Asol. 2. 
(9) Questa regola è ben lungi dall’ esser generale , perocchè evvi anzi 
grandi;simo numero di verbi neutri, i cui tempi composti, costruisconsi 
coll au: iiiare avere, come: pensare, pranzàre, cenàre, dormìre, soffiàre, 
sospirare , tossire, siarnutire, e moltissimi altri che troppi sono per qui 


519 PARTE TERZA 

Accadère, accòrrers, andùre (10), avparàrs, arrivàre (11), 
avvenire, balenùre, bastùre, belàre, bisognàre, brillàre, cadere, 
cenùre (412), cessùre (15), comparìre, concòrrere, convenire, 
còrrere (14), créscere (15), decadere, desinàre, digiunàre, dt 


denumerarli tutti. S' osservi solamente, che taluni ve ne sono, che ia un 
senso vogliono gcère, e nell’ altro èssere. Veggansi le note 10, 11 e se 
gueati del presente Cap. 

(10: 11 verbo andare, seguito da altro verbo nell’ infinito, mediante 
la particella a, significa muoversi per fare tale o tal’ altra operazione, 
come: andare a leggere, andàre a studiàre, andàre a dormìre ec.-(o- 
mando che ciascuno infino al di seguente a suo piacère s' ANDASSE A RI- 
Posare. Bocc. gior. 1, fin. Andare, seguito da altro verbo nel gerundio, 
indica una cerla frequenza o il proseguimento dell’ azione, espressa da 
questo verbo, come: andar dicendo, andàr cantando, andàr cogliendo, 
andar domandàndo ec.—Son poche sere che egli non si VADA INEBRIANDO 
per le taverne. Bocc. nov. 63.—La miserèlla con amàre lagrime tutto "I 
vegnènte giorno 8° ANDÒ CONSUMANDO. Fir. As. 130.—Se non restò di rin 
facciàrlo, di vanlàrsene, d' ANDARLO DICENDO per fullo. Sen. hen. Varch 
6, 4.— Dove mai non VAI tu ceRcANDO oenòra i motìci d' afanno? Mafkei, 
Mer. at. 2. Andare, seguito dal participio passato d’ altro verbo, vale 
Essere.—D'ira e di cruccio fremèndo , ANDAVA disposlo di fargli viluperi 
samènte morire. Bocc. nov. 16. Nell'uso adoprasi sovente il verbo andare, 
seguito dal participio passato d’ altro verbo in vece di dovère, come: 
questa cosa non va della, non andàva falta, e simili, che vagliono 
questa cosa non si deve dire, non si dovèca fare ec. 

(11) Arrivare è verbo neutro nel significato di Pervenire al luogo, 
dopo avèr fintlo il cammino; ma è attivo in quello di Condurre, 0 0 
costire checchè sia alla riva.—E quella sozza immàgine di froda Sen venne 
e ARRIVÒ la festa e ’l busto ec. D. Inf. 17. E nel significato di uggu 
gliàre , pareggiàre.—E vedrai quanto ti resta per ARRIVARLI nella staluro, 
e anche per assomigliàrli. Segn. Mann. Ag. 26. ° 

(12) Cenare e d..sinàre, preadonsi anche in attivo significato, CENARONO 
un poco di carne salàta. Bocce. nov. 61.— Ti danno (alcuni animali) ogni d 
frutto,e quando all'ùltimo Non ne dan più,lute LI CENI e DESINI.Ar.Negr.2, 2 

(13) Cessare, verbo att., vale sfuggire , schifàre , allonlanare, 
muòvere.—E dieci passi femmo in sull estrèmo Per ben cESsAR l' arèno € 
la fiammètta. D. Inf. 17.—Ed in quella via avèsse uno scoglio ed egli è 
vedesse e nol GESSASSE e nol volesse schencìire. Fr. Giord. pred. —Chichibo 
cessò la malaveniùra. Bocce. nov. 57. Talora cessare , prendesi in signifi 
cato neutro passivo e vale Asfenèrsi. — E non MI SONO CESSATO da fa 
ogni utilità. Cavalc. Att. ap. 124.— Alcùna volla Si CESSA dalle cose dwint 
in alcuna chiesa per la *ngiùria ec. Maestruz. 2, 56. 


(14) Questo verho oltre il suo significato neutro ha moltissimi altri | 
significati attivi, ne’ quali i suoi tempi passati composti si costruiscon? 4, 
coll’ ausiliare aoère.—E legno vidi già dritto e veloce CORRER LO MAR P! }. 
tutto suo cammino. D). Par. 13.—Egli si ricordò di tutti i pericoli, CHE AVB |. 


CORSI, e immaginò quelli che CORRER dovèa. Filoc. 59.—Che già non @'0 
al capilàno occùllo, Ch’ essi intorno CORREAN LE REGIONI. 'Tass. Ger. 9; vi 
—Il Soldano di Babbilònia con suo esèrcito di Saracini CORSE, e guess 


quasi iulta l Erminia. Gio. Vill. 7, 18. Nel significato neutro questo 


verbo si serve dell’ ausiliare èssere, ma talora trovasi anche con avere. 


Ce 





n de n — 





a 
4 


5 Ù ? nu 
come: AVENDO CORSO dietro all'amante suo. Bocc. nov. 68. — E 60 pid: | 
Ho cOnso alle imquiladi. Vit. S. Gir. 47. 


LI 


. e. % ei 
(15) Crescere è anche verbo att. e vale Accréscere , aumentare, $ 


Li 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 41 

magrare, dimoràre, dicenìre, dicentàre, disparire, dispiacere, 

: dormìre, duràre (16), entràre, fuggìre (AT), gelàre, giacere, 
: giovare (18), godere (49), grandinàre, gridàre (20), indu- 


giàre (24), invecchiùre, lampeggiàre, mancare (22), morìre, 


vendosi ne’passati composti dell’ausiliare uvère.—E cREBBONO assài la città 
di Pisa. Gio. Vill. 1. 48.—E che più volte v’ HA cRESCIUTO doglia. D. Inf. 9. 
— Si m' ascors' io che ’1 mio giràre intorno Col cielo 'nsitme AVEA CRESCIU- 

, TO ?’ arco. Id. Par. 18.—I cittadini, lieli per doppia cagione, aggiunsero 

sacrifici al loro Dio, e cREBBERO il numero de’ sacerdoli. Bocc. Anet. 89. 

(16) Duràre, nel senso di sostenere , sofferire, è verbo attiva. —Neè 
credèoa che più si potèsse DURAR di male di quello che io DURAVA. Fiamm. 5, 
num. 4.—I Sanèsi non polèndo più DuRAR la guerra co’ Fiorentini, richiè- 

| sero pace. Gio. Vill, 5, 34.— Alla fine si partiron senza combéadlitere, per- 

, chè quel di Bavièra non polèoa DURAR Ja spesa. ld. g, 125. 

I (17) Fuggire è verbo attivo nel senso di scansare, schicare.— Accioc- 
chè io FUGGA quesio male e peggio. D. Inf. 1.—Si ragiona di chi con pronia 
risposta 0 avvedimènio FUGGÌ perdita, 0 pericolo, 0 scorno. Becc. gior. &, 
titolo. Ed anche in senso di frasfugàre.—- Chi acèa cose rare, o mercataa- 
zie le FUGGIA in chiesa e in lucghi di religiosi sicuri. Gio. Vill. 12, 19. 

(18) Giovare è verbo neutro nel senso di Essere Ulile. — Ed îo son un 

di quei, che 71 pianger GIOVA. Petr. canz. 8. — Ma poichè vide le làg'inve 
niente GIOVARE. Bocc. nov. 16. Come pure in significato di Dilellàre, pia- 
cèere.—(Quel tanto a mie non più del viver GIOVA. Petr. canz. 18.— Sicchrè 
avèndo imparàlo ciò mi GIOVERA' di morire. Libald. Andr. 15. Ma è ver- 
bo att. nel significato di Dare, porgere, o recàre ùtile.— Essi non hanno a- 
micìzie, essi hànno compagni nè sono GIOVANI dagli altri, nè risi GIOVANO 
altrui. Eemb. Asol. a. — GIOVAR di voglio d’ alcùna monèita. Ditam. 1,5. 

(19) Godère leggesi talora in signiticato di neutro passivo colle par- 

ticelle mi, fi, si, ci, cvi.— Lungamènie GODUTA MI SON del mio desio. Bocce. 
nov. 31.—Deh come iu se'grosso, cèndilo e GODIAMCI i daràri. Id. nov. 76. 
— Poichè si era GODUTO sei anni, e non più quella grandèzza. Seg. Vit. 
Capp. 8. Questo verbo poi è att. nel senso di Avère, possedère.—GonEno” 
‘almèno l’ onore di acèr contràlta servitù con un personàggio ec. Red. 
lett. 1.—Ed allor GODE la fortuna, e sguazza. Bern. Orl. 1, 12. E talora 
si legge colle particelle. mi, ec. n 

(20) Gridare, per Manifestàre, pubblicare, bandire, è verbo attivo, 
come : La doglia mia, la qual tacèndo i’ GRIDO. Petr. canz. 18.—GR1- 
DANDO per Iiutio, il fallo da lor commèsso. Bocc. nov. 46.—La fama, 

che la vostra casa onòra, GRIDA i signori e GRIDA la contròda. D. 
Purg. 8. - 1 

(21) Questo verbo non è neutro se non che nel senso d’Infertenérsi, 
mèltlere indugio, mèlter tempo in mezzo.—Non sì volle più INDUGIARE di 
ventre a far vendètla. Gio. Vil). 12, 106. Esso è talora anche neutro pas- 
sivo.— E voi, che Amore avvàmpa, Non o INDUGIATE sù ?’ esirèmo ardore. 
Petr. son. 67. Ma spesse volte prendesi in significato att. per Rifardàre, man- 
dar in lungo , differire. Piàccigoi di tanto INDUGIARE /a ESECUZIONE che ec. 
Boce. nov. 47.—Quando l' uomo più INDUGIA la penitènza, più pecca. 
Passav. 22. 

(22) Mancàre, nel significato di Sccmàre, diminuìre, è verbo att.— 
Trovando che avèa consumoto senza acquìsto grarde iesòro, colèrdolo 
rifàre senza MANCARE LA SUA CFNERALE ENTRATA ec. Gio. Vill. 2, 51. 
Venèndo in grandissima quanlità, la resira festa mulliplicésle, î0 vi vo- 
lio pregare che parièndovi non LA NAYCHIATE. Filoc. 5, 78. 


542 i PARTE TERZA 

mugghiàre, nàscere, nevicàre, nuotàre, parére, pattre, passà- 
re (25), passeggiàre (24) , pensàre, perire (23) , penetràre (00), 
pervenire, piacere, piòcere (27), pranzàre , prosperare ( 8), 
rimanere, rincréscere, ricorrere, riuscìre, sbadigliàre, scadere, 
sedere, soffiàre (29), stare (30), starnutàre o starnutire, tos- 


(23) I tempi composti del verbo passare, nel suo significato neutro 
assoluto, si costruiscono sempre coll’ ausiliare èssere ; ma ogni volta che 
questo verbo abbia seco un qualche obbietto diretto esso è considerato 
come attivo, c si serve del verbo avère, come: passàre uno, 0 una co- 
sa; passare il tempo, passar gli anni, passare il fiume, passare il pon 
le, passare un comandamènio ec.—Menire così PASSANAMO il tempo, 05- 
servcàmmo ec. Red. Inset. 102.—Delle quali niuna il ‘ventotitèsimo anno 
PASSATO ucea. Bocc. Intr.— "n fiume , ch? AVÈA PASSATO era mollo cre- 
sciuto per una grande pioggia, ch' era stala. Nov. ant. 3o.—Tu Hal Pas 
SATO il mio comandaménto ec. Sen. Declam. E nello stesso modo quando 
s' adopra per rafiggere, trapassàre ec.—Quivi con un colièllo ferito è 
prenze per le reni infino all'alira parte il Passò. Bocc. nov 17. 

(24) Passeggiare, con un obbietto diretto espresso, è verbo att. 
Ben si poria con lei tornàre in giuso, E PASSEGGIAR LA COSTA intorno er- 
rando. D. Purg. 7.— Senza più dir PASSEGGIAVAM LA Via Sempre di retro, 
- onde si leva il sole: Dittam. 5, 12. 

(25) Perire, è verbo att. nel senso di Far perîre: Or non suribk 
questi mailto, che va a PEMRE Za nave ? Fr. Giord. pred. i 

(26) Anche penetràre prendesi talora attivamente. Z'eggio miràndola 
la vaga luce Che PENETRA valor nella mia mente. Fr. Sacch. rim. 19. 

(27) Questo verbo è uno di quelli che comunemente si dicono imprr- 
sonali, perchè non hanno nè subbietto nè obbieito espresso, e che so 
. nella terza persona singolare s’ usano. Gli altri sono Zuondre, nevicàre, 
gelàare, grandinàre, balenàre, lampeggiàre, folgoràre, ec. Nulla di meso 
avvene che trovansi talora con un subbiettò; ed il verbo piòoere in par: 
ticolare, specialmente in senso figurato , ha sovente un obbietto direlto 


espresso, e leggesi pur anche in plurale. Per rinfrescàr 1 ASPRE salle 4» 


Giove : IL QUAL or TONA, or NÉVICA, ed or PIOVE. Petr. son. 33.— Da'be- 
gli occhi un piacèr sì caldo Piove, Ch' i? non curo allro ben, nè bramo 
altr” esca. ld. son. 132.— Che’ n quella croce LAMPEGGIAVA Cristo. D. 
Purg. 14.—Innànzi la batlàglia cominciàsse , PIOVVE UNA PICCOLA ACQUA 
Gio. Vill. 11, 66.—Provonmi amàre lagrime dal ciso. Petr. son. 15. 
due montàgne da lato PIOVEVANO gente saracìina. Sor. Aiolfo. 

(28) Prosperàre, in significato neutro, vale Acanzarsi in felicita, 08° 


linuàre felicemente , andar di bene in meglio. —Vìdesi sempre PROSPERAÌ ; 
nelle sue opere intque. Mor. S. Greg. Ma questo verbo leggesi anche mo. 
senso attivo, e vale secondure, felicilire, come: O fortissimo prinapt, di 
duca delle battaglie, ec. PROSPERA I PASSI NOSTRI. Amet. 83.—Za che gl'l@- | 


du ognora meglio ti PROSPERINO. Filoc. 2. 
(29) Soffiàre, in attivo significato, leggesi non di rado presso buon! 


autori. Si SOFFI cotàl polvere negli occhi al cavallo due volle per giorno |; 


Cresc. 9, 26.—Disse, chi fosti) che per tante punte SoFFI col sangue do- 


loroso sermo? D. Inf. 13.— Queste e altre simili parole SOFFIANDO nes |. 


orecchi di Venere laceràva quel gàrrulo eci Fir. As. 153. Trovasi anche 
come neutro passivo, come Soffiàrsi it naso.—SOFFIATO che tu ti saro! 
naso. ec. Galat. 9. è a 
(30) Stare è sovente sinonimo di èssere, come: STANDO in questi # 
mini la nostra ciità, d' abilatòri quasi vota adivènne ec. Boce. Introd. 


NT 
}* 
Di 


si 


ETIMOLOGIA E SINTASSI | 343 
sìre, ubbidire, urtàre, uscìre, vegliàre 0 vegghiàre (34), veni- 


‘ è 


ré (32), vivere, ec. | I 
DE’ COSÌ DETTI NEUTRI PASSIVI (33). 
S$. VII. Il subbietto di un verbo può egli stesso esser 


l’ obbietto diretto del medesimo verbo, trasferendosi |’ effetto 


Se così STA come voi dile, non può èssere al mondo migliore. Id. nov. 79. 
«Stare, cogl’ infiniti de’ verbi, mediante la particella @ o ad, non aggiu-. 
gue nè muta la significazione, come: s/o a lèggere, sto a parlàre; stava 


‘a dormire, sletti a sedère, ec. che vagliono quanto semplicemente leggo, 


parlo, dormiva sedèi ec.—Falto quesito andàrono agli anziàni, e STETTO- 


. NO A SEDERE cor loro. Cron. Morell. 336. Pare per altro che con alcuni 


verbi, come sarebbero ascoltàre, udire, vedère ec., stare aggiunga alquan- 
to più di forza che non farebbero i soli verbi suddetti e simili, e che vi 
sì sottintenda allènto o attentamente. Ella non mi STAREBBE mai ad 
ASCOLTARE. Bocc. nov. 45.—O buona gente, che STATE AD UDIRE Sturdfle- 


. 0 gli orècchi della testa. Bern. rim. 1, 35.—-To STO A VEDERE se voi dile 


pur davvero. Checc. la Moglie. Stare, co’ gerundj de’ verbi, significa il 
presente attuale dell’ azione, come: sto mangiando, sto scrivendo, sio 
leggendo, che vagliono mangio, scrivo, leggo attualmente. Stare usasi anche 
nel senso neutro passivo. Vedi la nota 35. | 

(31) Zegliàre è talora verbo attivo, ma nel senso di guardare, custo- 
dire.—VEGLIANDOLA faranno la guardiu tanto ch'io torni. Lasc. gelos. 3, 10. 
—-Gli spirili angèlici a VEGLIARE LE AZIONI ec. fedelmènie ci assìstono. 
Salvin. disc. 1, 89. Nell'espressione vegghiàr la notte, vi si sottintende la 
preposizione durant:, 0 per. —ÉE VEGGHIAR ni facèa, tutte le notti. Petr. 


.  canz. 46.—E quando alla cavèrna, al bosco, al fonte Facèndomi VEGGRIAR 
° LE FREDDE NOTTI ec. Past. Fid. at. 2, sc. 6. 


(32) Zenìre, sì come il verbo andare, uniscasi sovente a’ gerundj 
di altri verbi, per indicare, che l’azione espressa da questi si faccia pro- 


‘ gressivamente, come: venir camminàndo, corrèndo, facéndo ec.-La Luca 


lulta affannàia e timoròsa mi VENNE DICENDO. Fir. As. 81.—VENNI FUG- 
GENDO la fempèsta, e’l cento. Petr. son. 9g0.— Cominciò a far. sembiànte 
di distèndere l' uno de’ diti e apprèsso la mano e poi il braccio e. cost a 
VENIRSI TUTTO DISTENDENDO. Bocc. nov. 11. Venire, cogl*' infiniti de’ ver- 
bi mediante la particella a, non muta il significato de’ medesimi verbi, 
onde venire a fare una cosa vale lo stesso che farla.—Ilì che, quando 
VENNI a prènder moglie gran paùra ebbi che non m' intervenìsse. ec. Bocc. 
nov. 100. Zenìre col verbo dire e la particella «, vale Sigrificàre. — Quello 
che egli avèa risposto non VENIVA A DIR NULLA (cioè, non significava 
nulla). Id. nov. 59. In quanto al verbo venire, co’ participj passati degli 
altri verbi; veggasi la nota 1, del pres. cap. Talvolta però significa ac- 


| cadère o succèdere di, onde venìr fatto , venir detto, venìr veduto ec., 


vagliono accadère o succèdere di fare, di dire, di vedère, ec.—Al quale 
era VENUTO DETTO un di ad una sua brigàla se avere un vino st buono 


"ec. Boct. nav. 6.—E° mi VENNE VEDUTO un orféò assài amèno. Fir. As. 89- 


Ma venìr fatto, vale propriamente Riuscire.—Io non so quando e'mi vEN- 


‘ GA COSI' BEN FATTO come ora. Bocc. 72.—Il che gli VERRA' FATTO Se egli 


adoprerà i colori più chiari. Borgh. Rip. 144. — Ma io spero che mi vERNA” 


‘ FATTO d'accertàrmene in qualche parle. Cas. lett. 1. i 


(33) I Latini denominavano neutri passivi que’ verbi, i quali, neutri 
di lor natura, avevano però le desinenze de' passivi, come mozior, na- 
Gram. Ital. 1A, 





4 . PARTE TERZA 

dell’ azione nella persona operante. I verbi, .il cui subbietto 
od operante è in tal modo una e l’ identica persona che |’ ob- 
bietto diretto o il paziente, sono quelli appunto che vengon 
da' grammatici impropriamente chiamati neutri passivi (34), 
e che noi pure così appelleremo, onde non diseostarci troppo 
dalle orme calcate da altri, quantunque tali verbi altro non 
sieno che meri cerbi attivi. 

. L'obbietto diretto de’ verbi neutri passivi deve necessa- 
riamente esprimersi per uno di questi pronomi m7, ci, ll, ©4, 
si, rappresentante l’identica persona del subbietto (veggasi Sez. 
HI, Cap. 11, S. III), come: 

. Attristàre verbo att. Attristàrsi neut. pass. Jo mi attristo, 


die Hi attrìstt, egli si attrìsta, noi ci attristtàmo, coi ci al 
tristàte, églino si attrìstano; che vagliono: Zo attrìsto me sl È 


so, tu atiristi fe slesso €c. 


I tempi passati composti de' verbi neutri passivi, costru |. 


isconsi coll’ausiliare éssere, come: | 
To mi sono o sònomi attristàto, tu ti sei attristàto, tl 


. e . ‘ e o e ' . “ 
ste aliristalo, nor cr siamo altrisiati 
églino si sono altristàti ec. 


Oltre a’ verbi attivi, che cangiar si possono in neutri pas | 


sivi, come si è detto di sopra (55), sonovi pur molti verbi 


scor, fungor ec., ed era una tale denominazione fondata sulla differen | 
‘di sistema nel conjugare gli attivi da quello de’ passivi, siccome diceva ... 


vano deponènti a’ verbi, i quali, tuttochè avessero significato attivo, st 
guivano la conjugazione passiva. Ma chi non è imbevuto della massima, 
cioè, che non possono nè insegnarsi, nè sapersi le lingue moderne sent 
l’ ajato di tutti i termini grammaticali latini, applicativi come per forza, 


eda costo anche della chiarezza, rendendosi così le cose oscure ed inintelligibi- i 
li, deve, non v’ha dubbio, ridersi della pedantesca denominazione di neul | 


passivi, la quale, perchè tra’ verbi latini ve n’erano, che con fondata 1? 
gione così chiamavansi, fu da’ nostri antichi grammatici introdotta, * 


. . . . . . * : - 
a’ moderni mantenuta ne’ verbi italiani, col sistema de’ quali essa dal 


fatto inconsistente, e smentiscesi dalla definizione stessa che comunemen 
te dassi di tali verbi; imperocchè, volete sapere quali verbi si dicano 


neutri passivi? i grammatici ed il vocabolario vi rispondono: Quelli che . 


, vol vi siete alirisiah\ 








trasferiscono la passione nella persona operante. Chi intende giudichi st è 


questa definizione è adequata alla denominazione. 

(34) Se non mi disanimasse la taccia d’ innovatore (se innovatore 
può dirsi a chi cerca di togliere gli abusi), ben volontieri. io tali verbi 
chiamerei riverberanti, siccome i grammatici ‘francesi giustamente Li chia” 
mano Zerbesrésfiéchis, perchè infatti l’ azione riflette, riverbera, o ribat 


te, 0 ritorna nella persona stessa che la fa. 


(35) Alcunî verbi neutri passivi significano cosa affatto diversa d: . 


quella significata da' primitivi loro attivi, come:. 0 
‘‘’ DIsERTARSI, vale Andare in rovina.—Se spacciàr volle le cose su 


gliele convènne gillàr sin, laònde egli fu vicine al DISERTARSI. Boe. | 


nov. 18.0 


"o sa 


| 


A | RTIMOLOGIA E SINTASSI . 5I6 
che, o di lor natura sono neutri passivi, o come tali, anzichè 
altrimenti, s' usano; eccone alquanti: (36) I 

Abboccarsi, accontàrsi, accordàrsi, accòrgersi, addùrsi (ac- 
corgersi), ‘affaticàrsi, aggiràrsi, affàrsi, ammalàrsi, arrènder- 
st, arrischiàrsi, appigliarsi, apprestàrsi, assentàrsi, astenérsi, 
dttenersi, altentàrsi (arrischiarsi), avvedersi, avvezzàrsi. Bef- 
farsi, brigàrsi (ingegnarsi). Confidàrsi, confessàrsi, contàrsi, 
‘ convertìrsi, coricàrse. Dimenticàrsi, dimesticàrsi, diportàrsi ( ri- 

crearsi), divertirsi, dolérsi. Frummèttersi. Gloriàrsi. Imparen- 


Î 


ni 
ci 


t 


ESEnCITARSI, vale Spasseggiàre .— Lo scolàre andàndo per la corte si 
; RSERCITAVA per riscaldàrsi. Id. nov. 77. 
RECARSI, per Pigliarsi un’ offesa come fatla a sè.—E RECARONSI else 
| gli Aretìni avèsson loro rotta la pace. Gio. Vill. 6, 68. 
»——_’TENERSI, per d4rrestarsi.— Di Firènze uscìli, non si TENNERO, sì fùrone 
in Inghilterra. Bocc. nov. 13. i 
: AVVISARSI, per Accorgersi.—Genilluòmo AVVISITI TU di nessùno, che ec. 
Fr. Sacch. nov. 78. so 
BRIGARSI, per Zrgegnàrsi.— Davrèbbe ciascheduno BRIGARSI di sapère ben. 
| parlare. Tes. Br. 1, 4. 
RICHIAMARSI, per Dolèrsi, far querèla di torto ‘ricegùto.--Con gran 
duolo SE NE RichiaMò a Carlo suo marito. Gio. Vill. 6, g1. 
RICREDERSI, per Penlìirsi, mulàrparère, sgannàrsi. — Innanzi che Puna 
| parte e l' alira sì FOSSE RICREDUTA. Livio. | 
«'. Rirarsi, per Acquistàre, farsi più bello.-La Amarètia tua, che pur 
quando ella ride, se ne RIFA'. Fir. Dial. 3, 73. de. 
Conoscersi, vale Inièndersi, avèr pràtica.—S’ io mi CONOSCESSI così 
di pietre preziose, come io fa d' uomini, sarèi buon giojellière. Lib. di Motteg. 
AVVENIRSI, per Convenire.—Oh come S' AVVENNE al savio uomo d'èsser 
sàuto. Guid. Giud. 271. 
ABBATTERSI, per Zrconlràrsi. E come dura vita sia quella di colùi che 
a donna, non hene a sè conveniènle, SABBATTE. Bocc. nov. 100. Vale an- 
che accadèr per caso. —ABBATTESI in dirne alcuna vera; benchè non lo sap- 
pia per cerlo. Passav. 329. e 
RiposarsI, per Cessare.—RiIPoSOSSI il romore, e que' ch'avevano caval 
salo si lornàrono a Firènze molto scornàti. Gio. Vill. 9g, 270. E talora 
prendesi per Astenèrsi.—Se dirillamènte non òfferi, e dirittamènie non di- 
parti, peccato hai falto, e RIPOSATENE. Gr. S. Ger. 65. 
(36) Riînvengonsi non di rado de’verbi adoperati come neutri assolu- 
ti, î quali di fatto sono neutri passivi co’ pronomì mi, ci) li, vi, si sottin- 
tesi; eccone alcuni: Affogàre, affondàre, agghiacciàre, aggravàre, amma- 
làre, ammutolìre, annegàre, arricchìre, incrudelire, impazzire, impoverì- 
re, sbigotiìre, ec.—E più galèe delle sue AFFONDARONO ( s'affondarono ) în 
zaare con le genti. Gio. Vill. 9, 61. — Mi fuggio ’1 sonno, e diventài smor-' 
to Come fa l'uom che spaveniàio AGGHIACCIA ( s' agghiaccia ). D. Purg. 9g. 
= Niùno cì vedrà, e così potrèmo ARRICCHIRE (arricchivci ) subilumènie. 
Focc. nov. 73. — Aveènne che "1 dello patriàrca AMMALÒ (s' ammalò ) 0° 
morte. Gio. Vill. 5, 14.— Ond’ io s° i" v0' parlàre Dì fe, AMMUTOLISCO” 
( ma° ammutolisco ). Fr. Jac. da Todi. — Ma pure per giudicio di Dio, 
yizanio più gli dava più IMPOVERIVA (s'impoveriva). Vit. SS. PP. a, 78. 
— Ya donna senza SBIGOTTIRE (sbigottirsi) punto, con vace assdi piacè- 
vote rispose. Bocc. nov. 37. dc > va 


316. .  PARTR TERZA . . 

tàrsi, ingegnàrsi, innamoràrsi, internàrsi. Maravigliàrsi. Ops 
pòrsi. Pentîrsi. Rallegròrsi, riavèrsi, ribellùrsi, riconciliarsi, 
ricordàrsi, ricreàrsi, riposàrsi, ri entìrsi, risolversi, riliràrsi,.0 
ritràrsi, riserbàrsi. Sbrigàrsì, scontràrsi, spacciàrsi, spicciàrsi, 


starsi (37). 


Per PIOBIEO di linguaggio, e per la figura detta P/eo- 


nasmo, alcuni verbi neutri s'accompagnano co’ pronomi mz, 
ci, ti, vi, si, senza che perciò essi sì riguardino come neutri 


b_ . LI CI LI e o L) C) 
passivi, come: andàrsi, 0 andùrsene, dormìrsi, fuggirsi, mo- 


rìrsi, partìrsi, uscìrsi, rimanersi (58), venìrsi: 


A me medìsimo incrésce ANDARMI fanto ira tanie mi- 
série ravvolgìndo. Bocc. Introd. — SEN' ANDÒ sn pace l ànima 
conténta. Petr. Tr. della M. cap. 1.— Zo vi & porrò cheta- 
meénte una coltricétta, e DORMIRAVITI. Bocc. nov. 13. (39). 
— Fanno lo schermo perchè °l mar si FUGGIA. D. Inf. £d. 
— Eccoli tutti fuori; io non so dove to MI FUGGA, dove io mi 
nasconda. Maghiav. Comm.— Ella già sente MORIRSI, e ' 
piè le manca egro e languénte. Tass. Ger. 12, 64. — Certo 
MI SAREI MORTO di sele. Sen. ben. Varch. 5, 24 (40) — 
Ma certo. il mio Simòn fu in Paradìso, Onde questa gentil 


dònna st PARTE. Petr. son. 5B7.— Tu TE N'ANDASTI; e SI 


RIMASE seco. Id. son. 204. — Statti e RIMANTI con noi se ti 
piace. Vir. SS. PP. 2, 347. — Confessàta per la rossézza del 
viso la sua vergòsna, S' Uscì di camera tutto dolente. Boez. 
Varch. pros. 1.— Che domattina, in sull ora di terza, egli 


| (37) Il verbo sfare è neutro passiva nel significato di asfenèrsi, ri. 
tenèrsi, riposàrsi, cessàre.— Disse (la donna) a’ fratèlli: Io volentieri, 
quando vi piacèsst, MI STAREI (cioè mi asterrei dal rimaritarmi). Bocc. 
nov. 4o.--La qual cosa se di far TI STARAI senza pericola di morte non 
puoi campàre. Pecor. gior, 18. nov. a.—STANNOSI (i Giudei) ogni sètlimo 
dì, perchè iri quello finìrono lor fatiche. Tac. Dav. stor. 4. Come pure nel 
significato di acquetàrsi, conientarsi.—Alle lor seniènze si STESSE come 
fossero date da’ magistràti di Roma. Tac. Dav. ann. 12.—Lo vide Monna 
Làura Che 'l vide sola, e noi altre STIAMOCI Al deito suo.‘Ambr. Cof. 4, 5. 

(38) Rimanèrsi, vale anche Cessote.—Per la qual cosa ed il fare il 
sepòlcro , ed il porci li mandàti versi si RimASE. Bocc. Vit. Dante. — RI- 
MANTI adùnque Dal più dolàrti , e con le tue querèle Nè te, nè me più 
ceonturbàre. Car. En. lib. 4. 

(39) Dormire, così accompagnato con Je particelle mi, ci, #, vi, st 
si serve dell’ausiliare èssere per la costruzione de’ suoi tempi composti. 
Alessandro leoàiosi senza saptre alcuno que la nolle DORMITO SI FOSSE, 
rienirò in cammino. Bocc. nov. 13. 


(40) Morìre leggesi anche in significato attivo per Ammazzàre , ma 
solo nel par. pass. accompagnato da uno degli ausiliari acère o èssere. 
Che questo è ’l colpo di che Amàr mi HA MORTO, Petr. canz. 20, — Qnde 


— ie in 


fo Lo srcemazzabiti 


ir 


! ETIMOLOGIA E SINTASSI I SITO 
fruovi qualche cagiòne di partìrsi da me, e VENIBSENE qus. 
Bocc. nov. 86. È REI 


CAPITOLO VI. na 
DEL PARTICIPIO PASSATO. 


— $.. I Fra gli elementi più importanti della lingua italiana, 
il participio passato non è certamente l' ultimo; nulladimeno 
egli è quello la cui sintassi, quantunque difficilissima, è, ciò 
non ostante, da tutti i grammatici la più trasandata. 

Nella quinta sezione noi ci siamo a bello studio allargati 
forse più di. quel che la propostaci brevità compativa, per ista-. 
bilire con precisione, ed espor chiaro ed esattamente le molte 
e tanto variate cadenze di questa parte del verbo. Ma da quanto, 
ivi esponemmo altro non resulta che le forme ‘di esso parti- 
cipio; rimaneci a farne conoscere l' uso, la posizione nel di- 
scorso, e la concordanza. | 

$- II. Il participio passato ha doppio carattere, cioè di. 
addiettivo e di verbo, i quali due caratteri, che trovansi pure 
nel participio presente, sì come altrove dimostrammo, non in- 
fluiscono già con la loro - differenza su d' ambi-i participj in 
egual modo, imperocchè il participio presente, sotto qualsi- 
voglia aspeito si consideri, costantemente col subbietto del 
verbo concorda in numero, rimanendo, in forza della sua de- 
smenza, invariabile in quanto al genere; mentre il participio 
passato, secondo che è addiettivo, o verbo, s' accorda in ge- 
nere ed in numero o col subbietto, o coll obbietto diretto 
del verbo, o rimane invariabile. Sono adunque questi tre mo- 
di d' adoperare il participio passato, che nel presente capitolo 
con pochi detti procureremo di schiarire. 

Il participio passato va accompagnato o dall’ ausiliare Es- 
sere, o dall' ausiliare Avere. Unito col primo di questi verbi 
esso è sempre mero addiettivo esprimente lo stato di passività 
dell’ obbietto diretto del verbo, e talvolta è parte integrante 
del verbo principale, non indicando che uno de’ tempi passati 
subordinati. o 

DEL PARTICIPIO PASSATO COL VERBO ESSERE. 


S. IIT. Il participio passato, esprimente lo stato passivo o 
del subbietto, o dell’ obbietto diretto dell’ azione, va unito col- 


molti di loro FURON MORTI e presi. Gio. Vill. 34, a. Il Caro usò Mortre 
attivamente nel proprio suo significato, dandogli un obbietto diretto. 
Osano anch’ elle , Per la difèsa delle pairie mura, Gir le prime a MORIR, 
MORTE ONORATA. En. lib. 11. | 


518 PARTE TERZA 

l’ ausiliare essere, quando, prescindendo dall' agente, © vero 
subbietto del verbo, prendesi l’ obbietto diretto per subbietto,- 
o, come volgarmente si suol dire, quando il verbo cambiasi 
da attivo in passivo; in tal caso il participio passato sempre 
concorda in genere ed in numero con quel subbietto, il quale 
altro non è che l'obbietto diretto dell’ azione, ridotto allo 
stato passivo, come: Scipiòne vinse Annìbale; Annìbale fu 
vinto da Scipiòne; Cèsare conquistò le Gallie; Le Gallie fu- 
ron conquistate da Cesare. Rai 

TESTI. 


Legno è più su, che fu morso da Eva. D. Purg. 24. — 
Essi éran tutti di frondi di quercia INGHIBLANDATI. Bocc 
nov. 84.—La mia pelle è ABBRUNITA sopra di me, e le mi 
ossa per lo caldo sono DiSECcATE. Morg. S. Greg. — È bene 
appàrve che quella fonte fosse da Dio PRODOTTA miracolosa 


ménte. Fior. S. Franc. 106.— Né erano le falte de' Vitellio 


ni PUNITE, ma ben PAGATE dall altra parte. Tac. Dav. St 
lib. 3, 519. 


S. IV. 1 tempi passati subalterni di un grandissimo nume-: 


ro di verbi neutri compongonsi dal verbo Essere (4) unito 
al participio passato, che in simili casi s' accorda parimente 


col subbietto dell’ azione (2). Le 
TESTI 


Per ogni volta che passàr si volèva, credo che poscia visa 


(1) Il participio passato di qualche verbo neutro, preso in sentimen- 
to attivo, trovasi talvolta accompagnato col verbo avere, e concordante 
in genere e numero coll’ obbietto diretto. Perchè ricalciltràle a quella 00- 
glia , A cui non puote 'l fin mai èsser mozzo, E che più volte v'HA CRi- 
sciUTA DpogLIA? D. Inf. g.— Egli si ricordò di lulti i PERICOLI che AVE 
corsi. Bocc. Filoc. 6, 59. All’opposto il participio di un verbo neutro ri- 
mane talvolta, ma di rado, invariabile ancora che sia unito col ver 
èssere , e ciò -può accadere quando il verbo è preso impersonalmente. Allo 
quale parècchi anni a guisa di sorda e mùlola ERA CONVENUTO VIVERE 
Bocc. nov. 17.—Nè perciò cosa del mondo più, nè meno me n° è INTER 
VENUTO. Id. nov. 36. 

(2) Per proprietà di linguaggio i participj passati potùto, sapillo, 
volùto de’ verbi potère, sapère, volère, i quali di lor natura amano 
di accompagnarsi col verbo avère, unisconsi” nulladimeno con èssere, 
ogni volta che son seguiti dall’infinito di un verbo neutro, il cui parli- 
cipio passato non può mai combinarsi, altrimenti che col medesimo ve 
èssere, e s'accordano in genere ed in numero col subbietto della propo 
sizione. Quello che sianòlie non È POTUTO ESSERE , sarà un’ altra nolle. 
Bocc. nov. 77.—-Il Saladino condbbe costùi ollimamènte ESSER SAPUTO uscire 
dal laccio. 1d. nov. 3.— Se io dalla verità del fatto mi rossi SCOSTAM 
voLuta. Id. nov. 85.— Ella non ERA ancora POTUTA VENIRE. Nov. ant. gf- 


ETIMOLOGIA E SINTASSI . 349 
PASSATO sette. Bocc: nov. 23.—Io non ci SARO' oggi venù- 
ta incàno. Bocc. nov. 77.— Donna chente 0° è PARUTA que- 
sia vivàanda? Monsignòre, in. buona fé ella m'è PIACIUTA 
molto. Id. nov. 100. — Però ricominciài: tutti quei morsi...... 
Alla mia caritàte SON concorsi. D. Par. 26. — Se i danàri 
miei FOSSER VALUTI, dirài iu, e SAREBBERO VALUTI anche 
nel bene. Sen. Ben. Varch.— Za qual cosa ERA soprummò- 
do DISPACIUTA. Varch. stor. 11, 544. | 


S. V. Ne' così detti verbi neutri passivi, il participio pas- 
sato s' accorda colle particelle m2, cz, /, vi, st, che sogliono 
accompagnare tali verbi, e che, rappresentanti l’ identica per- 
sona del subbietto, esprimono l’ obbietto diretto dell’ azione. 
S egli non SI fosse bene atienùto, egli sarebbe infin nel fon- 
do cadùto. Bocc. nov. 45.— Già s' era ribellàta l armàta 
Misena. Tac. Dav: stor. 5. Quando le particelie MI, CI, TI, 
VI, SI non sono l'obbietto diretto dell’ azione, ma in vece 
I° obbietto indiretto, nel rapporto di attribuzione o tendenza 
(V. Sez. Il, Cap. V, $. V, e Sez. III, Cap. II, S. IV) il par- 
ticipio deve accordarsi col nome che segue il verbo, e che 
n’ è il vero obbietto diretto; onde diciamo : Zo mi SON LAVA- 
TE Ze MANI; Zl/a non si è FATTO ALCUN MALE; Egli si è 
CAVATA LA BERRETTA (5); £ssi s: sono FICCATA QUESTA 
PAZZIA in capo; Voi vi SIETE ROTTA UNA COSCIA; /Voz cs 
SIAMO APERTA LA VIA ec. 


DEL PARTICIPIO PASSATO COL VERBO AVERE. 


S. VI. Fra la moltiudine di grammatici, che, dal Buom- 
mattei in poi, banno scritto intorno alla lingua italiana, non 
avvi neppur uno che siasi avvisato di cercar la ragione per- 
chè il participio passato, retto dal verbo acere, or con I\ob- 
bietto diretto s° accordi, or discerdi da esso: tutii, dopo aver 
parlato del'o stesso participio unito col verbo essere, termina- 
no con questo falso principio: Zn quanto al participio pas- 
sato, retto dal verbo avere, è cosa indifferente T accordarilo, 0 
"7 non accordarlo. A ciò aggiungon ia'uni una specie di con- 
dizione, falsa essa pure, cioè, che se 1l participio è precedu- 
to dal nome a cui riferiscesi, devesi accordare con esso. l] Soave, 
I unico finora fra tanti grammatici italiani che siasi studiato 

(3) Giova osservare che il Boccaccio adoperò sovente il verbo avère, 
in vece del verbo èssere, facendo per altro il participio accordare con 
1’ obbietto diretto. Poichè la donna S’ EBBE assài FATTA pregare. nov. 80. 
— Messèr lo geloso S' AVEVA MESSE ALCUNE PETRUZZE i bocca. nov. 65. — 


Tu che dalla gelosia tua T' HAI LASCIATO accecàre. nov. 55.— Di le stessa 
wergognàndoli, per non polèrii vedère, T'AVRESTI CAVATI gli occhi. nov. 77. 


N 


520 PARTE TERZA 
‘di analizzare la parte metafisica delle lingue, per esser trop- 
po oscuro, dice meno ancorà degli altri, quantunque par che 
abbia voluto spiegare perchè il participio in quistione s' accor- 
di coll’ obbietto, senza entrar nella ragione, perchè tante vol- 
te si trovi discordante da esso obbietto, lasciando le due dif- 
ferenti maniere all’ arbitrio di chi scrive o parla. Ecco come 
‘questo autore s' esprime: 4/7 opposto ne’ verbi transilivi, 
che a’ lor passati si costruiscono col verbo AVERE, l' attribu- 
.fo della proposizione è il participio AVENTE; e il participio 
passato del verbo proprio, non fa che modificare FA suo ha 
getto.— In falti 10 AVEVA AMATO PIETRO e /o stesso che, 
IO ERA AVENTE PIETRO AMATO; per questo coll oggetto ei 
deve accordarsi, e quando ciò non si voglia, si deve dargli 
la terminazione del maschile, accordandolo col nome untver- 
sale OGGETTO, che si sottintende. Soave Gramm. rag. Parte 
IV, Cap. I, Art. I. | 
Or tocca a noi il dimostrare, che non è nell'arbitrio di 
chi scrive o parla il dare al participio passato , unito al verbo 
avere , il genere ed il numero dell’ obbietto diretto: lo che 
speriatno poter fare previe alcune osservazioni sulla «doppia 
funzione nel discorso dell'elemento avere, e delle voci conosciute 
come participj passati. 
S. VIL. Debbe omai esser noto, e noi abbastanza ne par- 
lammo discorrendo de’ verbi in generale, che il significato del 
verbo avere, come verbo proprio o principale, è possedere, 
fenere ec., e che allora il nome della cosa posseduta è l'ob- 
| bietto diretto di esso verbo. Debb' esser parimente noto, che 
Jo stesso avere, non che nella nostra lingua, ma, quasi come 
per convenzione, in tutte le lingue moderne, viene impie- 
‘ gato come ausiliare di tempo negli altri verbi principali, af- 
 fimchè, unito al participio passato di tale o tal altro verbo 
principale, indichi i tempi passati subordinati, o, come vol- 
garmente soglion chiamarsi, tempi composti, esprimendosi con 
due termini, quel che, alla foggia latina, dirsi potrebbe con 
uno, come, a cagion d'esempio: Ho comperàto, ho vendùto, 
‘ ho spedìto ec. in vece di Comperài, vendèi, spediti ec. Da 
‘ tutto ciò facilmente deducesi, che il verbo avere, senza l'ac- 
compagnatura di qualche participio passato, non può mai far 


le funzioni d' ausiliare; ma non ne resulta già che il mede- 
. stino verbo avere sia ausiliare, ogni volta che abbia seco wa 


‘ participio passato , anzi in tal congiuntura , il verbo avere il 
| più delle volte conserva intrinsecamente l'originale suo signi- 


. ficato di possedere, tenere ec., non già materialmente, ma im- 


PA 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 521 
maginariamente, cioè, di aver nella mente una cosa (il nome 
della quale forma l' obbietto ureto) che è stata ridotta allo 
stato di passività, vale a dire, che ha ricevuto, o sofferto l'ef- 
fetto dell’azione indicata da quel verbo proprio, il cui par- 
licipio passato accompagna il verbo avere, per esprimere lo 
stato passivo di quella tal cosa; conciossiachè il dire: aver 
fatta, letta , scritta una cosa, vale avere una cosa in tale o 
tal altra maniera, cioè fatta, letta, scrilta ec. A questo prin: 
cipio par che coincida pure l’ analisi che fa il Soave dell’ e- 
sempio da lui adotto (7. di sopra, $. VI), e nella quale vuol 
dimostrare che Pietro è l' obbietto diretto del verbo ‘avere, e 
che amato, participio passato del verbo proprio, non fa che 
indicare lo stato passivo, a cui è ridotto l° obbietto Pretro. 
Nella stessa guisa s' analizzino î due seguenti: Ho letta una 


‘ lettera, cioè Sono avente 0 possedénte una lettiera letta. Aveva 


compràti due cavalli, cioè Era avente due cavàlli compràti ec. 

S$. VIII. Dietro queste nostre dimostrazioni, le quali non 
solo sulla ragione, ma ancora sopra un immenso numero di 
esemp) de’ classici autori. sono fondate , noi crediamo potere 


— stabilire le due seguenti regole: 


12. Quando il verbo avere è impiegato come ausiliare, 
° LI . i) ® e 
cioè quando va unito con un participio passato , per rappre- 


| sentare insieme l’ idea d' un tempo passato, che esprimer po- 


trebbesi con una sola forma, indicante di sua natura il tempo 
passato , il participio come parte integrante del verbo a cui 
appartiene , rimarrà sempre nella sua forma primitiva, cioè 
con la sua desinenza mascolina , imperciocché l’obbietto di- 
retto, di qualsivoglia genere o numero, è, non già del 
verbo avere, ma del participio, o, per dir meglio , del verbo 
a cui tal participio appartiene. | 
| 2a. All’ opposto, laddove l’obbietto dell’azione è del solo 
verbo avere, il participio, considerato come mero addiettivo 
qualificativo passivo, dovrassi accordare in genere ed in nu- 
mero con esso obbietto, del quale esprime la passività, e lo 
stato passivo. | mi | 
S. IX. Osservisi inoltre che sull’accordarsi, o 'l non ac- 
cordarsi del participio, non influisce per cosa alcuna l'essere 
il medesimo participio posto nel discorso o avanti, o dopo il 
nome , facente l’ obbietto diretto ; imperciocchè una tale in- 
versione non è che una delle libertà più pregiate dell'italiano 
scrittore, cioè di potere a beneplacito porre i particip), sì 
come tutti gli altri addhettivi, innanzi a’ nomi, o questi innan- 


4 


Gram. Ital. 42 


322 °° — PARTE TERZA si 
zi a quelli, secondo che l'animo suo è più occupato con l’idea’ 
o dell’ obbietto, o della qualità. I 


TESTI 
DELLA PRIMA REGOLA. 


Tu sai quale sia la ingiùria LA QUALE fu m' HAI FAT- 
To nella mia figliuòla. Bocce. nov. 16.— Come to AvRÒ loro 
ogni cosa DATO. Id. nov. 135. — Chi altri che tu RA queste 
cose MANIFESTATO a/ maéstro. Id. nov. 78. — CERCATO HO 
sempre SOLITARIA VIA....PER FUGGIR quest ingégni sordi 
é loschi. Petr. son. 222.— Domeneddìo m' HA DIMOSTRATO 
la cagiòne del tuo male. Bocc. nov. 44. — Maestro to BO VE- 
DUTO UNA COSA che mi dispiàce, è ingiùria D anima mia 
molto. Nov. ant. 66.— LA COMMESSIONE che 0 gli. HO DA- 
TO di riferire al re. Cas. lett. 7. | 


| TESTI 
DELLA SECONDA REGOLA. 


Ee Lor paròle, che rendéro a queste, CHE DETTE AVEA 
colùi cu' io seguìva. D. Purg. 11.— Superbia, invidia e ava- 
rizia sono Le tre favìlle © HANNO I CUORI ACCESI. Id. Inf. 6. 
— Un altro che FORATA AVEA LA GOLA. ld. ivi. 28. — Ed 
Un, ch’ avéa l una e l altra MAN MOZZA (sincope di moz- 
‘zata). Id. ivi. — Zo non HO QUESTE COSE SAPUTE da’ vicini, 
ella medèsima, forte di te dolendosi, ME LE HA DETTE. Bocce. 
nov. 23.— Quanti versi ho già SPARTI al mio tempo. Petr. 
canz. 58. (4) — Avéva la luna, essendo nel mezzo del cielo, 


(4) Confessiamo che a prima vista, quest’ esempio del Petrarca, ed il 
susseguente del Boccaccio paion contraddittor) all'analisi fatta da noi 
della combinazione del verbo avere col participio, e li citiamo a bello 
studio, acciò ne rechino occasione di rilevare 'l’ obbiezione che contro 
l’ esposto principio potrebbesi fare da que’, che per avventura, vorranno 
trovarlo inconsistente, opponendogli i due precitati esempj, e tutti quelli 
che portin participj passali, i quali, siccome sparto, e perdùlo, cioè smar- 
rito, dispèrso, cendùto, dato ,.ec. indicano la separazione dell’ obbietto 
dal subbietto. Come, dimanderanno, puossi avere una cosa e nello stesso 
dempo averla perduta, smarrita, dispersa, vendula, data P e ciò non po- 
dendosi, e se son cere le.ragioni addotte nel presente capilolo, come fon- 
damentiî del dovere il participio passato, combinaio col verbo avere, con- 
cordare o discordare coll’ obbietto diretto, non avrebbe il Petrarca dovuto 
dire: Quanti versi ho già SPARTO al mio tempo; e il Boccaccio: Avèa la 
luna PERDUTO i suoi raggi, anzichè SPARTI, e PERDUTI? Se non si consideri 
che il materiale della proposizione, certo, il ripetiamo, la contraddizione 
par manifesta: ma per poro che il leggitore s’ interni nello spirito delle 
ragioni allegate, e voglia, dietro quelle, cercare di distinguere il senso di 
ho sparto da quello di ho sparti, e di avea perduio da quello di avea 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 525 
PERDUTI I RAGGI suoz. Bocc. nov. giorn. 6, in princ.— Las- 
sai quel, ch' È più bramo: ed uo sì AVVEZZA (sincope di 
avvezzata ) LA MENTE « contemplàr sola costei ec, Petr. 
son, 95. — Che intorno al collo ebbe la CORDA AVVINTA. Id. 
son. 22.— Che ciascùna di -loro' dovésse AVERE TAGLIATA 
LA DIRITTA MAMMELLA per portàre lo scudo alle battaglie. 
Tes. Br. 1, 5.— Benché églino AVESSERO già le spade 1ISGUA- 
INATE e MENATE. Amm. ant. 11, 1, 12. o 


S. X. Allorchèil verbo avere va preceduto da uno de' pro- 
nomi .mi, cz, ti, vi, lo, 0 il, li, o gli, la, le, ne, rappresen- 
tanti l' obbietto diretto, il. participio passato deve accordarsi 
in genere ed .in numero con essi pronomi (3), onde diciamo: 
Egli mi ha vedito, 0 veduta; voi ci avéte battùti, o baltùte; 
te hanno mandòùto, o mandàta; l aveva comperàto, o com- 
peràta; quando li, o gli ebbe uccìsi; se le avesse ricevùte; ne 
hanno vendùti, o vendùte ec: Questa regola, della quale mille 
e mille esempj negli autori antichi é moderni si trovano, non 
solfre eccezione alcuna. i VR 

8. XI. Il participio passato rimane invariabile quando ad 
esso segue un verbo nell’ infinito modo, di qualsivoglia genere 
o numero sia l’obbietto diretto di questo verbo (6), come: 


perduti, ei troverà i due esempj del Petrarca, e del Boccaccio, ed altri 
simili, perfettamente conformi allo stabilito principio, giusta il quale le 
‘espressioni Ro sparto, e avea perduto non possono esser sinonimi di que- 
ste ho. sparti e avea perduti, imperciocchè due forme che presentansi 
sotto due aspetti diversi ,, non possono esprimere una stessa idea. Noi 
crediamo avere abbastanza dimostrato nei $$. VII, VIII e IX, la differenza 
‘che’ esiste tra l' idca rappresentata dal participio, ‘comè supplimento di 
una forma, esprimente un tempo passato, e quella che esprime lo stesso 
participio come addiettivo qualificativo passivo di un obbietto diretto del ver- 
dò avere, il qual verbo, nella sua combinazione col participio passato, signi- 
fica pur Possedère, non già materialmente, ma immaginariamente, ed il 
participio, come addiettivo, qualifica la maniera come-la cosa è possedu- 
Ya; imperocchè si può avere una cosa nell’ immaginazione in molte dif- 
ferenti maniere; come letta; scritta, falla, guastàta, bruciàta, rotta ec., 
e in simil senso il Petrarca disse: Quanti versi ho, come? spari; e il 
Boccaccio: La Luna avèa i suoi raggi, come? perdùti. 

(5) Notisi per altro che solo allora ha luogo 1’ accordo del participio 
con le nominate particelle, quando rappresentano l’ obbietto diretto ; del 
che rendiamo avvertito il lettore con tanto più di premura, quanto facile 
sarebbe 1’ ingannarsi ; imperciocchè le medesime particelle toltene, /o, la, 
possono rappresentare eziandio l’ ohbietto indiretto nel rapporto di a4/r;- 
buzione o lendenza, come: Le ho dato un hbro, ec. 

(6) Nulladimeno leggesi alle volte nel Boccaccio il participio passato 
fatto accordandosi con l' obbietto diretto del seguente verbo all’ infinito. 
AVENDO FATTI SERRARE TUTTI GLI USCcI. nov. 65.—FATTA dere ORNARE LA 
CAMERA. nov. $0o.—Io non potti stamàne farne venire tulte le legne LE 


524 PARTE TERZA 

LE COSE che giù AVRA UDITO dire, che di noth èrano inter- 

venùte. Bocc, nov. 81.— Rimàsero conténii di AVERE con impè- 
0 SAPUTO SCHERNIRE L'AVARIZIA di Calandrìno. Id. nov. 
.—Ho FATTO VENDERE LA MAGGIOR PARTE delle mie posses- 

siòni. Id. nov.80. — Si partirà, che non l' avrete offeso, Quan- 

do TUTTI d' AVRA’ FATTO morire ?_ Ar. Fur. C. 17. st 8. 


$. XII. Per altro quando al verbo avére precede una delle 
sopra nominate particelle pronominali come -obbietto diretto 
(V. S. X del pres. Cap.), il participio s' accorderà con essa, 
ancora che sia seguito da un verbo all' infinito; onde dicesì: 
Egli ci ha mandùti, o mandùte a cercàre; Io li, o gli ho 
fatti fare, o le ho fatte fare; Li abbiàmo intési, o l abbià- 
mo intese cantàre ec. ’ | 

Lo stesso ha luogo co' participj potùfo , sapùto , volùto, 
come: Z prelàti quali tu GLI hai POTUTI vedére. Bocc. nov. 2. 
— Un altro GLI avrébbe VOLUTI FAR martoriàre. Id. nov. 23.(17) 

S. XIII. Terminiamo questo capitolo con avvertire che 
quando il participio passato è posto assolutamente, vale a dire 
quando vi si sottintende uno de' due gerundj esséndo , o avéndo, 
esso s'accorda costantemente o col subbietto, quando il sop- 
presso gerundio è essendo, o con l'obbietto diretto quando 
il gerundio sottinteso è avendo, come: Né prima nella cà- 
mera entrò, che 'l battimento del polso ritornò al giòvane, 
e LEI PARTITA (cioè essendo partita), cessò. Bocc. nov. 18. 
— GIUNTO adùunque il famigliàre a Genova, e DATE de lettere, 
& FATTA / ambasciàta fu dalla donna con gran festa rice- 
eùto. Id. nov. 19, cioè Essendo giunto.... avendo date .... 
gvendo fatta. | 
QUALI î0 AVEVA FATTE FARE. nov. £.--Calandrino che allré volle la bris 
gàia AVEA FATTA RIDERE. nov. 8b. 

(7) Ma i tre participj polùto, volùlo, € sapùto rimangono invariabili 

ndo la particella pronominale è affissa all’ infinito, onde dicesi: Non 

ko POTUTO farli: hai VOLUTO vederle ; egli non ha SAPUTO dirla ec. 


‘ scetti 
| sistenza, significata dal verbo unico essere (YZ. Sez. V, Cap. 1), 
| puo trovarsi nel subbietto in una o in un'altra maniera, in 
uno o in un altro tempo, in uno o in unaltro luogo, e che 


SEZIONE SETTIMA. :. ‘’ 


DELLE QUATTRO PARTI INVARIABILI 
i DEL DISCORSO 
|L’AVVERBIO, LA PREPOSIZIONE, LA CONGIUNZIONE, E L’INTERJEZIONE. 
—— RI n 


CAPITOLO I. 
DELL'AVVERBIO 


QUARTA PARTE DEL DISCORSO. 


S. I. Era il linguaggio già pervenuto ad un certo grado 
di perfezione; erasi regolato già il come esprimere, giusta il 
natural procedere delle nostre idee, gli’ obbietti stessi, la loro 
esistenza, ed i loro attributi, quando si giunse ad accorgersi 
esser queste due primarie distinzioni degli esseri, tuttavia su- 
ive di numerosissime modificazioni, vale a dire che l’e- 


rd 


gli attributi, cioè le operazioni , le proprietà, e le relazioni 


‘ espresse dagli addiettivi, possono esser diverse o riguardo alla 


quantità, o riguardo alla qualità. Cominciossi poi ad esprimere 
tali modificazioni con più parti del discorso unite, cioè con 


un nome ed un addiettivo, preceduti da una qualche prepo- 


: SIZIONE, dicendosi, a cagion d'’ esempio, per le modificazioni 


A 


riferibili alla maniera, Cantàr CON TUONO DOLCE ; #rattàre 
CON MODO CRUDELE; scrivere IN ISTILE ELEGANTE. Per le 
modificazioni di luogo: Venire IN QUESTO LUOGO; per quelle 
di tempo: partir NEL GIORNO DI DOMANI, éc. ; 

. SIL Tra le cose a cui s'appigliarono i legislatori del 
linguaggio, onde render questo energico ed insieme armonico 


| € vago, vi fu quella di semplicizzare i segni stabiliti per co- 


Mmunicare, scrivendo e parlando, le nostre idee, col ridurre 
Il significato di più termini a potersi esprimere con uno solo. 
Così ebbero origine i verbi (7. Sez. V, Cap. I), e così pure 
nacquero i così detti avverbj, o sian parole che esprimono 
diverse modificazioni a cui possono andar soggette l’ esi- 
stenza, le qualità, e le operazioni degli obbietti, e per indi- 
car le quali, in vece di un nome, addiettivo e preposizione, 
un solo addiettivo, o un solo nome, o anche qualche parti- 
cella sola adoperasi; onde in vece di dire con tuono dolce , 
con modo crudele, în istile elegante, dicesì, dolceménte, cru- 


526 PARTE TERZA 
delinénte, elegantemente; alle parole in guesto luogo sostitui- | 
scesi la sola particella Qui o gua; e per esprimere il signifi 
cato delle quattro voci nel giorno di domani non’ adoperssi 
che l’ ultima. A 

:-$. HI. Siccome la più parte delle modificazioni occorro- 
no nell’ esistenza degli obbietti, significata dal verbo, sì è da- 
to il nome generico di avverbio, che vale aggzunto a verbo, 
a tutti i termini indicanti una qualche modificazione, non so- | 
lo nell’ esistenza ma anche nelle qualità ‘espresse dall’ addiet- 
tivo, e nelle modificazioni stesse indicate da qualche avverbio, | 
imperocchè una modificazione talvolta abbisogna d’ altra mo- _ 
dificazione. Quindi gli avverbj possono accompagnare nel di- 
scorso non che i verbi e gli addiettivi, ma anche gli ali 
avverb). I | 
S. IV. I grammatici distinguono varie classi d' avverb), 
secondo le diverse specie di modificazioni, .che essi sono de- | 
stinati ad esprimere, cioè f° di tempo, 2° di luogo, 3° di | 
affermazione, 4° di negazione, 5° di modo, 6° di qualità, 7° { 
di preferenza, $°- di similitudine, 9° di quantità, e di nume 
ro, 10° di dubbio, o di probabilità. 
| Ognuna di queste classi ha le sue voci proprie per espri- | 
‘mere la modificazione ‘indicata; ma oltre a tali voci, sonori | 
nella lingua quasi tanti avverbj quanti vi sono addiettivi, ! 
‘quali unendosi in una sola parola, e a foggia di desinenza 
‘col nome mente, diventano avverbj. Questo nome è lo stesso | 
che il latino mens gen. mentis nel significato di maniera, € | 
che i Latini non di rado usavano in modo avverbiale nel ca- {' 
‘so ablativo, facendolo precedere da un addiettivo con eso 
‘accordantesi, oude dicevano forti mente, clara mente, devolo 
mente; modi avverbiali, imitati ne' primi tempi dagl’ Itala, 
i quali pure dicevano con mente forte, con mente chiara, 
‘con menie divòta ec., ma che poscia, sopprimendo la prepo 
sizione, e posponendo il nome all’addiettivo, andavano a mamo { 
‘a mano di questi due formando una sola voce. Ecco d'onde { 
cì vengono i tanti e tanti moderni avverbj finienti in menk, 
e, avvegnachè questa desinenza, per la sua . unione coll'a4- 
diettivo, non sia più stata considerata come nome, pure Si 
ha sempre avuto riguardo all’antico suo genere femmino, K 
imperocchè se l’addiettivo, dal quale derivi tale o tal altro 
avverbio in mente, cade in 0, questa vocale convertesi In 4 $ 
‘e da caldo fassi caldamente, da amàro , amaramente, ®4 
matùro, maturaménie ec., il qual cambiamento non ha luog0 
‘negli addiettivi cadenti in-e, desinenza comune ad ambo 18° 


Leni Pa 
PA 









” 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 527 
neri; onde da dolce componesi dolcemente, da grande, gran- 
deménte, da cortèse, corteseménte ec. Notisi per altro che quando 
l’ addiettivo termina in /e o in re, la e finale, per miglior 
SUONO , troncasi; perciò da crudele viene crudelménte, da fedele, 
fedelmente (4), da superiòre, superiormente, da anteriòre, an- 
tertorménte, da maggiore, maggiormente ec. È siccome non 
evvi addiettivo che non possa divemre avverbio mediante la 
summentovata desinenza mente , così la più parte delle dieci 
classi, in cui con gli altri grammatici abbiamo anche noi di- 
visi gli avverbj, hanno ognuna, chi più chi meno, i suoi av- 
verb), formati dalla desinenza menze, unita ad un, addiettivo; 
eccone alcuni: | 

Di MANIERA. Fortemente, diligentemeénie, ottimamente , 


piacevolmente, avcedutaménte ec. 


Di oRDINE. Gradataménte, successivamente, primiera- 
mérie, ultimamente, alternativamente , vicendevolmente, scam- 


| bievolménte, ultimaménte, finalmènte ec. 


Di TEMPO. Presentemente, attualmente , continuamente, 


. recenteménte, anticamènie, annualménte ec. 


DI QUANTITA’. Abbondanteménte, sufficientemente, scar- 


+ 


‘ saménie, grandeménte, soverchiamènte, infinitamente ec. (2). 


AVVERBJ DI TEMPO ESPRESSI CON TERMINI PROPRI. 
V. La classe degli avverbj di tempo , la quale rac- 


chiudi molti termini proprj, si suddivide in avverb), che 


esprimono: 

1°. Il tempo pres. Oggi (3), oggidi, adesso, ora. 

Zo. Il tempo passato : Tri , diànzi, anzi, innànzi a 
in prima, poco lE poc anzi, or ora, testé , per l'additiro, 
per lo passàto (4). 


(1) In quanto agli addiettivi cadenti in Ze sembraci che questa regola 
non sia sempre stata generalmente osservata, trovandosi in molti esempj 
degli antichi la e finale degli addiettivi conservata negli avverb). Disse : 
venite qui son prèsso i gradi, Ed AGEVOLEMENTE omdi si sale. D). Purg. 12. 
—Io la rivèggio starsi UMILEMENTE. Petr. son. a11.— Cosa rade volte usala 
per lo comùne, ma UTILEMENTE fatta. Matt. Vill. 9, 28. 

(2) Gli antichi, allorchè due avverbj con la desinenza in mente si 
seguivano, ommettevano spesso nell’ avverbio antecedente la desinenza 
suddetta. Vedèle quanto PRUDENTE e GIUDIZIOSAMENTE n’ ammaestrò Ari- 
siòfele. Varch. Ercol.— Più AGEVOLE ed UTILMENTE fogli le radici dell’ uli- 
vo. Pall. Febbr. 18.—Giovanni, peccò mai nè MORTALE, nè VENIALMENTE. 
Fr. Sacch. nov. 220. | 

(3) Oggi, dimàni, ieri, di per se non sono avverbj, ma bensì nomi 
della classe de’ figurativi; usandoli come avverbj vi si sottintende la pre- 
posizione in. 

(4) Giova osservare che non sono propriamente avverb) se non 


328 PARTE TERZA n | 

5°. Il tempo futuro: Dimàni, o domani, in avvenire; 
per l avvenìre, fra poco, fra non molto, in breve, da qui in- 
nànzi, di qua in avànit. 

4°. Che una cosa dura anche al presente: Tutfòra, tut- 
favìa (3), ancòra, purànco, sempre. 

5°, Che una cosa è durata fino al presente: Finòra, fi- 
no ad ora, infino ad ora. 

6°. La successione di una cosa ad un'altra, o di un tem- 
po ad un altro: Dopo; poi, dappòi, dipòi, poscia, appresso, 
indi, quindi, quinci, indi a poco, d' allòra in poi. 

o, L' avvenimento di due, o più cose nel medesimo 

tempo: Intànto, frattànto, mentre, în quel mentre. 

8°. In un tempo indeterminato, o in qualunque tempo: 
Quando, qualòra, ogni qualvolia. se 

9°. La frequenza, e durata di tempo: Sempre, mai sem- 
pre, sempremài, ognòra, ogni volta, spesso spesse volte, soven- 
te, soventi volte, assài volte, più volte, per b più, i più del- 
le volte, raro, di raro, rado, di rado, rare volte, alle volte, 
talvòlia, talòra, qualche volta, mai, non mai (6), giammùi, 


quelli consistenti in una sola voce; imperciocchè quelli composti di due 
© più voci, chiamansi piuttosto modi avverbiali, che sono alcune maniere 
di dire in cui è espressa la preposizione ed il nome; o la preposizione, 
l’ articolo e il nome. Nulladimeno, per non perderci di soverchio in di- 
visioni, noi non abbiam creduto necessario il parlarne separatamente; 
ma prescindendo dal loro materiale , e considerandone solo il significa- 
to, gli. abbiamo nominati insieme cogli avverbj propriamente detti, dai 
quali sarà facil cosa ad ognuno il distinguerli. i 

(5) Tuttavia, vale anche nondimeno, con iutto ciò ed è sinonimo di 
Tultavolla, corrispondenti entrambi agli avverb) latini amen, altamen, 
nililominus. Ma TUTTAVIA fi vogliàm ricordàre che per queste contrade 
ec., vanno di male brigàle assai. Bocc. nov. 43. TUTTAVIA questo impri- 
ma ci conviène tenère fedelmènie. Vit. SS. PP. 1. 

(6) Mai, di per sè vale Jr alcun tempo; e accompagnato dalla nega- 
tiva non, vale In nissùun tempo. Io inièndo che da quinci innànzi sien 
più-che MAI. Bocc. nov. 26. — Quai barbare fur MAI quai Saracine! D. 
Purg. 23.—E giurogli di maI NON dirlo. Bocc. nov. 26.— Non sperar di 
cedèrmi in lerra MAI. Petr. son. 212. Quando mai precede alla negaliva, 
ì grammatici vogliono che si antepongono amendue al verbo. Popolo ignù- 
do paventòso e lento, Che ferro MAI NON sfringe. Petr. canz. 5.— Perchè 
mi vinci tu P che se iu digiùni, io NON mangio MAI; se lu vegghi io MAI 
NON dormo. Passav. 269. All'incontro quando precede la negativa al mai, 
quest’ avverbio per lo più si pone al verbo. E in questo mezzo farti e 
la mercanzia NON istèller MAI peggio in Firenze. Giov. Vill. 9, 12, 1 
Quantunque vi abbiano esempj in cuî' mai precede al verbo. Nè lagrime 
sì belle Di sì begli occhi uscìr MAI vide il Sole. Petr. son. 125.—Che i 
parènii insiome rade volie 0 NON MAI si visitàssero. Bocc. Introd. Mai, 
talora nega senza la negazione. Ti priego che MAI ad alcuna persona di 
chi d' cvèrmi veduta. Bocce. nov. 17.—7 perugini per loro allerigia MAI 


il 


| | ETIMOLOGIA E SINTASSI — 329 
unqua , unquemòi , unquànco (1), omài , ormài , oggimài. 
100. Prontezza e celerità di tempo: Sùbzto, tosto, tantòsto, 


i presto, ratto, immantinénte, incontinénte. 


LI 
x 


41°. ‘Tardanza e lentezza di tempo: Tardi, o tardo, adà- 
gio, a bell’ agio, piano, pian piano, passo passo, a poco a 
oc. le au 
i 420. Un tempo. limitato, e il termine del tempo. Finché, 
infinché  finattantochè , o fino a tanto che, infine, per èl- 
timo, in ùltimo. 00° 5 | 
$. VI. Gli avverbj di luogo non son tanto numerosi 
quanto quelli di tempo, e si riducono a’ seguenti: 
QUI, QUA (8), che entrambi vagliono in questo Zuogo , 
cioè nel luogo dov'è la persona che parla. Sembra per altro 
che il primo voglia accennare un luogo più circosctitto e par- 
ticolarizzato, come sfanza, casa, città; e che l'altro indichi 
un luogo più esteso, indeterminato, o non chiaramente de- 
scritto ,. come: paese, contràda ec.-Qui fui con Panfilo, e 
così QUI mi disse, e così QUI facemmo. Fiamm. 4.—Qui non 
palàzzi, non teàtro, o loggia. Petr. son. 10. — Non ti dare 
malinconia, figliuòla, no; egli si fa bene anche QUA. Bocc. 
nov. 50.— Anime sono a destra QUA remòte, Se mi consénti, 
#0 ti merrò ad esse. D. Purg. 7. 
Di Qui, vale Da questo luogo.—Io sono per ritiràrmi DI 
QuI. Bocc. nov. 1 | 
PER Qui, vale Per questo luogo. —Colùi ch' attende là 
PER QUI mz mena. D. Inf. 10. 
Di QUA, vale Da questa parte.—Volgiànci in dietro che 
DI QUA dichina Questa pianùra a suor termini bassi. D. 
Purg. 1. Talvolta usasi im opposizione a Di /a.— Fatl'avea 
di là mane, e DI QUA sera. D. Par. 4. Vale anche A questo 
luogo.—Le quali cose tutte to DI QUA meco divotaménte recùi. 
Bocc. nov. 60. Talora vale Zn questa vita, in questo mondo. 
— Perchè mai vedèr lei Di QUA non spero, E l'aspettàr m'è 
noja. Petr. canz. 40. | | 


si collono dichinàre ad alcùno accordo. Matt. Vill. 8, 39. Mai, vale talvol- 
ta Sempre. Così è oggi bello il cielo come fu MAI. Bocc. nov. 60. 

(7) Unqua, unque, unquemài, unguanche, unguanco (dal latino un- 
quam), vagliono tutti e cinque mai; ma più nel verso: si usano che 
nella prosa. | di | 

(8) I poeti usanò talvolta qui per allora. —Per cotàl prego dello mi 
fu: prega Matèlda, che'l ti dica; e Qui rispose ec. D. Purg. 33.—Qui 
disse il vecchio Anchìse: E forse questa quella Carìddi. Car. En. 3. Talo- 
ra usasi per. In questo stalo, in tal contingenza, a questo termine. — Can- 
zorn, QUI sono, ed ho il cor vie più freddo Della paùra che gelàta neve. 


Gramm. Ital. 43 


- 


350 PARTÈ TERZA ©. 
.__ IN Qua, vale Verso quesia parte.—Volgi IN QUA gli oc- 
chi al gran padre schernìto. Petr, Tr. d'Am, cap. 3. 

Quici, che vale lo stesso che qguz;. è più del verso che 
della prosa. S/ venne deducéndo insino a Quici. D. Par. 8. 
— Illuminàto e Agostin son QUICI. Id. ivi 12.’ 

Ivi, e QUIVI (9), vagliono In quel luogo, cioè di cui si 
favella, ma dove non è chi favella. Era la mia viriùte al cor 
ristrétta, Per far 1vi, e negli occhi sue difese. Petr. son. 2. 
| — Quantunque QUIVI così mubòjano i lavoratori, come qui 
fanno i cittadini. Bocc. Introd. Vagliono anche A quel luogo. 
—Dove è l'amòre, e "I piacere, 1vI va l'occhio. Passav. 270, 
—QuIVI venimmo, e quindi giù nel fosso Fidi gente attuf- 
folta in uno sterco. D. Inf. 18. | i 0 

.. LA’ e LT, vaglion lo stesso che do; e quioz, cioè in quel 

luogo.—Vedi che non pur io, ma questa gente Tutta rimìra 
LA' dove ’! sol veli. D. Purg. 25.— Tòrna tu in LA', ch' to 
d' èsser sol m’ appàgo. Petr. son. 204. — Quel dolce erròr; 
Pur 1° medésmo assìdo Me freddo, ec. Petr. canz.. 30.— 
Ne LI guari lontàno fuor di via Un suo bel velo lasciàva 
fuggendo. Bocc. vis. Am. 20. | I 
| LA', talvolta ha corrispondenza cogli avverbj qua e qui, 
posponendosi, dice la Crusca, al primo, e preponendosi al 
secondo. Tu diventeràî molto migliore , e più costumàto, € 
più da bene LA", che Qui non faresti. Bacc. nov. 77. — 
Tal era to in quella turba spessa, Volgéndo a loro e qua 
e LA la faccia. D. Purg. 6.— Di LA', siguifica talora Nell al 
tro mondo.—Di questo tl dovevi lu avvedeére mentre eri DI LA', 
ed ummendàriene. Bocc. nov. 28. 

Quinci, vale Di qui, e di qua, cioè da questo luogo. 
— Se 10 QUINCI esco vivo. Borc. nov. 17.— Ch'arài QUINCI ‘7 


‘Petr. canz. 39. Qui, vale anche 7 quesito caso, in questa materia, intor- 
no a ciò. — Or Qui non resla a dire al presènte altro. Bocce. nov. 25. 
Qualche volta valeora.— Talòr di vidi tali sproni al fianco, Ch'î dissi: QUI 
convièn più duro morso. Petr. Tr. d. M. cap. 2. Qua, accompagnato con 
qualche verbo di moto, vale 4 questo luogo.—Che non mi facci dell’attèn- 
der niego, Finchè la fiamma cornùta Qua vegna. D. Inf. 26.— Trarrèievi 
i cappiscci, e QUA divolamènte v° appresserète ec. Booc. nov. 60. Fu usato 
anche per in questa cosa, a questo fatto. —Quivi Callafino disse: QUA non 
.bisognano paròle ec. Pecor. Gior. 16. nov. 2. | 

{9) lvi, QuiviI, LA’ e Li”, sono non di rado avverb) di tempo. Poi IVI 
a parècchi dì la donna ec. Bocc. nov. 43.—Da IVI a pochi giorni venne 
un Borghèse ec. Nov. ant. 25.—No' fummo .già tutti per forza morti B 
peccatori infino all’ ullim' ora; Quivi lume del ciel ne fece accorti. D. 
Purg. 5.—La' ver l’auròra che sì dolce l'aura, Al tempo novo suol mooer 
.t fiori. Petr. canz. 38.—Infino a LI non fu aelcùna cosa Che mi legàsse ec. 
D. Par. 14. | dn 


| — RTIMOLOGIA E SINTASSI __ 551 
piè mosso a mòcver tardo. Petr. son. 288. Vale anche' Per 
questo luogo.—Ma tu chi se'che QuINCI si soletto vai. Filoc. d; 
149.—QuINCI: non passa mai ànima buòna. D. Inf. 5. E tal- 
volta vale Di qui, di questo luogo.—Fiésole il cui poggio pas- 
stàmo QUINCI vedere. Bocc. nov. 74.0. 00 
INDI e QUINDI, vagliono lo stesso che D'ivi e di quivi, 
cioè di quel luogo, o da quel luogo. —Comandòlle che INDI 


non uscisse oo a tanto che egli che È aveva. rinchiùsa ; . 


non l'aprìsse. Passav. 78.— Or può sicuramente INDI passàrsi. 
D. Purg. 16.—Zo scolàre della torre uscìto comandò al fante 
suo che QUINDI non st partìsse. Bocc. nov. 77.— QUINDI poi 
se n'andò a Bològna, dove poco stato n'andò a Pàdova, e 
QUINDI da capo st ritornò a Veròna. Vit. D. 254. (10) 
Siccome /4, suol corrispondere con qua e qui, così quinci 
corrisponde con guzndi.— Che QUINCI, e QUINDI le fòsser per 
guida. D. Par. 1f.—Or QuINCI, or QUINDI com’ Amòr m'in- 
forma. Petr. canz. 20. 0 cu E 
. Costì, COsTA', vagliono Zn cotesto luogo, cioè in luogo 
distante dove non è la persona che parla : il primo accenna 
un luogo circoscritto e preciso; il secondo un luogo più in- 
determinato. Innanzichè cotesto ladroncéllo che v' è costì da 
lato, vada altròve. Bocc. nov. 73.— E tu, che se' COST), ànima 


viva, Pàrtiti da cotésti che son morti. D. Inf. 35.—Veggéndo 


fante belle giòoani che cOSTA' sono. Bocc. Filoc, 2, 301.— 
Se vot mi metterete COSTA’ entro. Id. nov. 21. | 
CostAssUu', e COSTAGGIU', avverb) composti di costà e di 
su e di giù, vagliono In cotesto luogo: il primo denota emi- 
nenza e altezza; l’altro bassezza e profondità. —Ed etti gra- 


ve il COSTASSU' dimoràre. Bocc. nov. 77.— O miseri, qual 
dolòre avéte di trovàrvi ora COSTAGGIU' in fanti tormenti ? 


Fr. Giord. Pred. | 

CostiNci, vale Di cosiì, di cotesto luogo.—Ditel COSTINCI, 
se non l'arco tiro. D. Inf. 12.—.Se vuogli uscìr COSTINCI, con- 
cederòiti un gheròne, ovvero un guazzeròne del mio vestiménto 


Passav. 653. 


(10) INDI, QuINCI, e QUINDI sono talvolta avverbj di tempo. INDI s’uscò- 
se, ed io invèr l' antico Poèla volsi i passi. D. Inf. 10. —Da QuiINcI in- 


nàanzi simili novelle noi non sentiamo più. Bocc. nov. 68.—-Una sua so- 


rèlla giovinèlta chiamata Fulvia, gli diè per moglie, e QUINDI gli disse. Id. 
nov. 98. Quindi , equivale allora al latino propferea, indicante cagione, 
e vale Da questo, per questa cagione. Matt. Vill. 9, 98.—D. Inf. 34.—-Id. 
Purg. 25.—Albert. 2, 29; ec. E talvolta è adoperato per indicare l'origine, 
la patria e simili. Delle parti dell'Etruria, e della più nobil città di quella 
vengo e QUINDI sono. Bocc. Fiamm. È. | ù 


L) 


od | PARTE TERZA . - 

Coca”, vale In quel Juogo.— Vuolsi così COLA", dove si 
puote Ciò, che si vuole ec. D. Inf. 5. — Za buòna femmina 
tornò per la cassa, e COLA’ la riportò. Bocc. nov. 19. 

SU, SUSO, GIU’, GIUSO: i due primi dinotano Juogo su- 
periore, i due ultimi Zuogo inferiore. Suso , e giuso sono in 
oggi più del verso che della prosa. G/i uccelli SU per li verdi 


rami eantàndo piacécoli versi. Bocc. gior. 2. prin.—Giltowi 


SUSO n pannàccio d'un saccòne, che fatto avea il dì volare. 
Id. nov. 50.— Così discési del cerchio primàjo GIU nel secondo 
ec. D. Inf. 5.—Se T'alto monte scende G1uso ad imo. Id. Par. 1. 
— Cioè miràndo il cerchio per mezzo -di ritta linea di suin 
GIUSO, e di GIU in suso. Tes. Br. 2. 


QUASSU', QUASSUSO , composti di qua e di su e suso, I 


vagliono in questo luogo ad alto, e sono opposti a QUAGGIV 
e quaggiuso che denotano in questo luogo basso.— Perché 
ti prego per solo Iddio che quassu' salghi. Bocce. nov, 77. 
— Ed io: ciò, che appar Quassu' diverso, Credo chel fanno 
è corpi rari, e densi. D. Par. 2.— E non vedîèmo noi salire 
niuno di loro quassuso. Cavalc. Spec. cr. —Znfin QuaGeo 
venné a scusàr sé ed a confortàr me. Bocc. nov. 77.— Guardo 
quaGGiUso alla nostra procella. D. Par. Si. QUAGGIV, vale 
anche Zn questo mondo.—Mentre quaGGIU' fu nelle membro 
mortàli. Bocc. Lab. 152.— Così QUAGGIU', st gode, E la stra 
da del ciel si trova aperta. Petr. canz. 29. È a 
LASSU', LASSUSO, sono avverbj composti di Zà, e di si, 
e denotano iri quel luogo alto ; cioè Superiore al luogo dor è 
la persona che parla. I loro ‘contrarj sono LAGGIU' e LAGGIUSO 
che accennano Luogo basso. Mandò a Guccio Imbràtta, che 
rASSU' colle campanélle venisse. Boce. nov. 60.—Zo penso, st 
Lassuso ec. Son .Z'altr' opre sì belle, Aprast la prigione, 
ov io son chiuso. Petr. canz. 19.— Re, di che #' hanno offîs0 
i due giovani, li quali LAGGIÙ nella piazza hai comandato, 
che arsi steno ? Bocc. nov. 46.—Ma ditemi, che son li segni 


bui Di queslo corpo, che LAGGIUSO in terrà Fan di Cain fa | 


voleggiùre alirùi ? D. Par. 2. | 


COLASSU', 0 COLASSUSO, COLAGGIU', 0 COLAGGIUSO, avver- | 
bj composti di /è, colà, e di su e di giù, e vagliono lo stes- | 
so che colà: i due primi accennano Altezza di luogo, i due | 


ultimi Bassezza di luogo. Fate, che noi ce ne meniàmo una 


COLASSU' di queste papere. Bocc. nov. 83.—Ma COLAGGIUSO | 


gli disse: meménto. Patafi. 7. — SERA 
Ove, DOVE, vagliono Nel qual luogo, o in quel luogo, 
nel quale, e puossi usare l’ uno o l’ altro secondo che tornì 


— i pi mir 
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ÉTIMOLOGIA E SINTASSI 553 
meglio (11). Ove fustù stamane poco avànti al giorno? Bocc. 
nov. 23 -—Za quale, DOvE meno era di forza ec., quivi più 
avàra fu di sostigno. Id. gior. 8, prin.—Vegno di loco, OVE 
tornàr disio. D. Inf. 2.—Ditene DOVE la montàgna giace. Id. 
Purg. 3.—Mostràndo alirùi la via, DOVE sovénte Fosti smar- 
rito, ed or se'più che mai. Petr. son. 78. . | - 

ALTROVE, vale In altro luogo. Non sappiendo perciò, 
che "] suo fante là, 0 ALTROVE, si fosse fuggìto. Bocc. nov. 12. 
—Parme ’l veder quando-si volge ALTROVE. Petr. canz. 28. 
—Folgi in ALTROVE gli occhi tuoi, che non véggano la va- 
nitàde. Albert. 11. Ei » 
__ ONDE, DONDE, vagliono Del qual luogo , dal qual luogo, 
o #l luogo dal quale (12).— Colà la riportò, ONDE levàta l'a-. 
eéa. Bocc. nov. 19.—Nel labirìnio intrài, nè veggio OND' esca. 
Petr. son. 176.— Cominciò piacevolménte a ragionàre, e do- 
mandò chi fosse, DONDE venisse, dove andàsse. Bocc. nov, 13. 
— Ch' io me ne ritorni a DONDE io m'era partìto (colà donde). 
‘© Fir. As. d'or. 269. ONDE, e DONDE significano talvolta mofo 
. per luogo.—Per mezz’ i boschi inòspiti e selvàggi, ONDE van- 
‘ no a gran rischio uòmini, ed arme. Petr. son. 143.—-E per 
una falsa porta, DONDE egli entràto era , tràttala ec. entrò 
in cammino. Bocc. nov. 11. ONDE, qualche volta. significa 
moto a luogo. ONDE sono ora fuggiti è verdi prati, ne'quali 
ec. Bocc. Filoc. 2.. — - | 
ALTRONDE, vale Da altro luogo. — Facéndo sembiànte di 
venire ALTRONDE, se ne salì in casa sua. Bocc. nov. 65. 
DOVUNQUE, OVUNQUE, DOVECHÈ , OVECHÈ., DOVE CHE 
SIA, OVE CHE SIA, vagliono In qualunque luogo, a qualun- 
ue luogo. Bocc. lntrod.—Id. nov. 15.—Id. Teseid. 4.—Id. 
inf. Fies. 71.—Petr. son. 192.—Id. Tr. d'Am. cap. 2. — 
Bemb. rim. 126. DE pe | I 
ONDECHÈ, DONDECHÈ, vagliono Di qualunque luogo. Bocce. 
Introd.—Id. Lab. 85.—Matt. Vill. 5, 19. tl 
ENTRO, DENTRO, ADDENTRO, INDENTRO, INENTRO, PER 
ENTRO , vagliono Zn quel luogo , ‘nel luogo interiòre. Bocce, 
(11);In vece di Ove, leggesi talvolta 7” coll’ apostrofo, ma è proprio 
del verso. U’ sono i versi, v’ son giunte le rime. Petr. canz. 46.— Ritornò 
Ferraù verso la fonte, U' nell'erba giacèa l’elmo del Conte. Ar. Fur. 12, 59. 
Quantunque anche in prosa se ne trovi qua e là qualche esempio. Là, 
U” non è carità, non v ha nulla, Gr. S. Gir. 8. Dove, trovasi talvolta 
usato come nome, e vale Luogo.— E questo cielo non ha altro DOVE, ec. 
D. Par. a27.—-Chiaro mi fu allor, com’ ogni Dove In cielo è paradiso. 
D. Par. 3. ° ri | I 
(12) Onde, è talora addiettivo pronominale ralativo (7. Sez. IV, 
Cap. VIS. XII). PRO ps II 


3554 . | PARTE TERZA — | 
‘ nov. 78.—-Nov. ant. 83.—Filoc. £.— Petr. son. 9.—Passar. 308. 
—Cresc. 1, 2, 8.—D. Inf. 35.—Id. Purg. 27. ec. 
VICINO, PRESSO, APPRESSO, ACCOSTO, vagliono Luogo 
poco distante. Bocc. nov. 43.—Gio. Vill. 2,13, 4. 
LUNGI, LONTANO, DIscosTo, accennano Un luogo lon- 
tàno. Boccs nov. 19.—Cresc. 8, 10.—Dav. colt. 176. 
PER TUTTO, DA PER TUTTO, vagliono lo stesso che 
Ovunque, dovùnque. 
} VII. Seguono gli avverb) che accennano : 
4°. AFFERMAZIONE: Sì, certo, di certo, per certo, in ve- 
ro, ig difàtti, appùnto, per l appùnto ec. a 
«| o. NEGAZIONE: Non, no (13), nulla, niente, nienle of- 
fatto, per niente, non mica, non punto. | | 
o. Mono: A senno, a capriccio, a talénto, ad onta, 4 
dispetto, mercé, a bello studio, a posta, di nascòsto, dì sop- 
piàtto, volentieri, mal volentiéri, di buon grado, di buona 
voglia, di mala voglia, a mal grado ec. 0 
N: do, QUALITA: Bene, meglio, ottimamente, male, peggio 
éssimo, ec. 1 | 
Be. PREFERENZA: Piuttòsto, prima, anzi, innònzi, avan 
gl, CC. ì Re 
(13) No e NoN, vaglion lo stesso, ma l’ uso di esse particelle nel 
discorso, è ben differente. La prima si usa assolutamente , o in compagnia 


TTT nnt i 


Cas 


di un nome, o d’ un addiettivo; la seconda non va mai se non in com- © 
pagnia d’ un verbo. No, ha talora la corrispondenza di sì, espressa e la- 


5a) 


ora sottintesa. Folle no, ma innamorato si. Filoc. è, 68.—Pdllida N, 
ma più che neve bianca. Petr. Tr. della M. cap. 1. Trovasi talvolta in 
vece d' una intiera proposizione negativa onde evitare la ri petizione dello 
‘stesso verbo. Zo vi dirò quello che io avrò fatto, e quel che No. Bore 
mov. 11. Usasi qualche volta per ripieno, onde dar maggior forza ad doa 
espressione già negativa mediante il mon. Disse allora Pirro NON s0N 
farnètico no Madonna. Bocc. nov. 69.—I dié’ in guardia a san Pielro, 
or NON più NO. Petr. canz. 22. No, si usa talvolta a maniera di nom*, 
con l’ articolo avanti e anche senza l' articolo. Tanto vale IL MIO N 
quanto il suo sì. Cecch. esalt. cr. a, 3.—Che sì e NO nel capo mi lens” 


na. D. Inf. 8. Dir di no vale Negare. Bocc. nov. 72.—Galat. 23.404 | 


che no, vale Più tosto che altro. Bocc. nov. 20.—Id. gior. 6. pr. Non 
usasi talvolta a modo di ripieno dopo i verbi dubitàre, temere, sospetta: 
re, e simili, così il Boccaccio: Yo femo. forte «che Lidia con consiglo € 
colère di lui questio NON faccia ; e altrove: La giovane, udèndo la fasella 
latina, dubitò altro vento NON }° avesse a Lipari riportàla; e altrove: 
Suspico, costùi in alcùn atto NON V avèsse raffigurato ec. Se più cose 8 
negano innanzi al verbo, si può a ciascuna di esse aggiugnere la pari” 
cella non. Perchè NON pioggia, NON grando, NoN neve, NON rugiada, NO 
brina più su cade. D. Purg. 21. Non, sovente s' incontra col pronome 
troncato da questo li, facendosi no? (7. Sez. III, Cap. 11, $- X, 90 
ta 11), JVon, posto interrogativamente, non niega, ma-sta.come se no! 


vi fosse. Non o’ accorgèle voi che noi siam vermi? D. Purg. 10.—NoN disse 


il tuo padròne, se io bene intèsi, che noi portàssimo a casa queste c08, 
e le cocàssimo quici? Gelli Sport. 4, s. 


» 


} 


Biel 


ETIMOLOGIA ® SINTASSI 555 

6°. SIMILITUDINE: Siccome, come, .cusì, c0sì fattaménte, 
a modo di, a guisa di, a maniéra di, al paro, similmente, 
medesimaménte, pariménte. |. “ed s 

7°. QUANTITA’ e NUMERO : Molto, di molto, guari (14), 
assi, d' assài, ad assài, di gran lunga, sovérchio, vonpo i 
quanto, tanto, cotànto, alquànto, poco, alcun poco, qualche 
poco, più, di più, per lo più, per la più parte, per la mag- 
gior parte, meno, manco, alméno, per lo meno, solo, soltàn- 
to, abbastinza, appièno, affatto, totalmente, del tutto, ec. A 
questa classe par che appartengano Anche, ancòra, eziandìo, 
pure, insieme, neànche, ,neppùre.nemméèno, nemmànco. 

8°. PROBABILITA’, DUBBIO, e INCERTEZZA: Forse, per 
aveniùra, circa, în circa, all’ inòrca, presso a, a un di pres 
50, presso a poco, quasi, quasiché, pressoché, ec. lo 

9°. DIVERSITA’, e  CONTRARIETA': Altriménti o altra- 
mente, diversamente,. al contràrio, per lo contràrio, all’ oppò- 
sto, con luilo ciò, non per tanto, nondiméno, tutlavìa, ec. 

$. VIII. Una sola osservazione rimaneci ancora a fare, ed 
è, che per proprietà di linguaggio molti addiettivi adoperansi 


| avverbialmente, o, per dir meglio, come meri avverbj, senza 
che prendano Ja solita desinenza menle, e senza che cambino 


la loro terminazione mascolina singolare, onde Alto, basso, 


| aperto, chiaro, dolce, forte, piano, presto, sano, sodo, tardo, 


tosto, ed altri simili, vaglion talora Altaménte, bassaménie, 
apertamente, chiaraménte. dolcemente ec. Gridàre ALTO. D. 
Iof. 9. — Zevàre ALTO. Bocc. nov. 73. — Miràr BASSO. Petr. 
son. 19. — Or ALTO or BASSO il mio cor lasso mena. ld. 
son. 145. — Vedére APERTO. Bocc. Fiamm. 2. — Dire APERTO. 
Id. nov. 2. — Conòscer cHIARO. Id. nov. 15.— Assài la vo- 
ce lor cnIARO abbàja. D. Inf 7.— Parlàùr DOLCE, rider 
DOLCE. Petr. son. 126.— Piacér FORTE. Bocc. nov. 49. — 
Parlàr PIANO. Id. nov. 64. — Rispòse: andiàmo in là che 
er véengon PIANO. D. Purg. 3. — Venìr PRESTO. Fil. Vill. 14, 90. 
— Rimandèr PRESTO. Cas. lett. 6.— Star sANO. ld. lett. 73. 


(14) Quet' avverbio vale Mollo, e va sempre accompagnato da non, 
© da altra particella negativa. .M' hanno alla memoria tornàia una no- 
vélla, NON GUARI meno di perìcoli in sè conlenènie, che la narràia da 
Laurèita. Bocc. nov. 15.—Non ov andò GUARI che Tiberio mandò Druso 
im Illiria per milizia apprèndere. Tac. Davi ann. a, 44. Guari è talora 
addietlivo. Dopo NON GUARI SPAZIO passò della presènie vita. Bocc. nov. 36. 
— E còrsonla iutta senza uccìdere GUARI GENTE. Giov. Vill. 4, 5, 3. E tal- 
volta È usato come nome. E quivi NON GUARI DI TEMPO dimoràrono. Bocce. 
nov. 1y.—Calandrino KON fu GUARI via andàlo, che egli il seno se n'ebbe pie; 
50. Id. nov, 73. . e a i 


556 | PARTE TERZA © 


— Dormìr sono. Bern. rim. 1,87.— FarTOSTO. Bocc. nov. 83 | 


— Che menàr gli anni miei sì TOSTO a riva. Petr. canz. 7, 
— La spada di quassù non taglia in fretta Né TARDA ma 
ec. D. Par. 22.— A/ma real, dignìssima d' impèro, Se non 
fossi tra not scesa sì TARDO. Petr. son. 228. 


CAPITOLO II. 
DELLA PREPOSIZIONE 


QUINTA PARTE DEL DISCORSO. 


(Vedi Sez. I, $. VIL) 


** $.I Le moltissime volte che già ci è stato mestieri di 
far menzione di quelle particelle dette preposizioni nel tra- 
tare, in questa nostra opera, le partì variabili del discorso, 
chiaro dimostrano di quanta importanza esse sieno nel lin- 
Quaggio. 
Nulla più diremo del perchè, e del quando furono in- 
wentate le preposizioni; nè più intertenere vogliamo lo stu- 
dioso con ispiegargli la loro funzione nel discorso, concios- 
siachè debbegli bastare quel che da noi se ne espose nell 
Sez. II, $. VII; nella sez. II, cap. V, e nella sez. III, cap. Il, 
8. IV, e V. | 
S. II. Gioverà nulladimeno di aggiugnere a quel che già 
ne dicemmo altrove, che le preposizioni talora esse stesse espri- 
mono la relazione tra due o più obbietti, e talora non fanno 
che indicare la relazione già espressa da altro termine, sia 24- 


i 


diettivo sia verbo: nel primo casole preposizioni posson chià- |' 


marsi significative; nel secondo indicative. Noi ci prendere 
mo la briga di rilevare in esse queste due differenti funzion, 
ogni volta che giudicheremo utile il farle conoscere. 

Le preposizioni si dividono .in semplici, cioè in’ quell 


a 
« - Nulla ma 


‘consistenti in una sola particella; ed in composte, quelle cioè |. 
che in due particelle consistono. Cominceremo con le prepo: | 


sizioni semplici Da, &, di, con, in, per, che per eccellenza s0- 
no dette primitive, | di 


8. II. Risvegliatasi in noi l’ idea delle cose, siamo natu- {: 


ralmente inclinati a ricercare il loro principio, 1’ origin loro, 
che è lo stesso ehe dire : desideriamo di conoscere quegli ob 


(I 
"li 


bietti da’ quali altri, che già conosciamo, derivano, 0 s0n° |. 
prodotti: quindi fu creduto necessario un segno che espfi | 


messe nel linguaggio la relazione d' origine; il qual segoo © 
la preposizione primitiva Da, che sola, o incorporata coll' ar 


It 


OLII 


ETIMOLOGIA BE SINTASSI SIT 
ticolo determinante, ponesi innanzi al nome della cosa ‘dalla 
quale, o propriamente, o figuratamente, qualsivoglia altra cosa 
od operazione prende principio , proviene, deriva, se@turisce, 
dipende, ec. ca l 


tal 
- 


TESTL 

Lo mio fermo desìr vien DALLE stelle. Petr. canz. 3. — 
DA Dio wvéngono le grazie. Bocc. nov. 735. — Tu derivi DAL 
ciELO Crudo garzòn ? né di celéste seme Ti cred' io, nè d'u- 
màno. Past. fido. at. 1, sc. 1.— Abbondànti lagrime DA SUOI 
OCCHI, come DA DUE FONTANE, cominciàrono a scaturire. 
Fiamm. 2.—-O fratélli, DA vor dipénde l ànima di colòro. 
Gio. Vill. 11, 5, 10.—LZa poesia, viva mùsica ; DA ORGANO 
razionàle risultànie. Salvin. disc. 2. aa: 


. -8. IV. All’idea dell'origine delle cose, facilmente attaccasi 
per analogia, quella di partenza, di separazione, di allonta- 
namento, di staccamento, di sottrazione ec. Tutte queste re- 
lazioni, e molte altre della stessa natura, o che a quelle sono 
analoghe, sono nel discorso indicate dalla prep. da, che si 
premette .all’ obbietto, sia fisico, sia metafisico (astratto), onde 
un altro obbietto si parte , si allontana , si distacca , si se- 
para, si sottrae, st toglie, sì libera, s' invola, fugge, discen- 
de, cade ec. | | 
SE vt TESTI. 


Pàrtit! DA COTESTI che son morti. D. Inf. 3.— Questa 
sole DAL vorco m'allontàna. Petr. canz. 19. -- Tolse Gio- 
vanni. DALLA RETE, e Pietro. Id. son. 4. —Di selva in selva 
DAL CRUDEL s'invòla. Ar. Fur. 1, 54.— Pracéndogli patrébbe 
la sirbcchia DAL FUOCO, sottràrre. Bocc. nov. 3 . (1) —DA 


: (1) Per proprietà. di linguaggio, o piuttosto per l’ uso, che, in mate- 
ria di lingua, despota. e tiranno, non ‘intende ragioni sul suo fare e. non 
fare, il secondo termine, ossia .l’ obbietto indiretto .. de’ verbi. sollràrre e 
cogliere, ed anche de' verbî dimandare, chièdere, rubàre, involare, e simili, 
leggesi il più delle volte preceduto dalla preposizione a, laddove’ per la 
natura dell’ azione la sua preposizione, in vece di quest'ultima, richiede- 
rebbe sempre la. preposizione da. È ’l cor sottragge A QUEL dolce pensit- 
roy, Che’n vila il tiene. Petr. son. 190.—E ripregàndo te pèltida morle, 
che mi sottràgghi A sì PENOSE NOTTI. Îd. canz. 46.—Questo Duca non to- 
glitoa AD ALCUNO, ma ec. Nov., ant. 5.—Il re Piero di Raòna l’ ìsola di 
Cicilia ribellò, e tolse AL RE Carlo. Boec. nov. .16.—Ma di speziàl grazia 
VI (a voi) chiéggo un dono. Id, gior. 1, fin.—Dicènda., che al suo con- 
tàdo tornàr si voleva, chiese comiàlo AL RE. Id. nov. 10.—Domandò con 
fermo viso, e con salda voce quello che A LEI domandàsse. ld. nov. 47. 
— M' infiammdi A dir di quel, ch'A me STESSO m'inoola. Petr. canz. 13. — 


Gramm. Ital. 44 


58, PARTE TERZA ©. 

PARIGI a Génova tornàndo. Id. nov. 79.—Un ‘fiumicéllo il 
quale DA UNA VALLE cadeva. Id. gior. 6, fim.—Zn così fatlo 
dì ri.uscitò DA MORTE a vita il nostro Signore. Id. nov. 1. 
— Essi vedéndo DALLE MURA z/ fulto , éscono DA TUTTE le 
porte. Tac. Dav. stor. 4.— Dòrmono in reti sospese DA TERBA, 
e vivono dì per dì. Serd. stor. 21.—Pien d'un vago pensier 
che mi descia DA TUTTI gli altri ec. Petr. son. 157. 


‘—’$. V. Per estensione, sotto la regola di sopra stabilita, 
compréndesi pure il secondo termine de’ verbi Astenersi, al- 
tendere (per aspettare), acére (per ricevere), dividere, impa- 
ràre, impetràre, inténdere, levare, ottenére, raccògliere, sapt- 
re, sciògliere, sentire, udìre ec. Ecco un esempio di alcuni. 
I Sanési s' astéennero finalmente DA PIU BATTERLA, € 
DAL VOLERLE altriménti dare l assàlio. Segn. Stor. 14, 379. 
—Dimàndal, disse, ancòr se più disìt Sapér DA LUI ec. D. 
Inf. 22. — Andiàmo ad impeitràre DAL SANTISSIMO PADRE 
che dispénsi con lui. Bocc. nov. 13. — Perchè incontanene 
sie Agi i due giòvani fossero DAL PALO sciolti. Box. 
nov. 46. 


- $. VI. Altri verbi d’assai sonovi in oltre, il cui secondo 
obbietto ama di esser retto dalla preposizione da, quanton- 
que non esprimano tanto direttamente, ‘quanto i precedenti, 
l'idea d'origine, di dipendenza, o di separazione. Quindi di- 
, ciamo: Argomentàre, inferìre, giudicàre , congelturàre , conò- 
scere, vedére, misuràre, stimàre, distinguere ec. una cosa da 
un'altra; Disviàré, distornàre, assòliere alcùno da checches- 
sia ec. si | i 

La stessa preposizione ponesi innanzi agl'infiniti de'verbi, 
presi come nomi; onde diciamo: Venìr da udìr messa, venir 
da cenàre, tornàr da passeggiùre ec.—Ella non cenìva do 
s'avvisàva, ma DA VEGGHIARE con una sua vicina. Bocce. 
nov. 64. — Percioccheè tornàndo jer sera un po' tardetio DA 
CENARE fuor di casa. Fin. Asin. d’oro. o I 

S. VII. Adoprasi la preposizione da per accennare: 


Acciocchè (le cattive erbe) ALLE MIGLIORI ERBE ron rubino il nulrimento. 
Cresc. 6, 2. Il Soave, per esimere un tal uso dalla taccia d’ irregolarità, 
dice: uso per altro che paco toglie alla regolarità dellu lingua, non aver 
do sì l'una che l'altra preposizione, in questi casi, che il senso indicole 
vo, ed essendo consegueniemenie per sè stesso indifferente, che îl secondo 
dermine d' una relazione, già espressa da «altre parole, sia accennato 
piulloslo con una.che con un’ altra preposizione. Per grande che, s13 : 
nostra: venerazione pel dotto “autore; noi teniamo questo ragionamento 
per assurdo. i ana È i 


rt ee cora Neat 


lui, da let, ec. Bocc. nov. 20; — nov. 26;—nov. 79. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 309 
f°. L'AGENTE DELL'AZIONE ne’ verbi passivi, come: Z/ 
Campidòglio fu edificato A Tarquìnio, assediàto DA Brenno, 
e liberàto DA Camiìllo.— Ringraziàtala dell'onòre ricevùto DA 
LEI., a Génova se ne andò. Bocc: nov. 5. Talora il verbo 
essere è sottinteso. Risblse di pigliàr I isola di Mona LA- 
SCIATA DA Pautino. Dav. Vit. Agr. 
2°. DIFFERENZA e CONTRARIETA”, come: Quand’ era in 
parte altr uom DA QUEL che s0 sono. Petr. son. 1.—DA in- 
sensàto animùle tr recarono ad éssere uomo. Bocc. nov. 41. 
3°. L'ORIGINE DI PATRIA (salvo se si parli di regno o 
di provincia , poichè allora usasi di), come: Cino DA Pistòja, 
Raffuéello va Urbino, Buli DA Pisa, Andreùccio DA Perù- 


gia, Guidbdito DA Cremòna, Aldobrandìno DA Siena, ec. 


4°, IL SEGNO, 0 L'IMPRESA per cui altri si distingue, 


‘come: // quale avéa nome Guglielmo DAL Corno. Gio. Vill. 9. 


— Con ricca sopravvéste e bello arnése Serpentin DALLA STELLA 
în giostra venne. Ax fur. 353, 67. e 

5°. IL TEMPO, onde si comincia, come: DA quel tempo; 
DA due anni; DA tre mesi; DALLA prima gioventu; DA pic- 
colo; DA fanciùllo, ec. | i 

60 LA CONVENEVOLEZZA, L’ATTITUDINE, E ABILITA’ ed 
anche l’uso per cui una cosa s' adopra, onde diciamo: àbito 
DA uomo; ornamenti DA donna; fanciùlla DA marito; com- 
media DA rìdere ; terréno DA viti; DA uomo onésto; DA ca- 


.valtéro onoràto; DA valoròso capitàno ; DA buon amìco; un 


colpo DA maéstro ; una botte DA olio ; un fiasco DA vino; 


.una bestia DA soma, ec. 


7°. LA CAPACITA”, come: Uomo DA molto, DA poco, 
DA nulla, ece.—Sempre per DA MOLTO Zebbe e per amico. Bocc. 
nov. D2.— Tu se' più DA POCO che Maso, che st lasciàva 
fuggire i pesci cotti. Lasc. Spir. at. 5, sc. 7. 

8°. IL PASSAGGIO per luogo, come: Passor DA Bolò- 
gna, DA Milano, ec. . I NE i | 

9°, IL PASSAGGIO davanti ad un luogo; onde dicesi: An- 
dàre , venìre , passàre , fernmàrsi dalla casa , dalla bottega , 
dalla chiesa, ec.—DAL FRATE parlìtosi, DALLA casa n'andò 
della donna. Bocc. nov. 23. — Veggìndol DALLA casa sua 
molto spesso passàre. Id. nov. 25. 
. 10°. Moto A LUOGO (in vece della preposizione 4); onde 
dicesi: Andùre, venìre, passàre, menàre da le, da voi, da 

11°. INCERTEZZA DI NUMERO, avendo forza di Zncirca 
intorno.—Stimàvasi avére in Fiorenza DA novantamila bocche 


540 PARTR TERZA 


tra uòmini , fîmmine , e fanciùlli. Gio. Vill. 11,.95,2.—- | 


Allòra prese DA irenta in quarània de’ migliòri baròni del 
re. Id, 7, 27.— Cinque badie con due priorie e con DA dt 
tànta mònact e DA cinquecento donne. Id. ivi.— Esséndo stati 
vedùli, subitaménte uscirono DA dòdici fase Bocec. nov. 43. 

120. ESCLUSIONE, come: Questa donna ogni cosa ebbe 
DA ONESTATE IN FUORI. Dav. ann. 

13°. PRESENZA, preceduto dagli avverb) avàantz, dinanzi. 
—Poco avanti DA se vide le cèéneri rimàse d' Attila flagello di 
Dio. Bocc. Filoc. 4. — Ella si fermò dinànzi DAL RE. Vit 
S. Gio. Batt.—Gl Ambasciadòri andàro calà per opporre k 
loro ragioni dinànzi DA lui. Nov. ant. 58. 

Congiunto co' pronomi me, noi, te, voi, se, loro, come: 
Da me, da noi, da te, da coi, da sé, da doro, significa 
una © più persone sole senza l' altrui compagnia , o ajuto: 
e talora. ci st frammette la preposizione per, come: Da per 
me, da per te, da per sè, da per loro ec:—Poscia rispòse lu: 
DA ME non cenni. D. Purg. 1.—Fa conto non mi avtr tre 
vato, e fa DA TE. Cecch, dot. 2, 3.— Avrebbe colùto l'abali 
che Primàso DA SÈ, si fosse partto. Bocc. nov. 7. — Moll 
malaitie guariscono DA PER SÈ, senza È òpera «del méduo. 
Lib. cur. mal—Zoz ve ne avvedréte DA PER VOI nel legge 
questo frammento. Redi lett. 

Si notino in olire i seguenti modi di dire: 

Esser DA VICINO, DA LONTANO.— Fare una cosa DA VI- 





CINO, DA LONTANO.—Méttere , inclinàre, fare inclinàre , vob | 


tùrsi, vòlgersi DA UNA PARTE, DA UN LATO, DA UN CANTO, €C 
GAPITOLO II. 
DELLA PREPOSIZIONE dA. 


S. I. Questa preposizione (1), che è segno d'attribuzione 


e di tendenza, è quasi l'opposto di Da, indicando il termine | 


a cui tende, o si dirige l’azione; onde, ogni volta che un 
verbo esprime direzione, o tendenza , verso alcuna cosa, il 


termine di questa direzione o tendenza , verrà indicato dalla 


(1) Onde evitare l’ incontro di due vocali dello stesso suono, è re 
gola di aggiugnere la consonante d a questa preposizione, ogni volta che 
il susseguente vocabolo, sia nome o verbo, cominci dalla lettera a; 0 
che puossi anche, volendo, praticare quando la lettera iniziale sia una 
delle rimanenti quattro vocali. Dio vi appèlla, e vi vuole AD AMICI suoi 
Guitt. lett. 13.— 7 cominciarono le genti AD ANDARE, e AD ACCENDER lumi, 
e AD ADORARLO ee. Boce. nov. 1.—Non pare indègno AD voMO d' iriellét 
do. D. Inf. dd. © “ l ca 





ETIMOLOGIA E SINTASSI 541 
preposizione 4. Dietro questa regola i verbi Applicàre, ascrì- 
vere, atiribulre, avvezzàre, concédere; dare, lasciàre, permét: 
tere, promettere; pagàre , e molti altri simili, hanno seco, 
oltre all’obbietto loro diretto (2), anche un obbietto indiretto, 
preceduto dalla preposizione 4- nel senso indicativo (7. $. II, 
del precedente cap.). o da 

8. IL Co’ verbi di moto a luogo, come: Andère, venire, 
camminàre ed altri, questa preposizione indica il termine 
a-6uì il moto è diretto, come: Andàre a Roma (3), venìre 
a Firenze, camminàre al nemìco (4). Quindi anche sono 
preceduti dalla prep. @ i-verbi all’ infinito, quando sono con- 
siderati come il termine di un antecedente verbo di moto; onde 
dicesi: Andòre a desinàre, a passeggiàre, a dormìre, a chia- 
màre; venire a vedéère; tornàre a préndere; mandàre a dire 


. ec. Non di rado trovasi anche innanzi agli infiniti, ancora che 


l' antecedente verbo non esprima moto. Dare a vedere, ad in- 
tendere, a conòscere ec., ardìre a fare; cominciàre a credere; 
obbligàre a scriverè ; sforzàre a dire; aver ànimo a fare ec. (8). 
Diciamo anche: Egl é bello a cedére; grato ad udìre; soùve 


_ad otdoràre, ec. 


Sopra la medesima regola .sono fondati i seguenti modi 


(2) Sonovi de'verbi, come Ubbidìre, soddisfàre, servire, e simili, il cui 
obbietto può considerarsi o come quello in cui l’ azione finisce, o come 
quello a cui è diretta ; laonde può esser preceduto dalla preposizione a, 
o stare senza. preposizione alcuna. E fu corfèse, eh? ubbidisti tosto ALLE 
VERE PAROLE. D. Inf. 2.—Nè volle UBBIDIRE I COMANDAMENTI del Papa. 
Gio. Vill. E quivi SERVIVA CERTI PESCATORI CRISTIANI. Bocc. nov. 42.— 
Per questo SERVIA A tutti i re volentièri. Cron. d'Amar. 81.—Per soDDI- 
SFARE AL MONDO, che gli chiama. D. Par: 10.—Il che io ho falto più vo- 
Ierlièri per SODDISFARE e servire vostra Maestà. Cas. lett. 18. 

(3) A, usasi talora anche per significare esistenza in luogo, per cui 
generalmente adoprasi în, come: io sono a Parìgi, a Roma in vece di: 
sr: Parigi, in Roma.— Aovènne che Irovàndosi egli A PARIGI in povero stato. 
Bocc. nov. 7. Voglion però i grammatici, che 4 indichi la relazione di 
esistenza, in maniera meno determinata che in, e che Un #ale è in Ro- 
za, voglia dire, che egli è dentro alle mura di Roma; laddove Egli è a 
Ztoma, significhi che è o dentro Roma, o ne’ suoi dintovni. 

(4) Se il termine a cui il moto è diretto, sia uno de’'pronomi perso- 
nali, in vece di a usasi da. Adùunque, disse la buona femmina, andà- 
Zevene DA LUI. Bocc. nov. 26.—/1 menerò DA LEI, e, son certo che ella 
wi conoscerà. ld. nov. 20o.— Andrà facèndo per la piazza dinànzi DA VOI 
2452 gran sufolàre. Id. nov. 76. i 

(5) L'iafinito, che segue questi e simili verbi, può eziandio esser pre- 
«ceduto dalla preposizione di. Più volle incominciài DI SCRIVER versi. Petr. 
son. 18. Procùri DI non PATIR mai nel dormire. Red. lett. 2.—Medèa 
z,r»fiammala di tanto feroèente amore, il concèlto peccàlo assài sforza DI 
COPRIRE. Guid. Giud.—Jo mi voglio obbligare D’ ANDARE a Genova. Bocc. 


342 PARTE TERZA 
di dire, di senso figurato: .4ndàre a perdiziòne, a rovina, a po- 
vertà, a sangue; andùre a.genio, all''ànima, al cuore; vent 
re alle mani, venire a capo, venìre a fine, venire a noja, ec. 
S. III 4, esprime varie di quelle modificazioni, alle 
quali possono andar soggette l’ esistenza e le operazioni degli 
obbietti, e allora essa fa le veci di qualche altra preposizione 
cioè, in vece di con, come: Stare a capo chino, a bocca aper- 
ta, a chiome sciolte; andàre a passi lenti; muràre a pietra 
e calcina; amàre a fede; esser ricevùto a.grand onòre ; una 
prigiòne a giracòlte; una veste a fiori: lavoràre a proprie ma- 


I 
| 


ni; nutrire a latte; combùtiere a poca gente; difendere a vi- . 


ta; ec. . 


In vece di per. E soi a' piedi A misericordia. Gio. 


Vill. 5, 5, ®2.—-E quegli, A baldànza del signòre, sì i batieo 


villenaminte. Nov. ant. 78.— Non terristi: tu A molto folle 
colù? Sen. pist— Ed ella: A che pur piangi e ti distem- . 


re? D. Purg. 29. — Ver é ch' io dissi a lui parlàndo A GIO- 


co. Id. Inf. 29. — Avvegnachè A SUA COLPA Za navicélla sia ‘ 
fracassàta e rotta. Passav. 4.— In luogo delle busse ch' egli . 


vi diede A MIE CAGIONI ec. Bocc. nov. 32. | 


In vece di da. Amendùni gli fece pigliùre A tre suoi 
servidòri. Bocc. nov. 16.— E aio A molti commendare. 
la cristtàna fede..Bocc. nov. 30.— I pensiér dentro all’ alma. 


Mòver mi sento A chi gli ha tutti in forza. Petr. canz. 38. 
| In vece di in. Che novélle avéte A città. Fr. Sacch. nov. 
76.—Io ho avùta A queste notti la maggiòr paùra che mai 
st avesse. Bocc. nov. é 

A grandìssime schiere. Id. gior. 7, proem. — Essendo povera- 
ménte AD arnése. Id. nov. 98.— A voi non sarebbe onòre che 
"l vostro legnàggio andàsse A povertàde. Nov. ant. 46. — 4d- 
domàndo ec., a le possessioni de' miei figliuòli seno A mia 
signoria. Id. nov. 47.— Tu vorresti che le dash di Dio sie- 
.no A {tuo potere e volontàte. Fr. Giord. Pred. 

In vece di di. In àbito di peregrini, ben forniti A_da- 
nari e care gioje. Bocc. nov. 29— Si ch' A bene speràr m' e- 
ra cagtone. D. Inf. 1. | i 

n vece di dopo. Ivi A pochi giorni si trovò colla Ninet- 


4.—I pesci notàr vedéan per lo lago. 


i 


fa. Bocc. nov. 33. — Ch' uom, ben vissùto, A morte in ciel 


s' annidi. Buon. rim. 29. 

In vece di snverso. Volit A levànte, ove eravàm sahie. 
Db. Purg. 4— Za donna montàta in sulla torre e A_tramon- 
tàna rivòlta, cominciò a dire. Bocc. nov. 77.— Fra le ale 
cose che ha spinto il mare A lido, sono alcùne ghiande gros 
se. Red. lett. 2. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 345 
| In vece di secòndo. Racconciò il farsetto A SUO DOSSO. 
‘ Bocc. nov. 19.— Làsciamiti prima vedére A_ MIO SENNO. Id. 
. nov. 85. mà 
. IV. Noi non termineremmo mai se darci volessimo 
- la brigg di enumerare tutte le locuzioni formate dì questa pre- 
: posizione. Ci contenteremo adunque con dare alcuni modi 
. di dire, quasi avverbiali, ne' quali essa preposizione esprime 
‘ varie di quelle modificazioni a cui possono andar soggette l° e- 
: sistenza @ le operazioni degli obbietti. 

‘—Andàre A spasso, A dipòrto; andare ALLA lunga; an- 
‘ dare A fondo; andare A nuoto, o A galla; andare A zonzo; 
andare A vela, A remi (parlandosi d' un bastimento). Avére 
; A male; avere A caro. Battersi A palme, Cadère A piombo. 
: Compràre, véndere ec. A_ buon mercàto, A caro prezzo. Essere 
‘A cavàllo, A piedi; essere a tiro di cannòne, di moschétto, di 
+sasso, AD una giltàta di pietra. Fare una cosa A bocca aper- 
‘ta, A occhi chiusi, o A chius occhi; fare ALLA mùiola, ALLA 
‘ libera, ALL’ impazzàta, ALLA grossa, ALLA sfuggita, ALLA 
‘rinfusa, ALLA peggio, A gara, A mio senno, A suo diletto, A 
dispétto suo ; fare ALL’ amòre; far testa AD uno. Giuocàre 

‘ALLA palla, AGLI scacchi, AL tavoliere, AL bigliàrdo. Giuràre 
“A Dio. Marciàre A suon di tambùro, A suon di trombe, A 
| bandiera spiegàta. Odiàre A morte. Préndere una cosa A 
.due mani. Pregàare A mani giunte. Recitàre, imparàre, sape- 
re, lenére A mente. Recàrsi A ‘\grand' onòre. Star bene o male 
‘A danàri, AD arnése. Trarre A viva forza. Vendere A peso. 
| A pena della vita; A due, A qualtro, A centinàja, A_mi- 
‘gliùja, A battagliòni, A schiere, A torrénti ec.; tagliàre A fet- 
le, A pezzi, A fetta A fella, A pezzo A pezzo ec.; A due, A 
“due; Asolo A solo; A poco A poco; A. passo A passo; A 
| palmo A palmo. ALLA moda; ALLA nalda , ALLA francese ec. 
‘ Una scala A lumàca; un orològio A péndolo; un muro Afi- 
lo; una cosa fatta A cono; A bdischero; una càmerà A dor-. 

mire; una sala A mangtàre, ec. i 

La preposizione @ aggiugnesi a’ qui appresso avverb), + 

quali mediante lei diventano preposizioni composte, cioè: Ac: 

canto a, allàto a, apprésso a, avànti a, contro a, davànti 
a (6), dietro a, dinànzi a, dirimpetto a, innànzi a, in fac 
cia a, presso a, vicino a. | une 

I (6) Avanti, dacànii e dinànzi, hanno sovente da dopo di sè. 7) san- 
gue mio, lo quale per tanie ferite puoi vedère AVANTI DA fe spàndere., 
Filoc. 1.— Si frovò un giorno ec. DAVANTI DA LUI assdi nella vista malin- 

conoso. Bocc.' nov. 7.—Egli era pur poco fa qui Dinanzi DA noi. ld. 


544 -  PARTR TERZA 
CAPITOLO III. 
DELLA PREPOSIZIONE DI. 


S. I. E questa preposizione già più volte stata il sogget- 
to de’ nostri ragionamenti, e più particolarmente nel ‘quinto 
capitolo della seconda sezione, ove la presentammo come in- 
dicante la relazione di possesso, di proprietà e di appartenen- 
za; nella qual funzione essa fa lo stesso ufficio che il genitivo 
de’ Latini; quindi un nome italiano preceduto da essa prepo- 
sizione, indicante le relazioni testè mentovate, ul allo 
stesso nome latino nel caso genitivo, il qual caso ad altro non 
serviva, che a qualificare un antecedente nome; imperocchè 
il possedere e l'appartenere costituiscono una relazione tra due 


obbietti, l' uno de’ quali qualifica l' altro. Ciò essendo, il no- 


stro di, posto tra due nomi o sostantivi , indica, che il primo 
obbietto è qualificato dal secondo, il quale perciò fa le veci 
di un addiettivo, e a cui, levata la preposizione, puossi un 
qualche equivalente addiettivo sostituire; con alcuni esemp) il 
tutto dilucideremo. (f) i 


nov. 73. —Gli ambasciadòri andàro colà per opporre le loro ragioni Di- 
NANZI DA lui. Nov. ant. 58. Avanti, nel significato di prima, leggesi 
eziandio con la preposizione di. Andò al disèrto, ove Giovanni AVANTI DI 
LUI era venulo per annunziàrlo. Bocc. Filoc. 7.—Due fratèlli solamente, 
nali AVANTI DI LEI, lasciò nel suo partire. Id. ivi. | 

. (1) Questo incontrastabile principio è di Dumarsais, dottissimo gram- 
matico francese. Solo, ove lo studioso, quando che sia, il voglia mettere 
în pratica, noi crediamo doverlo rendere avvertito, che vada ben guar- 
dingo di non ingannarsi nella ‘scelta dell’ addiettivo da sostituirvisi al no- 
me, con la sua preposizione imperocchè, se, come in fatti è, la preposi- 
zione di, insieme col susseguente nome, equivale ad un addiettivo, e se, 
giusta lo stesso principio, un addiettivo può ogni volta sostiluirvisi, un 
tal addiettivo non solo dee da questo stesso nome derivare, ma debbe 
anche in tutto essere equivalente ad esso con la sua preposizione, diver- 
samente i più erronei concetti ne nascerebbero. Siavi, a cagion d'esempio, 
un addiettivo da sostituirsi ne’ seguenti detti; un cancèllo di ferro; un 
colòr di ferro. Gli addiettivi fèrreo e ferrigno entrambi dal sostantivo fer- 
ro derivano, e sono entrambi equivalenti a di ferro; ma non perciò in- 
differentemente o l’ uno o l’altro possono sostituivvisi in amendue glì 
esempj, imperocchè il primo addiettivo non è equivalente a di ferro, qua- 
lificativo del colore, nè tampoco il secondo a di ferro, qualificativo di 
cancèllo ; laonde grandemente errato andrebbe chi dicesse un cancello 
ferrigno, un color fèrreo, in vece di un cancèllo ferreo, un color ferrigno. 
In simili errori non cadrà certo chi conosce il vero valore degli addiettì- 
vi, e per conoscerlo gioverà distinguere tra gli addiettivi fisici , quelli 
che qualificano gli obbietti relativamente all’ intiera ler -sostanza , da 
quelli che ciò non fanno se non relativamente ad una delle proprie- 
tà accidentali della sostanza; e con .tal modo procedeado , agauno 
di leggieri vedrà la dillevenza tra ferreo e ferrigno o ferriginàso ; tra 


Padri = ia di 
sa ' ” 


d 


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Le 


I 


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è 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 345 


L'amor di padre che vale L’ amor paterno 

Un vento di mare | » Un vento marino 

Il mar di Toscana ”» Il mar toscano 

La guerra di Troja » La guerra trojana 
Una statua d' oro » — Una statua aurca 

Le Orazioni di Cicerone » Le Orazioni ciceroniane. 


Quel che si è detto della prep. di sola, debbesi intendere 
anche quando essa è incorporata con l' articolo determinante. 

S. II. Il posto del d7 nel discorso è sempre tra due no- 
mi, o tra un nome ed un infinito, facente le veci di nome, 
lo che, come conseguenza naturale, dallo stesso principio di 
sopra stabilito deducesi; e se tante e tante volte il troviamo 
precedut; o da un verbo, o da altra parte del discorso, ciò 
non già accade perchè allora abbia relazione o con tal verbo, 
o con tale altra parte, ma bensì con un nome, o sostantivo, 
reale o astratto, il quale per la figura detta e///ss7 sottintendesi : 
ed ecco perchè, percorrendo i numerosi paragrafi su di que- 
sta particella, nel vocabolario dell’ accademia, la vediamo in- 
dicata come avente il significato or di da, or di con, or di 
2n, or di #ra, or di questa or di quella preposizione. La pre- 
posizione di non ‘perde mai il suo ufficio primitivo, quello 
cioè d’ indicare il rapporto di qualificazione tra due obbietti, 
sia il primo di questi espresso, o sottinteso per e/l/issz; nè 
mai essa trovasi nel discorso per far le veci di altre preposi- 
zioni. , i 


TESTI (2). 


A me si conviene (la cura) DI guardàre l'onestà mia. Bocc. 
nov. 77.—A me omài appartiéne (la volia) DI ragionare. Id. 
nov. 49.— Mi è cadùto nell ànimo (il desio) DI dimostràr- 
vi nella novella che a me tocca (la volta) DI dire. Id. nov. 
5.— Érano uòmini e femmine di grosso ingégno e i più (al- 
l’ esercizio) DI tali servìgi non usàti. Id. Introd.—Ischia è 
un' isola assài vicina (alla città) DI Nàpoli. Id. nov. 46 — 
Madònna to sono (della città) DI Costantinòpoli. Id. nov. 27. 
—Io ho trovàto una giòvane secondo il cuor mio assai 
presso (al luogo) DI gui. Id. nov. 100.— Passàto (con un colpo) 
DI quella lancia, cadde. ld. nov. 39.—Èbbevi (un certo nu- 


aureo, e aurdlo; tra lègneo, e legnoso; tra pelrigno, e pieiroso; ira ma- 
rino, e marinèsco; tra melodico, e melodioso.; ec. \. 
(2) Le parole poste tra parentesi, sono quelle che pér el2.si dchbesi 
sottintendere. +. Ia sn 
Gramm. Ilal. 45 


346 PARTE TERZA 

mero) DI quelli che inténder vòllono alla Melanese. Id. gior. 3. 
fin.— Più. colte incominciài (l'impresa) DI scrìcer versi. 
Petr. son. 18.—Za natùra umàna è perfettissima (in com- 
parazione) DI tuzle le altre natùre DI quaggiù. D. Conv. 90.— 
S'è meritài (la grazia) DI voò mentre ch' io vissi. Id. In. 26. 
— Mosterrògli per viriù e forza d' amòre come io l'ucisi 
(in atto) DI /eàle battàglia. Tav. ri.—Non ci era (mezzo) 
DI vivere né (mezzo) DI soccòrrere ai forestiéri che passora- 
no. Vit. S. Franc. 6.—E duràndo questo modo di parlare 
bene (per lo spazio) DI due miglia. Id. ivi.—E io (nel cor- 
so) DE' miei dì ho vedùte (una quantità) DI persòne ec. Vit 
S. Madd. 24. — Adòhide che tutto il suo tempo fu cacciatòre, 
e alla fine morìo (pe morsi, o da' morsi) D' un porco salvà- 
tico. Stor. Barl. 84.— Tu amerài lo tuo sienòre Iddio (con 
l' affetto) DI fulto To tuo cuore, e DI tutta la tua ànima &. 
Gr. S. Gir. 6.— Carlo il giòvane ec. che fu di messer Lus 
di Francia fratello (da lato) DI padre, ma non (dalato)Di 
madre. Gio. Vil). 9, 263, 1.— ARimàsono quivi i zuràti con- 
tro a Giano, i quali fùrono Messér Palmieri (figlio) DI Mes- 


AI 


à en 


=r 


sér.Ugo Altovì.i, Alberto (figlio) 1 Messèr Jàcopo del Gi |. 
dice, Nolfo (figlio) Di. Guido Bonafédi ec. Din. Comp. 1,13. | 


— Gli concedéva insieme o tutto, o parte dell’ inségna sua per A 


la qual ec potésse ésser per (uno) DE' suor riconosciùto Bor- . 


gh. Arm. fam. 108.— Creàndoli Conti paladìni, e per (men 


bri) DI sua famiglia accettàndoli. Id. ivi. 113.. 


S. ITT. In questi esempj ed in un’ infinità d' altri, che 
potrebbersi addurre, chiaro si vede che la preposizione di, Vi 
si trova in virtù di un precedente nome, sottinteso per e//ss 


sa qual figura, sì nelle occorrenze di questa preposizione, che . 


in molti altri casi, come altrove dimostrerenio, è nell’ italiana 
favella; di gran lunga più che in altre lingue usitata, e odest 


tuttodì ne' più familiari discorsi, senza che chi parla, neppù . 
l'immagim che favelli figuratamente, come :ne’ seguenti e SI . 
mili modi di dire: Zemér DI uno (la collera, la giustizia di); | 


desideràr. DI vedere uno, DI parlàr con uno ec. (il piacere 
l' occasione di); trattàr D' interésse (cose od oggetti d' ); mo 


rìr DI cinquant'anni (all’età di); esser DI guardia, DI servi | 
zio (nello stato; o nell’occupazione di); essér DI no7a, DI | 
piacére ec. (cagione di); sapér DI grammàltica (molto, alcuna | 


cosa, ‘alquanto di); non sapér DI politica (nulla; niente, nissv 
na va ec. Ra: Sei | o 
$. IV. Ma siccome non v'è regola in grammatica che, 


t 
i 


li 
I. 


, 


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Li. 


o ETIMOLOGIA E SÎNTASSI. | .. ..° TA47 
tilvolta, 0 per intiero, o in qualche sua parte, non venga 
contraddetta dall’ uso, o per dir meglio dall’ abuso, sotto lo 
specioso titolo di Proprietà di linguaggio, così pure la di so- 
pra dimostrata verità vien meno in alcuni modi proprj di dire, 
in cui usasi la preposizione di, ove ragion vorrebbe che in 
vece di essa da s' adoperasse, come: /evàr di capo; cadèr di 
mano; uscìr di mente; trarre di dito; scappàr di bocca; 
strappàr di dosso ec.—La reìna, levàtasi ‘la laurea DI capo 
e ec. pose sopra la testa a Filòstrato. Bocc. gior. 3. 
n—Etti egli da stamàne uscìto DI MENTE l'acvére altri in- 
giuriàto. Id. nov. 23.—Veggio DI MAN cadèrmi ogni speràn- 


3a. Petr. .son: 99.—Ma DI DITO Vanél gli trasse prima. 
i Ar. Fur. 4, 14. Si | 


Quando il di indica Numero, o Quantitò, l'ellissi è più sen- 


; sibile che in qualanque altra occorrenza, come: Zo ho (una 


quantità) DI degli giojelli, e DI cari ec. Bocc. nov. 28.— In 


| questo libro si trovano (un certo numero) DI duone voci ec. 


Saly. Avvert. 1, 2, 12. (3) 


. (8) Dalla particella di, unita ad un nome o un addiettivo, formausi 
un gran numero di modi avverbiali; eccone la maggior parte: 


DI Bando, vale In dono, gratis. Di LARGO, vale Largamente. i 
I BASSA.MANO, Di bassa condizione. DI LONTANO, vale Da parte lontana. 
7 DI‘ BELLO, vale Con facilità. DI LUNGA MANO, vale Da gran tem- 
] I REL NUOVO, vale Novellamente, po in qua. 
MI BEL PATTO, vale Di buon. accordo. DI MANO in MANO, vale Successiva- 
DI BENE IN DIRITTO, vale Giusta- mente. P 
‘mente, Di NECESSITA’, vale Necessariamente. 
DI BOTTO, DI COLPO, DI SUBITO, va- Di NETTO, vale In un colpo solo. 
gliono Immantinente. : . DI NON PENSATO; vale Impensatamen: 
4 BRIGATA, vale Tutti insieme. te. S 


| 

di) 
l, 
] 

i 
Li 


DI BUONA FEDE, vale Fedelmente. . Di NOTTE, vale Nel tempo della notte; 


! BUONA vogLiA, vale Volentieri. ‘Dr NUOVO, vale Da ‘capo, un' altra. 
‘BUON’ oRA, vale Per tempo. “i velta. 0 | a 
I! CERTO, vale Certamente. DI PALESE, vale Palesemente. 


DI CHIARO, vale Chiaramente. - Di PESO, vale Alto da terra. 
I COMPAGNIA, vale Insieme: -. : Di. per. sky vale Separatamente.  - 
I CONCORDIA , . vale Concordevol- Di PIANO, vale Pianamente. 

mente. . Di piu’, vale -Piò int oltre. ci. 


Di conrinve, vale Coplinuamente. Di Poco, vale. Pooe ‘tempo.avanti. . ! 
DI cuorE, vale Con affetto. 


ni 


PRESENTE, vale. Immantinente; ST 


DI FATTO, vale Effettivamente. - -:t Di PRESENZA, vale In ‘persona. SILE: 
Di FEDE, vale Fermamenate. | . » DI, PRESSO; ‘vale Vicino, appresso. :.? 
‘Di rorza, vale Con forza... ...» Dt PRIA, vale Del tempo. antecedente. 

Di FURTO, vale Furtivamente.. 0 DI PRIMA: GBALGHA , Pale A prima vi-: 
Di GRADO, vale Ben. valentieri. 0 Sta, n dare IT 


Di GRAN LUNGA, vale Grandemente. Di. ‘PROPOSITO, vale l'atentamente. { 


Di GRAN vEMPO, vale Da lungo DI PUNTA, vale Colla-- punta, a .di- 


tempo. n data, AM dp) 


543 , PARTK TERZA 

6. V. Il Di talora si sottintende, ed in ispecie dopo la 
parola Casa, dicendosi in casa colù:, in casa colei, in casa 
sl medico ec. in vece di sn casa di colui, in casa di colei, 
in casa del medico ec:.— Come cenàto ebbero , presi certi argo- 
ménii per entràre IN CASA CALANDRINO, Bocc. nov. 76.— 
A uno, che per trastullàre un altro, e aggiràrlo colle paròle, 
lo manda ora A CASA QUESTO, e ora A CASA QUELL'ALTRO. 
Varch. Ercol. 103. Lo stesso ha talvolta luogo’ dopo la pa- 
rola Sorfe, come: Sorte cose, in vece di Sorie di cose ec. 
Egli è bene renderne cagione, come pòssano essere le ragioni 
di questa SORTE COSE. Borgh. Orig. Fir. 189.—In pompeg- 
giore e darsi d'ogni SORTE piaceri consumàrono ec. td. les. 
209.—Si riconòscono per proprj di questa SORTE FABBRICHE. 
Id. ivi. 170. 
| $. VI. La differenza d'idee, che in noi risvegliano i par- 
ticip) passati, porta seco il doversi co'medesimi adoperare quan- 
do di e quando da; lo che è uno degli scogli più arduì da 
superarsi dagli studiosi forestieri, tanto più, quanto che nei 
grammatici non trovano scorta di veruna specie che li guidi 
in un sentiero, che, sovente spinosissimo anco a’ meno ver- 
sati Italiani, potrebbe appianarsi con due semplicissime regole, 
che sono: | 

4.2 Adoprasi di quando il participio passato risveglia nella 
mente l'idea di un nome o sostautivo, e d'una precedente 
preposizione, entrambi sottintesi; questa regola, come ognun 
vede, coincide con quella dalla quale noi non ci siamo quasi 
mai dipartiti nel presente capitolo , ragionando sull'uso della 
medesima prep. d7, onde. leggiamo negli autori (4): sol 
circondàte (con accerchiamento) DI #4, e d' alti pioppi — 
La fronte coronàta (con corona) D'allòri.—Prati seminàli (con 
semenza) DI amaranti.—Moniagne coperte. (con coperta) DI 
pàmpano.—Una ciltà cinta (con recinto) DI muru.— Oppresso 


Di QuanDo IN QUANDO, vale Alle Di soPÈRCHIO, DI SOVERCRIO, vaglio- 


volte. no Soperchiamente, so verchiamen- 
DI QUETO, vale Quietamente. ‘’. te, i 
Di RADO; vale. Poche volte, . © Di TAGLIO, vale Col taglio, dalla 
Di Ricapo, vale Di nuove. de ‘banda del taglio. 
Di RISALTO; vale Per indietco.?: ‘’* Dr TRATTO, vale Subitamente. 
Di SALTO, DI LANCIO, vagliono Sen- Di TRAVERSO, vale Dalla banda tra- 
sa intervallo. io. "> = sversale. 
Di SAPUTA, vale-Con notizia. - Di vERNO, vate In tempo d' inverno. 
Di sEGRETO, vale Segretamente. : - Di veRO, vale’ Veramente. 
Di sEGUINTE vale Susseguentemente, 2 Gas .: 
. successivamente. ’ - | 


(4) Le parole tra parentesi sono soltinlese. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 549 
i (da oppressione) DI stupòre.—Un vallòne chiuso (con chiusa) 
; DI alte grotte e D'àlberi.—Ferìto (da colpo) ri saetta. E molti 
s altri simili esempj. 
«24 Adoprasi da, quando il nome preceduto dalla pre- 
posizione è considerato come. quello da cui parte l’ azione, 
r cioè qual agente, o causa della passività dell’obbietto, espres- 
i sa dal participio, il quale, siccome altrove si disse , altro non 
| @che un addiettivo passivo, onde dicesi: Circondàto da ne- 
i Mici ; penelràto da dolòre ; commòsso da pietà ; stinco da 
+ lunghi viaggi; passàto da una palla; ucciso da un colpo di 
3 spada, ec.—L' ànima tua è DA viltàte' offesa. D. Inf. 2.— Poi 
| che Madònna, DA pietà commòssa, degnò miràrmi. Petr. 
i canz. 4. —Z/ mìsero Osmìda-DA un de' colpi di Cimòne fu 
uccìso..Bocc. nov. 46.— Una valle ombròsa DA molti àlberi. 
s Id. gior. 5. fin.— Quelli della città di Brescia, essendo in male 
pi Stato, e molto oppremùti DA loro uscìti. Gio. Vill. 10, 1.— 
; L'aria ingombrata DA nùvoli, e gracàla DI nebbia. Sag. nat. 
+ Esp—Ne far peggio può donna , che lasciàrsi Svogliàr l'a- 
;i mante, fa pur ch' egli parta FASTIDITO DA TE, non DI TE 
s mat. Past. fido, at. 1, sc. 3. (DO) 
PS Sonovi altri verbi, come Ud're, sentire, sapére, ricevere, 
avre, ed altri simili, co quali, secondo l’idea che esprimono, 
; usasi ora da, ora di. Per quel ch'io ho DI LUI nel ciel udìto. 
» D. Inf. 2.— Quello che io sentài dire DA LUI. Machiav. Comm. 
» —Mi pare un sogno l'aver lettere DA VOSSIGNORIA. Bentiv. 
, lett. 8.— Z/o due léttere DI vossiGNnORIA. 1d. lett. 43. 
i $. VII. Osserveremo in ultimo, che l'uso dell'una o del- 
- l'altra. delle particelle di e de, sovente cambia per intiero il 
; senso di una proposizione, come.in: queste: Egl: è fempo DI 
| fare una cosa; egli è tempo DA fare una cosa. Nella prima frase 
; Sì parla di ‘un tempo ordinario, e regolare, in cui suolsi fare 
« una cosa, dopo che si è impiegato abbastanza tempo in farne. 
un'altra; onde quando si dice: Egli è TEMPO DI lavorare, 
| DI riposàrsi ec., s'intende significare, essere stato assai tempo 
 nell'ozio, o al lavoro. Nella 2.2 frase Egli è TEMPO DA fare 
una cosa, si vuole indicare un tempo opportuno, convene- 
vole, propizio per fare alcuna cosa, la quale, passato questo 
| tempo, non si può più fare con egual vantaggio; o anche, 
‘di un tempo urgente, imperioso , che esige che la cosa si 
; faccia allora, se non vogliasi perdere il vantaggio che da essa 


(5) Si analizzino attentamente questi due ultimi esempj, i quali, in- 
tesone bene il senso, soli bastano per togliere ogni dubbio sull’ uso delle 
due particelle. sea 


330 PARTE TERZA 

cosa si spera conseguire; onde diciamo: 3) giorno è tempo DA 
lavoràre ; la notte è tempo DA dormìre; questo è tempo DA 
assalire 1 nemìci; il tempo è giunto DA scudtere il giogo ec. 
— E in questa mani?ra stettero tanto , che tempo parve alla 
reina D'ANDARE, a dormìre. Bocc. Introd. — Poiché voi ben 
vi senilte , tempo è DI USCIRE d' infermeria. Id. nov. 92.— 
La donna a cui più tempo DA CONFORTO. che DA RIMPRO-. 
VERI par?a, ridîndo disse. Id. nov. 18.— Dunque ora è tempo 
DA RITRARRE </ collo Dal giogo antìco, e DA SQUARCIAR:/ 
velo. Petr. canz. 5. . i | 


CAPITOLO IV. 
DELLE PREPOSIZIONI CON, IN, PER, (1). 


___$. I Cos. L'originaria funzione di questa ‘preposizione è 
‘ quelta di esprimere la relazione di compagnia, come: Segnore 
îo vengo a desinare CON VOI, e CON LA VOSTRA BRIGATA. 
Bocc. nov. 88. — Con GRISELDA /ungamente, e consolàto 
visse. Id. nov. 400. = 

S. IE. La medesima preposizione ponesi anche innanzi 
a’ nomi degli strumenti de’ quali ci serviamo nelle nostre ope- 
razioni, e perciò non esce già da’ limiti della sua funzione 
originaria, imperocchè gli strumenti sono considerati quai no- 
stri compagni durante l' azione. Mar)ne conche CON UN coL- 
TELLO spiccondo. Bocc. nov. 48, — Niùna cosa dù la natura, 
che egli CON LO STILE è CON LA FENNA, 0 COL PENNELLO 
non dipignésse sîmile a quella. Id. nov. 58. — Come d' asse 
st trae chiodo cox crRIoDO. Petr. Tr. d' Am. cap. 3. 

Per l' analogia che evvi tra gli strumenti di cui ci ser- 
viamo nelle nostre azioni, ed i modi con cui queste da noi 
si fanno, usasi anche la preposizione con innanzi a nomi che 
significano tali modi, onde diciamo: Fure una cosa CON fa- 
fica, CON facilità, CON difficoltà, cox piacere, CON diletto, 
CON grazia, CON destrezza, CON buon garbo, ec. | 

Giusta la medesima regola diciamo : Far cenno COLLA ma- 
no; ved?re CO' proprj occhi; far: coN man tremànte; chiùdere 
CON chiave, 0 COL chiavistello ; uccidere CON una pistolettàta; 
trafigzere CON un colpo di spada; percuòlere COL piede ; par- 
lore coN voce bassa, forte, ùmile, dimèssa; rispòndere CON vi- 

(1) Con queste tre preposizioni compongonsi copinso numero di nomi, € 
verbi, che perciò sono chiamati nomi e verbi composti; ed è da notarsi che la 
n di con e IN cambiasi in m quando la lettera iniziale del nome, o. del 


verbo sia 5 o p, e in r quando il nome o il verbo cominci con r. 7. 
Darie seconda, Sea. Il $. IV. pag. 43. 


. if 


| 


Ì ETIMOLOGIA E SINTASSI | . SOT 
so fermo, plàcido, seréno , severo; divertire COL suo genio, 
COL suo spirito, CON le sue facézie ; approvire, biasimare COL 
silenzio; ec. | 
°$. IIL Con, soppressane la n, s' incorpora coll’ articolo 
determinante, facendosene co/, coi, 0 co’, collo, cogli, colla, 
colle, in vece di con il, con i, con lo ec. Il quale il mio Sal- 
valòre ricomperò COL suo prezioso Sangue. Bocce. nov. d.— 
0 egli acrebbe buon manicàr co ciechi. Id. nov. 87.— Di-° 
cendo nella fine di quelli il colùro d' ariéte cominciàrsi in- 
sieme COLLO equinòzio del detto segno. 1d. Filoc. 7.— Messér 
Corso Donàli COLLA brigàta de’ Pistolési fedì i nemìci per 
costa. Din. Comp. 1, 9, ec. | 

S incorpora parimente , alla-latina , co' pronomi perso- 


. nali me, fe, se, noi, vot in questa guisa: meco, feco, seco, 


nosco, cosco (2) (vedi sez. NI, Cap. I, $. IV, nota 4); e 


. talvolta queste voci, così composte, son precedute dalla me- 
| desima preposizione con, replicata senza necessità, ma per 


proprietà di linguaggio. Farele pure, che domàne , 0 l' altro 
di, egli qua CON MECO se ne venga a dimorire. Bocc. nov. 28. 
—Cercor non so, ch’ Amòr nen venga sempre Ragionando 


. CON MECO, ed z0 con lui. Petr. son. 28.— Or vo’ venir CON 
TECO, acciccch’ to intenda. Ciritf. Calv. 1, 3.— Con TECO « 


guerreggiàr st muove amòre. Rim. ant.—A lei ritornò, e tuita 


. nel suo mantello chiùsala, in Susa coN SECO la menò. Bocce. 
, nov. 42.— Pàrvemi allòra che egli alquanto delle mie paròle 


ridesse CON SECO -sfesso. Id. Lab. 58. : 
$. IV. IN. Questa preposizione indica la relazione tra due 


- obbietti, l'uno contenente, l'altro contenuto, significando l’e- 
| sistenza dell'uno nell'altro; quindi dicesi: Egli é in chiesa, 
n'casa, in letto, in prigione, in ciltà, in Roma, in Parigi, 
un Itàlia, in Francia, ec. | ” 


$. V. Gli antichi dissero ne, che oggidiì più non s' usa 


se non che incorporato coll’articolo determinante, come: nel, 
nello, nella, nei o ne’, negli, nelle. "anita 


In lo, in gli, in la, in le leggonsi qua e là nel verso, 
e in qualche antica prosa. Ma den ti priego, che "N LA terza 
spera Guitton salùti. Petr. son. 146.— Dipinto IN GLI occhi, 
che m’' han morto. Giust. bella man. 10.— E fornòssi a dieiro 
IN LE sue. terre. Pecor. gior. 25, nov. 2.— Drizzami IN LA 
via della salùte. Vit. SS. PP. 2. (3) | 


(2) Mosco e vosco, in oggi non 3” userebbero che da’poeti. a 
._ (3) Zn:del, in della, in delli, in delle, che in oggi sono rredi rlebei, 
sì leggono negli scritti di qualche. antico classico. Ciò. che 57 nosiro Sk 


552 PARTE TERZA 

IN, usasi parimente co' verbi di moto, per ‘esprimere un 
idea d’ interiorità, cioè quando il moto è diretto dentro il 
luogo, onde dicesi: Andare in Roma, in corte, in casa, in 
ciltà, in mercàto, in contàdo, in villa, in villeggiatura, ec. 

S. VI. Come contenente si può pur considerare il vestiario. 
che portiamo in dosso, onde dicesi: Essere in toga, in abito 
nero, in àbilo di senatòre, in farsetto, in camiciòne, in sot- 

* fàna, in camicia, ec. (4) 

Sotto lo stesso aspetto, cioè come contenenti, riguardiamo 
le parti del corpo, onde i seguenti modi di dire: Avere la spa- 
da, il bastòne, l'archibùgio, la scatola, il fazzoletto 1N mano; 
il cappello, la cuffia, la berrétta 1N capo; una caténa 1N gola; 
un anéllo 1N dito; èssere IN catèéne, IN ceppi, IN arma, ec. 
Portàre un fanciùllo 1N braccio, lo schioppo 1N collo , con 
un bel vestito IN dosso; percuòtere 1N capo, IN faccia, IN 
petto ec.; mesto, allégro IN viso ; turbàto 1N vista, nella mente. 
ec.—Pudiìca IN FACCIA , e NELL''ANDARE onesta. D. Purg. 3. 
— Ella parlàva sì turbata IN vista, Che trem'ìr mi fea ec. 
Petr. canz 4.— Tutto il viso gli ruppe, nè gli lasciò capello 
IN cAPO. Bocc. nov. 88. 

S$. VII Per analogia tiensi talora per contenente la su- 
perficie delle cose, onde diciamo: Mitlere, recàre IN tàvola; 
éssere IN alto mare; sbarcàre IN terra; cadère in terra. — Co- 
mandamento ébbero dal lor comùne d' abbàtiere la forza 
de’ Viniziàni 1N MARE e IN TERRA. Gio. Vill —EgZ occhi iN 
TERRA /agrimando abbasso. Petr. son. 153. 

Siccome dalle idee concrete facilmente passiamo all’ idee 
astratte, così colla stessa facilità c'immaginiamo esservi tra le 
cose metafisiche, o astratte, le stesse relazioni che sussistono 
tra gli obbietti fisici, o reali. La preposizione in adunque 
serve parimente per esprimere l’ esistenza immaginaria di un 
obbietto realé in un obbietto astratto, ed anche in un obbiet- 
to astratto in altro astratto, onde diciamo: Andare IN ma- 
lòra, 1N buon' ora; avére IN disprézzo, IN odio, IN pregio, 
IN orròre; dare 1N dono; éssere IN giùbbilo, NELLA prospe- 
rilà IN còllera, 1N pena, IN preda, 1N potére di alcùno; ès- 
sere IN procìnio di ec.; esser versàto, esperto IN ie: , IN 
grammùtica, 1N polìtica; entràre IN sospétto , IN. còllera, 1N 
gnòre disse IN DEL Vangèlo. Gr. S. Gir. a. — Acciocchè voi siate IN DELLA 
eorle di Paradiso ec. come siele qui ira noi. Fr. Guitton. lett. 5, 22. 

(4) Col dire èssere in camicia, s' intende Non avere altro in dosso 
che la camicia. Quando fuor di casa l'avesse 1N CAMICIA cacciata. Bocce. 
nov. 100.—-Zi fu per pigliare madàma Giulia Gonzàga, che 1% Camicia 
appèna campò quel pericolo. Sega. Stor. 6. I 


Cntamesszazioli 


ia 


Ù 


I 


I 


il 
” 


ETIMOLOGIA E SINTASSI dci 
parole, 1N conversazione, IN ragionamenti; imputàre IN pec- 
cato ; mettere IN ridicolo, IN canzòne, IN obblio, IN cimento, 
IN prova, IN òrdine, IN accòncio; peccare 1N lussùria, 1N 
avarizia; stare, vivere 1N forse (in dubbio); wicere IN iace- 
ri, IN festa, 1N peccàto; ed altri simili esempj a migliaja sì 
leggono negli autori, e sì usano tuttora nel conversar fam- 
gliare. | | 

IN, vagamente anteponesi innanzi agl'infiniti e a' gerun- 
dj dei verbi, come: IN /eggere, IN sscrivere, IN rofferire , 0 
IN leggendo, IN iscrivéndo, IN profferendo, ec.— Corne fa don- 
na che IN PARTORIR sia. D. Purg. 20.—E poi rimandùva- 
no per lui, come pòpolo che era IN: VACILLARE, e IN non 
fermo stato. Gio. Ti 11,82. 


S. VIII. Finalmente s° osservino 1 seguenti esempj, -in. 


. cui zn par che abbia il significato di altre preposizioni. £/°s- 
© sono 1N (per) PAPA Gugli:/mo Grimoàldi. Matt. Vill. 11, 26. 


la 


RI] 


. —La quale. se lo voleva adottàre 1N (per) FIGLIVOLO. 


Cavalc. Med. cuor. —0 Iddîo ec. le non vere paròle de te da 
me, non mi imputàre IN (a) PECCATO. Bocc. Fiamm. 4.— 
Orribilménte cominciò i suoi doloròsi effclti, ed IN (con) MmI- 
BACOLOSA MANIERA a dimostràre. Bocce. Introd. — Ayàce 1N 
(contro) MOLTI, e po' IN (contro) SÉ STESSO forte. Petr. 
son. 195.— Perocche io ho peccato IN (contro al) CIELO, e 


innànzi a te. Vit. S. Gir. 47.—IN (verso) QUESTO M10 AMI- 


co non ho mostràto; se non poco amòre. Stor. Barl. 40. — 
Il suo ambòre IN (verso) LEI raddoppiò. Bocc. nov. 17. 
— Chi crede ec. ama Iddio 1N (con) TUTTA / ànima. 


Passav. 190. (3) 
$. IX. PER, esprime l'idea di passaggio o di traversa- 
mento, significando la relazione tra l’obbietto che passa, ed 
il luogo per dove si passa; quindi questa preposizione 
s'° adatta per lo più co' verbi di moto espressi, o sottintesi, 
come: Andare, venire, passare, correre, camminare, ec. | 
| PER ME (cioè traversando me) si va nella città dolènte, 


(5) Il Petrarca dice: Così costèi, ch? è fra le donne un Sole, Ix mE, 
movendo de' begli occhi i rai, Cria d’ amòr pensièri, alti, e paròle. son. 4. 
In quest’ esempio rn me, vale dentro me, e tale è manifesto che fosse 
l’idea del poeta, quantunque il vocabolario della Crusca, e, dietro questo, 
il Corticelli, ed altri grammatici, indotti in errore da una inesatta inter- 
punzione, trovata per avventura in qualche manoscritto mal copiato, in- 
terpetrino la prep. in del passo precitato, come avente'il significato di, 
verso , registrando l’ esempio in questa guisa. Così costèi, ch'è fra .e 
donne un Sole, IN ME movèndo de’ begli occhi i rai, Cria ec.; nella qual 
lezione in me riferiscesi al gerundio mocvèndo, laddove è certo che dee 
riferirsi al verbo cria. 

Gram. Ilal. 46 


154 o PARTE TERZA | _ 
Pru ME sé ca nell'eterno dolòre. D. Inf. 3. — L'sciane m- 
dir PER LI tuo' selte regii. 1d. Purg. 1. — Ch' Apòllo la se- 
guìa quaggiù PER TERRA. Petr. canz. 3. — Paréndogli wer 
sentito alcuno siropiccio di piedi PER LO dorrnentòrio. Bore. 
nuov. 4. 
© $. X. PER, volentieri s' incorpora con la particella 4), n- 
nanzi a parole che comincino da consonante, dicendosi pel 
in vece di pero, e al plurale pes o pe'in vece di per gli, 0 per 
fi — Con grandìssimo ìmpeto se lo ficcò PEL MEZZO del pillo. 
Fir. As. f05.—£ quindi passài in terra d' Abruzzi, do 
gi uò:nini e le fîmmine vanno in zòccoli su PE'MONTI. Bocc. 
nov. 60.— Zasczo /o fele, e vo PE'DOLCI poni. D. luf. 16. 

-__ $.XI. Per, in virtù dell'originaria sua funzione, usasi per 
indicare l'attraversamento per un luogo da una estremità all al- 
tra, o da unabanda all'altra Quando s'accòrser ch' È non dava 
loco PER LO MIO CORPO al trapassàr de'raggi. D. Purg d.- 
Ma la paura un poco, Che! sangue vago PER LE VEN 
agghioccis. Petr. canz. 18.—Ze quali ( macchie) nelle brac- 
cia, e PER LE COSCE apparivano a molti. Bocc. Introd.- 
PER LE SPARTE VILLE, e PER LI CAMPI; FER LE VIE,© 
PER LI LURU COLTI, e PER LE CASE di dì e di nolie mort 
rio. ld. ivi —oce andò PER AMBI GLI ESERCITI che egli er0 
ferito, 0 morto. Tac. Dav. stor. 4. dn 

- $. XIL Per analogia usasi la medesima prep. per indi- 
care lo spazio di tempo durante il quale una cosa si fa, 
onde dicesi: Per un'ora, per un giorno , per un secolo , per 
più giorni, ec:—A ciascùn PER UN GIORNO; 5° attribuìsca il 
peso e l'onòre. Bocc. Latrod.— Come terza suona; ciascun qu 
sia, acciocchè PER LO FRESCO si mangi (cioè durante il tempo 
dello fresco). Id. ivi—L'uso del latte asinino. che PER QU 
BANTA GIORNI vien propòsto dal Signòr Longo. Red. Cons. f. (0) 

€. XIM. PER, apparentemente scostandosi dall’ originaria 
sua fuuzione, sovente par che faccia l’ ufficio di altre prepo- 
sizioni; ma studiando bene tutte le frasi in cui occorre questa 
particella, troverassi che evvi sempre qualche analogia col suo 
significato primitivo, il quale molte volte tanto chiaramente vi 
apparisce, che è lieve cosa ad ognuno il ravvisarvelo. Per, 
adunque può dirsi valere: 

f°. DA: Voi PER DETTO e PER FATTO sapéle, come li 
Greci instigàti PER PICCOLA e PER VANA CAGIUNE s2 aper 


(6) In siinili frasi Ja prep. per talvolta sottintendesi. Zo son la: mi- 
séra Zinèora, SEL ANNI andola tapinàrdo în forma d' uom per lo monde. 
Bocce. nov. 1,9.—Que.lo peccuto gli fece piàngeré QUARANTA Di. Bore. 
nov. 74. î : ; 


csi n. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI DIO 
tùrono nella ‘nostra cittàde, e uccìsero ame e a voi li nostri 
genitori. Guid. Giud. 37. i | 
20 A: Noi gli taglierèmo tutti PER vEZZI. Gio. Vill. 7,14. 
—Per MoDO di dipòria se n' andò alla pìccola casetta di 
Federìgo. Bocc. nov. 48. na | 0 

30. CON: Al quale erròre PER QUESTE PAROLE rispose. 
Guid. Giud. 123.— Colui è posto in grande pace, che’! suò 
fratello ama PER BUONA FEDE. Gr. S. Gir. 11.— Lo quale 
nell’ inferno tormînia l ànime PER FUOCO. Cavalc. Med. 
cuor. . SI o e 
© 4° In: E così istiàmo PER LO FREDDO e PER LO CAL- 
DO coperti di vestim’n'o corpori:le. Stor. Barl. B3.— Pussò di 
questa vita PER LO Dì della festa di santo Giurgio. Fior. $. 
Franc.—-Un' dura dolce, senza mutaménto Avtre in sé, mi 
feria PER LA FRONTE. D. Purg. 28. | 

Boe Verso: Za Briltània ec cammìna (sì estende) PER 
LEVANTE oppòsta alla Gerinania, PER PONENTE alla Spugna. 
Tac. Dav. Vit Agr. £0. si 
| 6°. DA LATO DI: Essi sono PER MADRE discèsi di pal- 
tonizre. Bocc. nov. 49.—£ di loro PER DONNA nécquero tul- 
ti i Conti Guidi ec. Gio. Vill. 4, 10, 1. ea 
.. In FAVOLE DI: Zo faréî PER CURRADO ogni cosa, 
che io potîssi, che gli piacesse. Bocc. nov. 16.—Molti ec. si 
àbbiano fatto far larzo, e guadagnàtosi PER LORO gli orrè» 
voli gradi, e PE' LORO figliuòli gran tesòro, e amplissimi 
stati. Fir. disc. an. 17. DA | | 

‘80. MEDIANTE, PER MEZZO DI: Donna scese dal ciel, PER 
Lr CUI PRIEGHI Della mia compagnìa costui sovvénni. D. 
Purg. 1.—Si rubellò a' Fiorentini il castéllo di Piano Tra- 
vigne di Valdàrno PER CARLINO de’ Pazzi. Gio. Vill. 8, 52. 
— Manda quanto prima la tua spedizione PER UOMO @ po- 
sta. Cas. lett. 90.00 o O i 

9.0 PeR CAGIONE DI, PER AMOR DI, IN GRAZIA DI; come: 
Fur: ogni cosa per danàri;-lavorùre per guadagnare, pel 
piùbblico bene; combàttere per la pàùtria, per È onòre; far li- 


% 


imòsina per È amòr di Dio, distinguersi per nasca, per vii- 
(tà, per ‘ricchèézze; vìvere per amàre; mangiàre per vivere; pa- 


tire disàgio per acarìzia; tacère per vergogna; digiunàre per 
divoziòne, ec.— Non PeR CRUDELTA' della donna amàta, ma 
PER SOVERCHIO fuoco nella mente cancétto da poco regolàto 
appetito. Bocc. proem.— Comandò ad uno de' suoi famiglià- 
ri, che cc. gli facìsse dare.da mangiàre PER Dro. Id. nov. 18. 
— E perch'era signòre, non volle mostràre d' èssere PER FORTE 
CASAMENTO, afzi PER SUA VIRTÙ Cron, d'amar. 48. ‘ 


556 PARTE TERZA 

10°. ComE; quindi dicesi: Zascior per morto ; passar per |. 
sanlo, per pazzo, per uno sciocco, per dotto, per uom dabbe- 
‘ne; aver uno per amico, per domestico, per mallevadòre, per 
acvocàlo; avére, o ricevere, per guiderdòne, per ricompensa; 
darsi, 0 i per ricco, per povero, per quello che non |. 
‘si è;préndere uno per confidìnte ec.—E molto il lodàva, sk 
còme egli era, PE& LO PIU' CORTESE SIGNORE del mondo. 
Nov. ant. 58.— Zsséndo stato un pessimo uomo în vita, in i 
‘morte è riputùto PER SANTO. Bocc. nov. 1.— E non potendo 
si così inlirizzùti rizzùre, li lasciàvano PER MORTI. Tac. | 
- Dav. ann. | | 

41.0 IN CAMBIO DI, IN VECE DI, come: Zender bene pr» 
male; Per uno ne avréte cento; grazia per grazia; non di + 
re una co a per un'allra.—O sperànza, 0 desìr sempre falla > 
ce, E desli amùnti più ben PER UN CENTO. Petr. son. 249. |. 
Non è l affeziòn mia tanto profonda, Che basti a rénda 
‘voi grazia PER GRAZIA. D. Par. 4. vo laa 

Per, anteposto all'infinito di qualche verbo, che sta pre- 
ceduto dal verbo Essere, dì a quello la forza e il significato 
che ha il participio futuro de’ Latini, e vale Zssere in procino 
di fare, 0 di farsi alcùna cosa; còrrer risico ; portàr pericolo; | 
mancàr poco che alcùna cosa non segua ec., come: Esser per. 
fare, per partire, per cadere, per morire,ec.— To SON PER BI 
TRARMI del iulto di qui. Bocc. nov. 1.— E son PER AMM | 
più dî giorno ‘în giorno. Petr. son. 64. — Né altra cosa dk +. 
cù:a ci udiùmo se non i cotàli son morti, e gli altrettàli sn È 
PER MORIRE. Bocc, lntrod. — 4 quella guisa, che far veggiò è 
mo a colòro, che PER AFFOGAR SO\O, quando préndono ab 
cùna cosa. Id. nov. 14. Nel medesimo senso il verbo Essere 
‘talvoita si sottintende. Zu mz pati molto crudele uomo, che 
mi vedi PER MORIRE della cadùta. Fior. S. Franc, -50. 

Prr, sovente denota Stromento o mezzo mediante il qu* 
Je si faccia alcuna operazione, onde dicesi: Guidàre, condum 
per mano; prîndere, tenere, tiràr pel braccio, pe' capèlh, pe i 
vestito; menòre pel naso; succèdere per caso, per accident, 
per fortuna, per disgràzia; lo fece per mio avviso, per MO 
consiglio; conòscere per esperienza; sapére per prova; essi | 
erudéle, bùrbero, bisbético per natùra; ottenére una cosa pîî |, 
intercessione d' alcàno; favellàre per metàfora, per paràbole, ec. 

PeR, denota alle: volte D/stribuzibne, come: Un me |: 
bicchier per uomo; due paja di robe per ciascùno; danno cento | 
‘lire per uno; dieci pani non bastano per dieci uòmini ped 

PxR, serve talvolta per pregare, e anche per giurare. Per i 


a) 


| ETIMOLOGIA FE: SINTASSI BOT 
quella pace Ch' io credo che PER voi lutti s' aspetti, Ditene 
doce-la montàgna giace. D. Parg 3.— To ti giuro PER quello 
indissolùbile ambòre che io ti porto, e PER quella pietà che 
ec., che il quarto mese non uscirà, che tu mi vedrài. Bocc. 
Fiamm. 2. i 
| CAPITOLO V. 


DELLE PREPOSIZIONI SENZA, SOPRA, SU, SoTTO, Dopo, 
. DIierRO, AVANTI, INNANZI, DAVANTI, PRIMA. 


S. I. SENZA (e anticam. rien) è preposizione priva- 
tiva, cioè che esprime la privazione di compagnia, e di -stro- 
‘mento, e ponesi innanzi a’ nomi, e innanzi agl' infiniti de’ ver- 
bi. Canzòn, tu vedi ben,-come è sottile Quel filo, a cui s' at- 
tren la mia isperànza, E quel che SENZA QUESTA DONNA 0 
esso. D. rim. 22. — Non volere stare’ in montàgna in tanta 
solilùdine SANZA FRUTTO e SANZA PROFITTO alcuno. Cas. 
Jett. 67.—Una novélla, nella quale quanta sia la\lor nobil- 
tà si dimòstra, SENZA dal nostro propòsito DEVIARE. Bocc, 
nov. 96.— Corre alla porta e SENZA ALTRO ADDIMANDARE 
ec. Fior. S. Franc. 64. Spesse volte s' adopra in compagnia 
della preposizione di. Ecco ch' io vaglio poco, e. molto meno 
SENZA DI TE ispero di valère. Bocc. Amet. 3. 
Talvolta leggesi in significato di Oltre. Che ben cinque 


alle, SENZA LA TESTA, uscìa fuor della grotta. D. Inf. 3A. 


gli aveva a da-e alirùi. Bocce. nov. 60. 


— Aveva de' fiorini più di millanianòve SENZA QUELLI, . che 
-—_ $. IL SOPRA o SOVRA. Questa preposizione esprime 
l’idea d'elevazione, denotando Luogo superiore. Premettesi ai 
nomi reali, o astratti, ed usasi le più volte scompagnata da 
qualunque altra particella; ma pur sovente trovasi in com- 
pagnia della prep. 4, e’ talora anche con la prep. di. Non hai 
tu consideràto il mio servo Job, che non è alcuno SOPRA LA 
TERRA sìmile a lui. Pist. S. Gir. — Che pur SOVRA 'L GRI- 


FONE stàvan saldi. D. Purg. 31. — Converrà che voi n' an- 


diàle SOPRA AD UN ALBERO. Bocc. nov. 77. — Cominciò a 
piùngere SOPRA DI LEI, non altraménte, che se moria fosse. 
Id. ivi. 

‘ $. INI SoPRA, talvolta porta il significato di Oltre, più, 
al di là, ec. — Gran parte delle loro possessiòni ricuperà- 


‘rono, e molte dell’ altre comperàr SOPRA QUELLE. Bocc. 
nov, 13.— Ben cento miglia SOPRA TuxISI ne la portò. Id. 


nov. 42.—0 piacér, onde l' ali al bel viso ergo, Che luce 


353 PARTE TERZA 

SOVRA QUANTI '/ so/ né scalda. Petr. son. 114:— E /e chio- 
me, .....:.. Allòra sciolte e SUVRA OR terso bionde. Id, 
son. 163.—SUPRA LE PODAGRE mi son venùte le’ renelle. 
Cas. lett. 63. | 

All’ opposto vale talora Vicino, apprésso, par'andosi di 
luogo. Marsilia è in Provenza SU?RA LA MARINn posta. 
Bocc. nov. 53. i 

Vale anche A4ddòsso, contro, come: Ordinàrono un gran: 
dissimo esèrcito per andàre SOPRA I NEMICI. Bocc. nov. 18. 
—.... Amòr tutte sue lime Usa SOPRA 'L MIO COR afflitto 
fanto. Petr. son. 214.— Ess?ndo stato SORA PARIGI ad as- 
sedio con niente profittàre. Matt. Vill. 9, 98. I 

S. IV. SoPRA, è sovente preceduto dalla preposizione 
di. Poi tornii indietro , perch' io vili scrit'o DI SOPRA ‘L 
LIMITAR, che ec. Petr. son. 95. — Parvemi vedere str, ere a 
poco a poco DI SOPRA ALLE MONTAGNE un lume ec. Bocc. 
Lab. 352. — Delfino è un grande pesce che salla DI SUPRA 
DELL'ACQUA. Tes. Br. 4, 5. Di sopra, trovasi anche, ma 
«di rado, con la prep. da. Giuràto avria poco lontano aspètto, 
Che tutti ardésser di SOPRA DAI c!iGLI. D. Purg. 29. 

Si notino i seguenti modi di dire: Èssere sopra qualche 
ufficio, vale Averne il governo; Prestore 0 pigliàre danùri 
sonra a qualche cosa, vale Darli ò accettarli col pegno; -Man- 
giùre sopra checché sia, cioè Mangiare sopra pegno; 4rndàre 
sopra sé, vale. Andare diritto in sulla’ persona, portar ben la 
vita: Stare sopra sì, vale anche Star pensoso, sospeso , dub- 
bioso; Zavoràr sopra di s}, dicesi degli Artefici che esercitano 
Ja loro arte da per sè, a loro pro e danni; £sser sopra parto, 
© sopra partorìre; vale Esser nell'atto; o poco dopo l'atto 
del partorire; £sser sopra a fare una cosa, vale Essere in sul 
farla , vicino a farla; Sopra mezzo dì, sopra sera, vagliono 
Passato già mezzo dì, venuta già la sera, ec. (1) 

$. V. SU (2), vale lo stesso che Sopra; s'incorpora va- 


(1) Con la preposizione sopra, compongonsi un gran numero di nomi 
e verbi, che, oltre la propria loro significanza, partecipano di quella della 
‘preposizione. (Fegrasi il vocabolario della Crusca.) 
| — (2) Su,-innanzi a parola principiante da vocale, riceve talvolta una 
r finale, scrivendosi e pronunziandosi sur. La cui parle di solto sîa SUR 
ua bastoncèllo piccolo..Cresc. yo, 33, 5. — Mèltivi bunna parle de’ raspi 
triti bene, e batlùti in sur un’ asse col colt>llo. Dav. Colt. 164. Gli antichi 
scrissero: sor, e non che innanzi alle vocali, ma anche innanzi alle con- 
sonanti l’usavano. Irncontrài uno scoldio Sor un muletto baio. Tesoretto 2. 
— Di voi, che siete fiore: SOR L'ALTRE donne aoèle più valore. Rim. ant. 
—E non piaccia u Dio nostro sire , che si malvagia colla sltea SOR mE. 
Nov. anti a5. ù Le : : 


I 


| «— —PTIMOLOGIA E SINTASSI 959 
lentreri con gli articoli determinanti //, Zo, gli, Ze (3) (non 
già con 2 piur. di 4/, che scrivesi sempre distaccato). Z/ re 
dopo questa (canzone) SULL'ERBA e'n SU I FIORI avendo 
fatti molti doppiéri accèéndere ec. Bocc. gior. 9, fin.—Zo pen- 
suva assàt destro èsser SULL'ALE. Petr. son. 265. 
$. VI. Su, del pari che sopra, ma più vagamente, usasi 
per indicare vicinanza di luogo, e di tempo, come: Siede la 
terra, dove nata fui, SULLA MARINA dove "| Po discende. 
D. Inf. 8.— Dietro verso mezzodìe sono li desèrii d' ErioPiA 
SUL MAKE Ockano. Tes. Br. 5, 4.—Za sera SUL TRAMON- 
TARE del sole fece dare alla terra una battàglia. Matt. Vill. 
11, 18—Su L'ORA PRIMA 70 dì sesto d' Aprile. Petr. son. 
176. Talvolta indica che una cosa è vicina a farsi, come: 
Il che gli era sì gran noja, che egli ne fu SULLO IMPAZZARE. 
Bocc. nov. 74. | | 
$ VII. Su, trovasi sovente preceduto da /n, che aggiunge 


l'idea di initcriorità a quella d’ elevazione, quasi indicando 
q € q 


che una cosa sia sopra , e nel centro della superficie , onde 
diciamo : In sulla tàvola ; în sulla piazza; in sulla faccia; 
in sul capo; in su i fiori; in sul mattino ; in sull'ora del 
desinàre ; in sulla sera ; in sul principio del verno ; in sul 


finire del mese ec. E talvolta è seguito dalla prep. per, per 
esprimere nello stesso tempo l' idea d’estensione sulla super- 


| 


ficie, come: Tu puoi vedére me, e la mia famiglia dormìre 
SU PER LE PANCHE. Bocc. nov. 15.— Questi pesci SU PER LA 
MENSA euizzàvano. ld. nov. 96. 

. 8 III SOTTO, preposizione di significato contrario a 


quello di Sopra, e su; essa esprime l’idea d' inferiorità , si 


di luogo che di condizione, e di grado; ed usasi o senza al- 
tra particella , o seguita dalla prep. a, e talvolta anche da di. 
Che SOTTO LE SUE ALI zl mio cor tenne. Petr. son. 280. — 
Soto UN Poco di tetto, che ancòra rimàso v' era, si ristrìn- 
sono amendùni. Bocc. nov. 47.—SOTTO "I. GOvERNO di An- 
tigono la rimandò al soldàno. ld. nov. 17.—Ciascùno e ca- 
st.Ua, e vassàlli aveva SOTTO DI SÈ. ld. nov. 39. 

Sotto, vale talora Circa. SOTTO A QUAL TEMPO 55 leg- 
ge , che avvénne cc. Vit. S. Gio, 335. 

Diciamo: Soffo pena di morte, di bando , di scomuni- 
cazione ec., che vagliono Costituita la pena ec. Diciamo an- 
cora: Solto la fede, sotto la pace, the vagliono Data la fede, 
lu pace. e i 


(3) Una tale incorporazione non è però obbligatoria. 


360 PARTE TERZA 

DI sotto, vale lo stesso che Sotto, come: Fa'più stretla: 
la piega a quel velo, che andàr mi dee Di SOTTO IL MENTO. 
Bocc. Lab. 208.—E DI SOTTO DA QUEL trasse due chiavi. 
D. Purg. 9.— Siede Rachel Di SOTTO DA COSTRI Con  Bea- 
trìce, sì come iu vedi. Id. Par. 52.—£ altrettànio n'era DI. 
SOTTO A’ PIEDI loro. Passav. 41. | | 

È IX. DOPO. Questa preposizione denota Ordine di luo- 
go, di tempo , o d'azione. Quel cotàl marito era DOLL LA 
PARETE della comera. Nov. ant. 44.— DOPO ALQUANTI Di 
non veggéndosi chiamàre ec. Bocc. nov. 17.—L' utilità che 
di questa memòria puote avvenìre alle naziòni che DOPO Nor 
seguirànno. Matt. Vill. 1, 2. Usasi talvolta con la preposizio- 
ne di, e talvolta con a. Per quegli, a cui tu vai io li scon- 
giùro e priego, che io DOPO DI TE non rimànga selle di. 
Mor. S. Greg. 1, 8.— Per alcùna cagiòne, non molto DOPO 
A QUESTO, convénne al marìto andure infino a Genova. 
Bocc. nov. 25.— Od in un caso l assàlti, od in un altro il 


t D 
nuove cure. ld. Fiamm. 4. . 


$. X. DIETRO, vale lo stesso che Dopo, ma va sem 
pre seguìto dalla particella 4, o sola, o incorporata con l'ar 
ticolo determinante. E lassi Ispàgna DIETRO ALLE SU 
SPALLE. Petr. canz. 9.—Zre colle DIETRO A LEI le man 
avvinsi. D. Purg. 2.— Acciocchè DIETRO AD OGNI PARTICO 
LARITA’ /e nostre passùte misérie ec., più ricercàndo non 
vada. Bocc. Introd. i 

Qualche volta trovasi colla particella da. D. lof. 28. - 
Id. Conv. 149. . 


deprìmi, 0 DOPO ALLA DATA FELICITA’ aggiùgni agli ànimi 


Significa alle volte Circa, intòrno. Lo scrìvere in qu |. 


sto ternpo DIETRO A MATERIE pertinénti alla lingua. Salvi 


Avvert. 1, 1. | 

Di DIETRO, vale lo stesso che Dietro. Andàr ‘due pr 
con una croce per ciascùno; si mìsero tre, 0 quatro. bare 
portatori portàle DI DIETRO A QUELLA. Bocc. Introd. — Ell 
non correrànno DI DIETRO @& niùna.a farsi léggere ll 
Concl. Da es 

S. XI AVANTI, INNANZI, e DAVANTI sono pre 
posizioni opposte a Dopo, e dietro; dinotano Tempo e luog0, 
ed usansi colle particelle 4, di, e da, ed anche senza particella 
alcuna. AVANTI ORA, di mangiàre pervénne là, dove ! abale 
era. Bocc. nov. 7. Due fratélli solamente nati AVANTI D 
LEI lasciò nel suo partìre. Filoc. 7.—E INNANZI L' ALBI 


Puommi arricchìr dal tramontòr del sole. Petr. cant. 3. | 


nd iii 


ETIMOLOGIA FE SINTASSI 061 
Siccome molti INNANZI a noi hanno fatto. Bocc. Introd.— 
Così DAVANTI A° COLPI della morte Fuggo ec. Petr. son. #8. 
—Manifestaloti il sangue mio, lo quale per tante ferite puo? 
vedere AVANTI DA TE spàndere. Filoc. 1.— Egli era pur poco 
fa qui INNANZI DA NOI. Bocc. nov. 73. | 
$. XII. PRIMA, vale lo stesso che Avànti, e innànzi 
ed usasi con la particella di. MAcciocchè PRIMA DELLA TUA 
PARTITA Fosse finita la mia trista sorte. Teseid. 3, 77. 


CAPITOLO VI. 


DELLE PREPOSIZIONI- FRA, INFRA, TRA, INTRA, FINO, 
INFINO, SINO, InsINo, VERSO, INvERSO, DENTRO, 
ENTRO, FuorAa, FvorE, Fuori, Presso, ConTRO, 
CONTRA, APPRESSO, APPo, OLTRE, OLTRA, INTOR- 
NO, CIRCA, EccETTO, SALVO, TRATTONE, ACCAN- 
TO, ALLATO, Lunco, RASENTE, MEDIANTE, SE- 
CONDO, GIUSTA, GIUSTO. | 

$° I. FRA, INFRA, TRA, INTRA. Queste preposizio- 

| nì, che tutte e quattro vagliono lo stesso, imperciocchè fra 

€ tra:non sono che abbreviamenti il primo di infra e il se- 
| condo di :néra, denotano che una cosa è dentro un' altra, 
in mezzo a più altre cose. FRA ULIVI, e nocciuòli, e castà- 
| gni comperò una possessiòne. Bocc. nov. 96.—INFRA le altre 

opere che piùcciono a Dio, questa le passa tutte. Serm. S. 

Agost. 841.—Potrésti arditaménte Uscir del bosco, e gir INFRA 

LA GENTE. Petr. canz. 27.—Piànger sentì FRA 'L SONNO £ 

miei figliuòli. D. Inf. 33.—FRA "L FIUME dell Era, e quello 

di Senna. Gio. Vill. 12, 64, 1.—Ov' ella ebbe in costùme 

Gir FRA LE PIAGGE, e '/ fiume. Petr. canz. 26.— Poichè dal 

cielo nuova progènie nacque INTRA” MONDANI. Bocce. Amet. 40. 

Spianàndo di concòrdia INTRA LE DUE ostI. Gio. Vill. 10, 86, 4. 

—La quale in mezzo era TRA LA CAMERA del re e quella 

della reina. Bocc. nov. 22.—TRA LO STIL de moderni e ‘1 ser- 

mòn prisco. Petr. son. 32. 

NFRA, @ FRA, usati co nomi di tempo, vaglion Dentro al 
termine. —INFRA POCHI GIORNI proovederibbe di dare buono 
Papa. Gio. Vill. 10, 70.— Anzi quasi tutti INFRA' L TERZO 
GIORNO moricano. Bocc. Introd. — Scrìvemi mio fratìllo, ec. 
che senza alcùn fallo io gli abbia FRA QUI E OTTO dì man- 
dati mille fiorìni d' oro. {d. nov. 80. 

FRA, e TRA, accennano talvolta Perplessità, ‘dubbio, 
incerlezza ec.— Avéndo queste cose cedùte, gran pezza stelle 

Gramm. Ital, 47 


502 PARTE TERZA 
TRA PIETOSO E PAUROSO. Bocc. nov. 48.—La mia sorîlla 
che TRA BELLA E BUONA, Ion so qual fosse più, irionfa 
lieta. D. Vurg. 24.—In riso e’n pianto, FRA PAURA E SPE- 
xE. Petr. son. 119.— Se medisimo mira quasi dubbio TRAT 
SI e "L No d'acquistàrla. Bocc. Amet. 10. 

FRA, e TRA, trovansi vagamente usati come particelle 
congiuntive per insieme congiungere due obbietti, due qua 
lità, o due operazioni, ponendosi in capo al primo termine, 
e avendo per particella correlativa la congiunzione e 0 ed, 
che si mette in principio del secondo termine; nel qual ca- 
so si può dire che fra o tra, facciale veci di tanto, così, 51,0 
parte, e che la seguente congiunzione € vaglia Quanto,come, 0 
parte; alcuni esempj chiariranno la cosa. Si che venne ad im- 
peràre, FRA SOLO, E ACCOMPAGNATO, anni cinquanta sei. Petr. 
Uom. Ill. 10.—FRA PER PAURA, E PER VERGOGNA fuggiva 
Vit. SS. PP. 2.—TRA PER LA FORZA della pestìfera Li 
mità e per È èsser molti infèrmi mal servìt. Boce. Introd.- 
TRA PER L'UNA COSA E PER L'ALTRA /0 non volli sir 
più. Id. nov. ZY.—Za giòoane TRA con parole, e con all 
41 mostrò loro. Id. nov. 30.— E TRA che egli s' accorse, © 
che egli ancòra da alcùno fu informàto, egli trovò ec. Il 
nov. 2.—Più di dugénto TRA dell'una setta e dell altra sì 


ne trocàrono morti di ferro. Matt. Vill. 1, 80.—Si trovarono | 


a ricèvere dal re TRA di capitàle e provvisiòni più di centot 
tantamila di marchi di sterìni. Gio. Vill. 11, 87, 1. 

Dopo quale, pronome interrogativo, e dubitativo, usasi 
sovente fra nel significato di 0 congiunzione, avendo per co 
relativa la stessa particella alternativa 0 quasi che ripetuta, 
come: QUALE dovésse avere il pallùdio TRA Telamòne, 0 


Ulisse. Guid. Giud.— Li Romàni tennero consìglio, QUALE tO | 


lo meglio, TRA che gli uòmini avèsser due mogli, 0 le fem 
mine due marìti. Nov. ant. 64.— Se vostra vicìna avis 
maggiòr tesòro di coi QUAL corréste voi innònzi TRA il suo, 
o il vostro? Tes. Br. 8. | Di | 

FRA ME, FRA TE, FRA SÈ, co' verbi dire, pensare, rag» 
nare e simili, vagliono Dentro di me, di le, di sè, od anche 
meco, teco, seco.— Quello de' miei parlàri biasimàndo, che pw 
nell ànimo m'era chiaro, FERA ME sovénte DicÈNDO. Fiamm. !. 
— FRA ME PENSAVA: forse questa fede Pur qui per uso, È 


forse d' aliro loco ec. D. Purg. 9. — Il re cominciò a so 
I. 


tàre il cervèllo in mille pensieri, e dicèva FRA SÈ. 
disc. an. 29. 
S. AI INFINO, FINO, (il secondo non è che un ab- 


ETIMOLOGIA FE SINTASSI 3603 

breviamento del primo) sono preposizioni’ dette ferminatize 

di tempo, di luogo, e d' operazione, perchè marcano |’ esten- 
sione, o lo spazio di luogo, o di tempo, percorso o da per- 
corrersi dall’ una estremità all'altra; esse vanno per lo più in 
compagnia della particella 4; talvolta anche si trovano con in 

e da e sovente senza particella alcuna, . quantunque allora 
debbano considerarsi come aventi sottintesa una delle tre 
suddette. INFINO AL FIUME d/ parlàr mi trasse. D. Inf. 3. 
-— Quel feroce drudo La flagellò dul capo INFIN LE PIAN- 
TE. Id. Purg. 52.—Che ajutàr la dovéssero ad andàre 1NFINO 
NEL GIARDINO. Bocc. nov. 6). — Za nostra amicizia comin- 

| ciò FIN DAGLI ANNI pù teneri. Red. lett. 2. — Cavalcàrono 
* FIN PRESSO ALLA CITTA' di Veròna. Gio. Vill. 11, 63, 2. 

 +—Ma guardi î cerchi riNo AL PIU REMOTO. D. Par. 31. 

$. {AI INSINO, SINO, vagliono lo stesso che Znfino e 

fino, e nel medesimo modo si costruiscono. E in questa 

‘© mantra ec. stare senza muòverlî punio INSINO AL MATTU- 
TINO. Bocc. nov. 24.— Ralto son corso già SINO ALLE PORTE 
Dell' aspra morte per cercàr dilétto. Gutt. rim. 90. 

$. IV. INVERSO, VERSO, denotano accostamento, o 
‘indirizzamento a qualche parte. Présero adùnque le donne e 
; gli uòmini INVERSO UN GIARDINETTO la via. Bocc. gior. 2. 
° finm.—Ze niînfe in piè drizzàte corsero inverso AmEtO. Id. 
Amet. 95.—In pòvero àbito n' andò VERSO LonpRA. Id. 
nov. 18.—£Ed 0 trapùsso innànzi VERSO L’ESTREMO. Petr. 
son. 95. Non di rado si trovano in compagnia della  parti- 
cella di. L' ali spando Verso ni vor, o dolce schiera amì- 
ca. Petr. son. 109.—Y malvàgi si pensano di trovàre tutti 
gli uòmini così fatti INVERSO DI LORO, come essi son fatti 
INVERSO ALTRUI. Mor. S. Gr. 14. Queste due preposizioni 
vaglion talvolta Contra. Ed ebbe tanta potenzia l ardìre dei 
peccutòri INVERSO LUI che ec. Vit. Crist(—Oimeé, che ho 
VERSO GL' IDDII commesso. Filoc. 8. Vagliono anche Zn pa- 
ragone, in comparazione, a rispetto. —l'utte l'acque ec. Par- 
rieno avére in sè misura alcona, VERSO DI QUELLA, che 
nulla nasconde. D. Purg. 28.— Che "NVERSO D' ELLA Ogni 
dimosiraziòn mi pare ottàsa. Id. Par. 24. | 
S. V. DENTRO, ENTRO. Preposizioni che denotano la 

parte interna della cosa, e vagliono /n. La prima costruisce- 
si per lo più con la particella a. DENTRO ALLE MURA della 
città dî Firénze. Bocc. Introd. Quantunque non di rado tro- 
visi usata con d2 e da, ed anche senza alcuna particella. Lui 
DENTRO DELL ARCA /asciurono racchiuso. Bocc. nov. 15.— 


3604 PARTE TERZA 

Che esse DENTRO DAL LORO SENO nascòso tengono. Îd. 
Concl. - E DENTRO DAL MIO OVIL qual fera rugge. Petr. 
son. 43.— Così DENTRO UNA NUVOLA dl fiori ...... Donna 
in’ appàree sotto verde manto. D. Purg. 30. 

ENTRO, usasi comunemente senza particella. Zo voglio, 
che tu giaccia stanòtte ENTRO 2/ letto mio. Bocc. nov. 74. 
Per altro trovasi anche con la particella. Ze notturne viòle 
per le piogse: E le fere selvùgge ENTR ALLE MURA. Petr. 
canz. 22. 

PeR ENTRO, vale lo stesso che Entro. Drzétta salia la 
via PER ENTRO ’/ sasso. D. Purg. 27.— Alfin vid'io Pea 
ENTRO & hori, e l erba Pensòsa ir sì leggiàdra e bella don- 
na. Petr. canz. 42. (1) 

S. VI. FUORA, FUORE (2), FUORI, preposizioni 
contrarie di Dentro e eniro, denotano Esclusione, separamen- 
fo e distanza, e s' usano comunemente con la particella di. 
Uscìr FUOR DEL PELAGO d/la riva. ec. D. Inf. 1.— Fosso 
con loro FUOR DE'SOSPIR fra l'ànime beùte. Petr. son. 272. 
— Come avvenìsse, che Giucomìno per alcona cagiòne da 
sera FUORI DI CASA andàsse. Bocc. nov. 45. Senza particella 
alcuna leggesi nel Petrarca, FUOR dutti # nostri lidi Nell'è- 
sole famòse di fortùna Due fonti ha. Canz. 3A. 

FUORCHE, o FUOR CHE, è preposizione eccettuativa, come: 
Niuno segnàle da potere rapportare le vide , FUORCHÈ uno, 
ec. Bocc. nov. 19.—ZE//e giàcen per terra iutte quante. FUOR- 
cH' UNA. D. Inf. 6.— Zo non domàndo, Amòre, FuoRCcH 
POIERE i/ tuo piacér gradire. 14. rim? 17. 

IN FUORI, è parimente preposizione eccettuativa, come 
Maòstro alcùno non si truova DA DIo IN FUORI, che ogni 
cosa faccia bene. Bocce. Concl, | 

S. VI. PRESSO, VICINO. Queste preposizioni indicano 
Prossimità di luogo e di tempo; esse s' adoperano con le par- 
ticelle a e di. Una montàgna aspra, ed erla, PRESSO ALLA 
QUALE un bellissimo piano , e dilettevole sia ripòsto. Bocce. 
Introd. — Ed ecco , qual suol PRESSO DEL MATTINO, Per È 
grossi vapòr Marte rossìggia.D.Purg. 2.— Assai VICINO stava 
ALLA TORRICELLA. Bocc. nov, 77.—VicIiNo DI SAN BRAN- 


(1) Laèniro, colaèntro, quaènirò, quincèniro , ec. sono avverbj com 
posti di entro e delle particelle Za, colà , qua , quinci. 

(2) Fuore, è mera poetico. Or m’ hai d’ogni ripaso trallo FUORE 
Petr, son. 300. Gli antichi poeti dissero eziandio fora e fore. Mostràndo 
amàro duol per gli occhi FoRE. D. rim. 1. — E dicèoa a’ sospiri andate 
rone. Id. rim. 10.—.Sì che bognàli di pianto, Escon Fora. Guid, Cavale 
rim. ant, 





| ETIMOLOGIA E SINTASSI © 365 
CAZIO sfetle un buono uomo, e ricco. Id. nov. 24.— Ed an- 
| dando carpòne, infin PRESSO LE DONNE di Ripole il con- 
 dusse. Id. nov. 79. Talvolta queste preposizioni vagliono Circa, 
inorno.— La badìa avéa di réndita PRESSO A dumìla fiorìni 
d'oro. Gio. Vill. 10, 54, 2. — Priégoti, che perch' ella sia 
nella mia casa VICIN DI TRE MESI stata, che ella non ti 
| sia men cara. Bocc. nov. 94. Presso, vale anche In come 
| parazione , a fronte, al paragone. — Che PRESSO A QUE’ d’a- 
mòr leggiàdri nidi, Il mio cor lasso ogni altra vista sprezza. 
‘ Petr. son. 222. 
$. VIILL CONTRO, CONTRA, esprimono Opposizione 
; e contrarietà, e s' accompagnano volentieri con una delle due 
particelle 47, o a, sebbene anche senza particella si trovino. 
« Niuna altra medicìna èsser CONTRO ALLE PESTILENZE mi- 
; gliore. Bocc. introd.— Finalménte ho ottenùto in Rota il man- 
, dato CONTRO DI LUI, ec. Cass. lett. 27. — E si ricominciò 
: guerra CONTRO GLI ARETINI. Gio. Vill. 11, 58, 3.—CONTRA 
! IL GENERAL COSTUME de’ Genovesi. Bocc. nov. 8. 
i SAX. APPRESSO , vale quasi lo stesso che Presso. 
;« Martuccio lu ringruziò , e APPRESSO LEI alla sua casa se 
i n andò. Bocc. nov. 42.—Volle , ch' io vedéssi tutte le sante 
reliquie, che egli APPRESSO DI SÈ acéea. Id. nov. 60.— Prese 
. per partito di volére un tempo èssere APPRESSO AD ALFONSO 
re di Spagna. Id. nov. 91. Sovente vale Dopo , come : AP 
| PRESSO LA MORTE. Bocc. nov. 51.—Per li lempi APPRESSU 
; Nor. Gio. Vill. proem. 2. 
-—_. .$. X. APPO, vale lo stesso che Appresso in tutti i suoi 
significati. Quantingue APPO colòro , che discrétt erano , io 
, ne fossi lodàto. Bocc. Proem.—Fu rispòsto agli ambascia- 
 dòri, non éssere APPO DI LORO alcàn merito. Liv. dec. 3.— 
: Ordinò che colùi APPO IL QUALE fosse questo anéllo trovàto 
ec. Bocc. nov. 5. 
| $. XI. OLTRE, OLTRA. Queste preposizioni, la secon- 
da delle quali è più del verso che della prosa, esprimendo 
. aumento di luogo , di tempo, e d’ operazione , vagliono Di 
più, e s'usano o con la particella @, o ‘senza particella. OL- 
TRE A QUELLO, che V. M. Cristianìssima suol fare per sua 
bontà. Cass. lett. 13. — Canzòne , OLTRA QUELL' ALPE Lù, 
dove "I ciel è più seréno e lieto, ec. Petr. canz. 30. Talora 
vaglion Sopra. D. Inf. 7. — Nov. ant. 34.—Petr. son. 243. 
Vagliono anche Fuori. Bocce. gior. 4, prin.— Varch. stor. 10, 
$. XiI. INTORNO, significa Circonferenza vicina. e ado- 
prasi per lo più con la particella 2, ma si trova pure con de 


deo 


365 PARTE TERZA 

e da, ed anche senza particella alcuna, come: InTORNO 
A'piedi. Bocc. nov. 77.—INTORNO DELLA ferra. Petr. canz. 3. 
INTORNO DI cinque cose. Cresc. 1, 1.— Cerca, mìsera, INTORNO 
DALLE PRODE le tue marìne. D.Purg.6.—INnTORNO sè. Id. conv. 
45. Talora significa Quantità incerta e indeterminata, cioè Poco 
più,o poco meno.Dellagran guerra ancòr membòria porto, La 
qual durò INTORNO DI TRENT'ANNI. Dittam. 1, 29.— Puosst 
seminàre (il moro) ne temperàti luoghi del mese di Marzo, e IN- 
TORNO LA FINE di Febbrajo. Cresce. 5, 14. | 

CIRCA , vale lo stesso che Intorno , in ambo i siguifi- 
cati. D. Par. 2.—1d. ivi. 22.—Matt. Vill. 11, 4.—Cresc. 1, 3. 

S. XIII_L ECCETTO, SALVO, TRATTONE*‘, TOL- 
TONE (3), preposizioni eccettuative. n questo consiste la 
palma degli scriltori, EccETTO 1 nipascaLici. Cass. lett. 75. 
— Lasciàndo al capitano ragazzàglia, e vile gente, ECCETTO 
ALQUANTI ITALIANI. Fil. Vill. 11, 69.—Zteero ordine, e di- 
creto , che ciascuno potesse uscire di bando, SALVO QUELLI 
delle case eccettàte per Ghibellini. Gio. Vill. 9, SIT, A — 
Che ‘1 mio d'ogni liquòr sosténe inòpia , SALVO DI QUEL, 
che lagrimàndo stillo. Petr. son. 20.—In lui (Dio) perfetta- 
ménte sono tutte le creatùre, TRATTONE I DIFETTI. Fr. 
Giord. 226. 

S. XIV. ACCANTO, ALLATO , o A LATO , prepo- 
sizioni indicanti Prossimità dalla parte del fianco.—Duìno ca- 
stéllo, ACCANTO IL MARE POSTO, si rendé. Bemb. stor. 7,90. 
— Canzòn,qui vedi un tempio ACCANTO AL MARE. Id. rim. 149. 
— ALLATO ALLA CAMERA, nella quale giaceca la donna. 
Bocc. nov. 24. A/làto, vale anche In comparazione, come: 
ALLATO ALLE QUALI gli spenti carboni si dirieno bianchi 
da' risuardànti. Amet. 17. — Ogni angélica vista, ogni aflo 
umìle ec. Fora uno sdegno A LATO A QUEL, ch i0 dico. 
Petr. son. 98. 

S. XV. LUNGO, esprime Vicinanza pel verso della lun- 
ghezza.— Quando incontràmmo d'ànime una schiera, Che ve- 
nìa LUNGO L’ ARGINE. D. Inf. 15. — Così LUNGO L' AMATE 
rive andùi. Petr. Canz. 4. — Conciofossecosache la sus ca- 
mera fosse LUNGO LA VIA. Bocc. nov. 68. Leggesi anche m 
compagnia delle particelle a, e di. Sempre parlàndo, LUNGO 
ALLA MARINA Andàmmo cc. Dittam. 3, 14.— E quale Isme- 
no già vide, ed Asòpo Lunco pi SÈ di notte furia, e calca. 
D. Purg. 18. 

(3) Queste voci non sono che participj passati de’ verbi Eecettuare , 


saloàre, togliere , e trarre; ccoèlto e salco , sono sincopi di cesellualo € 
salvalo. 


pere ente eni 


202 eve rt 0 i Sri — 
l 


tarata .. E a 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 567 
%. XVI. RASENTE, preposizione che, del pari che la 
precedente, esprime Vicinanza, ma in modo che la cosa 
tocchi quella che le è allato, come: Quas: RASENTE TERRA 
velocìssimi più, che dura alcùna, correvano i lor cavàll. 
Fiamm. 4.— Avéndo consideràto, che questa buona donna, 
ec. mettéa la pèntola RASENTE A QUEL MURO. Fr. Sacc. 
nov. 192. Zncominciò a congelàrsi RASENTE IL VETRO. 
Sagg. nat. esp. 162.0 
S. XVII. MEDIANTE, dinota Col mezzo di, con l'aju- 
to di, per mezzo di, per ajuto di—Iddio mandò questo giu- 


i dìcio MEDIANTE IL CORSO del cielo. Gio. Vill. 11, 2, 24.—I/ 


quale moto disordinàlo, MEDIANTE I NERVI maggiori attac- 
càli a' mìnimi, si comùnica al cervèllo. Red. Cons. 2, 15. 
Vale anche Zra, nel mezzo, —Infino a questo luogo, MEDIAN- 


° TE MOLTI AVVERSI CASI, l'ho seguìta. Bocc. Filoc. 6. 


S. XVII. SECONDO, GIUSTA, GIUSTO, significano 
Conformità, e vagliono Di conforme, per quanto.— Essi furono, 
SECONDO IL COMANDAMENTO DEL RE, menàti in Palermo. 


 Bocc. nov. 46.— Seguendo GIUSTA LOR POSSA ogni atto di 
' guerra. Matt. Vill. 11, 45.—// tiranno, GIUSTO IL COSTUME 
° de' tirànni, ci prestò l orécchie. Id. 10, 24. SECONDO, leggesi 


talvolta nel significato di Per. Era ben vestita, e SECONDO 
SUA PARI, assài costumàta, e ben parlànte. Bocc. ‘nov. 85. 


‘ — E quivi, SECONDO CENA SPROVVEDUTA, furono assùi bene, 


+ e ordinatamente serviti. Id. nov. 99. 


CAPITOLO VII. 
DELLA CONGIUNZIONE 
SETTINA PARTE DEL DI SCORSO. 


Vedi Sez. I, S. VIIL 


8. I. Ragionando nella prima Sezione sopra le parti del 
discorso in generale, dimosirammo ($. VII) i segni, detti 
Congiunzioni, essere stati introdotti nel discorso,al solo fine 
di servir quasi come per legami tra più obbietti, più qualità, 
e operazioni, più condizioni, e relazioni; ma ivi veder facem- 
mo nello stesso tempo, che tutte le voci da' grammatici appel- 
late Congiunzioni, non sono tali propriamente, e che perciò 
la definizione data di questa parte del discorso dagli stessi 
grammatici, non è adeguata se non se a pochissime tra quelle, 
non essendo e alire che meri avverb). 

$. II. Le congiunzioni servono per unire non che i nomi, 


568 PARTE TERZA 
gli addiettivi, ed 1 verbi, ma anche le proposizioni intere, cioè 
una proposizione assoluta ad una relativa, o una relativa ad 
una subordinata; lo che ognuno di leggieri comprenderà, ove 
abbia ancor presente quel che da noi altrove s' espose sulle 
. diverse qualità delle proposizioni, delle quali altre si dicono 
assolute, o indipendenti; altre relative, o incidenti, perchè alle 
assolute riferisconsi, o da esse sono dipendenti, altre finalmente 
subordinate perchè dalle relative dipendono. 

$. III. Le congiunzioni che più importa di conoscere, so- 
no quelle la cui funzione è di unire le proposizioni subor- 
dinate. a quelle dalle quali dipendono; quindi noi le distin- 
gueremo giusta le facoltà che ad esse attribuisconsi nel discorso. 
Del rimanente rimandiamo il lettore al III capitolo della VI 
sezione di questa grammatica, ove il parlare delle varie com- 
binazioni che esigono l' uso del modo soggiuntivo, ne porse 
naturalmente occasione di motivare le molte congiunzioni che 
di necessità vogliono il verbo della proposizione nel soggiun- 
tivo, ed altre che mandano il’ verbo indifferentemente o al 
soggiuntivo, o all’ indicativo; laonde ci crediamo dispensati 
dal far qui ulterior parola di quelle congiunzioni, se non solo 
per noverarle ognuna nella classe a cui appartiene. Le con- 
giunzioni adunque possono dividersi in: 

$. IV. COPULATIVE, delle quali non ve n' ha che 
una propriamente detta, cioè E (1), il cui uso è da ognuno 
tanto conosciuto che stimiamo superfluo il dirne altro se non 
che essa talora innanzi a ciascuna parola si replica, non di 
necessità, ma per vaghezza. ZL’ acque pàrlan d' Amòre, E l'ora 
E i rami, E gli augelletti, x i pesci È è fiori E l'erba; Tut- 
tr insiéme pregàndo ch' î sempr' ami. Petr. son. 259. All op- 
posio tavolta innanzi a tutte le parole, fuorchè all’ ultima, si 
sottintende. Z/or, frondi, erbe, ombre, antri, onde, aure soù- 
vi, Valli chiuse, alti colli © piagge aprìche. Id. son. 252. (2) 


(1) A questa congiuazione, per maggior pienezza di suono , si suale 
aggiungere la consonante d, ove la seguente voce cominci dalla vocale e, 
lo che pur talora fassi innanzi le altre vocali. Il Boccaccio , e forse qual- 
‘che altro autore ad imitazione di lui, in simili incontri adopera sovente 
la latina congiunzione ef; uso che in oggi a nissuno cadrà nella mente 
d'imitare, Poichè tu vuogli , che io più avanti ancora dica, ET io il dirò. 
Bocc. nov. 19.— E quando ella si sarèbbe voluta dormire, ec. ET egli le 
raccontàva la vita di Cristo. Id. nov. 24. 

(2) Stranissimo è l’ uso che gli antichi talvolta facevano di questa 
congiunzione, in modo che sovente al contesto solo conoscesi in qual senso 
molti l'abbiamo adoperata, imperciocchè leggesi per ANZI: L'uomo santo, 
quando si parte di questa vita, allorachè tu credi ch? e' muoja, ED e’ nasce. 
‘Fr. Giord. 67. Per ANcHE: Se tu di ch' hai fede mostrato per opèra: che 


ETIMOLOGIA E SINTASSI _ 369 

S. V. SOGGIUNTIVE. La particella CHE si può dire 
esser l' unica congiunzione soggiuntiva, imperciocchè essa o 
sola, o incorporata con altra particella, ed in ispecie quando 
è dipendente da un verbo, manda, più di qualsisìa altra con- 


. giunzione, il verbo al modo soggiuntivo, lo che abbondante- 


mente è provato dall’ uso, e negli autori, e nel conversar fa- 


. migliare di tuttodì, | 


GHE, sovente dipende da un avverbio. Questo òrrido co- 


 minciaménto vi fia non ALTRAMENTI, CHE a'camminànti una 
montagna aspra, ed erta. Bocc. Introd. — Se essi mi parràn- 
| no TALI, CHE zo possa ec. comprendere, che la vostra fede sia 
| migliore. Id. nov. 2.— Bizzàrra, spiacévole e ritròsa, INTANTO 


CHE a senno di niùna persòna voleva fare. Id. nov. 87. 
CHE, preceduto dalla negativa non, è sovente congiunzio- 


‘ne diminutiva di numero, e di quantità. Come diàvol NON 
‘ hanno, caE una coscia, e una gamba? Bocc. nov. 54. — 
: NoN acéva l'oste, caE una cameretta assài pìccola. Id. nov. 
: 86.— Carlo il Calvo ec. NON regnò, cHE 21 mese. Gio. Vill. 


9 b) . Ù 


CHE, leggesi sovente in forza di altra congiunzione, com- 


‘| posta di esso. Cominciò a riguardàre, se d’ attòrno alcùno ri- 


cello st vedésse, dove la notte potésse stare, CHE (acciocchè, o 


 afinchè) non si morìsse di freddo. Bocc. nov. 12. — Preso il 
: suo arco, e la sua spada, CHE (imperocchè) altre arme non 
‘ aveva ec. Id. nov. 93.—Poich' e' vide la sua donna ferita, 
i non dimìse mai quell’ Arùnno, cune (infiochè) l' uccise. Fior. 


Ital — Due topi...rodéeano la radice dell àrboro...e avèanla 


ia no | 
| 814 iutta rosa, CHE (sicchè, tanto che) non avea se non a 


. tompere. Stor. Barl. 357.—£ così non restétte mai il cavallo, 


| CHE (finchè) giunse alla Tinta, dov' era il suo albergo. Fr. 
 Sacch. nov. 64.— Zuogli ch'io ti prédichi tanto di lungi, CR’ 


(mentre che) hai tanti predicatòri così presso ? Don Gio. del-. 


se lu non hai l’ opera , E le demònia hanno fede. Id. 198. Per ALLORA : 


Quando io credo che iu ingràssi, E tu dimàgheri. Fr. Sacch. nov. 112. 
ef BENCHÈ , col verbo nel modo soggiuntivo : Quando in più libri trove- 
Femo due, o più lezioni, E sìan tuite buone ; ci appiglierèémo sempre ec. 
@ quella de’ più antichi. Dep. Decam. 73. In luogo di PERCIÒ: Ma poichè 
egli v aggrada ec. ET io il farò volentieri. Bocc. nov. 61. In forza di A 
PATTO : La ecci di quelli, che n’ andrèbbono volentieri di qui a S. Jacopo, 
ED e' non fossero lenùti di confessàrsi. Fr. Giord. 220. Talvolta pare che 
dopo la particella siavi sottinteso 1’ avverbio Ecco : Com’ io tenèa levate 
în lor le ciglia, Ep un serpènie con sei piè si lancia ec. D. Inf. 25. — 
Così conformemènie andàoa la della croce dinànzi alla faccia di Santo 
ua, che quando egli restàoa , ED ella restava, e quando egli an- 
va , ED ella andàva. Fior. S. Frane. 124. 


Gramm. Ital. 48 


370 ‘PARTE TERZA 
le Cell. lett. ®1.— Come mi potrò to partìre da costòro, CRE 
(senza che) '/ cuore non mi si fenda? Vit. S. Gio. Bat. 216. 

CHÙEe, alla maniera dei Latini, talora si sopprime, metten- 
dosi il susseguente verbo all' infinito, e cambiandosi il subbiet- 
to in obbietto diretto. Per tutto dicéndo SÈ il pallafréno e’ pan- 
ni avîr vinto all’'Angiuliéeri ( in vece di Per tuito dicendo 
CHE EGLI :/ pallafreno ec. AVEA vinto). Bocc. nov. 84. — 
Che la guardia e 'l govèrno al conte significàssero LEI AVER- 
GLI càcua, ed espedita, lasciàta la possessione (in vece di 
Che ec. al conte significassero CHE ELLA gli avea ec.). Id. 
nov. 49. Co' verbi temere, dubitare, suspicare e simili, soppri- 
mesi talvolta il che, usandosi in vece la negativa no, o non, 
(che in tal caso è il ne de' Latini) col susseguente verbo, nel 
modo soggiuntivo. Li due i dubitàvan forte, NON ser 
Ciappellétto glingannàsse. Bocc. nov. 1.—TEMENDO NO ’/ 
mio dir GLi FUSSE grave. D. Inf. 3.— Ch' io TEMO, lasso, 
no ’ soverchio affànno Distrùgga ’l cor, che ec. Petr. son. 
84. Sicuràno vedéndol rìdere, SUSPICO' NON costui in alcùn 
atto l AVESSE raffiguràto. Bocc. nov. 19. — Paréndogli olire 
modo più bella che 7 altre n. ec. DUBITAVA NUN FUS- 
sE alcùna Dea. Id. nov. 41 I 

Talvolta CHE, vale Parte, o tra. Donòlle CHE in gioje 
e CHE in vasellaménti d' oro , ec. e CHE in danàri quello, 
ec. Bocc. nov. 19.— Era a guardàre i passi con più di tre- 
Dio cavalieri, car Tedeschi, e cue Lombàrdi. Gio. Vill 

,4, 5. 

$. VI. ALTERNATIVE, che sono O (3), ovvERO, od 
O VERO, OPPURE, O PURE, OSSIA, O VERAMENTE , SE NON 
come: Questo o quello; vero o falso; la pace o la guerra; 
vincere o morìre ec. O, talvolta si replica. Che mi consìgli tu 
ch' to faccia? © che io entri nella religione, 0 che io mi stia 
nel secolo? Fior. S. Franc. 189. | 

$. VII. NEGATIVE, che sono: NÈ (4), \EMMENO, NEPPU- 
RE o NE PURE, NEANCHE, NEMMANCO. 


(3) O, innanzi ad una susseguente vocale, riceve la consonante 4. 
Miserère di me , gridài a lui, Qual che tu sii, 0D ombra, OD uomo certo. 
D. Inf. 1. — E non mi stanca primo sonno, oD alba. Petr. canz. 3. — 
Senza for motio ad amìco , 0D a parènte ec. Bocc. nov. 27. 

(4) Anche questa particella , si come altre simili, si trova talvolta 
con l’aggiunta della consonante d, dicendosi red per sostegno della pro- 
nunziìa. Peir. son. 138. — Gio. Vill. 12, 80, 1. Alle volte il nè ha forza 
di negare anche un’antecedernte cosa, quantunque questa non abbia seco 
alcun segno di negazione. Mi disposi a non volèr più la dimestichèzza di 
lui, e per non avèrne cagione, SUA LETTERA, NÈ SUA AMBASCIATA pri colli 
ristoere. Bocc. nov. 27. — IN FAENZA NÈ IN FuRLÌì gli era riràso amico. 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 571 

NÈ, in principio di locuzione, vale lo stesso che Von. 
NÉ prima esse agli occhi còrsero dt costoro, che costoro fù- 
rono da esse veduti. Bocc. Introd.—NÈ oltre a due piccole mi- 
glia st dilungirono du essa. Id. ivi. 

NE, non è propriamente congiunzione se non quando, 
nella significanza di e non, serve ad unire due parole o du- 
proposizioni, l' una delle quali, o la prima o la seconda, sia 
già di per sè negativa, come: Mon mangia né beve; non vo- 
glio cederlo né sentirlo. —NÈ più sommo di lui nelle nostre ar 
li, NÈ di maggiòre fama alcùno oggi risuòna ne' nostri  re- 
gni. Amet. 59.—Zeggiadria, NÈ beltàde Tanta NON vide il 
sol, credo giammùài. Petr. canz. 44.— NÈ /' un, NÈ. l altro 
gia paréa quel, ch' era. D.H4nf. 25.—Zo NON cerci NÈ con 
ingegno, NÈ con fràude d' impòrre alcùna màcula all’ onestà, 
e alla chiarezza del vostro sangue. Bocc. nov. 98. 

NÈ, talora si replica innanzi a più parole che si seguo- 
no. Orso, e’ non fùron mai fiumi, NÈ stagni, NÈ mare, ove 
ogni rivo si disgòombra; NÈ di muro, o di poggio, o di ra- 
mo ombra; NÈ nebbia che *l ciel copra, e ‘1 mondo bagni; NÈ 
altro impediménto, ond' io mi lagni. Petr. son. 30. (5) 

$. VUI. AVVERSATIVE, cioè quelle che esprimono 
la contrarietà che passa fra due preposizioni, come: ma (86), 


; non già, per altro, beasì, però, benché, sebbene, quantunque, 


e 1., 


| ancorché, comechè, avvegnachè, tuttoché, contultochè, pure, 


nondimeno, tuttavulta, contultociò, ciò non ostante, ciò non di 
meno, ciò non per tanto. 


Nov. ant. 16. — Comandolle , che Più’ PAROLE NÈ ROMOR facèsse. Bomb. 
pros. 3. 

(5) Nè, sta talvolta in vece della congiunzione alternativa O. De? 
più sanlo , che mai fosse ;} NÈ mai sarà , cioè il mio Signore Gesù Cristo. 
Fior. S. Franc. 190.—Prima ch’ î iruovi in ciò pace, NÈ tregua. Petr. 
son. 44.— Anzi la voce al mio nome rischiàri, Se gli occhi suoi ti fur dolci, 
NÈ cari. Id. canz. 4o. All’ opposto leggesi talvolta la congiunzione alter- 
nativa o, ia vece della negativa nè. NÈ mi vale spronàrlo, o dargli volla . 
Petr. son. 6.— NÈ di muro, o di poggio, o di ramo ombra. Id. son. 30, 

(6) Da qualche esempio degli antichi può presumersi che la particella 
ma originariamente significasse più , in senso diminutivo di numero , e 
provenisse dal latino magis. É non avèa MA ch’ un’ orècchia sola. D. 
Inf. 23.—Ur cui chiami tu Iddio? egli non è MA che uno. Nov. ant. 78. 
— Non avèr menàlo MA che due legioni. Volgar. di Vegez. Leggesi anche 
in senso di fuorchè, salvo che, eccetto che: I vedèa lei, MA non vedèva 
tre essa MA che le bolle, che 1 bollor lecdou ec. D. Inf. a:. In compagnia 
di. pure, però, non di meno, tutlavia ec. par che sia anzi di ripieno che 
di signitficanza. Incominciò a prènder malinconia, MA PURE aspettàva ec. 
Bocc. nov. 7.— Ma PERò di levarsi era niente. D. Inf. 22.— Di que’ di 
Castritceso ne furon morti assai; MA. non PERÒ presi. Gio. Vill. 9g, 305, i. 


- 


72 PARTE TERZA 

MA, come correlativo di non solo, non solamente, non 
che, è particella accrescitiva, significando aumento alle cose 
precedenti. NON SOLAMENTE che egli a peggio dovère operà- 
re procedesse, MA di ciò che fatto avea, gl' increbbe. Bocc. 
nov. 45.—I/ cino, NON soLo conforta il naturàl calòre, MA 
ancòra chiarìfica il sangue torbido. Cresce. 4,48, 2.—-A voi sta 
bene di così fatte cose, NON CRE gli amici, MA gli stranièri 
di ripigliàre. Bocc. nov. 23.— Ogni sperànza perdè NON CHE 
«di doverla mai riavere, MA pur vedere. Id. nov. 46. 

S. IX. CONDIZONALI o SOSPENSIVE, che sono 
SE (7), SE MAI, PURCHÈ, A CONDIZIONE CHE, CASO CHE, 
DATO GQHE, POSTO CHE, SUPPOSTO CHE, SI VERAMENTE 
CHE, ec. 

SE, talvolta indica Dubbio. Mon so SE a vor quello se ne 
parrà che a me ne parrébbe. Bocce. Inirod.—E s' io divénni 
allòra travagliàto, La gente grossa il pensi. D. Inf. 54.—A 
cui non so S' al mondo mai par visse. Petr. son. 154. (8) 

$. X. AGGIUNTIVE, sono quelle che si adoprano per 
esprimere aggiungimento di alcuna cosa a quelle già dette, 
tali sono: Anche, anco, pur anche, ancora, pure, eziandio, 
altresì, di più, in oltre, oliracciò, anzi. 

S. XI. ECCETTUATIVE, che sono: Salvo che, eccetto 
che, fuorché, se non che. 

S$. XII DICHIARATIVE, cioè quelle che servono a di- 
chiarare o a schiarire, le cose dette antecedentemente, tali sono: 
Cioe, cioè a dire, vale a dire, ben sai, ben sapete. 

$. XHI. COMPARATIVE, diconsi quelle particelle che 
esprimono la simiglianza, o la proporzione, certa o probabi- 
(7) Siccome tuttora suol farsi colle particelle a, e, 0, innanzi a pa 
rola che cominci vocale, così gli antichi facevan talvolta con la con- 
giunzione se, aggiungendovi la consonante d. Ordinò , che a lui non ve- 
ris e persona, SED egli non mandasse per lui. Cronichett. d’ Amar. 
— Aspettiamo il Maèsiro, e sappiàùmo SED egli vuole, che cosìe si faccia. 
Vit. S. Mar. Mad. 39. 

(8) Se, non di rado trovasi usato dagli antichi in principio di quelle 
locuzioni che esprimono un qualche desiderio: e vogliono i comentatori 
che in tali incontri questa congiunzione abbia la forza di così. SE m'aùti 
Iddio , disse il cavalière , io il vi credo. Bocc. nov. 39. — SE io non sia 
svisala, Piànger farolle amara tal folta. Id. canz. 10. — Or dimnui, sE 
colu’ in pace vi guide (E mostrai'l duca lor) che coppia è questa? Petr. 
Tv. d? Am. cap. 2. Leggesi anche in senso comparativo in vece di come, 
avendo per correlativa la particella così. SE hanno perseguilàlo me, così 
perseguiterànno voî. Cavalc. Med. cuor. 159.—-SE l' oro pùrgasi e pruòvasi 
nl fuoco, e raffinasi, e così, ec. è per la infermità del corpo. Vit. 
SS. PP. 2, 162. Se, talvolta ha forza di benchè , ancorchè, quantunque, 
e simili. Si dispose , SE morir ne dovesse, di parlàrle esso stesso. Bocce. 
nov. 38. 


ETIMOLOGIA K SINTASSI 575 
le, tra due cose; tali sono: Così, come, siccome, 0 sì come, 
tanto, quanto, in modo che, in maniera che, in guisa che, 
nello stesso modo che, nella stessa mantera che. 

$. XIV. ELETTIVE, che sono: Piuttosto, più presto, 
meglio, prima, anzi, innanzi; le quali particelle hanno per 
correlativo che e indicano fl elezione di una cosa in confron- 
to di un altra, o la preferenza di una cosa ad un' altra. 

$. XV. CAUSALI, quelle che servono ad esprimere la 
cagione di una cosa, cioè che s'interpongono tra la cosa che 
si ha a provare e le.ragioni che, per provarla, si adducono ; 
tali congiunzioni sono le seguenti: Perché, poiché, posciachè, 
perocché, perciocchè, imperocchè, iii , conciassiaché, 
conciofosseché, conciossiacosachéè, conciofossecosachè, stante 
che, mentre che, mercè che. 

$. XVL CONCLUSIVE, sono quelle, che, data la ragio- 
ne delle cose, ne indicano la conseguenza, tali sono: dunque, 
adunque, per tanto, perciò, però, imperò, onde, laonde, quin- 
di, sicchè, cosicché, per lo che, per la qual cosa, talchè, tan- 
to che, per tanto, intantochè, dimodoché, dimanierachè. 


CAPITOLO VIII. 
DELL’ INTERIEZIONE. (8.8 PARTE DEL DISCORSO.) 


. $. I. Le voci che comunemente s’ intendono per Infe- 
riezioni, fu già detto (Sez. I, $. VIII) non essere che le 
grida, o le emissioni di voce naturali dell'uomo nel suo lin- 
guaggio primitivo, in quello cioè della natura istessa, e del 
quale le lingue esistenti, altro non sono che traduzioni in 
parole articolate ed arbitrarie; imperocchè l' uomo, spinto 
dal bisogno di esprimersi, e non sapendo dare lo sviluppo 
necessario a' suoi pensamenti, imitava la natura gridando A#, 
per esprimere una qualche viva commozione d' animo sia di 
dolore, sia di disperazione, sia dirammarico, ec. che provava. 
4h adunque vale una preposizione intera, cioè Zo soffro. 
Dicasi lo stesso di tutte quelle voci che si dicono Znierie- 
zioni, e che noi qui in ordine alfabetico andremo enumerando. 

S. IL AH, AHI; segni di dolore, di sdegno, d' ira, ec. 

H s' 40 ti posso avére nelle mani! spero, che te ne farò 
pentîre. Zibald. Andr.—Noi andavàm con gli dieci Demònj, 
AH fiera com agnia ! D. Inf. 22.—AHI Pisa, vituperio delle 
genti, Del bel aése là, dove "1 sì suona! Id. ivi. 55.—AHI 
serva Italia, di dolòre ostello! Id. Purg. 6G.—-AHI, morte ria, 
come a schiantàr se’ presta Il frutto di moll'anni in sì po- 


574 PARTE TERZA 
che ore! Petr. son. 276. AHI, leggesi anche come segno di 
allegrezza, di maraviglia, di desiderio, di preghiera, e di rac- 
comandarsi: AHI che gi0jòso gàudio, e che gaudiòsa gija 
in amoròst {ulti spiritcàli cuori! Guitt. lett. 13.—AHI che 
mirabile, e che magna mutaziòne graziòsa! Id. ivi.-AH 
quanto mi paréa pien di disdégno! D. Inf. 9.—AHnI, cruda 
morle, come dolce fora Il colpo tuo, se spento un degli aman- 
ti, Così l' altro ec.! Buoa. rim. 40.—ARI, mercé per Dio, 
non voler divenìr micidiàle di chi mai non t offése. Box. 
nov. 19. : . , ; 

S$. III AHIME, o AIME, segno di dolore e di com- 
passione: AHInE che piaghe vidi ne' lor membri. D. Inf. 16. 
Fra le voci uhé e me vi si frappone talvolta l' addiettvo 
lusso, dicendosi: Ahi lasso me; ahi lassa ine. Boce. nov. 1ò, 
—nov. £6.—nov. 95. 

S. IV. BLATO ME! BEATO TE! eec., o ME BEATO! 
TE BEATO! sono espessioni denotanti Felicità, con'entezza, 
cc. O ME BEATO sopra gli altri amànti! Petr. canz. 17. . 

S. V. Di.H, interiezione deprecativa ed esortativa, cioe 
che s'adopera ini pregaudo ed in esortando, ma per lo più interro- 
gativamente, DEL amico mio, perchè vuo'tu entràre in questa fa 
tica? Bucc. nov. 2.—DEH perché vai? DEH perché non tar 
resti? D. Purg. 5. —DEH non rinnovellàr quel che n' ancìb. 
Petr. son. 232.—DEH /ascia l'‘ira tua, e perdònami omai. 
Bocc. nov. 77. Talvolta è semplicem. esclamativa: DEE p# 
chè non prendo io del piacére, quando io ne possa avere: 
Bocc. nov. 4.—DEH quanto mal fecî a non avér misericòrde 
del Zima mio! Id. nov. 25. 

DOH, segno di cordoglio: DoR sventuràto, che Dio 
dia gramizza, non vedestù lume iersera ? Fr. Sacch. nov. È. 

.$. VI EH, è segno di lamento. Teseid. 5, 63. 

EHI, vale lo stesso che A%7, ed è anche espressione 


«' indignazione: EHI messére, che è ciù che voi fate ? Bocce. . 


nov. 69. 

EIA, è voce latina che, nel Boccaccio ed in altri anti 
chi, trovasi talvolta adoperata in segno’ di gridare: Era l4 
. landrìno, che vuol dir questo ? Bocc. nov. 78. Eta questo 
é pure il più bel Frodo, che si vedésse mai. Fr. Sach 
nov. 146. 


$- VIL GUAI (plurale di guaio che vale, Danno, di | 


sgraziu), è espressione minaccevole. Gridàndo: GUAI 4 #0! 
ànime prave. D. Inf. 3.—GUAI al earn il quale va pe 
due vie! Mor. S. Greg. 1, 10. Talvolta è espressione di i 


n 


ETIMOLOGIA E SINTASSI — 375 


| lore, dicendosi Guai a me, guai a noi, che vagliono Mise- 


ro me, miseri noi. 
GUARDA! Voce dell’ uso, adoperata in segno di di- 
rezzo. 

$. VIII LASSO! (sincope di /assato, participio di Jas- 


‘ sare), è espressione di dolore, e vale Misero, ci me- 


schino.— Quante lagrime, LASSO, e quanti versi Ho già spar- 
#! Petr. canz. 38.—LASSA ME, dolente me, in che mal 
ora nacqui! Bocc. nov. 62.—Ma di che debbo lamentàr- 
mi, AHI LASSA, fuorché del mio desìre trrazionàle? Ar. 


Fur. 52, 21. 


$.1X. 0O,OH. Queste due interiezioni servono all’ espressio- 


. nedì molti e var} affetti. £.° D'ammirazione: OH Zberalità di 
: Natan, quanto se' tu maravigliòsa ! Bocc. nov. 93.—2° Di 


soverchia giopa: O Calandrìno mio dolce, cuor del corpo mio, 


: ànima mia. Id. nov. 85.—3.° Di magnificare: O groja, o inef- 


nl 
fi) 


fabile allegrezza! O vita intera d' amòre, e di pace. D. Par. 
27.40 D'eccesso di desiderio: O che delle scorpacciàle, che 


. fo me ne piglierei. Firenz. nov. 4.—-5.° Di dolore: O quanti 


; 
i 
i) 


r 


i gran palùgi ec. rimàsero voti, o quante memoràbili schiat- 


te ec. st w?dero senza successòr debito rémanere! Bocce. latrod. 
6° Di sospetto: O in che paùra istacàmo, e chente cuore era 
il nostro! Vit. SS. PP. 2, 3500.—7.° Di sbigottimento: OH, voi 


mi avéte fatto sbigotiîre a raccontàre tante misùre. Firenz. 


s Dial 367.—8. D'invocazione: £ disse all''Angelo : O, ajutami, 


che ’1 fuoco mi s'appressa. Vit. SS. PP. 2, 575.—9.° Di spa- 


. ventare: Gridò: vB OH; per lo qual grido le gru ec. comi- 


ciàrono a fuggire. Bocc. nov. D4.—10 Di semplice sclamazio- 
ne: O felîici anime, alle quali in un medesimo dì addivén- 


i ne il fervente amòre, e la mortàl vita terminàre. Id. nov. 57. 


HI, od QI, voce che si manda fuori per indicare so- 


‘verchio dolore. Ol Zasso, che tutt’ or disio, ed amo Quella, 


che lo meo beni punto non ama. D. Majan. 75. — 01 cieco! 
le ! OI malto! OHI quanto se’ infermo! Arrigh. 46, 
€ 2. x x ° i | 

S. X. OHIMK, OIME, OME, queste interiezioni che, com- 
poste da oz, e me vagliono Misero me, povero me, dolente me 
ec., esprimono afflizione sì d’ animo, che per corporal doglia. 
Orme, anima mià ajùtami che to muojo! Bocc. nov. 36. 
— OIMÈ, /erra è fatto il suo del viso! Petr. canz. 40. Tal 
volta è anche espressione d’ orrore, d° indignazione e simili: 
Olmè, ocIMÈ, che male è questo, che la furia, ed ebbrezza 
del peccato dà tanta fortezza a' rei? Cavalc. Med. cuor. 


376 PARTE TERZA 

OIBO', interiezione di disprezzo e di nausea, e sovente an- 
che di semphice negazione: Ma porco! oTB0'/! questo cenciàc- 
cio allezza. Malm. 11, 25. — Come tormento? Viso"! s' io 
ci ho diletto. Id. 8, 67. — Cacciatòr sì; per vostra preda no; 
Dio ce ne, guardi, orso"! Buon. Fier. 1, 5, 11. 

OISE, OI TE, od OITU'; interiezioni che vaglion lo 
stesso che Ozmeé, riferendosi per altro 052 alla terza persona, ed 
oi fe od cità alla seconda; Olse', dolente sé, che il porco gli 
era stato imbolàto. Bocc. nov. 76.— Ol TE, Aquino, che non 
ne dovete avére più de’ Vescovi. Dial. S. Greg. 3, 8. — Ottu' 
Gerusalemme! se tu conoscessi il pericolo ec., tu piangerèsti 
con esso meco. Vit. Crist. P. N. 

OLA',interiezione usatà per chiamare: OLA’, garzòn, non 
dstàr più a disàgio, Tòrnatene a bottéga colla bolgia. Ambr. 
Bern. 5, 2.— Zo me n' andùi in capo di scala per chiamùr 
T oste: OLA’, dove se’? Fir. As. 22. 

$. XI POFFARE IL CIELO, POFFARE IL MONDO. 
Interiezioni, che dinotano maraviglia. POFFARE ’L CIELO, co- 
m' ella sta in tuono! Comele voci ella sa ben portàre! Buon. 
Tahnc. 1, 4. | 

PUH, o PU, voce d’ avversione o d'abborrimento di cosa 

fetente: Pù! /a puzza. Buon. Fier. 4, 2, 5. 
‘— $. XII. Tra le interiezioni si noverano pure alcune voci che 
formano una proposizione intera, quantunque di per sè non 
‘esprimano niun affetto: tali sono 7, zio, piano, cheto, che 
s' usano per dare in sulla voce; e le seguenti: Orsà, su, via, 
si via, animo ec. che servono per Far animo, incoraggiare, 
eccitare, ec. OnSU', giòvani, assalttàmo virilmente, e con al 
ligra fronte questi dormigliòni, Fir. As. 68. 

VIA, usasi anche per Discacciare: VIA, che Dio cz met- 
ta in mal anno, rea femmina. Bocc. nov. 67.— VIA co- 
stà con gli altri cani. D. Inf. 8.— Via /adri, VIA poltròni, 
VIA col diàvolo. Ar. Len. 4, 7. E talvolta per affrettare: VIA 
‘avànti; qui non bisògnano al presénte questi preghi. Filoc. 2. 


SEZIONE OTTAVA 


DELLA COSTRUZIONE E DELLE FICURE GRAMMATICALI. 
— EG 


CAPITOLO PRIMO 
DELLA COSTRUZIONE. 


S. I. Abbiamo due modi di costruire il discorso, vale a 
dire, di disporre le parole nel discorso: naturalmente e artifi- 
cralmente. Nel primo modo la costruzione è qualificata diret- 
ta o regolare; nel secondo inversa, o figurata. 

Nella costruzione diretta, la disposizione delle parole 
segue l’ ordine naturale delle idee nostre, prescritto dalla 
grammatica (veggasi Parte terza, Sez. II, Cap. V, $. IV; e Sez. 
III, Cap. II, $$. I, II, IH, IV). La costruzione inversa 0 f- 
gurata, allontanandosi in gran parte da quell’ ordine, non 
prende norma che dall’ armonia, o dalla maggiore o minor 
forza che vogliasi dare all'espressioni, secondo che il soggetto, 
che si tratta, richiede uno stile più o meno sostenuto. 

S. II. Per l'intelligenza delle due nominate costruzioni, 
. gioverà sovvenirsi che ogni concetto esprimesi da un’ aggre- 
gazione di diverse parole; e che tale aggregazione rappresenta 
il giudizio della mente, per lo quale questa discerne le rela- 
zioni fra gli obbietti, posti a fronte l’ uno dell’ altro. Ogni 
aggregazione di parole, formanti un concetto, è detta propo- 
sizione, e ogni proposizione deve necessariamente consistere 
in tre termini, chiamati subbietto, copula, e attributo, 0, par- 
lando grammaticalmente, nome, verbo, e addiettivo, come: 
Cielo è sereno; Guerra è nociva. 

La copula, che, come si vede, sta nel verbo sostantivo 
essere, e che è chiamata così, perchè quasi leghi l' at- 
tributo al subbietto, può unirsi in un sol termine all'attribu- 
to, forinando insieme un verbo addiettivo, e allora la propo- 
sizione, quantunque, non ostante una tale unione, in realtà 
sia composta di tre termini, apparentemente però componesi 
solamente di due, come: Sole risplende, che vale quanto Sole 
è risplendente. Acciocchè lo studioso bene intenda tali cose, 
lo mandiamo a rileggere con attenzione il primo Capitolo 
della quinta Sez., ed in ispecie i paragrafi I, II, III, e le 
sottoposte annotazioni. 

S. III. La costruzione diretta in altro adunque non con- 
giste, che nel lasciare i termini di qualsivoglia proposizione, 
ognuno nel suo posto, facendo passare ciascuno per le sue 

Gramm. Ital. 49 


3578 PARTE TERZA 

varietà grammaticali, é aggiungendo a ciascund tuelle particelle 
che esprimono i var) accidenti a cui va sottoposto nel discorso, 
e le quali da noi del corso di questa grammatica, ognuno a 
suo luogo sono state esposte. Ma l’uso continuo della costru- 
zione diretta, tedio recherebbe anzichè diletto, rendendo il di- 
scorso languido e monotono; cosicchè è forza ricorrer soven- 
te alla costruzione inversa, onde rendere eleganti i nostri pe- 
riodi, e spargerli d’una grata varietà, purchè ciò non sia a 
costo della chiarezza, e del retto intendimento del senso. 

S. 1V. Fra tutte le lingue dell’ Europa, la sola italiana 
gode della più estesa libertà nella disposizione delle sue pa- 
role, e nella fabbricazione de' suoi periodi: ma non a tutti 
gl’ Italiani è dato l'ingegno di farne uso con discernimento ; 
imperocchè è questa una facoltà la quale più dalla natura che 
dall’ arte s' impara, e non è sottoposta che alle leggi dell’ ar- 
Îmonia e della chiarezza; e, ove queste sono violate, qualsiasi 
costruzione sarà sempre viziosa. 

Ì V. Le inversioni generalmente usate, sono le seguenti. 

.° Il verbo innanzi al subbietto: NON TEME / ma/- 
vàgio è rimòrsi della coscienza — RiveRDISCONO le piante e 
Derbe illanguidite. 2° L'obbietto diretto innanzi al verbo e 
al subbietto: TUTTI 1 CAPELLI ‘0 mi sentìi arricciàre. 3° 
L'obbietto indiretto innanzi alle altre parti del discorso: 
AL PRIMO grido essi vennero in folla. — DALLA PARTE più 
rimòta dell’ Oriénte venne un messaggièro. 4. L' addiettivo 
innanzi al suo nome: Questa sua PERSEVERANTE asserziòne 
mi disperàva veramente. 3.0 L' addiettivo innanzi al verbo e 
al nome: DEGNO era forse Pompéo di difenderla? 6.0 L'ad- 
diettivo separato dal suo nome: Già odo la maschia eloqguèn- 
za nel foro RISoRTA.—Lra la città di abitatori quast VUOTA. 
7. L'avverbio innanzi al verbo : Quivi s' òdono gli uccelli 
cantàre.--SOBRIAMENTE dormi, acciocche non si cessi da te 
la virtù. 8.° Il participio passivo innanzi all’ ausiliare: SCAN- 
CELLATI sono da' fasti nostri è nomi di questi ribàldi.— 
Tutto PREPARATO era per riceverlo.— Delle quali niuna il 
venti ed oltéisimo anno PASSATO AVEA. 9. Il participio pas- 
sivo separato dall’ausiliare essere: Se # cotz nostri li SONO, 
dopo sì lunga ira, a grado TORNATI.— Sempre SIA da noi il suo 
rome LODATO. 40. ll modo infinito innanzi ad alcun aliro 
modo del verbo : Tu CONVINCER DEI Roma tutta. — Nella 
novella che a RACCONTAR INTENDO.. 14.0 L' infinito s« para- 
to dal verbo che lo regge: Che oPPORRE al/a lor nalva- 
gità potéuasi.—Si POSERO in cerchio a SEDERE. 12° La 


dl 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 79 
preposizione col suo nome posta in capo al dfscorso : Con 
CONSENTIMENTO unanime tutti dissero. 13.0 Il nome del pos- 
sessore innanzi a quello del posseduto : Egli ha di cittàdino 
vero, e non di PRINCIPE /' ANIMO.—Del TEBRO in sulla RIVA 
ec—Hat di STELLE immortili durea CORONA. 14. H verbo 
in fine di tutta la frase: E velàti gli occhi, ed ogni senso per- 
dùto, di. questa dolénte vita si DIPARTI.—Che, doce per di- 
letto e 104 riposo andiàmo, noja, e scàndalo non ne SIEGUA. 
—Tu devi Foo st che © beni tuoî durevoli ed eterni RIMAN- 


. GANO.— Felice te, o Trajàno ! che congiùnti non hai, che 
. figli, paréntî, ogni più cara cosa nella sola repùbblica CONTI. 


. VI. Milioni d' esemp) di armoniosissime e chiarissi- 


: me inversioni potrebbersi addurre, tratti dalle sublimi opere 


; 
hi 


7 


# 


: del Boccaccio, del Machiavello, del Guicciardini, dell’ Alfieri, 


det Verri, e d’ altri sì antichi che moderni scrittori, a’ quali 
noi mandiamo lo studioso, onde li legga, e ne colga il bello 
per formarsi uno stile di scrivere. Dobbiamo per altro renderlo 
avvertito, ehe leggonsi presso gli antichi, ed in ispecie nel 


+ Boccaccio, delle costruzioni inverse che a nissuno oggidì ver= 


pi 
id 


rebbe nel pensiero di usarne di simili, se non volesse muo- 


: ver le risa e farsi riguardare qual affettato e pedantesco scrit- 
‘ tore. Fra le molte di tali costruzioni, le quali oggi sarebbero 
“ incompatibili, citeremo la seguente del Boccaccio» Im questi 
‘ tempi avvénne, che la città di Faenza, lungamente in guerra 
- ed in mala ventùra stata, alquànto in miglior posizione ri- 


a 
NI 
i 


tornò; e fu a ciascùno che ritornàrvi volesse, liberamente con- 


: cedùto il potérvi ritornàre. Per ridurre quest' esempio ad una 
, costruzione più conforme al gusto moderno, bisognerebbe di- 


L. 


n] 
' 
' 


re: Aovenne in questi tempi, che la città di Faenza, dopo 


di essere stata lungamente in guerra ed in mala ventura, ri- 


; tornò alquanto in miglior disposizione, e fu Siberamente 


t 
T 


\ 


 concedulo a ciascuno, che volesse tornaroi, il potervi ritornare. 
DELL’ ACCENTO ORATORIO 
S. VII. L'accento oratorio è quella posa chesi fa colla voce 


‘più su d'una parola, o su d'una frase del discorso che su 


\ 
tl 
4 


t 


“d’ uo altra. Talvolta alla maniera. dì disporre le paro- 
le del. discorso contribuisce la commozione d'animo di chi 
scrive o parla, anteponendo quella parola, dalla cui idea l’ani= 
ma è più scossa che ron è da quella delle altre; una tal pa- 


i rola dicesi portare l'accento oratorio. Siane esempio la sc- 


4 
I 


guente frase costruita in tre differenti maniere: Sono INFELI- 
ce perchè ho ascoltato troppo i suoi consìgli.—Perchè ko 


380 PARTE TERZA o 
ASCOLTATO #froppò è suoi seni , sono infelice—Perchè ho 
TROPPO ascoltàto i suos consìgli, sono infelice. Nella prima 
costruzione, l'accento oratorio cade sulla parola infelice, per- 
chè l' anima è più commossa dall’ idea della propria infelici- 
tà che da quella della causa che l'ha prodotta; nella secon- 
da costruzione l'accento oratorio trovasi sulla parola ascolla- 
to, perchè cagiona più dolore la causa che l'effetto; nella 
terza costruzione in fine |’ avverbio £roppo porta l' accento, 
perchè pare che la dismisura della causa, commuova più l'ani- 
ma che non fa la causa stessa, nè l’effetto, 


CAPITOLO II. 
DELLE FIGURE GRAMMATICALI. 


S. I. Più volte in quest'opera ci è occorso dover far co- 
noscere le alterazioni che sovente han luogo nel naturale an- 
damento dell’ orazione, sia aggiungendo, sia sopprimendo, sia 
cambiandone qualche parte. Or, i motivi per cui tali liceo 
si permettono, chiamansi Figure grammaticali. | 

Riconosconsi in grammatica sei figure principali, che con 
greche voci si appellano: E/lissi, Sillessi, Pleonasmo, Enal- 
lage, Iperbato, e Tmesi. 

8. Il. Per l'EttLissi, che vale: Difetto, o Soppressione, Sì 
‘ tralascia qualche parte del discorso, la quale di leggieri possa 
sottintendervisi. L'E/Zss: è di due specie: la prima si fa quan 
do si sottintende una parola, la quale affatto non è nel discor- 
so; l'altra si è quando si suppone ripetuto un nome od un 
verbo, che v' è già stato espresso, il che più propriamente di 
cesi Zeugma cioè, Connessione. L'Ellissi è tanto frequente ne- 
gli autori, ed anche nel conversar famigliare, che superfluo 
crediamo il citarne degli esempi. 

S. III. Per la SrLLESsI, o SiLÈpPsI, che vale Concezione 
le parti del discorso sembrano discordare fra loro, ma cons 
derato il senso, non discordano. Questa figura è poco usata, 
e dove si trova può dirsi esser la stessa che l' ellissi; come 
ne’ seguenti esempj: Che sotto l acqua ha gente che sospira 
E (i sospiri) FANNO pullulàr quest acqua al summo. D. 
Inf. 7.—Perchè quella BESTIA (d'uomo) era pur disposto. 
Bocc. nov. 64. Le discordanze che in alcuni esempj sì de 
Bocc., che di altri autori, sì leggono, e che per avventura non 
sono se non errori di qualche copista, vengono da' gramma 
tici giustificate come fatte per sillessi. Z/ re co'suoi compagni 





DON 
ti 
“a 


BIMONTATI (rimontato) a cavàlloal reàle ostilre se ne TOB- | ii 


ETIMOLOGIA E SINTASSI 381 
NARONO (tornò). Bocc. nov. 96.— Come fu (furono) in Fi- 
renze TAGLIATE LE TESTE a più de’ Guazzalòiri da Prato. 
Matt. Vill. 2, 62.— Per ciascùno di questi si PROROMPE 
(019000 le biade e fa lor perdere la virtù. Cresc. 3, 2. 

S$. IV. Il PLeoNASMO, che significa Ridondanza, è una 
figura per cui, onde dar maggior pienezza od ornamento al 
discorso, sì aggiunge a questo alcuna parte non necessaria, 
O apparentemente superflua. 

Per questa figura usansi sovente, come solo ripieno, le par- 
ticelle pronominali egli, eé, ella, esso, mi, ci, ti, vi, si, ne, lo, 
Za; ma sull'uso di queste nulla evvi a ripetere qui, im- 
perocchè ne abbiamo copiosamente trattato a' capitoli 1 e II, 
della terza Sezione. 

La preposizione con è un vero pleonasmo ne' detti con 
meco, con teco, con seco ec. Dite che CON meco se ne venga; 
e così anche il pronome esso, ne' detti esso Zui, esso lei, es- 
so not, esso loro ec., e nella composizione delle voci /un- 
gh' esso, sovr' esso, veggasi Sez. terza, Cap. I, $. VII. Fra i 
pleonasmi possono annoverarsi le particelle gi4, su, alto, e 
via, ne'detti scender giù, montar su, salire in alto, gittar via ec. 

Finalmente come pleonasmi molte volte si considera- 
no le particelle altriménti , bello, bene, ecco, già, mica, non, 
ora, poi, pure, come nelle seguenti e simili frasi. Zo 
non so ALTRIMENTI chi egli sia. —È partito di BEL giorno. — 
Il lavoro è BELL'e fatto. — Leportò cinquecénto BE' fiorini 
d' oro.— Glielo ho mandàto a dire per BEN dieci colte. — 
E BENE, volele voi farlo ?— Gli domandi se gli bastàca l'àni- 
mo di cacciàrlo, ed egli rispose: sì BENE. — Quand' Ecco egli 
entrò tulto pàllido.— Non GIA' che i0 per questo vt condànni. 
— Non credo io GIA’ che ve ne avrete a male.—Egli non è 
MICA un minchiòne.—Non son wicA favole. — Digli che si 
guardi di NoN crédere alle fovole di costùi.— Io temo che NON 
gli succeda quulcòsa di peggio.—Non è POI caro quanto mi 
diceste.— La cosa é tanto da rìdere che io PUR la dirò.— Ella 
è PURE una cosa dispiacéevole.—Ve l'ho PUR delto tante colte. 

Ma s ingannerebbe chi per avventura credesse che tut- 
te le nominate particelle, usate come negli allegati esemp], sie- 
no sempre pleonasmi: esse sovente servono pel compimento 
d' una sentenza, e scuoprofio piuttosto un e/list; 0 rendono 
un concetto per esprimere il quale altrimenti, una circonlocu- 
zione di parecchie parole abbisognerebbe. 

S. V. Per VENALLAGE, che vale Permutazione, cambiasi ed 
Javertesi l’ ordiné de' termini nel discorso, contro le regole 


582 PARTR TENZA I 

del linguaggio, sostituendosi una parte all'altra, come: l’ infi- 
nito del verbo in vece del nome astratto: £ da questo i no- 
stro VIVER (vita) Zieto che voi vedite. Bocc. nov. 79. L’ ad- 
diettivo in vece dell’ avverbio. Ora tutto APERTO (apertamente ) 
ti dico che per niuna cosa lascerèi di cristiàno farmi. Id. nov. 
2.— Chi non sa come DULCE (dolcemente) ella sospira. 
Petr. son.- 126. Il modo infinito in vece del soggiuntivo. Se 
fosse un palàgio ec., e non fosse chi l’ABITARE (cioè Chi 
i bias). Fr. Giord. pred. Il tempo passato indefinito in ve- 
ce del definito. A/zàta alguànto la lanterna EBBE VEDUTO il 
cattivel di Andreùccio. Bocc. nov. 15. Il participio per l' in- 
finito. FECE vEDUTO a' suoi sudditi (cioè Fece vedere). Bocc. 
nov. 100. (Queste due ultime permutazioni, sarebbero ‘oggi 
reputate solecismi ). Il soggiuntivo per l' indicativo. : Ve- 
di bestia d' uomo, che ardìsci, dove io SIA (sono) a parlàre 
prima di me. Bocc. nov. 54. Il passato del presente. Za don- 
na guardàtolo che AvesTI (hai) Anzchino? duolti così che i0 
ti vinco? Bocc. nov. 67. L’ imperfetto del soggiuntivo per lo 
trapassato dello stesso modo. Alzò questo la spada, e ferito 
l'avrebbe, se non rosse uno che stava ritto innanzi (cioè Non 
fosse stato). Nov. ant. 94. 

Per la stessa figura usasi talvolta un verbo per un altro, 
come Sapere per Potere. Non SAPREI vivere senza di let 
(cioè Non potrei vivere). Avere per Reputare. AVERLO per 
santo (riputarlo per santo). Fare per Procurare. FATE che 
venga (Procurate che venga), ec. i 

$. VI. Per l' IPERBATO, cioè Inversione, rovesciamento, 
s' inverte, o si traspone l' ordine naturale delle parti del di- 
scorso. In virtù dell’ iperbato l’ addiettivo al nome premette- 
6ì; il subbietto si pone dopo il verbo, e questo dopo l” ob- 
bietto diretto, la qual costruzione, perchè è contraria all’ or- 
dine delle nostre idee, è detta Costruzione inversa. ( Rileggasi 
il Cap. antecedente.) Per la stessa figura si frappone il nome 
a due addiettivi, come: 4 piè d'una BELLISSIMA fontana 
e CHIARA, che nel giùrdino era, se n’ andò. Bocc. nov. 6. 

S. VII. Per la TMESI, si divide una parola in due, intra- 
mezzandola di un’ altra parola, come: Accio dunque CHE per 
ignorànza non st scisino. Passav. 98. Per la stessa figura si 
tronca la desinenza mente dal primo de’ due avverbj che sì 
seguono, come: Moréndo egli per sorte, co' suoi danàri AL- 
TA e RICCAMENTE rimarttàr la potrebbe. Lasc. Gelos. at. f, sc.2. 


FINE 


INDICE ALFABETICO 





DELLE MATERIRB 
CHE NELLA PRESENTE OPERA SI CONTENGONO (*) 


i —_0Di I 


A 


À, prima lettera dell’ alfabeto 4.— 
Prima delle cinque vocali 13.— se- 
gnacaso di attribuzione o tenden- 
za 80.—preposizione oppostaa da, 
indicando il termine a ‘cui tende 
o si dirige l'azione 340.— si cangia 
necessariamente in ad innanzi a pa- 
rola cominciante con a 340. — coi 
verbi di moto, indica il termine a 
cui il moto è diretto 341.— espri- 
me varie altre modificazioni 342. 
— trovasi invece di diverse altre 
preposizioni 342.— Diversi modi di 
dire con questa preposizione 343. 


“ ABBENCHÉ congiunzione, avversili- 


i 
L 


n 


f 


va lo stesso che Benchè 371. 

ABBIENTE, ABBIENDO, ABBIUTO, 
ABBO, voci antiquate del verbo 
AVERE 185. 

ABLATIVO, sesto caso de’ Latini, sup- 
plito appo noi col segracaso da, in- 
dicante uno degli obbietti indiretti 
del verbo 77 a 7 


° ACCANTO, ALLATO, preposizioni in 


dicanti Prossimità dalla parte del 
fianco 366. 


 ACCENTO, cosa sia 33.— tonico 33. 


ACCIDENTI del nome, che sono sei 60. 
ACCOSTO, avverbio di luogo poco. 


—acuto 33.—grave 33.—su qua- 
li vocali si metta, e su quali no 34 
a 37.—oratorio 380. 


distante 334. 


ACCOZZNAMENTO di due particelle 


pronominali 108 a 111.— ACCOZZA- 
MENTO di un pronome obbietto di- 
retto, con un altro che è obbietto 
indiretto 108.— ACCOZZAMENTO dei 
pronomi primitivi fra di loro 108. 


- ACCOZZAMENTO di uno de’primitivi 
coll’ identico sì 108. —ACCOZZA- 
MENTO di uno de'primitivi co’pro- 
nomi di luogo cz e vi 108.—ACccoz- 
ZAMENTO de’ primitivi co’ relativi 
108.—ÀCCOZZAMENTO d'uno de’ pri- 
mitivi con la parlicella ze 109.— 
ACCOZZAMENTO del pronome gli ob- 
bietto indiretto, col pronome /e 
obbietto diretto 110. 


ACCRESCITIVI (Nomi), 74. Àc- 


CRESCITIVI (Addiettivi) 121. 

ACCUSATIVO, quarto caso de’Latini, 
indicante l’ obbietto diretto del 
verbo 79. . 

ACUTO (Accento) 33. 

ADAGIO, avverbio di tardanza o 
lentezza di tempo 329. 

ADDENTRO, avverbio di luogo inte- 
riore 333. 

ADDIETTIVO, terza parte del discor- 
so 52.— la sua definizione 53,— 
Onde derivi un tal termine 53.— Gli 
ADDIETTIVI accennano le qualità 
naturali ed accidentali de’ nomi 117. 
— Si dividono in Fisici, Metafisici, 
Attivi e Passivi 117 a 118.—Gliî 
ADDIETTIVI fisici soli hanno la 
proprietà di qualificare i nomi 117 
a118.—Si dividono meglio in Qua- 
lificativi, Pronominali, Dimostrati- 
vi, Determinativi, Quantitativi, e 
Numerali 118.—Gli ADDIETTIVI qua- 

| lificativi sono gli stessi che gli 
ADDIETTIVI fisici 118.— Gli aD- 

. DIETTIVI qualificativi spesso si pon- 
gono in vece de’loro nomi astrat- 
ti 118 a 119. ma allora perdono af- 
falto gli attributi di ADDIETTIVI 


() I numeri segnati in quest Indice son quelli delle pagine. 


\ 


MV 384 V 


218.—Gli ADDIETTIVI devono accor- 
darsi coi loro nomi in genere edin 
numero119.—Variano in genere e in 
numero cangiando la loro desinenza 
119.— Osservazioni sulla concor- 
danza degli ADDIFTTIVI co’loro no- 
mi rig a 122.—Sonovi ADDIETTIVI 
di doppia desinenza 119.—Qual po- 
sto l’ ADDIETTIVO debba tenere 
nella costrazione della frase 122. 
—Alcuni ADDIETTIVI variano di 
significato, secondo che souo posti 
© avanti o dopo il nome 123.— Il 
nome talora si pone tra duc AD- 
DIETTIVI, costruzione usitalissima 
nel Boccaccio 122.— Maniera di 
formare il plurale degli ADDIETTIVI 
121.-—Concordanza d’ un ADDIET- 
TIVO quando con un nome di ma- 
schio trovasi un soprannome fem- 
minino 120.—Osservazioni sulla 
concordanza degli ADDIETTIVI mez- 
zo, salvo, e tullo 120 e 121.— 
ADDIETTIVI accrescilivi, peggiora- 
tivi, e diminutivi 121.—Sonovi 
ADDIETTIVI che possono prendere 
due o tre delle desinenze diminuti- 
ve 121.—.Molti ADDIETTIVI posso- 
no adoprarsi avverbialmente 335. 

ADDIETTIVI pronominali. Vedi Pro- 
NOMINALI. | 

ADESSO, avverbio di tempo presen- 
te 327. 

ADUNQUE, congiunzione conclusi» 
va 373. 

AFFERMAZIONE (Avverbj di) 334. 

AGGIUNTIVE (Congiunzioni) 372. 

AGLI, articolo composto, plurale di 
Allo 85. 

AH, AHI, interiezioni indicanti dolo- 
re, sdegno, ira, ec. 373. 

AHIME, AIME, interiezioni indican- 
ti dolore, compassione, ec. 374. 
AI, articolo composto, plurale di 

Al 85. 


AL, articolo composto del segnaca- 


caso a, e dell'articolo il 85. 
ALCUNO, addietivo pronominale di- 
stributivo 148.—Questo pronomi- 
nale accompagnato da particella 
| megativa, vgle lo stesso che Nes- 
suno e Niuno 148. 
ALFABETO, cosa sia 4.— quante let- 
tere contenga 4. 
ALLA, articolo composto femminino, 


contrazione del segnacaso a e dell' 

‘ articolo 2a 85. 

ALLE, articolo composto, plurale di 
Alla 85. 

ALLO, articolo composto, contrazio» 
ne del segnacaso a e dell'articolo 
lo 85. y 

ALMENO, PER LO MENO, avverb) 
di quantità 335. ” 

ALQUANTO, addiettivo quantitativo, 
che vale UV poco 160.—Trovasi 
anche come nome astratto 160.— 
avverbio di quantità 335. 

ALTERNATIVE (Congiunzioni) 370 

ALTRESI, congiunzione aggiuntiva 
372. 

ALTRETTALE, addiettivo determina 

. tivo 156.—vale quasi A/fro tale 158. 

ALTRETTANTO, particella compa 
rativa in grado eguale 124.—id- 
dieltivo quantitativo, dinotanle 
uguaglianza di numero, di pes0 
o di misura 160. 

ALTRI, pronome personale indeter- 
‘minato 115.—Non va soggetto 23 
alcun cangiamento di numero 0 
di genere 115. 

ALTRO, addiettivo determinativo di 
diversità, e vale Diverso, cioè Che 
non è lo stesso 158. i 

ALTRONDE, ALTROVE, avverbj di 
luogo e vagliono il primo Da allro 
luogo , il secondo In altro lu 
go 333. 

ALTRUI, pronome personale inde 

. terminato 116.—Non si adoperache 
nel numero singolare e nel gent: 

‘ re maschile, e non mai nel rappor 
to di subbietto 116. 

ANCHE, ANCO, congiunzioni aggiu? 
tive, esprimenti Aggiungimento di 
alcuna cosa 372. l 

ANCORA, avverbio di tempo, espri” 
mente che una cosa dura anche 
presente 328.— avverbio di quan 

| tità 335.— congiunzione aggiunti” 
va 372. i 

ANCORCHÉ, congiunzione avversali: 
va, esprimente la Contrarietà € 
passa tra due proposizioni 37!., 

ANDARE, verbo irregolare della pri 
ma conjugazione 205.— la sua 0° 
njugazione 205 a 210,—ANDARS 
considerato di per sè, non è ir! 
golare 205.—Ragionamento sull'a3 


À 


1 ner] Casi ii. a Le Sera» 


‘)( 385 
damento. di questo verbo, e Mi ai di città e di persona 87.— 
suoi composti 205.—-Modi di dire eccezioni su questa regola 87.— 
col verbo ANDARE 210 a 214. Prendono l’ ARTICOLO i cognomi 
ANOMALI (verbi) della prima conju- —88.—Osservazioni sull’uso dell’AR - 
gazione 205 a 210.— della seconda —TICOLO innanzi a’'nomi caratteri- 
conjugazione 243 a 269.—della ter- stici 88 e 89.— Osservazioni di- 
za conjugazione 282 a 285. verse sull’ uso: dell’ ARTICOLO de- 
ANZI, avverbio di tempo passato 3a7. terminante 89.—Gli addiettivi, 
— Avverbio di preferenza 334.— gl’infiniti, gli avverbj presi come 
Congiunzione aggiuntiva 372. — nomi, vogliono l’ ARTICOLO 89 
Congiunzione elettiva, e vale Piut- e go.—Si ommette l’ARTICOLO in 
tosto 373. | molti modi di dire propr) 90.— 
APOSTROFO, cosa sia 47.—dove si Quando si debba replicare 1’ AR- 
ponga 47.—a che serva 47.—indica —TIcoLO determinante, allorchè due 


il mancamento d'una vocale 47. o più nomi si succedono go e gi. 
e talvolta anche il mancamento — Quando l’ARTICOLO determinante 
d’una o più consonanti 47. Vedi sì debba replicare allorchè un no- 
TRONCAMENTO: me è accompagnato da più addiet- 
APPIENO, AFFATTO, avverbj di tivi 123.— Dell’ ARTICOLO indeter- 
quantità 335. minato quando il nome è quali- 


APPO, APPRESSO, preposizioni di ficativo 92. 
prossimità di luogo, e vagliono lo ASSAI, addiettivo quantitativo 159. 


stesso che Presso 365. i —Avverbio di quantità e numero 
APPRESSO, avverbio di tempo, in- 335.—ASSAI VOLTE, avverbio di 

dicante la successione di una co- tempo, indicante la frequenza e 

sa ad un’altra, o di un tempo ad durata di tempo 328. 

un altro 328.—APPRESSO, avver- ASSOLUTO (Superlativo ) 131. Vedi 

bio di luogo poco distante 334. SUPERLATIVO. 
APPUNTO, e PER L'APPUNTO, av-- ASTRATTI (Nomi) 58.—Cosa s’ in- 

verbj d’affermazione 334. tenda per NOMI ASTRATTI 58. — 


ARTICOLO, cosa sia 82. — Perchè Come perlo più terminano i NOMI 
l'ARTICOLO sia stato introdotto nel - ASTRATTI nella Jingua italiana 58. 
discorso 82.—a che serva 82.— ATTIVI (Addiettivi) 117. Vedi Ap- 
ve ne sonodidue specie: l'ARTICOLO —DIETTIVO. — ATTIVI (Verbi) 167. 
determinante o determinativo, e Vedi VERBO. 
l’ARTICOLO indeterminato 83. —L’ ATTIVO (Participio ) 170. Vedi Par- 
ARTICOLO non forma parte separata TICIPIO. 
del discorso, ma è un mero segno ATTRIBUTO, terzo termine della 
indicante uno de’ sei accidenti del proposizione 166 e 377. 
nome 83.—Le sei particelle for- AUSILIARI (Verbi) 175.—Cosa s’ in- 
manti |’ ARTICOLO determinante, tenda per VERBI AUSILIARI 175.— 
sono prese tra quelle de’ pronomi —La lingua italiana ha due verbi Au- 
personali 83.—L’ARTICOLO deter- SILIARI:175. Vedi AVERE ed ESSERE. 
minante si contrae in una sola AVANTI, avverbio di preferenza 334. 
parola con le preposizioni a, corn, —Preposizione opposta a Dopo e 
da, di, in, per, su 84 e 85. a Dietro 360.— usasi colle parti- 
L’ARTICOLO co’'nomi significativi di celle a, di e da 360. 
tutt’ una specie 85 e 86,—L' ARTI- AVE, voce poetica invece di ha 3za 


COLO co' nomi significativi d'una . pers. sing. del verbo Avere 185. 
classe sola 86.—L’ ARTICOLO coi AVEA e AVEANO, voci poetiche per 
momi significativi di alcuni indi- Aveva e Avevano 186. SI 

vidui determinati 86.—L’ ARTICO- AVEMO in vece di Abbiamo, è voce 
LO sì mette innanzi a’ nomi pro- originaria italiana, spesso usala 


prj di paesi e di regni 86.—L’AR- dagli antichi, ed è neppure da ri- 
- TICOLO non si melte innanzi ai gettarsi a'di nostri 186. 
Gramm. Ilal. 50 


: > 386 Y 


AVERF, Wetlé ché atill’otfrinale 
suo significato, esprime l’ossedi- 
mento di cosa 175.—la sua conjue 
gazione è irregolare, ma non di- 


fettiva 177.—è accettato come Ver- | 
bo ausiliare, nel qual carattere ‘ 


concorre al compimento della con- 
jugazione de’ verbi principali 175. 
— Conjugazione del verbo AVE- 
RE 185 a 188.— Modi di dire col 
verbo AVERE 188 a 190. 
AVVEGNACHE, congiunzione avver- 
saliva, esprimente Contrarietà 371. 
AVVENIRE (In e Per 1’), avverbio 
di tempo futuro 328. 

AVVERBIO, termine grammaticale; 
quarta parte del discorso 52.—la 
sua definizione 54.—la sua origine 
54 e 3a5.—la sua importanza nel 
discorso 325.—Perchè a tutte le 
voci modificanti si sia dato il no- 
ime generico di AVVERBIO 326.—- 
Degli AVVERBI finienti in mer 
fe 326.—origine e spiegazione del- 
la terminazione menze 326. —Gli 
AVVERBJ che terminano in mente, 
si formano dagli addietlivi, cam: 
biando l’ o finale di questi in 
a 326.—Ove gli addiettivi si ter« 
‘ minano in/e o re, l’e finale di ques 
.sta terminazione si tronca 327.— 
Non v'è addicttivo che non possa 
divenire AVvERBIO mediante la de- 
sinenza mente 327.—Allorchè due 
AVVERBJ terminanti in mente si 
seguivano, gli antichi spesso trons 
cavano questa desinenza nel pri- 
mo 327.—Gli AvvENBI composti di 
due o più voci, sono modi avver- 
biali anzichè AVVERBI 327 e 328.— 
AvvxeRBJI di manera 327.—di ordi- 
ne 327.--dì quantità 327.—di lem- 
po 327.— di tempo presente è327.— di 
tempo passaio 327.—di tempo fu- 
furo 328.—d’ affermazione 334.—di 


negazione 33j.—-di modo 334. — di 


qualità 334.— di preferenza .334,. 
‘ di similitudine 335.— di quaniilà 
e numero 3535. — di probobililà , 
dubbio, eincerlezza 335.— di diver- 
sità e contrarielà 335. 


R 


B, seconda lettera dell’ alfabeto, e 


prima delle consonanti 4.— È con- 
‘sonante labbiale 15.—in Toscana 
.si pronunzia di, in Roma e in Lom- 
bardia de 15.—essa si avvicina al 
pe alv15.—GliEgizi, esprimeva- 
‘oo il 3 colla figura d’ una pecora 
15. —Quest#élettera era anticamen- 
‘te anche numerale 15. 

BENCHE, ABBENCHE£, congiunzioni 
avversative, esprimenti La con- 

‘ trarietà 371.—vuole che il verbo 
che lo seguc, stia nel modo sog- 
giuntivo 299. 

BENE, avverbio di qualità 334. 

BENSI’, congiunzione avversaliva , 

‘  esprimente Contrarietà 371. 

BISILLABI (Vocaboli ) 31, 

BREVE (in), avverbio di tempo 
‘faturo 328 


G 


Cy terza lettera dell’ alfabeto, € se- 
conda delle consonanti 4.—èé con- 
sonante dentale innanzi all’ e ed 
î, e gutturale innanzi all’a, o, 
u, Is r 14 e 15.— da’ Toscani si 
pronunzia ci, e dagli altri italiani 
ce 15.— unita all’ £ è sempre gut- 

«turale 16.—essa raddoppiasi nel 
mezzo delle parole t6.—forma con- 
sonanle composta iriseparabile con 
la ZL, e con la £ dopo di sè, e 
con la S avanti dî sì 16.—Per la 
sua parentela col G, gli antichi 
scambiarono sovente | uno per 

‘I’ altro 17.—1l C è lettera nume- 
rale romana, e vale Cento 17. 

CARATTERISTICI (Nomi) , cosa si- 
ano 59. — Osservazione su tali 
nomi 59. 

CARDINALI (Addiettivi numerali ), 
cosa significhi il vocabolo CAR- 
DINALE come aggiunto di nume- 
ro 161.—vale lo stesso che Prin- 
cipale, cioè Che regge, che so- 
stiene 161. 

CASO, CASI, termine grammaticale 

. latino 77.—Cosa s’intenda per 
CASI 77.—La lingua italiana non 
conosce ì CASI 77 e 78.—Denomi- 
nazioni de’ casi latini che sono 

sei 78.—Spiegazione del sistema 
latino riguardo a’ casi 78.— Co- 
me nella lingua latina i differen- 


è ; }( 33 
ti rapporti del nome si distinguo- 


no mediante i casi 73. — Ordine 

da tenersi nell’ enumerazione de’ 

Casi latini 79. — Denominazioni 

da sostituirsi nellelingue viventi 

a quelle dei casi lalini 79.—Os- 

servazione sul caso detto vocati- 

vo 79. i 

CASO CHE, congiunzione condizio- 
male, o sospensiva 372.—regge il 
suo verbo nel modo soggiunti- 
vo 229. 

CAUSALI (Congiunzioni) esprimen- 
ti La cagione d’ una cosa 373. 
CEDERE, verbo preso per modello 
de’ verbi di seconda conjugazione 

198 a 201. 

GERTO , avverbio dq' affermazio 
ne 334. 

CH, consonante composta, che ha 
al suono gulttuvale, anche innanzi 
e ed i 16.—davanti a’ dittonghi 
4, ie, io, iu, ottiene un suono più 

. schiacciato che non ha quando è 
seguito da 7 semplice 16. 

CHE, addie:tivo pronominale con- 
giuntivo positivo 139.—quando è 
relativo a una cosa, a un’ azione, 

‘ 0 ad una frase intiera, va prece- 
duto dall’ articolo determinante 
il, ed è di genere neutro 139.— 
CHE, addietlivo pronominale coa- 
giuntivo interrogativo 140.—la- 
nanzi a parole che cominciavano 
da vocale, gli antichi solevano 
aggiungere al cHE la lettera 4, 
formandosi CHED 13y. 

CHE, particella correlativa nelle 
comparazioni, di grado maggiore 
e minore 126 e 127. 

CIIE, congiunzione soggiuntiva 369. 
—sovente dipende da un avverbio 
369. —CHE, preceduto dalla negativa 

non, è sovente congiunzione dimi- 
nutiva di numero e di quantità 
369.— sovente trovasi in forza di 
allra congiuazione composta di es- 
so 169.—UiE, alla maniera de’ la- 
tini talora si sopprime, mettendo- 
si il susseguente verbo all’ infi- 
nito 370. 3 

CIH E CHE, e CHECCHE, addicttivi 
conomiaali indefinita e vagliono 
fo stesso che Qualunque o Qualun- 
que cosa 230, 


It dai ettivo pronominale congiua- 
tivo, e sigaifica Colui che 143.— 
usasi frequentemente peo iuler- 
rogare, ma sempre di persona 
non mai di cosa 144.—noa di ra- 
.do ha il verbo dopo di st nel 
modo soggiuntivo 293. . 

CHI CHE SIA, CHICGIIESSIA, CHIUN- 
QUE, addiettivi pronominali ia-. 
detiniti, che si dicono -di perso- 
na 149. 

CI, pronome personale primitivo di 
prima persona plur. nell’ obbiet- 
to diretto, e vale Noi 94 e 101. 

—nell’obbietto indiretto vale A 
noi 94, e 103.— Ci, pronome di 
luogo 105.—- CI, è talvolta pronome. 
di terza persona come obbietto 
indiretto, nel rapporto di attri- 
buzione o di tendenza 106.—CI usa- 
to per solo ripieno, o per accompa- 
guaverbo 110. 

CIASCUNO, CIASCHEDUNO, addiet- 
tivi pronominali distributivi, e. 
vagliono lo stesso che Ognuno 147. 

CIO’, addiettivo pronominale dimo- 
strativo invariabile, e vale Que- 
sta o quella cosa 156. 

CIOE, CIUE A DIRE, congiunzioni 
dichiarative 372. 

CIONONOSTANTE, CIONONDIMENO, 
CIONUNPERTANTO, congiunzioni 
avversalive, csprimenti La contra- 
rietà che passa fra due proposi- 
zioni 371. i 

CIRCA, preposizione, che vale lo 
stesso che Inforno 366. 

CIRCA, INCIRCA, ALL'INCIRCA, 
avverbj di probabilità, o di dub- 
bio 335. 

CIRCONFLESSO (Accento) 33. 

COGLI, articolo composto, plurale 
di Colla 85. 

COI, articolo composto, plurale di 
Col 85. 

COLA’, avverbio di luogo, che vale 
In quel luogo 332. | 

COLAENTRO, avverbio di luogo, com- 
posto di Ero, e della particella 
Colà 364. 

COLAGGIU”, COLAGGIUSO, COLAS- 
SU’, COLASSUSO, avverbj di luo- 

go, composti della particella colo , 
e di su, e di giù 332. 

COLEI, pronome persopale dimo» 


strativo, femminino di Colui 
e 113. 

COLLA, articolo composto ; femmini- 
no di Col 85. . 

COLLETTIVI (Nomi),esprimono Una 
moltitudine d’ individui 59.—COoL- 
LETTIVI (Numerali) 164. 

COLLO, articolo composto , o con- 
, tratto in una parola della prepo- 
sizione Con e l’ articolo /o 85. 
COLON, woce greca indicante l’ in- 
terpunzione da noi detta Due 

punti 51. 

COLORO, pronome personale dimo- 
strativo , plurale di Colui 112, 

‘@ 113. 

CULUI , pronome personale dimo- 
strativo, che vale Quegli 112 e 
113. — sì trova riferirsi anche a 

“cose inanimate 113. 

COME, particella correlativa nella 
comparazione in grado eguale 124 

‘e 125. —Avverbio di similitudine 
335. — Congiunzione comparati- 
va 373. 

COMECHE, congiunzione avversati- 
va, esprimente Contrarietà 371.— 
vuole il verbo, che gli segue, nel 
modo soggiuntivo 299. 

COMMA, voce greca, che vale lo 
stesso che Zirgola ; una delle no- 
stre interpunzioni 51. 

COMPARATIVE (Congiunzioni ) e- 
sprimenti La simiglianza o la pro- 

orzione tra due cose 372. 

COMPARATIVI (Addiettivi) 124 a 

128.— ia grado uguale 124.—in 


112, 


grado maggiore e minore 126. 


Vedi GRADI DI COMPARAZIONE. 

COMPARAZIONE (Gradi di) 124 a 
132. Vedi GRADI DI COMPARAZIONE. 

COMPOSTE (Consonanti) 14.—di 
due lettere 15.—di tre lettere 15. 

COMPOSTI (Numeri) 163. 

COMUNE (Nome), una delle divisio- 
ni del nome 56.—Divisione de’no- 
MI COMUNI 57 a 59.—Il NOME co- 

MUNE, È applicabile ad una specie 
intera, ed anche ad alcuni indivi- 
dui della specie 82. 

CON, una delle preposizioni primi- 
tive 336.—l’ originaria sua fun- 
zione sì è di esprimere la relazio- 
ne di compagnia 350.—ponesi an- 
che innanzi ai nomi di strumen- 


>. 2 


MX 388 Y 


ti 350.--usasi anche innanzi ai 
nomi che significano certi modi 
di agire 350.—maniere di dire con 
questa preposizione 350. — Con, 
- sSoppressane la 72, s' incorpora coll’ 
articolo determinante 85 e 351. 
s' incorpora parimente co’pronomi 
personali me, Ze, se, noi, voi103 
e 351. 

CONCIOFOSSECHE , CONCIOFOSSE- 
COSACHE , CONCIOSSIACHE , 
CONCIOSSIACOSACHE', congiun- 
zioni causuali, esprimenti Cagio- 
ne d’ una cosa 373. 

CONCLUSIVE (Congiunzioni ) indi- 
canti la conseguenza delle cose 373. 

CONCORDANZA degli addiettici 119 
a 123. 

CONDIZIONALE (Modo), uno de’cin- 
que modi del verbo 169. 

CONDIZIONALI (Congiunzioni) 372. 

CONGIUNTIVI pronominali 138 a 
147. Vedi PRONOMINALI. 

CONGIUNTIVO (Modo) Vedi Sog- 
GIUNTIVO. 

CONGIUNZIONE, ottava parte del 
discorso 5a.—sua definizione 54. 
—sua origine 54. — Osservazioni 
intorno alle particelle dette con- 
GIUNZIONI 535.— Non tutte le voci, 
che da’ grammatici come CONGIUN- 
ZIONI vengono indicate, sono ta- 
li 367.—Le CONGIUNZIONI servono 
per unire i nomi, gli addiettivi, i 
verbi ed anche delle proposizioni 
intere 368.—Quelle CONGIUNZIONI 
importa più conoscere, la cui fun- 
zione è di unire le proposizioni su- 
bordinate a quelle dalle quali di- 
pendono 368.—CONGIUNZIONI co- 
pulative 368.— soggiuntive 369. — 
allernalive 370.— negative 370 e 
371.— avoversaltive 371.— aggiuntive 
372.—condizionali 372.—eccellua- 
live 372.—dichiaralivce 372.—com- 
paralive 372 e 373.—elettive 373. 
— causali 373.—conclusive 373. 

CONIUGAZIONE de’ verbi 175.—Co- 
sa s'intenda per CONIUGARE e per 
CONIUGAZIONE 175. — origine di 
queste due vocì 175— CONIUGAZIO- 
NE de’ verbi ausiliarj Avere cd 
Essere 179 a 188.—1 verbi italia- 
ni hanno tre consugazioNnI, che 
ognuna ha per caratteristica la 





4 


38900 


terminazione del suo modo infi- 

nito, cioè are, ere, ire 176 e 177. 

—La CONIUGAZIONE in iresi divide 

in due classi 177.— CONJUGAZIONE 

10 are 193 a 197.—in ere 198 a 
201.—in ire prima classe 201 a 202. 
—_In tre seconda classe 203 e 204. — 
CONIUGAZIONE de? quattro verhi ir- 
regolari in are 205 a 210 
CONSUNANTI 13.—quante ve ne sia- 
nO 13.— perchè così si dicano 13.— 
come si pronunziano toscanamen- 
te 13.—come si dividono 14.— 
CONSONANTI mule 14.—semivocali 
14.—gullurali 14.—labbiali 14.— 
dentali 14.— CONSONANTI composte 
di due lettere 15.— CONSONANTI 
composte di tre lettere 15. 

CONTRA, CONTRO, preposizioni 
€esprimenti Opposizione e contra- 
rietà 365.— volentieri s° accompa- 
gnano con una delle particelle & 
© di 365. — sehbene anche senza 
particelle si trovino 365. 

CONTRARIETA” (Avverbj di) 335. 

CUNTUTTOCIO’, CUNTUTTOCHÈ , 
congiunzioni avversative 371. 

CO PULA, secondo termine della pro- 
posizione 166 e 377.—consiste nel 
verbo sostantivo Essere 377. — 
perchè così si chiami 377.—So- 
vente sì unisce in una sola parola, 

‘col terzo termine della proposizio- 
ne 377. o 

COPULATIVE (Congiunzioni) 368. 

COSI’, particella comparativa, usata 
nelle comparazioni in grado ugua- 
le 124.—La sua correlativa è la 
particella Come 124. — Cos, av- 
verbio di similitudine 335. 

COSICCHE, congiunzione conclusi- 
va 373. 

COSTA’, avverbio di luogo indican- 
te Luogo, distante 331. 

COSTAGGIU’, COSTASSU’, avverbj 
di luogo, che vagliono In cotesto 
luogo 331. 

COSTEI, pronome personale distri- 
butivo, femminino di Costui 112 
e 113, 

COSTI”, avverbio di luogo, espri- 
mente Luogo distante 331. 

COSTINCI, avverbio di luogo, che 
vale Di costi, di cotesto luogo 331, 
COSTORO, pronome personale di- 


o, plurale di Costui ria 

@ 110, - 

COSTRUZIONE, cioè Disposizione 
delle parole nel discorso 2 e 377. 
—Sonovi due modi di disporre le 
parole nel discorso 377. —CostRU- 
ZIONE diretta o regolare 377.— 
CosTRUZIONE inversa o figurata 


COSTUI, pronome personale dimo- 
strativo, adoperato per accennare 
uomo o donna 112, 113.— Rare 
volle COSTUI e COSTEI trovansi 
come subbictto; bene spesso pe- 
rò come obbietto diretto o indiret- 
to 113.— Talvolta questi pronomi 
con vaghezza adoperansi nel rap- 
porto possessivo, ponendoli tra 
l’ articolo e il nome 113. | 

€OTALE, addiettivo determinativo, 
vale lo stesso che Tule 157. 

COTANTO, addiettivo quantitativo 
159.—Avverbio di quantità e di 
numero 335. 

CO'TESTI, pronome personale dimo- 
stralivo, sinonimo di Questi, e si 
usa per additare persona mascoli- 
na singolare, nel rapporto di sub- 
bietto 112. 

COTESTO, COTESTA, COTESTI, C0- 
TESTE, addiettivi dimostrativi, 
usali per dimostrare Persona 0 co- 
sa prossima alla persona parlante 
155. 

COTESTUI, COTESTEI,COTESTORO, 
pronomi personali dimostrativi, 
che accennano Persona vicina a 
chi ascolta, e vagliono lo stesso 
che Cotesti 112. 

CUI, addicttivo pronominale congiun- 
tivo, che vale quanto, Quale, che, 
chi 144.—dicesi di persona e di 
cosa 144.—serve ad amendue i ge- 
nerì e i numeri 144.—non è mai 
per proprio suo bisogno, precedu- . 
to dall’ articolo determinante 144. 
-— per proprietà di lingua sottin- 
tendevisi la preposizione a innanzi 
a questo pronominale 145.—tro- 
vasi anche nel senso interrogativo 


145. 
D 


D, quarta lettera dell’ alfabeto, e ter- 
za delle consonanti 4.—-t consonàn- 


M 390 V 
te fientale 15.—pronunziasi di da’ DECLINAZIONE, termine grammati- 


Toscani, e de da’ Romani e Lom- 
bardi 17.—ha stretta parentela col 
T17.— forma consonante compo- 
sta con la S davanti, e con la R 
dopo di sè 17.—è lettera numerale 
Tomana, e vale Cinquecento 17. 

DÀ, particella segnacaso per suppli- 
re all’ ablativo de’ latini 89.— è 
una delle sei preposizioni primi- 
tive 336.— serve per indicare Ori- 
gine, provenienza e dipendenza 
336 e337.—indica inoltre Parten- 
za, separazione, allontanamento 
ec. 337.—Per proprietà di linguag- 
gio usasi talvolta la preposizione 
a in vece di DA 337.—DA, si usa 
coverbi Astenersi, Attendere, Ave- 

“re, ec. 338.—Altri verbi che esi- 
gono la preposizione DA 338.— 
Molti modi di dire proprj con que- 
sta preposizione 3338 a 340.—Que- 
sta preposizione sovénte sì con- 
trae in una sola parola coa gli 
articoli determinaati il, lo, Za, i, 
gli, le, 85. 
DAGLI, articolo composto, plurale 
di Dallo 85. 
DAL, DAI, DALLA, DALLE, articoli 
composti della preposizione da, e 
degli articoli determinanti i/, i, a, 
le 85. 

DALLO, articolo composto della prc- 
posizione da, e dell'articolo o 
85 


5. 

DAPPOI, avverbio di tempo, îndi- 
cante Successione d’ una cosa all’ 
altra 328. | 

DARE, verbo irregolare della prima 
conjugazione 205.—la sua con- 
jugazione 205 a 210. — modi di 
dire con questo verbo 214 a 229. 

DATIVO, terzo caso de’ latini 79.— 
serve per indicare il rapporto di 
attribuzione,concessione e tenden- 
za 80.—Nella lingua italiana, si 
supplisce col segnacaso o preposi- 
zione a $o. , 

DATO CHE, DATOCHE, congiunzio- 
ne condizionale 372.— regge il ver- 
bo al soggiuntivo 299: 

PAVANTI, preposizione opposta a 
Dopo, e dinota Tempo e luogo 360. 


—sevente usasi colle preposizioni 


e, di, da 360 


calede’latini78.—Cosa s'intendaper 
DECLINAZIONE 78.—La liagna ita- 
liana non conosce DECLINAZIONI 78. 
— Spiegazione del sistema lalino 
riguardo alle DECLINAZIONI 78. Ve- 
di Caso. 

DEGLI, articolo composto, plurale di 
Dello 85. 

DEH, interjezione deprecativa, ed 
esortaliva 374. 

DEL, DEI, DELLA, DELLE, articoli 
composti, della preposizione di, e 
degli articoli determinanti. dl, i, 
Ia, e le, 85.—sono altresi articoli 
partilivi per indicare qualche in- 
determinata parte di sostanza 91. 

DELLO, articolo composto della pre- 
posizione di e dell' articolo o 85. 

DENTALI (Consonanti) 14. — quali 
coasananti così si chiamano e per- 
ancora ch! 14. 

DENTRO, avverbio di luogo interio- 
re 333.—preposizione denotante 
La parte interna della cosa 363. 
e 364. 

DESSO, DESSA, DESSI, DESSE, pro- 
nomi personali dimostrativi, asse- 
veralivi, che asseriscono l’ identì- 
tà della persona 114.—non sì usa- 
no che nel rapporto di subbietto 
814.— Quantunque per lo più di 
persone si dicano, talora si dicano 
di cose 114. 


DETERMINANTE (Articolo) 83.—ia. 


qual particella consista 33.—DE- 
TERMINANTE (Articolo composto) 
84 e 85. 

DETERMINATIVI (Addiettivi) . 156 
a 159. 

DETERMINATIVO (Articolo) Vedi 
DETERMINANTE. 

DI, particella segnacaso, che fa l’ uf- 
ficio del genitivo de latini 80, e 
344.—indica le relazioni di pos- 
sessione e diappartenenza 344. — 
é una delle sei preposizioni pri- 
mitive 336.—può dirsi preposizio- 
ne qualificativa 344.—essa insieme 
col suo nome, può essere sostitu- 
ita da un addicettivo qualificativo 
344, e 345.—Il posto di questa pre- 
posizione nel discorso , è sempre 
fra due nomi 345.— Sovente il 

primo nome è per Ellissi soltiate- 


I e --— «n: 
ri LUERTRE pi 


"% 391 ) 


°< 50 345.=-Modi di tre in cui si 

adopra DI in vece di “da 3/7.-- 
Talvolta il DI indica mumero e 

. quantità 347.—DI, questa particel- 
1a unita ad un nome cad un ad- 
diettivo, si formano molti mo- 
di avverbiali 347, e 348.—La pre- 
posizione DI, talora sì sottintende 
348.—Dopo il participio passato, 
usasi quando DI e quando da 348. 
— Regole per uso di entram- 
be 348, e 349.—L’ uso dell'una 0 
dell’ altra di queste due preposizio- 
ni, cambia per intero il senso 3/9 
e 350.—DI, particella correlativa, 
usata nelle comparazioni di gra- 
do maggiore e minore 126, e.127, 

DIANZI, avverbio di tempo passa» 
to 327. 


DICHIARATIVE (Congiunzioni), son 


quelle che servono a dichiarare y 
o a schiarire 372. 

DIETRO, e DI DIETRO, preposizio- 
ni, che vagliono lo stesso che Do- 
po 360.—ma vanno sempre seguite 
dalla particella a 360. 

DIFATIT, avverbio di affermazio- 
ne 334. | 

DIFETTIVI (Verbi) 175, 176.—Ver- 
bi DIFETTIVI della seconda conju- 
gazione 270 a 273.— Verbi DIFET- 
TIVI della terza conjugazione 285. 

DIMANI, avverbio di tempo futu- 
ro 328. ua 

DIMINUTIVI (Nomi) 75 e 76.— Dis 
MINUTIVI (Addiettivi) 121. 

DIMOSTRATIVI (Pronomi persona» 
li) 111 a 117.—DIMOSTRATIVI (Ad- 
diettivi) 154 a 156. 


DIMOSTRATIVO (Mado) 169.VediIne 


DICATIVO, 
DIPUI, lo stesso che Dappoi 328. 
DI RADO, DI RARO, lo stesso che 
fado 328. fb 
DISCORSO, cosa sia 52.—1a sua de- 


finizione 52.—Discorso (Parti del) 


52.— Quanti parti del DISCORSO vi 
sieno 52.—Onde traggano la loro 
origine 5a. 
DISCOSTO, avverbio di luogò lon- 
tano 334. GIA 
DI SOTTO, lo stesse che Solto 360, 


DISTRIBUTIVI (Addicttivi pronomi-. 


nali) 147, e 148. 
BI'ITONGHI 13. Cosa 3’ intenda per 


la voc8 DITTONCO 13. =» Da che 
lingua derivi 13.—La lingua italia» 
na ha quindici DITTONGHI 15, 

DIVERSITA’ (Avverbj di) 335. 

DOH, interjezione, segno di cordo 
glio 374. 

DONDE, avverbio-di luogo, e vale 
Del qual luogo, dal qual luogo 333. 

DONDECHE, avverbio, di luogo, e 
vale Da qualunque luogo 333. 

DOPO, avverbio di tempo, indicante 
Successione d’ una cosa ad un’ al- 
tra 328.— è anche preposizione, 
denotante Ordine di luogo, di tem- 

o, o d'azione 360. 


P “ . O ; 
DUVE, e OVE, avverbj di luogo, 


e vagliono Nel qual luogo, o in 
qual luogo 332. — Questi due av- 
verbj vogliono il susseguente ver- 
bo nel soggiuntivo, ogni volta che 
îl precedente verbo porti seco dub» 
bio o incertezza 298. 

DOVECIE, DOVE CHE SIA, avverbj 
di luogo, e vagliono In qualunque 
luogo , a qualunque luogo 333. 

DOVUNQUE, e OVUNQUE avverbj 
di luogo, lo stesso che Doovechè 333. 

DUA, e DUE, addiettivi numerali che 
talvolta si trovano per Due: il pri- 
mo, idiotismo fiorentino, è ripu- 
tato errore; il secondo trovasi da 
qualche poeta usato per la ri- 
ma 162. 

DUNQUE, e ADUNQUE, congiunzio- 
ni conclusive 373. 

DUO, è termine musicale che pren- 
desi sovente come nome, e signi» 
fica Canto a due voci 462. 

E 

E, quinta lettera dell’ alfabeto, e se- 
conda delle vocali 4, e 5.—ve ne so- 
no di due specie 5.—E chiusa 5, 
e 6.— E aperta 6 e 7.—Lista al- 
fabetica di voci equivoche per’ la 
diversa pronunzia, chiusa 0 aper- 
ta, dell’ E 7 e 8. 

E, congiunzione copulativa 368. 
essa talora si replica innanzi a 
ciascuna parola per vaghezza 168. 
—a questa congiunzione per mag- 
giore pienezza di suono, si suole 

aggiungere Ja consonante d, ove 
il seguente ‘vocabolo cominci da 
vocale 368. 


+ 


» 


X sd X 
ECCETTO, preposizione eccettuati8 EPICENI (Nomi ), chiamansi quelli, 


va 366. 

ECCETTO CHE, congiunzione eccet- 
tuativa 372. 

ECCETTUATIVE (Congiunzioni) 372. 

EE, leggesi in Dante in vece di È 
terza pers. sing. del verbo Esse- 
re 180. 

EGLI, e EGLINO, pronomi persona- 
li relativi di genere mascolino, il 
primo singolare, e l’ altro plura- 
le 95.—Usservazioni su questi pro- 
nomi 95.—EGLI, particella riempi- 
tiva per proprietà di lingua gf. 

EHI, interiezione segno di Dolore, 
di sdegno, d’ ira, ec. 374. 

EI, pronome personale relativo, vale 
lo stesso che Egli, di cui sem- 
bra essere un accorciamento 95. 
— Ei per Eglino; è del verso 96. 
—Usò Dante EI per Zi come ob- 
bietto diretto 96. i 

EIA, interiezione in segno di gri- 
dare 374. 

EL, particella che da qualche auto- 
re trovasi usata per il, articolo 
determinante 83.—EL per Egli pro- 
nome personale relalivo 95. 

ELLA, ELLE, £LLENO, pronomi per- 
sonali relativi di genere femmini- 
no, il primo singolare, i due al- 
tri plurali 95. — Osservazioni su 
questi pronomi 96. —ELLA ed EL- 
LE, usati come obbietto,indiretto 96. 

ELLISSI, figura grammaticale vale 
Difetto o Soppressione 380.— è que- 
sta figura usitalissima nel discor- 
so, sì negli autori che nel parlar 
familiare 346.— Modi di dire in 
cui il nome è per E/lissi sottinte- 
so 346. 

ELLO, ELLI, pronomi personali re- 
lativi, lo stesso che Egli, Eglino 95. 

EN, e ENNO, per Sono 3za pers. 
pi. del verbo Essere, erano usita- 
tissimi presso gli antichi 180. 

ENALLAGE, figura grammaticale, che 
vale Permutazione 380 e 381. 

ENE, idiotismo fiorentino, e vale lo 

stesso che £ 3za pers. sing. del 
verbo Essere 180. 

ENTRO,avverbio di luogo, e vale Nel 

luogo interiore 333.—è anche pre- 


posizione dinotante la parte in- ‘ 


terna della cosa 363. 


che con una sola terminazione 
comprendono o il maschio o la 
femmina 68. 

ESSERE, verbo unico 166.—Non evvi 
altro verbo propriamente detto 166. 
-—In logica il verbo ESSERE è det- 
to copula 166. — Questo verbo af- 

ferma l’ esistenza degli attributi, 
ed esprime | atto della nostra 
mente che giudica 166.— Differen- 
za tra il verbo ESSERE e il verbo Esi- 
sfere 166.—11 verbo ESSERE col tem- 
po degnerò dalla’ sua forma 167. 
—Il verbo ESSERE è detto per ec; 
cellenza Verbo sostantivo 167. — 
Il verbo EsseRE uno de’ due ver- 
bi ausiliari, onde concorrere al 
compimento della conjugazione 
de’ verbi principali 175.—La sua 
conjugazione è irregolarissima , ma 
non è difettiva 177.—Conjugazio- 
ne del verbo ESSERE 179 a 183.— 
Modi di dire col verbo ESSERE 183. 

ESSU, ESSA, ESSI, ESSE, pronomi 
personali relativi 95. — Trovansi 
anche in vece di egli, eglino, ella , 
elleno detti di persone 97.—L' uso 
di questi pronomi come obbietto 
indiretto è assai comune g7.—Posti 
dinanzi ad un nome significano 
quello, quella, quelli, quelle 97.— 
Esso, per proprietà di lingua e per 
piconasmo, uniscesi sovente al pro- 
nome /ui,. lei, loro g7 e 331.— 
‘S’' aggiunge talvolta anche alle pre- 
posizioni /ungo, sovra 97- - 

ESSUTO, o ISSUTO, particip)j passa- 
ti antiquati del verbo Essere 179 

ETEROCLITI ( Nomi), diconsi così 
Quei nomi che possono avere due 
uscite o desinenze 66, 67, 71, 


72, 73. 

ETIMOLOGIA, terza parte della gram- 
‘matica a2.—Cosa per questa voce 
s'intenda a.—La sua derivazio- 
ne a. 

EZIANDIO, avverbio di quantità 335. 


—Congiunzione aggiuntiva 372. 
F 


F, sesta lettera dell’alfabeto, e quar- 
ta delle consonanti 4.—è una delle 
labbiali 17-—t assai simile al 7 17: 


-M 393.) 


«si pronunzia efe 17.—La F tie- 
ne appo noi, luogo del ph de'La- 
tinì 17.—-Forma consonante com- 
posta colle liquide Z ed R dopo 
di sì 17.—La lettera F è il nome 
di una delle chiavi della musica 17. 
FARE, verbo irregolare della prima 
conjugazione 205.—è uno de’ più 
anomali della lingua italiana 205. 
—non è altro che una sincopatu- 
ra dell’antico verbo Nacere 206.— 
Conjugazione del verbo FARE 205 
a 210.—-Modi di dire col verbo 
FARE 225 a 232. 
FAVELLA, lo stesso che Linguaggio 1. 
FEMMININO (Genere) Vedi GENERE. 
FIA, FIANO, FIE, FIENO, voci poe- 


tiche, avaazi d’ un antichissimo 


verbo equivalente al verbo Esse- 
re 182.—queste voci si usano dai 
poeti, le due prime per sarò e su- 
rà; le due ultime per saranno 182. 

FIGURATIVI (Nomi), una delle di- 
visioni del nome 58.-—Cosa s’in- 
tenda per NOMI FIGURATIVI 5g. 

FIGURE grammaticali 380.— Cosa 
per FIGURE grammalicali s’ inten- 
da 380.— Quante FIGURE si rico- 
moscono in grammalica 330. 

FINUATANTUCHE, FINCHE, avverbj 
di tempo indicanti il termine li- 
mitato, e il termine del tempo 329. 

FINO, e INFINO, preposizioni termi- 
native di tempo, di luogo, o d'o- 
perazione 362 e 363. 

FINORA, avverbio di tempo presen- 
te 328. 

FISICI (Addiettivi) 117.—Cosa s' in- 
tenda per addiellivi FISICI 117.— 
Gli addiettivi Fisici soli hanno la 
proprietà di qualificare i nomi 118. 

FORA e FORANO, per Sarei, e Sa- 
rebbero .183. 

FORSE, avverbio di probabilità, e 
di dubbio 335. 

FRA, INFRA, preposizioni dinotanti 
che una cosa è in mezzo a più 
altre cose 361, 

FRASE, lo stesso che Discorso 52. 

FUORA, FUORE, FUORI, preposi- 
zioni dinotanti Esclusione, sepa- 


ramento, distanza 364.— s' usa- .: 
no comunemente colla particella 
di 364. I 


FUORCHÈ, FUOR CHE, preposizio- 
Gram. Ilal. 


ni eccettuative-364.—Congiunzio- 
ne eccettuativa 372. | 
FUTURO (Tempo), uno de’ tre tem- 
pi che sono nell’ ordine della na- 
tura 171,—-Con questo tempo espri- 
mesi che il significato del verbo 
avrà luogo in un tempo avveni- 
re 173.— FUTURO passato o ante- 
riore, tempo del verbo,subordinato 
al futuro semplice 172 e 173.— 
esso denota un’ azione passata ri- 
spetto ad un’altra azione avveni- 
_ re 173 e 174. 


G 


G, settima lettera dell’ alfabeto, e 
quinta delle consonanti 4.—dai 
Toscani si pronunzia gi, e dagli altri 
italiani ge 17.—è consonante denta- 
le quando è seguita da e o da i;e 
gutturale quando è seguita da a, 0, 
u, I, od r 17.— soffre una varia- 
zione notabile nel suono quando 
è preceduta da S 18.—unita al- 
l’ Z7 prende il suono gutturale, an- 
corchè sia seguita da E od £ 18. 
— proferiscesi con suono liquido o 
schiacciato nelle sillabe gli, glia 
ec. 18.— aggiunta alla //_ perde 
gran parte del suo suono gultu- 
rale 18.—forma consonante com- 
posta con le lettere Z ed R dopo 
di sè, e con la .S avanti di st 18. 
—Iin dopo la prima guerra pu- 
nica i Romani non conoscevano 
questa consonante, in vece della 
quale usavano il C 17.—Il G era 
anlicamente lettera numerale,e va- 
Jeva quattrocento 18.—Nella mu- 
sica, questa lettera è il quinto suo- 
no della scala diatonica 18. 

GENERE, termine grammaticale per 


indicare uno de’ seì accidenti del 


nome 60.—Cosa s’ intenda per GE- 
NERE 60.—Nelle lingue GENERE 
vale -Sesso 60. GENERE mascoli10, 
Semminino e neutro 60.— Osser- 
vazioni sulla classificazione dci 
nomi per GENERE 60 e dbr.—Nella 
lingua italiana non vi sono che 
due GENERI, il maschile e il fem- 
minile 61.—Ragionamento sul si- 
stema di riconoscere il GENERE dei 
nomi dalla loro desinenza Gt e 61, 


5a 


* 


M 39 


—In molti nomi si riconosce il 
GENERE dalla loro significanza 62. 
—tENERE de’ nomi proprj 62.— 
GENENE de' nomi in a 62. — GE- 
NERE de’ nomi caratteristici 62 
e 63. —GENERE de’ nomi prove- 
nienti dal greco 63. — GENERE de’ no- 
mi in e 63 a 65.—GENERE de’ no- 
mi in s 65.—GENERE de' nomi 
Li o 66.—GENERE de’ nomi in w 
GENITIVO, secondo caso de’latini 78. 
—indica il rapporto tra due no- 
mi, cioè di Possesso, di proprietà, 
e d’ attenenza 82.— È supplito 
nella lingua italiana pel segnacaso 
di posto fra due nomi 80. 
GERUNDIO, parte della conjugazio- 
ne del verbo 170.—Cosa 3’ inten- 
da per GERUNDIO 170.— Origine 
della voce GERUNDIO 292.—1ll GE- 
RUNDIO non è che un’ altra specie 
di participio presente 292.—Tal- 
volta trovasi il GERUNDIO nel puro 
significato del participio presen- 
te 292 e 293.—ll GERUNDIO è spes- 
se volte preceduto dalla prep. 
in 293.— e qualche volta ancora 


dalla prep. con 293.— Leggesi s0- 


vente nel Boccaccio il GERUNDIO 
accompagnato col suo subbiet- 
to 293.—ll GERUNDIO in vece del. 
l’ infinito, dopo i verhi Andare, 
Venire, ec Mandare 294. 

GIAMMAI, avverbio di tempo, indi- 

| cante La frequenza e durata di 
tempo 328. 

GIU’, GIUSO, avverbj di }uogo, in- 
dicanti Luogo inferiore 332. 

GIUSTA, GIUSTO, preposizioni si- 
gnificanti Conformità 367. 

GLI, articolo determinante plurale 
di Jo 83 e 84.— L’I di quest? ar- 
ticolo non si elide maì fuorchè 
innanzi a'nomi comincianti da 783. 

GLI, pronome personale relativo 
nel rapporto di obbietto indiret- 
fo, cioè d’ Attribuzione o ten- 
denza 95.—GLI, invece di Egli 96. 


—GLI invece di Li,plurale del pro- 


‘ nome Lo 100.—GLI invece di Luro, 
e GLI in vece di Le, sono modi 
di dire scorretti 103. 

GLIELE e GLIENE, pronomi relativi 


composti da glî, le, e ne rto.—Il 
Boccaccio usò GLIELE in ambo i ge- 
neri e in ambo ì numeri; ma i 
moderni amano di cangiarne la fi- 
nale secondo il genere e secondo 
îl numero 110. 

GRADI DI COMPARAZIONE, così si 
chiama uno degli accidenti dell’ ad- 
diettivo 124.— Divisione degli ad- 
diettiviin Positivi, comparativi, e 
superlativi 124.— Sonovi degli ad- 
dieltivi incapacì di ricevere compa- 
razione alcuna 124. — I GRADI DI 
COMPARAZIONE vengono nel discorso 
indicati ognuno da due particelle 
124.— Comparazione in GRADO egua- 
le 124.—La comparazione in GRA- 
DO eguale può pure aver luogo tra 
due qualità diverse 125. — Quali 
particelle si usino nella compara- 
zione di GRADO eguale 124 e 125. 
—Comparazioni in GRADO maggio- 
re e minore 126.—Quali particelle 
sì usino nella comparazione in 
GRADO maggiore e minore 126 e 
127.—Sonovi alcuni addiettivi in 
cui i GRADI DI COMPARAZIONE si for- 
mano irregolarmente 128. Vedi Su- 
PERLATIVI. 

GRAMMATICA, cosa sia 1.— Origine 
della voce GRAMMATICA 1.—I Gre- 
ci facono i primi a sottoporre il 
linguaggio loro a leggi, regole e 
precetti, che chiamarono GRAM- 
MATICA 1.— Definizione della vo- 
ce GRAMMATICA 2. — La GRAMMA- 
TICA si divide in qualtro parti2. 

GRAMMATICALI (Precetti) 2.— Di 
quante specie sieno ì PRECETTI 
GRAMMATICALI 2.— GRAMMATICALI 
(Figure) Vedi FIGURE. 

GRAVE (Accento) 33. 

GUAI, interiezione esprimente mì- 
naccia 374.—€ il plurale di Guaio 
374. I 

GUARDA ! interiezione in segno di 
disprezzo 375. 

GUARI, avverbio di quantità o nu- 
mero 335.—Esso vale lo stesso che 
Molto 335.—Va sempre accompa- 
gnato dalla negativa 707, 0 da 
altra particella negativa 335. 

GUITURALI (Consonanti) 14. 


dini e n 


FE 


}( 395 Y( 


I: 


I H, ottava lettera dell’ alfabeto 4. —, 


sì pronunzia acca 18.—può chia- 
marsi mezza lettera 18.—è di po- 
co uso nella nostra lingua, quan- 
tunque fosse frequente nella lin- 
gua latina 18.— non serve presso 
di soi che per contrassegno 18. 
—si usa nelle quattro voci del 
verbo 4vere, ho, hai, ha, hun- 
m0 19.—si usa altresì in alcune 
interiezioni 19.—@ in unione alle 
consonanti g e c 19. i 


I 


‘I, mona lettera dell'alfabeto, e terza 


af 


x 


n 


ni 


- 1, 


r 


I 
pi 


è 


delle vocali 4.—non bisogna con- 
fond:«la con l’j 4.—Il suo suono 

“non vasoggetto ad alcuna variazio- 
ne 13. 


’ IDIOMA, lo stesso che Linguaggio 1. 


:- IL, 1, articoli determinanti mascoli- 


ni 83, e 84-—si pongono innanzi 
a’ nomi comincianti da consonan- 
ti, che non sia s impura, nt 2 84. 
-—si contraggono in una sola pa- 
rola colle preposizioni a, cor, da, 
di, in, per, e su 84.—in queste 
contrazioni l’ I plurale sì può sop- 
primere, dicendo.i a’, co’, ec. 85. 
—L’i dell’ articolo IL, può elider- 
si con la vocale precedente sostitu- 
endovi l’ apostrofo 84. 
pronome personale relativo , e 
vale lo stesso che Lo 95.—Regola 
per sapere quando sì debba usare 
« Lo e quando IL g9.— IL, trovasi 
qualche volta come obbietto ìin- 
- diretto nel rapporto d’attribuzione 
o tendenza, in vece di Gli 100, 


IM PEDIRE, verbo modello della 3za 


conjugazione prima classe, e la 
sua conjugazione 203 e 204. 


 IMPERATIVO (Modo), uno de’ cin- 


L 


que modi del verbo 170.—s’ im- 
piega anche nelle più umili pre- 
‘ ghiere o suppliche 170. 


IMPERO’, PERO’, congiunzioni con- 


— clusive 373. 


1MPEROCCHÉ, IMPERCIOCCHÉ,con- 


giunzioni causali esprimenti la ca- 
gione d’ una cosa 373. 


IN, una delle sei preposizioni pri- 


mitive 336.—Indica. la relazione 
tra due obbietti, l'uno contenente, 
l’ altro contenuto 351.—Gli anti- 
chi dissero re che coaggidì più 
non s’ usa se non che incorpora- 
to coll’ articolo determinante, di- 
cendosi rel, nello, ec. 85, e 351. 
—Leggesi qua e là nel verso la 
preposizione IN separata dell’ arti- 
colo 85 e 351.—IN coi verbi di 
moto 352.—Modi di dire con la 
preposizione IN 352 e 353. 

INDENTRO e INENTRO, avverbj di 
luogo, e vagliono Nel luogo inte- 
riore 333. 

INDI, avverbio di tempo, indicante 
Successione di un tempo all’ altro 
328.—Avverbio, di tempo, e vale 
Di quel luogo o da quel luogo 
331. | 

IN FATTI, avverbio d’ affermazione 
de. | 

INFINCHE, INFINE, avverb) di tem- 
po indicanti Un tempo limitato, 
e il termine del tempo 329. 

INFINUO, preposizione, Vedi Fino. 

da preposizione eccellualiva 

64. 

INfRA, Vedi FRA. 

IN MODO CHE, IN MANIERA CHE, 
IN GUISA CHE, congiunzioni com- 
paralive, esprimenti la Simiglianza. 
o la proporzione tra due cose 373. 

INDETERMINATO (Articolo) gt. 


. INDICATIVO (Modo), il secondo de’ 


cinque modi del verbo 169.— Ta- 
lunìî chiamano questo modo 4fer- 
malivo 169. 

INFINITO (Modo), il primo de’ cin- 
que modi del verbo 169.—sull’uso 
del modo INFINITO 287.—Alcuni 
verbi sono di necessità seguiti da 
altro verbo all’ INFINITO 288.—Per 
proprietà di linguaggio adoprasi 
. sovente la voce dell’ INFINITO per 
la terza persona sing. del pres. o 
del passato imperfetto 288.—in ta- 
li casi cambiasi il subbietto in oh- 
bietto diretto 288.—Uso dell’ INFr- 
NITO in vece del -soggiuntivo 289. 
—L’ INFINITO preceduto da una pre- 
posizione 2go—uso dell'INFINITO a 
modo di nome astratto a90.—Gli IN- 
FINITI usati a modo di nomi vanno. 
soggetti alla varietà di numero ago. 


M 396 ) 


INNANZI, avverbio di tempo passato 
» 3a7.—Avverbio di preferenza 334. 
— preposizione opposta a dopo e die- 
tro 360.—usasi per lo più con la 
‘ particella 4 e talvolta con da 360, 

IN QUA, avverbio di luogo 330. 

INSINO, lo stesso che Sino 363. 

INTANTOCHE, congiunzione conclu- 
siva, indicante La conseguenza del- 
la cosa 373. 

INTERIEZIONE, o INTERPOSIZIONE, 
ottava parte del discorso 52. — Cosa 
con questa denominazione s’inten- 
da 55.—La sua definizione 55 e 373. 
—Perchè l’INTERIEZIONE sia stata 
introdotta nel discorso 55.—Le vo- 
ci indicate come INTERIEZIONI non 
sono che le grida naturali dell’ uo- 

‘ mo 373.—-Evvi delle INTERIEZIONI 
che valgono una proposizione in- 

‘ tera 373. 

INTERPUNZIONI 50.—Cosa siano le 

‘ INTERPUNZIONI 50.—AÀ che servano 
pelle scritture 50.—Quali siano 
i segni adottati per formare le 1N- 
TERPUNZIONI 50 e 51. 

INTERRUGA TIVO ( Punto ) Vedi 
Punto. 

INTURNI(), preposizione significante 
Circonferenza vicina 365. — adopra- 
si per lo più colla particella @ 
365 e 366. 

INTRA, Vedi Tna. 

INTRANSITIVI (Verbi), divisione dei 
verbi attivi 168.—Cosa s’ intenda 
per verbi INTRASITIVI 168. —Ver- 

- bi di natura loro INTRANSITIVI, 
possono divenire fransilivi 168. 

IN ULTIMO e PER ULTIMO, avver- 
bj di tempo, indicanti Il termine 
del tempo 3209. 

IN UNO, IN UNA, lo stesso che Zn- 
sieme 162. 

INVERSO, Vedi VERSO. 

10, pronome personale primitivo di 

| ama pers. sing. 94.—I poeti possono 
elidere l’o del pronome 10, sostitu- 
endovi |’ apostrofo 94. 

IPERBATO, figura grammaticale 380 


e 2d02, 

JIRREGULARI(Verbi) 175.— Cosa s’in- 
tenda per verbi IRREGOLARI 176.— 
Verbi 1RREGOLARI della prima conju- 
gazionie205 a 210. — Verbi IRREGOLA- 

‘ RI della seconda conjugazione 243 a 


- 


269.— Verbi IRREGOLARI della ter- 
za conjugazione 282 a 284. 

IVI, QUIVI, avverbj di luogo, e va- 
gliono In quel luogo 330. 


J 


J, decima lettera dell’ alfabeto 4.» 
È un errore il confonderla coll’I 4. 
—Si pronunzia come Z 19.— Ha 
valore di consonante,quando è ini- 
ziale o quando si trova framezzo 

‘a due vocali 19.—È vocale in fi- 
ne di parola per indicare la con- 
trazione de’ due è 19- 

JERI, avverbio di tempo passato 327. 


K 
K, questa lettera è straniera alla fa- 
vella italiana : essa è greca d' ori- 
gine, e non è a noi necessaria 
avendo il C e il C#, che ne fan- 
no le veci 19. 
Ss 
L, undecima lettera dell’ alfabeto e 
ottava delle consonanti 4.—t una 
delle quattro liquide, e si pronun- 
zia elle 19.—si raddoppia in mez- 
zo alle parole ovunque occorra 19. 
—dopo di sè nella stessa sillaba 
non ammette che una delle cinque 
vocali 19.—alcune volte forma 
consonante composta di due let- 
tere 19.—dopo il G, e seguita da 
I, ha un suono sottile e schiac- 
ciato 19.—La L è lettera numera- 
le, e vale cinquanta 19- 
LA, articolo determinante, femmini- 
no dii! e di 70 84.—L' A di queslo 
articolo si elide necessariamente, 
ove l’ iniziale de] susseguente nome 
sia parimente a; ma se il nome 
cominci con altra vocale, allora 
altri è libero di sopprimere o no 
l’ a dell’ articolo 8$4.—si contrae 
in una sola parola con le prepo- 
sizione a, con, da, di, în, su 85. 
LA, pronome personale relativo nel 
rapporto di obbielto diretto, fem- 
minino di /o 1o1.—adoprato co- 
‘me subbietto, è riputato come er- 
rore.101.—Modiì di dire familia- 
‘ri con questo pronome 102. 


—— r—_————=_ 


Vr: 


MV 3g 


LA’, LI’, avverbj di luogo, e vaglio- 
no In quel luogo 330.—talvolta 
hanno corrispondenza cogli avver- 
bj qua e qui 330.—non di rado so- 
no avverb) di tempo 330. 

LABBIALI (Consonanti) 14. 

LAENTRO, avverbio di luogo 364. 

LAONDE, congiunzione conclusiva 
373. 

LASSO! inieriezione esprimente Do- 
lore, e vale Misero meschino 375. 

LASSU’, LASSUSO, avverbj di luogo, 
dinotanti In quel luogo alto 332. 

LE, articolo determinante, plurale di 
La 34. 

LE, pronome personale relativo, 
plurale di /a 101. — LE, pronome 

personale relalivo, nel rapporto 
indiretto d'attribuizione o tenden- 
za 103. 

LEI, pronome personale relativo, 
femminino di 2ui 95.—è usato nel 
rapporto di ohbbictto diretto ro. 
—c nel rapporto di obbictto indi- 
retto preceduto da alcuna delle pre- 
posizioni 103. — LEI, usalo co- 
me subbietto del verbo in vece 
di Ella, è errore di lingua rot.— 
Quando precede ad una delle par- 
ticelle che, la quale, le quali di- 
venta pronome personale dimo- 
strativo, e vale Colei 101. 

LETTERE 4.—Le LETTERE sono i pri- 
mi materiali delle lingue 4.—L’ al- 

‘ fabato italiano conta ventidue LET- 

reni 4. 

LI, pronome personale relativo, plu- 

_ rale di /o 95 e 1or.—quando si 

debba adoperare questo pronome 
in vece di gli 99. 

Ll’ Vedi La”. 

LINGUA, LINGUAGGIO, cosa s'in- 

. tenda per queste due voci 1. 

LO, articolo determinante 83.—a qua- 
Ji nomi si premetta a preferenza di 
il $3.— Presso gli antichi si trova 
molle volte innanzi a tuttii nomi 
mascolini, senza veruna distin- 
sione 83, 84.—L'’o di quest’ articolo 
per lo più s' elide innanzia nomi 
comincianti da vocale, e in sua vece 
metltesi l'apostrofo 83.— Gli antichi 
in vecedi elidere l'o dell'articolo in- 
nanzi a’ nomi comincianii da im 
© in, elidevan piuttosto l'i di queste 


sillabe 84.—Lo si contrae in una 
sola parola con le preposizioni a, 
con, da, di, în, su85. 

LO, pronome personale relativo nel 
rapporto di obbietto diretto 93.— 
Regole sul quando si debba usare 
LO a preferenza dii! 99. 

LODARE, verbo preso per modello 
della prima conjugazione in dare 
193 a 197. 

LONTANO, avverbio di luogo 334. 

LURO, pronome personale relativo 
plurale mascolino e femminino, 
usato nei rapporti di obbietto di- 
retto , e di obbietto indiretto 95. 
—nel rapporto d’'obbietto indiret- 
to d’attribuzione o tendenza è spes- 
se volte preceduto dalla preposizio- 
ne a, e sovente anche va senza 
preposizione 103.—LoRO usato nel 
rapporto di subbielto è errore di 
lingua 1o1.—Loro, seguito da che, 
i quali, le quali diventa pronome 
personale dimostrativo, e vale Colo- 
ro 101.—Lono non s'affigge mai al 
verbo, ma usasi sempre sciolto 0 
avanli o dopo il verbo 106. 

LURO, addiettivo pronominale pos- 
sessivo di terza persona plur. masc. 
e femm. 134.— In vece di loro 
trovansi non dì rado suo, suoì, 
sua , sue 134. 

LUI, pronome personale relativo di 
terza pers. mascolina nel rappor- 
to di obbictto diretto 95 e 101.— 
Usato nel rapporto d’ obbielto in- 
diretto, va sempre preceduto da 
qualche preposizione 103.—LUI usa- 

.to come subbietto del verbo in- 
vece di Egli è errore di lingua 
101.—seguito da che, 0 il vuale 
diventa pronome personale dimo- 
strativo, e vale Colui 101. 

LUNGI, avverbio di luogo, che accen- 
na un luogo lontano 334. 

LUNGO, preposizione esprimente 
vicinanza pel verso della lunghez- 
za 366. 

LUOGO, (Avverb) di) 329 a 334. 


M 
M, dodicesima lettera dell’ alfabeto, 


e nona delle consonanti 4.—è la 
seconda delle liquide 20.—Si pro- 


X 398 X 


munzia emme 20. — forma con- 
sonante composta con la S avan- 
ti di st 20. 

MA, congiunzione avversativa espri- 
mente la Contrarietà che passa 
fra due proposizioni 371.—MA è 
talvolta particella accresciliva , 
significando Aumento delle cose 
precedenti 372. — Da qualche ese- 
mpio degli antichi si presume che 
MA originariamente significasse 
più 371. 

MAGGIURE, addiettivo comparativo 
d'eccesso 128. 

MAI, avverbio di tempo 328.—MAI, 
di per sè vale In alcun tempo 328. 
— accompagnato dalla negativa 
non, vale In nessun tempo 328.— 
quando precede alla negaliva si 
antepone al verbo 328.— Quando 
precede la negativa al MAI, questo 
avverbio si pospone per lo più al 
verbo 328. 

MAI SEMPRE, avverbio di tempo , 
indicante Frequenza e durata di 
tempo 328. 

MALE, avverbio di qualità 334. 

MALVOLENTIERI, DI MALA VO- 
GLIA, A_ MALGRADO, avverbj di 
modo 334. 

MANCO, avverbio di quantità 335. 

MANIERA (Avverbio di) 327. 

MASSIMO , addiettivo superlativo 
129 e 130. 

ME, pronome personale primitivo 
di prima persona singolare nel 
rapporto d' obbietto diretto 94 € 
10t1.—usato nel raprorto d'obbiet- 
to indiretto, va preceduto da qual- 
cuna delle preposizioni 94 € 103. 
— può precedere ai pronomi perso- 
nali relativi Zo, gli, li, 2a, le 108.— 
ed anche alla particella pronomi- 
nale ne 109. 

MECO, TECO, SECO, voci composte 
de’ pronomi me, fe, sè, e della pre- 
posiziune con, in vece di con me, 
con le, con sè 103 e 351. 

MEDESIMO, STESSO, addiettivi de- 
terminativi asseveralivi 156 e 158. 
—Si usano in compagnia d'un 
nome 0 d'un pronome 159-—ME- 
DESMO per Medesimo, è del verso 
158. 

MEDIANTE, preposizione dinotante 


Col mezzo di, per mezzo di, con 
l’ajuto di 367 

MEGLIO, avverbio di qualità 334.— 
congiunzione elettiva 373. 

MENO , particella comparativa in 
grado minore 126.—Avverbio di 
quantità 335. 

MENTE, terminazione propria degli 
avverbj 325 e 3a6.—origine di que- 
sta terminazione 326.Vedi AvvER- 
B!0. 

MENTRE, IN QUEL MENTRE, avver- 
bj di tempo, indicanti L’avveni- 
mento di più cose nel medesimo 
tempo 328. , 

MENTRE, MENTRECHE, congi inzio- 
ni causali, esprimenti La cagione 
d’ una cosa 373. | 

MERCECHE , congiunzione causa- 
le 373. 

METAFISICI (Addiettivi), una delle 
divisioni generali degli addietti- 
vi 117. 

MEZZU, addiettivo che nel senso di 
metà non accorda mai col nome 
femminino o plurale 120. 

MI, pronome personale primitivo, di 
prima persona nel rapporto di ob- 
bietto diretto 94 e to1.— e nel 
rapporto di obbietto indiretto, 
d'attribuzione o tendenza 94 e 103. 
— talvolta si premette al verbo, e 
talvolta a questo si affigge 106.— 
può esser preceduto da’ pronomi 
relativi #2, Zo, Za, li, le, gli 108. 

MIA, MIEI, MIE, Vedi Mio. 

MIGLIORE , addiettivo comparativo 
d’ eccesso 123. 

MINIMO, addiettivo comparativo su- 
perlativo 130.—Superlativo in gra- 
do minore 130. 

MINURE, addietlivo comparativo in 
grado minore 128. 

MIO, MIA, MIEI, MIE, addiettivi 
pronominali possessivi 133.—va- 
gliono lo stesso che Di me 133.— 
Mia per Miei e Mie, è modo di dire 
plebeo e vizioso 133.—Mio, posto 
assolutamente in singolare, e pre- 
ceduto dall’articolo determinante, 
significa Il mio avere le mie  so- 
stanze 138.Vedi PRONOMINALI (Ad- 
diettivi possessivi). 

MODO, termine grammaticale, che 
forma uno degli accidenti del ver- 





1a 


& 


X 39 


do 169.—Cosa s' intenda per mo- 
DO del verbo 169.—Perchè i MODI 
sono stali introdotti nel linguag- 
gio 169.—1l verbo italiano ha cin» 
que MODI 169. 

MUDO (Avverb) di) 334. 
MOLTO, addieltivo quantitativo 359. 
—Avverbio di quantità 335. | 
MONOSILLABA (Parola) 31.—Una 
parola MONOSILLABA , può esser 
voce significativa 31. — Le voci 
MONOSILLABE della lingua italiana 
sono poche 31. 

MUTE (Consonanti) 14. 


N 


N, tredicesima lettera dell'alfabeto. © 


e decima delle consonanti 4.— 
è una delle quattro liquide 20.— 
sì pronunzia enzze 20.—forma con- 
sonanie composta con la Savan- 


ti di st 20.—posta innanzi al G 


perde una gran parte del suo suo- 


no primitivo 20.—essa si raddop- 
pia ovunque faccia d’uopo 20. 
NE , preposizione antica invece di 
In 85, e 351.—-ma oggi non si usa 
se non che incorporato coll’ arti- 


colo determinante, formandosi nel, 


nello ec. 85 e 351. 


NE, pronome personale 94.—NE in 


vece di ci nel significato di Noi 
104.—irovasi in questi significati, 
non solo come obbietto diretto, 
ma anche come obbietto indiretto, 
mel rapporto d’ azzriluzione o len- 
denza 104.—NE, pronome di terza 
persona, usalo solo come obbietto 
indiretto facendo le veci di qual- 
che nome 104.—NE, pronome di 
luogo irdicante il luogo donde 
si fa © si è falla partenza 105.— 
NE, particella riempitiva per pro- 
.prietà di linguaggio 104. 

NE, congiunzione negativa 370. — 

‘in principio di locuzione, vale lo 
stesso che Non 371—non è pro- 
priamente congiunzione se non 
quando , nella significanza di £ 
non, serve ad unire due parole, 


una delle quali si a già di per sè 


negativa 371.—talora si replica 
innanzi a più parole 371.—sta tal- 
volta in vece della congiunzione 


9 )( 


alternativa o 371.—si trova talvol- 
ta coll’aggiunta della consonante 
D, dicendosi ned, per sostegno 
della pronunzia 370. 

NEANCHE, NEMMANCO, NEMMENO, 
NEPPURE, congiunzioni negative 
370.—avverbj di quantità 335. 

NEGATIVE (Congiunzioni) 370. 

NEGAZIOUNE (Avverbj di) 334. 

NEL, NEI, NELLO, NEGLI, NELLA, 
NELLE, articoli composti, della 
preposizione antica ne, e degli ar- 
ticoli determinanti :2, i, Zo, gli, lu, 
de, 85, e 351. 

NEMMANCO, NEMMENO, NEPPURE. 
Vedi NEANCHE. 

NESSUNO, NISSUNO, NEUNO, NIU- 
NO, addiettivi pronominali indefi- 
nili negativi 150. — quantunque 
di per sì nieghino, pure per lo 
più si accompagnano colla nega- 
tiva non 151, NESSUNO e NIUNO 
furono da qualche anlico usati in 
plurale 151.—Alcuni grammaiici 
pongono come regola, doversi que- 
sti pronominali accompagnare @ 
no colla particella negativa secon- 
do che es:i pfospongonsi, o ante- 
fongonsi, al verho 151.—ragiona- 
mento su questa regola 151. 

NEL'IRI (Verbi) 168.— Cosa s’ in- 
tenda per verbi NEUTRI 168.—Li- 
vi:ione de’ verbì NEUTRI nella 
grammatica latina 168.—I verbi 
NEUTRI sì usano talvolta come at- 
tivi transitivi 168 e 169.—1] ver- 
bo E.sere può dirsi il primo dei 
verbi NEUTRI 308.— Differenza tra 
i verbi attivi intransitivi, edi 
verbi NEUTRI propriamente detti 
3og.— Alcuni verbi NEUTRI pren- 
dono talvolta un obbietto diretto 
309.— La conjugazione de’ verbi 
NEUTRI non differisce da quella 
de’ verbi attivi 30g.—1 tempi com- 
posti de’ verbi NEUTRI si formano 
per lo più con l’ausiliare Essere 
309.—In molti verbi NEUTRI, i tem- 

‘pi composti si formano coll’ ausi- 
liare Avere 3og.—Elenco alfabeti- 
co di un certo numero di verbi 
neutri 3og.— NEUTRI passivi (Verbi) 
Vedi Passivi. 

NEURO (Genere) 60.—Cosa s° in- 
tenda per genere NEUTRO 60. — 


)( 400 X 


E questo genere usitalissimo nelle 
lingue latina e greca, e nella mo- 
derna lingua alemanna 61.— ma 
è straniero alla lingua italiana 6t. 

NIENTE, NIENTE AFFATTO, avver- 
bj di negazione 334. 

NISSUNU, NIUNO, Vedi NEssuNO. 

NU, Vedi NON. 

NUI, pronome personale primitivo 
di prima persona plurale 94.—u- 
sasi come subbictto, come obbietto 
diretto, ed anche come obbietto 
indiretto preceduto da qualcuna 
delie preposizioni 94 e 303.—I 
poeti in favor della rima, posso- 
no dire nui in vece di- n0i 94. 

NOME, prima delle otto parti del 
discorso 52.+Origine del NOME 53. 
—La sua definizione 53.—Divisio- 
ni del noMmE 56.—NoME comune 
56, 57. — NOME proprio 57. — 


Nomi astratti 58.—NoMI fisùrati- 


vi 58, 59.—NOMI caratlteri»lici 59.— 


NOMI collellivi 59.—NOMI oerba- 
li 59.—NOMI ederoclili 66, 71.—No- 


Mi epiceni 63.—NoMI personali 
3 ‘e 94. | | ) 

NUMIN\TIVO, Termine grammati- 
cale latino, che è il primo dei 
sei casi 78, c 79.— Nella gramma- 
tica latina è chiamato cuso retto 
per distinguerlo dagli altri casi 
che sono detti oblijui 80. — Il No- 
MINATIVO è lo stesso che il sub- 
bietto del verbo 79 

NON, NU,avverbj di negazione 334. 
— queste due particelle vagliono lo 
stesso, ma il loro uso è ben dif- 
ferente 334.— la prima non va 
mai se non in compagnia d’ un 
verbo, la seconda si usa assoluta- 
mente in risposta ad una interro- 
gazione, o in compagnia d’ un 
nome 0 d’un addiettivo 334.—No, 
trovasi talvolta in vece d’ un in- 
tera proposizione 334. — qualche 
volta s’ usa per ripieno 334.—e 
talvolta trovasi a maniera di no- 
me coll’articolo determinante 334. 
—Non, usato talvolta a modo di 
ripieno dopo i verbi Dubdilure, te- 
mere, ec. 334.—NoN, può replicar- 
si innanzi a più nomi che si suc- 
cedono 334.—Non, talvolta s’in- 


corpora col pronome il, troncato da 
questo ]' 7, facendosi r0l) 334. 

NONDIMENO, avverbio di diversità 
335. — Congiunzione avversatiVa 
371. 

NON GIA”, congiunzione avversati- 
va 371. i 

NON MAI, avverbio di tempo 228. 

NON MICA, avverbio di negazio- 
ne 334. 

NON PERTANTO, avverbio di diver- 
sità a contrarietà 3355. | 
NON PUNIOU, avverbio di negazio- 

ne 334. 

NOSTRO, NOSTRA, NOSTRI, NO- 
STRE, addiettivi pronominali pos- 
sessivi di prima persona plurale 
133. o a: 

NULLA, avverbio di negazione 334. 
esso vale lo stesso che Nienfe 154. 
‘talvolta ha senso affermativo e 
vale Qualche cosa 154. : 

NULLO, addiettivo pronominale in- 
definito negativo, che valc Niuno 
153. 

NUMERALI (Addiettivi) 161 a 165.— 
Si dividono in primilivi, derivativi, 
ec ordinativi 161 e 162,—Numena- 
Li collettivi 164. 

NUMERO, Termine grammaticale, 
che forma uno degli accidenti del 
nome e del verbo 63 e 171.— que 
sto termine in grammatica vale 
la Differenza tra uno e più 63.— 
Numeno singolare, e NUMERO plu- 
rale 63 e 175. Vedi PLURALE. 

NUMERO (Avvevbj di) 335. 


0 


O, quattordicesima lettera dell’ alfa- 
beto, e quarta delle vocali 4.—0 
chiuso 5 e 9g. — O aperto 9g a 12. 

O, congiunzione alternaliva 370.— 
innanzi ad una susseguente voca- 
le riceve la consonante D 370. 

O, OH, interiezioni che servono al- 
l' espressioni di molti e var) affet- 

._ i 375. 

OBBIETTO dirello, uno de’ tre rap- 
porti del nome col verbo indicante 
la Persona o la cosa operata dal 
subbietto 77.—corrisponde all” ac- 
cusativo de’ Latini 79.—OBBIETTO 





( 401 V( 


indirelto, uno de'tre rapporti del no- 
me col verbo, esprimente Una del- 
le molte accidentali e variabili cir- 
costanze che accompagnano e ca- 
ratterizzano l’azione 77.—corri- 
sponde al Dativo e all’ Ablativo 
de’ Latini 79. —Il nome nel rap- 
porto d’ OBBIETTO indirello va sem- 
pre preceduto da qualche preposi- 
zione 77. 

OGGI, OGGIDI’, avverbj di tempo 
presente 327. 

OGGIMAI, avverbio di tempo, indi- 
cante Frequenza, o durata di tempo 
328 e 329. 

OGNI, addiettivo pronominale inde- 
finito affermativo 148. 

OGNI VOLTA, OGNI QUALVOLTA, 
OGNORA, aàvverbj di tempo, indi- 
canti Frequenza di tempo 328. 

OGNUNO, addiettivo pronominale di- 
stribulivo 147. 

O1, UHI, interiezioni indicanti So- 
verchio dolore 375. 

O1B0', interiezione di disprezzo e 
di nausea 376. 

OILNE', OHIME', OMF', interiezioni 
esprimenti Afflizione sì d’ animo 
che di corporal doglia 375. 

OiSE’, OI TE’ e OITU’, interiezioni 
che vaglionoa l'o stesso che Dimè 376. 

OLA’, interviezione per chiamare 376. 

OLTRA, OLTRE, preposizioni espri- 
menti Aumento di luogo, di tempo 
e d’ operazione 365. 

OLTRACCIO’, IN OLTRE, congiunzio- 
ni aggiuntive 372. 

OMAI, ORMAI, avverbj di tempo, 
indicanti Durata di tempo 329. 
ONDE, addiettivo pronominale con- 
giuntivo, facente le veci delle par- 
ticelle che, quali, chi, cui 146. — 
Avverbio di luogo, e vale. Del qual 
luogo, o dal qual luogo 333.—cen- 

giunzione conclusiva 373. 

ONDECHE’, DONDECHE’, avverbj di 
luogo e vagliono Di qualunque 
luogo 333. 

OPPURE, OVVERO, 
alternalive 370. 

ORA , avverbio di tempo presen- 
te 327. 

ORATORIO (Accento) 33. 

ORAZIONE, lo stesso che Discorso 5a. 


Gramm. Ital. 


congiunzioni 


ORDINATIVI (Numeri), una delle 
divisioni degli addiettivi numerali 
161 e 163.— semplici 163. — compo- 
sti 163. | 

ORDINE (Avverbj di) 327. 

ORMAI. Vedi Omar. 

OR ORA, avverbio di tempo passa- 
to 327. | 
ORSU’, interiezione per Far animo, 

incoraggiare 376. 

ORTOGRAFIA, una delle parti della 
grammatica 2.— onde abbia ori- 
gine questa voce 2.—cosa signifi 
chi, e a che serva 2. . 

ORTOLOGIA, una delle parti della 
grammatica 2.—onde derivi 2. — 
cosa significhi, e a che serva 2. 

OTTATIVO (Modo), uno de’ modi 
de’ verbi latini 170.—non è neces- 
sario nella nostra lingua, anzi sa- 
rebbe superiluo 170. 

OVE, DUVE, avverbjdi luogo, e va- 
gliono Nel qual luogo 332, e 333. 
— talvolta sono congiunzioni signi- 
ficanti quanto, se cce., € allora 
vogliono il verbo nel soggiuntivo 
293.—anche come avverbj di luo- 
go, esigono il verbo dopo di sè 
nel modo soggiuntivo , purchè il 
precedente verbo porti seco dubbio 
o incertezza 298. 

OVECHÉ, OVE CHE SIA, OVUNQUE, 
avverbj di luogo, e vagliono In 
qualunque luogo 333. 


P 


P, quindicesima lettera dell’ alfabeto, 
e decima delle consonanti 4.— è 
una delle consonanti labbiali 20. — 
dai Toscani si profferisce pi e da- 
gli altri italiani pe 20.—è pros:i- 
mo affine del B, e del 7 20. — 
forma consonante composta con la 
L e la Rdopo di sè, e con la $ 
avanti di sè 20. 

PAROLE, cosa sieno 1.— PAROLE (Ac- 
crescimento delle) 45 a 47.—PARO- 
LE (Troncamento delle) 47 a So. 

PARTICIPIO, cosa s’ intenda per que- 
sta voce 170.— perchè così si chia- 
mi 170.—]l PARTICIPIO non cosli- 
tuisce parte separata del discorso 
170.—-À quale classe di parole il 


5a 


)( 402 )( 


PANTICIPIO apparienga 170.—Quan- 
te specie di PARTICIPI ve ne sieno 
170.— PARTICIPIO presente, 0 alli- 
vu 170 e 291.—Il PARTICIPIO pre- 
sente è consideralo come apparte- 
nente al modo infinito 291. — va 
soggetto alla variazione di numero 
2g1. — s' accorda sempre col sub- 
bielto espresso o sollinteso 291.— 
Uso del PARTICIPIO preserie ad imi- 
tazione dell’ ablativo assoluto dei 
Latini 292.—PARTICIPIO pussalo 0 
passivo 170 e 317.—]l PARTICIPIO 
passato è uno de’ più importanii 
elementi della liogua 317.— esso 
ha doppio carattere 317.—s’ accor- 
da o col subbietto, 0 coll’obbietto 
diretto 317.—sovente rimane in- 
variabile 317.—va accompagnato 
dall’ ausiliare essere, o dall’ ausilia- 
re uvere 3iz.—nci verbi passivi è 
accompagnato dall’ ausiliare essere 
313.—1l PARTICIPIO passato di al- 
cuni verbi neutri, s° accompagna 
col verbo avere 318. — Ne' verbi 
neutri passivi,il PARTICIPIO pussulo 
8’ accorda con le particelle prono- 
minali 319.— Il PARTICIPIO passazo 
retto dal verbo avere 319 e 320.— 
Negligenza de’ grammatici nello sta- 
bilive delle regole intorno alla con-' 
cordanza del PANTICIPIO passato 
319, e 320.—Ragionamento intor- 
no al significato del verbo avere 
io compagnia del PARTICIPIO pas- 
salo 320 e 321.—Due regole per la 
concordanza o discordanza del PAR- 
TICIPIO passato 321,—]l posto del 
PARTICIPIO passalo, o avanti o do- 
po il nome, non influisce sulla 
concordanza di esso 321.—Ragio- 
namento intorno al PARTICIPIO pas- 
sato in due esempj; l’uno del Boc- 
caccio, l’altro del Petrarca 322. — 
Concordanza del PARTICIPIO passa- 
do, quando il verbo avere va pre» 
ceduto da uno de’ pronomi 323.— 
Ùl PARTICIPIO passado rimane in- 
variabile quando è seguito da un 
verbo nel modo infinito 323. — 
Osservazioni sul PARTICIPIO passate 
Fatto 323 e 324 —Usservazioni su 
i PARTICIPI passafi Potuto, sapu- 
to, voluto 324.—Ìl PARTICIPIO pus- 


sato 2° accorda o col subbietto, © 
coll’ obbietto diretto, allorchè i 
gerund) essendo e avendo si sot- 
tintendono 324. 

PARTITIVO (Articolo) g1- 

PASSATO (Tempo), uno de tre tem- 
pi dell’ ordine della natura, indi- 
cante l’Azione che ha avuto luogo 
in un tempo anteriore 171. — Uso 
del TEMPO PASSATO in vece del pre- 
sente, ed anche in vece del pas-a- 
to indeterminato 300 e 3or.—TEM- 
PI PASSATI composti 172, 173 e 174. 

PASSATO (Participio)Vedi PARTICIPIO. 

PASSIVI (Addietlivi) 117. 

PASSIVI (Verbi) 306.—Ogni verbo 
allivo transilivo, può divenire Pas- 
sivo 306.— Mancano le lingue mo- 
derne di verbi propriamente Pas- 
sivi 306.—L’ ausiliare Essere e u- 
salo per esprimere il sentimento 
Passivo 306.—Usasi anche per lo 
stesso motivo il verbo Venire 306. 
— Molti verbi si esprimono nel sen- 
so passivo, mediante la particella 
indeterminata si 307. 

PASSIVI (Verbi neutri) 313.—Quali 
verbi i Latini chiamassero NEUTRI 
Passive 313 e 314.—Quali vevbi in 
italiano si chiamino NEUTRI PASSI- 
VI 314.— Tali verbi altro non so- 
no che meri attivi 314.—Si potreb- 
ber chiamare Riverberantì 314.— 
l’ obbietto direlto de’ NEUTRI PAS- 
sIvI, s' esprime per uno de’ pro- 
nomi ri, ci, li, ci, «t314.—] tem- 
pi passati composti de’ NEUTRI 
PASSIVI, si formano con l’ansiliare 
Essere 3x4.—Molti verbi sono di 
natura loro NEUTRI PASSIVI 315.— 
Lista alfabetica di tali verbi 315. 
— Alcuni verbi NEUTRI PASSIVI si- 
gniticano cosa affatto diversa da 
quella significata da' primitivi lo- 
ro allivi 314.—Sonovi verbi ado- 

erali come neutri assoluti, i qua- 
li di fatto sono NEUTRI PASSIVI 315. 
— Per proprietà di linguaggio e per 
pleonasmo, alcuni verbi neutri s° 
accompagnano co pronomi 727, ci, ec. 
senza che perciò sieno NEUTRI PAS- 
sivi 316. 

PASSIVO (Participio), Vedi PARTICI- 
Pio. 


lin AE 


E — SNO 


"- 
= 


)( 403 X 


PEGGIO, avverbio comparativo, de- 
rivato dall’addiettivo Peggiore 128, 
129.—avverbio di qualità 334. 

PEGGIORATIVI (Nomi) 75.— PEGGIO- 
RATIVI (Addiettivi) 121. 

PEGGIORE, addiettivo comparativo 
d’eccesso, formato irregolarmente 
128. 

PEL, e PEI, articoli composti della 
preposizione per, e degli articoli 

- determinanti il, e i 85. 

PENDENTE (Tempo ), uno de’ tempi 
suborlinati del verbo 173.— indica 
un’ azione passala ma non com- 
piuta 173. 

PER, una delle sei preposizioni pri- 
mitive 336.—esprime l’idea di pas- 
saggio o di traversamento 353.—Vo- 
lentieri s'incorpora coll'articolo de- 
terminante i 354. —usasi anche per 
indicare L’ attraversamento d'un 
luogo 354—usasi anche per indicare 
uno spazio di tempo 354.—scostan- 
dosi dalla originaria sua funzione 
sovente par che faccia l' uflicio di 
altre preposizioni 354 a 356.—an- 
teposto all’ infinito di qualche ver- 
bo, che sia preceduto dal verba es- 
sere, da a quello il significato del 
futuro de’ Lalini 356. — soven- 
te dinola stromento o mezzo, me- 
diante il quale si faccia alcuna ope- 
razione 356.—alle volte si usa per 
indicare Distribuzione 356.—e tal- 

- Volta serve per pregare 356. 

PER AVVENTURA, avverbio di dub- 

. bio 335. 

P£LR CERTO, avverbio d’ alfermazio- 
ne 334. 

PERCHE, congiunzione causale 373. 

PERCIO, PERU’, congiunzioni con- 
clusive 373. i 

PERCIOCC:;1E, PEROCCHE, congiun- 
zioni causali 373. 

PER QUI, avverbio di luogo, e vale 
Per questo luogo 329. 

PERSONE, ve ne sono tre, cio: la 
prima la seconda e la terza 93 e 
3o1T— PERSONE del verbo 171 e 174- 
—Uso delle PERSONE del verbo 300 
a 306. 

PER TUTTO, DA PER TUTTO, avver- 
bj di luogo, che vagliono Ovunque, 
dovunque 334. 


POCO, adliettivo quantitativo 


PER ULTIMO, IN ULTIMO, avveértbj 
di tempo, indicanti il termine del 
tempo 3ag. 

PESSIMO, addie!ttivo superlativo, 
formato irregnolavimente 13a.—Av- 
verbio di qualità 334. 

PIANO, PIAN-PIANO, avverbj di tem- 
po, indicante Tardanza o lentezza 
di tempo 329. | 

PIU’, particella comparativa, indican- 
te il grado maggiore 126.— Avver- 
bio di quantità e numero 335. 

PIUTTOSTO, avverbio di preferenza 
334.—Congiunzione eletti va 373. 

PLUONASMO, figura grammaticale, 
che siguitica Ridondanza 330 e 
351. 

PLURALE (Numero) 63. — PLURALE 
de’ nomi in a 63.— I nomi uscenti 
în vocale accenluata , non varvia- 
no nel PLURALE 69. — PLURALE 
dei nomi in cia e gia, in cio e gio 
69.— PLURALE de’nomi in so, a/0, 
0j0 70. — PLURALE de'nomi in ca, 
ga, co, e go 70 e 71.— Nomi ete- 
rocliti nel PLURALE 71. 

POL’ ANZI, avverbio di tempo pas- 
sato 327. 
159- 
— Avverbio di quantità 335. 
POCO FA, avverbio di tempo 

salo 327. 

POfFARL IL CIELO, interiezione 
che dinota Maraviglia 3-6. 

PUL, DAPPOI, DIPOI, avverbj ditem- ‘ 
po 323. 


pas- 


POLISILLABE (Voci) 3a. 


PUSCIA, avverbio di tempo 328. 

POSSESSIVI (Addiettivi pronomina- 
li) 133.—consideratì come Addiet- 
tivi, dinotano la proprieta o |’ ap- 
partenenza d’una persona o d’ una 
cosa all’ altra 133.— Tavola degli 
Addiettivi pronominali PossEssivi 
133 e 134.—I pronominali Posses- 
sIVI vanno preceduti dall’ artico- 
lo determinante 134.—Regole sul 
quando si debba mettere, e quan- 
do omettere’ articolo determinan- 
te avanti a’ pronominali POSSESSIVI 
235 a.138.— eccezioni di questa regola 
134 e 135. — l prono:inali Posses- 
SIVI talora sì ommettono 135. — I 

. _.progominali POSSESsIVI, secoudo.che 


U 404 Y 


l'armonia, o la forza del discorso 
lo richiede, possono premettersi al 
nome, o questo a quelli 135. 

POSSESSIVO (Caso) 79, e 80. 

POSTO CIIE, congiunzione condizio- 
nale 372.—vuole il verbo susse- 
guente nel modo soggiuntivo 299. 

PRIFERENZA (Avverbj di) 334. 

PREPOSIZIGNE, sesta fra le parti 
del discorso 52.—la sua origine 54. 
—la sua definizione 54.—la sua 
funzione nel discorso 54.—Impor- 
tanza delle PREPOSIZIONI nel discor- 
so 356.—Le PREPOSIZIONI possono 
essere o significalive o indicative 
336.—si dividono in semplici ed 
in composte 356.— Alcune PREPO- 
SIZIONI sono dette, per eccellenza, 
Primil'ce 336. 

PRESENTE (Tempo), uno de' tre 
tempi rell’ordine della natura 171.— 
ragionamento sulla detinizione e 
sull'uso di questo tempo 171.— uso 
del tempo presente in vece del fu- 
turo Jot. 

PRESENTE (Participio). Vedi PARTI 
CIPIO. 

PRESSO, avverbio di luogo, che vale 
Luogo poco distante 334. — Pre- 
posizione indicante prossimità di 

- luogo e di tempo 364. 

PRESSO A, PRESSO A POCO, PRES- 
SO CHE, avverbj d’incertezza 335. 

PRIMA, avverbio di preferenza 334.— 
Preposizione, lo stesso che Avanti 
e Innanzi 361.—Congiunzione elet- 
tiva 373. 

PRIMITIVI (Pronomi personali) 94. 

-  —PRIMITIVI (Numeri) 161. 

PRINCIPALI (Verbi) 175, e 190. 

PROBABILITA’ (Avverb) dì) 335. 

PRONOME, seconda tra le otto parti 
del discorso 52.— la sua origine 
53.—la sua definizione 53.—la sua 
funzione ne) discorso 53 e 93.— 
1 PRONOMI si dividono in sostan- 
tivi, e in addiettivi 93.— I PRO- 
NOMI sostantivi sono di tre specie 
93.—Proxomi personali 93. — da 
taluni si chiamano Nomi personali 

3, g4.—1 PRONOMI personali della 
prima e della seconda persona, sì 
chiamano Primitivi93.—quelli del- 
Ja terza persona, soglion dirsi Re- 

4 


lativi 93. — I PRONOMI personali 
primitivi vanno soggetti a due 
sole varietà o accidenti 94. — La 
distinzione di genere non è neces- 
saria ne’ PRONOMI personali primi- 
tivi 94.—I PRONOMI personali re- 
lativi vanno di più sottoposti al- 
la varietà di genere 94.—La for- 
ma delie varietà ne’ PRONOMI per- 
sonali è diversa da quella stabili- 
ta pei nomi 94.—Tavola de’ Pro- 
NOMI personali priruitivi 94.—Ta- 
vola de’ PRONOMI personali relatli- 
vi 9g5.—Sull’uso de’ PRONOMI perso- 
nali ro0o.—PRONOMI personali nel 
rapporto di subbietto 100.— nel 
rapporto di obbietto diretto 101. 
— nel rapporto di obbietto indiretto 
102, e 103. 

PRONOMINALI (Addiettivi) 133. — 
Cosa s’ intenda per addiettivi PRO- 
NOMINALI 133. — Si dividono ia 
possessivi, congiuntivi,distributivi, 
ed indefiniti 133, 

PROPRIO (Nome) 56, 57. 

PROSODIA 33.—Prosobia de’ verbi 
in are 232 a 234. 

PUH, PU, interiezioni indicanti av- 
versione 0 abborrimento di cosa 
fetente 376. 

PUNTO,0 PUNTO FERMO,nome d'una 
delle interpunzioni 50. — PUNTO e 
VIRGOLA 51.— INTERROGATIVO dI. — 
AMMIRATIVO 51. 

PURANCHE, e PURANCO , congiun- 
zioni aggiuntive 372. 

PURANCO, avverbio di tempo, indi- 
cante una cosa che dura anche al 
presente 328. 

PURE, congiunzione avversativa 371. 
-—Congiunzione aggiuntiva 372. 


Q 


Q, sedicesima lettera dell’ alfabeto, 
e dodicesima delle consonanti 4.— 
non è considerato che come mez- 
za lettera 20, 21.—senza l’ accom- 
pagnamento dell’ u non ha vibra- 
zione 21.—in vece di raddoppiarsi 
ammette avanti di sè il c 21. 

‘QUA, QUI, avverbj di luogo, che va- 
gliono In questo luogo 329. 


)( 405 )( 


QUADRITTONGHI, sillaba composta 
di quattro vocali 13. 

QUADRISILLABI (Vocaboli) 32. 

QUAENTRO, avverbio di luogo 364. 

QUAI. Vedi QUALE. 

QUALCUNO, QUALCHEDUNO, addiet- 
tivi pronominali distributivi 147 
e 148. 

QUALE, addiettivo pronominale con- 
giuntivo posilivo 141.—si riferisce a 
persona e a cosa 141.—t invariabile 
nel genere 141.—cangia ne) plurale 
la sua e finale in i 141.—si usa nei 
rapporti di subbietto e d’ obbietto 
diretto 141.—è preceduto dall’ ar- 
ticolo determinante 141.—l’e fina- 
le può elidersi senza l’ intervento 
dell’ apostrofo 141.—la sillaba fi- 


nale Ze può cangiarsi in i 142.0 


QUALE, indica talvolta la qualità o 
nalura d’ una persona o cosa 142. 
— (QUALE in vece di Colui che, non 
vuole l’arlicolo 142.—sovente tro- 
vasi come rassomigliativo di due 


nomi 142. — QUALE, addietlivo 
pronominale congiuntivo  inter- 
Togalivo 143. — in questo senso 


non può esser preceduto dall’ arti- 
colo 143.— QUALE, usato nell’escla- 
mazioni 143.— QUALE, addieltivo 
pronominale dubitativo, vuole che 
il susseguente verbo stia nel modo 
soggiunlivo 2098. 

QUALIFICATIVI ( Addiettivi ) 118 
a 121, 

QUALITA? (Avverbj di) 334. 

QUALURA, avverbio di tempo inde- 
terminato 328. 

QUALSISIA, QUALSIVOGLIA, ad- 
diellivi pronominali indefiniti 150. 

QUALUNQUE, addiettivo pronomina- 
le indefinito 149.—par che questa 
voce sia una contrazione delle 
due voci quale e unque 149.—Qua- 
LUNQUE, trovasi talvolta seguito dal 
suo nome al plurale 150. 

QUANDO, avverbio di tempo inde- 
terminato 328. 

QUANTITA’ (Avverbi di) 327 e 335. 

QUANTITATIVI (Addiettivi) 159 a 161. 

QUANTO, particella correlativa di 
Tanto nelle comparazioni in grado 
eguale 124.— può elegantemente, per 
ellissi, sottintendersi 125.—QUAN- 


TO, addieltivo quantitativo 159.—* 
QUANTO, avverbio di quantità e 
numero 335.— QUANTO , congiun- 
zione comparativa 373. 

QUANTUNQUE, congiunzione avver- 
sativa 371.—vuole il susseguente 
verbo nel modo soggiunlivo 299. 

QUASI, QUASICHE, avverbj di pro- 
babilità 335. 

QUASSU’, QUASSUSO, avverb)j di luo- 
go, che vagliono In questo luogo 
ad alto 332. : 

QUEGLI,QUEI, pronomi personali di- 
mostralivi 112.—servono per addi- 
tare persona mascolina singolare, 
nel rapporto di subbietto 112. 

QUELLO, QUELLA, QUELLE, QUEL- 
LI, addiettivi dimostrativi 155.— 
indicano persona o cosa distan- 
te 155. 

QUESTO, QUESTA, QUESTE, QUESTI, 
addiettivi dimostrativi, per dimo- 
strare persona o cosa prossima 155. 
— QuEsTo in vece di (Cio, vale 
Questa cosa 155.—QUESTO,precedu- 
to dalla preposizione in, significa 
spesso il Tempo presente, o suppo- 
sto presente 155. 

QUESTI, pronome personale dimostra- 
tivo 112.—non sì usa che per ad- 
ditare persona mascolina, singola- 
re 112. 

QUI, QUA, avverb) di luogo, che va- 
gliono In questo luogo 329. 

QUICI, avverbio di luogo, vale lo 
stesso che Qui, ma è del verso 330. 

QUINCI, avverbio di luogo che vale 
Da questo luogo 330. 

QUINDI, INDI, avverbj di luogo, che 
vagliono Di quel luogo, da quel 
luogo 331. —indicano anche succes- 
sione dì un tempo ad un altro 328. 
— QuiNDI, è anche congiunzione 
conclusiva 373. 

QUIVI e IVI, avverbj di luogo, che 
vagliono In quel luogo 330 —essi 
sono talvolta anche avverb)j dì tera- 
po 330. 


R 


R, diciassettesima lettera dell’ alfabe- 
to, e tredicesima delle consonanti 
4.—è la quarta delle liquide a1.-= 


MU 406 )( 


© lettera di suono aspro. pronun- 
ziandosi erre 21.—essa forma con- 
sonante composta con le lettere 
b,c,d,f,g,p,lt,v, ricevendole 
avanti di sè 21.—fa altresì conso- 
nante composta con la s avantidi 
sé 21.—raddoppiata accresce mag- 
giore aspre,za nel pronunziare 21. 
— \nlicamente la R fu usata cone 
lettera numerale 21. 

RADO, DI RADU, avverbj di tem- 
po? 328. 

RAPPORTI del Nome 77.— RAPPORTI 
del None con un verbo 77.—Quan- 
ti RAPPORTI il nome abbia col ver- 
bo 77.— RAPPORTI del nome con 
un altro nome 77.— Come questi 
RAPPORTI sieno stati indicati dai 
Lalini 78, 70. 

RAR), DI RARI, lo stesso che Rado 
e Di rado 323. 

RASENTE, preposizione esprimente 
Vicinanza 36-. 

RATTO, avverbio di tempo indicante 
Celerità di temno 329. 

REGOLARI (Verbi) 175. Vedi VERBO. 

RELATIVO (Saperlativo) 129. Vedi 
SUPERLATIVO. 


9 


$, diciottesima lettera dell'alfabeto, 
e quattordicesima delle consonan- 
ti 4.—è consonante dentale e pro- 
nunziasi esse 21.—concorre a for- 
mare ogni sorta di consonanti 
composte non che di due, ma an- 
che di tre lettere 2t1.—poita in 
composizione con un vocabolo pri- 
mitivo, sovente indica Privazione 
21.— questa lettera ha nella nostra 
lingua due suoni differenti, uno 
gagliardo, l’altro sottile 21, e 22. — 
Casi in cui la S ha il suono sot- 
tile 23.—Lista alfabetica di vocabo- 
li in cui Ja S' profferiscesi col suo- 
no sottile 24 a 26. 

SALVO, preposizione eccettualiva 
366.—SaALvo, addietlivo nel senso 
d' eccettualo, non s' accorda mai 
nè in genere, nè in numero col 
nome 120. 

SALVO CHE; congiunzione eccettua - 
tiva 372. ù 


SAVAMO, SAVATE, voci antliquate 
per Eravamo, Eravale 181. 

SE, e SI, pronomi personali rela- 
tivi 95.— rimangono invariabili 
g5.—osservazione su questi prono - 
mi 97, g8.—essi non sono primi- 
tivi, ma bensi relalivi 98.— pos- 
sono chiamarsi Pronomi vd-rtii 
98 e g9.—SÈ, usasi nel rapporio di 
obbictto diretto 101.— enel rapporto 
di obbietto indiretto, essendo prece- 
duto da alcuna delle preposizioni 
103.— SÈ, può essereimmediata men- 
te seguito dai pronomi personali 
relativi /o, gli, li, la, le, ne 103. 
Vedi Sr. 

SE, congiunzione condizionale 372. 
— presso gli antichi trovasi in prin- 
cipio di quelle locuzioni , che e- 
sprimono un qualche de iderio 372. 
— talvolta indica Dubbio 372. —gli 
antichi solevano afaggere a que- 
sta particella la consonante d, dicen- 
do Sed, ogni volta che il susseguente 
vocabolo cominciava da vocale 372. 

SEBBENE, congiunzione avversativa 
371.—essa può reggere il susseguen- 
verho o nel modo indicativo, 0 
nel modo soggi:mlivo 299- 

SECONDO, preposizione indicante 
Conformità 361. 

SEGNACASI, cosa s' intenda per que- 
sta voce $0.—A che servano i SE- 
GNACASI 80.—Quali preposizioni sì 
considerino per lo più come SEGNA- 
CASI 80. 

SE MAI, congiunzione condizionale 
372. 

SEMICOLON, voce greca indicante 
Una delle interpunzioni, e vale lo 
stesso che Punto e virgola St. 

SEMIVOUCALI (Consonanti) 14.— per- 
chè alcune consonanti siano così 
dette 14.—Le consonanti SEMIVO- 
CALI sono sei 14. ° 

SEMPRE, avverbio di tempo, indican- 
te Una cosa che dura anche al pre- 
sente 328. 

SEMPREMAI, MAI SEMPRE, avver- 
bj di tempo, indicanti Frequenza 
e durata di tempo 328. 

SENDO, gerundio antiquato del ver- 
bo essere, lo stesso che Essendo 


179. 


MX 407 
SF NON, SE NON CHE, congiunzio- * sizione e connesstone di più cose 


ni cccellualive 372. 

SENTENZA, lo stesso che Discorso 52. 

SENZA, preposizione privativa, espri- 
mente la Privazione di compagnia 
357. 

SI], pronome personale relativo, lo 
stesso che Sè 95.—usasi nel rap- 
porto di obbietto diretto, é in 
quello di obbietto indiretto 103, 
— ma in quest ul.imo solamente 
nel senso d’ attribuzione o lenden- 
za 103.— Differenza tra sI e Sè 103. 
— SI, può esser preceduto dai pro- 
nomi relativi il, 20, lu, le, gli 108. 
—egli può al verbo premeitersi e 
ad esso afiiggersi 106.—di necessità 
si afiigge all’ infinito, all’ impera- 
tivo, e al gerundio 106 e 107.— 
questa particella o sciolla, o affis- 
sa al verbo, si trova spesse volte 
per solo ripieno, cioè che senza di 
essa il senso della frase sarebbe 
intiero 110. 

Sl”, CUSI’, particelle comparalive, usa- 
te nelle comparazioni in grado egua- 
le 124.— SI, talora ripete i in vece 
della sua particella correlativa Co- 
me 125. 

$I', S'' CERTO, avverb) d’ afferma- 
zione 334. l 

SICLUIIE, COSICCHE, congiunzioni 
conclusive 373. 

SICCUME, Si’ COME, avverb) di 


similitudine 335. — Congiunzioni. 


comparalive 372 e 373. 

SILLALA, cosa sia 31,—dall’ unione 
di più sillabe si costruiscono le 
parole 31.—Una sola SILLABA può 
eziandio formare voce significali- 
va di. 

SILLABAZIONE (Della) 39 a 42. 
SILLESSI, figura grammaticale 380. 
SIMILITUDINE (Avverbj di) 335. 
SINGULARE (Numero) 68.—Usserva- 
zione sul termine grammalicale SIN- 
GOLARE 63. —Per SINGOLARE isten» 
desi Un’ unità individuale 69- 
SINO, INSINUO, preposizioni che va- 
gliono lo stesso che Fine, infino 363. 
SINIASSI, una delle quattro parti in 
cui si divide la grammatica 2. — 
onde questa voce derivi 2.-— in 
generale significa Ordinatà dispo- 


2. — come termine grammaticale, 
significa Collegazione, disposizione, 
ed ordine delle parole 2. 

SOCGIUNTIVE (Congiunzioni) 369: 

SOGGIUNTIVO (Modo), uno de’ cin- 
que modi del verbo italiano 170.— 
cosa s'intenda per questo modo 295. 
—indica la dipendenza di un verbo 
da un’altro 295.—in che consista la 
dipendenza delle nostre azioni 295.— 
Quali verbi vogliano il susseguente 
verbo al SOGGIUNTIVO 295 e 296.— 
ì verbi esprimenti Dubbio, timore, 
sorpresa ec. reggono il modo 
SOGGIUNTIVO 296. — La terza per- 
sona del verbo essere, con un ad- 
diettivo, mauda il verbo al soc- 
GIUNTIVO 296. — Enumerazione di 
molii vocaboli che esigono il sus- 
seguente verbo nel SOGGIUNTIVO 
297 a doo. . 

SOLO, SOLTANTO, avverbj di quan- 
tita 335. 

SUPRA, SOVRA, preposizioni espri- 
menti l’ idea d'elevazione 357. — 
talvolta portano il significato di 
ollre, di piu, al di là 357.—e talora 
vagliono oi.70, appresso, addosso 
353.— Sopra è sovente precedulo 
dalla preposizione di 358.—alcuni 
modi di dire con’ questa preposi- 
zione 358. 

SOSTANTIVO, termine grammali-. 
cale, opposto a addiettivo, cd è lo 
stesso che Nozze, prima parte del 
discorso 52. 

SOTTO, preposizione di significato 
contrario a quello di Sopra 359. 
— esprime l’ idea d’inferiorità 359. 
— talora vale Circa 359. 

SOVENTE, SPESSO, avverbj di tem- 
po, indicanti Frequenza e durata 
di tempo 328. 

SOVERCHIO, avverbio di quantità 335. 

SPESSU, lo stesso che Sovente 328. 

STARE, verbo irregolare della pri- 
ma conjugazione 205.—la sua con- 
jugazione 205 a 210.—Modi di di- 
re col verbo STARE 220 a 225. 

STATO, participio passato del verbo 
essere 179. 

STESSO, MEDESIMO, addiettivi de- 
terminativi asseverativi 158 0 15g. 


403 V 


8U, SUSO, avverbj di luogo superio- 
re 332. 

SU, preposizione, vale lo stesso che 
Sopra 358.—s’ incorpora volentie- 
ri cogli articoli determinanti #, /o, 
ec. 359.— talvolta usasi per indica- 
re vicinanza di luogo o di tempo 
359.—non di rado trovasi prece- 
duto da in, che aggiunge l’ idea 
d' interiorità a quella d' elevazio- 
ne 359.—SU innanzi a parola prin- 
cipiante da vocale, riceve talvolta 
una r, scrivendosi e pronunzian- 
dosi Sur 358. 

SU5B:ETTO, primo de’tre terminicom- 
ponenti la proposizione 166 e 377. 
—uno de’ tre ra, porti del nome 
col verbo, e corrisponde al caso 
relto, o nominalivo de Latini 77 €79. 

SULITO, avverbio di tempo, indican- 
te Prontezza e celerità di tempo 329. 

SUL, SULLO, SULLA, SUI, SUGLI, 
SULLE, articoli composti della 
preposizione su, e degli articoli de- 
terminanti il, Zo, la ec. 85. 

SUO, SUA, SUOI, SUE, addiettivi 
pronominali possessivi di terza per- 
sona 134.—in vece di Suo e SUA 
adoprasi di Iui, di lei, 134.— 
SUI per SUOI è poetico 134.—SUO 
per SUA è errore di lingua, quan- 
tunque se ne trovi qualche esem- 

io negli autori 1534. 

SUPERLATIVO, uno de’'gradi di com- 
parazione 124 e 129.—ll SUPERLA- 
TIVO si divide in relativo, e in 
assoluto 124.—1l SUPERLATIVO re- 
lativo, si forma con le particelle più 
e meno precedute dall’articolo de- 
terminante 129.—e talvolta anche 
senza l'articolo 130.—]] SUPERLA- 
Tivo relativo, altro non è che un 
comparativo alquanto più esteso 
129.—I gradi maggiore e minore 
possono esser di nuovo compara- 
tivi in grado eguale 130.—SUPER- 
LATIVO assoluto 131.—qual sia il suo 
ufficio 131.—come si formi 131.— 
può talvolta aver relazione com- 
paraliva con altre voci dello stes- 
so genere 131.—Maniera di forma- 
re il suPERLATIVO degli addietti- 
vi acre, celebre , integro, salubre, 
3131. — Gli addiettivi duono, ma- 


cal 


lo, grande, piccolo, hanno due 
maniere di formare il superlativo 
assoluto 132.—Oltimo e pessimo, 
possono ancora aumentar di grado 
132.—Un addietlivo positivo, ha ta- 
lora forza di SUPERLATIVO per €es- 
sere preceduto o seguito da qualche 
dizione esprimente il supremo gra- 
do 132. 

SUSO, avverbio di luogo, lo stesso 
che Su 332. 

SUTU, participio passato antiquato 
del verbo essere 179. 

SU VIA, interiezione che serve per 
far animo,lo stesso che Orsù 376. 


T 


T, decima nona lettera dell'alfabeto, e 
quindicesima delle consonanti 4.—è 
una delle consonanti mute 14.—è 
cosonante dentale 14.—Dai Tosca- 
ni si pronunzia fi, e dagli altri po- 
poli d’ ltalia Ze 26.—ia sua artico- 
lazione è quasi simile a quella del 
D 26.—perde alquanto di suono, 
allorchè riceve dopo di st la r 26. 
—in mezzo di parola riceve avan- 
ti di sè, ma in diversa sillaba le 
consonanti 2, n, r, s 26.— forma 
consonante composta di due lette- 
re con la s avanti, e con la r dopo di 
st 26.—raddoppiasi nel mezzo della 
parola ovunque occorra 27.—Il T 
presso gli antichi era lettera nu- 
merale 27. 

TALCHE, congiunzione conclusiva 
373. 

TALE, addiettivo determinativo 156.— 
s' accorda con il suo nome in nu- 
mero solamente 157.— TALE, ha per 
lo più come correlativo Quale 142 
e 157.—TALE, qualche volta signiti- 
ca Alcuno 157. 

TALORA, ‘TALVOLTA , avverbj di 
tempo, indicanti Frequenza e du- 
rala di tempo 328. 

TANTO, particella comparativa in 
grado eguale 124.—può elegante- 
mente sollinatendersi 125. — avver- 
bio di quantità 335,— congiunzio- 
ne comparativa 373. 

TANTO PIU’, TANTO MAGGIORE, 
TANTO MENO, TANTO MINURE, 


i )( 40 
particelle comparative del superla- 


‘tivo relativo, le due prime del 
grado maggiore, le due ultime del 
grado minore 130. i 

TANTO CHE, INTANTOCHE, con- 

‘ giunzioni conclusive 373. 

TANTOSTO, avverbio di tempo, indi- 

‘ cante Celerità di tempo 329. 

TARDI e TARDO, avverbj di tempo, 

‘ indicanti Lentezza di tempo 329. 

TE, pronome personale primitivo di 

‘©. seconda persona singolare g5.—usa- 
si nel rapporto d' obbietto diretto 
1ot.—e in quello di obbietto indi- 
retto con alcuna delle preposizioni 
103.—ammette dopo di sè i prono- 
mi relativi Zo, gli, la, le, ne 108. 

TEMPU del verbo 171.—Cosa s' in- 

tenda per TEMPI del verbo 171.— 
nell'ordine della natura, non evvi 
che tre TEMPI 171.—Tavola di tut- 
ti i TEMPI del verbo 172, 173, 
e 174.— Definizioni di ognuno dei 


TEMPI del verbo 173 e 174. — Sul=, 


l’uso de’TEMPI del verbo 300.—Trò- 
vasi spesso un TEMPO adoperato 
per un altro 300, a 3or. 

TEMPO (Avverbj di) 327 e 329. 

TESTE, avverbio di tempo passato 327. 

"TI, pronome personale primitivo di 
seconda persona singolare 95.— u- 
sasi nel rapporto d' obbietto diret- 
to 101.—usasi anche nel rapporto 
d’ obbietto indiretto, ma solo in 
quello d’ attribuzione o tendenza 
103.— ammette avanti di sé ì prono- 
mi relativi 12, 20, Za, Ze 108.—si pre- 
mette sciolto al verbo, o affisso ad 
esso 108.—per vaghezza di linguag- 
gio, si trova sovente nel discorso 
per solo ripieno 110. 

TMESI, figura grammaticale 380 e 382. 

"TOL'TONE, TRATTONE, preposizioni 
ecceltuative 366. 

TONICO (Accento) 33. 

TOSTO, avverbio di tempo, indicante 
prontezza, e celerità di tempo 329. 

TRA , INTRA, preposizioni, lo stesso 
che Fra e infra 361. 

TRANSITIVI (Verbi), cosa siano 168. 
—Verbi di natura loro TRANSITIVI 
possono divenire infransilivi 168. 

TRISILLABE (Parole) 31. 

'TRI'TTONGO, unione di tre vocali in 
una sillaba 13. 


Gram. Ital. 


9 
TRONCAMENTO de?le parole median- 


te l'apostrofo 47 e 43.—TrRonca- 
MENTO delle parole in fine senza 
l'apostrofo 48 a 5o. 

TROPPO, avverbio di quantità 335. 

TU, pronome personale primitivo, se- 
conda persona singolare g5.—TUE 
per TU, dicevano sovente gli an- 
tichi 95. 

TUI per Tuoi, si disse da qualche poe- 
ta a cagione della rima 133. 

TUTTAVIA, avverhio di tempo, per 
indicare una cosa che dura anche 
al presente 328.—Avverbio di di- 
versità e contrarietà 335. 

TUTTAVOLTA, congiunzione avver- 
sativa 371. 

TUTTO,addiettivo quantitativo 160.— 
richiede tra sè e il suo nome l’ar- 
ticolo determinante 160. — usalo 
come nome di genere neutro col- 
l'articolo, e anche senza 161. — 
TUTTO, preteduto dalla preposizio - 
ne per, rimane invariabile 120. — 
Gli antichi, per proprietà di lin- 
guaggio, ponevano sovente TUTTO 
tra il pronominale congiuntivo 
Quale cun none 160.— TUTTO, posto 
innanzi ad un addictti vo, quantun- 
‘ que non sia che un avverbio, accor- 
dasi però col suo nome 163, 161. 

TUTTO CHE, CONTUTTOCHE, con- 
giunzioni avversative, e vagliono 
Liononostaale 371. 

TUTTO QUANTO, vale lo stesso che 

* Tulto intero 161. 

TUTTORA, avverbio di tempo, lo 
stesso che Tuttavia 323. 


U 


U, ventesima lettera dell’ alfabeto, e 
quinta delle vocali 4 e 5.—non va 
soggetto ad alcune variazioni 13.— 
ha un suono molto più rapido al- 
lorchè si trova dopo il g ed il g 13. 

U’ coll’apostrofo, in vece di Ove 333. 

UN, UNO, UNA, articoli indetermi- 
nali gr. 

UNO, addiettivo numerale 162.—s'ac- 
corda in genere col suo nome 162. 
—Talvolta ponesi anche ia plura- 
le 162.—Talora usasi in senso di- 
stributivo,in vece di Ciascuio 182. 

UNQUA, UNQUE, UNQUEMAI, UN- 

53 


X 410 )( | 
QUANCO, UNQUANCHE, vagliono VERUNO, VERUNA, addiettivi pro- 


tutti e cinque,lo stesso che Mai 329. 
V. 


V, ventunesima lettera dell'alfabeto, 
e sedicesima delle consonanti 4.— 
È sconvenevole il confonderla col- 
1’ 4 4. — è consonante labbiale, 
e pronunziasi vu 27.—è molto si- 
mile al B e al P 27.—forma con- 
sonante composta di due lettere 
con la r dopo di st, e la s avanti 
di se 27.—in ambo i casi perde 
molto del suo suono 27.—-si raddop- 
pia comele altre consonanti, ovun- 
que occorra 27. 

VERBALI (Nomi) 59.—Nomi VERBA- 
LI caratteristici 59.—-Nomi astratti 
VERBALI 59. 

VERBO, quarta delle parti del di- 
scorso 52 e 54.—la sua definizione 
54.—la sua importanza nel discor- 
so 165.—Senza il verbo, le sostan- 
ze ed iloro attributi, offrono idee 
isolate e sconnesse 165.— Il VER- 
BO è un segno affermativo dell’ esi- 
stenza degli attributi 166.— la qua- 
le esistenza non è che intellettuale 
166.—Usservazione ragionata so0- 
pra questo principio 166.—Non ev- 
vi che uu sol VERBO propriamente 
detto 166.—Cosa s’ intenda per VER- 
BO sosfanlivo, e per VERBI addiel- 
tici 167.—Da taluni ìi VERBI ad- 
diettivi sono chiamati Verbi con- 
creti 167. — Divisione de’ VERBI 
addiettivi in attivi e passivi 167. 
—Cosa siano i VERBI Zransilici ed 
intransilivi 168.—1l VERBO va sog- 
getto a cinque modificazioni o ac- 
cidenti 168.— VERBI neutri 168, e 
308.—VERBI passivi 168,306.—VERBI 
neutri passivi 313.—VERBI ausilia- 
rj 175 e 179-— VERBI principali 190. 
—VERBI regolari 175. — VERBI ir- 
regolari, o anomali 175, 205, 243, 
e 282.—VERBI in are 193.—in ere 
198.—in ire 201. — Il vERBO dee 
accordare col suo subbietto in per- 
sona e in numero 3o2.— varie 0s- 
servazioni su questa regola 303e304. 


VERSO, INVERSO, preposizioni in- 


dicanti Accostamento o indirizza- 
mento a qualche parte 363. 


nonfinali indefiniti relativi 153. 

VI, pronome personale primitivo di 
seconda persona plurale, e vale Voi 
"Fo dicagana nel rapporto di obbietto 
ivetto, ed anche in quello di ob- 
bietto indiretto, ma solamente per 
indicare attribuzione 0 itendenza 
101 e 103.—ora precede al verbo 
ora a questo si affigge 106.—am- 
mette innanzi a sé ì Pronomi per- 
sonali relativi 32, Zo, Za, Je 108. 
— per proprietà di linguaggio usa- 
si per solo ripieno 110.—VI, è tal- 
volta pronome di terza persona, 
come obbietto indiretto nel rappor- 
to di attribuzione o di tendenza 
106.—è sovente al par di Ci, pro- 
nome di luogo, facendo le veci del 
luogo dove si va 105. 

VIA, inteviezione per discacciare 176. 

VICINO, avverbio di luogo, e vale 
Luogo poco distante 334.— prepo- 
sizione indicante Prossimità di luo- 
go e di tempo 364. 

VIRGOLA, uno de’segni adottati per 
l’ interpunzione 51. 

VOCABOLI, o PAROLE, segni, | ag- 
gregazione de’ quali forma il lin- 
guaggio 1. 

VOCALI, cosa siano, quante ne sia- 
no, e perchè così si chiamino 3. 

VOCATIVO, quinto de'’casi latini 78, 
e 79.—a che serva nella lingua 
lalina 79-— come debba essere ri- 
guardato nella lingua moderna 79. 

VOI, pronome personale primitivo di 
seconda persona plurale 95. —usa- 
si nel rapporto di obbietto di retto, 
e in quello di obbietto indiretto, 
ma in quest’ uliimo va sempre 
preceduto da qualche preposizione 
10r, e 103.—IÌ poeti usano talvolta, 
în favor della rima, 7 w in vece di 
VOI 94. 

VOLENTIERI, avverbio di modo 334. 

VOSTRO, VOSTRA, VOSTRI, VO. 
STRE, addiettivi pronominali pos- 
sessivi di seconda persona plurale 
133. 

VUI, voce poetica per Yoi 94. 


X 


X, lettera d’ origine greca, usata an- 
che da’Latini, ma straniera alla 


E - 


——=x='EE..-..:- OI: sent II AI ant _ 


DV 4u1 )( 


lingua italiana 30.—ad essa sosti- 
tuiscesi da noi la .$, in alcune vo- 
ci scempia, e in altre raddoppiata 
3o.—conservasi questa lettera an- 
che nell’idioma italiano, in alcuni 
latinismi posti avverbialmente 31. 


Y 


Y, lettera che corrisponde all’ epsilon 
de’ greci 5. —essa non era necessa- 
ria a'Lalini, i quali non l’adopra- 
vano, che per seguire esattamente 
l' ortografia greca 5.—non è nep- 
pur necessaria agl’ Italiani, che in 
vece di essa adoprano l’ i 5. 


Z 


Z, ventiduesima ed ultima lettera del- 


1’ alfabeto 4. —è lettera dentale 14. 
e 27.—si pronunzia zela 27.--è 
assai in uso appo gl’ Italiani 27. 
— dopo di sè non ammette nissun 
altra consonante 27.—e non riceve 
avanti di sè, in diversa sillaba, che 
la I, a, r 27.—ha tre suoni diver- 
sì, I gagliardo, il dolce, e il sot- 
tile 2y.—Regole diverse sul quan- 
do la Z debbasi pronunziare con 
uno de’ tre suoni suddetti 28. — 
Lista alfabetica di voci in cui la Z 
si pronunzia col suono dolce 29. 
e 3o. 


ZEUGMA, figura grammaticale 380. 
ZI, ZITTO, interiezioni che si usano 


per dare in sulla voce, comandan- 
do il silenzio 376. 


Fine DELL'INDICE. 





ERRATA 


—r——=p>) e 

Pag. lin. ERRORI CORREZIONI 

10 28 patiscano patiscono 

19 I oh | ho 

21 10 ricevendole dopo ricevendole avanti 

34 26 tempi composti verbi composti 

41 20 chia-cchie-re chiac-chie-re 

42 1 ac-qua a-cqua 

66 15 e fronde o fronde 

80 8 proposizione preposizione 

81 42 irapàsso {trapassato 

88 37 Vagliano vagliono 

110 15 GLIELA GLIELE 

121 34 Bocc. 55; nov. Bocc. nov. 55; 
162 45 DuaA DuI 

164 24 D. Inf. 12. D. Inf. 13 

172 3 all’ altro dall’ altro 

184 17—1ma col. Essere fale, Essere leale, 
189 20—2da col. Essere ardilo Essere adiralo 
221 23—2da col. Traltarsi Trattenersì 
224 48—1ma col. Stare in pericolo: Stare in perno: 
247 16 forma formano 


si 


45—2da col. 


a 


)( 412 V( 


ERRORI 


Ricoprire 

chi lui è 

Vignono per vegnono 
T. Conv. 

uniscasi 

si pone 

s' incontra 

cogliere 

debbesi 

nov. 1, 9. 

gli aveva 

Oltre, più, 
preposizione 

il passato del presente 


La donna guardàtolo 
che 
varj effetti 


CORREZIONI 


Riscoprire 
chi di lui è 


Vègnono per vengono 


D. Conv. 

uniscesì 

sì pospone 

8' incorpora 

togliere 

debbonsi 

nov. 19. 

egli aveva 

O!tre, di più, 
proposizione 

il passato in vece del 
presente 

La donna guard dolo, 
disse, che | 
var) affetti 


—_- 


tesn 


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Lar! 
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