"GRAMMATICA
RAGIONATA -.
DELLA
LINGUA ITALIANA
DI
VANZON
Riveduta dall’ autore, e da Iti accresciuta di due elaboratissimi
trattati, uno di Ortologia, 1’ altro di ()rtografia; di sei copiose
raccolte di modi di dire usitatissimi co’ verbi Essere, Aocere,
Andare, Dare, Stare e Fare; di molti eserpj famigliari dell'uso
comune ; e di un gran numero di-nuavi paragrafi nel corso
de’ capitoli, contenenti precetti ed osservazioni, ommesse nella
prima edizione.
Grammaticorum , sine rationé , testimoniisque ,
auctoritas nulla est.
Sanctius, in Minerva lib. 1, cap. a.
° LIVORNO
Dai ToncHi pr Lurci ANGELONI
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n f
NC
LETTERA
DELL’ ILLUSTRISSIMO
Sig. Cav. G. B. Zannoni
SEGRETARIO
DELL'
ASSCADBNIA DELLA €2USCA
ALL' AUTORE
DELLA PRESENTE OPERA.
Firenze 27 Gennajo 1829.
ORNATISSIMO SIGNORE
ba Accademia presentata d'un esem-
plare della di Lei Grammatica Ragionata
della Lingua Italiana, mi ordina renderle
le debile grazie.
Le opere che î veri dotti scrivono sulla
dolce nostra favella, cura continua del-
l Accademia, in molto pregio tenute sono
da essa, che del patrio decoro unicamente
sollecita, e non’ signoreggiata da invidia o
gelosia, pronta è a trar profitto dagli studj
altrut per la sua impresa del correggere
e aumentare Il Vocabolario.
Dee ciò accerlar Lei della soddisfa-
zione, con che ha il corpo ‘accademico
ricevuto il suo libro. Esso non Le ne da
alcun parere, perchè è sua massima di non
giudicare che degli scritti inviati a'concorsi.
Non è però vietato darlo separatamente a
ciascuno degli Accademici. Laonde io fran-
camente Le fo noto il mio. Fu ottimo il
suo divisamento di comporre una grami-
malica dt nostra lingua, in che si avesse
per iscopo il far riflettere l'alunno su ciò
che sa, anzi che insegnargli la propria lin-
gua; e al diwisamento ben corrisponde l'e-
secuzione, Ragionata è la sua grammalica
nella disposizione delle parli, e nel parti-
colare sviluppamento di esse.Tuito è chiaro,
e tutto conosciuto intimamente, e con molta
sagacità; cosicchè ne sembri chiusa la stra-
da a chiunque si augurasse, nel ere
poter oggi far meglio.
:. Le ne fo pertanto le più sincere con-
gralulazioni; e con istima ed ossequio, ho
l'onore di dichiararmi
Di Let ornatissimo Signore
Dev.m° Obbl.m° Serv.
G. B. ZANNONI.
A vvegnachè valenti maestri abbiano in var) tempi fatto
dono all’ Italia di trattati elaboratissimi sulla lingua, e si vada
perciò da: molti dicendo esservene a dovizia da soddisfare
a’ propr) bisogni, pure a me sembra che scarsa copia siavi di’
quelli che, per natura loro, e senza l' altrui opera, adattarsi
possano ‘al sistema d' istruzione in uso a°* dì nostri.
IL’ ideologia, giunta oggimai-a grado sì eminente, ridu-
cendo, mercè le dotte ed industriose ricerche dei suoi'colti-
vatori, lo studio delle lingue ad un sistema analitico, vor-
rebbe eziandio che i principj grammaticali avesser per iscopo
il far riflettere l’ alunno su’ ciò che sa, anzichè insegnargli
la propria lingua; e che, contro la fin qui avutane opinione,
si dovesse la grammatica considerare, non già qual via che
ad altre e più sublimi scienze conduce, ma bensì quasi fosse
meta del cammino, come perfezionamento di queste; non
altro essendo la scienza grammaticale che un sistema di pa-
role, rappresentante quello delle nostre idee, nel nostro spirito,
allorquando comunicar le vogliamo nell’ ordine, e co' rap-
porti, che tra loro scorgiamo. |
Il riguardare la grammatica sotto un tal punto di vista,
è omai comune appo le nazioni più colte dell’ Europa; im-
perocchè scrittori del più sagace discernimento, già da più
d’ un secolo, si son fatto uno studio onde ovunque venisse
l'ideologia, come parte della pubblica istruzione, introdotta.
Ma un così plausibil cambiamento a stento trovò qualche’
seguace in Italia, mentre di tanti egregj Italiani, che scris-
sero intorno alla favella loro, uno solo fuvvi, il più moderno,
egli è vero, che, imitando felicemente i più celebri ‘ideologi.
francesi, fece vedere agl' Italiani quanto sino allora avean mal
camminato nel seguire servilmente il rancido metodo latino,
dal quale, prima di lui, par che avessero scrupolo i più sa-
pienti grammatici italiani di allontanarsi nella benchè minima
cosa, quasi che le loro opere ad altro non dovesser tendere,
che ad insegnare la italiana favella a coloro che già nell’ idioma:
latino erano ammaestrati; e se difettoso ‘si volesse’ trovare
quel dottissimo- autore in alcune parti della” sua. Grammatica
ragionata, sarebbe per ‘avventura l’essersi egli di soverchio
esteso con ragionare di cose di pochissimo momento, e l’avere,
all'opposto, ommesse affatto altre che valevan bene il pregio
a parlarne. Oltracciò gli si appone da taluni troppa profon-
dità in molti de” suoì ragionamenti in guisa che sovente le sue
dottrine riescono oscure, e non a tutti del pari intelligibili:
difetto, per altro, che pregio può dirsi appetto a quello del
comune de'grammatici suoi antecessori, 1 quali, copiandosi
l'un l’ altro, e limitandosi allo stabilire precetti superficiali,
fondati sull’ uso de' classici autori, non s'immaginaron nè pure
che il linguaggio si potesse metafisicamente trattare.
._. Troppo manifesto è l'inconveniente che gli antichi me-
todi racchiudono, perchè gl' istruttori ragionevoli d’ oggidi
nol veggan chiaro, e l'utile che da’ nuovi risulta, è omai
troppo sperimentato, perchè il possano ignorare; ma, ciò
nonostante, noi non -veggiamo peranche, nè i primi affatto
tolti di mezzo, nè i secondi del tutto in vigore, lo che forse
ad altro ascriver non deesi che a’ pregiudizj scolastici, che
tuttora presiedono agli ammaestramenti di molti, e forse an-
cora al passaggio repentino e immediato dalla per sì lungo
tempo usata superficialità degli antichi al pensar profondo
de’ moderni, le cui opere filosofiche, adottate come guide
nel nuovo sistema d' istruzione, offrono sentieri, quantunque
brevi, troppo spinosi per un gran numero di ammaestratori,
poco avvezzi a pensare.
Tali considerazioni crearono in me il pensiero che non
sarebbe per riuscir disutile una grammatica ragionata, che,
quasi medio cammino, dall' uno estremo e dall' altro egual-
mente si dilungasse, e che, distruggendo parte delle preoc-.
cupazioni degli scolastici, e parte accettando delle filosofiche
dottrine, rendesse quelli meno schivi di queste, e li condu-
cesse quasi insensibilmente alle già incominciate riforme.
_ Ecco i motivi per cui divisai di scrivere la grammatica
che offro al Pubblico, e stimerommi felice, se il fine del-
l' opera risponderà a quello, che nell’ impresa mi proposi.
. Ma se nell’ esporre i precetti di lingua, ho creduto do-
vermi, per le allegate ragioni, discostare dall’ antico metodo,
1 precetti stessi non sono perciò men quelli del Buommattel,
del Cinonio, del Salviati, del Corticelli, del Pistolesi, del
Mastrofini, e d' altri accreditati grammatici; sì come, in s0-
stegno di essi precetti, mi son fatto un obbligo ( senza por
l'uso in dimenticanza) di attenermi all’ autorità de Padri del-
la lingua, voglio dire de' primarj classici del decimo quarto
———or——— € ————_@
| VII
secolo; citando ancora, in mancanza di quelli, o quando, pet
altra ragione, è caduto in acconcio, qualcuno degli approvati
cmquecentisti, e poeti, e prosatori.
Lungi dal volere io far l'apologia della mia grammatica,
ne lascio il giudizio all’ imparziale filologo, che spero porrà
mente all' infinite difficoltà che incontra chi imprende a per-
fezionare, semplicizzando , simili opere; e al precettore, che,
sposando opinione più favorevole per quel che porta l'im-
pronta di novità, saprammi grado di avere ad esso allegge-
rito il peso dell’ ammaestrare, e abbreviato, di gran tratto,
il cammino al suo discepolo, per giungere al segno che que-
sti, cominciando, proponevasi.
UNA PAROLA
SU QUESTA SECONDA EDIZIONE.
La prima destinazione di quest’ opera, allorchè presi a
comporla, fu di servire, col titolo di Esposizione Gramma-
ticale, quasi come d’ aggiunta al mio Dizionario Universale;
per la qual cosa, onde non ingrossar di troppo il primo volu-
me di esso dizionario, mi fu forza restringere i limiti della
grammatica, e lasciarla mancante di molte cose, se non ne-
cessarie, per lo meno assai rilevanti; nè la potei cor-
redare di cosa alcuna riguardo a quelle due somme par-
ti della nostra favella, voglio parlare dell’Ortologia e dell’'Or-
tografa, riserbandomi per miglior tempo il perfezionarla e
pubblicarla separatamente.
Ad onta di ciò, per quanto imperfetta l’ opera paresse
agli occhi miei, fui indotto dal consiglio di molti a farne
stampare 500 copie fuori di quelle attaccate al Dizionario,
cambiandone il titolo in quest'altro di Grammatica ragionata
della lingua ttaliana.
Pubblicato il libro, oltre ogni mia aspettativa, ottenni il
compatimento, per non dire il plauso, dell'intelligente pubblico:
e l'Accademia stessa della Crusca, in una lettera scrittamìi allora
dal Cav. Zannoni segretario di lei, mi fe’ conoscere la sua va-
levole approvazione; ma quel che d' allora in poi, mi è stato
di maggior conforto, si è che la mia Grammatica ha servito
di modello e di guida per la compilazione di altre gramma-
ticali dottrine.
Il breve tempo in cui quella edizione è stata esaurita
mi ha finalmente persuaso a farne un' altra, che è la presen-
te. Regna in questa lo stesso metodo praticato nella prima,
VIII
siccome quello, a parer mio, più agevole allo studioso, e più
istruttivo, cioè evvi la sinfassi esposta insieme con la eti-
mologia, in guisa che ogni regola di questa abbia, in una
sottoposta. annotazione, la sua sintassi. n
. Di tali annotazioni, circa un centinajo di più che nella
precedente edizione, si trova sparso in questa, la quale in oltre
dall’ altra distinguesi per l'aggiunta di due elaboratissimi trat-
tati, uno di Ortologia, l' altro di Ortografia; di sei copiose
raccolte di Modi di dire usitatissimi co’ verbi essere, avere,
andare, dare, stare, e fare; di molti esempj famigliari dell'uso
comune, e di un gran numero di nuovi paragrafi nel corso
de’ Capitoli, contenenti importanti precetti ed osservazioni
altrove ommesse. Oso sperare che se la prima edizione, im-
perfetta com'era, è stata benignamente compatita, anzi encomia-
ta, i citati miglioramenti e accrescimenti faranno sì che questa
wenga più gustata da chi ne sa apprezzare il valore.
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TAVOLA —.
DOSLii dAs538BBVIATUBB
DEI NOMI
DEGLI AUTORI E DELLE OPERE
CHE SI CITANO IN QUESTA GRAMMATICA.
2} 3 IIS {nn
A
Pa (RA Panda. Agnolo Pandolfini.
diam. Eleg. Coll. Alamanni (Luigi).
Elegie.—Coltivazione.
Albert. Volg. Tral. Albertano Giu-
dice da Brescia. Volgarizzamento
de’ tre Trattati.
Aldòtr. Aldobrandino (Maestro) da
Siena. Volgarizzamento di un trat-
tato di medicina.
A. Trag. Alfieri. Tragedie.
Alf. Pazz. Rini. Burl. Alfonso de’ Paz-
zi. lime burlesche.
Ambr. Cof. Bern. Ambra (France-
sco d' ). La Cofanaria.—I Ber-
rardi, commedie.
Amet. V. Bocc.
sn: Ant. Ammaestramenti anti»
chi.
Ar. Fur. Sat. 5 c. Supp. Len.
Ariosto (Lodovico). L’ Orlando fu-
rioso.—Le Satire. —1 cinque canti.
x Supposili, e la Lena; comme»
ie. |
Arrigh. Arrighetto. Volgarizzamento
d’ un trattato dell’ avversità della
fortuna di Arrigo da Settimello.
B
Bel. Man. Rim. Ant. Rime antiche
di Giusto de’ Conti da Valmonto-
ne, intitolate Bella Mano.
Bemb. Asol. Lelt. Pros. Stor. Bem-
bo (Cardinal Pietro). Asolani.—
Lettere volgari. — Prose intorno alla
volgar lingua. — Volgarizzamento
della Storia latina di Venezia.
Beno. Cell. Oref. Vit. Benvenuto
* Cellini. Due Trattati della Orefi-
ceria, e della scultura.—Vita sua,
scritta da sè medesimo.
Berni rim. Orl. Berni (Francesco).
Rime Dburlesche.—Orlando inna-
merato.
Bocc. Proem.Inirod.Gior.Noo.Canz.
Conclus. Amet. Amor. Vis. Com.
D. lL'ium. Filoc. Filostr. Luber.
Lett. Ninf. Fies. Teseid. Test. Vil.
.D. Alizg. Boccaccio (Giovanni). Il
Decamerone, cioe il Proemio.—
L’ Introduzione.— Giornata. — No-
velie.— Canzoni. — Conclusione.—
Ameto.— Amorosa visione. — Co-
mento sopra i sedici Capitoli dell’
Inferno di Dante.— Fiammetta. —
Filocolo.—Filostrato, MS. — Labe-
rinto d’ Amore.—Lettere.—Ninfale
fiesolano, MS.—Teseide, MS.—Te-
stamento.—Vita di Dante Alighieri.
Boez. Farch. V. Varch.
Borg. Orig. Fir. Arm. Borghini (Mor-
signor Vincenzio). L’Origine della
città di Firenze.—-Delle Armi delle
Famiglie fiorentine. .
Borg. rip. Borghini (Raffaello). Il
Riposo.
Brun. Tesor. Brunetto Latini (Ser).
Tesoro.
Buon. Fier. Tanc. Buonarroti (Mi-
chelangelo il giovine). Commedie :
cioè la Fiera, e la Tancia.
Burch. Son. Burchiello Sonetti.
but. Com. luf. Par. Pur. Buti (Fran-
. cesco). Commento, o Lettura sopra Din. Comp. Dic.
il poema di Dante, MS.
C
Capit. della Comp. dell’ Imp. Capi-
toli della Compagnia della Madon-
na dell’ Impruneta.
Car. lett. Matt. Son. Caro (Annibal
Commendatore). Lettere famigliari.
— Sonetti burleschi, chiamati Mat-
taccini.
Cas. Galat. Lett. Casa (Monsignor
Giovanni della). Il Galateo.—Let-
tere.
Casligl. Cortig. V. Cortis. Castigl.
Cavale. P’ungil. Specch. Cr. F. rtl.
Ling. Cavalca (Fra Domenico).
Pungilingua.—Specchio della Cro-
ce.— Trattato de’frutti della Lingua.
Cecch. Dot. Mogl. Sliav. Cecchi (Gio-
vammaria). Commedie, cioè: La
Dote, la Moglie, la Sliava.
Comm. {. Commentatore di Daute,
MS.
Cortig. Castigl. Il Cortigiano, del con-
te Baldassare Castiglione.
Cr. Crescenzi (Pietro de’). Trattato
dell’ agricoltura, MS.
Crescimb.. Ctescimbeni (Canonico
Gio. Mario). Storia della volgare
poesia.
Cron. Morell. Morelli (Giovanni).
Cronica.
Cron. Vell. Cronica di Velluti (Do-
nato).
D
D. Inf. Purg. Par. Rim. Conv. Canz.
, Pante Alighieri. Commedia divisa
in tre parti: Inferno, Purgatorio,
pa — Rime. — Convivio. —
Canzoni.
D. da Majan. R. A. Dante da Ma-
jane. Rime antiche.
Daov. Tac. Ann. Scism. Davanza-
.ti (Bernardo). Volgarizz. delle ope-
re di Cornelio Tacito.—Annotazio-
ni.-—Scisma d’ Inghilterra.
Dep. Decam. Annotazioni, c Discor-
st sul Decamerone, fatti da’ Depu-
tali.
Dial. S. Greg. M. Volgarizzamento
de' Dialoghi di S. Gregorio Magno.
È
Storia di Dino
Compagni.—Diceria, MS.
Dittam. Dittamondo. Poema di Fa-
zio degli Uberti, MS.
E
Ercol. Monsignor Ercolani. Poesie.
F
Fao. Esop. Volgarizzamento delle
Favole d' Esopo, MS.
Fiamm. Filoc. V. Bocce.
‘il. Vill. Filippo Villani.
fatta alla Storia.
Fior. d' Ital. Fiorità d’ Italia, MS.
"or. S. Franc. Fioretti di S. Fran-
cesco.
Fir. As. Disc. Anim. Nov. Luc. Trin.
Dial. Bell. Don. Firenzuola (Agno-
lo).Opere, cioè: 'Traduzio ne dell'A-
sino d’oro d’ Apulejo.— Discorsi
degli Animali. —Novelle 8.—Com-
medie, cioe: Lucidi, e Trinuzia.—
Dialogo delle bellezze delle donne.
Fra Giord. Preda. Fra Giordano.
Prediche, MS.
Fra Guitt. V. Guilt.
Fra Jacop. da T. P. Fra Jacopo
da Todi. Poesie.
I’ran. Barb. P. Francesco da Bar-
berino. Poesie.
Fr. Sacch. Nov. Op. Dio. Franco
Sacchetti. Novelle. —Opere diverse,
MS.
Aggiunta
G
Galat. V. Cas. Galat.
Gal. Lelt. Sist. Galileo Galilei. Let-
tere.—Dialoghi sopra i sistemi del
Mondo.
set Sport. Gelli. La Sporta , comme-
ia.
Gio. Vill. Giovanni Villani. Storia.
Grad. S. Gir. Volgarizzamento
de’ Gradi di S. Girolamo.
Guar. Rim. Past. Fid. Guarini ( Bat-
tista). Rime. — Pastor Fido, tra-
gicommedia pastorale.
Guid. Giud. Guido Giudice. Volga-
rizzamento della Storia della guer-
ra trojana, MS. — Rime. »
Guitt. Leti. Rim. Ant. Fra Guitto-
vid
ne d’ Arezzo. Lettere, MS. — Rime
Antiche. ;
Imit. Vit. Crist. Imitazione della Vi-
ta di Cristo, MS.
Intr. Vir. Introduzione alle Vir-
tù, MS.
J
Jac. Most. Pis. R. A. Rime anti-
che, di Jacopo Mostacci da Pisa.
L
Lasc. Gelos. S:bil. Spirit. Streg. Pinz.
Parent. Lasca (Anton Francesco
Grazzini detto il). Commedie 6,
cioè : La Gelosia, la Sibilla, la Spi-
ritata, la Strega, la Pinzochera, i
Parentadi.
Lib. di Similit. Libro di similitudi-
ni, MS.
Lib. Son: Libro di sonetti, o Rac-
colta di 146 sonetti di Messer
Matteo Franco, e Luigi Pulci, MS.
Lio. Dec. MS. Volgarizzamento del
la prima e terza Deca di Tito Li-
vio, MS,
Lib. Mot, Libro de’ Motti, MS.
Lor. Med. Nenc. Canz. Ball. Loven-
zo de’ Medici. Stanze alla conla-
dinesca in lode della Nencia. —
Canzoni a Bailo.
Luis. Pulc. Morg. Luigi Pulci. Il
Morgante maggiore, poema.
M
Machiav. Comm. Mandr. e Cliz. Ar.
della Guer. Disc. Machiavelli ( Se-
gretario Fiorentino). Commedie,
ciot : La Mandragola e la Clizia.—
Arte della Guerra. — Discorsi so-
pra la prima Deca di Tito Livio.
Maff. Merop. Maffei. La Mevope.
Mutesp. Stor. Fior. Malespini (Ri-
cordano). Storia fiorentina.
Malmunt. Malmantile riacquistato,
poema di Lorenzo Lippi.
Matt. Vil. Slor. Matteo
Storia.
Menz. Rim. Sat. Menzini ( Benedet-
to ). Rime. — Satire, MS.
Villani.
XI
Mess. Cin. Rim. ant. Son. Messer
Cino. Rime antiche. — Sonetti.
Metas. Metastasio (Abate Pietro).
Opere drammatiche.
Moral. S. Greg. Volgarizzamento
de’ Morali di S. Gregorio Magno,
di Zanobi da Strata.
Morell. Cron. V. Cron. Morell.
Morg. V. Luigi Pulc.
N:
Ninf. Fies. V. Bocc.
Nov. Ant. ll Novellino, ossia Cento
Novelle Antiche.
O
Omel. S. Gio. Gris. Volgarizzamento
dell’ Omelia di S. Giovanni Gri-
sostomo.
P
Pallad. Volgarizzamento di Palla-
dio, MS.
Passav. Passavanti (Frate Jacopo).
Specchio di vera penitenza.
Past. Fid. Y. Guar.
Pecor. Nov. Novelle di Ser Giovanni
Fiorentino, intitolate ll Peco-
rone.
Petr. Son. Canz. Cap. Frot. Lett.
Lett. Sinisc. Pist. Uom. illus.
Petrarca ( Messer Francesco ). So-
netti. — Canzoniere. — Capitoli,
ovvero Trionfi. — Frottola. — Let-
tera, MS. — Lettera al Gran Sini-
scalco Acciajoli, MS.— Pistole vol-
garizzate, MS. — Vite degli Uo-
mini illustri, volgarizzate, MS,
Pros. Fior. Prose fiorentine,
Provo. Com. Fir. Provvisioni del €o0-
mune di Firenze, MS.
Q
Quist. Filos. Quistioni filosofiche, MS.
R
Red. Esp. Nat. Cons. Rim. Redi
(Francesco ). Esperienze intor-
no a diverse cose naturali. — Con-
sulti medici. — Rime.
XT
Rim. Ant. Rime Antiche, o sta Rac-
colta di Sonetti, Canzoni, ed altre
rime di diversi antichi poeti to-
scani.
Rim. Ant. M. Cin. V. Mess. Cin.
S
Sag. Nat. Esp. T. Saggi di Naturali
esperienze, pubblicate dal Tar-
gioni.
Salo. Avvert. Oraz. Salviati (Cava-
lier Leonardo). Avvertimenti della
lingua sopra il Decamerone.—Ora-
zioni.
Salo. Pros. Tosc. Salvini (Abate
Antommaria). Prose toscane.
San. Girol. V. Grad.
Sannaz. Arc. Sannazzaro (Jacopo).
Arcadia.
S. Cauler. Lett. Santa Caterina da
Siena. Lettere.
Sign. Pred. Mann. Segneri (Paolo).
Prediche. — Manra dell'anima.
Segn. Stor. Vit. Nic. Capp. Segni
(bernardo). Storia fiorentina. —
Vita di Niccolò Capponi.
Segr. Fior. V. Machiuo.
Scn. Pit. Volgarizzamento delle Pi-
stole di Sencca.
Serd. Sior. Storia di Serdonato.
Serm. S. Agost. Volgarizzamento
‘ de’ Sermoni attribuiti a S. Agosli-
no, fatto da Frate Agostino da Scar-
peria.
Stor. Ajolf. La Storia d’ Ajolfo, MS.
Stor. Barl. Giosaf. Volgarizzamento
della Soria di Barlaam e Giosa-
fat, MS.
Slor. Pist. Storie pistolesi.
Stor. Semif. Storia della guerra di
Semifonte, di Messer Pace.
È
T
Tac. Dao. PV. Dao. Tae.
Tass. Ger. Amin. Lett. Rim. Tase
so (Torquanto). Gerusalemme li-
berata. — Aminta, favola bosche,
reccia. — Lettere. — Rime.
Tesor. Brun. V. Brun. Tesor.
Teseid. V. Bocc.
Tes. Brun. V. Brun. Tesor.
U
+ Urb. Urbano. Opera erroneamente
attribuita al Boccaccio,
V
Varch. Stor. Erc. Sen. Ben. Boez.
Varchi (Messer Benedetto). Storia
fiorentina. — Ercolano. — Tradu-
zione de’ libri de’ benefiz) di Se-
neca. — Traduzione della consola-
zione filosofica di Boezio.
Vinc. Mar. Rin. Lett. Vincenzio
Marteili. Rime. — Lettere.
Vit. Beno. Cell. V. Beno. Cell.
Vil. S. Gio. Batt.Vita di S. Giovanni
Battista, MS.
Vit. S. Girol. Vita di S. Girolamo,
MS.
Vit. S. Mar. Mad. Vita«di Santa
Maria Maddalena.
Vil. SS. PP. Vo!garizzamento delle
vite de’ Santi Padri.
Z
Zibald. Andr. Zibaldone, o sia Lî-
bro di varie cose, MS. di Andrea
Andreini.
SI
Li
“{ ‘
_r—_— -——-_-——Fr--
INDICE
DELLE PARTI, DELLE SEZIONI E DE'CAPITOLI.
I NTRODUZIONE . » pag.
PARTE PRIMA. OrTOLOGIA.
SEZIONE I. Dell’Alfabeto, delle
Vocali,de’Dittonghi, Trittonghi,
e Quattrittonghi . »
Sez. lI. Delle Consonanii, »
Sez. III. Delle Sillabe . »
Sez. IV. Dell’ Accento. »
PARTE SECONDA. ORTOGRAFIA.
Sez. I. Della Sillabazione. »
Sez. II. Del Raddo ppiamento Re5
le consonanti. l
Sez. III Dell'Accrescimento del-
le parole . . »
Sez. IV. Dell’ Apostrofo . »
Sez. V. Del Troncamento delle
parole in fine ‘ . »
APPENDICE Delle Interpunzioni »
PARTE TERZA. ETIMOLOGIA
E SINTASSI.
SEz. PRIMA. Delle Parti del di-
scorso in generale.
CapPITOLO Unico. Definizioni
delle otto parti del discorso. »
Delle Parti variabili e in-
variabili . ; a »
SEz. SECONDA. Del Nome.
CAP. 1. Divisioni del nome. »
Nome comune . . »
Nome proprio . . »
Nomi astralli .
Nomi figurativi. »
Nomi caratteristici . »
Nomi verbali »
Accidenti del nome »
CAP. II. Varietà di genere. pag.
Osservaz. su i due generi. »
Genere de’ nomi proprj. »
— de’nomi in a. . »
— de’nomi in e. . »
— de’ nomi in 3. . »
— de’nomi ino. . »
— de’nomi in u. . »
Nomi eterocliti ; »
Gen. de’nomi caratteristici.»
Cap. 1II. Del Numero . »
Regole sul pluralede’'nomi. »
Nomi eterocliti nel plur.: »
CAP. IV. Varietà di grandezza,
e di valore de’nomi.
Degli Accrescilivi
De’ Peggiorativi . .
Dei Diminutivi . - »
CAP. V.Varietàdirapporti. —»
Rapporti del nome con un
verbo . n . » 1
De’ Casi . »
Rapporto di un ‘nome con
aliro nome. . - »
Cap. VI. Varietà d’ estensione
de’ nomi, e degli articoli.
Articolo determinante. »
Articolo composto . »
Cap.VII.Sull’Uso dell'articolo. »
Articolo indeterminato, »
Articolo partilivo . »
i)
SEZ. TERZA. Del Pronome.
Cap. I. Pronomi personali. »
Pron. person. primilivi. »
Pron. person. relativi. »
Osserv. su i pron. sè, si. »
— su i pron. il, Vo, li, gli. »
CAP. 11. Sull'Uso de’ propormi
personali . : »
Osserv. su i pron. ne, ci, vi. »
60
ivi
62
ivi
63
65
66
ivi
Cap. III. Dell’Accozzamento di
due pron. pers. pag.
CAP. IV. pron. person. dimo-
strativi . . »
Pron. person. indetermi-
nali. . . v
SEZ. QUARTA. Dell’ bito
Cap. I. Degli Add. in generale. »
1
GAP. 1I. Add. qualificativi. » 11
Sulla Concordanza degli ad-
diettivi . : ; »
Accrescilivi , peggiorativi,
e diminutivi degli add. »
Sul Posto dell'add, nel di-
scorso . »
Cap. MI. Gradi di | compara:
‘ zione .
Grado eguale
— maggiore e' minore.
Superlativo relativo .
Superlativo assoluto .
Cap. \V. Add. pronominali. »
Li
108
124
ivi
126
129
131
133
Add. pronomin. possessivi.» ivi
CAP.V.Add. pron. congiuntivi. » 138
CAP. VI. Add. DIOROEN DIET:
butivi.
Cap. VII, Add. pron. ‘indefiniti. »
CAP. VIII. Add. dimostrativi. >»
Cap. IX. Add. determinativi. »
CAP. X. Add. quantitativi. »
CAP. XI. Add. numerali . »
Numeri primitivi. è »
Numeri composti. - »
Numeri ordinativi »
Numeri collettivi. »
SEZ. QuInTA. Del Verbo.
Cap. I. Del Verbo in generale. »
Cap. I. Del Modo . »
Cap.Ill. Del Tempo, della Perso-
na, e del Numero. 3 »
Tavola de’ tempi. È »
CAP. IV. Della Conjugazione. »
De’ Verbi ausiliari essere, ed
avere -
Conjug. del verbo Essere.
Modi di dire con Essere.
Conjug. del verbo ddere.
Modi di dire con Avere.
Cap. V.De’ Verbi principali.
Prima conjugaz. in are.
Seconda conjug. in cre.
© Uve Ù vu
» 147
148
154
156
159
161
ivi
162
163
164
165
169
371
r72
175
ivi
179
183
185
1880
190
193
198
. CAP.JX.Verhi della 3za.conjug.
CAP. V. Terza conjug. in'ire,
ima, classe - - pag.
Terza conjug. in ze, 2da.
classe . »
Conjug.de’verbi i irreg. in are. »
Modi di dire col verbo dn-
dare »
— — col verbo Dare. »
— — col verbo S/are. »
— — col verbo Fare. »
Prosodia de’ verbi in are. »
Cap. VI. Osserv. gener. su i
verbi della 2da. _conjug.
Verbi regol. in ere.
CAP. VII. Verbi in ere irregol.
Verbi in ere in parte irreg.
-Verbi in ere interam. irreg.
Cap.VII.Verbi in ere difettivi.
— della 1ma. classe.
— della 2da. classe.
Verbi irreg. in ire.
Sez. SESTA. Sull’ Uso de’ modi
e de’ tempi.
Cap. I. Del Modo infinito. »
Cap. ll. Del Participio oltre
e del gerundio . »
Sx us Uu << uu xÌuer
Cap. III. Del Modo soggiuntivo, » ag5
Cap. IV.Sull’Uso de’tempi, ec. » 300
CAP. V. De Verbi passivi, neu-
tri, e neutri passivi . » 306
Cap. VI. Del participio passato » 317
SEZ. SETTIMA. Delle Quattro parti
invariabili.
Cap.I. Dell’Avverbio —. » 325
Cap. II. Della Preposizione. » 336
Della Prep. DA . . » 337
Della Prep. A _. A » 340
CAP. III. Della Prep. pi . » 344
CaP.IV. Delle Prep. con,ir, per. » 350
CAP. V. Delle Prep. senza, so-
pra, ec. . » 357
Cap. VI.Delle altre Preposizioni. » 361
Cap. VII. Della Congiunzione. » 367
Cap.VIII. Dell’ interiezione. » 373
SEZ. OTTAVA.
Cap. 1. Della Costruzione. —» 378
Dell’ Accento oratorio. —» 379
da0f
203
205
210
214
220
225
232
235
237
243
245
255
270
274
275
276
282
287
294
CAP. II. Delle fig. grammaticali. » 380
INDICE alfabetico ragionato. »
38%
NU. —-- — _
|
|
i
LÌ
GRAMMATICA RAGIONATA
DELLA
LINGUA ITALLATIA
INTRODUZIONE
SI Per linguaggio, lingua, favella, idioma, intendesi l'e:
sposizione delle nostre idee e de’nostri pensieri per mezzo della
voce articolata, facoltà particolare, e dopo quella della Ragione,
iù preziosa dell’uomo, imperciocchè visibilmente dal bruto
il distingue.
S- IL Il linguaggio altro non è che un immenso aggre-
gato di segni detti parole, vocaboli o termini, inventati per
mutua comunicazione delle nostre idee; e siccome nascono
queste in noi dagli obbietti che ci si presentano a'sensi, egli
è necessario che ogni idioma tanti segni contenga, quanti sono
gli obbietti esistenti, e quanti ne abbisognano, onde esattamente
e con chiarezza possiam rendere tutti.i nostri pensamenti.
S. III. L'esporre le nostre idee mediante la voce artico-
lata, o, che è lo stesso, il parlare, è antico quanto l'origine
dell’uman genere, e per lungo tempo non fu che un mero
bisogno dell'uomo; ma a misura che progrediva lo spirito
umano verso la perfezione, i linguaggi divennero essi pure
un obbietto di studio; e la chiarezza , l'esattezza, l'ordine
e l'armonia nelle espressioni, nacquero negli uomini dal de-
siderio di piacere e d' insinuarsi nell'animo l'uno dell’ altro.
S. IV. È opinione generale che i Greci i primi furono
che a leggi sottoponessero il linguaggio loro , prescrivendo
regole e precetti per la retta espressione delle idee, ed in fine
un’ arte ne formassero, che GRAMMATICA chiamarono (I),
nome che poscia in tutti gl'idiomi venne adottato onde indi-
care la stessa cosa per cui il destinarono i Greci.
(:) Grammatica, voce greca, da gramma yeàmua lettera, perché le Jet-
dere, come poi si vedrà, sono gli elementi del linguaggio, e questo il sub-
bietto intorno a cui sé occupa la grammatica.
Gramm. Ital. 2
b | INTRODUZIONE
‘ $. V. Per Grammatica adunque s'interide l'artè di espii-
“mere correttamente i pensieri, sì con parole che in iscritto, e
chiamasi con lo stesso nome il libro che contiene una colle-
zione di precetti grammaticali.
S. VI. I precetti di grammatica sono, o universali, in quan-
to che possono a tutte le lingue applicarsi; o particolari, al-
lorchè solo si estendono a princip) di tale o tal altro idioma,
insegnando il modo con cui, persone bene allevate, parlare e
scrivere debbono l’idioma loro.
S. VII. Una grammatica, perchè interamente al pro-
osto scopo corrisponda, debbe in quattro parti esser divisa,
e quali con le greche voci Ortologia, Ortografia , Etimolo-
gia, e Sintassi chiamansi. |
$. VII. L' Ortologia (2), ossia Retfa pronunzia, è l'arte
‘di conoscere il valore delle lettere, e di {4 loro il suono e
I’ articolazione, secondo la convenuta maniera di pronunziare.
8. IX. L' Ortografia (3), ossia Retta scrittura, è l'arte
‘di conoscere la quantità e la qualità di lettere che entrano
in una sillaba , ed il numero di sillabe, richiesto per la for-
mazione delle differenti parole di un idioma. |
i $. X. L'Eumologia (4), ossia Zero discorso, tra le quat-
tro parti la più essenziale, ha per oggetto le parole signi-
‘ficative, dessa essendo l'arte di conoscere il vero significato
‘de’ vocaboli secondo ta loro natura, vale a dire isolati ed
‘Indipendenti; di scoprirne, analizzandoli, l'origine e la derivazione;
d’indicarne le variazioni; ed in fine di ben distinguerne le stabi-
lite modificazioni, per cui viene il sentimento loro diversificato.
(© $. XI La Sintassi (5), ossia Costruzione, 0 Disposi-
‘ zione, tratta le parole non più isolate, ma fra di loro corre-
‘lative, costruendone le forme , e additandone le posizioni ,
secondo che l’ esigono i mutui loro rapporti.
S. XII. L' Ortologia e l'Ortografia sogliono regolarsi se-
- condo l’idioma di questa o quella nazione, per lo che estra-
nee sono alla grammatica universale. Della prima non occor-
(2) Ortologia, voce greca c6S0X6y/a da 06996 retto, e Adyse discorso.
(3) Ortografia, voce greca 0'9%ezpap/e da de9òs retto, e ypeperr scri-
.vere. i
(4) Etimologia, voce greca erumedoyia da drupog Vero, e A0y06 parola,
senso, ragione, discorso. Etimologia cerrisponde al latino Zero/loguium voce
usata da Cicerone.
(5) Sintassi, voce greca euvrat:s da eur con, e rat: ordine, da rdersr
ordinare disporre ; vale propriamenie: Ordinata disposizione e connessione
di più cose qualsivogliano. Come termine grammaticale significa Collega-
zienc, disposizione, ed ordine delle parole. |
| INTRODUZIONE 5
i rerebbe punto ragionare nella presente opera, se lo scopo di
questa sol tendesse ad ammaestrare }a gioventù italiana + ma
mirando noi, nel pubblicarla, che anche gli stranieri attin-
gervi possano quanto può esser loro giovevole per appren-
der bene la nostra favella, così, quel che saremo per dire
dell’ortologia italiana, sarà più agli stranieri perchè acqui-
stino una buona pronunzia, che agl'Italiani stessi diretto.
L’Ortografia poi, scienza assai necessaria, ma sovente pur
troppo negletta da’ più de’ giovanetti o per propria trascurag-
gine o per difetto d'ammaestramento, ci studieremo di esporla
e schiarirla con precetti facili, che, a dovere osservati, abilite-
ranno ognuno, e Italiano, e Straniero, a scriver bene la lingua.
L’Etimologia verrà da noi tutta percorsa e. spiegata.
In quanto alla Sintassi, anzichè formarne una parte se-
parata, ci è paruto ben fatto di esporla in una coll'Etimologia,
vale a dire far sì che ogni regola di questa, occorrendo; sia
seguita in una sottoposta annotazione dalla sua sintassi ; metodo;
al parer nostro, più agevole allo studioso, € più istruttivo.
%
-
PARTE PRIMA
ORPOLORIA
-
o SEZIONE PRIMA. o
DELL'ALFABETO E DELLE VOCALI.
8. I. Essendo la voce umana sviscettiva di ‘molte più ar=
ticolazioni , che non ci fa mestieri per la comunicazione delle
nostre idee , si cominciò, perchè lungi fosse ta nostra mente:
dal confondersi, a limitarne le variazioni a tanto numero ,
quanto per la occorrenza del linguaggio fosse necessario, ed a
prescriverne gli elementi, i quali Zeffere 0 Caratteri si chiamano.
‘ — $. II. Le Lettere adunque sono i primi materiali delle
lingue; ma da ciò non segue che il numero di esse in tutti
i linguaggi debba essere eguale; avvi idiomi che ne contano ven-
ticinque, altri ventisei, ed altri ancora ventotto. L'italiano ne
ha ventidue (4), che sono: È
A. B. C. D. E. F. G. H. T, J. L. M. N. O. P. Q. R.
$. T. Ù. V. Li. | °
. (+) Non è ancara gran tempo che generalmente senza JT, e senza V,
cioè con sole venti lettere s’insegnava l’alfebcto italiano, confondendosi im-
propriamente queste due lettere, l’una coll’ I,l'altra coll’U, invece di dar
loro il posto nell’ alfabeto cui, pel carattere loro distinto, ben meritano;
imperocchè egli è ovvio oramai ad ognuno, che J è talvolta conso-
nante, segnatamente in principio di parola, quando è immediatamente se-
guito da a, e, 0, odu, non esigendo mai innanzi a sé l’elisione di
alcuna vocale, come all’ opposto la vocale I spesso 1’ esige; e talvolta co-
me lettera doppia prendesi in fine de’ nomi, î quali in segno del plura-
le, due % domanderebbero. Più chiara ancora si presenta la distinzione
del V dall’ U, non venendo la prima di queste due lettere mai altrimen-
ti, nell’ italiana lingua, che come consonante /udizle riguardata ed adope-
rata, così În principio come in mezzo di parola: quindi sarebbe pur de-
siderabile che si cessasse una volia di mescolare ne’ dizionarj lo J_col-
l'I, ed il V coll’U nel progresso alfabetico delle voci che da queste lettere
cominciano, il che, se altro non producesse, gran comodo per lo mena
lecherebbe a quelli che apesso nella necessità sono di avere tali libri per
re mani.
si. tro ell o ‘at
so rt A 0 ce RE: TE. —@«<&€—66m—TmT—m—m———@6@—6<@666mr_-rr__r_r_—___-_--=——ttt—}@è-ÉÌ/|E...-i/@l@i@GGSZSSG<<< 4
D _ ORTOLOGIA | È
S. ITI. Cinque delle lettere anzidette, cioè A. E. I. O. U.
si dicono vocali, perchè di per sè forman suono. Nell’ alfa-
beto latino evvi una sesta vocale, cioè l'Y (l' epsilon dei
Greci), quantunque una tal vocale non fosse a'Latini più ne-
cessaria di quello che lo è agl'Italiani, i quali in vece di essa ado-
perano l'I, che par loro sufficiente; perocchè sembra certo che
anco presso 1 Latini il suono dell'Y fosse lo stesso che quello
dell'I, e ch' eglino solo l’adoperassero per seguire esatta-
mente l'ortografia greca, nelle voci dalla greca lingua prove-
menti. | |
S. IV. La prima, la terza, e la quinta delle vocali non
vanno soggette ad alcuna sensibile variazione di pronunzia :
il suono loro è unico e costantemente lo stesso. Ma evvi
due varietà notabilissime nel. suono dell’ E ed in quello del-
l'0, cioè il suono chiuso, ed il suono aperto; e dipende în
gran parte, non v' ha dubbio, il pronunziare o rettamente, o
difettosamente le parole italiane, dal dare o non dare a queste
due vocali il vero suono o chiuso o aperto, che lor compete.
S. V. Trattasi ora di sapere quando la È e l'O dovranno
esprimersi con suono chiuso o aperto.
(Nota Bene. Per maggior chiarezza delle seguenti spiega-
uoni, le vocali E ed O negli esempj saranno segnate d' ac-
centi o acuto (‘) o grave (), secondo che dovranno pro-
nunziarsi o chiuse, o aperte.)
| } VI. E, si proflerisce chiusa :
°, Nelle voci monosillabe, come fe (per fede o fece),
re, tre, me, te, se, (2) ce, ve, ne, che (per poichè). (3)
2, In fine di parola, ancorchè non sia monosillaba,
ogni volta che è accentuata come in merce) perche’, poiche’,
ed in tutti gli altri composti di che; ma in cioé, e ne’ voca-
li stranieri come /acché , aloè , Noè, Moisè, Giosuè, ec.,
‘€ finale pronunziasi aperta.
5°. Nelle terminazioni emo (4), ete, della prima e se-
conda persona plur. del pres. indic. della seconda Conjugazio-
ne, come godemo, leggemo , godette , leggete.
._ 4°. Nelle terminazioni eco, evi, eva, dell’ imperfetto
lndicativo della 2da conjugazione , come leggevo , godevo ,
legevi , godevi, leggeva , godeva.
d9. felle terminazioni ei, estî, e, emmo, este, erono,
(2) Così pure ne' composti di questi pronomi méco, féco, séco.
(3) Traane è, terza persona singolare del verbo Essere, mè per me-
glo, dè’ per deve, d'è per diede, piè per piede.
(4) Terminazione poetica ‘per iano, come godiamo, leggiamo, ec.
PARTE PRIMA
nel passato definito indicativo della seconda conjugazione ;
come crede, godet, credesti, godesti, crede, gode, credemmo,
godemmo, credesie , godeste , crederono. (3) |
6°. Nelle terminazioni remo , rete, del futuro di tutte
le conjugazioni; come altresì nelle terminazioni restz, remmo,
reste, del condizionale, come: ameremo, goderemo, finirema;
amerele, goderete, finirete; ameresti, goderesti, finiresti;
ameremmo, goderemmo, finiremmo; amereste, godereste, fini-
reste. (6)
‘+ ‘©. Nelle terminazioni ena , eno , era, ero, ete, eto,
“ove non sia immediatamente preceduta da 7, come:im cena,
pena, rena , lena , balena, catena , seno, meno, sereno,
cera, sera, pero , vero, mero (salvochè in alcune voci tri-
sillabe, come in sevéro , sincero , allero , ec), rete, abete,
aceto , pometo , albereto , €. Lit. rie an.
—_—$. Nelle terminazioni eggio , egno, egola, esco , evole,
ezza, come in passeggio, corleggio , soslegno , condegno ,.
tegola , pegola, lupesco , canesco , agevole , piacevole, ami-
oh altezza, contenlezza , cc.
9°, Nelle terminazioni mente (negli avverbj) , e mento
(nei nomi verbali), come altamente, lietamente, andamento,
pensamento , ec.
«40. Nelle terminazioni e7t0, eta, ne diminutivi sì de'so-
stantivi che degli addiettivi, come Zibretto, ragazzetto, agreito,;
soletto, donneita chiavetta , ec.
. VII La E avrà il suono aperto:
o. Ne' principj e ne' mezzi delle parole , semprechè
da due consonanti sia seguita, salvo ne’ casi esposti a'numeri
8,9,c 10, del $. precedente, come in senso, certo,
pezzo , bello , uccello , arrésio , conténto , senténza , affétio ,
effetto , ec. |
. 2°. Nelle terminazioni esima , esimo, come in cresima,
millesimo, centésimo, ventesimo, ec. Tranne battesimo, qua-
resima, in cui la e è chiusa, =—__ ;
3°. Nel dittongo se, innanzi a tpualsivoglia consonante ,
come fiéle , ciélo , micle , fieno , schiéna , téena , fiéena, al-
uéra , pensiero, britee., allitvo , quieto , lieto, ec.
4°. Nella terminazione ea non dittongo, come in Dea ,
(5) Nella terminazione è4/ero, come credettero, godettero, ec. l'e è aperta.
(6) Nelle terminazioni del condizionale rei, (prima pers. sing.), rebbe
(terza pers. sing.), e rebdero, (terza pers. plur.), la e è aperta, come cre-
derèi, crederebbe, crederèbbero; goderti, goderìbbe, goderèbbero.
| | _ _ORTOLOGIA 7
idea, assemblea, Européa, Cesaréa, epopéa, Andréa, Dorotta,
ec. (7
HI) Nelle voci dette sdrucciole, aventi l’ accento tonico
nell'antipenultima sillaba, come in Pélago, medico, décimo,
Venere, sécolo , Pergamo , termine , zéffiro, Genova, e si- ,
mili ; fuorchè Zina, in cui l’ e è chiusa.. -- cr
S.. VIII Per tutti gli altri casi non evvi che l’ uso che
possa servir di maestro. Noteremo soltanto che in moltissime
parole egli è assa1 malagevole all’ orecchio il distinguere se
l'e o tra le chiuse o tra le aperte debbasi classare ; e cre-
diamo che non anderebbe molto errato chi s' avvisasse di
stabilire una terza varietà nel suono dell’ e che tenesse il
mezzo tra l’ aperto e ”1 chiuso. Una tale varietà troverebbesi
nella pronunzia delle nella penultima sillaba, non accentuata
delle voci dette sdrucciole , come in àlbero , burbero, con- >
tra, lbero , leggere, mòvere, ed altre simili; come altresì
nell’ e finale non accentuata di qualsivoglia vocabolo , come
m Frode, grànde , felice, mùre, cc.
S. IX. S' incontrano non di rado nella lingua italiana
due voci, che sebbene sieno della medesima ortografia , al
t
ide
biano un significato differente , il quale solo dai due suoni
dell'e si distingue. La maggior parte di tali voci, che Equ?
voche chiamansi, si troveranno nella qui sottoposta lista.
LISTA ALFABETICA
DI VOCI EQUIVOCHE PER LA DIVERSA PRUNUNZIA
CHIUSA O APERTA DELL’ E.
E chiusa. E aperta.
Accétta — strumento di ferro. Accétta--verbo , e add. f.
Affetta — taglia a fette. Affetta — passione d’ animo.
Aléga, e léga — parlando di denti. Allega -- adduce in testimonio.
Ammézza — imputridisce. Ammezza -- divide per mezzo.
Bei — per bevi. Pei —- per belli.
Berla — per beverla. Berla — erba.
Capéllo — pelo. Cappello -- coperta del capo.
Cencio — straccio. Cencio -- dim. di Vincenzo.
Cera — lavoro delle api. Cera — volto (si dirà meglio (Cera).
Cétera — strumento musicale. Cetera -- abbreviazione.
Colletto— piccolo colle. Colletto — raccolta.
Ché-- particella soggiuntiva. Ch' e -- che è.
orreggia — cintura. Corrîggia -- per corregga (poct).
(7) Non è compresa in questa regola la e negl’ imperfetti accorciati,
come: Facéa, vedia, credéa, avéa, ec. in vece di L'acéva, vedéva, credèva,
aviva, in cui le è chiusa.
8 PARTE PRIMA
Créta-- terra. | Crèta —- isola di Candia. ni
De-per dei delli. Dèi — plur. di Dio , e per devi.
Déa--per debba o deva (in rima). Dea — diva.
Déssi — per essi stessi. Dessi -—- per devesi.
Detti —da dire. Detti — per diedi.
È —per ei, egli. . È — lerza persona del verbo essere.
Elle — esse. Èlle — lettera consonante L.
Esca — nutrimento. Esca — verbo da uscire.
Ésse — elleno. | Esse — lettera consonante S.
ssi — eglino. Essi — si è. —-
Este — queste. Este — nome di famiglia.
Feéllo — lo fece. Fello — perfido.
Féro — fecero. Fèro — per fiero , feroce.
Feste — faceste. Fèste — giorni festivi.
Léga — accordo. —’ Lèga — distanza di 3 miglia.
Légge — decreto. Legge — verbo da leggere.
Léssi — bolliti. Lessi — verbo da leggere.
Mé — pronome personale. . Me’ — per meglio.
° Méle — pomi. Méle — miele.
Meénalo —fconducilo. Mènalo — nome proprio di monte €
1 città.
Ménola — io la meno. Mènola — sorta di pesce.
Mesce — verbo da mescere. M' èsce — mi esce.
Messe — plur. di messa. Messe — il ricolto.
Meta —- sterco. Meta-- scopo, termine.
Mézzo-fracido, o assai maturo. Mezzo — metà.
Péra — frutto. Pera -- perisca.
Pésca — pescagione. Pesca— frutto.
Pésta—add. femm. Pèsta—nome di città.
Péste—-add. pl. fem. da pestare. Peste-- pestilensia.
Péto — tratto. Petto — parte del corpo animale.
Préso--da prendere. | Presso — vicino.
Sé -- avo. e pronome. Se—sei e siei.
Stélle — astri. Stelle— le stette.
Stémmi — mi stiede. Stemmi — armi gentilizie.
Té pronome. Tè tieni ed erba.
Télo—una larghezza di panno. Telo dardo.
Téma—timore e verbo da temere. —Tèma—argomento di discorso»
Témi-—dal verbo temere. . Temi —Temide.
Veggia — per vegga. Veggia — botte.
Veéglio — verbo per vegghio. Veglio — per vecchio.
Velle — vedile. Velle — svelte.
Véllo — vedilo. Vello — pelle lanosa.
Véna — arteria. Vena — avena.
Venti — due volte dieci. Venti — plur. di vento.
Vergola -- piccola verga. Vergola — barca.
Véschi — plur. di veschio. Veschi — nome di famiglia.
(e
PARTE PRIMA o __ 9
REGOLE
INTORNO ALL’ O CHIUSO, ED APERTO.
| Dell O chiuso.
S. X. 1°. L'O non accentuato è sempre chiuso, tanto nei
principj, e ne' mezzi, quanto ne'finali delle parole, come in
odorifero, eccetto ne’ casi esposti nel numero 4, del $. XI.
2°. È chiuso nelle terminazioni 0j0 od oso, ogna, ognò,
ore, ore, osa, oso, in voci trisillabe , e polisillabe, come in avo/-
10/0, deg , strettojo, menzogna', vergogna, carogna, sogno,
lisoeno uffone, affannone , donnone , onore, fercdre, am-
ministratore, Certosa, Vallombrosa, famoso, amoroso, come
pure ne femminini e ne' plurali di questi addiettivi.
5°. Nelle voci derivanti dal latino , in cuì l’ O è sosti-
tuto all U latino, come in colpa, moglie, molto, mosca,
volpe , siollo , ec. | |
4°, È pur chiuso in quelle voci derivate; ove nel la-
ino pronunziasi aperto, come in’ mostro, ascoso, toso, Al-
onso, ec., imperciocchè in latino . mònstrum , abscònditus ,
ionsus, Alphònsus, profferisconsi.
5°. Ne pronomi noi, vot.
6°. Ne verbi in orrere come, ‘Accorrere, concorrere, soc-
correre ; percorrere , ec, € ne loro derivati , come accorso,
CONCOFSO , SOCCONSO , percorso ; i0 corro , concorro , soccorro ,
percorro, ec. |
7°. Nell’ antipenultima sillaba nelle voci dette Sdrucciole,
come in folgore , forfora, brontola , logoro , tortora, ec.;
ma questa regola soffre molte eccezioni, come in cronaca,
fomite , tròttola , arròtola , ed altre.
Dell' O aperto.
7 XI. L'O ha il suono aperto: |
, 1°. Nelle voci monosillabe come in dò, stò, sò, tò, Pò,
mo, nò , CIÒ , può $ oh.
2°.. In tutte le parole bisillabe , trisillabe , e polisillabe,
uscenti in O accentuato, come in Amò, considerò , parlerò,
Niccolò , ec.
5°, Nel dittongo vo come in cuòre, suòno, giuòco, buò- .
no, ec.
Gramm. Ital. 3
,
10 ORTOLOGIA
4°. In tutte le bisillabe, ove si trovi nella prima sillaba,
come in mòdo , nòdo, tòro, gòdo, mòro ; eccetto in coda,
foce , roda , ora. (8)
Ho. Nelle voci bisillabe e trisillabe, in cui sia susseguito da
una delle liquide 7, o r, come in fola, tòfa, mòlle, colle ,
vòlli , Apòllo, òro, pòro , pòrto, òrco , vòrtice , conforto. (9)
6°. Nella maggior parte delle voci in cui sia preceduto
da r come in pròvo, tròeo, tròito, fròllo, ec. tranne Tromba,
e tronco. |
7°. Nella sillaba gz0, nelle voci bisillabe, come in g10]a,
Giòve, Giòna , eccetto giogo , in cui l'o è chiuso.
8°. Nella terza persona sing. del passato definito de' verbi
regolari in are, e nella prima persona del futuro di tutti 1 verbi,
nelle quali raddoppiasi la consonante dell’affisso, quando che
uno ne ricevano; come: amò//o, parlònne, daròtti, ameròvsi, ec.
9°. Nelle desinenze oglio , oglia , oglie , ogli, come in
dòglio , vòoglia , accòglie , toglie , ec.
40°. Allorchè precede ad una sillaba composta di
due vocali ; come in memòria, glòria, storia , fandònie ,
folio , avòrio , òzio , ec.
41°. Allorchè precede ad una consonante composta
{vedi la seguente Seziorie, S. VI.) di due o tre lettere,
di cui la prima sia la S, come in ròspo, òstro, vostro, chiò-
stro, ec.
ciole , come in arròtola , tròltola. |
S. XII Oltre agli anzi esposte regole, che esse pure, per
quanto generali sembrino essere , forse patiscano eccezion ,
Finalmente 12°. nell’antipenultima delle voci dette Sdruc- i
nulla di più puossi stabilire di certo su i due suoni dell'O;
saranno leggi T uso, e I orecchio ove manca il dettame dei
precetti.
S. XIII. Sovente la differenza di significato tra due voci
della medesima , 0 quasi medesima ortografia, emerge dalla
sola pronunzia o chiusa, o aperta dell'O, sì come si è ve-
duto che lo stesso accade pel doppio suono dell'e. Di tali
voci evvi copia nella nostra lingua, e la susseguente tavola
ne contiene una raccolta.
(8) Avvertasì che, in generale, nelle voci derivate, in cui VO corri-
sponde all’ au de’ latini, quest O debbasi pronunziare aperto, come în
òro(aurum), moro (maurus), ròro (raucus), /oro*(taurus), fesòro (thesaurus).
(9) Eccetto in f6rma, érno, forno, forse, pòrre, 6rma, sérgo, sorcio,
ingérdo, gilfo, sélfo, 0 26lfo.
- PARTE PRIMA 51
LISTA ALFABETICA
DI VOCI EQUIVOCHE PER LA PRONUNZIA DELL’ O
CHIUSO O APERTO.
O chiuso.
Accérre — da accorrere.
Accérsi—da accorrere.
ida accortare.
oppia — raddoppiare.
Addéito-- da dota
Miéga—da affogare.
Apporti -- per apponerti.
Allora— avo.
Arréto — giunto.
Létte--vaso di legno da vino.
Cogli con gli.
Cigno — cugno.
Cla --da colare.
C6l—per con il.
Colla--per con la.
Célico—verdo da colcare.
lle-per con le.
Cillo—per con lo.
Coléro— verbo da”colorare.
Colto— coltivato.
Cippa— parte del collo.
rre-da correre.
Corsi — da correre.
Corti —p1. di corte,e dell'add. corta.
Césta — per consta.
Dézlio— vaso di terra cotta.
O aperto.
Accòrre—per accogliere.
‘Accòrsi—da accorgere.
Accòrto — avveduto.
Adòp;ia —alloppia.
Adòtto—da adottare.
Affoca—da affocare.
Appòrti—da apportare.
Allora — sorta di pera.
Arròto — per arruoto.
Botte--plur. di botta, percossa.
Cogli — da cogliere.
Cogno—congio , misura.
Còla- abbreo. di Niccola.
Còl--abbreo. di colle.
Còlla — bitume.
Colco-- nome di regno antico.
Colle— collina.
Collo-- parte del corpo fra la testa e
le spalle.
Coloro — quegli.
Còlto—add. da cogliere.
Coppa — tazza.
Corre — per cogliere.
Corsi--nativi della Corsica.
Còorti—per coglierti.
Costa — costola, e riva.
Dòglio—verdo da dolersi.
Déno — (nome) regalo, e (verbo) da Dònno—signore.
Onare.
Dippio—due volte tanto.
Félla—calca, moltitudine.
Folle plur. di folla.
dra— pertugia.
dro -- pertugîo.
Fésse— da? verbo essere.
Chiozzo — pezzetto.
mito— gombolo, cubito,
Gotta — podagra.
Gétto — per goccia.
Mpértì -- imponerti.
nedél!o — inculto.
éttlo —[]da induyre.
lngélla — ingoja.
- articolo determinante.
— pron. ‘pers. e possess.
= fango.
D’ òppio—di oppio.
Fòlla—io la fo.
Folle-- matto, pazzo.
Fòra — per sarebbe.
Foro-- piazza.
Fòsse--pl. di fossa.
Ghiòzzo — pesciolino. ax
Gòmito—pcr comiîto di galea. ha
Golia — per gota. e.
Gotto — bicchiere.
Importi — verdo da importare.
Incòlto — da incogliere.
Indòtto — ignorante.
Incòlla — attacca con colla.
L'ho — verbo lo ho,
TL’ òro — metalio.
13 ORTOLOGIA
Mosco = muffa verde.
Mozzo (zz asp.) — tagliato. —
Noce — frutto.
dra -- nome, € avo.
6rno — verbo da ornare.
6ve — avo. dove.
Pollo — gallina.
Pimmi — ponimi.
Poppa —}a parte deretana d’ un
naviglio.
Porci — metterci.
Porre — ponere,
Porsi — mettersi.
Pose — verbo mise.
Posta — part. f. da porre.
Ricorre — verbo da ricorrere.
Riporti — rimettere.
Ritérne — (poet.) per ritorni.
Rocca — arnese da filare.
Rodano — verbo da radere,
Rodi — verbo da radere.
Rogo — sterpo , rovo.
Rosa — rosicata.
Réso — rosicato.
Rozza — rustica.
Scdéla — verbo da scolare.
Scépo — verdo da scopare.
Scérsi — verbo da scorrere.
Scdérta — verbo per accorcia.
Séle — astro , e plur. di sola.
Sélla — non soda.
Sélo — add. non accompagnata.
Sémma — computo.
Sémmi — altissimi.
Séno — ia sono , da essere.
Séria — part. f. da sorgere.
Stdlto — pazzo.
St6ppa — nome.
T6cca — verbo da toccare.
Témo — tombolo.
Térme — plur. sciami , squadre,
Tdrne -- (paet.) per torni.
Torre — alto edifizio.
Torta — sorta di- pasticcio.
Térvi — add. plur. foschi.
Tésco -- Toscano.
Volgo — plebe.
Volto — faccia.
Voto -- promessa sacra; desiderio,
Mosco — (poet.) per moscovita.
Mozzo (zz dol.) — pezzo di Jegno,
parte della ruota.
Nòce — per nuocere.
òra — (poet.) per .aura.
òrno — albero.
òvo--uovo.
Pòlo — punta estrema del globo.
Puòmmi — mi può.
Pòppa — mammella.
Pòrci — plur. di porco.
Porri — erbe.
Pòrsi -- prel. da porgere.
Pose — plur. di posa , pausa.
Pòsta — nome.
Ricòrre — per ricogliere.
Riporti — 2da pers. da riportare.
Ritòrne — per ritoglierne.
Rocca — castello.
Rodano — fiume.
Rodi — isola.
Roògo — pira, catasta da bruciare.
Rosa — fiore.
Ròso — pianta.
Rozza — cavallaccia.
Scola — scuola.
Scòpo — fine, meta.
Scòrsi — verbo da scorgere.
Scòrta — per guida.
Sòle — (poet.) per suole.
Solla — la so.
Sòlo — (poet.) per suolo.
Somma — monte.
Sòommì — mì so, da sapere, e mi
sono , da essere.
Sòno— per suono — io suono, da so-
nare, e coloro sono, da essere.
Sòrta — specie.
Stòlto — distolto.
Stoppa — da stoppare.
Tocca — fascia di'cete.
Tomo — volume (parl. di libri).
Tormi— torre a me.
Tòrne — per toglierne.
Torre — verdo togliere.
Torta — part. f. da torcere.
Torvi — per togliervi.
Tosco — tossico. —
Vòlgo — verbo da volgere.
Volto — part. da volgere.
Voto -- vuoto.
PARTE PRIMA 13
S. XIV. Nulla evvi a dire delle vocali A, I, ed U, 1l
cui suono non è soggetto ad alcuna variazione. Crediamo per
altro dovere avvertire che il suono dell' U è molto più rapi-
do, e come sfuggitivo, allorchè si trova dopo il g ed il 9g,
come in guardia, guerra, guisa, quando, questo, equità,
ec. —L'U ha lo stesso suono rapido quando che innanzi al-
lO trovisi, e con essa faccia dittongo, come in wvomo,
cuore, buono, figliuòdlo, ec.
DITTONGHI, TRITTONGHI, e QUADRITTONGHI
S. XV. Due vocali unite nella stessa sillaba, e pronun-
ziate ognuna col suo suono, ma in una sola emissione dì vo-
ce, chiamasi Dillòngo, voce greca che significa Doppio suono.
La lingua Italiana ha quindici dittonghi, che sono: AE, Al,
AU , EA (ove l’e non sia accentuata), EI, FEO, EU, IA,
IE, IO, IU, OI, UA, UK, UI, come: «ere, aerifòrme,
airòne, mai, càusa, aurora, dàrea, medìcea, dei, ebrei,
cesareo , Mediterrùneo , euròpa , néutro , mischia , piòggia,
schiena, fiero, biògrafo, vario, chiùnque, diùrno, noi, voi,
guardia, quando, guerra, questiòne, guida, ruìna.
. XVI. L’unione di tre vocali in una sillaba, e pro-
nunziate ognuna col suo suono, ma in una sola emissione di
voce, dicesi Zri{òngo, vocabolo che vale Triplice suono, come
in miei, vuoi, puoi, fagiuòli, figliuòli, ec. l
S. XVII. Incontrasi talvolta anche il Quadrittongo, cioè
un composto di quattro vocali in una sillaba, come: /ac-
ciuò!, figliudî , ec.
SEZIONE SECONDA.
DELLE CONSONANTI.
S. I. Levate dall’alfabeto le cinque vocali,e lo J, le rima-
nenti sedici lettere sono Consonànti (quasi dica Sonanti con vo-
cale), così dette perchè se non sono congiunte ad una delle
cinque vocali, non hanno suono. .
S. IT. Le consonanti si pronunziano toscanamente così (1):
BI, CI, DI, EFFE, GI, ACCA, ELLE, EMME, ENNE,
Pi, CU, ERRE, ESSE, TI, VU, ZETA.
(1) Nel modo di pronunziare le consonanti È, e, d, &, P, I, i Toscani
differiscono dagli altri Italiani, i quali le pronunziano coll’ e dicendo co-
14 ORTOLOGIA
S. III Soglion dividersi le consonanti in mute, in se-
mivocali, in liquide, in dentali, in gutturali , ed in labbiate.
Mute si dicono B, C, D, G, P, T, Z, perchè in profie-
rendo i loro nomi, prima la consonante, e poi la vocale
sì sente.
Le Semicocali sono F, L, M, N, R, S, così dette per-
chè i loro nomi cominciano da vocale. Di queste sei semi-
vocali, quattro, cioè L, M, N, R, si chiamano Ziquide per-
chè hanno nella loro articolazione quasi come qualche cosa di
fluido, e di corrente, onde volentieri ad alcune altre conso-
nanti s' uniscono. |
Le consonanti C (innanzi e ed /), D, & (innanzi e ed 7),
S, T, Z, diconsi dentali perchè coll’ajuto dei denti si prot-
feriscono.
Gutturàli, si chiamano C e G allorchè alle vocali A, O,
U, alla H, ed alle consonanti L, e R_ s' uniscono, perchè
la loro articolazione emana pafticolarmente dalla gola.
Finalmente le /2b5bià/ sono B, F, M, P, V, perchè Ta
forza della loro vibrazione consiste nelle labbra, battendo al
labbro superiore all’ inferiore.
S. IV. Avanti di ragionare sulla natura e sul valore di
ogni consonante in particolare, è mestieri che si conoscano
le consonanti doppie, e le consonanti composte o insepara-
bili, l'intelligenza delle quali ci solleverà di molte ripetizioni
che senza di. lei ne' $$. seguenti saremmo costretti a fare.
S. V. Ogni consonante dalla 4 in fuori, può, nella com-
posizione di una parola, ovunque di ciò fare siavi mestie-
re, accoppiarsi con altra consonante della stessa natura, e
dello stesso valore, in guisa da potersi separare nella sillaba-
zione, come BB, CC, DD, FF, GG, ec. (2), tali unioni
Consonanti doppie si chiamano.
$. VI. Siccome due e più vocali di differente natura e
valore spesso s'uniscono nella medesima sillaba (vedi $$ XV,
XVI, XVII, della Sez. preced.), così del pari due o tre con-
sonanti tra loro, sì per natura che per valore differenti, con-
giungonsi per formare sillaba con qualche precedente o sus-
seguente vocale o dittongo. Le consonanti così unite, chiamarsî
possono Consonanti composte, o inseparabili. Le consonanti
me i Latini usavano, be, ce, de, ge, pe, te. Le altre consonanti si profferi-
scono da tutti gl’Italiani nello stesso modo. |
(2) Il Q non sì raddoppia se non che ne’tre vocaboli sogguadraàre,
sogquadràalo, soqquadro; per tutt’ altrove scrivesi cgj (vedi $. ALX. dì
questa Sez.) Ì
— o e erge i a
‘sirio ——rT—————_-______--+——_———— — ————_-
PARTE PRIMA o. + 15
composte di dué lettere sono nella nostr& favella ventisette ,
co: BL, BR, CH, CL, CR, DR, FL, FR, GH, GL,
GN, PL, PR, SB, SG, SD, SF, SG, SL, SM, SN, SP,
SQ, SR, ST, SV, TR. —
Avvertasi di non confondere le consonanti composte di
due lettere, colle consonanti doppie (vedi S. preced.), peroc-
chè queste separansi nel sillabare quelle rimangono inseparabili.
Le consonanti composte di tre lettere sono dieci, SBR,
SDR, SCH, SCR, SGH, SFR, SGR, SPL, SPR, STR.
$. VIL Fra le consonanti, alcune ve ne sono che vanno
soggette a notabile diversità di pronunzia. Noi ci accingiamo
di parlare di ognuna delle diciassette in particolare , sì iso-
lita che pe suoi rapporti con le vocali , o colle altre conso-
Nant, a cui nelle composizioni delle parole, s' unisca.
$. VIII. Il B (3), consonante labbiale, si pronunzia in
Toscana d7; in Roma, in Lombardia de Ci — Essa si
avvicina al p ed al v, dicendosi molte voci coll’ una e col-
Paltra, come dalco e palco ,, banca e panca, nerbo e
nervo, boce (antiquato) e voce, ec. — Il B forma conso-
nante composta con la L, e con la R, ma vi perde alquanto
di suono, come in blanda , obbligo , braccio, ombra, ec.
—In mezzo di parola consente avanti di sè, ma în ‘diversa
sillaba, le consonanti /, m, r, s (quest'ultima in poche voci e per
lo più dopo la prep. dis), come in a/bòme, lembo, erba , usber-
80, disbòrso, ec. — Più frequentemente è preceduto da $ nei
principj di parole, come sbattere, sbaglio, ec. — Ne' mezzi
delle parole il B puossi raddoppiare quando occorra, come
m labbro, nebbia, nibbio, gobba, bubbòne, ec. (3)
.$. IX. Il € da Toscani pronunziasi ci, ma dagli altri.
Italiani ce. — Questa consonante, sì come il G, a cui molto
sssomiglia, ha due suoni fra loro affatto differenti; l' uno
&utturale dicesi, avendo per solo strumento la go'a; l'altro
8 chiama dentale , perchè ha i denti per organo principale.
Le si dà il primo, che è un suono muto e rotondo quando
è posta innanzi alle vocali a, 0, u, ed alle consonanti / ed
r, come în caro, costa, cubo, classe, croce, ec.; prof-
(3) Tuite le consonanti mute, tranne la Z, sono di genere mascclino.
(4) Gli Egizj ne’ loro geroglifici, esprimevano il B con la figura di
Una pecora, forse a cagione della rassomiglianza che vi ha tra il belamento
! questo animale ed il suono del B, pronunziato be.
(5) Presso i Greci il B valeva anche il numero 2, e aggiungendovi un'ac-
cento al disotto valeva 200. Appo gli antichi Romani questa consonante era pure
tera numerale e valeva 300, e appostavi sopra una linea orizzontale
Valeva 3o00,
16 OR TOLOGIA l
feriscesi poi col secondo suono più sonante e più aspirato»
‘del primo (la cui emissione fassi quasi come se innanzi al e vi
fosse un /, pronunziandosi #e, #é), quando trovasi innanzi
alle vocali e ed 7 senza la mediazione dell'A, come in cena,
celeste, cibo, citàre. — Il suono dentale del C è di due
sorte, l'uno più forte e aspirato quando essa consonante si
trova sola innanzi al'e vocali e ed 7 come negli esempj pre-
citati; l’aliro più dolce e meno aspirato, quando ad essa,
nella medesima sillaba, precede la S, come scemo, scel-
leràto , scimunìto , scissùra, ec. (6) — La mezza lettera
h posta tra il Ce le vocali e ed 7, fa che il primo prenda
il suo suono gutturale, che senza di lei, dentale sarebbe ,
come in chérico , cheto , chino, chimico, ec. (7) |
S. X. Il C forma consonante composta inseparabile con
la Z e con la r come in clava, clausùra, cleménte, con-
clùso , crespo, crino, croce, accréscere. — Esso ammette
avanti di sè in diversa sillaba, le consonanti liquide 7, n, r,
come in palco, mancàre , barca , ec. — Una sola conso-
nante avvi fra tutte, cioè la s, che, nella stessa sillaba, vo-
lentieri al C preceda, e con esso s' unisca, tanto ne' principj
che ne’ mezzi delle parole, formante con esso consonante com-
posta, come scoperta, fiasco, tosco, ec. — Il C precede
a 9 ogni volta che quest ultima lettera si dovrebbe raddop-
piare, -come in acqua, acquisio , nacqui, nocqui, ec. (vedi
$. XXIII di questa Sez.)
- 8. XI. Il C raddoppiasi nel mezzo della parola, ovunque
sia necessario, sì col suono gutturale, che col dentale, come
im sacco, becco, attàcco, accettàre, ecceziòne, faccia, ec-
cidio. Avvertasi per altro che nel raddoppiare il G, nel suono
dentale, il primo si pronunzia quasi come un f, dicendosi a4-
cettàre , eiceziòne , falcia , elcidio , ec.
(6) Notisi che i soli Toscani, irregolarmente sì, ma per maggior dol-
cezza, profferiscono il C pressochè in quest’ ultima manicra ancora che
non ci vada unita la s, ogni volta che esso è posto fra due vocali, la
seconda delle quali sia e od i come in brace, croce, fece, bruciare,
macina, ec.
(7) Il CH posto davanti a’ dittonghi ia, ie, f0, iu, ottiene unsuono
gutturale sì, ma più schiacciato che non ha quando è seguito dall’; sem-
plice, come in chiave, chiesa, chiodo, chiùdere, macchie, buc-
chie , occhio, ec. nelle quali parole, e simili, l’articolazioni del-
le sillabe chia, chie, chio, e chiu, è notabilmente diversa da
quella della sillaba chi seguita da consonante, come per esempio in
chimico, chilo, chino, ec. 1} medesimo suono schiacciato sentesi in
pronunziando la sillaba chi ne’ plurali orècchi, picchi, occhi, mucchi,
ec. quantunque appo i poeti cotal suono non impedisca la rima coll’ al-
tro rotondo de’ plurali sfeechi, chicchi, tocchi, stucchz, ec.
a
=. —
PARTE PRIMA © 17
‘ $ XII Per la parentela che il C ha col G_ scambiarono
sovente i nostri antichi, in non poche parole, l'uno per l'altro,
scrivendo indifferentemente acùfo e aguto , castigàre e ga-
sligare, acro @ agro, secreto e segreto, sacro è sagro;
ec. lo che in oggi pure, sebbene meno, praticasi. — Il CT dei
latini si è convertito da noi, ove in #, come in patto ,
fatto, tatto, (pactum, factum, tactus), ove in z, come
in azione , perfezione , (actio , perfectio). (8)
6. xIL Il D, consonante dentale, pronunziasi di da To-
sani, e de da'Romani, e Longobardi. Ha stretta parentela col
T, e perciò molti vocaboli latini, nel farsi nostrali, hanno mu-
tato 11 T in D come più dolce di suono; onde da 4Zitus,
poker, ec., diciamo lido , padre, ed altri vocaboli or con d
or con # si scrivono, come potestà e podestà, imperatòre e
imperadore, armatùra e armadura ec. — Il D forma con-
sonante composta con la s avanti, e con la r dopo di sè; co-
me: sdegno, sdolcinàto , sdurre, drago, drudo, quadro,
mandra, ec. (9)
$. XIV. La F, che si pronunzia effe, è una delle lab-
ali, ed è assai simile al v per l'aspirazione’ con cui ambo
profferisconsi. (10) — Essa fa consonante composta con le li-
qude 7 ed 7, come in /làuto, fresco, ec. Ammette le
stesse consonanti 7 ed r avanti di sè, ma in diversa sillaba,
come in a/fiére, forfora, ec. — Riceve più sovente avanti
sé nel principio di parola la $ come in sfera, sfioràre,
sfratto, sforzo , ec. (11)
. $ XV. I G (19) , pronunziasi da’ Toscani gi, e dal
mmanente degl Italiani ge. Questa consonante ha, come 1l c,
ue suoni diversi ,.-l'uno dentale (che fassi quasi come fosse
preceduta da 4, pronunziandosi dge, dgi), allorchè posto
(8) Il C è lettera numerale romana è vale cento ; raddoppiato 200 ,
triplicato 300, ec.; e montato da una sola lineetta orizzontale, dinotava presso
gli antichi Romani centomila, da due duecentomila, ec.
(9) Il D è lettera numerale romana e vale 500.
(10) La F tiene, appo noi, luogo del pà usato da’Latini, come Phe-
bus ) pharetra , phulosophus, ec. che da noi si scrivono, Febo, farèira, fi-
ofo.
(11) La lettera F è nome di una delle chiavi della musica ; e, posta
solto le note musicali, segna l’abbrevazione della parola forfe, e ff quella
lla parola fortissimo.
(12) Vuolsi che avanti la prima guerra punica, i Romani non cono-
xessero il G, e che in vece di questa lettera usassero il c, e ciò vedesi
nella colonna rostrale eretta da Cajo Duilio sopra la quale évvi sempre un
‘ Invece d'un g; supponesi ancheche fosse Carvilio il primo a distinguere que-
Se due lettere, e che inventasse la figura del g.
Gramm. Ttal. | 4
13 ORTOLOGIA
innanzi ‘e ed i, senta l'intervenzione della A, come in gente ;
giro , ec.— Questo suono soffre una variazione notabile, di-
ventando più dolce, quando il G è preceduto da s, come in
Pelasgio, ec. — L' altro suono è gutturale rotondo, avanti
a, 0, ed u, come în gallo, gota, gusto. Ha pure il suono
gutturale innanzi e ed 7, allorchè tra queste vocali ed il g, in-
terponesi la 4, come in ghetto, ghindana, ec. il qual
suono gutturale sarà per altro più sottile e schiacciato nelle
sillabe ghia, ghie, come in ghianda, ghiera, ec ll G
profferiscesi con suono liquido e schiacciato nelle sillabe g/5 ;
glia, glie, glio, gliu, come in egli, vegliàre, maglietta,
maglio, fogliùto ; salvochè in negligénza, negligente ,_ ne-
gligenteménte , negligentissimo , negligere, ed im alcuni vo-
caboli e nomi proprj da altri idiomi nel nostro intredotti,
come glicònio , glisciàre , glifoglicera, glicina , roglifero ,
anglicano, ec., nelle quali parole il G conserva il suo suo-
no gutturale rotondo. — Aggiunnto alla n perde gran parte
di quel suono, che diventa quasi nasale, come in ragna ,
agnello, Agi , pegno, cagnùccio, ec. (13)
$. XVI. Il G nel mezzo della parola, e in diversa silla-
ba, consente avanti di sè le consonanti /, n, r, s, come in
svolgo, vanga, verga, disgràzia, ec. — Non ricusa nè pure
l'essere preceduto nella stessa sillaba, ma solo in principio di
parola, dalla s, che con esso costituisce consonante composta,
€ vi si pronunzia col suo suono rimesso e sottile come sgarbo ,
vii 7 sghignàre , sgom’nio, sgridàre, sguscio, ec. — Il
raddoppiasi sovente ed în ispecie avanti all’ 7, come oggi ,
spiaggia, poggio, ec. ove il primo g pronunziasi quasi com&
un d dicendosi odgt, spiadgia, podgio, ec. (14)
S. XVII. La ti ; che nell’ alfabeto pronuziasi acca, può
chiamarsi mezza lettera, perchè da sè non ha vibrazione alcuna.
Essa, di vin uso tanto frequente nella lingua latina, lo è di
poco nella nostra, dove in alcune parole, non serve che di
contrassegno; ed ignoriamo persino con qual suono i Latini
la pronunziassero (15). Questa lettera da noi s' usa solamente:
(13) Il G era anticamente lettera numerale, e significava 400, e postavi
sopra una lineetta indicava 40,000.
(14) Nella musica la lettera G è il quinto suono della scala diatonica,
detto. nell'antico solfeggio gsol re, g solre ul, e nel nuovo sol. Dal suono G
prende il nome la chiave di violino. — Presso î medici greci antichi il G
éra il segno d’ un’ oncia.
(15) 1l Buommattei prova che i Latini aspiravano la H, da quell’epi-
gramma di Catullo intitolato De Ario Aspirante, che comincia così: — Chom-
moda dicebul si quando ‘commòda vellet — Dkere , et Hinsidias | Arius
= dù A :
‘
PARTE PRIMA 19
f°. Nelle quattro qui appresso voci ok, hai, ha, hanno,
onde non confonderle, la prima con @ (congiunzione), la se-
conda con ai (articolo composto), la terza con 4 (preposizio-
ne), e la quarta con anno (nome); eppure in quelle voci avean
già taluni cominciato a sopprimerla, sostituendovi un accento,
posto sopra la susseguente vocale, scrivendo ò, di, è, ànno;
ma tale innovazione pochi seguaci trovò.
2°. Nelle seguenti interiezioni ahime, oh, ohi, ohimé ;
deh, doh, eh, uh, sebbene errore non sarebbe lo scrivere
le prime. quattro senza l’%, così aimé, 0, oi, oime.
3°. Finalmente servizio maggiore ne presta la H colla
frequente sua unione al C ed al G, innanzi alle vocali e ed
, dando l'articolazione gutturale a queste due consonanti
(veggasi $$. IX. e XV).
+ XVII. Lo J pronunziasi come z. Quando questa let-
tera è iniziale, o frammezzo a due vocali, ella è consonante
di valore, come in /attànza, noja, abbajàre, ec.; quando
poi in fine di parole trovasi per indicare la contrazione di
due sz, allora è vocale come in principj , esempj , varj; per
principzi, esempii, varii, ec.
6 Xx La L, una delle quattro liquide , si pronunzia
elle. Essa si raddoppia, dov'è necessario, in mezzo alle parole,
come in dallo, anéllo , stilla, collo, frullo, ec. — Non
ammette mai dopo di sè, nella stessa sillaba, altra lettera fuor-
chè le cinque vocali 4, e, #, 0, u; ma in diversa sillaba, e
dopo di sè, tutte le consonanti, dalla r in fuori, possono se-
gurla facendole perdere alquanto di suono, come in du/bo ,
talco, caldo, solfo, alza, melma, salnìtro, talpa, alquanto ,
bolso, alto, alzare, ec.—Essa forma rare i consonante
composta di due lettere con le consonanti è, c, Sf. & P, s,
come in blanda, òbblizo, clava, conclùdere, flato, conflitto,
gloria , agglutinàre , pIacido , esemplàre, slacciàre, ec. —
Più di rado la precede il #, e solo im qualche voce forestie-
Ta, non divenuta ancor nostra affatto, come in afléta, atlànie.
— Ammette innanzi a sè la r, ma in diversa sillaba, come
ghirlànda , orlo, merlétto. — Dopo il g la L, allorchè è se-
guta da 7, ha un suono sottile e schiacciato (vedi $. XV. della
presente Sez.) — Notisi che qualunque consonante, con che
la L si accoppj, sì dopo che avanti di sè, le fa perdere al-
quanto del suo snono primitivo, salvochè la r avanti, ela s
dopo, glielo lasciano mantenere intero. (16)
(16) La L è Jettera numerale, e vale 50; con una linea ‘orizzontale
Postavi al di sopra vale 50,000; anticamente un I posto innanzi alla L ,
ORTOLOGIA — i
- $ XX. La M, seconda delle liquide, sì pronunzia emrze.
Riceve innanzi di sè, e in diversa sillaba, le consonanti /, r, s,
come in alma, ‘orma, risma. — Forma consonante com-
posta, nel principio della parola con la s, che in tal caso
profferiscesi col suono sottile, come smania, smarrito, smil-
zo , ec. (17) ì
S. XXI. La N, terza consonante liquida, sì pronunzia
enne. Dopo di sè, e in'diversa sillaba, riceve le consonanti
c, d, f, g, s, t,v, 2, ed allora si pronunzia con suono al-
quanto rimesso, come in danco, banda, enfiàto, van-
gelo, mensa, vento, convito, stanza, ec.— Ammette avan-
ti di sè, in mezzo di parola, e in diversa sillaba la r, come in
ernia, scérnere. — La s non le si trova mai innanzi n mezzo
di parola se non che ne' verbi composti colla particella dz,
come in disnebbiàre, ma nel principio più spesso, formando
con essa consonante composta, come snaluràto, snello, sno-
dàre, ec..— La N posta dopo il G perde una gran parte del.
suo suono primitivo, ed essa stessa ne toglie al G, come n da-
nàre, agnéllo, insignire, bagno, ec. (18). — Sì come
e altre consonanti, la N si raddoppia ovunque faccia d'uopo,
come in panno, cenno, Sponno: ec. (19)
S. XXII. Il P, una delle labbiali, è da' Toscani profferita
pi, e dagli altri Italiani pe. È prossimo affine del B (vedi
. VIII. di questa Sez.), e del V, onde indifferentemente si
ice coperta e coverta, sopra € sovra, soprano € sovrano,
sopèrchio e soverchio, ec. — Forma consonante composta
con le consonanti / e r, sebbene rade volte con la prima si
‘trovi, come in placàre, plico , pralo, presto , pen one:
capro, ec. — Nel mezzo della la: ma in diversa sillaba ,
ammette avanti di sè /, 72, r, come in a/péstre, temporàle ,
corpo, ec.—Al P s'aggiunge volentieri la s onde formare in-
sieme con essa consonante composta, come spada, spinta,
specchio, aspettàre, ec. @ in questi casi la s ha il suono
gagliardo, mentre il p perde alquanto del suo.
S. XXIII. Il Q nou è considerato, al par della #, che |
toglieva a questa una diecina del suo valore, onde IL valeva quaranta:
oggidi per altro per segnare quaranta, si scrive XL.
(17) La M è lettera numerale, e vale mille; e presso gli antichi, al-
lorche si poneva sopr’essa una lineelta orizzontale, acquistava un valore
mille volte mafgiore , cioè un milione.
(18) IP union» del'e due consonanti g e 7, trovasi anche, ma di rado
in principio di vec.bolo, come in graffe, gnau, gnocco, gnomòne, ec.
(19) Appo gli antichi la N era lettera numerale per significare no-
vanta, € sorinonta:a da una lineetta novantamila.
a
PARTE PRIMA 21
come mezza lettera. Esso, senza l'accompagnamento dell' u,
non ha vibrazione che possa rilevare elemento, come im quat
iro, quello, quinto , quotidiàno, ec. — Il Q in vece di rad-
doppiarsi, ammette avanti di sè il c, come in acqua, acquisto;
salvochè in queste tre voci sogguàdro, sogqquadràre , s0q-
uadràto.
S. XXIV. La R, quarta delle liquide, è lettera di suono
aspro e veemente, e nell'alfabeto pronunziasi erre. Essa forma
consonante composta inseparabile con le consonanti è, c, d,
f. g. p, t, ©, ricevendole dopo di sè, sì ne' principj che nei
mezzi delle parole, come in draccio, ambra, crudo, in-
crespàto , drago, andròne, a , refrigério, gralo ,
aggradìre , prato , rappresàglia, trave, intrecciato , s0-
vruno, ec.—Fa altresì consonante composta con la s, avanti
di sè come sradicàre , sregolàùto, ec. — Nel mezzo della
parola ammette dopo di sè, ma in diversa sillaba, tutte le con-
sonanti, come morbo, parca, lardo, forfora , òrgano ,
iorlo, arme, ornàre, scarpa, serqua, verso, corle, nervo, ar-
silla, ec. — La R raddoppiata accresce maggiore asprezza nel
pronunziare, come in carro, borròne, ec. (20)
. XXV. La S (21), consonante dentale, pronunziasi nel-
l'alfabeto esse. Questa lettera concorre a formare ogni sorta
di consonanti composte non che di due, ma anche di tre
lettere. Per quelle di due lettere, a tutte le consonanti, dalla
h e z in fuori, uniscesi, come: sbuttere , scala, sdegno,
sfoglia , sgomento , sloggiàre, smania , snodùre, spurio ,
squartàre , sregolàto, studio, svi'àre. — Per la formazione
delle consonanti composte di tre lettere, essa congiungesi alle
composte br, ch, cr, wi gh, gr, pl, pr, ir, come: strac-
ciàre, schiera, scrupolo, sdrùcciolo , sfratto, sgherro, sgranàre,
splendido , spremere , strada , ec. ; e così pure nel mezzo
delle parole. (Veggasi Sez. II. $. IV.)
Nota bene. La S unita ad altre consonanti, nel modo di
sopra espesto, chiamasi $S' impura.
$. XXVI. La S ha nella nostra lingua due var) suoni, uno
gagliardo, l’altro sottile, entrambi estesissimi, ma più il primo, che
è anche a noi più famigliare del secondo. Cosa utilissima sarebbe
almeno pe’ non Toscani (conciossiachè i Toscani rarissime volte,
(20) La R era anticamente usata come lettera numerale per dinotare
80, e sormontata da una linceita 80,000.
(21) Questa lettera, posta in composizione con un vocabolo primiti-
vo ha forza ora di privativo, come calzare scalzàre, montare smontare,
ec. ora d'accrescilivo come porco sporco, munito smunio, ora di frequen-
talivo , come buttere sbattere ; ed ora non opera nulla valendo lo stesso
come campòre scampare, bandire sbandwe , befare sbefage, cc
29 ORTOLOGIA I
per non dir mai, rimangono esitanti nell'applicazione de'due
suoni anzi nominati), e per gli stranieri; se con regole si po-
tesse determinare quando. la $ col primo o col secondo suono
debbasi profferire; sfortunatamente siamo costretti a riconoscere
non esser ciò fattibile, e in ispecie allorchè essa consonante tra
due vocali è posta, non essedovi che l' uso e l’ orecchio che
servir possano di maestri e guide. Ciò nondimeno, volendo
noi con quanto è in poter nostro porgere una mano soccor-
revole allo studioso straniero, onde condurlo per tutte le pur trop-
po spinose vie per cui passar debbe chiunque, non essendo T'o-
scano, pretenda giungere al puro e pretto parlare la lingua di
Dante, ci studieremo di ajuiarlo anche in questa importantis-
sima parte della pronunzia italiana, stabilendo alcune poche sì,
ma generalissime regole ; quindi, siccome la S gagliarda è
di gran lunga più estesa che non è la sottile, daremo una
lista alfabetica della maggior parte de’ vocaboli in cui essa
consonante col suono sottile suole esser pronunziata.
S. XXVII. La S ha il suono gagliardo:
1°. Ne'principj delle parole innanzi a qualsivoglia vocale e
in congiunzione colle consonanti c, f, p, 9, 1, come savzo,
servo, sino, sopra, superiore; scala, sforzo, spirito, squa-
dra, stare, ec. |
2o, Quando è raddoppiata, e in tal caso entrambe han-
no il suono gagliardo, come basso, Lar ec.
3°. Ne' mezzi delle parole quando è preceduta dalle con-
sonanti Z, n, r; e notisi che ove la precedente consonante
sia n, il suono della S è tanto gagliardo che molto si avvi-
cina a quello della z (vedi $. XXXI e seg. della pres. Sez.),
come in falso, bolso, mensa, compénso , sospensione , arso ,
borsa , ec. |
4°. Negli addiettivi uscenti in oso, osà, 052, ose, come
amoròso , virtuoso, gloriòsî, invidiòsa , ec.
be. Nella terminazione eso degli addiettivi provenienti
da' verbi in endere, come preso da préndere, inteso da intén-
dere, sorpréso da sorpréndere; e così anche nelle terminazio-
in plur. e femm. degli stessi addiettivi esi, esa, ese.
6°. Ne' superlativi e negli avverbj derivati dagli addietti—-
vi menzionati ne' due numeri precedenti come glorzosissimo,
virluosissimo, amorosaménk , estesìssimo, intesamente, intes-
sìissimamente, ec.
7°. Nella terminazione ese, de nomi di nazione, come:
Inglese, Svedese, Pistojese, ec. eccetto in Francese, Lucchese.
8°. In tutte quello voci che non si trovano tra quelle 1n
PARTE PRIMA — 23
ei la S ha il suono sottile, e che sono comprese nelle re-
gole susseguenti e nella sottoposta lista.
. XXVIII. La S ha 11 suone sottile:
°. Nelle consonanti composte sb, sd, sg, sà, sm, sn, sr, so,
come in sbaglio, sdegno, sguardo, slegàre, smania, snello,
sradicare, svenire, ec.
o, Nelle desinenze aszone, esione, istone, osione, usione,
come in persuasiòne, lesione, adesiòne, divisione, esplosione ,
confusione, ec.
3°. Nelle terminazioni asivo, esivo, istvo, usivo, degli addiet-
tivi provenienti da’ verbi in adere, edere, idere, udere, come
im Persuasìvo, lesivo, decislvo, conclusìvo, ec.
4°. Nelle terminazioni aso, eso, is0, uso, degli addietti-
vi provenienti da’ verbi in adere, edere, idere, udere, come in
invàso , leso, diviso, acclùso; eccetto chiuso , e conchiùso ,
da verbi chiùdere, conchiùdere.
5°. Nelle terminaziozi esima, esimo, come in crésima,
battesimo , paganèsimo, cristianésimo, e in tutti ì numerali
in esimo co’ loro plurali e femminini, come vizesumo, cen-
tesimo, millesimo, ec.
6°. Nella particella iniziale dis, allorchè la seconda parte
della composizione cominci da vocale, o da una delle conso-
nanti liquide 7, mn ,n,r, come in disabitàre, disamàre,
. diseredàre, disinteresse, disonòre, disuguàle, disleàle, dismi-
| sura, disnaturàle, disradicàre, ec. (22)
|
7°. Nelle terminazioni asta, esìa, isìa, osìa, usia, ne' ter-
mini di scienze ed arti, come in mefonomasìa, fantasia, ere-
sia, idropisia, galattoposìa, alusìa, ec. come pure nelle ter-
minazioni asi, esi, osî, usi, parimente in termini scientifici,
come in peràfrasi, pràtasi, anàspasi, pòstasi, estasi , pa-
rentest, sintesi, sinderesi, sinéresi, anafònesi, ipòtest, tisi, cri-
si, ptist (tisichezza), sìnfisi, anastròmosi, sineuròsi, sinartrò-
st, jatréusi, ec. come altresì ne’ nomi propr)j geografici, come
n Mesta, Mista, Frisia, Austrasia, Prusta, ec.
__ 80. In tutte le sillabe iniziali esa, ese, esì, eso, esu, come
m esaminàre, esùrca, eseguire, esémpio, esìgere, esìlio, ésito,
esofago, esorbitànte, esuberànte, isulima ec.
90. Nella particella tras, nella composizione di alcuni vo-
caboli, ogni volta che la seconda parte della composizione co-
(22) Notisi però che, ove in vece della particella dis si scriva di, a
motivo che la seconda parte delle parole componenti comincia da .$, que-
sta deve avere il suono gagliardo come in Di-sacràre, di-sigillàre, di-sotter-
Tare, ec.
dA
iu ORTOLOGIA
minci da vocale, o da una di queste consonahti £
,l,m,
n, r, o, come in frasamàre, trasandùre, trasordinàre, trasgre-
dire, traslatàre, trasmutàre, trasnéllo, trasricchìre , trasviàre ,
ec. (25)
LISTA ALFABETICA
DI VOCABOLI IN CUI LA S PRONUNZIASI
N. B. conservando la S ne'vocaboli derivati lo stesso suono che ha nei .
NEL SUONO SOTTILE. (24)
primitivi, questi soli saranno registrati nella qui appresso raccolta e saran-
no regole per quelli.
Abuso.
Accluso.
Accusa.
Acquisizione. .
Acrisia.
Acrisio.
Adasio per Adagio.
Addisiare.
Affisare.
A josa (a00.)
A isonne (avv.)
Alliso.
Allusingare.
Ambrosia.
Ammisurare.
Anisocicli.
Anciso.
Aposivpesi.
Apposito.
Appresentare.
: Archibuso.
Arfasatlo.
Arrisicare.
Arrosare.
Asciso.
Asecuzione.
Aselliano (T. anat.)Basina.
Asempro.
Asequio. Pe.
Asercitare. Basoffia.
Asia. Basoso.
Asiarca. Biasimdre.
Asilo. Bisaccia.
Asima. Bisante.
Asio. Bisanto.
Astruso. Bisarcavolo.
Asuliere. Bisavo.
Asuro (verme). Bisavolo.
Ausilio. Bisbetico.
Auso. Bisbigliare.
Ausonia. Bisdosso.
Avvisaglia. Bisestare. |
Avviso. Bisestile.
Basa, base. Bisesto.
Basilischio , basi- Bislacco.
lisco. Bisleale.
Basalte. Bislessare.
Basaltina. ‘ Bislungo.
Basamento. Bismalva.
Baseo. Bismuto.
Basetta. Bisnipote.
Basilare(T.anat.) Bisnonno.
Basilica. Bisognare.
Basimento. Bisunto.
Brasile.
Basioglosso ( T. Busecchia.
anal.)
Busilli.
Busino.
Busna.
Buso.
Casacca.
Casimir.
Caso.
Casuro.
Causa.
Cesale.
Cesare.
Cesarie.
Cesatura.
Cesello.
Cesenese.
Cesio.
Ceso.
Cesoje.
Cesone.
Cesura.
Chiesa.
Cisma.
Clausola.
Clausura.
Clesia.
Commisurare.
Commiserare.
Compositivo.
(23) Ma quando la seconda parte della composizione cominci da S,
in vece di #ras si scriverà fra "e la susseguente S_ dovrà pronunziarsi
col suono gagliardo , come in fra-sàvio, tra-sudàre , tra-soàve , tra-so-
gndre, ec.
(24) Ne vocaboli in cui si ritrovassero più esse in diverse sillabe, quella che
dovrà pronunziarsi col suono gagliardo, sarà impressa con carattere Cor-
sIvo.
pe
sms LÀ
° Cipparosa.
Cortese.
Cosacco.
Cosimo.
Crasi.
Creso.
Crisalide.
Crisantemo.
Crise, crisi.
Crisma.
Crisoberillo.
Crisocolla.
Crisocome.
- Crisòlito.
Crisomela.
Crisopazzo.
Crisopéa.
Culiseo.
Cusella.
Cusòffiola.
Cusoliere.
Deserto.
Desertore.
Desinare.
Desinenza.
Desio.
Desmologia.
‘ Desolare.
Diesis.
Diocesano.
Diocesi.
Disuso.
. Dose.
Druse.
Ecclesia.
Efeso.
Elemosina.
Eleusi.
Eliseo.
Visir.
Hisirvite.
Eliso, elisio.
Episodio.
Fresia.
Eresiarca.
Ermesino.
Frisipelatòso.
Esistere.
Esoso.
Esostosi.
Esplosione.
Esquisito.
/PARTE PRIMA:
Fase.
Fiesole.
Filosofia.
Filosomia.
Fisica. -
Fisicare.
Fisima.
Fisiologia.
Fisionomia.
Fisitero.
Fiso.
Fisonomia.
Francioso.
Frapposizione.
Frase.
Frisato.
Frosone.
Fuso (25).
Gasòmetro.
Gènesi.
Gesù.
Gerusalemme.
Ginnasio.
Giosaffatte.
Giosuè.
Giuseppe.
Gi NR
Glosa.
Grisatojo.
Grisello (T. mar.)
Grisetta.
Grisetto.
Grisola.
Grisolampo.
Grisolita.
Grisòlogo.
Grisostomo.
Guisa.
Icosaèdro.
Jdrosarca.
Imbasamento.
Imbisacciare.
Imbisognato.
Imbusecchiare.
Immisurabile.
Impersuasibile.
Impositore.
Imposizione.
Improvviso.
Incrisalidare.
Indisia.
Indosia.
25
Indiscare. Mesolabio.
Indisposizione: —‘Meson.
Indisusata. Mesopicini.
Inesatto. Mesotipa.
Inesauribile. Mesopotàmia.
Inesausto. - Misagio.
Ineseguibile. Misalta , misaltare.
Inesercitabile. Misantropia.
Inesicabile. Misavvedutamente.
Inesigibile. Misavvenire.
Inesione. Misavventura.
Inesorabile. Misdire.
Inquisire. Miselio.
Insoso, insuso. Miserabile.
Inusato. Miseria.
Inusitato. Misericordfa.
Invasellare. Misero.
Invaso. Mislea. 3
Invisibile. Misleale.
Tosa , josa. Misura.
Isapo. Mosa, mosella.
. Isenterico. ‘Mose, Moisé.
Isiaco. Musa.
Iside. Musacchino.
Isleale. Musaico.
Isocrono. Musare.
Isola. Museo.
Isomeri. Museruola.
Isonne: Musetio.
Isoperimetro. Musica.
Isopico. Muso.
Isopo. Musoliera.
Isoscele. Musonare.
Lasagna. Musone.
Laserpizio. Musorno.
Lesina. Narciso.
Lesura. Nausa, nausea.
Limosina. Nemesi.
Lisimàchia. Occasione.
Lisirvite. Occaso.
Liso. Occisio.
Lusinga. Odrisio.
Marchese. Oppòsito.
Maso per Tommaso.Osalida.
Mausoleo. © Osanna.
Medesimo. . Osare.
Melarosa. Osiride.
Mesenterio. Oituso.
Meseraîco. Paese.
Mesocolon. Palese.
Mesocoro. Paracentesi.
Mesodos. Paradiso.
(25) Da fondere; non già fuso, quell’ arnese su cui s'avvolge il filo.
Gramm. Ital.
26 ORTOLOGIA
Paràfrasi. ’ ‘Pasigno. Rosola. Tisico. .
Pausa. Pusillanime. Rosolare. Tommasella.
Pegaseo. Pusillo. Rosolio. Tommaso.
Pelusio. Quaggiuso. Sbasoffiare. Tosa.
Pesello. Quasi. Sbisacciare. Tosare.
Peso (26). Quesito. Shusare. Tosello.
Pesolo. Ragusa. Scasimodèo. Tosetta, tosetto.
Pisello. Rappresentare. iSchisa. Toso.
Pisolito. Rasente. ‘ —«Scortese. Tosone.
Piusore. Refuso.(T.disiam-Scusa. Trasoriere.
Poesia. perìa.) Segnacaso. Travasare.
Polesine. Requisito. Sesamo. Travisare.
Polinesia. Resia. Simposiaco. Trisavole.
Posilipo. Resecare. Sisamo. Usignuole.
Positivo. Revisore. Sisaro. n. prop. Usitato.
Posoliera. Ribisognare. Sisimbo. Uso.
Posolino. Ricesellare. Smisurato. Usoliere.
Prtesistere. Ricisa. Soppositorio. Usufrutto.
Presentare. Ricusa. . Soso. Usura.
Presepio. Ripositario» Spasimo. Usurpare.
Presio. Risicare. Sposo, sposa. Vaso, vase.
Presontuoso. Risigallo. Squasimodeo. Vesuvio.
Presopopea. Ri.ipola. Squisito. Visibile.
Proposito. Ritosare. Stafisagra. (pianta)Visibilio.
Prosa. Ritropisia. Susina. Visiera.
Prosapia. a. Suso. Visionario.
Proselito. Rosario. Tarabuso. Visire.
Prosentico. Rosecchiare. Tesauro. Visita.
Prosodìa. Rosicare. Tesoro. Viso.
Prosutto. Rosolia. Testo. Visorio.
Pròtasi. Rosignuolo. Tisana. Visuale.
Provvisare. Roso. Tisica.
s XXIX. Il T pronunziasi da' Toscani #, e dagli altri
poli d' Italia fe. La sua articolazione è quasi simile a quel-
a del D, e molte voci or coll’uno or coll’ altro si scrivono,
come etàte etade, potere podere, potestà podestà, lito lido, ec. —
ta consonante perde alquanto di suono allorchè riceve dopo
di sè lar come in trace, atrabile, scaltro, ec. — Consente tal-
volta anche dopo di sè la 7, ma malagevolmente perchè una
tal congiunzione non è suono italiano, nè sì adopera, se non
in voci, le quali non sono interamente nostrali, come in
atlante, atleta, ec.—- In mezzo di parola riceve avanti di sè,
ma in diversa sillaba, le consonanti /, n, r, s, come in alto,
punto, orto, distendere. —1l 'T forma consonante composta di
due lettere con la s avanti, e la r dopo, come state, stoviglie,
tremare, truppa; e di tre lettere con la s avanti e la r dopo,
(26) Peso per Pisello — Peso per gravezza ha la S gagliarda.
PERA pae en Le REI
ar gi
arr ‘PARTE PRIMA © 27
come strada, strépito, stridòre, astro, ec. — Raddoppiasi nel
mezzo della parola egualmente all’ altre consonanti. (27)
$. XXX. Il V, consonante labbiale, pronunziasi vu. Que-
sta lettera è assai differente dall'U; ed a noi pare che, ove
essa abbia avuto sempre la stessa vibrazione che ha appo noî,
non sia mai stata altro che consonante; checchè ne dican taluni, i
1 s’ostinano ad insegaare essere ella ialora vocale (con-
fondendola erroneamente coll’ u) e talora consonante (vegga-
si la nota (f) della pres. Sez.). — Per essere il V molto si-
mile al 5 ed al p, parecchie voci or coll’ uno or coll'altro,
indifferentemente si dicono come ne'$$. VIII, e XII, parlan-
do del B e del P, abbiam detto. — Il V riceve avanti di sè,
nel mezzo della parola, le consonanti 4, n, r, s, come in mal
va, convito, serva, disviàto, misvenire, ec. — Forma consonante
composta con la r dopo, e la s avanti di sè, e in amendue i
casi con molta perdizione di suono, come in avrei, dovreste,
sovràno, svariàre, svenire, svinàre, ec. —Il V si raddoppia, co-
me le altre consonanti, nel mezzo della parola, come in 0v050,
ravvòlito, ec. |
S. XXXI. La Z, lettera dentale, sì pronunzia zeta, ed
è assai in uso appo gl'Italiani. Essa dopo di sè non ammette
nissun'altra consonante, nè in principio nè in mezzo della pa-
rola, e non riceve avanti di sè, che la 7, n, r, e solo in
: diversa sillaba, come in dalzo , Zenza, scherzo, ec. —- La Z
si raddoppia sempre ogni volta che si trova tra due vocali,
salvochè alla Z seguiti uno de' dittonghi 52, se, #0.
. XXXII. La Z ha tre suoni diversi cioè l'aspro o’ ga-
gliardo , il dolce, e il sottile. Il primo fassi sentre come se
alla Z precedesse il £, come in zappa, pezzo, sitto, zòccolo,
zucca, ec. che pronunziasi fzappa , petzo , fsitto , tsùccolo ,
lzucca.
L'altro , detto anche rozzo , sì fa quasi che innanzi alla
Z vi fosse un d, come in sanzòra, gazza, brezza, azzùrro,
zòtico , che si pronunziano dzandzara , gadza, bred:a,
adzurro , dzotico.
In quanto al terzo suono, detto sottile, tiene questo il
mezzo tra l’aspro e "l dolce, ed è assegnato alla Z scempia,
semprechè sia seguita dai dittonghi #2, ze, #0, come in grazia,
Lizia, paziénte, spezie, aziòne, precipìzio, ec. Questa regola è
generalissima. a
(27) Il T, come nota numerale, indicava presso gli antichi 160 , e
con una lineetta orizzontale sovr' esso, valeva 160,000. i
28 O'RTOLOGIA
La quasi insuperabile difficoltà cui offre il distinguere le
due prime diversità di pronunzia della Z, farebbe desiderare
o che carattere differente fosse assegnato ad ognuna, o che
almeno con regole si potesse indicare la via alla conoscenza
di entrambe; ma non essendosi fatto l' uno, che si sarebbe
potuto fare, e l’altro essendo infattibile , lo studioso è ridotto
ad affidarsi in ciò, del pari che nella pronunzia della $,
alla sola guida dell'uso e dell'orecchio. Per altro vogliamo .
dal canto nostro: condurlo anche noi per un buon tratte di
cammino , coll’ esporgli alcune regole quasi generali, sul
quando la Z. abbia il primo suono , quindi gli daremo una
«compiuta: raccolta di vocaboli in cui questa consonante pro-
munziasi col secondo suono, che è di gran lunga meno nu-
. ameroso del primo, talchè quelle voci che in essa raccolta
mon saranno registrate, potranno tenersi come aventi la Z.
aspra. sE
La Z.sì pronunzia col suo suono aspro:
4°. In principio di parola di que’ vocaboli , che, comio-
cianti con Z, non sitrovano registrati nella qui sottoposta rac-
colta della z dolee. ù |
20, Ne'verbi uscenti in azzare, ezzare, izzare, ozzare, uz
zare, ed intuttii derivati da tali verbi, sian participj, addiettivi 0
uomi verbali, come ammazzàre, carezzàre , indirizzàre,
| sbozzàre, puzzòre; ammazzamento, carezzànie, shozzòto, ec.
d°. Nelle voci in azzo, azza, ezio, ezza, Izzo, 1220,
0zz0, 0gza, uzzo, uzza, siano sostantivi o addiettivi, ‘e ne’lore :
derivati, come #u224, piazza, grandézza , pezza, attrézzo, >
vezzo, rizza, pòlizza, pizzo, stizzo, carròzza, tavolozza, ba- è
«iòzza, pozzo, melùzza, viùzza, lavarùzzo, puzzo, merlùzzo, e «
4°. Nelle terminazioni anza, ed enza ne’ nomi astrati
come In zsonorànza, costànza, prudénza, eloquenza, ec.
5°. Quando :è preceduta, in diversa sillaba, dalle conso-
nanti 7, n,-r, come in a/zàre, calza, balzo, smilzo, pénzolo,
pinza, punzòne, marzo, ‘sferzàre, forza, sforzo, ec. Le poche
eccezioni che patiscono queste cinque regole, si troveranno
ella sottoposta lista della Z dolce, |
PARTE PRIMA
LISTA ALFABETICA
DI VOLI IN CUI LA Z SI PRONUNZIA
COL SUONO DOLCE.
N. B. Farciamo avvertito lo studioso che in questa raccolta non si tro-
vano registrati che i vocaboli semplici e primitivi, dovendo essi servir di
norma pe loro composti
suono. -
Abbrezzare.. Benzoino.
Abbronzare. Bizza.
Adorezzare. Bizzarria.
Agonizzare. Bizzeffe.
Aguzzino. Bonzo.
Amazzone. Bozzima.
Ammezzare (28). Brezza.
Ammortizzart. Bronzo.
Analizzare. Buzzo.
Anatomizzare. Calenzuolo.
Armonizzare. Canonizzare.
Aromatizzare. Carbonizzare
Arrozzire. Catazzo.
Arzente. Catechizzare.
Arzigogolo. Cauterizzare.
Arzinga. Chimerizzare
Assozzarsi. Chiozzo.
Autorizzare. Cicatrizzare.
Azoto. Civilizzare.
Azzimella, azzimo.Cristallizzare.
Azzimare. Czar.
Azzollare. Czarina.
Azzurreggiare. —Dassezzo.
Azzurro. Dimezzare.
Barzelletta. Dirozzare.
Battezzare. Disorganizzare.
Bazza. Donzellare.
Bazzana. Dozzina.
Bazzarrare. | Epizoozia.
Bazzecole. Famigliarizzarsi.
BazzoUto. Frizzare.
Belzebù. Fronzolo (29).
Belzuar, Fronzuto.
Ganza, e ganzo.
Garzare.
Garzone.
Garzuolo.
Gazetta. (sorta di
vaso).
Gazofilàcio,
. Gazza.
Gazzarra.
Gazzella.
Gazzera.
Gazzetta.
Generalizzare.
Ghiozzo.
Ghiribizzo.
Gonzo.
Imbizzarrire.
Imbizzocchire.
Imbozzimare.
Imbuzzire.
Indennizzare.
Ingarzullito.
Insozzare.
Intirizzire.
Intvamezzare.
Intronizzare.
Inzavardare.
Inzibettato.
Inzotichire..
Jozzo.
Lapislazzoli.
Lazeggiare.
Lazzeretto.
e derivati, in cui la Z si pronunzia collo stesso
Lazzero.
Lazzerone.
Lazzeruolo.
Lazzo (nome) (30).
Legalizzare.
Lezzo.
Magazzino.
Manzo.
Marmorizzare.
Martirizzare.
Marzocco.
Mezzajuolo.
Mezzalana.
Mezzaluna.
Mezzano.
Mezzelto.
Mezzina.
Mezzo (metà) (31).
Mezzodi.
Mezzogiorno.
Mezzuùle.
Mortalizzare.
Mozzo (pezzo) (32).
Notomizzare.
Olezzare.
Orezza.
Organizzare.
Orizzonte.
Urza.
Urzajuolo.
Orzata.
Orzese.
Orzo.
(28) Nel significato di Divider per mezzo; — in Ammezzare, per. divenir
mezzo, esser più che maiuro, }e due £z sono aspre.
cato di ornamento;
(29) Nel signifi
£ è aspra.
(io) n Luzso addiettivo , le due z2"sono aspre.
"os
—in Fronzolo, specie di castagna ,
31) In Mezzo froppo maluro, fracido, le due 12 sono aspre.
(32) In Mozzo servo che fa le
verno Mogzare, le due 42 sono aspre.
faccende più vili, e in Mérzo add. dal
30
Urzuolo.
Uzena.
Ozzino.
Paralizzare.
Patrizzare.
Polverizzare.
nso.
Prodigalizzare.
Profetizzare.
Rammanzina.
Rammanzo.
Rammezzare.
ORTOLOGIA
Scorzare.
$corzone.
Scozzonera.
Secolarizzare.
Sezzo, e sezo.
Sfronzare.
Sgargarizzare.
Sillogizzare.
Simpatizzare.
Singolarizzare.
Sinonimizzare.
Siza.
Razza (pesce) (33) Soavizzare.
Razzare (risplende-Solecizzare.
re) (34).
Razzente.
Razzese.
Razzimato.
Razzo.
Razzuolo.
Rezzo.
Rezzola.
Rinfronzire.
Rinverzicare.
Rinverzire.
Romanto.
Reonzare.
Ronzino.
Rozzo.
Ruzzo.
Satirizzare.
Sbizzarrire.
Sbonzolare.
Scandalizzare.
Scanonizzare.
Scarzo.
Schiribizzo.
Scommezzare.
Scorza.
$. XXXIII. Nell' alfabeto latino, ed in quello eziandio
di molti altri idiomi, trovansi due consonanti, che straniere
sono alla favella italiana, K ed X. La prima, greca, d' origine,
non è a noi necessaria, avendo il C, e 'l CH che ne fanno
le veci; e neppure i Latini se ne servivano, se non qua e là
în alcune voci dal greco provenienti. Alla X sostituiscesi da
noi la $, in alcune voci scempia, in altre raddoppiata, secon-
do che in latino questa ‘consonante profferivasi o con. molta
forza, o leggermente, come: Axrioma, Alexander, exercitus,
Solennizzare.
Sottilizzare.
Sozzare.
Spiritualizzare.
Spolverizzare.
Spulezzare.
Staza.
Strafizzeca.
Suzzacchera.
Suzzare.
Suzzo.
Sverza.
Sverzare.
Tartarizzare.
Teologizzare.
Tesaurizzare.
Toscanizzare.
Tramezzare.
Tramezzo.
Utilizzare.
Verzella.
Verzicare.
Verzicola.
Verzino.
Verzotto.
Verzume.
Verzura.
Volatilizzare.
Volgarizzare.
Zafferano.
Zaffetica.
Zaffiro.
‘ZLagaglia.
Zaimo.
Zaino.
Zamberlucco.
Zambra.
Zambracca.
Zanca.
Zancato.
Zanco,. ©
Zangola.
Zangoni.
Zannire.
Zanzara.
Zanzariere.
Zara.
Zerbino.
Zero.
Zeta.
Zeugma.
Zerzolo.
Zibaldone.
Zibellino.
Zibctto.
Zibibbo.
Zienda.
Zimarra.
Zimino.
Zimatecnia.
Zinginare.
Zingo.
Zizzania.
Zizzita.
Zizzito.
Zizzolo.
Zodiaco.
Zofito.
Zoilo.
Zolla
Zollata.
Zona.
Zonzare.
Zoofito. —
Zoofourico.
ZLoografia.
Zoolatria.
Zoolito.
Zoologia.
Zootomia.
Zopiosa.
Zotico.
Zurigo.
Zarlace. .
Zurlo.
Zurro. —
(33) In Razza sé&rpe, schiatta, le due zz sono aspre.
(34) In Razzare per rassolare del cavallo colle sampe davanb, le due
25 sono aspre.
A È. e
PARTE. PRIMA si
eristere; ec.; Assioma, Alessandro, esercito, esistere, ec. Con-
servasi però questa lettera anche nell' idioma italiano in al
cuni latinismi, posti avverbialmente, e composti dalla prepo-
sizione latina er, come: er-abrupto, ex-professo, ertempore,
e., e così pure nel nome proprio Xeno, onde non conton-
derlo con Santo.
SEZIONE III.
DELLE SILLABE.
S. I. Ogni vocale o di per sè sola o unita ad una o più
consonanti, forma quel che comunemente sì chiama sillaba.
I dittonghi, trittonghi e quadrittonghi (veggasi Sez. I. $$. XV,
XVI, XVII), o soli o uniti ad una o più consonant, fanno
parimente sillaba.
Ù II. Dall’umione di più sillabe si costruiscono le voci
articolate significative, quantunque una sola sillaba possa ezian-
dio formare voce -significativa, detta monosi/laba. (4
Le altre parole dal numero delle sillabe loro s1 chiamano
bisillabe, quando di due; trisi/labe quando di tre ; quadrisik
]
i
labe quando di quattro , e polisillabe quando di più fino a
undici sillabe sono composte, come :
VOCABOLI BISILLABI.
A-la, e-bro, t-dra, o-ro, u-no, fiu-me, oc-chio, squa-dra,
nac-qui, ac-qua, gon-z0, frul-lo.
TRISILLABI.
, A-mò-re, ai-rò-ne, Eu-rò-pa, cré-de-re, me-di-ceo, prin-cì-
pio, a-ziò-ne, ta-glià-re, scan-dà-glio, ga-gliòf-fo, oc-chiél-lo,
scu-dì-scio, na-t-0, càn-di-do, O-tran-t0, còr-re-re, tàr-ta-ro,
chie-che-ra, ac-quì-sto, quàc-que-ro. |
(1) Il numero delle voci monosillabe nella lingua italiana, alle poche
*fuenti si restringe: a, ad, ah, ahi, ai, al, ce, che, ci, chi, ciò, col, con, da?,
dai, dal, deh, dei, del, di, dì, do, doh, è, e, ed, ch, ei, fa, fai, fo, fu, fui, gli, giò,
84, gru, guai, ha, haî, ho, i, il, in, la, le, lei, li, lo, lui, ma, me, mi, miei, ne, nè,
nel, nei, no, noi, non, 0, od, oh, oi, pel, pei, per, più, Po, poi, puh, qua, quel,
fù, re, sa, sai, se, sei, sO, si, sì, s0, sta, stai, sto, su, suoî, te, thè, ti, toh,
vu, fuoi, va, vai, vi, vo, voi, vuoi. Sonovi poi molte parole che diven-
‘ano monosillabe per avere la vocale finale, o anche l’intiera sillaba finale,
| troncata, di modochè tali voci non possono riguardarsi come monosillabe,
i ‘ome sarebbero: ur, pur, fin, ben, fe’, più, vo’, ec. invece di uno, pure,
fino, bene, tale, fede, piede, vogli, ec.
32 ORTOLOGIA
QUADRISILLABI. |
. A-rò-ma-t0, ma-nè-vo-le, Me-ne-là-0; cur-pen-tiò-re, am°
mai-nà-re, cru-de-li-tà, fi-noc-chiét-t0, so-prac-c}-glio, di-ve-gle-
re, ac-qui-stà-to, rag-gua-glià-re, spia-cè-vo-le, squàc-que-ra-n0,
chias-sa-juò-lo, ar-ma-juò-lo, schia-maz-zì-0, schia-vac-cià-re,
schic-che-rà-t0, sme-mo-ràn-te, mi-nac-ciò-so.
POLISILLABE — DI CINQUE SILLABE.
Al-ci-bì-a-de, im-bro-do-lù-re, fran-gi-bi-li-tà, qua-dri-là- |
le-ro, a-mo-ro-set-to, chiac-chie-ra-tò-re, fra-sta-glia-tù-ra, am-
mi-ni-co-lo, e-stin-guì-bi-le.
DI SEI SILLABE.
o e CÒ i ; ® LI i
Im-mi-nen-te-mén-te, con-si-de-rà-bi-le, mi-se-ri-cor-diò-
so, for-ti-fi-ca-ziò-ne , si-gno-reg-gia-tò-re ; in-tro-du-swn- |
ce > (9 È
DI SETTE SILLABE.
Ap-pas-sio-na-tìs-si-mo, stra-or-di-na-ria-mén-te, in-con-
si-de-rà-bi-le, i-per-bo-leg-gia-tò-re, so-pra-e-sal-ta-ztò-ne.
DI OTTO SILLABE.
For-sen-na-tis-si-ma-ménte, ir-ra-gio-ne-vo-lis-st-m0, n.
com-pren-st-bi-li-tà-de, co-stan-ti-n0-po-li-tà-n0.
DI NOVE SILLABE.
5 =
_
Vi-tu-pe-ro-sis-si-ma-mén-le, im-mi-se-ri-cor-dio-sa-mén-tt
DI DIECI SILLABE.
In-con-so-la-bi-lis-si-ma-mén-te, vi-tu-pe-re-vo-lis-st-ma-
mén-te. |
DI UNDICI SILLABE.
Im-mi-se-ri-cor-dio-sis-si-ma-mén-te, pre-ci-pi-te-vo-lis-s |
me-vol-mén-te.
Pa rea ©
- PARTE PRIMA dI
SEZIONE IV.
DELL’ ACCENTO, OSSIA DELLE SILLABE
LUNGHE E BREVI.
$. I Per accento intendesi quella posa che si fa coù-
la voce, nel profferire la parola, più in su d'una sillaba, che in
sull'altre ; e, nel pronunziare un discorso, più su d’ una fra-
se che su d’ un’altra. Nel primo caso l’ accento è sopranno-
minato fonzco, nel seconda oratorio. Nel nostro presente as-
sunto non ci occorre parlare che dell’accento fonico, spettando
l'accento oratorio, a’ precetti di rettorica.
S. II. Quella tra le sillabe su cui fa posa la voce, è det-
ta lunga, le altre brevi. |
Nel sapere quando le sillabe componenti una parola deb-
bansi pronunziare lunghe, e quando brevi, consiste quella par-
te di grammatica chiamata PROSODIA.
Accento dicesi anche al segno, consistente in una piccio-
la linea (") con cui sovente viene contrassegnata la vocale
della sillaba in sulla quale si fa la posa.
8. III. Appo i Greci, l’ accento significava alzamento o
abbassamento di voce, e perciò essi avevan tre distinti accen-
ti, cioè l acuto (‘), il grave (°), e "1 circonflesso (*) (1). Non
avendo l’ accento presso di noi la forza che aveva presso i
Greci, non servendo esso che ad accennar la sillaba su cui si
deve posar la voce, un solo segno ne sarebbe bastevole, pur-
chè fosse legge gencrale di linguaggio che in tutte le parole
trisillabe, quadrisillabe, e polisillabe, le sillabe lunghe andas-
sero segnate d’ accento. « Un tale uso » dice un celebre no-
stro grammatico « riuscirebbe d' un grandissimo comodo per
« gli stranieri, i quali durano molta pena ad imparare quale
delle nostre parole si abbia a pronunziar breve, e quale
lunga; d' un grandissimo comodo pe' fanciulli che comin-
« ciano a leggere ; e d’ un comodo non picciolo anche per
noi, massimamente per determinare la pronunzia o breve
o lunga de’ nomi proprj, molti de’ quali per la mancanza
« appunto d’ un segno che li distingua, restano affatto inde-
«terminati. » Quest’ osservazione è giustissima, ed i nostri vo-
ù non sono meno ferventi per un miglioramento in questa sì
2
2
z
k_|
(1) Di quest’ ultimo accento si è da taluni tentato d' introdur | uso
nella lingua itaiiana scrivendo 6, di, d, daro , volo, core, séno, léno, in vece
di Ro, hui, hanno, vuoio, cuore, suono, luono, ec.
Graumm. Tal. l 6
od ORTOLOGIA
importante parte del linguaggio a favore degli stranieri, e de-
gli inesperti fanciulli italiani. Per altro fa d’ uopo considerare
che la Prosodia italiana, non essendo tanto ingombra di pre-
cetti quanto la greca e la latina, agevolmente con poche re-
gole può essere schiarita anche agli stranieri; ed 1 fanciulli
italiani divenuti adulti, potranno, per norma loro, le medesi-
tbe regole seguire.
. IV. Il sovrapporre l’ accento alle vocali, non è uso
obbligatorio nel nostro linguaggio, se non che in sulla vaca-
le finale, ogni volta che su di essa si appoggia la voce, il
che ha luogo: P
« 4°, Ne' monosillabi contenenti un dittongo come in gzà,
ciò, può, giù, piè, più, ec. tranne qua, e qui che sì scrivo-
no senz' accento.
Qo, Nelle parole tronche, uscenti in vocale, come in cz4-
tà, bontà, mercè, appiè, virtù, servitù (2); di cui le voci in-
tere sono ci/ltade, bontade, mercede, appiede, virtude, servi-
tude.
3°. Nella terza persona sing. del passato perfetto indica-
tivo, di que’ verbi in cui questo tempo non è anomalo, co-
me parlò, lodò , credè, temè, pentì, finì, ec. (3) '
4o, Nella Ama, e 5a, persona sing. del tempo futuro di
tutti i verbi, come parlerò, parlerà, crederò, crederà, sentirò,
sentirà , finirò, finirà, vorrò, vorrà, ec. (4)
Bo. Nella 3. pers. sing. del tempo pres. indicativo dei
tempi composti di fare, e sfere, come assuefà, confà, con-
traffa, disfà , liquefà, misfà, rifà, soddisfà, sopraffà, stu-
LU DI
pefà; distà, instà, ristà, soprastà, ec.
(2) Come pure nelle seguenti voci: falpalà, sofà, costà, taffettà, taunà
(sorta di lavoro d’intaglio); «imè, canapè, cioè, dorè, lacchè, madiè, oimè, to-
lè, vicerè, ventitrè, trentatrè, ec. ; abbicci, chermisi, chicchiricchì, così, altresì,
bensi, madesì, oggidè, luttodì, lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì,
così; acciò , perciò, però, imperò, oibò, falò, landò, lolò, madenò, madiò;
ingiù , laggiù , colaggiù, quaggiù, insù, lassù, colassù, quassù, Belzebù,
Corfù, Perù, meù, Gesù.
(3) Notisi che, ove tali voci ricevano uno degli affissi (V. Parte ter-
za, Sez. III., Cap. II.), l'accento si ommette, raddoppiandosi la consonante
dell’affisso, come parlòommi, lodòtti, sentinne, finìllo, ec. checchè ne dican
taluni che pretendono doversi ciò non ostante segnare d’ accento la voca-
le che precede alla consonante raddoppiata; ciò per lo meno sarebbe su-
perfluo, imperocchè ì verbi, unitivi in tal guisa gli affissi, sono compresi
mella regola ga noi data nel $. VII num. 5 della presente Sez.
(4) La nota precedente è applicabile eziandio a questa regola , come.
parlerommi, crederàvovi, finirolla, ec. |
i
PARTE PRIMA at
Go. Nelle voci composte della congiunzione che, come
perché, pit dacché, imperocchée, conciossiachè, ec. (5
8. V. Avvi nella lingua italiana certi monosillabi di due
diversi significati, per distinguere i quali, ad uno sovrapponesi
l'accento, nell'altro si omette, come: é (verbo), e (congiun-
zone) ; dà (verbo), da (prep.); dî (nome, in signific. di
giorno, e imperativo del verbo dire), di (prep.); /à, e 2 (avv.
di luogo), Za e li (articoli, e pronomi); né (congiunz. nega-
tiva), ze (pronome); sé (pronome), «e (congiunz.); sì (inter-
posto affermativo, e nel signific. di così), sé (pronome).
Da questi casi di doppia significazione in fuori, è errore il
segnare d’ accento qualunque altro monosillaba: errore in cui
cadono tuttodì i meno esperti, scrivendo , a cagion d' esempio,
do, fo. fò, fà,nò, stà, stò , rè, ed altri simili, che senz'accento
debbonsi scrivere, perchè non hanno che un solo significato.
Da molti l’ accento suolsi imporre eziandìo a' vocaboli di
senso equivoco, ancorachè non siano monosillabi , il.che , quan-
tunque non sia da alcun precetto comandato, pure il repu-
tiamo cosa ottima per l' utile che ciò reca a’ poco istruiti leg-
gitori. Intanto daremo una lista della maggior parte di tali
voci equivoche:
abitino — verba da abitare.
agala — pietra preziosa.
àncora — nome.
Bàcino — verbo da baciare.
Balia — nutrice.
Bellico — guerresco.
Bùchino — verbo da bucare.
Camice — ornamento sacerdotale.
Canone — regola.
Canova — luogo dî rivendita.
Cantino — verbo da cantare.
Capitano — verdo da capitare.
Compito — lavoro assegnato.
Condito — fatto.
Cupido — add. avido.
Destino — verbo da destare.
Lùstrino — verdo da lustrare.
Maledico — add.
Malvagia — add. fem. .
Mandola — Zo szessa che mandoria.
Martire — n. car.
Martora — animale quadrupede.
Moria — nome di monte.
Abitino — susl. dim.
Agata — colpo d' ago.
Ancòra — avo.
Bacino — nome.
Balìa — podestà, autorità.
Bellico — ombellico.
Buchino — piccol buco.
Camice — plur. di camicia.
Canòne — cane granile.
Canòva — nome di celebre scultore,
Cantino — corda di violino.
Capitàno — nome.
Compito — add. perfetto.
Condito — confettato.
Cupido — Dio d'amore.
Destine — nome.
Lustrino —.specîc di drappo.
Maledico — cerdo da maledire.
Malvagia — sorta di vino.
Mandola — strumento musicale.
Martire — par Martirio.
Martòra — tormente.
Moria — mortalità.
(5) La congiunzione che, è ella stessa da taluni odierni scrittori se-
gnata d’ accento, semprechè porti il significato dì perchè, poichè, giacchéz
€ questa un’ innovazione da nissun plausibile motivo appoggiata.
‘56 . ORTOLOGIA
Ntttare — nome di vino. Nettare — pulire.
Nòcciolo — osso interno de’ frutti. Nocciòlo — avellano.
Omero — spalla. Omero — nome di poeta greco.
òntano — verbo da ontare. Ontàno — albero.
Pagano — verbo da pagare. Pagano — della religione idolatra.
Panico — add. | Panico — specie di grano.
Petttine — (2ome) arnese da pettinare.Pettine — parte del vestito.
Pistola — lettera. Pistola — arme da fuoco.
Preterito — add. passato. Preterito — par. pass. di pretcrire.
Principino — verbo da principiare. Principino — giovine principe.
Pùntino — verbo da puntare. Puntino — dim. di punto.
Rassegnati — verbo da rassegnarsi. Rassegnàti — add. plur.
Renano — verbo da renare, Renano — del Reno.
Rubino — verbo de rubare. Rubino — gemma.
Sàssone — nome di naz. * Sassòne — sasso grande.
Seguito — continuazione. Seguito — add. del verbo seguire.
Spartano — verbo da spartire, Spartàno — nome di naz.
Tèmperino — verbo da temperare. Temperino — nome.
Volàno — nome di giuoco. Vòlano — verbo.
Niòlina — verbo da violare. ‘ Violino — strumento musicale.
Il sovrapporre l'accento all'e ed ; Tungo nelle termina-
zioni ea, ta ed 0, scrivendo idéa, platea, Medéa, Astrea,
Crimea; abbazia , codardìa , armonìa, anatomìa, epilessia,
tintinnio , lavorlo, mormorio , è un arbitrio, al parer nostro
non biasimevole , che taluni si prendono.
$. VI. Dapa quel che si è esposto ne’ due $$. preceden-
ti, e al che si limita quanto si può dire sul quando le sillabe
lunghe, o per legge debbono o per consiglio possono esser
segnate d’ accento, ci rimane da parlare delle sillabe lunghe
senza che sieno da alcun segno contraddistinte ; e comincere-
mo con istabilire due regole generali. |
PRIMA REG. Nelle parole bisillabe (non comprese quelle
| di cui si è parlato nel $. IV), la prima è lunga, vale a dire
su di essa la voce s' appoggia più che sulla seconda.
SECONDA REG. Nelle parale polisillabe, l' accento cade, a
sulla penuliuna, come in finàle, amoroso, preparativo, fal-
sificatore, cansideratamente, ec., 0 sull''autipenultima, e iù tal
caso le parole si ‘dicano sdrucciole (6), come: zéffiro, màrto-
co foigore Venere, màrtire, spléndido, ridicolo, fantùstico, apò-
€erifo, ec, .
(6) Le sale parole in cui nella lingua italiana 1’ accento toico cada
sulla quartultima sillaba, sono le terze persone plur. del tempo presen le
indicativo, imperativo, e soggiuniivo di que'verbi in are che all'infinito
sono quadrisillabi,onde da darbicàre, peltinàre, operàre, fabbricare, spigo-
lare, ricocrère, consideràre, imbrodolàre, cc. vengono bdarbicano, borbichino ;
pèttinano, pelli nno ; operano, operino; fàbbricano, fabbrichino s spigola=
no, spigolino; ricoverano, ricòverino; considerano, consìderina; imbròdo=
dr i
‘PARTE PRIMA n SI
S. VII. Lo scoglio insuperabile sta appunto nel saper
discernere quali voci abbiano la penultima, e quali l' antipe-
nultima, lunga; e non avvi maniera alcuna d’ insegnarlo con
precetti, essendo grandissimo il numero di entrambi i casi,
senza che d' alcun segno sieno contra:ldistinti. Laonde dovrà
lo studioso rimaner pago del poco che saremo per dire su
tale materia. O
1°. Nelle parole che escono in due vocali facenti ditton-
go, l° accentotonico cade sulla sillaba che precede tale dittongo,
come: Danao, Pasìfae, cesùreo, cerùleo, medìceo, invìdia, prin-
cipio, esimio, ec. \ .
2°. Quando le due voeali finali ‘non forman dittongo ,
l'accento cade sulla prima di esse, come Archelùo, Menelùo,
avea, facea , assemblea , filosofia , codardìa, natio, mormo-
rio, ec.
3°. Nelle parole che hanno un dittongo frammezzo, l’ac-
cento tonico cade ora sulla seconda delle due vocali, come în
diùfano, didit‘ica, viòla, naziòne;: cd ora sopra una delle sil-
labe che trovansi dopo il dittongo, come in compiacénte , fiu-
micello, figlivolino, ec.
4°. Allorchè le due vocali nel mezzo delle parole non
forman dittongo, l’ accento tonico cade in sulla prima di esse:
aricle, Alcibiade, sferdide, argonàuta, Briséide, ec.
5°. Nelle parole polisillabe, in cui la consonante dell ul-
tima sillaba è preceduta da altra consonante, sia dello stesso
valore, sia di valore diverso, l’ accento tonico dovrà cadere
su quella vocale che immediatamente precede alla prima del-
le due consonanti, come in Piacénzea, cappello, affànno, za-
vorra , Apòllo, fondamento, prudentemente, fanciulletto, ec. ;
tranne drzsta, pòlizza, òtranto, Turànto , Lepunto. Patisce
questa regola un’ alira eccezione, cioè nelle terze persone
plur. di tutti i tempi de'verbi, allorchè hanno l’affisso, come
amansti, vidersi, amàronvi, pregàronti, dimostràronvi, ed altri
simili. | l
6°. Ne' nomi polisillabi uscenti in zre, l'accento tonico
cade sopra l’ antepenultima, come in argine, termine, cèrcine,
fiècine, veri)gine, abitudine, piantaggine, sbadatùggine, consue-
udine, ec.
7°. Hanno parimente l' antipenultima lunga i nomi in
lano, imkròdolino ; ritenendo |’ accento sulla sillaba stessa su cui posa
nelle radicali bérba, pèttire, opera, fabbrica, spiga, ricbvero, broda, ec,
lali terze persone da taluni vengon chiamate voci bdisdrucciode.
»
38 ORTOLOGIA
esima, ed esimo, come: quarisima, battesimo, paganesimo ,
ducentesimo, cristianesimo, ec.
8°. Lo stesso dicasi degli addiettivi in «adzle ed evole ,
come: consolàbile, desideràbile, giovevole, manevole, arrende
vole, precipitevole, ec. |
o. L' accento tonico cade egualmente sull’ antepenulti-
ma negli addiettivi in zssi4m20, come: amorevolisstmo, negligen-
iìssimo, ec. I
10°. I verbi della seconda conjugazione in ee breve, han-
no tutti. l' antepenultima lunga, come in ardere, rompere, in-
sislere, cospàrgere, comprimere, sottintendere, ec.
14°. In quanto alle cinquanta differenti voci di ogm ver-
bo si consultino i modelli di conjugazione esposti nella pre-
sente grammatica (Parte terza, Sez. V), e in cui ogm voce ha la
sua sillaba lunga segnata d'un accento, onde ciò possa servire di
norma per tutti i verbi della stessa desinenza. Si consultino
altresì le mostre osservazioni sulla prosodìa de' verbi in @re
(Parte terza, Sez. V, Cap. V, $. II).
12°. Molti erroneainente, pronunziano coll’ antipenulti-
ma lunga, ce la penultima breve, le prime persone plurali de-
-gl' imperfetti indicativi de' verbi, dicendo amavamo, credéva-
mo, finìvamo, facìvamo, ec. il che è contrario alla maniera
di pronunziare degli scrittori del buon secolo, ed anche dei
moderni Toscani, come da' poeti veder si può. Già monta-
vàm su Li gli scaglion santi. D. Purg. 12. — E quel baron
che sì di ramo in ramo Esaminàndo giù tratto m'avèa, Che
a l'ùltime fronde appressavàmo. Id. Pur. 24. Pronunziasi
adunque «mavàmo, credevàmo, finivàmo, facevamo, ec.
PARTE SECONDA
DELL* DRTOGBATIA
— en
Serwi come si pronunzia , e non iscriwver più di quello che
sì pronunzia, è questa la unica regola fondamentale dell’ or-
tografia italiana, dettata dal genio naturale della lingua. |
Consiste l' ortografia, in tutti gl' idiomi, nel sapere e-
‘ sporre correttamente in iscritto le parole; una tale facoltà, nel
. mostro, non è per natura che una immediata conseguenza di
Sta stra
quell’ altra cioè di pronunziar bene ec puramente, laonde chiun-
que non sia toscano, o che abbia l'orecchio guasto dalle.
imperfezioni di alcun dialetto, non può possederla senza un
| previo studio de’ precetti da' varj nostri grammatici, antichi
“© moderni, dettati.
SEZIONE PLIMA.
DELLA SILLABAZIONE.
. 8. I. Nella Sezione IMI della precedente Parte, i è ve-
. duto potere il numero delle sillabe, componenti le parole,
‘ascendere fino a undici; ora trattasi della maniera di dividere
le parole in sillabe, il che chiamasi SILLABARE, SILLABAZIO-
NE, e su di ciò s'osservino 1 seguenti precetti.
La sillaba può consistere:
1°. In una sola vocale, come a-/a, e-co, i-m’no, 0-s0, u-
no, ec.
2°. In un solo dittongo, come a/-rò-ne, au-rò-ra, ei-mè,
Ewrò-pa, oi-bò, uo-mo, ec. |
3°. In una vocale semplice, o in un dittongo con una
consonante semplice avanti di sè, come na-tU-ra, cau-sa, a-
zo-ne, feu-do, buo-no, ec.
4°, In una vocale scempia avente dopo di sè una con-
sonante scempia da essa appoggiata, come : ar-fe, el-la, in-on-
da-ziò-ne, ur-t0, ec.
5°. In una vocale con due consonanti semplici, una avan;
40 DELL'ORTOGRAFIA
ti e l'altra dopo di sè: dis-o-nò-re, ber-rét-ta, fur-bac-chiòt-
fo, tin-iin-ni0, ec. l
Go. In una vocale o dittongo preceduto da una delle con-
sonanti composte di due lettere (veggasi Parte prina, Scz.
Il $. VI), come: Ble-so, dra-go, flò-ri-do. fra-te, ghi-ro,
glo-ria, bru-ma, con-clù-dere, gra-zia, fo-glio, glù-li-ne, a-
gnì-no, gra-no, di-plò-ma, pri-mo, sbu-v.-re , scu-lo, sde-
bi-t-re, sfo-glia, sgo-mén-to, sle-gà-re, sma-nta, sno-dà-re,
spu-rio, squa-dra , sre-go-lù-t0, stu-dto , set-tà-re, ira-ma.
7°. In una vocale, o dittongo preceduto da una de.le
consonanti composte di tre lettere, come: sbra-co-re, sclhe-da ,
schia-màz-z0, scrò-fo-la, sdra-jà-re, sfre-nù-re, sghi-gnà-re ,
sgra-di-re, sple-né-t-co, spro-ne, stra-da.
8°. In una vocale, o dittongo preceduto da una delle
consonanti composte sia di due sia di tre lettere, e seguita da ,
una consonante semplice; eccone alcuni esempj, dlen-du, brac-
co, sbar-ra, spun-tà-re , prin-ci-pe, spran-ga, splén-di-do, sgraf- .
»P Des Spratt=g: o
fio, spruz-zà-re, strìn-ge-re, schiat-ta, schiop-po, ec.
S. IL Nella lingua italiana la sillaba per lo più non ol-
trepassa il numero di sei leitere, delle quali o due otre
vocali (1).
Il maggior numero di consonanti che possa entrare in
una sillaba è di quattro cioè, una delle composte di tre let-
tere avanti la vocale, e una seinplice dupo, come nelle vuci ,
spran-ga, spl’n-di-do, ec.
$. IIL Dalle quattro monosillabe con, in, non, per, iu
fuora (2), non evvi parola nella lingua italiana la cui sil'aba
finaie, uon iermini in vocale (3).
Bh
(1) Come eccezioni a questa regola potrebbersi addurre le pochissime
voci, in cui poeticamente si fa entrare il quadriltongo /uoi, come in fi-
gliuot, ma-gliuoi, ec. siacopi di fi-gliuo-lî, ma-gliuo-li, ec.
(2) Avverto, che chi vuol parlare e scrivere pretto toscano, debba -
con diligenza evitare, come producente asprezza e ‘difiicoltà nel pronun- ,
ziave, l’incontro delle suddette particelle cor, in, non, per, con una sus-
seguente S impura (così chiamasi la S seguita da altra consonante in ca-
po di parola) e premettere piuitosto a questa un’ 7, dicendo, e scrivendo ‘
a cagion d'esempio con ischerzo, in ischerzo, per ischerzo jio non isclierzo, ©
anziché con scherzo, in scherzo, per scherzo, io non scherzo.
(3) Potrebbersi, volendo, eccettnare le particelle 2, del, al, col, rel,
quel, san, un, che finiscono anch’ esse in consonante, ma non di ne-
cessità, imperocche il può cangiarsi in /o sempreché un miglior suono il :
richieda; le altre sono voci tronche di dello, allo, colo, nello, quello,
santo, uno. In quanto alle altre parole, che in tanta copia in consemnan- |
te finale trovansi si in prosa che in verso, queste , come tutte le altre pa-
role italiane, hanno le loro desinenze in vocali, fe quali però, per pro-
rietAà di linguaggio ossono a richiesta troncarsi come altrove verra.
» P
Spicgalo.
PARTE SECONDA ‘ 3
S. IV. Quando una parola non capisce tutta intera in
fn di verso, conviene dividerla tra sillaba e sillaba, in modo
che tutte le lettere, appartenenti alla stessa sillaba, si trovino în
« fne del verso, e che il susseguente verso cominci con un' al-
tra sillaba.
Per saper ciò fare, fa d’ uopo osservare:
f°. Che una sola consonante posta tra due vocali, fa sem-
pre sillaba colla seconda vocale, alla quale deve rimanere u-
nita nella divisione delle sillabe, come a-mo, e-ra, a-mò-re,
uniì-to, ec. — Questa regola patisce un' eccezione nelle parole.
composte di qualche particella che ne cangi il significato , nel-
le quali la consonante finale della particella resta unita alla
propria antecedente vocale, non già alla susseguente ; come in.
dis-o-nò-re, dis-u-nì-re, mal-a-ge-vo-le , in-on-dà-re, in-e-
sti-mà-bi-le, tal-ù-n0, qual-ò-ra, ec.
o. Che niuna sillaba dee cominciare da due medesime
consonanti, e che, ove in mezzo delle parole sì trovino unite
due consonanti dello stesso valore la prima appartiene alla sillaba
precedente, e la seconda alla susseguente, come; ab5-b0z-z0,
chià-cchie-re, ad-dur-re, sof-fit-to, sog-già-ce , ag-guan-tà-re,
cap-pel-lo, am-man-nà-re, ec.
5°. Che due consonanti, di diverso valore purchè non for-
mino consonante composta, egualmente si dividono, così che la
prima termini una sillaba e la seconda incominci l’altra, come:
dar-do , fal-so, im-bù-to , pru-dén-za , in-ten-dén-te , sfor-
zà-re , ec.
4°, Che le consonanti composte, o di due lettera o di
tre, non possono mai separarsi; e, ove faccian parte di una
delle sillabe medie della parola, dividendo questa per sillabe,
esse sono sempre capo di sillaba , e la vocale o consonante
che ad esse” segue’, appartiene alla sillaba anteriore, come:
ab-bràc-cio, di-plò-ma, scu-di-s-cio , sciò-glie-re, con-trà-sto, so-
gnà-re , que-stiò-ne , a-sper-ge-re, a-spréz-za, co-stru-i-re, ec.
Giova osservare che nelle voci composte con le particelle
dis e mis, le quali rovesciano il significato della voce pri-
Mitiva a cui vanno unite, la s delle due particelle non forma
consonante composta colla consonante iniziale della primitiva:
onde da essa si separa nella divisione delle sillabe , come :
dis-pia-cè-re , dis-grà-zia, dis-gè-lo, mis-cre-dénza , mis-fài-
lo, ec. ;
S. V. Si è già detto altrove che il gq rarissime volte si
raddoppia, e che in vece ad esso uniscesi il c; di un tale
accozzamento vorrebbesi da taluni fare una consonante com-
Gramm. Ital. uan
42... DELL’ ORTOGRAFIA
posta , inseparabile nella sillabazione , scrivendo ac-gu4, na-
ui, a-cquìsto, ec. A noi parendo che il c, ne’ casì anzi-
nani debbasi riguardare come un 9g, e non potendo una sil-
laba cominciare da due medesime consonanti, crediamo poter
avvertire che nella divisione della parola per sillabe, il c e "1 9
debbon separarsi, rimanendo il primo attaccato alla vocale
anteriore , e cominciando l’altro la susseguente vocale. Scri-
Vasi adunque ac-qua , nac-qui , piac-que, ac-quisto, ec.
SEZIONE II.
DEL RADDOPPIAMENTO DELLE CONSONANTI.
S. I. Non evvi idioma che più dell'italiano sia irregolare
nel raddoppiamento delle consonanti; i grammatici non man-
cano di darne de’ precetti chi più chi meno , 1 quali per co-
piosi che sieno lasciano un numero maggiore d' eccezioni ;
sfogliandosi poi il vocabolario, si trovano migliaja di voci
abbandonate all’arbitrio di raddoppiarvi o no, la consonante.
La miglior regola, a parer nostro, in questo particolare , sì
come in tutta l'ortografia italiana, è una pura pronunzia. Chi
pronunzia bene, di rado, per non dir mai, scriverà con con-
sonante scempia quel che con doppia dee scriversi, e vice
versa : laonde quel che siamo per dirne non è che per gli
stranieri, pe’ fanciulli, e per coloro eziandio la cui pronunzia
non fosse abbastanza felice.
Ì II. Nelle parole radicali, la pronunzia facilmente fa
intendere dove la consonante debba essere scempia, e dove
doppia, così per esempio in pane e panno. Non così facilmen-
te sì può questo comprendere nelle derivate che sogliono
essere più lunghe. La regola che si può tenere per queste si
è di scriver le derivate come le loro radicaii, così da PANE
provengono panéllo, pantere, ec., € da PANNO, pannello, pan-
niére, ec. e così degh altri.
S. III. Le consonanti d, c, g, e p per lo più si raddop-
piano innanzi a’ dittonghi 2, #0, come abbia, gabbia, stab-
dia, nibbio; caccia, goccia, laccio, staccio, riccio, figliòccio ;
reggia, uggia, moggio, raggio; coppia seppia, doppio, oppio, ec.
Sono eccettuati astrolabio, Zebia, olibio, bacio, audùcia,
fallocia, efficacia, ferdcia, (ed altri simili nomi astratti) pa-
dùgio, naufragio, regio, prosàpia, copia, inòpia.
Il G non si raddoppia mai innanzi le sillabe zona, done,
ioni, iono, ionu, come rajgionùre, ragiùne, prigioni.re, cagio-:
nòso, cagionizza, cc.
(2%
PARTE SECONDA 45
S. IV. Moltissimi vocaboli si compongono. nella nostra
avella, del pari che in altre lingue, con l'ajuto delle particel-
le ossian preposizioni inseparabili @, co, de, di, e, i, 0, pre,
pro, ra, re, rt, so, su, le quali, sebbene di per sè nulla signi-
fchino , pure o rinforzano, o scemano, o in farle mutano, o in-
leramente rovesciano il significato della voce radicale. — Ot-
to di queste particelle, cioè 4, co, e, i, 0, ra, so, su, richie-
dono il radduppiamento della consonante inizia'e (purchè non
sa una delle composte comincianti da s) della voce a cui sì
uniscono, Come :
Abbracciùre, accòrrere, addùrre, afamòre, aggua-
A gluire, allestire ammeétiere, avnodare, apppòrre ,
arrogàre , assumere , altribuire , avvezzure , az-
zannàre, ec. .
Collegàre, collateràle, commutàre, commuòcere;
CO ( connettere, corrispondere, corroboràre. ec. (1)
Ebbene, eccòdere, ecceziòne, effemminàre, efferve-
E ( scenza, ec.
I (IUudere, immòrgere, immòbile, irrevocàbile, ec. ( 2)
| Obblizire, obbròbrio, occòrrere, accìdere, offerire,
0}
-
si = mere
off:ndere, ommélttere, oppòrre, opprìmere; osser-
vare, ec. ue:
Rabbreviàre, rabbujàre, raccattàre, racchetàre, rac-
LI LI . LI x
cozzàre, raddobbàre, raddrizzàre, raffermìre;
RA raffreddàre, raggomitolire, ragguagliàre , rallen-
tire, rammarginàre , rammorbidìre, rannicchiàre,
rappezzare, rappiccà"e, rassodùre, rattentre , rat-
| trappùre, ravvedere, ravvisàre, ec. i
. LV o x DI
Sobbissàre, soccorrere, soddisfare, soffermàre , sog-
SO giogàre, sollevare, somméèttere, sopporre, sopprì-
S ° LI i)
mere, sorreggere, sossopra, sottacqua, sottana,
sovvenire, sovvertire, ec.
9 . e N
Subbollire, succedere, suddiàcono, suddividere, suf-
fragàneo, suffumìgio, suggerire, sullogàre, sum-
SU ministràre, supplica, suppòrre, surrogàre, sussì-
dio, sussìstere, ec. ne
(1) La particella co, che altro non è se non che uo’ abbreviazione
della preposizione cor, s' adopra così abbreviato solamente innanzi alle
consonanti 2, m, r, le quali si raddoppiano; iù ogni altro caso, la pre-
Po ione con si scrive intera, eccetto innanzi alla s impura come in co-
slante, costrutre, cospicuo, ec. i
(2) Questo 7 è l’ accorciamento della preposizione în, e s’ usa solo in
quelle composizioni di cui la seconda parola componente cominci per 2 »
m, r; le altre consonanti ammettono avanti di sè la particella ir intera.
44 DELL' ORTOGRAFIA
8. V. Dopo le particelle de, pre, pro, re, la consonante
non si raddoppia, come in derìdere, premettere, preferìre, ara
pòrre, relegàre, ec. tranne provvedere ed i suol derivati , ed al
cune altre voci composte di pro, in cui la f può raddoppiarsi
o rimanere scerwpia, come in profilo e proffilo, projilàre e
proffilare, proferìre e jrofferire, e così pure ne’ loro derivati.
La particella di nor fa raddoppiare la consonante, onde
dicesi dibattere, dilapidùre, sgh , ec.; salvo la f e la s, .
LZ
come in differìre, differenza, difficile; dissimile, disserràre ,
-
dissetàre eî.; in difendere e difetto, e ne' loro derivati, la f
rimane scempia. — Quando la seconda delle parole componen-
ti comincia per vocale, il di si cambia in dis, come disùgio,
sn disonòre, disuniòne, ec.
a particella r7, vuole il raddoppiamento della n ne' verbi
rinnalzàre, rinnaffiàre , rinnegàre, rinnestàre, rinnovàre, ed
in tutti 1 loro derivati. — Di tutte le altre consonanti questa par-
ticella non ne fa mai raddoppiare nessuna, perciò sl scrive
ribùttere, rifàre, rimettere, cc.
S. VI. Nelle parole composte, in cui la prima delle com- .
ponenti sia 2, la n sarà naturalmente doppia, semprechè la .
seconda cominci pure da questa consonante, come inndàso,
innarràre, innavigàbile, innestàre, innocente, ec.
Allorchè la seconda delle componenti comincia da vocale, .
per una irregolare proprietà di linguaggio, la n della stessa .
particella #2, raddoppiasi ne' seguenti soli vocaboli, e ne’ loro :
derivati: snnabbissàre , tnnacerbàre, innacquàre, innalzàre,.
innamoràre, innanellàre, innanimàre, innanimire, innaspàre,
innanzi, innarridire, innarràre, innasprire, innebriàre, snnol-
tràre, ec.
Cominciando la seconda delle parole componenti per è,
m, p, la n della particella gn, cangiasi in m, come: imbarcà-
re, imbelle, imboccàre, immergere, immòbile, impennàre, im-
piùstro, impicciùre, ec. (3)
$. VIL La Z non si raddoppia mai innanzi ad ?, fuorchè
in dazzica, bazzicùre, pazzia, e in tutti i plurali de' bisillabi
In zz0, come: mazzi, vezzi, schizzi, pozzi, ec.
S$. VIII. Nelle parole composte di contra e sopra, sì rad-
doppia la consonante iniziale della seconda parola componente,
come: contrabbàndo, contraccambiàre, contraccìfra, contrad-
(3) È regola generale che la n non si trovi mai innanzi al è, alla
m, e al p; onde nel fare i composti di due nomi proprj di cui il primo
termini in 7, e l'altro cominci con una delle tre consonanti anzidette, sì
cangerà la a in rm, dicendosi Giambalista, Aniommarìa, Giampièro, ec.
PA LA
PARTE SECONDA 23
distinguere, contraddire, contraff ùre, contraff rie, contrammon-
dire, contrammàrca, contramminàre, contrannaturàle , con-
rappàsso , contrappélo , contrappéso, contrappòrre, contappùn-
lo, contrassegno , contravcenire, ec.; soprubbuòno, sopraccà-
po, sopraccàrico, sopracciglio , sopraccopérta, sopraddire , so-
praddòte, pre àre , sai ine, sopraggìtto , soprauggiùngere,
sopraggrànde , soprallodùre, soprummàno , soprammòdo , so-
prannaturàle , soprannome 3 soprapprendere s soprarracònio,
soprarrivare 3 soprassedere 3 soprassegno ; sopraitetto, soprat-
lenere , soprattutto , sopravcenire, sopraveivere , ec.
S.IX. Quando la prima delle due voci componenti termina
per vocale accentuata, la consonante iniziale della seconda voce
sempre raddoppiasi, il che ha luogo nelle voci composte di
così, colà, ciò, però, ec. come: cosicché, ciocchè , imperocché,
colaggiù, colassù, perocchè, conciossia, ec.
Per la stessa ragione raddoppiansi Je consonanti de’ pro-
nomi mz, ci, ti, vi, st, lo, la, li, le, ne, allorchè sono uniti come
affissi a quei verbi la cui vocale finale è accentuata, come
domandòmmi , daràcci , parleròtti, vedròvoi , chiamòssi , udìl-
lo, menerùllo , mangiònne , ec. !
Finalmente le consonanti si raddoppiano nelle qui seguenti
parole composte: abbdiccì, dubbene, ebbene, sebbine, dacché ,
checché, sicchè, acciò, oltracciò, sopracciò, laddòve, daddovè-
ro, affe, laggiù, quaggiù, allàto, dello, allo, collo, sullo, nello,
giammài, sennonché (0 se non che), appiè, eppùre , lassù,
quassù, ogriissànti, ed altre sì fatte,
SEZIONE III.
DELL’ ACCRESCIMENTO DELLE PAROLE.
S. I. E proprietà di lmguaggio italiano di accrescere in
alcuni casi le parole di una vocale, o di una consonante, ora
in principio ora in fine; sia per togliere l’ asprezza di pronun-
ma che nasce dall’ incontro di due consonanti, sta per riem-
piere l' iato che risulta dal concorso di due vocal.
S. II. Nel primo di questi due casì, che ha luogo in
principio di parola, incontrandosi la consonante finale dei
quattro monosillabi con, 2, non, per, con la s impura (veg-
gasi Sez. I $. III , nota 2), si premette un: alla s,
dicendosi, a cagion d' esempio: con isténto, con ischérzo, in
isràda, in Ispàgna; egli non istùdia, non ismarrìrti; per isbà-
46 DELL’ ORTOGRAFIA I
glio, per iscòpo, ec. in vece di con stento, în strada, non
studia, per sbaglio. (i
S. III. Nel secondo caso, cioè in fine di parola allorchè
due vocali concorrono, s' accresce di un d la vocale anterio-
re, il che suol farsi nella preposizione @, e nelle congiunzio-
ni e, 0, come: Ed svi a presso corriva un fiumicel ec. Bocc.
nov. 27. — Senza far motto ad amìco, od a parènte fuor-
4
chè ad un suo compàgno. Id. nov. 73. — Essìndo freddi
grandìssimi, ed ogni cosa piena di neve. Id. nov. 95. — Non
pare indégno ad uomo d' intellétto. D. Inf. 2.— Qual che tu
sit, od ombra od uomo, certo. Id. Inf. 1. Notisi per altro
che tal uso non è obbligatorio, se non che nell’ incontro di
due medesime vocali, cioè dell'a coli'a, dell'e colle e dell'o
coll'o; pel rimanente si consulti sempre l'orecchio.
- S. IV. Solevano gli antichi accrescere di un d i monosil-
labi che, né, e se, scrivendo e dicendo ched, ned, sed, ogni
volta che queste particelle s'incontravano con una susseguente
parola cominciante per e, e innanzi al pronome so. Quando
un nuvol vada Sovr essa sì ched ella incòniro penda. D.Inf.
54. — Sappi ched zo f amo ec. Nov. ant. 100. — Ned ella
a me per tutto Il suo disdégno Torrà ec. Petr. son. 158.
— Ordinò, che a lui non venìsse persòna, sed egli non man-
dàsse per lui. Cronichett. D. Amar. 40%. — Ecco sed io me
n° andàssi allo ‘nferno. Vit. S. M. Madd. 15. Oggi tali ac
crescimenti non sono più in uso dati
$- V. Per isfuggire l’ iato proveniente dall’ incontro dell’ #
della preposizione su con quello delle particelle un, una, tro
vasi sovente quella accresciuta d' un r come sur un cavàllo ;
sur un carro, sur una piazza, ec.; per altro a nol pare
che sia meglio e più regolare il togliere un tale iato col frap-
porre tra le due particelle, ta preposizione di ,. dicendo 54
d'un cavàllo, su d' una piazza, ec. |
$. VI. Per render più sonoro il verso, e talvolta anche
per guadagnare una sillaba, i poeti si fanno sovente lecito ll
accrescere d'un 0, o di une quelle terze persone s1N80
lari del passato definito indicativo, che hanno la vocale fina-
le accentuata, dicendo frocde, mandòe, battéo, perdeo, feo, umo,
morìo, uscìo, in vece di frovò, mandò, batt, perd?, fe, UM»
morì, uscì, ec. Trovasi anche poeticamente fae, foe, fue, 1%
die, sìe, in vece di fa, fo, fu, tu, dì, sì. o
. I fe
(1) A' poeti soli è lecito di trascurare questa regola. Perch’ 10 3
diri Non sbigottir, ch’? vincerò la pruoca. D. I»f. 8. — Ricòrdali i
fece il peccàr nostro Prènder Dio, per scàmpàrne Umana carne © Petr»
canz. 4q. |
—— -- e —
PARTE SECONDA 47
S$. VII. Possono annoverarsi eziandio tra gli accrescimenti
di paro!a gli affissi m, ti, cé, vi, ne, lo, la, li, le;veggasi la Sez. an-
tecedente $. IX, e Parte III Sez. IIl Cap. II $$. VII, IX, X.
SEZIONE IV.
DELL''APOSTROFO E DEL TRONCAMENTO.
DELLE PAROLE.
S. L' Apostrofo è un contrassegno di mancamento di vo-
cale, troncata infine o in principio di parola , per l’ incontro
di altra susseguente o antecedente vocale. Il segno dell’ apo-
strofo (€) si pone in cima alla consonante, dal lato dove è
stata troncata la vocale.
S.II. Rimandiamo lo studioso alla Parte TII, Sez. II, Cap. IV,
per quel che concerne | apostrofo negli articoli, e alla Sez. III,
Cap. II, per quello ne' pronomi mi, ci, #, vi, si. In
quanto all’ uso dell’ apostrofo in altre parole, non evvi alcu-
na regola che il determini. Solo avvertiamo che le vocali fi-
nali accentuate non posson mai elidersi, perchè |’ accento
indica che già vi ha avuto luogo il troncamento di qualche
vocale. Eccezioni di questa regola sono i composti di che,
cone: perché, benchè, ec. laonde puossi benissimo scrivere: per-
ch' egli non volle; bench' io nol dissi; ancorch' ella l abbia, ec.
S. III L’apostrofo indica talvolta il mancamento d’ una
vorale e di una o più consonanti comein de’ per dene o delli,
fe per fece, me' per meglio o mezzo, vo’ per voglio, vuo’ per vuole,
ve per vedi , e' per egli o eglino, ma' per mali, te per
eni, to° per togli, po' per poco, qua' per quali, que per
que Îli, ec.
S IV. I poeti troncan sovente l o dal pronome 0, so-
stinendovi un aposirofo. I’ non so den ridîr, com'è v'enirài.
D. Inf.A.--E maledìco’! di ch'i vidi il sole. Petr. canz. 3.
S. V. Elidesi l' « della particella una e di tutte le voci
che con questa si--compungono come alcuna , nessùna ,
verìina . ec., semprechè il susseguente vocabolo cominci
da vocale; onde scrivesi un’ asta, un’ elza, un'isola,
un'ombra , un’ uniòne , alcun’ erba, ec. Questa vocale può
elidersi eziandio in fine di altre parole, come senz’ altro,
Sovr esso , mezz ora , rob unta, ec.
S. VI. La e finale, seguìta da parola cominciante per la
medesima vocale, troncasi, e vi sì sostituisce l'apostrofo nelle
parole che, ne, onde, come, oltre; come : dopo ch’ebbe finìto;
0 n' ero consapérole ; com’ egli, ond è; oltr essere stato, ec.
48, DELL' ORTOGRAFIA
S$. VII. L'; di necessità si tronca, ove la seguente voce
cominci con la medesima vocale, nelle particelle di, mi, i,
li, vi, si, come: sorta d' insetto; egli m' orrita; c' ingànna;
fu t immàgini ; v' illudòte ; s' invòla; ec. Rimane poi nel
l'arbitrio di chi scrive, e secondo che, consultato l'orecchio,
gli parrà di miglior suono il troncare o no l' 7 nelle parti-
celle suaccennate, quando la vocale iniziale della seguente
voce è differente dall’ /; onde si può scrivere: d' altra cosa,
o di altra cosa; d éssere, o di essere; m'abbracciò, o mi,
abbracciò ; vonòra, o vi onora ; s' ùpplica, o si applica,
ec. — Eccetto gli (articolo e pronome) che. si tronca.
innanzi all’7, e scriversi debbe disteso innanzi alle altre
vocali, come g7 insetti ; gl insegnò ; gli effetti , gli offerì ,
ec.— Le particelle ai, das, ed, dei, coi, nei, e pei, seguendo .
alcun vocabolo che cominci da consonante , che non sia $ ,
impura, possono pure ad arbitrio scriversi distese , o tron-
carne l’/, sostituendovi l'apostrofo, come: a: signore 0 4 st
gnori, dai fratèlli o da' fratelli, ei vuole o e' vuole, du
prìncipi o de principi, coi maésiri o co’ maestri, nei posmi
o ne oemi , pet miei O pé mier, ec.
S. È talvolta un’ eleganza di clidere, mediante l'apostrofo,
l'i della particella #/ sia articolo, sia pronome , precedendo
una voce che termini per vocale, come tra ’/ sì e ’/ no, 7,
padre e "1 figlio, chi "1 disse? ella "1 vuole.
S. IX. Gli antichi in vece di elidere le vocali 4 ed N |
degli articoli Za e /o, spesso troncavano l'i iniziale della
susseguente parola cominciante per le sillabe 2772 ed mm, di-
“ ’ LI N ’ LI
cendo e scrivendo: lo ‘mperatòre, lo ’ngànno, la mperadrice;
la "ntenziòne sm vece di [ imperatòre i Pi ingànno / [ ampe” |
ratrìce , l' intenziòne. Notisi però che ove le consonanii
ed n fossero seguite da vocale , o da altra consonante simile ,
a sè, una tale elisione, cui oggi è meglio schivare affatto,
non si faceva mai.
SEZIONE V.
DEL TRONCAMENTO DELLE PAROLE IN FINE
SENZA APOSTROFO. |
S. L Le parole italiane spesso troncansi in fine gu
. = 7 x
l' intervento dell’ apostrofo , non già per necessità, ma po I
vezzo di lingua sulla qual cosa s'osservino le seguenti rego”
S. IL Innanzi alla S impura, l' antecedente vocale no"
si tronca mai; onde non si dice un spirito, un bel specct0»
it
PARTE SECOXDA 49
dovein sérivere, ec. tna uno spirito, un hello specchio, dovere
arivere, ec. . ; |
S&S. III Le parole uscenti in dittongo noti si possono tron-
care, quantunque si trovino demòn, testimòn, Antòn, per de-
mònio, testimonio, Antònio. sro
S. IV. Non possono troncarsi mai le parole che termi-.
. nano un periodo, a un membro di periodo, o una frase in-
cidente, nè quando è separata dalla parola susseguente, me-.
diante qualsivoglia: interpunzione, | ur
S. V. Le parole cadenti in 4, innanzi a susseguente cone
sonante, debbon sempre dirsi e seriversi distese, onde : non.
potrebbesi dire Za buon condòtta, una fier novella, una sol
donna, ec. in vece di la duona condotta , una fiera novella ,.
una sola donna, ed è pur errore il dire una sol volta, ma-.
do che tuttodì odesi ‘profferir ‘(da molti. Sono etcettuati da
questa regola le voci ora, gualòra, talora, ancòra , fuòra ,-e:
suòra, imperocchè si dice benissimo or bene, qualor, venisse,,
ancor meglio, fuor di casa, suor Maria, ec. "LR
S. VI. Possona le ‘vocali e ed 0 delle sillabe finali Ze, lo,
ne,-re, ro, troncarsi senza ' intervento dell apostrofo, innanzi.
a voce che cominci da consonante che non sia s impura;.:
onde si può scrivere qual libro, tal cosa, ciel seréno, ciò
vuol dire, val meglio, egli vien per te, suol venìre, pan bian-.
co, spron battito, buon cuore, cuor benèfico, guerrier valoròsa,
ec. — L’o degli addiettivi chzaro, néro, duro, strano, oscu-.
ro, ed alcuni altri simili; non si tronca mai per isfuggire il
suono troppo aspro che ne risulterebbe. "Gi
S. VII. Può parimente troncarsi l o delle finali mo.eno,.
nelle prime e terze persone plurali ne' tempi presente ed imper-
fetto, e nelle prime persone plurali del tempo futuro; onde amzàr,
crediàm, pàrlan, sìnton, finìscon; lodavùm, temevàm, cercà-
van, sentivan; parlerèm, scriverìém, sentirìm, ec. per amiàmo
crediàmo, pàrlanò, ‘séntono, finìscono, lodavàmo, temevàmo ,
cercavano , sentivano; parlerîmo , scriverèémo , sentiremo , ec.
Può farsi lo: stesso «con la terza persona plurale del passato defi-
nito (non ‘già con la prima plurale di questo, temp?), del pre-..
sente dell’imperfetto soggiuntivo , e del’ condizionale, come:.
lodàron, credìîron, amàsser, scrivesser, vol?sser, parlerebber 0.
parler:bbon, finirèbber , o finirebbon, ec. in vece di lodàrano, cre-.
derono, sentirono, amùssero, scrivìssero, volessero , parlerèbbero
o parler:bbone, finirébbero ‘o finirebbono, ec.—Nella terza per-
sona plurale del futuro, si può troncare tutta la sillaba finale n0,
cèòme parleràn, crederàn, vorràn, trarràn, per parlerùnno, crede»,
Gramm. Ital... a i 8
UE DELL'ORTOGRAFIA |
rànnò, vorrànna, frarrànna, ec. — Nel verbo ‘essere, è lecito.
‘troncare l'o della prima persona sing. del presente indicativo, di> ‘
cendosi son per sono, il che non può farsi m sono terza pers.’
plur. del medesimo tempo, dovendosi questa scriver distesa.—La ‘
prima persona singolare del presente indicativo e soggiunitivo,
avente l'accento tonico sulla penultima sillaba, non può mai
troncarsi, ed in ciò peccò il Tasso dicendo: Amico, hai cinto,
zo ti perdòn, perdòna.
i
MENA Lt
S. VIII L'e finale degl'infinitidi tutti i verbi, può troncarsi -
ovunque ‘un miglior suono il richieda, come parlàr, creder , è
sent, finìr, per parlare, credere, sentire, finire. Gl'infiniti ca-
denti in arre, orre, ‘urre, accorciansi sovente dell' intera silla-
ba finale re, come trar, por, condùr, per trarre, porre, condur-
re, cc. | de
‘8. TX. Troncansi sovente le sillabe finali /o e no: la pri-
ma nelle parole finienti in //o scrivendo quel, del, caval, uccél,
gonna
FESTE,
agnel. fratel, fanciul, ec. per quello, bello, cavallo, uccéllo, agnello È
fratéllo, fanciùllo, ec. (1); ma secondo il Buommatiei un tal.
troncamento non può aver luogo in cristàllo, bollo, corùllo, *
‘callo, fallo, snello. La seconda ne' verbi danno, fanno, han
no, stanno, vanno, dicendosi dan, fan, han, stan, van. — Dell
le parole grande e santo e talvolta anche verso, seguendo una
voce cominciante da consonante, si troncan le finali de, to,
e.so, come gran it'òre, gran capitàno, San Pietro, San Pao-
lo, ver me, ver Dio, ec. ;
— & X. Le voci tronche mel, cel, tel, vel, sel, nol, per me
lo, ce lo, te lo, ve lo, se lo, non lo, sono più della poesia che.
della prosa.
dì APPENDICE,
4
dl DELLE INTERPUNZIONI.
Essendo la scrittura, l immagine sensibile della pronun-
zia, essa debbe corrisponderle non solo nell' esposizione del-
le parole, ma anche nella chiarezza del senso. Per ‘conseguir
ciò furono inventati e nella scrittura introdotti, certi segni che
servissero a dividere i periodi e le frasi, in modo che bene
se ne distinguessero i sensi. Tali segni sono: f°. Punto fer-
mo (.), o finale, che si mette dopo avere scritto un senso
compiuto, e dimostra la sentenza esser giunta al suo termine;
. La pausa che ne risulta è quanto il contar quattro.
(1) Trovasi anche fru/ei per fratelli, capei per cupelli, augei per a
gel, ed a'tri simili; ma son più del verso che della prosa.
i
PARTE SECONDA Si
2°. Il-cofon, o due punti (:). indicano una ‘metta pausa, e
ervono a dividere una parte dall altra del periodo, il che
si fa specialmente quando ad un senso compiuto se ne ag-
gunge un altro che vi ha connessione. Sogliono i due punti
mettersi anche quando si vuole indicare che il susseguente di-
sorso contiene le precise parole da altrui profferite. La pau-
sa del colon è quanto il contar tre. i
3°. Il semicolon, o punto e virgola (;), che distingue gl’in-
csi d'un periodo non molto lungo, ed anche due interi mem-
rà del periodo: la pausa che ne risulta è quanto il contar
ue.
4°. Il comma, o la virgola (,) divide le parti minori del
periodo, e spesso le parole d' una stessa parte collegate da
congiunzioni. La pausa n' è come uno.
5°. Il punto interrogativo (?) ponesi in fine d' una sen-
tenza, per indicare ch’ essa contiene una interrogazione.
6°. Il punto ammiratico (!) che accenna ammirazione.
Il segno più frequente nella scrittura è la virgole, e qua-
lunque parola, o unione di parole, o proposizione si trovi in
un periodo, e che alla costruzione di esso non appartenga, si
| mette tra due virgole.
Per altro l' uso della virgola è oggi assai meno esteso di
quel che fu un dì; imperocchè era legge presso gli antichi di
porla innanzi alle congiunzioni e, 0, né e al pronome relati-
vo che, e il quale, anche quando non facevano che congiun-
gere una o più qualificazioni ad un medesimo subbietto, co-
me a cagion d'esempio: egli è pittore, € scultore; vedo il pa-
dre, e] figlio; oggi, o domani; né voi, né lui; il libro, che
leggesti, ec. Un tal uso è oggi da molti ‘trascurato, per esser
cosa affatto superflua, e così anche a noi pare che sia; nul-
ladimeno ognun faccia secondo che gli sembra tornar più
| comodo.
- PARTE TERZA
BIIMOLOGIA B SINTASSI .
I
sl
SEZIONE PRIMA - ig
| : “a
DELLE PARTI DEL DISCORSO IN GENERALE. — »'.
— it» Ml na ‘
ì
| CAPITOLO UNICO. =».
| 8. I Chiamasi DISCORSO, ORAZIONE, FRA.SE, 0 SENTENZA
un’ unione di parole collu quale, componendo e dividendo k ne ,
stre idee (1), manifestiamo i diversi concetti (2) dell'animo ,
nostro. Le parole comprese in tale unione si dicono per ,
del discorso (9) SI È | «de 4
«Otto sono le parti del discorso, alle quali dassi l' ordme ,
seguente : i ;}
NOME o SOSTANTIVO, PRONOME, ADDIETTIVO, VERBO,"
| ‘AVVERBIO, PREPOSIZIONE, CONGIUNZIONE, e INTERIEZIONE.
Traggono queste otto specie di parole dalla natura stess .
l' origine loro, sovra di esse fondasi tutta la grammatica, mm,
i
a
L
4
perocchè non puossi parola alcuna articolare, che all' una, 0,
all' altra non appartenga. |
.»
. -
(1) Per idea s’ intende |’ immagine di una cosa che resta come scol- +
pita nella mente. |
(2) Concetto è un giudizio che fa la mente sulle relazioni delle idee ;
che se le appresentano. Non confondasi concetto con nozione, impercioceh* ,
questa significa un’ idea che, non avendo unito in st il concetto di ester.
sione , non offre per st stessa veruna immagine: tale è l’idea di piacere |
di dolore, di vizio, di virtù, di verità, di falsità, ec. | si
(3) Questa definizione, che parmi adequatissima , è presa dal Corticelli..
i
PARTE TERZA 33
NOME o SOSTANTIVO.
S. II. Gli obbietti che innanzi a tutto fissano il pénsier
dell'uomo al primo aprirglisi la mente, sono quelli che real-
mente esistono , per concepire i quali d'altro soccorso non
gli fa d'uopo, che di vederli esistere in un cogli attributi, e
colle qualità ad essi appartenenti, e le cui immagini, pre-
sentatesi ai suoi sensi, gli rimangono impresse nella memoria:
quindi i segni, o le parole, che nel linguaggio le prime ven-
nero adottate come significative delle nostre idee, furon, det»
te sostantivi, cioè nomi di sostanze. Si può adunque il nome
nel seguente modo definire: Parola significativa di persona,
di cosa, di qualsivoglia sostanza, animata o inanimata ,
della quale ci è nota T esistenza, reale 0 immaginaria (V.
Sez. II, Cap. I S. III.) che nel discorso sola sostiensi, sen-
| 3a la concorrenza di altre parole. Onde i vocaboli: Animale,
pianta, metallo, uomo, leone, uccello, pesce, fiore, oro, ar-
genio, pietra, pan: casa, popolo, e mille, e mille altri sono No-
Mi, o siano stanuvi. i
PRONOME.
$. III. La moltiplice ripetizione de' nomi di sostanze, ove
nel discorso avvenga di nominare gli stessi obbietti più volte,
riuscirebbe nojosa ed offenderebbe l orecchio ; fu d' uopo a-
dunque altri segni cercare che le veci de’ nomi prendessero,
tali segni dalla funzione loro nel discorso furono chiamati
pronomi (dalle voci latine pro, e ROMENO sono: To, noi, tu,
voi, egli, colui, costui, questi, quegli, ella, essa, colei, costei,
etc. (Y. Sez. terza, Cap: I e seg.) i »
ADDIETTIVO.
8. IV. Quello per cui qualsivoglia sostanza da altre di-
singuesi, sono gli attributi suoi, e le sue qualità o naturali, o
accidentali, cui fa mestieri di conoscere quanto le sostanze me-
desime, onde avere di queste chiara @ distinta idea; a tale ef-
fetto venne nel linguaggio introdotta quella classe di parole
conosciuta sotto la denominazione di addiettivi, dal verbo la+
tino adjicere, che vale aggiungere, perchè gli addiettivi si ag-
fungono ai nomi di sostanze per indicare quegli attributi.e..
quelle proprietà date dalla natura o dal-caso ad esse sostanze,
perchè dalle altre si distinguano; come: Czelo PIETOSO, terra
FERTILE, mare TEMPESTOSO, animale FEROCE, militare VA-
LoRoso, uomo SAVIO (Y. Sez. quarta, Cap. I e seg.).
84 ETIMOLOGIA E SINTASSI
VER BO..
_ $. V.I mutui nostri rapporti, le nostre azioni e passioni,
l’esistenza degli obbietti che ci attorniano, l'influenza che
su di essi hanno le operazioni nostre, l’ impressione che dalle ‘
loro noi riceviamo, non potevano seuza l' intervento di altri
segni esprimersi : quindi l'origine de' verbi, o sien vocaboli
che dinotano l'esistenza, le azioni, le passioni, e le condizioni
degli esseri in un tempo determinato, o indeterminato, come *
mangiare, bere, leggere, fare, ec. (V. Sez. quinta e sesta).
AVVERBIO.
S. VI. Appena ebbe il linguaggio conseguito un certo
grado di perfezione, si cominciò a scoprire che l'esistenza, le.
qualità e le azioni delle cose, come altresì le loro differenze
relatives erano suscettive d'innumerabili modificazioni; e allora *
si pensò di arricchire il linguaggio di certi segni chiamati i.
1 quali uniti a' verbi ed agli addiettivi, servono a modificare le ‘
azioni, a specificare, aumentare, o diminuire le qualità delle ‘
sostanze, cioè: Mangiar FESTEVOLMENTE, rispondere CORTE- -
SEMENTE , andar PIANO , venire SPESSO, SMISURATAMENTE
ambizioso, ec. (Y. Sez. ottava, Cap. I.)
PREPOSIZIONE.
S. VII. È questa la denominazione grammaticale (dalle ©
voci latine pre e posilus) di certe particelle, la cui funzione nè! -
discorso si è il dinotare i rapporti che hanno le cose fra di ‘
loro , ed il fissare l'idca dell'una per quella dell'altra ; esse
precedono i nomi, o i pronomi, de'quali annunziano. le mu- »
tue relazioni, e sono: Di, a, con, in, per, dopo, sopra, sotto, ’
entro, dietro, contro, ec. Vi è un giardino dietro alla casa.
DietRO indica il rapporto che ha la casa col GIARDINO, e vice |
versa (7. Sez. ottava, Cap. II-VI.) I
CONGIUNZIONE.
S. VIII Occorre non di rado nel discorso, per rettifica- |
re l'idea di alcune sostanze, di qua!che sua qualità, condizio-
ne od operazione, doversi queste porre in contatto con altre
sostanze, qualità, condizioni, od operazioni, il che per essere
le une spesse volte infinitamente dalle altre diverse, assai ma-
lagevole sarebbe senza che a tal effetto certi segni nel linguaggio
fossero introdotti, i quali, come che sieno di molte specie diffe-
renti, perchè molte e differenti sono le occorrenze in cui possano
a +
ni er - |-
ino
PARTE TERZA ‘65
bisognare, pure da’ gramn.atici genericamente sono chiamati
congiunzioni, e le definiscono come se l'unica loro funzione fosse
nel discorso, di Congeungere due rurole, o due proposizioni ; 0, co-
me altri dicono, e hs, stesso,di wnzre insieme le parti dell'ora-
zione (2). Congiunzioni adunque sono le seguenti parole: e,
o, né, ma, che, se, così, come, pure, dunque, ancora, perciò,
eziandio, anche, perché, oiché, ancorche, apnee acciocche,
anziche; comeche, ih? e molte altre, che tutte verranno
a suo luogo spiegate e distinte (7. Sez. ottava. Cap. VII.).
INTERIEZIONE.
. 8 IX Con questa denominazione s' intendono le naturali
sgmfcative grida dell'uomo, esprimenti Li: dolore, timore,
muraciglia, avversione, e molti altri affetti, e moti subitanei
dell'’anuro. Ma tali espressioni furono di tempo in tempo,
all'arte accresciute di altre parole, o unioni di parole, per
ludicare gli stessi affetti, o anche aggiunte alle medesime nuo-
ve sillabe, per meglio intenderne il significato. Le seguenti ne
sono le più usitate: 44! ahi! ahi lasso! ahimé! deh! doh!
eh! chimé! eja! ho! ocibò! cimé! olà! animo! bravo! ec.
(V. Sez. ottava, Cap. VIII.).
$. X. Nelle successive sezioni verrà fatto menzione di quan-
to spetta ad oguuna delle classi di parole già nominate, delle
e è. o. . O è . o. °° . .
sue divisioni, modificazioni, ed altri caugiamenti, a’ quali la
sottopongono 1 precetti della italiana favella; solo è forza qui
osservare, che il Nome, Pronome, Addiettivo, e Verbo sono
variabili, cioè cangiano le desinenze loro (3), secondo 1 di-
versi rapporti dell’ uno coll’ altro, ma che invariabili riman-
gono le rimanenti quattro parti, le quali non cangian mai
le loro primitive desinenze, in qualsivoglia posizione si tro»
ino (4).
. (a) È difficil cosa il dare di questa parte del discorso più chiare no-
Zoni, senza dividerla in tante classi, quanti sono gli uffizj che spettano
nel discorso ad ognuna di esse; conciossiacht estesissimo è il numero delle
Particelle, che in grammatica congiunzioni si chiamano, sebbene avvene
tolo sei, o sette, che in tutta la forza del termire sono tali: e però se
l'epostone di sopra parrà insufficente allo scopo (come io stesso credo
‘ P P DIE) . . i P LAO)
the sia) sarà sempre più spiezativo, e al vero più conforme, che non
Ù ‘ pT P P te) , P ,
t la definizione datane da’ grammatici, la quale, tolto per le poche vere
fongiunzioni , per tutte le altre particelle, che passano sotto tale deno-
minazione , è impropria e falsa.
. (3) L ultima sillaba, e sovente anche la vocale finale di una parola,
lamasi desinenza , 0 terminazione. |
(4) Non sono i moderni grammatici d’ accordo sul numero delle parti
SEZIONE II
CAPITOLO PRIMO,
DIVISIONI DEL NOME.
S. I. Al primo sviluppo delle sue idee, l'uomo attenta:
mente considera 1 var) obbietti che il circondano; cerca e scuo-
pre in éssi qualità ed attributi, che in taluni differiscono, si
assonrigliano in altri: concepisce un’ idea generale di quelle so-
stanze, la proprietà delle quali gli pajono uguali, e mentalmente
le unisce sotto ad una stessa denominazione, dalla natura del
loro attributi ad esse destinata; discerne poi degl’ individui
nella massa, i quali, come che agli altri sieno simili in quanto
alle proprietà principali, pure dal rimanente della specie di-
stinguonsi per qualche attributo particolare, sia naturale, sia ac-
cidentale. Quindi nacque in grammatica la prima divisione del
| nome in comune o generico, ed in proprio o individuale.
-$. IL Il nome dicesi comune o generico, quando è ap. .
plicabile ad una specie intera, cioè quando a tutti gl’indivi- .
dui della medesima specie conviene.
Se per taluno questa definizione d' uopo avesse d' ulte-
riore e più chiara spiegazione, ove mai potrebbesi questa me:
glio rinvenire, che nella natura stessa delle cose?
Il vocabolo corpo è la denominazione universalissima appl-
cabile a tutte le cose esistenti, animate, o inanimate, che cadono, 0
del discorso. Alcuni lo portano a dieci , annoverandovi anche l'articolo
ed il participio, i quali per altro, a mio parere, non v’ appartengono,
ii
come a suo luogo spero poter dimostrare; altri dal novero di dette parti ,
escludono l' addiettivo, dividendo il nome in sostantivo, ed in addietti- .
vo: quantunque tale divisione in nulla diminuisca l’ importante carattere
degli addicttivi nel linguaggio, pure sembrami, che per maggior chiarezza,
e perchè con essi esprimesi la seconda classe generale de’ nostri pensieri, .
convenga distinguerli più particolarmente, classificandoli tralle parti del
discorso ; altri non v’ ammettono i pronomi, insegnando, che parte di es
si altro non sono che nomi (nomi personali ), e parte meri addiettivi;
altri finalmente restringono a tre il numero delle parti del discorso, cioè
Nome, verbo, e particelle, unendo sotto quest’ ultima denominazione gl!
avverbj, le preposizioni, le congiunzioni e le interiezioni; anzi ve n'ha
che vanno persino a non volervi ammettere che il nome ed il verbo: sole
parti, dicono, di Bi ir ed assoluta necessità per comunicare qualsivoglia
nostro pensiero. Vero è, che il nome ed il verbo le chiavi sono di qua-
lunque idioma, e che da essi soli, divisi, e suddivisi che sono, retla €
chiara idea può formarsi delle altre parti, Je quali, in rigore non ne sono
che abbreviazioni; ma è per altro non men vevo, che le rimanenti s@!
parti, sebbene non ugualmente necessarie, sono nulladimeno di grandissi;
«ma utilità, e servono a render meno complicato lo studio delle lingue.
PARTE TERZA n 57
pissono cadere sotto ai nostri sensi, sieno esse dalla natura pro-
dote o dall’ arte ; imperciocchè tutte hanno comune l' attri-
buto di essere visibili, e tangibili. Dai corpi, tre estesissime
divisioni formansi, dai naturalisti dette i tre regni della naiu-
ra: il rerno animale, 1 regno vegetabile, ed il regno minerale.
Tutti gl’ individui d'ognuno di questi tre regni, fino comuni
tra loro delle proprietà, che estranee sono a quei degli altri
due. G/é animali, vivono, vedono, sentono, si muovono da
sé, ec. I vegetabili sorgono dalla terra d'onde prendono nu-
trimento, germogliano e crescono; ma non -hanno vita sensi-
tiva come gli animali. I minerali produconsi nel seno della
terra, ma non hanno vita come i primi, nè germogliano co-
me 1 secondi. Il regno animale dividesi in genere ragionevo-
k o sia umano, ed in brutale; e questo in quadrupedi, vola-
bili, acquatici, insetti, e rettili; i quali nuovamente in dira-
mazioni innumerabili sì estendono , tutte soggette ad altre
più o meno estese divisioni e suddivisioni. Lo stesso dicasi
de' regni vegetabili e :minerali, che amendue si partono in di-
verse specie subalterne: il primo, in a/deri, in fiori, in erbe, in dia-
° de ec.; il secondo, in pietre ed in metalli; e questi in oro, in
o
L
Di
t
ria in rame, in ferro, ec. Procedono del pari le cose, che
dall'arte, dall’ industria, o anche dal caso prodotte e destina-
te vengono a diversi usi ‘nella società; come: città, fiume, mon-
tigna, palùzzo, chiesa, giardìno, ec. prìncipe, virtù, scienza,
ec. che tutti sono nomi comuni, quando, nominandoli, s'in-
tende indicare tutta la specie.
I nomi sono propr), quando applicabili sono ad uno so-
lo, o ad alcuni, non già a tutti gl’ individui della medesima
| specie (1). Così sono nomi propri] quelli di uomini, come: Giove,
} P
t
k
Marte, Romolo, Ciceròne, Cesare Virgìlio, Oméro, Andréa,
ietro, Lodovico, Giùlio, ec.; quelli di donna, come: MM:
nérva , Venere, Anna, Berenice , Didòne, Marta, Eleonora, Giu-
la, Margherìta, Caterina, ec.; quelli di regni e provincie, co-
me: Grecia, Persia, Itàlia, Toscona, Lombardìa, Francia,
laghiliera, Turchìa, ec.; quelli di città: Atene, Costantinò-
poi, Roma, Firenze, Milùno, Parìgi, Londra, Vienna, ec.,
quelli di fiumi: Nilo, Tevere, Po, Reno, Danùbio, Elba,
Tamìgi, ec.; quelli di montagne, come: A/pi, Appennino,
ucaso, Etna, Vesùvio, ec.
$. HI. I nomi comuni si dividono:
(1) Ogni nome comune può divenire nome proprio per l’aggiunta di
qualche addiettivo, che qualifichi il significato, onde distinguerlo dagli al-
tri della medesima specie.
Grumm. Ital. 9
ETIMOLOGIA E SINTASSI
1°, In SOSTANTIVI propriamente detti, cioè significa
tivi di obbietti o sostanze veramente esistenti. (Vedi Cap. pre-
ced. $. II. |
o, 1 ASTRATTI, o siano nomi d'obbietti immagina,
solo esistenti nella nostra mente, per cui vuolsi esprimere la
qualità astratta, cioè separata dalla sua sostanza. Dalla de-
finizione generale del nome (Vedi Cap. preced. $. Il) sì è
potuto rilevare che vi sono nomi di sostanze immaginare,
vale a dire, che noi ci formiamo un'idea di diverse sostanze,
le quali in realtà non esistono. Tali idee nascono in noi dal
considerar prima gli obbietti che cadono sotto a' nostri sensi,
în un colle qualità e gli attributi, per cui quelli distinguons;
ed i segni de’ quali, cioè le voci, che nelle lingue adope-
ransi per esprimere le qualità unite alle sostanze, da' filosofi
vengono denominati nomi concreti, come : Iddio giusto, Uomo
ricco, ec.; poscia prescindendo dalla sostanza, e non contem-
plando che l'attributo , o la qualità che la distingue, ci for-
amiamo di questa una sostanza ideale, per l’intendimento della
«quale ci è d' uopo impiegare tutta la forza del nostro inter
letto, perchè non può esser l' obbietto di alcuno de' nostri sen-
-si: ed è appunto perciò che tali nomi, grammaticalmente, si
chiamano nomi astratti, in opposizione a' nomi concreti 0 ad:
diettivi da' quali derivano. Tal sorta di nomi nella nostra kn
gua, per lo più terminano in anza, enza, ezza, ia, isla,
izia, ione, ità, tà, ura, come: da ignorante, viene igneran-
za; da prudente, prudénza; da bello, bellezza; da audòe,
audùcia; da altéro, alterìgia; da giusto, giustizia ; da erudito,
erudizione; da generòso, generosità; da buono, bontà; da bra-
vo, .bravùra, ec. Sonovi per altro de' nomi astratti, che da’ ver-
bi provengono, e perciò chiamati sono verdali (vedi la sesta
divisione del nome). î
s-
‘5°. In FIGURATIVI (2), i quali, nè sostanze reali st- -
{2) Supplico il lettore, una volta per sempre, di non volere ascrivere
a vana spirito d' innovazione, nè a desiderio d’ ingrossare inutilmente il
‘volume, se qua e là in questo mio quasi abbozzo di grammatica, alcuni
‘pincip) si trovano alquanto più estesamente spiegati, di quel che forse non
seno altrove; al che solo m'indusse la brama i; essere ulile a coloro i qua-
li, non avende mai attinto dalle primitive fonti delle due lingue, avolae
madre dell’italiana, sono forse ignari affatto di molti termini da quelle a no!
tramandati. Le due mie nuove divisioni de' nomi in Figurativi ed in Ca-
raileristici, che saranno a prima vista da taluni per avventura corhe 1n-
truse riguardate, verranno da molti, non ne dubito, in grazia della verità
che contengono, apprezzate come utili a chi studia o il proprio, o qualche
straniero idioma, per poco che gli caglia di conoscere ogni cosa che ser-
vir possa a dilucidare Je sue nozioni sui principj di lingua , si universali
che particolari.
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e
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PARTE TERZA 39
puficano, nè possono riguardarsi come nomi astratti, ma fu-
rono nelle lingue introdotti per esprimere certe nostre idee,
le quali, sebbene indipendenti da qualunque altra, di per sè
deinirsi non possono , tali sono: Virtù, fortùna, tempo, ripò-
50 , notte, ora, sonno, vita, secolo, età, cenno , e mille
altri (3).
£ Tn CARATTERISTICI (4), che di per sè soli non
sono nomi di sostanze , ma come tali vengono considerati ,
nguardo ad altri nomi , 0 comuni, o proprj, significando #-
tolo, ufficio, parentela, o altre qualità che servono di carat-
tere distintivo alle persone , o alle cose. Tali sono : Padre,
madre, amìco, re, regìina, principe , sacerdòte, véscovo, merca-
dante, maéstro, ec. (V. nota 2.)
Bo. In COLLETTIVI, ch’ esprimono una moltitudine ,
o unione d' individui della medesima specie come sarebbero:
Popolo, naziòne, gioventù, senàto, truppa, ec. (3).
6°. In VERBALI, o siano nomi direttamente derivati
da verbi, ed avvene due specie, cioè: VERBALI CARAT-
TERISTICI, quelli cioè che esprimono il subbietto dell’azione,
vale a dire, l'agente : questi per lo più hanno desinenza in tore :
come: Parlatòre, leggitòre, scrittore, bevitore, ec. (V. nota 4),
e VERBALI ASTRATTI, che l' effetto dell’ azione esprimo-
no, e talora anche l’ azione medesima, e che hanno desinen-
1a I igi0, igione, izione, mento, tura, come: Servìgio, guari-
gione, ammirazione, parlaménto, lettùra, scrittura, ec. (Q).
.. (3) Tali nomi inventati per convenzione, ad oggetto di esprimere
idee, non già di sostanze (come i nomi sostantivi propriamente detti) né
di qualità di sostanze, come gli astratti, ma d'immagini, o dì figure
che ci formiamo dello stato di essere delle cose, dei modi onde queste
esistono, e de'termini cui tendono ec., e perciò meri segni figurativi possono
lamarsi. |
. (4) Avvegnachè i nomi caratteristici ne' dizionar) come sostantivi figu-
Nino , essi sono nondimeno puri addiettivi; differiscono però dal comune
degli addiettivi ; 1. Per essere i medesimi significativi di qualità acciden-
lali, che non a tutti i nomi di sostanze, sebbene della medesima specie,
si addicong ; onde que’ nomi che posseggono tali qualità, quasî nomi
propr) diventano: 2. Perchè più degli altri addiettivi si avvicinano al-
l'identità de’ nomi stessi di sostanze, in modo che questi si possono co-
noscere, abbenchè non gli accompagnino, nè antecedentemente sieno
espressi.
(5) A questa classe di nomi appartengono pure molti di quelli in ame
tl in ume , come: Bestiàme, ossàme , cordàme, acidume, saloaggiùme ,
unlume, sucidume, ec. ed alcuni in aglia, come: Ciurmaglia, canaglia ,
Plboglia.
(6) Sono queste ‘le più comuni desinenze dei nomi propriamente
detti astratti verbali ; molti nomi pcrò sonovi in 4a, in 0, ed anche in
Ira desinenza, i quali, comechè generalmente quai verbali si conside-
\
- —ETIMOLOGIA E SINTASSI
$. IV. Sogliono i nomi andar soggetti a sei modificazio-
ni, o cangiamenti, che anche aecidenti del nome da taluni sì
no, cloòr
di genere,
Du «di numero,.. .
Per la varietà di grandezza, e di valore,
de' mutui rapporti,
di estensione.
CAPITOLO II.
VARIETA’ DI GENERE.
‘I Pel termine grammaticale Genere , intendesi la dif-
ferenza di sesso nel significato de’ Nomi. La classificazione dei
nomi per genere ebbe, non v'ha dubbio, origine dalla disun-
zione dei due sessi negli esseri animati ; ma .è non pertanto
chiaro ancora che tale distinzione procedeva da altra ante.
cedente ragionevole non meno che naturale diyisione degli
obbietti in esseri. animati , ed in non animati. i
S, II. Alla voce genere, che in grammatica vale sesso ,
. umiscesi uno dei due aggiunti mascolino , o femminino ; lune
pel sessa maschile, pel femminino ]' altro : e natura vorreb-
he che ai soli esseri animati fossero essi applicabili, non aven-
do , nè potendg avere gl inanimati sesso alcuna, lo che è ben
robabile che in origine si praticasse coll'aggiunto neutro (nè
Tano nè l'altro) e che con questo la molto più numerosa
classe degl'inanimati esclusivamente venisse indicata.
Se nelle lingue l uso di tal metodo fosse rimasto co-
stante, la classificazione de’ nomi per genere per null'altro
entrerebbe nel sistema di alcuno idioma, se non che per la
concordanza degli addiettivi, e della maggior parte de' nomi
‘
caratteristici cg' nomi di sostanze, come pure per que nomi
primitivi di obbietti animati, i quali l’ opposto sesso in altra
maniera indicare non possono, che per qualche conyenuto
cangiamento nella loro forma.
I legislatori delle lingue greca e latina, v' introdussero ,
egli è vero, co’ generi mascolino e femminino, anche il ge-
nere neutro; ma con ciò non intendevano ovviare all abuso
che de’ due primi faceyasi con dare segni dell’ uno, o del
‘rino, pure fali non sono, imperocchè i verbi, piuttosto da quei nomi
derivano , anzichè questi da’ verbi; e perciò altro non sono che nomi fi-
gurativi , come: dAccusa , abborninio, accorda, ec,
ho
|
—————_—+
| PARTE TERZA | GI
l'altro sesso a nomi di cose che non ne possono avere alcu-
n0, più avendo a cuore l’ armonia delle espressioni che l' or-
dine naturale delle cose, imperciocchè è fuor di dubbio che un ta-
k andamento più d' ogni altro era acconcio a fayorire ed a
sorreggere 11 bello e mirabile sistema desinenziale (4) delle sum-
mentovate lingue, vale a dire le molte e differenti desinenze
de nomi, delle quali tante quasi ve ne sono , quante sonovi
lettere nell'alfabeto: cosicchè dirsi potrebbe esser la classifica-
| Mione per genere stata piultosto inventata pel sostegno delle
desinenze de’ nomi, anzichè queste per indicare il sesso a cui
Il significato de' nomi appartiene.
. La linguaitaliana in parte batte le orme della madre sua la-
tina, nella stessa maniera abusando de’ termini mascolino e
femminino, ed in parte se ne allontana progredendo più oltre
con rigettare affatto il genere neutro, che a moltissimi nomi
dal Latini viene applicato (2).
SII Due soli generi adumque si conoscono nella lingna
Italiana, il maschile, ed il femminile, i quali in molti nomi
dallo stesso significato si rendono manifesti; ma ogni nome
porta pur seco il segno del suo genere, consistente in una del-
le cinque vocali dell’ alfabeto A, E, I, O, U, che sono le
, (1) Mi son fatto lecito di adoperare questo termine che, per dir vero,
€ Inusitato , non sapendo qual altro epiteto meglio potesse, senza circon-
locuzione, esprimere la caratteristica di quel sistema.
(2) Cosa può rispondere il maestro al suo alunno, quando questi gli
Manda perchè il Palazzo, lo studio sono tenuti come maschili, e /a
casa , la scienza come femminili ? Gli risponderà , che quelli terminano
9, questi in a, che gli uni sono preceduti dall’ articolo #2, o /o, gli
altri dall'articolo Za ; o più breve, perchè così il vuole l'uso, quel ti-
Fanno , cui invano la sana ragione sforzerebbesi di distruggere. ‘Tralle
«ni
A
terna
lingue: moderne una sola evvi, quella cioè degl’ Inglesi, in cui all’ ar-
monia ed al bello irragionevole siasi sempre la semplice natura delle cosc
Preferita : in essa non evvi verun sistema, salvo per lo plurale de'nomi
Sostantivi e caratteristici , non conoscendovisi , in quanto al genere, altra
stinzione, se non che la vera differenza di sesso , esistente nel signifi-
‘ato stesso del nome. Non avvi neppur legge alcuna di concordanza, nè
' genere, nè di numero per gli addiettivi: perchè sono le sostanze , vi
, N dice, non già le loro qualità , che sono mascoline o femminine. Ciò
‘sendo, non recherà sorpresa che una delle più grandi difficoltà che
quegli stranieri trovino nello studio e nella pratica della lingua italiana,
Sta nel distinguere jl genere de’ nomi, e nel fare accordare con essi i
"speltivi articoli e addiettivi nel medesimo genere mediante le apposite
Sinenze; mentre nella lingua loro l’unica distinzione regolante sta
della differenza reale di sesso, che esiste nell’ obbietto indicato dal no-
me. Egli è vero per altro, e gl’ Inglesi stessi il debbon confessare, che
è semplicità adottata nell’ idioma loro , priva questo di quell’ armonia
che dà l'opposto sistema alla lingua italiana, e a tutte le altre prove-
Rienti dalla latina.
62. ETIMOLOGIA E SINTASSI
desinenze esclusive de' nomi italiani, e che a noi in .questo ;
capitolo serviranno di norma per la conoscenza di cotesti due ,
generi, premesse che avremo le seguenti regole generali. .
1°. * Maschili, sono i nomi proprj di uomini; e femmi- ,,
nili quelli di donna, in qualsivoglia delle cinque vocali fini- ,
scano; laonde mascolini sono: Andréa, Silla, Epaminònda, ;
Socrate, Cesare, Simòne, Luigi, Giovànni, Dionigi, Marco,
Teséo, Pietro, ec.; femminini: Anna, Aspàsia, Sofia, Berenice, ,
Didòne, Rachéle, Clori, Fullide, Amariìlli, Saffo, Ero Erato, .
Aletto.
2o, Maschili sono i nomi di mesi e de’ giorni, tranne De-
menica.
3°. Maschili sono i nomi degli alberi, fuorchè querciat .
palma, ma sono femminini quelli de' frutti degli stessi albe- .
ri, eccetto cedro, cedràlo, fico e pomo, che, significando albe- |
ro e frutto, sono mascolini. i) ì
4°, Maschili sono i nomi de’ metalli fuorchè /atta.
Bo. Maschili sono gl'infiniti de’ verbi, «e gli addiettivi, in |
significato di nomi astratti, come : 5 mangiàre, il bere, il dor-
«mire, il bello, il grande, ec.
. Go. In quanto a’ nomi delle lettere dell’ alfabeto dassi per
lo più il genere femminino alle vocali A ed E, e "1 mascolino .
alle vocali I, 0 Si U. Tra le consonanti quelle il cui nome,
comincia da vocale, tengonsi d’ordinario per femminili, onde $
Jar, la L, la M, la N, la R, la S; e per maschili quelle, che i
nell’ articolazione loro fanno sentire prima la consonante, poi la
«vocale, perciò si dice il B, il c, il D, il G, il p, il Q, 17°
41 v; tranne z che è femminile. Sembra per altro a noi che, ,;
riflettendo che le lettere di per sè non portan marchio di ge- .
nere, se non in quanto sì riferiscono ad alcun termine gene -
"rale sottinteso, ad ognuno sia lecito il considerarle in quel modo ‘
che più gli piace, attribuendo loro indistintamente o il gene- .
.re maschile o il genere femminile, secondo le rapporta o 4
carattere, o a letiera. *. |
S. IV. I nomi finienti in 4; sono femminini, tranne:
J°. I nomi caratteristici significativi di dignità, professio- :
ne, o d'altre qualità proprie ad uomini, come: !
. DIGNITADI; Papa, monàrca, patriàrca, podestà, ba
scià, agà, cc. | |
PROFESSIONI. Legista, oculista, poéta, anacoreta, ere
‘mita, gesuita, ebanìsta, geòmetra, scriba, ec.
* Nota. Per comodo degli stranieri gli esempj trisillabi e polisillabi del
presente e seguenti capiloli avranno accentuata la vocale , in su la quale
debbe cadere la posa della voce. È
PARTE TERZA 63
SETTE, Erestàrca, deìsta, conformìsta, calvinìsta, gian-
misla, anabattìsta, ec. (4)
Altre qualità d’ uomini:
Apòsiata, ateìsta, deicida, fratricìda, regicida, regalìsta,
mlagonista, monopolista, cantafàvola , ec. (3),
2°. I nomi provenienti dal greco iu amma, come:
degnma (6), anagràmma, epigràmma , progràmma, ec. ;
eli seguenti pure d'origine greca: Anàiemma (T. matem.),
anilema , assiòma, apotìgma (acuta sentenza), apostéma,
aroma (T. chir. specie di tumore), auiòma , bòrea, clima,
diadima, dogma o domma, embléma, enìgma o enìmma,
enimema (T. logico, argomento filosofico), entòmata, pl. (7),
| fintàsma (8), fìsima (fantasia fisicosa, capriccio), dida ,
idibta, ipòerita, piané‘a (astro), poema, prisma, problema, réuma,
sciloma (ragionamento lungo), scisma (9), sofìsma, sofista,
sisma, stemma, strattagémma , sperma , tema (10), teo-
rema (prova evidente), #miùma (profumo). |
S. V. Più malagevol cosa è il far conoscere il genere
‘ dnomi in e; imperocchè avvene tanti dell’ uno e dell'altro
genere, che quasi all’ infinito andrebbesi volendo intiera-
mente indicarli con regole, e queste ancora dalle molte ec-
cenoni imperfette resterebbero. Ecco quello che di più certo
‘ abbiamo potuto raccogliere.
Mascolini sono (14) quasi tutti i nomi finienti:
- i
ST
tali
Reni
lar“
da ber TO
pen
(4) Questi e simili nomi, non meno che i seguenti, anzichè di ge-
, Nere maschile potrebbersi qualificare piuttosto di genere comune ; impe-
tocchi possono applicarsi egualmente a donna che ad uomo senza punto
Variare terminazione.
(5) Sonovi diversi altri nomi in a di genere mascolino, pe’ quali
! però niuna regola puossi stabilire , come sarebbero i seguenti ed altri:
: Allavèla (sorta di pesce), baccalà , cornucopia , pascibiètola (insipido,
ciocco), sanfinfizza (ipocrita), scipa (ignorante), Serrabozza (T. marine-
co), liralèsta (istrumento chirurgico), ec.
(6) Sorta di componimento teatrale, ma nel significato di peso è
tmminino.
(7) Termine di storia naturale, voce generica d' insetti bacherozzoli,
) (081 terrestri, come aerei. Dicesi anche Enfomati.
(8) O fantàsima: ambedue trovansi qualche volta anche in femminino.
(9) Questa voce trovasi anche in femminino. 3
| (10) Questa voce è mascolina quando significa soggetto, argomento ,
‘ sbbene talora, ma di rado, trovasi pure di genere femminino. LA TEMA
bacgue alla lieta brigàta. Bocc. g. 9 fin. 4. — E seguìr oltre alla mia
« ‘îga TEMA. Dittam. 1, 15. Ma fema coll’é stretta (timore) è sempre
Minino.
(11) Per quanto difficile sia il determinare il genere de’ nomi in e
secondo le loro desinenze, cioè secondo le consonanti, che precedono la
€ timale, il Biagiuoli nella sua grammatica ne ha preso l’ assunto, e vi è
‘ nella maggior parte assai bene riuscito; io qui ne trascrivo quelle, regole,
% h
sr
ETIMOLOGIA E SINTASSI |
f°. In ge, 0 in gge con una vocale innanzi al g, fuorchè
lecge, brage.
90. In Ze con vocale innanzi alla 7, tranne dile, indole,
iperbole, pelle, prole, sigale, sistole (T. med. moto del cuo-
re), valle. |
3°. fn me, fuorchè arme, fame, speme.
4°, lu re, tranne febbre, pòlvere, scure, torre.
Bo. Iu ente, eccettuati corréate, gente, lente, mente, se-
minte, sorgente.
Go. In one, non compresi però quelli in gione, sione, e
zione; neppure i seguenti, Cunzòne, comuniòne, obbliviòne,
opiniòne,. questiòne, ribelliòne, uniòne.
7°. Gl' infiniti dei verbi presi come nomi, s/ mangiùre ,
sl bere, sl dormìre; il camminùre, ec.; come pure gli addiet-
tivi nel significato di nomi astratti, come: 7 Utile, 4 dolce, ec.
S. VI. Femminini sono : 4.° quasi tutti i nomi terminanti
in ce, tranne ; alce (specie di cervo), anice, antràce, (carbon-
chio), calice, camice, calce, cece, codice, déntice, embrice ( sor-
ta di tegolo), friztice (arbusto), ìstrice (porcospino), lince, màn-
dice , panace (specie di pianta), pesce, salce o sùlice, spinà-
ce, noce poco): vertice, vortice.
2°. In de, toltine àspide, jàspide , piede, spiede, stecàde
(sorta di pianta aromatica). | |
5°. In ine, non compresivi ducine, cardine, confine, car-
cine, termine, crine, cùlmine, disòrdine, fiòcine (buccia del-
l'acino dell'uva), g/tine, ordine (42), pettine, turbine, vérmine,
vimine.
4°, In ge, con unavocale, o r innanzi al #, fuorchè: ce-
spite, fomile, latte, limite, tràmite, stìpite, vate.
Ciò è tutto quello che si può dire di certo sul genere
de' nomi in e; solo debbo ancora far osservare, che avveneal-
cuni, i quali dagli autori usati sono, or nell’ uno, or nell’ al-
tro genere, e perciò vengono considerati come aventi due ge-
che parute mi sono le più generali e le più certe, aggiungendovi qualche
eccezione ommesse da quel grammaltico.
(12) Questa voce ne’ due significati di Disposizione, e di Congregazia-
ne religiosa, trovasi usata dagli antichi così nel genere maschile, come
nel femminile. ZL? invidiosa ORDINE, delle cose avventuràle nimìca, sempre
nega di esser lungamènfe nella somma altèzza. Guid. Guid. — Presa
TonDINE Zra loro, il trallàto fue rivelato _al Duca. Sor. Pistol. 171.—.4/
temuo del detto Papa Innocenzo si comincio la santa ORDINE de’ frati mi-
nori. Gio. Vill. 5, 24» |
Tr
SR on
PARTE TERZA È‘ 65
: nen, tali sono: dere, àrbore, càrcere (13), cenere (14), fine,
Frenze, folgore, fonte, fronte, fune, gregge (13) , trave.
| $ VIL Altri sono mascolini, o femminini, secondo quel
‘che significano, cioè: |
Fante (soldato, servo), masc. Fante (serva), femm.
Dimane (il giorno seguente), masce. Dimane (la prima
parte del giorno), femm.
" Noce (albero), masc. Noce (frutto), femm.
Oste (albergatore), masc. Oste (esercito) masc. e femm (16).
i Màrgine (estremità) masc. e femm. Margine (cicatrice)
i femm. si
$. VIII De nomi in 7, sono mascolini:
: I°. I nomi caratteristici di uomini, come: Bal, muftì,
; part, ec. . |
2°. I nomi composti di un verbo e di un nome in plu-
. rale, come: guardasigilli, guardabòschi, cavadinti, stuzzi-
; cadenti, storci; gi, guastamesti ri, li ae 3
vammazzaduòli, leccapiàiti, scacciapensieri, altri simili.
: 35° Dì) ed i suoi composti mezzodì, lunedì, ec.; come
«ancora abbiccè , ambàssi , appigiònasi, barbagiànni, brìndisi,
oremisi, soprattiéni , zanni. |
;. Trimanenti in 7, non essendo che grecismi, sono tutti
femminini, fuorchè@: àlcali, diisis (T. musicale), eclissi 0 e-
chisse (AT).
'. Genesi (nome del primo libro del Pentateuco), è usato
Mn amendue i generi.
. (19) Questa voce è sempre femminina nel plurale, nel qual numero pe-
{M non è tanto usata quanto nel singolare d'amendue i generi. La quale
li (ARCER fenebrosa , e scura islà per te, e tu lasso nolcredi. Bocce. Ninf.
.hes. 143.— Se per questo cieco CARCERE cai per allèzza d'’ ingàgno. D.
lol. 1o. — Il comùne fece offerta di lutti è prigioni, che èrano nella CAR-
CRE. Gio. Vill. cap. 82, 2.
(14) Nel numero plurale questa voce è sempre femminina3 nel singolare,
_ dove è quasi poetica , si usa tanto nell’ unn, quanto nell’ altro genere.
| È ruppe fede al cENER di Sichèo. D. Inf. 5. — Or vo piangèndo il suo
‘NERE sparso. Petr. son. 275. — Gli racconta come ella covàva la GENE-
JE, sedèendosi in sulle calcaàgna. Cas. Galati. g-
‘ (15) Questo vocabolo non è usato al mascolino , se non nel singolare,
! solo in senso metaforico. Raunato così bello e devoto GREGGE. Fior. S.
‘Tanc. cap. 18. Sebbene talvolta si trovi anche in senso proprio. La
| Wal di necessità convièn che si faccia da coloro, che il GREGGE sèguitano.
Ntsc. Cap. 79-
.. (16) Così avoènne nel nostro bene avventuroso OSTE. Gio. Vill. 11,
. 35 4— Preslamènte congregò una bella , e grande, e poderòsa OSTE.
; di nov. 17. Ma presso i moderni scrittori, osfe usasi per lo più in ma-
olino. +
(tm) I nomi proprj di città in 7, si fanno mascolini, o femminini
differentemente : 72 del Napoli, la bella Napoli.
Gramm. Ital. 10
66 ETIMOLOGIA E SINTASSI
IX.I nomi in O sono tutti mascolini, tranne: Mano,
eco (18), Dido, cl i voràgo (19).
$. X.I nomi in 1
, de' quali sel soli sono di proprietà
e . CIN . . o o e7 x br AT
Italiana, cioè: Gioventù, gru, servitù, schiavitù, tribù, virtu,
che sono femminini (20). |
I nomi stranieri in v sono mascolinì, come: Fissù, 0 fe
sci (specie di fazzoletto di velo o simile), meù (sorta di erba),
rasù, Corfù, Perù, ec.
DEI NOMI ETEROCLITI.
S. XI. Intendesi per nomi eterocliti quelli, che possono :
avere due uscite, o desinenze. La lingua italiana abbonda di :
tali nomi. Quelli che possono uscire in @, o in e sono di ge
nere femminino, ‘come: ala 0 ale (21), arma o arme, basa :
o base, canzòna o canzòne, coltra o coltre, doia 0 dote, fronda È
e fronde, froda o frode, loda o lode, màcina o màcine, ridina :
o rédiîne, scura 0 scure, tossa 0 tosse, vesta © veste, ténebra 0 *
tenebre ec.; éiera o élere. è mascolino (22).
Quelli che possono finire in e ed in 0 sono mascolini:
. . C) . . hd ® ii u,
e di tali evvene gran copia in sere ed in zero, come: cavaliè .
re e cavaliéro , candelière e candelitro , destrière e destriéro, :
giustiziere e giustiziéro , guerriîre e guerriîro , gonfaloniere €
gonfaloniéro , mestitre e mestiéro , mulaititre e mulattitro,
prigioniere e prigioniero , pensitre e pensitro, ec. (25)
(18) In vece di Eco, può dirsi pure Ecco, che è mascolino ; quindi p?-
re che usando Eco parimente mascolino, non sarebbe grand’errore; ciò che
è certo si è che, Eco, T. mitol. nome di una ninfa, non può essere che
femminino.
(19) Dido, immàgo, Cartàgo, tesiùdo, coràgo, ed altri vocaboli fem-
minini in O, sono voci tronche, e permesse solo nella poesia; il.
prosa bisogna dar loro le desinenze ad esse proprie, dicendo, e uo x
Didone , immagine , Cartàgine, testùdine , voragine, ec. 1 nomi propr) &.
città in O si fanno mascolini, o femminini indifferentemente: 7! vasto M-
lano, la vasta Milano.
(20) Altri nomi in Z7 non vi sono nella lingua italiana, che Gesù
tribu, gru, e tu; le rimanenti quattro, gioventù, servitù, schiavilu, ©
virtù, sono voci tronche di gioventùde , gioveniùte, gioventùdine; servitùde,
servilule , servitùdine ; schiavitùdine; viriùde , virtùte.
(21) Trovasi anche Alia , ma è poco usato.
Ù U s di
(22) Ala, arme, canzòna, dote, frode, fronda, lode, màcina, rèdine, ,
scure, iènebre, tosse, veste, sono più usati che ale, arma, canzone, dota, |
froda , fronde , loda , màcine, rèdina , scura, tènebra, tossa, vesta.
(23) Oltre le desinenze sere ed iero, hanno questi e simili nomi una.
terza uscita in zeri, ma è questa da schivarsi non essendo che un idio-
tismo fiorentino , come: bicchieri, cavalièri, destrièri , giustizièri, mulat-
liéeri, ec. Fenèndogli alle mani quel BiccHIERI col velèno , mescolàlo:
ec. Pecor. gior. 23, nov. 2. — Come fa il CAVALIERI quando combdlie.
PARTE TERZA 67
im Ghaltri sono: abete e abéto, àspide e àspido o aspe (poet.),
| iglesse e calesso, cànape e cànapo (per filo 0 corda), cònso-
pi ke consolo , confine e confino , fomite e fòmito , interesse
im ©Mhleresso, muntice è manbco , otre e otro , pesce e pesci ,
i nbelle e ribello , salce e salcio , selce e selcio, scolùre e sco-
d liro, serménle e sermento , sterpe e sterpo , stile e stilo , vase
pi € vaso , verme e verino, vòmere e vomero, ec.
Altri nomi sonovi che hanno doppia uscita in 4 ed iu
0, e sono secondo queste o femininini o mascolini, come:
Barùffa e barùffo ; balestra e baléstro ; briciola e briciolo ;
+4 bada e biado (ant.); caccia e caccio; canéstra e canîstro; cer-
ui chia e cerbhio; cesta e cesto; contràsta (ant.) e contràsto; con-
|: {gna (ant.) e contégno; cruna e cruno (aut.); dimòra e dimò-
k. 10; domanda e dormàndo (ant.); falla (aut.) e fallo; favìlla
fo fuvillo; frutta e frutto; gerinoglia e gerinòglio; gesta e ge-
rh 500; ghiuccia (ant.) e ghiaccio; gintpra (ant.) e ginépro; grol-
| fa egrotto; guadàgna (aut.) e guadugno; îdola (ant.) e ìdolo ;
— Inbppa (ant.) e intòbppo; macigna (ant.) e macìgno; merla e
ak merlo; midòlla e midòllo; minàccia e minàccio (ant.); minù-
ni $eminùgio; nicola e nilvolo; oblia (ant.) e oblìo; orécchia
x e orecchio; pastura e pastùro (ant.); rama (ant) e ramo;
e "0 (ant.) e riso; scampa (aut) e scampo; scherna (ant.) e
{i Schemo ; spera e spero (ant.); timbra e timbro (sorta d'erba),
pi Pampa e vampo. —
. FORMAZIONE DEL FEMMININO NE'NOMI
LI CARATTERISTICI.
i:
«| —$ XII Im quattro maniere formasi il genere femminino
.J nenomi caratteristici ( 7. Cap. 1 ).
pl ‘
si 1° Cangiando la finale o ina (24), come: Masstro maéstra,
«cugino cugina, figlio figlia, servo serva, ec. (25).
“. 2° Cangiando la desinenza fore in #rice, come: re
© | bore imperatrice, eleitòre elettrice, parlutòre parlatrìce, ec. (26).
(4
q But Inf. 29.—I7 dolore, quasi come carnèfice e GIUSTIZIERI, percuota e la-
gi Cavale. Fratt. ling. 323.— Alqguale il MULATTIERI rispose. Bocce. nov. 89.
(24) Molti nomi sostantivi d’ animali seguono la medesima regola, co-
me: asino asina, cacàllo cavalla, lupo lupa, merlo merla , pàssero pàs-
ii. Sera, ec. Uomo fa donna, bue fa vacca, 0 buèssa, verro fa troja, cane
» “(cagna , gallo fa gallina , leone fa leonessa.
ll. (25) Eroe fa eroina, pastore fa pastorèlla, padròne fa padrona, affan-
;r Moie fa affannona, e forse alcuni altri, ma sonovi pochissimi nomi in one
sd che al femminino facciano ona.
me (26) Presso gli antichi i caratteristici in lore, trovansi qualche volta
4: I genere comune, cioè applicati anche al sessofemminile. Lasciò la regina
ha Giwuuna ricca di grande lesòro, € GOVERNATORE del reame, Matt. Vill. Lib. I.
è
N
fi
63 ETIMOLOGIA E SINTASSI
30 Cangiando la finale del mascolino in essa, come:
prìncipe principessa, duca duchéssa, conte contèssa, fattore
fattoréssa, oste (27) ostéssa, poéta poetéssa, cc.
4 Cangiando l'intiero nome mascolino in altro femmi-
nino come: Lie $ marito moglie, padre madre, fratello
i
J
sorella, maschio femmina, ec. (28).
. CAPITOLO III.
: DEL NUMERO.
S. I. Il termine NUMERO, preso grammaticalmente, :
indica la differenza tra uno e più (4). . d
Il numero di ur0 chiamasi singolare, il numero del più :
plurale. Un nome dicesi essere del numero singolare, quan- è
do esprime un solo individuo; e nel numero plurale, quan »
do esprime più di un individuo. | ;
Il plurale dal singolare deriva mediante un qualche can- .
giarnento nella desinenza del nome, il che nell’idioma italia .
no ha luogo sostituendosi altra vocale finale a quella con cu .
già finisce il nome nel singolare. Indi le seguenti :
REGOLE GENERALI:
$. II. La finale @ dei nomi mascolini cangiasi in 7, c0- |
me: papa papi, drumma drammi, pianéta piunéti, ec.
Cap. 9. Ella sola (Madonna Cia) rimase GUIDATORE della guerra, e c0°
pituna de’ soldati. 1d. Lib. 7. Cap. 64.—Era molto bellissima PARLATORE. —
Vita di S. Mad. pag. 3. Oggi simili licenze sarebbero intollerabili. a
(27) Trovasi qua e là presso gli antichi osfe anche al femminino n
vece di ostessa. Io ho mangiàto , serberoòlla, e daròlla all’ oste mia. Nov.
ant. 58.
(28) I Greci davano l'epiteto Epiceri (da sei sopra, e xorvog comune,
cioè Più che coinune), a’ nomi che sotto un sol genere comprendevano il ma-
schio e la femmina. Di tali nomi evvi pure gran copia nella nostra favella, |
nella quale molti ve ne sono che altra desinenza non hanno se non che quella
del maschile pe’due generi,come: il corvo, il luccio, il topo, ec. ; altri, che son0 +
in maggior numero, escono come i femminini per indicare il maschio e la
femmina, come : l'aquila, Panguilla, la vipera, la pantèra, la Ugre, è
la volpe, lu lepre, la serpe (dicesi anche d1 serpe), ec.
(1) Dico: preso grammaticalmente, perchè in aritmetica sarebbe UM .
paradosso jl dire numero di uno, o numero singolare, conciossiachè un? .
unità non costiluisce numero, termine usato per indicare un’unione ©!
più unità. Credo per altro che per significare l’unità individuale degli ob-
bietti sia assai più adatto il termine numzero singolare, che nol sia que.
l'altro numero del meno, che vale lo stesso che numero minore. Ogn:
numero è minore relativamente ad altro maggiore: Due è minore di trò,
tre di quattro, quattro di cinque, e va discorrendo. Laonde per numero
del meno , in ogni sorta di calcolo, s’intenderebbe , non già un'unità »
-—
— . -.
PARTE TERZA 69
Nei nomi femminini la finale 4 cangiasi in e, come:
rina regine, principéssa principésse, colòmba colòmbe , por-
la porle, ec. | i
Le finali e ed o sia il nome di qualsivoglia genere, can-
gasi sempre in 2, come: Principe prìncipi, leziòne leziòni,
scolaro scolàri, cavàllo cavàlli, mano mani, ec.
Osservazioni. a
$. II. 1.0 Rimangono invariabili al plurale i nomi tron-
chi, cioè quelli che in sull'ultima sillaba portano l'accento ,
come: Carità, città, polestà, piè, mercé, virtù, ec., che nel
numero del più si dicono /e carità, le città, i potestà, t pie,
le mercè, le virtù, ec.
Ma quando tali nomi scrivonsi e pronunziansi interi, co-
me: carilide o carttite , ciltàde o ciltàte, potestàde o polte-
state, piéde, mercéde, virtùde o virtùle, ec., l'e finale si can-
gia in 2.
Restano parimente inalterabili i nomi che nel singolare
escono in 2 onde si dice: Zeclîs.i e gli eclissi, lae le tesi,
la e le crisi, il e è barbagianni, il e i balì, lei dì,
il ei lunedì, ec. Dicasi lo stesso de’ seguenti: Barbàrie , ef-
figie , requie, specie, superficie, série, progénie, tempéèrie, ed
alire simili, come pure di Canapé, caffe, lacchè, e dei due
monosillabi te, gru. .
2° Nelle desinenze cia, gia, ove le due vocali faccia-
no insieme una sola sillaba, l'/ sopprimesi nel plurale, can-
giandosi l'a in e, come: traccia , freccia, bòccia, spiùggia,
luncla , fràngia, ciriégia, ec. che fanno tracce, frecce , bocce ,
spiagge, lance, frunge, ciriége, ec. (2). |
Quando però nella di desinenza le due vocali za
ognuna da sè forma sillaba, 1°, che allora porta l'accento,
non può sopprimersi; come in Bugla, magia, elegia , gen-
gia ec. ; pluraie Bugie, magie, elegie, gengie.
5.° Nelle desinenze cio, chio, gio , glio, la sola sop-
pressione dell'o finale del singolare serve, per formarne il
Ma qualsisia numero minore, rispetto ad un altro maggiore, laddove in
grammatica per singolare non s'intende altro che un’unità individuale.
. (2)Nel singolare di questi e simili nomi, come pure di quelli deli’osserva-
lione 3za qui appresso, la vocale non si pronunzia distintamente, e sem-
bra trovarvisi solo pel mantenimento dell’articolazione dentale delle conso-
Nanti c, e g, le quali altrimenti sarebbero gutturali; mentre al numero
el più la posizione dell’; è affatto inutile, imperocchè le suddette conso-
Manti conservano il suono loro primitivo mediante il cangiamento del-
cme.
70 ETIMOLOGIA E SINTASSI
plurale, come in dàcio, stràccio, lancio, òcchio , mùcchio,
àgio, fregio, sbaglio, figlio, ec.: baci, stracci, lanci , occhi ,
mucchi, agi, fregi, sbagli, figli, ec. (3).
4.° La desinenza zo dittongo, cioè due vocali formanti
una sola sillaba, cangiasi nel numero del più in /, come:
tempio , 7 size , principio; plurale #empj, proverbi,
princip (4). |
Ma quando la medesima desinenza zo, forma due sillabe
coll’accento sull‘, la finale o cangiasi in 2, in modo che i
due :/ distmtamente si profferiscano, come: mormorio , cal-
pestio, zio, rio, ec. plurale, mormorìiî, calpestìi, zil, rii ec.
5.° I nomi terminanti in 470 € 070, 0 (come taluni voglio
no che debbansi scrivere) 4/0 e oso, troncatane la finale 0,
hanno al plurale aj e 07, 0 ai oî, come: fornàjo o fornà-
i0, calzolàjo o calzolàio, calamàjo o calamùio, scrittòjo 0
scrittoio , avoltòjo o avoltdio; plurale fornàj o fornùi, cal-
zolàj 0 calzolài, calamàj o calamùi, scrittòj o scritidi, avol-
t0j 0 avoltòi, ec.
6.° Le desinenze ca e ga de'nomi femminini, si cangiano
in che e ghe, come: amìca amìche, stanga stanghe; ma ca
nei nomi caratteristici mascolini diventa ché, come: monàrca
monàrchi, patriàrca patriàrchi, ec.
7° Le terminazioni co e go, diventano chi e ghi al
plurale; ma questa regola è solo generale pe’ bisillabi, come:
parco parchi, fico fichi, fuòco fuòchi, giudco: giuòchi, luògo
luoghi, spago spaghi, rogo roghi, fungo funghi, ec. tranne:
Greco, porco, mago, che fanno Greci, porci, magi. i
In quanto ai trisillabi, e polisillabi delle suddette desi-
nenze, difficil cosa è il determinare quali escano in ché e ghi,
e quali di c; e gi si contentino ; ecco quel che per approssima-
zione al vero se ne potrebbe stabilire. Escono in chi e ghi
(3) La nota precedente è pure applicabile a' nomi in cio, gio, e glio,
solo giova osservare che avvi un certo numero di nomi trisillabi , €
anche polisillabi in cio e gio, che indifferentemente si posson far termina-
re in z/i0, come: servigio, sereìzio ; giudìcio, giudizio; beneficio, benefiu0,
ec.; in questi, 0 simili vocaboli , profferendovisi l’ i alquanto più distin-
tamente , il plurale fassi, cangiando zo in /: scrivasi dunque, Servig/,
giudicj , beneficj, uffici, ec. (V. osservazione Kta.)
(4) Non è questa regola universalmente praticata. Talunì non per-
suasi, che j possa aver forza di due #, cangiano l’o in ©, scrivendo
prooèrbii, tèmpi?, palù, combii, principiî, ec. Altri, in maggior numero ,
essendo di contrario parere intovno alla forza dell’ j, sostituiscono questa
lettera al dittongo fo per formare il plurale di quei nomi. Onde, siccome
nc’ moderni autori e dell'una e dell’ altra maniera trovansi abbondanti
escmp) , ognuno la propria opinione segua.
i.
PARTE TERZA 71
quelli, in cui le finali co e go immediatamente precedute so-
no da consonante, come in a/manàcco , albérgo, arìngo, ca-
filo, cosàcco, obelisco, ec.; plurale, a/manàcchi, alberghi,
aringhi, catafàfichi, cosàcchi, obelischi, ec.
Ma se alle finali suddette precede vocale, le desinenze
plurali saranno ci e gi, come in amico, aspàrago, canònico,
domestico, eretico , teòlogo, ec. plurale, amici, aspàra-
gi, ec.
Questa regola soffre però l'eccezioni seguenti: àbbaco ,
antico, aprìco, beccafico, càrico, castigo, drago, catàlogo,
fondaco, impiego, intrìgo, mànico, monòlogo, obbligo, opà-
‘o, parroco, pedagògo, presàgo , pudico, rammàùrico, ripiego,
sacrilego, stomaco, iràffico, ubbriàco, che tutti nel plurale
fmiscono in chi e chi.
Ve ne sono che indifferentemente nell'uno, o nell'altro modo
escono, come: analogo, astrologo, diàlogo, dittongo, mendìco,
pratico, salvàtico, ec. plurale, anàloghi o anàlogi, mendì-
chi o mendìci, ec. |
8. Dio, uòmo, bue, mille, fanno al plurale, Dei o Dili,
uomini, budi, mila (5). sea
. 9° Mane (mattina), miele, progénie, prole, stirpe, non
sù usano nel plurale.
All'opposto sonovi de’ nomi che al plurale solo sono
usati, tali sono: andiriviéeni, annàli , calzòni, esequie, fasti,
forbici, lari, molle o molli, nozze, rostri, spezie 0 Spézj
(droghe), canni (poetico per ali ).
DEI NOMI ETEROCLITI
NEL NUMERO DEL PIÙ.
$. IV. Sonovi un certo numero di nomi mascolini ter-
mmnanti nel singolare in 0, che nel numero del più due de-
snenze diverse prender possono, / od 4; e per quest'uliuma
uscita da mascolini che sono nel singolare, femminini nel
Plurale diventano. Eccone i più usitati (6).
(5) Dio, sole, luna, e fenìce, sebbene significano cose uniche, pos-.
sno però usarsi in plurale. Dio fa Dei, cioè quei falsi del paganesimo ,.
el'uso n'è comunissimo. Sole fa soli. Vissi più soLi (anni) in molla
miseria. Amet. 55. — Poi guando’1 verno l’aer si rinfrèsca, Tèpidi SOLI
giochi, e cibi ed ozio cc. Petr. Tr. d’ Am. cap. 4. —M'avèa mosiràlo
per lo suo foràme Più LUNE (mesi) già, quand' io feci*1 mal sonno. D.
nf. 33. — Le sìmili a quelle, che dette abliàmo , sono più rade che le
FENICI. Bocc. Laber. 157.
. (6) Presso gli antichi si trovano..molti altri nomi, i quali, masco-
lini al singolare , non solo sono fatti femminini al plurale, ma ancora
792 ETIMOLOGIA E SINTASSI
Anéllo ; gli Anélli le Anella. (7)
Bisogno * 1 Bisogni. le Bisogna
Bràccio i Bracci le, Braccia.
Budèllo i Budelli le Budella.
Calcàgno i Calcàgni le Cattagna.
Carro i Carri, . le Carra.
Castello i Castelli —. le Castella.
Ciglio i Cigli le Ciglia.
Cervello ì Cervelli le Cervèlla.
Cogno” i Cogni le Cogna.
Coltello i Coltelli le Coltella.
Comandamento" i Comandamenti le Comandaminta,
Confino * i Confini o le Confina.
Corno i Corni le Corna.
Cuojo i Cuoi le Cuoja,
Demònio * i Demònj le Demòpia.
Dito i Diti le Dita.
Fastillo * ‘i Fastelli le Fastèlla.
Fato i Fati . le Fata. ,
Filo i Fili le Fila.
Fondaménto î Fondaménti —. le Fondamenta. (8)
Foro * i Fori a le Fora.
. Fosso i Fossì lc Fossa.
Fuso i Fusì . le Fusa.
Frutto i Frutti le Frutta. (9)
coll’ accrescimento di una sillaba: tali sono i seguenti e molti altri:
àgora per aghi, borgora per borghi, càntora per canti, corpora per corpi,
donora per doni, àrcora per archi, càmpora per campi, frùttora per frutti,
logora per laghi, làtora per lati, nèrbora per nerbi, nodora per nodi ,
nomora per nomi, ortora ‘per orti, pàlcora per palchi, piaànora per
piani, ràmora per rami, suònora per suoni, tèmpora per tempi, tèltora per
detti, tinora per tini, ec. Due sole di queste voci, con quelle desinenze antiquate
del plurale, sono rimaste in uso, ma con restrizione di sigaificato, esono
donora e ièmpora : la prima, che presso gli antichi significava dormi in
generale, significa oggi quel corredo, che si dà oltre la dote ad una sposa
quando ella sen va a casa del marito. Dorastimela liberamènte, e adèss0
la ricuoi colle poNoRA. Fir. Luc. 4, 3. — Quattromila contanti senza le
gioje e le DONORA, che io vo’ presentàr loro. Lasc. Sibill. 510, L'altra è
tempora , che, detta dagli antichi per #empî, è da noi usata per signifi-
care i digiuni, detti le gualtro tempora, che si fanno in tutte le stagioni
dell’anno. dr, di
(7) Le voci segnate d' un
desinenza mascolina. ; i
(8) Questa voce è eteroclita solamente nel suo significato proprio
di Muramento sotterraneo, sopra del quale posano gli edifizj: ma nel sen-
so figurato, cioè quando significa Motivo, cagione, ragione determinante;
ciò su cui altra cosa posa e si fonda, non s'usa che nella terminazione
mascolina , dicendosi solo 7 fondamenti.
(9) Dicesi anche al singolare fré/ta, nome femm., significante il parto
degli alberi, e di alcune erbe; il suo plurale è allora fruffe, che comu-
nemente usasi per indicare 7 pospasto di un pranzo, o di una cena
Fruili, in senso proprio e figurato, significa le produzioni di una qual
che terra, le readite di qualche possessione’, 0 di una somma di danaro,
o anche il guadagno di alcun lavoro o industria. i
si usano oggi più ‘comunemente con la
- PARTE TERZA 73
Gesto ì Gesti le Gesta (10).
Ginocchio 1 Ginòcchi le Ginòcchia.
Gomito * i Gomiti le Gòomita.
Grano (peso) * ì Grani le Grana.
Grant lio ì Granclli le Granella.
Grido i Gridi le Grida.
Guscio i Guscì le Guscia.
Labbro i Labbri le Labbra o Labbia (11).
Legno i Legni le Legna (12). .
Lenzuòlo i Lenzuòli le Lenzuòla.
Letto ° i Letti le Letta.
Membro i Membri le Membra (13).
Mulino * i Mulini le Mulina.
Mantello * i Mantelli le Mantéèlla,
Muro , i Muri le Mura (14).
0sso gli Ossi le Ossa.
Peccàlo i Peccàti le Peccàta.
Piacimento * i Piacimenti le Piacimènta.
Pomo i Pomi | le Poma.
Prato i Prati le -Prata.
Pugno i Pugni le Pugna
Quadréllo i Quadrelli le Quadrella.
Riso (moto della bocca) i Risi le Risa.
Sacco © i Sacchi le Sacca.
Sacramento * i Sacramitnti le Sacraminta.
Sasso ” i Sassi le Sassa.
Solco * i Solchi le Solca.
Strido gli Stridi. le Strida.
Suolo ‘ i Suoli le Suola,
Talènto * i Talenti le 'Talenta.
Telàjo © i Telai le Telaja.
Tino * i Tini le Tina.
Vestigio (15) i Vestigi le Vestigia.
Vestimento 1 Vestimeènti le Vestimetnta.
I seguenti mascolini in 0, prendono solamente @& nel
plurale, e diventano femmimini:
Il Centinàjo le Centinaja.
Il Migliàjo le Migliàja-
(10) Gesto, in senso di Alta impresa, o fatto glorioso, può cangiarsi
in gesta anche al singolare, il cui plurale sarà geste.
(11) Labbia è più del verso che della prosa. —
(12) Nel significato di Legname da bruciare può .dirsi nel singolare /a
legna e le legne. Ma nel siguificato di Quella materia solida e compatta de-
gli alberi, o in quello di naviglio, si usa sempre /egro, e nel plurale Zegna
(13) Membro, ha il suo plurale membra, quando si parla delle
parti esteriori del corpo; ma volendo indicare con questa voce gl’indi-
vidui di una società, assemblea, accademia, ec. non si può dire altrimenti
che membri. |
(14) Mura, usasi solamente per indicare i Recinti di sasso, che circon-
dano le città. I lati di una casa, o di altro edifizio, diconsi più volentie-
ri muri. ù
. (15) In luogo di vestigio dicesi anche vestigia nome fem., il cui plurale
e veslige.
Gramm. Ital. RI È
2
714 ETIMOLOGIA E SINTASSI
ll Miglio (misura di luogo) le Miglia.
Il Moggio ' le Moggia.
Il Pajo le Paja.
Lo Stajo le Staja.
L’Uovo le Uova.
CAPITOLO IV.
DELLA VARIETA’ DI GRANDEZZA, E DI VALORE DE' NOMI.
S. IL L'idea del maggiore o minor volume delle sostan-
ze, o l’espressione del più o meno di buone, o cattive qua- è
lità che si trovano in esse, forma la terza varietà, o modifi-
cazione a cui vanno soggetti i nomi; quindi la classificazione -
di questi in ACCRESCITIVI, in PEGGIORATIVI o AV-
VILITIVI, le quali tre classi nell’italiana favella per l'aggiuo- >
ta di una, o piùsillabe al nome primitivo si distinguono (1).
SEGNI DEGLI ACCRESCITIVI (2).
. II. Tre sono le desinenze accrescitive. |
°. One, per esprimere maggior volume, o grandezza,
come: Nasòne, da naso; 0220 da cappello; cassone, da
cassa; poriòne, da porta (
(1) Non andrebbe di molto errato dal vero, chi asserisse esser tal ,
|
pratica di assoluta proprietà della lingua italiana ; conciossiaché dessa è
l' unica fra tutte le lingue, sì antiche, che moderne ( dalla spagauola
in fuori ), non eccettuatene nè pure la greca e la latina, in cuì tanto
si estenda, e con tante variazioni, e a tanto vantaggio dell’ idioma ado-
prisi il sistema desinenziale, per la formazione degli accrescitivi, peggi0-
|
Parri
RETTA
rativi, dimiautivi, e vezzeggiativi, de’ nomi non solo, ma eziandio de
gli addiettivi, e persino de' verbi e degli avverbj. 1 Greci ed i Latini
non avevano nè accrescitivi, nè peggiorativi , per supplire a' quali face
va mestieri ricorrere a certi avverbj, che preponevansi a’ nomi ; ed 2.
pochi riducevasi pure il numero de’ loro diminutivi , formati con app0
sita desinenza. Le lingue francese e inglese, senza far conto di circa una
dozzina di diminutivi che ha la prima, posson dirsi affatto prive, € di
questi , e degli accrescitivi e peggioralivi , i quali nè tampoco conosconsi
nella lingua alemanna;, che abbonda però di nomi sostantivi diminutivi.
La sola lingua spagnuola gareggia coll’italiana nel possesso e nell’ uso di
tutte e tre quelle sì importanti varietà del nome, le quali per ambedue —
le lingue sono come fonti perenni di dovizie., d' energia e di vaghezze.
(2) Quel che nel presente capitolo si espone degli accrescitivi, peg .
giorativi, diminutivi e vezzeggiativi , ha da intendersi solo de’ nomi di
tutte le classi ( 7. cap. 1): nelle rispettive sezioni si tratterà delle me-
desime varietà negli addiettivi, ne’ verbi e negli avverb).
(3) Ciocchè debbe recar maraviglia agli stranieri, ed io qui ne li fo
avvertiti , si è che la desinenza accrescitiva one, rende sempre mascolino
il nome al quale s’ affissa, quantunque questo nello stato suo semplice
sia femminino: onde da donna fem. viene donnone masc.; da casa fem.
casòne masc.; da sirada fem. siradòne masc. ec. , ed è errore il dire la
donnona , la siradona, ec. come sovenie odesi dal volgo.
—_—_
4
PARTE TERZA 75
do, Otto, 3°. Ozzo, co' loro femminini in a, per espri-
mere forza, robustezza, e vigore, come: giovinòtto, giovinòt-
ta, da giòvine; vecchiòtto, vecchiòlia, da vecchio; bacidzzo,
da bacio; foresòzza, da forese (contadma).
SEGNI DEI PEGGIORATIVI.
S. III Le desinenze accio, accia, azzo, azza, astro, astra,
aglia, ame, ume, rappresentano la persona, o la cosa significata,
come cattiva, laida, ©, per qualsivoglia altra cagione, degna
di disprezzo, come: omàccio, donniiccia , popolàzzo, femmi-
nazza, poetàzzo, filosofàstro, giovinàstra, gentàglia, plebà-
glia, gentàme, curnàme, sudictume, vecchiùme, ec. (4) Uni-
sconsi sovente ad un sol nome ambe le desinenze, accresci-
tiva e peggiorativa, come: Rebal/do, ribaldòne, ribaldonùcecio;
uomo, omùuccio 0 uomàaccio, omacciòne, ec.
SEGNI DE' DIMINUTIVI.
S. IV. In maggior numero si trovano le desinenze dimi-
nutive, le quali sono:
1°. Cello, cino, icello, ticino, 0 tecino, coiloro femmini-
ni in a, esprimono la seinplice piccolezza della cosa, aggiu-
gnendosi le due prime ai nomi terminanti in ne, e le due
ultine ad altri nomi di qualsivoglia terminazione, troncatane
però sempre la vocale finale, come: boccone , Bocconcello ;
giovine, giovincéllo; porziòne, porzioncella; passiòne, passion
cella; padrone, padroncino; canzòne, canzoncina ; campo,
canpicello ; porta, porticlla; valle, vallicella; lume, lumici-
no; volpe, volpicino; libro, libriccino ; ec.
2o. Ino, ina, esprimeno la piccolezza, ta leggiadria, la
graziosità delle cose, come: fanciullino , amorino, canestrino,
visino, sorell'na, manina, ec.
5°. Ello, ella, eito, etta, uccio, uccia, uzzo, uzza, oltre
la piccolezza, e la graziosità, possono anche esprimere il di-
sprezzo, © la poca stima che altri per certe cose sente, come :
campanello , vo , fememinélla , libretto, ruscellètto ,
caprelliccio , boccuccia, occhiùzzo, stradizza, ec. (3)
(4) Le uscite anze, ed ume, cltre il disprezzo, indicano una Quantità
oun numero di cose prese collettivamente. Avveriasi per altro che non tut-
ti i nomi in amc ed ume sovo peggioralivi; imperocchè avvene parec-
chi che sono semplicemente colleltivi, cioè indicanti solamente una certa
quantità o numero in:leterminato di cose della stessa specie, come deslia-
ne, cordame, salouggiume, cc.
(5) Le desimenze 220, elfo, ed it femminino in «e, sono non di
O vezzeggiative, anzichè avvilitive , e però non è sempre facil cosa il
76 ETIMOLOGIA E SINTASSI *°
4°. Erello, o arello, erella, o arella esprimono la pic-
colezza e la leggerezza, e talvolta ancora una qualche affezio-
ne, o tenerezza, come da pazzo, pazzarello, pazzarella; da
vecchio, vecchiarello, vecchiarella ; L cosa , cosarélla; da ghiot-
to, ghiotterello, ghiotterella.
5°. Uolo, icciuolo , icciatto, ictattolo, esprimono il disprez-
‘10, o mancanza di stima, come: mercantuòlo, filosofuòlo,
omicciuòlo, donnicciuòdla, omicciàltto, omictàtiolo, ec. La desi-
nenza wolo, non indica talvolta altro, se non che la piccolez-
za della cosa, come, da raggio, raggiuòlo; da danàjo, dana-
juòlo; da bestia, bestiuòla.
6.° Sonovi molte desinenze diminutive, delle quali altra
cagione non si può dare, se non che di essere state introdot- .
te dall'uso, e poi adottate come legittime, onde si fa da :
acqua, acquerùgiola e acquolina (pioggia minuta o minutissima); .
nre iN
ra
da bacio , buciwucchio ; da casa, casupola, o casìpola; da cervo, :.
cerbiàtto ; da corpo, corpùscolo; da fossa, fossatila; da medico, -
medicònzolo (medico ignorante); da note, nòtola; da lepre,
Jepràtto; da orso, orsàcchio, orsacchiòtto; da paglia pagliuòla;
da prete, pretazzuòlo (prete ignorante), ed altri ancora.
er
. V. Alla desinenza diminutiva, aggiugnesi talvolta altra .
desinenza, che oltre l'idea di piccolezza già espressa dalla
| prima desinenza, vi aggiugne quella di graziosità, di leggia- |
dria, come da cassa, cassétta, cassettino; da vecchio, vecchie
réllo, vecchierellino; da campàna, campanello, e
t
Alla desinenza diminutiva, puossi unire anche- un’altra accre-
scitiva, o avvilitiva, come: sfanza, stanzùccia, slanzucciàca;
campana, campanella, campanellòtta, ec.
Finalmente, possono gl istessi nomi accrescitivi ricevere
modificazione da qualche desinenza diminutiva, come da le.
dro, ladròne, ladroncéllo; da cassa, cassone, cassoncello,'
ec. (6) |
discernere , leggendo gli autori, in qual senso sicno adoperate, ove non '
vadano accompagnate da qualche addiettivo, che ne indichi la qualità.
Albergò una notte in una casètta d’ una FEMMINELLA ce. (avvilit.).
Nov. ant. 36. — Zil FEMMINELLA in Puglia il prende e lega. Petr. Tr;
d’ Am. cap. 3. — Una FEMMINETTA (vezzeg.) della contràda, la qual Bru-
nètta era chiamàta. Bocc. nov. 54. — Una gentil piacèvol GIOVINELLA
Adorna vien d’ angelica viriùde. Mess. Cino. Rim. ant.
(6) I nomi sostantivi propriamente detti (7. cap. 1), e di genere .
femminino, divenendo diminutivi, possono rimanersi nel genere lor pro-
prio, mediante le desinenze ella, ella, ina , uccia, ec., oppure divenit
mascotini, prendendo le desinenze ello, elto, ino, uccio, ec.; quindi
per modo d' esempio, da campana può formarsi campanella o campa-
nello; da strada, stradèlla o stradèllo; da casa, casina e casettina, 0
PARTE TERZA _ 77
CAPITOLO V.
DELLA VARIETA' DE' RAPPORTI DEL NOME.
S. I Quattro sono le relazioni, 0 i rapporti che può
avere un nome nel discorso: tre con un verbo, ed uno con
altro nome. .
‘Con un verbo:
1.0 Come subdbietto, rappresentante l'agente, cioè quello
che fa, o sl suppone fare l’azione.
2.0 Come obbietto diretto, indicante la persona o la cosa
operata dal subbietto, mediante il verbo, vale a dire la co-
sa su cui cade l'immediato effetto dell'azione. |
.° Come obbietto indiretto, esprimente una delle molte
accidentali e variabili circostanze che possono accompagnare,
e caratterizzare l'azione espressa dal verbo, e le quali per la
diversa loro natura vengono nel discorso indicate con diffe-
renti segni (preposizioni), che al nome prepongousi (7. $. V).
Il rapporto che possono avere due nomi tra di loro si
è quello di altenenza, di proprietà, o di possessione, espri-
mente che le due persone o cose, dai medesimi significate,
reciprocamente sì appartengono, e quasi si posseggono, in mo-
do che l'uno dei due nomi indichi il possessore, l'altro la
persona o cosa posseduta: quindi a quello dei due nomi dino-
tante il possessore, verrà da noi dato l’aggiunto di possessivo.
S. II. Nelle lingue greca e latina i suddetti rapporti per
le desinenze stesse de’ nomi si distinguono , dividendosi que-
st in più classi, ognuna delle quali dè a' nomi in essa com-
presi, onde far conoscere i loro rapporti, cinque o sei desi-
nenze, dalla primitiva affatto differeati, le quali si chiamano
Cast.
L' italiana lingua, comechè la primogenita sia della latina,
pure nulla con questa ha di comune in quanto al modo
d'indicare 1 diversi rapporti del nome: essa non conosce nè
cast, nè declinazioni: quindi debbono questi due termini
riguardarsi come stranieri ed intrusi nella grammatica italiana,
non meno che in quella di qualunque idioma, che non segua
il sistema latino. Una breve spiegazione di questo sistema,
tasino e casettino, ec. Sonovi nulladimeno molti nomi femminini, i qua-
li diventando diminutivi, accettan più volentieri la desinenza mascoli-
na, che la femminina, o almeno nell’ uso preferiscesi adoperarli masco-
lini, sebbene in amendue i generi si trovino registrati nci dizionarj, €
lergansi negli autori; onde più usati sono; derre/lino , bocchino, spadino ,
lavolino , volpicino , ec. che bderrettina , bocchina , spadina, lavolina, ec.
78 ETIMOLOGIA E SINTASSI |
farà chiaro vedere quanto è fondato quel che m'avanzo a
dire, e potrà nell'istesso tempo giovare a migliore intelligenza,
non solo di quanto nel presente capitolo s’ espone, ma anco-
ra di una gran parte di ciò che verrà trattato ne' susseguenti.
S. IH. Le relazioni, o rapporti, che un nome può ave-
re nel discorso, sono nella lingua latina sommariamente
calcolati esser sei in numero, e sei eziandìo le denominazioni,
che prende il nome per indicarli, e che tengono l'ordine
seguente: NOMINATIVO, GENITIVO, DATIVO, ACCUSATIVO,
Vocativo ed ABLATIVO. Per ognuna di queste denomina.
zioni il nome riceve due desinenze (una pel sing. e l'altra
pel plur.) chiamate Casus, cioè cadenze, perchè sono qua-
si come se, cangiandosi l'una nell'altra, dalla prima desinen-
za cadessero. | |
‘Se le sci anzidefte denominazioni in tutti i nomi ogni
na invariabilmente ritenesse la stessa cadenza, il sistema latt-
no de’ casi sarebbe semplicissimo; ma non in tutti i nomi 1
dodici casi sono della. medesima forma, abbenchè in tutti le
sei denominazioni l’istesse rimangano: per la qual cosa ven-
gono i nomi latini distribuiti in cinque classi, dette declina
zioni, ognuna delle quali dà alle summentovate sei denomi-
nazioni dodici casi, 0 cadenze proprie, ma differenti da que
le che le altre quattro danno a' nomi loro rispettivi, sebbe-
ne siavi in ogni declinazione qualche cadenza, che rassomi-
gli nella forma: a qualcheduna delle altre classi, o declinazio-
ni, ciocchè qui non occorre spiegare, spettando tali partico-
larità alla grammatica Jatina: bastami aver fatto vedere cosa
per caso e declinazione debbesi intendere, e con ciò aver
dimostrato esser questi termini improprj, e affatto inutili tra
? precetti grammaticali dell’idioma italiano.
Una cosa sola rimanemi a far osservare, ed è, che l'or-
dine tenuto nel novero de’ casi latini, è mero artificiale, v2-
le a dire, che sonò disposti non già secondo l’importanza
del loro significato, cioè , de’ legami che ha il nome nel discor-
so, o con un verbo, o con altro nome; ma parte secondo
la derivazione delle desinenze, le quali tutte dal genitivo di-
scendono, e parte perchè forse di mano in mano fino a nol
così furon copiati, dietro quello che il primo sulla lingua la-
lina scrisse, e che, per avventura , a capriccio nella suddet-
ta maniera ordinolli: mentre in vece esserlo dovrebbero nella
maniera seguente, che è l'ordine delle nostre idee:
pia?
n -
— PARTE TERZA 19
NOMINATIVO per indicare IL SUBBIETTO.
ACCUSATIVO 0» L'’OBBIETTO DIRETTO.
DATIVO ED
ABLATIVO . | » GLIOBBIETTI INDIRETTI.
GENITIVO » \ .IL POSSESSIVO (1).
. IV. I nome subbdietto ed il nome obdbietto direito ,
tra-quali mediante il verbo esiste strettissima relazione, non han-
no nella forma loro, differenza alcuna (2); il posto che occu-
pano nel discorso l'uno dall’ altro li distingue, imperocchè
per lo più il subbretto, almeno giusta il dettame semplice e
naturale de’nostri pensieri, premettesi al verbo, cui segue poi
l'obbietto diretto , come:
Subbietto _F erbo Obbietio diretio.
Alessàndro vimse | Dàrio.
Boccàccio (3) scrisse cento novelle.
Quest'ordine è certamente quello del nostro primitivo pen-
| sare; ma non di rado, a cagione d’armonia, sì in prosa, che in verso,
trovasi inversione fatta nella posizione dei due nomi, e segna-
‘tamente del sudbietto , che spessissime volte dopo il verbo
vedesi collocato. | |
TESTI.
verbo. —. , sub,
Sedéeva appresso Filòstrato Laurétta. Bocc. nov. 8.— Così
verbo, obb.dir. 8
ubb.
fu re ilbuonPipinoachetodi Franciaec.Fr.Sacch.rim:42.
verbo dir.obb. subb.
| —Giùnse con la legiòne séitima , di cui era tribùno Vipsànio.
(3) In quanto al vocativo, che è la. denominazione del nome, quan-
do chiama 0 invoca alcuno, è questo anche in latino, e per desinenza,
€ per significato, un caso di pochissimo rilievo , essendo la sua desinen-
ta (fuorchè nei nomi in ws della seconda declinazione) sempre eguale a
quella del nominativo ,.dal quale neppur gran fatto differisce in signifi-
cato; imperocchè esso altro non è che il nominativo di qualche verbo
sottinteso nel modo imperativo ; e come tale pure debb'esser riguardato
nelle lingue moderne. ) da,
(2) Dal fin qui esposto si rileva esser di prima necessità per la retta
ntelligenza di qualsivoglia proposizione, la conoscenza del sudbielto e
dell’ obbietto direlto, che insieme col verbo le basi sono di ogni discorso.
Osservisi inoltre, che solo nei nomi devesi intendere indicarsi questi due
Tapporli senza alcuna differenza nella forma, imperocchè ne’ pronomi
personali (#4. Sez. 1ii) la forma del secondo notabilmente da quella del
Primo differisce , come a. suo luogo vedremo.
(3) Talvolta un verbo in un col suo obbielto direito, fa le veci di
subbictto, e talora anche una intiera proposizione, come: WYmdana cosa
$ AVER COMPASSIONE degli offiiti. Focc. proem. — Che tu con noi rimanga
per quesia sera, n’'È cano. Id. nov. 43.
80 ETIMOLOGIA E SINTASSI
verbo, obb dir. subb.
Dav. stor. lib. 3.— Prése-miî allòr la mia scorta per mano. D.
obb. dir. verbo,
| subb.
Inf. 13.(4)— Messér Tebàldo a loro ogni suo bene lasciò.Bocc.
subb. obb.dir. verbo. |
nov.13.— Zre volte il cavalierladonna stringe.Tasso,Ger. 12,57. :
obb. dir. verbo. subb. :
—Quivi superbo st mostra il pavòne. Morg. 14. (9)
S. V. Il nome obdbietto indiretto, che esprime le circo
stanze caratteristiche dell'azione, come già sì è detto, va sem-
pre da qualche preposizione preceduto ; e siccome molte pos-
sono essere tali circostanze, molte parimente sono le proposizioni.
destinate ad indicarle, precedendo al nome. a 1
Le nostre tre preposizioni di, a, da vengono comune-
mente indicate come segni caratteristici, facenti le veci di tre
de' casi obliqui latini, cioè del genitivo, dativo ed ablativo,
e perciò dassi loro la denominazione di séegnacasi. Che la prep.
a, preposta a nome o pronome, e indicante concessione, al *
fribuzione o tendenza, corrisponda esclusivamente al dativo
latino, .nissuno può obbiettarvi cosa alcuna; ma chi volesse, -
ragionando, esaminare alquanto filosoficamente il genio delle ©
due lingue nell'uso che l'una fa de'casi genziivo e ablativo
e l’altra delle proposizioni di e da, molte cose troverebbe |
che dire contra la esclusiva prerogativa di queste due particelle. |
Egli è vero, che l'istituzione originale del genitivo latino, era
per esprimere il rapporto tra due nomi, come tra il produ :
tore e la produzione, tra il possessore ed il possesso, tra ll
. contenente ed il contenuto, ec. come del pari esprime, ed
indica la nostra particella dif; ma quante volte non trovai
11 genitivo latino, dove di tutt'altro trattasi fuorchè de’ rap.
“porti summentovati? E quante volte non s'impiega in italiano!
Il dî dove in latino l' accusativo, e l' ablativo userebbesi? — ’
Molto meno sembrerà convenire il titolo esclusivo di’
segnacaso dell’ ablativo alla preposizione du, se si consideri .
che i Latini non conoscevan quasi limite nell'uso del loro abloti-
eo, dandolo per reggimento a molte altre preposizioni, che in ‘
nulla corrispondono col nostro da, e moltissime volte ancora
(4) E cosa comunissima il posporre il subbietto al verbo quando .
questo sta nel gerundio , ed è quasi mancare d’eleganza il non farlo. Vo.
LENDO Perotlo rivestire il conte, per niùna manièra il sofferse. Bocc. nov.
18. — EsseNDO Ve porte. serràie, e'i ponti levati, enirar non vi potè dentro:
Id. nov. 12. i
(5) Il subbietto , consistente in uno de’ pronomi personali, sovente
sottintendesi (7. Sez. IM. Cap. 1). : i
PARTE TERZA 81
savano il caso ablativo senza preposizone affatto, arizi che restri-
gnerlo al solo rapporto di separazione, discendenza, o partenza,
che col da italiano suolsi unicamente indicare. Risulta dunque da
queste osservazioni che proprio sarebbe, o il daré a tutte le pre-
posizioni il titolo di segracaso, o molto. meglio, e più con-
forme al genio della nostra lingua, a nissuna; stabilendo per
principio che ogni nome esprimente un obdbeetto indiretto, o qual-
che circostanza accidentale dell’ azione , dovesse esser precedu-
to da una delle molte preposizioni esistenti nella lingua, se-
condo la natura della circonstanza che esprime. Eccone le più
ovvie: | E
A, 0 ad; accanto, 0 accanto a; allàto a; a pet'o a;
appo , apprésso; altorno a; avîinti, 0 avanti a; con; di; dén-
ro a; dietro a; dinànzi a; dintòrno a; dòpo, 0 dopo di;
ecchito; fino a; a fronte a; 0 a fronte di; fuòri, o Suda, O
fuòri di; giùsta, o giùsto; în; innànzi a; in sino, o in si-
no a, 0 da; invérso a; lùngi da; lungo; malgràdo ; mediàn-
te; per; presso di, o presso a; prima di; senza ; secondo ;
sino a; sopra di, o sopra a; sotto a, 0 sotto di; tra; ver-
so; vicino a, ec.
TESTI.
Marìne conche coN un coltéllo DALLE pietre spiccàndo.
Bocc. nov. 46. — Come D' asse si trae chiòdo CON chiòdo.
Petr. cap. 3. — Z/ Tirànno , GIUSTO il costume de’ tirànni, vi
presiò l'orecchio. Matt. Vill. 10, 24.—In questo consiste la
palma degli scrittori ECCETTO i didasec lic. Casa , lett. 75.
— Duino Castéllo, ACCANTO il mare posto, st rendé. Bembo,
stor. 7.— Sedîva APPRESSO Filòstrato Laur?tta. Bocc. nov. &.
— E portàva 1N sua arme il campo verde, e gli aguglini
AD oro. Gio. Vill. 7, 80. — Zidi A FRONTE ALLA mia cà-
mera 1N un' altra ‘dimoràre due donne. Bocc. filoc. 3. —
Aggiugnindo che coN sua licinza iniend’va secONDO la no-
stra legge di sposàrla. 14. nov. 42. — Ed alzava’! mio stile
SOPRA DI sé ec. Petr. canz. 41.— Présala, soPRA la barca
la mìsero e andàr via. Bocc. 46.— Quel filo A cui s attièn la
mia sperànza. E quel che SENZA questa donna t0 possa. D.
rim. 22. — Fece stimàre tutte le rìndite, e beni de prelùti, e
cherici che érano SOTTO sua tirannìa. Matt. Vill. 9. 110. —
E iNNANZI l'alba Puòmmi arricchìr dal tramontàr del sole.
Petr. canz. 3. — Acciocchè PRIMA della sua partìnza, fosse
finita la mia trista sorte. Boce. Tescid. 3. — E siccome il
lrapàsso giorno aceàn fatto, così fécero il presénte ; PER lo
Gramm. Ital. 1a
82 ETINOLOGIA E SINTASSI
fresco svéindo mangiàto DOPO alcun ballo, s' andàrono a ripo-
sàre. Bocc. g. £. introd. — È così ho fatto INSINO A ii e:
intìndo di fare imsino alla morte. Matt. Vill. — Quando in-
contràmmo d'ànime una ‘schiera LUNGO l'àrgine. D. Inf. 15. :
— Lo tuo Cellière dee èsser CONTRO a seltentriòne, freddo, ‘
e scuro , e lungi da bagno, e DA stalla, e DA forno. Brun. .
Tesor. 3.— Ed io, DA che comincia la bell'alba A scuoter
pai
Tombra 1iNTORNO DELLA terra: Petr. Canz. 3.—E mille lac-
ciuòli COL mostràr d' amàrii # avèva tesi INTORNO a’ piedi. |
Bocc. nov. 77.— Iddìo mandò our giudicio MEDIANTE il:
corso del Cielo. Gio. Vill. 11,
. CC. È
S. VI. Il rapporto di possesso, di proprietà e di a'fenen- .
za, esprimesi particolarmente colla preposizione di posta tra
il nome del possessore, e quello della persona, o cosa pos
seduta; esempj: Carlo figlio di Lodovìco. — L' oste del re di
Frància.—La rocca di Cesena.—Le porte della città di Ro-
ma.--Un oriuòlo d'oro. — Una stàiua di marmo.— Un fa
sco di vino. — Un mazzo di fiori.
CAPITOLO VI.
DELLA VARIETA' DI ESTENSIONE DEI NOMI OSSIA
DEGLI ARTICOLI.
S. I. Nel primo .capitolo della presente sezione si è
veduto che il nome, detto comune o generico, è applicabile
ad un'intera specie di cose, 0, che è lo stesso, a tutti gl'in-
dividui della medesima specie., Ma siccome possono circostan: .
ze accidentali avvenire per cuì uno solo, o alcuni individui .
acquistino qualche qualità, che dagli altri della medesima
specie li distingua, naturalmente ne segue che sotto la deno-
minazione di tale o tal altro obbietto, s' intende ora l'intiera |
specie, cioè tutti gl'individui in essa compresi; ora uno o alcuni
individui indeterminati, cioè senza specificare quale, o quali.
della massa sieno gli obbietti che vuolsi denominare; ed ora.
nuovamente uno od un certo numero d’individui della stessa ,
specie, ma da una qualche distintiva qualità determinati.
Non avendo il nome in sè distintivo alcuno per culo
si possa ovviare l'ambiguità, che dal gran numero di obbiet-
ti della medesima specie nascer potrebbe nella reciproca co- .
municazione ‘delle nostre idee, egli è manifesto che de' segn
fuori del nome abbisognano, onde modificare l’ estensione del
significato di questo, vale a dire, far conoscere quando ?
suo significato a tutti gl individui della specie, quando ad
—
PARTE TERZA 85
uno, o ad alcuni determinati, e quando ad uno, o ad alecu-
in indeterminati estendesi.
Di tali segni ve ne sono due nella lingua italiana, come
in tutte le lingue moderne, i quali si premettono al nome ,
ed articoli si chiamano 1).
S. IL. Il primo articolo, detto il DETERMINATIVO,
o il DETERMINANTE, consiste nelle tre particelle LO,
IL (2), LA, le quali nel numero del più cangiansi in GLI, 1,
LE Coi ed il suo plurale GLI o LI, premettonsi a' nomi
mascolini, la cui lettera iniziale è, o vocale qualunque, o S
seguita da altra consonante, o Z. Avvertasi però che innanzi
a vocale l’o dell'articolo, per lo più s'elide, ed in sua vece
mettesi l'apostrofo (4), così pure l’7 del plurale gl, ma so-
lo quando coll’istessa lettera vocale il seguente nome co-
‘ mincia; esempj:
(3) Alcuni moderni grammatici sonosi avvisati di porre l’ articolo
nel novero delle parti del discorso, il che è tanto assurdo quanto se tra
le stesse parti si volesse dar posto alle vocali a, e, i, come segni, la
prima del genere femminino, le altre del plurale. Le parti del discorso
sono tante classi di parole, ma di parole significative, vale a dire, ognu-
na delle quali ha un significato indipendente, o assoluto ed espresso ,
come le quattro prime parti, o composto e sottinteso, come le ultime
quattro, L'articolo nulla di per sè significa; egli è un mero segno, non me-
no che le vocali a, e, i nelle loro funzioni anzidette , colla sola differen-
za, che queste sono pospositive, quello prepositivo. Un altro, non meno
assurdo principio, ponesi da alcuni pedanteschi ammaestratori di lingua
latina, cioè, che gli articoli delle lingue moderne suppliscono a’ casi
de’ Latini: quindi |’ idea erronea, e la poco retta intelligenza che gli
alunni per lungo tratto di tempo continuano ad avere degli uni e degli
altri, finchè, divenuti capaci .di giudicare di per sè, essi veggano e co-
noscano, se veramente lor cale di conoscere la differenza nel genio del-
le due lingue, quanto poco fondato era il principio insegnato loro. A
lutto questo polrebbesi facilmente ovviare, con dare ad essi per tempo
giuste nozioni delle funzioni, e dell’ uso de’ nostri articoli, e de’ casi
latini, i quali, come si è potuto vedere nel precedente capitolo , non
hanno. cosa alcuna di comune fra loro.
(2) EL per IL trovasi usato da qualche autore. Tulle EL den loro.
Guitt. lett. 1. — Che è di Zaccheria e della mia suora Elisabetta ? e EL
fanciullo risponde. Vit. S. Gio. Batt. E al plurale e’ per i. A cui s’ af-
fuitan tutti ©’ minòri vostri. Guitt. lett. 13. — Egli lavò E' piedi a’ discè-
poli suoi. Grad. S. Gir. 13. — Sappi ch’ E’ tuoi fulli a paròle mi possono
poco far danna. Fav. Esop. 105. | so
(3) Le 6 particelle formanti l’articolo determinativo, sano prese da
quelle che si usano come pronomi personali (7. Scz. IH. cap. 1), ma
ciò per nulla influisce sull’ essere delle prime, le quali non per cià non
cessano di essere meri segni, ed a cui, essendo di gran frequenza nel
discorso è si è cercato dare de’ termini poca voluminosi , e di sottile
profferenza, come appunto son quelli de’ pronomi. 3 ; fa i
(4) Presso gli antichi trovasi molte volte Lo, innanzi a iutt 1 nomi
mascolini, seoza veruna distinzione, come: Lo ubafe , lo re, lo papa, la
84 ETIMOLOGIA E SINTASSI
L'albero, gli alberi. "——’— L'erròre, gli ervòri.
L'’infànte (5), glinfànti. L'onòre, ’ gli onòri.
L'uccèllo, gli uccélli. Lo sbàglio, gli sbagli.
Lo zio, gli zii. Lo ztffiro. - gli séfliri..
S. INIT. IL, ed il suo plurale I, usasi innanzi a' nom
mascolini comincianti da qualsivoglia consonante, tranne s
seguita da altra consonante, e z. Y. $ precedente; esemp):
1l papa, 4 papi. | Îl piantta, i piantti.
Il mare, i mari. Il re, ‘ire.
I libro, i libri. Il campo, ‘ i campi (6).
S. IV. LA, ed il suo plurale LE, premettonsi a’nomi
femminini; si noti però, che se l'iniziale del nome è a, l'a
dell'articolo debbesi necessariamente elidere ; ma se principia
il nome con una delle rimanenti quattro vocali, altri è libe-
ro di sopprimere o no l’a dell'articolo. La e del plurale Je
|
non si elide altrimenti, se non quando questa vocale trovasi
esser l'iniziale del nome; esemp) :
La donna, le donne. La città, le città.
L'anima, | le ànime. L’àncora, —. le àncore.
Leda 0} Fee. FASO) reg
L'imposta, 0 su L’isola, o ua
La impòsta (3 SSUPABOSLE La isola, >. (REGSOlO
le ombre
L'ombra, o anzi
} le uniòni.
L'unione, 0
La ombra
La uniòne,
DELL'ARTICOLO DETERMINANTE COMPOSTO.
S. V. L' Articolo determinante dicesi Composto, quando .
giudice ; lo nostro signore, lo sol, ec. Dopo la prep. Per i più regolati scrit- |
tori adoperano Lo, in vece di i/; e nel plurale Zi in vece di 7, come
Per LO quale. Bocc. nov. 41. — Per LO giardin.Id. nov. 36.— Per LI no,
stri pietòsi prièéghi. Id. concl. 1.— Per LO balzo . D. Purg. 9g. — Per LO cor-'
po. Id. Par. a. — Per Li duo’ sette regni. Id. Purg: 1.— L’ dcque Per
LO mar avèan pace, e per Li fiùmi. Petr. Canz. 44. (Y. Nota 11.)
(5) Ne’ nomi comincianti dalla sillaba #72:0 in seguita da qualunque
consonante, purchè non fosse altra n, 0 n, ironcavano gli antichi piut-
tosto l’/ iniziale, sostituendovi l'apostrofo, anzichè l'o dell’ articolo; 00.
me: Messer Lo "mperalòre Federìgo avea due grandìssimi saoj. Nov. ant
24. — Gli spiccò dallo 'mbùsto la testa. Bocc. 35. — Lo ’ngannalore rie
màne a piè dello ’ngannàto. Id. nov. 19. ; de
h 2 L
(6) L'; dell'articolo 77, può elidersi colla vocale precedente, vale a
dire, può troncarsi sostituendovi l'apostrofo , quando la parola preceden-
te termina con vocale, come: Zidi’L maèstro di. color che sanno.
Inf. 4. Chi ’1 saprà P Bocc. nov. 5.— Fra ’L sì e’L no. Id. Amet-
Una donna più bella assài che ’L sole. Petr. canz. 24. ec.
(7) La nota 5 è pure applicabile a questo articolo. Tresorièr di Ma
dama LA *mperatrice di Costantinopoli. Bocc, nov. go.
le
PARTE TERZA 835
preceduto va da una delle altrove già menzionate preposi-
zioni, indicanti l’obbietto indiretto del verbo (7. Cap. V, $
V). Sette delle quali cioè @, con, da, di, in, o ne (8), per,
su, sogliono al medesimo articolo in una sola parola umrsi,
e ciò nella maniera seguente:
Invece di si scrive e sì profferisce
A lo, a gli, Allo, agli.
il,al, Al, ai, 0 a’.
A la) a le, Alla, alle.
Con lo, con gli, i Collo, cogli (9).
Con il, con i, , Col, coi, 0 co’ (9).
Con la, con le, Colla, colle.
Da lo, da gli, Dallo, dagli.
Da il, da i, Dal, dai, 0 da’.
Da la, da le, Dalla, dalle.
Di lo, di gli, Dello, degli.
Di il, di i, Del, dei, o de.
Di la, di le, — Della, delle.
In il, ini, Nel, nei, o ne’.
In, 0 ne lo; in, o ne gli, Nello, negli, o nelli (10).
in, o ne la; in, o ne le, — Nella, nelle.
Fer il, per i, | Pel, pei, o pe’ (11).
Su lo, su gli, Sullo, sugli.
Su il, su i, Sul, sui, o su’.
Su la, su le, — Sulla, sulle.
CAPITOLO VIL.
DELL' USO DELL’ ARTICOLO DETERMINANTE.
$. I. Se quel che si è detto in principio del precedente
capitolo si è bene inteso, poco ci resta a dire sul quando
debbasi usare l'articolo determinante, imperocchè chiaramente
ognuno comprenderà che di rigore s' adopera quando, nomi-
(8) Ne, è preposizione antica in vece di in; ma oggi non si usa
sé non che unita agli articoli determinanti #7, /o, /a, i, gli, le.
(3) Non perciò debbonsi rigettare cor lo, con gli, con la, con le;
anzi vedesi non di rado questa maniera preferita a collo, cogli, ec. Ma
con i, e con i regolarmente non si adoperano, sebbene qua e là qualclie
tsempio se ne trovi appresso gli antichi. AZlora # re di Castèllo fece pa-
‘ te co mori e CON IL loro novello re. Matt. Vill. 10, 72. — Zncontanènte
CON IL cor rubèllo contra questa si turba. Bocc. vi. 32. — Compiùto l’ uf-
fio con 1 sudi frati, ec. Vit. SS. PP.
(10) In alcuni antichi scrittori trovasi talvolta la preposizione ir
sparata dall'articolo. Ma ben ti prego, che’n la terza sfera Guitton sa-
luti. Petr. son. 246. — Dipìnto iN GLI occhi vaghi, che m’han morto.
Giust. Cont. Bella man. 10. — E fornossi a dietro IN LE sue terre. Pecor.
8:25, n. 2. — Cade iN LA seloa, e non l’è parle scella. D. Inf. 13.—
Drizzami 1N LA cia della salùte. Vit. SS. PP. 2, 304.
(11) Vedi nota 4 del presente cap.Inoltre osservisi, che dopo per,
meglio adoprasi 4 che gli. AI femminino poi debbesi adoperare per la,
€ per le non già pella e pelle.
ETIMOLOGIA E SINTASSI
nando un obbietto , s'intende nominare tutto il genere o tutta
la specie; esempj: L'uòmo é mortàle.-1 meiùlli dalla terra
si tràggono.—GLI uccélli vòlano.—I pesci nuòtano.— 1 filosofi
debbono esser pazienti. |
Dietro la medesima regola sono preceduti dall’ articolo
determinante i nomi astratti, quelli de’ metalli, de’ liquidi,
e delle grasce, presi in sentimento generico; esempj: LA giu-
siìzia, LA prudénza, LA filosofia, 1L vizio, L'ignorànza, L'oro,
L'argénto , L’ùcqua, LA carne ILpane, IL grano, ec. |
N II. Dal contemplare le cose in genere, noi sovente
scendiamo a considerarne una classe sola, a cagione di una
qualche qualità. per cui questa dal rimanente distinguesi, espri- .
mendola con lo stesso nome, di cui ci serviamo ad esprimere
il genere intero, unendovi però oltre l'addiettivo indicante la
qualità, anche l’articolo determinante ; esempj: L'uòmo vr.
tuòso. —GLI uòmini virtuòsi.—L'uccéllo marìno. —GLI uccelli
marini. |
S. III. A più forte ragione usasi l'articolo determinante
innanzi a' nomi significativi di uno, o più individui di un
genere, o di una specie determinati da qualche aggiunto espres-
so, o sottinteso; esempj: IL Zibro che leggo.— LA donna che
tanto vi piace.—IL cavàllo sdrucciolò, e il fece cadere. Acc
tò IL pane, ma ricusò IL rimanénte.
In questi esempj Zibro e donna. sono espressamente de-
terminati ; e carallo , e pane, lo sono per ellissi, volendo |
significare: Z/ cavallo suo, o che egli moniùàva. — Il part
che gli venne ojferto. | I ne
S. 1V. I nomi proprj di paesi, di regni, di provincie,
di montagne: sono dall'articolo determinante preceduti, quando .
di tutta l'estensione loro si parla; esempj: Ho scorso L'Î.
talia, LA Francia, L' Inghilterra. — L' Itùlia è siluùla
tra due mari. — lr Po èé tiòrbido, l' Itùlia è bella,
LA Spagna è spopolùta. —L'àcqua DELL' Arno è fangòsa—
IL Tevere bagna gran parte dello stato pontificio. — GLI Ap
pennìni sono coperti dî neve, ec. (1) È
I nomi propr) ne' citati esemp), sono determinati dai no-
(1) Diciamo per altro: 7 popolt dell’Asia o d’Asia; Le città dello
Francia o di Francia, secondo che facciamo attenzione all'estensione del
paese, di cui si tratta, Usansi talvolta i nomi proprj di paesi, anche sca-.
za l'articolo, quantunque vogliasi dinotare tutta la loro estensione, e st
gnatamente allorchè sono preceduti dall’addiettivo zufto. Colui, che col
consìglio e con la mano A TUTTA ITALIA giunse al maggior uopo. Petr. Tr.
DL F. cap. 1.—E quel, che solo Conira TUTTA Toscana fernne il panto
d. ibid, .
PARTÈ TERZA 87
mi, paése, regno, fiùme, monte ec. che per ellissi vi sono
sottintesi, ma essi ricusano l’ articolo, quando sono usati come
qualificativi , indicando solo a'cuma parte indeterminata del
paese, del fiume, ec. come: Vengo DI FRANCIA, D'ITALIA,
D'INGHILTERRA; £ caduto IN ARNO; Mi dissetài con acqua
DI SENNA; Fice IN ITALIA; £ nato IN GERMANIA (2); Z/
Danùbio, fiume D'EUROPA. | |
. V. Essendo i nomi propr} di città, e di persone, già
di per sè abbastanza determinati, egli è inutile il farli pre-
cedere dall'articolo determinante, perciò diciamo: Genova è
reca , Firenze è bella, Licòrno è popolàto (3); Dario fu
vinto da Alessandro, Césare e Pompeo èruno nemìci; l E-
neide di Virgilio, le metamòrfosi d' Ovidio, ec. (4). Ma i nomi
propr) di persone accettano volentieri l'articolo determinante
quando preceduti sono da qualche addiettivo qualificativo, co-
me: Z/ prode Ettore, il valoroso Achìlle, l'artificiòso Ulisse,
il vecchio Nestore, | infelice Priamo, ec. (5)
(2) I nomi Cielo, terra, e mare sono parimente preceduti, o no,
dall'articolo determinante, secondo la medesima differenza di significato,
cioè, o di una parte, di un sol punto indeterminato, o dell’intiera esten-
sione, onde diciamo: Visse santo in terra, ed ora è in cielo.—Non si ve-
dea che cielo e mare.—Il gillàrono in mare. Acqua di mare.— Pesce di
‘mare ec. ma sì dirà # cièlo italico, @ dell’ Ialia, il pesce del mar
Toscàno, ec.
(3) Alcuni pochi eccettuati, a cui l’uso vuol dare l’articolo, come:
Il Cairo, PAja, la Miràndola, e forse qualchedun altro. Preceduti da
qualche addiettivo qualificativo tutti i nomi propr) di città prendono l’ar-
ticolo, come: La bella Firènze o il bel Firenze, la ricca Gènova, il po-
polàato Lioòrno o la popolàta Livorno, ec. Si prepone parimente 1’ articolo
a’ nomi proprj di città, quando vengon considerati in un confronto di
circostanze diverse, dicendosi a cagion d'esempio: L’ Atene moderna non
offre alcun’ vestisio della grandezza e dello splendore dell’ Alene de? tempi
di Pericle. 1 nomi proprj di montagne accettano l’articolo , perchè vi si
sottinteade mon/e, come: Il Vesuvio, PEtna, il Velino, il S. Bernardo, ec.
cioè 7 monte Vesuvio, ec. In quanto a' nomi propri] d' isole, essi seguono
la stessa regola che quelli di regni e stati, onde diciamo /a Sicilia, la Sar-
digna, la Corsica,ec. Avvene per altro alcuni nomi d’ isole che rigettano
l'articolo ; tali sono: Cipro, Crela, Candia, Corfù, lschia, Lipari, Majorca,
Malta, Minorca, Mililòne, Negroponte, Rodi, Scio, Samos, Procida, e for-
se alcuni altri. o
(4) I nomi proprj di donne possono sempre esser preceduti dalParti-
cdlo determinante particolarmente in istile familiare, o quando di donne
della classe comune parlasi, come: La Fiammèita, la Ninètta, la Mad-
dalena, la Mariànna ec. °
(5) Ricevono parimente i nomi proprj di persone l’articolo determi-
nante, quando ad oggetti particolari si applicano, cioè quando restringon-
si ad un solo individuo, essendo appoggiati da qualche altra espressione,
che li particolarizzi, o li distingua, come: 72 Giove di Fidia, la Venere
di Prassilele, I Apollo di Belvedere, ?° Ercole de’ Greci, ? Orlando del-
88 ° ETIMOLOGIA E SINTASSI
S. VI. Possono esser preceduti dall’articolo i cognomi,
o nomi di famiglia, e ciò perchè o vi si sottintende qualche
nome caratteristico, o vuolsi dar loro maggiore determina
zione; così dictamo: #/ Petràrca, il Tasso, I Ariòsto, il Boc- ::
càccio, il Bembo, il Maffei, I Alfieri, il Cesaròtti, ec: Bi
sogna eccettuare i cognomi, quando sono’ preceduti dal ne- ©
me proprio della persona, che allora rigettano l'articolo; co-
me: Zodovico Ariòsto, Vittorio Alfieri, Antonio Canòva, e.
In prova di quel che si è detto in questo $ alleghiamo la -
seguente stanza dell’ Ariosto :
Là BERNARDO CAPEL, /à veggo PIETRO.
BeMBO che 'l puro e dolce idé ma nostro
Lecàto fuor del volgàr uso tetro
Qual esser dee, ci ha col suo esempio mostro I
CASPAR OBizi è quel che li vien dietro
Ch ammìra e osserva il sì ben speso inchiòstro
Io veggo il FRACASTORO , il BEVAZZANO
TRiron GABRIEL, e 5 Tasso più lontàno. (6). Ù
Canto 46.
I nomi caratteristici, siano assoluti, o stano seguiti da un )
nome proprio, vogliono l'articolo, come: #/ papa (7), ire, |
l'abàte, il conte ec.; l imperaiòr Federìgo, U re Lodovico,
conte Ottavio, ec. (8). I
I Ariosto, P Aminila del Tasso, la Mèrope del Maffi, il Temistocle del
Metastàsio, ec. Diamo loro pure l'articolo, quando per similitudine ves ,
gono introdotti nel discorso, onde per esprimere nel più alto grado il v?”
lore di un qualche principe, o di un capitano, l’eloquenza di un oralorè,
o la saviezza di un legislatore, suol dirsi: Egli è V Alessandro, il Cicero —
ne, i Licurgo del suo tempo, del suo secolo, del suo paese. L'articolo tr0- ,
vasi talvolta posto tra il nome proprio e 1° addiettivo, come spesso nel}
Bocc. leggesi i
E talora ancora vedesi l’ articolo preposto all’addiettivo, e questo seguito
dalla prep. di, indi dal nome proprio, come: 77 cattivèllo di Andreuccio , ©
lippo il Bornio, Isotta la bionda, Ginèora la bella, © .
(6) Evvi una maniera di esprimersi , usata spesso dal Boccaccio , €,
consacrata dall'uso, cioè di mettere l'articolo al plurale tra il nome pr®
prio ed il cognome, o nome di famiglia , cosicchè diciamo per esempio: —
Uberto de’ Favellini, Anselmo de’ Mannùcci ec. che vagliano Uterlo del
la famiglia Favellini ec. Se la famiglia è titolata, si premette al cognom® ,
il nome caratteristico in plurale, come: Ubaldo de’ Duchi Malagram
Alessandro de’principi Faviàni, Riccardo dei Marchèsi Arringluèri, ec
(7) PAPA, seguito dal nome proprio, rigetta l'articolo come: Papa Gi
| vànni, Papa Bonifàzio y di Pupa Benedètio, a Papa Clemènte, ec RE
riceve sempre l'articolo, non ostanie un esempio dell’ Ariosto, Fur. cant.
1. st. 1. Di vendicàr la morte di Trojàno sopra RE Carlo Imperal
romano. La qual maniera di dire, non è che una licenza poetica. . _.
(8) Dio o IDDIO, posto assolutainente, rion riceve l'articolo , come: Do
sa
. PARTE TERZA 89
S. VII. SIGNORE e SIGNORA vogliono sempre l' articolo
determinante, quando seguiti sono da altro nome, sia pro-
prio, sia cognome, sia caratteristico , del quale essi sono quasi
come addiettivi qualificativi, onde diciamo:
Il signor Domenico (9), la signòra Gelirùde, il signòr
Mercantìni (10), 22 signòr marchese , la signòra contéssa (i 11).
Ponesi l'articolo innanzi agli addiettivi presi come nomi
astratti: Z7 grande, il sublime, Ll'eccellìnte, il dolce, l'utile,
ec. che valgono: Za grandezza, la sublimità, l'eccellenza,
la dolcezza, l'utilità.
S. VIII. Gl’infiniti dei verbi facendo funzione di nomi,
sono preceduti dall'articolo determinante, onde si,dice: Z/
mangiùre, il bere, il dormìre, il leggere, ec. come: E faticòso
10 studiàr sempre.— Dimenlicùi 1L diri che cc.
TESTI.
La Reina a Filomena voltatasi le impose 1L SEGUITARE.
Bocce. nov. 25. — E IL dire le paròle, e L' aprirsi, e ’l dar
del ciòito nel calcogno a Calandrìno fu tutt uno. Id. nov. 73.
il sa, Dio lo vede, ec. neppure quando dopo di st ha qualche addiettivo ,
come: Ippio giusto riguardator degli alirii mèriti aliramente dispose. Bocc.
nov. 18. Ma vuole l’articolo allorchè in vece di esser seguito , va prece-
duto da un addiettivo, come: 72 buon Dio, l onnipotènie Iddio, ec. Pari-
mente quando è seguito da qualche nome che ne limiti il significato per
qualche attributo che gli si da, come: JI! Dio di pace, il Dio degli esèrciti
ec. Dietro la stessa regola dassi l'articolo al nome Dio nel senso di qualche
falsa deità de’ gentili, onde diciamo: il dio Marte, il dio Apollo, il dio del
mare ec.
(9) SIGNORE e SIGNORA, usati come vocativi, non ricevon ]’ articolo, co-
me: Stenore, la prego di scusàrmi— Mi dica signora, come le piace quesito sonèt-
lo? e neppure quando sonoseguiti da qualche nome proprio, cognome, o carat-
teristico di titolo, come: Signor Rodero, ascoltate, Signor Conte, che ne dite? Le
due voci Signore e Signora, in significato di Padrone e Padrona, talora
ricevono l'articolo, e talora lo rigettano, come in questi due esempj: Yo
sono qui il signòore.—Io sono signore di ciò fare; nel primo esempio vuol-
si indicare, che è il padrone di questa casa, palazzo od altro; nel secon-
do che ha il potere, che è padrone di fare, o non fare quella tal cosa.
(10) San, o sant’, santa, suora 0 suor, frale o fra, © maèsiro, se-
guiti da nome proprio, o cognome, non ricevono l'articolo come: San
Francèsco, Sant' Antonio, Santa Giùlia, suora o suor Orsola, Fra Ber-
nardo, Fraie Santori, Maèstro Brunèlli cc.
(11) Gli antichi dissero Messèr lo Papa, Monsignòr lo re, Madàma
la reina, Madonna la ’mperatrice, ec. di questi titoli non ci sono rima-
i che Monsignore e madama: il primo, seguito dal nome. caratleristico,
° dal cognome, dassi a’soli vescovi, e prelati, ma senza l’aggiunta dell’ar-
licolo, dicendosi : Monsignor vescovo Cardellini, ec. Madama all'antica
“gia, preponesi ancora a’nomi caralterisiici con in mezzo l’articolo de-
terminante , dicendosi: Madama la regina, madkma la contèssa, modi
di dire che per altro, da molti, come gallicismi sono riguardati.
Gramm. Ital. 13
900, ETIMOLOGIA E SINTASSI
— La Donna veggéndo che 11 pregàr non le valeva, nicòrse
AL minacciàre. fi . nov. 64. —IL nascer grande è caso e non
virtù. Metas. Artaserse. — D' altra parte non è sprezzàbil ri-
schio L'avvicinàrsi quella fùria. Maffei, Merope. —Se fu colpa :
IL lasciàrti, ecco lammeéndo Past. Fid. at. 1. (42).
Lo stesso dicasi degli avverbj che possono esser prece-
4,
duti dall'articolo, quando fanno le veci di nomi, onde so- :.
vente negli antichi e ne' moderni autori leggiamo: / dose,
il come, il quando , il sì, il no, il maiec. Sari contento »
di sapére 1. quanno. Petr. son. 305.— Come potrémo noi?
IL COME Vo io ben vedùto. Bocc. nov. 76.— DEL COME nor *
ti coaglia, 1L rERcHE ti dirò. Id. filoc. lib. 6.— Son certa DEL :
sì. Id. nov. 67.
S. 1X. Sonovi molti nomi, che, trovandosi co’ verbi avere,
dare, fare, prestìre, prìndere, procàre, ec. per proprietà di lin- >
guaggio non ricevono l'articolo, come: aver fame, sele, sonno :
rin x
\ teo.
ec; aver voglia, compassiùne, coràggio , intenziòne, ec.; dar -
nuova, notizia, ragguàglio; dar apito ec.; far risposta: las
Ore, 1
stàr fede , sercìzio ; prender parle , interèsse ; provàr dolore
è . SE gr “ 4 i
vergogna, ec. Altri co’ verbi essere, andare, avere, stare, vent
re, menàre, ec. sono preceduti da qualche preposizione, come: ,
Andare a casa, in chiésa, in città, a corte, a palizzo, in giare |:
dìno, a nozze,in piùzza, a mercàto,a dipòrto,ec. Essere in caso,
a letto, ec. Avére in mano, avére in capo, ec. Stare in piùzza,
in casa, in istràda, in via, ec. Entràre in città, in casa, n
comera , ec. Inconiràre per via, ec. Venire a paròle, ec. Me
nàre a spasso , ec. Mettere in bocca , ec. Uscìr di casa , di
contàdo, ec.
—
S. X. In quanto al replicare l'articolo, allorchè due 0 |
più npmi si succedono, consiglio lo studioso di ripeterlo sem-
pre ad ognuno di essi. Nulladimeno, succedendosi due o più
nomi di egual genere, e, o tutti nel numero singolare, o tutti
nel plurale, avvegnachè di miglior uso sia il replicar l'articolo, ;
LL] Priano
pure quello che precede al primo nome può bastare anche per |
gli altri; onde può dirsi 2/ padre e figlio è fre e campi; le cok-
Dine, calli e pianure ec. Ma la ripetizione dell'articolo è necessa
ria ogni volta che i succedentisi nomi sono di genere o di nu- .
mero diverso, imperocchè ognuno di essi deve avere 1l suo pro-
prio articolo; laonde non si può dire 2) padre, madre e figli, ma
(12) Dovendo far ritorno a quest’ argomento quando er officio ragionerò
de verbi, mi riserbo per allora il far vedere cuando debbano e «quando
possano gl’ infiniti de' verbi esscr preceduti dall'articolo, o dalla prep. di;
imperocchè non è indifferente cosa l’' usare o l’ uno o l’ altro.
| PARTE TERZA 91
bensì #7 padre, la madre ed i figli; nè vale a distruggere questo
precetto un esempio del Guicciardini: Zn questa sospensione ed
ansietà grandìssima dell'animo, sopraocèénnero 1 cONFORTI ED
OFFERTE de Veneziàni; NE quest'altro del Machiavello: Deliberò
vedere se coL NOME SUO E RIPUTAZIONE del padre, ritornàre ne-
gli stati suoi di Perùgia pot?va. La ommissione dell’ articolo
le innanzi ad offerte nel prinno esempio, e quella dell’ artico'o
la innanzi a rivutazione nel secondo, sono errori manifesti
contro le regole di concordanza grammaticale (13).
Si dirà un'altra parola su questo proposito, allorchè si
tratterà della concordanza dell’ addiettivo. (Veggasi Sez IV,
Cap. IK. $S IV.)
$. XI. Altro in questo capitolo a dire non mi rimane, se
non che poche parole del secondo articolo (7. $ II del pre-
sente cap.). È questo destinato .a presentare l’idea non già di
una specie intera, nè di una classe della specie, nè di qual-
che determinato individuo di essa, ma bensì di un individuo
qualunque, indeterminatamente preso tra quelli compresi sotto
ad un nome universale, o di qualche indeterminata parte di
sostanza, di cui il nome, che l’esprime , non è che il segno
qualificativo, indicandone ancora in certo modo, sebbene va-.
gamente, la quantità. Questo articolo, che da molti erronea-
mente zndeterminato vien detto, ma che noi con termine più
adequato chiameremo partitivo , nelle seguenti particelle con-
siste:
‘Per individui |. Per parti di sostanza.
Si (ee Uno, un, Dello, dei, dell.
5° | Fem. Una, un. © Della, dell’.
Blur 6 Masce. Alcuni. — Degli, dei, de'.
| Fem. Alcune. Delle.
ESEMPI.
UN re è morto. | IL re di... è morto.
Incontrài un uòmo,che mi disse. Incontrài L'uòbmo da voi invià-
tomi. I
Egli mi dimandò DEL pane. Dopo d' aver mangiàto IL pane.
(13) Nè giova voler giustificare tali ommissioni con far credere, sic-
come taluni inconsideratamente pretendono , che esse sian lecite quando
idue nomi presentano un tutto quasi indivisibile, o quando il secondo
nome serve piuttosto a rischiarare |’ idea contenuta nel primo, che a ais
gnifcarae una che sia affatio diversa. Ohe jum salis est?
LI
92 ETIMOLOGIA E SINTASSI
Cominciò a fare DELLE canzò- LE canzòne,ed 1 sonetti che il Pe-
ne e DE' sonétti (14). tràrca fece, sono degni d'am-
mirazione. |
Tant'ovvia è la differenza nel significato de’ nomi re, uo-
mo, pane, canzòne, e sonéiti, i quali veggonsi negli um, e
negli altri de' citati esempj, che non occorre certo spiegare, come;
dall'una parte, mediante l'articolo partitivo, essi sono presi in-
determinatamente, e come dall'altra dirimpetto, preceduti dal-
l'articolo determinante, il significato loro è particolarizzato.
Ho già detto, e si è potuto vedere dagli esempj dati, e .
simili, che oltre l’idea di qualità degli obbietti nominati, le par- .
ticelle un, del, dei, delle, ec. presentano in certo modo an-
che quella di quantità; imperocchè uno , esprime l’idea di un'uni- .
tà; del, di una parte, di una porzione; degli, dei, delle, di un —
certo numero, potendosi in vece loro adoperare a/coni, alcine.
Ma quando prescindendo interamente anche dalla quantità, uni-
camente l'idea generale della qualità vuolsi presentare, espri-
mendo il nome come un mero segno Lialiicano della cosa,
allora muno articolo adoprasi (15).
TESTI.
Qual che tu sei, od ombra, oduoMO cérto, Rispòsemi, non |
TOM, Uomo gzà fui. D. Int. c. 1.— Tanto socra ogni stato UMIL- }
TATE esaltàr sempre gli piacque. Petr. son. 4.— Ch' i l'ho negli *
occhi,evederseco parmi, DONNE e DONZELLE, e sono ABETI e FAGGI
ec. Petr. son. 143.—SUONI, CANTI, VESTIR, GIUOCHI, VIVANDE,
Quanto può COR pensàr, può chieder BOCCA. Ar. Fur. c. 4.5. 4
<2.—Quivi SOSPIRI, PIANTI, ed altri guai, Risuonàvan per .
È aer senza stelle. D). inf. c. 3.— ORSI, LUPI, LEONI, AQUILE, »
CS
4
e SERPI, ec. Fanno noja sovénte, edasè danno. Petr. canz. 11. |
giojelli. — Avè vano da lui DI buone merènde. nov: 79. —Io so DI molte bel-
(14) Quando il nome in plurale, nel suo significato indeterminato, è —
preceduto da un qualche addiettivo, può a questo premettersi la prep. dh |
o sola, o unita .all'arlicolo; così leggesi nel Boccaccio: Zo ho DI bell
le cose, e DI delle canzonette. ibid. — Egli ci sono DI ben leggiadri che mi.
àmano, e voglionmi bene. id. nov. 62. °
(15) Sonovi alcune particolari occorrenze, dove il nome, nel'suo signi .
ficalo indeterminato, è quasi sempre semplicemente qualificativo, e 00 |.
ha perciò uopo di alcun articolo. 1.0 Quando è preceduto dal verbo e$-
sere. Erano VOMINI e FEMMINE di grosso îngègno. Bocc. introd. — Tu che .
se’ UOMO dovrè:ti sapère delle cose del mondo. id. nov. 62. 2.0 Nelle com-
parazioni d' eguaglianza, quando il nome è preceduto dalla particella com- .
. parativa come. Parèa che ruggisse COME LEONE, € bdbelasse COME PECORA; £ .
ragliàsse COME ASINO. Dial. S. Gveg.— Non COME UOMINI, mau COME BESTIE
moricana. Bocc. intr. 3.0 Quando è preceduto da una delle preposizioni 4;
SEZIONE TERZA,
DEL PRONOME. .
Seconda parte del discorso.
Dalla prima sezione già sappiamo, che per evitare la ri-
petizione dei nomi, certi segni nel discorso furono introdotti
ad oggetto di richiamarsi alla mente l’idea degli esseri, e del-
le sostanze da quelli antecedentemente rappresentati: tali segni,
che dalla funzione loro pronomi si chiamano, facendo pura-
mente la vece de’ nomi, non solo al par di questi da sè nel
discorso si sostengono, ma pure vanno soggetti ad alcune del-
le medesime variazioni; ragione per cui noi li chiameremo
PRONOMI SOSTANTIVI, onde distinguerli dagli addiettivi
© pronominali, dei quali nella 4ta. sezione verrà trattato.
vere sf
EA
dela »
a -
‘ Di tre specie sono i. pronomi sostantivi: PERSONALI,
DIMOSTRA TIVI, e INDETERMINATI.
CAPITOLO I.
DEI PRONOMI PERSONALI.
S. I. Nella reciproca comunicazione delle nostre idee, due
soggetti. necessariamente vi concorrono : 1.° Quello che e-
sprime la sua idea, o, che è lo stesso, quello che parla in pro-
prio nome. 20 Quello che ascolta, o a cui si parla; inoltre
Può avervi gran parte un terzo soggetto da’ primi differente,
cio, Quello di cui si parla. #
In grammatica questi tre soggetti chiamansi persone, cioè:
la prima persona, la seconda persona, la terza persona.
I pronomi della prima e seconda persona, diconsi przm:-
ivi o assoluti, perchè da nessun antecedente dipendono, e
perciò alcuni grammatici li chiamano rom: personali (4).
— Quelli della terza persona posson dirsi relativi, perchè
8 riferiscono a cosa già nominata, colla quale in genere ed
n numero debbono: concordare.
da, di,con, in, per, come: Egli si nulrìsce DI PANE e D' ACQUA. —PER ORO e
PER ARGENTO. — CON FANTI e CAVALLI, — Usciron FUOCHI di sollerra, che si
Opprèesero A CAMPI, VILLE, CASALI, ec. — CON BUONE PAROLE, e CON MOLTI
EEMPLI. Bocc. nov. 23.— Fuori di Roma, INLUOGHI AMENI. Tac. Dav. Ann. —
Non alirimènti fan Di STATE i cani, Or col ceffo or co’ piè quando son
morsi O DA PULCI, 0 DA MOSCHE, 0 DA TAFANI. D. Inf. 17. —CON DIPOR-
TI Iècili se CON VIRTU' non potèssero. Dav. Ann.
(1) I pronomi personali da molli grammatici moderni vengono appel-
lati nomi personali dietro la mossa a ciò data dal celebre Condillac, il
94 PARTE TERZA
S. IL Delle varietà o modificazioni, alle quali già dicem- :
mo essere i nomi sottoposti (7. Sez. 11. Cap. IV.), due soli *
applica!'nli sono alle due prime persone del pronome perso-
nale, cioè le due varietà di numero, e di rapporto (caso);
la terza persona poi va di più sottoposta alla varietà di ge-
nere (2). Ma la forma di queste tre modificazioni nei pro-
nomi personali intieramente allontanasi da quella pe’ nomi
stabilita (7. cap. tt, 111, e v. della Sez. prec.); imperocchè ,
le voci del femminino, e del plurale, sono affatto da quelle
del mascolino e del singolare differenti. In quanto poi alla
varietà di rapporto, puossi in parte questa con ragione 2/45! ©
dei Latini paragonare (7. cap. v.), esprimente l'obbietto ora
diretto, ora indiretto, con voci del tutto diverse da quelle
del subbietto, come dalla seguente tabella potrassi rilevare. *
PRONOMI PERSONALI PRIMITIVI.
Sub. Obb. dir. . Obb. indîr. Possessivo
Prima Sing. lo (3). Mi, me. Me, mi. Di me.
persona. Plur. Noi (4). Ci, noì, ne. Noi, ci, ne. Di noì.
quale insegnò le particelle 10, TU, NOI, VOr, SÈ, non esser pronomi, Ma ‘|
veri nomi, distinguendole dagli altri nomi per l'aggiunto personale (no
mi personali). Per valida che possa essere l'autorità di tanto maestro qua
fu il Condillac, essa non ha mai potuto farmi riguardare le particelle
suddette in altro modo che come meri pronomi, e come tali le espongo»
attenendomi in ciò a’ principj posati da grammatici più antichi del citato
autore, distinguendole, com’ essi pure le distinsero, per l’aggiunto prim”
fivo, dalle particelle della terza persona, le quali, per la datane ragion,
verranno da me chiamate pronomi personali relativi. ;
(2) La distinzione di genere non è necessaria a’ pronomi personali
primitivi, imperocchè rappresentano la persona che parla, e quella a e
si parla, le quali essendo presenti, o supposte esser presenti, il genere
loro è manifesto. Non è così della terza persona, cioè quella di cul 8 |
parla, la quale essendo per lo più assente, anzi non di rado incognita;* >.
mestieri farne conoscere il genere icon qualche segno nel pronome, ch.
la rappresenta. iti
(3) È lecito a’ poeti di elidere 1’ 0 del pronome io, sostituendovi l'apo-
strofo innanzi a qualsivoglia lettera, ogni volta che ciò meglio conveng?
al metro: fecero i nostri poeti classici frequentissimo uso di questa licenza».
e più degli altri il Dante ed il Petrarca. Ma por-h’ è’ vide ch? V non mM
partiva. D. Inf. 3.—1’ mi ristrìnsi alla fida compigna. Id. Purg. 3.—
Per cui sola dal mondo V son diviso. Petr. son. 15. — Udèndo : 1° no
son forse chi tu credi. ld. canz. 4.— Gentil mia donna, V vèggio Nel
mover de' vostr' occhi un dolce lume. Id. canz. 19. IA
(4) In favor della rima dicono i poeti Nuî e Zui, invece di Not ®
Voi. Mi rispo:e, che di NUui Faccia ’1 cammino alcun, per quale i0 vado |
D. Inf. 9.— Ju questo stato son, donna, per vUI. Petr. son. 104-
- Pit
ES
vr
eni
ETIMOLOGIA E SINTASSI 95
Sonda { Sing. Tu (5). i, te. Te, ti. Di te.
persona Plur. Voi (4). Vi, voi. Voi, vi. Di vol.
| PRONOMI PERSONALI RELATIVI.
Subb. Ob. dir. Obb. indir. Possessico.
: Egli. Sì, se. Se, si (6). Di sè.
PER Sing. ie} ‘esso. Lo, il, lui. Lui, gli, li. Di lui.
tai { Eglino,. Gli, li, loro. Loro, loro.’ Di loro.
Plur. egli, essi. © i i
’ ù
Subb. Otb. dir. Obb. indir. Possessivo.
Si (la Si, se. Se, si, Di se.
Fi; IN (Essa. La, lei. Lei, le. Di lei.
SRESE: Elleno, Le, loro. Loro, loro. Di loro.
Plur. Lelle, esse. i
| OSSERVAZIONI SU’ PRONOMI EGLI, EI, ELIA, ESSO, ESSA.
S. III In oggi Egli, ed Eglino, sono i pronomi di terza
persona maschile, più usitati; il primo nel singolare l'altro
nel plurale, entranibi per indicar solo il rapporto di subbiet-
“to, ossia nominativo. Presso gli antichi però trovansi so-
vente £//, Ello, per egli, Elli cd Ellino, per eglino. —
Ed ELLI stava molto pensòso. Nov. ant. 7. — ELLO pas-
sò per isola di Lenno ec. D. Inf. 18.— Posch'eLLO gli
+ tolse sotto Jdanza. Petr. uom. ill. — ELLI givan dinànzi, ed
t0 solitto Dirtiro ec. D. Purg. 22.— Ma +LLINO per loro
grande ardìre e viriù pur vincono la pigna per forza d'arme.
Gio. Vill. 7. 6.— £' cecgio ben quant ELLI a schivo m' hanno,
Petr. son. 140. |
Ello, ed Elli trovansi anche usati come obb. indir. in-
vece di Zuz e loro: Fu condòtto a Firenze prigione, e CON
ELLO alcùni della sua corte. Stor. Semif. — Che t la
gurùta morte, guàrdati ben va eLLO. Fr. Jacop. Lib. 2,
liud. 15. — Che alcùna gloria i ret avrébber D'ELLI. D. Inf. 3.—
El trovasi talvolta usato in vece d’ Egli. Se così ha
dispòsto Iddìo ec... ed EL mì piùce. Bocce nov. 7i.—Quan-
do la Reina a Panfilo wvoltatasi, sorridendo, gl’ inipòse
ch'EL seguitàsse. idem. nov. 72. — Ch' EL sia di sua gran-
d'zza in basso messo. D. Purg. 17.— Egli fu chiumùto, ed
ancora SEL vive Arrighétto Capéce. Bocc. nov. + 6.
(5) Tue per Tu dicevano sovente gli antichi, specialmente quando
st questo pronome cadeva l'accento oratorio. Or figliuolo mio, perchè ti
rammàrichi TUE, perchè io mi parta da le? Nov. ant. 71.— O TUE folle
, anima perdùla, per quale cagione hai tu cambidia la gloria, ec. Stor.l'arl.3.
(6) I pronomi «è e si rimangono invariabili in ambi i generi e numeri,
ed in ciò differiscono in parte da quelli di prima e seconda persona, che
cangian di forma nel numero del più.
96 PARTE TERZA |
° Eglipresso qualche anticosiè usato comeobb.indir.—Gudr-
dati DA EGLI, che sòglion esser fegli. Fr. Barber. p. 255. È se i
tu se' CON EGLI, Non seguitàr tu quegli. id. p. 5041; mali «
mitarlo in ciò sarebbe oggidì licenza insopportabile. 4
Egli per églino è quasi comune : Se cosa appàre onde EGLI ;;
àbbian paùra. D. Purg. 2.—Com' EGLI hanno tre soldi, vò- :
gliono le figliuòle di gentiluòmini per moglie. Bocce. nov. 63. |,
S. IV. Per proprietà di linguaggio usasi spesso Egli co- ;s
me particella riempitiva, come: Egli é vero; egli non è così; ‘i
egli è cosa strana; egli fa caldo ec. E s'EGLI è ver, che tua ri
potenza sia Nel Ciel sì grande, come si ragiona. Petr. .
Canz. 41.—EGLI non sono ancòra molti anni passàti che in «|
Firenze fu una giovane. Bocc. nov. 77. io È
Due soli esempj troviamo l'uno nell' Ariosto, e l' altro ;
nel ‘Berni, ne' quali in principio di periodo, in vece d' Egh 4
leggesi gi :—GLI1 è teco cortesìa l'èsser villàno, Disse il Ur |
càsso pien d' ira e di sdegno. Av. Fur. c. 27. st. 77.-GU |,
é ben fornìto ed ha la sella buona. Berni. Orl. 4, 3. Non >,
bastano per altro questi due esempj per giustificar l' uso, che ,
il volgo spesso fa di simil cambio, ma che è affatto fuor .;
della regola comune. i sud
$. V. E? par che sia un accorciamento di Egk, e scerives {|
“ancora E *: —Ma poich' È vide ch' ©' non mi partiva, Dist. |;
ec. D. Inf. 3. i | l .
Ei per eglino è del verso: Ond' EI si gittàr tult 8%,
la piaggia. D. Purg. 2.—-Del a giù ch'EI giùnsero in sul,
colle pae esso not ec. Id. Inf. 23. A
Ei, come obb. dir. in vece di Zz, trovasi. nel Dante: ;,
E tu allòr gli prega Per quell''amor, ch' Ex mena; e qui.,
verranno. Inf. 5. | |»
$. VI. EMa, elle ed elleno sono i pronomi di terza per-*;
sona femminile, il primo del singolare, il seeondo e tert0 »,
del plurale, usati tutti e- tre nel rapporto di subbietto. Que|
sti tre pronomi derivano dall'antico e/lo. (Vedi $ II.) t
Presso i poeti antichi trovansi elle ed e//e usati anche,
come obbietto indiretto. E sosterréi quando ‘l ciel ne rappèlla, ì
Gìrmen CON ELLA in sul carro D'Elia. Petr. canz. 54. — I.
| nuòve erbéite della pièira uscìte, Per caro cibo porgo innanu,
ad ELLE. Amet. 52.—Vide, che luomo assuefàito a quelle ,
Bellezze, mai più non volgéva 1n ELLE Stiipido il guòrdo.
Red. rim. a.
Ed alcune volte anche nella prosa incontrasi nella stes ;
guisa:—Hai perdùto con ELLA quella ch' io {' avréi data.Vi.
SS. PP. ec.
ETIMOLOGIA E SINTASSI |
. VIL Esso, essa, essi, esse, che taluni pretendono dover-
» sisolo usare per le cose inanimate, trovansi però ne' classici,
sì in verso, che in prosa, al par di Egli ed Eglino, detti di
persone.—Non a quella chiesa, che ESSO «avea anzi la mor-
le dispòsto, ma ec. Bocc. Introd.—EssI ancòra vi rèbano, do-
ve dagli attempàti v'è donòto. Bocc. nov. 77.
A uso di questi pronomi come obb. indir. è assai comu-
ne, sì in prosa che in verso. Per proprietà di lingua usansi |
| pure sovente come ripieno, e per aggiugner forza, ed anche
grazia al parlare.-Zo Sommo Ben, che solo ESSO a sè piace,
Fece l uom buòno a bene ec. D. Purg. 28.— Non potesse
| essere eletto ad 3) strong: senza eleziòne di questi sette prìn-
cipt, quali sono Costoro Essi. Gio.- Vill. 4, 2, 54.—Qual
Esso fu Zo mal cristiàno, che mi furò la grasta. Bocc. nov.
55 Za quale ESSA lei, che forte dormiva, chiamò molte
Mal oca e Vea:
volte. Id. nov. 42.0 oe
Poste innanzi ad un nome, queste particelle pronomina-
li fanno il significato di quello, quella, quelli, quelle, come:
Concenne alla pecora vender la sua lana per pagàre ESSO
(quel) debito. Fav. EÉs.— Gaudeére non può uom di ESSI (quelli)
beni. Guitt. lett. 1, 4.—Z7d' io in ESSA (quella) /uce altre lu-
cerne. D. Par. 28. | È
Parimente per proprietà di lingua, la particella esso non
di rado uniscesi a' pronomi /uz, dei, Zoro, senza che cangi nè
di genere nè di numero, il che segnatamente accade allorchè
. è preceduto dalla preposizione con, potendosi dire a cagione
d'esempio: Èbbero un abboccaménto GON sso LUL;—Egli
| trovasi ora CON ESSO LEI;—Si pose a conversàre CON ESSO
LoRO, ec. Può dirsi anche: Con esso meco, con esso teco, con
ess0 seco, in vece di con me, con te, con lui. Di vero tu cene-
rài CON ESSO MECO. Bocc. nov. 15.—Fuggeénte alle calde in-
teribra della terra lo ndturàl calòre dell''arbore, e traînte CON
ESSO SECO Tumore. Cresce. 2, 22, 12.000 ;
Esso sì aggiugne talvolta alle preposizioni /ungo, sovra,
| facendo con queste una sola parola, come /unghésso, sovrésso.
— Passàndo LuvnGHESSO la càomera dove la figlia gri-
diva, ec. Boc. nov. 47. — NoI eravàm LUNGHESSO ’/. mare
ancora, Come gente, che pensa a suo cammino. D. Purg. 3,
—SovrEsso ’/ mezzo di ciascùna spalla. 14. Inf. 24.
OSSERVAZIONI SU' PRONOMI SÉ, SI.
S. VIII. Non verrà, spero, dagl' intelligenti biasimato que-
sto mio deviamento dal metodo fin ora tenuto da’ grammatci,
Gramm. Ital. 14
98 | — PARTE TERZA
i quali soglion‘dare ai pronomi sÈ e SI un posto separato
dagli altri personali primitivi, senza. poi darne ragione sufficiente
che possa giustificare tale distinzione, |
Ecco come gh espongono.
DECLINAZIONE DEL PRONOME PRIMITIVO SÉ. -
Nom.— Gen. di sè. Dat. a sè, sì. Acc. sè, si. Abl da sè,
Indi ‘dopo d'aver detto seccamente esser questo pronome privo —
di nominativo, più non ne fanno menzione. Mi sia permesso di
far conoscere alquanto più da vicino questo pronome sì, ed
il suo derivato SI, e di rettificare, se riescemi, l’idea erronea,
che taluni ne hanno forse avuta finora. I a
»—Primieramente: nego la premizia del pronome sì, im-
perocchè, quel che è relativo a cosa antecedente non può esser
primitivo, ed è indubitabile che il pronome sÈ è relativo ad
una terza persona agente, espressa o sottintesa. Posato questo
principio, ne segue che l'anzidetto pronome ha il suo sub- -
bietto ,, 0 nominativo, consistente in una qualunque terza per-
sona agente del verbo, espressa o sottintesa, alla quale è re-
lativa; ed in ciò il SÈ va del pari colle particelle ME, MI, CI,
TE, TI, vi, che hanno per subbietto i respettivi lor pronom ..
10, NOI, TU, VOI; ne differisce però che il medesimo nou
può avere per obbietto se nonl’ identica sua persona, rappre-
sentata da qualche nome o pronome di terza persona, ove le
altre preaccennate particelle possono aver per subbietto o le
identiche loro persone 10, TU, NOI, VOI, o qualunque terza
persona diversa da loro, tome: Zo mz vesto, noi ci vestiàmo,
PE
da
fu ti vesti, voi vi vestite, egli si veste, églino si vestono, e così .
puossi dire: Egli mi veste, ella Hi veste, ec.; ma non mai 10 5!
vesto, no? sì vesitàmo ec.
‘Dicesi poi nelle grammatiche, che il pronome sì indie |,
che 1’ effetto dell’ azione rziverdera o ritorna sull’ agente stesso .
del verbo. Ciò. è verissimo, ed -è naturale conseguenza delli
dentità di persona, rappresentata dal sè e dal st come obb.
dir. e indir., con quella rappresentata dal nome o pronome
subbietto dell’ azione; ma ciò non prova alcun merito parti
‘colare nel pronome sì, imperocchè la stessa ragione milita
per le particelle ME, MI, CI, TE, TI, VI, le quali avendo per
subbietto dell'azione i loro respettivi pronomi 10, NOI, TU,
vOI, indicano, al pari de’pronomi SÈ e si, l’ identità dell'ob-
bietto col subbietto. o
Le particelle sÈ, e st adunque debbonsi riguardare com? *
meri pronomi personali, rappresentanti una terza persona n# |,
ETIMOLOGIA E SINTASSI 99
rosi obliqui (paranco latinamente ) identica con quella
rappresentata dal nome o pronome nel caso retto o nomina-
lwo, espresso, o sottinteso. Si dirà, forse, che questi pronomi
meritano bene di essere dagli altri distinti, e considerati come
primitivi, perchè occorre frequentissime volte farne uso nel
discorso in senso generale ed indeterminato, senza che men-
zione sia fatta di alcun precedente subbietto (7). Rispondo,
che tal particolarità de’ pronomi sÈ e sI, la quale certo, per
la natura delle cose non può essere la proprietà : di alcuno
degli altri pronomi, nuHa aggiugne alla qualità de' primi, i
quali sono e rimangono pronomi identici, e relativi ad un sub-
bietto sottinteso in significato generale ed indeterminato.
OSSERVAZIONI SU' PRONOMI ZO, IZ, ZI, GLI.
$. IX. Danno i grammatici ‘come regola, per l’uso di
LO e di IL, quella stessa già stabilita per le medesime par-
ticelle, adoperate come articoli determinanti (Y. Sez. ZI, Cap.
VI). Aggiungasi che, ove la lettera iniziale del verbo non sia
vocale, nè S' seguita da altra consonante, -puossi indifferente-
mente-adoperare Lo, o IL, e in fatti tal regola è appoggiata
all’uso che delle due particelle fecero i migliori autori; onde
può dirsi: #/ vide, #1 chiamò, il condusse; o lo vide, lo chia-
mò, lo condùsse, ec., ma è mestieri adoperare esclusivamente
LO ogni volta che il verbo comincia da $S impura, come: lo
spense, lo scongiurò, lo sforzài, ec., o da qualsivoglia vocale,
e in tal caso l’ 0 del pronome può elidersi e sostituirvisi l'apo-
strofo, come: do ama, lo edìfica, lo istruisce, lo offende, lo
uccise; oppure 7 ama, l'edìfica, l'istruìsce, l'offènde, l'uccìse, ec.
TESTI. ul
Se d'una cosa sola non LO avesse la fortùna fatto do-
lente. Bocc. nov. 41.— Amo Guiscàrdo e quanto viverà
L'amerò. Id. nov. 354.— Tanto l'affliziòn di figliudì LO
strinse, che ec. 1d. nov. 63. — Ed ella O LO sprezza, 0 nol
vede, o non s' avvéde. Tas. Ger. c. 2', st. 16. — Quando la
donna 11 vide così il riconòbbe. Bocc. nov. 56. — Ella 1L
piùnse assài, ed assàt volte invàno 11 chiamò. Id. ibid. — Il
che come voi IL sesate voi 1L vi sapevate. Id. nov. 20.
Notisi per altro, che quantunque in oggi l'uso di IL non
(7) Osservisi per altro, che la particella si sovente si trova nel di-
sorso per esprimere reciprocazione dell'effetto del verbo, come: Amàrsi,
ediàrsi, stimàrsi, ec.; cioè a vicenda, reciprocamente, l'un coll’ altro,
xDosi per naiuràle amore la moglie «ol morito. Fav. Esop. 147.
i PARTE TERZA —,
sia del tutto bandito, anzi talvolta con leggiadria venga usato,
ure LO prevale universalmente innanzi a qualsivoglia lettera
iniziale del verbo, solendosi solamente apostrofarne l'o (e ciò
neppur sempre) innanzi a vocale. Osservisi in oltre che l'/ di
Ir può elidersi, ove la precedente voce termini con vocale.
Fat' ei saper che' L fei ec. D. Inf. 10. — Di qui a poco tem-
po tu ’L saprài. Petr. Tr. d'Am. cap. 1.— Donna dacche
Dio ci ha fatto ben, sì'L ci togliàmo. Nov. ant. 65.0
IL, trovasi qualche volta anche come obb. indiretto nel
rapporto d’attribuzione o tendenza, in vece di GLI, o LI. É
se voi IL porréte ben mente nel viso,egli è ancora mezzo ebbro.
Bocc. nov. 68. “e RE
S. X. La regola precedente esiste pure ‘per le particelle
pronominali GLI e LI, l'una il plurale di LO, l'altra di IL; ma
tanto indistintamente esse trovansi da' migliori autori usate,
‘che non saprei decidere se più conveniente sia il tenersi ri-
gorosamente alla regola, o il prevaricarla. I
Trovàrono chi per vaghézza di così ampia eredità GLI |
uccìse. Bocc. nov. 17.— Sì che per due fiùte GLI dispersi.
D. Inf. 10. —VedéndoGLi col prete GLI chiamò e disse. Bocc.
nov. 76.— Così bagnati ancòr LI veggo sfavillàre. Pet.
Canz. 28.—O LI condànni a sempiterno pinto. Id. son. 214.—
Vecchia fama nel mondo 11 chiùma orbi. D. Inf. 15,
| CAPITOL O II
SULL'USO. DEI PRONOMI PERSONALI.
SUBBIETTO.
. I. I pronomi personali come subbietti per lo più in- .
nanzi ai verbi loro si sottintendono , avendo questi per ogni
persona desinenze proprie, onde quasi inutile rendesi l’espres- !:
sione de’ pronomi; sovente però, acciocchè più piena riesca .
la frase, egli è eleganza l'esprimerli, e talvolta anche è ne-
Marin
, F i
cessario, per. la migliore intelligenza del discorso. In quanto ©
al posto di essi, tante volte, per proprietà di lingua , negli
autori si. trovano, or premessi, or posposti al ‘verbo, che sa-
rebbe perdere e tempo, e fatica, il volere stabilire come re- |
gola l' ordine naturale delle nostre idee, il quale esigerebbe,
che immediatamente al verbo anteposti fossero : quindi ognu-
no sì attenga all'armonia piuttosto che all'ordine, e se com-
binarsi possono, amendue li segua, - |
ETIMOLOGIA E SINTASSI 101
OBBIETTO DIRETTO. e:
S. II. I pronomi di questo rapporto sono di due forme.
Sing. Plur. Sing.. Plur.'
ima. persona. Mi, ‘ cì, ne. Me, «noi.
ada. pers. Ti, vi. Te, voi.
za. pers. m. Lo, il, gli, li. Lui (1), . loro.
za, pers. f. La (2), le. Lei (3), loro.
za. pers. identica. Si. Se. |
$. IMI. Abbenchè in quanto al significato non siavi tra
le particelle dell’ una e dell'altra colonna differenza alcuna,
pure nel discorso non sempre lo stesso sentimento portano,
(1) Odesi in Roma, ed in alcune altre città d’Italia, ed anche in ta-
lune di Toscana, usare comunemente ne’ discorsi familiari i pronomi
lui, lei, loro, come subbietto del verbo, in vece di egli, ella, ec., il
che è errore manifesto di lingua, non potendosi tali particelle adoperare
se non che come obbietto o diretto, o indiretto (casi obbliqui). Potreb-
bersi però a questa regola apporre tre eccezioni; 1ma. dopo la voce sic-
come o come. Costoro che dall’ alira parte èrano siccome LUI, maliziosi.
. Bocc. nov. 4; ada. Dopo il verbo èssere, quando questo significa tra-
smutazione d’ uno nell'altro. Maravigliossi forte Tebaldo, che alcuno in
lanto il somigliàsse, che fosse credùto Luvi. Id. nov. 27; 3za. Quando i
suddetti pronomi son0 accompagnati da un addiettivo in senso esclama-
livo, esprimente ‘contentezza, o miseria. Bedfo LUI che casio a morte
corse. Alam. lib. 1, eleg. 10. Notisi che in queste eccezioni sono pure
compresi i pronomi me, le. Credendo esso ch'io fossi TE, mi ha con un
baslone tuito ‘rotto. Bocc. nov.-87. — Misero ME! che volli, Quando ec.
Petr. cauz.9. — Misera ME! t' ho più che la mia vita amàto. Bocc. nov. 26.
(2) Secondo la regola comune non devesi questo pronome adoperare
che come obbie:to diretto (accusativo). Ciò non ostante da’ Toscani, e
segnatamente da'’Fiorentini, ‘odesi usar familiarmente /a come subbietto,
în vece di ella 0 essa.Quest'uso, da’ più riputato come errore, non è
privo d'appoggio presso d' alcuni approvati .scrittori: LA mi ha sconcio,
in modo, e governato Che più non posso maneggiàr marrone. Lor. Med.
Nenc. 10.— Gli chiedèca sempre qualche cosellina come LA sapèva che
egli andàsse a città. Fir. nov. 4. — O perìglio fora stala Vl gr E ai
Periglio LA si fosse e di morte, ec. Car. En. lib. 4, v. 927. Fra Bartoli
ha voluto stabilire un precetto per l’' uso di /2 in vece di ella. Egli dice
doversi adoperare il primo ogni volta che qualche antecedente particella
termini da e, come sarebbe se, che, perchè, ec., e dire per esempio: Se
| la viene, mi fara piucère.— Desidero che LA mi scriva: in vece di se ella
viene, che ella mi scriva. Noi crediamo non doversi far caso alcuno di
questa pretesa regola, essendovi un mezzo più regolare di togliere l lato,
elidendo la E delle particelle summentovate e simili, e sostituendovi 1’ a-
postrofo. Si dica adunque: S'ELLA viene mi farà piacère,—Desìdero CH' EL-
lA mi scriva, ec. si
(3) Zui, lei, loro, quando precedono ad uno de' relativi che, il gua-
le, la quale, i quali, ec. diventano pronomi personali dimostrativi, e
vagliono coli, colèi, colòro.—Morie biasmàle, anzi luudàte LUI, Che lega
e scioglie, e’n un punto apre e serra.Petr. son. 234. — Invoco LEI, che
ben sempre rispose, Chi la chiamò confede. 1d. canz. 4g.—E LORO li quali
amore vivi non avèva potùto congiugnere, la morte congiunse. Bocc.nov.38.
102 PARTE TERZA
usandosi di preferenza quelle della seconda, quando trattasi
d'indicare la persona più particolarmente, quasi: con esclusio-
ne di qualunque altra: tale differenza fassi anche sentire nella
pronunzia della frase, conciossiachè l' accento ‘oratorio cade o
sul verbo o sul pronome, secondo che si usano le particelle
della prima o della seconda colonna; esempj:
Ella tI ama, 0 Vama. Ella ama TE, 0 TE ama (te solo).
Egli cu manda. «Egli manda No (nonaln)
Miràtent. | Mira ME, o MEmzràle (nonlui).
LasciàteMi dire. «_—’—’Lasciàte dire ME (e tacete vol).
Io LA (4) voglio. Io vòglio LEI (nessun'altra). .
Egli SI propone. —— Egli propòne SÈ, o SÈ proponi.
TESTI. do
Io ho deliberàto di volére TE avànti che aleunaliroe..
Bocce. nov. 13.— LUI ho preso, e LUI vòglio. Bocc. ivi. —
Or come Conòsci ME, ch'io TE non riconòsca? Petr. Tr.
d'Am. cap. I. — Diràgli che to amo molto più LUI ch' egli |
non ama ME. Bocc. nov. 77.— Za sperànza la quale mi.
muòve che io vecchio ami vor ec. Bocc. nov. 10.— Quelk
medésime bellezze che présero, e vìnser TE, hanno di pa,
preso e.vinto ME.. Tesor. Brun. — Soddisféce alla sua do |
mànda, e SÈ ad ogni suo servìgio ec: ata Bocc. nov. 13.—
Ferir ME di saetta in quello stato,
stràr pur l arco. Petr. Son. 3.
E a vOI armàla non mo-|
Ognuno di leggieri vedrà, che le particelle me, noi, le;
voi, lui, lei, sé, negli esempj suddetti, hanno molto ma8-
gior forza di sentimento, che non avrebbero mi, ci, w»f
lo, la, si, ec. |
OBBIETTO INDIRETTO.
._ &. IV. Sembrami superfluo il ripetere qui cosa debbit}
intendere per odbzetio indiretto, essendo stato sufficientemente |
spiegato (Cap. V, Sez. preced.), che il nome può avere 0 .
verbo delle relazioni secondarie di molte ‘specie diverse, ! -
quali nel discorso è'esprimono con qualcuna delle numerose
già. accennate preposizioni, le quali ai nomi si premettono., ’
I pronomi, facendo le veci dei nomi, hanno co' ve
gli stessi rapporti indiretti, e nella stessa maniera questi, 0006 ,
(4) Per proprietà di linguaggio il pronome la trovasi in molti modi
di dire relativo al vocabolo cosa, come: Non LA so capire. — Ei se .
gode. — GlieLA do vinta. — Iddio LA mandi buana. — Egli se LA passa be.
ne.— Voi me LA pagherete. — Non ve LA perdonerò mai ec.
n
ETIMOLOGIA E SINTASSI 105
mediante una delle preposizioni, si fanno conoscere (5),
fiorchè nel rapporto d' atfribuzione o tendenza (dativo), che
nel pronome personale non abbisogna di preposizione, essen-
dovi nell'italiana favella delle particelle pronominali perfetta-
mente corrispondenti ai dativi de' Latini mihi, bi, sibi, no-
bis, vobis. Sì prendano adunque in considerazione le seguenti
due colonne. |
Rapporto indir. qualunque. Rapporto d’attribuzione ec.
Sing. Plur. Sing. Plur.
IMma. persona Me, noi. Mi, ci, ne.
ada. persona Te, voi. Ti, vi.
3za. pers. m. Lui, loro. Gli (6), I loro (7).
dra. Agg. f. . Lei, loro. Le (8), loro.
za. pets. identica. Se. - Sì.
. — $. V. Dal di sopra esposto non ne segue appunto che
il rapporto d' attribuzione o di tendenza, non possa esprimersi
: con una delle particelle della prima colonna, preceduta dalla
preposizione 4, usata per lo stesso rapporto nei nomi; ‘anzi
sovente adoprasi queste di preferenza, segnatamente quando
indicare vuolsi persona particolare con esclusione di ogni altra
dicendo: A ME, A NOI, A TE, A VOI, A LUI, A LEI, A LORO,
esemp): — Badàte A_ME; prestùte fede A LUI; il darò A LEI;
a
A VOI mi rendo; lascia la cura A ME; ec.
(5) Possiamo dire e scrivere -meco, seco, seco, facendo contrazione
della preposizione CON colle particelle me, fe, sè, come solevan pratica-
re i Latini, in vece di con me, con te, con sè. I nostri antichi usavano
la stessa contrazione co’ pronomi noi, e voi, dicendo e scrivendo nosco
e vosco, in vece di con noi, con voi; ciò che oggi però solo nel verso
sarebbe lecito. Tu d’ Anfrìiso pastore a parlar nosco Non ti grave il
vernìr. Alam. Colt. 2, 34. — Eurìpide 0 è nosco e Anacreònie. D. Purg.
22. — Gite sicuri omài ch’ amòr ven vosco. Petr. son. 120. .
(6) Non si confonda questo gli, che indica il rapporto di attribuzione
o tendenza (dativo), coll’ altro gl plurale di 70, usato come obb. diretto
(accusativo). ì
(7) Gli, nel medesimo rapporto in vece del plurale Zoro; quantunque
. oasi tutto dì nel parlar familiare, e sen trovi pur qualche esempio ne-
gli autori,. pure è riputato modo di dire scorretto. Y Saracìni riprèsero
Jerusalèmme e quasi tutto ’l1 paese che ’1 Sultàno GLI avèa rendùto. Gio.
Vill 6, 185. — De’ buòni spiriti che son stati attivi, Perchè onòre e fama
GLI succèda. D. Par. 6. — I Fiorentini per queste due terre non si mòs-
sero, benchè grave GLI fosse l’oliràggio de’ Pisàni. Matt. Vill. 3, 12.—
I quali (i figli) facèvano stupire chi gli conosceva , e la madre facèndoGLI
da buoni maèstri insegnàre, GLI fece imparàre tuile le buone arti. Pecor.
gior. to, D. 1.
(8) E altresì creduto fuori della regola comune l’uso di gli, invece
di le femminino, che pur non di rado sentesi nella bocca del volgo, e
di cui neppure mancano esempj ne’ classici autori: vedi Bocc. nov. 45, D.
Par. a9, Matt. Vill. a, 24.
104 = PARTE TERZA
us TESTI” |
Signòr mio se A vor aggràda, voi potéie; A_VOL lid
andissimo onòre ed A ME, che pòvero sono, grande utilità.
occ. nov. 16.— Non vo' dir pérder lei, ché non la perderò
dàndola A TE. Id. nov. 98.— Dire A LUI quelmedìsimo che |
zo ho detto A TE. Machiav. comm. I
OSSERVAZIONI SULLE PARTICELLE PRONOMINALI NE, CI, VI
S. VI. La particella ne trovasi sovente, sì in verso che :
in prosa, invece di ci, nel signif. di noî, nou solo come ob- |
bietto diretto, ma anche come obb. indir. nel rapporto d'at-
tribuzione, o di tendenza. di
TESTI. .
Sole în tanta affliziòne N' hanno lasciate. Bocc. Introd— ©
IL mandorlo fuòri di casa nostra così infermo NE sarébbe :
gran biùsimo. 1d. nov. 1. — Perché crudo Destìno NE disu-
nìsci tu, S Amòr NE strigne E tu perchè NE strigni, Se NE
parte il destin, perfido Amòre? Guar. Past. fido, At IM,
sc. IV.— Che tu con noi ti rimànga per questa sera, Nt -
caro. Bocc. nov. 43.— La donna che colùî, ch’ a te NE ‘noia. |
Petr: son. 8.—E sì come la vita Fugge; e la morte N' è sovro
le spalle. Id. canz. 29.— Scòstati tu, che all'àbito NE sembri I
Esser alcùn di nostra terra prava. D. Inf. 16. .
S. VII. Non si confonda però il suddetto ne, il quale, ù
come si è veduto è pronome di prima persona plurale come .
obb. or diretto, or indiretto, coll’ altro ne parimente pronome
ma di terza persona, e solo come obb. indiretto, facendo le -
veci di qualche nome, sì di persona che di cosa, € ella
preposizione di, o da (9); esempj: ZJo NE parlo, cioè Parlo i
di lui, di lei, di loro, di questa, di quella cosa. — NE ne
| grandi favòri, cioè Riceve grandi favori da luz, da lei, da
bro ec:— N’ ebbe paùra, cioè Ebbe paura di ciò, di tale, 0
tal altra cosa.—NE conòsco il valòre, cioè Conosco il valore -
di lui, di ciò ec.— Dio è giusto, io NE vénero 1 decréti NE
sono contìnto.— Me NE rallégro. — NE sono sorpreso, NE.
sento -piacére, NE ho bisògno, ec. »
uesto pronome è sovente partitivo, stando in vece di una”
(9) Ne è sovente riempitivo per vaga proprietà di linguaggio. La Donne -
ec. se NE cenne e del buòn uòmo domandò che NE fosse. Bocce. nov. 12-77
E con buòn vento tosto infìno nella foce della Magra N° andàrono,
montàle alle lor castèlla NE salirono. Id. nov, 16. e
ec
ETIMOLOGIA E SINTASSI 205
pirte della cosa di cui si parla, come: Avéte voi de' libri? Non
Ne ho; ma NE avrò; NE comprerò. — Conòsci tu, i miei figli?
s, NE conòsco alcuni. — Le donne mi dàvan sì poco sa-
limo, che io non NE poteva appéna pagàre i calzori.
Bocc. nov. 24.— Troppi NE avrei, s' io NE volessi. Id. nov. 52.
—Poichè ve NE trovò che avessero sentimento. Id. nov. 17. ec.
La particella ne è parimente pronome di luogo, stando
m vece dell'antecedentemente espresso nome del luogo, donde
si fa o si è fatta partenza, e della preposizione da, come:
Quando andòte a palàzzo? NE vengo ora.—Ma l altro corpo
tato ed immòto, Dimòstra ben che N' è lo spìrito uscìto. Tass.
Ger. C. 12, st. 753. - ;
$. VIII. Le particelle ci e 07, che di sopra abbiam vedute
figurare.come pronorhi personali primitivi, di prima e seconda
persona plurale, sono sovente pronomi di luogo, facendo le
. veci non solo del nome del luogo in cui si è, dove si va, e
per dove si passa, ma ancora delle prep. a e in, come: Andàte
vi a Roma? Si, VI vado. Quando ci tornerète? (cioè qui)
Nol so per ora, ma quando VI sarò arrinùto (a Roma) vi
farò sapere, per una mia leéitera, quando mi CI (qui) do-
rele aspettàre. Da questo esempio si vede che usasi CI quando
Illuogo è vicino a quello che parla,e vi quando n'è lontano (40).
TESTI.
Non dùbito punto che tornàndo în Sicilia io non VI
i ) Ù N ‘ LI
essi ancora grandissimo luògo. Bocc. nov. 46.— Il che non
|
a se:
facindo m'è di questa noja cugiòne, e con questo mi ci mena,
e con questo mi CI tiéne. Id. Lab. 10.— Costoro mi cI fanno
enfràre per ingannàrmi. Id. nov. 15.—Madònna, questi è un
pover ubmo mùlolo, e sordo, il quale un di questi dì cr venne
per limòsina. 14. nov. 24.—Io non ci ho a far nulla, anzi
CI era venùto per ammonìrgli. 1d. nov. 1.—Sì tardi VI giùnse,
che essendo le porte serràte, e i ponti levàti entràr non VI poté
dentro. Id. nov. 12.—Io co’ in Olànda Tornùàre, e voi meco
a tornàrVi invito. Ar. Fur. 9, st. 93.
7, (19) Abbenchè questa regola sia generale,pure in grazia dell'armonia egli
t lecito allontanarsene, allorchè due particelle pronominali di suono
eguale, l'una di persona, l’ altra di luogo, nella stessa frase si trovano,
Maendosi la particella di luogo lontano in vece di quella di luogo vicino.
er esempio il dire: Zo vi vi condurrò; Voi ci ci conducèste, offenderebbe
l'orecchio, e però dicasi piuttosto: Jo ci ci condurro; Voi vi ci conducèste,
0 Voi ci conducèste in quel luogo. Adoprasi parimente cò per indicare
stanza in luogo, come: Di dì, e di nolle ci silavora, e ballecisi la lana.
Bocce. nov. 20. Zi indica moto di luogo, come: Per ogni colta che passar
VI solea, credo, che poscia VI sia passato sette ec. Bocc. nov. 47.
Gram. Ilal. 15
106 | PARTE TERZA
CI e vi talvolta sono anche pronomi di terza persona
come obb. indir. nel rapporto d’attribuzione, o di tendenza,
come : Pensàrci, crederci, badàrci, ec. cioè: Pensare a tal
cosa, credere a tal persona o cosa ec.
S. IX. Le particelle pronominali mz, ci, #7, vi, sz, ne, gli,
lo, la, indifferentemente , o sciolte al ‘verbo premettonsi; 0 in
fine a questo s'affiggono, in modo che col medesimo formino
una sola parola, esempj: Mi piùce , o piùcemi ; ci disse, 0
disseci; ti dico, 0 dìcoti; vi reco, 0 récovi; si trova, o trò-
vasi; ne aveva, 0 avévane; gli pere, o fecegli; lo amàva, 0
amùvalo ; la tengo, o téngola ; li vide, o videli ec. (11) —
i
PRETI
S. X. Il pronome IL, troncatone l'I, trovasi qua e Èì .
nel Boccaccio, affisso al gerundio ed all’imperativo; in ogg -
però è più del verso che della prosa (12). LoRo non s' af‘
figge mai, ma usasi sempre sciolto, o avanti o dopo il verbo, —
in qualsisia modo o tempo questo stia; perciò dicasi /or disse,
o disse loro.
S. XI. Le dieci particelle suddette, di necessità si affiggono al
verbo, quando questo sta nell'infinito nell’imperativo,o nel gerun-
‘dio (45), come: Amàrmi, ùmami, amàndomi ; vedèrci (14), è .
(11) Nella terza persona plurale si tronca per lo più l’ o finale del |
verbo, sostituendovi l’affisso, come: Parlaronmi, salùtanci, cèrcanti, amò
vansi, furonvi, dièdergli, ec. Possiamo per miglior suono cangiare la mì
n innanzi all’ affisso ci nella prima persona plurale, e scrivere amidna
voglianci, in vece di amiàmci, vogliàmci. VOGLIANCENE noi andàre ancòro'
Bocc. nov. 84.
(12) Più sovente s'incontra contrazione fatta del pronome 3/ coll’ av-
verbio negativo ron troncata la n di questo, e la vocale i del pronome,
. ‘ OS :
cosicchè ne venga mol, come: Nol so, nol posso, nol niègo, nol fece, ec in
luogo di ron lo so, non lo posso, ec.
(13) Non ostante questa regola, numerosi esempj sì trovano di appro
ria
vati autori, in cui le suddette particelle precedono all’ infinito, all'im-
perativo, e al gerundio. Fammi rilornàre alla prigione, e quivi quanto
TI piace MI fa affligsere. Bocc. nov. 16. — Fa conto non MI acèr ffocalo
e fa da TE. Cecch. Dole.— Ed io a lui: Con piàngere e con lutto, Spirio
maledèlito, Ti rimani. D.Inf. 8. — Andàlte voi e Siro a irevar Callimaco
e GLI dite che la cosa è precedùta bene. Machiav. Comm. — Pòrlamelo, ©
n .
Zi odi "i
ee si
guarda a non LO versare. Id. ivi. E potrebbesi quasi stabilire come ecce
zione alla regola che i pronomi non s’affiggono a’ tre modi suddetti, M
ad essi sciolti premettonsi ogni volta che la proposizione è negalivà
ponendoli allora tra Ja particella r0r o nè e ’1 verbo, come: Egli r8'im-
pose di non Lo pine.—Non MI VEDÈNDO giùngere in tempo, se ne ritorno,
benchè mi avèsse promèsso di non S' ALLONTANARE fino al mio arrivo?
Non LE DATE reila, NÈ più LA FREQUENTATE. | i
(14) troncasi la e finale dell'infinito, e nei verbi in rre si scema il
verbo della sillaba re, sostituendovi l’ affisso, come: Condùrmi, porlo, tro'-
ne, da condurre, porre, trarre. Se }' infinito è preceduto da altro verbo
all’ imperativo le particelle più volentieri a questo si affiggono, che 2
quello, come: FuleLO venire, venìtleci a vedère, la:ciunelo provére,
ETIMOLOGIA E SINTASSI 197
du, vedendoci; dirgli, ditegli, dicéndogli; partirsi, partendo-
s; consolarlo, consolàtelo, consolàndolo ; averne, ùbbine, avén-
done ec. (15) i
‘Le medesime particelle (fuorchè g7) raddoppiano le lo-
Fo consonanti ogni volta che s' affiggono ad un verbo, la cui
rocale finale porti l'accento, cioè nella terza persona singola-
re del tempo passato perfetto, e la prima e terza, pure singo-
lre, del tempo futuro; e però scrivasi: amòmmi, morròmmi,
mostròcci (16), diròtti, daràvvi, partìssi, riconciliòssi, andòn-
ne, manderàllo (AT), inghiottilla;in vece di m'amò, mi mor-
| rò, ci mostrò, ti dirò, vi darà, si partì, ec. (18)
Essendo l'infinito preceduto da un verbo in qualunque altro modo, o tem-
po, che non sia l'imperativo, puossi, volendo, come nel parlar famigliare
per lo più usasi, affiggere le particelle all’ infinito, o con più vaghezza,
| Premetterle sciolte al primo verbo, segnatamente ove questo sia uno di
questi: dovère, potere, volère, venìre, solèére, come quasi ad ogni pagina del
Boccaccio incontrasi: Atfèndi quello che io TI voglio dire. nov. 13. — Ella
repostogli, IL comineiò a guatàre. Id. nov. 85. — Come nol chiàmi tu che
Tl verga ad ajutàre. ld. nov. 77. — Niuna cosa più liela LE poteva av-
| ventre. Id. nov. 47.— Lq cominciò a soccorrere. Id. nov. 50. In vece di:
voglio dirti; cominciò d' guatàrlo; che venga ad ajutàrti; polèva av-
venirle; ec. 7
(15) Lo stesso ha luogo dopo il participio passato, sottintendendovi
Il gerundio, o qualche altro tempo di uno de’verbi ausiliari avere od ès-
sere. La donna GUARDATOLO disse, che avèsle Anichìno ? ( cioè avendolo
guardato). Rocc. nov. 67.— E da’ piè LEVATIGLISI, se n' andò ad udir la
messa (cioè essendosi levata). Id.nov. 65.— M’hacon un bastone iutlo rotto,
© DETTAMI Za meaggior villania (cioè mi ha detta). Id. nov. 67. Affiggonsi
| Rello stesso modo tutte le anzidette particelle pronominali (fuorchè si)
, all’'avverbio ecco; dicendosi èccomi, èccoti, èccoci, èccovi, èccone, èccolo,
, eccola, èccoli.
(16) Nel medesimo modo raddoppiasi la consonante degli affissi, quan-
. da si uniscono a’ verbi monosillabi ho, ha, è, fu, sa, come: Hommi,
| hotli, hollo, havvî, evvî, ènne, fuvvi, funne, sallo, in vece di mi ho, ti ho,
SS
ho, vi ha, vi è, n'è, vi fu, ne fu, ec. Similmente agl’ imperativi mono-
sillibi da, fa, sta, va, dì, come dammi, fatti, stacci, vanne, dille, ec.
(17) Apponendosi |)’ affisso alla seconda persona singolare del futuro,
a consonante non si raddoppia, ma troncasi l’ 7 del dittongo finale ai, e
bonesi invece il segnaccento sull'a. Ya leggi il cornucopia, e TROVERALO.
Fir.trin. a, 4 — FARANE questa sera un soffiòone alla tua servènte, col
quale ella accènda it fuoco. Bocc. nov. 31.—Io vi li porrò chetamènlte
una collricella, e DORMIRAVITI. Id. nov. 13. —DIRAGLI, qualora egli li par-
la, più che ec. Id. nov. 77. l i
(18) Fo avvertito il lettore, che per tal raddoppiare di ‘consonante,
sendo divenuto superfluo il segnaccento, che suolsi porre sulla vocale
dl verbo quando la particella pronominale precede, egli è regola di or-
‘grafia il non apporvelo.
CAPITOLO III.
DELL’ ACCOZZAMENTO DI DUE PARTICELLE PRONOMINALI.
S. I. Sovente due pronomi personali, l'uno come. obbict-
to diretto, l’altro come obbietto indiretto, nel rapporto d'’at-
tribuzione o di tendenza mel discorso s' accoppiano, ed è ciò
che l'accozzamento de pronomi dicesi, cioè:
4°. I pronomi personali primitivi tra di loro.
2°, Uno de primitivi coll’ identico si.
5°. Uno de primitivi colle due particelle cz, vi, come
pronome di luogo.
4.0 Uno de primitivi 727, ci, ti, vi, o l'identico s7, con
uno dei relativi 7/, /o, Zu, Zi, gli (1), le, e questiin due ma-
niere accoppiarsi possono, o, come gli antichi per lo più pra-
ticavano, e che anche qua e là con eleganza da’ moderni usast,
cioè di anteporre i relativi a’ primitivi, e all’identico, come:
Il mi, lo mi, la mi, le mi, il ci, lo ci, la.ci, le ci, U &,
lo ti, la ti, le ti, il vi, lo vi, la vi, le vi, il si, lo si, la si,
le si, gli st (2); 0, com'è più comune fra i moderni, di pre-
mettere i primitivi, cangiatone l’7 in e, a'relativi, scrivendo
e dicendo me lo, me gli, me li, me la, me le, ce lo, ce gli, ce li, ce la,
ce le, te lo, te gli, te li, te la, te le, ve lo, vela, ve le, se le, segli, se li,
se la, se le.
Tutti questi pronomi nell'una o nell’ altra maniera accor-
zati, o si premettono sciolti innanzi al verbo o al medesimo af-
figgonsi, esempj:— 4cànti che tu MI TI avvicini. —MI VI con
viene dire una novelléita, ec.
TESTI.
Ella mi si presentò dinàùnzi. Bocc. nov. 10.—Nè negort
IL MI puoi se 10 il desideràssi. 1d. nov. 77.— A costui s
doleva quasi come davànti IL si vedésse. Filoc. 6. — Ilaro
(1) Non confondasi questo gli, che è il plurale di /o, coll’altro nel
rapporto di attribuzione, o tendenza. ,
(2) Notisi però che, il mi, il ci, il ti, il vi, non si trovano mai affissi,
se non che talvolta al gerundio, ed all’ imperativo troncato |’ i del pro-
nome il, come; Dandolmi, dicèndolti, porgèendolvi, mandialelmi, difela €C-
Questo pronome, troncatone l’î, accozzasi pure colle particelle 7726, 66, le,
ve,ne, se, come: Quèsta maltlìina MEL fe sapère una povera fèmmina. Bocc.
nov. 15. — Quello che noi vorrèmo a te, tu TEL vedrai nel tempo avv
nire. 1d. nov. 97. — E ch’ egli ci chiùmi , chiaramènte ceL dimostra Né
procerbi di Salonione. Vass. 13.— Il che quando avveniva, costùi in gro"
dissima grazia sEL ripuloca. Pocc. nov. 22. Come pure colla particella gli
aggiugnendo a questa un’e, formando insieme gliel. Non GLIEL celdi, DA
Jutto GLIEL' apersi. D. Inf. 10.
(lE
ETIMOLOGIA E SINTASSI 109
ascoltò con maravìglia le paròle di Filòcolo, e più volte
RTERARLESI fece. Filoc. 7. — Salabattto mio dolce 0
N TI raccomàndo. Bocc. nov. 80.—In fino a tanto che io di
qusta cosa ec. te ne avrò fatto quello onòre che TI SI conviene.
ll nov. 64.—Se tu fossi stato un di quegli che il pòsero in
roce, avendo la contriziòne, SI TI perdonerebbe egli. Id. nov. 1.
—E fàttala sopra un palafréno montàre, onorevolmente a ca-
sa LA st menò. Id. nov. 100.—Dinànzi a noi tal, quale un
fuoco acceso, Ci si fe l der sotto è verdi rami. D. Purg. 29.
—Vi si vedéa nel mezzo un seggio altéro, Ove sola sedéa la
| bella donna. Petr. Canz. 44.— Poiché tu così promeiti, ‘o sta-
È
a”
rò,mapensa di OSSERVARLOMI. Bocc. nov.47.—RACCOMANDA-
LEMI e fatti con Dio. Id. nov. 77.—VENISTEVI tu vago della
: ma vila, perché SENTENDOLATI domandàre, prestamènte deli-
< berùt di DARLATI. Id. nov. 89.—Non so a che mi tengo che
non ti ficco le muni negli occhi, e TRAGGOGLITI. Id. nov. 26.—
: FATTALESI venìr dinanzi in presénza di mille, le disse. 1d.
nov. 100. (3)
d.° Accozzasi uno de' primitivi ed anche l identico si,
| cangiatone l’Z in e, col pronome partitivo ne (4); il che, per
lo più; si fa in una delle seguenti mauiere; Me ne, ce ne, te
| ne, ve ne, se ne, o mene, cene, tene, vene, sene (3), 0 men, cen,
| ten, ven, sen.
TESTI.
To non ME NE maracviglio, né TE NE so ripigliàre. Bocc.
(3) Talora si trovano tre particelle accozzate, che vanno sciolte in-
‘ nanzi al verbo. Del mio servir non veo Che gioja Mi SE NE accrèsca. rim.
{ ant. Enzo re. — Avèndo forse avùio per male ch'io MI vE NE sia dolùta.
Bocc. nov. 23. — oi colla buòna ventùra SI VE NE andàle il più tosto che”
voi potete. Id. nov. 20. |
(4) Queste particelle così accozzate s' affiggono anche a' verbi, e spe-
cialmente all’ infinito, al gerundio, all’imperativo, ed al participio passato,
(ome: andarmene, dàndocene, liberalosene, valtene, parlàndovene, ec.
(5) Ne spesso preponesi a’ pronomi /o, Za, le, gli, e co’ medesimi tal-
volta s' affigge, come leggesi molte volte nel Boccaccio ed altrove. Tu fa-
resti quello che far dovèvi di MANDARNELO come facèsti. nov. 23. — Pregò
taramènie Chichìbio che NE LE desse una coscia. nov. 54. — Là tornàti
ton una iavola, su v acconciàrono la fanle, ed alla casa NE LA portàa-
fono. nov. 77.—É avèndo alcun denàjo ed il Canigiàno AVENDONEGLI al-
quanti prestàti, fece molle balle ec. nov. 80. — L'imperatore , ottenùla
acenna, tolse due colonne, le quali èrano nella chiesa di S. Vitale e
MANDOSSENE rzel suo regno. Petr. uom. ill. Talora alle stesse particelle si
Pospone, ed anche alla particella i. Dopo alguànto tempo la contèssa cor-
lesemènte LO NE rimandò in suo paese. Fil. Vill. 11, 78. — E perciò con
vostra licenzia io voglio andòre al bosco, e FARLENE venire. Bocc. nov. 4.
—Io ti consiglierei che lu 1L NE cacciàssi fuori prima che ec. Id. nov. 47.
*»
110 PARTE TERZA
nov. 23. — Tu non CE NE potresti far più. Id. nov. 86.—
Ch' io dica il vero, questa prova VE NE posso dare.Id. nov.
41.— Bernabò dopo alcùn tempo SE NE tornò a Genova. Id.
nov. 10 — ANDIANCENE zn camera e da una finestrella guar-
dimo. Id. nov. 77.—Io prego voi se non VEN sete accorta.
D. rim. 17.—L'una gente SEN va, l' altra SEN viene. D. Purg.
25. Ed ancòr non MEN pento Che di dolce veleno il cor tra-
bòcchi. Petr. Canz. 33.
6.° Finalmente il pronome personale relativo gli, nel rap-
porto di attribuzione e di tendenza, frappostavi Ta vocale e,
s'accozza colla particella Ze, nel rapporto di obb. dir. masc.
e femm., sing. c plurale (6).
TESTI.
A41 Catalàno il domandò, e quegli, ancòra che grave
gli parèsse, GLILLA lasciò. Bocc. nov. 19.— Portò dg
ni pellegrini al soldàno, e GLIELE presentò. Id. ivi.— vendo
io giù rendùta indietro la borsa alla femminétta che recata
l'avéa, che GLIELE riportàsse. Id. nov. 25.
Nella medesima guisa, cioè indeclinabilmente e frappo-
stavi la vocale e accoppiasi il relativo #7, col partitivo ne, co-
me:— Giunto Ipòcras trovando la n. morta; GLIENE dol
se duramente. Nov. ant. 59.— Sotto la mazza d' Ércole, che
forse GLIENE di? cento, e non sentì le diéce. D. Int. 3.
Per gli occhi che di sempre piùnger vaghi, Cercan dì e not
fe pur che GLIENE appùghi. Petr. canz. 8.—Nedindo l'uòmo
la, semplicità del fancyillo GLIENE cenne pictà. Matt. Vill. 10.
S. AL. Per proprietà e vaghezza di lmguaggio innumerè-
bili volte qualcuna delle particelle mi, ci, 17, 07, si, ne, s08
o accozzata, sciolta o affissa, trovasi usata nel discorso, set
za che della sua funzione alcun’altra ragione possa darsi, €
non che vi sia per solo ripieno, 0, come i grammatica s0-
glion chiamarla, accompagnaverbo; imperocchè intiero sareb
anche senza di essa il senso della frase.
TESTI.
To Mi credo che le suòre sien tutte a dormire. Bocc. nov. 21.
(6) Siccome in questi esemp) vedesi, gliele, dagli antichi, e segnala-
mente dal Loccaccio, è usato indeclinabilmente, cioè senza por mente né
al genere, ne al numero della persona, o della cosa, alla quale potrebbe
esser relativo. I moderni più volentieri ne cangiano la vocale finale, s€-
condo che dicesi di qualche nome mascolino, o femminino, singoiare °
plurale: scrivendo e dicendo glièlo, glieli, gliela, gliéle.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 111
-Ne so quant'io MI viva in questo stato. Petr. Canz. 8.—
limi son giovinetta e volentieri M° allegro e canto. Bocc.
Can. 9.— Lo MI so ben ciò che avreste fatto. Dicer. Div. —
Ia donna e Pirro dic'vano noi Ci seggiàmo. Bocce. nov. 69.
- Con tuo danno ti ricorderàt sempre, che tu CI viverài del
nome mio. Id. nov. $4.— Io non so se tu T hai posto men-
le come noi siùmo tenùte strette. Id. nov, 45. — Se tu TI con-
nti di lasciùre apprésso di me questa tua figlioletta. 1d.
nov. 18. — Zo non so se vot VI conosceste Talùno di Molese.
- Id. nov. 87.— Voi VE NE potreste scendere al luògo dove è
vostri panni avete lusciùti, e rivestîrci e tornàrVENE a casa.
ld nov. 77.— Ed ella st sed'a Umile in tanta gloria. Petr.
Canz. 27.— Fece vista di BÈRSELA. Fir. Disc. d. anim. —
Per più letizia sì mi St nascòse Den:ro al suo raggio la fi-
, gura santa. D. Par. 8. — Quando furo matîri (1 fichi) SI
ghîne portò una soma. Nov. ant. 57.—I Ghibell:i facendo
| laglùre dappiè la detta torre, SI la fecero appuntellire. Gio.
Vill. 6, 34, 10.
._ $ HILL I rapporto possessivo, vale a dire quello di posses-
sione, 0 d'appartenenza, ne' pronomi personali (7. Cap. V
della prec. Sez.) si esprime come ne’ nomi medesimi, cioè
mediante la preposizione di, posta innanzi alle particelle me,
‘na le, vor, luz, lei, loro; ma siccome a questi frequentemente
sosttuisconsi gli addiettivi pronominali possessivi m%0, nostro,
| tuo, vostro, suo, loro, qui non ne faremo menzione, riserban-
doci di dirne quel poco che per tal rapporto spetta loro, quan-
. do ci toccherà di dover trattare di quelli.
CAPITOLO IV.
DE'° PRONOMI PERSONALI DIMOSTRATIVI.
$. I. Così chiamansi quelle voci che han posto nel discor-
“ $0 per accennare, dimostrare, e quasi additare le persone ter-
e, cioè quelle nelle quali si parla (1).
Comunemente nell’idioma italiano, come dimostrativi ri-
Conosciamo le voci, che qui colle loro variazioni di genere
€ di numero seguono.
(1) Ovvia è la differenza tra que:ti pronomi di terza persona, e
i ai de’ quali ne’ due capitoli precedenti si è tanto diffusamente ragio-
ato
; e che a persone e cose riferirsi possono, mentre .queste non mai
‘ Cose ma a sole persone son relative, come nel corso del presente capi-
+ dolo
sì vedrà chiaro.
112. PARTE TERZA
Mascolini. Femminini.
Sing. Plur. Sing Plur.
Questi, cotèsti. ...:... E ME
Quegli, quei. si ala gra fe e,
Costùi, colùi, Costoro, coloro. Costti, colti, Costòro, colòro.
Cotestùi, Cotestòro. Cotestèi, Cotestòro.
Desso. Dessi. Dessa, Desse.
S. IL Questi, cotésti, quegli non si usano che per addi-
tare persona mascolina singolare, e solo nel rapporto di sub-
bietto del verbo d): Il primo indica un uomo vicino alla per-
sona che parla; il secondo, accenna una persona prossima 4
chi ascolta; il terzo, dicesi di uno lontano, e da chi parla, e‘
da chi ascolta (3), come: QUESTI è un duòn uòmo, ma C0- -
TESTI é assùi migliòre.—QUESTI venne premiàto, e QUEGLI go-
stigato.—QUESTI fu felice e QUEGLI sforiunàto ec. i
TESTI
Tu de saper ch'io fui *! Conte Ugolino, E ques.
T Arcivescovo Ruggièri. D. Inf. 53.—QuESTI è il mio st.
ghòre, QUESTI veraménte, è Messer Torèllo Bocce. 11, 90.
— Questi in sua prima età fu dato all'arte Da vender pa- ;
roletie,anzi menzògne. Petr. Canz. 48.—COTESTI, ch'ancòr vw, |
*e non si noma. D. Purg. 14.—QueGLI allòra mi domandò
che peccùto quel fusse. Bocc. nov. 70.—QuEGLI (4) é Cao, |
Che sotto 'l sasso di monte Aventino ec. D. Inf. 25. i
(2) Contro a questa regola trovansi alcuni esempj in cui Questi € quegli:
. non riferisconsi ad uomo.— Ma non sì che paùra non mi desse La vista,cht |.
m’appàroe d' un leòne. QUESTI parèa che contra me venèsse. D. lof. 1
Dall’una parte mi trae l’amore ec. dall’alira mi irae giustissimo sdegno —
ec. QUEGLI vuòle che io li perdoni, e QUESTI vudle chè conlro a mia nolu-
ra in le incrudelisca. Bocc. nov. 31; ma non sono da imitarsi. so
(3) Numerosi esempj sonovi si ne’ prosatori che ne’ poeti in cui que?
que’ in luogo di quegli s' incontrano. E quale è QuEI, che volente
acquista. D. Inf. 1. — O qudli io vidi QuEI, che son disfalli Per lor &
perbia! ec. Id. Par. 16.—QUE’ rispose io sono caduto in una fosso.
Nov. ant. 36. |
(4) Pure contro la regola leggonsi in Dante, ed anche in qualche 28°
tico prosatore, quegli e quei come obb. dir. e indir. Che non soccorri QUEI !
che l’amò tanto. D. Inf. a.— Sin mi giùnse al rotto Di QUEI che si piange
va con la zànca. Id. ibid. 19.—Io mi rendèi Piangèndo a QuEI, che volen=
tièer perdona. ld. Purg. 3.—Si dice che se la radice sua, s’ appìcchi al collo
di QuEGLI che ha le scrofole, che gli vale ec. Cresc. 6, 13. — Per 9.
quale altri si rappresènta per lo comandamènto della chiesa a QUEGLI
che vicàrio di Cristo è nella chiesa. Passav. g1.— Nè mancano esempi) 1".
cui quello e quel sono usati in vece di guegli e quei come subbietto € Di:
feriti ad uomo. QuEL fu lun de’ sette regi, Ch’ assiser Tebe. D. Inf. hai
— QuEL ch’infinìta provvidènza ed arte Mostrò nel suo nmirdlil magistero.
Petr. son. 4. — Maggiormente è da amare lo ladro, che QUELLO che $
colidiana:mìnle in bugie. Albert. Cap. 2.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 113
$. IIL Costui, costéi, costòro si adoprano ognuno nel suo
genere e numero per accennare uomo o .donna, uomini o
donne prossimi a chi parla; e differiscono dal dimostrativo
Questi in ciò che essi possono in tutti i rapporti del nome
col verbo adoprarsi, essendo, in quello d'obb. indir., da una
delle già altra volta nominate preposizioni preceduti (5).
TESTI.
Dicean: chi è COSTUI che senza morte, Va per lo regno
I della morta gente? D. Inf. 8.— Quando è vidi COSTUI nel
| gran disérto. I. Inf. 1. — Che farèm noi, dicèva l'uno all al-
fro, dé COSTUI? Bocc. nov. 1.— Noi confessiàmo COSTUI, cioé
Dio, essere dignissimamente eccellentìssimo. Bocc. Consol. Fi-
losof. pag. 79, — Dio è signòre, e vede quanto fai ec. Saggio
è chi ama e séguita COSTUI. Fr. Barb. 113, 9 (6). — Ma che
sua parte abbia COSTEI del fuòco. Petr. son. 50. — Tòfano
: udéndo cOSTE1 si tenne scornàto. Bocc. nov.64.— Così COSTEI
ch'è tra le donne un sole. Petr. son. 19 (7), —0 graziòso
Apòllo, Deh ferma il guardo a rimiràr cosToRO. Bocc. Ame-
l0-Da costoR non mi può tempo né luogo Divider mai.
- Petr. son. 140.
Colùi, coléi, colòro vagliono Quegli, e adopransi per
“ @CCennare vormo 0 donna, uomini o donne lontani, e da chi
parla, e da chi ascolta. Del rimanente sono nell'uso loro in
lutto uguali a’ tre dimostrativi del $. preced. (8).
(5) Rare volte Coszùi e Costèi come subbictto trovansi; bene spesso
Però s'incontrano negli altri rapporti, cioè di obb. dir. , obb. indir. e nel
Possessivo. Questi pronomi pure di cose inanimate furon detti da alcuni.
Io ho meco questo anèllo. La virtù di COSTUI credo, che ’l1 mio perili-
lànte legno ee. ajutàsse. Filoc. 6o.— O Albèrio tedèsco ch’ abbandoni co-
STEI (1° Italia) ch’ è fatta indomita, e seloàggia. D. Purg. 6. .
,_.(6) Da quest'esempio e dal precedente puossi rilevare quanto sia falsa
l'opinione di taluni, che credono esser segno di disprezzo l’uso di questo
pronome, imperocchè approvati autori l’adoprarono, riferendolo anche a Dio.
(7) Adopransi talvolta con vaghezza i pronomi costisi, costèi, cosioro
nel rapporto possessivo, ponendoli tra l’ articolo cd il nome senza la pre-
sizione DI. La COSTUI professiòne era d’ amare santamenle e con in-
redibil costanza tutti i giovani fioreriini, i quali fossero buoni o nobili.
arc. stor. 10. — 42 COSTUI fempo Leone Papa quarto fece rifàre la chiesa
di Santo Pieiro e di Santo Pàolg. Gio. Vill. 2, 16, a. — Salabaètio,
lilo ec. 5° uscì di casa COSTEI. Bocc. nov. 80. —JIn Cipri ei in Rodi fu-
‘ono i romòri e’ iurbamènti grandi, e lungo tempo per le costoRO dpere.
‘ nov. 41. Cioè, La professione di costui, Al tempo di costui, Dicasa
di coslei, Per le opere di costoro. ‘-
(8) Questi pronomi riferisconsi anche a cose inanimate. Nel fempo ,
Me COLUI, che ’l1 mondo schiara }La faccia sua a noi tien meno ascòsa.
D. Inf. 26. — Io son COLEI, (parl. della morte) che sì imporiùna, e fèra
Gram. Ilial. 16
114 PARTE TERZA
TESTI.
Io ho assài con una colpa offesi gl Iddii uccidindo co-
LUI :/ quale ec. Bocc. nov. 98.— Tu dicevi, che eri con,
il quale questa notie avevi ucciso l'uomo? Id. ivi. — Vedîr
pensàro il viso di corer, Ch' avànza tutte l' altre maraviglie.
Petr. canz. 28.— Questa è COLEI, che tanto è posta in croce
Pur da coror, che le dovrian dar lode. D. Inf. 7.
Cotestùi, colestéi, e cotestòoro vagliono Cotésii; impe-
rocchè accennano uomo, donna, uomini e donne vicini a chi
ascolta, ed usansi, riguardo a’ loro rapporti col verbo, nella
stessa guisa che Costi, Coster, Costòro, ec.
TESTI.
Di coTESTUI non dico nulla. Passav. pag. 89.— Perch
battéte voi corestoRo? Nov. ant. 45. — Egli, ed ella ec. E
COTESTUI e COTESTEI di cotàl contrassegno di lettera maji-
scola non hanno di mestieri. Salviati, Avvert. 4, 3.— COTE-
STUI, che voléte per genero, ha preso un' alira mòglie. Au-
br. Cof. 5, 1.
*. IV. Desso, Dessi, Dessa, Desse, hanno più forza del .
precedenti; imperocchè oltre il mostrare la persona, quasi
m'asseriscono l'identità (9); ma in altro rapporto che in
quello di subb. non si trovano presso alcun autore, ed usansi
per lo più co'verbi essere e parere, come: To son DESS0;—dl,
Si è DESSO; — Tu non mi pari DESSO; —Sono DESSI ec. (10)
Chiamata son da voi, e sorda, e cieca. Petr. Tr. della morte, cap!
E nella stessa guisa che Costi, costèi, costoro, possono anche per m6-
gior leggiadria usarsi nel rapporto possessivo, frapponendosi tra l'articolo,
o la preposizione e il nome senza la particella DI. Acciocchè il polbsst
mètlere alle forche in CoLvI scambio. Nov. ant. 56. — Sùbila speràn:0
prendèndo di dovèr polère ancora nello stato reàl ritornàre per lo COLMI
consiglio. Bocc. nov. 17.— Se le giovani serve al COLEI grido da ogni parle
non fossono corse. 1d. Fiamm. 5, 116. Cioè, In iscambio di colui, Perlo
consiglio di coli, Al grido di colèi.
(9) Chiamati perciò da’grammatici pronomi asseverativi, che vogliono
dire Quello stesso, quel proprio, quella stessa, quella propria, ec.
(10) Talora si dicono ancora di cose. Che quello di che dubilacàmo
non fosse DeSSO. Bocc. nov. 18. — La voglio pure scrivere, e questa €
prssa. Vit. S. Gio. Bat. 250. Talora vagliono colui, colei, ec. To temo che
i parènti suoî non la dìieno prestamènie ad un altro, il quale forse non
sardi DESSO fu. Bocc. nov. 98. — 7? dico io di lei cotànto, che se mai!
ne trovai alcuna di queste sciocchèzze schifa , ella è DESSA. Id. DOP "i |
Le
Qualche volta per pleonasmo queste particelle vanno precedute dall a0
diettivo pronominale quel, quella, come: E n° ho sì gran terròr, che ©0
confèsso, Che mai più de’ miei di saro QUEL DESSO. Malmant. 11, 2.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 115
TESTI.
Parîndomi voi pur DESSO, m' è venùto staséra cento vol-
L voglia d'abbraccibrvi. Bocce. nov. 12. — Hai tu sentìto sta-
nòlte cosa nitna? Tu non mi par DESSO. Bocc. nov. 98. —
Ch' © erido: ell' è ben DESSA; ancòr è in cita. Petr. son. 290.
— Gridàndo: Questi è DESSO e non favella. D. Inf. 28.
DE' PRONOMI PERSONALI INDETERMINATI
ALTRI, ALTRUI (41).
8. V. Queste due voci debbono anch'esse come pronomi
personali di terza persona considerarsi, essendo a persone,
mai a cose, applicabili. |
Altri (12) trovasi sempre nel numero singolare, nel genere
maschile, e nel rapporto di subbietto, sebben talora, ma ra-
rissime volte, incontrisi preceduto dalle preposizioni di, ad,
e da, come: ALTRI /o faccia se vuòle—Se ALTRI mel dicés-
se, nol crederéi.—Nè voi, né ALTRI con ragione mi potrà
più dire, ch' io non l abbi veduto (13).
TESTI.
Ne vor, né ALYRI con ragiòne mi potrà più dire, che io non
l'abbia veduta. Bocc. nov. 8.— Ond' avovén, ch' ella more,
ALTRI sz: dole. Petr. son. 110.— Come avviene a' pupilli,
ALTRI spende, e logora, e consùma, e’! pupìllo paga. Mo-
relli, Cron. p. 254.— Dinàndal disse, ancòr se più disìi
Sapér da lui, prima ch'ALTRI ‘/ disfàccia. D. Inf. 22. —
Si vestieno i giòvani una cotia, ovvero gonnella corta, e stret-
ta, che non si potta vestire senza ajuto d' ALTRI. Gio. Vill.
12, 4.— Sentendo la Reina, ch Emilia della sua novélla
sera diliberàta, e che ad ALTRI non restàva a dire, che a
(11) Detti da qualche grammatico pronami di diversità, perchè dino-
tano diversità dî una cosa dall’ altra. o =
(12) Non confondasi questo A/zrî col plur. dell' addiettivo pronominale
Altro, altri, altra, altre. V. Sez. IV, Cap. VIII.
(13) Altri nel significato di uno o a/cùno. Egli si vuole inacquòre,
quando ALTRI il bee. Bocc. nov. 64. Ma ciò che sorprende si è, che que-
slo pronome trovasi talora adoperata in vece del pronome personale pri-
mitivo 70 col verbo in terza persona. Zoî potrèste dir vero: ma tullavia
non sappièndo chi questo si sia, ALTRI non rivolgerèbbe così di legsièro.
Bocc. nov. 3a. — Zo ve lo dico a fin di bene, perchè ALTRI non vorrèbbe
poi avèr cagione di adiràrsi. Deput. decam. p. 105. In questi esemp), dice il
| vocabolario, ALTRI sta per i0, ed il verbo, per proprietà di linguaggio,
in terza persona, in vece che dovrebbe essere in prima persona.
116 PARTE TERZA
lei. Bocc. nov. 59.— Von potendo da ALTRI ésser veduto, le
st gettò dinànzi ginocchiòne. Id. nov. 52 (14).
S. VI. Altrui del precedente è più indeterminato, e come
esso solo- adoprasi nel numero singolare e nel genere maschi-
le, e non rappresenta mai altro che l’obbietto, ora diretto,
ora indiretto, essendo riputato errore l’ usarlo qual subbietto
(caso retto), come: Za sciocchezza trae altrùz. di felice stato.
— Far male' altrùi.—Non ho detto male d'altrùi.— Gli fece n-
spondere da alirti.—L’ alirùi bene.— L'aliràùt capriccio — le
alirùi case ec. (Vedi la Nota 16.) (15).
TESTI
Che mena dritto ALTRUI per ogni calle. D. Inf 1.-
Egli s' ingegnàva di cacciùre ALTRUI. Bocc. nov. 27.— Ma
sì ch' io ho detto male d' ALTRLI. Id. nov. 1. E se s0 l'aves-
si, piuttòsto ad ALTRUI Je presteréi, ch' io per me l'adopròssi.
Id. gior. 4 proem.— Che io da ALTRUI, che da lei, udito
non sia. Id. nov. 23.— In ALTRUI figuràndo quello che di
se, e di lui intendeva di dire. Id. nov. 7. — Per ag quello |
/
da casa risparmiàre, si dispòse di giltàrsi a
voler logoràr dello ALTRUI. Id. nov. 40.
Giova osservare che innanzi ad a/irài, nel rapporto d'attr-
buzione e di tendenza (dativo), ed in quello possessivo, l
preposiz. ad e di possono con eleganza sottintendersi (10)
TESTI.
a strada, to
mn
To estimo, che egli sia gran senno a pigliàrsi del bene, quan
do Domeneddio ne manda ALTRUI. Bocc. nov. 4.— Uscime |
mai alcùno, 0 per suo merto, O per ALTRUI ec. D. Inf. $
(14) Avvi de'modi di dire in cui «2tri replicato, significa d'uno e Pa
, N N * peso)
tro, come : ALTRI (l'uno ) volèoa venire, ALTRI (l'altro ) restàre.— ALI
(1° uno ) lo usserìsce, ALTRI (l’ altro) Zo niega.— Tanto sa ALTRI (1° uno) 1
quanlo ALTRI (l’altro).
(15) Non mancan però esempj ove questo pronome come subbicttò
leggasi. E d’ altrui colpa, ALTRUI bdbidszzo s’ acquista. Petr. son. 634
perdonano ec. î mortàli, i quali ALTRUY avèsse dimenticati. Passav. 203.7 >
Aovegnachè ALTRUI lerga, che ella ec. Fiamm. 7, 8.
(16) L'articolo determinante, o semplice o composto, che spesse volte
precede a questo pronome, non è sun, ma bensi del susseguente Dome ,
espresso 0 sottinteso. Ciò per 2 ALTRUI case facendo. Bocc.Introd.— Penso ,
con gli ALTRUI danni ruffreddàre il suo fervènte amore. ld. nov. 21. 7 >
La forza dello ALTRUI ingègro. ld. nov. 25. — Nell’ ALTRUI sangue gil ba-
gnàalo e linlo. Petr. son. 29. — Con le voci umili, e munsuòle nel doma
dar l ALTRUI. Bocc. nov. 32. Abbandonarono le proprie case ec. e Ci
carono ALTRUI. Id. inlrod. — Egli si troverà aver messo l usiguuolo nello
sua, e non nell’ALTRUI. Id. nov. 44.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 117
— E kiénebre nostre ALTRUI fann' alba. Petr. canz. 3.
— Acerbo frutto, che le piùghe ALTRUI, Gustàndo, afflig-
ge più, che non conforta. Id. son. 6.
I SEZIONE QUARTA.
DELL’ ADDIETTIVO
TERZA PARTE DEL DISCORSO.
Mer
CAPITOLO PRIMO
DEGLI ADDIETTIVI IN GENERALE.
S. I. Gli addiettivi, siccome nella prima sezione di que-
sta Parte ($. IV) si è potuto rilevare, acceunano gli attribu-
ti, o le qualità naturali o accidentali de’ nomi.
Possono gli addiettivi dividersi in /sicz, in metafisici, in
attvi, ed in passivi. Le due prime divisioni si fondano sul
doversi le qualità de’ nomi, cioè delle cose da’ nomi rappre-
: sentate, sotto due aspetti considerare, come fisiche o reali, e
“ come metafisiche o casuali.
. $ IL Per addiettivi fisicz s' intedon quelli che negli ob-
} Detti accennano qualche attributo intrinseco, sviluppando l' i-
: dea espressa dal nome, con aggiungervi quella d' una qualsi-
‘i Voglia qualità esistente nell’ obbietto, ‘e che vi si suppone esi-
stere, perchè esiste nella nostra mente; di tali addiettivi, sono:
bianco, nero, dolce, amàro, grande, pìccolo, buòno, cattìvo, e
mille altri.
: Addiettivi metafisici diconsi quelli ch’ esprimono certe
|j modificazioni, o qualità accessorie, le quali, prodotte da circo-
Stanze casuali, ed indipendenti dalla natura degli obbietti, distin-
guono il nome solamente in quanto stia in relazione con altri
nomi; tali qualità sono: di possessione, di appartenenza, di fota-
lità, di diversità, di numero, ec.(veggasi Cap.IV e seg.della pres.
Sez.). Le altre due divisioni degli addiettivi, in a4//v7 ed in pas-
sii, riferisconsi alle modificazioni di a/izvità e di passività,
cioè alla capacità che riconosciamo negli obbietti di esistere,
agendo o sofferendo, vale a dire, che distinguiamo gl’ individui
per l'azione ch’ essi fanno sovr' altri individui, o per l' azio-
._ he ch'essi ricevono da altri individui. Tali sono quegli ad-
;; diettivi su’ quali in appresso più a lungo ragioneremo sotto
a denominazione di particip) attivi e passivi (vedi Sez. V.
Cap. I, e Sez. VI Cap. 111%, come: Amante, scrivente, leggen-
le, corrénte; amàlo, odiùlo, slimito, scritto, letto, cc.
sg
“a
118 PARTE TERZA
S. IIT. Risulta dalla precedente esposizione, che gli ad-
diettivi fisicé soli hanno la proprietà di qualificare i nomi,
perchè essi soli all’ idea principale, espressa dal nome, aggiun-
gono quella di qualche qualità, che I° obbietto , rappresentato
come segno caratteristico, in sè tiene: ove i metafisici lascia-
no al nome l'originale suo significato, senz' alcuna cosa mu-
tarvi, e senza aggiugnervi alcun nuovo sviluppo, esprimendo
semplicemente l’ azione della mente, dalla quale |’ ebbietto
sotto particolare aspetto è riguardato.
Ma per quanto sia giusta e ben ragionata la suddetta divisio-
ne, pure sembrami non poter la medesima esser di uguale
chiarezza a tutti gl’ intelletti; in oltre la seconda parte (? me-
tafisici) avendo mestieri di molte suddivisioni, e perciò dive-
nendo complicatissima, confonde piuttosto i meno sagaci, an-
zichè servir ‘oro di schiarimento.
Più intelligibile adunque credo dover essere la divisione
degli addiettivi in Qualificativi, Pronominali, Dimostraiwi,
Determinativi, Quantitativi e Numerah.
CAPITOLO II.
DEGLI ADDIETTIVI QUALIFICATIVI.
CS
S. I. Gli addiettivi gualifica‘ivi gli stessi sono, che gli al-
diettivi fisici. Segue dall’ uffizio dell’addiettivo intorno al no-
me, che nel discorso, ove trattisi di conoscere la qualità di
questo, per lo più l'uno accompagna l’altro; sovente però il
nome sottintendesi, o per dir meglio, l’ addiettivo riferisces
ad un nome mentovato antecedentemente. Ma sì nell' uno
che nell’ aliro caso l’ addiettivo dee sempre col suo none,
espresso o sottinteso, in genere cd in numero, concordare; vè
le a dire, la desinenza dell’ addiettivo deve, ed in genere
in numero, conformarsi a quella del nome. |
Gli addicttivi qualificativi per una figura chiamata Enallage
sogliono frequentemente porsi in vece de' loro nomi astratti
(vedi Sez. II, Cap. I, $. IV), nella stessa guisa che per la me-
desima figura ponesi sovente l’ infinito del verbo in vece del
nome astratto verbale: quindi possiamo dire 7 alto (4), il del
(1) Ma allora perdono affatto l'attributo di addiettivi, e prendon
quello di nome, ed in ciò differiscono da quelli i quali, avvegnachè soli
si trovino, e preceduti sieno dall'articolo determinante, od altra parli”
cella d'appoggio, pure rimangon meri addiettivi, che a qualche nome °
antecedentemente éspresso, o intieramente sottinteso, come sarebbe uomo,
oggèlto, cosa ec. sì riferiscono; così quando dico: L’avaRO nor si con-
tenla mai; — Il BELLO è sempre bello; —L’ONESTO dee preferirsi all'U-
STILE, intendo dire: L'uomo avaro, l’oggetto bello, la cosa onesta,
$
ETIMOLOGIA E SINTASSI 119
h, il giusto, il grande, ec. per ? altezza, la bellézzà, la giu-
slizia, la grandezza ec.; e ne’ vocabolarj tali voci si trovano
segnale suslantici. (2) |
E parimente per l’ anzidetta figura che gli addiettivi
possono divenire avverbj, come: alto, forte, chiaro, dolce, ec.
per altamente, fortemente, chiaramente. — Ora, tutto AvVER-
TO (apertamente ) #i dico, che io per niùna cosa lascerèi
di cristiàno farmi. Bocc. nov. 2. — Ahi lassa me che assài
CHIARO conòsco , come io it sia poco cara. Id. nov. 15.
—Chi non sa come DOLCE ella sospìra, E come POLCE par-
la, DOLCE ride. Petr. son. 126. .
$. Il. L’ addiettivo varia di genere e di numero cangian-
do la sua desinenza. Due sono le desinenze degli addiettivi
ilaliani : e ed 0 (3). La prima per amendue i generi, cangian-
dosi nel plur. in 2. La seconda è pel solo maschile sing.;
essa diventa a nel fem. sing., 7 nel plur. masc., ed e nel
plur. fem.; esempj: Servo fedele e attìco, Serva fedile e attica.
— Paese grande e popolàto, Città grande e popolàta.— Servi
fedeli e attivi, Serve fedéli e attive.—Paési grandi e popolàti
Ciò grandi, e popolùte.
OSSERVAZIONI SULLA CONCORDANZA
DEGLI ADDIETTIVI.
td
. $ IV. Quando nella frase vi sono due nomi del mede-
Simo genere, uniti mediante la congiunzione copulativa €,
‘addiettivo accorderassi con tutti e due, cioè nel plurale, e
nel genere di ognuno di essi, come : Piétro e Giovànni sono
POVERI.—Maria e Lucìa sono RICCHE.
2° Quando i due o più nomi sono di genere differente,
l'addiettivo si accorderà in numero con amendue, ma in ge-
Nere col maschio, come: Z/ padre e la madre sono CONTEN-
TI-Le figliuòle e i figliuòli sono MORIGERATI.
‘osa ulile.Laonde credo che nulla siavi di più erroneo,che questa espressione:
addiettioi presi sosfantivamente,che spesso incontrasi nelle grammatict e; quasi
Ica: addiettiviche fanno le veci di sostantivi. Love maila qualità può sostituirsi
alla sostanza ? e non potendosi ciò, l’addicttivo esprimente la qualità,
"on può certo prendersi sostantivamente, cioè in vece del nome espri-
Mente Ja sostanza. I
(2) Secondo il metodo comune fino ad ora seguito di così denomi-
Nre tutti i nomi di qualunque specie essi sieno. Nel mio Dizionario Uni-
versale della lirgua italiana, ec. tali voci sono contrassegnate come z0-
mi astraili, siccome tutti gli altri nomi vi sono indicati secondo la qua-
lità loro, e a tenore della divisione del nome da me esposta in questa
grammatica (Parte terza, Sez. Il. Cap. 1).
.(3) Sonovi addiettivi di doppia desinerza, come Fire e fino, ec. Ta-
luni ne hanno tre, come Leggiére, !cggiîri, leggiéro.
120 PARTE TERZA
3.° Nell occorrenza di due o più nomi di differente nu-
mero, o di differente genere, uniti non già dalla congiunzione
e, ma dalla preposizione con, l' addiettivo puossi liberamente
o coll’ uno o coll’ altro accordare, come: Essendosi Dionto
CoN gli altri giòvani messo a giucàre a tavole. Bocce. gior. 6.
fin — Il re cO' suoi compàgni Rimontato & cavàllo al reò-
le ostiére se ne tornàrono. Id. nov. 96.— Esséndosi la don-
na col giovane POSTI a tavola per cenàre, ed ecco ec. Id. nov.50.
4° Occorrendo nella stessa sentenza due o più nomi di
seguito, di genere o di numero diverso, senza che alcuna
particella gli unisca, l’ addiettivo si accorderà coll’ ultimo no-
ininato perchè si suppone che lo stesso addiettivo sia sottn-
teso per ognuno de' nomi antecedenti, come: Z/ vino, l'acqua .
il fuòco è BUONO.— Un tizzo, un carbòne, una favìlla € ATTA
dpr fuoco. ste
2 Quando due, o più nomi di cose inanimate $1 S©
guono, uniti dalla congiunzione copulativa e, l' addietuvo #
accordì pure.-coll’ ultimo, ogni volta che questo non n
parato mediante qualche voce del verbo essere, come : d
è se»
un, ch’ avéa T una e l'altra man Morza. D. Inf. 28 (4).- |
Ne la soprabbondùnte pietà et allegrézza MATERNA lo per
misero. Bocc. nov. 16 (3).
(4) Contro questa regola potrebbesi allegare il seguente esempio del
Boccaccio. Se così gridato avèste, ella (la gru) avrèbbe sosì l'allra coscia)
; id + DN È
e l'aliro piè fuòr MANDATA.
(5) Trovandosi con un nome di maschio un soprannome femmini®®, |
I addicttivo si accorda piuttosto con quello che con questo. Gli pr ieghi
non giocavano alcùna cosa, perchè quella bèstia (cioè Tofano) era pi
DISPOSTO @ volère, che ec. Bocc. nov. 64. Voglion taluni che, esse! uc
vi nella frase la voce femminina persona, relativa a nome masco” î
l'addiettivo debba accordarsi con questo anzicht con quella: Za RIE
quando è TRIBOLATO, e hae molla falica , si dice e pensa che Iddio!"
olmo» :
in odio. Fr. Giord. Pred. p. 133. — E/ è un hello uomo, e par person
_ a
molto da bene e costuMaTO. Bocc. nov. 12. Non sembra per altro quest
® kg . . LI “i u- n
regola sia generale, imperocchè e nello stesso Boccaccio ed in altri au.
° Ù . . . . . Ul ce
tori trovasi moltissime volte l'addiettivo accordato in genere colla Y°
persona. i |
° U . . . . ‘ é
Gli addiettivi Mezzo in senso di metà, e Salvo nel senso di ecce o.
. . ” . . se
fo, non s’accordan mai col none femminino, o plurale, col quale po”
. . O C) ogo . RX N ci
ser trovarsi, ma rimangono invariabili come avverbj); esempi: Once cun
e MEZZO per libbra. Gio. Vill. 12, g6. — La moneta di ventitre € de |
caràli. Id. 8, 53.— Una libbra e MEZZO di castròne. Burch. son. Rendel”
3,5.
gli la signoràa di Lombardìa, saLvo la Marca Trivigiàna. Gio. Vill.
SAL-
— Fècero ordine, e decrèto che ciascùno potèsse uscire dal bando,
vo quelli delle case ecettuàte per Ghibellini. Td. 9g, 317.
Il Corticelli, allegando gli avvertimenti del Salviati, vol. 1, € 3, P. a
insegna doversi parimente rimanere invariabile ‘1° addiettivo Tullo, pre
ceduto dalla particella per, e doversi dire: Soro séalo per TUTTO Roma
ilud- .
we gi è n
i
ETIMOLOGIA E SINTASSI 121
è. V. Tutte le regole già stabilite per la formazione del
plur. dei nomi (7. Sez. II, Cap. III, $. IL e seg.) sono pa-
rimente agli addiettivi applicabili; solo ripeterò, che le finali
co e go în addiettivi bisillabi cangiansi in ch: e ghi, come:
Ricco, ricchi; largo, larghi, ec.; ma gli addiettivi di più di
due sillabe’ cangiano semplicemente l'o in 7 senza aggiun-
gervi è, come: Faenàtico, fanàtici ; politico, polìtict; scolà-
sco, scolàstici: tranne antico , solingo, ramìngo, guardìngo,
| che fanno antichi, solinghi, ec. (17).
Sonovi alcuni addiettivi in co e go, che indifferentemente
‘ cangiano queste finali in ch ed in cz, m ghi ed in gi, come
r
sarebbero - pubblico, pràtico, sofistico, salvàlico, stìtico,
CI x 0 è. x . . e
mendico, anàlogo, ec., che fanno pùbblici, e pùbblichi; prà-
ua, e pràtichi; anàlogi, e anàloghi, ec.
Ù VI. I cangiamenti di genere e di numero non sono
e sole variazioni, alle quali vanno soggetti gli addiettivi qua-
hificativi: essi hanno al pari de nomi 1 loro accrescalzri, peg
gioralivi e diminutivi, indicanti aumento o diminuzione nella
*. 0 © è . © 0. . .
qualità, per cui i nomi distinguonsi; e le desinenze, che a tale
effetto sì aggiungono agli addiettivi, sono quasi le stesse che
quelle usate pe’ nomi, cioè per gli accrescitivi one, otto, occio,
L\ LV DI q
0220, come: dellòne, bravòne, grandòne, superbòne, grassòtto,
ellbecio, frescòzzo, ec.; per li peggiorativi acco e azzo, come:
grandùccio , poverùccio; cagnàzzo (brutto), brunàzzo, ec.; pei
diminutivi ello, erello, elto, icello, astro, ino, olino, iccio, igno,
ognolo, uccio, uzzo, come: cattivèllo , teneréllo, vecchieréllo,
h L) 0 \ N . LN x .
bianchétto, grandicèllo, rossàstro, biancàstro, magrìno, picco-
È . 67 CU) . q C) LI
ino, biancolino, gialliccio, stracchiccio, verdigno, o verdògno,
q È . e x
amarognolo ( alquanto amaro ), carùccio, umidùzzo, ec. che
al femminino cangiano l’o finale in 4 (8).
Ho guardalo per TUTTO la strada. Il cerco per TUTTO la casa, ec. in ve-
ce di Per tutta Roma, per tuila la strada, ec. Ogni cosa equivalente
dll'omne de’ Latini trovasi talvolta in senso neutro, come: Feggéndo OGNI
USA così disorrèvole, e così disparùto cominciò a rìdere. Bocc. 55.; nov. €
alora in senso femminino, come: OGNI cosa di fiori piena e di giunchi
suncala. Id. introd. ua n
(7) Le sillabe finali ca e ga negli addiettivi femminini si cangiano
sempre in che e ghe, come: Ricca ricche, bianca bianche, vagha vaghe,
larga larghe, ec.
(8) Sonovi addiettivi, che possono indistintamente prendere due o tre
delle suddette desinenze diminutive, e conservare quasi lo stesso signifi-
Calo, come: A/l0, alièito, alierèllo; umido, umidètto, umiduzzo; giùllo, gial-
letto, giallino , giullùccio; poco, pocolino, pochetto, pocùccio ; bianco, bian-
chètto, bianchìno, biancùccio, ec. Talora due ed anche tre delle già dette
Sinenze trovansi insieme in un solo addiettivo, come: Rosso, rossetto,
Fossellino ; bianco, biancastro, biancastròne, biancastronàccio. Per èssere
Gram. Ilal. 17
+
123 PARTE TERZA . .
TESTI.
Tu per questo la cosa mi lodàvi, Ch' ella era sì GRAX-
DONA, e rigogliòsa. Buon. Tanc. 4, 1. — Accertitevi che invi
porlo un BENONE GRANDONE, poichè oltre all' ésser buon
compàgno, pizzicate ancòra dî poéta. Caro, lett. fam. par. 1,
pag. 124.— Gli altri due giòvani, corsi a dove era quel Ric-
CONE, forzàvano ec. Fir. Asin. — Per Dio non vidi mai uò-
mint più BELLONI, né più rugiadòsi di questi. Caro, lett. par.
.2, pag. 137.— Ha in casa una Jura di queste stiùe,
tant alta BELLONA. Cecch. stiav. 4,
tarchiùta, giulìva, FRESCOCCIA e grassa. Lor. de' Med. Nenc.
— L' altro era un fanciùl PIccOLINO, che ancòra non avtva
un anno. Bocc. nov. 86.—Fu finìto il processo di Messer lo
tùdice sopma la morte di Pasquìno catTIVELLO. Id. nov.
1. Quel Pietro fu che con la POVERELLA Offerse a san-
ta chiesa il suo tesòro. D. Par. 10.—Io una è aggiugne
rò, da yna SEMPLICETTA donna adoperàta. Bocc. nov. 64. o
— Ma se due dì del consuéto strame I POVERACCI ma
rimàngon privi, ec. Malm. 4, 2.— Con una potentissima w-
ha e CALDUCCIA. come la mattina Allo spedùl si ;
vànda Be
dà la medicìna. Red. Cons. 1, 14.— Il gufo si ponga n
terra, în luògo un poco ALTERELLO, sicché sta dagli uccelli
veduto meglio. Cresc. 10, 25. — Tòrcon quelle BoccuCCE, Fan
quei visi AMAROGNOLI. Buon. Fier. g. 4, at. 5, sc. 16.—
Vide nuove ragiòni d' uve, al suo intendimento e dove bian-
3.T— Ella è GROSSOCCIA -
che di ragione VERDIGNA. Fr. Sacch. nov. 177.—/o non
vorrei che noi pigliàssimo un anchio ch’ e fosse ualche
vecchio debole, e inreRMmICCIO. Machiav. mandr. at. 4, sc.9.
S. VII In quanto al posto che l'addiettivo tiene nella c0-
struzione della frase, su di ciò v' è poco da ragionare. Gu- |.
sta la costruzione diretta, o sia semplice, che è anche quella |
‘ che segue l’ ordine naturale delle nostre idee, l’ addiettivo sem- —
pre dovrebbesi posporre al suo nome. Uòmo MAFERIALE € ©
rosso senza modo. Bocc. nov. 28. Ma nel'a costruzione
indiretta o figurata, per una figura detta Iperbàto, di cuì tan-
t uso fassi nella italiana lingua, gli addiettivi si possono a' n0-
mi loro premettere (9). O guàrnie MEMORABILI schiatte, quan
questo Menicùccio un cerlo BIANCASTRONACCIO senza froppa barba. Firo
nov. 7. sa |
(9) Talora leggesi il nome posto in mezzo a due addiettivi; costr”
zione molto usata dal Boccaccio. I quali (i due cavrioli) Ze parèvano lo
più DOLCE cosa del mondo, e la più VEZZOSA. nov. 16. — Un uomo di
ETIMOLOGIA E SINTASSI 125
AMPLISSIME eredità, quante FAMOSE ricchezze, ec. Bocc,
lutrod.— Madònna, io non so come PIACEVOLE relna noi
wreno di vor. Id. gior. 8. fin. — Quantànque fosse TONDO
e GROSso uomo. Id. nov. 253. — Giùnto m'ha amòr fra
BELLE e CRUDE braccia. Petr. son. 158 Ea
S. VIII. Ragionando sull'uso dell'articolo determinante
Sez. Il Cap. VII, si è dimostrato ($. X) quando si può e quan-
do si debbe replicare l'articolo innanzi a ciascuno de’ nomi
ove due o più di questi si succedono. Ma le regole ivi
esposte abbisognano d'uno sviluppo maggiore per applicarle
‘ anomi preceduti da un addiettivo.
Quando al primo de' nomi succedentisi, precede un addiet-
tivo che si riferisca anche agli altri, l'articolo determinante
non si deve replicare, ove non si voglia replicare parimente
l'addiettivo, altrimenti questo parrà riferirsi solo al primo no-
. me Dicasi dunque: Ze delizidse valli e pianùre; oppure, de
deliziose valli e le deliziòse pianùre, non già Ve deliziose valli
e le pianùre. i
$. IX Quando ad un solo nome s’ uniscono due addiet-
tivi, farà d'uopo esaminare se entrambe le qualità nello stesso
soggetto si possono addire; nel qual caso l'articolo che prece-
de al primo addiettivo non si ripete, come: Y saggi e zelànti
cittadini; i buòni e fedéli sùdditi; gli empj e perversi nemìci,
ce: o se ognuna delle due qualità, per natura fra loro oppo-
ste, ad un soggetto diverso debbasi riferire, ed allora la replica
dell'articolo è necessaria, come: I buoni ed i cattivi uòmini;
iveri ed i falsi amìci; è filosofi antichi ed i modérni, ec.:
se in questi e simili esempj si volesse tacere il secondo articolo,
ne risulterebbe un error manifesto, imperocchè la congiunzione
copulativa e riunendo ne' rispettivi nomi i due addiettivi, pre-
senterebbe l’idea contraddittoria di due qualità opposte nello
stesso soggetto.
SELLERATA cifa e CORROTTA, il quale ec. Id. nov. 32.—-A piè di una
BELLISSIMA fontana e curana. Id. ibid. i la
(10) Gli addiettivi per lo più si premettono a’ nomi proprj sì di per-
sone che di paesi e città; onde dicesi: IZ valoroso Achille; I arlificioso
Ulisse; il divîn Ariosto; la bella Amìinia; Vl inarricàbil Corrèggio ; la ric-
‘a Inghilterra; la popolata Francia; la deliziosa Itàlia, ec.
Hannovi alcuni addiettivi che variano di significato secondo che so-.
no posti o avanti o dopo il nome, come: galanti’ uòmo (uomo da bene,
Onorato), uomo galante (gentile, manieroso); gendi! uomo (nobile), uomo
° gendile (garbato); un grand’ uòmo (assai meritevole), un uomo grande
Gilto); un solo uomo (unico), un uòmo solo ( senza famiglia); una gran
‘084 (cosa maravigliosa), una cosa grande (estesa); una cerla. nolìzia
(non ben saputa), una notizia certa (indubitata); un doppio amico (due
| amici), n em}co doppio (falso); un semplice coniadìno (un solo), un con-
ladino semplize (inesperto, soro).
124 PARTE TERZA
CAPITOLO III.
DE' GRADI DI COMPARAZIONE.
S. I. Uno degli accidenti dell’addiettivo, è il grado di
comparazione. Possono due obbietti, sieno essi della stessa o
di diversa natura, la medesima qualità possedere, il che, atte-
so la necessità in cui siamo, di trovare delle differenze negli
obbietti onde distinguere gli uni dagli altri, c' induce a cercar-
ne nelle qualità loro, comparando queste per gradi, vale a di-
re, cercando se i due obbietti abbiano la stessa qualità
in grado uguale, o se questa nell' uno trovisi in maggiore 0
minor grado che nell'altro; e sono queste tre differenze che
in grammatica, Gradi di comparazione si chiamano, cioè Gra-
do x per grado maggiore, grado minore, grado massimo,
grado minimo, i |
| bi; II. Per cagione delle anzidette comparazioni gli addiet-
tivi dividonsi grammaticalmente in posilivi, che indicano sem-
plicemente la qualità del nome senza compararla con quella
d'un altro (1); in comparativi, che comparano la qualità
d'un nome con quella d'un altro, in grado eguale, o in gra
do maggiore, o in grado minore ; in superlativi, che portano
la qualità al più alto, o al più basso grado, e si suddividono
in superlativi relativi, ed in assoluti, gli uni e gli altri indi-
cando il grado eminente della qualità, ma questi ciò fanno po-
sitivamente senza comparazione, quelli comparando la quali
tà del nome con quella di altro nome. n
S. IU I gradi di comparazione vengono nel discorso m-
dicati ognuno da due particelle, una delle quali è la compa
rativa, e all'addiettivo premettesi, l’altra è la corre/aliva, e qui
congiunzione s'interpone tra l’addiettivo ed il nome o pre
nome dell’obbietto comparato. I
COMPARATIVI IN GRADO EGUALE.
Forrnasi la comparazione in grado eguale, con una delle.
seguenti particelle: così, sì, tanto, altrettànio ; che hanno pî
correlativa una di queste, come, quanto. Come, è la correla-
tiva di così e sì. Quanto, di tanto (2), esempj: Una pera 008
(1) Sonovi certi addiettivi incapaci di ricevere comparazione alcuna,
perchè le qualità da’ medesimi indicate, sono superiori a tutto quello che
si volesse da noi oppor loro in confronto; tali ‘sono: Divino, etèrno, pe
renne, mortale, immortale, ed altri simili.
(2) Tanto, alirettànio e quanio non sono qui che avverb)
tudine, e conseguentemente non sono sottoposti ad;alcuna legge di conce”
danza, nè di genere, nè di numero; possono per altro le medesime parl!”
di simili. *
ETIMOLOGIA E SINTASSI 155
dle 0 sì dolce come lo zucchero. — Questa tela è Si bianca
COME la neve.— Génova non era COSì potente COME Venézia.—
Egli fu TANTO modesto QUANTO dotto.— Uno spettàcolo AL-
TRETTANTO grande QUANTO terr)bile.— TANTO caloròso QUAN-
To Cesare. — Egli è ALTRETTANTO diligente QUANTO suo fra-
lello è trascuràto ec.
‘#.
.
TESTI. (3)
Delle femmine era COSì vago COME sono i cani de’ bastòni.
Bocce. nov. 1.— Se io avessi così bella cotta COME ella, sarèi
oliresi guardàta com’ ella. Nov. ant. 25.— Veramente è questi
| 00Sì magnifico COME uòm dice. Bocc. nov. 7. — Altri foriu-
EI
nali avvenimenti si vedrànno, così ne' modérni tempi avve-
nuti COME negli antìchi. Id. proem. — Pàreele così bello COME
il re l’avéa detto. Id. nov. 97.— TANTO le faccia Iddio trista
QUANTO 20 voglio esser lieto, ma COSÌ foss to sano, COME #0
non sono. Bocc, nov. 83. — ComE agl infermi del corpo e
| Così a quelli dell’ ànima dee l'uòmo aver pietà. Cavalc. pun-
gi. 45.— Se io potùto avèssi onestamènte per altra parte me-
nare a quello che io desìdero, che per COSì aspro sentiéro Co-
ME fia questo. Bocce. Introd.
f. IV. La comparazione in grado eguale può pure aver
luogo tra due qualità diverse nella stessa persona o cosa: £
però quella... Volta ver me sì lieta come bella. D. Par. 2.
Fassi talvolta la comparazione tra due nomi sostantivi (4) :
omo di piacevolìissimo ingégno ec. COME dimòstrano i suoi
bellissimi e dotti componiménti COSì in prosa COME in versi.
Varchi stor. Ed anche tra due verbi: Gli spaveniàit COSì òdo-
no la vanità del pòpolo come i consìgli de' savj. Dav. stor
celle essere addiettivi comparativi di quantità e di numero, de’ quali si
parlerà altrove. |
(3) Puossi elegantemente uma delle due particelle, o la comparativa,
o la correlativa, per elissi sottintendersi; onde si può dire: Un oratore
tloquènte quanto Cicerone ; un fruito dolce come lo zùcchero, sopprimen-
do nel primo esempio così, e nel secondo tanto. Ivi, com’ ora, che nel fuòco
ofina, Mi rappresènio (così mi rappresento) carco di dolòre. Petr. canz.
W8.—Un vestimènto di lino sottilissimo e bianco (così bianco) COME neve.
cc. nov. 96.—Niuna cosa fu mai del fuòco degna (così degna) come
sarti io. Id. nov. 23.—Quella inièndo io di guardòre e di servàre QUAN-
10 la mia vita durerà (cioè tanto quanto). Id. nov. 18.
(4) In vece della particella correlativa come, ripetesi talora la com-
Farativa sì, specialmente nella comparazione tra due nomi, o pronomi.
Questo re Rubèrio fu il più savio re che fosse tra’ cristiàni, sì di senno
naturale, Sì di scienza (in vece di come di scienza). Gio. Vill. 19. 9.—
Uh quanto m’ era ciò caro ad udìre, Sì per colùi che "1 diceva, Sì per
que' che ciò ascoltàcano! Bocc. Fiamm. 4.
126 PARTE TERZA
— Chi il commendò.mai TANTO QUANTO #u ? Bocce. nov. 5.
— Ma COME noi veggiùmo assùi sovente avvenìre ec. COSì di
questo pòvero palafrenièro avvenìia. Bocc. nov. 22 (5).
COMPARATIVI IN GRADO MAGGIORE E MINORE.
S. V. Le due particelle più e meno premettonsi all ad-
diettivo per indicare la prima, il grado maggiore, l'altra il
grado minore, di comparazione, come: Più ricco, meno ricco;
ed amendue hanno per correlativa una di queste: di (6), che.
Ma non in tutte le comparazioni di grado maggiore, €
minore si possono indifferentemente l'una, o l'altra delle due
mentovate correlative adoperare, e perciò buone saranno le
seguenti osservazioni.
4.2 Usasi necessariamente la prep. di, quando la seconda
parte della comparazione è uno de’pronomi personali nel rap-
‘porto di obbietto indiretto, cioè me, noi, te, voi, lui, lei, loro,
come: Più lieto di me. — Meno ne avèa di lui. — Più conve-
névole di te.— Più poderòsi di noi ec. sE NI
2.2 Adoprasi parimente il di innanzi a'pronomi dimostrativi
(5) Quando il secondo termine della comparazione trovasi essere uno
de' pronomi personali, o primitivi, o relativi, bisogna vedere se tal pro-
nome è il subbictto, 0 l'obbietto diretto del verbo che in tutte le compa-
razioni d’ eguaglianza sottintendesi: se n'è il subbietto, si adoprera una di
queste particelle: Zo, r0î, fu, voi, egli, èglino, ella èlleno ; se all’ opposto
n° è l' ebbietto diretto, dovrassi usare una delle seguenti: Me, zoî, fe, 00h
lui, lei, loro. Fa forza che tale differenza conoscasi da chiunque desidera
di scrivere, e parlare purgatamente la lingua, e schivare le viziose espres”
sioni, che tutto di odonsi dal volgo e da’ meno esperti profferire. Impe-
rocch: nulla intendesi più comunemente che le seguenti, o simili dizion! :
Egli lo sa come me. Io farò come te. Ella è ricca quanio lui, ec. Per
veder chiaro gli errori, che racchiudono tali frasi, si aggiunga ad ognu-
na delle suddette il verbo, che in forza della comparazione vi si sottinteo”
de: Egli lo sa, come lo so me. Io farò, come fai te. Ella è ricca, quan.
to lo è lui; non sono questi solecismi intollerabili? Dicasi adunque : 25°
lo sa come io, 6 come lo so io. To farò come iu, 0 come fai iu. Ella è
ricca quanto egli, o quanto lo è egli. Se tu vedessi Com’ 10 (vedo) la cal
tà che tra noi arde. D. Par. 22.—.Se io avessi così bella colta come ELLA
(ha). Nov. ant. 25.—Chi il commendò muitanto quanto TU? (il commen-
dasti). Bocce. nov. 31.— Tanto i faccia Dio sano delle reni quanto 10 (so-
no). ld. nov. a1. Ma quando il secondo termine della comparazione VIE
nce ad essere l'obb. diretto del verbo sottinteso, egli è necessario che s €-
sprima per me, fe, lui, ec., onde diciamo bene: Zo # amo come ME. Nov.
ant. 33 (cioè come amo me).
(6) L'uso della particella di nella nostra favella come correlativa de-
gli avverbj più e meno, ha luogo in forza delle parole @ paragone, %
comparazione, in confronto o simili, che per ellissi vi sì sottintendono, co-
me: Federico è più assiduo (in confronto) di Carlo.— Egli è più ricco (a
comparazione) di mio fratello e di me.—Noi siamo meno infelici (a para
gone) di lu.
——
ETIMOLOGIA E SINTASSI . 127
colui, colei, colòro, costui, costei ec., ed innanzi a que momi che
non possono esser preceduti dall’ articolo determinante, come:
Più scelleràto di colùi.— Meno débole di tutti — Più antica
di Roma ec.
3. Quando la seconda parte della comparazione è un
nome capace di esser preceduto dall’ articolo determinante,
questo alla prep. 4; uniscesi, formando insieme le particelle
del, dello, della, dei, deeli, delle, come: Più lucénte del
Sole— Men doito dello scolàro.—Più bianco della neve ec.(7)
42 La particella correlativa che debbe necessariamente
adoprarsi quando la comparazione fassi tra due qualità diffe-
renti, che allora la seconda parte viene naturalmente ad esse-
re un addiettivo, come: Più ricco CHE savio. — Men viriuòsa
cHE bella, ec. (8)
5. Usasi parimente il che quando la seconda parte della
comparazione trovasi essere un verbo o un avverbio, come:
Egli legge più che non iscrìve-— Parla più che non agìsce.
— Più dotto che non si crede.— Più ricco ‘che mai.— Più
oggi che Jeri, ec. (9) |
TESTI. (40)
— Nessùn visse giammài Di me PIU LIETO. Petr. canz. 46.
—Non so cui io mi possa lasciàre a riscuòtere il mio da
(7) Trovansi però moltissimi esempj negli autori, costrutti con la cor-
; relativa che sola, o seguita dall'articolo determinante, ancorchè la secon-
da parte della comparazione sia un nome. Che in fre maltine ri: olverà
ohi cosa, e rimarrài più sano CHE pesce. Bocc. nov. 83.— Egli è una
siovane quaggiù, che è più bella cHe una làmmia. \d. nov. 85.— Una
donna più bella assài cHE ’l sole E più lucènie ec. Petr. canz. 24.
(8) Usasi talora per seconda parte della comparazione, l’addiettivo
Pronominale quello, quel, preceduto dalla particella di, e seguito dal che,
. chiudendosi poi la frase o con lo stesso verbo della prima parte, espres-
_
Pv
% 0 sottinteso, © con qualche altro verbo differente dal primo. Ord’ ella
‘ssi Lucènte PIU assai DI QUEL CH' ell’era. D.Par.5.— Oscuri sempre Sono
0564 PIV gli oràcoli DI QUELLO, CH’ altri sì crede. Guar. Past. fido, at. 1,
X. V.-Ma le promìse, e la sua fè le diîde che farìa PIU DI QUEL CH'ella
i chiede. Ar. Fur. c. g. 57.
; (9) Terminandosi la seconda parte della comparazione con un verho,
‘ questo lo stesso che quello della prima parte ripetuto, sia altro verbo
"ferente dal primo, la correlativa che va sovente seguita dalla negativa
i ti Accèso d' altìssimo e nobile amore, forse riv assdicHE alla mia bas-
° condizione NON parrèbbe ec. Bocc. proem. — Molto PIU belle e PIU care
: ( si . .
* ME noî non siamo. Id. Introd.— 4ffligge PIU CHE NON corforta. Peir. son. 6.
tire (10) Facendosi la comparazione tra due rcrri sostantivi, le due Jar-
li e meno ‘sono censiderate come addiettivi, stando esse in vece
et o mincr numcro, 0 quantità. Sccrgîcasi in questo parlire di
U pempa CHE lecltà. Dov. enn. l'b 1.— Pariondclo con quella
fenerèzza CH' ella potèva. Fir. As. 120.— Più e PIU Sossi cingen li ca-
128 PARTE TERZA
loro, PIU conventvole DI te. Bocc. nov. 1.— Chi è PIU mì-
sero di colùi che i benefizj dimentica? Varchi stor. —
Quanto ciascuna è MEN bella di lei, Tanto cresce il desto,
che m' innamòra. Petr. son12.— Deh, se non hai del viso il
cor MEN dello, Non impedtr ec. Ar. Fur. c. 4. st. 355. — La
moglie, e’ figliudlo non mi sono PIU del padre e della re-
pubblica a cuòre. Dav. ann. lib. 1.— Ayputianci nor MEN
care che tutte le altre? o crediàm la nostra vita con PIU
forte caténa èsser legàta al nostro corpo, cuE quella degli al-
tri sia? Bocc. Introd.— Egli è una giòvane quaggiù che è
PIU delle cHe una lammia. Bocc. nov. 85.— Come colùi, che
era PIU che una donna pauròso. Bocce. nov.79.—Tu hai sapi-
lo PIU ch'io t'insegnài. Nov. ant. 76.
$. VI. Sonovi alcuni addiettivi ne' quali i gradi di com-
parazione d’eccesso, e di difetto irregolarmente si formano;
tali sono: grande, p’ccolo, buòno, cattivo, i quali, alla foggia
latina, cangiansi in altre voci affatto differenti imperciocchè in -
vece di più grande, più pìccolo, più buòno, più cattìvo, dicia-
mo maggiore, minòre, migliòre, peggiòre, che sono addieitvi
comparativi latini, passati a noi con poco travestimento (11).
TESTI.
To non potrei irattàre per la salùte de' na con |.
o di quello ,
che to ho trattàto. Cas. Lett. 21.— State certo che io n'ho MAG ,
GIORE voglia di voi. Machiav. com. — Del suo lume fa'l cielo.
MAGGIOR affeziòn d ànimo né con MIGLIOR mo
sempre quieto, Nel qual si volge quel c'ha MAGGIOR fretta
D. Par. 1.— Bene è miGLIORE 2 suo Iddio che il two.
Nov. ant. 78.— E molto MIGLIOR maestro che to non st
no. Bocc. nov. 50.— Onde discéende Dagli altissimi monti .
MAGGIOR /ombra. Petr. canz. 9.— Onde nel cerchio MINORE,
ov'è '1 punto Dell'univèrso. D. Int. 14.— Mentr' è di qua, la
donna di Brabànte, Sì che però non sia di PEGGIOR grég- >
gia. Id. Purg. 6 (12).
sièlli. D. Inf. 18.— Lo buòno pastore che avèa cento pècore, quando $ ,,
ne frovò MENO una. Stor. Barl. 36. — Facciasi con PIU onestàie e con Pil |
cortesta CHE fare si puole. Nov. ant. proem.
(11) Alle particelle più e mero, e agli addiettivi maggiore, minore
STI
migliore, peggiore aggiugnesi talvolta uno de’ seguenti avverb): Assai, molto, .
vie {roppo, di gran lunga, a gran lunga, che hanno forza d’ accrescere !
grado di comparazione. TROPPO PIU bellu gli parve che stimolo non arto ,
bocc. nov. 67. — Poco dinanzi a lei vedi Sansone Vie PIU forte, che 508
gio, ec. Petr. Tr. d’ Am. cap. 3. — Il profàlio, il qual voi trarrète sof?
maggiore A GRAN LUNGA della fatica. Segn. Man. Introd.
(12) Gli avverbj dere, e male, fanno i loro comparativi cangiandost
ella STO ee pm ca
ETIMOLOGIA .R SINTASSI | . 129
SUPERZLATIVER.
S. VII. I superlativi relativi, cioè i gradi massimo e mi-
himo di comparazione, si formano colle medesime particelle
piu e meno, precedute dall'articolo determinante #/, Za, è,
k, come: il più ricto, la più bella, i più dotti, le più vir
fuse, ec. |
Per correlativo de’ gradi massimo, è minimo, adoprasi
una delle seguenti particelle 42 (sola o unita all'articolo de-
terminante), tra, fra, che (13); esempj: Il PIU ricco DI tut-
ta la città.—La PIU della donna DEL suo tempo.—Il meNO
diligénte TRA tutti i miei scolàri.— Il PIU eloquinte TRA i
i greci oratòri.—Il MENO esperto DI noi. — Il PIU perfetto ca-
| piùno cHe È aniìca Roma abbia proditio.
—_ -
TESTI
Subito scorse il buon giudìcio intîro, FRA tanti e sì
bei volti IL PIU perfetto. Petr. son. 201. — ME farài IL PIU
leto ubmo del mondo. Bocc. nov. T7.— Raccòntano ancòra
che tra loro fu Ercole 1L PIU forte di tutti gli uòmini. Tac.
Dav. Germ.— Era IL PIU piacevole ed IL PIU sollazzivole
umo del mondo. Bocc. nov. 59. — Sarà IL PIU felìce e con-
tinto ubmo che si trovi sotto le stelle. Mach. Com.
Lo stesso dicasi de’ quattro comparativi maggiòre, minòre,
migliore, peggiòre, e degli avverbj comparativi meglio , e
Peggio, i quali. preceduti dall’ articolo determinante; hanno
pure forza di superlativo relativo. i
TESTI.
Dirò dì noi e prima del macciIORE, Che così vita e li»
erià ne spoglia. Petr. 'Tr. d'am. cap. 1.— Ciascùn sarìa
color vinto, Come dal suo MAGGIOR è vinto il meno.
D. Purg. 7.— Sentìa il MAGGIOR piacér, la MAGGIOR festa,
e sentir possa alcùn felice amànte. Ar. tur. c. 8, st. 81.—
Tra belle donne, a guisa di una rosa Tra miNoR fior né
in meglio e peggio, amendue derivati dagli addiettivi migliore e peggiore.
suoi compàgni racconia ciò che sanno MEGLIO di lui. Bocc. nov. 73.
—Picolètto di persona, bruito e barbucìno, parèa MEGLIO Greco che
francesco. Gio.'Vill. 12, 8. — Se” savio, e*niendi MF’, ch' io non RAGIONO.
+ Inf. a. — Che, lutto che stia mal, meria star PEGGIO. Ar. Sat.
., (13) I superlativi relativi altro non sono che comparativi alquanto
più estesi; e spesse volte, sopprimendo l’articolo, che precede alla par-
licella comparativa, il superlativo diventa comparativo ; onde: Crasso era
IL PIU ricco DI tutti i Romàéni; è lo stesso che, Crasso era più ricco che
egni allro Romàno, ec.
Gram. Iial. o 18
130. PARTE TERZA
lieta, né dogliòsa. Petr. son. 244.— Jo sarò il MIGLIOR ma-
‘ rito del mondo. Bocc. nov. 28. — I) MIGLIOR tempo del mon-
do prendéndo de modi di Calandrìno. Id. nov. 89.— Che
col PEGGIORE spirto di Romàgna Trovàì un tal di voi, che
per su’ opra ec. D. Inf. 335.— £eli era il PEGGIOR uòmo che
. forse mai nascésse. Bocc. nov. T1.—J/ mal mi preme, e mi
spavénta il PEGGIO. Petr. son. 206. — E veggio ! meglio ,
ed al PEGGIOR m' appiglio. Id. canz. 39.— 0 quante volte
avvénne, Che si ricorda un savio detto antico, Che l' uòmo
ha solo il mEGLIO per nimîco. Morg. 26.
S. VIII. Sovente le particelle più, e meno, indicano i
gradi massimo o minimo di comparazione, anche senza
essere dall’ articolo determinante precedute, e segnatamente
quando , o l’addiettivo precede, in vece di seguire il nome,
o la seconda parte della comparazione è un verbo.
TESTI.
Quello ne’ miei parlàri biasimàndo , che nell'ànimo m'era
PIU càro ec. Bocce. Fiamm. 1.—J nemici PIU furiòsi con
loro ate persòne, e lunghe aste feriscono da .discòsto. Da-
vanz. stor. lib. 5.— Z/ tuo padre ti manda quesio per con-
solàrti di quella cosa che tu PIU ami, come tu hai lui con-
solàto di ciò che egli PIU amòdva. Bocce. nov. 54. — Or mira
A qual di quesi PIU si rassomìglia L'uòm' di cui parli.
Guar. Past. fid. at. 5, sc. D. |
S. IX. I gradi maggiore, e minore possono essì stessi di
nuovo esser comparativi in grado uguale; per la qual com-
parazione noi adopriamo Tanto più, tanto meno , tanto mag-
giore, tanto minòre, e che hanno per correlativo Quarto più,
quanto meno, o solamente guanto o cotànto (14).
TANTO PIU dalla natùra conosciùto, QUANTO essi hanno
PIU riconosciménto che i giòvani. Bocc. nov. 10.— Ridùrle ad
una quiete ch'abbia ad ésser TANTO PIU durévole, QUANTO
sarà PIU onorécole. Bent. Lett. 16.— TANTO parce loro PIU
bella che il dì passàto QUANTO lora del di era PIU alla
(14) Tanto più ha talora per correlativo Quanto meno, come in questo
esempio del Bocc. nov. 65: Essa TANTO PIU impazientemènie sositenèoa
questa noja, QUANTO MENO si sentiva nocènfe: E talora ha solo Pit per
correlativo. QUANTO PIU m' avvicìno al giorno estrèmo ec. PIU veggio "1 tem-
po andar veloce e leve. Petr. son. 25.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 151
bellezza di quella conforme. Bocc. nov. 61.—Ah che TANTO
PIU czeco Son 10 di le, QUANTO PIU sono amante! Past. fid.
at. 3. sc. II.—QUANTO € PIU sublime /a foriùna, TANTO
i disàstri sono Più gravi. Maff. Merope, at. D.—E TANTO
QUANTO /u sez PIU sciocco, e PIU bdestiàle, COTANTO ne divie-
ne la mia gloria MINORE. Bocc. nov. 65.—TANTO PIU an-
cora QUANTO egli mi pare che niuna. persòna altri che noi ci
sia rimàsa. ld. Introd. — Y° è TANTO MINORE i/ dispiacere ,
QUANTO vi sono: PIU, che nella Città, rade le case e gli abi-
tànti. 1d. lbid.—Ma come noi veggiàmo assài sovénie avve-
nìre TANTO /' amòr MAGGIORE farsi, QUANTO la sperànza
diventa MINORE. Id. nov. 22.
SUPERLATIVO ASSOLUTO.
S. X. Il superlativo assoluto; il cui ufficio è di dimostrar
la qualità di un oggetto nel grado più eminente senza com-
pararla con quella d’ altro oggetto (45), non formasi già co-
me il superlativo relativo, mediante qualche antecedente par-
ticella comparativa, ma col cangiare la vocale finale dell’ ad-
diettivo in zssimo, issima, issimi, issime, come: bello, bel-
lissimo, @, è, e; caldo, caldìssimo, a, i, e, ec. (16)
I quattro addiettivi acre, celebre, integro e salùbre for-
mano questo superlativo alla foggia latina, cangiando le silla-
be finali re e ro in errimo; quindi dicesi: acérrimo, celebèr-
rimo, inltegerrimo, saluberrimo, in vece di acrìssimo, celebris-
simo, integrissimo, salubrìssimo. Quantunque contra questa
regola leggesi nel Bocc. Fiamm. 6, 65: Colù: che fu del no-
(15) Ciò non ostante può questo superlativo, ad imitazione del latino,
aver talora relazione comparativa con altre cose dello stesso genere; ma
în vece che i Latini usavano in tale combinazione il geritivo, noi adopria-
mo ]e particelle dî, #ra, oltre a, ec. La nulùura umana è perfellissima
DI /uite le alire natùre. Dante.—O soeniuràlo TRA iulli gli altri svenlura-
lissimo! Fiv. Lucidi. —Nella egrègia città di Fiorènze OLTRE AD ogni attra
ilolica bellissima. Bocc. Introd.—.St come Vl uòmo, quando è perfetto, è
ollimo ‘DI lutti gli animàli. Amm. ant. 256. .
(16) Gli addiettivi in co e go ricevono un’ A tra il c o il-ge le fi
nali issimo, ec., come ricco, ricchissimo j stanco, slanchìssimo ; lungo, lun-
ghissimo ; vago, vaghissimo ec. Negli addieltivi posilivi in 70 dittongo, nell’
aggiungere le terminazioni sssimo, ssima, ec. puossi volendo, troncare o
Yo finale solamente, o l’intero dittongo io, e dire seviissimo 0 savissimo
da savio; caparbiissimo o capartissimo da caparbio. Ma l’i del dittongo
o dcesi troncare unitamente allo nelle desinenze cio, chio, glio, e gio
onde si scriverà guercissimo da guercio ; cecchissimo da vecchio; vermi
glissimo da vermiglio; malcagissimo da malcdgio. Allapposto l'i deve ri-
manere, ove io non formi dittongo, ma bensì duc sillabe distinte, come
in yi0 che colle desinenze del superlativo farà y'lssizzo.
*
152 PARTE TERZA
stro peccato cagiòne, colùì di quello è stato ACRISSIMO pur-
gatòre; e in una delle lettere del Galileo: Senza ricecere e
dure compila satisfaziòne e giustificaziòne delle verità 1INTE-
GRISSIME di quanto ho scoperto, osservàto e scritta Questi
due esemp], di. pajono esser soli, non danno abbastanza au-
torità per imitarli.
S. XI. Gli, addiettivi Suono, malo, grande, piccolo, hanno
due maniere di formare il superlativo assoluto, l'una regolare,
come bonìssimo, malissimo, grandissimo, piccolissimo; V al-
tra irregolare alla latina, cioè dllimo, pessimo, màssimo, mì-
nimo (17). Le volte piene di OTTIMI vini. Bocce. gior. 3. prin.
— Essendo stato un PESSIMO uòmo in cita, în morte è ripu-
tàto per santo. Id. nov. 1.—Za MASSIMA attività de' raggi
solùri. Sag. nat. esp. 4.—Zo MINIMO gent.r di sua delizia. D.
Par. 31. (18). i
(17) Ottimo e pèssimo possoro ancora aumentar di grado, ricevendo
1’ uno la finale issimo, cioè otlimissimo, ed essendo l’altro preceduto dalla
particella più. Questa locuzione è non solamente assai buona, ma ezian-
dio mollo òliima, cioè OTTIMISSIMA. Varchi Ercol. 16$.—E già sopra Fa-
lèrno copèrlo di vigne portànle vino OTTIMISSIMO ec. Amet. 70. — Colui ch’ è
PIU PESSIMO e crudèle di tulli gli uonzini. S. Gio. Cris. opusc.
(18) Un addiettivo positivo ha talora forza di superlativo per essere
© preceduto, o seguito da qualche dizione esprimente il supremo grado,
come sarebbe: sopra ogni aliro j senza modo ; fuor di misura; senza fine,
ec. Come stimava il prence SOPRA OGNI ALTRO felice. Bocc. nov. 17. —
Uomo materiale e grosso senza MODO. Id. nov. 28.— Dolènle FUOR DI MI-
SURA ec. Id. nov. 17. Gli avverbj eslremamente, superiormente, singolar-
mènle, infinitamènie e simili, posti innanzi ad un addiettivo positivo
forman di questo un superlativo, come: estremamente avaro, superior-
mente buono, singolarmente dotto, ec. Formasi parimente una specie di
superlativo per la ripetizione dell’ addietlivo positivo; onde diciamo : du-
ro duro per durìssimo; freddo freddo per freddissimo; buono buono per
.bonissimo ; piccìn piccìno per piccolissimo; allàto allàto per vicinissimo,
.ec. Finalmente si possono alcuni addiettivi positivi convertire in superlativi,
contraendosi in una sola parola colle particelle arci, fra, stra, tome: ar-
cibuono, arcidùuro, arcivèro, arcisicuro, arcisquisìto, ec. per bonìssimo, du-
rissimo, verìssimo, sicurissimo, squisitissimo ; tragrànde o stragrande per
erandìssimo; trapiccolo 0 strapìccolo per piccolissimo; trarìcco 0 straricca
per ricchissimo, ec.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 1355
CAPITOLO IP.
DEGLI ADDIETTIVI PRONOMINALI.
S. I. Gli addiettivi chiamansi pronominali quando porta-
no due caratteri, e d’ addiettivo, e di pronome; indicando, co-
me addiettivi, qualche rapporto accidentale e variabile di un
nome qualunque che con essi trovisi, o al quale sieno relativi;
e prendendo, in qualità di pronomi, le veci dell’ istesso no-
me, sì di persona, come di cosa.
Sonovi quattro sorte di addiettivi pronominali, cioè Pos-
sessivi, Congiuntivi, Destributivi, ed Indefiniti.
ADDIETTIVI PRONOMINALI POSSESSIVI.
S. II. I pronominali possessivi considerati come addiettivi,
denotano la proprietà o l' appartenenza di una persona all’altra,
o di una cosa all’alira, esprimendo il rapporto di chi possiede
colla cosa posseduta, concordando in genere, e in numero con
quest ultima; come pronomi poi, essi rappresentano il nome
del possessore. |
Gli addiettivi pronominali possessivi derivano da’ prono-
mi personali me, noz, te, voi, sé, loro: e come questi in tre
persone si distinguono.
. TAVOLA
DEGLI ADDIETTIVI PRONOMINALI POSSESSIVI.
masc. em.
Mio, mia. (1) ; i
Prima persona Miei, mie, cioè di me,
Nostro . mostra. sea ge ri
Nostri, nostre. cioè di noi.
Tuo tua. i ;
ona Tuoi, (2) tue. cioè di te.
Vibo al Vostro, Vostra. cioè di voî.
Vostri, vostre.
(1) Mia, per miei, e mie, è modo di dire plebeo e vizioso. i
(2) Tui per tuoi si disse forse a cagione della rima. Mi domando :
chi fur li maggior Tui? D. Inf. 10. Mandami solo un degli àngeli Tui.
org. 1, I.
134 PARTE TERZA
Suo, sua. (3) : i
Teresa persona Suoi, Suo', sue. (4) i cioè Ai st.
Loro, loro. (5) cioè di loro
S. III. Tutte queste particelle accompagnate dal nome
rappresentante la persona o cosa posseduta, hanno per lo
più innanzi a sè l'articolo determinante 2/, Za, 2, Ze (0).
(3) Per iscansare qualunque anfibologia, in vece di suo e sua adopra-
si di lui, dj lei ad imitazione del latino ove in tal caso usasi E/us in ve-
ce di Suus, a, um, ogni volta che la persona, o cosa posseduta appartie-
ne a persona diversa da quella del subbietto del verbo. Quando dico, per
cagion d' esempio : Il padre scrisse a Pietro ed A svo figlio. —Il principe
vide la confèssa con SUA nipote : fo intendere che il figlioèt del padre subbietto
del verbo scrisse, e che la r2ipole è del principe, subbietto de! verbo vide ; ma se
il figlio è di Pietro, e la nipole della contèssa, egli fa di mestieri dire; Il
padre scrisse a Pielro ed al figlio DI LuI.—Il principe vide la contèssa colla
#ipole DI LEI.
Di lui e di lei, dice il vocabolario della Crusca: in ‘questo senso
possessico , posti tra l’ articolo ed il nome a cui si riferiscono, forse
‘ non mai usati nel buon secolo, sono schivali da’buoni autori, —In le rico-
noscèndo LA DI LvI inmdàgine. Pecor. gior. 23, nov. 2.—LA DI LUI sole
udine. Fir. Asin.—Una DELLE DI LEI sorgènti. Id. ibid. 138. Lei trovasi
pure talvolta tra l’articolo cd il nome, ommessa la preposizione di.— Sin
gegnàva di lenèr pasciùto di parole IL LEI desidèrio. Pecor. gior. 25, nov.
2.—E questa fu LA LEI forma. ld. ibid. Ma tutti questi modi di dire s0-
no, secondo il savio avviso del vocabolario, da fuggirsi.
(4) Sui per suoi è poetico. Du quel ciel che ha minòr li cerchi SU.
D. Inf. 2. Sua, per suci e sue, è modo volgare ed erroneo, quantunque
leggasi presso qualche antico. Vide li servi e suddili SUA mollo ordinàli. ît.
Sacch. nov. 2.—Z7 farà salvi se osserverèle le comundamènta sua. Vil
S. Gio. B.— Diede fede alle sua parole. Bocc. nov. 18.
11 vocabolario della Crusca cita due esempj, l’uno del Boccaccio, l'al-
*ro del Villani, in cui suo trovasi per sua; ma ciò che più sorprende si
&, che lo stesso vocabolario dice esser ciò per proprietà di linguaggio € pf
)' armonia. Lei sempre come suo sposa, e moglie onoràndo; l'amo. Bet
nov. 29.—/ènere nel Leòne gradi olto, faccia di Salùrno , e contrade
alla SUO triplictà. Gio. Vill. 12, 8. L'ultima edizione del vocabolario, fa
ta a Bologna, porta per altro, in seguito de’ due e:cmpj suddetti, la disaP
provazione del Monti, il quale asserisce, che ne’ buoni testi leggesi sU
È questa improprielà di parlare e sconcordanza, soggiugne quest’ uomo
sommo, non può divenlare eleganza per l' autorilà di un copistu,o di uno
<«tampalore. i
(5) In vece dì Zoro, .trovansi non di rado nei più approvati scrittori,
suo, suoi, sua, suc; come: Non «or Yimàse acèrle nè mature Le mem
bra mie di lì, ma son qui meco, Col sangue sto. D. Purg. 26.— Che po
iràn dir li Persi @’ costri regi, Con è vedrànno quel volume aperto Ne
qual sì serìvon tullti suor dispregi? Id. Par. 19.—Efànii sono in terre
grandissimi cnimoli cc. e delle ossa SUE è l’acoliv. Put. comm. Inf. 3i.
(6) L'articolo è superfluo, e si ommette ogni volta che qualche altra
particella determinante precede a’ pronomirali possessivi, onde servir l0-
ro d'appoggio, come sarebbe: guesfo, certo, ogni, ec. Se tu di contenti ©
lasciàre apprèsso di me QUESTA TUA figliuolètta. Yocc. nov. 13.— QUESTA
deilezza MIA sarà mercède Del ironcator dell’ esecràbil testa. Tass. Ger.
t
F
PIERI
da
ETIMOLOGIA E SINTASSI 135
TESTI. .
Per quanto hai tu caro 1L MIO amòre. Bocc. nov. 44.—
Una DELLE SUE più care gioje del mondo gli mandò. Id.
nov. 54. —1 MIEI sospiri che addolcìscon I àura. Petr.
canz: 58.— LA MIA Poflria mi ha nutricàlo saviaménte, e
che poss’ to ec. Ammaest. ant. 2, 6. — Meritino el Iddìi sì
alta fatica a te graziòso, il quale sì accellécole IL TUO ver-
so hai posto ne’ NOSTRI orécchi. Bocc. Amet. 23.—1o vi
voglio dire ciocchè 1L vostro amico mi fece stamàne. Bocc.
nov. 235. — Non son rimùse acérbe nè matùre Le membra
MIE di là, ma son qui meco Col sangue suo e con LE SUE
giuniure. D. Purg. 26.— Ed érano GLI occhi SUOI di quel
colore che lo grifone. Buti, com. Inf. 4. (7) — Alle lor grida
IL MIO dottor st aitése, Volse il viso ver me ec. D.
Inf 16. (8) © ;
S. IV. In generale si fa precedere il pronome possessivo
dall articolo determinante, quando vuolsi il nome della cosa,
della persona determinatamente prendere, cioè in tutta l’esten-
sione, o restrignerlo ad una certa classe, o ad un certo nu-
mero d’ individui, o anco ad un sol individuo, come si è
potuto vedere ne’ di sopra citati testi (9). Ma all'opposto sop-
primesi l'articolo, come di niun uso, quando prendesi il si-
gnificato del nome in senso generale, senza determinarne
c. 16. st. 66.—To non posso più soffrìre QUESTI TUOI modi. Bocc. nov. 64.
—0 molto amàlo cuore, OGNI MIO ufficio verso te è fornito. 1d. nov. 31.
—Gli venne un messo da CERTI svOI grandissimi amici. Id. nov. 5o..
(7) Quando non v' ha luogo d' ambiguità, ommettesi sovente il pro-
nominale possessivo per la figura chiamata ellissî e segnatamente innanzi
a nomi di parentela, e innanzi a quelli indicanti qualche parte integrale,
d'un intiero, come per esempio qualche membro del corpo. LA MOGLIE e
"L FIGLIVOLO mi son più del padre e della repùbblica a cuore. Dav. Ann.
lib. 1.—Era usalo Tancrèdi di venìrsene alcuna volta iultto solo nella cà-
mera DELLA FIGLIUVOLA. Bocc. nov. 31. — Che forài tu 6’ ella IL dire A” FRA-
TELLI? Id. nov. 43.— E’l nome, che NEL corRmi scrisse amore. Petr.
son. 5.—Aprite li sepolerivoi ricchi e giovani, che andàle COL PETTO eso. Serm.
S. Agost.—Già f° ho vedùto co’ CAPELLI asciùtti. D. Inf. 18. Non di rado
è maniera vaga di usare i pronomi personali mi, ci, ti, vi, si, gli, le, in
vece di r250, tuo, suo, ec. come ne’seguenti, e simili modi di dire: Me Zo
prendo in braccio. Mi si sirugge il cuore. Egli le si gellò a’ piedi, ec.
(8) Si può, secondo che l’armonia o la forza del discorso lo richie-
) premettersi il pronominale possessivo al nome, o questo a quello, o
anche porre il primo in mezzo all’ addiettivo ed al nome; di tutte queste
maniere incontransi mille e mille esempj negli autori, si antichi come
moderni.
(9) Non è peraltro questa regola generale, imperocchè non mancano
esemp), in cui, avvegnacht il senso sia generico, pure l'articolo non as-
156 PARTE TERZA n
l' estensiofie, o fue quando vuolsi indicare ùno o alcuni in!
dividui indetermipatamente tra molti (10).
TESTI.
In luogo dî quello che morto era, il sostituì e fecelo
suo maliscalco. Bocc. nov. 18.— Ordinò ad Annio sto tri
bùno militàre che gli recàsse quel capo venerivole imman-
tinénte. Notti Romane. — Cimòne così detto, tacitamente al-
quànii nòbili giòvani richiesti, che SUOI amici érano. Bocc.
nov. 41. — Mostràndo ch' ella fosse in casa de' SUOI parenl.
Bocc. nov. 85.— Cesare scrisse al senàto, che în particolire
a qualìnque si lamentàsse de' suor liberti, si facésse ra-
gione. Tac. Dav. Ann. — Quando fia TUO, come NOSTRO
signòre. Petr. Trion. d'Am. cap. 4. (11)
In questi esempj maliscàlco, tribùno, umìci, paréni,
libérti, signòre, sono presi in senso partitivo, e portano il
significato di un suo tribùno, o uno de’ suoi tribùni; un suo
maliscàlco; alcùni dei suo? parenti, ec.
S. V. Pare da gran numero di esempj ne? classici, che
debbasi sopprimere parimente l'articolo determinante innanu
al pronome possessivo, quando il susseguente nome è quello
compagna il pronome. possessivo. Com’ e’ vedrànno quel volume apèrio,
Nel qual si serivon tutti suor disprègi? D. Par. 19. — Di questaira di Do
£ NOSTRA correzione mandàta sopra i mortàli. Bocc. Introd. — Qui cid
osTRA gente avèr per duce Varròne. Petr. Tr. della F. cap. 3. — Pàssar ,
VOSTRI #riònfi, e vostRE pompe. Petr. Tr. del Tempo. — Se Germàni €
Galli vi condurrànno alle mura di Roma vostra patria, combatlerèkele
voi ?. Dav. Tac. stor. cap. 3.
(10) Sonovi inoltre numerasi modi di dire, in cui per proprietà di *
linguaggio, da’ pronominali suddetti si toglie via ogni appoggio d'articolo —
o d' altra particella come: A mia posta, a mio cennò, di mia testa, 0
luo gusio, a nostro talenio, per mio conto, in tua balia, in sua vect,0
suo riguardo; a. mio, a tuo, a suo dispetto; a mio, a tuo, a suo potere;
gua presènza, contro sua voglia; mio, tuo, suo malgràdo ec. To non Be
so far caldo e freddo a MIA posta. Bocc. nov. 44. — Questi sgrida în SU0 ©
mome il troppo ardìre, E incontinènie il ritornàr impone. Tasso, Ger. €. da
st. 53 — Ed io contra SUA voglia; altrònde ’1 meno. Petr. son. 39»
(11) Usasi anche la particella un nel sing. e alcuni nel pi. innanzi .
al pron. poss. in vece dell'articolo, quando indicar vuolsi un certo DU
mero tra molti, e qualche volta anche per sola proprietà di lingua, onde >
dar più forza e grazia all’ espressione. Passando egli da una. possessione
i Si
ad un’ alira con un SVO bastone in collo. Bocc.nov.j1.— Avevano una lor ;
sorella chiamata Lisabètta. Id. nov. 85.— Trocollo con alcuni SUOI vene
Id. nov. 88. Non puossi negare’ che sovente la presenza dell’ articolo i9-
nanzi al pron. possess. diversifichi il senso della frase; chi non vede la dille-
renza tra queste due espressioni? Yo sono voslro amìico,e io sono il vostro
amìco. Non è egli chiaro, che il primo modo mi dice essere uno dei 00
siri amìci, e il secondo il primo o il solo vero amìco che abbiàle?
= 2 o —
ETIMOLOGIA E SINTASSI 157
di qualche stretta parentela, come: padre, madre, fratéllo ,
sorella, mario, moglie, ec., o di afta dignità. come: maestà,
altezza, eccellenza, ec. Così nel Boccaccio (12): Io il dirò
A MIO FRATELLO. — Egli ha TUA SORELLA per moglie.—Io
voglio che tu ti vada, e. meni teco TUA MUGLIE, e TUO pic-
ciolo FIGLIVOLO. — Signòre voi dalla povertà di MIO PADRE
togliendomi ec. — Se il conte ama MIA FIGLICOLA nol so,
ma eglh ec.— Mio FIGLIO dov'è, e perchè non è teco? D.
Inf. 10.—S'? °/ dissi, unqua non véggian gli occhi miei Sol
chiùro, e SUA SORELLA (la luna). Petr. canz. 34. — L’ an-
no MDXAXAXV che sua maEsTA' fu in Firenze. Varchi,
Stor. 9. — Ma ebbi più ch'a lui, rispétto al loco, E riverén-
zia, & VOSTRA MAESTADE. Ar. Fur. c. 17, st. 125. — Noi
due, secondo che a me pare, stiamo assùi bene con SUA
ALTEZZA. Fir. disc. an. 14.
Pare altresì che quando il pronome possess. al nome è
posposto, 0 quando tra esso ed il nome trovasi qualche ad-
diettivo qualificativo, l'articolo non si possa omettere, come:
i padre mio, la madre mia, la sorèlla mia, l'altézza vo-
stra, iL vostro buon cognàto , il mio dispietàto padre, ec. (13)
8. VI Ama il pronominale possessivo restare senza ar-
licolo, e senza alcuna altra particella d'appoggio, quando va
congiunto con qualche voce del verbo ESSERE.
TESTI.
Fu la divina grazia sì favorèvole, che infra pochi di,
la mia perdùta libertà riacquistài, e come io mi soleva così
sono M10. Bocc. Laber. — Son dispòsta, posciaché vi piaccio,
a voler ésser VOSTRA. Bocc. nov. 74. — Né mi offerir di dar
(12) Eppure ne’ Classici leggesi qua e là qualche esempio in cui
l'articolo accompagna il pronome possess. anche innanzi a’ nomi di pa-
fentela o di digaità. Che dirèsle signora se io vi facèssi IL vOSTRO figliuò-
lo maggiore riavère? Bocc. nov. 16.—Ecco IL TUO figlio. Past. fid. at. 1.—
ÀLLA SUA altèzza Divènni-*servidor con somma cura. Pocc. Teseid. 85. —
Avendo riguardo ALLA vOSTRA Eccellenza. Id. nov. 49. Del rimanente quan- ‘
do il nome di parentela o dignità sta nel plurale, l'articolo sempre
esprimesi. i l
(13) Stranissima è la costruzione che qua e là nel Boccaccio, in Dan-
te, ed in qualche altro antico, vedesi fatta delle particelle mio, mia, suo,
sua, mutate in m0, ma, so, sa, ed affisse ad altre voci. MOGLIAMA no?
mi crederà. Bocc. nov. 76. — Godiàmci i danàri et a MOGLIATA di che
li sia stalo imbolàto. Id. Ibid. — Leggiermènte sarèi sentita da FRATELMO.
Id. nov. 77.— E non vidi giammài menòre siregghia A ragàzzo aspettà-
to da siaxorso. D. Inf. 29. — Allora disse la SUORSA alla reina, vuoi 1u
ch'io meni tua sorèlla ? Fior. d' Ital. 0
Gram. Ital. 19
138 PARTE TERZA
lo scudo in'dono, O quel destriér, che MIEI, non più TUOI
sono. Ar. Fur. c. 4, st. 34 — Ma se iu negàssi, tulla
la colpa sarà tuo. Mach. Com.
i VII. Mio, tuo, suo, nostro, vostro, loro, così n°
singolare, senza l'accompagnamento del nome , ma preceduti
‘dall'articolo determinante, significano l'avere, le sostanze, sot-
tintendendovisi per e//issi il nome bene, 0 avere.
TESTI.
— Vedi a cui io do mangiàre 1L MO. Boce. nov. T-Lo
‘vecchia disse a colùi allora: vieni e domànda 1L TUO. Nov.
ant. 74.—Se io vi vidi, io vi vidi sur vostro. Boce. nov. 69. -
— E la cagiòne fu ch' églino avieno messo IL LORO € l'alinn
nel Re Odoàrdo d' Inghilterra. Gio. Vill. 12, 54.
| Miei, tuoi, suoi, nostri, vostri, così in plurale, preceduti
dall’ articolo, senza nome, si adoprano per significare parenb,
amìci, compàgni, seguàci, soldàti o guerrieri, servi 0 famigha-
(] ® e . . |
ri, nomi che per e/lissi vi si sottintendono. i
TESTI. a
e -
Dimmi, perchè quel pòpolo è sì empio Incontr a MIEI |:
in ciascùna sua legge? D. Inf. 10.—Per non vedèr ne TU |
quel ch'a te spiacque. Petr. son. 264. — Con tutti i SUOI e /
trò in cammino. Bocce. nov. 17.—Vidi verso la fine il sara,
cìno, Che fece a' NOSTRI assòi vergògna e danno. Petr. Tr
della F. cap. 2.—Mentre ragiòna ai SUOI, non lunge scor I
Un Patata stuòlo addùr rùstiche prede. Tasso, Ger. © d, «
st. a
'
()
È E)
CAPITOLO LP. Go
DE' PRONOMINALI CONGIUNTIVI. — “a
S. I Servono questi a congiungere i diversi rapporti di,
un nome antecedente, e primario nella proposizione, con Ul .
verbo incidente e secondario, e perciò Congiuntivi si chia?
no (1). Le voci che nella nostra lingua fanno la funzione di
pronominali congiuntivi, cinque sono: che, quale, chi, cul, ,
onde. Le tre prime sono talora congiuntive positive, e tao"? »
congiuntive interrogative.
il
(1) Chiamansi anche relativi, perchè hanno relazione col nome an
cedente, ma ciò che noi abbiamo riferito fa ben vedere, non relalla, DI»;
congiuntici esser la denominazione che lor si conviene. i
ETIMOLOGIA E SINTASSI 1359
CHE, CONGIUNTIVO. POSITIVO.
S. II Dicesi di persona e di cosa; rimane invariabile, cioè
si riferisce, senza variar desinenza, ad amendue i generi e numeri,
e può indicare, secondo il senso, il rapporto di subbietto, di: ob-
bietto diretto, e di obbietto indiretto (2), come: Z' uòmo, CHE
vi parlò. I fanciùlli caE giocano. La donne, CHE amàste. Il
drappo, ca£ comprài. Gli autòri, CRE leggete. L'affare di cnE
ragionàmmo insieme. A cHE egli rispòse. In CHE io differisco
da voi. Con CHE si diede fine alla lite, ec. Ne'primi duè esem-
p] che indica il rapporto di subbietto; ne'tre susseguenti quello
di obbietto diretto, e negli altri quello di obbietto indiretto,
TESTI.
Potranno conòscere quello, cHE sia da fuggire, e cue
sia similmente da seguitàre. Bocc. Proem.— Quella, CH' io
cerco e non ritròvo in terra. Petr. son. 161.—Qual fosse la
cagiòne, perchè le cose, CHE apprésso si leggerànno avvenisse-
ro. Bocc. Introd.—E ’! dubbio passo, DI CHE "{ mondo tre-
ma. Petr. Tr. della M.— Questo è il diàvolo DI CHE s0 ti ho
parlàto. Bocc. nov. 40.— Gli occhi Di ch' io parlài sì calda-.
| mènte. Petr. son. 2541.— Trapassiàmo in quelle cosè, IN CHE
‘ gli accidénti ci ménano. Amm. ant.—Confortàndolo a meri-
tirle, DAL cHE Messér Neri per più non poter st scusò. Bocc.
nov. 96 (3). |
S. III Che, è di genere neutro, e va preceduto dall’ ar-
ticolo determinante #/, quando è relativo ad una cosa, ad un’ a-
zione o ad una frase intiera, stando allora in vece di /a qual
cosa, come: Il cuE mi consòla. Del cHE i genttòri erano mol-
to doloròsi. Al car in fine s' appigliò. Dal CHE non fu pos-
sibile il distòrlo, ec. i
(2) Che, tanto come pronome relativo, quanto come congiunzione,
soleva dagli antichi ricevere la giunta della lettera. d, formandosi .ched,
allora che, percuotendosi in alcuna vocale, si voleva non isbattere la e,
ma pronunziarla e crescere, 0 per miglior suono o per comodo del verso,
la sillaba; simile a quel che in oggi sovente.suol farsi, sì in verso che in
prosa, colle congiunzioni e, o, cangiandole in ed, ud. Questa leggiàdi a
donna CHED io perdo. Rim. ant. M. Cin. 49.— Sappi, CHED s0 # amo sc-
pra tutte le persone del mondo. Nov. ant. 100.— Quegli ec. che delle co-
se, CHED egli ha non gli dà parte. Gr. S. Gir. 3. ner
3) Che, in vece di quale, © di quanto, talora incontrasi negli autori.
Dio sa cne dolore io sento (cioè quanto dolore). Bocc. nov. 60. — Odi gli
osti nostri, che hanno non so cue paròle insièéme (cioè quali parole).
ld. nov. 86. |
140 PARTE TERZA
TESTI.
Avevan sentito perchè la Nina presa fosse, IL CAL
forse dispiàcque loro. Bocc. nov. 33. — Io vi farei go-
dr di quello, senza il CHE per certo niùna festa compiuta
ménte è lieta. Bocc. g. 6, finale.—Gli pregò che alcuno di
loro insìno al castéllo I accompagnàsse, il cuE due di loro
ficero. Id. nov. 43.— Del cuk avvedùtosi Marcello si mosse
come per andirsene, e disse ec. Tac. Dav. Stor. lib. 4.4!
cHe si va malto adùgio in sìmili casi. Id. ibid. lib. 3 (4).
—Portàvasi ciascùno alcùna cosa, dal CHE mangiàre. Vit.
SS. PP. 1 (5).
CHE, CONGIUNTIVO INTERROGATIVO.
S. IV. CHE pronominale interrogativo, corrispondente al
quid dei Latini, vale quale? cosa? che cosa? come: Che ce? ,
che uomo è costui ? Che brami? A che pensi? Di che puro.
|: (0) TESTI
CUE è tanto greve A lor, che lamentàr li fa sì fore? D.
Inf. 3. —CHE ha coléi più di me? Bocc. nov. 26.— Or CHE
avésti che fai cotàl viso? Id. nov. 69. — CHE cosa è questi
che voi mi avéte fatto mangiàre? Id. ibid. — E se non piangi,
di cue piànger suòli? D Inf. 355.— A cHE sarebbe detta la
paròla di Cristo agli apòstoli? Passav. pag. 92 (7).
(4) In questo senso, che si pone talora senza l’arlicolo. Di CHE Ales
sandro si maravisliò forte. Bocc. nov. 13. Come pure nel senso di 9
che e ciò che quando trovasi quasi stesse tra parentesi. L’ un fratello
I aliro abbandonàca, ec. e, CHE maggior cosa è, i padri; e le madri if-
gliuoli. Bocc. Introd. — Se fu'vudi sapere cHE (ciò che) Ro frocdto, apri è
grembo. Seneca, pist. 20. Domandò quanto ec. a CHE gli fu risposto che
ec. Bocc. nov. 7. Ommettesi anche la preposizione, che per ellissi vi $
sottintende, come: In quel medesimo appelila cadde, CHE cadile èrano
ec. (cioè nel quale) 1d. nov. 31.— Questa vila lerrèna è quasi un pro!»
Cune *! serpènte tra’fiori, e P erba giace (cioè in cuî). Petr. son. 78.—
io son un di quei, CHE ’l piànger giova (cioè a’ quali). Petr. canz. 8.
(5) Che alle valte incontrasi ceme sostantivo in vece di cosa, come:
Mi parèca un bel CHE l’èsserne fuòra (cioè una bella ‘cosa). Bera,
rim. 1, 71.— Più per un certo CHE di reputazione ec. Stor. Eur. 7, 160»
(6) La 1° cosa ora vi è sottintesa per ellissî, ora si esprime I
compagnia di che, ed ora questo s’omette, interrogandosi con cosa solamente,
come: che voltie ? che cosa volète P cosa volète P Spesse volte, facendosi
l’ interrogazione tacitamente, che solo si usa, rimanendo la voce cosa 30!" .
tiutesa, ed il susseguente verbo ponesi nel modo soggiuntivo, come:
apprèsso entrò in pensiero cHE questo volèsse dire. Bocc. nov. 5. — È del
buon uòmo domando cHE ne fosse. Id. nov. 12.
(7) Che interrogativo è pur qualche volta seguito dal nome, € 5!
eees©€e
ETIMOLOGIA E SINTASSI 141
Che serve parimente a dar più forza all’esclamazioni , nel
qual significato è sinonimo di quale, aumentando la qualità
di una persona o cosa come: CHE grand uòmo! CHE bella
seràta! Pazzi CHE noi siamo! Dio sa CHE dolore io sento!
O cHE del morir era oggi è terz' anno. Petr. son. 237.— 0 CHE
grave cordòglio! Id. canz. 42.— Ah! cHE vedùta amòra e
lrista! Tas. Ger. c. 19, st. 103.
QUALE, CONGIUNTIVO POSITIVO.
S. V. Questo pronominale congiuntivo riferiscesi a per-
sona ed a cosa; è invariabile nel genere, ma cangia la sua finale
in z nel numero del più; è atto ad esprimere non solo i rap-
porti di subbietto e di obbietto diretto, ma anche quello di
obbietto indiretto; ed è preceduto dall’ articolo determinante
il, la, î, le (8). L'uòmo iL QUALE. La donna LA QUALE. Il
libro 1L QUALE. Gli uòmini 1 QUALI. Ze donne LE QUA-
| Li.Quegli, IL QUALE nonsi rispàrmia fa presto a divenìr vec-
chio. L'amico DEL QUALE vi ho parlùto. Il giardino per LO
QUALE ho tanto dispeso. Il ragàzzo AL QUALE dà la preferèn-
za. La lettera DALLA QUALE avete rilevato, ec. (9)
TESTI.
Lo scolàre, IL QUALE in sul fare della notte col suo fante
presso della torretta nascòso era. Bocc. nov. 77. — Ch'ei fu
dell'alma Roma, e di sua impero ..... LA QUALE, e’L QUA-
LE (a voler dir lo vero) Fur stabiliti per lo loco santo. D..
Inf 2. — Ritràrmi accoriamentie dallo stràzio ; DEL QUAL:
oggi vorrebbe, e non può aitàrme. Petr. son. 2. — Una mon-
lagna aspra ed erta, presso ALLA QUALE un bellissimo pia-
LI
in vece di quale. CHE uòmo è costùi, il quale, nè vecchièzza nè infermi-
tà, ec. Bocc. nov. 1.—Dissi: maèstro, CHE è quel ch’? odo, E cHE gent’è
CHE par nel duòl sì cinta ? D. Inf. 3.
(8) Qualche volta trovasi anche coll’ articolo /o, così in prosa come in
verso. Numa Pompìlio di me s’ innamora LO QUAL del mio piacèr fanto
fu degno. Dittam. 1, 18.— Che vendètia è di lui, ch'a ciò ne mena; Lo
QuaL ir forza altrùi presso all’ estrèéme ec. Petr. son. 8. — Non solamèn-
le il felice fine per LO QUALE a ragionàre incominciàmo ma ec. Bocc.
nov. 47-
(9) È regola che guale, in questo senso debbe esser sempre preceduto
dall'articolo determinante, sebbene in verso non manchino esempj, in
cni senza articolo incontrisi. O diva luce QUALE in tre persone Ed una es-
senza il ciel governi e ’l1 mondo. Amet. 98. — E quei: di rado Incontra,
D Lian che di nui Faccia'l1 cammìno alcùn, per QUAL io vado.
- Inf. 9.
(10) Sì in prosa che in verso puossi, secondo l'armonia, elidere l’ e
finale scrivendo e dicendo i! qual, la qual; ma è solo licenza poetica
142 © —PARTE TERZA
no e dileltécole sia ripòsto. Bocc. Introd. (10) — Selle giò-
vani donne, i nomi DELLE QUALI i0 in propria forma rac-
conteréi. Id. Ibid.
S. VI. Quale o qual, in vece di colli che, 0 di ciò che,
non vuole l'articolo (411).
TESTI.
Vidi cose che ridìre Nè sa né può QuAr di lassù di-
scénde. D. Par. 1.— Folle è QUAL créde che per suoi consì-
gli Rimuòver possa l'òrdine del cielo. Dittam. 1, 16. — QUAL
più gente possède, Colùi è più da' suoi nemìci avvòlto. Per.
canz. 29:— Or ti consìglia, Senz' aliro indùgio, e QUAL più
vudi ti piglia. Tasso, Ger. c. 2, st. 89.
S. VII. Quale, soventi volte trovasi come rassomigliativo
di due nomi, avendo per correlativa la particella #ale, espres-
sa, o sottintesa.
TESTI.
Videsi di tal monéta pagàto, QUALI érano state le der-
ràte vendite. Bocc. nov. SO desdi dee bastàre a ciascuno
se QUALE asino dù in parete tal riceve. Id. nov. 78. — Tole
QUAL tu l'hai cotàle la di. 14. Gior. 3, fin. — Vivéstt QUAL
guerrièr cristiùno e santo, E come TAL sei morto ec. Tasso,
Ger. c. 3, st. 68.— Piàcemi almén, ch'i miei sospìr sen
quaLi Spera") Tevero e l' Arno. Petr. canz. QI. —Divenulo n°
viso QUALE è la molto secca terra, 0 la scolorìta cénere. Filoc.
lib. 3 (12).
i} sopprimere la 2 del plurale, scrivendo quai in vece di quali, e più a0-
cora qua’. De’ Quai cadèva al petlo doppia lista. D. Purg. ‘1. — Denkro
alle Qua’ peregrinàndo ulbèrga Un signàr valoròso, accàrto e suggio. Petr.
canz. 11. SCR S
(11) Trovasi alle volte lo stesso quale come indicante la qualità ola
naiura di una persona o cosa, come: Narn so QUAL sia. Vedrai s' io sono
QUALE iu mi credi. Sarò QUAL mi volèie. QUAL visse tale mori. Talvolta
serve a determinare il significato del precedente nome o pronome, e°°
Egli, quaL maèsiro dee saperlo. Questo scrillore, QUALE storico, è ass
veriliero. Une stranièro, QUAL ambasciatore, è persòna sacra, ec. È talvolta
è una particella dubitativa, cioè quando, preceduto da qualche particella
negativa, o da altra voce esprimente dubbio, serve a qualificare H nomè
che segue, d’ incerto o di dubbioso. La donna comprendèndo QUAL fosse
l ànima di lei, lasciò stàre le parole. Bocc. nov. 18. — Non so QUALE
Iddio dentro mi stimola ed infèsia a davèrti il mio peccalo confessare»
Id. nov. 88. — Spirto beàlo, QUALE Se’, quando altrùi fai tale ? Petr.
canz. 26. i |
(12) Quale, serve anche ad indicare uno o alcuni di un dato numero,
come: Nella vostra elezione sta di torre QUAL più ci piace delle due, 0 56
volete amenduce. Bocce. nov. 63.
come -
ETIMOLOGIA E SINTASSI 145
QUALE, CONGIUNTIVO INTERROGATIVO. |
S. VIII. Quale, pronominale interrogativo, non varia dal
precedente, se non che questo rigetta l'articolo determinan-
te (13). Esso in tal senso è talora dal suo nome accompagnato,
e talora questo è sottinteso, come: QUAL opinione è la vostra?
Ecco due cappelli, QUALE volete? QUALI sa; questi libri sono
i miei? DA QUAL mercadùnte avéte ricevùto questo drappo? A
QUALE daréste la preferenza? |
TESTI.
| i pia una grazia da chi così mi fa stare. Ruggieri
domandò QUALE? Bocc. nov. 46.— State saldo e ci è rime-
dio..... QUALE? Machiav. Com. — QUALI leggi, QUALI mi-
nàcce, QUAL paùra? Bocc. nov. 98.— QUAL ceradlla vedésti
mai senza coda? Id. nov. 90.
Lo stesso guale usasi parimente nelle esclamazioni, seguito
da un nome, come: Qual ricchezza! Qual folla! Con qua-
le ferezza! Con qual fasto il disse!—0 figliuòl mio,
QUAL per te fiamma è accesa! Petr. Tr. di Am. cap. 1. —
Oh quaL per l'aria stesa Pòlvere î veggio ! oh come par che
splnda! Tasso, Ger. c. 3, st. 10.”
CHI.
$. IX. Questo pronominale significa Colui che; equivale
ad un nome, preso indeterminatamente, mascolino, o femmi-
mino, singolare o plurale, e può indicare così il subbietto e
l'obbietto diretto, come l'obbietto indiretto, esempj: CHI è con-
lento del suo, non può dirsi pòvero. Non teme il,male CHI è
vriubso. CHI mòdera i suoi desìi è sempre ricco. È pazzo CHI
presime di oppòrsi a CHI è più forte...
TESTI.
A niùna persòna fa ingiùria cHI usa la sua ragiòne.
Bocce. Introd.—CRI i/ fece nol faccia mai più. Id. nov. 2%.
—dvèva in costùme di domandàr cHI con lui era, CHI fosse
qualingue uòmo cedùto avésse per via passàre. Id. nov. 79.
—Deh! sàtiro gentìl non far più strazio Di CHI tf adòra.
. Fid. — Ch'egli è usùto di pòrgere a CHI troppo non si
i (13) Che il pronominale interrogativo non può esser preceduto dall’ar-
telo, è una conseguenza naturale dell’ ufficio dell’articolo stesso nel di-
: scorso, il quale è di determinare è particolarizzare il significato del no-
Me, € però non può trovarsi con una particella che indichi dell’ incertez-
{2 Intorno al subbictto od obbietto dell’azione.
144 PARTE TERZA
mette ne suoi più cupi pélaghi navigando. Bocc. proem.—
A cui Dio vuol malk, toglie il senno. Pecor. gior. 28, nov.
2. (14) — Ze quali DA CHI non le conòsce sarébbono, e son
tenùte grandi ed onestissime donne. Bocc. novi 80 (15).
S. X. Chi, frequentissime volte usasi per interrogare, ma
sempre di persona dicesi, non mai di cosa, come: CHI entra?
Cui è quel signore? CHI cercàte?. Di cui parlàte? A CHI seri
véte? Da cHI lo sapéte? Per CHI mi avéie preso? ec. CHI sitle
‘ voì, che contra’l cieco fiume, Fi ug; tto avete la prigione eter-
na?D. Purg. 4. CHI vi ha guititi ? o CHI oz fu lucerna?
Id. ibid. — CHI è questi che così starnutìsce. Bocc. nov. dÎ. -
CU I.
S. XI. E questo un altro pronominale congiuntivo; s-
gnifica lo stesso che quale, che, chi; dicesi di persona, € di
cosa; serve ad amendue i generi e numeri; ma per propo
suo bisogno, non è mai preceduto dall’ articolo determmank,
e non indica che l'obbietto diretto, e l’ obbietto indiretto, non
potendo esso mai usarsi per esprimere il subbietto dell’azione;
come : I} giòvane CUI ricercàte. Le donne Cui salutàùmmo. La
batiàglia CUI vinse. La persòna Di CUI ci parlài. L amico .
DA CUI aspélto soccorso. La porta PER CUI sono entràto. la
casa IN CUI dimòro, ec.
TESTI.
Così la‘donna non guardàndo cui motteggiàsse, credén
do vincere, fu vinta. Bocc. nov. 10. — Coléi marttàndo GU
ella amàva. Id. nov. 96.— D'un pìccol ramo, CUI gran fo
scio piega. Petr. son. 266.— Vidi Solòn, di cui fu! ib
pianta . ... Con gli altri sei, pi CUI Grecia si vanta. Pet.
Tr. della Fama cap. 3.— Macchie apparìvano a molti, £ Wi
(14) Incontrasi alle volte questo pronominale colla preposizione 2
cn
pena: i
+
PT
soltintesa. Fùronoi «forlunatamènie sconfilli; e così avoviène CHI è in vol»
la di fortuna. Gio. Vill. 12, 76.
(15) Chi talora ha forza di se alcuno. Come pienamènie si legge PT
Lucàno poèta cHI le storie vorrà cercare. Gio. Vill. 1, ag. — Quindi s 00 >
CHI vuole andàr per pace. D. Purg. 24. Talora sta per alcuno che. Non
credi tu irovàr qui cHI il Baltèsimo ti dea ? Bocc. nov. a. — Quwi non ©
cHI ragioni Di Cristo, nè CHI legga nè cHI serva. D. Par. 1g. — Nè S0M2
cHi m’ ascolti, o mi difèenda ? Guar. Past. fido. Trovasi anche in forza di
chiùnque. Parli cai vuole in contràrio. Bocc. Introd. Talora incontra!
varie volte ripetuto nella medesima frase, come: CHI dicèa che fu Cimo-
bùe, cHi Stèfano, cui Bufalmàcco, cui Bernardo, e CAI uno e CHI UNO
altro. Fr. Sacch. nov. 136. — Guanciàli CHI di vellùto, cHI di raso. Fire*
As. 256.
LA
ETIMOLOGIA E SINTASSI 145
grandi é rade, e A CUI minùie e spesse. Bocc. Introd. SO
—Molti son gli animòli, a cui s'ammòglia. D: Inf.
Come essi, DA CUI egli credono sono un Bocce. nov.-71.
— Ed è sì spento ogni benìgno lume Del ciel, PER «vI s' in-
forma umàna vita: Petr. son. T.— Qual cella è di memòria
IN CUI s'accòglia, Quanta vede viriù quanta beltàde. Id. canz.
6.— Incontanénte conòbbe là dove stata era, e CON CUI. Bocc.
nov. 25. ( 1)
$. XII. Dissi nel $. precedente, CUI non esser mai pre-
ceduto dall’ articolo determinante per proprio suo bisogno,
perchè questo pronominale congiuntivo nel rapporto pos-
sessivo (genitivo) ( 7. Sez. II, Cap. II, SS. V,e VI),
do quando rappresenta il nome del possessore, che pre-
cede, colla preposizione di, segno di tale rapporto , per
ellissi sottintesa, può ben esser preceduto dall'articolo deter-
| iminante, il quale per altro non è suo, ma bensì del nome
che immediatamente segue, e che, come significativo della
‘ Persona 0 cosa posseduta, appartiene al nome antecedente,
Tappresentato da cuz; onde, per modo d'esempio, le seguen-
tesimili dizioni. Z/ figliuòlo pi cui, la figlia DI CUI, ; figli
DI CUI, le figlie DI CUI, possono e con eleganza volgersi in
lt cui figlio, LA cuI figlia, 1 cut figli, LE CUI figlie. Quan-
° poi il susseguente nome, oltre l’.esser suo in rapporto pos-
sessivo coll’antecedente nome, è di più l'obbietto indiretto di
darne verbo, si premetterà all’ articolo quella preposizione che
ll senso richiede, e si dirà de/ cui, della cui, de' cui, delle cui,
. dl cui, alla cui ec., dal cui, dalla cui ec., nel cui, nella
Cu, ec. (18)
TESTI. |
Gli venne a memòria uno ricco Giudéèo, 1. CUI nome era
(16) Per proprietà di lingua, sottintendesi sovente la preposizione a
Innanzi a questo pronominale. Quivi sia ‘lo Iddìo regnatore,, CUI iutte
| 3Wgidce ed ubbidìsce. Dav. Tac. Germ.— Voi, CUI fortuna ha posto in ma-
no i freno Delle belle contràde. Petr. canz. 29. In simil guisa ommettesi
lalvolta la preposizione di indicante il rapporto possessivo anche fuori
casi mentovati nella nota precedente, sebbene l’incontro non n'è tanto
‘‘quente, come in quest’ esempio del Boccaccio : Il Buon uòmo, in cusa
SI morto era (in vece di in casa di cui). Nov. 38.
(17) Cui trovasi anche nel senso interrogativo in vece di chi. Sio
tesi dire una mia novella, a cui la dico per lo piu savio di noi? Nov.
int 37.— Con cui di credi tu èssere stato ? Bocc. nov. 26.
(18) Debbo inoltre avvertire che è costruzione, se non viziosa, almen
; contraria al buon uso, e però da schivarsi scrupolosamente, il dire e lo
scrivere dl di cui, la di cui, i dicui, le di cui, come da non pochi si sen-
| le profferire, ed anche in qualche moderno autore si trova scritto.
Gram. Ital. 20
*
146 PARTE PRIMA
Melchisedéch. Bocc. nov. 3.— Amòre, LA CUI natùra è tale
che piuttòsto per se medesimo consumàr st può ec. Bocc.
nov. 57.— Altri so, che n'arà più di me doglia; LA CUI
salùte dal mio vìver pende. Petr. Tr. della morte cap. 1. —
La Fiammétta, 1 CUI capelli érano crespi, lunghi, e d'oro.
Bocc. nov. 5. — Mio padre mi lasciò ricco uòbmo, DEL CUI
avére come egli fu morto diediî ec. Bocc. nov. 1.— Narciso,
DELLE CUI male paròle con Agrippina dissi di sopra. Dav.
Ann. A non desor uesta famòsa spada, AL CUI valòre
ogni vittoria è certa. tasso, Ger. c. 2, st. 69. — Una botta
è maravigliòsa grandèìzza DAL CUI venenìfero fiato avvisà-
rono quella salvia ésser velendsa divenùta. Bocc. nov. 37.
— E come che questo a suoi niuna consolazione sta, pure a
me, NELLE CUI braccia è morto sarà un piacere. Id. nov. 56.
ONDE.
$ XIII. Questa particella, che di per sè non è che un
avverbio di luogo, e vale di che luogo, da che luogo, da
qual luogo, è non di rado usata nella nostra lingua come
addiettivo pronominale congiuntivo in vece de’ quattro già
spiegati che, quale, chi, cui; ma solo come obbietto indiretto,
valendo uno de' suddetti pronominali insieme eon una delle
| seguenti preposizioni d/, da, per, con, come: Un riso, ONDE io
mi rallégro. Que’ begli occhi, OND' éscono saéttie. Lo sdegno,
ONDE tutti erano animùti. Uscit per la porta, OND egli era
eniràto, ec. (19) | ati
TESTI.
Alli casi infelici, OND' io con ragiòne piango, con lagri-
mevole stile seguirò. Bocc. Fiam. Prol__F 01, ch' ascoltàte in
rime sparse, i suono Di quei sospiri, OND' 20 nodriva il core.
Peir. son. 1.— Per la natùra lieta, ONDE deriva La virtù mista
per lo corpo luce ec. D. Par.2.—-Lasso ! ben veggio, in che stato
son queste Vane sperànze, OND' io viver solia. Petr. son. 151.
—Di lor progénie discese il buono e cortese re Artù, ONDE è
romanzi bretoni fanno menziòne. Gio. Vill. Lib. 1, cap. 24.
—Ch' i aggio in odio la speme, e i desìri. Ed ogni laccio,
(19) L’ avverbio di luogo Oce ha pure tal volta forza di pronominale
congiuntivo nel rapporto di obbietto indiretto, sottintesavi una qualche
preposizione, come: Quanto ingànno sotto sè quella pietà nascondèea, la
quale partitasi dal cuore, OVE mai più non ritornò. Fiamm. lib. 1 — Co-
me m° ha concio’l foco Di questa viva pelra OV'io mi appoggio. Petr.
cans. 9. Z' erba ovE sarà la brina, gènera loro infermitàde. Cresc. 9, 68.
»
ETIMOLOGIA E SINTASSI 147
ONDE '/ imio cor è avvìinio. Petr. son. 75.— Per quelo usciuò-
lo OND' era entràto, il mise fuori. Bocce. nov. 12.— Verso quel-
la parte ONDE zl dì aveva la fanticella seguita. Id. nov. 13.
CAPITOLO VI.
DEGLI ADDIETTIVI PRONOMINALI DISTRIBUTIVI.
S. I. Ognùno, ciascùno (4), ciaschedùno, qualcùno, qual-
chedùno, ap '
Sono questi chiamati individuali. perchè non indicano
che un solo individuo preso distributivamente mascolino o
femminino, e perciò non sono relativi che ad un nome nel
singolare sottinteso (2), accordandosi con questo.in genere ;
esempj: OGNUNO 52 crede ricco. OGNUNA vuole esser più bella.
CIASCUN paese ha le sue usùnze. CiAscuNO baili a' fatti sot.
Incoraggiò CIASCHEDUN soldàto con la sua voce. Se v'ha
QUALCUNO che senta pietà, mi soccòrra. Gli si mandi QUAL-
CHEDUNO con la risposta. n
Ognùno vale ogni uno. Con grandissima ammirazione
d' oGNUNO. Bocc. nov. 41.— OGNUNO éra pennuto d'ali. D.
Purg. 29.— OGNUNO portiàmo qualche cosa da not segnàta.
Salvin. Pros. Tosc. 2, 169. — OGNUNA in gi0 tenta volta la
faccia. D. Inf. 32. "n |
Ciascùno ‘e ciaschedùno sono sinonimi del precedente,
colla differenza, che questi vanno talora in compagnia del no-
ie a cui sono relativi: Vedrà? gli antìchi spiriti dolenti che
la seconda morte ciascun grida. D. Inf. 1.— Quanto CIASCUNA
è men bella di lei. Petr. son. 12.— Come a CIASCUN le sue
stelle ordinàro. Id. canz. 48.—Comandò a CIASCHEDUN SOL-
DATO che portàsse seco del pane per due gior.1.Varch. stor. 11.
CrascHEDUNA cosa la quale l uòmo fa ec. Bocc. nov. 1.
(1) Gli antichiì in vece di ciascuno dicevano cadùno e catùno. CADU-
NA acèa uno mazzero sotto. Nov. ant. 39.—Zedèndo, che GATUNO il volta,
mandò per un fine oràfo. Ibid. 72. —D’ogni condizione, di CATUNA età,
e sesso. Matt. Vill. 1, 2. In quanto a cadaîino l’ ultima edizione del vo-
cabolario registra questa voce, tratta dal dizionario universale dell’ Alber-
ti, il quale l’ammette dietro un” osservazione del Bottari, che questa voce,
quantunque non si trovi presso niun antico o moderno autore, che abbia
scrilto purgatamente, pure, venendo usata da moltî moderni dottì ed eru-
ditissimi valentuomini, si dirà un giorno, ad onta dello spiacente suo
suono. si - i i
(2) Avvegnachè nel comun uso ciascuno e ciaschedùno non abbian
che il singolare, pure presso alcuni antichi autori si trovano usati anche al plu-
rale. Che desti il nome al loco , ove CIASCUNE sfrane nazioni vollon’ono-
rarlo. Fr. Sacch. rim. 47. — Tegnèndo CIASCUNE cose migliori. Boez.—CIA-
SCHEDUNI infermi si dèono dipartire dalla compagnìa de’ rei. Amm
ant. 21, 3. i
148 PARTE PRIMA
__$. IL Qualeàno, qualchedàno e alcàno determinano m
individuo qualunque. i due primi sono per lo più relativi a
nome singolare sottinteso, con cui s' accordano in genere, nè
sogliono usarsi in plurale. Qualcàno per altro trovasi ‘anche
o in compagnia del proprio suo nome individuato, o seguito
dal nome della specie, preceduto dalla particella di. Ma se
pietà ancòr serba L'arco tuo e QUALCUNA saétta, Fa di te, e
di me, signòr, vendétta. Petr. canz. 28.—S' èsser non può,
QUALCUNA d'este-notii, Chtuda omài queste due fonti di pan-
to. ld. canz. 46.— Colùi, che ve lo dice, è QUALCUNO, #6 mi
vuol male. Pecor. g. 7. nov. 2. | |
S. III, A/cùno, da' due precedenti differisce in ciò chel
medesimo con. il suo nome (espresso o sottinteso) s' accorda
in genere ed in numero, come: alcùn uòmo e alcùna donna;
alcùni uòbmini e alcùne donne; e così pure quando il nome
è sottinteso. (3)
— CAPITOLO VII.
DE' PRONOMINALI INDEFINITI E GENÉRALI.
S. I. Tali addiettivi sono parte affermativi e parte negativi.
. Gli affermativi sono.ognz, chiùnque, chi che sia o chu-
chessìia, qualùnque, che che o checchè, qualsisìa, qualsivoglia,
che tutti possono da una qualunque preposizione esser prece-
duti, ma rimangono invariabili in ambedue i generi e numeri.
Ogni (4), significa lo stesso che ognùno, ma non si usa
mai se non che in compagnia di un qualche nome, sia mascoli-
no sia femminino, sempre però in singolare (2), dicasi adun-
(3) Alcùno, accompagnato da particella negativa vale lo stesso che
nessuna e niùno ; ma in questo significato non si usa che in singolare
Lo stesso dicasi quando ha seco la particella senza. Per Ze quali cose 10
dubito forle, se noi ALCUNA altra guida non prendiàmo che la nostra, te.
Bocc. Introd. — E senza la provvedènza d’ ALCUN uòmo si sappiano rego
lare. Id. ìbid. E talora al plurale ha forza di vceruno. E fu Claudio mena
la fanciùlla dove li piace, e non temere da ALCUNI. Pecor. gior. 20 , nov. 2.
— Mi veggio morìre nelle braccia di quelle due persone, le quali io più amo
che ALCUNE altre. Bocc. nov. 17.
(1) Gli antichi dissero anche ogre in vece di ogni. 0GNE àarimo infermo,
il quale per biasimo si dibassa. Amm. Ant. 39, 4. E per la rima Fran-
cesco Barberino disse anche ogna. :
(2) Ogrni presso gli antichi trovasi talora in compagnia di nome plu-
rale. Compensàla OGNI cosa degli alirùi afànni, ll € mici quelli ogni alin
lrapassàre di gran lunga desideri. Bocc. Fiamm. lib. 7,. num. 4. Infino
alle lastre del detto, e OGNI vili cose non si potèvano saziare nè raffre-
nàre di rubare. Gio. Vill. 12, 20 (in alcuni testi però si legge Ogni elle
cosa). —Non tanto solo dannifichiàùmo questi detti peccati, ma ancora OGNI
aliri peccati mortàli. Capit. della comp. dell’ Imp. 5. — Feci piantare fruth
ETIMOLOGIA E SINTASSI 249
que ogni uòmo , ‘ogni cosa, ogni luogo, ogni virlù, esempj:
Con OGNI sollecitùdine. M' interrùppe ad OGNI tratto. Sono
pronto ad OGNI vostro cenno. Egli ci scrive due volte OGNI
mese. Il popolo accorse da OGNI banda, ec. (3)
Ogni cosa (4) spesso trovasi per ogni dove, che vale
ogni luògo.— Domandò ? oste là dov' esso potésse dormìre ,
al quale l'oste rispòse: in verità io non so, tu vedi, che OGNI
cosa è pieno. Bocc. nov. 13.— Che pieno esséendo OGNI COSA
di guerra, Voléano gir, più che potéano, occùlti. Ar. Fur. 24,95.
S. IL. Chianque oe trisillabg) (Bb), e chicchessia 0 chi
che sta, solamente di persone diconsi (6). CHIUNQUE altrimén-
i fa pecca. Bocc. nov. 1.— Dio la faccia trista CAIUNQUE e/-'
la è. Id. nov. 853.—In CHIUNQUE dimòra ànima sì vana. Id.
Amor. vis. cant. 42.— Quand’ io ci tornàssi, ci sarébbe CHI
CHE SIA, che c'impaccerébbe. Bocc. nov. 72.— Ricòrdati, che
iu hai a confinàre con CHI CHE sia. Fir. As. 279. (7)
$. IM Qualunque (8), che vale ciascùno , o ciascuno
che, può esser relativo e a persona e a cosa, ed usasi o as-
solutamente o accompagnato dal nome della persona o della
cosa a cui riferisce, ed in ciò è diverso da chiùnque, che so-
lo di persona si dice, ed usasi sempre assolutamente, A QUA-
d’ oGNI maniere. Lib. di similit. Usasi tuttora OGNI innanzi agli addiet-
tivi numerali col seguente nome al plurale, come: Ogni due giorni, ogni
c'mue anni, ec. Apparìsce dai medèsimi libri, che è priori si multàvano
| OGNI DUE MESI. Segr. fior. |
(3) Delle due voci ogni santi si è formato un sol vocabolo, ogrissan-
li, usato dal Boccaccio,.e da qualche altro antico scrittore per significare
il giorno della solennità di tutti i Santi. — Sen/èrndo lui il dì d' OGNISSAN-
TI in Rossiglione dovèr fare una gran festa. Bocc. nov. 29.— Entrò il
giorno di OGNISSANTI col gonfalonière, Francèsco Carducci, la nuova Signo-
ria. Varch. stor. 10, 304. Questa voce usasi tuttora a Firenze per indica-
re, o la festa suddetta, o la chiesa de’ Minori osservanti di detta città.
(4) Ogni, talora si trova accoppiato colla voce qualunque con ila con-
giunzione copulativa e, in mezzo, e anche senza, come: OGNI QUALUNQUE,
O OGNI E QUALUNQUE. Matt. Vill. 11, 6, e rt, 41.
(5) Trovasi anche scritto chiùnchey ma oggidi ‘è poco usato. CHIUN-
CHE vuol profondamènte ilvero Cercàr, nè fuor di strada uscìr giammài, ec.
Boez. Varch. 3, 11. — Sosfenèndo sopra il calcamento di CHIUNCHE passa.
Comm. Inf. 23. i
(6) Evvi un solo esempio, in cui chiunque riferiscesi a cosa. Lo ce-
dro si puote tutto l’anno serbàre in sull’àrbore, ma meglio se nel chiude
con CHIUNQUE cvusèllo. Palladio, Marzo, 19-
(7) "Tra chi che e sia si può mettere qualsivoglia nome o pronome,
© altro vocabolo, come: Con altèinto ànimo son da ricogliere, CHI CHE di
esse SIA il dicitore. Bocc. nov. 9g
(8) Qualunque par che sia una contrazione delle due voci quale e
unque. Qualunche trovasi qua e là presso gli antichi; ora per altro
poco usasi. è
PARTE TERZA
LUNQUE della propòsta matèria, che quinci innanzi novelle.
rà, converrà che ‘in fra questi t°rmint dica. Bocc. nov. A
Ed è mestièr, ch' è senta QUALUNQUE passa, com' ei pesa
pria. D. Inf. 23.—E da che diùvol ec. se' tu più che Qua-
LUNQUE altra dolorosétta fante. Bocc. nov. 717.
rat ing trovasi sovente seguito dal suo nome al plu- |:
rale sì mascolino che femminino. QUALUNQUE ajfare, QUALUN-
QUE altre cagiòni, costà trovàsti, già déono èsser finìte. Fiamm. *
4, 48.-—O0 QUALUNQUE cavali
ràte. Filoc. 6, 267. ec. 40 | ,
S. IV. Che che o checchè vale qualùngue, o qualinge
‘cosa.—CHE CHE egli oda o vegga, niuna novella, altro ch’
lieta ci rechi di Viale Bocc. introd.— Piùcciavi di ristar qu
meco alquànio,
f) “
nov. 198.—Non già giusto contùrba in caECCRÈ divégna di
lui. Guitt. lett. 3, 18.
S. V. Qualsisìia e qualsivoglia vagliono Qualinque, €
si compongono dell addiettivo pronominale quale, del prono
me personale relativo identico sz, e delle voci s3@ 0 cogha,
una parte del verbo éssere, e Y' altra del verbo volére, entra
be nel modo soggiuntivo. Che non pòssono ésser rotle €
eri, che intòrno a' mìseri dimo-
CHX CHE SIA di lei nori mi celùte. D. rm. |.
6.—Sì che to ti priego curaménte (CHE CHE partìto tu tt pren- |-
da) che di ciò ec., non se ne dica alcùna cosa. Fr. Sacch. |
oe:
Parc
da QUALSISIA ferro, e da QUALSISIA colpo di pistola Redesp.‘
nat. 15.—Avére apprèsso di sè uòmini valenti e cirtuòst e ID.
QUALSIVOGLIA esercizio eccellenti. Fir. disc. an. 23
8. VI. I pronominali indefiniti negativi sono: Messùno 0
. N e DÒ
nissùéno, neùno o niùno, verùno, nullo.
1 quattro primi, composti dì né e di uno, sono perfettamente 1
sinonimi, e vagliono né pur uno, corrispondente al nemo de La- —
tini (9). Si dicono di persona e di cosa, e si usano 0 in (08° ‘
‘pagnia del nome, o anche assolutamente, cioè col nome st ,
tinteso; col quale però, sia espresso, sia sottinteso, debbono sel .
pre accordare in genere, ma non mai possono esser relativi i
a nome in plurale, come: Nessuna cosa. Nzuna Toria. In |
nessùn luogo. To non conòsco nissùno. Non È ho detto amis.
(9) Presso qualche antico scrittore trovasi mimo in vece di nessuno
ec. Sono contràrj fra loro, che non ponno stare ed uno punto în NINO
loro. Guitt. lett. 37.— Questi Romagnuoli non sanno onoràre NIMO co"
parole. Buti, Comm. Inf. 33.— Se NIMO fi accùsa io non fi condanner®
Albertani, cap. 44. — Ove trovando il passo, e porto franco, IR
dentro e non vi scorge NIMO. Malm. 7 89. Questa voce è tuttora 5
da’ contadini.
ETIMOLOGIA E. SINTASSI 151
, sùno. Nonl'ama niuno. Niuno lo conòsce in questa città. A
nissuno conviene di farlo. Senza che niuno lo veda. (10)
Tra mille e mille esempj di approvatissimi autori, che
, sì possono citare per l'uso di questi pronominali, molti
se ne trovano in cui nessuno, niùno, ec., come che già’
di per sè assai nieghino , ‘pure s' accompagnano eol segno
negativo non, ammessovi quasi come per rinforzo del ne-
. gare; 1n altri senza altra negazione usansi ; dalle quali difle-
. renti costruzioni, i grammatici. deducono come regola, dover»
sì 1 suddetti pronominali accompagnare ‘con la negazione non,
o adoprarli senza negazione, secondo che essi pospongansi o
antepongonsi al verbo (11).
(10) Ciò non ostante niùno e nessùno da qualche antico, furono usa-
*. ti in plurale. NIUNE maflìe èsser possono, vieni, e usa ec. Pecor. 9, 18,
nov. 2. — E i frutti di lali arbori, 0 sono NESSUNI per la freddùra, 0 se-
| no sconvenèvoli e non matùri. Cresc. 2, 16, 7.— Crèdere si dee, che le
‘ guise delle loro scriliùre migliori sieno, che NIUNE altre. Bemb. pros. a, 54.
(11) Di questa pratica un celebre grammatico moderno dà la seguen-
te giudiziosissima e molto fondata ragione: vuole 1° uso (così appresso a
poco s' esprime) nella lingua ilaliana ed in altre lingue della slessa ari-
gine, che nelle proposizioni negative, contrario all’ ordine naiurale delle
nostre idee (a), il segno della negazione pongasi innanzi alla voce indican-
le l'azione, acciocchè questa, la quale sempre, e di per sè è affermati
ca (Vedi Sez. V. Cap. 1), presentandosi la prima all’animo di chi ascolta
o legge, non vi produca uno spiacevole contrasto tra ’° idea affermativa
dell' esistenza dell’ azione, rappresentata dal verbo, coll’ idea negati-
ca, o di non esistenza, che gli fa concepire il segno negalivo NON.
Quindi è facile il comprendere perchè nessùno, niùno ec. s' accompagna-
no da altra negazione ogni volta che per proprietà di linguaggio pospon-
| gonsi. al verbo, non già che questi pronominali non sieno di per sé ab-
‘ bastanza negativi, ma perchè con ciò fare si segue l’ uso, per cùi gl I-
taliani abituati a sentir prima il segno che niega l’azione, indi quello
che n’ indica l’esistenza, conseguiscono in ciò interamente il loro in-
tento, quando le voci nessùno , niuno ec. al verbo si antepongono, e
sarebbe perciò superfluo ilfarle precedere da altra negazione; pratica,
che d’altronde è totalmente contraria al ben conosciuto precetto della
grammatica latina, e, dicasi anche, della grammatica universale , cioè
che due negative fanno un’ affermativa ; massima che scrupolosamente os-
servasi anche negl’ idiomi moderni discendenti dall’ antica lingua teutonica,
come sarebbe il tedesco , e dietro questo le altre lingue dell’ Europa set-
tentrionale, come 1’ inglese, l'olandese, lo svedese ec. in cui senz’ aver
riguardo all’ impressione che possa fare il contrasto delle due idee affer-
mativa e negativa, posponesi quasi sempre la particella negativa al verbo,
in modo che, a cagion d'esempio, le frasi: io non sono, io non vedo
nessuno, io non fo niente , vì sì traducono Ich bin nicht, I am not, Ich
sche niemanden , I see nobody , Ich thue nichis, I do nothing, letieral-
mente: jo sono non, io vedo nessùno, io fo niente, ec.
(a) Mi riserbo alla sezione de’ verbi Cap. +1 di soiluppare, e render
più intelligibile questo principio universale e filosofico del linguaggio , che
| siccome qui viene addotto solo in ikpiegazione di altro principio , dubito non
a iutli i miei lettori egualmente chiaro apparisca.
;
152 PARTE TERZA ‘
î ° TESTI.
Nessun (412) di servità giammòò si, dolse, Né di more,
quant io di libertàte. Petr. Tr. della Mor. cap. 1. — Non con-
traddice a ciò NESSUNA legge. Cron. Morel. 365. — Lo mae-
stro fece ® aneélla così appùnto, che NISSUNO conoscéa il fine
altro che ’! padre. Nov. ant. 72, 2.— NIuNA gloria è ad”
un'àquila aver vinta una colòmba. Bocc..nov. 77. Egli nen
ve n° è NIUNO sì cattivo, che non vi parésse uno imperaiore
Id. nov. 79.— Non si può cosa NESSUNA fare a lor modo. .
Id. nev. 21. “neo ”, S. Illustrissima, che si persuùda -
due cose, I una, che Nruno desidera più di me di servirla,
T altra, che NIUNO conòsce più di me la nutùra delle però,
ne ec. Casa, lett. 21.—NEUNO ebbe mai gli Dei sì facoreo ,
li che nel fo gli potesse obbligàre. Fiamm. 3, 84. (19)
8. VIL.
zione, sono sovente affermativi, e vagliono alcuno. (14)
TESTI.
I di miei, pic leggièr che NESSUN cervo, Fuggir com' om- |.
78.— Quando s' accompano in Nessuno luo- |
bra. Petr. son.
go per cagiòne di guerra. Buti Purg. 7.— Come dunque NEV-
No uomo è sì ardìto, ch' egli usi di pregàre Iddìo per lo dan-
no del suo nemìco. Gr. S. Gir. 28. e:
Ma si usano le stesse voci in significato di a/cono, a
lorchè per modo di dubitare , o d’ interrogare si. adoprano.
Aerei io in' bocca dente NIUNO guasto ? Bocce. nov. 69. —
Trovòssi in Melàno NIUNO che contradiàsse alla potestùde’
Ì
LS
(12) Tutti e quattro questi pronominali essendo composti di uno, al
par di questo soffrono volentieri lo stroncamento della finale o innanzi
a’ nomi che cominciano da vocale, o da consonante che non sia s seguilà
da altra consonante. La qual regola per altro non è obbligatoria.
(13) Meritano osservazione le seguenti curiose costruzioni del pro ‘
nominale niuno. Infiniti sassî sono in Roma serbàti dal tempo infino 0
questi dì scritli con latìne voci, e alquanii con greche ;: ma con volgiri
Nessuno, niuno non accompagnati da altra nega- |..
Sa,
NON NIUNO. Bemb. pros. 1, 11. —Il Calmèlta quale autore ci recherà pel. ‘
dimostràrci che ec.P? sicuramènie NON Niuno. Id. ibid. 3a.— Certo men & »
manifesterà la loro indegnitàde , se di NiunI onòri chiarìscano. Boet. + è
— Oggi poche , 0 NON NIUNA donna rimàsa ci è, la qual ne sappia NA,
tempi opportuni dire ulcitno. Bocc. nov. 51.
(14) Anche quando nessuno, niuno, ec. sono preceduti dalla ne?” ..
zione ron o da senza, vagliono talora alcuno; ma non posso persi?
di
dermi che in tal significato abbiano il senso affermativo, come vuolsi da .
alcuni grammatici. Nor ci è ragione NESSUNA per. la quale e’ debba e .
tràre in un {al delerminato grado di velocità. Galil. sist.
| ETIMOLOGIA E SINTASSI 155
Nov. ant. 21.—Se NIUN conosciménto o sentiménto dopo la
pulita di quella (l'anima) rimàne a'corpi. Bocc. nov. 38. (13)
$. VIII Zerùno, verùna (”. nota 12), vagliono lo stes-
so che niuno , niuna, o nessùna, cioè né pur uno.—Quanda
venne il tempo, che quella mìsera cenne per parlorire per VE-
RUN modo po:éva ec. Vit. SS. PP. 2, 2%. o
Veriùno, del pàri che nessùno, nino, vale talvolta a/cà-
no, segnatamente quando va accompagnato da particella nega-
tiva, o, da senza. Quivi Éolo vERUNA potînzia non ha, ed
‘ogni fronda si ripòsa mùtola. Filoc. 5, 238.— Faréste darmo
‘ anoi senza fare a voi pro veRUNO. Bocce. nov. 79.
Talora veràno, perde la forza negativa, e vale A/càno, o qual:
che— Allbra guardo inforno, se veRUNO Vede la pena mita,
| chem' ha conquìso. Rim. ant. Guitt. 96.— Per le tentaziòni
si prua D uòmo se egli ha bontàde vur.una. Pass. 60.—
Se veRUNO diméstico vi vuòle impedìre, dite a loro ardita-
mente ec. S. Cater. T. 2, lett. 8. l
$. IX. Zullo, vale pure niuno ec. e usasi o in compa-
gnia di un nome, o solo, riferendosi a nome sottinteso, o po-
stoingenere neutro nel significato di niuna, 9 nessùna cosa,
cone: NULLO sa se viverà ancòra domuni. È conosciùto da
Nutro ec. Ne/lo significa anche di niun valore, senza virtù,
i come: Questo contràito è NULLO. Le stipulàte condiziòni sono
orandi NULLE. (46)
TESTI.
NuLLo martìrio, fuorchè la tua ràbbia, Sarebbe al i
dolor compito. D. Inf. 14.—E mai pot non fe NULLO lnpe-
radòr d' Ltàlia. Gio. Vill. 3, 8,3.—E "lie qual è, se NULLA
nube il cela. Petr. canz. 42. E si era del tutto trasmutàto,
Che NuLLo 7 avrìa mai raffiguràto. Bocc. Tes. 4, 28.—-NuL-
‘ Lo parla volentieri al mùtolo e al sordo uditòre. Passav. 249.
—Onde felice dicono èsser colùi che non gli manca NULLO 4
su dilélto. Fr. Giord. 20. (47)
(15) In questo significato trovasi talora usata la voce persòna in com-
Ragnia di qualche particella negativa in vece di Nessuno , niuno, o non
alùno, come: Se n° entràrono in una casèita anfica, e quasi tulla ca-
dia , nella quale PERSONA NON dimoràva. Bocc. nov. 46. — Nelle quali
"ade volle, 0 NON MAI andova PERSONA. ‘Id. nov. 30.— Quindi veggèndomi
: Pervenire, NÈ PERSONA conoscèndomi. ld. nov. 63.
(16) Trovasi in alcun antico scrittore Nu/ accorciato da nullo. Che
NL di noi è forie a sofferire. Franc. Barb. 372, 14.— Amàr senza NUL
; Pro ec. D. da Majan. rim. ant. 86.
(17) Nullo fa usato anche per Talùno, alcuno. Ma se forse NULLO si
Movesse e dicesse, perchè ec. Vit. SS. PP. 1, 44.
Gramm. Ital. ="
154 PARTE TERZA:
‘—— & X. Non confondasi il suddetto nullo colla particella
negativa invariabile nu//a, che vale nzente, non punto, e che
pure usasi come pronome, posponendosi, o anteponendosi al
verbo, secondo che conduce seco, o no alcun’ altra particella
negativa, come: Ed altriménti mai non ne farò NULLA. Bocc.
nov. 2.— Chi in alcùna cosa può speràre, di NULLA si di-
speri. Bocc. Fiamm. 5, 85.—Dia molto, riceva poco, è NULLA
dimindi, Amm. ant. 416, 1. i
. XI. Nulla ha senso affermativo, e vale Qualche cosa,
quan o è usato per via di domandare, di ricercare, o
i dubitare, come: Potrébb' egli ésser ch' io avessi NUL-
LA ? disse Buffalmàcco. Bocc. nov. 85. — E se NULLA di
noi pietà ti muòve, A vergognàrii vitn della tua fama. D.
Purg. 6.—E sono al tuo piacér, se tu vudi NULLA. Lib. son.
95. (18)
CAPITOLO VIII.
DEGLI ADDIETTIVI DIMOSTRATIVI.
—_—$&.L Sonoaddiettivi dimostrativi (1) quelli che determinano
un nome qualunque, sia di persona, sia di cosa, dimostrandolo,
quasi additandolo, od esprimendo la vicinanza o la lontananza
o ci luogo o di tempo in cui esiste l’obbietto significato dal
nomé; avvene quattro: ve
(18) Quanto si è detto di Nulla applichisi pure a Niente (gli antichi
dissero neente). Questa voce che è sinonimo di Nulla, denotando- priva-
zione e negazione, si' usa accompagnata con negativa, e senza, anteponen-
dosi più comunemente al verbo, quando adoprasi senza la negativa, e
posponendosi quando n’ è corredata, come: NIENTE sarà capàce di sepa-
ràrmi da voi. NIENTE dura quaggiù. NIENTE è difficile a chi vuole. NON so
NIENTE diquest’affàre. NON ne comprendo NIENTE.—E se iu fai convito, 0
corrèédo bandito, Fal provvedutamènie, Che NON falli NIENTE. Br. Tesor. — Se
l’ uomo magnànimo desse ogni cosa per amore, NON gli parrèbbe acèr dato
NIENTE. Cavalc. specch. cr. —M'’infiàamma sì, che obblio, NIENTE apprèzza
ma dicènta etèrno. Petr. canz. 28. — Non. è per mio mèrilo fatto questo,
ch' io per me non sono NIENTE. Vit. SS. PP. 2, 203. Talvolta nulla. e niente
sono usati in forza di nomi, come: Questo ragàzzo non si ricorda dî
NIENTE. La quanlilà è quasi ridotta al NIENTE. Tullo ciò che si riduce «a
NULLA. Chi in alcuna cosa può speràre, di NULLA si dispèri.
Come pure in senso affermativo nel significato di qualche cosa, al-
‘quànlo, usasi nelle frasi interrogative e dubitative. Colla mano sùbilto
‘corsi a cercarmi il lato se NIENTE o acvèssi. Bocc. nov. 36.— Senza del
suo cruccio NIENTE mosiràre (cioè alcun segno) alla giovine ec. Id. nov. 4.
— Come ellu vede un.giovinètto di forma NIENTE (cioè alquanto ,. alcun
poco) riguardècole, ella s' uccènde delle sue bellèzze. Fiv. Asin. 40.
(1) Avverto di non confondere gli addiettivi dimostrativi co’ prono-
‘mi personali dimostrativi, dei quali altrove si è parlato (Sez. 111 Cap. Il).
ETIMOLOGIA E SINTASSI 155
Questo, Cotesto, Quello, Ciò.
I tre primi al nome premettonsi (2), e con esso in ge-
nere ed in numero debbono concordare, seguendo per tali
cangiamenti le regole già date (Cap. I, della presente Sezio-
ne); non sono mai preceduti dall’ articolo determinante; pos-
sono bensì, quando occorre, avere innanzi a sè qualsivoglia pre-
posizione. +» | |
-_$. HL Siccome si è già altrove spiegato (Sez. III, Cap. I)
ogni discorso ha naturalmente tre persone, espresse o sottin-
tese, l’ una che parla, l' altra cui si parla, ed una terza di cui
si parla: indi l' obbietto da indicarsi, può, riguardo a queste
tre persone, trovarsi in tre differenti posizioni di luogo, cioè,
o più vicino alla prima che non è alla seconda, o viceversa,
o egualmente distante da améndue, ma più vicino alla terza,
cioè a quella di cui parlasi, e secondo tali posizioni dell ob-
bietto che vuolsi dimostrare, usasi:
Questo,.a, e, t, (3) per dimostrare persona o cosa, pros-
sima alla persona parlante (4).
Cotesto, a, e, t, per indicare cosa, o persona prossima a
colui cui si parla. at, a
Quello o quel, quella, quelli o quei o que, quelle, per
indicare persona, o cosa distante egualmente, e da chi parla,
e da chi ascolta (5). :
(2) Esto, col suo femminino in a, e plurale in i, e, dall’iste de’ Lati-
ni deriva, € trovasi qualche volta. ne’ classici in vece di questo, questa
ec. Oggi però è inlieramente poetico. Perchè dunque bel dolce amìco ESTI
terreni beni desideràte? Fra Guitt. Sett. — Voi credète Forse che siamo
sperti d’ EsTO loco. D. Purg. 2.— Novèlla d' ESTA vita che ‘ m' addoglia.
Petr. canz. 6. Da EsTo deriva la particella sta che qualche volta premet-
tesi ancora oggidi ad alcuni nomi di tempo, come: Sfamàne, stamallìna,
stasera stanòlie ec.—0O diss’io lui per entro in luoghi tristi Venni stAMA-
xE. D. Purg. 8. —Di questo di STAMATTINA sarò io lenùto a voi. Bocc.
nov. 99- — Ubriaco fastidioso, tu non c’ entrerai STANOTTE. ld. nov. 64.
—E converrà che stasera iu smoccoli, Morg. 19, 77. ì
(3) Questo in vece di Ciò vale questa cosa, e usasi in senso neutro,
cioè senza variar niai la sua desinenza primitiva. Gran ftempo fu in
grande tribulazione di resta la Chiesa, e con QuESsTO molia guerra e dis-
senziòne ebbe. Gio. Vil. 3, 5. — Assài degli altri ho già fatti, li quali a
QUESTO condolto mi hanno. Bocc. nov. ‘27. —IN QUESTO (questa cosa) io
non vi piacerò già, credèndomi far bene. Id. nov. 18.
(4) Questo preceduto dalla preposizione ir, indica spesso il tempo pre-
sente, o supposto presente sottintendendovisi momèn/o, stanle, menire, ec.
come nel Bocc. nov. 77. IN Questo /a fante di lei sopravoènne; cioè
in questo momènio, in quesito mentre ec.
(5) Lo stesso ordine mantiensi per indicare qualunque cosa che sup-
ponesi ‘esistere nelle tre persone del discorso, cioè per cosa esistente nella
prima persona guesfo ; nella seconda eofèsto; nella terza quello; onde di-
a
456 PARTE TERZA
o. TESTI.
QuESTO garzoncello s' incominciò a dimesticàare con QUE-
STO Federìgo. Boce. nov. 49. — Che perno meco omài QUE-
sti sospiri, Che nascèan di dolòre. Petr. canz. 53.— È tu,
che se' cost) ànima viva, Pàrtiti da COTESTI, che son morti.
D. Inf. 3. — Oimé, Sisnòre, vo mi paréte uom di Dio, come
dite voi COTESTE paròle. Bocc. nov. 1. — Il meglio del mondo
spero di far QUELLO che m'imporrài. Id. nov. 17. — QuELL' al- >;
tro è Derofònie, e QUELLA è Fille: QueLr'è Giasòn, e QUEL- in
L'altra è Medéa, ec. Petr. Trion. d' Amore cap. I.—QUE' duo »
pien di paùra e di sospétio, L'un è Dionisio, e l'altro è Afes- ».
sàndro. Petr. ivi. i
S. III Ciò, addiettivo pronominale dimostrativo neutro
invariabile, vale Questa, cotésta o quella cosa, e però per
gli altri tre, questo cotésto , quello indifferentemente puossi
adoprare, e riferiscesi al sing. e al piur., al masc. e al
femm., come: Ciò si sente meglio che non si dice. Ciò era da
consideràr bene. Ciò vi fa onòre. Ciò dipende da lui ec. (6)
E tutii quasi ad un fine tiràvano assùi crudele; CIÒ era di
schifàre, e di fuggire gl infermi ec. Bocce. Introd. — Ma tor-
nando a ciò che cominciàto avza ec. 1d. nov. 8.— Otto cose
sono , che danno mattria a QUESTO peccoto; CIÒ sono ec.
Comm. Inf. 5. (7) ec. | |
CAPITOLO IX 00° L
DEGLI ADDIETTIVI DETERMINATIVI.
. I. Gli addiettivi determinativi sono: | o
ale, cotàle, altrettàle, altro, stesso, medesimo. O
rassi: QUESTO mio 0 nostro difèllo , COTESTO fuo 0 vostro difètio, QUEL ..
suo, © loro difetto. ln quanto poi al tempo usasi questo per indicare il
tempo presente, e quello o quel pel passato, come questo di, questa state, .
quel giorno ec. | pe
. (6) Questo pronominale può esser preceduto da qualsivoglia preposi-
zione, ma non mai dall’ articolo , come : di ciò, a ciò; da ciò jin ciò,
con cio, ec. x ;
(7) Ciò, nella medesima sua posizione invariabile, si trova anche re-
lativo a persona. St fuggirono dall’ altra parle de’ Sanèsi, e ciò fùrano
degli Abàti, di Que’ della Pressa; e più altri Gio. Vill. 6, 80. — Fùrono
elètti quatiro Capitàni, ec. e ciò furo ec. ld. 7, 5a. — Ciò leggesi talora
nel senso di yualunque, qualsivoglia , checchè , ec. seguito dal nome: Ciò
uccèlli che oolano j ciò pesci che nuotano ; Ciò fere che discorrono sono
seppellite nel nostro ventre. Amm. ant. 24. SR:
, Cîo trovasi per. solo riempitivo. Se ciò non fosse ch'a menzòria
m’ ebbe Pier Petlizàgno in sue sante orazioni. D. Purg. 13.
|
‘
4
hi
Î
y
bo
ETIMOLOGIA E SINTASSI . 257
Tale s accorda col suo nome espresso è sottinteso, iu
mimero solamente, e può essere da qualsisia preposizione
preceduto. e talora gli si dà anche l'articolo, dicendo: il fade,
la tale, ì tali ec. e significa colùi, colei, colòro ; e sovente
eziandio ha un significato indeterminatissimo, riferendosi al
nome generico zomo. Ecco degli esempj del vario uso di
questo addiettivo: Egli abita nella TAL casa. Il TALE o la
TALE me lo disse. Egli va ora dal TALE, or dalla TALE. Co-
nòsco un TALE che nol farebbe. TAL minàccia spesso che ha
para. TAL ride che poscia piange. TAL ti ride in bocca che
dictro fe l'accòcta. A TALE to son venùto (cioè a tale stato,
punto, segno, termine ec.): Sono ridètto a TALE che non posso
far né molto nè poco. (1)
, Tale ha per lo più come correlativo quale, sì come ab-
biamo già fatto osservare (Cap. V, S. VII, della presente
Sezione) (2). Pensa che TALI sono là i Prelàti, QUALI tu
gli hai qui potùti ved‘re. Bocc. nov. ®.— TAL QUAL di ramo
in ramo si raccòglie. D. Purg. 28.— TAL QUAL or mi vedéte
giovinetta, Quivi accompùgno Ambre. Bocc. Am. vis. 6, 16. (3)
S. IL Cotàle ha fo stesso significato che /a/e. Preceduto
| dalla particella un significa certo; ma preceduto da questo o
+
quel vale guesto'o quel medésimo:
l (1) Un tale vale lo stesso che un cerfo, come: UN TAL mèdico, UN TAL
piltore, UNA TAL nazione ec. Tale e tale vale questo e quello. — Si pro-
mélle cerla quantità di pecùnia a chi prima saglie in sul muro e in su
TALE E TALE forfèzza della ierra assediata. Cavalc. Espos. simb. 1, 69.
Tale vale qualche volta questo. — E ? oracolo è TALE. Caro, En. 7, 137.
Tale, replicato, ha un significato distributivo, valendo questi, quegli,
o l'uno, l altro, come: TaL risponde TAL ammutolìsce. TALE è troppo
ardilo TALE è troppo ùmido. 'TALE lo dice, TALE lo niega ec.
(2) Tale , può aver due particelle correlative. TAL QUALE fu ? hai,
COTALE la di. Bocc. gior. 3, fin. E qualche volta non ha alcuna corri-
spondenza espressa , essendo relativo a nome antecedente. La casa del-
l’uomo infermo stalo, o morto di TALE infermità ec. (cioè della pesti-
lenza già descritta). Id. Introd. La correlativa di fale può essere come 0
che, in vece di guale. TAL perdono troverà ciascuno ir verso Dio COM' egli
farà agli altri. Gr. S. Gir. 23. — Potrèbbe èsser TAL femmina , e figliuola
di TALE uomo , ch’ egli non le vorrèbbe avèr falla quella vergogna. Bocc.
Dov. /.
Tale ha qualche volta forza di alcuno. E TALI furono clie per dilètto
di quelle sopra alcùna tavola ne ponìeno. Bocc. introd.—Li loro cani ab-
bajivano forte, e TALE pigliàvano per lo lembo, or Vl uno or ’’ aliro.
r. Sacch. nov. 140. E talora, aggiunto a signore e signora , serve in
luogo del nome proprio. Si volse alla compagna e disse: madonna TALE,
Guardàle quanio è bello questo grano. Fr. Sacch. nov. 179.
(3) Tale e cotàle pur sovente hanno forza di avverbj, come: E don-
na mi chismò corlèse e bella 'TAL che di comandare è la richièsi. D. Inf. 2.
— Tar, ch’incomìncio a disperàr del Porto. Petr. son. 156. — id io lo
minotàuro far coraLe. D. Inf. 12. o
158 PARTE TERZA
TESTI.
Da uN coTAL fanciullésco appetìto mossa. Bocc.nov. 30.
'— Per UNA COTAL mezzanità e per contentùre il pòpolo eles-
sono due cavalitri frati Godènti ec. Gio. Vill. 7, 15.— £
QUESTO COTALE del luogo o del modo nel quale a vivere ab-
biàmo ec. Bocc. Introd.— Ma ancòra il toccàre è panni ec.
paréca seco quella COTALE infermità nel toccatòr irasportàr.
Bocc. Introd. (4) a
Altrettàle, quest'addiettivo, che vale @/tro tale, non 8
trova usato che nel plurale. I cotà/: son morti, e gli ALTRET-
TALI son per morire. Bocc. Introd.
S. III. Altro è addiettivo determinativo di diversità, e va-
le divérso, cioè che non è lo stesso, che è differente in qual-
sivoglia maniera da quelle cose di cui si parla. Esso s' accor-
da sempre col suo nome in genere ed in numero. Quest ad-
diettivo però trovasi sovente in senso neutro, corrispondente
all’ aliud de' Latini, e significa altra cosa (5). ©
TESTI.
Teméndo non fosse ALTRO, così al bujo levàtasi, com'era,
se n’andò là.Bocc. nov.86.—Sembiànie facendo di rider d'Ab-
TRO. Id. nov. 63.—0 ALTRO hai tu fatto? Id. nov. 1.—/0
via tu non sei da ALTRO, che da lavàre scodelle. Id. laber.
208. — Che mi confòrte ad ALTRO, ch'a ‘trar guai. Per.
canz. 8. (6)
S. IV. Stesso, e medesimo (T) sono addiettivi determi-
nativi assevérativi, che solo si usano in compagnia d' un n0-
(4) Notisi però che spesse volte queste due particelle pajono al prim®
sguardo avverb), mentre sono addiettivi, aventi il nome per ellissi sottt-
teso. Io gli darèi TALE (colpo) di questo. ciolto nelle calcagna ch' egli €
Bocce. nov. 73. — A TAL son giunto amore (cioè a tale stato). Petr. canz. 31.
— Tra gli ladròn trovài cinque coTALI (uomini) Tuoî cittadini. D. Inf. 98
— Io son de’ TALI, e de' COTALI (ciot parenti). Varc. Sen. Ben.
(5) Altro talora leggesi nel significato di altrùi. Niuna cosa è mia 0
d' aLTRO Za .quale si può togliere, o perdere. Amm. ant. 41. Come pure
nel signif. di altra persona. Ansèlmo che non vede ALTRO, da cui Posso
sapéèr di chi la casa sia. Av. Fur. 43, 136.
(6) Per altro, vale nelle altre cose, quanto al rimanènte.— Rico €
savio, e avvedùlo PER ALTRO, ma avarìssimo. Bocc. nov. 5a. — Lumi del
ciel, per li quali io ringrazio La vita, che PER ALTRO non m'è a grado
Petr. canz. 18. |
(7) Medèsmo per medesimo è del verso non mai della prosa. Di me
MEDESMO meco mi vergogno. Petr. son. 1. — Essi MEDESMI elle m' aveon
pregàlo. D. Puig. 26. Medèsimo usasi tajora per ripieno colle voci me
ETIMOLOGIA E SINTASSI 159
me 0 d’ un pronome, al quale aggiungono forza, e co' quali
faccordano in genere ed in numero, come: (8) Zo stesso o sfes-
sa, me stesso O stessa, tu slesso © stessa, noi stessi O stesse
ec (9). |
Li CAPITOLO X. LEA
DEGLI ADDIETTIVI QUANTITATIVI.
$. I. Sono addiettivi quantitativi i seguenti: molto, poco,
assai, tanto, cotànto, altrettànto, quanio, alquanto, tutto. Tut-
ti questi addiettivi possono anche esser avverbj, ma allora ri-
mangono invariabili. ASSAI non varia mai terminazione nep-
pur come addiettivo: Zn ASSAI cose per tema di 10. Bocc.
nov. 17.—Ma sendo a far questo impedìto dalle ASSAI fosse
che attraversavano îl paîse. Machiav. nov.— Con autorità gran-
dissima, e con ASSAI provvisiòne di gente e di danùri. Sega.
. Stor. 14, 379.
$ II. Si è già parlato altrove delle particelle tanto, quan-
lo, a
R plfligio podi SII dI Tag a n°
BO
o pin nd
trettàanto, come avverbj di comparazione (Cap. Ill della
presente Sezione), ora conviene trattarli come addiettivi, che
co nomi loro si accordano in genere ed in numero. Zanfo
ecotànto nel sing. indicano grandezza, nel plur. moltitudine (4).
Lo stesso dicasi di quanto , che è il costante correlativo
espresso o sottinteso, di tanto e cotànto (2). Il maéstro diede
%, co, seco, potendosi anche riferire a femmina senza cangiare la desi-
nenza del maschile. Za qual cosa la donna udèndo ec. la grandèzza
dell’ànimo suo molto seco MEDESIMO commendò. Bocc. nov. 4g. — Certo
veder nol dei, nè credo chel vuogli, se savia leco MEDESIMO di consiglt.
Fiamm. 1,56. — Medèsimo posto co’ pronomi questo, quello, ‘rimane pure
invariabile , ancorchè sia relativo a nomè femm. o plur. Chi # assicura
Che quell’ dpere fosser quel meDESIMO? D. Par. 24. ni
(8) Stesso sovente usasi in forza di nome sottintendendovi il nome
— Neutro cosa, come: Tutto è lo sTtESSO. Lo sTESSO gli ho detto anch'io. Mi
accadde lo STESSO in Roma ec. Stesso e medèsimo sono talvolta avverbj,
valendo fino , per fino, come: Lo stesso Dante . Lo stesso Pelràrca. In
Firenze medèsimo, ec.
(9) Stessi nel singolare in vece di sfesso leggesi presso qualche anti-
| S scrittore, come: Egli stessi, me stessi.— Siccome il Sol che si cela egli
MESSI. D. Par. -5.—Ur perchè mi lodi tu a me stessi. Cavale. Pungil. 144.
— Fa nel capo tu sTESSI un nodo scorritòjo. Fr. Sacch. nov. 166. Ma tal
modo di dire è disapprovato dal vocabolario, come fuor d'uso; € così
| Inre STESSO nel plurale in vece di STESSI. Soro molti che per èssere fenùli
| Umili e giùsti spesse volte èglino STESSO si biàsimano. Passav. 162.
(1) Tanti e cotànti, preceduti da qualche addiettivo numerale, e così
le tanfi o colànii, ire tanti 0 cotànii ec. vagliono il doppio più, e
: tre volte più ec. Cento volle tànio, 0 cotànio, vale eèniuplo.
i
(2) Tanto e cotànio spessissime volte nsansi pure senza la corrispon-
denza di quanto. Nel cospeèllo di TANTO giidice. Bocc. nov. 1, prin.—Da
‘160 PARTE TERZA
TANTA fede alle paròle di Bruno QUANTA si sarîa convenù-
fa di qualùnque verità. Bocc. nov. 79.—E forse in TANTO
(tempo) QUANTO un quadrel posa E vola ec. D. Par. 2.
TANTE volle QUANT’ ella nella memòria mi viene ec. Filoc.
3, 101.—/o-ci priego per COTANTO amòre, quanto è quello
che to vi porto Bocc. nov. 18. (3)
S. ITÉ Altrettànto vale altro e tanto, e dinota uguaglian-
za di numero, di peso o di misura, come: AL'YRETTANTO
pane arrostìto. Bocc. nov. 92.— Cinquànta paternòsiri, e AL-
TRETTANTE avemmarie. Bocc. nov. 24. — Una donna più bel-
la assai che ’l Sole, E più lucènte, e d' ALTRETTANTA etàde. ’
Petr. canz. 24.— Altrettànto vusasi anche avverbialmente, e *
come tale mille esempj se ne trovano ne’ classici autori.
S. IV. Alquànto, a, i, e, nel singolare vale un poco, €
nel plur. a/cèni, come: Dopo ALQUANTO spazio cominciò a
dire. Bocc. nov. 38,-- Con ALQUANTA gente. Gio. Vill.-7, 114
— ALQUANTI uòmini. Petr. canz. 10. — ALQUANTE lògrime.
Bocc. nov. 23.
$. V. Alquànto trovasi pure come nome astratto. Ch È:
ALQUANTO non prende di tempo avànli ec. Bocc. gior. 1, fin.
— In lui ritornò lo smarrito colòre, e ALQUANTE delle per-
dùte forze. Idem, nov. 14.
s. VI. Tutto, a, i, e, richiede tra sè e’1 suo nome l'ar-
ticolo definito (4), come: tutto il tempo, iutti gli uòmini, tut
ta la notte, tutte le cose ec. (5); ma l'articolo può ommettersì
indi in qua COTANTE carte aspèrgo, Di pensièri, di làgrime e d’ inchiostro
Petr. Tr. d'Am. cap. 3. Così pure guarito senza il suo antecedente fanlo
o colànto.—Nt vi poirèi dire QUANTA sia la cera che vi s' arse a queste
cene. Bocc. nov. 79.—QUANTI felici son già morti in fasce! QUANTI mise
riin ultima vecchiezza ! Petr. Tr. del T.
(3) Tanto e quanto sono talora nomi astratti, e come tali posson0
no, andare accompagnati dall'articolo o da altra particella come appoggi»
Quel TANTO, a me, non più del vìver giova. Petr. canz. 18. — E spalan
càndo poi TANTO di gola, Urla, bestemmia, ec. Malm. 7, 85.— Che pa- +.
gherèste voi? ditemi il QuaNnTO Dicèa Rinàldo. Morg. 18.—La spera otlo-
va ci mostrerà molli Lumi, li quali e nel quale, e nel «Quanto: Noter sì
posson di divèrsi volti. D. Par. 2.
(4) Presso gli antichi era proprietà di linguaggio ed eleganza, di porre
tutto tra il pronominale congiuntivo quale, o il dimostrativo questo, 0.
il determinativo alfro, e il nome. Delle QUALI TUTTE cose Antonio facèn-
dosì beffe. Vit. SS. PP. 1, 18. — Le QUALI TUTTE cose sono da èsser dili
genlemènie consideràie. Cresc. 12, a. — Per QUESTE TOTTE edadi questa
nobiltà di cui si parla ec. D. Conviv. 195.— Così gli ALTRI TUTTI fiori €
frutli al loro tempo èscono ec. Vit. SS. PP. 2, 257. In oggi però più
propriamente direbbesi: Le quali cose iutle. Per tutte queste etàdi. Così :.
tutti gli altri fiori ec.
- (5) Tutio, posto innanzi ad un addiettivo, quantunque propriamente Ò
non sia che un avverbio nel significato di interamente, è però conside
ETIMOLOGIA E SINTASSI 161
tome superfluo quando il nome ha senso. indetermiriato o ge-
nerico, cioè quando non è che un qualificativo (V. Sez. II,
Cap. VII). Ricòrdivi che noi siam TUTTE femmine. Bocc. In-
trod. — La gente ch' avéa bontàde veniva a lui da TUTTE parli.
Nov. ant. 20.— Colùi, che col consìglio, e con la mano A
TUTTA Italia giunse al maggiòr uopo. Petr. "Tr. della F. cap. I.
— E quel, che solo Contra YrurrA Toscàna tenne il ponte.
Id. Ibid. — Riverìto, onoràto, careggiàto da TUTTA gente.
Passav. 48.
S. VII. Tutto usato come nome di geriere neutro coll’ ar-
ticolo, ed anche senza, vale ogni cosa (6). E quel savio gent], .
che TUTTO seppe, Disse per confortàrmi ec. D. Inf. 7. — 6; nel
volto di lui che TUTTO vede Vedi 'l1 mio amòre ec. Petr. son.
3035. — Làida è ogni parte che al suo TUTTO non si conviè-
ne. Amm. ant. |
Tutto pigliasi sovente in significato collettivo, come: Cre-
di tu vero TUTTO ciò ch' egli mi narràva? Egli TUTTO seppe. Il
TUTTO mi è noto. TUTTI sopra la verde erba si pòsero in cer-
chio a sedère ec. Talvolta vale lo stesso che ogni, ciascùno,
come: tutto giorno, o tutto dì; lutta città. Tulto usasi anche
avverbialmente, come: 4 tutta corso; a tutta possa; tutto solo;
tutto sbigolilto ec. | |
CAPITOLO XI.
DEGLI ADDIETTIVI NUMERALI.
S. I. Gli addiettivi numerali sono quelli che indicano la
qualità di numero nelle cose, cioè stabiliscono un determinato
numero di oggetti fra molti, e sono di due specie, primetivi
e ordinalivi | Dc
6. II I primitivi, che anche cardinali Gb si dicono, sono
o semplici, o composti, o derivati. I semplici sono da uno
rato come addiettivo, e accordasi col suo nome espresso o sottinteso.
Loro TUTTO rotto e TUTTO pesto il iràssero dalle mani. Bocc. nov. 11.—
TUTTA ?icida e rotta nel viso. Id. nov. 73.—Qui TUTTA Umile, e qui la vidi
altèra. Petr. son. 89.
(6) Tutto quanio vale Tutto intièro. Vedi D. Par. 28, e Inf. 31. —
Bocc. nov. 85. — E vale anche Tuzto quello che. Tuti' uno vale Una co-
sa stessa. Il dir le paròle, e l’ aprirsi e ! dar del ciollo nel calcagno
a Calandrìno fu TUTT’ uno. Bocc. nov. 73. — Congiùnto con tanto legàme
d' amistàde, che N ànima di amendùe era TUTT’ uno. Guid. Giud. — Cor-
tesia ed onestàte è TUTT uno. D. Conviv.
(1) L’addiettivo cardinale , derivante da cardine, come aggiunto di
numero , vale principale , che regge, che sostiene, quasi sieno i numerì
primitivi come cardini su cui s' aggirano tutte le altre specie. di numeri.
Gram. Ilal. gs 22
162 PARTE TERZA
sino a dieci inclusivamente: Uno (2), due (3), tre, quatiro,
cinque, sel, sette, otto, nove, dieci o diece. A’ quali possono
aggiungersi venti, cento, mille.
Della voce dieci, insieme con una delle nove antecedenti,
si formano nove altri addiettivi numerali, che per ciò a 1
sti si chiamano. Undici, dòdici, trédici, quattordici, quindia,
sédici, diciassétte, dicidito, diciannòve. i
Seguono altre voci, le quali quantunque sieno semplici,
pure dalle anzidette (cioè, fre sino a nove) derivano, e perciò
numerali derivativi s' appellano, tali sono: Trenta, quaranta,
cinquanta, sessànta, settànta, ottànta, novània.
S. IIL Da questi derivativi, come pure da venti, cento €
.. (2) Uno s'accorda in genere col suo nome, espresso o sottinteso.
Quantunque uno, che come add. di quantità, indica un’unità determinata,
sia per sè stesso senza plurale, pure in correlazione coll’ addiettivo Altro,
riferendo due cose già mentovate, non solo ammette il plurale, ma rice-
ve anche l’ articolo determinante. Tanto l età 1° uno e 7 ALTRO da quello
ch’ èsser solècano gli acèa trasformàti. Bocc. nov. 16.— Qu è’ 8 bel ciglio,
e P UNA e D'ALTRA stella, Ch'al corso del mio vìver lume denno? Pete
son. 258. — Siccome fecero î Suguntìni, e gli Abidèi, gli uni temènti An
nìbale cartuginèse, e gli ALTRI Filippo macedònico. Fiamm. 5, 93. — Spe
rava Î UNE cresciute, e l’ ALTRE dovèr irovàr scemale. lbid. 3, 22%
Uno usasi talora in senso distributivo in vece di Ciascuno, come: Cenlo
Scudi per uno. Un tanto per uNO ec. Uno ed una talora vagliono medesimo,
medesima. O fiero voto, Che'1 padre, el figlio ad UNA morte ogferse!
Petr. Tr. della F. cap. 1. — La nostra città di Fiorènza eh' era UN
co” Romàni ec. Malesp. Stor. Fior. p. 43. — Amor e’ cor geniìl sono UN
cosa. D. rim.
In uno e in una vagliono insième. Ed amor solo con dèbila contem-
plaziòne seguitàre 1N UNA ho raccolto le sparse cure. Amet. 3.—E 1N UNO
con esso lui salùula il venerabile Pucciandone. Guitt. lett.
(3) Due è in oggi dell’ uso comune, quantunque il dire e scriver Dw
non sarebbe errore, trovandosi ne’ migliori classici usato al pari di quello:
Si si starèbbe un agno in tra DUO brame Di fieri lupi. D. Par. 4. — Una
fiera m' appàrve Cacciùta da DUO veliri, un nero, un bianco. Petr. cani. l2.
— Domandolli dieci marchi in prestànza, ed ojfèrseline DUO march |
guadaguo. Nov. ant. 25. — Dirànno piccola cosa èssere ad un re l' aetr
muridile DUO giovinetle. Bocc. nov. 96.
Dua, che dal volgo fiorentino tuito di odesi, è riputato errore, se
bene non è senz? esempio presso qualche antico. In drecve dato !° ordine,
che niuno il sapèsse, che noi DUA. Cron. vell.— Nacque nel DUA diqua
del centinàjo. Bern. rim. 1, 69. .
Dui trovasi, da qualche poeta, usato perla rima. Che dal tempo d' 0r-
lùndo în qua, più DVI Posson, ch? un, che non abbia ajùto altrui. Bern.
Grl. 1, 24, 2. Incontrasi anche qua e là in prosa. Proferìto s'era DUA MOR
di servire la repùbblica. Bemb. stor. —.Se altri DUI sì forle amore lega; che
de' DUI corifa uno, sponsa con ispònso, che DUi sono in uno corpo ec. Guilt-
lett. 10, 27. ] 1
Duo prendesi sovente come nome, termine musicale, e significa Canto
a due voci insieme, o alternate, e chiamasi pure così la musica com
posta per gli strumenti che accompagnano due voci: in vece di Du
dicesi anche Dueslo. |
IR
ETIMOLOGIA E SINTASSI 165
mille, atri numerali composti si formano, cioè ventàno 0 cen-
f uno (4), ventidùe, ventitré, ventiquàtiro, venticìnque, ec., tren-
fùno, trentadue ec., quarantùno, quarantadte, ec. cinquantùno,
cc. centùno (5), ec. ducénto o duecénto o dugénto, cinquecénto,
mille (0) , milione. | |
Nell uso i numerali, sì semplici che composti, e derivati,
adopransi anche come nomi, ricevendo essi non solo l'appog-.
gio dell'articolo determinante, ma ammettendo eziandio il se-
gno del plurale, onde diciamo: 77 due, il tre, il quattro, due
du, tre cinqui, quattro setti cc. (7) |
ORDINATIVI.
S. IV. Gli addiettivi numerali ordinativi accennano |’ ordi-
ne delle cose riguardo al numero: essi s' accordano co’ loro
nomi in genere, ed in numero, e sono ugualmente che i nu-
merali primitivi, da' quali quasi tutti derivano, o semplici o
composti. i
SEMPLICI.
Primo, secòndo, terzo, quarto, quinto, sesto, séttimo, ottà-
vo, nono, decimo. |
COMPOSTI.
Decimoprìmo o undicèsimo o undècimo.
Dectmosecòndo o dodicesimo o duodécimo o dodécimo.
Decimoterzo o tredicesimo © terzodécimo o tredécimo.
Decimoguàrio o quattordicésimo o quartodécimo o quattro-
décimo.
Decimoquìnto o quindicesimo o quintodècimo o quindécimo.
Decimoséèsto o sedicèsimo o sestodécimo o sedécimo.
Decimoséttimo o diciassettesimo o settimodécimo.
(4) Fentùno, trentuno, quarantùno , ec. non variano mai termina-
zione; non sarebbe però errare il farli accordare con un ‘seguente nome
in femminino, come: Poî per la medèsima via per distèndere alire no-
VANTUNA rofa e poco più. D. Conv. p. 116. Notisi inoltre, che quando il
nome vien, dopo i numerali suddetti, egli rimane nel singolare, ma si
fa plurale quando a’medesimi precede, onde dicesi verzun saldo, qua-
rantun anno, o anni quarantùno ec.
(5) Di Certo troncasi talora la seconda sillaba unendosi Ja prima ad
altro numerale, come: cenquattordicî, cenquìndiei, cenquarània , cencin-
quania , censessania, censellània, cennocanita. sn
(6) Mille fa al plurale mila. | i
(7) I numerali sono sovente preceduti dall’addiettivo plur. suzdi, tulle,
e dalla congiunzione copulativa e, come: #uflî o futte e due, tuiti o tulle
e ire, iulti o tulle e quatiro, ec.; e se a numerali segue un nome, que-.
sto va per lo più preceduto dall’articolo determinante, come: Futl? can-
t
164 PARTE TERZA
Decimottàvo o décimo ottàvo o diciottesimo o ottodécimo.
Decimonòno 0 diciannovesimo o nonodecimo. si
Ventesimo 0 vigésimo ; ventesimoprìmo o ventunésimo; venti
duesimo o ventesimo secòndo ; ventesimoterzo, ec.
Trentésimo o trigésimo. Quarantésimo o quadragesimo.
Cinquantésimo o quinquagésimo o quingentésimo. —.
Sessantésimo o sessagisimo. Seltantésimo o settuagésimo.
Ottantésimo o ottagésimo. Novantésimo. Centèsimo. Millesimo.
Milionesimo.
NOMI NUMERALI COLLETTIVI.
. $. V. Dagli addiettivi numerali derivano i nomi numerali
collettivi, cioè quelli, che sotto una sola denominazione espri-
mono un aggregato di più numeri, tali sono:
Ambo, ambi, ambe (8), che vagliono ulti e due, tutle e
due. Terno (9), quartina (40), cinquìna, sestìna (11), sett
cocàre TUTTI-E DUE li pacificali popoli, ec. Filoc. 7, 330.—Ne’quali TUTTI
E CINQUE presentemènle non si scorge allro che ec. Red. In vece della con-
giunzione e vi si pone anche in mezzo la particella a. Com TUTTE A TR
le cocche (sorta di navi) si dirizzàrono contro l’armata de' Genovèsi. Matt.
Vill. 3, 79. | ?
(8) Ambo, ambi, ambe, vagliono tutti e due, l'uno e l’altro didue.
Ambo è di genere comune cioè riferiscesi al mascolino ed al femmimno
Al fin AMBO conovèrsi al giusto seggio. Petr. canz. 48. — I° son colui che
tenni ambo le chiàvi Del cuòr di Federìgo. D. Inf. 12. Ambi è di genere
masc. plur. Anfornio Natàle, e Scevino, AMBI anima e corpo di C. Pisone.
— Tac. Dav. Ann. 15, 220.—Questi amarànti Ti diè pur dianzi il luo viin
Filèno. E queste rose che lu porti in seno Da Tirsi avèsti, AMBI novéli
amanti. Vinc. Mant. rim. 4. Ambe al solo femminino plur. riferiscesi :
Allora stese al legno AMBE le mani. D. Inf. 8.— E sien nel cuor punile
AMBE le luci. Petr. canz. 8. Ambi, e Ambe sovente si compongono coll ad-
diettivo numerale Due o Duo. Così feriti AMBIDUO siete, oh piaghe
fortunate e care. Past. fid. 4, 9.—L’uno e I° aliro savio dicèa vero , pl
ciò ad AMBIDUE donde. Nov. ant. 23, 2.—E temo che un sepolcro AMBE
DUE chiuda. Petr. canz. 3o.— Allora AMBEDUE entràro nella fossa. Nov.
ant. 35. i
(9) Terno è per lo più Termine del giuoco de' dadi, quando ambedue
i dadi scuoprono tre punti ; ed è pure usato nel giuoco del lotto per si-
gnificare la combinazione di tre numeri. Ne’ componimenti poetici in terza
rima usansi le voci Terzèllo , iernàrio o ierzina, e così pure in qua-
Junque poesia compresa in tre versi; Terzèito è anche termine di mus. €
significa Canto a tre voci. ,
(10) Quartìina , che anche dicesi Quadernàrio, è termine di poesia,
e indica strofa di quattro versi ; nella musica dicesi Quartèfto per signi-
ficare il canto a quattro voci.
(11) Anche sesfina è termine di poesia usato per significare una can-
zona composta di sei stanze, e di sei versi di undici sillabe per ogni
stanza, le ultime parole de’ quali sono in ciascheduna stanza le medesime,
col ritornello o coda di soli tre.versi, che tutte le sei parole finali com-
prendono; cd ogni primo verso di ciascheduna stanza termina colla me-
desima parola colla quale termina l’ ultimo verso della stanza antecedente
Re Sn
sr
ETIMOLOGIA E SINTASSI 165
no (12), decina o diecìna, dodicìna o dozzina, ventina, tren-
ina, quarantina, cinquantina, ec., centinàjo, migliàjo. (13) ‘
NOMI NUMERAZLZI DI PROPORZIONE MUZLTIPLICE.
S. VI. Questi parimente dagli addiettivi numerali deriva-
no, e chiamansi nomi di proporzione multiplice, perchè in-
dicano la moltiplicazione degli ‘oggetti di cotante volte, quante
‘ In sè contengono i numerali primitivi da’ quali sono compo-
sti; tali sono: doppio, triplo, quadruplo, quintuplo, séstuplo, sét-
tuplo, dttuplo, nonuplo, décuplo, céntuplo, millécuplo.
SEZIONE QUINTA.
| | DEL RERBO
QUARTA PARTE DEL DISCORSO. ’
CAPITOLO PRIMO
DEL VERBO IN GENERALE.
$. L Prima che m' inoltri a ragionare su questa impor-
| tantissima parte del linguaggio, invito lo studioso, acciocchè
n comprenda quel che ne son per dire, di riassumere la let-
. tura del primo Capitolo della IV Sezione, e di acquistarsi se-
| goatamente perfetta intelligenza delle quattro specie d' addiet-
‘ tivi colà esposte.
Quel che in origine ha dato motivo all'invenzione di quel-
- la classe di parole chiamata Verbi, par che abbastanza chiaro
à noi siasi fatto conoscere per la definizione datane nella
, Prima Sezione $. V di questa Parte; e, avvegnachè ivi trovisi
verbo indicato come quarta classe generale delle nostre idee,
| Purequal terza convien riguardarlo, essendo la classe de'prono-
Iiquasi che solo una continuazione di quella deinomi: e in
Att dall'invenzione de'segni di sostanze (nomi), e di pel degli
| attributi (addiettivi), de' quali gli uni e gli altri da sè non
; offrono che idee isolate o sconnesse, nacque naturalmente
immediata necessità d’ un altro segno, atto ad indicare l' u-
(12) Nell'uso dicesi anche offavario, e novèna; il primo per denota-
’ P P
. Itgli otto giorni che seguono ad una qualche festa solenne nella Chiesa,
nale i quali tutte le preci sono relative a quella festa, come sarebbe
. i OHavario di Pasqua, l’ottavario de’morti, ec. Il secondo per significare
. 2 Spazio di nove giorni consecutivi in cui si pratica qualche particolare
" divozione.
(13) Centinajo e migliàjo diventan femminini al plurale, e diconsi
ninàja, migliàja. MINNIE
166 PARTE TERZA Na
mione dell’ attributo alla sostanza, vale a dire, ad affermare
che quello in questa esiste, e tal segno fu il verbo Esser,
per cui altro non deesi intendere, se non che un segno affer-
mativo della supposta (4) esistenza di alcun attributo in qual-
sisia subbietto. (2)
‘. $. IL Posto quest’ incontrastabile principio, non evvi che
un solo verbo, propriamente detto, ‘cioè Essere, che è segno
necessario, senza del quale non può avervi proposizione al-
cuna perchè non v' è connessione tra le idee, e però nessun
retto giudizio puossi formare, ma è pure segno sufficiente,
perchè esso solo afferma ciò che noi giudichiamo esistere
negli obbietti, cioè, esprime che esiste nella nostra mente l' +
dea di qualche obbietto, unita a quella di qualche attributo,
sia questo fisico, metafisico, attivo o passivo (vedi Sez. IV,
Cap. I). Così, a modo d' esempj, il verbo unico éssere affer-
ma l’esistenza degli attributi dolce, amàro, bianco, verde, ar-
dénte, vivénte, amànie, amàto, vendùto, negli obbietti o sostanze,
zucchero, fiéle, neve, erba, fuuco, animàle, uomo, donna, cavàl-
lo ec. dicendosi lo zùcchero è dolce, il fiele è amùro (3), ls
neve è bianca, T erba è verde, il fuoco è ardénte, l' animile
é vivente, ll uomo è amànte, la donna è amùta, tl cavùllo
€ vendùto (4). da
‘S. III. Ignorasi per quanto tempo il verbo éssere si man-
tenesse in quella sua forma primitiva per ̰ affermazione di
(1) Dico .supposta imperocchè l’ esistenza dei così detti attributi negli
obbiettt non è che intellettuale, vale a dire la nostra mente giudica che
tali vi esistano, perchè esistono in essa mediante i nostri sensi; onde il
verbo èssere, affermando la esistenza degli attributi, esprime l' atto della
nosira mente , che giudica, cioè esprime un'idea intellettuale, che fuor!
della mente non ha alcuna consistenza: ed è questa la differenza tra il
verbo èssere ed il verbo esislere , il primo esprime l’esistenza astratta €
puramente intellettuale ; l’altro V esistenza positiva e reale; onde vede!
quanio vanno èrrati quei che senza. restrizione alcuna spacciano l'uno
sinonimo dell’ altro. Essere , egli è vera, può ben divenire sinonimo
di esistere nel significato di èssere esistènie, come quando diciamo; Id
dio è , vi è un uomo, tali cose sono ec. întendiamo dire.Zddio esisle }
un uomo esìste; talé cose esistono; che vagliono: Iddio è esistènle, W
uomo è esisitènie, dali cose sono esisiènti ec. (vedi nota 6). . ha
(2) In logica il verbo èssere è appellato Copula, quasi che leghi l'at-
îributo al subbietto , onde dicesi che una proposizione consiste in su
bièllo , copula e attribùlo. 1 ,
(3) Non portano opposizione allo. stabilito principio: le seguenti € 5-
mili espressioni: Zo zucchero dolce, ? fuoco ardènie, bianco come la ne
ec. poichò s'intende dire: Zo zùcchero che è dolce, il fuoco che è ardènie,
bianca cam’ è la neve ec.
| (4) Non bisogna già confondere l’ affermazione espressa dal verbo»
con quella della intera proposizione , di cui è parte integrante il verbo;
una proposizione può essere affermativa o negaliva, dicendosi negati?
ii
ETIMOLOGIA E SINTASSI 167
tulle Je quattro specie d’ attributi; certo si è che colle rifor-
me, a cul soggiacque il linguaggio naturale nato coll’ uomo,
questo verbo pure degenerò dalla forma sua semplice che eb-
be in origine; anzi la proprietà esclusiva di verbo in quella
voce, divenne col tempo un principio mero filosofico, e con-
servatale soltanto per affermare, o indicare | esistenza degli
attributi fisici e metafisici negli «obbietti. In quanto alle qualità
atve e passive, furono per l' affermazione di queste, onde
abbreviare i] discorso, inventate migliaja di voci, attead esprime-
re l'idea dell'attributo, in un coll’ affermazione della sua esi-
stenza negli obbietti; cosicchè da esser amànie,ièsser credènte, ès-
ser liménfe, èsser senziénie ec. nacquero amàre, temere, crèdere,
sentire ec. (d); e.sono queste e mille e mille simili voci, che
propriamente chiamansi verdi, ed a cui suolsi dare l' aggiunto
di addiettivi per distinguerli dal primitivo verbo éssere, il qua-
le per eccellenza vien detto verdo sostantivo (6). Sono adua-
que 1 verdi addiettivi che fa d’ uopo insegnare a conoscere,
che m' accingo a fare nella presente Sezione.
S. IV. Il nome o pronome rappresentante Pl obbietto, sia
persona, o cosa, in cui il verbo afferma l esistenza di qualche
attributo o qualità, chiamasi subbietto.
. $& V. Dalle due specie d’ attributi o qualità attive o pas-
sive, da affermarsi negli obbietti, due classi di verbi addiettivi
| Tisultano, cioè verdi attivi, e verbi passivi: gli uni e gli altri
: © vanne accompagnati dal loro subbietto (nominativo), 0 sono
relativi ad un subbietto antecedentemente espresso. I verbi
. attivi esprimono che il subbietto agisce, opera, cioè fa l’ azio-
Ne: i passivi esprimono che il subbietto soffre, cioè riceve Ì a-
zione: ne’ primi adunque il subbietto chiamasi l' Agente, ne se-
condi il Paziente, come:
quella il cui verbo è accompagnato colla particella mon, ma il verbo da
i a .® . . » .
* sempre afferma ancorachè la proposizione sia negativa, come: L' ah
bero è allo, è proposizione affermativa , L’ albero non è allo , è propo-
| Szione negativa, ma in entrambe il verbo afferma: nella prima, che
l'attributo esiste nel subbietto ; nella seconda, che non vi esiste. |
.. (5) Nelle Tingue antiche una tale riduzione estendesi anche alle qua-
lità passive, dicendovisi verbi passivi quelle voci che racchiudono e il
verbo èssere, e l'attributo o la qualità passiva. Come, a cagion di esempi,
Sono ì verbi latini Laudari, vederi, legî, pumri ec. esser lodato, veduto,
| Sono corrisposti nella lingua italiana.
I
Ù
fto, punito. Noi a suo lgogo faremo conoscere come tali verbi latini
(6) Da taluni il verbo èssere nella primitiva sua funzione è chiamato
? verbo asfralio , e conseguentemente verbi concrèti si dicono tutti gli altri
* Verbi, perchè il primo esprime l’atio della mente che giudica, cioè un’i-
ta meramente intellettuale , che fuori della mente non ha nessuna esi-
Senza. Altri, con nomi più veraci e più chiavi per l' intelligenza di tutti, ap-
168 PABTE TERZA
Pietro scrive (è scrivente), Za léttera si scrive (viene
scritta).
. VI. I verbiattivi sono parimente di due specie, tran-
sitivi ed intransitivi. Transitivi sono quelli il cui subbietto
agisce, e l' effetto della sua azione estendesi su di qualche per-
sona o cosa differente da lui, la qual persona o cosa obbietto
diretto, o reggimento del verbo (accusativo) chiamasi, come:
Pietro scrive una lettera. Il Nilo fecònda l Egiito.
© Intransitici sono quelli il cui subbietto agisce, ma l' ef-
fetto della sua azione rimane in esso senza estendersi sopra
alcun' altra cosa differente ida lui, come:
Pietro corre, Giovànni nuota, l uccello vola. (1) —
Ogni verbo attivo transilivo può divenir passivo, cambia:
dosi il suo subbietto in obbietto indiretto (vedi Sez. II, Cap.
V, S. V), e il suo obbietto diretto in subbietto, come: att. Pie-
tro scrive la léttera: pass. La léitera si scrive, è scritta, 0 v4- |.
ne scritta da Pietro.
. 8 VIL Evvi una terza classe di verbi, che affermano nel lo- :
ro subbietto uno stato di essere, presentandolo quasi dicasi ll |
uno stato di riposo, nè agente nè paziente, e che perciò ven
gon detti verdi neutri (nè l' uno nè l’ altro) (8), come:
| Piètro vive, Giovànni muore, Carlo siede, Pàolo dorme. (9)
pellano l’ uno verbo semplice, gli altri verbi composti. Ma qualunque #6" {:
giunto vogliasi dare al verbo primitivo èssere o sostantivo, 0 astrallo; 0 |,
semplice, esso, divenendo sinonimo del verbo esìsfere, e come tale riceven ,
do un carattere affatto opposto a quello espresso dai tre anzidetti aggili* ,
ti, dovrà chiamarsi verbo addiettivo, concreto, o composto. (V. nota 1)
(7) Sonovi de’ verbi, i quali di natura loro atztici intransilioi, poss *.
divenire fransilivi prendendo un obbietto diretto ; onde diciamo Corre
posta, còrrere il palio, correr le strade ec. Passeggiàr un caodllo, pos
giar la cosla ec. n
(8) La grammatica latina divide i verbi neutri in neutri assolulb 19
neulri aitivi ed in neutri passivi, divisione la quale, avvegnache incon
patibile sia col significato del termine neutro, pure spiega sufficientemente |.
la differenza tra i verbi, il cui subbietto agisce, e quelli il cui subbietto
trovasi in uno slalo di essere o di riposo. 1 grammatici della lingua Y9”
gare (così un tempo chiamavasi la lingua italiana) volendo seguire "© .
tracce della grammatica latina, introdussero nella loro de’ verbi neulri
0 o. . LI . . . LI
passivi; noi a suo luogo disamineremo se una tal denominazione 2 verbi —
così detti convenga o no. Ciò che per altro ci sembra affatto erroneo, €
contrario alla natura delle cose, si è il metodo della maggior parte 0
grammatici moderni, di dividere i verbi in aftici o frensitici, in passi
ed in neuiri o inlransilivi, confondendo sotto quest’ ultima denominaz108°;
e i veri infransilici, come noi gli abbiamo dimostrati, e que’verbi da nol |.
indicati come neutri (vedi il testo}: cosicchè dietro gli ammaestramet!! |.
loro, la natura de’ verbi correre e fuggire, a cagion d’ esempio, è la stes
sa che quella de’ verbi Stare e sedere.
(9) Talvolta i verbi neutri si usano in significato di allivi tro -
I,
ETIMOLOGIA E SINTASSI 169
S. VIII. L'idea d' affermazione espressa dal verbo seco .
porta cinque altre idee, accessorie sì, ma di. somma necessità,
cioè quelle di modo, di tempo, di persòna, di nùmero e di
conjugaziòne, che sono come tante modificazioni o accidenti
a' quali il verbo -suole andar soggetto.
CAPITOLO II.
DEL MODO.
S. I. Per caratterizzare il significato del verbo, ovvero
per modificare l’ intenzione di chi proferisce il verbo, sonosi
nel linguaggio introdotte varie maniere con cui un verbo può
enunciarsi, le quali da’ grammatici chiamansi modi, dal termi-
ne latino Modus. (4 a
3 II. Cinque modi ha il verbo italiano.
.° Il modo infinito, per cui l' azione, la passione, o lo
stato di essere, esponesi in una maniera generale e indetermi-
nata senza far menzione del subbietto.
2.0 Il modo indicativo, o dimostrativo, così detto perchè
esprime il significato del verbo (2) in maniera semplice, po-
sitiva, e assoluta. (3 |
35° Il modo condizionale, è quella maniera con cui s' es-
prime il significato del verbo sotto qualche condizione, vale
a dire, che l’azione, la passione o lo stato di essere, avrebbe
luogo o non avrebbe luogo, se tale o tal altra cosa succedesse
o non succedesse. (4) . |
.
silici , prendendo come obbietto diretto l' istesso nome astratto da essi
verbi derivato, come: Questa VITA, che noi VIVIAMO, di fatiche innumeràbili
piena. Bembo, Asol. 2. — Osano anch’ elle Per la difèsa delle patrie.
mura, Gir le prime a MORIR MORTE ornorufa. Cav En. lib. 11. — Dormi-
to hai, bella donna, un BREVE sonno. Petr. son. 284.— Si SOGNÒ un grace
e maraoiglioso soGNO. Nov. ant. 100.
(1) Pel termine grammaticale modo non intendesi già la maniera,
colla quale }’ azione affermata dal verbo eseguiscesi per parte del subbiet-
to, ma bensì quella con cui l’azione :s’ esprime per parte di chi parla,
siane egli medesimo il subbietto, o un altro: la grammatica si occupa
solo de’ segni esprimenti le nostre idee: la maniera di eseguir queste è
fuori della sua sfera. a
(2) Per significato del verbo, parlandosi dei verbi in generale, s’ in-
tenderanno d’ ora innanzi i tre attributi affermati dal verbb: 1 azione; la
passione, e lo stato di essere.
(3) Taluni vogliono denominare questo modo per eccellenza , affer-
malivo; perche l’ affermazione, che esprime il verbo, dell’esistenza
dell’ attributo nel subbietto, vi si fa senz’ alcuna condizione, nè di-
pendenza. i o
(4) La maniera di esprimere ]’ azione ec. condizionalmente è un puro
modo, non già un fempo, come taluni la credono essere, e come tale la no-
verano tra’ tempi del verbo. |
Gram. Ital. | 23
170 PARTE TERZA
4.0 Il modo imperativo è la maniera. colla quale sì co-
manda, si proibisce, si consiglia, si esorta, o sì prega altri di
agire, di soffrire, o di essere. (5)
So Il modo soggiuntivo, 0 congiuntivo, che è una ma-
niera colla quale il verbo enunciasi relativamente ad un altro
verbo precedente o susseguente, a cui va unito o subordina-
to mediante qualche particella congiuntiva, espressa 0 sottn-
tesa. (0) De
S. III. La più parte de’ verbi, previa qualche variazione
nella loro desinenza, e senza che perdano alcuno de' loro re-
quisiti verbali, possono ritornare alla forma loro primitiva di
addiettivi, esprimenti la qualità alia o passiva, aituale 0
passata del subbietto, per la qual doppia loro proprietà dass
loro da' grammatici la denominazione di Participro, perchè
partecipano e del verbo, e dell’addiettivo. Due sono i partiaip)
il presente o attivo, e il passato 0 passivo. (T) i
S. IV. Con altra variazione nella sua desinenza il verbo
prende la denominazione latina di gerundio dal verbo ge
(portare), perchè in quella lingua porta le veci dell’ imtnito.
Nella lingua italiana il gerundio non è che una specie di par-
ticipio attivo invariabile, esprimente un' -azione passeggiera, che
eseguiscesi ‘dal. medesimo subbietto, e nel medesimo tempo è
un’ altra azione, della quale la prima può dirsi essere ques
come la circostanza caratteristica. |
(5) Quantunque questo modo prenda la sua denominazione (impera
fivo) dell’ intimazione di comando, tuttavia s’ impiega nelle più umili pre;
ghiere e suppliche d’ un inferiore al suo superiore.
(6) Sono questi cinque modi necessar), ma sono pur sufficienti per.
tutte le rappresentanze del verbo italiano, quantunque molti grammalit,
in ogni cosa ligj alla grammatica latina, in vece d’ introdurre nella nostra
lingua l’ importantissimo modo condizionale, che dicono non essere © È
un tempo del soggiuntivo, v’ammettono un modo, che, destinato pe
esprimere il desiderio, o/lalivo da loro si chiama, ma che è tanto ipu-
tile nella lingua italiana quanto lo è nella latina , che preselo dalla gre-
ca lingua, in cui questo modo ha le sue proprie desinenze differenti
quelle degli altri modi, mentre, sì in latino come in italiapo 9%
varia il così detto modo ottativo nella benchè minima cosa del 50°
giuntivo. |
‘ (7) Il participio appartenendo alla classe degli addiettivi ed a quella .
de’ verbi, non costituisce parte separata e distinta del discorso (veggaS!
Sez. I, nota 4). In grammatica il participio viene spiegato in un col ver-
bo, e non coll’ addiettivo, perchè tien più di quello, che di questo; non
indicando come addiettivo che una qualche qualità attiva 6 passiva de
Ufy
subbietto, mentre come verbo, oltre le altre sue attribuzioni verbali, |
come sarebbero le nozioni di tempo, ed altro, ha pure un obbietto diret-
to o indiretto; onde fuor di proposito non sarebbe il noverarlo tra” me >.
di del verbo. |
ETIMOLOGIA E SINTASSI 171
L'uso vario de’ cinque modi suddetti, de’ participj, e del
gerundio formerà il soggetto de’ primi due capitoli della VI
Sezione. “e
CAPITOLO III.
DEL TEMPO, DELLA PERSONA, E DEL NUMERO.
$. I. La nozione di tempo è la seconda circostanza acces-
soria da osservarsi nel verbo. L’ azione, la passione, e lo sta-
lo di essere, formanti il significato delle tre specie di verbi
alrove mentovate, o hanno luogo ora, cioè, nel tempo stesso
in cui si parla (4), o hanno avuto luogo in un tempo ante-
more, o avranno luogo in un tempo posteriore. Quindi ogni
verbo ha tre tempi: i
Il Presente, il Passato, e il Futuro.
, $ IL Nell'ordine della natura, non avvi se non che que-
sti tre tempi, 1 quali, quantunque di per sè sufficienti sieno
per la generale espressione di qualsisia nostra idea di azione,
(1) Avvegnachè altra definizione che questa da nessun grammatico
diasi, né propriamente possa darsi del tempo presente considerata |’ istan-
laneilà, che filosoficamelle vi si deve supporre, pure riguardo al verbo,
essa è in parte inesatta, e viene spesso smentita dall’ uso frequente che
nel discorso fassi di questo tempo, dove la cosa significata dal verbo non
a luogo appunto nel tempo della parola, cioè in cui proferiscesi il verbo, se-
Gnatamente trattandosi di azioni che in diversi tempi ripetonsi, o che
soglionsi fare per abitudine o per costume, come, a cagion d’ esempio ,
m queste e simili dizioni. To /o VEGGO spesso ritornare dalla caccia. Noi
ANDIAMO ogni giorno a passeggiàre. Egli vENDE del panno. Chi Dice una
bugia non sa quanto grande sia la parte che IMPRENDE a fare, concios-
Sachè DEBBE irnventàrne venti altre per sostenèr quella. Tutti i verbi di
questi esempj stanno nel tempo presente senza che alcuno ve ne sia il
cui significato ‘abbia luogo nell’ istesso tempo della parola: onde per con-
cordare il tempo presente grammaticale, coll’ idea precisa e adequata, che
osoficamente si ha di tal tempo, ragion vorrebbe che si dividesse il
lempo presente, come in fatti in alcuna lingua tralle moderne (l’ inglese)
Più precisa a questo riguardo, come lo è in molte altre cose, si divide
n abituale, ed in attuale. Dimandate ad un Inglese come è solito passa-
"€ il suo tempo, egli vi risponderà per esempio: I wrile; I read, I play
Cl. Scrivo, leggo, giuoco; ma se, nel tempo che è occupato a scrivere, a
‘gere, o a giuocare, gli si dimandi cosa faccia, egli dirà: Zam writing, I am
'tading, Iam playing, letteralmente: Sono scricènte, 0 scrivèndo, leggènle o
èndo, giuocànie 0 giuocàndo. Ciò che per altro al primo sguardo parrà
Ul paradosso, ma che realmente non è tale, si è che il tempo passato
anderebbe nella medesima maniera diviso, non già ‘per sè stesso , nè per
spetto a colui che parla, 0 a cui si parla, imperocchè ciò che è passato
Non può essere .attuale; ma come esprimente un’ azione che attualmente
Passata, si rappresenta come essere stata presente e simultanea con un’al-
tra azione parimente passata. ( Vedi nota 3.)
172 PARTE TERZA
di passione, © di stato di essere, pure procedendosi nel raf-
finamento del primitivo linguaggio, troppo distanti l'uno’
all’altro furon creduti, e troppo vaghi per la precisione che
ognor più procuravasi di dare alle nostre idee, quindi si pensò
di trovare de' mezzi di approssimazione -tra di loro, introdu-
cendo nel linguaggio certi tempi medj e subordinati, che per
le differenti loro relazioni. co' tre tempi primitivi, come divi-
sioni e suddivisioni di quelli dovessero considerarsi: ma il
numero di tali tempi, non formando esso principio universale
di grammatica, non è eguale in tutti gli idiomi : la lingua greca
più ricca era di tempi che la latina, e tra le lingue moderne
talune hanno qualche tempo, che i Latini ignoravano; altre
all'opposto ne hagno qualcuno meno. Otto sono i tempi dell’ i-
dioma italiano, i quali tutti nel modo indicativo trovansi rion
avendone i rimanenti quattro modi, come pure il participio
ed il gerundio se non che, gli uni due, gli altri tre, ed al-
tri quattro, come dal qui appresso elenco potrassi rilevare; in
nu che i tempi del verbo italiano, presi collettivamente,
ascendono a ventiquattro, tredici de’ quali sono semplici, per-
chè di una sola voce si compongono; undici composti, perchè
alla loro formazione due voci concorrono, cioè una delle vo-
ci de'due verbi ausiliari (vedi Cap. seg) &d il participio pas-
sato del verbo principale. |
‘TAVOLA DE’ TEMPI. (2)
MODO INFINITIVO | PARTICIPIO GERUNDIO
Tre tempì | -—_ Tre tempi N Due tempi
Semplice Presente. Semplici Presente. . Semplice Presente.
| . (Passato. EMP". | Passato 0 Passivo. Composto Passato.
Composti dt
Futuro. Composto Futuro. |
(2) Poco s’ accordano i grammatici moderni su delle denominazioni
e definizioni dei tempi. I nomi da me adoprati, tratti quasi.tutti dal la-
tino, sono appunto quelli usati dalla maggior parte de’ più accreditati gram-
malici antichi italiani.
ser
ù
ETIMOLOGIA E SINTASSI © 173
MODO INDICATIVO
Olto tempi i ?
Presente.
Passato imperfetto o Pendente (3).
Semplici Passato perfetto o Definito (4).
Futuro (5). | di;
Passato indeterminato (6).
Composti Più che perfetto o Trapassato (7). -
Passato anteriore (8).
Futuro Passato o Anteriore (9).
. (9) Chiamasi così perchè indica una cosa passata, ma non com-
piuta, pendente tra il presente ed il passato quasi che con esso si tra-
sporli il pensiero in un tempo passato, considerando ciò che allora era
presente, ed è perciò che da taluni questo tempo vien detto Passato
pendenie. Altri, non impropriamente, il chiamano Passato simultaneo,
perchè in fatti con questo tempo esprimesi per lo più un’ azione passata,
ma che era, o che supponesi sia stata presente e simultanea con un’ altra
azione, come: Zo scriveva quand’ egli entro, vale a dire l’ azione mia di
scrivere era presente net tempo del suo ingresso. Jeri a quest’ ora ERA-
VAMO a tavola, cioè la nostra situazione presènie a quest ora di jeri,
era di èssere a làvola éc.
(4) Detto così perchè denota non solo il significato del verbo come
affatto finito, ma anche il tempo dell’azione come intieramente passato
senz'alcuna pendenza verso il tempo di qualche altra azione, e di cui
nessuna parte rimane più da passare, come: Jeri scRISSI una lettera. Tre
mesi fa vi FU un incèndio. Colombo PARTI per la scopèria del nuovo mon-
do ’anno 1492. Dietro la presente esposizione della vera natura di que-
sto tempo, chiaro si vede quanto erroneamente esso da molti vien detto
indeterminato, aggiunto che affatto il contrario indica di quel che sotto
l accennato tempo debbesi intendere (vedi nota 6.). Con più verità altri
gli danno 1’ aggiunto di remoto perche denota un'azione ch’ ebbe luogo in
un tempo intieramente passato e remoto da quello della parola, cioè in
cuì proferiscesi il verbo. o
(5) Col tempo futuro esprimesi che il significato del verbo avrà luo-
go in un tempo avvenire.
(6) Questo tempo viene impropriamente dai grammatici detto defler-
minalo imperocchè la sua’ funzione è d’indicare: 1.° Un’ azione passata
senza determinazione di tempo, e più volte reiterata, come: Egli HA mol-
fo VIAGGIATO. Y greci si SONO TROVATI spesse volle alle prese co' Persià-
ni. 2.0 Un azione che, sebbene passata nel momento in cui si profferisce
il verbo, ha avuto luogo in un periodo di tempo, molto vicino al tempo
presente, di cui anzi una parte continua ancora ad esser presente, come
sarebbe: Oggi, quest'anno, il presènie sècolo, come: Oggi HO VEDUTO. Un
avvenimento strepilòso È ACCADUTO quest’ anno. Molle ùtili scopèrle sONO-
SI FATTE nel presènie sècolo ec. Per quest’ ultima sua funzione questo tem-
po dicesi anche.da taluni passato prossimo. |
(7) Questo tempo marca doppiamente il passato, vale a dire, esprime
una cosa non solo come passata in sè, ma anche rispetto ad un’altra
Cosa parimente passata, come: Zo n° ERA gia STATO avvertito, quand’ egli
gunse ad annunziàrmelo. i
(8) Chiamasi questo tempo passàto anteriore perchè esprime una co-
Sa già passata avanti che un'altra cosa passasse, come: Dopo che ebbi ri-
cevuto la sua lèllera m’ INCAMMINAL ad incontrarlo.
(9) Questo tempo denota un'azione passata rispetto ad un’ altra azio-
174 ® PARTE TERZA
MUDO SOGGIUNTIVO.
Qualtro lempi
... f Presente (10).
Semplici | Passato imperfetto (1 1).
Passato perfetto (12).
mposti
Composti Trapassato (13).
MODO CONDIZIONALE MODO IMPERATIVO
Due tempi Due tempi (14)
Semplice . Presente. Semplici Presente.
Composto Passato. P30 % Futuro.
S.III. Per persona del verbo intendesi il subbietto, cioè l'a-
gente dell’azione, espresso dal nome o pronome personale
(vedi Sez. III, cap. I e II). Ogni verbo ha tre persone (19),
ne avvenire, cioè esprime una cosa che sarà passata, rispetto adun'altra
cosa che abbia a venir dopo, come: Quando l' AVRÒ COPIATO ve lo mo
sirero. Io AVRÒ già FINITO quando arriverànno ec. e
(10) Essendo che il modo soggiuntivo come già si è veduto, dipende
da altro precedente o susseguente verbo che lo regge, tutti i suoi temp!
prendono parimente diverse inflessioni, secondo quello del verho che ad
essi precede. Il tempo presente di questo modo non è che: un presente
immaginario, conciossiachè marca: di natura sua un’idea di futuro e s'im-
piega quando il ‘precedente verbo trovasi o nel presente o nel futuro
del modo indicativo, come: BISOGNA che me mne VADA} BISOGNERA' che M
ne VADA. Egli VUOLE ch’ io lo FACCIA; egli VORRA' ch’ io lo FACCIA ec.
(11) L’ imperfetto del soggiuntivo porta l’ idea d’un passato, 0 d'un
futuro indeterminato, ed usasi allorchè il verbo, reggente il soggiuntivo,
trovasi o nell’imperfetto dell’ indicativo, o nel presente del condizionali,
come: Jeri VOLEVA che me n’ANDASSI. Oggi VORREBBE che RIMANESSI.
(12) Questo tempo, che è composto del presente soggiuntivo di uno
de’ due ausiliari (vedi Cap. seg.) e del participio passato, esprime un:
cosa passata innanzi al tempo presente del precedente verbo, come: Sup-
pongo: che ABBIA RICEVUTO.—Dubito che ABBIA AVUTO fanta prudeno7
Egli pretènde che ciò mì SIA STATO vantaggioso ec. dé
(13) Il trapassato del soggiuntivo, formato dall' imperfetto dello st&-
so modo: de’ due ansiliari suaccennati, e dal participio passato, esprim*
l’idea di una cosa intieramente passata e compiuta sempre però relativa”
mente al precedente verbo, il quale devesi ‘trovare o nel trapassato dell'in-
dicalivo, o ‘nel passato condizionale, come: Egli AVEVA SUPPOSTO che 10 #
fossi stato benignamènte accollo ec.
(14) Abbenchè l’ imperativo per sua natura porti un significato futu-
ro, imperocchè comandandosi una cosa (vedi nota 5 del capitolo pre
ced.), questa sempre si suppone che sia ancora da farsi, pure i nos
grammatici, ad- imitazione de’ Latini, e per avventura in considerazione
che l'adempimento della cosa comandata spesso segua subito dopo la Y°”
ce del comando, hanno creduto ben fatto il dare a questo modo due tem-
pi, il presente ed il futuro, sebbene quest’ ultimo altro non sia che quello
stesso del modo indicativo, dal quale forse solo si distingue per una ma”
niera aljuanto più forte di profferirsi. i
(15) Il singolare del modo imperativo non ha che due persone, man
/
'
È
‘ ETIMOLOGIA E SINTASSI 175
e siccome il subbietto può essere uno o più, così ogni per-
sona ha due numeri, il singolare ed il plurale.
CAPITOLO IV.
DELLA CONJUGAZIONE.
$. I. L'esposizione di un verbo con tutte le sue varietà,
‘, e Xx . C) . e è. . .. °
" cioè 11 passarlo, a voce o in iscritto, per tutti i suoi accidenti
creep e pw
di modi, tempi, persone e numeri, chiamasi conjugare, o co-
njugazione, vocaboli che vagliono metter sotto lo stesso giogo,
dalle voci latine jugum giogo, e cum con. Il conjugare un
verbo adunque altro non è.se non che assoggettarlo e ridurlo
alle medesime forme o desinenze, destinate nel linguaggio a
caratterizzare i diversi modi, tempi, persone e numeri degli
alri verbi della medesima classe. I verbi, rispetto alla conju-
gazione, si dividono in eusiliari ed in principali, e questi in
regolari, in irregolari o siano anomali, ed in difettivi.
6. II. Sonovi in tutte le lingue moderne certi verbi chia-
mati ausiliari (1) perchè con l’ajuto loro compiesi la conju-
gazione degli altri verbi; imperocchè con essi i var) tempi
passati, detti perciò composti, si formano. L'italiano idioma
ha due verbi ausiliari, éssere ed avere.
._ $. IMI. Sul carattere primitivo del verbo éssere nulla ci
rimane ad esporre dopo quel che ne abbiamo detto nel primo
capitolo della presente Sezione. Il verbo avére, nell’ originale
suo significato, esprime possedimento di cosa, e debbe perciò
riguardarsi qual verbo principale, avendo esso il suo reggimen-
to od obbietto diretto: Zo ho un libro, vale posséggo un libro.
Libro è adunque l’ obbietto diretto del verbo ho. |
S. IV. Come ausiliari i due verbi Éssere ed Avére con-
corrono entrambi al compimento della conjugazione de' verbi
principali; col primo, in compagnia del participio passato o
passivo, formansi i dieci tempi passati composti di tutti i ver-
cando ad esso la prima; e se si volesse giudicare dalla natura di questo
modo, gli si potrebbe negare, sì nel singolare che nel plurale, ogni altra
persona fuorchè la seconda, imperocchè a questa sola il comando, il con-
siglio, o la preghiera dirigesi; al più la prima persona del plurale dirsi
Potrebbe non ostare alla naturale funzione del modo imperativo, perchè
în essa è pur compresa la seconda. In quanio alle due terze persone,
queste propriamente appartengono al presente del soggiuntivo , sollinten-
dendovisi il verbo voglio, come per esempio: venga innànzi, che vale c0-
glio che venga innànzi ec.
(1) La lingua latina non ha che il verbo esse per ausiliare, il quale
serve a formare il preterito perfetto , il più che perfetto, ed il futuro pas-
salto de’ verbi passivi e dei deponenti. | .
176 PARTE TERZA A
bi attivi transitivi, e di alcuni intransitivi e neutri; il secondo;
accompagnato col medesimo participio, concorre a formare, f.°
il tempo futuro del modo infinito; 2.0 i tempi passati compo-
sti della più parte de’ verbi intransitivi e neutri (2); 3 tutti
1 tempi de’ verbi passivi. i
S. V. Torniamo ora alle conjugazioni de’ verbi principali,
per la retta intelligenza delle quali pongasi mente alle seguenti
osservazioni. | |
1. Le varietà tutte di un verbo, ascendenti al numero di
cinquantuna, non compresi i tempi passati composti, per al-
trettanti cangiamenti di terminazioni si distinguono, avendo :
ogni tempo semplice, ogni persona, ed ogni numero, la pro-
pria sua desinenza. | a Sg
|. La forma del modo infinito, o infinitivo, tal quale tro-
vasi ne’ vocabolarj, è la radice di tutta la conjugazione, mpe-
rocchè da essa, qual desinenza radicale, le altre cinquanta for-
me o desinenze si partono e prendon norma. n.
5. Ogni forma radicale di verbo costituisce una conjuga-
zione, cioè una maniera propria e particolare di distinguere
tutti gli accidenti de’ verbi il cui infinito ha la medesima des
nenza. | | —’
4. Dalla precedente osservazione facilmente deducesi do-
versì trovare in un idioma tante conjugazioni quante vi s0D0
forme radicali, ed esser perciò indispensabile che in 089
grammatica abbiavi l’ esposizione di un verbo intero per 080
forma radicale, che serva di modello a tutti i verbi della me-
desima radice. o e a i
5. Chiamansi verbi regolari quelli che, dall'infimito sm0
all'ultima persona dell’imperativo, seguono in tutto Ja manie
ra di conjugare stabilita pe’ verbi della stessa forma radicale.
Irregolari si dicono quelli che nella forma di alcun modo, ten-
po ec. dalla maniera stabilita s' allontanano. Quelli poi, che
conjugandosi, non possono passare per tutte le varietà comu
ni a’ verbi della stessa radice mancando loro o questo 0 quel
Imodo, o tempo o numero o persona, che l’ uso non ammet
ta, o che nessuno de’ classici autori della lingua abbia
adoperato, difettivi si chiamano.
‘_ $. VI Premesse le antecedenti osservazioni, si può stà
bilire esservi nell’ idioma italiano, tre sole conjugazioni, non
avendovi i verbi che tre forme o desinenze radicali, cioè ABI,
(2) Veggansi, alla Sez. VI, cap. III, le osservazioni sul vario pra
di questi due verbi, e Te indicazioni de’ verbi intransitivi e neutri, e
si conjugano anzi coll'uno che con l' altro e viceversa.
0 zi ne O
ETIMOLO@IA E SINTASSI HIT
xe (3), RE. La prima conjugazione in ARE, la quale rac-
chude dieci. volte tanti verbi, che le altre. due prese insieme,
non ha che quattro verbi irregolari. semplici e diciannove
composti. Là seconda in ERE è estesissima anch' essa , ma il
numero degl'irregolari supera d°’ assai quello de’ regolari: i
verbi della terza în TRE possono dividersi in due classi gene-
rali, ognuna delle quali avendo una maniera particolare di
conjugarsi (vedi Cap. V, $. IV). — | n
$. VII. L'importante :figara che fanno nel. linguaggio i
verbi essere e avere rende una previa conoscenza della loro
conjugazione sommamente necessaria; essi passano per tutti
gli accidenti già mentovati ne’ capitoli precedenti; ma sono
irregolarission, vale ‘a dire, la forma che prendono nel corso
della loro conjugazione è affatto diversa da quella usata ne’ ver-
bi principali.
$. VIII. Ma prima gioverà dire una parola del metodo che
mi è paruto dovere adottare nell’esporre, tanto essi verbi ausiliari ,
. quanto i verbi principali regolari. Egli è quello, il quale, co-
minciato dal Pistolesi, ampliato poi ed illustrato di molte e
dottissime annotazioni dal Mastrofini, e di recente dal cav.
Gius. Compagnoni renduto a. miglior lezione, e corredato di
| previe e ristrette dichiarazioni, toltene le interminabili note e
citazioni di que due valentuomini, e portatevi alcune poche
| variazioni, dovrà certamente ‘un giorno ritornare in tanto be-
| Re pel retto ed universale conoscimento della lingua, quanto
| Santaggio fino ad ora è risultato dalle poco atte, e confuse
maniere d' insegnare dalla più parte de’ grammatici praticate :
— solo m'incresce al sommo, che la necessità di esser breve mi
VA
E Rn edi
costringe di applicarlo solo agli ausiliari, a’ quattro modelli
de verbi regolari, e ad alcupi de’ più anomali, anzichè per-
mettermi di estenderlo a tutti i verbi ad uno ad uno, che
abbian bisogno di maggiore o minore schiarimento, nel far
che, i primi due prelodati autori, sonosi resi tanto meritevoli.
(3) La prima e della desinenza radicale ere pronunziasi lunga in al-
cuni pochi verbi, e breve negli altri; ma non perciò quattro conjugazioni
lanno i verbi italiani, come vuolsi da taluni , stabilendo due conjugazioni
In ERE, onde, sia a ragione, sia a torto, non distaccarsi nella benchè
Minima cosa dal latino. Che i verbi latini abbian quattro conjugazioni ,
Nulla è più vero e più ragionevole, imperocchè le due desinenze radi-
tali ere formano due conjugazioni, affatto diverse tra loro, mon già per
la sola differenza di suono nelle radici, ma per le SORIIgAzIonI stesse,
le quali nella forma degli accidenti loro intieramente differiscono 1’ una
allaltra. Non così in italiano, ove il suono Iungo o breve della e nella
desinenza radicale ere non porta variazione alcuna nel resto della conju-
Bazione.
Gram. Ital. I 24
178 PARTE TERZA | |
8. IX. La lingua italiana, siccome altrove già osservai, sotto tre
aspetti diversi debbesi contemplare, cioè come moderna o co-
mune, come antica, e come poetica; e «questa sua triplice fac-
cia in nessuna delle sue parti mostrasi tanto chiara, quanto
in quella, fra tutte la più difficile e imbrogliata, dei verbi, va-
le a dire, delle forme da darsi alle voci ch’ esprimono i di-
versi accidenti de’ verbi. Le voci comuni o moderne sono
quelle il cui uso, approvato da antichi e da moderni autori,è
universalmente: riconosciuto buono, così in verso come in prosa;
sono antiquate quelle che, usate da’ primi scrittori della Îin- |
gua, sono, per questa o quella ragione, divenute disusate, ma
delle quali giova aver conoscenza , onde potere intendere le
opere degli antichi; per voci poetiche s' intendon quelle le
quali, differenti dalle comuni per qualche varietà nella loro
conformazione, diventan più atte al verso che alla prosa, €
perciò a' poeti solo è permesso l’ usarle. Evvi poi un quarto
lato dal quale puossi guardare i verbi, cioè l'’erroneo, che
comprende quelle voci, le quali, di errata struttura, fuori d' 0-
gni regola, e contraria all’ uso degli autori, padri della lingua,
non s' adoprano che dal volgo, e da persone idiote, onde an-
che idiotismi sì dicono. de
. Consiste ‘adunque il di sopra accennato metodo
esporre i verbi in quattro maniere secondo la quadrupi-
ce forma che prender possono, cioè comune, antiquale,
poetica, ed ‘erronea: e in tal modo, almeno i parte €
quanto il propostoci limite ci ha permesso di estenderci, a
biamo anche noi cercato di rendere agevole la conoscenza
de’ verbi italiani ne' quattro loro aspetti, ed abbiamo nell ‘.
stesso tempo profittato della più importante variazione por?
ta dal cav. Compagnoni al metodo del Pistolesi, che è di con-
trassegnare : 7.0 quelle voci fra le antiquate, che (dice qu
chiarissimo autore) per peculiare loro suono, o per altro buon
effetto di loro conformazione ci sembrano atte ad essere con
certa accortezza poste di nuovo in corso . . . . Noi abbiamo
tra queste distinte quelle le quali possono convenir alla pro-
sa (4) e quelle che possono convenire al verso (5). 2.° Quel
le, tra le voci poetiche, atte a servire anche alla prosa (0),
(4) Tali saranno contrassegnate con asterisco”.
(5) Queste abbiam creduto dover lasciare senza alcuna distivizione,
onde. non recar confusione per la moltiplicità di segni.
(6) Queste si vedranno impresse con carattere corsivo.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 179
CONJUGAZIONE DEL VERBO AUSILIARE ©
ESSERE.
COMUNE | ANTIQUATO POETICO . ERRONEO
=
MODO
INFINITIVO | .
Tempo Pres. Essere ® 0.0 0 00 0 0 0. 0. e. 0.0 0.0 0.
Tempo Pass. |Éssere stato Res
Tempo Fut. Essere per essere: 0 .
Avèread èssere (1) e o e 0 ò e 0 00 o.
PARTICIPI I
Pres. o Attivojl...... (a) |Essènte di
Pass. 0 Passivo|Stato __|Essùto, issùto (3) Suto (3)
Fuluro Essèndo per èssere| + - + 0..... dea
GERUNDIO È |
Tempo Pres. |Essèndo . _{" Sendo (4) Siàndo
Tempo Pass. |Essèndo stato o O
(1) Non saprei trovare fondata ragione perchè da taluni aggiungasi
come tempo futuro dell’ infinito del verbo èssere l’addiettivo futuro, che
però da nessuno scrittore è stato mai adoperato se non che come puro
addiettivo: sarebbe forse il desiderio di dare un corrispondente al futu-
rum esse de’ Latini? Tocca agl’imparziali conoscitori di ambe le lingue a
giudicare se questo nostro addiettivo, fuluro abbia altro di comune col
ulurum latino fuorché la sola derivazione. , | |
(2) Il verbo èssere par che non abbia participio in ente; il Pistolesi
gli dà a dirittura Essènfe, che, per dire 'l vero, sarebbe il suo participio
presente naturale, e l’usò il Buti: ESSENTE / anno del princhpio del mon-
do 6636. Comm. Par. 6; ma questa voce non si è mai resa comune, e
nell'uso vi si sostituisce il gerundio essèrndo. i
(3) Giusta l' analogia del verbo èssere, il participio passato di questo
verbo dovrebbe essere essito 0 issùto, che in fatti qua e là da’ più anti-
i scrittori furono adoperati. Za qual porta era ESSUTA cominciata
nel 1284. Gio. Vill. 8, 31, 1.— Benchè i Pisani fùssero ESSUTI contènii a
©“ non aorebbe volisto ec. Id. 9, 93, 1.— Spesse volte lo dire de’ buoni
kilòri è ESSUTO Zoro grande ajuto. Amm. ant. 11, 1, 10.—Chi credèa che
Sossero IssutI alcuni uomini, ch’ èrano passdàli. Fr. Giord. pred. — Sopra
Quesle cose ch’ èrano ISSUTE, e che dovèvano èssere. Vil. S. Gio. Bat. cc.
a questi particip), che anche allora erano poco in uso, mne sono oggi
afatto banditi, ed in lor vece stato ( participio passato del verho s/are)
‘oramai fatto proprio del verbo èssere. In quanto a suto, che da’ gramma -
icì riputasi erroneo, trovasi però usato dal Boccaccio, e da qualche al-
fo accreditato autore. Tu mi dì che se? SUTO mercalante. Bocc. nov. 1.
E 8’ io avèssi credùto, che concedùto mi dovèsse èsser SUTO , lungo tempo
È che ec. Id. nov. 16.— La sua virtù è SUTA grandissima e dismisuràta.
Sallust. Giug. ec. i |
(4) Non comprendo come il Pistolesi e il Mastrofini pongono sendo
lra le voci antiquate, dopo averci detto il primo, che si “rova spesso in
580. - PARTE TERZA'
_ rr rtttt-tt_tm_—_x@__—_——©—t@m—___m@—@—@—@t—@
COMUNE ANTIQUATO POETICO | ERRONEO
MODO =—————edee“"aaoni==—_s
INDICATIVO |
Tempo Pre- {lo sono (5) So, s0e Lasa
sente Tu sei Se, * se’ si aa
Egli è (6) Ene (7), eve, tel... 00.|00000.
. (8), este
Noi siamo Semo, siemo (9)] + « + 00] reo
Voi siete Sete, se’ e 0000 Siate
lino sono Enno, en(10), s0°f ......]e0000
prosa e in verso; e l’ altro, che SENDO per ESSENDO occorre non di ro-
ro in verso e in prosa tra gli antichi e tra i moderni anche a' di nosin,
e dopo aver entrambi provato il ler detto con numerose citazioni d'au-
tori. Petr. son. 200,,—ld. Vit. de’ Pont. — M..Vill. 5, 41, e 6, 2. — Tac.
Dav. Vit. Agric. 41. ec. Il Compagnoni lo segna con asterisco, ed io l’i-
mito, quantunque sia persuaso che questa voce non istarebbe male tri
le comuni accanto a essèrido.
(5) Veggasi Sez. MI, Cap. II, S. IT.
6) Notisi che la voce è non di rado trovasi composta, ed in uo sol
vocabolo, cogli affissi ri, ci, #, vi, si, ne, raddoppiata la consonante
questi scrivendosi emmi, ecci, eiti, eovì, essi, enne, in luogo di mi è, di è,
Yi è, vi è, si è, ne è. EMMI tolta da gente che deseroài mai. Gio. Vill. 7, 39
— Ecci di questi miacìgni sì gran quantità. Bocc. nov. 63.— Ed ETTI gre-
ve il coslassù ignuda dimoràre, ld. nov. 77.— Ora EVVI così tosto dolla
memòria cadùto. Id. nov. 96.— Un aliro ESSI accasàto con la tal donne
Segn. pred. 13.—ENNE incolpato il terzo amante. Bocc. nov. 33.
(7) Im Firenze, dice il Corticelli, odesi talvolta ene per è, singolar-
mente quando altri tarda a rispondere ad interrogazione fattagli, che
allora si replica la terza persona suddetta , dicendo ere per istrascico, €
riposo di pronunzia. Trovasi però anche nei più antichi poeti. Per #
agguagliare Non porìa mai Vl onòre nè lo bene, Che per voi fatto mESE
Guit. rim. 9», — Che già virtù non ENE, Se di quella non TENE. Fra
Barb. 133.
(8) Ee invece di è leggesi in Dante, Dentro ÈE Pf una già se le a
rabbiàte Ombre che vanno intorno, dicon vero. Inf. 30.
(9) Semo, sele, che tanto odonsi tutto di nella bocca del volgo Pt
siamo e siete, sono, secondo alcuni filologi, voci originali italiane;
nella nascita della lingua si sostituirono alle voci latine sumus, eshs ©
| furono per lungo tratto di tempo usate esclusivamente; indi comincio
a cangiarle in siamo, sigle, che prevalsero, non però tanto che accredita”
tissimi scrittori non continuassero ad adoperarle sovente. V/omiri fummo;
ed or SEM fatti sterpi. D. Inf, 13.—E quando noiì a lei cenùti SEMO. Id.
Ibid. 17.—D' Olanda si partì donde noi sEMO. Ar, Fur. 21, 13.—Ma dd!
mìsero stato, ove noi SEMO. Petr. son. 8. — Che sì tosto cessàle, e SETE
stanche. 'Tas. Ger. 11, 6r.— SETE voi quella donna che gli dovèle venùr 7
a parlare P Bocc. nov. 26.—0 estmpj antichi, se oggi fortùna e arlu 6
abbandonano, ove SETE coi? Tac. Dav. stor. 8.
(10) Enno, € per accorciamento en, per sono, era usitatissimo pre”
so gli antichi, ma oggi più non nsasi che in alcuni luoghi di conta@®.
RITI
ullo |
tata
.- cd Li
———=.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 181
COMUNE ANTIQUATO ‘POETICO
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MODO
INDICATIVO
Imperfetto o
Pendenie Era, ero (11). .......
Eri ;
e è © cc ce «0 o
e è. oe e e e e o © e ec è è©o0 oo o
ì
ù Era | RE SPRSEI aaa è
Eravamo Eramo, savà- Eravàssimo
i mo (13)
Fravàte Eràte, savàte Eri
Erano | vare cera aa e
Passato perfet- i
loo definito. |Fui Fu anali
- Fosti ; Fusti l) fostù e 00 0 0 0 è
(13)
Fu Fue «+ < . + (mo
Fummo — sa Fùssimo, fòssi-
Foste * Fuste - è + + è 0 » |Fosti, fusti
Fùrono Fauno Furo, fur, fur-|Fuoro
i no, foro
Pass. Indeter- i |
minato Sono stato, CCI i è as 0 0 0 0 0 0 è 0 0 0 0 0 0 0
Piùcheperf. o| (14) |
Trapassato
Fra stato, ec. e o oe 0 è e o e o oe o o e è e e 0 © è òd e
Passato An-
leriore Fui stato, Cee. e è 0 0 0 0 0
Emo dannàti i peccatòr carnàli, Che la ragion sommettono al talènio. D.
Inf. 3. — Fèrono indebolìr le sante membra, Ch'EN di celèsie onòr, non
di mal degne. Lor. Med. rim. i |
(11) Veggasi la nota 5 della conjugazione del verbo Lodare.
— (12) Saoamo e savdle, per eravamo è eracàte, si leggono presso qual-
che antico. E quella cupidità, che noi apparàmmo quando noi SAVAMO
lîneri, è radicàla e cresciuta. Sen. pist.— Noi SAVAMO confìnuo, tra uò-
miri, donne, fanciùlle e balie ec. più di venti in famiglia. Cron. Mor.—
E siccome voi SAVATE partito. Tav. Rit. Del rimanente queste due voci
ed altre di simile stravagante forma, come saràbbo e saraggio, per sarò;
siindo per essèndo ; hei e haei per ebbi ec. e così pure ne’ verbi ‘principali
come: Amerdegio, ameràbbo per amerò; crèo, crìo, crèggio, erèjo, cre’ per
tredo ; crederàbbo per crederò, ed altre consimili, che nessuno di buon
senso in oggi può supporsi voler adoperare, ben meriterebbero, a parer
Mio, esser collocate tra gl’ idiotismi o erronei, anzichè tra le antiquate.
(13) Ognuno di leggieri comprenderà che questo fostù altro non è
e una contrazione del verbo fosti col suo pronome subbietto #u, che
così uniti furono talvolta detti è scritti dagli antichi in vece di #u fosti.
i nen YOSTU nudrila in piume al rezzo.. Petr. son. 105. .
(14) Stato s' accorda in genere ed in numero col subbietto del. verbo.
182 . PARTE TERZA.
n — —-- ———————+@——+_r———Tr________———r——rT_———_—T xy ___—_—_——r _ —f, o o —=——_——--
COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
— MODO di
INDICATIVO l
Fuluro Sarò Saràggio , sa-[Fia (15 Saràjo .
i ràbbo, serò | | |
Sarài Serài, ec. RESOR RE
Sarà "ia, fie (15) 0 0 0 0 0 0 è ° 0 00000
Sarèmo 0000 0000 È 000000 |Fiemo
Sartte Sertte - e 0 o 0 e os è e o e 0000
Sarànno + è 0 0 0 + » Fiano, fieno] | + 0 ---
Futuro pas- | (15) E
salo anteriore Sarò stato, ec. e 00 0 0 0 0 ° 0 0 0 0 0 è ° 000000
MODO
SOGGIUNTIVO
Tempo Pre-|
senile Sia e 0 00 0 0 0 e 0 0 0 0 0 0 0 000000
Sii, o tu siafSie iu o
Siamo CONTI SET
Siate RAR ERE N,
Siano + 0000 0 |Steno Siino
Pena. oImper-|Fossi ° Fussi ETA SE
fetto Fossi *Fussi, fostù | ... 001...
Fosse “Fusse, fossi | . ...... soli
Fòssimo |" Fùssimo ‘ae
Foste ° Fuste 0 0 0 0 0 + » IFusti, fosti
Fòssero *Fussero, ‘ fos-[Foòssino - {Fuùsseno f0ss0-
ne sono ro
Passato Per- |Sia stato, €C.1 ....000 1.000 00% dari
fetlo
Trapassato {Fossi stato,ec. ica i de 0 00000?
(15) È opinione comune, che le voci fia, fe, fiano, fieno sian fi
avanzi di un antichissimo verbo equivalente al verbo èssere, ma ora per
duto in tutte le altre sue parti. A mio credere però mal non s'appone!
Mastrofini, dicendo che tali particelle sien formole spiccate dal verba passivo
latino fio, e sostituite alle voci fiam,fies,fiet, fient, quattro persone del
futuro di quel verbo ; comunque ciò sia, le voci suddette si pi fe-
licemente nel verso, e alle volte si trovano anche nella prosa per le vol
sarà e sarànno. Vostro, donna,’ l peccàlo, e mio FIA ’ldanno. Petr. son. 188.
— E rieti manifèsto L’ error de’ ciechi, che si fanno duci. D. Purg. 18.
Quai rign Ultime, lasso, e qua’ YiEN prime ? Petr. canz. 28.— Fian per 19
più senza cigòr, senz’ arte. Tas. Ger. c. 20 st. 16, — Yo ognora che a grado
fi FIA, te ne posso rènder molte per quella una. Bocc. nov. 77. — La qua-
2 A sempre in'V, Ecc. IWlustrissima, e a me ria di consolazane.
8, ett. 10, | ì
ca e
= i
ETIMOLOGIA E SINTASSI 183
ANTIQUATO
ÉRRONEO
e — OI ===
MODO
CONDIZIONALE]
Tempo Presente|Sarèi - è + + + è. [Fora,saria(16)[Sare'
Saresti e 0 0 0 è0 0 0. 0 0 e 0 0 dè e e 000 0 0
Sarebbe Seria, sare {Sarìa, fora ÎSare
Sarèmmo SORA Sarebbamo, sa-
"I riamo
Sarèste cale Sertsti
Sartbbero ° Sartbbono
Tempo Passalo Sarti stato,ec. giace dee,
MODO
IMPERATIVO |
TempoPresente Sii tu Sie tu RIA
.{Sia egli sn erat cale
Siamo noi sie ai aaa
Siale voi seu Le neRa
Siano tglino | ....... 000000
Futuro Sarài tu, ec.f ......, aaa
Sarete voi, ec.| ....0.,
RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO ZEJSSERZ.
Essere a fare, a Restare a farsi, a |Essere all’ànimo, Piacere.
dire, ec. dirsi. Essere all’ olio Infermo che è de-
Essere a’ Confitè- Infermo la cui | santo, siiluito da’ medici.
mini, guarigione è di- {Essere a mercàto, Gonirattar del
sperala. prezso delle mer-
Essere alla candè- Essere alla fine, ci.
la, 0 essere al esservicino a spi- |Esserea questiòne, Questionare.
lumicino, rare. Essere assài ad ‘Bastare.
sere alla prova, Sperimeniare,pro- | alcùno,
vare. Essere a uno, Essere servo di uno.
Fssere all’insalàta, Esser al fine d’una [Essere a uno, o Andare, irovar-
cosa. da uno, visi.
(16) Sarìa per sarèi è proprietà de’ poeti, quantunque l’ usasse l’ Ario-
sto nella sua commedia La Lena, Atto 5, sc. 1. Ma di serìa, sarìano e
‘ sarieno per sarèbbe, sarèbbero, trovansi numerosi esemp) ne’Classici così poe-
U come prosatori. Fora e forano (coll’o largo) per sarèi, sarèbbero sono
voci del verso, provenienti dalle latine forem , foret, forent. St mi parlava
Un d'essi, ed io mi FORA Già manifèsto. D. Purg. 6.—Mìsero esìlio! avve-
Sach io non FORA D' abitàr degno, ec. Petr. son. 37.— Men solitàrie Por-
me FoRan de’ mici piè lassi. Id. canz. 26.— Ben rora la pietà premio
Maggiore. Tas. Am. Atto. 1, sc. 2. E non ne manca qualche esempio an-
che in prosa: Fr. Guitt, lett. 5. Fir. As. d’oro. — Borgh. Ripos. 403.
\
\
184 PARTE
Esser bene d' una Slarne dene, av
cosa °
A verne pro.
Essere beneomale Essergli amico 0
di uno, ' nemico.
Esser buono alla Nor.esser buono a
festa de’ magi, nulla.
Esser col corpo Esser nell’ ultimo
alla gola, mese della gra-
| vidanza.
Essere con uno, Esser del suo par-
o.
Essere con uno, Abboccarsi con
uno.
Esser d’ ànimo, Deliberare.
Essere di setteme- Esser fenero, deli-
ì calo.
si,
Esser d’un pezzo, Essere tale , oeri-
liero.
Essere fatto il Essere aggirato ,
messtre, menato pelnaso.
Esser fatto fare,
Esser fiori, ebac- Esser sano , lieto
celli, e contento.
Essere fuor dei Acer perduto è
gàngheri, cervello.
Esser fuor di do- Non aver più do-
lore, lore.
Essere grande con Essere in grazia
uno. d' alcuno.
Esser grasso di ec. Abbondare, avere
gran copia.
Essere in alcuno, Appartenere.
Essere in amòre Essere amato da
d' uno, uno.
Essere in essere, Esisiere.
Essere in càusa, Essercincaso pra-
tico.
Essere infame, se- Patir fame ec.
te I, ec,
Essere aggirato ,
‘ beffato.
TERZA
Essere in fiore, Esser sul buono;
sul bello.
Essere innànzi del Essere atfempalo.
tempo, ”
Essere innànzi in Aoerla condolta a
una cosa, buon iermine.
Essere in odio, Essere odiato.
Essere in ogni Adattarsialle cr-
lato, costanse.
Essere ‘in pratica Zsserein frailalo.
di ec. i
Essere in sé, Esser sano dimen-
le.
Essere in su’ con- Aver capilale in
tànti, danaro.
Essere in su una «fpplicaroisi, sl
cosa; diarla bene.
Essere in uno, Esserenelsuo slo
fo, ne'suoi piedi.
CO LI be
Essere in via d’u- Esser vicino, accon-
na cosa; cio, e in prossima
disposizione dic.
Essere nell’altro Essere astraéio al
mondo, pensiero.
Essere nel suo ar- Esser libero € po
b:trio, dron di sè.
Essere oltre, Essere altempolo.
Esser per sè, Non tenere da n
na parle. .
Essere per uno, Ajutarlo facorito.
Esser più là, Aoer vantaggo
alcuna cosa
sopra un aliro.
Essere tra bajànte Andare ira corsoli
e ferrànte, e corsale.
Essere tutto ac- Esser fino, solile.
ciajo, E
Essere tutto un Rassomigliarh
cotale,
ETIMOLOGIA E SINTASSI 488
CONJUGAZIONE DEL VERBO AUSILIARE
AVERE. "i
-_
COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
MODO _————t____T——_c|__rr_e
INFINITIVO
Tempo Pres. |Avère SR i I OI
Tempo Pass. [Avere avuto |... -...-..... . .
Tempo Fut. Essere per avé-
re, 0° Avere
ad avere Prin piuma .
PARTICIPI —
Pres. o Attivo |Avènte (1) |Abbiente |..... Ra
Pass.o Passivo |Avùto Abbiùto — {| ..... Aùto
Futuro Essendo per a-| ...--...|..... ;
vere
GERUNDIO i
Tempo Pres, Avendo Abbiendo —{|{..... > Poesdl
Tempo Pass. |Avendo avùto! ....... RE i
MODO
INDICATIVO |. |
Tempo Presenteilo ho (2) Abbo , aggio,|..... De
(3), ajo, hoe,
; hone
Tu hai SER TE du
[Egli ha (4) |Hae, hane JlAve (5) sot
(1) Quantunque avènle sia il vero participio presente del verbo avè-
re: pure nell'uso è molto negletto, imperocchè poco si adopera, e ad esso
preferiscesi il gerundio avèndo.
(2) Veggasi Sez. III, Cap. II, È; I. |
(3) Abbo e aggio sono due verbi antichi difettivi: dal primo vengono
le voci antiche abbiente, abbiùuto, abbièndo, abbiavate ec. e le voci mo-
derne de' modi imperativo e soggiuntivo. Di Aggio altre voci non si tro-
vano se non che la prima singolare del modo soggiuntivo. E quan?’ io
P ABBO in grado mentr'io vivo, Convièn che ec. D. Inf. 15. — Mentre ch? e»
ri esiliàlo, noi ABBIAVAMO fribolazione. Vit. Plut. Strad. — El ABBIUTI i ri-
spèlti A suo grado e valère Porrài del iuo acère. Fr. da Barb.—ABBIEN-
Do raunàla grande oste in Toscàna si partì di Francia. Gio. Vill. 7, 101, 1.
—V° aGGIO profferio il cor; ma a voinon piace Mirar sì basso. Petr. son. 19.
—Maltèria ond'AGGIA il vostro nome a scherno. Menz. T. 1, lib.3, canz. 1.
—Però signòr mio caro AGGIATE cura. Petr. son. 82. 3
(4) Quel che si è detto nella nota 7 del verbo èssere dicasi pure del-
la voce Ha, dicendosi hammi, hacci, havvi, hassi, in vece di mi ha, ti
ha, viha, si ha. È gita al Cie!o; ed RAMMI a tal condùtto. Petr. son. 247.—
Hacci date le corporàli forze leggiàre. Boct. nov. 89.—Hassi a potàre le vili,
si osserva la luna. Segn. pred. 46. Notisi che coll’ affisso vi in significato
di vi è, e vi sonosi scrive per lo più senza la & cioè avoi. Ed AVVI lelli,
the vi parrèbber più belli che quelli del doge di Vinègia. Bocc. nòv. 79.
(5) Questa voce è meno poetica. Mill anni, non vedrìan la mindr
Gram. Ital. 25
. 488 PARTE TERZA
COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
—————@€<ot6@@ tr
MODO ; i
INDICATIVO a Luo aLia
Tempo Pre- |Noi abbiàmo [|Avèmo (6), a-|....... Ahbitmo: at-
senle . viàmo mo.
Voi avite nei & leale è
Eglino hanno] ......, {000000 fe...
(7) ” l
Tmperfetlo o |Aveva, avevo|Ave Ava (9) Avàva
Pendente (8) |
Avevi Avèi ele duga *
Aveva ‘0000. |doèa, avia Avie
Avevàmo Aveàmo, ab-].....- ‘» |Avavàmo
biavàmo ci
Avevàte Aveàte {....... Avavàle, avevi
Avevano = |...... ‘., |Avieno,avèano:Avàvano, ave-
vono
Passato per-|Ebbi TEi, hei, ahti { - . .. . +. |Avèi, avetti
fello o defi-|Avesti [orale pane la sua
nilo Ebbe RETE 0000 + ++ Ave, avette
Avèmmo Ebbimo — |....... Ebbamo
Aveste 1...... Ri TETTE A vésti
Ebbero — Fbbono, avet-{ |. . . ... - {Ehbbano
tono, tbbeno
Pass. indeler-|Ho avùto, ec. {....... fee. Leo
minalo |
Piu che perfet-|Aveva avùto ,] ....... {00000 roipwra
too ÎIrapas-| ec. |
salo
Passato anfte-|Ebbiavùto,ec.f ....... |{00.0.. fe
riore
i ° f
parte Della beltà, che m’ AVE.il cor conquìso. Petr. son. 57. — Quando! Ù
sol gira amòr più caro pegno, Donna di voî non AVE. Id. canz. È. "è
| (6) Acèmo, del pari che Serzo (vedi nota 9 del verbo èssere) vuoi
che sia voce originale italiana, ed il Pistolesi assicura non esser la me- ,
desima da rigettarsi nè pur a’di nostri, almeno da’ poeti, essendo stata
dagli antichi usata in verso ed in prosa. Serm. S. Agost. 7.—Petr. son. 8.
—ld. Tr. del Tem. — Guid. Giud. 55.—Bocc. nov. 18. e nov. 17.
(7) Gli antichi scrivevano tutte le voci del verbo avère coll’;
ch’ essa avesse nella pronunzia alcuna forza. Veggasi nota 2 dell’ intr
(8) Veggasi la nota 5 del verbo /odore. .
(9) Acta e avèano per avra e avèvano non sono voci esclusivamen”
te poetiche, imperocchè ne faceano gli antichi un uso frequente ancora
in prosa, e così fanno i moderni. Dicasi lo stesso della medesima desinen-
za nella più parte de’ verbi della ada. Conjug. (Veggasi S. IX, e nota 24 del
cap. VI della presente Sez.)
*h,. senta
I "I
ETIMOLOGIA E SINTASSI
COMUNE
"MODO
INDICATIVO
Fuluro
Futuro passato|Avrò avùto,ec.
anleriore
ì MUDO
SOGGIUN'TIVO |[Abhia
Abbia
Abbiàmo
JAbbiàté
Abbiano
Pendente o Irn-|Avèssi
perfetto Avessì
Avesse
Avessimo
Aveste
Avéssero
Passato perfetlo|Abbia avùto,
ec.
! Trapassato Avèssi avùto,
t . @C.
MODO
CONDIZIONALE
Tempo Presente Avrèi
Avréèsti .
Avrebbe
Avrimmo
Avreste.
Avrèbbero
Tempo Preserte\Abbia, o abbi
187
_—— ———————_——_+€_{}# __ "— — _ € - - - 0-0 —— — T —+————--
ANTIQUATO ‘POETICO ERRONEO
‘* Averò , arò
‘Averài, arài
‘Averà, arà
l'Averèmo: art-
mo
“Avertte: artte
‘Averànno: a-
rànno
o è. .
e _ e »0 e °° oè.0 è è 0 00 oe e
e. 0. 008 È è 0 0 0 60 è
e 0 o 0 sa 0. SS É ss e os0 e e o.
e e 0 0 s0 so i e .s0 ec eso se a
0 è 0.0 00 è
o o 0 so e °° È oo o e *0 ® è. È è e 0 0. 0.0 e. .
o e s0 e e èea° ff e e s0 o e a È o. è è os è dad a
o *® e è è oc è.
“ Averti, ave-[Avria
© rìa,aréi,aria
e 0 0 è a osiio' o'
‘Avertbbe, a-{Aorta .
veria, aria
e _ è. da € è 0 a
o 0 ès0 e e è0 o.
0 e ec 0 «<< e e ÉÈ a è.o0 a èe è a «e
0 e eo s 0 0a, È 0 s «e a 0 0s0 »
“ Averebbero ,|Avriano ,
artbbero, a-1 vrieno
rieno, © a-
vreébbono
0 è e è. è.0 se ss
188 PARTÈ TERZA
COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
_—————m——_____c
MODO —
CONDIZIONALE
Tempo Passato|Avrèiavuto,eci . . LL... |... eee
a MODO
IMPERATIVO
Tempo Presente|Abbi tu Aggi, abbia tu,| .......f 0.
abbie
Abbia egli Aggia, aja |...... Sl gig paia
Abbiamo noi ® 0 0 0 0 cs e 0 0 e 0 s0 60 0. nale re
Abbiàte voi |Aggiàte IE AL
Abbianotglino|.1ggiano e. + + |Abbino
Fuluro Avrài tu, ec. |'Averài RITRO CE
Avrete voi, ec. e. 0.0 e 0 è. MP O VC
RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO AVERE.
Avere a capitale: Far capitale o|Avere ardire: Ardire.
stima. Avere a schifo: Avere a vile, schi-
Avere accòrdo con alcùno: Essere] fare. i
in pace, in concordia. Avere a schifo: Nauseare.
Avere a cura: Avere in pregio. Avere a scorno: Disprezzare, ob
Avere a dispiacere: Avere a noja, dis-| borrire.
piacere. Avere a sdegno: Sdegnare.
Avere agio: Tener comodità. Avere a sì; Chiamare a sè.
Avere a governo,: Governare. Avere a sospetto: Aver diffidenza.
Avere a grado, e avere in grado:/Avere aschio o astio: Astiare..
Gradire. R Avere a stomaco: Avere a schifo.
Avere al certo: Tener per corto. |Avere a vile: Tenere in disprego.
Avere alcuna casa in sulla punta della|Aver balia: Tenere autorità.
lingua: Essere sul ricordarsene ,|Aver bisogno: Abbisognare.
ma nan l'avere così tosto injAver buona presa: Aver buona 08°
pronto. © i gione.
Avere allegrèzza: Rallegrarsi. ———|Aver buon mercato, Avere a buon
Avere al salc: Posseder benistabili.| mercato: Aver checchessia con PO”
Avere a male: dAoer per male, pro-| co costo.
vare dispiacere. Aver buono in mana: Acer sicuriò di
Avere a mano : Avere in pronlo. checchè ne sia.
Avere a memòria: Rammemorarsi, Aver eapriccio : Aver vaglia.
Avere a mente: rammentarsi. Aver caro: Gradire. i
Avere amòre: Amare, portare affe-\Aver certezza: Esser certo. |
zione. Aver cervello: Esser uomo savio
Avere a niente: Stimar nulla. Aver che fare: Essere in faccende:
Avere a noja: Odiare. i | {Aver colpa: Essere in colpa. —
* Avere appetito: Desiderare, appetire, Aver commissione: Temere ordine.
acer voglia, Aver compassione: Gompadire.
Avere appetito: 4ver fame. Aver considerazione: Considerare
ì
{
1
su
ETIMOLOGIA E SINTASSI
Aver contràsto: Conzrastare.
Aver corso: Che si spaccia in molta
guaniità alcuna cosa , aver ef-
fetto.
Aver corta vista: Zeder corlo.
Aver credito: Essere in istima, in
riputazione.
Aver cuore: Tener vigore, animo.
Aver cura: Curare, pracurare.
Aver cura: Attendere.
Aver dal suo: Aver dal suoparilo.
Aver di certo: Tener per certo.
Aver di checchessia: Parteciparne.
Aver dilettto : Dilettarsi.
Aver dilungàto : Tener lontano.
Aver discrezione : Procedere con di-
screlezza.
Aver divoziòne in alcuno: Esser di-
volo, credergli.
Aver il suo dovere: Aver iutlo ciò
che gli si spella.
Aver dubbio: Dubilare.
Aver faccia: Tenere apparenza.
Aver faccia: Aver ? ardire, aver la
sfacciataggine.
Aver fantasia: Pensare, desiderare.
Aver fiato: Aver forza.
Aver fidanza: Fidarsì, confidare.
Aver fine: Finire, consumare.
Aver fretta: Affrellarsi.
Aver grado: Aver obbligo.
Aver grazia con alcùno: F'arsiamare.
Aver guerra: Guerreggiare, ed esser
guerreggialo.
Aver il capo a far checchessia: Aver
volonta.
Avere il destro: Aver comodità.
Aver il giudizio : Esser giudice, loc-
care il giudicare. ù
Avere il torto: Contrario di Aver ra-
one.
Avere in balia: Aver in suo palin:
Avere in considerazione : Averne
slima.
Avere in costume: Costumare.
Aver in consuetùdine: Usare, esser
solito. |
Avere in cura: Aver in custodia.
Avere in disprègio: Dispregiare.
Avere in grado: Gradire.
Avere in grazia: Conservare in gra-
zia.
Avere
gno.
in iva: Porfar odio, avere sde-
Avere in mano: Possedere, avere in
balia.
189
abbor-.
Avere in odio: Odiare.
Avere in orròre : Znorridirsi,
rire.
Avere in petto: Tenere, conservare
nella menle. ù
Avere in petto: Tener celata alcuna
cosa.
Avere in pregio: Pregiare.
Avere in pronto: Tenere a sua di-
sposizione. :
Avere in pugno: Tenere colla ma-
no chiusa. :
Averein riverenza: Riverire, onora-
re.
Avere in sulla lingua quel che è nel
cuore: Essere schietto.
Avere in vezzo: «doere in uso.
Avere invidia: Inoidiare.
Aver la caccia: Essere rincorso.
Averla con uno: Essere ardito con lui.
Aver la lingua in balia: Cicalare so-
verchiamente.
Aver la lingua lunga: Essere maldi-
cente.
Aver la mente a checchessia: Averne
idea, fantasia.
Aver l’amore di uno: Conseguire l'a-
more d’ uno.
Aver l’ ànimo ad alcuna cosa: Allen-
dere ad essa.
Aver la paròla: Aver licenza.
Aver la ragione: Aver diritto.
Aver l'assoluzione. Essere assoluto.
Aver la stretta : Essere asirello 0
strello.
Aver le fatiche: Slenfare, penare.
Aver l'occhio: Riguardare «attenta:
menle.
Aver l'occhio: Considerare.
Aver l’ onòre di alcùna cosa: Vin-
cere, rimaner superiore.
Averlume: Aver cognizione, conlezza.
Aver luogo: Esser necessario , tener
posto.
Aver mal fiele contro alcuno: Odiarlo.
Aver mal talento: Tener cattiva in-
tenzione. |
Aver meno alcùna cosa: Mancare, î
averne difello.
Aver mente a checchessia: S/uroi af-
lento, farvi considerazione.
Aver misericordia: User misericor-
dia.
Aver necessàrio: Aver bisogno.
Aver nella speranza, o in isperanza:
Spera nzare.
190 PARTE
Aver obbligo: Essere obbliguto.
Avere onore: Essere onorato.
Averozio: Aver fempo.
Aver pace : Aver pazienza.
Aver pace: Non aver guerra.
Aver paura: Aver timore, lemere.
Aver pazienza: Sopportare.
Aver pegno: Avere in pegno, tener
. sicurlu.
Aver pensiero: Dbonsare:
Aver pentimento : Pendirsi.
Aver per andàto: Aver per morto.
Aver per costante: Aver ferma opi-
nione.
Aver per grazia : Ottenere per grazia.
Aver per impossibile: Stimure che
sia impossibile.
Aver pev istabile o per fermo : St
mare che sia rato e fermo.
Aver per le mani alcuno: Fur di
segno sopra alcuno.
Aver per male: Aver dispiacere.
Aver per nulla : Non istimar nulla,
disprezzare.
Aver piacere : Compiucersi.
Aver pietà : Usar piclà.
Àver posta d'uno: Appostarlo, sa-
per dov' è.
TERZA
Aver potere o podere: Potere.
Aver ragione: Zssere assistito dalla
ragione. Y
Aver riverenza: Ornorare.
Aver riguàrdo: Riguardare, conside-
rare.
Aver rispetto: Aver riguardo.
Avere scorno: Riportare disonoee.
Aver sembiaànte: Aver faccia, vile.
Aver soccorso: Esser soccorso.
Aver soldo : Tirar la paga.
Aver sospetto : Sospellare.
Aver spavènto: Spaventarsi.
Avere sperànza : Sperare.
Avere spia d'una cosa: Esserne ae-
visalo.
Aver sulle corna: Odiare.
Aver termine: Terminare.
Aver vita: Zivere. .
Aver voce: Correr fama, essere opi
nione.
Aver voce în capitolo: Avere aulo-
rità.
Aver voglia: Aver volontà, desiderio,
desiderare.
CAPITOLO V.
DE’ VERBI PRINCIPALI.
I. Dalle nozioni date nel preced. cap. ai $$. Il, Ill,
IV dell'uffizio de' due ausiliari essere ed avre, e dopo avere
attentamente scorse le loro conjugazioni, ognuno di leggien
giugnerà a comprendere la maniera di formare i tempi ps
sull composti di un qualsivoglia verbo principale, conosciuto
che avrà la forma del participio passato o passivo di quest ul
timo; cosicchè superfluo credo il riprodurre i medesimi tem-
pi composti nelle quattro conjugazioni, che. or orà esporrò.
Ove per altro nel mal pratico straniero, o nel poco istruito
italiano del dubbio ancora rimanesse quale de' tempi degli 2v-
siliari applicarsi debba alla formazione de’ suaccennati temp!
composti dei verbi principali, il seguente prospetto di corrispon.
denza rimioverà ogni incertezza, con indicare i tempi semplici
degli ausiliari, aventi dirimpetto ognuno il composto, che da
esso componesi.
”
— È i
ETIMOLOGIA E SINTASSI 191
- VERBI AUSILIARI. | VERBO PRINCIPALE.
MODO INFINITIVO.
Dal TEMPO PRESENTE formasi IL TEMPO PASSATO.
MODO INDICATIVO.
« TEMPO PRESENTE formasi IL PASSATO INDFFINITO.
« IMPERFETTO, O PENDENTE « IL PIU CHE PERFETTO,0 TRA PASSATO.
« PASSATO PERFETTO, O DE- « IL TRAPASSATO ANTERIORE,
FINITO
« FUTURO | « IL FUTURO PASSATO, O ANTERIORE.
MODO SOGGIUNTIVO.
« TEMPO PRESENTE fermasi IL TEMPO PASSATO PERFETTO.
« IMPERFETTO, O PENDENTE « IL TRAPASSATO.
HODO CONDIZIONALE.
« TEMPO PRESENTE formasi IL TEMPO PASSATO.
GERUNDIO.
« PRESENTE formasi IL PASSATO.
. Prendasi in oltre per norma generale, che il modo infini-
tivo di ogni verbo principale, siccome quello degli ausiliari
essere ed acére ha il suo ‘tempo futufo, formato mediante gli
Sessi ausiliari in guisa come segue: Avére a, o ésser per lo-
dare, cedere, dormire, impedìre ec. e così in tutti gli altri ver-
! (1). Lo stesso dicasi del participio, il cui futuro è Awvin-
a, o essendo per lodùre, cedere, dormìre, impedire (2).
(1) Non bisogna' confondere queste maniere di dire, esprimenti il fu-
luro dell'infinito, con quelle in cui il verbo avre, posto avanti all’ in-
nilo del medesimo verbo colla particella «, vale Esser creditore, docèr
eoere; e si noti, che alla particella a volentieri sostituiscesi da, per
fuggire l'incontro di due vocali, come: Avéère a, 0 da avere; lio a, è
avère; lu avèvi a, 0 da avere ec. W)sservisi in oltre che Avère, posto
ivanti all'infinito di qualsisia verbo principale colle particelle a, da, che,
orma certe frasi esprimenti lo stato, la disposizione, la volontà, in cui
altri si trova rispetto alla significazione di quell’infinito che gli vien dopo,
‘tme: Avère a serìvere, a lèggere ec. vale. Dovère scrivere, lèggere, €c.
Arr da scrivere, da lèggere, da mangiùre, o Avèr che scrìvere, che lèg-
sere, che mangiare, vagliono Avèr cosa da scrìvere, da lèggere cc. Avèr
soere, da mantenèrsi ec. vagliono Aoèr con che oivere, con che man-
nersi, e così dicasi d'ogni alira simile locuzione. |
ho (2) Anche il verbo docére, congiunto colla voce radicale d'altro ver-
ù come docèr lodare, crèdere ec. dovèrndo lodare, crèdere ec., ponesi da
d'uno qual ausiliare indicante il futuro dell’ infinito e del participio de’ ver-
‘ principali. Noi ci riserbiamo ad altro luogo di far conoscere la natura
el verbo dovère e le sue relazioni cogli altri verbi. Veggasi la nota 6 del
Seltimo capitolo della presente Sez.
192 PARTE TERZA |
Giusta il metodo de’nostri grammatici, la conjugazione in
IRE è la quarta in ordine, e le si dì comunemente per mo-
dello il verbo sentìre dietro il quale si regolano non più che
45, o 50 verbi, la più. parte de'quali sono in oltre o irrego-
lari o in qualche parte difettivi (l’'istesso verbo sendìre è di-
fettivo, imperocchè è privo di participio presente). Dato il
prospetto del verbo sentìre, che conta così pochi seguaci, 2
mala pena menzione fassi de’ verbi detti /n sco, che tanto
accrescono la ricchezza della lingua italiana, e tanta bellezza
le compartono, se non in termini generali, e come di verbi
irregolari della così chiamata quarta conjugazzone, ove, tanto
nel lor numero, eccedente ben dieci volte quello de' verbi det-
ti /n 0, quanto per la regolarità del loro andamento, ragion
vorrebbe che un verbo preso dal loro numero servisse di nor-
ma a tutti i verbi della terza conjugazione, o se così vuoki
della quarta, e che senfîre, co’ pochi suoi seguaci, fosser te
nuti in conto di anomali. |
Fedele al prefissomi scopo di semplicizzare quel che nello
studio della lingua offerir si possa di complicato, e non volendo
sovvertire intieramente il fin qui da altri praticato metodo, pe
isconcio che sia (3), mi è paruto poter dissipare in gran part
il bujo che in quello regna con dividere in due classi i verdi
in IRE; spero peraltro che nessuno voglia da questa divisione
congetturare che stabilire io intenda esservi nell’ idioma ital
no quattro conjugazioni, quantunque io sia certo che se talu-
no in me supponesse una tale pretensione, assai più ragioni
vole reputerebbela che non è quella di coloro che a dirittura
insegnano avere i verbi italiani, siccome i latini, quattro (08°
jugazioni, attribuendone due a’ verbi in ERE; le quali pero,
meno la quantità lunga o breve della prima e componente
desinenza radicale, come sarebbe ne’ verbi femere e creo
(3) Si; è pur forza il dirlo, l'irregolarità, e la confusione nel modo
d’ esporre e d’insegnare le parti più importanti della grammatica italiana,
e segnatamente quella in questione, la quale di per sè è intralciatissit)» i
sono la cagione che gli stranieri e gl’ Italiani stessi, non trovando gui .
sicura nel loro studio, continuano a corroborare con l’ esempio loro la
comune e pur troppo veridica opinione, che non evvi nazione come
taliana, fra cui i poco istruiti parlino e scrivano più contro i precetti
grammalicali, ed in ispecial modo contro lo stabilito andamento de va:
hi; prova ne sia quel che ne abbiam fatto osservare nel cap. IV,
ed è questo il malaugurato effetto del voler sempre, ed in tutto m
re i precetti della propria lingua su quelli d’ un’ altra, colla quale la pr
. la o [A a
ma non ha per avventura altra corrispondenza, che le sola derivazion
delle parole. Le grammatiche italiane pajono a bello studio scritte Pi ,
solo sieno intese da chi già è versato nel latino, e rimangano inintellig!
bili per chi t affatto ignaro de’precetti di quella lingua.
I- i
odella- i
Fa i
ETIMOLOGIA E- SINTASSI 2195
persino nella minima parte del loro andamento si trovano l' u-
na perfettamente “ul all’ altra. Non potrebbesi già dir lo
stesso de’ verbi in IRE se a qualcuno venisse nell’ animo di
firne due conjugazioni separate, imperocchè i verbi in sco,
nella formazione de'tre tempi presenti, indicativo, soggiuntivo
ed imperativo, da quelli in o notabilmente differiscono.
PRIMA CONJUGAZIONE IN ARE.
COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
c—TT_TrFTTT<TT= | «ce
MODO
INFINITIVO |Lod-àre | ..... depone
PARTICIPJ
Pres. o Attivo —ànte |..... cd Per er tie i
Pass.o Passivo —àto ff... e EEE
GERUNDIO =a0do° ‘Puos ut det ae Paleari Soa sa
MUDO
INDICATIVO |
Tempo Presente —o (1) EER INA II:
—i (2) tarde i REI PI
—a (3) . e » “ o 06 è è è 0 è e è
(1) Ne’ verbi giocare, sonàre, tonàre, e forse in alcuni altri consi-
mili, la vocale o cambiasi in wo dittongo, ogni volta che l’accento tonico
cada in sulla prima sillaba, lo che ha luogo in tutte le persone sing. e
nella terza plur. de’ presenti indic., sogg. e imperat., come suono, suoni,
suona, suonano } suoni, suoni, suoni, suonilro; suona, suoni, suoninò : così
iure giuoco ec., luona ec. ,
(2) Ne’ verbi che escono in ciare, chiare, giare, gliare, questa persona,
come pure le persone singolari del presente soggiuntivo , si formano tron-
cando semplicemente la desinenza radicale are, come da baciare, mac-
chiàre j mangiàre, fagliàre, si fanno baci, macchi, mangi, tagliec. Fac-
ciasi lo stesso negli altri verbi in are la cui prima persona del presente
indicativo termini in i0 di una sillaba, come a cagion d’ esempio cam-
biare che fa cambio, cambi, e così gli altri. Ma ne’ verbi in iare, la cui
desinenza io faccia due sillabe, le persone suddette formansi ricevendo un
i agginato a quello che lor rimane dalla voce radicale, come da inviàre,
obbliàre, spiare ec. si formano io invio, obblio, spio; iu inci, obblii, spiù,
ec. Terminano parimente in doppio i le persone anzidette de’ verbi «//e-
erkre, cariàre, odiare, scrivendosi aMlèvii, vari, odii, per distinguerle dalle
stesse persone de’ verbi allevare, varàre, udùre.
(3) '[ralle numerose libertà, che fuori d' ogni regola grammaticale, i
nostri poeti s' arrogano, o per favoriv la rima, o per tale o tal aliro co-
modo di verso, si è certamente una delle più notabili quella di cangiare
in e le desinenze a edi, luna della seconda, l’altra della terza persona.
singolare del presente indicativo. De ch’ io ‘ntèsi quell’ anime offènse,
C%/iinài’1 viso e tanto'l lenni basso, Fin ehe ’1 poèta mi disse che pense ?
Gram. Ital. 26
194 PARTE TERZA
r———22—________É____—_—rT—T__—_—__—_—_—m—_—r_21T_____ _
COMUNE AKTIQUATO POETICO ERRONKO
MODO =—— ee _————_—@
INDICATIVO
Tempo Presenie|Lod—iamo (4) —àmo ire sboala giga
—ale ea 000 00 os 000 e 00000»
-—-àN0 sine ce ele. ee 0 0 o 0 ec c è. +—— Ono
Imperfetto 0 —aàva, —àvo L, 0 0 e 0 0 è. e e è o 0 0 © o 0 ec e cs 0 o
Pendente (5)
— Àvi . e ec ec e e e o»0 0 oso o e 0s0 e è e è.» o 0.0 ss 0 o
—àva e e 0 o oo oso o. e e s a 0 èe.°. © e eo ® oc os0 o
D. Inf. 5.—E quel frustàto celàr si credètie Bassàndo *l viso, ma poco ..
gli valse; Ch'io dissi: tu, che Y occhio a terra GETTE ec. ld. Ibid. 18.— ,
Ma quell’ aliro volèr, di ch'? son pieno, Quanti press’ a lui nàscon par
ch' aDUGGE: E parle il tempo fugge ec. Petr. canz. 3g.—Già polrèste sen-
Îir, come RiMBOMBE L' allo rumor nelle propinque ville D' urli, e di cor-
ni, e rusticàne trombe. Ar. Fur. 24. 8.—Quando seguire il mio piacère
v AGGRADE: Faroi pagàni, e per lo nosiro regno Conira l' empio Buglion
mover le spade. Tas. Ger. C. so, st. 69.
(4) Ne' verbi, che escono in care ed in gare aggiugnesi una A alle
desinenze che cominciano con i o con e, cioè, a quelle della seconda per-
sona singolare e della prima plurale del presente indicativo: di tutte le
persone del futuro, del presente soggiuntivo e del condizionale: della terza
persona singolare, e della prima e terza plurale del modo imperativo, come.
——————+—+—+&6—_—€€- ee cenni
INFINITO PRES. INDIC. FUTURO PRES. SOGG. CONDIZION.
Peccàre Tu pecchi Peccherò | Pecchi , |Peccherti ci
._|Peccherài ’ {Pecchi Pecchertsti :
Peccherà — —|Pecchi Pecchertbbe |
Noi pecchiàmo|Peccheremo {Pecchiamo —|Pecchertimmo 4
Pecchertte è |Pecchiàte Pecchertste di
- |Peccherànno |Pècchino Pecchertbbero ‘.
| i
Pagàre Tu paghi Pagherò Paghi Pagherti A
i Pagberài Paghi Pagherèsti x
Pagherà Paghi Pagherébbe i
Noi paghiàmo[Pagheremo Paghiàmo Pagherèmmo
| | Pagherete . |Paghiàte Paghereste
Pagherànno |Pàghino Paghertbbero
Non è ciò che un mero cangiamento ortografico, pralico per non togliere
alle consonanti c € g l’articolazione gutturale che hanno nella voce ra-
dicale del verbo. n.
(5) Discordi son® i grammatici intorno alla legittimità delle desinen-
ze avo, evo, ivo: chi, avendole per intruse, come idiotismi ed errori, le
rigetta, non senza convenire però che le medesime si son fatte comuni
mel parlare e scrivere famigliarmente; altri a dirittura Je riconoscono
come legittime al pari delle desinenze ava, eca, iva, perchè molti, e
ETIMOLOGIA E SINTASSI 195
COMUNE
ANTIQUAT®O POETICO ERRONEO
—eces “co enetagg e | Copper
MODO
INDICATIVO
ImperfettooPen-|Lod—avàmo a urne eroi i
dente —avàte LL o i —àvi
—àvano RENEE EEE ME —àvono
Passaloperfetto,| —ài AES EA
‘0 definito
de trecentisti e de’ cinquecentisti autori liberamente usavanle, credendo
che dovesse arrecar vantaggio alla lingua una più regolata distinzione
della prima persona dalla terza, e che con ciò ogni luogo dî equivoco
venisse tolto; altri infine, tra i due estremi adottano una via di mezzo,
tenendo come più regolare l’uso delle desinenze ava, eva, iva, delle quali
riconoscesi esser mai sempre stata costante la pratica perchè ad esse con-
formi sono i testi de' più accreditati scrittori, e collocando tra le anti-
quate le desinenze avo, evo, ivo, le quali, come che non siano da riget»
tarsi affatto, pure, perchè di rado veggonsi usate dagli scrittori del buon
secolo, non possono considerarsi egualmente autorizzate che le tre prime
terminazioni, |
Ognuno, che con cogaizione di causa disamini imparzialmente
queste tre opinioni, convenir dovrà che olire il gran numero d' e-
sempj di accreditatissimi scrittori’ cinquecentisti, e 'l1 frequente uso nel
parlar famigliare, la ragione, il buon senso, e’! vantaggio della chiarezza
seno dalla parte della seconda opinione, alla quale i fautori della, pri-
ma, lor malgrado, e senza saperlo, in parte si appigliano, in confessan-
0 le desinenze avo, evo, ivo, essersi fatte comuni. Obbiettasi per lo più
foniro a queste terminazioni, il molto maggior uso che fecero i padri
della lingua dell’ opposte desinenze in a, al quale argomento, il più fot-
le che sappiano portare i nemici delle prime, si può rispondere, che quei
Padri, anzichè studiare il carattere che andava sviluppando la nascente
Iigua volgare, e procurare a questa tutti i vantaggi e comodì de’ quali
*$Sa , secondo quel suo carattere, era suscettiva, troppo aveano l’ animo
Fivolto ancora verso la moribonda latina, reputando quasi eresia tutto
Cio che nella prima non coincidesse in certo modo coll’ altra; quindi ,
*ppunto perchè ne’ verbi latini la vocale @ trovasi in tutte e tre le desi-
lenze singolari dell’ imperfetto indicativo (bam, bas, dal, le quali per
altro a hastanza l'una dall’ altra distinguonsi per le tre diverse conso-
Banti finali, da von lasciar luogo a temere di equivoco .nel discorso) la
_ Bessa vocale x, dovevasi pur trovare nella prima e terza persona singo-
are del medesimo tempo ne’ verbi italiani (non è poco che abbian con-
ISceso a dare un 7 alla seconda persona ) mettendo in non cale |’ equi-
Yoco che può nascere dall’ indistinzione tra la prima e. terza persona, le
quali soventi volle non si ravvisano se non che, o dal contesto, o dalla
Presenza de’ pronomi personali i0 ed egli. |
Del rimanente, comunque abbian fatto i padri delle lingua o benc o male,
Xguendo anche in questo narticolare come in tante altre cose Je tracce della
“agua latina, noi, aderendo a tutte le ragioni addotte da quei della seconda
Opinione, siamo persnasi le tre uscite in 0, esser buone egualmente che quelle
Ma, accanto alle quali le abbiam poste nella colonna delle comuni, lascian-
al criterio dell’ intelligente .il far uso, o delle une @ delle altre, se-
. PARTE TERZA
“
196
: : = - -_—
COMUNE , | ANTIQUATO POETICO ERRONEO
MODO
INDICATIV J 1
Passato perfello| Lod —àsti ° 0.000.
o definilo —ò ri ves
—àmmo —aàssimo
—àste —aàsti
—àatrono —oònno, —
òorono, —àra-
no, —òrno, —
arno
Fuluro —erò (7) —arò, —
errò
—erài toni È
—era —arà , —
errà
— eremo —arèmo
— erèle —artte
—eranno
—arànno
condo che più lo convincano le nostre ragioni, o quelle degli avversarj,
le quali, siam certi, non molti proseliti faranno se tutte sono così poco
persuasive, e concludenti com’ è quella del Cav. Compagnoni « E chi non
vede, domanda egli, che se AMAVO, LEGGEVO, SENTIVO, e simili, fossero
voci regoluri, non sarebbevi difficoltà aleuna onde nel plurale non si aves-
se AMAVONO, LEGGEVONO, SENTIvONO? ()r io pure domando: chi non vede
che, ove «a causa delle desinenze ava, eva, iva, non abbia d'altronde già
il patrocinio di molti, l’ allegata ragione, come conseguenza dell’ uso
contrario, più male che bene le dee recare, fosse anche solo per la sua
inconsistenza, e per l'assurdità della supposiziotte? Cosa risponderebbesi
a chi, partendo dalla forma della prima pers. sing. del pres. indic. amo,
leggo, sento, € simili, avesse per irregolari le voci amidmo, leggiàmo,
sentiàmo, e supponesse doversi in vece dire e scrivere, amzi)mo, leggiomo,
senliomo?
(6) E questa ùna contrazione di /oddsfi, e del pronome #u, maniera
talora praticata dagli antichi se non forse in questo verbo, almeno in
altri della prima conjugazione. 42 tempo del diluvio alcùna setta. Perchè
LASSASTU’ rell'arca ec. Anton. da Fer. R. Ant.
(7) I vetbi in ciare e giare, perdono la i in tutte le persone del fu-
turo e del condizionale, per la medesima ragione che già si è data, discor-
rendo della formazione del plurale de’ nomi in cia e gia, cio e gio (vedi
la nota 1 del Cap.-HI. Sez. IT). Onde scriviamo dacerò , bacerèi ec. ; co-
mincero, comincerèi ec. ; lascerò, lascerèi ec.; alloggerò, alloggerèi ec. ; man-
gerò , mangerti ec.; da Baciùre, cominciare, lasciare , alloggiàre, man-
giure cc.
I
A = »
x —=rr_—————_—— rr
MODO
SOGGIUNTIVO
ETIMOLOGIA F SINTASSI
Tempo Presente|Lod—i
Pendente o Im-
perfetto
MODO
CONDIZIONALE]
Tempo Presente
MODO
- IMPERATIVO
Tempo Presenie
Futuro
— 1 V
—i
—iàmo
—iàte
—ino
—àssi
—àssi
—àsse
—àssimo
— àste
—àssero
Ve
— erti
‘ n
— eresti
— ertbbe
— erèommo
— eresle
— ertbbero
— erétte
—eranno
“* —assono ,
àssino
| ANTIQUATO
"|
SNO ST SE
" —erebbono
POETICO
—eriuno ,
—erleno (8)
197
ERRONEO
—arài
—arà
e * è ss. é
—artte
—arànno
(8) La desinenza erìa per erèi, cioè di prima pers. sing., bisogna lasciar-
la a' poeti , i quali nè pure ne fanno frequente uso; ma la medesima desinen-
za per erèbbe, come purè ertano e erieno per erèbbero , non solo in verso,
stor. 3.—Segn. pred. 32.—Castig]. Cortig. 9. ec.
(9) Rendo avvertito lo studioso, e sia detto anche pe
«ma anche in prosa sono usitatissime. Vedi Bocc. nov. 7,e 94.—Tac. Dav,
’ verbi ausiliari
198 PARTE TERZA
SECONDA CONJUGAZIONE IN ZA5.
rr ——r—_—_—_————_——__———————_—_—_T_TT_T_—_—_—_———@—n
COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
—-rrr_o__ee | ——-
MODO
INFINITIVO |Ceéd—ere RR Leila nasa
. PARICIPJ
Pres. o Ailivo —tnte Lego ae e
Pass. o Passivo —uto o 0 è 0 0 0 | Cesso (1) TAZZA:
GERUNDIO — ndo e 0 0 0 0 0 0. 0 0 0 0 0 o. a è è 0 00060
MODO
INDICATIVO
Tempo Presente} —o (2) va eee ea ae
—_] o ss o 0 o oso o» . 3 è è è oe o. e d 0 0 è 0 »
— @ o_o. s0 os» . o . o eo * e e eo » o e eo s q 0»
. LI
— làmo —tmo o 0.0 0 e 0 e e 0 0 0 < 0 00
— tle ° e << 0 © o o» e 0 0 e 0 0.0 . e 0.0 0 0 0 0
+—"Ono € e 0 0 e € o» 0 0 0 eo e e ,0 —2aN0
2ssere ed avère e per tutti gli altri verbi regolari o irregolari, che, ove
i comando, il consiglio, îl prego ec. fosse in senso negativo, e perciò richie-
« desse l' accompagnamento della particella non, egli è una delle più rimar-
cabili proprietà Sella lingua italiana di esprimere questa seconda persona
singolare del modo imperativo colla voce dell’ infinitivo preceduta dalla
particella non, onde diciamo: Non avere paùra; non èssere così ostinàlo;
non lodàre ; non credere la ial cosa; non mi toccare, non far cio, non
pèrdere îl tuo tempo inutilmente ec. in vece di Non abbi, non sù, non hdi,
non credi, ren mi tocchi, non fa ciò, non perdi ec.
(1) Vedi nota 6 della pres. conjugazione.
(2) Occorre avvertire, che nel prospetto dei quattro verbi regolari,
eccetto in quello della prima conjugazione, la sola prima colonna, quella
cioè delle voci comuni, debbasi ‘considerare come generale a tutti i verbi
della stessa desinenza radicale, non già le altre tre, le quali ne' verbi
noi dati come modelli della gecouda e terza conjugazione, possono bea
contenere moltissime voci antiquate, poetiche ed erronee, e le stesse c0-
lonne degli altri verbi averne pochissime o non averne punte, e inversa
mente. Sia di ciò prova il verbo Credere, che fu dal Mastrofini, e dietro
lui dal Compagnoni scelto come norma degli altri verbi della seconda con-
Jugazione, e le cui colonne sono zeppe di voci antiquate, poctiche, ed
erronce di si strana conformazione, che sarebbe esser privo di ogni senso,
il volerle adattare agli altri verbi della stessa cadenza; e pure non sà-
rebbe già cosa sorprendente che uno straniero, leggendo le voci antiquale
del verbo Crèdere, datogli come regola, creo, crio, creggio, cre’ e simili
altre anticaglie di questo verbo, volesse far derivare le stesse storpiature
dal verbo Cèdere, per esempio, o da altro verbo in ere, formandosi ceo.
cio, ceggio, ce’ ec. Ed è appunto in contemplazione di ciò, che mi son fat-
to lecito di scegliere, qual modello, un altro verbo, più regolare anche nel-
le suc voci antiquate e poetiche, riserbandomi di parlare altrove del vere
bo Credere, e delle antiche sue anomalie.
n
COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
1
MODO :
INDICATIVO
Imperfetto o {Ced—tva,-tvol ....... —èa dle
Pendente (3)
—tvi sfera lago ti
—tva Posa —ta (4) dana
—evàmo 00008004 a a RARA
— evàte È Na - 000000 evi
—èvano —ieno —èano .=revono
Pessaloperfello,| —ti, —tttij ....... |Cessi (6) Ei
o definito (5)
— sti sunt |nella a
te, —tlte | ....... —to, Cessìt ......,
— timmo - 0000000600, Cossamo,—
tttamo, —ts-
simo
— éste ie Rea RS
—trono, —| —tttono —tro, Ces-! —èrno, —
ettero sero ènno
‘Fuluro —erò —eràbbo, |... 0.100
eràggio, —erde|
—rò
— erài e cede 0 60 0 0 0 8 0 0 0 6 è 0 0 0»
— erà “era; ràl's deu pil variano
sereno il'uuicia d ai RSaa
—ertte — errète pata aaa ei
bi —eranno —ranno . e 00 0 0 0 eh e 00000600
(3) Veggasi la nota 5 del verbo Lodàre. i
. (4) Riguardo a questa desinenza veggasi la nbta 16 nella conjuga>
none dell’ ausiliare Avere.
(5) Puossi l’ una o l’altra di queste due desinenze, cioè ei o elti, è
0 elle, erono 0 etero sì in prosa che in verso indifferentemente adope-
fare. Sonovi per altro non pochi verbi, e a suo luogo li farem conoscere,
' quali per 1° asprezza di suono, che darebbe loro la seconda desinenza,
ton ricevon maî se non che la prima.
(6) Cessi e cesse in vece di cedèi e cedè, e cesso in vece di cedùlo,
tono voci da lasciarsi a’ poeti, e appena a questi accordano i grammatici
uso di cesso; per la sua omonimia col nome di cesso ( per timore di
uzza, dice il cav. Compagnoni ). Alfin con gli altri insieme ei si ristrìnse
entro ai ripari, e la vittoria CESSE. Tas. Ger. 7, 121.— Come pariènda
affitto tàuro suole, Che la giovènca al vincitàr cèsso abbia. Ar. Fur. 27, 111.
la i suoi composti alcuni ve ne sono che qua e là presso gli antichi tro-
‘ansi nel passato definito colle desinenze essi, esse, èssero, e nel partici-
Pio passato colla desinenza esso, come concesso, concèssi, concèsse, concès-
Mero; successo, succèssi, successe, sucessero ec. Sempre però procederà me-
glio e più sicuro, chi si tiene alla regola. -
-
POETICO ERRONEO.
MODO ì
SOGGIUNTIVO °
Tempo Presente|Ced—a DARI I
—iamo
. —làle è dhe o isa a dr eni e eye a
—ano ansia rp —ino
Pendente o lm- — essi VE IRE PENNINI, (PP RR
perfetlo —èssi Ri n'e 000] —è$80
— è sse MEP, Re e
— èssimo è è 0. e . da dilata
—tste. PURO MESE — esti, —
ssi, —Ussivo
MODO — ètssero "— essono sasa 9004
CONDIZIONALE —èsseno —
Tempo Presente — certi I” ; —eria —ercbbi
—ertsti Lasi RI CETTE
—er:bbe "RR I er n
—ertmmo | ... , diro ana — ertbbamo
—ertsle EEE DIO — ertsli —
ercssi
MODO —ertbbero| “—cerebbono,| —eriano — erthbano
IMPERATIVO —eriono
perno robeniai-< «o. si Llano ona Lx BPEP
» —itu (8) rei be E braa EI
—a x e . ° e "BRORa
— iaàmo a SI è è; > od-
—éte PRO AREE: OR NE:
—ano PE : > — ino
Futuro SANTE DI PER O Duo
Er >; INZONO! COOP LO E O SO i
— erà a TE EE à
(7) Sono pur pomi di eterna discordia tra i grammatici le due dest-
nenze a e î, di questa seconda persona singolare. Chi la seconda desinen-
za riconosce come la sola buona e comune, segnando ]' altra tra le erro-
nee, chi è d’ opinione affatto contraria; chi ambedue le ammette, volendo
però che nell’ uso la seconda desinenza preferiscasi alla prima, perchè Più
regolare, ponendo essa un divario tra la seconda, e le altre due persone |.
del singolare. Io credo che dietro a’ molti esempj, i quali dell'una € del- È.
l altra desinenza trovansi ne' classici autori, si possa tenere entrambe per.
buone, e lasciave al criterio di chi intende |’ adoprare, secondo che meglio ©
all’ orecchio gli suoni, o l’ una o l’altra. Per l’ uso della desinenza a, ved!
Bocc. nov. 1.—1d. nov. 49. — Casa Galat. c. 27. — Ar.-Fur. 32, 45.7
Benv. Cell. 284. ec. Per l° uso della desinenza :, vedi Amm. aut. 4»
Albert. c. 25. — D. Inf. 12.—Id. Purg. 33. — Petr. canz. 8. ec.
questa regola a tutti i verbi della seconda conjugazione.
(8) Veggasi la nota g del verbo Zodàre.
Ie
Estendesi
ETIMOLOGIA E SINTASSI 201
cs Ttet111t_—1241mÀ1__Tr____—_—____——____r___
COMU NE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
î ? _—ntzzh121112A.A.—ccr_rcr"r—==" —puo
MODO
IMPERATIVO
47-75. SQMMADIO A POOR RE CI IVI ARI RON, NET ai
Ged-céra: Luini ai al ieo
— erànno 0 0° 0.0 è . è » e 0° * a. è è. e 0 0 0° 0 è
_# ———r—r——eorr-r-e£rec: EF... -.!-
TERZA CONJUGAZIONE IN IRE
PRIMA CLASSE (1).
COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
i ARRIVO: ils duo Parker ea A
qù
N | PARTICIPJ
Pres., o Attivo RE EE TO ;
male, | bagarre Lisa IP raleaà
i Fanco Pool Ao boia aaa pasa
". GERUNDIO so Pons Pep
|» MODO
INDICATIVO
Tempo Presente —o |....... Mr ci iii
1 MO DC VETTE: PE
== NNO TOTO RT OT
—iàmo "=>. :.:(1 NNO! (C'E SE SO MI
sl | Biba isa e RT
«Ue RIS Posa —ano
Imperfetto o alii Nar PTO RE ET Me VASO STTTI
Pendente —ivi vo sd sE ia li
lo © ana | n ae
“=DNand Tocai danni
A PREV (rione Pena —ivi
—ivano . —ieno —ivono
| Pass. perfetto, 0
© definito —li —i
È seu ‘dIievrsaslasbtaba i è Sie Bri
È —ì —ìe —itte
f —ìmmo CTTERTSTTO PERE —issimo
“ sull (Frs Cee vai — isti
=1rond dica ia —iro,—ir —inno, —
; ìrno
(1) Vedi Cap. VIII della pres. Sez.
Gram. Ital. 27
. MODO
INDICATIVO
d’uluro
MODO
SOGGIUNTIVO
Tempo Presenlie
Imperfetto , o
Pendente
MODO
CONDIZIONALE
Tempo Presente
MODO:
IMPERATIVO
Tempo Presente
Fulure
— irtte
‘ PARTE TERZA
COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
crceNg scene eo TE
Dorm—irò «essi
—irài ica ala
—irà du
—irèmo PR
—irtte RARITÀ
—irànno Ét.....600 {oesveosoo Loss,
——à 0 A
2 GC LÀ —«i FT. 0 he 4000
—a —i
—Jàmo vt
—iàte da ai
—ano —ino
—issi — ss
— ssi dual
—isse vlad
DES (3:11! (INNO GI RT RN AT
—iste —isti, —issi
—ssero ET
— irei sa
— irésti La
—irtbbe . @ è. 008°
— irtimmo —irtbba-
mo, — iriamo,
— irtssimo
—iréste —irtgli,—
irtssi
‘ —irtbbero ) j
—1otuo= |<. 6 60000 oe 00000 00
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—iàmo — |... 1000000 et
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—irài tu T.60.0600. fede 0 0 ef
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e e 0 00‘
—.irànno
0
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i
4
i
ETIMOLOGIA E SINTASSI 203
TERZA CONJUGAZIONE IN IRE.
SECONDA CLASSE (1).
COMUNE ANTIQUATO POETICO ERRONEO
————nn | ——Oq | »___ _—_—_—— &—
MODO \ figa e en
INFINITIVO Imped—ire SEE RO SE LR: sie
PARTICIPI
Pres., o Aitivo Mat (a) Dini 4 ,
Pass., 0 Passivo| -—ìito ua srata è RE E
GERUNDIO —èndo coreane d'a i ue
MODO
INDICATIVO |
Tempo Presente| --isco IF arnA4R bLarianicali ese,
—ìsci e ‘e dann da ea © a e è e
—isce TRE N A) SEE di a
—iàmo —imo - ++ 0 + + «| —ischiàmo
— e © Loti SRO (EI
SMEG Lui Lapidi sù —iscano
Imperfetto o —iva, —ivof ....... —ia PRi
Pendente —Ivi sù RIGORE IE
—iva EE E PEER —la ns.
—ivàmo dala è) LA ep
—ivàte GERE RIE —ivi
—ivano AA d dev —ivono
Passato per- —li —le lu Gabetti
fetto, o defi- —ìsti PRE cas a da Ra
nito —) LP — lo ILICICITE
—immo l.....,. SA RP SEITE —issimo
—iste APR SPACASI RI. RAPIRE Re . .| —ìsti
—irono PRODI —ìro, —lr —inno
Fuluro . —irò n DIL a
—irài cogne i Te coke sa
—irà —iràe RETI SAEICOO
—-irtmo li... + ENT a E EE
— irtte POS Ri a o e. è; dal der 6 e ce ee té ®.
—irànno eee fee pr
(1) Vedi Cap. VIII. della pres. Sez.
(2) Occorre avvertire che tra i verbi di questa seconda classe, ve ne
sono molti che hanno il loro participio presente in erzfe in vece di lente,
tali sono: Abborrire, appetìre, assorbìre, attribuire, contribuire, costituire,
costruire, differire, digerìre, distribuìre, fallire, fruìre, proibìre, putìre, re-
iIrbure, ruggìire, scolpire, suggerìre, e forse alcuni altri.
204
. PARTE TERZA
MODO
SOGGIUNTIVO
COMUNE
Tempo Presente|Imped—isca
— sca
—isca
—iàmo
—iàte
ANTIQUATO
POETICO
ERRONEO
— ischiàmo
—isciàmo
—ischiate
—iscano SE ener lati —ischino
— ssi e 0006 0 00 e 0 0 a 0 0
—issì e e e e s 0 s e 0.0 e 0. è.
—15s€ dirai i a La ua
—issimo LD dea) See
—iste Dogali gie dea fr
—issero “—issono,—| ......
Issino
Imperfetto , ©
Pendente
o 0 o s 0.0 @
—issi
—isli
MODO
CONDIZIONALE
Tempo Presentel —irti ai —irla TE
—irésti ene Level
—irtbbe Va a
—.iremmo 0 0 e es s 0 * ® o». . 0) so è.
— irtbbamo,
— iressimo
— irésti,— n
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—irleno ls
MODO .
IMPERATIVO x
Tempo Presente! ....... 000. Lei...
. —isci tu iaia PIPIERESA ale
—isca . EER La A
—iàmo —ischiamo ©
—ite € 0 0. 6 0 è. 0 è . o e 0600 È
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.F'utura o 0 0.0 0.0 0 0 0. e 0. 0 0 0.0 0. € 0 0 « 0 » oe i
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—irànno e è 6.0 0 è 0.0 e. è. 0 0 0.0 . e St A
ETIMOLOGIA E SINTASSI 205.
CONJUGAZIONE DE’ QUATTRO VERBI IRREGOLARI IN ARE
CIO
ANDARE, DARE, STARE, FARE.
s
MODO
INFINITIVO (1) |Andàre (2) [Dare (3) Stare (4) Fare (5)
(1) In questi quattro verbi anomali della 1ma. Conjugazione, come pure
in tutti i susseguenti della 2a. e 3a. Conjugazione, nell’ esporre i quali,
| ilbisogno di esser breve non mi permette di continuare lo stesso metodo,
* da me tenuto nella esposizione dei due ausiliari, e de’ quattro modelli
de verbi regolari, quelle voci che debbono riguardarsi come antiquate sì,
ma non tanto fuor d’ uso da non potersi qualche volta adoperare, saran-
no segnate con asterisco; quelle che, quantunque sieno più del verso che
della prosa, pure, anche in questa, ove |’ uso loro cade in acconcio, pos-
sonsi tollerare, saranno impresse con carattere corsivo ; finalmente avran-
no amendue i segni suddetti quelle, 1’ uso delle quali non è permesso che
a'peeti. In quanto alle altre anomalie antiche veggasi la nota 26 del Cap. VI.
(2) Questo verbo considerato di per sè non è punto irregolare, im-
perocchè tutte le sue ‘voci che dalla radice lor propria andare, discendo-
no, toltane la sincopatura del futuro e del condizionale, hanno le loro
desinenze come il verbo Lodare. 11 despota delle lingue però, l’ uso ca-
priccioso e irragionevole, rendè, ab antico già, questo verbo difettivo, ri-
gettandone quattro voci de’ presenti indicativo e soggiuntivo e tre
dell’imperativo, per supplire alle quali, conciossiachè è il verbo andòre,
uno di quelli che nel consorzio umano ad ogni ora occorreci avere in sul-
le labbra, vollesi, anzichè usare le voci proprie e naturali del verbo @7-
$ dare, aver ricorso ad un verbo straniero, del medesimo significato, che è
5: 1 verbo latino cadere. Apparisce per altro da diversi esempj degli anti-
x chi, che non sempre il verbo andare sia stato difettivo, o almeno, che
siasi fatto uso talora di qualcuna delle voci, proprie di questo verbo ne’su ac-
cennati tempi. I! Cielo si abbandona E per terra si ANDA. B, Jacop. Lib.
6, c. 5. — Or vo? che sappi innànzi che più ANDI. D. Int. 4. — Besso quando
ANDI alla città sanèse, saluta per mia parte ciascun Besso. Burch. 2, 61. —
AnpaLo ad impendere. Nov. ant. 83. In quanto ai due composti di anda-
re, cioè riandàre, e trasandàre, pare che il primo nel significato di An-
dar di nuovo, abbia |’ andamento suo eguale a quello del suo semplice, ma
nel significato di Rim.è/ter nella memoria, esaminàre, consideràre di nuo-
co, abbia tutte le desinenze del verbo Lodare, dietro il quale si conjuga
parimente l’ allro composto frasandàre. Alcuni grammatici, come pure il
Pistolesi, confondono colle voci del verbo andare, quelle de’ verbi difettivi
gire, e ire; ma il Mastrofini riguarda questi come verbi affatto distinti :
pensa pur così il Compagnoni, e noi non crediam far male di esser della
stessa opinione, e però al lor luogo ne parleremo separatamente.
(3) Come il verbo Dare procedono colle stesse anomalie addàrsi, e ridare.
(4) Procedono come sfare, i seguenti composti del medesimo verbo
ristàre, instàre, ristàre, soprastàre, conirastàre, ma quest’ ultimo solo
nel significato di star contro, cioè di resistere, opporsi, contrariàre , im-
perocchè in quello di Gareggiare, o di Negare altrui con conililto , sia
con parole, sia con atti, una cosa, egli conjugasi regolarmente come .Lo-
dàre. Uslare ha sempre un andamento regolare.
(5) Questo verbo, che è uno de’ più irregolari che abbia la lingua
Ci
206 PARTE TERZA
PARTICIPI
Pres., o Attivo|Andànte Dante Stante Facènte (6)
Pass., o PassivolAndàto Dato Stato Fatto
GERUNDIO |Andàndo Dando Stando Factndo, fac-
cendo
MODO
INDICATIVO
Tempo PresenielVo, vado Do Sto Fo, faccio
Vai Dai Stai Fai, faci
Va Dà Sta (7) Fa (7), foce
Andiàmo Diamo Stiamo Facciàmo
Andate Date State Fate
Vanno; van (8)| Danno Stanno Fanno,fan(9)
Tempo Imper-
fetto,o lPendenielAndàva, andà-|Dava, o da-iStava, stavo Factva, fact- >
vo (10) vo (10) (10) vo (10),fe :
cèa a
Andàvi Davi Stavi Facèvi »
Andàva Dava Stava Factva,faco |,
| "fea
Andavàmo Davàmo . [Stavàmo Facevàmo(11)
italiana, non è altro che una sincopatura dell’ antico verbo fécere, il qu {.
le, giusta la sua desinenza, era della seconda ‘conjugazione. I composti di 1°
suefàre, confàrsi, contraffàre, disfare, liquefàre, misfàre, rifare, sfore
soddisfare, sopraffare, slupefàre, procedono nella stessa maniera.
(6) Gli antichi dissero sovente faccèrnte. I servi sono come i loro #
no: gli fanno fare e ubbidiènti e FACCENTI. Agn. Pand. 66.—Ed è un'at
ra manièra d’ uve ec. FACCENTE nobile vino. Cresc. 4, 45. — Con so
lilissimo velo e purpùreo FACCENTE al chiaro viso graziosa ombra. Box.
Amet. ar.
(7) Debbo avvertire che nelle voci bisillabe formanti la 3a. person?
sing. del pres. indicativo de’ verbi composti Dare, fare e stare, sì 3pp0*
il segnaccento in sull’ & finale acciò non nasca alcun equivoco con alle
voci anonime, come : Ridà , rifà, confà, disfà, rislà, contrasta € Ta-
luni il mettono pure in sull’ o finale di ridò onde non confondere questa
voce con la 1a. persona sing. del verbo ridere, rido: proteriscesi peî°
soddisfà e soddisfa , e da queste due maniere di pronunziare dicesi anche
soddisfànno e soddisfano. |
(8) Dante usò vonzo per vanno. Quegli altri amòr che diniorno gli .
vonnmo. Par. 28.
(9) 11 tempo presente del verbo fare ha in oltre le seguenti voci ab”
tiquate, oggimai bandite per lo meno dalla prosa, non potendosi certa
mente prescrivere al poeta il non adoperarle: facio, foe, per fo; f904
per fai; fae per fa; faciàmo , facèmo, facciàno per facciàme;
per fale ; fàceno , fàciono , fàcciono, fano per fanno.
(10) Veggasi la nota 5 a pag. 194
(11) Ha pure questo tempo del verbo fare alcune anticaglie da 02
rsi, come facèi per facèoi; facìa per facèva; facciavàmo, faccevamo
per faceoàmo; facciavàle per facevàte ; sono poi errori del volgo, /#9
Lo
ti
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A i a
;
sl
ETIMOLOGIA E SINTASSI | 207
_— 1r—rrr————=—<— u jiwWwW.I«J_—te—@@gceec
MODO
INDICATIVO
Tempo Imper-{Andavìte Davàte Stavàte Facevàte
fetto, o Pendenie|Andàvano Dàvano Stàvano Factvano, fa-
cèano," fèe-
ano, * facì-
eno
Tempo Perfetto |Andài (12) |Detti, diedi(13)[Stetti,stei(14)|Feci, fec’ io
o Definito |Andàsti Desti Stesti Facesti, festi
(15)
Andò Dette, diede, [Stette, sfe |Fece, fec’ egli,
diè fe'
per facèoa (1a. pers. sing.); facèmio, faceàmo per facevàmo; facèvi, fa-
ceale per facevàie ; facèvono per facèvano.
(12) Molti sono gl’ idiotismi di questo tempo del verbo andare da
sfuggirsi come fuor d’ogni regola, cioè: andièdi e andèiti per andài; an-
dèsti per andàsti; undiède e andètte per andò ; andèmmo , andièdemo,
andòommo, andèitlamo, e andàssimo per andàmmo ; andàsti per andà-
» ste; andòrono, andàrano, andonno ; aundièdero, andètiero, andèttone
per andàrono.
(13) Attribuisce il Mastrofini al verbo dare oltre le duc maniere co-
muri di uscire nel passato definito , cioè detti ec. e diedi ec. una terza
maniera cioè , dii, diè , dièrono, alle quali voci pare anche che voglia
concedere la primazia sopra le altre, collocandole in primo luogo. Ma in
una sua nota, dopo aver fatto l’apologia del diei come voce naturale del
: verbo dare ;, che per questo anticamente si disse daere , della seconda
conjugazione, siccome credèi è di crèdere , cedèi di cèdere, temèi di te-
mere ec. finisce con dire, esser rarissimo l’ uso di dieci, e da non con-
cedersi che sobriamente al degno poeta: e così pare in fatti. Diè e diéroro
per diède e dièdero sono della prosa e del verso. D. Inf. 25. — Tas. Ger.
c. 14, st. 16. — Pocc. Teseid. lib. 22. — Petr. canz. 25. — Bocc. nov. 73.
—id. nov.80.—id. vit. Dant. 19.—Tac. Dav. ann. 13.—Segner. pred. 4.—
Gio. Vill. 10, 59. Dièr e dièro sono sincopi di dièrono. Dammo, dètiamo,
diedamo e dèssimo per demmo ; dèlleno, dèltano, dièdano per dètiero o
dièédero sono iutie espressioni volgari e viziose. :
(14) L’unica differenza tra l’ andamento di dare, e quello di sfare,
si è che il primo ha due maniere comuni di uscire nel tempo passato
definito, mentre il secondo non ne ha che una; onde bisogna ben guar-
darsi dal dire o scrivere stiedi, sliede, stièdero, 0 stièédono, che erronea-
mente in alcuni paesi d’ Italia usansi dal volgo. lei, e sie’ per sdelli e
slelle sono omai vuci mero poetiche. E STEI fir.ch' ella rise in quell’ errò-
re. Fir. Rim. 10.—Rimoniò sul desirièro, e STE’ gran pezio A riguardàr
che "1 Saracìn tornàsse. Ar. Fur. 23, 96. Lo stesso dicasi di sfèrono, stero,
€ ster in luogo di s/è/fero, sebbene la prima voce trovisi anche in buona
prosa. Li quali moliie più giorni in Firènze stÉRONO. Stor. Semif. 53. —
Stérono Roma e Sparia molti sècoli armàie, e libere. Machiav. prin. 12.
—Quel dì solamènie STÈRONO in ordinànza, e scarcmucciàrono legger-
mente. Sardon. stor. 4, 14, 1.
(15) Festi, femmo, e feste voci sincopate di facèsti , facèàmmo, e fa-
<èsie sono pur poetiche. D. Inf. 17. — Tescid. lib. 2. — Ar. Fur. 40, r-
Fe' in luogo di fece, quantunque qual voce poetica stia segnata , trovasi
208. PARTE TERZA
MODO
INDICATIVO
Tempo Perfelto Andìmmo Detmmo Stemmo Factmmo,
o Definito femmo
Andaste Deste Steste Faceste, feste
Andarono, an-|Dtttero, dièéde- Stettero,"stet-|Fecero ferono
daro, andar| ro,"dèltono,| tono,stèro-
"dièédono,diè-| no
rono, dièr,
“dienno,"den-
no
Tempo Futuro |Andrò , ande- [Darò (17) Starò (17) [Farò (17)
rò (16)
Andrài, ande-'Darài Starài Farài
rài
Andrà, a Starà Farà
Andrèmo, an-'Darèemo Staremo Faremo
dertmo
Andrete, an-'Dartte Starète Fartte
dertte
Andraànno, an- Darànno Starànno Farànno
derànno
MODO
SOGGIUNTIVO
Tempo Presente Vada Dia Stia (18) Faccia
nulladimeno frequentemente usata da antichi e moderni prosatori. È seco
al fuoco familiarmente il FE' sedere. Bocc. nov. 12.—Partorì due figliul
maschi, e quegli YE? diligentemènie nudrìre. id. nov. ag.—E rE' edificare
Linte badìe. Gio. Vill. 2, 13. — Se ne FE' dogliànza al Papa. Grov
Morel. 318.— Di questo dire ellu non FE' capitàle. Tac. Dav. ann. 10.
pocti, ma i poeti soli, usano anche feo, in vece di fece o fe’, come:
Con nobil pompa accompagnàarla reo. Tas. Ger. 11, 95.—Zn pìcciol lempo
gran dottor si Feo. D. Par. 12. — In oggi fècero prevale a fèciono, quae
tunque quest’ultima voce, pure usatissima, fos:e presso gli antichi classiCh
in modo che l’una, e l altra per egualmente buone, e comuni teneans
Fr. Sacch. nov. 196.—Fior. S. Fran. 82.—Gio. Vill. 7, 48.—Bocc. nov. 4
Fen, fenno, fer, ferno, fèrono per fecero sono tutte del verso. D. Inf. 3.
— id. ibid. 31.— id. Purg. 26. — Petr. canz. 4. — Ar. Fur. 42, n3. .
(16) Quantunque andrò, andrài ec. così sincopate sieno le più comuni
voci del futuro del verbo andare, pure credo poter metter loro accanlo
le voci intere anderò, anderdi, ec., tanto è frequente nel parlar famiglia-
re l'uso di queste, che in oltre non di rado trovansi anche presso gli 29
tichi in prosa e in verso. S'ANDERA' ornàndo d’ arme, di lètiere, di c0r-
fesìe. Bomb. asol. lib. 2.— Se egli ANDERA’ per entro la sua sloria Spa”
gîendo alcuna bugiuzza. Cas. Galat.— Noi ANDERÈEMO con questo giorno N
nanzi. D. Purg. 6.
(17) Vesgasi la nota 26 del Cap. VI.
(18) Ti Peiravca usò sf troncando la finale a della voce sta (12.
pers.) per la concorrenza d’ altra simile vocale. Pregàndo umilmènte, che
i)
dì
ETIMOLOGIA E SINTASSI 209
MODO
SOGGIUNTIVO O
Tempo Presenie|Vada, vadi(19){Dia, dii (19) [Stia, Stii (19)| Faccia, facci
(19)
Vada Dia (20) Stia (19) Faccia
Andiàmo Diàmo Stiàmo Facciàmo
Andiate Diàte Stiàte Facciàte
Vàdano Diano , dieno|/Stiano, stieno| Fàcciano
20
Pendente, o Im-|Andàssi Dessi (21) Stessi Facèssi (22)
perfetto Andàssi Dessi Stessi Factssì
Andàasse Desse Stesse Factsse
Andàssimo Dessimo Stessimo Factssimo
Andàste Deste Steste | Faceste
Andassero , |Dèssero Stèssero Facèssero ,
" andassono * facéssono
MODO
CONDIZIONALE
Tempo Presenie|Andrei, ande-|Darti Starti (23) | Farti
rei
Andrèsti, an-|Darésti Staresti Farèsti
deresti
Andrebbe, an-|Dartbbe, da-IStartbbe,sfa-] Farebbe, fa-
derebbe, an-| ria ria ria
dria
Andrèmmo, ec.|Darèmmo È {Staremmo Farémmo
Andreste, ec. |Daréste Stareste Fareste
Andrébbero , |Dartbbero , |Starebbero ,| Fartbbero ,
ec. “andrtb-| “darèbbono, | ‘ startbbo-{ * farètbbo-
bono , an-| dariano , no, staria-| no,’ farìa-
driano * an-] * * darteno no, starie-| no,°farìe-
drieno no no
consenta, Ch? î° sTIa vedère e Vl’ uno e ?’ altro volto. Petr. son. 3r0. IT Pi-
stolesi dice che in simili concorrenze egli è ottima cosa l'imitare in ciò
il Petrarca.
(19) Veggasi la nota 7 della conjugazione del verbo Cèdere, a pag. 200.
(20) Dea, e dèano per dia, e diano , 0 dieno si usarono talora da buoni
Prosatori. Bocc. nov. 1.—id. nov. a.—id. nov. 12.—Sen. pist. 10.—Tac. Dav.
ann. 4. ec. Di slea e sièano in luogo di stia € stiano trovansi pure non
pochi esempj nel Boccaccio, nel Davanzati, e in Dante.
(21) Sono errori manifesti Dasse, dassi, dosse, dàssimo, daste, dàssero
che frequentemente odonsi, principalmente tra'Romani, per dessi ec. Sono
Parimente erronei déssino e dèsseno per dessero.
(22) Fessi e fesse cc. sono mere sincopi di facèssi, facèsse ec. ma
sono più proprietà de’ poeti che de’ prosatori. E quei pensando ch' io ‘1
FESSI per voglia. D. Inf. 33.— O mìsera Ravènna, 1 era meglio, Ch? al
vincitor non FESSI resistènza. Ar. Fur. 14, 9.—Che non feci e non dissi ? e
quai non porsi Preghiere al re che resse aprìr le porte? Tasso Ger.
€ 12, st. 102. Occorre però avvertire che non si confondano quelle due
voci fessi coll’ altra che vale si fe’. Se tu ripènsi Come l umana carne
FESSI allora ec. D. Par. 7.
(23) Veggasi la nota 26 del Cap. VI.
Gram. Ital. 28
210
PARTE TERZA
MODO
IMPERATIVO
Tempo Presente|Va (24) Dà (24) Fa (24)
Vada Dia Faccia
Andiàmo Diàmo Facciàmo
Andàte Date Fate
Vadano Diano, dieno {Stiano, stieno|] Fàcciano
Fuluro Andrài, ande-[Darài ec. Staràì ec. Farài ec.
rài ec.
Andrtte, ande-|Dartte ec. Startte ec. | Faréète ec.
rtte ec.
RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO AND.fRE.
Andare a babboriveggoli: Andare a
riveder babbo; morire.
Andare a bastonàre i pesci: Andare
a remare.
Andave a battùta: Canlare a lem-
po di balluta.
Andare a bell’ agio: Andare con co-
modita.
Andare a bell’ agio: Andare con
circospezione.
Andare a bene: Riuscir prospera-
menle.
Andare a bisogno: Abbisognare.
Andare a briglia sciolta: Andare
con ogni possibile celerità.
Andare a bue: Andare alla peggio.
Andare a buon viàggio: Andare fe-
licemente.
Andare a capriccio: Far checchè
sia senza giusti motivi.
Andare a caso, o a casìccio: Far
checchè sia senza considerazione.
Andare a chius’ occhi: Andare cogli
occhi serrati.
Andare a chius’ occhi: Andare con
fiducia.
Andare a civetta: Andare a caccia
colla civella.
Andare a comùne: Apparienere
ugualmenle a iutti gl'inleressali.
Andare a concorso: Sodtoporsi all’ e-
same in concorrenza d'’ altri, per
ottenere checchè sia.
Andare a corda: Essere in dirillu-
ra per appunto.
Andare a croscio: Andar cadente,
andar piombante.
Andare a dar beccare a’ polli al pre
te: Morire.
Andare addòsso: Investire.
Andare a falcone: Andare a cacca
col falcone.
Andare a fare i fatti suoi: Par
firsi. i
Andare a ferro e fuoco: Esser dr
strutto pér violenza di ferro e È
fuoco.
Andare affilàto : Andare a diriliuro.
Andare a filo: Segur le favole St
condo il segno fatto col filo into.
Andare a frugnuòlo: Andare fo"
la caccia.
Andare a fuoco: Esser incendio.
Andare a furia: Andare con vee
cità.
Andare a gambe levàte: Andare 0
basso calle gambe all’ insu.
Andare a giròne, o andar gironi:
Andare a zonzo. —.
Andare a gitto : Andare dirillamente.
Andare a grembo apèrto : Procedere
con lurghezza.
(24) 1 quattro imperativi monosillabi va, dà, fa, sfa (i quali, chee-
chè ne dica il Pistolesi, non ricevon mai l’apostrofo ) prendendo uno d&
gli affissi mai, ci, #, vi, si, lo, la, le, ne, la consonante di questi si
rad-
doppia, dicendosi e scrivendosi: Wacci, canne, vùliene, dammi , dalle,
Jallo, stacci, ec.
LE
|
È
n)
dite RT E po i
sE
fs
ETIMOLOGIA E SINTASSI
Andare ajàto: } Andare alforno per-
Andare ajòne: ) dendo il tempo.
Andare a isònne: Far checchessia
senza spesa.
Andare al barlùme: Andar fra’)
giorno e la nolite.
Andare al cassone: Morire.
Andare al consiglio: Seguire il con-
siglio.
Andare a legnàja: Esser bastonato.
Andare al fonte: Andare all'origine
delle cose.
Andare a lira e soldo: Concorrere
a pagamentlo.
Andare alla banda: Andare le navi
sull'acqua, non col lor corpo di-
rillo, ma pendente.
Andare alla buona: Operare con
ingenuilàe
Andare alla carlòna:
scuralamendie.
Andare alla china: Andare all’ in-
giu,
Audare alla giustizia, oa giustizia :
Andare a’ tribunali ad effello di
fare ammiraistrare la giustizia.
Andare alla libera : Andare libera-
menle.
Andare all’ altare: Andare il sa-
cerdote all’ altare, ad oggetto di
celebrarvci la messa.
Andare alla mazza: Essere condotio
con inganno a far ciò che è svan-
lageioso.
e all’ animo, andare a cuore,
andare a genio, andare a sangue:
Far volentieri, di buona voglia.
Andare alla seconda, o alle seconde:
Seguilare altrui per iscoprire i
suoi andamenti.
Andare alla sfilata, e andare alla
spicciolàta: Andar pochi per vol-
la e non in ordinanza.
Andare alle stelle: Sollevarsi assa-
Issimo.
Andare all’incànto:
via dell’ incanto.
Andare al sigoòre: Morire.
Andare al vento: Andare in vano.
Andare a marito: Marilursi.
Audare a mensa: Porsi a tavola per
desinare 0 cenare.
Andare a monte: Non continuare il
giuoco, ma risominciurlo du capo.
Andare tra-
Vendersi per
241
Andare a mostra : Mostrarsi ad efet-
to di esser considerato.
Andare ancajòne: Andare con aggra-
varsi più sur un’anca che sull’ al-
tra.
Andare a onde: Non andare diritta-
mente.
Andare a orècchio: Secondare ? al-
trui canlo non seguilando arte,
ma nalura.
Andare a orza: Prendere il vento
per parte, onde la nave pende.
Andare a oste: Andare a campo,
guerreggiare.
Andare a padròne: Accomodarsi in
servizio d' altrui.
Andare a patti: Mar pali.
Andare a pericolo: Correr pericolo.
Andare a piè zoppo: Andare zoppi-
cando.
Andare a posta: Andare per quel so-
lo effello.
Andare a proda: Approdare.
Andare a prova: Sodloporsi al ci-
mento di esser provalo.
Andare a riltnte, o andare a rilènto:
Andarecon caulela, con riguardo.
Andare a repentàglio: Andare a ri-
schio, a pericolo.
Andare a ripòrsi: Non poler più
comparire.
Andare a Roma per Mugello: Fare
una strada del lutto contraria.
Andare a romòre: Sol/evarsi.
Andare a ruba, Esser saccheggiato.
Andare a ruba, o andar via a ruba:
Spacciare checchessia a gran con-
corso.
Andare a sacco: Esser saccheggiato.
Andare a salvamento : Andare con
felice esito.
Andare a scavezzacòllo: Andare pre-
ciritosamente.
Audare a sella: Andare a cacare.
Andare a senno: Operar con giudizio.
Andare a spasso: Far gita a solo
oggello di spassarsi.
Andare a spinte: Non andare egual-
menle ma per forza di spinte.
Andare a spron battuto: Andare con
ogni possibile celerità.
Andare a tastòne, aadare a lentòne,
e andare lentòne o tentòni: .4nda-
re tenlando fra le tenebre con la
mano, a fine di irovare la via che
212
conduce ad un divisalo luogo,
evilando gl’ inciampi. — Andare ri-
tenutamenie, adagio , con gran
riguardo.
Andare a tàvola apparecchiàta: Es-
ser nudriti a spese d' altri.
Andare a veglia: 4udare a casa al-
trui a passare ivi le prime ore del-
la notile.
Andare a verso, andare a’ versi: Se-
condare.
Andare a ufo: Andare senza spesa.
Andare a volo: ZYolare.
Andare a voto: Andare in vano.
Andare a zambra: Andare a sella.
Andare a zonzo : Andar vagando in
qua e n là.
Andar bel bello:
mente.
Andare brancolòni: Brancolare.
Andar carpòne, e andar carponi :
Camminare colle mani per terra, a
guisa d’ animal quadrupede.
Andare col calzar del piombo: Pro-
cedere con maturilà e cautela.
Andar col capo alto: Andare con
portamento fastoso.
Andar col cuore in mano: Procede-
re con ingenuilà.
Andar colla corrènte: Scgur 2? opi-
nione, la Moda.
Andar colla piena: Esser fraporta-
to dalla mollititdine.— Per metaf.
Seguire D opin'one de’ più.
Andar colle buone: Trattare al-
triu con buona maniera.
Andare colle spingàrde: Operare con
Andar piana-
difficoltà.
Andare colle trombe nel sacco :
Partirsi senza conclusione, senza
aver dalo effetto al negozio, di che
si traltava.
Andare col peggio, o andare colle
peggio: Rinancre al di sotto, an-
dare a capo rollo.
Andare con Dio: Modo di licenziare
aliru.— Partire.
Andare con frottole: Parlare per
baja.
Andare contr’ acqua: Andare con-
tro alla corrente dell'acqua.— Fa-
re checchessia contro all’ uso.
Andare contr’ a pelo: Operare con-
frariamentle.
Andare del corpo: Cacare.
»
È
PARTE TERZA
Andare destro: Prosedere con de-
slrezza.
Andare di brigata: Andare in com-
pagnia,
Andare di buone, o male gambe:
Fare checchessia di buona 0 mala
vogiia, .
Andare di forza: Far checchessia
con tutta la forza.
Andare di male in peggio: Aggra-
vare nelle disgrazie, aggiungere
male a male.
Andare d’ intorno: Raggirersi, 0
esser d’ intorno a checchessia.
Andare di pari, o del pari: Cam
minare con uguaglianza.
Andare di portante: Ambiare.
Andare di punto in bianco: dn
dare di subilo.
Andare di rondòne: Succeder bene
checchessia, senza averne brisa.
Andare di sotto in su: Andare dalla
parle inferiore verso la superiore.
Andar di trapasso: E una parlico
lare andalura de’ cavalli.
Andar d’oggi in domani: Andare
passando da un giorno in un al-
tro.
Andare dove se ne vende: Ricorrere
a’ [ribunali per oltener giustizia.
Andare errato: Errare.
Andar finto: Procedere con finzione.
Audar forte: Contrario d'Andar
piano.
Andare fra bajànte e ferrànte: E
sere di forze uguali.
Andar freddo ad una cosa: Andar
vi di mala voglia.
Andar giò giò: Andar con pa
lento.
Andar giusto: Andar con. inlera
esallezza.
Andar grido: Andar voce, esser fa-
ma.
Andar grosso: Non capacitarsi.
Andare il bando: Pubblicarsi con
pulblico bando legge, o decreto di
checchessia.
Andare il mondo in carbonàta : 4-
dure il mondo sottosopra.
Andare il sangue a catinelle: Esse-
re in grado disperato , aver biso
gno di prossimo soccorso.
Andare in bando: Andare esule.
ETIMOLOGIA E SINTASSI
; Andare în berlina: Esser condotto
in luogo ignominioso per pena di
+ delitti commessi.
Andare in bestia: Andare in colle-
s Ta, imbestialire.
Andare in bilància : Stare in equi-
librio.
« Andare in bilico: Andare in ‘peri-
colo di cadere.
Andare in bocca: Andare in preda,
reslare in polere.
Andare in bocca al lupo: Andare
in polere del nemico.
: Andare in broda: Disfarsi, ligue-
i farsi.
Andare in buon’ ora: Andare con
, @uguri di prosperità.
Andare in husca: Cercare.
Andare in canzòna: Esser messo in
. Tidicolo.
. Andare in carovàna: Andare in com-
;. Pagnia.
Andare in cenere: Incenerirsi.
Andare in conquàsso: Andare in
rovina.
; Andare in cielo : Esser esaltato
grandemenle.
Andare in corso : Corsessiare.
-. Andare in dileguo: Dilesuarsi.
.. Andare in èstasi: Esser rapilo in
estasi,
« Andare in fascio: Andare in con-
' li quasso. È
Andare in fisima: Andare in col-
| lera.
Andare in forma: Andare
i le forme dovute.
| Andare in fovse: Dubilare.
Andare in frodo: Esser confiscalo,
I a cagion di fraude nel pagamen-
lo di gabella.
Andare in fumo: Sparire, dileguarsi.
Andare in furia: Andare fretltolosa-
mente ; infuriarsi.
Andare in gogna: Andare în berlina.
ndare in infinito: Crescere smisu-
ralamente.
ndare in isquàdra: Essere in una
dirillura di linea, che faccia con
altro angolo retlo.
îdare in lista: Esser descritto nella
lista.
Andare in malòra, o andare colla
malora: drndare con augurj di
disgrazia.
secondo
213
Andare in mazzo: Essere unilo, es-
ser poslo in massa cogli aliri.
Andare in òpera: Essere adoperalo.
Andare in ordinànza: Marciare or-
dinatamente.
Andare in òrdine: Andare apparec-
chialo per quello che si ha fra
mano.
Andare in ovinci: Andare in lonta-
nissime parli.
Andarsene in pàmpani : Crescere sen-
za portar frullo.
Andare in perdizione, o a perdizio-
ne: Perdersi, capitar male.
Andare in poppa: Succedere felice-
menle.
Andare in romeàggio: Andar pelle-
grino.
Andare in rotta:
disordine.
Andare in rovina, e andare a rovì-
na: Rovinarsi, esser messo in ro-
cina.
Andare in santo: Andar le donne,
dopo che sono uscite dal parto,
la prima volta alla chiesa per
ricevere la benedizione.
Andare in serbo: Entrare le fan-
ciulle ne’ monasteri.
Andare in sul fatto: Governarsi se-
condo quello che è slato fatio al-
tre volle.
Andare in tasca : Andare a iracer-
so, andar male.
Andare in vano: Andare senza sor-
tire il fine per cui si andava.
Andare in visibilio: Dileguarsi, per-
dersì.
Andare in'visita: Andare i superiori
ecclesiastici, o secolari visitando i
luoghi della loro giurisdizione.
Andare in volta: Andar atiorno.
Andare in zazzera: Portar la zaz-
era.
Andare in zoccoli: Camminar cogli
zoccoli.
Andar largo: Camminar colle gambe
allargate.
Andar lindo: Andare attillato.
Andar matto: Diverir malto.
Andar meglio: Essere in migliore
slalo.
Andar molto: Indugiare.
Andar nella pace di Dio: Andar con
Dio, andare in pace.
Esser messo in
214 PARTE
Andar netto: Restare esente, restar
libero, vestire con lindura.
Andar ornato: Andare adornala-
mente.
Andar passo passo: Andar con len-
to passo.
Andar pazzo, cotto, ec. di checches-
sla: Esserne invaghito strabocche-
volmente.
Andare pe’ fatti suoi: Andar facen-
do i fatti suoi.
Andar per disperato: Andar per
disperazione, alla disperata.
Andar per filo e per segno: Andare
con inlera esallezza.
Andare per la fantasia: Andare a
cuore.
Andar per la mala, e andar per la
mala via, andar per le fralte:
Andare in conquasso, andare in
rovina.
Andar per lo cuore: Passar per ll’ a-
nimo, girar per la mente.
Andar per lo mondo: Viaggiare.
Andar per òpera: Andare a luvo-
rare ad altrui per prezzo.
Andar per terra: Andare {toccando
con tulla la vila per terra.
Andar per una cosa: Andare a pi-
gliaria.
Andar per uno, o andare da uno:
Andarlo a chiamare, andurlo a
trovare.
Andare pe’ suoi piedi: Dicesi delle
cose, che vadano secondo l'or-
dine della giustizia.
Andar piano: Andare con passi lenti.
TERZA
Andar ramingo: Andare per lo mo: -
do errando.
Andar rastnte: Ruseniare, andar
su l'orlo.
Andar ratto: Andar con presiezza.
Andar saltellòne o saltellòni: Anda-
re sallando.
Andar sano e salvo: Andare senza
offesa della persona.
Andare scalzo: Andare co' piè nudi.
Andare scarso: Usare scarsezia in
fare checchessìa.
Andare schiavo: Esser fatto schiaw.
Andare schietto, aptrto: Procedere
con ingenuilà.
Andare scollacciàto: Andare col col-
lo scoperto.
Andare sghembo: Andare obbliqu
colla persona.
Andare sotto: Trumoniare del st.
le, e de’ pianeli.
Andare stretto: Andare unilo, e |
costo.
Gre È
Andare terra terra: Andare rasen
le alla lerra.
Andar tiràto: Andare dirillamenk i
senza far molto ad alcuno.
Andare tra que’ più: Morire.
Andar via: Parlirsi, andarsene.
Andar voce: Parlarsi, esser famo.
Andar zoppo : Camminare fuori de |
la nalurale positura.
Andarsene con alcuno: Essere dello
medesima opirione.
Andarsene in checchessia: Passare
il tempo in fare checchessia.
Andarsene pel buco dell’ acqualo:
Perdersi, dileguarsi.
RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO DARE.
Dare a bàlia: Dare altrui ifigliuoli ad | Dare a credere: Persuadere per o
allattare.
Dare a baràtto: Baratlare.
Dare a bere: Dar bere. — Dare a
credere.
Dare a buon mercàto: Vendere a
prezzo vile.
Dare a cambio: Dare per riavere,
oltre la somma, anche l' interesse
guadagnato col cambio.
Dare accùsa : Accusare.
Dare a conòscere: Mostrare, far cor
noscere. i
Dare acqua: dnnaffiare.
più il falso.
Dare ad affitto, e a fitto: A/fillare.
Dare addòsso: Zrvestire, allaccare.
Dare ad intendere: Persuadere, di
mostrare.
Darsi a discrezione: Rendersi le pa: |
ze, 0 le soldatesche ec., alla disert-
zione del vincitore, senza altri puth,
e capilok.
Dare àdito: Fare apertura , po”
gere opportunità.
Dare a divedère: Mostrare, far 60
noscere.
Sg
ETIMOLOGIA E SINTASSI
Dare ad opera : Impiegare in alcuna
opera.
Dare afa: Arrecare altrui fastidio.
Dare affanno: Travagliare.
Dare afilizione: Affliggere.
. Dare a filare: Dare altrui lino, o
simili perchè lo fili.
: Dare a gambe, e darla a gambe: Fug-
gire.
| Dare agio: Porgere opportunità.
+ Dare a godere: Concedere alirui
checchessia, perchè lo goda sino al
lempo determinalo.
Dare a guardia: A4ffidare alla ceu-
slodia 0 guardia.
Dare a gustamènto e preda: Lascaar
che si guasti e depredi.
Dare ajàto: Ajuzare.
Dare albergo: A/bergare.
+ Dare a livello: Concedere a licello.
Dare alla cieca: Dare senza con-
i Siderazione.
Dare alla cintola, dare alle ginòc-
;» chia, e dare alla gola, o a gola:
Arnoare fino alla cintola , alle gi-
i“ nocchia, alla gola, ec. ?
;. Dare alia radice: Levare ogni occa-
1 sione di proseguire alcun negozio.
«‘ Dare all'arme: Dare il segno per
"venire a comballimento.
:s Dare all'erta: Andare alla volla del-
. la sommità de’monti.
Dare alle secche, o in secco: Inoe-
slire in uno scanno, o seccagna.
. Dare all’uccello: Colpirlo.
, Dare al mondo: Pertorire.
lare allo: Accennare, o andare, 0
percuolere verso la parle superio-
re.
| Dare al vento: Spiegare, spargere
| al vento.
Dare a macca: Dare in abbondanza.
Dare a man salva: Dare altrui colpi
| 0 simili, senzachè esso abbia mo-
do di difendersi, o di offendere.
le a misùra: Dar misuralamente.
are a mostra: Mostrare, dare per-
chè si consideri.
. fare animo: Esorlare, invogliare.
++ Dare a nolo: Accordare per un
Prezzo convenuto il servizio di un
bastimento per trasporto di effetti,
0 mercanzie.
; Dare a patti: Concedere con condi-
uone.
——_.
--
215
Dare appàlto: Appaltare.
Dare appicco: Dere speranza, far
sì che altri possa sperare.
Dare appòggio: Sosfenere, ajulare.
Dare apprensione: Medllere in ap-
prensione.
Dare arbitrio: Conceder facoltà.
Dare ardire: Rincuorare.
Dare argomento: Somministrare cae
ione.
Dare a rimpedulàre le cervella: Zscir
di sè slesso.
Dare a sacco, ea ruba: Accordare,
permettere a’ soldati di dare è
Sacco.
Dare assalto : Assalfare, assalire.
Dare asstito: Accomodare.
Dare a terra: Cadere, rovinare.
Dare attàcco: Somministrar cagione.
Dare a vedtre: Persuadere, far cre-
dere.
Dare a ufo: Dare senza riceverne
ricompensa.
Dare a un morio: Perder la fatica,
i tempo.
Dare a usùra: Dare per ricevere,
olire la sorle dala, anche l' usu-
ra.
Dare avviamento : Dare occasione.
Dar baggiàne: Dare a credere men-
zogne.
Dar baldànza:
dire.
Dar balia: Conceder autorità.
Dar bando: Esiliare.
Dar beccàre: Dare mangiare ugli
uccelli.
Dar bere: Porgere da dere.
Dar biàsimo: Biasimare.
Dar braccio: Porgere il braccio in
a]uto.
Dar briga: Infaslidire, molesiare.
Dar calùnnia : Calunniare.
Dar campo: Dar di vantaggio ad
altrui alcuno spazio di via nel
camminare, nel correre.
Dar caréna : Acconciar la carena.
Dar carico : Incaricare, accusare.
Dar cenno: Accennare.
Dare censo: Pagar censo.
Dar che dire: Dare occ.isione, ca-
gione di dire.
Dar che fare: Appreslare, sommi
nislrare occasione di operare.
Dar chiartzza: Render chiaro.
Porgere animo, ar-
4
216
Dar ciance: Dar parole.
Dar colòre: Fare, avere appa-
renza.
Dare colpa: Incolpare.
Dar colpo: Colpire, percuolere con
colpo.
Dare come in terra: Pèrcuolere sen-
za discrezione.
Dar comiato : Licerziare.
Dar comodo: Concedere opporiunità.
Dare compagnia: Assegnar persona
che accompagni.
Dare compimento: Condurre a fine.
Dare compito: Assegnare allrui qual-
sisia somma di lavorìo delermina-
lamendie.
Dar conforto: Conforlare.
Dar confusione: Confondere.
Dar congedo: Licenziare.
Dare consolazione: Consolare, con-
forlure.
Dar contèzza : Significare, far noto.
Dar conto: Sigrificare, notificare.
Dare contrassegno: Dar segno, reca-
re indizio.
Dar contro: Contraddire.
Dar copia: Concedere.
Dare corpo: Dar sodezza, 0 sostanza.
Dar credenza: Credere.
Dar credito: Credere, fidarsi.
Dar crollo: Crollare.
Dar cuore: Animare , incoraggiare.
Dare il cuore: Basfar l’ animo,
aver coraggio.
Dar cura: Ordinare, commettere ,
raccomandare.
Dar da fare: Occupare, tenere im-
piegato per lo piu con affaticare.
Dar danàri sopra checchessia: Pre-
stare ec. col pegno.
Dare danno: Dannegriare.
Dare da dire, o da parlàre di sè:
Dare occasione che si parli.
Dare da ridere, o che ridere, o di che
ridere: Dare occasione al riso.
Dare da scdtre: Dare alirui como-
dilà di sedere.
Dar debito: Descrivere 0 scrivere
debito.
Dare del bastone, del coltéllo: Per-
cuolere col bastone, ferire di col-
lello.
Dare del ceffo: Baftere il ceffo, ca-
dere.
Dar del culo in terra: Cadere, ca-
scare.
PARTE
in
TERZA
Darsi del dito nell'occhio : Opera-
re a proprio sovaniaggio.
Dare delle calcàgna: Fuggire.
Dare delle coltella: Ferire.
Dare delle grida, e dar grida: Gri-
dare, rampognare.
Dar dentro: Assultare ; investire.
Dar de’ piè in terra: Battere ù lac-
cone, parlirsi in frella. i
Dare de’remi in acqua: Cominaare
a remare. :
Dare de’ :ergozzòni: Offendere con
sergozzoni; percuolere con pusni.
Dare desinàre, o dare da desinare:
Apprestare il desinare , convilare.
Dar di becco: Mordere.
Dar di berrètta: Trarsi la berrello.
Dare di bianco: Tignere di col
bianco. — Cancellare.
Dar di bocca: Mangiare.
Dar di ciuffo : Ciuffare.
Dar di collo: Dare ajulto.
Dar dicozzo: Cozzare in checchessio.
Dare dietro: Seguilare. i
Dav difesa: Concedere allrui che 9
difenda.
Dar dilètto, e darsi dilètto : Die
lare, dileltarsi.
Dar di naso: Z'oler vedere, e fi
tare ogni cosa.
Dar di penna: cancellare , 00
sare.
Dare di petto: Uriare.
Dar di piatto : Percuotere colla po”
le pialta dell’arme, non col lo:
glio, nè colla punia. a
Dar di pit: Percuolere co’ più
scacciar col piede.
Dar di piglio: Pigliar
slezza.
Dar di pinta: Ur/are, spingere.
Dare di punta: Ferir colla punto.
Dar diritto: Dare per duillura;
cogliere per l appunto il berso-
glio.
Dare disàgio: Arrecare incemodo.
Bere disciplina: DisapZnare, addol-
trinare.
Dare di spugna: Cancellare.
Dare di taglio : Ferir col taglio.
Dare divitto: Dar impedimento circo
il risedere ne’ pubblici magistr ah.
Dare di voi, o Dare del voi: Par
lare alirui in seconda persona.
Dar di zanna: Azzannare. —
Dar d'occhio: 4ffissare, rimrore
con pre
j
ETIMOLOGIA
Dar dono, e in-dono: Donare.
Dar dote: Dotare.
Dar dottrìna: Insegnare.
Dar dove gli duòle : Promuovere
un discorso sopra materia, in cui
altri abbia passione.
Dar d' urto: Urfare.
Dare ecceziòne: Opporre eccezioni.
Dare effetto : Effettuare.
Dare erba trastùlla: Lusingare con
isperanze, ma senza venire a con-
clusione.
Dar faccenda: Dar da fare, dar
da lavorare. i
Dar facoltà, o la facoltà: Permet-
lre, o dare ad altrui alcuna
potenza ch’ e? non abbia.
Dar fama: Render famoso.
Dar fantasia: Dar retta.
Dar fastidio: Arrecar molestia.
Dar fatica: Affalicare , travagliare.
Dar fatto che che sia, o Dar per
fatto che che sia: Avere quella
tal cosa per fatta, supporla per
lerminata , ec.
Dar favole : Dare ad iniendere
menzogne, 0 vane cose.
Dar favore: Favorire, favorare.
Dar fede: Dar credenza, prestar
fede, credere altrui.
Dar festa: Far feste pubbliche al
Popolo, dare spasso.
Dar fiato: Soffiare.
Dar fine: Finire, terminare.
Dar fondo : Fermarsi.
Dar fondo : Consumare.
Dar forma: Formare, aggiunger fi Or-
ma ordinata a cosa che non l'ab-
hiu.
Dar forza: Rinforzare.
Dar fra le mani: Dar nelle mani.
Dar freno: Raffrenare.
ar fune: Lasciar correr la fune.
ar fuoco: Ardere, abbruciare.
Dar fuora, o fuori: Mandar fuora.
Dar garbo, brio: Adornar vaga-
menle.
Dar gastigo: Gastigare,
ar gelosia: Indurre apprensione.
Dar giù: Zenire a basso, calare.
Dar giù del capo: Ammalare.
ar giusto: Percuolere per appunto
nel luogo delerminalo.
r gloria: Onorare.
Dar gola: Indur desiderio.
Gram. Ital.
E SINTASSI 217
Dar gratis: Dare senza ricompensa.
Dar grazia: Conferir beneficio.
Dar grido: Render rinomato.
Dar guadàgno: Far guadagnare.
Dar guasto o il guasto: Devasfare.
Dar guerra: Porfar guerra.
Dar gusto: Arrecar gusto.
Dare i dossi: Fuggire.
Dare il batttsimo : Bazlezzare.
Dare il ben guarito : Rullegrarsi con
alcuno della ricuperala sanità.
Dare il ben tornàto : Rallegrarsi del-
l’ alirui felice ritorno.
Dare il benvenùto: Rallegrarsi del-
VP alirui arrivo.
Dare il buon anno: A4ugurare e con-
ferire felicità in quell’ anno.
Dare il buon pro: Rallegrarsi con
alirui d’ alcun suo prospero av-
venimenlo.
Dare il buon viaggio: Augurare fe-
licità nel viaggio.
Dare il cencio: Licenziare altrui,
mandarlo via.
Dare il concio : Concimare.
Dare il conto suo : Hare altrui quel-
lo che gli si conviene.
Dare il cuore: Disporsi, volger l’a-
nimo. . .
Dare il frizzànte: Aggiugner la qua-
lità del frizzante.
Dare il gambttto: Attraversare alle
altrui gambe improovisamente un
piede.
Dare il gànghero, o un gànghero:
Dare volta addietro, tornare in-
dietro.
Dare il governo: Concedere l’ am-
minisirazione.
Dare il malànno: Modo d' impreca-
zione ed è augurar male.
Dare il mal di: Trattar male.
Dare il mi dispiàce: Condolersi del-
’ allrui disavventure.
Dare il mi rallèégro: Rallegrarsi del-
V altrui avventura.
Dare il pane colla balestra: Fare
che il benefizio sia di disgusto per
chi lo riceve.
Dare il partito: Darla vinta.
Dare il pepe: TUecellare o sbefare
alcuno. :
Dare il pieno: Dare quel che s'ap-
partiene.
Dare il puléggio: Mandar via.
29
218
Dare il resto: Finr di fare ciò che
si desidera a compimento del de-
siderio.
Dare il suo, e dare del suo: Dare
le cose proprie.
Dare il taglio: Aguzzare.
Dare il locco: Dare il cenno.
Dare il tracollo: Tracollare, rovi
nare.
Dare il tratto: Far muovere.
Dare il tuffo: Tuffare.
Dare il vino, o dare del vino: Con-
cedere il ber del vino.
Dare il viso: Dirigerlo verso chec-
chessia.
Dare impàccio: Apportar briga.
Dare impedimento: Impedire.
Dare impresa : Commellere.
Dare in arbitrio d' altvi : Lasciare
alla volontà altrui.
Dare in baràtto o a baràtto: Ba-
rallare.
Dare in brocco, nel brocco, o in
brocca : Dare nel segno.
Dare in budella: Non corrispondere
all’aspeltazione.
Dare in cattiva sanità : Cominciare
a non godere buona sanità.
Dare in ceci, dare in cenci: Dare
in. ciampanelle.
Dare incenso, e dar l’ incenso: In-
censare.
Dare in alcuna cosa: Imballersi in
essa.
Dare in ciampanetlle: Dare in bdu-
della.
Dare indietro: Retrocedere.
Dare indizio: Indicare.
Dare indùgio: Indugiare.
Dare in fallo: Non colpire dove si
. disegna.
Dare infamia: Znfamare.
Dare in frenesia: /mpazzare.
Dare in malattia, o in male: Am-
malarsi.
Dare innànzi: Pendere verso la par-
le anteriore.
Dare in parite: Percuotere nella
| parele.
Dare in preda: Concedere ad esser
predalo.
Dare inquisizione: Inquisire.
Dare ia sorte: Concedere. |
Dare in sulla testa , dare sulla testa,
PARTE TERZA
e dare in testa: Percuotere la le-
sta. — Uccidere.
Dare in terra: Percuofere in terra.
Dar la baja: ccellare, motleggiare.
Dar la benedìca: Rinunziar chec-
chessìa.
Dar la berta: Zccellare, molleg-
giare.
Dar la briglia: Allentare la briglia.
Dar la buona pasqua: Portare al
trui augurj di felicità perla Pasqua.
Dar la buona sera: Modo di salu
tare alirui nel tempo della sera.
Dar la burla: Burlare.
Dar la collàta : Percuotere i coll
colla spada al novello cavaliere
Dar l’ addio: Licenziare.
Dar la fede: Batlezzare.
Dar la freccia: Chiedere alirui n
presto danari.
Dare la mala notte: Far patire l
nolle.
Dar: la mala ventùra: Cagionar
allrui male.
Dare l’ ambio: Licenziare.
Dar l'andare : Lasciare andare.
Dar l’anèllo: .Sposare colla for-
malità del dar lo sposo l' anello
allu sposa.
Dar la prima, e la seconda pelle:
Dare il primoo il secondo intona
a qualche cosa.
Dare la stretta: Sérignere.
Dare la suzzàcchera: Fare 0 dart
alcun dispiacere.
Dar lato: Far luogo.
Dare le carte: Dispensare le carl
a’ giuocalori. i
Dar legge: Zmporre legge.
Dar le mosse: Dare il segno 000°
valli.
Dar lena: AWenare.
Dar le pesche, e dar pesche: Pe
cuolere, e più propriamente MN
pugna. sd
Dar le prese: Conceder l'arbilito
dello scegliere. aa
Dar le quelle: Burlare altru. ,
Dar l' erba cassia: Cassare, privo”
di carica. |
Dar l’ esca: Vecidere i pesa 00
maleria avvelenala.
Par le spalle: Voltare le spalle.
Dar le trombe: Zar checchessto
Da
©
ia
ETIMOLOGIA E SINTASSI
ton ogni maggiore sforzo e uppa-
renza.
Dar le vele a’'venti: Cominciare a
navigare.
Dar libéllo, o un libello: Porgere
al giudice la domanda.
Dar licenza, o lictnzia: Permettere
che altri faccia.
Dar lieta faccia: Accorre con liela
faccia.
Dar lingua: Avvisare , significare.
Dar laude, o lode, o loda: Lodare.
Dar l'oro: Zrdorare.
Dar luogo 0 loco: Conceder luogo ,
far luogo.
Dare mallevadòre: Assicurare con
mallevudore.
Dar mangiare, è dare da mangià-
re: Porgere il cibo ad alirui per-
chè mangi.
Dar mano: Dar principio, dar ope-
ra.
Dar maraviglia: Apportare mara-
viglia.
Dar marito: Maritare.
Dar martello: Dar dolore) trava-
glo. —Dar occasione di gelosia.
: Dar matèria : Porgere occasione o le-
ma,
Dar mattàna : Molestare, travagliare.
Dar mazzate da ciechi: Percuotere
con mazza gravemente.
ar memoria: ‘Lasciar ricordo.
Dar mezzo: Concedere il mezzo A
, °
e l modo per arrivare al fine de-
sideralo.
Dar modo," dare il modo, o dare un
modo: Porgere i mezzi, sommini-
sStrare }’ opportunilà.
Dar molèstia: Molestare.
lar morso , e dar di morso: Mor-
dere.
Dar morte, e dare a morte: Zcci-
dere, .
Dar mostra: Mostrare.
a’ movimento: Far muovere.
ar nausea : Nauseare.
Dar negli occhi, o nell’ occhio:
Presentarsi alla vista.
ar nel bue: Non intendere o osti-
narsi nell’ ignoranza.
ar nel cuore: Addolorare , dar
cordoglio.
ar nel laccio: Esser preso al laccio.
ar nella costa: Investire in lerra
219
o per forza del catlivo tempo, o
per ischivare di esser preso dal ne-
mico.
Dar nella ragna, e dar nella rete:
Rimaner preso alla ragna o
alla rele. i
Dar nella tràppola: Rimaner preso,
ingannalo.
Dar nelle furie: Infuriarsi.
Dar nelle girélle: Impazzare.
Dar nelle smanie: Infuriarsi , sma-
niarsi.
Dar nelle vecchie: Mancar di virtù.
Dar nel matto: Far cose da mailo.
Dar nel mezzo: Investire nella par-
le del mezzo.
Dar nel naso: Percuolere nel naso.
Dar nel pedànte: Fare o dir cose
da pedante.
Dar nel punto in bianco: Colpire
per appunto.
Dar nel quattrino: Colpire per ap-
punito nello scopo.
Dar nel tisico o in tisico: Cormia-
ciare ad intisichire.
Dar nel vivo: Colpire nella parte
più sensiliva.
Dar ne’ lumi: Infuriarsi, adirarsi.
Dar noja: Nojare.
Dare occhiàta: Guardare alla sfug-
gila.
Dare odòre : Rendere o esalare odore.
Dave ombra: Dar gelosia.
Dare òpera, opra: Operare, accu-
dire.
Dare ostàggio, o per o:tàggio: Cor-
segnare persone in sicurezza.
Dar pace e dar la pace: Quietare,
‘pacificare. i
Dar panzane: Ficcar carote.
Dar parola o dar la pavòla: Pro-
mellere con sicurezza di osser=
vare.
Dar parte: Dare avviso.
Dar passione: Molestare.
Dar paùra: Atterrire.!
Dar pe’ chiassi, e darla pe’ chiassi :
Nascosumente fuggire, o fuggire
uscendo dalle vie maestre.
Dar pegno, e dare in pegno: Assi-
curare allrui con meltler pegno in
sua mario.
Dar pena: ARecare afflizione.
Dar pensiero: ZIndur lu mente in
apprensione,
220 PARTE
Dar per Dio, e dare per l'amore di
Dio: Far limosina, dare in limo-
sina.
Dar perfeziòne : Perfezionare.
Dar per giunta: Dare in luogo di
giunia.
Dar per prigione: Consegnare altrui
come prigwone.
Dar polso: Animare, dar vita,
Dar poppa: A4/latlare.
Dar posa: Conceder riposo.
Dar potere: Conceder balìa.
Dar principio: Principiare.
Dar pruova o prova: Dimostrare,
pruoeare.
Dar pugna: Percuofere con pugna.
Dar punizione: Gasligare, punire.
Dar querela: Querelare,
Dar ragguaglio : Ragguagliare.
Dar ragione: Approvare.
Dav rasente: (Co/pire eicina allo
sco/)a. i
Dar regola: Prescriver la regola.
Dar retta: Dare orecchio.
Dav ricàpito: Ricapitare.
Dar ricttto : Ricettare.
Dar ripàro: Riparare.
Dar ripùlsa, o darela ripulsa: Ri-
gellare, Regare.
Dar ristoro: Ristorare.
Dar rossore: Recar vergogna.
Dar sacco , e dare il sacco: Sac-
cheggiare.
Dare scolo, e dar lo scolo : Accomo-
dave in forma che l’acqua 0 si
mili scoli.
Dare sconfitta : Sconfiggere.
Dar seccàggine: Infastidire, inqute-
tare,
Dar sentenza, o la sentètnza: Ser
tenziare.
Dar sepoltura: Seppellire.
Dar sesto: Ordinare.
Dar sicurèzza , sicurtà, o la sicur-
tà: Assicurare.
Dar signoria, o la signoria: Con-
cedere il comando supremo d’ u-
na terra.
TERZA
Dar singhiozzi: Singhiozzare.
Dar
Dar sonno : Conciliare il sonno.
Dar sosta: Dar riposo.
Dar sotto, o di sotto: Colpire nella
parle o sulla parle inferiore.
Dare spaccio: Spacciare, condurre
a fine l'impresa. — Vendere o dar
estto a checchessia.
Dare spalla: Dare ajulo a portare.
Dare spasso: Apportar piacere.
Dare spavento: Spaventare.
Dare spesa: Apportare dispendio.
Dare sprone, dar di sprone, e dar
degli sproni: Spronare. |
Dare stroppio: Impedire, porre im-
pedimento.
Dare sturbo: Dare impedimento.
Dar sulla bocca: Colpire nella bocca.
Dar sulla voce: Interrempere la
trui discorso.
Dar suòno: Render suono.
Dar taglia: Mettere imposizione.
Dar tempo: Conceder tempo, indu
giare,
Dar termine: Zmpor termine.
Dar testimoniàanza : Far testimo
nianza.
Dar tormento: Tormentare.
Dar tracollo: Tracollare.
Dare un pîantòne: Andarsene senso
far motto.
Dare up pugno in cielo: Tendare
cose impossibile a farsi.
Dare uscita o l’ uscita: Dar lugo
onde si possa uscire.
Dare utile: Apporfare utile.
Dar vanto: Attribuir pregio. —
Dar vendita, e dare in vendita :
Vendere. ‘
Dar via o dar la via: Dar luogo
passare.
Dar vinto: Conceder vittoria.
Dar voce: Far correr fama.
Dare volta, o la volta: Yolfare-T
Far tornure indietro.
RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO S7.fRE.
Stare a bocca aptrta: Ascollare con
allenzione.
Stare a bottega: Eserecilare gli arte-
fici qualche mestici@a nelle lutte-
ghe.
Stare a brace: Sar senza conside
razione.
i Stare a campo: Essere accampato.
Stare a canna badata: Stare (0%
tutta l' applicazione passibile.
soldo: Dar la paga a’ soldali.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 221
Stare a cappello: Esser per l' appun- | . go interamente luminoso, nè del
«lo, nè più, nè meno. tutto al bujo.
Stare a capriccio: Vivere non usan- | Stare al leggio: Leggere davanti al
do la ragione, o senza considera- leggio.
: | zione. Stare al fianco d'alcùno: Stargli
Slare a caso: Vivere senza conside- allalo, assistergli. ,
. razione. Stare a lira e soldo: Concorrere ai
. Sipre a cavàllo: Cavalcare, essere | conti per rata.
‘al di sopra. Stare a livello: Essere a? pari.
| Stare accorto: Aovertire, badare. Stare alla bada: .Sfare a speranza,
| Stare a chius’ occhi: Zivere senza | . 0 in aspellatica.
+ usare la dovuta atlenzione, e il Stare alla bilància: Stare del parì,
convenienti riguardi. andare del pari.
Stare a competenza: Compelere. Stave alla brocca: Stare gli uccelli di
Stare a conto: .So/loporsi al conto rapina imbroccati.
da farsi. Stare alla carlòona: Zivere spensie-
Stare a corda: Essere nello stesso ralamente, trascuralamente.
, _ lello, essere a di;iltura. Stare alla difesa: Difendere.
' Stare ad assèdio: Assediure, tenere | Stare alla grande: Traltarsi con ma-
._ assedialo, dimorare all’ assedio. gnificenza.
Stare addittro: Dimorare addietro, | Stare alla larga: Tralltarsi larga-
lenersì addieiro, cedere. mente, o comodamente.
Stare addittro : Premere, posare so- | Stare alla lontàna: Trattarsi in lon-
pra checches sia. lananza.
tare a denti secchi: Sfar senza | Stare alla pancàccia: Sedere in luo-
gg Pangiare. ghi pubblici a ragionare in conver-
‘Stare a detta: Seguire il dello degli sazione. Ì
alri, quietarsi all'opinione altrui. | Stave alla persona: Assistere.
tare a dieta: Cibarsi parcamente. | Stare alla. piana: Zivere dozzinal-
Mare a diporto: Diportarsi. menie, trattarsi ‘ordinariamente ,
Stare a disagio : Disugiarsi, patir di- e senza lusso.
sagio. Stare alla posta: Sfar fermo al po-
Stare a discrezione : Essere sotlo l'ar- slo opporiuno pel fine desiderato.
bilrio altrui. Stare alla prova: Sfar saldo, reggere
Stare a dovere: Stare secondo il do- all’ esperienza, venire all’ espe-
cere, secondo la convenienza, giu- rienza.
stamenle. Stare alla riprova: Sozfoporsi ad
Stare a dozzina: Vivere con gli altri] ogni più rigoroso esame.
a tavola comune, pagando la pai- | Stare all’ arte della lana, seta, ec.:
luita mercede. Esercilarsi nel iroffico della la-
o Stare a fidanza d’alcùno: Fidarsi di | na, ec. :
lui. Stare alla sentenza d’ alcuno: Di-
Slare a galla : Sosfenersi sull’ acqua, pendere da alcuno, essere in suo
galleggiare. potere, in suo arbitrio, in sua
lare a grattarsi la pancia: Essere balia.
in ozio vile. Stare alla staffa: Seguìre a piede
Stare a grembo apèrto: Sfare appa- colui, che cavalca.
lecchialo e desideroso. Stare alla strada: Assassinare.
lare a guadigno: Esser frutlifero. | Stare alla vedttta, o alla veletta:
Stare a guardia : Esser custodito, es- Stare allenio per osservare.
ser in cuslodia. Stare alla vita: Incalzare, pressare.
Mare a guardia: Guardarsi. Stare alle grida : Creder quello, che
Stare aiàto: Slarsene senza appli- comunemente si dice da aliri,
carsi.a cosa ceruna. senza ricercar di vanlaggio. l
Stare al barlume: Nor essere in luo- | Stare alle mosse: Trattenersi i ca-
pi
4
pi
E
229
valli alle mosse, cioè al luogo,
donde principia la ‘carriera, per
correre i palio.
Stare alle mosse: Aver pazienza.
Stare all’ erta: Andar cauto nel par-
lare, o nell’ operare, per non in-
correre in pregiudizj, o non essere
grunio. |
Stare. all’impazzàta: Vivere da paz-
z0, 0 inconsideralamente.
Stare all’ ordine: Essere in punto,
preparato, 0 acconciato.
Stare al macchiòne: Essere nascoso
nella macchia, procacciarsi di
mnascoso con caulela, e sicurezza
avvanlaggi.
Stare al pane altrùi: Stare alle spe-
‘se altrui.
Stare al paragòne: Sozloporsi al pa-
ragone, non cedere, contendere
di bontà.
Stare al rischio: Sodloporsi al ri-
schio.
Stare al sicùro: Non correr rischio.
Stare alto: Esser in parte sollevata,
alla.
Stare al tormento: Star saldo alla
torlura. i
Stare al vento: Essere in luogo, do-
0€ Spiri vendo. .
Stare a man giunte: Stare in allo
unzile, e supplichevole.
Stare a mano manca: Acer il secon-
do luogo, o il luogo irferigre.
Stare ammalàto : Esser infermo.
Stare a modo: Esser conforme al
modo dovuto. .
Stare a modo altrùi : Esser secondo
la volontà, e desiderio altrui.
Stare a occhi aptrii: Slar con som-
ma vigilanza.
Stare a occhio teso, o call’ occhio
teso: Usare atlenzione.
Stare a once: Slure a slecchetlo.
Stare a ordine: Essere în pronio.
Stare a orecchi levati: Slare inlen-
lissimo per sentire.
Stare a oste: Osteggiare.
Stare a pane, e acqua: Cibarsi di
solo pune e acqua, sfeniare.
Stare a paragone, e al paragone:
Soltoporsi ul paragone, non ce-
dere, contendere di bonià.
Stare a parte: Essere @ parte, par-
lecipure.
PARTE
TERZA
Stare a’ patti o al patto: Mantenere
la dala parola.
Stare a pelo: Essere per appunio,
corrispondere esallamendte.
Stare a perìcolo: Pericolare , correr
pericolo.
Stare a petto: Slare a fronle per
comballtere.
Stare a piè pari o co'piè pari:
Siar con ogni comodità, e sicu
rezza.
Stare a pigiòne: Abitare in una
casa pagandone al padrone Ì
prezzo palltuito per abilarvi..
Stare a piuolo: Aspellare più, ch
altri non vorrebbe, o ch'e’ noncon-
verrebbe.
Stare a proda: Essere verso È esire-
mila.
Stare a propòsito: Essere in accon
cio, tornar bene.
Stare a ragione: Esser secondelure
gione, e le convenienze.
Stare a rigola: Osservar la regola.
Stare a rilènte: Andar con riguardo
in far checchessia, non se ne rr
solvere. 4
Stare a ripentàglio: Correr rischi,
esser în pericolo, cimentarsi. —
Stare a rischio: Essere in rischio,
correr pericolo, esser sottoposto
a pericolo.
Stare a ritroso: Esser posto al con-
trario.
Stare al segno o a segno: Sfar c08
rispetto, con timore.
Stare a sindacàto: Esser sottoposto
al sindacalo, render conto alir@
delle proprie operazioni.
Stare a soldo d’alcuno: MiWitare pr
lui.
Stare a stecchttto: Zivere con istrel-
lezza.
Stare a stento: SlerzZare, ciwere con
istenia.
Stare a studio: Tratienersi in alt
na università a effelto di studiare.
Stare a tavola: Trallenersi a menso
per mangiare.
Stare a tavola apparecchiàta: 40
la mensa senza briga d’ ordi-
narla. i
Stare a tedio: Tediarsi. ;
Stare a tinèllo.: Cibarsi nelle corb
EC
w-
ETIMOLOGIA E SINTASSI
Stare dubbio, o dubbiòso:
alle mense comuni cogli altri cor-
ligiani, e servidori,
Stare attento : Usare altenzione $
badare.
Sare attorno a checchessia: Aflen-
dere a checchessia, usarvi diligen-
za, alltenzione.
Stare a tu per tu: Non cedere a
cosa veruna.
Stare a vantaggio: Esser al di so-
pra.
Stare a vedere: Zedere, osseroare,
mirare, riguardare.
Stare a veglia: Vegliare.
Stare avvertito: Usare avoerlenza.
Stare bandito: Essere in bando.
Star boccone: Giacere colla faccia
volia verso la parte inferiore.
Star caldo : Tenersi la persona
calda.
Star carpòne, e carpòni: Star colle
braccia, e co’piedi in terra a guisa
d’ animal quadrupede.
Star certo: Accertarsi, esser sicuro.
Star cheto: Non parlare, non re-
plicare, acquielarsi.
Star col cuore nel zucchero : Ziver
contento.
Star coll’ arco teso: Badare, at-
tendere, usar diligenza.
Star colle mani in mano:
ozioso |, senza far nulla.
Star comodo: Zivere agiatamenle ,
o colle dovule comodità.
Star con altri:
persona mercenariamente.
Star confùso : Aver confusione, es-
sere in confusione.
Star consolàto: Essere in consola-
zione, viver consolalo.
Star d’accòrdo: Vivere in concordia,
concordare.
Star da parte: Essere separato, non
esser partecipe.
Stare di buon cuore :
nimo contento.
Star digiuno: Esser digiuno ,
giunare.
Stare di mala voglia: Essere frava-
gliato d’ animo, o di corpo.
Star di male gambe: Nom essere
nel proporzionalo vigore del corpo.
Star di mezzo: Non »’ interessare
ne da una parte, nè dall’ alira,
de nersi neulrale.
Stare
Star coll’ a-
di-
Servire alirui colla
€93
Non sa-
per risolversi , 0 délerminartsi.
Star duro: Persislere nella sua 0-
pinione, nè da quella rimuoversi.
Star fermo: Non si muocere, fer-
marsi.
Star forte:
rendere ,
proposito.
Non piegare, non s’ar-
esser costanle nel suo
Star fra due: Non si risolvere, es-
sere in dubbiezza.
Star fra due soldi e ventiquattro
| danari: Non avanzarsi punito, non
guadagnare.
Stare fra il sì, e il no: Non si ri
solvere, non aver certezza.
Stare fra l’ incùdine e ’1 martello :
Esser di mezzo tra due contrarie
forze pressanti.
Star giusto: Tornare per appunto,
esser secondo la proporzione, e
convenienza.
Stare grosso con chicchessia: Aver
con lui principio di sdegno, essere
in mala- «soddisfazione di lui.
Stare il dovere: Così convenire, es-
ser di ragione.
Stare in apòlline: Mangiar lauta-
menle.
Stare in apprensione: Apprendere,
sospellare, dubitare.
Stare in arbitrio d’ alcuno: Acere
esso la facoltà di risolvere, o far
checchessia.
Stare in ascolto: Porsi ad ascoltare
con altenzione. |
Stare in bilico: Essere in atto di
prossima cudula , non posare con
sicurezza , stare in allo di muo-
versi.
Stare in cagnesco: Guardare con mal
occhio , far viso arcigno.
Stare in camicia : Non avere altra
vesle in dosso , che la camicia.
Stare in capitàle: Non guadegnure;
e non perdere.
Stare in capo al mondo: Abitare in
parte lontana.
Stare in cervello: Non si smarrire,
non ismagare ; stare all’ erla.
Stare incognito : Tratlenersi senza
far la figura dovuta.
Stare in comàndo : Esser coman-
dante, comandare.
: Stare in concòrdia: Esser concorde.
224 PARTE
Stare in contegno: Usar gravilà ,
aver fusto. i
Stare in contemplaziòne: Contem-
plare, tener la mente fissa.
Stare in contraddittòrio: Quistionare
insieme coll’ avversario davanti al
e.
Stare in corda: Esser feso.
Stare in corte: Esser cortigiano,
servire nel palazzo del principe.
Stare in danno di alcuna cosa: Non
averla , perderla.
Stare indarno : Stare ozioso.
Stare in deposito: Essere depositato.
Stare in dispàrte: Trattenersi in
luogo alquanto separato.
Stare in dubbio: Dubitare.
Stare in erròre: Essere in errore,
errare.
Stare in tstasi: Essere in estasi,
sollevarsi a contemplar cose, che
acanzano la condizione umana,
uscire de’ sensi.
Stare in festa: Vivere allegramente.
Stare in forse: Dubilare.
Stare infra due: Non si risolvere.
Stare in governo : Governare città,
popoli, ec.; averne il governo.
Stare in guardia: Guardarsi.
Stare in mano d’ alcuno: Esser in
suo potere.
Stare in occhi: Acversi guardia.
Stare in’ oraziòne: Orare.
Stare in orecchio: Tener 1’ orecchio
. allento per udire.
Stare in ozio: Vivere oziosamente.
Stare in pace: Badare a sè, star-
sene pacificamente.
Stare in parlàre, o in paròle: Sof-
fermarsi a parlare.
‘Stare in pedùli: Esser senza scarpe.
Stare in pegno: Essere la cosa ; 0
la persona di che si tratta ) per
sicurla.
Stare in pena: Acer pena, penare.
Stare in pensitro: Essere in pensiero,
avere apprensione.
Stare in pericolo: Non piegar più
da una banda , che dall’ altra,
fare equilibrio , rivolgersi sempre
in equilibrio.
Stare in piedi: Esser rillo, non se-
dere, non giacere.
Stare in poppa: Essere nelle navi
. dalla parte della poppa.
TERZA
Stare in preda: Essere esposio ad
esser predalo, divenir preda.
Stare in proda: Esser wicino all e-
stremità , o sull’ estremità.
Stare in punta di piedi: Regpersi
sulle punite de’ piedi, sollevandone
da terra il rimanente.
Stare in reputazione: Sostenersi, non
cedere y non calare dalle prelen-
sioni più alle. |
Stare in sè: Non si accomunare con
gli altri, star sulle sue, esser s0-
litario. |
Stare in sella: Essere accomodelo
nella sella.
Stare in sentore: Sfare aspellando
con altenzione qualunque notiua.
Stare in sospiri : Sospirare, essere
in guai.
Stare in sull’altrui: Rubare.
Stare in sulla nostra: Essere inlw- i<
go esposto al pubblico, ad efell
d’ esser veduto.
Stare in sulla negativa: Negare.
Stare in sulla persona: Star dini
colla iesla alla.
Stare in sulla règola: Andar pi
sollile, per appundo.
Starein sulle generàli: Non venir e0l |
discorso ad espressioni particolan.
Stare in sulle stoccate: Stare asl |
tamente, e con sottigliezza |
su’ suoi vantaggi.
Stare in sulle sue: Andar cauto n ‘i
arlare , per non esser giuro.
L)
Stare in sul sagrato: Rilirars 0 *
stare in chiesa, cimiterio, 0 db >
tro luogo sacro , o sagralo. —
Stare in sul saldo: Non partiti dal
sicuro.
Stare in timòre: Temere.
Stare in tormento: Senti tormenti <
esser travagliato.
Stare in transito: Essere in sul né è
rire.
Stare in trattato: Acer frallalo,
essere in negozio, trallare.
Stare in travàglio: Acer iravaglo ; vo
esser travagliato.
Stare in tuono: Non uscir del tuo o
no, accordare.
Stare in zucca: Essere u capo 800° |
perio. |
Stare in zurlo: Tratfenersi n alle: |
gria, divertirsi. - -
ETIMOLOGIA È SINTASSI
Star lesto: Badare attentamente.
Star mallevadòre: Esser malleva-
dore.
Star nel cuore: Aver presente nel
pensiero.
Star nella fede: Mantener la fede.
Star nel mezzo: Essere nella parle
ugualmente lontana dagli estremi.
Stare ne’ suoi cenci, o ne’ suoi pan-
ni: Non s' intrisare con persona di
riga superiore, non avere desiderj )
olire alla propria sfera.
Siare ne’ lirmini: Non uscir del con-
venevole, iIrallenersidentro a’ ler-
qrini dovuli.
Stare palise: Essere palese, dimo-
‘ rar palesemente.
Stare pe’ fatti d' alcùno: Operare per
li suor interessi.
Star pegno: Essere sicurtà.
Star per le spese: Servire senza
altra mercede, che del villo.
Stare per opera: Lavorare con pat-
tuila mercede dell’ opera che si
faccia.
Stare per pegno: Essere la cosa 0
la persona, di che si traltla, per
sicurià.
Star presente : Esser presente.
Slar provveduto, o provvisto: Esser
proovedulo, essere in pronio.
Star quieto: Acquelarsi.
Star ramingo :
patria, e casa palerna, senza aver
luogo fermo, nè assegnamento
fisso.
Stor rasinte : Esser fanto vicino,
che quasi si tocchi la cosa che è
allalo, esser vicinissimo.
Star vritenoùto : Esser riguardato,
usare avverlenza, o rilenulezza.
Star saldo: Star fermo.
Star sano : Goder sanità.
Stare scollacciàto: Porfare il collo,
e parle del petto scoperto.
Esser fuori della
225
Star sodo: Star duro.
Star sospeso : Essere in dubbio, esse-
re in pensiero.
Stare sottosòpra: Essere colla parte
superiore di sotto, e colla inferio-
re di sopra.
Star su due piedi: Essere in tstalo
sicuro.
Star sul cuore: Aver pensiero gran-
dissimo.
Star sul grande, o in sul grande:
Usar fasto, vivere con allerigia.
Star sul grave o in sul grave: Usar
porlamenti, e maniere graoi, vive-
re con gravità.
Star sull’ ali, o in sull’ ali: Volare.
Star sull’ ali o desto in sull’ ale: Es-
sere in desiderio, o risoluzione di
muoversi; stare in punto per par-
dirsi.
Star
fede.
Star sulla regola:
gola.
Star sulla sua: Tener suo grado,
star sul grande.
Star sull’ avviso: Procurar d?’ esse-
re avvisalo, far diligenza per aver
notizie.
Star sulle spese: Zivere con ispesa?
vivere fuori della . propria casa
con dispendio.
Star sull’ orlo di checchessia.: Esser
prossimo a fare, o a oitener chec-
chessia.
Star sul. taglio 0 in sul taglio:
Vendere panni 0 drappi a mi-
nuto. se
Stàr sul vantàggio: Procurare in-
dustriosamente i proprj vantaggi.
Star terra terra: Essere in basso
slalo.
Star vestito: Aver Ze vesti in dosso
Stare zitto: Tacere, non parlare.
sulla paròla: Maniener la
Osseroare la re-
RACCOLTA DI MODI DI DIRE COL VERBO FARE.
Fare àbilo, o l'abito: Assuefarsi.
Fare abuso: Abusare.
Fare a'capèlli: Acciuffarsi per li ca-
pelli contrastando.
Fare accalteria: Accatltare.
Fare acciàcco: Danneggiare
rhessia.
Gram. Lal.
come+-
Fare accorto: Informare s rendere
avvisalo.
Fare a comune: Parzecipare ad al-
cuno le propriè cose. .
Fare a credere: Dare ad intendere.
Fare a’ cozzi: Cozzare.
30
226 PARTE
Fare acqua: Passar l' acqua per le
fessure della nave.—Pisciare.
Fare afa: Venire a noja.
Fare a fanciùllo: Non istare nel
concerlalo come fanno i fanciulli.
Fare a far peggio: Fare alla peg-
gio.
Fare affàto: Operare senza distin-
zione.
Fare a fidànza:
curlà.
Fare a gara: Compelere.
Fare agio: Compiacere.
Fare a giova giova: Ajutarsi ?° un
? altro.
Fare ala: Allargarsi dando luogo a
| chi passa.
Fare al fatto: Importare.
Fare alla carlòna: Operare frascu-
ralamenle.
Fare alla grappa di qualche cosa:
Gareggiare a portarsela via.
Fare alle braccia: Fare alla lolita.
Fare allegrezza: Rallegrarsi.
Fare alla pugna: Percuofersi ovicen-
devolmente colle pugna.
Fare altàr contro altàre:
autorità conlro autorità.
Fare alto: Fermarsi. :
Fare a miccino: Consumare a poco
per volla.
Fare ammenda, o l’ammènda, o
eménda : Risarcire il danno.
Fare a modo: Operar bene.
Fare a’ morsi e a’ calci: Fare una
. fiera contesa.
Fare andar per filo: Costrignere ad
accomodarsi all’ altrui volontà.
Fare ànimo : Rincuorare, animare.
Fare aperto: Far manifesto.
. Fare a posta: Operare a bello stu-
dio.
Fare a propòsito :
materia.
Fare a rovescio, e arrovescio: Ope-
rare al contrario.
Fare arte: ZEsercitare arle.
Fare a’ sassi: Percuolersi co’ sassi.
Fare aspro piglio: Mare mal piglio.
Fare assàggio: Assaggiare, far prova.
Fare a stento: Operare con leniezza.
Fare atto : Gesteggiare, far gesto.
Fare avànzo: Far guadagno , acqui-
slo.
Fare avvisàto:
dar nolizia.
Trattare con si-
Opporre
Tornar bene alla
Rendere avvisato,
TERZA
Far bachi: Generar bachi,
Far baldoria: Accender fuoco. —
Dare indizio o segno d’ ullegrezza.
— Consumar lutto il suo acere,
dandosi buon lenpo.
Far bambine o una bambina: Com-
meltere errori, leggerezze.
Far banchètto: Apprestar banchello.
Far banco: Esercitar l arle del ban-
chiere.
Far baratteria: Ingannare.
Far batosta: Contendere con pa-
role.
Far beffa: Burlare, ingannare.
Far bica: Ammassare, ammu-
chiare.
Far bisògna , o le bisògne: Fare
i fatti o le faccende.
Far bocca da ridere: Dar sregno d
voler ridere.
Fare bottega : Esercitar bollega, e
ser bollegaio.
Fare bravàte: Braoare.
Far breccia: Aprire le muroaglie, +
i terrapieni, colle arliglierie 0 colle
mine.
Far brigàta: Far conversazione d
buon tempo.
Far buona o mala cera: Cibarsi bene,
o male.
Far buona vita: Mangiar bene, low
tamente.
Far callo, o il callo: Diveni co
loso, incallire.
Far cammìno, il cammìno: Cam
minare.
Far canzòne: Cantare, compor con
Zoni.
Far capitàle, o il capitàle: Penso
di valersi di alcuna cosa.
Fare capolino: -Affacciarsi di 50
piallo.
Far cappòtto: Rocesciarsi del basti
mento, sicchè rest la chiglia s0-
pr’ acqua.
Far carestia, e a carestia : Adoprar
con riseroo 6 a miccino.
Far carne: Ammazzare,, predare.
Far carrièra, o la carriera : Correre.
Far caso: Stimare , importare. ,
Far castelli in aria: Mare disegni
vano.—Pensar cose vune € impos
sibili.
Far càuto : Assicurare , dar sicurtò.
Far cedobonis: Far cessione a' ere
ditori di tutti ì beni.
n
N.
-—— =)
ETIMOLOGIA
Far ceffo: Far muso, mostrare d'a-
‘ vere per male una cosa.
Far cenere: Incenerire.
Far cenno, o un cenno: efccen-
nare.
Far cerca: Cercare.
Far cerchio : Piegare.
Far certo: Certificare.
Far chiaro: Chiarire, certificare.
Far chiasso : Romoreggiare , stre-
piulare.
Far chiosa, o la chiosa: Chiosare.
Far ciancia : Cianciare.
Far coda: Andar dietro altrui per
corteggiarlo.
Far coleziòne : Cibarsi da mattina
avanti di desinare.
Far colònna: Dare appoggio.
Far colpo: Colpire. — Conseguire
queslo che si desidera.
Fare come i colòmbi del rimbussàto:
Siar musorno. sa
Fare come il podestà di Sinigaglia :
Comandare e far da sè.
Fare come i pìfferi di montagna:
Andar per dare, e toccarne.
Fare come la putta al lavatòjo:
Vale cinguetlare.
Fare come l’ asin del pentolàjo:
Fermarsi ad ogni Iratto.
Far comènto, o il comtnto: In-
lerpetrare , esporre. |
Fare come va falto: Far bene, far
perfettamendle.
Far comparsa : Comparire.
Far complimento : Complire , dir
parole di cerimonie.
Far composizione: Convenire, com-
porsi.
Far concttto: Immaginarsi, pro-
porre.
Far concilio, o il concìlio: Adunare
concilio.
Far ‘concistoro: Adunar concistoro.
Far consapevole : Aovisare , infor-
mare.
Far consùlta: Consultare.
Far conto , a il conto : Eslimare, re-
putare.
Far contratto: Stipulare strumento,
o scrittura pubblica.
Far convito: Conoitare.
Far coròna: Circondare.
Far corno: Mettere in massa.
Far corrotto: Piangere , far pianto.
B SINTASSI L27
Far cotenna , 0 buona cotènna:
Ingrassare.
Far credere: Persuadere.
Far creditore uno: Scrivere alla
partita de’ debiti il danaro rice-
ovulo.
Far crepatura : Crepare, aprirsi in
iscrepoli.
Far croce: Arrecarsi le braccia al
pelto, a guisa di croce, in alto di
preghiera.
Far daddovero:
mentle.
Far dall’ a alla zeta: Far fullo.
Far da vero : Operar risolutamente.
Far del ben bellèzza: Far bene as-
sai; ma si dice più per ironia, e
allora vale Spendere, scialacqu are
quanto uno ha.
Far del grosso: Sfare in contegno.
Fare della necessità virtù: Fare per
necessità una cosa y che per altro
non si farebbe.
Far delle paròle fango: Mancar di
parola.
Far del magno: Ostentare magni-
ficenza.
Far del resto: Giuocare di tutto
quel denaro che uno ha davanti.
Fare derràta grande: Dare per poco
prezzo.
Far diàvolo, fare il diavolo: Usare
ogni sforzo.
Far di chino: Piegarsi, dichinarsi.
Fare di fatti: Operar senza far
parole.
Far digestione: Digerire.
Far di mano: ZLavorar di mano.
Far di meno: Far senza , o fare
Operar risolula-
altrimenti.
Far di mestitri: Fur di bisogno,
bisognare.
Far dimora, o dimorànza: Dimo-
rare.
Far di quel che non si vorrebbe:
Far cose che non si ovorrebbero
fare.
Far di quelle: Fure delle cose
stravaganti.
Far diritto: Amministrare giustizia.
Far dirittura : Operar rettamente.
Far discorso : Discorrere , ragionare.
Fare diségno, o un distgno : Pen-
sere, disegnare.
228 PARTE
Far distéso, 0 un distéso: Disten-
dere o mettere in iscrillo.
Far divitto: Proibire.
Far divizia: Regsalare largamente.
Far di voglia: Far volentieri.
Far doglia: Recar dolore.
Far dogliànza: Dolersi, rammari-
carsi.
Far dono: Donure, concedere.
Far dovere, o il dovere: Operare
secondo la converienza.
Far dura: Durare, resistere.
Fare ecctito: Eccelluare.
Fare effitto : Operare.
Fare eletta: Scerre, scegliere.
Fare erba, o l’erba: Scegar ? erba,
raccor Î' erbo.
Fare esecuzione: Eseguire.
Fare estrcito: Radunare, a;nmas-
sare.
Far faccende: Operare assai.
Far faccia, fav faccia tosta: Esser
sfacciato , ardilo.
Far fagotto: Affardellare.
Far fallo: Far errore, o torto,
Errare.
Fare falò: Far baldoria.
Far fatto: Operare.
Far favore: Favorire.
Far fazione: Unirsi in fazione.
Far fede: Testimoniare.
Far fedeltà, o la fedeltà, Giurare
fedeltà.
Far feria, o feriàto: Asfenersi dal
luvorare.
Far festa, o la festa: Fesdeggiare.
Far fidecommitsso, 0 fidecommisso :
Assicurare , 0 vincolare una cosa
in forma , che ella non si alieni
dal possessore.
Far fine: Firire.
Far finta: Fingere.
Far foce: Sbaccare.
Far forte : Forlificare. -
Far forlùna: Guadagnare ;, arric-
chire.
Far frvacàsso : Far romore.
Far franco: Francare.
Far frutto: Frutlificare.
Far fuoco: Accender fuoco.
Far furto: Rubare.
Far gala: Usar magnificenza,
Far gara: Indurre confusione.
Far garbiglio : Indurre confusione.
Far gente: Assoldar milizia.
TERZA 3
Far ghiotto: Indurre avidità.
Far giornàta : Consumars il giorno.
Far giostra: Giostrare.
Far gita: Camminare, fare eser-
cIziO.
Far giudizio: Giudicare.
Far giuoco: Fare scherzo.
Far glosa: G/osare , ghiosare.
Far gola: Indur desiderio.
Far gomito: Si dice de’ muri quan
do escono dalla loro dirillura.
Far govèrno di checchessia : Dispor-
re di quella tal cosa.
Far grande,: Zugrandire, aggran-
dire.
Far grido : Gridaré.
Far groppo: Aggroppure.
Far guadagno : Guadagnare.
Far guardia : Guardare, cuslo
dire.
Far guasto: Deoastare, guaslare
Far guazzo : Bagnare eccedente
mente.
Far guerra : Guerregsgiare.
Fare i convenèvoli: Nar le cirimo
nie.
Fare il becco all’ oca: Terminare
D impresa felicemendle.
Fare il conto senza l'oste: Pro
mellersi troppo , per non aer
provvedulo ogni cosa. i
Fare il covo: Fare il nido. — Di
morare , stanziare. ,
Fare il fatto suo: Fare i suo
teresse.
Fare il galàote: Amoreggiare..
Fare il nanni: Zirgersi semplice.
Fare il suo partre: Fare a SU
modo.
Fare il pazzo: Diportarsi da pa»
Fare il pianto: Abbandonar chee-
chessia, non vi pensar più. |
Fare il ponte d'argento: Fare 08
buon parlilo ad altri, perchè st
ne vada. .
Fare il potere, o il suo pottre : Fare
il possibile.
Fare il ricco: Osfentare ricchezza.
Fare il santo: Affettar sanità.
Fare il tenòre: Candare in chiave di
tenore. :
Fare il voltre d'alcùno: Compia-
cer’'o, far la sua voglia.
Fare imbroglio: Imbrogliare.
Fare impeto: Spignere,
e
so
PT
po
2°
iù ‘“ ETIMOLOGIA E SINTASSI
Fare imposta: Imporre gravezza.
Fare impresa: ZImprendere.
Fare inceita: Zncellure.
Fare inceitta di chicchessia: Cer-
carne.
Fare incontro , o incontra : Incon-
trare.
Farsi innànzi: Accostarsi, appros-
simarsi.
Fare inquisizione: Diligenlemente ri-
cercare, inquisire.
Fare intltso: Rendere allenio.
Fare inventàrio: Zrnoentariare.
Fare invito : Incilare.
Fare iva: Concilare ira.
Fare i volti: Conzrafare la faccia
d’ alcuno.
Far la civetta: Dicesi delle donne
che iroppo vanamente amoreg-
giano.
Far la gatta morta, o la gatta di
Nasino: Fingersi rimesso e ad-
dormenlalo.
Fav la guardia: Guardare, cusio-
dire.
Far la luna: Rinnovarsi la luna.
Fare lamentànza: Lamentarsi.
Fare Ja ninna nanna: Usere una
canlilena propria per addormen-
ture i bamlinzi, nel cullarii.
Far la paràta: Medlersi in ordinunza
di parata per ricevere o fare onore
o qualcuno.
Far la pera: Apporlare alirui di
nasco:0 , e maliziosamente alcun
pregiudizio grande.
Far lappe lappe: Si dice quando al-
cuno desidera ardentemente al-
cuna cosa.
Fare larghizza: Usare Nberalità.
Far la ronda: Mare la guardia.
Far la serpe tra l’angaille: Essere
accorto , e fraltar co) semplici.
Far laude: Operar laudecolmente.
Far la zuppa nel panitre: Mur cosa
mulile, 0 che non può riuscire.
Far lega: Collegar.i.
Far legge: Costituir per legge.
Far legne: Tgliar legne.
Far le màschere: Andare in ma-
schera.
Far le none: Prevenir colle porole
colui, che sì crede voler richieder
di checchessia, con dir di non
averla. |
Far
29
Far lesso : Lessare.
Far le stimite , e le stimate: Alzar
le mani per la maraviglia.
Far letto: Acconciar sostegno, 4
checchessia a guisa di lello.
Far leva: Levar soldatesca.
Far levàta: Lecare, alzare.
Far libbra, o la libbra: Mandare
imposta.
Fare le voci: Contraffare la voce di
alcuno.
Fare lieta ricevùta: Far liela acco-
glienza.
Far lieto: Rallegrare.
Far limòsina: Dar limosina.
Far l’ indovino: Conghietlurare, in-
dovinare.
Far loco: Cedere alirui il passo.
lar lo spivituàle: Fingere di essere
devolo o simile.
Far luce: Far lume.
Far lungi: AW/ontanare.
Far luogo: Conceder luogo.
far lustro: Render lustro.
Far macello: Xure strage ;
dere.
Far magazzino: Adunare insieme.
mal d’ occhio: dffascinare,
ammaliare.
Far maleficio: Commetter delitto.
Far mal giuoco ad alcùno: Far-
gli offesa grave.
Far malia: Usare arti diaboliche.
Far mal piglio: Fare atto col vollo,
con che st esprime naturalmente
dispiacere.
Far mal volto: Guardar di mal oc-
chio.
Far marav'glia: Cagionare ammi-
Tazio.
Far martirio: Dar martòr/.
Far masserizia: Usar parcamente
di checchessia.
Far matitzza: Operar scioccamente.
Far memòria: Ricordare, rammen-
lare.
Far menziòne: Mentovare.
Far mercàto: Mercaniare, conirat-
lare.
Far mercè: Dar guiderdone, con-
ceder premio.
Fare mestitre, o mestitro: Professa-
re arte, far bottega.
Far mestitri, o mestitro: Bisognare.
Far miràcolo: Operar miracolo.
ucci-
250
Far mischia: Venire a questione, a
rissa.
Fare misericordia : Usar misericor-
dia.
Far moine: Far carezze.
Far monte: Mellere in monile, am-
montare.
Far mossa: Muoversi, dare segno di
muoversi.
Far mostra, o la mostra: Mostrare.
Far motto: Parlare.
Far nimico o nemico:
mico.
Fare noja: Nojare.
Farsi nome: Acquistarsi nome 0
fama.
Far notorio: Render noto, b pub-
blico.
Far nozze, o le nozze:
matrimonio.
Fare obbligo: Obbligarsi.
Fare occhio, o d’ occhio: Accenna-
re, dar d’ occhio.
Fare occhiolino: Dar d’ occhio col
chiuderlo.
Fare oltràggio: Oltraggiare.
Fare ombra: Jiender ombra.— Dare,
prendere sospello.
Fare oraziòne o |’ orazione: Orare.
Fare orecchie: Dare orecchio.
Fare oste: Guerreggiare.
Fave osteria: Tener l osteria, dar
mangiare e bere a prezzo.
Far palese: Palesare.
Far pancàccia: Adunarsi o fermar-
st a discorrere in luogo esposlo al
pubblico.
Far pane, o il pane: Impastar la
farina.
Far parentàdo: Imparentarsi.
Far pari: Pareggiare.
Far parlàta: Parlare, ragionare.
Far paròla: Parlare.
Far parte: Far separazione.
Fare partita: Partire.
Far partito : Concludere un negozio.
Far pastùra: Far maneggio per ade-
scarej porgere alletlamenti.
Far patto, o il patto: Patleggiare.
Far pazzia o le pazzie: Operar
pazzamente
Far pecca: Fullire.
Far pedùccio : Ajulare , o sostene-
re altrui colle parole.
Render ni-
Conirarre
PARTE TERZA
Far pellegrinaggio: Andare in pel-
legrinaggio a visitare Ù luoghi santi,
Far penitenza: Soddisfare penal-
mente pe’ falli commessi.
Far pensiero: Pensare, far conto,
far ragione.
Far perdono o perdonànza: Conce-
der perdono.
Far pianto: Piangere.
Fav piazza: Spianar le case per ri-
dur quel sito in forma di piazza.
Far pietanza : Dar da mangiare.
Far pilastro, o pergola: Star fer-
mo, senza operare.
Far polvere: Far sollevare la pol-
vere.
Far popolo: Adunarsi pubblicamen-
le, o metlere insieme gente.
Far posa: fermarsi.
Fav pràtica: Praticare, acqui:tar
pratica.
Fare pregio: Render pregevole:
Fare presa: A4laccarsi, appigliarsi
assodare.
Fare presa, o la presa: Rappigliarsi,
assodare.
Far pressa: Importunare, incalzare.
Far presso: Accostare, apressare.
Far prigione: Catturare.
Far pro, o prode: Apportar utile.
Far procaccio: Procacciare.
Far prodtzze: Operar con calore.
Far propòsito: Proporre in sè slesso,
con risoluzione d' eseguire.
Fav prova o pruova: lare esperienza.
Fare pubblico: Pubblicare.
Fave pugna: Combattere, pugnare.
Fare pulito: Far bene, e netla-
menle checchessia.
Far punto: Fermare di parlare.
Far querimònia: Dolersî, ramma-
PICUTMSI.
Far quistione: Muover dubbio.
Far radice: Radicare.
Far razza: Generare.
Far resto, o fare resto e saldo: Fi-
nire, terminare, saldare.
Far vetta: Mar resistenza.
Far vicevùta: Far accoglienza.
Far'ricòlta, 6 raccòlta, o la ricò!-
a: Raccogliere.
Far ricordo: Mur menzione.
Far ricorso : RiLorrere,
Far ripàro: Riparare.
w& . *-
TIMOLOGIAE
Far riso: Ridere,
Far ritiràta o ritràtta: Rilirarsi, ri-
cogliersi.
Far romòre: Romoreggiare.
Far rosta: Fermarsi più persone in
giro, per impedire checchessia.
Fare sacco : Adunarsi, e fermarsi le
materie in alcuna parte.
Far sacramento : Giurare.
Far salita: Salire.
Far sangue: ZVccidere.
Far sano: Rimetlere in sanità.
Far scala: Fermarsi în alcun luogo.
Far scalpore : Far rumore, stre-
pito.
Fare scàndolo: Scandalizzare.
Fare scemo: Si dice di chi non può
riscuotere l' intero credito.
Fare scempio: Fare strage, uccide-
re crudelmente.
Fare schermo: Schermirsi.
Fare scherna, o scherno: Schernire.
Fare schiavo: Ridurre in ischiavitù.
. Fare schiera: Schierarsi
° Fare scommèssa: Scommellere.
. Fare sconfitta: Sconfiggere.
‘ Farsi scorgere: Farsi conoscere. —
Farsi burlare.
‘ Fare scorla: Scorfare.
‘ Fare scritta: Ridurre în iscrittura,
contrallo, accordo o simili.
‘ Fare scrùpolo: Meter dubbio.
Fare scudo: Far riparo, far difesa.
‘Fare scusa o la scusa: Scusarsi.
Far segnàle: Far segno.
Far segno: Dar cenno, dar dimostra-
zione.
Far sembiànte o sembiànza : Far se-
gno, dimosirazione.
Far senno: Operare con senno,
giudiziosamendle.
Far sentore: Far romore.
Fare serenàta: Andar con canti e
suoni, avunti la casa della dama
per lo sereno della notte.
ar sermone: Parlare, sermonare.
Far serra: Zncalzare, opporsi con
tutte le forze.
Far sessione: Znirsi a consuliare
sopra alcun affare.
Farsi sete ad alcuno: Venirgli sele.
Far setta: Unirsi per alcun fine
particolare.
Fare sforzo: Sforzarsi.
Far siepe: Chiudere, circondare.
E SINTASSI
251
Fare soggiorno: $Soggiornare, dimo-
rare.
Fare somma: Mettere insfeme più
cose.
Fare spalla: Dare appoggio. |
Fare spallùcce, o Di spallùccia:
Raccomandarsi.
Fare spariziòne: Sparire.
Fare spervimento: Sperimentare.
Fare spettàcolo: Rappresentare, re-
cilare.
Fare stanza: Dimorare, trattenersi.
Fare stare: Tenere a dovere.
Fare stenio': Patire.
Fare stilica: Generare stitichezza.
Fare stomaco: Commooere, pertur-
bare lo stomaco.
Fare strada, o la strada: Andare
avanii mostrando la via.
Fare strazio: Sraziare.
Fare strida: Stridere.
Far taccio, o un taccio: Non con-
teggiare minutamente , ma con-
cordare i conti così alla grossa
per finirgli.
Far taglia: Mer lega.
Far tavola: Tener convito.
Far tempòne: Stare in allegria.
Far tenzone: Combattere, tenzo-
nare.
Far tesoro: Tesaurizzare.
Far testa: Opporsi, resislere, di-
fendersi.
Far trasporto: Trasportare.
Far tregua, o triegua: Sospender
l offese, sospender l' armi.
Fare tribunale: Ammunistrar giusti-
zia.
Far tumùlio : Tumultuare.
Fare vantàggio: Zantaggiare.
Far vedere: Operar ch’ altri vegga.
Far veduta, o veduto: Far sem-
bianza , far vista.
Far vela: Disfender le vele, e an-
dar via.
Far velo: Velare, coprire.
Far vergogna: Apportar disonore.
Far vezzi: Vezzeggiare.
Far via: Aprir la via.
Far vigilia: Digiunare il dì che pre-
cede alla festa.
Far vile: Render vile, aovilire:
Far villania: Offendere, usare scor-:
lesia. \
Far visita: Yisitare.
2372 PARTE TERZA i
Far vista, viste, o le viste: Zin- | Fare usanza: Usare.
gere, simulare. Fare uùtile: U4lizzare.
Fare vizio: Operare oiziosamente. | Fare zitto: Fare piccolissimo ro-
Fare una cosa fatta: Giudicurla per more. i
Salta. Fare zuffa : Combatlere, assuffarsi
Far voglia: Indur desiderio. Fare zuppa: Zazuppare.
Fare uopo: Fare di bisogno.
OSSERVAZIONI
SULLA PROSODIA DE' VERBI IN ARE.
S. IL L' accento tonico della voce dell’ infinito trovasi
sempre sulla prima vocale della desinenza radicale are.
Nelle altre voci della conjugazione, (eccetto nelle 3 per-
sone singolari e nella terza plur. del te:npo presente de' moli
indicativo, soggiuntivo e imperativo), l'accento suddetto si f
parimeate seatire sopra una delle vocali componenti la det
nenza derivativa, sebbene non in tutte sulla prima, come: pr.
pres. ante; par. pass. dlo; ger. àndo.
INDICATIVO VRES. -2.1/m0,-ale.
Tempo imperf.-èv2,0 -àvo,-àvi,-ùva,-avàmo,-avàle -.i00
no (25).
Pass. def. -az,-àsti,-ò,-ammo,-àste.-àrono.
Futuro -erò,-eràl,-era,-erémno,-eréte,-erànno.
SOGG. Pres. -/amo,-iùle. i
Imperf. -dssi,-àsst,-asse,-Gssimo,-ùste,-àssero. uni
CONDIZION. pres. -eréi,-erésti -ertbbe s-eremmo yeres
erebbero, o -erìîbbono (28).
Sono queste regole universali senz'alcuna eccezione; I
quel che generalmente cagiona non piccola perplessità, ser
tamente agli stranieri, si è il sapere in su quale delle sillabe
si debba far sentire l' accento tonico nelle tre persone sig € .
nella terza plur. del tempo pres. de’ modi indicat. soggua
e imperat.; conciossiachè la desinenza, che in esse sostituiscett
alla radicale, non consistendo che in una sola vocale, l° accento
deb5besi far sentire sopra una delle antecedenti vocali: 00!
maggior male si è, che è cosa difficilissima, anzi quasi IM
possibile, il guidarli in questo particolare con sicurezza, muli >
essendovi nell’ idioma italiano di più irregolare ed incerto. Ciò
(25) La più parte de’ Toscani, contrario alla regola, fanno per lo più i
sentire l' arcento tonico sulla prima vocale delle desinenze avamo, acat*; |
evamo, evàle, ivàmo , ivàale, pronunziando essi amdoamo, credecamo»
dormìivamo;amàvale, credèvate cc., e si\ha da molti per una pronun?!!
affettata il dire amavàamo, credevamo, dormivamo; amovate, eredevale, i
sentivale ec. e:
(26) Queste regole sono comuni a’ verbi di tutte le conjugazioni.
-
ETIMOLOGIA E SINTASSI 255
non ostante, puossi chiarir la cosa stabilendo alcune regole,
le quali, comechè sieno ben lungi dall’ esser generali e ‘co-
santi, pure sarà util cosa il prenderle per norma; perocchè
val meglio un sol raggio di luce che un intero bujo. Si os-
servino adunque le seguenti quattro regole.
S. II. Prima regola. I verbi, che nell’ infinito sono di
tre e di quattro sillabe, ricevono l'accento tonico, nelle per-
sone suddette, in sulla prima sillaba, come (27):
AMARE, amo, ami, ama, àmano, ami, amino.
OPERARE, òpero, òperi, opera, operano, òperi, operino.
CARICARE, carico, càrichi, carica, cùricano, cùrichi, càri-
chino. | Cee e;
BRONTOLARE, bròntolo, bròntioli, bròntola, bròntolano, bròn-
toli, bròntolino, ec.
Scconda reg. I verbi che nell'infinito hanno cinque o
più sillabe, ricevono l'accento sull’antipenultima sillaba, come:
DISSIMULARE, dissimulo, dissimuli, dissimula, dissimula-
no ec. |
DIMENTICARE, dineéntico, dimentichi, diménitca, diménti-
cano ec. |
AMMORBIEDARE, ammòrbido, ammòrbidi, ammorbida, am-
morbidano ec. | |
DesipEnARE, desidero, desideri, desìdera, des>derano ec.
PREGIUDICARE, pregiùdico, pregiùdichi, pregiùdica , pregiù-
dicano ec. 0
INTITOLARE, intilolo, intitoli, inttola, inttolano ec.
Terza reg. Ne verbi, di quante sillabe essi sieno nell’ in:
finito, in cui la desinenza radicale are sia immediantemente
preceduta da due consonanti, separabili uel sillabare, l'accento
si fa sentire in sulla penultima si;laba, come:
.
, (27) Questa regola debbesi intendere solo pe' verbi semplici, imperoc-
ch ne' composti, cresciuti di una sillaba mediaute qualcuna delle particelle
iniziali ad, af, ap, as, co, con, dis, in, ri, ec, che ricevono, l’ accento
debbe cadere sulla stessa sillaba che quella de’ loro semplici, divenuta la
seconda a cagione dell’accrescimento, come: Adombràare, adòmbro ec. Affer-
mare, affermo ec. Appigliàre, appiglio ec. Assaltàare, assalto ec. Cooperàre,
toopero ec. Conservare, consèroo ec. Induràre, indùro ec. Insalàre, insà-
lo ec. Riamàre, riàmo ec. Soffre poi questa regola alcune altre eccezioni,
ome: Onorare, onoro ec. Consolare, consolo ec. Anneràare, unnèro ec.
lalicàre, fatico ec. Abdicàre, abdico ec., e forse alcuni altri. Sonovi poi
dei verbi che ricevono l’ accento indifferentemente o in sulla prima o in
sulla seconda sillaba, come in Miglioràre, mìglioro o migliorò, cc. Pèggioràre,
Pèggioro, 0 peggioro, ec. Disputàre disputo o dispùto ec. Reputàre, reputo,
0 reputo, ec. Impetràre tmpetro, o impètro ec.
Gram. Ital. 31
lati
254 PARTE TERZA
ASSENTARE, assénto, assénii, assénta, asséntano, assenti
assentino ec. (28
ANNULLARE, annùllo, annùlli, annùlla, annùllano ec.
ATTERRARE, aftérro, atterri, attérra, attérrano ec.
AVVEZZARE, avvézzo, avvézzi, avvèzza, avvézzano, awézzi, |
avvéezzino ec.
CONTEMPLARE, contémplo, contémpli, contempla, contémpla- |
no, contempli, contemplino ec. “cl
DIsTILLARE, distìllo, distilli, distilla, disùllano, disùll,
distillino ec. Pi
uarta reg. Ricevon pure l' accento in sull’ antepenuli- |
ma sillaba i verbi finienti in TARE, come: \
CALUNNIARE, calùnnio, calùnni, calùnnia, calùnniano, &. |
INSIDIARE, insìdio, insìdii, insìdia, insìdiano , ec. ;
RISPARMIARE, rispàrmio, rispàrmi, rispàrmia, rispàrmw |
no ec.
UMILIARE, umilio, umìlit, umilia, umiliano ec. (29).
S. IV. Il participio passato de’ verbi della prima con
‘gazione non ha che una sola cadenza, cioè ATO, la quale se
condo la variazione di genere e di numero cambiasi in ala,
ati, ate; e notisi che nella lingua italiana molte sonovi voci
che al primo sguardo pajon semplici addiettivi, ma che
realtà sono sincopi de'rispeltivi participj passati (levatone l
‘due lettere 4 e #) e spesse volte per proprietà di lingua si
trovano come tali usate presso i classici autori. Eccone alcune:
at in» ri
Accòncio per Acconciàto |
Adorno | » = Adornòìto di
Avvèzzo » AvVvezzàto ;
Cerco » Cercàto n)
Compro, o còompero » Comprìto, o comperilo *
Concio » Conciàto i
Casso » Cassàto .
Crespo » Crespàto È
Desto » Destàto A
“ Domo » Domìto n
Fràcido ». Fracidìto i
Guasto » Guastàto
(28) Ma quando le due consonanti sono inseparabili nel sillabare, l'ac-
cento cade in sulla prima sillaba ne verbi semplici, e in sulla secon
ne’ verbi composti, a cagione dell’ accrescimento. Celebrare, cèlebro & |
Calcilràre, càlcitro ec. {nlegràre, ìniegro ec. Reinlegrare, reintegro cc. |.
(29) 1 verbi Aoviàre, deviàre, inviàre, ovviare, travire, desiare, esp |
àre, ricevono l’ accento in sull’ i che precede alla desinenza radicale 074 |
come; Avvio, acvii, avvia, avviano cc. Decio cc. Invio ec. Uvoerio €
Tiavie ec. Desio ec. Espio cc.
ETIMOLOGIA K SINTASSI 235
Ingombro , ingòmbero per Ingombrìto, ingomberàto
. Làcero » © Laceràto
Lasso ” Lassàto
Lièvito » Lievitàto
Màcero » Maceràto
Mostro » Mostràto
Mozzo » Mozzàto
Netto » Nettàto
Pago » Pagàto
Pesto » Pestàto
Privo » Privàto
Salvo » Salvàto
Sazio » Saziàto
Scemo ” Scemìto
Sgòmbero » Sgomberàto
Scalzo » Scalzàto
Tocco » Toccìàto ‘
Tronco » Troncìto
Trovo » Trovàto
Volto » Voltàto ec.
CAPITOLO VI.
OSSERVAZIONI GENERALI SU' VERBI
DELLA SECONDA CUNJUGAZIONE.
8. I. Quanto facile, sicura, e breve offresi a chiunque la
via dell'apprendimento de’ verbi in are, sì per l’ uniformità
del proceder loro, comune a tutti i verbi della stessa desi-
nenza (1), sì pel ristrettissimo numero di quelli che dalla
Tegola comune, o intieramente, o in parte s' allontanano ,
tanto più ma'agevole, e lungo, è 11 cammino che solo con-
uce ad un'intera e perfetta conoscenza de' verbi della 2a. e Fa.
‘ Conjugazione; imperocchè in primo luogo pochi sonovi di
quelli stessi, tenuti in conto di regolari, il numero de' quali
è pur piccolo, che non soffrano in questa o in quella voce
qualche eccezione, o che non sieno in qualche parte difettivi :
indi presentasi un interminabile numero di verbi irregolaris-
smi, molti dall’ infinito in giù quasi per tutto il corso della
Conjugazione; altri ne’ tre principali loro modi; altri nel tempo
(1) Non debbonsi già noverare.tra le anomalie della prima -conjuga-
Zione, nè tenere come infrazioni all’ uniformità del suo andamento, quel-
le variazioni ortografiche che già indicammo doversi praticare ne’ verbi
In care, gare, e iare (veggansi le note 2, 4 e 8, della conjugazione di
Lodare), variazioni che basate sulle leggi della pronunzia, sono esse stes-
se uniformi, giacchè sempre, e solo dalle stesse concorrenze dipendono.
256 PARTE TERZA | :
passato definito, e nel participio passivo ; altri, sebbene re:
golari, sono difettivi; altri finalmente sono e irregolari, e di-
fettivi; e se a tutto ciò s'aggiungano le anomalie antiche, e
quelle meramente poetiche, in molti verbi irregolari affatto
differenti dalle voci comuni, come mai non ismarrirsi in un
così tortuoso laberinto? Certo, se pretende condursi lo studioso
attenendosi al filo, portogli dal comune delle grammatiche,
dopo lunghi e penosi giri, egli dovrà alla fine esclamare col
poeta: Nel luberinto enirùi, nè veggio ond'esca; nè può ne
garsi esser non meno arduo l'assunto di chi imprenda di
servirgli di guida, e condurnelo fuori per le più brevi e meno
scabrose vie.
Se seguir dovessi la strada, aperta già dal Pistolesi, al
largata dal Mastrofini, e resa poi più piana dal Compagnom,
per bella ed instruttiva ch'essa sia, ingrosserei di soverchio i
volume della presente esposizione grammaticale, senza, forse,
con ciò fare, renderne questa essenzial parte gran fatto più
chiara; imperocchè anche le dottissime opere de’ prelodati av
tori, pe'sapienti più che per quei che non sanno, pajono scritte.
Proverommi adunque nelle seguenti pochissime pagine, se mi
riesce, di unire alla concisione la chiarezza, e far sì, che leg.
gendo poco, molto s' impari, e che così allo studioso straniero,
come all'italiano, nulla rimanga a desklerare di quel che per
la perfetta sua instruzione giovigli sapere. ,
$. H. Comealtrovegià accennai, i verbi anomali della secon-
da conjugazione eccedon d’assai in numero i regolari. Comm
cerò pertanto con dare un elenco di questi ultimi, tra'quali pè
vecchi trovansi, 1 quali, comechè in tutto il rimanente sieno
regolari, portano nondimeno in alcune loro parti delle vane-
tà, per le quali in rigore essi pure meriterebbero esser chs
sificati tra gli anomali. Ma quel che prima d'ogni cosa occor-
re notare, si è che, non compresovi il verbo avere (2),
novi, circa sessanta verbi, tra semplici e composti, della sud-
detta seconda conjugazione, ne’ quali la prima e, componente
la desinenza radicale ere, pronunziasi lunga, e sono:
1
B-îre, imb-ère, rib-ére, strab-ère. Cad-ère, accad-ére, &- |
cad-ére, ricad-ère, scad-ére. Cap-ére. Cal-ére. Dol-ere, condo
I-ersi. Dov-ére. Giac-ére. God-ére, rigod-ère. Par-ère, appare
re. Persuad-ere, dissuad-ère. Pent-cre, ripent-ère. Piac-ére. com-
piac-ere, dispiac-ere, et "Po'!-ére. Riman-ére, Sap-ert,
risap-ère. Sed-ère, rised-ère, possed-ére, presed-ère, soprassed‘-
re. Sal-ere. Tac-ère. Tem-ére. Ten-ére, apparien-ére, asten-ert,
(2) ] verbi acère ed èssere sano essi pure della 2a. conjugaziona |.
È
nell’ uno la prima e della desinenza ere è lunga, nell'altro è breve.
N
ETIMOLOGIA E SINTASSI — 237
allen-ére, conten-ére, diten-ère, manien-cre, otten-ére, perten-ére,
rallen-re, riten-ére, sosten-ére, tratten-ére, intratten-ere. Val-ere,
inval-ere, precal-ère, rival-èrsi. Ved-ére, antived-ére, avved-ére,
dwed-ére, provved-ére, preved-ére, ravved-ére, siraved-ére, ira-
vd-ere. Vol-ère, disvol-ére, rivol-ére, stravol-ere.
In tutti gli altri verbi terminanti in ere, la e suddetta
profferiscesi breve, cioè l'accento tonico cade sull’ antepenul-
tina sillaba del verbo.
S. ILL Altra non meno importante cosa gioverà osser-
vare, ed è, che tra' verbi regolari della seconda conjugazione,
il cui numero non ascende che a 92, e de' quali quattro so-
li hanno lunga la prima e della desinenza ere, cioè capére,
godere, rigodére, temére; taluni trovansi in cui la prima e ter-
za pers. sing. e la terza plur. del. tempo pass. defin. posso-
no in due differenti maniere uscire, cioè in é/ 0 etti, è o élle,
erono 0 etero; in altri le accennate persone non possono ca-
dere se non che nelle prime delle desinenze suddette, cioè
in ei, è, erono. i
VERBI REGOLARI IN ElRZ£
CHE HANNO NEL PASSATO DEFINITO DOPPIA DESINENZA
ÈI, ÈTTI; È, ÈTTE; ÈRONO, ETTETO.
$. IV. Ced-ere, accèd-ere, concèd-ere, ecc°d-ere, intercèdere,
precd-ere, procéd-ere,succèd-ere.Crìd-ere (3),discréd-ere, miscred-
«ere, riscréd-ere, scrèd-ere. Frèm-ere (4). Gem-ere. Godère, rizod-
ere. Pend-ere, dipénd-ere, impènd-ere (3), propend-ere. Pent-ére,
(3) Veggasi la nota 2 alla conjugazione del verbo Cèdere. Si pongono
come voci antiquate del verbo credere: Cro, crejo e creggio per credo, le
quali, rare volte usate anche dagli antichi, ina oggi nè pure i poeti si
rermetterebbero d' usare; più soffvibile sarebbe , almeno nel verso , l’uso
I cre’ così accorciato e apostrofato per credi e crede. Come cRE' che
Fabbrizio Si faccia lieto udèndo la novèlla ? Petr. canz. 11. — E den si
CRE che non ne fosser gaari. Bocc. Tes. lib. 7, 19. 11 Montemagni usò cre’ an-
che per credo. LE i sospir ch’ io nol CRE’ se mai n' usciro. Monlem. Rime,
Teso per credulo, e cresi e crese per credèi e credè ,. sono voci da schi-
vari come voci erronee usate dal volgo romano. In quanto a Credèmo
per crediamo j crèdeno per credono , credro cc.; credrèi ec. per crederò
ec. e crederèi ec. veggasi la nota 26 del pres. Capitolo.
(4) Questo verho, come pure il susseguente gèmere, uscivano anli-
famente io de, e regolavano l’ andamento loro dietro la terza conjuga-
“one 2a. classe. Ode è queruli uccèlli FREMIRE con dolci canli. Bocc.
lam. 4.— Chi non possènle raffrenàr lira, rugge e FREMISCE per la
slizza, si creda avèr animo di lione. Boez, Varch. 4, 3.— Allora quel
frale gli disse: perchè ti turbi e rReMiIScI. Vit. SS. PP. 12. — La colomba
St ha nove virtùdi , ella GEMISCE e sceglie lo più bello grano. G. S. Gir. 6.
(5) Il par. pass. del verbo impèndere, trovasi talvolta essere i/mpèso.
Menaio in carro, lecàndogli le vive carni da dosso, fu YMPÈSA e fatto
Morire, Gio, Vill. 12; 51.
258 PARTE TERZA i
ripent-ére (6), Perd-ere (1), disperd-ere, spèrd-ere. Prém-ere,
sprem-ere , riprém-ere. Ricev-ere. Spànd-ere (8), espànd-ere-
pe risplend-ere. Tem-ère. Vénd-ere, rivénd-ere, soprav-
vend-ere.
Ù
VERBI REGOLARI IN ZE2Z
A’ QUALI L’ USO MODERNO NON DA CHE LE DESINENZE ( ° ).
.
ÈI, È, ÈRONO.
S. V. Assìst-ere (9), consìst-ere, desìst-ere, esìst-ere, per-
° q LN LI L‘ °
sisiere, preesist-ere, resìst-ere, sussisi-ere. Bàtit-ere, abbàtt-ere,
(6) Penière, e ripenière sono verbi antiquati, ma usatissimi presso
gli antichi, in luogo de’ quali però si sono in oggi resi più comuni Per
dire , e ripentire, che sono della 3a. conjugazione 1a. classe. Questa cosa
non saprà mai persona, e se egli pur si dovesse risapère, si è egli me-
glio faure e PENTÈRE, che starsi e PENTÈRSI. bocc. nov. 25. —Ma dopo cosa
mula pensdta , e peggio fatta, invano è il PENTERE. Gio. Vill. 7, 15. —
Nè PENTÈRE e volère insieme puossi. D. Inf. 27. — E PENTÈSSI (si pentt)
d’ averlo menàto a Firènze. Bocc. nov. 34. — Adàm lrovò in Dio mer-
cede perocchè egli sì PENTEO, e si conobbe che egli era sotto a Dio. Tes. »
Br. 1, 12.— Chi andasse a Roma confèsso e PENTUTO de’ suoi peccàti.
Gio. Vill. 12, 10. — Quasi PENTUTA dal non avere alle lusinghe di Peri
cone assenlilo. Bocc. nov. 17.
(7) Perso, in vece di perduto $ persi, perse, pèrsero, in vece di
perdèi o perdèiti, perdè o perdètte, perdèrono o perdèllero , comecht
vengano considerate come voci poetiche, pure trovansi non di rado an-
che in prosa, ove per altro si farà sempre meglio di preferire a’ queste
voci le regolari. Perdo Za vita , ed ho PERSO l'onore. Berni, Orl. lib. 1,
c. 10, st. 65. — Signor, l’ alta' beltàde, Vedi che ho PERSO in lutto.
Mens. T. 1, lib. 5, canz. 8, st. 6. — Quando egli è siato assai sotto le
armi, e che egli ha PERSO quel primo ardore col quale venne. Machiav.
Ar. della guer.— Nè mai di vista Montenèro io PERSI. Menz. lib. 10, son. 17.
— Là dove il PERSE, e di trovarlo spera. D. Purg. 8. — PERSI tanto, che
io non ispèro mai racquislarlo. Ar. Comm. supp. At. 5. sc. 5.— Tra brece
tempo PiRSONO ogni aulorilà. Segn. Stor. Disperdùto par. pass. del com-
posto disperdere , di rado incontrasi ; si farà adunque uso migliore di dis-
perso , par. pass. del verbo dispèrgere.
(8) Presso qualche antico ( Bocc. Teseid.) leggonsi spasi, spase, spà-
sero, in vece di spandèi o spandèiti ec.; siccome spaso e spanto, in luo-
go di spandùlto ; oggi queste voci sono considerate come molto antiquate,
e però da schivarsi. Spansi in luogo di spundèi ec. è usato dai poeti.
(°) Dico, / uso moderno; perchè pochi sono i verbi, tanto regolari
che irregolari, a cui gli antichi nelle tre persone suddette del passato de-
finito, non dessero colle desinenze èi, è, èromo, anche le altre tre, è/éi,
ètte, èliero, che in oggi in alcuni verbi sonosi conservate, e in altri, a
cagione del mal suono, o d’ altro, più non si tollerano.
(9) Assistere, ed i suei consimili, hanno nel par. pass. assistito, con-
sistilo, desistilo , esisiilo, insistito, persistilo, preesistito , resislilo , sus-
sistito. Dall’ aver generalmente i verbi della 3a. conjugazione, mon già
della 2a., il loro par. pass. in fo, v'è luogo da pensare, che è mentovati
parlicipj assistito ec. ab origine sieno stati le proprietà di verbi in ire,
e che, andati in disuso, e poi perduti affatto i verbi assistire, cornsìstire,
ec. il participio loro in ito siasi dato a’ verbi assistere, consistere ec.
| ETIMOLOGIA € SINTASSI 259
combatt-ere, dibàtt-ere, rabàtt-ere, ribàti-ere, sbàti-ere, strabàtt-
ere. Cap-ère (40). Cern-ere (411), scèrn-ere, concérn-ere, discèr-
n-ere. Compi-ere, ricòmpi-ere. Èmpi-ere, adémpi-ere (12), riém-
pi-ere. Esìg-ere (13). Esìm-ere (14), redim-ere, derìm-ere. Ferv-
ere (15). Fied-ere (16).Fònd-ere (17). Mésc-ere, rinésc-ere (18).
della 2a. conjugazione, onde supplire con esso al participio in fo che
lor mancava. Quel'che però debbe parere strano si è, che nessuno de’ sud-
delti participj, sanzionati e consecrati da lungo e universale uso, trovasi
nel vocabolario della Crusca; e più strano ancora sembra il non essersi
avvisati i compilatori della recente edizione di Bologna d’ inserirvi 1’ usi-
tatissimo verbo esistere, se non che, e quasi per grazia speciale, in una
appendice aggiunta a quel dizionario, lo che tanto più sorprende, in
quanto che nel corpo siesso dell’ opera si legge registrato il verbo preesi-
stere, la definizione del quale vi si dà mediante il suo semplice esìsfere,
ciot: Esistere avanti, preventivamente esistere.
(10) Non veggo ragione perchè taluni si maravigliano che nell’ uso
confondasi questo verbo con capire, adoprandosi l’ uno per }' altro. Non
è egli la Crusca stessa che li ‘confonde, dando ad amendue il significato
di Aver luogo sufficiente , ertrare? e non li leggiamo nello stesso signi-
ficato usati tutti e due l’ uno per l’ altro da’ migliori scrittori? E in fat-
li, eccetto che capire solo vale sovente comprendere coll’ intelletto, questo
verbo è sinonimo di capère, tanto in senso proprio, che in senso figura-
to ( veggasi la nota 17, sul verbo capire, Cap. VIII della pres. sez. ): cosicchè
la sola differenza tra questi due verbi si è , che l’uno è della 2a. conjugazione
e l’altro della 3za, 2da. classe. Capère è intieramente regolare, e procede come
cèdere, solo nel pres. soggiuntivo leggesi talora cappia in luogo di capa: Locc.
nov. 1.—Fr. Sacch. nov. 156.— Berni, Orl. lib. 2, canz. 2, st. 43. Ma la forma
regolare e la più usata è migliore. Caffo per Capùto è errore manifesto, im-
perocchè il primo significa preso, pigliato dal latino capius fatto cattivo,
participio passato del verbo Capère prendere, pigliare. Yeggio in dlogna
entràr lo fiordaliso, E nel vicario suo Cristo èsser catTO. D.Purg. 20.— Tan-
li ne furo allora morti, e CATTI. Dittam. 1, 25.
(11) Secondo la regola, l’uscita del par. pass. di questi quattro verbi
è in ufo, ma non si trova nè scernùlo, nè concernùto. Cèrnere, che par
sia il primitivo degli altri ire, e scèrzzere anticamente anche cernìre e
scernìre si dissero, irovandosi tuttora il par. pass. del primo cerrifo. Scer-
si e scerse in vece di scernèi e scernè, sono vocì usate da’ pocti. Que!
pietoso pensièr, ch' altri non scERSE. Petr. son. 98.—Che il triorfàr del
ciel Ja morte SCERSE. Alam. lib. 4, Eleg. 4. °
(12) Compiere ed i suoi seguaci sono intieramente regolari, ma han-
no in oltre la desinenza radicale ire dicendog ancora Compire, adempìre,
empire, ec. che allora procedono dietro la 3a. conjugazione 2a. classe.
(13) Esìgere, ha nel par. pass. esatto, che deesi ben distinguere dal-
l' addiettivo esàtio.
(14) Il par. pass. di esimere è esènio; dirimere n° è affatto privo. In
quanto a redimere, vedi Cap. VIl alla nota 45.
(15) Questo verbo è difettivo in alcuni suoi tempi, veggasi $. Il del
‘Cap. VIII della pres. sezione.
(16) Fièdere, che vale Ferìre, è diftlivo, mancandogli amendue i
particip) e diversi altri tempi. Vedi $. Il del Capitolo VIII.
(17) Fondere ha doppia uscita nel pass, def. e nel par. pass. 1° una.
regolare e l’altra irregolare cioè fusi, fuse, Shise-orfavo.
(18) Il par. pass. del verbo méscere è mesciub e misto; di entrambi
so piosi esempj occorrono negli autori. Mescio, meschi mieschid mo, mesuo
240 PARTE TERZA.
Mict-ere. Pùsc-ere, rìpàsc-ere (19). Prescind-ere (20), discìnd-
ere, rescìnd-ere. Réc-ere. Riflett-ere, circonflétt-ere (24). Ripet-
ere, compèt-ere. Sòlv-ere (22). Strìd-ere (23). Succomb-ere, in-
comb-ere. Sùgg-ere (24). Tess-ere (25), intess-ere, contess-ere,
riless-ere. i
VI. Occorre osservare, e sia detto una volta per
sempre, che in tutti i verbi, di qualsivoglia, conjugazione, €
per irregolari che possano essere nel rimante del lor proce-
dere, fuorchè ne’ verbi éssere, dare, fare, stare e dire, sowo-
vi alcuni tempi, i quali, o interi, o solamente alcune persone di
essi, regolarmente si formano, se non sempre dalla desinenza
radicale, almeno da qualcuna delle derivative : tali tempi sono:
{.° L' imperfetto o pendente dell’ indicativo. 2° L'im
perfetto o pendente del soggiuntivo, che entrambi discendono
da'la seconda persona plurale del presente indicativo, cambi
dosi le terminazioni di questa, ale, ele, ite, per l’ uno in av,
no, meschi, mèscino , mèschino sono errori del volgo , bisogna diret
scrivere: esco, mesce, mesciàmo, mèscono, mesca, mescano.
(19) Pascere e ripascere sono anomali nel par. pass. dove fanno po- {.
sciùlo è ripasciùto , riceveado un i, che non hanno nell’ infinito. Posh |
leggesi in Dante: Poi che hu pasciùto la cicogna i figli, E come quel ch'è 1°
. PASTO la rimira. D. Pav. 19.—Ecco una pelle e due cerbialli mascoli PASTI È
di timo e d’ acetòsa luggiola. Sannaz. Arcad. Egl. 9.
(20) Il verbo semplice di prescindere, rescindere ec. par che sia st |
dere , il quale presso nessun autore si legge nel passazo definito colle de-
sinenze regolari ei, è, èrono ; trovansi però scissi, scisse ec., € nel sl
par. pass. scisso in luogo di scinduto. Scisso da remi e du stridenli
rostri, Lacero si vedèa spumoso ‘e gonfio. Caro, En. lib. 8. Prescìndert
ha prescindùulo, ma poco volentieri si sentircbbe discindulo, € rescindulo,
in vece de’ quali si farà meglio adoprare il par. pass. di qualche verbo
sinonimo di quelli. |
(21) Doppio è il par. pass. del verbo riffe4/ere, secondo il doppio;
gnificato di questo , cioè di Considerare diligentemente , ponderare © Lai
di Ribaullere , ripercuotere come fanno i raggi della luce : nel primo n
gnificato ha riflettuto , nell'altro riflesso. 1 verbi Circonffellere , genufet-
tere, inflèttere, non hanno che una sola maniera di terminare il parti:
cipio sudd. cioè circonffèsso , genuflèsso , inflesso , non mai circonflellulo 1
genuflettulo , infletlùlo. l
(22) Questo verbo ha Ber par. pass. Solùlo. SoLUTO hai figlo den
a quesito lume. D. Par. 15. — SoLutosi Subilamènte nell’ dere un gropp°
di vento. Bocc. nov. 14.
(23) Questo verbo è privo di participio passato.
(24) Suggere valg lo stesso che Succhiare. 11 Varchi in uno
de’ suoi |
fe0 °
. » . que ® . hd ì 5 a |
sonelli usò sussi per suggèi, ma non ha imitatori : Ambrosia e netlar > ol
invìdio a Giove. Da rose e perle mai non viste altrove, SUSSI con DET,
e sì caldo desio. lu vece del par. pass. di questo verbo, che non ne 121
usasi quello del verbo Succhiare. tà
(25) Testo per fessùfo, e usato, ma di rado, da qualche poeta, Ù
Ger. 18, 8. Più sen:-’Eleggonsi inlèsto e conleslo per inlessulo € i È
sùto, che per altro seno a queili preferibili. Bemb. rim. 101.7 ci
rim. 101. — Tass. Ger. 9, 82.
e,
LI
o | ETIMOLOGIA E SINTASSI 241
tra (26), iva ec., 0 avo, evo, ivo, ec. e per l' altro in assi, es-
si, issi ec. fuorchè ne' verbi éssere, dare, fare, stare, e dire.
3.° La seconda persona sing. e la prima e seconda plura-
le del tempo passato definito, si formano pure regolarmente in
tutt 1 verbi (eccetto ne'cinque summentovati), derivando dalla
preaccennata seconda persona plur. del pres. indic. con cangiare
le tre desinenze ale, ete, ile, in asti, ammo, aste; esti, em-
mo, este; isti, immo, iste. .
4.0 Il presente condizionale, che scende, senz’ alcuna
eccezione, dal futuro, trasmutandosi le terminazioni ro, rai,
rà, remo, rele, ranno, in rei, resti, rebbe, o ria, remmo, reste,
rebbero, o rébbono, o rìano, o rìeno (27). |
S. VII Inducendoci, la necessità di esser brevi, a non
esporre de’ verbi anomali de’ quali ci accingiamo a ragionare,
se non che appunto quelle parti in cui dalla regola comune
s allontanano, passando sopra tutte le altre in cui essi rego-
larmente, cioè secondo i dati modelli de’ regolari, procedono;
e proibendoci lo stesso motivo di tornare ogni volta a di-
scorrere nelle sottoposte note delle maniere, o antiquate, o
poetiche, o erronee proprie a questo o a quell’ altro verbo,
non sarà, noi crediamo, cosa inutile il fare una previa gene-
rale rivista di tutte le desinenze le più ovvie che non sono
comuni, onde vegga lo studioso di quali egli o pogsa talora
e con accorgimento valersi, per essere esse, sebbene antiqua-
te, da buoni autori adoperate, o debba affatto astenersene, per
essere idiotismi, o errori del volgo.
. Ixpic. pres. Le desinenze emo, e imo, che reputate sono
primitive, ma coll’ andar del tempo degenerate in /àmo, si
leggono in copia presso gli antichi classici autori, e tuttora
da’ poeti vantaggiosamente possono adoprarsi, come credémo,
sentìmo, impedìmo, ec. in vece di crediàmo , sentiamo, im-
pediàmo ec. Nella terza pers. plur. ano per ono, è errore,
come pure ne’ verbi in zre seconda classe, ischiàmo o isciàmo
per :îmo; iscano per ìscono.
; ” e
(26) Già il dissi, e qui ripeto, che le desinenze ca, ed caro, ia, € fa-
ro 3a. pers. sing. e plur. dell’imperf. indicativo de’ verbi della 2a. e 3a.
tonjugazione in vece di eva, evaro, iva e ivano usitatissime sone in ver-
so, e non figuran male nella prosa, ove in fatti copiosi esempj de’ migliori
classici autori se ne potrebbero citare. Dicasi lo stesso della desinenza ìe-
Ro per èrano, che è per altro più del verso.
(27) Ria, riano, e rìeno, comechè desinenze poetiche, pure ne fanno
frequente uso anche i prosatori, segnatamente delle due prime; ma rie
Per rei (1a. pers. sing.), sebbene alcune volte incontrisi in prosa, non
perciò puossi tener per lecita mentre appena i poeti se la permettono,
Gram. Ital. 3a
249 | PARTE TERZA 1
Pass. imperf. Le desinenze avàmo, avàte, per evamo,
evàfe; ei per evi (2.3 pers. sing.), ev, svi, évono, ivono, per
evàte, ivàte, évano, îvano : emio (usato dal volgo romano) per
evaàmo; sono tutte fuori di regola, e perciò viziose, e da sfug-
girsi (vedi la nota 26 del pres. Cap.).
Pass. defin. Le desinenze éo, e Jo per è e ?; ero e iro
per érono e îrono, sono usitatissime presso i poeti, e non ne
mancano esempj anche in prosa; amo, éitamo, e essimo per
éemmo (41. pers. plur. 2.à conjug.); érno, e éitano per erono
e ettero; ite per }; issimo per ]mmo; isti per iste; îrno e inno per
îrono; sono desinenze erronee, ma molto usate tra "l popolo,
e tra le persone idiote. |
Futuro. Le desinenze di ‘questo tempo ne' verbi della
prima conjugazione erano anticamente arò, arài, arà, armo;
arte, arànno. Arbor sacro del sol, ch'io amài tanto, Ed amot
AMARÒ mentre ch' to viva. Varchi, son. par. 1. In appreso
vi si cangiò l’a in e facendosi erò, era ec. , è così in oggi ce
munemente si scrivono rigettandosi la prima maniera; mula
zione, per cui, come bene osserva il Mastrofini, si è forse
provveduto al miglior suono, ma si è introdotta deil' oscurità
nel linguaggio, mentre così non si discerne il futuro dell
rima conjugazione da quello della seconda. È errore omai
il raddoppiare la r delle desinenze ro, rai, ec. come dagli
antichi sovente praticavasi: fanno però eccezione a questa re-
gola i futuri sincopati de' verbi in arre, orre, urre, come pure
1 futuri de’ verbi parere, tenere, valere, volère, e quelli poeta
de' verbi cogliere, scégliere, tògliere. Le antichissime desinenze,
in oggi disusate, in eràggio, eràbbo, erde, sono, secondo la
spiegazione che ne dà iP Mastrofini, coutrazioni del verbo
principale con gli antichi verbi aggio e abdo (io ho); one
da am-àre, créd-ere ec. facevasi amar-àegio -Qbbo; quasi 00
me sì dicesse aggio o abbo ad amàre, aggio 0 abbo a credert;
modi di dire indicanti il futuro. Nel progresso di tempo degen?-
rando aggio, e abbo in ho, cangiossi pure il faturo de’ verdi
e ne vennero amer-hò, creder-hò ec. e più tardi, toJtane la È,
in vece ‘di questa vi si aggiunse un'e finale, scrivendos
amer-de, creder-de ec. che ben presto dovetter cedere il po
sto all'altra maniera in oggi unicamente usata amer-ò, et
der-ò ec.
SCGG. pres. Nei verbi in cere, gere, e gliere, si scansino co-
ine idiotismi le desinenze nel pres. INDIC e SOGG. clizamo,
chiate, chino, ghiamo, ghiate, ghino (28). In quanto a que
(28) Nella 2a. persona sing. del pres. sogg. di consimili verbi le de-
ETIMOLOGIA E SINTASSI 245
sie desinenze ne’ verbi denére, e cenìre (veggansi questi verbi),
gno, e non #10, è la desinenza della 3.2 pers. plur. di questo
tempo della 2.2 e 3.2 conjugaz., perciò sì dica e sì scriva non
già, céedino, séntino, impedìschino; ma cédano, séniano, impe-
discuno. Ne' così detti verbi in zsco, guardisi ognuno che de+
sderi parlar pretto, dalle desinenze ischiàmo o isciàmo, is-
chiale, e ìschino, che tanto spesso. dal volgo odonsi proffe-
rire.
SocG. smperf. Le desinenze essono e issono per éssera
e issero, leggonsi frequentemente presso gli antichi, e però
non potrebbe dirsi errare, chi se ne servisse; éssino, e issino
per essero e issero, sono del verso, e non istarebber bene in
prosa. Ma abbiasi a schifo quel dare ad una persona la de-
sinenza che spetta ad un’ altra, lo che tutto di odesi fare dal
volgo, cioè: esse e zZsse per essi e zss7, o queste per quelle,
CONDIZION. pres. La desinenza rébbdono per rébbero, è qua-
si comune, tanto frequente uso ne fecero 1 classici, e fassene
tut ora, e negli scritti e.nel conversar famigliare; ma erebbi
per eréi; eréebbamo, e eré-simo per eremmo ; eresti, eressi, per
ereste; erébbano per erébbero , sono errori che commettonsi
tutto di, e da' Toscani, e da' Romani nel parlare, ed anche
nello scrivere. i
CAPITOL O VII.
DE' VERBI ANOMALI DELLA SECONDA CONJUGAZIONE.
. I. Passiamo ora a’ verbi anomali, e diam principio con
quelli che nel participio passato o passivo, e nella prima e
terza pers. sing. e nella terza plur. del tempo pass. defin.
hanno una delle seguenti irregolarissime desinenze, cioè nel
participio so, sso,- fo, tto; e nel pass. defin. bi, be, bero,- di,
de, dero,- pi, pe, pero,- qui, que, quero,- si, se, sero. Se queste
desinenze si unissero alla voce dell’ infinito in cambio della
desinenza radicale ere, come suol praticarsi colle desinenze
ei, etti; è, elle; érono, ettero, nel verbo cedere, e neghi altri
verbi regolari, ognuno di leggieri e da sè capace sarebbe di
formare il participio e il pass. def,, basterebbe solo conoscere
i verbi soggetti a tali anomalie in ‘un colla desinenza che es-
si prendono.
S. JI. Ma in costruendo irregolarmente quelle due par-
ti del verbo, la caratteristica principale dell’ anomalia loro
sinenze chi, e ghi, sono buone e pregiate al pari di ca, e go; quantun-
que il Compagnoni metta le prime tra le antiquate..
}
244 PARTE TERZA tn
non istà solo nella qualità delle summentovate desinenze ir-
regolari, ma nel doversi, adoprandole insieme colla radicale
ere, troncar pure una o più lettere, sien vocali o consonanti,
che a quella precedono, e che poi di necessità rientrano nel
verbo per la costruzione degli altri tempi, formati mediante
le desinenze regolari, le quali alla troncata radice ere si
sostituiscono. .
S. III La difficoltà adunque consiste nel sapere quale, o
quali lettere componenti il verbo, oltre la desinenza ere deb-
bansi troncare; ed erami forza meditar molto, prima che fos-
si meco d' accordo sul come più intelligibilmente esporre e
dimostrare un’ anomalia in tal guisa intralciata, e che, quan-
tunque a due soli tempi s' estenda, pure spinosissima offresi
allo studioso. Finalmente, siccome un certo numero, maggio-
re o minore di verbi, vanno soggetti alla stessa anomalia,
vale a dire prendono nel participio e nel tempo pass. defin.
le stesse desinenze colla soppressione delle medesime lettere,
mi è paruto poter giugnere allo sperato scopo, con registrare
di ogni numero di verbi uno solo che serva di norma agli
altri, aventi la stessa anomalìa, onde ognuno possa più spe-
ditamente rinvenir quello, il cui irregolare andamento desi-
deri conoscere. Ho creduto in oltre acconcio i} disporli con
ordine alfabetico, non già seguendo le lettere iniziali de’ verbi,
ma bensì, le consonanti che precedono alla desinenza radica-
le ere prendendo per basi le seguenti terminazioni, cere, dere,
ere, lere, mere, pere, rere, tere, vere. Del rimanente tutte le
ettere da sopprimersi verranno nella voce dell'infinito impres-
se con cCaraltere corsivo, e separate, insieme colla termina-
zione ere, dal rimanente del verbo mediante il solito segno (—),
come, a cagion d’ esempio, in Ascè—ndere.
Avverto che del tempo pass: defin. de’ verbi compresi
nella susseguente lista non si trovano che la prima e terza
ers. sing. e la terza plur.; imperocchè la 2.8 pers. sing., e
a 1a e 22 plur. si formano regolarmente (4), e nel modo
da noi fatto conoscere nel $. VII dell’ antecedente Cap., co-
sicchè ognuno, seguendo la regola datane, potrà da sè trovar-
ne la conformazione.
(1) Leggendo la dotta e bene elaborata opera, Teorica dei verbi ita-
liani, del Cav. Compagnoni, nessuno potrà non maravigliarsi delle poco
concludenti conseguenze che trae l’ autore dalla regolarità delle tre per-
.sone suddette, onde comprovare che in alcuni verbi errore non sarebbe
il dare alla 1a. e 3a. pers. sing. e alla 3a. plur. le desinenze regolari ei,
etti, è, etle; èrono, ètlero, in vece delle irregolari consecrate dall’ uso co-
mune. Del verbo Distìnguere, a cagione d’ esempio, per nominare uno tra
(nr ra
ETIMOLOGIA E SINTASSI 245
LISTA DE’ VERBI CHE SONO ANOMALI
NEL PARTICIPIO PASSATO E NEL PASSATO
| DEFINITO (2).
ZII EMESSO OZZERO RO
INFINITO. PAR, PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF.
l —si (3) —òcqui (5)
Vin—cere —to —se N-—uocere ——ociùto? —òcque
— sero — òcquero
—ossì (4)
C-uòcere —dtto ( 055°
—ÒsSsero,
“—òssono
molti il prelodato autore dice: E ciò che anche più evidentemente prova
che codeste terminazioni (le regolari) non posson dirsi nè incerle, nè
erronee , stè che si sono conserocale: DISTINGUÈSTI, DISTINGUÈMMO, DI-
STINGUESTE, che vengono da DISTINGUÈI. Noi possiamo ben convenire
col Cav. Compagnoni, che non andrebbe per avventura gran fatto
errato chi nel verbo distinguere ed in alcuni altri verbi, de’ quali
egli ragiona sullo stesso tenore, adoperasse le desinenze regolari, ma
non c’ induce a ciò credere la strana, per non dire assurda ragione alle-
gata dall’ autore, la quale se valesse, inferirebbe che non in distinguere
ed in altri, ma in tutti i verbi della 2a. conjugazione, uno nè pure ec-
cettuato, si potesse in vece delle stabilite terminazioni irregolari, le régo-
lari adoperare; imperocchè non avvi alcun verbo, fuorchè èssere , in cui
non siensi le desinenze esfi, emmo, este, conservate, ed esclusivamente in
uso rimaste. Non è già questa la prima volta che il Cav. Compagnoni
nella citata sua opera, per corroborare qualche opinione, adduca delle
ragioni che nulla provano. Vedi la nostra nota 5 nella conjugazione del
verbo Lodare, a. pag. 194.
(2) Le desinenze segnate con asterisco sono antiquate, ma non tanto
da non potersi talora con precauzione adoprare.
(3) Vanno come vincere i suoi composti Aovìncere, convincere, rivin-
eere, sopravvincere.
(4) 1 verbi ricuocere, e concuocere hanno la stessa anomalia. Osser-.
visi che il dittongo vo dell’ infinito mantiensi solo in tutte le persone sing.
e nella terza plur. de’ presenti indic., sogg. e imperat., onde dicesi: Cwo-
co, cuociî, cuoce, cuòocono; cuoca, cuochi, cuocano. Abbiansi poi a schifo
come idiotismi viziosi cuocio, cochiàmo, cuocia, cuochiàmo, cuochiale, cuò-
ciano, o cochino.
(5) Quel che si è osservato del dittongo uo nel verbo cuocere inten-
desi pure di quello nel verbo nuocere, ed è questa la regola comune, seb-
bene sovente sia trasgredita da’ poeti, e talora anche da’ prosatori: Co-
m’ uom ch’ a NOCER, luogo e tempo aspetta. Petr. son. 2. — E s’ egli è
cer, che nulla a virtù NOCE. Tass. Ger. 10, 37. — Non ischivàndo nè pru-
ni, mè cosa, Che lor potèsse NOCERE. Sannaz. Arcad. 23. — Talora ancora
èsser pùbblico nocE. Gastig. Cortig. 16. Il Mastrofini pone mnoccio, moc-
tiàmo, nòcciono, e nel pres. sogg. noccia, nocciàmo, nocciano nella colon-
na delle voci comuni, accanto a nuoco, nociàmo, nuocono; nuoca, nocià-
mo, nuocano. ll Compagnoni le pone in quella delle antiquate, segnate
246 PARTE TERZA ; .
Tòr—-cere «to =. (6) e } _scitto{hie (8)
BRENTA re —scere zia
ai _di 0)
—cquero | — dero
erò con asterisco, che vale quasi lo stesso che comuni; vedi Cap. IV,
. VII della pres. sez. Agli amici così dovèmo far prode che a noi ron
NocciaMO. Albert. Cap. 2. — Memo NoccIONO i mali, quando sono pred
fi. Amm. ant. 139.— Si odgliono guardare le barbe verdi e novelle, perchè
nocciono /oro. Pallad. Febb. 28. — Disse, per conforiàrmi, non ti Noci
La paùra. D. Inf. 7.— Che più a le non Nocciano, che a coloro non gt
vano. Albert. 1, Cap. 15. Sono però erronee le voci mudchino e noccni
per nuòcano o nocciano. Le terminazioni regolari ei, elli; è, elle; erom,
ètiero, sebbene in oggi non s’ userebbero così di leggieri, si leggono pero
frequentemente in alcuni classici autori. Machiav. disc. c. 17. — Und.
8. Gio. Gris. — Segn. Vit. cap. 20. ec. | |
(6) Hanno lo stesso andamento i verbi azforcere, conforcere, distor:
cere, estorcere, rilorcere, rallòrcere, slorcere. i
(7) Procedono nell’ istessa guisa rinascere, soprannascere. Leggonsi
nascèrono e nascènno per nacquero. Rislorò ne' leoni, che tre maschi ni
masciRono. Matt. Vill. g, 25.—Quovi NASCENNO e funno nutricàti. Dian
lib. 3, cap. 20.—Nasciùlo per nato.—Non meno ancòr, poichè NASCIUTO
ae il
coni geni
il giorno, Brama vedère il ciel di stelle adòrno. Ar. Fur. 32, 13.— St.
pe che le era stato rapìlo il figliuòlo ultimamente NAScIUTO. Zibald. Andr.
(8) Dietro conoscere e crèscere vanno pure i composti loro, precon&
scere, riconòscere, sconoscere; accrèscere, decrèscere, dicrèscere, incrèscert,
ricrèscere, riaccrèscere, rincrèscere, scrèscere. Le desinenze regolari ci,
li, è, elle, èrono, èllero ne’ verbi conoscere, crèscere ec. si trovano usate
presso gli antichi. Tra Ze altre, che io prima conoscèi. Bocc. Am. Vis. !
— Come Santo Francèsco conoscì li difetti de' frati suoî. Fior. S. Fr. ©
31. — Tullî conoscERONO che questu era operazione di Dio. Vit. S. Giro. gl.
— La maestà nascosa conoscETTE. Tescid. lib. 2, 36.— ACCRESCEI gra?
bellèzza al suo bel viso. Vit. Ben. Cell. 35.—CRESCÈTTE il popolo d' Isroîle
in Egitto, e molliplicò molto. Caval. At. Ap. 42. ec. Creove per crebbe losò
Fra Guitt. lett. 18. E nell'ufficio CREVvE la fama vosira. Pel rimaneate
vedi $. VII del preced. Capitolo. i
". (9) TI vocabolario della Crusca registra un verbo Caggere (cadere) di I
cui son rimase, dic’ egli, e si usano solamente alcune lerminazioni
cerli tempi, adoperale in particolare , e con vaghezzu da’ poeli, comuni
pure agli scrittori di prosa , eziandio del secolo migliore. Fin qui la Crusca
V?’ è però chi niega l’esistenza del verbo caggere (in fatti il preaccennato ,
vocabalario non cita alcun esempio di questo verbo nell’ infinito) teueu-
dolo per immaginario , inventato perchè non sapevasi quale origine dare
alle voci cagsènie, caggèndo , caggio , caggi, cagse , caggiamo, caggiùle,
caggiano , che tante volte dagli antichi e prosatori, e poeti sostituivans!
a cadènte, cadèndo, cado, cadi, cade, cadono; cada, cadiamo, &
diale, cadano. Que che dicono non esservi mai stato .un verbo cdggere»
ETIMOLOGIA E SINTASSI 247
———Eouw\hRò|ò=eTTTTTTTTITIà ' Tr_ È... E: LOEONE
INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF.
—sìi i —si (10)
Invà — dere s —se Chie—dere —sto | —se
Li-dere Ì — sero — sero
si come non v'è mai stato un verbo dèggere, quantunque si dica deggia,
deggiàmo, dèggiono ec., asseriscono le suddette voci caggio, caggi ec. non esser
che antiche anomalie del verbo cadère, introdotte dagli antichi poeti, e ado-
prate in seguito da’prosatori, portati al sommo gli uni e gli altri adardolcezza
alle parole. Or mi sollèvo, or cAGGIO. Petr. son. 191.— Ecco che noi CAGGIA-
Mo in Zroppi falli e disdicècoli errori. Salv. Oraz.— Le quali maledizioni
non CAGGIONO in terra. Cavalc. Med. Cuor. 60.— Che le tue parole non
gli piacerànno, se non di quello che CAGGIA nell’'ànimo suo. Fior. Virt. 16.
— Forse, siccome ’1 Nil d'alto caccièrnpo Col gran suono i vicin d' intorno as-
sorda. Petr. son. 40.— Di sua nolilità convièn che caccia. D. Par. 7.
. Perdo gli occhi offalicàli per veggliore e caccinti nell’ opera. Alberian. 55.
Il tempo futuro ed il condizionale del verbo cadère si forma come nel
: verbo cèdere, cioè caderò, caderdi, ec. caderèi, caderèsti cc.; non bisogna
però considerare come licenza poctica le voci cadrò, cudrai ec., cadréi,
‘ cadrèsli ec, quantunque queste voci, così sincopate, trovinsi anche usate
în prosa, e nell'uso frequenti. Ed io per questa volta non cADRÒ dalla
< ragiòine mia. Bembo, Lett. 2.— Perciocchè egli maî non CADRA' d' ànimo,
: Mai non s' arrenderà. Sen. ben. Varch. 5, 2. E, se non ch? al desìo
| cresce la speme, 1’ CADRÈI moro, ove più viver bramo. Petr. son. 64.—
ie
: Se noi non farèmo penitènza capRimO nelle mani di Dio. Scgner. Pred. 33.
‘ te. Accadère, decadère, discadère, ricadère, scadère yrocedono come il
loro primitivo cadère, eccetto che di essi non si trovano le desinenze
anomale in aggio, aggia cc. ; se non che accagciano ne’ Saggi de nal. esp.,
“ € Discaggiono nel .Zes. Br. 7. Leggonsi pure in alcuni autori il verbo ca-
. dre ed alcuni de’ suoi composti colle desinenze regolari ei, elli, è, etle,
èrono, èttero. Varch. son. — Caro En. lib. 5. — B. Jacop. od. 28. — Tass.
er. c. 8, st. 25, e c. 12, st. 10.—Ar. Fur. c. 32, st. 70.—Gio. Vill. 107.
—Segner. Pred. 29, e Pred. 3o.
(10) In tutti gli altri tempi questo verbo procede regolarmente, e co-
pure i suoi composti richiedere , dischièdere, inchièdere. Avvi però di
lutti questi verbi un’ anomalia antiquata non indifferente, usata più in
Verso, egli è vero, ma pur anche in prosa da accreditatissimi scrittori
; antichi e moderni. Consiste questa segnatamente nella mutazione del 4
ia gg (introdotta probabilmente per più dolcezza di suono) nel par.
° Pres., nel gerundio, e nella più parte delle persone de’ pres. ind., sogg.
t imperat.: onde frequentemente in vece di chiedo , chiediàmo, chièdono,
chieda, chiediamo, chiediale, chièdano troviamo chieggo e chieggio, chicg-
stamo, chièggiono 0 chieggono, chieggia 0 chicgga , chieggiomo, chieggiùte,
chieggiano o chièggano. Voci che in oggi pure, anzichè esser affatto riget-
late, sono da’ poeti per la loro dolcezza predilette. Non abbiasi lo stesso
foncelto di chieggènie , e chieggèrndo, le quali per intieramente antiquate
ebbonsi riguardare. Nel quale io vivo arcòra, e più non cueGGo. D. Inf. 15.
9 io dormo 0 vedo,o seggio, Altro giammai non CHIEGG10. Petr. canz. 8.
—I bisogni che stanno sempre a bocca apèria e sempre cHIÈGGIONO aleù-
Ra cosa. Boez. Varch. 3.—0 meneròlii prigionièr con questa Ultrice ma-
no; ove prigion tu" CHIEGGIA. Tass, Ger. 19, st. 71.—Nè può grazia negàr
ti
248 PARTE TERZA
nr——__________——_————_—_121=<_=—m_m<A<\»=A=+=--———__trm=WwW
INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF.
Divi—dere È —si (11) —ùsi (13)
Assì—dere —se Conf—ondereT—ùso — ùse
Ri—dere PS -sero,-sono — ùsero
Ucci—dere
—si (12)] Ascò-ndere ‘ (—si (14)
Accè—ndere —s0 —se Nascò-ndere —sto —se
—sero Rispò-ndere — sero
che tu gli cHiEGGA. Alem. Colt. 1, 10.—Quanto le parrà che RicHIÈsG la
gloria, esaltazione e servigio di S. M. cristianìssima. Cas. lett. 64. Trovasi
chèdere e richèdere in vece di chièdere e richièédere, e così senza i per
tutta la conjugazione, ed eziandio colla mutazione del d in gg: Onde non
già CHEDERE dea ’! valènie uomo. Guitt. lett. a7.—S° io trovassi pielon:a
In carnàta figura, Mercè le caEGGERIA. Rim. Ant. Re Enz.—M' ha fell
RICHÈDERE per una comparigione del parentòorio. Bocc. nov, 72. — Adun
que gli nostri peccàli RIcHEGGIONO che ec. Gio. Vill. 11, 3. — Tromband,
e drappellàndo, e RICHEGGENDOLO di batioglia. 1d. 9g, 305. E antichisi- |
mamente, ciot nell’ infanzia della lingua, si fece dal latino querere wu
verbo chèrere, del quale però non furono usate che la voce dell’ infinito
e quattro del presente indicativo, cioè le tre sing. e la 3a. plur. Merd
li CHERO dolce mio signore. Bocc. nov. 97-— Che quel si CHIERE, € di que Ù
sl ringràzia. D. Par. 3.—Il vulgo, a me nemico ed odiòso (Chi *] pensì ‘i
mai?) per mio refùgio cuERO. Petr. son. 198.—Se zi falla cui iu amòo,
CHIERI cui fu anti. Amm. Ant.—Chi sa come difènde e come fere Souor
so ai suoi perìgli aliro non cHeRE. Tass. Ger. c. 2, st. 85. Leggesi pur qual
che volta, ma di rado, il verbo chièdere colle desinenze regolari ci, elli e
Tra sospiri, Tra marlìri, Sì cureDÈI qualche conforto. Chiabr. lib. 2, 72--
Agamènnone più volle per suoi messi RICHEDETTE lo re Priamo. Guid. Giul
(11) Procedono nella stessa guisa arridere , ancìderey circoncidert,
conquidere, decidere, derìdere, elidere, incìdere, intercidere, intridere, pre è
cidere, recìdere, ridioidere, suddividere, sollodicidere.
(12) Come accèndere si conjugano tutti i verbi cadenti in end6
e sono: appèndere, apprèndere, anliprèndere, ascèndere, altre,
comprèndere, condiscèndere, contèndere, disapprèndere, difèndere, disttn-
dere, discèndere, dispèndere, disinièndere, estèndere, incèndere, impre
re, intraprèndere, intèndere, offendere, pretèndere, prosièndere, protende-
re, raccèndere, riaccèndere, riprèndere, rispèndere, sorprèndere, sospendere,
stèndere, scèndere, scoscèndere , spèndere, sopraspèndere, solliniendert
sopranièndere, tèndere, vilipèndere ec.— Vèndere, rivendere, sopraovendere,
.pèndere, dipendere, impèndere, procedono come cèdere. De’ verbi fender»
prèndere, rèndere, arrèndere, e tèndere, si parlerà altrove avendo e
due uscite nel pass. def. l’ una regolare e l’altra irregolare. Notisi ché
fl Petrarca usò accènse, per accèse, e accènso per acceso, forse per favori
la rima: Ma fui ben fiamma ch' un bel guardo ACCÈNSE. canz. 4
lerrompèndo quegli spirti ACCÈNSI A me ritorni e di me sesso P
cante. 18.
(13) Hanno le stesse desinenze irregolari diffondere, infondere, profon
dere, rifòondere, sconfondere, irasfondere ; il loro primitivo fondere ®
‘ doppia desinenza l' una regolare, l’altra irregolare. Vedi pag. 64
(14) Come questi procedono corrispondere, contrarrispondere.
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ETIMOLOGIA .E SINTASSI 249
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rr _—_——__@——_1__T_mmtremrruueEe”ccooav:
INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF;
Ro—dere = —si,-ssi(18)
o —s0 —se Fi—gere si —se, —sse
Corrò—dere as: Fi ggere - } s0 ietoia
ssero
Ar—dere Î 3119) |
3°. —s0' —se —ssi (19)
SOAGE fr Afli—ggera sso [_
| — ssero
Chiù—dere —si (16)
Illù—dere- ? —so —se —ssì (20)
Intrà—dere —sero, Strù—ggere —tto. <—sse
“—sono —ssero
. Er—)gere v
a —ssì (17) "2: | — essi
pi see i. —tto - {--sse. Pb dna —ttto —esse
68 — ssero Pio dil ere | — tssero
visi che in vece di ascoslo e nascosto dicesi anche ascoso e nascòso. 1
.; suoi panni sotto un cespùglio NASCOSI, selle volte con la immégine el
. Sagnò. Bocc. nov. 77.-Lo duca ed io per quel cammino ascoso Entràm-
« mo ec. D. Inf. 34.—Cui non potèa mia ocra èssere Ascosa. ld. Par. a.
Ma sarebbe errore il dire risposo e rispuòso ; si seansino pure rispuòsi, ri-
$puòse , rispuòsero , e rispuòsono per rispòsi, rispose, risposero.
(15) Riàrdere e rimordere vogliono le stesse desinenze. |
, (16) Procedono nella stessa guisa corchiùdere, dischiùdere, escludere,
indudere, racchiùdere, rinchiudere, schiùdere, socchiùdere, alludere, elude-
re, deludere, illudere, esitrùdere, inirùdere. Anche ne’ verbi chiudere, con.
chiudere, rirnchiùdere ec. trovasi presso gli antichi, sì come in cadère e
chiedere, la mutazione del @ in gg in alcune persone de’ presenti inditàt.
€ soggiunt. E eran mercè ch’ io non mangio più nulla, E non cHaIvao
nè occhio nè orècchio. Berni, rim.-—- Onde GONCHIUGGONO ec. arroganfe
tre esser colui ec. Salv. Avvert. 1, a.—-0 qual ni s' apre terra, Che
«co mi. ricèva e mi RINCHIUGGA. Caro, En. lib. 11. In oggi però tgptesta
anomalia pochi trova che vogliano praticarla. .
(17) agi l'andamento di /èggere i seguenti: elèggere, preelèggere,
— eleggere, rilèggere, corrèggere, règgere, ricorrèggere, erèggere, scorrèggere,
, Prolèggere. I seguenti vanno come friggere, rifriggere, soffriggere, affiggere,
confiegere, sconfiggere, infliggere. È
(18) Questi due verbi hanno il medesimo significato: il primo, per-
chè con un. solo g si scrivono il suo infinito e gli altri suoi tempi rego-
li, non prende che un’ s nel par. pass. e nel pass. def. facendo fi-s6,
-8t, fi-se ec.; V’altro, avente due gg, riceve due ss; onde dicesi fisso, fis-
% ec. Osservisi in oltre che fi-gere hon ha che una sola maniera nel par.
| Ba58. ove figgeere ne ha due, e così pure i due verbi infiggere e trafiggere -
che hanno inffisso e infitto ; trafisso e trafilio.
(19) Come affiggere si formano crocifiggere e prefiggere.
(ao) I vexrbi struggere e distruggere hanno le medesime desinenze.
i
€50 PARTE TERZA
—— —P_.__——_—_—————————————_————————tt—t_____——_—_—2t1————l12%#_——————ttt_—_—É_zì@ì@
INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. PAR. PASS. ‘PASS. DEL.
Vol—gere = nu (21) Spàr—gere )_ A dii (20)
Indùl—gere = Ter—gere } :
— sera — scro
Piàn—gere —si (22) Pòr—gere —si (27)
Cin—gere —t0 —se Scor—gere ) — to: mee
Giun—gere —sero (23) Sòr—gere sero, =
sono
—$l (24) Svil—=] --si (28)
Distin—guere —to —è—se 23 }eto se
È Sta Divel=-lere. —$0r0
i —sì (25) i — ùlsi
kr—gere tito | —se Esp—èllere —ùlso J-ulse . ;
î — sero (— ilsero
(21) Procedono come cd/gere i seguenti suoi composti: avvolgere, (0 |
. vÒlgere, inoòlgere, rioòlgere, sconcoòlgere, stravolgere, svolgere, travolgere
‘Veggasi $. VII del Cap. antecedente.
(22) I seguaci di questi verbi sono: compiangere, ripiàrgere, Foprott |
piàngere, fràngere, infrangere, rifràngere, pìngere, dipingere, ridipigit
‘ripingere, retropingere, spingere, risplugere, sospìngere, cingere, araunge i
re , discìngere, incìngere, scingere, fingere, infu.gere , tingere, attinge |
intingere, rilingere, siingere, aggiungere, congiungere, disgiungere, ingr
re, raggiungere, rigiùngere, ricongiungere , soggiungere, mungere, smur
gere, uùngere, riùngere, pungere, ripùngere, compungere. Vedi la nola di
«di questo Cap.
(23) Stringére, astrìngere, costringere, dislrìngere, ristringere ego.
no il verbo cingere, nel pass. def. dicendosi sfrimsi, strinse, sirinseroi
“astrìnsi, astrinse, astrinsero;ristrinsi, ristrinse, rietrinsero, ec. ma se 00 8”
Aentanano nel par. pass. ove fanno strelio, astrèilo, costrèito, dilrilla
ristrèllo. i Li i 5
*ù#/) Come questo verbo vanno parimente estinguere, ridisfingttà
6tinguere. | MARS
(25) Questo verbo vale lo stesso che erigere, al quale si. conforma .
mel participio passato, ma se ne allontana nel passato definito. i
(26) Si conjughino nella medesima guisa i verbi cospargere, sot -
Spàrgere, asièrgere, spèrgere, aspèrgere, cospèrgere, dispèrgere, rispere”
mèrgere, immergere, emérgere, dimergere, sommèrgere. I i
(27) Procedono come questi: riporgere, sporgere, accorgersi, risorgati v
însorgere, sùrgere, risùrgere, consùrgere, insùrgere.
(28) Soèllere e divèllere, oltre |’ andamento loro irregolare nel pi”: |
pass. e nel pass. def., vanno soggetti a varietà molto importanti. la PI
‘mo luogo essi hanno tre desinenze, differenti nell’ istesso loro infinito cio:
Soè-llere, divè-Mere, soè-gliere, dioè-gliere, sver-re, divè-rre: indi nel corsì |,
della conjugazione seguono la prima delle tre desinenze, dovendosi 080% |.
mo ben ghardare dal dire sveglio, divèglio ec. 0 soerro, divèrro ec. che gr |.
selani ‘errori sarebbero. Avvertasi però che la 1a. pers. sing. € la da È
plur. del pres. indicat., come pure tulle e tre le persone singolari € la da i
tale: -
‘ETIMOLOGIA E ‘SINTASSI 51
RD TO
INFINITO. . PAR. PASS. PASS. ‘DEF. INFINITO.. PAR. PASS. .PASS. DEF.
é Pià —gner i
I | —essi (29) AI —nsì (31)
Oppr—imere —tss0 — esse. Ci —gnere =nto. - <—nse ©
o Li —tssero Giù— griere —nsero
i —nsi (30) o —uppi (32) .
A:sù=-mere. —nto —nse R—ompere —òtta ©: d—uppe,
e ‘— {-nsero ‘ — ùppero
rlur. del pres. sogg'unt., e finalmente le due terze persone sing. e plur.
dell'‘imperat.: banao doppia uscita, l'una regolare, cioè svello €. divello, .
svellono e divèliono ; svella e. divella, soèllano e divèllano ; l' altra irrego=
lare cambiandosi la seconda 7 in g. come: svelgo e divèlga, svèlgono e di-
eeigono svelga e divelga, soèlgano, e divèlgano.
(29) Così pure comprimere, deprimere, esprimere, imprimere, reprà
mere, sopprimere, supprimere, sprìmere. lì primitivo di tutti questi verbi
‘ premere cangiatane la prima e in i, il quale siccome sprèmere e riprè»
mere forma il suo par. pass. e pass. def. colle desinenze regolari. ulo,. ci,
elli, è, elle, èrono, èilero.
(50) Riassùumere, desumere, e presumere, hanno le stesse anomalie;
in quanto a consùumere, che è verbo difettivo, Vedî Cap. VIIl della pres.
sezione.
. (31) I tre. verbi pidgnere,cìgnere, e giùugnere gli stessi sono che piangere,
(ingere e giizragere, già esposti di sopra, ma che ho creduto dover riprodur-
, Fe con ortografia diversa, onde far vedere, a chi ne dubitasse, che il par.
; Fas. ed il pass. def. non varian ‘punto, ad onta della variazione ortogra=
fica praticata nelle altre voci, la quale consiste nell’ inversione delle lette
; Ir eg posponendosi, per maggior dolcezza, la prima alla seconda; e.in
quanio a ciò avvertasi che una tale inversione non può aver luogo se
| Ron quando ta susseguente vocale viene ad essere e od i, e che anche: in tal
| fascessa non è punto obbligatoria, potendo ognuno praticaria 0 no, secone
o il dettame dell’‘orecchio suo. Dicasi e scrivasi adunque, per modo di
tempio: pidgnere o piùngere, pingnènle o piangènie, piagne o piange,
j . . ‘ Ceo . è Ù * . } 9 sh! CA
Piugneva 0 piangèva , piugni o piangi ec. Facciasi lo stesso co’ verbi ci-
;; B2ere © cingere, giugnere 0 giùngere, e con tluiti î verbi di simile uscita,
che noi abbiamo avuta l'avvertenza di registrare nella nota 22. Osservi-
#t che la suaccendata iriversione di ‘lettere par poco gradita mel verbo
Îràngere, quantunque gli antichi poeti l’ abbian talora praticata. forse. in
favor della rima: Grazie e pacì di sì magne, Nulla pena maîle FRAGNE,
non sente cure 0 lagne. Fra Jac. da Tod. 5, 35. E l’Ariosto, anche
(stendo la susseguente vocale un’ a: Nè alle guance, nè al pello si per-
na, Che l uno e l° altro nan percuòta e rRAGNA. Fur. c. 24, st. 86.
‘opposto ‘la trasposizione suddetta è preferita ne’ verbi spègnere e ri-
‘pegriere (de quali nè pur gl’ infiniti spèngere e rispèngere più trovansi )
impre però ove la susseguente vocale sia e od i, dovendosi anche in questi
verbi premettere la 7 al g nelle voci terminanti in 0, ‘oro, a, ano, co-
e spengo, spèngono, spenga, spèngana: La 1a. pers. plur. del pres. sogg.
Può scriversi spesniamo o spegnomo, la qual persona .ne’ verbi piùngere
| Opiùgnere, cingere o cignere, giungere O giugnere, e consimili debhesi seri-
vere piangiàmo, cingiàmo, giungiamo ec. n. , va
‘» (82). Questo verbo ha per composti corrompere, dirompere., inlerròm-
Bere, proràmpere, che tutti seguono l’ andamento del loro semplice.
SR | PARTE TERZA.
| ————@@—t—t——6———————6———_tt_______________——mm——m—m_m— ——T——T——————_—T———_—
INFINITO. PAR. PASS. PASS. DEF. INFINITO. -‘PAR. PASS. -PASS. ‘“DEY.
si (33) —ist (35)
Correre —so —se M_—ètiere - —tsso Èd—ise,"—tsse
—$@r0 \ —isero
Controver— mu Rin,
tere }_so a Scrivere —tto ]755° |
— sero —ssero, "—
ssono
ai — dsse sa ha — 881 (97
bc uatere +—-òsso — òssero, Vicuse = o DT SSe
— òssono — 550 —ssero, “—
ssono
(33) Questo verbo ha per seguaci tutti i numerosi suoi composti : ae-
eorrere, concorrere, decorrere, discòrrere, incorrere, occòrrere, percorrere,
precarrere, ricorrere, ridiscòrrere, riscòrrere, scorrere , soccorrere, stracòr-
rere, trascorrere. |
(34) In questo verbo, siccome già facemmo osservare ne’ verbi cuoò-
cere e nuòcere, il dittongo wo conservasi solamente nelle tre persone sing.
e nella 3a. plur. de’presenti indicat., soggiunt. e imperat., dicendosi scwo-
to, scuoti, scuote, scublono; scuota, scuòlano; scuoti, scuola, scubolano; e
così pure ne’ suoì seguaci riscuolere, percuòlere, ripercuòlere, i quali sof-
frono le stesse anomalie nel par. pass. e nel pass. def. che scuozere; in
tuttì gli altrì tempi 1’ u del dittongo wo sì elide come scoliàmo, scofèle,
scotèva ec. scolero ec. scoliàmo, scotiàte, scolèòssi ec. scolerèi ec. scolènie,
scotèndo. Facciasi lo stesso ne’ verbi percuotere, ripercuòlere, riscuotere.
Scusse, e percùsse in luogo di scosse e percosse leggonsi in alcuni poeti,
probabilmente per la necessità della rîma: Ar. Fur. 22, 71.—id. 23, 71.—
Petr. Tr. della F. cap. 1.—Cirif. Calv. Epiîst. 12. ec. Percuziènie in vece
dî percotènte usasi per lo più in argomenti di fisica: Il suono adunche
viene in certo modo dalla cosa PERCUZIENTE. Segn. anim. 2, gr.—/n cò.
ci dimostra Iddio, che chi è segnàio del segno della croce non è tocco
dall’ angelo PERCUZIENTE. Cavalc. specch. cr. 147. Leggesi anche percus-
sènte: Fra, Giord. pred.
‘ (35) I seguenti verbi, tuttì composti dì mèzfere, hanno le stesse anomalie
che questo: ammèttere, comméllere, compromètiere, dimèllere, dismellere,
frammètiere, îinframmètiere, intrameltere, intrombltere, permèitere , pro-
mètiere, rimètlere, ripromètiere, scommèltere, spromèltere. Misc per messo
fa usato da alcunî poeti per agevolare la rima. D. Inf. 26.—Boce. Teseid..
lib. 8.; usollo il Bocc. anche in prosa: Guai allissimi MISI da una don-
na. nov. 48. Mettiti, mettè, mettèrono, sebbene qualche esempio qua e là
se ne trovì presso gli antichi’, sono omai riputate voci viziose. Messi per
misi; misono, missono, e mèssero, per misero sono antiquati assai, e ap-.
pena oggidiì lecità al poeta.
. (36) Procedono come serivere i seguentì suoi composti: ascricere, cir-
coscrivere, coscrìvere , conlrascricere, descrìvere, înfrascrivere, inscricere,
prescrioere, proscrivere, riscrivere, soscrioere, soprascrivere, solloscrìoere,
frascericere. | | | |
(37) Conoìvere, rivivere, soroivere, sopravvivere sono composti -di vì-
ETIMOLOGIA È SINTASSI 253
INFINITO. PAR. PASS. ‘PASS. : DEF. INFINITO. PAR. PASS, PASS. DEF.
a —ssi ‘ — ossi (39)
o —sso = ‘d—sse rio —0ss0 Y—òsse
ENSSLE —ssero TRON a —òssero,
» ‘— ossono
Volvere to TN 089)
—sero
.LISTA DI VERBI CHE NEL PAR. PASS. E NEL PASS. DEF.
HANNO DOPPIA DESINENZA ,
L'UNA REGOLARE L’ ALTRA IRREGOLARE (40).
rceo_o _qaeeeti{a_adq0, &@«<«< 9 ooo co cei
Connè—ffere P. P. —ttùto,—sso P. D. —ttti, —ttè, —tttrono;—ssi, —ss€
—sser® (41).
Fe—-ndere » » —ndùto,—sso» » —ndti, —ndè, —ndtrono; —ssi,—
sse, —ssero.
Persu-adtre » »..... —àso» » —adti, —adè, —adérono;—àsi,-àse,
—àsero.
F—6ndere » »—onduta,—ùso» » —ondti, —ondèî, —ondtrono;—ùsi,
| — use, —ùsero (42).
Piòv—ere » » —Ulo.....» » —ti, —è, —èrono; —vi, —ve,—
vero (43).
vere, e procedono com’ esso. Zioùfo è preferibile a Wissùto. Visso è poe-
tico: Sarò qual fui: vierò, com’ io son visso. Petr. son. 113. Le voci del
futuro e del condizionale possono scriversi o intere o isincopate cioè:
«vero, O vivrò ec; viverei, O vivrei ec.
(33) Zolvere vale lo stesso che Yolgere: i suoi composti sono deool-
vere, involvere, rivolvere, svolvere, iruvolvere.
(39) Come muovere, si conjugano anche commubòvere, dismubvere,
promuocere, rimuovere, smuovere, e dehbesi a tuiti questi verbi applica-
re le stesse osservazioni da noi ‘fatte sopra i verbi cuocere, nuocere; e
scuotere riguardo al dittongo uo. Gli antichi poeti usavan talora mo/o e
rimòlo per mosso e rimosso: D. Par. a. — id. ibid. 24. — Franc. Barb. 73,
ec. È pure lécito al. poeta, ove ciò meglio gli convenga, di sincopare le
voci del futuro e del condizionale de’ verbi suddetti, scrivendo movrò per
mogerò ec., movrèi per moverti ec. ve ai
(40) Non credo necessario di avvertire che ne’ verbi della presente
lista, le lettere impresse con carattere corsivo si troncano solo ove si
faccia uso delle desinenze irregolari.
(41) Seguono lo stesso andamento annettere e sconnèitere, i quali
però nel par. pass. hanno solo annèsso, sconnèsso, non già annetiùto,
sconnellùlo. l
(42) Confondere , diffondere, infondere, rifondere, sconfondere, tra-
sfondere non hanno che le uscite irregolari, dicendosi solo confusi, con-
du confùsero ec.
‘.(43) Questo verbo è uno di quelli che in grammatica chiamansi im-
254 << PARTE TERZA
Prì-ndere: » ».....-s0 » » —ndti,—ndè,—ndtrono;—si, —se;
—sero (44).
Ridere - » ».....-s0 » » —déei, —dé, —derono;—si, —se, —
i Ì sero. 3
Red--imere » »....—énto » » —imti, —imè, —imtrono;—ènsi, —
t ense,—énsero (45).
Rè—-ndere » » —nduùto,—so » » —ndti, —ndi, —ndèrono; —ndetti,
—nditte,—ndiilero ;—si, —se,
-. >= — — sero (46). -—----.
jenali, perchè solamente în terza persona sing. sî usano (di tali ver-
bi parlecsno altrove ). ll verbo pidvere però , in senso metaforico, trovasi
mon solo in 3a. pers. plur. ma anche in 1a. pers. sing. PIOVONMI amàre
lagrime dal viso Con un vento angoscioso di sospiri. Petr. son. 15. — Astrò-
toghi eccèl.t d' cgui parte Piovono a dive delle stelle il corso. Fr. Sacch.
ren. 46. — Quando sua venùla, s’ inièse, el intimi, i soldafi ec. PIOVEVA-
xo al porto di Brindi.iec. ‘Tac. Dav. ann. 3, 33. — E PIOVVERO in #nfer-
26 En fuoco sempilèerno. Brun. Lat. Tesor. — Zo Piovvi di Toscana. D.
Inf. 24. — Rispose: quand' io PIOVVI în questo groppo. id. ibid. 30. Pig-
vellî, piovelle, piovèttero sono voci dell'uso, ma prive di autorevoli esempi.
Piobbi, piobbe, piobbero sano del verso. Pidvvono per piovvero leggesi so-
vente tanto în verso, che in prosa. Quanti ne PIOVVONO riai dal ciel nel
centro. Morg. 2, 3t. — Piovvono grandissima quantità di vèrmini. Gia,
VilL 12, 83. Rijidcere procede nella stessa maniera che piòvere.
(44) L' uscita irregolare del pass. def. nel verbo prèndere, almeno
‘ sell uso odierno, prevale di gran lunga alla regolare, e pare che questa:
meppure presso gli antichi sia stata in gran pregio, eccetto la 3a. pers.
piur. che più delle altre due desinenze regolari si legge. Vit. SS. PP. 2,
- 212.— Gio; Vill. 10, 152. — Borgh. rip. lib. 3. ec. Leggonsi pure, ma di
rado, le desinenze edli, elle, èllero. Sesù ti ricevetti, Del tuo sapòr PREN-
| DETTI, Tanti n’ ebbi dilèlti. B. Jacop. poes. spir. lib. 6. — De’ qua’ ire
melo più franchi vRENDETTE. Ant. Pucci, centilo]. c. 77. Quel che è cer-
- to sì è, che il pass. def. de’ verbi composti di nre dere, cio apprèndere,
anfivrèndere, comprè dere, disapprèndere, îÎmprèndere, intraprèndere, ri-.
preudere, soprapprèrdere, sorprè dere, debbesi contentare colle sole dssi-
nenze irregolari. JÎ frequeatissimo uso che fecero i più accreditati scrit-
tori antichi di prèsono in luogo dî pràsero, fa presumere che non pecche-
rebbe chi in oggi |’ adonerasse. PRESONO #2n/0 ardire che fèciono éèrdin
e leggi che dura saribbe suto (stato): di rimuòverle. Din. Comp. 1, 5.—
E dundiri PRESONO luogo in altri seroigi. M. Vill. 9, 72. — I Sannìli mon-
idrono in sul poggin e PRESONO i passi per modo ec. Cronich. d’ Amar. 55.
. Ei Fenezzini e li Fiorentini pRESONO. di parlamentare con li signori di
Lombardia. Stor. Pist. 22.
(45) Questo verbo, che rare volle usasi, viene dal latino emzere (come
pràre ), e vale riscallare. Per noi saloàrme morte riceoèsle, Ci REDIMESTI,.
Gest, vita mia. Fra Jacop. — Come sarà che ei offenda (l'amico) se il
| posponghiatmo a chi ci ha creati, a chi ci ha REDENTI? Segn. Pred. a. fin.
E per similitudine vale Ziberare. Presa Dio, che te mandi qualcuno che
fa RiDIMA di questa crudeltà. Machiav. prin. cap. 16. Ia quanto a’ verbi
essmere e dirimere, vedi Cap. VI, $. V, alla nota 14. .
(46) Procede nello stesso modo Arrèndere. Rendrò ec. in vece di
rendero ec. leggesi alcune volte in poesia. Bemb. son. 123.— Varchi, son.
par. 1.— Bocce. Teseid. lib. 5.
»d
ETIMOLOGIA È SINTASSI 258
ssa cs n . - i i FR, :
- ni di 2» i . : LI î .
Rilà— cere ®» Od... » —Cti, Cè, —Cèrono;—ssì, —se,—
ep ssero (47). NA
Risolvere » » —ùlo, —to » » —vei, —vè, —verono; — villi, —
vilte, —veltero; —si, —se, —.
sero (48).
Di.
PROSPETTO DI VERBI DELLA SECONDA CONIUGAZIONE
... QUASI INTIERAMENTE IRREGOLARI (49).
eee cet etto ne OI E E E ERA RESI IA
CA
{INDIC.PRES.|PASS. DEF. FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT.
INFINITIVO
Addurre, o addùrladdùco —laddussi addurrò |adduùca aa
(50)
addùci dducèsti |addurrài faddica, adduci
—adduchi | a
Tadduùce addusse addurrà |adduca adduca.
‘ (47) Questo verbo ha per seguaci prelùcere, fralùcere, i quali com° £s-
s0 sono privi di participio passalo.
(43) dssolvere e dissolvere vanno come rivolvere , ma in essi la 3a.
uscita del pass. def., cioè in si, se, sero, è più del verso che della prosa;
e avvertasi che in vece di dissolcere usasi meglio disciogliere che è seguace
di sciogliere. Nella prosa si adattan meglio riro/u/o e assoluto che risolte
€ ussollo; ma non mai dicasi dissollo, ma bensi disciolto, 0 dissolutaz;:
quest’ ultimo però è più addieltivo che participio. Zr@e la reverènda: au-
dorità delte leggi ec. quasi cadula e DISSOLUTA 4ulla per li ministri. Booc,
Introd. i \ a
(49) Nel presente prospetto non trovasi nè l imperfetto dell'.indica-
tivo, né quello del soggiuntivo, i quali ognuno facilmente da st potrassi
formare dietro la regola datane al $. VI del prece. Cap., e nella solle-
posta nola. wa
(50) L’ andamento di addurre è pur quello di condurre, dedurre, in-
dire, intredùrre , perdùrre , predùrre ) ridurre, ricondùrre, riprodurre,
sdùrre, sedurre, soddurre, tadiure. Tutti questi verbi non sono che sin-
copi de' verbi antichi e troppo latini adducere, conducere, indùcere,.£c..,
la cui anomalia nel par. pass. e nel pass. def. si è mantenuta ne' verbi
siacopati, ì quali per tutto il rimanenie della conjugazione loro, toliene
il futuro: e ’1 condizionale, che soli partecipano della. stessa sincope .-del-
l' infinito , procedono come se |’ uscita radicale fosse cere, con la qual de-
sinenza i summentovati verbi più volte si leggono negli ‘autori del buon
secolo, tanto nell’ infinito, quanto nel futuro e nel condizionale. Dato e
non concedùlo che questa ragione si polèsse ADDUCERE. Borgh. rip. 20. —
‘Diede loro a CONDUCERE la prima schiera. Guid. Giud. — Dell? dillo scen-
de virtù che m' ajuta, CONDUCERLO a vederti e a udirii. D. Purg. 1.1
-Fuggire ogni ragione, la quale , cd altrimènti fare il potesse COY-
DUCERE. Bocc. nov. 13. — Per SEDUCERE i sèmplici a fidarsi in loro. Fav.
Esop. 74.— Il melagràno PRODUCERA' moltitudine di pormi. Pallad. Marz. 18.
— Ld egli vi CONDUCERA' sn parie, doce voi albergherèle assai convenevel-
mènle. Bocc. nov. g9-— Se ciò non fosse, il ciel che tu cammìne, PRODUCERÈR-
256 PARTE TERZA
PARTICIPI INDIC.PRES.[PASS. DEF.| FUTURO [SOGG.PRES.| IMPERAT.
Pres. Adducente [adduciàmo| addùcem- [addurrèmo|adduciàmo|adduciàmo
si i |
Pass. Addòtto ladducete |adductste [addurrtte [adduciàte [adducète
GER. Adductndo |laddùcono |addùssero laddurràn- [addùcano |addùcano
no
INFINITIVO
Bèvere, bere (5:)[bevo, beo [bevvîi, be-[beverò, be-[beva, bea { . ....
vei,bevtttil rò
PARTICIPJ bevi, bei {bevesti,be-|beverài,be-[beva, bea, [bevi, bei
èsti rài bevi, bei
Pres. Bevènte, |beve, bee [bevve,beve!{beverà, be-|beva , bea |beva, bea
beènte bevette rà
Pass. Bevito beviamo, [|bevèmmo, |bevertmo ,|beviàamo , {beviamo ,
beiàmo betmmo | berèmo | beiàamo | beiàmo
een. Bevèndo , [bevtte,bet-|beveste, ibevertte, [beviate,be-|bevtte,bei
betndo te beèste bertte iàte te
bevono, |bevvero,be-]beveranno,|btvano , |bèevano ,
btono verono, berànno | btano. btano
° | bevette- z
ro,bevet-
tono ,
bevvono
un sì gli suoi effètli, ec. D. Purg. 8. Quantunque i participj passati addotto,
condotto , dedotto , indòilo ec. sieno in oggi i più comuni e pregiati, non
perciò meritano esser rigeltali come viziosi adduilo, condùtlo, indùtto,
sedùilo ec. usati frequentemente dagli antichi in prosa e in verso. A//uo-
mo errànie ec. è ADDUTTO il testimonio di coloro, che son fuori della
legge. Mor. S. Greg.— Dove re Carlo rolto e mal conputto Colle relìiguie
sue s' era RIDUTTO. Ar. Fur. 2, 24.—Quello sciaguràto doorà per rovinàr-
melo affatto, avèrlo or CONDUTTO in qualche baratterìa. Cecch. Dissim.2, 3.
— Contro colùi che l' uomo ha SEDUTTO a darsi fede. Buti, comm. Inf. 32.
Sono erronee le desinenze èi, è, èrono, e sfuggansi parimente come idioti-
smi viziosi adduchiàmo, adduchiàte, addùchino } conduchiàmo, conduchià-
te, candùchino ec. Vedi Cap. VI. $. VII.
(51) Bere è sincope di dèoere, il quale così intiero di rado usasi nel
conversar famigliare. Quasi tutte le persone di questo verbo hanno dop-
pia desinenza, l'una proveniente dal verbo sincopato bere, l’altra dal
-verbo intero dèvere, amendue legittime e comuni, quantunque nell’ uso
una preferiscasi forse all’ altra, che in ricompensa è prediletta a’ poeti.
‘Sono pure voci poetiche debbi, debbe, bèbbero , per deovi, beove, bèovero.
Bibo e Livo per deco e beo; beùto per bevùto, sono voci disusate; bejo,
Beje, bejàmo, bejeie, bèjono, per devo 0 beo, beve 0 bee, beciàmo a beià-
mo ec. sono voci plebee. Quanto alle voci poetiche e antiquate dell’ im-
perfetto indic. e del condizionale V. Cap. VI, $. VI, alle note 26 e 27.
* v—_ Nn 3
ETIMOLOGIA E SINTASSI 257,
r—_m—m__TÉ__________T_——____e +É_Ét._P__ ________yÈ
INFINITIVO INDIC.PRES.{PASS. DEF.I FUTURO ÎSOGG. PRES. IMPERAT.
Cogliere, e corre|colgo , co-|colsi coglierò , |colga, co-[.....
(52) glio corrò glia
PARTICIPI cogli cogliesti [coglierài , [colga , col-|coglì
corrài ghi, coglia
Pres. Cogliente {coglie colse coglierà , |colga, co-|colga , co-
corrà glia glia
Pass. Colto cogliamo |coglitmmolcoglieremo,|cogliamo cogliamo
; corremo,
GER. Coglitndo |coglitte Icoglieste {cogliertie, |cogliate |coglitte
corre Le
colgono , |còlsero coglieràn- |còlgano , |còlgano ,
cògliono| " colsono | no, cor-| còglianof cògliano
INFINITIVO rànpo
Dire, e antic. Di-{dico dissi dirò dica PERE:
cere (53) i;
(52) Nella stessa maniera procedono accogliere o accorre, incogliere 0
incorre , raccogliere o raccorre, ricogliere o ricorre. Non credo aver biso-
gno di spiegare che corre è sinrope di cogliere, la qual sincopatura non si
estende che alla voce dell’ infinito, a quelle del futuro, e consequentemen-
te anche del condizionale, ma che in Firenze è preferita alle voci intiere.
Per cogli leggesi talora coi, e nell’ imperat. co’, che perde l’ apostrofo quan-
do vi si unisce l’ affisso. E co’la rosa, e lascia star la spina. Prov.
fiorent.— Za coTELA iu (còglitela). Fr. Sacch. nov. 86.— Dimandal
tu che più gli i’ avvicìni E dolcemènte sì che parli accoLo (accòglilo). D.
Purg. 14. Coglièi, e cogliè, che dai Fiorentini talora odonsì profferire, so-
no errori; sono pure idiotismi fiorentini da scansarsi, colghiàmo, colghiate
e colghino. Coggo, cogghiàmo, cogghiète, coggono, per colgo o coglio, coglià-
mo, coglièle, cogliono, o colgono; cogghièva per cogliéoa ; cogghiùmmo ec.
per cogliimmo, coglièste, còlsero; cogga, cogghi, cogghino, per colga, colghi,
colgano, o cogliano, sono tutte voci contadinesche.
(53) Errano quei grammatici che pongono il verbo dire, tra quelli
della 3a. conjugazione, perchè esce in ire: esso altro nonè che una sin-
cope dell’ antico e latino verbo dicere, il quale, ora affatto disusato in
rosa, vedesi tuttora, sebben di rado, figurare nel verso, ma che presta tutte
e sue voci al verbo dire, che è divenuto perciò uno de’ più anomali del-
la 2a. conjugazione, e il cui procedere è pur quello di benedìre, conlrad-
dire, disdire, indire o indicere, maledire 0 maladìire, misdìre, predire,
ridire, sdire, soprabbenedìre, sopraddìre. Parleremo più particolarmente
nel seguente cap. de’ verbi benedire e maledìre, i quali toltene alcune
he voci hanno doppio andamento, l’ uno della 2a. conjugazione, l’altro
lla 3a., 2a. classe. 1 due tempi passati imperfetti, 1’ uno dell’ indicat.,
l’ altro del soggiunt. non si forman già dalla 2a. pers. plur. pres. indic.
(veggasi cap. preced. $. VI) ma bensì dalla aa. pers. sing. del medesimo
tempo, cambiandosi l'; finale di diciin eva 0 e00, eci, con ec. e in essi; essi,
esse ec.; onde dicèca 0 dicèvo ec. e dhkèssi ec. Dito per detto è voce del
contado, e l’ usaron pure alcuni poeti antichi per la rima: Tula ciò,
ch’ è DITTO Polràl frocàre scritto. Franc. Barb. Dicèmo per diciàmo è
Gram. Ital. 34
Sg Ì PARTE TERZA
INDIC.PRES.| PASS. DEF. FUTURO
PARTICIPJI dici, di’ Idicésti dirài
dice disse dirà
Pres. Dicente diciamo |dicemmo |dirémo
Puss. Delto dite dictste dirtte
GER. Dicèndo dicono dissero dirànno
INFINITIVO
Dolère (54) dolgo, do-{dolsi dorrò
glio
duoli dolesti dorrài
duole, dole|dolse dorrà
PARTICIPJ
Pres. Dolènte dogliàamo |dolemmo |dorrèmo
Pass. Dolùto dolète dolèste dorrtte
GER. Doltndo dolgono, |dolsero, |dorrànno"
dògliono| “dòlsono
idiotismo romano, sebbene Dante pure l’ usò nel suo Convito: E gque-
sto unire è quello che noi picÈMO amore. D. conv. 40. Dicète per dile,
usollo B. Jacop. ode 17. DICÈTELMI che Dio vi dia baldànza ; e D. Par. g.
Su sono specchi, voî DICÈTE froni.—Dicestù per dicèsti tu, è modo di dire
boccaccesco: Come disse il geloso, non DICESTU così ? Bocc. nov. 65. Di-
cerò ec., e dicerèi ec., per dirò e dirèi ec. sono anticaglie, che usansi an-
cora da’ Napolitani. Finalmente abbiansi per idiotismi tutte le voci di que-
sto verbo, scritte o profferite colla & ( eccetto la 2a. pers. sing. del pres.
soggiunt.), come dichiàmo, dichiàte, dichino ec. Dichi per dici, leggesi
nel Boccaccio: Pampinèa per Dio guarda ciò che tu DICHI. Bocc. Introd.
Gli affissi mi, ci, lo, la, le, contraendosi coll’ imperat. monosillabo d?’,
raddoppiano le consonanti loro, scrivendosi dimmi, dicci, dillo, dilla, dille,
dillomi o dimmelo, dimmela o dìllami, dìiccelo 0 dilloci.
(54) Condoleère, ridolère, e indolère, procedono come dolère. Trovansi
di questo verbo molte voci adoperate dagli antichi, la più parte delle qua-
li in oggi nè pure a’ poeti sarebber permesse, tali sono dogliente, doglien-
do per dolènle, dolèndo; doggo per dolgo; dogli e duoi, per duoli; dog-
ghiàmo e dolghiàmo per dogliàmo; doggono e dolono per déòlgono; da-
lèi e dolfi per dolsi; dolè e dolfe per dolse; dogga, dogghiàmo e dolghiò-
mo, dogghiàle e dolghiàte , dogghino, ‘ dolghino e dolano , in vece di do-
glia 0 dolga, dogliàmo, dogliàle, dolgano.— Dole per duole, è poetico. Peir.
son. 23. Dolve per dolse, leggesi in Dante: Nel primo punto che dite mi
DOLVE. Inf. 2. 11 Poliziano adoperò dolto per dolùto: E quanto Apollo,
s' è già meco DOLTO, Ch’ io tengo il lor poèta in tanto scherno. lib. 7, st. 2.
‘Osservisi che il verbo dolère per lo più trovasi cogli affissi mi, li, sì,
ci, vi, come: dolèrsi, mi dolgo o dolgomi, ti duoli 0 duolti, si duole o
duolsi, ec. n
n
"a
ETIMOLOGIA E SINTASSI 259
BIZZARRO
INFINITIVO INDIC.PRES.{PASS, DEF.| FUTURO I[SOGG.PRES.| iMPERAT.
Dovere, e antic.{devo, deb-{dovti, do-|dovrò, do- |[debba, de-
Devere (55) bo,deggio| vetti verò va, deggia
devi, dei,[dovesti dovrài; do-|debbi, deh-
de’ verài ba, deggia
PARTICIPI deve, deb-idovè, do-|dovrà, do-{debba, de-
be vette verà va, deggia À
Pres. Dovente |dobbiàmo,{dovèemmo {dovremo ,|dobbiàmo, Gi
deggiamo, doverèemo| deggiàmo E
Pass. Dovùto debbiàmo ”
| dovete doveste dovrete ,. |dobbiate,
GER. Dovendo dovertte| deggiate
devono , |dovèrono ,|dovrànno , {debbano ,
debbono,| dovette- | doveràn-| dèvano ,
INFINITIVO dèéggiono] ro, "do-| no diggiano
vèttono
Partre (56) pajo parvi parrò paja e
(55) Dall’ antico verbo decère, prende il moderno dovere la più par-
te delle sue desinenze, noa comprese quelle voci che con due gg si scri-
vono. Le molte voci di questo verbo in oggi non più usate, ma che spes-
se volte negli antichi classici s' incontrano, sono le seguenti: dobbièndo
per dovèéndo 5 deo per debbo, o devo; dovèmo, devèmo, deviàmo, dovidmo,
per dobbiàmo (pres., indic.); dèbbeno, dèono, denno e dèggono per dèbbo-
no, 0 décono; devèva, devevaàmo per dovè va, dovevàmo; devieno, per.
wvèrano; devèi, devè per dovèi, dovè; debbia, dea, per debba o deva; deg-
6 per debbi (2a. pers. sing. sogg.); debbiàmo per dobbiamo (pers. sogg.
pin.) debbiàte per dobbiàle, dèano per dèbbano; devèsse per dovèsse ec.
Otisi però che quantunque tutte queste voci sieno antichissime, non per-
CIO possono dirsi erronee, anzi avvene parecchie, le quali per la loro
fevità talvolta preferite sono dal poeta, come sarebbero: deo, dèono, de-
temo, denno, devìeno, dèano ec. In quanto a debbi, il Buommaitei ed il
Inonio, e dietro a questi il Corticelli e qualche altro grammaltico, segna-
H0 questa voce per 2a. pers. sing. non solo del pres. sogg. insieme con
deva e debba, ma eziandio del pres. indic. accanto a devi e dei. Il Pisto-
esi ed il Mastrofini pretendono che debbi, al solo pres. sogg. convenga
* che P abbiano i prelodati grammatici senz’ alcun fondamento anche al
Pres. indic. assegnato; asserisce però il Mastrofini che debbi, un tempo
‘peltava anche al pres. indic. Finalmente il Compagnoni pone debbi per
Pres. indic. nella colonna degli erronei, e pel pres. sogg. în quella degli
auliquati insieme con deva e deggia. Noi ci appigliamo all’ opinione del
Istolesi, corroborata dall’ autorità di quasi tutti i classici, ommettendo
bi nel pres. indic. anteponendolo però nel sogg. al #u debba, che lo
stesso autore ben dice non essere che voce dell'uso. Si scansino i seguenti
idiotismi : Deio per devo ; dècano per dèvono ; dobbiavaàmo , dobbiavale
Per dovevamo, dovevàte; dovèllamo per docèmnto; dovrèbbi per dovrei ec. V.
Cap. VI 8. VII.
._ (56) Da questo verbo hanno origine Apparère (ora mutato in appa-
"ire ) e disparère, come pure i verbi della 3a. conjugazione, comparire,
disparàre , rapparìre , riapparire, sparire, irapparire, trasparere ( vedi
260 PARTE TERZA
INDIC.PRES. PASS. DEF. FUTURO' [SOGG. PRES.| IMPERAT.
PARTICIPI pari paresti parrài paja pari
pare, par {parve parrà paja paja
Pres. .....- |pariamo, |parèmmo {parrèmo |pariàmo, pariàmo ;
pajaàmo pajàmo pajàmo
Pass. Parùto , {partte pareste parrète |pariàte,pa-|partte
parso jate
GER. Parèéndo pàjono, pà-[pàrvero |parrànno |pàjano pà)ano
INFINITIVO LODO Ò
Piacère (57) piaccio piacqui piacerò piaccia PALLE
piaci piacèsti piaceràî |piaccia piaci
PARTICIPI piace piacque piacerà piaccia piaccia
Pres. Piacèénte |piacciàmo |[piacèmmo |piacerèmo |piacciàmo |piacciàmo
| Pass. Piaciùto |piactte piacèste |piacerete |piacciàte |piacéte
SE piàcciono |piàcquero ,|piaceràn- f{piàcciano |piàcciano
GER. Piacindo “piacquo-] no
no
cap. seguente). Vuolsi che il verbo parère non abbia particip. pres. per
l’ equivoco che nascer potrebbe col nome parènie. Dante, ed il Varchi usa-
rono alcune volte paroènie. Non per color, ma per lume PARVERTE. D.
Par. 10.— Lo ciel che sol diluiprima s’' accènde, Subitamènie si rifà PAR-
VENTE. id. ibid. 20. — Sarà la luce, la quale ogni colore di lor sentènza
Sarà PARVENTE. id. convit. a. — Volèan costòor che nell umane menti, Qua-
si în puliti spegli, Le spezie de' sensibili PARVENTI S° imprimèssero ec. Boez.
Varch. rim. 4. La sincope alla quale vanno soggette le voci del futuro e
del condizionale, fu introdotta, onde togliere ogni ambiguità tra esse e
quelle de’ medesimi tempi del verbo parare, e però convien riguardar co-
me ‘antiquate, ove ancora s’ incontrino, le voci parero ec., parerèi ec. Nel
par. pass. parso, e nel pass. def. parsi, parse, pàrsero, quantunque sieno
voci poetiche, non di ràdo si leggono eziandio in prosa, e segnatamente
parso .per parùto, che usarono, dal Boccaccio in fuori, i migliori prosa-
tori. Machiav. arte della guerra. — Casa, lett. — Stor. eur. lib. 3, 56. —
Salviat. oraz. 6. — Galil. lett. — Vit. Ben. cellin. ec.; oltracciò nel parlar
famigliare odesi in Toscana più parso che parùto : ad onta di tutte ciò
il Pistolesi ed altri, pongon questa voce tra gli errori plebei. Sono disu-
sati pai in vece di pari, e paji in vece di pàja; pòàjino, e pàrino per
pajano. Abbiansi poi per errori paro e parto: per pajo; pafano, parno.
per pàjono; parèmio, parèvi, parècono per parevàmo , parecvà le, parèoa-
no ; parèi, parèlti per parvi; parè, parèlte per parve; pàrsamo, parès-
simo per parèémmo; paràve per parrèbbe ; parrèbbamo, parrèssimo per
parrèmmo ; parerèbbano per parrèbbero.
(57) In pari modo procedono compiacère , dispiacère , spiacère , ripia-
cère. Piucciùto, piacèi, piacètti, piacè, piacètie, piacèrono, piacèttero, sono
maniere antiche ed ora disusate. Piàcguamo , piacètiamo, piàcqueno per
piacèmmo, piacquero; sono idiotismi da non imitarsi,
tonni
"
ETIMOLOGIA E SINTASSI 261
INFINI TIVO. INDIC.PRES.|PASS. DEF.| FUTURO ISOGG. PRES.| IMPERAT.
Porre (58),ponere|pongo posi porrò ponga TREE
PARTICIP] |poni ponésti |porrài ponga poni
pone pose | [porrà ponga ponga
Pres. Ponîénte [poniamo |pontmmo |porreémo |poniàamo |poniàmo
Pass. Posto pontte ponèste |porrète |poniàle |pontte
GER. Ponendo pòngono |posero porrànno |pòngano |pòngano
INFINITIVO
Potere (59) posso potti, “po-|potrò possa
tetti i
PARTICIPJI puoi, puo’|potesti potrài possa,possi d .
può, puote|pole , “po-|potrà possa sà
Pres. Potènte , tette È
possente possiamo |pottmmo |potrèémo |possiàmo
Pass. Potùto potete poteste potrete possiàte
possono , |polérono ,|potrànno |pòssano
GER. Pottndo ponno | poteltero,
potèro
(58) Sono soggetti alle stesse anomalie i seguenti: Anfeporre, appoòr-
re, comporre, contrapporre, deporre, disporre, esporre, frapporre, imporre,
inlerpòrre, oppòrre, pospòrre, prepòrre,. proporre, presupporre, ricomporre,
nporre, riproporre, scomporre, sopporre, soprapporre ) solloporre, sporre,
supporre, trappòrre, traspòorre.— Porre, sincope dell’antico e latino verbo
ponere, procede nella maggior parte della sua conjugazione colle desinen-
ze di quest’ wllimo, e non ha altre voci soggette alla stessa sincope se non
quelle del futuro e del condizionale, essendo ponerò ec., ponerèi ec., ma-
niere in oggi bandite. Altre voci non poche del presente verbo leggonsi
presso gli antichi, che in oggi sono, o affatto rigettate, o a’ poeti solo si
permettono, tali sono: Pogneènte, pognendo per ponènie, ponendo ; posilo
Per posto ; pono, ponono per pongo, pongono; ponèmo per poniùmo, 0
Pognaàmo ; ponieno per ponèvano; pogni per ponghi o ponga (2a. pers.
sing. del pres. sogg.); pona, e pogna per porga (1a. e 3a. pers. sing.
del pres, sogg.).- Meno anliquate pajono puose per pose; puosero, e può-
sono per posero, posono. Bocc. Introd. — id. nov. 4. — Nov. ant. 61. —
Gio. Vill. 6, 37. — id. 10, 153. — S. Agost. C_D. 8, 3.— Vit. SS. PP. 4, 398.
ec. Pollo e impollo, in vece di ponilo, e imponilo, o ponlo e imponlo, leg-
gfonsi nel Boccaccio. Leva quello spillèetto che m’ hai sopra le orècchie
Poslo, e POLLO più là un poco. Bocc. laber. — E percio quello, che a te
pare che per me s’ abbia a fare, IMPOLLOMI e vederàli cc. id. nov. 5.
Simil maniera per altro sarebbe oggidì poco gradita. Ma sono errori ma-
nifesti porùfo per posto ; ponghiàmo, ponghiàte, pòonghino, per poniàmo,
Poniàle, pòngano ; o pogniàmo, pogniale per pognàmo, pognàie; pongi,
Ponè per posi, pose; posàmo per ponèmmo ; posano e pòseno per posero.
Vedi cap. VI S. VII.
(59) Molte sono le anomalie antiche di questo irregolarissimo verbo:
Possufo per potùlo, è voce usitalissima tra ’|] popolo toscano, ma non se
Nè trovano esempj abbastanza presso i classici per dichiararla valida. Mor:
è POSSUTO a questo ancor venìre. Fr. Barb. 193, 11.— Acèndo già lungo
202 PARTE TERZA
I
INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF.| FUTURO |SOGG. PRÉS.| IMPERAT.
Rimantre (60) |rimàngo |rimàsi rimarrò {rimanga |......
D) . . . i} e . sé. . . . ‘ DI
rimantsti |r rài |rimànga, olrimani
PARTICIPI rimani imantst imar I ga,
rimanghi
Pres. Rimanéntelrimàne rimàse rimarrà rimànga |rimànga
Pass. Rimasto, |rimaniàmo|rimantm- |rimarrtmo|rimaniàmo]rimaniamo
rimàso mo
GER. Rimanendo |rimantte |rimanèste |rimarrtte |rimaniàte |rimantte
rimangono {rimasero |rimarràn- |rimàngano]|rimangano
INFINITIVO : no
Sapere (61) . Iso seppi saprò . [sappia ie
tempo desideràlo il regno d' Itùlia, e non POSSUTO mai conseguìrlo. Stor.
eur. 4, 83. Possèndo per potèndo; Gio. Vill. g, 182.—e Bocc. nov. gt.
Puole, pole, poliàmo 0 possèmo, possèle, puonno per puoi, può, possiù-
mio, polète, possono; possèa, polavàmo 0 possevàmo, potavate, polieno,
per potèva, polevàmo , polevàte, poltèvano; possètti, possetie, possetlono
o polètiono per polèi, potè, potèrono; polerò, poterài ec. per potro, pe
trai ec.jpolerèi, polerèsti ec. per potrèi, potrèsti ec.; potiàmo per possiamo
ec. Potestù per polèsti tu si trova frequentemente nel Boccaccio. Potéro,
© potèr per poterono è puro poetico. Non POTÉR quei fuggirsi tanto chiu-
si. D. Inf. 5; ma leggesi anche in qualche prosa antica: El on
dàro là ove PoTERO. Tesor. Br. 8. Pofènno per poltèrono è voce
del contado toscano, e Dante |’ usò pure: St che vedèr si POTEN fulli quan
ti. Inf. 4. Potrìa e porìa, potrìano, potrìeno, e porìano per potrebbe è
potrèbbero, sono del verso e della prosa, e gli esempj ne sono molti; ma
porìa per potrèî non si usa se non che in verso. To mon PORIA le sacre
benedètte Vergini, ch? ivi fur, chiùder in rima. Petr. Tr. della cast. — H
io come giammdi PORIA soffrire. Bocc. Tes. lib. 8, g. Sono pur molte le
voci erronee, o idiotismi di questo verbo, dall’ usare î quali ognuno deb-
besi ben guardare, e sono: possère per polère ; puoli, puole per puoi, pù;
potèmio per polevàmo ; potèvi e polavete per polevàle ; potèvono per pe
tèvano j polièdi, poliéde per potèi, potè; potètiamo per potèmmo ; polb-
dero, potèrno, polièro, pottèro per potèrono; porò, porèi ec. per potro,
potrèi ec. ; polrèbbi, porèsti, potrèbbamo, porèste, potrèbbano per port
polresli ec.; possi, poliàmo, poliàle, pòssino per possa, possiàmo, posso”
le, possano. . nr
(60) L’ antico verbo manère, del quale pochissime voci superstiti
sono, è il primitivo de’ verbi rimanère e premanère, il quale procede
nella stessa maniera. Rimagnènie per rimanènie, è voce antiquata, 00"
me pure rimdgno, rimàgna , rimagnàmo per rimàngo , rimànga, mme
niàmo, rimanerò, per rimarrò ; rimàgna per rimànga (2a.- pers. sing. s0gg.);
rimanèi, rimanè y rimanèrono per rimàsi, rimàse, rimàsero ec. I seguenti
sono idiotismi: rimànse, e rimanètie per rimàse; rimàsamo per rime
nèmmo ; rimàsano, rimanèltero per rimasero ; rimanghiàmo, rimanghia-
te, rimanghino per rimaniàmo, rimaniàte, rimàngano. deren:
(6:) Il verbo sapère, che presso gli antichi talora anche savére 5!
disse, è uno de’ verbi più irregolari che abbia la linfgua italiana, ©
singolarissimo per le molte e strane sue anomalie antiche; esso è priv?
di par. pres. e non può supplirvi nt sapièrie, Cresc. 4, 18, è saccente,
ETIMOLOGIA E SINTASSI 2635
Tr——_——111111——— .—__r_____.o
INDIC.PRES.{PASS. DEF.f FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT.
PARTICIPI sal, sa’ Isaptsti saprài sappia , |sappi
sappi
Pres. ..... sa seppe . Isaprà sappia sappia
Pass. Sapùto sappiàmo Î|saptmmo jsaprèémo |sappiàmo |sappiàmo
GER. Sapendo sapete sapeste saprete sappiate |saptte
INFINITIVO = |S2DDO seppero |saprànno |sàppiano _ |sappiano
Sctgliere o scer-
re, e sciogliere o
eciorre , proce-
dono come coglie-
re (62).
Sedtre (63) siedo, seg-|sedti, se-|sederò frieda seg-| < ....
go detti ga
Tesor Br. 4, essendo amendue queste voci meri addiettivi. Sacciufo per
sapùlo, come par. pass., è un idiotismo. Sappièndo per sapèndo ; saccio
€ sapo per so; sapèmo, savèmo, sacciàmo per sappiàmo; sàcciono per
sanno; sapavàmo, sapavàle, sapìieno v savieno per sapevamo, sapevàle,
sapèvano j sèppono per sèppero; saperà ec. per saprò ec.; saperèi ec. per
saprèi ec.; sàcciu, sacciàmo , sacciàle, sàcciano per sappia, sappiàmo,
sappiàle , sàppiano, sono tutte voci che si leggono qua e là presso qual-
cuno de’ classici più o meno antico. SAPPIÈNDO che il re Guglièlmo suo
avolo dala avèa la sicurià ec. Bocc. nov. 37.—Mandbò il cavaliero all’al-
bèrgo della corona SAPPIÈNDO se era suo famìglio. Fr. Sacch. nov. 221.—
‘Temo morire e già non sAcciO l' ora. Bocc. nov. 9g7.—Non SACCIO vero
consìglio alcuno che il vostro. Guitt. lett. 19.—Questo è mio giuoco, € ad
altro giuocàre non sapo. Id. lett. 34. — Falla più grande di sè slessa
uscio, E che si lesse rimembràr non sape. D. Par. 23. — Foi iremavàate
come verga e non SAPAVATE dove voi vi foste. Bocc. nov. 97.—Nè cosa
alira gradita Alla vostra beltà Manca donna SACCIATE, Che pietà. D.
Majan. Rim. ant. 84. Sono da schivarsi come errori popolari: sappo, sapo-
no per so, sanno; sapèmio per sapevamo ; sapèvono per sapèvano; sa-
pèi o sapèlli, sapè o sapètle, per seppi, seppe; sèppamo, sapèrono 0 sa-
pèttero, per sapèìmmo, sèpperoj; sappi per sùppia ; sàppino per sappiano
ec. Sa’ così apostrofato per sai è usitatissimo nel verso. D. Inf. 20.—
Petr. canz. 29.
(62) Questi due verbi ed i loro composti riscègliere 0 riscèrre , pre-
scèghere o prescèrre, trascègliere o trascèrre , disciogliere o discior-
‘re , prosciògliere o prosciòrre, procedono come cogliere. (Veggasi que-
‘sto verbo.
(63) Procedono nello stesso modo risedère, possedère , presedère, so-
‘prassedère. Alcune delle voci del verbo sedere , hanno doppia desinenza,
Y una propria, l’altra proveniente dall’ antico, e ora disusato verbo sèg-
gere. Trovansi in oltre le seguenti voci antiquate: seggènie per sedènie;
seggèendo per sedèndo; seggio, e sèggiono per seggo, sèéggono ; siè per side;
sedie, sedieno, per sedèva, sedèvano; sedièro per sedèrono ; sedrò ec. (po-
ctico) per sedero ec.; sèggia, seggi, sèggiano per segga sègghi , stggano.
Nella casa di Manlio, la quale era SEGGENTE su allo nella rocca. Liv.
DI .— Disse'l1 maèstro, che sEGGENDO in piùma , In fama nonsi vien, nè
264 PARTE TERZA
INDIC.PRES.|PASS. DEF.| FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT.
PARTICIPI siedi sedèsti sederài sieda, siedi, [siedi
segghi
siede sedè , se-|sederà sieda, seg-|sieda, seg-
dette ga ga
Pres. Sedtnte sediamo , |sedîmmo |sederèmo |sediàmo, sediamo, 4:
Pass. Seduto seggiàmo | seggiàmo| seggiamo
sedette sedeste sedertte Isediàte , |sedete
GER. Sedetndo seggiàte
sitdono , |sederono ,|sederànno |sièdano , . sitdano , |
INFINITIVO. séggono | sedettero seggano' | stggat@ “i.
Solere (64) Soglio soglia ì
Suoli, suo’ sogli,soglia L
PARTICIPI Suole,suol, soglia
sole
Pres. Solente sogliàmo s 9 sogliàmo 5
Pass. Solito soltte E @ sogliàte Hi
een. Salendo —Isògliono È 8 |sòogliano E
INFINITIVO
Tacétre
‘ Questo verbo pro-]
cede come pia-
cère (65)
sotto coltre. D. Inf. a.—S' io vado, dormo, o sÉGGI10. Petr. canz. 8.-Cost ©.
com' ella siè tra ”l piano e'l monte. D. Inf. 27. Vedèasi un bel marmo -
e quel SEDIESI sovra la verd’ erbètta ec. Bocc. Amm. vis. cant. 38.—
SEGGIO come abbandonàla; ispèsso ricèrco il letto, che ci tenta amend& ‘
ni. Ovid. Pist. 44.—E più di cento spirti entro SEDIERO. D. Purg. 272
se ciò è vèro che l'acqua SEGGIA sulla terra, dunque è ella più alla che
Za terra. Tesor. Br. 2. ec. Sono poi voci popolari e viziose siedano 058" >
‘ gano per sièdono, sèggono; sedèmio, sedavàmo per sedevamo ; sedba Pl >
sedevàle; sedèoono per sedèvano ; sedèllamo per sedèémmo; segghi, sedo “
per segga, sieda (1a. pers. pres. sogg.); segghi&mo, segghiale, segghino O |
sèédano per sediàmo 0 seggiàmo, sediàale, sièdano o sèggano ec. Notist «;
che il verbo sedère, significando l’ azione di porsi a sedere, va accompa »
gnato colle particelle pronominali mi, ci, fi, vi, si. i
(64) Solère, che ben di rado usasi nell’ infinito, è pur difettivo nel
pass. def., nel futuro e nell’imperativo; a’ due primi supplisce il parbici*
pio solito con una delle respettive voci del verbo èssere. Esistono di ess0 |
‘alcune voci di forma antiquata, ed altre che i poeti soli si permettono
di adoperare, come; suogli, suoi, per suoli: sole per suole. È 00, che È
SUOGLI Desideràr maggiore. Franc. Barb.201, g.—Che per naitùra SOLE Bollir
le noili. Petr. canz. 31. Solèmo per sogliàmo. D. Purg. 22. Solia per s0lè- |
‘va 0 solta/(1a. e 3a. pers.): Vane sperànze, ond'io viver sotia. Petr.son.19"- i
‘ — Ardomi e siruggo ancòr, com' io sotia. Id. son. 89.— Pur la scongiuro <
siòne onde soLia Comandòre a' demoni avèoa a mente. Ar. fur. c. 2% |
st. 128. (Pel rimanente vedi la nota 26, del prec. Cap.) |
(65) Evvi per altro nel verbo facère qualche differenza ortogr
di
afica da ;
ETIMOLOGIA E SINTASSI 265
’@1‘e—@——————————————tt@@@@@us(sss
INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF. ‘FUTURO SOGG. PRES. IMPERAT,
Tenere (66) tengo," te-{tenni terrò tenga 2004
gno
tieni tenèsti terrài tenga, ten-Itieni, * te’
ghi
PARTICIPI tiene tenne terrà tenga, “ te-[tenga, ° te-
gna gna
teniàmo , |tenemmo jterréemo iteniàmo, {teniamo ,
Pres. Tentnte tegnàmo, tegnàmo,| tegnàmo
tenghià- tenghià-
Pass. Tenùto mo | mo
tenète tenèste terrtte tenète tenéte
GER. Tenendo, {ttngono, {tennero , {terranno jtèngano, [tengano 4
" tegnendo "tégnonof ‘tennono ièegnano | tegnano
osservarsi, che consiste in non dovere alcune voci di esso scriversi con
due cc, come si pralica ne’ verbi piacère, giacère, e nci composti loro, ma
con un c, onde non confonderle colle stesse voci del verbo facciàre: seri-
vasi adunque Zacio, taciàùmo ; tacia, laciàmo (s0gg.), tacià te: ma non po-
tendo aver luogo l’ equivoco suddetto nelle due terze pers. plurali ( pres.
indic. e sogg- ), esse posson pure scriversi /àcciono e tàcciano , imperoc-
chì le medesime pers. del verbo facciàre, cadono |’ una in ano, |’ altra
in ino. Riguardo poi a’ poeti, i quali nè pure il rischio di confondere il
significato di due verbi, può far iscendere nella benchè minima cosa da’ mol-
U privilegj conceduti loro, essi, secondo meglio lor convenga, possono
. Scrivere tutte le anzidette voci del verbo #acère, o con iscempia, 0 con
doppia c. Le voci facèi, facètti, tacè, lacètte , tacèrono, lacèllero e ta-
cellono, in vece di facqui, ‘tacque, làcquero sono antiquate, che oggidì
così di leggieri non s’userebbero come fecero gli antichi. Nov. ant. 92. —
Cavale. Pungil. 15. — Moral. S. Greg. lib. 3, $. 4.— Vit. SS. PP. a, 4.—
Bocce. nov. 50.—Tac. Dav. ann. 1:67. ec. «Pertanto, dice il Mastrofini,
lo scrillor savio, dove gli cada in acconcio, potrà valersi anche oggi, ma
pParcamenle, di queste voci». Tàcquamo e ftacèttamo per tacèmmo; e tàc-
quano e lacèltano per tàcquero, sono idiolismi da fuggirsi.
(66) La conjugazione del verbo /erère, serve di norma a tutti i com-
posti di questo, veggasi $. II, del VI. cap. Per fenènfe e lenèndo, taluni
dissero qualche volla fegnènie e tegnèndo, che ora meritamente come ran-
cidumi sì rigettano. Tiengo per fengo, è idiotismo romano, e odesi non
di rado anche nel contado toscano. Tegro fu dagli anl. usato, e in verso,
è in prosa. A lo qual dice, vegno, Questa gentìl per cui sola mi TEGNO.
Franc. Barb. a15.— Ed io: buon duca, non TEGNO nascosto ec. D. Inf. 10.
—lo non so a che io mi TEGNO che io non vegna laggiù Bocc. nov. 15.
oggi però appena in verso si tollera, quantunque sovente odasi nelle
provincie settentrionali d’ Italia. A//èégno, e sostèégno per alièngo e soslèn-
80, leggonsi in Petr. son. 10, e canz. 6. Tenghi per dieni è errore. In
Dante leggesi fegri, probabilmente per farne la rima con regni e degni,
urg. 1. Tene per liene è voce poelica usala frequentemente dal Petrarca.
suo seggio maggior nel mio cor TENE. Petr. canz. 109.—L' alira mi TEN
quaggiù conira mia voglia. Id. canz. 43.—E’1l cor sottràgge A quel dolce
pensier, che’n vita il TENE, ld. son. 189. Tegnamo, e tègnono, 1a. e 3a.
Gram. Ital. 3
266 PARTE TERZA
. INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF.Î FUTURO {SOGG. PRES.| IMPERAT.
Togliere o torre,
procede come
cogliere A scè-
gliere, € sci0-
gliere (67).
pers. plur. di legno, debbonsi al par di questo come antiquati riguardare.
in quanto a fenghiàmo il Buommattei, e dietro lui il Corticelli , e forse
alcuni altri, pongono erroneamente questa voce come l' unica della 1a.
pers. plur. del pres. indic., sogg. e imper. senza far motto della naturale
e buona voce ferriémo. ll Pistolesi, tollerando #enghiàmo, stante l'uso
comune, ha per migliore fenià mo ; il Mastrofini, non ostante l’ uso chesì
fa della prima, la rigetta come sregolata, e raccomanda di scansarla. Noi,
appunto perchè nell'uso fenghiàmo par che più gradito sia anche in To-
scana che feriàmo, li poniamo ambedue, dando il primo posto a- questo
ultimo. ln luogo di fèrnero, leggesi fènnono nel Bocc. gior. 4, prin, *
ieénneno nel Petr. vit, de’ Pontet.: ambedue queste voci sono pochissimo
usate. Te ’così accorciato per fieri imperat., fu usato in prosa € in verso.
TE'fa compiutamente quello che ’1 tuo, e mio signore t'ha imposto. Bocc.
nuov. 100.—TE' questio ferro ficcal qui. 'Tac. Dav. ann. a, —TE' questo scel-
tro: a te Emirèn commètto. Tas. Ger. 17, 38. Apponesi non di rado l'af-
fisso alla voce dieri troncatone l'i, come: lienmi, tienti, tienlo, ec. PÈ
liénimi, tièniti, tiènilo ec. D. Inf. 31.—Rocc. nov. 60; e talora troncasent
ancora la n, nella cui vece raddoppiasi la mm degli affissi mi, lo, e la,
scrivendosi liemmi, tiello, diella. |
(67) Come pure i suoi composti distogliere © distòrre , ritògliere om
iòrre. Tutte le osservazioni fatte alla nota 52 sul verbo cogliere, debbon-
si pure a dogliere, ed a’ suoi composti applicare; e aggiungo che nelle
nobili scritture degli antichi leggesi più spesso la sincope forre che la voce
intera, tanto nell’ infinito che nel futucvo e nel condizionale. Toi tr0v28
alcune volte usato per dogli. Dunque TOI fu ricordànza al Sere? Bocc.
nov. 72.—Se non spegni la sele e TOI la fame, Alam. Colt. lib. 1. É
nell’imperat. fo’ per togli. Quel vago, dolce, caro, onèsto sguardo Di p®.
rèa: TO’ di me quel, che tu puoi. Petr. son. 286.—Or TO’ quello di che 50
degno corpo mio. Vit. SS. PP. 3, 21. E unito all’ affisso senz’ apostrolo:
TotI dal pianto se ’1 luo figliuolo è morto. Nov. ant. ro. — TOMNMI
la vita, giovane, per Dio. Ar. Fur. 4, 28. — TOLO di grazia € mènale-
lo via. Berni, Orl. lib. 1, 25, 28. Leggonsi pure oe e Zo per toglie: T ha
tolto dei che TOL sempre il migliore. Varchi, son. par. 1. — Per le parole
e alle persuasiòni altrùi se ne TOE giù. id. Ercol. — Quel che gli To lo
piaga, amòr gli cresce. Bera. Or. lib. 1, 11. — Ch' entra e sale (la mor
te) e TO la vita. B. Jacop. poes. spir. cant. 2. — Ella Hiene lullo D ante
mo, e TOCCI (ci toglie) il desidèrio di tutle le altre cose. Sen. Pistol. 74
Tozzo, tòggono, e togga, tiggano. per foglio, iòlgono e lolga, tòolgano s0D0
voci contadinesche e plebee; folghi per Zogli, e lolghiàmo, lolghiate p®!
fogliàmo, togliàte sono altresì idiotismi fuori di ogni autorità, sebbene !
Buommattei Je ammetta come voci buone, anzi uniche.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 267
€ —__——m———————_—__ÉT_rr———mÉÉtmÈ@“@—€@t@@@@iJrrt@et©@s@e@_@@_rm@([1t29@
INFINITIVO INDIC.PRES.{ PASS. DEF.| FUTURO |SOGG.PRES.|] IMPERAT.
Trarre, e antic.|traggo trassi Itrarrò lragga Pea aa
Tràere (68) trai,traggi, |tratsti trarrài tragga » |trai,traggi,
tra’ 3, tragghi tra”
PARTICIPJ trae,fraggeltrasse travrà — lragga tragga
traiàmo , {traemmo jtrarrèémo jtraiàmo , {irziamo ,
Pres. Tratnte traggiàmo traggiàmo | traggiàmo
Pass. Tratto tratte traèste | |trarrtte |traiàte , |tratle
| traggiate
GER. Traèndo tràggono |tràssero , |trarrànno |tràggano tràggano
“tràssono
INFINITIVO
Valère (69) valgo, va-|valsi varrò, va-lvalga, va-l.....
glio lerò glia
vali valèsti varrài, ec.{valga, va-|vali
PARTICIPI glia,valghi
vale, val |valse varrà, ec. |valga, va-|valga , va-
glia glia
Pres. Valente valiàmo |valemmo |varrèemo ; |valiamo |valiamo
Pass. Valùto valerèemo
valtte valeéste | varrete, ec.|valiàte valète
GER, Valenda vàlgono , Ivàlsero , fvarrànno ,{vaàlgano ; fvàlgano ,
vagliono| ‘’vàlsona] ec. vagliano| vàgliano
(68) Dall’ antico verbo #ralre di Fra Guîttone formossi in appresso
fràere, e da questo nacque poi #rarre, che è oggidi pregiato e comune,
ma le cui voci, toltene quelle del futuro e del condizionale, parte discen-
dono dal suddetto firaere, e parte dal più antico verbo fràggere, l' infi-
nito del quale adoperato da Dante Inf. 13, e dal Petr. son. 52, è ora disu-
sato del parì che #raere e tràre. Come frarre procedon pure i suoi com-
posti astràrre, altrarre, contràrre, detràrre, dislràrre, estràrre, pertràr-
re, protràrre, rattràrre, rilràrre, sottràrre. Trào per traggo , tràono per
tràggono sono erronei. Di trai e frae si possono troncare le vocali finali
sostituendovî un apostrofo, e anche senza l’ apostrofo, specialmente quan-
do si congiungono con qualcheduno degli affissi, e sovente anche si rad-
doppia la consonante dell’ affisso come frammiî per mi frai o mì trae,
frallo 0, iràelo, per lo trae; iranne per ne trae, irassi, tràesi per si trae.
Trano per traggono è del verso. Tragghiàmo , e tragshiàle per traiàmo
o fraggiàmo, traiàfe 0 traggiàle, sono voci di grand’ uso, ma non perciò
meno erronee. ra in vece di frai, riceve per lo più, unito uno degli af-
fissi: Aprila e TRANE il seme. Cresc. lib. 6, cap. 20. — TRAMI di questa
prigione, e mènami con teco. Stor. Giosaf. 54. Ò
(69) Disvalère, prevalère, rivalère, equivalère, hanno lo stesso anda-
mento che valère. Valènie è l' unico par. pres. comune del verbo valère ;
cagliente è antiquato, e valsènie è un nome che vale prezzo. Zalsùfo per
calùto leggesi nel Buti. Dal qual (cielo) discènde la inffuènzia della virtù
nella quale è VALSUTO. Comm. Purg. 28. — Si dice che sarèbbe fallito, se
non si fosse VALSUTO di scudi trentamila del pubblico. Segoi, stor. fior. 72.
Valse è poetico. Caro En. lib. 7.
268 PARTE TERZA
INFINITIVO INDIC.PRES.|[PASS. DEF. FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT.
Vedere (70) vedo, veg-|vidi, vid’io[vedrò veda, veg-| .....
go,veggio ga,veggia
PARTICIPI vedi, ve’ |vedesti vedrài veda, veg-|vedi, ve
ga,veggia
Pres. Veggente [vede vide vedrà veda, veg-|veda, veg-
Pass. Vedùto , ga,veggia] ga,veggia
visto vediamo, |vedémmo |vedrèémo vediamo, |vediàmo,
GER. Vedendo, | veggiàmo veggiàmo| veggiàmo
veggendo vedete vedeste vedrète |vediate , |vedele
| veggiate
vedono , |videro, vi-|vedrànno |vèédano , |vedano,
veggono, | der vèggano,| veggano,
veggiono veggiano| veggiano
“
(70) Per antico e disusato che sia il verbo vèggere, molte voci di es
so sono rimaste in pregio, e servono a moltiplicare quelle proprie de
verbo moderno vedère, come viene dimostrato nel prospetto di quest’ ul-
timo, che ha per seguaci andivedere $ approvvedère, avvedèrsi, convedre,
divedère, malvedère, prevedère, provvedère, ravvedèrsi, riprovoedère, rit
dère, stravedère , transvedère (ingannarsi), fravedère. Wiso per veduto è
antiquato: Fra Guitt. lett. 26.—1D. Par. 7. Zeggh' io e egg io per veggoio
e veggio io leggonsi in Dante e nel Petrarca. Tempo vEGGH' F0 non mollo
dopo ancoi ec. D. Purg. 20.—Or va dis’ ei, che quei che più n’ ha colpa VEG
G'I0 a coda d' una bestia tratto ec. 1d. ibid. 24.— Ben veGG’I0 di lontàno 4
dolce lume. Petr. son. 130. Vegg'o’ per veggio trovasi pure ne’due poeti suddet-
ti: D. Par. 7. — Petr. son. 1. Yeo , vejo e vio, sono voci antiquate da non
più usarsi. Ze' per vedi è poetico: D. Purg. 5. — Petr. Tr. d’ Am. cap. 5.
Vegghiàmo per veggiàmo 0 vediàmo, è un idiolismo comune a’ Toscani,
come pure vele per vedète, che tutto di odesi dal volgo fiorentino. Veddi
vedde, vèddero, che il Pistolesi, seguendo il Buommaltei, pone nella co-
Jonna delle voci buone e comuni, accanto a vidi, vide, o:dero, sono voi
non già scorrette, e dell' infima plebe, come taluni le tengono, ma bensi
antiquate e oramai in disuso, sebbene alcuni accreditati classici antichi
copiosamente se ne servirono. Ma se le suddette tre voci non han più
pregio, n° hanno molto meno viddi , vidde, viddero, che da quelle nacque-
ro, e sono poco meglio che erronee. Sono parimente in disuso come 20-
tiquate le desinenze regolari di questo tempo, cioè: vedèi e oedbtli, cede
e vedèlle, vedèrono e vedettero; quantunque alcune di esse sien correda-
te di autorevoli esempj. Quando l’ uomo VENÈ venire quella bestia, ch'o-
vèva nome Unicòorno, incominciò a fuggire. Stor. Giosaf. 37.— Dico
che si VEDÉRONO apparire Nel ciel tre lumi ec. Dittam. lib, 1.— Ma non istelte
guari ch’ io VEDÈTTI Lui ritornàr con dodici donzelle. Bocc. rim.—Ma quanto
più potè similmènie Bella tenùta da chi la vEDÈTTE. id. Teseid. lib. 6. edéo
è mero poetico. L' ufffitta Emìlia apprèsso si venko. Teseid. lib. g. Yedestu
per vedesti tu leggesi nel Bocc. Qual cavalla VEDESTU' mai senza coda ‘
nov. 90.; € nel Petr. Come non VEDESTU' negli occhi suoi? son. 286. 7èd-
damo, vèddimo, vedèssima, vìddemo , vidimo per vedèmmo; oèddano €
videno per videro, sono errori del volgo. Le voci del futuro, così since-
pate, sono deil’ uso comune, ma non perciò mancano esempj sì in verso
tn
“i
ETIMOLOGIA E SINTASSI 269
SEE III TESE TETI ISEE RI ISEE CE SITA
INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS, DEF.1 FUTURO |SOGG. PRES.] IMPERAT.
Volere (71) voglio , vo’ |volli vorrò voglia Padre
vuoi, vuo’ | volesti vorrài voglia, vo-|vogli
PARTICIPI gli
vuole, vuol|volle vorrà voglia voglia
Pres. Volente {vogliamo |volemmo vorremo |vogliàmo |vogliàmo
Pass. Volùto volète voleste vorreéte |vogliàte vogliate
GER. Volendo vogliono |vòllero vorrànno |vògliano |vògliano
che in prosa, in cui esse si trovino intere. Stor. Giosaf. 14.—Bocc. nov.
41.— Franc. Barb. 216.—D. Inf. 14.—Petr. "Tr. della divin.—E così pure nel
condizionale vederèi, vederèsti ec. Guid. Giud. pag. 33.—Stor. Giosaf. 121.
—Bocc. nov. 76, ec.; Yegghiàmo e veggàmo per veggiàmo ec. ; vegghiàle
e veggàle per veggiàle ec. vèdino, vègghino, e vèggino per vèggano, sono
tutte voci sregolate del volgo, e perciò da scansarsi. L’ apostrofo di ve’
si ommette quando questa voce, scorciata di vedi, congiungesi cogli af-
fissi /o, la, li, le, siccome in istile burlesco talora si trova, cioè vello,
| vella, velli, velle, in vece di vèdilo, vedila, ec. Lasca Gelos.—Fir. rim. —
- +Burchiel. part. 1, son. 1.
(71) La conjugazione di volère è pur quella di disvolère, rivolère, stra-
volere. Vogliendo per volèndo leggesi più volte nel Bocc. e in alcuni al-
tri prosatori antichi; volsufo per volùfo, sebbene fuor di regola, è voce usa-
tissima in Toscana; owoli per vuoi, quantunque ora più non si tollerì,
non potrebbe però dirsi errare chi se ne servisse, essendo questa voce
stata adoperata da D. Inf. 9g, — dal Bocc. nov. 27 , e Teseid. lib. 4,
— dal Passav., — da Fran. Barb. 11, e se ne leggono esempj anche in al-
tri autori. Yole per vuole, fu usato da alcuni poeti antichi. Quattro
cose chi voLe Guardàr a punto. Franc. Barb. 46. — Che. quello stesso
ch’ or per me si voLE, Sempre si volse ec. Petr. son. 288. — La lasci se
non voLE onòre. Bocc. Teseid. 64. Voli per vuoi, e voliano per vogliano
sono errori; corno per vogliono è idiotismo romano e napolitano; e pure
il gran tragico moderno Vittorio Alfieri 1’ usò varie volle, ed anche scor-
ciollo talora scrivendo von. Natura e il ciel me vonno Tra voi giùdice
sola ec. Polin. at. 2, sc. 2. —... Il mal di iutti Vonno pria che con noi
godèr divisa La dolce libertàde ec. Virgin. at. 1, sc. 3. — Torre or ci vON
sì rara figlia, a eniràmbi I genitòor solo conforto e speme ? Mirra, at. 1,
sc. a. Volsi, volse, volsero per volli, volle, vollero, non più si tollerano
se non che talora in verso per timore d’ equivoco colle stesse voci del
verbo volgere: ad onta di ciò più queste che quelle adoperansi in Roma
ed anche in Firenze dal volgo, e se ne trovano numerosi esemp) presso
gli antichi e poeti, e prosatori. D. Inf. 22. — id. Purg. 8. Ar. Fur. 34, 42.
, —Fra Guitt. lett. 3. — Vit. SS. PP. 3, 39.— Machiav. prin. cap. 3. —
Dav. scism. cap. 26 ec. Vollono per vollero si legge nel Vill. (Gio. ) 6, 56,
e nel Bocc. nov. 76, e in altri autori ancora; ma il triplice o che in es-
sa voce trovasi , l’ ha resa dispiacevole e disusata del pari che vollero;
vòlsanio per volèemmo ; e volsano 0 volsono per vollero sono errori; vo-
gli per voglia (1a. e 3a. pers. sing. ), e voglina per vogliano sono voci vi-
ziose. Leggasi $. VII del precedente capitolo.
270 PARTE TERZA
CAPITOLO VIIL
OSSERVAZIONI
SU DI ALCUNI VERBI DIFETTIVI
DELLA SECONDA CONIUGAZIONE.
S. I. ALGERE, verbo latino, è usato dai poeti nel signi
ficato di Agghiacciare, intieramente raffreddarsi; ma non se
ne trova che il par. pres. a/génte , e la prima e terza pers
sing. alsi, e alse. Signòr tu sai che per lo ALGENTE freddo,
L acqua divénta cristallina pietra. D. rim. 34. — ALSI ed ar
st gran tempo. Varchi, rim. 3.— L' alma, ch' arse per li sì
spesso, ed ALSE. Petr. son. 289.
ANGERE (Affliggere). Di questo verbo latino si legge pre
so 1 poeti la voce Ange. Tanta paùra e duol l alma ins ;
ANGE. Petr. son. 255.
ARROGERE (Aggiugnere). Di questo verbo trovansi È
seguenti voci; par. pass. Arròto; ger. Arrogendo. ladic. pre;
«frròoge, arrogiàùmo, arrògono. Imperfetto, Arrogéva è arrazia
Pass. def. Arròsi, arròse, arròsero, arròsono. Sogg. Imperfetto
Arrogeésse; e nalla più.
$- II. CALERE, che vale curarsi, premere, esser a cuott,
oltre esser difettivo, è per lo più impersonale, imperocchè di
esso non si trovano usate che le terze persone singolari di
tutti 1 tempi, fuorchè del futuro, e ciò nel modo come st
gue-(1):
= — Asi e e e
— os n toe È DE
i 22 i 4 2. Bata r
INFN. Calere (2); ger. Caléndo; par. pass. Calùto. In I
dic. pres. Cale o cal; imperf. o pend. caléva, o caléa. Pel
def. Calse. Sogg. pres. Caglia. Imperf. Calésse. Condiz. pres.
Calerebbe, o carrébbe; Imperat. pres. Caglia (3).
(1) II Cav. Compagnoni dà ad alcuni tempi di questo verbo ancel
Sa. pers. plur. come calèvano 0 calèano; calsero, calèssero, ma non 8
prei dire dove quest’ autore le abbia pescate. i
(2) La voce dell’infin. non s' usa se non in questo modo di dire:
Avère, 0 mèliere in calère, o in non calère ; che vagliono Curarsent * |
non curarsene, e che anche diconsi Avère, o mèllere in non cale: Lt
lle e l’onòr del comùne, niente hanno in caLéne. M. Vill. g, 6.— Vostre
ricchèzze factano a voi molte cose mèltere in non caLkre. Tes. Br. 8.
Or sono a iutli în ira ed in non care. D. rim. 45.
(3) Il verbo Calère va sempre accompagnato con due nomi, 0 Pî° |
nomi , l'uno, nel rapporto d' afribuzione , 0 tendenza (dativo), che
consiste o in un nome preceduto dalla preposizione a, o in una di que
ste particelle mi, ci, fi, vi, gli, le, loro ( vedi Sez. II cap. V. $. vV, ei
sez. III cap. II 8. IV); l’altro nel rapporto di appartenenza , s'espri* |,
con un nome, o pronome preceduto dalla prep. di, o colla particella 7°
che fa le veci e del nome e della preposizione ( vedi Sez. III cap.
Ed
ETIMOLOGIA E SINTASSI 271
CorERE. Verbo latino che vale venerare, e del quale non
trovasi che il par. pass. colto (coll’ o stretto) e la 13 e 33
pers. sing. del pres. indic. colo, e cole (coll’ o largo). Il cur
tempio ec. anticaménte edificùrono e con tutta pietà sempre
coLto / hanno. Bemb. Stor. 8, 122.— Che per te consecrà-
io onòre, e COLO. Petr. son. 280.— Sparsa in minùti regni
apnea pave Tutta al suo nome el remòto Indo i core.
ass. Ger. 17, 8.
ConsumerE. Verbo antico, che vale lo stesso che Con-
sumare, edel quale altre voci non cirestano che quella del par.
pass. Consùnto, e le tre voci irregolari del passato definito
consùnsi , consùnse, consùnsero (4).
CONVELLERE (latinismo) che vale stirare, rilzrare, stor-
cere; ma non ne abbiamo che il par. pres. Convel/énte, il par.
pass. Convùlso, 11 Ger. Concellendo, e le terze persone sing. e
plur. de’ seguenti tempi: Indic. pres. convélle, convellono;
Imperf. o Pend. Concvelleva, convellevano; fut. Convellerà,
convellerànno. Sogg. pres. Convélla, convellano. Imperf. Con-
vellesse, convelléssero. |
EBERE, ( verbo aa che vale, Indebolirst, ventr me-
no; ma può solamente tollerarsi nella poesia, dove non se
ne trova che la 3? pers. sing. del pres. indic., cioè EBE. La
da di Medòro anco non eBE, Ma si sdegna ferir l’ ignò-
il plebe. Ar.Fur. 18.— Za propria luce Nelle tenebre va dove
EBE, e muore. Boez. Varch. 1, 2.
ESTOLLERE; vedi più basso TOLLERE.
S. II. FERVERE, che vale Bollire, esser cocente, esser
veemente, è difettivo nel par. pass. come pure nella 1? pers.
sing. e nella 1? e 2a plur. dell’ Imperat., e mi pare che se-
S.VII). Me se colànio or più, che per lo passàto del luo onòr ti care.
Bocc. nov. 77.—Ma Gianni al quale più che ad alcuno daliro ne CALFA.
Id. nov. 46.— Madonna siccome poco v'è CALUTO di costùi che tanto mostra-
vàte d' amare, così vi CARRÈBBE «cviemèno di me. Nov. ant. 56.—Come
dìcesi a Dio, D' altro non caLmE (mi cale). D. Purg. 8.—Ma perchè mia
fè vera e l ombre false Stimài di tuo battèsmo a me non caLse. Tass. Ger.
c. 12. st. 37.—Come che peràliro non ti cALÉSSE di lei. Nov. ant. 56. Qual-
che volta, ma di rado, il verbo Calère non è impersonale, avendo seco
an nome come subbietto (nominativo). CALENDOGLI vie più la salùte pro-
pria, che gl’ inlerèssi de’ Semifonièsi ec. Sior. Semif. 36. Sovente questo
werbo è seguito da altro verbo nell’ infinito colla particella di, o anche
nel sogg. colla congiunzione che. Se di saper ch'io sia li cAL O colan-
fo. D. Inf. 19.— Siccome poco ci CALE che oddicèrga della barba poi che
ella è rasa, così all''’ànimo non CALLE, perchè è divino, che avvèerga del
suo abitacolo, quand' e’ ne dee uscire. Sen. Pist. 92.
(4) Pare peraliro che siavi pure rimasta la 3a. pers. sing. del pres.
fisadic. consùme ove ne’ seguenti csemp)j questa vece non stia per con-
272 PARTE TERZA
condo la natura delle cose esso dovrebbe esserlo in tulte le
pers. del modo suddetto, imperocchè non si può comandare
altrui che ferva, cioè che bolla, che sia veemente.
FIEDERE, che vale Zerìre, è intieramente poetico, quan-
tunque gli antichi l' usassero anche in prosa: esso manca di
ambedue i particip) attivo e passivo, della 12 e 2? pers. plur.
Fres. indic., di tutti i tempi passati composti, di tutte le pers.
del futuro, di tutte le pers. dell’ imperat., della 2à pers. sing,
e della 12 e 2a plur. del pres. sogg., e di tutte le pers. del
condizionale. Nel rimanente della sua conjugazione procede
come CEDERE (5).
S. IV. LECERE, e LICERE (il secondo è voce latina) che
entrambi vagliono Esser convenevole, e de’ quali abbiamo 1
par. pass. Zecito, e Dicito (il primo è più usato), e la 3? pers.
sing. pres. indicat. /ece, e Zice; voci più del verso, che dell
prosa. D. Par. 15 — Petr. son. 76.— id. Tr. dell''Am. cap.
5. — Tass. Ger. 5, 52.— id. Amint. at. 1, coro. —Ar. Fur. 35,
44.— Bern. Orl. 2, 5, 14. ec.
$. V. MOLCERE, verbo, che vale Addolcire, ma del qua-
le non si trova ne’ classici che la sola 5* pers. sing. del pres.
indic. cioè Molce. Petr. son. 542. — Varchi, rim. 12.— Men. fi
rim. 4, 240. Il Cesarotti nel suo Ossian usò anche mobi:
Ma tu siedi o cantòre e le nostre alme MOLCI col canto Wo
ec. Tomo 1, Canto 5. |
$. VI. RIÈDERE, verbo poetico, che vale Ritornare, ma :
del quale altre voci non si trovano se non che : Indic. pres. ‘.
Riédo, riédi, riéde , riédono. Sogg. pres. Riéda, riédano. Iw-
perat. pres. Riedi. D. Inf. 34. — Petr. canz. 4, st. B.— T38.
c. 7, st. 2.— Alfieri, Rosm. at. 3, sc. 4. e Ottav. at. 4,.50 f.
$. VII. SERPERE, che vale Andar torto a guisa di serps;
usasi più in verso che in prosa, ove meglio adoprasi sep‘
sùma nella 1a. conjugazione cangiatane l’a in e, come talora 0
glion permettersi di fare i poeti in favor della rima. Non come fiam-
ma, che per forza è spenta, Ma che per sè medèsma si CONSE
ec. Petr. Tr. della morte, cap. I.—Or dunque come io stirpo le su
piume. . . .Così di tempo in tempo si consume. Bel. Man. G. de’ C. g7.-É
la voràce fiamma arde e CONSUME Le navi e le galèe poco difese. Ar.
Fur.c. 4o, 6.
(5) Trovasi ancora qua e là presso accreditatissimi scrittori qualche
voce dell’ antico verbo fèggere, che pare valesse quanto fièdere. I dardi
che sono prevedùti, meno FÉGGONO. Amm. Ant. 12, 33.— Coloro che tardi
ènirano in cammìno, che FiGGONO degli sproni e stùdiansi tanto quanto È
possono. Sen. Pist.—O figliuòl, disse, qual di questa greggia S arrèslo |
punto, giace poi cent’ anni Sanza arrosiàrsi quando ?1 foco il FEGGIA. D.
Inf. 15. Queste voci però, e tutte le altre che possano ancora esistere ll
questo verho, sono oggi del tutto disusate.
ETIMOLOGIA -E SINTASSI 273
giore. Le voci che di questo verbo si leggono, riduconsi alle
seguenti: Par. pres. Sérpente. Gerund. Serpéndo. Indicat. pres.
Serpo, serpi, serpe, sérpono. Imperf. o pend. Serpéva, serpevi,
serpéva © serpéa ; serpévano o serpéano. Sogg. pres. Dna.
serpa O serpi, serpa, serpiàmo, sérpano, e nulla più. Caro, En.
hb. 4.—id. lib, 12 — Berr. son. È17.-— Tass. Ger. 12, 45;
e in prosa. —Sen. ben. Varchi, 5, 19.— Varchi, Boez.
lib. 2. ec.
SOFFOLCERE e SOFFOLGERE, verbi antichi, che vagliono
«Appoggiare, sostentare, sostenere, è derivativo da folcìre, che è
parimente antico, e significa Puntellàre, réggere ec. Di soffòl-
cere, non leggiamo che soffòlce, soffòlge, pers. sing. del
pres. indic. Soffòlse 3a pers. sing. del pass. defin., e soffolto,
par. pass. Oh guanto è l ubertà che si sorroLce! D. Par.
Bi. — Perchè la vistu tua pur si SOFFOLGE Laggiù tra l om-
bre triste smozzicàte? id. Inf. 29.— La sella su quattr’ aste
gli soFroLse. Ar. fur. 27, 84.
$. VIIL TOLLERE, verbo latino, che usavasi unicamente
prima che ne nascesse fògliere. Ora altre voci non ce ne resta-
no che golli, tolle, e nel sogg. tolla. Che dona e TOLLE ogni
altro ben fortùna. Ar. fur. 3, 37. Da tò/lere evvi un compo-
sto estòllere, pure verbo latino, che vale a/zàre, innalzàre, e
del quale trovansi estòlle, ed estòlla. Chi non gela e non su-
da, e non si ESTOLLE dalle vie del piacer, ec. Tass. Ger, 17,
61.— Germe non sorgerà del seme d Ilio, Più di questo gra-
dito, nè che tanto De' latìni avi suoi la speme ESTOLLA. Ca-
ro, En, lib. 6
TORBPERE (verbo latino), vale quanto Zntorpidire, che in
vece di quello usasi. Torpénte, torpo, torpe, e torpa, sono le
sole voci che di fòrpere trovansi presso i classici. Né prima
quasi TORPENTE sz giacque. D. Par. 29. — Di che pensàndo,
ancòr m' agghiàccio e TORPO. Petr. son. 289. — A' Greci Il
favellàr non ToRPE infra le labbra. Buon. Fier. 2, 5, 3. —
Ne 2a ch' egli TORPA in vil ripòso. Tass. Ger. 14, 24.
VANGERE (Garbo latino), usasi dai poeti nel senso figu-
rato di foccàre, ma solo nella 3è pers. sing. del pres. indicat.
tange: Io son fatta da Dio, sua mercè, tale Che la vostra
miseria non mi TANGE. D. Inf. 2.
S. IX. URGERE (spignere): di questo verbo latino non
trovasi che urgénie, urge, urgéva, urgécano, urgesse: Che l' u-
na parte, e l alira tira ed URGE Tin tin sonàndo con sì dol
.ce nola. D.-Par. 10.
Gram. Ilal. 36.
274 ‘- —PARTE TERZA è è ]
| CAPITOLO IX. i
OSSERVAZIONI SU’ VERBI DELLA TERZA CONJUGAZIONE, ,
S. I. Con aver noi divisi i verbi della terza conjugazione
in due classi regolari, crediamo, per le ragioni già esposte
nel cap. V della presente sezione, aver fatto servigio noa
piccolo allo studioso dell’ italiana lingua. E
‘Or ci rimane a compier l’opera con render del pari
agevole la maniera di distinguere e ravvisare quelli dell’ una,
da quei dell altra classe, per far che, mon avendola
voce dell’ infinito niun segno in sè che faccia conoscere a
quale delle due classi un verbo appartenga, ( imperocchè
se ciò fosse non già due classi, ma due conjugazioni separà
te si sarebber potute stabilire), è forza adunque aver ricorso
allo stesso metodo praticato da noi nell’ esposizione de' verbi
della 22 conjugazione, cioè darne de’ registri alfabetici, indi
cando nelle sottoposte note quel che questo o quel verbo possa
aver di particolare sopra gli altri nella formazione de’ suoi
accidenti.
S. II. Si è già detto che la seconda classe contiene die
ci e più volte tanti verbi che la prima; avvertasi in olue,
che tra’ verbi in ire, ve ne son molti che possono egualmen-
te, e dietro il modello della prima classe, e dietro quellodella ‘’
seconda conjugarsi, e sono ambe le maniere usate comune- |
mente tanto in prosa quanto in verso; altri non pochiavvent
che sono più usati, e segnatamente nella prosa , colle term
nazioni della 2 classe, ma che è poeti si permettono talora
di adoprare con le uscite della prima.
. Noi adunque esporremo i verbi della 3» conjugazione
In quattro serie, contenenti: I
La prima: Quelli, i quali non altrimenti si conjuganeo, the
come dormire, vedi pag. 201..
La seconda: Quelli, che unicamente come Zmpedire po
cedono, vedi pag. 205. |
La terza: Quelli, 1 quali in quelle persone, che nel ver-
bo ‘mpedìre differiscono dal verbo Dormire, hanno due usci
te egualmente buone e pregiate una del primo, |’ altra d
secondo de’ verbi ‘suddetti. |
Finalmente la quarta: Quelli che, sebbene con ambe È
‘uscite .si trovino, più usati sono oggidì coll’ una, che coll’ at
tra, la quale essendo, o antiquata, 0 mero. poetica, avremo
noi l avvertenza di porre in secondo luogo, contrassegnando-
la, o con asterisco O con carattere corsivo.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 275
- . In quanto alle voci antiquate e poetiche de’ verbi della 3?
conjugazione, veggasi cap. VI, $. VII, e le sottopostevi note .
| | VERBI IN ZRE DELLA PRIMA CLASSE,
———————————_—___—_—_—_—_—_—_—_—_——_——r———TT—rrr—__——_——___Ému
Aprire (1) . |Ribollire Soprabbollire |Ricoprire (3) [Ricoprire
Riaprire ‘{Sbollire Coprire , cuo-|Discoprire., |Cucire (4)
Bollire (2) |Sobbollire prire,covrìre |Scoprire Ricucìre
(1) Aprire, ha nel par. pres, Aprènie e Aperiènie, nel par. pass.
Apèrto e nel pass. def. oltre le maniere regolari, apri, aprì aprirono,
anche quest’altre irregolari, egualmente pregiate, Apèrsi, apèrse, apèrsero,
“ apèrsono. Aprìo per aprì, e apriro o aprir per aprirono sono voci usi-
tatissime nel verso. Aprìmo per apriàmo è voce antiquata, che odesi an»
cora profferire dai Romani. Ma sfuggasi la maniera viziosa di cambiare
il piu o, dicendo o scrivendo avro, avri per apro, apri, ec.
(2) Bollire, è tutto regolare. Siccome per altro vi può essere equivo-
co di alcune sue voci con quelle del verbo dollare, come: Bollo, bolli,
bolliàmo, bolliàte, i moderni hanno creduto dovere introdurre Boglio, dogli,
bogliàmo, bogliaàte; ma se queste voci son buone per levare un tal equi-
voco, boglia e bogliano per bolla e bollano, sono affatto inutili, imperoc-
che non può avervi confusione alcuna nel senso di quest’ ultime voci, e
quelle delle stesse persone del verbo Bollare, cioè Bolli, bollino. Il chiaris-
simo Cav. Compagnoni desiderando veder tolte di mezzo le sconce voci
Boglio, bogli, boglie, bogliano, propone come mezzo più naturale di distin-
guere il senso de’ due verbi boZ/àre, e bollire, il dare a quest’ ultimo nel
tempo pres. deî modi indic. sogg. e ?mperat. oltre le terminazioni del
verbo Dormìre, anche quelle del verbo Impedìre cioè Bollo, e bollisco ec.
Ottimo sarebbe questo divîsato metodo, se ovviare potesse'l’equivoco che
sì teme tra î due verbi Bollàre e dolltre, anche nella 1a. pers: plur. del pres.
indic. e nella ‘ra. e aa. plur. del pres. sogg. senza la necessità di scrivere
bogliàmo e bogliàle; ma ciò non essendo, e mancando l’ autorità de’ clas-
sici, e perle uscite in zsco, #scî, îsce ec. (fuorchè nel verbo Ebo/lîre del
quale si legge. una sola volta ebollisce. La bocca delle stolto EBOLLISCE
stoltizia. Cavalc. Pungil. 254), e per le voci con g7, eccetto bogliènie, che
incontrasi sovente negli autorî. Ovid. Metam. — Gio. Vill. 7, 142.—D.
Purg. 27.—Passav. 12.—Filoc. 1, 37.—Sen. Pist. ec., a noì pare potersi
il verbo bollire usare dietro la 1a. classe de’ verbî în ire, come, l’usavano
gli antichi senza tema di confonderne il senso con quello del verbo d02-
lare , che in fatti dal contesto facilmente si rileva. n
(3) Coprìre edi suoi composti hanno nel par. pass. Copèrto, e nel
pass. def. Copri o copèrsi; coprì o copèrse ; coprèrono © copèrsero. Il vo-
cabolario registra cuoprìre, discuoprìre e ricuoprire, senza dare alcun esem-
pio de’ due primi nell’infin., ed uno solo del terzo. Ti giustifichi dicèndo
male di alirùî per potère RICUOPRIRE i fuoî difetti. Vit. SS. PP. 2, 119.
Si riguardino adunque questi tre verbi come antiquati, e si scrivano
in vece Coprìre, discoprìre, ricoprire, scoprìre. Avvertasi però che tutte.
le persone singolari, e la terza plur. del pres. indîc. sogg. e imper. ri-
cevono un w dopo îl c dicendosi Cuopro, cuopri, cuopre, cuoprono, cuopra,
cuòprano, discuopro ec. ricuòpro ec. è che copro, copri ec. sono più del
verso che della prosa. Abbiansi per anlîquati Coorìre , discoorìre, ricovrire,
scovrìîre, e così pure tutte le voci discendenti da questi verbi, e
scritte ‘col è. . : | ve
(4) Cucire, ed i suoi derivativi s' allontanano dal modello Dormire,
276 PARTE TERLA
rr —————_—_—_—_—_—m @mmmmmtm@mlrlREiiu.ZI=:53
Scucìre , © {Sfaggire Pentirsi , ri-|Consentire Sortire (uscìre)
scuscire Offrire (5) pentirsi Dissentìire 'Tossìre
Dormire Partire ( an-Sdrucìre , o|Risentìre Vestire
Addormìre darsene) (6)| sdruscìre (7)|Sconsentìre |Investire
Indormìre Ripartire (ri-]Segulre (8) Servire Rivestire
Fuggire tornàrsene) {Sentire (9) |Diservire Travestire
Rifuggire Assenlire Soffrìre (10) |Stravestire
LISTA DI VERBI IN IRE
DELLA SECONDA CLASSE,
Abbellìire Abbrostolire {Accalorire Addolcìre Affralire -
Abbonire Abbrunire Accanire Adempire (11)|Aggentilire
Abborrìre Abbruttìire Accalorìre Aderire Aggradire i I
Abbronzire |Abolire Accudire Affievolire Aggrandire ;°
Abbrostìire Abortire Acelire Affortìre Agguerrire |!"
nel pres. indic., nel pres. sogg. e nell’ imperat.; nel primo ha cucio, cu
ci, cuce, cuciàmo, cucìle, cùciono; nel secondo cucia , cucia (non cuchi)
cucia, cuciàmo, cuciàle, cuciano ; e nell’ imperat. cuci , cucia, cuciàmo,
cucile, cùciano, i
(5) Offrire e soffrire, i quali nel pres. indic. sogg. e imperat. proce-
dono esclusivamente come dormìre , si conjugano in tutto il rimianente
come offerire e sofferire, de’ quali non sono che sincopi, e che apparien-
gono alla 3a. serie, vedi pag. 274.
(6) Partìre e ripartire, nel senso di Dividere, sono della 3a. serie. |
poeti poi si permettono talora di dare a questi le desinenze isco, sci ec.
anche nel senso neutro, cioè di Andarsene, e rilornàrsene.
(7) Questi verbi procedono come Cucìre.
(8) Di questo verbo debbesi osservare la doppia maniera, ambedue
buone in tutte le persone singolari, e nella 3a. plur. del pres. indio,
sogg. e imperat. cioè seguo, segui, segue, sèguono } segua, sèguano, 0 sit
guo, siegui, siegue, sieguono; siegua, sieéguano. Le desinenze isco, isci 04»;
che dagli antichi non di rado davasi a questo verbo, come : Ovid. Pist, 13.
— Stor. Giosaf. pag. 5. — Cavalc. Esp. Simb. lib. 1. — Albert. Consol. 13. ;.
— Br. Tesor. 26. — Bocc. nov. 3a, si riguardano in oggi come antiquale,
ma si mantengono ne composti eseguire, conseguìre, inseguìre, proseguì
re, i quali perciò sì noverano tra quelli della 2a. classe. ll Petrarca, prè-
babilmente ad imitazione di qualche altro poeta più antico di lui, usò in.
rima sego per seguo:.. Ond' ci mi mena, Talòr in parie, ov io per for |
za il SEGO. son. 202. Seguètte, usato qualche volta dagli antichi in luogo
di seguì, non troverebbe certo in oggi chi volesse adoprarlo. D. Par. 9,
e Inf. 25. — Matt. Vill. 8, 47. — Bocc. Laber. — Bemb. pros. cap. 193. Se
guio per segui, è poetico, sebbene il Boccaccio l’ usasse anche in prosa.
Oltre a quesio ne SEGUIO la morte di quelli, che per avventura campòli
sarieno. Introd.
(9) Il particip. pres. naturale del verbo Sentire è Seniènie. Bocce. È.
Amet. 43, e 58; ma tal voce, per la sua durezza, non s'.usa. Senziènte
è un mero addiettivo, non già il par. pres. del verbo senfìre, i due com |
posti del quale, consentire e dissentire, fanno consenziènie, dissenzienti. |.
(10) Veggasi la nota 5 di questo capitolo.
(11) Vedi la nota 19 di questo capitolo.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 277
Alleggerire Ammannìre f{Ammorbidire |Annerìre Appetìre
Allenìre Ammansire |Ammortìre Amnichilire |Appiccinìire
Allestire Ammattire Ammutìre Annobilire Appigrire
Amariìre Ammollire (12)|/Ammutolìre |Apparìre (13) |Applaudire(14)
Ambiìre Ammonire Anneghittire |Appassìre Ardìre (15)
(12) Il primitivo di Armmollire e riammollìre è mollìre, verbo più
del verso che della prosa: Aspetterò che lu pietà MoLLISCA Quel duro
gelo che ec. 'Tas. Am. prol. L’ Ariosto usò molli, nella 2a. pers. sing. del
pres. sogg. in vece di MoWìschi: Se la durèzza iua prima non MOLLI.
Orl. Fur. 21, 31.
(13) Ha questo verbo mestieri di schiarimenti più particolari per la
singolarità del suo andamento: esso edi suoi consimili comparire, e ira-
sparire, che tutti anticamente apparère, comparère e irasparère si dis-
sero, hanno per primitivo parère, che è della 2a. conjugazione, e alcune
cadenze del quale si conservan tuttora ne’ suddetti suoi derivati in un
con quelle della 3a. conjugazione. Appariìre ha per par. pres. solo uppa-
rènie, non già appariscènie, che è mero addiettivo, usatissimo nel Boc-
caccio ed in altri buoni prosatori: Temèfte di non dovèrvi èssere ricevùto,
perciocchè, iroppo era giovane e APPARISCENTE. Bocc. nov. 21. — Essere de-
stro, acccorio ec., orrèvole, APPARISCENTE, e adorno. Passav. 216. Nel par.
pass. ha apparito e apparso: quest’ ultimo che dal Pistolesi è dichiarato
errore, leggesi in accreditatissimi autori. Come fece lo Angelo APPARSO a
Muria. Fr. Giord. pred. —A noi narràndo come il marìlo le fosse in so-
gno APPARSO. Fir. Asin. 299.—Gran bellezza a niun aliro nel mondo era
APPARSA. Segn. pred. 35. Nel pres. indic. ha Apparisco (non appàio, per
iscansare l'equivoco colla prima pcrsona del verbo appaiàre), apparìsci,
apparisce, e appàre, appurite, appariscono, e appàiono. Nel pass. def. ha
apparii e appàrvi, appari e appàrve, apparìrono e appàrvero, 0° appàr-
cono. Sono poi voci più del verso che della prosa. Appàrsi, apparse, appàr-
sero e apparsono: D. Purg. 27.—Petr. son. 26.—Tass. Ger. 3,21. Nel pres..
sogg. ha Apparisca 0 appàia, apparìschi, apparisca 0 appaia, apparià-
mo, appariàle , appariscano o appaiano. In tutto il rimanente questo
werbo procede come Impedìre.
(14) Questo verbo è della 2a. e della 3a. conjugazione, trovandosi
-Applàudere e Applaudìire, e conseguentemente ha doppia cadenza quasi
in tutte le voci che compongono la sua conjugazione, cioè: par. pres. Ap-
plaudènie ; par. pass. Applaudìto (non applauso); ger. Applaudèndo ;
andic. pres. Applaudisco e applàudo ec. Imperf, Applaudica e applaudèva
ec. Futuro, Applaudirò e applauderò ec. Sogg. pres. Applaudisca e ap-
plàuda ec. Imperf. Applaudissi e applaudèssi. Nel pass. def. si osservino
le seguenti variazioni: Applaudìi (non applaudèi, nè applausi), appla-
uidisti e applaudèsii, applaudì e upplàuse, applaudimmo, applaudìisle e
«spplaudèste, applaudirono e applàusero, o ‘applàusono. In quanto alle
voci antiquate e poetiche di questo verbo, sì dell’ una che dell’ altra co-
mjugazione, veggansi le osservazioni generali Cap. VI, $. VII.
(15) Per non confondere il significato delle due voci Ardiàmo, ar-
diàte, del verbo ardìre, con quello delle identiche voci del verbo ardere,
si suole in vece di quelle valersi delle voci di altro verbo di egual signi-
fficato, come sarebbe, osiàmo, osiàfe, o del verbo avere col nome ardire,
«ome abbiamo ardire, abbiule ardire.
=
278 - PARTE TERZA -
Arguire Assoggettire |Avvizzire {Capire (17) |Concepire(20)
Avricchire- {Assorbire Balbutire Carpire Condire
Arrossìre Assordìre |Bandire Chiarire {Conferìre
Arrostìre Assortìre Benedire (16) {Circulre Conseguire .
Arrozzire Atterrire Bianchire Colorire Construìre(21y
Arrugginìre |Attribuire Blandire Colpìre Contribuire
Assalire Attristire Brandiìre Comparire (18)|Contrirsi
Asserire Attutire . [Brunìre Compartire |Costituìre ‘
Assélire Avvilìre Candire Compiìre (19) }Costruire
(16) Vedi la nota 24 del pres. capitolo. i
(17) Usasi in oggi ‘per lo più questo verbo nel significato di Com-
prendere coll’ intelletto; ma il medesimo è pure sinonimo del verbo ce-
père (vedi la nota 10 del cap. VI) nel senso di Aver luogo sufficiente;
entrare: E lascioovi pure lanta finèstra che vi polèsse CAPIRE lo pane.
Vit. SS. PP. 1, 273.—La genle a pena, ch’ era iulla a piede, lotta &-
PIR nella compàgna aperta. Ar. Fur. 38, 2$.—Non pensài mai che lu
i Ala stalla fusse tanto largo, che io vi fossi CAPITO pote. Fir.
As, d'or.
(18) Comparìre, segue le tracce di apparire (vedi la nota 13), colla
differenza che nel par. pass. comparso è più pregiato che comparito; €
che nel pass. def. ha solo due maniere d' uscire comaparvi e comparsi,
comparve e compàrse, compàrvero e compàrsero. a
(19) Compire, altre la desinenza radicale in ire procedendo come Im
pedire, trovasi pure, ed è anzi più usato colla desinenza ere, conjugando*
si intieramente dietro il modello delia 2a. conjugazione, cioè Compiere;
compiuto e compito, compio e compisco ec. ; compìva, e compitva &.i
compiti e compit ec.; compierò e compiro ec. } compia e compisca ec.; com
pierèi e compirèi ec. Dicasi lo stesso dei verbi Adèmpiere e adempie;
empiere ed empire friempiere e riempìre ec. Trovansi pure compiétie, com
piettero ; udempiètle , riempièlle per compiè, compièrono ; adempiè, rem
piè ; ma sono voci in oggi disusate: E Zutlo l' acconciò e COMPIETTE dlle
sue spese. Fior. S. Franc. cap. 5.—Così COMPIETTERO &a lègrer la lellera.
Vit. S. Gio. B. — Sollectamènte ADEMPIETTE il suo priègo. Fior. S. Fra
cap. 7. Compito per com-; compièr per compièrono ; compio per 0
pi; comipiro e compir per compirono sono tutte voci da usarsi nel verso
(20) Nacquero concepire e percepire dagli antiquati verbi concépere ©
percèpere della 2a. conjugazione, i quali, pregiati dagli antichi, sono 06*
gidi rigeltati, come pure tutte le voci che dalle cadenze loro derivano»
Concepìire e percepire sono in tutto regolari; il primo fa nel par. pa
Concepito e cancepùito; il secondo percepito e percepùto. In quanto è
Concèlto par. pass. irregolare dell’ antiquato verbo Corncèpere, dal latino
conceptus, leggesì nel Bucc. Proem., e nov. 5, e nov. 8a.—Tass. Ger. 1,
—Machiav. Stor. lib. 5. Guid. Giud. 23. ec. Concepètii, concepètle, cor
cepèttero, dal verba concèpere, sono, sîccome il loro infinito, voci anti
quate. Gio. Vill. 8, 35.—Matt. Vill. 6, a.—Segn. Stor. 12.
(21) Constrùire o costruìre, insiruìre o istruìre sono regolari ; han®
bensì nel par. pass. due maniere, cioè construto e constrùtlo, instrulo €
instrùlto: Ma perchè si fa forza a tre persone, In ire gironi è distinto
e costRUTTO. D. Inf. 11.— Ruggièr quel mirto ringraziò del tutto, Pa da
lui si parlì dotto ed INsTRUTTO. Ar. Fur. 6, 56. — anna. huona 0
ria sé bene INSTRUTTA al nuoto ec. Tac. Dav. stor. 4, 333.
e. pre
A
"è. 6 ha
ETIMOLOGIA .E SINTASSI
Custedìre Ferìire (22) Imbastire Imporrire Incivilire
Deferire Finire Imbellìire Impostemire ]Incivittire
Definìre Fiorìre Imbestialire {Impoverìre {Incodardìre
Demolìre Fluìre Imbianchire jImprosperìre {Incollorìire
Dichiarìre Forbìre Imbiondire |Imputridire {Incrudelìre
Differìre Fornìre Imbizzarrìire ]Imputtaniìve {Incrudive
Diffinìre Fruìre Imbolsìre Impuzzolire {Indebokre
Digerìre Garantire {Imboniìre Inacerbìre Indocilire
Diminuìre Gestire Imbottìre Inacetìre Indolcìre
Disasprire Ghermiìre Imbozzacchire | Inacutìire ndolentire
Diseppellire |Gioìre (23) |lmbricconìre {Inalidire Indelenzire
Disfavorìre Gradìre Imbrunìre Inamarire Indredire
Disfinire Granpcire Imbruschìre {Inanimìre Indurire
Disfornìre Granìre Imbruttire {Inaridire Inerine
Disghiottire {Gremire Immagrire Inasinire Infarcìire
Disgradìre Grugnire Immalinconìre{Inasprire Infastidìre
Disimpedìire ]Guaire Immalsanire |Inavariìre Infellonire
Disruvidire |Gualcìre Immalvagire |Incagnire Infemminire
Distribuìre Guarantìre Immarcìre Incallìre {Inferire
Disubbidire {Guarìre, e gue-|Immattìre Incalvìre Inferocìre
_ Disunìre rire Impadronire {Incancherìre |Infervorìire
‘ Disvigorire |Guarnire Impallidire |Incanutire — {Infiacchire
‘’. Frudire Illaidire Impaurire Incaparbire .'‘Infievolire
Esaudìre Ilanguidire |Impazientire |Incapocchire |Infingardìre
* Esaurìre {Hlascivìre Impazzire Incaponìre -|Infistolìre
- Eseguire . ‘|llliquidire Impediìre Incapriccire \Influìre (24)
Esibire Imbaldanzire |]mpervertìre |Incatarrire |Infollìre
Esinanire Imbaldire Impiccolire |Incatorzolire |Infortire
Espedìre Imbandire Impidocchìre |Incattivire Infracidine
Fallre Imbarberìre |]Impietrìre Incenerìre Infralire
Fastidire JImbarbogire |]Impigrire |Incerconire |Infrigidire
Favorire Imbastardire |lmpolironire |Inciprignire |Ingagliardìire
. (22) I poeti in vece di ferìsco, ferìsci, ferìsce, feriscono, ferisca, fe-
rîscano, amano sovente adoperare le voci dell’ antiquato verbo fèrere,
| cieè: fero, feri, fere, fèrono, fera, fèrano. Pocc. Ninf. 183. — Ar. Fur. 8, 49,
e 42, 55.— Tass. Ger. a, 85. — AMfier. Congiur. de’ Paz. at. 5, sc. ult.; e
Mer. at. 4, sc. 3. Leggonsi pure presso gli antichi non solo în verso, ma
anche in prosa: fiere o fier, e fièerono, voci provenienti dall’ antico ver-
bo fièérere : Inconianènte che amore con gli occhi di alcùna Lella donna
primieramènie ci FIERE dèstasi l’ dnima nostra. Bemb. Asol. lib. 2. — Esce-
no spirti d' amore infianmmdati, Che FiERON gli occhi ec. D. rim. 5.— Dolce
m? è sol senz? arme èsser stato ivi, Dove armàio FiER Marie, e non ac-
cènna. Petr. son. 144. Bisogna però esser ben cauto nell’ uso di fier, che
facilmente si confonde coll’ addiettivo fier scorcio di fiero.
(23) Il Buommattei, e con esso lui tutti ì grammatici € filologi, non
sì sa perché, interdicono l’' uso della 1a. pers. plur. del pres. indic., €
della 1a. e 2a. plur. del pres. sogg. e raccomandano di adoperare in ve-
ee di giciòmo, gioidle, le voci di altro verho dello stesso significato. Que-
sto verbo è pur privo di par.',pres. e nel gerundio fa comunemente gio-
tendo, e non gioèndo.
{24) Questo verba trovasi anche latinamente colla desinenza radicale
280
Ingelosire Instituìre Inzotichire |Preterire Ricondire
Ingentilire Instruire Irretire Progredire {Ricostituìre
Ingerire Instupidire Irricchire Proibire Riempire (28)
Ingerirsi Insuperbire |Irrigidire Proseguire Riferire
Inghiottonìve |Intenebrire |Irritrosire Pulire Rifinive
Ingiallire Intenerire Irrugginire |Punire Rifiorire
Ingiovanire {Intiepidire Istiture . Rabbellire Rimbambire
Ingrandire |Intignosire {lstruire Rabbonire Rinfronzire
Inlividire Intimidire Lambire Raddolcire —{Ringentilire
Ionacerbìre |Intimorìre Largìre Raggentilire |Ringioire
Innagrestire |Intirannire |Lascivire Rammollire [Ringiovamre
Innanimire {Intivizzire Lenìre Rammorbidiìre | Ringiovialre
Innaridire Intisichire Maledire,o ma-|Rapire Ringrandire
Innasprire Intorbidire ladire (25) |Rappariìre (27) |Rinsavire
Innuzzolire f[Intormentire |Marcire Rattiepidire |Rinseremre
Inorgoglire |Intorpidire |Minuire Ravvilire Rinsignorire
Inorrid.re Intristire Mollire Ravvincidive |Rintenerire
Inquisire Inumidire Muggire Redarguìre Rintiepidire
Insalvatichire |Inuzzolire Munire Referire Rinverdire
Insanire Invaghire Nitrìre Restituire Rinverzire
Inschiavire Invanire Obbedire Reverire Rinvigoriré
Inserire Inveire Olire Riahbellire Rinvilire
Insignire Invelenire Ostruire (26) |Riagire Ripartorire
Insignorire |Inverminìre |Partorire Riammollire |Ripulire
Insipidire Invigorire Pattuire Riapparire Risarcire
Insolentire Invilire Percepire Riarricchire |Rishaldire
Insollìive Invincidire |Piatire Ribadire Risquittire
Insordìre Inviperire Polire Ribandire Ristecchire
Insospettire |lnviscidire Poltrire Richiarire - ‘[Ristitwre
Insozzire Invizzire Preferire Ricolorire Ritribuire
Insterilire Involpire Presagire Riconcepire |Ritrosire
.-PARTE TERZA.
ere, cioè Inflùere, che è della aa. conjugazione, ma Inffuìre, e tutte le voci
.da questo provenienti in oggi prevalgono all’ altro, del quale il par. p?**
Influsso, ed il pass. def. Inflùssi, influsse, inflùssero, sono le sole voci che
‘ancora s’ userebbero. | 3
(25) Maledìre e Benedìre, procedono’ nella più parte delle loro 1°"
in due maniere, cioè: 1a. come il verbo Dire, del quale essi sono C00°
posti; 2a. come il modello regolare Impedìre. Si osservino poi quelle P°!"
sone di essi, le quali unicamente dietro il verbo Dire si formano. 12"
pres. Maledicènie , benedicènie; par. pass. Maledetto, benedètio ; ge ch
Cn n fe
ledicèndo, benedicèndo ; indic. pres. Malediciàmo, benediciàmo; pas. © |
, Maledicèmmo, maledicèste, benedicèemmo, benedicèsie ; sogg. pres. Male-
diciamo , malediciàte, benediciàmo, benediciàte ; sogg. imperf. Maleduts®
maledicèsse, maledicèssimo, maledicèste, maledicessèro; benedicèssi €. 10
tutte le altre persone questi due verbi hanno due uscite. Vedi la con)!
gazione del verbo Dire. pag. 257.
(26) Il par. pass. di questo verbo è Ostirùtio.
(27) Rapparìre procede come Apparìre. Vedi la nota 13 del pre
capitolo.
(28) Questo verbo ha due uscite cioè Riempire, e rièmpiere, e pro >.
de come Compìre e compiere. Vedi la nota 19, pag. 278.
ETIMOLOGIA E
SINTASSI
281
Riunire Scipidire Smaltire Starnutire Svaniìre
Rugginìre Scipìre Smarrire. Statoire Svelenire
Sbaldanzire |Scolorire Smentìre Stecchire vilire
Sbalordìre Scolpire Sminunre Sterilìire Tradire
Sbandire Scomparire |Smunìre Stizzire Traferìre
Sbigottire Semenziìre Snighittirsi IStordìre Tramortire
Sbizzarrire [Seppellire Sopire Stormire . Traughiottire
Scalfire Sfallire Sorbire Strabilire Trasferire
Scaltrìre Sfavorire Sostituire Stramortire |Trasgredìre
Scarnire Sfiorire Sparire Stremenzire {|Trasperire
Scaturire Sfornire Spauriìre Strugginire |Trasricchire
Schermire Sgarire Spedire. Stupidire Ubbidire
Schiarìre Sghermire Spervertire [Slupire Unire
Schiattire Sgomentire Spessire Suggerire Usucapire
Schiencire Sgradire Squittire Superbìre Vagire i
Sciapidire Smagrire Stabilire Supplìre
VERBI IN /RF, CHE NEL PRES. INDIC. SOGG. E IMPERAT,
INDIFFERENTEMENTE COME DORMIRE, 0 COME
IMPEDIRE PROCEDONO. n,
Abborr—ire, —o, —Isco Dispart—)re , —o0, —isco
Assorb—ire, —on, —isco (29) Divert—ire, —o0, —isco (30).
Avvert—ìre, —o, —isco (30) Ispart—ìre, —0, —isco
Compart—ire, —o, —isco Ment—ire, —o0,;, —isco
Convert—ire, —o, —isco (30) Nutr—ìre, —o0, —isco
Uffer—ire, —o, —isco (31) Soffer—ìre, —o0, —isco
(29) Assorbìre fa nel par. pass. assorbito e assòorio , ma quest’ ulti-
mo è più del verso, e potrebbe far nascere l’ equivoco coll’ assorfo par.
pass. del verbo Assorgere. Mè peregrìno errànies e fra gli scogli, E fra
V onde agilàlo, e quasi assorto. Tas. Ger. 1, 4. Leggesi anche absorto
ma rare volte.
(30) Dagli antiquati verbi Aovèriere, convèriere, divèriere, perveriere,
sovvèrtere nacquero ben presto Avverfìre , convertìre , divertire ec. che
nella stessa maniera procedono. Convertire ha nel par. pass. convertito e
convèrso; il primo è regolare, il secondo proviene dall’ antiquato Con-
vèrtere. A mio danno ti sarài tullo converso. Ar. Supp. at. 5, sc. 9.
Converso 2 salce, in fera, in acqua, in foco. Tass. Am. at. 1, sc. a. —
Perchè CONVERSO in pioggia d' oro a lei non penetràsse Giove. Salvin.
disc. 45. Così pure Sovvertire fa nel par. pass. sovoertilo e sovoerso ; nel
pass. def. convertire e sovvertire, oltre alla maniera regolare Converti,
sovverti ec., hanno eziandio la maniera irregolare convèrsi, converse, con-
oèrsero } sovvèrsi, socvèrse sovoèrsero.
(31) Offrire e sofferìre, che anticamente Offerère è sofferère si dissero,
e che in oggi più volentieri usansi sincopati Offrire e soffrire (vedi pag.
382 alla nota 5), sono irregolari nel par. pass. dove fanno offerto, soffer-
to; procedono nel pass. def. in due maniere, cioè regolarmente facendo
offerti, sofferìii ec., e irregolarmente facendo eziandio offersi, offerse , offer-
sero, soffersi, sofferse, soffèrsero. Offerrò ec., offerrèi ec., sono sincopi in
oggi disusate di offeriro. ec. sofferirò ec. Del rimanente questi due verhi
procedono regolarmente come Dormire o come Impedìre, e vi si applichi-
Gram. Ital. 37
282 ‘ —»’PARTE TERZA
=
Part—ire, —o0, —isco (32) Sort—ire, 0, —i$co
Pervert—ire , —o, —isco (30) Spart—ire, — 0, —isco
£roffer—ire | —ì —o0, —i 0
ire, —0, —isco (33) Sovvert ire, o, —isco (30)
Profer—ire , Scompart—ire , —o, —isco
Nei seguenti verbì l’ uscita in isco è preferita in prosa,
potendo i poeti a beneplacito dar loro o questa, o quella in
o; tali sono:
Fer—ire, —isco, —0 Per—ire, —isco, —0
Forb—ire, —isco, —0 Put—ire, . —isco, —0 (34)
Garr—ire , —isco, —0 Rinverd—ire, —isco, —D
Inghiott—ire, —isco, —0 Rugg—ire, —isco, —0
Inverd—ire, —isco, —0 Schern—ire, — sco, —0
Langu—ire, —isco, —0 Tranghiott—ire, —isco, —0
Mugg—iré, —isco, —0 Trad—ire, —isco, —0
i VERBI ANOMALI
DELLA TERZA CONIUGAZIONE.
CEI RIZZA ZIE III ZIONI IRIS E E
-_———_—__—_—__————_____________———_——————_———_——_————m—_____—tm_—_—___—_—m—__—_______ ___ mm __» _ _ _ __»__ rm mr Òebm@@m6@occ@’ csi
INFINITIVO INDIC.PRES.|PASS. DEF.] FUTURO |SOGG. PRES.| IMPERAT.
Morire (35) Muoro,mo-|morii morrò,mo-|muora,mo-| . . -
ro, mMuo- rirò ra, muo-
jo, mojo ja, m20ja
no le stesse osservazioni già fatte sulle voci antiquate e poetiche di que
sti ultimi.
(32) Questo verbo nel significato di divìdere è della 2a. classe, N
in quello di andarsene esso procede dietro il modello della 1a. classe 50
a quantunque sia lecito a’ poeti di allontanarsi talora dalla regol?
ata.
(33) Gli antichi dissero profferére, e talora anche profferare; del
primo il moderno proferire o profferìre conserva tutte le forme insitmé
colle sue proprie in isco ec. Nel par. pass. ha profferilo o proferìto, e pry
fèrio 0 profèrto; nel pass. det. proferti, proferì, proferirono, profèrsi p"0
fèrse, profèrsero, e così pure con due f.
(34) Pute e pùtono ec. leggonsi anche in prosa. Dove ogn’ uomo PUTÉ
la puzza d' uso si sente meno. Cavalc. Pungil. 10.— Sentite di grazia 0
me questo PUTE. Cas. Galat. E non PUTONO niènie (i pesci) sì foslo
com’ egli sono fuori dell’ acqua tratti. Aldobr. 3, 7.
(35) Morso per morto è errore. Dicasi lo slesso di morse, morsero pî
morì e morirono, quantunque presso alcuni autori tali voci leggansi . MoR-
SE lo ricco e fu sepolto nell' inferno. Cavalc. Espos. Simb. 456. — Così no»
‘ MORSE che si vide avanti Morto il fraièllo. An. Car. En. lib. g. Dicasi lo
stesso di morètie e morìlie, per mori; e moritiero per morirono, sebbe-
ne non sieno tanto fuori di regola quanto morse e mérsero. Quando el-
la MORÈTTE cogli amìci bamboleggiò. Dav. Scis. 82. — Subilamente MORI
TE pièno di molti peccàti. Cavalc. Esp. Simb. 1, 97. — Egli con loro 4°
RITTERO di mala morte. id. ivi, 145. .
di LE
ma
ETIMOLOGIA È
SINTASSI
285
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PARTICIPI INDIC.PRES.| PASS. DEF. FUTURO |SOGG.PRES.| IMPERAT.
Pres. Morente ,|muori,mo-|moristi morrai , |muora,mo-|muori,mo-
moritate ri morirài | ra, muo-| ri
| ja, moja
Pass. Morto muore,mo-|morì, m20-|morrà,mo-|muora,mo-|muora,mo-
re, muor| rio rirà ra,muoja,| ra,muoja,
moja moja
cen. Mortndo |moriàmo ,|morimmo |morremo ,|jmoriàmo ,|moriàmo ,
muoiàmo, moriremo| muojàmo,| muojàmo,
moiamo mojàmo | mojàmo.
morite moriste morréte » |moriàte , |morite
morirete] muojate,|.
mojàte
muòrono ,|morirono, |morrànno, {muòrano ',|muòrano ,
mòrono | miorìro | moriràn-| mòrano ,| mòrano ,
muòjono , no | muòjano,| muòjano,
mòjono mojano | mòojano
IN FINITIVO
Salire (36) Salgo, sali-|salii salirò salga, sali-| .....
sco, "saglio sca, saglia
PARTICIPJ sali,salisci,|salìsti saliràì salga, sali-|sali
si * sagli sca, salghi
Pres. Salente, sa-{sale,salisce sali salirà salga, sali-|salga, sa-
gliènte * saglie sca, saglia| lisca
Pass. Salito saliamo , |salimmo {salirèémo saliamo , {saliamo ,
sagliàmo sagliàmo| sagliàmo
GrR. Salendo salite salìste salirtète saliàte, sa- [salite
gliàte
salgono,sa-|salirono {salirànno sàlgano , |sàlgano ;
liscono , saliscano,! saliscano,
"sagliono "sagliano | sàgliano
(36) Gli antìchi scrissero Saglìre, del quale molte voci tuttora ci ri-
mangono, e s’ usano confuse con quelle di salire. Saglièénte è pregiato
egualmente che salèrnze, ma non saglièéndo egualmente che salèrndo, sebbe-
ne l’ usasse il Boccaccio. SAGLIENDO #uziacia il Sol più allo. nov. 76. Sa-
giti, sugli, saglirono per salìi ec. sono antiquati, e più non sì ammettono,
come neppure saliti, salitte, e molto meno salèiti, salèile ; di salsi, sal-
se, sàlsero, trovansi copiosi esempj presso î classici in verso ed in prosa:
Sopra un àrbore i SALSI, e te su l' erba. Tass. Ger. 12, 30. — Ella con
Crislo SALSE in su la croce. D. Par. 11.— A forza di braccia la SALSI in-
fino in cima del muro. Vit. Benv. Cell. 155. — Però SALSE Roma a tanta
eccessiva potènza. Machiav. Disc. lib. 2. Saglirò, saglirài ec., e saglirèi,
sagliresti ec. sono pur voci discendenti da Saglìire, e leggonsi non di ra-
do presso gli antichi, e fra gli altri nel Boccaccio: Sopra /a quale SAGLI-
nÒ, e quivi il Reeglio del nvondo spero di fare quello che m' imporrài.
Trovasi nov. 77. eziandio sarrò sarrài ec., e sarrèi ec. per saliro ec. e
selirèi ec. come in Bocc. nov. 59.—D. Purg. 7.—Cavalc. Pungil. 8. Ma
sali voci sono in oggi abbandonate intieramente. Avverto che, ove sì pos-
ga » preferiscansi sagliàmo e sagliàfe, a saliàmo e saliàle, onde scansar
1» equivoco di questi colle identiche voci del verbo Salare. Assalìre, risa-
Fire, soprassalire, procedono come il loro semplice Salire.
284
LI
PARTE TERZA
INFINITIVO INDIC.PRES.'PASS. DEF. FUTURO |SOGG.PRES.| IMPERAT,
Udire (37) odo udìi udirò , u-|oda a
drò
PARTICIPI odi udisti udirài , u-|oda odi
drài
Pres. Udtnte ode udì udirà, u-|oda oda
drà
Pass. Udito udiamo |udimmo |udirè mo ,|udiàmo {udiamo
udrèmo
GER. Udèndo udite udiste udiréte , |udiàte udite
udrèle
òdono udirono |udiranno ,|òdano òdano
INFINITIVO udrànno
Uscire (33) esco uscii uscirò esca sa
PARTICIPI esci uscisti uscirài esca esci
Pres. Uscente esce uscì uscirà esca esca
Pass. Uscito usciamo |uscimmo |uscirèémo |usciàmo |usciàmo
uscite usciste uscirete usciate uscite
GER. Uscendo escono uscirono |uscirànno |escano èscano
. INFINITIVO |
Venire (39) vengo venni verrò venga 2000
PARTICIPI vieni venisti verrài venga,ven-|vieni
ghi i
Pres. Ventnte, |viene, vien|venne verrà venga venga
vegnente
Pass. Venùto veniàmo ,|venimmo |verrèémo |veniàmo, {veniamo,
vegnàmo vegnàmo| vegnamo
GER. Ventndo |venite veniste verrète veniàte [venite
vengono |vènnero, |verràanno |vèngano |vengano
“vennono
(37) Avanti che dal latino verbo Audìre si troncasse l'a, per formar-
ne udìre: il primo rimase per qualche tempo in uso nell’ originale su
forma. Fr. Guitt. 9a.—D. da Majan. rim. ant. 140.—Fran. Barb. 50; 17
—Fr. Jacop. da Tod. 5, 23. Le sincopi udrò, udrài ec., udrèi, udrish
ec., per udirà ec. , udirèi ec., sono voci poetiche: Queste selve oggi 1060
nar d' amore S'UDRANNO in nuova guisa. Tass. Am. Prolog.— Upu' È
mondo presènie, UDRA' il futùro. Id. Ger. 1, 28. Come udire, vanno Di-
sudìre, riudire, traudire; ma esaudìre pracede come impedìre.
(38) Dall’ Exìre de’ Latini si ebbe originalmente ZEscire, che non tal
dò molta a cangiarsi in wscire; in alcune persone però di quest’ ullimo
la e di escire si è conservata. Usci’ per uscli l’ usò il Boccaccio: Allore
che io con voi poco fa me ne vscv fuora. Introd. — , e Dante: Si, part
giando i miei co' passi fidi Del mio maèstro usci’ fuor di tal nube. Purg. 17.
Uscìo per uscì; uscìro e uscìr per uscirono sano voci poetiche. Dante disse
uscìnne pev ne uscì. USCiNNE mai alcuno, o per suo merlo O per altr
che poi fosse beàta ? Inf. 4. Riuscire procede nella stessa maniera che
uscire,
(39) Il prospetto del verbo YVerire, serva di norma pe verbi compo-
sti: Addivenìre, addovenìre, antivenìre, avvenìre, contravoenìire,conventte,
disconvenìre, divenire, intervenìre, iniragvenire, invenìre, mispenìre, pe”
A
“
ETIMOLOGIA E SINTASSI 269
CONJSUGAZIONE DEI DUE VERBI DIFETTIVI IN IRE.
INFINIT. | IND.PRES.| IMPERF. {PASS.DEF.| FUTURO {SOG.PRES.| IMPERF., | IMPERAT.
GIRE |...... {giva, gi-[gii girò -.0... |gissi IIS
vo .
PARTIC. |...-.- |givi gisti girài ‘0... |gissì SROEI*
Pres. ...|. .....|giva, glalgi, gio |girà - ++... |gisse cada
Pass.Gi-|giàmo |sivamo |gimmo |girtmo iamo issimo |giàmo
3 5 5 $ 8 $
to ì
GER.....|gite givàte giste girète giate giste gite
0 ese 0 o © givano 9 girono , giranno e o e e . gissero 0 0 © € o. ©
giano | giro, gir
INFINIT. |
IRE |...... |iva, ivo|...... |irò Relatore lea
PARTIC. |...... |ivi isti irài ronson dia
Pres. ...|.0.0... iva ‘0000 [rd 000 |isse data
Pass.Itol......|ivamo |...... |irtemo CO, RETE: (e:
GER. ....1...... |ivate liste ircte 000. [iste ite
+++... |ivano |irono, ir|iràanno |...... |issero lara
S. III. Oltre 1 due verbi difettivi precedenti evvi pure i ver-
bi Oltre (gettare, o rendere odore), e Orìre (nascere); del pri-
mo altro non sì trova che 'a seconda pers. sing. del pres. in-
dic. iu oli; e le tre persone sing. e la terza plur. del pass.
imperf Oliva, olivi, oliva, olivano: Che ben se eloriòsa, Tanto
d'amòr tu ott. Fr. Jac. da T. 1, 5.— Prendéndo la campàgna
lento lento Su per lo suol, che d'ogni parte OLIVA. D. Purg. 28.
—Mescolàto insieme con quello di molte altre cose che per lo
tardino OLIVANO. Bocc. gior. 3, prin. Del secondo non si
a che il par. pass. cioè Orto: £ Zà rimàse, chi lut è OR-
TO. Fr. Sacch. rim, 42.
Siccome vi sono alcuni verbi l'infinito de'quali esce in ere
ed in zre, così ve ne sono parimente, ma in molto maggior
venire, prevenire, provenire, rinvenìre, risovvenìre , rivenire, sconvenìire,
sopraovenire, sooveniìre, svenire. Dassi a questo verbo un participio futuro,
cioè venturo, e in fatti questa voce fu da alcuni antichi usata nel senso
del venturus de’ Latini: Da questa parte ec. sono assisi Quei che credèt-
tero in Cri to veNTURO. D. Par. 32. — Nigilàle d’ ogni tempo sicchè siate
degni di fuggire l° ira VENTURA. Cavalc. Frutt. ling. — £ lieti casi, spiràndo
dal petto De' sommi vati, ne disse VENTURI. Bocc. Amet. 93. Ma in oggi,
venturo non usasi che come addiettivo. Zegnèndo per venendo è antiquato
e fuor d’ uso. Zegro per vengo è del verso : D. Inf. 8. — Tass. Ger. 16, 138.
Viengo è voce plebea. ene per viene leggesi in Petrarca: Talòr armato nella
fronte VENE. son. 109. Venghiàmo, benchè fuor di regola, è usitatissimo
nel conversar famigliare. Yègnono per vègnono leggesi in D. Purg. 27.
Veniro per Fènnero, l usò l’ Ariosto: Così Ruggiero e Marfisa vENIRA
Orl. Fur. 27, 24.
235 PARTE TERZA
numero, che hanno doppia desinenza ralicale are cd ze e
secondo queste sono, o della prima coajugazione, o della terza
2a classe. Eccone la più parte : I
Abbell—àre, —ire Avvelen—àre, —ire (44)
Abbrun—àre, —ire Avvil—àre, —1re (45)
Accan—àre, —ire Avvizz—are, —ire
Accarn—àre, —ire Balbuzz—àre, dre
Affam—àre, —ir: (40) Bianc—àre, . — hire
Afiin—are, —ire (41) Chiar—are, —ire (46)
Affral—are, —ire Color—àre, —ire
Aggrad—àre, —ire Dichiar—are, —ire
Aggrinz—àre, —ire Gran—àre, —ire
Allind—àre, —ire Grugn—are, —ire (47)
Ammann—àre, —ire Imbianc—Are, — hire
Ammans—àre, —ire Imbiond—àre, —ire
Ammelm—àre, —ire Imbrun—àAre, —ire
Ammezz—àre, —ire (42) Impazz—àre, —ire
Ammoll—àre, —ire __ Impaur—are, —ire
Ammorbid—Are, —ire Impidocch—iàre, —ire
Ammutol—are, —ire Inacerb—àre, _, —ire
Annichil—are, —ire Inacet—àre , —ire
Annull—àre, —ire Inagr—àre —ire
Annuvol—àre, —ire Inanim—are, —ire
Appass—àre, —ire (43) Inarid—Are, —ire
Appiccol—àre, —ire Inaspe—àre, —ire
apprefond—àre, —ìre Incancher—àre, —ire
Arross—àre, —ire - Incapricc—iàre, —ìre
Assord—àre, —ire Incatarr—àre, —ire
Attrist—àre, —ire Incener—1re, —ire (48)
Attut—àre, —ire Indur—àre, —ire (49)
(40) Afamàre è verbo attivo, e vale Indùr fame, far patìr fame,
far venìr voglia e appetito di mangiàre. Afamìre è neutro, e vale 4ver
fame.
(41) Il primo è attivo, e vale Ridùr fino, sottile; l' altro è neutro
e vale Divenir fino.
(42) Ambedue questi si proferiscono coll’ e stretta e colle zz aspre:
Y uno e l’altro sono neutri, e vagliono Divenir mezzo.
(43) Appassàre usasi nel significato attivo, ciot Far divertr viz:o, cl
eziandio in neutro passivo Diveniìr passo, vizzo; Appassìire non s’'adopr?
che in quest ultimo significato. O
(44) Aovelenàre vale Dare il celèno, altossicàre; Avvelenìre vale Ren
der velenòso.
(45) Il secondo è più usitato che il primo, il quale è antiquato.
(46) Chiaràre e chiarire, amendue vagliono Cacàr di dubbio, for
chiaro, o manifèsto; ma chiarire usasi in oltre nel significato neu-
tro passivo di Uscìr di dubbio, cerlificàrsi; e in significato neutro ass0-
luto risplèndere.
(47) Grugnàre è antiquato.
(48) Inceneràre è verbo attivo, e vale Far divenir cenere, ridurre
in cenere; Incenerìre è neutro e vale Divenir cenere.
(49) Induràre usasi in senso att.e neutro nel significato di Far duro
e divenir duro, sodo. Indurìre non adoprasi in senso attivo, ma. bensì in
neutro, e neutro passivo. i
Q
ETIMOLOGIA E SINTASSI 287
Infastid—iàre, . —are (50) invermin—àre, —ire -
Infervor—àre, —ire Inviet—àre, —ire
Infior—àre, —ire Inviper—àre, —ire
Infracid—àre, —ire Rammoll—àre , —ire
Infrigid—are, —ire (51) Rammorbid—àre, — re
Ingiall—àre, —ire Rattiepid—are, —ire
Inmalincon—àre, —ire Ricolor—àre , —ire
Inmalirconic—are, —hìre Riptiepid—àre, —ire
Inorgogli—àre, —ire Schiar—àre , —ire
Insalvatic—àre, — hire Scherm—àre, —ire
Insoll—àre, —ire Scolor—àre, —ire
Insozz—àre, —ire Sfior—àre , —ire
Insuperb—àre, —ire (52) Sgar—are , —ire (53)
Intenebr—àre, —ire Sgoment—àre, —ire (54)
Intiepid—àre, —ìire Smagr—àre, —ire
Iniirizz—àre, —ive Spaur—àre, —ire
Iniorbid—àre , —ire Spess—are, —ire (55)
Inirist—àre, —ire Starnut—àre, —ire
Invag—are, — bìire Stizz—are , | —irc
SEZIONE SESTA.
| SULL’ USO DE' MODI E DE’ TEMPI.
—n0 9000 |
CAPITOLO I.
DEL MODO INFINITIVO.
8. I. Nella lingua italiana, siccome in tutte le lingue, so-
novi alcuni verbi che quarido entrano nel discorso sono ne-
cessariamente, e senza lo intervento di alcuna particella, se-
(50) Questi due vagliono entrambi Avere in fasildio , venìre a noja,
recàrsi a noja ; ma il secondo vale anche Recar fastidio, 0 noja.
(51) Il primo usasi solo attivamente nel senso di Render frigido , far
divenìr frìgido, indurre frigidità ; V' altro adoprasi ialora nello stesso si-
gnificato, ma più sovente in quello di Divenìre freddo.
(52) Insuperbàre, verbo antiquato, si usò in senso neutro passivo
cioè insuperbàrsi ; insupertiàre è parimente antiquato, e trovasi in senso
meutro : Il quale per suo proprio movimènito INSUPERBIÒ contro di me. So-
lil. S. Agost. Zusuperbire è ora il più stimato, e usasi in sentimento atti-
vo, cioè Rènder superbo; neutro, divenir superlo, e neuiro passivo insu-
erbirsi. i
(53) Questi due vrrbi vagliono Zincer la gara, rimanere al di sopra
s2ella conlesa; del primo però sembra essersi failto più frequente uso da-
gli Autori che del secondo.
(54) Sgomentre è verbo antiquato, e non si trova che in significato
attivo, mentre sgomentàre è comune, e usasi in significato attivo, neutro,
€ neutro passivo.
(55) Spessàre e spessìire, verbi neutri, e neviri passivi, vagliono Farsi
«denso, e diconsi per lo più de’ liquori, allora che nel bollire, o per al-
Ara cagione acquistano corpo, cioè. divèéngono densi.
288 PARTE TERZA
guìti da altro verbo nell’ infinito, espresso o sottinteso, il qua-
le è quasi come l’ obbietto diretto di essi verbi; tali sono:
‘Dovere, potere, volére (1), lasciàre, solére ec.; onde diciamo
Debbo agire, posso soffrire, voglio préndere, lascio dire, soglio
fare cc. (2). |
S. II. Per proprietà di linguaggio adoprasi sovente nella
nostra lingua la voce dell’ infinito in vece di quella della ter-
za persona singolare, o del presente, o del passato imperfet-
to, o anche del passato composto de’ modi indicativo o s0g-
giuntivo, dipendenti da altro precedente verbo mediante la
congiunzione che, la quale allora sopprimesi: edè una tal co-
struzione, della quale son piene le opere de’ primarj nostri
prosatori classici, imitata dal latino, nella qual lingua essa è
comunissima, cambiandovisi il subbietto (nominativo) del se-
condo verbo in obbietto diretto (accusativo) del primo.
TESTI.
Si pensò il detto Messèr Musciàito costùi DOVERE ESSEN
tale, quale la malvagità de' Borgognòni il richiedta. Bucc.
nov. f.— Nè guari di tempo passò che udéndo il re d'In- è
ghiltérra il maliscàlco ESSER morto. Bocc. nov. 18. — Ejl
s' accòrse, l'abùte AVER MANGIATO fase secche. Id. nov. 9-
Ti converrà sempre aver nella memòria Iddio ESSERE STA
TO creatòr del cielo e della terra. IA. nov. 24.— Disse ch
vivesse con franco cuore, nè mai si dimenticàsse, né troppo
si ricordàsse Ottone, ÈSSERE STATO suo zio. Tac. Dav. stor.
(1) Negl’idiomi, alemanno ed inglese, i tre verhi dooère, potère, e 0
Ière non sono considerati che come segni verbali, o al più come ee
ausiliari, e costituiscono ognuno un modo diverso nel verbo che accoll-
pagnano, e paco, credo, ci vorrebbe per farli accettare come tali in Ul —
te le lingue, seguendo i principj di grammatica universale, perocchè al.
tro non fanno che caratterizzare l'azione secondo l’ intenzione di ©!
profferisce il verbo; e pare che il Buommattei fosse anch’ egli persva50
di questo principio, soprannominando tali verbi Namulatorj, cioè quel-
li che mai non vanno da loro, ma necessariamente accompagnan? ©
prestan servigio all’ infinito d'un altro verbo espresso o tacito: 00
sì nelle espressioni debbo partìre, posso partìre, voglio partire» la
forza significativa delle voci debbo, posso, e voglio è relativa UN
camente al verbo principale partire ;. nel primo esempio sono obbli-
gato di partire, nel secondo ho la capacità, la libertà , la permissi”
ne di partire; nel terzo ho la volontà di partire. Del rimanente dovére °
di fatto ausiliare anche nella lingua italiana, indicando esso, seguito ©
verbo principale, il tempo futuro del modo infinilivo siccome noi 6g!
esplicammo nella Sezione V, Capitolo V, alla nota 2.
(2) I verbi indicanti l’ azione de'nostri sensi, come: Zedère, senbire,
udìre ec., voglion pure spessissime volte esser seguiti da un altro ver
nell'infinito, come: veggo venire, sento parlàre, odo profferire ec.
+
ETIMOLOGIA E SENTASSI PHI
Se egli crede la repùbblica AVER bisògno che i senatòri pàr-
;
v
‘,
i
1
ì
”
lino libero, perchè entra egli in cose sì deboli? Id. ibid.
Tutti questi esempj si sarebber potuti costruire co' rispet-
tivi modi definiti, mediante la congiunzione che: Che costùi
dovesse esser tale ec.- Che il maliscàlco era morto. - Che’ l'_ a-
bate avea mangiàto ec.- Che Iddio è stato creator del cielo
ec.- Che la repùbblica abbia bisogno ec.; e quel che mag-
giormente prova esser Ja costruzione suddetta della stessa
natura che quella de’ Latini, cioè che vi si cambia parimen-
te il subbietto dell’ un verbo in obbietto diretto dell’ altro,
si è che, ove il discorso richieda che, per esprimere il subbietto
in vece del nome, s’ adoperi per uno de’ pronomi personali,
questo dev'esser Zu, o ez, o l'identico sé, anzichè egli o
ella. (Vedi Sezione III, Cap. 1.)
TESTI.
Niuna laude da te data gli lia che io LUI OPERARLA ......
non vedessi. Bocc. nov. 541.— Credéndo LUI ÈSsER tornàto dal
bosco avvisò di riprénderlo. Id... nov. 4.— Ella che médica
non era senz’ alcùn fallo LUI credette ESsER morto. Id. nov.
bO. — Si ricordò LEI DOVERE AVERE una màrgine, a guisa
d' una crocéita, dope T orecchia sinistra. Id. nov. 16. — Per
tutto dicendo, SÈ il palafréno e panni AVER vinto all’'Angu-
Liéri. Id. nov. 84. (3) |
S. III. Altra proprietà di lingua italiana si è l'adoperare
infinito in vece del soggiuntivo dopo le particelle chz,. che,
ove, dove, donde.
ui LE TESTI.
Qui è quesia cena, e non saria CHI MANGIARLA. Bocc.
nov. 12.— Di Guiscàrdo ho to già meco preso partito CRE
FARNE, ma di te sallo Iddio, che Îîo non so CHE FARMI. Id.
nov. 5d.— CHE /a mia cita acerba Lagrimàndo trovàsse OVE
ACQUIETARSI. Petr. canz. 15.— E vo cogliendo queste erbe,
acciocché de’ liquòri di esse ec.....io abbia DONDE VIVERE.
Filoc. lib. 5, 58.
‘ S. IV. Il più delle volie la voce dell’ infinito è preceduta
(3) Alcune volte però l’infinitoè seguito dal pronome personale terza per-
sona, e talora anche prima persona, nel rapporto di subbietto: Si vedèva
della sua sperànza privare, nella quale poriàva , che se Ormìsda nonla
prendèsse ,fermamènie dovèrla AVERE EGLI. Bocc.nov.41.—Adiràta, non del
non VOLÈRE EGLI andàre a Parigi, ma ec. Id. nov. 28.— Signor mia, IL
VOLÈR 10 /e mie poche forze sottoporre a gravissimi pesi, m' è di questa
infernutà sitata cagione. Id. nov. 27. ERA
Gram. Ital. 38
290 PARTE TERZA UM
da una di queste preposizioni @, di, da, con, in, perte;
de' quali -modi di dire faremo menzione ragionando delle pre-
posizioni. Ò
S. V. Rimaneci ancora a parlare dell’ infinito, tenente
luogo di nome. Noi toccammo già questo particolare, discor-
rendo dell’ articolo determinante; ora ci torniamo con far
conoscere, che è una delle più caratteristiche proprietà della
lingua italiana l usare la voce dell’ infinito a modo di nome
astratto verbale mascolino, sì nel rapporto di subbietto che
di obbietto diretto e indiretto, solo, o accompagnato da qual-
che addiettivo, o da qualcuna di quelle particelle, sia artico-
lo, sia preposizione, o qualsivoglia altra, che suolsi adopera-
re onde serva d' appoggio al nome; leggansi gli esemp) della ,.
Sez. IL Cap. VII, $. VIII, ed i seguenti
TESTI.
Le leogi, nelle sollecitàdini delle quali è 1L BEN VIVERE
d' ogni mortàle. Bocc. Introd. — Ed è vera virtùte IL SAPER
st astenér da quel che piace, Se quel che piace offénde. Past |,
fid. at. 5, sc. 5.— Per assàùi cortese modo il riprése DELL'IN
TENDERE, e DEL GUARDARE, ch' egli credéca ec. Bocce. nov. 33,
— Il conuùne FAVELLARE degli uòmini usa dire ec. Boe. |
Varch. 4, 7. — EL SUO PARLARE, e ’/ del viso e le chione,
Mi piùcquen sì ec. Petr. canz. 7.— Perchè ’n fino al mori |.
si vegghi e dorma. D. Par. 3.— Questo PENTERE non avtn-.
do luogo, vi sarebbe di maggiòr noja cagiòne. Bocc. nov. dò.
— Quel vago IMPALLIDIR, che'/ dolce riso D'un'amoròsa neb-
bia ricopérse. Petr. son. 98. — Che la donna, NEL DESIAR
è ben di noi più frale; Ma NEL CELAR du desìo, più scala.
Past. fid. at. 1, sc. 2. (4) ne
S. VI. Gl infiniti, usati a modo di nomi, sono come
® . La . . . ° ;
questi soggetti alla variazione di numero ponendosi. ess N
plurale, onde diciamo 7 parlòri, i favellàri, î mangiòri, 1 s0-
peri, i baciùri, gli abbracciàri ec.
| I TESTI.
| Li sozzi PARLARI corròmpon li buoni costùmi. Albert
cap. #0. — Ma le mescolùte e bastàrde, che non hanno pa
ròle nè FAVELLARI proprj, non sono lingue. Varchi, Ercol. 929. |
(4) Non di rado l’ infinito, adoperato come nome, leggesi senza e
ser appaggiato ad alcuna particella : E perciocchè AMARE mèrile piuttosto
dilèlto che afffizione al lungo andore ec. Bocc, nov. 42.—Apprèsso MAN 3
GIARE secondo la sua ùsànza nella càmera n' andò della figliudia. Id. ò
Dov. 31.
ene nin
aid n
ETIMOLOGIA E SINTASSI o 291
— La diversità de’ giudìzj nasce dalla diversità de' SAPERI. Id.
bid. 18.— In quella Alessàndria sono le rughe ove stanno
i Saracìni, i quali hanno i MANGIARI a véndere. Nov. ant. 8.
— E veggendo le tenere logrime, gli ABBRACCIARI e gli one-
sti baci. Bocc. nov. 15.— O eletti dî Dio gli cui SOFFRIRI
È giustizia e sperànza fan men duri, Drizzùte noi verso gli
alti sALIRI. D. Purg. f9. |
CAPITOLO II. I
DEL PARTICIPIO PRESENTE, E DEL GERUNDIO.
$. I. Queste due parti del verbo, essendo ambedue voci
infinite, vengono considerate come appartenenti al modo in-
finitivo. Il participio presente, o attivo, il quale si avrà sosti-
tuendosi alle desinenze radicali del verbo are, ere, ire le parti
ante, ed ente, altro non è in fatti, siccome noi già dimostram-
mo (Sez. IV, Cap. I, e Sez. V, Cap. I, $. I, II, HI), se
non che un addiettivo qualificativo, contenente e//iss? del ver-
bo astratto essere, perocchè amante, credènte, dormiènte, im-
pediénte ec. vagliono Che ama, o che amùàva; che crede, o
che credeva; che dorme, o che dormiva; che impedìsce a che
zrripediva oppure: che è, o era amànte; che è, o era credén-
fe ec. | 1 |
Il participio presente come addiettivo segue la stessa re-
gola di concordanza degli addiettivi, essendo esso soggetto
alla variazione di numero, in cui s' accorda col suo sub-
bietto (1).
TESTE
PRESENTE agli occhi suoi leî GRIDANTE mercé e ajùto
svenàrono. Bocc. nov. 34.— A lui, DIMORANTE in Fiandra,
venne voglia di sentàreec. Id. nov. 18.— S'appresenti alla tur-
ba TRIONFANTE, Che lieta vien per questio èlera tondu. D.
(1) Questa regola non saffre eccezioni , vale a dire il participio pre-
sente non si accorda mai con altro che col suo subbietto, mediante |’ el-
lissi del pronominale congiuntivo @ relativo che, i guale, ec. : quindi
scovgesi facilmente quanto male s’ esprimano la più parle de’ nostri gram-
matici, dicendo che il participio presente s” accorda sovente con gli ob-
bietti diretto o indiretto, oppure (come dicono nel linguaggio loro per
molti inintelligibile), co” casi obliqui, e citando come esempj: Porhè al-
quanlo di tempa ebbe posto in dovèr LEI PIAGNENTE racconsolare. Bocc.
nov. 41.4 LUI, dimorante in Irlànda, venne voglia di sentire ec. Id.
nov. 18; ne'quali esemp], egli è vero, lerè l’obbietto diretto del verbo raccon-
solàre , e lui è l’obbietto indiretto di venir voglia, ma piagnènie e di
morànle s' accordano con le voci sottîntese Za quale, c il quale, cioè la
quale piagnèoa , il quale dimoràea. Veggasi il seguente $.
292 PARTE TERZA
Par. 22. — Una nave PORTANTE uòmini TEMPESTANTI, PE-
RICOLANTI, SOGGIACENTI a fanti maròsi, e tante tempeste.
Gio. Vill. 11, 3.— DICENTE Santo Agostìno nel sermone
del bassaménto della città di Roma. Id. ivi. — Apòllo TENEN-
TE del cielo quella parte, che ora trascòrre, più i lavòri ab-
belliva. Amet. 44.—I rivi del sangue la NASCENTE fiamma
spegnevano. Liv. Dec. 3.— Di qua e di là in due pendisoh
ciocchette scendéndo e dolceménie ONDEGGIANTI per le gote.
Bemb. Asol. 2. — Felici e foriunàti ed in ogni tempo GODEN-
TI de’ loro amòri. Id. ivi.
. II. Per proprietà di linguaggio, e ad imitazione del-
l' ablativo assolùto de’ Latini, trovasi spesse volte presso gli ;
antichi, un participio presente col suo nome o pronome it- |
dipendente dal resto della sentenza, e posto tra due virgole, È
quasi come tra parentesi.
TESTI.
In un libro ch' io intendo di fare, DIO CONCEDENTE,
di volgàre eloquinza. T. Conv. 6f.— Questi cinque triònf
in terra giusa Avèm vedùti, ed alla fine il sesto, Dio PER
METTENTE, vederem lassùso. Petr. Tr. della. Divin. — Avven-
ne, DURANTE LA GUERRA, che la reina di Francia infermò |
gravemente. Bocce. nov. 25. — Quando, SOPRAVVEGNENTE IA |:
NOTTE, con essa insieme surse un tempo fierìissimo e tempe
stòso. Id. nov. 41.— Mi paréva che, ME RENITENTE, usci .:
do del mio seno, vaga fralle prime erbe col mio spinto» |
partìsse. Fiamm. lib. 1, num. 6.— Cesare parlò bello e asset
falaménte, UDENTI NOI, della vita e della morte, quando dis
ec. Tes. Br. 8, 34. i
Questo è quanto ci è paruto dover dire del participio
presente, il quale di gran lunga non è di tanto frequente w0
quanto il gerundio, che spesse fiate in vece di quello pù
volentieri usasi.
S. IIL Il Gerundio non è che un'altra specie di participio
presente attivo, differente da quello già spiegato, in ciò che
esso rimane invariabile, formandosi con sostituire alle desinen-
ze radicali are, ere, dre, le parti ando, ed endo, ove l' altro,
siccome abbiamo esposto, 8’ accorda col suo ' subbietto 1n
numero. b |
Si è altrove già detto (Sez. V. Cap. II, $. IV), che il
termine gerundio sorte l' origin sua dal verbo latino gerere
( portare), perchè presso i Latini esso teneva le veci dell'in-
finito, e che nella nostra lingua il verbo nel gerundio, espri;
ETIMOLOGIA E SINTASSI 295
me per lo più un'azione passeggiera, che si eseguisce dal
medesimo subbietto e nel medesimo tempo di un'altra azione,
alla quale la primaserve quasi di circostanza caratteristica, come:
disse sorridendo ; enirò cantando ; cammina saltellando ec.
TESTI.
2
Call
Non vede un simil par d'amànti il Sole, Dicéa RIDÈN-
DO, € SOSPIRANDO insieme ; E sTRINGENDO ambedue, colgéasi
attòrno. Petr. son. 207.—Di che egli PIANGENDO, come co-
lù: che chiaro vedéa la sua disavventura, cominciò a dire.
Bocc. nov. £5.—Non VOGANDO ma VOLANDO, quasi in sul
dì del seguente giorno ad Egìna pervénnero. Id. nov. 17. —
Qui poscia RITORNANDOLO, portàle Con esso vor per sucrifizio
novo Nov acqua, novo vino, e novo foco. Past. fid. at. d, sc. 4.
— Gli dette (gli ambasciadori ) 4 guardia a’ suoi soldùti, CO-
MANDANDO /oro, che per nissùuna città li lasciàssino entràre.
Petr. uom. ill. 113.—SAPENDO Za volùbil cente che ella è
a’ pericoli tarda, e veDENDO il dello, traditora. Tac. Dav.
ann. 14. (2) 0
S. IV. Non senza vaghezza preponesi talora al gerundio
la particella in, dicendosi in amando, in facéndo, in dando
ec. Ella l'accese e se l ardòr fallàce Durò mol’ anni 1N
ASPETTANDO un giorno Che ec. Petr. canz. 39. (3)
S. V. Leggesi sovente nel Boccaccio il gerundio accom-
pagnato col suo subbietto, espresso da uno de’ pronomi per-
sonali: Egli se n' andò VEGGÈNDOLO 10 consumàre, come si
fa la neve al sole. Bocc. nov. 27.— Essendo Talàno in con-
taàdo, DORMENDO EGLI, gli parve in sogno di vedere ec. Id.
nov. 27.--Con licénza di fui arla alla sua donna, ed ella
TACENDO, egli in persòna di li st rispònde. Id. nov. 25. In
altri autori trovasi talora anche co’ pronomi /uz e /ez, come
in Dante Inf. 52: LATRANDO LUI cogli occhi in giù raccòl-
ti: e nel Petrarca canz. 17: Men gli occhi ad ognòr molli
ARDENDO LEI, che come un ghiaccio stassi.
(2) Talora trovasi il gerundio nel puro significato del participio pre-
sente, come: Trovato Ruggieri DORMENDO (cioè dormente , 0 che dormiva)
lo incominciò a tentàre ec. Bocc. nov. 52.—Quivi Irocàrono i giovani GIU-
CANDO {cioè giocanti, o che giocavano) dove lasciati gli avieno. ld. Gior.
6, fin. |
(3) Il gerundio fu pure usato colla preposizione con : La quale se voi, CON
alcùna cosa DANDOGLI, donde egli possa secondo lo slalo suo vivere ec. Bacc.
nov. 92.—Con DICENDO egli, che ella serviva sollecitamènte lui, mostra la
grata e dolce naiùra della damigella. Dep. Decam. 46. — E con DANDO
nuove leggi e riformàndo le vecchie rendè ec. Borgh. Orig. Fir. 137; ma
tali modi di dire più non piacciono. RS TE
294 PARTE TERZA
$. VI. In vece della voce dell’ infinito usasi spesse volte
i gerundio dopo i verbi andàre e venire, per significare fre-
quenza, o proseguimento d' azione, come andar leggendo,
andor cantondo, venìr facendo ec. ' |
TESTI. (4)
A me medîsimo incrésce ANDARMI fanto tra tante misere
RAVVOLGENDO. Bocc. Introd.—Son poche sere che egli non
3Î VADA INEBRIANDO per Ze taverne. IA. nov. 68.—La mise-
rélla con amàre làgrime tutto'! vegnénte giorno 5° ANDO' COY-
sumanDO. Fir. Asin. 13.— Se non restò di rinfacciàrlo, di
vantàrsene, d ANDARLO DICENDO per tuito. Sen. ben. Var-
ch. 6, 4.—I vo PENSANDO. e nel pensàr m' assàle ec. Petr. .
canz. 29.— Cominciò ec. a far sembiànte di distèndere l'uno
der ditt, e apprésso la mano, e poi il braccio, e così tutto a
VENIRSI DISTENDENDO. Bocc. nov. 17.—VENNI FUGGENDO la
fermpésta el vento. Petr. son 99.— Quello che io le mando
a dire ec. si VERRA CONDUCENDO ad effetto. Cas. lett. 20.
S. VII. Ha forza e singnificato di gerundio la voce del-
Y infinito preceduta dalle preposizioni in e con, sole o unt
te all'articolo determinante /o o i. |
| TESTI.
S ajutiva CON RACCOMANDARSI (raccomandandosi) cor-
fsinovamente alla guardia dì Dio. Vit. S.. Gir. 4141.— Tull
il rimanénte di quella mattina consumò 1N CERCARLI (cer-
candoli). Bocc. nov. 73.—Io spendo il mio 1N METTER tor:
fa ed IN ONORARE è miei ciltadìni (cioè in mettendo ec. ed
in onorando ec.). Id. nov. 89.—NEL VEDERTI (in vedendo-
u) ripiglia il lagrimàr l usàta via. Maffei, Mer. att, 2.-Tu
eredesit salvàrio COL NEGAR (negando) d' èsser padre €
È hat perdùto. Past. fid. at. 5, sc. B.—Z soldàti Cot Gu
DARE E PICCHIARE (cioè gridando e.picchiando) non lese
vano dir luz né altri. Dav. Stor. lib. 3. (5)
(4) Trovasi eziandio il gerundio in vece dell’ infinito e la preposi-
zione @ dopo il verbo mandare: MANDÒ SIGNIFICANDO ciò che fare inien-
deva. Bocc. nov. 34.—Madénna Francèsca ti maNDA DicèNDO che cc. ld.
nov. 82.—E incontanènie per lèliera gli MANDÒ COMANDANDO che ec. Matt.
Vi}l.3, 51.—Che Madonna mi MANDI & sè CHIAMANDO. Petr. son. 3oì:
cioè mandò a significàre; manda a dire; mandò a comandàre ec.
(5) Talvolta , ma ben di rado, l'infinito, facendo le veci del gerun-
dio , leggesi preceduto dalla preposizione a, come: A'TRARGLI /' osso po
rebbe guarire. Bocc. nov. 4o. La voce dell’ infinito preceduta da Senza
può anche dirsi avere in certo modo forza di gerundio in senso negativo:
E fermo lui entrò : che non fa scienza SENZA LO RITENERE, avère inteso
(cioè non ritenendolo). D. Par. 5.—SENZA maî AVERLA veduta , di subilo
ferventemènie la cominciò ad amàre (cioè avendola mai). Bocc. nov. ù
ETIMOLOGIA E SINTASSI 295
CAPITOLO III.
DEL MODO SOGGIUNTIVO. (1)
S. I.Si è veduto nella Sezione precedente per quali desi
nenze il modo soggiuntivo dagli altri modi del verbo si di-
stingue; e si è eziandio potuto vedere dall’ esposizione che .
ne abbiam fatta, che l essere un verbo nel modo soggiuntivo,
vale io stesso che essere il significato di esso (2) dipenden-
te, quasi subalterno e sottoposto a quello d’ altro verbo an-
tecedentemente espresso nel modo indicativo, che afferma sem-
plicemente l’ azione. Ora lo scopo del presenie capitolo è il
dimostrare quali sieno i verbi che per la natura loro possan
tenere in dipendenza un altro verbo, o, per parlar più chia-
ro, l’ indicare quando un verbo debba esprimersi nel modo
soggiuntivo : ed è questa, non vw ha dubbio, una delle più
malagevoli parti della sintassi italiana, imperocchè è presa, od
imitata per lo più da’ Latini, per la qual cosa essa è difterca-
te assai, e molto più estesa, che non è nelle altre lingue
viventi.
S. II. La principale dipendenza delle nostre azioni, con-
siste in esser le medesime sottoposte all’ altrui volontà: quin-
di, quando si dice che un verbo dipende da un altro, s' in-
tende il più delle volte che quest’ altro verbo esprima un’ +
dea di volontà, o positiva , o negativa. La volontà positiva ,
può consistere in un comando, una preghiera, un desiderio, una
permissione , un consenso ec. ne segue che 1 verbi colére,
comandare, pregàre, desideràre, permettere, consentre, proibire,
impedire, dispiacere ed altri sinonimi 0 equivalenti di quesu ,
vogliono il verbo che da essi dipende nel modo soggiuntivo,
onde diciamo : i | I
(1) Essendosi nel precedente Capitolo ragionato del participio presente
e del gerundio, l’ ordine vorrebbe che immediatamente dopa, si desser
de’ precetti sull’ uso del participio passato, ma siccome in ogni modo farà
d' unpo ritornare a questa parte del verbo allorchè si tratterà de’ verbi
passivi, e neutri passivi, ci è sembrato più convenevole al nostro biso-
gno di esser brevi, l’ allontanarci dall’ ordine suddetto ed il serbare per
allora quanto crederemo a proposito di dire sul suaccennato partici;.io..
(2) Si ricordi il lettore che per significato del verbo roi iniendiam
dire 7 azione , la passione, e lo stalo d’ essere; tre cose, per esprimer le
quali furono unicamenie introdotti nel discorso que’ segnì chiamati verbi,
i quali a tal effetto sommariamente si dividono in adiwi, in passivi ed
in neutri. Vedi Sez. V, Cap. I.
296 PARTE TERZA
Voglio, comàndo, intendo, im-\
pòngo, prego, sùpplico (3), desi-]che si dica, si faccia, st va-
dero, bramo, permetto, sòffero,\Ja ec., non già che si dice,
consento, chiedo, amo, proibì-\che si fa, che si va ec.
‘sco, impedìsco, mi dispiùce
i S. III. Oltre a' verbi di volontà, quelli che esprimono
un' idea di dubbio, di timore, di sorpresa, ed i loro equiva-
lenti, mandano parimente il susseguente verbo al soggiuntivo;
come: |
Dùbito, temo, mi maravìglio,} Lasi “iii
| Ica, sz la ec.
sono sorpréso, non credo ec. che si dica, st facc
Lo stesso dicasi de’ verbi detti impersonali, esprimenti
l’idea di necessità, o di convenienza, come sarebbe 5isognà-
re, bastàre, convenire, giovàre ec. onde si dice: i
‘ Bisògna, basta, . i
DI P andi si ec.
conviéne, giova ec. NE che si mandi, si prenda
Vuol pure il soggiuntivo dopo di sè il verbo essere, in
terza persona, seguito da uno de’ seguenti addiettivi /àcz/e, dif-
ficile, possibile, impossibile, giusto, ingiùsto, decente, indecénk,
sorprendente, necessàrio, probàbile, o da’ nomi tempo ed ora,
o dall’ avverbio dere, come:— È cile, 0 difficile che lo FAC
CcIA.—Era possibile, 0: impossibile, o probabile CHE 'vENISSI,
CHE MANDASSI ec. — Sarà necessàrio, decénte, giusto CHE COM-
PARISCA, CHE PARLI ec. —È ora, 0 è tempo che ciò SUcck-
DA, che gli PARLIAMO ec. —Sarà bene che tu te ne VADA ec.
S. IV. Per proprietà di linguaggio il verbo ponesi nél
soggiuntivo ogni qual volta col precedente verbo si voglia
esprimere l’ ignoranza, o l’ incertezza in ‘cui altri trovasi, mr
torno al significato del susseguente verbo: ed in generale ciò ha
luogo dopo i verbi crédere, domandàre, suppòrre, giudicàre,
ed altri simili. , | | | È
TESTI. (4)
, «Si cREDERA ec. che da alcùn suo nemico SIA stato uc-
ciso. Bocc. nov. 40.—Si CREDE che SIA il più ricco prelàto
(3) Pregire e supplicare sono spesse volte seguìti dall’ infinito, pre-
ceduto dalla particella a, come: La PREGARDNO A DIRE chi ella fosse, €
che quivi facesse. Bocc. nov. 6.—SUPPLICO vostra Maestà A DEGNARSI di
permèllere ec. Bentivoglio, lett. 49. |
(4) Dopo il grado di comparazione superlativa, seguita dalla congiun-
zione che , il verbo formante la seconda parte della comparazione ponesi
el soggiuntivo, onde diciamo: Sono il più felice uomo, CHE si TROVI nel
| ETIMOLOGIA È SINTASSI 297
' che abbia (3) la- Chiesa di Dio. Id. nov. 7.—CREDI tu che
io, se ui ben gli volessi che tu temi, soFFERISSI che egli
stesse laggiùso ad agghiacciàre. Id. nov. '77.— Gli DomANDO
se FOSSE vero, ciocche contro di lui era stato detto. ld.
nov. 6.— Che tu. ne FACCI quello che l'animo ti GIUDICA,
che ben siA fatto. Id. nov. ®I.—-Si, ch'io mi CREDO omài,
che monti, e piagge, E fiumi, e selve SAPPIAN di che tempre
Sia la mia vita, ch' è celàta altrùi. Petr. son. 28.—Zo non
so chi tu SIE, né per che modo Venùto se' quaggiù. D. Inf. 33.
—SupPONGASI però che Jùppiter SIA a modo loro ùnimo
di questo modo. S. Agost. C. Di
S. V. Dalla regola precedente facilmente deducesi delle
altre, cioè di porre il verbo nel modo soggiuntivo: 1.0 dopo
la particella condizionale e dubitativa se, come: Grazie ri-
orterò di te a lei Se d' ésser mentovàto laggiù DEGNI. D.
urg. 1.— Zo son del tutto, SE tu VUOGLI che io faccia
: quello di che ec., dispòsto ad andùrei. Bocc. nov. 2.— Ora
st parrébbe, SE così paso valent' uomo come si diceva, e SE
. cotànto l' amùsse quanto ec. Id. nov. 34. (8)
2.° Dopo guando, nel significato di se o purché, come:
QUANDO vo: vogliàte, to vi porterò gran parte della via, che
ad andùre abbiàmo a cavàllo. Bocc. nov. bBI.— Pensòssi co-
| stùi avìre da potèrlo servire QUANDO VOLESSE. Id. ‘nov. 13.
.—Molte volte io mi dolea QquanDo la mia memòria mo-
. WESSE la fantasia ad immaginàre quale amòre mi facéa.
D. Vit. nuova 16. Il quando va talora accompagnato con la
congiunzione che, seguita parimente dal verbo nel soggiunti-
vo, come: Ma la storia di Rinàldo di Montalbàno QUAN-
DO CHE si venisse nel volgàr nostro ec. non par già ella di
più antìca lingua che ec. Salv. Avvert. 1, 2, 12. (7)
mondo.—E il più legeiàdro cavaliere, CHE trovar si possa. —Fece fare un
de’ più belli e de’ maggiori palàgi, CHE mai fossero stati vedùli ec.
(5) Dopo i verbi parère è mostrare, adoperati nella 3a. pers. sing.
si pone il susseguente verbo nel soggiuntivo:—A ui, e a futto il regno
ne PARÈA male, che TRASCORRÈSSE il tempo sensa sperànza d' avère suc-
cessore. Matt. Vill. 10, 12.—.Si fu nno il quale PAREVA che iulti i miei
peccàli SAPESSE a menfe. Bocc. nov. 70.— E così MOSTRA che Roma si
REGGESSE a signoria di re 154 anni. Gio. Vill. 129.— Non è perciò così da
correre come MOSTRA che voi VOGLIATE fare. Bocc. Introd. l
(6) Se, non di rado leggesi anche col suo verbo nell’indicativo: Anzi
la voce al suo nome rischiàri, SE gli occhi suoi ti FUR dolci, nè cari. Petr.
. canz: 4o.—S' io DISSI falso, e lu FALLASTI il conio. D. Inf. 30. — Non so
SE a voi quello SE ne PARRA” che a me ne parrèbbe. Bocc. Introd.
(7) Si notino questi due modi di dire avverbiali: Quando che sia,
che vale In alcun tempo, a qualche tempo , una volta; e Quando che
Gram. Ilal. W 39 |
298 PARTE TERZA -
3.° Dopo quale, addiettivo pronominale dubitativo. /o
non so QUALE i0 mi dica, che s0 faccia più 0 il mio piace
re, 0 il tuo. Bocc. nov. 8.—Dicèéndoli QUALE volesse, 0 subi-
to restituire il suo porco, 0 che egli andàsse al rettore. Fr.
Sacch. 146.—Ivi fa che'l tuo vero (QUAL 10 MI SIA) per la
mia lingua s' oda. Petr. canz. 29. ;
4.0 Dopo la particella chz, nel significato di alcuno che.
Non credi tu trovàr qui cHI il baité«imo ti DEA. Bocc. nov. 2.
—Quivi non era CHI con acqua fredda, o con altro argomin-
to le smarrite forze RIvOCcASsE. Id. nov. 16.— Ove sia CHI
per prova intenda amòre, Spero trovàr pietà. non che perdò |
no. Petr. son. 1. (8). Come pure nel significato di qual. |.
\Piacéendogli molto i modi del fanciùllo domandò CHI egli |
FOSSE. Bocc. nov. 18.
5.° Dopo dove e ove, nel significato di quando: se, dar |;
ché, casoché (9). E DOVE e' non rosse d' accòrdo co' Vin: |
ziùni, e coléa gli promettésse renderli la tenùta libera. Cron
Morell. 327.—E DOVE /u non VOGLI così fare raccomàndi |,
a Dio l ànima tua. Bocc. nov. 44. — Che che di me sw
végna, OVE fu non ABBI cerla novèlla della mia vita ec. ll. |.
nov. 99.—OVE voi mi voGLIATE di speziàl grazia fa
ec. .... 0 lo farà qui in vostra ed în loro presenza venire. |:
Id. nov. 19. (10)
x
. si fosse, cioè in alcun tempa passato.—Speràndo che QUANDO CHE SI fi *
| potrebbe mutàr la foriùna. Bocc. nov. 16. — I miei sospiri a me perché,
non folti QuanDO CHE SIA? perchè no ’l grave giogo? Petr. canz. g.-Qu! |.
‘ che è oggi è forza che, QUANDO CHE SI FOSSE, aoèsse principio. Borgh. 4
Arm. fam. 16.
(8) Chi, in questo significato, porta talora l’infinito in vece del sog“
q 8 po
: giuntivo. E se ci fosse CHI FARLI (cioè chi li facesse) per tutto dolorvi
pianti udirèmmo. Bocc. Introd. — Qui è questa cena, e non sario &
MANGIARLA (ciot chi la mangiasse). Bocc. nov. 12.
_ ‘. (9) Dove, e ove, anche come avverbj di luogo vogliono il 51
seguente verbo nel soggiuntivo, purchè il precedente verbo porti st
dubbio n incertezza. Yommene in guisa d’ orbo senza luce, Che non 80»
‘ OVE sÎ VADA, € pur si parle. Petr. son. 16. — Eccoli tutti fuori; io non
50 DOVE io mi FUGGA, DOVE io mi NASCONDA. Machiav. com. In questi ©
simili esempj in vece del soggiuntivo può adoperarsi anche l'infinito,
siccome abbiamo già fatto vedere nel Cap. precedente $. 1I1. Ma anche
allora vi si sottintende talvolta il soggiuntivo per la figura chiamata &
li:sî, cioè debba, dovèsse, possa, polèsse , came in queste e simili loca |:
zioni: Non sa dove nascònderlo , cioè non sa doce possa o debba Na |:
'‘
sconderlo ec.
(10) Portano parimente al soggiuntivo i modi avverbiali Dove che,
e Ove che, che vagliono in qualunque luogo, a qualùnque luogo dosi |
que.—Dove cHÈ egli VADA, onde che egli torni, checchè egli oda 0 vego.
Bocce. Introd. — Or ecco, ànima graziosa , OVE CHE TU SH, ralligroh,
che io mM? arparécchio di seguitàrti. Filoc. a, 129.
EVIMOLOGIA E SINTASSI 299
‘6.0 Finalmente dopo i seguenti avverbj, e modi avver-
biali, impropriamente da taluni detti congiunzioni, abbenché,
acciocchè, affinchè o affinechè, a menochè, ancorché, avve-
gnache, benchè, casochéè o in caso che, comeché, comunque,
conciosiaché , conciofossechè, conciossiacosachè, conviofosseco-
saché, datochè, nonostanteché, perchè (nel significato di accioc-
ché), purché, quantànque, sebbene, tuttochè e orse alcuni altri.
TESTI
Perocché Amòr l' aveva già ferìta, ABBENCHÈ le PARÈS-
se ésser ‘tradita. Ninf. Fies. — ABBENCHÈ sirettaménte le di-
spaccia. Guit. rim. (11).— Anzi pur viva, ed or fatta im-
mmortàle, AccioccHÈ "I mondo la conoscA ed ame. Petr.
son. 287. — ACCIOCCHÈ più avànti non POTESSE il prenze
eenìre. Bocc. nov. 17.— Egli conoscendo la necessità, AFFI-
NECHÉ / acquisto fatto per lui VIGLIASSE più fermézza, ac-
consenti. Matt. Vill. 7, 56.— A/essàndro, ANCORCHÈ gran
paùra avésse, stette pur cheto. Bocc. nov. 84. — E che diffe
renza ha tra quelle è l altre (visioni) AVVEGNACHÈ ; dottò-
ri ne pàrlino, non lo scrivo qui. Passav. 363. — Misero esì-
lio! AVVEGNACH' io non fora D' ABITAR DEGNO, ove voi sola
siete. Petr. son. 37. (12).— Può farlo, CASO CH' E' ci VEGGA
attacco. Casa, lett. — Per salvàr, dico, IN cASO ch' altramén-
te Facendo, biasmo ed ignomìni: fora. Ar. Fur. 38, 3.—
COMECHÈ varie cose gli ANDASSER per lo pensiero di doversi
fare, pur vedîndo il re ec. Bocc. nov. 22. — Dico, che co-
MUNQUE sz SIA, egli ha tante ore la notte, quante il dì. Tes.
Br. 2, 44.— Chi puòte avere in questa cita alcùna cosa du-
ricbile, CONCIOSSIACOSACHÈ {utie le cose sieno trapassévoli?
Albert. 65. — Zo non ti concederò quello che séguita, PER-
CHÉ DATOCHÈ nos ce li diamo, non perciò restiàmo debitòri.
Sen. ben. Varch. 5, 9. — NONOSTANTECHE FUSSE presàto da
tutti è ciltadìni che gli dovesse perdonàre ec. Zibald. Andr. 3, 3.
— Onde paròle, e opre Escon di me sì fatte allòr ch’ È spero
Farmi immortàl, PeRcHÈ la carne muoja. Petr. canz. 18.
(11) Non essendo abdenchè del miglior uso, nè trovandosi molto ado-
perato dagli autori, io consiglio di scansare questa voce e usare piuttosto
in luogo di essa benchè, o sebbène. —. N i
(12) Aovvègna, sì potrebbe, volendo, separare dal che e interporvi
qualche altra voce, o un’ intiera frase, come in questi esempj: AVVEGNA
come io ti dissì CHE non si hanno tultli no, ma solo uno per volla. Fr.
Giord. 44.—AVVEGNA cerlo CHE da nostra polestàde sentenzievolmènte non
Fosse uccìso. Lett. com. Fir. Dicasi lo stesso di cormechè. E COME queste
paròle CHE specialmente dette steno ec. Mor. S. Greg. 1.
300 PARTE TERZA |
— Ond'egli a me: PERCHÈ tu mi dischiòmi Ns ti dirò ch'io
sia, né mostreròlii. D. Inf. 32.— La medicìna da guarìrlo so
0 troppo ben fare, PURCHÈ a voi dea il cuore di segreto te-
nére ciò che ec. Bocc. nov. 28. — Niuno altro, per QUANTUN-
QUE AVESSE aguto Î avvedimento, potrebbe chi io mi fossi
conòscere. Fiamm. 4, num. 92.— Abbiasi ancòr cura, che
e non abbia rimetiiticci su pel tronco d' altri tralci, e avin-
dogli làscinsi siare SEBBEN FosskRO rigogliòsi oltra modo.
Soder. Colt. 25.— TUTTOCHÈ questa gente maladétta In vera
perfeziòn giammài non VADA. D. Inf. 6. (13)
Sonovi inoltre alcuni modi di dire proprje molto frequenti
in cui il verbo sta nel soggiuntivo per esservi l'e//zss7, e del verbo
principale, che mandi a questo modo, e nella particella congiun-
tiva che. Eccone alcuni: Voglia il cielo, o il cielo voglia;
volesse Dio; che piacesse a Dio; non piaccia a Dio; li fa
cl il cielo; possa to ec.; possa tu ec.; Dio il ti perdòni,; Dio
ti benedica; benedétto str tu da Dio; Dio t' assista; il cielo
ce la mandi buona; il diàvolo ti porti; maladetta sia ? ora
che ec.; él faccia chi voglia, e altri simili.
CAPITOLO IV.
OSSERVAZIONI SULL'USO DE' TEMPI,
DELLE PERSONE, E DE' NUMERI.
S. I. Intorno a’tempi del verbo poco ci rimane a dire, aven-
do noi già trattato altrove (Sez. V, Cap. III) copiosamente a
bastanza e della conformazione e della natura di essi tempi, e della
maggiore o minore relazione dell’ uno coll’altro, perchè non di
sia più mestieri di farne nuovamente menzione. Altro adunque
noi non crediamo aver bisogno di esporre, se non che, per una
figura detta enallage, trovasi spesse volte un tempo adopera
to in vece di un altro, cioè: . i 1
Il passato definito in vece del presente: Anichìno gillò
un grandìssimo sospiro. La donna, guardàtolo, disse: ch
(13) Tra questi avverbj avvene alcuni che talvolta trovansi coll’ in-
dicativo, cioè Ancorchè. —E tu sacra Diana e Citerèa Delli cui coril n&
mero minòre Far mi conciène; ANCORCH' io non volta. Bocc. Teseid. 12.
Benchè : — BENCHEÈ a me non PARVE mai, che voi giùdice foste. Id. nov. 20.
Comechè :— La qualeil giovane focosamènte ama comEcHÈ ella non sent
ACCORGE per quello ch'io vegga. Id. nov. 18. Avvegnachè : — Erano lui
pariìli da’ campi per lo caldo , AVVEGNACHÈ quel dì niùno ivi apprèsso
ERA andòlo a lavoràre. ld.nov.77.Conciossiacosachè :— CONCIOSSIACOSACBÈ
molti sono, che lascerèbbono innanzi la confessione, che si confessassero
da’ proprj preti. Passav. 130. Sebbèene:—SEBBENE l'odore e la mesiuro di
questo succhio OFFENDE, non perciò ancìde la cite. Soder. colt. 66.
ETIMOLOGIA R SINTASSI 30:
AVESTI Anichìno? (cioè: che hai) Bocc. nov. 67.— Or che
AVESTI, che fai cotàl viso ? ld. nov. 69,
Il passato definito in vece del passato indeterminato . Ove
FOSTU (fosti tu) stamàne, poco avànti al giorno? (in vece
di se' stato) Rispòse il valente uòmo: non so io ove io mi
FUI (cioè ove io sono stato). Bocc. nov. 23.— Non mi DICE-
STI TU, che qui non lice Sacrificàr d' uomo strantéro il san-
gue? DissiLo , e Dissi quel che ’l ciel comànda. Past. fid.
at. Db, sc. © (in vece di mi has detto, e l'ho detto) (1).
Il passato anteriore in vece del passato definito. Zo an-
dava per grande bisògno in servigio della mia donna, il re
FU GIUNTO e disse ec. (in vece di i/.re giunse). Nov. ant. 35.
— Alzàto alquànto la lanterna EBBER VEDUTO 2/ cattivél
d' Andreùccio ec. (in vece di videro). Bocc. nov. 15.
L' imperfetto del soggiuntivo in vece del trapassato dello
| stesso modo: 4/zò questo la spada, e ferito l avrebbe, se non
FOSSE (stato) uno che stava rillo innànzi. Nov. ant. 94.
Il presente in vece del futuro. Che farài tu se ella il DI-
CE a' fratelli (cioè il dirà). Bocc. nov. 23.— Se io infra
otto giorni non vi GUERISCO futemi bruciàre ( cioè guerirò ).
Id. nov. 29.— Disse a lui: se tu ti CALI (calerai), Io non
tr verrò dietro di galòppo. D. Inf. 22. — O casa male a me
felice, rimàni eterna, e la mia cadùta fa manifesta all'amante,
se egli TORNA (tornerà). Fiamm. lib. d.
S. II. Adoprasi il condizionale ogni qualvolta il verbo è
dipendente da altro verbo che sia retto nell’ imperfetto sog-
giuntivo dalla particella condizionale se. Za donna piagnèndo
rispòse, che SE il maggiòre de' suoi due che avùli avéa FOSSE
VIVO, così st CHIAMEREBBE. Bocc. nov. 16. — 4: quali SE
tu quello AVESSI FATTO, che a me facésti, vituperosamenie ti
AVREBBER FATTO morire. Îd. ivi.
S. III. Le persone del verbo sono naturalmente tre, cioè :
sing. z0, tu, egli, o e'la; plur. noi, voi, églino, o élleno. Furono
queste particelle inventate per indicare l’' identità della per-
sona che parla, a cui si parla, e di cui si parla; ed in que-
sto loro senso puro s' usavano fino a che la favella rimase
mella sua semplicità primitiva, del pari che i popoli che la
(1) Veggansi le note 4 e 6 del Cap. III, della Sez. V, ove le varietà
de' tempi passati, definito e indeterminato, sono esposte con tanta chia-
rezza, che ognuno di leggieri vedrà che, secondo la regola datane, nei
succitati esempj, il secondo. tempo anzichè il primo andrebbe adoperato :
e fo avvertito che la sostituzione dell’ uno all’ altro è usitatissima nelle
opere drammatiche.
302 PARTE TERZA ©
parlavano; ma progredendo questi nella civiltà, nàcque la dis:
uguaglianza di condizioni; e a tanto giunse l' alterigia del-
Y uomo incivilito, forte e ricco, che questi volle esser distinto
persino nel linguaggio, con cui il debole e povero gli parla»
va, anche a costo di alterare il senso delle parole. Il potente,
parlando di sè, credè inspirare più rispetto o timore, con
moltiplicarsi in idea, e cominciò ad usare moz in vece di 10,
esigendo che altri, parlandogli, usasse voz; cosicchè il bello
ed energico fu più non si leggeva che nelle sublimi scritture,
e non sentivasi che nell’ arrogante linguaggio del forte al de-
bole, e ne' rozzi discorsi degl’ idioti, e ne’ famigliari collogu
tra parenti, o amici. 4 cui # re disse: dunque voltie voi che
NOI (2) cegniàmo meno di nostra fede, la qual NOI, per n-
avér sanità, donàmmo alla damig?lla. Bocc. nov. 29.— Sr
gnòr mio, se a VOI azgràda, VOI potéte ad una ora a VO
far grandissiro onòre, ed a me, che pòvero sono per VO,
grande utilità. Id. nov. 417. vee, |
Dal titolo signòre, che in segno di riverenza davasi a' su-
periori, fu dalla bassezza e dall’ adulazione creato un altro te
tolo in astratto, cioè Signoria dicendosi Zostra signoria (V.
S.), sua signorìa, loro signorie. —VOoSTRA SIGNORIA buona
in sua fidelità permàgna. Guitt. lett. 26. — Come V. M. Cn-
stianìss. potrà ve‘lére per léttere di LOR SIGNORIE. Cas.lett. 16.
Ma la voce Sienorìa essendo troppo lunga, e, in virtù dell
sua funzione, di troppa frequenza nel discorso, vi si è sost
tuito il pronome personale di terza persona fem:mninina el
pel subbietto, /e/ e Ze pe' subbietti diretto, e indiretto; onde
diciamo: Ella dice, cioè vostra signorìla dice; Îo LE mando,
o mando a lei, cioè mando a vostra signorîa; Io la Stino,
o stimo lei, cioè stimo vostra signoria; in vece di voi dl,
vi mando, o mando a vot; io vi simo, o stimo vot.
S. IV. Il verbo dee accordare col suo subbietto in per-
sona ed in numero, la qual concordanza è semplicissima quan-
do il subbietto consiste in un sol nome, o ia un sol pronone,
come: z0 canto,tu canti, egli canta, Pietro canta, noi cantiamo,
voi cantàle , églino càntano, i soldàti contano, ec. Allorché
però più nomi, o più pronomi, o nomi e pronomi di perso
ne diverse come subbietti dello stesso verbo, si seguono, 1
regola di concordanza è alquanto più complicata; nulladime
(2) Il pronome noi trovasi talora accompagnato da un nome, 0 pro
rio o caralteristico in singolare, come in quest’ esempio di Gio. Vill.
OI AUTORI di questa :òpera , tutto che a NOI non si confacèsse ec. fume
mo del detto collegio e numero. l. 11, c. 129.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 505
"è niù facile che il s: I le di essi il
no non vè cosa più facile che il sapere con quale dî e
verbo debba concordare; solo fa d'uopo osservare, che per
quanti sieno i differenti nomi o pronomi esprimenti i subbiet-
ti. evvi sempre sottinteso uno de’ pronomi personali 705, #08,
ezlino, che recapitola in sè tutti 1 precedenti nomi, o pronomi,
e col quale il verbo concorda in persona ed in numero, core:
Tu ed io 2 Tu e tu s Egli 2
Il padre ed io È tu e il servo s îl padre,]£
Tu, egli, ella, ) S $ siamo tu, ella, ed i) S ‘3 andrite la madre, S.S vennero
ed io A, fratelli 2 3 il figlio(*= de
È o ed il pre-) g
(3) V
De la cettore /
TESTI.
Lo duca ed t0 per quel cammìno ascòso ENTRAMMO. D.
Inf. 34.(3)—Dipot ci TRAVESTIREMO voi, Ligùrio, Siro ed 10, ed
ANDREMOCENE ec. Machiav. Mandrag. at. 2, sc. 6.— Tu dall'un
lato, e Stecchi dall’ altro mi veuRETE sostenendo. Bocc.
nov. f1.—Ca/landrìîno, Bruno e Buffalmàcco VANNO cer-
cando ec. Id. nov. 75.—Se Virgilio ed Oméro AVESSER ci-
sto. Petr. canz. 40.— Consiglio e ragiòne coNDUCONO la vit-
toria. Tac. Dav. Stor. (4). |
$. V. Allorchè più nomi si seguono come subbietti dello
stesso verbo, e che l'azione può dirsi aver luogo successiva-
mente o alternatamente, cioè potendo essere attribuita ad
ognuno ne’ subbietti separatamente, il verbo dovrà concorda-
re coll’ultimo nominato, come: Mon CINNA, non SILLA sSI-
GNOREGGIO' lungamente. "Tac. Dav. Stor—Vòùttene innànzi:
2° tuo corso non FRENA ÎVé STANCHEZZA né SONNO. Petr.
son. 175.—Z! cominciò qual fortina o destino Anzi l'ùlti-
mo di quaggiù ti meNA? D. Inf. 15. Ma quando tutti i no-
mi espressi come subbietti, sono simultaneamente necessarj
per fare l’ azione, il verbo debbe concordare col proname re-
capitolante églino: MuOVvASI Za CAPRAJA e la GORGONA E
FACCIAN szépe ad Arno in su la foce. D. Inf 55, cioù Muo-
vasi la Capraja, e muovasi la Gorgona, onde amendue iusie-
me faccian siepe ec. |
(3) Contrario a questa regola lo stesso Dante scrisse: Tosfo che il duca
ed to nel legna rur. Inf. 8. È altrove: De’ quai nè ia, nè il duca mio
8° ACCORSE ; ma queste sono licenze poetiche in favor della rima.
(4) Talvolta il verbo concorda con un nome in singolare , che gli
precede come recapitolante degli altri antecedenti subbietti, come: Nè voi
nè ALTRI con ragione mi POTRA’ più dire ch' io ec. Bocc. nov. 8.—Nè piog-
gia caduta, nè acqua gillàla, nè ALTRO UMIDORE gli SPRGNEVA. fac.
Dav. Ann. i | n
»
«04 PARTE TERZA
SVI. Ogni qual volta il subbietto del verbo trovasi es-
sere un qualche nome partitivo, come parle, partita, nùmero,
infinità o simili, dipendente da altro nome plurale, del qua-
le forma come una specie di frazione, il verbo spesse volte
concorda in numero con quest'ultimo, espresso o sottinteso:
Poi come gru, ch' alle montàgne Rife VOLASSER PARTE ec.
D. Purg 26.—Ciascùna di noi sa che de' suoi SONO la mag-
gior PARTE morti. Bocc. Iatroduz.— Za maggior PARTITA
FURON morti, e tagliàti, e parte presi. Gio. Vill. 7, 19.—
UNA INFINITA’ di stroménti da di martòrio furono prepa-
ruti. Firenz. As. 74. i
$. VII. Quando il subbietto è un nome collettivo, cioè,
un nome che esprime una. moltitudine, o una unione d' in-
dividui della medesima specie, come sarebber frolla, gente,
gioventù, pòpolo ec., voglion taluni che indifferentemente si
possa far concordare il verbo in plurale, cioè col significato
del nome; e così in fatti talvolta leggesi in alcuni ‘ibi acC-
creditatissimi: Comandò allora Fociòne a una FRONTA d'o-
ste che DOVESSONO zre e ricoceràre ec. Plut. Vit.—Zo non
lo’ntesi, né quaggiù si canta L' inno, che quella GENTE al-
for cantARO. D. Purg. 32.— MOLTA GIOVENTU’, che non
passiva l adolescenza, si TROVARONO nelli ufficj per proci
ro de padri loro ec. Fil. Vill. 11, 65.—ZPotéle vedere come
il comune POPOLO ERANO IGNORANTI del vero Iddio. Gu.
Vill. 1, 26. Salvo l'autorità di questi esempj, consiglierei ad
ognuno di astenersi dall'imitarli, essendo essi contro la rege-
la generale della concordanza, imperocchè i suddetti e simili
nomi, comechè indichino ognuno un insieme composto di
molti individui, pure presentano alla mente l' idea d' unilà,
che mal confassi coll'idea del plurale, espressa dal verbo;
oltre a ciò debbono i citati esemp), ed altri simili, ana per
eccezioni aversi che per norma d’uso, giacchè cogli stessi sub-
bietti il verbo molto più sovente in singolare, che in plurale
leggesi (3). Poi VENIA maggiòr FROTTA di Romàùni. È".
Sacch. rim.—Da man sinìsira m' APPARI una GENTE D' (-
nime. D. Purg. 5.—Dimmi perché quel POPOLO È sì empio!
Id. lof. 10.
(5) A più forte ragione credo dover avvertire di non imitare il st-
guente esempio del Boccaccio: Come OGNI vOoMO desinàlo EBBERO fanli
uomini e tante femmine concòrsono nel castello, nov. fo. Nè quest’ altro
delle Novelle antiche: La SUA FAMIGLIA AVEVANO un di preso un pento
làjo per malleverìa ec. Nov. ant. 83. Sono questi esem.pj fuori d' ogni re
gola, e non comprendo con qual veduta alcuni grammatici li pro;0ng:99
per norma d'uso nella costruzione.
-— e -
ETIMOLOGIA E SINTASSI 305
S. VIII. Allorchè il subbietto è rappresentato dal pro-
nominale congiuntivo che, il verbo debbe concordare in per-
sona con quello espresso dal nome, ov pronome personale,
che precede al che.
TESTI.
Ma 10 CHE dea SONO, della quale neùna è più potîn'e
di me nel mondo. Arrigh. 26.— Di ‘ME CHE per altri Te
OBLIAR non posso ec. Bocce. canz.3.—Zo cominciùr: FOETA (6)
cHe mi GUIDI, Guarda la mia virtù, s' ell è pessénte. D.
Inf. 2. — Amnòr, CRE VEDI ogni pensiero aperto. Petr. son. 150.
— O frati, dissi, ca& per cento milia Perìgli siete giunti al-
l occidénte. D. Inf. 26. — Se tu fossi stato uno di quegli, CAL
il POSERO èn croce. Bocce. nov. 1. — Dicéndo: quel fu l'un
de’ sette regi, Cu' asSISER Tebe ec. D. Inf. 14. (7)
S. TX..E proprietà della lingua italiana, di far concordare
il verbo, avente per subbietto il pronominale che, coll’ ante-
cedente pronome personale di prima o seconda persona, im-
immediatamente seguito da un nome proprio; ma quel che al
primo sguardo debbe parer contrario alla scienza grammati-
cale si è, che, ad imitazione de’ Latini, lo stesso accordo ha
luogo anche quando il che sia preceduto da uno de’ pronomi
dimostrativi, espresso o sottinteso, colizz, colei, quegli, quello,
quella ec., tuttochè questi di lor natura indichino terza per-
sona; cesserà per altro ogm sorpresa, quando si consideri
che non è già il meccanismo, nè del nome, nè del pronome,
che qui deobe valere, ma bensi | idea che il nome 0 pronome
esprime, e questa è certamente della prima o della seconda
persona. (8) >
(6) È facile il rilevare che nel presente esempio e ne'due susseguenti,
si sottintendono i rispettivi pronomi personali, cioè ne’ due primi Tu,
come: poèta tu che ec. amor iu che ec., e nel-terzo voi, come: O frati
dissi voi che ec. . . i
(7) Non s’imitino adunque î seguenti modi (di dire del Boccaccio :
Era una delle più belle creature, CHE mai dalla nalitra FOSSE STATA
FORMATA. — Fece in piccolo spazio di teinpo fare uno de’ più belli, e
de’ maggiori palàgi, CHE mai FOSSE STATO VEDUTO. Questi due esempj sono
contrar) alla stabilita legge di concordanza per cui vi si dovrebbe in ve-
ce dire: che mai dalla natùra fossero stàte formate; e che mai fosse-
ro stati vedùli, come da molti altri esempj del medesimo Boccaccio chia-
ramente sì rileva. D' una gentildòonna s' innamorò ne’ suoi tempi tenuta
«delle più belle, e delle più legsiàdre, CHE in Firènze rossero. Nov. 49. -
(8) Ad oanta però di un tale uso trovasi qua e là qualche esempio, di
rado sì, ove in simili coagiunture il verbo leggesi in terza persona, co-
me: Corìsca son ben 10; nia non già QUELLA, Sàliro mio gentil, cA' agli
Gram. al. 4o
305 PARTE TERZA
TESTI.
T son Bratr)ce, cRR fi FACCIO andàre. D. Inf. 2. — Sì
vedrài ch' to son l ombra di Capòcchio, CHE FALSAI li me-
tàlli con alchìmia ld. ivi, 29. — Io son ceramente colùi CAR
QUELL' uomo Uccisi sfamàne in sul dì. Bocc. nov. 98. —
T son COLEI, CHE # DIE’ fanta guerra, E COMPIE mia gior-
nàia innànzi sera. Petr. son. 2641. — Ben è vero, perché tu
se’ QUEGLI CHE vi ci fai stare. Nov. ant. 77 ge se’ lu
QUELLA Corìsca sì famòsa ed eccellente Maestra di menzò-
gne, che mentìte Parolétte e sperànze e finti sguàrdi VENDI
a sì caro prezzo? che tradito M° RA in tanti modi ec. Past.
fid. at. 2, sc. 6.
CAPITOLO V.
DE' VERBI PASSIVI, NEUTRI, E NEUTRI PASSIVI.
S. I. Fu da noi già detto (Sez. V, Cap. I, S. VI) che
ogni verbo attivo transitivo, trasmutando il suo subbietto (no-
minativo) in obbietto indiretto (ablativo), e 'l suo obbietto di-
retto (accusativo) in subbietto, può divenir verbo passivo.
| Mancano le lingue moderne di verbi propriamente pas-
sivi come ne hanno la greca e la latina, nelle quali lingue
tali verbi variano dagli attivi con aver ne' tempi semplici delle
desinenze del tutto diverse, cominciando daila voce radicale
dell’ infinito; dal che esse lingue sortisconho una bellezza e
un’ energia inimitabile nelle lingue da quelle discendenti, in
cuì il senso passivo esprimesi con adoperare un verbo ausi-
liare, accompagnato con una parte del rispettivo verbo at-
tivo.
S. II. L’ ausiliare usato nella lingua italiana per esprime-
re il senso passivo è essere, al quale si unisce il participio
passato (che perciò appunto vien detto da talunì participio
passivo ) del verbo attivo, come: Esser lodàto, essìendo lodà-
to, sono lodàto, ero lodàto, fut lodàto, sono stato lodùto,
sarò lodàto, sia lodùto, saréi lodato ec., e così col partici-
pio passato di qualsisia verbo attivo. (1)
occhi tuoi Un tempo FU sì cara. Past. fid. at. 2, sc. VI.—Or se’ tu quel
Virgilio e quella fonie, CHE SPANDE di pariàr sì largo fiume ? D. Inf. 1.
(1) Usasi ancora per lo stesso motivo il verbo venire in vece dell’au-
siliare èssere, dicendosi : Vengo lodàlo, cenni ricompensàto, verrò riceoùlo
‘ec. in vece di sono Zoddlo, fui ricompensàto, sarò ricevuto.—Io vi scongiù-
ro, se voî mai VENITE CHIAMATO a medicàr quest oste nostro ec. Berni,
rim. 1, 8.— Tale è la forza, e virtù che dalla velocità del molo vIEN
CONFERITA a) mobile che la ricève. Gal. Gal. 227.
ETIMOLOGIA E SINTASSI — 307
TESTI.
Per certo chi non v ama, e da voi non desìdera d' xS-
SERE AMATO ec. Bocc. gior. 4. proem. — Quegli, che DOMAN-
DATO ERA, rispòse non ricordarsi d' averlo mai veduto. Id.
nov. 46. — Vìdesi di tal monéta pagàto, quali ERANO STA-
TE /e derràte veNDUTE. Id. nuov. 53. — FU FATTO ad Otiòne
sepòlero piccolo, ma du duràre. Dav. stor. 4. — Fa le tue fac-
cende con persòne, e che àbbiano buona fama e siENO cRE-
DUTI. Cron. Morell. i
S. IIL Per proprietà di linguaggio i verbi italiani in terza
persona smg. e plur., hanno spesse volte il senso passivo da
per sè senza l' ajuto d' alcun ausiliare, essendo solo preceduti
dall''accompagnaverbo s4. |
TESTI.
Propòse che st RENDESSERO gli onòri a Galba, che anche
SI CELEBRASSE /a memoria di Pisòne. Tac. Dav. stor. lib. 4.
E tutte le altre cose, delle quali tutta la città piena Sl VEDE.
Bocc. gior. 4. proem.— £ di molte dimandùva il padre che
fossero, e come SI CHIAMASSERO. Id. ivi.—Due maniére di pie-
tre vi SI TROVANO di grandissima virtà. Id. nov. 73.— 0
sventuràta che St DIRA' da' luot fratelli, da'parénti ec. quan-
do SI SAPRA” che tu sti qui trovata. Td. nov. T7.—-Vi SI VE-
DEA nel mezzo un seggio altéro Petr. canz. 44. (2)
I tempi composti di questi e simili verbi, costruisconsi
coll’ ausiliare essere, come: Che da molti anni in qua non
SE VEDUTO Fuor della sacra cella. Past. Fid. at. D, sc. 6.
—INon S' ERANO VISTI rimettere insieme. Dav. vit. Agr.
8. IV. Esprimonsi sovente nel senso passivo, mediante
la medesima particella indeterminata sé, 1 verbi faure, dire,
parlàre, crédere, suppòrre, raccontàre, vedère, sentìre, chièdere,
prometlere ec. dicendosi: si fa, st dice (3), si parla, si cre-
de, si suppòne, si raccònta, si vede, si senle , si chiede, si
(2) Onde veder chiaro il sentimento passivo ne’ verbi în questi
esempj, si costruiscano coll’ ausiliare èssere accompagnato dal participio
passato , e si avrà: Proposero che fossero resi ec. Che fosse celebrata la
memoria ec. Tuita la città piena, è veduta ec. Come fosser chiamàte ec.
Due manière di pietre sono trovaie ec. Che sarà delto da' iuoi fratètli
ec. Quando sarà sapùlo ec. \
(3) Nello stesso sensa questo si usasi anche come affisso, cioè: Sassi,
. dicesi, pàrlasi, crèdesi, suppanesi, raccàniasi, vedesi, sèntesi, chièdesi, pros
mellesi cc. -
i
INI ‘ —PABTE TERZA
proinétia ec. (4), le quali espressioni tanto comuni sono nel
parlar famigliare, e tanto copiosi se ne leggono esemp]) negli
autori, che inutile saria il citarne. (5)
VERBI NEUTRI.
S. V. Il verbo sostantivo essere (6) , può dirsi il primo
de' verbi neutri, indicarido l' esistenza delle cose. (7)
(4) Solo notisì che quel si s’ accozza sovente co’ pronomi mi, ci, fi,
vi, gli, come: Mi si fa, ci si dice, ti si promèlle, oi si parla, gli sichide;
ed anche colla particella pronominale ne, come: se ne vede, se ne vedo
no; e talora accazzasi il si col ne, anche quando vi si trova insieme uno
de’ pronomi summentovali mi, ci, fi, vi, gli, come: mi se ne, gli se neo
se ne gli.— E' sE NE GLI DAREBBE sì falla gastigatoja, che gli putirtbbe.
Bocc. nov. 68.—Quanle cose GLI SI PROMETTONO Zullo 7 dì, che non SE
NE GLI ATTIENE ziuna. Id. nov. ar. Notisi in oltre che i modi di dire già
citati, e simili, possono anche costruirsi coll’ausiliare è ed il participio pas-
sato ; onde in vece di mi si dice, li si parla, gli si chiede, gli se ne do,
ci se ne scrisse ec. dicesi benissimo mi è dello, ti è parlato, gli è chiesto,
gliene è dalo, ce ne fu scritto ec. Puossi anche in luogo dell’ ausiliare
essere adoprare il verbo venire, come mi vien dello, le ne viene scrilla
ci venne chiesto, gliene verrà parlòto ec. V. la nota 1 del presente Capitolo.
(5) Notisi che alla particella indeterminata si sostiluiscesi talora uo-
mo o altri col verbo in singolare e nel senso attivo, cioè, 2077 dice, uom
crede, uom pensa, ec. (che propriamente corrispondono al francese on
dit, on croit, on pense ec.,) 0 altri vuole, altri farèbbe ec.—lo mi credo
che noi n' avrèmmo buon servigio ec. e POTRÀBBENE L’ UOM fare ciò che v0-
lesse. Bocc. nov. ar.—Messo è che viene ad incitàr ch’ voM SsAGLIA. D.
Purg. 15.—-U immaginativa che ne rube Taloòlita sì di fuor ch’ UoM non
s' AccoRGE. Id. ivi, 17.—Ond'’ avvèn, ch’ ella more, ALTRI SI DOLE. Petr.
son. t10.—-Dimàndal, dissi, ancor se più disìi Sapèr da lui prima ch'M-
TRI ’L DisFaccia. D. inf. 29.—Qui si sta sempre più che ALTRI NON CRE-
‘DE. Nov. ant. agg. 3. i
(6) Notisi che talora si trova il verbo essere nel singolare, avente
per subbietto un nome di tempo nel plurale, come: E non È ancore
QUINDICI Dì che ec. Bocc. nov. 32.—PocHE VOLTE È mai ch'io mi lievi la
notte. }d. nov. 39.— Conciossiachè. il vostra libro, già È MOLTI ANNI, n08
sia valuto neènie. Passav. 20. |
(7) Qui parmi a proposito d’ osservare, che nella lingua italian?
tisasi sovente alla foggia francese il verbo avère in luogo di éssere,
come: Ad una guerra, non HA (è) ancor lungo tempo, iniervènne.
Bocc. nov. 23. — Qui non Ha (è) altro da dire, se non che questo
è stato troppo grande ardire. ld. nov. 24. — Una delle più vaghe
giovani di quella ciltà, comechè poche ve n’ABBIANO (sieno). Id. nov. 2°.
-— Si fece conoscere per più valoroso di quanti giovani vi AVEVANO dell’elò
sua. Plut. Vit. Mario.—E portò seco del vino, il quale dagli ollramonigni
non era usalo, nè conosciuto per bere, perocchè di là non AVEA MU
AVUTO (era mai stato) vino nè vigna. Gio. Vill. 1, 44.— Tutti furo bal-
tuli colle verghe nel mezzo della piazza, ed EBBONO lagliàta la lesla (fu
loro tagliata la testa). Tito Livio. — Notisi inoltre, che in simili sostituzioni
dell’ avere all’ èssere , leggesi talora il primo di questi verbi, ad imita-
gione de’ Francesi, adoperato in singolare, ancorchè il subbictto, espres:?
® sottinteso; sia in plurale. HAVVI (sonovi) lelli che. vi parrèbber più bell
ETIMOLOGIA F SINTASSI <« _ GO0
! S. VI. Ragionando de’ verbi in generale (Sez. V, Cap. 1.)
| noi dimostrammo la differenza tra i verbi allivi intransitivi,
ed i verbi propriamente detti net, i quali dalla più parte
de' grammatici si confondono con quelli, di modo che verdo
infransitivo, e verbo neutro sono, secondo essi una medesima
cosa. Comunque siasi di fatto, noi vogliamo considerare qui
queste due sorte di verbi sotto un solo aspetto, appellandoli
e gli uni e gli altri verdi neutri, stabilendo esser tali, 4.0 quelli
che esprimono un’ azione, il cui effetto rimane nel subbiet-
to; 2.0 quelli che non esprimono azione, ma solo uno stato
di essere. Veggasi $. VII, della Sez. V, Cap. I. ($)
S. VII. La conjugazione de' verbi neutri, eccetto ne'tempi
composti, non differisce punto da quella de' verbi attivi; in
quinto a' tempi composti, questi formansi per lo più coll'au-
siliare éssere unito al participio passato (9). Del rima-
nente, avvegnachè molti de’ verbi neutri richiederebbero una
qualche maggiore o minore dilucidazione intorno all’ uso pro-
prio de' medesimi, pure il bisogno di por fine a quest’ opera
costringendomi ad esser breve, contenterommi solo di nomi-
narne qui alcuni de’ più usitati, quelli cioè, che di lor natura
sono neutri, e de' quali avvene ancora che, non di rado in
senso attivo s' adoperano. i
che quello del doge di Viègia. Bocc. nov. 79. — o miglia CI HA?
(ci sono?) HACCENE (ce ne sono) più di millània. 14. rov. 73.— Con quanti
‘sensàli AVEVA (erano) in Firènze tenèa mercàto. Id. 84.—EBBEVI (furonvi)
di quelli che intènder vollono alla milanese. ld. gior. 3. fin.
(8) Ciò nonostante alcuni verbi neutri prendono talvolta un obbiet-
to divetto e diventano, per così dire, attivi; eccone alcuni:
Dormire. DorMiITO hai, della donna, un breve sonno. Petr. son. 284.
— Sc io avèssi DornmiR volùlo tutti i miei sonni. Bemb. lett.
RINUNZIARE. 7a Lulti gli altri dèbiti e ufizj RINUNZIATO. Sen. ben.
Varch. 7.—Ddàndoli tèrmine tre mesi, ch' egli dovèsse avère RINUNZIATA
la sua lezione dell’ impèrio. Gio. Vill. 9g, 127. . |
SOGNARE. Il villàno SOGNA l’ ardiro, e' buoi, e’! marrone | e la van-
ga. Passav. 262. Questo verbo è talvolta neutro passivo . Si SoGNÒ un grace
e maruoviglioso sogno. Nov. ant. 100.—.Sicchè laggiù non dormendo SI s0-
GNA. D. Par. 29. .
SOSPIRARE. 400° improvviso morirono quegli infermi, che SOSPIRARONO
Î CARNAGGI d' Egitlo. Segn. pred. 15. — In quel del viso, ch’ è SOSPIRO, e
bramo. Petr. son. 219.
UBBIDIRE. Ma2 ti se’ porlàlo, male hai i tuoi maestri UBBIDITI. Rocc.
nov. 80.—Nè volle UBBIDIRE i comandamènti del Papa, parèndogli avèr
giusta causa. Gio. Vill. 7.
VIVERE. QUESTA VITA, che noi VIVIAMO, di fatiche innumerdbili è
piera. Bemb. Asol. 2.
(9) Questa regola è ben lungi dall’ esser generale , perocchè evvi anzi
grandi;simo numero di verbi neutri, i cui tempi composti, costruisconsi
coll au: iiiare avere, come: pensare, pranzàre, cenàre, dormìre, soffiàre,
sospirare , tossire, siarnutire, e moltissimi altri che troppi sono per qui
519 PARTE TERZA
Accadère, accòrrers, andùre (10), avparàrs, arrivàre (11),
avvenire, balenùre, bastùre, belàre, bisognàre, brillàre, cadere,
cenùre (412), cessùre (15), comparìre, concòrrere, convenire,
còrrere (14), créscere (15), decadere, desinàre, digiunàre, dt
denumerarli tutti. S' osservi solamente, che taluni ve ne sono, che ia un
senso vogliono gcère, e nell’ altro èssere. Veggansi le note 10, 11 e se
gueati del presente Cap.
(10: 11 verbo andare, seguito da altro verbo nell’ infinito, mediante
la particella a, significa muoversi per fare tale o tal’ altra operazione,
come: andare a leggere, andàre a studiàre, andàre a dormìre ec.-(o-
mando che ciascuno infino al di seguente a suo piacère s' ANDASSE A RI-
Posare. Bocc. gior. 1, fin. Andare, seguito da altro verbo nel gerundio,
indica una cerla frequenza o il proseguimento dell’ azione, espressa da
questo verbo, come: andar dicendo, andàr cantando, andàr cogliendo,
andar domandàndo ec.—Son poche sere che egli non si VADA INEBRIANDO
per le taverne. Bocc. nov. 63.—La miserèlla con amàre lagrime tutto "I
vegnènte giorno 8° ANDÒ CONSUMANDO. Fir. As. 130.—Se non restò di rin
facciàrlo, di vanlàrsene, d' ANDARLO DICENDO per fullo. Sen. hen. Varch
6, 4.— Dove mai non VAI tu ceRcANDO oenòra i motìci d' afanno? Mafkei,
Mer. at. 2. Andare, seguito dal participio passato d’ altro verbo, vale
Essere.—D'ira e di cruccio fremèndo , ANDAVA disposlo di fargli viluperi
samènte morire. Bocc. nov. 16. Nell'uso adoprasi sovente il verbo andare,
seguito dal participio passato d’ altro verbo in vece di dovère, come:
questa cosa non va della, non andàva falta, e simili, che vagliono
questa cosa non si deve dire, non si dovèca fare ec.
(11) Arrivare è verbo neutro nel significato di Pervenire al luogo,
dopo avèr fintlo il cammino; ma è attivo in quello di Condurre, 0 0
costire checchè sia alla riva.—E quella sozza immàgine di froda Sen venne
e ARRIVÒ la festa e ’l busto ec. D. Inf. 17. E nel significato di uggu
gliàre , pareggiàre.—E vedrai quanto ti resta per ARRIVARLI nella staluro,
e anche per assomigliàrli. Segn. Mann. Ag. 26. °
(12) Cenare e d..sinàre, preadonsi anche in attivo significato, CENARONO
un poco di carne salàta. Bocce. nov. 61.— Ti danno (alcuni animali) ogni d
frutto,e quando all'ùltimo Non ne dan più,lute LI CENI e DESINI.Ar.Negr.2, 2
(13) Cessare, verbo att., vale sfuggire , schifàre , allonlanare,
muòvere.—E dieci passi femmo in sull estrèmo Per ben cESsAR l' arèno €
la fiammètta. D. Inf. 17.—Ed in quella via avèsse uno scoglio ed egli è
vedesse e nol GESSASSE e nol volesse schencìire. Fr. Giord. pred. —Chichibo
cessò la malaveniùra. Bocce. nov. 57. Talora cessare , prendesi in signifi
cato neutro passivo e vale Asfenèrsi. — E non MI SONO CESSATO da fa
ogni utilità. Cavalc. Att. ap. 124.— Alcùna volla Si CESSA dalle cose dwint
in alcuna chiesa per la *ngiùria ec. Maestruz. 2, 56.
(14) Questo verho oltre il suo significato neutro ha moltissimi altri |
significati attivi, ne’ quali i suoi tempi passati composti si costruiscon? 4,
coll’ ausiliare aoère.—E legno vidi già dritto e veloce CORRER LO MAR P! }.
tutto suo cammino. D). Par. 13.—Egli si ricordò di tutti i pericoli, CHE AVB |.
CORSI, e immaginò quelli che CORRER dovèa. Filoc. 59.—Che già non @'0
al capilàno occùllo, Ch’ essi intorno CORREAN LE REGIONI. 'Tass. Ger. 9; vi
—Il Soldano di Babbilònia con suo esèrcito di Saracini CORSE, e guess
quasi iulta l Erminia. Gio. Vill. 7, 18. Nel significato neutro questo
verbo si serve dell’ ausiliare èssere, ma talora trovasi anche con avere.
Ce
n de n —
a
4
5 Ù ? nu
come: AVENDO CORSO dietro all'amante suo. Bocc. nov. 68. — E 60 pid: |
Ho cOnso alle imquiladi. Vit. S. Gir. 47.
LI
. e. % ei
(15) Crescere è anche verbo att. e vale Accréscere , aumentare, $
Li
ETIMOLOGIA E SINTASSI 41
magrare, dimoràre, dicenìre, dicentàre, disparire, dispiacere,
: dormìre, duràre (16), entràre, fuggìre (AT), gelàre, giacere,
: giovare (18), godere (49), grandinàre, gridàre (20), indu-
giàre (24), invecchiùre, lampeggiàre, mancare (22), morìre,
vendosi ne’passati composti dell’ausiliare uvère.—E cREBBONO assài la città
di Pisa. Gio. Vill. 1. 48.—E che più volte v’ HA cRESCIUTO doglia. D. Inf. 9.
— Si m' ascors' io che ’1 mio giràre intorno Col cielo 'nsitme AVEA CRESCIU-
, TO ?’ arco. Id. Par. 18.—I cittadini, lieli per doppia cagione, aggiunsero
sacrifici al loro Dio, e cREBBERO il numero de’ sacerdoli. Bocc. Anet. 89.
(16) Duràre, nel senso di sostenere , sofferire, è verbo attiva. —Neè
credèoa che più si potèsse DURAR di male di quello che io DURAVA. Fiamm. 5,
num. 4.—I Sanèsi non polèndo più DuRAR la guerra co’ Fiorentini, richiè-
| sero pace. Gio. Vill, 5, 34.— Alla fine si partiron senza combéadlitere, per-
, chè quel di Bavièra non polèoa DURAR Ja spesa. ld. g, 125.
I (17) Fuggire è verbo attivo nel senso di scansare, schicare.— Accioc-
chè io FUGGA quesio male e peggio. D. Inf. 1.—Si ragiona di chi con pronia
risposta 0 avvedimènio FUGGÌ perdita, 0 pericolo, 0 scorno. Becc. gior. &,
titolo. Ed anche in senso di frasfugàre.—- Chi acèa cose rare, o mercataa-
zie le FUGGIA in chiesa e in lucghi di religiosi sicuri. Gio. Vill. 12, 19.
(18) Giovare è verbo neutro nel senso di Essere Ulile. — Ed îo son un
di quei, che 71 pianger GIOVA. Petr. canz. 8. — Ma poichè vide le làg'inve
niente GIOVARE. Bocc. nov. 16. Come pure in significato di Dilellàre, pia-
cèere.—(Quel tanto a mie non più del viver GIOVA. Petr. canz. 18.— Sicchrè
avèndo imparàlo ciò mi GIOVERA' di morire. Libald. Andr. 15. Ma è ver-
bo att. nel significato di Dare, porgere, o recàre ùtile.— Essi non hanno a-
micìzie, essi hànno compagni nè sono GIOVANI dagli altri, nè risi GIOVANO
altrui. Eemb. Asol. a. — GIOVAR di voglio d’ alcùna monèita. Ditam. 1,5.
(19) Godère leggesi talora in signiticato di neutro passivo colle par-
ticelle mi, fi, si, ci, cvi.— Lungamènie GODUTA MI SON del mio desio. Bocce.
nov. 31.—Deh come iu se'grosso, cèndilo e GODIAMCI i daràri. Id. nov. 76.
— Poichè si era GODUTO sei anni, e non più quella grandèzza. Seg. Vit.
Capp. 8. Questo verbo poi è att. nel senso di Avère, possedère.—GonEno”
‘almèno l’ onore di acèr contràlta servitù con un personàggio ec. Red.
lett. 1.—Ed allor GODE la fortuna, e sguazza. Bern. Orl. 1, 12. E talora
si legge colle particelle. mi, ec. n
(20) Gridare, per Manifestàre, pubblicare, bandire, è verbo attivo,
come : La doglia mia, la qual tacèndo i’ GRIDO. Petr. canz. 18.—GR1-
DANDO per Iiutio, il fallo da lor commèsso. Bocc. nov. 46.—La fama,
che la vostra casa onòra, GRIDA i signori e GRIDA la contròda. D.
Purg. 8. - 1
(21) Questo verbo non è neutro se non che nel senso d’Infertenérsi,
mèltlere indugio, mèlter tempo in mezzo.—Non sì volle più INDUGIARE di
ventre a far vendètla. Gio. Vil). 12, 106. Esso è talora anche neutro pas-
sivo.— E voi, che Amore avvàmpa, Non o INDUGIATE sù ?’ esirèmo ardore.
Petr. son. 67. Ma spesse volte prendesi in significato att. per Rifardàre, man-
dar in lungo , differire. Piàccigoi di tanto INDUGIARE /a ESECUZIONE che ec.
Boce. nov. 47.—Quando l' uomo più INDUGIA la penitènza, più pecca.
Passav. 22.
(22) Mancàre, nel significato di Sccmàre, diminuìre, è verbo att.—
Trovando che avèa consumoto senza acquìsto grarde iesòro, colèrdolo
rifàre senza MANCARE LA SUA CFNERALE ENTRATA ec. Gio. Vill. 2, 51.
Venèndo in grandissima quanlità, la resira festa mulliplicésle, î0 vi vo-
lio pregare che parièndovi non LA NAYCHIATE. Filoc. 5, 78.
542 i PARTE TERZA
mugghiàre, nàscere, nevicàre, nuotàre, parére, pattre, passà-
re (25), passeggiàre (24) , pensàre, perire (23) , penetràre (00),
pervenire, piacere, piòcere (27), pranzàre , prosperare ( 8),
rimanere, rincréscere, ricorrere, riuscìre, sbadigliàre, scadere,
sedere, soffiàre (29), stare (30), starnutàre o starnutire, tos-
(23) I tempi composti del verbo passare, nel suo significato neutro
assoluto, si costruiscono sempre coll’ ausiliare èssere ; ma ogni volta che
questo verbo abbia seco un qualche obbietto diretto esso è considerato
come attivo, c si serve del verbo avère, come: passàre uno, 0 una co-
sa; passare il tempo, passar gli anni, passare il fiume, passare il pon
le, passare un comandamènio ec.—Menire così PASSANAMO il tempo, 05-
servcàmmo ec. Red. Inset. 102.—Delle quali niuna il ‘ventotitèsimo anno
PASSATO ucea. Bocc. Intr.— "n fiume , ch? AVÈA PASSATO era mollo cre-
sciuto per una grande pioggia, ch' era stala. Nov. ant. 3o.—Tu Hal Pas
SATO il mio comandaménto ec. Sen. Declam. E nello stesso modo quando
s' adopra per rafiggere, trapassàre ec.—Quivi con un colièllo ferito è
prenze per le reni infino all'alira parte il Passò. Bocc. nov 17.
(24) Passeggiare, con un obbietto diretto espresso, è verbo att.
Ben si poria con lei tornàre in giuso, E PASSEGGIAR LA COSTA intorno er-
rando. D. Purg. 7.— Senza più dir PASSEGGIAVAM LA Via Sempre di retro,
- onde si leva il sole: Dittam. 5, 12.
(25) Perire, è verbo att. nel senso di Far perîre: Or non suribk
questi mailto, che va a PEMRE Za nave ? Fr. Giord. pred. i
(26) Anche penetràre prendesi talora attivamente. Z'eggio miràndola
la vaga luce Che PENETRA valor nella mia mente. Fr. Sacch. rim. 19.
(27) Questo verbo è uno di quelli che comunemente si dicono imprr-
sonali, perchè non hanno nè subbietto nè obbieito espresso, e che so
. nella terza persona singolare s’ usano. Gli altri sono Zuondre, nevicàre,
gelàare, grandinàre, balenàre, lampeggiàre, folgoràre, ec. Nulla di meso
avvene che trovansi talora con un subbiettò; ed il verbo piòoere in par:
ticolare, specialmente in senso figurato , ha sovente un obbietto direlto
espresso, e leggesi pur anche in plurale. Per rinfrescàr 1 ASPRE salle 4»
Giove : IL QUAL or TONA, or NÉVICA, ed or PIOVE. Petr. son. 33.— Da'be-
gli occhi un piacèr sì caldo Piove, Ch' i? non curo allro ben, nè bramo
altr” esca. ld. son. 132.— Che’ n quella croce LAMPEGGIAVA Cristo. D.
Purg. 14.—Innànzi la batlàglia cominciàsse , PIOVVE UNA PICCOLA ACQUA
Gio. Vill. 11, 66.—Provonmi amàre lagrime dal ciso. Petr. son. 15.
due montàgne da lato PIOVEVANO gente saracìina. Sor. Aiolfo.
(28) Prosperàre, in significato neutro, vale Acanzarsi in felicita, 08°
linuàre felicemente , andar di bene in meglio. —Vìdesi sempre PROSPERAÌ ;
nelle sue opere intque. Mor. S. Greg. Ma questo verbo leggesi anche mo.
senso attivo, e vale secondure, felicilire, come: O fortissimo prinapt, di
duca delle battaglie, ec. PROSPERA I PASSI NOSTRI. Amet. 83.—Za che gl'l@- |
du ognora meglio ti PROSPERINO. Filoc. 2.
(29) Soffiàre, in attivo significato, leggesi non di rado presso buon!
autori. Si SOFFI cotàl polvere negli occhi al cavallo due volle per giorno |;
Cresc. 9, 26.—Disse, chi fosti) che per tante punte SoFFI col sangue do-
loroso sermo? D. Inf. 13.— Queste e altre simili parole SOFFIANDO nes |.
orecchi di Venere laceràva quel gàrrulo eci Fir. As. 153. Trovasi anche
come neutro passivo, come Soffiàrsi it naso.—SOFFIATO che tu ti saro!
naso. ec. Galat. 9. è a
(30) Stare è sovente sinonimo di èssere, come: STANDO in questi #
mini la nostra ciità, d' abilatòri quasi vota adivènne ec. Boce. Introd.
NT
}*
Di
si
ETIMOLOGIA E SINTASSI | 343
sìre, ubbidire, urtàre, uscìre, vegliàre 0 vegghiàre (34), veni-
‘ è
ré (32), vivere, ec. | I
DE’ COSÌ DETTI NEUTRI PASSIVI (33).
S$. VII. Il subbietto di un verbo può egli stesso esser
l’ obbietto diretto del medesimo verbo, trasferendosi |’ effetto
Se così STA come voi dile, non può èssere al mondo migliore. Id. nov. 79.
«Stare, cogl’ infiniti de’ verbi, mediante la particella @ o ad, non aggiu-.
gue nè muta la significazione, come: s/o a lèggere, sto a parlàre; stava
‘a dormire, sletti a sedère, ec. che vagliono quanto semplicemente leggo,
parlo, dormiva sedèi ec.—Falto quesito andàrono agli anziàni, e STETTO-
. NO A SEDERE cor loro. Cron. Morell. 336. Pare per altro che con alcuni
verbi, come sarebbero ascoltàre, udire, vedère ec., stare aggiunga alquan-
to più di forza che non farebbero i soli verbi suddetti e simili, e che vi
sì sottintenda allènto o attentamente. Ella non mi STAREBBE mai ad
ASCOLTARE. Bocc. nov. 45.—O buona gente, che STATE AD UDIRE Sturdfle-
. 0 gli orècchi della testa. Bern. rim. 1, 35.—-To STO A VEDERE se voi dile
pur davvero. Checc. la Moglie. Stare, co’ gerundj de’ verbi, significa il
presente attuale dell’ azione, come: sto mangiando, sto scrivendo, sio
leggendo, che vagliono mangio, scrivo, leggo attualmente. Stare usasi anche
nel senso neutro passivo. Vedi la nota 35. |
(31) Zegliàre è talora verbo attivo, ma nel senso di guardare, custo-
dire.—VEGLIANDOLA faranno la guardiu tanto ch'io torni. Lasc. gelos. 3, 10.
—-Gli spirili angèlici a VEGLIARE LE AZIONI ec. fedelmènie ci assìstono.
Salvin. disc. 1, 89. Nell'espressione vegghiàr la notte, vi si sottintende la
preposizione durant:, 0 per. —ÉE VEGGHIAR ni facèa, tutte le notti. Petr.
. canz. 46.—E quando alla cavèrna, al bosco, al fonte Facèndomi VEGGRIAR
° LE FREDDE NOTTI ec. Past. Fid. at. 2, sc. 6.
(32) Zenìre, sì come il verbo andare, uniscasi sovente a’ gerundj
di altri verbi, per indicare, che l’azione espressa da questi si faccia pro-
‘ gressivamente, come: venir camminàndo, corrèndo, facéndo ec.-La Luca
lulta affannàia e timoròsa mi VENNE DICENDO. Fir. As. 81.—VENNI FUG-
GENDO la fempèsta, e’l cento. Petr. son. 9g0.— Cominciò a far. sembiànte
di distèndere l' uno de’ diti e apprèsso la mano e poi il braccio e. cost a
VENIRSI TUTTO DISTENDENDO. Bocc. nov. 11. Venire, cogl*' infiniti de’ ver-
bi mediante la particella a, non muta il significato de’ medesimi verbi,
onde venire a fare una cosa vale lo stesso che farla.—Ilì che, quando
VENNI a prènder moglie gran paùra ebbi che non m' intervenìsse. ec. Bocc.
nov. 100. Zenìre col verbo dire e la particella «, vale Sigrificàre. — Quello
che egli avèa risposto non VENIVA A DIR NULLA (cioè, non significava
nulla). Id. nov. 59. In quanto al verbo venire, co’ participj passati degli
altri verbi; veggasi la nota 1, del pres. cap. Talvolta però significa ac-
| cadère o succèdere di, onde venìr fatto , venir detto, venìr veduto ec.,
vagliono accadère o succèdere di fare, di dire, di vedère, ec.—Al quale
era VENUTO DETTO un di ad una sua brigàla se avere un vino st buono
"ec. Boct. nav. 6.—E° mi VENNE VEDUTO un orféò assài amèno. Fir. As. 89-
Ma venìr fatto, vale propriamente Riuscire.—Io non so quando e'mi vEN-
‘ GA COSI' BEN FATTO come ora. Bocc. 72.—Il che gli VERRA' FATTO Se egli
adoprerà i colori più chiari. Borgh. Rip. 144. — Ma io spero che mi vERNA”
‘ FATTO d'accertàrmene in qualche parle. Cas. lett. 1. i
(33) I Latini denominavano neutri passivi que’ verbi, i quali, neutri
di lor natura, avevano però le desinenze de' passivi, come mozior, na-
Gram. Ital. 1A,
4 . PARTE TERZA
dell’ azione nella persona operante. I verbi, .il cui subbietto
od operante è in tal modo una e l’ identica persona che |’ ob-
bietto diretto o il paziente, sono quelli appunto che vengon
da' grammatici impropriamente chiamati neutri passivi (34),
e che noi pure così appelleremo, onde non diseostarci troppo
dalle orme calcate da altri, quantunque tali verbi altro non
sieno che meri cerbi attivi.
. L'obbietto diretto de’ verbi neutri passivi deve necessa-
riamente esprimersi per uno di questi pronomi m7, ci, ll, ©4,
si, rappresentante l’identica persona del subbietto (veggasi Sez.
HI, Cap. 11, S. III), come:
. Attristàre verbo att. Attristàrsi neut. pass. Jo mi attristo,
die Hi attrìstt, egli si attrìsta, noi ci attristtàmo, coi ci al
tristàte, églino si attrìstano; che vagliono: Zo attrìsto me sl È
so, tu atiristi fe slesso €c.
I tempi passati composti de' verbi neutri passivi, costru |.
isconsi coll’ausiliare éssere, come: |
To mi sono o sònomi attristàto, tu ti sei attristàto, tl
. e . ‘ e o e ' . “
ste aliristalo, nor cr siamo altrisiati
églino si sono altristàti ec.
Oltre a’ verbi attivi, che cangiar si possono in neutri pas |
sivi, come si è detto di sopra (55), sonovi pur molti verbi
scor, fungor ec., ed era una tale denominazione fondata sulla differen |
‘di sistema nel conjugare gli attivi da quello de’ passivi, siccome diceva ...
vano deponènti a’ verbi, i quali, tuttochè avessero significato attivo, st
guivano la conjugazione passiva. Ma chi non è imbevuto della massima,
cioè, che non possono nè insegnarsi, nè sapersi le lingue moderne sent
l’ ajato di tutti i termini grammaticali latini, applicativi come per forza,
eda costo anche della chiarezza, rendendosi così le cose oscure ed inintelligibi- i
li, deve, non v’ha dubbio, ridersi della pedantesca denominazione di neul |
passivi, la quale, perchè tra’ verbi latini ve n’erano, che con fondata 1?
gione così chiamavansi, fu da’ nostri antichi grammatici introdotta, *
. . . . . . * : -
a’ moderni mantenuta ne’ verbi italiani, col sistema de’ quali essa dal
fatto inconsistente, e smentiscesi dalla definizione stessa che comunemen
te dassi di tali verbi; imperocchè, volete sapere quali verbi si dicano
neutri passivi? i grammatici ed il vocabolario vi rispondono: Quelli che .
, vol vi siete alirisiah\
trasferiscono la passione nella persona operante. Chi intende giudichi st è
questa definizione è adequata alla denominazione.
(34) Se non mi disanimasse la taccia d’ innovatore (se innovatore
può dirsi a chi cerca di togliere gli abusi), ben volontieri. io tali verbi
chiamerei riverberanti, siccome i grammatici ‘francesi giustamente Li chia”
mano Zerbesrésfiéchis, perchè infatti l’ azione riflette, riverbera, o ribat
te, 0 ritorna nella persona stessa che la fa.
(35) Alcunî verbi neutri passivi significano cosa affatto diversa d: .
quella significata da' primitivi loro attivi, come:. 0
‘‘’ DIsERTARSI, vale Andare in rovina.—Se spacciàr volle le cose su
gliele convènne gillàr sin, laònde egli fu vicine al DISERTARSI. Boe. |
nov. 18.0
"o sa
|
A | RTIMOLOGIA E SINTASSI . 5I6
che, o di lor natura sono neutri passivi, o come tali, anzichè
altrimenti, s' usano; eccone alquanti: (36) I
Abboccarsi, accontàrsi, accordàrsi, accòrgersi, addùrsi (ac-
corgersi), ‘affaticàrsi, aggiràrsi, affàrsi, ammalàrsi, arrènder-
st, arrischiàrsi, appigliarsi, apprestàrsi, assentàrsi, astenérsi,
dttenersi, altentàrsi (arrischiarsi), avvedersi, avvezzàrsi. Bef-
farsi, brigàrsi (ingegnarsi). Confidàrsi, confessàrsi, contàrsi,
‘ convertìrsi, coricàrse. Dimenticàrsi, dimesticàrsi, diportàrsi ( ri-
crearsi), divertirsi, dolérsi. Frummèttersi. Gloriàrsi. Imparen-
Î
ni
ci
t
ESEnCITARSI, vale Spasseggiàre .— Lo scolàre andàndo per la corte si
; RSERCITAVA per riscaldàrsi. Id. nov. 77.
RECARSI, per Pigliarsi un’ offesa come fatla a sè.—E RECARONSI else
| gli Aretìni avèsson loro rotta la pace. Gio. Vill. 6, 68.
»——_’TENERSI, per d4rrestarsi.— Di Firènze uscìli, non si TENNERO, sì fùrone
in Inghilterra. Bocc. nov. 13. i
: AVVISARSI, per Accorgersi.—Genilluòmo AVVISITI TU di nessùno, che ec.
Fr. Sacch. nov. 78. so
BRIGARSI, per Zrgegnàrsi.— Davrèbbe ciascheduno BRIGARSI di sapère ben.
| parlare. Tes. Br. 1, 4.
RICHIAMARSI, per Dolèrsi, far querèla di torto ‘ricegùto.--Con gran
duolo SE NE RichiaMò a Carlo suo marito. Gio. Vill. 6, g1.
RICREDERSI, per Penlìirsi, mulàrparère, sgannàrsi. — Innanzi che Puna
| parte e l' alira sì FOSSE RICREDUTA. Livio. |
«'. Rirarsi, per Acquistàre, farsi più bello.-La Amarètia tua, che pur
quando ella ride, se ne RIFA'. Fir. Dial. 3, 73. de.
Conoscersi, vale Inièndersi, avèr pràtica.—S’ io mi CONOSCESSI così
di pietre preziose, come io fa d' uomini, sarèi buon giojellière. Lib. di Motteg.
AVVENIRSI, per Convenire.—Oh come S' AVVENNE al savio uomo d'èsser
sàuto. Guid. Giud. 271.
ABBATTERSI, per Zrconlràrsi. E come dura vita sia quella di colùi che
a donna, non hene a sè conveniènle, SABBATTE. Bocc. nov. 100. Vale an-
che accadèr per caso. —ABBATTESI in dirne alcuna vera; benchè non lo sap-
pia per cerlo. Passav. 329. e
RiposarsI, per Cessare.—RiIPoSOSSI il romore, e que' ch'avevano caval
salo si lornàrono a Firènze molto scornàti. Gio. Vill. 9g, 270. E talora
prendesi per Astenèrsi.—Se dirillamènte non òfferi, e dirittamènie non di-
parti, peccato hai falto, e RIPOSATENE. Gr. S. Ger. 65.
(36) Riînvengonsi non di rado de’verbi adoperati come neutri assolu-
ti, î quali di fatto sono neutri passivi co’ pronomì mi, ci) li, vi, si sottin-
tesi; eccone alcuni: Affogàre, affondàre, agghiacciàre, aggravàre, amma-
làre, ammutolìre, annegàre, arricchìre, incrudelire, impazzire, impoverì-
re, sbigotiìre, ec.—E più galèe delle sue AFFONDARONO ( s'affondarono ) în
zaare con le genti. Gio. Vill. 9, 61. — Mi fuggio ’1 sonno, e diventài smor-'
to Come fa l'uom che spaveniàio AGGHIACCIA ( s' agghiaccia ). D. Purg. 9g.
= Niùno cì vedrà, e così potrèmo ARRICCHIRE (arricchivci ) subilumènie.
Focc. nov. 73. — Aveènne che "1 dello patriàrca AMMALÒ (s' ammalò ) 0°
morte. Gio. Vill. 5, 14.— Ond’ io s° i" v0' parlàre Dì fe, AMMUTOLISCO”
( ma° ammutolisco ). Fr. Jac. da Todi. — Ma pure per giudicio di Dio,
yizanio più gli dava più IMPOVERIVA (s'impoveriva). Vit. SS. PP. a, 78.
— Ya donna senza SBIGOTTIRE (sbigottirsi) punto, con vace assdi piacè-
vote rispose. Bocc. nov. 37. dc > va
316. . PARTR TERZA . .
tàrsi, ingegnàrsi, innamoràrsi, internàrsi. Maravigliàrsi. Ops
pòrsi. Pentîrsi. Rallegròrsi, riavèrsi, ribellùrsi, riconciliarsi,
ricordàrsi, ricreàrsi, riposàrsi, ri entìrsi, risolversi, riliràrsi,.0
ritràrsi, riserbàrsi. Sbrigàrsì, scontràrsi, spacciàrsi, spicciàrsi,
starsi (37).
Per PIOBIEO di linguaggio, e per la figura detta P/eo-
nasmo, alcuni verbi neutri s'accompagnano co’ pronomi mz,
ci, ti, vi, si, senza che perciò essi sì riguardino come neutri
b_ . LI CI LI e o L) C)
passivi, come: andàrsi, 0 andùrsene, dormìrsi, fuggirsi, mo-
rìrsi, partìrsi, uscìrsi, rimanersi (58), venìrsi:
A me medìsimo incrésce ANDARMI fanto ira tanie mi-
série ravvolgìndo. Bocc. Introd. — SEN' ANDÒ sn pace l ànima
conténta. Petr. Tr. della M. cap. 1.— Zo vi & porrò cheta-
meénte una coltricétta, e DORMIRAVITI. Bocc. nov. 13. (39).
— Fanno lo schermo perchè °l mar si FUGGIA. D. Inf. £d.
— Eccoli tutti fuori; io non so dove to MI FUGGA, dove io mi
nasconda. Maghiav. Comm.— Ella già sente MORIRSI, e '
piè le manca egro e languénte. Tass. Ger. 12, 64. — Certo
MI SAREI MORTO di sele. Sen. ben. Varch. 5, 24 (40) —
Ma certo. il mio Simòn fu in Paradìso, Onde questa gentil
dònna st PARTE. Petr. son. 5B7.— Tu TE N'ANDASTI; e SI
RIMASE seco. Id. son. 204. — Statti e RIMANTI con noi se ti
piace. Vir. SS. PP. 2, 347. — Confessàta per la rossézza del
viso la sua vergòsna, S' Uscì di camera tutto dolente. Boez.
Varch. pros. 1.— Che domattina, in sull ora di terza, egli
| (37) Il verbo sfare è neutro passiva nel significato di asfenèrsi, ri.
tenèrsi, riposàrsi, cessàre.— Disse (la donna) a’ fratèlli: Io volentieri,
quando vi piacèsst, MI STAREI (cioè mi asterrei dal rimaritarmi). Bocc.
nov. 4o.--La qual cosa se di far TI STARAI senza pericola di morte non
puoi campàre. Pecor. gior, 18. nov. a.—STANNOSI (i Giudei) ogni sètlimo
dì, perchè iri quello finìrono lor fatiche. Tac. Dav. stor. 4. Come pure nel
significato di acquetàrsi, conientarsi.—Alle lor seniènze si STESSE come
fossero date da’ magistràti di Roma. Tac. Dav. ann. 12.—Lo vide Monna
Làura Che 'l vide sola, e noi altre STIAMOCI Al deito suo.‘Ambr. Cof. 4, 5.
(38) Rimanèrsi, vale anche Cessote.—Per la qual cosa ed il fare il
sepòlcro , ed il porci li mandàti versi si RimASE. Bocc. Vit. Dante. — RI-
MANTI adùnque Dal più dolàrti , e con le tue querèle Nè te, nè me più
ceonturbàre. Car. En. lib. 4.
(39) Dormire, così accompagnato con Je particelle mi, ci, #, vi, st
si serve dell’ausiliare èssere per la costruzione de’ suoi tempi composti.
Alessandro leoàiosi senza saptre alcuno que la nolle DORMITO SI FOSSE,
rienirò in cammino. Bocc. nov. 13.
(40) Morìre leggesi anche in significato attivo per Ammazzàre , ma
solo nel par. pass. accompagnato da uno degli ausiliari acère o èssere.
Che questo è ’l colpo di che Amàr mi HA MORTO, Petr. canz. 20, — Qnde
— ie in
fo Lo srcemazzabiti
ir
! ETIMOLOGIA E SINTASSI I SITO
fruovi qualche cagiòne di partìrsi da me, e VENIBSENE qus.
Bocc. nov. 86. È REI
CAPITOLO VI. na
DEL PARTICIPIO PASSATO.
— $.. I Fra gli elementi più importanti della lingua italiana,
il participio passato non è certamente l' ultimo; nulladimeno
egli è quello la cui sintassi, quantunque difficilissima, è, ciò
non ostante, da tutti i grammatici la più trasandata.
Nella quinta sezione noi ci siamo a bello studio allargati
forse più di. quel che la propostaci brevità compativa, per ista-.
bilire con precisione, ed espor chiaro ed esattamente le molte
e tanto variate cadenze di questa parte del verbo. Ma da quanto,
ivi esponemmo altro non resulta che le forme ‘di esso parti-
cipio; rimaneci a farne conoscere l' uso, la posizione nel di-
scorso, e la concordanza. |
$- II. Il participio passato ha doppio carattere, cioè di.
addiettivo e di verbo, i quali due caratteri, che trovansi pure
nel participio presente, sì come altrove dimostrammo, non in-
fluiscono già con la loro - differenza su d' ambi-i participj in
egual modo, imperocchè il participio presente, sotto qualsi-
voglia aspeito si consideri, costantemente col subbietto del
verbo concorda in numero, rimanendo, in forza della sua de-
smenza, invariabile in quanto al genere; mentre il participio
passato, secondo che è addiettivo, o verbo, s' accorda in ge-
nere ed in numero o col subbietto, o coll obbietto diretto
del verbo, o rimane invariabile. Sono adunque questi tre mo-
di d' adoperare il participio passato, che nel presente capitolo
con pochi detti procureremo di schiarire.
Il participio passato va accompagnato o dall’ ausiliare Es-
sere, o dall' ausiliare Avere. Unito col primo di questi verbi
esso è sempre mero addiettivo esprimente lo stato di passività
dell’ obbietto diretto del verbo, e talvolta è parte integrante
del verbo principale, non indicando che uno de’ tempi passati
subordinati. o
DEL PARTICIPIO PASSATO COL VERBO ESSERE.
S. IIT. Il participio passato, esprimente lo stato passivo o
del subbietto, o dell’ obbietto diretto dell’ azione, va unito col-
molti di loro FURON MORTI e presi. Gio. Vill. 34, a. Il Caro usò Mortre
attivamente nel proprio suo significato, dandogli un obbietto diretto.
Osano anch’ elle , Per la difèsa delle pairie mura, Gir le prime a MORIR,
MORTE ONORATA. En. lib. 11. |
518 PARTE TERZA
l’ ausiliare essere, quando, prescindendo dall' agente, © vero
subbietto del verbo, prendesi l’ obbietto diretto per subbietto,-
o, come volgarmente si suol dire, quando il verbo cambiasi
da attivo in passivo; in tal caso il participio passato sempre
concorda in genere ed in numero con quel subbietto, il quale
altro non è che l'obbietto diretto dell’ azione, ridotto allo
stato passivo, come: Scipiòne vinse Annìbale; Annìbale fu
vinto da Scipiòne; Cèsare conquistò le Gallie; Le Gallie fu-
ron conquistate da Cesare. Rai
TESTI.
Legno è più su, che fu morso da Eva. D. Purg. 24. —
Essi éran tutti di frondi di quercia INGHIBLANDATI. Bocc
nov. 84.—La mia pelle è ABBRUNITA sopra di me, e le mi
ossa per lo caldo sono DiSECcATE. Morg. S. Greg. — È bene
appàrve che quella fonte fosse da Dio PRODOTTA miracolosa
ménte. Fior. S. Franc. 106.— Né erano le falte de' Vitellio
ni PUNITE, ma ben PAGATE dall altra parte. Tac. Dav. St
lib. 3, 519.
S. IV. 1 tempi passati subalterni di un grandissimo nume-:
ro di verbi neutri compongonsi dal verbo Essere (4) unito
al participio passato, che in simili casi s' accorda parimente
col subbietto dell’ azione (2). Le
TESTI
Per ogni volta che passàr si volèva, credo che poscia visa
(1) Il participio passato di qualche verbo neutro, preso in sentimen-
to attivo, trovasi talvolta accompagnato col verbo avere, e concordante
in genere e numero coll’ obbietto diretto. Perchè ricalciltràle a quella 00-
glia , A cui non puote 'l fin mai èsser mozzo, E che più volte v'HA CRi-
sciUTA DpogLIA? D. Inf. g.— Egli si ricordò di lulti i PERICOLI che AVE
corsi. Bocc. Filoc. 6, 59. All’opposto il participio di un verbo neutro ri-
mane talvolta, ma di rado, invariabile ancora che sia unito col ver
èssere , e ciò -può accadere quando il verbo è preso impersonalmente. Allo
quale parècchi anni a guisa di sorda e mùlola ERA CONVENUTO VIVERE
Bocc. nov. 17.—Nè perciò cosa del mondo più, nè meno me n° è INTER
VENUTO. Id. nov. 36.
(2) Per proprietà di linguaggio i participj passati potùto, sapillo,
volùto de’ verbi potère, sapère, volère, i quali di lor natura amano
di accompagnarsi col verbo avère, unisconsi” nulladimeno con èssere,
ogni volta che son seguiti dall’infinito di un verbo neutro, il cui parli-
cipio passato non può mai combinarsi, altrimenti che col medesimo ve
èssere, e s'accordano in genere ed in numero col subbietto della propo
sizione. Quello che sianòlie non È POTUTO ESSERE , sarà un’ altra nolle.
Bocc. nov. 77.—-Il Saladino condbbe costùi ollimamènte ESSER SAPUTO uscire
dal laccio. 1d. nov. 3.— Se io dalla verità del fatto mi rossi SCOSTAM
voLuta. Id. nov. 85.— Ella non ERA ancora POTUTA VENIRE. Nov. ant. gf-
ETIMOLOGIA E SINTASSI . 349
PASSATO sette. Bocc: nov. 23.—Io non ci SARO' oggi venù-
ta incàno. Bocc. nov. 77.— Donna chente 0° è PARUTA que-
sia vivàanda? Monsignòre, in. buona fé ella m'è PIACIUTA
molto. Id. nov. 100. — Però ricominciài: tutti quei morsi......
Alla mia caritàte SON concorsi. D. Par. 26. — Se i danàri
miei FOSSER VALUTI, dirài iu, e SAREBBERO VALUTI anche
nel bene. Sen. Ben. Varch.— Za qual cosa ERA soprummò-
do DISPACIUTA. Varch. stor. 11, 544. |
S. V. Ne' così detti verbi neutri passivi, il participio pas-
sato s' accorda colle particelle m2, cz, /, vi, st, che sogliono
accompagnare tali verbi, e che, rappresentanti l’ identica per-
sona del subbietto, esprimono l’ obbietto diretto dell’ azione.
S egli non SI fosse bene atienùto, egli sarebbe infin nel fon-
do cadùto. Bocc. nov. 45.— Già s' era ribellàta l armàta
Misena. Tac. Dav: stor. 5. Quando le particelie MI, CI, TI,
VI, SI non sono l'obbietto diretto dell’ azione, ma in vece
I° obbietto indiretto, nel rapporto di attribuzione o tendenza
(V. Sez. Il, Cap. V, $. V, e Sez. III, Cap. II, S. IV) il par-
ticipio deve accordarsi col nome che segue il verbo, e che
n’ è il vero obbietto diretto; onde diciamo : Zo mi SON LAVA-
TE Ze MANI; Zl/a non si è FATTO ALCUN MALE; Egli si è
CAVATA LA BERRETTA (5); £ssi s: sono FICCATA QUESTA
PAZZIA in capo; Voi vi SIETE ROTTA UNA COSCIA; /Voz cs
SIAMO APERTA LA VIA ec.
DEL PARTICIPIO PASSATO COL VERBO AVERE.
S. VI. Fra la moltiudine di grammatici, che, dal Buom-
mattei in poi, banno scritto intorno alla lingua italiana, non
avvi neppur uno che siasi avvisato di cercar la ragione per-
chè il participio passato, retto dal verbo acere, or con I\ob-
bietto diretto s° accordi, or discerdi da esso: tutii, dopo aver
parlato del'o stesso participio unito col verbo essere, termina-
no con questo falso principio: Zn quanto al participio pas-
sato, retto dal verbo avere, è cosa indifferente T accordarilo, 0
"7 non accordarlo. A ciò aggiungon ia'uni una specie di con-
dizione, falsa essa pure, cioè, che se 1l participio è precedu-
to dal nome a cui riferiscesi, devesi accordare con esso. l] Soave,
I unico finora fra tanti grammatici italiani che siasi studiato
(3) Giova osservare che il Boccaccio adoperò sovente il verbo avère,
in vece del verbo èssere, facendo per altro il participio accordare con
1’ obbietto diretto. Poichè la donna S’ EBBE assài FATTA pregare. nov. 80.
— Messèr lo geloso S' AVEVA MESSE ALCUNE PETRUZZE i bocca. nov. 65. —
Tu che dalla gelosia tua T' HAI LASCIATO accecàre. nov. 55.— Di le stessa
wergognàndoli, per non polèrii vedère, T'AVRESTI CAVATI gli occhi. nov. 77.
N
520 PARTE TERZA
‘di analizzare la parte metafisica delle lingue, per esser trop-
po oscuro, dice meno ancorà degli altri, quantunque par che
abbia voluto spiegare perchè il participio in quistione s' accor-
di coll’ obbietto, senza entrar nella ragione, perchè tante vol-
te si trovi discordante da esso obbietto, lasciando le due dif-
ferenti maniere all’ arbitrio di chi scrive o parla. Ecco come
‘questo autore s' esprime: 4/7 opposto ne’ verbi transilivi,
che a’ lor passati si costruiscono col verbo AVERE, l' attribu-
.fo della proposizione è il participio AVENTE; e il participio
passato del verbo proprio, non fa che modificare FA suo ha
getto.— In falti 10 AVEVA AMATO PIETRO e /o stesso che,
IO ERA AVENTE PIETRO AMATO; per questo coll oggetto ei
deve accordarsi, e quando ciò non si voglia, si deve dargli
la terminazione del maschile, accordandolo col nome untver-
sale OGGETTO, che si sottintende. Soave Gramm. rag. Parte
IV, Cap. I, Art. I. |
Or tocca a noi il dimostrare, che non è nell'arbitrio di
chi scrive o parla il dare al participio passato , unito al verbo
avere , il genere ed il numero dell’ obbietto diretto: lo che
speriatno poter fare previe alcune osservazioni sulla «doppia
funzione nel discorso dell'elemento avere, e delle voci conosciute
come participj passati.
S. VIL. Debbe omai esser noto, e noi abbastanza ne par-
lammo discorrendo de’ verbi in generale, che il significato del
verbo avere, come verbo proprio o principale, è possedere,
fenere ec., e che allora il nome della cosa posseduta è l'ob-
| bietto diretto di esso verbo. Debb' esser parimente noto, che
Jo stesso avere, non che nella nostra lingua, ma, quasi come
per convenzione, in tutte le lingue moderne, viene impie-
‘ gato come ausiliare di tempo negli altri verbi principali, af-
fimchè, unito al participio passato di tale o tal altro verbo
principale, indichi i tempi passati subordinati, o, come vol-
garmente soglion chiamarsi, tempi composti, esprimendosi con
due termini, quel che, alla foggia latina, dirsi potrebbe con
uno, come, a cagion d'esempio: Ho comperàto, ho vendùto,
‘ ho spedìto ec. in vece di Comperài, vendèi, spediti ec. Da
‘ tutto ciò facilmente deducesi, che il verbo avere, senza l'ac-
compagnatura di qualche participio passato, non può mai far
le funzioni d' ausiliare; ma non ne resulta già che il mede-
. stino verbo avere sia ausiliare, ogni volta che abbia seco wa
‘ participio passato , anzi in tal congiuntura , il verbo avere il
| più delle volte conserva intrinsecamente l'originale suo signi-
. ficato di possedere, tenere ec., non già materialmente, ma im-
PA
ETIMOLOGIA E SINTASSI 521
maginariamente, cioè, di aver nella mente una cosa (il nome
della quale forma l' obbietto ureto) che è stata ridotta allo
stato di passività, vale a dire, che ha ricevuto, o sofferto l'ef-
fetto dell’azione indicata da quel verbo proprio, il cui par-
licipio passato accompagna il verbo avere, per esprimere lo
stato passivo di quella tal cosa; conciossiachè il dire: aver
fatta, letta , scritta una cosa, vale avere una cosa in tale o
tal altra maniera, cioè fatta, letta, scrilta ec. A questo prin:
cipio par che coincida pure l’ analisi che fa il Soave dell’ e-
sempio da lui adotto (7. di sopra, $. VI), e nella quale vuol
dimostrare che Pietro è l' obbietto diretto del verbo ‘avere, e
che amato, participio passato del verbo proprio, non fa che
indicare lo stato passivo, a cui è ridotto l° obbietto Pretro.
Nella stessa guisa s' analizzino î due seguenti: Ho letta una
‘ lettera, cioè Sono avente 0 possedénte una lettiera letta. Aveva
compràti due cavalli, cioè Era avente due cavàlli compràti ec.
S$. VIII. Dietro queste nostre dimostrazioni, le quali non
solo sulla ragione, ma ancora sopra un immenso numero di
esemp) de’ classici autori. sono fondate , noi crediamo potere
— stabilire le due seguenti regole:
12. Quando il verbo avere è impiegato come ausiliare,
° LI . i) ® e
cioè quando va unito con un participio passato , per rappre-
| sentare insieme l’ idea d' un tempo passato, che esprimer po-
trebbesi con una sola forma, indicante di sua natura il tempo
passato , il participio come parte integrante del verbo a cui
appartiene , rimarrà sempre nella sua forma primitiva, cioè
con la sua desinenza mascolina , imperciocché l’obbietto di-
retto, di qualsivoglia genere o numero, è, non già del
verbo avere, ma del participio, o, per dir meglio , del verbo
a cui tal participio appartiene. |
| 2a. All’ opposto, laddove l’obbietto dell’azione è del solo
verbo avere, il participio, considerato come mero addiettivo
qualificativo passivo, dovrassi accordare in genere ed in nu-
mero con esso obbietto, del quale esprime la passività, e lo
stato passivo. | mi |
S. IX. Osservisi inoltre che sull’accordarsi, o 'l non ac-
cordarsi del participio, non influisce per cosa alcuna l'essere
il medesimo participio posto nel discorso o avanti, o dopo il
nome , facente l’ obbietto diretto ; imperciocchè una tale in-
versione non è che una delle libertà più pregiate dell'italiano
scrittore, cioè di potere a beneplacito porre i particip), sì
come tutti gli altri addhettivi, innanzi a’ nomi, o questi innan-
4
Gram. Ital. 42
322 °° — PARTE TERZA si
zi a quelli, secondo che l'animo suo è più occupato con l’idea’
o dell’ obbietto, o della qualità. I
TESTI
DELLA PRIMA REGOLA.
Tu sai quale sia la ingiùria LA QUALE fu m' HAI FAT-
To nella mia figliuòla. Bocce. nov. 16.— Come to AvRÒ loro
ogni cosa DATO. Id. nov. 135. — Chi altri che tu RA queste
cose MANIFESTATO a/ maéstro. Id. nov. 78. — CERCATO HO
sempre SOLITARIA VIA....PER FUGGIR quest ingégni sordi
é loschi. Petr. son. 222.— Domeneddìo m' HA DIMOSTRATO
la cagiòne del tuo male. Bocc. nov. 44. — Maestro to BO VE-
DUTO UNA COSA che mi dispiàce, è ingiùria D anima mia
molto. Nov. ant. 66.— LA COMMESSIONE che 0 gli. HO DA-
TO di riferire al re. Cas. lett. 7. |
| TESTI
DELLA SECONDA REGOLA.
Ee Lor paròle, che rendéro a queste, CHE DETTE AVEA
colùi cu' io seguìva. D. Purg. 11.— Superbia, invidia e ava-
rizia sono Le tre favìlle © HANNO I CUORI ACCESI. Id. Inf. 6.
— Un altro che FORATA AVEA LA GOLA. ld. ivi. 28. — Ed
Un, ch’ avéa l una e l altra MAN MOZZA (sincope di moz-
‘zata). Id. ivi. — Zo non HO QUESTE COSE SAPUTE da’ vicini,
ella medèsima, forte di te dolendosi, ME LE HA DETTE. Bocce.
nov. 23.— Quanti versi ho già SPARTI al mio tempo. Petr.
canz. 58. (4) — Avéva la luna, essendo nel mezzo del cielo,
(4) Confessiamo che a prima vista, quest’ esempio del Petrarca, ed il
susseguente del Boccaccio paion contraddittor) all'analisi fatta da noi
della combinazione del verbo avere col participio, e li citiamo a bello
studio, acciò ne rechino occasione di rilevare 'l’ obbiezione che contro
l’ esposto principio potrebbesi fare da que’, che per avventura, vorranno
trovarlo inconsistente, opponendogli i due precitati esempj, e tutti quelli
che portin participj passali, i quali, siccome sparto, e perdùlo, cioè smar-
rito, dispèrso, cendùto, dato ,.ec. indicano la separazione dell’ obbietto
dal subbietto. Come, dimanderanno, puossi avere una cosa e nello stesso
dempo averla perduta, smarrita, dispersa, vendula, data P e ciò non po-
dendosi, e se son cere le.ragioni addotte nel presente capilolo, come fon-
damentiî del dovere il participio passato, combinaio col verbo avere, con-
cordare o discordare coll’ obbietto diretto, non avrebbe il Petrarca dovuto
dire: Quanti versi ho già SPARTO al mio tempo; e il Boccaccio: Avèa la
luna PERDUTO i suoi raggi, anzichè SPARTI, e PERDUTI? Se non si consideri
che il materiale della proposizione, certo, il ripetiamo, la contraddizione
par manifesta: ma per poro che il leggitore s’ interni nello spirito delle
ragioni allegate, e voglia, dietro quelle, cercare di distinguere il senso di
ho sparto da quello di ho sparti, e di avea perduio da quello di avea
ETIMOLOGIA E SINTASSI 525
PERDUTI I RAGGI suoz. Bocc. nov. giorn. 6, in princ.— Las-
sai quel, ch' È più bramo: ed uo sì AVVEZZA (sincope di
avvezzata ) LA MENTE « contemplàr sola costei ec, Petr.
son, 95. — Che intorno al collo ebbe la CORDA AVVINTA. Id.
son. 22.— Che ciascùna di -loro' dovésse AVERE TAGLIATA
LA DIRITTA MAMMELLA per portàre lo scudo alle battaglie.
Tes. Br. 1, 5.— Benché églino AVESSERO già le spade 1ISGUA-
INATE e MENATE. Amm. ant. 11, 1, 12. o
S. X. Allorchèil verbo avere va preceduto da uno de' pro-
nomi .mi, cz, ti, vi, lo, 0 il, li, o gli, la, le, ne, rappresen-
tanti l' obbietto diretto, il. participio passato deve accordarsi
in genere ed .in numero con essi pronomi (3), onde diciamo:
Egli mi ha vedito, 0 veduta; voi ci avéte battùti, o baltùte;
te hanno mandòùto, o mandàta; l aveva comperàto, o com-
peràta; quando li, o gli ebbe uccìsi; se le avesse ricevùte; ne
hanno vendùti, o vendùte ec: Questa regola, della quale mille
e mille esempj negli autori antichi é moderni si trovano, non
solfre eccezione alcuna. i VR
8. XI. Il participio passato rimane invariabile quando ad
esso segue un verbo nell’ infinito modo, di qualsivoglia genere
o numero sia l’obbietto diretto di questo verbo (6), come:
perduti, ei troverà i due esempj del Petrarca, e del Boccaccio, ed altri
simili, perfettamente conformi allo stabilito principio, giusta il quale le
‘espressioni Ro sparto, e avea perduto non possono esser sinonimi di que-
ste ho. sparti e avea perduti, imperciocchè due forme che presentansi
sotto due aspetti diversi ,, non possono esprimere una stessa idea. Noi
crediamo avere abbastanza dimostrato nei $$. VII, VIII e IX, la differenza
‘che’ esiste tra l' idca rappresentata dal participio, ‘comè supplimento di
una forma, esprimente un tempo passato, e quella che esprime lo stesso
participio come addiettivo qualificativo passivo di un obbietto diretto del ver-
dò avere, il qual verbo, nella sua combinazione col participio passato, signi-
fica pur Possedère, non già materialmente, ma immaginariamente, ed il
participio, come addiettivo, qualifica la maniera come-la cosa è possedu-
Ya; imperocchè si può avere una cosa nell’ immaginazione in molte dif-
ferenti maniere; come letta; scritta, falla, guastàta, bruciàta, rotta ec.,
e in simil senso il Petrarca disse: Quanti versi ho, come? spari; e il
Boccaccio: La Luna avèa i suoi raggi, come? perdùti.
(5) Notisi per altro che solo allora ha luogo 1’ accordo del participio
con le nominate particelle, quando rappresentano l’ obbietto diretto ; del
che rendiamo avvertito il lettore con tanto più di premura, quanto facile
sarebbe 1’ ingannarsi ; imperciocchè le medesime particelle toltene, /o, la,
possono rappresentare eziandio l’ ohbietto indiretto nel rapporto di a4/r;-
buzione o lendenza, come: Le ho dato un hbro, ec.
(6) Nulladimeno leggesi alle volte nel Boccaccio il participio passato
fatto accordandosi con l' obbietto diretto del seguente verbo all’ infinito.
AVENDO FATTI SERRARE TUTTI GLI USCcI. nov. 65.—FATTA dere ORNARE LA
CAMERA. nov. $0o.—Io non potti stamàne farne venire tulte le legne LE
524 PARTE TERZA
LE COSE che giù AVRA UDITO dire, che di noth èrano inter-
venùte. Bocc, nov. 81.— Rimàsero conténii di AVERE con impè-
0 SAPUTO SCHERNIRE L'AVARIZIA di Calandrìno. Id. nov.
.—Ho FATTO VENDERE LA MAGGIOR PARTE delle mie posses-
siòni. Id. nov.80. — Si partirà, che non l' avrete offeso, Quan-
do TUTTI d' AVRA’ FATTO morire ?_ Ar. Fur. C. 17. st 8.
$. XII. Per altro quando al verbo avére precede una delle
sopra nominate particelle pronominali come -obbietto diretto
(V. S. X del pres. Cap.), il participio s' accorderà con essa,
ancora che sia seguito da un verbo all' infinito; onde dicesì:
Egli ci ha mandùti, o mandùte a cercàre; Io li, o gli ho
fatti fare, o le ho fatte fare; Li abbiàmo intési, o l abbià-
mo intese cantàre ec. ’ |
Lo stesso ha luogo co' participj potùfo , sapùto , volùto,
come: Z prelàti quali tu GLI hai POTUTI vedére. Bocc. nov. 2.
— Un altro GLI avrébbe VOLUTI FAR martoriàre. Id. nov. 23.(17)
S. XIII. Terminiamo questo capitolo con avvertire che
quando il participio passato è posto assolutamente, vale a dire
quando vi si sottintende uno de' due gerundj esséndo , o avéndo,
esso s'accorda costantemente o col subbietto, quando il sop-
presso gerundio è essendo, o con l'obbietto diretto quando
il gerundio sottinteso è avendo, come: Né prima nella cà-
mera entrò, che 'l battimento del polso ritornò al giòvane,
e LEI PARTITA (cioè essendo partita), cessò. Bocc. nov. 18.
— GIUNTO adùunque il famigliàre a Genova, e DATE de lettere,
& FATTA / ambasciàta fu dalla donna con gran festa rice-
eùto. Id. nov. 19, cioè Essendo giunto.... avendo date ....
gvendo fatta. |
QUALI î0 AVEVA FATTE FARE. nov. £.--Calandrino che allré volle la bris
gàia AVEA FATTA RIDERE. nov. 8b.
(7) Ma i tre participj polùto, volùlo, € sapùto rimangono invariabili
ndo la particella pronominale è affissa all’ infinito, onde dicesi: Non
ko POTUTO farli: hai VOLUTO vederle ; egli non ha SAPUTO dirla ec.
‘ scetti
| sistenza, significata dal verbo unico essere (YZ. Sez. V, Cap. 1),
| puo trovarsi nel subbietto in una o in un'altra maniera, in
uno o in un altro tempo, in uno o in unaltro luogo, e che
SEZIONE SETTIMA. :. ‘’
DELLE QUATTRO PARTI INVARIABILI
i DEL DISCORSO
|L’AVVERBIO, LA PREPOSIZIONE, LA CONGIUNZIONE, E L’INTERJEZIONE.
—— RI n
CAPITOLO I.
DELL'AVVERBIO
QUARTA PARTE DEL DISCORSO.
S. I. Era il linguaggio già pervenuto ad un certo grado
di perfezione; erasi regolato già il come esprimere, giusta il
natural procedere delle nostre idee, gli’ obbietti stessi, la loro
esistenza, ed i loro attributi, quando si giunse ad accorgersi
esser queste due primarie distinzioni degli esseri, tuttavia su-
ive di numerosissime modificazioni, vale a dire che l’e-
rd
gli attributi, cioè le operazioni , le proprietà, e le relazioni
‘ espresse dagli addiettivi, possono esser diverse o riguardo alla
quantità, o riguardo alla qualità. Cominciossi poi ad esprimere
tali modificazioni con più parti del discorso unite, cioè con
un nome ed un addiettivo, preceduti da una qualche prepo-
: SIZIONE, dicendosi, a cagion d'’ esempio, per le modificazioni
A
riferibili alla maniera, Cantàr CON TUONO DOLCE ; #rattàre
CON MODO CRUDELE; scrivere IN ISTILE ELEGANTE. Per le
modificazioni di luogo: Venire IN QUESTO LUOGO; per quelle
di tempo: partir NEL GIORNO DI DOMANI, éc. ;
. SIL Tra le cose a cui s'appigliarono i legislatori del
linguaggio, onde render questo energico ed insieme armonico
| € vago, vi fu quella di semplicizzare i segni stabiliti per co-
Mmunicare, scrivendo e parlando, le nostre idee, col ridurre
Il significato di più termini a potersi esprimere con uno solo.
Così ebbero origine i verbi (7. Sez. V, Cap. I), e così pure
nacquero i così detti avverbj, o sian parole che esprimono
diverse modificazioni a cui possono andar soggette l’ esi-
stenza, le qualità, e le operazioni degli obbietti, e per indi-
car le quali, in vece di un nome, addiettivo e preposizione,
un solo addiettivo, o un solo nome, o anche qualche parti-
cella sola adoperasi; onde in vece di dire con tuono dolce ,
con modo crudele, în istile elegante, dicesì, dolceménte, cru-
526 PARTE TERZA
delinénte, elegantemente; alle parole in guesto luogo sostitui- |
scesi la sola particella Qui o gua; e per esprimere il signifi
cato delle quattro voci nel giorno di domani non’ adoperssi
che l’ ultima. A
:-$. HI. Siccome la più parte delle modificazioni occorro-
no nell’ esistenza degli obbietti, significata dal verbo, sì è da-
to il nome generico di avverbio, che vale aggzunto a verbo,
a tutti i termini indicanti una qualche modificazione, non so- |
lo nell’ esistenza ma anche nelle qualità ‘espresse dall’ addiet-
tivo, e nelle modificazioni stesse indicate da qualche avverbio, |
imperocchè una modificazione talvolta abbisogna d’ altra mo- _
dificazione. Quindi gli avverbj possono accompagnare nel di-
scorso non che i verbi e gli addiettivi, ma anche gli ali
avverb). I |
S. IV. I grammatici distinguono varie classi d' avverb),
secondo le diverse specie di modificazioni, .che essi sono de- |
stinati ad esprimere, cioè f° di tempo, 2° di luogo, 3° di |
affermazione, 4° di negazione, 5° di modo, 6° di qualità, 7° {
di preferenza, $°- di similitudine, 9° di quantità, e di nume
ro, 10° di dubbio, o di probabilità.
| Ognuna di queste classi ha le sue voci proprie per espri- |
‘mere la modificazione ‘indicata; ma oltre a tali voci, sonori |
nella lingua quasi tanti avverbj quanti vi sono addiettivi, !
‘quali unendosi in una sola parola, e a foggia di desinenza
‘col nome mente, diventano avverbj. Questo nome è lo stesso |
che il latino mens gen. mentis nel significato di maniera, € |
che i Latini non di rado usavano in modo avverbiale nel ca- {'
‘so ablativo, facendolo precedere da un addiettivo con eso
‘accordantesi, oude dicevano forti mente, clara mente, devolo
mente; modi avverbiali, imitati ne' primi tempi dagl’ Itala,
i quali pure dicevano con mente forte, con mente chiara,
‘con menie divòta ec., ma che poscia, sopprimendo la prepo
sizione, e posponendo il nome all’addiettivo, andavano a mamo {
‘a mano di questi due formando una sola voce. Ecco d'onde {
cì vengono i tanti e tanti moderni avverbj finienti in menk,
e, avvegnachè questa desinenza, per la sua . unione coll'a4-
diettivo, non sia più stata considerata come nome, pure Si
ha sempre avuto riguardo all’antico suo genere femmino, K
imperocchè se l’addiettivo, dal quale derivi tale o tal altro
avverbio in mente, cade in 0, questa vocale convertesi In 4 $
‘e da caldo fassi caldamente, da amàro , amaramente, ®4
matùro, maturaménie ec., il qual cambiamento non ha luog0
‘negli addiettivi cadenti in-e, desinenza comune ad ambo 18°
Leni Pa
PA
”
ETIMOLOGIA E SINTASSI 527
neri; onde da dolce componesi dolcemente, da grande, gran-
deménte, da cortèse, corteseménte ec. Notisi per altro che quando
l’ addiettivo termina in /e o in re, la e finale, per miglior
SUONO , troncasi; perciò da crudele viene crudelménte, da fedele,
fedelmente (4), da superiòre, superiormente, da anteriòre, an-
tertorménte, da maggiore, maggiormente ec. È siccome non
evvi addiettivo che non possa divemre avverbio mediante la
summentovata desinenza mente , così la più parte delle dieci
classi, in cui con gli altri grammatici abbiamo anche noi di-
visi gli avverbj, hanno ognuna, chi più chi meno, i suoi av-
verb), formati dalla desinenza menze, unita ad un, addiettivo;
eccone alcuni: |
Di MANIERA. Fortemente, diligentemeénie, ottimamente ,
piacevolmente, avcedutaménte ec.
Di oRDINE. Gradataménte, successivamente, primiera-
mérie, ultimamente, alternativamente , vicendevolmente, scam-
| bievolménte, ultimaménte, finalmènte ec.
Di TEMPO. Presentemente, attualmente , continuamente,
. recenteménte, anticamènie, annualménte ec.
DI QUANTITA’. Abbondanteménte, sufficientemente, scar-
+
‘ saménie, grandeménte, soverchiamènte, infinitamente ec. (2).
AVVERBJ DI TEMPO ESPRESSI CON TERMINI PROPRI.
V. La classe degli avverbj di tempo , la quale rac-
chiudi molti termini proprj, si suddivide in avverb), che
esprimono:
1°. Il tempo pres. Oggi (3), oggidi, adesso, ora.
Zo. Il tempo passato : Tri , diànzi, anzi, innànzi a
in prima, poco lE poc anzi, or ora, testé , per l'additiro,
per lo passàto (4).
(1) In quanto agli addiettivi cadenti in Ze sembraci che questa regola
non sia sempre stata generalmente osservata, trovandosi in molti esempj
degli antichi la e finale degli addiettivi conservata negli avverb). Disse :
venite qui son prèsso i gradi, Ed AGEVOLEMENTE omdi si sale. D). Purg. 12.
—Io la rivèggio starsi UMILEMENTE. Petr. son. a11.— Cosa rade volte usala
per lo comùne, ma UTILEMENTE fatta. Matt. Vill. 9, 28.
(2) Gli antichi, allorchè due avverbj con la desinenza in mente si
seguivano, ommettevano spesso nell’ avverbio antecedente la desinenza
suddetta. Vedèle quanto PRUDENTE e GIUDIZIOSAMENTE n’ ammaestrò Ari-
siòfele. Varch. Ercol.— Più AGEVOLE ed UTILMENTE fogli le radici dell’ uli-
vo. Pall. Febbr. 18.—Giovanni, peccò mai nè MORTALE, nè VENIALMENTE.
Fr. Sacch. nov. 220. |
(3) Oggi, dimàni, ieri, di per se non sono avverbj, ma bensì nomi
della classe de’ figurativi; usandoli come avverbj vi si sottintende la pre-
posizione in.
(4) Giova osservare che non sono propriamente avverb) se non
328 PARTE TERZA n |
5°. Il tempo futuro: Dimàni, o domani, in avvenire;
per l avvenìre, fra poco, fra non molto, in breve, da qui in-
nànzi, di qua in avànit.
4°. Che una cosa dura anche al presente: Tutfòra, tut-
favìa (3), ancòra, purànco, sempre.
5°, Che una cosa è durata fino al presente: Finòra, fi-
no ad ora, infino ad ora.
6°. La successione di una cosa ad un'altra, o di un tem-
po ad un altro: Dopo; poi, dappòi, dipòi, poscia, appresso,
indi, quindi, quinci, indi a poco, d' allòra in poi.
o, L' avvenimento di due, o più cose nel medesimo
tempo: Intànto, frattànto, mentre, în quel mentre.
8°. In un tempo indeterminato, o in qualunque tempo:
Quando, qualòra, ogni qualvolia. se
9°. La frequenza, e durata di tempo: Sempre, mai sem-
pre, sempremài, ognòra, ogni volta, spesso spesse volte, soven-
te, soventi volte, assài volte, più volte, per b più, i più del-
le volte, raro, di raro, rado, di rado, rare volte, alle volte,
talvòlia, talòra, qualche volta, mai, non mai (6), giammùi,
quelli consistenti in una sola voce; imperciocchè quelli composti di due
© più voci, chiamansi piuttosto modi avverbiali, che sono alcune maniere
di dire in cui è espressa la preposizione ed il nome; o la preposizione,
l’ articolo e il nome. Nulladimeno, per non perderci di soverchio in di-
visioni, noi non abbiam creduto necessario il parlarne separatamente;
ma prescindendo dal loro materiale , e considerandone solo il significa-
to, gli. abbiamo nominati insieme cogli avverbj propriamente detti, dai
quali sarà facil cosa ad ognuno il distinguerli. i
(5) Tuttavia, vale anche nondimeno, con iutto ciò ed è sinonimo di
Tultavolla, corrispondenti entrambi agli avverb) latini amen, altamen,
nililominus. Ma TUTTAVIA fi vogliàm ricordàre che per queste contrade
ec., vanno di male brigàle assai. Bocc. nov. 43. TUTTAVIA questo impri-
ma ci conviène tenère fedelmènie. Vit. SS. PP. 1.
(6) Mai, di per sè vale Jr alcun tempo; e accompagnato dalla nega-
tiva non, vale In nissùun tempo. Io inièndo che da quinci innànzi sien
più-che MAI. Bocc. nov. 26. — Quai barbare fur MAI quai Saracine! D.
Purg. 23.—E giurogli di maI NON dirlo. Bocc. nov. 26.— Non sperar di
cedèrmi in lerra MAI. Petr. son. 212. Quando mai precede alla negaliva,
ì grammatici vogliono che si antepongono amendue al verbo. Popolo ignù-
do paventòso e lento, Che ferro MAI NON sfringe. Petr. canz. 5.— Perchè
mi vinci tu P che se iu digiùni, io NON mangio MAI; se lu vegghi io MAI
NON dormo. Passav. 269. All'incontro quando precede la negativa al mai,
quest’ avverbio per lo più si pone al verbo. E in questo mezzo farti e
la mercanzia NON istèller MAI peggio in Firenze. Giov. Vill. 9, 12, 1
Quantunque vi abbiano esempj in cuî' mai precede al verbo. Nè lagrime
sì belle Di sì begli occhi uscìr MAI vide il Sole. Petr. son. 125.—Che i
parènii insiome rade volie 0 NON MAI si visitàssero. Bocc. Introd. Mai,
talora nega senza la negazione. Ti priego che MAI ad alcuna persona di
chi d' cvèrmi veduta. Bocce. nov. 17.—7 perugini per loro allerigia MAI
il
| | ETIMOLOGIA E SINTASSI — 329
unqua , unquemòi , unquànco (1), omài , ormài , oggimài.
100. Prontezza e celerità di tempo: Sùbzto, tosto, tantòsto,
i presto, ratto, immantinénte, incontinénte.
LI
x
41°. ‘Tardanza e lentezza di tempo: Tardi, o tardo, adà-
gio, a bell’ agio, piano, pian piano, passo passo, a poco a
oc. le au
i 420. Un tempo. limitato, e il termine del tempo. Finché,
infinché finattantochè , o fino a tanto che, infine, per èl-
timo, in ùltimo. 00° 5 |
$. VI. Gli avverbj di luogo non son tanto numerosi
quanto quelli di tempo, e si riducono a’ seguenti:
QUI, QUA (8), che entrambi vagliono in questo Zuogo ,
cioè nel luogo dov'è la persona che parla. Sembra per altro
che il primo voglia accennare un luogo più circosctitto e par-
ticolarizzato, come sfanza, casa, città; e che l'altro indichi
un luogo più esteso, indeterminato, o non chiaramente de-
scritto ,. come: paese, contràda ec.-Qui fui con Panfilo, e
così QUI mi disse, e così QUI facemmo. Fiamm. 4.—Qui non
palàzzi, non teàtro, o loggia. Petr. son. 10. — Non ti dare
malinconia, figliuòla, no; egli si fa bene anche QUA. Bocc.
nov. 50.— Anime sono a destra QUA remòte, Se mi consénti,
#0 ti merrò ad esse. D. Purg. 7.
Di Qui, vale Da questo luogo.—Io sono per ritiràrmi DI
QuI. Bocc. nov. 1 |
PER Qui, vale Per questo luogo. —Colùi ch' attende là
PER QUI mz mena. D. Inf. 10.
Di QUA, vale Da questa parte.—Volgiànci in dietro che
DI QUA dichina Questa pianùra a suor termini bassi. D.
Purg. 1. Talvolta usasi im opposizione a Di /a.— Fatl'avea
di là mane, e DI QUA sera. D. Par. 4. Vale anche A questo
luogo.—Le quali cose tutte to DI QUA meco divotaménte recùi.
Bocc. nov. 60. Talora vale Zn questa vita, in questo mondo.
— Perchè mai vedèr lei Di QUA non spero, E l'aspettàr m'è
noja. Petr. canz. 40. | |
si collono dichinàre ad alcùno accordo. Matt. Vill. 8, 39. Mai, vale talvol-
ta Sempre. Così è oggi bello il cielo come fu MAI. Bocc. nov. 60.
(7) Unqua, unque, unquemài, unguanche, unguanco (dal latino un-
quam), vagliono tutti e cinque mai; ma più nel verso: si usano che
nella prosa. | di |
(8) I poeti usanò talvolta qui per allora. —Per cotàl prego dello mi
fu: prega Matèlda, che'l ti dica; e Qui rispose ec. D. Purg. 33.—Qui
disse il vecchio Anchìse: E forse questa quella Carìddi. Car. En. 3. Talo-
ra usasi per. In questo stalo, in tal contingenza, a questo termine. — Can-
zorn, QUI sono, ed ho il cor vie più freddo Della paùra che gelàta neve.
Gramm. Ital. 43
-
350 PARTÈ TERZA ©.
.__ IN Qua, vale Verso quesia parte.—Volgi IN QUA gli oc-
chi al gran padre schernìto. Petr, Tr. d'Am, cap. 3.
Quici, che vale lo stesso che qguz;. è più del verso che
della prosa. S/ venne deducéndo insino a Quici. D. Par. 8.
— Illuminàto e Agostin son QUICI. Id. ivi 12.’
Ivi, e QUIVI (9), vagliono In quel luogo, cioè di cui si
favella, ma dove non è chi favella. Era la mia viriùte al cor
ristrétta, Per far 1vi, e negli occhi sue difese. Petr. son. 2.
| — Quantunque QUIVI così mubòjano i lavoratori, come qui
fanno i cittadini. Bocc. Introd. Vagliono anche A quel luogo.
—Dove è l'amòre, e "I piacere, 1vI va l'occhio. Passav. 270,
—QuIVI venimmo, e quindi giù nel fosso Fidi gente attuf-
folta in uno sterco. D. Inf. 18. | i 0
.. LA’ e LT, vaglion lo stesso che do; e quioz, cioè in quel
luogo.—Vedi che non pur io, ma questa gente Tutta rimìra
LA' dove ’! sol veli. D. Purg. 25.— Tòrna tu in LA', ch' to
d' èsser sol m’ appàgo. Petr. son. 204. — Quel dolce erròr;
Pur 1° medésmo assìdo Me freddo, ec. Petr. canz.. 30.—
Ne LI guari lontàno fuor di via Un suo bel velo lasciàva
fuggendo. Bocc. vis. Am. 20. | I
| LA', talvolta ha corrispondenza cogli avverbj qua e qui,
posponendosi, dice la Crusca, al primo, e preponendosi al
secondo. Tu diventeràî molto migliore , e più costumàto, €
più da bene LA", che Qui non faresti. Bacc. nov. 77. —
Tal era to in quella turba spessa, Volgéndo a loro e qua
e LA la faccia. D. Purg. 6.— Di LA', siguifica talora Nell al
tro mondo.—Di questo tl dovevi lu avvedeére mentre eri DI LA',
ed ummendàriene. Bocc. nov. 28.
Quinci, vale Di qui, e di qua, cioè da questo luogo.
— Se 10 QUINCI esco vivo. Borc. nov. 17.— Ch'arài QUINCI ‘7
‘Petr. canz. 39. Qui, vale anche 7 quesito caso, in questa materia, intor-
no a ciò. — Or Qui non resla a dire al presènte altro. Bocce. nov. 25.
Qualche volta valeora.— Talòr di vidi tali sproni al fianco, Ch'î dissi: QUI
convièn più duro morso. Petr. Tr. d. M. cap. 2. Qua, accompagnato con
qualche verbo di moto, vale 4 questo luogo.—Che non mi facci dell’attèn-
der niego, Finchè la fiamma cornùta Qua vegna. D. Inf. 26.— Trarrèievi
i cappiscci, e QUA divolamènte v° appresserète ec. Booc. nov. 60. Fu usato
anche per in questa cosa, a questo fatto. —Quivi Callafino disse: QUA non
.bisognano paròle ec. Pecor. Gior. 16. nov. 2. |
{9) lvi, QuiviI, LA’ e Li”, sono non di rado avverb) di tempo. Poi IVI
a parècchi dì la donna ec. Bocc. nov. 43.—Da IVI a pochi giorni venne
un Borghèse ec. Nov. ant. 25.—No' fummo .già tutti per forza morti B
peccatori infino all’ ullim' ora; Quivi lume del ciel ne fece accorti. D.
Purg. 5.—La' ver l’auròra che sì dolce l'aura, Al tempo novo suol mooer
.t fiori. Petr. canz. 38.—Infino a LI non fu aelcùna cosa Che mi legàsse ec.
D. Par. 14. | dn
| — RTIMOLOGIA E SINTASSI __ 551
piè mosso a mòcver tardo. Petr. son. 288. Vale anche' Per
questo luogo.—Ma tu chi se'che QuINCI si soletto vai. Filoc. d;
149.—QuINCI: non passa mai ànima buòna. D. Inf. 5. E tal-
volta vale Di qui, di questo luogo.—Fiésole il cui poggio pas-
stàmo QUINCI vedere. Bocc. nov. 74.0. 00
INDI e QUINDI, vagliono lo stesso che D'ivi e di quivi,
cioè di quel luogo, o da quel luogo. —Comandòlle che INDI
non uscisse oo a tanto che egli che È aveva. rinchiùsa ; .
non l'aprìsse. Passav. 78.— Or può sicuramente INDI passàrsi.
D. Purg. 16.—Zo scolàre della torre uscìto comandò al fante
suo che QUINDI non st partìsse. Bocc. nov. 77.— QUINDI poi
se n'andò a Bològna, dove poco stato n'andò a Pàdova, e
QUINDI da capo st ritornò a Veròna. Vit. D. 254. (10)
Siccome /4, suol corrispondere con qua e qui, così quinci
corrisponde con guzndi.— Che QUINCI, e QUINDI le fòsser per
guida. D. Par. 1f.—Or QuINCI, or QUINDI com’ Amòr m'in-
forma. Petr. canz. 20. 0 cu E
. Costì, COsTA', vagliono Zn cotesto luogo, cioè in luogo
distante dove non è la persona che parla : il primo accenna
un luogo circoscritto e preciso; il secondo un luogo più in-
determinato. Innanzichè cotesto ladroncéllo che v' è costì da
lato, vada altròve. Bocc. nov. 73.— E tu, che se' COST), ànima
viva, Pàrtiti da cotésti che son morti. D. Inf. 35.—Veggéndo
fante belle giòoani che cOSTA' sono. Bocc. Filoc, 2, 301.—
Se vot mi metterete COSTA’ entro. Id. nov. 21. |
CostAssUu', e COSTAGGIU', avverb) composti di costà e di
su e di giù, vagliono In cotesto luogo: il primo denota emi-
nenza e altezza; l’altro bassezza e profondità. —Ed etti gra-
ve il COSTASSU' dimoràre. Bocc. nov. 77.— O miseri, qual
dolòre avéte di trovàrvi ora COSTAGGIU' in fanti tormenti ?
Fr. Giord. Pred. |
CostiNci, vale Di cosiì, di cotesto luogo.—Ditel COSTINCI,
se non l'arco tiro. D. Inf. 12.—.Se vuogli uscìr COSTINCI, con-
cederòiti un gheròne, ovvero un guazzeròne del mio vestiménto
Passav. 653.
(10) INDI, QuINCI, e QUINDI sono talvolta avverbj di tempo. INDI s’uscò-
se, ed io invèr l' antico Poèla volsi i passi. D. Inf. 10. —Da QuiINcI in-
nàanzi simili novelle noi non sentiamo più. Bocc. nov. 68.—-Una sua so-
rèlla giovinèlta chiamata Fulvia, gli diè per moglie, e QUINDI gli disse. Id.
nov. 98. Quindi , equivale allora al latino propferea, indicante cagione,
e vale Da questo, per questa cagione. Matt. Vill. 9, 98.—D. Inf. 34.—-Id.
Purg. 25.—Albert. 2, 29; ec. E talvolta è adoperato per indicare l'origine,
la patria e simili. Delle parti dell'Etruria, e della più nobil città di quella
vengo e QUINDI sono. Bocc. Fiamm. È. | ù
L)
od | PARTE TERZA . -
Coca”, vale In quel Juogo.— Vuolsi così COLA", dove si
puote Ciò, che si vuole ec. D. Inf. 5. — Za buòna femmina
tornò per la cassa, e COLA’ la riportò. Bocc. nov. 19.
SU, SUSO, GIU’, GIUSO: i due primi dinotano Juogo su-
periore, i due ultimi Zuogo inferiore. Suso , e giuso sono in
oggi più del verso che della prosa. G/i uccelli SU per li verdi
rami eantàndo piacécoli versi. Bocc. gior. 2. prin.—Giltowi
SUSO n pannàccio d'un saccòne, che fatto avea il dì volare.
Id. nov. 50.— Così discési del cerchio primàjo GIU nel secondo
ec. D. Inf. 5.—Se T'alto monte scende G1uso ad imo. Id. Par. 1.
— Cioè miràndo il cerchio per mezzo -di ritta linea di suin
GIUSO, e di GIU in suso. Tes. Br. 2.
QUASSU', QUASSUSO , composti di qua e di su e suso, I
vagliono in questo luogo ad alto, e sono opposti a QUAGGIV
e quaggiuso che denotano in questo luogo basso.— Perché
ti prego per solo Iddio che quassu' salghi. Bocce. nov, 77.
— Ed io: ciò, che appar Quassu' diverso, Credo chel fanno
è corpi rari, e densi. D. Par. 2.— E non vedîèmo noi salire
niuno di loro quassuso. Cavalc. Spec. cr. —Znfin QuaGeo
venné a scusàr sé ed a confortàr me. Bocc. nov. 77.— Guardo
quaGGiUso alla nostra procella. D. Par. Si. QUAGGIV, vale
anche Zn questo mondo.—Mentre quaGGIU' fu nelle membro
mortàli. Bocc. Lab. 152.— Così QUAGGIU', st gode, E la stra
da del ciel si trova aperta. Petr. canz. 29. È a
LASSU', LASSUSO, sono avverbj composti di Zà, e di si,
e denotano iri quel luogo alto ; cioè Superiore al luogo dor è
la persona che parla. I loro ‘contrarj sono LAGGIU' e LAGGIUSO
che accennano Luogo basso. Mandò a Guccio Imbràtta, che
rASSU' colle campanélle venisse. Boce. nov. 60.—Zo penso, st
Lassuso ec. Son .Z'altr' opre sì belle, Aprast la prigione,
ov io son chiuso. Petr. canz. 19.— Re, di che #' hanno offîs0
i due giovani, li quali LAGGIÙ nella piazza hai comandato,
che arsi steno ? Bocc. nov. 46.—Ma ditemi, che son li segni
bui Di queslo corpo, che LAGGIUSO in terrà Fan di Cain fa |
voleggiùre alirùi ? D. Par. 2. |
COLASSU', 0 COLASSUSO, COLAGGIU', 0 COLAGGIUSO, avver- |
bj composti di /è, colà, e di su e di giù, e vagliono lo stes- |
so che colà: i due primi accennano Altezza di luogo, i due |
ultimi Bassezza di luogo. Fate, che noi ce ne meniàmo una
COLASSU' di queste papere. Bocc. nov. 83.—Ma COLAGGIUSO |
gli disse: meménto. Patafi. 7. — SERA
Ove, DOVE, vagliono Nel qual luogo, o in quel luogo,
nel quale, e puossi usare l’ uno o l’ altro secondo che tornì
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ÉTIMOLOGIA E SINTASSI 553
meglio (11). Ove fustù stamane poco avànti al giorno? Bocc.
nov. 23 -—Za quale, DOvE meno era di forza ec., quivi più
avàra fu di sostigno. Id. gior. 8, prin.—Vegno di loco, OVE
tornàr disio. D. Inf. 2.—Ditene DOVE la montàgna giace. Id.
Purg. 3.—Mostràndo alirùi la via, DOVE sovénte Fosti smar-
rito, ed or se'più che mai. Petr. son. 78. . | -
ALTROVE, vale In altro luogo. Non sappiendo perciò,
che "] suo fante là, 0 ALTROVE, si fosse fuggìto. Bocc. nov. 12.
—Parme ’l veder quando-si volge ALTROVE. Petr. canz. 28.
—Folgi in ALTROVE gli occhi tuoi, che non véggano la va-
nitàde. Albert. 11. Ei »
__ ONDE, DONDE, vagliono Del qual luogo , dal qual luogo,
o #l luogo dal quale (12).— Colà la riportò, ONDE levàta l'a-.
eéa. Bocc. nov. 19.—Nel labirìnio intrài, nè veggio OND' esca.
Petr. son. 176.— Cominciò piacevolménte a ragionàre, e do-
mandò chi fosse, DONDE venisse, dove andàsse. Bocc. nov, 13.
— Ch' io me ne ritorni a DONDE io m'era partìto (colà donde).
‘© Fir. As. d'or. 269. ONDE, e DONDE significano talvolta mofo
. per luogo.—Per mezz’ i boschi inòspiti e selvàggi, ONDE van-
‘ no a gran rischio uòmini, ed arme. Petr. son. 143.—-E per
una falsa porta, DONDE egli entràto era , tràttala ec. entrò
in cammino. Bocc. nov. 11. ONDE, qualche volta. significa
moto a luogo. ONDE sono ora fuggiti è verdi prati, ne'quali
ec. Bocc. Filoc. 2.. — - |
ALTRONDE, vale Da altro luogo. — Facéndo sembiànte di
venire ALTRONDE, se ne salì in casa sua. Bocc. nov. 65.
DOVUNQUE, OVUNQUE, DOVECHÈ , OVECHÈ., DOVE CHE
SIA, OVE CHE SIA, vagliono In qualunque luogo, a qualun-
ue luogo. Bocc. lntrod.—Id. nov. 15.—Id. Teseid. 4.—Id.
inf. Fies. 71.—Petr. son. 192.—Id. Tr. d'Am. cap. 2. —
Bemb. rim. 126. DE pe | I
ONDECHÈ, DONDECHÈ, vagliono Di qualunque luogo. Bocce.
Introd.—Id. Lab. 85.—Matt. Vill. 5, 19. tl
ENTRO, DENTRO, ADDENTRO, INDENTRO, INENTRO, PER
ENTRO , vagliono Zn quel luogo , ‘nel luogo interiòre. Bocce,
(11);In vece di Ove, leggesi talvolta 7” coll’ apostrofo, ma è proprio
del verso. U’ sono i versi, v’ son giunte le rime. Petr. canz. 46.— Ritornò
Ferraù verso la fonte, U' nell'erba giacèa l’elmo del Conte. Ar. Fur. 12, 59.
Quantunque anche in prosa se ne trovi qua e là qualche esempio. Là,
U” non è carità, non v ha nulla, Gr. S. Gir. 8. Dove, trovasi talvolta
usato come nome, e vale Luogo.— E questo cielo non ha altro DOVE, ec.
D. Par. a27.—-Chiaro mi fu allor, com’ ogni Dove In cielo è paradiso.
D. Par. 3. ° ri | I
(12) Onde, è talora addiettivo pronominale ralativo (7. Sez. IV,
Cap. VIS. XII). PRO ps II
3554 . | PARTE TERZA — |
‘ nov. 78.—-Nov. ant. 83.—Filoc. £.— Petr. son. 9.—Passar. 308.
—Cresc. 1, 2, 8.—D. Inf. 35.—Id. Purg. 27. ec.
VICINO, PRESSO, APPRESSO, ACCOSTO, vagliono Luogo
poco distante. Bocc. nov. 43.—Gio. Vill. 2,13, 4.
LUNGI, LONTANO, DIscosTo, accennano Un luogo lon-
tàno. Boccs nov. 19.—Cresc. 8, 10.—Dav. colt. 176.
PER TUTTO, DA PER TUTTO, vagliono lo stesso che
Ovunque, dovùnque.
} VII. Seguono gli avverb) che accennano :
4°. AFFERMAZIONE: Sì, certo, di certo, per certo, in ve-
ro, ig difàtti, appùnto, per l appùnto ec. a
«| o. NEGAZIONE: Non, no (13), nulla, niente, nienle of-
fatto, per niente, non mica, non punto. | |
o. Mono: A senno, a capriccio, a talénto, ad onta, 4
dispetto, mercé, a bello studio, a posta, di nascòsto, dì sop-
piàtto, volentieri, mal volentiéri, di buon grado, di buona
voglia, di mala voglia, a mal grado ec. 0
N: do, QUALITA: Bene, meglio, ottimamente, male, peggio
éssimo, ec. 1 |
Be. PREFERENZA: Piuttòsto, prima, anzi, innònzi, avan
gl, CC. ì Re
(13) No e NoN, vaglion lo stesso, ma l’ uso di esse particelle nel
discorso, è ben differente. La prima si usa assolutamente , o in compagnia
TTT nnt i
Cas
di un nome, o d’ un addiettivo; la seconda non va mai se non in com- ©
pagnia d’ un verbo. No, ha talora la corrispondenza di sì, espressa e la-
5a)
ora sottintesa. Folle no, ma innamorato si. Filoc. è, 68.—Pdllida N,
ma più che neve bianca. Petr. Tr. della M. cap. 1. Trovasi talvolta in
vece d' una intiera proposizione negativa onde evitare la ri petizione dello
‘stesso verbo. Zo vi dirò quello che io avrò fatto, e quel che No. Bore
mov. 11. Usasi qualche volta per ripieno, onde dar maggior forza ad doa
espressione già negativa mediante il mon. Disse allora Pirro NON s0N
farnètico no Madonna. Bocc. nov. 69.—I dié’ in guardia a san Pielro,
or NON più NO. Petr. canz. 22. No, si usa talvolta a maniera di nom*,
con l’ articolo avanti e anche senza l' articolo. Tanto vale IL MIO N
quanto il suo sì. Cecch. esalt. cr. a, 3.—Che sì e NO nel capo mi lens”
na. D. Inf. 8. Dir di no vale Negare. Bocc. nov. 72.—Galat. 23.404 |
che no, vale Più tosto che altro. Bocc. nov. 20.—Id. gior. 6. pr. Non
usasi talvolta a modo di ripieno dopo i verbi dubitàre, temere, sospetta:
re, e simili, così il Boccaccio: Yo femo. forte «che Lidia con consiglo €
colère di lui questio NON faccia ; e altrove: La giovane, udèndo la fasella
latina, dubitò altro vento NON }° avesse a Lipari riportàla; e altrove:
Suspico, costùi in alcùn atto NON V avèsse raffigurato ec. Se più cose 8
negano innanzi al verbo, si può a ciascuna di esse aggiugnere la pari”
cella non. Perchè NON pioggia, NON grando, NoN neve, NON rugiada, NO
brina più su cade. D. Purg. 21. Non, sovente s' incontra col pronome
troncato da questo li, facendosi no? (7. Sez. III, Cap. 11, $- X, 90
ta 11), JVon, posto interrogativamente, non niega, ma-sta.come se no!
vi fosse. Non o’ accorgèle voi che noi siam vermi? D. Purg. 10.—NoN disse
il tuo padròne, se io bene intèsi, che noi portàssimo a casa queste c08,
e le cocàssimo quici? Gelli Sport. 4, s.
»
}
Biel
ETIMOLOGIA ® SINTASSI 555
6°. SIMILITUDINE: Siccome, come, .cusì, c0sì fattaménte,
a modo di, a guisa di, a maniéra di, al paro, similmente,
medesimaménte, pariménte. |. “ed s
7°. QUANTITA’ e NUMERO : Molto, di molto, guari (14),
assi, d' assài, ad assài, di gran lunga, sovérchio, vonpo i
quanto, tanto, cotànto, alquànto, poco, alcun poco, qualche
poco, più, di più, per lo più, per la più parte, per la mag-
gior parte, meno, manco, alméno, per lo meno, solo, soltàn-
to, abbastinza, appièno, affatto, totalmente, del tutto, ec. A
questa classe par che appartengano Anche, ancòra, eziandìo,
pure, insieme, neànche, ,neppùre.nemméèno, nemmànco.
8°. PROBABILITA’, DUBBIO, e INCERTEZZA: Forse, per
aveniùra, circa, în circa, all’ inòrca, presso a, a un di pres
50, presso a poco, quasi, quasiché, pressoché, ec. lo
9°. DIVERSITA’, e CONTRARIETA': Altriménti o altra-
mente, diversamente,. al contràrio, per lo contràrio, all’ oppò-
sto, con luilo ciò, non per tanto, nondiméno, tutlavìa, ec.
$. VIII. Una sola osservazione rimaneci ancora a fare, ed
è, che per proprietà di linguaggio molti addiettivi adoperansi
| avverbialmente, o, per dir meglio, come meri avverbj, senza
che prendano Ja solita desinenza menle, e senza che cambino
la loro terminazione mascolina singolare, onde Alto, basso,
| aperto, chiaro, dolce, forte, piano, presto, sano, sodo, tardo,
tosto, ed altri simili, vaglion talora Altaménte, bassaménie,
apertamente, chiaraménte. dolcemente ec. Gridàre ALTO. D.
Iof. 9. — Zevàre ALTO. Bocc. nov. 73. — Miràr BASSO. Petr.
son. 19. — Or ALTO or BASSO il mio cor lasso mena. ld.
son. 145. — Vedére APERTO. Bocc. Fiamm. 2. — Dire APERTO.
Id. nov. 2. — Conòscer cHIARO. Id. nov. 15.— Assài la vo-
ce lor cnIARO abbàja. D. Inf 7.— Parlàùr DOLCE, rider
DOLCE. Petr. son. 126.— Piacér FORTE. Bocc. nov. 49. —
Parlàr PIANO. Id. nov. 64. — Rispòse: andiàmo in là che
er véengon PIANO. D. Purg. 3. — Venìr PRESTO. Fil. Vill. 14, 90.
— Rimandèr PRESTO. Cas. lett. 6.— Star sANO. ld. lett. 73.
(14) Quet' avverbio vale Mollo, e va sempre accompagnato da non,
© da altra particella negativa. .M' hanno alla memoria tornàia una no-
vélla, NON GUARI meno di perìcoli in sè conlenènie, che la narràia da
Laurèita. Bocc. nov. 15.—Non ov andò GUARI che Tiberio mandò Druso
im Illiria per milizia apprèndere. Tac. Davi ann. a, 44. Guari è talora
addietlivo. Dopo NON GUARI SPAZIO passò della presènie vita. Bocc. nov. 36.
— E còrsonla iutta senza uccìdere GUARI GENTE. Giov. Vill. 4, 5, 3. E tal-
volta È usato come nome. E quivi NON GUARI DI TEMPO dimoràrono. Bocce.
nov. 1y.—Calandrino KON fu GUARI via andàlo, che egli il seno se n'ebbe pie;
50. Id. nov, 73. . e a i
556 | PARTE TERZA ©
— Dormìr sono. Bern. rim. 1,87.— FarTOSTO. Bocc. nov. 83 |
— Che menàr gli anni miei sì TOSTO a riva. Petr. canz. 7,
— La spada di quassù non taglia in fretta Né TARDA ma
ec. D. Par. 22.— A/ma real, dignìssima d' impèro, Se non
fossi tra not scesa sì TARDO. Petr. son. 228.
CAPITOLO II.
DELLA PREPOSIZIONE
QUINTA PARTE DEL DISCORSO.
(Vedi Sez. I, $. VIL)
** $.I Le moltissime volte che già ci è stato mestieri di
far menzione di quelle particelle dette preposizioni nel tra-
tare, in questa nostra opera, le partì variabili del discorso,
chiaro dimostrano di quanta importanza esse sieno nel lin-
Quaggio.
Nulla più diremo del perchè, e del quando furono in-
wentate le preposizioni; nè più intertenere vogliamo lo stu-
dioso con ispiegargli la loro funzione nel discorso, concios-
siachè debbegli bastare quel che da noi se ne espose nell
Sez. II, $. VII; nella sez. II, cap. V, e nella sez. III, cap. Il,
8. IV, e V. |
S. II. Gioverà nulladimeno di aggiugnere a quel che già
ne dicemmo altrove, che le preposizioni talora esse stesse espri-
mono la relazione tra due o più obbietti, e talora non fanno
che indicare la relazione già espressa da altro termine, sia 24-
i
diettivo sia verbo: nel primo casole preposizioni posson chià- |'
marsi significative; nel secondo indicative. Noi ci prendere
mo la briga di rilevare in esse queste due differenti funzion,
ogni volta che giudicheremo utile il farle conoscere.
Le preposizioni si dividono .in semplici, cioè in’ quell
a
« - Nulla ma
‘consistenti in una sola particella; ed in composte, quelle cioè |.
che in due particelle consistono. Cominceremo con le prepo: |
sizioni semplici Da, &, di, con, in, per, che per eccellenza s0-
no dette primitive, | di
8. II. Risvegliatasi in noi l’ idea delle cose, siamo natu- {:
ralmente inclinati a ricercare il loro principio, 1’ origin loro,
che è lo stesso ehe dire : desideriamo di conoscere quegli ob
(I
"li
bietti da’ quali altri, che già conosciamo, derivano, 0 s0n° |.
prodotti: quindi fu creduto necessario un segno che espfi |
messe nel linguaggio la relazione d' origine; il qual segoo ©
la preposizione primitiva Da, che sola, o incorporata coll' ar
It
OLII
ETIMOLOGIA BE SINTASSI SIT
ticolo determinante, ponesi innanzi al nome della cosa ‘dalla
quale, o propriamente, o figuratamente, qualsivoglia altra cosa
od operazione prende principio , proviene, deriva, se@turisce,
dipende, ec. ca l
tal
-
TESTL
Lo mio fermo desìr vien DALLE stelle. Petr. canz. 3. —
DA Dio wvéngono le grazie. Bocc. nov. 735. — Tu derivi DAL
ciELO Crudo garzòn ? né di celéste seme Ti cred' io, nè d'u-
màno. Past. fido. at. 1, sc. 1.— Abbondànti lagrime DA SUOI
OCCHI, come DA DUE FONTANE, cominciàrono a scaturire.
Fiamm. 2.—-O fratélli, DA vor dipénde l ànima di colòro.
Gio. Vill. 11, 5, 10.—LZa poesia, viva mùsica ; DA ORGANO
razionàle risultànie. Salvin. disc. 2. aa:
. -8. IV. All’idea dell'origine delle cose, facilmente attaccasi
per analogia, quella di partenza, di separazione, di allonta-
namento, di staccamento, di sottrazione ec. Tutte queste re-
lazioni, e molte altre della stessa natura, o che a quelle sono
analoghe, sono nel discorso indicate dalla prep. da, che si
premette .all’ obbietto, sia fisico, sia metafisico (astratto), onde
un altro obbietto si parte , si allontana , si distacca , si se-
para, si sottrae, st toglie, sì libera, s' invola, fugge, discen-
de, cade ec. | |
SE vt TESTI.
Pàrtit! DA COTESTI che son morti. D. Inf. 3.— Questa
sole DAL vorco m'allontàna. Petr. canz. 19. -- Tolse Gio-
vanni. DALLA RETE, e Pietro. Id. son. 4. —Di selva in selva
DAL CRUDEL s'invòla. Ar. Fur. 1, 54.— Pracéndogli patrébbe
la sirbcchia DAL FUOCO, sottràrre. Bocc. nov. 3 . (1) —DA
: (1) Per proprietà. di linguaggio, o piuttosto per l’ uso, che, in mate-
ria di lingua, despota. e tiranno, non ‘intende ragioni sul suo fare e. non
fare, il secondo termine, ossia .l’ obbietto indiretto .. de’ verbi. sollràrre e
cogliere, ed anche de' verbî dimandare, chièdere, rubàre, involare, e simili,
leggesi il più delle volte preceduto dalla preposizione a, laddove’ per la
natura dell’ azione la sua preposizione, in vece di quest'ultima, richiede-
rebbe sempre la. preposizione da. È ’l cor sottragge A QUEL dolce pensit-
roy, Che’n vila il tiene. Petr. son. 190.—E ripregàndo te pèltida morle,
che mi sottràgghi A sì PENOSE NOTTI. Îd. canz. 46.—Questo Duca non to-
glitoa AD ALCUNO, ma ec. Nov., ant. 5.—Il re Piero di Raòna l’ ìsola di
Cicilia ribellò, e tolse AL RE Carlo. Boec. nov. .16.—Ma di speziàl grazia
VI (a voi) chiéggo un dono. Id, gior. 1, fin.—Dicènda., che al suo con-
tàdo tornàr si voleva, chiese comiàlo AL RE. Id. nov. 10.—Domandò con
fermo viso, e con salda voce quello che A LEI domandàsse. ld. nov. 47.
— M' infiammdi A dir di quel, ch'A me STESSO m'inoola. Petr. canz. 13. —
Gramm. Ital. 44
58, PARTE TERZA ©.
PARIGI a Génova tornàndo. Id. nov. 79.—Un ‘fiumicéllo il
quale DA UNA VALLE cadeva. Id. gior. 6, fim.—Zn così fatlo
dì ri.uscitò DA MORTE a vita il nostro Signore. Id. nov. 1.
— Essi vedéndo DALLE MURA z/ fulto , éscono DA TUTTE le
porte. Tac. Dav. stor. 4.— Dòrmono in reti sospese DA TERBA,
e vivono dì per dì. Serd. stor. 21.—Pien d'un vago pensier
che mi descia DA TUTTI gli altri ec. Petr. son. 157.
‘—’$. V. Per estensione, sotto la regola di sopra stabilita,
compréndesi pure il secondo termine de’ verbi Astenersi, al-
tendere (per aspettare), acére (per ricevere), dividere, impa-
ràre, impetràre, inténdere, levare, ottenére, raccògliere, sapt-
re, sciògliere, sentire, udìre ec. Ecco un esempio di alcuni.
I Sanési s' astéennero finalmente DA PIU BATTERLA, €
DAL VOLERLE altriménti dare l assàlio. Segn. Stor. 14, 379.
—Dimàndal, disse, ancòr se più disìt Sapér DA LUI ec. D.
Inf. 22. — Andiàmo ad impeitràre DAL SANTISSIMO PADRE
che dispénsi con lui. Bocc. nov. 13. — Perchè incontanene
sie Agi i due giòvani fossero DAL PALO sciolti. Box.
nov. 46.
- $. VI. Altri verbi d’assai sonovi in oltre, il cui secondo
obbietto ama di esser retto dalla preposizione da, quanton-
que non esprimano tanto direttamente, ‘quanto i precedenti,
l'idea d'origine, di dipendenza, o di separazione. Quindi di-
, ciamo: Argomentàre, inferìre, giudicàre , congelturàre , conò-
scere, vedére, misuràre, stimàre, distinguere ec. una cosa da
un'altra; Disviàré, distornàre, assòliere alcùno da checches-
sia ec. si | i
La stessa preposizione ponesi innanzi agl'infiniti de'verbi,
presi come nomi; onde diciamo: Venìr da udìr messa, venir
da cenàre, tornàr da passeggiùre ec.—Ella non cenìva do
s'avvisàva, ma DA VEGGHIARE con una sua vicina. Bocce.
nov. 64. — Percioccheè tornàndo jer sera un po' tardetio DA
CENARE fuor di casa. Fin. Asin. d’oro. o I
S. VII. Adoprasi la preposizione da per accennare:
Acciocchè (le cattive erbe) ALLE MIGLIORI ERBE ron rubino il nulrimento.
Cresc. 6, 2. Il Soave, per esimere un tal uso dalla taccia d’ irregolarità,
dice: uso per altro che paco toglie alla regolarità dellu lingua, non aver
do sì l'una che l'altra preposizione, in questi casi, che il senso indicole
vo, ed essendo consegueniemenie per sè stesso indifferente, che îl secondo
dermine d' una relazione, già espressa da «altre parole, sia accennato
piulloslo con una.che con un’ altra preposizione. Per grande che, s13 :
nostra: venerazione pel dotto “autore; noi teniamo questo ragionamento
per assurdo. i ana È i
rt ee cora Neat
lui, da let, ec. Bocc. nov. 20; — nov. 26;—nov. 79.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 309
f°. L'AGENTE DELL'AZIONE ne’ verbi passivi, come: Z/
Campidòglio fu edificato A Tarquìnio, assediàto DA Brenno,
e liberàto DA Camiìllo.— Ringraziàtala dell'onòre ricevùto DA
LEI., a Génova se ne andò. Bocc: nov. 5. Talora il verbo
essere è sottinteso. Risblse di pigliàr I isola di Mona LA-
SCIATA DA Pautino. Dav. Vit. Agr.
2°. DIFFERENZA e CONTRARIETA”, come: Quand’ era in
parte altr uom DA QUEL che s0 sono. Petr. son. 1.—DA in-
sensàto animùle tr recarono ad éssere uomo. Bocc. nov. 41.
3°. L'ORIGINE DI PATRIA (salvo se si parli di regno o
di provincia , poichè allora usasi di), come: Cino DA Pistòja,
Raffuéello va Urbino, Buli DA Pisa, Andreùccio DA Perù-
gia, Guidbdito DA Cremòna, Aldobrandìno DA Siena, ec.
4°, IL SEGNO, 0 L'IMPRESA per cui altri si distingue,
‘come: // quale avéa nome Guglielmo DAL Corno. Gio. Vill. 9.
— Con ricca sopravvéste e bello arnése Serpentin DALLA STELLA
în giostra venne. Ax fur. 353, 67. e
5°. IL TEMPO, onde si comincia, come: DA quel tempo;
DA due anni; DA tre mesi; DALLA prima gioventu; DA pic-
colo; DA fanciùllo, ec. | i
60 LA CONVENEVOLEZZA, L’ATTITUDINE, E ABILITA’ ed
anche l’uso per cui una cosa s' adopra, onde diciamo: àbito
DA uomo; ornamenti DA donna; fanciùlla DA marito; com-
media DA rìdere ; terréno DA viti; DA uomo onésto; DA ca-
.valtéro onoràto; DA valoròso capitàno ; DA buon amìco; un
colpo DA maéstro ; una botte DA olio ; un fiasco DA vino;
.una bestia DA soma, ec.
7°. LA CAPACITA”, come: Uomo DA molto, DA poco,
DA nulla, ece.—Sempre per DA MOLTO Zebbe e per amico. Bocc.
nov. D2.— Tu se' più DA POCO che Maso, che st lasciàva
fuggire i pesci cotti. Lasc. Spir. at. 5, sc. 7.
8°. IL PASSAGGIO per luogo, come: Passor DA Bolò-
gna, DA Milano, ec. . I NE i |
9°, IL PASSAGGIO davanti ad un luogo; onde dicesi: An-
dàre , venìre , passàre , fernmàrsi dalla casa , dalla bottega ,
dalla chiesa, ec.—DAL FRATE parlìtosi, DALLA casa n'andò
della donna. Bocc. nov. 23. — Veggìndol DALLA casa sua
molto spesso passàre. Id. nov. 25.
. 10°. Moto A LUOGO (in vece della preposizione 4); onde
dicesi: Andùre, venìre, passàre, menàre da le, da voi, da
11°. INCERTEZZA DI NUMERO, avendo forza di Zncirca
intorno.—Stimàvasi avére in Fiorenza DA novantamila bocche
540 PARTR TERZA
tra uòmini , fîmmine , e fanciùlli. Gio. Vill. 11,.95,2.—- |
Allòra prese DA irenta in quarània de’ migliòri baròni del
re. Id, 7, 27.— Cinque badie con due priorie e con DA dt
tànta mònact e DA cinquecento donne. Id. ivi.— Esséndo stati
vedùli, subitaménte uscirono DA dòdici fase Bocec. nov. 43.
120. ESCLUSIONE, come: Questa donna ogni cosa ebbe
DA ONESTATE IN FUORI. Dav. ann.
13°. PRESENZA, preceduto dagli avverb) avàantz, dinanzi.
—Poco avanti DA se vide le cèéneri rimàse d' Attila flagello di
Dio. Bocc. Filoc. 4. — Ella si fermò dinànzi DAL RE. Vit
S. Gio. Batt.—Gl Ambasciadòri andàro calà per opporre k
loro ragioni dinànzi DA lui. Nov. ant. 58.
Congiunto co' pronomi me, noi, te, voi, se, loro, come:
Da me, da noi, da te, da coi, da sé, da doro, significa
una © più persone sole senza l' altrui compagnia , o ajuto:
e talora. ci st frammette la preposizione per, come: Da per
me, da per te, da per sè, da per loro ec:—Poscia rispòse lu:
DA ME non cenni. D. Purg. 1.—Fa conto non mi avtr tre
vato, e fa DA TE. Cecch, dot. 2, 3.— Avrebbe colùto l'abali
che Primàso DA SÈ, si fosse partto. Bocc. nov. 7. — Moll
malaitie guariscono DA PER SÈ, senza È òpera «del méduo.
Lib. cur. mal—Zoz ve ne avvedréte DA PER VOI nel legge
questo frammento. Redi lett.
Si notino in olire i seguenti modi di dire:
Esser DA VICINO, DA LONTANO.— Fare una cosa DA VI-
CINO, DA LONTANO.—Méttere , inclinàre, fare inclinàre , vob |
tùrsi, vòlgersi DA UNA PARTE, DA UN LATO, DA UN CANTO, €C
GAPITOLO II.
DELLA PREPOSIZIONE dA.
S. I. Questa preposizione (1), che è segno d'attribuzione
e di tendenza, è quasi l'opposto di Da, indicando il termine |
a cui tende, o si dirige l’azione; onde, ogni volta che un
verbo esprime direzione, o tendenza , verso alcuna cosa, il
termine di questa direzione o tendenza , verrà indicato dalla
(1) Onde evitare l’ incontro di due vocali dello stesso suono, è re
gola di aggiugnere la consonante d a questa preposizione, ogni volta che
il susseguente vocabolo, sia nome o verbo, cominci dalla lettera a; 0
che puossi anche, volendo, praticare quando la lettera iniziale sia una
delle rimanenti quattro vocali. Dio vi appèlla, e vi vuole AD AMICI suoi
Guitt. lett. 13.— 7 cominciarono le genti AD ANDARE, e AD ACCENDER lumi,
e AD ADORARLO ee. Boce. nov. 1.—Non pare indègno AD voMO d' iriellét
do. D. Inf. dd. © “ l ca
ETIMOLOGIA E SINTASSI 541
preposizione 4. Dietro questa regola i verbi Applicàre, ascrì-
vere, atiribulre, avvezzàre, concédere; dare, lasciàre, permét:
tere, promettere; pagàre , e molti altri simili, hanno seco,
oltre all’obbietto loro diretto (2), anche un obbietto indiretto,
preceduto dalla preposizione 4- nel senso indicativo (7. $. II,
del precedente cap.). o da
8. IL Co’ verbi di moto a luogo, come: Andère, venire,
camminàre ed altri, questa preposizione indica il termine
a-6uì il moto è diretto, come: Andàre a Roma (3), venìre
a Firenze, camminàre al nemìco (4). Quindi anche sono
preceduti dalla prep. @ i-verbi all’ infinito, quando sono con-
siderati come il termine di un antecedente verbo di moto; onde
dicesi: Andòre a desinàre, a passeggiàre, a dormìre, a chia-
màre; venire a vedéère; tornàre a préndere; mandàre a dire
. ec. Non di rado trovasi anche innanzi agli infiniti, ancora che
l' antecedente verbo non esprima moto. Dare a vedere, ad in-
tendere, a conòscere ec., ardìre a fare; cominciàre a credere;
obbligàre a scriverè ; sforzàre a dire; aver ànimo a fare ec. (8).
Diciamo anche: Egl é bello a cedére; grato ad udìre; soùve
_ad otdoràre, ec.
Sopra la medesima regola .sono fondati i seguenti modi
(2) Sonovi de'verbi, come Ubbidìre, soddisfàre, servire, e simili, il cui
obbietto può considerarsi o come quello in cui l’ azione finisce, o come
quello a cui è diretta ; laonde può esser preceduto dalla preposizione a,
o stare senza. preposizione alcuna. E fu corfèse, eh? ubbidisti tosto ALLE
VERE PAROLE. D. Inf. 2.—Nè volle UBBIDIRE I COMANDAMENTI del Papa.
Gio. Vill. E quivi SERVIVA CERTI PESCATORI CRISTIANI. Bocc. nov. 42.—
Per questo SERVIA A tutti i re volentièri. Cron. d'Amar. 81.—Per soDDI-
SFARE AL MONDO, che gli chiama. D. Par: 10.—Il che io ho falto più vo-
Ierlièri per SODDISFARE e servire vostra Maestà. Cas. lett. 18.
(3) A, usasi talora anche per significare esistenza in luogo, per cui
generalmente adoprasi în, come: io sono a Parìgi, a Roma in vece di:
sr: Parigi, in Roma.— Aovènne che Irovàndosi egli A PARIGI in povero stato.
Bocc. nov. 7. Voglion però i grammatici, che 4 indichi la relazione di
esistenza, in maniera meno determinata che in, e che Un #ale è in Ro-
za, voglia dire, che egli è dentro alle mura di Roma; laddove Egli è a
Ztoma, significhi che è o dentro Roma, o ne’ suoi dintovni.
(4) Se il termine a cui il moto è diretto, sia uno de’'pronomi perso-
nali, in vece di a usasi da. Adùunque, disse la buona femmina, andà-
Zevene DA LUI. Bocc. nov. 26.—/1 menerò DA LEI, e, son certo che ella
wi conoscerà. ld. nov. 20o.— Andrà facèndo per la piazza dinànzi DA VOI
2452 gran sufolàre. Id. nov. 76. i
(5) L'iafinito, che segue questi e simili verbi, può eziandio esser pre-
«ceduto dalla preposizione di. Più volle incominciài DI SCRIVER versi. Petr.
son. 18. Procùri DI non PATIR mai nel dormire. Red. lett. 2.—Medèa
z,r»fiammala di tanto feroèente amore, il concèlto peccàlo assài sforza DI
COPRIRE. Guid. Giud.—Jo mi voglio obbligare D’ ANDARE a Genova. Bocc.
342 PARTE TERZA
di dire, di senso figurato: .4ndàre a perdiziòne, a rovina, a po-
vertà, a sangue; andùre a.genio, all''ànima, al cuore; vent
re alle mani, venire a capo, venìre a fine, venire a noja, ec.
S. III 4, esprime varie di quelle modificazioni, alle
quali possono andar soggette l’ esistenza e le operazioni degli
obbietti, e allora essa fa le veci di qualche altra preposizione
cioè, in vece di con, come: Stare a capo chino, a bocca aper-
ta, a chiome sciolte; andàre a passi lenti; muràre a pietra
e calcina; amàre a fede; esser ricevùto a.grand onòre ; una
prigiòne a giracòlte; una veste a fiori: lavoràre a proprie ma-
I
|
ni; nutrire a latte; combùtiere a poca gente; difendere a vi- .
ta; ec. .
In vece di per. E soi a' piedi A misericordia. Gio.
Vill. 5, 5, ®2.—-E quegli, A baldànza del signòre, sì i batieo
villenaminte. Nov. ant. 78.— Non terristi: tu A molto folle
colù? Sen. pist— Ed ella: A che pur piangi e ti distem- .
re? D. Purg. 29. — Ver é ch' io dissi a lui parlàndo A GIO-
co. Id. Inf. 29. — Avvegnachè A SUA COLPA Za navicélla sia ‘
fracassàta e rotta. Passav. 4.— In luogo delle busse ch' egli .
vi diede A MIE CAGIONI ec. Bocc. nov. 32. |
In vece di da. Amendùni gli fece pigliùre A tre suoi
servidòri. Bocc. nov. 16.— E aio A molti commendare.
la cristtàna fede..Bocc. nov. 30.— I pensiér dentro all’ alma.
Mòver mi sento A chi gli ha tutti in forza. Petr. canz. 38.
| In vece di in. Che novélle avéte A città. Fr. Sacch. nov.
76.—Io ho avùta A queste notti la maggiòr paùra che mai
st avesse. Bocc. nov. é
A grandìssime schiere. Id. gior. 7, proem. — Essendo povera-
ménte AD arnése. Id. nov. 98.— A voi non sarebbe onòre che
"l vostro legnàggio andàsse A povertàde. Nov. ant. 46. — 4d-
domàndo ec., a le possessioni de' miei figliuòli seno A mia
signoria. Id. nov. 47.— Tu vorresti che le dash di Dio sie-
.no A {tuo potere e volontàte. Fr. Giord. Pred.
In vece di di. In àbito di peregrini, ben forniti A_da-
nari e care gioje. Bocc. nov. 29— Si ch' A bene speràr m' e-
ra cagtone. D. Inf. 1. | i
n vece di dopo. Ivi A pochi giorni si trovò colla Ninet-
4.—I pesci notàr vedéan per lo lago.
i
fa. Bocc. nov. 33. — Ch' uom, ben vissùto, A morte in ciel
s' annidi. Buon. rim. 29.
In vece di snverso. Volit A levànte, ove eravàm sahie.
Db. Purg. 4— Za donna montàta in sulla torre e A_tramon-
tàna rivòlta, cominciò a dire. Bocc. nov. 77.— Fra le ale
cose che ha spinto il mare A lido, sono alcùne ghiande gros
se. Red. lett. 2.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 345
| In vece di secòndo. Racconciò il farsetto A SUO DOSSO.
‘ Bocc. nov. 19.— Làsciamiti prima vedére A_ MIO SENNO. Id.
. nov. 85. mà
. IV. Noi non termineremmo mai se darci volessimo
- la brigg di enumerare tutte le locuzioni formate dì questa pre-
: posizione. Ci contenteremo adunque con dare alcuni modi
. di dire, quasi avverbiali, ne' quali essa preposizione esprime
‘ varie di quelle modificazioni a cui possono andar soggette l° e-
: sistenza @ le operazioni degli obbietti.
‘—Andàre A spasso, A dipòrto; andare ALLA lunga; an-
‘ dare A fondo; andare A nuoto, o A galla; andare A zonzo;
andare A vela, A remi (parlandosi d' un bastimento). Avére
; A male; avere A caro. Battersi A palme, Cadère A piombo.
: Compràre, véndere ec. A_ buon mercàto, A caro prezzo. Essere
‘A cavàllo, A piedi; essere a tiro di cannòne, di moschétto, di
+sasso, AD una giltàta di pietra. Fare una cosa A bocca aper-
‘ta, A occhi chiusi, o A chius occhi; fare ALLA mùiola, ALLA
‘ libera, ALL’ impazzàta, ALLA grossa, ALLA sfuggita, ALLA
‘rinfusa, ALLA peggio, A gara, A mio senno, A suo diletto, A
dispétto suo ; fare ALL’ amòre; far testa AD uno. Giuocàre
‘ALLA palla, AGLI scacchi, AL tavoliere, AL bigliàrdo. Giuràre
“A Dio. Marciàre A suon di tambùro, A suon di trombe, A
| bandiera spiegàta. Odiàre A morte. Préndere una cosa A
.due mani. Pregàare A mani giunte. Recitàre, imparàre, sape-
re, lenére A mente. Recàrsi A ‘\grand' onòre. Star bene o male
‘A danàri, AD arnése. Trarre A viva forza. Vendere A peso.
| A pena della vita; A due, A qualtro, A centinàja, A_mi-
‘gliùja, A battagliòni, A schiere, A torrénti ec.; tagliàre A fet-
le, A pezzi, A fetta A fella, A pezzo A pezzo ec.; A due, A
“due; Asolo A solo; A poco A poco; A. passo A passo; A
| palmo A palmo. ALLA moda; ALLA nalda , ALLA francese ec.
‘ Una scala A lumàca; un orològio A péndolo; un muro Afi-
lo; una cosa fatta A cono; A bdischero; una càmerà A dor-.
mire; una sala A mangtàre, ec. i
La preposizione @ aggiugnesi a’ qui appresso avverb), +
quali mediante lei diventano preposizioni composte, cioè: Ac:
canto a, allàto a, apprésso a, avànti a, contro a, davànti
a (6), dietro a, dinànzi a, dirimpetto a, innànzi a, in fac
cia a, presso a, vicino a. | une
I (6) Avanti, dacànii e dinànzi, hanno sovente da dopo di sè. 7) san-
gue mio, lo quale per tanie ferite puoi vedère AVANTI DA fe spàndere.,
Filoc. 1.— Si frovò un giorno ec. DAVANTI DA LUI assdi nella vista malin-
conoso. Bocc.' nov. 7.—Egli era pur poco fa qui Dinanzi DA noi. ld.
544 - PARTR TERZA
CAPITOLO III.
DELLA PREPOSIZIONE DI.
S. I. E questa preposizione già più volte stata il sogget-
to de’ nostri ragionamenti, e più particolarmente nel ‘quinto
capitolo della seconda sezione, ove la presentammo come in-
dicante la relazione di possesso, di proprietà e di appartenen-
za; nella qual funzione essa fa lo stesso ufficio che il genitivo
de’ Latini; quindi un nome italiano preceduto da essa prepo-
sizione, indicante le relazioni testè mentovate, ul allo
stesso nome latino nel caso genitivo, il qual caso ad altro non
serviva, che a qualificare un antecedente nome; imperocchè
il possedere e l'appartenere costituiscono una relazione tra due
obbietti, l' uno de’ quali qualifica l' altro. Ciò essendo, il no-
stro di, posto tra due nomi o sostantivi , indica, che il primo
obbietto è qualificato dal secondo, il quale perciò fa le veci
di un addiettivo, e a cui, levata la preposizione, puossi un
qualche equivalente addiettivo sostituire; con alcuni esemp) il
tutto dilucideremo. (f) i
nov. 73. —Gli ambasciadòri andàro colà per opporre le loro ragioni Di-
NANZI DA lui. Nov. ant. 58. Avanti, nel significato di prima, leggesi
eziandio con la preposizione di. Andò al disèrto, ove Giovanni AVANTI DI
LUI era venulo per annunziàrlo. Bocc. Filoc. 7.—Due fratèlli solamente,
nali AVANTI DI LEI, lasciò nel suo partire. Id. ivi. |
. (1) Questo incontrastabile principio è di Dumarsais, dottissimo gram-
matico francese. Solo, ove lo studioso, quando che sia, il voglia mettere
în pratica, noi crediamo doverlo rendere avvertito, che vada ben guar-
dingo di non ingannarsi nella ‘scelta dell’ addiettivo da sostituirvisi al no-
me, con la sua preposizione imperocchè, se, come in fatti è, la preposi-
zione di, insieme col susseguente nome, equivale ad un addiettivo, e se,
giusta lo stesso principio, un addiettivo può ogni volta sostiluirvisi, un
tal addiettivo non solo dee da questo stesso nome derivare, ma debbe
anche in tutto essere equivalente ad esso con la sua preposizione, diver-
samente i più erronei concetti ne nascerebbero. Siavi, a cagion d'esempio,
un addiettivo da sostituirsi ne’ seguenti detti; un cancèllo di ferro; un
colòr di ferro. Gli addiettivi fèrreo e ferrigno entrambi dal sostantivo fer-
ro derivano, e sono entrambi equivalenti a di ferro; ma non perciò in-
differentemente o l’ uno o l’altro possono sostituivvisi in amendue glì
esempj, imperocchè il primo addiettivo non è equivalente a di ferro, qua-
lificativo del colore, nè tampoco il secondo a di ferro, qualificativo di
cancèllo ; laonde grandemente errato andrebbe chi dicesse un cancello
ferrigno, un color fèrreo, in vece di un cancèllo ferreo, un color ferrigno.
In simili errori non cadrà certo chi conosce il vero valore degli addiettì-
vi, e per conoscerlo gioverà distinguere tra gli addiettivi fisici , quelli
che qualificano gli obbietti relativamente all’ intiera ler -sostanza , da
quelli che ciò non fanno se non relativamente ad una delle proprie-
tà accidentali della sostanza; e con .tal modo procedeado , agauno
di leggieri vedrà la dillevenza tra ferreo e ferrigno o ferriginàso ; tra
Padri = ia di
sa ' ”
d
"
Le
I
, '
è
ETIMOLOGIA E SINTASSI 345
L'amor di padre che vale L’ amor paterno
Un vento di mare | » Un vento marino
Il mar di Toscana ”» Il mar toscano
La guerra di Troja » La guerra trojana
Una statua d' oro » — Una statua aurca
Le Orazioni di Cicerone » Le Orazioni ciceroniane.
Quel che si è detto della prep. di sola, debbesi intendere
anche quando essa è incorporata con l' articolo determinante.
S. II. Il posto del d7 nel discorso è sempre tra due no-
mi, o tra un nome ed un infinito, facente le veci di nome,
lo che, come conseguenza naturale, dallo stesso principio di
sopra stabilito deducesi; e se tante e tante volte il troviamo
precedut; o da un verbo, o da altra parte del discorso, ciò
non già accade perchè allora abbia relazione o con tal verbo,
o con tale altra parte, ma bensì con un nome, o sostantivo,
reale o astratto, il quale per la figura detta e///ss7 sottintendesi :
ed ecco perchè, percorrendo i numerosi paragrafi su di que-
sta particella, nel vocabolario dell’ accademia, la vediamo in-
dicata come avente il significato or di da, or di con, or di
2n, or di #ra, or di questa or di quella preposizione. La pre-
posizione di non ‘perde mai il suo ufficio primitivo, quello
cioè d’ indicare il rapporto di qualificazione tra due obbietti,
sia il primo di questi espresso, o sottinteso per e/l/issz; nè
mai essa trovasi nel discorso per far le veci di altre preposi-
zioni. , i
TESTI (2).
A me si conviene (la cura) DI guardàre l'onestà mia. Bocc.
nov. 77.—A me omài appartiéne (la volia) DI ragionare. Id.
nov. 49.— Mi è cadùto nell ànimo (il desio) DI dimostràr-
vi nella novella che a me tocca (la volta) DI dire. Id. nov.
5.— Érano uòmini e femmine di grosso ingégno e i più (al-
l’ esercizio) DI tali servìgi non usàti. Id. Introd.—Ischia è
un' isola assài vicina (alla città) DI Nàpoli. Id. nov. 46 —
Madònna to sono (della città) DI Costantinòpoli. Id. nov. 27.
—Io ho trovàto una giòvane secondo il cuor mio assai
presso (al luogo) DI gui. Id. nov. 100.— Passàto (con un colpo)
DI quella lancia, cadde. ld. nov. 39.—Èbbevi (un certo nu-
aureo, e aurdlo; tra lègneo, e legnoso; tra pelrigno, e pieiroso; ira ma-
rino, e marinèsco; tra melodico, e melodioso.; ec. \.
(2) Le parole poste tra parentesi, sono quelle che pér el2.si dchbesi
sottintendere. +. Ia sn
Gramm. Ilal. 45
346 PARTE TERZA
mero) DI quelli che inténder vòllono alla Melanese. Id. gior. 3.
fin.— Più. colte incominciài (l'impresa) DI scrìcer versi.
Petr. son. 18.—Za natùra umàna è perfettissima (in com-
parazione) DI tuzle le altre natùre DI quaggiù. D. Conv. 90.—
S'è meritài (la grazia) DI voò mentre ch' io vissi. Id. In. 26.
— Mosterrògli per viriù e forza d' amòre come io l'ucisi
(in atto) DI /eàle battàglia. Tav. ri.—Non ci era (mezzo)
DI vivere né (mezzo) DI soccòrrere ai forestiéri che passora-
no. Vit. S. Franc. 6.—E duràndo questo modo di parlare
bene (per lo spazio) DI due miglia. Id. ivi.—E io (nel cor-
so) DE' miei dì ho vedùte (una quantità) DI persòne ec. Vit
S. Madd. 24. — Adòhide che tutto il suo tempo fu cacciatòre,
e alla fine morìo (pe morsi, o da' morsi) D' un porco salvà-
tico. Stor. Barl. 84.— Tu amerài lo tuo sienòre Iddio (con
l' affetto) DI fulto To tuo cuore, e DI tutta la tua ànima &.
Gr. S. Gir. 6.— Carlo il giòvane ec. che fu di messer Lus
di Francia fratello (da lato) DI padre, ma non (dalato)Di
madre. Gio. Vil). 9, 263, 1.— ARimàsono quivi i zuràti con-
tro a Giano, i quali fùrono Messér Palmieri (figlio) DI Mes-
AI
à en
=r
sér.Ugo Altovì.i, Alberto (figlio) 1 Messèr Jàcopo del Gi |.
dice, Nolfo (figlio) Di. Guido Bonafédi ec. Din. Comp. 1,13. |
— Gli concedéva insieme o tutto, o parte dell’ inségna sua per A
la qual ec potésse ésser per (uno) DE' suor riconosciùto Bor- .
gh. Arm. fam. 108.— Creàndoli Conti paladìni, e per (men
bri) DI sua famiglia accettàndoli. Id. ivi. 113..
S. ITT. In questi esempj ed in un’ infinità d' altri, che
potrebbersi addurre, chiaro si vede che la preposizione di, Vi
si trova in virtù di un precedente nome, sottinteso per e//ss
sa qual figura, sì nelle occorrenze di questa preposizione, che .
in molti altri casi, come altrove dimostrerenio, è nell’ italiana
favella; di gran lunga più che in altre lingue usitata, e odest
tuttodì ne' più familiari discorsi, senza che chi parla, neppù .
l'immagim che favelli figuratamente, come :ne’ seguenti e SI .
mili modi di dire: Zemér DI uno (la collera, la giustizia di); |
desideràr. DI vedere uno, DI parlàr con uno ec. (il piacere
l' occasione di); trattàr D' interésse (cose od oggetti d' ); mo
rìr DI cinquant'anni (all’età di); esser DI guardia, DI servi |
zio (nello stato; o nell’occupazione di); essér DI no7a, DI |
piacére ec. (cagione di); sapér DI grammàltica (molto, alcuna |
cosa, ‘alquanto di); non sapér DI politica (nulla; niente, nissv
na va ec. Ra: Sei | o
$. IV. Ma siccome non v'è regola in grammatica che,
t
i
li
I.
,
Y
i
sr
Li.
o ETIMOLOGIA E SÎNTASSI. | .. ..° TA47
tilvolta, 0 per intiero, o in qualche sua parte, non venga
contraddetta dall’ uso, o per dir meglio dall’ abuso, sotto lo
specioso titolo di Proprietà di linguaggio, così pure la di so-
pra dimostrata verità vien meno in alcuni modi proprj di dire,
in cui usasi la preposizione di, ove ragion vorrebbe che in
vece di essa da s' adoperasse, come: /evàr di capo; cadèr di
mano; uscìr di mente; trarre di dito; scappàr di bocca;
strappàr di dosso ec.—La reìna, levàtasi ‘la laurea DI capo
e ec. pose sopra la testa a Filòstrato. Bocc. gior. 3.
n—Etti egli da stamàne uscìto DI MENTE l'acvére altri in-
giuriàto. Id. nov. 23.—Veggio DI MAN cadèrmi ogni speràn-
3a. Petr. .son: 99.—Ma DI DITO Vanél gli trasse prima.
i Ar. Fur. 4, 14. Si |
Quando il di indica Numero, o Quantitò, l'ellissi è più sen-
; sibile che in qualanque altra occorrenza, come: Zo ho (una
quantità) DI degli giojelli, e DI cari ec. Bocc. nov. 28.— In
| questo libro si trovano (un certo numero) DI duone voci ec.
Saly. Avvert. 1, 2, 12. (3)
. (8) Dalla particella di, unita ad un nome o un addiettivo, formausi
un gran numero di modi avverbiali; eccone la maggior parte:
DI Bando, vale In dono, gratis. Di LARGO, vale Largamente. i
I BASSA.MANO, Di bassa condizione. DI LONTANO, vale Da parte lontana.
7 DI‘ BELLO, vale Con facilità. DI LUNGA MANO, vale Da gran tem-
] I REL NUOVO, vale Novellamente, po in qua.
MI BEL PATTO, vale Di buon. accordo. DI MANO in MANO, vale Successiva-
DI BENE IN DIRITTO, vale Giusta- mente. P
‘mente, Di NECESSITA’, vale Necessariamente.
DI BOTTO, DI COLPO, DI SUBITO, va- Di NETTO, vale In un colpo solo.
gliono Immantinente. : . DI NON PENSATO; vale Impensatamen:
4 BRIGATA, vale Tutti insieme. te. S
|
di)
l,
]
i
Li
DI BUONA FEDE, vale Fedelmente. . Di NOTTE, vale Nel tempo della notte;
! BUONA vogLiA, vale Volentieri. ‘Dr NUOVO, vale Da ‘capo, un' altra.
‘BUON’ oRA, vale Per tempo. “i velta. 0 | a
I! CERTO, vale Certamente. DI PALESE, vale Palesemente.
DI CHIARO, vale Chiaramente. - Di PESO, vale Alto da terra.
I COMPAGNIA, vale Insieme: -. : Di. per. sky vale Separatamente. -
I CONCORDIA , . vale Concordevol- Di PIANO, vale Pianamente.
mente. . Di piu’, vale -Piò int oltre. ci.
Di conrinve, vale Coplinuamente. Di Poco, vale. Pooe ‘tempo.avanti. . !
DI cuorE, vale Con affetto.
ni
PRESENTE, vale. Immantinente; ST
DI FATTO, vale Effettivamente. - -:t Di PRESENZA, vale In ‘persona. SILE:
Di FEDE, vale Fermamenate. | . » DI, PRESSO; ‘vale Vicino, appresso. :.?
‘Di rorza, vale Con forza... ...» Dt PRIA, vale Del tempo. antecedente.
Di FURTO, vale Furtivamente.. 0 DI PRIMA: GBALGHA , Pale A prima vi-:
Di GRADO, vale Ben. valentieri. 0 Sta, n dare IT
Di GRAN LUNGA, vale Grandemente. Di. ‘PROPOSITO, vale l'atentamente. {
Di GRAN vEMPO, vale Da lungo DI PUNTA, vale Colla-- punta, a .di-
tempo. n data, AM dp)
543 , PARTK TERZA
6. V. Il Di talora si sottintende, ed in ispecie dopo la
parola Casa, dicendosi in casa colù:, in casa colei, in casa
sl medico ec. in vece di sn casa di colui, in casa di colei,
in casa del medico ec:.— Come cenàto ebbero , presi certi argo-
ménii per entràre IN CASA CALANDRINO, Bocc. nov. 76.—
A uno, che per trastullàre un altro, e aggiràrlo colle paròle,
lo manda ora A CASA QUESTO, e ora A CASA QUELL'ALTRO.
Varch. Ercol. 103. Lo stesso ha talvolta luogo’ dopo la pa-
rola Sorfe, come: Sorte cose, in vece di Sorie di cose ec.
Egli è bene renderne cagione, come pòssano essere le ragioni
di questa SORTE COSE. Borgh. Orig. Fir. 189.—In pompeg-
giore e darsi d'ogni SORTE piaceri consumàrono ec. td. les.
209.—Si riconòscono per proprj di questa SORTE FABBRICHE.
Id. ivi. 170.
| $. VI. La differenza d'idee, che in noi risvegliano i par-
ticip) passati, porta seco il doversi co'medesimi adoperare quan-
do di e quando da; lo che è uno degli scogli più arduì da
superarsi dagli studiosi forestieri, tanto più, quanto che nei
grammatici non trovano scorta di veruna specie che li guidi
in un sentiero, che, sovente spinosissimo anco a’ meno ver-
sati Italiani, potrebbe appianarsi con due semplicissime regole,
che sono: |
4.2 Adoprasi di quando il participio passato risveglia nella
mente l'idea di un nome o sostautivo, e d'una precedente
preposizione, entrambi sottintesi; questa regola, come ognun
vede, coincide con quella dalla quale noi non ci siamo quasi
mai dipartiti nel presente capitolo , ragionando sull'uso della
medesima prep. d7, onde. leggiamo negli autori (4): sol
circondàte (con accerchiamento) DI #4, e d' alti pioppi —
La fronte coronàta (con corona) D'allòri.—Prati seminàli (con
semenza) DI amaranti.—Moniagne coperte. (con coperta) DI
pàmpano.—Una ciltà cinta (con recinto) DI muru.— Oppresso
Di QuanDo IN QUANDO, vale Alle Di soPÈRCHIO, DI SOVERCRIO, vaglio-
volte. no Soperchiamente, so verchiamen-
DI QUETO, vale Quietamente. ‘’. te, i
Di RADO; vale. Poche volte, . © Di TAGLIO, vale Col taglio, dalla
Di Ricapo, vale Di nuove. de ‘banda del taglio.
Di RISALTO; vale Per indietco.?: ‘’* Dr TRATTO, vale Subitamente.
Di SALTO, DI LANCIO, vagliono Sen- Di TRAVERSO, vale Dalla banda tra-
sa intervallo. io. "> = sversale.
Di SAPUTA, vale-Con notizia. - Di vERNO, vate In tempo d' inverno.
Di sEGRETO, vale Segretamente. : - Di veRO, vale’ Veramente.
Di sEGUINTE vale Susseguentemente, 2 Gas .:
. successivamente. ’ - |
(4) Le parole tra parentesi sono soltinlese.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 549
i (da oppressione) DI stupòre.—Un vallòne chiuso (con chiusa)
; DI alte grotte e D'àlberi.—Ferìto (da colpo) ri saetta. E molti
s altri simili esempj.
«24 Adoprasi da, quando il nome preceduto dalla pre-
posizione è considerato come. quello da cui parte l’ azione,
r cioè qual agente, o causa della passività dell’obbietto, espres-
i sa dal participio, il quale, siccome altrove si disse , altro non
| @che un addiettivo passivo, onde dicesi: Circondàto da ne-
i Mici ; penelràto da dolòre ; commòsso da pietà ; stinco da
+ lunghi viaggi; passàto da una palla; ucciso da un colpo di
3 spada, ec.—L' ànima tua è DA viltàte' offesa. D. Inf. 2.— Poi
| che Madònna, DA pietà commòssa, degnò miràrmi. Petr.
i canz. 4. —Z/ mìsero Osmìda-DA un de' colpi di Cimòne fu
uccìso..Bocc. nov. 46.— Una valle ombròsa DA molti àlberi.
s Id. gior. 5. fin.— Quelli della città di Brescia, essendo in male
pi Stato, e molto oppremùti DA loro uscìti. Gio. Vill. 10, 1.—
; L'aria ingombrata DA nùvoli, e gracàla DI nebbia. Sag. nat.
+ Esp—Ne far peggio può donna , che lasciàrsi Svogliàr l'a-
;i mante, fa pur ch' egli parta FASTIDITO DA TE, non DI TE
s mat. Past. fido, at. 1, sc. 3. (DO)
PS Sonovi altri verbi, come Ud're, sentire, sapére, ricevere,
avre, ed altri simili, co quali, secondo l’idea che esprimono,
; usasi ora da, ora di. Per quel ch'io ho DI LUI nel ciel udìto.
» D. Inf. 2.— Quello che io sentài dire DA LUI. Machiav. Comm.
» —Mi pare un sogno l'aver lettere DA VOSSIGNORIA. Bentiv.
, lett. 8.— Z/o due léttere DI vossiGNnORIA. 1d. lett. 43.
i $. VII. Osserveremo in ultimo, che l'uso dell'una o del-
- l'altra. delle particelle di e de, sovente cambia per intiero il
; senso di una proposizione, come.in: queste: Egl: è fempo DI
| fare una cosa; egli è tempo DA fare una cosa. Nella prima frase
; Sì parla di ‘un tempo ordinario, e regolare, in cui suolsi fare
« una cosa, dopo che si è impiegato abbastanza tempo in farne.
un'altra; onde quando si dice: Egli è TEMPO DI lavorare,
| DI riposàrsi ec., s'intende significare, essere stato assai tempo
nell'ozio, o al lavoro. Nella 2.2 frase Egli è TEMPO DA fare
una cosa, si vuole indicare un tempo opportuno, convene-
vole, propizio per fare alcuna cosa, la quale, passato questo
| tempo, non si può più fare con egual vantaggio; o anche,
‘di un tempo urgente, imperioso , che esige che la cosa si
; faccia allora, se non vogliasi perdere il vantaggio che da essa
(5) Si analizzino attentamente questi due ultimi esempj, i quali, in-
tesone bene il senso, soli bastano per togliere ogni dubbio sull’ uso delle
due particelle. sea
330 PARTE TERZA
cosa si spera conseguire; onde diciamo: 3) giorno è tempo DA
lavoràre ; la notte è tempo DA dormìre; questo è tempo DA
assalire 1 nemìci; il tempo è giunto DA scudtere il giogo ec.
— E in questa mani?ra stettero tanto , che tempo parve alla
reina D'ANDARE, a dormìre. Bocc. Introd. — Poiché voi ben
vi senilte , tempo è DI USCIRE d' infermeria. Id. nov. 92.—
La donna a cui più tempo DA CONFORTO. che DA RIMPRO-.
VERI par?a, ridîndo disse. Id. nov. 18.— Dunque ora è tempo
DA RITRARRE </ collo Dal giogo antìco, e DA SQUARCIAR:/
velo. Petr. canz. 5. . i |
CAPITOLO IV.
DELLE PREPOSIZIONI CON, IN, PER, (1).
___$. I Cos. L'originaria funzione di questa ‘preposizione è
‘ quelta di esprimere la relazione di compagnia, come: Segnore
îo vengo a desinare CON VOI, e CON LA VOSTRA BRIGATA.
Bocc. nov. 88. — Con GRISELDA /ungamente, e consolàto
visse. Id. nov. 400. =
S. IE. La medesima preposizione ponesi anche innanzi
a’ nomi degli strumenti de’ quali ci serviamo nelle nostre ope-
razioni, e perciò non esce già da’ limiti della sua funzione
originaria, imperocchè gli strumenti sono considerati quai no-
stri compagni durante l' azione. Mar)ne conche CON UN coL-
TELLO spiccondo. Bocc. nov. 48, — Niùna cosa dù la natura,
che egli CON LO STILE è CON LA FENNA, 0 COL PENNELLO
non dipignésse sîmile a quella. Id. nov. 58. — Come d' asse
st trae chiodo cox crRIoDO. Petr. Tr. d' Am. cap. 3.
Per l' analogia che evvi tra gli strumenti di cui ci ser-
viamo nelle nostre azioni, ed i modi con cui queste da noi
si fanno, usasi anche la preposizione con innanzi a nomi che
significano tali modi, onde diciamo: Fure una cosa CON fa-
fica, CON facilità, CON difficoltà, cox piacere, CON diletto,
CON grazia, CON destrezza, CON buon garbo, ec. |
Giusta la medesima regola diciamo : Far cenno COLLA ma-
no; ved?re CO' proprj occhi; far: coN man tremànte; chiùdere
CON chiave, 0 COL chiavistello ; uccidere CON una pistolettàta;
trafigzere CON un colpo di spada; percuòlere COL piede ; par-
lore coN voce bassa, forte, ùmile, dimèssa; rispòndere CON vi-
(1) Con queste tre preposizioni compongonsi copinso numero di nomi, €
verbi, che perciò sono chiamati nomi e verbi composti; ed è da notarsi che la
n di con e IN cambiasi in m quando la lettera iniziale del nome, o. del
verbo sia 5 o p, e in r quando il nome o il verbo cominci con r. 7.
Darie seconda, Sea. Il $. IV. pag. 43.
. if
|
Ì ETIMOLOGIA E SINTASSI | . SOT
so fermo, plàcido, seréno , severo; divertire COL suo genio,
COL suo spirito, CON le sue facézie ; approvire, biasimare COL
silenzio; ec. |
°$. IIL Con, soppressane la n, s' incorpora coll’ articolo
determinante, facendosene co/, coi, 0 co’, collo, cogli, colla,
colle, in vece di con il, con i, con lo ec. Il quale il mio Sal-
valòre ricomperò COL suo prezioso Sangue. Bocce. nov. d.—
0 egli acrebbe buon manicàr co ciechi. Id. nov. 87.— Di-°
cendo nella fine di quelli il colùro d' ariéte cominciàrsi in-
sieme COLLO equinòzio del detto segno. 1d. Filoc. 7.— Messér
Corso Donàli COLLA brigàta de’ Pistolési fedì i nemìci per
costa. Din. Comp. 1, 9, ec. |
S incorpora parimente , alla-latina , co' pronomi perso-
. nali me, fe, se, noi, vot in questa guisa: meco, feco, seco,
nosco, cosco (2) (vedi sez. NI, Cap. I, $. IV, nota 4); e
. talvolta queste voci, così composte, son precedute dalla me-
| desima preposizione con, replicata senza necessità, ma per
proprietà di linguaggio. Farele pure, che domàne , 0 l' altro
di, egli qua CON MECO se ne venga a dimorire. Bocc. nov. 28.
—Cercor non so, ch’ Amòr nen venga sempre Ragionando
. CON MECO, ed z0 con lui. Petr. son. 28.— Or vo’ venir CON
TECO, acciccch’ to intenda. Ciritf. Calv. 1, 3.— Con TECO «
guerreggiàr st muove amòre. Rim. ant.—A lei ritornò, e tuita
. nel suo mantello chiùsala, in Susa coN SECO la menò. Bocce.
, nov. 42.— Pàrvemi allòra che egli alquanto delle mie paròle
ridesse CON SECO -sfesso. Id. Lab. 58. :
$. IV. IN. Questa preposizione indica la relazione tra due
- obbietti, l'uno contenente, l'altro contenuto, significando l’e-
| sistenza dell'uno nell'altro; quindi dicesi: Egli é in chiesa,
n'casa, in letto, in prigione, in ciltà, in Roma, in Parigi,
un Itàlia, in Francia, ec. | ”
$. V. Gli antichi dissero ne, che oggidiì più non s' usa
se non che incorporato coll’articolo determinante, come: nel,
nello, nella, nei o ne’, negli, nelle. "anita
In lo, in gli, in la, in le leggonsi qua e là nel verso,
e in qualche antica prosa. Ma den ti priego, che "N LA terza
spera Guitton salùti. Petr. son. 146.— Dipinto IN GLI occhi,
che m’' han morto. Giust. bella man. 10.— E fornòssi a dieiro
IN LE sue. terre. Pecor. gior. 25, nov. 2.— Drizzami IN LA
via della salùte. Vit. SS. PP. 2. (3) |
(2) Mosco e vosco, in oggi non 3” userebbero che da’poeti. a
._ (3) Zn:del, in della, in delli, in delle, che in oggi sono rredi rlebei,
sì leggono negli scritti di qualche. antico classico. Ciò. che 57 nosiro Sk
552 PARTE TERZA
IN, usasi parimente co' verbi di moto, per ‘esprimere un
idea d’ interiorità, cioè quando il moto è diretto dentro il
luogo, onde dicesi: Andare in Roma, in corte, in casa, in
ciltà, in mercàto, in contàdo, in villa, in villeggiatura, ec.
S. VI. Come contenente si può pur considerare il vestiario.
che portiamo in dosso, onde dicesi: Essere in toga, in abito
nero, in àbilo di senatòre, in farsetto, in camiciòne, in sot-
* fàna, in camicia, ec. (4)
Sotto lo stesso aspetto, cioè come contenenti, riguardiamo
le parti del corpo, onde i seguenti modi di dire: Avere la spa-
da, il bastòne, l'archibùgio, la scatola, il fazzoletto 1N mano;
il cappello, la cuffia, la berrétta 1N capo; una caténa 1N gola;
un anéllo 1N dito; èssere IN catèéne, IN ceppi, IN arma, ec.
Portàre un fanciùllo 1N braccio, lo schioppo 1N collo , con
un bel vestito IN dosso; percuòtere 1N capo, IN faccia, IN
petto ec.; mesto, allégro IN viso ; turbàto 1N vista, nella mente.
ec.—Pudiìca IN FACCIA , e NELL''ANDARE onesta. D. Purg. 3.
— Ella parlàva sì turbata IN vista, Che trem'ìr mi fea ec.
Petr. canz 4.— Tutto il viso gli ruppe, nè gli lasciò capello
IN cAPO. Bocc. nov. 88.
S$. VII Per analogia tiensi talora per contenente la su-
perficie delle cose, onde diciamo: Mitlere, recàre IN tàvola;
éssere IN alto mare; sbarcàre IN terra; cadère in terra. — Co-
mandamento ébbero dal lor comùne d' abbàtiere la forza
de’ Viniziàni 1N MARE e IN TERRA. Gio. Vill —EgZ occhi iN
TERRA /agrimando abbasso. Petr. son. 153.
Siccome dalle idee concrete facilmente passiamo all’ idee
astratte, così colla stessa facilità c'immaginiamo esservi tra le
cose metafisiche, o astratte, le stesse relazioni che sussistono
tra gli obbietti fisici, o reali. La preposizione in adunque
serve parimente per esprimere l’ esistenza immaginaria di un
obbietto realé in un obbietto astratto, ed anche in un obbiet-
to astratto in altro astratto, onde diciamo: Andare IN ma-
lòra, 1N buon' ora; avére IN disprézzo, IN odio, IN pregio,
IN orròre; dare 1N dono; éssere IN giùbbilo, NELLA prospe-
rilà IN còllera, 1N pena, IN preda, 1N potére di alcùno; ès-
sere IN procìnio di ec.; esser versàto, esperto IN ie: , IN
grammùtica, 1N polìtica; entràre IN sospétto , IN. còllera, 1N
gnòre disse IN DEL Vangèlo. Gr. S. Gir. a. — Acciocchè voi siate IN DELLA
eorle di Paradiso ec. come siele qui ira noi. Fr. Guitton. lett. 5, 22.
(4) Col dire èssere in camicia, s' intende Non avere altro in dosso
che la camicia. Quando fuor di casa l'avesse 1N CAMICIA cacciata. Bocce.
nov. 100.—-Zi fu per pigliare madàma Giulia Gonzàga, che 1% Camicia
appèna campò quel pericolo. Sega. Stor. 6. I
Cntamesszazioli
ia
Ù
I
I
il
”
ETIMOLOGIA E SINTASSI dci
parole, 1N conversazione, IN ragionamenti; imputàre IN pec-
cato ; mettere IN ridicolo, IN canzòne, IN obblio, IN cimento,
IN prova, IN òrdine, IN accòncio; peccare 1N lussùria, 1N
avarizia; stare, vivere 1N forse (in dubbio); wicere IN iace-
ri, IN festa, 1N peccàto; ed altri simili esempj a migliaja sì
leggono negli autori, e sì usano tuttora nel conversar fam-
gliare. | |
IN, vagamente anteponesi innanzi agl'infiniti e a' gerun-
dj dei verbi, come: IN /eggere, IN sscrivere, IN rofferire , 0
IN leggendo, IN iscrivéndo, IN profferendo, ec.— Corne fa don-
na che IN PARTORIR sia. D. Purg. 20.—E poi rimandùva-
no per lui, come pòpolo che era IN: VACILLARE, e IN non
fermo stato. Gio. Ti 11,82.
S. VIII. Finalmente s° osservino 1 seguenti esempj, -in.
. cui zn par che abbia il significato di altre preposizioni. £/°s-
© sono 1N (per) PAPA Gugli:/mo Grimoàldi. Matt. Vill. 11, 26.
la
RI]
. —La quale. se lo voleva adottàre 1N (per) FIGLIVOLO.
Cavalc. Med. cuor. —0 Iddîo ec. le non vere paròle de te da
me, non mi imputàre IN (a) PECCATO. Bocc. Fiamm. 4.—
Orribilménte cominciò i suoi doloròsi effclti, ed IN (con) MmI-
BACOLOSA MANIERA a dimostràre. Bocce. Introd. — Ayàce 1N
(contro) MOLTI, e po' IN (contro) SÉ STESSO forte. Petr.
son. 195.— Perocche io ho peccato IN (contro al) CIELO, e
innànzi a te. Vit. S. Gir. 47.—IN (verso) QUESTO M10 AMI-
co non ho mostràto; se non poco amòre. Stor. Barl. 40. —
Il suo ambòre IN (verso) LEI raddoppiò. Bocc. nov. 17.
— Chi crede ec. ama Iddio 1N (con) TUTTA / ànima.
Passav. 190. (3)
$. IX. PER, esprime l'idea di passaggio o di traversa-
mento, significando la relazione tra l’obbietto che passa, ed
il luogo per dove si passa; quindi questa preposizione
s'° adatta per lo più co' verbi di moto espressi, o sottintesi,
come: Andare, venire, passare, correre, camminare, ec. |
| PER ME (cioè traversando me) si va nella città dolènte,
(5) Il Petrarca dice: Così costèi, ch? è fra le donne un Sole, Ix mE,
movendo de' begli occhi i rai, Cria d’ amòr pensièri, alti, e paròle. son. 4.
In quest’ esempio rn me, vale dentro me, e tale è manifesto che fosse
l’idea del poeta, quantunque il vocabolario della Crusca, e, dietro questo,
il Corticelli, ed altri grammatici, indotti in errore da una inesatta inter-
punzione, trovata per avventura in qualche manoscritto mal copiato, in-
terpetrino la prep. in del passo precitato, come avente'il significato di,
verso , registrando l’ esempio in questa guisa. Così costèi, ch'è fra .e
donne un Sole, IN ME movèndo de’ begli occhi i rai, Cria ec.; nella qual
lezione in me riferiscesi al gerundio mocvèndo, laddove è certo che dee
riferirsi al verbo cria.
Gram. Ilal. 46
154 o PARTE TERZA | _
Pru ME sé ca nell'eterno dolòre. D. Inf. 3. — L'sciane m-
dir PER LI tuo' selte regii. 1d. Purg. 1. — Ch' Apòllo la se-
guìa quaggiù PER TERRA. Petr. canz. 3. — Paréndogli wer
sentito alcuno siropiccio di piedi PER LO dorrnentòrio. Bore.
nuov. 4.
© $. X. PER, volentieri s' incorpora con la particella 4), n-
nanzi a parole che comincino da consonante, dicendosi pel
in vece di pero, e al plurale pes o pe'in vece di per gli, 0 per
fi — Con grandìssimo ìmpeto se lo ficcò PEL MEZZO del pillo.
Fir. As. f05.—£ quindi passài in terra d' Abruzzi, do
gi uò:nini e le fîmmine vanno in zòccoli su PE'MONTI. Bocc.
nov. 60.— Zasczo /o fele, e vo PE'DOLCI poni. D. luf. 16.
-__ $.XI. Per, in virtù dell'originaria sua funzione, usasi per
indicare l'attraversamento per un luogo da una estremità all al-
tra, o da unabanda all'altra Quando s'accòrser ch' È non dava
loco PER LO MIO CORPO al trapassàr de'raggi. D. Purg d.-
Ma la paura un poco, Che! sangue vago PER LE VEN
agghioccis. Petr. canz. 18.—Ze quali ( macchie) nelle brac-
cia, e PER LE COSCE apparivano a molti. Bocc. Introd.-
PER LE SPARTE VILLE, e PER LI CAMPI; FER LE VIE,©
PER LI LURU COLTI, e PER LE CASE di dì e di nolie mort
rio. ld. ivi —oce andò PER AMBI GLI ESERCITI che egli er0
ferito, 0 morto. Tac. Dav. stor. 4. dn
- $. XIL Per analogia usasi la medesima prep. per indi-
care lo spazio di tempo durante il quale una cosa si fa,
onde dicesi: Per un'ora, per un giorno , per un secolo , per
più giorni, ec:—A ciascùn PER UN GIORNO; 5° attribuìsca il
peso e l'onòre. Bocc. Latrod.— Come terza suona; ciascun qu
sia, acciocchè PER LO FRESCO si mangi (cioè durante il tempo
dello fresco). Id. ivi—L'uso del latte asinino. che PER QU
BANTA GIORNI vien propòsto dal Signòr Longo. Red. Cons. f. (0)
€. XIM. PER, apparentemente scostandosi dall’ originaria
sua fuuzione, sovente par che faccia l’ ufficio di altre prepo-
sizioni; ma studiando bene tutte le frasi in cui occorre questa
particella, troverassi che evvi sempre qualche analogia col suo
significato primitivo, il quale molte volte tanto chiaramente vi
apparisce, che è lieve cosa ad ognuno il ravvisarvelo. Per,
adunque può dirsi valere:
f°. DA: Voi PER DETTO e PER FATTO sapéle, come li
Greci instigàti PER PICCOLA e PER VANA CAGIUNE s2 aper
(6) In siinili frasi Ja prep. per talvolta sottintendesi. Zo son la: mi-
séra Zinèora, SEL ANNI andola tapinàrdo în forma d' uom per lo monde.
Bocce. nov. 1,9.—Que.lo peccuto gli fece piàngeré QUARANTA Di. Bore.
nov. 74. î : ;
csi n.
ETIMOLOGIA E SINTASSI DIO
tùrono nella ‘nostra cittàde, e uccìsero ame e a voi li nostri
genitori. Guid. Giud. 37. i |
20 A: Noi gli taglierèmo tutti PER vEZZI. Gio. Vill. 7,14.
—Per MoDO di dipòria se n' andò alla pìccola casetta di
Federìgo. Bocc. nov. 48. na | 0
30. CON: Al quale erròre PER QUESTE PAROLE rispose.
Guid. Giud. 123.— Colui è posto in grande pace, che’! suò
fratello ama PER BUONA FEDE. Gr. S. Gir. 11.— Lo quale
nell’ inferno tormînia l ànime PER FUOCO. Cavalc. Med.
cuor. . SI o e
© 4° In: E così istiàmo PER LO FREDDO e PER LO CAL-
DO coperti di vestim’n'o corpori:le. Stor. Barl. B3.— Pussò di
questa vita PER LO Dì della festa di santo Giurgio. Fior. $.
Franc.—-Un' dura dolce, senza mutaménto Avtre in sé, mi
feria PER LA FRONTE. D. Purg. 28. |
Boe Verso: Za Briltània ec cammìna (sì estende) PER
LEVANTE oppòsta alla Gerinania, PER PONENTE alla Spugna.
Tac. Dav. Vit Agr. £0. si
| 6°. DA LATO DI: Essi sono PER MADRE discèsi di pal-
tonizre. Bocc. nov. 49.—£ di loro PER DONNA nécquero tul-
ti i Conti Guidi ec. Gio. Vill. 4, 10, 1. ea
.. In FAVOLE DI: Zo faréî PER CURRADO ogni cosa,
che io potîssi, che gli piacesse. Bocc. nov. 16.—Molti ec. si
àbbiano fatto far larzo, e guadagnàtosi PER LORO gli orrè»
voli gradi, e PE' LORO figliuòli gran tesòro, e amplissimi
stati. Fir. disc. an. 17. DA | |
‘80. MEDIANTE, PER MEZZO DI: Donna scese dal ciel, PER
Lr CUI PRIEGHI Della mia compagnìa costui sovvénni. D.
Purg. 1.—Si rubellò a' Fiorentini il castéllo di Piano Tra-
vigne di Valdàrno PER CARLINO de’ Pazzi. Gio. Vill. 8, 52.
— Manda quanto prima la tua spedizione PER UOMO @ po-
sta. Cas. lett. 90.00 o O i
9.0 PeR CAGIONE DI, PER AMOR DI, IN GRAZIA DI; come:
Fur: ogni cosa per danàri;-lavorùre per guadagnare, pel
piùbblico bene; combàttere per la pàùtria, per È onòre; far li-
%
imòsina per È amòr di Dio, distinguersi per nasca, per vii-
(tà, per ‘ricchèézze; vìvere per amàre; mangiàre per vivere; pa-
tire disàgio per acarìzia; tacère per vergogna; digiunàre per
divoziòne, ec.— Non PeR CRUDELTA' della donna amàta, ma
PER SOVERCHIO fuoco nella mente cancétto da poco regolàto
appetito. Bocc. proem.— Comandò ad uno de' suoi famiglià-
ri, che cc. gli facìsse dare.da mangiàre PER Dro. Id. nov. 18.
— E perch'era signòre, non volle mostràre d' èssere PER FORTE
CASAMENTO, afzi PER SUA VIRTÙ Cron, d'amar. 48. ‘
556 PARTE TERZA
10°. ComE; quindi dicesi: Zascior per morto ; passar per |.
sanlo, per pazzo, per uno sciocco, per dotto, per uom dabbe-
‘ne; aver uno per amico, per domestico, per mallevadòre, per
acvocàlo; avére, o ricevere, per guiderdòne, per ricompensa;
darsi, 0 i per ricco, per povero, per quello che non |.
‘si è;préndere uno per confidìnte ec.—E molto il lodàva, sk
còme egli era, PE& LO PIU' CORTESE SIGNORE del mondo.
Nov. ant. 58.— Zsséndo stato un pessimo uomo în vita, in i
‘morte è riputùto PER SANTO. Bocc. nov. 1.— E non potendo
si così inlirizzùti rizzùre, li lasciàvano PER MORTI. Tac. |
- Dav. ann. | |
41.0 IN CAMBIO DI, IN VECE DI, come: Zender bene pr»
male; Per uno ne avréte cento; grazia per grazia; non di +
re una co a per un'allra.—O sperànza, 0 desìr sempre falla >
ce, E desli amùnti più ben PER UN CENTO. Petr. son. 249. |.
Non è l affeziòn mia tanto profonda, Che basti a rénda
‘voi grazia PER GRAZIA. D. Par. 4. vo laa
Per, anteposto all'infinito di qualche verbo, che sta pre-
ceduto dal verbo Essere, dì a quello la forza e il significato
che ha il participio futuro de’ Latini, e vale Zssere in procino
di fare, 0 di farsi alcùna cosa; còrrer risico ; portàr pericolo; |
mancàr poco che alcùna cosa non segua ec., come: Esser per.
fare, per partire, per cadere, per morire,ec.— To SON PER BI
TRARMI del iulto di qui. Bocc. nov. 1.— E son PER AMM |
più dî giorno ‘în giorno. Petr. son. 64. — Né altra cosa dk +.
cù:a ci udiùmo se non i cotàli son morti, e gli altrettàli sn È
PER MORIRE. Bocc, lntrod. — 4 quella guisa, che far veggiò è
mo a colòro, che PER AFFOGAR SO\O, quando préndono ab
cùna cosa. Id. nov. 14. Nel medesimo senso il verbo Essere
‘talvoita si sottintende. Zu mz pati molto crudele uomo, che
mi vedi PER MORIRE della cadùta. Fior. S. Franc, -50.
Prr, sovente denota Stromento o mezzo mediante il qu*
Je si faccia alcuna operazione, onde dicesi: Guidàre, condum
per mano; prîndere, tenere, tiràr pel braccio, pe' capèlh, pe i
vestito; menòre pel naso; succèdere per caso, per accident,
per fortuna, per disgràzia; lo fece per mio avviso, per MO
consiglio; conòscere per esperienza; sapére per prova; essi |
erudéle, bùrbero, bisbético per natùra; ottenére una cosa pîî |,
intercessione d' alcàno; favellàre per metàfora, per paràbole, ec.
PeR, denota alle: volte D/stribuzibne, come: Un me |:
bicchier per uomo; due paja di robe per ciascùno; danno cento |
‘lire per uno; dieci pani non bastano per dieci uòmini ped
PxR, serve talvolta per pregare, e anche per giurare. Per i
a)
| ETIMOLOGIA FE: SINTASSI BOT
quella pace Ch' io credo che PER voi lutti s' aspetti, Ditene
doce-la montàgna giace. D. Parg 3.— To ti giuro PER quello
indissolùbile ambòre che io ti porto, e PER quella pietà che
ec., che il quarto mese non uscirà, che tu mi vedrài. Bocc.
Fiamm. 2. i
| CAPITOLO V.
DELLE PREPOSIZIONI SENZA, SOPRA, SU, SoTTO, Dopo,
. DIierRO, AVANTI, INNANZI, DAVANTI, PRIMA.
S. I. SENZA (e anticam. rien) è preposizione priva-
tiva, cioè che esprime la privazione di compagnia, e di -stro-
‘mento, e ponesi innanzi a’ nomi, e innanzi agl' infiniti de’ ver-
bi. Canzòn, tu vedi ben,-come è sottile Quel filo, a cui s' at-
tren la mia isperànza, E quel che SENZA QUESTA DONNA 0
esso. D. rim. 22. — Non volere stare’ in montàgna in tanta
solilùdine SANZA FRUTTO e SANZA PROFITTO alcuno. Cas.
Jett. 67.—Una novélla, nella quale quanta sia la\lor nobil-
tà si dimòstra, SENZA dal nostro propòsito DEVIARE. Bocc,
nov. 96.— Corre alla porta e SENZA ALTRO ADDIMANDARE
ec. Fior. S. Franc. 64. Spesse volte s' adopra in compagnia
della preposizione di. Ecco ch' io vaglio poco, e. molto meno
SENZA DI TE ispero di valère. Bocc. Amet. 3.
Talvolta leggesi in significato di Oltre. Che ben cinque
alle, SENZA LA TESTA, uscìa fuor della grotta. D. Inf. 3A.
gli aveva a da-e alirùi. Bocce. nov. 60.
— Aveva de' fiorini più di millanianòve SENZA QUELLI, . che
-—_ $. IL SOPRA o SOVRA. Questa preposizione esprime
l’idea d'elevazione, denotando Luogo superiore. Premettesi ai
nomi reali, o astratti, ed usasi le più volte scompagnata da
qualunque altra particella; ma pur sovente trovasi in com-
pagnia della prep. 4, e’ talora anche con la prep. di. Non hai
tu consideràto il mio servo Job, che non è alcuno SOPRA LA
TERRA sìmile a lui. Pist. S. Gir. — Che pur SOVRA 'L GRI-
FONE stàvan saldi. D. Purg. 31. — Converrà che voi n' an-
diàle SOPRA AD UN ALBERO. Bocc. nov. 77. — Cominciò a
piùngere SOPRA DI LEI, non altraménte, che se moria fosse.
Id. ivi.
‘ $. INI SoPRA, talvolta porta il significato di Oltre, più,
al di là, ec. — Gran parte delle loro possessiòni ricuperà-
‘rono, e molte dell’ altre comperàr SOPRA QUELLE. Bocc.
nov, 13.— Ben cento miglia SOPRA TuxISI ne la portò. Id.
nov. 42.—0 piacér, onde l' ali al bel viso ergo, Che luce
353 PARTE TERZA
SOVRA QUANTI '/ so/ né scalda. Petr. son. 114:— E /e chio-
me, .....:.. Allòra sciolte e SUVRA OR terso bionde. Id,
son. 163.—SUPRA LE PODAGRE mi son venùte le’ renelle.
Cas. lett. 63. |
All’ opposto vale talora Vicino, apprésso, par'andosi di
luogo. Marsilia è in Provenza SU?RA LA MARINn posta.
Bocc. nov. 53. i
Vale anche A4ddòsso, contro, come: Ordinàrono un gran:
dissimo esèrcito per andàre SOPRA I NEMICI. Bocc. nov. 18.
—.... Amòr tutte sue lime Usa SOPRA 'L MIO COR afflitto
fanto. Petr. son. 214.— Ess?ndo stato SORA PARIGI ad as-
sedio con niente profittàre. Matt. Vill. 9, 98. I
S. IV. SoPRA, è sovente preceduto dalla preposizione
di. Poi tornii indietro , perch' io vili scrit'o DI SOPRA ‘L
LIMITAR, che ec. Petr. son. 95. — Parvemi vedere str, ere a
poco a poco DI SOPRA ALLE MONTAGNE un lume ec. Bocc.
Lab. 352. — Delfino è un grande pesce che salla DI SUPRA
DELL'ACQUA. Tes. Br. 4, 5. Di sopra, trovasi anche, ma
«di rado, con la prep. da. Giuràto avria poco lontano aspètto,
Che tutti ardésser di SOPRA DAI c!iGLI. D. Purg. 29.
Si notino i seguenti modi di dire: Èssere sopra qualche
ufficio, vale Averne il governo; Prestore 0 pigliàre danùri
sonra a qualche cosa, vale Darli ò accettarli col pegno; -Man-
giùre sopra checché sia, cioè Mangiare sopra pegno; 4rndàre
sopra sé, vale. Andare diritto in sulla’ persona, portar ben la
vita: Stare sopra sì, vale anche Star pensoso, sospeso , dub-
bioso; Zavoràr sopra di s}, dicesi degli Artefici che esercitano
Ja loro arte da per sè, a loro pro e danni; £sser sopra parto,
© sopra partorìre; vale Esser nell'atto; o poco dopo l'atto
del partorire; £sser sopra a fare una cosa, vale Essere in sul
farla , vicino a farla; Sopra mezzo dì, sopra sera, vagliono
Passato già mezzo dì, venuta già la sera, ec. (1)
$. V. SU (2), vale lo stesso che Sopra; s'incorpora va-
(1) Con la preposizione sopra, compongonsi un gran numero di nomi
e verbi, che, oltre la propria loro significanza, partecipano di quella della
‘preposizione. (Fegrasi il vocabolario della Crusca.)
| — (2) Su,-innanzi a parola principiante da vocale, riceve talvolta una
r finale, scrivendosi e pronunziandosi sur. La cui parle di solto sîa SUR
ua bastoncèllo piccolo..Cresc. yo, 33, 5. — Mèltivi bunna parle de’ raspi
triti bene, e batlùti in sur un’ asse col colt>llo. Dav. Colt. 164. Gli antichi
scrissero: sor, e non che innanzi alle vocali, ma anche innanzi alle con-
sonanti l’usavano. Irncontrài uno scoldio Sor un muletto baio. Tesoretto 2.
— Di voi, che siete fiore: SOR L'ALTRE donne aoèle più valore. Rim. ant.
—E non piaccia u Dio nostro sire , che si malvagia colla sltea SOR mE.
Nov. anti a5. ù Le : :
I
| «— —PTIMOLOGIA E SINTASSI 959
lentreri con gli articoli determinanti //, Zo, gli, Ze (3) (non
già con 2 piur. di 4/, che scrivesi sempre distaccato). Z/ re
dopo questa (canzone) SULL'ERBA e'n SU I FIORI avendo
fatti molti doppiéri accèéndere ec. Bocc. gior. 9, fin.—Zo pen-
suva assàt destro èsser SULL'ALE. Petr. son. 265.
$. VI. Su, del pari che sopra, ma più vagamente, usasi
per indicare vicinanza di luogo, e di tempo, come: Siede la
terra, dove nata fui, SULLA MARINA dove "| Po discende.
D. Inf. 8.— Dietro verso mezzodìe sono li desèrii d' ErioPiA
SUL MAKE Ockano. Tes. Br. 5, 4.—Za sera SUL TRAMON-
TARE del sole fece dare alla terra una battàglia. Matt. Vill.
11, 18—Su L'ORA PRIMA 70 dì sesto d' Aprile. Petr. son.
176. Talvolta indica che una cosa è vicina a farsi, come:
Il che gli era sì gran noja, che egli ne fu SULLO IMPAZZARE.
Bocc. nov. 74. | |
$ VII. Su, trovasi sovente preceduto da /n, che aggiunge
l'idea di initcriorità a quella d’ elevazione, quasi indicando
q € q
che una cosa sia sopra , e nel centro della superficie , onde
diciamo : In sulla tàvola ; în sulla piazza; in sulla faccia;
in sul capo; in su i fiori; in sul mattino ; in sull'ora del
desinàre ; in sulla sera ; in sul principio del verno ; in sul
finire del mese ec. E talvolta è seguito dalla prep. per, per
esprimere nello stesso tempo l' idea d’estensione sulla super-
|
ficie, come: Tu puoi vedére me, e la mia famiglia dormìre
SU PER LE PANCHE. Bocc. nov. 15.— Questi pesci SU PER LA
MENSA euizzàvano. ld. nov. 96.
. 8 III SOTTO, preposizione di significato contrario a
quello di Sopra, e su; essa esprime l’idea d' inferiorità , si
di luogo che di condizione, e di grado; ed usasi o senza al-
tra particella , o seguita dalla prep. a, e talvolta anche da di.
Che SOTTO LE SUE ALI zl mio cor tenne. Petr. son. 280. —
Soto UN Poco di tetto, che ancòra rimàso v' era, si ristrìn-
sono amendùni. Bocc. nov. 47.—SOTTO "I. GOvERNO di An-
tigono la rimandò al soldàno. ld. nov. 17.—Ciascùno e ca-
st.Ua, e vassàlli aveva SOTTO DI SÈ. ld. nov. 39.
Sotto, vale talora Circa. SOTTO A QUAL TEMPO 55 leg-
ge , che avvénne cc. Vit. S. Gio, 335.
Diciamo: Soffo pena di morte, di bando , di scomuni-
cazione ec., che vagliono Costituita la pena ec. Diciamo an-
cora: Solto la fede, sotto la pace, the vagliono Data la fede,
lu pace. e i
(3) Una tale incorporazione non è però obbligatoria.
360 PARTE TERZA
DI sotto, vale lo stesso che Sotto, come: Fa'più stretla:
la piega a quel velo, che andàr mi dee Di SOTTO IL MENTO.
Bocc. Lab. 208.—E DI SOTTO DA QUEL trasse due chiavi.
D. Purg. 9.— Siede Rachel Di SOTTO DA COSTRI Con Bea-
trìce, sì come iu vedi. Id. Par. 52.—£ altrettànio n'era DI.
SOTTO A’ PIEDI loro. Passav. 41. | |
È IX. DOPO. Questa preposizione denota Ordine di luo-
go, di tempo , o d'azione. Quel cotàl marito era DOLL LA
PARETE della comera. Nov. ant. 44.— DOPO ALQUANTI Di
non veggéndosi chiamàre ec. Bocc. nov. 17.—L' utilità che
di questa memòria puote avvenìre alle naziòni che DOPO Nor
seguirànno. Matt. Vill. 1, 2. Usasi talvolta con la preposizio-
ne di, e talvolta con a. Per quegli, a cui tu vai io li scon-
giùro e priego, che io DOPO DI TE non rimànga selle di.
Mor. S. Greg. 1, 8.— Per alcùna cagiòne, non molto DOPO
A QUESTO, convénne al marìto andure infino a Genova.
Bocc. nov. 25.— Od in un caso l assàlti, od in un altro il
t D
nuove cure. ld. Fiamm. 4. .
$. X. DIETRO, vale lo stesso che Dopo, ma va sem
pre seguìto dalla particella 4, o sola, o incorporata con l'ar
ticolo determinante. E lassi Ispàgna DIETRO ALLE SU
SPALLE. Petr. canz. 9.—Zre colle DIETRO A LEI le man
avvinsi. D. Purg. 2.— Acciocchè DIETRO AD OGNI PARTICO
LARITA’ /e nostre passùte misérie ec., più ricercàndo non
vada. Bocc. Introd. i
Qualche volta trovasi colla particella da. D. lof. 28. -
Id. Conv. 149. .
deprìmi, 0 DOPO ALLA DATA FELICITA’ aggiùgni agli ànimi
Significa alle volte Circa, intòrno. Lo scrìvere in qu |.
sto ternpo DIETRO A MATERIE pertinénti alla lingua. Salvi
Avvert. 1, 1. |
Di DIETRO, vale lo stesso che Dietro. Andàr ‘due pr
con una croce per ciascùno; si mìsero tre, 0 quatro. bare
portatori portàle DI DIETRO A QUELLA. Bocc. Introd. — Ell
non correrànno DI DIETRO @& niùna.a farsi léggere ll
Concl. Da es
S. XI AVANTI, INNANZI, e DAVANTI sono pre
posizioni opposte a Dopo, e dietro; dinotano Tempo e luog0,
ed usansi colle particelle 4, di, e da, ed anche senza particella
alcuna. AVANTI ORA, di mangiàre pervénne là, dove ! abale
era. Bocc. nov. 7. Due fratélli solamente nati AVANTI D
LEI lasciò nel suo partìre. Filoc. 7.—E INNANZI L' ALBI
Puommi arricchìr dal tramontòr del sole. Petr. cant. 3. |
nd iii
ETIMOLOGIA FE SINTASSI 061
Siccome molti INNANZI a noi hanno fatto. Bocc. Introd.—
Così DAVANTI A° COLPI della morte Fuggo ec. Petr. son. #8.
—Manifestaloti il sangue mio, lo quale per tante ferite puo?
vedere AVANTI DA TE spàndere. Filoc. 1.— Egli era pur poco
fa qui INNANZI DA NOI. Bocc. nov. 73. |
$. XII. PRIMA, vale lo stesso che Avànti, e innànzi
ed usasi con la particella di. MAcciocchè PRIMA DELLA TUA
PARTITA Fosse finita la mia trista sorte. Teseid. 3, 77.
CAPITOLO VI.
DELLE PREPOSIZIONI- FRA, INFRA, TRA, INTRA, FINO,
INFINO, SINO, InsINo, VERSO, INvERSO, DENTRO,
ENTRO, FuorAa, FvorE, Fuori, Presso, ConTRO,
CONTRA, APPRESSO, APPo, OLTRE, OLTRA, INTOR-
NO, CIRCA, EccETTO, SALVO, TRATTONE, ACCAN-
TO, ALLATO, Lunco, RASENTE, MEDIANTE, SE-
CONDO, GIUSTA, GIUSTO. |
$° I. FRA, INFRA, TRA, INTRA. Queste preposizio-
| nì, che tutte e quattro vagliono lo stesso, imperciocchè fra
€ tra:non sono che abbreviamenti il primo di infra e il se-
| condo di :néra, denotano che una cosa è dentro un' altra,
in mezzo a più altre cose. FRA ULIVI, e nocciuòli, e castà-
| gni comperò una possessiòne. Bocc. nov. 96.—INFRA le altre
opere che piùcciono a Dio, questa le passa tutte. Serm. S.
Agost. 841.—Potrésti arditaménte Uscir del bosco, e gir INFRA
LA GENTE. Petr. canz. 27.—Piànger sentì FRA 'L SONNO £
miei figliuòli. D. Inf. 33.—FRA "L FIUME dell Era, e quello
di Senna. Gio. Vill. 12, 64, 1.—Ov' ella ebbe in costùme
Gir FRA LE PIAGGE, e '/ fiume. Petr. canz. 26.— Poichè dal
cielo nuova progènie nacque INTRA” MONDANI. Bocce. Amet. 40.
Spianàndo di concòrdia INTRA LE DUE ostI. Gio. Vill. 10, 86, 4.
—La quale in mezzo era TRA LA CAMERA del re e quella
della reina. Bocc. nov. 22.—TRA LO STIL de moderni e ‘1 ser-
mòn prisco. Petr. son. 32.
NFRA, @ FRA, usati co nomi di tempo, vaglion Dentro al
termine. —INFRA POCHI GIORNI proovederibbe di dare buono
Papa. Gio. Vill. 10, 70.— Anzi quasi tutti INFRA' L TERZO
GIORNO moricano. Bocc. Introd. — Scrìvemi mio fratìllo, ec.
che senza alcùn fallo io gli abbia FRA QUI E OTTO dì man-
dati mille fiorìni d' oro. {d. nov. 80.
FRA, e TRA, accennano talvolta Perplessità, ‘dubbio,
incerlezza ec.— Avéndo queste cose cedùte, gran pezza stelle
Gramm. Ital, 47
502 PARTE TERZA
TRA PIETOSO E PAUROSO. Bocc. nov. 48.—La mia sorîlla
che TRA BELLA E BUONA, Ion so qual fosse più, irionfa
lieta. D. Vurg. 24.—In riso e’n pianto, FRA PAURA E SPE-
xE. Petr. son. 119.— Se medisimo mira quasi dubbio TRAT
SI e "L No d'acquistàrla. Bocc. Amet. 10.
FRA, e TRA, trovansi vagamente usati come particelle
congiuntive per insieme congiungere due obbietti, due qua
lità, o due operazioni, ponendosi in capo al primo termine,
e avendo per particella correlativa la congiunzione e 0 ed,
che si mette in principio del secondo termine; nel qual ca-
so si può dire che fra o tra, facciale veci di tanto, così, 51,0
parte, e che la seguente congiunzione € vaglia Quanto,come, 0
parte; alcuni esempj chiariranno la cosa. Si che venne ad im-
peràre, FRA SOLO, E ACCOMPAGNATO, anni cinquanta sei. Petr.
Uom. Ill. 10.—FRA PER PAURA, E PER VERGOGNA fuggiva
Vit. SS. PP. 2.—TRA PER LA FORZA della pestìfera Li
mità e per È èsser molti infèrmi mal servìt. Boce. Introd.-
TRA PER L'UNA COSA E PER L'ALTRA /0 non volli sir
più. Id. nov. ZY.—Za giòoane TRA con parole, e con all
41 mostrò loro. Id. nov. 30.— E TRA che egli s' accorse, ©
che egli ancòra da alcùno fu informàto, egli trovò ec. Il
nov. 2.—Più di dugénto TRA dell'una setta e dell altra sì
ne trocàrono morti di ferro. Matt. Vill. 1, 80.—Si trovarono |
a ricèvere dal re TRA di capitàle e provvisiòni più di centot
tantamila di marchi di sterìni. Gio. Vill. 11, 87, 1.
Dopo quale, pronome interrogativo, e dubitativo, usasi
sovente fra nel significato di 0 congiunzione, avendo per co
relativa la stessa particella alternativa 0 quasi che ripetuta,
come: QUALE dovésse avere il pallùdio TRA Telamòne, 0
Ulisse. Guid. Giud.— Li Romàni tennero consìglio, QUALE tO |
lo meglio, TRA che gli uòmini avèsser due mogli, 0 le fem
mine due marìti. Nov. ant. 64.— Se vostra vicìna avis
maggiòr tesòro di coi QUAL corréste voi innònzi TRA il suo,
o il vostro? Tes. Br. 8. | Di |
FRA ME, FRA TE, FRA SÈ, co' verbi dire, pensare, rag»
nare e simili, vagliono Dentro di me, di le, di sè, od anche
meco, teco, seco.— Quello de' miei parlàri biasimàndo, che pw
nell ànimo m'era chiaro, FERA ME sovénte DicÈNDO. Fiamm. !.
— FRA ME PENSAVA: forse questa fede Pur qui per uso, È
forse d' aliro loco ec. D. Purg. 9. — Il re cominciò a so
I.
tàre il cervèllo in mille pensieri, e dicèva FRA SÈ.
disc. an. 29.
S. AI INFINO, FINO, (il secondo non è che un ab-
ETIMOLOGIA FE SINTASSI 3603
breviamento del primo) sono preposizioni’ dette ferminatize
di tempo, di luogo, e d' operazione, perchè marcano |’ esten-
sione, o lo spazio di luogo, o di tempo, percorso o da per-
corrersi dall’ una estremità all'altra; esse vanno per lo più in
compagnia della particella 4; talvolta anche si trovano con in
e da e sovente senza particella alcuna, . quantunque allora
debbano considerarsi come aventi sottintesa una delle tre
suddette. INFINO AL FIUME d/ parlàr mi trasse. D. Inf. 3.
-— Quel feroce drudo La flagellò dul capo INFIN LE PIAN-
TE. Id. Purg. 52.—Che ajutàr la dovéssero ad andàre 1NFINO
NEL GIARDINO. Bocc. nov. 6). — Za nostra amicizia comin-
| ciò FIN DAGLI ANNI pù teneri. Red. lett. 2. — Cavalcàrono
* FIN PRESSO ALLA CITTA' di Veròna. Gio. Vill. 11, 63, 2.
+—Ma guardi î cerchi riNo AL PIU REMOTO. D. Par. 31.
$. {AI INSINO, SINO, vagliono lo stesso che Znfino e
fino, e nel medesimo modo si costruiscono. E in questa
‘© mantra ec. stare senza muòverlî punio INSINO AL MATTU-
TINO. Bocc. nov. 24.— Ralto son corso già SINO ALLE PORTE
Dell' aspra morte per cercàr dilétto. Gutt. rim. 90.
$. IV. INVERSO, VERSO, denotano accostamento, o
‘indirizzamento a qualche parte. Présero adùnque le donne e
; gli uòmini INVERSO UN GIARDINETTO la via. Bocc. gior. 2.
° finm.—Ze niînfe in piè drizzàte corsero inverso AmEtO. Id.
Amet. 95.—In pòvero àbito n' andò VERSO LonpRA. Id.
nov. 18.—£Ed 0 trapùsso innànzi VERSO L’ESTREMO. Petr.
son. 95. Non di rado si trovano in compagnia della parti-
cella di. L' ali spando Verso ni vor, o dolce schiera amì-
ca. Petr. son. 109.—Y malvàgi si pensano di trovàre tutti
gli uòmini così fatti INVERSO DI LORO, come essi son fatti
INVERSO ALTRUI. Mor. S. Gr. 14. Queste due preposizioni
vaglion talvolta Contra. Ed ebbe tanta potenzia l ardìre dei
peccutòri INVERSO LUI che ec. Vit. Crist(—Oimeé, che ho
VERSO GL' IDDII commesso. Filoc. 8. Vagliono anche Zn pa-
ragone, in comparazione, a rispetto. —l'utte l'acque ec. Par-
rieno avére in sè misura alcona, VERSO DI QUELLA, che
nulla nasconde. D. Purg. 28.— Che "NVERSO D' ELLA Ogni
dimosiraziòn mi pare ottàsa. Id. Par. 24. |
S. V. DENTRO, ENTRO. Preposizioni che denotano la
parte interna della cosa, e vagliono /n. La prima costruisce-
si per lo più con la particella a. DENTRO ALLE MURA della
città dî Firénze. Bocc. Introd. Quantunque non di rado tro-
visi usata con d2 e da, ed anche senza alcuna particella. Lui
DENTRO DELL ARCA /asciurono racchiuso. Bocc. nov. 15.—
3604 PARTE TERZA
Che esse DENTRO DAL LORO SENO nascòso tengono. Îd.
Concl. - E DENTRO DAL MIO OVIL qual fera rugge. Petr.
son. 43.— Così DENTRO UNA NUVOLA dl fiori ...... Donna
in’ appàree sotto verde manto. D. Purg. 30.
ENTRO, usasi comunemente senza particella. Zo voglio,
che tu giaccia stanòtte ENTRO 2/ letto mio. Bocc. nov. 74.
Per altro trovasi anche con la particella. Ze notturne viòle
per le piogse: E le fere selvùgge ENTR ALLE MURA. Petr.
canz. 22.
PeR ENTRO, vale lo stesso che Entro. Drzétta salia la
via PER ENTRO ’/ sasso. D. Purg. 27.— Alfin vid'io Pea
ENTRO & hori, e l erba Pensòsa ir sì leggiàdra e bella don-
na. Petr. canz. 42. (1)
S. VI. FUORA, FUORE (2), FUORI, preposizioni
contrarie di Dentro e eniro, denotano Esclusione, separamen-
fo e distanza, e s' usano comunemente con la particella di.
Uscìr FUOR DEL PELAGO d/la riva. ec. D. Inf. 1.— Fosso
con loro FUOR DE'SOSPIR fra l'ànime beùte. Petr. son. 272.
— Come avvenìsse, che Giucomìno per alcona cagiòne da
sera FUORI DI CASA andàsse. Bocc. nov. 45. Senza particella
alcuna leggesi nel Petrarca, FUOR dutti # nostri lidi Nell'è-
sole famòse di fortùna Due fonti ha. Canz. 3A.
FUORCHE, o FUOR CHE, è preposizione eccettuativa, come:
Niuno segnàle da potere rapportare le vide , FUORCHÈ uno,
ec. Bocc. nov. 19.—ZE//e giàcen per terra iutte quante. FUOR-
cH' UNA. D. Inf. 6.— Zo non domàndo, Amòre, FuoRCcH
POIERE i/ tuo piacér gradire. 14. rim? 17.
IN FUORI, è parimente preposizione eccettuativa, come
Maòstro alcùno non si truova DA DIo IN FUORI, che ogni
cosa faccia bene. Bocce. Concl, |
S. VI. PRESSO, VICINO. Queste preposizioni indicano
Prossimità di luogo e di tempo; esse s' adoperano con le par-
ticelle a e di. Una montàgna aspra, ed erla, PRESSO ALLA
QUALE un bellissimo piano , e dilettevole sia ripòsto. Bocce.
Introd. — Ed ecco , qual suol PRESSO DEL MATTINO, Per È
grossi vapòr Marte rossìggia.D.Purg. 2.— Assai VICINO stava
ALLA TORRICELLA. Bocc. nov, 77.—VicIiNo DI SAN BRAN-
(1) Laèniro, colaèntro, quaènirò, quincèniro , ec. sono avverbj com
posti di entro e delle particelle Za, colà , qua , quinci.
(2) Fuore, è mera poetico. Or m’ hai d’ogni ripaso trallo FUORE
Petr, son. 300. Gli antichi poeti dissero eziandio fora e fore. Mostràndo
amàro duol per gli occhi FoRE. D. rim. 1. — E dicèoa a’ sospiri andate
rone. Id. rim. 10.—.Sì che bognàli di pianto, Escon Fora. Guid, Cavale
rim. ant,
| ETIMOLOGIA E SINTASSI © 365
CAZIO sfetle un buono uomo, e ricco. Id. nov. 24.— Ed an-
| dando carpòne, infin PRESSO LE DONNE di Ripole il con-
dusse. Id. nov. 79. Talvolta queste preposizioni vagliono Circa,
inorno.— La badìa avéa di réndita PRESSO A dumìla fiorìni
d'oro. Gio. Vill. 10, 54, 2. — Priégoti, che perch' ella sia
nella mia casa VICIN DI TRE MESI stata, che ella non ti
| sia men cara. Bocc. nov. 94. Presso, vale anche In come
| parazione , a fronte, al paragone. — Che PRESSO A QUE’ d’a-
mòr leggiàdri nidi, Il mio cor lasso ogni altra vista sprezza.
‘ Petr. son. 222.
$. VIILL CONTRO, CONTRA, esprimono Opposizione
; e contrarietà, e s' accompagnano volentieri con una delle due
particelle 47, o a, sebbene anche senza particella si trovino.
« Niuna altra medicìna èsser CONTRO ALLE PESTILENZE mi-
; gliore. Bocc. introd.— Finalménte ho ottenùto in Rota il man-
, dato CONTRO DI LUI, ec. Cass. lett. 27. — E si ricominciò
: guerra CONTRO GLI ARETINI. Gio. Vill. 11, 58, 3.—CONTRA
! IL GENERAL COSTUME de’ Genovesi. Bocc. nov. 8.
i SAX. APPRESSO , vale quasi lo stesso che Presso.
;« Martuccio lu ringruziò , e APPRESSO LEI alla sua casa se
i n andò. Bocc. nov. 42.—Volle , ch' io vedéssi tutte le sante
reliquie, che egli APPRESSO DI SÈ acéea. Id. nov. 60.— Prese
. per partito di volére un tempo èssere APPRESSO AD ALFONSO
re di Spagna. Id. nov. 91. Sovente vale Dopo , come : AP
| PRESSO LA MORTE. Bocc. nov. 51.—Per li lempi APPRESSU
; Nor. Gio. Vill. proem. 2.
-—_. .$. X. APPO, vale lo stesso che Appresso in tutti i suoi
significati. Quantingue APPO colòro , che discrétt erano , io
, ne fossi lodàto. Bocc. Proem.—Fu rispòsto agli ambascia-
dòri, non éssere APPO DI LORO alcàn merito. Liv. dec. 3.—
: Ordinò che colùi APPO IL QUALE fosse questo anéllo trovàto
ec. Bocc. nov. 5.
| $. XI. OLTRE, OLTRA. Queste preposizioni, la secon-
da delle quali è più del verso che della prosa, esprimendo
. aumento di luogo , di tempo, e d’ operazione , vagliono Di
più, e s'usano o con la particella @, o ‘senza particella. OL-
TRE A QUELLO, che V. M. Cristianìssima suol fare per sua
bontà. Cass. lett. 13. — Canzòne , OLTRA QUELL' ALPE Lù,
dove "I ciel è più seréno e lieto, ec. Petr. canz. 30. Talora
vaglion Sopra. D. Inf. 7. — Nov. ant. 34.—Petr. son. 243.
Vagliono anche Fuori. Bocce. gior. 4, prin.— Varch. stor. 10,
$. XiI. INTORNO, significa Circonferenza vicina. e ado-
prasi per lo più con la particella 2, ma si trova pure con de
deo
365 PARTE TERZA
e da, ed anche senza particella alcuna, come: InTORNO
A'piedi. Bocc. nov. 77.—INTORNO DELLA ferra. Petr. canz. 3.
INTORNO DI cinque cose. Cresc. 1, 1.— Cerca, mìsera, INTORNO
DALLE PRODE le tue marìne. D.Purg.6.—INnTORNO sè. Id. conv.
45. Talora significa Quantità incerta e indeterminata, cioè Poco
più,o poco meno.Dellagran guerra ancòr membòria porto, La
qual durò INTORNO DI TRENT'ANNI. Dittam. 1, 29.— Puosst
seminàre (il moro) ne temperàti luoghi del mese di Marzo, e IN-
TORNO LA FINE di Febbrajo. Cresce. 5, 14. |
CIRCA , vale lo stesso che Intorno , in ambo i siguifi-
cati. D. Par. 2.—1d. ivi. 22.—Matt. Vill. 11, 4.—Cresc. 1, 3.
S. XIII_L ECCETTO, SALVO, TRATTONE*‘, TOL-
TONE (3), preposizioni eccettuative. n questo consiste la
palma degli scriltori, EccETTO 1 nipascaLici. Cass. lett. 75.
— Lasciàndo al capitano ragazzàglia, e vile gente, ECCETTO
ALQUANTI ITALIANI. Fil. Vill. 11, 69.—Zteero ordine, e di-
creto , che ciascuno potesse uscire di bando, SALVO QUELLI
delle case eccettàte per Ghibellini. Gio. Vill. 9, SIT, A —
Che ‘1 mio d'ogni liquòr sosténe inòpia , SALVO DI QUEL,
che lagrimàndo stillo. Petr. son. 20.—In lui (Dio) perfetta-
ménte sono tutte le creatùre, TRATTONE I DIFETTI. Fr.
Giord. 226.
S. XIV. ACCANTO, ALLATO , o A LATO , prepo-
sizioni indicanti Prossimità dalla parte del fianco.—Duìno ca-
stéllo, ACCANTO IL MARE POSTO, si rendé. Bemb. stor. 7,90.
— Canzòn,qui vedi un tempio ACCANTO AL MARE. Id. rim. 149.
— ALLATO ALLA CAMERA, nella quale giaceca la donna.
Bocc. nov. 24. A/làto, vale anche In comparazione, come:
ALLATO ALLE QUALI gli spenti carboni si dirieno bianchi
da' risuardànti. Amet. 17. — Ogni angélica vista, ogni aflo
umìle ec. Fora uno sdegno A LATO A QUEL, ch i0 dico.
Petr. son. 98.
S. XV. LUNGO, esprime Vicinanza pel verso della lun-
ghezza.— Quando incontràmmo d'ànime una schiera, Che ve-
nìa LUNGO L’ ARGINE. D. Inf. 15. — Così LUNGO L' AMATE
rive andùi. Petr. Canz. 4. — Conciofossecosache la sus ca-
mera fosse LUNGO LA VIA. Bocc. nov. 68. Leggesi anche m
compagnia delle particelle a, e di. Sempre parlàndo, LUNGO
ALLA MARINA Andàmmo cc. Dittam. 3, 14.— E quale Isme-
no già vide, ed Asòpo Lunco pi SÈ di notte furia, e calca.
D. Purg. 18.
(3) Queste voci non sono che participj passati de’ verbi Eecettuare ,
saloàre, togliere , e trarre; ccoèlto e salco , sono sincopi di cesellualo €
salvalo.
pere ente eni
202 eve rt 0 i Sri —
l
tarata .. E a
ETIMOLOGIA E SINTASSI 567
%. XVI. RASENTE, preposizione che, del pari che la
precedente, esprime Vicinanza, ma in modo che la cosa
tocchi quella che le è allato, come: Quas: RASENTE TERRA
velocìssimi più, che dura alcùna, correvano i lor cavàll.
Fiamm. 4.— Avéndo consideràto, che questa buona donna,
ec. mettéa la pèntola RASENTE A QUEL MURO. Fr. Sacc.
nov. 192. Zncominciò a congelàrsi RASENTE IL VETRO.
Sagg. nat. esp. 162.0
S. XVII. MEDIANTE, dinota Col mezzo di, con l'aju-
to di, per mezzo di, per ajuto di—Iddio mandò questo giu-
i dìcio MEDIANTE IL CORSO del cielo. Gio. Vill. 11, 2, 24.—I/
quale moto disordinàlo, MEDIANTE I NERVI maggiori attac-
càli a' mìnimi, si comùnica al cervèllo. Red. Cons. 2, 15.
Vale anche Zra, nel mezzo, —Infino a questo luogo, MEDIAN-
° TE MOLTI AVVERSI CASI, l'ho seguìta. Bocc. Filoc. 6.
S. XVII. SECONDO, GIUSTA, GIUSTO, significano
Conformità, e vagliono Di conforme, per quanto.— Essi furono,
SECONDO IL COMANDAMENTO DEL RE, menàti in Palermo.
Bocc. nov. 46.— Seguendo GIUSTA LOR POSSA ogni atto di
' guerra. Matt. Vill. 11, 45.—// tiranno, GIUSTO IL COSTUME
° de' tirànni, ci prestò l orécchie. Id. 10, 24. SECONDO, leggesi
talvolta nel significato di Per. Era ben vestita, e SECONDO
SUA PARI, assài costumàta, e ben parlànte. Bocc. ‘nov. 85.
‘ — E quivi, SECONDO CENA SPROVVEDUTA, furono assùi bene,
+ e ordinatamente serviti. Id. nov. 99.
CAPITOLO VII.
DELLA CONGIUNZIONE
SETTINA PARTE DEL DI SCORSO.
Vedi Sez. I, S. VIIL
8. I. Ragionando nella prima Sezione sopra le parti del
discorso in generale, dimosirammo ($. VII) i segni, detti
Congiunzioni, essere stati introdotti nel discorso,al solo fine
di servir quasi come per legami tra più obbietti, più qualità,
e operazioni, più condizioni, e relazioni; ma ivi veder facem-
mo nello stesso tempo, che tutte le voci da' grammatici appel-
late Congiunzioni, non sono tali propriamente, e che perciò
la definizione data di questa parte del discorso dagli stessi
grammatici, non è adeguata se non se a pochissime tra quelle,
non essendo e alire che meri avverb).
$. II. Le congiunzioni servono per unire non che i nomi,
568 PARTE TERZA
gli addiettivi, ed 1 verbi, ma anche le proposizioni intere, cioè
una proposizione assoluta ad una relativa, o una relativa ad
una subordinata; lo che ognuno di leggieri comprenderà, ove
abbia ancor presente quel che da noi altrove s' espose sulle
. diverse qualità delle proposizioni, delle quali altre si dicono
assolute, o indipendenti; altre relative, o incidenti, perchè alle
assolute riferisconsi, o da esse sono dipendenti, altre finalmente
subordinate perchè dalle relative dipendono.
$. III. Le congiunzioni che più importa di conoscere, so-
no quelle la cui funzione è di unire le proposizioni subor-
dinate. a quelle dalle quali dipendono; quindi noi le distin-
gueremo giusta le facoltà che ad esse attribuisconsi nel discorso.
Del rimanente rimandiamo il lettore al III capitolo della VI
sezione di questa grammatica, ove il parlare delle varie com-
binazioni che esigono l' uso del modo soggiuntivo, ne porse
naturalmente occasione di motivare le molte congiunzioni che
di necessità vogliono il verbo della proposizione nel soggiun-
tivo, ed altre che mandano il’ verbo indifferentemente o al
soggiuntivo, o all’ indicativo; laonde ci crediamo dispensati
dal far qui ulterior parola di quelle congiunzioni, se non solo
per noverarle ognuna nella classe a cui appartiene. Le con-
giunzioni adunque possono dividersi in:
$. IV. COPULATIVE, delle quali non ve n' ha che
una propriamente detta, cioè E (1), il cui uso è da ognuno
tanto conosciuto che stimiamo superfluo il dirne altro se non
che essa talora innanzi a ciascuna parola si replica, non di
necessità, ma per vaghezza. ZL’ acque pàrlan d' Amòre, E l'ora
E i rami, E gli augelletti, x i pesci È è fiori E l'erba; Tut-
tr insiéme pregàndo ch' î sempr' ami. Petr. son. 259. All op-
posio tavolta innanzi a tutte le parole, fuorchè all’ ultima, si
sottintende. Z/or, frondi, erbe, ombre, antri, onde, aure soù-
vi, Valli chiuse, alti colli © piagge aprìche. Id. son. 252. (2)
(1) A questa congiuazione, per maggior pienezza di suono , si suale
aggiungere la consonante d, ove la seguente voce cominci dalla vocale e,
lo che pur talora fassi innanzi le altre vocali. Il Boccaccio , e forse qual-
‘che altro autore ad imitazione di lui, in simili incontri adopera sovente
la latina congiunzione ef; uso che in oggi a nissuno cadrà nella mente
d'imitare, Poichè tu vuogli , che io più avanti ancora dica, ET io il dirò.
Bocc. nov. 19.— E quando ella si sarèbbe voluta dormire, ec. ET egli le
raccontàva la vita di Cristo. Id. nov. 24.
(2) Stranissimo è l’ uso che gli antichi talvolta facevano di questa
congiunzione, in modo che sovente al contesto solo conoscesi in qual senso
molti l'abbiamo adoperata, imperciocchè leggesi per ANZI: L'uomo santo,
quando si parte di questa vita, allorachè tu credi ch? e' muoja, ED e’ nasce.
‘Fr. Giord. 67. Per ANcHE: Se tu di ch' hai fede mostrato per opèra: che
ETIMOLOGIA E SINTASSI _ 369
S. V. SOGGIUNTIVE. La particella CHE si può dire
esser l' unica congiunzione soggiuntiva, imperciocchè essa o
sola, o incorporata con altra particella, ed in ispecie quando
è dipendente da un verbo, manda, più di qualsisìa altra con-
. giunzione, il verbo al modo soggiuntivo, lo che abbondante-
mente è provato dall’ uso, e negli autori, e nel conversar fa-
. migliare di tuttodì, |
GHE, sovente dipende da un avverbio. Questo òrrido co-
minciaménto vi fia non ALTRAMENTI, CHE a'camminànti una
montagna aspra, ed erta. Bocc. Introd. — Se essi mi parràn-
| no TALI, CHE zo possa ec. comprendere, che la vostra fede sia
| migliore. Id. nov. 2.— Bizzàrra, spiacévole e ritròsa, INTANTO
CHE a senno di niùna persòna voleva fare. Id. nov. 87.
CHE, preceduto dalla negativa non, è sovente congiunzio-
‘ne diminutiva di numero, e di quantità. Come diàvol NON
‘ hanno, caE una coscia, e una gamba? Bocc. nov. 54. —
: NoN acéva l'oste, caE una cameretta assài pìccola. Id. nov.
: 86.— Carlo il Calvo ec. NON regnò, cHE 21 mese. Gio. Vill.
9 b) . Ù
CHE, leggesi sovente in forza di altra congiunzione, com-
‘| posta di esso. Cominciò a riguardàre, se d’ attòrno alcùno ri-
cello st vedésse, dove la notte potésse stare, CHE (acciocchè, o
afinchè) non si morìsse di freddo. Bocc. nov. 12. — Preso il
: suo arco, e la sua spada, CHE (imperocchè) altre arme non
‘ aveva ec. Id. nov. 93.—Poich' e' vide la sua donna ferita,
i non dimìse mai quell’ Arùnno, cune (infiochè) l' uccise. Fior.
Ital — Due topi...rodéeano la radice dell àrboro...e avèanla
ia no |
| 814 iutta rosa, CHE (sicchè, tanto che) non avea se non a
. tompere. Stor. Barl. 357.—£ così non restétte mai il cavallo,
| CHE (finchè) giunse alla Tinta, dov' era il suo albergo. Fr.
Sacch. nov. 64.— Zuogli ch'io ti prédichi tanto di lungi, CR’
(mentre che) hai tanti predicatòri così presso ? Don Gio. del-.
se lu non hai l’ opera , E le demònia hanno fede. Id. 198. Per ALLORA :
Quando io credo che iu ingràssi, E tu dimàgheri. Fr. Sacch. nov. 112.
ef BENCHÈ , col verbo nel modo soggiuntivo : Quando in più libri trove-
Femo due, o più lezioni, E sìan tuite buone ; ci appiglierèémo sempre ec.
@ quella de’ più antichi. Dep. Decam. 73. In luogo di PERCIÒ: Ma poichè
egli v aggrada ec. ET io il farò volentieri. Bocc. nov. 61. In forza di A
PATTO : La ecci di quelli, che n’ andrèbbono volentieri di qui a S. Jacopo,
ED e' non fossero lenùti di confessàrsi. Fr. Giord. 220. Talvolta pare che
dopo la particella siavi sottinteso 1’ avverbio Ecco : Com’ io tenèa levate
în lor le ciglia, Ep un serpènie con sei piè si lancia ec. D. Inf. 25. —
Così conformemènie andàoa la della croce dinànzi alla faccia di Santo
ua, che quando egli restàoa , ED ella restava, e quando egli an-
va , ED ella andàva. Fior. S. Frane. 124.
Gramm. Ital. 48
370 ‘PARTE TERZA
le Cell. lett. ®1.— Come mi potrò to partìre da costòro, CRE
(senza che) '/ cuore non mi si fenda? Vit. S. Gio. Bat. 216.
CHÙEe, alla maniera dei Latini, talora si sopprime, metten-
dosi il susseguente verbo all' infinito, e cambiandosi il subbiet-
to in obbietto diretto. Per tutto dicéndo SÈ il pallafréno e’ pan-
ni avîr vinto all’'Angiuliéeri ( in vece di Per tuito dicendo
CHE EGLI :/ pallafreno ec. AVEA vinto). Bocc. nov. 84. —
Che la guardia e 'l govèrno al conte significàssero LEI AVER-
GLI càcua, ed espedita, lasciàta la possessione (in vece di
Che ec. al conte significassero CHE ELLA gli avea ec.). Id.
nov. 49. Co' verbi temere, dubitare, suspicare e simili, soppri-
mesi talvolta il che, usandosi in vece la negativa no, o non,
(che in tal caso è il ne de' Latini) col susseguente verbo, nel
modo soggiuntivo. Li due i dubitàvan forte, NON ser
Ciappellétto glingannàsse. Bocc. nov. 1.—TEMENDO NO ’/
mio dir GLi FUSSE grave. D. Inf. 3.— Ch' io TEMO, lasso,
no ’ soverchio affànno Distrùgga ’l cor, che ec. Petr. son.
84. Sicuràno vedéndol rìdere, SUSPICO' NON costui in alcùn
atto l AVESSE raffiguràto. Bocc. nov. 19. — Paréndogli olire
modo più bella che 7 altre n. ec. DUBITAVA NUN FUS-
sE alcùna Dea. Id. nov. 41 I
Talvolta CHE, vale Parte, o tra. Donòlle CHE in gioje
e CHE in vasellaménti d' oro , ec. e CHE in danàri quello,
ec. Bocc. nov. 19.— Era a guardàre i passi con più di tre-
Dio cavalieri, car Tedeschi, e cue Lombàrdi. Gio. Vill
,4, 5.
$. VI. ALTERNATIVE, che sono O (3), ovvERO, od
O VERO, OPPURE, O PURE, OSSIA, O VERAMENTE , SE NON
come: Questo o quello; vero o falso; la pace o la guerra;
vincere o morìre ec. O, talvolta si replica. Che mi consìgli tu
ch' to faccia? © che io entri nella religione, 0 che io mi stia
nel secolo? Fior. S. Franc. 189. |
$. VII. NEGATIVE, che sono: NÈ (4), \EMMENO, NEPPU-
RE o NE PURE, NEANCHE, NEMMANCO.
(3) O, innanzi ad una susseguente vocale, riceve la consonante 4.
Miserère di me , gridài a lui, Qual che tu sii, 0D ombra, OD uomo certo.
D. Inf. 1. — E non mi stanca primo sonno, oD alba. Petr. canz. 3. —
Senza for motio ad amìco , 0D a parènte ec. Bocc. nov. 27.
(4) Anche questa particella , si come altre simili, si trova talvolta
con l’aggiunta della consonante d, dicendosi red per sostegno della pro-
nunziìa. Peir. son. 138. — Gio. Vill. 12, 80, 1. Alle volte il nè ha forza
di negare anche un’antecedernte cosa, quantunque questa non abbia seco
alcun segno di negazione. Mi disposi a non volèr più la dimestichèzza di
lui, e per non avèrne cagione, SUA LETTERA, NÈ SUA AMBASCIATA pri colli
ristoere. Bocc. nov. 27. — IN FAENZA NÈ IN FuRLÌì gli era riràso amico.
ETIMOLOGIA E SINTASSI 571
NÈ, in principio di locuzione, vale lo stesso che Von.
NÉ prima esse agli occhi còrsero dt costoro, che costoro fù-
rono da esse veduti. Bocc. Introd.—NÈ oltre a due piccole mi-
glia st dilungirono du essa. Id. ivi.
NE, non è propriamente congiunzione se non quando,
nella significanza di e non, serve ad unire due parole o du-
proposizioni, l' una delle quali, o la prima o la seconda, sia
già di per sè negativa, come: Mon mangia né beve; non vo-
glio cederlo né sentirlo. —NÈ più sommo di lui nelle nostre ar
li, NÈ di maggiòre fama alcùno oggi risuòna ne' nostri re-
gni. Amet. 59.—Zeggiadria, NÈ beltàde Tanta NON vide il
sol, credo giammùài. Petr. canz. 44.— NÈ /' un, NÈ. l altro
gia paréa quel, ch' era. D.H4nf. 25.—Zo NON cerci NÈ con
ingegno, NÈ con fràude d' impòrre alcùna màcula all’ onestà,
e alla chiarezza del vostro sangue. Bocc. nov. 98.
NÈ, talora si replica innanzi a più parole che si seguo-
no. Orso, e’ non fùron mai fiumi, NÈ stagni, NÈ mare, ove
ogni rivo si disgòombra; NÈ di muro, o di poggio, o di ra-
mo ombra; NÈ nebbia che *l ciel copra, e ‘1 mondo bagni; NÈ
altro impediménto, ond' io mi lagni. Petr. son. 30. (5)
$. VUI. AVVERSATIVE, cioè quelle che esprimono
la contrarietà che passa fra due preposizioni, come: ma (86),
; non già, per altro, beasì, però, benché, sebbene, quantunque,
e 1.,
| ancorché, comechè, avvegnachè, tuttoché, contultochè, pure,
nondimeno, tuttavulta, contultociò, ciò non ostante, ciò non di
meno, ciò non per tanto.
Nov. ant. 16. — Comandolle , che Più’ PAROLE NÈ ROMOR facèsse. Bomb.
pros. 3.
(5) Nè, sta talvolta in vece della congiunzione alternativa O. De?
più sanlo , che mai fosse ;} NÈ mai sarà , cioè il mio Signore Gesù Cristo.
Fior. S. Franc. 190.—Prima ch’ î iruovi in ciò pace, NÈ tregua. Petr.
son. 44.— Anzi la voce al mio nome rischiàri, Se gli occhi suoi ti fur dolci,
NÈ cari. Id. canz. 4o. All’ opposto leggesi talvolta la congiunzione alter-
nativa o, ia vece della negativa nè. NÈ mi vale spronàrlo, o dargli volla .
Petr. son. 6.— NÈ di muro, o di poggio, o di ramo ombra. Id. son. 30,
(6) Da qualche esempio degli antichi può presumersi che la particella
ma originariamente significasse più , in senso diminutivo di numero , e
provenisse dal latino magis. É non avèa MA ch’ un’ orècchia sola. D.
Inf. 23.—Ur cui chiami tu Iddio? egli non è MA che uno. Nov. ant. 78.
— Non avèr menàlo MA che due legioni. Volgar. di Vegez. Leggesi anche
in senso di fuorchè, salvo che, eccetto che: I vedèa lei, MA non vedèva
tre essa MA che le bolle, che 1 bollor lecdou ec. D. Inf. a:. In compagnia
di. pure, però, non di meno, tutlavia ec. par che sia anzi di ripieno che
di signitficanza. Incominciò a prènder malinconia, MA PURE aspettàva ec.
Bocc. nov. 7.— Ma PERò di levarsi era niente. D. Inf. 22.— Di que’ di
Castritceso ne furon morti assai; MA. non PERÒ presi. Gio. Vill. 9g, 305, i.
-
72 PARTE TERZA
MA, come correlativo di non solo, non solamente, non
che, è particella accrescitiva, significando aumento alle cose
precedenti. NON SOLAMENTE che egli a peggio dovère operà-
re procedesse, MA di ciò che fatto avea, gl' increbbe. Bocc.
nov. 45.—I/ cino, NON soLo conforta il naturàl calòre, MA
ancòra chiarìfica il sangue torbido. Cresce. 4,48, 2.—-A voi sta
bene di così fatte cose, NON CRE gli amici, MA gli stranièri
di ripigliàre. Bocc. nov. 23.— Ogni sperànza perdè NON CHE
«di doverla mai riavere, MA pur vedere. Id. nov. 46.
S. IX. CONDIZONALI o SOSPENSIVE, che sono
SE (7), SE MAI, PURCHÈ, A CONDIZIONE CHE, CASO CHE,
DATO GQHE, POSTO CHE, SUPPOSTO CHE, SI VERAMENTE
CHE, ec.
SE, talvolta indica Dubbio. Mon so SE a vor quello se ne
parrà che a me ne parrébbe. Bocce. Inirod.—E s' io divénni
allòra travagliàto, La gente grossa il pensi. D. Inf. 54.—A
cui non so S' al mondo mai par visse. Petr. son. 154. (8)
$. X. AGGIUNTIVE, sono quelle che si adoprano per
esprimere aggiungimento di alcuna cosa a quelle già dette,
tali sono: Anche, anco, pur anche, ancora, pure, eziandio,
altresì, di più, in oltre, oliracciò, anzi.
S. XI. ECCETTUATIVE, che sono: Salvo che, eccetto
che, fuorché, se non che.
S$. XII DICHIARATIVE, cioè quelle che servono a di-
chiarare o a schiarire, le cose dette antecedentemente, tali sono:
Cioe, cioè a dire, vale a dire, ben sai, ben sapete.
$. XHI. COMPARATIVE, diconsi quelle particelle che
esprimono la simiglianza, o la proporzione, certa o probabi-
(7) Siccome tuttora suol farsi colle particelle a, e, 0, innanzi a pa
rola che cominci vocale, così gli antichi facevan talvolta con la con-
giunzione se, aggiungendovi la consonante d. Ordinò , che a lui non ve-
ris e persona, SED egli non mandasse per lui. Cronichett. d’ Amar.
— Aspettiamo il Maèsiro, e sappiàùmo SED egli vuole, che cosìe si faccia.
Vit. S. Mar. Mad. 39.
(8) Se, non di rado trovasi usato dagli antichi in principio di quelle
locuzioni che esprimono un qualche desiderio: e vogliono i comentatori
che in tali incontri questa congiunzione abbia la forza di così. SE m'aùti
Iddio , disse il cavalière , io il vi credo. Bocc. nov. 39. — SE io non sia
svisala, Piànger farolle amara tal folta. Id. canz. 10. — Or dimnui, sE
colu’ in pace vi guide (E mostrai'l duca lor) che coppia è questa? Petr.
Tv. d? Am. cap. 2. Leggesi anche in senso comparativo in vece di come,
avendo per correlativa la particella così. SE hanno perseguilàlo me, così
perseguiterànno voî. Cavalc. Med. cuor. 159.—-SE l' oro pùrgasi e pruòvasi
nl fuoco, e raffinasi, e così, ec. è per la infermità del corpo. Vit.
SS. PP. 2, 162. Se, talvolta ha forza di benchè , ancorchè, quantunque,
e simili. Si dispose , SE morir ne dovesse, di parlàrle esso stesso. Bocce.
nov. 38.
ETIMOLOGIA K SINTASSI 575
le, tra due cose; tali sono: Così, come, siccome, 0 sì come,
tanto, quanto, in modo che, in maniera che, in guisa che,
nello stesso modo che, nella stessa mantera che.
$. XIV. ELETTIVE, che sono: Piuttosto, più presto,
meglio, prima, anzi, innanzi; le quali particelle hanno per
correlativo che e indicano fl elezione di una cosa in confron-
to di un altra, o la preferenza di una cosa ad un' altra.
$. XV. CAUSALI, quelle che servono ad esprimere la
cagione di una cosa, cioè che s'interpongono tra la cosa che
si ha a provare e le.ragioni che, per provarla, si adducono ;
tali congiunzioni sono le seguenti: Perché, poiché, posciachè,
perocché, perciocchè, imperocchè, iii , conciassiaché,
conciofosseché, conciossiacosachéè, conciofossecosachè, stante
che, mentre che, mercè che.
$. XVL CONCLUSIVE, sono quelle, che, data la ragio-
ne delle cose, ne indicano la conseguenza, tali sono: dunque,
adunque, per tanto, perciò, però, imperò, onde, laonde, quin-
di, sicchè, cosicché, per lo che, per la qual cosa, talchè, tan-
to che, per tanto, intantochè, dimodoché, dimanierachè.
CAPITOLO VIII.
DELL’ INTERIEZIONE. (8.8 PARTE DEL DISCORSO.)
. $. I. Le voci che comunemente s’ intendono per Infe-
riezioni, fu già detto (Sez. I, $. VIII) non essere che le
grida, o le emissioni di voce naturali dell'uomo nel suo lin-
guaggio primitivo, in quello cioè della natura istessa, e del
quale le lingue esistenti, altro non sono che traduzioni in
parole articolate ed arbitrarie; imperocchè l' uomo, spinto
dal bisogno di esprimersi, e non sapendo dare lo sviluppo
necessario a' suoi pensamenti, imitava la natura gridando A#,
per esprimere una qualche viva commozione d' animo sia di
dolore, sia di disperazione, sia dirammarico, ec. che provava.
4h adunque vale una preposizione intera, cioè Zo soffro.
Dicasi lo stesso di tutte quelle voci che si dicono Znierie-
zioni, e che noi qui in ordine alfabetico andremo enumerando.
S. IL AH, AHI; segni di dolore, di sdegno, d' ira, ec.
H s' 40 ti posso avére nelle mani! spero, che te ne farò
pentîre. Zibald. Andr.—Noi andavàm con gli dieci Demònj,
AH fiera com agnia ! D. Inf. 22.—AHI Pisa, vituperio delle
genti, Del bel aése là, dove "1 sì suona! Id. ivi. 55.—AHI
serva Italia, di dolòre ostello! Id. Purg. 6G.—-AHI, morte ria,
come a schiantàr se’ presta Il frutto di moll'anni in sì po-
574 PARTE TERZA
che ore! Petr. son. 276. AHI, leggesi anche come segno di
allegrezza, di maraviglia, di desiderio, di preghiera, e di rac-
comandarsi: AHI che gi0jòso gàudio, e che gaudiòsa gija
in amoròst {ulti spiritcàli cuori! Guitt. lett. 13.—AHI che
mirabile, e che magna mutaziòne graziòsa! Id. ivi.-AH
quanto mi paréa pien di disdégno! D. Inf. 9.—AHnI, cruda
morle, come dolce fora Il colpo tuo, se spento un degli aman-
ti, Così l' altro ec.! Buoa. rim. 40.—ARI, mercé per Dio,
non voler divenìr micidiàle di chi mai non t offése. Box.
nov. 19. : . , ;
S$. III AHIME, o AIME, segno di dolore e di com-
passione: AHInE che piaghe vidi ne' lor membri. D. Inf. 16.
Fra le voci uhé e me vi si frappone talvolta l' addiettvo
lusso, dicendosi: Ahi lasso me; ahi lassa ine. Boce. nov. 1ò,
—nov. £6.—nov. 95.
S. IV. BLATO ME! BEATO TE! eec., o ME BEATO!
TE BEATO! sono espessioni denotanti Felicità, con'entezza,
cc. O ME BEATO sopra gli altri amànti! Petr. canz. 17. .
S. V. Di.H, interiezione deprecativa ed esortativa, cioe
che s'adopera ini pregaudo ed in esortando, ma per lo più interro-
gativamente, DEL amico mio, perchè vuo'tu entràre in questa fa
tica? Bucc. nov. 2.—DEH perché vai? DEH perché non tar
resti? D. Purg. 5. —DEH non rinnovellàr quel che n' ancìb.
Petr. son. 232.—DEH /ascia l'‘ira tua, e perdònami omai.
Bocc. nov. 77. Talvolta è semplicem. esclamativa: DEE p#
chè non prendo io del piacére, quando io ne possa avere:
Bocc. nov. 4.—DEH quanto mal fecî a non avér misericòrde
del Zima mio! Id. nov. 25.
DOH, segno di cordoglio: DoR sventuràto, che Dio
dia gramizza, non vedestù lume iersera ? Fr. Sacch. nov. È.
.$. VI EH, è segno di lamento. Teseid. 5, 63.
EHI, vale lo stesso che A%7, ed è anche espressione
«' indignazione: EHI messére, che è ciù che voi fate ? Bocce. .
nov. 69.
EIA, è voce latina che, nel Boccaccio ed in altri anti
chi, trovasi talvolta adoperata in segno’ di gridare: Era l4
. landrìno, che vuol dir questo ? Bocc. nov. 78. Eta questo
é pure il più bel Frodo, che si vedésse mai. Fr. Sach
nov. 146.
$- VIL GUAI (plurale di guaio che vale, Danno, di |
sgraziu), è espressione minaccevole. Gridàndo: GUAI 4 #0!
ànime prave. D. Inf. 3.—GUAI al earn il quale va pe
due vie! Mor. S. Greg. 1, 10. Talvolta è espressione di i
n
ETIMOLOGIA E SINTASSI — 375
| lore, dicendosi Guai a me, guai a noi, che vagliono Mise-
ro me, miseri noi.
GUARDA! Voce dell’ uso, adoperata in segno di di-
rezzo.
$. VIII LASSO! (sincope di /assato, participio di Jas-
‘ sare), è espressione di dolore, e vale Misero, ci me-
schino.— Quante lagrime, LASSO, e quanti versi Ho già spar-
#! Petr. canz. 38.—LASSA ME, dolente me, in che mal
ora nacqui! Bocc. nov. 62.—Ma di che debbo lamentàr-
mi, AHI LASSA, fuorché del mio desìre trrazionàle? Ar.
Fur. 52, 21.
$.1X. 0O,OH. Queste due interiezioni servono all’ espressio-
. nedì molti e var} affetti. £.° D'ammirazione: OH Zberalità di
: Natan, quanto se' tu maravigliòsa ! Bocc. nov. 93.—2° Di
soverchia giopa: O Calandrìno mio dolce, cuor del corpo mio,
: ànima mia. Id. nov. 85.—3.° Di magnificare: O groja, o inef-
nl
fi)
fabile allegrezza! O vita intera d' amòre, e di pace. D. Par.
27.40 D'eccesso di desiderio: O che delle scorpacciàle, che
. fo me ne piglierei. Firenz. nov. 4.—-5.° Di dolore: O quanti
;
i
i)
r
i gran palùgi ec. rimàsero voti, o quante memoràbili schiat-
te ec. st w?dero senza successòr debito rémanere! Bocce. latrod.
6° Di sospetto: O in che paùra istacàmo, e chente cuore era
il nostro! Vit. SS. PP. 2, 3500.—7.° Di sbigottimento: OH, voi
mi avéte fatto sbigotiîre a raccontàre tante misùre. Firenz.
s Dial 367.—8. D'invocazione: £ disse all''Angelo : O, ajutami,
che ’1 fuoco mi s'appressa. Vit. SS. PP. 2, 575.—9.° Di spa-
. ventare: Gridò: vB OH; per lo qual grido le gru ec. comi-
ciàrono a fuggire. Bocc. nov. D4.—10 Di semplice sclamazio-
ne: O felîici anime, alle quali in un medesimo dì addivén-
i ne il fervente amòre, e la mortàl vita terminàre. Id. nov. 57.
HI, od QI, voce che si manda fuori per indicare so-
‘verchio dolore. Ol Zasso, che tutt’ or disio, ed amo Quella,
che lo meo beni punto non ama. D. Majan. 75. — 01 cieco!
le ! OI malto! OHI quanto se’ infermo! Arrigh. 46,
€ 2. x x ° i |
S. X. OHIMK, OIME, OME, queste interiezioni che, com-
poste da oz, e me vagliono Misero me, povero me, dolente me
ec., esprimono afflizione sì d’ animo, che per corporal doglia.
Orme, anima mià ajùtami che to muojo! Bocc. nov. 36.
— OIMÈ, /erra è fatto il suo del viso! Petr. canz. 40. Tal
volta è anche espressione d’ orrore, d° indignazione e simili:
Olmè, ocIMÈ, che male è questo, che la furia, ed ebbrezza
del peccato dà tanta fortezza a' rei? Cavalc. Med. cuor.
376 PARTE TERZA
OIBO', interiezione di disprezzo e di nausea, e sovente an-
che di semphice negazione: Ma porco! oTB0'/! questo cenciàc-
cio allezza. Malm. 11, 25. — Come tormento? Viso"! s' io
ci ho diletto. Id. 8, 67. — Cacciatòr sì; per vostra preda no;
Dio ce ne, guardi, orso"! Buon. Fier. 1, 5, 11.
OISE, OI TE, od OITU'; interiezioni che vaglion lo
stesso che Ozmeé, riferendosi per altro 052 alla terza persona, ed
oi fe od cità alla seconda; Olse', dolente sé, che il porco gli
era stato imbolàto. Bocc. nov. 76.— Ol TE, Aquino, che non
ne dovete avére più de’ Vescovi. Dial. S. Greg. 3, 8. — Ottu'
Gerusalemme! se tu conoscessi il pericolo ec., tu piangerèsti
con esso meco. Vit. Crist. P. N.
OLA',interiezione usatà per chiamare: OLA’, garzòn, non
dstàr più a disàgio, Tòrnatene a bottéga colla bolgia. Ambr.
Bern. 5, 2.— Zo me n' andùi in capo di scala per chiamùr
T oste: OLA’, dove se’? Fir. As. 22.
$. XI POFFARE IL CIELO, POFFARE IL MONDO.
Interiezioni, che dinotano maraviglia. POFFARE ’L CIELO, co-
m' ella sta in tuono! Comele voci ella sa ben portàre! Buon.
Tahnc. 1, 4. |
PUH, o PU, voce d’ avversione o d'abborrimento di cosa
fetente: Pù! /a puzza. Buon. Fier. 4, 2, 5.
‘— $. XII. Tra le interiezioni si noverano pure alcune voci che
formano una proposizione intera, quantunque di per sè non
‘esprimano niun affetto: tali sono 7, zio, piano, cheto, che
s' usano per dare in sulla voce; e le seguenti: Orsà, su, via,
si via, animo ec. che servono per Far animo, incoraggiare,
eccitare, ec. OnSU', giòvani, assalttàmo virilmente, e con al
ligra fronte questi dormigliòni, Fir. As. 68.
VIA, usasi anche per Discacciare: VIA, che Dio cz met-
ta in mal anno, rea femmina. Bocc. nov. 67.— VIA co-
stà con gli altri cani. D. Inf. 8.— Via /adri, VIA poltròni,
VIA col diàvolo. Ar. Len. 4, 7. E talvolta per affrettare: VIA
‘avànti; qui non bisògnano al presénte questi preghi. Filoc. 2.
SEZIONE OTTAVA
DELLA COSTRUZIONE E DELLE FICURE GRAMMATICALI.
— EG
CAPITOLO PRIMO
DELLA COSTRUZIONE.
S. I. Abbiamo due modi di costruire il discorso, vale a
dire, di disporre le parole nel discorso: naturalmente e artifi-
cralmente. Nel primo modo la costruzione è qualificata diret-
ta o regolare; nel secondo inversa, o figurata.
Nella costruzione diretta, la disposizione delle parole
segue l’ ordine naturale delle idee nostre, prescritto dalla
grammatica (veggasi Parte terza, Sez. II, Cap. V, $. IV; e Sez.
III, Cap. II, $$. I, II, IH, IV). La costruzione inversa 0 f-
gurata, allontanandosi in gran parte da quell’ ordine, non
prende norma che dall’ armonia, o dalla maggiore o minor
forza che vogliasi dare all'espressioni, secondo che il soggetto,
che si tratta, richiede uno stile più o meno sostenuto.
S. II. Per l'intelligenza delle due nominate costruzioni,
. gioverà sovvenirsi che ogni concetto esprimesi da un’ aggre-
gazione di diverse parole; e che tale aggregazione rappresenta
il giudizio della mente, per lo quale questa discerne le rela-
zioni fra gli obbietti, posti a fronte l’ uno dell’ altro. Ogni
aggregazione di parole, formanti un concetto, è detta propo-
sizione, e ogni proposizione deve necessariamente consistere
in tre termini, chiamati subbietto, copula, e attributo, 0, par-
lando grammaticalmente, nome, verbo, e addiettivo, come:
Cielo è sereno; Guerra è nociva.
La copula, che, come si vede, sta nel verbo sostantivo
essere, e che è chiamata così, perchè quasi leghi l' at-
tributo al subbietto, può unirsi in un sol termine all'attribu-
to, forinando insieme un verbo addiettivo, e allora la propo-
sizione, quantunque, non ostante una tale unione, in realtà
sia composta di tre termini, apparentemente però componesi
solamente di due, come: Sole risplende, che vale quanto Sole
è risplendente. Acciocchè lo studioso bene intenda tali cose,
lo mandiamo a rileggere con attenzione il primo Capitolo
della quinta Sez., ed in ispecie i paragrafi I, II, III, e le
sottoposte annotazioni.
S. III. La costruzione diretta in altro adunque non con-
giste, che nel lasciare i termini di qualsivoglia proposizione,
ognuno nel suo posto, facendo passare ciascuno per le sue
Gramm. Ital. 49
3578 PARTE TERZA
varietà grammaticali, é aggiungendo a ciascund tuelle particelle
che esprimono i var) accidenti a cui va sottoposto nel discorso,
e le quali da noi del corso di questa grammatica, ognuno a
suo luogo sono state esposte. Ma l’uso continuo della costru-
zione diretta, tedio recherebbe anzichè diletto, rendendo il di-
scorso languido e monotono; cosicchè è forza ricorrer soven-
te alla costruzione inversa, onde rendere eleganti i nostri pe-
riodi, e spargerli d’una grata varietà, purchè ciò non sia a
costo della chiarezza, e del retto intendimento del senso.
S. 1V. Fra tutte le lingue dell’ Europa, la sola italiana
gode della più estesa libertà nella disposizione delle sue pa-
role, e nella fabbricazione de' suoi periodi: ma non a tutti
gl’ Italiani è dato l'ingegno di farne uso con discernimento ;
imperocchè è questa una facoltà la quale più dalla natura che
dall’ arte s' impara, e non è sottoposta che alle leggi dell’ ar-
Îmonia e della chiarezza; e, ove queste sono violate, qualsiasi
costruzione sarà sempre viziosa.
Ì V. Le inversioni generalmente usate, sono le seguenti.
.° Il verbo innanzi al subbietto: NON TEME / ma/-
vàgio è rimòrsi della coscienza — RiveRDISCONO le piante e
Derbe illanguidite. 2° L'obbietto diretto innanzi al verbo e
al subbietto: TUTTI 1 CAPELLI ‘0 mi sentìi arricciàre. 3°
L'obbietto indiretto innanzi alle altre parti del discorso:
AL PRIMO grido essi vennero in folla. — DALLA PARTE più
rimòta dell’ Oriénte venne un messaggièro. 4. L' addiettivo
innanzi al suo nome: Questa sua PERSEVERANTE asserziòne
mi disperàva veramente. 3.0 L' addiettivo innanzi al verbo e
al nome: DEGNO era forse Pompéo di difenderla? 6.0 L'ad-
diettivo separato dal suo nome: Già odo la maschia eloqguèn-
za nel foro RISoRTA.—Lra la città di abitatori quast VUOTA.
7. L'avverbio innanzi al verbo : Quivi s' òdono gli uccelli
cantàre.--SOBRIAMENTE dormi, acciocche non si cessi da te
la virtù. 8.° Il participio passivo innanzi all’ ausiliare: SCAN-
CELLATI sono da' fasti nostri è nomi di questi ribàldi.—
Tutto PREPARATO era per riceverlo.— Delle quali niuna il
venti ed oltéisimo anno PASSATO AVEA. 9. Il participio pas-
sivo separato dall’ausiliare essere: Se # cotz nostri li SONO,
dopo sì lunga ira, a grado TORNATI.— Sempre SIA da noi il suo
rome LODATO. 40. ll modo infinito innanzi ad alcun aliro
modo del verbo : Tu CONVINCER DEI Roma tutta. — Nella
novella che a RACCONTAR INTENDO.. 14.0 L' infinito s« para-
to dal verbo che lo regge: Che oPPORRE al/a lor nalva-
gità potéuasi.—Si POSERO in cerchio a SEDERE. 12° La
dl
ETIMOLOGIA E SINTASSI 79
preposizione col suo nome posta in capo al dfscorso : Con
CONSENTIMENTO unanime tutti dissero. 13.0 Il nome del pos-
sessore innanzi a quello del posseduto : Egli ha di cittàdino
vero, e non di PRINCIPE /' ANIMO.—Del TEBRO in sulla RIVA
ec—Hat di STELLE immortili durea CORONA. 14. H verbo
in fine di tutta la frase: E velàti gli occhi, ed ogni senso per-
dùto, di. questa dolénte vita si DIPARTI.—Che, doce per di-
letto e 104 riposo andiàmo, noja, e scàndalo non ne SIEGUA.
—Tu devi Foo st che © beni tuoî durevoli ed eterni RIMAN-
. GANO.— Felice te, o Trajàno ! che congiùnti non hai, che
. figli, paréntî, ogni più cara cosa nella sola repùbblica CONTI.
. VI. Milioni d' esemp) di armoniosissime e chiarissi-
: me inversioni potrebbersi addurre, tratti dalle sublimi opere
;
hi
7
#
: del Boccaccio, del Machiavello, del Guicciardini, dell’ Alfieri,
det Verri, e d’ altri sì antichi che moderni scrittori, a’ quali
noi mandiamo lo studioso, onde li legga, e ne colga il bello
per formarsi uno stile di scrivere. Dobbiamo per altro renderlo
avvertito, ehe leggonsi presso gli antichi, ed in ispecie nel
+ Boccaccio, delle costruzioni inverse che a nissuno oggidì ver=
pi
id
rebbe nel pensiero di usarne di simili, se non volesse muo-
: ver le risa e farsi riguardare qual affettato e pedantesco scrit-
‘ tore. Fra le molte di tali costruzioni, le quali oggi sarebbero
“ incompatibili, citeremo la seguente del Boccaccio» Im questi
‘ tempi avvénne, che la città di Faenza, lungamente in guerra
- ed in mala ventùra stata, alquànto in miglior posizione ri-
a
NI
i
tornò; e fu a ciascùno che ritornàrvi volesse, liberamente con-
: cedùto il potérvi ritornàre. Per ridurre quest' esempio ad una
, costruzione più conforme al gusto moderno, bisognerebbe di-
L.
n]
'
'
re: Aovenne in questi tempi, che la città di Faenza, dopo
di essere stata lungamente in guerra ed in mala ventura, ri-
; tornò alquanto in miglior disposizione, e fu Siberamente
t
T
\
concedulo a ciascuno, che volesse tornaroi, il potervi ritornare.
DELL’ ACCENTO ORATORIO
S. VII. L'accento oratorio è quella posa chesi fa colla voce
‘più su d'una parola, o su d'una frase del discorso che su
\
tl
4
t
“d’ uo altra. Talvolta alla maniera. dì disporre le paro-
le del. discorso contribuisce la commozione d'animo di chi
scrive o parla, anteponendo quella parola, dalla cui idea l’ani=
ma è più scossa che ron è da quella delle altre; una tal pa-
i rola dicesi portare l'accento oratorio. Siane esempio la sc-
4
I
guente frase costruita in tre differenti maniere: Sono INFELI-
ce perchè ho ascoltato troppo i suoi consìgli.—Perchè ko
380 PARTE TERZA o
ASCOLTATO #froppò è suoi seni , sono infelice—Perchè ho
TROPPO ascoltàto i suos consìgli, sono infelice. Nella prima
costruzione, l'accento oratorio cade sulla parola infelice, per-
chè l' anima è più commossa dall’ idea della propria infelici-
tà che da quella della causa che l'ha prodotta; nella secon-
da costruzione l'accento oratorio trovasi sulla parola ascolla-
to, perchè cagiona più dolore la causa che l'effetto; nella
terza costruzione in fine |’ avverbio £roppo porta l' accento,
perchè pare che la dismisura della causa, commuova più l'ani-
ma che non fa la causa stessa, nè l’effetto,
CAPITOLO II.
DELLE FIGURE GRAMMATICALI.
S. I. Più volte in quest'opera ci è occorso dover far co-
noscere le alterazioni che sovente han luogo nel naturale an-
damento dell’ orazione, sia aggiungendo, sia sopprimendo, sia
cambiandone qualche parte. Or, i motivi per cui tali liceo
si permettono, chiamansi Figure grammaticali. |
Riconosconsi in grammatica sei figure principali, che con
greche voci si appellano: E/lissi, Sillessi, Pleonasmo, Enal-
lage, Iperbato, e Tmesi.
8. Il. Per l'EttLissi, che vale: Difetto, o Soppressione, Sì
‘ tralascia qualche parte del discorso, la quale di leggieri possa
sottintendervisi. L'E/Zss: è di due specie: la prima si fa quan
do si sottintende una parola, la quale affatto non è nel discor-
so; l'altra si è quando si suppone ripetuto un nome od un
verbo, che v' è già stato espresso, il che più propriamente di
cesi Zeugma cioè, Connessione. L'Ellissi è tanto frequente ne-
gli autori, ed anche nel conversar famigliare, che superfluo
crediamo il citarne degli esempi.
S. III. Per la SrLLESsI, o SiLÈpPsI, che vale Concezione
le parti del discorso sembrano discordare fra loro, ma cons
derato il senso, non discordano. Questa figura è poco usata,
e dove si trova può dirsi esser la stessa che l' ellissi; come
ne’ seguenti esempj: Che sotto l acqua ha gente che sospira
E (i sospiri) FANNO pullulàr quest acqua al summo. D.
Inf. 7.—Perchè quella BESTIA (d'uomo) era pur disposto.
Bocc. nov. 64. Le discordanze che in alcuni esempj sì de
Bocc., che di altri autori, sì leggono, e che per avventura non
sono se non errori di qualche copista, vengono da' gramma
tici giustificate come fatte per sillessi. Z/ re co'suoi compagni
DON
ti
“a
BIMONTATI (rimontato) a cavàlloal reàle ostilre se ne TOB- | ii
ETIMOLOGIA E SINTASSI 381
NARONO (tornò). Bocc. nov. 96.— Come fu (furono) in Fi-
renze TAGLIATE LE TESTE a più de’ Guazzalòiri da Prato.
Matt. Vill. 2, 62.— Per ciascùno di questi si PROROMPE
(019000 le biade e fa lor perdere la virtù. Cresc. 3, 2.
S$. IV. Il PLeoNASMO, che significa Ridondanza, è una
figura per cui, onde dar maggior pienezza od ornamento al
discorso, sì aggiunge a questo alcuna parte non necessaria,
O apparentemente superflua.
Per questa figura usansi sovente, come solo ripieno, le par-
ticelle pronominali egli, eé, ella, esso, mi, ci, ti, vi, si, ne, lo,
Za; ma sull'uso di queste nulla evvi a ripetere qui, im-
perocchè ne abbiamo copiosamente trattato a' capitoli 1 e II,
della terza Sezione.
La preposizione con è un vero pleonasmo ne' detti con
meco, con teco, con seco ec. Dite che CON meco se ne venga;
e così anche il pronome esso, ne' detti esso Zui, esso lei, es-
so not, esso loro ec., e nella composizione delle voci /un-
gh' esso, sovr' esso, veggasi Sez. terza, Cap. I, $. VII. Fra i
pleonasmi possono annoverarsi le particelle gi4, su, alto, e
via, ne'detti scender giù, montar su, salire in alto, gittar via ec.
Finalmente come pleonasmi molte volte si considera-
no le particelle altriménti , bello, bene, ecco, già, mica, non,
ora, poi, pure, come nelle seguenti e simili frasi. Zo
non so ALTRIMENTI chi egli sia. —È partito di BEL giorno. —
Il lavoro è BELL'e fatto. — Leportò cinquecénto BE' fiorini
d' oro.— Glielo ho mandàto a dire per BEN dieci colte. —
E BENE, volele voi farlo ?— Gli domandi se gli bastàca l'àni-
mo di cacciàrlo, ed egli rispose: sì BENE. — Quand' Ecco egli
entrò tulto pàllido.— Non GIA' che i0 per questo vt condànni.
— Non credo io GIA’ che ve ne avrete a male.—Egli non è
MICA un minchiòne.—Non son wicA favole. — Digli che si
guardi di NoN crédere alle fovole di costùi.— Io temo che NON
gli succeda quulcòsa di peggio.—Non è POI caro quanto mi
diceste.— La cosa é tanto da rìdere che io PUR la dirò.— Ella
è PURE una cosa dispiacéevole.—Ve l'ho PUR delto tante colte.
Ma s ingannerebbe chi per avventura credesse che tut-
te le nominate particelle, usate come negli allegati esemp], sie-
no sempre pleonasmi: esse sovente servono pel compimento
d' una sentenza, e scuoprofio piuttosto un e/list; 0 rendono
un concetto per esprimere il quale altrimenti, una circonlocu-
zione di parecchie parole abbisognerebbe.
S. V. Per VENALLAGE, che vale Permutazione, cambiasi ed
Javertesi l’ ordiné de' termini nel discorso, contro le regole
582 PARTR TENZA I
del linguaggio, sostituendosi una parte all'altra, come: l’ infi-
nito del verbo in vece del nome astratto: £ da questo i no-
stro VIVER (vita) Zieto che voi vedite. Bocc. nov. 79. L’ ad-
diettivo in vece dell’ avverbio. Ora tutto APERTO (apertamente )
ti dico che per niuna cosa lascerèi di cristiàno farmi. Id. nov.
2.— Chi non sa come DULCE (dolcemente) ella sospira.
Petr. son.- 126. Il modo infinito in vece del soggiuntivo. Se
fosse un palàgio ec., e non fosse chi l’ABITARE (cioè Chi
i bias). Fr. Giord. pred. Il tempo passato indefinito in ve-
ce del definito. A/zàta alguànto la lanterna EBBE VEDUTO il
cattivel di Andreùccio. Bocc. nov. 15. Il participio per l' in-
finito. FECE vEDUTO a' suoi sudditi (cioè Fece vedere). Bocc.
nov. 100. (Queste due ultime permutazioni, sarebbero ‘oggi
reputate solecismi ). Il soggiuntivo per l' indicativo. : Ve-
di bestia d' uomo, che ardìsci, dove io SIA (sono) a parlàre
prima di me. Bocc. nov. 54. Il passato del presente. Za don-
na guardàtolo che AvesTI (hai) Anzchino? duolti così che i0
ti vinco? Bocc. nov. 67. L’ imperfetto del soggiuntivo per lo
trapassato dello stesso modo. Alzò questo la spada, e ferito
l'avrebbe, se non rosse uno che stava ritto innanzi (cioè Non
fosse stato). Nov. ant. 94.
Per la stessa figura usasi talvolta un verbo per un altro,
come Sapere per Potere. Non SAPREI vivere senza di let
(cioè Non potrei vivere). Avere per Reputare. AVERLO per
santo (riputarlo per santo). Fare per Procurare. FATE che
venga (Procurate che venga), ec. i
$. VI. Per l' IPERBATO, cioè Inversione, rovesciamento,
s' inverte, o si traspone l' ordine naturale delle parti del di-
scorso. In virtù dell’ iperbato l’ addiettivo al nome premette-
6ì; il subbietto si pone dopo il verbo, e questo dopo l” ob-
bietto diretto, la qual costruzione, perchè è contraria all’ or-
dine delle nostre idee, è detta Costruzione inversa. ( Rileggasi
il Cap. antecedente.) Per la stessa figura si frappone il nome
a due addiettivi, come: 4 piè d'una BELLISSIMA fontana
e CHIARA, che nel giùrdino era, se n’ andò. Bocc. nov. 6.
S. VII. Per la TMESI, si divide una parola in due, intra-
mezzandola di un’ altra parola, come: Accio dunque CHE per
ignorànza non st scisino. Passav. 98. Per la stessa figura si
tronca la desinenza mente dal primo de’ due avverbj che sì
seguono, come: Moréndo egli per sorte, co' suoi danàri AL-
TA e RICCAMENTE rimarttàr la potrebbe. Lasc. Gelos. at. f, sc.2.
FINE
INDICE ALFABETICO
DELLE MATERIRB
CHE NELLA PRESENTE OPERA SI CONTENGONO (*)
i —_0Di I
A
À, prima lettera dell’ alfabeto 4.—
Prima delle cinque vocali 13.— se-
gnacaso di attribuzione o tenden-
za 80.—preposizione oppostaa da,
indicando il termine a ‘cui tende
o si dirige l'azione 340.— si cangia
necessariamente in ad innanzi a pa-
rola cominciante con a 340. — coi
verbi di moto, indica il termine a
cui il moto è diretto 341.— espri-
me varie altre modificazioni 342.
— trovasi invece di diverse altre
preposizioni 342.— Diversi modi di
dire con questa preposizione 343.
“ ABBENCHÉ congiunzione, avversili-
i
L
n
f
va lo stesso che Benchè 371.
ABBIENTE, ABBIENDO, ABBIUTO,
ABBO, voci antiquate del verbo
AVERE 185.
ABLATIVO, sesto caso de’ Latini, sup-
plito appo noi col segracaso da, in-
dicante uno degli obbietti indiretti
del verbo 77 a 7
° ACCANTO, ALLATO, preposizioni in
dicanti Prossimità dalla parte del
fianco 366.
ACCENTO, cosa sia 33.— tonico 33.
ACCIDENTI del nome, che sono sei 60.
ACCOSTO, avverbio di luogo poco.
—acuto 33.—grave 33.—su qua-
li vocali si metta, e su quali no 34
a 37.—oratorio 380.
distante 334.
ACCOZZNAMENTO di due particelle
pronominali 108 a 111.— ACCOZZA-
MENTO di un pronome obbietto di-
retto, con un altro che è obbietto
indiretto 108.— ACCOZZAMENTO dei
pronomi primitivi fra di loro 108.
- ACCOZZAMENTO di uno de’primitivi
coll’ identico sì 108. —ACCOZZA-
MENTO di uno de'primitivi co’pro-
nomi di luogo cz e vi 108.—ACccoz-
ZAMENTO de’ primitivi co’ relativi
108.—ÀCCOZZAMENTO d'uno de’ pri-
mitivi con la parlicella ze 109.—
ACCOZZAMENTO del pronome gli ob-
bietto indiretto, col pronome /e
obbietto diretto 110.
ACCRESCITIVI (Nomi), 74. Àc-
CRESCITIVI (Addiettivi) 121.
ACCUSATIVO, quarto caso de’Latini,
indicante l’ obbietto diretto del
verbo 79. .
ACUTO (Accento) 33.
ADAGIO, avverbio di tardanza o
lentezza di tempo 329.
ADDENTRO, avverbio di luogo inte-
riore 333.
ADDIETTIVO, terza parte del discor-
so 52.— la sua definizione 53,—
Onde derivi un tal termine 53.— Gli
ADDIETTIVI accennano le qualità
naturali ed accidentali de’ nomi 117.
— Si dividono in Fisici, Metafisici,
Attivi e Passivi 117 a 118.—Gliî
ADDIETTIVI fisici soli hanno la
proprietà di qualificare i nomi 117
a118.—Si dividono meglio in Qua-
lificativi, Pronominali, Dimostrati-
vi, Determinativi, Quantitativi, e
Numerali 118.—Gli ADDIETTIVI qua-
| lificativi sono gli stessi che gli
ADDIETTIVI fisici 118.— Gli aD-
. DIETTIVI qualificativi spesso si pon-
gono in vece de’loro nomi astrat-
ti 118 a 119. ma allora perdono af-
falto gli attributi di ADDIETTIVI
() I numeri segnati in quest Indice son quelli delle pagine.
\
MV 384 V
218.—Gli ADDIETTIVI devono accor-
darsi coi loro nomi in genere edin
numero119.—Variano in genere e in
numero cangiando la loro desinenza
119.— Osservazioni sulla concor-
danza degli ADDIFTTIVI co’loro no-
mi rig a 122.—Sonovi ADDIETTIVI
di doppia desinenza 119.—Qual po-
sto l’ ADDIETTIVO debba tenere
nella costrazione della frase 122.
—Alcuni ADDIETTIVI variano di
significato, secondo che souo posti
© avanti o dopo il nome 123.— Il
nome talora si pone tra duc AD-
DIETTIVI, costruzione usitalissima
nel Boccaccio 122.— Maniera di
formare il plurale degli ADDIETTIVI
121.-—Concordanza d’ un ADDIET-
TIVO quando con un nome di ma-
schio trovasi un soprannome fem-
minino 120.—Osservazioni sulla
concordanza degli ADDIETTIVI mez-
zo, salvo, e tullo 120 e 121.—
ADDIETTIVI accrescilivi, peggiora-
tivi, e diminutivi 121.—Sonovi
ADDIETTIVI che possono prendere
due o tre delle desinenze diminuti-
ve 121.—.Molti ADDIETTIVI posso-
no adoprarsi avverbialmente 335.
ADDIETTIVI pronominali. Vedi Pro-
NOMINALI. |
ADESSO, avverbio di tempo presen-
te 327.
ADUNQUE, congiunzione conclusi»
va 373.
AFFERMAZIONE (Avverbj di) 334.
AGGIUNTIVE (Congiunzioni) 372.
AGLI, articolo composto, plurale di
Allo 85.
AH, AHI, interiezioni indicanti dolo-
re, sdegno, ira, ec. 373.
AHIME, AIME, interiezioni indican-
ti dolore, compassione, ec. 374.
AI, articolo composto, plurale di
Al 85.
AL, articolo composto del segnaca-
caso a, e dell'articolo il 85.
ALCUNO, addietivo pronominale di-
stributivo 148.—Questo pronomi-
nale accompagnato da particella
| megativa, vgle lo stesso che Nes-
suno e Niuno 148.
ALFABETO, cosa sia 4.— quante let-
tere contenga 4.
ALLA, articolo composto femminino,
contrazione del segnacaso a e dell'
‘ articolo 2a 85.
ALLE, articolo composto, plurale di
Alla 85.
ALLO, articolo composto, contrazio»
ne del segnacaso a e dell'articolo
lo 85. y
ALMENO, PER LO MENO, avverb)
di quantità 335. ”
ALQUANTO, addiettivo quantitativo,
che vale UV poco 160.—Trovasi
anche come nome astratto 160.—
avverbio di quantità 335.
ALTERNATIVE (Congiunzioni) 370
ALTRESI, congiunzione aggiuntiva
372.
ALTRETTALE, addiettivo determina
. tivo 156.—vale quasi A/fro tale 158.
ALTRETTANTO, particella compa
rativa in grado eguale 124.—id-
dieltivo quantitativo, dinotanle
uguaglianza di numero, di pes0
o di misura 160.
ALTRI, pronome personale indeter-
‘minato 115.—Non va soggetto 23
alcun cangiamento di numero 0
di genere 115.
ALTRO, addiettivo determinativo di
diversità, e vale Diverso, cioè Che
non è lo stesso 158. i
ALTRONDE, ALTROVE, avverbj di
luogo e vagliono il primo Da allro
luogo , il secondo In altro lu
go 333.
ALTRUI, pronome personale inde
. terminato 116.—Non si adoperache
nel numero singolare e nel gent:
‘ re maschile, e non mai nel rappor
to di subbietto 116.
ANCHE, ANCO, congiunzioni aggiu?
tive, esprimenti Aggiungimento di
alcuna cosa 372. l
ANCORA, avverbio di tempo, espri”
mente che una cosa dura anche
presente 328.— avverbio di quan
| tità 335.— congiunzione aggiunti”
va 372. i
ANCORCHÉ, congiunzione avversali:
va, esprimente la Contrarietà €
passa tra due proposizioni 37!.,
ANDARE, verbo irregolare della pri
ma conjugazione 205.— la sua 0°
njugazione 205 a 210,—ANDARS
considerato di per sè, non è ir!
golare 205.—Ragionamento sull'a3
À
1 ner] Casi ii. a Le Sera»
‘)( 385
damento. di questo verbo, e Mi ai di città e di persona 87.—
suoi composti 205.—-Modi di dire eccezioni su questa regola 87.—
col verbo ANDARE 210 a 214. Prendono l’ ARTICOLO i cognomi
ANOMALI (verbi) della prima conju- —88.—Osservazioni sull’uso dell’AR -
gazione 205 a 210.— della seconda —TICOLO innanzi a’'nomi caratteri-
conjugazione 243 a 269.—della ter- stici 88 e 89.— Osservazioni di-
za conjugazione 282 a 285. verse sull’ uso: dell’ ARTICOLO de-
ANZI, avverbio di tempo passato 3a7. terminante 89.—Gli addiettivi,
— Avverbio di preferenza 334.— gl’infiniti, gli avverbj presi come
Congiunzione aggiuntiva 372. — nomi, vogliono l’ ARTICOLO 89
Congiunzione elettiva, e vale Piut- e go.—Si ommette l’ARTICOLO in
tosto 373. | molti modi di dire propr) 90.—
APOSTROFO, cosa sia 47.—dove si Quando si debba replicare 1’ AR-
ponga 47.—a che serva 47.—indica —TIcoLO determinante, allorchè due
il mancamento d'una vocale 47. o più nomi si succedono go e gi.
e talvolta anche il mancamento — Quando l’ARTICOLO determinante
d’una o più consonanti 47. Vedi sì debba replicare allorchè un no-
TRONCAMENTO: me è accompagnato da più addiet-
APPIENO, AFFATTO, avverbj di tivi 123.— Dell’ ARTICOLO indeter-
quantità 335. minato quando il nome è quali-
APPO, APPRESSO, preposizioni di ficativo 92.
prossimità di luogo, e vagliono lo ASSAI, addiettivo quantitativo 159.
stesso che Presso 365. i —Avverbio di quantità e numero
APPRESSO, avverbio di tempo, in- 335.—ASSAI VOLTE, avverbio di
dicante la successione di una co- tempo, indicante la frequenza e
sa ad un’altra, o di un tempo ad durata di tempo 328.
un altro 328.—APPRESSO, avver- ASSOLUTO (Superlativo ) 131. Vedi
bio di luogo poco distante 334. SUPERLATIVO.
APPUNTO, e PER L'APPUNTO, av-- ASTRATTI (Nomi) 58.—Cosa s’ in-
verbj d’affermazione 334. tenda per NOMI ASTRATTI 58. —
ARTICOLO, cosa sia 82. — Perchè Come perlo più terminano i NOMI
l'ARTICOLO sia stato introdotto nel - ASTRATTI nella Jingua italiana 58.
discorso 82.—a che serva 82.— ATTIVI (Addiettivi) 117. Vedi Ap-
ve ne sonodidue specie: l'ARTICOLO —DIETTIVO. — ATTIVI (Verbi) 167.
determinante o determinativo, e Vedi VERBO.
l’ARTICOLO indeterminato 83. —L’ ATTIVO (Participio ) 170. Vedi Par-
ARTICOLO non forma parte separata TICIPIO.
del discorso, ma è un mero segno ATTRIBUTO, terzo termine della
indicante uno de’ sei accidenti del proposizione 166 e 377.
nome 83.—Le sei particelle for- AUSILIARI (Verbi) 175.—Cosa s’ in-
manti |’ ARTICOLO determinante, tenda per VERBI AUSILIARI 175.—
sono prese tra quelle de’ pronomi —La lingua italiana ha due verbi Au-
personali 83.—L’ARTICOLO deter- SILIARI:175. Vedi AVERE ed ESSERE.
minante si contrae in una sola AVANTI, avverbio di preferenza 334.
parola con le preposizioni a, corn, —Preposizione opposta a Dopo e
da, di, in, per, su 84 e 85. a Dietro 360.— usasi colle parti-
L’ARTICOLO co’'nomi significativi di celle a, di e da 360.
tutt’ una specie 85 e 86,—L' ARTI- AVE, voce poetica invece di ha 3za
COLO co' nomi significativi d'una . pers. sing. del verbo Avere 185.
classe sola 86.—L’ ARTICOLO coi AVEA e AVEANO, voci poetiche per
momi significativi di alcuni indi- Aveva e Avevano 186. SI
vidui determinati 86.—L’ ARTICO- AVEMO in vece di Abbiamo, è voce
LO sì mette innanzi a’ nomi pro- originaria italiana, spesso usala
prj di paesi e di regni 86.—L’AR- dagli antichi, ed è neppure da ri-
- TICOLO non si melte innanzi ai gettarsi a'di nostri 186.
Gramm. Ilal. 50
: > 386 Y
AVERF, Wetlé ché atill’otfrinale
suo significato, esprime l’ossedi-
mento di cosa 175.—la sua conjue
gazione è irregolare, ma non di-
fettiva 177.—è accettato come Ver- |
bo ausiliare, nel qual carattere ‘
concorre al compimento della con-
jugazione de’ verbi principali 175.
— Conjugazione del verbo AVE-
RE 185 a 188.— Modi di dire col
verbo AVERE 188 a 190.
AVVEGNACHE, congiunzione avver-
saliva, esprimente Contrarietà 371.
AVVENIRE (In e Per 1’), avverbio
di tempo futuro 328.
AVVERBIO, termine grammaticale;
quarta parte del discorso 52.—la
sua definizione 54.—la sua origine
54 e 3a5.—la sua importanza nel
discorso 325.—Perchè a tutte le
voci modificanti si sia dato il no-
ime generico di AVVERBIO 326.—-
Degli AVVERBI finienti in mer
fe 326.—origine e spiegazione del-
la terminazione menze 326. —Gli
AVVERBJ che terminano in mente,
si formano dagli addietlivi, cam:
biando l’ o finale di questi in
a 326.—Ove gli addiettivi si ter«
‘ minano in/e o re, l’e finale di ques
.sta terminazione si tronca 327.—
Non v'è addicttivo che non possa
divenire AVvERBIO mediante la de-
sinenza mente 327.—Allorchè due
AVVERBJ terminanti in mente si
seguivano, gli antichi spesso trons
cavano questa desinenza nel pri-
mo 327.—Gli AvvENBI composti di
due o più voci, sono modi avver-
biali anzichè AVVERBI 327 e 328.—
AvvxeRBJI di manera 327.—di ordi-
ne 327.--dì quantità 327.—di lem-
po 327.— di tempo presente è327.— di
tempo passaio 327.—di tempo fu-
furo 328.—d’ affermazione 334.—di
negazione 33j.—-di modo 334. — di
qualità 334.— di preferenza .334,.
‘ di similitudine 335.— di quaniilà
e numero 3535. — di probobililà ,
dubbio, eincerlezza 335.— di diver-
sità e contrarielà 335.
R
B, seconda lettera dell’ alfabeto, e
prima delle consonanti 4.— È con-
‘sonante labbiale 15.—in Toscana
.si pronunzia di, in Roma e in Lom-
bardia de 15.—essa si avvicina al
pe alv15.—GliEgizi, esprimeva-
‘oo il 3 colla figura d’ una pecora
15. —Quest#élettera era anticamen-
‘te anche numerale 15.
BENCHE, ABBENCHE£, congiunzioni
avversative, esprimenti La con-
‘ trarietà 371.—vuole che il verbo
che lo seguc, stia nel modo sog-
giuntivo 299.
BENE, avverbio di qualità 334.
BENSI’, congiunzione avversaliva ,
‘ esprimente Contrarietà 371.
BISILLABI (Vocaboli ) 31,
BREVE (in), avverbio di tempo
‘faturo 328
G
Cy terza lettera dell’ alfabeto, € se-
conda delle consonanti 4.—èé con-
sonante dentale innanzi all’ e ed
î, e gutturale innanzi all’a, o,
u, Is r 14 e 15.— da’ Toscani si
pronunzia ci, e dagli altri italiani
ce 15.— unita all’ £ è sempre gut-
«turale 16.—essa raddoppiasi nel
mezzo delle parole t6.—forma con-
sonanle composta iriseparabile con
la ZL, e con la £ dopo di sè, e
con la S avanti dî sì 16.—Per la
sua parentela col G, gli antichi
scambiarono sovente | uno per
‘I’ altro 17.—1l C è lettera nume-
rale romana, e vale Cento 17.
CARATTERISTICI (Nomi) , cosa si-
ano 59. — Osservazione su tali
nomi 59.
CARDINALI (Addiettivi numerali ),
cosa significhi il vocabolo CAR-
DINALE come aggiunto di nume-
ro 161.—vale lo stesso che Prin-
cipale, cioè Che regge, che so-
stiene 161.
CASO, CASI, termine grammaticale
. latino 77.—Cosa s’intenda per
CASI 77.—La lingua italiana non
conosce ì CASI 77 e 78.—Denomi-
nazioni de’ casi latini che sono
sei 78.—Spiegazione del sistema
latino riguardo a’ casi 78.— Co-
me nella lingua latina i differen-
è ; }( 33
ti rapporti del nome si distinguo-
no mediante i casi 73. — Ordine
da tenersi nell’ enumerazione de’
Casi latini 79. — Denominazioni
da sostituirsi nellelingue viventi
a quelle dei casi lalini 79.—Os-
servazione sul caso detto vocati-
vo 79. i
CASO CHE, congiunzione condizio-
male, o sospensiva 372.—regge il
suo verbo nel modo soggiunti-
vo 229.
CAUSALI (Congiunzioni) esprimen-
ti La cagione d’ una cosa 373.
CEDERE, verbo preso per modello
de’ verbi di seconda conjugazione
198 a 201.
GERTO , avverbio dq' affermazio
ne 334.
CH, consonante composta, che ha
al suono gulttuvale, anche innanzi
e ed i 16.—davanti a’ dittonghi
4, ie, io, iu, ottiene un suono più
. schiacciato che non ha quando è
seguito da 7 semplice 16.
CHE, addie:tivo pronominale con-
giuntivo positivo 139.—quando è
relativo a una cosa, a un’ azione,
‘ 0 ad una frase intiera, va prece-
duto dall’ articolo determinante
il, ed è di genere neutro 139.—
CHE, addietlivo pronominale coa-
giuntivo interrogativo 140.—la-
nanzi a parole che cominciavano
da vocale, gli antichi solevano
aggiungere al cHE la lettera 4,
formandosi CHED 13y.
CHE, particella correlativa nelle
comparazioni, di grado maggiore
e minore 126 e 127.
CIIE, congiunzione soggiuntiva 369.
—sovente dipende da un avverbio
369. —CHE, preceduto dalla negativa
non, è sovente congiunzione dimi-
nutiva di numero e di quantità
369.— sovente trovasi in forza di
allra congiuazione composta di es-
so 169.—UiE, alla maniera de’ la-
tini talora si sopprime, mettendo-
si il susseguente verbo all’ infi-
nito 370. 3
CIH E CHE, e CHECCHE, addicttivi
conomiaali indefinita e vagliono
fo stesso che Qualunque o Qualun-
que cosa 230,
It dai ettivo pronominale congiua-
tivo, e sigaifica Colui che 143.—
usasi frequentemente peo iuler-
rogare, ma sempre di persona
non mai di cosa 144.—noa di ra-
.do ha il verbo dopo di st nel
modo soggiuntivo 293. .
CHI CHE SIA, CHICGIIESSIA, CHIUN-
QUE, addiettivi pronominali ia-.
detiniti, che si dicono -di perso-
na 149.
CI, pronome personale primitivo di
prima persona plur. nell’ obbiet-
to diretto, e vale Noi 94 e 101.
—nell’obbietto indiretto vale A
noi 94, e 103.— Ci, pronome di
luogo 105.—- CI, è talvolta pronome.
di terza persona come obbietto
indiretto, nel rapporto di attri-
buzione o di tendenza 106.—CI usa-
to per solo ripieno, o per accompa-
guaverbo 110.
CIASCUNO, CIASCHEDUNO, addiet-
tivi pronominali distributivi, e.
vagliono lo stesso che Ognuno 147.
CIO’, addiettivo pronominale dimo-
strativo invariabile, e vale Que-
sta o quella cosa 156.
CIOE, CIUE A DIRE, congiunzioni
dichiarative 372.
CIONONOSTANTE, CIONONDIMENO,
CIONUNPERTANTO, congiunzioni
avversalive, csprimenti La contra-
rietà che passa fra due proposi-
zioni 371. i
CIRCA, preposizione, che vale lo
stesso che Inforno 366.
CIRCA, INCIRCA, ALL'INCIRCA,
avverbj di probabilità, o di dub-
bio 335.
CIRCONFLESSO (Accento) 33.
COGLI, articolo composto, plurale
di Colla 85.
COI, articolo composto, plurale di
Col 85.
COLA’, avverbio di luogo, che vale
In quel luogo 332. |
COLAENTRO, avverbio di luogo, com-
posto di Ero, e della particella
Colà 364.
COLAGGIU”, COLAGGIUSO, COLAS-
SU’, COLASSUSO, avverbj di luo-
go, composti della particella colo ,
e di su, e di giù 332.
COLEI, pronome persopale dimo»
strativo, femminino di Colui
e 113.
COLLA, articolo composto ; femmini-
no di Col 85. .
COLLETTIVI (Nomi),esprimono Una
moltitudine d’ individui 59.—COoL-
LETTIVI (Numerali) 164.
COLLO, articolo composto , o con-
, tratto in una parola della prepo-
sizione Con e l’ articolo /o 85.
COLON, woce greca indicante l’ in-
terpunzione da noi detta Due
punti 51.
COLORO, pronome personale dimo-
strativo , plurale di Colui 112,
‘@ 113.
CULUI , pronome personale dimo-
strativo, che vale Quegli 112 e
113. — sì trova riferirsi anche a
“cose inanimate 113.
COME, particella correlativa nella
comparazione in grado eguale 124
‘e 125. —Avverbio di similitudine
335. — Congiunzione comparati-
va 373.
COMECHE, congiunzione avversati-
va, esprimente Contrarietà 371.—
vuole il verbo, che gli segue, nel
modo soggiuntivo 299.
COMMA, voce greca, che vale lo
stesso che Zirgola ; una delle no-
stre interpunzioni 51.
COMPARATIVE (Congiunzioni ) e-
sprimenti La simiglianza o la pro-
orzione tra due cose 372.
COMPARATIVI (Addiettivi) 124 a
128.— ia grado uguale 124.—in
112,
grado maggiore e minore 126.
Vedi GRADI DI COMPARAZIONE.
COMPARAZIONE (Gradi di) 124 a
132. Vedi GRADI DI COMPARAZIONE.
COMPOSTE (Consonanti) 14.—di
due lettere 15.—di tre lettere 15.
COMPOSTI (Numeri) 163.
COMUNE (Nome), una delle divisio-
ni del nome 56.—Divisione de’no-
MI COMUNI 57 a 59.—Il NOME co-
MUNE, È applicabile ad una specie
intera, ed anche ad alcuni indivi-
dui della specie 82.
CON, una delle preposizioni primi-
tive 336.—l’ originaria sua fun-
zione sì è di esprimere la relazio-
ne di compagnia 350.—ponesi an-
che innanzi ai nomi di strumen-
>. 2
MX 388 Y
ti 350.--usasi anche innanzi ai
nomi che significano certi modi
di agire 350.—maniere di dire con
questa preposizione 350. — Con,
- sSoppressane la 72, s' incorpora coll’
articolo determinante 85 e 351.
s' incorpora parimente co’pronomi
personali me, Ze, se, noi, voi103
e 351.
CONCIOFOSSECHE , CONCIOFOSSE-
COSACHE , CONCIOSSIACHE ,
CONCIOSSIACOSACHE', congiun-
zioni causuali, esprimenti Cagio-
ne d’ una cosa 373.
CONCLUSIVE (Congiunzioni ) indi-
canti la conseguenza delle cose 373.
CONCORDANZA degli addiettici 119
a 123.
CONDIZIONALE (Modo), uno de’cin-
que modi del verbo 169.
CONDIZIONALI (Congiunzioni) 372.
CONGIUNTIVI pronominali 138 a
147. Vedi PRONOMINALI.
CONGIUNTIVO (Modo) Vedi Sog-
GIUNTIVO.
CONGIUNZIONE, ottava parte del
discorso 5a.—sua definizione 54.
—sua origine 54. — Osservazioni
intorno alle particelle dette con-
GIUNZIONI 535.— Non tutte le voci,
che da’ grammatici come CONGIUN-
ZIONI vengono indicate, sono ta-
li 367.—Le CONGIUNZIONI servono
per unire i nomi, gli addiettivi, i
verbi ed anche delle proposizioni
intere 368.—Quelle CONGIUNZIONI
importa più conoscere, la cui fun-
zione è di unire le proposizioni su-
bordinate a quelle dalle quali di-
pendono 368.—CONGIUNZIONI co-
pulative 368.— soggiuntive 369. —
allernalive 370.— negative 370 e
371.— avoversaltive 371.— aggiuntive
372.—condizionali 372.—eccellua-
live 372.—dichiaralivce 372.—com-
paralive 372 e 373.—elettive 373.
— causali 373.—conclusive 373.
CONIUGAZIONE de’ verbi 175.—Co-
sa s'intenda per CONIUGARE e per
CONIUGAZIONE 175. — origine di
queste due vocì 175— CONIUGAZIO-
NE de’ verbi ausiliarj Avere cd
Essere 179 a 188.—1 verbi italia-
ni hanno tre consugazioNnI, che
ognuna ha per caratteristica la
4
38900
terminazione del suo modo infi-
nito, cioè are, ere, ire 176 e 177.
—La CONIUGAZIONE in iresi divide
in due classi 177.— CONJUGAZIONE
10 are 193 a 197.—in ere 198 a
201.—in ire prima classe 201 a 202.
—_In tre seconda classe 203 e 204. —
CONIUGAZIONE de? quattro verhi ir-
regolari in are 205 a 210
CONSUNANTI 13.—quante ve ne sia-
nO 13.— perchè così si dicano 13.—
come si pronunziano toscanamen-
te 13.—come si dividono 14.—
CONSONANTI mule 14.—semivocali
14.—gullurali 14.—labbiali 14.—
dentali 14.— CONSONANTI composte
di due lettere 15.— CONSONANTI
composte di tre lettere 15.
CONTRA, CONTRO, preposizioni
€esprimenti Opposizione e contra-
rietà 365.— volentieri s° accompa-
gnano con una delle particelle &
© di 365. — sehbene anche senza
particelle si trovino 365.
CONTRARIETA” (Avverbj di) 335.
CUNTUTTOCIO’, CUNTUTTOCHÈ ,
congiunzioni avversative 371.
CO PULA, secondo termine della pro-
posizione 166 e 377.—consiste nel
verbo sostantivo Essere 377. —
perchè così si chiami 377.—So-
vente sì unisce in una sola parola,
‘col terzo termine della proposizio-
ne 377. o
COPULATIVE (Congiunzioni) 368.
COSI’, particella comparativa, usata
nelle comparazioni in grado ugua-
le 124.—La sua correlativa è la
particella Come 124. — Cos, av-
verbio di similitudine 335.
COSICCHE, congiunzione conclusi-
va 373.
COSTA’, avverbio di luogo indican-
te Luogo, distante 331.
COSTAGGIU’, COSTASSU’, avverbj
di luogo, che vagliono In cotesto
luogo 331.
COSTEI, pronome personale distri-
butivo, femminino di Costui 112
e 113,
COSTI”, avverbio di luogo, espri-
mente Luogo distante 331.
COSTINCI, avverbio di luogo, che
vale Di costi, di cotesto luogo 331,
COSTORO, pronome personale di-
o, plurale di Costui ria
@ 110, -
COSTRUZIONE, cioè Disposizione
delle parole nel discorso 2 e 377.
—Sonovi due modi di disporre le
parole nel discorso 377. —CostRU-
ZIONE diretta o regolare 377.—
CosTRUZIONE inversa o figurata
COSTUI, pronome personale dimo-
strativo, adoperato per accennare
uomo o donna 112, 113.— Rare
volle COSTUI e COSTEI trovansi
come subbictto; bene spesso pe-
rò come obbietto diretto o indiret-
to 113.— Talvolta questi pronomi
con vaghezza adoperansi nel rap-
porto possessivo, ponendoli tra
l’ articolo e il nome 113. |
€OTALE, addiettivo determinativo,
vale lo stesso che Tule 157.
COTANTO, addiettivo quantitativo
159.—Avverbio di quantità e di
numero 335.
CO'TESTI, pronome personale dimo-
stralivo, sinonimo di Questi, e si
usa per additare persona mascoli-
na singolare, nel rapporto di sub-
bietto 112.
COTESTO, COTESTA, COTESTI, C0-
TESTE, addiettivi dimostrativi,
usali per dimostrare Persona 0 co-
sa prossima alla persona parlante
155.
COTESTUI, COTESTEI,COTESTORO,
pronomi personali dimostrativi,
che accennano Persona vicina a
chi ascolta, e vagliono lo stesso
che Cotesti 112.
CUI, addicttivo pronominale congiun-
tivo, che vale quanto, Quale, che,
chi 144.—dicesi di persona e di
cosa 144.—serve ad amendue i ge-
nerì e i numeri 144.—non è mai
per proprio suo bisogno, precedu- .
to dall’ articolo determinante 144.
-— per proprietà di lingua sottin-
tendevisi la preposizione a innanzi
a questo pronominale 145.—tro-
vasi anche nel senso interrogativo
145.
D
D, quarta lettera dell’ alfabeto, e ter-
za delle consonanti 4.—-t consonàn-
M 390 V
te fientale 15.—pronunziasi di da’ DECLINAZIONE, termine grammati-
Toscani, e de da’ Romani e Lom-
bardi 17.—ha stretta parentela col
T17.— forma consonante compo-
sta con la S davanti, e con la R
dopo di sè 17.—è lettera numerale
Tomana, e vale Cinquecento 17.
DÀ, particella segnacaso per suppli-
re all’ ablativo de’ latini 89.— è
una delle sei preposizioni primi-
tive 336.— serve per indicare Ori-
gine, provenienza e dipendenza
336 e337.—indica inoltre Parten-
za, separazione, allontanamento
ec. 337.—Per proprietà di linguag-
gio usasi talvolta la preposizione
a in vece di DA 337.—DA, si usa
coverbi Astenersi, Attendere, Ave-
“re, ec. 338.—Altri verbi che esi-
gono la preposizione DA 338.—
Molti modi di dire proprj con que-
sta preposizione 3338 a 340.—Que-
sta preposizione sovénte sì con-
trae in una sola parola coa gli
articoli determinaati il, lo, Za, i,
gli, le, 85.
DAGLI, articolo composto, plurale
di Dallo 85.
DAL, DAI, DALLA, DALLE, articoli
composti della preposizione da, e
degli articoli determinanti i/, i, a,
le 85.
DALLO, articolo composto della prc-
posizione da, e dell'articolo o
85
5.
DAPPOI, avverbio di tempo, îndi-
cante Successione d’ una cosa all’
altra 328. |
DARE, verbo irregolare della prima
conjugazione 205.—la sua con-
jugazione 205 a 210. — modi di
dire con questo verbo 214 a 229.
DATIVO, terzo caso de’ latini 79.—
serve per indicare il rapporto di
attribuzione,concessione e tenden-
za 80.—Nella lingua italiana, si
supplisce col segnacaso o preposi-
zione a $o. ,
DATO CHE, DATOCHE, congiunzio-
ne condizionale 372.— regge il ver-
bo al soggiuntivo 299:
PAVANTI, preposizione opposta a
Dopo, e dinota Tempo e luogo 360.
—sevente usasi colle preposizioni
e, di, da 360
calede’latini78.—Cosa s'intendaper
DECLINAZIONE 78.—La liagna ita-
liana non conosce DECLINAZIONI 78.
— Spiegazione del sistema lalino
riguardo alle DECLINAZIONI 78. Ve-
di Caso.
DEGLI, articolo composto, plurale di
Dello 85.
DEH, interjezione deprecativa, ed
esortaliva 374.
DEL, DEI, DELLA, DELLE, articoli
composti, della preposizione di, e
degli articoli determinanti. dl, i,
Ia, e le, 85.—sono altresi articoli
partilivi per indicare qualche in-
determinata parte di sostanza 91.
DELLO, articolo composto della pre-
posizione di e dell' articolo o 85.
DENTALI (Consonanti) 14. — quali
coasananti così si chiamano e per-
ancora ch! 14.
DENTRO, avverbio di luogo interio-
re 333.—preposizione denotante
La parte interna della cosa 363.
e 364.
DESSO, DESSA, DESSI, DESSE, pro-
nomi personali dimostrativi, asse-
veralivi, che asseriscono l’ identì-
tà della persona 114.—non sì usa-
no che nel rapporto di subbietto
814.— Quantunque per lo più di
persone si dicano, talora si dicano
di cose 114.
DETERMINANTE (Articolo) 83.—ia.
qual particella consista 33.—DE-
TERMINANTE (Articolo composto)
84 e 85.
DETERMINATIVI (Addiettivi) . 156
a 159.
DETERMINATIVO (Articolo) Vedi
DETERMINANTE.
DI, particella segnacaso, che fa l’ uf-
ficio del genitivo de latini 80, e
344.—indica le relazioni di pos-
sessione e diappartenenza 344. —
é una delle sei preposizioni pri-
mitive 336.—può dirsi preposizio-
ne qualificativa 344.—essa insieme
col suo nome, può essere sostitu-
ita da un addicettivo qualificativo
344, e 345.—Il posto di questa pre-
posizione nel discorso , è sempre
fra due nomi 345.— Sovente il
primo nome è per Ellissi soltiate-
I e --— «n:
ri LUERTRE pi
"% 391 )
°< 50 345.=-Modi di tre in cui si
adopra DI in vece di “da 3/7.--
Talvolta il DI indica mumero e
. quantità 347.—DI, questa particel-
1a unita ad un nome cad un ad-
diettivo, si formano molti mo-
di avverbiali 347, e 348.—La pre-
posizione DI, talora sì sottintende
348.—Dopo il participio passato,
usasi quando DI e quando da 348.
— Regole per uso di entram-
be 348, e 349.—L’ uso dell'una 0
dell’ altra di queste due preposizio-
ni, cambia per intero il senso 3/9
e 350.—DI, particella correlativa,
usata nelle comparazioni di gra-
do maggiore e minore 126, e.127,
DIANZI, avverbio di tempo passa»
to 327.
DICHIARATIVE (Congiunzioni), son
quelle che servono a dichiarare y
o a schiarire 372.
DIETRO, e DI DIETRO, preposizio-
ni, che vagliono lo stesso che Do-
po 360.—ma vanno sempre seguite
dalla particella a 360.
DIFATIT, avverbio di affermazio-
ne 334. |
DIFETTIVI (Verbi) 175, 176.—Ver-
bi DIFETTIVI della seconda conju-
gazione 270 a 273.— Verbi DIFET-
TIVI della terza conjugazione 285.
DIMANI, avverbio di tempo futu-
ro 328. ua
DIMINUTIVI (Nomi) 75 e 76.— Dis
MINUTIVI (Addiettivi) 121.
DIMOSTRATIVI (Pronomi persona»
li) 111 a 117.—DIMOSTRATIVI (Ad-
diettivi) 154 a 156.
DIMOSTRATIVO (Mado) 169.VediIne
DICATIVO,
DIPUI, lo stesso che Dappoi 328.
DI RADO, DI RARO, lo stesso che
fado 328. fb
DISCORSO, cosa sia 52.—1a sua de-
finizione 52.—Discorso (Parti del)
52.— Quanti parti del DISCORSO vi
sieno 52.—Onde traggano la loro
origine 5a.
DISCOSTO, avverbio di luogò lon-
tano 334. GIA
DI SOTTO, lo stesse che Solto 360,
DISTRIBUTIVI (Addicttivi pronomi-.
nali) 147, e 148.
BI'ITONGHI 13. Cosa 3’ intenda per
la voc8 DITTONCO 13. =» Da che
lingua derivi 13.—La lingua italia»
na ha quindici DITTONGHI 15,
DIVERSITA’ (Avverbj di) 335.
DOH, interjezione, segno di cordo
glio 374.
DONDE, avverbio-di luogo, e vale
Del qual luogo, dal qual luogo 333.
DONDECHE, avverbio, di luogo, e
vale Da qualunque luogo 333.
DOPO, avverbio di tempo, indicante
Successione d’ una cosa ad un’ al-
tra 328.— è anche preposizione,
denotante Ordine di luogo, di tem-
o, o d'azione 360.
P “ . O ;
DUVE, e OVE, avverbj di luogo,
e vagliono Nel qual luogo, o in
qual luogo 332. — Questi due av-
verbj vogliono il susseguente ver-
bo nel soggiuntivo, ogni volta che
îl precedente verbo porti seco dub»
bio o incertezza 298.
DOVECIE, DOVE CHE SIA, avverbj
di luogo, e vagliono In qualunque
luogo , a qualunque luogo 333.
DOVUNQUE, e OVUNQUE avverbj
di luogo, lo stesso che Doovechè 333.
DUA, e DUE, addiettivi numerali che
talvolta si trovano per Due: il pri-
mo, idiotismo fiorentino, è ripu-
tato errore; il secondo trovasi da
qualche poeta usato per la ri-
ma 162.
DUNQUE, e ADUNQUE, congiunzio-
ni conclusive 373.
DUO, è termine musicale che pren-
desi sovente come nome, e signi»
fica Canto a due voci 462.
E
E, quinta lettera dell’ alfabeto, e se-
conda delle vocali 4, e 5.—ve ne so-
no di due specie 5.—E chiusa 5,
e 6.— E aperta 6 e 7.—Lista al-
fabetica di voci equivoche per’ la
diversa pronunzia, chiusa 0 aper-
ta, dell’ E 7 e 8.
E, congiunzione copulativa 368.
essa talora si replica innanzi a
ciascuna parola per vaghezza 168.
—a questa congiunzione per mag-
giore pienezza di suono, si suole
aggiungere Ja consonante d, ove
il seguente ‘vocabolo cominci da
vocale 368.
+
»
X sd X
ECCETTO, preposizione eccettuati8 EPICENI (Nomi ), chiamansi quelli,
va 366.
ECCETTO CHE, congiunzione eccet-
tuativa 372.
ECCETTUATIVE (Congiunzioni) 372.
EE, leggesi in Dante in vece di È
terza pers. sing. del verbo Esse-
re 180.
EGLI, e EGLINO, pronomi persona-
li relativi di genere mascolino, il
primo singolare, e l’ altro plura-
le 95.—Usservazioni su questi pro-
nomi 95.—EGLI, particella riempi-
tiva per proprietà di lingua gf.
EHI, interiezione segno di Dolore,
di sdegno, d’ ira, ec. 374.
EI, pronome personale relativo, vale
lo stesso che Egli, di cui sem-
bra essere un accorciamento 95.
— Ei per Eglino; è del verso 96.
—Usò Dante EI per Zi come ob-
bietto diretto 96. i
EIA, interiezione in segno di gri-
dare 374.
EL, particella che da qualche auto-
re trovasi usata per il, articolo
determinante 83.—EL per Egli pro-
nome personale relalivo 95.
ELLA, ELLE, £LLENO, pronomi per-
sonali relativi di genere femmini-
no, il primo singolare, i due al-
tri plurali 95. — Osservazioni su
questi pronomi 96. —ELLA ed EL-
LE, usati come obbietto,indiretto 96.
ELLISSI, figura grammaticale vale
Difetto o Soppressione 380.— è que-
sta figura usitalissima nel discor-
so, sì negli autori che nel parlar
familiare 346.— Modi di dire in
cui il nome è per E/lissi sottinte-
so 346.
ELLO, ELLI, pronomi personali re-
lativi, lo stesso che Egli, Eglino 95.
EN, e ENNO, per Sono 3za pers.
pi. del verbo Essere, erano usita-
tissimi presso gli antichi 180.
ENALLAGE, figura grammaticale, che
vale Permutazione 380 e 381.
ENE, idiotismo fiorentino, e vale lo
stesso che £ 3za pers. sing. del
verbo Essere 180.
ENTRO,avverbio di luogo, e vale Nel
luogo interiore 333.—è anche pre-
posizione dinotante la parte in- ‘
terna della cosa 363.
che con una sola terminazione
comprendono o il maschio o la
femmina 68.
ESSERE, verbo unico 166.—Non evvi
altro verbo propriamente detto 166.
-—In logica il verbo ESSERE è det-
to copula 166. — Questo verbo af-
ferma l’ esistenza degli attributi,
ed esprime | atto della nostra
mente che giudica 166.— Differen-
za tra il verbo ESSERE e il verbo Esi-
sfere 166.—11 verbo ESSERE col tem-
po degnerò dalla’ sua forma 167.
—Il verbo ESSERE è detto per ec;
cellenza Verbo sostantivo 167. —
Il verbo EsseRE uno de’ due ver-
bi ausiliari, onde concorrere al
compimento della conjugazione
de’ verbi principali 175.—La sua
conjugazione è irregolarissima , ma
non è difettiva 177.—Conjugazio-
ne del verbo ESSERE 179 a 183.—
Modi di dire col verbo ESSERE 183.
ESSU, ESSA, ESSI, ESSE, pronomi
personali relativi 95. — Trovansi
anche in vece di egli, eglino, ella ,
elleno detti di persone 97.—L' uso
di questi pronomi come obbietto
indiretto è assai comune g7.—Posti
dinanzi ad un nome significano
quello, quella, quelli, quelle 97.—
Esso, per proprietà di lingua e per
piconasmo, uniscesi sovente al pro-
nome /ui,. lei, loro g7 e 331.—
‘S’' aggiunge talvolta anche alle pre-
posizioni /ungo, sovra 97- -
ESSUTO, o ISSUTO, particip)j passa-
ti antiquati del verbo Essere 179
ETEROCLITI ( Nomi), diconsi così
Quei nomi che possono avere due
uscite o desinenze 66, 67, 71,
72, 73.
ETIMOLOGIA, terza parte della gram-
‘matica a2.—Cosa per questa voce
s'intenda a.—La sua derivazio-
ne a.
EZIANDIO, avverbio di quantità 335.
—Congiunzione aggiuntiva 372.
F
F, sesta lettera dell’alfabeto, e quar-
ta delle consonanti 4.—è una delle
labbiali 17-—t assai simile al 7 17:
-M 393.)
«si pronunzia efe 17.—La F tie-
ne appo noi, luogo del ph de'La-
tinì 17.—-Forma consonante com-
posta colle liquide Z ed R dopo
di sì 17.—La lettera F è il nome
di una delle chiavi della musica 17.
FARE, verbo irregolare della prima
conjugazione 205.—è uno de’ più
anomali della lingua italiana 205.
—non è altro che una sincopatu-
ra dell’antico verbo Nacere 206.—
Conjugazione del verbo FARE 205
a 210.—-Modi di dire col verbo
FARE 225 a 232.
FAVELLA, lo stesso che Linguaggio 1.
FEMMININO (Genere) Vedi GENERE.
FIA, FIANO, FIE, FIENO, voci poe-
tiche, avaazi d’ un antichissimo
verbo equivalente al verbo Esse-
re 182.—queste voci si usano dai
poeti, le due prime per sarò e su-
rà; le due ultime per saranno 182.
FIGURATIVI (Nomi), una delle di-
visioni del nome 58.-—Cosa s’in-
tenda per NOMI FIGURATIVI 5g.
FIGURE grammaticali 380.— Cosa
per FIGURE grammalicali s’ inten-
da 380.— Quante FIGURE si rico-
moscono in grammalica 330.
FINUATANTUCHE, FINCHE, avverbj
di tempo indicanti il termine li-
mitato, e il termine del tempo 329.
FINO, e INFINO, preposizioni termi-
native di tempo, di luogo, o d'o-
perazione 362 e 363.
FINORA, avverbio di tempo presen-
te 328.
FISICI (Addiettivi) 117.—Cosa s' in-
tenda per addiellivi FISICI 117.—
Gli addiettivi Fisici soli hanno la
proprietà di qualificare i nomi 118.
FORA e FORANO, per Sarei, e Sa-
rebbero .183.
FORSE, avverbio di probabilità, e
di dubbio 335.
FRA, INFRA, preposizioni dinotanti
che una cosa è in mezzo a più
altre cose 361,
FRASE, lo stesso che Discorso 52.
FUORA, FUORE, FUORI, preposi-
zioni dinotanti Esclusione, sepa-
ramento, distanza 364.— s' usa- .:
no comunemente colla particella
di 364. I
FUORCHÈ, FUOR CHE, preposizio-
Gram. Ilal.
ni eccettuative-364.—Congiunzio-
ne eccettuativa 372. |
FUTURO (Tempo), uno de’ tre tem-
pi che sono nell’ ordine della na-
tura 171,—-Con questo tempo espri-
mesi che il significato del verbo
avrà luogo in un tempo avveni-
re 173.— FUTURO passato o ante-
riore, tempo del verbo,subordinato
al futuro semplice 172 e 173.—
esso denota un’ azione passata ri-
spetto ad un’altra azione avveni-
_ re 173 e 174.
G
G, settima lettera dell’ alfabeto, e
quinta delle consonanti 4.—dai
Toscani si pronunzia gi, e dagli altri
italiani ge 17.—è consonante denta-
le quando è seguita da e o da i;e
gutturale quando è seguita da a, 0,
u, I, od r 17.— soffre una varia-
zione notabile nel suono quando
è preceduta da S 18.—unita al-
l’ Z7 prende il suono gutturale, an-
corchè sia seguita da E od £ 18.
— proferiscesi con suono liquido o
schiacciato nelle sillabe gli, glia
ec. 18.— aggiunta alla //_ perde
gran parte del suo suono gultu-
rale 18.—forma consonante com-
posta con le lettere Z ed R dopo
di sè, e con la .S avanti di st 18.
—Iin dopo la prima guerra pu-
nica i Romani non conoscevano
questa consonante, in vece della
quale usavano il C 17.—Il G era
anlicamente lettera numerale,e va-
Jeva quattrocento 18.—Nella mu-
sica, questa lettera è il quinto suo-
no della scala diatonica 18.
GENERE, termine grammaticale per
indicare uno de’ seì accidenti del
nome 60.—Cosa s’ intenda per GE-
NERE 60.—Nelle lingue GENERE
vale -Sesso 60. GENERE mascoli10,
Semminino e neutro 60.— Osser-
vazioni sulla classificazione dci
nomi per GENERE 60 e dbr.—Nella
lingua italiana non vi sono che
due GENERI, il maschile e il fem-
minile 61.—Ragionamento sul si-
stema di riconoscere il GENERE dei
nomi dalla loro desinenza Gt e 61,
5a
*
M 39
—In molti nomi si riconosce il
GENERE dalla loro significanza 62.
—tENERE de’ nomi proprj 62.—
GENENE de' nomi in a 62. — GE-
NERE de’ nomi caratteristici 62
e 63. —GENERE de’ nomi prove-
nienti dal greco 63. — GENERE de’ no-
mi in e 63 a 65.—GENERE de’ no-
mi in s 65.—GENERE de' nomi
Li o 66.—GENERE de’ nomi in w
GENITIVO, secondo caso de’latini 78.
—indica il rapporto tra due no-
mi, cioè di Possesso, di proprietà,
e d’ attenenza 82.— È supplito
nella lingua italiana pel segnacaso
di posto fra due nomi 80.
GERUNDIO, parte della conjugazio-
ne del verbo 170.—Cosa 3’ inten-
da per GERUNDIO 170.— Origine
della voce GERUNDIO 292.—1ll GE-
RUNDIO non è che un’ altra specie
di participio presente 292.—Tal-
volta trovasi il GERUNDIO nel puro
significato del participio presen-
te 292 e 293.—ll GERUNDIO è spes-
se volte preceduto dalla prep.
in 293.— e qualche volta ancora
dalla prep. con 293.— Leggesi s0-
vente nel Boccaccio il GERUNDIO
accompagnato col suo subbiet-
to 293.—ll GERUNDIO in vece del.
l’ infinito, dopo i verhi Andare,
Venire, ec Mandare 294.
GIAMMAI, avverbio di tempo, indi-
| cante La frequenza e durata di
tempo 328.
GIU’, GIUSO, avverbj di }uogo, in-
dicanti Luogo inferiore 332.
GIUSTA, GIUSTO, preposizioni si-
gnificanti Conformità 367.
GLI, articolo determinante plurale
di Jo 83 e 84.— L’I di quest? ar-
ticolo non si elide maì fuorchè
innanzi a'nomi comincianti da 783.
GLI, pronome personale relativo
nel rapporto di obbietto indiret-
fo, cioè d’ Attribuzione o ten-
denza 95.—GLI, invece di Egli 96.
—GLI invece di Li,plurale del pro-
‘ nome Lo 100.—GLI invece di Luro,
e GLI in vece di Le, sono modi
di dire scorretti 103.
GLIELE e GLIENE, pronomi relativi
composti da glî, le, e ne rto.—Il
Boccaccio usò GLIELE in ambo i ge-
neri e in ambo ì numeri; ma i
moderni amano di cangiarne la fi-
nale secondo il genere e secondo
îl numero 110.
GRADI DI COMPARAZIONE, così si
chiama uno degli accidenti dell’ ad-
diettivo 124.— Divisione degli ad-
diettiviin Positivi, comparativi, e
superlativi 124.— Sonovi degli ad-
dieltivi incapacì di ricevere compa-
razione alcuna 124. — I GRADI DI
COMPARAZIONE vengono nel discorso
indicati ognuno da due particelle
124.— Comparazione in GRADO egua-
le 124.—La comparazione in GRA-
DO eguale può pure aver luogo tra
due qualità diverse 125. — Quali
particelle si usino nella compara-
zione di GRADO eguale 124 e 125.
—Comparazioni in GRADO maggio-
re e minore 126.—Quali particelle
sì usino nella comparazione in
GRADO maggiore e minore 126 e
127.—Sonovi alcuni addiettivi in
cui i GRADI DI COMPARAZIONE si for-
mano irregolarmente 128. Vedi Su-
PERLATIVI.
GRAMMATICA, cosa sia 1.— Origine
della voce GRAMMATICA 1.—I Gre-
ci facono i primi a sottoporre il
linguaggio loro a leggi, regole e
precetti, che chiamarono GRAM-
MATICA 1.— Definizione della vo-
ce GRAMMATICA 2. — La GRAMMA-
TICA si divide in qualtro parti2.
GRAMMATICALI (Precetti) 2.— Di
quante specie sieno ì PRECETTI
GRAMMATICALI 2.— GRAMMATICALI
(Figure) Vedi FIGURE.
GRAVE (Accento) 33.
GUAI, interiezione esprimente mì-
naccia 374.—€ il plurale di Guaio
374. I
GUARDA ! interiezione in segno di
disprezzo 375.
GUARI, avverbio di quantità o nu-
mero 335.—Esso vale lo stesso che
Molto 335.—Va sempre accompa-
gnato dalla negativa 707, 0 da
altra particella negativa 335.
GUITURALI (Consonanti) 14.
dini e n
FE
}( 395 Y(
I:
I H, ottava lettera dell’ alfabeto 4. —,
sì pronunzia acca 18.—può chia-
marsi mezza lettera 18.—è di po-
co uso nella nostra lingua, quan-
tunque fosse frequente nella lin-
gua latina 18.— non serve presso
di soi che per contrassegno 18.
—si usa nelle quattro voci del
verbo 4vere, ho, hai, ha, hun-
m0 19.—si usa altresì in alcune
interiezioni 19.—@ in unione alle
consonanti g e c 19. i
I
‘I, mona lettera dell'alfabeto, e terza
af
x
n
ni
- 1,
r
I
pi
è
delle vocali 4.—non bisogna con-
fond:«la con l’j 4.—Il suo suono
“non vasoggetto ad alcuna variazio-
ne 13.
’ IDIOMA, lo stesso che Linguaggio 1.
:- IL, 1, articoli determinanti mascoli-
ni 83, e 84-—si pongono innanzi
a’ nomi comincianti da consonan-
ti, che non sia s impura, nt 2 84.
-—si contraggono in una sola pa-
rola colle preposizioni a, cor, da,
di, in, per, e su 84.—in queste
contrazioni l’ I plurale sì può sop-
primere, dicendo.i a’, co’, ec. 85.
—L’i dell’ articolo IL, può elider-
si con la vocale precedente sostitu-
endovi l’ apostrofo 84.
pronome personale relativo , e
vale lo stesso che Lo 95.—Regola
per sapere quando sì debba usare
« Lo e quando IL g9.— IL, trovasi
qualche volta come obbietto ìin-
- diretto nel rapporto d’attribuzione
o tendenza, in vece di Gli 100,
IM PEDIRE, verbo modello della 3za
conjugazione prima classe, e la
sua conjugazione 203 e 204.
IMPERATIVO (Modo), uno de’ cin-
L
que modi del verbo 170.—s’ im-
piega anche nelle più umili pre-
‘ ghiere o suppliche 170.
IMPERO’, PERO’, congiunzioni con-
— clusive 373.
1MPEROCCHÉ, IMPERCIOCCHÉ,con-
giunzioni causali esprimenti la ca-
gione d’ una cosa 373.
IN, una delle sei preposizioni pri-
mitive 336.—Indica. la relazione
tra due obbietti, l'uno contenente,
l’ altro contenuto 351.—Gli anti-
chi dissero re che coaggidì più
non s’ usa se non che incorpora-
to coll’ articolo determinante, di-
cendosi rel, nello, ec. 85, e 351.
—Leggesi qua e là nel verso la
preposizione IN separata dell’ arti-
colo 85 e 351.—IN coi verbi di
moto 352.—Modi di dire con la
preposizione IN 352 e 353.
INDENTRO e INENTRO, avverbj di
luogo, e vagliono Nel luogo inte-
riore 333.
INDI, avverbio di tempo, indicante
Successione di un tempo all’ altro
328.—Avverbio, di tempo, e vale
Di quel luogo o da quel luogo
331. |
IN FATTI, avverbio d’ affermazione
de. |
INFINCHE, INFINE, avverb) di tem-
po indicanti Un tempo limitato,
e il termine del tempo 329.
INFINUO, preposizione, Vedi Fino.
da preposizione eccellualiva
64.
INfRA, Vedi FRA.
IN MODO CHE, IN MANIERA CHE,
IN GUISA CHE, congiunzioni com-
paralive, esprimenti la Simiglianza.
o la proporzione tra due cose 373.
INDETERMINATO (Articolo) gt.
. INDICATIVO (Modo), il secondo de’
cinque modi del verbo 169.— Ta-
lunìî chiamano questo modo 4fer-
malivo 169.
INFINITO (Modo), il primo de’ cin-
que modi del verbo 169.—sull’uso
del modo INFINITO 287.—Alcuni
verbi sono di necessità seguiti da
altro verbo all’ INFINITO 288.—Per
proprietà di linguaggio adoprasi
. sovente la voce dell’ INFINITO per
la terza persona sing. del pres. o
del passato imperfetto 288.—in ta-
li casi cambiasi il subbietto in oh-
bietto diretto 288.—Uso dell’ INFr-
NITO in vece del -soggiuntivo 289.
—L’ INFINITO preceduto da una pre-
posizione 2go—uso dell'INFINITO a
modo di nome astratto a90.—Gli IN-
FINITI usati a modo di nomi vanno.
soggetti alla varietà di numero ago.
M 396 )
INNANZI, avverbio di tempo passato
» 3a7.—Avverbio di preferenza 334.
— preposizione opposta a dopo e die-
tro 360.—usasi per lo più con la
‘ particella 4 e talvolta con da 360,
IN QUA, avverbio di luogo 330.
INSINO, lo stesso che Sino 363.
INTANTOCHE, congiunzione conclu-
siva, indicante La conseguenza del-
la cosa 373.
INTERIEZIONE, o INTERPOSIZIONE,
ottava parte del discorso 52. — Cosa
con questa denominazione s’inten-
da 55.—La sua definizione 55 e 373.
—Perchè l’INTERIEZIONE sia stata
introdotta nel discorso 55.—Le vo-
ci indicate come INTERIEZIONI non
sono che le grida naturali dell’ uo-
‘ mo 373.—-Evvi delle INTERIEZIONI
che valgono una proposizione in-
‘ tera 373.
INTERPUNZIONI 50.—Cosa siano le
‘ INTERPUNZIONI 50.—AÀ che servano
pelle scritture 50.—Quali siano
i segni adottati per formare le 1N-
TERPUNZIONI 50 e 51.
INTERRUGA TIVO ( Punto ) Vedi
Punto.
INTURNI(), preposizione significante
Circonferenza vicina 365. — adopra-
si per lo più colla particella @
365 e 366.
INTRA, Vedi Tna.
INTRANSITIVI (Verbi), divisione dei
verbi attivi 168.—Cosa s’ intenda
per verbi INTRASITIVI 168. —Ver-
- bi di natura loro INTRANSITIVI,
possono divenire fransilivi 168.
IN ULTIMO e PER ULTIMO, avver-
bj di tempo, indicanti Il termine
del tempo 3209.
IN UNO, IN UNA, lo stesso che Zn-
sieme 162.
INVERSO, Vedi VERSO.
10, pronome personale primitivo di
| ama pers. sing. 94.—I poeti possono
elidere l’o del pronome 10, sostitu-
endovi |’ apostrofo 94.
IPERBATO, figura grammaticale 380
e 2d02,
JIRREGULARI(Verbi) 175.— Cosa s’in-
tenda per verbi IRREGOLARI 176.—
Verbi 1RREGOLARI della prima conju-
gazionie205 a 210. — Verbi IRREGOLA-
‘ RI della seconda conjugazione 243 a
-
269.— Verbi IRREGOLARI della ter-
za conjugazione 282 a 284.
IVI, QUIVI, avverbj di luogo, e va-
gliono In quel luogo 330.
J
J, decima lettera dell’ alfabeto 4.»
È un errore il confonderla coll’I 4.
—Si pronunzia come Z 19.— Ha
valore di consonante,quando è ini-
ziale o quando si trova framezzo
‘a due vocali 19.—È vocale in fi-
ne di parola per indicare la con-
trazione de’ due è 19-
JERI, avverbio di tempo passato 327.
K
K, questa lettera è straniera alla fa-
vella italiana : essa è greca d' ori-
gine, e non è a noi necessaria
avendo il C e il C#, che ne fan-
no le veci 19.
Ss
L, undecima lettera dell’ alfabeto e
ottava delle consonanti 4.—t una
delle quattro liquide, e si pronun-
zia elle 19.—si raddoppia in mez-
zo alle parole ovunque occorra 19.
—dopo di sè nella stessa sillaba
non ammette che una delle cinque
vocali 19.—alcune volte forma
consonante composta di due let-
tere 19.—dopo il G, e seguita da
I, ha un suono sottile e schiac-
ciato 19.—La L è lettera numera-
le, e vale cinquanta 19-
LA, articolo determinante, femmini-
no dii! e di 70 84.—L' A di queslo
articolo si elide necessariamente,
ove l’ iniziale de] susseguente nome
sia parimente a; ma se il nome
cominci con altra vocale, allora
altri è libero di sopprimere o no
l’ a dell’ articolo 8$4.—si contrae
in una sola parola con le prepo-
sizione a, con, da, di, în, su 85.
LA, pronome personale relativo nel
rapporto di obbielto diretto, fem-
minino di /o 1o1.—adoprato co-
‘me subbietto, è riputato come er-
rore.101.—Modiì di dire familia-
‘ri con questo pronome 102.
—— r—_————=_
Vr:
MV 3g
LA’, LI’, avverbj di luogo, e vaglio-
no In quel luogo 330.—talvolta
hanno corrispondenza cogli avver-
bj qua e qui 330.—non di rado so-
no avverb) di tempo 330.
LABBIALI (Consonanti) 14.
LAENTRO, avverbio di luogo 364.
LAONDE, congiunzione conclusiva
373.
LASSO! inieriezione esprimente Do-
lore, e vale Misero meschino 375.
LASSU’, LASSUSO, avverbj di luogo,
dinotanti In quel luogo alto 332.
LE, articolo determinante, plurale di
La 34.
LE, pronome personale relativo,
plurale di /a 101. — LE, pronome
personale relalivo, nel rapporto
indiretto d'attribuizione o tenden-
za 103.
LEI, pronome personale relativo,
femminino di 2ui 95.—è usato nel
rapporto di ohbbictto diretto ro.
—c nel rapporto di obbictto indi-
retto preceduto da alcuna delle pre-
posizioni 103. — LEI, usalo co-
me subbietto del verbo in vece
di Ella, è errore di lingua rot.—
Quando precede ad una delle par-
ticelle che, la quale, le quali di-
venta pronome personale dimo-
strativo, e vale Colei 101.
LETTERE 4.—Le LETTERE sono i pri-
mi materiali delle lingue 4.—L’ al-
‘ fabato italiano conta ventidue LET-
reni 4.
LI, pronome personale relativo, plu-
_ rale di /o 95 e 1or.—quando si
debba adoperare questo pronome
in vece di gli 99.
Ll’ Vedi La”.
LINGUA, LINGUAGGIO, cosa s'in-
. tenda per queste due voci 1.
LO, articolo determinante 83.—a qua-
Ji nomi si premetta a preferenza di
il $3.— Presso gli antichi si trova
molle volte innanzi a tuttii nomi
mascolini, senza veruna distin-
sione 83, 84.—L'’o di quest’ articolo
per lo più s' elide innanzia nomi
comincianti da vocale, e in sua vece
metltesi l'apostrofo 83.— Gli antichi
in vecedi elidere l'o dell'articolo in-
nanzi a’ nomi comincianii da im
© in, elidevan piuttosto l'i di queste
sillabe 84.—Lo si contrae in una
sola parola con le preposizioni a,
con, da, di, în, su85.
LO, pronome personale relativo nel
rapporto di obbietto diretto 93.—
Regole sul quando si debba usare
LO a preferenza dii! 99.
LODARE, verbo preso per modello
della prima conjugazione in dare
193 a 197.
LONTANO, avverbio di luogo 334.
LURO, pronome personale relativo
plurale mascolino e femminino,
usato nei rapporti di obbietto di-
retto , e di obbietto indiretto 95.
—nel rapporto d’'obbietto indiret-
to d’attribuzione o tendenza è spes-
se volte preceduto dalla preposizio-
ne a, e sovente anche va senza
preposizione 103.—LoRO usato nel
rapporto di subbielto è errore di
lingua 1o1.—Loro, seguito da che,
i quali, le quali diventa pronome
personale dimostrativo, e vale Colo-
ro 101.—Lono non s'affigge mai al
verbo, ma usasi sempre sciolto 0
avanli o dopo il verbo 106.
LURO, addiettivo pronominale pos-
sessivo di terza persona plur. masc.
e femm. 134.— In vece di loro
trovansi non dì rado suo, suoì,
sua , sue 134.
LUI, pronome personale relativo di
terza pers. mascolina nel rappor-
to di obbictto diretto 95 e 101.—
Usato nel rapporto d’ obbielto in-
diretto, va sempre preceduto da
qualche preposizione 103.—LUI usa-
.to come subbietto del verbo in-
vece di Egli è errore di lingua
101.—seguito da che, 0 il vuale
diventa pronome personale dimo-
strativo, e vale Colui 101.
LUNGI, avverbio di luogo, che accen-
na un luogo lontano 334.
LUNGO, preposizione esprimente
vicinanza pel verso della lunghez-
za 366.
LUOGO, (Avverb) di) 329 a 334.
M
M, dodicesima lettera dell’ alfabeto,
e nona delle consonanti 4.—è la
seconda delle liquide 20.—Si pro-
X 398 X
munzia emme 20. — forma con-
sonante composta con la S avan-
ti di st 20.
MA, congiunzione avversativa espri-
mente la Contrarietà che passa
fra due proposizioni 371.—MA è
talvolta particella accresciliva ,
significando Aumento delle cose
precedenti 372. — Da qualche ese-
mpio degli antichi si presume che
MA originariamente significasse
più 371.
MAGGIURE, addiettivo comparativo
d'eccesso 128.
MAI, avverbio di tempo 328.—MAI,
di per sè vale In alcun tempo 328.
— accompagnato dalla negativa
non, vale In nessun tempo 328.—
quando precede alla negaliva si
antepone al verbo 328.— Quando
precede la negativa al MAI, questo
avverbio si pospone per lo più al
verbo 328.
MAI SEMPRE, avverbio di tempo ,
indicante Frequenza e durata di
tempo 328.
MALE, avverbio di qualità 334.
MALVOLENTIERI, DI MALA VO-
GLIA, A_ MALGRADO, avverbj di
modo 334.
MANCO, avverbio di quantità 335.
MANIERA (Avverbio di) 327.
MASSIMO , addiettivo superlativo
129 e 130.
ME, pronome personale primitivo
di prima persona singolare nel
rapporto d' obbietto diretto 94 €
10t1.—usato nel raprorto d'obbiet-
to indiretto, va preceduto da qual-
cuna delle preposizioni 94 € 103.
— può precedere ai pronomi perso-
nali relativi Zo, gli, li, 2a, le 108.—
ed anche alla particella pronomi-
nale ne 109.
MECO, TECO, SECO, voci composte
de’ pronomi me, fe, sè, e della pre-
posiziune con, in vece di con me,
con le, con sè 103 e 351.
MEDESIMO, STESSO, addiettivi de-
terminativi asseveralivi 156 e 158.
—Si usano in compagnia d'un
nome 0 d'un pronome 159-—ME-
DESMO per Medesimo, è del verso
158.
MEDIANTE, preposizione dinotante
Col mezzo di, per mezzo di, con
l’ajuto di 367
MEGLIO, avverbio di qualità 334.—
congiunzione elettiva 373.
MENO , particella comparativa in
grado minore 126.—Avverbio di
quantità 335.
MENTE, terminazione propria degli
avverbj 325 e 3a6.—origine di que-
sta terminazione 326.Vedi AvvER-
B!0.
MENTRE, IN QUEL MENTRE, avver-
bj di tempo, indicanti L’avveni-
mento di più cose nel medesimo
tempo 328. ,
MENTRE, MENTRECHE, congi inzio-
ni causali, esprimenti La cagione
d’ una cosa 373. |
MERCECHE , congiunzione causa-
le 373.
METAFISICI (Addiettivi), una delle
divisioni generali degli addietti-
vi 117.
MEZZU, addiettivo che nel senso di
metà non accorda mai col nome
femminino o plurale 120.
MI, pronome personale primitivo, di
prima persona nel rapporto di ob-
bietto diretto 94 e to1.— e nel
rapporto di obbietto indiretto,
d'attribuzione o tendenza 94 e 103.
— talvolta si premette al verbo, e
talvolta a questo si affigge 106.—
può esser preceduto da’ pronomi
relativi #2, Zo, Za, li, le, gli 108.
MIA, MIEI, MIE, Vedi Mio.
MIGLIORE , addiettivo comparativo
d’ eccesso 123.
MINIMO, addiettivo comparativo su-
perlativo 130.—Superlativo in gra-
do minore 130.
MINURE, addietlivo comparativo in
grado minore 128.
MIO, MIA, MIEI, MIE, addiettivi
pronominali possessivi 133.—va-
gliono lo stesso che Di me 133.—
Mia per Miei e Mie, è modo di dire
plebeo e vizioso 133.—Mio, posto
assolutamente in singolare, e pre-
ceduto dall’articolo determinante,
significa Il mio avere le mie so-
stanze 138.Vedi PRONOMINALI (Ad-
diettivi possessivi).
MODO, termine grammaticale, che
forma uno degli accidenti del ver-
1a
&
X 39
do 169.—Cosa s' intenda per mo-
DO del verbo 169.—Perchè i MODI
sono stali introdotti nel linguag-
gio 169.—1l verbo italiano ha cin»
que MODI 169.
MUDO (Avverb) di) 334.
MOLTO, addieltivo quantitativo 359.
—Avverbio di quantità 335. |
MONOSILLABA (Parola) 31.—Una
parola MONOSILLABA , può esser
voce significativa 31. — Le voci
MONOSILLABE della lingua italiana
sono poche 31.
MUTE (Consonanti) 14.
N
N, tredicesima lettera dell'alfabeto. ©
e decima delle consonanti 4.—
è una delle quattro liquide 20.—
sì pronunzia enzze 20.—forma con-
sonanie composta con la Savan-
ti di st 20.—posta innanzi al G
perde una gran parte del suo suo-
no primitivo 20.—essa si raddop-
pia ovunque faccia d’uopo 20.
NE , preposizione antica invece di
In 85, e 351.—-ma oggi non si usa
se non che incorporato coll’ arti-
colo determinante, formandosi nel,
nello ec. 85 e 351.
NE, pronome personale 94.—NE in
vece di ci nel significato di Noi
104.—irovasi in questi significati,
non solo come obbietto diretto,
ma anche come obbietto indiretto,
mel rapporto d’ azzriluzione o len-
denza 104.—NE, pronome di terza
persona, usalo solo come obbietto
indiretto facendo le veci di qual-
che nome 104.—NE, pronome di
luogo irdicante il luogo donde
si fa © si è falla partenza 105.—
NE, particella riempitiva per pro-
.prietà di linguaggio 104.
NE, congiunzione negativa 370. —
‘in principio di locuzione, vale lo
stesso che Non 371—non è pro-
priamente congiunzione se non
quando , nella significanza di £
non, serve ad unire due parole,
una delle quali si a già di per sè
negativa 371.—talora si replica
innanzi a più parole 371.—sta tal-
volta in vece della congiunzione
9 )(
alternativa o 371.—si trova talvol-
ta coll’aggiunta della consonante
D, dicendosi ned, per sostegno
della pronunzia 370.
NEANCHE, NEMMANCO, NEMMENO,
NEPPURE, congiunzioni negative
370.—avverbj di quantità 335.
NEGATIVE (Congiunzioni) 370.
NEGAZIOUNE (Avverbj di) 334.
NEL, NEI, NELLO, NEGLI, NELLA,
NELLE, articoli composti, della
preposizione antica ne, e degli ar-
ticoli determinanti :2, i, Zo, gli, lu,
de, 85, e 351.
NEMMANCO, NEMMENO, NEPPURE.
Vedi NEANCHE.
NESSUNO, NISSUNO, NEUNO, NIU-
NO, addiettivi pronominali indefi-
nili negativi 150. — quantunque
di per sì nieghino, pure per lo
più si accompagnano colla nega-
tiva non 151, NESSUNO e NIUNO
furono da qualche anlico usati in
plurale 151.—Alcuni grammaiici
pongono come regola, doversi que-
sti pronominali accompagnare @
no colla particella negativa secon-
do che es:i pfospongonsi, o ante-
fongonsi, al verho 151.—ragiona-
mento su questa regola 151.
NEL'IRI (Verbi) 168.— Cosa s’ in-
tenda per verbi NEUTRI 168.—Li-
vi:ione de’ verbì NEUTRI nella
grammatica latina 168.—I verbi
NEUTRI sì usano talvolta come at-
tivi transitivi 168 e 169.—1] ver-
bo E.sere può dirsi il primo dei
verbi NEUTRI 308.— Differenza tra
i verbi attivi intransitivi, edi
verbi NEUTRI propriamente detti
3og.— Alcuni verbi NEUTRI pren-
dono talvolta un obbietto diretto
309.— La conjugazione de’ verbi
NEUTRI non differisce da quella
de’ verbi attivi 30g.—1 tempi com-
posti de’ verbi NEUTRI si formano
per lo più con l’ausiliare Essere
309.—In molti verbi NEUTRI, i tem-
‘pi composti si formano coll’ ausi-
liare Avere 3og.—Elenco alfabeti-
co di un certo numero di verbi
neutri 3og.— NEUTRI passivi (Verbi)
Vedi Passivi.
NEURO (Genere) 60.—Cosa s° in-
tenda per genere NEUTRO 60. —
)( 400 X
E questo genere usitalissimo nelle
lingue latina e greca, e nella mo-
derna lingua alemanna 61.— ma
è straniero alla lingua italiana 6t.
NIENTE, NIENTE AFFATTO, avver-
bj di negazione 334.
NISSUNU, NIUNO, Vedi NEssuNO.
NU, Vedi NON.
NUI, pronome personale primitivo
di prima persona plurale 94.—u-
sasi come subbictto, come obbietto
diretto, ed anche come obbietto
indiretto preceduto da qualcuna
delie preposizioni 94 e 303.—I
poeti in favor della rima, posso-
no dire nui in vece di- n0i 94.
NOME, prima delle otto parti del
discorso 52.+Origine del NOME 53.
—La sua definizione 53.—Divisio-
ni del noMmE 56.—NoME comune
56, 57. — NOME proprio 57. —
Nomi astratti 58.—NoMI fisùrati-
vi 58, 59.—NOMI caratlteri»lici 59.—
NOMI collellivi 59.—NOMI oerba-
li 59.—NOMI ederoclili 66, 71.—No-
Mi epiceni 63.—NoMI personali
3 ‘e 94. | | )
NUMIN\TIVO, Termine grammati-
cale latino, che è il primo dei
sei casi 78, c 79.— Nella gramma-
tica latina è chiamato cuso retto
per distinguerlo dagli altri casi
che sono detti oblijui 80. — Il No-
MINATIVO è lo stesso che il sub-
bietto del verbo 79
NON, NU,avverbj di negazione 334.
— queste due particelle vagliono lo
stesso, ma il loro uso è ben dif-
ferente 334.— la prima non va
mai se non in compagnia d’ un
verbo, la seconda si usa assoluta-
mente in risposta ad una interro-
gazione, o in compagnia d’ un
nome 0 d’un addiettivo 334.—No,
trovasi talvolta in vece d’ un in-
tera proposizione 334. — qualche
volta s’ usa per ripieno 334.—e
talvolta trovasi a maniera di no-
me coll’articolo determinante 334.
—Non, usato talvolta a modo di
ripieno dopo i verbi Dubdilure, te-
mere, ec. 334.—NoN, può replicar-
si innanzi a più nomi che si suc-
cedono 334.—Non, talvolta s’in-
corpora col pronome il, troncato da
questo ]' 7, facendosi r0l) 334.
NONDIMENO, avverbio di diversità
335. — Congiunzione avversatiVa
371.
NON GIA”, congiunzione avversati-
va 371. i
NON MAI, avverbio di tempo 228.
NON MICA, avverbio di negazio-
ne 334.
NON PERTANTO, avverbio di diver-
sità a contrarietà 3355. |
NON PUNIOU, avverbio di negazio-
ne 334.
NOSTRO, NOSTRA, NOSTRI, NO-
STRE, addiettivi pronominali pos-
sessivi di prima persona plurale
133. o a:
NULLA, avverbio di negazione 334.
esso vale lo stesso che Nienfe 154.
‘talvolta ha senso affermativo e
vale Qualche cosa 154. :
NULLO, addiettivo pronominale in-
definito negativo, che valc Niuno
153.
NUMERALI (Addiettivi) 161 a 165.—
Si dividono in primilivi, derivativi,
ec ordinativi 161 e 162,—Numena-
Li collettivi 164.
NUMERO, Termine grammaticale,
che forma uno degli accidenti del
nome e del verbo 63 e 171.— que
sto termine in grammatica vale
la Differenza tra uno e più 63.—
Numeno singolare, e NUMERO plu-
rale 63 e 175. Vedi PLURALE.
NUMERO (Avvevbj di) 335.
0
O, quattordicesima lettera dell’ alfa-
beto, e quarta delle vocali 4.—0
chiuso 5 e 9g. — O aperto 9g a 12.
O, congiunzione alternaliva 370.—
innanzi ad una susseguente voca-
le riceve la consonante D 370.
O, OH, interiezioni che servono al-
l' espressioni di molti e var) affet-
._ i 375.
OBBIETTO dirello, uno de’ tre rap-
porti del nome col verbo indicante
la Persona o la cosa operata dal
subbietto 77.—corrisponde all” ac-
cusativo de’ Latini 79.—OBBIETTO
( 401 V(
indirelto, uno de'tre rapporti del no-
me col verbo, esprimente Una del-
le molte accidentali e variabili cir-
costanze che accompagnano e ca-
ratterizzano l’azione 77.—corri-
sponde al Dativo e all’ Ablativo
de’ Latini 79. —Il nome nel rap-
porto d’ OBBIETTO indirello va sem-
pre preceduto da qualche preposi-
zione 77.
OGGI, OGGIDI’, avverbj di tempo
presente 327.
OGGIMAI, avverbio di tempo, indi-
cante Frequenza, o durata di tempo
328 e 329.
OGNI, addiettivo pronominale inde-
finito affermativo 148.
OGNI VOLTA, OGNI QUALVOLTA,
OGNORA, aàvverbj di tempo, indi-
canti Frequenza di tempo 328.
OGNUNO, addiettivo pronominale di-
stribulivo 147.
O1, UHI, interiezioni indicanti So-
verchio dolore 375.
O1B0', interiezione di disprezzo e
di nausea 376.
OILNE', OHIME', OMF', interiezioni
esprimenti Afflizione sì d’ animo
che di corporal doglia 375.
OiSE’, OI TE’ e OITU’, interiezioni
che vaglionoa l'o stesso che Dimè 376.
OLA’, interviezione per chiamare 376.
OLTRA, OLTRE, preposizioni espri-
menti Aumento di luogo, di tempo
e d’ operazione 365.
OLTRACCIO’, IN OLTRE, congiunzio-
ni aggiuntive 372.
OMAI, ORMAI, avverbj di tempo,
indicanti Durata di tempo 329.
ONDE, addiettivo pronominale con-
giuntivo, facente le veci delle par-
ticelle che, quali, chi, cui 146. —
Avverbio di luogo, e vale. Del qual
luogo, o dal qual luogo 333.—cen-
giunzione conclusiva 373.
ONDECHE’, DONDECHE’, avverbj di
luogo e vagliono Di qualunque
luogo 333.
OPPURE, OVVERO,
alternalive 370.
ORA , avverbio di tempo presen-
te 327.
ORATORIO (Accento) 33.
ORAZIONE, lo stesso che Discorso 5a.
Gramm. Ital.
congiunzioni
ORDINATIVI (Numeri), una delle
divisioni degli addiettivi numerali
161 e 163.— semplici 163. — compo-
sti 163. |
ORDINE (Avverbj di) 327.
ORMAI. Vedi Omar.
OR ORA, avverbio di tempo passa-
to 327. |
ORSU’, interiezione per Far animo,
incoraggiare 376.
ORTOGRAFIA, una delle parti della
grammatica 2.— onde abbia ori-
gine questa voce 2.—cosa signifi
chi, e a che serva 2. .
ORTOLOGIA, una delle parti della
grammatica 2.—onde derivi 2. —
cosa significhi, e a che serva 2.
OTTATIVO (Modo), uno de’ modi
de’ verbi latini 170.—non è neces-
sario nella nostra lingua, anzi sa-
rebbe superiluo 170.
OVE, DUVE, avverbjdi luogo, e va-
gliono Nel qual luogo 332, e 333.
— talvolta sono congiunzioni signi-
ficanti quanto, se cce., € allora
vogliono il verbo nel soggiuntivo
293.—anche come avverbj di luo-
go, esigono il verbo dopo di sè
nel modo soggiuntivo , purchè il
precedente verbo porti seco dubbio
o incertezza 298.
OVECHÉ, OVE CHE SIA, OVUNQUE,
avverbj di luogo, e vagliono In
qualunque luogo 333.
P
P, quindicesima lettera dell’ alfabeto,
e decima delle consonanti 4.— è
una delle consonanti labbiali 20. —
dai Toscani si profferisce pi e da-
gli altri italiani pe 20.—è pros:i-
mo affine del B, e del 7 20. —
forma consonante composta con la
L e la Rdopo di sè, e con la $
avanti di sè 20.
PAROLE, cosa sieno 1.— PAROLE (Ac-
crescimento delle) 45 a 47.—PARO-
LE (Troncamento delle) 47 a So.
PARTICIPIO, cosa s’ intenda per que-
sta voce 170.— perchè così si chia-
mi 170.—]l PARTICIPIO non cosli-
tuisce parte separata del discorso
170.—-À quale classe di parole il
5a
)( 402 )(
PANTICIPIO apparienga 170.—Quan-
te specie di PARTICIPI ve ne sieno
170.— PARTICIPIO presente, 0 alli-
vu 170 e 291.—Il PARTICIPIO pre-
sente è consideralo come apparte-
nente al modo infinito 291. — va
soggetto alla variazione di numero
2g1. — s' accorda sempre col sub-
bielto espresso o sollinteso 291.—
Uso del PARTICIPIO preserie ad imi-
tazione dell’ ablativo assoluto dei
Latini 292.—PARTICIPIO pussalo 0
passivo 170 e 317.—]l PARTICIPIO
passato è uno de’ più importanii
elementi della liogua 317.— esso
ha doppio carattere 317.—s’ accor-
da o col subbietto, 0 coll’obbietto
diretto 317.—sovente rimane in-
variabile 317.—va accompagnato
dall’ ausiliare essere, o dall’ ausilia-
re uvere 3iz.—nci verbi passivi è
accompagnato dall’ ausiliare essere
313.—1l PARTICIPIO passato di al-
cuni verbi neutri, s° accompagna
col verbo avere 318. — Ne' verbi
neutri passivi,il PARTICIPIO pussulo
8’ accorda con le particelle prono-
minali 319.— Il PARTICIPIO passazo
retto dal verbo avere 319 e 320.—
Negligenza de’ grammatici nello sta-
bilive delle regole intorno alla con-'
cordanza del PANTICIPIO passato
319, e 320.—Ragionamento intor-
no al significato del verbo avere
io compagnia del PARTICIPIO pas-
salo 320 e 321.—Due regole per la
concordanza o discordanza del PAR-
TICIPIO passato 321,—]l posto del
PARTICIPIO passalo, o avanti o do-
po il nome, non influisce sulla
concordanza di esso 321.—Ragio-
namento intorno al PARTICIPIO pas-
sato in due esempj; l’uno del Boc-
caccio, l’altro del Petrarca 322. —
Concordanza del PARTICIPIO passa-
do, quando il verbo avere va pre»
ceduto da uno de’ pronomi 323.—
Ùl PARTICIPIO passado rimane in-
variabile quando è seguito da un
verbo nel modo infinito 323. —
Osservazioni sul PARTICIPIO passate
Fatto 323 e 324 —Usservazioni su
i PARTICIPI passafi Potuto, sapu-
to, voluto 324.—Ìl PARTICIPIO pus-
sato 2° accorda o col subbietto, ©
coll’ obbietto diretto, allorchè i
gerund) essendo e avendo si sot-
tintendono 324.
PARTITIVO (Articolo) g1-
PASSATO (Tempo), uno de tre tem-
pi dell’ ordine della natura, indi-
cante l’Azione che ha avuto luogo
in un tempo anteriore 171. — Uso
del TEMPO PASSATO in vece del pre-
sente, ed anche in vece del pas-a-
to indeterminato 300 e 3or.—TEM-
PI PASSATI composti 172, 173 e 174.
PASSATO (Participio)Vedi PARTICIPIO.
PASSIVI (Addietlivi) 117.
PASSIVI (Verbi) 306.—Ogni verbo
allivo transilivo, può divenire Pas-
sivo 306.— Mancano le lingue mo-
derne di verbi propriamente Pas-
sivi 306.—L’ ausiliare Essere e u-
salo per esprimere il sentimento
Passivo 306.—Usasi anche per lo
stesso motivo il verbo Venire 306.
— Molti verbi si esprimono nel sen-
so passivo, mediante la particella
indeterminata si 307.
PASSIVI (Verbi neutri) 313.—Quali
verbi i Latini chiamassero NEUTRI
Passive 313 e 314.—Quali vevbi in
italiano si chiamino NEUTRI PASSI-
VI 314.— Tali verbi altro non so-
no che meri attivi 314.—Si potreb-
ber chiamare Riverberantì 314.—
l’ obbietto direlto de’ NEUTRI PAS-
sIvI, s' esprime per uno de’ pro-
nomi ri, ci, li, ci, «t314.—] tem-
pi passati composti de’ NEUTRI
PASSIVI, si formano con l’ansiliare
Essere 3x4.—Molti verbi sono di
natura loro NEUTRI PASSIVI 315.—
Lista alfabetica di tali verbi 315.
— Alcuni verbi NEUTRI PASSIVI si-
gniticano cosa affatto diversa da
quella significata da' primitivi lo-
ro allivi 314.—Sonovi verbi ado-
erali come neutri assoluti, i qua-
li di fatto sono NEUTRI PASSIVI 315.
— Per proprietà di linguaggio e per
pleonasmo, alcuni verbi neutri s°
accompagnano co pronomi 727, ci, ec.
senza che perciò sieno NEUTRI PAS-
sivi 316.
PASSIVO (Participio), Vedi PARTICI-
Pio.
lin AE
E — SNO
"-
=
)( 403 X
PEGGIO, avverbio comparativo, de-
rivato dall’addiettivo Peggiore 128,
129.—avverbio di qualità 334.
PEGGIORATIVI (Nomi) 75.— PEGGIO-
RATIVI (Addiettivi) 121.
PEGGIORE, addiettivo comparativo
d’eccesso, formato irregolarmente
128.
PEL, e PEI, articoli composti della
preposizione per, e degli articoli
- determinanti il, e i 85.
PENDENTE (Tempo ), uno de’ tempi
suborlinati del verbo 173.— indica
un’ azione passala ma non com-
piuta 173.
PER, una delle sei preposizioni pri-
mitive 336.—esprime l’idea di pas-
saggio o di traversamento 353.—Vo-
lentieri s'incorpora coll'articolo de-
terminante i 354. —usasi anche per
indicare L’ attraversamento d'un
luogo 354—usasi anche per indicare
uno spazio di tempo 354.—scostan-
dosi dalla originaria sua funzione
sovente par che faccia l' uflicio di
altre preposizioni 354 a 356.—an-
teposto all’ infinito di qualche ver-
bo, che sia preceduto dal verba es-
sere, da a quello il significato del
futuro de’ Lalini 356. — soven-
te dinola stromento o mezzo, me-
diante il quale si faccia alcuna ope-
razione 356.—alle volte si usa per
indicare Distribuzione 356.—e tal-
- Volta serve per pregare 356.
PER AVVENTURA, avverbio di dub-
. bio 335.
P£LR CERTO, avverbio d’ alfermazio-
ne 334.
PERCHE, congiunzione causale 373.
PERCIO, PERU’, congiunzioni con-
clusive 373. i
PERCIOCC:;1E, PEROCCHE, congiun-
zioni causali 373.
PER QUI, avverbio di luogo, e vale
Per questo luogo 329.
PERSONE, ve ne sono tre, cio: la
prima la seconda e la terza 93 e
3o1T— PERSONE del verbo 171 e 174-
—Uso delle PERSONE del verbo 300
a 306.
PER TUTTO, DA PER TUTTO, avver-
bj di luogo, che vagliono Ovunque,
dovunque 334.
POCO, adliettivo quantitativo
PER ULTIMO, IN ULTIMO, avveértbj
di tempo, indicanti il termine del
tempo 3ag.
PESSIMO, addie!ttivo superlativo,
formato irregnolavimente 13a.—Av-
verbio di qualità 334.
PIANO, PIAN-PIANO, avverbj di tem-
po, indicante Tardanza o lentezza
di tempo 329. |
PIU’, particella comparativa, indican-
te il grado maggiore 126.— Avver-
bio di quantità e numero 335.
PIUTTOSTO, avverbio di preferenza
334.—Congiunzione eletti va 373.
PLUONASMO, figura grammaticale,
che siguitica Ridondanza 330 e
351.
PLURALE (Numero) 63. — PLURALE
de’ nomi in a 63.— I nomi uscenti
în vocale accenluata , non varvia-
no nel PLURALE 69. — PLURALE
dei nomi in cia e gia, in cio e gio
69.— PLURALE de’nomi in so, a/0,
0j0 70. — PLURALE de'nomi in ca,
ga, co, e go 70 e 71.— Nomi ete-
rocliti nel PLURALE 71.
POL’ ANZI, avverbio di tempo pas-
sato 327.
159-
— Avverbio di quantità 335.
POCO FA, avverbio di tempo
salo 327.
POfFARL IL CIELO, interiezione
che dinota Maraviglia 3-6.
PUL, DAPPOI, DIPOI, avverbj ditem- ‘
po 323.
pas-
POLISILLABE (Voci) 3a.
PUSCIA, avverbio di tempo 328.
POSSESSIVI (Addiettivi pronomina-
li) 133.—consideratì come Addiet-
tivi, dinotano la proprieta o |’ ap-
partenenza d’una persona o d’ una
cosa all’ altra 133.— Tavola degli
Addiettivi pronominali PossEssivi
133 e 134.—I pronominali Posses-
sIVI vanno preceduti dall’ artico-
lo determinante 134.—Regole sul
quando si debba mettere, e quan-
do omettere’ articolo determinan-
te avanti a’ pronominali POSSESSIVI
235 a.138.— eccezioni di questa regola
134 e 135. — l prono:inali Posses-
SIVI talora sì ommettono 135. — I
. _.progominali POSSESsIVI, secoudo.che
U 404 Y
l'armonia, o la forza del discorso
lo richiede, possono premettersi al
nome, o questo a quelli 135.
POSSESSIVO (Caso) 79, e 80.
POSTO CIIE, congiunzione condizio-
nale 372.—vuole il verbo susse-
guente nel modo soggiuntivo 299.
PRIFERENZA (Avverbj di) 334.
PREPOSIZIGNE, sesta fra le parti
del discorso 52.—la sua origine 54.
—la sua definizione 54.—la sua
funzione nel discorso 54.—Impor-
tanza delle PREPOSIZIONI nel discor-
so 356.—Le PREPOSIZIONI possono
essere o significalive o indicative
336.—si dividono in semplici ed
in composte 356.— Alcune PREPO-
SIZIONI sono dette, per eccellenza,
Primil'ce 336.
PRESENTE (Tempo), uno de' tre
tempi rell’ordine della natura 171.—
ragionamento sulla detinizione e
sull'uso di questo tempo 171.— uso
del tempo presente in vece del fu-
turo Jot.
PRESENTE (Participio). Vedi PARTI
CIPIO.
PRESSO, avverbio di luogo, che vale
Luogo poco distante 334. — Pre-
posizione indicante prossimità di
- luogo e di tempo 364.
PRESSO A, PRESSO A POCO, PRES-
SO CHE, avverbj d’incertezza 335.
PRIMA, avverbio di preferenza 334.—
Preposizione, lo stesso che Avanti
e Innanzi 361.—Congiunzione elet-
tiva 373.
PRIMITIVI (Pronomi personali) 94.
- —PRIMITIVI (Numeri) 161.
PRINCIPALI (Verbi) 175, e 190.
PROBABILITA’ (Avverb) dì) 335.
PRONOME, seconda tra le otto parti
del discorso 52.— la sua origine
53.—la sua definizione 53.—la sua
funzione ne) discorso 53 e 93.—
1 PRONOMI si dividono in sostan-
tivi, e in addiettivi 93.— I PRO-
NOMI sostantivi sono di tre specie
93.—Proxomi personali 93. — da
taluni si chiamano Nomi personali
3, g4.—1 PRONOMI personali della
prima e della seconda persona, sì
chiamano Primitivi93.—quelli del-
Ja terza persona, soglion dirsi Re-
4
lativi 93. — I PRONOMI personali
primitivi vanno soggetti a due
sole varietà o accidenti 94. — La
distinzione di genere non è neces-
saria ne’ PRONOMI personali primi-
tivi 94.—I PRONOMI personali re-
lativi vanno di più sottoposti al-
la varietà di genere 94.—La for-
ma delie varietà ne’ PRONOMI per-
sonali è diversa da quella stabili-
ta pei nomi 94.—Tavola de’ Pro-
NOMI personali priruitivi 94.—Ta-
vola de’ PRONOMI personali relatli-
vi 9g5.—Sull’uso de’ PRONOMI perso-
nali ro0o.—PRONOMI personali nel
rapporto di subbietto 100.— nel
rapporto di obbietto diretto 101.
— nel rapporto di obbietto indiretto
102, e 103.
PRONOMINALI (Addiettivi) 133. —
Cosa s’ intenda per addiettivi PRO-
NOMINALI 133. — Si dividono ia
possessivi, congiuntivi,distributivi,
ed indefiniti 133,
PROPRIO (Nome) 56, 57.
PROSODIA 33.—Prosobia de’ verbi
in are 232 a 234.
PUH, PU, interiezioni indicanti av-
versione 0 abborrimento di cosa
fetente 376.
PUNTO,0 PUNTO FERMO,nome d'una
delle interpunzioni 50. — PUNTO e
VIRGOLA 51.— INTERROGATIVO dI. —
AMMIRATIVO 51.
PURANCHE, e PURANCO , congiun-
zioni aggiuntive 372.
PURANCO, avverbio di tempo, indi-
cante una cosa che dura anche al
presente 328.
PURE, congiunzione avversativa 371.
-—Congiunzione aggiuntiva 372.
Q
Q, sedicesima lettera dell’ alfabeto,
e dodicesima delle consonanti 4.—
non è considerato che come mez-
za lettera 20, 21.—senza l’ accom-
pagnamento dell’ u non ha vibra-
zione 21.—in vece di raddoppiarsi
ammette avanti di sè il c 21.
‘QUA, QUI, avverbj di luogo, che va-
gliono In questo luogo 329.
)( 405 )(
QUADRITTONGHI, sillaba composta
di quattro vocali 13.
QUADRISILLABI (Vocaboli) 32.
QUAENTRO, avverbio di luogo 364.
QUAI. Vedi QUALE.
QUALCUNO, QUALCHEDUNO, addiet-
tivi pronominali distributivi 147
e 148.
QUALE, addiettivo pronominale con-
giuntivo posilivo 141.—si riferisce a
persona e a cosa 141.—t invariabile
nel genere 141.—cangia ne) plurale
la sua e finale in i 141.—si usa nei
rapporti di subbietto e d’ obbietto
diretto 141.—è preceduto dall’ ar-
ticolo determinante 141.—l’e fina-
le può elidersi senza l’ intervento
dell’ apostrofo 141.—la sillaba fi-
nale Ze può cangiarsi in i 142.0
QUALE, indica talvolta la qualità o
nalura d’ una persona o cosa 142.
— (QUALE in vece di Colui che, non
vuole l’arlicolo 142.—sovente tro-
vasi come rassomigliativo di due
nomi 142. — QUALE, addietlivo
pronominale congiuntivo inter-
Togalivo 143. — in questo senso
non può esser preceduto dall’ arti-
colo 143.— QUALE, usato nell’escla-
mazioni 143.— QUALE, addieltivo
pronominale dubitativo, vuole che
il susseguente verbo stia nel modo
soggiunlivo 2098.
QUALIFICATIVI ( Addiettivi ) 118
a 121,
QUALITA? (Avverbj di) 334.
QUALURA, avverbio di tempo inde-
terminato 328.
QUALSISIA, QUALSIVOGLIA, ad-
diellivi pronominali indefiniti 150.
QUALUNQUE, addiettivo pronomina-
le indefinito 149.—par che questa
voce sia una contrazione delle
due voci quale e unque 149.—Qua-
LUNQUE, trovasi talvolta seguito dal
suo nome al plurale 150.
QUANDO, avverbio di tempo inde-
terminato 328.
QUANTITA’ (Avverbi di) 327 e 335.
QUANTITATIVI (Addiettivi) 159 a 161.
QUANTO, particella correlativa di
Tanto nelle comparazioni in grado
eguale 124.— può elegantemente, per
ellissi, sottintendersi 125.—QUAN-
TO, addieltivo quantitativo 159.—*
QUANTO, avverbio di quantità e
numero 335.— QUANTO , congiun-
zione comparativa 373.
QUANTUNQUE, congiunzione avver-
sativa 371.—vuole il susseguente
verbo nel modo soggiunlivo 299.
QUASI, QUASICHE, avverbj di pro-
babilità 335.
QUASSU’, QUASSUSO, avverb)j di luo-
go, che vagliono In questo luogo
ad alto 332. :
QUEGLI,QUEI, pronomi personali di-
mostralivi 112.—servono per addi-
tare persona mascolina singolare,
nel rapporto di subbietto 112.
QUELLO, QUELLA, QUELLE, QUEL-
LI, addiettivi dimostrativi 155.—
indicano persona o cosa distan-
te 155.
QUESTO, QUESTA, QUESTE, QUESTI,
addiettivi dimostrativi, per dimo-
strare persona o cosa prossima 155.
— QuEsTo in vece di (Cio, vale
Questa cosa 155.—QUESTO,precedu-
to dalla preposizione in, significa
spesso il Tempo presente, o suppo-
sto presente 155.
QUESTI, pronome personale dimostra-
tivo 112.—non sì usa che per ad-
ditare persona mascolina, singola-
re 112.
QUI, QUA, avverb) di luogo, che va-
gliono In questo luogo 329.
QUICI, avverbio di luogo, vale lo
stesso che Qui, ma è del verso 330.
QUINCI, avverbio di luogo che vale
Da questo luogo 330.
QUINDI, INDI, avverbj di luogo, che
vagliono Di quel luogo, da quel
luogo 331. —indicano anche succes-
sione dì un tempo ad un altro 328.
— QuiNDI, è anche congiunzione
conclusiva 373.
QUIVI e IVI, avverbj di luogo, che
vagliono In quel luogo 330 —essi
sono talvolta anche avverb)j dì tera-
po 330.
R
R, diciassettesima lettera dell’ alfabe-
to, e tredicesima delle consonanti
4.—è la quarta delle liquide a1.-=
MU 406 )(
© lettera di suono aspro. pronun-
ziandosi erre 21.—essa forma con-
sonante composta con le lettere
b,c,d,f,g,p,lt,v, ricevendole
avanti di sè 21.—fa altresì conso-
nante composta con la s avantidi
sé 21.—raddoppiata accresce mag-
giore aspre,za nel pronunziare 21.
— \nlicamente la R fu usata cone
lettera numerale 21.
RADO, DI RADU, avverbj di tem-
po? 328.
RAPPORTI del Nome 77.— RAPPORTI
del None con un verbo 77.—Quan-
ti RAPPORTI il nome abbia col ver-
bo 77.— RAPPORTI del nome con
un altro nome 77.— Come questi
RAPPORTI sieno stati indicati dai
Lalini 78, 70.
RAR), DI RARI, lo stesso che Rado
e Di rado 323.
RASENTE, preposizione esprimente
Vicinanza 36-.
RATTO, avverbio di tempo indicante
Celerità di temno 329.
REGOLARI (Verbi) 175. Vedi VERBO.
RELATIVO (Saperlativo) 129. Vedi
SUPERLATIVO.
9
$, diciottesima lettera dell'alfabeto,
e quattordicesima delle consonan-
ti 4.—è consonante dentale e pro-
nunziasi esse 21.—concorre a for-
mare ogni sorta di consonanti
composte non che di due, ma an-
che di tre lettere 2t1.—poita in
composizione con un vocabolo pri-
mitivo, sovente indica Privazione
21.— questa lettera ha nella nostra
lingua due suoni differenti, uno
gagliardo, l’altro sottile 21, e 22. —
Casi in cui la S ha il suono sot-
tile 23.—Lista alfabetica di vocabo-
li in cui Ja S' profferiscesi col suo-
no sottile 24 a 26.
SALVO, preposizione eccettualiva
366.—SaALvo, addietlivo nel senso
d' eccettualo, non s' accorda mai
nè in genere, nè in numero col
nome 120.
SALVO CHE; congiunzione eccettua -
tiva 372. ù
SAVAMO, SAVATE, voci antliquate
per Eravamo, Eravale 181.
SE, e SI, pronomi personali rela-
tivi 95.— rimangono invariabili
g5.—osservazione su questi prono -
mi 97, g8.—essi non sono primi-
tivi, ma bensi relalivi 98.— pos-
sono chiamarsi Pronomi vd-rtii
98 e g9.—SÈ, usasi nel rapporio di
obbictto diretto 101.— enel rapporto
di obbietto indiretto, essendo prece-
duto da alcuna delle preposizioni
103.— SÈ, può essereimmediata men-
te seguito dai pronomi personali
relativi /o, gli, li, la, le, ne 103.
Vedi Sr.
SE, congiunzione condizionale 372.
— presso gli antichi trovasi in prin-
cipio di quelle locuzioni , che e-
sprimono un qualche de iderio 372.
— talvolta indica Dubbio 372. —gli
antichi solevano afaggere a que-
sta particella la consonante d, dicen-
do Sed, ogni volta che il susseguente
vocabolo cominciava da vocale 372.
SEBBENE, congiunzione avversativa
371.—essa può reggere il susseguen-
verho o nel modo indicativo, 0
nel modo soggi:mlivo 299-
SECONDO, preposizione indicante
Conformità 361.
SEGNACASI, cosa s' intenda per que-
sta voce $0.—A che servano i SE-
GNACASI 80.—Quali preposizioni sì
considerino per lo più come SEGNA-
CASI 80.
SE MAI, congiunzione condizionale
372.
SEMICOLON, voce greca indicante
Una delle interpunzioni, e vale lo
stesso che Punto e virgola St.
SEMIVOUCALI (Consonanti) 14.— per-
chè alcune consonanti siano così
dette 14.—Le consonanti SEMIVO-
CALI sono sei 14. °
SEMPRE, avverbio di tempo, indican-
te Una cosa che dura anche al pre-
sente 328.
SEMPREMAI, MAI SEMPRE, avver-
bj di tempo, indicanti Frequenza
e durata di tempo 328.
SENDO, gerundio antiquato del ver-
bo essere, lo stesso che Essendo
179.
MX 407
SF NON, SE NON CHE, congiunzio- * sizione e connesstone di più cose
ni cccellualive 372.
SENTENZA, lo stesso che Discorso 52.
SENZA, preposizione privativa, espri-
mente la Privazione di compagnia
357.
SI], pronome personale relativo, lo
stesso che Sè 95.—usasi nel rap-
porto di obbietto diretto, é in
quello di obbietto indiretto 103,
— ma in quest ul.imo solamente
nel senso d’ attribuzione o lenden-
za 103.— Differenza tra sI e Sè 103.
— SI, può esser preceduto dai pro-
nomi relativi il, 20, lu, le, gli 108.
—egli può al verbo premeitersi e
ad esso afiiggersi 106.—di necessità
si afiigge all’ infinito, all’ impera-
tivo, e al gerundio 106 e 107.—
questa particella o sciolla, o affis-
sa al verbo, si trova spesse volte
per solo ripieno, cioè che senza di
essa il senso della frase sarebbe
intiero 110.
Sl”, CUSI’, particelle comparalive, usa-
te nelle comparazioni in grado egua-
le 124.— SI, talora ripete i in vece
della sua particella correlativa Co-
me 125.
$I', S'' CERTO, avverb) d’ afferma-
zione 334. l
SICLUIIE, COSICCHE, congiunzioni
conclusive 373.
SICCUME, Si’ COME, avverb) di
similitudine 335. — Congiunzioni.
comparalive 372 e 373.
SILLALA, cosa sia 31,—dall’ unione
di più sillabe si costruiscono le
parole 31.—Una sola SILLABA può
eziandio formare voce significali-
va di.
SILLABAZIONE (Della) 39 a 42.
SILLESSI, figura grammaticale 380.
SIMILITUDINE (Avverbj di) 335.
SINGULARE (Numero) 68.—Usserva-
zione sul termine grammalicale SIN-
GOLARE 63. —Per SINGOLARE isten»
desi Un’ unità individuale 69-
SINO, INSINUO, preposizioni che va-
gliono lo stesso che Fine, infino 363.
SINIASSI, una delle quattro parti in
cui si divide la grammatica 2. —
onde questa voce derivi 2.-— in
generale significa Ordinatà dispo-
2. — come termine grammaticale,
significa Collegazione, disposizione,
ed ordine delle parole 2.
SOCGIUNTIVE (Congiunzioni) 369:
SOGGIUNTIVO (Modo), uno de’ cin-
que modi del verbo italiano 170.—
cosa s'intenda per questo modo 295.
—indica la dipendenza di un verbo
da un’altro 295.—in che consista la
dipendenza delle nostre azioni 295.—
Quali verbi vogliano il susseguente
verbo al SOGGIUNTIVO 295 e 296.—
ì verbi esprimenti Dubbio, timore,
sorpresa ec. reggono il modo
SOGGIUNTIVO 296. — La terza per-
sona del verbo essere, con un ad-
diettivo, mauda il verbo al soc-
GIUNTIVO 296. — Enumerazione di
molii vocaboli che esigono il sus-
seguente verbo nel SOGGIUNTIVO
297 a doo. .
SOLO, SOLTANTO, avverbj di quan-
tita 335.
SUPRA, SOVRA, preposizioni espri-
menti l’ idea d'elevazione 357. —
talvolta portano il significato di
ollre, di piu, al di là 357.—e talora
vagliono oi.70, appresso, addosso
353.— Sopra è sovente precedulo
dalla preposizione di 358.—alcuni
modi di dire con’ questa preposi-
zione 358.
SOSTANTIVO, termine grammali-.
cale, opposto a addiettivo, cd è lo
stesso che Nozze, prima parte del
discorso 52.
SOTTO, preposizione di significato
contrario a quello di Sopra 359.
— esprime l’ idea d’inferiorità 359.
— talora vale Circa 359.
SOVENTE, SPESSO, avverbj di tem-
po, indicanti Frequenza e durata
di tempo 328.
SOVERCHIO, avverbio di quantità 335.
SPESSU, lo stesso che Sovente 328.
STARE, verbo irregolare della pri-
ma conjugazione 205.—la sua con-
jugazione 205 a 210.—Modi di di-
re col verbo STARE 220 a 225.
STATO, participio passato del verbo
essere 179.
STESSO, MEDESIMO, addiettivi de-
terminativi asseverativi 158 0 15g.
403 V
8U, SUSO, avverbj di luogo superio-
re 332.
SU, preposizione, vale lo stesso che
Sopra 358.—s’ incorpora volentie-
ri cogli articoli determinanti #, /o,
ec. 359.— talvolta usasi per indica-
re vicinanza di luogo o di tempo
359.—non di rado trovasi prece-
duto da in, che aggiunge l’ idea
d' interiorità a quella d' elevazio-
ne 359.—SU innanzi a parola prin-
cipiante da vocale, riceve talvolta
una r, scrivendosi e pronunzian-
dosi Sur 358.
SU5B:ETTO, primo de’tre terminicom-
ponenti la proposizione 166 e 377.
—uno de’ tre ra, porti del nome
col verbo, e corrisponde al caso
relto, o nominalivo de Latini 77 €79.
SULITO, avverbio di tempo, indican-
te Prontezza e celerità di tempo 329.
SUL, SULLO, SULLA, SUI, SUGLI,
SULLE, articoli composti della
preposizione su, e degli articoli de-
terminanti il, Zo, la ec. 85.
SUO, SUA, SUOI, SUE, addiettivi
pronominali possessivi di terza per-
sona 134.—in vece di Suo e SUA
adoprasi di Iui, di lei, 134.—
SUI per SUOI è poetico 134.—SUO
per SUA è errore di lingua, quan-
tunque se ne trovi qualche esem-
io negli autori 1534.
SUPERLATIVO, uno de’'gradi di com-
parazione 124 e 129.—ll SUPERLA-
TIVO si divide in relativo, e in
assoluto 124.—1l SUPERLATIVO re-
lativo, si forma con le particelle più
e meno precedute dall’articolo de-
terminante 129.—e talvolta anche
senza l'articolo 130.—]] SUPERLA-
Tivo relativo, altro non è che un
comparativo alquanto più esteso
129.—I gradi maggiore e minore
possono esser di nuovo compara-
tivi in grado eguale 130.—SUPER-
LATIVO assoluto 131.—qual sia il suo
ufficio 131.—come si formi 131.—
può talvolta aver relazione com-
paraliva con altre voci dello stes-
so genere 131.—Maniera di forma-
re il suPERLATIVO degli addietti-
vi acre, celebre , integro, salubre,
3131. — Gli addiettivi duono, ma-
cal
lo, grande, piccolo, hanno due
maniere di formare il superlativo
assoluto 132.—Oltimo e pessimo,
possono ancora aumentar di grado
132.—Un addietlivo positivo, ha ta-
lora forza di SUPERLATIVO per €es-
sere preceduto o seguito da qualche
dizione esprimente il supremo gra-
do 132.
SUSO, avverbio di luogo, lo stesso
che Su 332.
SUTU, participio passato antiquato
del verbo essere 179.
SU VIA, interiezione che serve per
far animo,lo stesso che Orsù 376.
T
T, decima nona lettera dell'alfabeto, e
quindicesima delle consonanti 4.—è
una delle consonanti mute 14.—è
cosonante dentale 14.—Dai Tosca-
ni si pronunzia fi, e dagli altri po-
poli d’ ltalia Ze 26.—ia sua artico-
lazione è quasi simile a quella del
D 26.—perde alquanto di suono,
allorchè riceve dopo di st la r 26.
—in mezzo di parola riceve avan-
ti di sè, ma in diversa sillaba le
consonanti 2, n, r, s 26.— forma
consonante composta di due lette-
re con la s avanti, e con la r dopo di
st 26.—raddoppiasi nel mezzo della
parola ovunque occorra 27.—Il T
presso gli antichi era lettera nu-
merale 27.
TALCHE, congiunzione conclusiva
373.
TALE, addiettivo determinativo 156.—
s' accorda con il suo nome in nu-
mero solamente 157.— TALE, ha per
lo più come correlativo Quale 142
e 157.—TALE, qualche volta signiti-
ca Alcuno 157.
TALORA, ‘TALVOLTA , avverbj di
tempo, indicanti Frequenza e du-
rala di tempo 328.
TANTO, particella comparativa in
grado eguale 124.—può elegante-
mente sollinatendersi 125. — avver-
bio di quantità 335,— congiunzio-
ne comparativa 373.
TANTO PIU’, TANTO MAGGIORE,
TANTO MENO, TANTO MINURE,
i )( 40
particelle comparative del superla-
‘tivo relativo, le due prime del
grado maggiore, le due ultime del
grado minore 130. i
TANTO CHE, INTANTOCHE, con-
‘ giunzioni conclusive 373.
TANTOSTO, avverbio di tempo, indi-
‘ cante Celerità di tempo 329.
TARDI e TARDO, avverbj di tempo,
‘ indicanti Lentezza di tempo 329.
TE, pronome personale primitivo di
‘©. seconda persona singolare g5.—usa-
si nel rapporto d' obbietto diretto
1ot.—e in quello di obbietto indi-
retto con alcuna delle preposizioni
103.—ammette dopo di sè i prono-
mi relativi Zo, gli, la, le, ne 108.
TEMPU del verbo 171.—Cosa s' in-
tenda per TEMPI del verbo 171.—
nell'ordine della natura, non evvi
che tre TEMPI 171.—Tavola di tut-
ti i TEMPI del verbo 172, 173,
e 174.— Definizioni di ognuno dei
TEMPI del verbo 173 e 174. — Sul=,
l’uso de’TEMPI del verbo 300.—Trò-
vasi spesso un TEMPO adoperato
per un altro 300, a 3or.
TEMPO (Avverbj di) 327 e 329.
TESTE, avverbio di tempo passato 327.
"TI, pronome personale primitivo di
seconda persona singolare 95.— u-
sasi nel rapporto d' obbietto diret-
to 101.—usasi anche nel rapporto
d’ obbietto indiretto, ma solo in
quello d’ attribuzione o tendenza
103.— ammette avanti di sé ì prono-
mi relativi 12, 20, Za, Ze 108.—si pre-
mette sciolto al verbo, o affisso ad
esso 108.—per vaghezza di linguag-
gio, si trova sovente nel discorso
per solo ripieno 110.
TMESI, figura grammaticale 380 e 382.
"TOL'TONE, TRATTONE, preposizioni
ecceltuative 366.
TONICO (Accento) 33.
TOSTO, avverbio di tempo, indicante
prontezza, e celerità di tempo 329.
TRA , INTRA, preposizioni, lo stesso
che Fra e infra 361.
TRANSITIVI (Verbi), cosa siano 168.
—Verbi di natura loro TRANSITIVI
possono divenire infransilivi 168.
TRISILLABE (Parole) 31.
'TRI'TTONGO, unione di tre vocali in
una sillaba 13.
Gram. Ital.
9
TRONCAMENTO de?le parole median-
te l'apostrofo 47 e 43.—TrRonca-
MENTO delle parole in fine senza
l'apostrofo 48 a 5o.
TROPPO, avverbio di quantità 335.
TU, pronome personale primitivo, se-
conda persona singolare g5.—TUE
per TU, dicevano sovente gli an-
tichi 95.
TUI per Tuoi, si disse da qualche poe-
ta a cagione della rima 133.
TUTTAVIA, avverhio di tempo, per
indicare una cosa che dura anche
al presente 328.—Avverbio di di-
versità e contrarietà 335.
TUTTAVOLTA, congiunzione avver-
sativa 371.
TUTTO,addiettivo quantitativo 160.—
richiede tra sè e il suo nome l’ar-
ticolo determinante 160. — usalo
come nome di genere neutro col-
l'articolo, e anche senza 161. —
TUTTO, preteduto dalla preposizio -
ne per, rimane invariabile 120. —
Gli antichi, per proprietà di lin-
guaggio, ponevano sovente TUTTO
tra il pronominale congiuntivo
Quale cun none 160.— TUTTO, posto
innanzi ad un addictti vo, quantun-
‘ que non sia che un avverbio, accor-
dasi però col suo nome 163, 161.
TUTTO CHE, CONTUTTOCHE, con-
giunzioni avversative, e vagliono
Liononostaale 371.
TUTTO QUANTO, vale lo stesso che
* Tulto intero 161.
TUTTORA, avverbio di tempo, lo
stesso che Tuttavia 323.
U
U, ventesima lettera dell’ alfabeto, e
quinta delle vocali 4 e 5.—non va
soggetto ad alcune variazioni 13.—
ha un suono molto più rapido al-
lorchè si trova dopo il g ed il g 13.
U’ coll’apostrofo, in vece di Ove 333.
UN, UNO, UNA, articoli indetermi-
nali gr.
UNO, addiettivo numerale 162.—s'ac-
corda in genere col suo nome 162.
—Talvolta ponesi anche ia plura-
le 162.—Talora usasi in senso di-
stributivo,in vece di Ciascuio 182.
UNQUA, UNQUE, UNQUEMAI, UN-
53
X 410 )( |
QUANCO, UNQUANCHE, vagliono VERUNO, VERUNA, addiettivi pro-
tutti e cinque,lo stesso che Mai 329.
V.
V, ventunesima lettera dell'alfabeto,
e sedicesima delle consonanti 4.—
È sconvenevole il confonderla col-
1’ 4 4. — è consonante labbiale,
e pronunziasi vu 27.—è molto si-
mile al B e al P 27.—forma con-
sonante composta di due lettere
con la r dopo di st, e la s avanti
di se 27.—in ambo i casi perde
molto del suo suono 27.—-si raddop-
pia comele altre consonanti, ovun-
que occorra 27.
VERBALI (Nomi) 59.—Nomi VERBA-
LI caratteristici 59.—-Nomi astratti
VERBALI 59.
VERBO, quarta delle parti del di-
scorso 52 e 54.—la sua definizione
54.—la sua importanza nel discor-
so 165.—Senza il verbo, le sostan-
ze ed iloro attributi, offrono idee
isolate e sconnesse 165.— Il VER-
BO è un segno affermativo dell’ esi-
stenza degli attributi 166.— la qua-
le esistenza non è che intellettuale
166.—Usservazione ragionata so0-
pra questo principio 166.—Non ev-
vi che uu sol VERBO propriamente
detto 166.—Cosa s’ intenda per VER-
BO sosfanlivo, e per VERBI addiel-
tici 167.—Da taluni ìi VERBI ad-
diettivi sono chiamati Verbi con-
creti 167. — Divisione de’ VERBI
addiettivi in attivi e passivi 167.
—Cosa siano i VERBI Zransilici ed
intransilivi 168.—1l VERBO va sog-
getto a cinque modificazioni o ac-
cidenti 168.— VERBI neutri 168, e
308.—VERBI passivi 168,306.—VERBI
neutri passivi 313.—VERBI ausilia-
rj 175 e 179-— VERBI principali 190.
—VERBI regolari 175. — VERBI ir-
regolari, o anomali 175, 205, 243,
e 282.—VERBI in are 193.—in ere
198.—in ire 201. — Il vERBO dee
accordare col suo subbietto in per-
sona e in numero 3o2.— varie 0s-
servazioni su questa regola 303e304.
VERSO, INVERSO, preposizioni in-
dicanti Accostamento o indirizza-
mento a qualche parte 363.
nonfinali indefiniti relativi 153.
VI, pronome personale primitivo di
seconda persona plurale, e vale Voi
"Fo dicagana nel rapporto di obbietto
ivetto, ed anche in quello di ob-
bietto indiretto, ma solamente per
indicare attribuzione 0 itendenza
101 e 103.—ora precede al verbo
ora a questo si affigge 106.—am-
mette innanzi a sé ì Pronomi per-
sonali relativi 32, Zo, Za, Je 108.
— per proprietà di linguaggio usa-
si per solo ripieno 110.—VI, è tal-
volta pronome di terza persona,
come obbietto indiretto nel rappor-
to di attribuzione o di tendenza
106.—è sovente al par di Ci, pro-
nome di luogo, facendo le veci del
luogo dove si va 105.
VIA, inteviezione per discacciare 176.
VICINO, avverbio di luogo, e vale
Luogo poco distante 334.— prepo-
sizione indicante Prossimità di luo-
go e di tempo 364.
VIRGOLA, uno de’segni adottati per
l’ interpunzione 51.
VOCABOLI, o PAROLE, segni, | ag-
gregazione de’ quali forma il lin-
guaggio 1.
VOCALI, cosa siano, quante ne sia-
no, e perchè così si chiamino 3.
VOCATIVO, quinto de'’casi latini 78,
e 79.—a che serva nella lingua
lalina 79-— come debba essere ri-
guardato nella lingua moderna 79.
VOI, pronome personale primitivo di
seconda persona plurale 95. —usa-
si nel rapporto di obbietto di retto,
e in quello di obbietto indiretto,
ma in quest’ uliimo va sempre
preceduto da qualche preposizione
10r, e 103.—IÌ poeti usano talvolta,
în favor della rima, 7 w in vece di
VOI 94.
VOLENTIERI, avverbio di modo 334.
VOSTRO, VOSTRA, VOSTRI, VO.
STRE, addiettivi pronominali pos-
sessivi di seconda persona plurale
133.
VUI, voce poetica per Yoi 94.
X
X, lettera d’ origine greca, usata an-
che da’Latini, ma straniera alla
E -
——=x='EE..-..:- OI: sent II AI ant _
DV 4u1 )(
lingua italiana 30.—ad essa sosti-
tuiscesi da noi la .$, in alcune vo-
ci scempia, e in altre raddoppiata
3o.—conservasi questa lettera an-
che nell’idioma italiano, in alcuni
latinismi posti avverbialmente 31.
Y
Y, lettera che corrisponde all’ epsilon
de’ greci 5. —essa non era necessa-
ria a'Lalini, i quali non l’adopra-
vano, che per seguire esattamente
l' ortografia greca 5.—non è nep-
pur necessaria agl’ Italiani, che in
vece di essa adoprano l’ i 5.
Z
Z, ventiduesima ed ultima lettera del-
1’ alfabeto 4. —è lettera dentale 14.
e 27.—si pronunzia zela 27.--è
assai in uso appo gl’ Italiani 27.
— dopo di sè non ammette nissun
altra consonante 27.—e non riceve
avanti di sè, in diversa sillaba, che
la I, a, r 27.—ha tre suoni diver-
sì, I gagliardo, il dolce, e il sot-
tile 2y.—Regole diverse sul quan-
do la Z debbasi pronunziare con
uno de’ tre suoni suddetti 28. —
Lista alfabetica di voci in cui la Z
si pronunzia col suono dolce 29.
e 3o.
ZEUGMA, figura grammaticale 380.
ZI, ZITTO, interiezioni che si usano
per dare in sulla voce, comandan-
do il silenzio 376.
Fine DELL'INDICE.
ERRATA
—r——=p>) e
Pag. lin. ERRORI CORREZIONI
10 28 patiscano patiscono
19 I oh | ho
21 10 ricevendole dopo ricevendole avanti
34 26 tempi composti verbi composti
41 20 chia-cchie-re chiac-chie-re
42 1 ac-qua a-cqua
66 15 e fronde o fronde
80 8 proposizione preposizione
81 42 irapàsso {trapassato
88 37 Vagliano vagliono
110 15 GLIELA GLIELE
121 34 Bocc. 55; nov. Bocc. nov. 55;
162 45 DuaA DuI
164 24 D. Inf. 12. D. Inf. 13
172 3 all’ altro dall’ altro
184 17—1ma col. Essere fale, Essere leale,
189 20—2da col. Essere ardilo Essere adiralo
221 23—2da col. Traltarsi Trattenersì
224 48—1ma col. Stare in pericolo: Stare in perno:
247 16 forma formano
si
45—2da col.
a
)( 412 V(
ERRORI
Ricoprire
chi lui è
Vignono per vegnono
T. Conv.
uniscasi
si pone
s' incontra
cogliere
debbesi
nov. 1, 9.
gli aveva
Oltre, più,
preposizione
il passato del presente
La donna guardàtolo
che
varj effetti
CORREZIONI
Riscoprire
chi di lui è
Vègnono per vengono
D. Conv.
uniscesì
sì pospone
8' incorpora
togliere
debbonsi
nov. 19.
egli aveva
O!tre, di più,
proposizione
il passato in vece del
presente
La donna guard dolo,
disse, che |
var) affetti
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